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Mediterranean-First? Anglo-American Strategic Planning and the Origins of the Allied Occupation of Italy (1939-1943)

Marco Maria Aterrano · 2017

101,199 words · about 7 h 5 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: CC BY 4.0 · repository export licence (DOAB) · Aterrano, Marco Maria (2017), Mediterranean-First? Anglo-American Strategic Planning and the Origins of the Allied Occupation of Italy (1939-1943), open access publisher - licensed CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/)

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Author
Marco Maria Aterrano
Language
Italian
Published
2017
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101,199 words · about 7 h 5 min
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Pubblicazioni del Dipartimento di Studi umanistici Clio. Saggi di scienze storiche, archeologiche e storico-artistiche 16 L’arrivo degli Alleati in Italia nel lu glio del 1943 non era la risultante di una deliberazione estemporanea, bensì di un dibattito prolungatosi per i primi quattro anni di guerra. La decisione di perseguire la sconfitta dell’Asse con un ritorno sul continente attraverso la Sicilia era stata presa dai leader anglo-am ericani durante la conferenza di Casablanca, nel gennaio 1943. La scelta di dare precedenza all’Italia nel contesto della guerra europea non era affatto scontata e l’importanza di tale decisione negli sviluppi politico-strategici della Seconda guerra mondiale in Europa è stata spesso sottovalutata.

Il presente lavoro intende rivalutare il ruolo che l’idea dell’eliminazione prioritaria dell’Italia dal quad ro bellico europeo ha svolto nella strategia complessiva elaborata dagli anglo-americani nel quadriennio iniziale del conflitto. Lo studio delle discussioni politiche, dei piani militari, delle valutazioni strategiche prodotte dai centri decisionali anglo-americani nel periodo 1939-1943 dimostra che la pianificazione strategica riguardante l’Italia, la sua sconfitta e l’occupazione del suo territorio era frutto di una progettazione di lungo corso. Marco Maria Aterrano (Napoli, 1986 ) ha conseguito il dottorato in Storia presso il dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Napoli Federico II, presso il quale oggi svolge attività di ricerca. È stato borsista presso la Fondazione Einaudi a Torino e Visiting Researcher alla Georgetown University di Washington, D.C. Collabora con i gruppi di studio sulla Second a guerra mondiale alla Strathclyde University di Glasgow e al King’s College di Londra. Ha pubblicato articoli su Italia Contemporanea, Global War Studies , e altre riviste italiane e straniere.

ISBN 978-88-6887-012-6 DOI: 10.6093/978-88-6887-012-6 Marco Maria Aterrano Mediterranean-First? FedOA Press Mediterranean-First?

Parte I La strategia britannica per l’Italia (1939-1941)

Capitolo 1 La non belligeranza italiana (1939-40) L’intervento dell’Italia al fianco della Germania non aveva colto di sorpresa Londra. A stupire gli inglesi era stata piuttosto la scelta italiana di astenersi dalla partecipazione alla guerra in Europa sin dalla sua deflagrazione, imprevista conseguenza della carente preparazione dell’esercito regio. Alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, il dibattito sviluppatosi all’interno del campo alleato sulle opzioni da preferire nella risposta all’ostilità italiana si protraeva infatti da oltre un anno.

La discussione sulla necessaria rimodulazione della strategia globale inglese da parte dei servizi militari britannici si era resa imprescindibile a seguito del rapido deterioramento nei rapporti anglo- italiani avvenuto alla metà degli anni Trenta. L’impero britannico si trovava infatti a fronteggiare la contemporanea presenza di sfide alle proprie posizioni nelle acque nordeuropee, mediterranee e orientali. Sottoposta alla triplice minaccia proveniente da Germania, Giappone e Italia, Londra si interrogava sulla difendibilità dei propri avamposti in Oriente e nel Mediterraneo.

In considerazione di questa intrinseca vulnerabilità del sistema imperiale britannico, i capi di Stato Maggiore si impegnavano affinché si cercasse di ottenere «a tranquil Mediterranean without commitments» 1. L’idea di “sterilizzare” o evacuare del tutto la regione, presente nelle riflessioni dell’Ammiragliato , si fondava, al pari delle posizioni fiduciose tenute dallo Stato Maggiore durante la crisi, su una scarsa considerazione della forza relativa della Marina britannica nel Mediterraneo e sulla convinzione che una politica accondiscendente sarebbe stata sufficiente a placare le ambizioni regionali del Duce.

