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Libro I
DI ZOSIMO
CONTE ED AVVOCATO DEL FISCO
DELLA NUOVA ISTORIA
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LIBRO PRIMO
da Megalopoli prima di narrare ai secoli futuri gli avvenimenti dell’età sua meritevoli di ricordanza, estimò saggio consiglio il dimostrare co’ fatti che i Romani, dopo la fondazione della città loro guerreggiando secento anni i confinanti, non giunsero a possedere un grande impero. Ma soggiogata parte dell’Italia e perdutala novamente dopo la comparsa di Annibale e la sconfitta a Canne, minacciandone i Cartaginesi le stesse cittadine mura, si portarono a tanta elevatezza di fortuna che in cinquantatrè anni a pena vidersi padroni dell’Italia e dell’Africa tutta. Signoreggiarono di più la Spagna, nè paghi ancora vinsero, traversato il seno Ionico, i Greci, privarono i Macedoni del reame, ed imprigionatone il monarca, lo con- dussero vivo a Roma. Delle quali vicende la ragione uom certo attribuire non vorrà ad umane forze, bensì piuttosto a fatale necessità, ovvero ai rivolgimenti degli astri, e meglio ancora all’arbitrio del Nume stesso favoreggiatore delle oneste imprese. Poichè formando esse tal foggia di serie colle susseguenti da parere le une sequele delle altre, destasi in chi rettamente ne giudica il pensiero d’una provvidenza divina reggitrice delle bisogne di qua giù, onde coll’aiuto di lei, quasi fonte ubertosa d’intelligenza, invigoriscano gli animi, ed al suo venir meno discadano come ora si vede.
È qui mestieri che dagli eventi stessi tragga pruova di quanto espongo. Dalla fine della troiana guerra insino alla battaglia di Maratona si pare che i Greci nè entro nè fuori della patria nulla operassero degno di rimembranza. Assaliti in allora dai prefetti e dalle infinite schiere di Dario, otto mila Ateniesi animati da incitamento divino ed impugnate armi comunque venute loro alla mano, di gran cuore movendo contro al nemico, riportaronne sì gloriosa vittoria che giunsero, fattane strage di cinquanta mila, a discacciarne dalle proprie frontiere il resto; così i Greci crebbero in fama. Quando poi, morto Dario, Serse con truppe assai maggiori, conducendo Asia tutta a guerreggiarli, empieva di navi il mare e di cavalli e fanti la terra, e quasi gli elementi stessi, al valicar dell’esercito in Europa bastevoli non fossero ad accoglierlo senza usurparsi a vicenda i loro diritti, eresse un ponte sopra l’Ellesponto ad agevolare il transito delle genti pedestri, e traforò l’Monte Athos onde ricevesse col mare le navi; spaventata la Grecia dalla sola voce del formidabilissimo apprestamento, diè con ogni sua possa di piglio alle armi. Venuta quindi a battaglia navale presso Artemisio ed in seguito non lunge da Salamina, conseguì assai più illustre vittoria dell’antecedente, mettendo il re in precipitosa fuga dopo perduta la massima parte delle truppe, e la sconfitta delle altre a Platea pose il colmo allo splendore della Grecia; mercè di che ella ridonò la libertà a’ suoi nazionali dimoranti nell’Asia, e dì quasi tutte le isole acquistò l’impero.
Che se di continuo rimasi fossersi uniti e paghi della presente loro fortuna, nè gli Ateniesi e gli Spartani pigliato avessero a separarsi gli uni dagli altri contrastandosi a vicenda la capitananza de’ Greci, e mai più obbedito avrebbero a stranieri padroni. Ora dalla guerra del Peloponneso menomatone l’esercito e ridotte all’indigenza le cittadi, aprironsi le porte a Filippo voglioso di aggrandire con arti e furberie un re- gno derivatogli per successione ben inferiore di forze a quanti lo avvicinavano. Allettando egli dunque col danaro sue truppe e quelle seco de’ confederati, potè da piccolo farsi grande, e venire cogli Ateniesi a battaglia presso Cheronea. Uscitone vittorioso e mostrandosi a tutti piacevole e benigno, volgea di già il pensiero ad assalire la persiana monarchia, se non che nell’apprestatisi fu da morte spento.
