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Storia di una rivoluzione accademica. Gli studi sulla criminalità organizzata a Scienze Politiche, Università degli Studi di Milano

Nando dalla Chiesa · 2025

33,475 words · about 2 h 21 min to read

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Licence: CC BY-SA 4.0 · repository export licence (DOAB) · dalla Chiesa, Nando (2025), Storia di una rivoluzione accademica. Gli studi sulla criminalità organizzata a Scienze Politiche, Università degli Studi di Milano, Milano University Press - licensed CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/)

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Author
Nando dalla Chiesa
Language
Italian
Published
2025
Length
33,475 words · about 2 h 21 min
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Nando dalla Chiesa Storia di una rivoluzione accademica Storia di una rivoluzione accademica Gli studi sulla criminalità organizzata a Scienze Politiche, Università degli Studi di Milano Nando dalla Chiesa Gli studi sulla criminalità organizzata a Scienze Politiche, Università degli Studi di Milano Nando dalla Chiesa Una vera rivoluzione accademica. Una disciplina mai insegnata nelle università che in pochi anni diventa architrave di un grande pro - getto formativo, di ricerca sul campo e di impegno pubblico. Che dissemina la società intorno di amministratori, professionisti, inse - gnanti, giornalisti, associazioni capaci di capire e contrastare la mafia. Che salda Lombardia e Calabria, Germania e Messico, istituzioni e movimenti di protesta. Questa è la storia di un gruppo di docenti e di centinaia e centinaia di studenti che tra aule, viaggi, teatro, ha lanciato la sua sfida contro ogni pigrizia: la materia cenerentola che diventa fondamento di una leadership mondiale in campo formati - vo, il cuore che genera scienza più della neutralità etica. È la storia degli studi in criminalità organizzata di Scienze Politiche a Milano. In copertina: Università itinerante, Montisola, settembre 2021

Nando dalla Chiesa Storia di una rivoluzione accademica.

Gli studi sulla criminalità organizzata a Scienze Politiche, Università degli Studi di Milano

Parte I. Caminante, No Hay Camino

STORIA DI UNA DISCIPLINA IN MOVIMENTO 1. Un colpo d’occhio Chi passi da via Festa del Perdono, nel centro di Milano, rimarrà ammirato dalle architetture della Università degli Studi, che ne costeggia per intero il lato nord. Dall’esterno vedrà una bellissima impronta rinascimentale, giardini, corridoi, aule e angoli costantemente pieni di studenti raccolti a parlare, a discutere, a ripetere le lezioni, a progettare insieme il proprio futuro. Se c’è un luogo a Milano dove non si soffre la solitudine, questa è l’università di Festa del Perdono. Non per nulla, quando il bisogno di sentimenti collettivi, sospinti da una domanda generazionale di cambiamento, sfociò nel cosiddetto Sessantotto, ossia in una nuova epopea culturale, l’Università degli Studi di Milano diventò il teatro ideale di tali sentimenti. Ne fu, anzi, il massimo teatro italiano, anche grazie a un contesto sociale che fornì a quella contestazione importanti affluenti sociali, specie dai mondi della fabbrica, della salute, dell’informazione.

A poca distanza di tempo e di spazio, intorno all’Università, che sarebbe stata sempre chiamata “la Statale”, si diedero però convegno anche personaggi che avevano altre speranze e progetti. Non erano di Milano. Differivano dalle migliaia e migliaia di studenti venuti, allora, in università dalle regioni del Sud, spesso figli di contadini e con il desiderio di essere i primi laureati nella storia della propria famiglia. Questi personaggi non si vedevano; amavano discutere e operare, loro sì, in solitudine. Erano gli uomini di Cosa Nostra, la massima organizzazione mafiosa del tempo, che arrivavano dalla Sicilia con le loro borse zeppe di narcodollari. Venivano in studi professionali, uno particolarmente famoso, proprio sotto l’Isti - tuto di Storia. Tra le vicine via Pantano, via Chiaravalle, via Larga e via Sant’Antonio, stava dunque nascendo a Milano un mondo che si proponeva una società opposta a quella sognata dagli studenti. Non se ne accorgeva nessuno. Quel mondo andò silenziosamente e progressivamente alla conquista di pezzi di economia, fondò addirittura nuove importanti dinastie imprenditoriali, praticamente indisturbato. Iniziò a essere contrastato solo tra gli anni Ottanta e Novanta, non però da quell’università, che di fronte a quanto succedeva sembrava un prezioso, immenso, ma inutile deposito di sapere e di relazioni civili. E tale sarebbe rimasto per molto tempo. Oggi quell’università ha acquisito una leadership mondiale nella formazione sul fenomeno mafioso, anche grazie al ruolo trainante della Facoltà di Scienze Politiche1, che ne è nata come costola nella vicina via Conservatorio.

