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Giro del mondo

Giovanni Francesco Gemelli Careri · 1699 · Free in the US

83,403 words · about 5 h 50 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1699 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Giro_del_mondo_del_dottor_d._Gio._Francesco_Gemelli_Careri&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giovanni Francesco Gemelli Careri
Language
Italian
Published
1699
Length
83,403 words · about 5 h 50 min
Sections
35 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (35)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica about 2 min
  3. Avviso about 3 min
  4. Indice de' capitoli under 1 min
  5. Libro I about 1 min
  6. Libro I - Cap. I about 6 min
  7. Libro I - Cap. II about 15 min
  8. Libro I - Cap. III about 7 min
  9. Libro I - Cap. IV about 25 min
  10. Libro I - Cap. V about 17 min
  11. Libro I - Cap. VI about 13 min
  12. Libro I - Cap. VII about 8 min
  13. Libro I - Cap. VIII about 38 min
  14. Libro I - Cap. IX about 7 min
  15. Libro I - Cap. X about 3 min
  16. Libro II about 1 min
  17. Libro II - Cap. I about 31 min
  18. Libro II - Cap. II about 38 min
  19. Libro II - Cap. III about 12 min
  20. Libro II - Cap. IV about 4 min
  21. Libro II - Cap. V about 8 min
  22. Libro II - Cap. VI about 25 min
  23. Libro II - Cap. VII about 11 min
  24. Libro II - Cap. VIII about 12 min
  25. Libro II - Cap. IX about 12 min
  26. Libro II - Cap. X about 10 min
  27. Libro III under 1 min
  28. Libro III - Cap. I about 4 min
  29. Libro III - Cap. II about 9 min
  30. Libro III - Cap. III about 8 min
  31. Libro III - Cap. IV about 10 min
  32. Libro III - Cap. V about 6 min
  33. Libro III - Cap. VI about 3 min
  34. Indice delle cose più notabili under 1 min
  35. Errori più notabili about 2 min

Continue:

Front matter

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Dedica

sembri strano a V. E. se onorando con benigno sguardo i miei fogli, osserverà, che dalla toga di Astrea feci passaggio al sajo di Bellona, ed indi all’abito di peregrino; poichè avendo sì ne’ legali cimenti, come ne’ militari sperimentata troppo maligna la mia stella, pensai mutando cielo, mitigare in parte il rio influsso. E quantunque la lunga peregrinazione di varj, e disastrosi accidenti fornita, non mi abbia reso immune da’ perigli: tuttavolta meno rigida in viaggiando essi meco portata la fortuna; conciossiacosachè alla Divina Provvidenza piaciuto sia di serbarmi per testimonio delle sue mirabili opere, che nel Giro del Mondo, meglio, che in un’angolo della Terra si ammirano. Ora scampato da’ naufragj, sono al porto del fortunatissimo Regno di Napoli, che da V. E. con tanta virtù, e con tanta felicità si governa, che quando era eziandio in contrade rimotissime dal nostro Polo, sentiva il dolce Nome, e le di lei alte imprese risuonar fra’ Barbari stessi, cui non era sconosciuta la sua Real Casa, ed il suo Real costume, e specialmente quello di far, che un Regno testè dimagrato, ed in istante risorgesse il merito oppresso dal peso dell’oro, di cui V. E. a differenza d’altri, suole riempire i pubblici Erarj, e non le proprie casse. Onde non istupisco, se di V. E. medesima non degenerante dagli Avoli, a lor somiglianza, in tutte le lingue, e presso tutte le Nazioni si faccia immortal memoria; e se formansi da per tutto ragguagli delle tante, e sì rare qualità, che fregiano la corona de’ suoi meriti, ed accrescono il dovizioso patrimonio delle sue laudi. Emmi per tanto mancato l’animo di farne parola in questo foglio, col quale ho pensato di dedicarle la mia divozione, ed insieme il primo tomo de’ miei ultimi viaggi, ove scorgerà delineato l’avanzo di qualche Monarchia di quelle, che per sua elezione tanto ben si descrissero nella eruditissima Ac- cademia composta nel proprio suo Palagio de’ migliori Suggetti della Repubblica Letteraria. Or non tributandole componimento eroico (siccome farebbe quello delle sue maravigliose geste, e de’ suoi) le offero con profondità di ossequio una raccolta di curiose, e dilettevoli notizie, con cui ella suole soventemente sollazzarsi ne’ momenti, che le restano all’applicazione del grave governo. E se non saranno degne del suo gradimento le mie fatiche, spero, che lo farà l’argomento di questi miei peregrini racconti, che mi hanno aperta la strada ad umilissimamente inchinarla, e riverentissimamente soscrivermi

Di V. E.

