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Ell’origine della Noce superstitiosa, e come quella fù da San Barbato Vescovo di Benevento fatta tagliare, con ritrovarvi un Demonio in forma di serpente nelle radiche, et altri curiosi successi intorno à questo.
I due Famiglie Nobili Beneventane, che hebbero i loro principij nell’istesso tempo che si recise la superstitione della Noce inalberando per arme gl’idoli, che all’hora Beneventani adoravano.
Ella celebrità di questo superstitioso luogo appò i Stregoni, e Maghi di tutto il Mondo, e de casi seguiti, et apparitioni viste in quello.
Incipit
Descrittione del sito di Benevento con il luogo della Noce superstitiosa; et l’Idoli della Amphisibena, et Vipera che in quel tempo i Beneventani adoravano.
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Al signor Gio. Camillo Bilotta
Ublicandosi di nuovo il mio Trattato della Superstitiosa Noce, che in questa Città ne’ secoli passati si teneva; in molte parti migliorato; et notabilmente aumentato; stimarei mio mancamento; se ad altri che à V.S. il consecrassi; Imperoche come è noto al Mondo la sua antichissima, e nobilissima Casa con il fine della maledetta Noce; hebbe i suoi gloriosi principij circa mille anni sono insieme con la parimente antichiss. e nobiliss. famiglia Vipera, come nel discorso dell’opera pienamente vedrassi; et però havendo io gli anni à dietro dedicato il Trattato Latino intorno à questa stessa materia à Monsignor Traiano della Vipera Archidiacono di questa Città; Vengo hora debitamente ad honorar questo col degnissimo nome di V. S. assecurandomi che sicome per la sua gentilezza gradirà questo picciolo dono, et si compiacerà di vedere quì registrate alcune cose venute à mia notitia de suoi Illustri antenati, benche per la grande antichità della famiglia, le migliori forsi se ne stanno (per mancamento de Archivij che in que tem- pi non giongono) nell’oblivione sepolte, così anche goderà per la sua somma pietà ch’io dichi; questa gratia di essersi mantenuta la sua Casa per lo spatio di dieci secoli in una stessa patria con continuatione di non piccolo splendore (il che non così facilmente in altre si ritrova) doversi attribuire alla cristiana bontà di que primi suoi antenati, quali come dee piamente credersi; dovettero non solo segnalare la gratia da Dio concessagli della superstitiosa Idolatria levata nella lor patria con l’inalberare per arme il già disfatto Idolo dell’Amphisibena; ma anche essere i primi à retirarsi da quello errore. Et con la loro autorità agiutar non poco la conversione universale della Città; e però forsi la Maestà Divina li secondò di cosi lunga, e generosa prole. Onde spero serà la famiglia di V.S. per mantenersi mentre durerà il Mondo, con accrescimento sempre di nuovi splendori, e grandezze, come io ne prego N.S. Iddio. In Benevento à 3. di Agosto 1639.
Di V.S. Molto illustre.
Parte Prima Dell'origine della Noce superstitiosa
Dell’origine della Noce superstitiosa, e come quella fù da S. Barbato Vescovo di Benevento fatta tagliare, con ritrovarvi un Demonio in forma di serpente nelle radiche; et altri curiosi successi intorno à questo
fiEgnando in Benevento, circa gli anni di Christo DCLXVII. il Serenissimo Romualdo Sesto Duca di quella Città; si mosse una gravissima guerra in Italia; avvengache Gostante Imperatore di Costantinopoli impa- tiente di vedere più una sì nobile, e vaga Provincia dal suo Imperio dismembrata; si volse alla recuperatione di essa, non solo con tutte le sue forze, ma anche con la propria persona, e condottosi con grossa armata in Taranto pose in quelle riviere l’esercito à terra, e cominciando à scorrere, et à depredare la Puglia regione meno forte delle altre comprese sotto il Beneventano Ducato, et havendo spianata da fondamenti Lucera ne divenne della Campagna assoluto Signore; sendo che Romualdo standosene spensierato, e tutto intento al nuovo governo dello stato (lasciatoli da Grimoldo suo Padre pochi mesi prima per l’assontione fatta di quello al Reame de Longobardi) fusse stato colto all’improviso dall’esercito Imperiale; Il quale dopò la presa di Lucera si era condotto all’assedio d’Acerenza in Basilicata fortezza in que tempi di non poca consideratione, et havendovi per più giorni tenuto l’assedio con tentare per ogni via di sorprenderla, vedendo alla fine che l’impresa era malagevole, mentre il luogo per sito fortissimo era da buon numero di sol- dati con valore; et fedeltà custodito; risolse di abandonarla, e porre l’assedio à Benevento, sperando di haverlo à pigliare per fame; mentre il giovanetto Romualdo inesperto nelle stratagemme militari non attendea ad altro, che ad ingrossare il suo esercito per venire à giornata con gl’Imperiali, et in tanto non havendo le biade, che abondantemente più d’ogni altro luogo dà la Puglia havea per mantenimento del detto esercito consumate in bona parte quelle di Benevento, e contorni; onde nella Città se ne cominciava à sentire scarsezza; Cominciò adunque à marciare l’esercito Imperiale la volta di Benevento, dove questo presentendo si retirò Romualdo con la miglior gente del suo esercito, e con quella maggior provisione di vettovaglie, che in breve tempo potè radunare, et inviò un Cavaliero Longobardo di sangue, che era stato fedelissimo del Rè suo padre, et anco suo Aio, chiamato Giesualdo, per Pavia à domandare à quello soccorso, e frà tanto attendea à fortificarsi dentro questa Città al più che potea.
