Il Conte di Monte-Cristo (part 5 of 5)
— Coraggio, madre mia! venite, venite, noi qui non siamo più in casa nostra. — Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. Il generale si raddrizzò tenendosi sospeso colle mani increspate alla portiera di damasco; egli comprimeva il più orribile singulto che fosse mai uscito dal petto di un padre, abbandonato ad un tempo dalla moglie, e dal figlio. Ben presto intese sbattere lo sportello della carrozza, poi la voce del cocchiere; indi la pesante macchina rintronò nei vetri; allora si slanciò nella sua camera da dormire per vedere anche una volta tutto ciò che aveva amato nel mondo; ma la carrozza partì, senza che la testa di Mercedès o quella d’Alberto fosse comparsa al finestrello per dare alla casa solitaria, per dare al padre ed allo sposo abbandonato, l’ultimo sguardo, l’addio ed il rammarico, vale a dire il perdono. Così, al momento stesso in cui le ruote della carrozza rintronavano sul pavimento posto sotto la volta, s’intese un colpo di arme da fuoco, ed un tetro fumo uscì da uno dei vetri di quella finestra della camera da dormire, infranto dalla forza di quella esplosione.
XCII. — VALENTINA.
S’indovinerà facilmente che cosa aveva da fare Morrel, e con chi aveva ritrovo. Morrel dunque, lasciando Monte-Cristo, s’incamminò lentamente verso la casa di de Villefort. Noi diciamo lentamente, perchè Morrel aveva più di mezz’ora, per fare cinquecento passi; ma ad onta di questo tempo più che sufficiente, si era affrettato a lasciare Monte-Cristo, avendo desiderio di rimaner solo coi suoi pensieri. Egli sapeva bene la sua ora: l’ora nella quale Valentina, assistendo alla colazione di Noirtier, era sicura di non essere disturbata in questo pietoso dovere. Noirtier e Valentina gli avevano accordato due visite la settimana, ed egli veniva ad approfittar dei suoi diritti: alla per fine giunse, Valentina lo aspettava. Inquieta, quasi astratta, lo prese per la mano e lo condusse davanti a suo nonno.
Questa inquietudine spinta, come lo diremo, fin quasi alla follia, veniva dal rumore che aveva fatta l’avventura di Morcerf; nel gran mondo, si sapeva (il gran mondo sa sempre tutto) l’avventura dell’Opera. In casa di de Villefort nessuno dubitava che questa non fosse seguita da un duello; Valentina, col suo istinto di donna, aveva indovinato che Morrel sarebbe stato il testimonio di Monte-Cristo, e col coraggio ben cognito del giovine, con quell’amicizia profonda, che ella conosceva in lui pel conte, temeva, che non si sarebbe limitato alla semplice parte passiva di testimonio, che gli era stata assegnata. Si comprenderà adunque con quale avidità furono domandati i particolari, dati e ricevuti, e Morrel potè leggere una indicibile gioia negli occhi della sua diletta, quando ella seppe che questo terribile affare aveva avuto uno scioglimento non meno felice che inatteso.
— Ora, disse Valentina facendo segno a Morrel di sedersi accanto al vecchio, e sedendo ella stessa sullo scanno ove riposavano i piedi di lui, ora parliamo un poco dei nostri affari. Voi sapete Massimiliano che il mio buon nonno aveva avuto per un momento l’idea di abbandonare la casa, e di prendere un appartamento fuori del palazzo del sig. de Villefort?
— Sì, certo, disse Massimiliano, io mi ricordo questo disegno, e vi aveva ancora molto applaudito.
— Ebbene! disse Valentina, applaudite ancora, Massimiliano, poichè il buon nonno lo rinnova.
— Bravo! disse Massimiliano.
— E sapete, disse Valentina, qual ragione dà il buon nonno per lasciare la casa? — Noirtier guardava la fanciulla per imporle silenzio con l’occhio; ma Valentina non guardava punto Noirtier; i suoi occhi, il suo sguardo, il suo sorriso erano tutti per Morrel. — Oh! qualunque sia la ragione che addurrà il sig. Noirtier, gridò Morrel, dichiaro che ella è buona.
— Eccellente, disse Valentina; egli pretende che l’aria del sobborgo Sant’Onorato non val niente per la mia salute.
— Infatto, disse Morrel, ascoltate, Valentina; il sig. Noirtier potrebbe realmente aver ragione; da quindici giorni ritrovo che la vostra salute si è alterata.
— Sì, un poco, è vero, rispose Valentina; così il buon nonno si è costituito mio medico, e siccome sa di tutto, ho la più gran confidenza in lui.
— Ma finalmente è dunque vero che voi soffrite, Valentina? domandò sollecitamente Morrel.
— Oh! mio Dio, questo non si chiama soffrire: risento un mal essere generale, ecco tutto; ho perduto l’appetito e mi sembra che il mio stomaco sostenga una lotta per abituarsi a qualche cosa. — Noirtier non perdeva una delle parole di Valentina. — E quale è la cura che seguite per questa sconosciuta malattia?
— Oh! semplicissima, disse Valentina, prendo tutte le mattine una cucchiaiata della mistura che si porta a mio nonno; quando dico una cucchiaiata, intendo che ho incominciato col prenderne una; ora però ne prendo di già quattro; mio nonno pretende che questa sia una panacea universale. — Valentina sorrideva; ma vi era qualche cosa di tristo e sofferente in questo sorriso. Massimiliano ebbro di amore la guardava in silenzio: ella era bella, ma il suo pallore aveva preso una tinta più bianca, i suoi occhi brillavano di un fuoco ardente più che d’ordinario, e le sue mani, che ordinariamente erano di un bianco d’avorio, sembravano di cera con una velatura giallastra, che le copriva nello stesso tempo.
Da Valentina il giovine portò gli occhi su Noirtier; questi considerava con quella strana e profonda intelligenza la giovinetta assorbita nel suo amore; ma egli pure, come Morrel, scorgeva queste tracce di un sordo soffrire, così poco visibile che era sfuggito agli occhi di tutti, eccetto che a quelli dell’amante e del nonno.
— Ma, disse Morrel, questa mistura di cui siete giunta a prender quattro cucchiai, io la credeva un medicamento per il sig. Noirtier?
— Io so che è molto amara, rispose Valentina, tanto amara, che tutto ciò che bevo dopo di essa, mi sembra avere lo stesso gusto. — Noirtier guardò sua nipote in modo da interrogarla. — Sì, buon nonno, disse Valentina, è così, come vi diceva. Or ora, prima di venire da voi, ho bevuto un bicchier d’acqua inzuccherata; ebbene! ne ho lasciata la metà, tanto quest’acqua mi è sembrata amara.
Noirtier impallidì, e fece segno che voleva parlare.
Valentina si alzò per andare a cercare il dizionario.
Noirtier la seguiva cogli occhi, e con una visibile angoscia. Difatto il sangue saliva alla testa della giovinetta, e le guance le si coloravano. — Osserva! diss’ella senza perder nulla della sua allegria, è singolare: un abbagliamento! È dunque il sole che mi ha percosso negli occhi?...
Ed ella si appoggiò al parapetto della finestra.
— Non vi è sole, disse Morrel inquieto anche più della espressione del viso di Noirtier, che della indisposizione di Valentina. Egli corse a Valentina.
La giovinetta sorrise. — Rassicuratevi, buon papà, disse ella a Noirtier, rassicuratevi, Massimiliano, non è niente, e la cosa è già passata; ma ascoltate!... non è il rumore di una carrozza quello che io sento nel cortile?
Ella aprì la porta di Noirtier, corse ad una finestra del corridoio, e ritornò precipitosamente. — Sì, disse ella, è la sig.ª Danglars con sua figlia che vengono a farci una visita. Addio, mi salvo, perchè verrebbero a cercarmi qui, o piuttosto, a rivederci, restate presso il nonno, sig. Massimiliano, vi prometto di non far nulla per trattenerle.
Morrel la seguì con gli occhi, la vide chiudere la porta, e la sentì salire la piccola scala che metteva ad un tempo nella camera della sig.ª de Villefort e nelle sue. Dal momento che disparve, Noirtier fece segno a Morrel di prendere il dizionario. Morrel obbedì; guidato da Valentina, si era prestamente abituato a capire il vecchio. Però, per quanto si fosse abituato, siccome bisognava passare in rivista una gran parte delle lettere dell’alfabeto e ritrovare ciascuna parola nel dizionario, non fu che in capo a dieci minuti che il pensiero del vecchio fu tradotto in queste parole.
«Cercate il bicchier d’acqua e la bottiglia che sono in camera di Valentina.» — Morrel suonò subito pel domestico che aveva sostituito Barrois, ed in nome di Noirtier gli dette quest’ordine. Il domestico ritornò un momento dopo.
La bottiglia ed il bicchiere erano completamente vuoti.
Noirtier fece segno che voleva parlare: — Perchè il bicchiere e la bottiglia son vuoti? domandò egli. Valentina ha detto che non avea bevuto che la metà.
La traduzione di questa nuova domanda occupò ancora altri cinque minuti: — Io non so, disse il domestico; ma la cameriera è nell’appartamento di madamigella Valentina, forse sarà stata ella che l’avrà vuotata.
— Domandatele il perchè, disse Morrel, traducendo questa volta il pensiero di Noirtier collo sguardo.
Il domestico uscì, e quasi subito dopo rientrò.
— Madamigella Valentina è passata per la sua camera per portarsi in quelle della sig.ª de Villefort, disse egli; e nel passare, siccome aveva sete, ha bevuto ciò che rimaneva nel bicchiere; in quanto alla bottiglia, il sig. Edoardo l’ha vuotata per fare un laghetto alle sue anitre.
Noirtier alzò gli occhi al cielo come fa un giuocatore che giuoca in un punto tutto ciò che possede.
Da quel momento gli occhi del vecchio si fissarono sulla porta e non lasciarono più questa direzione.
Era difatto la sig.ª Danglars e sua figlia che Valentina avea vedute; erano state condotte nella camera della sig.ª de Villefort, che aveva detto di riceverle nel suo appartamento; ecco perchè Valentina era passata per le stanze di lei, essendo la sua camera allo stesso piano di quella di Valentina, e le due camere non erano divise che da quella di Edoardo.
Le due signore entrarono nel salotto con quella sostenutezza officiale che presagisce una comunicazione.
Fra persone della stessa società una gradazione è presto presa. La sig.ª de Villefort rispose a questa solennità con altrettanta solennità. Ed in questo momento Valentina entrò, e le riverenze ricominciarono da capo:
— Cara amica, disse la baronessa, mentre che le due giovinette si prendevano per la mano, vengo con Eugenia ad annunziarvi per la prima il vicinissimo matrimonio di mia figlia col principe Cavalcanti. — Il banchiere popolare aveva ritrovato che questo titolo stava meglio che quello di conte.
— Allora permettete che io vi faccia i miei sinceri rallegramenti, rispose la sig.ª de Villefort. Il sig. principe Cavalcanti sembra un giovine di rare qualità.
— Ascoltate, disse la baronessa sorridendo; se noi parliamo come due amiche, debbo dirvi che il principe non ci sembra ancora quel che sarà. Egli ha in sè un po’ di quella stravaganza, che a noi francesi ci fa riconoscere al primo colpo d’occhio un gentiluomo italiano o tedesco. Però annunzia molto buon cuore, molta acutezza di spirito, ed in quanto alle convenienze, il sig. Danglars pretende che la sua fortuna sia maestosa: questa è la sua parola.
— E poi, disse Eugenia nello sfogliare l’album della sig.ª de Villefort, aggiungete, signora, che voi avete una inclinazione particolare per questo giovine.
— Eh, disse la sig.ª de Villefort, non ho bisogno di domandarvi se voi prendete parte a questa inclinazione?
— Io! rispose Eugenia colla sua serietà ordinaria, oh! niente affatto, signora; la mia propria vocazione non è d’incatenarmi colle cure di famiglia, e coi capricci di un uomo qualunque si sia. La mia vocazione era di essere artista, e per conseguenza libera nel cuore, nel pensiero, e nelle azioni.
Eugenia pronunziò queste parole con un accento così vibrato e così fermo, che il rossore salì al viso di Valentina. La timida fanciulla non poteva comprendere questa natura vigorosa, che null’aveva di comune colle solite timidezze della donna. — Del resto, continuò ella, poichè sono destinata ad essere maritata di buona o di cattiva voglia, debbo ringraziare la Provvidenza che mi abbia procurato il disprezzo del sig. Alberto de Morcerf; senza questa Provvidenza, oggi sarei la moglie di un uomo perduto nell’onore.
— È pur troppo vero, disse la baronessa con quella strana ingenuità che qualche volta si ritrova nelle gran signore; è pur troppo vero, senza questa esitanza dei Morcerf, mia figlia avrebbe sposato il sig. Alberto; il generale vi aveva molta premura; era anzi venuto per costringere il sig. Danglars a dare la sua parola; noi l’abbiamo scappata bella.
— Ma, disse timidamente Valentina, forse che l’onta del padre ricade sul figlio? Il sig. Alberto mi sembra innocente di tutti questi tradimenti del generale.
— Perdono, cara amica, disse l’implacabile giovinetta, il sig. Alberto ne reclama, e ne merita la sua parte: pare che dopo avere ieri sera provocato Monte-Cristo all’Opera, oggi gli abbia fatto le sue scuse sul terreno.
— Impossibile! disse la sig.ª de Villefort.
— Ah! mia cara, disse la sig.ª Danglars, con quella stessa ingenuità che abbiamo segnalata; la cosa è certa, io la so dal sig. Debray, che era presente alle spiegazioni.
Valentina pure sapeva la verità, ma non rispose. Respinta da una parola nelle sue rimembranze, si ritrovava col pensiero nella camera di Noirtier, ove Morrel l’aspettava.
Immersa in questa specie di contemplazione, Valentina aveva da qualche minuto cessato di prender parte alla conversazione; le sarebbe stato perfino impossibile di ripetere ciò ch’ella aveva detto pochi minuti prima, quando d’improvviso la mano della sig.ª Danglars, appoggiandosi sur un braccio di lei la tolse da questa distrazione.
— Che c’è signora? disse Valentina rabbrividendo al contatto delle dita della sig.ª Danglars.
— C’è, che voi, disse la baronessa, state senza dubbio male.
— Io? fece la giovinetta passandosi la mano sull’ardente fronte.
— Sì; guardatevi in questo specchio, avete arrossito ed impallidito tre o quattro volte nello spazio di un minuto.
— Infatto, gridò Eugenia, tu sei molto pallida.
— Oh! non te ne inquietare, Eugenia, io sono così da qualche giorno. — E per quanto la giovinetta fosse poco astuta, capì che quella era una buona occasione per uscire. D’altra parte la sig.ª de Villefort venne in suo soccorso:
— Ritiratevi, Valentina, diss’ella, voi soffrite realmente e queste signore vorranno perdonarvi; bevete un bicchiere d’acqua e ciò vi rimetterà. — Valentina abbracciò Eugenia, salutò la sig.ª Danglars di già in piedi per partire, ed uscì.
— Questa povera ragazza, disse la sig.ª de Villefort quando Valentina andò via, mi tiene in grandissima pena per la sua salute, e non mi meraviglierei che le accadesse qualche grave accidente. — Frattanto Valentina, con una specie d’esaltazione di cui non sapeva rendersi conto, aveva traversata la camera d’Edoardo senza rispondere non so a quale impertinenza del fanciullo, e dalla sua camera aveva raggiunta la scaletta. Aveva già discesi tutti gli scalini, meno gli ultimi tre; ella sentiva già la voce di Morrel, allorquando una nube le passò davanti gli occhi, il piede irrigidito sbagliò lo scalino, le mani non ebbero più forza per sostenersi al mantegno, e, rasente la ringhiera, rotolò anzi che discendere dall’alto dei tre ultimi gradini. Morrel non fece che uno sbalzo, aprì la porta, e trovò Valentina stesa sul pianerottolo.
Rapido come il lampo, l’alzò fra le braccia, ed andò a deporla sopra un seggio. Valentina riaprì gli occhi.
— Oh! quanto sono mal destra, diss’ella con una febbrile volubilità; non so io dunque più tenermi ritta! dimenticava che vi sono tre scalini prima del pianerottolo.
— Vi siete forse ferita, Valentina? gridò Morrel, oh! mio Dio! mio Dio!... — Valentina guardò intorno a sè; vide il più profondo spavento espresso dagli occhi di Noirtier.
— Rassicurati, nonno mio, diss’ella sforzandosi di sorridere; non è niente, non è niente... ho avuto un capo giro.
— Anche un altro sbalordimento! disse Morrel giungendo le mani, fateci attenzione, Valentina, ve ne supplico.
— Ma no, disse Valentina, ma no, vi dico che tutto è passato, e che non è niente. Ora lasciate, che vi dia una notizia: fra otto giorni Eugenia si marita, e fra tre giorni vi è una specie di gran festino, un trattenimento di sponsali. Noi siamo tutti invitati, mio padre, la sig.ª de Villefort, ed io... Almeno a quanto mi è sembrato di capire.
— E quando avverrà che tocchi a noi l’occuparci di questi particolari? Oh! Valentina, voi che avete tanto potere sul vostro buon nonno, cercate che vi risponda: ben presto.
— Così, domandò Valentina, contate su di me, per stimolare la lentezza, e per risvegliare la memoria del nonno?
— Sì, gridò Morrel, mio Dio! mio Dio! fate presto. Fino a che voi non sarete mia, Valentina, mi sembrerà sempre che possiate sfuggirmi.
— Oh! rispose Valentina con un movimento convulsivo, oh! in verità, Massimiliano, siete troppo timoroso per essere un uffiziale, per essere un soldato che, dicesi, non ha mai conosciuto che cosa sia paura. Ah! ah! ah! — Ed ella scoppiò in una risata stridula e dolorosa, le braccia si torsero e si contorsero, la testa si rovesciò sul seggio, e rimase senza movimenti: il grido di terrore che Iddio incatenava sulle labbra di Noirtier, scaturì dal suo sguardo.
Morrel lo comprese, si trattava di chiamare soccorso. Il giovine si attaccò al campanello, la cameriera che era nell’appartamento di Valentina, ed il domestico accorsero simultaneamente. Valentina era così pallida, così fredda, così inanimata, che senza ascoltare ciò che loro dicevasi, la paura che vegliava in questa maledetta casa li assalse, ed essi si slanciarono nel corridoio gridando soccorso.
La sig.ª Danglars ed Eugenia uscivano in questo momento, esse furono in tempo da essere informate della causa di tutto questo susurro. — Se lo aveva predetto! gridò la sig.ª de Villefort; povera ragazza!
XCIII. — LA CONFESSIONE.
Nello stesso punto s’intese la voce del sig. de Villefort che gridava dal suo gabinetto. — Che è stato?
Morrel consultò con uno sguardo Noirtier, che allora aveva ripreso tutta la prontezza d’animo, e con un colpo d’occhio gli indicò il gabinetto ove già un’altra volta, in una occasione presso a poco simile, si era rifugiato. Non ebbe che il tempo di prendere il cappello, e di gettarvisi anelante. Si sentivano già i passi del procuratore del Re nel corridoio. Villefort si precipitò nella camera, corse a Valentina e la prese fra le sue braccia: — Un medico! un medico! il sig. d’Avrigny, gridò Villefort; o piuttosto vi andrò io stesso. — E si slanciò fuori dell’appartamento.
Dall’altra porta si slanciò Morrel. Egli era stato colpito nel cuore da una spaventevole rimembranza. La conversazione fra il sig. de Villefort ed il dottore, che aveva inteso nel giardino la notte in cui morì la sig.ª de Saint-Méran, gli ritornò tutta alla memoria, questi sintomi portati ad un grado meno spaventoso, erano gli stessi che avevano preceduta la morte di Barrois. Nello stesso tempo gli era sembrato di sentire un rumore al suo orecchio, quella voce di Monte-Cristo che gli aveva detto, erano circa due ore appena: — Qualunque cosa possiate avere bisogno, venite da me, io posso molto. — Più rapido del pensiero corse dunque dal sobborgo Sant’Onorato nella strada Matignon, e dalla strada Matignon all’ingresso dei Campi-Elisi.
In questo mentre il sig. de Villefort giungeva in un cabriolet di piazza alla porta del sig. d’Avrigny; suonò con tanta violenza che il portinaro venne ad aprirgli tutto spaventato. Villefort balzò sulle scale senza aver la forza di dire una parola. Il portinaro lo conosceva e lo lasciò passare gridando soltanto: — Nel suo gabinetto, sig. procuratore del Re, nel suo gabinetto! — Villefort ne spingeva già, anzi ne sfondava la porta: — Ah! disse il dottore, siete voi?
— Sì, disse Villefort richiudendo la porta dietro a sè; sì, dottore, sono io che vengo a chiedervi a mia volta se siamo soli; dottore, la mia casa è una casa maledetta?
— Che! disse questi con apparente freddezza, ma con profonda emozione interna, avete ancor qualche altro malato?
— Sì, dottore, gridò Villefort afferrandosi con mano convulsa un pugno di capelli, sì! — Lo sguardo d’Avrigny significava: — Io ve lo aveva predetto. — Indi le sue labbra articolarono lentamente queste parole: — Chi sta dunque per morire in casa vostra? e qual nuova vittima va ad accusarvi di debolezza avanti a Dio?
Un doloroso singhiozzo scaturì dal cuore di Villefort, s’avvicinò al medico, ed afferrandolo pel braccio: — Valentina. — Vostra figlia! gridò d’Avrigny preso da dolore e da sorpresa.
— Vedete che vi sbagliavate, mormorò il magistrato; venite a vederla, e sul suo letto di dolore chiedetele scusa di averla sospettata.
— Ciascuna volta che voi mi avete chiamato, disse il sig. d’Avrigny, era sempre troppo tardi; non importa, vengo, ma affrettiamoci, signore; coi nemici che battono in casa vostra non vi è tempo da perdere.
— Oh! questa volta, dottore, non mi rimprovererete più la mia debolezza; riconoscerò l’assassino e lo colpirò.
— Tentiamo prima di salvare la vittima, poi penseremo a vendicarla, disse d’Avrigny. Venite!
Ed il cabriolet che aveva condotto Villefort lo riaccompagnò al gran trotto in unione al sig. d’Avrigny, nello stesso tempo in cui dal canto suo Morrel batteva al portone di Monte-Cristo. Il conte era nel suo gabinetto, e, molto pensieroso, leggeva una parola che Bertuccio gli aveva inviato in tutta fretta. Per lui come pel conte erano passate molte cose in queste due ore; poichè il giovine che lo aveva lasciato col sorriso sulle labbra, adesso ritornava col viso tutto sconvolto. Egli si alzò, e corse davanti a Morrel.
— Che cosa c’è dunque, Massimiliano? gli domandò; siete pallido, e la vostra fronte è irrigata dal sudore.
Morrel cadde sopra un seggio: — Sì, disse egli, io sono venuto in fretta; ho bisogno di parlarvi.
— Stanno tutti bene in casa vostra? domandò il conte con una benevolenza affettuosa sulla sincerità della quale nessuno avrebbe potuto ingannarsi.
— Grazie, conte, grazie, disse il giovine impacciato visibilmente per cominciare la conversazione; sì, nella mia famiglia tutti stanno bene.
— Tanto meglio; però voi avete qualche cosa a dirmi?
— Sì, disse Morrel, è vero, esco da una casa dove è entrata la morte, per ricorrere a voi.
— Uscite forse dalla casa del sig. Morcerf?
— No, è morto qualcuno in casa del sig. Morcerf?
— Il generale si è bruciato le cervella, rispose freddamente Monte-Cristo.
— Oh! disgrazia orribile! gridò Massimiliano.
— Non però la contessa, non però Alberto, disse Monte-Cristo; val meglio un padre ed uno sposo morto, che un padre ed uno sposo disonorato; il sangue laverà l’infamia.
— Povera contessa! disse Massimiliano, è lei che compiango soprattutto, una donna così nobile!
— Compiangete egualmente Alberto, Massimiliano, poichè, credetelo, egli è un figlio degno della contessa. Ma ritorniamo a voi; voi accorrevate a me, avete detto; avrei la fortuna che voi aveste bisogno di me?
— Sì, ho bisogno di voi, cioè ho corso come un insensato per vedere se mi poteste portar soccorso in una congiuntura in cui Dio solo può soccorrermi.
— Dite pure, disse Monte-Cristo.
— Oh! disse Morrel, in verità non so se mi è permesso di rivelare un tal segreto ad orecchie umane; ma la fatalità mi vi spinge, la necessità mi vi costringe; conte...
Morrel si fermò esitando.
— Credete voi che io vi ami? disse Monte-Cristo prendendo affettuosamente la mano del giovine fra le sue.
— Oh! voi m’incoraggiate! e poichè qualche cosa mi dice qui (Morrel pose la mano sul suo cuore) che io non debbo aver segreti per voi...
— Avete ragione, è Dio che parla al vostro cuore, ed il cuore parla a voi. Riditemi ciò che vi dice il cuore.
— Conte, volete permettermi di inviare Battistino a domandare per parte vostra le notizie di una persona che conoscete?
— Io mi sono messo a vostra disposizione, a più forte ragione vi metto i miei domestici.
— Ah! è che io non vivrò fino a tanto che non avrò la certezza che ella sta meglio.
— Volete che io suoni per Battistino?
— No, vado a parlargli io stesso. — Morrel uscì, chiamò Battistino, e gli disse alcune parole a bassa voce. Il cameriere partì correndo.
— È fatto? domandò Monte-Cristo vedendo ricomparire Morrel.
— Sì, ed io sono un poco più tranquillo.
— Voi sapete che aspetto, disse Monte-Cristo sorridendo.
— Sì, ed io parlo. Ascoltate. Una sera mi ritrovava in un giardino; era nascosto dietro un gruppo di alberi; nessuno si pensava che io potessi esser lì. Due persone passarono vicino a me, permettetemi che provvisoriamente vi taccia i nomi; esse parlavano a bassa voce, e pure io aveva una tale premura a sentire le loro parole, che non perdetti un accento di quanto esse dissero.
— Ciò si annunzia lugubremente, a giudicarne dal vostro pallore e dal vostro fremito, Morrel.
— Oh! sì, molto lugubremente amico mio; era morto qualcuno in casa del padrone del giardino in cui mi ritrovava; uno di questi due personaggi di cui ascoltava la conversazione, era il padrone del giardino e l’altro un medico. Ora il primo confidava al secondo i suoi timori ed i suoi dolori, poichè questa era la seconda volta in un mese che la morte piombava rapida ed imprevista su questa casa, che si credeva designata da qualche angiolo sterminatore alla collera di Dio.
— Ah! ah! disse Monte-Cristo guardando fissamente il giovine, e girando il suo seggio, con un movimento impercettibile, in modo da situarsi nell’ombra mentre che la luce cadeva sul viso di Massimiliano.
— Sì, continuò questi, la morte era entrata due volte in questa casa in meno di un mese.
— E che rispondeva il dottore? domandò Monte-Cristo.
— Egli rispondeva... egli rispondeva che questa morte non era naturale, e che bisognava attribuirla...
— A che? — Al veleno!
— Davvero! disse Monte-Cristo con quella tosse leggera che nei momenti di somma emozione, gli serviva a mascherare sia il suo rossore, sia il suo pallore, sia l’attenzione stessa con la quale ascoltava; davvero, Massimiliano, avete inteso tali cose?
— Sì, caro conte, le ho intese, ed il dottore aggiungeva che se simili avvenimenti si fossero rinnovati, egli si credeva obbligato di appellarne alla giustizia. — Monte-Cristo ascoltava o sembrava ascoltare con la più gran calma.
— Ebbene! disse Massimiliano, la morte ha colpito una terza volta, conte, e a che cosa credete voi che m’impegni la conoscenza di questo segreto?
— Mio caro amico, disse Monte-Cristo, mi sembra che raccontiate un’avventura che ciascuno di noi sa a memoria. La casa in cui voi avete sentito questo discorso, la conosco, una casa in cui vi ha un giardino, un padre di famiglia, un dottore, una casa in cui vi sono state tre strane morti ed inattese. Ebbene! guardatemi, io che non ho intercettata alcuna confidenza, e che ciò nonostante so tuttociò tanto bene quanto voi, ho forse degli scrupoli di coscienza? No! ciò non mi riguarda. Voi dite che un angiolo sterminatore sembra designare questa casa alla collera del Signore; ebbene! chi vi dice che la vostra supposizione non sia una realtà? Non vedete le cose che non vogliono vedere quelli che han premura a vederle. Se è la giustizia e non la collera di Dio che passeggia in questa casa, Massimiliano, voltate la testa, e lasciate passare la giustizia di Dio.
Morrel fremette. Vi era qualche cosa ad un tempo di lugubre, di solenne e di terribile negli accenti del conte.
— D’altra parte, continuò egli con un cambiamento di voce così marcato che si sarebbe detto che queste ultime parole non uscivano dalla bocca del medesimo uomo; chi vi dice che ciò dovrà ricominciare?
— Ciò ricomincia, conte, ed ecco perchè accorro a voi.
— Ebbene! che volete che vi faccia, Morrel? vorreste per caso che prevenissi il procuratore del Re?
Monte-Cristo articolò queste ultime parole con una tal chiarezza, ed un accento così vibrato, che Morrel, alzandosi ad un colpo, gridò: — Conte! conte! voi sapete di che voglio parlarvi, non è vero?
— Perfettamente, mio buon amico, ed io ve lo proverò mettendo il punto sull’i, e piuttosto i nomi sugli uomini. Voi siete stato a passeggiare una sera nel giardino del sig. de Villefort; da quanto mi dite, presumo che fosse la sera in cui morì la sig.ª de Saint-Méran. Voi avete inteso il sig. de Villefort parlare col sig. d’Avrigny, sulla morte del sig. de Saint-Méran, e su quella non meno meravigliosa della baronessa. Il sig. d’Avrigny diceva di credere ad un avvelenamento, ed anzi a due avvelenamenti; ed ecco voi, uomo onesto per eccellenza, ecco voi da quel momento occupato a palpare il vostro cuore, a gettare la sonda nella vostra coscienza per sapere se dovete rivelare questo segreto oppure tacerlo. Noi non siamo più nel medio evo, caro amico, non vi sono più i franchi giudici; che diavolo volete domandare a queste genti? coscienza, che vuoi tu da me? come disse Sterne. Eh! mio caro, lasciateli dormire se dormono, lasciateli impallidire nelle loro veglie se non dormono, e, per l’amor di Dio, dormite voi che non avete rimorsi che v’impediscano di poter dormire. — Un orribile dolore si diffuse sui lineamenti di Morrel; egli afferrò la mano di Monte-Cristo.
— Ma ciò ricomincia! vi dico io.
— Ebbene! disse il conte meravigliato di questa insistenza della quale non capiva niente, e guardando Massimiliano più attentamente, lasciate ricominciare: questa è una famiglia di Atridi; Dio li ha condannati, ed essi soffriranno la loro sentenza; spariranno tutti come quelle casette che fabbricano i fanciulli con le carte piegate, e che cadono le une dopo le altre sotto il soffio del loro creatore, ve ne fosse ancora duecento. Fu il sig. de Saint-Méran tre mesi sono; fu la signora di Saint-Méran due mesi sono; fu Barrois l’altro giorno; oggi sarà il vecchio Noirtier o la giovane Valentina.
— Voi lo sapevate? gridò Morrel in un tal parosismo di terrore che Monte-Cristo ne rabbrividì, cui la caduta del cielo avrebbe ritrovato impassibile; lo sapevate, e non dicevate niente?
— E che m’importa! riprese Monte-Cristo stringendosi nelle spalle, conosco forse quella gente? bisogna forse che salvi l’uno per perder l’altro? in fede mia no, poichè fra il colpevole e la vittima non ho alcuna preferenza.
— Ma io, gridò Morrel urlando dal dolore, io l’amo!
— Voi amate chi? gridò Monte-Cristo balzando in piedi, ed afferrando le due mani che Morrel alzava, contorcendosi, verso il cielo.
— Io amo perdutamente, amo da insensato; amo come un uomo che darebbe tutto il suo sangue per risparmiarle una lagrima, amo Valentina de Villefort, che si assassina in questo momento, intendete bene? l’amo, e domando a Dio ed a voi, in qual modo posso salvarla!
Monte-Cristo mandò un grido così selvaggio che appena se ne possono fare un’idea coloro che hanno inteso il ruggito del leone ferito: — Infelice! gridò egli torcendosi a sua volta le mani, infelice! tu ami Valentina! tu ami questa figlia di una razza maledetta! — Giammai Morrel aveva veduto una simile espressione; giammai un occhio così terribile aveva balenato avanti il suo viso, giammai il genio del terrore, che egli aveva veduto tante volte comparire, sia sui campi di battaglia, sia nelle notti omicide dell’Algeria, non aveva scosso intorno a lui dei fuochi più sinistri.
Egli rinculò spaventato. In quanto a Monte-Cristo, dopo questo scoppio e questo susurro, chiuse un momento gli occhi, come abbagliato dai lampi interni; durante questo momento, si raccolse con tanta possanza, che si vedeva poco a poco tranquillarsi il movimento ondulatorio del suo petto gonfio dalla tempesta, come si vedono dopo il temporale fondersi sotto il sole i flutti turbolenti e schiumeggianti.
Questo silenzio, questo raccoglimento, questa lotta, durarono venti secondi circa. Indi il conte rialzò la sua pallida fronte: — Voi vedete, disse egli con voce appena alterata, mio caro amico, in qual modo Iddio sa punire della loro indifferenza gli uomini più fanfaroni e più freddi davanti ai terribili spettacoli che loro si offrono. Io che guardava assistendo impassibile e curioso: che guardava lo sviluppo di questa lugubre tragedia; io che, simile all’angiolo del male, rideva del male che fanno gli uomini al sicuro dietro il segreto (il segreto è facile a custodirsi dai ricchi e dai possenti), ecco che a mia volta mi sento morso da questo serpente di cui guardava la marcia tortuosa, e morso al cuore.
Morrel mandò un sordo gemito. — Andiamo, andiamo, continuò il conte, bastano i pianti fin qui, siate uomo, siate forte, siate pieno di speranza, poichè io son qui, poichè io veglio su voi. — Morrel scosse tristamente la testa.
— Io vi dico di sperare, mi capite? gridò Monte-Cristo. Sappiate che non ho mai mentito, e che non mi sbaglio mai. È mezzogiorno, Massimiliano; ringraziate il cielo di essere venuto a mezzogiorno invece di venire questa sera, invece di venire domattina. Ascoltate dunque ciò che sono per dirvi, Morrel: è mezzogiorno, se Valentina non è morta a quest’ora, ella non morrà più.
— Oh! mio Dio! gridò Morrel, l’ho lasciata moribonda, — e Monte-Cristo appoggiò una mano sulla fronte.
Che cosa bolliva in quella testa carica di segreti? che cosa diceva a quello spirito, implacabile ad un tempo ed umano, l’angiolo luminoso, o l’angiolo delle tenebre?
Dio solo lo sa! Monte-Cristo rilevò la fronte anche una volta, e questa volta essa era placida come quella di un fanciullo che si sveglia: — Massimiliano, diss’egli, ritornate tranquillamente in casa vostra; vi ordino di non fare una dimostrazione, di non lasciare fluttuare sul vostro viso l’ombra di una preoccupazione, vi darò le notizie; andate.
— Mio Dio! mio Dio! disse Morrel, voi mi spaventate, conte, colla vostra pacatezza. Potete dunque qualche cosa di più che un uomo? Siete un angelo? — E il giovine che non aveva mai addietrato di un passo davanti ad alcun pericolo, addietrava in faccia a Monte-Cristo, vinto da un indicibile terrore.
Monte-Cristo lo guardò con un sorriso così malinconico e così dolce che Massimiliano si sentì spuntare le lagrime sugli occhi. — Io posso molto, amico mio, rispose il conte, andate: ho bisogno di restar solo. — Morrel soggiogato da quel prodigioso ascendente che Monte-Cristo esercitava su tutti quelli che lo circondavano, non cercò neppure di sottrarvisi, strinse la mano del conte e partì. Alla porta soltanto si fermò per aspettare Battistino, che vide comparire dal fondo della strada Matignon, e che ritornava correndo.
Frattanto Villefort e d’Avrigny si erano affrettati. Al loro ritorno Valentina era ancora svenuta, ed il medico aveva esaminata l’ammalata con tutta quella cura che esigevano le cose, e con una profondità che era raddoppiata dalla conoscenza del segreto. Villefort sospeso dalle sue labbra e dal suo sguardo aspettava con ansietà il resultato del suo esame. Noirtier, più pallido della giovinetta, più avido di uno scioglimento che Villefort stesso, aspettava egli pure, e tutto si faceva in lui sensibilità ed intelligenza.
Finalmente d’Avrigny lasciò sfuggirsi lentamente queste parole: — Ella vive ancora.
— Ancora? gridò Villefort: che terribile parola avete pronunziata!
— Sì, ella vive ancora, e ne son ben sorpreso.
— Ma ella è salva? domandò il padre.
— Sì, poichè vive. — In questo momento lo sguardo di d’Avrigny s’abbattè in quello di Noirtier. Esso scintillava di una gioia così straordinaria, di un pensiero talmente ricco e fecondo, che il medico ne rimase colpito. Egli lasciò ricadere sul seggio la giovinetta, le cui labbra appena si distinguevano, tanto eran pallide e bianche, ed all’unisono con tutto il rimanente del viso, e restò immobile guardando Noirtier, da cui ogni movimento del dottore era atteso e commentato.
— Signore, disse allora d’Avrigny a Villefort, chiamate la cameriera di madamigella Valentina, se vi aggrada.
Villefort lasciò la testa di sua figlia che sosteneva e corse egli stesso a chiamare la cameriera. Tosto che Villefort ebbe chiusa la porta, d’Avrigny si accostò al vecchio:
— Avete qualche cosa da dirmi?
Il vecchio strinse con espressione gli occhi, nel modo, come ben si ricorderà, con cui voleva indicare l’affermativa. — A me solo? — Sì, fece Noirtier. — Bene, io resterò con voi. — In questo momento Villefort rientrò, seguito dalla cameriera; e dietro questa la signora de Villefort.
— Ma che cosa ha dunque questa cara fanciulla? gridò ella; è uscita dalle mie camere, lagnandosi di essere indisposta, ma non avrei creduto che fosse una cosa così seria.
E la giovane sposa, colle lagrime agli occhi, e con tutti i segni dell’affezione di una vera madre, si avvicinò a Valentina, di cui prese la mano. D’Avrigny continuava a guardare Noirtier; egli vide gli occhi del vecchio dilatarsi ed arrotondarsi, le guance rilasciarsi e tremare; il sudore gli stillava dalla fronte. — Ah! fece egli involontariamente seguendo la direzione degli sguardi di Noirtier, cioè fissando i suoi occhi sulla sig.ª de Villefort che ripeteva:
— Questa povera fanciulla starà meglio nel suo letto. Venite, Fanny, noi ve l’adageremo.
Il sig. d’Avrigny che vedeva in questa proposizione un mezzo di restar solo con Noirtier, fece segno colla testa che questo era effettivamente ciò che v’era di meglio a farsi, ma ordinò che non prendesse che quel che le avrebbe ordinato.
Fu trasportata Valentina, che aveva ricuperato l’uso dei sensi, ma che era incapace di fare e quasi di parlare, tanto le sue membra erano infrante dalla scossa che aveva sofferta. Però ebbe la forza di salutare con una mossa d’occhi suo nonno, a cui sembrava che strappassero l’anima nel trasportarla. D’Avrigny seguì l’ammalata, terminò le sue prescrizioni, ordinò a Villefort di prendere un cabriolet, di andare in persona dal farmacista per far preparare alla sua presenza le pozioni ordinate, di riportarle egli stesso, ed aspettarlo nella camera di sua figlia. Indi, dopo di aver rinnovata l’ingiunzione di non lasciar prender niente a Valentina, ritornò a discendere da Noirtier, chiuse accuratamente le porte, e dopo essersi assicurato che nessuno lo ascoltava: — Vediamo, diss’egli; sapete qualche cosa sulla malattia di vostra nipote? — Sì, fece il vecchio.
— Ascoltate, non abbiamo tempo da perdere; v’interrogherò e voi mi risponderete. — Noirtier fece segno ch’era pronto a rispondere: — Avete preveduto l’accidente che oggi accade a Valentina? — Sì. — D’Avrigny riflettè un momento; poi riavvicinandosi a Noirtier: — Perdonatemi ciò che io sto per dirvi, soggiunse, ma non deve essere trascurato nessun incidente nella situazione terribile in cui siamo: avete veduto morire il povero Barrois? — Noirtier levò gli occhi al cielo.
— Sapete voi di che cosa è morto? domandò d’Avrigny posando la mano sulla spalla del vecchio. — Sì.
— Credete che la morte sia stata naturale?
Qualche cosa come un sorriso si abbozzò sulle inerti labbra di Noirtier. — Allora vi è venuta l’idea che Barrois sia stato avvelenato? — Sì.
— Credete che il veleno di cui rimase vittima fosse destinato per lui? — No.
— Credete che la stessa mano che colpì Barrois, volendo colpire un altro, sia quella che colpisce Valentina? — Sì.
— Ella dunque anderà a soccombere nello stesso modo? domandò d’Avrigny fissando il suo sguardo profondo sopra Noirtier. — Ed aspettò l’effetto di questa frase sul vecchio.
— No! rispose egli con un’aria di trionfo che avrebbe potuto divergere tutte le congetture del più abile indovino.
— Allora sperate? disse d’Avrigny con sorpresa. — Sì.
— Che cosa sperate? — Il vecchio fece comprendere cogli occhi che non poteva rispondere: — Ah! sì, è vero, mormorò d’Avrigny. Indi ritornando a Noirtier.
— Sperate che l’assassino si stancherà? — No.
— Allora sperate che il veleno non farà il suo effetto sopra Valentina? — Sì.
— Poichè io non vi manifesto niente di nuovo, non è vero, aggiunse d’Avrigny, col dirvi che si è tentato di avvelenarla. — Il vecchio fece segno con gli occhi che egli non aveva alcun dubbio su questo argomento.
— Allora, come sperate voi che Valentina si salverà?
Noirtier tenne gli sguardi fissi sempre sulla stessa direzione; d’Avrigny la seguì, e vide che si dirigeva sopra una bottiglia contenente la pozione che gli veniva data tutte le mattine.
— Ah! ah! disse d’Avrigny colpito da una subitanea idea, avreste avuto il pensiero... — Noirtier non lo lasciò terminare.
— Sì, fece egli. — Di premunirla contro il veleno... — Sì.
— Abituandola a poco a poco...
— Sì, sì, sì, fece Noirtier incantato d’essere inteso.
— Infatto mi avete inteso dire che entrava della brucnina nella pozione che vi do? — Sì.
— Ed accostumandola a questo veleno avete voluto neutralizzare gli effetti di un veleno simile?
La stessa gioia trionfante di Noirtier.
— E voi ci siete arrivato di fatto, gridò d’Avrigny. Senza questa cautela, Valentina oggi sarebbe stata uccisa, uccisa senza nessun soccorso, uccisa senza misericordia; la scossa è stata violenta, ma non ne è rimasta che spossata, e per questa volta almeno Valentina non morrà.
Una gioia sovrumana appannava gli occhi del vecchio, alzati con un’espressione d’infinita riconoscenza.
In questo momento entrò Villefort. — Prendete, dottore, ecco ciò che avete ordinato.
— Questa pozione è stata preparata in vostra presenza?
— Sì, rispose il procuratore del Re.
— Essa non è uscita dalle vostre mani? — No.
D’Avrigny prese la bottiglia, versò qualche goccia del contenuto nel cavo della mano, e l’assaporò:
— Bene, diss’egli, andiamo da Valentina, darò le mie istruzioni a tutti, e voi sorveglierete, voi stesso sig. de Villefort, perchè nessuno se ne allontani. — Nel momento in cui d’Avrigny entrava nella camera di Valentina, accompagnato dal sig. de Villefort, un prete italiano, di aspetto severo, con parole placide e risolute prendeva a pigione per suo uso, la casa attigua al palazzo abitato dal sig. de Villefort.
Non si potè sapere in virtù di quale traslocazione i tre inquilini di questa casa sgombrarono due ore dopo; ma la voce che corse generale nel quartiere fu, che la casa non era abbastanza sicura nelle fondamenta, e minacciava di rovinare; cosa però che non impedì al nuovo pigionale di stabilirvisi col suo modesto mobilio, il giorno stesso verso le cinque. Questo fitto fu fatto per tre, sei o nove anni col nuovo locatario, che, secondo l’abitudine stabilita fra i proprietari, pagò sei mesi anticipati; ei si chiamava Giacomo Busoni.
Furono immediatamente chiamati gli operai, e la notte stessa, quei pochi passeggeri che avendo fatto tardi e che passarono per di là, videro con sorpresa i falegnami ed i muratori occupati a puntellare colle loro opere la casa vacillante.
XCIV. — IL PADRE E LA FIGLIA.
Abbiamo veduto nel precedente capitolo, la sig.ª Danglars venire ad annunciare officialmente alla sig.ª de Villefort il vicino matrimonio di madamigella Eugenia Danglars col sig. Andrea Cavalcanti. Questo annunzio officiale, che indicava o sembrava indicare una risoluzione presa da tutte le parti interessate a questo grande affare, era però stato preceduto da una scena di cui dobbiamo render conto ai nostri lettori; li pregheremo dunque di fare un passo indietro, e di trasportarsi la mattina stessa della giornata delle grandi catastrofi, in quel bel salotto così ben dorato che loro abbiamo fatto conoscere, e che formava l’orgoglio del suo proprietario, il barone Danglars. In questo salotto, infatto, verso le dieci del mattino, passeggiava da qualche minuto, pensieroso e visibilmente agitato, il banchiere stesso, guardando a ciascuna porta, e fermandosi a ciascun rumore.
Allora quando la somma della sua pazienza fu esausta, chiamò il cameriere. — Stefano, gli disse, guardate dunque perchè madamigella Eugenia mi ha detto di aspettarla in questo salotto, e sappiatemi dire perchè mi fa aspettare tanto tempo. — Dopo ch’ebbe esalata questa sbuffata d’impazienza, il barone riprese un po’ di calma.
Infatto madamigella Danglars, al suo svegliarsi, aveva fatto chiedere una udienza a suo padre, ed aveva designato il salotto dorato come luogo di questa udienza. La singolarità di tale capriccio, e soprattutto il suo carattere ufficiale, non avevano mediocremente sorpreso il banchiere, che aveva subito obbedito ai desiderii di sua figlia portandosi pel primo nel salotto. Stefano ritornò ben presto dalla sua ambasciata:
— La cameriera di madamigella, diss’egli, mi ha annunziato che madamigella compiva la toletta, e che non avrebbe tardato molto a giungere. — Danglars fece un segno con la testa che indicava ch’egli era soddisfatto. Danglars in faccia alla società, ed in faccia ancora alle sue persone di servizio, affettava la bonomia, ed il padre affettuoso e debole: era un brano della parte che si era imposto nella commedia popolare che rappresentava; era una fisonomia che aveva adottato, e che sembrava convenirgli, come conveniva ai profili delle maschere di padre del teatro antico di avere a destra il labbro rivoltato e ridente, nel mentre che a sinistra avevano il labbro abbassato e petulante.
Sollecitiamoci di dire che, nella intimità, il labbro rialzato e ridente ricalava a livello del labbro abbassato e petulante; di modo che, nella maggior parte del tempo, la bonomia spariva per dar posto al marito brutale ed al padre assoluto. — Perchè diavolo questa pazza, che vuole parlarmi, a quanto pretende, mormorava Danglars, non viene semplicemente nel mio gabinetto, pensava egli, e perchè soprattutto vuole parlarmi? — Egli ravvolgeva per la ventesima volta questo pensiero inquietante nel cervello, quando la porta si aprì, e comparve Eugenia, vestita di seta nera broccata con fiori pallidi dello stesso colore, coi capelli acconciati, e coi guanti, come se si fosse trattato d’andare a sedere sopra il suo buon seggio del Teatro Italiano.
— Che vi è dunque, Eugenia, e perchè nel salotto di visita, mentre si sta egualmente bene nel mio gabinetto?
— Voi avete perfettamente ragione, signore, — rispose Eugenia, facendo segno a suo padre che poteva sedersi, — impiantando le due questioni che riassumono tutta la conversazione che avremo. Io dunque risponderò ad entrambe, e, contro le leggi dell’abitudine, dapprima alla seconda essendo la meno complessiva; ho scelto il salotto, signore, per luogo di convegno per evitare le impressioni disaggradevoli e le influenze del gabinetto di un banchiere. Quei libri di cassa, per quanto siano ben dorati, quei cassetti chiusi come le porte di una fortezza, quelle masse di biglietti di banca che vengono non si sa di dove, e quella quantità di lettere che vengono dall’Inghilterra, dalla Olanda, dalla Spagna, dalle Indie, dalla China, e dal Perù, in generale operano stranamente sullo spirito di un padre, e gli fanno dimenticare che nel mondo vi è un interesse più grande e più sacro di quello della posizione sociale e l’opinione dei suoi committenti: ho dunque preferito questo salotto dove voi vedete, sorridenti e felici nei loro quadri magnifici, il vostro ritratto, il mio, quello di mia madre, e molte specie di paesaggi villerecci e pastorali che inteneriscono. Io mi fido molto al potere delle impressioni esterne; forse, a vostro riguardo particolarmente, m’inganno; ma che volete? non sarei artista se non mi restasse qualche illusione.
— Benissimo, rispose il sig. Danglars che aveva ascoltata tutta questa tirata con un’imperturbabile pacatezza, ma senza comprenderne una parola, assorto come era, a guisa d’ogni altro uomo pieno di affari, a cercare il filo della propria idea nelle idee del suo interlocutore.
— Ecco dunque il secondo punto spiegato, o presso a poco, disse Eugenia senza il minimo turbamento e con quella sostenutezza maschile che distingueva il suo gesto e la sua parola, e voi mi sembrate soddisfatto della spiegazione. Ora veniamo al primo: mi domandate perchè vi ho chiesta questa udienza, ve lo dirò in due parole, signore; eccole: non voglio sposare il conte Andrea Cavalcanti.
Danglars fece un salto sulla sedia, e per la scossa alzò ad un tempo e braccia ed occhi al cielo.
— Mio Dio, sì signore, continuò Eugenia, sempre egualmente tranquilla; siete meravigliato, lo vedo bene; poichè da quando tutta questa piccola faccenda è in trattativa, io non ho mai manifestata la più piccola opposizione, certa come era sempre, giunto il momento, d’opporre francamente alle persone che non mi hanno consultato, ed alle cose che mi hanno dispiaciuto, una volontà franca ed assoluta. Però questa volta, la tranquillità, la passività, come dicono i filosofi veniva da un’altra sorgente: veniva da ciò che, figlia sottomessa ed affezionata... (un leggiero sorriso si disegnò sulle labbra purpuree della giovanetta) mi voleva accostumare all’obbedienza.
— Ebbene? domandò Danglars.
— Ebbene! signore, riprese Eugenia, ho provato fino all’estremo delle mie forze, ed ora che è giunto il momento, ad onta di tutti gli sforzi che ho tentati su me stessa, mi sento incapace di obbedire.
— Ma finalmente, disse Danglars che, spirito secondario, sembrava dapprima tutto assorbito dal peso di questa implacabile logica, la cui flemma accusava tanta premeditazione e forza di volontà, la ragione di questo rifiuto, Eugenia? la ragione?
— La ragione, replicò la giovanetta, oh! mio Dio! non è già perchè egli sia più brutto, più stolido, o più disaggradevole di un altro, no; il sig. Andrea Cavalcanti può anzi passare, per quelli che guardano gli uomini dal viso e dalla persona, per essere un bel modello. Non è neppure perchè il mio cuore sia stato toccato meno da lui che da tutt’altro; questa sarebbe una ragione da giovanetta che esce di conservatorio, che io riguardo del tutto al di sotto di me; non amo assolutamente alcuno, signore, lo sapete bene, non è vero? non vedo dunque perchè, senza un’assoluta necessità, andrò a legare eternamente la mia vita ad un compagno. Il saggio non ha egli detto in un luogo: «Niente di troppo;» e in un altro: «portate tutto con voi stesso»? Mi hanno ancora fatto apprendere questi due aforismi in latino ed in greco; l’uno, credo, è di Fedro, l’altro di Bias. Ebbene! caro padre, nel naufragio della vita, poichè la vita è un naufragio eterno delle nostre speranze, getto in mare tutto quanto ho di inutile nel mio bagaglio, ecco tutto, e resto con la mia volontà, disposta a vivere perfettamente sola, e per conseguenza perfettamente libera.
— Disgraziata! disgraziata! mormorò Danglars impallidendo, poichè conosceva da una lunga esperienza la solidità dell’ostacolo che così d’improvviso incontrava.
— Disgraziata! riprese Eugenia, disgraziata! dite voi, signore? Ma no, in verità l’esclamazione mi sembra del tutto affettata e teatrale. Felice, al contrario, poichè ve lo domando, che cosa mi manca? Il mondo mi trova bella, ciò è già qualche cosa per essere accolta favorevolmente! amo le buone accoglienze; esse rallegrano il viso; e quelli che mi ascolteranno mi sembreranno allora meno brutti. Io sono dotata di qualche poco di spirito, e di una certa sensibilità relativa, che mi permette di tirare dalla esistenza generale, per farlo entrare nella mia, ciò che vi trovo di buono, come fa la scimmia allorquando rompe la noce verde per cavare ciò che essa contiene. Io sono ricca, poichè voi avete una delle più belle fortune di Francia, perchè io sono figlia unica, e voi non siete così tenace al punto in cui lo sono i padri del quartiere Saint-Martin e della Gaieté, che diseredano le loro figlie, perchè esse non vogliono dar loro dei nipoti; d’altra parte la legge previdente vi ha tolto il diritto di diseredarmi, almeno del tutto, come vi toglie il potere di costringermi a sposare un signore tale o tal altro. Così, bella, spiritosa, adorna di qualche dote, come si dice all’Opera Comica, e ricca, ma questa è felicità, signore, perchè dunque mi chiamate disgraziata?
Danglars, vedendo sua figlia sorridente e fiera fino all’insolenza, non potè reprimere un momento di brutalità che si tradì con uno scoppio di voce, ma questo fu il solo. Sotto lo sguardo interrogatore di sua figlia, dirimpetto a questo bel sopracciglio nero increspato per l’interrogazione, si rivoltò con prudenza e si calmò tosto, domato dalla mano di ferro della circospezione: — Infatto, figlia mia, rispose egli con un sorriso, voi siete tutto ciò che vi vantate di essere, ad eccezione di una sola cosa, non voglio dirvi rozzamente qual sia, desidero piuttosto di lasciarvela indovinare.
Eugenia guardò Danglars, molto sorpresa che le venisse contestato uno dei fiori della corona d’orgoglio che ella si era posta superbamente sulla testa.
— Figlia mia, continuò il banchiere, voi mi avete perfettamente spiegati quali sono i sentimenti che presiedano alle risoluzioni di una figlia come voi, quando ella ha risoluto di non maritarsi; spetta ora a me il dirvi quali sono i motivi di un padre, come sono io, quando ha risoluto che sua figlia si mariterà. — Eugenia s’inchinò, non già come una figlia sottomessa che ascolta, ma come un avversario pronto a discutere su ciò che ascolta. — Figlia mia, continuò Danglars, quando un padre domanda a sua figlia di prendere uno sposo, ha sempre una qualche ragione per desiderare questo matrimonio. Gli uni sono presi dalla manìa che voi dicevate or ora di vedersi rivivere nei loro nipoti. Io comincerò dal dirvi che non ho questa debolezza: le gioie di famiglia mi sono quasi del tutto indifferenti: posso confessar questo ad una figlia che so essere abbastanza filosofa per comprendere questa indifferenza e per non farmene un delitto.
— Alla buon’ora, parliamo francamente, ciò mi piace.
— Oh! disse Danglars, vedete che senza dividere in tesi generali la vostra simpatia per la franchezza, mi vi sottometto quando credo che la occasione mi v’inviti: continuerò adunque: vi propongo un marito, non per voi, poichè, in verità, non pensava a voi menomamente in questo momento (voi amate la franchezza, e mi sembra che questa lo sia); ma perchè io aveva bisogno che voi prendeste questo sposo il più presto possibile, per certe combinazioni commerciali che sono in questo momento a portata di stabilire.
Eugenia fece un movimento. — La cosa è precisamente come ho l’onore di dirvi, figlia mia, e non per questo dovete essere meco inquieta; perchè siete voi che mi vi costringete; è mio malgrado, lo capirete bene, che entro in queste spiegazioni aritmetiche, con un’artista come voi, che teme d’entrare in un gabinetto di un banchiere per timore di ricevervi, i filosofi dicono così, per timore di ricevervi delle impressioni o delle sensazioni disaggradevoli o antipoetiche. Ma in questo gabinetto di banchiere, nel quale però vi siete compiaciuta di entrare ieri l’altro per venire a domandarmi i mille franchi che accordo ogni mese alle vostre fantasie, sappiate, mia cara signorina, che s’imparano molte cose anche per l’uso delle giovanette che non vogliono maritarsi. Vi si impara, per esempio, e per riguardo alla vostra suscettibilità nervosa, ve lo insegno in questo salotto, vi si impara che il credito di un banchiere è la sua vita fisica e morale, che il credito sostiene l’uomo come il soffio anima il corpo; ed il sig. Monte-Cristo mi fece un giorno un discorso su questo proposito che non dimenticherò giammai. Vi si impara, che a seconda che il credito si ritira, il corpo diviene cadavere, e che ciò è quanto deve accadere in brevissimo tempo al banchiere che si onora di essere il padre di una figlia che ha sì buona logica.
Ma Eugenia, invece di curvarsi, si raddrizzò d’improvviso:
— Rovinato! disse ella.
— Voi avete ritrovato la giusta espressione, figlia mia, la buona espressione, disse Danglars grattandosi il petto con le unghie, continuando a conservare sulla rozza figura il sorriso dell’uomo senza cuore, ma non senza spirito; rovinato! precisamente.
— Ah! fece Eugenia.
— Sì, rovinato! ebbene! eccolo dunque conosciuto questo segreto pieno d’orrore! Ora, figlia mia, imparate dalla mia bocca in qual modo questa disgrazia può, per mezzo vostro, divenir minore non dirò per me, ma per voi.
— Oh! gridò Eugenia, siete un cattivo fisonomista, signore, se vi figurate che per me io deploro la catastrofe che mi esponete. Io rovinata! e che m’importa? non mi resta il mio ingegno? non posso come la Pasta, come la Malibran, come la Grisi, procurarmi ciò che voi mi avreste potuto dare, qualunque fosse la vostra fortuna, cento o cento cinquantamila lire di rendita che non dovrei che a me sola, e che invece di giungermi come mi giungono questi poveri dodicimila fr. che mi date con dei sguardi arrabbiati e delle parole di rimprovero sulla mia prodigalità, mi verrebbero accompagnati dalle acclamazioni, dai bravo, e dai fiori? e quando non avessi questa virtù della quale il vostro sorriso mi fa vedere che dubitate, non mi resterebbe ancora questo furioso amore per la indipendenza che mi terrebbe sempre le veci di tutti i tesori, e che domina in me fin più dell’istinto della conservazione? no, non è per me che mi rattristo, saprei sempre cavarmi bene d’impaccio; i miei libri, i miei pennelli, il mio piano-forte, tutte cose che non costano molto care e che potrei sempre procurarmi, mi resteranno sempre: crederete forse che io mi affligga per la sig.ª Danglars? disingannatevi pure; o io mi inganno all’ingrosso, o mia madre ha già prese tutte le cautele contro la catastrofe che vi minaccia e che passerà senza toccarla; ella si è messa al sicuro lo spero; e non fu vegliando su di me che ha potuto distrarsi dalle sue preoccupazioni di fortuna; poichè, grazie a Dio ella mi ha lasciata tutta la mia indipendenza sotto il pretesto che io amava la mia libertà. Oh! no, signore, dalla mia infanzia, ho veduto accadere troppe cose intorno a me, le ho tutte troppo bene capite, perchè la disgrazia faccia su di me maggiore impressione di quel che meriti di fare; da che mi conosco, non sono stata amata da alcuno; tanto peggio! Ciò mi ha condotto naturalmente a non amare nessuno, tanto meglio! Ora voi avete la mia professione di fede.
— Allora, disse Danglars, pallido di un dolore che non prendeva la sua sorgente dall’offeso amore paterno, allora, madamigella, persistete a voler consumare la mia rovina?
— La vostra rovina? Io, disse Eugenia, consumare la vostra rovina? Che intendete di dire? Non capisco.
— Tanto meglio, mi lasciate un raggio di speranza; ascoltate.
— Ascolto, disse Eugenia guardando così fissamente suo padre, che gli bisognò uno sforzo per non abbassare gli occhi sotto lo sguardo possente della giovanetta.
— Il sig. Cavalcanti, continuò Danglars, vi sposa, e sposandovi porta tre milioni di dote che deposita nella mia cassa.
— Ah! benissimo, fece con supremo disprezzo Eugenia, mentre lisciava i guanti uno sull’altro.
— Credete che io voglia abusarmi di questi tre milioni? disse Danglars, niente affatto. Questi tre milioni sono destinati a produrne almeno dieci: ho ottenuto, con un banchiere mio confratello, la concessione di una strada ferrata, sola industria, che ai nostri giorni, presenta la favolosa eventualità di successo immediato che altra volta Law applicò per i buoni parigini, quelle eterne goffaggini della speculazione, ad un Mississipì fantastico. Col mio calcolo si deve possedere un milionesimo di rail, come si possedeva in altri tempi un iugero di terra incolto sulle rive dell’Ohio. Questa è una investitura ipotecaria, che è un progresso come vedete, poichè si avrà almeno quindici, venti, cento libre di ferro in cambio del proprio danaro! Ebbene! devo di qui ad otto giorni depositare per conto mio quattro milioni, questi quattro milioni, ve lo dico, ne produrranno almeno dieci o dodici.
