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Varenna e Monte di Varenna

Vittorio Adami · 1927 · Free in the US

166,203 words · about 11 h 38 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1927 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Varenna_e_Monte_di_Varenna&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Vittorio Adami
Language
Italian
Published
1927
Length
166,203 words · about 11 h 38 min
Sections
94 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (94)
  1. Front matter under 1 min
  2. Premessa about 1 min
  3. Le più antiche notizie about 47 min
  4. Secolo XIV about 25 min
  5. Secolo XV about 33 min
  6. Cariche pubbliche about 2 min
  7. Contribuzioni, dazi, tasse about 9 min
  8. Note ecclesiastiche about 14 min
  9. Giustizia civile e criminale about 5 min
  10. Argomenti vari about 6 min
  11. Peste — Calamità about 6 min
  12. Espatriati about 1 min
  13. Soprannomi about 2 min
  14. Secolo XVI — Giurisdizione feudale about 13 min
  15. Famiglia Balbiano about 5 min
  16. Vicende ecclesiastiche e religiose about 25 min
  17. Catasto e tasse about 14 min
  18. Cariche pubbliche about 1 min
  19. Giustizia civile e criminale about 6 min
  20. La Pesca about 3 min
  21. Costumanze about 12 min
  22. Personaggi notevoli about 6 min
  23. Espatriati about 5 min
  24. Secolo XVII — Giurisdizione e cariche pubbliche about 8 min
  25. Notizie militari about 3 min
  26. Vicende religiose ed ecclesiastiche about 16 min
  27. La Pesca about 9 min
  28. Contribuzione, dazio, tasse about 6 min
  29. Usi e costumanze about 20 min
  30. Costruzioni under 1 min
  31. Varenna nella letteratura del secolo XVII about 13 min
  32. Curiosità about 2 min
  33. Personaggi notevoli about 10 min
  34. Espatriati about 2 min
  35. Secolo XVIII — Feudatari about 1 min
  36. Giurisdizione — Cariche pubbliche about 10 min
  37. La magistratura della sanità about 2 min
  38. Pesca about 7 min
  39. Statuto di Perledo about 1 min
  40. Nuovo catasto — Censimento — Tasse about 31 min
  41. Opere pubbliche — Strade — Boschi about 5 min
  42. Vicende ecclesiastiche e religiose about 13 min
  43. Avvenimenti varî about 5 min
  44. La Rivoluzione francese about 7 min
  45. Costo dei viaggi da Varenna a Como e Milano about 1 min
  46. Servizio postale about 1 min
  47. Storia naturale about 1 min
  48. Personaggi notevoli about 5 min
  49. Espatriati about 4 min
  50. Secoli XIX e XX — Giurisdizione e popolazione about 3 min
  51. Opere pubbliche about 8 min
  52. I Battelli e il Porto di Fiume Latte about 1 min
  53. La strada ferrata about 1 min
  54. I boschi under 1 min
  55. La Malpensata about 1 min
  56. Vicende ecclesiastiche e religiose about 10 min
  57. Anno 1848 about 17 min
  58. Andrea Brenta about 18 min
  59. Anno 1866 about 1 min
  60. Colera — calamità about 3 min
  61. Anneddoti e piccole notizie about 2 min
  62. Ospiti di Varenna about 15 min
  63. Personaggi notevoli about 9 min
  64. Recente guerra about 3 min
  65. Espatriati about 6 min
  66. Appendice — Manifestazioni artistiche about 9 min
  67. Antichi camini about 1 min
  68. Prosa e versi in lode di Varenna about 9 min
  69. Industrie locali about 3 min
  70. Marmi di Varenna about 5 min
  71. Piscicultura about 2 min
  72. Iscrizioni e lapidi in Varenna about 7 min
  73. Gli alberghi about 1 min
  74. Le scuole about 3 min
  75. Lo stabilimento idroterapico di Regoledo about 1 min
  76. La Capoana about 6 min
  77. La Villa Monastero about 2 min
  78. La Villa dei Cipressi about 3 min
  79. Stemmi about 9 min
  80. Medici e chirurghi about 4 min
  81. Farmacisti about 1 min
  82. Pretori e Podestà about 2 min
  83. Elenco dei Parroci di Varenna about 1 min
  84. Parroci di San Martino di Perledo about 1 min
  85. Sindaci di Perledo about 1 min
  86. Sindaci di Varenna about 2 min
  87. Nota paleontologica e archeologica about 3 min
  88. Topografica e toponomastica about 12 min
  89. Case about 5 min
  90. Boschi about 1 min
  91. Fiume Latte about 9 min
  92. La torre di Vezio about 10 min
  93. Indice onomastico e toponomastico about 57 min
  94. Errata-Corrige — Aggiunte e varianti about 6 min

Continue:

Front matter

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Premessa

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Col nome di Varenna e Monte di Varenna, intendiamo significare tutta quella regione che costituisce oggi i due comuni di Varenna e di Perledo, e cioè, Varenna, con la sua frazione di Fiume Latte; e Perledo con le sue frazioni di Regolo, Tondello, Bologna, Gisazio, Regoledo, Cestaglia, Gitana, Vezio e Oliverio.

