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L'astronomo Giuseppe Piazzi

Baccio Emanuele Maineri · 1871 · Free in the US

15,679 words · about 1 h 6 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Baccio Emanuele Maineri
Language
Italian
Published
1871
Length
15,679 words · about 1 h 6 min
Sections
15 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (15)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica under 1 min
  3. Al Lettore about 3 min
  4. Capitolo I about 2 min
  5. Capitolo II about 2 min
  6. Capitolo III about 5 min
  7. Capitolo IV about 11 min
  8. Capitolo V about 4 min
  9. Capitolo VI about 4 min
  10. Capitolo VII about 10 min
  11. Capitolo VIII about 5 min
  12. Capitolo IX about 6 min
  13. Capitolo X about 9 min
  14. Capitolo XI about 3 min
  15. Indice about 1 min

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Indice

Dedica

AGLI ONOREVOLI RAPPRESENTANTI del Comune di Ponte in Valtellina Patrizi Francesco Sindaco

Rossatti Pier Luigi — Gucciardi sac. nob. Roberto — Franchetti Luigi — Fanchi Francesco — Piazzi nob. dott. Francesco Gregorio — Petruzi Francesco — Giannoni Giovanni — Simonini Giuseppe — Menghini prof. Carlo — Marchesi ing. Luigi — Piazzi nob. avv. Ortensio — Quadrio Curzio Alessandro — Angelini Gio. Maria — Tuja Antonio — Beltramini Pietro — Moltoni Pietro — Miozzarri Valeriano — Patrizi Giuseppe — Tavelli Giuseppe

Al Lettore

Sciolgo con lieto animo la promessa fatta alla mia diletta patria elettiva, Ponte di Valtellina, pubblicando la vita del suo più illustre cittadino, il padre Giuseppe Piazzi; — e, tanto più volentieri oggi, che veggo infine paghi i desiderî degli Italiani, e soprattutto dei Valtellinesi, con l’erezione in patria d’un monumento nazionale all’Astronomo massimo.

Non lo dissimulo. La vita di un astronomo avrebbe dovuto essere tessuta da un uomo della scienza; chè le alte e profonde speculazioni cui quegli consacrasi, non si possono meglio apprezzare che da speciali intelletti, da gente fornita di saper vasto ed elevato. — Nè men ritrassi, io, per amor vivo di cooperare, per quanto debolmente, a onorar un tant’uomo, mercè il felice disegno d’un monumento nel suo natale paese; nè men distolsi, così per offrire una prova di affetto, debole, sì, ma costante e indelebile, a una delle più generose provincie italiane, la Valtellina.

Non ho la pretensione di essere riuscito; sarebbe pueril vanità; nodro solo un po’ di fiducia d’aver quasi detto l’ultima parola, se però si riguardi alle notizie della vita e alquanto alla natura ed indole dell’uomo illustre. Un libro, poi, che con critica sottile e severa avesse passato ad esame le opere del fondatore della Specola palermitana, parmi anche non avrebbe, sotto certo aspetto, risposto al desiderio dell’universale: chè, se adattatissimo a’ sapienti in astronomia e nel calcolo sublime, sarebbe sempre rimasto al di sopra delle facoltà del maggior numero, e quindi inopportuno a un generale bisogno. In questa circostanza, dunque, io doveva pensare ai più: gli uomini speciali non avevano, nè potevano aver mai bisogno dell’umil opera mia.

Di Giuseppe Piazzi hanno scritto:

a) , Elogio funebre;

b) , nel Giornale di scienze, lettere ed arti per la Sicilia (T. XVII. anno V., Palermo 1827); ed è, io credo, il più compiuto lavoro uscito a elogio del Piazzi;

c) , il noto autore della , ne’ suoi manuscritti inediti;

d) L’Antologia di Firenze, fascicolo di settembre, anno 1826 (estratto dal Giornale delle Due Sicilie);

e) , chiaro archeologo e poeta siciliano, in succinte ma veridiche pagine, unite all’Omaggio poetico pubblicato dal benemerito teologo pel centenario natale (16 luglio 1846) del Piazzi stesso. Altri cenni ebbe anteriormente pubblicato il Gallo nel Mondo Illustrato;

f) il canonico , e , amendue stampandone l’elogio;

g) il sig. , nel Giornale Arcadico di Roma (vol. XCV, nov. 1826, p. 264);

h) il , che lo riprodusse, con aggiunte, nella sua benemerita opera ;

i) nelle , vol. 1°, Palermo, 1852.

