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Il vicario di Wakefield

Oliver Goldsmith · 1856 · Free in the US

64,546 words · about 4 h 31 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Oliver Goldsmith
Language
Italian
Published
1856
Length
64,546 words · about 4 h 31 min
Sections
36 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (36)

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Front matter

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Indice

Avvertenza

A raccomandazione di questo libretto io non saprei far meglio che riprodurre quel che a proposito del Vicario di Wakefield ci narra il .

«Il seguente aneddoto riferito dal non dispiacerà agli ammiratori del grande e buon Goldsmith, la cui indole è concisamente ritratta in quelle parole di sopra : Uomo per ispirito, per semplicità fanciullo.

— Il povero Goldsmith una mattina mi fece sapere che si ritrovava in grandi strettezze, e nella impossibilità di recarsi da me; cosicchè mi pregava che, come prima potessi, fossi andato io da lui. Gli mandai una ghinea e promisi di andar subito. Appena vestitomi, corsi a lui, e vidi che l’albergatrice lo teneva come in arresto, perchè egli non pagava la pigione: di che il poveretto dava nelle smanie. M’accorsi intanto che avea di già cambiata la mia ghinea, per comprarsi una bottiglia di Madera, che era lì con un bicchiere. Ricacciai il turacciolo nella bottiglia, e pregatolo di calmarsi, incominciai a parlargli del modo di levarsi d’im- paccio. Mi disse allora che avea pronta per la stampa una novella, che mi mostrò. Io la scorsi, ne vidi la bellezza, dissi all’albergatrice che sarei ritornato subito, andai ad un libraio, e gliela vendetti per sessanta lire sterline, che volando portai a Goldsmith. Questa novella era Il Vicario di Wakefield, di cui giustamente fu detto, che inculca le più pure massime di morale e di virtù con tale linguaggio, quale gli angeli potrebbero avere udito, e le vergini parlato. — Boswell.»

Cenni biografici intorno all'autore

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Oliviero Goldsmith, insigne poeta e scrittore di vario genere, nacque in Irlanda l’anno 1729, in Elphin, secondo alcuni, a Pallas nella contea di Longford, secondo altri. Dal padre, che fu uomo di chiesa, ricevette la prima educazione letteraria, e poi, giovanissimo ancora, fu mandato al Collegio di Dublino. Passò quindi a studiar medicina all’Università di Edimburgo, dove si trattenne dal 1751 fino al principio del 1754. Dallo scarso profitto che par facesse nella detta scienza, vuolsi arguire che non attendesse gran fatto allo studio di essa; e la necessità in che ritrovossi di fuggirsi da Edimburgo per ischivar di pagare un debito, contratto, come dicesi, con un compagno di studi, non ci dà troppo buon sentore delle sue morali disposizioni; seppur non si voglia farne cagione la dolce tempera del suo animo che di leggieri lo lasciasse cadere ne’ tranelli dei furbi. Con questi poco felici cominciamenti, e in mezzo alle maggiori strettezze, stabilì di appagare la sua curiosità, e prese a viaggiarsela pel continente d’Europa. Dopo lungo vagabondare e varia fortuna, trovò mezzo di ridursi in Inghilterra il 1758. Quivi, parecchi anni, visse come potè, aiutandosi con oscuri lavori di penna; quando, nel 1765, a un bel tratto si rivelò gran poeta col suo Viaggiatore o Prospetto della Società. Ad istigazione del dottor Johnson amplificò e perfezionò per la stampa questo lavoro; e quell’insigne critico francamente e giustamente pronunziò di esso: «che il più bel poemetto non avea visto la luce dai tempi di in poi.» Il pubblico lo accolse con egual favore, e Goldsmith, ne conseguì quella celebrità che gli fu via all’amicizia di alcuni dei più chiari letterati dell’epoca.

Continuando nella bene intrapresa carriera, pubblicò nel 1766 la novella intitolata Il Vicario di Wakefield, che accolta allora col meritato plauso, fra le opere di siffatto genere è poi sempre rimasta delle prime. In quel volger di tempo uscirono pure in luce altre delle sue più piacevoli e lodate opere in prosa. Nè da lui si lasciò intentato il teatro; e nel 1768 fu rappresentata al Covent-Garden una sua commedia intitolata L’uomo di buon’indole, la quale però, per difetti d’intreccio e scarsa conoscenza dell’effetto drammatico, non fu coronata di felicissimo successo. Ma la gloria di Goldsmith, come poeta, più che mai rifulse nel 1770 per la pubblicazione del Villaggio abbandonato, graziosissimo poemetto che ottenne l’ammirazione universale. Il prezzo offertogli dallo stampatore di quasi cinque scellini il distico, parve a lui tanto enorme, che alla prima rifiutossi di prenderlo; ma poi, per la maravigliosa vendita del libro, si persuase che poteva in buona coscienza appropriarsi quella parte di tanto utile. Nel 1772 produsse in sulle scene un’altra commedia per titolo Ella s’inchina per conquistare o Gli equivoci d’una notte; la quale, malgrado che pei caratteri e per l’intreccio fosse, più che altro, una farsa, pure pel molto sale comico che vi è per entro, piacque straordinariamente. E fu questo per Goldsmith l’anno più fecondo di ricchezze; ma la stemperata profusione che egli ne fece, e il mal’abito del giuoco, lo lasciarono, al chiudersi di esso, immerso nei debiti. Nei due seguenti, diede alle stampe la Storia greca e la Storia della Terra e della Natura animata, che ricavò, l’ultima spezialmente, da . Disegnava e preparava altre opere, quando morte immaturamente lo colse. Una lenta febbre incominciò a serpeggiargli per le ossa, il marzo del 1774; ed avendo egli presa una dose di potentissimo farmaco, a suo stesso giudizio, soverchia, il quarto d’aprile, decimo di malattia, soggiacque, non si sa se alla forza del male o del rimedio. Fu seppellito con assai modesti onori funebri nella chiesa maggiore; ma in séguito fu eretto alla sua memoria un monumento con una iscrizione latina del dottor , che daremo tradotta.