Emergeva nelle valutazioni militari londinesi un ritrovato bisogno «for an ultimate policy of accomodation and neighbourliness with Italy» che potesse compensare la realtà di un impero sovraesposto e iperesteso 2. L’ appeasement di una 1 Cit. L.E. Pratt, The Strategic Context: British Policy in the Mediterranean and the Middle East, 1936-1939, in The Great Powers in the Middle East, 1919 -1939, a cura di U. Dann , London, Holmes & Meier, 1988, pp. 12-26, p. 15. 2 Ibid.

delle tre potenze ostili nella rete globale di minacce portate alla sicurezza imperiale doveva mitigare i rischi di subire un attacco su tre fronti. La posizione strategica tenuta dagli italiani nel cuore del Mediterraneo rendeva naturalmente di primaria importanza assicurarsi il mantenimento di rapporti di buon vicinato nella regione. D’altra parte, come rifletteva nel novembre 1937 Maurice Hankey, segretario di gabinetto e membro del Committee of Imperial Defence (CID), con i pericoli simultaneamente provenienti da est e da ovest gli inglesi «simply cannot afford to be on bad terms with a nation which has a stranglehold on our shortest line of communications between the two possible theatres of war»3.

La decisione di passare ad una pianificazione che tenesse conto del possibile scontro con la flotta rivale nel Mediterraneo e di posizionare la regione al di sopra del Far East nell a lista delle priorità britanniche veniva presa dall’ establishment londinese soltanto agli inizi del 19394. Nel febbraio di quell’anno, gli inglesi avviavano il processo di cooperazione strategica con i franc esi, a lungo rifiutato a causa di posizioni discordi sull’atteggiamento da contrapporre alle provocazioni italiane, in vista di un eventuale conflitto contro Italia e Germania. L’A mmiragliato comprendeva che, con la compresenza di sfide militari nelle tre regioni chiave dell’impero che mettevano in dubbio la sopravvivenza stessa delle difese globali, piuttosto che evacuare il Mediterraneo sarebbe stato più conveniente provare ad eliminare l’Italia dalla guerra rapidamente, liberare le rotte mediterranee e soltanto allora occuparsi dei restanti nemici dell’impero. La fiducia crescente in uno scontro militare con gli italiani portava Londra a credere che «a coup de main in the Mediterranean would provide a ‘quick fix’ that would unravel the Axis» 5. Come riassunto dalla 3 R.M. Salerno, Britain, France and the Emerging Italian Threat, 1935-38, in Anglo-French Defence Relations Between the Wars, a cura di M. Alexander, W. Philpott, New York, Palgrave Macmillan, 2002, pp. 72-91, p. 83. 4 Un panorama dell’evoluzione strategica britannica nella seconda metà degli anni Trenta si trova in L.E. Pratt, East of Malta, West of Suez. Britain’s Mediterranean Crisis, 1936 -39, London, 1975; Id., The Strategic Context cit.; W. Murray, The Role of Italy in British Strategy, 1938-1939, in «The RUSI Journal», vol. 124, is. 3, 1979, pp. 43-9; S. Morewood, Anglo-Italian Rivalry in the Mediterranean and the Middle East, 1935 -1940, in Paths to War: New Essays on the Origins of the Second World War, a cura di R. Boyce, E. Robertson, Basingstoke, Macmillan, 1989, pp. 167-98; D. Omissi, The Mediterranean and the Middle East in British Global Strategy, 1935-39, in Britain and the Middle East in the 1930s: Security Problems, 1935 -39, a cura di M. Cohen, M. Kolinsky , New York, Palgrave Macmillan, 1992, pp. 3 -20; B.J.C. McKercher, National Security and Imperial Defence: British Grand Strategy and Appeasement, 1930 –1939, in «Diplomacy & Statecraft», vol. 19, is. 3, 2008, pp. 391-442. 5 Per una disquisizion e sulla teoria della “quick fix” nella strategia britannica per l’Italia si veda S. Ball, The Mediterranean and North Africa, 1940 –1944, in The Cambridge History of the Second

La non belligeranza italiana (1939-40) nota esclamazione di Churchill, «England’s first battlefield [was] the Mediterranean»6.