Alessandro,asceso il trono e subito dato ordine alla Grecia nel terzo anno del suo impero con poderose milizie passò in Asia. Vinti assai di leggieri i satrapi suoi avversarj corse a rintracciare Dario, il quale preoccupato avea con oste senza numero i luoghi appo Isso. Quivi appiccatavi battaglia ed inalzato un trofeo superiore ad ogni espressione, costrinse il re a voltare le spalle. Visitò poscia la Fenicia, la Siria e la Palestina; le sue geste presso Tiro e Gaza trovansi nelle opere di coloro che ne trasmisero alla posterità le imprese. Proceduto oltre nell’Egitto venerò Ammone, e stabilitovi l’occorrente alla fabbricazione d’Alessandria, fecesi indietro a terminare la guerra persiana. Rinvenuti ogni dove segni di amicizia, viaggiò nella Mesopotamia, ove udito che Dario trovavasi alla testa di genti molto più numerose delle prime andò colle truppe allora seco ad incontrarlo, e sopra il campo d’Arbela tanto lo vinse, quanto voleavi per distruggergli quasi l’intiero esercito e scompigliare, fuggito il re con pochi, quell’impero.
Da Beso quindi ucciso Dario, Alessandro pur egli, tornato dalle Indie in Babilonia, soggiacque all’estremo fato. Divisosi allora il macedonico regno in satrapie ed affievolito dalle continue intestine guerre, la fortuna soggettò ai Romani le reliquie d’Europa, i quali poscia spedite genti nell’Asia a guerreggiare i re del Ponto, Antioco e da ultimo i prìncipi dell’Egitto, ogni anno aumentarono, sino a che l’autorità senatoria fu in vigore, il dominio loro, gareggiando i consoli a superarsi vicendevolmente con gloriose azioni; ma posta in seguito a soqquadro la repubblica dalle guerre civili di Silla e Mario, di Cesare e Pompeo mettono in abbandono il governo degli ottimati per creare dittatore Ottaviano, e fidatone al suo arbitrio tutto il reggimento, non considerano di aver posto a ripentaglio le universali speranze, ed assoggettata la sorte di così vasta dominazione al potere ed alla cupidigia di solo un uomo. Poichè l’eletto se brama reggere con rettitudine e giustizia lo stato, non è bastevole tuttavia a compiere le molte bisogne della sua magistratura, avendocene di quelle assai lontane, cui non può speditamente provvedere, nè rinvenire tanti ministri di conformità al fattone giudizio, nè accordarci tampoco con talmente variati costumi; se poi, violando i limiti della conferitasi autorità, aspira alla tirannide, sconvolgendo le funzioni de’ suoi officiali, trascurando i delitti, col danaro acquistandosi un venale diritto, schiavi estimando i sudditi (come praticarono molti imperatori, o meglio ancora, di pochi all’infuori, tutti), il costui importabile governo per necessaria conseguenza addiverrà pubblica sciagura. Mentre gli adulatori, colmi di largizioni e di onoranze, occuperanno ì più elevati impieghi, ed i modesti e tranquilli cittadini, disamando simile tenor di vita, non comporteranno molestamente di andarne privi. Quindi le città empierannosi di sedizioni e tumulti vedendo inalzate a civili e militari cariche persone avide del guadagno; renderassi la togata vita ai più discreti spiacevole ed acerba, e verrà meno nelle guerre il militar valore.
Che tale corrano gli avvenimenti la stessa esperienza loro e quanto di subito accadde sotto l’impero d’Ottaviano lo comprovano assai bene. Di fatti e la danza pantomimica, sconosciuta per lo avanti, cominciò in que’ tempi a comparire, essendone primi autori Pilade e Batillo, ed altre novità ancora introdotte vennero, le quali infino ad oggi proseguono con molto danno. E’ sì pare nondimeno che Ottaviano governasse moderatamente la repubblica obbedendo ai consigli dello stoico Atenodoro. il successore Tiberio datosi ad una estrema crudeltà, e discacciato dai sudditi, addivenuto loro intollerabile, andò a finire i suoi giorni ascoso entro un’isola. Caio Caligola, costui spento, superandolo in ogni maniera di scelleraggini, fu morto da Cherea, liberando così l’impero da inumanissima tirannide. Dopo che Claudio ebbe commesso ad eunuchi libertini le sue faccende e posto fine turpemente alla vita, Nerone ed altri, seguendosi, ascesero il trono. Di questi per verità ho divisato non dir verbo, disdegnando che rimanga memoria delle inique e mostruose loro azioni. Vespasiano e Tito, sua prole, inalzati all’impero con assai più moderazione ressero i popoli. Domiziano, specchio senza pari di lussuria, di crudeltà e di avarizia, manomessa la repubblica per la durata di quindici anni intieri, ed alla fine ucciso da Stefano liberto, ebbesi con tal morte il gastigo de’ suoi misfatti.