k) lo scrittore della presente operetta nel suo opuscolo: , oltre i poemetti di , del genovese , e dello stesso Gallo. E ommetto, s’intende, i giornali, periodici o riviste, sì nazionali che stranieri; e le solite storie letterarie e scientifiche, estere e nostrane: e le Enciclopedie, tutte però modellate su questo o quel lavoro, che molti avranno veduto e che i più possono sempre consultare

Tali, dico, le fonti di queste pagine, la cui veridicità ed esattezza ho la soddisfazione poter collocare sotto la salvaguardia di due dotti ed illustri Palermitani, quasi discepoli ed amici di Piazzi stesso, cioè, di , direttore attuale di quell’Osservatorio, e del citato . E, per quanto poco ragguardevoli, le offro al lettore con lusinga di gentile aggradimento, solo umilmente raccomandandole pe’ meriti dell’uomo illustrato, e per favore di opportunità. — Così possano le virtù dei grandi cementare nei petti nostri la concordia degli animi e l’amore alla sapienza ch’è fonte di vita e di prosperità, privata e pubblica. E che gioverebbero mai alle nazioni i monumenti, se dovessero rappresentare soltanto le vacue pompe dell’arte e la ricchezza del lustro esteriore?

A questo, o lettore io pensava scrivendo.

Capitolo I

«Al mancar de’ grandi uomini una brama ardentissima di conoscere le più minute particolarità della lor vita si desta nel cuor di tutti. Le azioni ordinarie e comuni, le picciole debolezze istesse acquistano in loro un non so che di grandezza, che le rende importanti e le fa ascoltar con diletto. Si direbbe che l’umanità si compiaccia di ritrovare un punto qualunque di somiglianza fra sè e quegli esseri che sembran collocati dal loro genio in una specie più elevata.»

(Giornale delle Due Sicilie, 1826.)

Antonio Cagnoli — Barnaba Oriani — Giuseppe Piazzi — Giudizio dello Zach e del Voiron su quest’ultimo.

Nei primi lustri di questo secolo spegnevansi in Italia tre luminari delle scienze astronomiche: , , . Il primo, nato a Zante il 29 settembre 1743, e ivi morto nel 6 agosto del 1816, è specialmente benemerito per avere renduto facile e, direi, popolare la scienza con le sue preziose . Infatti, con la chiarezza e l’evidenza dello stile e’ seppe si bene vincere quanto havvi di arduo e di scabro in questo studio, che ogni condizione di persone, le donne stesse, i giovani e gli adulti, avrebbero potuto porgere le labbra alle facilitate speculazioni d’una tal parte del sapere umano.

Il secondo, , figlio d’un lavandajo, Giorgio, e d’una Margherita Galli, era nato il 18 luglio 1752 alla Certosa di Garignano, presso Milano; e, quando morì, 12 novembre 1832, oltre i meriti della sua fama grandissima, teneva, nobilmente acquisiti, i titoli di cavaliere e di conte, di senatore e membro dell’Istituto italiano, provveduto di larghissime pensioni. Onde co’ lauti risparmi, frutto dell’ampio sapere e delle onorate fatiche, lautamente gratificossi la Specola di Brera, la Biblioteca Ambrosiana, l’Orfanotrofio e il Seminario Arcivescovile. Di esso rimase così preso il , che lo elevò a’ più alti seggi nella , additandolo «primiero, che dell’intatto Urano

Coi numeri frenò la via segreta,

Orian degli astri indagator sovrano.»

E, terzo, Giuseppe Piazzi, in ordine di cronologia però secondo.

Il Piazzi, del quale imprendiamo a narrare la vita, si può decisamente ritenere per vera gloria nazionale: tanto che i suoi meriti sono quasi sinteticamente ap- prezzati dal celebre nelle parole: Astronomo massimo; e nella nota frase: Sans Cérès point de Pallas, de Junon, de Vesta! — Ei fu quindi come il precursore di tante scoperte che, successivamente, in Italia e fuori, diedero così gran lustro alle discipline astronomiche, stabilendo l’èra del vero progresso anche da questa parte. La découverte de Cérès, scriveva il ne’ suoi «Fasti Astronomici,» est aussì le fruit honorable du travail, la rècompense meritée des soìns apportés par monsieur Piazzi à la formation de son catalogue d’étoiles: la petitesse de l’astre la rendait difficile; elle n’en est devenue que plus glorieuse pour son auteur, surtout par les conséquences importantes qui l’ont suivie.

