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Cronica

Giovanni Villani · 1823 · Free in the US

524,030 words · about 36 h 42 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1823 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Cronica_(Villani)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giovanni Villani
Language
Italian
Published
1823
Length
524,030 words · about 36 h 42 min
Sections
65 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (65)
  1. Front matter under 1 min
  2. Avviso ai lettori about 1 min
  3. Dedica about 1 min
  4. Documenti diversi under 1 min
  5. Documenti diversi - Avvertimento about 2 min
  6. Documenti diversi - Epistola a tutti gl'italiani about 7 min
  7. Documenti diversi - Epistola all'imperatore Arrigo about 7 min
  8. Documenti diversi - Epistola a Federico II about 19 min
  9. Documenti diversi - Lettera del Presto Giovanni a Federigo di Roma about 24 min
  10. Documenti diversi - Epistola del Gran Turco about 4 min
  11. Documenti diversi - Diceria di Pandolfuccio about 3 min
  12. Documenti diversi - Diceria di Francesco about 5 min
  13. Documenti diversi - Risposta di Pandolfo Franco about 1 min
  14. Elogio di Giovanni Villani about 9 min
  15. Errori e correzioni under 1 min
  16. Errori e correzioni under 1 min
  17. Indice generale under 1 min
  18. Indice generale - A about 10 min
  19. Indice generale - B about 7 min
  20. Indice generale - C about 13 min
  21. Indice generale - D about 1 min
  22. Indice generale - E about 1 min
  23. Indice generale - F about 16 min
  24. Indice generale - GH about 9 min
  25. Indice generale - I about 1 min
  26. Indice generale - L about 5 min
  27. Indice generale - M about 5 min
  28. Indice generale - N about 2 min
  29. Indice generale - O about 2 min
  30. Indice generale - P about 7 min
  31. Indice generale - Q under 1 min
  32. Indice generale - R about 4 min
  33. Indice generale - S about 6 min
  34. Indice generale - T about 3 min
  35. Indice generale - U about 1 min
  36. Indice generale - VZ about 5 min
  37. Libro I about 1 h 23 min
  38. Libro II about 48 min
  39. Libro III about 15 min
  40. Libro IV about 1 h 4 min
  41. Libro V about 45 min
  42. Libro VI about 2 h 4 min
  43. Libro VII under 1 min
  44. Libro VII - Parte I (Capitoli I-LXXXIX) about 2 h 27 min
  45. Libro VII - Parte II (Capitoli XC-CLV) about 1 h 20 min
  46. Libro VIII about 3 h 18 min
  47. Libro IX under 1 min
  48. Libro IX - Parte I (Cap.I-CLIX) about 2 h 10 min
  49. Libro IX - Parte II (Cap. CLX-CCCLVI) about 2 h 25 min
  50. Libro X under 1 min
  51. Libro X - Parte I (Cap. I-CX) about 2 h 22 min
  52. Libro X - Parte II (Cap. CXI-CCXVI) about 2 h 13 min
  53. Libro XI under 1 min
  54. Libro XI - Parte I about 2 h 21 min
  55. Libro XI - Parte II about 2 h 11 min
  56. Libro XII under 1 min
  57. Libro XII - Parte I (Cap. I - XLVIII) about 2 h 6 min
  58. Libro XII - Parte II (Cap. XLIX-CXXIV) about 2 h 35 min
  59. Note about 52 min
  60. Note about 27 min
  61. Prefazione about 19 min
  62. Tavola dei capitoli under 1 min
  63. Tavola dei capitoli under 1 min
  64. Voci e modi mancanti about 10 min
  65. Voci, loro significati about 4 min

Continue:

Front matter

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Indice

Volume I

Avviso ai lettori

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Molti Signori Associati alla presente Cronica di Giovanni Villani oltre aver dimostrato gradimento per l’esecuzione di questo lavoro, hanno replicatamente incoraggito l’editore a dare alla luce la Cronica di Matteo Villani con la giunta di Filippo, ed egli ha di buona voglia aderito alle loro richieste. Facciamo adunque noto che sarà pubblicata la continuazione della Cronica di Giovanni composta da e da , seguendo la lezione del rinomatissimo testo a penna scritto da Ardingo di Corso de’ Ricci nel 1378, sul quale fu eseguita l’edizione de’ Giunti nel 1577, che non potè riescire quale doveva essere perchè furon sottratti diversi periodi per ignota cagione; l’editore si servirà pure dell’autorità d’altri antichi codici allorquando si porga giusta cagione, coll’unica mira di rintracciare la lezione vera ed originale.

Tutta la Cronica di Matteo Villani con la giunta di Filippo sarà divisa in sei volumi in ottavo grande; la carta e il carattere simile al presente avviso. Ciascun volume costerà lire cinque to- scane, e quei Signori che favorirono associarsi alla Cronica di Giovanni ne pagheranno sole quattro: le copie in carta grave costeranno lire dieci il tomo. Il primo volume sarà in breve alla luce.

Son pregati tutti i Signori Associati all’opera presente a volersi degnare d’esternare il loro desiderio ai distributori di quest’opera nel caso che gradiscano associarsi alla di lei continuazione.

Le associazioni si ricevono presso Angiolo Garinei libraio in Mercato nuovo.

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Dedica

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Non è la nobiltà del sangue nè lo splendore delle ricchezze, quello che ci muove a intitolarvi la Cronica di Giovanni Villani, che da molti errori emendata noi ora facciamo di pubblica ragione: ma sì il desiderio di rendere onore alle vostre virtù . Nella patria e fuori son conosciuti e stimati i molti meriti vostri; i dotti vi salutano qual sagace coltivatore delle scienze, e Firenze riconosce in voi uno de’ suoi principali ornamenti. La Chimica e la Fisica hanno per voi ricevuto nuovi incrementi, e l’Agraria gran vantaggio risente dal formare una delle vostre piacevoli occupazioni. Voi foste un de primi a far conoscere all’Italia i vantaggi della Litografia, e coll’opera e coll’ingegno tentaste la perfezione in quell’arte. Ma il nobile zelo col quale vi deste a migliorare il metodo delle prime discipline per la gioventù, promovendo le scuole di mutuo insegnamento, particolarmente vi raccomanda alla riconoscenza de vostri concittadini.

Non dubitiamo adunque che non sia per esservi grata l’offerta che a voi facciamo d’una storia che tanto interessa la patria nostra, a voi che tanto amor patrio nutrite, e che a suo decoro tanto vi esercitate.

