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Del coraggio nelle malattie

Giuseppe Pasta · 1792 · Free in the US

15,265 words · about 1 h 4 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Giuseppe Pasta
Language
Italian
Published
1792
Length
15,265 words · about 1 h 4 min
Sections
26 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (26)
  1. Avviso dell'autore under 1 min
  2. Prefazione about 8 min
  3. I. about 4 min
  4. II. about 1 min
  5. III. about 6 min
  6. IV. about 3 min
  7. V. about 2 min
  8. VI. about 1 min
  9. VII. about 1 min
  10. VIII. about 1 min
  11. IX. about 1 min
  12. X. about 3 min
  13. XI. about 4 min
  14. XII. about 5 min
  15. XIII. about 1 min
  16. XIV. about 2 min
  17. XV. under 1 min
  18. XVI. about 6 min
  19. XVII. about 1 min
  20. XVIII. about 1 min
  21. XIX. about 2 min
  22. XX. about 2 min
  23. XXI. about 1 min
  24. XXII. about 4 min
  25. XXIII. about 1 min
  26. XXIV. about 3 min

Continue:

Avviso dell'autore

Cedo agli Amici questa mia picciola produzione. Io la ho composta, quasi direi a diporto; eglino me l’hanno chiesta, e m’hanno poscia eccitato a farla pubblica. La mia stima per essi mi vi ha determinato, ma forse il mio amor proprio me ne ha dato il maggior stimolo. I primi mi giustifichino, se non ottengo gli altrui suffragj; il secondo sia più riserbato in avvenire, se questa volta mi ha sedotto. Esso per altro vorrà tuttor ricordarmi la compiacenza di aver per lo meno tentato in Medicina un argomento nuovo ed importante, e vorrà per avventura animarmi a ritentarlo, se migliori lumi mi giugneranno, onde meno infelicemente io possa di bel nuovo illustrarlo.

Prefazione

Non v’ha chi visiti infermi, e non raccomandi il coraggio. Il coraggio è il primo e l’ultimo complimento che si faccia loro. Questo ricordo, o fausto augurio, nasce da un sentimento di zelo naturale verso i pazienti. Il vero coraggio è l’arte di saper soffrire, nè ad un ammalato si può desiderar di meglio.

Fu sempre dagli uomini inteso il valore di sì fatto buon desiderio: il perchè sotto il velo d’una sola parola, pas- sata quasi a proverbio, hanno ritenuto sempre il costume di esprimere cotal desiderio a chi è in travaglio. Ma ad onta di ciò nessuno, s’io non erro, ha preso in esame il vantaggio di questo sentimento, nè indicato gli ostacoli che gli si oppongono, nè insegnato i modi di procurarlo. A ma certo è paruto argomento degno d’un Medico e ci ho posto mano con quell’ardire che è proprio d’un’intima persuasione, ma con quel dubbio insieme di non ben riuscirvi, che vivo ognora e presente mi tenne la mia insufficienza.

Se la Tolleranza filosofica delle Malattie io la ho proposta agli uo- mini ragionevoli, tanto più propor dovea il coraggio, che è quello infine che la promove e che la mantiene. Nel trattare di quella mi si sono affacciate molte idee di questo, la quali spargo ora tra’l Pubblico, senza punto rinunziare ai principj che in quel Trattato aveva già stabiliti; anzi li concateno, perchè di conserva vadano a dimostrare come dèe luomo sostener i malanni cui va soggetto. Nello scrivere di così fatto argomento ho tuttora avuto sott'occhio la poca o nessuna soddisfazione, che dai più, come i più inclinati alla medicina materiale e multiplice, riscosso averei; ma il compiacimento del dire la verità, risultante dalle giornaliere mie osservazioni, mi vi ha tenuto troppo le- gato per cedere al prurito di adulare. Il Medico esser non deve l’uomo a conversazione, poco gli cale che vi riesca co’ mezzi della menzogna, o pure della verità.