Uomini probi di poi, vo’ dire Nerva, Traiano, il pio Antonino ed i due germani, Vero e Lucio, ottenuto il supremo comando, ripararono a molte calamitadi, tornando al possesso non solo del perduto dai loro antecessori, ma eziandio aggiungendovi qualche nuovo acquisto. A Comodo, figlio di Marco, inclinato così alla tirannide come alle più orribili scelleraggini, e spento dalla concubina Marcia, armatasi d’animo virile, tenne dietro Pertinace; se non che i pretoriani soldati, mal comportandone il rigore nell’esercizio e nella disciplina militare, lo trucidarono. Poco mancò allora non andasse Roma in isconvolgimento, poiché le truppe destinate alla custodia del pretorio usurpandosi il diritto di nominare il monarca, ne toglievan forzevolmente la scelta al senato. Messo pertanto l’impero in vendita, Didio Giuliano, istigato dalla consorte, anzi per balordaggine che per saggio consiglio a contanti ne fa mercato, dando uno spettacolo mai più veduto per lo innanzi, condotto essendo al pretorio non preceduto dai senatori nè da qualunque legittimo corteo: accompagnato bensì da quei soli militi che eletto aveanlo, venitegli da loro stessi di forza consegnato il palazzo con quanto eravi entro. Pur egli non di meno, addivenuto vittima de’ suoi elettori medesimi, regnò, a mo’ di notturno sogno, brevissimo tempo.
Ricorsi novamente al senato per deliberare cui porre in capo l’imperiale corona, Severo fu il trascelto. Ma usurpatosi ad un tempo il trono da Albino e Negro, sursero infra loro guerre civili nè di poco momento, le città reciprocamente discordi parteggiando chi per l’uno e chi per l’altro. Suscitatosi dunque nell’oriente e nell’Egitto non lieve scompiglio, i Bizantini favoreggiatori ed albergatori di Negro si esposero ad estremo pericolo. Ucciso costui trionfarono gli aderenti a Severo, il quale, morto a simile Albino, senza competitori governò la repubblica. Questi rivolse ogni sua cura ad emendare il male operato, ed innanzi tutto punì rigorosamente i militi che ucciso aveano Pertinace e messo in trono Giuliano. Ordinato quindi con senno l’esercito ed assaliti i Persiani, occupò di subito Ctesifonte e Babilonia. Fattosi poscia in quel degli Arabi nomati dalle tende loro Sceniti, ridusse in poter suo l’Arabia intera, e compiè valorosamente altre non poche geste. Era di più implacabile contro ai malfattori, le cui sostanze, giudicati rei, metteva nel fisco.
Ornate a simile di magnifici edifizj molte città, destinò a succedergli Antonino sua prole, e pervenuto agli ultimi della vita gli diè a compagno Geta, altro figlio, dichiarando loro tutore Papiniano, uomo giustissimo e superiore a quanti furonvi e sono giureconsulti nella scienza ed esposizione delle leggi. Questi, mentre esercitava l’ufficio di prefetto del pretorio, osservando Antonino avverso a Geta, e postosi del suo meglio ad allontanarne le insidie cadde, senza poterne addurre altro motivo, in sospetto dell’imperatore germano, il quale volendo liberarsi da tale impaccio ne commise alle truppe l’uccisione. Colta inoltre la opportunità privò della vita il fratello, non riuscita essendo neppure l’accorsa madre a strapparglielo dalle mani.
Non guari dopo Antonino portò la pena del fraticidio, rimanendone sempre occulto l’ucciditore, ed i soldati a dimora in Roma surrogarongli Macrino, prefetto del pretorio, e quelli nell’oriente innalzarono all’impero un giovinetto Emiseno, stretto alla genitrice di Antonino con legami di parentela. Fermi entrambi gli eserciti nel sostenere le proprie elezioni, surse civile discordia; le truppe dell’Emiseno Antonino avviansi a Roma col protetto loro, e la soldatesca di Macrino esce d’Italia ad incontrarli. Si viene alle armi presso Antiochia della Siria, e Macrino, tocca una compiuta sconfitta, abbandona, fuggendo, il campo, ma nello stretto infra Bisanzio e Calcedone, arrivatolo, soggiacque per le molte ferite a morte.