Documenti diversi

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Indice

Documenti diversi - Avvertimento

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Il dono che noi facciamo al pubblico d’una raccolta di buoni documenti istorici del secolo decimoquarto, nella presente nostra edizione, tende a dimostrare ad esso in qualche modo la nostra gratitudine, avendo saputo incoraggire le nostre fatiche, e forse compatita la nostra insufficienza. Non ci eravamo astretti col nostro manifesto a dare alla luce questi documenti, ma giacchè il tempo e le nostre ricerche ci hanno particolarmente favoriti, abbiam voluto ornare questa ristampa di Giovanni Villani dei presenti documenti istorici, per maggiormente dimostrare il nostro buon volere, con la mira di giovare all’istoria e all’incremento di nostra lingua. I documenti che noi crediamo inediti sono due; un’epistola di Dante Alighieri agl’Italiani , e una del re Presto Giovanni all’imperadore Federigo di Roma: queste due epistole meritano tutta l’attenzione d’un lettore istruito. L’ultima particolarmente pensiamo che debba essere di molto interesse a qualunque lettore, e a colui che legge per istruirsi, e a quello che legge per passatempo. Prescindendo dalla sostanza della lettera, e dalle favole in essa narrate, vi si leggono delle voci bellissime, e dei modi di dire assolutamente classici, che fanno nascere il desiderio di conoscerne il traduttore, dovendo esser probabilmente una versione dal latino, e forse azzardiamo dire dall’arabo. La venuta in Italia dell’imperatore Arrigo di Lusimborgo fu un avvenimento di tanta importanza per quella penisola, che sarà letta con piacere l’epistola che noi riportiamo dall’ indirizzata a quell’imperatore, eccitandolo vivamente alla conquista d’Italia. Benchè tante volte, e in più luoghi e tempi prodotta, siam riusciti a migliorarne la lezione coll’aiuto de’ testi a penna. Federigo secondo fu de’ più ostinati persecutori della Chiesa di Roma, ed il nostro Giovanni Villani molto si diffonde a parlar delle discordie e guerre fra esso e Gregorio nono: un’epistola indirizzata da questo pontefice a Federigo ne’ primi tempi delle loro discordie non può che molto influire su l’interesse di queste storie, adattata ancora a far conoscere la politica di quei tempi, tanto variati dai nostri. Fu pubblicata quest’epistola dal diligentissimo Giovanni Lami, e noi col confronto d’un buon manoscritto n’abbiamo megliorata la lezione. Segue un’epistola di Morbasciano signor de’ Turchi a papa Clemente sesto, in cui si lamenta a ragione ch’egli abbia suscitato contro di lui tanti cri- stiani crociati per abbattere i suoi Turchi e il loro dominio senza plausibile ragione, anzi si protesta amicissimo di tutti i cristiani, ed aggiugne, che secondo la legge cristiana non si può costringer nessuno a riconoscere quella legge. Fu pubblicata quest’epistola interessante nella raccolta delle prose antiche del Doni, ma noi n’abbiamo affatto migliorata la lezione col soccorso d’un buon manoscritto. Le novità politiche accadute in Roma nel decimoquarto secolo per opera dell’intraprendente Cola di Rienzo sono di tanta importanza per la storia, che pensiamo debbano incontrare il genio de’ nostri lettori i tre documenti che noi riportiamo, e sono altrettante orazioni dette nel consiglio di Firenze da ambasciatori del Rienzo. A chi ha l’orecchio assuefatto alla moderna maniera di scrivere, queste orazioni non piaceranno, e noi altronde non le diamo per buoni modelli, ma coloro che non saranno totalmente digiuni del bello e del buono degli antichi classici nostri non si pentiranno al certo d’averle lette.

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Documenti diversi - Epistola a tutti gl'italiani

EPISTOLAdiDANTE A TUTTI GL’ITALIANInella venutadell’IMPERADORE ARRIGO.

In un codice riccardiano, cartaceo in foglio, che contiene diverse materie, abbiamo trovato la presente epistola del celebre nostro poeta Dante Alighieri; esso trovasi sotto il numero 1304. Ci rincresce peraltro dovere avvertire che la copia da cui l’abbiam tratta è molto scorretta e piena d’inesattezze, e forse ancora in qualche luogo mancante, ma noi confessiamo di pubblicarla tale quale si legge nell’antico manoscritto, per non defraudare i lettori che amano a ragione di leggere nella loro integrità le cose classiche de’ nostri padri della lingua. Se le nostre ricerche fossero state tanto felici da farci scuoprire qualche altro esemplare manoscritto di quest’epistola, allora ci saremmo giovati delle migliori varianti, ma inutili sono state per ora le nostre indagini. Dirà alcuno, perchè dunque dare alla luce un’epistola di Dante, forse inedita, in una forma sì scorretta e malconcia? Ma noi risponderemo, che abbiamo adesso assicurata l’esistenza di questo documento importante, sia più o meno corretto, poichè son tanti i casi variabili della fortuna, che poteva facilmente smarrirsi l’unica copia manoscritta che esisteva; e forse col tempo riescirà a qualche industre studioso trovarne altro esemplare manoscritto, e allora si potrà pubblicare in miglior forma. Noi non asseriamo che questa epistola sia inedita, solamente diciamo che non è a nostra notizia che siasi mai pubblicata. Alcuno può muover dubbio sopra la sua autenticità, molto più che non si conosce che l’Alighieri scrivesse un’epistola agl’Italiani nella venuta dell’imperatore Arrigo, ma rilevasi dall’autorità di Giovanni Villani, libro IX cap. 136, ch’egli scrisse un’epistola a’ cardinali italiani; è certo però che lo stile di questa lettera non si discosta da quello dell’epistola indirizzata dal medesimo Dante all’imperatore Arrigo, che noi riportiamo dopo questa, perchè ognuno possa da se stesso giudicarne a piacere. Resta ancora a conoscere se possa essere una traduzione, dal latino, come si vuole che lo sia l’altra epistola ad Arrigo di Luzimborgo; noi per altro non ci sapremmo indurre che difficilmente a crederla una versione.

“A tutti e ciascuni re d’Italia, e a’ senatori di Roma, a’ duchi, e marchesi, conti, e a tutti i popoli, l’umile Italiano Dante Alighieri di Firenze, e confinato non meritevolmente, priega pace.

