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Il vecchio della montagna

Grazia Deledda · 1920 · Free in the US

45,219 words · about 3 h 10 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Grazia Deledda
Language
Italian
Published
1920
Length
45,219 words · about 3 h 10 min
Sections
11 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (11)
  1. Capitolo I about 11 min
  2. Capitolo II about 10 min
  3. Capitolo III about 20 min
  4. Capitolo IV about 14 min
  5. Capitolo V about 22 min
  6. Capitolo VI about 17 min
  7. Capitolo VII about 14 min
  8. Capitolo VIII about 16 min
  9. Capitolo IX about 12 min
  10. Capitolo X about 27 min
  11. Capitolo XI about 27 min

Continue:

Capitolo I

Melchiorre Carta saliva la montagna, ritornando al suo ovile.

Era un giovine pastore biondastro, di piccola statura; una ruga gli si disegnava fra le sopracciglia folte e nere, che spiccavano nel fosco giallore del suo volto contornato da una rada barbetta rossiccia. Anche la sopragiacca di cuoio del suo costume era giallognola, e il cavallino che egli montava era rossastro, tozzo, angoloso e pensieroso come il suo padrone.

Melchiorre era un giovine di buoni costumi e d’ottima fama; molto spensierato ed allegro non lo era mai stato, ma da qualche tempo si mostrava più taciturno del solito, e si sentiva quasi malvagio, perchè sua cugina Paska lo aveva abban- donato alla vigilia delle loro nozze. E senza motivo! Così, solo perchè ella si era improvvisamente accorta di essere graziosa e corteggiata anche da giovani signori.

Il cavallino saliva con prudente lentezza, scuotendo la testa tenuta alta dal freno. Dopo le falde sassose, olezzanti di cespugli aromatici, dalle quali si scorgeva Nuoro e un panorama di valli selvaggie e di montagne lontane, il pastore s’inoltrò nei boschi d’elci.

Il mattino d’agosto era purissimo: il giorno prima aveva piovuto, e nel bosco regnava una dolce frescura: le felci, l’erba, i tronchi umidi, le roccie lavate, esalavano un profumo quasi irritante; la brezza dava marezzi argentei alle chiome degli elci; il cielo sorrideva azzurro come un lago negli sfondi sereni. E Melchiorre saliva triste e truce fra tanta dolcezza di cielo e di bosco; sentiva un indistinto vocìo, un riso di donne, che lo precedevano su per il sentiero; gli sembrava di riconoscere il riso fresco e sonoro di sua cugina, e si rodeva d’ira.

— È lei! E ride! — disse a voce alta, fermando il cavallo; e stette ad ascoltare.

Le voci s’allontanarono; il riso si spen- se con la vibrazione dell’eco. Melchiorre sospirò e spronò il cavallo.

E il cavallo riprese a salire, a salire, con ritmico ondeggiar della groppa, con lento sbatter della coda sui fianchi ossuti: su per le chine rocciose, dalle quali il vento aveva spazzato le foglie e denudato le grandi radici degli elci, rossastre contorte e avviluppate come serpenti, il suo passo risuonava metallico e il suo ferro lucente traeva scintille dal granito.

Dopo le chine s’aprirono silenziose radure, circondate d’alberi che si slanciavano sui limpidi sfondi. Qua e là le roccie accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l’idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le roccie dell’Orthobene, traforandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo.

Dopo le radure, di nuovo il bosco: sentieri umidi, piccoli corsi d’acqua, profumo di giunco, erbe calpestate da greggie ed armenti; e sempre ombra, tremuli rabeschi di sole, qualche grido di gazza, qualche picchio di accetta ripercosso da due, tre, quattro echi. Poi ancora la salita, ma dolce, molle di felci fresche.

Guadagnata anche questa, il pastore incontrò alcune donne e fanciulli che scendevano carichi di sacchi di carbone. Fermò il cavallo per lasciarli passare. In quel tratto il sentiero serpeggiava fra rupi aride, e il sole batteva già caldo sul terreno sassoso e privo d’alberi.