Monte di Varenna è l’antico nome dato a tutto il territorio che forma l’attuale comune di Perledo, e, poichè le vicende del Monte di Varenna, sono intimamente connesse a quelle di Varenna, noi abbiamo riunita in una sola la storia dei due paesi.

Perchè i lettori possano farsi un’idea dell’estensione e della situazione del territorio dei due comuni, pubblichiamo questa cartina nella quale sono segnati i confini di essi.

Come si vede il territorio di Monte di Varenna, si estende sulla parte bassa della valle dell’Esino, dove il terreno è fertile, e tutto coltivato a campi, vigneti e oliveti, mentre il comune di Varenna ha il suo territorio che si sviluppa su di una striscia di terreno, rocciosa, ripida e sterile.

Ciò malgrado nei secoli passati a Varenna risiedevano le famiglie più doviziose, perchè, come vedremo in seguito, i Varennesi eredi delle ricchezze degli abitanti dell’Isola Comacina, possedettero molti beni nei vicini territori di Lierna, della Valtellina, ed anche nella Pieve d’Isola.

Il territorio di Monte Varenna ha assunto il nome di Perledo, suo capoluogo, solamente nel secolo XIX; Varenna invece si è sempre chiamata così tranne che prima del secolo XVII si scriveva con una sola n: Varena.

I nomi delle varie frazioni del Monte Varenna, hanno subito varie modificazioni.

Perledo nel XIII secolo si chiamava Perle, nome che si è poi cambiato in Perleydo e quindi in Perledo.

Regolo nel suo più antico nome era Reulo divenuto poi Revolo e Regolo.

Bologna si trova scritto anticamente Bolonia, Bolognia e Bononia.

Gisazio era Gisatio.

Regoledo: Reuledum, Revolè, Revoledo.

Cestaglia ha avuto vari nomi: Cixelia, Ceseglia, Cestaglia.

Gitana: Getana, Zitana.

Vezio: Vetium, Vegio, Vescio.

Il torrente Esino si è chiamato fino al secolo XVIII Olivero, Oliverio ed il Fiume Latte: Flumlagij, Flumenlac, Fluminelac e Flumine lacte.

Le più antiche notizie

fi ct Le origini di Varenna, e degli abitati che sorgono sulle alture, che la cingono a nord, e ad est, e che una volta prendevano il nome di Monte di Varenna si perdono nell’oscurità dei tempi. Si può però affermare, studiando l’ubicazione del villaggio, che la località dev’essere stata abitata fin dai tempi più antichi.

Varenna, posta allo sbocco di una amena e fertile valletta, circondate da due parti, da alti muraglioni, rocciosi, in uno dei punti più propizi del lago, sia per la pesca, sia per ragioni di difesa e di offesa, certamente dev’essere stata prescelta come luogo di sosta o di dimora da quelle popolazioni che prime si affacciarono sul bacino del lago di Como.

Se poi si esamina la superficie più elevata di quello sprone roccioso che si erge quasi a picco sul villaggio, e sul quale si eleva la torre di Vezio, vediamo che essa presenta tutte le caratteristiche degli antichi castellieri che, come è noto, erano i luoghi forti delle genti primitive.

Queste origini sono, naturalmente, comuni a molte altre località del lago di Como, le stazioni lacustri essendo le preferite dalle più antiche popolazioni.

Troviamo nominata Varenna, per la prima volta, in una notizia data dal non sempre attendibile , nella sua , e che si riferisce all’anno 493.

In quell’anno il papa avrebbe concesso al Vescovo molti privilegi e feudi, gli avrebbe dato il titolo di conte d’Italia ed avrebbe elevato varie località di Lombardia, in corti reali, tra le quali vi sarebbe stata Varenna. Ma per quanto l’esposizione del Corio sia oscura, e poco attendibile, si capisce che il Vescovo, che era pure stato eletto conte d’Italia, in qualità di gastaldo, teneva sotto in sua amministrazione, per conto del sovrano, Varenna e le altre corti regie.

La prima certa notizia su Varenna, la troviamo in un documento dell’anno 769, pubblicato dal e dal . Si tratta del testamento, del ricchissimo diacono Grato, che possedeva oliveti e vigneti a Mandello e a Varenna.

Grato, diacono di Monza, di nobile stirpe, ammalatosi nell’agosto del 769 in Pavia, fa testamento lasciando i suoi beni di Concorezzo, Olcio, Varenna e Mandello ad una chiesa-ospedale da erigersi nella sua casa in Monza. Questo documento è scritto in pergamena in copia autentica del 1200, tratta dall’originale, quando questo era già in parte danneggiato dal tempo ed anche consunto.