Nel giugno 1939, una volta costituito il Supreme War Council, i capi militari anglo-francesi avevano raggiunto un accordo sulla strategia da adottare nell’eventualità, tutt’altro che remota, di un allargamento del conflitto al Mediterraneo: se la stretta alleanza con la Germania hitleriana avesse portato Mussolini a dichiarare guerra agli Alleati, questi ultimi avrebbero considerato la sconfitta italian a l’obiettivo primario delle loro operazioni7. Nonostante fosse la macchina militare tedesca a destare, a buona ragione, le più gravi preoccupazioni, la fuoriuscita dell’Italia dal conflitto sembrava attirare gli interessi strategici alleati nei limiti del principio della conservazione di una posizione inizialmente difensiva enunciato nelle valutazioni preliminari8. L’inizio dei combattimenti in Europa e il mancato coinvolgimento dell’Italia nel settembre successivo non avevano significativamente alterato la posizione inglese. I n un documento del novembre 1939, il War Cabinet ribadiva quanto stabilito qualche mese prima in accordo con i francesi e deliberava che, in un conflitto in espansione nell’Europa meridionale, «the first step obviously was World War, vol. I, Fighting the War, a cura di J. Ferris, E. Mawdsley, Cambridge, Cambridge University Press, 2015, pp. 358-88, cit. p. 367. 6 Memorandum on Sea- Power, 1939 del 25 marzo 1939, inviato da Churchill a Chamb erlain in PREM 1/345, anche in Pratt, East of Malta cit., p. 175. 7 Come dimostrato da recenti studi, parti delle strutture strategiche adoperate dai britannici nel Mediterraneo erano state mutuate dalla pianificazione prebellica della Marina francese.

Tra il 1937 e il 1940, infatti, la partecipazione francese al dibattito strategico alleato non fu affatto passiva, imponendo al contrario alcuni dei principi cardine che avrebbero formato in seguito la base del pensiero mediterraneo degli inglesi, cfr. R.M. Salerno, The French Navy and the Appeasement of Italy, 1937-9, in «The English Historical Review», vol. 112, no. 445 (Feb. 1997), pp. 66 -104; T.C. Imlay, A Reassessment of Anglo-French Strategy during the Phony War, 1939-1940, in «The English Historical Re view», vol. 119, n. 481 (Apr. 2004), pp. 333 -372; e W.I. Shorrock, From Ally to Enemy: The Enigma of Fascist Italy in French Diplomacy, 1920 -1940, Kent State University Press, 1988. Un approfondimento sulle relazioni triangolari fra i tre paesi negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra si trova invece in D.C. Watt, Britain, France and the Italian Problem, 1937-1939, in Les Relations franco- britannique de 1935 à 1939, a cura del Centre National de la Recherche Scientifique, Paris, 1975, pp. 277- 94, e P. Renouvin, Les relations de la Grande - Bretagne et de la France avec l’Italie en 1938-1939, ivi, pp. 295-317. 8 L’accordo conteneva i punti essenziali della strategia da seguire nella formula successivamente ripresa dai Chiefs of Staff nel rapporto datato 23 marzo 1940, Certain Aspects of the Present Situation: mantenere un atteggiamento difensivo, fatta eccezione per le offensive economiche e navali, durante la fase iniziale della guerra, mentre si accumulavano risorse necessari e per un secondo stadio caratterizzato da un approccio più aggressivo, in CAB 80/4.

to beat the Italians and recover the command of the Mediterranean»9. Due giorni più tardi, i capi militari si accodavano alla posizione espressa dal gabinetto londinese con un rapporto dedicato alla revisione della politica militare britannica nel Medio Oriente nel quale si sosteneva che l’intervento dell’Italia avrebbe completamente alterato gli equilibri regionali in favore dell’Asse. La preoccupazione primaria nella regione sarebbe dunque consistita nel conseguire «the defeat of Italy and the resumption of full use of the Mediterranean»10.