Inoltre il vedere che l’assunto mio è analogo a quanto usano per sè stessi i veri Medici, vieppiù m’ha confermato nella mia credenza. Vediam sempre il Medico sulla cattedra, ne’ circoli, allo scrittojo, al letto degl’infermi; io gusto talvolta vederlo alla cura di sè stesso, in cimento co’ proprj suoi mali, ragionatore per sè medesimo, per la sua propria causa. Vo’ che questo Medico sia non volgare, non credulo, non sistematico. In tal punto di vista ei mi sembra quell’Aruspice, che al dir di Tullio, incontrandosi con altri della sua professione loquacemente si acciglia e sogghigna, quando che col rimanente della turbe si sta pensoso, imponente, necessario.

Da simile condotta pare che siamo condannati ad essere bilingui, cioè ad avere la favella di Medico e la favella di Filosofo. Col popolo non si batte che la prima: e io tengo che adoperar si debba la seconda. Ma per chi mai al presente, se gli uomini non sono avvezzi che a quella sola, cioè alla prima, di maniera che a forza di udirla le si sono resi per vinti, e le hanno sagrificato la ragione ed il buon senso? Se il dolore e la speranza hanno dato l’origine ad un’Arte sì grande e sì utile qual è la Medicina; subitamente la fallacia e la credulità l’hanno fatta divenire una chimera nella mente degl’infermi, mentre all’opposto nella mente di non molti addottrinati Medici, che sono andati succedendosi col correr de’ secoli, è ella andata sempre crescendo e rifiorendo, e serbando sempre la marca di legittima e miglior Scienza indipendente da ogni sofisma.

Ma per chi mai, dissi, s’ha egli ad adoperare la favella di Filosofo, cioè di professore dotto, sincero, di Medico onorato? per i suoi simili, che fraudar non debbonsi, e che finalmente giugneranno ad avvedersi dell’errore in vedendo la rinunzia che si fa loro della loro soverchia cieca fede ne’ nostri sistemi e nelle nostre armi, e in vedendo rappresentata a dessi loro la nostra Arte spogliata ormai de’ veli non convenienti, e pericolosi, cioè a dire tale quale vien essa da noi medesimi immaginata e per noi stessi adoprata.

Esser non posso lodatore del Trattato della Tolleranza, e del coraggio ne’ Morbi; ma assicurerò il Pubblico che questi due principj sono l’áncora dei grandi Professori, qualor cadano ammalati, e che su d’essi stabiliscono eglino tutte le leggi della loro medicatura. Gli è questo un argomento bensì estrinseco pel mio discorso; ma tien esso tanto di forza che bastar dovrebbe per convincere. Che se pure s’ode talvolta rinfacciare dal volgo, che i Medici non sogliono nelle loro bocche mandar medicine, nè farsi sanguificare, nè praticar tanti usi quanti se ne prescri- vono; non vedo e perchè non gliela meniamo buona, e perchè l’esempio del nostro contegno non trionfi sulla credulità e scempiaggine del volgo stesso; quando dir non si voglia ch’egli ama d’essere ingannato, e che ingannato diffatti se lo tiene, non certamente a gloria della nobile nostra Professione.

Io pertanto uso del coraggio coll’accennarne le sue proprietà, e coll’esortar gli altri ad averne nelle lor malattie. I metodi curativi di Spezieria sono ormai fatti abbastanza numerosi per averne da aggiugner de’ nuovi. Siamo giunti a un tempo che si volgono studj più accurati anco ai rimedj tratti dalla morale, e di questi si comincia ad averne quel credito, che per l’addietro non se n’ebbe forse cotanto. Dobbiamo questo vantaggio all’esperienza, che è la miglior legislatrice de’ Medici. E a questa debbo io pure que’ pochi lumi, che or m’ingegno di spargere su d’una delle potenze dell’animo, che è per avventura la più efficace nella cura de’ mali del corpo umano.

Vorrei di questa potenza dell’animo, insieme che dell’altre, poterne dimostrare l’essenza e la maniera, con che ella adopera sopra il corpo vivente, nel tempo che ne racconto i di lei effetti; ma sono misteri che non ammettono che delle ipotesi, e assai a quest’ora se ne sono introdotte. Infino a tanto che non si disveli in qual modo una sostanza semplice, qual è lo spirito, possa agire su d’una composta, e viceversa; sarà sempre questa una quistione insolubile. Non abbiamo che dei risultati, quai sono quegli tratti dalle dottrine dei celeberrimi , , , , ed altri; i quali risultati or io qui li soggiungo come i più certi, ed i più comgrui per diciferare alla meglio e porre in qualche chiarezza le facoltà e le influenze dello spirito, e segnatamente quella del coraggio.