Nel testamento del diacono Grato, si trova scritto Vareno, anzichè Varena. Questa dizione potrebbe dare adito ad una nuova, ma un po’ arrischiata, supposizione, di cui voglio fare ora cenno; e cioè che il nome di Varenna potrebbe avere un’origine latina, anzichè gallo-celtica come è comunemente accettata.

Il nome Vareno del documento ci fa ricordare molto il nome proprio latino Vareno, nome portato da non poche distintissime famiglie romane.

nei suoi Commentari fa onorata menzione di L. Vareno centurione.

in più luoghi parla di un Vareno, preconsole di Bitinia.

Nelle iscrizioni riportate dal nel suo Corpus (vol V, pagina 142) ve n’è una del battistero d’Aquileia in cui è menzionato C. Vareno.

Nell’anno 1920 il prof. , scoprì a Tivoli, la mensa ponderaria cioè il luogo di collaudo per la misurazione dei liquidi. Sotto la mensa trovò un’iscrizione che ricorda M. Vareno Dufilo, figlio di Varena e di M. Lartide, benemerito dei cittadini di Tivoli per aver ottenuto loro questa mensa.

Nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni di Volpirano, nella diocesi di Forlì, su di una pietra di color rosso, che serviva di sostegno al catino dell’acqua santa, nel 1678 leggevasi la seguente iscrizione:

0

Il , dal quale riportiamo queste iscrizioni, dice che non solamente vi erano molte famiglie dal cognome Vareno, ma che vi era pure una località presso Forlì che si chiamava Vareno dalla gens Varena che l’abitava.

Vicino a Foligno, si sono trovate due lapidi, nelle quali sono nominati un C. Vareno e un D. Vareno appartenenti alla gens Varena dell’Umbria.

pure in una sua celebre orazione difende un L. Vareno.

Interessantissima per questa questione, perchè dimostra che il nome Vareno fu usato anche nell’Italia superiore, è un’epigrafe latina di Sesto Calende, incastrata nella torre campanara dell’abbazia di San Donato, e nella quale è ricordato il nome Varena: le lettere sono in bel carattere e disposte in due linee.

In essa infatti si legge:

Anche nel basso medioevo noi troviamo in un documento del 1248 una Matilde, contessa di Varenna e nel 1345 sposa una madonna Varena.

Col nome Varena troviamo persino una santa; vi è una storia di questa santa scritta da .

Tutti questi nomi personali latini hanno qualche relazione col nome del nostro borgo? Data la nostra scarsa coltura in materia noi poniamo il problema lasciando ad altri più competenti di risolverlo.

Certo è che molti nomi di località vicini a Varenna sono chiaramente di origine latina come Vezio, Reulo, Bologna, Gisazio, Perleido e Tondello ed è certo d’altra parte che fin’ora è stata comunemente accettata la derivazione di Varenna dalla lingua gallo-celta ed a sostegno di questa tesi si citano i numerosi Varennes della Francia dove se ne contano circa 18.

nel suo Repertoir der sources historiques du Moyen-age, cita la voce Varenae alla quale fa corrispondere i nomi di Varennes e di Varenna.

Nel dizionario di è detto che il nome di Varennes si adopra in molte parti della Francia per indicare i piani di alluvione, e i terreni vicini ai fiumi.

Varenne, sempre in Francia, significa un vivaio di pesci.

ritiene che la radice celtica Var-acqua, sia entrata a formare i nomi di molti paesi posti sui fiumi e sul mare, come Varese, Varenna e Varazze, e nota che molti nomi di fiumi hanno pure questa radice: Varo, Vara, Varrone ecc.

L’ nella sua ammette pure l’origine gallica nel nome di Varenna, e il propende per ritenere il nome di Varenna derivante dalla radice war, guerra e guardia.

tra le voci dei dialetti comaschi e ticinesi, di origine gallo-celta, mette la voce varenna, che significherebbe selva riservata e la fa derivare dal celto varechen che significa custodire.

Recentemente emette la seguente ipotesi. Egli sostiene che sono etrusche le desinenze in enna ed inna che si riscontrano in nomi di città e di luoghi. Della preponderanza etrusca egli trova traccie nei nomi antichi e moderni, che nel Tirolo, nel Modenese, e nelle regioni Umbrie, invase dagli Etruschi, terminano col suffisso enna e per l’Italia superiore ricorda Clavenna, oggi Chiavenna, che non dista molto da Varenna.

Anche nel suo recente e poderoso lavoro, sui nostri castelli e comuni rurali nell’alto medioevo, ammette pure l’origine etru- sca nei nomi con suffisso in enna come Chiavenna, , Scultenna Vibenna Porsenna.