Nove insegnamenti sul fenomeno mafioso, sei laboratori specializzati, l’u - nico dottorato di ricerca italiano (uno dei pochissimi europei) sulla materia, due corsi di perfezionamento post-laurea ad alta specializzazione internazionale, attività di sensibilizzazione culturale e civile senza fine, pure presso atenei esteri, perfino iniziative artistiche; e poi siti specialistici di origine studentesca, numerose associazioni di studenti, in un processo di irrorazione continua di amministrazioni locali e professioni, scuole e stampa, volontariato e sindacati. Come è potuto succedere? Come è stata possibile questa specie di rivoluzione? Questo libro, documentato, talora appassionato e – almeno nelle intenzioni – di facile lettura, nella sua estrema sinteticità vi aiuterà a capirlo. 2. Dove e quando tutto ebbe inizio Scienze Politiche, appunto. La nuova facoltà dell’Università degli Studi di Milano nasce nel 1971 come evoluzione del precedente, omonimo corso di laurea, già attivo presso la Facoltà di Giurisprudenza. Nasce sulla spinta della nuova, crescente domanda di studi politici, che l’onda della contesta - zione studentesca porta con sé, e della diffusa richiesta di una università che non sia più, per usare il linguaggio dell’epoca, una “torre d’avorio”. Scienze Politiche si caratterizza, perciò, sin dall’inizio come la facoltà del cambiamento sociale, e non per nulla diventa subito punto di riferimento per molti lavoratori-studenti, nonché sede di sperimentazione diffusa del - la conquista sindacale delle “150 ore”. Per questo, viene anche vista con diffidenza negli ambienti più conservatori dell’accademia e del ministero, 1 Dal 2012 il nome della Facoltà è diventato “Scienze Politiche, Economiche e Sociali”.

13Caminante, no hay camino. Storia di una disciplina in movimento in particolare per il ruolo protagonista che vi assumono, in pochi anni, le discipline sociologiche.

Il progetto viene perciò molto contrastato. L’idea iniziale è di trasferire alla nascente facoltà un triumvirato di professori ordinari, tra cui il sociologo Angelo Pagani, uno dei massimi fondatori della sociologia italiana, molto amato dal movimento studentesco. L’idea del triumvirato viene bloccata, però, dal Ministero, che non gradisce affatto l’attribuzione di una delle tre cattedre a un sociologo sensibile al vento della contestazione. Il veto impedisce la formazione del Consiglio di Facoltà, che richiede almeno tre membri professori ordinari. Le amarezze e le fatiche di questa innovazione procurano al professore “eretico” un infarto fatale a 52 anni. E siccome tutto, alla fine, acquista involontariamente un sapore simbolico, ha qualche significato che, in quegli stessi anni, il professor Pagani dia il via a questo nostro percorso proprio assegnando presso l’Università Bocconi, l’altro ateneo in cui insegna, la prima tesi di laurea sulla mafia a un suo giovanissimo allievo. La nuova facoltà completa il suo travagliato processo di istituzione nel 1975, quando avviene il suo trasferimento nell’attuale sede di via Conservatorio. Qui si concretizza finalmente il progetto di fornire a migliaia di studenti una formazione multidisciplinare, grazie alla maggiore autonomia ordina - mentale rispetto alla facoltà di Giurisprudenza. Qui inizia una avventura di cui non si è forse mai spento lo spirito, che vede entrare progressivamente nelle aule giovani docenti e ricercatori, innamorati di nuovi studi e di nuovi approcci alla ricerca, destinati nel tempo a esercitare una notevole influenza sullo sviluppo di molte discipline e di specifiche nuove branche (dai diritti umani a quelli di genere), oltre che a ricoprire numerosissimi incarichi isti - tuzionali, dal parlamento ai consigli comunali.

Qui è lo “spirito originario” del ruolo, poi avuto dalla facoltà negli anni Duemila, nella promozione e nella diffusione degli studi sulla criminalità organizzata a livello nazionale e internazionale. Anzi, per praticare il nostro amatissimo metodo narrativo del “’c’era una volta”, non vi era probabil - mente punto di partenza migliore di questo. 3. La grande mappa. I corsi e le attività accademiche Ma è possibile, giusto per iniziare a farsi un’idea più precisa, sapere a che punto è giunto oggi questo percorso, di cui abbiamo fin qui indicato l’origine lontana? Per prendere, cioè, già in avvio, consapevolezza del patrimonio di studi ai quali ci rifacciamo e nel quale ci addentreremo? Eccone, dunque, le componenti più importanti. Iniziamo dai “gioielli”, ossia dai titoli che vi si possono conseguire.

