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L'amor coniugale e le poesie d'argomento affine

Giovanni Pontano · 1920 · Free in the US

21,996 words · about 1 h 32 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1920 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=L'amor_coniugale_e_le_poesie_d'argomento_affine&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giovanni Pontano
Language
Italian
Published
1920
Length
21,996 words · about 1 h 32 min
Sections
52 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (52)
  1. Introduzione about 4 min
  2. I. Ad Elegia about 5 min
  3. II. Carme nuziale about 1 min
  4. III. Carme nuziale about 2 min
  5. IV. Alla moglie about 3 min
  6. V. Alla moglie about 2 min
  7. VI. Alla moglie about 3 min
  8. VII. All’anima sua about 3 min
  9. IX. Alla moglie about 4 min
  10. X. Esultanza per la nascita del figlio about 2 min
  11. Libro II about 2 min
  12. III. Esultanza per la conclusione della pace about 2 min
  13. Le nenie about 3 min
  14. VIII. Nenia prima about 1 min
  15. IX. Nenia seconda about 1 min
  16. X. Nenia terza under 1 min
  17. XI. Nenia quarta about 1 min
  18. XII. Nenia quinta under 1 min
  19. XIII. Nenia sesta under 1 min
  20. XIV. Nenia settima about 1 min
  21. XV. Nenia ottava under 1 min
  22. XVI. Nenia nona under 1 min
  23. XVII. Nenia decima about 1 min
  24. XVIII. Nenia undecima about 1 min
  25. XIX. Nenia dodicesima under 1 min
  26. I. Celebra i Peligni e i campi di Sulmona about 2 min
  27. II. Alla moglie about 3 min
  28. III. Epitalamio per le nozze della figlia Aurelia about 5 min
  29. IV. Epitalamio per le nozze della figlia Eugenia about 5 min
  30. I. “Quinquennio” about 4 min
  31. II. Dall’“Urania”, libro V about 3 min
  32. II. Tomba di Lucia, figlia del Pontano under 1 min
  33. III. Il lamento della madre Adriana sulla tomba della figlia Lucia about 1 min
  34. XII. Invita la moglie e i figli a celebrare il suo compleanno about 1 min
  35. XIII. Alla moglie Adriana about 2 min
  36. V. “Meliseo” che piange la moglie morta about 9 min
  37. XXIV. Tomba di Ariadna Sassone napoletana about 2 min
  38. XXV. Pontano alla tomba della moglie Ariadna about 1 min
  39. LX. Alla moglie in sogno under 1 min
  40. LXI. Al lauro piantato dalla moglie morta under 1 min
  41. IX. Alla moglie, in sogno about 1 min
  42. I. Alla sua morta Ariadna about 2 min
  43. XXVI. Tomba di Lucio Francesco figlio del Pontano under 1 min
  44. XXVII. Il Pontano all’ufficio funebre del figlio Lucio Francesco under 1 min
  45. I. A Tranquilla, nipotina di due mesi, in morte del figlio Lucio about 1 min
  46. II. Si duole con la nipotina Tranquilla della morte del figlio Lucio about 1 min
  47. III. Alla nipotina Tranquilla under 1 min
  48. IV. Si lagna con le rose della morte del figlio Lucio about 1 min
  49. V. Si lagna con la maggiorana della morte del figlio Lucio about 1 min
  50. VI. Parla il cipresso under 1 min
  51. XXIX. Alla moglie under 1 min
  52. XXXII. Alla moglie morta about 4 min

Continue:

Introduzione

Giovanni Pontano nacque, di nobile famiglia, a Cerreto, presso Spoleto, il 7 maggio 1426, da Giacomo e Cristiana Pontano.

Rimasto ancor bambino orfano di padre, passò parte della fanciullezza a Perugia e a ventun anno seguí il re Alfonso (1442-1458) alla corte di Napoli, dove restò anche sotto Ferdinando I (1458-1494) Alfonso II (1494-’95) e Ferdinando II (1495-’96) disimpegnando importanti uffici diplomatici e guadagnandosi, presso i contemporanei, la piú alta considerazione.

Combatté dal 1458 al 1464 contro gli Angioini, contro i Turchi ad Otranto nel 1481 e nella lunga e confusa guerra di Ferrara nel 1482-’84 e a lui si deve principalmente la conclusione della pace di Bagnolo (1484) e di quella di Roma (1486).

Succeduto nel seguente anno al Petrucci nella carica di segretario di stato, vi durò fino al 1495. Nel 1492 stipulò a Roma una nuova pace col papa Innocenzo VIII.

Alla venuta di Carlo VIII (1494) egli restò a Napoli, gli consegnò le chiavi di Castel Capuano (20 febbraio 1495) e gli prestò giuramento a nome del popolo.