Il vittorioso Antonino vendicatosi di coloro, quasi nemici, che seguito aveano le parti di Macrino, pigliò a menare turpe e ribalda vita in mezzo a cerretani e maghi. I Romani pertanto mal comportandone la sfrenata licenza e l’alterigia dierongli morte, e smembratone il cadavere posero in trono Alessandro discendente pur egli dalla famiglia di Severo. Questi, ancor giovinetto, d’ottima indole ed animante ognuno a sperar bene sotto il suo governo, creò prefetti del pretorio Flaviano e Cresto, personaggi sapevoli di strategia e capaci di amministrare ottimamente le civili bisogne. Se non che dalla imperiale genitrice aggiunto loro a soprantendente e quasi compagno Ulpiano, sommo giureconsulto ed assai profondo nel dirigere gli affari della giornata, e provvedere agli eventi futuri, le truppe adiratesi tramargli clandestina morte. Mamea, informatane, a prevenire tali macchinazioni fa torre la vita agli autori di sì malvagi consigli, e quindi la prefettura del pretorio è soltanto a lui commessa. Ma venuto pur egli in uggia agli eserciti (nè posso indicarne la precisa cagione variando in proposito gli scrittori) e congiuratogli contro, giace spento, l’imperatore stesso adoperatosi indarno a recargli soccorso.
I militi quindi, a poco a poco disaffezionata la persona d’Alessandro, lenti mostravansi a farne i comandi, e nel timore non fosse castigata lor codardia provocavano a tumulti; ammutinatisi finalmente, inal- zarono all’impero un Antonino, il quale sapendo i suoi omeri inetti a tanto peso, di fretta scomparve. Scelto allora un Uranio di servile condizione e presentatolo colla porpora ad Alessandro, era fomite d’odio contro all’imperiale persona. La quale titubante ne’ pericoli che da ogni parte attorniavanla, erasi affatto cangiata di corpo e di mentali facoltadi, e datasi in preda al morbo dell’avarizia, solo pensava ad accumulare danaro depositandolo presso alla madre.
Tali essendo i non ottimi suoi diportamenti, gli eserciti di stanza nella Pannonia e nella Misia, già mal disposti verso di lui, ora vie meglio allettati sentivansi alla ribellione. Rivoltavi dunque lor mente inalzarono Massimino, duce allora della Pannonica legione, all’impero. Questi, fatta massa di tutte le sue genti, camminò alla volta d’Italia, persuaso di assalire con minor disagio l’imperatore non postosi ancora sulla difesa. Alessandro trovavasi colle truppe soggiornanti al Reno, donde, nunziatogli quanto avveniva, corse viaggiando seguitamente a Roma, e promesso avendo tanto a Massimino quanto alle sue genti il perdono se ritraessersi dall’impresa, nè riuscito a richiamarli al dovere, espose, in certo modo, al suo fine la propria vita. Mamea intanto e di prefetti usciti del pretorio per sedare i tumulti, incontranvi morte. Venuto Massimino al possesso del già destinatogli impero, surse grande generale pentimento, cambiato avendo un moderato governo con acerba tirannia. Poiché Massimino, di basso lignaggio, ammantatosi non a pena di porpora, fidando nel potere ed oscurando le virtù ricevute dalla natura in dono, rendeasi insopportabile non solo co' suoi ingiuriosi modi verso i personaggi in dignità costituiti, ma eziandio col trattare crudelissimamente gli affari e coltivare, ad eccezione di ogni altro, li calunniatori dinunzìanti que’ vogliosi di quiete come in debito verso al fisco imperiale. Passato in fine alle stragi dichiarava in proprio tutte le città per ispogliarle de' loro beni municipali.
Laonde i popoli ai Romani soggetti comportavanne assai a malincorpo le sevizie, e de’ manifesti usurpamenti non poteano a meno di attristarsi. Il di che i Libici, nomati ad imperatori Gordiano ed il figlio, spedirono a Roma, unitamente ad altri ambasciatori, Valeriano, uom consolare e poscia salito in trono. Il senato, di ottimo grado approvate le antecedenti cose, apparecchiavasi a discacciare il tiranno, eccitando le truppe alla ribellione, e rammentando al popolo le villanie dai singoli in privato e da tutti pubblicamente sofferte. Avutosi concorde il generale parere, e cerniti dal corpo senatorio venti personaggi valenti nelle imperiali funzioni, costituisconsi intra di essi due con sommo potere, Balbino e Massimo, e speditili a Roma pronti si tengono alla difesa. fi Massimino fatto sapevole di tali rumori, corre anch’egli la via di Roma colle Mauritane e Galliche truppe, ed essendogli da militi difensori d’Aquilea chiuse le porte, cingeli d’assedio. Osservando in seguito che i suoi parteggiatori alla per fine abbracciato aveano la causa della prosperità pubblica e consentitito al volere di quanti addimandavano la sua morte, ridotto ad estremo pericolo presentò alle truppe il figlio supplichevole, qual mezzo idoneo a trarlo dallo sdegno alla compassione. Quelle in cambio addivenute più irose uccidono la prole e quindi il genitore. Fuvvi in seguito chi avvicinatosi al cadavere e spiccatone dall’imbusto il capo, portollo a Roma in piena testimonianza della vittoria.