Anzitutto, sono stati aperti 2 curricula di laurea, all’interno di due distinti Corsi di Laurea Magistrali.

Il primo in ordine di istituzione (2017) è stato quello di “Legalità e Criminalità Organizzata”, dentro il corso di laurea in Amministrazioni e Politiche Pubbliche (detto APP).

Il secondo (2021) è stato quello di “Diritti, Geopolitica, Legalità”, dentro il corso di Scienze Politiche e di Governo (detto GOV). Al di sopra di questi due curricula di laurea si staglia il Dottorato di Ricerca in Studi sulla Criminalità Organizzata, aperto nel 2017, su cui ci soffermeremo più avanti: partito nel febbraio del 2017, l’unico in Italia, e a tutt’oggi uno dei pochissimi in Europa.

Accanto ai due curricula di laurea magistrale, accessibile già con la laurea triennale, vi è il Corso di perfezionamento post-laurea in “Scenari internazionali della Criminalità Organizzata”, avviato nel 2012. Mentre è stato varato con successo nell’anno accademico 2024-2025 il Corso di perfezionamento internazionale bilingue (in italiano e in spagnolo) in “Antiriciclaggio, trasparenza e criminalità organizzata”, indirizzato in particolare al pubblico italiano e ai pubblici ispanici, promosso in accordo con istituzioni formative e diplomatiche di alcuni paesi latino-americani.

Oltre all’alta formazione e alla formazione di eccellenza, la facoltà ha poi attivato uno dei maggiori Centri di ricerca nazionali, ovvero l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata (CROSS), promotore di una fitta attività multidisciplinare e autentica “bottega artigiana” per numerosissimi giovani de - siderosi di misurarsi con l’attività di ricerca, di cui pure si parlerà più avanti. Parallelamente alle attività di formazione e di ricerca, è nata poi una produzione editoriale scientifica, sviluppatasi attraverso la Rivista scientifica interdisciplinare quadrimestrale: “Rivista di Studi e Ricerche sulla criminalità organizzata”.

Una opportunità da non trascurare per studenti e laureati è la possibilità di ottenere presso CROSS un attestato di specializzazione in studi sulla criminalità organizzata, una specie di laurea minor riconosciuta a chi, al di là del corso di laurea seguito, abbia comunque superato un certo numero di

15Caminante, no hay camino. Storia di una disciplina in movimento esami o di prove in materia di criminalità organizzata. Sono previsti, in tal senso, due livelli di specializzazione, in proporzione alla numerosità degli esami superati.

Quanto, più specificamente, ai singoli insegnamenti proposti dalla Facoltà, va ricordata l’offerta ricchissima che ha caratterizzato in progressione gli ultimi quindici anni accademici, fino ad arrivare oggi a un totale di 9 insegnamenti e 6 laboratori professionalizzanti. Se ne dà qui sotto l’elen - co, testimonianza della energia espansiva del progetto e dell’ampiezza dello spettro di interessi e prospettive disciplinari nel periodo indicato. INSEGNAMENTI *Sociologia della Criminalità Organizzata *Sociologia e Metodi di Educazione alla Legalità *Global Criminal Organizations (edizione in inglese), già Organizzazioni criminali globali *Strategie Internazionali di Contrasto della Criminalità Organizzata *Politiche della Sicurezza e dell’Intelligence *Criminalità Economica e Finanziaria *Geopolitica e Criminalità Organizzata *Sociologia della Memoria (parzialmente dedicato ai temi della C.O.) *Sociologia della Criminalità Organizzata, corso avanzato LABORATORI *Giornalismo antimafioso *Arte, cultura e criminalità organizzata *Metodologia della ricerca e criminalità organizzata *Società, diritti e criminalità ambientale *Storia e sociologia dei movimenti antimafia All’interno di questo orizzonte si colloca la peculiare esperienza dell’ Università Itinerante, di cui si parlerà più avanti, senz’altro la forma di insegnamento e ricerca più originale per concezione e risultati, in cui si fondono in forma innovativa la didattica alternativa e la ricerca sul campo. Vanno peraltro accennate, già qui in apertura, le esperienze pilota di Summer School, così come quelle di “Tre Giorni di studio”, giunte complessivamente a quattordici edizioni, diversamente denominate (“Summer school” e “Giorni di studio”, appunto) per ragioni amministrative, e tradizionalmente promosse nel mese di settembre.