Se l’opinione del fosse la vera si potrebbe credere che anche la nostra Varenna abbia avuto origine etrusca.

Qualunque sia, tra le varie opinioni, la vera origine del nostro borgo, osserveremo che esistono in Italia altre località che portano questo nome tra cui una frazione di Pegli ed un torrente vicino; un’altra Varena esiste nel Trentino, e Varena si chiama anche una frazione del comune di Londa, provincia di Firenze.

Aggiungeremo che il casato Varenna non lo troviamo mai in Varenna, ma già anticamente a Monza e più tardi in Locarno.

Riprendendo il filo delle vicende storiche del nostro paese dobbiamo confessare che, dopo la menzione che di Varenna fa il diacono Grato nel suo testamento, le nostre modeste, ma assidue ricerche non ci hanno consentito di trovare nominata Varenna che dopo quasi tre secoli, e cioè all’epoca della guerra tra Milano e Como descritta dall’.

Solo in un’antica tradizione è ricordata Varenna al tempo dei Longobardi. La leggenda, riferita dal nel suo vorrebbe che la famosa regina passasse gli ultimi suoi anni a Perledo, dove avrebbe fatto costruire la chiesa di S. Martino con l’antico campanile in forma di torre, ed il castello di Vezio.

Fra gli scrittori moderni il e l’ riferiscono pure questa popolare leggenda, che è dichiarata dal senza alcun fondamento.

E qui sorge una grossa questione per la quale si accapigliarono gli storici milanesi, comaschi e bergamaschi e che, data la scarsità dei documenti, non può dirsi nemmeno ora risolta. A chi apparteneva nell’alto medio-evo la riva orientale del lago di Como?

Gli storici bergamaschi, con a capo il canonico sostengono che tutto il ramo del lago di Lecco apparteneva a Bergamo e di questo avviso è pure il , seguito dal . Il Mazza pure colloca Lecco, Mandello e Varenna nel territorio bergamasco. E di questo parere fu pure un insigne erudito milanese, il Fumagalli, che restringe però questa giurisdizione bergamasca sul lago, al solo periodo Longobardo.

Questi scrittori si appoggiano in parte su quanto ha scritto sui confini di Venezia da lui portati al mare e all’Adda, ma è però probabile che queste indicazioni fossero assai generiche, e che l’Adda non segnasse il confine che nella pianura.

Tra i milanesi l’antico storico nel suo Manipolus Florum fa dipendere per l’alto la Valsassina e tutta la riviera di Lecco, dai cosidetti Conti di Valsassina antenati dei Torriani.

Il nostro , l’autorevole storico lombardo, mette il contado di Lecco alla dipendenza di Milano ed enumera le pievi di Mandello, Varenna, Bellano, Dervio e della Valsassina come appartenenti al contado di Lecco.

Il Fumagalli già ricordato ritiene che nel generale smembramento dei territori della Diocesi, avvenuto nel secolo X, anche il contado di Lecco dovette essere separato dal territorio della diocesi di Bergamo. Non è d’accordo col , storico comasco, riguardo al diploma dell’imperatore del 1026, che avrebbe confermato quel territorio al Vescovo di Como, perchè nel diploma stesso si parla soltanto del dazio da esigersi sulla pesca nel detto contado, mentre invece il vero possessore sarebbe stato l’arcivescovo di Milano, che ha continuato a goderne il possesso fino alla proclamazione della Repubblica milanese, la quale si appropriò, con gli altri fondi arcivescovili, anche il contado di Lecco, di cui l’Arcivescovo non conservò che il diritto diocesano.

Il Fumagalli non è d’accordo nemmeno con , che, come tutti gli storici comaschi, ritiene che, con l’estinzione dei conti di Lecco, il contado fosse passato al vescovo di Como, appoggiandosi alle note, ma non ben chiare donazioni imperiali.

e, più recentemente il , seguono il Giulini. L’ asserisce che nell’alto medio-evo i confini ecclesiastici e politici dovevano coincidere, e ne deduce che la riviera di Lecco e la Valsassina dovevano dipendere da Milano, combattendo così la tesi degli scrittori bergamaschi con a capo il .