Ma spenti in mare da veementissima burrasca gli inviati a Roma, fu dal senato conferito il supremo comando a Gordiano figlio d’uno di essi, e lui imperante la città diede bando alla tristezza de’ tempi andati, il monarca divertendone il popolo cogli scenici e ginnastici ludi. Allorché poi tutti riavuti furonsi quasi da profondo letargo, si apprestano contro al monarca clandestine insidie, Massimo e Balbino mandandogli sotto mano parecchi soldati, per la cui presura soggiacquero a morte così gli autori stessi come non pochi altri complici della trama. Non guari dopo i Cartaginesi anch’eglino disaffezionatisi dal principe inalzano Sabiano all’impero; ma le truppe africane, richiamatele e tornate a prestargli obbedienza, consegnangli l’aspirante alla tirannide, e della commessa fellonia impetrato il perdono, liberansi dai sovrastanti perigli.
Gordiano sposò intrattanto la figlia di Timesicle, addottrinatissimo personaggio, e ponendone il genitore alla prefettura del pretorio fe’ mostra di puntellarsi, a motivo della troppo verde età sua, nella pubblica amministrazione. Consolidato l’impero, tenevasi non i Persiani ad assalire le orientali nazioni attendessero la venuta di Sapore al trono dopo Artaserse, che toltolo ai Parti riunito avealo novamente ad essi. Imperciocché dopo Alessandro di Filippo ed altri successori del macedonico regno, comandando Antioco a tutte quelle più elevate satrapie, il Parto Arsace, a motivo dell’oltraggio fatto al germano Tiridate, mossa guerra al satrapo di lui, appianò la via a’ suoi nazionali di conquistare quel trono. Gordiano adunque compiati i necessarj apprestamenti si diresse a combattere i Persiani. Ora nel primo aringo, mentre si parea essere per uscirne vittoriosi i Romani, la morte di Timesicle prefetto del pretorio, molto diminuì l’imperiale fiducia intorno alla si- curezza del suo reggimento, poiché surrogato Filippo al defunto, la benivolenza dall’esercito portatagli a poco a poco scomparve; essendosi egli nativo dell’Arabia, iniquissima gente, nell’ascendere con pari malvagità a più grande fortuna lasciato sovvertire, appena ricevuta la magistratura, dalla cupidigia dell’impero, iva istigando con blandimenti ciaschedun milite ad imprendere novitadi. Vedendo inoltre mettere alla vela navi cariche di vittuaglia per le truppe, dimorando tuttavia l’imperatore alla testa loro presso i Carri e Nisibi, comandò che il marittimo convoglio trasferito fosse nell’interno, onde que’ soldanieri travagliati dalla fame e dalla penuria de’ bisogni della vita spinti venissero a garbugli.
Il divisamento non diede in fallo. Le truppe dalla mancanza del fodero pigliata occasione assalgono, dimentiche affatto del proprio onore. Gordiano come per sua colpa elleno perissero di fame, e datagli morte vestono Filippo, giusta il convenuto, di porpora. Questi mediante giuri amicatosi con Sapore e sopita la guerra, viaggia a Roma, aescando gli animi de’ militi con generose largizioni, e spedisce messi alla città onde annunziassero la morte di Gordiano per malattia. Giuntovi di poi egli e con modesta allocuzione guadagnati gli animi de’ personaggi conscritti nell’ordine senatorio, stabilì conferire le più insigni magistrature a’ suoi maggiori benevolenti. Elesse pertanto il germano Prisco alla capitananza degli eserciti nella Siria, e prepose il genero Severiano alle coorti della Misia e della Macedonia.
Ritenendosi di tal modo fermamente stabilito in trono, pose mano alla spedizione contro de’ Carpi già predatori de’ luoghi prossimani all’Istro. Venuti a battaglia, nè potendo i barbari far petto all’impeto dei nostri, riparano colla fuga in un castello, ove poscia vengono assediati. Ma vedute lor genti qua e là disperse novamente riunirsi, pieni d’animo uscendone attaccano i nemici. Se non che inetti a respignere l’urto de’ Mauri, cominciano a parlare d’accordi, e Filippo volentieri consentitovi abbandona quel luogo. Suscitatisi intrattanto nella repubblica tumulti, altre delle orientali provincie gravate essendo, nè poco, dalle riscossioni de’ tributi, ed in altre addivenuto Prisco, a motivo del commessogli rigido comando, incomportabile a tutti, scelsero Papiano a loro capo, ed i Misj ed i Pannonj dichiararonsi ligj di Marino.