Napoli a dì 24.Settembre 1699.

Avviso

L fine d’indugiarti alquanto prima di leggere la presente opera, non è altramente quello di lodar l’Autore, che molto agevol cosa mi sarebbe; imperocchè potrei adempirlo in poche parole, con adattare a lui l’elogio, che nel principio dell’Odissea fece a Ulisse,

Πολλῶν δ' ἀνθρώπων ἴδεν ἄστεα, καὶ νόον ἔγνω

Avvegnacchè al mio credere altri non sia stato giammai, che intraprendesse un sì lungo, e capriccioso viaggio: avendo egli in altre Isole, che delle Sirene, e di Ogigia approdato; ed altri popoli veduti che Lotofagi, e Lestrigoni; ed essendosi in altri scogli abbattuto che di Scilla, e Caribdi. Ma l’unico mio scopo è di avvertirti, che il nostro Scrittore non dirà cosa, che non abbia co’ proprj occhi ragguardata, ed in ciò, che di veduta non può render testimonio, servirassi dell’autorità di quei, che lo han veduto. Leggendolo poi, rare notizie ritrarrai degl’Imperj, e Reami men conosciuti, e colla lor grandezza intenderai i dogmi, e le cerimonie di molte sette, le leggi del governo così in pace, come in guerra, le rendite, i tributi, li costumi, gli abiti, le monete, le fabbriche più magnifiche, e tutto ciò, che la terra, il mare, e l’aria produce di curioso: con tramschiarvi qualche loro Iconismo, per renderne più paga la mente, e la vista. Sa egli bene, che alcu- ni non usciti ancora dal propio nido, sol per avere osservate poche carte geografiche, o letta qualche relazione, stimano di avere acquistato un perfetto conoscimento de’ paesi stranieri; per lo che di leggieri addiviene, che gli altrui rapporti, che non conformansi allo studio, che ne han fatto, chiamansi da costoro

Sogni d’infermi, e fole di romanzi:

come se il tratto d’immaginarie linee possa in pochi fogli esprimere al vivo e gl’intrighi de’ viaggi, e la stravaganza de’ Climi, e le maraviglie della Natura, e dell’arte, che tratto tratto nuovi arcani ci discuopre; o pure come se unicamente da’ libri, che han veduti, le vere cognizioni raccolgansi, ed ogni altro avviso non sia, che mero ritrovamento di chi scrive. Sì che fa mestiere aver l’animo sgombro di ogni passione, e non ammettervi alcuno anticipato pregiudicio, che eglino avessero con astiosi discorsi tentato d’insinuarti. Questo è quanto desiderasi da chi per istruirti delle contezze da noi affatto lontane, in cinque anni, e mezzo di peregrinaggio, si è posto più fiate al rischio di rimaner preda de’ pesci, di fiere, o di uomini più che selvaggi. Egli finalmente, essendo per natura ed in fatti, ed in parole comunicabile ha voluto scrivere con semplicità di stile come amica del vero, che abborrisce ogni figura ombreggiata dall’arte; ne pretende acquistarsi nome di buono, ed ornato parlatore, ma di Relator veridico, ed accorto. Gradisci adunque l’avvertimento, sospendi il giudicio sino al fine dell’opera, e rimanti con Dio.

Napoli a dì 25. di Settembre 1699.

L Dottor D. Gio. Francesco Gemelli Careri rappresenta a V. Em. come dopo una terribile peregrinazione di cinque anni, e mesi, ha dato il giro al Mondo; penetrando nelle Corti delli maggiori Monarchi dell’istesso, notando i costumi, governo, religioni, abiti, armi, e rendite delle medeme, con li clima, frutti, distanze, e latitudini delle Città viste; e perche desidera dare le sue fatiche alla luce, sotto il titolo di Giro del Mondo del Gemelli, supplica V. Em. concederli licenza per poterle dare alle stampe, che lo riceverà a grazia di V. Em. ut Deus.

Ussu Eminentiæ Tuæ opus perlegi, cui titulus est, Giro del Mondo di D. Gio: Francesco Gemelli, nec quidquam in eo inveni bonis moribus, Catholicæque Religioni adversum; at plurima eruditus Lector comperiet, quibus delectari valeat: idcircò typis mandari posse existimo, si ita Eminentiæ Tuæ videbitur. Die 14. Augusti 1699. Emin. Tuæ Reverendis.