Lo spirito ha la facoltà di agire dentro e fuori di sè medesimo.

Nella sensibilità, o sia nella facoltà di sentire egli è piuttosto passivo che attivo, non essendo in suo potere il darsi una sensazione senza che un corpo non agisca sopra di lui, nè potendo egli schifarla quando questo gliela dà.

Nella riflessione, o sia nella facoltà di riflettere, lo spirito comincia ad essere attivo, perchè da lui dipende il fissar l’attenzione a ciò ch’ei voglia.

Nella memoria, o sia nella facoltà di ricordarsi, egli è attivo e passivo, poichè e può richiamare un’idea a sè, e può questa presentarlesi di per se stessa.

Nella volontà, o sia nella facoltà di volere, è sempre attivo, perocchè da sè medesimo si determina a che che sia.

Lo spirito quando usa della facoltà della volontà, può estenderla anco fuori di lui medesimo, cioè sul corpo; e in questo caso la facoltà tale è totalmente distinta dalle precedenti, ond’è che è anche chiamata forza motrice, per- chè il suo effetto è quello appunto di eccitare nel corpo diversi moti.

Ora nel coraggio lo spirito è sempre attivo, perchè usa della sua facoltà di averlo, cioè di avere una maggior forza di agire e dentro e fuori di lui, la quale maggior forza equivale in questo caso alla voce coraggio.

Dunque qualora dicesi che lo spirito si determina ad avvalorarsi di coraggio, è l’istesso che dire che ei si determina a prendere maggior forza nel suo operare, o sia nell’eccitare nel corpo i suoi moti.

Si sa che questi moti son detti liberi e volontarj, a differenza degli altri moti che stanno insiti già nel corpo, chiamati necessarj e vitali. I primi si circoscrivono comunemente a que’ che dipendono, direi, da un visibile comando dello spirito, come del muover una gamba, un braccio ec., gli altri a quelli che si mantengono nel corpo dall’istesso suo meccanismo, come il moto del cuore, il moto degl’intestini ec.

Sicchè dal sin qui detto parrebbe che lo spirito riempiuto di coraggio ad altro non servirebbe che a spingere con maggior forza i primi moti, cioè que’ che procedon da lui, e non gli altri, cioè i meccanici e naturali, e per conseguenza a non influire nè poco nè punto in sulle malattie, le quali appunto infestano per lo più quelle viscere, ove per esso non vi ha luogo ad operare.

Ma qual v’è tra noi che possa segnare esattamente questa linea di divisione fra i suddetti moti, volontarj, e vitali, così che negli uni si ammetta, e negli altri si escluda interamente ogni relazione dell’attività dello spirito? Chi anzi non vede che in quelle stesse viscere, su cui vuolsi che lo spirito non abbia potere, ei ci mantiene la vitalità, che tutta appunto dallo spirito dipende; e per conseguenza ragion vuole che anco tra quelle e lui esista un rapporto? Chi non sa che nelle medesime serpeggiano i nervi provenienti quali dal celabro, quali dalla midolla spinale, inservienti al moto e al senso loro, e però dello spirito quasi ministri? A chi non sono note le straordinarie mozioni che succedono talvolta alle viscere vitali per cagioni di una scossa intempestiva dello spirito; per esempio una palpitazione di cuore, un affanno del respirare, una smossa di corpo e simili, alla sopravvegnenza d’un terrore, d’una gioja, d’un’afflizione o d’altro?

Dai quali brevi cenni può abbastanza dedursi, che non limitata soltanto ad alcune parti della macchina corporea sia la possanza od influenza dello spirito, ma che universale ella sia sopra tutta lei. Solo che in quali parti questa possanza od influenza è più palese, in quali meno, in altre è più decisa ed efficace, in altre più circostanziata o più mite o più oscura; ma non resta che sopra cadauna di esse possa cadere qualche tratto dell’attività dello spirito. Ed è perciò che non v’ha regione nel corpo umano, che dai registri medici non ci venga indicato aver avuto ella qualche particolar fe- nomeno in seguito a qualche particolar movimento di questo ente immateriale. Non se ne intende di cotali successi la ragione, come non se la intende degli altri più comuni e che tuttora gli abbiamo avanti agli occhi; ma il fatto è incontrastabile.