Qui sotto riproponiamo in forma di essenziale cronistoria questo per - corso, con l’indicazione delle singole tappe attraverso cui si è sviluppato. Potrebbe certo sembrare un elenco asettico, ma in realtà ogni riferimento a date e denominazioni riassume idee, progetti, speranze, discussioni, sfide disciplinari, comunità umane e professionali, opportunità di vita, e anche rapporti con la città di Milano e con le istituzioni locali e nazionali (ad esempio, il Festival cittadino dei beni confiscati, gli impegni ministeriali sull’educazione alla legalità, i nuovi orientamenti della Commissione parlamentare antimafia con la presidenza Bindi, l’interesse del Ministero della Giustizia per le relazioni con l’America latina), nonché con molte altre università. Eccola, dunque. 2009: Corso di Sociologia della Criminalità Organizzata 2011: Summer School 2011: Laboratorio di Giornalismo Antimafioso 2012: Metodologia della ricerca [proposta come “Sociologia della Criminalità Organizzata − Corso Progredito”] 2012: Corso di Perfezionamento in Scenari Internazionali della Criminalità Organizzata 2013: CROSS, Osservatorio sulla Criminalità Organizzata 2013: Università Itinerante 2015: Corso di Sociologia e Metodi di Educazione alla Legalità 2015: Corso di Organizzazioni Criminali Globali 2015: “Rivista di Studi e Ricerche sulla criminalità organizzata” 2017: 1° Curriculum di laurea magistrale, in APP (Amministrazioni e Politiche Pubbliche): “Legalità e Criminalità Organizzata” 2017: Dottorato di Ricerca in Studi sulla Criminalità Organizzata 2018: Corso di Criminalità Economica e Finanziaria 2018: Corso di Politiche della Sicurezza e dell’Intelligence 2018: Progetto Memoria 2020: Corso di Sociologia della Memoria 2021: 2° Curriculum di laurea magistrale, in GOV (Scienze Politiche e di Governo): “Diritti, Geopolitica, Legalità” 2021: Corso di Geopolitica e Criminalità Organizzata

17Caminante, no hay camino. Storia di una disciplina in movimento 2021: Corso di Strategie Internazionali di Contrasto alla Criminalità Organizzata 2021: Laboratorio di Arte, Cultura e Criminalità Organizzata 2021: Laboratorio di Metodologia della Ricerca e Criminalità Organizzata 2022: Laboratorio di Società, Diritti e Criminalità Ambientale 2023: Laboratorio di Politiche Antimafia e Governo Locale 2024: Laboratorio di Storia e Sociologia dei Movimenti Antimafia 2025: Corso Progredito di Sociologia della Criminalità Organizzata 2025: Corso di Perfezionamento in Antiriciclaggio, Trasparenza e Criminalità Organizzata 4. I primi sviluppi dopo la nascita del Corso di Sociologia della Criminalità Organizzata. A proposito di metodo e di modelli Ora che sappiamo dove si è arrivati, facciamo un passo indietro e recu - periamo brevemente la dimensione narrativa. Dunque, fino al 2009 letteralmente non esisteva negli studi accademici italiani un corso istituzionalmente dedicato al tema della criminalità organizzata, benché quest’ultimo avesse investito frontalmente e drammaticamente la vita civile, politica e istituzionale del Paese. Esisteva un seminario permanente su “Mafia e Antimafia”, me - ritoriamente istituito nel 2006 presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, per iniziativa della professoressa Stefania Pellegrini. E gli effetti di una tale mancanza generale erano ben visibili. Spiccava una diffusa impreparazione della classe dirigente italiana ad affrontare il tema, persino − spesso − in quella sua componente direttamente preposta a contrastare il fenomeno mafioso, anche da ruoli di rilievo.