Al ritorno degli Aragonesi (7 luglio 1495) non riebbe quell’ufficio, ma restò a corte fino al 1498.

Ritiratosi a vita privata, morí nel 1503, in età di settantasette anni in Antignano presso Napoli.

Aveva sposato il 31 gennaio 1461, a trentasei anni, Adriana Sassone, fanciulla di diciassette anni, di nobile e ricca famiglia napoletana, dalla quale ebbe, tra il 1462 e il ’69, quattro figli, Aurelia, Eugenia, Lucia, Lucio. I due ultimi gli premorirono, Lucia di tredici, Lucio di trent’anni. Restato vedovo nel 1491, passò a seconde nozze con certa Stella da Argenta (Ferrara) che egli cantò nelle voluttuose poesie degli Eridani e dalla quale ebbe un figlio, morto in fasce.

Amò dunque parecchie donne e dei suoi amori lasciò traccia nei suoi versi; ma di tutti i suoi affetti quello piú durevole e profondo, pur in mezzo a curiose contraddizioni, fu certamente l’amore verso la moglie che cantò come fidanzata, come sposa novella, come madre e che pianse teneramente.

Le opere letterarie del Pontano furono tutte scritte in latino.

Tra quelle in prosa se ne ricordano parecchie di filosofia morale: De prudentia, De fortitudine, De liberalitate — De magnificentia — De humanitate — De fortuna — De principe — De splendore — De conviventia — De obedientia ecc.; una di storia: De bello neapolitano (1458-1464) in sei libri; una di rettorica: De sermone (sei libri); due di filologia: De Aspiratione (due libri) e un commentario a Catullo; una di astronomia: De rebus coelestibus, in quattordici libri. A queste opere vanno aggiunti i cinque celebri dialoghi: Charon — Autonius — Actius — Aegidius, Asinus.

Ma gli scritti ai quali è affidata la gloria del Pontano sono le sue opere poetiche, nelle quali si lascia a notevole distanza tutti gli altri umanisti, anche i piú grandi. In esse la sua ispirazione è pari alla sua arte; l’una e l’altra grandissime.

La raccolta delle sue opere poetiche si apre con un lungo poema didascalico e mitologico, l’Urania in cinque libri, in cui la sua fantasia si sbizzarrí nelle piú varie forme di narrazione e di descrizione, vagando di pianeta in pianeta e di stella in stella. Il poema, dedicato al figlio Lucio, termina con una deploratio in morte della figlia Lucia e con la glorificazione di sé.

All’Urania seguono il libro Meteororum su fenomeni meteorologici, e due libri De hortis Hesperidum sulla coltivazione dei cedri.

Il secondo volume comprende le Eclogae in numero di sei, tra cui la Lepidina, poemetto idillico considerato come uno dei capolavori della poesia latina umanistica; le elegie, gli endecasillabi e le odi dei due libri Parthenopei sive Amorum (il 2° è di sole elegie) contenenti le sue liriche giovanili; le elegie dei tre libri De amore coniugali che sono ispirate ai casi della sua vita di sposo e di padre; le epigrafi elegiache dei due libri De tumulis; le elegie del libro De Laudibus divinis, d’argomento religioso; gli Hendecasyllaborum seu Baiarum, due libri di tutti endecasillabi falecii; i Jambici, sei poesiole in trimetri giambici; Lyra, sedici odi saffiche; le elegie dei due libri Eridani e infine un’appendice di ventidue liriche disperse.

Da tutta quest’opera poetica noi abbiamo scelto le poesie d’argomento familiare, quelle cioè dedicate alla prima sua moglie, ai suoi figli e alla sua nipotina, e le abbiamo ordinate, per quanto era possibile (escluso il De amore coniugali, di cui non abbiamo voluto rompere l’unità) cronologicamente, riguardo, s’intende, alla prima concezione e non al tempo in cui ebbero la redazione definitiva, ché in tal caso tutte, senza eccezione, le poesie del P. dovrebbero riportarsi alla fine della sua vita, al 1503 (Cfr. Soldati, Op. cit. Introd.).

Tengono il primo posto i tre libri De amore coniugali, quasi completi.

La seconda parte del volume contiene un brano di Urania, due egloghe, tre endecasillabi, sei giambici, due Eridani, una breve lirica ed otto Tumuli.

In complesso ventitré poesie tutte strettamente connesse coi libri De amore coniugali e formanti con quelli un vero e compiuto poema della vita familiare, con le sue gioie, la sua pace e i suoi lutti.

La nostra raccolta comprende circa un decimo dell’intera produzione poetica del P. e circa un sesto della sua produzione lirica complessiva.