La montagna appariva improvvisamente desolata; era un adeguato sfondo al triste gruppo di quelle donne lacere e scalze, con la testa conficcata nei gravi sacchi neri; di quei fanciulli che scendevano curvi sotto l’enorme carico, con le manine nere penzoloni, la testa tirata indietro dalla corda dei sacchi, e gli occhi e la bocca spalancati per il calore e la fatica. Donne e fanciulli scendevano cauti, silenziosi, coi visi rossi lucenti di sudore, e gli occhi nuotanti in un sogno di dolore malvagio. Vedendo il pastore, tranquillo e seduto a cavallo, lo invidiarono, e glielo dimostrarono gridandogli rudemente di scostarsi, aizzando il cavallo e imprecando.

Due donne, rimaste ultime, gli si fer- marono davanti, ridendo di un riso spezzato e maligno:

— Vai all’ovile, Merzioro Carta?

— Così pare!

— Se aizzi il cavallo farai un bell’incontro.

— Io non devo incontrar nessuno! — diss’egli, duro.

Ma, dentro, il cuore parve saltargli alla gola.

— È dunque lei! — pensò con rabbia.

Le donne intanto, ripresa la discesa, fermarono un ragazzo per il sacco.

— Grida così: tanti saluti a Paska Carta!

Il ragazzo si volse in faccia al sole, socchiuse gli occhi, si portò le mani giunte alla bocca, e gridò:

— Faccia di volpe, ohè, tanti saluti a Paska Carta!

Il maligno grido finì d’inviperire Melchiorre: tuttavia non si volse, non rispose, e non si fermò finchè non giunse ad una fontana. Grandi elci immobili ombreggiavano la radura coperta di tenere erbe bionde: davanti alla rozza fontana di pietre si scorgevano le traccie di un banchetto; macchie nere ove era stato acceso il fuoco, felci appassite su cui era- no state distese le tovaglie, avanzi di frutta, frantumi di stoviglie, e in giro alcune pietre, che avevano servito per sedili sembravano ancora accolte a muto convito.

Il pastore e il cavallo parevano piccolissimi in quella solenne grandiosità d’alberi e di sfondi azzurri.

Melchiorre smontò, e tirando il cavallo per la briglia si avanzò fino alla fontana. S’inginocchiò sulle pietre, rigettò indietro sul capo la berretta, e curvandosi sino a baciar la sua figura riflessa dall’acqua, bevette a lunghi sorsi. Si rialzò coi baffi stillanti, s’accomodò la berretta, e fece bere il cavallo alla fontana, invece che alla pozza praticata apposta per abbeverar le bestie.

Mentre il cavallo s’abbeverava, egli guardava intorno sospettoso, provando un gusto dispettoso nel veder l’acqua intorbidata dall’animale. La fontana era stata pulita pochi giorni prima, per uso di alcune famiglie che facevano la novena nella chiesetta in vetta al monte. Paska serviva in una di queste famiglie, e ogni giorno scendeva alla fontana, per attinger acqua, con la rossa anfora di creta sul capo; i suoi adoratori, certo, la rincorrevano fin laggiù.

Che dunque il cavallo bevesse, che intorbidasse, che, potendo, inquinasse la fresca acqua pura, come quei signori avevano avvelenato l’anima del pastore.

Che bevesse! Anzi, in un impeto d’ira, che diede un giallo fulgore ai suoi occhi, Melchiorre si curvò, aprì le mani, afferrò uno, due, tre massi, dalla base nera di fango, e li gettò entro la fontana. L’acqua gorgogliò, sprizzò, traboccò, si sparse sulle pietre circostanti.

Egli riprese la briglia, risalì rapido in sella e s’allontanò.

Tutto ritornò nel grave silenzio di prima; s’udiva solo il crepitar delle foglie secche e dei ramoscelli spezzati dalle zampe del cavallo.

Un po’ più su Melchiorre si fermò: il suo ovile era a levante, un po’ lungi dalla chiesetta, davanti alla quale non occorreva passare. Eppure, per un momento, egli fu tentato di salire lassù; ma poi rallentò la briglia, e lasciò che il cavallino seguisse da sè la via. E il cavallino rizzò le orecchie, e attraverso i laberinti del bosco e delle rupi s’avviò all’ovile.

Allora, riprendendo la solita via, Melchiorre tornò alla realtà, e si sdegnò della sua debolezza. Gli accadeva sempre così.

— Sta quieto, — gli diceva il vecchio padre, — meglio prima che poi.

Ma questo conforto era come il sale sopra una ferita; gli destava spasimi feroci. E sempre, senza volerlo, si trovava sulle traccie della ridente creatura, che pareva lo affascinasse appunto con l’insultante letizia della sua giovinezza libera e leggera. Gli sembrava di aver dritto ancora su di lei, come parente, e senza l’idea del padre vecchio e cieco, si sarebbe compromesso.

