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Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, ridotto a miglior lezione, con le notizie dell'Autore (volume unico)

Matteo Maria Boiardo · 1898 · Scanned text · Free in the US

255,051 words · about 17 h 52 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Matteo Maria Boiardo
Language
Italian
Published
1898
Length
255,051 words · about 17 h 52 min
Sections
26 reader sections
Text
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Rights
Public domain in the United States · PD-US by publication date

 

Contents (26)
  1. Front matter about 3 min
  2. Prefazione about 27 min
  3. Parte I, Canto L about 16 min
  4. CANTO II. Argomento about 16 min
  5. CANTO III. Argomento about 18 min
  6. CANTO IV, Argomento about 20 min
  7. CANTO V. Argomento about 19 min
  8. CANTO VI Argomento about 33 min
  9. CANTO VIII Argomento about 15 min
  10. Canto IX about 31 min
  11. CANTO XI. Argomento about 13 min
  12. Canto XII about 35 min
  13. CANTO XIV. Argomento about 15 min
  14. CANTO XV. Argomento about 14 min
  15. CANTO XVI Argomento about 15 min
  16. CANTO XVII. Argomento about 28 min
  17. Canto XIX about 15 min
  18. CANTO XX. Argomento about 13 min
  19. CANTO XXI Argomento about 16 min
  20. CANTO XXII Argomerito about 27 min
  21. CANTO XXIV. Argomento about 28 min
  22. CANTO XXVI Argomento about 42 min
  23. CANTO XXVIII Etta about 13 min
  24. CANTO I Argomento about 15 min
  25. Parte II, Canto I about 7 h 46 min
  26. Parte III, Canto Il about 1 h 58 min

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Informazioni su questo libro

Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google nell’ambito del progetto volto a rendere disponibili online 1 libri di tutto 11 mondo.

Prefazione

Il conte Mattea Maria Bojardo, secondo l’opinione dei più chiari scrittori, nacque a Scandiano l anno 1434. I suoi maggiori, di antica origine, ebbero il possesso del castello di Rubiera, posto tra Reggio e Modena, insino al 1428, nel quale anno Feltrino Bojardo, avo del poeta, lo permutò con Scandiano, piccolo castello a sette miglia da Reggio di Lombardia. La Casa Bojardo era tenuta in grandissima stima dai Principi d’ Este, che signoreggiavano Modena, Reggio e Ferrara; onde le possessioni dei Bojardo andarono talmente. ampliandosi, che il poeta Matteo Maria non solo aveva il titolo di conie di Scandiano, ma quello eziandio di signore di Arceto, Casalgrande, Gesso e della Torricella. Suo padre ebbe nome Giovanni di Feltrino, epperò_secondo conte di Scandiano, essendone stato il primo signore Feltrino; la madre chiamavasi Lucia Strozzi, appartenente all’illustre casato degli Strozzi di Firenze. Questa Lucia era sorella di Tito Vespasiano Strozzi, e zia di Ercole, figliuolo di Tito, am bedue poeti latini, che ebbero non piccola fama ai loro tempi. Della infanzia di Matteo Maria non si sa nulla di certo, ma è probabile che abbia frequentato le lezioni di Soccino Benzi, professore di medicina e filosofia nella Università di Ferrara, poicliè allora queste due scienze insegnavansi insieme. Comunque sia la cosa, certo egli è che il nostro autore dovette ricevere una educazione molto squisita, poichè si dimostrò versato nelle lettere greche e latine sopra tutti i principali letterati del suo tempo.

Oltre che la famiglia dei Bojardo era una delle primarie del Principato Estense per l’anipiezza dei feudi e per la costante devozione ai Principi, bisognava che le rare doti dell’ ingegno di Matteo Maria fossero conosciutissime, perchè non sorgeva una occasione di qualche importanza, che i Principi d' Este non sì

SERE, valessero di lui. Infatti, nel 1469 l’ imperatore Federico III do— vendo recarsi a Ferrara, dove fu poi accolto con sommo splen— dore, il Principe Borso mandò con altri maggiorenti il conte Matteo Maria Bojardo ad incontrarlo. Nel 1471 il medesimo Borso, mettendosi in viaggio per Roma a fine di andarvi a ricevere il titolo di Duca di Ferrara, del quale era stato investito da papa Paolo II, tra i molti nobili che l’ accompagnarono, volle che vi fosse pure il conte Matteo Maria. Il Duca Borso morì nel maggio del 1471, pochi giorni dopo ael suo ritorno da Roma, della cui morte il nostro poeta sarà stato certamente dolentissimo. Il successore Ercole I avanzò Borso nella stima e nell’ amicizia verso il conte Bojardo, il quale nel 1472 si accasò con una certa Taddea, figliuola del conte di Novellara, della nobilissima Casa dei Gonzaga. Nel 1473, il Duca Ercole essendosi imparentato col Re di Napoli, sposandone la figlia Eleonora, fra i nobili che do— vevano accompagnarla a Ferrara deputò pure il conte Matteo Maria. Nel 1478, venne nominato governatore di Reggio, e alcuni anni dipoi Capitano ossia Governatore di Modena. Ivi rimase fino al 1487, nel quale anno ritornò a Reggio nella sua prima qualità di Governatore, e vi rimase fino al 1494, in cui morì ai 20 di dicembre.