Gionto l’esercito con l’Imperador Gostante à Benevento; ne circondò la Città da per tutto con succedere quasi giornalmente leggieri scaramuzze fra Beneventani, et Imperiali; et ancorche questi facessero tutto il loro sforzo per sorprenderla; ad ogni modo i lor disegni più volte riuscirno vani, difendendosi quei di dentro molto valorosamente con la speranza del prossimo soccorso, che da Lombardia dal Rè Grimoaldo aspettavasi, et in cotal guisa si continuò per molti mesi; Ma alla fine cominciandosi à sentire nella Città non poca scarsezza de viveri, poiche ne era poco provista, come di sopra dicemmo; e per l’ampiezza di essa sendo all’hora di quarantamila fuochi, come si hà da una antica numeratione della Corte Arcivescovale; e però come Città grande non potea sostener lungo assedio; alche si aggiungea lo haver dentro le mura uno esercito, naturalmente noioso; onde per tutte queste cause si cominciava à scorgere ne’ Cittadini alcun sentimento di volersi rendere à patti; Dal che fare erano distolti dal Duca Romualdo, et altri Nobili della Città col porre loro avanti gli occhi lo esempio di Lucera di Puglia pochi mesi prima dall’istesso esercito Imperiale non pure sacchegiata, ma fin da’ fondamenti spianata; et perciò si stava con molta afflittione, et universalmente per la tardanza del soccorso si cominciava à perdere la speranza di quello.
Prese questo per occasione un Santo Sacerdote chiamato Barbato, et inspirato da Dio cominciò publicamente à predicare per le piazze; non che per le Chiese, dicendo, che la Città si trovava in quel pericolo; per li molti, e gravi peccati, che in publico, et in privato si commetteano; dalche oltre l’offesa di Dio ne nascea non poco scandalo à tutte le altre regioni dell’Italia comprese sotto il Ducato Beneventano, che in quel tempo erano l’Apruzzo, la Calabria, la Puglia, la Terra di Bari, et Otranto, la Campagna felice, hora Terra di Lavoro, eccettuatone Napoli con altre Città di mare, che restorno all’Imperio Greco; la Basilicata, e col nome di Valle Beneventana si comprendeano quelle regioni, che hora noi chiamiamo il Prencipato.
Riprendea il santo huomo in parti- colare la superstitiosa adoratione, che si faceva ad un Serpente di bronzo, che à questo effetto teneano sospeso ad un arbore di Noce due miglia fuor della Città; dove in certi giorni prefissi andavano à fare mille superstitiose idolatrie; avvengache un Demonio fusse entrato nelle radici di quella Noce per ingannare quei miseri, in diversi modi; et intorno à ciò deve avertirsi, che la natione Longobarda fù molto dedita alle idolatrie, et all’adoratione di animali bruti, posciache come testifica il P. Martino Delrio della Compagnia di Giesù nelle disquisitioni magicali lib. 4. cap. 2. quest. 6. sect. 4. num. 11. altre volte anche adororno le teste delle Capre.