E fu giustizia!

Capitolo II

II.

La Valtellina — Terre principali — Vicende — Suoi più celebri uomini.

Quasi ultima per numero d’abitatori e, certo, delle più povere del Bel Paese, la Valtellina sta a paro con le più popolose e più ricche per generoso amore di patria, per gagliardia di animi e senno de’ suoi figli. Regione perfettamente alpina, essa è però tra le più lunghe e popolate valli dell’alta Italia. Dalle sue scaturigini del Braulio e del Fraele l’Adda ne solca l’ubertoso fondo, sempre ingrossando pei vari affluenti che man mano incontra per via, fra una doppia schiera di monti alti e solenni, ora ristretti, or aprentisi ad anfiteatro. A levante il Tirolo, a mezzodì la limitano Brescia e il Bergamasco, a settentrione le terre del Canton de’ Grigioni; ad occidente finisce nell’ampio delta formato dagl’interrimenti del fiume e dalle spoglie delle montagne, che appoggiansi al lago di Como.

Sondrio è il capoluogo della provincia e ne sono terre principali Bormio e Chiavenna, Morbegno, Tirano e Ponte: essa un giorno dividevasi per terzieri: superiore con Teglio, medio con Sondrio, inferiore con Morbe- gno e Traona; oltre i due contadi di Chiavenna e di Bormio. L’atmosfera delle Alpi, le scene grandiose della natura fisica, tutto sembra concorrere a dare ai Valtellinesi un carattere proprio, un’individualità spiccata: onde e’ confermano quella vecchia sentenza, che tra le montagne e le isole le genti risentano un peculiare sentimento della civil loro unione, un affetto speciale al luogo natio. Popolazione, specie ne’ paesi superiori, robusta e grande; fisionomie rilevate; donne belle, fatticcie, con forme piene, occhi grandi e di grigio bruno, capelli castani, faccie rotonde e colorate, nel brevissimo tempo che sono belle, come nota il . Tra le varie signorie, che pesarono sopra a’ Valtellinesi, quella dei Grigioni riuscì delle più lunghe ed oppressive; e contro le sevizie e i maltrattamenti di essa protestarono col Sacro macello, che non li condusse però alla desiata meta. Onde, fatti oggetto d’invidia, per ragion di postura, fra la repubblica di Venezia, il Milanese, la Rezia e la Germania, non poterono mai rivendicarsi a quell’autonomia ch’è tanto agognavano. Sorti in libertà nel 1797, e aggregati poi dal Buonaparte alla Repubblica Cisalpina, trovaronsi dal 1814 sudditi austriaci nel regno Lombardo-Veneto; e allora che vennero le lotte dell’indipendenza nazionale, furono i Valtellinesi tra’ più caldi e generosi difensori del paese, allo Stelvio, al Tonale e in ogni successivo fatto di guerra. E dopo ch’ebbero dato alla penisola strenui e benemeriti difensori, dai loro monti ci vennero ministri, funzionari, deputati e pubblicisti, i quali as- sociarono il loro nome a’ maggiori avvenimenti del politico nostro riscatto.

Anche ne’ tempi di men favorita coltura, la Valtellina diè saggio d’ingegni fervidi e vivi: tra molti, sono celebri i nomi del bormiese Alberto de Simoni, e di Tommaso Nani, di Morbegno, professore a Pavia di civili istituzioni; e lo è Diego Guicciardi, ministro di polizia e dell’interno nel primo regno d’Italia, il quale fu a Vienna con Gerolamo Stampa di Chiavenna a offrir la patria all’Imperatore; onde, si può dire, a lui dovere l’Italia l’acquisto di questa sua provincia. Tra gli storici locali si notano il celeberrimo letterato , il Luigi Lavizzari, e Francesco Romegialli; oltre i letterati Giovanni Battista Gualzetti e Lorenzo Boturini Benaducci; e Pietro Ligari e Cesare Ligari, padre e figlio, pittori pregiati.

Ma superiore a tutti questi levasi la severa e simpatica figura dell’astronomo Giuseppe Piazzi.

Capitolo III

Nascita di Piazzi a Ponte — Vien mandato a Como, a Milano e Torino — Discepolo ed aiuto di in Roma.