Dunque lo spirito esercitando il coraggio può suscitare nelle malattie di que’ moti, o di quelle mutazioni nel corpo che altrimenti non nascono; e può con ciò apportar di que’ giovamenti, che, sia ch’egli agisca di per sè solo, sia che la medicina meccanica concorra co’ suoi instrumenti al medesimo oggetto, sperar da tutt’altro non si potrebbono. Lo che passo ora ad esporre.

I.

Il coraggio è il sentimento il più nobile e il più potente in tutte le azioni e in tutti i bisogni degli uomini, ed è il più necessario negli ammalati.

Qualunque definizione che se ne dia, sarà sempre inferiore all’idea che se ne forma al solo nominarlo. Si desidera negl’infermi la speranza, la fiducia, la docilità, e simili affetti; ma son essi sempre deboli in confronto del coraggio, o sono almeno inefficaci se dal coraggio stesso non ne ricevono e forza, e aumento, e sostegno.

Il coraggio è nel morale ciò che nel mondo fisico è il moto. Questo crea, annichila, conserva, vivifica il tutto, sicchè senza di esso moto il tutto è morto: pressochè lo stesso fa nel nostr’animo il coraggio, ma in guisa che qualsivoglia sua azione si comunica al corpo sotto diverse relazioni, e con diversi effetti.

Egli è quello che meno increscevole ci fa riescire la molestia de’ mali; che ci procaccia la placida sofferenza delle egritudini, e la imperturbabile espettazione onde esse corrano i necessarj loro stadj; che anima la resistenza alla moltiplicità de’ sintomi morbosi; che avviva le secrezioni, e le escrezioni e le crisi; che corrobora i movimenti e le operazioni di tutto il sistema solidario; che accresce la forza a’ rimedj, e la condiscendenza alle prescrizioni del Professore curante „Tutto si unisce a sostenere il malato fino all’orlo del sepolcro, quando lo spirito ha forze bastanti per reggersi nelle calamità del corpo„ come si espresse energicamente il cel. .

disse che il corpo reso fievole infievolisce l’animo. Come dunque ne’ morbi sperar il coraggio, o sia quel maschio vigore dello spirito, che secondo questo Autore dipende dal buon essere e dal vigore del corpo? Se così è, replicherei, giacchè l’arte nostra tutta è rivolta a riparare agli sconcerti del corpo, come non può ella cercare de’ mezzi di provvedere anco all’altro, essendo certissimo che dal sollievo e dal ristoro di questi, suole il corpo esso pure ritrarne dell’avvantaggio?

Le facoltà di questi due enti, comunque si riguardino, non sono sempre collegate in un tale rapporto fra loro, che non possano essere frequentemente tra loro distinte, e suscettibili di diverse impressioni e mutazioni. Benchè veggiamo talvolta esercitare il corpo un impero dispotico sopra l’anima; pure questa non gli è sempre schiava. Sono troppo celebri i casi di chi nel corpo hanno tormenti e disagi, e serbano un’anima ferma e serena. La religione ce ne dà innumerabili esempj; la filosofia stoica non conosce che sì fatta legge: l’uomo imperterrito ne’ veri guai fisici si ritrova in tutto l’orbe; e i Restituti, e i Tassi, e i Cardani, e gli Scarron, maltrattati nella loro macchina e tranquilli nel sofferire, li veggiam tratto tratto e da per tutto.

Dunque vi ha in natura il mezzo di staccar quasi la sensazione proveniente dal corpo, ovvero di resisterle in maniera da non averne discapito, anzi di più da fornirsi di una tal robustezza d’animo, che vaglia non solo a rintuzzare il cruccioso senso, ma a riportare ancora sulle stesse fisiche moleste cause e moderazione, e regolamento, e fuga delle medesime.