Erano le ferventi prediche di San Barbato, accompagnate da efficaci orationi, e molte penitenze, perche la bontà divina li concedette gratia d’illuminare, e fare avvedere di tal cecità quel popolo, onde essendo quelle esaudite, la Città tutta si cominciò à compungere; e si parlava non poco di quello, che San Barbato havea detto; il che pervenendo alle orecchie del Duca Romual- do, ordinò che fusse menato da lui; dove gionto il Santo huomo il Duca in nome della Città tutta promise di toglier via quella superstitione, purche esso lo assecurasse, che da quello assedio non ne sarebbe venuto danno alcuno alla Città; Fecelo volontieri il Santo, assecurandolo in nome di Dio, e per certezza di questo volse, che il Duca con seguito della Città tutta intervenisse in una processione, che egli volea fare dall’Arcivescovato alla Chiesa di Santa Maria di Porta Somma, che era in quel luogo, dove è hora il Castello nella più alta parte della Città, con pregare la Beata Vergine, che la liberasse da quel pericolo; Essendosi adunque ordinata una sollennissima processione; e gionta in quella Chiesa sparse ivi San Barbato, infiammato di spirito divino, molte lagrime, et affettuosi prieghi alla Beata Vergine, pregandola ad intercedere per quell’afflitto, e contrito popolo appresso sua Divina Maestà, e parendoli di havere ottenuta la gratia da quella benignissima Madre di misericordia, prese il Duca Romualdo per la mano, e ritiratolo in un baloar- do delle mura della Città ivi vicino gli fè à occhi veggenti vedere la Madre di Dio, che intercedeva per la Città di Benevento appresso il suo figliuolo Giesù Christo; Delche restando il Duca sommamente maravigliato,e consolato, ritornato alla Chiesa raccontò al popolo la visione con molte lagrime di allegrezza sparse da quello, e con molto accrescimento di opinione di santità del Santo Sacerdote Barbato, il quale da parte di Dio continuava à promettere la presta liberatione dell’assedio al Duca, et al popolo.
E si verificorono le sue promesse, mentre il Rè Grimoaldo mossosi con poderoso esercito di Lombardia se ne veniva di persona la volta di Benevento à dare soccorso al figliuolo, menando seco quel Giesualdo mandatoli per Ambasciatore à questo effetto dal Duca; Gionti che furono in Apruzzo circa le contrade del fiume Sangro volse Giesualdo avanzar di camino per dare nova al suo Signore; et all’assediati del presto soccorso, onde per le poste si condusse à Benevento, dove fatto prigione dalle sentinelle dell’esercito Im- periale, e condotto alla presenza dell’Imperador Gostante gli narrò il tutto; e come il soccorso era vicinissimo; delche sbigottitosi questo, e dubitando di non esser colto nel mezo dall’esecito Regio, e Ducale volle tregua per alcuni giorni à fine di unire le sue genti tutte in uno luogo slargando lo assedio per poter più facilmente resistere à gl’incontri dell’uno, e dell’altro; ma perche havea presentito la gran scarsezza de’ viveri, che era nella Città; pensò che se quelli da Giesualdo fussero stati desperati del soccorso si sarian facilmente resi, onde richiamatolo à se di nuovo, lo pregò caldamente, e gli fè molte promesse, perche volesse accostarsi alle muraglie fingendo esser fugito di prigione, e dire il contrario à gli assediati, cioè che il Rè Grimoaldo non potea darli soccorso alcuno, e però provedessero à casi loro; promise di farlo Giesualdo, ma in effetto fè il contrario, posciache avvicinatosi sotto le mura disse come il soccorso era vicino, e con la propria persona del Rè, ma perche tenea per fermo, che l’Imperadore l’harebbe fatto morire, raccomannò calda- mente al suo Signore i suoi figliuoli, e casa. Apportò questaa novella somma allegrezza alla Città tutta; ma al fedelissimo Giesualdo fù subito per ordine dell’Imperadore avisato di ciò mozzo il capo, e quello per la punta d’una picca scagliato fin dentro le mura di Benevento.
Non fù disuguale la ricompensa da Romualdo fatta alla fedeltà di Giesualdo, avvengache oltre alle remunerationi date largamente a’ suoi figliuoli si fè condurre la sua honorata testa in Palazzo, e togliendosi dal suo capo la corona Reale, ne cerchiò quel fortunato teschio volendo significare, che per la fedeltà sua lui si mantenea nel stato; e dopò haverli celebrate con molte lagrime sollennissimi funerali gli fè dare honorata sepoltura.