Goldsmith fu di coloro che son più felici nell’uso della penna che della parola; essendo stato il suo discorso generalmente confuso e non di rado assurdo; a segno che i begli spiriti, alla compagnia de’ quali egli usava, pare che, più che per consocio, lo tenessero per loro zimbello. Eppure non v’ebbe forse a’ suoi tempi altro scrittore che meglio di lui possedesse vivezza e brio, o, nel satireggiare sugli altrui difetti, maggiore mordacità. Di che la più bella mostra fece nel poemetto incompleto, che va col titolo di Pan per focaccia, dove non è altro che un continuo rimbeccare i frizzi e i motteggi di cui l’autore era stato fatto segno nel Litterary Club. Sotto la forma di tanti epitaffi egli abbozza in pochi maestrevoli tocchi il ritratto di alcuni tra i principali soci, mescolando la lode seria alla più vivace ironia; la quale però talvolta può dirsi che trasmodi in acerbità; come, più che altrove, apparisce nel ritratto di Garrick.

Al lettore

In questa operetta vi saranno di mille falli, e con mille ragioni si potrebbe provare che que’ falli sono bellezze; ma la sarebbe fatica perduta. Un libro può essere dilettevole quantunque zeppo d’errori; e tuttochè scevro d’ogni assurdità, e’ può darti noia. L’eroe di questa novella riunisce in sè i tre caratteri più grandi in terra, quello di sacerdote, di agricoltore e di padre di famiglia. Egli è delineato in maniera d’essere pronto a dettare insegnamenti, e facile ad obbedire egli stesso; semplice nella buona fortuna, e pieno di maestà nell’avversa. Nel secolo tutto opulenza e squisitezza in cui viviamo, a chi mai può dar nel genio un carattere di tal natura?

Chi è invaghito del vivere signorile sdegnerà la semplicità di un focolare di contado: chi scambia la ribalderia per bello spirito non troverà alcuna acutezza d’ingegno nella innocente conversazione del curato e chi per instituto disprezza la religione si riderà d’un uomo che deriva ogni più grande conforto dall’idea della vita avvenire.

Capitolo primo

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Descrizione della famiglia di Wakefield, nella quale regna molta rassomiglianza d’indole e di persona tra consanguinei.

Io fui sempre di parere che l’uomo onesto che si marita ed alleva molta famiglia sia più utile di colui che cinguettando solamente di popolazione vive scapolo tutta sua vita. Però appena, dopo un anno ch’io ebbi assunti gli ordini sacri, rivolsi seriamente il pensiero al matrimonio, e mi elessi la sposa con quell’istesso senno con cui ella si scelse la veste nuziale, non badando ad una gentile e splendida apparenza, ma alle qualità da poterne trarre buon uso. A dir vero, ella era una donna d’ottimo cuore, di condizion ragguardevole, e per educazione la cedeva a ben poche altre gentildonne di contado. Senza tanto compitare, ella leggeva qualunque libro inglese, e nessuna la superava nel confettar frutti, serbar carni salate, ed in apprestar vivande d’ogni sorta. Ella si vantava altresì di esser saputa nella masserizia di una casa; io però non m’avvidi mai che per opera di tutta la di lei accortezza noi avanzassimo in fortune.

Ciò non pertanto noi ci amavamo a vicenda tenera- mente, e cogli anni cresceva l’affetto; perchè infatti niuna cosa vi aveva che ci spingesse a collera col mondo o fra di noi. Avevamo una bella casa posta in una vaga campagna e tra buon vicinato, ove era impiegato l’anno in bei passatempi morali o campestri, visitando i nostri ricchi vicini, e porgendo soccorso a quei ch’erano poveri. Non vi avea rivoluzioni da paventare, non fatiche da sostenere, perciocchè tutte le nostre avventure accadevano accanto al focolare, ed ogni nostro viaggio era da una camera all’altra.