Ecco ora il tempo accettabile nel quale surgono i segni di consolazione e di pace. In verità il nuovo di comincia a spandere la sua luce, mostrando da oriente l’aurora ch’assottiglia le tenebre della lunga miseria, e ’l cielo risplende ne’ suoi labii, e contra quella chiarezza conforta gli augurii delle genti. Noi vedremo l’aspettata allegrezza, e quali lungamente dimorammo al diserto, imperocchè ’l pacifico sole si leverà, e la giustizia, la quale era senza luce, al termine della retrogradazione, impigrita, rinverdirà incontanente che apparirà lo splendore. Quelli che hanno fame, e che bere desiderano, si sazieranno nel lume de’ suoi raggi; e coloro che amano le iniquità e’ fiano confusi dalla faccia di colui che riluce. Certamente il leone del tribo di Giuda apre li misericordiosi orecchi, avendo pietà de’ mugghi dell’universale carcere, il quale ha suscitato un altro Moisè, che libera i popoli suoi de’ gravamenti degli Egizi, menandogli a terra, il cui frutto è latte e mele. Allegrati oggimai Italia, di cui si dee avere misericordia, la quale per tutto il mondo parrai esser invidiata, ed eziandio da’ saracini, perciocchè ’l tuo sposo, che è letizia del secolo e gloria della tua plebe, il pietosissimo Arrigo, chiaro accrescitore e Cesare, alle tue nozze di venire s’affretta. Asciuga, o bellissima, le tue lagrime, e gli undamenti della tristizia disfa’, imperocch’egli è presso colui che ti libererà della carcere de’ malvagi, il quale percotendo i perpetratori delle fellonie, gli dan- nerà nel taglio della spada, e la vigna sua allogherà agli altri lavoratori, i quali renderanno il frutto della giustizia nel tempo che si miete. Ma non avrà egli misericordia d’alcuno? Anzi a tutti quelli perdonerà che misericordia chiederanno, perciocch’egli è Cesare, e la sua pietade scende dalla fonte della pietade, il giudicio del quale ogni crudelezza avrà in odio, e toccando sempre di qua dal mezzo, oltre alla meta meritando si ferma. Or dunque inchinerallo frodolentemente alcuno malvagio uomo? ovvero egli dolce e piano apparecchierà beveraggi per superstiziosi? No, imperocchè egli è accrescitore: e se egli Augusto non vendicherà i peccati de’ ricaduti, e insino in Tessaglia perseguiterà, per Tessaglia seguirallo infinale dilezione. O sangue de’ Longobardi, pon giuso la sostenuta crudeltà, e se alcuna cosa del seme de’ Troiani e de Latini avanza, da’ luogo a lui, acciocchè quando l’alta aquila discendendo a modo di folgore sarà presente, ella veggia i suoi scacciati aquilini, e veggia il luogo della sua propria schiatta occupato da giovani corbi. Fate dunque arditamente, nazione di Scandinavia, sicchè voi godiate la presenza, in quanto appartiene a voi, di colui il cui avvenimento è meritevole. Non vi sottragga la ingannatrice cupiditade secondo ’l costume delle sirene, nè non so per qual dolza mortificando la vigilia della ragione. Occupate dunque le facce vostre in confessione di suggezione di lui, e nel saltero della penitenzia cantate, considerando che chi resiste alla podestate resiste all’ordinamento d’Iddio, e chi al divino ordinamento repugna a volontade, è eguale allo impotente che recalcitra: è duro contro allo stimolo calcitrare. Ma voi i quali soppressi piangete, sollevate l’animo, imperciocchè presso è la vostra salute, e pigliate rastrello di buona umilità, e purgate il campo della vostra mente dalle incomposte zolle dell’orrida animosità, acciocchè la celestial brina sopra alla semente anzi il gittamento venendo, indarno dell’altissimo caggia, nè torni addietro la grazia di Dio da voi, siccome la cotidiana rosata d’in su la pietra, ma come valle feconda concepete e producete verdi germini, io dico verdi, fruttiferi di vera pace, per la qual verdezza fiorendo la vostra terra, il nuovo lavoratore de’ Romani di suo consiglio i buoi all’arato più desiderosamente e più confidevolmente congiugnerà. Perdonate oggimai, o carissimi, che con meco avete ingiuria sofferta, acciocchè ’l celeste pastore voi mandria del suo ovile cognosca, al quale se la provvisione temporale da Dio è conceduta, ancora acciocchè la sua bontà spanda l’odore dal quale siccome da un punto si bifforca la podestà di Piero, e discesa desiderosamente la sua famiglia corregge, ma a se più volonterosamente misericordia tribuisce. Adunque se vecchia colpa non nuoce, la quale spesse volte come serpente si storce, e in se medesima si travoglie, quinci potete vedere, e all’uno e all’altro pare a ciascuno essere apparecchiato, e di sperata letizia già le primizie assaggiar potete. Vegghiate adunque tutti, e levatevi contro al vostro re, o abitatori d’Italia, non solamente serbati a lui a ubbidienza, ma come liberi al reggimento; nè solamente vi conforto acciocchè voi vi leviate incontro, ma altresì che il suo aspetto abbiate in reverenza. Voi che beete nelle sue fonte e per li suoi mari navigate, e che calcate le reni dell’isole e le sommità dell’Alpi cbe sono sue, e ciascune cose pubbliche godete, e le cose private, non altrimenti che col legame della sua legge possedete, non vogliate siccome ignari ingannare voi stessi, siccome sognando ne’ vostri cori, e dicendo: Signore, noi abbiamo l’arco del quale esaltato è sì cbe cerchia il cielo. Or non è di Dio il mare? egli il fece: e non fondarono le sue mani la terra? Non riluce in maravigliosi effetti Iddio avere predestinato il romano principe? e non confessa la Chiesa colle parole di Cristo essere posto e confermato? In veritade, se dell’umana creatura appare esser detto le corporali per le invisibili cose d’Iddio, egli s’appartiene all’umana apprensione pervenire per le cose conosciute a se nelle non conosciute in sua natura, sicchè per lo moto del cielo colui che muove conosciamo, e il cuore del quale e la predestinazione levemente agli auguratori fieno chiari. Imperciò se dalla prima favilla di questo fuoco noi rivolgiamo le cose passate, cioè d’allora in qua che l’albergaría a’ Greci da’ Troiani fu negata, e insino da’ trionfi d’Ottaviano, vaghi di rivisitare le cose del mondo, molte cose di coloro al po stutto vederemo avere passati l’altezze dell’umana virtude, e vedremo Iddio per gli uomini, siccome per nuovi cieli, alcuna cosa avere operato; e in verità non sempremai noi operiamo, anzi continuamente siamo fatture d’Iddio e umane volontadi, a’ quali è naturalmente la libertade ancora de’ sottani affetti i quali non nocevoli alcuna volta aoperano, e alla non colpevole volontade eterna spesse volte coloro ancillano sconoscentemente. E se queste cose, le quali sono siccome cominciamenti a provare quello che si cerca, non bastano, chi è costretto dottare della conceduta conclusione, per tali cose innanzi passando la pace per ispazio di dodici anni interamente avere abbracciato il mondo, la quale la faccia del suo silogizzatore figliuolo di Dio dimostra, e costui, con ciò fosse cosa che a revelazione di spirito uomo fatto c’evangelizzasse in terra, la quale dividendo due regni, e a se e a Cesare tutte le cose distribuendo, tutto e all’uno e all’altro comandò che fosse renduto quello che a lui s’apparteneva. Ma se il contumace animo addimanda più innanzi, non consentendo ancora alla veritade, la parola di Cristo esamini, eziandio quando egli era già legato, al quale con ciò fosse cosa che Pilato la sua signoria contrapponesse, la natura Cristo, luce egli di sopra essere affermò, la quale colui si vantava che in quel luogo per vicaria autorità di Cesare e’ tenea officio. Adunque non andate, siccome le genti vanno, in va- nitade, i cui sensi sono oscurati con tenebre, ma aprite gli occhi della mente vostra, imperciocchè ’l signore del cielo e della terra ordinò a voi re costui, a colui al quale Piero d’Iddio vicario onora ci ammonisce, il quale Clemente ora successore di Piero per luce l’apostolica benedizione allumina, acciocchè ove’l raggio spirituale non basta, quivi lo splendore del minor lume allumini.

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Documenti diversi - Epistola all'imperatore Arrigo

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Parrà strano ad alcuno che noi riproduciamo quest’epistola tanto nota, e che si trova in moltissime edizioni di Dante e in altre raccolte, ma noi l’abbiamo qui inserita per due cagioni, la prima, per averne migliorata d’assai la lezione, la seconda, per potere aver subito un confronto alla precedente epistola agl’Italiani. Il codice che ci ha fornito di buone varianti è un manoscritto della libreria riccardiana segnato del numero 2545, scritto nel secolo XV. La miglior copia a stampa è quella che si legge nelle Prose di Dante Alighieri stampate in Venezia dal Pasquali nel 1741, in due volumi in 8vo, con le annotazioni d’. Quella pubblicata dal Doni nel 1547 ed inserita nelle prose antiche, è piena di mancanze e d’errori, che fanno torto non piccolo alla fama di cui gode quell’editore. Il titolo di quest’epistola si trova sempre variato nei manoscritti, che è difficile, decidere qual possa essere il vero; la nostra intitolazione è quella che si legge nel codice riccardiano N. 1050.