Hor non veggendosi l’Imperadore gente da poter contrastare con Beneventani, e con l’esercito del Rè Grimoaldo, che già si approssimava, levato l’assedio, cominciò a retirarsi la volta di Napoli; per il che gli assediati fattosi animo gli uscirono alla coda guidati da Mittola Conte di Capua, dalla parte di porta Gloriosa, hoggi porta di Calore, dove agiutati dal vantaggio del sito gli diedero una notabile rotta, con morte di molti de gl’Imperiali, il che si recarono i Capitani Greci a tant’onta, che essendo già l’Imperadore gionto a Napoli fù da Saburro suo Generale richiesto, che gli desse ventimila huomini scelti dell’esercito, che con essi gli bastava l’animo di vincere l’esercito del Rè Grimoaldo.
Concesse Gostante li ventimila huomini scelti à Saburro, il quale con essi postosi in campagna si tratteneva attendendo l’esercito Regio; volle Grimoaldo investirlo, ma il suo figliuolo Romualdo, che già seco era unito, lo pregò, che lasciasse à lui tal cura; perciòche portava ferma speranza in Dio di superarlo, il che sarebbe tornato à maggior gloria della loro potenza; onde attaccatosi la zuffa in un luogo detto Formie (che hoggi è vicino Mola di Gaeta) si combattè valorosamente da ambi le parti in modo, che non si conosceva da qual parte havesse à cadere la vittoria; in questo mentre un valoroso soldato Longobardo chiamato Ame- longo, che solea portar la lancia del Rè, battè di sella un Greco; e sollevollo in aria quanto l’altezza di un huomo; la qual cosa spaventò in guisa i Greci che come se fussero cacciati da tante furie tutti si misero bruttamente à fuggire; onde Romualdo ritornò trionfando à Benevento, e Saburro in luogo della promessa vittoria riportò à suoi danno e dishonore; perilche Gostante volse l’ira contro gli amici, havendo spogliata Roma di tutti quelli ornamenti, che di tante passate guerre gli eran remasti; onde tornaro à Napoli carico di prede, e proseguendo a sfornir la Calabria d’ogni comodità, mentre il simil tenore tiene in Sicilia con incredibil capacità, assorbendo parimente le cose sagre, e le profane, fù per opra di Mizzizio Armeno suo Prefetto, come convenne alla sfrenata ingordigia, e rapacità sua l’anno 669 ucciso in Saragozza, à cui succedette nell’Imperio Eraclio Costantino suo figliuolo.
Essendo adunque non solo liberato Benevento dall’assedio, ma il Ducato tutto dalle scorrerie dell’essercito Imperiale, volendo il Duca, e la Città adem- pire il voto, e promessa fatta a Dio di desistere dall’idolatria, ricorsero a San Barbato, il quale in questo mentre per la morte d’Ildebrando XXXII. Vescovo di Benevento era stato acclamato, et eletto Prelato di questa Chiesa; e conferitosi detto Santo nel luogo della superstitiosa Noce con tutto il Clero in processione, e con molto concorso di popolo fè quella tagliare, anzi da’ fondamenti sradicare; e nelle radici vi trovò un Demonio in forma di horribilissimo Serpente, quale il Santo Vescovo con l’acqua benedetta ammazzò.