— Ma durante la visita che vi ho fatta ier l’altro, signore, e di cui vi dovete ben ricordare, vi ho veduto incassare, mi pare che questo sia il termine, non è vero? cinque milioni e mezzo. Voi anzi mi avete mostrata la somma in due boni sul tesoro, e vi maravigliavate come un pezzo di carta che aveva un sì gran valore, non abbagliasse i miei sguardi come avrebbe fatto un lampo.
— Sì, ma questi cinque milioni e mezzo non son miei, eran soltanto una gran prova della fiducia che si aveva in me; il mio titolo di banchiere popolare mi ha meritata la confidenza degli ospedali, ed i cinque milioni e mezzo sono degli ospedali; in tutt’altri tempi non esiterei un momento a servirmene, ma oggi si sanno le grandi perdite che ho fatte, e come vi dissi, il credito comincia ad allontanarsi da me. Da un momento all’altro l’amministrazione può reclamarmi il deposito, e se io l’avessi impiegato in altre cose, sarei costretto di fare un fallimento vergognoso: non disprezzo i fallimenti, ma quelli che arricchiscono, intendiamoci bene, non quelli che rovinano. Ora se voi sposate il sig. Cavalcanti, e che io tocchi i tre milioni della dote, o che per lo meno si creda che io li tocchi, il mio credito si ristabilisce, e la mia fortuna, che da un mese o due si è ingolfata in abissi scavati sotto i miei piedi da una fatalità inconcepibile, si rinnova, mi capite ora?
— Perfettamente; mi mettete in pegno per tre milioni?
— Più la somma è forte, più essa è lusinghiera, e vi dà una idea del vostro valore.
— Grazie. Anche un’ultima parola, signore; mi promettete di servirvi di quanto vorrete della cifra di questa dote che deve portarvi il sig. Cavalcanti, ma di non toccare la somma? Questo non è un affare d’egoismo, è un affare di delicatezza: voglio cooperare a riedificare la vostra fortuna, ma non voglio essere la complice della rovina degli altri.
— Ma vi ho detto, gridò Danglars, che questi tre milioni...
— Credete di togliervi d’impaccio, signore, senza aver bisogno di toccare questi tre milioni?
— Io spero, ma sempre alla condizione che, facendosi il matrimonio, esso rassodi il mio credito.
— Potrete pagare al sig. Cavalcanti i 500 mila fr. che mi assegnate nel contratto?
— Al ritorno dall’uffizio del Maire, gli saranno contati.
— Bene! — In che modo, bene? che volete dire?
— Vo’ dire che, chiedendomi la firma, mi lasciate perfettamente libera della mia persona? — Assolutamente.
— Allora, bene, come vi diceva, signore; son pronta a sposare il Sig. Cavalcanti. — Ma qual è la vostra idea?
— Ah! questo è un mio segreto. Dove sarebbe la mia superiorità su voi, se, avendo il vostro segreto, vi svelassi il mio?
Danglars si morse le labbra: — Così, diss’egli, siete pronta a fare tutte le visite officiali che sono indispensabili, assolutamente.
— Sì, rispose Eugenia.
— Ed a sottoscrivere il contratto fra tre giorni? — Sì.
— Allora io pure vi dico, bene! — E Danglars prese la mano della figlia e la strinse con ambo le sue. Ma cosa straordinaria, durante questa stretta di mano, il padre non osò di dire: «Grazie, figlia mia!» e la figlia non ebbe un sorriso per suo padre. — La conferenza è finita? domandò Eugenia alzandosi. — Danglars fece segno con la testa che non aveva più niente da dire. Cinque minuti dopo, il pianoforte risuonò sotto le dita di madamigella d’Armilly, e madamigella Danglars cantava la maledizione di Barbantino nella Desdemone. Alla fine del pezzo, entrò Stefano ed annunziò ad Eugenia che i cavalli erano attaccati alla carrozza, e che la baronessa l’aspettava per fare le visite.
Abbiamo vedute le due donne passare dalla sig.ª de Villefort; di dove uscirono per continuare le loro corse.
XCV. — IL CONTRATTO.
Tre giorni dopo la scena che abbiam raccontata, vale a dire verso le 5 p. m. del giorno fissato per la sottoscrizione del contratto di matrimonio fra madamigella Eugenia Danglars, ed Andrea Cavalcanti, che il banchiere si era ostinato a mantenere principe; quando una fresca brezza faceva tremolare tutte le foglie del piccolo giardino, posto davanti alla casa del conte di Monte-Cristo, nel momento in cui questi si preparava ad uscire, e nel mentre che i cavalli lo aspettavano battendo le zampe, trattenuti dalla mano del cocchiere già a cassetta da un quarto d’ora, l’elegante phaéton col quale abbiam già più volte fatta conoscenza, e particolarmente nella serata d’Auteuil, venne a girare rapidamente intorno all’angolo della porta d’entrata, e lanciò anzi che deporre sulla scalinata il sig. Andrea Cavalcanti, così splendido, così raggiante, come se dal canto suo, fosse stato sul punto di sposare una principessa.
Egli s’informò della salute del conte con quella famigliarità che gli era abituale, e montando leggermente al primo piano, lo incontrò sull’alto della scala. Alla vista del giovine il conte si fermò. In quanto al giovine era lanciato, e quando lo era, niuna cosa lo tratteneva. — Eh! buon giorno, caro sig. conte di Monte-Cristo, diss’egli al conte.
— Sig. Andrea! fe’ questi con voce per metà beffarda, come state?
— A meraviglia! come vedete; vengo a parlare con voi di mille cose; ma prima di tutto, voi uscivate?
— Io usciva, signore.
— Allora, per non farvi ritardare, monterò, nel vostro calesse, e Tom ci seguirà conducendo il phaéton.
— No, disse con un impercettibile sorriso di disprezzo il conte, che non si curava di essere veduto in compagnia del giovine; no, preferisco di darvi udienza qui, caro sig. Andrea; si parla meglio in una camera, e non si ha il cocchiere che può sorprendervi a volo le parole. — Il conte rientrò dunque in un piccolo salotto che faceva parte del primo piano; si assise, ed incrociando le gambe, fece segno al giovine di sedere egli pure. Andrea prese l’aspetto più ridente. — Voi sapete, caro conte, che la cerimonia deve aver luogo questa sera? alle nove si firma il contratto in casa del suocero.
— Ah! da vero? disse Monte-Cristo. — Come! è forse una notizia che vi do? e non eravate prevenuto dal sig. Danglars?
— Sì, disse il conte, ieri ho ricevuto una sua lettera; ma parmi non vi fosse indicata l’ora.
— È possibile, il suocero avrà contato sulla pubblica notorietà.
— Ebbene! disse Monte-Cristo, eccovi felice, sig. Cavalcanti: è una delle alleanze meglio assortite, quella che incontrate; e poi madamigella Danglars è bella.
— Ma sì, rispose Cavalcanti con accento pien di modestia.
— Ella è soprattutto ricca, almeno a quanto io credo.
— Molto ricca, credete? ripetè il giovine.
— Senza dubbio; si dice che il sig. Danglars nasconda per lo meno la metà della sua fortuna.
— Ed egli confessa quindici o venti milioni, disse Andrea con uno sguardo sfavillante di gioia.
— Senza contare, aggiunse Monte-Cristo, che è alla vigilia d’entrare in un genere di speculazione, di già un poco in uso negli Stati-Uniti ed in Inghilterra, ma del tutto nuovo in Francia.
— Sì, sì, so di che volete parlare; la strada di ferro che gli è stata aggiudicata, non è vero?
— Egli guadagnerà almeno, è la voce universale, almeno dieci milioni in quest’affare.
— Dieci milioni, è magnifico! disse Cavalcanti che s’inebriava a questo rumore metallico di parole dorate.
— Senza contare, riprese Monte-Cristo, che tutta questa fortuna riverrà su voi, e che è giustizia, poichè madamigella Danglars è figlia unica. D’altra parte la vostra propria fortuna, vostro padre almeno me l’ha detto, è quasi uguale a quella della vostra fidanzata. Ma lasciamo un poco gli affari monetari. Sapete, sig. Andrea, che voi avete maneggiato questo affare molto abilmente e molto prestamente?
— Non c’è male, io era nato per essere diplomatico.
— Ebbene! vi si farà entrare in diplomazia. La diplomazia, lo sapete, non s’impara; è una cosa d’istinto... Il cuore è dunque preso?
— In verità, ne ho paura, rispose Andrea col tuono con cui aveva veduto al teatro francese Dorante o Valeria rispondere ad Alceste.
— Siete dunque un poco amato?
— Bisogna bene poichè ella mi sposa, disse Andrea con un sorriso vincitore. Ma però non dimentichiamo il punto principale. — E quale?
— Ed è che in tutto questo sono stato particolarmente aiutato. — Bah! — Certamente. — Dalle congiunture.
— No, da voi.
— Da me? lasciate dunque, principe, disse Monte-Cristo calcando con affettazione su questo titolo. E che ho potuto far io per voi? forse che non bastavano il vostro merito e la vostra posizione sociale?
— No, disse Andrea, no; e voi avete un bel dire, sig. conte, io sostengo, che la posizione di un uomo quale voi siete, ha fatto di più che il mio nome, la mia posizione sociale ed il mio merito.
— V’ingannate compiutamente, signore, disse con freddezza Monte-Cristo che sentiva la perfida furberia del giovine, e che capì la portata delle sue parole; non acquistaste la mia protezione che dopo che ebbi prese le mie informazioni della influenza del vostro sig. padre; poichè finalmente chi ha procurato a me, che non aveva mai veduto nè voi nè l’illustre autore dei vostri giorni, la fortuna di fare la vostra conoscenza? Sono stati due miei buoni amici, lord Wilmore, e l’abate Busoni. Chi mi ha intonato, non già ad esservi garante, ma a proteggervi? Fu il nome di vostro padre così conosciuto e così onorato in Italia; personalmente io non vi conosco. — Questa calma, questa perfetta sicurezza, fecero conoscere ad Andrea che pel momento era trascinato da una mano più muscolosa della sua, e che la conversazione non poteva facilmente rompersi. — Sia; ma, diss’egli; mio padre ha dunque realmente una così gran fortuna, sig. conte?
— Pare di sì, signore, rispose Monte-Cristo.
— Sapete se la dote che mi ha promessa sia giunta?
— Io ne ho ricevuta la lettera d’avviso.
— Ma i tre milioni?
— Saranno per viaggio, secondo tutte le probabilità.
— Io dunque li toccherò realmente?
— Ma, diamine! riprese il conte, mi sembra che fino adesso, signore, il danaro non vi sia mancato.
Andrea fu talmente sorpreso, che non potè far a meno di rimanere astratto per qualche minuto.
— Allora, diss’egli, uscendo dalla sua distrazione, mi rimane a farvi una domanda, e questa, lo capirete, quand’anche vi riuscisse disaggradevole...
— Parlate, disse Monte-Cristo.
— Mi sono messo in relazione, mercè la mia fortuna, con molte persone distinte, ed ho eziandio, pel momento almeno, una folla d’amici. Ma, ammogliandomi, come faccio, in faccia a tutta la società parigina, devo essere sostenuto da un nome illustre, ed in mancanza della mano paterna, è una mano possente che deve condurmi all’altare. Ora, mio padre non viene a Parigi, non è vero?
— Egli è vecchio, coperto di ferite, e soffre: corre pericolo di morire ogni volta che viaggia.
— Capisco. Ebbene! io vengo a farvi una domanda.
— A me? — Sì, a voi.
— E quale, mio Dio? — Ebbene! è di sostituirlo.
— Eh! mio caro signore! che! dopo le numerose relazioni che ho avuto l’onore di avere con voi, mi conoscete tanto male da farmi una simile domanda? domandatemi un prestito di mezzo milione, e quantunque esso sia molto difficile, pure, parola d’onore! m’incomodereste meno. Sappiate dunque, credeva d’avervelo già detto, che nella sua partecipazione morale, particolarmente alle cose di questo mondo, giammai il conte di Monte-Cristo non ha cessato di apportare gli scrupoli, e dirò di più le superstizioni degli uomini d’Oriente. Io, che ho un serraglio al Cairo, uno a Smirne, ed uno a Costantinopoli, presiedere ad un matrimonio? mai!
— Così, voi ricusate?
— Nettamente; foste pur mio figlio, mio fratello.
— Ah! gridò Andrea sconcertato, ma come fare allora?
— Voi avete cento amici, lo avete detto voi stesso.
— Son d’accordo, ma voi mi presentaste al sig. Danglars.
— Niente affatto, ristabiliamo i fatti in tutta la loro verità: sono stato io che vi ho fatto pranzare con lui ad Auteuil, e foste voi che vi presentaste da voi stesso; diavolo! questo è ben diverso.
— Sì, ma il mio matrimonio voi l’avete aiutato.
— Io! in alcun modo, vi prego di crederlo; ma ricordatevi dunque ciò che vi dissi quando siete venuto a chiedermi di fare la domanda: «Oh! io non faccio mai matrimonii, mio caro principe, questo è un principio da me stabilito.»
Andrea si morse le labbra: — Ma finalmente, diss’egli, voi almeno vi ritroverete là?
— Vi sarà tutta Parigi? — Oh! certamente!
— Ebbene! vi sarò io come tutta Parigi, disse il conte.
— Voi firmerete il contratto? — Oh! non vi vedo alcun inconveniente, ed i miei scrupoli non vanno fin là.
— Infine, giacchè non volete accordarmi di più, debbo contentarmi di ciò che mi date: un’ultima parola, conte.
— Come dunque? — Un consiglio.
— State in guardia; un consiglio è peggio di un servizio.
— Oh! questo potete darmelo senza cimentarvi. — Dite.
— La dote di mia moglie è di 500 mila lire?
— Questa almeno è la cifra annunziatami da Danglars.
— Debbo riceverla, o lasciarla nelle mani del notaro?
— Ecco, in generale, come si trattano queste cose quando si vuole che succedano con una certa galanteria. I vostri due notari prendono nota del contratto per la dimane o il dopo domani: poi si scambiano le doti, delle quali si danno mutuamente ricevuta; indi, celebrato il matrimonio, mettono i milioni a vostra disposizione, come capo della comunità.
— Gli è perchè, disse Andrea con una certa inquietudine mal dissimulata, mi sembrava di avere inteso dire dal mio futuro suocero, che egli aveva intenzione d’investire i nostri fondi in quel famoso affare delle strade ferrate di cui voi mi parlavate or ora.
— Ebbene! ma, riprese Monte-Cristo, questo è, a quanto assicurasi da tutti, il mezzo che i vostri capitali siano triplicati in un anno. Il sig. barone Danglars è un buon padre, e sa far bene i suoi conti.
— Andiamo dunque, disse Andrea, tutto va bene, salvo il vostro rifiuto che tuttavolta mi ferisce il cuore.
— Non lo attribuite che a scrupoli molto naturali in simili congiunture. — Andiamo, sia dunque fatto come volete. A questa sera alle nove.
— A questa sera. — E non ostante una leggera resistenza per parte di Monte-Cristo, le cui labbra impallidirono, ma che conservarono però il loro sorriso di cerimonia, Andrea prese la mano del conte, la strinse, saltò nel suo phaéton e disparve. Le quattro o cinque ore che gli restavano fino alle nove, Andrea le impiegò in corse, in visite che interessavano questi amici di cui aveva parlato, a comparire dal banchiere con tutto il lusso dei loro equipaggi, abbagliandoli colle promesse di quelle azioni che in seguito fecero girare tutte le teste, e di cui Danglars in quel momento aveva l’iniziativa. Infatto alle otto e mezzo della sera la gran sala di Danglars, la galleria attigua a questa sala, e le tre altre sale di quel piano, eran piene di una folla profumata, poco attirata dalla simpatia, ma molto da quell’irresistibile bisogno di ritrovarsi là ove si sa che accade qualche cosa di nuovo. Un accademico direbbe che le serate di società sono una collezione di fiori che attirano le incostanti api affamate, insetti irrequieti. Non fa mestieri di dire che le sale erano risplendenti di cera, che la luce scorreva ad onde dai candelabri d’oro, alle tende di seta e su tutti quei mobili di cattivo gusto, che non avevano per loro che la ricchezza sfolgorante in tutto il suo splendore.
Madamigella Eugenia era vestita con la semplicità più elegante: una rosa bianca perduta per metà nei suoi capelli neri ebano, componeva tutto il suo abbigliamento, che non era arricchito dal più piccolo gioiello. Soltanto si poteva leggere su gli occhi di lei quella perfetta sicurezza destinata a smentire ciò che questa candida toletta aveva di volgarmente verginale ai proprii occhi. La sig.ª Danglars, a trenta passi da lei, parlava con Debray, Beauchamp e Château-Renaud. Debray aveva fatto il suo ritorno in quella casa nell’occasione di questa grande solennità, ma come tutti gli altri, e senza alcun privilegio particolare.
Il sig. Danglars, circondato da deputati e da uomini di finanze, spiegava una nuova teoria di contribuzioni, che contava di mettere in esercizio quando la forza delle cose avrebbe costretto il governo di chiamarlo al ministero.
Andrea, tenendo sotto il braccio i più noti dandys dell’Opera, spiegava loro abbastanza impertinentemente, atteso che aveva bisogno di essere ardito per sembrare disinvolto, i suoi disegni della sua futura vita, ed i progressi che contava di far fare nel lusso, con le sue 175 mila lire di rendita, alla moda parigina. La folla generale si aggirava nelle sale come un flusso e riflusso di turchine, di rubini, di smeraldi, d’opali e di diamanti. Come da pertutto, si osservava che le più vecchie donne erano le meglio abbigliate, e le più brutte quelle che si mostravano con maggiore ostinazione. Se v’era qualche bel giglio bianco, qualche rosa soave e profumata, bisognava cercarla e scoprirla nascosta in qualche angolo da una madre col turbante, o da una zia coll’uccello del paradiso. A ciascun momento, in mezzo a questa calca, a questo mormorio, a queste risa, un cameriere lanciava un nome conosciuto nelle finanze, rispettato nell’esercito, o illustre nelle lettere; allora un debole movimento nei gruppi accoglieva questo nome. Ma per uno che aveva il privilegio di far fremere queste orde umane, quanti ne passavano o accolti dalla indifferenza, o derisi dallo sdegno! Al momento in cui la sfera della pendola massiccia, che rappresentava Endimione addormito, marcava le nove sul suo quadrante d’oro, ed in cui la molla, fedele riproduttrice del pensiero della macchina, scoccava le nove, il nome del conte di Monte-Cristo risuonò esso pure, e come spinta da una fiamma elettrica, tutta l’assemblea si voltò verso la porta. Il conte era vestito di nero, e colla sua solita semplicità, il gilè bianco delineava il suo vasto e nobile petto, la cravatta nera sembrava di una freschezza singolare, tanto spiccava sotto il languido pallor della sua pelle; per solo gioiello portava una catena da gilè così sottile, che appena si scorgeva il piccolo filetto d’oro staccarsi sul picchè bianco. Fu fatto un cerchio intorno alla porta. Il conte con un sol colpo d’occhio scoperse la sig.ª Danglars ad una estremità della sala, il sig. Danglars all’altra, e madamigella Eugenia davanti a lui. Egli si avvicinò da prima alla baronessa che parlava colla sig.ª de Villefort, venuta sola, Valentina era sempre malata; e senza deviare, tanto il sentiero si apriva davanti a lui, passò dalla baronessa ad Eugenia, cui complimentò con termini così rapidi e così riservati, che l’orgogliosa artista ne fu tocca. Vicino a lei era madamigella Luigia di Armilly, che ringraziò il conte delle lettere di raccomandazione che le aveva graziosamente date per l’Italia, e di cui ella contava, gli disse, di far presto uso. Lasciando queste signore, si voltò, e si ritrovò presso a Danglars, che si era avvicinato per stringergli la mano.
Compiti questi tre doveri sociali, Monte-Cristo si fermò movendo intorno a sè quello sguardo sicuro, pieno di quella particolare espressione delle genti di gran società e particolarmente di una certa portata, sguardo che sembra dire: ho fatto ciò che doveva, ora gli altri facciano a me ciò che mi è dovuto. Andrea, che era in un salotto attiguo, sentì quella specie di fremito che Monte-Cristo aveva impresso alla folla, e corse a salutare il conte. Lo ritrovò compiutamente circondato; si disputavano le sue parole, come accade generalmente alle persone che parlano poco, e che non dicono mai una parola senza significato. I notari fecero la loro entrata in quel momento, e vennero ad installare le loro scritture bollate sui velluti ricamati in oro, che coprivano la tavola preparata per la soscrizione, tavola di legno dorato intagliata a zampe di leone. Uno dei notari si mise a sedere, l’altro rimase in piedi; si stava per procedere alla lettura del contratto, che la metà di Parigi, presente questa solennità, doveva sottoscrivere. Ciascuno prese posto, o piuttosto le donne fecero un circolo, mentre che gli uomini, più indifferenti sul punto dello stile energico, come dice Boileaux, fecero i loro comentarii sull’agitazione febbrile di Andrea, sulla attenzione del sig. Danglars, sulla impassibilità di Eugenia, e sul modo lesto e giocoso con cui la baronessa trattava questo importante affare.
Il contratto fu letto in mezzo al più profondo silenzio: ma terminata la lettura il rumore ricominciò subito nelle sale, raddoppiato da quello che era prima; queste somme brillanti, questi milioni rotolanti nell’avvenire dei due giovani, e che venivano a completare l’esposizione che se ne era fatta, in una camera esclusivamente consacrata a questo oggetto, del corredo della maritata e dei diamanti della giovane sposa, avevano risuonato con tutto il loro prestigio nella gelosa assemblea. Le grazie di madamigella Danglars ne venivano raddoppiate agli occhi dei giovani, e pel momento esse eclissavano lo splendore del sole.
In quanto alle donne, non vi è bisogno di dirlo, mentre invidiavano questi milioni, credevano di non averne bisogno per esser belle. Andrea, stretto fra i suoi amici, complimentato, adulato cominciava a credere alla realtà del sogno che faceva; era sul punto di perdere la testa.
Il notaro prese solennemente la penna fra due dita, l’alzò al di sopra della testa e disse: — Signori, si passa a sottoscrivere il contratto. — Il barone doveva firmare pel primo; indi il rappresentante dei poteri del sig. Cavalcanti padre, poi la baronessa, in seguito i futuri coniugi, come si dice in questo abominevole stile che ha il suo corso sulla carta bollata. Il barone prese la penna e sottoscrisse, poi il rappresentante del padre. La baronessa si avvicinò tenendo sotto il braccio la signora de Villefort. — Amica mia, disse ella, prendendo la penna, non è una cosa disperante? un inatteso incidente, giunto in questo affare dell’assassinio e del rubamento, di cui il sig. conte di Monte-Cristo per poco non è rimasto vittima, ci priva del piacere di avere il sig. de Villefort.
— Oh! mio Dio! fece Danglars collo stesso tuono con cui avrebbe detto: «Ciò mi è del tutto indifferente.»
— Mio Dio! disse Monte-Cristo nell’avvicinarsi, credo di esser io la causa involontaria di questa assenza.
— Come! voi conte? disse la sig.ª Danglars sottoscrivendo. Se fosse così, guardatevi, non vel perdonerò mai.
Andrea tendeva le orecchie. — Non è certamente per colpa mia, disse il conte; così desidero di constatarlo.
Si ascoltò avidamente: Monte-Cristo, che tanto raramente schiudeva le labbra, stava per parlare.
— Voi vi ricorderete, disse il conte in mezzo al più profondo silenzio, che fu in mia casa che morì quel disgraziato che era venuto per rubarmi, e che uscendo di mia casa fu ucciso, a quanto si crede, dal suo complice?
— Sì, disse Danglars.
— Ebbene! per arrecargli soccorso fu spogliato, e i suoi abiti furono gettati in un angolo da dove la giustizia li raccolse; ma la giustizia, prendendo l’abito ed i calzoni per depositarli al tribunale, aveva dimenticato il gilè.
Andrea impallidì visibilmente e si ritirò dolcemente dalla parte della porta; vedeva comparire una nube sull’orizzonte, e questa gli sembrava racchiudere nei suoi fianchi una tempesta. — Ebbene, oggi si è ritrovato questo disgraziato gilè, tutto ricoperto di sangue e perforato nella direzione del cuore. — Le dame mandarono un grido, e due o tre di loro si prepararono a svenire. — Mi fu portato. Nessuno poteva indovinare di dove veniva questo cencio; io solo pensai che era probabilmente il gilè della vittima, il mio cameriere però frugando con ribrezzo e cautela questa funebre reliquia, ha sentito una carta nella saccoccia, e l’ha cavata: questo era un biglietto diretto a chi? a voi, barone.
— A me? gridò Danglars.
— Oh! mio Dio sì, a voi; son pervenuto a leggere il vostro nome sotto il sangue di cui è macchiato questo biglietto, rispose Monte-Cristo in mezzo alla irruzione della sorpresa generale.
— Ma, domandò la sig.ª Danglars, guardando suo marito con inquietudine, in che modo ciò impedisce il sig. de Villefort?...
— È semplicissimo, signora, rispose Monte-Cristo, questo gilè e questa lettera erano ciò che si chiamano pezzi di convinzione; la lettera e il gilè io l’ho inviati al sig. procuratore del Re: capite, mio caro barone, la via legale è più sicura in materia criminale, era forse qualche macchinazione contro di voi. — Andrea guardò fissamente Monte-Cristo, e disparve nella seconda sala. — È possibile, quest’uomo assassinato non era un antico forzato?
— Sì, rispose il conte, un antico forzato, Caderousse.
Danglars impallidì leggermente, Andrea lasciò la seconda sala ed entrò nell’anticamera. — Ma firmate dunque, disse Monte-Cristo; mi accorgo che il mio racconto ha messa tutta la società in azione, e ne domando umilmente perdono a voi, signora baronessa, ed a madamigella Danglars.
La baronessa, che aveva firmato, rimise la penna al notaro. — Sig. principe Cavalcanti; disse il notaro, sig. principe Cavalcanti, dove siete?
— Andrea! Andrea! ripeterono molte voci di quei giovani che erano di già arrivati a quel grado di intimità col nobile italiano da chiamarlo col suo nome di battesimo.
— Chiamate dunque il principe! prevenitelo dunque che sta a lui il firmare! gridò Danglars ad un cameriere.
Ma nel medesimo punto rifluì la folla degli assistenti spaventata, nella sala principale, come se qualche terribile mostro fosse entrato negli appartamenti, cercando quello che doveva divorare. Vi era infatto qualche cosa di che rinculare, spaventarsi, gridare. Un ufficiale di gendarmeria situava due gendarmi alla porta di ciascuna sala, e si avanzava verso Danglars, preceduto da un commissario di polizia cinto della sua sciarpa. La sig.ª Danglars gettò un grido e svenne. Il sig. Danglars, che si credeva minacciato (certe coscienze non sono mai tranquille) offrì agli occhi dei suoi convitati un viso sconvolto dal terrore.
— Che vi è dunque, signore? domandò Monte-Cristo avanzandosi verso il commissario.
— Chi di voi signori, domandò il magistrato senza rispondere al conte, si chiama Andrea Cavalcanti?
Un grido di stupore partì da tutti gli angoli della sala.
Si cercò; si interrogò. — Ma che cosa è dunque questo Andrea Cavalcanti? domandò Danglars quasi fuor di sè.
— Un antico forzato sfuggito dalle galere di Tolone.
— E che delitto ha commesso?
— Egli è prevenuto, disse il commissario colla sua voce impassibile, di avere assassinato il nominato Caderousse, suo compagno di catena, al momento in cui questi uscì dal conte di Monte-Cristo. — Monte-Cristo gettò uno sguardo rapido intorno a sè... Andrea era sparito.
XCVI. — LA STRADA DEL BELGIO.
Alcuni minuti dopo la scena di confusione prodotta nelle sale del sig. Danglars per la comparsa inattesa del brigadiere di gendarmeria e per la rivelazione che ne era stata la conseguenza, il vasto palazzo si era vuotato, con una rapidità simile a quella che avrebbe prodotto l’annunzio di un caso di peste o di colera-morbus accaduto in mezzo ai convitati: in pochi minuti da tutte le porte, da tutte le uscite, ciascuno si era affrettato di ritirarsi, o piuttosto di fuggire; perchè questa era una di quelle congiunture nelle quali non bisogna neppure tentare di dare quelle cerimoniose consolazioni che sono solite a rendersi nelle grandi catastrofi dai migliori amici tanto importuni. Non era rimasto nel palazzo del banchiere che Danglars, chiuso nel suo gabinetto, e facendo la sua deposizione fra le mani del sotto-ufficiale di gendarmeria; che la sig.ª Danglars, spaventata, nel gabinetto che conosciamo, ed Eugenia, che, coll’occhio altero ed il labbro sdegnoso, si era ritirata nella sua camera colla sua inseparabil compagna, madamigella Luigia d’Armilly. In quanto ai numerosi domestici, più numerosi ancora in quella sera, che d’ordinario, perchè vi erano stati aggiunti, in occasione della festa, i sorbettieri, i cerimonieri e i maestri di casa del Caffè di Parigi, voltando contro il loro padrone la collera di ciò ch’essi chiamavano il loro affronto stazionavano a gruppi nell’officio, nelle cucine, nelle loro camere inquietandosi molto poco del servizio, che del resto si ritrovava naturalmente interrotto. In mezzo a questi differenti personaggi, frementi per interessi diversi, due soli meritano che ci occupiamo di loro: madamigella Eugenia Danglars, e madamigella Luigia d’Armilly. La giovane fidanzata, lo abbiamo detto, si era ritirata con aria altera, col labbro sdegnoso, e con l’andamento di una regina oltraggiata, seguita dalla sua compagna più pallida e più commossa di lei. Giungendo nella sua camera, Eugenia chiuse la porta per di dentro, mentre che Luigia cadeva sur una sedia.
— Oh! mio Dio! mio Dio! che cosa orribile! disse la giovane cantante; e chi poteva dubitare di questo? il sig. Andrea Cavalcanti... un assassino... un forzato fuggito dalla galera.... un forzato!... — Un sorriso ironico increspò le labbra di Eugenia.
— In verità, io era predestinata, diss’ella: sfuggo da Morcerf per cadere in Cavalcanti.
— Oh! non confondiamo l’uno con l’altro, Eugenia.
— Taci, tutti gli uomini sono infami, son felice di poter far di più che detestarli: or li disprezzo.
— Che faremo? domandò Luigia.
— Ciò che dovevamo fare fra tre giorni... partire.
— Così, quantunque non ti mariti più, tu vuoi sempre...
— Ascolta, Luigia; ho in orrore questa vita della società sempre ordinata, misurata, regolata come un nostro foglio di musica. Ciò che sempre ho desiderato, voluto, ciò che ha formato la mia ambizione, è stata sempre la vita dell’artista, la vita libera, indipendente, in cui non si ha a render conto che a sè. Restare, per far che? perchè si tenti fra un mese di maritarmi nuovamente; a chi, al sig. Debray forse come ne è stato per un momento parola? No, Luigia, no; l’avventura di questa sera mi servirà di scusa; io non ne cercava, non ne domandava, Dio mi ha inviato questa, essa sia la benvenuta.
— Come tu sei forte e coraggiosa!
— Non mi conosci ancora? Andiamo, Luigia, parliamo dei nostri affari. La carrozza di posta...
— È fortunatamente comprata da tre giorni.
— L’hai fatta condurre dove dobbiam prenderla?
— Sì. — Il nostro passaporto? — Eccolo.
Ed Eugenia colla sua abituale freddezza, spiegò la carta bollata e lesse.
«Sig. Leone d’Armilly, dell’età di venti anni, professione artista; capelli neri, occhi neri; viaggiando con sua sorella.»
— A meraviglia! con che mezzo tel sei procurato?
— Andando dal sig. di Monte-Cristo a chiedere delle lettere di raccomandazione per gl’impresari dei teatri di Roma e di Napoli, gli ho espresso i miei timori di viaggiare da donna; egli li ha perfettamente capiti, si è messo a mia disposizione per procurarmi un passaporto da uomo, e due giorni dopo ho ricevuto questo, al quale ho aggiunto di mia propria mano: viaggiando con sua sorella.
— Ebbene, disse allegramente Eugenia, non si tratta più che di fare i nostri bauli; partiremo la sera della sottoscrizione del contratto, invece di partire la sera delle nozze; ecco tutto.
— Rifletteteci bene, Eugenia.
— Oh! tutte le mie riflessioni sono fatte; sono stanca di non sentire parlare che di riporti, di fine del mese, dell’alzarsi e abbassarsi dei fondi spagnuoli, dei boni di Haïti. Invece di tutto ciò, l’aria, la libertà, il canto degli uccelli, la pianura della Lombardia, i canali di Venezia, i palazzi di Roma, la spiaggia di Napoli. Quanto possediamo, Luigia?
La giovanetta che s’interrogava cavò da uno scrigno intarsiato un piccolo portafogli colla serratura che aprì, e nel quale contò 23 biglietti di banca.
— Ventitremila franchi, diss’ella.
— E per altrettanto almeno di perle, di diamanti, e di gioielli, disse Eugenia: siamo ricche. Con 45mila franchi abbiam di che vivere da principesse per due anni, o convenevolmente per quattro. Ma prima di sei mesi, tu colla musica, io colla voce, avrem raddoppiato il capitale. Andiamo, incaricati del danaro, io m’incarico del bauletto dei gioielli, dimodochè se una di noi due avesse la disgrazia di perdere il suo tesoro, l’altra avrebbe sempre il suo. Ora, la valigia, sollecitiamoci; la valigia.
— Aspetta, disse Luigia andando ad ascoltare alla porta della sig.ª Danglars. — Che temi tu?
— Che qualcuno non ci sorprenda.
— La porta è chiusa.
— Che non ci ordinino d’aprire.
— Che l’ordinino se vogliono, noi non apriremo.
— Tu sei una vera amazzone, Eugenia! — E le due giovanette, con una prodigiosa attività, si misero ad affastellare in un baule tutti gli oggetti da viaggio di cui esse credevano di aver bisogno.
— Ecco fatto, disse Eugenia; or mentre io cambio di costume, tu chiudi la valigia.
— Ma io non posso, non ho forza; chiudila tu.
— Ah! è giusto, disse ridendo Eugenia, dimenticava che io sono Ercole, e tu la pallida Omfale.
E la giovanetta appoggiando il ginocchio sul coperchio del baule, contrasse le braccia bianche e muscolose fin che le due parti furon riunite, e madamigella d’Armilly passasse il lucchetto negli anelli delle due spranche. Terminata questa operazione, Eugenia aprì un cassetto, del quale portava indosso la chiave, e ne cavò un mantello da viaggio di seta violetta ovattato: — Prendi, diss’ella, tu vedi che ho pensato a tutto, con questo mantello tu non avrai freddo.
— Ma tu? — Oh! io non ho mai freddo, tu lo sai bene; d’altra parte con questi abiti da uomo...
— Tu ti vesti qui? — Senza dubbio.
— Ma ne avrai il tempo?
— Non aver la minima inquietudine, poltrona; tutte le nostre genti sono occupate dal grande affare. D’altra parte, vi è niente di maraviglioso, quando si pensa alla grande disposizione, in cui devo essere, e che io mi sia rinchiusa?
— Sì, è vero, tu mi tranquilli...
— Vieni dunque, aiutami. — E dal medesimo cassetto dal quale aveva tolto il mantello, che aveva regalato a madamigella d’Armilly, e col quale questa si era coperte le spalle, cavò un abbigliamento completo da uomo, dagli stivaletti fino al cappello, con una provvisione di biancheria in cui non vi era niente di superfluo, ma in cui nulla mancava del necessario. Allora, con prestezza che faceva conoscere che senza dubbio, non era la prima volta che vestiva gli abiti di un altro sesso, Eugenia calzò gli stivaletti, infilò i pantaloni, si annodò la cravatta, abbottonò fino al collo un gilè a due petti, ed indossò un soprabito che delineava la sua corporatura svelta e ben fatta.
— Oh! benissimo! in verità benissimo! disse Luigia guardandola con ammirazione; ma questi bei capelli neri, queste trecce magnifiche, che facevano sospirare d’invidia tutte le donne, potranno essere contenute sotto un cappello da viaggio come questo?
— Tu starai a vedere, disse Eugenia. — Ed afferrando colla mano sinistra la folta treccia, sulla quale appena arrivavano a riunirsi le sue lunghe dita, colla destra prese una forbice, e ben presto sentissi stridere l’acciaro in mezzo della lunga e splendida chioma, che cadde tutta intera ai piedi della giovanetta, rovesciata in addietro per allontanarla dal soprabito. Indi, abbattuta la treccia superiore, passò a quelle sulle tempia, che abbattè successivamente senza lasciarsi sfuggire il minimo atto di dispiacere: al contrario, gli occhi brillarono più vivi e più allegri del consueto sotto le sopracciglia nere come l’ebano: — Oh! che capelli magnifici! disse Luigia con rincrescimento.
— E non sto cento volte meglio così? gridò Eugenia lisciandosi gli sparsi boccoli della sua pettinatura divenuta mascolina, e non mi trovi ancor più bella così?
— Oh! tu sei sempre bella! ma ora dove andiamo?
— A Bruxelles, se vuoi, è la frontiera più vicina; raggiungeremo Bruxelles, Liegi, Aix-la-Chapelle; risaliremo il Reno fino a Strasburgo, traverseremo la Svizzera, e discenderemo in Italia per il San-Gottardo; ti accomoda così?
— Sì. — Ma che cosa guardi?
— Io guardo te. In verità, tu sei così adorabile, si direbbe che mi hai rapita.
— E poffar di bacco! si avrebbe ragione.
— Oh! io credo che tu abbia ragione, Eugenia!
E le due giovanette, che ciascuno avrebbe credute immerse nelle lagrime, l’una per conto proprio, l’altra per affezione alla sua amica, scoppiarono in una risata, facendo sparire tutte le tracce più visibili del disordine che naturalmente aveva accompagnato gli apparecchi della loro evasione. Indi, avendo spenti i lumi, coll’occhio interrogatore, l’orecchie all’erta, il collo teso, le due fuggitive aprirono la porta di un gabinetto di toletta che metteva in una sala interna e di là fino al cortile, Eugenia camminando la prima, e sostenendo con un braccio l’ansa della valigia, dall’altra parte sostenuta da madamigella Armilly sollevandola appena con ambe le mani. Suonava mezza notte, il cortile era vuoto. Il portinaro vegliava ancora. Eugenia si accostò dolcemente, e vide dai vetri il degno svizzero che dormiva in fondo al casotto sdraiato sul sofà.
Ella ritornò verso Luigia, riprese il baule che per un momento aveva deposto a terra, ed entrambe, seguendo l’ombra proiettata dal muro, raggiunsero la volta. Eugenia fe’ nascondere Luigia in un angolo della porta, in modo che il portinaro, se per caso avesse voluto alzarsi, non avesse veduta che una persona. Indi offrendosi al pieno raggio del lampione che illuminava il cortile: — La porta! gridò ella colla sua più bella voce da contralto, battendo sulla invetriata. Il portinaro si alzò, come lo aveva preveduto Eugenia, e fece ancora qualche passo per riconoscere la persona che usciva, ma vedendo un giovinotto che batteva impazientemente il bastoncino sui calzoni, aprì sul momento. Luigia tosto si strisciò come un serpente dalla porta semi-aperta, e balzò leggermente di fuori. Eugenia, tranquilla in apparenza, quantunque, secondo ogni probabilità, il suo cuore contasse più pulsazioni che d’ordinario, uscì a sua volta. Passava un commissionario, fu incaricato di portare il baule; indi le due giovanette gl’indicarono come meta della loro corsa la strada della Vittoria n. 36. Esse camminarono dietro a quest’uomo, la cui presenza tranquillava Luigia; in quanto ad Eugenia, era forte come Giuditta, o come Dalila. Si giunse al numero indicato. Eugenia ordinò al commissionario di depositare il baule, gli regalò alcune monete, e dopo aver battuto ad una persiana, lo licenziò. Questa persiana era quella di una piccola curandaia di già prevenuta, che non era ancora andata a dormire. Ella aprì. — Madamigella, disse Eugenia, fate cavare dal portinaro la carrozza dalla rimessa, e mandate a prendere i cavalli al palazzo della posta. Ecco cinque fr. per l’incomodo che gli diamo.
— In vero, disse Luigia, ti ammiro, e direi quasi, ti rispetto. — La curandaia guardava con meraviglia; ma siccome era stato convenuto che vi sarebbero venti luigi per lei, non fece la più piccola osservazione. Un quarto d’ora dopo, il portinaro ritornava conducendo il postiglione ed i cavalli che, in un giro di mano, furono attaccati alla carrozza, sulla quale il portinaro assicurò il baule per mezzo di una corda e di uno strettoio.
— Ecco il passaporto, disse il postiglione; che strada prendiamo?
— Quella di Fontainebleau, rispose Eugenia con voce quasi maschile.
— Ebbene! che dici dunque? domandò Luigia.
— Rendo il cambio, disse Eugenia; questa donna alla quale diamo venti luigi può tradirci per quaranta: sul baluardo prenderemo un’altra direzione. — E la giovanetta si slanciò nella brisca, preparata con tutti i comodi, senza neppure toccare il montatore. Un quarto d’ora dopo, il postiglione, rimesso nel diritto sentiero, oltrepassava, facendo schioppettare la frusta, il cancello della barriera Saint-Martin. — Ah! disse Luigia respirando, eccoci dunque uscite di Parigi.
— Sì, mia cara, e il ratto è bello e bene combinato.
— Sì, ma senza violenza.
— Farò valere questo, come circostanza attenuante, rispose Eugenia. — Queste parole si perderono col rumore che facea la carrozza sul selciato della Villette.
Il sig. Danglars non avea più figlia.
XCVII. — L’ALBERGO DELLA CAMPANA E DELLA BOTTIGLIA.
Ed ora lasciamo madamigella Danglars e la sua amica scorrere sulla strada di Bruxelles, e ritorniamo al povero Andrea Cavalcanti, così disgraziatamente fermato nello scatto della sua fortuna. Ad onta della sua giovane età, Andrea Cavalcanti era un uomo molto destro ed intelligente. Così ai primi rumori che penetrarono nelle sale, lo abbiam veduto gradatamente accostarsi alla porta, traversare una o due camere, e finalmente sparire. Una cosa che abbiam dimenticato di ricordare, e che, non pertanto, non deve essere omessa, si è che in una di queste due camere, che dovè traversare, stava esposto il corredo della sposa: scrigni di diamanti, scialli di casimiro, merletti di Valencienne, veli di Inghilterra, e tutto ciò infine, che in questo mondo vi è di oggetti tentatori, il cui nome soltanto fa balzare di gioia il cuore delle giovanette, e che concorre a formare ciò che i francesi chiamano corbeille. Ora, passando da questa camera, cosa che prova che non solo il giovine era molto destro e molto intelligente, ma ancor molto previdente, egli afferrò l’astuccio che conteneva il più ricco adornamento in brillanti di quanti erano là esposti. Munito di questo compagno Andrea si era sentito di metà più leggero, per saltare dalla finestra, e sfuggir dalle mani dei gendarmi. Grande e snello come l’antico giostratore, muscoloso come uno spartano, Andrea aveva fatta una corsa di un quarto d’ora senza sapere ove andava, e nello scopo soltanto d’allontanarsi dal luogo, ove per poco non era stato arrestato. Partendo dalla strada Mont-Blanc, con quell’istinto dei ladri per le barriere, che i lepri hanno per i cespugli, si era ritrovato in capo alla strada Lafayette.
Là, soffocato, anelante, si fermò: era perfettamente solo, ed aveva alla sinistra il recinto di San Lazzaro, vasto deserto; alla destra Parigi in tutta la sua profondità.
— Sono io perduto? domandò a sè stesso. No, posso usare un’attività superiore a quella dei miei nemici. La mia salvezza è dunque divenuta semplicemente una questione di miriametri. — In quel momento scoprì, salendo l’alto del sobborgo Poissoniére, un cabriolet di piazza, il cui cocchiere meditabondo, fumando la pipa, sembrava voler raggiungere l’estremità opposta del sobborgo Saint-Denis ove senza dubbio faceva la sua stazione ordinaria.
— Ehi! amico! disse Benedetto. — Che c’è? domandò il cocchiere. — Il vostro cavallo è stanco?
— Stanco! ah sì davvero! non ha fatto niente in tutta la santa giornata. Quattro cattive corse e venti soldi di mancia; in tutto sette fr. ed io devo darne dieci al padrone!
— Volete aggiungere a questi sette fr. altri venti?
— Con piacere, venti fr. non sono da disprezzarsi. Che si deve fare? sentiamo.
— Una cosa facilissima, semprechè il cavallo non sia stanco.
— Vi dico che andrà come un zeffiro; il tutto sta di dire da qual parte volete che io vada.
— Dalla parte del Louvres.
— Ah! ah! lo conosco: il paese del ratafià!
— Precisamente. Si tratta semplicemente di raggiungere un amico, col quale domani mattina debbo andare alla caccia a Chapelle-en-Serval. Doveva aspettarmi qui fino alle undici e mezzo, è mezza notte; egli si sarà stancato di aspettarmi, e sarà partito solo.
— È probabile. — Ebbene, volete tentare di raggiungerlo? — Non chiedo di meglio. — Ma se noi non lo raggiungiamo di qui a Bourget, avrete venti fr. Se non lo raggiungiamo di qui a Louvres, trenta.
— E se lo raggiungiamo?
— Quaranta, disse Andrea che aveva avuto un momento di esitazione, ma che aveva riflettuto che non arrischiava niente a promettere.
— Così va bene! disse il cocchiere. Montate, e in cammino!
Andrea montò nel cabriolet che, con una rapida corsa, traversò il sobborgo Saint-Denis, costeggiò il sobborgo Saint-Martin, traversò la barriera, e infilò nella interminabile Villette. Si aveva un bel fare a raggiungere questo amico chimerico; però a quando a quando ai passaggieri in ritardo, alle bettole ancora aperte, Cavalcanti chiedeva informazioni di un cabriolet verde, attaccato ad un cavallo baio-scuro; e, siccome sulla strada dei Paesi-Bassi circola un buon numero di cabriolet dei quali nove decimi son verdi, le informazioni piovevano ad ogni passo. Tutti lo avevano sempre poco prima veduto passare; non aveva più di 500 passi di vantaggio, non ne aveva più di 200, non ne aveva più di cento; finalmente si raggiungeva, si sorpassava, non era quello. Una volta il cabriolet fu passato egli pure, da un calesse rapidamente trasportato al galoppo da due buoni cavalli da posta: — Ah! disse a sè stesso Cavalcanti, se avessi quel calesse, quei due buoni cavalli, e soprattutto il passaporto che abbisogna per prenderli!
Ed egli sospirò profondamente. Questo calesse era quello che trasportava madamigella Danglars e madamigella d’Armilly. — Andiamo! andiamo! disse Andrea, non possiamo tardare a raggiungerlo. — Il povero cavallo riprese il trotto arrabbiato che aveva continuato dalla barriera, e giunse fumante a Louvres. — Ah! disse Andrea, vedo bene che non raggiungerò il mio amico, e che ammazzerei il vostro cavallo. Così adunque val meglio che mi fermi. Ecco i vostri trenta fr., io me ne vado a dormire al Cavallo-Rosso, e nella prima carrozza nella quale troverò un posto, lo prenderò. Buona sera, amico mio. — Ed Andrea, dopo aver messe sei monete da 5 fr. nella mano del cocchiere, saltò lestamente sul battuto della strada. Il cocchiere mise allegramente la somma in saccoccia, e riprese al passo la strada di Parigi; Andrea finse di andare al Cavallo-Rosso; ma dopo essersi fermato un momento alla porta, aspettando che il rumore del cabriolet si perdesse all’orizzonte, riprese la sua strada, e con un passo ginnastico molto svelto, compì una corsa di due leghe. Là egli si riposò; doveva essere vicino alla Chapelle-en-Serval ove aveva detto di andare. Non era la fatica che fermava Andrea Cavalcanti, ma il bisogno di prendere una risoluzione, la necessità di adottare un disegno. Montare in diligenza era impossibile; prendere la posta egualmente. Per viaggiare nell’uno o nell’altro modo il passaporto è di prima necessità.
Dimorare nel dipartimento dell’Oise, vale a dire in uno dei dipartimenti più scoperti, e più sorvegliati della Francia era egualmente impossibile, soprattutto ad un uomo come Andrea, esperto in materia criminale. Egli si sedè sulle rive del fosso, lasciossi cader la testa fra le mani e riflettè. Dieci minuti dopo rialzò la testa: la risoluzione era già presa. Coprì di polvere una parte del palettò che aveva avuto il tempo di staccare dall’anticamera, e di abbottonarsi al di sopra del suo abito da ballo, e giungendo alla Chapelle-en-Serval andò a battere arditamente alla porta del solo albergo del paese. L’oste venne ad aprire.
— Amico mio, disse Andrea, io andava da Morte-Fontaine a Senlis, quando il mio cavallo, che è un animale cattivo, ha fatto una scartata, e mi ha cacciato a dieci passi. Questa notte mi necessita di giungere a Compiègne sotto pena di causare le più vive inquietudini alla mia famiglia, avreste un cavallo da darmi in fitto? — Buono o cattivo, un albergatore ha sempre un cavallo. L’albergatore della Chapelle-en-Serval chiamò il garzone di stalla, gli ordinò d’insellare il Bianco, e risvegliò suo figlio, ragazzo di sette anni, il quale doveva montare in groppa del signore, per ricondurre il quadrupede. Andrea pagò venti fr. all’albergatore e, cavandoli di saccoccia, lasciò cadere un biglietto di visita. Questo biglietto era quello di uno dei suoi amici del caffè di Parigi, dimodochè l’albergatore, quando Andrea fu partito, ed ebbe raccolto il biglietto di saccoccia, fu convinto di aver dato infatto il suo cavallo al sig. conte de Maulion strada S. Domenico n. 25: erano il nome e l’indirizzo che si trovavano sul biglietto.
Il Bianco non andava presto, ma andava con un passo uguale e continuo; in tre ore e mezzo Andrea fece le nove leghe che lo separavano da Compiègne; suonavano le quattro all’orologio del Palazzo di Città, quando giunse sulla piazza dove si fermano le diligenze. A Compiègne vi è un eccellente albergo, di cui si ricordano quelli stessi che non vi hanno alloggiato che una sola volta. Andrea, che vi aveva fatta una fermata in una delle sue corse nei dintorni di Parigi, si risovvenne dell’albergo della Campana e della Bottiglia: si orizzontò, vide al chiaror del lampione la tabella indicatrice, e dopo aver congedato il fanciullo, al quale regalò quanto aveva di piccola moneta, andò a battere alla porta riflettendo con molta aggiustatezza, che egli aveva tre o quattro ore di vantaggio, e che il meglio era di premunirsi con un buon sonno, ed una buona cena, contro le fatiche future. Il cameriere gli venne ad aprire.
— Amico mio, disse Andrea, vengo da S. Giovanni del Bosco, ove ho pranzato; contava prendere la carrozza che passa a mezza notte, ma mi son perduto come uno stupido, e son già quattro ore che passeggio nella foresta. Datemi una di queste belle camerine che danno sul cortile, e fatemi portare un pollo freddo ed una bottiglia di vino di Bordò.
Il cameriere non ebbe alcun sospetto: Andrea parlava con la più perfetta tranquillità; il sigaro in bocca e le mani nelle saccocce del palettò; i suoi abiti erano eleganti, la barba fatta di recente, gli stivali irreprensibili; aveva l’aspetto di un vicino che avesse fatto tardi, ecco tutto.
Mentre il cameriere preparava la sua camera l’ostessa si alzò; Andrea l’accolse col più grazioso sorriso, e le domandò se poteva avere la camera n. 3 in cui aveva già dormito l’ultima volta che era passato da Compiègne; disgraziatamente il n. 3 era preso da un giovine che viaggiava con sua sorella. Andrea parve disperato; egli non si consolò che allorquando l’ostessa lo ebbe assicurato che il n. 7, che si stava preparando, aveva assolutamente la medesima disposizione del n. 3, e scaldandosi i piedi, e parlando delle ultime corse di Chantilly, aspettò che gli venisse annunziato che la camera era in ordine. Non era senza ragione che Andrea aveva parlato di quei belli appartamenti che davano sul cortile; il cortile dell’albergo della Campana aveva una triplice fila di galleria che gli dava l’aspetto di un anfiteatro, con i suoi gelsomini e le sue clematidi, che salivano lungo le colonne leggiere come una decorazione naturale e uno dei più graziosi ingressi d’albergo che sieno al mondo. Il pollo era fresco, il vino vecchio, il fuoco chiaro e favillante; Andrea cenando si sorprese del suo buon appetito, come se nulla gli fosse accaduto, indi andò a letto, e si addormentò subito con quel sonno implacabile che l’uomo di trent’anni trova sempre, anche quando ha dei rimorsi. Ora noi siamo sforzati di confessare che Andrea avrebbe potuto avere dei rimorsi, ma che non ne aveva. Ecco qual era l’idea di Andrea, idea che gli aveva portata la maggior parte della sua sicurezza.
Col giorno si sarebbe alzato, uscirebbe dall’albergo dopo aver pagato scrupolosamente i suoi conti; s’internerebbe nella foresta, comprerebbe, sotto pretesto di fare degli studii di pittura, l’ospitalità di un contadino; si procurerebbe un abito da campagnuolo spogliandosi della pelle di leone per prendere quella dell’artista; indi colle mani terrose, i capelli imbruniti da un pettine di piombo, colla tinta della pelle alterata da una preparazione di cui i suoi antichi camerati gli avevan data la ricetta, di foresta in foresta giungerebbe alla frontiera più vicina, camminando la notte, dormendo il giorno nel bosco, senza avvicinarsi ai luoghi abitati che per comprare a quando a quando del pane. Superata una volta la frontiera, Andrea avrebbe fatto denari coi suoi diamanti, riunito il prezzo che ne avrebbe ricavato, ad una diecina di biglietti di banca che portava sempre indosso per qualunque accidente, si ritroverebbe ancora padrone di un 50 mila fr. che non sembravano alla sua filosofia un peggio andare troppo rigoroso. D’altra parte egli contava molto sulla premura che avevano i Danglars ad estinguere il rumore della loro disavventura.
Ecco perchè, oltre la stanchezza, Andrea dormì così presto e così bene. D’altra parte per esser sveglio di buon mattino, Andrea non aveva chiuse le persiane, si era soltanto contentato di mettere il catenaccio alla porta, e di tenere aperto, sulla sua tavola da notte, un certo coltello molto puntuto, di cui conosceva la eccellente tempra, e che non lasciava mai. Circa alle sette del mattino fu svegliato da un raggio di sole che gli veniva tiepido e brillante sul viso.
In tutti i cervelli bene organizzati l’idea dominante, (ve ne è sempre una) è quella che dopo essersi addormita per l’ultima, illumina per la prima il pensiero nello svegliarsi. Andrea non aveva ancora interamente aperti gli occhi, che il suo pensiero dominante già lo possedeva, e gli soffiava all’orecchio che aveva dormito troppo lungamente.
Saltò a basso dal letto e corse ad una finestra.
Un gendarme traversava il cortile. Un gendarme è uno di quegli oggetti che più colpiscono in questo mondo, anche per l’occhio di un uomo senza inquietudini; ma per ogni coscienza timorosa e che ha qualche motivo di esserlo, il giallo, il blu ed il bianco di cui si compone la sua uniforme, diventano colori spaventevoli: — Perchè un gendarme? domandò a sè stesso Andrea: indi si rispose con quella logica che il lettore ha di già notato in lui:
— Un gendarme non ha niente che debba meravigliare in un’osteria: non ce ne meravigliamo adunque, ma vestiamoci. — Ed il giovine si vestì con una rapidità che non aveva potuto fargli perdere il suo cameriere, durante i pochi mesi di vita elegante che aveva condotta a Parigi.
— Buono! disse Andrea nel vestirsi, aspetterò che sia partito, e quando sarà partito lui, signerò io. — E mentre diceva queste parole, e mettendosi la cravatta, ritornò dolcemente alla finestra, e sollevò una seconda volta la tendina di mussola. Non solo il primo gendarme non era partito, ma il giovine scoperse una seconda uniforme blu, gialla e bianca alla fine della scala, la sola per la quale si poteva discendere, mentre che una terza a cavallo e colla carabina in mano stava di sentinella sulla porta di strada, la sola per la quale si poteva uscire. Questo terzo gendarme era significativo all’ultimo grado; perchè davanti a lui si estendeva un semi-cerchio di curiosi che bloccavano ermeticamente la porta dell’albergo. — Io son cercato! fu il primo pensiero di Andrea. Diavolo! — Il pallore investi la fronte del giovine, egli guardò intorno a sè con ansietà. La sua camera, come tutte quelle di questo piano, non aveva altra uscita che dalla galleria esterna scoperta agli sguardi di tutti. — Io son perduto! fu il suo secondo pensiero. — Infatto per un uomo nella situazione di Andrea, l’arresto voleva dire: sedute, giudizio, morte, morte senza misericordia e senza dilazione. Per un momento egli compresse convulsivamente la testa fra le mani; e poco mancò che non diventasse pazzo dalla paura. Ma ben presto, da questa folla di pensieri che si urtavano nella sua testa ne uscì un pensiero di speranza; un pallido sorriso si delineò sulle sue labbra tremanti e sulle guance contratte: guardò intorno a sè; gli oggetti che cercava si ritrovavano riuniti sul marmo di un tavolino: erano una penna, un calamaio e della carta: ed ei scrisse, con una mano alla quale comandò di esser ferma, le linee seguenti sul primo foglio del quaderno.
«Io non ho danaro per pagare, ma sono un uomo onesto; lascio in pegno questo spillo che vale dieci volte la spesa che ho fatto. Mi si perdonerà di essere fuggito alla punta del giorno, io era vergognoso!»
Levò lo spillo dalla sua cravatta e lo depose sul foglio.
Ciò fatto, invece di lasciare i catenacci, li levò, socchiuse anzi la porta, come se fosse uscito dalla sua camera dimenticando di chiuderla, ed arrampicandosi nella cappa del camino, come un uomo già avvezzo a questa specie di ginnastica, attirò innanzi a sè il paracamino ricoperto con una carta che rappresentava Achille in casa di Deidamia; cancellò coi piedi anche la traccia dei passi nella camera, e scalò la cappa che gli offriva la sola via di salvezza nella quale sperava ancora. In questo momento il primo gendarme che aveva colpito la vista di Andrea saliva la scala, preceduto da un commissario di polizia, e sostenuto dal secondo gendarme che guardava l’estremità della scala, il quale poteva egli stesso aspettare rinforzo da quello che stazionava alla porta. Ecco a che cosa Andrea doveva questa visita, che con tanta pena si era dispensata dal ricevere.
Alla punta del giorno, i telegrafi erano stati messi in moto in tutte le direzioni e ciascuna località ch’era stata avvisata, quasi immediatamente aveva risvegliato le autorità e lanciata la forza pubblica alla ricerca dell’uccisore di Caderousse. Compiègne, residenza reale; Compiègne città di caccia; Compiègne, città di guarnigione, è abbondantemente provvista di autorità, di gendarmi e di commissari di polizia. Le visite eran dunque cominciate subito dopo l’ordine, ed essendo telegrafico, l’osteria della Campana e della Bottiglia, la prima osteria della città, si era naturalmente incominciato da lei. Del resto dopo il rapporto delle sentinelle che erano state di guardia durante la notte al Palazzo di Città (il Palazzo di Città era attiguo all’albergo della Campana), era stato constatato che diversi viaggiatori erano discesi durante la notte al detto albergo. La sentinella che era stata rilevata alle sei del mattino si ricordava ancora, che al momento in cui era stata messa in fazione, vale a dire a quattro ore e alcuni minuti, aveva veduto che un giovine che cavalcava un cavallo bianco con un ragazzetto in groppa, era andato a bussare all’albergo della Campana apertosi davanti a lui, e chiuso dopo di lui.
Su questo giovine, che aveva fatto tanto tardi si erano fermati tutti i sospetti. Or questo giovine non era altro che Andrea! Per la sicurezza di questi dati, il commissario di polizia ed il gendarme, che era un brigadiere, s’incamminavano verso la porta di Andrea. Questa porta era socchiusa.
— Oh! oh! disse il brigadiere, vecchia volpe nutrita nelle furberie dello stato, cattivo indizio una porta aperta! l’avrei meglio amata chiusa con triplice catenaccio.
Infatto la piccola lettera e lo spillo lasciati da Andrea sulla tavola confermarono, o piuttosto appoggiarono la trista verità: Andrea era fuggito. Noi diciamo appoggiarono, perchè il brigadiere non era uomo da arrendersi ad una sola prova. Guardò intorno a sè, cacciò l’occhio sotto il letto, spiegò le tende, aprì gli armadii, e finalmente si fermò al caminetto.
Mercè le cautele di Andrea, non era rimasta alcuna traccia del suo passaggio nelle ceneri. Però questa era una uscita; ed in simili congiunture, tutte le uscite devono formare l’oggetto di una seria investigazione. Il brigadiere si fece dunque portare una fascina e della paglia, ne fece un inviluppo, e lo calcò nel caminetto come avrebbe fatto in un mortaio da bomba, e vi appiccò il fuoco. Il fuoco fece crepitare le pareti della cappa; una colonna opaca di fumo ai slanciò pel condotto e salì verso il cielo, ma non vide cadere il prigioniere come si aspettava. Ciò era perchè Andrea, in lotta colla società fin dalla giovinezza, valeva bene un gendarme, fosse anche stato elevato al grado rispettabile di brigadiere; prevedendo dunque l’incendio, era salito sul tetto, e si era nascosto dietro il comignolo.