L Dottor D. Gio: Francesco Gemelli Careri dice a V. E. come dopo una lunga peregrinazione di cinque anni, e mesi ha dato il giro del Mondo, penetrando nelle Corti delli maggiori Monarchi dell’istesso; notando delle medeme i costumi, governo, religioni, abiti, armi, e rendite delle medesime, con li clima, frutti, distanze, e latitudini delle Città viste; e perche desidera porre le sue fatiche alla luce sotto il titolo di Giro del Mondo del Gemelli, supplica V. E. concederli licenza per potersi dar alle stampe, che lo riceverà a gratia ut Deus.

Regius Consiliarius D. Amatus Danio videat, et in scriptis referat.

Provisum per S. E. Neap. 9. Ianuarii 1699.

O, secondo l’ordine da V. E. datomi, letto il libro intitolato Giro del Mondo di D. Gio: Francesco Gemelli; e sicome non contiene niente, che detraha alla giurisdizione Regia, così può sodisfare il gusto de’ curiosi, e renderli insieme utile, e diletto per le molte, e varie notizie che vi sono; perciò lo stimo degno della stampa, se V. E. si degnerà ordinarlo.

Provisum per S. E. Neap. 6. Augusti 1699.

Indice de' capitoli

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Libro I

Indice

. Cause, che indussero l'Auttore a viaggiare, e ciò, che gli avvenne da che partì da Napoli sino a Messina.

. Brieve descrizione di Messina, e di tutto ciò che vide sino a Malta.

. Navigazione sino ad Alessandria.

. Si narra la navigazione sul Nilo, e si descrive il gran Cairo.

. Relazione de’ Padri F. Giacomo Albani, e Fra Giuseppe Maria di Gerusalemme, Riformati Francescani, e Missionarj, di ciò che videro nel loro viaggio.

. Si descrivono le Piramidi d’Egitto, e mummie del Deserto.

. Continuazione del viaggio, ed arrivo in Gerusalemme.

. Si descrive Gerusalemme, e i Santi Luoghi.

. Ritorno in Alessandria per lo stesso cammino.

. Della Religione, governo, costumi, abiti, frutta, ed aria di Egitto.

Libro I - Cap. I

E gli accidenti varj, i movimenti contrarj, e le strabbocchevoli vicende della non mai stabile, ed invidiosa Fortuna, con cui tutto di giostrar ne conviene, sempre di recarne misero, ed infelice stato avesser possanza; nè potesse l’uom

savio i fieri assalti, e l’ingiurie sostenendone, aprirsi altre vie, per potere a più tranquilla vita condursi: troppo in vero dura, e malvagia nostra condizione sarebbe; nè così degna, e pregevole l’opra di quel sapientissimo Artefice, che ne trasse dal nulla. Sovente anch’egli suol avvenire, che a gran torto di lei ci dogliamo; imperocchè quando ne ha sembianza di contraria, allora a più degne imprese, ed a levarne in alto suol l’esserne guidatrice; facendoci per necessità bene e valorosamente operare. Chiarissima testimonianza potrà di ciò rendere il vario tenore, e corso di mia vita, da sì strani casi intralciato, che ancora la rimembranza me ne spaventa; e pure ad essi debbo l’aver tante Terre, e Mari veduto; e se alcuna gioia da questi mal vergati fogli aspettar mi lece. Non debbo già negare, che da natural vaghezza mosso, di gir per lo Mondo peregrinando (avvegnache più volte frastornata) feci nel 1686. il viaggio d’Europa, di cui poscia diedi alle stampe il solo primo libro: ma egli si è anche verissimo, che quest’altro sì pericoloso, e malagevole non altra cagione mi mosse ad intraprendere, che le ingiuste persecuzioni, e i non dovuti oltraggi, che mi fu forza di sofferire.

Deliberato avendo adunque di partirmi, ponendo in non cale le amorevoli persuasioni degli amici, i quale dalle infermità, in cui giaceva, prendevano argomento di distormene: e provvedutomi del bisognevole, da essi mi accomiatai; spezialmente dal Consigliere Amato Danio, dal Giudice di Vicaria D. Giuseppe Chaves (ora parimente consigliere) da Fr. Alfonso Risi Cavaliere Gerosolimitano, e dal Dot. Lorenzo Sandalari. Quindi senz’alcun indugio interporre, il Sabato 13. di Giugno 1693. m’imbarcai in una , per gire in Calabria, e quindi passare in Levante.