“Al gloriosissimo e felicissimo trionfatore e singulare signore Arrigo, per la divina provvidenzia re de’ Romani, e sempre accrescitore, i suoi devoti, Dante Alighieri Fiorentino, e non meritevolmente sbandito, e tutti i Toscani universalmente che pace desiderano, mandano baci alla terra dinanzi a’ vostri piedi. Testificando la profondissima dilezione di Dio, a noi è lasciata l’eredità della pace, acciocchè nella sua maravigliosa dolcezza l’asprezze della nostra cavalleria s’aumiliassero, nell’uso d’essa meritassimo l’allegrezze della vittoriosa patria del cielo. Ma la sagacità e la persecuzione dell’antico superbo nemico, il quale sempre e nascosamente aguata la prosperità, disertando molti i quali consentirono e vollono, per l’assenza del tutore noi altri non volenti crudelmente spogliò. Quinci è che noi lungamente i fiumi della confusione piangemo, e sopra gli aiutorii del giusto re continuamente addimandiamo, lo quale dispergesse la tirannia del crudele tiranno, e che noi nella nostra giustizia riformasse. Comunque tu, successore di Cesare ed Augusto, passando i gioghi d’Appennino gli onorevoli segni romani di Monte Tarpeo recasti, al postutto i lunghi sospiri sostarono, e i diluvii delle lagrime maucarono; e siccome il sole molto desiderato levandosi, così la nuova speranza di miglior secolo a Italia risplendè. Allora molti veggendo il loro desiderio, in gioia con Virgilio, così i regni di Saturno come la Vergine ritornando, cantavano. Ma ora che la nostra speranza, che vorremmo che già fosse, o l’effetto del desiderio o la faccia della verità monisca questo, già si crede che tu dimori costì, o pensasi che tu torni indietro, nè più nè meno come se Giosuè, il figliuolo d’Amos, il comandasse; siamo costretti dubitare nella certitudine, e irrompere nella voce del Batista così: Se’ tu colui il quale doveva venire, o aspettiamo un altro? E avvengachè la lunga sete, siccome la furiosa suol fare, pieghi in dubbio quelle cose le quali erano certe perocch’ell’erano presso, nientedimeno in te crediamo e speriamo, affermando te essere ministro di Dio, e figliuolo e promovitore della romana Chiesa. Imperò io che scrivo, così per me come per gli altri, siccome si conviene alla imperiale maestà, vidi te benignissimo, e udii te pietosissimo, quando le mie mani toccarono i tuoi piedi, e le labbra mie pagarono il loro debito, quando s’esultò in me lo spirito mio; quand’io in fra me dissi meco: Ecce agnus Dei qui tollit peccata mundi. Ma che con sì tarda pigrezza dimori? noi ci maravigliamo: quando tu, molto tempo già vincitore, nella valle del Po dimori non lungi, Toscana abbandoni, lascila e dimentichila? Che se tu arbitri che intorno a’ confini di Lombardia sie- no intorniate le regioni da difendere l’imperio, non è così al postutto, siccome noi pensiamo; imperciocchè la gloriosa signoria de’ Romani non si strigne co’ termini d’Italia, nè con lo spazio d’Europa, in tre parti divisa. E certo, se essa Roma, la quale ciò ha sofferto, forza contraerà, cioè raccoglierà insieme quello ch’ella regge da ogni parte di ragione non corrotta, aggiugnendo l’onde del mare Anfitrito, il quale è in Grecia, appena degnerà d’essere cinta con la non util onda del mare Oceano. E in verità è scritto, ch’egli nascerà il Troiano Cesare della bella schiatta, il quale terminerà l’imperio col mare Oceano, e la fama con le stelle. E con ciò sia che Ottaviano Augusto comandasse che ’l mondo universalmente fosse descritto, siccome il nostro bue, santo Luca evangelizzante, cioè lo Spirito santo, acceso della fiamma dell’eterno fuoco, mugghia, s’egli non avesse aperto il comandamento della corte del giustissimo principato, l’unigenito figliuolo di Dio fatto uomo, a confessare sè essere suddito secondo la natura ch’egli avea presa all’ordinamento d’Ottaviano, non avrebbe allora voluto nascere della Vergine. In verità egli non avrebbe confortato l’uomo giusto, al quale si conviene adempire ogni giustizia. Vergognisi dunque di stare implicato sì lungamente in un’aia strettissima del mondo colui il quale tutto ’l mondo aspetta: e non discorra dallo sguardo d’Ottaviano Augusto; che Toscana tirannesca nella fidanza dello indugio si conforta, e conti- nuamente confortando la superbia de’ maligni nuove forze raguna, aggiungendo presonzione a presonzione. Intuoni adunque in te quella voce di Curio a Cesare:

Dum trepidant nullo firmatae robore partes, Tolle moras: semper nocuit differre paratis. Par labor, atque metus pretio majore petuntur.

Intuoni ancora in te quella voce discesa da cielo, increpante contra d’Enea:

Si te nulla movet tantarum gloria rerum, Nec super ipse tua moliris laude laborum, Ascanium surgentem, et spes haeredis Juli Respice, cui regnum Italiae, romana que tellus, Debentur.

Giovanni, reale in verità, tuo primogenito, e re, il quale, dietro al fine della luce ch’ora si leva, la successione del mondo che segue aspetta, a noi è un altro Ascanio, il quale seguendo l’orme del gran padre, contro a quelli di Turno in ogni luogo come leone incrudelirà, verso i Latini siccome agnello s’umilierà. Guardino avanti gli alti consigli del sacratissimo re, cioè di te, che ’l celestial giudicio per quelle parole di Samuello non si rinasprisca: Quando tu eri picciolo dinanzi alla faccia tua, non fosti tu fatto capo de’ tribi d’Israel, e il Signore unse te re, e miseti il Signore in via, e disse: Va’ uccidi i peccatori d’Amalec e al re d’Agag non perdoni, e vendica colui, il quale ti mandò, della gente bestiale, e della sua solennitade affrettata. Tu così vernando,come tardando, a Milano dimori, e pensi spegnere per lo tagliamento de’ capi la velenosissima idra? Ma se tu ti ricordassi le magnifiche cose fatte gloriosamente da Alcide, tu conosceresti che tu se’ così ingannato, come colui al quale il pestilenzioso animale rampollando con molte teste per danno cresceva, infino a tanto che quel magnanimo istantemente tagliò il capo della vita. In verità e’ non vale a diradicare gli alberi il tagliamento de’ rami; anzi ancora moltiplicano, essendo verdi i rami insino a tanto che le radici sono sane, acciocch’elle dieno alimento. Che, o principe solo del mondo, annunzierai tu, che avrai fatto quando tu avrai piegato il collo della contumace Cremona? non si rivolgerà la subita rabbia in Brescia o in Pavia? si farà certo: la quale altresì quando ella sarà stata flagellata, incontanente un’altra rabbia si rivolgerà, o in Vercelli, o in Bergamo, o altrove; e infino a tanto andrà faccendo così, che sia tolta via la radicale cagione di questo pizzicore, e divelta la radice di tanto errore, che ’l tronco e’ pungenti rami inaridiscano. Signore, tu eccellentissimo principe de’ principi sei, e non comprendi dallo sguardo della somma altezza ove la volpicella di questo puzzo sicura da’ cacciatori rigiaccia; in verità non nel corrente Po, nè nel tuo Tevere questa frodolente bee, ma l’ acque del fiume d’Arno ancora li suoi inganni avvelenano, e, forse tu nol sai? Firenze questa crudel morte è chiamata. Questa è la vipera volta nel ventre della madre, questa è la pecora inferma la quale col suo appressamento contamina le gregge del suo signore; questa è Mirra scellerata ed empia, la quale s’infiamma nel fuoco degli abbracciamenti del padre, questa è quell’Amata impaziente, la quale rifiutato il fatato matrimonio, non teme di prendere quel genero il quale i fati negavano, ma furialmente a battaglia il chiamò, e alla fine, male ardita, pagando il debito con un laccio s’impiccò. Veramente con ferità di vipera si sforza di squarciar la madre, infino ch’ella aguzza le corna del rubellamento contra Roma, la quale la fece di sua imagine e similitudine. Veramente caccia fuori i velenosi fiumi accendendosi la rabbia; e quindi le pecore vicine e strane s’infermano, mentre che allacciando con false lusinghe, e con fingimenti raguna con seco i suoi vicini, e quelli ragunati fa impazzare. Veramente ella incende e arde ne’ diletti carnali del padre, mentre che con malvagia sollecitudine si sforza di corrompere contro a te il consentimento del sommo pontefice, il quale è padre de’ padri. Veramente contraria di Dio, adorando l’idolo della sua propria volontà, infino a tanto ch’ella avendo dispregiato il signore legittimo, e la pazza non si vergogna a pattovire con non suo re ragioni non sue, per potenzia di mal fare. Ma la femmina furiosa attende al laccio col quale ella si lega, perocchè spesse volte alcuno è mosso in malvagio senno, acciocchè mosso vi faccia quelle cose le quali non si convengono, le quali opere, avvegnachè sieno ingiuste, le pene d’esse sono conosciute esser degne. Adunque rompi le dimoranze, alta schiatta d’Isaia: prendi fidanza dagli occhi del tuo signore Dio Sabaot, dinanzi al quale tu adopri; e questo Golia colla frombola della tua sapienza, e colla pietra della tua fortezza abbatti, perocchè nella sua caduta l’ombra della paura coprirà l’esercito de’ Filistei: fuggiranno i Filistei, e sarà libero Israel. Allora l’eredità nostra, la quale noi senza intervalli piangiamo esserci tolta, incontanente ci sarà restituita. E come noi ora ricordandoci che noi siamo di Gerusalemme santa in esilio in Babilonia piangiamo, così allora, cittadini e respiranti in pace e in allegrezza, le miserie delle confusioni rivolgeremo.