Perocchè in quella maniera che le malattie precedenti dall’animo, che sono pur molte e troppo note a’ Professori, non sono per la massima parte altrimenti superabili, che dall’animo stesso mutato e riformato; così ragion vuole che l’animo medesimo sia egualmente potente a prestar quasi un ajuto al corpo, di qualunque male ci sia travagliato. E se v’ha mutazione, o sia affezione d’animo, la quale universalmente giovi in pressochè tutte le peripezie corporali, e sia sopra ogni altra desiderabile e proficua, ella è appunto quella che rimonta l’animo su d’una certa forza e grandezza, per cui nè temiamo il malanno, nè ci dogliamo, o se il temiamo, e ci dogliamo, lo facciam senza avvilirci e senza soffocar quell’interna voce, che di continuo ne avvertisce che è d’uopo ne’ mali essere magnanimi e resistenti, vale a dire coraggiosi per disporci meglio a ricevere un migliore stato.

Chi voglia di tutto ciò saperne le ragioni, difficilmente ne otterrà l’intento, nè io sono da tanto di potergliele dimostrare: anzi sul bel principio confesso di non saperle „e quel superbo e mal inteso rossore (sclamò in simile proposito il ch. Padre Soave) deve egli tenerci dal confessare candidamente di non sapere quello che non sappiamo?” A me basta accennare ciò che succede nell’uomo ammalato, e di darne qualche spiegazione, che a me paja la meno improbabile „L’Autore della natura, scriveva il cel. Saint-Evremont, non ha voluto che noi potessimo conoscere ciò che siamo; dopo avervi inutilmente meditato si trova che è saggezza il non meditarvi di più, e il sottomettersi agli ordini delle cose, o sia della Provvidenza” . L’osservazione duqnue de’ fatti è quell’unica che può aversi e che ne può regolare.

Si osserva costantemente che il coraggio è in proporzione della passione che si prova. Più essa è forte, più s’ingrandisce il coraggio. Dunque la passione del maggior nostro bene temporale, qual è la esistenza e la conservazione di noi stessi, se è incomparabilmente più forte d’ogni altra, dèe anco il coraggio, da lei o per lei suscitato, al fine cui ella tende, essere più pronto, più consegente, e più forte che per qualunque altro scopo. Ministro esso, per così dire, di siffatta passione di- viene il germe producitore della intima vivacità, e insieme la susta la più valida che porti gli ordigni della macchina corporea a un tuono della miglior resistenza contro ai dolori, ai pericoli, ed alla morte istessa.

Le grandi geste operate dagli eroi colla scorta di questo eccellente sentimento, insorto dalle passioni or dalla gloria, or dell’interesse, or dell’emulazione, or delle scienza, saranno sempre meno belle e meno laudabili delle azioni operate col mezzo del medesimo, nato dalla passione più naturale e più viva della salute e della vita. Se ai prefati eroi sfugga il coraggio, voi le vedete senza attività languire dove si sono arrestati, nè più oltre avanzare alle gloriose lor mete. Così l’uomo infermo, che sente il bisogno e l’instinto e la passion di guarire, languisce miseramente in questi pensieri, in queste voglie, in questa passione, se non gli si unisce quel fuoco animatore che accende e rinforza cotali interne affezioni, e che le tien animate nel contrastare all’inimico, cioè all’indisposizione.

II.

Mille cose tolgono il coraggio, e mille il possono insinuare o ravvivare. Per altro il temperamento, e l’educazione contribuiscono non poco o a non averne, o ad esserne pieni. Questa osservazione la ci risulta dal vedere varj ammalati compresi all’incirca da consimili malattie, e ognuno variamente o lagnarsi, o paventare, o smaniare, o starsi placido, sofferente, rassegnato, coraggioso. Questa varietà in tal caso non tanto dipende da intrinseca varietà di male, quanto da diveristà di abitudine in sentire e in tollerare gli’incomodi. E cotal abitudine la ci viene appunto sia da quella costituzione di corpo, d’onde è ciò che dicesi tempera- mento, per cui l’uomo sente, ed a norma di quanto sente egli pensa ed agisce; sia dalla maniera colla quale siamo fisicamente e moralmente allevati. Scrisse , che il costume non avrebbe mai la maggioranza sulla natura, perchè questa è insuperabile; ma molti di noi colle larve, coi delirj, coll’ozio, col languore, coll’infingardia, abbiamo alterato l’animo, e non operiamo come dovremmo.