Essendo posta la nostra casa vicino alla strada, avevamo frequenti visite da viandanti e stranieri che venivano ad assaggiare il nostro vino d’uva spina, pel quale eravamo assai decantati; e con tutta la veracità di un istorico io protesto che nessun uomo non lo trovò cattivo giammai. Anche i nostri cugini del quarantesimo grado non si dimenticavano neppur uno della affinità loro, e senza uopo veruno dell’ufficio dell’Araldo venivano spesso a visitarci. Con questo loro spacciar parentela molti di essi non ci facevano grande onore, perchè, a voler parlar chiaramente, assai ve ne avea di storpi, di ciechi e di zoppi; eppure mia moglie insisteva sempre che essendo essi della stessa carne e dello stesso sangue, sedessero all’egual mensa con noi; cosicchè se non ci vedevamo all’intorno sempre de’ ricchi amici, almeno di felici non ce ne mancavano quasi mai; perchè la è osservazione verissima che quanto più l’ospite è povero, tanto più egli giubila del vedersi ben accolto. E in quella guisa che molti ammirano con piacere i bei colori di un tulipano, ed altri s’innamorano dell’ali d’una farfalla; così io per natura fui sempre amante di quella faccia contenta dell’uom felice. Ogni qual volta però alcuno de’ nostri parenti fu scorto persona di cattivo carattere, ospite importuno e di cui ci convenisse liberarci, era mia cura, la prima volta che ei se ne andava di casa mia, il dargli ad imprestito una casacca od un paio di stivali, e talora anche un cavallo di poco prezzo; ed ebbi sempre la soddisfazione di non vederlo più ritornare a restituire il prestato. Per tal modo la casa era netta di chi non piaceva; ma la famiglia di Wakefield non ebbe per altro mai fama d’aver chiusa la porta in faccia al passaggiero od al poverello. Molti anni godemmo di questa vera felicità; non che per questo ci mancassero di que’ piccoli guai che manda la provvidenza perchè più appaia il prezzo de’ di lei favori. Spesse volte mi fu spogliato il pometo dai ragazzi scolari, e i latteruoli apprestati da mia moglie furono messi a soqquadro dai gatti o dai fanciulli. Non di rado nel più bel mezzo della mia predica, quando io sciorinava qualche squarcio patetico, lo scudiero si lasciava cadere dal sonno; e la sposa di lui rispondeva in chiesa ai saluti di mia moglie in cotal modo svenevole e quasi a fatica. Ma poco bastava a dissipare l’inquietudine cagionata da questi accidentuzzi, e di lì a tre o quattro giorni ci maravigliavamo noi stessi come ci avessero potuto apportare noia.

I miei figliuoli, frutti della nostra temperanza, essendo educati senza alcuna mollezza, erano ad un tratto ben formati e sani; robusti e attivi i ragazzi, belle le fanciulle e colla guancia fiorita. Quand’io mi stava in mezzo a quella piccola brigata che prometteva sostegno all’età mia declinante, mi era forza il ripetere la famosa istoria del conte d’Abensberg che nell’andata di Arrigo secondo in Germania, quando gli altri cortigiani raggiungevano lui con tutti i loro tesori, trasse seco i suoi trentadue figliuoli, e quelli presentò al suo re come la più preziosa offerta che gli potesse fare. Così io, quantunque non ne avessi che sei, li considerava come un dono assai importante da me fatto alla mia patria, e quindi lei ris- guardava come in debito d’essermi grata. Il nostro figliuolo maggiore si chiamava Giorgio, perchè un suo zio così nominato ci aveva fatti eredi di dieci mila lire. Alla ragazza che gli veniva dietro io voleva porre il nome di Griselda in riguardo ad un’altra zia; ma mia moglie che nel tempo di sua gravidanza si era ingolfata ne’ romanzi, volle che la si dicesse Olivia. In men d’un anno avemmo un’altra fanciullina; ed io aveva stabilito che quella almeno si dovesse chiamare Griselda; ma una ricca donna a noi unita per parentela avendo in animo d’esserne comare, le si dovette dare il nome di Sofia: ed ecco entrati nella nostra famiglia due prenomi romanzeschi senza ch’io v’abbia avuta parte veruna. L’altro ragazzo minore era Mosè; e dopo l’intervallo di dodici anni due altri figliuoli ci sopravvennero.