Nella seconda metà del 1939, stando a lla documentazione militare londinese, l’attenzione britannica sembrava dunque particolarmente assorbita dalla possibilità di un intervento italiano, benché la reale minaccia alla difesa della Gran Bretagna provenisse dalla più vicina Germania nazista. Il perché di una tale, a prima vista sproporzionata, preferenza inglese lo si trova in una serie di resoconti redatti dai due organismi dediti alla pianificazione strategica all’interno della Briti sh Army: i Chiefs of Staff, che riunivano i capi di Stato Maggiore appartenenti alle tre diverse componenti dell’esercito − Royal Navy, Army e Air Force − e il Joint Planning Sub-Committee, a sua volta insieme di strateghi provenienti dai tre rami delle forze armate11. Nel discutere le opzioni disponibili nel proseguimento del conflitto, entrambi gli organismi sottolineavano quanto vitale fosse per l’impero mantenere intatte le vie di comunicazione che permettevano gli scambi commerciali con Egitto e, soprattutto, India12. In dicembre i COS indicavano al War Cabinet gli interessi militari da difendere elencando tra questi la rotta marina che attraversava il Mediterraneo, il canale di Suez e il Mar Rosso. La sicurezza del canale dipendeva infatti dalla difesa dell’Egitto, il quale ospitava «the only base from which our fleet can 9 Cfr. 21 novembre 1939, in The Churchill War Papers (d’ora in avanti CWP), vol. I, At the Admiralty: September 1939-May 1940, a cura di M. Gilbert, London, Heinemann, 1993, cit. p. 402. 10 Cit. il rapporto COS, Review of Military Position in the Middle East, 23 novembre 1939, in CAB 80/7. 11 Il comitato veniva ridenominato Joint Planning Staff a partire dal settembre 1940. I membri che lo componevano facevano riferimento cia scuno a uno dei tre settori delle forze armate britanniche rappresentate dai Chiefs of Staff ed erano, nel periodo considerato, i Directors of Plans Charles Daniel per la Marina, Ian Playfair per l’Esercito e John Slessor per l’Aeronautica. 12 La routine op erativa consisteva nel seguente procedimento: qualsiasi operazione progettata nasceva con un outline plan e una serie di direttive ai comandanti preparate, dietro indicazione del primo ministro o del War Cabinet, dal JPS in collaborazione con il Joint Inte lligence Sub-Committee, con l’obiettivo di valutarne la praticabilità e stimare le risorse necessarie alla sua eventuale realizzazione. Il piano veniva poi inviato ai Chiefs of Staff per essere sottoposto a revisione e valutazione; in caso di approvazione, i documenti erano infine presentati al WC per essere sottoposti ad una discussione sulle reali possibilità di successo e sull’opportunità politico-strategica di adottare quel corso d’azione in un determinato scenario bellico.

La non belligeranza italiana (1939-40) operate in the Eastern Mediterranean» 13. Nell’aprile 1940 il JPS avrebbe validato le priorità elencate con un rapporto che si limitava ad aggiungervi il controllo dello stretto di Gibilterra14.

La conservazione della Mediterranean Route, fulcro dell’immenso movimento di merci e uomini gestito da Londra attraverso il canale di Suez, era dunque centrale ai fini della sopravvivenza stessa dell’impero britannico 15. Un’Italia ostile nel Mediterraneo avrebbe impedito la libera circolazione del naviglio imperiale. In tempo di guerra questo avrebbe comportato l’insorgere di enormi difficoltà aggiuntive in termini di trasporto di rifornimenti e truppe, con la rotta del Capo che non si presentava come un’alternativa efficiente, considerato l’ulteriore mese che aggiungeva ai tempi di viaggio. Lo storico americano William Reitzel, tratteggiando la politica britannica nel Mediterraneo, ne descrive così i tre obiettivi principali: sfruttare la posizione mediterranea per espandere l’influenza britannica sul continente europeo, mantenerla legata agli interessi globali dell’impero e garantire il massimo livello di stabilità nell’area affinché questa potesse essere utilizzata come unità strategica nel conseguimento dei primi due obiettivi 16. A conferma dell’importanza della regione ai fini del mantenimento dell’impero, allo scoppio delle ostilità nel Mediterraneo il Medio Oriente, nelle parole dello storico militare britannico Michael Howard, «as a center of gravity for British forces, was second only to the United Kingdom itself»17.

In un quadro geopolitico di questo tipo era naturale che le forze, le preoccupazioni e quindi i piani strategici dei capi militari britannici si concentrassero sui due 13 Cfr. il rapporto COS del 5 dicembre 1939, Review of Military Policy in the Middle East, p.8, CAB 66/3. Malta, sotto costante attacco aereo italiano, e Cipro, dalle acque troppo basse per permettere la costruzione di una base navale adatta, erano opzioni alternative ritenute impraticabili. 14 CAB 80/10, rapporto JPS del 30 aprile 1940. 15 Sulla fondamentale importanza di Suez nella gestione della rete globale britannica si veda S. Morewood, Protecting the Jugular Vein of Empire: The Suez Canal in British Def ence Strategy, 1919- 1941, in «War & Society», vol. 10, no. 1 (May 1992), pp. 81-107; sulla rilevanza del Mediterraneo nel sistema di difesa imperiale britannico si vedano invece J.S. Roucek, The Geopolitics of the Mediterranean. I, in «American Journal of Economics and Sociology», vol. 12, no. 4 (July 1953), e Id., The Geopolitics of the Mediterranean. II, «American Journal of Economics and Sociology», vol. 13, no. 1 (Oct. 1953); M. Simpson, Superhighway to World Wide Web: The Mediterranean in British Imperial Strategy, 1900–1945, in Naval Policy and Strategy in the Mediterranean: Past, Present, and Future, a cura di J. Hattendorf, London-Portland, Cass, 2000, pp. 51-77. 16 Cfr. Reitzel, The United States in the Mediterranean cit., p. 3. 17 Cit. Howard, The Mediterranean Strategy cit., p. 9.