Dopo 50. miglia di navigazione, giugnemmo la sera a prender terra nella spiaggia d’, così appellata da una Città di tal nome. Ella dee la sua fondazione ad alcune famiglie di Romani, che navigando verso , circa gli anni del Signore 829. e trovando quivi sicuro porto dopo un’impetuosa fortuna di Mare, vi si fermarono a fabbricarla, ed a farvi lor domicilio. Nè mi pare punto strano, come ad alcuni, che in sito così dirupato, e fra precipitose balze l’edificassero; quante volte considero, che in que’ tempi, ne’ quali tutta Italia era infestata da’ Barbari, ciascheduno in sito il più forte, che poteva, s’ingegnava allogarsi. Governossi da quel tempo in poi in forma di Repubblica, fino a tanto che, con le vicende de’ tempi, uscito il Reame di mano agl’Imperadori Greci, divenne anch’ella sottoposta a’ Baroni. Oggidì gode del Regio Demanio, e si vede abbellita di leggiadri edificj, che la salubrità dell’aria ha fatto da molte nobili famiglie fabbricarvi.

Dee la nazione Spagnuola l’acquisto di un nuovo Mondo, e la Portughese dell’Indie Orientali a Flavio Gioja Cittadino di Amalfi, come inventore, dell’uso della Calamita; senza la quale per alcun conto non havrebbono potuto inoltrarli, per l’immensità di tanti Mari, allo scoprimento di sconosciuti Imperj: siccome niun’altro al Mondo, così bene, e regolatamente il corso delle navi, per profondi pelaghi, dirizzare. Rende anche celebre il nome di Amalfi, l’essere stato un de’ suoi Cittadini Fondatore dell’insigne Ordine Gerosolimitano: e più d’ogni altro il ricet- tare nella sua Chiesa Arcivescovale il corpo del gloriosissimo Apostolo S. Andrea, quivi trasportato da Costantinopoli.

Non essendo stato il tempo a proposito la Domenica 14. partimmo il Lunedì 15. e dopo aver navigato circa 40. miglia, giugnemmo sul far della notte nella punta della , già detta Leucosia, dove la passammo con molta incomodità nell’osteria.

Il Martedì 16. rimessici in Mare facemmo 36. miglia fino a ; luogo così detto da un , che in quella spiaggia dicesi, cadesse in Mare, e poscia venuto a terra rimanesse ucciso da gli abitanti. In questo luogo trovammo una pessima osteria: non perche il luogo non fusse abbondante, ma perche l’oste era un perfettissimo composto di buon ladro, e cattivo cuoco.

Fatte 40. miglia il Mercordì 17. ci fermammo nella , Terra posta su di una rupe appiè d’altissimi monti; dove convenne trattenerci anche il Giovedì 18. a cagion del cattivo tempo. Il Venerdì 19. ci avanzammo fino a , dove l’osteria non fu punto migliore di quella di Palinuro. Il maggior pregio di questa Città, si è l’essere stata Patria di S. Francesco Fondatore de’ Minimi, e Teatro de’ più gran prodigj, che egli avesse operati. Nel rimanente tiene buoni edificj, ed un Castello nell’alto, che la domina.

Il Sabato 20. si fecero 60. miglia, e si giunse di buon’ora nel Pizzo: Terra posta quasi in piano sopra la sommità d’una Rocca, onde lo sguardo può ricrearsi sulle amene rive della famosa Calabria, e su d’uno immenso spazio di Mare. Mi ci fermai la Domenica 21. a richiesta di amici; ma il Lunedì 22. preso da essi congedo, mi posi in barca; e dopo 30. miglia approdai nella Città di Tropea, posta in somigliante sito, che il Pizzo. Le sue famiglie nobili hanno privilegio di operar separate dalla plebe negli affari pubblici.

Essendomi quivi trattenuto il Martedì 23. per alcune bisogne; il Mercordì 24. passai il Golfo, e dopo 24. miglia terminai questo piccolo viaggio nella spiaggia di Gioja. Fatte calar dalla barca le mie robe, le feci condurre con cavalli nella Terra, quindi lontana un solo miglio: e tutto il Giovedì 25. attesi nell’istessa a ristorarmi dalla stracchezza cagionatami dal navigare Il Venerdì 26. venne da Taurianova a il Dott. Abate Giovanni Batt. Gemelli mio fratello (uomo di candidissimi costumi, e di vita esemplare) il quale conducendo seco i cavalli necessarj, volle in ogni conto, che io fussi ospite di sua casa quei giorni, che restavano a disporre le cose per la mia peregrinazione. Accettai l’invito, e rendutegli quelle grazie, che si doveano alla sincerità del suo cuore; prendemmo il Sabato 27. insieme uniti il cammino di Redicina: e vi giungemmo dopo 10. miglia di strada, prima di mezzo dì.