Sarebbe vana cosa il voler negare l’esultanza ch’io provava in vedermi circondato da’ miei bambini; ma di gran lunga mi sorpassava mia moglie in vanità e contentezza. Se alcuna persona venuta a visitarci avesse detto così come s’usa per buona creanza: “In fede mia io mi rallegro che voi, signora, abbiate i più bei figliuoli di tutto il contado.” — “Ah! signor vicino,” ella avrebbe risposto, “eglino sono quali il Cielo gli ha fatti, belli abbastanza, purchè siano altrettanto buoni, perchè bello è chi opera bene.” Poi avrebbe accennato alle fanciulline di tener la testa alta; e le erano per verità vezzosette anzi che no. Io ho in sì poco conto la sola apparenza ed il di fuori d’una persona, che mi sarei dimenticato di far motto della bellezza delle mie figliuole, se quella non fosse stata l’argomento d’ogni discorso per tutta la provincia. Olivia aveva omai diciott’anni incirca, e in lei si vedeva tutta quella maestosa leggiadria e beltà che i pittori attribuiscono ad Ebe, insieme ad un’aria sincera, vivace e che ad un tempo stesso inspirava rispetto. Le fattezze di Sofia a prima vista non vincevano così subitamente come quelle della sorella, ma spesse volte erano più efficaci per una certa dolcezza che vi si riconosceva, una modestia e un non so che di lusinghiero oltre modo. L’una soggiogava con un sol colpo, l’altra con ripetuti assalti.

I costumi nell’animo della femmina per lo più sono foggiati a seconda delle di iei fattezze: la cosa, se non altro, era tale nelle mie figliuole. Olivia era vaga di molti amanti, ed a Sofia bastava d’accalappiarne uno; la prima smaniava sovente per brama di piacere, l’altra soffocava bene spesso l’ottime qualità dello spirito per téma di non riuscire aggradevole. Dalla vivacità dell’una io traeva molto intrattenimento quando mi sentiva di buon umore, e ne’ momenti di malinconia la sensibilità dell’altra m’era assai cara. Ma queste qualità non erano però in nessuna delle due spinte all’eccesso, avendole io vedute scambiarsi a vicenda per tutto un dì il loro carattere. Un po’ d’afflizione trasformava la mia civettina in contegnosa, e un guarnimento nuovo di nastri bastava a dare alla più giovane una vivacità non ordinaria. Giorgio, il maggiore de’ miei maschi, era educato ad Oxford, perchè aveva io destinato lui alle scienze, siccome al commercio l’altro ragazzo Mosè che ebbe in casa un guazzabuglio di educazione. Ma sarebbe inutile il volere descrivere i caratteri particolari di giovinetti che assai poco di mondo avevano veduto; e, per far breve, dirò ch’una somiglianza di famiglia prevaleva in ciascuno, e che, a propriamente parlare, eglino non avevano tutti che un solo carattere, essendo ognuno egualmente generoso, facile a credere, ingenuo ed incapace di far male a chicchessia.

Capitolo secondo

Disgrazie di famiglia. La perdita dei beni pare che solamente accresca l’alterezza del Giusto.

Le faccende temporali della nostra famiglia erano date a maneggiare a mia moglie, ed io presi a dirigere interamente le spirituali. I profitti del mio beneficio che importavano non più di trentacinque lire all’anno, io li cedeva agli orfani ed alle vedove de’ preti della diocesi, perchè avendo discrete fortune mie proprie, poco li curava; e nel segreto dell’animo gioiva di fare il mio dovere senza ricompensa veruna. Io risolvetti inoltre di non tener curato, per poter io conoscere ogni mio parrocchiano, ed esortare i maritati alla temperanza e i celibi al matrimonio: cosicchè in pochi anni si fe proverbio che di tre cose strane era carestia in Wakefield, d’un curato orgoglioso, di giovani senza moglie, e d’osterie frequentate.

Il matrimonio fu sempre uno de’ miei argomenti prediletti, e molti sermoni io scrissi per provarne l’utile e la felicità ma una dottrina particolare io m’ingegnava a tutto potere difendere, sostenendo con Whiston esser cosa illecita ad un sacerdote della Chiesa inglese il passare a seconde nozze; o, per dirla in termini più precisi, io mi pregiava d’essere un rigoroso monogamo.

Fui di buon’ora iniziato in questa disputa importante, intorno alla quale si sono scritti tanti laboriosi volumi. Io stesso ne pubblicai alcuni trattati che non avendo mai gran spaccio, non furono letti che dai felici pochi; e con questo pensiero mi consolo del mal esito vendereccio. Alcuni miei amici mi accusavano di questa mia propensione a quell’argomento, chiamandola il mio lato debole; ma essi non l’avevano, com’io, fatto soggetto di lunghe meditazioni; e più ci pensava, più mi appariva cosa di gran momento. Nello spiegare i miei principii io feci anche un passo più in là di Whiston, e com’egli aveva fatto scolpire sulla tomba di sua moglie, quella essere l’unica sposa di Guglielmo Whiston, così io scrissi un ugual epitafio per la mia quantunque tuttora vivente, e in quello commendai la di lei prudenza, la somma economia e l’obbedirmi ch’ella aveva fatto fino alla morte; ed avendomene procurata una bella copia con una cornice elegante, la collocai a modo di quadro al di sopra del cammino; dove la serviva a diversi utilissimi fini ammonendo mia moglie del dover suo e della mia fedeltà per lei, inspirandole un desiderio onesto di fama e ponondole sempre sott’occhio la rimembranza del di lei fine.