Dissero già altri (Rossi, Gaspary, ecc.) e assai diffusamente, dei pregi delle poesie familiari, il capolavoro del P. per schiettezza e profondità di sentimento, per immediatezza di ispirazione, per arte e originalità, e noi crediamo d’aver fatto cosa utile raccogliendo tutta in un volume quest’opera, unica forse nel suo genere in ogni letteratura.

La nostra versione rende verso per verso il testo latino, al quale crediamo d’essere stati il piú possibile fedeli anche nei carmi nuziali, dove abbiamo preferito omettere alcuni versi piuttosto che modificarli. L’esametro latino è trasformato in un esametro italiano quasi sempre ipermetro rispetto all’originale, essendo impossibile creare per l’italiano un’esatta quantità. Le rime, quando ci sono, si accettino come peculiarità melodica della nostra lingua che compensi in qualche modo l’armonia del latino.

Gli altri metri sono imitati in modo analogo, fatta eccezione per il solo trimetro giambico che mi son permesso di tradurre piú liberamente.

Comunque, il libro vorrebbe essere la storia poetica della vita familiare del grande umanista, seguita con sincera simpatia umana e schietto entusiasmo d’arte.

Modena, giugno 1920.

I. Ad Elegia

Vieni e il tuo fulgido crine d’un ramo di mirto contorna, vieni: le chiome adorna, o elegia, divine,

e che di nuova splenda bellezza il tuo corpo concedi: fino ai tuoi nivei piedi lenta una veste scenda.4

Vaga di molli baleni la perla del mare eritreo splenda, lucente neo, fra i tuoi piccoli seni.

Rida sul collo tornito, sugli omeri un aureo decoro: ama i monili d’oro il serico vestito.8

Stringa una fibbia d’oro la veste sui seni raccolti, sporgano dai risvolti lucide frange d’oro.

L’arabo nardo spiri fragrante mollissima un’onda, dove tu vada effonda scie di profumi assiri.12

Vengano ancor le care tue vergini Grazie, cui giova danze con arte nova volgere ed intrecciare.

Di Venere tu il figlio nei primi suoi anni lasciva guidi con opra attiva, reggi col tuo consiglio,16

e quando dell’arco riposa ei l’ozio a godersi piú ameno sopra il tuo caldo seno, candida ninfa, posa.

Onde serbare eterna la tua gioventú Citerea ti diè, benigna dea che tua beltà governa.20

Onde tu ai furti meni audaci dei giovan gli amori tutti conquisti i cuori con le carezze leni.

Vieni, deh, dunque e avviva, ma con molle plettro la lira suono piú dolce ispira alle sue corde, o Diva:24

poi che a te già fu padre Mercurio e nell’opra cortese i lirici ti apprese canti l’Eurimia madre;

anzi tu già provavi (a quanto ancor narrasi almeno) corca su molle fieno, furti d’amor soavi:28

quando scorrendo le spiagge paterne dell’Umbria, ti piacque sostar presso dell’acque del Clitumno selvagge.

Quivi scorgesti nuotante per l’acque del fiume quel Dio e préseti desio teco d’averlo amante:32

“Qual gioia mai per l’onde? non offrono i prati, o fanciullo, comodo piú il trastullo, gioie assai piú gioconde?

Con la vïola fine comporre tu puoi una molle ghirlanda e di corolle cingerti il biondo crine.36

Qui nell’ombrosa frescura potresti nel sonno pur anco stendere il corpo stanco tra i fiori e la verzura.

Coro di Driadi giulíe ne invita sull’erba alle danze con le molli fragranze, le dolci melodie.”40

Preso da súbito ardore seguendo la forma tua bella della voce sorella ch’arse dei numi il cuore,

teco dall’acque usciva tra i salci il dio giovinetto, candide a te sul letto verde le membra univa:44

sotto le viti e gli olmi giaceste all’amplesso iterato stanchi, ma pur del grato mutuo piacer ricolmi.

Onde io ti prego, mira con occhio benigno il mio amore, canti soavi al cuore per la mia donna ispira.48

Questo cantavo, quando sorridere vidi i Penati splendori disusati la casa illuminando.

Presso mi stette: al sorriso conobbila tosto: il pensiero suo trasparia sincero già dall’apparso viso.52

Dal colmo sen le rose versava ed i molli giacinti e al giallo croco avvinti i gigli e le vïole.

Quivi cantò: le corde col plettro d’avorio percosse e la seguace mosse voce col suon concorde.56

“Deh! non voler la ricchezza al verso anteporre beato, né con un vil mercato vender la tua bellezza!

non loderei per nulla se per la volgare moneta abbandoni un poeta una cólta fanciulla.60

Dono è d’un dio la bellezza, né può cambiarsi con oro, del terreno lavoro è l’avida ricchezza.