obiettivi ritenuti irrinunciabili: la difesa della madrepatria e il controllo del Mediterraneo. Era altrettanto naturale che, nell’ambito della seconda tematica, l’intervento della principale potenza regionale nel campo nemico provocasse una reazione allarmata da parte degli inglesi, la cui storica amicizia con l’Italia si era andata deteriorando negli ultimi anni proprio in merito a questioni legate alla politica di potenza mussoliniana nel Mediterraneo18.

L’Italia, in considerazione degli interessi in gioco nella regione, era da tempo destinataria di attenzioni particolari da parte della Gran Bretagna19. Due tra le precondizioni fondamentali della strategia britannica, la difesa del Medio Oriente e la protezione delle rotte di navigazione imperiali, passavano per il controllo o quanto meno il mantenimento della stabilità del Mediterraneo, all’interno del quale, nel periodo compreso tra le due guerre, l’Italia fascista si era distinta per una politica aggressivamente revisionista20. Allo scoppio del conflitto mondiale la neutralità ita- 18 Per alcuni riferimenti alla tormentata evoluzione dei rapporti anglo -italiani negli anni Venti e Trenta si vedano M. Fiore, Anglo-Italian Relations in the Middle East, 1922-1940, Farmham, Ashgate, 2010; R. Mallett, The Italian Navy and Fascist Expansionism, 1935 -40, London -Portland, Cass, 1998; D.N. Dilks, British Reactions to Italian Empire-Building, 1936-1939, in Italia e Inghilterra nell’età dell’imperialismo , a cura di E. Serra, C. Seton -Watson, Milano, Franco Angeli , 1990, pp. 165-94. 19 Per il notevole impatto della sovraestensione delle forze armate britanniche a livello globale sulla strategia da perseguire nel Mediterrano e sulla lunga durata degli interessi britannici in Italia si vedano R. Quartararo, Imperial Defence in the Mediterranean on the Eve of the Ethiopian Crisis (July- October 1935), in «The Historical Journal», vol. 20, is. 1, 1977, pp. 185 -220; G.C. Peden, The Burden of Imperial Defence and the Continental Commitment Reconsidered , in «The Historical Journal», vol. 27, 1984, pp. 405 -23; W.C.

Mills, The Nyon Conference: Neville Chamberlain, Anthony Eden, and the Appeasement of Italy in 1937, in «The International History Review», vol. 15, no. 1 (Feb. 1993), pp. 1- 22, e Id., Sir Joseph Ball, Adrian Dingli, and Neville Chamberlain’s ‘Secret Channel’ to Italy, 1937-1940, in «The International History Review», vol. 24, no. 2 (June 2002), pp. 278-317. Si vedano inoltre sul più ampio tema del rapporto fra appeasement e strategia mediterranea N.M. Ripsman, J.S. Levy, Wishful Thinking or Buying Time? The Logic of British Appeasement in the 1930s’ , in «International Security», vol. 33, is. 2, 2008, p. 148 -81, e W. Murray, The Collapse of Empire: British Strategy, 1919-1945, in The Making of Strategy: Rulers, States, and War, a cura di M. Grimsley, W. Murray, Cambridge, Cambridge University Press, 2009. 20 La politica estera fascista era caratterizzata dalla ricerca di una revisione radicale della situazione geopolitica risultata dalla conclusione della Prima guerra mondiale attraverso una serie di azioni volte a garantire all’Italia una posizione di rilievo nel Mediterraneo e nel mondo coloniale africano. Il bombardamento di Corfù, la guerra d’Etiopia, la conquista dell’Albania erano gli aspetti evidenti di una politi ca tanto importante propagandisticamente per il regime quanto preoccupante per la preservazione del dominio britannico nell’area mediterranea, cfr. G. Rumi, Revisionismo fascista ed

La non belligeranza italiana (1939-40) liana si era presentata agli inglesi come un regalo inaspettato. La possibilità di concentrare le risorse militari ed economiche nello sforzo bellico contro la Germania e tenere il fronte occidentale inattivo, grazie alla non belligeranza italiana e alla strenua resistenza francese, era una sostanziosa facilitazione al gravoso compito britannico in Europa.