Gioachino, Giuseppe, Maria, Ubaldo dei nobili Piazzi, figlio di Bernardo e Antonia Artaria, nacque il 16 luglio 1746 in Ponte di Valtellina, paese de’ più ospitali e gentili di quella più che gentile ed ospitale regione, e soprattutto de’ più ameni e vetusti. — La gracile salute di lui bambino lasciò temere su le prime che la sua vita dovesse essere di pochi giorni.

Torna alquanto difficile avere notizie particolareggiate della sua prima età, de’ suoi primi studî e tendenze: ma sembra ch’e’ mostrasse natura piuttosto raccolta e restìa, e fare e modi assai lontani da la-

sciar presentire il futuro luminare, ch’e’ fu, della scienza astronomica. Ma quell’indole sua lenta e scabra in apprendere, se non poteva a lungo nascondere il suo spirito arguto e vivace e l’ingegno penetrante e

vivo, tenne però in forse i genitori; i quali, pronosticando sulle apparenti infelici condizioni del figlio, il destinavano frate sin da quel tempo, quasi a levarsi dinanzi disutile arnese. Onde, fattolo dirozzare negli

studî elementari a Ponte, lo inviavano nell’undecimo anno al seminario di Como, città che aveva già in seno il fondatore della elettro-telegrafia, , giovinetto allor dodicenne. E fu quivi che si fecero sentire le prime aspirazioni del solitario suo animo allo stato chiericale, e che cominciò a gustare quell’attraente amore allo studio, ch’è privilegio delle menti speculative e comprese del loro avvenire.

Da Como recasi (1755) a proseguire le scuole a Milano nel collegio Calchi, dove ricevette gli elementi della lingua latina; e quivi passa in Brera a frequentarvi le lezioni di logica, i rudimenti delle lettere e dell’eloquenza sotto il celebre , onore di Bergamo, che amorevolmente l’accolse e lo indrizzò a buoni studî; e fu vera fortuna per lui l’incontro di tanto maestro. Un anno dopo, chiesto ed ammesso nei chierici regolari Teatini, veste l’abito religioso in Sant’Antonio, nella quale casa, a’ 16 di marzo del successivo 1765, in età poco meno di anni diciannove, fa la sua professione religiosa.

I superiori quindi lo inviano a Torino per istudiarvi filosofia dal portoghese padre Pereira, il quale diegli a digerire «a tutto pasto», come nota il suo panegirista , il , che doveva valergli di testo; il Purcozio che, non ostante cominciasse a venire in fiore, anzi a trionfare seriamente la fisica sperimentale, passava tra più caparbî corifei dello scolasticismo pedante. Per buona ventura trovava si allora in Torino un uomo di grande mente ed acutezza, che doveva e’ pure contribuire non poco a’ progressi delle scienze fisiche, vo’ dire , famoso elettricista, primo in Italia che, sull’orme del , rapisse i fulmini al cielo. E questi, conosciutone l’ingegno pronto e vivo, a innamorarlo tosto non dello studio soltanto, ma anche dei metodi, che veramente investigano e procacciano la scienza; e proprio da quel momento e’ principiò a gustare le matematiche.

Correva il 1767, quando, lasciata Torino, avviossi per Roma: lo aveano spinto il desiderio e il bisogno di consecrarsi con maggior profondità e ampiezza alle scienze sacre; chè, sebbene le speculazioni positive avessero già scosso il suo animo, sentiva, essergli necessaria, a compimento d’ogni studio, la teologia. E fu nella casa teatina di S. Andrea della Valle uditore di don , il quale passava da poi alla sedia vescovile di Nola, più tardi levato a quella arcivescovile di Palermo.

A Roma, accrebbe le tendenze e gli affetti per gli studi matematici, saviamente diretto dai padri e , illustri chiosatori di ; e sì rapido e sostanziale fu il suo progredire, che lo Jacquier se ’l tolse ausiliario ne’ lavori occorrenti alle opere sue, e soprattutto nell’esame del calcolo integrale. Però, i superiori non vedevano con occhio sereno questo suo applicarsi a siffatte scienze; le quali, astraendo la mente nelle regioni di fatti irrepugnabili e severi, pareva lo dovessero di altrettanto allontanare e rendere indipendente da loro. E così passarono anche a malignarlo, a ferirlo con motti, a strappargli di mano i libri che trattavan di matematica.

Guerricciuole di chiostro, nè vecchie, nè nuove!