Bella, raffrena il desio: la bianca vecchiaia veloce temi, la diè precoce agli affannati Iddio.64

L’oro è delitto e vergogna davanti alla dolce poesia: fida, o fanciulla mia, in ciò che il cuore sogna.

Odia anche il lusso: mille le lunghe tue noie nei cuori, per i vagheggiatori, d’odio saran scintille.68

Mentre sprezzante Cermena e sorda di Glauco al desio fugge l’amante Dio di sua bellezza altera,

irrigidíano le care sue membra ed in sassi mutate battonle l’onde irate del tempestoso mare,72

scoglio malfido restando pur oggi: le navi natie a piú sicure vie le vele allontanando.

Non ricercar peregrine eleganze, ma fogge modeste: semplice piú la veste anche sarà piú fine.76

Ben acconciati i capelli, le pieghe al vestito eleganti, gli abiti ai cuori amanti piaccion leggiadri e belli.

Parca d’accenti e pudica nei detti, il virgineo rossore sembra che piú al candore del viso tuo s’addica.80

Usa degli occhi tuoi a sguardi or modesti or fiammanti se conquistar gli amanti e conservarli vuoi.

Segui in amore l’orme d’un solo: piú forte può amarti: meglio convengon l’arti semplici a belle forme.84

Venere scorsi un giorno che là nella selva Dodona si componea la chioma bionda in un modo adorno:

ecco allo specchio i capelli s’acconcia, e ai suoi piedi festanti ilari e cinguettanti, simili a lei, gli augelli88

plaudon battendo l’ali, coprendola d’esili baci all’armonie seguaci dei balbettii vocali.

Mite la dea di quelli lodò l’amorevole cuore: “Specchio di fido amore, disse, saran gli augelli.”92

Se troppo è ben vestito, se porta dipinte le chiome, giovin che díati il nome non sceglierti a marito;

vano è costui: di cuore mutevole sempre e leggero non prèndati pensiero di cosí incerto amore.96

Ecco un arguto poeta che t’ama e la fronte circonda già d’apollinea fronda: non ne saresti lieta?

Seco ti vuol pur anco se moglie non essergli brami, ne’ dí lieti e nei grami sempre sarà al tuo fianco.100

Purché a te piaccia egli vuole all’orride pugne mischiarsi, o all’ultime recarsi scitiche piagge sole.

Né resterà se avvampi il sole le libiche arene o splendan le serene Orse ai gelati campi.104

Ti resterà fedele dall’alba alla candida sera: sarà la vita intera una luna di miele.

Quando goder tu puoi l’ossequio di un’alma a te cara non la vecchiezza è amara, gravi non gli anni tuoi.108

Qual gioia mai ti molce se gli anni tuoi belli ozïosa vivi, il piacer di sposa senza goder sí dolce?

Ti loderanno se il rito di Venere compia sponsale nell’abbraccio legale del tuo caro marito.112

Come senz’acque il fiume, o stelo di fior non adorno, qual senza sole il giorno e notte senza lume,

letto cosí non piace se all’ombra delizïosa con allettante sposa pari un amor non giace.116

Pur io con nodo stretto al caro Clitumno abbracciata riposo abbandonata sul desïoso petto.

Venere piú della luce ha cari i notturni piaceri, (accende essa i doppieri e l’alba essa conduce).120

Vieta che sola a dormire t’indugi nel vedovo letto; vergine, il suo precetto saggia non vuoi seguire?”

Disse, e uno scettro d’alloro leggero le tempie mi sfiora. La visïone allora cinse una nebbia d’oro,124

poi dileguò sui venti: segnando l’aerea sua via con la flagrante scia delle chiome fluenti.

Mentre divampa la forza del fuoco e l’incendio propaga mentre per me la vaga dea la sua lira accorda,128

tu pure, o vezzoso fanciullo, tu vuota per me la faretra: è la lirica cetra caro d’amor trastullo.

Ardi, ferisci, o Amore: non io del tuo imper mi lamento, piú gode nel tormento quando infocato è il cuore:132

molle piú il verso allora, piú lieta sarà l’armonia ch’esce fluendo via dalla bocca sonora.

Tu ancora. Ariadna, il mio fiero furore alimenta e consola: Vieni, tu sei la sola pace del mio pensiero.136

Dura, o speranza, a chi prega non essere e ostile al sembiante, un eterno d’amante vincolo a te mi lega.

Siami, ti prego, pietosa: per te mi consumo d’affetto, compagna del mio letto, cara futura sposa.140

Ch’io possa felice marito d’Imene col grato favore, frutto di tanto amore, pórti l’anello in dito.