La delicata posizione ricoperta nel Mediterraneo imponeva agli inglesi una certa cautela, specialmente nella consapevolezza di ritrovarsi in una condizione sia di impreparazione che di inferiorità militare nella regione; se nel corso dei mesi della non belligeranza gli Alleati decidevano di non attaccare l’Italia, non lo facevano esclusivamente nella speranza di evitare una rischiosa battaglia campale, ma anche e soprattutto perché le risorse a disposizione non permettevano loro l’adozione di una strategia compiutamente offensiva21. Come sottolineato dallo storico ufficiale della politica estera britannica Llewellyn Woodward, «once more, the resources of the Allies on land and in the air were not sufficient to allow them to take the initiative»22.

In considerazione dell’incerta situazione, sin dalle battute iniziali del conflitto a Londra si decideva di intraprendere una politica dai tratti accomodanti, se non benevoli, nei confronti dell’Italia. Scongiurare il suo ingresso in guerra diventava la priorità nelle relazioni diplomatiche da mantenere al punto che già in data 4 settembre 1939, trascorsi tre giorni dallo scoppio del conflitto, il War Cabinet dichiarava che tra le preoccupazioni principali della strategia alleata doveva figurare quella di e vitare qualsiasi provocazione che potesse compromettere la neutralità italiana23. Il riconoscimento dei limiti imposti dalla scarsità delle risorse al ventaglio espansione coloniale (1925-1935), in Il regime fascista , a cura di A. Aquarone, Bologna, Il Mulino, 1974, pp. 431-64. 21 Sui limiti della Mediterranean Fleet e sui ritardi nella preparazione bellica britannica nelle fasi iniziali del conflitto si vedano History of the Second World War, United Kingdom Military Series, The Mediterranean and the Middle East, vol. I, The Early Successes against Italy: to May 1941, a cura di I.S.O. Playfair , London, Her Majesty’s Stationery Office, 1954, passim , e J.R.M. Butler, Grand Strategy, vol. II cit., pp. 295 -6. Un quadro delle difficoltà do vute al mancato ammodernamento della flotta anche C. Barnett, Engage the Enemy More Closely. The Royal Navy in the Second World War, London, Hodder & Stoughton, 1991, e J. Sadkovich, La Marina italiana nella Seconda guerra mondiale, Milano, Feltrinelli, 2006 [ed. or. The Italian Navy in World War II, London, Greenwood Press, 1994], passim. 22 Cit. E.L. Woodward, British Foreign Policy in the Second World War , vol. I, London, Her Majesty’s Stationery Office, 1970, p. 22. 23 Halifax Memorandum, 4 dicembre 1939, riportato in E.G.H. Pedaliu, Change and Continuity in British Foreign Policy Towards Italy, 1939 -1948, in What Difference Did the War Make? , a cura di B. Brivati, H. Jones, Leicester, Leicester University Press, 1993, pp. 151-64, cit. p.156.

di possibilità a disposizione degli inglesi portava, nel periodo compreso tra l’invasione tedesca della Polonia e la dichiarazione di guerra di Palazzo Venezia, allo sviluppo di una duplice linea politica nei rapporti con l’Italia. Se da un lato, infatti, il peso degli interessi nel Mediterraneo rendeva necessaria la preparazione di piani di contingenza per rispondere ad un eventuale cambio di scenario, dall’altro il governo inglese era pienamente consapevole di dover tentare in ogni modo di eludere lo scontro con la Marina italiana, al fine di potersi concentrare con maggiore intensità sulla lotta contro i tedeschi. A Londra, dunque, tra il settembre 1939 e il maggio 1940 ci si attivava su diversi livelli verso l’elaborazione di una politica accondiscendente nei confronti dell ’Italia, a testimonianza della quale restano i verbali delle sedute del War Cabinet e le analisi strategiche di Chiefs of Staff e Joint Planning Staff.

La scelta di favorire la neutralità italiana prendeva forma alcuni mesi prima dell’inizio della guerra. In un documento d i luglio, il Committee of Imperial Defence avvertiva che il mancato allineamento degli italiani con Berlino, «if it could by any means be assured, could be decidedly preferable to her active hostility»24. Il CID, ritenendo l’assunzione di un atteggiamento offensivo non solo inadeguata, ma dannosa nel con testo della strategia globale, riteneva che nessuna azione militare contro l’Italia avrebbe potuto alleviare la pressione dell’attacco tedesco sulla Polonia; una prematura offensiva concentrata sulla penisola, «far from improving, would tend to weaken our position in the Far East»25.