Moltissimi furono coloro, che vennero la Domenica 28. a darmi il ben venuto, e ad annunziarmi un felice viaggio, fra gli altri D. Carlo Galli Nobile Messinese. Il Lunedì 29. fui a caccia, invitato dal luogo, ch’è piano, ed abbondevole di volatili. Il medesimo avrei fatto anche tutto il Martedì 30. e’l Mercordì 1. di Luglio, se non mi fusse stato d’uopo disporre ciò, che bisognava alla continuazione del viaggio; non per tanto non lasciai di andarvi il Giovedì 2. nelle campagne di Gioja, ove ebbi il diletto di uccidere alcuni fagiani. Per la cattiva aria del luogo, me ne ritornai in Redicina il Venerdì 3. incomodato sola- mente dalla stracchezza.

Considerando poi fra me stesso i non pensati pericoli, e i varj accidenti, che in sì lunga peregrinazione poteano avvenirmi; il Sabato 4. feci testamento chiuso: e la Domenica 5. dopo essermi confessato, ricevei indegnamente il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia; pregando il Signore, che coll’aiuto della sua divina grazie, facesse venirmi a fine del mio desiderio, in sì malagevole impresa. Non starò io quì a far menzione de’ teneri abbracciamenti, e delle lagrime, con cui mi licenziai da mio Fratello, per l’incertezza d’avere a rivederci mai più in vita. Per non accrescere la sua mestizia, gli dissi, che avea in pensiero di passare solamente in Terra Santa, ed indi far quanto prima ritorno; quando io aveva fermamente deliberato di non fermarmi, se non dopo aver calpestato il suolo dell’Imperio Cinese; e presa, con gli occhi esperienza, delle tante favole, che inorpellate di poche verità, se ne narrano.

Mi posi adunque in cammino il Lunedì 6. per imbarcarmi in Palmi, dove fatte 12. miglia, giunsi prima di mezzo dì; e fui ospiziato lautamente da Giovanni d’Aquino nobile dell’istessa terra. Dato poscia congedo a Giacomo Romeo mio amministratore (ch’era venuto affettuosamente ad accompagnarmi) m’imbarcai il Martedì 7. per Messina: e traggettato, col cammino di 24. miglia, il Canale, arrivai in quella Città prima delle 18. ore. Mi ricevè in sua casa Giuseppe Lacquaniti nobile della Terra di Rosarno, e quivi ammogliato.

Libro I - Cap. II

Ancle per l’addietro, oggi Messina, è situata in Valdemone, nella parte Orientale dell’Isola di Sicilia a gr. 39. e 12. m. di latitud. Narrano essere stata fabbricata da Zancle Gigante l’anno del Mondo 1435. e che sia stata unita all’Italia col rimanente della Sicilia. Ella, per gli monti, che la circondano, si è di figura bislunga. Gode del più bel Porto del Mondo, per la capacità, e sicurezza; e per le vaghe sue rive, ornate, per più d’un miglio, di vaghissimi palagi, con ugual simmetria fabbricati; non eccedendosi punto i bene

ordinati balconi di ferro l’un l’altro in altezza. Quivi le navi, par che stiano in sicura pace in braccio alla terra lor contrario elemento, tanto n’è sicuro il fondo; onde m’ammiro, che il , che annovera fra’ migliori porti del nostro continente quello di Goa, Costantinopoli, e Tolon, ponga poi in non cale quello di Messina, che non solo non è inferiore a qualunque de’ mentovati; ma può dirsi il primo Emporio d’Europa, a causa del gran traffico, e passaggio necessario a tutte le nazioni della medesima. E’ custodita l’entrata dal Castello Salvadore, dalla Cittadella, e da altre Fortezze.

Quanto alla Città ella è Sedia Arcivescovale, e cassa di moneta del Regno. Sono fioriti in lei sempremai uomini illustri, e di presente l’ornano professori di tutte le scienze, ed una Accademia di belle lettere. Le Chiese sono assai belle, i palagi magnifici, le strade spaziose, le Dame belle, e spiritose. il Cielo benigno, il terreno fertile, i Borghi amplissimi; e’l mare può dirsi un vivajo d’ogni qualità di pesci grati al palato. In fine quanto si può desiderare, per lo comodo vitto, vestire, e lusso, abbondevolmen- te questa Città somministra: e tanto più per la vicinanza delle Calabrie, che le porgono anche all’occhio una perpetua prospettiva coll’ameno, e fertile lor suolo. Ella è stata sempre mai fedelissima al suo Re; e i suoi Cittadini pronti a spendere il patrimonio, e la vita nel servigio di lui: e se gli anni addietro alcuni suoi naturali inquieti, ed amici di novità, incorsero nella Reale indignazione; il delitto di pochi, e l’infezione di parte de’ membri, non dee apportar taccia a tutto il corpo della Repubblica, e pregiudicio alla salute de’ più, che la compongono: giacchè recisi quelli, come putridi, ed applicato il fuoco alla parte infetta, si estinse, non che riparossi il male.