Dall’udire sì spesso raccomandato il matrimonio provenne forse che il mio figliuol maggiore, appena uscito di collegio, rivolgesse gli affetti alla figliuola di un prete del vicinato che era dignitario della Chiesa ed in circostanze da darle buona dote: ma il minore di lei ornamento era la dote. Arabella Wilmot era reputata da tutti, fuorchè dalle mie due ragazze, per una fanciulla di grande avvenenza. La di lei giovinezza, la di lei salute ed innocenza somma acquistavano maggior pregio da una certa complessione splendida e da uno sguardo così tutt’anima che anche l’uom vecchio non la poteva rimirare e starsene indifferente. Il signor Wilmot non era contrario a queste nozze sapendo esser io in istato d’accasar bene mio figliuolo; però le due famiglie vivevano in armonia grande, quale generalmente precede un’aspettata alleanza. Convinto com’io era dalla esperienza che i dì ne’ quali gl’innamorati fanno il galante colle loro belle sono i più bei dì di tutta la vita, ne allargai volentieri il periodo: e i diversi passatempi in cui ogni giorno si trastullavano i giovinetti in compagnia l’uno dell’altro, parevano fomentare la loro passione. Il mattino noi eravamo per lo più svegliati dalla musica, e ne di sereni s’andava a caccia. Tra la colazione e ’l pranzo le donne spendevano l’ore in acconciarsi e studiare. Letta che avevano una pa- gina si miravano nello specchio che spesse volte presentava una pagina di lunga mano più vaga, e che per tale giurata l’avrebbero anche i più accigliati filosofi. Chi sedeva a scranna l’ora del pranzo era mia moglie, perchè volendo ella sempre trinciare di sua mano, siccome era solita fare la di lei madre, ad ogni vivanda la ce ne regalava la istoria. Dopo il pranzo, perchè le donne non ci sfuggissero, io faceva d’ordinario rimovere le tavole, e spesse volte le fanciulle, assistite dal maestro di musica, ci offrivano un aggradevole concerto. Il rimanente della giornata tra il passeggiare, il bevere il tè, e tra danze e baie villereccie svaniva, senza bisogno di carte da giuoco: perchè da quello della Tavola reale in fuori, al quale alcuna volta io scommetteva co’ miei antichi amici un paio di soldi, io odiava ogni sorta di giuoco. Nè qui posso passare sotto silenzio una circostanza di mal augurio che mi accadde l’ultima volta ch’io m’impacciai di Tavola. Non mi mancava che di gittar giù quattro, e per cinque volte alla fila tirai asso doppio.

Passarono così più mesi, finchè poi fu stimato di doversi fissare il dì delle nozze dei giovinetti che parevano svisceratamente bramarlo. Intanto che si preparava lo sposalizio, non fa d’uopo ch’io descriva l’affaccendarsi e la briga che si dava mia moglie, nè gli sguardi furbetti delle mie figliuole; d’altronde ogni mia attenzione era rivolta a tutt’altro oggetto, a compiere un trattato ch’io voleva di lì a poco dar fuori in difesa della monogamía. Considerando io quel lavoro come un’opera da maestro, sia per l’argomento, sia per lo stile, non mi poteva capire in pelle, altero come n’era in mio cuore, s’io nol mostrava al mio antico amico il signor Wilmot, sicuro in me stesso d’averne l’approvazione: ma troppo tardi m’avvidi ch’egli era perdutamente ligio alla opinione contraria, e con ottima ragione, perchè in allora egli stava corteggiando la quarta consorte. Di qui, come ognuno può indovinarlo, una fiera disputa insorse, non senza essere accompagnata da qualche agrezza che minacciava rovina alla divisata alleanza: ma la vigilia delle nozze convenimmo di discutere largamente questo soggetto. D’ambe le parti vi fu assai d’ingegno e veemenza nella contesa, accusandomi egli d’eterodossía; e rimandando io sempre la palla di rimbalzo. Nel più caldo della controversia un mio parente mi chiama fuori, e col viso pallido d’affanno mi prega di troncar la disputa e di lasciare che l’amico Wilmot si faccia marito quante più volte vuole, almeno finchè siano compiute le nozze di mio figliuolo. “E come,” esclamai io, “vorresti ch’io abbandonassi la causa della verità e che permettessi ch’egli s’ammogliasse un’altra volta, ora ch’io l’ho sì fattamente messo alle strette da dover egli stesso confessare la propria assurdità? Che non mi consigli tu anche di dare un calcio a’ miei averi del pari che al mio argomento?” — “Mi sa male dí dovertelo dire,” replicò il mio parente, “ma i tuoi averi sono quasi begli e iti. Il mercadante di città, presso cui avevi collocati i tuoi capitali, è fuggito per sottrarsi alle pene del fallimento, e si susurra che ei non abbia lasciato un soldo in banco. Mi doleva di attristar te e la famiglia con tal novella prima di queste nozze, e mi voleva star zitto: ma or te lo dico perchè tu moderi la tua collera nell’argomento che stai disputando; e la tua stessa prudenza ti farà accorto della necessità di dissimulare almeno infin tanto che ’l tuo figliuolo si abbia carpite le ricchezze della sposa.” — “Ebbene,” gli diss’io, “se tu dici il vero ed io sto sull’orlo della mendicità, non sarò mai per questo un furfante; nè m’indurrò a smentire i miei principii. Voglio io stesso avvertire subito Wilmot della mia ristrettezza; e per quel che risguarda la disputa, ritratto ogni concessione ch’io gli abbia mai fatta, nè gli accorderò ch’egli possa ora essere marito nè de jure o de facto, nè in qualsivoglia altro senso od espressione.”