Il conte Matteo Maria Bojardo non dev’ essere stato tenuto in grandissima stima ed amicizia dai Principi Borso ed Ercole I d’ Este solamente per l’altezza del suo ingegno, ma eziandio per le belle qualità dell’ animo di lui. Egli fu, infatti, un uomo d’indole dolcissima, e durante la sua carica di Governatore non permise mai, che in nome suo fossero inflitti severi castighi ai cittadini. Di ciò fa una bellissima testimonianza Bartolommeo Pagarelli Prignano di Modena, il quale fu contemporaneo del Bojardo. Il Paganelli, in un suo poema latino intitolato: De Im— perio Cupidinis, introduce Amore a parlare delle tante città da lui percorse e conquistate, e dei molti e molti personaggi da lui soggiogati. Fra le altre città discorrendo pure di Reggio, dice :

Il medesimo Paganelli ebbe la ventura di vivere qualche tempo in casa del Bojardo a Scandiano. Nel prendere commiato invoca la sua Musa dicendo, che si mostrerebbe fredda e indifferente se lasciasse il sacro asilo di Matteo senza una lacrima. Il Ven-

- PREFAZIONE se "a "gr turi poi, appoggiandosi all’autorità del Panciroli, afferma il Bojardo essere stato di opinione, che niun delitto, quantunque gra— vissimo, dovesse punirsi con la morte. Il che dimostrerebbe non pure la mitezza del costume e la grande bontà dell'animo del nostro poeta, ma l’ acume straordinario della sua mente, che di—- vinava ciò che il Beccaria tre secoli dopo dimostrava così luminosamente nell’aureo suo libro Det Delitti e delle Pene. La natura benigna e liberale del nostro poeta era tanto divulgata, che quando sì voleva augurare una buona fortuna a qualcuno, solevasi dire: Il cielo vi mandi un Boiardo in casa.

Il conte Matteo Maria Bojardo è generalmente noto per il suo poema L’Orlando Innamorato; ma non è questa la sola opera che egli scrisse. Abbiamo di lui dieci egloghe e alcuni epigrammi in latino, un volume di poesie liriche, alcune egloghe in lingua italiana, una traduzione dal greco delle Storîe di Erodoto, una dal latino dell’Asino. di Apulejo,,e due commedie, il Timone e l’Ausilio. Qualcuno è di opinione che le egloghe latine siano state scritte prima del 1474; ma, come osserva benissimo il Panizzi, in esse trovansi allusioni che dimostrano chiaramente es—- sere state scritte dopo alcuni suoi componimenti lirici. I versi latini del Bojardo meritarono gli elogi del dottissimo Tiraboschi, non tanto perchè siano elegantissimi, quanto perchè niuno de’ contemporanei lo superò, e le squisite eleganze di quella lingua morta non erano ancora fatte rifiorire da quell’erudito e finissimo .

ingegno che fu il Poliziano.

Nel 1499 fu pubblicato» per la prima volta in Reggio un volumetto in quarto, col titolo seguente: Sonetti e Canzone del poeta chiarissimo Mathe Maria Bojardo cote di Scandiano. Que— ste poesie sono divise in tre libri, ciascuno dei quali porta un titolo in latino; furono ristampate a Venezia nel 1501, e nel 1820 il Venturi da circa 150 ne fece una scelta di 54. Il soggetto delle . sue poesie liriche è l’amore. Nel primo libro celebra la bellezza della donna del suo cuore, e l'immenso affetto ch’ egli nutriva per lei; nel secondo si lagna della freddezza e della crudeltà, ch’ essa gli dimostrava; nel terzo canta l'indifferenza e la beltà della sua donna promiscuamente. Si crede, che la donna del suo cuore sia stata una giovane di Reggio per nome Antonia Caprara, come si raccoglie da due acrostici; ed infatti, una femmina di tal nome sarebbe nata in Reggio ai 31 di ottobre del 1451. Il ‘= Bojardo innamorò di lei trovandosi in Roma nel 1471, e pare che l’abbia amata per due anni soltanto. Ma codesta Antonia non’ fu la sola ispiratrice delle poesie liriche di Matteo. Dalle frequenti allusioni che fa il poeta al fiore rosa, si argomenta che abbia.

amato pure un’altra donna per nome Rosa, senza che siasi po— tuto scoprire a qual casato appartenesse. Dopo del matrimonio del poeta, avvenuto nel 1472, non si scoprono più traccie de’ suoi antecedenti amori, nè si ha più alcuna notizia delle donne da lui amate e cantate.