Le idee sostenute nel documento di luglio non perdevano di validità con il dilagare della guerra nell’Europa centrale. Sulla stessa linea si ponevano i Chiefs of Staff nelle loro considerazioni sulla posizione da tenere nei confronti di un’Italia al momento non ancora apertamente minacciosa: in un rapporto del 16 ottobre veniva suggerito al War Cabinet che, essendo ancora possibile il raggiungimento di un accordo che proibisse atti di aggressione nella regione, sarebbe stato nell’interesse comune di Italia, Francia e Gran Bretagna «to keep the war from spreading in the Mediterranean»26. Un mese e mezzo più tardi, in una delle revisioni seriali, a cadenza mensile, della politica militare in Medio Oriente, i COS sintetizzavano chiaramente l’incertezza cui le autorità britanniche si trovavano soggette, costrette 24 CAB 66/1, rapporto del Committee of Imperial Defence The Attitude of Italy in War , 18 luglio 1939. Dal settembre 1939, la denominazione ufficiale sarebbe divenuta Defence Committee. 25 Ibid. 26 Rapporto dei COS, Possible Détente with Italy in the Mediterran ean, 16 ottobre 1939, in CAB 80/4.

La non belligeranza italiana (1939-40) a tentare ad ogni costo di mantenere rapporti amichevoli con una nazione crescentemente ostile e al contempo determinate a prepararsi al meglio per un eventuale scontro con la stessa. Prima della guerra, durante le consultazioni con i francesi sulla strategia da adottare nel Medio Oriente, gli inglesi «were concerned mainly with the question of defence against Italy», in quanto le esigue risorse disponibili in quel frangente non permettevano di sostenere lo sforzo di Grecia e Turchia contro le minacce russe o tedesche «unless and until the neutrality of Italy has been assured»27. La neutralità italiana, più che un’opzione di comodo, risultava dunque essere, nelle prime fasi del conflitto, una necessità. Affi nché l’obiettivo potesse essere raggiunto, da Londra ci si muoveva seguendo percorsi che, disponendo di una potenza militare a deguata, non sarebbero mai stati intrapresi . Già il 5 settembre, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, Foreign Office e Ministry of Economic Warfare decidevano che il naviglio commerciale italiano avrebbe dovuto essere trattato con «the utmost courtesy and expedition» 28. Il giorno seguente, il War Cabinet approvava un piano elaborato dal ministro degli esteri Lord Halifax che prevedeva un tentativo di raggiungere un vasto accordo economico con l’Italia 29. Analogamente, il controllo del contrabbando di materie prime operato dagli italiani verso la Germania e il blocco economico venivano intenzionalmente applicati in maniera blanda e del tutto asistematica30.

Negli ultimi mesi del 1939, l’interesse britannico per la neutralità italiana raggiungeva livelli tali da portare il governo inglese, per riprendere le parole d ello storico statunitense MacGregor Knox, «[to] attempt nothing less than the economic conquest of Germany’s ally» 31. Il 29 gennaio 1940, alla proposta iniziale di fornitura di materie prime in cambio di munizioni e aeromobili si aggiungevano venti milioni di sterline da mettere a disposizione degli italiani, ricevendo anche i n quest’occasione una dura risposta da Mussolini che poneva bruscamente fine alle 27 CAB 66/3, COS, Review of Military Policy in the Middle East, 5 dicembre 1939. 28 Rodd Memorandum, 5 settembre 1939, citato in Pedaliu, Change and Continuity cit., p. 153. 29 Cfr. il promemoria di Halifax del 4 dicembre 1939, in ivi, p.156, e i verbali della seduta del 6 dicembre 1939 del War Cabinet, in CAB 65/4. 30 Per un approfondimento della questione relativa alle attività commerciali e alla lotta inglese al contrabbando nella regione si veda R. Mallett, The Anglo-Italian War Trade Negotiations, Contraband Control and the Failure to Appease Mussolini, 1939 -40, in «Diplomacy & Statecraft», vol. 8, no. 1 (March 1997), pp. 137-67. 31 Cit. M. Knox, Mussolini Unleashed 1939 -1941: Politics and Strategy in Fascist Italy's Last War , Cambridge, Cambridge University Press, 1986, p. 72.