L’istesso giorno de’ 7. feci diligenza di trovare imbarco per Malta, (non essendovene per Levante così pronto, come io mi persuadeva, a cagione delle guerre, che ardevano in Europa) e patteggiai il passaggio sopra una Tartana Maltese, che stava alla vela. Or’avendomi il Padron dell’istessa detto di voler partire a’ 9. proccurai la mattina del Mercordì 8. pormi in ordine; per trovai, che egli si sollecitava a partire la mattina istessa. Credendo io di potere sbrigarmi a tempo, feci imbarcare le mie robe, ed attesi in tanto a spedirmi d’un’affare di importanza. Lo condussi a fine con ogni prestezza, ma pure trovai di già partita la Tartana; e quel, ch’è peggio, con quanto io teneva, senza che sapessi il nome del Padrone, nè della nave. Non mi sgomentai però, ma informatomi in Dogana, ebbi contezza, che la Tartana era andata in Alì, a caricar vino; onde non parendomi di perder tempo, trattandosi colla perdite della robe, di rompersi il filo dello stabilito viaggio; mi posi l’istesso giorno in una feluca, che andava in Augusta; licenziandomi frettolosamente dal Lacquaniti, e sua moglie.

Con vento prospero passammo il tanto rinomato, quanto periglioso Canale del Faro; alleggiando nel mentre la malinconia col gittar l’occhio, a sinistra su i delizosi giardini della Catona, e Reggio; e a destra dell’Isola, sulle vaghezze del Drommo Borgo di Messina, che per più miglia in ben compartite casette, ed orti si distende: indi sul Casale di San Stefano, e San Placido Monastero de’ Benedettini; posto su d’un’eminenza, che lo sito vantaggioso, ha dato motivo nell’ultime guerre de’ Mes- sinesi, a più sanguinose zuffe tra’ Spagnuoli, e Francesi.

Continuando a riguardar sul terreno (per lo pensiero, che mi affliggea di rinvenir la tartana) mirava la Briga, lo Pezzuolo, Giampilieri, la Scaletta, Aitala, Alì, Fiume di Nisi, Savoca, ed altri Casali poco lungi dalla riva del Mare. In Alì stava ritirata la Tartana; però il Padrone della feluca, per non pormi a terra, mi disse, ch’era un’altra; onde non senza batticuori continuando il cammino, passammo Taormina, Città Regia, posta su d’un monte, e discosta 30. m. da Messina.

Si vedevano quindi Calatabiano, Mascari, Jaci, Ognari; e’l suolo della Città di Catania, rovinata affatto, e sepellita dalle ceneri del suo vicino Monte, dopo il terribile terremoto di quel medesimo anno; abitando i pochi Cittadini rimasti insepolti, in umili capanne verso la porta di Jaci. Veduto questo compassionevole spettacolo, colla chiarezza, che sopravvenne del Sole il Giovedì 9. continuammo il viaggio (dopo aver fatte 60. miglia senza prender terra); lasciando frattanto in dietro le Città Regie di Lentini, e Carlolentini. A mezzo dì demmo fine a questa picciola navigazione di 90. miglia, approdando felicemente in Agusta.

Xiphona, oggi Agusta fu posta in istato di Fortezza da Federigo II. Imperadore, e ridotta poi a buona difesa. Quivi perduta Rodi si ritirarono i Cavalieri di S. Giovanni, prima che fusse loro conceduta Malta. Ebbe questa Città l’istessa disavventura che Catania, rimanendo spianata anch’ella dall’ultimo terremoto; e perciò abitavano parimente i Cittadini in capanne. Il Castello, ch’era uno de’ più rinomati della Sicilia, sì per la fortezza del sito, come per le valide fortificazioni esteriori (tenendo due ponti, e quattro porte sul Mare) è stato fortemente danneggiato, spezialmente nelle abitazioni de’ Soldati. La Città era a Levante lungo la Collina, e provveduta d’un ben grande, e comodo porto, guardato da quattro Forti.

Preso nuovo imbarco, sul tardi mi trovai a vista di Siracusa; Città travagliata anch’ella bastantemente dal terremoto. Per quanto potei osservare dal Mare, ella è posta in sito comodo, con un’ampio Castello a Mezzodì, e un Forte a Tramontana. In questo luogo fummo sorpresi da gran timore; perocchè vedemmo venire sopra di noi di un vascello, che stimavamo Moresco; di modo tale, che ponemmo piede a terra, per difenderci, al coperto de’ vicini scogli: ed in fatti facemmo ritirare indietro la suddetta lancia, che non era altrimenti di corsali, ma di Trapanesi.