II. Carme nuziale

Queste, o cantore, armonie consacra al mio giorno festivo, deduci sul giulivo flauto le melodie.

Primo ammolliva Imene le vergini ancora selvagge: primo con arti sagge egli aggiogò le iene:4

sacro agli amori vaganti il vincolo ei diede sponsale, sul talamo legale giacquero insiem gli amanti.

Primo carpiva il fiore soave di giovinezza, la dea della bellezza prima a lui rese onore.8

Queste, o cantore, armonie consacra al mio giorno festivo, deduci sul giulivo flauto le melodie.

Egli, soave il braccio mostrò come al collo si posi, o stringansi due sposi nel loro primo abbraccio;12

egli bisticci e paci insegna: e se chiusa la bocca resta e se un labbro tocca l’altro nei dolci baci.

Franco il linguaggio d’amore ei rende, per l’umida gola guidando la parola dai recessi del cuore.16

Queste al tuo canto sonoro congiungi, o flautista, armonie, fin che alle porte mie pende il divino alloro.

..............

Ecco: silenzio! — il dio qui giunge. Con quale fulgore! Interrompi, o cantore, l’impari melodia.28

Presente è il dio che gode veder le sue feste nuziali, giungere gli sponsali con i suoi casti nodi.

Meglio ascoltar ci tocca: pei voti a lui cari egli vuole queste sancir parole con la divina bocca.32

“Io con augurio felice congiungo le destre cosí: dica la sposa: Sí, come lo sposo dice.

Ecco: e tu, sposo, ricevi sul labbro il suggello d’amore, del puro bacio il fiore la sposa a te non neghi.36

Alla sua sposa commossa dà primo egli il bacio augurale essa pudica e frale è come fiamma rossa.

Mostri il tuo viso e il fulgore degli occhi ciò che tu senti, vergine, e i lieti accenti non ti celar nel cuore.40

T’insegneranno il resto Amore e la notte beata: io per la fede data, pegno ti do sol questo.

Oh! come l’oro è bello se cinga d’entrambi le dita! Simbolo dell’unita fede sarà l’anello.44

Pari con pari affetto, le gioie divise e le pene, ogni dovuto bene date al concorde letto.

Vecchi ancor vivan l’ore che giovani godon serene: quelli che unisce Imene, tenga congiunti Amore.48

III. Carme nuziale

Sorgi, o del cielo amore, desio degli sposi giocondi, sul talamo diffondi, Espero, il tuo splendore.

Venere accogli l’invito e i passeri aggioga volanti, porta le faci avanti fulgide al sacro rito;4

e poi che gl’imenei congiungere suoli invocata, guida la sposa amata ai desiderî miei.

Fa’ ch’essa piú non tema, gli scrupoli volgi in piacere, insegnale a godere la voluttà suprema.8

Fede e Concordia sorelle dell’inclite Grazie e d’Amore, caste dei sogni all’ore splendan virginee stelle.

L’ora felice il tardo suo passo qui fermi ed il santo Genio del crine il vanto sparga di molle nardo.12

Espero sorge: viva la luce di tede s’effonde: e un sol grido risponde: “Evviva Imene, evviva!”

Ecco lo stesso Imene, spargendo il giacinto e la rosa, presso sí bella sposa lieto al suo ufficio viene.16

Viene e le faci avviva. Su, tutti acclamate ad Imene: dite tre volte assieme: “Evviva Imene, evviva!”

Dalla sua bocca spira profumo d’arabo aroma, madida è la sua chioma della fragranza assira.20

Venner dai mari eritrei per l’onde, per gli arsi deserti, a’ suoi fragranti serti i balsami sabei.

Ecco egli guida i cori col piede seguendo le note, fra vorticose ruote d’agili danzatori.24

Tutti acclamate alla diva sembianza del dio che ci onora, dite tre volte ancora: “Evviva Imene, evviva!”

Giunge una ninfa: il dio la guida e le idalie sorelle: la guidano le belle nove castalie dive.28

Tutta la casa segreta già sembran conoscere e amare: rivedono le care stanze del lor poeta.

Muove la schiera divina segnando la trama dell’orme: plaude la turba enorme, plaude la scossa lira.32

Oh! nel fervor delle danze tra i suoni osannanti alla diva “Evviva Imene, evviva!” echeggino le stanze.

Ecco la sposa novella: cessate dai suoni e dai canti, al limitar davanti esita ancor la bella.36

Ecco: i suoi passi già lenti sofferma: è rossa nel viso: d’Erato il dolce riso mescesi ai cari accenti.