Filippo conturbatosi, udendone, pregava il senato che volesse o aitarlo ne’ sovrastanti mali, o, disapprovando il suo impero, accettarne la rinunzia. Non avendone risposta, Decio, fregiato di tutte le virtù, e di sangue ed onoranze illustre: indarno, disselli, abbandonarsi al timore, poiché ogni tumulto da sè stesso recherebbesi a nulla, i ribelli non potendo in conto alcuno resistere lungamente. Ma sebbene a tali congetture in effetto corrispondessero gli eventi, duratasi pochissima fatica a togliere di mezzo Papiano e Marino, Filippo non cessava da’ suoi timori, nota essendogli l’avversione dalla soldatesca portata ai tribuni e comandanti di que’ luoghi. Scongiurava pertanto Decio che si mettesse a capitanare le coorti site nella Misia e nella Pannonia; questi vi si rifiutò, estimando l’offerta nè a lui nè a se stesso conveniente. Filippo allora ricorso ad una Tessala persuasione, come suol dirsi, non iscompagnata da costringimento, lo manda nella Pannonia a gastigarvi i fautori di Marino nella congiura. Se non che le truppe al mirar Decio coll’ordine di punire i colpevoli risolverono, estimandolo miglior consiglio, rimovere il pericolo innanzi ai loro piedi, scegliendosi un imperatore più adatto al reggimento della repubblica, e molto esperto nelle militari e civili faccende, onde con minor disagio vincere il regnante.
Vestito adunque di porpora lo stesso Decio, obbligandolo, suo malgrado e molto di sè stesso paventando, a trattare le redini del governo. Filippo uditone e messi in punto gli eserciti, muove a dargli la stretta. I Deciani, quantunque conoscessero di aver che fare con avversarj molto superiori di numero, fidavano tuttavia nella perizia e generale prudenza del comandante loro. Venuti alle armi gli eserciti l’uno più forte di gente e l’altro per la militare bravura del condottiero, molti del primo caddero, infra cui Filippo stesso ed il figlio, dal genitore inalzato all’onoranza di Cesare. Non altramente Decio pervenne all’impero.
Surtì del resto, colpa la codardia di Filippo, da per tutto scompigli, que’ della Scizia, valicato il Tanai, ivano tempestando con iscorrerìe i luoghi prossimani alla Tracia. Il perchè Decio, assalitili, e vincitore mai sempre ne’ combattimenti, lor toglie la fatta preda, e ad impedirne il ritorno alle proprie case tenta ogni mezzo, chiudendo i passi, di affatto sterminarli, ond’e’ non avessero in seguito a rivenire con nuove truppe. Al qual uopo consegnato a Gallo sufficiente milite, e postolo a guardare la ripa del Tanai, egli, condottiero delle rimanenti legioni, vie più avvicina il nemico. Procedendo giusta i suoi desiderj la impresa, Gallo rivoltosi a macchinar novitadi, invia messi ai barbari esortandoli a seco unirsi per tendere insidie all’imperatore. Queglino, cupidissimamente accogliendone la proposta, nè abbandonando il traditore i margini dell’antedetto fiume, divisi in tre schiere, pongono la prima attelata laddove il luogo presentava di fronte la palude. Quivi, dopo molta strage di essa fatta dalle genti Deciane, sopraggiunge eziandio la seconda, e similmente fugatala compariscono pochi militi della terza lunghesso la palude. Ora Decio, consigliato dal fellone d’investirli lì entro, imprudentemente, non conoscendo il suolo, inoltratovisi colle truppe avviluppato rimane dalla melma; gli Sciti allora saettando da ogni parte dando così morte ad esso ed a tutte le sue genti, nessuno affatto riuscito essendo a togliersi da quell’impaccio. Decio, retto egregiamente l’impero, soggiacque a tal fine.
Non a pena salito in trono Gallo e dichiarato augusto il figlio di Volusiano, per indurlo a tacere le sue insidie contro alla vita di Decio e delle truppe, gli Scitici affari pigliarono a correre prospera fortuna. Imperciocché oltre all’accordar loro qualche annuale somma di pecunia ed il retrocedere nelle proprie frontiere colla preda, tollerò che seco trasportassero i più illustri personaggi rinvenuti in molto numero, conquistata Filippopoli della Tracia, nella caterva de’ prigionieri.
Terminate nell’antedetto modo queste faccende, Gallo, a grandi speranze elevatosi per gli accordi stipulati co’ barbari, entrò in Roma, e nel principio del suo governo con onore e benevolenza rammentava Decio, adottandone eziandio l’unico sopravvivente figlio; ma quindi pigliato da timore non gli avvezzi a macchinare tumulti, dirizzando qualche volta lor menti alle regali paterne virtù, mettessene la prole in trono, apprestale, smenticando la fattane adozione e l’onesto, insidiosa morte.