Giunse all’ovile a sole alto: il cavallo si fermò al solito posto, presso una mangiatoia di pietra, sotto un elce. Un piccolo cane nero dai limpidi occhi castanei, e un gatto tigrato dagli occhi celesti, gli vennero incontro, silenziosi, l’uno saltellando, l’altro a passettini lenti e leziosi.

S’udiva il tintinnìo delle capre al pascolo, e il grido del giovine mandriano, che, in assenza di Melchiorre, custodiva l’ovile e il vecchio cieco.

In quel versante l’Orthobene guardava l’oriente, chiuso dalle azzurre montagne della costa, fra le quali intravedevasi il mare, confuso col cielo in una zona grigio-perla. Terre solitarie e ondulate si stendevano ai piedi della montagna; e las- sù, intorno all’ovile, l’Orthobene era tutto un incanto di roccie, di boschi e di radure. La capanna sorgeva in uno spiazzo dal libero orizzonte: il sentiero che là conduceva, insinuavasi nel bosco, rasentava precipizi, chine coperte d’erba bionda, scendeva e saliva per scalinate, antri, archi di granito. Il musco copriva i tronchi e le pietre; l’edera, sugli alti crepacci abbandonava i suoi ciuffi alle carezze del vento.

Nella radura intorno alla mandria sorgeva un solo elce: davanti, l’orizzonte: dietro, il bosco; a destra e a sinistra, enormi roccie sovrapposte, forate in alto da occhi che per lo sfondo del cielo sembravano azzurri, e più giù da nicchie inghirlandate d’edera, e dalle quali pareva fossero scomparsi idoli antichi. Qualche roccia si slanciava sottile come un obelisco; altre giacevano su enormi piedistalli, come sarcofaghi coperti da drappi di musco verde. E tutte le cose, alberi, roccie, macchie, in quel luogo di solitudine, parevano immerse nella contemplazione dei solenni orizzonti.

Anche le capre, allor che salivano sulle roccie, volgevano il viso di sfinge barbuta e gli occhi melanconici alle lontananze marine; anche il gatto, nei suoi lunghi sogni sulle pietre, fissava le pupille diafane all’oriente; e il vecchio cieco, e il mandriano e Melchiorre guardavano sempre laggiù, come in attesa di qualche cosa.

La capanna, di rami e di pietre, era abbastanza vasta e pulita, con un gran focolare nel centro. Dai rami sporgenti pendevano recipienti di sughero, per il latte, e i gabbani dei pastori.

Al giunger di Melchiorre, zio Pietro uscì dalla capanna. Era alto e rigido, con qualche cosa di ieratico nel volto roseo dalle palpebre abbassate, col profilo aquilino e una lunghissima barba, di un candore metallico; calvo, con una corona di riccioli argentei sulla nuca. Le folte sopracciglia bianche aggrottate, tradivano l’intensa, continua attenzione ai suoni e alle impressioni esterne. Indossava il costume di vedovo nuorese, ma sul capo, invece della berretta sarda aveva un tocco di pelle di volpe. Col suo leggero bastone di legno d’oleandro, sul cui manico era rozzamente incisa una testa di cane, parve volersi far largo, protendendolo in avanti e di fianco, alla ricerca di un invisibile ostacolo. Anche la sua mano si- nistra, rossa, rugosa e tremante, brancicava cercando un appoggio, spingendo un ostacolo. Sebbene calmo in apparenza, non sorrideva, e solo quando sentì che Melchiorre arrivava, spianò le sopracciglia: e il suo bel volto parve quello di un patriarca.

Dal suono rimbalzante delle staffe e del freno si accorse che Melchiorre toglieva la sella al cavallo, e si fece un po’ indietro per lasciarlo passare.

L’altro entrò, senza dir parola, e depose bruscamente per terra la bisaccia, intorno alla quale il cane s’aggirò fiutando.

— Cosa ha? — pensò zio Pietro, accorgendosi subito che il figliuolo era più irritato del solito. Ma tosto sentì un profumo di frutta e si rallegrò come un bimbo.

— Cosa hai portato? — chiese.

— Toccate, — disse Melchiorre.

— Questo è un cocomero. E questo è un popone! Bene!

— Dove è quello scimmiotto? — domandò Melchiorre, buttandosi sulla stuoia, accanto alla porta.