Nelle malattie si palesa il carattere nativo, e avventizio de’ pazienti, meglio che in qualunque altra circostanza. L’effeminato, ed il magnanimo, il pauroso ed il coraggioso, l’incostante e l’immutabile, l’indocile e il docile, gli scopriamo noi Medici agevolmente nella loro camera e nel loro letto del dolore, quando altri ben difficilmente altrove li discoprono per tali. In conseguenza di ciò quello che leva o che dà il coraggio, è più o meno valevole secondo la detta varietà de’ temperamenti, e delle educazioni. Così fatto avvertimento è bene averlo sempre sott’occhio, acciocchè si debba, nel progresso del presente discorso, estendere su questa norma, ovvero ristrignere le proposizioni, che rapporto alla quantità del coraggio si andranno mettendo.

III.

La paura del male è una delle cagioni primarie della perdita del coraggio. È troppo naturale che si tema quello che intenta di levarci la vita, o anco semplicemente di tormentare la nostra esistenza. In generale la passione della paura è fatale. Dice il celebre che la paura diminuisce la forza del cuo- re, indebolisce il polso, ed allora lo rende irregolare e intermittente. Il Sig. aggiunge, che sotto la paura la circolazione alle volte si allenta talmente che il sangue persino non isgorga da un vaso aperto. La pallidezza, i tremori, gli svenimenti sono i di lei sintomi ordinarj. Le emorragie si arrestano, e si arrestano le naturali secrezioni come quelle de’ mestrui, del latte, della traspirazione. Quest’ultima però talvolta anzi s’aumenta, ma il sudore che ne proviene è freddo, come succede nelle sincopi, e nelle grandi debolezze. La diarrea, l’itterizia, la clorosi, le ostruzioni, gli scirri, le gangrene, sono altre conseguenze della paura; come lo sono la perdita delle forze digestive, l’insorgenza delle passioni flattuose, e degli altri guai ventricolari e intestinali, il tremolar delle mem- bra, la melancolia, la follia, la paralisia, l’apoplessia, l’epilessia, la morte subitanea ec.

Se tanti e tali sconcerti occasiona la paura negli uomini altronde sani e robusti, nè v’ha Autore che non gliene addossi de’ numerosi e de’ gravi, quanto più dannosa, o almeno più atta ad aggravare le malattie, non sarà ella negli uomini infermi che di soverchio temano la lor malattia? Notò bene il renomatissimo „che non si può essere biasimato nel cercare di conservare la propria vita; ma se questo desiderio di conservazione è portato troppo lungi, spesso conduce a eccessivi timori e alla perdita della vita medesima„. Il timore e lo spavento (prosiegue egli) abbattono lo spirito, nè solamente danno origine a de’ mali, ma spesso ancora rendono codesti mali fatali, che trionfano poi del coraggio il più intrepido.

Siffattamente valida è giudicata la paura a produrre de’ mali che taluni hanno rimarcato succeder talvolta infatti quel male medesimo che si teme. I Giornali Medici ci portano degli esempj di morti accadute per que’ malanni de’ quali si era da tempo in timore, o verso a’ quali, sia un presagio avventurato, sia una fattucchieria, un’ impostura, sia una costituzione epidemica, avea ingerito del terrore.

Gl’ipocondriaci ce ne offrono le più strane prove; o almeno se realmente non cadono essi ne’ mali temuti, agrravano per altro in sì fatta maniera la loro immaginazione, che vie più stannosi peggio ne’ loro incomodi; così che li vedete correre quasi forsennati a cercare del Medico, perchè loro pare d’essere incappati in quel malore, che è stato ad essi dipinto o minacciato; e poco manca che ogni gior- no non accusino una nuova malattia a norma che l’hanno intesa o in altri veduta. Quindi è che con tale paura, quand’anche di fatto non ammalino del tal male, sempre maggiormente sprofondano in que’ guai che sono il loro notturno e diurno tormento.