Per un momento ebbe qualche speranza di essersi salvato, perchè intese il brigadiere che, chiamando i due compagni diceva loro ad alta voce, «non c’è più.» Ma allungando dolcemente il collo, vide i due gendarmi che, invece di ritirarsi, come sembrava naturale dopo un simile annunzio, raddoppiavano l’attenzione. Allora a sua volta girò intorno a sè lo sguardo: il Palazzo di Città, fabbrica colossale del sedicesimo secolo, s’innalzava come un tetro muro alla sua destra, e, per le aperture del monumento, si poteva scorgere in tutti gli angoli e contro angoli del tetto, come dall’alto della montagna si vede nella vallata. Andrea comprese che in breve avrebbe veduto comparire la testa del brigadiere di gendarmeria a qualcuna di quelle aperture. Scoperto, egli era perduto, una caccia sul tetto non gli si presentava con probabilità di successo.
Risolvè dunque di ritornare a discendere, non per lo stesso camino da cui era venuto, ma per un camino analogo. Cercò con gli occhi quella cappa di camino che non mandava fumo, la raggiunse andando carpone sul tetto, e disparve dal suo orifizio senza essere stato veduto da alcuno. Un momento dopo si aprì una piccola finestra del Palazzo di Città, e lasciò vedere la testa del brigadiere di gendarmeria, che rimase per alcuni minuti immobile, come uno di quei bassi rilievi di pietra che decoravano il fabbricato, indi con un lungo sospiro d’inquietudine la testa disparve. Il brigadiere tranquillo e degno, come la legge di cui era il rappresentante, passò senza rispondere alle mille interrogazioni della folla riunita sulla piazza e rientrò nell’albergo: — Ebbene? domandarono alla loro volta i due gendarmi.
— Ebbene! figli miei, rispose il brigadiere, bisogna veramente che il brigante sia evaso questa mattina di buon’ora; ma ora lo faremo seguire sulla strada di Villers-Cotterêts e di Noyon, e faremo frugare la foresta, ove lo raggiungeremo infallibilmente. L’onorevole funzionario aveva appena finita la frase, con quel tuono particolare proprio ai brigadieri di gendarmeria, nel pronunziare questo avverbio sonoro, allor quando un lungo grido di spavento, accompagnato dal tintinnio di un campanello, echeggiarono nel cortile dell’albergo. — Oh! oh! che cosa è questo? gridò il brigadiere.
— Ecco un viaggiatore che sembra aver molta fretta, disse l’oste; a qual numero suonano?
— Al numero 3. — Correte, cameriere. — In questo momento le grida ed il rumore del campanello raddoppiarono, il cameriere si mise a correre.
— No, fermatevi! disse il brigadiere trattenendolo, quello che suona fa conoscere che chiede ben altra cosa che un cameriere, gli manderemo un gendarme per servirlo. Chi alloggia al n. 3?
— Il giovinetto giunto con sua sorella questa notte per la posta, e che ha domandato una camera a due letti.
Il campanello suonò per la terza volta con una intonazione piena d’angoscia. — A me, signor commissario! seguitemi, ed affrettate il passo! disse il brigadiere.
— Un momento, disse l’oste, nella camera numero 3 vi sono due uscite, una interna e l’altra esterna.
— Buono! disse il brigadiere, prenderò l’interna, è il mio dipartimento. Le carabine sono cariche? — Sì, brigadiere. — Ebbene! voi altri vegliate all’esterno, e se vuol fuggire, fuoco addosso: è un gran colpevole, a quanto dice il telegrafo. — Il brigadiere, seguito dal commissario, disparve subito per la scala interna accompagnato dal rumore che le sue rivelazioni sopra Andrea avevano ridestato nella folla. Ecco ciò ch’era accaduto. Andrea era disceso con molta destrezza fin oltre la metà del camino, ma giunto là, un piede gli era mancato, e, ad onta dell’appoggio delle mani, era disceso con maggior prestezza, e soprattutto con maggior susurro di quel che avrebbe desiderato. Non sarebbe stato niente, se la camera fosse stata solitaria, ma per disgrazia, era abitata. Due donne dormivano in un letto, questo rumore le aveva svegliate, i loro sguardi si eran fissati sul punto, da dove veniva il rumore, e, dall’apertura del caminetto, avevan veduto comparire un uomo. Una di queste due donne, la bionda, aveva mandato quel grido terribile che aveva echeggiato per tutta la casa, mentre l’altra, che era bruna, slanciandosi al cordone del campanello, aveva dato l’allarme, agitandolo con tutte le sue forze. Come si vede, Andrea cadeva di disgrazia in disgrazia.
— Per pietà! gridò egli, pallido, confuso, senza vedere le persone alle quali s’indirizzava; per pietà! non chiamate, salvatemi! non voglio farvi del male.
— Andrea! l’assassino! gridò una delle due donne.
— Eugenia, madamigella Danglars! mormorò Cavalcanti, passando dallo spavento allo stupore.
— Soccorso! soccorso! gridò madamigella d’Armilly levando il cordone del campanello dalle mani inerti d’Eugenia, e suonando con forza maggiore ancora della compagna.
— Salvatemi! non mi perseguitate! disse Andrea giungendo le mani, per pietà per grazia, non mi consegnate alla forza!
— È troppo tardi, salgono, rispose Eugenia.
— Ebbene! nascondetemi in qualche luogo: direte che avete avuta paura senza motivi d’aver paura: allontanerete i sospetti, mi avrete salvata la vita.
— Ebbene, sia, disgraziato! riprendete la via per la quale siete venuto; partite, e non diremo niente.
— Eccolo! gridò una voce sul pianerottolo: io lo vedo.
In fatto il brigadiere aveva accostato l’occhio al buco della serratura ed aveva scoperto Andrea in piedi e supplicante.
Un violento colpo d’incassatura fe’ saltare il catenaccio, due altri fecero saltare i gangheri; la porta infranta cadde al di dentro. Andrea corse all’altra porta che metteva nella galleria del cortile, volle precipitarvisi dopo aperta. I due gendarmi erano là con le carabine in mira.
Andrea si fermò su due piedi; ritto, pallido, col corpo un poco rovesciato in dietro, teneva il suo inutile coltello nella mano intirizzita: — Fuggite dunque! gridò madamigella di Armilly nel cuore della quale rientrava la pietà, a seconda che ne usciva lo spavento, fuggite dunque.
— O uccidetevi! disse Eugenia col tuono e coll’atteggiamento di una di quelle vestali che nel circo ordinavano coll’indice al gladiatore vittorioso di finire l’avversario atterrato. — Andrea fremette e guardò la giovinetta con un sorriso di disprezzo col quale provò che la corruzione non comprendeva questa sublime ferocia dell’onore. — Uccidermi, disse egli gettando il coltello, per far che?
— Ma lo diceste, gridò la Danglars, sarete condannato a morte, e giustiziato come l’ultimo dei delinquenti.
— Bah! replicò Cavalcanti incrociando le braccia, si hanno amici. — Il brigadiere si avanzò verso di lui con la sciabola alla mano. — Andiamo, andiamo, disse Cavalcanti, acquietatevi, mio bravo uomo, non val la pena di fare tanto schiamazzo, perchè io mi arrendo. — Ed egli stese le sue mani alle manette. Le due giovanette guardarono con terrore questa schifosa metamorfosi che si operava sotto i loro occhi, l’uomo di società che si spogliava del suo inviluppo per ritornare un uomo di galera. Andrea si rivolse verso di esse, e col sorriso dell’impudenza: — Avete qualche commissione per il vostro sig. padre, madamigella Eugenia? disse egli, poichè secondo tutte le probabilità torno a Parigi. — Eugenia nascose la testa fra le mani. — Oh! oh! disse Andrea, non vi è ragione di essere vergognosa, ed io non son malcontento che abbiate presa la posta per corrermi dietro... non era forse quasi vostro marito? — e detto questo lazzo, Andrea uscì lasciando le due fuggitive in preda alle sofferenze dell’onta ed ai commentarii dell’assemblea. Un’ora dopo, vestite entrambe dei loro abiti da donna, montavano nel calesse da posta. Era stata chiusa la porta dell’albergo per sottrarle ai primi sguardi; ma non si potè evitare quando questa fu riaperta, di passare in mezzo ad una doppia fila di curiosi, cogli occhi fiammeggianti e le labbra mormoranti. Eugenia abbassò le tendine, ma se ella non vedeva più, sentiva ancora il rumore delle ingiurie che giungeva fino a lei. — Oh! perchè il mondo non è un deserto? gridò ella gettandosi nelle braccia di madamigella d’Armilly cogli occhi sfavillanti di rabbia, che facevano desiderare a Nerone che tutto il mondo romano avesse una sola testa per poterla tagliare di un colpo solo.
La dimane esse discesero all’albergo delle Fiandre a Bruxelles. Fin dal giorno innanzi Andrea era incarcerato alla Conciergerie.
XCVIII. — LA LEGGE.
Si è veduto con quale tranquillità madamigella Danglars e madamigella d’Armilly avevano potuto compiere la loro trasformazione, e la loro fuga: era perchè ciascuno si occupava dei proprii affari, in modo da non potersi incaricar di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere col sudore alla fronte, porre in fila, dirimpetto al fantasma del fallimento, le enormi colonne del suo passivo, e seguiremo la baronessa che, dopo essere rimasta un momento schiacciata sotto la violenza del colpo che l’aveva atterrata, era andata a ritrovare il suo consigliere ordinario, il sig. Luciano Debray. Egli è che infatto la baronessa calcolava su questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela che, con una figlia dell’indole di Eugenia, non cessava di essere molto penosa; egli è che in questa specie di contratti taciti che mantengono i legami di gerarchia in una famiglia, la madre non è realmente padrona di sua figlia, se non che a condizione di essere continuamente per essa un esempio di saggezza e un tipo di perfezione. Ora la sig.ª Danglars temeva la perspicacia di Eugenia, ed i consigli di madamigella d’Armilly; ella aveva sorpresi alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da sua figlia a Debray, sguardi che sembravano significare che sua figlia conosceva tutto il mistero delle sue relazioni galanti e pecuniarie col segretario intimo, mentre che una interpretazione più sagace e più approfondita, avrebbe al contrario dimostrato alla baronessa, che Eugenia detestava Debray, non già perchè egli era nella casa paterna una pietra d’inciampo e di scandalo, ma perchè ella lo riguardava nella categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare più uomini, e che Diogene designava per parafrasi animali a due piedi e senza penne.
La sig.ª Danglars, nel suo modo di vedere, (e disgraziatamente a questo mondo tutti hanno il loro modo di vedere a sè proprio, che impedisce di vedere il modo con cui vedono gli altri) era dunque infinitamente dolente che fosse andato a monte anche questo matrimonio di Eugenia, non perchè esso fosse conveniente, bene accoppiato, e dovesse formare la felicità di sua figlia, ma perchè le rendeva tutta la sua libertà. Ella corse adunque, come lo abbiam detto, da Debray, che dopo avere, come tutta Parigi, assistito alla serata del contratto ed allo scandalo che ne era stata la conseguenza, si era affrettato di ritirarsi al suo club, ove con alcuni amici parlava dell’avvenimento che formava in quell’ora la conversazione di tre quarti di questa città eminentemente pettegola, che si chiama la capitale del mondo. Al momento in cui la sig.ª Danglars, vestita con un abito nero, e nascosta sotto un lungo velo, saliva la scala che conduceva all’appartamento di Debray, ad onta della certezza che le aveva data il portinaro che il giovine non era ancora rientrato, Debray si occupava a respingere le argomentazioni di un amico che tentava di provargli, che dopo il terribile scandalo che aveva avuto luogo, era suo dovere come amico di casa di sposare madamigella Eugenia Danglars e i suoi due milioni. Debray si difendeva come un uomo che non chiede che di esser vinto; poichè spesso questa idea si era presentata da sè stessa al suo spirito; ma siccome conosceva Eugenia, e la sua indole indipendente ed altiera, assumeva a quando a quando un’attitudine completamente difensiva, dicendo che questa unione era impossibile, lasciandosi tutta volta sordamente stuzzicare dalle idee cattive, che al dire di tutti i moralisti, preoccupano incessantemente l’uomo più probo e più puro, vegliando al fondo della sua anima.
Il thè, il giuoco, la conversazione importante, come si crederà, poichè vi si discutevano affari così gravi, durarono fino ad un’ora del mattino. Durante questo tempo, la sig.ª Danglars, introdotta dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel piccolo salotto verde, fra due cestelle di fiori che ella stessa aveva inviate la mattina, e che Debray, bisogna dirlo, aveva egli stesso accomodate, distribuite, montate, con una cura, che fece perdonare la sua assenza alla povera donna. Alle undici e 40 minuti, la signora Danglars, stanca di attendere inutilmente, risalì in carrozza e si fece ricondurre a casa sua. Le donne di una certa condizione hanno questo di comune con le crestaie di buona avventura, che queste non ritornano ordinariamente mai dopo la mezza notte. La baronessa rientrò nel palazzo con tanta cautela, quanta ne aveva impiegata Eugenia nell’uscirne; ella salì leggermente, col cuore stretto, la scala del suo appartamento, contiguo, come si sa, a quello di Eugenia; temeva tanto di provocare qualche movimento, perchè credeva così fermamente, povera donna, rispettabile almeno in questo punto, all’innocenza di sua figlia, ed alla fedeltà del focolare paterno! Rientrata nelle sue stanze, ascoltò alla porta di Eugenia, indi, non sentendo alcun rumore, tentò di entrare; ma era stato messo il catenaccio. La sig.ª Danglars credè che Eugenia, stanca dalle forti emozioni della serata, si fosse messa in letto e che dormisse. Ella chiamò la cameriera, e la interrogò.
— Madamigella Eugenia, rispose la cameriera, è rientrata nel suo appartamento con madamigella d’Armilly, indi hanno preso il thè insieme, dopo di che mi hanno congedata dicendo che non avevano più bisogno di me. — Da questo momento la cameriera si era ritirata nella sua camera, e credeva, come tutti gli altri di casa, che le due giovanette fossero nel loro appartamento.
La sig.ª Danglars dunque andò a letto senza l’ombra di un sospetto; ma tranquilla sugl’individui, il suo spirito si portò sugli avvenimenti. A seconda che le idee si rischiaravamo nella sua testa, ingrandivano le proporzioni della scena del contratto: non era più uno scandalo, ma un fracasso, non era più un’onta, ma un’ignominia. Suo malgrado allora, la baronessa si ricordò che ella era stata senza pietà per la povera Mercedès, colpita non ha guari nel suo sposo e nel suo figlio di una sventura così grande. — Eugenia, diceva a se stessa, è perduta, e noi egualmente. L’affare tal quale sarà rappresentato, ci ricopre d’obbrobrio; poichè, in una società come la nostra, certe ridicolezze sono piaghe vive, sanguinose ed incurabili. Quale felicità, mormorava ella, che Dio abbia dato ad Eugenia un’indole così stravagante che mi ha fatto più di una volta tremare!
Ed il suo sguardo riconoscente si alzava verso il cielo dove la misteriosa provvidenza dispone tutto in antecedenza, a seconda degli avvenimenti che devono accadere; e da un difetto, e qualche volta anche da un vizio, ne fa una contentezza: indi il suo pensiero oltrepassò lo spazio, come fa stendendo le ali l’uccello da un abisso, e si fermò su Cavalcanti.
Questo Andrea era un miserabile, un ladro, un assassino; e ciò nonostante possedeva dei modi che indicavano una mezza educazione, quasi compita; questo Andrea si era presentato nella società coll’apparenza di una gran fortuna, e coll’appoggio di nomi onorevoli. Come veder chiaro in questo dedalo? a chi indirizzarsi per uscire da questa crudele posizione? Debray, al quale ella aveva ricorso col primo slancio della donna che cerca un soccorso nell’uomo che ama, e che qualche volta la perde, Debray non poteva darle che un consiglio: era qualche altro più possente di lui al quale doveva indirizzarsi. La baronessa pensò allora al sig. de Villefort. Egli aveva voluto fare arrestare Cavalcanti; senza pietà, aveva portata la confusione in mezzo alla sua famiglia come se fosse stata una famiglia estranea.
Ma no; riflettendovi; non era un uomo senza pietà il procuratore del Re; era un magistrato schiavo dei suoi doveri, un amico leale e coraggioso, che brutalmente sì, ma con mano sicura, aveva vibrato il colpo di scalpello nella corruzione; non era un boia, era un chirurgo che aveva voluto isolare agli occhi di tutto il mondo l’onore della famiglia Danglars, dalla ignominia di questo giovine perduto che essi presentavano alla società come il loro genero.
Dal momento che il sig. de Villefort, amico della famiglia Danglars, operava in tal modo, non vi era più da supporre che il banchiere avesse saputo nulla di più o avesse preso alcuna parte alle mene d’Andrea. La condotta di de Villefort, riflettendovi bene, compariva dunque alla baronessa sotto un aspetto, che si spiegava a loro comune vantaggio.
Ma la inflessibilità del procuratore del Re doveva fermarsi a questo punto; ella sarebbe andata a trovarlo la dimane, ed avrebbe da lui ottenuto, se non che mancasse ai suoi doveri di magistrato, almeno che lasciasse andar le cose con tutta la pienezza della sua indulgenza.
La baronessa invocherebbe il passato, supplicherebbe in nome del tempo colpevole, ma felice; il sig. de Villefort assopirebbe l’affare, o almeno lascerebbe (e per giungere a questo non avrebbe che voltar gli occhi da un’altra parte) fuggire Cavalcanti, e non continuerebbe il processo che sotto l’ombra del reo che si dice in contumacia. Allora soltanto ella si addormì più tranquilla.
La dimane alle nove, ella si alzò, e senza chiamare la cameriera, senza dar segno d’esistenza a chi che sia, si abbigliò, e, vestita colla stessa semplicità della sera innanzi, discese la scala, uscì dal palazzo, camminò fino alla strada di Provenza, salì in una carrozza da nolo, e si fece condurre alla casa del sig. de Villefort. Da un mese questa casa maledetta presentava l’aspetto lugubre di un lazzaretto in cui si fosse dichiarato la peste: una parte degli appartamenti erano chiusi all’interno ed all’esterno. Le persiane chiuse non si aprivano che per momenti, onde dare un poco l’aria. Si vedeva allora comparire a queste finestre la testa spaventata di un lacchè, indi la finestra si rinchiudeva come la lapide di una tomba ricade sur una sepoltura, ed i vicini si dicevano a bassa voce: forse che siamo per vedere un’altra bara uscire dalla casa del sig. procuratore del Re?
La signora Danglars fu presa da un tremito all’aspetto di questa casa desolata; ella discese di carrozza, e colle ginocchia tremanti, si accostò a quella porta chiusa e suonò. Non fu che dopo la terza volta ch’ella ebbe fatto risuonare il campanello, che col suo lugubre tintinnio sembrava partecipare alla tristezza generale, che un portinaro comparve ad uno sportello della porta, grande appena abbastanza per lasciare passare le sue parole. Egli vide una donna, una donna di distinzione, una donna vestita elegantemente, e ciò non ostante la porta continuò a restare sempre chiusa. — Ma, aprite dunque! disse la baronessa.
— Prima di tutto, signora, chi siete? domandò il portinaro.
— Chi sono io? ma voi mi conoscete.
— Noi non conosciamo più nessuno, signora.
— Ma siete pazzo, amico mio, gridò la baronessa.
— Da parte di chi venite? — Oh questo è forte!
— Signora, scusatemi ma questo è l’ordine: il vostro nome?
— La baronessa Danglars, mi avrete veduta venti volte.
— È possibile, signora. Ora chi volete?
— Oh! quanto siete strambo! ed io mi lagnerò col sig. de Villefort della impertinenza della sua servitù.
— Signora, questa non è impertinenza, ma cautela; nessuno entra più qui senza una parola d’ordine del sig. dottor d’Avrigny, o senza aver parlato al sig. procuratore del Re.
— Ebbene, è precisamente a lui che debbo parlare.
— Per affare di premura?
— Dovete bene accorgervene, dappoichè non sono ancora risalita in carrozza. Ma finiamola: ecco il mio biglietto di visita, portatelo al vostro padrone.
— La signora aspetterà il mio ritorno? — Sì, andate.
Il portinaro richiuse lo sportello lasciando la baronessa sulla strada. La baronessa, è vero, non aspettò lungamente; un momento dopo la porta si aprì in una larghezza sufficiente da dar passaggio alla sig.ª Danglars: ella passò, e la porta si richiuse subito dopo dietro a lei. Arrivati nel cortile, il portinaro senza perdere un momento di vista la porta, cavò un fischietto e fischiò. Il cameriere del sig. de Villefort comparve sulla scala. — La signora scuserà questo brav’uomo, diss’egli venendo incontro alla baronessa, ma i suoi ordini sono precisi: il sig. de Villefort mi ha incaricato di dire alla signora, che egli non poteva fare altrimenti.
Nel cortile vi era un fornitore, introdotto con le stesse cautele, di cui si esaminavano le mercanzie.
La baronessa salì la scala: e le causava una grandissima impressione quella tristezza, che dilatava, per così dire, il circolo della sua, e, sempre guidata dal cameriere, fu introdotta nel gabinetto del magistrato, senza che la sua guida l’avesse un momento perduta di vista.
Per quanto la sig.ª Danglars fosse preoccupata dal motivo che la guidava in quel luogo, il ricevimento che le era stato fatto da tutto quel servitorame le era sembrato così indegno, ch’ella cominciò dal lamentarsene. Ma Villefort sollevò la testa appesantita dal dolore, e la guardò con un sorriso così triste, che le lagnanze le si spensero sulle labbra.
— Scusate i miei servitori per un terrore di cui non posso lor fare un delitto; caduti in sospetto, sono divenuti sospettosi. — La sig.ª Danglars aveva spesse volte sentito a parlare in società di quel terrore che accusava Villefort, ma ella non avrebbe mai potuto credere, se non lo avesse sperimentato coi proprii occhi, che questo sentimento avesse potuto essere portato ad un tal punto. — Voi pure, diss’ella, siete dunque infelice!
— Sì, signora, rispose il magistrato. — Voi dunque allora mi compiangerete? — Sinceramente, signora.
— Capirete ciò che mi conduce a voi? — Voi venite per parlarmi di quanto vi accade, non è vero? — Sì, signore, una terribile disgrazia. — Vale a dire una sventura.
— Una sventura! gridò la baronessa.
— Ahimè! signora, rispose il procuratore del re colla sua calma imperturbabile, son giunto a non chiamare disgrazia che le cose irreparabili.
— Signore, credete voi che si dimenticherà?
— Tutto si dimentica, signora, disse Villefort; il matrimonio di vostra figlia si farà domani, se non si fa oggi; fra otto giorni, se non si fa domani, e non credo che sia vostra idea desiderare il fidanzato di madamigella Eugenia.
La sig.ª Danglars guardò Villefort stupefatta di vedergli questa tranquillità quasi scherzosa: — Sono io venuta qui da un amico? domandò ella con tuono pieno di dolorosa dignità.
— Voi sapete che sì, signora, rispose Villefort, le cui guance si copersero, nel fare questa assicurazione, di un leggero rossore. — In fatto questa assicurazione faceva allusione ad avvenimenti diversi da quelli che occupavano in questo momento la baronessa e lui: — Ebbene! allora, disse la baronessa, siate più affettuoso, mio caro Villefort, portatevi da amico, e non da magistrato, e quando io mi ritrovo profondamente infelice, non mi dite d’essere gaia.
Villefort s’inchinò. — Quando sento a parlare di disgrazie, signora, diss’egli, ho preso da tre mesi la dolorosa abitudine di pensare alle mie, ed ancora nel mio spirito si fa, mio malgrado, questa egoistica operazione di parallelo. Ecco perchè, in faccia alle mie disgrazie, le vostre mi sembrano disavventure; ecco perchè, vicino alla mia funesta posizione, la vostra mi sembra una posizione da invidiarsi; ma ciò vi dispiace, lasciamolo. Voi dicevate, signora...
— Io veniva per sapere, a che ne è l’affare di questo impostore?
— Impostore! replicò Villefort; davvero, signora, voi avete stabilito di esagerare sul conto vostro alcune cose, e di attenuarne altre; impostore; il sig. Andrea Cavalcanti, o piuttosto il sig. Benedetto, vi sbagliate, signora, il sig. Benedetto è bello e bene un assassino.
— Signore, non nego l’aggiustatezza della vostra rettificazione, ma più vi armerete severamente contro questo disgraziato, più colpirete la nostra famiglia. Vediamo, dimenticatelo per un momento; invece di perseguitarlo, lasciatelo fuggire.
— Voi venite troppo tardi, gli ordini sono stati già dati.
— Ebbene! se si arresta... Credete che verrà arrestato?
— Io lo spero.
— Se si arresta, (ascoltate, sento sempre dire che le prigioni rigurgitano) ebbene, lasciatelo in prigione.
Il procuratore del Re fece un movimento negativo.
— Almeno fino a che mia figlia si sia maritata!
— Impossibile, signora, la giustizia ha le sue formalità.
— Anche per me? disse la baronessa metà ridente e metà seria. — Villefort la guardò con uno sguardo con cui esplorava il pensiero. — Sì, io so quel che volete dire, riprese egli; voi fate allusione a quei rumori sparsi nella società, che tutti questi morti che da tre mesi mi vestono a lutto, che questa morte alla quale è sfuggita Valentina quasi per miracolo, non sien naturali?
— Io non pensava a ciò, disse vivamente la sig.ª Danglars.
— Se vi pensavate, era giusto, perchè non potete far a meno di pensarvi, e di dire a voi stessa sotto voce: — Tu che perseguiti il delitto, rispondi, come va dunque che intorno a te vi sono dei delitti che restano impuniti?
La baronessa impallidì.
— Voi vi dicevate così, non è vero, signora?
— Ebbene! lo confesso.
— Io vi risponderò.
Villefort avvicinò la sua sedia al seggio della sig.ª Danglars; indi appoggiando le due mani sullo scrittoio, e prendendo una intonazione più sorda del consueto:
— Vi sono dei delitti che restano impuniti, diss’egli, perchè non si conoscono i rei, e si teme di colpire una testa innocente invece della colpevole. Ma quando questi colpevoli saranno conosciuti, chiunque essi siano, lo giuro, morranno. Ora, dopo il giuramento che ho fatto, e che manterrò, signora, avrete il coraggio di chiedermi grazia per quel miserabile?
— Eh! signore, riprese la baronessa, siete sicuro ch’egli sia tanto colpevole quanto si dice?
— Ascoltate, ecco la sua filza: Benedetto, condannato da prima a cinque anni di galera per falsario, nell’età di sedici anni; il giovine prometteva bene, come vedete; indi evaso, poi assassino.
— E chi è questo disgraziato?
— E chi lo sa! un vagabondo, un Corso.
— Non è stato dunque reclamato da nessuno?
— Da nessuno, non si conoscono i suoi parenti.
— Ma quell’uomo ch’era venuto da Lucca?
— Un altro barattiere come lui, forse il suo complice.
La baronessa congiunse le mani: — Villefort! diss’ella con la sua più dolce ed accarezzante intenzione.
— Per bacco! signora, rispose il procurator del Re, con una fermezza che non era esente da secchezza. Non mi domandate dunque mai grazia per un delinquente! Chi sono io? la legge. Forse che la legge ha occhi per vedere la vostra tristezza? forse che la legge ha orecchi per sentire la dolce vostra voce? forse che la legge ha una memoria per fare l’applicazione dei vostri delicati pensieri? No, signora no, la legge ordina, e quando la legge ordina, colpisce! mi direte che sono un essere vivente, e non un codice, un uomo, e non un volume; guardatemi, signora, guardate intorno a me; gli uomini, mi hanno essi trattato come un fratello? mi hanno amato? hanno avuto dei riguardi per me? mi hanno risparmiato? qualcuno ha domandato grazia pel sig. de Villefort, e questo qualcuno ha ottenuta la grazia del sig. de Villefort? No! no! no! percosso, sempre percosso! Voi persistete, donna, o piuttosto sirena che siete, a guardarmi con quell’occhio attraente ed espressivo che mi ricorda che io debbo arrossire. Ebbene! sia, sì, arrossirò di ciò che sapete, e forse forse di altre cose! Ma finalmente, dopo che ho mancato a me stesso, e forse più fortemente degli altri, ebbene! da quel tempo io ho scosso le vesti degli altri, per ritrovar l’ulcera, e l’ho sempre ritrovata, a dir di più, ho ritrovato con felicità, con gioia, questo suggello della debolezza, o della umana perversità! poichè ciascun uomo che riconosceva colpevole, e ciascun colpevole che io colpiva, mi sembrava una prova vivente, e una prova novella, che io non era una schifosa eccezione! Ahimè! ahimè! ahimè! tutti gli uomini non sono cattivi, non sono cattivi, signora, proviamoli, e colpiamo i cattivi!
Villefort pronunciò queste ultime parole con una rabbia febbrile, che dava al suo linguaggio una feroce eloquenza.
— Ma, riprese la sig.ª Danglars provando di tentare un ultimo sforzo, voi dite che questo giovine è un vagabondo, un orfano, un abbandonato da tutti.
— Tanto peggio! o piuttosto tanto meglio; la provvidenza ha disposto così, perchè nessuno abbia da pianger su lui.
— Questo è un accanirsi sul debole, signore.
— Il debole che assassina.
— Il disonore ricade sulla mia famiglia.
— Non ho forse la morte nella mia?
— Ah! signore, gridò la baronessa, voi siete senza pietà per gli altri! ebbene, son io che ve lo dico, gli altri saranno senza pietà per voi!
— Sia! disse Villefort innalzando le braccia al cielo.
— Rimettete almeno la causa di questo disgraziato, se lo arrestano, alle prossime sedute, ciò accorderà almeno sei mesi di tempo acciò venga tutto dimenticato.
— No, disse Villefort, ho ancora cinque giorni: l’informazione del processo è fatta; cinque giorni è un tempo anche maggiore di quel che mi abbisogna; del resto, non capite, signora, che io pure ho bisogno di dimenticare? Ebbene! quando lavoro, e lavoro notte e giorno, vi sono dei momenti in cui dimentico me stesso; e quando non mi sovvengo di me, sono felice alla maniera dei morti; ma questo è anche meglio che soffrire.
— Signore, egli è fuggito: lasciatelo fuggire, l’inerzia è una clemenza facile.
— Ma io vi dico che è troppo tardi; alla punta del giorno il telegrafo lavorava, ed a quest’ora forse...
— Signore, disse un cameriere entrando, un dragone ha portato questo dispaccio del ministro dell’Interno.
Villefort afferrò la lettera, e la dissigillò. La sig.ª Danglars fremette di terrore, Villefort rabbrividì di gioia.
— Arrestato! gridò Villefort; è stato arrestato a Compiègne; è finito.
La sig.ª Danglars si alzò fredda e pallida:
— Addio, signore, diss’ella.
— Addio, signora, rispose il procurator del Re quasi allegro nel ricondurla fino alla porta. Indi ritornando allo scrittoio:
— Andiamo, diss’egli percuotendo la lettera col dorso della mano destra; aveva un falsario, aveva tre furti, aveva due incendi, non mi mancava che un assassinio, eccolo; la sessione sarà bella!
IC. — L’APPARIZIONE.
Come lo aveva detto il procurator del Re alla sig.ª Danglars, Valentina non era ancor rimessa. Spossata dalla fatica, ella era infatto obbligata a letto, e fu nella sua camera, e dalla bocca della sig.ª de Villefort, ch’ella seppe gli avvenimenti che abbiam raccontati, vale a dire, la fuga di Eugenia e l’arresto di Cavalcanti, o piuttosto di Benedetto, come portava contro di lui l’accusa d’assassinio. Ma Valentina era così debole, che questo racconto non le fece forse tutto quell’effetto che avrebbe prodotto su lei, quando fosse stata nel pieno possesso della sua salute. Infatto, non furono che vaghe idee, formule irrisolute, mischiate a strani pensieri, ed a fantasmi fuggitivi, quali sono quelli che nascono in un cervello malato, o che passano davanti agli occhi, ma ben presto si cancellano, per lasciar riprendere tutte le loro forze alle sensazioni personali.
Durante il giorno, Valentina era ancora mantenuta nella realtà dalla presenza di Noirtier, che si faceva portare nella camera di sua nipote, e si tratteneva là covando Valentina col suo sguardo paterno; indi, quando ritornava da Palazzo, era a sua volta il sig. de Villefort che passava una o due ore fra suo padre e sua figlia. Alle sei Villefort si ritirava nel suo gabinetto; alle otto veniva il sig. d’Avrigny che portava da sè stesso la pozione della notte, preparata per la giovanetta; indi Noirtier veniva trasportato nelle sue stanze. Allora un’infermiera scelta dal dottore, sostituiva tutti, ed essa stessa non si ritirava, che verso le dieci o le undici, quando Valentina si era addormentata. Nel discendere rimetteva le chiavi della camera di Valentina al sig. de Villefort stesso, di modo che non si poteva più entrare dalla malata, se non che traversando dall’appartamento della sig.ª de Villefort, e dalla camera del piccolo Edoardo. Morrel veniva tutte le mattine da Noirtier, per sentire le notizie di Valentina; ma Morrel, cosa straordinaria, sembrava di giorno in giorno meno inquieto. Prima di tutto perchè di giorno in giorno Valentina, quantunque in preda ad una esaltazione nervosa, stava meglio; indi Monte-Cristo non gli aveva detto, quando tutto perduto corse a lui, che se in due ore Valentina non era morta, era salva? Ora, Valentina viveva ancora, ed erano passati quattro giorni. Questa esaltazione nervosa, di cui abbiam parlato, perseguitava Valentina fino nel suo sonno, o piuttosto nello stato di sonnolenza che succedeva alla veglia: era allora che nel silenzio della notte e nella mezza oscurità che lasciava regnare il lume notturno posto sul caminetto, che bruciava nel suo inviluppo d’alabastro, essa vedeva passare quelle ombre che vanno a popolare la camera dei malati, e che scuotono la febbre dalle loro ali fremebonde. Allora le sembrava di vedere a volte Morrel che le stendeva le braccia, a volte degli esseri quasi stranieri alla sua vista ordinaria, come il conte di Monte-Cristo; non vi era fino ai mobili, che in questi momenti di delirio, non le sembrassero muoversi, ed errare: e ciò durava così fino alle due o alle tre dopo la mezza notte, momento in cui un sonno di piombo s’impadroniva della giovanetta, e la conduceva fino a giorno. La sera che seguiva quella mattina, in cui Valentina aveva appreso la fuga di Eugenia e l’arresto di Benedetto, ed in cui, dopo essersi immischiati un momento alle sensazioni della propria esistenza, questi avvenimenti cominciavano ad uscire a poco a poco dal suo pensiero, dopo la successiva realtà di Villefort, di d’Avrigny, e di Noirtier, mentre che suonavano le undici all’orologio di San Filippo di Roule, e che l’infermiera, dopo aver messa alla portata della mano della malata la bevanda preparata dal dottore, e chiusa la porta della camera, ascoltava fremendo, nella camera da lavoro ove era ritirata, i comentari dei domestici, ed arricchiva la sua memoria delle lugubri istorie, che da tre mesi spaventavano le serate dell’anticamera del procurator del Re, una scena inattesa accadeva in questa camera chiusa tanto accuratamente. Erano già dieci minuti circa che la infermiera si era ritirata. Valentina, in preda da un’ora a quella febbre che ritornava ogni notte, lasciava la testa, non più sottomessa alla sua volontà, continuare quel lavorio attivo monotono ed implacabile del cervello che si affatica a riprodurre incessantemente gli stessi pensieri o a generare le stesse immagini. Dal lucignolo del lume notturno si slanciavano mille e mille raggi tutti abbelliti di strane significazioni, quando d’un subito al suo riflesso tremulo, Valentina credè vedere la scansia dei suoi libri, posta di fianco al caminetto in uno scavo del muro, aprirsi lentamente, senza che i cardini sui quali essa sembrava raggirarsi producessero il minimo rumore. In altri tempi Valentina avrebbe afferrato il campanello, e ne avrebbe tirato il cordone per chiamare soccorso: ma niente la meravigliava più nella situazione in cui si ritrovava. Ella aveva la coscienza che tutte queste visioni che la circondavano erano le figlie del suo delirio, e questa convinzione le era venuta da ciò, che la mattina non era mai rimasta alcuna traccia di tutti quei fantasmi della notte che sparivano col giorno.
Dietro la porta comparve una figura umana. Valentina si era, mercè la sua febbre, troppo familiarizzata con questa specie di apparizione per spaventarsi; ella aperse soltanto due grand’occhi sperando di riconoscere Morrel.
La figura continuò ad avanzarsi verso il letto, indi si fermò, e parve ascoltare con profonda attenzione.
In questo momento un riflesso del lume andò sul viso del notturno visitatore. — Non è lui, mormorò ella.
Ed aspettò convinta di sognare, che questo uomo, come accade nei sogni, sparisse, o si cambiasse in qualche altra persona. Si toccò soltanto il polso, e sentendolo battere violentemente, si ricordò che il miglior mezzo di fare sparire queste importune visioni, era quello di bere; la freschezza della bevanda, composta d’altra parte nello scopo di calmare le agitazioni di cui Valentina si era lamentata col dottore, che facendole diminuire la febbre, le arrecava un rinnovamento di sensazione del cervello; quando ella aveva bevuto per un momento si sentiva meglio.
Valentina stese dunque la mano a fine di prendere il bicchiere dal piatto di cristallo su cui posava, ma mentre che ella allungava fuori del letto il braccio tremante, l’apparizione fece ancora due passi più sollecitamente degli altri e giunse così vicina alla giovanetta, che ella ne intese il soffio, e credè sentire la pressione della sua mano.
Questa volta l’illusione o piuttosto la realtà sorpassava tutto ciò che Valentina aveva provato fino allora; ella si cominciò a credere realmente viva e sveglia; ebbe la coscienza che godeva di tutta la sua ragione, e fremette.
La pressione che aveva risentita Valentina, aveva per iscopo di fermarle il braccio. Valentina lo ritirò lentamente a sè. Allora questa figura, da cui non poteva staccare lo sguardo, e che sembrava piuttosto protettrice che minacciante, prese il bicchiere, e si avvicinò al lume e guardò la bevanda, come se avesse voluto giudicarne la trasparenza e la limpidezza. Ma questa prima prova non bastò a quest’uomo, o piuttosto a questo fantasma, poichè camminava così dolcemente, che il tappeto soffocava il rumore dei suoi passi; quest’uomo prese dal bicchiere un cucchiaio di bevanda e l’inghiottì. Valentina guardava ciò che accadeva davanti ai suoi occhi con un profondo sentimento di stupore. Ella credeva bene che tutto ciò era vicino a sparire per dar posto ad un altro quadro; ma l’uomo, invece di svanire come un’ombra, si riavvicinò a lei, e stendendo il bicchiere a Valentina, e con una voce piena di emozione: — Ora, diss’egli, bevete!... — Valentina rabbrividì. Questa era la prima volta che una delle sue visioni le parlava con quel suono vivente; aprì la bocca per mandare un grido. L’uomo posò un dito sulle labbra.
— Il sig. di Monte-Cristo! mormorò ella. — Allo spavento che si dipinse negli occhi della giovanetta, al tremito delle sue mani, al gesto rapido che fece per nascondersi sotto le lenzuola, si poteva conoscere l’ultima lotta del dubbio contro la convinzione; ciò nonostante la presenza di Monte-Cristo nella sua camera in simile ora, la sua entrata misteriosa, fantastica, inesplicabile da un muro, sembravano una impossibilità alla sconvolta ragione di Valentina.
— Non chiamate, non vi spaventate, disse il conte, non abbiate neppure in fondo al cuore l’ombra di un sospetto, di una inquietudine; l’uomo che vedete innanzi a voi (perchè infatto questa volta avete ragione, Valentina, e questa non è un’illusione), l’uomo che vedete innanzi a voi è il più tenero padre, il più rispettoso amico che possiate figurarvi. — Valentina non trovò niente da rispondere; aveva una paura così grande di questa voce, che le rivelava la reale presenza di colui che parlava, che temeva di associarvi la sua, ma il suo sguardo spaventato voleva dire: se le vostre intenzioni son pure, perchè siete qui?
Colla sua meravigliosa sagacità il conte capì tutto ciò che accadeva nel cuore della giovinetta.
— Ascoltatemi, disse egli, o piuttosto guardatemi, vedete i miei occhi arrossiti e il mio viso più pallido ancora dell’ordinario? questo è perchè da quattro notti non ho più chiuso l’occhio un minuto; da quattro notti veglio su voi, vi proteggo, vi conservo al nostro amico Massimiliano.
Un’onda di sangue montò rapidamente alle guance dell’ammalata; poichè il nome che avea pronunziato il conte le toglieva il residuo di diffidenza che le aveva inspirato.
— Massimiliano!... ripetè Valentina, tanto questo nome le sembrava dolce a pronunziare; Massimiliano! egli dunque vi ha confessato tutto?
— Tutto: mi ha detto che la vostra vita era la sua, ed io gli ho promesso che vivreste.
— Voi gli avete promesso che io vivrei? — Sì.
— Infatto, signore, avete parlato di vigilanza e di protezione. Siete dunque medico?
— Sì, ed il migliore che il cielo possa ora mandarvi, credetemi.
— Voi dite che vegliate? e dove? non vi ho veduto.
Il conte stese la mano nella direzione della scansia:
— Io era nascosto dietro a quella porta, disse egli; questa porta mette in una casa vicina che ho presa in fitto.
Valentina per un momento di pudico orgoglio, voltò gli occhi e con un sovrano terrore: — Signore, diss’ella, ciò che voi avete fatto è una demenza senza esempio, e questa protezione che mi avete accordata assomiglia molto ad un insulto.
— Valentina, diss’egli, durante questa lunga veglia, ecco le sole cose che ho vedute: quali persone venivano da voi, quali alimenti vi preparavano, quali bevande vi servivano, poi quando queste bevande mi sembravano pericolose, come ho fatto ora, vuotava il vostro bicchiere e sostituiva al vostro veleno una bevanda benefattrice, che invece della morte che vi era stata preparata, facesse circolare la vita nelle vostre vene.
— Il veleno! la morte! gridò Valentina, credendosi nuovamente sotto l’impero di qualche febbrile allucinazione; che dite dunque, signore?
— Zitta! figlia mia, disse Monte-Cristo portando nuovamente il dito alle labbra; ho detto il veleno, ho detto la morte, ciò ripeto, la morte; ma prima bevete questo.
Il conte cavò dalla saccoccia una boccettina contenente un liquore rosso del quale versò alcune goccie nel bicchiere; — E quando avrete bevuto non pigliate più niente in tutta la notte. — Valentina allungò la mano; ma appena ebbe toccato il bicchiere la ritirò con ispavento. — Monte-Cristo prese il bicchiere, ne bevè la metà, e lo presentò a Valentina che trangugiò sorridendo il restante del liquore che conteneva, — Oh! sì, diss’ella, riconosco il gusto delle mie bevande notturne, e quest’acqua che apportava un poco di freddo al mio petto, un poco di calma al mio cervello. Grazie, signore, grazie.
— Ecco in che modo avete vissuto da quattro notti, Valentina, disse il conte; ma in che modo viveva io? Oh! quali ore crudeli mi avete fatto passare! Oh! quali terribili torture non ho sofferto, quando vedeva versare nel vostro bicchiere il veleno mortale, quanto tremava che aveste il tempo di beverlo, prima che io avessi quello di spanderlo nel caminetto!
— Voi dite, signore, riprese Valentina al colmo del terrore, che avete sofferto mille torture, vedendo versare nel mio bicchiere un veleno mortale? Ma se avete veduto versare il veleno nel mio bicchiere, avrete pur veduto la persona che lo versava?
— Sì. — Valentina si sollevò a sedere riportando sul suo petto più pallido della neve, la battista ricamata ancor molle dal sudore freddo del delirio al quale cominciava ad associarsi il sudore più ghiacciante ancora del terrore:
— Voi l’avete veduta? ripetè la giovanetta.
— Sì, disse una seconda volta il conte.
— Ciò che mi dite è terribile, signore, ciò che mi volete far credere ha qualche cosa di infernale. Che! nella casa di mio padre! nella mia camera! sul mio letto di patimento si continua ad assassinarmi? Oh! ritrattatevi, signore, voi tentate la mia coscienza, voi bestemmiate la divina bontà; è impossibile, ciò non può essere.
— Siete voi dunque la prima che questa mano colpisce, Valentina? non avete veduto cadere intorno a voi il sig. de Saint-Méran, Barrois? non avreste veduto cadere il sig. Noirtier, se la cura che egli fa da tre anni non lo avesse protetto, combattendo il veleno coll’abitudine del veleno?
— Oh! mio Dio! fu dunque per questo, disse Valentina, che da circa un mese il mio buon nonno esige che io prenda una parte della sua pozione?
— E queste pozioni, disse Monte-Cristo, hanno un gusto amaro come quello della scorza d’arancio mezza secca.
— Sì, mio Dio! sì!
— Oh! ciò mi spiega tutto, disse Monte-Cristo; egli sa che qui si avvelena, e forse chi avvelena. Egli ha premunito voi, sua figlia prediletta, contro la sostanza mortale, e la sostanza mortale è venuta a spezzarsi contro questo principio di abitudine; ecco in qual modo vivete ancora: cosa che non sapeva spiegare, dopo che eravate stata avvelenata con una sostanza che non la perdona.
— Ma chi è dunque l’assassino, l’uccisore?
— Io prima vi domanderò: non avete mai veduto entrare nessuno nella notte in questa vostra camera?
— Può darsi. Spesso ho creduto veder passar delle ombre, che si avvicinavano, si allontanavano, e sparivano.
— Per cui non conoscete chi attenta alla vostra vita?
— No; e perchè vi può essere qualcuno che desideri la mia morte? — Lo conoscerete in breve, disse Monte-Cristo tendendo le orecchie. — E in che modo? disse Valentina, guardando con terrore intorno a sè.
— Perchè questa sera, non avete più nè febbre nè delirio, perchè questa sera siete ben svegliata, perchè ora suona la mezzanotte, e questa è l’ora degli assassini.
— Mio Dio! mio Dio! disse Valentina asciugandosi con la mano il sudore che le stillava dalla fronte.
Infatto mezzanotte suonava lentamente e tristemente; si sarebbe detto che ciascun colpo del martello di bronzo ripercuoteva sul cuore della giovanetta! — Valentina, continuò il conte, richiamate tutte le forze in vostro soccorso, comprimete il vostro cuore nel petto, chiudete la vostra voce nella gola, fingete di dormire, e vedrete, vedrete...
Valentina afferrò la mano del conte: — Mi sembra di sentir del rumore, ritiratevi.
— Addio, o piuttosto a rivederci, rispose il conte; — indi con un sorriso così tristo e così paterno, che la giovanetta ne fu penetrata da riconoscenza, raggiunse sulla punta dei piedi la porta dietro la scansia. Ma fermandosi prima di richiuderla dietro a sè: — Non un gesto, diss’egli, non una parola; che vi si creda addormita, senza di che, forse sareste uccisa prima che avessi il tempo d’accorrere.
E dopo questa spaventosa ingiunzione, il conte disparve dietro la scansia, che si richiuse sollecitamente dopo il suo passaggio.
C. — LOCUSTA.
Valentina rimase sola; due altri orologi a pendolo, che erano in ritardo con quello di San Filippo di Roule, suonarono ancora mezza notte a differenti intervalli.
Indi, ad eccezione del rumore di qualche carrozza lontana, tutto ricadde nel silenzio. Allora l’attenzione di Valentina si concentrò sulla pendola della sua camera, nella quale il bilanciere marcava i secondi. Ella se li mise a contare ed osservò ch’erano il doppio più lenti delle pulsazioni del suo cuore.
E frattanto ella ancora dubitava: l’inoffensiva Valentina non si poteva figurare che qualcuno desiderasse la sua morte; perchè? con quale scopo? che male aveva ella fatto da poterle suscitare un nemico? Non v’era timore ch’ella si addormisse. Una sola idea, una idea terribile teneva il suo spirito attento: era che potesse essere qualcuno che avesse tentato d’avvelenarla, e che stava per tentarlo una seconda volta. Se questa volta una tal persona, stanca di vedere l’inefficacia del veleno, come lo aveva detto Monte-Cristo, avesse ricorso al ferro, se il conte non avesse avuto il tempo di accorrere? se ella fosse prossima all’ultimo suo momento? Se non avesse più potuto rivedere Morrel?
A questo pensiero, che la copriva ad un tempo di livido pallore, e di agghiacciato sudore, Valentina era preparata ad afferrare il cordone del campanello, ed a chiamare soccorso. Ma le sembrava vedere, a traverso la scansia dei libri sfavillare l’occhio del conte, quest’occhio che vegliava sul suo avvenire, che, quando vi pensava, l’opprimeva di una tale vergogna, ch’ella domandava a se stessa, se mai la riconoscenza giungerebbe a cancellare il penoso effetto dell’indiscreta amicizia del conte. Venti minuti, venti eterni minuti passarono in tal modo, poi altri dieci minuti ancora; finalmente la pendola stridendo un minuto secondo prima; finì col battere un colpo sulla molla sonora.
In questo stesso momento, il grattare impercettibile di un’unghia contro il legno della scansia avvisò Valentina che il conte vegliava, e le raccomandava di vegliare.
In fatto dalla parte opposta, vale a dire verso la camera di Edoardo, sembrò a Valentina di sentire cigolare il piancito di legno, ella tese l’orecchio, trattenne la respirazione quasi soffocata; si sentì stridere la maniglia della serratura, e la porta girò sopra i gangheri. Valentina si era sollevata sul gomito, ed appena ebbe il tempo di lasciarsi ricadere sul letto coprendosi gli occhi con un braccio.
Indi tremante, agitata, col cuore stretto da indicibile spavento, ella aspettò. Qualcuno si avvicinò al letto e ne sfiorò il cortinaggio.
Valentina raccolse tutte le sue forze, e lasciò sentire quel mormorio regolare della respirazione, che annunzia un sonno tranquillo. — Valentina! disse una voce sommessa.
La giovanetta fremette fino al fondo del cuore, ma non rispose. — Valentina! ripetè con lo stesso tuono la stessa voce. — Il medesimo silenzio: Valentina aveva promesso di non svegliarsi. Poscia rimase immobile. Soltanto ella intese il rumore appena sensibile di un liquido che cadeva in un bicchiere ch’ella aveva vuotato. Allora ella osò, sotto il riparo del suo braccio steso, di socchiudere le palpebre. Ella vide una donna, in pettinatore bianco, che vuotava nel suo bicchiere un liquore che prima era contenuto in una boccetta. In questo breve momento, Valentina forse trattenne la respirazione o fece senza dubbio qualche movimento, poichè la donna inquieta, si fermò e si chinò sul letto per meglio vedere s’ella dormiva realmente: era la sig.ª de Villefort.
Valentina, nel riconoscere sua matrigna, fu presa da un fremito acuto che impresse un movimento al suo letto.
La sig.ª de Villefort si addossò tosto al muro, e là, nascosta dietro al cortinaggio del letto, muta e attenta, spiò fino al minimo dei movimenti di Valentina.
Questa si ricordò le terribili parole di Monte-Cristo, e le era sembrato nella mano che non teneva la boccetta, di veder brillare una specie di coltello lungo e affilato.
Allora Valentina, richiamando tutto il potere della volontà in soccorso, si sforzò di chiudere gli occhi; ma questa funzione del più timoroso dei nostri sensi, questa funzione d’ordinario così semplice, diveniva in questo momento quasi impossibile ad eseguirsi, tanto l’avida curiosità faceva sforzi per respingere questa palpebra e riconoscere la verità. Però, rassicurata dal silenzio nel quale aveva ricominciato a farsi sentire il rumore eguale della respirazione di Valentina, e che ella dormiva, la sig.ª de Villefort stese di nuovo il braccio, e, rimanendo per metà nascosta dietro il cortinaggio riunito al capezzale del letto, terminò di vuotare nel bicchiere di Valentina il contenuto della sua boccetta. Indi si ritirò senza che il minimo rumore avvertisse Valentina ch’ella era partita.
Il grattare di un’unghia nella scansia tolse Valentina da quello stato di torpore nel quale era immersa, e che rassomigliava ad un’asfissia.
Ella sollevò la testa a stento, la scansia, sempre silenziosamente, girò una seconda volta e Monte-Cristo ricomparve. — Ebbene! domandò il conte, dubitereste ancora?
— Oh! mio Dio! mormorò la giovanetta.
— Avete veduto?
— Ahimè! — Valentina mandò un gemito. — Sì, diss’ella, ma non vi posso credere.
— Desiderate piuttosto morire, e far morire Massimiliano?...
— Mio Dio! mio Dio! ripetè la giovanetta quasi smarrita; ma non posso dunque lasciare la casa? salvarmi?
— Valentina, la mano che vi perseguita vi raggiungerà da per tutto; a forza d’oro, verranno sedotti i vostri domestici, e si presenterà a voi la morte mascherata sotto tutti gli aspetti, nell’acqua inzuccherata che beverete, nel frutto che coglierete dall’albero...
— Ma non mi avete detto che la cautela presa dal mio buon nonno mi aveva premunito contro il veleno?
— Contro uno dei veleni, ed anche non impiegato a forte dose; si cambierà il veleno o si aumenterà la dose.
Egli prese il bicchiere e vi accostò le labbra.
— E guardate, diss’egli, ciò è già fatto. Non è più colla brucnina che vi si avvelena, è con un semplice narcotico. Riconosco il gusto dell’alcool nel quale è stato sciolto. Se aveste bevuto ciò che la sig.ª de Villefort ha versato in questo bicchiere, Valentina! sareste perduta!
— Ma; mio Dio! perchè dunque son perseguitata in tal modo?
— Come! voi siete tanto buona, tanto dolce, tanto poco credula del male, che non avete capito, Valentina?
— No, disse la giovanetta, non le ho mai fatto male.
— Ma voi siete ricca, Valentina, avete 200 mila lire di rendita, e le togliete a suo figlio.
— In che modo? I miei beni mi vengon dai miei parenti.
— Senza dubbio, e se il sig. e la sig.ª di Saint-Méran son morti, fu perchè voi ereditaste dai vostri parenti; ecco perchè, dal giorno in cui anche il sig. Noirtier vi fece sua erede, egli fu condannato a morte: ora è la vostra volta, voi dovete morire, Valentina; e ciò affinchè vostro padre erediti da voi, e vostro fratello divenuto figlio unico, erediti da vostro padre.
— Edoardo? ed è per lui che si commettono tanti delitti?
— Ah! voi capite finalmente.
— Ah! mio Dio! purchè tutto questo non ricada su lui!
— Voi siete un angiolo, Valentina.
— Ma hanno dunque rinunciato ad uccidere mio nonno?
— Si è riflettuto che, morta voi, meno il caso di una diseredazione, i beni di lui andranno naturalmente a vostro fratello, e si è pensato che questo delitto, in fin dei conti, era inutile, ed anzi doppiamente pericoloso a commetterlo.
— Ed è nello spirito di una donna che ha potuto nascere una simile combinazione? Oh! mio Dio! mio Dio!
— Ricordatevi Perugia, il pergolato dell’albergo della Posta, l’uomo del mantello scuro che vostra madre interrogava sull’acqua-tofana; ebbene da allora tutto questo infernale disegno ha maturato nel suo cervello.
— Oh! signore, gridò la giovanetta struggendosi in lagrime, quando è così, vedo bene che son condannata a morire.
— No, Valentina, no, poichè io ho preveduti tutti i complotti; no, perchè la nostra nemica è vinta, poichè è indovinata; no, voi vivrete, Valentina, vivrete per amare ed essere amata, vivrete per essere felice, e per rendere felice un cuor nobile; ma, Valentina, per vivere, bisogna avere piena confidenza in me.
— Ordinate, signore, che debbo fare?
— Bisogna inghiottire ciecamente quel che vi darò.
— Oh! Dio mi è testimonio, gridò Valentina, che se fossi sola amerei meglio lasciarmi uccidere.
— Non vi confiderete a nessuno, neppur a vostro padre?
— Mio padre non entra in questo spaventoso complotto, non è vero signore? disse Valentina giungendo le mani.
— No. Eppure vostro padre, uomo abituato alle scuse criminali, deve avere dei sospetti che tutte queste morti che accadono nella sua casa non siano naturali. Vostro padre, avrebbe dovuto vegliare su voi, avrebbe dovuto essere a quest’ora nel posto che occupo io; avrebbe dovuto aver di già vuotato questo bicchiere; avrebbe dovuto infine indirizzarsi contro l’assassino. Spettro contro spettro, — mormorò egli terminando la sua frase sotto voce.
— Signore, farò di tutto per vivere, perchè vi son due esseri al mondo che mi amano, e che morrebbero se io morissi: mio nonno e Massimiliano.
— Io veglierò su loro come ho vegliato su voi.
— Ebbene, disponete di me, — disse Valentina: indi soggiunse a bassa voce: — Oh mio Dio! che accadrà di me?
— Qualunque cosa vi accada, Valentina, non vi spaventate se soffrite, se perdete la vista, l’udito, il tatto, non temete di niente; se vi risvegliate senza saper dove siete, non abbiate paura, doveste nello svegliarvi, trovarvi in qualche caverna sepolcrale, o chiusa in una bara; richiamate subito il vostro spirito e dite a voi stessa: «In questo momento un amico, un padre, un uomo che vuole la mia felicità e quella di Massimiliano, veglia su me.»
— Ahimè! ahimè! quale terribile estremità!
— Valentina; preferite denunziar la vostra matrigna?
— Amerei meglio morir cento volte! oh! sì, morire!
— No, voi non morrete, qualunque cosa vi accada, mi promettete, che non vi lamenterete, che spererete!
— Io penserò a Massimiliano.
— Siete la mia prediletta; io sol posso salvarvi, vi salverò.
Valentina al colmo del terrore congiunse le mani (ella s’accorgeva bene che era giunto il momento di domandare a Dio coraggio), e si dirizzò per pregare, mormorando delle parole interrotte, e dimenticando che le sue bianche spalle non avevano altro velo che la lunga capigliatura, e che le si vedeva battere il cuore sotto il fino merletto del corpetto da notte. Il conte appoggiò dolcemente la mano sul braccio della giovanetta, ricondusse fino al collo il trapunto di velluto, e con un sorriso tutto paterno:
— Figlia mia, diss’egli, credete nella mia affezione, come credete nella bontà di Dio, e nell’amore di Massimiliano.
Valentina fissò su lui uno sguardo di riconoscenza, e restò docile, come un fanciullo, sotto i suoi veli.
Allora il conte cavò dal taschino del gilè la scatola di smeraldo, sollevò il coperchio d’oro, e versò nella mano di Valentina una piccola pastiglia rotonda della grandezza di un pisello. Valentina la prese coll’altra mano, e guardò il conte attentamente: vi era sui lineamenti di questo intrepido protettore un riflesso della maestà della celeste possanza. Era evidente che Valentina lo interrogava collo sguardo.
— Sì, rispose questi. — Valentina portò la pastiglia alla bocca, e l’inghiottì. — Ed ora, a rivederci, figlia mia, diss’egli; vado a provar di dormire perchè ora siete salvata.
— Andate, disse Valentina; qualunque cosa mi accada, vi prometto non aver paura. — Monte-Cristo tenne lungamente gli occhi fissi sulla giovanetta, che a poco a poco si addormiva, vinta dalla forza del narcotico che il conte le aveva dato. Allora prese il bicchiere, ne vuotò tre quarti nel caminetto, perchè si fosse potuto credere che Valentina avesse bevuto ciò che mancava, lo rimise sul tavolino da notte; indi passando dietro alla scansia, disparve, dopo aver dato un ultimo sguardo a Valentina, che si addormiva con quella confidenza e candore con cui un angiolo riposa ai piedi del Signore.
CI. — VALENTINA.
Il lume da notte continuava ad ardere sul caminetto di Valentina, consumando le ultime gocce d’olio che galleggiavano ancora sull’acqua; di già un cerchio più rossigno colorava l’alabastro del globo, di già la fiamma più viva lasciava sentire gli ultimi crepitii che sembrano, negli esseri inanimati, le ultime convulsioni dell’agonia, tanto spesso paragonate a quelle delle povere creature umane: una luce cupa e sinistra rifletteva un colore opale sul cortinaggio bianco e sulle coperte della giovanetta.
Tutti i rumori della strada erano cessati per questa volta, ed il silenzio interno era spaventoso. Allora si aprì la porta della camera di Edoardo, ed una testa, che abbiamo già veduta un’altra volta, comparve sullo specchio opposto alla porta. Era la sig.ª de Villefort che ritornava per vedere l’effetto della sua bevanda.
Ella si fermò sulla soglia, ascoltò il crepitio della lampada, solo rumore percettibile in questa camera, che si sarebbe creduta deserta, indi si avanzò dolcemente verso la tavola da notte per vedere se il bicchiere di Valentina era stato vuotato. Non ve ne era che un quarto, come abbiam veduto. La sig.ª de Villefort lo prese, e lo andò a versare nelle ceneri, che ella smosse per facilitare l’assorbimento del liquido, indi pulì con cura il cristallo, lo asciugò col proprio fazzoletto, e lo rimise sulla tavola da notte.
Se lo sguardo di qualcuno avesse potuto penetrare nell’interno di quella camera avrebbe veduta l’esitanza della sig.ª de Villefort nel fissare i suoi occhi su Valentina ed accostarsi al letto. Quella lugubre luce, quel silenzio, quella terribile poesia della notte, venivano senza fallo a cambiarsi colla spaventevole poesia della sua coscienza; l’avvelenatrice aveva paura di guardare l’opera sua.
Prese finalmente ardire, allontanò la cortina, si appoggiò al capezzale del letto, e si curvò su Valentina.