“Non esitare, o figlia, solleva il tuo piede; c’è un nido per te: uno sposo fido: entra: è la tua famiglia.40

Casa felice avrai di santi penati ricetto: in pace sul tuo letto candido dormirai.

Sposo tu avrai che l’oro di Creso o dell’Ermo le arene vili al confronto tiene: sola gli sei tesoro.”44

Disse. Elegia frattanto s’appressa, è adorna nel crine, bianca le membra e fine sotto purpureo manto.

“Piangi? le lacrime, o bella, offuscan degli occhi il fulgore, felicità d’amore quivi godrai novella.48

T’attendon la dolce quïete, il lungo sereno diletto, del soffice tuo letto le voluttà segrete.

E piangi ancor? Ti fisa con trepido sguardo il tuo sposo e al pianto doloroso l’alma à da sé divisa.52

Pietà non senti? vieta quest’oggi di piangere Imene: di delizie serene presso è la notte lieta.

Non differire ancora l’amplesso del caro marito verso il felice rito muovi il tuo passo: è l’ora.56

Bene varcasti, o diva: la soglia dei quieti suoi lari bene alla destra pari, la destra tua s’univa.

Andate, abbracciatevi stretti, cingetevi il collo beati, premio i futuri nati sïano de’ vostri amplessi.60

..............

Stretti com’edera al ramo: le braccia alle membra avvinghiate e le bocche baciate mormoreranno: t’amo!64

..............

Chiudete le porte: già il letto riceve i due giovani amanti, occhi non vuol davanti il tenero diletto.68

Solo tu assisti, o Imene nuziale, alle lacrime, al riso, al mormorio diviso, al combattuto bene.

Sposi, fin che alla terra il sole non torni, godete. Desïata quïete, dopo sí lunga guerra!”72

IV. Alla moglie

Ebe che fu in aspersi d’ambrosia amplessi giaciuta sembrò della perduta verginità dolersi,

quando di pianto le care gote soffusa e disciolto il crin, d’Ercole il volto piú non osò guardare;4

tale, Arïadna, i lenti tuoi occhi riaperti al mattino, umido il ciglio e chino le nozze tue lamenti.

Giusta di tal dolore la causa è per te, mia diletta, se làgnasi la schietta voce del tuo pudore.8

Ma debitrice sei a Venere in questo e al marito: piega nel dolce rito ai desideri miei:

legge t’è il socio letto: (s’accora il vergineo pudore?) usa il permesso amore lo sposo tuo diletto.12

Oh certo dolerti non puoi: mutato è il pudore in piacere: dato t’è piú godere, o sposa mia, se vuoi.

Usa della tua sorte, non fare il tuo danno piangendo, tristamente chiudendo del tuo piacer le porte.16

Vivere in ozio che giova? raccogli il tuo tenero amore di gioventú nel fiore, fresco nell’alba nuova.

Fiore che presto il frutto darà: e tu cogli il piacere: sul gemino origliere: l’amor godine tutto.20

La voluttà e il pudore congiunti qui sono in un solo talamo e gioia e duolo, e vincolo ed onore.

Goder potrai salvando la tua castità verginale: lascia (non farai male) ogni scrupolo in bando.24

Fugga la ritrosia dai grati piacer coniugali: ama i diletti e uguali sollazzi Imen desia.

La ritrosia non piace nel letto nuziale ai mariti, causa è talor di liti: cerca l’amor la pace.28

Delle carezze gode il letto ch’è sacro ad Imene: godi il futuro bene nelle carezze nuove.

D’Ettore un giorno chiedeva Andromaca i baci e l’amplesso e desïosa presso al mite eroe giaceva.32

Quello che l’aspra guerra e i campi bistonii à lasciato tenera al seno amato perdutamente serra;

tutta gli terge la faccia di polvere intrisa e sudore, stringe il diletto amore con le sue calde braccia.36

Giove in Olimpo una sera ignoti bandiva sponsali, tutta degl’Immortali vi convenia la schiera.

Solo d’Apollo al viso il vanto divino contende Luce, la dea che splende tutta nel bel sorriso.40

Quella ogni vecchio mira ed ogni piú giovane dio, d’Apolline al desio forte ogni dea sospira.

Tutte bramavanlo sposo: ma quello fisava fulgenti gli occhi su te dolenti, dell’amor tuo pensoso.44

Germina a poco a poco, o Luce, in te il primo amore, nel volto è il tuo dolore, è ne’ tuoi occhi il fuoco.

Danze piú non conduce Apollo se manchi la dea: musica non ricrea, lungi da Febo, Luce.48

Cresce l’amore e insieme si scorge la forza d’amore, oltre non può l’ardore nascondere la speme.