In quello luogo poi con giusta permissione di Dio sono state commesse tante, e tante sceleragini quanto per fama ogn’uno sà, essendo come uno nido di stregoni, e fattucchieri, i quali sogliono quivi radunarsi, come nel progresso di questa Istoria sentirassi; anzi fin da quel primo principio, che San Barbato fè sradicare la superstitiosa noce con buttare per terra l’idolo del Serpente di bronzo, che era alato, e con due teste come a punto è quello, che usano di fare per arme i Signori Viperi Nobili Beneventani, che in quel tempo comin- ciorno ad inalberarlo per loro insegna, (come a suo luogo diremo) Non lasciò il Duca Romualdo l’adoratione del Serpente, ma secretamente fattosene fare un simulacro d’oro di quello, chiamato Amfisibena, che parimente hà due teste, et è conforme l’armi de’ Signori Bilotti anco Nobili Beneventani, che ancor essi in quell’istesso tempo l’alberarono (come si dirà appresso) lo teneva in somma veneratione, con offerirli sacrificij, e commettere molte idolatrie; il che dispiacendo non poco a Theodorinda sua moglie ne avisò San Barbato, il quale pregò la Duchessa, che desse quel simulacro in suo potere, e replicandoli quella, che il Duca ne harebbe sentito dispiacere grande, e si sarebbe per ciò mosso a sdegno contro di essa; il Santo huomo l’assicurò, che non gli sarebbe per ciò avvenuto disgusto alcuno; onde essa gli mandò l’idolo mentre il Duca era a caccia; il Santo l’aspettò con opportuna occasione, e rimproverolli con efficaci parole l’ingratitudine, che usava verso la divina Maestà; mentre anche dopo havere ricevute tante gratie, continuava in uno sì abo- minevole peccato; delche essendosi grandemente turbato il Duca gli domandò come lo sapeva, e dicendoli il Santo Vescovo, che la divota Teodorinda sua moglie per far, che lui si emendasse da un sì grave fallo, non pure gli lo havea detto, ma anche consegnato il simulacro; per il che il Duca confuso non sapea che dirsi; et havendo questo ragionamento inteso un suo Cameriero, persona molto di lui intrinseca; se gli accostò dicendoli, che se la moglie sua li havesse usato tanto ardire l’harebbe ammazzata; dalle quali parole sdegnato il Santo maledisse quel Cavaliero, et ad un tratto spiritò, enrandoli un Demonio adosso; et in quella miseria continuorno i suoi posteri; onde publicatosi il successo per la Città fu causa, che non solo il Duca, ma tutto il popolo si ravvedesse maggiormente di un tale errore; et il Santo Vescovo di quel Simulacro del Serpente d’oro ne fè fare un bellissimo calice, che sino al presente si conserva nell’Arcivescovato di Benevento con somma veneratione; e tutto questo fatto stà compreso nel seguente Hinno di San Barbato, che ci è par- so qui trascrivere per maggior beneficio de’ Lettori.
Arbatae Christi famulae Longobardorum speculum Verbo fulgens, et operae Samnites, hoste liberas.
Beneventano Principi Matrem ostendis Virginem Praeces agentem Filio Pro libertate populi;
Et Costantini Caesaris Mentem iratam mitigas Urbis nefandam arborem Vellendo fidem propagas.
Romual Theodorindam; Et plebem Christo copulas Tu simulacrum Viperae Vertis in Dei calicem.
Miles accendens Principem In necem Dei famulae Daemonis aula noscitur Cum multis eius posteris.
Tua lotura manuum, Sanat laesos languoribus Sis ergo nobis omnibus Medela delinquentibus.
Praecamur inde supplices Christum pro nobis rogita, Qui tua festa colimus, Ut facias nos colites.
Cui sit et Patri gloria Una cum Sancto Spiritu. Amen.
Et vi è traditione antica, che questa superstitiosa Noce prima di essere sradicata, come si è detto, verdeggiava con perpetue frondi tutto l’anno, e ne’ tempi presenti per le confessioni di molte streghe ne’ Tribunali dell’Inquisitione si hà, che in detto superstitioso luogo apparischi di notte uno arbore di Noce grandissimo, e verdeggiante anco di mezo inverno; e di questa Noce trattando il Machabei nostro Poeta nel suo trionfo del Sannio, così disse.
De la famosa Noce il chiaro grido Ne gli estremi paesi, e ne’ vicini, E sparso sì, che l’habitante infido Dicesi possessor de’ suoi confini: Quindi i popoli tristi appresso il Nido Del gran Plutone, e de’ suoi Cittadini Per cotal Noce han privilegio tale, Che nocer non gli può schiera infernale.
Et il Poeta Perugino di questa stessa Noce cantò.
E dee avertirsi, che Malevento è stata alcune volte chiamata questa Città, e però trattandosi della Noce superstitiosa, e cattiva, questo più tosto volle servirsi della congiontione di Male, che di Bene vento.
Parte Seconda Di due famiglie Nobili Beneventane
Di due famiglie Nobili Beneventane, che hebbero i loro principij nell’istesso tempo, che si recise la superstitione della Noce inalberando per arme gl’Idoli, che all’hora i Beneventani adoravano.
fi Traditione antichissima, che in questi tempi, che successero in Benevento le cose sudette alcuni huomini nobili della Città, per serbare di tal fatto memoria à posteri inalzorono per loro insegne divisamente alcuni l’uno, e l’altri l’altro, entrambi detti idoli; onde quei che inalzorono l’Amsifibena, che par che giochi con due teste, si cognominorono Bilotti, cioè Bino capite luctantes; che tal motto resta fino ad hoggi all’impresa di questi Signori; E perche l’Idolo alato, che usano per arme i Signori Viperi; si chiamava Vipera, per tanto essi di tal cognome furono chiamati.