Sporse il capo, fischiò, gridò:

— Basilio, o Basiliooo?

Anche zio Pietro sedette. Il cane e il gatto, da buoni amici, fiutavano assieme le frutta recate da Melchiorre.

— Basiliooo?...

Il mandriano rispose con un bèèè tremulo e prolungato, che pareva il belato d’una capra, poi fischiò, e arrivò saltellando e correndo, con una lepre sotto il braccio.

Nel lasciare il suo villaggio, che si scorgeva dall’Orthobene, Basilio aveva preso con sè una lepre di nido, così piccola che stava entro il pugno; e il padrone gli permetteva di allevarla, col patto di arrostirla un giorno o l’altro. Dopo i primi tentativi di fuga, la palpitante bestiola dalle lunghe orecchie bionde parve addomesticarsi; bevette il latte, rosicchiò il pane, raspò le ghette di zio Pietro, morsicò le dita di Basilio; e quando credeva di non esser veduta giocava e saltellava, strofinandosi il musino con ambe le zampette anteriori. Ma i suoi grandi occhi dolci, sempre aperti e intenti, meditavano la fuga, e guardavano lontano, come assorti nel ricordo della libera vigna natia, dove i fratelli dovevano danzare alla luna e rosicchiare i primi acini violetti dell’uva che maturava.

Basilio però la teneva sempre legata e spesso la prendeva con sè, a guardare le capre.

Entrato nella capanna, la legò ad un piuolo, emettendo piccoli gridi di contentezza alla vista dell’anguria, sulla quale si gettò, fiutandola e morsicandola per ischerzo.

Mangiarono in fretta il grigio pane d’orzo, silenziosi. Accanto alla solenne figura del vecchio, contrastava quella bronzina e ridente del giovinetto dai begli occhi neri, dall’ondulata capigliatura d’oro bruciato e gli splendidi denti che, nel riso, apparivano tutti, fino ai molari, nella rosea cornice delle gengive.

— Sarebbe tempo di finirla con la tua lepre! — disse a un tratto Melchiorre.

— Cosa volete farne?

— Questo, — disse il padrone; e con la mano fece atto di praticare un buco.

— Prima facciamolo a questa! — rispose Basilio, mettendosi l’anguria fra le gambe.

— Oh, lo faremo anche alla lepre!

— Altro bene voi non abbiate!

— Lo dicevo io! Mi meraviglio, scimmiotto! Alla tua età si amano le donne, non le lepri! — disse ironicamente Mel- chiorre. — Ma forse le vuoi bene perchè ti somiglia. — Porse un pezzetto di pane alla lepre e proseguì: — Sì, con quelle orecchie somiglia a te e all’asino. Diavolo! — gridò ritirando la mano, — mi ha morsicato! Tutta te, ecco, che sembri sciocco e sei una volpe!

Basilio rise, tutto intento a bucar l’anguria col suo coltello.

— Lepre.... volpe.... bah! — disse zio Pietro, cui non piaceva il linguaggio aspro del figlio. — Del resto, — aggiunse, — anche la lepre ha la sua parte di perfidia. Ha l’alito pestilenziale: se sugge le mammelle d’un’altra bestia il latte di questa si dissecca. Una volta una pecora trovò un nido di leprotti, la cui madre era stata uccisa. Cosa fa la pecora, stupida? Li allatta. Ebbene, il suo agnello comincia a deperire, a deperire....

— La pecora non aveva più latte? — chiese Basilio, attentissimo.

— Sì.

— Conti d’Isoppo! () — disse Melchiorre sprezzante.

— Eppoi, eppoi? Raccontate, zio Pietro. E la lepre? E l’agnello?

Ma zio Pietro tacque, risentito, poi chiamò il gatto:

— Tortorella?... Basilio, dà da mangiare agli animali.

— Zio Melchiorre ha già mangiato! — disse Basilio ridendo.

Intanto sbatteva lievemente per terra l’anguria finchè questa non s’aprì in due stelle carnose d’un rosa pallido, sparse di sementi bianche.

— Acerba? — domandò zio Pietro.

— Pur troppo! — grugnì Melchiorre, comicamente desolato. Tuttavia prese una fetta, e vi tuffò ferocemente la bocca, imprecando fra sè perchè nessuna cosa gli andava a seconda.