Fu, credo, per virtù di tali influssi che, una volta, trovandosi in una brigata di culte e civili persone, venne punto da un suo avversario, il quale volle alludere con acredine alla nota tardità del suo ingegno, fanciullo, e alla difficil vittoria che, pur dai grandi, mal si consegue negli studi severi. Ripiccò il Piazzi, pronto ed arguto, il maligno; e, non che infiacchirsi, destossi a lena maggiore e, maggiormente risoluto, pose l’animo là dov’intendeva. Virtù degli eletti!

Ordinato sacerdote nel 1769, fu mandato a Genova, lettore di filosofia a’ novizi in quella casa. Vi recò nuove idee, metodi più sennati e conformi alla ragione; e per questo non mancarono gli attriti; i quali si fecero anzi amarezze e, peggio, persecuzioni e calunnie, allora che, abbandonate le vecchie dottrine, si costituì pubblico difensore di tesi nuove. Per la qual cosa il soggiorno, quasi triennale, di Genova gli tornava lungo ed inospite; e fu poi lieto di correre a Malta, chiamatovi dal Pinto, gran mastro dell’Ordine Gerosolimitano, a professarvi le matematiche; dove tuttavia non rimase più di due anni, essendosi, come è noto, sciolta quell’università dal successore, il gran mastro . Eppure, in omaggio a’ suoi meriti, gli vennero fatte le migliori profferte per trattenerlo, tra cui una commenda dopo un decennale esercizio: rifiutò; — voleva tornare in terraferma.

Giunse a Ravenna con mandato superiore; correva il 1773. Suoi uffici, dirigere il collegio di que’ nobili e tener cattedra di filosofia e matematiche. Se non che, così quivi come a Genova, ire di frati e di laici susornioni, peggiori de’ frati: pregiudizi e ignoranza da un lato; onesta fermezza e dottrina dall’altro. Pur questa volta i nemici dovettero ascondersi, e chi aveva ragione e talento trionfò; e a Ravenna rimase sino a che quel collegio venne sottratto alla direzione dei Teatini. Intanto, continuando ne’ suoi studi, pertinace e presago, è mandato nel 1778, predicatore ordinario, a Cremona; e nel successivo anno ritorna, richiesto, a Roma, lettore di teologia dommatica nel convento di Sant’Andrea. Ivi, conobbe ed ebbesi a collega il cesenate , monaco cassinese, divenuto poi, nel 1800, papa Pio VII, coronatore, indi prigione del a Fontainebleau; il quale, pur salito alto, non mostrossi più dimentico del Teatino. Onde i modi famigliari e la considerazione singolare non ismentiti al buon frate, provarono il senno e la bontà del pontefice, le virtù e la dottrina del Piazzi.

Allora, e’ trovavasi nel vigor dell’età e del sapere, e vieppiù s’acuiva in lui il desio d’imparar cose nuove: in dieci anni con istancabil costanza, senza mai venir meno a ogni suo ufficio, notte e dì s’affannando, dai primi elementi di geometria era giunto alla scienza dei calcoli più sublimi. Avea domo contrarietà moltiformi, vinto ardui cimenti, rimosso considerevoli difficoltà; con la coscienza di sè sentiva occorrergli pro- cedere. È ciò che fece con addoppiata lena di animo, con inalterata tenacità di volere. Tuttavia, in mezzo alla varietà delle discipline cui s’era consecrato, le sole matematiche, e in ispecial modo l’astronomia, aveano intieramente guadagnato il suo cuore; e in esse la sorte eragli stata tanto amica da fargli trovare, come si accennò, non un semplice maestro, ma una guida ed un padre nello stesso . Matematico, filosofo e letterato insigne, questi non aveva tardato a distinguere le qualità dell’allievo, giù da lui sperimentate in seri lavori; e, amante della scienza e del benefico lume di lei, attendeva il momento per avviare su più degno e proficuo cammino il valoroso e giovine Teatino.

Vuota, per la morte di Niccolò Cento, la cattedra di calcolo sublime presso l’Accademia degli Studi in Palermo, viene proposto — e dal Jacquier sostenuto — a quell’ufficio, che non tardò ad accettare: indi, presago di migliori destini e pieno di speranze, recasi nel 1780 nella metropoli della Sicilia.

Capitolo IV

Condizioni degli studi a Palermo — Uomini chiari — Arrivo di Piazzi — Ferdinando Borbone — Stato scientifico e politico d’Europa — Il Piazzi a Parigi — Sue dubbiezze — Sue vittorie — Parte per l’Inghilterra.

Palermo fu città in ogni tempo illustre per uomini di scienze e lettere; lo era massimamente all’arrivo di Piazzi.