E mentre queste due famiglie si sono per lo spatio di circa mille anni da all’hora fino ad hoggi mantenute nella lor patria; con molto accrescimento di splendore à quella; et ancor tuttavia si mantengono; non hò io voluto col silentio occultare i lor freggi, che non li hà possuti consumare la lunghezza di dieci secoli; e perciò cominciando per ordine d’alfabeto, dico, che de i BILOTTI le prime memorie, che ritrovansi sono di Guglielmo, e Paganello, che venendo à morte nell’anno 1196. in Benevento furon sepolti nella Chiesa di San Spirito. Venendo poi Carlo Primo d’Angiò alla conquista del Regno sdegnati gli huomini di questa casa del tirannico dominio del Rè Manfredi, che ne havea occupate frà l’altre Terre della Chiesa la Città di Benevento lor patria; si ricoverorono a suoi serviggi in particolare quattro fratelli carnali, soldati di gran valore chiamati Balduino, Giovanne, Colardo, e Plancello, e militando fedelmente in servigio di quello per la conquista del Regno, essendosene egli impossessato né ottennero à 13. di Maggio del 1274. per remuneratione le Baronie di Maglie, e Giullano in Terra d’Otranto; e poscia l’anno seguente si ferno Signori di Galatola, grossa, e ricca Terra di quella Provincia, et indi Plancello a 26. di Gennaro del 1180. fù dall’istesso Rè creato Castellano di Oria, e Misagne, et à Giovanne sudetto, per ricompensa de’ servigij militari diede l’istesso Rè Carlo settantasei oncie d’oro à 23. di Febraro del 1296. Dalche può cavarsi con quanta fedeltà, e valore, e con che honorati, e supremi carichi dovettero servire questi fratelli quel magnanimo Rè in tempi così turbolenti di guerre.
E ne’ maneggi di pace ritroviamo che in gravissimi negotij lì servì il Rè Carlo sudetto della persona di Gualtiero Bilotta; onde à primo di Luglio del 1268. l’ispedì per rattare fuoi negotij in Roma, e quello Gualtiero poi a 26. d’Aprile del 1271. fù ricevuto in Regio Cappellano, e famigliare dell’istesso Carlo.
Nè piccolo fù l’affetto, che per queste altre gratie ricevute da’ suoi parenti, mostrò al detto Rè Michele Bilotta huomo ricchissimo; onde a 21. di Maggio del 1271. gli improntò cinquecento oncie d’oro per sovvenimento delle guerre.
E non poco servissi anche questo stesso Rè di Nicola, e di un altro iovanne Bilotta, che havean parimenti alcuni feudij in Regno; onde come Baroni li chiamò ad intervenire alla mostra generale, che si fè nelle Campagne di Aquino il Maggio del 1276. e poscia Carlo Secondo suo figliuolo remunerò Nicola del governo della Città di Gallipoli nell’anno 1291. il quale Nicola anche prestò il servitio militare in Sicilia al Rè Roberto come Barone del Regno nell’anno 1314. e nel 1316. fù dall’istesso Rè Roberto mandato à custodir la Calabria insieme con Simone Bilotta, et altri Baroni del Regno, e poscia nel 1326. tornò a militare in Sicilia. Seguitò i vestigi de’ suoi maggiori Ugone Bilotta figliuolo del primo Giovanne, che con i fratelli fù Signor di Galatola, e servì la Maestà del Rè Carlo Secondo talmente, che meritò a 10. di Maggio del 1302. essere da quello investito della Baronia di Specchia di Minerbino in premio del servitio militare; come anche per l’istessa causa hebbe indi con la data de 18. di Decembre del 1304. l’investitura di parte del Casale di Palegiano, e fù anche egli Signore di Galatola per redaggio di suo padre, e morendo lasciò un figliuolo chiamato Nicoletto, che restò Signore di tutte le sudette Terre, e Castella; onde il Ré gli providde per balio Pietro de Ugot Barone di Nonciglia; Di questo Ugone fù fratello germano quel mone Bilotta Barone di Passano, che non havendo altri che una figlia femina chiamata Margarita, che fù Cameriera favoritissima della Reina Giovanna Prima (ne ritroviamo che havesse havuto marito) die fine alla sua linea, et al dominio di quella Terra.
