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L’ANTARTIDE NELL’IMMAGINARIO INGLESE Spazio geografico e rappresentazione letteraria Nicoletta Brazzelli Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere Facoltà di Studi Umanistici Università degli Studi di Milano
© 2015 Nicoletta Brazzelli ISBN 978-88-6705-378-0 illustrazione di copertina: Calotta ghiacciata, Penisola antartica 15/04/2014 – 4:00 pm Copyright ESA nº13 Collana sottoposta a double blind peer review ISSN: 2282-2097 Grafica: Raúl Díaz Rosales Composizione: Ledizioni Disegno del logo: Paola Turino STAMPATO A MILANO NEL MESE DI OTTOBRE 2015 www.ledizioni.it www.ledipublishing.com info@ledizioni.it Via Alamanni 11 – 20141 Milano Tutti i diritti d’autore e connessi sulla presente opera appartengono all’autore. L ’opera per volontà dell’autore e dell’editore è rilasciata nei termini della licenza Creative Commons 3.0, il cui testo integrale è disponibile alla pagina web http:/ /creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/legalcode
Indice premessa i ntroduzione parte i 1. l 1.1. L 1.2. G 1.3. La t 2. per 2.2. T 3. co 3.1. G 3.2. G p arte ii 4. trad 4.1. «
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LO SP AZIO E LA S UA R APPRESENTAZIONE 1.1. Luoghi reali, luoghi immaginari Lo spazio svolge un ruolo fondamentale nella comprensione dei fenomeni politici, sociali, antropologici e culturali. Tuttavia, se da una parte le molteplici prospettive attraverso cui lo spazio può essere indagato rendono particolarmente complicato un discorso unitario e in un certo senso onnicomprensivo, dall’altra lo spazio si trova senza dubbio al centro di una grande quantità di indagini che coinvolgono gli individui e l’ambiente in cui vivono, e dunque è oggetto di interesse e di studi interdisciplinari o, meglio, multidisciplinari. La «questione spaziale» presenta una dimensione materiale, fisica e, nello stesso tempo, riguarda la sfera immaginativa e simbolica, dal momento che si riferisce soprattutto alle modalità con cui lo spazio è percepito, descritto e rappresentato. Del resto, la conoscenza del mondo avviene attraverso l’esperienza sensoriale e il contatto materiale con l’ambiente ma anche, soprattutto, attraverso le rielaborazioni individuali e collettive, che costituiscono rappresentazioni di forma e natura diversa, in ambito sia geografico che letterario, sia a livello verbale che iconografico. La geografia ha avuto tradizionalmente una propensione descrittiva, potenzialmente analitica, che ha ambito ad abbracciare l’intero pianeta in cui viviamo. La produzione letteraria, dal canto suo, presenta una dimensione rappresentativa, che include elementi evocativi e simbolici. L’obiettivo di questa sezione è quello di proporre un superamento della contrapposizione disciplinare tra geografia e letteratura rispetto alla raffigurazione spaziale, muovendo nella direzione di un’interazione costruttiva di nuovi modi di considerare lo spazio, che includono ambiti di studio e di riflessione appartenenti a diversi approcci metodologici.
All’interno di ogni disciplina, si può affermare che lo spazio sia essenzialmente una strategia rappresentativa, ossia che non costituisca un semplice |27| elemento esterno, ma piuttosto una costruzione in cui ideologia ed esperienza interagiscono1. Inoltre, è opportuno aggiungere che lo spazio si costruisce attraverso il linguaggio, nelle sue varie forme e nei suoi codici. La relazione fra spazio e linguaggio, infatti, è fondamentale ed è biunivoca: non solo lo spazio è sostanzialmente linguistico, ma il linguaggio stesso è spaziale2. In un percorso che mira a riflettere sulle convergenze disciplinari, non si tratta solo di riconoscere, da una parte, che la geografia ha, anche e soprattutto, una dimensione soggettiva nel momento in cui fornisce una conoscenza dello spazio e, dall’altra, che la letteratura, nelle sue elaborazioni immaginative, può creare nuovi spazi o arricchire quelli già noti; in realtà è importante ridefinire la questione3. Gli spazi sono sempre creati immaginativamente attraverso il linguaggio, verbale o iconico. Mentre la geografia cerca di descriverli e di analizzarli, individuandone le caratteristiche, la produzione letteraria a sua volta li interpreta e li ricrea, esprimendo esperienze, sentimenti ed emozioni. La letteratura visualizza i luoghi facendo interferire le conoscenze dirette con l’immaginario. Lo spazio è sempre semantizzato dalle narrazioni4. Il pensiero geografico, comunque, è passato attraverso fasi quantitative e oggettive, ma si è anche ampliato, in epoche piuttosto recenti, grazie a una significativa componente umanistica.