Il fantasioso e poco attendibile cronista Giuseppe Stampa, nella sua storia di Gravedona, scrive che questo insigne borgo, scacciato , ultimo re longobardo, rivendicò la sua piena libertà comunale, si eresse in contea estendendosi per tutta la riva del lago e compren- dendo la Valsassina, la Val Chiavenna, la Valtellina, Bellano, Varenna, Mandello e Lecco.

in un suo pregevole studio sui contadi rurali del Milanese cita un documento che proverebbe, in modo quasi certo, la giurisdizione di Lecco estesa sino alla sommità del lago. Infatti nel diploma con cui nel 977 dava al Vescovo di Como «ripa laci Cumi et Mezolae vel quidquid ibi de comitata Leuco fuit aliquando» parrebbe che il contado di Lecco si estendesse fino al lago di Mezzola. Questa giurisdizione su Varenna e l’alto lago non dovette durare molto perchè nella sentenza del 1170 relativa ad una controversia territoriale tra milanesi e comaschi sono indicati i confini del contado di Lecco così: «ab una parte lacus Lascalda et ab altera terminus da Campellione usque in summitatem montis». Il Riboldi afferma che il termine di Campellione non è che il monte Campione sopra Mandello, e, concludendo il suo studio, afferma che il contado di Lecco esisteva fin dal secolo IX, e si mantenne per tutto il X secolo dipendente dai conti di Lecco; spariti questi e disgregatosi il primitivo contado, quanto rimase unito al capoluogo, passò in dominio degli arcivescovi di Milano, che lo tennero fino al XIV secolo.

Con l’episcopato di del 977 l’arcivescovo diviene la prima autorità di Milano, sovrapponendosi anche all’autorità del conte, e poichè i confini dell’archidiocesi si estendevano sui territori di vari altri comitati di Lombardia, a poco a poco i conti che ne stavano alla testa perdettero ogni importanza, e così l’arcivescovo finì per diventare signore effettivo di tutta l’archidiocesi. A questa conclusione giunge il Manaresi nella prefazione alla sua recente e pregevolissima raccolta dei più antichi atti del Comune di Milano.

Sono poi note le strette relazioni di possesso e di dipendenza che corsero tra la sponda orientale del lago di Como, e gli arcivescovi di Milano. Troviamo infatti che già nel 905 l’arcivescovo di Milano emanava una sentenza di placet da Bellano.

L’arcivescovo nel 931 dona nel suo testamento, alla Chiesa milanese i suoi beni in Mandello. nel 1035 dona al monastero di S. Dionigi Lierna ed altri mansi dei dintorni.

La dipendenza del Contado di Lecco dall’arcivescovo di Milano trova più tardi conferma in una bolla di papa del 1162, che per ricompensare la fedeltà dell’arcivescovo di Milano , conferma a lui ed alla sua chiesa tutti i suoi diritti e nel diploma, enumerante i possessi, è ricordato anche il comitato di Lecco.

Verso il 1000, secondo l’, cominciarono a chiamarsi borghi, i paesi cinti da mura, e fra questi erano compresi sul lago di Lecco, Dervio, Bellano e Varenna.

Secondo il Rebuschini negli anni dal 1039 al 1040 ardeva la lotta tra gli abitanti delle Tre Pievi contro quelli di Bellagio, Bellano, Como, Isola Comacina, ed altre terre del lago.

Uno degli scontri maggiori fra le due flotte nemiche avvenne nelle acque di Varenna, e fu favorevole ai Pievesi.

Arriviamo così alla famosa guerra decennale tra Milano e Como, dal 1117 al 1127, che doveva coinvolgere tutti i paesi del lago.

Il racconto di questa guerra ci è dato per esteso in un rozzo, ma per noi prezioso poema, scritto da un anonimo, noto sotto il nome di .

L’origine del conflitto è dovuta all’elezione del vescovo di Como. L’antipapa aveva eletto vescovo di quella città, il Milanese , mentre papa aveva eletto , scomunicando il primo. I comaschi, che parteggiavano per il secondo, non appena avvenuta la scomunica del Carcano lo scacciarono da Como, e lo assediarono nel castello di S. Giorgio in Pieve d’Ogno, dove erasi rifugiato, facendolo prigioniero.

Ma i milanesi, che parteggiavano per il loro concittadino, e che avevano avuto anche l’appoggio dell’imperatore , colto il pretesto delle prigionia del Carcano mossero guerra ai Comaschi; si schierarono coi Milanesi gli abitanti dell’Isola Comacina, quelli delle Tre Pievi e varie altre località del lago come Bellagio, Bellano, Perledo, Varenna e Dervio.

Un primo scontro, avvenuto nella primavera del 1117 tra le due armate, non ebbe conseguenze decisive; dopo la guerra si svolse quasi completamente sul lago.

Tra i numerosi episodi di questa lunga e feroce guerra, citiamo quello che interessa Varenna, come viene raccontato dall’anonimo cumano nel poema di cui abbiamo fatto parola.

«Fuggono i comaschi e gli isolani li incalzano dappresso e giungono vicino al lido quando i nostri appena lo toccano. Escono allora le navi dal nascondiglio del monte diruto: fuggono quelle voltando la prora e le nostre le inseguono. Una nave mentre le altre fuggono di conserva, più delle altre greve per la travatura della poppa, e stanca dalla corsa troppo lunga, rimasta indietro, vede giunto il suo supremo istante. E già sporgono i nostri gli uncini, già pare loro di tenerla presa quando la scorgono rifugiata sui mesti scogli di Varenna e piangente odono l’equipaggio chiamar con gran voce in soccorso gli uomini del borgo perchè li difendano. Accorrono tutti e dall’alto dei monti e dalle scoscese rupi rotolano ingenti massi in difesa di quelli, dei monti, del lido, e di se stessi.