Ivi, le riforme promosse ed iniziate nella pubblica istruzione di Sicilia dal ministro di Stato, Giuseppe Beccadelli di Bologna, furono tali e tante, che le più alte e severe discipline scientifiche servirono ben presto a splendore inusato. Non è già che di valentuomini fosse difetto in quell’Ateneo, perchè pochi soli di essi bastavano a dargli lustro e decoro; ma l’avere quell’intelligente ministro fondato nuove Accademie e nuovi Seminari, proposto premî a migliori studiosi, istituito una commissione di uomini, ragguardevoli in dignità e sapere, per l’ordinamento degli studî, aggiunto nuove facoltà a quelle sino allora insegnate, e chiamato ad occuparle professori per fama chiarissimi, non pur di Sicilia tutta, ma anche del continente italiano e di

fuori, accrebbe a quell’Università l’antica riputazione, e diede forte eccitamento alle scienze e alle lettere. Mentre per la nuova cattedra di Pandette chiamavasi il valoroso Rosario Bisso, per la botanica Giuseppe Tineo, per l’agricoltura , e pel diritto pubblico siciliano quella mente altissima di , il cui solo nome è un elogio; mentre alcuni di essi, ed altri che qui non accade ricordare, viaggiavano per l’Italia, Francia ed Inghilterra, apprendendovi metodi e sistemi nuovi, e progressi recenti; veniva anche lui, il modesto prete regolare, invitato a Palermo, professore di matematiche da prima, e poco appresso di astronomia. E sì che fu grande ventura per la scienza lo aver egli, Giuseppe Piazzi, trovato miglior ordine di cose e colà un avanzamento di studi tutt’altro che sperabile prima della mancanza de’ Gesuiti; e scienziati degni di lui, com’egli lo era di loro. Chè, oltre a’ suddetti, erano vanto all’insulare metropoli , principe di Torremuzza, continuator del Paruta, detto a’ suoi di sole dell’archeologia; e un Vincenzo Miceli e un Tommaso Natale (giurista), precursori, l’uno del moderno panteismo alemanno, l’altro di . E Vincenzo Sergio, che primo introdusse in Sicilia lo studio dell’economia pubblica; e, per tacere di altri, un Domenico Schiavo, compilatore delle Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia, duce a quei tempi, anzi anima della sicula letteratura. E, morti monsignor Testa, il canonico Schiavo e Vito d’Amico, vi fiorivano an- cora, loro allievi e seguaci, i Cari, i Fleres, i De Cosmi, i Serina, i Zerilli, i Di Blasi. Il marchese di Villabianca, assai meglio che della nobiltà siciliana, scriveva dei sette grandi uffizi dell’antica corona; e il Salvagnini insegnava le belle lettere alla gioventù, e formavala, nella sua scuola, sopra i classici, vere fonti dell’eloquenza e del buon gusto; in attesa che un Michelangelo Monti con precetti migliori e, più ancora, col proprio esempio la guidasse a maggiore altezza. — E vi eri, infine, tu, o , amore e gloria di tua isola illustre, che, dopo tanti secoli, coi canti del nativo dialetto, ti elevasti emulo incontrastato ed immortale di e di ; tu, dalle cui labbra scorse miele sì dolce, da formare non solo la delizia de’ tuoi, ma l’ammirazione e il diletto dei letterati d’Europa, e persin dei potenti e delle corti. — Gran parte di sì nobile e lodata gente riunivasi in letterari congressi presso due prelati, venerabili per dignità e per costumi, monsignor Salvatore Ventimiglia, già vescovo di Catania, e monsignore , giudice della regia Monarchia, ambo cultori di scienze e lettere, ambo mecenati ed amici di coloro che le professavano.

Ma se il movimento riformatore era cominciato, importava soprattutto continuarlo; onde il Piazzi dièssi tutt’anima al cómpito suo, che gli pareva doversi forse più d’ogni altro coltivare. Lo aiutarono pertanto le amiche disposizioni d’uomini savi ed onesti, essi pure capaci dei tempi: e’ quindi a rifar metodi, a mutar

libri di testo, specie quelli del p. Macone; e al sostituisce il Marie, e rompe le strette in cui la tradizionale dommatica dell’apriorismo avvinceva l’intiera filosofia. Delle quali innovazioni però non a lui solo, ma pur a’ deputati dell’Accademia hassi a dar lode: e la mediocrità, come sempre, a darsi briga, a strepitarne, a malignare indegnamente.