Scritta in Toscana sotto la fonte d’Arno a dì 16 del mese d’Aprile 1311, nell’anno primo del coronamento d’Italia dello splendidissimo e onoratissimo Arrigo.”

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Documenti diversi - Epistola a Federico II

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Quest’epistola si può gindicare essere stata scritta da papa Gregorio nel primo o secondo anno del suo pontificato all’imperadore Federigo secondo. L’imperator Federigo fu coronato nel 1220 da Onorio terzo, e da esso fu quindi scomunicato; morto Onorio, fu assunto al pontificato Gregorio nono nel 1226, che tante sventure incontrò per la potenza di Federigo; le vertenze che insorsero fra questi due potenti si fecero in seguito tanto serie, che bisogna credere che Gregorio scrivesse la seguente lettera sul principio del suo regno, allorchè Federigo cominciò ad inceppare l’ampissima libertà della Chiesa, poichè il tenor della lettera porta a credere che fino a quel punto non si trattasse che di pretensioni di poco momento, considerando a quel che operò Federigo negli ultimi anni del pontificato di Gregorio. Per meglio istruirsi di questi fatti importanti rimandiamo il lettore al nostro Giovanni Villani che ne tratta nel libro sesto, tomo secondo della nostra edizione. Benchè quest’epistola sia stata altra volta pubblicata da Giovanni Lami nella sua raccolta Deliciae eru- ditorum, nella prima parte della Cronica dei pontefici di Leone Orvietano, non dispiacerà vederla qui riprodotta, molto più che il confronto di un buon codice riccardiano, di numero 2313,e forse quello stesso veduto dal Lami, ci ha fornito alcune varianti, sfuggite probabilmente dalla diligenza del primo dotto editore, che molto n’hanno megliorata in più luoghi la lezione in questa nostra ristampa.

Lettera di papa Gregorio nono a messer Federigo secondo imperatore, ed è risposta di molte altre lettere mandate e ricevute dinanzi, le quali qui non fa bisogno porre, perocchè questa è sì generale, che dimostra quasi ciò che in quelle si contiene: ma per meglio sapere la materia e il tema di questa, mi conviene un poco ritrarre indietro in questa forma, cioè:

Messer Federigo di Stuffo fu un grande barone della Magna, ed uomo d’alto cuore, e di grande impresa. Avvenne, che vacando lo ’mperio, ed essendo i prencipi della Magna in discordia sopra la elezione del nuovo imperadore, alla fine s’accordarono di rimetter le loro voci in detto messer Federigo: e questo procacciò esso per grande sottigliezza d’ingegno, e per valore di cuore. Poi venuto al giorno ordinato, ed acconcio di gente e di potere, esso elesse se medesimo, e fu imperadore di Roma. Costui distrusse Milano e disfece il Portico di san Piero di Roma e fu molto contrario a santa Chiesa, e fece un altro papa, e mise altri vescovi nella Chiesa dello imperio. Ma alla fine andò a Vinegia, dove il diritto papa era fuggito, e fece i suoi comandamenti, e passò oltre a mare e bagnandosi uno giorno per grande caldo in uno fiume che si chiama Salef, che è a’ confini d’Erminia verso Soria, annegò in detto fiume. Esso lasciò due figliuoli, cioè Filippo ed Arrigo. Filippo fu signore nella Magna, ed Arrigo fu chiamato imperadore, e tolse per moglie la reina Costanza, la quale fu figliuola del re Ruggeri del lignaggio di Ruberto Guiscardo. Ma appresso la morte del padre fu rinchiusa monaca, e là dimorò lungo tempo, fra ’l quale tenne la terra il re Guiglielmo, e poi lo re Tancredi. Ma l’arcivescovo di Palermo, ch’era nimico del re Tancredi, procacciò tanto, che la monaca uscì di monistero, e tolse marito lo re Arrigo; e però lui ebbe il regno di Sicilia, e lei ingenerò Federigo secondo, il quale era pupillo, e quando la madre passò da questa vita sì lo lasciò in guardia e in tutela della Chiesa di Roma e del papa. Stando lui in questa guardia, fu fatto imperadore Oddo, ovvero Otto di Sassogna: e dopo il suo trapassamento fu coronato e fatto imperadore questo messer Federigo secondo, e coronato della imperiale corona per le mani di papa Onorio gli anni di Cristo MCCXX. Questi fu uomo savio, e di grande cuore, ed ebbe molta briga con santa Chiesa, tanto che esso fu diposto, e dispossessato delle sue dignitadi, per sentenzia di papa Innocenzio quarto nel concilio tenuto a Lione in sul Rodano, e poi morì lui anni MCCL del mese di Dicembre a Fiorentina in Puglia. Viensi alla lettera.