A cagione poi del suo trascurato reggimento gli Sciti, da prima ricolme di terrore le prossimane genti, e poscia inoltratisi pian piano, guastavano le regioni poste vicino allo stesso mare; cosicché nessun popolo della Romana signoria andava esente dai costoro ladroneggi, anzi tutte, sarei per dire, le città non murate ed anche la maggior parte di quelle aventi mura, venivano da loro assalite. Nè meno della generale guerra un contagioso morbo quindi sopraggiunto consumò il resto della umana stirpe, recando strage mai più udita ne’ secoli trascorsi.
In tale condizione di cose i monarchi, impossibile veggendo il difendere tolta la repubblica, trascuravano per intiero ogni luogo posto fuori di Roma. Laonde i Gotti novamente, i Borani, gli Urugundi e li Carpi, saccheggiando le città dell’Europa spogliavanle di quanto vi rimanea. I Persiani invadevano l’Asia, ed occupata la Mesopotamia, procedevan oltre nella Siria medesima insino ad Antiochia. Espugnata alla perfine questa metropoli di tutto l’oriente, uccisa parte de’ suoi abitatori, parte condotta in ischiavitù, e distrutti gli edifizj di privata e pubblica ragione senza incontrarvi ostacolo, riparavano pieni di ricchissimo bottino alle proprie case. E certo riusciti sarebbero ad impadronirsi dell’Asia tutta se allegri della fatta preda e bramosissimi di conservarla, divisato non avessero di trasferirsi con essa in patria.
Gli Sciti poi, quanti erano a dimora in Europa, menandovi sicurissima vita, messo ora piede anche nell’Asia, portato aveano lor armi devastatrici nella Cappadocia, in Pisinunte ed Efeso. Il di che Emiliano imperante le Pannoniche legioni, animatele come seppe il meglio, poco disposte essendo a cimentare la prospera nemica fortuna, diedesi improvviso ad assalirli; fattane grandissima strage, ne travalicò i confini, e data morte a quanti raggiunsene, fuor d’ogni speranza tornò al Romano impero i giacenti sotto al barbarico furore, ed in premio dell’operato i suoi militi lo innalzarono al trono. Ragunate poscia le schiere di que’ luoghi, addivenute mercè la ottenuta vittoria più coraggiose, mosse alla volta d’Italia per chiamarvi a battaglia lo sprovveduto Gallo. Costui, affatto all’oscuro delle orientali faccende, iva fortificandosi del suo meglio, e deputava il duce Valeriano a condurre le Galliche e Germane legioni. Emiliano con prestezza somma trasportata avendo in Italia sue genti, all’avvicinarsi degli eserciti le truppe di Gallo vedendosi molto inferiori di numero, ed in pari tempo considerando la infingardaggine e negligenza del comandante loro, uccidonlo insiem col figlio, ed una parte di esse corre ad unirsi all’esercito d’Emiliano; il fatto sì parea dare stabilità all’impero.
Valeriano passato in Italia colla soldatesca in gran numero raccolta di là dalle Alpi, ritenea vincere prontamente Emiliano; le costui genti allora mirandosi comandate meglio alla foggia militare che a quella imperiale, come disadatto al trono mettonlo a morte.
Valeriano con generale approvazione asceso al supremo potere, dedicatasi a comporre idoneamente le comuni bisogne. Gli Sciti a que’ dì oltrepassarono i proprj confini, ed i Marcomanni anch’eglino, guastando con iscorrerie i luoghi presso alle Romane Frontiere, sospinsero Tessalonica ad estremo periglio. Se non che li suoi abitatori animosamente e con grandissima fatica resìstendo al nemico, obbligarono, abbandonato l’assedio, a ritirarsi. Tutta la Grecia era sottosopra. Gli Ateniesi misuravano lor mura, trascuratele affatto dopo l’epoca in cui furono da Siila rovinate. Que’ del Peloponneso circondavano anch’essi l’istmo di muro, ed in tutta la Grecia aveanvi pubbliche guardie a difesa della regione.