Occorre tenere conto che mondi reali e immaginari, geografici e letterari, rappresentano la complessità del pianeta, e che sussistono sinergie tra le diverse componenti dello spazio. Occorre altresì riconoscere che i luoghi hanno coordinate specifiche sulla superficie terrestre, e dunque sono individuabili in maniera univoca attraverso un sistema condiviso di codici. In termini generali, il concetto di spazio è più astratto rispetto a quello di luogo. Come osserva Tim Cresswell (2004), lo spazio si trasforma in luogo attraverso il processo della nominazione, il «naming», perché in tal modo acquisisce una dimensione specifica e si lega all’esperienza, alla storia, all’ideologia. Il luogo, in questo senso, si configura fondamentalmente come un sistema per comprendere il mondo. Ma esso, considerato secondo un’altra prospettiva, è anche un «way of seeing», ossia una modalità di vedere il mondo, calata nella soggettività dell’osservatore. Si compenetrano così i piani del significato e dell’esperienza. 1 Gli studi recenti sullo spazio prodotti in ambit o interdisciplinare che propongono fondamentalmente questa prospettiva sono molteplici. Per una raccolta di saggi significativi si veda Crang-Thrift (2000). 2 Alla base di queste considerazioni troviamo senza dubbio il lavoro di F erdinand De Saussure, con lo sviluppo della linguistica strutturale. Stuart Hall (1997), nell’esplorare i meccanismi della rappresentazione culturale, ne tiene conto in maniera essenziale. 3 I rapporti disciplinari tra geografia e letteratura sono stati indagati con una certa attenzione nel mondo anglofono: un t esto pionieristico è Mallory-Simpson-Housley (1987). Fra gli studi italiani, è significativo Lando (1993). Si tratta, in entrambi i casi, di approcci che privilegiano il riconoscimento del ruolo della geografia nelle opere letterarie: la letteratura sarebbe in grado di trasmettere in modo efficace il senso del luogo. Dall’altro lato, la letteratura viene vista come fonte di conoscenza ambientale. La geografia, a sua volta, per i suoi obiettivi di studio si appropria delle descrizioni letterarie dei luoghi. 4 In Fiorentino-Solivetti (2012) sono inclusi saggi molto interessanti a questo proposito.
Senza dubbio, nello studio geografico, spazio e luogo hanno un ruolo centrale. Fino agli anni sessanta del Novecento la geografia regionale si era concentrata sulla descrizione delle differenze tra le diverse aree della superficie terrestre, mentre con la geografia umanistica, sviluppatasi successivamente, viene data la priorità all’«immersione» individuale nello spazio piuttosto che all’astrazione descrittiva. Nelle sue varie articolazioni, il dibattito contemporaneo continua a basarsi sul filone umanistico. Il cosiddetto «spatial turn», in particolare, indica un’attenzione rinnovata, nelle scienze umane, per la dimensione spaziale5. Dunque, entro gli studi contemporanei è possibile individuare un interesse comune nei diversi saperi e in discipline specifiche, che si interrogano o reinterrogano sulla spazialità 6. Questa prospettiva ampia e articolata apre evidentemente relazioni complesse e trasversali fra metodi, saperi e discipline. Il problema ineludibile, al di là delle diversità delle metodologie di indagine e dei risultati degli studi, resta legato a una discrepanza fondamentale: lo spazio è tridimensionale, pluridirezionale e percepibile sincronicamente, mentre il linguaggio attraverso cui viene rappresentato è lineare e sequenziale.