trattative32. A questo punto, come sottolinea Woodward, il governo britannico aveva ogni ragione di aspettarsi un’Italia «malevolently neutral or non-belligerent, unless the Allies took some action directly contrary to Italian interests or unless the Germans appeared to be winning the war easily and quickly»33. Le sensazioni prevalenti nei corridoi di Whitehall, dove la neutralità italiana era stata accolta come un regalo sì inaspettato, ma né stabile né garantito, sembravano così confermate dalla altalenante evoluzione dei rapporti anglo-italiani dei primi mesi del 194034. Ancora nel marzo 1940 gli inglesi rimanevano in attesa di ulteriori sviluppi, impegnandosi nella non semplice missione di supportare efficacemente la Francia nell’ardua lotta contro la Germania e contemporaneamente incentivare l’Italia ad astenersi dall’intervento. I Chiefs of Staff segnalavano al War Cabinet che se, come era ritenuto verosimile, l’Italia si trovava di fronte ad un bivio, «all possible steps should be taken to ensure that she moves in the right direction» 35. L’importanza attribuita al compito da parte dei capi di Stato Maggiore era tale da indurli a commissionare al JPS un o studio che dettagliasse l’atteggiamento necessario alla riduzione ai minimi termini del rischio di provocazione nelle relazioni intrattenute con l’Italia. I planners londinesi rispondevano all’invito con un avvertimento dalla doppia finalità: pur avendo fino a quel momento deliberatamente evitato di offendere la suscettibilità italiana, era ora essenziale porsi «in a position of readiness to go to war with Italy before taking action which may be interpreted by her as being provocative»36.

Il registro adottato nei rapporti con gli italiani avrebbe potuto essere maggiormente audace soltanto nel caso in cui si fosse stati pronti allo scontro militare nel Mediterraneo. Tre settimane più tardi, i COS completavano le valutazioni in merito sostenendo che l a risposta più e fficace alla situazione di incertezza crescente nella regione sarebbe consistita nella concentrazione di forze navali nel Mar 32 Si veda il promemoria Halifax-Cross del 22 gennaio 1940, in Pedaliu, Change and Continuity cit., p. 158. 33 Woodward, British Foreign Policy cit., p. 21. 34 Per un approfondimento sul tema della neutralità in relazione alle politiche di appeasement si vedano H. Cliadakis, Neutrality and War in Italian Policy, 1939-1940, in «Journal of Contemporary History», vol. IX, n. 3, 1974, pp. 171-90; J. Dunbabin, The British Military Establishment and the Policy of Appeasement, in The Fascist Challenge and the Policy of Appeasement, a cura di W. Mommsen, L. Kettenacker, London, Collins, 1983, pp. 174-96, e per un contesto più ampio, S.J. Woolf, Inghilterra, Francia e Italia, settembre 1939 – giugno 1940, in «Rivista di Storia Contemporanea», 1972, n. 4, pp. 477-95. 35 CAB 80/4, rapporto COS, Certain Aspects of the Present Situation, 23 marzo 1940. 36 Cit. l’aide-memoire JPS, Measures to Deter Italy from Entering the War against the Allies, del 26 marzo 1940, in CAB 66/7.

La non belligeranza italiana (1939-40) Rosso e nel Mediterraneo orientale e in una parallela dimostrazione di forza sia nel Mediterraneo occidentale da parte della flotta alleata sia nel sud -est francese da parte delle truppe di terra parigine 37. In sostanza, se il JPS insisteva sulla necessità di accelerare i preparativi militari prima di ingaggiare un confronto di qualsiasi intensità con gli italiani, i COS si schieravano in favore di alcune mobilitazioni intimidatorie volte a fornire l’apparenza di una macchina bellica pronta ad entrare in azione, nella speranza che tali misure fossero sufficienti a ridimensionare le velleità italiane nel Mediterraneo. D’altra parte, nella storia ufficiale della politica estera britannica da lui curata, Woodward definisce la poli tica nei confronti dell’Italia threefold, composta cioè da tre distinti ma paralleli intenti: − provare ad ingraziarsi le simpatie di Mussolini attraverso la riduzione del controllo sul contrabbando e la proposta di un favorevole accordo commerciale; − prendere misure precauzionali quali la deviazione del traffico commerciale sulla rotta del Capo e l’invio di rinforzi alla base navale di Alessandria; − esercitare pressioni personali sul Duce tramite interlocutori interni ed esterni38.

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