E circa questi tempi medesimi visse Coluccio, ò Carluccio Bilotta, che havea alcuni feudi in Regno, onde a 4. di Febraro del 1321, fù chiamato come Barone a custodir la Calabria, e Guillielmo Bilotta persona intendentissima de’ maneggi di stato, crebbe di tale opinione presso Papa Giovanne XXII. che gli confidò il governo della propria patria intorno a gli anni 1323. in tempi sospettissimi, che la Sede Pontificia residea in Avignone di Francia; posciache in detto anno questo Guillielmo ottenuta prima licenza dal Pontefice; transferì le Monache di Santa Maria di Porta Somma di Benevento al Monastero di San Pietro dell’istessa Città, e nel luogo di Porta Somma, che è il più alto di quella, come si disse fè edificare una fortissima Rocca per difesa di questa Città, che fino a’ dì nostri si conserva, contracambiando con sì notabile, et esemplare servitio la confidenza mostratali da quel Pontefice.
Poco dopò ritroviamo, che Cicco Bilotta Barone della Pietra Castagnara, casandosi nel 1380. con Filippa d’Aquino de’ Conti di Belcastro, con patto che dovesse andare ad habitare in quella Contea, diè principio al ramo dei Bilotti allignatissimo a tempi de’ nostri padri in Catanzaro, e spenti ultimamente nella persona di Beatrice unico rampollo di questa linea, moglie di Francesco Cataneo nobile di detta Città di Catanzaro, dalla quale nacquero molti figli, e frà essi Cesare, Cavaliero Gierosolimitano, che ancor vive.
Dal sopra nominato Nicoletto nacque quel Roberto Signor di Leporano, valoroso soldato ne’ tempi del Rè Ladislao, di cui nella Cappella di questa Famiglia nella Regia Chiesa di San Gio: à Carbonara di Napoli si legge questo Epitafio.
Roberti Biloctae genere Beneventani Ex antiquiss. Galatenae Dominis Sub Ladislao Rege huius Templi extructore strenui militis, ac Leporani Domini, memoriam temporis iniuria deletam, Octavius Bilocta CCXXXIII. post an. avito exornato Sacello restituit. ct
Di questo fu figliuolo Marino, che havendo per litiggi frà detto suo padre, e Fiorimonte prothonobilissimo fratello uterino di quello perduto la Signoria di Leporano si diede agli studij delle leggi, nelle quali fè molto profitto; onde Rè Alfonso Primo d’Aragona a 14 di Novembre del 1439. il creò Presidente della Regia Camera della Summaria, et indi nel 1445. il ritroviamo esser Regio Consigliero, e Giudice della Vicaria, e da esso discendono quei che di questa famiglia ritrovansi hoggi; in Benevento, con havere havuti degli altri huomini famosi in armi, et in lettere, et il dominio delle Baronìe di Mancusio Lentace, e Saggiano in Regno, e di Pesco Sant’Angelo nel Beneventano, le quali cose essendo non tanto antiche, e perciò più note, basterà solo haverle accennate.
Quei della VIPERA hanno fin dalle prime memorie, che di lor si ritrovino un Nubilone Conte di Castelvipera, che nel 1074. insieme con Riccardo suo figliuolo donorno al Monasterio di Montecasino molte Chiese, et altri beni sistentino in detta Terra di Castel-Vipera (che hoggi è la Riccia) et altre del Contado; onde crediamo, che dal lor cognome si denominasse quella Terra, più tosto che dalla Terra essi l’havessero preso, mentre come dicemmo la traditione è, che molto prima inalberando quell’Idolo chiamato Vipera fussero così detti. Hor comunque si sij, certo è, che la Signoria di detta Terra si mantenne lungo tempo in questa famiglia, ritrovandosi memoria di Benedetto della Vipera Signor di quella nel 1187. che viene con gli altri Baroni chiamato per la guerra sacra (come dall’indice de’ Baroni della guerra Sacra in potere del Sig. Carlo de Lellis, persona versatissima in tutte le scienze) e sotto Rè Carlo Secondo intorno à gli anni 1305. ritroviamo esser Signore di questa Baronia Pietro della Vipera, il quale poco dopò morendo fù sepolto nell’antichissima Cappella, che quella famiglia hà nell’Arcivescovato di Benevento, e successegli al dominio di Castel Vipera Giacomo, e dopò morte di Giacomo Matteo suo figliuolo.