Se negli ultimi decenni del Novecento si è assistito a una vera e propria «reassertion of space», e, come si vedrà meglio, a un decisivo cambiamento nel modo con cui lo spazio è concepito, «pensato» e «vissuto», la storia della percezione dello spazio dal Rinascimento in poi non può essere ignorata. Infatti, i decisivi cambiamenti nell’immaginazione spaziale occidentale avvenuti nel Rinascimento hanno avuto conseguenze durature e di fatto determinano ancora la nostra concezione del mondo. Nel corso del Cinquecento si aprono spazi fino ad allora inesplorati alla conoscenza europea, che configurano nuovi modi di vedere il mondo (Tally 2012: 17-19). L’età delle esplorazioni geografiche, caratterizzata dalla nascita della cartografia moderna, attraverso figure cruciali come quelle di Gerardus Mercator e Abraham Ortelius, dimostra che le nuove mappe del XVI secolo hanno di fatto costruito il mondo moderno. Basandosi sulla centralità della relazione fra spazio e rappresentazione, e sul rapporto tra il territorio e la sua percezione, la produzione cartografica è particolarmente significativa (Reinhartz 2012). Secondo Michel Foucault, lo spazio è la grande ossessione del XX secolo, così come la storia lo è stata nel XIX secolo. Nel corso del Novecento infatti, secondo l’intellettuale francese, lo spazio è diventato fondamentale nella costruzione dell’immaginario e del pensiero. In un famoso discorso pronunciato nel 1967, Des espaces autres (in seguito tradotto in inglese da Jay Miskowiec nel 1986), Michel Foucault ritiene appunto che il ventesimo è il secolo dello spazio, caratterizzato dal ruolo centrale dei luoghi e dalle relazioni che si instaurano fra i luoghi stessi: 5 Si veda l’introduzione di Flavio Sorrentino in un recente volume che raccoglie contributi in italiano sull’argomento (2010: 7-18). I contributi e saggi sullo «spatial turn» sono molto numerosi nell’ambito anglofono. Un testo di riferimento importante è Warf-Arias (2008). 6 Sulla storia della geografia e i mutamenti di paradigma, si veda Capel (1987). | lo spazio e la sua rappresentazione |
La grande hantise qui a hanté le XIX e siècle a été l’histoire […] L’époque actuelle serait plutôt l’époque de l’espace. Nous sommes à l’époque du simultané, nous sommes à l’époque de la juxtaposition, à l’époque du proche et du lointain, du côte à côte, du dispersé. Nous sommes à un moment où le monde s’éprouve, je crois, moins comme une grande vie qui se développerait à travers le temps que comme un réseau qui relie des points et qui entrecroise son écheveau (Foucault 1984: 752).
Come teorico della «spatial history», Foucault rileva il ruolo fondamentale dello spazio nell’esercizio del potere. Le storie spaziali, infatti, sono concettualizzazioni del potere. L’analisi foucaultiana esplora le relazioni spaziali e i loro legami con i processi storici: i discorsi della conoscenza e del potere sono fortemente connessi allo spazio. Foucault non delinea uno spazio astratto, ma una «geografia sostanziale» dello spazio, dotata di un suo dinamismo. Gli spazi in cui viviamo sono eterogenei, irriducibili gli uni agli altri; nella teoria foucaltiana esistono spazi utopici, irreali, in cui la società si presenta sotto una forma perfetta, mentre ogni cultura ha creato le sue eterotopie, ossia i suoi siti di crisi e di deviazione: tra i primi, i luoghi sacri e proibiti, tra i secondi, gli ospedali psichiatrici e le prigioni7. La production de l’espace (1974) di Henry Lefebvre è indubbiamente un «seminal text»8 per gli studi spaziali: al suo interno Lefebvre cerca di stabilire l’importanza delle esperienze vissute e di comprendere lo spazio geografico come fenomeno sociale. Se lo spazio percepito della vita quotidiana è ignorato quando esso è concepito dai cartografi, gli individui vivono anche nello spazio dell’immaginazione, un «terzo spazio», che segna fortemente la dimensione artistica e simbolica. Lefebvre si sofferma sul processo di «produzione» dello spazio: la sua indagine su come lo spazio viene prodotto rivela che lo spazio è vivo, attivo, si trasforma e costituisce un elemento di espansione e di movimento. La distinzione di Lefebvre fra rappresentazione dello spazio, in quanto spazio concettualizzato, costruito dai tecnocrati, spazio rappresentazionale, legato alla quotidianità, e pratiche spaziali, che si connettono alla vita quotidiana, genera una «triade spaziale». Lefebvre attribuisce un valore maggiore allo spazio vissuto rispetto a quello concettualizzato, anche in relazione al ruolo del corpo e al suo movimento nello spazio. Del resto, lo «spatial turn» inteso come espressione di un vasto interesse per le problematiche spaziali è convalidato, oltre che dal crescente imporsi di un vocabolario spaziale nei testi critici di varie discipline, a livello concreto e materiale, anche dai movimenti massicci di popolazioni che hanno segnato la modernità e continuano a caratterizzare la contemporaneità. David Harvey 7 Secondo Foucault, una storia complessiva degli spazi resta ancora da scrivere, ed essa implica una st oria dei poteri, che li determinano e delimitano. Si veda Foucault (1974). 8 Lo studio di Lefebvre è stato tradotto in inglese nel 1991 e da allora ha conosciuto una not evole diffusione.