8 PREFAZIONE i

Le egloghe italiane, state pubblicate dal Venturi in numero

di nove, non hanno un pregio intrinseco, e non sono da para—- gonarsi con quelle del Sannazzaro. Ma il Bojardo non dev’ es . sere defraudato del merito di avere tentato ‘nella sesta delle sue egloghe la rima sdrucciola molti anni innanzi al Sannazzaro, che levò questo genere di poesia ad un bel grado di perfezione. . Il duca d’ Este Ercole I era non solo versato nella lingua del Lazio, ma primeggiava fra i Principi italiani per magnificenza. Oltre dei grandi e varii edifizj pubblici e privati da lui fatti inal— zare, si dilettava assai del teatro, e spendeva tesori immensi per la costruzione di teatri provvisori, in cui amava di far rappre— sentare commedie di Plauto, che traduceva talvolta egli medesimo. La prima che comparve sulle scene principesche fu la commedia intitolata Z Meneckhmi, la quale alcuni dicono tradotta dal Duca, ed altri, con maggiore probabilità, dal Guarino. Questa rappre— sentazione, seguita verso la fine di gennaio del 1486, levò un grande rumore per.l’ Italia, e vuolsi che sia costata più di mille ducati. Il Bojardo, invitato dal duca, scrisse ZZ Timone, in parte cavato da un dialogo di Luciano, e in parte inventato da lui. Questa commedia, secondo il Ginguené, sarebbe la prima scritta in lingua volgare. Parecchie altre opere lasciò inedite, delle quali parte tradotte e parte originali.

Ma fra tutte le opere originali e tradotte legate alla posterità da Matteo Maria Bojardo, quella che lo rese immortale è il poema cavalleresco L’Orlando Innamorato. Ignoto è l’anno in cui vi diede PESO, ma da alcune allusioni fatte nelle egloghe latine, il

anizzi argomenta che possa essere stato principiato o almeno disegnato nel.1472. La guerra scoppiata poi tra i Veneziani e il Duca di Ferrara nell’anno 1482, alla quale prese parte anche il poeta, gli interruppe il lavoro quando aveva terminato l’ultimo canto del libro secondo. Ciò apparisce chiaramente nelle due prime ottave del canto primo della terza parte del suo poema. Nel 1484, essendosi fatta la pace tra quei due Stati italiani, il poeta ripigliò la penna per condurre a fine l’immensa tela da lui ordita. Ma disgraziatamente la calata in Italia di Carlo Ottavo re di Francia, e lo spavento incusso da quelle armi straniere gli fecero sospendere un’ altra volta il poema, giunto solamente al nono canto della terza parte, il quale fu chiuso alla ventesima sesta stanza.

Come ho detto più sopra, il Bojardo essendo morto nell’ anno medesimo della calata dei Francesi, non potè proseguire fino al termine il suo già abbastanza lungo poema. Tacito, parlando della morte del suo suocero Agricola, dice che, se non gli fu dato di vedere la bramata luce del felicissimo tempo in cui imperava Trajano, gran conforto gli fu lo sfuggire quell’ ultimo tempo di Domiziano, che « senza metter tempo in mezzo e senza respiro, ad un tratto, quasi in un sol corpo spense la republica. » E noi potremmo dire con egual ragione, che se il Bojardo non tn < potè vedere finito e pubblicato il suo poema, intorno al quale aveva lavorato con tanto amore fino a pochi mesi innanzi la sua morte, fu abbastanza fortunato di non essere stato testimonio dello strazio miserando che pati l’ Italia dai Francesi, e della vergogna inaudita degli Italiani che non seppero opporsi a tanta insolenza straniera.