Altre prove le abbiamo nelle donne incinte e partorienti. Il prefato le accenna con istile di buona pratica, sebben forse parrebbe che troppo lo carichi. „La maggior parte di quelle donne (egli scrisse) che sono morte in questo stato (cioè di gravidanza o di parto) erano state colte dall’idea di questa specie di morte, lungo tempo avanti ch’essa fosse sopravvenuta; e v’ha gran ragione di credere che cotesta impressione sia stata sovente la sola cagione della loro morte.”

„La stoltezza che hanno parecchie di non parlare del puerperio, se non per rappresentarlo accompagnato da dolore e da pericolo, è nocevolissima alle femmine. Poche di esse periscono nel travaglio, sebbene un assai gran numero ne muoja nel fare il parto; ciò che può spiegarsi nella seguente maniera. Una femmina dopo di aver partorito trovandosi debole e sfinita credesi tantosto nel più grande pericolo; e questa paura è tale che di spesso ella sopprime i ripurghi necessarj, da cui dipende il suo ristabilimento. Così è che le femmine sono soventemente la vittima della loro immaginazione, laddove non correrebbero rischio veruno se non ne avessero siffatta apprensione. Accade di raro che in una grande città alla morte di due o tre femmine che sono nel parto, non tenga dietro quella di altre parecchie. Ove una femmina co- noscente di quelle prime sia incinta, ella teme subitamente la medesima sorte, e questo accidente diviene epidemico per la sola forza dell’immaginazione.”

„Sprezzino dunque le gravide ogni timore, e schivino a qualsisia costo di trovarsi in compagnia di pettegole, di ciarliere, che non si ristanno mai di ripetere a’ loro orecchi gli accidenti funesti successi all’altre. Vuolsi in generale rimuovere colla maggior sollecitudine tutto ciò che può scompigliare una femmina, sia incinta, sia nel parto.”

„La maggior parte delle femmine che muojon di parto, devono siffatto accidente al costume antico, ancora in uso nella maggior parte delle provincie dell’Inghilterra, di suonare tutte le campane d’una parrocchia per cadauna che muore. Quelle che si credono in pericolo, ordinariamente sono curiosissime; e se vengano a risapere, che si suona per una persona morta in quello stato medesimo ove esse si trovano, quali funeste conseguenze non devono mai risultarne? Per qualunque si sia maniera le femmine incinte e di parto apprendano la morte delle loro conoscenti, esse sono sempre talmente disposte a temere per sè lo stesso successo, che non puossi, se non colla maggior difficoltà, persuaderle al contrario.”

„L’uso del suonar le campane non è solamente pernicioso alle femmine in parto; lo è parimenti in molte altre circostanze. Nelle febbri maligne, nelquali tanto è difficile di sostenere il coraggio dell’infermo, qual effetto non produrrà una scampanata funebre, da cui egli è stordito cinque o sei volte per giorno? È indubitabile che la sua immaginazione colpita gli farà credere che coloro pei quali suonasi, siano morti dello stesso male, di cui ei si trova aggravato. Questo timore avrà più di forza per iscoraggiarlo, di quello ne avranno tutti i cordiali della medicina per guarirlo.„

Il virtuoso traduttore e commentatore di soggiunge giudiziosamente a questo passo: „se tanta impressione di terrore fa sugli infermi il suonar delle campane, qual ne farà la veduta de’ cadaveri, e delle tante formalità mortuarie, solite praticarsi negli Spedali?„ Verissimo è tutto ciò; e il terrore che va spaziando in que’ sacri ricetti, mena sempre seco il danno maggiore degli ammalati colà ricovrati. La umanità ne freme; ma alle volte a’ pregiudizj non sono sempre pronti i ripari, o non sono sempre eseguibili, e non solamente negli Spedali, ma ancora per ogni dove, malgrado che „la premura de’ funerali, la condizione della sepoltura, la pompa delle esequie, servano talora più al trastullo de’ vivi, che al soccorso de’ morti„ come avvertì .

Continua a dire, che se non si possono abolire tali cerimonie, si cerchi per lo meno o di tener lontani i nostri infermi da esse, o di distrarneli, o di contrapporci dei nuovi pensieri, onde sien essi infermi manco suscettibili dei mali delle medesime. La seducente eloquenza e destrezza del Medico può in tali incontri molto bene moderare disordini tali, e coll’ajuto del coraggio anzi dissiparli, insieme a tanti altri, che troppo concorrono a inquietare e a disanimare i miseri ammalati, de’ quali un buon numero va a male appunto per sì fatte cagioni, che benchè estrinseche, pur hanno gran forza ad ingrandire le cagioni del male.