La giovinetta non respirava più; i suoi denti chiusi a metà, non lasciavano sfuggire un atomo di quel soffio che manifesta la vita; le labbra imbiancandosi avevan cessato di fremere; gli occhi velati da un vapore violetto, che sembrava essersi infiltrato sotto la pelle, formavano una sporgenza più bianca nella direzione in cui il globo gonfiava la palpebra, e le lunghe ciglia nere rigavano una pelle già pallida come la cera. La sig.ª de Villefort contemplò quel viso con una espressione eloquentissima nella sua immobilità; allora si aumentò il suo ardire, e sollevò la sua mano sul cuore della giovanetta... Esso era muto e agghiacciato.
Ciò che batteva sotto la sua mano, erano le arterie delle sue dita; ella ritirò la mano rabbrividita.
Il braccio di Valentina pendeva fuori del letto; questo braccio, con tutta la sua parte superiore dalla spalla al cubito sembrava modellato su quello di una delle Grazie di Germano Pilon; ma l’avambraccio leggermente deforme per un increspamento, ed il polso di una forma purissima, si appoggiavano, un poco irrigiditi, e colle dita allontanate, sull’acacia del letto. La radice delle unghie era bluastra.
Per la sig.ª de Villefort non v’era più dubbio, tutto era finito; l’opera terribile, l’ultima che volesse compire, era consumata. L’avvelenatrice nulla più aveva da fare in quella camera; ella addietrò con tanta cautela ch’era visibile ch’ella temeva il romor dei suoi piedi sul tappeto; ma nel ritirarsi teneva ancora sollevata la cortina, assorbendo quello spettacolo della morte, che porta in sè una irresistibile attrazione fin che la morte non ha prodotta la decomposizione, ma soltanto la immobilità; mentre finchè dura il mistero, non vi è ancora il ribrezzo.
I minuti passavano, la sig.ª de Villefort sembrava non potersi staccare da quella cortina che teneva sospesa come una sindone al disopra della testa di Valentina. Ella pagò il suo tributo alla meditazione. La meditazione del delitto deve essere il rimorso. In questo momento i crepitii del lume raddoppiarono. A questo romore la sig.ª de Villefort fremette, e lasciò ricadere la cortina. Nello stesso punto il lume si spense, e la camera fu immersa in una spaventosa oscurità. Allora la pendola suonò le quattro e mezzo.
L’avvelenatrice, spaventata da queste successive commozioni, cercò a tastoni la porta, e rientrò nelle sue camere col sudore dell’angoscia sulla fronte. L’oscurità continuò per due ore dopo. Indi, a poco a poco, una sinistra e debole luce penetrò nell’appartamento, filtrando dagli interstizi delle persiane, poscia si fe’ maggiore, e venne a restituire il colore e la forma agli oggetti ed ai corpi.
Fu in questo momento che si sentì per le scale la tosse della infermiera che entrò nella camera di Valentina, con una tazza in mano. Per un padre, per un’amante il primo sguardo sarebbe stato risolutivo, Valentina era morta; per questa mercenaria, Valentina dormiva.
— Buono! diss’ella avvicinandosi alla tavola da notte, ella ha bevuto una parte della sua pozione, il bicchiere è a due terzi vuoto; — indi andò al caminetto, riaccese il fuoco, s’istallò in una poltrona, e quantunque uscisse allora dal letto approfittò del sonno di Valentina per dormire ancora alcuni momenti. La pendola la svegliò suonando le otto.
Allora meravigliata di questo sonno ostinato, spaventata da quel braccio pendente fuori del letto, e che l’addormentata non aveva ancora ricondotto a sè, ella si avanzò verso il letto, ed allora soltanto notò quelle labbra fredde, e quel petto agghiacciato. Voleva riportare il braccio vicino al corpo, ma il braccio non obbedì che con una certa rigidezza spaventosa, sulla quale non poteva ingannarsi un’infermiera. Mandò un orribile grido.
Indi correndo alla porta: — Soccorso! gridò ella, soccorso! — Come soccorso? chiese dal fondo della scala il sig. d’Avrigny. — Era l’ora in cui il dottore aveva presa l’abitudine di venire. — Come soccorso? gridò la voce del sig. de Villefort uscendo precipitosamente dal gabinetto; dottore, avete udito chiamar soccorso?
— Sì, sì, montiamo, rispose il sig. d’Avrigny, montiamo presto; è dalla camera di Valentina. — Ma prima che il padre ed il dottore fossero entrati, gl’inservienti che si ritrovavano nello stesso piano, sparsi per le camere o pei corridori, erano entrati, e vedendo Valentina pallida ed immobile sul letto, alzando le mani al cielo, vacillavano come se avessero avuto le vertigini. — Chiamate la sig.ª de Villefort, svegliate la sig.ª de Villefort, — gridò il procurator del Re, dalla porta della camera, nella quale sembrava non osasse entrare. Ma i domestici, invece di rispondere, guardavano il sig. d’Avrigny ch’era entrato, era corso a Valentina e la sollevava sulle braccia: — Anche questa... mormorò egli, lasciandola ricadere. Oh! mio Dio! mio Dio! e quando vi stancherete?
Villefort si slanciò nell’appartamento: — Che dite, mio Dio! gridò alzando le mani al cielo, dottore!
— Dico che Valentina è morta, rispose il sig. d’Avrigny con voce solenne, e terribile nella sua solennità.
Il sig. de Villefort stramazzò, come se le gambe si fossero incrociate, e cadde colla testa contro il letto di Valentina.
Alle parole del dottore, alle grida del padre i domestici spaventati fuggirono mandando sorde imprecazioni. S’intesero pei corridori e per le sale i loro passi precipitati, poscia un movimento nei cortili, indi tutto finì; il rumore si estinse; dal primo fino all’ultimo, essi avevano disertato da quella casa maledetta.
In quel momento la sig.ª de Villefort, col braccio per metà infilzato nel pettinatore da mattina, sollevava la portiera; per un momento restò sulla soglia in atto di interrogare gli assistenti, e chiamando in suo aiuto alcune lagrime ribelli. D’un subito ella fece un passo, o piuttosto uno sbalzo colle braccia stese verso la tavola da notte: aveva veduto d’Avrigny piegarsi con curiosità su questa tavola, e prendere il bicchiere ch’ella era certa di aver vuotato nella notte. Il bicchiere si ritrovava pieno per un terzo, precisamente come era quando ella ne aveva gettato il contenuto nelle ceneri. Lo spettro di Valentina ritto davanti l’avvelenatrice avrebbe prodotto minor effetto su di lei.
Di fatto era quello il colore della bevanda che aveva versata nel bicchiere di Valentina, e da questa bevuta; era quello il veleno che non poteva ingannare l’occhio del sig. d’Avrigny, e che d’Avrigny guardava attentamente; era quello un miracolo che senza dubbio faceva Dio, affinchè restasse, ad onta di tutte le cautele prese dall’assassino, una prova, una denunzia del delitto. Frattanto, mentre la sig.ª de Villefort era rimasta immobile, come la statua del terrore, mentre Villefort, colla testa nascosta nelle lenzuola del letto mortuario, non vedeva niente di ciò che accadeva intorno a lui, d’Avrigny si avvicinava alla finestra per meglio esaminare coll’occhio il contenuto del bicchiere, e gustandone una goccia presa sulla punta di un dito:
— Ah! mormorò egli, ora non è più la brucnina; vediamo che cosa è! — Allora corse ad uno degli armadii della camera di Valentina, armadio trasformato in farmacia, e cavando dalla sua piccola nicchia d’argento una boccetta d’acido nitrico, ne lasciò cadere alcune gocce nello opale del liquido, che in un subito si cambiò in un mezzo bicchiere di sangue vermiglio. — Ah! fece d’Avrigny coll’orrore del giudice a cui si scopre la verità, e colla soddisfazione dello scienziato a cui si svela un problema.
La sig.ª de Villefort si girò un minuto su sè stessa, i suoi occhi lanciarono fiamme, indi si spensero; ella cercò vacillante la porta colla mano, e disparve.
Un momento dopo s’intese il rumore di un corpo che cadde sull’assito. Ma nessuno vi fece attenzione; la infermiera stava occupata a guardare l’analisi chimica, Villefort era sempre annientato. Il sig. d’Avrigny soltanto aveva seguito con gli occhi la sig.ª de Villefort, ed aveva notata la sua precipitata sparizione. Egli sollevò la portiera della camera di Valentina, ed il suo sguardo, a traverso dell’appartamento di Edoardo, potè penetrare in quello della sig.ª de Villefort, ch’egli vide priva di sensi e stesa sul piancito: — Andate a soccorrere la sig.ª de Villefort, diss’egli all’infermiera, ella si sente male!
— Ma madamigella Valentina? balbettò questa.
— Madamigella Valentina non ha più bisogno di soccorsi, d’Avrigny disse, poichè ella è morta.
— Morta! morta! sospirò Villefort nel suo parossismo, tanto più dilaniante, che questa era una notizia incognita, inudita pel suo cuore di bronzo.
— Morta! dite voi? gridò una terza voce; chi ha detto che Valentina sia morta? — I due personaggi si rivolsero, e sulla porta scopersero Morrel dritto in piedi, pallido, sconvolto, e terribile. Ecco ciò ch’era accaduto.
All’ora solita, e per la piccola porta che conduceva al sig. Noirtier, Morrel si era presentato. Contro il solito ritrovò la porta aperta; non ebbe dunque bisogno di suonare il campanello: entrò. Nel vestibolo aspettò un momento chiamando un domestico qualunque che lo introducesse presso il sig. Noirtier. Ma nessuno aveva risposto; i domestici, come si sa, eran tutti disertati dalla casa. Ma Morrel in quel giorno non aveva alcun particolare motivo di inquietudine. Egli aveva la promessa di Monte-Cristo, che Valentina sarebbe vissuta, e fino a quel giorno la promessa era stata mantenuta fedelmente. Ogni sera il conte gli dava delle buone notizie che la dimane venivano confermate dallo stesso sig. Noirtier. Però questa solitudine gli sembrò cosa singolare; chiamò una seconda, una terza volta, ma sempre lo stesso silenzio. Allora risolvette salire.
La porta del sig. Noirtier era aperta come tutte le altre.
La prima cosa che vide, fu il vecchio nel suo seggio, al suo posto ordinario; ma gli occhi dilatati sembravano esprimere un interno spavento, che veniva ancor confermato dallo strano pallore sparso su tutti i suoi lineamenti.
— Come state, signore? domandò il giovine non senza un certo stringimento di cuore.
— Bene, fece il vecchio col suo battere di palpebra.
Ma la sua fisonomia sembrò aumentar d’inquietudine.
— Voi siete preoccupato, continuò Morrel, avete bisogno di qualche cosa; volete che chiami qualcuno dei servitori? — Sì, fece Noirtier.
Morrel si sospese al cordone del campanello, ma ebbe un bel tirare fino a romperlo, non venne alcuno.
Egli si voltò verso Noirtier; il pallore e l’angoscia andavano crescendo sul viso del vecchio: — Ma, Dio mio! disse Morrel, ma perchè non viene qualcuno? forse che vi è un malato nella casa? — Gli occhi di Noirtier sembrarono sul punto di schizzare dalle loro orbite: — Ma che avete dunque? continuò Morrel, voi mi spaventate... Valentina, Valentina... — Sì, sì, fece Noirtier.
Massimiliano aprì la bocca per parlare, ma la lingua non potè articolare alcuna parola: egli vacillò e si rattenne ad un mobile: indi stese la mano verso la porta.
— Sì, sì, sì, fece il vecchio. — Massimiliano si slanciò verso la piccola scala, che montò in due salti, mentre Noirtier sembrava gridargli cogli occhi:
— Più presto! più presto! — Bastò un minuto al giovine per traversare molte camere solitarie, come tutto il rimanente della casa, e per giunger fino a quella di Valentina: non ebbe bisogno di spingere la porta, essa era aperta in tutta la sua grandezza. Un singhiozzo fu il primo rumore che sentì, egli vide, come attraverso una nube, una figura nera inginocchiata e perduta in un ammasso confuso di drappi bianchi. Il timore, lo spaventevole timore, lo inchiodava sulla soglia. Fu allora che intese una voce che diceva: — Valentina è morta, — e una seconda voce che, come un eco, rispondeva: — Morta! morta!
CII. — MASSIMILIANO.
Villefort si rialzò quasi vergognoso di essere stato sorpreso nell’accesso di questo dolore. Il terribile stato che egli esercitava da 25 anni, era giunto a farne più o meno che un uomo. Il suo sguardo, un momento perduto, si fissò su Morrel. — Chi siete voi, signore? disse egli, voi che dimenticate che non si entra così in una casa abitata dalla morte? Uscite! signore, uscite! — Ma Morrel restava immobile; egli non poteva staccare gli occhi dal terribile spettacolo di questo letto in disordine, e dalla pallida figura che vi era stesa sopra. — Uscite! capite? gridò Villefort mentre d’Avrigny si avanzava dal suo canto per far uscire Morrel.
Questi guardò con aria smarrita il cadavere, quei due uomini, tutta la camera, sembrò esitare un momento, aprì la bocca, indi finalmente, non trovando una parola da pronunziare, e dall’innumerevole ammasso d’idee fatali che agitavano il suo cervello, ritornò addietro cacciandosi le mani fra i capelli, in modo tale che de Villefort e d’Avrigny, un momento distratti dalla loro preoccupazione, dopo averlo seguito con gli sguardi, scambiarono fra di loro un’occhiata che voleva dire: — Egli è pazzo!
Ma prima che fossero passati cinque minuti, s’intese gemere la scala sotto un peso considerevole, e si vide Morrel che, con una forza sovrumana, sollevava il seggio di Noirtier colle braccia e portava il vecchio al primo piano della scala. Morrel posò il seggio a terra e lo rotolò rapidamente fino nella camera di Valentina.
Tutto questo si eseguì con una forza raddoppiata dalla esaltazione frenetica del giovine. Ma una cosa era spaventosa soprattutto; la figura di Noirtier, avanzandosi verso il letto di Valentina, spinto da Morrel, la figura di Noirtier sulla quale l’intelligenza spiegava tutti i suoi espedienti, di cui gli occhi riunivano tutta la loro possanza per supplire alle altre facoltà. Così questo viso pallido, collo sguardo infiammato, fu per de Villefort una spaventevole apparizione. Ogni volta che egli si era ritrovato a contatto con suo padre, era sempre accaduto qualche cosa di terribile.
— Guardate ciò che essi ne han fatto! gridò Morrel appoggiato ancora con una mano allo schienale del seggio che aveva spinto fin contro il letto, e l’altra stesa verso Valentina, guardate! padre mio, guardate!
Villefort rinculò di un passo e guardò con meraviglia questo giovine che gli era quasi sconosciuto e che chiamava Noirtier suo padre. In questo momento tutta l’anima del vecchio sembrò passare nei suoi occhi, che da prima s’iniettarono di sangue, indi gli si gonfiarono le vene del collo, un colore bluastro, come quello che invade la pelle dell’epilettico, gli coprì il collo, le guance, e le tempia; non mancava a questa esplosione interna di tutto l’essere, se non che un grido e questo uscì, per così dire, da tutti i pori, spaventoso nel suo mutismo, dilaniante nel suo silenzio.
D’Avrigny si precipitò verso il vecchio, e gli fece respirare un violento revulsivo. — Signore, gridò Morrel afferrando la mano inerte del paralitico, si domanda chi son io, e qual diritto ho di essere qui. Oh! voi che lo sapete, ditelo, ditelo! — E la voce del giovine si spense con un singulto. In quanto al vecchio, la sua respirazione anelante gli scuoteva il petto. Si sarebbe detto che egli era in preda a quelle agitazioni che precedono l’agonia.
Finalmente alcune lagrime stillarono dagli occhi di Noirtier, più felice del giovine che singhiozzava senza poter piangere. Non potendo piegare la testa, chiuse gli occhi.
— Dite, continuò Morrel con voce strangolata, dite che io era il suo fidanzato! dite che ella era la mia nobile amica, il mio solo amore sulla terra; dite, che questo cadavere mi appartiene! — ed il giovine, dando il terribile spettacolo di una gran forza che si rompe, cadde pesantemente in ginocchio davanti a questo letto, che le sue dita increspate strinsero con violenza.
Questo dolore era così penetrante che d’Avrigny si voltò per nascondere la sua emozione, e che Villefort, senza chiedere altra spiegazione, attirato da quella specie di magnetismo che ci spinge verso quelli che hanno amato coloro che noi piangiamo, stese la mano al giovine.
Ma Morrel che nulla vedeva, aveva presa la mano agghiacciata di Valentina, e, non potendo piangere, mordeva le lenzuola arrossendo. Per qualche tempo non s’intese in questa camera che il conflitto dei singulti, delle imprecazioni, e della preghiera. E frattanto un rumore dominava tutto questo: era la respirazione rauca e straziante, che sembrava, ad ogni ripresa d’aria, rompere le molle della vita nel petto di Noirtier. Finalmente Villefort, il più padrone di sè stesso fra tutti, dopo aver per così dire ceduto per qualche tempo il suo posto a Massimiliano, prese la parola: — Signore, diss’egli a Massimiliano, voi amavate Valentina, dite voi, eravate suo fidanzato, ignoravo questo amore, questo impegno; eppure, io suo padre, vi perdono; poichè, lo vedo, il vostro dolore è grande, reale e vero. Del resto in me pure il dolore è grande, perchè resti nel mio cuore posto alla collera. Ma, voi lo vedete, l’angiolo che speravate ha lasciato la terra, ella non sa più che fare delle adorazioni degli uomini, ella che a quest’ora, adora il Signore; fate dunque i vostri addii alla trista spoglia, che ella ha dimenticato fra noi; stringete un’ultima volta la mano che aspettavate, e separatevi da lei per sempre; Valentina or non ha più bisogno che di un prete che la benedica.
— Vi sbagliate, signore, gridò Morrel, rialzandosi sur un ginocchio, col cuore traversato da un dolore più acuto di quelli da lui finora intesi, vi sbagliate! Valentina, è morta, e nel modo che è morta, non solo ha bisogno di un prete ma ancora di un vendicatore; sig. de Villefort, mandate a cercare il prete, io sarò il suo vendicatore.
— Che volete dire, signore? mormorò Villefort, tremante per questa nuova inspirazione del delirio di Morrel.
— Voglio dire, continuò Morrel, che in voi esistono due esseri, signore; il padre ha pianto abbastanza, ora il procurator del Re cominci il suo ministero.
Gli occhi di Noirtier sfavillarono, d’Avrigny si avvicinò. — Signore, continuò il giovine, raccogliendo dagli occhi di tutti gli assistenti i sentimenti che si risvegliavano sui loro volti, so quel che dico, e voi sapete, tanto bene quanto me, tutto ciò che son per dire: Valentina è morta assassinata! — Villefort abbassò la testa; d’Avrigny avanzò ancora di un passo; Noirtier fece di sì cogli occhi.
— Ora, signore, continuò Morrel, ai tempi in cui viviamo, una creatura, ancorchè non così giovane, così bella, così adorabile, una creatura non dispare sì violentemente dal mondo senza che si domandi conto della sua sparizione. Andiamo! sig. procurator del Re, aggiunse Morrel con una veemenza sempre crescente, non vi sia pietà! vi denunzio il delitto, cercate l’assassino! — E il suo occhio implacabile interrogava Villefort, che dal canto suo sollecitava uno sguardo, ora da Noirtier, ora da d’Avrigny. Ma invece di trovar soccorso da suo padre e dal dottore, Villefort non ritrovò in essi che uno sguardo tanto inflessibile, quanto quello di Morrel. — Sì, fece il vecchio.
— Certamente, disse d’Avrigny.
— Signore, replicò Villefort, tentando di lottare ancor contro questa triplice volontà, e contro la propria emozione; signore, vi sbagliate, non si commettono delitti in casa mia, la fatalità mi colpisce, Dio mi prova, è orribile a pensarsi, ma in casa mia non si assassina nessuno!
Gli occhi di Noirtier fiammeggiarono, d’Avrigny aprì la bocca per parlare. Morrel stese la mano raccomandando il silenzio: — Ed io vi dico che qui si uccide! gridò Morrel abbassando la voce, ma senza perder nulla della sua terribile vibrazione: vi dico che questa è la quarta vittima, che si colpisce in quattro mesi! vi dico che si era già provato una volta, quattro giorni sono, di avvelenare Valentina, e che questo delitto era andato a vuoto, mercè le cautele che avea prese il sig. Noirtier! vi dico che fu raddoppiata la dose o cambiata la natura del veleno, e questa volta è riuscito! vi dico che voi sapete tutto ciò tanto ben quanto me, poichè il signore, che è qui presente, ve ne ha avvisato e come medico, e come amico.
— Oh! siete in delirio! disse Villefort, tentando invan di battersi entro il cerchio in cui era stato ristretto.
— Io sono in delirio! gridò Morrel: ebbene! me ne appello al sig. d’Avrigny stesso. Domandategli, signore, se si ricorda ancora delle parole che ha pronunziate nel vostro giardino, nel giardino di questo palazzo, la sera stessa della morte della sig.ª de Saint-Méran, allor quando entrambi, voi e lui, credevate esser soli; vi trattenevate su questa morte tragica nella quale quella fatalità di cui parlate, e Dio che accusavate ingiustamente, non potevano esser contati che per una sola cosa, vale a dire per aver creato l’assassino di Valentina! — Villefort e d’Avrigny si guardarono. — Sì, sì, ricordatevi, disse Morrel, perchè quelle parole, che credevate sciolte al silenzio ed alla solitudine, sono cadute nelle mie orecchie. Certamente da quella sera, vedendo la colpevole compiacenza del sig. de Villefort pei suoi, avrei dovuto scoprir tutto alle autorità; non sarei complice come lo sono in questo momento della tua morte Valentina! mia Valentina prediletta! ma il complice diventerà il vendicatore; questo quarto omicidio è in flagrante, è visibile agli occhi di tutti, e se tuo padre ti abbandona, Valentina, sta a me, te lo giuro, di perseguitare l’assassino.
E questa volta, come se la natura avesse avuto alfine pietà di questa vigorosa organizzazione, pronta ad infrangersi in virtù della propria forza, le parole gli si spensero nella gola, il petto scoppiò in singulti, le lagrime, tanto lungamente ribelli, scaturirono dai suoi occhi, si piegò su sè stesso, e ricadde in ginocchio e piangente vicino al letto di Valentina.
Allora toccò la sua volta a d’Avrigny:
— Ed io pure, disse con voce forte, io pure mi unisco al sig. Morrel per domandarvi giustizia del delitto; poichè il mio cuore si ribella all’idea che la mia vile compiacenza ha incoraggiato l’assassino!
— Oh! mio Dio! mio Dio! mormorò Villefort annientato. — Morrel rialzò la testa, e leggendo negli occhi del vecchio che lanciavano fiamme soprannaturali:
— Osservate, diss’egli, il sig. Noirtier vuol parlare.
— Sì, fece Noirtier con una espressione tanto più terribile, che tutte le facoltà di questo povero vecchio impotente eran concentrate nello sguardo.
— Conoscete l’assassino? disse Morrel.
— Sì, replicò Noirtier.
— E ci guiderete? gridò il giovine. Ascoltiamo, sig. d’Avrigny, ascoltiamo. — Noirtier indirizzò all’infelice Morrel un sorriso malinconico, uno di quei sorrisi con gli occhi che tante volte avevan resa felice Valentina, e in tal modo fissò la sua attenzione: indi, avendo attaccati, per così dire, gli occhi del suo interlocutore ai suoi, li voltò verso la porta.
— Volete che io esca, signore? gridò dolorosamente Morrel.
— Sì! fece Noirtier. — Ahimè! ahimè! signore, ma abbiate dunque pietà di me! — Gli occhi del vecchio restarono irremovibilmente fissi verso la porta.
— Potrò almeno ritornare? domandò Morrel.
— Sì. — Debbo uscir solo? — No. — Chi deve dunque venir meco, il sig. procuratore del Re? — No.
— Il dottore? — Sì. — Volete restar solo col sig. de Villefort? — Sì. — Ma potrà egli capirvi? — Sì.
— Oh! disse il sig. de Villefort quasi contento che la contestazione si facesse a quattr’occhi; oh! siate tranquillo, capisco benissimo mio padre. — E mentre diceva così, con una viva espressione di gioia, gli sbattevano i denti con violenza. D’Avrigny prese il braccio di Morrel, e trascinò il giovine nella camera vicina. Si fece allora in tutta quella casa un silenzio più profondo di quello della morte.
Finalmente, in capo ad un quarto d’ora, si fece sentire un passo vacillante, e Villefort comparve sulla soglia del salotto ove si trattenevano d’Avrigny e Morrel, l’uno assorto, l’altro soffocato: — Venite, diss’egli.
E li ricondusse presso il seggio di Noirtier.
Morrel allora guardò attentamente Villefort. La faccia del procurator del Re era livida, larghe macchie color di ruggine ne vergavan la fronte; fra le dita era una penna contorta in mille modi e rotta in diversi pezzi.
— Signori, diss’egli con voce soffocata a d’Avrigny ed a Morrel, la vostra parola d’onore che l’orribile segreto rimarrà sepolto fra di noi? — I due uomini fecero un movimento: — Io ve ne scongiuro!... continuò Villefort.
— Ma, disse Morrel, il colpevole! l’uccisore!... l’assassino!...
— Siate tranquilli, signori, sarà fatta giustizia, disse Villefort. Mio padre mi ha rivelato il nome del colpevole; mio padre ha sete di vendetta al par di voi, eppur mio padre vi scongiura come me di conservare il segreto del delitto. Non è vero, padre mio?
— Sì, fece risolutamente Noirtier. — Morrel lasciò sfuggire un movimento d’orrore e d’incredulità.
— Oh! gridò Villefort, fermando Morrel per un braccio, oh! signore, se mio padre, l’uomo che conoscete inflessibile, vi fa questa domanda, è perchè sa, siate tranquilli, è perchè sa che Valentina sarà terribilmente vendicata. Non è vero, padre mio? — Il vecchio fece segno di sì.
Villefort continuò: — Egli mi conosce, ed è la sua parola che io impegno. Tranquillatevi dunque signore; tre giorni, non vi domando che tre giorni, è il meno che potreste domandare alla giustizia, e fra tre giorni la vendetta che avrò presa dell’uccisor di mia figlia, farà fremere fin dal profondo del cuore, anche gli uomini più indifferenti.
Dicendo queste parole, egli strideva i denti, e scuoteva la mano inerte del vecchio.
— Tutto ciò che vien promesso, sarà mantenuto, sig. Noirtier? domandò Morrel mentre d’Avrigny lo interrogava con lo sguardo.
— Sì, fece il vecchio con uno sguardo di sinistra gioia.
— Giurate dunque, signori, disse Villefort congiungendo le mani di d’Avrigny e di Massimiliano; giurate che avrete pietà dell’onore di mia famiglia, e che mi lascerete la cura di vendicarla? — D’Avrigny si voltò, e mormorò un sì ben debole; ma Morrel strappò la sua mano da quella del magistrato, si precipitò verso il letto, impresse le sue labbra sulle labbra agghiacciate di Valentina, e fuggì col lungo gemito di un’anima che s’ingolfa nella disperazione.
Abbiam detto che tutti i domestici erano spariti; il sig. de Villefort fu dunque obbligato di pregare d’Avrigny d’incaricarsi di tutti quegli atti, così numerosi e delicati, che seco trascina la morte nelle nostre grandi città; e particolarmente una morte accompagnata da particolarità così sospette. In quanto a Noirtier, era qualche cosa di terribile il vedere questo dolore senza movimenti, questa disperazione senza gesti, queste lagrime senza voce. Villefort rientrò nel gabinetto; d’Avrigny andò a cercare il medico della municipalità, che adempiva le funzioni d’ispettore dei trapassati; e che si chiama con tanta energia il medico dei morti.
Noirtier non volle più lasciare la salma di sua nipote.
Una mezz’ora dopo il sig. d’Avrigny ritornò col suo confratello; erano state chiuse le porte di strada, e siccome il portinaro pure era disparso con tutti gli altri servitori, Villefort stesso andò ad aprire. Ma si fermò sul pianerottolo, non aveva più il coraggio di rientrare nella camera mortuaria, ove i due medici entraron soli. Noirtier era vicino al letto, pallido come la morte; com’essa immobile e muto.
Il medico dei morti si avvicinò con la indifferenza dell’uomo che è assuefatto a passare la metà della vita fra cadaveri, sollevò il drappo che copriva la giovanetta, ed aprì un poco le labbra di lei. — Oh! disse d’Avrigny sospirando, povera fanciulla! ella è realmente morta, andate.
— Sì, rispose laconicamente il medico, lasciando ricadere il drappo che copriva il viso di Valentina.
Noirtier fe’ sentire un sordo rantolo, d’Avrigny si voltò, gli occhi del vecchio sfavillavano; il buon dottore capì che Noirtier reclamava la vista di sua nipote; si riaccostò al letto, e mentre il medico dei morti si lavava le dita nell’acqua col cloruro, scoperse quel placido e pallido viso, che rassomigliava a quello di un angelo addormentato.
Una lagrima ricomparve all’angolo dell’occhio di Noirtier, e fu il ringraziamento che ricevè il dottore.
Il medico dei morti scrisse il suo processo verbale sull’angolo di una tavola, nella stessa camera di Valentina, ed adempita questa suprema formalità, uscì ricondotto dal dottore. Villefort aspettava che discendessero, e comparve alla porta del suo gabinetto. In poche parole ringraziò il medico, e voltandosi a d’Avrigny: — E ora, diss’egli, il prete?
— Avete un ecclesiastico che desideriate più particolarmente d’incaricare di pregare per Valentina?
— No, disse Villefort, andate a cercare il più vicino.
— Il più vicino, disse il medico dei morti, è un buon abate italiano che è venuto a dimorar nella casa contigua alla vostra; volete che nel passare lo prevenga?
— D’Avrigny, disse Villefort, volete avere la bontà di accompagnare il signore? Ecco la chiave perchè possiate entrare ed uscire a vostro piacere: ricondurrete il prete e v’incaricherete di situarlo nella camera della mia povera figlia.
— Desiderate parlargli, amico mio?
— Desidero di restar solo: mi scuserete, n’è vero? Un prete deve comprendere tutti i dolori, anche il dolore paterno. — Ed il sig. de Villefort, consegnando un apritutto a d’Avrigny, salutò un’ultima volta il dottore straniero, rientrò nel suo gabinetto, e vi si mise a lavorare.
Per alcune organizzazioni, il lavoro è un rimedio a tutti i dolori. Nel momento in cui discendevano nella strada, scopersero un uomo vestito in sottana che stava sulla soglia della porta vicina. — Ecco quello di cui vi parlava, — disse il medico dei morti a d’Avrigny. Questi andò incontro all’ecclesiastico; — Signore, diss’egli, sareste disposto di rendere un gran favore ad un disgraziato padre che ha perduto sua figlia, al sig. procuratore del Re Villefort?
— Ah! signore, rispose il prete con un accento italiano dei più pronunciati, sì, lo so, la morte è nella sua casa.
— Allora non ho più bisogno di dirvi qual genere di favore ei si aspetti da voi?
— Io stesso veniva ad offrirmi, disse il prete; è nella nostra missione l’andar incontro ai nostri doveri.
— È una giovanetta.
— Sì, l’ho saputo dai domestici che fuggivano di casa: si chiamava Valentina, ed ho già cominciato a pregar per lei.
— Grazie, grazie, signore, disse d’Avrigny; e poichè avete di già cominciato ad esercitare il santo vostro ministero, degnatevi di continuarlo: vi sederete vicino alla morta, e tutta una famiglia sepolta nel lutto vi sarà grandemente riconoscente.
— Vi vado, signore, ed oso dire, che non saranno mai state fatte preghiere più fervide delle mie. — D’Avrigny prese l’abate per la mano, e senza incontrare Villefort, chiuso nel suo gabinetto, lo condusse fino alla camera di Valentina, della quale i becchini non dovevano impadronirsi che la sera susseguente. Entrando nella camera, lo sguardo di Noirtier si era abbattuto in quello dell’abate, e senza dubbio credè leggervi qualche cosa di particolare, perchè non lo lasciò più. D’Avrigny raccomandò al prete non solo la morta, ma anche il vivo, ed il prete gli promise di dare le sue preghiere alla morta, e di prestare le sue cure a Noirtier. L’abate vi si obbligò solennemente, e, senza dubbio, per non essere disturbato nelle sue preghiere, e perchè Noirtier non fosse disturbato nel suo dolore, andò tosto che d’Avrigny ebbe lasciata la camera, a chiudere le serrature, non solo della porta dalla quale era uscito d’Avrigny, ma ancor di quella che metteva nelle stanze della sig.ª de Villefort.
CIII. — LA FIRMA DI DANGLARS.
Il giorno dopo sorse tristo e nuvoloso. I becchini nella notte avevano compito il loro funebre ufficio, accomodato il corpo, deposto sul letto, avvolto nel sudario che ricuopre lugubremente i trapassati, prestando loro (che che si dica di eguaglianza in faccia alla morte) un’ultima testimonianza del lusso ch’essi amavano durante la vita.
Il sudario non era altro che una pezza di magnifica battista, che la giovanetta aveva comprata quindici giorni prima. Nella serata, uomini chiamati a questo effetto avevano trasportato Noirtier dalla camera di Valentina nella sua, e, contro ogni aspettativa, il vecchio non aveva fatta alcuna difficoltà ad allontanarsi dal corpo di sua nipote.
L’abate Busoni aveva vegliato fino a giorno, ed a giorno si era ritirato in casa sua senza chiamar nessuno.
Verso le otto della mattina, d’Avrigny era ritornato; egli aveva incontrato Villefort che passava da Noirtier, e lo aveva accompagnato per sapere in che modo il vecchio aveva passata la notte. Essi lo ritrovarono nel suo gran seggio, che gli serviva ancora di letto, dormendo un sonno dolce e quasi sorridente. Entrambi si fermarono maravigliati sul limitare della porta. — Osservate, disse d’Avrigny a Villefort che guardava suo padre addormentato; osservate, la natura sa calmare i più vivi dolori, certamente non si dirà che Noirtier non amava sua nipote, eppure egli dorme.
— Sì, ed avete ragione rispose Villefort con sorpresa, egli dorme, ed è strano, poichè la più piccola contrarietà lo tiene svegliato delle notti intere.
— Il dolore lo ha atterrato, replicò d’Avrigny.
Ed entrambi ritornavano pensierosi al gabinetto del procuratore del Re: — Osservate! non ho dormito, disse Villefort mostrando a d’Avrigny il suo letto intatto; il dolore non mi ha atterrato: son due notti che non dormo; ma invece, guardate il mio scrittoio, ho io scritto, mio Dio! in queste due notti?... ho sfogliato filze, ho annotato quest’atto d’accusa contro Benedetto!... oh! lavoro, lavoro, lavoro! mia gioia, mia rabbia, appartiene a te l’atterrare tutti i miei dolori! — E strinse convulsivamente la mano a d’Avrigny.
— Avete voi bisogno di me? domandò il dottore.
— No, soltanto vi prego di ritornare alle undici; a mezzo giorno ha luogo.... la partenza... mio Dio! povera la mia figlia! povera figlia mia! — Il procuratore del Re ritornando uomo, alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro.
— Sarete voi nella sala di ricevimento?
— No, ho un cugino che s’incarica di questo tristo onore: io lavorerò, dottore, quando lavoro tutto sparisce.
Infatto il dottore non era giunto alla porta, che il procurator del Re si era messo al lavoro. Sulla scalinata d’Avrigny incontrò questo parente di cui gli aveva parlato Villefort; personaggio insignificante in questa storia, come in quella famiglia, uno di quegli esseri che sono destinati nascendo a rappresentare in società la parte della inutilità.
Era puntuale, vestito di nero, col velo crespo al braccio, e si era portato da suo cugino con una figura che si era fatta, e che contava di conservare finchè vi fosse stato bisogno, per lasciarla poi in seguito. All’undici le carrozze funebri rumoreggiavano sul selciato del cortile, e la strada del sobborgo Sant’Onorato si riempiva del mormorio della folla, avida egualmente delle gioie e dei lutti dei ricchi, e che corre ad un mortorio pomposo colla stessa fretta che al matrimonio di una duchessa. A poco a poco la sala mortuaria si riempì, e si vide giungere da prima una parte delle nostre antiche conoscenze, come sarebbe Debray, Beauchamp, Château-Renaud, quindi tutte le persone più illustri del tribunale, delle camere, della letteratura, dell’esercito, poichè il sig. de Villefort occupava il primo rango di un’alta posizione sociale, meno per la sua carica, che per i suoi meriti personali.
Il cugino stava alla porta e faceva entrare tutti, e per gl’indifferenti era un gran sollievo, bisogna dirlo, quello di ritrovar là una persona indifferente, che non esigeva dagl’invitati una fisonomia mentita, o false lagrime, come avrebbe fatto un padre, un fratello, un fidanzato.
Quelli che si conoscevano si chiamavano collo sguardo e si riunivano in gruppi. Uno di questi gruppi era composto di Debray, di Château-Renaud, e di Beauchamp. — Povera giovanetta! disse Debray pagando, del resto, come ciascuno, quasi suo malgrado, un tributo a questo doloroso avvenimento. Povera giovanetta! così ricca! così bella! Lo avreste pensato, Château-Renaud, quando venimmo, circa due settimane o un mese al più, per firmare il contratto, che poi non fu firmato?
— In fede mia no, disse Château-Renaud.
— La conoscevate?
— Aveva parlato una o due volte con lei, al ballo della sig.ª de Morcerf, fra le altre; ella mi sembrò graziosa, quantunque di uno spirito un po’ malinconico. Ov’è sua matrigna, lo sapete?
— È andata a passare questo giorno con la moglie di questo degno signore che ci riceve.
— E chi è costui? forse un deputato?
— No, disse Beauchamp; son condannato a vedere i nostri onorevoli tutti i giorni, ed egli mi è incognito.
— Avete parlato di questa morte nel vostro giornale?
— L’articolo non è mio, ma se ne è parlato; e dubito che aggradisca al sig. de Villefort. Vi è detto, credo: che se quattro morti successive avessero luogo in tutt’altra casa che in quella del procuratore del Re, il sig. procurator del Re se ne sarebbe certamente commosso.
— Del resto, disse Château-Renaud, il dottore d’Avrigny, che è il medico di mia madre, pretende che Villefort ne sia disperato. Ma che cercate dunque, Debray?
— Cerco il conte di Monte-Cristo, rispose il giovine.
— L’ho incontrato sul baluardo, lo credo sul punto di partire; andava dal suo banchiere, disse Beauchamp.
— Dal suo banchiere? il suo banchiere non è Danglars? domandò Château-Renaud a Debray.
— Io credo di sì, rispose il segretario intimo con un leggero impaccio; ma il conte di Monte-Cristo non è solo che manca qui; non vedo Morrel.
— Morrel! la conosceva forse? domandò Château-Renaud.
— Credo che sia stato presentato solo alla sig.ª de Villefort.
— Non importa, avrebbe dovuto venire, disse Debray; di che parlerà egli questa sera? Questi funerali sono la notizia della giornata; ma zitti, attenti, ecco il ministro della Giustizia.
Beauchamp aveva detto il vero; portandosi all’invito mortuario, aveva incontrato Monte-Cristo, che dal canto suo si dirigeva all’abitazione di Danglars, strada Chaussée-d’Antin.
Il banchiere aveva dalla finestra riconosciuta la carrozza del conte che entrava nel cortile, e gli era venuto incontro con un viso tristo, ma affabile. — Ebbene, conte, diss’egli stendendo la mano a Monte-Cristo, venite a farmi una visita di condoglianza; in verità la disgrazia è entrata nella mia casa; ed al momento in cui vi ho scorto, stava interrogando me stesso se avevo fatta alcuna imprecazione a questi poveri Morcerf, cosa che avrebbe giustificato il proverbio: a chi vuol male accade male. Ebbene! sulla mia parola, no, non ho augurato male a Morcerf; egli era forse un orgoglioso, per un uomo venuto dal niente, come me, e che doveva tutto a sè stesso, come me; ma ciascuno ha i suoi difetti. Ah! state in guardia, conte, gli uomini della nostra generazione... ma perdono, conte, voi non siete della nostra generazione, siete ancor giovine. Gli uomini della nostra generazione non sono punto fortunati in questo anno: ne fa fede il nostro puritano procurator del Re Villefort, che ha perduto sua figlia. Così ricapitoliamo: Villefort, come dicevamo, perde tutta la sua famiglia in un modo così strano; Morcerf disonorato ed ucciso; io coperto di ridicolo per la scelleratezza di questo Benedetto, e poi...
— E poi che? domandò il conte. — Ahimè! lo ignorate?
— Qualche nuova disgrazia? — Mia figlia...
— Madamigella Danglars?
— Eugenia ci lascia.
— Oh! che mi dite mai!
— La verità, mio caro conte! quanto siete mai fortunato di non aver nè moglie nè figli!
— Voi lo credete?
— Ah! mio Dio!
— E che dicevate di madamigella Danglars?
— Ella non ha potuto sopportare l’affronto che ci ha fatto questo miserabile, e mi ha chiesto il permesso di viaggiare. — Ed è partita? — L’altra notte. — Colla sig.ª Danglars?
— No, con una nostra parente... Ma ciò nullameno la perderemo, questa cara Eugenia; poichè dubito, col naturale che le conosco, ch’ella non acconsenta giammai a ritornare in Francia!
— Che volete caro barone? disse Monte-Cristo, dispiaceri di famiglia, dispiaceri che potrebbero opprimere un povero diavolo che avesse riposta tutta la sua fortuna nella figlia, ma sopportabile da un milionario quale voi siete. I filosofi hanno un bel che dire, e gli uomini pratici daranno loro sempre una mentita su ciò, il danaro consola molte afflizioni, e voi dovete esser consolato prima di qualunque altro, se ammettete la virtù di questo balsamo salutare; voi il re dei finanzieri, il punto d’intersecazione di tutti i poteri. — Danglars lanciò un colpo d’occhio obliquo sul conte, per vedere se scherzava, o se parlava sul serio.
— Sì, diss’egli, il fatto è, che se la fortuna consola, io debbo esser consolato, perchè son ricco.
— Tanto ricco, caro barone, che le vostre ricchezze rassomigliano alle piramidi; se si vogliono demolire, nessuno l’osa, su qualcuno l’osasse, nol potrebbe.
Danglars sorrise sulla bonomia del conte. — Ciò mi ricorda, diss’egli, che quando siete entrato io stava facendo cinque piccoli boni. Ne aveva già firmati due, volete permettermi di fare gli altri tre?
— Fate, mio caro barone, fate. — Vi fu un momento di silenzio, durante il quale s’intese stridere la penna del banchiere, mentre che Monte-Cristo guardava gl’intagli dorati del soffitto.
— Boni di Spagna, disse Monte-Cristo, di Haïti, di Napoli?
— No, disse Danglars col suo viso singolare, boni ai latore, sulla banca di Francia; osservate, aggiuns’egli, sig. conte, voi che siete l’imperatore della finanza, se io ne sono il re. Avete veduti molti pezzi di questa grandezza che valgono ciascuno un milione? — Monte-Cristo prese in mano, come per pesarli, i cinque pezzi di carta che gli presentava orgogliosamente Danglars, e lesse:
«Piaccia al sig. Reggente della Banca di far pagare al mio ordine, e sui fondi da me depositati la somma di un milione, valuta in conto,
«BARONE DANGLARS»
— Uno, due, tre, quattro e cinque, fece Monte-Cristo, cinque milioni, in che modo lavorate, sig. Creso!
— Ecco come faccio gli affari! disse Danglars.
— È meraviglioso, se soprattutto, come non dubito, questa somma vien pagata in contanti. — Essa lo sarà.
— È una bella cosa l’avere un credito simile. In verità non è che in Francia ove si vedono tali cose; cinque pezzi di carta valer cinque milioni, bisogna vederlo per crederlo.
— Ne dubitate voi? — No.
— Lo dite in un certo modo... Pigliate, prendetevi questo piacere; conducete il mio commesso alla banca, e vedrete uscirlo con tanti boni sul tesoro per la stessa somma.
— No, disse Monte-Cristo, piegando i cinque biglietti, in fede mia, la cosa è troppo curiosa e ne farò io stesso l’esperimento. Il mio credito presso voi era fra noi convenuto in sei milioni, ho preso 900 mila fr., son cinque milioni, e altri cento mila fr. che restate a darmi: prendo questi cinque pezzi di carta, che credo buoni alla sola vista della vostra firma, ed ecco una ricevuta generale di sei milioni che regolarizzano il nostro conto. Io l’aveva già preparata perchè, bisogna che vi dica, che ho molto bisogno di danaro in oggi. — E con una mano Monte-Cristo mise i cinque biglietti in tasca, mentre coll’altra presentava la ricevuta al banchiere. Un fulmine caduto ai piedi di Danglars non lo avrebbe oppresso di spavento e di terrore più grande.
— Che! balbettò egli, che! sig. conte! voi prendete questo danaro? ma perdono, questo è danaro che debbo agli ospizii, un deposito, ed io avevo promesso di pagar questa mattina.
— Ah! disse Monte-Cristo, allora l’affare è diverso: non ho alcuna premura precisamente a questi cinque biglietti, pagatemi in altra valuta. Era per mia curiosità che aveva presi questi, affin di poter dire nella società che, senza alcun avviso, senza chiedermi cinque minuti di dilazione, la casa Danglars mi aveva pagati cinque milioni in contante! ciò sarebbe stato notevole! Ma ecco i vostri biglietti, e vi ripeto, pagatemi in altra valuta, e fatemene degli altri.
E stese i cinque biglietti a Danglars, che livido, da prima allungò la mano come un avvoltoio allunga gli artigli a traverso le sbarre della gabbia per ritener la carne che si tenta di levargli. Ma poscia si pentì, fece uno sforzo violento su sè stesso, e si contenne: indi si vide il sorriso arrotondare a poco a poco i lineamenti del suo viso sconvolto.
— Veniamo al fatto, diss’egli, la vostra ricevuta val danaro contante?
— Oh! mio Dio! sì, e se foste a Roma, la casa Thomson e French, su di una mia ricevuta non farebbe minor difficoltà a pagarvi di quel che fate voi a pagar me.
— Perdono, sig. conte, perdono!
— Posso dunque conservare questi biglietti?
— Sì, disse Danglars asciugandosi il sudore che gli stillava dai capelli; conservateli, conservateli.
Monte-Cristo rimise i cinque biglietti in saccoccia con quell’intraducibile movimento che vuol dire:
— Diamine! rifletteteci, se vi pentite, siete ancora in tempo.
— No, disse Danglars, no, conservate la mia firma. Ma lo sapete, nessuno è tanto pieno di formalità quanto un uomo di danaro; io destinava questi fondi agli ospizii, e per un momento avrei creduto derubarli, non dando loro precisamente questi; come uno scudo non valesse quanto un altro scudo. Scusate! — E si mise a ridere rumorosamente, ma di un riso nervoso.
— Io scuso, disse graziosamente Monte-Cristo, e metto in saccoccia. — E mise i boni dentro al suo portafogli.
— Ma, disse Danglars, v’è ancora una somma di cento mila fr.
— Oh! bagattella, disse Monte-Cristo, l’aggio deve montar circa a questa somma, tenetela, e sarem pari.
— Conte, disse Danglars, parlate sul serio? — Monte-Cristo lo guardò con una serietà che toccava l’impertinenza. E s’incamminava verso la porta, giusto nel punto in cui il cameriere annunziava il sig. de Boville, ricevitor generale degli ospizii. — In fede mia, disse Monte-Cristo, sembra che io sia giunto in tempo per goder delle vostre firme, esse sono in disputa. — Danglars impallidì una seconda volta, e si affrettò a prendere congedo dal conte; il quale rispose con un cerimonioso saluto a quello di de Boville, che stava in piedi nella camera da ricevimento, e che, passato Monte-Cristo, fu subito introdotto nel gabinetto del sig. Danglars. Si sarebbe potuto vedere il viso così serio del conte illuminarsi di un passeggiero sorriso nel vedere il portafogli che teneva in mano il ricevitore degli ospizii. Alla porta ritrovò la sua carrozza, e si fece condurre sul momento alla banca.
In questo mentre Danglars, comprimendo tutta la sua emozione, veniva incontro al ricevitor generale.
Non fa mestieri di dire che il sorriso e la graziosità erano profondamente impresse sulle labbra di lui.
— Buon giorno, diss’egli, mio caro creditore, poichè scommetterei ch’è il creditore che giunge.
— Avete indovinato giustamente, sig. barone, disse il sig. de Boville; gli ospizii si presentano a voi nella mia persona. Gli ammalati, le vedove, gli orfani vengono per mio mezzo a domandarvi una elemosina di cinque milioni.
— E si dice che gli orfani son da compiangere! disse Danglars prolungando lo scherzo! poveri fanciulli!
— Eccomi che vengo in loro nome: disse il sig. de Boville; dovete aver ricevuta la mia lettera di ieri? — Sì.
— Sono qui colla mia ricevuta.
— Mio caro sig. de Boville, disse Danglars, i vostri malati, le vostre vedove, i vostri orfani avranno, se acconsentite, la bontà d’aspettare ventiquattr’ore, che il sig. di Monte-Cristo, che voi avete veduto uscir di qui... n’è vero?
— Sì, ebbene? — Ebbene il sig. di Monte-Cristo portava seco i loro cinque milioni. — In che modo?
— Il conte aveva un credito illimitato su di me, credito aperto dalla casa Thomson e French di Roma; egli è venuto a domandarmi la somma di cinque milioni in un sol colpo; gli ho dato un bono sulla banca: i miei fondi stanno deposti là, e capirete che io temerei, ritirando dalle mani del Reggente dieci milioni tutti in un giorno, non avesse a sembrare cosa troppo strana. In due giorni, aggiunse Danglars sorridendo, è affare diverso.
— Allora dunque, gridò il sig. de Boville col tuono di una completa incredulità, cinque milioni a quel signore che è uscito poco fa, e che mi ha salutato come se lo conoscessi?
— Può darsi ch’egli conosca voi senza che voi conosciate lui. Il sig. di Monte-Cristo conosce tutti: ecco la sua ricevuta. Fate come l’apostolo che non voleva credere, guardate e toccate. — Il sig. de Boville prese il foglio che gli presentò Danglars, e lesse:
«Ho ricevuto dal sig. barone Danglars la somma di cinque milioni e 900 mila fr., di cui egli si rimborserà a suo piacere sulla casa Thomson e French di Roma.»
«CONTE DI MONTE-CRISTO»
— In fede mia è vero! disse questi.
— Conoscete la casa Thomson e French?
— Sì, disse il sig. de Boville; ho fatto un’altra volta un affare di 200 mila fr. con questa, ma dopo non ne ho inteso più parlare.
— È una delle migliori case d’Europa, disse Danglars rigettando negligentemente sullo scrittoio la ricevuta di Monte-Cristo che aveva ritirata dalle mani di de Boville.
— Ed ei teneva così cinque milioni su voi; ma che! è un nababbo questo conte di Monte-Cristo?
— In fede mia egli non so che cosa sia; ma aveva tre crediti illimitati, uno su me, uno su Rothschild, e uno su Laffitte, e, aggiunse negligentemente Danglars, come vedete, ha dato a me la preferenza, lasciandomi centomila fr. per l’aggio del cambio.
Il sig. de Boville dette tutti i segni della più alta ammirazione. — Bisognerà che io vada a visitarlo, e che ottenga da lui qualche pia fondazione.
— Oh! è come se l’aveste già: le sue elemosine sole montano a più di 20 mila fr. il mese.
— È cosa magnifica! d’altra parte gli citerò l’esempio della sig.ª de Morcerf, e di suo figlio. — Quale esempio?
— Essi hanno donata tutta la loro fortuna agli ospizii.
— Quale fortuna? — La loro fortuna, quella del generale de Morcerf defunto. — E a che proposito? — Al proposito ch’essi non vogliono beni così miseramente acquistati. — E di che cosa vivranno? — La madre si ritira in provincia, ed il figlio si arruola. — Senti! senti! questi sì che sono scrupoli! — Ho fatto registrare ieri l’atto di donazione. — E quanto possedevano? — Oh! non era gran cosa, un milione e 300 mila fr. Ma ritorniamo ai nostri milioni.
— Volentieri, disse Danglars colla maggior naturalezza del mondo. Avete dunque molta fretta di ritirare questo danaro?
— Ma sì, il riscontro di cassa si fa domani.
— Domani! perchè non lo avete detto subito! ma è un secolo, domani! a che ora succede la verifica di cassa?
— Alle due pomeridiane.
— Mandate a mezzogiorno, disse Danglars col suo sorriso.
Il sig. de Boville non rispondeva gran cosa, faceva di sì colla testa, ed andava voltando e rivoltando il suo portafogli fra le mani.
— Ma ora che vi penso, disse Danglars, fate anche meglio.
— Che volete che io faccia?
— La ricevuta di Monte-Cristo vale danaro contante: passate con questa ricevuta da Rothschild o da Laffitte; essi ve la prenderanno sul momento.
— Quantunque da pagarsi a Roma?
— Certamente; non vi potrà costare che un piccolo sconto di sei o settemila fr. — Il ricevitore fece uno sbalzo in addietro.
— In fede mia, no, desidero di aspettar domani, come dicevate.
— Ho creduto per un momento, perdonatemi, disse Danglars con una estrema impudenza, ho creduto che aveste un piccolo deficit, una piccola mancanza da riempire.
— Oh! fece il ricevitore. — Ascoltate, ciò si è veduto, e, in questo caso, si fa un sacrificio. — Grazie a Dio no, disse il sig. de Boville. — Allora, a domani, n’è vero, mio caro sig. ricevitore? — Sì, a domani, ma senza fallo?
— Anche! ma ridete! mandate a mezzogiorno e la banca sarà avvisata. — Verrò io stesso.
— Meglio ancora, perchè ciò mi procurerà il piacere di rivedervi. — E si strinsero la mano. — A proposito, disse il sig. de Boville, non andate al funerale di questa povera madamigella de Villefort, che ho incontrato sul baluardo?
— No, disse il banchiere, sono ancora un poco ridicolo dopo l’affare di Benedetto, e faccio un tuffo.
— Bah! avete torto; è forse colpa vostra?
— Ascoltate, mio caro ricevitore, quando si porta un nome senza macchia come il mio, si è suscettibili.
— Tutti vi compiangono, siatene persuaso, e soprattutto si compiange madamigella vostra figlia.
— Povera Eugenia! fece Danglars con un profondo sospiro! saprete ch’ella entra in monastero? — No.
— Non è che disgraziatamente troppo vero. La dimane dell’avvenimento, ella ha risoluto partire con una religiosa sua amica, ed è andata a cercare un convento dei più severi in Italia o in Spagna.
— Oh! è terribile! — Ed il sig. de Boville si ritirò dopo questa esclamazione, facendo al padre mille complimenti di condoglianza. Ma non fu appena fuori, che Danglars, con una energia di gesto che potranno soltanto intendere quelli che hanno veduto rappresentare Robert Macaire da Frederick, gridò: — Imbecille!!! — E chiudendo la quietanza di Monte-Cristo in un piccolo portafogli. — Vieni a mezzogiorno, diss’egli, e a mezzogiorno, io sarò lontano.
Indi si chiuse a doppio giro di chiave, vuotò tutti i cassettini della cassa, riunì un 50 mila fr. in biglietti di banca, bruciò diverse carte, ne pose altre in evidenza, scrisse una lettera che sigillò e sulla quale mise per soprascritta:
«Alla signora baronessa Danglars.» — Questa sera, mormorò egli, io stesso la metterò sulla sua toletta.
Indi, cavando da un cassetto un passaporto: — Buono! diss’egli, è ancora valido per due mesi.
CIV. — IL CIMITERO DEL PADRE LACHAISE.
Il sig. de Boville aveva di fatto incontrato il convoglio funebre che conduceva Valentina all’ultima sua dimora.
Il tempo era tetro e nuvoloso; un vento ancora tiepido, ma di già mortale per le foglie ingiallite, le staccava dai rami poco a poco spogliati, e le faceva veleggiare sulla folla immensa che ingombrava i baluardi. Il sig. de Villefort, puro parigino, riguardava il cimitero del Padre-Lachaise, come il solo degno di ricevere le spoglie mortali di una famiglia parigina. Gli altri gli sembravano cimiteri da campagna, appartamenti ammobigliati della morte. Soltanto al Padre-Lachaise un trapassato di buona società poteva essere alloggiato come in casa sua. Come abbiam veduto, egli aveva comprato la concessione a perpetuità sulla quale s’innalzava il monumento popolato così prontamente da tutti i morti della sua prima famiglia. Si leggeva sul frontone del mausoleo:
FAMIGLIA SAINT-MÉRAN E VILLEFORT
Perchè tale era stata l’ultima volontà della povera Renata madre di Valentina. Era dunque verso il Padre-Lachaise che s’incamminava il pomposo corteggio, partito dal sobborgo Sant’Onorato. Fu traversato tutto Parigi, fu preso pel sobborgo del Tempio, indi pei baluardi esterni fino al cimitero. Più di 50 carrozze padronali seguivano venti carrozze di lutto, e dietro a queste 50 carrozze, più di 500 persone ancora camminavano a piedi. Erano quasi tutti giovinetti che questa morte di Valentina aveva colpiti come un fulmine, e che, ad onta del vapore ghiacciale del secolo, e del prosaismo del tempo soffrirono l’influenza poetica di questa bella, di questa casta, di questa adorabile giovanetta, divelta nel suo fiore. All’uscire di Parigi si vide giungere rapidamente una carrozza trasportata da quattro cavalli, che d’improvviso si fermarono, irrigidendo i loro nervosi garetti, come fossero state suste d’acciaio: era il sig. di Monte-Cristo. Il conte discese di carrozza, e venne a confondersi fra la folla che camminava a piedi dietro il carro funebre. Château-Renaud lo scoperse, discese subito dal suo coupé e venne ad unirsi a lui, Beauchamp egualmente lasciò il cabriolet di rimessa nel quale si ritrovava. Il conte guardava attentamente fra tutti gli interstizii che lasciava la folla; egli cercava visibilmente qualcuno; finalmente non potè più contenersi. — Ov’è Morrel? domandò egli. Qualcuno di voi, signori, sa niente ove sia?
— Ci siam già fatti questa domanda fin dalla casa mortuaria, disse Château-Renaud, poichè nessun di noi lo ha scorto.
Il conte tacque, ma continuò a guardare intorno a sè. Finalmente si giunse al cimitero. L’occhio penetrante di Monte-Cristo guardò in tutti i boschetti, e ben presto perdè tutte le inquietudini: un’ombra aveva strisciato sotto i neri cipressi, e Monte-Cristo senza dubbio scopriva in essa l’oggetto che cercava. Si sa che cosa è un seppellimento in questa città di morti: gruppi neri disseminati nei bianchi viali, un silenzio del cielo e della terra, rotto soltanto dal rumore dello spezzarsi di qualche ramo, dell’affondarsi di qualche siepe intorno alla tomba; poi il canto malinconico dei preti al quale viene qua e là mischiato un singhiozzo sfuggito da un cespuglio di fiori, sotto il quale si vede qualche donna prostrata con le mani giunte. L’ombra che aveva notata Monte-Cristo traversò rapidamente il sentiero che passava dietro la tomba di Abelardo ed Eloisa e venne a situarsi, cogli assistenti ai becchini alla testa dei cavalli che trascinavano il corpo, e del medesimo passo pervenne alla direzione scelta per la sepoltura. Ciascuno guardava qualche cosa. Monte-Cristo non guardava che quest’ombra appena osservata da quelli che l’avvicinavano.
Due volte il conte uscì dalle file per vedere se le mani di quest’uomo cercavano qualche arma nascosta nei propri abiti. Quest’ombra, quando il corteo si fermò, fu riconosciuta esser quella di Morrel che, coll’abito nero abbottonato fino al collo, la fronte livida, le guance solcate, il cappello ammaccato in più posti dalle sue mani convulsive, si era appoggiato ad un albero situato sur un rialto che dominava il mausoleo, in modo da non perdere alcuno dei particolari della funebre cerimonia che si compiva. Tutto terminò secondo l’uso. Alcuni uomini, e, come sempre, erano i meno impressionati, alcuni uomini pronunciarono dei discorsi. Gli uni compiansero questa morte prematura; gli altri si estesero sul dolore di suo padre; ve ne furono degl’ingegnosi per ritrovar che questa giovanetta aveva più di una volta sollecitato il sig. de Villefort in favor di quei colpevoli sulla testa dei quali egli teneva alzata la spada della giustizia; finalmente si terminarono le metafore fiorite ed i periodi dolorosi, cementando in tutti i modi le sentenze di Malherbe e Duperier. Monte-Cristo nulla ascoltava, nulla vedeva, o piuttosto non vedeva che Morrel, di cui la calma e l’immobilità formavano uno spettacolo spaventoso per colui che solo poteva leggere ciò che accadeva nel fondo del cuore del giovine ufficiale.
— Osserva, disse d’improvviso Beauchamp a Debray, ecco là Morrel! dove diavolo si è andato a cacciare! — Ed essi lo fecero notare a Château-Renaud. — Come è pallido! disse questi fremendo.
— Avrà freddo, replicò Debray.
— No, disse lentamente Château-Renaud, credo che sia commosso: egli è un uomo impressionabilissimo.
— Bah! disse Debray, appena conosceva madamigella de Villefort; l’avete detto voi stesso.
— È vero. Però, mi ricordo che al ballo della sig.ª de Morcerf ha ballato tre volte con lei; sapete, conte, che a quel ballo voi produceste un grande effetto?
— No, non lo so, rispose Monte-Cristo, senza sapere a che rispondeva, nè a chi, tanto era occupato a sorvegliare Morrel, le cui guance si animavano come accade a quelli che comprimono realmente la loro respirazione.