La prima edizione completa dell’ Orlando: Innamorato venne fatta a Scandiano nel 1499, cioè un anno dopo la morte del poeta. L’ intera opera è divisa in tre libri, il primo dei quali contiene 29 canti, il secondo 81, e il terzo nove solamente. Il poema si fonda sopra le tradizioni di Carlomagno, che il nostro autore seppe ravvivare con mille strane e piacevoli avventure, e l’amore. di Orlando n° è il principale soggetto. In questo il Bojardo tentò una novità, poichè i romanzieri si compiacevano di narrare che Orlando non fu mai così pazzo da cadere nei lacci d’ amore. A questo proposito l’illustre Panizzi dice: « L’audacia di una tale novità non è presentemente riconosciuta, perchè le tradizioni ro— ‘manzesche stuzzicano soltanto la curiosità dei dotti, laddove ai tempi del Bojardo formavano il soggetto della popolare credenza. Il solo osare l’ alterazione di storie generalmente credute è una prova sufficiente della fiducia che aveva di sè stesso e del suo gusto finissimo di poeta. Egli vide le grandi attrattive che ri—- ceverebbero dall’amore le tradizioni romantiche di Arturo e della sua Corte, e tolse dai romanzi della Tavola Rotonda l’idea di abbellire le sue poetiche invenzioni con l’amore. » Prima di accennare alle fonti alle quali attinse il Bojardo, e di aggiugnere qualche parola sul poema cavalleresco a quanto io dissi già nella prefazione al Morgante del Pulci, darò un brevissimo compendio dell’ Orlando Innamorato.

Mentre che Carlomagno teneva corte a Parigi, nella quale moltissimi cavalieri banchettavano, si presenta una donna ac— compagnata da quattro giganti e da un cavaliero, il quale li sfida tutti ad uno ad uno a combattere con lui. Cotesta donna era tanto bella, che tutti innamorarono di lei, e specialmente Orlando e Rinaldo. Malagigi, ch’era un gran mago, scongiurò un demonio che gli facesse conoscere chi fosse quella donna. Seppe ch’ essa chiamavasi Angelica, e il cavaliero, che l’accom—-

agnava, Argalia suo fratello, mandati in Parigi da Galafrone,

oro padre e re del Catajo, affine d’impadronirsi di quanti pala— dini potevano o per forza o per lusinghe, e condurglieli prigio— nieri. Conobbe inoltre, che Angelica possedeva un anello, mercè del quale riusciva vano ogni incantesimo su chi l’aveva in dito, e si rendeva invisibile chi lo portasse in bocca; che suo fratello era non solo valoroso, ma indossava un’ armatura fatata, che non sì poteva rompere o trapassare da chicchessia, e maneggiava una lancia d’oro, contro la quale niuno poteva reggere. Malagigi arriva dove Angelica giace addormentata con l'intenzione di ucciderla; ma ammaliato dalla bellezza di lei, muta pensiero, vien fatto prigione e portato a Catajo da alcuni diavoli ubbidienti agli ordini di Angelica, la quale s’ era impadronita del libro degli in— cantesimi di Malagigi. Ierragù aveva ucciso Argalia, e Astolfo era divenuto possessore della lancia incantata di quest’ ultimo. Angelica, volendo ritornare a casa sua, è inseguita da Orlando e Rinaldo, amendue presi d’ardentissimo amore per lei. Essa, cammin facendo, si ferma a bere ad una fonte incantata, che rendeva innamorato chiunque ne assaggiasse l’acqua, e nel men— tre stesso Rinaldo beveva ad un’altra fonte, che produceva l’effetto contrario, cioè l’odio. Per conseguenza, Angelica innamorava fortemente di Rinaldo, e questi, vergognandosi del suo primiero affetto per lei, la detesta, la fugge, e ritorna a Parigi.

Carlomagno aveva ricevuto cattive notizie. Gradasso, re di Sericana, desiderava di possedere Bajardo, cavallo di Rinaldo, e Durindana, spada d’ Orlando. Ma sapendo che i due paladini avrebbero venduto a carissimo prezzo quegli oggetti, delibera d’ investire la Francia con un potentissimo esercito, parte con cento cinquanta mila cavalli e con una quantità di giganti, e ‘per via assalisce la Spagna. Marsilio, re di questa, ridotio in breve agli estremi, chiede l’aiuto di Carlomagno, il quale spedisce a soccorrerlo un poderoso esercito, comandato da Rinaldo.