Mosso dalla consapevolezza degli enormi ritardi della cultura accademica e civile nazionale, e dall’obiettivo di iniziare a fornire sistematicamente sensibilità e capacità di analisi a segmenti locali della classe dirigente del Paese, nacque dunque il Corso di Sociologia della Criminalità Organizzata. Venne alla luce simbolicamente nella Facoltà di Scienze Politiche, incardinato presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche, quasi a sottolineare che la questione non poteva essere unicamente delegata, come ancora si pensava allora, ai giuristi, che fra l’altro avevano secolarmente dimostrato di non appassionarsene troppo. E nemmeno alle università del Sud, che pure avevano registrato fiammate di partecipazione tra gli anni Ottanta e Novanta. Nacque nella facoltà “giovane”, nelle cui aule, non per nulla, negli anni del maxiprocesso di Palermo si erano tenute affollate iniziative pubbliche sull’argomento. Nel Nord, la cui opinione pubblica ancora si interrogava perplessa e diffidente circa la effettiva presenza del fenomeno mafioso nelle regioni settentrionali. Il pomeriggio del 7 gennaio del 2009, in una giornata silenziosa e imbiancata da una tormenta di neve che aveva quasi bloccato i trasporti in città, il corso partì: davanti a 25 studenti (quanti i celebri “lettori” del Manzoni…), selezionati dalle circostanze e dal loro interesse personale. A questi si aggiunsero, via via fino al termine, per effetto del classico tam-tam interno, decine e decine di studenti (il corso finì con una novantina di frequentanti circa). Da quell’esito felice l’esperienza trasse spinta a rafforzarsi e ad allargarsi verso nuove offerte didattiche, fra l’altro, verificando subito il legame che lo studio stabiliva spontaneamente con l’impegno e la partecipazione civile. Di fronte a una domanda così ampia e vivace, vi fu dunque motivo di riflettere criticamente su come fosse stato possibile fino allora ignorarla. Che relazione c’era tra l’università e la società, tra l’università e i sentimenti e gli interessi delle nuove generazioni? Era ancora “torre d’avorio” dopo quasi mezzo secolo? Fu questo interrogativo l’origine di tante scelte suc - cessive. A partire dall’esigenza di dare al corso una veste più “istituzionale”, inserendolo in percorsi che lo prevedessero strutturalmente, facendolo cioè uscire dalla stanza degli “ulteriori insegnamenti a scelta”. Il suo svolgimento era costituito da tre moduli così ripartiti: il primo dedicato alla storia sociale delle grandi organizzazioni criminali in Italia, il secondo all’economia e all’impresa mafiose e il terzo alle organizzazioni criminali straniere in Italia.

Fu il principio di un’innovazione che, come si vedrà, avrebbe prodotto qualche effetto d’onda anche a livello internazionale. I suoi contenuti non erano ancora presenti nei libri di testo, di fatto inidonei ad affrontare le esigenze didattiche appena tracciate, ma si formavano attraverso le lezioni, volte a rivedere quasi ex novo pezzi interi della storia e della società italiane, a partire dalle vicende successive all’unità d’Italia. Come chiarifica lo schema sottostante, il corso si è nel tempo prefissato di descrivere e spiegare un insieme di problemi e di questioni (e di relazioni). Sin dall’inizio ha, cioè, programmaticamente rifiutato entrambi gli approcci più attrattivi per i giovani: quello della storia giudiziaria (i processi,

19Caminante, no hay camino. Storia di una disciplina in movimento le condanne) e quello della denuncia politica (le complicità dei partiti). Entrambi utilissimi, ma insufficienti alla costruzione di un necessario spirito critico, che fosse capace anche di misurarsi ogni volta con “lo spirito del tempo”. Esso ha insomma cercato di elevare e dare il respiro più generale possibile al proprio impianto teorico, così da rendersi utile anche per spie - gare alcune importanti dinamiche nazionali, i grandi drammi istituzionali e le stesse forme di resistenza della società civile. SCHEMA B SOCIOLOGIA DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA • Modelli di società/Organizzazioni criminali • Dinamiche (processi) sociali/Organizzazioni criminali • Dinamiche politico-statuali/Organizzazioni criminali • Trasformazioni economiche/Organizzazioni criminali • Radici e mutamenti culturali/ Organizzazioni criminali • Organizzazioni criminali/Sistemi economici • Organizzazioni criminali/Mutazioni cultuali Lo sviluppo della didattica è andato, fra l’altro, assorbendo in tempo reale (ed è stata una scelta di fondo compiuta dal piccolo gruppo docente in formazione) i risultati delle ricerche, anche quelli provenienti dalle tesi di laurea, diventate numerosissime già dal 2010. Pur ripromettendoci di tornare sull’argomento parlando di CROSS, è però utile accennarne sinteticamente già adesso, per cogliere il valore di queste integrazioni, spesso portatrici di materiale del tutto indisponibile o limitatamente disponibile in letteratura, e molte volte legate strettamente al contesto territoriale vissuto dagli studenti.