Valeriano, osservato il perìcolo minacciante ovunque il proprio dominio, associasi nell’impero Gallieno, sua prole, e, da ogni banda incalciandolo gli affari, pi- glia la via d’oriente per tenere indietro i Persiani; consegna gli eserciti d’Europa al figlio, esortandolo a guerreggiare con essi i barbari approssimantisi ostilmente da per tutto. Gallieno esperimentati li Germani più nocivi d’ogni altro, molestando con maggiore asprezza le Galliche nazioni non lunge dal Reno, attende a proteggere le costoro frontiere. Ordina parimente a’ suoi duci cogli eserciti per l’Italia, l’Illirico e la Grecia di combattere chiunque procacciasse raccorre preda in que’ luoghi. Egli poi, custodendo i valichi del Reno, ora impediva del suo meglio ai barbari il passo, ed ora opponeva ai tragettanti le truppe in armi. Con tutto ciò, fornito di assai poca milizia contro a sì numerose scorrerie, le cose ridotte erano di già alle strette; legatosi allora con tal principe della Germania, parve in qualche modo il pericolo scemato, vietando questi al nemico il continuo valicare del fiume, e respingendo chiunque armata mano procedeva innanzi. Tale era la condizione degli abitatori presso a quelle acque.
I Borani similmente, i Gotti, i Carpi e gli Urugundi (nomi delle nazioni a dimora presso l’Istro) non lasciavano luogo veruno dell’Italia e dell’Illirico esente da molestia, ponendone tutta la regione, senza incontrare oppositori, a ruba. I Borani adoperavansi altresì nel metter piede in Asia, e riuscironvi aiutati dagli abitatori del Bosporo, i quali, anzi da timore indotti che da buona volontà, fomironli di navi, e fecersi loro guide nel tragitto. Imperocché eglino durante il governo de’ proprj regi ed al padre succedendo il figlio, stretti così di amicìzia e commerciali vantaggi al popolo Ro- mano, come per le annue largizioni ricevute, impedivan sempre gli Sciti dal recarsi in Asia; ma spenta la regale schiatta, e vili ed abbietti personaggi postisi al governo loro, dottando per sè stessi, consentivano ai barbari lo entrare pel Bosporo in Asia, trasportandoveli di più coi proprj vascelli, e quindi riconducendo questi indietro.
Laonde gli Sciti, predatori di quanto paravasi loro innanzi, eran cagione che i domiciliati ne’ lidi marittimi del Ponto abbandonassero il suolo nativo per trasferirsi in quello mediterraneo, dando la preferenza ai luoghi fortificati. Da principio eglino tentarono Pitiunte circondata di muro grandissimo ed avente assai comodo porto. Ma Sucessìano, ivi ai comando, assalitili colle sue truppe costrinse a retrocedere, e queglino temendo, al divulgarsi la fama dell’avvenuto parimente negli altri castelli, non tutti que’ popoli unitisi alle milìzie di Pitiunte cercassero disterminarli, pigliata ovunque ne rinvennero immensa copia di navi con sommo pericolo e ben minorati di numero per la strage tocca nella Pitiuntina guerra, tornarono alle terre natali. Per verità gli abitatori del Ponto Eussino, salvati dal condottiero Sucessiano, fiduciavano che mai più i nemici accingerebbonsi ad attraversarlo, stati essendo nell’indicato modo battuti. Se non che da Valeriano richiamatosi il duce per nomarlo prefetto del pretorio, e seco lui combinare gli affari ed il ristauramento d’Antiochia, i barbari novamente, provveduti dai Bosporani di vascelli, tragittano quello stretto. Ritenuti quindi i legni, nè (giusta l’operato innanzi) concesso ai pa- droni di rimenarli seco, navigano lungo il Fasi dove raccontano sorgere il tempio intitolato a Diana Fasiana e la reggia di Eeta; indarno accintisi ad occupare il primo, corrono direttamente a Pitiunte.
Vinto il castello e discacciatene le guardie procedon oltre. Favoriti da propizia stagione, tutta quasi la state, e ricchi di navi e mancipj periti nel trattare il remo, batton la via di Trapezonte, grande e popolata città, la quale a rinforzo del consueto presidio ricevuto avea altri dieci mila guerrieri, ed avvegnachè cingesserne d’assedio il doppio muro, e’ neppure in sogno speravanne la dedizione; viste impertanto quelle truppe amanti della infingardaggine ed ubbriachezza, nè più sollecite a difenderlo, immerse ognora nelle gozzoviglie e beverie, accostanvi dalla parte accessibile di già preparati alberi, e con tal mezzo nelle ore notturne pian piano superatolo conquistano la città. Molti del presidio allora spaventati dalla improvvisa comparsa là entro del nemico metton lor vita in salvo fuggendo per altre porte, ed il resto cade vittima del ferro. I barbari venuti al possesso dì Trapezunte raccolgonvi immense ricchezze e molti prigioni, tutti confinanti essendovisi ricoverati come luogo munito. Distrutti finalmente i templi, gli edifìci e quanto aveavi dì elegante e sontuoso, travagliata inoltre con iscorrerie nel suo interno tutta la contrada, tornano, sopra copiosissimo naviglio alle abbandonate loro sedi.
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The end
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