(1990b) sostiene che il luogo ha acquisito un ruolo fondamentale con l’avvento delle estetiche postmoderne degli anni sessanta del Novecento e con la cosiddetta compressione tempo-spazio, che si verifica in seguito alle innovazioni tecnologiche che condensano o elidono le distanze spaziali e temporali. I grandi cambiamenti a livello economico e i mercati globali, che favoriscono il rapido passaggio dei capitali, le comunicazioni di massa costituiscono un aspetto essenziale della contemporaneità. Anche in relazione all’avanzamento tecnologico odierno, si parla di una crescente «geographical anxiety», un generale disorientamento causato appunto dalla nuova configurazione geografica del mondo contemporaneo. L’antropologo Clifford Geertz (1999) analizzando i conflitti economici e culturali correnti, sottolinea la frammentazione, le contraddizioni e gli squilibri, che generano situazioni complesse: ogni zona del mondo è un conglomerato di differenze profonde e fondamentali, formatesi non tanto a causa della politica quanto della storia. Occorre perciò pensare in base alle particolarità, alle discontinuità, ai contrasti, alle singolarità e quindi alla profonda varietà, senza occultare la differenza. Torniamo a considerare la geografia, la disciplina che pone lo spazio al centro delle sue indagini. Nel tentativo di legittimarsi come scienza, essa ha privilegiato per molto tempo una dimensione oggettiva; la critica al paradigma positivista è incominciata negli anni settanta, mentre la nascita della cosiddetta geografia umanistica negli anni ottanta ha recuperato la dimensione soggettiva dell’analisi.
Le origini antiche della geografia, invece, depongono a favore della compresenza, nel discorso geografico, di elementi immaginativi accanto all’osservazione attenta del mondo fisico. La geografia nasce dalla descrizione dei territori da parte di osservatori e viaggiatori, come è nel caso di Erodoto, che svolse la sua attività tra il 440 e il 425 a.C. I testi geografici dell’antichità contenevano molti elementi immaginari, essendo narrazioni di mondi sconosciuti, visti nelle loro componenti fisiche, antropologiche, culturali9. Dall’età dell’illuminismo in poi, alla descrizione dei caratteri morfologici e umani dello spazio, si affianca la necessità di interpretare e spiegare la diversità dei territori del pianeta e dei loro popoli. Il metodo scientifico, da allora, ha accompagnato lo sviluppo della geografia come disciplina. Ancora, nella storia delle scoperte geografiche l’intreccio fra geografia e immaginazione è particolarmente evidente e risulta indagato efficacemente da J.L. Allen (1976) in Lands of Myth, Waters of Wonder: il potere dell’immaginazione sull’esperienza, nell’espansione e nel consolidamento delle conoscenze geografiche, è esemplificato dalla persistenza dei miti che identificano i territori sconosciuti. Un esempio particolarmente significativo è il mito di El Dorado, che incorpora un vero e proprio «desiderio spaziale»: esso si esplica nell’attribuzione di ricchezze meravigliose a territori remoti e difficili da raggiungere, nel Nuovo Mondo10. 9 Per questo ed altri aspetti, l’opera di Erodoto e la geografia antica, si veda Romm (1992). 10 Per quanto riguarda il concetto di desiderio spaziale e il mito di El Dorado, si veda Brazzelli (2012b). | lo spazio e la sua rappresentazione |
Tra gli approcci geografici recenti, la prospettiva umanistica è la più interessante, perché, adottando un nuovo modo di indagare i fatti geografici e concentrando l’attenzione sull’uomo e sul suo modo di percepire e sperimentare i luoghi, riconosce nelle opere letterarie e nelle forme artistiche strumenti assai significativi da utilizzare per l’analisi spaziale. Tuttavia anche la geografia tradizionale si è spesso avvalsa degli scritti letterari come fonti autorevoli. Il geografo umanista, a sua volta, cerca di indagare il senso del luogo, le esperienze spaziali degli esseri umani sulle base delle relazioni affettive che legano questi ultimi al loro habitat naturale. I precursori della corrente umanistica, come J.K. Wright (1947), con il suo articolo pionieristico sulle «terrae incognitae» della mente e il ruolo dell’immaginazione nella geografia, ed Eric Dardel (1952), promotore inascoltato – ai suoi tempi – della intrinseca «geograficità» dell’uomo, che verranno presi in considerazione in seguito, avevano, del resto, già riconosciuto il ruolo fondamentale della letteratura nella percezione dello spazio.