Lo schema C indica il pluralismo tematico e di contesti di queste ricerche (o filoni di ricerca) promossi direttamente da CROSS nell’ambito di accordi e committenze, e i cui risultati sono entrati, strada facendo, nei programmi didattici, sollecitando non solo nuove conoscenze, ma anche più elevate consapevolezze metodologiche. Lo schema D che fa riferimento alle tesi svolte prima degli anni del Covid, invece, esplicita un altro elemento di forza del metodo: indurre gli studenti a sentirsi produttori di scienza attraverso le proprie tesi di ricerca, ancorate ai problemi del proprio territorio. Un caso davvero esemplare sotto questo profilo fu nel 2012 una tesi di laurea sulle forme della presenza mafiosa nel comune di Seregno, uno dei più impor - tanti della Brianza. Ignorando d’istinto lo schema metodologico secondo il quale la ricerca su questi temi deve necessariamente appoggiarsi alle carte giudiziarie, il laureando propose una rappresentazione socio-criminale della sua città di residenza, fondata sulla propria “osservazione partecipante” e, attraverso i fatti narrati e interpretati, anticipò di anni le risultanze delle inchieste giudiziarie avviate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano. Né è stato l’unico caso, a dimostrazione che, a volte, quel che le pubbliche autorità non vedono viene visto invece da giovani responsabilmente partecipi dei propri contesti di vita. E a dimostrazione di un assunto di fondo del progetto didattico di cui qui parliamo: ossia che, spesso, gli studenti, oltre a essere fruitori di scienza, sono anche − essi stessi − artefici di scienza. Si capisce, dunque, come le quasi cinquecento tesi di laurea accumulate in tredici anni abbiano avuto una utilità indubbia anche sul fronte del dibattito euristico. E come l’idea dell’università quale torre d’avorio sia stata smentita spontaneamente sul campo dagli studenti più partecipi e appassionati. SCHEMA C IL BELLO DELLA RICERCA. ALCUNI ESEMPI • Il fenomeno mafioso nelle regioni settentrionali (4 rapporti) • Il monitoraggio di mafia e antimafia in Lombardia (3 rapporti) • Le aziende confiscate: modelli di imprenditorialità • I beni confiscati in Lombardia: modelli di utilizzo • “La mafia è maschio” (Ponte Milano-Calabria) • Criminalità organizzata e traffico di droga in Albania, Serbia e Bosnia Erzegovina (OSCE) • La ‘ndrangheta a Reggio Emilia+ Brescello + Mantova • Il fenomeno mafioso nel Lazio (Roma, Formia-Gaeta) • La presenza mafiosa nel “quadrilatero padano” • La storia dell’educazione alla legalità nella scuola italiana

21Caminante, no hay camino. Storia di una disciplina in movimento SCHEMA D TESI DI LAUREA • Bollate-Limbiate, Buccinasco-Corsico, Cologno Monzese, Melzo, Legano-Rescaldina, Pioltello, San Donato, Sedriano (2) • Milano 3), Corvetto, Isola, Ortomercato, Rogoredo, Paolo Sarpi, Zona 9; • Provincia di Lodi (2) • Provincia di Pavia • Provincia di Como, Area Lariana, Bassa comasca, Cantù, Fino Mornasco • Provincia di Lecco (2) • Brianza (3), Desio, Desio e Seregno, Giussano, Seregno • Provincia di Varese, Varese, Busto Arsizio, Lonate Pozzolo • Provincia di Bergamo (2), Valli bergamasche • Provincia di Brescia • Novara • Provincia di Verona • Ventimiglia • Fondi, Ostia • Agro Aversano, “Terra dei fuochi” • Lamezia Terme (3), Provincia di Cosenza, Piana di Gioia Tauro, Molochio • Salento (2), Taranto • San Luca • Provincia di Catania • Barbagia Ma misurandosi con il tema cruciale del come (come si insegna o si fa ricerca), ovvero dell’approccio generale alla conoscenza promosso all’interno di questa nuova esperienza, sembra doveroso fornire a chi legge una nota importante. Ossia sottolineare il salto di qualità, che è stato suggerito dalla drammatica stagione del Covid e che ha modificato in meglio − anche teoricamente − il metodo didattico, non per impulso autonomo del pensiero, ma per effetto dell’urto stesso del nuovo contesto.