Pertanto, può dirsi che il suo arrivo colà segnasse una fase di progresso e di attività negli studi; nature buone ed elette gli si accostarono, ed egli ad esse; e nel divulgamento del bene nasceva l’emulazione e si assodava il sapere: chè niente vi ha di più proficuo e gentile dello associarsi degl’ingegni negli uffici della pubblica istruzione, o del mutuo scambio d’idee fra cultori e maestri delle molteplici discipline dell’umano scibile.

E tuttavia questi conati speciali non avrebbero potuto conseguire l’intento sperato. Vuol onestà diasi a ciascun la sua parte e, soprattutto nella storia, giova sceverare il vero dal falso, e attribuire imparzialmente a ciascuno la virtù che gli spetta.

, che sedeva, sul trono di Napoli, fu principe esclusivamente inteso agli esercizi della persona, valevoli alla gagliardia del corpo, solo curante de’ materiali interessi. Sdegnoso di coltivar la mente a’ forti studi, e di ingentilire l’animo, mostrossi vero tipo di ignavia e d’abjettezza; e, a dare una giusta idea di lui, citeremo del ritratto orribile, che ne fa il , queste parole: «Fanciullo, non soffriva

conversare coi sapienti, e, fatto adulto, ne vergognava.» Non ostante, torna onesto il dire che (forse perch’e’ credesse dalla facilitata applicazione degli studi meglio conseguire cieca obbedienza ne’ sudditi, anzi che quel lume di civiltà e di progresso, che muove inseparabile con la libertà, cui certamente non poteva amare) aveva ordinato pubbliche biblioteche, orti botanici, nuove accademie con nuove cattedre e professori. Allora, scelti i migliori tra’ più giovani ingegni, vennero essi spediti all’estero; e chi in Germania a studiare la mineralogia, chi in Francia, Spagna e Svezia a istruirsi nell’architettura militare e navale e ad impararvi la nautica. Intanto a Napoli, illustrata dai , e da altri egregi, fondavasi una scuola militare, una scuola per gli ufficiali ingegneri ed artiglieri, una terza per la marina. Era necessario mettersi a paro, o almeno proficuamente imitare le altre nazioni; e perciò si oprava già secondo chiedevano i tempi. Ma, e che poteva mai valere la scuola di nautica senza quella d’astronomia? che cosa la scuola di astronomia senza una specola, per la quale sola vengono dalla pratica confermati i calcoli della scienza? — Si prescrisse quindi nel 1786 a spese dello Stato l’erezione di due Osservatori, uno in Napoli, l’altro in Palermo, e vennero assegnati professori adatti e valenti al nuovo ufficio.

Morto il marchese Domenico Caracciolo, vicerè per la Sicilia,

uomo dotto, protettore largo e sollecito di scienziati ed artisti, eragli succeduto Tomaso d’Aquino, principe di Caramanico; il quale, sebbene per queste doti inferiore al primo, non ostante aveva egli pure animo incline al lustro e decoro della patria, mercè la protezione delle scienze. Onde non solo non ascoltò la gelosia e l’invidia che sorgevano bassamente a mordere il Piazzi, ma, giusto estimatore de’ meriti suoi, lo scelse a professore d’astronomia per la futura specola. L’erezione della quale, precipuo intento del Valtellinese (in esso pure largamente favoreggiato dallo stesso Segretario generale del governo dell’isola, cavalier Francesco Cavelli), non avrebbe soddisfatto l’uomo della scienza, se non si fosse eziandio pensato a provvederlo di tutti i migliori strumenti d’astronomia. Nè questo solo; ma gli bisognava visitare i più illustri astronomi d’Europa per esercitarsi largamente nella pratica della sua dottrina. Se ne fece domanda al re, che acconsentì: ma se la fortuna gli mostrò buon viso, e’ fu uomo da rispondere degnamente a tali larghezze. Provollo il fatto. Ciò avvenne nel 1786, quello stesso anno in cui la Sicilia pianse la perdita dell’illustre suo : a un astro splendido che tramontava, altro ne succedeva ancora più splendido.

Il Piazzi lasciò Palermo nel settembre del 1787, e si volse a Parigi.