Quindi una nave tenta con astuzia di fuggire dal porto, ma traggon fuori i remi Cristina e Albenga, due forti navigli così nominati, e la inseguono. Cristina la sorpassa, e gli taglia la via e sospinge verso il lido la fuggente. Atterriti lasciano la sponda gridando e adorano il nume del monte. Sciolta in un baleno e tratta al lago, la rimorchiano e tornati ai loro compagni li ritrovano respinti dai massi che piombano dai monti e stanchi dalla pugna nefasta. Fatta un’inconcussa testuggine si cacciano sotto allo scoglio con faci ardenti, e composta sul fondo una stipa vi appiccano il fuoco, la nave spalmata di pece e resina brucia alle due estremità ed alla parte superiore. L’equipaggio si rifugia sulle vette dei monti scoscesi e la barca è lasciata preda alle fiamme struggitrici.

I comaschi traggono la carena dalla rupe sciogliendo la catena che ve la tiene fissa e lasciando i dolenti nemici tornano felicemente a Como».

Riguardo alla giurisdizione ecclesiastica il più antico documento che parli di Varenna, è un breve di , dell’anno 1143, a favore dell’arciprete di Monza, pel quale sono enumerate le chiese poste alla dipendenza dell’arciprete stesso, e, fra esse, troviamo la chiesa di S. Giovanni di Varenna, tutt’ora esistente. Le parole del breve sono le seguenti: «statuentes ut quasqumque possessiones quaecumque bona eadem Ecclesia in presentiarum juste et canonice possidet aut in futurum concessione pontificum largitione. E poichè nè in un precedente atto di donazione del 920 di alla chiesa di S. Giovanni di Monza, nè nelle bolle papali di dell’anno 1120, e di , dell’anno 1135, in cui vengono fatte concessioni di territori all’arciprete di Monza, si trova annoverata la chiesa di S. Giovanni di Varenna, verosimilmente quindi questa chiesa deve essere passata alla dipendenza di Monza, verso l’anno 1143, anno del breve di Celestino II.

La giurisdizione dell’arciprete di Monza, sulla chiesa di S. Giovanni di Varenna, è confermata in un successivo diploma di , dell’anno 1169, nel quale è un’indicazione importantissima, e cioè, che oltre la chiesa, dipendeva da Monza anche la corte di Varenna.

Non si trattava quindi più di una sola dipendenza spirituale, ma anche di dipendenza temporale.

Da quanto precede possiamo anche arguire che in quegli anni la sola chiesa esistente in Varenna era S. Giovanni, che dev’essere anti- chissima, poichè dall’iscrizione ancora esistente, e che qui sotto riportiamo, posta sul muro occidentale interno si rileva che detta chiesa era già stata ampliata fin dall’anno 1151.

Dobbiamo ora intrattenerci su un’altra guerra combattuta sul lago di Como, e sostenuta dagli isolani, contro i comaschi, guerra che culmina con la distruzione dell’Isola Comacina, e che ha un’importanza capitale per la storia di Varenna.

La piccola, la minuscola isola, tanto celebre nel medio evo, si specchia ancor oggi spopolata, e silente, nell’acqua del lago, coi ruderi della sua antica chiesa di S. Eufemia, venuti alla luce pochi anni or sono, per l’opera amorosa dell’ingegnere . Anche ultimamente fece parlare di sè per la donazione che il sindaco di Sala fece, all’eroico re , che la donò a sua volta all’accademia di Belle Arti di Milano. Negli antichi tempi alla caduta dell’impero Romano, divenne l’estremo rifugio degli Insubri fuggenti le città devastate dalle orde barbariche, e il loro asilo di libertà e di pace.

Quest’isola fu chiamata la Gibilterra del medio-evo, ed esercitò una specie di egemonia, sui paesi del lago.

Dell’Isola Comacina troviamo una delle più antiche menzioni in , il quale ci dice che nell’anno 569, quando i Longobardi occuparono Milano, essa era già una fortezza molto importante. Era custodita da un presidio Greco Romano comandato da un certo Francione generale di , e molti ricchi italiani per sottrarsi alle spogliazioni dei barbari vi si erano rifugiati.

in una delle sue lettere lariane dice di aver tolto dal (tomo I, epistola VI), e dal (tomo IV, epistola 27, pag. 67) la notizia che l’Isola Comacina avesse anticamente il nome di Cristopoli, nome venutole dal rifugio che in essa ebbero colle loro ricchezze i principali personaggi di tutta la Gallia Cisalpina allora detta Liguria.