Dopo il pasto, tutti uscirono fuori. Basilio riprese a fischiare e a belare, e Melchiorre portò al cavallo gli avanzi dell’anguria.

Da lontano arrivava il tintinnar delle capre; ma voci e suoni sfumavano nel gran silenzio, nell’immensa serenità del paesaggio: e fra gli alberi e le rupi enormi, le figure dei pastori apparivano piccolissime, nere sui limpidi sfondi.

Capitolo II

Un po’ giù dalla radura, sotto le roccie dalle quali scaturiva un filo d’acqua, Melchiorre aveva pazientemente formato un piccolo orto e una rozza vasca di pietre. Piante di fagiuoli dai fiorellini scarlatti s’attortigliavano a lunghe pertiche, e i grappoli dei pomidoro cominciavano, nella frescura del luogo, a imporporarsi.

Come usava tutti i giorni, egli si arrampicò sulle roccie, e là ritto fischiò e battè le mani per radunar le capre onde s’abbeverassero senza saltar la siepe dell’orticello.

Zio Pietro scese il sentiero, fermandosi ogni tanto, tastando il terreno col bastone. Trovato il suo posto favorito, una pietra scavata in forma di sedia a bracciuoli, accanto alla vasca, sedette. Sentì l’odor fresco dell’orto, del musco bagnato; sentì le capre che saltellavano, scendevano dalle alture, salivano le chine, urtandosi, spingendosi, con un tremulo tintinnìo di campanelle. Nell’accostarsi al- l’acqua si facevano tranquille, e bevevano pacatamente una dopo l’altra. Stendendo la mano, zio Pietro poteva toccarle: gli passavano davanti con leziosa andatura di gatte.

Melchiorre intanto le contava, distinguendole una per una coi suoi occhi di falco; e continuava a fischiare e a battere le mani, mentre la voce, i belati e i fischi di Basilio spingevano quelle che erano rimaste indietro. Egli le chiamava con nomi bizzarri; ultimo a salire fu Zio Frate, un vecchio caprone nero dalla barba bianca, che aspettò si abbeverassero tutte le sue compagne, poi s’avvicinò alla vasca, cozzandole un po’, benevolmente, e spingendole alla discesa. Qualche capretta s’indugiava, rizzandosi sulla siepe, ma un feroce hoc! di Melchiorre e la fronda di Basilio l’allontanavano.

Zio Pietro ascoltava, e quando il suono dei campanacci si sparse nuovamente per le chine, sentì Melchiorre scendere il sentiero e passar oltre.

Dove andava? Zio Pietro provava sempre una vaga inquietudine, quando il figlio s’allontanava. In quei giorni, poi, Paska non era lontana.... Dove andava adesso Melchiorre? Forse in cerca della ragazza e di uno scandalo?

In alto, al di là delle roccie, il vecchio sentiva il bosco stormire, percosso da un brivido di brezza: e questa voce lamentosa e monotona gli echeggiava dentro, nel buio dell’anima inquieta, dandogli un senso disperato di tristezza e di abbandono. Per lui la luce era la presenza del figliuolo. Ma da qualche tempo sentiva che Melchiorre, incalzato dalla sua passione, lo abbandonava anche lui, e talvolta provava un terrore simile a quello d’un bimbo smarrito in luoghi deserti.

S’alzò, e stette in penoso ascolto. Solo il bosco continuava a mormorare. E di qua e di là, i cristallini tintinnii delle capre. Ma quando tornò alla capanna i soliti rumori, il ruminar del cavallo, il guaire del cane, il rosicchiar della lepre, lo rassicurarono. Sentì la bestiuola raspargli le ghette, la prese fra le mani e la carezzò.

— Malignaccia, malignaccia, — mormorò, sentendole batter forte il cuoricino. — Anche tu hai paura. — Poi cominciò a preparare il pranzo, cercando a tastoni i pochi utensili domestici che erano nella capanna. Si curvò sul focolare, avvi- cinò la mano alla cenere, e sentendo calore scoprì una grossa brage con la punta del bastone forato che serviva anche da soffietto: mise una manata di fuscelli secchi e soffiò; la cenere si sparse intorno al focolare, il gatto scappò scuotendo le zampe, e la fiamma brillò.

Al suo ritorno, Melchiorre trovò i maccheroni conditi entro la casseruola, la stuoia spiegata, il pane preparato nel canestro.