— I discorsi son finiti; addio, signori, disse bruscamente il conte. — E dette il segnale della partenza, sparendo senza saper per dove fosse passato. La festa mortuaria era terminata, e gli assistenti ripresero la strada di Parigi. Château-Renaud solo cercò un momento Morrel con gli occhi; ma, mentre aveva seguito il conte con gli occhi al punto che si allontanava, Morrel aveva lasciato il suo posto, e Château-Renaud, dopo averlo invano cercato, aveva seguito Debray e Beauchamp. Monte-Cristo si era gettato fra i tigli, e nascosto dietro una larga tomba, spiava fino il più piccolo movimento di Morrel, che a poco a poco si accostò al Mausoleo, abbandonato prima dai curiosi e poi dagli operai. Morrel guardò d’intorno a lui lentamente e vagamente, ma al momento in cui il suo sguardo abbracciava la parte di cerchio opposta alla sua, Monte-Cristo si riavvicinò ancora di una diecina di passi senza essere stato veduto. Il giovine s’inginocchiò. Il conte col collo teso, l’occhio fisso e dilatato, i calcagni piegati come per islanciarsi al primo segnale, continuava ad avvicinarsi a Morrel. Morrel chinò la fronte fin sulla pietra, abbracciò il cancello con ambe le mani, e mormorò: — Oh! Valentina! — Il cuore del conte fu spezzato dalla esplosione di queste due sole parole; egli fece anche un passo, e battendo sulla spalla di Morrel: — Siete voi, amico caro, disse egli; io vi cercava. — Monte-Cristo si aspettava rimproveri e recriminazioni: egli s’ingannava. Morrel si voltò dalla sua parte e con una calma apparente: — Il vedete, disse egli, io pregava! — Lo sguardo scrutatore di Monte-Cristo percorse il giovine dai piedi alla testa. Dopo questo esame sembrò più tranquillo. — Volete che vi riconduca a Parigi? disse egli.
— No, grazie. — Finalmente desiderate qualche cosa?
— Lasciatemi pregare. — Il conte si inginocchiò senza fare una sola obbiezione, ma fu per prendere un nuovo posto di dove egli non perdeva un sol gesto di Morrel, che finalmente si alzò, si pulì i ginocchi imbianchiti dalla polvere, e riprese la strada di Parigi, senza voltare una sola volta la testa. Massimiliano discese lentamente la strada della Roquette. Il conte rimandò la carrozza, che stazionava alla porta del cimitero, e lo seguì a cento passi di distanza.
Massimiliano traversò il canale, e rientrò nella strada Meslay per la parte dei baluardi. Cinque minuti dopo che la porta fu chiusa da Morrel, ella si riaprì per Monte-Cristo.
Giulia era all’entrata del giardino, ove guardava colla più profonda attenzione mastro Penelon che, prendendo la sua professione di giardiniere sul serio, lavorava intorno ad un rosaio del Bengal. — Ah! sig. conte di Monte-Cristo! gridò ella con quella gioia che manifestava d’ordinario ciascun membro della famiglia, quando Monte-Cristo faceva visita nella strada Meslay.
— Massimiliano è entrato ora, n’è vero, signora? dimandò il conte.
— Credo di averlo veduto passare, sì, riprese la giovine sposa; ma vi prego, chiamate Emmanuele.
— Perdono, signora, bisogna che io salga al momento da Massimiliano, replicò Monte-Cristo; ho da dirgli qualche cosa della più alta importanza.
— Andate dunque, fece ella, accompagnandolo con suo grazioso sorriso fin che non fu disparso per le scale.
Monte-Cristo raggiunse ben presto il secondo piano, che separava il pian terreno dall’appartamento di Massimiliano. Giunto sul pianerottolo ascoltò, nessun rumore si faceva sentire. Come nella maggior parte delle case antiche abitate da un sol padrone, il pianerottolo non era chiuso che da una sola porta coi vetri, alla quale non v’era chiave. Massimiliano si era rinchiuso per di dentro, ed era impossibile penetrare al di là della porta, una tendina di seta rossa foderava i vetri. L’ansietà del conte si manifestò per mezzo di un vivo rossore, sintomo di emozione poco ordinario presso questo uomo impassibile. — Che fare? mormorò egli. — E riflettè un minuto: — Suonare? riprese egli; Oh! no! spesso il rumore di un campanello, vale a dire di una visita, accelera la risoluzione di quelli che si ritrovano nella situazione in cui dev’essere Massimiliano in questo momento ed allora al rumore del campanello risponde un altro rumore. — Monte-Cristo fremette dalla testa ai piedi, e siccome in lui la risoluzione aveva la rapidità del lampo, dette un colpo col gomito contro un cristallo della invetrata, che andò in pezzi, indi sollevò la tendina, e vide Morrel davanti ad uno scrittoio con una penna in mano, che aveva fatto uno sbalzo sulla sua sedia al rumore del cristallo rotto. — Non è niente, disse il conte, mille perdoni! caro amico, ho scivolato, e nello scivolare ho percosso col gomito sul cristallo; poichè è rotto me ne approfitto per entrare da voi, non v’incomodate. — E passando il braccio dal vano prodotto per la rottura del vetro, il conte aprì la porta. Morrel si alzò evidentemente contrariato, e venne incontro a Monte-Cristo più per barricargli il passaggio che per andarlo a ricevere: — In fede mia; disse Monte-Cristo strofinandosi il gomito, la colpa è dei vostri domestici, i vostri pianciti sono lisciati come gli specchi.
— Vi siete ferito, signore? domandò freddamente Morrel.
— Non so. Ma che facevate dunque là? scrivevate? — Io?
— Voi avete le dita macchiate d’inchiostro.
— Sì, è vero, rispose Morrel, ciò mi accade qualche volta, quantunque io sia militare. — Monte-Cristo fece qualche passo nell’appartamento, e Massimiliano fu obbligato di lasciarlo passare, ma lo seguì. — Voi scrivevate? riprese Monte-Cristo con uno sguardo impacciante per la sua immobilità.
— Ho già avuto l’onore di dirvi di sì, disse Morrel.
Il conte gettò uno sguardo intorno a sè. — Le vostre pistole di fianco al calamaio? disse egli, mostrando col dito a Morrel le armi poste sul suo scrittoio.
— Parto per un viaggio, rispose con dispetto Massimiliano.
— Amico mio! disse Monte-Cristo con una voce piena di una infinita dolcezza. — Signore?
— Amico mio, non fate risoluzioni estreme, ve ne supplico.
— Io risoluzioni estreme! disse Morrel stringendo le spalle, che ritrovate di risoluzione estrema in un viaggio?
— Massimiliano, disse Monte-Cristo, deponiamo ciascun di noi la maschera che in questo momento portiamo. Massimiliano, non abusate di questa calma di comando più di quello che non abuso di voi colla mia frivola sollecitudine. Capirete bene, che per aver fatto ciò che ho fatto, per aver rotto un vetro, violato il segreto della camera di un amico, bisognava che avessi una reale inquietudine, o piuttosto una terribile convinzione? Morrel, voi volevate uccidervi.
— Bah! disse Morrel fremendo. Di dove cavate queste idee?
— Vi dico che volevate uccidervi, continuò il conte col medesimo tuono di voce, ed eccone la pruova. — Ed avvicinandosi allo scrittoio, sollevò il foglio bianco che il giovine aveva gettato sulla lettera incominciata, e prese la lettera. Morrel si slanciò per levargliela di mano. Ma Monte-Cristo prevedeva il movimento, e lo prevenne afferrando Massimiliano per un polso e fermandolo come la catena di acciaio ferma la molla nel mezzo della sua evoluzione.
— Vedete bene, che volevate uccidervi, Morrel, disse il conte; ciò sta scritto!
— Ebbene! gridò Morrel, passando senza transizione dall’apparenza della calma alla espressione della violenza; ebbene! quando ciò fosse, quando avessi risoluto di voltar su di me la canna di questa pistola, chi me lo impedirà? chi avrà il coraggio d’impedirmelo? quando io dirò: Tutte le mie speranze sono rovinate; il mio cuore è spezzato, la mia vita è estinta, non vi è più che lutto e disgusto intorno a me; la terra è divenuta cenere, ogni voce umana mi dilania; quando dirò; è una pietà lasciarmi morire, perchè se non mi lasciate morire, perdo la ragione, diventerò pazzo! Vediamo, dite, signore, quando dirò così, quando si vedrà che lo dico con le angosce e le lagrime del cuore, mi si risponderà forse; avete torto? Mi si impedirà di non esser più infelice? dite, signore, dite; avreste forse voi questo coraggio?
— Sì, Morrel, fece il conte con una voce, la cui calma contrastava stranamente colla esaltazione del giovine.
— Voi! gridò Morrel, con una espressione crescente di collera e di rimprovero; voi che mi avete ingannato con una assurda speranza, che mi avete trattenuto, cullato, addormito con vane promesse, mentre avrei potuto con qualche colpo rumoroso, con qualche estrema risoluzione, salvarla, o almeno vederla morir fra le mie braccia; voi che affettate tutti gli espedienti dell’intelligenza, tutte le potenze della materia; voi che rappresentate, o che almeno fate sembiante di rappresentar sulla terra un emissario della Provvidenza, e che non avete neppur il potere di dare un contraveleno ad una giovanetta avvelenata! ah! in verità, signore, mi fareste pietà, se non mi fareste orrore!
— Morrel!...
— Sì, mi avete detto di deporre la maschera, ebbene! siate soddisfatto, la depongo. Sì, quando mi avete seguito al cimitero, sì ho ancora risposto, perchè il mio cuore è buono; quando siete entrato qui, vi ho lasciato venire fin qui... Ma poichè venite a bravare fin dentro la mia camera, ove mi era ritirato come dentro una tomba; poichè apportate una nuova tortura a me, che credeva di averle stancate tutte, conte di Monte-Cristo, mio preteso benefattore, conte di Monte-Cristo, salvatore universale, siate soddisfatto, vedrete morire il vostro amico.
E Morrel, col sorriso della demenza sulle labbra, si slanciò una seconda volta verso le pistole. Monte-Cristo, pallido come uno spettro, ma coll’occhio abbagliante di luce, stese la mano sulle armi, e disse all’insensato:
— Ed io, ed io vi ripeto che non vi ucciderete!
— Impeditemelo dunque! replicò Morrel con un ultimo slancio, che come il primo, venne ad infrangersi contro il braccio d’acciaio del conte.
— Ve lo impedirò!
— Ma chi siete dunque per arrogarvi questo tirannico diritto verso le creature viventi e pensanti?
— Chi sono io? ripetè Monte-Cristo. Ascoltate, sono il solo uomo al mondo che abbia il diritto di dirvi: Morrel, non voglio che oggi muoia il figlio di tuo padre. — E Monte-Cristo, maestoso, trasfigurato, sublime, si avanzò colle due braccia incrociate verso il giovine, che palpitante suo malgrado per la possanza di quest’uomo, rinculò di un passo!
— Perchè parlate di mio padre? balbettò egli, perchè mischiate la rimembranza di mio padre con ciò che mi accade oggi?
— Perchè io son quello che salvò la vita a tuo padre, un giorno che voleva uccidersi come oggi il vuoi tu; perchè io sono quell’uomo che mandò la borsa alla tua giovane sorella, ed il Faraone al vecchio Morrel; perchè io sono Edmondo Dantès che ti ha fatto scherzare sulle sue ginocchia, quando eri fanciullo! — Morrel fece ancora un passo in addietro vacillante, anelante, soffocato, oppresso; indi d’un subito le sue forze lo abbandonarono, e, con un grido, cadde prosternato ai piedi di Monte-Cristo: poscia in quella ammirabile natura si fece un movimento di rigenerazione improvvisa e compiuta: si rialzò, balzò fuori della camera, e si precipitò nella scala gridando con tutta la forza della sua voce: — Giulia! Giulia! Emmanuele! Emmanuele!
Monte-Cristo volle slanciarsi a sua volta, ma Massimiliano si sarebbe piuttosto fatto uccidere che lasciare la maniglia della porta che tirava a sè il conte. Alle grida di Massimiliano, Giulia, Emmanuele ed alcuni domestici accorsero spaventati. Morrel li prese per le mani, e riaprendo la porta: — In ginocchio! gridò egli con voce soffocata dai singulti; in ginocchio! questi è il salvatore, questi è il benefattore di nostro padre! egli è..., stava per dire: egli è Edmondo Dantès! — Il conte lo fermò afferrandogli un braccio. Giulia si slanciò sulla mano del conte, Emmanuele lo abbracciò come un nume tutelare; Morrel cadde per la seconda volta alle sue ginocchia e battè colla fronte la terra. Allora l’uomo di bronzo sentì il suo cuore dilatarsi nel petto, un getto di fiamma divorante si partì dalla sua gola, e gli salì agli occhi, chinò la testa, e pianse.
Avvenne in questa camera, e per alcuni momenti, un concerto di lagrime e di gemiti sublimi. Giulia fu appena rimessa dalla profonda emozione che aveva provata, che balzò fuori della camera, discese un piano, corse alla sala con gioia ineffabile, e sollevò la campana di cristallo che ricopriva la borsa data dallo sconosciuto nella casa dei viali di Meillan. In questo mentre Emmanuele con voce interrotta diceva al conte: — Oh! sig. conte, come mai, sentendoci parlare così spesso del nostro sconosciuto benefattore, come mai vedendoci ricordare la sua memoria con tanta riconoscenza ed adorazione, come mai avete aspettato fino ad oggi per farvi riconoscere? Oh! questa è crudeltà verso di noi, ed oserei quasi dire, sig. conte, verso di voi medesimo.
— Ascoltate, amico mio, disse il conte, ed io posso chiamarvi così, poichè, senza che voi lo pensaste, siete amico mio da undici anni; la scoperta di questo segreto è stata la conseguenza di un grande avvenimento, che voi dovete ignorare. Dio mi è testimonio, che avrei desiderato tenerlo nascosto nel fondo del mio cuore per tutto il tempo della mia vita. Vostro fratello Massimiliano me lo ha strappato per mezzo di violenze di cui si pente, ne sono sicuro.
Indi vedendo Massimiliano che si era gettato in un angolo contro un sofà, restando però sempre in ginocchio:
— Vegliate su lui, soggiunse a bassa voce Monte-Cristo, stringendo in modo significativo la mano di Emmanuele.
— Perchè questo? domandò il giovine meravigliato.
— Non posso dirvi di più; ma vegliate su lui.
Emmanuele girò per la camera uno sguardo circolare, e scoperse le pistole di Morrel. I suoi occhi si fissarono spaventati su queste armi, ch’egli designò a Monte-Cristo, levando lentamente un dito alla loro altezza.
Monte-Cristo chinò la testa. Emmanuele fece un movimento verso le pistole: — Lasciate, disse il conte.
Indi andando da Morrel, lo prese per la mano; i movimenti tumultuosi che avevano per un momento scosso il cuore del giovine, avevan ceduto il posto ad uno stupore profondo. Giulia risalì, ella teneva in mano la borsa di seta, e due lagrime brillanti e gioiose le rilucevano sulle guance, come due gocce di mattutina rugiada.
— Ecco la reliquia, diss’ella; non crediate ch’essa mi sia men cara dopo che mi è stato rivelato il salvatore.
— Figlia mia, rispose Monte-Cristo arrossendo, permettetemi di riprendere questa borsa; dopo che voi conoscete i lineamenti del mio viso, non voglio essere ricordato alla vostra memoria che per mezzo dell’affezione che vi prego d’accordarmi.
— Oh! disse Giulia stringendo la borsa sul suo cuore, no, no, ve ne supplico, perchè un giorno potete lasciarci, perchè un giorno disgraziatamente, ci lascerete, non è vero?
— Ci avete indovinato, signora rispose Monte-Cristo sorridendo; fra otto giorni, avrò lasciata questa città, ove tante persone che avevano meritata la vendetta celeste vivevano felici, mentre mio padre moriva di fame e di dolore.
Annunziando la sua vicina partenza, Monte-Cristo teneva gli occhi fissi su Morrel, e notò che queste parole, avrò lasciata questa città, erano state dette senza togliere Morrel dal suo letargo; capì allora che bisognava sostenere un’ultima lotta col dolore del suo amico, e prendendo le mani di Giulia e di Emmanuele, ch’egli riunì stringendole fra le sue, disse loro colla dolce autorità di un padre:
— Miei buoni amici, vi prego di lasciarmi solo con Massimiliano. — Questo era un mezzo per Giulia di portar via questa preziosa reliquia, di cui Monte-Cristo dimenticava di parlare. Ella trascinò vivamente seco suo marito:
— Lasciamoli, diss’ella. — Il conte rimase solo con Morrel, che restava immobile come una statua.
— Vediamo, disse il conte toccandogli una spalla col suo dito di fiamma, Massimiliano, ritornate finalmente un uomo?
— Sì, perchè comincio nuovamente a soffrire.
La fronte del conte si corrugò, abbandonato, come il sembrava, ad una cupa esitazione:
— Massimiliano! Massimiliano! queste idee in cui t’ingolfi sono indegne di un cristiano.
— Oh! tranquillatevi, amico, disse Morrel rialzando la testa e mostrando al conte un sorriso di una ineffabile tristezza, non son più io che cercherò la morte.
— Così, non più armi, non più disperazione?
— No, poichè ho di meglio, per guarirmi dal mio dolore, che la canna di una pistola o la punta di un coltello.
— Povero pazzo!... che avete dunque?
— Ho lo stesso mio dolore che mi ucciderà.
— Amico, disse Monte-Cristo con una malinconia eguale alla sua, ascoltatemi. Un giorno in un momento di disperazione, io, come te, volli uccidermi. Tuo padre un giorno egualmente disperato, ha pure voluto uccidersi. Se qualcuno avesse voluto dire a tuo padre, nel momento che dirigeva la canna della pistola verso la sua fronte; se qualcuno mi avesse voluto dire, quando rigettavo dal mio letto il pane del prigioniero che non aveva toccato da tre giorni; se qualcuno finalmente in quei supremi momenti ci avesse voluto dire: Vivete, e verrà un giorno in cui sarete felici, ed in cui benedirete la vita; da qualunque parte ci fosse venuta questa voce, noi l’avremmo accolta col sorriso del dubbio o coll’angoscia della incredulità; eppure quante volte tuo padre abbracciandoti, non ha benedetta la vita? quante volte io stesso...
— Ah! gridò Morrel interrompendo il conte, voi non avevate perduta che la vostra libertà, mio padre non aveva perdute che le sue ricchezze; e io? io ho perduto Valentina.
— Guardami, Morrel, disse Monte-Cristo con quella solennità che in certe occasioni lo faceva così grande e persuasivo; guardami, non ho nè lagrime sugli occhi, nè febbre nelle vene; eppure ti vedo soffrire, Massimiliano, vedo soffrir te, che amo come amerei un mio figlio. Ebbene! ciò non ti dice, Morrel, che il dolore è come la vita, e che al di là vi è sempre qualche cosa di sconosciuto? Ora se ti prego, se ti ordino di vivere, Morrel, è nella convinzione che un giorno tu mi ringrazierai di averti conservata la vita.
— Mio Dio! gridò il giovine, che mi dite mai, conte, fate attenzione, forse non avete mai amato?
— Fanciullo! rispose il conte.
— Con amore, riprese Morrel, io m’intendo. Io sono soldato da che sono uomo, sono giunto fino ai 29 anni senza amare, perchè nessuna delle sensazioni che ho provato fin là merita di chiamarsi amore. Ebbene! a 29 anni ho veduto Valentina; dunque l’amo da quasi due anni; ho potuto leggere tutte le virtù di figlia e di donna scritte dalla mano stessa del Signore in quel cuore aperto per me come un libro. Conte, vi era per me, con Valentina, una felicità infinita, immensa, sconosciuta; una felicità troppo grande, troppo superiore a questo mondo, poichè questo mondo non me l’ha data; ciò è quanto dire che, senza Valentina, non vi è per me sulla terra che disperazione e desolazione.
— Io vi dico di sperare, ripetè il conte.
— State guardingo, allora, ripeterò io pure, disse Morrel, perchè voi cercate a persuadermi, e mi farete perdere la ragione; perchè mi fareste credere ch’io posso rivedere Valentina. — Il conte sorrise.
— Amico mio, padre mio, gridò Morrel, esaltato, state in guardia, vi ripeterò per la terza volta, poichè l’ascendente che prendete su di me mi spaventa: state in guardia sul senso delle vostre parole, perchè ecco qua, i miei occhi si rianimano, il mio cuore si riaccende e rinasce. State in guardia, perchè mi farete credere a cose soprannaturali. Io vi obbedirei se mi comandaste di rialzare la pietra sepolcrale della figlia della vedova; camminerei sulle onde come l’apostolo, se mi faceste segno colla mano di camminare sui flutti; state in guardia perchè io obbedirei!
— Spera, amico mio, ripetè il conte.
— Ah! disse Morrel ricadendo da tutta l’altezza della sua esaltazione nell’abisso della sua tristezza, ah! vi prendete giuoco di me: fate come queste buone madri, o per meglio dire, come queste madri egoiste che calmano con parole melliflue i dolori del fanciullo, perchè le sue grida le stancano. No, amico mio, no, io aveva torto di dirvi di stare in guardia, no, non temete di niente, seppellirò il mio dolore con tanta cura nel più profondo del petto, lo renderò così oscuro e segreto, che non avrete neppur la pena di compiangermi. Addio, amico mio; addio!
— Al contrario, disse il conte, da questo momento, Massimiliano, tu vivrai vicino a me, e con me, e non mi lascerai più, e fra otto giorni avremo lasciata dietro di noi la Francia.
— E mi dite sempre di sperare?
— Ti dico sempre di sperare, perchè so il mezzo di guarirti.
— Conte, voi mi rattristate anche di più, se è possibile: non vedete come resultato del colpo che mi percuote se non che un dolore sciocco, e credete consolarmi con un mezzo sciocco, un viaggio.
E Morrel scosse la testa con una sdegnosa incredulità.
— Che vuoi che ti dica? riprese Monte-Cristo. Ho fiducia nelle mie promesse, lasciami fare l’esperienza.
— Conte, voi prolungate la mia agonia, ecco tutto.
— Così, disse il conte, debole cuore che sei, non hai la forza di regalare al tuo amico qualche giorno per la prova che vuol tentare! Vediamo, sai di che cosa è capace il conte di Monte-Cristo? sai che egli comanda molte potenze terrestri? sai che egli ha abbastanza fede in Dio per ottenere dei miracoli da colui che ha detto che l’uomo colla fede, può sollevare una montagna? ebbene! questo miracolo che io spero, aspettalo, oppure...
— Oppure... ripetè Morrel.
— Oppure guardati, Morrel, ti chiamerò ingrato.
— Conte, abbiate pietà di me.
— Ho talmente pietà di te, Massimiliano, ascoltami bene, ho talmente pietà di te, che se non guarisci dentro un mese, giorno per giorno, ora per ora, rammenta bene le mie parole, Morrel, io stesso ti metterò davanti alla canna di due pistole cariche, o ad una tazza del più sicuro veleno d’Italia, di un veleno più infallibile, più pronto, credimi, di quello che ha uccisa Valentina.
— Me lo promettete?
— Sì, perchè io pure sono un uomo, io pure ho sofferto, io pure come ti ho detto, volli morire, e spesso, anche dopo che si è allontanato da me l’infortunio, io pure ho pensato alle delizie del sonno eterno.
— Voi dunque mi promettete ciò con sicurezza, conte?
— Non tel prometto, ma tel giuro, disse Monte-Cristo.
— Fra un mese, sul vostro onore, se non sarò consolato, mi lascerete libero della mia vita, e qualunque cosa io faccia, non mi chiamerete ingrato?
— Fra un mese, in questo stesso giorno, Massimiliano, fra un mese, in questa stessa ora, la data è sacra, Massimiliano, oggi siamo al 5 di settembre; ed oggi son dieci anni che io salvai tuo padre che voleva morire.
Morrel afferrò le mani del conte e le baciò; il conte lo lasciò fare, come se avesse conosciuto che questo tratto gli era dovuto. — Fra un mese, continuò Monte-Cristo, tu avrai sulla tavola, davanti alla quale saremo entrambi assisi, delle buone armi ed una morte dolce; ma in compenso mi prometti di aspettar fino a quell’ora e di vivere?
— Oh! a mia volta, gridò Morrel, ve lo giuro!
Monte-Cristo attirò il giovine sul suo cuore e ve lo tenne lungamente: — Ed ora, disse egli, da questo giorno tu verrai a dimorar meco; prenderai l’appartamento di Haydée, e una figlia almeno sarà sostituita da mio figlio.
— Haydée! disse Morrel; e che è dunque avvenuto di lei?
— Ella è partita questa notte. — Per lasciarvi?
— Per aspettarmi... tienti dunque pronto a venirmi a raggiungere alla strada dei Campi-Elisi, e fammi uscire di qui senza che io sia veduto da alcuno. — Massimiliano abbassò la testa ed obbedì, come un fanciullo o come un apostolo.
CV. — LA DIVISIONE.
In questa casa della strada di San-Germano dei Prati, che Alberto de Morcerf aveva scelto per sua madre e per lui, il primo piano composto di un piccolo appartamento completo, era dato in fitto ad un personaggio molto misterioso.
Era un uomo di cui lo stesso portinaro non aveva mai potuto vedere il viso, sia che entrasse o che uscisse; poichè l’inverno immergeva il mento in una di quelle cravatte rosse che portano i cocchieri delle buone famiglie, quando aspettano i loro padroni all’uscita del teatro, e l’estate si soffiava sempre il naso, precisamente nel momento in cui avrebbe potuto esser veduto nel passare davanti al casotto del portinaro. Bisogna dirlo, contro tutte le abitudini in uso, quest’inquilino di casa, non era stato mai spiato da alcuno, poichè correva la voce che questo incognito nascondesse un individuo di alta posizione e che aveva le braccia lunghe, ciò fece rispettare le sue misteriose apparizioni.
Le sue visite erano ordinariamente ad epoche fisse, quantunque qualche volta fossero o anticipate o ritardate. Ma quasi sempre, inverno o estate che fosse, verso le quattro p. m. egli prendeva possesso del suo appartamento, ove non passava mai la notte. Nell’inverno una discreta serva accendeva il fuoco alle tre e mezzo, e questa aveva la sopraintendenza dell’appartamento: nell’estate la stessa serva preparava il ghiaccio alle tre e mezzo. Alle quattro come abbiam detto, entrava il misterioso personaggio.
Venti minuti dopo di lui, una carrozza si fermava davanti alla casa; una donna vestita di nero o di blu scuro, ma sempre avviluppata in un gran velo, ne discendeva, passava come un’ombra davanti al posto del portinaro, saliva la scala, senza che si sentisse scrocchiare un solo scalino sotto il suo piede leggero. Non era mai accaduto che le si fosse domandato dove andava. Il suo viso, come quello dello sconosciuto, era dunque perfettamente estraneo alle due guardie della porta; questi portinari modelli erano i soli, forse, dell’immensa confraternita dei portinari della capitale, che fossero capaci di una simile discrezione. Non fa mestieri di dire ch’ella non saliva più in alto del primo piano: picchiava ad una porta in un modo particolare; la porta si apriva, poi si richiudeva ermeticamente, e tutto era fatto.
Per uscire dall’appartamento, la stessa manovra che per entrarvi. La sconosciuta usciva per la prima, sempre velata, e risaliva nella sua carrozza, che alle volte partiva da una parte, alle volte da un’altra della strada; indi, venti minuti dopo, lo sconosciuto uscendo egli pure immerso nella cravatta, o nascosto nel fazzoletto spariva egli pure.
La dimane del giorno in cui il conte di Monte-Cristo aveva fatta la sua visita a Danglars, giorno in cui fu data sepoltura a Valentina, l’abitante misterioso entrò verso le dieci della mattina, invece di rientrare, come il solito, verso le quattro p. m. Quasi subito dopo, e senza conservare l’ordinario intervallo, giunse una carrozza di piazza e la dama velata salì rapidamente la scala. La porta si aprì e si chiuse. Ma prima ancora che la dama fosse entrata, ella aveva esclamato: — Oh! Luciano! oh amico mio! — Di modo che il portinaro, che senza volerlo aveva intese queste esclamazioni, seppe allora per la prima volta che il suo pigionale si chiamava Luciano; ma siccome era un portinaro modello, si promise di non dirlo neppure a sua moglie: — Ebbene! che c’è, mia cara amica? — domandò quello di cui la confusione e la fretta della dama velata avevan scoperto il nome al portinaro, — parlate, dite.
— Amico mio, posso contar su di voi?
— Certamente, e lo sapete bene; ma che c’è? il vostro biglietto di questa mattina mi ha gettato in una terribile perplessità. Questa precipitazione, questo disordine del vostro scritto; vediamo, tranquillatevi, o spaventate me pure del tutto!
— Luciano, un grande avvenimento! disse la dama fissando su Luciano uno sguardo scrutatore; il sig. Danglars è partito questa notte. — Partito il sig. Danglars! e dove è andato? — L’ignoro.
— Come! lo ignorate? è dunque partito per non ritornar più? — Senza dubbio! alle dieci di sera, i suoi cavalli lo hanno condotto alla barriera Charenton, là egli ha ritrovata una berlina di posta con i cavalli già attaccati, vi è montato dentro col suo cameriere, dicendo al cocchiere che andava a Fontainebleau.
— Ebbene! che dicevate dunque?
— Aspettate, amico mio; mi ha lasciata una lettera!
— Una lettera? — Sì, leggetela. — E la baronessa cavò dalla sua borsa una lettera dissigillata che presentò a Debray.
Debray, prima di leggerla, esitò un momento, come se avesse voluto tentare di indovinare ciò ch’essa conteneva, o piuttosto come se, qualunque fosse il contenuto, avesse già presa una risoluzione. Dopo qualche secondo le sue idee erano certamente fissate, perchè lesse. Ecco che cosa conteneva questo biglietto, che aveva gettato un così gran turbamento nel cuore della sig.ª Danglars.
«Signora e fedelissima sposa.»
Senza pensarvi, Debray si fermò e guardò la baronessa, che arrossì fino agli occhi: — Leggete, diss’ella.
Debray continuò.
«Quando riceverete questa lettera, non avrete più marito! Oh! non prendete l’allarme con troppo calore; non avrete più marito come non avete più figlia: vale a dire che sarò sopra una delle 30, o 40 strade che conducono fuori della Francia. Io vi debbo delle spiegazioni, e siccome siete donna da comprenderle benissimo, ve le darò. Attenta dunque! Questa mattina mi è sopraggiunto un rimborso di cinque milioni, ed io l’ho fatto: un altro quasi della stessa somma lo ha susseguito quasi immediatamente; l’ho aggiornato a domani, ed oggi parto per evitare questo domani, che sarebbe per me troppo pernicioso ad aspettarsi; capirete benissimo, signora e preziosissima sposa? Io dico capirete, perchè voi conoscete i miei affari tanto bene quanto me, li sapete anzi meglio di me; atteso che, se si trattasse di dire dov’è passata una buona metà delle mie ricchezze, non ha guari ancora rilevanti, io ne sarei incapace, mentre voi al contrario, ne son certo, ve ne caverete perfettamente. Poichè le donne hanno degli istinti di una sicurezza infallibile; esse spiegano, con un’algebra particolare che hanno inventato, anche il maraviglioso. Io che non conosco che le mie cifre, nulla ho più saputo dal giorno in cui le mie cifre mi hanno ingannato.
«Avete qualche volta ammirato la rapidità della mia caduta, signora? Siete rimasta un poco abbagliata da questa incandescente fusione delle mie verghe d’oro? ve lo confesso, non vi ho veduto che fuoco; speriamo che abbiate ritrovato un poco d’oro fra queste ceneri. Con questa consolante speranza mi allontano, signora e prudentissima sposa, senza che la mia coscienza mi rimproveri menomamente l’abbandonarvi: a voi restano degli amici, le ceneri di cui vi parlava, e, per colmo di felicità, la libertà, che mi affretto a restituirvi. Però, signora, è giunto il momento di porre in questo paragrafo una parola d’intima spiegazione. Fin che io ho sperato che voi lavoravate pel bene della nostra casa, per la fortuna di nostra figlia, ho chiusi gli occhi, ma siccome avete fatto della mia casa una vasta rovina, non voglio servire alla fondazione della fortuna degli altri: vi ho presa ricca, ma poco onorata. Perdonatemi di parlarvi con franchezza, ma siccome probabilmente non parlo che per noi due, non vedo il perchè dovrei foderare le mie parole. Ho aumentata la nostra fortuna, che per anni è andata sempre in aumento, fino al momento in cui, catastrofi sconosciute, inintelligibili anche per me, son venute a prendersela corpo a corpo, ed a rovesciarla, senza che io possa dire che vi sia stato menomamente colpa mia.
«Voi, signora, avete lavorato soltanto ad accrescere la vostra, e vi siete riuscita; io ne son moralmente convinto: vi lascio dunque come vi ho presa, ricca, ma poco onorata.
«Addio, io pure da questo giorno, lavorerò per conto mio. Credete a tutta la mia riconoscenza per l’esempio che mi avete dato, e che io seguirò.
«Vostro affezionatissimo marito. «BARONE DANGLARS»
La baronessa aveva seguito cogli occhi Debray, durante questa lunga e penosa lettura; ella aveva veduto, ad onta del suo potere ben conosciuto su di lui, il giovine cambiare una o due volte di colore. Quando ebbe finito ripigliò lentamente la lettera, e riprese la sua abitudine pensierosa:
— Ebbene? domandò la sig.ª Danglars con una ansietà facile a comprendersi.
— Ebbene! signora, ripetè macchinalmente Debray.
— Che idea v’ispira questa lettera?
— Oh! questo è ben semplicissimo, mi ispira l’idea che il sig. Danglars è partito con dei sospetti.
— Senza dubbio; ma ciò è quanto avete a dirmi?
— Non vi capisco, disse Debray con una freddezza di ghiaccio.
— Egli è partito! partito del tutto! per non ritornar più!
— Oh! fece Debray, non lo credete, baronessa.
— No, ve lo dico io, non ritornerà più. Lo conosco, è un uomo inamovibile in tutte le risoluzioni che partono dal suo interesse. Se mi avesse giudicata utile a qualche cosa, mi avrebbe presa seco. Egli mi lascia a Parigi, e questo è il segno che la nostra separazione può servire ai suoi disegni; ella è dunque irrevocabile, io son libera per sempre, aggiunse la sig.ª Danglars colla stessa espressione di preghiera.
Ma Debray, invece di rispondere, la lasciò in quella angosciosa interrogazione dello sguardo e del pensiero: — Oh! diss’ella finalmente, voi non mi rispondete, signore?
— Non ho che una domanda a farvi, che contate di divenire?
— Lo chiedeva a voi stesso, rispose la baronessa palpitando.
— Ah! fece Debray, è dunque un consiglio che chiedete a me?
— Sì, disse la baronessa col cuore serrato.
— Allora se mi chiedete, un consiglio, vi consiglio di viaggiare.
— Di viaggiare! mormorò la sig.ª Danglars.
— Certamente; come ha detto Danglars, voi siete ricca, e perfettamente libera. Un’assenza da Parigi sarà necessaria assolutamente, almeno per quanto credo; dopo lo strepitoso fracasso che hanno fatto i due matrimoni andati a monte di madamigella Eugenia, e la duplice sparizione di vostra figlia e di vostro marito. È soltanto necessario che tutta la società sappia che siete povera, e vi creda abbandonata; perchè non si menerebbe buona, alla moglie del banchiere fallito, la sua ricchezza, e l’opulenza della sua casa. Per primo caso, basta che restiate a Parigi soltanto 15 giorni, raccontando specialmente a tutti che siete stata abbandonata, e raccontando ai vostri migliori amici, che andranno a ripeterlo ovunque, in che modo siete stata lasciata; indi partirete dal vostro palazzo, lasciandovi tutti i gioielli, i crediti della vostra dote, e ciascuno loderà il vostro disinteressamento. Allora vi sapranno abbandonata, e vi crederan povera; poichè io solo conosco la vostra situazione finanziaria, e son pronto a rendervi i vostri conti da socio leale. — La baronessa pallida, atterrita, aveva ascoltato questo discorso con tanto spavento e disperazione, quanta era stata la calma e l’indifferenza che vi aveva impiegata Debray nel pronunziarlo: — Abbandonata! ripetè ella, oh! da vero abbandonata... sì, avete ragione, signore, e nessuno avrà dubbi sul mio abbandono. — Queste furono le sole parole che questa donna così altera, così violenta potè rispondere a Debray. — Ma ricca, anzi ricchissima, continuò Debray cavando dal suo portafogli e stendendo sul tavolo alcune carte in esso contenute. — La sig.ª Danglars lo lasciò fare, essendo solo occupata a contenere i battiti del cuore, ed a ritenere le lagrime che sentiva spuntare all’angolo delle palpebre. Ma finalmente il sentimento della dignità la vinse nella baronessa; e se non riuscì a comprimere il cuore, ottenne almeno di non versare una lagrima.
— Signora, disse Debray, son circa sei mesi che siamo in società, voi avete somministrato il capitale dei fondi in centomila fr.; nel mese d’aprile di questo anno ebbe luogo la nostra società: in maggio cominciarono le nostre operazioni.
«In maggio abbiam guadagnato 450 mila fr. In giugno l’utile è montato a 900 mila fr. In luglio abbiamo fatta un’aggiunta di un milione e 700 mila fr.; lo sapete, fu sui fondi di Spagna. In agosto perdemmo, sul principio del mese, 300 mila fr. ma il 15 dello stesso mese li abbiamo riguadagnati, ed alla fine abbiamo preso la nostra rivincita, perchè i nostri conti, messi in chiaro, dal giorno della nostra associazione fino a ieri, in cui li ho chiusi, ci danno un attivo di due milioni e 400 mila fr., vale a dire un milione e 200 mila fr. per ciascuno. Ora, continuò Debray, compulsando il libro de’ conti col metodo e la tranquillità di un agente di cambio, troviamo 80 mila fr. dei frutti di questa somma rimasta fra le mie mani...
— Ma, interruppe la baronessa, che son questi frutti, quando non si è mai messa questa somma a cambio?
— Vi chiedo scusa, signora, disse freddamente Debray; aveva da voi l’autorizzazione di far fruttare questo danaro, e me ne son prevalso. Sono dunque altri 40 mila fr. di vostra parte sugl’interessi, più i cento mila fr. del primo capitale di fondo, vale a dire, un milione e 340 mila fr. di vostra parte. Ho avuta la cautela ieri l’altro di mobilizzare tutto il vostro danaro; non è molto tempo, come vedete, e si sarebbe detto che io dubitava di essere in breve chiamato a rendervi i conti. Il vostro danaro è là; metà in biglietti di banca, metà in boni al latore: ho detto là, ed è vero, perchè, siccome non credeva la mia casa abbastanza sicura, siccome non credeva i notari abbastanza segreti, e le proprietà parlano ancora più dei notari, e siccome finalmente voi non avevate il diritto di comprare niente nè di posseder niente fuori della comunione coniugale; io ho custodita tutta questa somma, che in oggi forma il vostro stato, in una cassetta sigillata nel fondo di questo armadio, e per maggior sicurezza ho fatto da falegname io stesso. Adesso, continuò Debray, aprendo prima l’armadio, e poi la cassetta, adesso, signora, ecco qui 800 biglietti da mille fr. l’uno, che rassomigliano, come vedete, ad un grosso album rilegato in ferro; vi unisco un mazzetto di biglietti sulle rendite per 25 mila fr., indi una cambiale di 110 mila fr. che eccola qui, sul mio banchiere, a vista al latore, e siccome il mio banchiere non è il sig. Danglars, così la cambiale sarà pagata, potete star tranquilla. — La sig.ª Danglars prese macchinalmente la cambiale a vista, i boni sulle rendite, ed il pacco di biglietti di banca. Questa enorme fortuna sembrava ben poca cosa, disposta là sul tavolo. La sig.ª Danglars, con gli occhi asciutti, ma il petto gonfio di singulti, la riunì, chiuse l’astuccio d’acciaio nella borsa, mise i biglietti sulle rendite, e la cambiale a vista nel suo portafogli, ed in piedi, pallida e muta, aspettava una dolce parola che la consolasse per essere così ricca. Ma ella aspettò invano. — Ora, signora, disse Debray, voi avete una esistenza magnifica, qualche cosa che si accosta ad una rendita di 60 mila fr., il che diventa enorme per una donna che non potrà tener società almeno per un anno. Questo è un privilegio per tutte le fantasie che vi passeranno per la mente: senza calcolare, che se trovate che la vostra parte non sia sufficiente, potete venire ad attingere nella mia, signora, ed io sono disposto ad offrirvela; oh! a titolo di prestito, ben inteso, tutto ciò che possedo, vale a dire un milione e 60 mila fr. sono a vostra disposizione.
— Grazie, signore, rispose la baronessa; capirete bene che mi avete rimesso molto di più di quel che bisogna ad una povera donna che non conta per molto tempo di ricomparire nella società... — Debray fu per un momento meravigliato, ma si rimise, fe’ un gesto, che si poteva spiegare per un mezzo di esprimere in una formula anche più civile questo pensiero. — Farete come più vi piacerà. — La sig.ª Danglars aveva forse fino allora sperato qualche cosa, ma quando vide il gesto di noncuranza ch’era sfuggito a Debray, e lo sguardo obliquo da cui esso era stato accompagnato, come pure la riverenza profonda, ed il significante silenzio che lo seguirono, rialzò la testa, aprì la porta, e senza furore, senza scosse, come senza esitazione, si slanciò per la scala, sdegnando per fino d’indirizzare un ultimo saluto a colui che la lasciava partire in questo modo. — Bah! disse Debray quando ella fu partita, bei disegni che son questi! ella resterà nel suo palazzo, leggerà dei romanzi e giuocherà al Faraone, non potendo più giuocare alla borsa. — E riprese il suo libro dei conti, tirando un rigo sulle somme che aveva pagate.
— Mi resta un milione e 60 mila fr., diss’egli. Che disgrazia che madamigella di Villefort sia morta! quella giovinetta mi sarebbe convenuta sotto tutti i rapporti, ed io l’avrei sposata. — E flemmaticamente, secondo la sua abitudine, aspettò che fossero passati venti minuti dopo la partenza della sig.ª Danglars per uscir a sua volta. Durante questi venti minuti, Debray non fece che cifre tenendo sulla tavola e vicino a lui l’orologio da taschino. Quel personaggio diabolico che ogni fortunata immaginazione avrebbe potuto creare con maggiore o minore felicità, se Lesage non ne avesse presa la proprietà in un capo d’opera, Asmodeo, che toglieva i coperchi dalle case per vedervi dentro, avrebbe goduto di un singolare spettacolo se avesse tolta, al momento in cui Debray faceva le sue cifre, la crosta della piccola casa della strada San-Germano dei Prati. Al disopra di questa camera in cui Debray aveva fatta la sua divisione colla sig.ª Danglars di due milioni e mezzo, vi era un’altra camera popolata egualmente da abitanti di nostra conoscenza, che han rappresentata una parte molto importante negli avvenimenti da noi raccontati. In questa camera vi erano Mercedès ed Alberto. Mercedès aveva fatto molti cambiamenti in pochi giorni, non già che anche nei tempi della maggior ricchezza, ella fosse attaccata al fasto orgoglioso che spicca visibilmente in tutte le condizioni, e fa sì che non si riconosca più la donna tosto ch’ella vi comparisce sotto abiti più semplici; non già nemmeno ch’ella fosse caduta in quello stato di depressione in cui si cade quando si è costretti di rivestire la livrea della miseria; no, Mercedès era cambiata, perchè il suo occhio non brillava più, perchè la sua bocca non sorrideva più, perchè finalmente un perpetuo impaccio arrestava sulle sue labbra la rapida parola che altre volte lasciava sempre preparata.
Non era la povertà che avviliva lo spirito di Mercedès: non la mancanza di coraggio che le rendeva pesante la sua povertà. Mercedès discesa dal centro in cui viveva, perduta nella novella sfera che si era scelta, come quelle persone che escono da una sala splendidamente illuminata per passare subitaneamente nelle tenebre, Mercedès sembrava una regina discesa dal suo palazzo in una capanna, e che, ridotta al puro necessario, non si riconosceva nè dal vasellame di argilla, ch’era obbligata di portare da sè sulla tavola, nè dalla cuccetta succeduta al suo letto. Di fatto la bella Catalana, o la nobile contessa, non aveva più nè il suo sguardo fiero, nè il suo grazioso sorriso, perchè, chiudendo gli occhi su ciò che la circondava, non vedeva che oggetti affliggenti. Era una camera parata con una di quelle carte a chiaro e scuro grigio, che i proprietari economi scelgono di preferenza come le meno facili a sporcarsi, era un pavimento senza tappeti, mobili che richiamavan l’attenzione, e costringevano la vista a fermarsi sulla povertà di un falso lusso, tutte cose finalmente che rompevano coi loro tuoni disaccordi l’armonia così necessaria ad occhi abituati ad un insieme elegante. La sig.ª de Morcerf viveva là dal momento che aveva abbandonato il suo palazzo; la testa le girava in questo eterno silenzio, come gira ad un viaggiatore che si ritrova sull’orlo di un abisso; accorgendosi che ad ogni minuto Alberto la guardava di nascosto per giudicar dello stato del cuore, ella si era obbligata ad un monotono sorriso delle labbra, che in assenza di quel fuoco così dolce del sorriso dei suoi occhi, faceva l’effetto di una semplice riverberazione di luce, vale a dire di una chiarezza senza colore. Dal canto suo, Alberto era preoccupato, impacciato, legato da un avanzo di lusso, che gl’impediva d’essere della condizione sua attuale; egli voleva uscire senza guanti, e ritrovava le mani troppo bianche; voleva correre per la città a piedi, e ritrovava gli stivali troppo ben verniciati. Però queste due creature così nobili e così intelligenti, riunite indissolubilmente dai legami dell’amor materno e filiale, erano riuscite ad intendersi senza parlar di niente e ad economizzare tutte le preparazioni che si devono fra amici, per istabilire quella verità materiale da cui dipende la vita. Alberto finalmente aveva potuto dire a sua madre senza farla impallidire: — Madre mia, non abbiam più danaro.
Mercedès non aveva mai più conosciuta la vera miseria, ella stessa aveva spesso in gioventù parlato di povertà; ma non era la stessa cosa; bisogno e necessità sono due sinonimi fra i quali vi è una grandissima diversità. Ai Catalani, Mercedès aveva bisogno di mille cose, ma non mancava mai di certe altre. Fino a che le lenze erano buone si prendeva pesce, fino a che si vendeva pesce, si prendeva filo per formar delle reti. E poi isolata da amici, non avendo che un amore, il quale non entrava per nulla nelle materiali particolarità della sua situazione, si pensava a sè, ciascuno a sè, nient’altro che a sè. Mercedès, del poco che aveva, ne faceva parte tanto generosamente quant’era possibile: in oggi ella aveva da fare due parti, e con niente. L’inverno si avvicinava, Mercedès in questa camera nuda e di già fredda non aveva fuoco, ella a cui un calorifero a mille branche riscaldava poco prima tutta la casa, dalle anticamere fino al gabinetto. Ella non aveva neppure un piccolo fiore, ella, il cui appartamento si poteva dire una stufa calda, popolata di fiori a prezzo d’oro! Ma ella aveva un figlio!... L’esaltazione di un dovere forse esagerato, li aveva sostenuti fin là nelle sfere superiori. L’esaltazione è quasi un entusiasmo, e l’entusiasmo rende insensibili alle cose della terra. Ma l’entusiasmo si era sedato, ed era stato necessario di ridiscendere a poco a poco dal paese dei sogni al mondo della realtà. Bisognava finalmente parlare del positivo, dopo avere esausto l’ideale. — Madre mia, diceva Alberto nello stesso tempo che la sig.ª Danglars discendeva la scala, contiamo un poco le nostre ricchezze, se vi aggrada: ho bisogno di un totale per riscaldarmi ai miei disegni.
— Totale: niente, disse Mercedès con un doloroso sorriso.
— Non può essere, madre mia; totale: primieramente tre mila fr. ed ho la pretensione con tre mila fr. di preparare a noi due una adorabile esistenza.
— Fanciullo, sospirò Mercedès.
— Eh! mia buona madre, disse il giovine, pur troppo io vi ho speso molto danaro per conoscerne ora il prezzo! È una cosa enorme, vedete, tre mila fr., ed ho fabbricato su questa somma un avvenire miracoloso d’eterna sicurezza.
— Voi parlate così, amico mio, continuò la povera madre: ma prima di tutto accetterem noi questa somma di tre mila fr.? disse Mercedès arrossendo.
— Questa è cosa convenuta, mi sembra, disse Alberto con tuono fermo; l’accettiamo tanto più che non l’abbiamo, perchè essi sono, come ben sapete, sepolti nel giardino di quella piccola casa dei viali di Meillan, a Marsiglia. Con 200 fr., continuò Alberto, andremo entrambi a Marsiglia.
— Con 200 fr.! lo credete voi, Alberto?
— Oh! in quanto a questo ho prese le mie informazioni all’ufficio delle diligenze e dei battelli a vapore, ed i miei calcoli sono fatti. Voi fisserete il vostro posto per Châlons nel coupé, vedete, madre mia, che vi tratto da regina; 35 fr. — Alberto prese una penna e scrisse.
Coupè di qui a Châlons fr. 35 Da Châlons a Lione, col battello a vapore » 6 Da Lione ad Avignone sempre col battello a vapore » 16 Da Avignone a Marsiglia » 7 Spese di strada » 50 —————— Totale fr. 114
— Mettiamo centoventi, soggiunse Alberto sorridendo, vedete che son generoso, n’è vero, madre mia?
— Ma tu, mio povero figlio?
— Io? e non avete veduto che mi riserbo 80 fr.? Un giovine, madre mia, non ha bisogno di tanti comodi; so del resto che cosa è il viaggiare.
— In carrozza di posta, e col tuo cameriere?
— In ogni modo, madre mia...
— Ebbene! sia, disse Mercedès, ma questi 200 fr.?
— Questi 200 fr. eccoli, e di più, eccone ancora altri 200 fr. Sentite, ho venduto il mio orologio, cento fr., e la catena 300: come son fortunato! delle catenelle che valgono tre volte l’orologio. Sempre per la famosa istoria delle cose superflue. Eccoci dunque ricchi, poichè invece di 114 fr. che vi abbisognavano per fare il vostro viaggio, ne avete 250.
— Ma dobbiamo pagare qualche cosa in questa casa?
— Trenta fr., ma li pago io, sui miei 150: questa è cosa convenuta; e poichè a tutto rigore non mi abbisognano che 80 fr. per fare il mio viaggio, vedete che io nuoto nel lusso. Ma qui non è tutto: che dite di questo, madre mia?
Ed Alberto cavò da un piccolo portafogli con fermaglio d’oro (unico resto della sua antica galanteria, o fors’anche qualche tenero ricordo di una di quelle donne che battevano alla piccola porta) un biglietto di mille fr.
— Che cosa è questo? domandò Mercedès.
— Un biglietto di mille fr., madre mia.
— Ma di dove ti vengono questi mille fr.?
— Ascoltate, madre mia, ma non vi commovete troppo.
Ed Alberto si alzò, andò a baciare sua madre nelle guance, e si fermò a guardarla: — Voi non vi potete formare un’idea, madre mia, del come vi ritrovo bella! disse il giovine con un profondo amor filiale; siete in verità la più bella, come siete la più virtuosa delle donne che ho conosciute.
— Caro figlio, disse Mercedès, sforzandosi invano di trattenere una lagrima che le spuntava dal ciglio.
— In verità, non vi mancava che di divenire infelice per cambiare il mio amore in adorazione.
— Non sono infelice, fin che mi resta mio figlio, disse Mercedès; non sarò infelice fin che l’avrò.
— Ah! precisamente, disse Alberto; ma ecco ove comincia la prova, sapete ciò che abbiam convenuto?
— Abbiam dunque convenuto qualche cosa?
— Si è convenuto che voi abiterete Marsiglia, e che io partirò per l’Affrica, ove invece del nome che ho lasciato, mi farò il nome che ho assunto. — Mercedès mandò un sospiro: — Ebbene! madre mia, da ieri sono ingaggiato negli Spahis, aggiunse il giovine abbassando gli occhi con una certa vergogna, poichè non sapeva egli stesso quanto v’era di sublime nel suo abbassamento, o piuttosto ho creduto che il mio corpo era mio, e che poteva venderlo: mi sono venduto, come si dice, aggiunse egli tentando di sorridere, più caro di quel che non credeva di valere, vale a dire per duemila fr.
— Per cui questi mille fr.?... disse fremendo Mercedès.
— Son la metà della somma, madre mia, l’altra verrà fra un anno. — Mercedès alzò gli occhi al cielo con una espressione, che nessuna cosa saprebbe indicare, e le due lagrime trattenute agli angoli delle sue palpebre, sgorgarono sotto l’emozione interna, e caddero silenziosamente lungo le sue guance: — Il prezzo del sangue! mormorò ella.
— Sì, se io sarò ucciso, disse ridendo Morcerf; ma ti assicuro, mia buona madre, che al contrario sono nella intenzione di difendere vigorosamente questa mia povera pelle; non mi sono mai sentito tanta buona volontà di vivere, come in questo momento.
— Mio Dio! mio Dio! fece Mercedès.
— Del resto, perchè dunque volete che io sia ucciso, madre mia? forse che Lamorcière, quest’altro Ney del mezzogiorno è stato ucciso? forse che Changarnier è stato ucciso? forse che Bedeau è stato ucciso? forse che Morrel, che noi conosciamo, è stato ucciso? Pensate dunque alla vostra gioia, madre mia, quando mi vedrete ritornare con un’uniforme ricamata! vi dichiaro che con quella sarò superbo, e che ho scelto questo reggimento per galanteria.
Mercedès sospirò, mentre si sforzava di sorridere; ella capiva, questa santa madre, che stava male a lei il lasciar portare a suo figlio tutto il peso del sacrificio.
— Ebbene dunque! riprese Alberto, capite, madre mia, ecco già più di quattromila fr. assicurati per voi; con questi vivrete due buoni anni.
— Lo credi tu? disse Mercedès. — Queste parole erano sfuggite alla contessa, e con un dolore così vero, che il loro vero senso non isfuggì ad Alberto. Egli sentì restringersi il cuore, e prendendo la mano di sua madre, la stringeva teneramente fra le sue: — Sì, voi vivrete, diss’egli.
— Vivrò, disse Mercedès, ma tu non partirai, n’è vero?
— Madre mia, io partirò, disse Alberto, con voce placida e ferma; voi mi amate troppo per non lasciarmi ozioso ed inutile; d’altra parte io mi sono firmato.
— Tu farai a seconda della tua volontà, figlio, ed io farò secondo la volontà di Dio.
— Non già secondo la mia volontà, madre mia, ma secondo la ragione, secondo la necessità. Noi siamo due creature disperate, non è vero? Che cosa è più la vita per voi in oggi? niente. Che cosa è più la vita per me? Oh! ben poca cosa senza di voi, madre mia; credetelo; perchè senza di voi questa vita, avrebbe cessato dal giorno in cui concepii qualche dubbio sull’onore di mio padre, e ne rinnegai il nome! Finalmente io vivo, se voi mi promettete di sperare ancora; se mi lasciate la cura della vostra futura felicità, voi raddoppierete la mia forza. Allora andrò laggiù a ritrovare il governatore dell’Algeria; è un cuore leale e soprattutto eminentemente soldato: gli racconterò la mia lugubre istoria, lo pregherò d’andar voltando di tempo in tempo gli occhi alla parte ove io sarò, e s’egli mi mantiene la parola, s’egli mi guarda quando io combatto, prima che compian sei mesi, o sarò morto o sarò uffiziale. Se sono uffiziale la vostra sorte è assicurata, madre mia, perchè allora avrò del danaro per voi e per me, e di più un nuovo nome di cui saremo orgogliosi, poichè quello sarà il vostro vero nome. Se sono ucciso... cara madre, voi morirete se vi piace, ed allora i nostri infortunii avran termine nei loro stessi eccessi.
— Sta bene, rispose Mercedès col suo nobile ed eloquente sguardo: hai ragione, figlio mio; proviamo a certe persone che ci stanno ad osservare, e che aspettano le nostre azioni per giudicarci, che noi siam per lo meno degni di essere compianti.
— Ma, bando ad ogni funebre idea, cara madre! gridò il giovine: vi giuro che siamo, o almeno che potremo essere felicissimi: siete una donna piena ad un tempo di spirito e di rassegnazione; io sono divenuto semplice nei miei gusti, e senza passioni, almeno spero. Una volta al servizio, eccomi ricco. Una volta che sarete in casa del sig. Dantès, eccovi tranquilla. Proviamo! ve ne prego, madre mia.
— Sì, proviamo, figlio mio, perchè tu devi vivere, perchè tu devi esser felice, rispose Mercedès.
— Per cui, madre mia, ecco fatta la nostra divisione, aggiunse il giovine affettando uno sguardo di comodità; possiam partire oggi stesso. Andiamo, come vi ho detto, ho fermato il vostro posto.
— Ma il tuo, figlio mio?
— Debbo ancora restar qui altri due o tre giorni, madre mia; questo sarà un principio di separazione, ed abbiamo bisogno di abituarci; mi necessitano alcune raccomandazioni, alcune informazioni sull’Algeria; vi raggiungerò a Marsiglia.
— Ebbene! sia così, partiamo! disse Mercedès avviluppandosi nel solo scialle che aveva portato seco, e che per caso si trovava di essere nero e di gran valore; partiamo!
Alberto raccolse in fretta le sue carte, suonò per pagare i trenta fr. che doveva al padron di casa, ed offrendo il braccio a sua madre, discese la scala. Qualcuno discendeva davanti a loro; e sentendo di seta sugli scalini, si rivoltò.
— Debray! mormorò Alberto.
— Voi, Morcerf! — rispose il segretario intimo del ministro, fermandosi sullo scalino su cui si ritrovava.
La curiosità la vinse in Debray sul desiderio di conservare l’incognito. Sembravagli infatto curioso di ritrovare in questa casa remota quel giovine, la cui disgraziata avventura aveva fatta tanto chiasso in Parigi.
— Morcerf! — ripetè Debray. Indi scorgendo nella mezza oscurità le forme ancor giovani di una donna velata:
— Oh! perdono! soggiunse con un mezzo sorriso, vi lascio, Alberto. — Questi capì il pensiero di Debray.
— Madre mia, diss’egli voltandosi verso Mercedès, è il sig. Debray, segretario intimo del ministro dell’Interno, un mio antico amico.
— Come! antico! balbettò Debray; che volete dire?
— Dico questo, sig. Debray, perchè in oggi non ho e non devo più avere amici: vi ringrazio anzi moltissimo di avermi voluto riconoscere, signore. — Debray risalì due scalini, e venne a dare una energica stretta di mano al suo interlocutore: — Credete, Alberto, diss’egli con tutta l’emozione che si può avere, che io ho preso una parte profonda alla disgrazia che vi colpisce, e che mi metto a vostra disposizione in tutto per tutto.
— Grazie, signore, disse sorridendo Alberto; ma in mezzo a questa disgrazia noi siam rimasti abbastanza ricchi per non aver bisogno di ricorrere a nessuno: lasciamo Parigi, e, pagato il nostro viaggio, ci rimangono ancora cinque mila fr.
Il rossore salì alla fronte di Debray, che portava un milione nel suo portafogli; e per quanto fosse poco poetico questo spirito esatto, non potè a meno di riflettere che la stessa casa aveva contenuto poco prima, due donne delle quali una, giustamente disonorata, se ne andava con un milione e 500mila fr. sotto le pieghe del suo scialle, e l’altra ingiustamente colpita, ma sublime nella sua infelicità, si riteneva ricca per pochi denari. Questo parallelo sviò le sue combinazioni di gentilezza; la filosofia dell’esempio lo oppresse; balbettò qualche parola di generica civiltà, e discese rapidamente. Ma la sera stessa egli era già compratore di una bella casa scelta sul baluardo della Maddalena, che dava una rendita di cinque mila lire. La dimane nell’ora in cui Debray firmava il contratto, cioè verso le 5 p. m., la sig.ª de Morcerf, dopo aver teneramente abbracciato suo figlio, e dopo essere stata teneramente abbracciata da lui, salì nel coupé della diligenza, che si rinchiuse sur essa.
Un uomo era nascosto nel cortile dell’amministrazione Laffitte, dietro una di quelle finestre centinate del piano terreno che sormontano tutti gli ufficii: vide partire la diligenza, vide Alberto allontanarsi. Allora ei si passò la mano sulla fronte carica di dubbii, dicendo:
— Ahimè! con qual mezzo restituirò a questi due innocenti la felicità che loro ho tolta?... Dio mi aiuterà!
CVI. — LA FOSSA DEI LEONI.
Uno dei quartieri della Force, quello che racchiude i detenuti più arrischiosi e più pericolosi, si chiama il cortile di S. Bernardo. I prigionieri, nel loro gergo energico, l’hanno soprannominata la fossa dei leoni, probabilmente perchè i detenuti che ivi sono racchiusi spesso mordono le inferriate, e non di rado i carcerieri.
Questa è una prigione nella prigione; le mura hanno una grossezza il doppio delle altre. Ogni giorno un carceriere esplora con somma cura le inferriate massicce; e si riconosce dalla persona erculea, dagli sguardi freddi ed incisivi dei guardiani, che sono stati scelti per regnare col terrore sul loro popolo, e con l’attività della intelligenza. Il prato di questo quartiere è circondato da mura enormi, sulle quali penetra obliquamente il sole, quando si risolve a penetrare in questo golfo di laidume fisico e morale. È là, su questo prato che fin dalla mattina vanno errando pensierosi, feroci, impalliditi, come ombre, gli uomini che la giustizia tiene incurvati sotto la mannaia che sta aguzzando.