Sembra che tutta la regione del lago che attornia l’isola costituisse uno stato indipendente dai Longobardi, una specie di repubblica della quale era capitale l’Isola Comacina, che godeva la protezione dei Franchi.

Floriano, abate del monastero romano aveva scritto a , arcivescovo di Treviri, perchè raccomandasse la Cristopoli, a , re dei Franchi con queste parole riportate dal Giovio: «Supplichevole ti prego acciocchè al signor figlio tuo gloriosissimo Teobaldo l’Isola lariense, che si appella Cristopoli raccomandi moltissimo onde a Romani suoi servi i sagramenti dati in ogni chiesa ti serbino».

Si può dire quasi che l’Isola Comacina era divenuta l’ultimo rifugio dell’indipendenza romana.

Giova qui ripetere che anticamente col nome di Isola Comense o Cumana volevasi significare non solamente il territorio dell’isola, ma anche tutta quella parte di terraferma, che sta di fronte, e che è circoscritta dalle catene montane, che la separano dalle valli d’Intelvi, di Porlezza e di Menaggio. Si estendeva inoltre sulla riva orientale del lago comprendendo Lezzeno ed il suo territorio, Colono, Sala, Spurano, Conca Pola, Ossuccio, Campo, Balbiano, il castello dell’isola: Lezzeno e Villa erano i principali centri di questa alacre popolazione, umile custode dell’antica civiltà latina, nel commovente attaccamento, nei loro atti pubblici alle forme del jus romano.

Fosse il desiderio di abbattere questo asilo di libertà, fosse la volontà di por fine alle spedizioni corsare degli Isolani, che spadroneggiavano in tutto il lago, e fosse anche la cupidigia di impadronirsi dei loro averi, ben presto la piccola isola dovette affrontare formidabili nemici.

I primi ad attaccare gli Isolani furono i Longobardi, i quali si erano già impadroniti di tutta la Lombardia. Il solo lago di Como rimaneva indipendente.

L’impresa però non fu tanto facile. I Longobardi comandati da , dovettero tenere l’assedio all’isola per ben sei mesi, sino a che Francione, capo degli Isolani, dovette cedere, mediante però onorevoli patti di pace.

Nell’anno 591, quando , duca di Bergamo, si sollevò per la seconda volta contro , Re dei Longobardi, non ritenendosi più sicuro nella sua città si rifugiò nell’isola Comacina, dove Agilulfo lo attaccò, lo sconfisse e portò via in quella occasione tutti i tesori dei cittadini romani che vi si trovavano.

Nei primi anni dell’VIII secolo tra i reggitori e pretendenti del regno longobardo furono molte guerre intestine e durante una di esse si rifugiò anch’egli nell’isola: fu allora che l’espugnò e ne distrusse le fortificazioni.

Osserva il che la fortezza dell’isola non è solamente il luogo più forte di un ducato, «ma assurge alla qualità di uno dei punti più sicuri del regno, se ivi si riducono a difesa re e ribelli da luoghi anche assai lontani».

Nel successivo periodo della dominazione franca, pare che l’isola venisse aggregata al contado di Lecco.

Seguono anni di storia alquanto oscura. Alla morte di , conte di Lecco, il territorio del ducato venne diviso fra i vescovi di Como e di Bergamo e l’Arcivescovo di Milano. A chi venne attribuita l’isola Comacina? Alcuni vogliono dire appartenesse a Como, altri a Milano, ed altri ancora che fosse indipendente.

L’isola intanto era stata nuovamente fortificata con un castello munito di bastioni, e fiancheggiato da due robuste torri, mentre in mezzo se ne elevava una terza più piccola, ma più alta. Questi dati si rilevano blasone della famiglia Giovio, oriunda dell’isola.

Come si è già accennato, una lunga guerra tra Como e Milano ebbe origine nei primi anni del secolo XII per la lite sorta tra i due Vescovi e , milanese il primo, comasco il secondo, entrambi pretendenti alla sede di Como. La guerra venne portata sul lago, e vi furono coinvolti gli abitanti dell’Isola e quelli di Bellagio, Varenna e Gravedona. Gli isolani si schierarono coi Milanesi.

Nel 1125 i Comaschi riportano vittoria sui Comacini, ma due anni dopo questi prendono una terribile rivincita conquistando Como e saccheggiandola.

Nella storia dell’isola hanno una parte molto importante gli istituti religiosi.

Il vescovo Litigerio nel 1031 fondò la canonica di S. Eufemia dell’Isola, della quale godeva il beneficio e le decime un vassallo secolare. Questa canonica finì poi per assorbire tutti i beni della preesistente parrocchiale di S. Giovanni. Troviamo che nel secolo XI esisteva nell’isola un chiostro benedettino femminile, dedicato ai santi Faustino e Giovita, e nel 1083 veniva fondato il Monastero di S. Benedetto di Monte Oltirone.