Angelica, ritornata al suo paese, ridona la libertà e il libro degli incantesimi a Malagigi, con patto che persuada Rinaldo, suo fratello, a venire da lei. Malagigi supera ogni -più ardua difficoltà tirando Rinaldo con inganno in un bastimento, che lo porta, suo malgrado, ad un'isola molto distante, ma di una straordinaria bellezza. Allora Gradasso, libero dall’ opposizione di Rinaldo, obbliga Marsilio a divenire suo vassallo, assalgono tutti insieme la Francia, e in una battaglia campale fanno prigioniero Carlo con tutti i suoi paladini. Gradasso propone di li— berar Carlo e i suoi compagni, purchè gli sia consegnato subito il cavallo Bajardo, che dalla Spagna era stato ricondotto a Pa—- rigi, e l’Imperatore impegni la sua parola di mandargli Durindana, la spada d’ Orlando, tosto che questi sarebbe ritornato a Parigi. Carlo accetta la proposta; ma Astolfo, comandante di Parigi, si oppone di consegnare Bajardo, e sfida invece Gradasso a un duello, col patto che, rimanendo Astolfo scavalcato, abbandonerebbe Parigi e ogni cosa in essa racchiusa; restando vinto Gradasso, Carlo e gli altri prigionieri sarebbero messi in libertà, e Gradasso ritornerebbe al suo paese. La lancia dorata di Astolfo operò le consuete maraviglie, e Gradasso fu smontato di sella. Di ciò non pago abbastanza, Astolfo lascia la Francia per ire in traccia de’ suoi cugini Orlando e Rinaldo.

Agricane, re di Tartaria, ama Angelica, la quale non gli corrisponde, e delibera di acquistarla per forza, cingendo d’assedio Albracca, fortezza in cui essa stava rinchiusa, ed alla quale era giunto Astolfo con la speranza di trovarvi Orlando. Questi vi giugne poco dopo, essendo stato liberato per mezzo di Angelica

PREFAZIONE i 41.

da un palazzo incantato in cui l'avevano chiuso. Arrivato ad Albracca, combatte con Agricane e l’uccide. Rinaldo, udendo che l'isola, in cui era, apparteneva ad Angelica, fugge, e dopo varie avventure, informato dell’ assedio di Albracca, vi corre spinto dall’ odio contro Angelica e credendo di trovarvi Orlando con lei. I due cugini vengono insieme a contesa, e combattono l’un l’ altro disperatamente. Angelica, fortemente innamorata di Rinaldo, temendo che quella tenzone non gli riuscisse fatale, in— carica Orlando di una pericolosa e lontana impresa, e così ri. mane sospeso il duello.

Il re Trojano era stato ucciso da Orlando in Francia sedici anni innanzi, onde il figliuolo, volendo rivendicarne la morte, as— sale la Francia. Gli astrologhi avevano predetto che quell'assalto non sarebbe stato fortunato senza (vo di Ruggiero, che era tenuto prigione dal mago Atlante in un castello, dal quale non poteva essere liberato se non dall’anello incantato di Angelica, che riuscì a Brunello di rubare, onde Ruggiero fu libero. Dopo di ciò partono tutti per la Francia. Ma Rodomonte, re d’Algeri, e il più valoroso tra i vassalli di Agramante, perduto la pazienza, salpa solo per l’ Europa, e dopo una terribile tempesta sbarca sulle coste della Provenza. Nel tempo stesso Marsilio, re di Spagna, per suggerimento del traditore Gano, assalta la Francia dal lato dei Pirenei. Orlando, compiuta la pe— ricolosa impresa commessagli da Angelica, dopo molte avven— ture s'incontra con Rinaldo, col quale avea combattuto poc'anzi. Riamicatisi, giunge loro un messo di Carlo, che li invita a porgere aiuto all’ impero minacciato. Rinaldo ubbidisce, ma Orlando ritorna ad Angelica, che era assediata in Albracca da una terribile regina indiana detta Marfisa, la quale avea giurato di non levare l’assedio finchè non l’avesse presa. Ma quando Angelica seppe da Orlando, che Rinaldo era tornato in Francia, sotto colore che Albracca sarebbe obbligata in breve ad arren—. dersi per fame, persuase Orlando di partir tutti insieme verso la Francia: e così fu fatto.

Rinaldo, che già v’ era giunto molto tempo prima, aveva pu— gnato strenuamente contro di Rodomonte e di Marsilio. Un giorno, essendo divorato dalla sete, andò a bevere alla fontana d’ amore, e incontanente venne a ricordarsi dell’affronto fatto ad Angelica fuggendola. Vergognoso di un tal fatto, delibera di partire immediatamente per l’ India, affine di chiederle perdono. Ma non ebbe da correre così lunge, poichè la incontrò subito dopo ch’ essa bevette alla fontana dell’ odio. Orlando l’ accom pagnava, Rinaldo lo sfida a duello, e mentre che combattono, Angelica fugge. In quel punto intervengono Carlo e i paladini, i quali pongono fine al duello, affidando la donna che n’era stata la cagione, alla custodia del vecchio duca di Baviera. L’Impe— ratore fa intendere agli amanti, che la darebbe a colui il quale - eombatterebbe più strenuamente contro dei Saracini. Il loro aiuto non poteva giugnere più opportuno. Agramante era già sul territorio francese: Mandricardo e Gradasso andavano ad assalirlo da un altro lato. Mandricardo era figlio di Agricane, ucciso da Orlando, e voleva vendicarne la morte; Gradasso veniva per acquistare Bajardo e Durindana. Segue una grande battaglia,