Tu scrivesti a noi, che la nostra lettera parve molto da maravigliare ne’ tuoi senni, ma molto più parve la tua ne’ nostri. Ma non pertanto se tu avessi pansate le nostre parole a esaminamento di giuste bilance, ed in presenza di non sospetto sponitore, e non avessi tratto la lettera a bastardo intendimento, partendoti dal diritto; tu averesti trovato in quella di che cose tu se’ tenuto allo spiritual padre e madre, ed in altre cose. Contenea il tenore delle tue lettere, che fuori dell’oppinione, e del consiglio di tutti i prencipi, t’avemo sempre trovato presto ai nostri piaceri; sicchè non si ricorda nessuno de’ tuoi antecessori essere stato così devoto. Ma de’ prencipi non informeremo noi altrimenti nostro argomento, se non, come conviene, nella verace credenza provata per sperimento di fatto. Nè di loro non si muterà la fermezza dell’apostolica sedia, nè il giudicio della buona credenza non si cambierà per malvagio sconmettimento, con ciò sia cosa che i fatti si debbono innanziporre alle parole. Se le cose certane pregiudicano all’oscure, ecco che nella sagrestia di santa Chiesa si truovano pubbliche carte guernite di suggello quasi di tutti i prencipi, le quali contrastanno all’ oppenione, che tu pare volere impignere contro a loro; perocchè non è verisimile, che cotali e tanti prencipi, avessino dato alla tua altezza consiglio, il quale fosse contro allo scritto loro. Degli antecessori tuoi se tu avessi voluto esprimere alcuna cosa, aremo forse potuto misurare in loro quello che noi dobbiamo sperare in te. Perciò se la tua intenzione si referisce agli antecessori del sangue tuo, poca devozione ti basta a entrar loro innanzi. Ma se tu patisci, che la intenzione discenda di per gli antecessori che furono nella fede preclari, nella carità ferventi, e nella devozione smerati, faccendo il prode di loro, e de’ suggetti in parole ed in esempli, e che guernirono santa Chiesa di nobili e di grandi privilegi e libertadi, e che l’adottrinarono, e inalzarono di molte ricchezze, a coloro, se ti piace, non s’agguagli, nè s’innanziponga la tua altezza; ma considera, se per abbondanzia di cotali cose tu puoi aggiugnere ai loro termini, ed esamina la sentenza di verace savio, se tu degnamente ti poni nome di devozione, quando tu ti sforzi di recare in dubbio i beneficii della madre Ecclesia; altresì come se per involvimento d’uno si potesse celare quello che è saputo da molti. Ma non puote uno solo uomo mettere in dubitanza quello che è saputo da tutta gente. E certo quella maniera di sconoscenza che niega i beneficii ricevuti, suole ben dare alcuno turbamento; ma quella contiene angustie di smisurato dolore, la quale prosuma nel bene male, e nell’amore odio. E non che altro la tutela di te stesso, la quale fu lasciata all’apostolica sedia per la ’mperadrice Costanza regina di Sicilia tua madre, vuo’ tu trarre della grazia de’ beneficii? Ma con ciò sia cosa che in quello tempo niuno articolo di necessità strignesse la santa Chiesa a ricevere quello non lieve peso di te, che eri abbandonato di tutto aiuto. E certo il ricevimento della tutela, il quale ebbe cominciamento di grazia, non ti doverrebbe tornare così sconoscente, che tu alla tutrice ponessi tega di frodolente amministrazione. Quando tu dici, che la Chiesa sotto mostra di difenditrice trasmise coverti nemici a perdere l’anima del fanciullo, a torgli il regno e corona, aveva ancora la tua lettera un’altra aggiunta di grande infamazione, dicendo, che quando la tutrice ti dovea inalzare, sì t’abbassò, mettendo uomo strano nella sedia del padre tuo, il quale non stando contento allo ’mperio, si sforzò d’avere il regno. Ma certo la tua parola non è stata cotale infino a ora; nè non si contenea questo nelle tue lettere, nelle quali dopo Iddio tu reputavi allo studio della madre Chiesa, e alle fatiche della tutrice ciò che tu eri. Ed ora, che tu ti muti? Donde è adunque venuta cosa contraria nell’oppinione? Donde adunque è nata così subitana, e così diversa presunzione? Certo, che la tua coscienza s’accordava con le molte lettere che tu mandavi, con ciò sia cosa che poi non sia venuta niuna cagione di nuovo sapere, nè sapere di nuova cagione: perchè s’impugna calunniosamente con- trario, che la semplice verità non sostiene. Ma se quelle cotali lettere non erano accordanti alla tua credenza, pensi il tuo sapere, che di ciò si debba credere o sperare. Sono dunque questi e’ servigi che tu promettevi alla Chiesa di Dio se bisogno venisse? È questo l’effetto del guidardone che tu profferevi se gravezza apparisse? Non aspettava questo la madre dal figliuolo, nè non dovea questo sperare la tutrice dal suo pupillo. Ai Iddio! Che speranza rimane in cotale figliuolo, se così amorevole madre conviene disperare! Ai Iddio! Che esempio di favore prenderanno gli altri, se così utile madre è così gravemente percossa! Ai Iddio! Quante, e come grandi fatiche ha perdute la Chiesa, se il mal figliuolo, che essa avea piantato e coltivato con tanta sollecitudine, si converte in amarezza di vite campestra. Acciocch’ egli è minore danno a non ricevere frutto nessuno, che tale che faccia danno. O quante, e come amare lagrime sparse per molte fiate per te il buono papa Innocenzio nostro antecessore! O con quante sollecitudini procacciò di trarti delle nocitrici mani, e di scamparti de’ lacci de’ tuoi avversari, e di cavarti quasi della foce di morte! Ecco il merito che la ’mperiale altezza ne proffera. Ecco la compensagione che ne rende la reale altezza, quando dice, che esso papa fu nascoso insidiatore della vita del pupillo, e tacito rubatore de’ suoi beni. Ma pensa, e ripensa, figliuolo carissimo, e rivolgi nel petto tuo, come picciolo, e come abbattuto ti ricevette quello sommo pontefice dopo la morte della tua madre; e come grande, e come inalzato ti lasciò dopo la sua morte. Certo, siccome noi crediamo, ancora non pure t’appressavi a’ termini della tenera fanciullezza, quando Marcovaldo crudele abbassatore del tuo nome, e desideroso occupatore delle tue cose, entrò ne’ confini del tuo regno, e distendendo le toglitrici mani, puose assedio a Montecassino, e grandi ed aspri assalti vi fece per molte fiate, adoperando tutto suo potere per prendere e avere la terra. Ma in questo non venne meno la sollecitudine della Chiesa, la quale per due cardinali, e spesa non piccola, porse agli assediati intera mano d’aiuto, indebolendo la forza dello assediatore, e menomando il potere del nimico. Ma con ciò fosse cosa che lo fine non rispondesse al suo desiderio, e veggendo che la defensione era lunga, e che i nimici prendeano cuore di contastare, il detto nimico si partì, et andonne in Sicilia, pensando, che se egli della tua persona potesse compiere suo intendimento, leggermente poi arebbe la signoria del regno. Ma niente quivi ritrasse santa Chiesa la mano dell’usata difensione, anzi tramise là oltre al cardinale Carlo, e il conte Iacopo consobrino del nostro predecessore detto con molti cavalieri in tuo aiuto, et un altro cardinale fu deputato alla guardia della tua persona propriamente: il quale non lento alle tue utilitadi passò l’anno medesimo di questa vita; e incontanente fu messo l’altro in suo luogo, acciocchè piena sollecitudine non fallisse intorno alla guardia di tua persona. E infrattanto la milizia di Diapaldo crebbe tanto di lungi e presso, e prese tanto di potere nelle parti di Puglia e Terra di Lavoro, che avendo esso vittoria sopra il Conte Piero di Celano, quasi la maggior parte del paese avea, e mettea sotto sua signoria, e quelli alquanti che si difendevano guastava e distruggeva, sicchè non molto curava del contasto di pochi