Si vedono addossarsi, raggrupparsi contro il muro, che assorbe e ritiene la maggior parte del loro calore; essi rimangono là, parlando a due a due, il più spesso isolati coll’occhio rivolto incessantemente verso la porta, che si apre per chiamare qualcuno degli abitanti di questo lugubre soggiorno, o per vomitare nel golfo una nuova feccia tolta dal crogiuolo della società. Il cortile di S. Bernardo ha il suo parlatorio particolare, è un quadrato oblungo, diviso in due parti da due inferriate, piantate parallelamente a tre piedi di distanza l’uno dall’altra, di modo che il visitatore non possa stringere la mano del prigioniero, o passargli qualche oggetto. Questo parlatorio è oscuro, umido, ed orribile in tutti i punti, particolarmente quando si pensa alle orribili confidenze che sono passate per quelle inferriate, che hanno arrugginito il ferro delle sbarre. Però, questo luogo, per quanto sia spaventoso, è un eliso ove vengono a temperarsi, in una società sperata, gustata, questi uomini ai quali son contati i giorni; tanto è raro che qualcuno esca dalla fossa dei Leoni, per andare in tutt’altro luogo che non sia la barriera San Giacomo, o la galera, o il carcere cellulare! In questo cortile che abbiam descritto, e che trasuda una fetida umidità, passeggiava, colle mani nelle saccocce del suo abito, un giovine osservato con molta curiosità dagli abitanti della fossa. Sarebbe passato per un giovine elegante pel taglio dei suoi abiti, se questi non fossero stati in lembi; però essi non erano usati, il panno era fino e lucido, e nei punti in cui era intatto, riprendeva facilmente il suo lustro sotto la mano accarezzante del prigioniero, che cercava di farne un abito nuovo. Applicava eziandio la stessa cura a chiudere una camicia di battista considerevolmente cambiata di colore dalla sua entrata in prigione; su i suoi stivali verniciati passava e ripassava un angolo di un fazzoletto con le iniziali ricamate e sormontate da una corona araldica. Alcuni pensionarii della fossa dei Leoni consideravano con manifesta premura la ricercata toletta del prigioniere: — Osserva, ecco là il principe che si fa bello, disse uno dei ladri.
— Egli è bellissimo naturalmente, disse un altro, e solo che avesse un pettine ed un poco di pomata, eclisserebbe tutti i signori dei guanti bianchi.
— Il suo abito doveva essere ben nuovo, e gli stivali molto bene risplendere. È lusinghiero per noi l’avere di confratelli come si deve; e quei briganti di gendarmi son ben vili. Invidiosi! avere stracciata una toletta come quella!
— Sembra che debba essere un soggetto famoso, disse un altro, egli ha fatto di tutto... e nel genere grande... viene di laggiù, così giovine! Ah! è una cosa superba!... — E l’obbietto di questa schifosa ammirazione sembrava gustare gli elogi, o il vapore degli elogi, perchè non sentiva le parole.
Terminata la sua toletta, si avvicinò alla porta della cantina alla quale stava appoggiato il carceriere di guardia.
— Vediamo, signore, diss’egli, prestatemi venti fr., li riavrete ben presto; con me non si corre alcun rischio. Pensate che ho dei parenti che hanno più milioni di quel che voi avete danari... Vediamo, venti fr. ve ne prego, affinchè possa comprare un paio di pianelle ed una veste da camera. Io soffro orribilmente a stare sempre in abito e cogli stivali... che abito! signore, per un principe Cavalcanti.
Il guardiano gli voltò il dorso, e si strinse nelle spalle; egli non rise neppur di queste parole che avrebbero fatto ilare ogni altra fronte; perchè quest’uomo ne aveva intesi molti altri, o piuttosto aveva sempre udita la stessa cosa.
— Andate, signore, siete un uomo senza visceri, ed io vi farò perdere il vostro impiego. — Questa parola fece rivolgere il guardiano, che questa volta si lasciò sfuggire un gran scoppio di risa.
Allora i prigionieri si avvicinarono tutti, e fecero cerchio: — io vi dico, continuò Andrea, che con questa miserabile somma posso procacciarmi un abito ed una camera, affine di poter ricevere in un modo decente la visita illustre che aspetto da un momento all’altro.
— Egli ha ragione! ha ragione! dissero i prigionieri... Perdinci! si vede ben ch’è un uomo come si deve!
— Ebbene! prestategli voi altri venti fr.! disse il guardiano appoggiandosi sull’altra sua spalla colossale, forse che non dovete ciò ad un camerata?
— Non sono il camerata di costoro, disse orgogliosamente il giovine, non m’insultate, non avete questo diritto!
— Lo sentite? disse il guardiano con un sinistro sorriso, egli vi accomoda molto bene! prestategli dunque venti fr.!
I ladri si guardarono con un sordo mormorio, e una tempesta, provocata più dalle parole del guardiano che da quelle di Andrea, cominciò a rumoreggiare intorno al prigioniero aristocratico. Il guardiano, sicuro di poter padroneggiare il susurro, quando il tumulto si facesse troppo forte, li lasciava poco a poco alterarsi per fare un brutto giuoco all’importuno sollecitatore, e procurarsi così una ricreazione durante la lunga guardia della sua giornata.
Di già i ladri si avvicinavano ad Andrea, parte dicendo:
— La ciabatta! la ciabatta! — Crudele operazione, che consisteva a torturare con colpi non già di ciabatta, ma di scarpa ferrata, un confratello caduto in disgrazia di questi signori. Gli altri proponevano l’anguilla; altro genere di ricreazione che consisteva nel riempire di sabbia, di sassolini, e di grossi soldi, quando ne avevano, un fazzoletto attorcigliato, che i carnefici scaricano come un flagello sulle spalle e la testa del paziente. — Frustiamo il bel signore, dissero alcuni altri, il sig. uomo onesto! — Ma Andrea, volgendosi verso di loro, fece d’occhietto, gonfiò colla lingua la sua guancia, e fe sentire un scoppietto con la lingua, che equivaleva a mille segni di convenzione, fra banditi, costretti a tacersi. Questo era un segno massonico che gli era stato insegnato da Caderousse. Essi lo riconobbero per uno dei loro. Tosto i fazzoletti ricaddero, la ciabatta ferrata rientrò nel piede del principale aguzzino. S’intese qualche voce proclamare che il signore aveva ragione, che il signore poteva a modo suo essere un uomo onesto, e che i prigionieri volevano dare l’esempio di libertà di coscienza.
L’ammutinamento addietrò. Il guardiano ne fu talmente stupefatto che prese tosto Andrea per le mani e si mise a frugarlo, attribuendo a qualche manifestazione più significante, di quel che all’affascinazione, questo cambiamento subitaneo degli abitanti della fossa dei Leoni. Andrea si lasciò frugare non senza fare forti proteste. D’improvviso una voce si fe’ subito sentire dalla porta: — Benedetto! gridò un ispettore. — Il guardiano lasciò la sua preda. — Mi chiamano! disse Andrea. — Al parlatorio! disse la voce.
— Vedete se vengo visitato?.. Oh! mio signore, starete a vedere se si può impunemente trattare un Cavalcanti come un uomo ordinario! — Ed Andrea, traversando il cortile come un’ombra, si precipitò alla porta, lasciando nella ammirazione i suoi confratelli ed il guardiano. Era di fatto chiamato al parlatorio, ed era cosa da meravigliarsene anche dallo stesso Andrea; poichè l’astuto giovinetto, nel suo entrare alla Force, invece di usare, come le genti comuni, del benefizio di poter scrivere per farsi reclamare, aveva osservato il più stoico silenzio. — Io sono, diceva egli, evidentemente protetto da qualche potente; tutto me lo prova: questa fortuna improvvisa, la facilità con cui ho appianato tutti gli ostacoli, una famiglia improvvisata, un nome illustre divenuto mia proprietà, l’oro che pioveva a me dintorno, le alleanze più magnifiche promesse alla mia ambizione. Un momentaneo obblìo della mia fortuna, l’assenza del mio protettore mi han perduto, ma non del tutto, non per sempre! La mano si è ritirata per un momento, essa deve ritornare su di me, o riafferrarmi di nuovo al momento in cui mi credeva vicino a piombare nel precipizio. Perchè arrischierò un’ultima imprudenza nello scrivere? forse mi alienerei il mio protettore! Egli possiede due mezzi per togliermi d’impaccio; l’evasione misteriosa comprata a prezzo d’oro, o sforzare la mano ai giudici per ottener la mia assoluzione. Aspettiamo a parlare ed operare che mi sia provato che sono stato abbandonato, e allora...
Andrea aveva fabbricato il suo disegno, che ben si può credere abile; il disgraziato era intrepido all’attacco, ed astuto nella difesa. La miseria della prigione in comune, le privazioni di ogni genere, egli le aveva sopportate; però poco a poco il suo naturale, o piuttosto l’abitudine aveva preso il sopravvento. Andrea soffriva per ritrovarsi nudo, sporco, affamato, il tempo per lui era lungo. Fu in questo momento di noia che l’ispettore lo chiamò al parlatorio. Andrea sentì il suo cuore balzare di gioia. Era troppo presto perchè quella fosse una chiamata del suo giudice istruttore, e troppo tardi perchè fosse una chiamata del direttore delle prigioni o del medico. Dietro l’inferriata del parlatorio, ove Andrea fu introdotto, egli scoperse, coi suoi grand’occhi, dilatati ancor più da un’avida curiosità, la figura cupa ed intelligente di Bertuccio, che guardava con una dolorosa meraviglia le inferriate, le porte sprangate, e l’ombra che si agitava dietro le sbarre incrociate.
— Ah! fece Andrea toccato nel cuore.
— Buon giorno, Benedetto, disse Bertuccio colla sua voce chiara e sonora. — Voi! voi! disse il giovine guardando con ispavento intorno a sè. — Tu non mi conosci più? disse Bertuccio, disgraziato! — Silenzio! ma silenzio dunque! fece Andrea che conosceva la finezza dell’udito di quelle muraglie. Mio Dio, non parlate così ad alta voce!
— Tu vorresti parlar meco, disse Bertuccio, da solo a solo, non è vero? — Sì, sì! disse Andrea. — Sta bene.
E Bertuccio frugando nella saccoccia, fece un segno ad un guardiano che si vedeva dietro la invetriata di un finestrello: — Leggete! diss’egli.
— Che cosa è quello? disse Andrea.
— L’ordine di condurti in una camera e di installarviti, e di lasciarmi comunicare liberamente teco.
— Oh! fece Andrea, balzando di gioia. — E subito dopo, ripiegandosi su sè stesso, diceva: — Ancora il protettore sconosciuto! io non son dimenticato! si cerca il segreto, da poichè mi si vuol parlare in una camera isolata. Essi sono in mio potere... Bertuccio è stato inviato dal protettore!
Il guardiano conferì un momento con un superiore, indi aprì le due porte sprangate, e li condusse in una camera del primo piano che guardava nel cortile; Andrea non stava più in sè dalla gioia. La camera era imbiancata a calce, come è l’uso delle prigioni; aveva un aspetto di allegria che sembrava raggiante al prigioniere. Un braciere, un letto, una cassa, una tavola, ne formavano il sontuoso mobilio. Bertuccio si assise sulla cassa, Andrea si gettò sul letto; il guardiano si ritirò.
— Sentiamo, disse l’intendente, che cosa hai da dirmi?
— E voi? disse Andrea.
— Ma parla prima...
— Oh! no; siete voi che avete molte cose da dirmi; poichè siete venuto a trovarmi.
— Ebbene! sia. Tu hai continuato il corso delle tue scelleratezze; hai rubato, hai assassinato...
— Buono! Se è per dirmi tali cose che mi avete fatto condurre in una camera appartata, tanto valeva che non v’incomodaste; so tutte queste cose. Ve ne sono altre invece che non so. Parliamo di quelle, se vi aggrada. Chi vi ha mandato?
— Oh! oh! voi andate per le corte, sig. Benedetto.
— Non è vero? e alla meta. Soprattutto risparmiamo le inutili parole. Chi vi manda? — Nessuno.
— E come sapeste che io era in prigione?
— È molto tempo che ti aveva riconosciuto per quell’insolente zerbinotto che guidava tanto leggiadramente un cavallo ai Campi-Elisi.
— I Campi-Elisi... Ah! ah! noi bruciamo, come si dice al giuoco della pinzetta... I Campi-Elisi!... A noi, parliamo un poco di mio padre, lo volete?
— Chi sono io, dunque?
— Voi, mio bravo signore, siete mio padre adottivo... Ma non siete voi, m’immagino, che avete disposto in mio favore di un centinaio di mille fr. che ho divorati in pochi mesi; non siete voi che mi avete provveduto di un padre italiano e gentiluomo; non siete stato voi che mi avete fatto entrare nella società, e invitato ad un certo pranzo, che parmi ancora di mangiare, ad Auteuil, colla miglior compagnia di Parigi, con un certo procuratore del re, di cui ho avuto grandissimo torto a non coltivar la conoscenza, che in questo momento mi sarebbe stata utile; non siete stato voi finalmente che mi avete fatto garanzia per uno o due milioni, quando mi è accaduto l’accidente fatale della scoperta del vaso delle rose... Sentiamo, parlate, stimabile Corso, parlate...
— Che vuoi tu ch’io ti dica? — Io ti aiuterò. Parlavi dei Campi-Elisi poco fa, mio degno padre putativo. — Ebbene?
— Ebbene! ai Campi-Elisi vi abita un signore molto ricco.
— In casa del quale tu hai rubato ed assassinato, n’è vero? — Io credo di sì. — Il sig. conte di Monte-Cristo.
— Siete voi che lo avete nominato, come dice Racine... Ebbene! debbo gettarmi fra le sue braccia, soffocarlo contro il petto gridando: «Padre mio! padre mio!» come dice Pixérécourt?
— Non scherziamo, rispose gravemente Bertuccio, e che un tal nome non sia qui in tal modo pronunziato.
— Bah! fece Andrea un poco stordito dal sussiego e dall’attitudine del sig. Bertuccio, e perchè no?
— Perchè colui, che porta questo nome, è troppo favorito dal cielo per essere il padre di un miserabile qual siete.
— Oh! oh! gran paroloni!... — E grandi effetti se non avrete riguardi. — Minacce!... non temo niente... io dirò... — Credete voi di avere a che fare con dei pigmei della vostra specie? disse Bertuccio con un tuono così tranquillo, ed uno sguardo così sicuro, che Andrea ne fu commosso fino al profondo delle viscere. Credete di aver che fare coi vostri scellerati compagni di galera, o coi vostri ingenui ingannati della società?... Benedetto, siete in mani terribili; esse vogliono bensì aprirsi per soccorrervi, profittatene. Non scherzate però col fulmine che per un momento depongono ma che possono riprendere, se tentate di incomodarle nel libero loro movimento.
— Padre mio... voglio sapere chi è mio padre... disse l’ostinato; vi morirò, se abbisogna, ma lo saprò. Che può fare a me lo scandalo? del bene... del credito... dei reclami... come dice Beauchamp il giornalista. Ma voi altri, persone dell’alta società, avete sempre qualche cosa da perdere nello scandalo, ad onta dei vostri milioni, e dei vostri stemmi gentilizi... A noi, chi è mio padre?
— Son venuto per dirtelo.
— Ah! gridò Benedetto con gli occhi scintillanti di gioia.
In questo momento si aprì la porta, ed il carceriere indirizzandosi a Bertuccio. — Perdono, signore, diss’egli, ma il giudice d’istruzione aspetta il prigioniere.
— È la chiusura del mio interrogatorio, disse Andrea al degno intendente, al diavolo l’importuno!
— Io ritornerò domani, disse Bertuccio. — Andrea gli stese la mano, Bertuccio conservò la sua in saccoccia, solo vi fece risuonare alcune monete.
— Era quel che voleva dirvi, fe’ Andrea con un sorriso scomposto, ma soggiogato dalla strana tranquillità di Bertuccio.
— Mi sarei sbagliato? — disse a sè stesso nel montare in carrozza oblunga colle persiane di ferro, che viene volgarmente chiamata il paniere dell’insalata: — vedremo! così a domani, aggiunse egli voltandosi verso Bertuccio.
— A domani, rispose l’intendente.
CVII. — IL GIUDICE.
Si ricorderà il lettore che l’abate Busoni era rimasto solo con Noirtier nella camera mortuaria, e che il nonno ed il prete si eran costituiti i guardiani del corpo della giovinetta. Forse le esortazioni dell’abate, la sua dolce carità, la sua parola persuasiva avevan reso il coraggio al vecchio; poichè dal momento ch’egli aveva potuto conferire col prete, invece della disperazione che sulle prime si era impadronita di lui, tutto annunziava in Noirtier una grande rassegnazione, una calma grandemente sorprendente per tutti quelli che si ricordavano l’affezione profonda portata da lui a Valentina. Il sig. de Villefort non aveva più veduto il vecchio dalla mattina di questa morte. Tutte le persone di servizio erano state rinnovate, un altro cameriere era stato impegnato per lui, un altro servitore per Noirtier; due donne erano entrate al servizio della sig.ª de Villefort; tutti, perfino il portinaro ed il cocchiere offrivano visi nuovi che si erano eretti, per così dire, fra i diversi padroni di questa casa maledetta, ed avevano intercettate le relazioni di già molto fredde che v’erano fra di loro. D’altra parte le sedute si aprivano fra due o tre giorni, e Villefort, chiuso nel suo gabinetto, proseguiva con una febbrile attività la procedura ordita contro l’assassino di Caderousse. Quest’affare, come tutti quelli in cui Monte-Cristo si ritrovava immischiato, aveva fatto gran rumore nella società parigina. Le prove non erano convincenti, poichè si fondavano sopra alcune parole scritte da un forzato moribondo, antico compagno di galera di quello che veniva accusato, e che poteva accusare il suo compagno o per odio o per vendetta: si era formata la sola coscienza del magistrato; il procurator del Re aveva finito col dare a sè stesso la terribile convinzione, che Benedetto era colpevole, e ch’egli doveva cavare da questa difficile vittoria uno di quei godimenti di amor proprio, che sol potevano risvegliare un poco le fibre del suo cuore agghiacciato.
Il processo adunque s’istruiva, mercè il lavoro incessante di Villefort, che voleva con questo fare l’apertura delle vicine sedute. Per cui era stato obbligato di star ritirato più che mai, affin di evitare di rispondere alla prodigiosa quantità di domande che gli venivano indirizzate per ottenere dei biglietti d’udienza. E poi era scorso tanto poco tempo, da che la povera Valentina era stata trasportata nella tomba; il dolore della famiglia era ancora sì recente, che nessuno si maravigliava di vedere il padre così rigorosamente assorto nel suo dovere, cioè nell’unica distrazione ch’egli poteva provare nel dolore. Una sola volta, ed era la dimane del giorno in cui Benedetto aveva ricevuto una seconda visita da Bertuccio, nella quale questi aveva dovuto nominargli suo padre; la dimane di questo giorno, (domenica) una sola volta, dicevamo, Villefort aveva veduto suo padre: fu nel momento in cui il magistrato, infuocato dalla fatica, era disceso nel giardino del suo palazzo; e cupo, curvo sotto un implacabile pensiero, simile a Tarquinio quando faceva saltare in aria colla sua bacchettina le teste dei papaveri più elevati, il sig. de Villefort col suo bastone abbatteva i lunghi ed inariditi steli delle rose d’ogni mese che ergevansi lungo i viali, come spettri di quei fiori così brillanti nella stagione che era scorsa.
Già più d’una volta aveva percorso in lungo tutto il giardino, ed era giunto a quel famoso cancello che metteva sul recinto abbandonato, ritornando sempre per lo stesso viale, riprendendo sempre la sua passeggiata col medesimo passo e con lo stesso gesto, quando i suoi occhi si portarono macchinalmente verso la casa, nella quale sentiva scherzare rumorosamente suo figlio, ritornato dal collegio per passare la domenica ed il lunedì presso sua madre.
In questo movimento vide ad una delle finestre aperte, il sig. Noirtier, che si era fatto trascinare nel suo seggiolone fin contro questa finestra per goder degli ultimi raggi di un sole ancor caldo che salutava i fiori morenti dei volubili, e le foglie arrossite delle vergini viti che tappezzavano il muro ed oltrepassavano la finestra. L’occhio del vecchio era fisso sur un punto solo che Villefort non iscopriva che imperfettamente. Questo sguardo di Noirtier era così pieno di odio, così selvaggio, così ardente di impazienza, che il procuratore del Re, abile ad afferrare tutte le impressioni di questo viso che tanto ben conosceva, si allontanò dalla linea che percorreva, per vedere su qual cosa o su qual persona cadeva questo significativo sguardo. Allora vide, sotto un gruppo di tigli coi rami già quasi sguarniti, la sig.ª de Villefort che, assisa con un libro in mano, interrompeva di tempo in tempo la sua lettura per sorridere a suo figlio, o per ribalzargli la palla elastica, che ostinatamente lanciava dalla sala nel giardino. Villefort impallidì, poichè capì che cosa voleva dire il vecchio. Noirtier guardava sempre lo stesso soggetto; ma all’improvviso il suo sguardo si portò dalla moglie al marito, e Villefort stesso dovette allora soffrire l’attacco di quegli occhi fulminanti, che nel cangiare di oggetto, avean pure cambiato il linguaggio, senza tuttavolta perder niente della loro espressione minacciosa.
La sig.ª de Villefort, estranea a tutte queste passioni i cui fuochi incrociati passavano al di sopra della sua testa, riteneva in quel momento la palla a suo figlio, facendogli cenno di venirla a prendere con un bacio; ma Edoardo si fece pregare lungamente, la carezza materna non gli sembrava probabilmente una ricompensa sufficiente per l’incomodo che doveva prendersi; finalmente si risolvè, saltò dalla finestra nel mezzo di un cespuglio di vainiglie e di margherite regine, e corse alla sig.ª de Villefort colla fronte coperta di sudore: ella gli asciugò la fronte, posò le sue labbra su questo quasi avorio, e rimandò il fanciullo colla palla in una mano, e con un pugno di confetti nell’altra.
Villefort attirato da una invincibile attrazione, come l’uccello è attirato dal serpente, si avvicinò alla casa; e secondo che si avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, ed il fuoco delle sue pupille sembrava prendere un tal grado di incandescenza, che Villefort si sentiva divorato da lui fino al fondo del cuore. Infatto si leggeva in questo sguardo un sanguinoso rimprovero, e nello stesso tempo una terribile minaccia. Allora le pupille e gli occhi di Noirtier si alzarono al cielo come se ricordasse a suo figlio un giuramento dimenticato. — Sta bene! signore, replicò Villefort dal fondo del cortile, sta bene! abbiate pazienza anche per un giorno; ciò che ho detto è detto.
Noirtier parve sedato da queste parole, e i suoi occhi si voltarono con indifferenza da un’altra parte.
Villefort si sbottonò violentemente l’abito che lo soffocava, si passò una mano livida sulla fronte e rientrò nel suo gabinetto. La notte scorse fredda e tranquilla; tutti andarono a letto e dormirono come d’ordinario in questa casa. Solo, come egualmente d’ordinario, Villefort non andò in letto quando vi andarono gli altri, e lavorò fino alle cinque del mattino, per riveder gli ultimi interrogatorii fatti il giorno innanzi dai magistrati istruttori, e confrontare le deposizioni dei testimonii, ed a spargere la chiarezza in tutto il suo atto d’accusa, uno dei più energici, e dei più abilmente concepiti che avesse mai esteso.
Era la dimane il lunedì in cui doveva aver luogo la prima seduta della Corte delle Assise. Quel giorno, Villefort lo vide spuntare tetro e sinistro, e la sua luce bluastra venne a far rilucere sulla carta le linee tracciate con l’inchiostro rosso. Il magistrato che si era per un momento addormito, mentre la sua lucerna mandava gli ultimi sospiri, si risvegliò al crepitio del lucignolo che stava per ispegnersi, colle dita umide ed imporporate come se le avesse intinte nel sangue: aprì la finestra, una gran striscia color d’arancio traversava in lontano il cielo e troncava in due l’ombra dei sottili pioppi che si disegnavano sull’orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di là del cancello dei marroni, un’allodola saliva verso il cielo, facendo sentire il suo canto chiaro e mattutino. L’aria umida dell’alba inondò la testa di Villefort, e gli rinfrescò la memoria:
— Sarà per oggi, diss’egli con uno sforzo; oggi l’uomo che terrà la spada della giustizia nella sua mano, deve colpire ovunque si ritrovano dei colpevoli.
I suoi sguardi si portarono suo malgrado in traccia della finestra di Noirtier, la finestra in cui il giorno innanzi aveva veduto il vecchio. La tenda era tirata.
Eppure l’immagine di suo padre gli era talmente presente, che si voltò a questa finestra chiusa come se fosse stata aperta, e tuttor vedesse il vecchio in atto di minacciare.
— Sì, mormorò egli, sì, sii tranquillo.
La testa gli cadde sul petto, e colla testa così inchinata, fe’ il giro del gabinetto, indi finalmente si gettò vestito sur un sofà, meno per dormire che per ammorbidire le sue membra intirizzite dalla fatica, e dal freddo del lavoro che penetra fin dentro la midolla delle ossa.
Un poco per volta tutti gl’individui della famiglia si risvegliarono: Villefort, dal suo gabinetto, intese i successivi rumori che costituiscono, per così dire, la vita della casa, le porte messe in movimento, il tintinnio del campanello della sig.ª de Villefort che chiamava la cameriera, i primi gridi del fanciullo che si alzava allegro e contento, come sogliono fare tutti i fanciulli della sua età.
Villefort suonò egli pure. Il nuovo cameriere entrò da lui portandogli i giornali ed una tazza di cioccolata.
— Che cosa mi portate? domandò Villefort.
— Una tazza di cioccolata. — Non l’ho domandata, chi si prende dunque questa cura di me?
— La signora; ella ha detto che il signore oggi parlerà molto senza dubbio nella causa dell’assassinio, e che avrà bisogno di rinforzarsi.
Ed il cameriere depose sulla tavola vicina al sofà, tavola come tutte le altre sopraccaricata di carte, la tazza d’argento dorata. Il cameriere uscì. Villefort guardò un momento la tazza con sembiante cupo, indi d’un subito la prese con un movimento convulsivo, e ne bevve d’un solo fiato il contenuto. Si sarebbe detto che egli sperava che questa bevanda fosse stata mortale, e che chiamava la morte per liberarlo da un dovere che gli comandava una cosa più difficile del morire: indi si alzò e passeggiò pel suo gabinetto con una specie di sorriso, terribile a vedersi. Il cioccolato era inoffensivo, ed il sig. de Villefort non ne provò alcun danno. L’ora della colazione giunse, ed il sig. de Villefort non comparve a tavola. Il cameriere rientrò nel gabinetto. — La sig.ª fa avvisato il signore, disse egli, che sono suonate le undici, e che l’udienza è per mezzogiorno.
— Ebbene! fece Villefort, avanti?
— La signora ha fatta la sua toletta: ella è pronta, e chiede se andrà in compagnia del signore?
— E dove? — Al palazzo. — Per far che?
— La sig.ª dice che desidera assistere a questa seduta.
— Ah! fece Villefort con un accento quasi spaventoso, il desidera! — Il domestico rinculò di un passo: — Se il signore desidera uscire solo, andrò a dirlo alla signora.
Villefort restò un momento muto, egli si raschiava colle unghie la pallida guancia circondata da una barba nera ebano. — Dite alla signora, rispose egli finalmente, che io desidero di parlarle, e che la prego di aspettarmi nelle sue camere. — Sì, signore. — Poi ritornate per farmi la barba e per vestirmi. — Sul momento. — Il cameriere disparve di fatto per ricomparire, fece la barba a Villefort, e lo aiutò a vestirsi solennemente di nero. Indi quando ciò fu finito:
— La signora ha detto che ella aspettava il signore tosto che avesse finito di vestirsi.
— Vi vado. — E Villefort, colle filze di carte sotto il braccio, col cappello in mano, si diresse verso l’appartamento di sua moglie. Alla porta egli si fermò, si asciugò col fazzoletto il sudore che gli colava sulla livida fronte. Indi spinse la porta. La sig.ª de Villefort era assisa sur un divano, sfogliando con impazienza dei giornali e degli opuscoli che il giovine Edoardo si divertiva a mettere in pezzi, prima ancora che sua madre avesse avuto il tempo di terminarne la lettura. Ella era completamente vestita per uscire; il cappello l’aspettava posto sopra una sedia, ella aveva messo i guanti. — Ah! eccovi finalmente, disse colla sua voce naturale e tranquilla; mio Dio! quanto siete pallido, signore! dunque lavorate tutta la notte? perchè non siete venuto a far colazione con noi? Ebbene! mi condurrete voi, o andrò sola con Edoardo? — La sig.ª de Villefort, come si vede, aveva moltiplicate le domande per ottenere una risposta; ma il sig. de Villefort era rimasto freddo e muto come una statua. — Edoardo, disse Villefort fissando sul fanciullo uno sguardo imperativo, andate a scherzare nella sala, bisogna che io parli a vostra madre. — La sig.ª de Villefort vedendo questo freddo portamento, questo tuono risoluto, questi preparativi preliminari assai strani, fremette. Edoardo aveva alzata la testa, aveva guardato sua madre, vedendo che ella non confermava l’ordine del sig. de Villefort, si era rimesso a tagliar la testa ai suoi soldati di piombo. — Edoardo! gridò il sig. de Villefort così rozzamente che il fanciullo balzò sul tappeto, mi capite? andate!
Il fanciullo, che non era abituato a questo trattamento, si alzò in piedi ed impallidì, sarebbe stato difficile il dire se era la collera o la paura. Suo padre andò da lui, lo prese per un braccio, e lo baciò sulla fronte: — Va, diss’egli, figlio mio, va. — Il sig. de Villefort andò alla porta e la chiuse dietro a lui con doppio giro di chiave. — Oh! mio Dio, fece la giovano sposa guardando suo marito fin nel profondo dell’anima, e sforzando un sorriso che agghiacciò l’impassibilità di Villefort, che c’è dunque?
— Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite ordinariamente? — articolò chiaramente e senza preamboli il magistrato, postosi fra la moglie e la porta. La sig.ª de Villefort provò ciò che deve provare la lodola quando vede il falco restringere i suoi cerchi mortali sulla testa. Un tuono rauco, tronco, che non era nè un grido nè un sospiro, le sfuggì dal petto, ed ella impallidì fino a diventar livida.
— Signore, disse ella, io.... io non capisco. — E siccome si era sollevata in un parossismo di terrore, in un secondo parossismo, senza dubbio più forte del primo, si lasciò ricadere sul cuscino del divano. — Io vi domandava, continuò Villefort con voce perfettamente tranquilla, in qual luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso mio suocero il sig. di Saint-Méran, mia suocera, Barrois, e mia figlia Valentina.
— Ah! gridò la sig.ª de Villefort giungendo le mani, che dite mai? — Non appartiene a voi l’interrogarmi, a voi sta il rispondere!
— Al giudice o al marito? balbettò la sig.ª de Villefort.
— Al giudice, signora! al giudice! — Era uno spettacolo terribile il vedere il pallore di questa donna, l’angoscia del suo sguardo, il tremito di tutto il suo corpo.
— Ah! signore! mormorò ella, ah! signore!:.. e non disse altro.
— Voi non rispondete, signora! gridò il terribile interrogatore: indi soggiunse, con un sorriso che spaventava ancor più della sua collera; è vero però che non negate!
Ella fece un movimento.
— E non potreste negarlo, aggiunse Villefort, stendendo la mano verso di lei come per afferrarla in nome della giustizia; avete compiti questi diversi delitti con una impudente furberia, ma che però non poteva ingannare le persone disposte per la loro affezione ad esser cieche sul vostro conto. Fin dalla morte della sig.ª de Saint-Méran, ho saputo che v’era un avvelenatore in casa mia, il sig. d’Avrigny me ne aveva prevenuto; dopo la morte di Barrois, Dio mi perdoni, i miei sospetti si son portati sopra un altro, sur un angelo! i miei sospetti, che anche quando non vi è delitto, vegliano incessantemente accesi nel fondo del mio cuore, ma dopo la morte di Valentina non vi è più alcun dubbio per me, signora, e non solo per me, ma ancora per altri; così il vostro delitto conosciuto ora da due persone, sospettato da molti, diventerà pubblico, e, come vi diceva or ora, non è più un marito che vi parla, è un giudice!
La giovane sposa nascose il viso fra le mani. — Oh! signore, ve ne supplico, non credete alle apparenze.
— Sareste vile? gridò Villefort con un accento di disprezzo. In fatto ho sempre notato che gli avvelenatori son sempre vili. Sareste vile, voi che avete avuto l’orribile coraggio di vedere spirare davanti ai vostri occhi due vecchi ed una giovanetta assassinata da voi?
— Signore! Signore!
— Sareste vile, continuò Villefort con una crescente esaltazione, voi che avete contati uno a uno i minuti di quattro agonie? voi che avete combinato i vostri disegni infernali, rimescolate le vostre infami bevande con una abilità ed una precisione sì miracolosa? Voi che avete sì ben calcolato tutto, avreste dimenticato di calcolare una cosa sola, vale a dire che potevate essere condotta alla rivelazione dei vostri delitti? Oh! questo è impossibile, ed avrete riserbato qualche veleno più dolce, più sottile, e più mortale degli altri, per isfuggire alla punizione che vi è dovuta... lo avrete fatto, almeno lo spero. — La sig.ª de Villefort si contorse le mani, e cadde in ginocchio. — Lo so bene.... lo so bene, disse egli, confessate; ma la confessione fatta ai giudici, la confessione fatta nell’ultimo momento, la confessione fatta quando non si può più negare, è una confessione che non diminuisce niente la punizione che essi infliggono al colpevole!
— La punizione! gridò la sig.ª de Villefort, signore! avete pronunziato due volte questa parola!
— Senza dubbio. Forse che per essere quattro volte colpevole avete creduto di sfuggirla? forse che per essere la moglie di quello che domanda la punizione degli altri rei, avete creduto che la vostra punizione non vi sarebbe stata? No! signora, no! Chiunque sia, il patibolo aspetta l’avvelenatore, se soprattutto, come vi diceva poco fa, l’avvelenatore non ha avuto la cura di conservare per sè qualche goccia del suo più sicuro veleno. — La sig.ª de Villefort mandò un grido selvaggio, e lo schifoso ed indomabile terrore invase i suoi lineamenti scomposti. — Oh! non temete il patibolo, signora, disse il magistrato, se mi avete ben capito dovete avere capito che non potete morire sopra un patibolo. — No, io non ho capito; cosa volete dire? balbettò la disgraziata donna completamente atterrata.
— Voglio dire, che la moglie del primo magistrato della capitale non macchierà colla sua infamia un nome rimasto senza macchia, e non disonorerà nel medesimo tempo suo marito e suo figlio.
— No! oh! no? — Ebbene! signora, questa sarà una buona azione per parte vostra, ed io ve ne ringrazio.
— Mi ringraziate, e di che? — Di ciò che avete detto.
— E che cosa ho io detto? ho perduto la testa; non comprendo più niente, mio Dio! mio Dio! — Ed ella si alzò coi capelli sparsi, e le labbra schiumose. — Voi avete risposto, signora, a quella interrogazione che vi ho fatta entrando qui; dove avete il veleno di cui d’ordinario vi servite? — La sig.ª de Villefort alzò le braccia al cielo, e battè convulsivamente le mani l’una contro l’altra: — No, no, vociferò ella; no, voi non volete questo.
— Ciò che io non voglio, signora, si è che compariate al patibolo, capite? rispose Villefort.
— Oh! signore, grazia!
— Ciò che io voglio, è che sia fatta giustizia. Io sono sulla terra per punire, signora, aggiunse egli con uno sguardo fiammeggiante, e tutt’altra donna, fosse ancora una regina, io la manderei al carnefice; ma per voi sarò misericordioso: vi ho detto: non avete voi, signora, conservato qualche goccia del vostro veleno più dolce, più pronto, più sicuro?
— Oh! perdonatemi, signore, lasciatemi vivere!
— Ella è vile, disse Villefort. — Pensate che son vostra moglie! — Io penso che voi siete un’avvelenatrice. — In nome del cielo!.... — No! — In nome dell’amore che avete avuto per me! — No! no!
— In nome di nostro figlio! ah! lasciatemi vivere!
— No! no! no! vi dico; se vi lascio vivere, verrà un giorno che ucciderete lui come tutti gli altri.
— Io! uccidere mio figlio! gridò questa madre selvaggia slanciandosi verso Villefort; io uccidere il mio Edoardo!... ah! ah! ah! — Ed un riso spaventoso, un riso di demonio, un riso di pazza compì la frase e si perdè in un rantolo sanguinoso. La sig.ª de Villefort era caduta ai piedi di suo marito. Villefort si era avvicinato a lei: — Pensateci, signora, diss’egli, se al mio ritorno non è stata fatta giustizia, vi denunzio di mia propria bocca, e vi arresto colle mie proprie mani. — Ella ascoltava anelante, abbattuta, oppressa; il suo occhio solo viveva in lei e copriva un fuoco terribile. — Voi mi capite! disse Villefort; vado alla seduta per chiedere la morte d’un’assassino... Se al mio ritorno vi ritrovo viva, questa sera dormirete alla Conciergerie. — La sig.ª de Villefort mandò un sospiro, i suoi nervi si distesero, ella stramazzò sul tappeto. Il procurator del Re sembrò provare un movimento di pietà, la guardò men severamente, ed inchinandosi leggermente ad essa: — Addio, signora, diss’egli; addio! — Questo addio cadde come un coltello mortale sul cuore della sig.ª de Villefort. Ella svenne. Il procurator del Re uscì, e, nell’uscire, chiuse la porta a doppio giro.
CVIII. — LE ASSISE.
L’affare di Benedetto, come si diceva allora al Palazzo e nella società, aveva prodotto una enorme sensazione. Uno dei frequentatori del Caffè di Parigi, del baluardo di Gand, e del bosco di Boulogne, il falso Cavalcanti, durante il tempo che era rimasto a Parigi, e nei due o tre mesi in cui aveva fatto un mondo di conoscenze. I giornali avevano raccontato le diverse stazioni del prevenuto nella sua vita di galera; ne risultava la più viva curiosità, in tutti coloro particolarmente che avevan conosciuto di persona il principe Andrea Cavalcanti; per cui questi erano soprattutto risoluti ad arrischiare qualunque cosa per andare a vedere sul banco degli accusati il sig. Benedetto, l’assassino del suo compagno di catena. Per molte persone, Benedetto era se non una vittima, almeno un errore della giustizia: si era veduto a Parigi il sig. Cavalcanti padre, e si aspettava di vederlo di nuovo comparire per reclamare il suo illustre rampollo. Un buon numero di persone che non avevano mai inteso parlare del famoso soprabito alla polacca col quale era sbarcato presso il conte di Monte-Cristo, si erano sentiti colpire dall’aria di dignità, dalla nobiltà, e dalla scienza di mondo che aveva mostrato il vecchio patrizio, il quale, bisogna dirlo, sembrava un signore perfetto, tutte le volte che non parlava o non faceva calcoli d’aritmetica.
In quanto allo stesso accusato, molte persone si ricordavano di averlo veduto così amabile, così bello, così prodigo, ch’essi amavan meglio credere qualche macchinazione per parte di un nemico, come se ne trova in questo mondo, in cui le grandi fortune elevano i mezzi di fare il male ed il bene all’altezza del maraviglioso ed alla potenza dell’inaudito. Ciascuno accorse adunque alla seduta della Corte delle Assise, gli uni per gustare lo spettacolo, gli altri per commentarlo. Fin dalle sette del mattino si faceva la fila al cancello, ed un’ora prima dell’apertura della seduta, la sala era già piena di persone privilegiate. Prima dell’ingresso della Corte, e qualche volta anche dopo, una sala d’udienza nei giorni dei grandi processi rassomiglia molto ad una sala di conversazione, in cui molte persone si riconoscono, si parlano, quando sono abbastanza vicini da non perdere i loro posti, si fanno segni quando son separati da un troppo gran numero di popolo, d’avvocati e di gendarmi. Era una di quelle magnifiche giornate di autunno che qualche volta ci compensano di un’estate assente o accorciata; le nubi che il sig. de Villefort aveva vedute la mattina velare il sole nascente, si erano dissipate come per magìa, e lasciavano risplendere in tutta la sua purezza uno degli ultimi, uno dei più bei giorni di settembre.
Beauchamp, uno dei re della stampa e che per conseguenza ha il suo trono da per tutto, guardava coll’occhialino a dritta e a sinistra. Egli scoperse Château-Renaud e Debray che eran giunti a guadagnarsi le buone grazie di un sergente di città, e lo avevano risoluto a mettersi dietro di loro invece di stargli davanti, come sarebbe stato di suo diritto. Il degno messo aveva odorato il segretario intimo del ministro ed il milionario; egli si mostrò pieno di riguardi per i suoi nobili vicini, e lor permise anche di andare a fare una visita a Beauchamp, promettendo di conservare loro i posti. — Ebbene! disse Beauchamp, noi dunque veniamo a vedere il nostro amico!
— Eh! mio Dio! sì! rispose Debray, questo degno principe; vadano al diavolo tutti i principi senza principato.
— Un uomo che ha avuto Dante per genealogista, e che rimonta alla Divina Commedia!
— Nobiltà da corda, disse flemmaticamente Château-Renaud. — Egli sarà condannato, n’è vero? domandò Debray.
— Eh! caro mio, rispose il giornalista, è a voi, mi sembra, che bisogna domandarlo: voi conoscete meglio di noi l’aria degli uffizii; avete veduto il presidente all’ultima soirée del vostro ministro?
— Sì. — E che vi ha detto? — Una cosa che vi maraviglierà.
— Ah! parlate dunque presto, amico caro, è tanto tempo che non abbiam più detto niente su questo argomento.
— Ebbene! mi ha detto che Benedetto, che si ritiene come una fenice di astuzia, come un gigante di furberia, non è che un borsaiolo molto subalterno, molto stupido, e del tutto indegno delle esperienze che si faranno, dopo la sua morte sopra i suoi organi frenologici.
— Bah! fece Beauchamp; egli però rappresentava molto passabilmente la parte di principe.
— Per voi Beauchamp, che detestate questi disgraziati principi e che siete incantato ogni qual volta potete ritrovare in loro dei modi cattivi; ma non per me che adoro per istinto la nobiltà, e che rilevo una famiglia aristocratica, qualunque ella sia, da vero bracco del blasone.
— Così, non avete mai creduto al suo principato?
— Alla sua aria da principe, sì... al suo principato no.
— Non c’è male, disse Debray; vi assicuro che per tutt’altri che per voi poteva passare; l’ho veduto dai ministri.
— Ah! sì, disse Château-Renaud; sì davvero che i nostri ministri se ne intendono di principi!
— Vi è del buon senso in quanto dite Château-Renaud, rispose Beauchamp ridendo clamorosamente; la frase è corta, ma bella: vi chiedo il permesso di poterne usare nel mio rendi-conto.
— Prendetela, mio caro Beauchamp, disse Château-Renaud, vi regalo la mia frase per quanto vale.
— Ma, disse Debray a Beauchamp, se ho parlato al presidente, voi dovete aver parlato al procuratore del Re?
— Impossibile! da otto giorni il sig. de Villefort si tien celato; ciò è naturale: questa strana sequela di dispiaceri domestici, coronati dalla morte non meno strana di sua figlia...
— Morte strana! che dite dunque Beauchamp?
— Ah! sì, fate dunque l’interrogatore, sotto il pretesto che ciò che accade fra la nobiltà di toga non lo sapete, disse Beauchamp applicandosi la lente all’occhio e sforzandosi di tenerla ferma col solo sopracciglio.
— Mio caro signore, disse Château-Renaud, permettetemi di dirvi che, per tenere così la lente voi non siete della forza di Debray. Debray, date dunque una lezione al sig. Beauchamp.
— Osservate, disse Beauchamp, non mi sbaglio.
— Che è dunque? — È lei. — Chi è? — La si diceva partita. — Madamigella Eugenia? domandò Château-Renaud, sarebbe di già ritornata?
— No, ma sua madre. — La sig.ª Danglars?
— Andiamo, disse Château-Renaud, è impossibile; dieci giorni dopo la fuga di sua figlia, tre giorni dopo il fallimento di suo marito! — Debray arrossì leggermente e seguì la direzione dello sguardo di Beauchamp.
— Andiamo diss’egli, è una donna velata, una donna sconosciuta, qualche principessa straniera, forse anche la madre del principe Cavalcanti; ma voi dicevate o piuttosto volevate dire una cosa molto interessante, Beauchamp, mi sembra.
— Io? — Sì, parlavate della strana morte di Valentina.
— Ah! è vero: ma perchè la sig.ª de Villefort non è qui?
— Povera e cara donna! disse Debray, ella senza dubbio è occupata a distillare l’acqua di melissa, per gli ospedali, ed a comporre dei cosmetici per sè e per le sue amiche: sapete che ella ha speso per questo divertimento due o tre mila scudi per anno, a quanto si assicura. Veniamo al fatto, avete ragione, perchè non è qui la sig.ª de Villefort? l’avrei veduta con molto piacere, amo molto questa donna.
— Ed io, disse Château-Renaud, la detesto.
— Perchè? — Non so niente. Perchè si ama e perchè si detesta? la detesto per antipatia. — O sempre per istinto.
— Può darsi... ma torniamo a ciò che dicevate, Beauchamp.
— Ebbene? non siete curiosi di saper perchè si muore così spesso ed all’improvviso in casa Villefort?
— Spesso! la parola è bella, disse Château-Renaud.
— La parola è vera in casa del sig. de Villefort, ma torniamo a lui.
— In fede mia! disse Debray, vi confesso che non perdo di vista questa casa apparata a lutto da tre mesi, e ieri l’altro ancora, a proposito della morte di Valentina, la sig.ª *** me ne parlava.
— E chi è la sig.ª ***? domandò Château-Renaud.
— La moglie del ministro; per bacco!
— Ah! perdono, disse Château-Renaud, io non vado dai ministri, lascio andarvi i principi.
— Voi non eravate che bello, ora diventate fulminante, caro barone; abbiate pietà di noi, altrimenti ci brucerete come un altro Giove.
— Non dirò più niente, disse Château-Renaud; ma che diavolo! abbiate pietà di me, non mi date la replica.
— Vediamo, cerchiamo di giungere alla meta del nostro dialogo, Beauchamp; vi diceva dunque che ieri l’altro la sig.ª *** mi domandava delle informazioni su questo argomento; istruitemi, ed io istruirò lei.
— Ebbene! signori, se si muore così spesso, io mantengo la frase, nella casa Villefort, ciò è perchè nella casa vi è un assassino. — I giovani rabbrividirono poichè già più d’una volta era loro venuta la stessa idea.
— E chi è questo assassino? domandarono tutti ad un tempo.
— Il giovine Edoardo. — Uno scoppio di risa dei due uditori non isconcertò in alcun modo l’oratore, che continuò:
— Sì, signori, il giovine Edoardo, fanciullo fenomeno-logico che uccide già come il padre e la madre.
— Questo è uno scherzo?
— Niente affatto; ieri ho preso uno dei domestici che è uscito dalla casa del sig. de Villefort: ascoltate bene questo.
— Noi ascoltiamo.
— E che io licenzio domani, perchè mangia enormemente per rimettersi dal digiuno di terrore che si era imposto in quella casa. Ebbene? sembra che questo caro fanciullo abbia messo la mano su qualche boccetta di droghe di cui egli usa di tempo in tempo contro quelli che gli dispiacciono. Primieramente toccò al nonno ed alla nonna Saint-Méran, che gli dispiacquero, e loro versò alcune gocce del suo elixir: tre gocce bastano; indi toccò al bravo Barrois, vecchio servitore del Nonno Noirtier, il quale sgridava a quando a quando l’amabile monello; ei gli versò tre gocce del suo elixir; e fu fatta; così accadde pure alla povera Valentina, che non lo sgridava, ma di cui egli era geloso: le versò tre gocce del suo elixir, e per essa come per tutti gli altri tutto fu finito.
— Ma che diavol di racconto ci fate? disse Château-Renaud. — Sì, disse Beauchamp, un racconto dell’altro mondo n’è vero? — È un’assurdità, disse Debray.
— Ah! riprese Beauchamp, ecco che già cercate mezzi dilatorii! che diavolo, domandatelo al mio domestico, o piuttosto a quello che domani non sarà più mio domestico; questa è la voce che corre in tutta la famiglia.
— Ma questo elixir, dov’è? qual è? — Diamine! il fanciullo lo nasconde.
— Dove l’ha preso? — Nel laboratorio di sua madre.
— Sua madre ha dunque dei veleni nel suo laboratorio?
— Lo so io forse? mi fate delle domande da procurator del Re: ripeto ciò che mi è stato detto, ecco tutto; vi cito nome ed autore: non posso far di più; il povero diavolo non mangiava più dallo spavento.
— È incredibile!
— Ma, no, mio caro, ciò non è incredibile del tutto: avete veduto l’anno scorso quel fanciullo della strada Richelieu che si divertiva ad uccidere i suoi fratelli e le sue sorelle immergendo loro delle spille nelle orecchie mentre dormivano. La generazione che viene dopo di noi, è molto precoce, mio caro!
— Caro mio, disse Château-Renaud, scommetto che voi non credete una parola di tutto ciò che ci avete raccontato... Ma non vedo il conte di Monte-Cristo; come mai non è qui?
— Egli è degenerato, fece Debray; e poi non vorrà comparire davanti a tutti, che è stato ingannato da tutti questi Cavalcanti i quali sono venuti a lui con delle false lettere credenziali, di modo che egli si trova allo scoperto di un centinaio di migliaia di franchi, ipotecati sul suo principato.
— A proposito, domandò Beauchamp, come sta Morrel?
— In fede mia, disse il gentiluomo, sono stato tre volte in casa sua, e non l’ho mai ritrovato, però sua sorella non mi è sembrata inquieta, e mi ha detto, con molto buon viso, che non lo ha più veduto da due o tre giorni, ma che è certa ch’egli sta bene.
— Ah! ora che vi penso! il conte di Monte-Cristo non può venire nella sala! disse Beauchamp.
— E perchè? — Perchè egli è attore nel dramma.
— Ma forse egli pur ha assassinato qualcuno? domandò Debray.
— Ma no, è lui, al contrario, che hanno voluto assassinare: sapete bene che uscendo dalla sua casa quel degno signore di Caderousse è stato assassinato dal suo giovine amico Benedetto: sapete bene che in casa sua fu trovato quel famoso gilè nel quale era la lettera che venne a sconvolgere la sottoscrizione del contratto di matrimonio: vedetelo, è là tutto insanguinato come capo di convinzione. — Ah! molto bene! — Zitti! signori, ecco la Corte; ai nostri posti!
Infatto si fece sentire un gran rumore nel pretorio; il sergente di città chiamò i due protetti con un hem! energico, e l’usciere comparendo sulla soglia della sala delle deliberazioni, gridò con quella voce aspra che gli uscieri avevano fin dal tempo di Beaumarchais: — La corte, signori!
CIX. — L’ATTO D’ACCUSA.
I giudici si collocarono ai loro seggi in mezzo al più profondo silenzio; i giurati si assisero al loro posto; il sig. de Villefort, oggetto dell’attenzione, e direm quasi dell’ammirazione generale, si pose col berretto in testa, sul suo seggio, girando uno sguardo tranquillo intorno a sè. Ciascuno guardava con maraviglia questa figura grave e severa, sulla impassibilità della quale sembrava che i dolori personali non avessero alcuna possa, e si guardava con una specie di terrore quell’uomo estraneo all’emozioni dell’umanità. — Gendarmi! disse il presidente, conducete l’accusato.
A queste parole, la pubblica attenzione divenne più attiva, e tutti gli occhi si fissarono sulla porta dalla quale doveva entrare Benedetto. Ben presto questa porta si aprì e comparve l’accusato. La impressione fu la stessa su tutti, e nessuno s’ingannò alla espressione della sua fisonomia; i suoi lineamenti non portavano l’impronta di quella profonda emozione che fa affluire il sangue al cuore e scolora la fronte e le guance. Le mani, graziosamente poste, una per tenere il cappello, l’altra all’apertura del gilè di picchè bianco, non erano agitate da alcun fremito; l’occhio era placido ed anzi brillante. Appena entrato nella sala, lo sguardo del giovine si mise a percorrere tutte le file dei giudici e degli assistenti, e si fermò più lungamente sul presidente e particolarmente sul procuratore del Re. Vicino ad Andrea si pose l’avvocato ch’egli aveva scelto, avvocato nominato di ufficio (poichè Andrea non aveva voluto occuparsi di questi particolari, ai quali sembrava non attaccasse alcuna importanza), giovine dai capelli d’un biondo chiaro, col viso rosso da una emozione cento volte più sensibile di quella del prevenuto. Il presidente domandò la lettura dell’atto di accusa, redatto, come si sa, dalla penna abile ed implacabile di Villefort. Durante questa lettura, che fu lunga, e che per tutt’altri sarebbe stata opprimente, la pubblica attenzione non cessò di portarsi sur Andrea, che ne sostenne il peso colla tranquillità d’animo di uno Spartano. Giammai Villefort non era forse stato così conciso nè così eloquente: il delitto era rappresentato sotto i colori più vivi: gli antecedenti del prigioniero, la sua trasfigurazione, la filiazione dei suoi atti da una età molto tenera, erano dedotti con tutta l’abilità che la pratica della vita e la conoscenza del cuore umano poteva somministrare ad uno spirito così elevato, qual era quello del procuratore del Re.
Con questo solo preambolo, Benedetto era perduto per sempre nella pubblica opinione, mentre essa aspettava, che fosse punito più materialmente dalla legge. Andrea non presentò la minima attenzione alle successive accuse che si elevavano e ricadevano su di lui: il sig. de Villefort che lo esaminava spesso, e che senza dubbio continuava sur esso gli studii psicologici che aveva avuto così spesso l’occasione di fare sopra altri accusati, il sig. de Villefort non potè una sola volta fargli abbassare gli occhi, per quanta fosse la fermezza e la profondità del suo sguardo. Finalmente terminò la lettura.
— Accusato, disse il presidente, il vostro nome e cognome.
Andrea si alzò: — Perdonatemi, disse egli con una voce tranquilla, il cui suono vibrava perfettamente puro, vedo che voi imprendete un ordine di domande nel quale non posso seguirvi: ho la pretensione, che starà a me il giustificare in seguito, di essere una eccezione agli ordinarii accusati. Vogliate dunque, ve ne prego, permettermi di rispondere seguendo un ordine diverso; non risponderò neppure a tutto. — Il presidente sorpreso guardò i giurati, che guardarono il procurator del Re. Una gran sorpresa si manifestò in tutta l’assemblea. Ma Andrea non parve menomamente commoversi: — La vostra età? disse il presidente; risponderete a questa domanda?
— A questa, come alle altre, risponderò, ma a suo tempo.
— La vostra età? ripetè il magistrato.
— Ho 21 anno, o piuttosto li avrò fra qualche giorno, essendo nato nella notte del 27 al 28 settembre 1817.
Il sig. de Villefort, che era occupato a prendere una nota, alzò la testa nel sentire questa data.
— Dove siete nato? continuò il presidente.
— Ad Auteuil, vicino a Parigi, rispose Benedetto.
Il sig. de Villefort alzò una seconda volta la testa, guardò Benedetto come se avesse guardato la testa di Medusa, e divenne livido. In quanto a Benedetto, portò graziosamente alle sue labbra l’angolo di un fazzoletto di fina battista.
— La vostra professione? domandò il presidente.
— Prima ho fatto il falsario, disse Andrea con la massima tranquillità del mondo; in seguito son passato a fare il ladro, e recentemente mi son fatto assassino. — Un mormorio o piuttosto una tempesta di indignazione e di sorpresa scoppiò in tutte le parti della sala; i giudici stessi lo guardarono stupefatti, i giurati manifestarono il più gran disgusto per quel cinismo, che tanto poco si aspettavano da un uomo elegante. Il sig. de Villefort appoggiò una mano sulla sua fronte che, di pallida era divenuta rossa e bollente; di repente si alzò, guardando intorno a sè come un uomo demente: gli mancava l’aria. — Cercate qualche cosa, sig. procurator del Re? domandò Benedetto col suo sorriso più obbligante. — Il sig. de Villefort non rispose, tornò a sedersi o, per meglio dire, ricadde nel suo seggio.
— È forse adesso pervenuto, che voi acconsentite di dire il vostro nome? domandò il presidente. L’affettazione brutale che avete messa nell’enumerare i vostri differenti delitti, che avete qualificati per vostra professione; la specie di punto di onore che vi attaccate, cosa di cui, in nome della morale e del rispetto dovuto alla umanità, la corte deve biasimarvi severamente, ecco forse la ragione che vi ha fatto ritardare a dire il vostro nome: volevate far spiccare questo nome per mezzo dei titoli che lo precedono.
— Pare incredibile, sig. presidente, disse Benedetto col tuono di voce più grazioso e colle maniere più gentili, che voi abbiate letto così bene nel fondo del mio pensiero; fu infatto con questo scopo che vi pregai d’invertire l’ordine delle domande. — Lo stupore era al colmo; non vi era più nelle parole dell’accusato nè sfrontatezza, nè cinismo; l’uditorio commosso presentiva un qualche fulmine rumoreggiante nel fondo di questa tetra nube.
— Ebbene! disse il presidente, il vostro nome?
— Non posso dirvi il mio nome, perchè non lo so; ma so quello di mio padre e posso dirvelo.
Un doloroso abbagliamento acciecò Villefort: si videro cadere dalle guance alcune gocce di sudore ripetute sui fogli, ch’egli rimescolava con mano convulsiva e smarrita.
— Allora dite il nome di vostro padre, riprese il presidente. — Non un soffio, non un respiro turbava il silenzio di questa immensa assemblea; tutti aspettavano. — Mio padre è un procurator del Re, rispose tranquillamente Andrea.
— Procuratore del Re! disse con istupore il presidente senza notare lo svolgimento che si operava sulla figura del sig. de Villefort; procurator del Re!
— Sì, e poichè volete saperne il nome... si chiama de Villefort! — L’espressione così lungamente trattenuta dal rispetto che si porta in seduta alla giustizia, si fece campo, come un tuono, dal fondo di tutti i petti; la corte stessa non pensò a reprimere questo movimento della moltitudine. Le interiezioni, le ingiurie scagliate contro Benedetto che rimaneva impassibile, i gesti energici, il movimento dei gendarmi, il sogghigno di quella parte fangosa che, in tutte le assemblee, sale alle superficie nei movimenti di commozione e di scandalo, tutto ciò durò cinque minuti, prima che i magistrati e gli uscieri fossero riusciti a ristabilire il silenzio. In mezzo a tutto questo rumore si sentiva la voce del presidente che gridava: — Vi prendete giuoco della giustizia, accusato, ed oserete dare ai vostri concittadini lo spettacolo di una corruzione che, in una epoca che però non lascia niente a desiderare sotto questo rapporto, non avrebbe ancora avuto il suo eguale! — Dieci persone si sollecitavano intorno al procuratore del Re, a metà oppresso sul suo seggio, e gli offrivano consolazioni, incoraggiamenti, proteste di zelo e di simpatia. La calma si era ristabilita nella sala, ad eccezione d’un punto in cui un gruppo abbastanza numeroso si agitava e si urtava. Una donna, dicevasi, era svenuta; le si era fatto respirare dei sali, e si andava rimettendo. Andrea, durante tutto questo tumulto, aveva voltata la sua faccia sorridente verso l’assemblea; indi, appoggiandosi con una mano sul riparo di quercia del banco, e ciò con l’attitudine più graziosa: — Signori, diss’egli, non piaccia a Dio che io cerchi d’insultare la corte e di fare, in presenza di questa onorevole assemblea, un inutile scandalo. Mi si domanda quanti anni ho, lo dico; mi si domanda ove sono nato, io rispondo; mi si domanda il mio nome, non posso dirlo, perchè i miei genitori mi hanno abbandonato. Ma posso bene senza dire il mio nome, poichè non lo so, dire quello di mio padre: ora, lo ripeto, mio padre si chiama de Villefort, e son pronto a provarlo.
Nell’accento di questo giovine vi era una certezza, una convinzione, una energia che ridussero il tumulto in silenzio. Gli sguardi si voltarono un momento sul procuratore del Re, che conservava nel suo posto la immobilità di un uomo che il fulmine abbia cambiato in cadavere.
— Signori, continuò Andrea comandando il silenzio col gesto e colla voce, vi devo la prova e la spiegazione delle mie parole.
— Ma, gridò il presidente irritato, nella istruzione avete dichiarato di chiamarvi Benedetto, avete detto di essere orfano, e vi siete assegnata la Corsica per patria.
— Io nell’istruzione ho detto ciò che mi conveniva di dire, poichè non voleva che s’indebolisse o che si sospendesse, il che non sarebbe mancato di accadere, il fragore solenne che voleva dare alle parole. Or vi ripeto che sono nato ad Auteuil nella notte del 27 al 28 settembre 1817, e che sono figlio del sig. procurator del Re Villefort. Ne volete voi delle particolarità? sono pronto a darvele. Nacqui al primo piano della casa N. 28, strada della Fontana, in una camera parata di damasco rosso. Mio padre mi raccolse nelle sue braccia dicendo a mia madre che io era morto, mi avvolse in un pannolino marcato con le lettere L ed N, e mi portò entro una cassetta in giardino ove mi seppellì vivo. — Un fremito percorse tutti gli assistenti, quando videro che la sicurezza del prevenuto ingrandiva a seconda dello spavento del sig. de Villefort. — Ma come sapete voi tutti questi particolari? domandò il presidente.