erduta dai Cristiani, perchè Orlando in principio non vuole com-

attere affine di obbligarli a chiedere il suo aiuto, ed è tratto in un castello incantato. Rinaldo combatte con Ferraù, poi con Ruggiero, e finalmente è costretto a correr dietro al suo Bajardo in un bosco, dove s’ era rifugiato. Rinaldo è lasciato dal poeta in questo bosco. Bradamante, sua valorosa sorella, s’ innamora di Ruggiero, e si ritira ferita dal campo. Carlo è costretto a ritirarsi in Parigi, dove Agramante, Ruggiero, Marsilio, Ferraù, Mandricardo, Rodomonte, Gradasso lo assediano. Ya una disperata sortita, che è sostennta da Orlando e Brandimarte, e qui viene interrotto il poema.

La tela ordita dal Bojardo era immensa, e non si sa quanti canti avrebbe ancora saputo aggiungere la sua instancabile fan—- tasia aisessantanove che ci lasciò. La scelta dell'argomento, come già dissi del Pulci, era opportunissima a quei tempi in cui le menti erano esterrefatte dalla crescente forza ed audacia dei Turchi, e i gentiluomini si mostravano a parole tanto più ac— cesi di fervore guerriero quanto più molle e lungo era l’ozio in cui poltrivano alle corti dei Principi. Tutta la cristianità e gli Italiani in ispecie vivevano in grande apprensione pel. dilatarsi continuo della potenza ottomana. Maometto II aveva espugnato Costantinopoli nel 1453, nel 1460 conquistato l'impero di Trebisonda, e nel 1462 l’isola di Metelino. Nel 1470 aveva tolto Negroponte ai Veneziani, e tre anni dopo disfatto il re della Persia. Nel 1475 strappava Caffa dal dominio dei Genovesi, e nel 1477 i Veneziani erano eostretti a restituirgli Calcide e Scutari, e pagargli un annuo tributo. L’audacia di Maometto, gonfiata dalle continue sue vittorie, era giunta a tal grado, che ei conside—- ravasi sovrano legittimo dell’Italia, quale successore ai diritti degli Imperatori di Costantinopoli, i quali credevansi tuttavia monarchi della nostra penisola. Il feroce conquistatore, istigato, secondo alcuni, dai Veneziani ed anche da Lorenzo de’ Medici, ruppe guerra al Re di Napoli perchè aveva dato ajuto ai Cava- Iieri di Rodi, e nel 1480 s’impadronì di Otranto. I più orribili eccessi furono ivi perpetrati dai Turchi, e più di diecimila abitanti vennero passati a filo di LL La presa di Otranto sparse il terrore per tutta Italia, e il Papa stava già per fuggire in l'rancia, temendo da un giorno all’altro di vedere assalita la stessa Roma. Scrisse a tutti i potentati cristiani, supplicandoli di unirsi contro la prepotente scimitarra di Maometto, che minacciava di sterminare i Cristiani. In fatti si strinse a quei giorni una lega, nella quale entrarono il Re di Napoli, il Duca di Ferrara, i marchesi di Mantova e del Monferrato, le repub—- bliche di Firenze, Genova, Siena, Lucca, e il Papa. Fortunatamente Maometto morì, e la tempesta, che pendeva sul capo degli . Italiani, svanì per una querela insorta tra due de’ suoi figli; onde i Turchi, indeboliti dalle loro interne divisioni, e stretti per mare ‘e per terra dagli alleati, dopo una disperata difesa dovettero ar— rendersi. Le forze della Lega erano comandate da Alfonso, figlio di Ferdinando di Napoli, e fratello di Eleonora, moglie del Duca di Ferrara. Ciò basterà a dimostrare quanto fosse importante e gradito il soggetto preso a cantare dal Bojardo, la disfatta cioè . dei Turchi.