Era passato mezzogiorno: l’elce descriveva appena un cerchio d’ombra intorno al suo tronco, e il sole penetrava per tutte le fessure della capanna. Dentro e fuori faceva caldo; l’azzurro del cielo vaporava chiaro all’orizzonte; sotto la luce fiammante del sole allo zenit le roccie parevano fatte di cenere ardente.

Ma intorno i boschi fremevano con un sonoro susurro. Di nuovo i pastori sedettero per terra, e pranzarono, tornando ai soliti discorsi: le capre, i pascoli, i pastori amici o vicini. E Basilio rideva sempre. Melchiorre raccolse su un pezzo di sughero le sementi dell’anguria, mentre con la buccia il mandriano intagliava statuette piatte che parevano idoletti fenici e componeva una dentiera dai feroci denti verdi, che s’applicò sotto le labbra ridendo grottescamente.

Dopo pranzo Melchiorre e zio Pietro se n’andarono a meriggiare sotto gli alberi. Il vecchio pose il berretto sotto il capo, il bastone a fianco e in breve, cullato dallo stormire del bosco, si addormentò. Una chiazza di sole gli calava sul dorso, e la brezza smuoveva le candide ciocche della sua barba: pareva un vecchio santo, addormentato nella serena solitudine del bosco. Melchiorre, supino, con le gambe accavalcate e le mani sotto il capo, non poteva assopirsi.

Sotto il cielo luminoso le foglie degli elci investiti dalla brezza parevano perle; e con la voce canora e sonnolenta del bosco, s’accompagnavano sempre i tintinnii argentini delle capre, e le gazze tessevano liquidi fili di armonia. E Melchiorre non poteva trovar riposo. Il riso di Paska lo perseguitava. Che faceva essa nella capannuccia di frasche, a fianco della chiesetta? Col fazzoletto graziosamente ripiegato sulla sommità del capo, il volto roseo per il calore del fuoco, forse cucinava svelta il succulento pranzo del padrone....

Un violento desiderio di recarsi lassù, di entrare, di afferrarla e trascinarsela dietro, lo vinceva.

— Se non fosse per quello lì! — pensava; e fissava la macchia di sole che, lentamente, dal dorso saliva alla nuca di zio Pietro.

Durante la mattina, si era aggirato intorno alla chiesa con la scusa di cercare un pastore amico, avvicinandosi al punto d’attrazione sino a scorger la capannuccia di Paska. Aveva sentito voci di donne che attingevano acqua al pozzo della radura; e fra le erbe gialle e le pietre aveva veduto un bambino vestito signorilmente che dava la caccia alle cavallette, e acchiappatane qualcuna la portava ad un piccolo falco addomesticato. Il falco aspettava, fermo sopra una pietra, seguendo il bimbo coi suoi rotondi occhi gialli: avuta la cavalletta la premeva con la zampa, e la beccava crudelmente stringendo e starnazzando le ali fulve.

Melchiorre aveva lanciato una feroce occhiata sul bimbo, sul falco, sulla chiesa, sollevando le sopracciglia come per stender meglio il suo amaro sguardo fino all’orizzonte.

Ed era tornato dal padre.

Si volse sul fianco, continuò a fissare la macchia di sole che saliva verso i riccioli argentei di zio Pietro. E gli parve di provare un improvviso benessere fisico e morale.

— Come sono matto! — pensò. — Ho cento capre, sono giovine, sano, onesto. Qual donna non mi vorrebbe? Io m’infischio di mia cugina e dei signorotti suoi innamorati. Vadano al diavolo! Finiscila, Melchiorre; non vedi che stai diventando stupido come una pietra?

Ma a un tratto le tempie cominciarono a martellargli, e un calore molesto gli punse tutta la persona. Fra il susurro del bosco giungeva un suono di flauto, fino, tremulo, che or pareva morire tristemente, or s’avvivava di gorgheggi saltellanti e liquidi.

Melchiorre sollevò la testa per ascoltar meglio. Il suono, trasportato dalla brezza, oscillava, veniva ora sì, ora no, insinuandosi nel bosco, come ricamando una striscia serpentina di melodia sul fondo cupo del susurro degli elci. A intervalli, quando il mormorio del bosco era meno forte, qualche nota di chitarra vibrava grave e lenta fra i gorgheggi argentini del flauto.

Erano certo i signori del monte, che dopo il lauto pranzo suonavano e si di- vertivano: e Paska era forse fra loro. Melchiorre ardeva d’ira e d’odio.