Nel 1142, Enrico monaco dei Cistercensi di Morimondo, dopo aver comperato da un certo Ottone d’Isola il territorio di Roncale, vi fondava un nuovo monastero, che da una fresca e limpida fonte colà esistente venne chiamato dell’Acqua fredda, e, pochi anni dopo, fu eretta anche una chiesa che, dagli olivi ond’era circondata, venne denominata Santa Maria del Monte Oliveto.

Intanto gli isolani poco alla volta avevano ricostruito i loro borghi ristabilite le fortificazioni, e coltivati i loro campi e vigneti tanto che erano nuovamente ritornati allo stato di floridezza di un tempo. Pare che parte delle ricchezze, fosse provento del bottino delle loro navi corsare che spadroneggiavano lungo il lago.

Nel 1158 scendeva in Italia con un forte esercito, e subito si acquistava l’affetto dei Comaschi, per aver ordinata la riedificazione della distrutta città. L’imperatore pose anzi i suoi alloggiamenti in Como.

Lo storico imperiale Raderico ha posto fra gli atti di sommo coraggio del Barbarossa, l’avere egli fatto una visita ai formidabili isolani. Dice il Bianchi Giovini che secondo un’antica tradizione uno della famiglia Giovio avesse persuaso gl’Isolani a sottomettersi all’imperatore ed a fargli buona accoglienza, laonde Federico gli permise di aggiungere al suo stemma l’aquila imperiale; ma alcuni scrittori comensi vogliono che in quella occasione gli Isolani tornassero alla sudditanza di Como ciò che però non è provato.

La fedeltà degl’Isolani all’imperatore non dovette durare molto, perchè nel 1168 li vediamo nuovamente uniti ai Milanesi, e vediamo Brocco Ogerio, giudice d’Isola, sottoscrivere l’accordo tra e le città della Lega lombarda, tra le quali eravi anche Como, a fine di combattere Federico Barbarossa.

Ma questa fortuita unione dell’isola con Como, non fece dimenticare le antiche rivalità.

Avvenuta la distruzione di Milano per opera del Barbarossa, l’Isola perdette il suo potente alleato, e fu costretta a fare assegnamento nelle sole sue forze. Di questo approfittò Como l’anno 1169 per compiere una spedizione punitiva contro l’isola che fu espugnata e distrutta.

Scrive il che i Comaschi «armarono contro gl’Isolani i più prodi e spiritosi cittadini ed ordinarono loro la demolizione non solo del Castello, ma anche di tutta la terra d’Isola. Montò sopra varie navi un grosso considerabile di scelta gioventù e arrivati al borgo denunciò il decreto pubblico della Città col quale tutti dovevano sfrattare e an- dassero dove loro più piacesse, perchè era stato risoluto nel consiglio che s’atterrasse quella fortezza già nido indegno di fuorusciti e ladroni. Abbandonarono dunque la patria gl’Isolani con urli compassionevoli e dirottissimo pianto, non essendo loro giovate le proteste fatte ai Comaschi, che se avevano della sua fede mancato i suoi maggiori, essi nondimeno erano fedeli ed innocenti vassalli».

Racconta lo stesso che in una delle Chiese d’Isola, dedicata a Santa Agrippina si conservava il corpo del medesimo Santo: i comaschi filo tolsero, lo trasferirono nella cappella di S. Pietro situata sulla collina in faccia all’isola, e ordinarono la distruzione di tutte le case di quel famosissimo borgo; non vennero rispettati nemmeno i luoghi sacri e i conventi.

Furono gl’Isolani dei veri ladroni come li chiama il Tatti? Può essere, però è anche probabile che nel Tatti, come in tutti gli altri scrittori comaschi, fosse sentito, anche a distanza di secoli ed attraverso tanti altri avvenimenti, il ricordo dell’antica rivalità comunale.

I miseri; raccolte le loro masserizie si ritirarono in gran parte a Varenna ove furono accolti amichevolmente.

Della distruzione dell’isola rimane un documento lapideo che trovasi nella chiesa di S. Giovanni Battista così concepito:

M. C. dant annos LX 9 notandos | Insula quando ruit, magna pestilentia fuit | Divinu monitu templi reparata vetustas | Grandine quas- satos servet sacro dona ferentes | Lux maii principium prima finem ultima, dedit | Operi milleno anno quater centesimo L’ | Sex decem atq’ septem iungas et cuncti disc(erne?).

Alcuni storici fra i quali il ed il Barelli leggono in quest’iscrizione la data 1160 anzichè quella del 1169, cosicchè l’isola sarebbe stata distrutta due anni prima di Milano. Ma quest’interpretazione non regge perchè esistono documenti, datati dall’isola degli anni che vanno dal 1160 al 1169.

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