— Ve lo dirò, sig. presidente. Nel giardino in cui mio padre mi aveva sepolto, si era introdotto in quella stessa notte un uomo che l’odiava mortalmente, e che lo appostava da lungo tempo per compiere su lui una vendetta Corsa. L’uomo si era nascosto dietro un albero; egli vide mio padre nascondere un deposito sotto terra, e lo percosse con un colpo di coltello, mentre terminava questa operazione: indi, credendo che questo deposito fosse un qualche tesoro, lo dissotterrò e mi trovò ancor vivo. Quest’uomo mi portò all’ospizio dei trovatelli ove fui inscritto sotto il N. 37. Tre mesi dopo sua cognata fece il viaggio da Rogliano a Parigi per venirmi a cercare, mi reclamò come suo figlio e mi portò seco. Ecco in che modo, quantunque nato ad Auteuil, fui allevato in Corsica. — Vi fu un momento di silenzio così profondo, che, senza l’ansietà che si vedeva respirare da mille petti, si sarebbe creduta vuota la sala.
— Continuate, disse la voce del presidente.
— Certamente, continuò Benedetto, io poteva essere felice presso questa brava gente, che mi adorava; ma il mio naturale, non so se perverso sin dal nascer mio, o se per la società dei perversi si pervertisse, e col crescer degli anni più perverso si facesse, alla fine la vinse su tutte le virtù che mia madre adottiva cercava di versarmi in seno; ingrandii nel male, e giunsi a commettere dei delitti. Un giorno, finalmente, in cui malediceva la provvidenza per avermi fatto, io diceva, così cattivo per vedermi precipitato in uno stato così schifoso, mio padre adottivo mi disse: «non bestemmiare, disgraziato! poichè Dio ti ha dato alla luce senza collera, il delitto viene da tuo padre e non da te, nè da altri; da tuo padre che ti aveva destinato all’inferno se tu morivi, alla miseria se un miracolo ti conservava in vita.» Da quel giorno cessai di bestemmiare, ma maledii mio padre; ed ecco perchè ho fatto qui sentire le parole, che voi mi avete rimproverate, sig. presidente; ecco perchè ho causato lo scandalo di cui freme ancora questa assemblea. Se questo è un delitto di più, punitemi; ma se vi ho convinto che dal giorno in cui nacqui il mio destino si faceva fatale, doloroso, lamentevole, amaro, compiangetemi!
— Ma vostra madre? domandò il presidente.
— Mia madre mi credeva morto, mia madre non era colpevole: non ho voluto saperne il nome, e non la conosco.
In questo momento un grido acuto, che terminò in un singulto, s’intese nel mezzo del gruppo che circondava, come lo abbiamo detto, una donna. Questa donna cadde in un violento attacco di nervi, fu portata fuori dal pretorio, nel tempo che si trasportava, il fitto velo che le nascondeva il viso si scostò, e fu riconosciuta la sig.ª Danglars. Ad onta dell’oppressione dei suoi sensi snervati, ad onta del ronzio che fremeva alle sue orecchie, e della specie di follia che sconvolgeva il suo cervello, Villefort la riconobbe, e si sollevò.
— Le prove? le prove? disse il presidente; prevenuto, ricordatevi che questo tessuto d’orrori ha bisogno di essere sostenuto colle prove più luminose.
— Le prove? disse Benedetto ridendo, le volete? — Sì.
— Ebbene! guardate il sig. de Villefort, e poi domandatemi ancora delle prove. — Ciascuno si voltò verso il procurator del Re, che sotto il peso di questi mille sguardi indirizzati su di lui, si avanzò nel recinto del tribunale, vacillando coi capelli in disordine ed il viso solcato dalla pressione delle sue unghie. L’assemblea intera mandò un lungo mormorio di maraviglia. — Mi si domandano delle prove, padre mio, disse Benedetto a Villefort, volete che io loro le dia?
— No, balbettò de Villefort con voce soffocata, è inutile.
— Come inutile? gridò il presidente; che intendete dire?
— Intendo dire, gridò il procuratore del Re, che io mi dibatterei invano sotto la pressa mortale che mi schiaccia; signori, io sono, lo riconosco, colpito dalla mano di Dio vendicatore. Non date prove! non ve ne bisognano: tutto ciò che ha detto questo giovine è vero.
Un silenzio cupo e pesante come quello che precede le catastrofi della natura, avvolse nel suo manto di piombo tutti gli assistenti, ai quali si drizzavano i capelli sulla lesta.
— E che! sig. de Villefort, gridò il presidente, voi non cedete ad una allucinazione! che! voi godete della pienezza delle vostre facoltà mentali! si concepirebbe facilmente come un’accusa così strana, così imprevista, così terribile, avesse potuto turbare il vostro spirito; vediamo, rimettetevi. — Il procuratore del Re scosse la testa. I suoi denti sbatterono con violenza come nell’uomo divorato dalla febbre, e non pertanto egli era d’un pallore mortale.
— Io godo di tutte le mie facoltà, signore, disse egli; il corpo soffre, e ciò si capisce: mi riconosco colpevole di tutto ciò che questo giovine ha pronunziato contro di me e fin da questo momento mi metto in casa mia a disposizione del procuratore del Re mio successore.
E pronunziando queste parole con voce sorda e quasi estinta, il sig. de Villefort si diresse vacillando verso la porta, che con un movimento macchinale gli venne aperta dall’usciere di servizio. L’assemblea, tutta intera, rimase muta e costernata da questa rivelazione e da questa confessione, che facevano uno scioglimento così terribile alle diverse peripezie che da quindici giorni agitavano l’alta società parigina. — Ebbene! disse Beauchamp, che ci vengano ora a dire che non v’è il dramma in natura.
— In fede mia, disse Château-Renaud, amerei meglio finirla come il sig. de Morcerf: un colpo di pistola mi sembrava più dolce dopo una simile catastrofe.
— E poi ammazza, disse Beauchamp.
— Ed io che per un momento avevo avuto l’idea di sposare sua figlia! disse Debray. Ha fatto bene a morire, mio Dio! la povera fanciulla!
— La seduta è finita, signori, disse il presidente, e la causa viene rimessa alla prossima sessione. L’affare deve essere istruito di nuovo, e confidato ad un altro magistrato.
In quanto ad Andrea sempre così tranquillo e molto più interessante, lasciò la sala scortato dai gendarmi, che gli usarono involontariamente dei riguardi.
— Ebbene! che ne pensate di tutto ciò, mio bravo uomo! domandò Debray al sergente di città facendogli sdrucciolare un luigi nella mano.
— Vi saranno delle circostanze attenuanti! rispose questi.
CX. — L’ESPIAZIONE.
Il sig. de Villefort aveva veduto aprirsi davanti a sè le file della folla, per quanto fosse compatta. I grandi dolori sono talmente venerabili, che non vi è esempio, anche nei tempi più disgraziati, che il primo movimento della folla riunita non sia stato un movimento di simpatia per una gran catastrofe. Molte persone odiate sono state assassinate in una sommossa; difficilmente un disgraziato, fosse pur reo, è stato insultato dagli uomini che assistevano al suo giudizio di morte. Villefort traversò adunque il sentiero di spettatori, di guardie, di messi del Palazzo, e si allontanò, riconosciuto colpevole dalla propria confessione, ma protetto dal suo dolore. Vi sono delle situazioni che gli uomini afferrano per loro istinto, ma che non possono commentare col loro spirito; il più gran poeta, in questo caso, è colui che manda il grido più veemente e più naturale. La folla prende questo grido per un intiero racconto, ed ha ragione di contentarsene, e più ragione ancora di ritrovarlo sublime quando è vero. Del resto, sarebbe difficile di dire lo stato di stupore nel quale si trovava Villefort uscendo dal Palazzo, e di dipingere quella febbre che faceva battere tutte le sue arterie, che irrigidiva le sue fibre, che gonfiava e rompeva tutte le sue vene, e che disseccava ciascun punto del suo corpo mortale con un milione di patimenti. Villefort si trascinò lungo i corridori, guidato soltanto dall’abitudine, si gettò dalle spalle la toga magistrale, non perchè pensasse lasciarla per convenienza, ma perchè ella era un fardello opprimente, una veste di Nesso feconda di torture: giunse vacillando fino al cortile Delfino, riconobbe la sua carrozza, risvegliò il cocchiere, nell’aprirla da sè stesso, e si lasciò cadere sui cuscini mostrando col dito la direzione del sobborgo Sant’Onorato. Il cocchiere partì.
Tutto il peso della sua crollata fortuna veniva a ricadergli sulla testa, e lo schiacciava: egli non ne sapeva le conseguenze; non le aveva misurate; le sentiva; non ragionava sul codice, come fa il freddo assassino che ne comenta un articolo conosciuto. Egli aveva Dio in fondo al cuore.
— Dio, mormorava egli senza neppure sapere ciò che diceva, Dio! Dio! — Non vedeva che Dio dietro la frana che si era formata. La carrozza andava con prestezza; Villefort, nell’agitarsi sul cuscino, sentì qualche cosa che lo incomodava. Portò la mano a quest’oggetto: era un ventaglio dimenticato dalla sig.ª de Villefort, fra il cuscino e lo schienale della carrozza; questo ventaglio risvegliò in lui un ricordo, e questo fu come un lampo in mezzo alla notte; pensò allora a sua moglie... — Oh! gridò egli come se un ferro rovente gli avesse trapassato il cuore. — Infatto da un’ora non aveva più sotto gli occhi che una prospettiva della sua miseria, ed ecco che di repente se ne offriva al suo spirito un’altra non meno terribile.
Questa moglie! egli aveva fatto con lei la parte di giudice inesorabile, l’aveva condannata a morte, ed ella, colpita dal terrore, oppressa dai rimorsi, inabissata sotto l’onta che le aveva fatta coll’eloquenza della sua irreprensibile virtù, ella, povera donna, debole e senza difesa contro un potere assoluto e supremo, ella forse si preparava in quel momento medesimo a morire! Era scorsa un’ora dal momento della sua condanna; senza dubbio in quel momento ella ripassava tutti i suoi delitti nella memoria, domandava grazia a Dio, scriveva per implorare in ginocchio il perdono del suo virtuoso consorte, perdono che ella comprava con la sua morte. — Villefort mandò un secondo ruggito di dolore e di rabbia.
— Ah! gridò egli rotolandosi sulla seta della sua carrozza, questa donna non è divenuta rea, se non perchè mi ha toccato. Io traspiro il delitto, ed ella ha contratto il delitto come si contrae il tifo, il colera, la peste, ed io la punisco!... Io oso dirle pentitevi e morite... Io... Oh! no! no! ella vivrà... mi seguirà... Noi fuggiremo, lascieremo la Francia dietro di noi finchè la terra potrà portarci. Io le parlava di patibolo!... Gran Dio! come mai ho osato di pronunziar questa parola! me pure aspetta il patibolo!... Noi fuggiremo... Sì, mi confesserò a lei; sì, tutti i giorni le dirò umiliandomi, che io pure ho commesso un delitto... Oh! alleanza della tigre col serpente! Oh! degna moglie di un marito quale sono io!... È necessario che ella viva, è necessario che la mia infamia faccia impallidire la sua! — E Villefort rompendo un cristallo del davanti: — Presto! gridò con una voce che fece balzare il cocchiere sul seggio. — I cavalli, trasportati dalla paura, volarono fino alla casa.
— Sì! sì! ripeteva a sè stesso Villefort a seconda che si avvicinava alla casa, sì, bisogna che questa donna viva, bisogna ch’ella si penta e che allevi mio figlio, il mio povero figlio, il solo, coll’indistruggibile vecchio, che è sopravvissuto alla distruzione della mia famiglia. Ella lo ama, per lui ella ha fatto tutto. Non bisogna mai disperare del cuore di una madre che ama suo figlio; ella si pentirà: nessuno saprà che fu colpevole; questi delitti commessi in casa mia e di cui la società già s’inquieta, saranno dimenticati col tempo, e se qualche nemico se ne risovverrà, ebbene! io li prenderò sulla lista dei miei delitti. Uno, due, tre di più, che importa: mia moglie si salverà portando seco dell’oro, e soprattutto portando seco mio figlio, lungi dal golfo in cui mi sembra che il mondo debba cadere con me. Ella vivrà, sarà ancora felice, poichè tutto il suo amore è riposto in suo figlio, e suo figlio non la lascerà. Io avrò fatta una buona azione; questa mi alleggerisce il cuore.
Ed il procuratore del re respirò più liberamente. La carrozza si fermò nel cortile del palazzo. Villefort si slanciò dal montatoio sulla scala; vide i domestici sorpresi per vederlo ritornare così presto; non lesse altro sulla loro fisonomia; nessuno gli indirizzò la parola; si fermavano davanti a lui come d’ordinario, per lasciarlo passare: ecco tutto. Egli passò davanti alla camera di Noirtier, e, dalla porta semiaperta, vide due ombre, ma non si curò di sapere chi stava con suo padre; altrove lo attirava la sua inquietudine: — Andiamo, diss’egli salendo la scaletta che conduceva al pianerottolo che metteva all’appartamento di sua moglie ed alla camera vuota di Valentina; andiamo, qui nulla è stato cambiato. — Prima di tutto chiuse la porta del pianerottolo. — Bisogna che nessuno ci disturbi, diss’egli; bisogna che io possa parlarle liberamente, accusarmi davanti a lei, dirle tutto... — Si avvicinò alla porta, mise la mano sulla maniglia di cristallo, la porta cedè.
— Non è chiusa! bene! benissimo! mormorò egli.
Ed entrò nel salotto ove tutte le sere si erigeva un letto per Edoardo; poichè quantunque in collegio, Edoardo ritornava la sera; sua madre non aveva mai voluto nella notte separarsi da lui. Con un colpo d’occhio abbracciò tutto il salotto: — Nessuno! diss’egli; ella è certamente nella stanza da dormire. — Si slanciò verso la porta. Vi era il catenaccio, si fermò fremendo. — Luigia! gridò egli.
Gli sembrò sentir smuovere un mobile. — Luigia! ripetè.
— Chi è là? domandò la voce di quella che veniva chiamata. — Gli sembrò che questa voce fosse più debole dell’ordinario. — Aprite, aprite, gridò Villefort, sono io!
Ma ad onta di quest’ordine, e del tuono angoscioso col quale era stato dato, la porta non si aprì. Villefort la sfondò con un calcio. All’entrata della camera che metteva nel suo gabinetto, la sig.ª de Villefort era in piedi, pallida, coi lineamenti contratti e con gli occhi che guardavano con una spaventosa immobilità. — Luigia, Luigia, diss’egli, che avete? parlate! — La giovane sposa stese verso di lui la mano intirizzita e livida. — Tutto è fatto, signore, diss’ella con un rantolo che sembrava squarciarle la gola, che volete dunque ancora di più? — E cadde sul tappeto.
Villefort corse a lei, le afferrò la mano. Questa mano stringeva convulsivamente una boccetta di cristallo col turacciolo d’oro... La signora de Villefort era morta.
Villefort, ebbro d’orrore, rinculò fin sul limitare della camera e guardò il cadavere: — Mio figlio! gridò egli d’un subito, dov’è mio figlio? Edoardo! Edoardo! — E si precipitò fuor dell’appartamento gridando: — Edoardo! Edoardo! — Questo nome era pronunciato con tale un accento d’angoscia che i domestici accorsero. — Mio figlio, dov’è mio figlio? domandò Villefort, che si allontani dalla casa... ch’egli non veda...
— Il sig. Edoardo non è a basso, signore, rispose il cameriere.
— Senza dubbio scherzerà in giardino; cercate! cercate!
— No signore; sua madre lo ha chiamato sarà circa mezz’ora, il sig. Edoardo è entrato nella stanza della signora, e non è più uscito. — Un sudore di ghiaccio inondò la fronte di Villefort, i piedi traballarono sul pavimento, le idee cominciarono a girargli nella testa, come il sistema di ruote disordinate d’un orologio che si rompe. — Presso la signora, — mormorò egli, e ritornò lentamente indietro, asciugandosi la fronte con una mano, appoggiandosi con l’altra alla parete del muro. Rientrando nella camera bisognava rivedere il corpo della disgraziata consorte. Per chiamare Edoardo, bisognava risvegliare l’eco in quell’appartamento cambiato in un feretro: il parlare era un risvegliare il silenzio della tomba. Villefort sentì la lingua paralizzarglisi in bocca.
— Edoardo! Edoardo! balbettò egli. — Il fanciullo non rispondeva. Il cadavere della sig.ª de Villefort era steso a traverso la porta del gabinetto nel quale si ritrovava necessariamente Edoardo, questo cadavere sembrava vegliare sulla soglia cogli occhi fissi ed aperti, con una spaventevole e misteriosa ironia sulle labbra. Dietro il cadavere, la portiera rialzata lasciava scorgere una parte del gabinetto, un piano-forte, e l’estremità di un divano di seta blu. Villefort fece tre o quattro passi in avanti, e sul divano vide suo figlio steso. Il fanciullo senza dubbio dormiva. Il disgraziato ebbe un lampo di gioia, un raggio di pura luce discese in quell’inferno nel quale si dibatteva: non si trattava dunque che di passare al di sopra del cadavere, entrar nel gabinetto, prendere il fanciullo fra le braccia, e fuggir con lui lontano. Villefort non era più quell’essere la cui squisita corruzione facevano il tipo dell’uomo invilito: era una tigre colpita a morte, che lascia i denti rotti nella sua ultima ferita: ei non aveva più paura dei pregiudizii, ma dei fantasmi. Fece uno slancio e saltò al disopra del cadavere, come se si trattasse di oltrepassare un braciere ardente; rialzò il fanciullo fra le braccia, lo scosse, il chiamò: ma il fanciullo non rispose; portò le sue avide labbra sulle guance di lui, ma esse eran livide, agghiacciate; ne palpò le membra, erano irrigidite, gli appoggiò la mano sul cuore... il cuore più non batteva, il fanciullo era morto.
Un foglio piegato in quattro cadde dal petto di Edoardo. Villefort fulminato si lasciò cadere sulle sue ginocchia, il fanciullo gli sfuggì dalle braccia inerti, e rotolò a lato della madre. Villefort raccolse il foglio, riconobbe il carattere di sua moglie, e lo percorse avidamente: ecco ciò che conteneva:
«Voi sapete se io era buona madre, poichè per mio figlio mi resi colpevole! una buona madre non parte senza suo figlio!»
Villefort non poteva credere alla sua ragione, si trascinò verso il corpo di Edoardo, e lo esaminò anco una volta con quell’attenzione che mette la lionessa nel guardare il lioncello morto; indi un grido gli sfuggì dal petto:
— Dio! sempre Dio! — Queste due vittime lo spaventavano; ei sentiva l’orrore della solitudine popolata da due cadaveri: fin allora sostenuto dalla rabbia, da quell’immensa facoltà degli uomini forti, dalla disperazione, da quell’impeto irresistibile dell’agonia, che spingeva i Titani a dar la scalata al cielo. Villefort curvò la testa sotto il peso del dolore, si rialzò sulle ginocchia, scosse i capelli umidi pel sudore, irti per lo spavento, e colui che non aveva mai avuto pietà d’alcuno, andò a ritrovare il vecchio suo padre per aver nella sua debolezza qualcuno a cui raccontare la sua infelicità, qualcuno presso cui piangere; discese la scaletta che conosciamo, entrò nella camera di Noirtier; questi sembrava attento ad ascoltare tanto affettuosamente, quanto lo permetteva la sua immobilità l’abate Busoni, sempre tranquillo e freddo come il solito; Villefort riconoscendo l’abate si portò la mano alla fronte, il passato gli ritornò come uno di quei flutti che sollevano più schiuma degli altri; si risovvenne dalla visita che aveva fatto all’abate alcuni giorni dopo il pranzo d’Auteuil, e di quella fattagli il giorno stesso della morte di Valentina.
— Voi qui, signore, diss’egli, voi dunque non comparite che per iscortar la morte? — Busoni si alzò; e vedendo l’alterazione del viso del magistrato, lo splendor feroce dei suoi occhi, capì, o credè capire che la scena delle Assise era compita: egli ignorava il resto. — Son venuto per pregare sul corpo di vostra figlia, — rispose l’abate.
— E oggi che cosa venite a fare?
— Vengo a dirvi che voi mi avete pagato abbastanza il vostro debito, e che da questo momento vado a pregare Iddio, affinchè pure si contenti come me. — Mio Dio! fece Villefort addietrando con lo spavento sulla fronte, questa non è la voce dell’abate Busoni. — No! — L’abate si strappò la falsa tonsura, scosse la testa, ed i lunghi capelli neri, cessando di essere compressi, ricaddero sulle sue spalle ed inquadrarono il pallido suo viso: — Questo è il viso del sig. di Monte-Cristo, gridò Villefort con gli occhi stravolti.
— Non è neppur questo sig. procuratore del Re, cercate meglio, e più lontano.
— Questa voce dove mai l’ho intesa per la prima volta?
— L’avete intesa per la prima volta a Marsiglia, sono ventitrè anni, il giorno dei vostri sponsali con madamigella de Saint-Méran. Cercate nei vostri registri.
— Voi non siete Busoni? non siete Monte-Cristo? Mio Dio siete quel nemico nascosto, implacabile, mortale!... io senza dubbio ho fatto qualche cosa contro di voi a Marsiglia; oh! me disgraziato!
— Sì, tu hai ragione, così disse il conte incrociando le braccia sul suo largo petto; cerca! cerca!
— Ma che ti ho dunque fatto? gridò Villefort il cui spirito già ondeggiava sul limitare ove si confondono la ragione e la demenza in una caligine che non è più nè sogno nè veglia; che ti ho io dunque fatto? di’! parla! parla!
— Voi mi avete condannato ad una morte lenta e schifosa, avete ucciso mio padre, mi avete tolto l’amore colla libertà, e la felicità con l’amore!
— Chi siete? chi siete dunque? mio Dio!
— Sono lo spettro d’un disgraziato che avete sepolto nelle carceri del castello d’If. A questo spettro uscito finalmente dalla sua tomba, il cielo ha messo la maschera del conte di Monte-Cristo, e lo ha ricoperto di diamanti e d’oro perchè non lo riconosciate che oggi.
— Ah! ti riconosco, ti riconosco! disse il procuratore del Re; tu sei...
— Sono Edmondo Dantès!
— Tu sei Edmondo Dantès! gridò il procuratore del Re, afferrando il conte pel pugno; allora vieni!
E lo trascinò per la scala, per la quale Monte-Cristo meravigliato lo seguì, ignorando egli stesso ove il procuratore del Re lo conducesse, prevedendo qualche nuova catastrofe.
— Osserva! Edmondo Dantès, diss’egli mostrando al conte il cadavere di sua moglie ed il corpo di suo figlio, osserva! guarda, sei tu ben vendicato?...
Monte-Cristo impallidì a quest’orribile spettacolo, comprese che aveva oltrepassato i diritti della vendetta. E si gettò con un sentimento d’angoscia inesprimibile sul corpo del fanciullo, gli riaprì gli occhi, ne tastò il polso, e si slanciò con lui nella camera di Valentina, che chiuse a doppio giro.
— Il figlio mio! gridò Villefort, egli m’invola il cadavere di mio figlio! Oh! maledizione! infelicità! morte su te! — E volle slanciarsi dietro a Monte-Cristo; ma, come in un sogno, sentì i piedi prendere radice, gli occhi si dilatarono in un modo da rompere le orbite, le dita, ricurvate sulla carne del petto, vi si internarono gradatamente finchè il sangue arrossì le sue unghie; le vene delle tempia si gonfiarono di spiriti bollenti che andarono a sollevare la volta troppo stretta del suo cranio, ed immersero il cervello in un diluvio di fuoco. Questa immobilità durò molti minuti, fino a che fu compito lo spaventoso rovescio della sua ragione. Allora mandò un grido seguito da un lungo scoppio di risa, e si precipitò per le scale. Un quarto d’ora dopo, si riaprì la camera di Valentina, ricomparve il conte di Monte-Cristo pallido, coll’occhio tetro, il petto oppresso, tutti i lineamenti della sua figura, ordinariamente così tranquilla, erano sconvolti dal dolore.
Egli teneva fra le sue braccia il fanciullo al quale nessun soccorso aveva potuto rendere la vita. Mise un ginocchio a terra, e lo depose religiosamente vicino a sua madre, colla testa appoggiata sul petto di lei: indi, rialzandosi, uscì, ed incontrando un domestico sulla scala: — Dov’è il sig. de Villefort? domandò egli.
Il domestico senza rispondere, con la mano gli additò la parte che conduceva al giardino. Monte-Cristo discese la scalinata, si avanzò verso il luogo designato, e vide in mezzo ai servitori, che facevano cerchio intorno a lui, Villefort con una vanga in mano che frugava la terra con una specie di rabbia: — Non è ancor qui, diceva egli; non è ancor qui!
E frugava un poco più lontano. Monte-Cristo si avvicinò a lui e gli disse a bassa voce con un tuono quasi umile:
— Signore, avete perduto un figlio; ma...
Villefort lo interruppe: egli non aveva nè ascoltato nè inteso. — Oh! lo ritroverò, diss’egli; avete un bel pretendere ch’egli non c’è più, lo ritroverò, dovessi cercarlo fino al giorno del giudizio finale. — Monte-Cristo addietrò con terrore. — Oh! diss’egli; è pazzo! — E, come avesse temuto che i muri della casa maledetta crollasser su di lui, si slanciò nella strada, dubitando per la prima volta se aveva o no il diritto di fare quel che aveva fatto.
— Oh! basta, basta così, salviamo l’ultimo.
E rientrando in casa sua, Monte-Cristo incontrò Morrel, che entrava nel palazzo dei Campi-Elisi.
— Preparatevi, Massimiliano, gli disse con un sorriso, domani lasciamo Parigi.
— Non avete più niente da fare? domandò Morrel.
— No, rispose Monte-Cristo, e Dio voglia che non abbia fatto anche troppo. — La dimane infatto essi partirono. Bertuccio restava presso il sig. Noirtier.
CXI. — LA PARTENZA.
Gli avvenimenti che erano accaduti tenevano occupata tutta Parigi. Emmanuele e sua moglie se li raccontavano, con una sorpresa ben naturale, nel loro salotto della strada Meslay; confrontavano queste tre catastrofi tanto improvvise, quanto inattese, di Morcerf, di Danglars e di Villefort. Massimiliano, che era venuto a far loro una visita, li ascoltava, o piuttosto assisteva alla loro conversazione, immerso nella sua insensibilità abituale.
— In verità, diceva Giulia, non si direbbe, Emmanuele, che tutte queste ricche persone, ieri così felici, avessero dimenticato, nel calcolo sul quale avevano stabilita la loro fortuna, la loro felicità e la loro considerazione, la parte dovuta al genio cattivo, e che questi, come nelle cattive fate dei racconti di Perrault, che avevano dimenticato d’invitare a qualche nozze, o a qualche festino, fosse poi comparso d’improvviso per vendicarsi di questa fatale dimenticanza.
— Quanti disastri, diceva Emmanuele pensando a Morcerf e a Danglars.
— Quanti patimenti! diceva Giulia, ricordandosi di Valentina, che per un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello.
— Se è Dio che li ha colpiti, diceva Emmanuele, ciò è perchè Dio, che è la suprema bontà, nulla ha ritrovato nella vita passata di quelle genti, che meritasse l’attenuazione della pena, e perchè quella gente era maledetta.
— Non sei tu ben temerario nel tuo giudizio, Emmanuele? disse Giulia. Quando mio padre, colla pistola alla mano, era sul punto di bruciarsi le cervella, se qualcuno avesse detto, come tu dicevi: quest’uomo ha meritata la sua pena, questo qualcuno non si sarebbe sbagliato?
— Sì, ma Dio non ha permesso che nostro padre soccombesse, come non ha permesso che Abramo sacrificasse suo figlio; al patriarca, come a noi, inviò un angelo che tagliò a mezza strada le ali alla morte.
Terminava appena di pronunziare queste parole, quando risuonò il campanello. Era il segnale dato dal portinaro che giungeva una visita. Quasi nel medesimo punto si aprì la porta del salotto, e comparve il conte di Monte-Cristo sulla soglia. Fu un doppio grido di gioia per parte dei due giovani sposi. Massimiliano rialzò la testa, e la lasciò tosto ricadere. — Massimiliano, disse il conte senza far sembiante di notare le diverse impressioni che la sua presenza aveva prodotte nei suoi ospiti; io vengo a cercarvi.
— A cercarmi? disse Morrel, come se fosse uscito da un sogno.
— Sì, disse Monte-Cristo, non è convenuto che vi avrei condotto meco, non vi ho prevenuto ieri di tenervi pronto?
— Eccomi, disse Massimiliano, era venuto a dir loro addio.
— E dove andate, sig. conte? domandò Giulia.
— Da prima a Marsiglia, signora.
— A Marsiglia! ripeterono insieme i due sposi.
— Sì, e vi prendo vostro fratello.
— Ah! disse Giulia, riconducetelo guarito.
Morrel voltò la faccia per nascondere il vivo rossore.
— Vi siete dunque accorti che non istava bene?
— Sì, rispose la giovane sposa, ed ho paura ch’egli si annoi a stare con noi. — Io lo distrarrò, riprese il conte.
— Son pronto, signore, disse Morrel, addio, miei buoni amici, addio Emmanuele, addio Giulia!
— Come! addio? gridò Giulia; voi partite così subito, senza preparativi, senza passaporti?
— Questi sono particolari che raddoppiano il dispiacere delle separazioni, disse Monte-Cristo, e Massimiliano, ne sono sicuro, avrà operato con cautela, questo è quanto io gli aveva raccomandato.
— Ho il mio passaporto, e la mia valigia è fatta, disse Morrel colla sua monotona tranquillità.
— Benissimo, disse Monte-Cristo sorridendo, si riconosce l’esattezza di un buon soldato.
— E ci lasciate in tal modo? disse Giulia, sul momento, voi non ci accordate neppur un giorno, neppure un’ora?
— La mia carrozza è alla porta, signora; è necessario che fra cinque giorni io sia a Roma.
— Ma Massimiliano non va a Roma? disse Emmanuele.
— Io vado ove piacerà al conte di condurmi, io appartengo a lui anche per un mese.
— Oh! mio Dio, in che modo lo dice, sig. conte!
— Massimiliano mi accompagna, disse il conte con la sua persuasiva affabilità, tranquillatevi adunque sul conto di vostro fratello.
— Addio sorella mia! ripetè Morrel; addio Emmanuele.
— Egli mi strazia il cuore con la sua non curanza, disse Giulia! oh! Massimiliano, tu ci nascondi qualche cosa.
— Bah! disse Monte-Cristo, lo vedrete ritornare gaio, allegro e contento. — Massimiliano lanciò a Monte-Cristo uno sguardo quasi sdegnoso, quasi irritato.
— Partiamo! disse il conte.
— Prima che partiate, sig. conte, disse Giulia, permetteteci di dirvi tutto ciò che l’altro giorno...
— Signora, rispose il conte prendendole le mani, tutto ciò che direste non varrà mai ciò che io leggo nei vostri occhi, ciò che il vostro cuore ha pensato, ciò che il mio ha sentito. Come i benefattori da romanzo, avrei dovuto partire senza rivedervi; ma questa virtù sarebbe stata al di sopra delle mie forze, perchè sono un uomo debole e vanitoso, perchè lo sguardo timido, ilare e tenero dei miei simili mi fa del bene. Ora io parto, e spingo l’egoismo fino a dirvi: non mi dimenticate, amici miei, poichè probabilmente non mi rivedrete più.
— Non vi rivedremo più! gridò Emmanuele, mentre che due grosse lagrime scorrevano sulle guance di Giulia, non vi rivedremo più! non siete dunque un uomo, siete un angiolo che ci lascia, risalite al cielo dopo essere comparso sulla terra per farvi del bene!
— Non parlate così, riprese vivamente Monte-Cristo, non dite mai tali cose, amici miei; gli angeli non fanno mai del male, essi sanno a qual punto debbano fermarsi: il caso, le occasioni, le combinazioni non sono mai più forti di loro. No, io sono un uomo, Emmanuele, e la vostra ammirazione è tanto ingiusta quanto sono profanazioni le vostre parole, — e strinse sulle labbra la mano di Giulia che si precipitò fra le sue braccia, mentre stendeva l’altra mano ad Emmanuele; indi, strappandosi da questa casa, dolce nido di cui la felicità era l’ospite, con un segno attirò dietro a sè Massimiliano, passivo, insensibile e costernato come era dal momento della morte di Valentina.
— Rendete la gioia a mio fratello! — disse Giulia all’orecchio di Monte-Cristo: questi le strinse la mano come l’aveva a lei stretta undici anni prima sulla scala che conduceva al gabinetto di Morrel. — Vi fidate sempre di Sindbad il Marinaro? le domandò egli sorridendo. — Oh! sì!
— Ebbene dunque! addormentatevi in pace e nella confidenza del Signore. — Come lo abbiam detto, la carrozza di posta aspettava, quattro vigorosi cavalli sollevavan le criniere, e battevano il pavimento con impazienza. Ai piè della scalinata, Alì aspettava col viso lucido pel sudore; sembrava giungere da lunga corsa. — Ebbene! gli domandò il conte in arabo, sei stato dal vecchio? — Alì fece segno di sì. — E gli hai aperta la lettera sotto gli occhi nel modo che ti aveva ordinato?
— Sì, fece ancora rispettosamente lo schiavo.
— E che cosa ha detto, o piuttosto che cosa ha fatto?
Alì si pose sotto la luce, in modo che il padrone potesse vederlo, ed imitando colla sua intelligenza la fisonomia del vecchio, chiuse gli occhi come faceva Noirtier quando voleva dire: sì. — Bene! egli accetta, disse Monte-Cristo, partiamo! — Non aveva appena lasciata sfuggire questa parola, che già la carrozza si mosse, ed i cavalli sollevarono dal pavimento un nembo di polvere misto a scintille. Massimiliano si accomodò nel suo angolo senza dire una parola. Passò una mezz’ora: la carrozza si fermò di repente; il conte aveva tirata la funicella di seta che corrispondeva al dito d’Alì. Il moro discese ed aprì lo sportello. La notte sfavillava di stelle. Erano all’alto della salita di Villejuif, sulla spianata di dove si vede Parigi, che, come un tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano flutti fosforescenti, più numerosi, più appassionati, più mobili, più furiosi, più avidi di quelli dell’oceano irritato, flutti che non conoscono la calma del vasto mare, che si urtano sempre, che schiumeggiano sempre, che sempre inghiottiscono!.... Il conte restò solo, e dopo un segno della sua mano, la carrozza fece alcuni passi in avanti. Allora considerò lungamente, colle braccia incrociate, questa fornace ove vengono a fondersi, a torcersi tutte quelle idee che si slanciano dal golfo bollente per andare ad agitare il mondo; indi allorchè ebbe ben fermato il suo sguardo possente sopra questa babilonia:
— Gran città! mormorò egli inchinando la testa e giungendo le mani come se avesse pregato; sono meno di sei mesi che io ho oltrepassato le tue porte. Io credeva che lo spirito della Provvidenza mi vi avesse condotto, ora me ne riconduce trionfante; il segreto della mia speranza nelle tue mura io l’ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto leggere nel mio cuore, egli solo conosce che mi ritiro senza odio, senza orgoglio, ma non senza dispiaceri: egli solo sa che io non ho fatto uso nè per me nè per vane cause del potere di cui mi ha fornito. O gran città! nel tuo seno palpitante io ritrovai ciò che cercava; minatore paziente, ho rimescolate le tue viscere per farne uscire il male; ora la mia opera è compita, quella che ho creduta la mia missione è terminata; ora tu non puoi più offrirmi nè gioie nè dolori, addio! Parigi! addio! — Il suo sguardo passeggiò ancora sulla vasta pianura, come quello di un genio notturno; indi passando la sua mano sulla sua fronte, risalì nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e che disparve ben presto dall’altra parte della salita fra un turbine di polvere e di rumore.
CXII. — LA CASA DEI VIALI DI MEILLAN.
Essi fecero dieci leghe senza pronunziare una sola parola. Morrel meditava, Monte-Cristo lo guardava meditare.
— Morrel, gli disse il conte, vi sareste forse pentito di avermi seguito? — No, sig. conte; ma di lasciar Parigi...
— Se io avessi creduto che la vostra felicità vi aspettava a Parigi, Morrel, vi ci avrei lasciato.
— È a Parigi che Valentina riposa, ed il lasciare Parigi è un perderla una seconda volta.
— Massimiliano, disse il conte, gli amici che abbiam perduti non riposano nella terra, essi sono sepolti nel nostro cuore, e Dio volle così, perchè noi ne fossimo sempre accompagnati. Ho due amici che mi accompagnano sempre in tal modo, uno di questi mi ha dato la vita, l’altro mi ha dato l’intelligenza. Lo spirito d’entrambi è in me. Io li consulto nei dubbi, e, se faccio qualche cosa di bene, lo debbo ai loro consigli. Consultate la voce del vostro cuore, Morrel, e domandategli se dovete continuare a farvi cattivo viso. — Amico mio, disse Massimiliano, la voce del mio cuore è ben trista e non mi promette che infortunii.
— È proprio degli spiriti indeboliti il vedere tutte le cose attraverso un velo nero; è l’anima che forma a sè stessa i suoi orizzonti: la vostra anima è tetra, ed essa vi fa vedere un cielo tempestoso.
— Ciò può essere vero, disse Massimiliano. — E ricadde nelle sue astrazioni. Il viaggio si fece con quella meravigliosa rapidità ch’era una delle prerogative del conte: le città passarono come ombre sulla loro strada; gli alberi, scossi dal primo vento d’autunno, sembravano venir loro incontro come giganti scapigliati, che fuggissero rapidamente tosto che li avevano raggiunti. La dimane di buon mattino, giunsero a Châlons, ove li aspettava il battello a vapore del conte; senza perdere un minuto, la vettura fu trasportata a bordo, i due viaggiatori erano già imbarcati. Il battello era tagliato per la corsa, lo si sarebbe detto un pirogo indiano; le sue due ruote sembravano due ali, Morrel stesso provava quella specie d’inebriamento che produce la prestezza, e qualche volta il vento, che faceva ondeggiare i suoi capelli, sembrava atto per un momento ad allontanare le nubi della sua fronte. In quanto al conte, a seconda che si allontanava da Parigi, una serenità quasi sovrumana sembrava circondarlo come un’aureola; si sarebbe detto un esiliato che ritornava nella patria. Ben presto Marsiglia, bianca, tiepida e viva: Marsiglia, la sorella cadetta di Tiro e di Cartagine, lor succeduta nell’impero del Mediterraneo; Marsiglia, sempre più giovane a seconda che invecchia, comparve ai loro occhi. Era per entrambi un aspetto fecondo di rimembranze quella torre rotonda, quel forte san Nicola, e il Palazzo di Città di Puget, questo porto cogli scali di selce ove entrambi avevano scherzato da fanciulli. Così si fermarono entrambi di comune accordo sulla Cannebière.
Una nave partiva per Algieri, i colli, i passeggieri ammassati sul ponte, la folla dei parenti, degli amici, che dicevano addio, che gridavano, che piangevano, spettacolo sempre commovente, anche per quelli che assistono ogni giorno a questo spettacolo; questo movimento non potè distrarre Massimiliano, da un’idea che aveva afferrata, dal momento in cui aveva messo il piede sui larghi dadi dello scalo. — Osservate, diss’egli, stringendo il braccio di Monte-Cristo, ecco il luogo ove si fermò mio padre quando il Faraone entrò in porto; qui il bravo uomo, che voi salvaste dalla morte e dal disonore, si gettò fra le mie braccia; sento ancora l’impressione delle sue lagrime sul mio viso, ed egli non piangeva solo, molti piangevano nel vederci piangere. — Monte-Cristo sorrise: — Io era là, diss’egli mostrando a Morrel l’angolo di una strada. — Mentre diceva così, e nella direzione che indicava il conte, s’intese un gemito doloroso, e si vide una donna che faceva segni ad un passeggiero che stava sulla nave in partenza. Questa donna era velata; Monte-Cristo la seguì con gli occhi, con una emozione, che Morrel avrebbe facilmente notata, se all’opposto del conte, i suoi occhi non fossero stati fissi sul bastimento. — Oh! mio Dio! gridò Morrel, quel giovine che saluta col cappello, quel giovine in uniforme, con la contro spallina da sottotenente, è Alberto de Morcerf!
— Sì, disse Monte-Cristo, io lo aveva riconosciuto.
— In che modo? guardate dalla parte opposta.
Il conte sorrise, come faceva quando non voleva rispondere. I suoi occhi si riportarono sulla donna velata che disparve all’angolo della strada. Egli allora si rivolse:
— Amico caro, diss’egli a Massimiliano, non avete alcuna cosa da fare in questa città?
— Ho da piangere sulla tomba di mio padre.
— Sta bene, andate ed aspettatemi laggiù; vi raggiungerò, io pure ho una pietosa visita da fare.
Morrel lasciò cadere la sua mano in quella che gli tendeva il conte, indi, con un movimento di testa, di cui sarebbe impossibile esprimere la malinconia, lasciò il conte e si diresse verso l’est della città. Monte-Cristo, allontanatosi Massimiliano, restò nello stesso luogo fin che fu passato, indi s’incamminò verso i viali di Meillan, affine di ritrovare quella piccola casa, che il principio di questa nostra istoria avrà reso famigliare ai nostri lettori. Ella si eleva ancora all’ombra dei tigli che servono di passeggiata agli oziosi Marsigliesi, tappezzata di vasti festoni di vite che s’incrociano sulla pietra ingiallita dall’ardente sole del mezzogiorno in braccia annerite e disseccate per l’età. Due scalini di pietra consunti dallo stropicciamento dei piedi conducevano alla porta d’entrata, porta fatta di tre assi che ad onta delle riparazioni annuali non avevano conosciuto il mastice e la pittura, aspettando pazientemente che ritornasse l’umidità per riavvivarle. Questa casa tutta graziosa, ad onta della sua antichità, tutta allegra, ad onta della sua apparente miseria, era pur quella che abitava altra volta il padre di Dantès. Soltanto il vecchio abitava il soffitto, ed il conte aveva messa la casa tutta intera a disposizione di Mercedès. Là entrò la donna del lungo velo che Monte-Cristo aveva veduta allontanarsi dal naviglio in partenza; ella ne chiudeva la porta al momento stesso in cui egli compariva all’angolo della strada, di modo che egli la vide sparire quasi subito dopo che la rinvenne. Per lui gli scalini usati erano antiche conoscenze, sapeva meglio di alcun altro aprire quella vecchia porta, in cui un chiodo a larga testa serviva per sollevare il nottolino. Così egli senza bussare, senza prevenire, come un amico, come un ospite, entrò. In capo ad un corridore lastricato di selci, apriva, ricco di calore di sole e di luce, un piccolo giardino, quel medesimo in cui, al posto indicato, Mercedès aveva ritrovata la somma di cui la delicatezza del conte aveva fatto risalire il deposito a ventiquattro anni; dalla soglia della porta di strada si scoprivano i primi alberi di questo giardino. Giunto sulla soglia, Monte-Cristo intese un sospiro che rassomigliava ad un singulto: questo sospiro guidò il suo sguardo, e sotto un pergolato di gelsomini della Virginia, dalle foglie fitte e dai lunghi fiori color di porpora, scoperse Mercedès assisa, inchinata e piangente. Ella aveva rialzato il velo, e sola in faccia al cielo, col viso nascosto nelle mani, dava libero sfogo ai sospiri e ai singulti, così lungamente contenuti per la presenza di suo figlio.
Monte-Cristo fece qualche passo in avanti; la sabbia strideva sotto i suoi piedi. Mercedès rialzò la testa e mandò un grido di spavento vedendo un uomo davanti a lei.
— Signora, disse il conte, non è più in mio potere di apportarvi la felicità, ma vi offro la consolazione: degnatevi di accettarla come proveniente da un amico.
— Sono infatto molto disgraziata, son sola al mondo...! non aveva che mio figlio, ed egli mi ha lasciata.
— Ed ha fatto bene, signora, replicò il conte, e ciò è prova di un cuor nobile: egli ha capito che ogni uomo deve un tributo alla sua patria, gli uni col loro ingegno, gli altri colla loro industria; questi colle loro veglie, quelli col loro sangue. Restando con voi avrebbe consumata vicino a voi la sua vita divenuta inutile; non avrebbe potuto accostumarsi ai vostri dolori: sarebbe divenuto odioso a sè stesso per impotenza; diventerà grande e forte lottando contro la sua avversità ch’egli cangerà in fortuna. Lasciatelo ricostruire il vostro e l’avvenire d’entrambi, signora; io oso promettervi ch’egli si ritrova fra mani sicure.
— Oh! disse la povera donna scuotendo tristamente la testa, questa fortuna di cui parlate, e che dal fondo del mio cuore prego Dio che gli venga concessa, io non la godrò. Tante cose si sono infrante contro di me, ed intorno a me che mi sento vicina alla tomba. Voi avete fatto bene, sig. conte, di avvicinarmi al luogo ove sono stata felice. Nel luogo ove si è stati felici là si deve morire.
— Ahimè! disse Monte-Cristo, tutte le vostre parole, signora, cadono amare e brucianti sul mio cuore; tanto più amare e più brucianti che voi avete ragione di odiarmi; sono stato io la causa di tutti i vostri mali; perchè non mi compiangete voi invece di accusarmi! voi così mi renderete molto più disgraziato ancora.
— Io odiarvi, accusare voi, voi, Edmondo... odiare, accusare l’uomo che ha salvata la vita di mio figlio, poichè non era forse vostra fatale e sanguinosa intenzione quella di uccidere al sig. de Morcerf questo figlio di cui egli andava superbo? Oh! guardatemi, e vedrete se vi è in me l’apparenza di un rimprovero. — Il conte sollevò il suo sguardo e lo fermò su Mercedès, che per metà in piedi, stendeva le mani verso di lui. — Oh! guardatemi, continuò ella con un sentimento di profonda malinconia; in oggi si può sopportare tutto lo splendore dei miei occhi, non è più il tempo in cui io veniva a sorridere ad Edmondo Dantès, che mi aspettava lassù alla finestra di quella soffitta, che abitava il suo vecchio padre... da quel tempo sono scorsi molti giorni dolorosi, che hanno scavato come un abisso fra me e quel tempo. Io accusare voi, Edmondo, odiarvi, amico mio! no! è me che accuso e che odio! oh! miserabile che sono, gridò ella giungendo le mani ed alzando gli occhi al cielo, sono io stata punita...? io aveva la religione, l’innocenza, l’amore, questi tre beni che formano gli angeli, e, miserabile che sono stata, ho dubitato di Dio. — Monte-Cristo fece un passo verso di lei, e le stese silenziosamente la mano.
— No, diss’ella ritirando dolcemente la sua, no, amico mio, non mi toccate: mi avete risparmiata, e ciò non ostante io era la più colpevole di quanti avete colpito. Tutti gli altri hanno operato per odio, per cupidigia, per egoismo; ma io ho operato per viltà. Essi desideravano, io ho avuto paura. No, non mi stringete la mano, Edmondo; voi meditate qualche parola affettuosa, lo sento, non la dite, riserbatela per un’altra, non ne sono più degna. Guardate... (ella scoperse del tutto il suo viso) guardate, le disgrazie hanno fatto i miei capelli grigi; i miei occhi hanno versato tante lagrime, che essi sono accerchiati di vene violette; la mia fronte si riempie di rughe. Voi, al contrario, Edmondo, siete sempre giovine, sempre bello, sempre altiero, e perchè avete avuta la forza, e perchè vi siete confidato in Dio, e Dio vi ha sostenuto. Io, sono stata vile, l’ho rinnegato, e Dio mi ha abbandonata. — Mercedès si struggeva in lagrime; il cuore della donna si spezzava all’urto delle rimembranze. Monte-Cristo le baciò rispettosamente la mano; ma ella sentì che questo bacio era senza ardore, come quello che il conte avrebbe deposte sulla mano di marmo di una statua. — Vi sono, continuò ella, delle esistenze predestinate cui al primo fallo si spezza tutto il loro avvenire. Io vi credeva morto, avrei dovuto morire; poichè a che cosa mi ha servito il portare eternamente il vostro lutto nel mio cuore? a formare di una donna di 39 anni una donna di cinquant’anni, ecco tutto. A che ha servito che io sola fra tutti vi abbia riconosciuto? ho soltanto salvato mio figlio. Non doveva io egualmente salvare l’uomo, per quanto fosse colpevole, che aveva accettato per marito? però io l’ho lasciato morire; che dico, mio Dio! io ho contribuito alla sua morte, colla mia vile insensibilità, col mio disprezzo, non ricordandomi o non volendo ricordarmi che per me egli diventò spergiuro e traditore! A che serve finalmente che io abbia accompagnato mio figlio fin qui, se qui lo abbandono, se qui lo lascio partire, se qui lo getto su quella terra divoratrice dell’Affrica! Oh! io sono stata vile! ho rinnegato il mio amore, e, come i rinnegati, porto disgrazia a tutto ciò che mi circonda!
— No, Mercedès, disse Monte-Cristo, no; riprendete migliore opinione di voi stessa. No, voi siete una nobile e buona donna, mi avete disarmato col vostro dolore. Esaminate il passato, esaminate il presente, cercate d’indovinare l’avvenire; i più spaventosi infortunii, le più crudeli sofferenze, l’abbandono di tutti quelli che mi amavano, la persecuzione di coloro che non mi conoscevano, ecco la prima parte della mia vita; indi dopo la prigionia, la solitudine, la miseria; l’aria, la libertà, una fortuna così rumorosa, così fatidica, così smisurata, che, a meno di essere cieco, ho dovuto pensare che Iddio me la inviava con dei grandi disegni. Da quel momento questa fortuna mi è sembrata un sacerdozio, d’allora, non più un pensiero in me per questa vita di cui voi, povera donna, avete qualche volta assaporata la dolcezza; non più un’ora di calma; io mi sono sentito spinto come la nube di fuoco è spinta nel cielo per andare a bruciare le città maledette. Come questi avventurosi capitani che s’imbarcano per un viaggio pericoloso, che meditano una pericolosa spedizione, io preparava i viveri, caricava le armi, ammassava i mezzi di assalto e di difesa, abituando il corpo agli esercizii più violenti, lo spirito alle cose più faticose, imparando al braccio l’uccidere, assuefacendo gli occhi a veder uccidere, a veder soffrire, la bocca a sorridere agli spettacoli più terribili; di buono, di confidente, di smemorato che era, mi son fatto vendicativo, dissimulatore, cattivo, o piuttosto impassibile come la sorda e cieca fatalità. Allora mi sono slanciato nella via che mi era aperta, ho oltrepassato lo spazio, ho toccata la meta: infelici coloro che ho incontrati sulla mia strada!
— Basta! disse Mercedès, basta Edmondo! credete a quella che sola ha potuto riconoscervi, e sola pur anche ha saputo comprendervi? Ora, quella che se l’aveste incontrata sulla strada l’avreste infranta come un vetro, ha dovuto pur anche ammirarvi, Edmondo! Come vi è un abisso fra me ed il passato, vi è un abisso fra voi e gli altri uomini; e la mia più dolorosa tortura, ve lo dirò, è di fare dei confronti, perchè non vi è niente al mondo che vi valga, che vi rassomigli. Ora, ditemi addio, Edmondo, e separiamoci.
— Prima che io vi lasci, che desiderate voi, Mercedès?
— Non desidero che una cosa sola, che mio figlio sia felice.
— Pregate il Signore, che solo tiene l’esistenza degli uomini fra le sue mani, di allontanare da lui la morte, io m’incarico del resto.
— Grazie, Edmondo. — Ma voi, Mercedès?
— Io non ho bisogno di niente, vivo fra due tombe; l’una è quella di Edmondo Dantès, morto da lungo tempo; io l’amava! Questa parola non siede più bene sulle mie labbra, ma il mio cuore si risovviene ancora, e per niente al mondo vorrei perdere la memoria del cuore. L’altra è quella di un uomo stato ucciso da Edmondo Dantès: è mio debito di piangere il morto.
— Vostro figlio sarà felice, signora, ripetè il conte.
— Allora io pure sarò felice quanto potrò esserlo.
— Ma... infine... che farete? — Mercedès sorrise tristamente: — Dirvi che io vivrò in questo paese come la Mercedès di altra volta, vale a dire lavorando, non lo credereste; non sono più atta che a pregare, e non ho bisogno di lavorare; il piccolo tesoro sepolto da voi, si ritrovò al posto che avete indicato; si cercherà chi sono io, si domanderà che faccio, non si saprà come vivo, che importa? questo è un affare fra Dio, voi e me.
— Mercedès, disse il conte, non ve ne faccio un rimprovero, ma voi avete esagerato il sacrificio, abbandonando tutta la fortuna fatta dal sig. de Morcerf, la cui metà vi apparteneva di diritto per la vostra economia e vigilanza.
— Io vedo ciò che mi volete proporre; ma non posso accettare, mio figlio me lo proibirebbe.
— Per cui mi guarderei bene dal fare cosa alcuna per voi che non avesse l’approvazione di Alberto: saprò le sue intenzioni e mi vi sottometterò. Ma se egli accetta ciò che voglio fare, lo imiterete senza ripugnanza?
— Voi sapete, Edmondo, che non sono una creatura pensante; non ho altra determinazione, se non quella di non determinarmi a niente. Dio mi ha talmente scossa nelle sue tempeste, che ho perduta la volontà: sono fra le sue mani, come un passero fra gli artigli dell’aquila. Egli non vuole che io muoia, poichè vivo. Se egli mi manderà dei soccorsi, è segno che lo vorrà, ed io li prenderò.
— State all’erta, signora, disse Monte-Cristo, non è così che si adora Iddio! Dio vuole essere compreso, vuole che si conosca la sua possanza: egli è per questo che ci ha dato il libero arbitrio.
— Disgraziato! gridò Mercedès, non mi parlate così, lasciatemi l’illusione che non aveva il libero arbitrio, senza di che, che cosa mi resterebbe per salvarmi dalla disperazione? — Monte-Cristo impallidì leggermente ed abbassò la testa, oppresso dalla veemenza del dolore.
— Non volete dirmi, a rivederci? fece egli stendendole la mano.
— Al contrario, vi dirò a rivederci, replicò Mercedès, mostrandogli solennemente il cielo; questo è un provarvi che io spero ancora. — E dopo aver toccata la mano del conte colla sua mano tremante, Mercedès si slanciò nelle scale, e disparve dagli occhi del conte. Monte-Cristo allora uscì lentamente dalla casa e riprese la strada del porto.
Ma Mercedès non lo vide allontanarsi quantunque ella fosse alla finestra della piccola camera del padre di Dantès. I suoi occhi cercavano di lontano il bastimento che trasportava suo figlio verso il vasto mare. È però vero che la sua voce, come suo malgrado, mormorava sommessamente:
— Edmondo! Edmondo! Edmondo!
CXIII. — IL PASSATO.
Il conte uscì coll’anima oppressa da questa casa ove lasciava Mercedès per non rivederla mai più, secondo tutte le probabilità. Dopo la morte del piccolo Edoardo, si era operato un gran cangiamento in Monte-Cristo. Giunto al sommo della sua vendetta pel declive lento e tortuoso che aveva seguito, vide dall’altra parte della montagna l’abisso del dubbio. Vi era di più: la conversazione che aveva avuto con Mercedès aveva risvegliato tante rimembranze nel suo cuore, che queste stesse rimembranze avevano bisogno di essere combattute. Un uomo della tempra del conte non poteva fluttuare lungamente in questa malinconia, che può far vivere gli spiriti volgari dando loro una apparente originalità, ma che uccide le anime elevate. Il conte diceva a sè stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi, bisognava che si fosse introdotto un qualche sbaglio nei suoi calcoli.
— Io guardo male il passato, diss’egli, e non posso essermi in tal modo sbagliato. Che! continuava, lo scopo che mi era proposto sarebbe forse insensato? che! avrei percorsa una falsa strada per dieci anni? che! un’ora sarebbe bastata per provare all’architetto che l’opera di tutte le sue speranze era un’opera se non impossibile almeno perversa. Io non voglio abituarmi a questa idea, mi renderebbe pazzo. Ciò che manca ai miei ragionamenti d’oggi, è l’apprezzamento esatto del passato dall’altra estremità dell’orizzonte. Infatto a seconda che s’avanza, il passato, simile al paesaggio a traverso il quale si passa, si cancella dalla memoria a seconda che si allontana. Mi accade ciò che accade a coloro che si sono feriti in sogno, essi guardano e sentono la loro ferita e non si ricordano di averla ricevuta. Andiamo dunque, uomo rigenerato; andiamo, ricco stravagante, andiamo, dormente risvegliato; andiamo, visionario possente; andiamo, milionario invincibile, riprendi per un momento questa funesta prospettiva della tua vita miserabile ed affamata, ripassa pel sentiero in cui ti ha spinto la tua stella, in cui ti ha condotto l’infortunio, in cui ti ha ricevuto la disperazione; troppi diamanti, troppo oro, troppa felicità, irradiano oggi sul cristallo di questo specchio ove Monte-Cristo guarda Dantès; nascondi questi diamanti, imbratta quest’oro, cancella questi raggi; ricco, ritorna povero; libero, ritorna prigioniero; risuscitato, ritorna cadavere. — Tali cose dicendo a sè stesso Monte-Cristo percorreva la strada della Caisserie, era la stessa per la quale, vent’anni prima, era stato condotto da una guardia silenziosa e notturna; queste case coll’aspetto ridente e animato erano in quella notte tetre, mute e chiuse.
— Eppure sono le stesse, mormorò Monte-Cristo. Soltanto allora faceva notte, e oggi è giorno chiaro, è il sole che rischiara tutto ciò e che rende tutto gaio.
Egli discese allo scalo San Lorenzo e si avanzò verso la Consigne, era il punto ove fu imbarcato. Un battello da passeggiata ivi era a poca distanza; Monte-Cristo chiamò il barcaruolo, che tosto remò alla sua volta, colla fretta che mettono in questo esercizio i battellieri che sfiorano l’onda con una buona barca. Il tempo era magnifico, il viaggio fu una festa. Il sole discendeva all’orizzonte, rosso e fiammeggiante, nei flutti che si arrossavano al suo avvicinarsi; il mare, liscio come uno specchio, s’increspava qualche volta sotto il guizzo dei pesci che, perseguitati da qualche nascosto nemico, si slanciavano fuori dell’acqua per chiedere la loro salvezza ad un altro elemento; finalmente sull’orizzonte si vedevano passare bianche e graziose come gabbiani viaggiatori, le barche dei pescatori che ritornavano alle Martigues, o i bastimenti mercantili carichi per la Corsica o per la Spagna. Ad onta di queste barche coi graziosi contorni, ad onta di questa luce dorata che inondava il paesaggio, il conte, avvolto nel suo mantello, si ricordava a uno a uno di tutti i particolari del terribile viaggio: quel lume unico ed isolato che ardeva ai Catalani, quella vista del castello d’If che gli fece comprendere il luogo ove lo conducevano, quella lotta coi gendarmi allora quando volle precipitarsi in mare, la sua disperazione quando si sentì vinto, e quella sensazione di freddo al contatto della estremità della canna di carabina applicata sulle tempia come un anello di ghiaccio. A poco a poco come quelle sorgenti disseccate dalla state che, allora quando si ammassano le nubi d’autunno, s’inumidiscono a poco a poco e cominciano a trasudare goccia a goccia, il conte di Monte-Cristo sentì trapelare nel suo petto goccia a goccia quel vecchio fiele stravasato, che aveva altra volta inondato il cuore d’Edmondo Dantès. Per lui non vi fu più bel cielo, più barche graziose, più luce ardente; il cielo si velò di nubi, l’apparizione del tetro gigante che si chiama il castello d’If lo fece rabbrividire, come se gli fosse comparso di repente il fantasma d’un nemico mortale. Istintivamente il conte addietrò fino all’estremità della barca. Il barcaiuolo aveva un bel che dire colla sua voce più accarezzante:
— Noi siamo a terra, signore. — Monte-Cristo si ricordò che in questo medesimo luogo, su questo medesimo scoglio, era stato trascinato violentemente dalle sue guardie, che lo avevano sforzato a salire questa cordonata pungendogli i reni colla punta di una baionetta. La strada era sembrata molto lunga in altro tempo a Dantès; Monte-Cristo l’aveva ritrovata cortissima; ciascun colpo di remo, coll’acqua che avea fatta spruzzare, aveva ridestato in lui un milione di pensieri e di ricordi. Dopo la rivoluzione di luglio non vi erano più prigionieri al castello d’If, un picchetto destinato ad impedire il contrabbando abitava solo i corpi di guardia; un portinaro aspettava i curiosi alla porta per mostrar loro questo monumento di terrore, divenuto un monumento di curiosità. Eppure, quantunque fosse istruito di tutto ciò, quando entrò sotto la volta, quando discese la nera scala, quando fu condotto al carcere che aveva chiesto di vedere, un gelido pallore investì la sua fronte, il cui freddo sudore fu respinto fino al cuore. Il portinaro che lo conduceva era là soltanto dal 1830. Fu condotto nel suo proprio carcere. Rivide la pallida luce che filtrava dallo stretto spiraglio, rivide il posto ove era il letto, tolto di poi, e dietro a questo letto, quantunque ammurata, ma visibile ancora per le sue pietre più nuove, rivide l’apertura scavata dall’amico Faria. Monte-Cristo sentì le gambe indebolirsi, prese uno sgabello di legno e vi si assise sopra.
— Si racconta qualche storia su questo castello oltre quella dell’imprigionamento di Mirabeau? domandò il conte; vi è qualche tradizione su queste lugubri dimore, ove si esita a credere che uomini vivi possano giammai esser stati racchiusi?
— Sì, signore, disse il portinaro, e su questa stessa prigione il carceriere Antonio me ne ha raccontata una.
Monte-Cristo fremette. Antonio era stato il suo carceriere, egli ne aveva quasi dimenticato il nome ed il viso; ma al sentire pronunziare il suo nome, lo rivide tal qual era, colla figura circondata da barba, la veste bruna, ed il mazzo di chiavi di cui gli sembrava ancora risentire il tintinnio. Il conte si rivolse, e credè vederlo nell’ombra del corridore, resa più oscura dalla luce della torcia che ardeva nelle mani del portinaro. — Signore, vuole ella ch’io la racconti? domandò il portinaro.