Parlan le cupide occhiate, i cenni e le mani furtive nelle carezze schive, nelle carezze grate.52

Rossa è la dea: stordito Apollo: obliano le danze: balbetta di speranze l’accento sbigottito.

Videro tutti gli dei e Giove fu presto informato: “Questi con giogo amato, disse, sposar potrei.56

Degna al Tonante nuora, del fulgido ciel radïoso degna e di tale sposo degna è la Luce ancora:

sposo dovuto a lei (se moglie d’alcuno ella sia) piú degno, in fede mia, certo non troverei.”60

Disse e per mano prese senz’altro e Apolline e Luce. Al cenno di tal duce ai carmi Imene attese.

Già Luce allo sposo diletto, già Febo dà i baci alla sposa: pensa la desïosa coppia all’amato letto.64

E Febo: “O Luce mia, carissima Luce, deh, chiedi quello che meglio credi, ciò che il tuo cuor desia.”

Luce abbracciandogli il collo in tutto il suo vivo splendore: “Questo ti chiedo, o Amore, questo ti chiedo, o Apollo:68

senza di me non mai nei cocchi dorati e splendenti sulle ruote lucenti l’etra percorrerai,

onde da te portata ciascuno mi veda al tuo seno libar come da un pieno calice amor beata.72

Bellezza ed amor non avrai ch’io teco non possa godere: dí non sarà o piacere senza di me giammai.”

Febo annuí; la Luce sua bianca sul carro recando, spettacolo ammirando, seco ogni dí conduce.76

Bella ciascuno dice la moglie al marito sul cuore, col suo diletto amore ella è cosí felice!

E tu, mia moglie adorata, la luce imitar non vorrai? Dunque con me vivrai sempre cosí ostinata?80

Breve è la vita, o sposa, piú breve è beltà di fanciulla: è come un lieve nulla il tuo color di rosa.

Ahi, qual ci resta fortuna? La triste vecchiaia sen viene: reca le lunghe pene, reca la morte bruna.84

Questi tuoi anni trascorsi invano rammenterai sola godi (l’istante vola!) se non vorrai rimorsi.

Questo ti dice la forma tua bella e l’ardor del marito, questo d’Imene il rito, questo d’amor la norma.88

V. Alla moglie

Non io, diletto amore, cercando ricchezze dorate alle tue porte amate stetti vagheggiatore:

trassemi a te la norma tua pura, la fede, il costume, grazia e virgineo lume della tua bella forma:4

questo moveami al grato connubio di te desïoso, sembrai felice sposo di tale sposa a lato:

Venere diè il suo favore, le molli sponsali catene ci preparava Imene, ci sorrideva Amore.8

Notti felici e leni, o luci dei giorni beate, delle carezze amate gaudi soavi e pieni!

Voti io recava ai Lari, al Genio mio buono, e preghiere molte alle sante schiere, ai supplicati altari,12

quando... ecco d’ira avvampi, o Dio che le terre funesti e dell’Emilia pèsti sanguinolento i campi!

“Deh, la feroce brama deponi dell’armi e sul bianco seno riposa, o stanco, di Venere che t’ama!16

Ella ti serba ignote delizie — ed indugi tu ancora? — ti serba il cuor che plora, le ricompense ignote.

Corri: l’Amor suo langue e stanca seguendoti à l’ala: su: vèstiti di gala: tergi l’umano sangue.20

Libera amante e bella ti attende: l’artiere marito tiene di Lemno il lito: i fulmini ei martella.

Lascia le guerre turpi: perché non ti affretti all’amore? Ahi, con un simil cuore nome d’amante usurpi!24

La guerra il sen ti molce di stragi tu sol ti compiaci, non già di molli baci, d’arma non già piú dolce.

Sei col pensier lontano né i cari amplessi rammenti piú, né i suoi blandi accenti: Dio, come sei villano!28

Dopo la giovanile fatica e i piú strani tormenti scorrer in te non senti come un languor sottile?

Dopo la guerra, posa! T’invita Ciprigna sí fine splende il suo biondo crine, il volto suo di rosa.”32

Ahi, già le schiere in frotta si serrano attorno ai vessilli, ahi che agli acuti squilli il cavalier già trotta!

Grave è già d’armi il vate: ei segue le schiere confuse: malaugurate muse, nozze malaugurate!36

Ozi ebber già e preclusa, le nozze e le rime, quïete: nozze, e qual gioia avete? a che mi vali, o Musa?

Ogni ferita m’è lieve, non temo di morte l’agguato, né il giogo eguaglïato dalla perpetua neve.40

Tu sola, quand’ei ti rimembra, tu sola infinito dolore: che viver possa il cuore senza di te non sembra.