Per interpretare le relazioni che l’uomo instaura con l’ambiente, ossia la sua «geograficità», il suo modo di costruire e modificare il suo spazio vissuto, le narrazioni si presentano come indispensabili: narrare un luogo implica configurare gli oggetti e gli eventi rilevanti al suo interno, tracciando il loro profondo significato territoriale. Inoltre, descrivere la terra, decifrare i segni che la caratterizzano, significa riflettere sulla condizione umana e sul suo destino. L’esperienza vissuta si interseca con la «scientificità» della geografia, che non può essere scissa dall’emotività del soggetto. David Lowenthal (1961), un altro significativo precursore della corrente umanistica del pensiero geografico, già negli anni sessanta sostiene che chiunque osservi con attenzione il mondo intorno a sé è in qualche modo un geografo. Egli assegna un ruolo centrale all’azione umana e alla soggettività culturale, agli stati d’animo e ai sentimenti. La conoscenza geografica, secondo Lowenthal, è costituita da esperienze personali diverse, dai ricordi del passato e dai progetti per il futuro. La geografia, in questo senso, riconosce gli aspetti immateriali dello spazio (De Ponti 2007: 20-21). Dunque, la prospettiva soggettiva ha un ruolo primario nell’approccio umanistico della geografia, che ha posto in primo piano le modalità con cui il mondo viene percepito; tale propensione ha innescato un processo che ha portato al riconoscimento delle affinità della geografia con altre discipline, filosofiche, sociologiche, psicologiche. La geografia, inoltre, ha espresso un impegno significativo nel creare possibili interazioni con gli studi culturali, tanto è vero che la nuova geografia culturale è profondamente influenzata da Raymond Williams e da altri esponenti dei Cultural Studies. Lo spazio, nella prospettiva culturalistica, è costruito socialmente e la materialità del luogo è prodotta dalla società che vi abita, ma si impone anche come entità capace di assumere su di sé una serie di raccordi con altri elementi come il paesaggio rurale e la città 11. Raymond Williams, in particolare, ha esercitato una forte influenza sulla geografia, specialmente attraverso The Country and the City (1973), in cui l’idea del paesaggio come cultura comune, che implica «ways of life» e «structure of feelings», si applica all’analisi spaziale della letteratura inglese, nel suo sviluppo dalla dimensione pastorale a quella urbana.
Due concetti chiave della geografia umanistica sono il «senso del luogo» e il «paesaggio interiore». Secondo Yi-Fu Tuan (1974), uno studioso imprescindibile in questo contesto, percepire un luogo equivale a conoscerlo; la percezione avviene a un primo livello visivo, poi coinvolge gli altri sensi, che implicano un contatto diretto con l’ambiente. Il legame inestricabile fra esseri umani e luoghi fa sì che questi ultimi non vengano percepiti solo nella loro fisicità, ma anche come presenza simbolica. La connessione degli individui e delle comunità con i luoghi ha carattere affettivo; inoltre, più in generale, esiste un’appartenenza culturale ai luoghi. In base a questo approccio critico, un legame profondo, «viscerale», lega l’individuo allo spazio, che Armand Frémont (1976) definisce «radicamento». Dunque, le relazioni individuali con i luoghi sono concrete e materiali, ma anche sentimentali e psicologiche, invisibili; si crea così il teatro dei paesaggi interiori. Nella categoria spaziale, infatti, si sedimentano e sublimano l’immaginario e la memoria, che sono materia privilegiata dei linguaggi letterari. Lo spazio, in questo senso, non è un vuoto inerte in cui esistono gli oggetti, ma un insieme attivo e pieno, una struttura dinamica, dalle coordinate fluide e instabili. Il superamento dell’idea di spazio come concetto meramente geometrico si deve soprattutto a Henri Lefebvre (1974), che ha posto l’accento sugli spazi della rappresentazione, elaborati a livello primariamente immaginativo, che non risultano mai coesi né coerenti. Se è vero che il termine spazio richiama concezioni diverse nelle differenti aree disciplinari, e che spesso il concetto astratto e teorico si sovrappone all’esperienza fattuale, alla luce degli studi più recenti è evidente che, in ogni campo della conoscenza, lo spazio è una questione di rappresentazione ed esiste effettivamente attraverso la sua testualizzazione.