In quei tempi l’Europa intiera sembrava assumere nuova lena per migliorare le condizioni de’ suoi studi: perciò, un’attività singolare, in grandissimo onore le

scienze in ogni Stato, e soprattutto coltivate le sublimi. «La fisica, la chimica, l’idraulica, la meccanica, l’anatomia, la storia naturale — così scrive lo — e in particolare la mineralogia, la botanica, la metallurgia, toccavano il punto di loro perfezione: le università travagliavansi con migliori regole a dirigere la gioventù; le accademie possedevano insigni professori e davano periodicamente alla luce il risultamento delle loro dotte fatiche: aprivansi dappertutto licei, scuole, sì pubbliche che private; e mentre da un lato si scioglievano e si ricomponevano gli elementi e quasi la natura delle cose; mentre con l’invenzione dei nuovi strumenti cambiavasi, per così dire, lo stato del cielo, — i musei, gli orti botanici, le biblioteche, i giornali scientifici toglievano ogni distanza tra le quattro parti del mondo, e ne riunivano non che le produzioni della natura e dell’industria, ma quelle ancora della mente.»

D’altra parte, questo l’aspetto politico d’Europa.

Già da qualche tempo andavano manifestandosi in tutti i popoli nuovi bisogni, desideri di cose nuove; e i regnanti — sebbene cercassero frenarli per tema di vederli cadere in intemperanze, conseguenze immancabili al troppo rioperare e al tutto niegare — non pertanto vedevano la necessità di farli, almeno in parte, soddisfatti nelle loro domande, ed essere indispensabili alcune riforme nelle leggi con le quali reggevano i sudditi. , reggitore dei dominj austriaci,

dopo aver percorso gli Stati suoi, all’intento di meglio conoscerne i bisogni, dava mano a importanti mutamenti: combattè vittoriosamente gli ordini feudali; promosse i buoni studi; soccorse largamente ai giovani poveri promettevoli per ingegno; incoraggiò l’agricoltura; onde l’imperio sotto il saggio suo reggimento prosperò, fiorì; i popoli l’amarono, ed ei ricambiolli di pari affetto. I principi d’Italia imitarono il bell’esempio dato dal monarca austriaco. Leopoldo II di Toscana alle leggi impopolari, intricate, alcune eziandio crudeli, sostituì leggi dolci e pacifiche; e quel paese ricorda tuttavia con animo grato il paterno governo del buono e tranquillo sovrano.

Modena, sotto Ercole III d'Este, Parma e Piacenza sotto la signoria dell’infante don Filippo, andavano ogni giorno avvantaggiandosi d’istituzioni sapienti; le quali, sebbene non rispondessero intieramente alle aspirazioni dei popoli, bastavano però a farli contenti; avvegnaché i loro prìncipi si mostrassero disposti a continuare le novità incominciate con sommo lor beneficio.

Napoli, più di ogni altro Stato italiano, abbisognava di riforme: re soppresse molti privilegi baronali; tolse i pedaggi, gravezza odiosissima; fondò a San Leucio una colonia agricola; diede maggior libertà politica, più sicura libertà civile; e, ciò che assai importava in quel paese, la tolleranza in cose di religione.

, che allora reggeva il Piemonte,

reputando dover la milizia soprastare ad ogni ordine civile, aveva volto ogni sua cura all’esercito; e, allargandolo fuor di misura, rovinò l’erario dello Stato, lasciatogli floridissimo dal padre, . Accordava grande favore e potenza alla nobiltà, alla quale concesse tutti i carichi della milizia; onde le armi, per le quali caricava il Piemonte di enormi debiti in ragion de’ tempi, prevalsero sopra gli ordini civili con grave danno dell’universale.

Venezia e Genova avevano perduto tutta la loro vigoria; gli animi venuti infiacchiti; sussistevano però le antiche buone leggi e istituzioni, che avevano loro valso secoli di prosperità e di potenza; il loro edifizio politico doveva crollare al primo urto.

Siedeva allora su la sedia apostolica , cui da prima la fortuna sorrise felicissima, e si volse da poi grandemente avversa. Uomo d’ingegno non comune, d’animo generoso, d’alto sentire, costumato. Tra il molto che oprò a benefìcio de’ sudditi, notiamo principalissimo l’asciugamento delle paludi Pontine; lavoro che, se non potè condurre a fine, menò non pertanto a buon punto.

Di sua magnificenza ricordiamo la sacristia del tempio di San Pietro e il museo. Se Roma viveva tranquilla sotto il governo del buon Pio, il collegio de’ Cardinali veniva agitato dall’Orsini, il quale, disegnando una Lega Italica, capo il Pontefice, tendeva ad allargare le prerogative papali sopra scala assai più vasta di quella ideata dal famoso Gregorio VII.

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