Grave m’è il dí, piú grave m’è il sonno di te vedovato: duolo al ricordo amato è la vision soave.44

VI. Alla moglie

Cara, il suo vedovo letto conserva al marito lontano, se non fu dato invano pegno d’eterno affetto.

Non farlo per altri, imitando le donne leggere e cattive, le promesse votive caste dimenticando.4

Quello che primo il ferro crudele al suo fianco legava e audacemente armava primo l’atroce guerra

uccidan le Furie e il carcame raspando ne tolga alla fossa Cerbero e roda l’ossa con la rabbiosa fame.8

Quello rapiva alla cara consorte il mio giovane amore: piange il mio solo cuore la lontananza amara.

L’armi non già il nemico feriscon, ma il cuor d’un amante. Via! la mia vita errante torni al riposo antico.12

Frattanto del caro lontano tu memore sempre e pensosa non pregherai, o sposa, pel suo ritorno invano.

Presso è la madre pia e pur la sorella è presente, e allevian per l’assente la tua malinconia.16

T’insegna l’attesa crudele illudere in facile svago con l’opera dell’ago Penelope fedele,

cui non il lungo errore mutò, né d’Ilio la guerra: ferma nel petto serra l’inoblïato amore.20

Casta rimani: l’oro non piàcciati o il tristo piacere: pure serbarsi e altere, spose, è il miglior decoro.

Quando col fuso consoli le tristi di me ricordanze e dalle chiuse stanze esci al festivo sole,24

pensa alle mille mie pene, all’umido cielo pluviale, al freddo siderale delle notti serene;

temi il nemico ferro che pende sul capo al tuo sposo, ogni periglio ascoso temi dell’ardua guerra.28

Laodamia fedele, negletta, disciolte le chiome pensa allo sposo e come vedova, mesta siede.

Parlan talor le vicine a lei d’ogni vezzo già schiva: “Rendi la grazia, o diva, al disadorno crine;32

rendi alla vedova mano gli anelli, le gemme al tuo serto.” Piange il suo cuor deserto Protesilao lontano:

piange e non piú s’adorna, gli anelli e le gemme non cura se dall’iliache mura Protesilao non torna.36

E Capaneo di Tebe movendo alla guerra nefasta, tal non Evadne casta tristi spargea querele?

E notti e giorni sola traendo, ne sviene al dolore, per il lontano amore nulla il suo cuor consola.40

Non canti, non portici o danze, non sacre preghiere devote, non le festive note, non di giardin fragranze.

“Evadne, perché resti sola? perché nella casa piangendo stai, la lenta traendo tua lagrimosa spola?”44

“Misera me, lontana la gioia è dei cari miei giorni: per chi vuoi tu che adorni la mia bellezza vana?”

Eccola in mezzo alle ancelle intenta a filar le sue lane nell’ascose lontane squallide mute celle.48

Lode già s’ebbero grande esempio d’eroica costanza: degna di ricordanza la morte fu d’entrambe.

Non certo ti spingono, o cara, gli esempi a che trovi piacere nel tuo dolce dovere, nella costanza rara:52

tu stessa ben sai: te lo dice la bella virtú che t’adorna e il pensier che ritorna del marito infelice:

e so che ben ti consigli: che curi la casa al lontano, che non t’adopri invano per i tuoi dolci figli.56

Forse mi chiederai se m’abbia un eguale pensiero di te, se a cuor sincero confidar ti potrai:

oh, non in facile modo la cara concordia ci avvinse, né senza pegno strinse la nostra destra il nodo!60

Io mi pensai non un’ora trascorrere piú di te privo e mi sentii giulivo della tua fede ancora.

Tu sol mia quïete presente, tu sol mio pensiero lontana, tu del suo cuor sovrana guidi lo sposo assente.64

Pur mi sarà concesso, se lieta la pace ritorni, i desïati giorni vivere a te da presso:

godere nell’ozio sereno le gioie soavi del letto nel mutuo diletto stringerti al caldo seno.68

Serbaci, o casto Imene, i vincoli puri del cuore, rinascerà l’ardore nel rinnovato bene.

Memore sia frattanto del sacro nuziale pudore: presto verrà il tuo amore: terga la speme il pianto.72

Né la speranza t’inganna: trasvola già l’ultima estate, l’uve di già pigiate gemon la dolce manna,

già dall’illirica riva il freddo aquilone s’avanza: “Scalda la chiusa stanza, ecco la neve arriva!”76

Presso è l’inverno e pare che stanco il guerrier già sen vada a riportar la spada al suo paterno lare.

Ed anche a me già sembra di giunger sul tuo limitare, sento già d’abbracciare le desïate membra.80

Ecco: tra le mie braccia tu quasi esanime cadi e tra sospiri radi par che il tuo cuor si sfaccia:

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