Sarebbe lunga fatica il voler descrivere le diverse sensazioni prodotte in ambo le famiglie dal divulgare ch’io feci le mie disavventure; ma tutto era un nulla a paragone del crepacuore dei due amanti. Il signor Wilmot, che già fin da prima pareva abbastanza inclinato a stornare il parentado, vi si determinò del tutto dopo questo disastro, perchè una sola virtù egli possedeva appieno, la prudenza; virtù che troppo spesso è la sola che ci rimanga intatta all’età di settantadue anni.

Capitolo terzo

L’unica speranza nostra in ciò si fondava che la notizia di nostre sventure potesse essere o maligna o intempestiva: ma ben presto una lettera del mio fattore in città mi confermò appieno ogni cosa. La perdita dei miei beni di fortuna per me solo l’avrei stimata una baia; e l’unica pena ch’io ne provassi era per la mia famiglia ch’io vedeva dannata all’umiltà, senza essere stata educata in modo da poter sopportare l’altrui disprezzo. Per ben quindici giorni non mi bastò l’animo di tentare alcuna via per mitigare il dolore di lei, perchè la consolazione affrettata altro non fa che inacerbire la piaga, mantenendo viva la memoria della sciagura. Intanto io volgeva i pensieri a qualche mezzo onde procurarci il vitto; e mi venne alla fine esibita una piccola parrocchia in qualche distanza colla rendita di cinquanta lire l’anno, ove senza essere molestato avrei potuto star fermo ne’ miei principii. Accettai di buon grado l’offerta, portando opinione di potermi lucrare qualche altra cosa, oltre il salario, coll’attendere ad un piccol podere.

Venuto in questa determinazione mi diedi a ragunare gli avanzi de’ miei averi, e pagato ogni debito, di quattordicimila lire non me ne vidi rimanere che quattrocento. Imperò posi ogni opera nell’attutare l’orgoglio della mia famiglia accomodandolo allo stato di lei, sapendo io benissimo che nella povertà l’alterigia è gran disgrazia. “Voi non potete ignorare, figliuoli miei,” dissi loro, “che per nulla nostra prudenza ci era possibile di prevenire la mala ventura piombataci addosso; ma la prudenza può bensì essere più operosa coll’impedire gli effetti di quel danno. Noi siamo ora poverelli, o miei cari, e ci è forza conformarci saviamente all’umiltà di nostra condizione. Via dunque di buona voglia ogni pompa, ogni splendore con cui mille persone sono infelici, e cerchiamo in più bassa fortuna quella pace colla quale ognuno può essere beato. Quanti meschinelli v’hanno che senza i nostri soccorsi vivono la loro vita tranquilla e piacevole! E noi non siamo così imperfetti delle persone da non poter vivere senza che altri ci assista. Amati figliuoli, rinunciamo da questo momento ad ogni ostentazione di nobiltà: chè se abbiamo senno, ancora abbastanza ci resta di che esser felici; e tollerando noi contenti la perdita degli averi, da quella poco danno ne verrà.”

Essendo il mio figliuol maggiore educato alle lettere, feci pensiero di mandarlo alla città onde dall’ingegno traesse sussidio a sè ed a’ suoi. Di tutte le penose circostanze che accompagnano la miseria, forse quella che più arreca dolore è la separazione degli amici e delle famiglie; e il dì ci colse ben tosto in cui per la prima volta dovemmo l’un l’altro disgiungerci. Preso ch’ebbe il mio figliuolo commiato da sua madre e dagli altri che mescevano alle lagrime i baci, venne a chiedermi la benedizione, ed io gliela diedi di tutto cuore, e se ne togli cinque ghinee, ell’era tutto il patrimonio ch’io gli potessi accordare. “Tu te ne vai a piedi,” gli dissi, “o mio buon ragazzo, a Londra, in quella stessa guisa in cui v’andava prima di te il tuo grande antenato Hooker. Ricevi da me l’egual cavalcatura che a lui fu data dal buon vescovo Jewel, questo bastone e questo libro: e l’uno e l’altro ti sarà di conforto nel tuo cammino. Vedi tu queste due righe qua dentro? elleno valgono un milione: — Fui giovane ed ora son vecchio, eppure io non vidi mai l’uomo dabbene essere dimenticato, nè il suo seme accattare tapino il pane. — Vanne, o mio fanciullo; e qualunque sia la tua sorte, fa’ ch’io ti rivegga una volta all’anno: mantienti buono il cuore, e vivi felice.” Quel mio figliuolo aveva l’anima tanto candida ed era sì pieno d’onore, ch’io non sentiva scrupolo del gittarlo così nudo nell’anfiteatro della vita, persuaso ch’egli ed in seconda ed in contraria fortuna vi avrebbe sempre fatta ottima comparsa.