e piccoli, quando esso avea trionfato di molti e grandi. E con ciò fosse cosa che non avesse la Chiesa chi l’alleviasse in quello paese, anzi avesse perdute le molte spese che essa per te avea fatte negli uomini della contrada di molte migliaia d’once, ricevette in tuo nome palesemente dal conte C... saramento di fedeltà; tramisse lui nel regno per rompere le corna al superbo nimico. Fu adunque questa opera da tradire il garzone? Fu questa opera, che la Chiesa volesse rubare il pupillo da credere? È venga la sentenza del trono di Dio, ed aprasi il giudizio della virtù dell’Altissimo, se alla tua altezza si conveniva di credere cotali cose contro alla madre Ecclesia, o se la conceputa credenza doveasi comparire che parola se ne trovasse. Ma forse la divina provvidenzia ha ciò voluto, perchè si possa avere più sicura cagione delle cose vedute intorno al convenente dell’uomo strano, il quale fu elevato nella sedia del padre suo, se sedia di padre si dee chiamare quella, che si concede non per ragione d’eredità, ma per elezione. Certo il tuo trovamento si dovea ben tacere contro alla Chiesa, imperocchè colui che cela e niega la verità nelle cose manifeste, ritiene meno fede nelle celate. Già ben saputa cosa è da ogni canto dello ’mperio, che dopo la morte dello ’mperadore Arrigo tuo padre, le volontà delle genti si divisero, e alquanti s’appresono a Filippo duca di Suavia, ed altri a Otto di Sassogna, il quale poi fu imperadore ed avvegnachè il detto Filippo mostrasse di prima fare per te, ed a tuo nome, tutta fiata venendo il fatto bene avventurosamente, convertì esso le cose sì a sua utilitade, che pensando lui che lo ’mperio non gli potesse fallire, si mise il suo intendimento in occupare lo regno di Sicilia; e a torlo tramise il vescovo di Guermagi, ed altre genti. Nè in questo non ti fallì la provvidenza dell’apostolicale sedia, anzi mandò a rincontro il detto cardinale Carlo, e molti vassalli della Chiesa, i quali abbatterono le forze de’ nimici intro la Marca, e non gli lasciarono approssimare a’ confini di detto regno. Poi veramente passato il detto Filippo di vita, convenne che noi consentissimo alla elezione del detto Otto di Sassogna, la quale ne fu presentata per concordia di tutti i prencipi in tal maniera, che a noi non fu lecito vietargli la ’mperiale corona. Ma esso, siccome tu scrivesti, subitamente divenne ingrato, volgendo le reni nella faccia a santa Chiesa, e avvegnachè esso la provocasse di molta ingiuria, tuttavolta la Chiesa infignea la misericordia per l’usata pazienza. Ma dacchè esso pure si rup- pe nelle tue offese, non petè la Chiesa patire tanto contrario in te, siccome luce del suo occhio, anzi pensò molte vie per le quali ella potesse pienamente sovvenire al suo pupillo. O come tu eri prossimano a’ pericoli! O come tu eri apparecchiato alla caduta! Per la qual cosa la Chiesa chiamò l’aiuto di colui che contasta a’ superbi, e dà grazia agli umili, e che comanda al mare ed a’ venti, e cassa le tempestadi, che dipone i potenti dalla sedia e gli umili pone in alto. Chiamò ancora i cuori de’ fedeli principi, sollecitando i grandi e i piccoli, perchè gli porgessero le loro aiutatrici mani al rilevamento della tua rovina. Ma alla fine la divina potenza contrastette allo sforzo del detto avversario, e fece in te segnale di bene, perchè lui cadesse, e tu montassi; esso indebilisse, e rinforzasse gastigo lui alla sua malizia: e riprese lui la sua iniquità per tal maniera, che esso, che troppo avaramente desiderava l’altrui cose, per giusto giudicio di Dio perdè le sue proprie. Il perchè tu, a cui appena eran rimase l’estremità del tuó regno, acquistasti lo ’mperio, e tutte le colui cose, con tale rimedio di salvamento, con l’aiuto de’ prencipi, e con la virtù della divina provvidenza, innanzi riprovide la madre Ecclesia. Cotali beneficii porse a te pupillo. Poscia cresciuto, che dunque poteva più fare, e non lo fece? quando essa non lasciava a fare niente di quello si conveniva, e di quello v’aggiugneva ond’ella non era tenuta? Onde noi ci maravigliamo, che tu in questo ricordi le tue fatiche, dicendo, che venisti mettendoti in grande avventura, venendo a quello, onde altri si procacciava. E così entrasti nell’altrui opere mietendo quello che tu non seminasti, e ricogliendo ciò che tu non spargesti. Ancora ne’ tuoi trovamenti non dimenticasti la nostra persona, cioè che noi trovammo buono seguitatore nell’opera del nostro antecessore, non bene considerando, che quanto era nelle tue proprie utilità, noi desiderammo in tutte guise Ciò che lui aveva incominciato intorno al proponimento de’ tuoi onori. E a ciò fare noi mettemmo potentemente e palesemente molte cose: patimmo di menomare il nostro onore accrescere il tuo; divenimmo guastatori della nostra fama, e della tua scarsi. Ma per questi, e per altri beneficii, ne rispondi tu di cotale guidardone, che di che noi menomammo nelle nostre costituzioni la ragione, la quale i re di Sicilia sogliono avere per usanza nelle elezioni de’ prelati. Ma se tu avessi con sollecita mano rivedute e rivolte le scritture tue e della tua madre, e vedessi bene le costituzioni de’ santi padri, non incolperesti la Chiesa intorno alla defensione della ecclesiastica libertà, perciò, con ciò fosse cosa che non debbe altrui biasimare della giustizia colui il quale contende della mala usanza. Dicesti ancora, che oltre alla forma comunemente usata, noi sanza tuo consiglio abbiamo messi prelati in alquante chiese del regno vacanti. Ma chente si sia quella forma noi non sappiamo, se non che troppo sarebbe sfor- mata, se il giudicio dell’apostolicale sedia pendesse dal tuo arbitrio. Ma per tanto non è di nostra intenzione di promuovere persona suspetta, purchè tu non apponga più sospezione, che l’ordine della ragione non patisca. Dopo tutto ciò non volemo noi lasciare l’arcivescovo di Taranto, il quale essendo appresso di te in altezza di grazia, subitamente l’abbattesti in profondo di malavoglienza; sicchè chi poco dinanzi era tenuto uno cuore ed una anima cou teco insieme, di subito fu chiamato furo e ladro, e detto traditore del tuo sangue. E maravigliamci, che più n’aspetti: che cacciato lui della sedia, e toltogli le sue possessioni, e contro a Dio e contro a ragione, seguendo tuo arbitrio di già l’ bai punito, e la pena è venuta prima che la sentenza: sicchè l’esecuzione non attese libello. Ma forse è alcuno che dice, che la sua persona dispiacque a’ tuoi servigi, perocchè ti piaceano le sue cose. Ancora non vogliamo obliare il vescovo di Cattania, per la cui superbia e larghezza, vai dicendo, che tutto il regno è divorato. Ma se la divorazione è già così fatta in tutto, onde sono soperchiate cotante remanenzie a divorare? Ed a colui se merito rispondesse allo studio suo, e frutto alle sue fatiche, altro sanza fallo avrebbe, che non gli è dato di quello che tu promettesti a noi nella terra di Fiorentina. Quello ancora che tu promettesti a’ nostri frati in san Germano tu lo sai bene. In questa maniera, e in molte altre, percuoti tu le colonne della santa Chiesa, quando l’asprezza del tuo LXXXV gravamento si stende nelle persone de’ prelati, e ne’ gradi e negli ordini de’ cherici, e quasi volendo coprire e emendare gli altrui difetti, vai dicendo la negligenza de’prelati, non pensando, che ancora non è venuta manco l’autorità della maggior sedia, la quale i peccati esaminati in diligente giudicio punisce con tanta giustizia, che la distruzione della pena toglie esemplo di colpa, e la severità della vendetta puote agli altri esser termine di mal fare. E perciocchè noi non potemo, nè vogliamo, nè dobbiamo venire alla