Attualmente, nell’epoca dell’annullamento delle distanze, nell’illusione della simultaneità della navigazione virtuale, lo «spatial turn» offre nuove prospettive ermeneutiche. La storia della globalizzazione è divenuta la storia del distacco degli individui dallo spazio e dall’esistenza fisica, generando lo sviluppo di relazioni digitali con il mondo materiale. Nella contemporaneità si è altresì imposto il tropo dello spazio come flusso, si è cioè sempre meglio delineata una spazialità mobile e molteplice, costituita da spazi eterogenei. Il mondo si espande infatti anche attraverso media che creano nuovi spazi 11 Lo studio dello spazio ha avuto un «powerful theorethical boost» dal «cultural turn», come sott olineano Adams-Hoelscher-Till (2001) nell’introduzione: in questo volume si affrontano tre ambiti di indagine, esperienza e identità, immaginazione e costruzione sociale, modernità. | lo spazio e la sua rappresentazione | virtuali, si estende in distanze che possono essere annullate a priori12. Nello stesso tempo, la promessa di inserire lo spettatore all’interno dello spettacolo costituito dalla dilatazione spaziale apre nuove possibilità e interpretazioni. La crisi della rappresentazione della modernità e della postmodernità implica l’instabilità sempre più intensa delle configurazioni spaziali, oltre al legame con pratiche di «(re)naming» e «(un)naming». Lo spazio dell’era globale è isotropico, e al suo interno confluiscono tensioni, movimenti, flussi. La globalizzazione, in ogni caso, porta anche alla percezione plurale e diversificata di quello che possiamo definire spaziomondo. Di certo, la percezione della spazialità è stata alimentata in maniera determinante dalla rete dei flussi migratori che dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi hanno rimodellato la contemporaneità, introducendo a livello critico una pletora di metafore spaziali. In questo modo, l’immaginazione spaziale ha «riscattato» la geografia dal ruolo subalterno cui era stata a lungo confinata da una visione despazializzata dei processi storici, fornendo ad essa la chiave di accesso alla globalizzazione. Con la nuova configurazione spaziale globale la geografia ha acquistato una nuova rilevanza strategica.
Edward Soja viene solitamente indicato come l’iniziatore dello «spatial turn». La svolta spaziale iniziata da Soja ha origine dalle teorizzazioni di Lefebvre e Foucault, ossia dalla distinzione fra spazio percepito-concepitovissuto e dalle eterotopie (i luoghi altri, dell’esclusione, del fuori). Ne risulta che non solo i processi sociali plasmano le geografie, ma le geografie, in misura anche maggiore, plasmano i processi sociali. Secondo Soja, nelle geografie postmoderne occorre prendere in considerazione la simultaneità e l’estensione degli eventi e delle possibilità (Soja 1989: 22-23). La simultaneità infatti estende il punto di vista dell’osservatore e connette il soggetto al mondo; le formulazioni riguardanti la spazialità postmoderna sono radicate nella riformulazione dei processi naturali e delle pratiche sociali, e producono un riequilibrio delle relazioni fra geografia, storia e società. Soja propone di andare verso una «spatialized ontology», superando la visione di uno spazio essenzialmente materiale e opaco.
Il cosiddetto «spatial thinking» costituisce la via privilegiata di accesso alle forme di vita e di azione dei soggetti in un mondo – sferico – irriducibile a una superficie piana. La questione della spazialità si è diffusa nel campo degli studi letterari e culturali, ma anche nell’antropologia e nella storia, aprendo così una finestra che collega ambiti di studio separati fra loro in una visione interdisciplinare. La svolta postcoloniale di Edward Said, Gayatri Spivak e Homi Bhabha fa interagire gli studi comparati della letteratura con la filosofia e l’antropologia e la storia, ponendo le questioni spaziali al centro della riflessione critica. Non si può dimenticare anche il peso recente 12 «Cyberspazio» è il nome attribuito a questa nuova spazialità. Si veda Dodge-Kitchin (2000).
delle prospettive ambientali ed ecocritiche, che sono evidentemente legate ai luoghi e alla funzione primaria che rivestono.