La difficoltà di comunicazione e di interazione prodotta dalla lunga sospensione dell’insegnamento in presenza portò, infatti, nel 2020 a interro - garsi su quale fosse la strada didattica più indicata per operare nelle nuove condizioni logistiche. Fu compiuta, in alcuni dei corsi più importanti (in particolare, in Sociologia della Criminalità Organizzata), una scelta radicale: scartare l’ipotesi (pur caldeggiata da numerosi esperti) di lezioni preparate e divise in lotti da proiettare, come pure altre forme didattiche ritenute di debole impatto sul piano pedagogico, e di riscoprire piuttosto il fascino della radio anni Cinquanta e della sua più tipica modalità narrativa, riassumibile nel classico “C’era una volta”. Si fece, dunque, la scelta di aprire le singole lezioni con il racconto di storie che potessero fungere da grandi chiodi a cui “appendere” il resto, da punti di partenza per organizzare concetti e teorie. Fu un modo per mantenere la classica suddivisione in lezioni di un’ora e mezzo, creando, attraverso la narrazione, un clima “immersivo” e riscuotendo un imprevisto consenso tra gli studenti. Il risultato fu tale che il metodo si stabilizzò anche dopo il Covid, e − per Sociologia della Criminalità Organizzata − entrò a far parte della tradizionale esperienza d’aula. Il “c’era una volta” divenne a tutti gli effetti filosofia didattica che avrebbe incontrato lo spirito dei tempi espresso perfino nell’insegna di un locale di fronte all’università.

In tal senso è giusto rimarcare il rapporto di scambio che, grazie a que - sto espediente metodologico, si realizza tra docente e studenti. Questi ultimi, infatti, ricevono dall’approccio narrativo un potente stimolo a diventare essi stessi fonti e testimoni di vicende significative per il corso o di informazioni che provengono dalle loro esperienze di vita, sulle quali sono invitati a riflettere nei compiti che li portano agli orali, da sostenere invece su testi o lezioni d’aula. Ed è giusto sottolineare che essi eccello - no proprio in questa speciale applicazione, al punto che la conservazio - ne e la ricognizione periodica di questo materiale autoprodotto si dimostrano sempre, alla fine, un piccolo, prezioso patrimonio del corso, una ragione di arricchimento per il Dipartimento come per l’Osservatorio. Ma, più in generale, quali sono i capisaldi del “metodo” didattico che abbiamo più volte evocato, e che con sempre maggiore consapevolezza è stato adottato per fare di queste materie altro dagli incartamenti processuali o dalle denunce politiche? Diciamo dunque che si è formato nel tempo una specie di decalogo metodologico, semplice e senza pretese di validità erga omnes, e

23Caminante, no hay camino. Storia di una disciplina in movimento tuttavia utile a fissare quei principi orientativi che, concatenati uno con l’altro, possono sostenere e valorizzare lo slancio morale e culturale degli stu - denti verso una adeguata comprensione della realtà storica e sociale. Lo schema E lo propone dunque in forma semplificata, esplicitando un modello di preparazione al quale gli studenti vengono spinti a guardare come ideale riferimento auto-normativo.

SCHEMA E IL MODELLO DI PREPARAZIONE • Non è cronaca giudiziaria • Non è archivio delle complicità • È sempre analisi del contesto • È profondità storica • È cura della parola • È comparazione • È osservazione dei dettagli • È rifiuto degli stereotipi • È immaginazione sociologica • È passione scientifica e civile In questo tipo di contesto partecipativo si può forse ora capire perché presto, fin dal 2010, si sia registrata, agli occhi degli studenti, l’insufficienza di un unico corso. Gli studenti, infatti, hanno teso via via a spaziare in interessi e progetti, sospinti anche da esperienze per loro straordinarie come, dal 2013, le università itineranti. In fondo è nato su loro esplicita richiesta, nel 2011, il Laboratorio di Giornalismo Antimafioso, figlio del desiderio di trasferire sulla carta stampata e poi in siti di intervento le questioni trattate nel corso, di realizzare cioè un vero e proprio unicum anche rispetto alla Scuola di giornalismo della stessa Statale.

Si tratta di una esperienza felicissima, che ha dato spazio a studenti che chiedevano strumenti adeguati per partecipare alla lotta alla mafia, sia sul piano culturale, sia sul piano civile. E infatti ne sarebbero usciti sia un sito specialistico (Stampo Antimafioso) sia giornalisti di livello. Una di loro, Sara Manisera, ha recentemente vinto, per le sue inchieste internazionali da free lance, l’equivalente europeo del premio Pulitzer. Soprattutto, però, Stampo Antimafioso è risultato decisivo, insieme al periodico “Narcomafie”, per raccontare alla pubblica opinione il processo Lea Garofalo, prima ignorato dai grandi mezzi di informazione, poi diventato un topos mentale di una generazione, fino alla produzione, per la Rai, del film di Marco Tullio Giordana.

Così come si può aggiungere che lo stesso corso “progredito” (istituito nel 2012, e oggi chiamato “avanzato”) di Sociologia della criminalità organizzata è nato anche da un trasparente bisogno di studentesse e studenti di accrescere le capacità di ricerca delle proprie associazioni o a sostegno delle attività delle commissioni antimafia, nate progressivamente nei consigli comunali dei propri paesi.