— Io vado! — urlò fra sè: si sollevò ma vide il viso del padre illuminato dal raggio di sole, e non s’alzò.

Ma anzichè calmarsi si buttò nuovamente per terra, bocconi, con le braccia aperte, mordendo il fieno e gemendo come una belva legata. Per tutto il resto della giornata fu cupo e taciturno: andava e veniva dalla capanna al bosco, coglieva virgulti per il cavallo, si arrampicava sugli alberi e le roccie, e dall’alto guardava sempre verso la chiesetta: nella diafana serenità pomeridiana gli giungeva ancora, pungendogli il cuore, qualche trillo di chitarra.

Col tramonto un nuovo incanto dilagò intorno; gli alberi tacquero; dall’occidente il cielo di corallo versò una misteriosa luce rossa fra i colonnati del bosco, sulle roccie, sull’edera. E ogni cosa s’imporporò nel silenzio solenne dell’ora. Il fuoco del tramonto giungeva sino all’oriente, smorzandosi in vaporosità rosee, e gettando veli pavonazzi sulle montagne lontane.

Zio Pietro, seduto davanti alla capanna, pregava. Anch’egli nella dolcezza del tra- monto pensava alla chiesetta, dove in quell’ora si recitava la novena: e ricordava le preghiere e i gosos dalla cadenza melanconica, e rivedeva la porta spalancata sul rosso occidente.

— Segnoredda ’e su Monte, — diceva fra sè, — piccola Signora del Monte, fammi la grazia di venirti ancora a laudare nella tua chiesetta. Fammela questa grazia, Segnoredda, fammela. Basilio mi guiderà; vedrò.... quella ragazza, e chissà che non possa dirle una parolina.... Paska, ricordati del vecchio zio Pietro, che ha gli occhi chiusi; non tormentarlo oltre, figlia mia! Ave Maria, grazia piena, il Signore è teco....

A momenti, qualche tintinnìo di capra gli sembrava lo squillo del campanello della chiesetta; e vedeva sempre quello sfondo di porta, quel cielo color fragola velato di violetto; e sull’altare le fiammelle dei ceri, tremule come foglie d’oro, con fragranza di ginepro arso.

— Paska, figlia di mio fratello, dove sei tu? Sei lì, inginocchiata? E preghi? Come puoi pregare, dopo tutto quello che ci fai soffrire? Ti ha veduto, Melchiorre? No? E allora, perchè è così cupo? Ave Maria, grazia piena, il Signore è teco.... Se domani potessi andare e vederla? Forse potrei accomodare ogni cosa. Cosa ne dici, vecchio Pietro? Nostra Signora del Monte, concedimi questa grazia, piccola rosa mia, piccolo giglio mio, concedimi questo miracolo! Ave Maria, grazia piena....

S’acquetò in questa speranza. Intanto udiva i tintinnii delle capre avvicinarsi, fondersi in un solo suono melanconico. La greggia tornava alla mandria: Melchiorre e Basilio gettarono fasci di fronde sulla siepe; poi chiusero i rozzi cancelli, e il mandriano entrò nella capanna per riaccendere il fuoco, mentre il padrone giovane si sdraiava accanto a zio Pietro.

Imbrunì: il fuoco dell’occidente si smorzò in luminosità violacee; qualche stella apparve come goccia di rugiada sugli estremi rami degli alberi neri. Le montagne ed il mare, ad oriente, svanirono nel sogno cinereo della sera. Era una pace sovrana; eppure da quel silenzio profondo, da quella immobilità delle cose che il crepuscolo rendeva gigantesche, da quell’incipiente mistero della notte, spirava un senso vago di angoscia.

L’oscura linea del bosco pareva una nuvola; e in quella immensità di paesaggio, nel silenzio, nella solitudine, i pastori, la capanna, le bestie, sembravano ancor più piccoli, punti smarriti sotto i profili di sfinge delle roccie enormi chiare all’ultima luce. Col cader della notte Melchiorre si fece ancor più cupo.

Il rumore delle pallottoline del rosario sgranato da zio Pietro lo irritava.

— Non vi stancate, voi, di pregare? — chiese ruvidamente.

Zio Pietro baciò la crocetta di metallo del rosario, si segnò con essa, si levò il berretto e disse: — Dio sia lodato.

— Perchè lodato? — domandò la voce acre del figlio.

— Per i beni che ci manda, per i mali che ci risparmia.