La di lui partenza accelerò la nostra che fu appresso pochi giorni; e nell’abbandonare un paese dove noi avevamo godute di tante ore tranquille e beate, ci fu forza spargere assai lagrime, a cui rattenere nulla fortezza d’animo valeva. Aggiungi la novità d’un viaggio di settanta miglia per gente che non s’era mai dilungata da casa più di dieci, ed a cui accrescevano cordoglio le grida de’ poverelli che per lungo tratto ci venivano piangenti accompagnando. Il primo dì di cammino giungemmo felicemente alla distanza di trenta miglia dal nostro futuro ritiro, e all’imbrunire ci fermammo in un’osteria a mal tempo di un villaggio posto sulla strada. Poichè ci fu additata una camera, io pregai, secondo il mio solito, l’oste a volerci tener compagnia, ed egli vi si accomodò volentieri, essendo che tutto il vino ch’egli si sarebbe ingozzato, avrebbe fatto più grosso il conto il dimane; tuttavolta a me piacque assai perchè il buon uomo conosceva a un puntino tutta la gente del vicinato, ed in particolare lo scudiero Thornhill, che doveva essere il mio padrone e che viveva poche miglia lontano. Egli me lo descrisse per uomo a cui nulla cosa stava a cuore di conoscere nel mondo fuorchè i di lui piaceri, avendo soprattutto fama di gran femminiero, in modo che non vi aveva virtù da tanto che resistesse alle arti sue ed alla di lui ostinata assiduità, e che per dieci miglia all’intorno non vi era castaldo di cui egli non avesse sedotte e tradite le figliuole. Con tutto che me affliggesse alquanto questo avviso, tutt’altro accoglimento trovò nelle mie fanciulle, i di cui volti parvero scintillare di certa qual gioia per vicino trionfo: nè se ne compiacque meno mia moglie, la quale assai confidava nei loro vezzi e nelle loro virtù. Intanto che noi ci intrattenevamo di così fatti pensieri, entrò in camera l’ostessa ad informare il marito che quel gentiluomo forestiero alloggiato in loro casa da due dì, non aveva danari da pagare lo scotto. “Senza danari!” esclamò l’oste. “E come può essere ciò, s’io lo vidi ier l’altro sborsare tre ghinee al bargello per riscatto d’un vecchio soldato mal concio, che per avere rubato un cane doveva andare scopato per la città?” Ma continuando la donna ad asserire che danari quei non aveva, l’oste giurò voler egli ad ogni modo avere il fatto suo; e s’avviava già per uscir di camera, quand’io rattenendolo lo pregai d’introdurmi a quel forestiero tanto caritatevole. Egli mi secondò, ed io vidi un gentiluomo di circa trent’anni, vestito di un abito che un tempo pareva trinato, bello della persona, quantunque dal volto tristo apparisse sopra pensieri, e di maniere riserbate e tronche, sicchè sembrava alle cerimonie poco addomesticato, o ch’ei le sprezzasse. Lasciato solo con esso lui, non potei tenermi di manifestargli quanta pena mi desse quel suo imbarazzo, e gli offerii la mia borsa onde pagasse il debito. “L’accetto di buon grado,” mi diss’egli, “e mi rallegro assai che l’inavvertenza da me commessa nello spendere non ha guari tutto il danaro ch’io mi aveva indosso, m’abbia almeno dato a vedere che non è morta del tutto tra di noi la benevolenza. Ma prima di ogni cosa gli è d’uopo ch’io sappia il nome del mio benefattore e dove egli stia di casa, per potergliene fare quanto più presto potrò la restituzione.” — Io lo compiacqui appieno, informandolo non solamente del mio nome e delle mie sventure, ma ben anche del luogo ov’io andava ad accasarmi: all’udir del quale egli esclamò esser egli fortunato oltre ogni spe- ranza, perchè, diretto per l’ugual via, era stato per que’ due dì impedito nel suo cammino dalla marea, e così sperava di poter meco la mattina appresso guadarvi sicuramente. Gli feci comprendere quanta gioia io avrei avuto del viaggiare in compagnia di lui; e mia moglie e le figliuole, unendo alle mie le loro istanze, lo costrinsero a cenar con noi. Per quanto fosse piacevole ed instruttiva la conversazione di quel forastiero, e per quanto avrei bramato di protrarla, l’ora tarda ci obbligò a ritirarci e prevenire col riposo le fatiche del dì vegnente. Sorto il mattino, partimmo tutti insieme, a cavallo noi, ed a piedi il signor Burchell nostro nuovo compagno, che seguitandoci lungo il piccolo sentiero che costeggiava la strada, sorrideva della mala lena de’ nostri rozzoni e si sentiva gamba da sopravanzarci. Come la marea non era calata del tutto, fummo necessitati a noleggiare una guida che ci trottasse innanzi; ed io col signor Burchell mi locai alla retroguardia. I disagi