Male si apporrebbe colui il quale pensasse che tutte le maravigliose storie onde son pieni i poemi del Bojardo e del Pulci, e più tardi dell’Ariosto, fossero scaturite originalmente dalla prodigiosa fantasia di questi tre grandi poeti. Oltre delle cero— nache di Goffredo di Monmouth e dell’ arcivescovo Turpino, già esistevano in Francia e nella Provenza e in Ispagna i romanzi : Les quatre-filz-Aymon-Ogier le Dannoys-Regnàult de Montauban, la ballata spagnuola £/ Conde Grimaltos, La conqueste du grand Charlemagne Roy de France et d° Espagne, avec les faits et gestes des douzes paires de France et du grand Fierabras.

Verso l’anno 1100, un certo Walter, dotto arcidiacono di Ox— ford, viaggiando in Francia, si procacciò nella Brettagna un’antica cronaca intitolata Bruly-Brenhined, ossia Bruto di Brettagna, Ritornato in Inghilterra, la comunicò al celebre Goffredo di Monmouth, dotto benedettino gallese, che la tradusse in latino. 1l soggetto di questa cronaca, spogliata di tutti gli ornamenti ro— manzeschi, è la discendenza dei Principi gallesi dal Trojano - . Bruto. L’anno, in cui fu scritto l’originale brettone della cro- - naca, è ignoto; ma, secondo alcuni, è probabile che sia una composizione di parecchi brani scritti in più anni tra il settimo e il nono secolo. In questa cronaca apparisce un gigante alto dodici cubiti per nome Goémagot, che si oppone alla dimora di Bruto nella Gran Brettagna. Il re Arturo uccide un altro gigante sulla montagna di S. Michele in Cornovaglia, venuto dalla Spagna signoreggiata dai Mori. Si fa menzione d’un terzo gigante, per nome Ritone, tanto terribile, che s'era fatto un vestimento delle barbe dei re da lui uccisi. Ivi le finzioni sono ‘ tutte gigantesche, come quelle dei poeti orientali, Pietre enormi, dotate di una virtù magica, trasportate da giganti dalle coste dell’Africa in Irlanda, mercè degli incantesimi di Merlino; me— tamorfosi operate con magiche bevande; un combattimento fra un drago bianco e uno rosso; lioni e serpenti che gettano fiamme; uccelli che parlano un linguaggio profetico, e mille altre invenzioni che attestano la loro origine orientale. Tutto questo riguarda al re Arturo e alla Tavola Rotonda, una delle due ric— che sorgenti dei poemi cavallereschi.

l’altra sorgente, ancora più copiosa, è quella delle imprese di Carlomagno e de’ suoi ie Paladini, raccontate in una cro- -

E) PREFAZIONE naca notissima sotto il nome dell’arcivescovo Turpino, la quale, giusta l’ opinione più comune, sarebbe stata scritta posterior— mente da un monaco, e, secondo il Voltaire, nell’undecimo secolo. Non si sa di certo se questa cronaca sia stata composta originalmente in latino, o nell’antica lingua francese. Le ero— nache adunque di Goffredo di Monmouth e di Turpino possono con ragione considerarsi come il fondamento di tutti i romanzi cavallereschi. I opinione generale degli eruditi, che l'invenzione delle favole romanzesche sia dovuta ai Persiani, che le comuni— carono di poi agli Arabi. Questi alla lor volta, durante la loro dominazione in Ispagna, le avrebbero fatte conoscere agli Spa—- gnuoli, mercè dei quali furono divulgate a tutti i popoli d’Eu—- ropa. Altri invece ne attribuiscono l'origine agli Scandinavi. Comunque sia la cosa, certo egli è che i maravigliosi racconti romanzeschi erano molto in voga anche in Italia innanzi che sorgessero ì poeti sublimi che ne fecero il tema dei loro canti. Prima del Bojardo e del Pulci, esistevano già in Italia poemi in ottava rima, il cui argomento nel fondo era il medesimo, e da più di due secoli correvano tradotti in lingua volgare / Reali di Francia, Buovo d’Antona, la Regina Ancroîa, e la Spagna. Come da piccoli e varii canti, congiunti insieme, si vennero formando romanzi in prosa, così i poeti da questi ultimi vennero componendo in versi poemi lunghissimi. In eiò i poeti italiani furono sopra gli altri favoriti, perchè, oltre di avere già romanzi in prosa che facilmente voltavano in rima per la loro facilità di improvvisare e di accompagnarsi con qualche strumento musi cale, avevano pure il vantaggio di un grado di civiltà molto superiore a tutti gli altri popoli.