La relazione fra luogo, identità e cultura rappresenta uno dei temi centrali della riflessione contemporanea. I luoghi sono infatti il contesto simbolico che elaboriamo per agire nel mondo, sono oggetto di costanti inter - pretazioni e reinterpretazioni, e variano di continuo; lungi dall’essere entità fisse, essi possono assumere significati contrastanti. Il carattere instabile dei luoghi rientra nell’ambito del discorso più ampio della globalizzazione. Su questo aspetto riflette, in particolare, Doreen Massey, che ha affrontato la relazione fra identità e luoghi attraverso l’analisi del senso di identificazione nell’ambito di una cultura e di una nazione (2005). Per Doreen Massey lo spazio, dotato di «porous boundaries» (1994: 21), è il sito di complesse interrelazioni, che includono immaginazione e materialità, e conosce un perenne divenire. Il dibattito sullo spazio – ricorda Massey – è legato alla dimensione del postmoderno; c’è un’incertezza sempre maggiore riguar - do al modo in cui ci relazioniamo agli spazi, poiché la compressione spazio-temporale della nostra epoca cambia la modalità con cui immaginiamo i luoghi, il loro uso, il loro impatto sulla comunità. È sempre più necessario considerare lo spazio in termini globali, mentre le coerenze locali vengono superate, ma permangono il senso di appartenenza e il radicamento. Sottolineando icasticamente che «space matters», Massey sostiene che gli spazi presentano identità multiple, costituiscono dei processi, si collocano sia all’esterno che all’interno degli individui.
Edward Casey propone un’interessante riflessione sulla relazione fra «implacement» e «displacement», ponendo l’accento sull’esperienza corporea dello spazio. Non si può parlare di condizioni permanenti, ma di processi in continuo movimento, l’essere «a casa» e il sentirsi estranei al luogo in cui si vive sono momenti diversi e non contrapposti, poiché la possibilità del cambiamento è decisiva, soprattutto in rapporto al corpo (Casey 1993). 1.2. Geografie e ideologie L’espressione «immaginario geografico», «geographical imagination», è ormai entrata nell’uso comune nell’ambito della geografia, pur essendo soggetta a interpretazioni diverse. La categoria dell’immaginario fa parte della geografia in forme e significati molteplici. La nozione di immaginario geografico ha la capacità di configurare un vasto campo concettuale, congiungendo prospettive diverse (Daniels 2011). Nel Dictionary of Human Geography (Gregory-Johnston-Pratt-Watts 2000: 282-285), il termine appare una keyword della geografia umana; in quanto tale, esso permette di unire mondi conosciuti e mondi possibili. Tuttavia, l’immaginazione geografica non è esclusivamente appannaggio della geografia come disciplina autonoma, secondo H.C. Prince | lo spazio e la sua rappresentazione |
(1962), che la interpreta come un istinto persistente e universale della natura umana. In questo senso, Prince considera la «geographical imagination» come la risposta «umana» ai luoghi e ai paesaggi, dal momento che implica la connessione di culture e nature, e richiama la capacità di comprensione immaginativa del mondo e la sua traduzione in termini creativi. La nozione di immaginario geografico si è sviluppato a partire dal lavoro del sociologo Charles Wright Mills (1959), il quale utilizza l’espressione «sociological imagination» come strumento concettuale che permette di collegare gli individui con le loro vicende biografiche a più ampie strutture sociali entro specifiche coordinate storiche. Mills, tuttavia. non confina tale concetto a un ambito disciplinare specifico, ma lo attribuisce ad atteggiamenti mentali che trascendono le discipline.