Ritrovasi di più un altro Pietro della Vipera figliuolo di Mario, che fu Signore di Coffiano nell’anno 1291. sotto l’istesso Rè Carlo Secondo; e forsi di costui fù figliuola la Beata Daniella dell’Ordine di San Domenico, che visse intorno à gli anni 1280. e dicesi figlia di Pietro della Vipera nobile Beneventano.
E Giacomo della Vipera, che morì in Benevento à 4. di Marzo del 1196. il ritroviamo sepelito in San Spirito di questa Città.
Fù in molta stima presso Papa Pio II. Nicola della Vipera; onde quel Pontefice se ne servì per negotij importantissimi della sua patria, come testifican molte Bolle, et in particolare una diretta così, Dilecto filio Nobili viro Nicolao de Vipera militi Beneventano. Data in Mantua à 13. di Decembre del 1459. e di questo istesso Nicola si servì molto parimente Rè Alfonso Primo per quietare alcune differenze de’ confini del distretto di Benevento col Regno, come rettificano le lettere di detto Rè delli 11. di Giugno del 1447. con il titolo, Nobili, et Egregio Nicolao de Vipera militi Beneventano.
E Bartholomeo della Vipera fù soldato di molto valore sotto l’istesso Rè Alfonso Primo, e morì nel 1490, e fù sepolto nella sua Cappella dell’Arcivescovato in uno avello fattoli da Caradonia d’Aquino de’ Signori della Grotta Menarda sua moglie.
Per lettere furon molto chiari di quella famiglia un altro Nicola, che intorno a’ tempi medesimi fu Referendario della segnatura, e Mercurio Vescovo di Bagnarea Reggente della Penitentiaria, e Decano della Rota Romana, che scrisse molte opere, stampate l’anno 1517. morì in Roma l’anno 1527. e fu honoratamente seplto nella Chiesa di San Spirito di quella Città; però in Benevento nella Cappella di questi Signori nell’Arcivescovato si legge di lui questo epitafio.
ct Mercurio de Vipera ex vetusta Beneventi municipij familia, Sacrae Poenitentiariae Apostolicae Regentij, Pontificiae Vaticanae Rotae Decano; eruditione incomparabili praedito, Episcopo Balneoregiensi, in quibus, et alijs publicis muneribus ea semper est usus in iudicando aequitate, ut in Urbis excidio captus, et extintus; Maximum sui desiderium Universae Curiae ingentem sui luctum reliquit. Vixit ann. 63. Menses 6. dies 8. Obijt Kal. Iulij MDXXVII. Octavianus, et Petrus S.B.M. Fratri Opt.
Oltre di questi hà prodotto questa famiglia altri huomini segnalati, et hà posseduto dopò la Baronia di Monte Negro in Apruzzo, le quali cose come moderne si tralasciano come parimente si fè ne i Bilotti.
E questo basti havere brevemente accennato di queste due illustri famiglie, tanto antiche, e chiare, come si è detto; Piacci à Dio di continuare a mantenerle lunghissimo tempo per ornamento della patria, e di accrescerle sempre di nuovi splendori.
ct
Parte Terza Della celebrità di questo superstitioso luogo
Della celebrità di questo superstitioso luogo appo i stregoni, e Maghi di tutto il mondo, e de’ casi seguiti, et apparitioni viste in quello.
Comune opinione di scrittori gravissimi, et approvati, che in questo luogo ancor dopò levatane la Noce antica superstitiosa, vi sii quasi di continuo radunanza, et unione delle magiori streghe, e Maghe del mondo, quali anco da lontanissimi paesi si radunano quivi per opra de’ Demonij di notte, come raccontano il Prierio, il Grillando, et altri notati dal Garzoni nella piazza universale discorso 41. e da noi nel tratta- to latino cap. 5. ancorche il P. Don Antonio Caracciolo Cherico regolare Teatino nel suo libretto intitolato Istorica demonstratio de Patria S. Ianuarij à carte 24. habbi senza portare autorità alcuna, negato quello, con affermare, che questo luogo fu anticamente stanza di un huomo letterato, e dotto; ad ogni modo le autorità, et esempi, che portano li sopradetti scrittori provano apertamente il contrario, come anche il confermano quelli, che noi qui raccontaremo.
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The end
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