È insomma già in quegli anni che emerge la funzione svolta dal cor - so iniziale e che poi si trasferisce su quelli successivi. Una funzione anche mentalmente decisiva, quella da noi chiamata di moltiplicatore pedagogico, immaginifica specie di moltiplicatore keynesiano ironicamente applicato alla formazione antimafiosa. Vuol dire che, al di là delle programmazioni, si attiva uno straordinario meccanismo: da un corso nasce un altro corso, o un seminario, o un laboratorio, come per filiazione disciplinare. O che da un’attività di terza missione (rivolta cioè alla società esterna; ne parleremo più avanti) sorge l’idea che produrrà nel tempo un corso prima mai immaginato. Oppure che nello sviluppo delle attività promosse intorno a un corso nascono nuovi talenti in grado di presidiare segmenti di sapere, premesse a loro volta di nuove proposte didattiche. O, ancora, che dall’introduzione di un laboratorio nasce nuova attività di terza missione. Si stabilisce insomma un gioco affascinante di rimandi e di ideazioni che mobilita sempre più studenti e ricercatori. Per giungere alle tesi di laurea, che – fino all’arrivo del Covid e di nuovo con il 2024-25 – generano una speciale manifestazione di ateneo, intitolata “La meglio gioventù”, felicemente aperta alla città perché possa essere al corrente delle nuove conoscenze prodotte dalla Facoltà. In ogni caso, è proprio dentro questa fertilità permanente, nell’atmosfera di autoproduzione di progetti sempre nuovi, che si afferma nella comunità scientifica di CROSS un fondamentale principio metodologico di cui non si è ancora parlato e che ha avuto la propria culla nella poesia. È il famoso verso del poeta spagnolo Antonio Machado, ossia la risposta ricevuta dal viandante che chiede quale sia la via per lui più adatta per arrivare alla meta:

25Caminante, no hay camino. Storia di una disciplina in movimento «Caminante, no hay camino, se hace camino al andar»2. «Viandante, la strada non c’è, la strada si fa camminando ». Perfetta rappresentazione di una insolita esperienza collettiva. Una sperimentazione continua, che vorrebbe essere coraggiosa ma responsabile, come di chi davvero cerca la strada più giusta per raggiungere la meta desiderata. Al punto che, proprio questo potrebbe essere indicato come il “sommo principio” di tutte le iniziative didattiche e di ricerca di cui abbiamo fin qui parlato e di quelle di cui parleremo. 5. Le tesi di laurea Alle tesi di laurea, caposaldo di questa esperienza, si è già fatto cenno. Si è sottolineato come durante i corsi gli studenti abbiano la possibilità di partecipare in modo interattivo al processo di apprendimento e di produ - zione del sapere (ad esempio, attraverso i “c’era una volta”). Ma l’occasione che più permette loro di dare questo contributo autonomo e innovativo alla conoscenza sociale è proprio la tesi di laurea. Al primo impatto non tutti lo capiscono o ne avvertono il valore. Ma la scrittura della tesi, triennale o magistrale, costituisce quasi sempre la premessa di un contributo scientifi - co apprezzabile, talora significativo, allo sviluppo della materia affrontata. Soprattutto in una materia finora così poco studiata nell’ambito accademi - co, le testimonianze dal campo e la capacità di analisi autonoma di giovani menti sono, infatti, garanzia di arricchimento empirico o intellettuale. Tramite un’idea originale, una prospettiva anche solo suggerita, magari una bibliografia immaginifica. Si vuol dire che le tesi possono anche non costi - tuire dei capolavori, ma che le singole aggiunte e integrazioni che esse apportano alle conoscenze già disponibili finiscono per svolgere una preziosa funzione incrementale. Come si è ricordato prima, una tesi di laurea sulla ’ndrangheta a Seregno, che si avvalse solo delle capacità di osservazione della propria realtà sociale da parte dello studente, anticipò importanti inchieste giudiziarie e spiegò strutture di relazioni che sarebbero state confermate dal boss locale (Antonino Belnome), una volta divenuto collaboratore di giustizia. Perciò, certi atteggiamenti di sufficienza verso questa parte dell’attività accademica, considerata spesso inutile soprattutto con riferimento alle lauree triennali, si rivelano viziati da una singolare forma di miopia. 2 Antonio Machado, Campos de Castilla, Extracto de Proverbios y Cantares , XXIX., Madrid, Renacimiento,1912

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