David Harvey (1973) invece ha coniato proprio l’espressione «geographical imagination» in relazione alla sua riflessione di carattere sociologico, ma anche politica e geografica. In questo senso, lo studioso inglese intende l’immaginario geografico come uno strumento deputato a superare le divisioni fra spazi diversi in vista di una «giustizia sociale», capace di combattere forme di oppressione e di ingiustizia. Gli individui riconoscono il ruolo dello spazio nelle loro biografie e comprendono che le loro relazioni con le organizzazioni sono influenzate dallo spazio che li separa. Evidentemente ci sono concezioni diverse riguardanti l’immaginario spaziale, che le prospettive postmoderne e postcoloniali hanno interpretato in modi differenti ma sostanzialmente complementari. Teorizzazioni e inter - venti particolarmente significativi sono stati sviluppati da Edward Soja e da Derek Gregory, che pongono l’accento sull’effetto conoscitivo dei luoghi sugli individui più che sulla conoscenza disciplinare in sé. Quindi non si tratta solo di considerare il «world-as-exhibition» (Mitchell 1989), ossia il mondo come spettacolo da osservare, ma piuttosto di riconoscere al soggetto come spettatore il ruolo di produttore di conoscenza geografica. Questo implica anche il riconoscimento dei limiti della conoscenza geografica. Non si può ignorare, infatti, il discorso delle geografie popolari, non accademiche, dunque profondamente soggettive, ma prive di potenzialità conoscitive. A sua volta, Derek Gregory (1995) ridefinisce l’immaginario geografico come la conoscenza spaziale che caratterizza i gruppi sociali, considerando le pratiche di visualizzazione come costitutive della storia della geografia, che in questo senso si configura come appropriazione visiva del mondo. In questa interpretazione, tuttavia, che propone una lettura postmoderna della testualità dello spazio, si inserisce anche la critica dell’etnocentrismo, il riconoscimento e l’accettazione dell’alterità. Gregory riconosce il ruolo centrale dell’immaginario coloniale nella definizione occidentale dello spazio, inserendolo nella dialettica fra potere coloniale e conoscenza visiva dello spazio. Inoltre, ribadisce la sua importanza nella contemporaneità:
In enlarging and examining our geographical imaginations, we might come to realize not only that our lives are “radically entwined with the lives of distant strangers”, but also that we bear a continuing and unavoidable responsibility for their need in times of distress (Gregory 1994: 205).
Secondo Denis Cosgrove (2008), fra i principali rappresentanti della geografia culturale, per immaginario geografico si intende una risposta soggettiva ai luoghi e ai paesaggi, che richiama il potere individuale di comprendere lo spazio, e la cui resa è un atto creativo. Dunque, il valore estetico è chiaramente suggerito in questa teorizzazione. Per Sarah Radcliffe (2012) che riprende le fila del dibattito nella prospettiva contemporanea, l’immaginario geografico include la conoscenza dei luoghi e il «potere» di rappresentarli. Occorre dunque tenere sempre presente l’interazione fra testo, spazio e soggetto che lo rappresenta.
Gli interventi accademici possono essere diversi, ma Harvey, Gregory e altri studiosi si fondano su considerazioni comuni, ponendo l’accento sulle modalità di percezione e di conoscenza dello spazio, insieme alla rappresentazione di tale percezione e conoscenza. L’immaginario geografico non è solo la cornice concettuale che si usa per comprendere le dinamiche di potere, le connessioni fra spazio e identità, la produzione di significati e miti spaziali, ma è anche lo strumento personale e collettivo per determinare la propria posizione, sia letterale che metaforica, nel mondo. Come prodotto di spazi sia immaginati che reali, di luoghi che includono le dinamiche del potere insieme alle emozioni, l’immaginario geografico è il risultato, sia conscio che inconscio, di un processo che accomuna l’individuo e il gruppo sociale nel loro concreto operare entro il contesto culturale, economico, politico e storico. Tale processo da una parte è strutturato, e dall’altra struttura identità condivise. Particolarmente significativo in questo senso anche il ruolo di Edward Said, che ha parlato di «imaginative geography» come proiezione dell’ideologia imperiale britannica, enfatizzando la dimensione testuale che produce le «master narratives» in cui non solo i colonizzatori, ma anche i colonizzati, sono invitati a riconoscere le proprie storie e le proprie identità.
All’interno dei Postcolonial Studies, di cui Said è uno degli iniziatori, sono stati enfatizzati temi come l’identità territoriale, il contatto interculturale, l’esilio, la migrazione, la dislocazione; è stata altresì ripresa e messa in primo piano la «complicità» tra geografia politica eurocentrica e imperi coloniali. La letteratura ottocentesca, specialmente inglese, ha perpetuato questa alleanza e l’ha ridefinita, facendosi portatrice dell’ideologia dell’impero. Solo la decolonizzazione, e non in maniera definitiva e priva di ambiguità, ha messo fine al monopolio descrittivo dell’Occidente. Generando un nuovo «world order», essa ha decretato la fine della rigida suddivisione fra centro | lo spazio e la sua rappresentazione | e periferia, aprendo la strada verso una visione del mondo non più binaria ma assai più articolata e frammentata. Gli spazi ricostruiti in seguito al superamento dell’esperienza coloniale sono parte integrante della dimensione intertestuale postcoloniale: gli spazi postcoloniali resistono alla linearità (West-Pavlov 2010: 145).
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The end
You’ve reached the end of L’Antartide nell'immaginario Inglese.