La notte non potemmo andar molto avanti: onde il Venerdì 10. a cagion della calma, fummo a vista della Città di Noto, distrutta similmente dal terremoto. La sera ci fermammo nella Tonnara di Capo Passaro, dove mi regalarono di pesce salato per lo viaggio. Quivi avean dato fondo la Galeotta, e Bergantino Maltesi, che guardano il canale; ma non seppero darmi alcuna notizia della Fregata, di cui andava in traccia.

Imbarcati di nuovo il Sabato 11., per lo tempo contrario, ci convenne prender terra nella spiaggia di Spaccafurno, lontana 55. miglia da Siracusa. La Domenica 12. dopo aver fatte 40. miglia giugnemmo al Brazzetto, ch’è una Torre di marina della Terra di Santa Croce; donde passai la sera agli Scoglietti, nel Contado di Modica, per prendere nuovo imbarco sino a Malta. In fatti il Lunedì 13. m’imbarcai, per passare il Canale, su d’una mezzana barca (non trovandosi occasione migliore) la quale restando in calma dopo poche miglia; ne fece stare in grande apprensione di corsali, di cui non va mai libero la State quello stretto di 60. miglia.

Continuò la calma il Martedì 14. Sulle 13. ore vedendo venire sopra di noi il battello d’una Tartana (che stimammo di corsali) abbandonammo la nostra, carica di legna, e senza difesa; e fuggimmo con lo schifo: senza che i marinaj mi permettessero di pigliarmi nemmeno lo schioppo. Veduta la nostra fuga, lasciarono quelli di seguitarci più oltre; onde avvedutici, che la Tartana era Maltese, ripigliata la nostra Barca, stemmo fermi tutto il resto del dì. Essendo sopraggiunto vento la sera, navigammo tutta la notte; sicchè entrammo il Mercordì 15. prima di far giorno, nel porto di Malta; però stemmo attendendo la pratica fino a due ore di Sole.

L’Isola di Malta fu conceduta a’ Cavalieri dell’Ordina di San Giovanni da Carlo V. Imperadore, col tributo annuale di un Falcone; che oggidì il Vicerè di Sicilia riceve in nome di S.M.Cattoli- ca. Ella sì è lunga da Oriente ad Occidente 22. miglia, larga 12. e di circuito 60. la Città di Malta tiene di latitudine gr. 35. e 40. m. ed è in ottimo clima. Fu assediata da’ Turchi con poderosa armata l’anno 1565. ma senza effetto: il suo porto è a Tramontana, ampio, e capace di più, e più navi; dilatandosi in molti seni profondissimi, nell’interiore de’ quali è il luogo detto Bormola, a destra il Borgo, ed a sinistra l’Isola; luoghi abitati dalla plebe, che faranno circa a tre mila anime. La bocca di questo porto è ben guardata, per la parte della Città, da Castel s. Ermo, (ben provveduto di artiglieria, fosso profondo, ed altre fortificazioni) e da 10. pezzi di cannone posti su la muraglia: più avanti dalla Barracca vecchia, fortificata, di dieci pezzi nella superiore parte, (ch’è coperta d’archi) e d’altrettanti nell’inferiore: più dentro dalla porta d’Italia, con 17. cannoni nella superiore, e 20. nell’inferiore batteria: dall’opposta parte vien difeso dal nuovo Forte dell’Isola, Castel S. Angelo del Borgo, e nuovo Castello di Recasoli, dove non era per anche montata l’artiglieria, però prontamente potranno dalla Città provvederlo, occor- rendo il bisogno; di maniera tale, che si rende inaccessibile il porto: siccome inespugnabile la Città, per esser ella posta su d’un’altissimo scoglio, che dalla parte di Mare fù armato dalla natura di precipizj, e dall’arte fù provveduto di larghissimi Forti, mura, e torrioni. Dalla parte di terra (per tutto il recinto di tre miglia, che terrà la Città) è ben provveduta d’artiglieria, non solo negli accennati Forti, e due Cavalieri, ma per tutto il circuito delle mura, anche in carrozza, dal porto fino al Lazaretto.

Di non inferior comodità sarebbe il porto di detto Lazaretto, chiamato Marsciamscet (che profondandosi entro, appresta sicuro riposo alle navi, vicino ad uno scoglio) se non fosse destinato solamente per le navi, che vengono da Levante: oltre questi due porti mi riferirono, che per tutte le tre Isole, ve ne sono altri molto comodi, difesi parimente da Forti.