santa Chiesa di Dio sopra tutte queste cose, e altre che toccano all’ecclesiastica libertade, però seguiremo noi in tal maniera il debito dell’uficio nostro, che noi satisfaremo a Dio ed al mondo. E di ciò faremo utilemente la vicenda della nostra salute e della tua, con ciò sia cosa che piacere agli uomini contro a Dio sia nuocere; il perdonare sia condannare; acciocchè le mani delle pietose madri cuochino agli loro figliuoli, perciocchè ’l verace amore ha sue piaghe, le quali diventano più dolci quanto elle si danno più amaramente. Dicesti ancora, che dopo la tua tornata nel regno, dacchè avesti reintegrate le tue forze, le quali erano disperse lo svariamento de’ tempi, e che avesti per cacciati i tuoi ribelli, la madre Ecclesia, contro all’uficio di madre, aveva ritenuti i suspetti del figliuolo. E certo del reintegramento delle forze siamo allegri. Ma Dio volesse, che l’effezione del reintegratore fosse si contenta de’ diritti termini, che della giustizia del ricoveramento delle sue cose non trapassasse ad ingiuria, e ad usurpamento dell’altrui; perciocchè fuori di quello che al novissimo giorno si renderà per discreta vendetta del sovrano giudice, conviene che la sustanzia ci consumi, la quale nel beneavventuroso tempo sarà ammassata per non leggittimi accrescimenti. Sopra al fatto degli scacciati del regno potemo noi bene sofferire la risposta; se non che alcuna gente potrebbe credere, che il tardamento di nostra responsione giustificasse questo tuo richiamo fatto già per più volte. Ora risponderemo per dimostrare che l’affiggimento del rispondere è ritardato, ed ora viene innanzi ad istanzia di richiarimento. Nè non crediamo noi che sia della tua memoria caduto, che al conte Ramondo, e a Rinaldo d’Aversa, ed a’ loro fattori, anzi che essi rendessero le castella che tu per forza avere non potevi, intra l’altre cose, le quali sono scritte in patti piuvichi ed autentichi, si contiene spressamente la piena sicurtà che tu desti loro, e facesti. E perchè ella avesse fermamento di maggiore sicurtà, pregasti tu noi ed i nostri fratelli per messi e per lettere speziali, le quali sono prochiara testimonianza, che la Chiesa di Roma sicuramente gli ricevesse sopra se, e che tu pienamente atterresti loro tutte sicurtà e promessioni. Ma come i fatti seguono alle parole, e come fede segue la promessione, più che non conviene all’apostolicale sedia, e all’imperiale altezza dimostrano le pubbliche afflizioni, e le manifeste pene di molti di loro, i quali dopo l’aspettata fidanza hai cacciati e sbanditi, ed altri dannati a vituperosa morte; e perciò non sanza verace cagione potemo noi temere nella nostra pazienza, per dare nome ed effetto di verace pazienza. Per la qual cosa non credere che ciò sia dimenticato, avvegnachè sia stato sospeso. Ma perchè nelle simili cose il simigliante vedranno per tuo esemplo commettere i minori; e da questo piccolo esemplo potranno prendere specchio e veduta, nella quale quanto sia menomata la utilitade dell’apostolicale sedia, la quale. per molti tuoi prieghi aveva ricevuti loro sotto sua sicurtà, dicanlo quelli che sanno il fatto del conte Matteo, il quale tu bai dispogliato di tutti i suoi beni, stando lui a defensione della croce, ed in servigio del Crocifisso; e del conte Ruggeri imperaddietro preso, siccome sai tu, e dappoi diliberato, come sapemo noi; e di molti altri i quali per la tua persecuzione sono fuggiti a Roma, ed in quelle parti. Non vogliamo ora più dire parole, ma tacciano e raffreninsi le doglienze dell’alto prencipe, nè pure smuova fuoco contro alla Chiesa, nè mostri scendere contro a lei la sua potenzia. Già non truovi tu questo nella memoria di Giulio Cesare, il quale riserbò in vita Domizio desideratore di pena, e dispregiatore di perdono. E Metello, che pure si offeriva alle coltella, l’ira di cotanto prencipe riputò che esso non fosse degno di morte. Ma certo le città erano refugio del popolo d’Isdraelle, e il popolo cristiano non troverà città dove rifugga? David era sostenitore degli afflitti, ed il sommo pontefice vicario del grande David non mostrerà la faccia ai molestati, e massimamente quando essi contro a te non fanno alcuna cosa? se forse tu non ti voglia recare a ingiuria che essi si lascino vivere. Del conte I....... di Brenna, nobile suocero tuo, se noi avessimo saputo che non facesse verso di te quello che dovea, noi certo l’aremmo ammonito, e pregato, desiderando che esso sempre ti fusse grazioso. Ma in lui si maravigliano molte genti, che sogliono gli altri crescere del parentado de’ maggiori; ma esso ne pare che ne sia menomato, non senza scandolo di molti, nè senza gran danno della terra santa, nè sanza grande biasimo del nome tuo. Certo così fatte cose non si trovano nei memoriali degl’imperadori; queste non sono l’usanze degli altri prencipi; così non si procura l’utilità della terra santa, sopra la quale tu di’ che noi ti ponemo forti legami, e pesi da non portarne. Ma non ti ricorda, che tu medesimo per tua spontanea volontà ti sottomettesti a questi pesi, già sono molti anni passati, quando nella Magna tu prendesti il segno della croce? E non ti ricorda quanta gente, e grandi, e piccoli, si sono botati al servigio della croce? E non ti ricorda quanto grande carico n’ha sofferto la Chiesa nelle decime de’ prebenti, e degli ecclesiastici. Per gli mercatanti di Roma sappiamo bene, che t’avemo più volte scritto, siccome tu dicesti. Ma poichè essi non sono uditi di loro ragione, non debbe loro fallire l’ecclesiastica giustizia. E de’ vassalli, de’ quali tu ne scrivesti come piacque a te, la ragione che tu v’hai si vede ne’ privilegi tuoi, e della tua madre e de’ tuoi antecessori. E non per quanto se tu avessi voluto di grazia alcuna cosa in aiutorio della Chiesa santa, noi aremo volentieri intesa la tua petizione, se tu l’avessi voluta dare. Però vedi ancora, che ’l nome che tu ti ponesti d’avocheria più sono fiate, tu non lo tragga a mala usanza. Poichè avvocato di Chiesa, si debbe intendere quello medesimo che n’è difensore. E se tu lasci l’effetto delle difensioni, per niente ritieni il nome dell’avocheria. La qual cosa tu hai ben mostra in Arcovata, ed in altre castella di nostri fedeli, le quali tu tieni occupate sanza ragioni. E quando elli se ne richiamano, tu di’ che farai ragione nella tua corte. E sopra questo si ritrovano novelle leggi, e regnano innanzi che l’antiche non patiscono. Ma perciocchè la mano di Dio non è si abbreviata, ch’ella non possa piegare l’altezza degli uomini, ed umiliare la grandezza de’ grandi, guarda, che quando lo splendore dei beneavventurosi avvenimenti t’allumano ai tuoi piaceri, tu non ti dimentichi nel sereno quello che tu profferi nel turbato. Noi crediamo, ed aviamo speranza, che dimenticanza non adducerà tanto votamento nella memoria di così discreta persona, ch’ella caggia in vizio d’ingratitudine. Non t’ingannino dunque le prosperitadi. Tanto ti debbiano avere insegnato l’avversitadi, che la lumiera della nobiltade è tale, che l’altre cose non inorgogliscano le menti de’ nobili, nè le dolorose non le abbassino. Per la qual cosa, figliuolo carissimo, poichè hai provato l’effetto dell’apostolica sedia, non ti lasciare sconvolgere ad altrui suggezione, perciocchè se troppa devozione non ingombra, ella non ristrignerà la mano degli usati beneficii nè non nasconderà il dolce volere; che non è cosa verisimile, che ella voglia di fatto del desideroso cuore ritrarre da colui, cui essa con molte fatiche mantenne nel tempo della fanciullezza, e con molta sollecitudine inalzò nel tempo della maggiore etade.

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