della via ci venivano alleviati da alcune dispute filosofiche che il signor Burchell pareva intendere perfettamente; e quello di ch’io più strabiliava, si era di veder da lui difese a spada tratta le sue opinioni, e con tanta alacrità, da sembrare egli non quegli che avesse ricevuto ad imprestito la mia borsa, ma il benefattore egli stesso. Di quando in quando egli altresì mi indicava a chi appartenessero le diverse ville che ci cadevano, cammin facendo, sott’occhio; ed accennando col dito una sontuosa casa in lontananza, mi avvertì quella spettare al signor Thornhill, giovane e nobile uomo che godeva di larghe fortune, quantunque soggetto ad un suo zio, il signore Guglielmo Thornhill, il quale, pago di poco per sè, viveva per lo più in città, lasciando il restante in pieno arbitrio al nipote. Io feci le maraviglie in udire come il mio giovane padrone fosse nipote di uomo tanto da tutti per le sue virtù, la sua generosità e le sue rare doti ammirato. “L’ho sentito io,” dissi, “decantare per il maggior galantuomo del regno; e quantunque egli abbia voce d’essere alquanto bisbetico, ognuno giura che il signor Guglielmo è uomo benevolo per mille prove. — “E benevolo forse troppo;” soggiunse Burchell, “almeno in sua gioventù; perchè pieno allora di forti passioni che tutte partecipavano della virtù, quelle lo trascinarono al romanzesco. Di buon’ora egli affettò il soldato e il letterato, e si distinse nell’esercito e tra li scienziati alcun poco. Ma l’adulazione persegue sempre l’uomo ambizioso, perchè quegli solo gode del sentirsi adulato: quindi egli fu circondato da una turba di sguaiati che coprendo bellamente le loro magagne non gli si davano a conoscere che a mezzo, e gli fecero scambiare l’amorevolezza che egli aveva per gl’interessi privati, in una simpatia universale; ed egli si condusse ad amare ogni persona, non avvedendosi, per colpa del caso, che v’erano dei ribaldi. I medici trattano d’una malattia nella quale tutto il corpo è posto in uno stato di così squisita sensibilità che ad ogni leggier tocco il malato sente spasimo; di tal malore, alcuni furono nel corpo afflitti, e il signor Guglielmo lo fu nello spirito. La menoma sventura, o vera o finta che la fosse, lo straziava al vivo, e l’anima sua era continuamente travagliata da troppa sensibilità per le altrui miserie. Inclinato così a sovvenire ne’ bisogni, trovava ad ogni tratto gente disposta a sollecitarne le beneficenze, e profondendo egli i suoi averi gli si scemavano le ricchezze, ma non il buon cuore che sempre migliorava a misura che l’altre venivano meno; e quanto egli più impoveriva, tanto più si faceva maggiore la di lui balordería; talchè in udirlo parlare l’avresti detto uomo savio, ma pazzo in vederlo operare. Assediato eternamente dagli importuni, e non essendo più in istato d’aderire ad ogni domanda, in luogo di danari largheggiava di promesse, ch’altro non poteva donare, nè si sentiva fermezza d’animo bastante d’affliggere chicchessia con una repulsa. A questo modo egli si era ingolfato in una masnada di piagnoni, a’ quali ve- deva di dover mandar fallite le brame, e che pur si struggeva della voglia di consolare. Costoro gli furono intorno per alcun tempo, e lo abbandonarono poi pagandolo di meritati rimproveri e di disprezzo. Pel non curarsi che gli altri facevano di lui, Guglielmo venne in odio a se stesso: la di lui mente aveva sempre trovato un grande appoggio nell’altrui adulazione; tolto via quel sostegno, egli non seppe derivare alcuna voluttà dall’applauso del proprio cuore, perchè di quello non aveva mai fatto gran conto. Si cangiò la scena; e que’ suoi tanti adulatori divennero freddi consiglieri: da’ consigli rigettati si passò ai rimbrotti: ed allora egli cominciò ad accorgersi che gli amici ragunatigli intorno dai suoi beneficii non erano per niun verso i più da stimarsi; che il nostro cuore deve essere liberale in modo da cattivarsi non l’altrui lingua, ma l’altrui cuore. E da sì tanti errori finalmente rinvenne in modo, da far proponimento di rispettare sè medesimo, e di porre ogni opera in assettare i disordini domestici e far masserizia. A tale uopo, seguendo i soliti suoi ghiribizzi, viaggiò a piedi tutta l’Europa, e prima di compiere l’età di trent’anni si vide più ricco che mai. Fatto ora senno, pose modo e ragionevolezza alle sue beneficenze; ma gli sono ancora rimasti de’ capricci per lo capo: e le virtù più studiate più gli vanno a sangue.”

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