La Città benche picciola, non cede alle migliori d’Italia nella bellezza; perche quantunque sia posta su d’un’arido scoglio, l’arte nondimeno molto si è adoperata in renderla vaga: rappresen- tando, mercè di lei, dalla parte di Mare un vistoso oggetto, ed al di dentro un vago fiore, che d’ogni tempo spira soavità: senza renderlo giammai secco la rigidezza del Verno, o nocivo l’intemperie dell’altre stagioni; avvegnache, molto calda sia nella State, come fondata su d’una rocca. La sua pianta è simile alla superficie d’una mano, lunga da Tramontana a Mezzodì, con dieci strade ben dritte, e meglio lastricate, che la dividono, cioè cinque all’Occaso, tre ad Oriente scoscese, che s’incurvano, e due nella sommità piane: inegualità di terreno, che non offende punto la sua vaghezza, anzi l’accresce, perche non dà luogo di trattenimento alle bruttezze, che tutte rendendosi al mare, fan comparire più belli i palagi, e le piazze dell’istessa. Quanto alla larghezza, vien tagliata da due strade da Levante a Ponente, amendue spaziose, ed eguali. Tiene tre porte: la più frequentata si è quella del Molo, nel cui fosso vi è un buon giardino di melaranci, e limoni, per servigio del Gran Maestro: l’altra è di terra, e la terza è del Lazaretto, fuori della quale è una Polveriera, oltre quelle che sono dentro. Vi sono due profondi fossi dalla parte di terra, dal Lazaretto fin’al porto, con doppio recinto di mura minate.

Le tre Isole, di cui ho fatta menzione di passaggio, sono Malta di circuito 60. miglia, che ha la figura d’una tartaruga, sopra la quale è la Città vecchia, e nuova, da cui riceve il nome; però la vecchia non farà oggi due mila anime: l’altra è di Comona, che gira 10 miglia, con una fortezza: la terza è detta del Gozo, la più fertile di tutte, con un buon Forte, governato da un Cavaliere dell’Ordine. Faranno tutte e tre l’Isole presso a 60. mila anime, in 30. abitazioni, che contengono; però di gente bellicosa, e fiera la maggior parte, per esser di sangue, e costumi moreschi. I Cavalieri della Religione sudditi di Sua Maestà Cattolica, tengono la prerogativa di essere Governadori de i Castelli S. Ermo, e S. Angelo, ad esclusioni d’ogni altra nazione: il loro governo dura due anni

Alloggiai, mentre feci dimora in Malta, nel Convento de’ Padri Francescani di S. Maria di Giesù, i di cui Religiosi mi trattarono cortesemente. Andai il dopo desinare al vespro del Carmine, dove sentij cantare buoni eunuchi, che sollen- nizavano la festa di Nostra Signora del Carmine.

Venne di buon’ora Giovedì 16. in detta Chiesa il Gran Maestro, a sentir Messa, essendo preparato per tal venuta il dossello: poi passò in quella di S. Giovanni ed io vi andai similmente, per vedere la funzione. Sedeva il Gran Maestro a destra dell’altare, sotto un Trono di velluto paonazzo, con frange d’oro posto nel presbiterio, e dentro il recinto di una balaustrata di ben fini marmi: all’incontro erano seduti 16. suoi paggi, in scanni coperti di rosso, con galloni di argento, e due altri ne assistevano dietro la di lui sedia: nel piano della Chiesa, quattro gradini più abbasso del loro Principe, sedevano i Gran Croci, in banchi fissi, coperti di vacchetta, che tenevano da 32. sedie, co’ loro inginocchiatoj coperti di tappeti: da’ lati, e per lo vano della medesima, erano dieci altri Anziani, e più in giù luoghi per gli Cavalieri. Si fece baciare il Vangelo al G. Maestro, e poi si diede l’incenso: a i G. Croci l’incenso, e la pace, con due incensieri nell’istesso tempo, uno a destra, e l’altro a sinistra. Era vestito il Gran Maestro di un sottil drappo di seta nera, con sopraveste lunga, come la portano i nostri Seminaristi, però con collaro dietro: quella di sotto era come una sottana di Prete, ma più corta, dove teneva la Croce dell’Ordine; nel rimanente era vestito di nero alla francese. Finita la funzione, l’accompagnarono i Gran Croci, e Cavalieri. Mi riferirono, che il Gran Maestro inchini molto alla caccia, e a darsi buon tempo, come è il genio de’ Francesi, portandosi di continuo nel suo boschetto. Chiamasi egli Adriano Vuignacourt, la sia statura è ordinaria, l’aspetto spiritoso, e robusto quantunque di 76. anni: il suo confidente si è Filippo Carlo Fredac Gran Priore d’Ungheria, che di continuo tiene a sua tavola, insieme col Gran Siniscalco D. Carlo Caraffa, della nobilissima Casa de’ Duchi di Bruzzano, ed un’altro Cavaliere alternativamente.

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