So che pretendesi che la paura non sia sempre fatale, volendosi anzi che col mezzo di essa si abbiano risanati de’ malori non superabili dall'arte. I muti che hanno parlato; i sordi che han ricuperato l’udito; i paralitici che hanno camminato; gli ammalati di male infiammatorio che hanno criticamente sudato; sono i fasti attribuiti alla paura. Ma son questi forse prodigj da annoverarsi tra que’ che si raccontano effettuati dai veleni, dalle magiche forze, dalle strane medicine. Sebbene analizzandosi a dovere cotali guarigioni ascritte alla paura, non vi si intravede egli, che è il coraggio, che appunto dall'ultimo momento della passione della paura spunta quasi e risorge in soccorso dell’individuo ridotto al punto di dover soccombere? L’ultimo sforzo è quello che può far nascere la disperazione, o il coraggio. Vuole il famoso che il timore e la speranza vadano sem- pre assieme; e da tal coppia ordinariamente si generi il coraggio. Ciò vale a dire, che l’uomo preso dal timore si volge a sperare, e quando conosce che non v’è più luogo alla speranza, nè più egli può sottostare alla sua pena, ei si getta al partito violento che è del maggiore sforzo; e da qui vedesi chiaro che dà vita a tutto quel coraggio, di cui egli è mai capace. Nell’uomo di mondo un tale coraggio fa o un grande eroe, o un malfattore; nell’uomo infermo non altro fa che scuotere validamente i nervi, commovere in buona guisa gli umori, e preparare il primo stadio della crise, il quale è poi conseguitato anco dal secondo, cioè dal salutifero.

IV.

La tristezza è un’altra affezione che anch’essa toglie il coraggio. L’ill. paragona la gioja ad un prisma che manda i più bei colori in sugli oggetti, e la tristezza ad un vetro magico che fa comparire le cose spoglie del loro bello, e tutte alterate e disgustose. E come è legge della natura de’ nostri sentimenti, che più ci colpisca ed interessi un’immagine tetra e spaventosa, che un’altra vaga e ridente; così ne avviene che la tristezza abbia più di forza su noi, e per conseguenza tenga lontana l’altra affezione a lei contraria che è il coraggio, il quale benchè soglia rappresentare le cose in aspetto migliore, pure perchè in tal caso ci è meno accetto per la ragione suddetta, egli cede, e l’altra trionfa.

Due spezie di tristezza lo stesso distingue; l’una reale e positiva, l’altra immaginaria e proveniente da un falso principio. La prima è figlia del dolore, la seconda dell’opinione. Da qualunque principio ella proceda, è dessa tra le passioni le più nocive. Perocchè la collera, la paura, la brama, l’amore, ec., ci lascian almeno degl’intervalli; laddove la tristezza ci perseguita senza interruzione, e di mano in mano che si va facendo abituale, va abbattendo le buone proprietà dello spirito, ed imprime l’istessa sua mala indole al temperamento istesso. Ond’è che alcuni fatti tristi vanno a soccombere o per ragione della malattia della tristezza medesima, o per la malvagia influenza che ne ricevono le altre particolari infermità, di cui erano indisposti.

La tristezza dunque va sbandita, e va richiamato il coraggio. Il ragionare è da uomo, e il ragionare dèe trionfare su d’essa, sia ella nata dalla prefata prima cagione, cioè dal dolore, sia dalla seconda, cioè dall’opinione. Si può avere il dolore e sentire il peso del male, e si può insieme nè atterrirsi, nè intristire, nè farsi melanconico e conturbato. Aver un’anima inferiore alla sorte è una viltà. Que’ tratti di franchezza filosofica che si leggono nelle storie, d’uomini forti negl’infortunj e nelle corporali indisposizioni, sono tratti ch’esser dovrebbero il partaggio di noi tutti, tanto più che sono voluti dalla religione, dal senso comune, e dalle rette leggi mediche, le quali considerano un accrescer i mali coll’unirvi una renitente e sconsolata sofferenza.

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