Il Boccaccio aveva tentato il primo l'ottava rima per cantare le imprese di Teseo, e, avuto riguardo ai tempi, levò questo genere di componimento poetico ad un bel grado di bellezza. Dopo di lui, un ignoto poeta, che probabilmente visse nella prima metà del secolo decimoquarto, scrisse Buovo d’Antona, poema in ottava rima, che forse l’autore andava cantando per le piazze affine d’ impinguarsi la borsa. Un altro poema ancora della medesima foggia, ma più lungo assai, fu scritto in quel secolo da un certo Sostegno di Zinabi da Firenze. Esso è intitolato Za Spagna, è diviso in quaranta canti, ed è cavato di sana pianta dalla cronaca di Turpino. Ma tanto l’uno quanto l’altro non solamente non migliorarono l’ ottava rima, ma caddero tanto in basso dal Boccaccio, che non so chi possa avere la pazienza di leggerli per intiero. Il Bojardo, vedendo quanto quella forma di poesia fosse capace di perfezione, e quanto convenisse al racconto di strane e maravigliose imprese di cavalieri e dame, ideò il suo Orlando Innamorato, che per l’ armonia del verso e per la maestosa struttura della ottava, non che per l’immaginativa supera la Zeseide del Boccaccio, e si lascia indietro le mille miglia i poemi dei due canta— storie sopraccennati. Egli ordì una tela immensa e eal suo potente

Î îì n ‘ingegno vi ricamò sopra le più piacevoli e più svariate avven— ture. Ricca com'era la sua mente di tutti i tesori dell’arte greca e latina, egli fece sogsctto principale del suo poema l’amore di Orlando come Omero l’ira di Achille nella sua Iliade. In Carlomagno è personificata la Cristianità : e i poeti, cantandone le eprna non fecero altro che amplificare i pericoli e il valore dei

ristiani nelle loro battaglie coi Saracini. Se poi si considera quanto fosse profonda non solamente negli individui, ma nelle nazioni, l'ambizione di procedere da illustri schiatte antiche, e come gli Italiani in ispecie credessero di essere discesi dai Trojani, e del loro eccidio e delle loro grandi avventure favoleg— giassero nelle veglie, non farà maraviglia, che i poeti siansi im— padroniti di tali tradizioni, e le abbiano abbellite nei loro canti. Così è delle fate, dei giganti, degli eroi, dei serpenti, dei maghi e delle armi fatate, di cui avevano un modello stupendo nelle ‘ più belle creazioni dell’arte greca e della antica mitologia, che gli eruditi del secolo decimoquarto andavano disseppellendo. Per fare un giudizio retto degli scrittori non dimentichiamoci mai di trasportarci col pensiero ai tempi in cui essi vivevano, e di computare i costumi, le leggi e le credenze, ond’erano governati i popoli, in mezzo ai quali operavano.

Fino al secolo decimosesto furono fatte parecchie edizioni del—. l Orlando Innamorato nella sua forma originale, e nel 1544 se ne fece la quindecima ed ultima in Venezia dal Nicolini. Francesco Berni ne imprese il rifacimento, e lo pubblicò nel 1541 in. NWenezia coi tipi dei Giunti, e via via in pochi anni se ne fecero parecchie edizioni. Ludovico Domenichi ne tento egli pure la riforma, e nel 1545 pubblicò il suo Orlando Innamorato rifatto coi tipi di Girolamo.Scotto di Venezia. Il Berni, che era poeta facile e giocoso, e ricco di una miniera inesauribile di vocaboli e locuzioni e dettati della lingua viva dei Toscani, ringiovanì, per così dire, il poema del Bojardo, e d’allora in poi l’ Orlando Innamorato originale fu posto in quasi una totale dimenticanza: e questa fu una solenne ingiustizia dei posteri. Imperciocchè, sebbene la lingua usata dal Bojardo sia bene spesso guasta da brutti lombardismi, e la rima non sia sempre spontanea ed elctta, e il suo verseggiare sembri talvolta rozzo e manchevole di armonia, tuttavia non si deve dimenticare che egli fu il primo a mettere il piede in quel campo vastissimo delle imprese cavalleresche del Medio Evo, ed insegnare agli altri, che vennero dipoi, la buona via. Lo Speroni, parlando dell’ Ariosto, dice che « il suo poema è bello e piacevole così a dotti come a . indotti, mercè di tale (del Bojardo] a cui il poeta tanto più fu ingrato, quanto più era tenuto. » Ed altrove conclude, che « senza il Bojardo, l’ Ariosto non sarebbe ito in cent'anni. » Lo Speroni parlava forse qui con un po’ d’amarezza in bocca; ma Torquato Tasso, che senza dubbio era più di ogni altro competente a ra- ‘$gionare di cose poetiche, ed aveva pel Bojardo e per l’Ariosto.

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