Dopo un momento di silenzio, Melchiorre proruppe:

— Vostra nipote è al Monte!

— Ci sei stato?

— A far che? A cavarle gli occhi? Me lo hanno detto.

— Anche a me.

— Anche a voi? E chi?

— Basilio.

— Basilio? E come le sa queste cose, quella faina? Basilio, Basilio, vieni fuori, piccola volpe: hai abbandonato il gregge, forse, per andar lassù? Bada che io non ti tronchi le gambe, un giorno o l’altro.

Basilio apparve sull’apertura illuminata della capanna, e rise maliziosamente.

— Che andare? Che andare, zio Merzio? Sono venute qui le serve, e le signore anche, e i signori, in cerca di latte! Non ce n’è, ho risposto. «E di chi è quest’ovile?» «Di Melchiorre Carta». «Ebbene, allora faremo venire la cugina, a domandare il latte». «E perchè non è venuta oggi?» «Perchè è scesa a Nuoro e risalirà più tardi» — hanno detto loro.

— Ah, han detto queste cose? Perchè non vengono quando ci sono io? Che vengano, che vengano!... Che venga! — ruggì Melchiorre.

— Oh, non verrà, state tranquillo!

— Cosa ne sai tu, piccolo falco? Va e fa il fatto tuo; altrimenti ti faccio rider il riso sardonico! E non sapete, padre, — disse poi, rivolto al vecchio, — mi dimenticavo di dirvi le prodezze di questo piccolo . Ho trovato una capra legata, dalla quale egli cercava di far suggere la lepre, per esperimentare la vostra storiella!...

— Cattivi esperimenti! — disse zio Pietro.

Poi tacque, col viso sollevato. Melchiorre lo guardò; quel viso atteggiato a pace melanconica, quella bocca dolce e triste gli dicevano in silenzio mille cose buone, che gli echeggiavano entro il cuore oppresso.

Ricordò d’avergli, durante la giornata, parlato sempre aspramente, e provò un impeto di rimorso e di pietosa tenerezza.

— Padre, — domandò a un tratto, con voce mutata, non sapendo che altro dire, — ma è proprio vera la storia della lepre?

— Vera, — disse il vecchio, e raccontò altre storielle, finchè giunse l’ora di ritirarsi nella capanna e di andare a dormire. Melchiorre pareva rasserenato; ma svegliatosi dopo breve sonno, zio Pietro s’accorse che la stuoia accanto era vuota; nel posto ove Melchiorre soleva coricarsi, zio Pietro palpò il corpo molle e attortigliato del gatto.

— È andato! — gridò: ed ebbe paura.

— Basilio?

Ma questi dormiva il profondo sonno dei felici, e zio Pietro lo dovette cercare e pungere col bastone, per farsi sentire.

— Chi mi tocca? Cosa volete?

— Dov’è andato Melchiorre?

— Ne so molto! È uscito, non c’è, o ci sarà; non lo so. Lasciatemi dormire.

Zio Pietro si sentì paurosamente solo.

S’alzò, si sedette sul limitare della capanna, e ascoltò.

Il mistero della notte era completo; il bosco rombava di nuovo, col fragore di un torrente: un roteare d’acque fredde, torbide, che si perdevano in nere lontananze. Nessun altro rumore. Il cieco ricordava altre notti, e gli sembrava di vedere le roccie nere nell’ombra, e nel cielo incolore la Via lattea che descriveva appena una traccia di candore vaporoso: ad oriente una nebbia grigia e triste, e sulle montagne, fra la nebbia un fuoco vermiglio che sembrava un fiore di melograno.

Altri lavoratori erano lassù, e dissodavano la montagna; e la luce dei lentischi incendiati mandava un saluto ai solitari pastori dell’Orthobene.

Ma zio Pietro, nella sua tenebra profonda, dava ascolto solo al lamento di solitudine e d’abbandono del bosco, e gli sembrava d’esser circondato da un freddo gorgo d’acque nere.

Un’angoscia mortale lo opprimeva: pensava puerilmente che Melchiorre non sarebbe tornato mai più, che Basilio lo avrebbe abbandonato, che egli sarebbe rimasto solo su quel limitare, davanti al buio eterno.

Gli sembrava di piombare in un abisso: ed aveva due grandi occhi spalancati, ma con essi non vedeva che una immensità vuota e nera, solo in quella sua notte eterna, più angosciosa della morte stessa.

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