— Sì, fece il conte di Monte-Cristo, dite.
E si mise la mano sul petto per comprimere i frequenti battiti del cuore spaventato dal sentirsi raccontare la sua propria istoria. — Dite, ripetè egli.
— Questo carcere, riprese il portinaro, era abitato da un prigioniero, è molto tempo, un uomo pericoloso, a quanto sembrava, e tanto più pericoloso, in quanto che era pieno d’industria. Un altro uomo abitava questo stesso castello nello stesso tempo di lui; questi però non era cattivo, era un povero uomo scienziato divenuto pazzo.
— Ah! sì, pazzo! ripetè Monte-Cristo, qual era la sua pazzia?
— Egli offriva dei milioni se gli si fosse voluta rendere la libertà. — Monte-Cristo alzò gli occhi al cielo, ma egli non vide il cielo; vi era una separazione di pietra fra lui e il firmamento. Pensò allora che v’era stata una separazione non meno compatta fra Faria che offriva dei tesori, e gli occhi di coloro ai quali venivano offerti quei tesori.
— I prigionieri potean vedersi? domandò Monte-Cristo.
— Oh! no, signore, era espressamente proibito: ma essi delusero la proibizione scavando un passaggio che andava da una prigione all’altra.
— Chi fu dei due quello che scavò il passaggio?
— Oh! fu certamente il giovine, disse il portinaro; il giovine era industrioso e forte, mentre che il povero scienziato era vecchio e debole; d’altra parte, egli aveva lo spirito troppo vacillante per tener fissa un’idea.
— Ciechi... mormorò Monte-Cristo.
— Tanto è vero, continuò il portinaro, che il giovine scavò questo passaggio, con che? non si sa: ma egli lo scavò, e la prova si è che se ne vedono ancora le tracce; a voi, le vedete? e avvicinò la torcia al muro.
— Ah! sì! davvero, fece il conte con una voce affievolita per la emozione.
— Ne risultò che i due prigionieri comunicarono insieme. Quanto tempo durasse questa comunicazione, non si sa: un giorno il vecchio cadde malato e morì. Indovinate un poco che cosa fece il giovine? disse il custode interrompendosi: trasportò il defunto e lo pose nel proprio letto col naso al muro, indi ritornò nel carcere vuoto, chiuse il foro, e si cacciò dentro al sacco del morto. Avreste mai avuta una simile idea? — Monte-Cristo chiuse gli occhi, e tornò a risentire tutte le impressioni che aveva provate allorquando quella grossa tela, ancor fredda pel cadavere che vi era stato, gli strofinava il viso. Il custode continuò:
— Sentite, ecco quale era il suo disegno: credeva che nel castello d’If i morti si seppellissero, e siccome non dubitava che si fossero fatte grandi spese per il sotterramento dei prigionieri, così calcolava di potere essere in istato di rialzare la terra con le sue spalle; ma disgraziatamente in questo castello vi era un altro costume che distruggeva tutt’i suoi disegni: i morti non si seppellivano; si attaccava loro ai piedi una grossa palla da cannone, e si lanciavano in mare, il che fu fatto. Il nostro uomo fu gettato all’acqua dall’alto della galleria; il giorno dopo si ritrovò il vero morto nel suo letto, e fu indovinato tutto, poichè i becchini dissero allora, cosa che non avevano osato di dire prima, cioè che quando il corpo fu lanciato nel vuoto, essi avevano inteso un grido terribile soffocato nello stesso punto dall’acqua nella quale era disparso. Il conte respirava con pena, il sudore gli colava dalla fronte, l’angoscia gli stringeva il cuore. — No! mormorò egli, no! quel dubbio che io provai, era un principio d’obblio! ma qui il cuore si riapre di nuovo e ritorna affamato di vendetta... E del prigioniero, domandò egli, se n’è mai sentito parlare?
— Giammai, giammai; capirete bene che delle due l’una: o egli è caduto a piatto, e siccome cadeva da una cinquantina di piedi d’altezza, sarà rimasto ucciso sul colpo.
— Voi avete detto che gli era stata attaccata una palla ai piedi! sarà caduto ritto.
— O egli è caduto ritto, riprese il portinaro, e allora il peso della palla lo avrà trascinato al fondo, ove è rimasto, povero uomo.
— Voi lo compiangete?
— In fede mia, sì, quantunque egli fosse nel suo elemento.
— Che volete dire con ciò?
— Che correva una voce che quel disgraziato fosse stato in altri tempi ufficiale di marina detenuto come bonapartista.
— Davvero! mormorò il conte, Dio ti ha fatto per galleggiare al di sopra dei flutti e delle fiamme. Così il povero marinaro vivo nella memoria di qualche narratore, si racconta la sua terribile istoria all’angolo del caminetto, e si freme al momento in cui fendè lo spazio per essere inghiottito nel fondo del mare... Non si è mai saputo il suo nome? domandò il conte alzando la voce.
— Ah! sì disse il guardiano in che modo? egli non era conosciuto che sotto il nome del n.º 34.
— Villefort! Villefort! mormorò Monte-Cristo, ecco, ciò che molte volte tu avrai dovuto dirti quando il mio spettro importunava le tue veglie.
— Il sig. vuol continuare la visita? domandò il portinaro.
— Sì, volete mostrarmi la camera dello scienziato?
— Ah! del N. 27. — Sì, del N. 27, ripetè Monte-Cristo.
E gli sembrò ancora sentire la voce di Faria quando gli aveva domandato il suo nome, e gli aveva gridato il proprio numero a traverso il muro. — Venite.
— Aspettate, disse Monte-Cristo, che io getti un ultimo sguardo su tutta la superficie di questo carcere.
— Ciò cade a proposito, disse la guida, ho dimenticata la chiave dell’altro.
— Andate a prenderla. — Vi lascio la torcia.
— No, portatela con voi. — Ma voi resterete all’oscuro.
— Io la notte ci vedo. — To’, come lui? — Chi lui?
— Il N. 34. Si dice che egli si era talmente abituato all’oscurità, che avrebbe veduto una spilla nell’angolo più oscuro di questo carcere.
— Egli è però stato necessario una diecina d’anni per giungere a questo, mormorò il conte.
La guida si allontanò portando seco la torcia. Il conte aveva detto il vero: dopo che era rimasto alcuni secondi nell’oscurità, cominciò a distinguere tutto come a giorno chiaro. Allora egli guardò d’intorno a sè, riconobbe realmente bene il suo carcere. — Sì, diss’egli, ecco la pietra sulla quale io sedeva! ecco l’impronta delle mie spalle che hanno consunto il muro! ecco la traccia del sangue che colò dalla mia fronte il giorno in cui volli infrangermi la testa contro le mura!... Oh! queste cifre... me ne ricordo... io le feci un giorno che calcolava l’età di mio padre per sapere se lo avrei veduto vivo; e l’età di Mercedès per sapere se l’avrei ritrovata libera... ebbi un momento di speranza dopo aver compito questo calcolo... io contava senza la fame, e senza l’infedeltà. — Ed un riso amaro sfuggì dalla bocca del conte. Vide come in un sogno suo padre portato alla tomba.... Mercedès condotta all’altare! sull’altra parete del muro un’iscrizione colpì la sua vista. Ella si staccava, ancor bianca, sul muro verdastro: — MIO DIO, vi lesse Monte-Cristo, CONSERVATEMI LA MEMORIA. — Oh! sì gridò egli, ecco la sola preghiera dei miei ultimi tempi: non chiedeva più la libertà, chiedeva la memoria, temeva di divenire pazzo, e dimenticare tutto; mio Dio, mi avete conservata la memoria, ed io mi sono ricordato di tutto. Grazie, grazie, mio Dio! — In questo momento la luce della torcia risplendeva sul muro: era la guida che discendeva.
Monte-Cristo andò ad incontrarla. — Seguitemi, diss’egli; — e senza aver bisogno di ritornare verso il chiaro, lo fece continuare per un corridore sotterraneo che lo condusse ad un’altra entrata. Là pure Monte-Cristo fu assalito da una folla di pensieri. La prima cosa che colpì i suoi occhi, fu la meridiana tracciata sul muro, per mezzo della quale Faria contava le ore, indi i resti del letto sul quale il povero prigioniero era morto.
A questa vista, il conte invece di provare le angosce sentite nel suo carcere, provò un dolce e tenero sentimento; il sentimento della riconoscenza gli gonfiò il cuore, e due lagrime scorsero dagli occhi.
— È qui, disse la guida, che abitava il pazzo, è per di là che il giovine lo veniva a ritrovare, — ed egli fece vedere a Monte-Cristo l’apertura del passaggio che da questa parte era rimasta aperta. — Al colore della pietra, continuò egli, un esperto ha riconosciuto che doveva essere almeno dieci anni che i due prigionieri comunicavano insieme. Povera gente, essi dovevano essersi molto annoiati in questi dieci anni!
Dantès cavò alcuni luigi di saccoccia, e stese la mano verso quest’uomo che lo compiangeva per la seconda volta senza conoscerlo. Il portinaro li ricevette, credendo ricevere della piccola moneta; ma allora quando al chiarore della torcia riconobbe il valore della somma, che gli era stata data dal visitatore: — Signore, diss’egli, voi vi siete sbagliato.
— In che modo? — Mi avete dato dell’oro. — Lo so.
— Come! lo sapete? — Sì. — La vostra intenzione è dunque stata di darmi dell’oro? — Sì. — Dunque posso conservarlo in buona coscienza? — Sì.
Ed il custode guardò Monte-Cristo con meraviglia.
— È onestà! disse il conte come Hamlet.
— Signore, rispose il portinaro che non osava credere alla sua fortuna, non capisco la vostra generosità.
— Eppure è facile a comprendersi, amico mio, disse il conte: io sono stato marinaro, e la vostra storia ha dovuto commovermi più di qualunque altro.
— Allora, signore, disse la guida, poichè voi siete così generoso, voi meritate che io vi offra qualche cosa.
— Che hai da offrirmi, conchiglie, lavori di paglia? grazie.
— No, qualche cosa che ha rapporto colla storia che vi narrava.
— Davvero! gridò vivamente il conte, che cosa è dunque?
— Ascoltate, disse il portinaro, ecco ciò che è accaduto: io dissi fra me stesso: si ritrova sempre qualche cosa nella camera di un prigioniero, quando questi vi è rimasto quindici anni, e mi sono messo ad esplorare i muri.
— Ah! gridò Monte-Cristo ricordandosi del doppio nascondiglio.
— A forza di ricerche ritrovai che il muro risuonava sotto il capezzale del letto e sotto il caminetto.
— Sì, disse Monte-Cristo, sì!
— Levai le pietre ed ho ritrovato...
— Una scala di corde, degli utensili! gridò il conte.
— E come lo sapete? domandò il portinaro con meraviglia.
— Non lo so, ma lo indovino, disse il conte; ordinariamente è ciò che ritrovasi nei nascondigli dei prigionieri.
— Sì, disse la guida, una scala di corda, e degli utensili.
— E tu li hai ancora? gridò Monte-Cristo.
— No, signore; ho venduto questi diversi oggetti ad alcuni visitatori! ma mi resta un’altra cosa.
— Che cosa dunque? domandò il conte con impazienza.
— Mi resta una specie di libro scritto sopra strisce di tela.
— Oh! gridò Monte-Cristo, ti resta questo libro?
— Non so se sia un libro, disse il custode.
— Va, a cercarlo, disse il conte, e se è quel che io presumo, sta pur tranquillo! non avrai a pentirtene.
— Io corro, signore. — E la guida uscì. Allora egli andò ad inginocchiarsi pietosamente davanti ai resti di questo letto che per lui era stato dalla morte convertito in un altare.
— Oh! mio secondo padre, diss’egli, tu mi hai data la libertà, la scienza, la ricchezza, se dal fondo della tua tomba resta ancora qualche cosa che freme alla voce di quelli che sono rimasti sulla terra, se nella trasfigurazione che soffre il cadavere qualche cosa di animato si agita nei luoghi ove noi abbiamo molto amato o molto sofferto, nobile cuore, spirito superiore, anima profonda, con una parola, con un segno, con una rivelazione qualunque, te ne scongiuro, in nome di questo amore paterno che tu mi accordavi, e del rispetto filiale che ti portava, toglimi questo resto di dubbio, fa che si cambi in convinzione, e sgombra il rimorso.
Il conte abbassò la testa e congiunse le mani. — Prendete, signore! disse una voce dietro a lui. — Monte-Cristo rabbrividì, e si voltò. Il portinaro gli stese quelle strisce di tela su cui Faria aveva sparso tutti i tesori della sua scienza. Questo manoscritto era la grande opera di Faria di cui abbiam parlato.
Il conte se ne impadronì in tutta fretta, ed i suoi occhi fin dal principio caddero sull’epigrafe, egli lesse:
«Tu strapperai i denti al drago, e calpesterai sotto i tuoi piedi i leoni, ha detto il Signore.»
— Ah! gridò egli, ecco la risposta! Grazie padre mio, grazie! — E cavando di saccoccia un piccolo portafogli che conteneva dieci biglietti di banca di mille fr. ciascuno: — prendi, diss’egli, questo portafogli. — Voi me lo regalate?
— Sì, ma a condizione che tu non vi guarderai dentro che quando io sarò partito. — E ponendosi sul petto la reliquia che aveva ritrovata, e che per lui aveva il prezzo del più gran tesoro, si slanciò fuori del sotterraneo, e rimontando nella barca: — A Marsiglia! diss’egli. — Indi allontanandosi cogli occhi fissi sulla tetra prigione: — Infortunio! diss’egli a coloro che mi hanno fatto rinchiudere in questo tetro carcere, e a coloro che hanno dimenticato che io vi era rinchiuso. — E ripassando davanti ai Catalani, il conte si rivoltò, ed avviluppando la testa nel suo mantello, mormorò il nome di una donna. La vittoria era completa, il conte aveva per due volte atterrato ogni dubbio. Questo nome, ch’egli pronunciò con una espressione di tenerezza che si accostava all’amore, era il nome d’Haydée. Mettendo piede a terra, Monte-Cristo s’incamminò verso il cimitero ove sapeva di ritrovare Morrel. Là pure, dieci anni prima, aveva pietosamente cercata una tomba in quel cimitero, e l’aveva cercata inutilmente. Egli, che ritornava in Francia con dei milioni, non aveva potuto ritrovare la tomba di suo padre morto di fame. Morrel vi aveva ben fatto mettere una croce, ma essa era caduta. Il degno negoziante era stato più fortunato; morto fra le braccia dei suoi figli, fu condotto da loro a riposare vicino a sua moglie che lo aveva preceduto di due anni nell’eternità. Due larghe pietre di marmo, sulle quali erano scritti i loro nomi, stavano stese l’una vicina l’altra in un piccolo recinto chiuso da una balaustrata di ferro ed ombreggiato da quattro cipressi.
Massimiliano era appoggiato ad uno di questi alberi, e fissava sulle due tombe gli occhi che non vedevano. Il suo dolore era profondo, quasi smarrito. — Massimiliano, gli disse il conte, non è lì che devi guardare; è là!
E gli mostrò il cielo.
— I morti sono dappertutto, disse Morrel: non è ciò che voi stesso mi avete detto quando uscivam da Parigi?
— Massimiliano, disse il conte, viaggio facendo, mi avete domandato di fermarvi qualche giorno a Marsiglia: avete sempre lo stesso desiderio?
— Non ho più alcun desiderio, disse Morrel, mi sembra soltanto che aspetterei meno penosamente a Marsiglia che in qualunque altro luogo.
— Tanto meglio, Massimiliano, perchè io vi lascio, e porto meco la vostra parola, non è vero?
— Ah! io la dimenticherò, conte, disse Massimiliano.
— No! non la dimenticherete, prima di tutto perchè siete un uomo d’onore, Morrel, perchè lo avete giurato; perchè tornerete a giurarlo.
— Oh! conte, abbiate pietà di me! son così infelice!
— Ho conosciuto un uomo più infelice di voi.
— Impossibile.
— Ah! disse Monte-Cristo, è uno degli orgogli della nostra povera umanità, quello che un uomo si crede sempre più disgraziato di un altro disgraziato che piange e deplora vicino a lui.
— Che vi è più disgraziato dell’uomo che ha perduto il solo bene che amava e desiderava al mondo?
— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, e fissate un momento il vostro pensiero su ciò che sono per dirvi: ho conosciuto un uomo che, come voi, aveva fatto riposare tutte le sue speranze di felicità sopra una donna. Quest’uomo era giovine, aveva un vecchio padre ch’egli amava, una fidanzata che egli adorava; era sul punto di sposarla; per uno di quei capricci della sorte, che farebbe quasi dimenticare la bontà di Dio, se Dio poi non si rivelasse più tardi, mostrando che tutto è per lui un mezzo di condurre alla sua unità infinita, quando di repente per un capriccio di sorte, gli fu tolta la libertà, la fidanzata, l’avvenire che sognava e che credeva suo (poichè cieco ch’egli era non poteva leggere che nel presente) per seppellirlo nel fondo di un carcere. — Ah! fece Morrel, si esce dal carcere in capo ad otto giorni, ad un mese, ad un anno.
— Egli vi restò quattordici anni, Morrel, disse il conte ponendo una mano sulla spalla del giovine.
Massimiliano fremette: — Quattordici anni, mormorò egli.
— Quattordici anni, ripetè il conte: egli pure, in questi 14 anni, ebbe dei momenti di disperazione; egli pure, come voi, Morrel, si credeva il più disgraziato degli uomini; volle uccidersi.
— Ebbene? domandò Morrel.
— Ebbene! nel momento supremo, Dio si rivelò a lui con questo mezzo umano; forse al primo punto non comprese questa misericordia infinita del Signore, poichè vi vuol del tempo agli occhi velati di lagrime, per schiudersi del tutto, ma in fine egli prese pazienza, ed aspettò. Un giorno uscì dalla sua tomba trasfigurato, ricco, possente; il suo primo grido fu per suo padre; suo padre era morto.
— A me pure il padre è morto, disse Morrel.
— Sì, ma vostro padre è morto fra le vostre braccia, amico, felice, onorato, ricco, pieno di giorni; suo padre invece morì povero, disperato, e di fame, e allora quando dieci anni dopo la sua morte suo figlio ne cercò la tomba, la tomba pure era disparsa, e nessuno potè dirgli: è là che riposa nel Signore il cuore che ti ha tanto amato: questo era un figlio più disgraziato di voi, Morrel, poichè quegli non sapeva neppure ove ritrovare la tomba di suo padre.
— Ma, gli restava almeno la donna che egli aveva amata.
— Voi vi sbagliate, Morrel; questa donna... — Era morta?
— Peggio ancora: ella era stata infedele, aveva sposato uno dei persecutori del suo fidanzato: vedete dunque, Morrel, che quest’uomo era più disgraziato amante di voi.
— Ed a quest’uomo, Dio ha inviata la consolazione?
— Gli ha inviata la calma.
— E quest’uomo potrà ancora un giorno essere felice?
— Io lo spero, Massimiliano. — Il giovine lasciò cadersi la testa sul petto: — Voi avete la mia promessa, diss’egli, dopo un minuto di silenzio e stendendo la mano a Monte-Cristo: ricordatevi soltanto che...
— Il 5 ottobre, Morrel, io vi aspetto all’isola di Monte-Cristo. Il 4 un yacht vi aspetterà nel porto di Bastia; questo yacht si chiamerà l’Euro: voi vi nominerete al capitano, che vi condurrà da me; è convenuto, non è vero, Massimiliano?
— È convenuto, conte, ed io farò ciò che ho detto; ma ricordatevi che il 5 ottobre...
— Fanciullo che non sa ancora che cosa sia la promessa di un uomo... vi ho detto venti volte, che se in quel giorno volete ancora morire, io vi aiuterò, Morrel. Addio.
— Voi mi lasciate?
— Sì, ho alcune faccende in Italia; vi lascio solo, solo alle prese colla vostra infelicità, solo con quell’aquila dalle ali possenti che il Signore invia ai suoi eletti, per trasportarli ai suoi piedi.
— Quando partite?
— Sul momento; il battello a vapore mi aspetta, fra un’ora sarò molto lungi da voi; mi accompagnate fino al porto?
— Io sono tutto per voi, conte. — Abbracciatemi.
Morrel scortò il conte fino al porto: di già il fumo usciva come un immenso pennacchio dal tubo nero che lo lanciava al cielo. Ben presto il naviglio partì, e un’ora dopo, come lo aveva detto Monte-Cristo, questo fumo biancastro, appena era visibile sull’orizzonte ingombrato dalla prima nebbia della notte.
CXIV. — PEPPINO.
Al momento stesso in cui il battello a vapore del conte spariva dietro il capo Morgiou, un uomo correva la posta da Firenze a Roma, passando dalla piccola città d’Acquapendente. Egli camminava abbastanza presto per far molta strada, senza tutta volta divenir sospetto. Vestito con un soprabito che il viaggio aveva consumato, ma che lasciava vedere brillante e fresco il nastro della Legion d’Onore ripetuto sul suo abito, questo uomo, non solo da questo doppio segno, ma ancora dall’accento col quale parlava al postiglione doveva essere riconosciuto per francese. Una prova ancora ch’egli era nato nel paese della lingua universale è ch’egli non sapeva altre parole d’italiano, che quelle della musica che possono come il goddam di Figaro, sostituir tutte le finezze di una lingua particolare. — Allegro! diceva egli ai postiglioni ad ogni salita: moderato! faceva ad ogni discesa. — E Dio sa se vi sono salite e discese da Firenze a Roma per la strada d’Acquapendente! Queste due parole, del resto, facevano molto ridere le brave genti alle quali erano indirizzate. In faccia alla città eterna, vale a dire giungendo alla Storta, punto da dove si scorge Roma, il viaggiatore non provò quel sentimento di entusiastica curiosità, che spinge ogni straniero ad alzarsi dal fondo della carrozza, per scorgere la famosa cupola di S. Pietro, che si vede molto prima di distinguere qualunque altra cosa. No, egli cavò soltanto il suo portafoglio di saccoccia, e da esso una carta piegata in quattro, che spiegò e ripiegò con una attenzione che rassomigliava a rispetto, e si limitò a dire.
— Buono! io l’ho sempre. — La carrozza oltrepassò la porta del Popolo, prese a sinistra e si fermò di rimpetto al palazzo di Spagna. Mastro Pastrini nostra antica conoscenza, ricevette il viaggiatore sul limitare della porta col cappello in mano. Il viaggiatore discese, ordinò un buon pranzo e s’informò dell’indirizzo della casa Thomson e French, che gli fu indicato sul momento; questa casa era una delle più conosciute di Roma.
Ella era situata in via dei Banchi, vicino al ponte sant’Angelo. A Roma, come dappertutto, l’arrivo d’una carrozza di posta è un avvenimento. Dieci giovani discendenti da Mario e dai Gracchi, coi piedi nudi, i gomiti stracciati, ma il pugno sull’anca, e il braccio pittorescamente ricurvo al di sopra della testa, guardavano il viaggiatore, la carrozza e i cavalli; a questi birichini della città per eccellenza, si erano uniti una cinquantina di balordi dello stato romano, di quelli che fanno dei cerchi sputando nell’acqua del Tevere dall’alto del ponte di castel sant’Angelo quando nel Tevere vi è acqua.
Ora, siccome i monelli e i balordi di Roma più felici di quelli di Parigi, capiscono tutte le lingue, e particolarmente la francese, capirono che il viaggiatore domandava un appartamento, da pranzo, e finalmente l’indirizzo della casa Thomson e French. Ne risultò che allora quando il nuovo arrivato uscì dall’albergo col cicerone d’uso, un uomo si staccò dal gruppo dei curiosi, e senza esser notato dal viaggiatore, senza sembrare di essere osservato dalla sua guida, camminò a poca distanza dallo straniero, seguendolo con tanta maestria, quanta ne avrebbe potuta avere un messo della polizia parigina. Il francese era così stimolato dalla fretta di fare la sua visita alla casa Thomson e French, che non ebbe il tempo d’aspettare che i cavalli fossero attaccati; la carrozza doveva raggiungerlo per la strada, e aspettarlo alla porta del banchiere.
Arrivarono senza che la carrozza li avesse raggiunti.
Il francese entrò lasciando la sua guida in anticamera che subito si mise a far conversazione con due o tre di quegli industriosi senza industria, o meglio di una di quelle mille industrie che si esercitano a Roma, alla porta dei banchieri, delle chiese, delle ruine, dei musei o dei teatri.
Nello stesso tempo del francese entrò pure l’uomo che si era staccato dal gruppo dei curiosi; il francese bussò ai vetri della bussola e penetrò nella prima camera.
— I sig. Thomson e French? domandò lo straniero. — Una specie di lacchè si alzò dietro un segno di un commesso di confidenza, guardiano formale del primo ufficio.
— Chi debbo annunziare? domandò il lacchè disponendosi a camminare davanti al forestiere.
— Il sig. barone Danglars, rispose il viaggiatore.
— Venite, disse il lacchè. — Fu aperta una porta; il lacchè ed il barone disparvero per essa. L’uomo che era entrato dietro Danglars si assise sopra un banco. Il commesso continuò a scrivere per circa cinque minuti; durante i quali l’uomo seduto conservò il più profondo silenzio e la più assoluta immobilità. Indi la penna cessò di stridere sulla carta; alzò la testa, guardò attentamente attorno a sè e dopo essersi assicurato che si ritrovava a quattr’occhi: — Ah! ah! diss’egli, eccoti qui, Peppino!
— Sì! rispose questi laconicamente.
— Hai odorato alcun che di buono intorno a questo signore?
— Non vi è gran merito per questo, ne siamo stati avvisati.
— Tu sai dunque ciò che egli viene a far qui, curioso.
— Viene a riscuotere; rimane soltanto a sapersi la somma.
— Ti si dirà quanto prima, amico.
— Ma non mi darai, come l’altro dì, delle false informazioni.
— Che intendi dire, di chi vuoi parlare? sarebbe forse di quell’inglese, che giorni sono portò via tremila scudi?
— No, quello aveva in realtà i tremila scudi, e li abbiamo saputi ritrovare: m’intendo di parlare del principe russo; tu ci avevi accusato trentamila lire, e non ne abbiamo ritrovate che ventidue.
— Avrete cercato male.
— È stato Luigi Vampa che ha fatto la perquisizione.
— In questo caso, avrà avuto dei debiti da pagare.
— Un russo? — Ovvero avrà speso il danaro.
— Questo è il più possibile di tutto.
— È sicurissimo; ma, lasciatemi andare al mio osservatorio, altrimenti il francese farà il fatto suo, senza che io possa sapere il positivo della cifra. — Peppino fece un segno affermativo con la testa, e si mise ad osservare alcune incisioni appese al muro, mentre che il commesso spariva dalla stessa porta che aveva dato passaggio al lacchè ed al barone. In capo a circa dieci minuti, ricomparve il commesso tutto raggiante. — Ebbene? domandò Peppino al suo amico.
— All’erta! all’erta! disse il commesso, la somma è rotonda.
— Da cinque a sei milioni, n’è vero? — Sì, tu sai la cifra?
— Sopra una ricevuta di S. E. il conte di Monte-Cristo e della quale è stato accreditato sopra Roma, Venezia e Vienna.
— È così, in che modo sei tu tanto bene informato?
— Te l’ho detto, siamo stati prevenuti, riprese Peppino.
— Allora, perchè ti sei indirizzato a me?
— Per essere ben sicuro che questo era l’uomo col quale avevam che fare. — È veramente lui... cinque milioni. Una bella somma eh! Peppino? — Sì. — Ma non ne avremo mai altrettanti. — Almeno, rispose filosoficamente Peppino, avremo gli avanzi.
— Zitto! ecco il nostro uomo. — Il commesso riprese la sua penna, e Peppino ritornò di nuovo ad osservare i rami.
Danglars comparve irradiato, accompagnato da un banchiere che lo ricondusse fino alla porta. A seconda delle convenzioni, la carrozza che doveva ricondurre Danglars, aspettava davanti alla porta di Thomson e French. Il cicerone ne teneva lo sportello aperto; il cicerone è un essere molto complimentoso e compiacente, che si può impiegare in ogni cosa. Danglars saltò nella carrozza, leggero come un giovine di vent’anni. Il cicerone chiuse lo sportello, e salì vicino al cocchiere. Peppino montò nel posto di dietro.
— S. E. vuol ella andare a vedere San Pietro? domandò il cicerone.
— Per farne che? rispose il barone. — Diamine! per vedere!
— Non sono venuto a Roma per vedere, disse ad alta voce Danglars; indi aggiunse sommessamente con un rapido sorriso: sono venuto per toccare. — Ed in fatto toccò il portafoglio, nel quale aveva chiusa una lettera.
— Allora S. E. va...? — All’Albergo.
— Casa Pastrini! disse il cicerone al cocchiere. — E la carrozza partì rapida come una carrozza padronale. Dieci minuti dopo, il barone era rientrato nel suo appartamento, e Peppino si era istallato sur un banco posto contro un muro vicino alla porta, dopo aver detto alcune parole all’orecchio di uno di quei discendenti di Mario e dei Gracchi che abbiam segnalato al principio di questo capitolo, il quale discendente prese la strada del Campidoglio con tutta la sveltezza delle sue gambe. Danglars era stanco, soddisfatto, e aveva sonno. Egli si mise in letto, pose il suo portafogli sotto il capezzale, e si addormì. Peppino aveva del tempo superfluo; giuocò alla morra con dei facchini, perdè due o tre scudi, e, per consolarsi, bevè un fiasco di vino d’Orvieto. La dimane, Danglars si svegliò tardi, quantunque fosse andato a letto di buon’ora; erano cinque o sei notti che non dormiva, o che dormiva malissimo. Fece una copiosa colazione, e poco curante, come lo aveva detto, di vedere le bellezze della città eterna, ordinò i cavalli da posta per mezzogiorno. Ma Danglars aveva contato senza le formalità della polizia, e senza la lentezza del mastro di posta. I cavalli giunsero soltanto alle due, e il cicerone non portò il passaporto coi visti che alle tre. Tutti questi preparativi avevano richiamato davanti alla porta di Mastro Pastrini un buon numero di oziosi. I discendenti dei Gracchi e di Mario, non mancavano. Il barone traversò trionfalmente questi gruppi, che lo chiamavano eccellenza per avere un baiocco. Siccome Danglars, uomo popolarissimo, come si sa, si era contentato di farsi chiamare barone fino a quel momento, e non era ancora stato trattato col titolo d’eccellenza, questo titolo lo lusingò, e distribuì una dozzina di paoli a tutta quella canaglia. — Che strada? domandò il postiglione in italiano.
— Strada d’Ancona, rispose il barone. — Mastro Pastrini tradusse la domanda e la risposta, e la carrozza partì al galoppo. Danglars voleva effettivamente passare a Venezia, e realizzarvi una parte della sua fortuna, indi da Venezia andare a Vienna e realizzarvi il resto. La sua intenzione era di fissarsi in quest’ultima città di piaceri. Appena ebbe fatto due leghe nella campagna di Roma, cominciò a cader la notte: Danglars non aveva creduto di dover partire così tardi, altrimenti sarebbe rimasto, egli domandò al postiglione quanto v’era per giungere alla prima città.
— Non capisco! rispose in italiano il postiglione.
Danglars fece un movimento colla testa, che voleva dire: — Benissimo.
La carrozza continuò la sua strada. — Mi fermerò alla prima posta, — diceva fra sè Danglars: intanto egli provava ancora un resto di quel benessere che aveva risentito la sera innanzi, e che gli aveva procurato una così buona notte: era mollemente steso nella sua buona carrozza inglese, a doppie molle; e si sentiva strascinato dal galoppo di due buoni cavalli; la posta era di sette leghe, egli lo sapeva. Che fare quando uno è banchiere, ed ha fatto facilmente banca rotta? Danglars pensò dieci minuti a sua moglie rimasta a Parigi; altri dieci minuti a sua figlia che girava il mondo con madamigella d’Armilly; dette dieci minuti ai suoi creditori e al modo in cui impiegherebbe il loro danaro; indi non avendo più niente da fare, chiuse gli occhi e si addormentò. Qualche volta però, scosso da un urto più forte degli altri, Danglars riapriva gli occhi; allora si sentiva sempre trasportato dalla stessa celerità attraverso quella stessa campagna di Roma tutta seminata di ruderi d’acquedotti, che sembrano giganti di granito, pietrificati a mezzo della loro corsa. Ma la notte era fredda, oscura e piovosa, ed era miglior partito per un uomo mezzo assopito, il rimanere in fondo della carrozza con gli occhi chiusi, di quel che mettere la testa fuori dello sportello per domandare dov’era al postiglione, che non sapeva rispondere nient’altro che, non capisco. Danglars continuò dunque a dormire, dicendosi che sarebbe sempre stato in tempo a svegliarsi quando gli cambiavano i cavalli. La carrozza si fermò; Danglars, pensò che finalmente giungeva al posto desiderato. Riaprì gli occhi, guardò a traverso il cristallo, credendo di ritrovarsi in mezzo a qualche città, o almeno a qualche villaggio; ma non vide che una specie di capanna isolata, e tre o quattro uomini che andavano e venivano come ombre: Danglars aspettò un momento che il postiglione che aveva finita la corsa, venisse a reclamare il danaro della posta; contava di approfittare di quest’occasione per chiedere qualche informazione al suo nuovo conduttore; ma i cavalli furono staccati e cambiati senza che nessuno andasse a chiedere del danaro al viaggiatore. Danglars meravigliato, aprì lo sportello; ma una mano vigorosa lo chiuse subito, e la carrozza partì. — Ehi! disse al postiglione, ehi! mio caro!
Questa pure era una parola italiana di una romanza che Danglars aveva ritenuta a memoria quando sua figlia cantava dei duetti col Principe Cavalcanti. Ma il mio caro non gli rispose una parola. Danglars si contentò allora di calare il cristallo e di dire in francese, mettendo fuori la testa:
— Ehi! amico dove andiamo dunque?
— Dentro la testa! gridò una voce grave ed imperiosa, accompagnata da un gesto minaccioso.
Danglars capì che dentro la testa, voleva dire rentrez la tête. Egli faceva, come ben si vede, rapidi progressi nella lingua italiana; obbedì perciò non senza inquietudine, e siccome questa inquietudine aumentava di minuto in minuto, in capo ad alcuni momenti, il suo spirito (in vece del vuoto che abbiamo segnalato al momento in cui si metteva in viaggio, e che gli aveva procurato il sonno) si trovò riempito di una quantità di pensieri atti gli uni più degli altri a tenere svegliato l’interesse del viaggiatore, e soprattutto di un viaggiatore che si ritrovava nella situazione di Danglars. I suoi occhi nell’oscurità delle tenebre presero quel grado di acutezza che le forti emozioni comunicano nel primo momento, ma poi cessa più tardi per essere stato troppo esercitato. Prima di aver paura si vede giustamente; quando si ha paura si vede in confuso. Danglars vide un uomo avvolto in un mantello che galoppava allo sportello della diritta. — Un qualche gendarme, diss’egli. Sarei forse stato segnalato dal telegrafo francese alle autorità pontificie?
Egli risolvè di uscire da questa ansietà. — Dove mi conducete voi? domandò sempre in francese.
— Dentro la testa! ripetè la stessa voce col medesimo accento di minaccia. — Danglars si voltò verso lo sportello della sinistra. Un altro uomo a cavallo galoppava allo sportello della sinistra. — Davvero, diceva tra sè Danglars col sudore sulla fronte, io sono stato preso. — E si gettò nel fondo della carrozza, non per dormire questa volta, ma per pensare. Un momento dopo si alzò la luna. Dal fondo della carrozza fissò il suo sguardo nella campagna. Egli rivide allora questi grandi acquedotti, fantasmi di pietra, che aveva notato passando; se non che, invece di averli a diritta, egli li aveva a sinistra. Capì allora che avevano fatto fare un mezzo giro alla carrozza e che lo riconducevano a Roma.
— Oh! me disgraziato! mormorò egli, avranno ottenuta la mia estradizione. — La carrozza continuò a correre con una spaventosa velocità. Un’ora passò terribile, poichè ad ogni nuovo indizio gettato sul suo passaggio, il fuggitivo riconosceva in modo da non poterne dubitare, che lo si riconduceva indietro. Finalmente rivide una massa oscura contro la quale sembrava che la carrozza andasse ad urtare. Ma la carrozza girò, e corse lungo questa massa oscura, che altro non era che il cinto di muro che circonda Roma.
— Oh! oh! mormorò Danglars, noi non rientriamo in città? dunque non è la giustizia che mi arresta. Buon Dio! un’altra idea, sarebbe forse... — I capelli gli si drizzarono.
Egli si ricordò le interessanti istorie dei banditi della campagna di Roma, tanto poco credute a Parigi, che Alberto de Morcerf aveva raccontato alla sig.ª Danglars e ad Eugenia, quando vi erano le trattative pel giovine visconte, di diventare il figlio dell’una, ed il marito dell’altra.
— Forse ladri! mormorò egli. — Di repente la carrozza ruotò sur un terreno più duro del suolo di una strada sabbiosa: Danglars arrischiò uno sguardo alle due parti della strada; vide dei monumenti di forme strane, e il suo pensiero preoccupato dal racconto di Morcerf, che ora si presentava a lui con tutti i suoi particolari, il suo pensiero gli disse che doveva essere sulla via Appia. A sinistra della carrozza in una specie di vallata si vedeva uno scavo circolare. Era il circo di Caracalla. Dietro una parola dell’uomo che galoppava a diritta della carrozza, questa si fermò.
Nello stesso tempo lo sportello della sinistra si aprì.
— Scendi! comandò una voce. — Danglars discese nello stesso punto; egli non parlava ancora l’italiano, ma cominciava già a capirlo. Più morto che vivo, il barone guardò intorno a sè. Quattro uomini lo circondavano, senza contare il postiglione. — Di qua, — disse uno dei quattro uomini discendendo per un piccolo sentiero che conduceva dalla via Appia in mezzo alle ineguaglianze del terreno della campagna romana. Danglars seguì la sua guida senza discussione, e non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che egli era seguito da altri tre uomini. Però gli sembrò che questi uomini si fermassero come in sentinella a distanze quasi uguali.
Dopo circa dieci minuti di cammino, durante i quali Danglars non cambiò neppure una parola colla sua guida, egli si ritrovò fra un poggio ed un cespuglio formato da alta erba; tre uomini in piedi e muti formavano un triangolo di cui egli si ritrovava nel centro. Egli volle parlare; la sua lingua s’impacciò. — Avanti, — disse la medesima voce coll’accento breve ed imperioso. Questa volta Danglars capì doppiamente: capì dalla parola e dal gesto, poichè l’uomo che camminava dietro a lui lo spinse così rozzamente in avanti che andò ad urtare contro la sua guida. Ma era il nostro amico Peppino che si inoltrò fra le alte erbe per una sinuosità che le faine e le volpi potevano soltanto riconoscere per un cammino praticabile. Peppino si fermò davanti ad una roccia sormontata da un fitto cespuglio; questa roccia, spaccata come una palpebra, concesse il passaggio al giovine che vi sparì, come spariscono dalle loro botole i diavoli delle nostre streghe. La voce ed il gesto di quello che seguiva Danglars impegnarono il banchiere a fare altrettanto. Non vi era più da dubitare, il fallito francese aveva a che fare coi briganti. Danglars eseguì come un uomo posto fra due terribili pericoli e che la paura rende coraggioso. Ad onta del suo ventre, abbastanza mal disposto per penetrare nelle crepacce della campagna romana, s’infiltrò dietro a Peppino, e lasciandosi strisciare, chiudendo gli occhi, cadde in piedi. Toccando la terra egli riaprì gli occhi. Il cammino era largo ma nero. Peppino poco curandosi di essere riconosciuto ora che si trovava in casa sua, battè l’acciarino ed accese una torcia. Altri due uomini discesero appresso a Danglars, formando la retroguardia; e spingendo Danglars quando per caso si fermava, lo fecero giungere per un dolce declive al centro di un croce-via di sinistra apparenza. Infatto le pareti dei muri scavate a sepolture soprapposte le une alle altre, sembravano, in mezzo alle pietre bianche, aprire quegli occhi neri e profondi che si vedono nei cranii dei morti. La sentinella fece battere contro la sua mano sinistra il calcio della carabina e domandò:
— Chi vive?
— Amici! Amici! disse Peppino. Dov’è il capitano?
— Là, disse la sentinella, mostrando per di sopra alla sua spalla una specie di gran sala scavata nella roccia, e la cui luce si rifletteva nei corridori per mezzo di grandi aperture concentriche. — Buona preda, capitano, buona preda, disse Peppino in italiano. — E prendendo Danglars pel colletto del soprabito, lo condusse verso un’apertura che rassomigliava ad una porta, e per la quale si penetrava nella sala in cui sembrava che il capitano avesse formato il suo alloggio. — È questo quell’uomo? domandò colui che leggeva con molta attenzione la vita di Alessandro in Plutarco. — Lui stesso, capitano, lui stesso.
— Benissimo; mostratemelo. — Dietro quest’ordine abbastanza impertinente, Peppino avvicinò così bruscamente la sua torcia al viso di Danglars, che questi indietrò vivamente per non avere le sopracciglia bruciate. Questo viso sconvolto offriva tutti i sintomi di un pallido e vergognoso terrore. — Quest’uomo è stanco, disse il capitano, che si conduca tosto al suo letto.
— Oh! mormorò Danglars, questo letto sarà probabilmente uno dei sepolcri che sono scavati nel muro, questo sonno sarà la morte che un pugnale, che già veggo sfavillare nell’ombre, sarà per procurarmi. — Infatto nella profonda oscurità dell’immensa sala si vedevano sollevarsi, sulle loro cuccette d’erbe secche o di pelli di lupi, i compagni di quest’uomo, che Alberto de Morcerf aveva trovato leggendo i Commentarii di Giulio Cesare, e che Danglars trovava leggendo le Vite di Plutarco. Il banchiere mandò un sordo gemito e seguì la sua guida; egli non ebbe coraggio nè di pregare nè di gridare: non aveva più nè forza nè volontà, nè potenza nè sentimento; egli andava perchè lo trascinavano. Urtò in una scalinata, e comprese che aveva una scala davanti a sè; egli alzò macchinalmente i piedi quattro o cinque volte. Allora si aprì davanti a lui una porta bassa; egli si abbassò macchinalmente per non urtare con la fronte, e si ritrovò in una cella tagliata nella roccia. Questa cella era conveniente, sebbene nuda; asciutta quantunque situata sotto terra ad una profondità incommensurabile. Un letto fatto di erbe secche, e ricoperto di pelli di capre, era non già eretto, ma steso in un angolo della cella. Danglars, nello scoprirlo, credè vedervi il simbolo radiante della sua salute. — Oh! sia lodato Iddio! mormorò egli; è un vero letto. — Era la seconda volta, in un’ora, ch’egli invocava il nome di Dio; e ciò non gli era accaduto da più di dieci anni. — Ecco, disse la guida.
E, spingendo Danglars nella cella, chiuse la porta dietro a lui. Il catenaccio cigolò; Danglars era prigioniero.
D’altra parte, se non vi fosse stato il catenaccio, avrebbe abbisognato un miracolo per passare in mezzo alla guarnigione che in quel punto custodiva le catacombe di San Sebastiano, e che era accampata intorno al suo capo, nel quale i nostri lettori avranno certamente riconosciuto il famoso Luigi Vampa. Danglars pure aveva riconosciuto questo bandito, all’esistenza del quale non aveva voluto credere, quando Morcerf cercava di naturalizzarlo in Francia.
Non solo egli lo aveva riconosciuto, ma aveva egualmente riconosciuta la cella nella quale Alberto era stato rinchiuso, e che, secondo tutte le probabilità, era l’alloggio dei forestieri. Queste rimembranze, sulle quali del resto Danglars si estendeva con una certa gioia, gli rendevano la tranquillità. Dal momento in cui non lo avevano ucciso subito, i banditi non avevano più volontà di ucciderlo. Era stato arrestato per essere derubato, e siccome non aveva seco che pochi luigi, gli avrebbero posto un riscatto. Si ricordò che Morcerf era stato tassato di una certa somma, di circa quattromila scudi; e siccome egli si attribuiva un’apparenza molto più importante di Alberto, fissò da sè stesso nel suo spirito il proprio riscatto ad ottomila scudi; 48 mila lire. Gli restava ancora una somma di circa cinque milioni e 50 mila fr. Con questa somma ognuno può cavarsi d’impaccio in ogni luogo. Dunque, quasi certo di togliersi d’impaccio, attesochè non vi è esempio che si sia tassato un uomo per più di cinque milioni e 50 mila lire, Danglars si stese sul suo letto, ove, dopo essersi girato e rigirato due o tre volte, si addormentò colla tranquillità dell’eroe di cui Luigi Vampa leggeva la storia.
CXV. — LA CARTA DI LUIGI VAMPA.
Ad ogni sonno, che non sia quello temuto da Danglars, vi è il suo svegliarsi. Danglars si svegliò. Per un parigino abituato al cortinaggio di seta, alle pareti vellutate dei muri, al profumo che manda il legno imbianchito nel caminetto, e che discende dalle volte di seta, lo svegliarsi in una grotta di pietra scabrosa deve essere come un sogno di cattiva qualità. Tastando i suoi lenzuoli di pelle di capra, Danglars doveva credere di sognare i Lapponi. Ma in simile congiuntura bastò un secondo per cambiare il dubbio nella più robusta certezza. — Sì, sì, mormorò egli, io sono nelle mani dei banditi di cui ci parlò Alberto de Morcerf. — Il suo primo movimento fu di respirare, per assicurarsi che non era stato ferito: era un mezzo che aveva ritrovato in Don Chisciotte, il solo libro, non che avesse letto, ma di cui si ricordasse qualche cosa. — No, diss’egli, essi non mi hanno nè ucciso nè ferito, ma essi forse mi avranno derubato. — E portò prestamente le mani alle sue saccocce. Esse erano intatte: i cento luigi, che si era riserbati in contanti per fare il suo viaggio da Roma a Venezia, erano realmente nella saccoccia del pantalone, ed il portafogli nel quale si ritrovava la lettera di credito per cinque milioni e 50 mila fr. era nella saccoccia da petto del suo abito. — Che singolari banditi! disse da sè stesso; mi hanno lasciato la borsa ed il portafogli! come lo diceva ieri quando mi misi in letto, essi m’imporranno un riscatto. Guarda! ho ancora il mio orologio! sentiamo un poco che ora è. — L’orologio di Danglars, capo d’opera di Breguet, che aveva caricato con cura il giorno avanti, prima di mettersi in viaggio, suonò le cinque e mezzo della mattina. Senza esso, Danglars sarebbe rimasto incerto sull’ora, la luce del giorno non penetrava nella cella. Era egli necessario eccitare una spiegazione dei banditi? aspettar pazientemente ch’essi la domandassero? l’ultima alternativa era la più prudente: Danglars aspettò. Egli aspettò fino a mezzogiorno. In tutto questo tempo una sentinella aveva vegliato alla sua porta.
Alle otto del mattino, la sentinella era stata cambiata.
Allora era venuto voglia a Danglars di vedere da chi fosse guardato. Aveva notato che alcuni raggi di luce, non già del giorno, ma della lampada, filtravano traverso le fessure della porta mal congiunta; egli si accostò ad una di queste fessure al momento in cui il bandito beveva alcune sorsate d’acquavite, le quali, mercè l’otre di pelle che le conteneva, spandevano un odore che molto ripugnava a Danglars.
— Pouah! — fece egli rinculando fino al fondo della sua cella. A mezzo giorno l’uomo dell’acquavite fu sostituito da un’altra fazione. Danglars ebbe la curiosità di guardare il suo nuovo guardiano: egli si accostò di nuovo alla fessura. Questi era un bandito atletico, un Golia dagli occhi grossi, dalle labbra rivoltate, e dal naso schiacciato; i capelli rossigni cadevano sulle spalle a bande contorte a guisa di serpenti. — Oh! oh! questi rassomiglia più ad una belva che ad una creatura umana; in ogni caso, son vecchio ed abbastanza coriaceo, grosso e bianco non son buono a mangiare. — Come si vede, Danglars aveva ancora abbastanza presenza di spirito per scherzare. Nello stesso punto come per provargli che non era una belva, il guardiano si assise in faccia alla porta della sua cella, cavò dalla sua bisaccia del pane nero, della cipolla e del formaggio, ch’egli si mise subito a divorare.
— Che il diavolo mi porti! disse Danglars gettando a traverso della fessura della porta un colpo d’occhio sul pranzo del bandito: se capisco come si possa fare a mangiare simili porcherie. — Andò a sedersi sopra le sue pelli, che gli ricordarono l’odore d’acquavite della prima sentinella.
Ma Danglars aveva un bel fare, ed i segreti della natura sono incomprensibili, vi è un’eloquenza in certi inviti materiali che indirizzano le più grossolane sostanze agli stomachi digiuni. Danglars sentì d’improvviso che il suo non aveva fondi in quel momento, e allora vide l’uomo men brutto, il pane meno nero, il formaggio più fresco. Infatto quelle cipolle crude, orribile alimento del selvaggio, gli ricordarono certi sughi di Robert e certi intingoli che il suo cuciniere eseguiva in un modo sorprendente, quando Danglars gli diceva: Sig. Deniseau, fatemi per oggi un buon piattino. Si alzò e andò a bussare alla porta. Il bandito alzò la testa. Danglars vide ch’era stato inteso, e raddoppiò.
— Che c’è? domandò il bandito.
— Dite dunque! amico, fece Danglars suonando il tamburo con le dita contro la porta, mi sembra che sarebbe ora che si pensasse a nutrire me pure! — Ma sia che egli non capisse il francese, sia che non avesse ricevuto ordini sul conto del nutrimento di Danglars, il gigante si rimise a mangiare. Danglars sentì umiliato il suo orgoglio, e, non volendo maggiormente mettersi a cimento con quella belva, andò a raggrupparsi sulle pelli, e non disse più una parola. Passarono quattr’ore; il gigante fu sostituito da un altro bandito; Danglars, che soffriva orribili stiragliamenti di stomaco, si alzò dolcemente, applicò l’occhio alle fenditure della porta, e riconobbe la figura intelligente della sua guida. Infatto era Peppino che si preparava a montar la guardia la più dolce possibile, sedendosi in faccia alla porta e ponendosi fra le gambe una teglia di terra che conteneva caldi e profumanti piselli, cotti in fricassea sul lardo.
Vicino a questi piselli Peppino depose ancora un bel paniere di uva fresca di Velletri, ed un fiasco di vino d’Orvieto, Peppino era un goloso. Vedendo questi preparativi gastronomici venne l’acquolina in bocca a Danglars.
— Ah! ah! disse il prigioniero, vediamo un poco se questi è più trattabile degli altri. — E bussò gentilmente alla sua porta. — Eccomi, — disse il bandito, che, frequentando la casa di mastro Pastrini, aveva finito per imparare il francese perfino nei suoi dialetti. Infatto venne ad aprire.
Danglars lo riconobbe per quello che gli aveva gridato in un modo così furioso: «dentro la testa.» Ma non era più l’ora delle recriminazioni; assunse l’aspetto il più aggradevole, e con un grazioso sorriso: — Perdono, signore, diss’egli, non si darà da pranzo a me pure?
— Come mai! gridò Peppino, V. E. avrebbe fame, per caso?
— Per caso è una parola graziosa, mormorò Danglars, sono precisamente ventiquattr’ore che non ho mangiato. Ma sì, signore, aggiunse egli alzando la voce, io ho fame, ed anche molta fame.
— E V. E. vuol mangiare?
— Sul momento, se è possibile.
— Niente di più facile, disse Peppino; qui si può procurare tutto ciò che desidera, pagando, beninteso, come si usa presso tutti gli onesti cristiani.
— Ciò s’intende! gridò Danglars, quantunque in verità le persone che arrestano, e che imprigionano, dovrebbero almeno nutrire i loro prigionieri.
— Ah! eccellenza, ripetè Peppino, qui non c’è questo uso.
— Questa è una cattiva ragione, riprese Danglars, che contava di addolcire il suo guardiano colla sua amabilità, eppure io mi contento. Vediamo, che mi si serva da mangiare
— Sul momento, eccellenza, che cosa desiderate?
E Peppino depose la sua teglia per terra in modo tale che il fumo salisse direttamente alle narici di Danglars.
— Comandate, continuò egli.
— Avete delle cucine? domandò il banchiere.
— Come! se abbiamo delle cucine? cucine perfette!
— E dei cuochi? — Eccellenti!
— Ebbene! un pollo, un pesce, del selvaggiume, non importa quello che è, purchè si mangi.
— Come piacerà a V. E.; dicevamo dunque un pollo, è vero?
— Sì, un pollo. — Peppino si voltò, e gridò con tutta la forza dei suoi polmoni: — Un pollo per S. E. — La voce di Peppino vibrava ancora sotto le volte, che già compariva un giovinotto, bello, svelto, e mezzo nudo come gli antichi portatori di pesce; egli portò il pollo sopra un piatto d’argento, e il pollo si reggeva solo sulla testa. — Uno si crederebbe al Caffè di Parigi, mormorò Danglars.
— Eccolo! eccellenza, — disse Peppino prendendo il pollo dalle mani del giovine bandito, e deponendolo sopra una tavola tarlata, che con uno sgabello e il letto di pelli, formava il complesso della mobilia della cella. Danglars domandò un coltello ed una forchetta. — Eccoli! eccellenza, — disse Peppino offrendo un coltello colla punta smussa e una forchetta di legno. Danglars prese il coltello con una mano e la forchetta con l’altra, e si mise in atto di tagliare il volatile.
— Perdono, eccellenza, disse Peppino, ponendo una mano sulla spalla del banchiere; qui si paga prima di mangiare; si potrebbe non essere contenti uscendo...
— Ah! ah! fece Danglars, non è più come a Parigi, senza contare che probabilmente essi mi scorticheranno; ma facciamo le cose da grandi. Vediamo, ho sempre inteso parlare del buon mercato della vita in Italia; un pollo non deve valere più di dodici soldi a Roma. Eccoti, diss’egli, un luigi, e lo gettò a Peppino. — Peppino raccolse il luigi, Danglars accostò il coltello al pollo. — Un momento, eccellenza, disse Peppino rialzandosi; un momento. V. E. mi deve ancora qualche cosa.
— Quando diceva che mi avrebbero scorticato! — mormorò Danglars, indi, risoluto di prendere il suo partito da questa estorsione: — Vediamo, quando vi devo ancora per questo etico volatile? domandò egli.
— V. E. mi ha dato un luigi a conto. — Un luigi a conto! Un luigi a conto sopra un pollo? — Senza dubbio, a conto. — Bene... avanti! avanti! — Non son più che 4999 luigi che V. E. mi deve. — Danglars aprì due occhi enormi all’annunzio di questa burla gigantesca. — Ah! furbissimo, mormorò egli, in verità furbissimo! — E volle rimettersi a tagliare il pollo; ma Peppino gli fermò la mano destra con la mano sinistra, e stese l’altra sua mano.
— Andiamo, diss’egli.
— Che! voi non scherzate? disse Danglars.
— Noi non scherziamo mai, riprese Peppino con serietà.
— Come! cento mila fr. per un pollo!
— Eccellenza, è impossibile il poter credere quanta pena ci costi l’allevare un pollo in queste maledette grotte.
— Andiamo! andiamo! disse Danglars, io ritrovo ciò molto buffo, molto divertente, in verità; ma siccome ho fame, così lasciatemi mangiare. Prendete, ecco qua un altro luigi per voi, amico mio.
— Con ciò il vostro debito non sarà più che di 4998 luigi, disse Peppino conservando la medesima prontezza d’animo; colla pazienza vi si giungerà.
— Oh! in quanto a questo, disse Danglars stomacato dalla perseveranza di questo scherzo, in quanto a questo giammai. Andate al diavolo, non sapete con chi avete da fare.
Peppino fece un segno al giovine bandito, e questi allungò tosto le due mani, e portò via prestamente il pollo. Danglars si gettò sul suo letto di pelli. Peppino chiuse la porta e si rimise a mangiare i suoi piselli sul lardo. Danglars non poteva vedere ciò che faceva Peppino, ma dallo sbattersi dei denti del bandito, non lasciava alcun dubbio al prigioniere sull’esercizio che lo teneva occupato. Era chiaro ch’egli mangiava, e che mangiava rumorosamente, come fanno le persone mal educate. — Ingordo! disse Danglars.
Peppino fece sembiante di non capire, e senza neppure voltare la testa, continuò a mangiare con una saggia lentezza. Lo stomaco di Danglars gli sembrava perforato come la tinozza delle Danaidi, e non poteva credere ch’egli non giungerebbe mai a riempirlo. Però prese pazienza anche una mezz’ora; questa mezz’ora gli parve un secolo. Egli si alzò e andò di nuovo davanti alla porta. — Vediamo, signore, diss’egli, non mi fate languire lungamente, e ditemi d’un sol colpo ciò che si vuole da me?
— Ma, eccellenza, dite piuttosto ciò che volete da noi... Dateci i vostri ordini e li eseguiremo.
— Allora per prima cosa aprite. — Peppino aprì.
— Io voglio, disse Danglars, perdinci! voglio mangiare!
— Avete fame? — E del resto lo sapete.
— Che cosa desidera di mangiare V. E.?
— Un tozzo di pane secco, poichè i polli sono di un prezzo esorbitante in questi maledetti scavi.
— Del pane! sia, disse Peppino. Olà! del pane!
Il giovine servente portò un piccolo pane.
— Eccolo, disse Peppino.
— Quanto costa? domandò Danglars.
— 4998 luigi. Vi sono già due luigi pagati.
— Come, un pane cento mila fr.?
— Cento mila fr., disse Peppino.
— Ma voi domandavate cento mila fr. per un pollo!
— Noi non serviamo alla carta, ma al prezzo fisso. Che si mangi poco, che si mangi molto, che si chiedano dieci piatti o un solo è sempre la stessa cifra.
— Ecco un altro scherzo! amico caro, vi dichiaro che questa è un’assurdità, una stupidità! ditemi piuttosto che volete che io muoia di fame, e tutto sarà finito.
— Ma no, eccellenza, siete voi che volete commettere un suicidio. Pagate e mangiate.
— E con che debbo pagare, triplo animale? disse Danglars esasperato. Credi forse che si portino cento mila fr. in saccoccia?
— Voi avete cinque milioni e 50 mila fr. nella vostra, eccellenza, disse Peppino; ciò è buono per cinquanta polli a centomila fr. e un mezzo pollo a 50 mila. — Danglars fremette, la benda gli cadde dagli occhi; era bensì uno scherzo, ma alfine lo capiva. Bisogna pure rendergli giustizia, perchè da quel momento non vedeva più questo scherzo essere così stupido come prima. — Vediamo, diss’egli, vediamo; pagando questi cento mila fr. mi riterrete voi assoluto, e potrò mangiare con tutto il mio comodo?
— Senza dubbio, disse Peppino. — Ma in che modo dovrò io pagarli? fece Danglars respirando più liberamente.
— Non vi è niente di più facile; voi avete un credito aperto presso i sig. Thomson e French, via dei Banchi a Roma; datemi un buono di 4998 luigi su questi signori, ed il nostro banchiere lo sconterà. — Danglars volle almeno darsi il merito della buona volontà, prese la penna e la carta che gli presentò Peppino: scrisse la cedola e firmò: — Prendete, diss’egli, ecco il vostro buono al latore.
— E voi, ecco il vostro pollo. — Danglars squartò il pollo sospirando: poichè gli sembrava molto magro per una somma così grossa. In quanto a Peppino lesse attentamente il foglio, se lo mise in saccoccia, e continuò a mangiare i suoi piselli.
CXVI. — IL PERDONO.
Il giorno dopo Danglars ebbe nuovamente fame; l’aria in quella caverna era oltre ogni credere appetitosa; il prigioniere credè che, per quel giorno, non avrebbe avuto alcuna spesa da fare; da uomo economico aveva nascosto una metà del pollo ed un poco di pane in un angolo della sua cella. Ma non ebbe tosto mangiato, che gli venne sete: egli non aveva calcolato su questo. Lottò contro la sete fino al momento in cui si sentì la lingua disseccata attaccarsi al palato. Allora, non potendo più resistere al fuoco che lo divorava, egli chiamò. La sentinella aprì la porta, era un viso nuovo. Pensò che era meglio per lui aver che fare con una vecchia conoscenza. E chiamò Peppino. — Eccomi, eccellenza, disse il bandito presentandosi con una premura che parve di buon augurio a Danglars, che desiderate?
— Da bere, disse il prigioniero.
— Eccellenza, disse Peppino, sapete che il vino è di un prezzo esorbitante nelle vicinanze di Roma.
— Allora datemi dell’acqua, disse Danglars.
— Oh! l’acqua è più rara del vino, ora vi è siccità!
— Andiamo, disse Danglars, noi ricominciamo la storia di ieri. — E, mentre sorrideva per avere l’aria di scherzare, il disgraziato sentiva il sudore bagnargli le tempia.
— Io vi ho già detto, eccellenza, rispose con gravità Peppino, che noi non vendiamo alla minuta.
— Ebbene! vediamo allora, datemene una bottiglia.
— Di quale? — Di quel che costa meno.
— Costan tutti lo stesso prezzo.
— E qual n’è il prezzo? — 25 mila fr. la bottiglia.
— Dite, gridò Danglars con un’amarezza che il solo Arpagone avrebbe potuto notare sul diapason della voce umana, dite che volete spogliarmi, e ciò sarà più presto fatto di quel che divorarmi in tal modo a brani a brani.
— È possibile, disse Peppino, che questa sia l’idea del padrone.
— Il padrone, chi è dunque? — Quello al quale vi condussi innanzi ieri. — E dov’è? — Qui. — Fate che io lo veda. — È facile. — Un minuto dopo Luigi Vampa era davanti a lui: — Voi mi chiamate? domandò egli al prigioniere. — Siete voi, signore, il capo di queste genti che mi hanno qui condotto?
— Sì, eccellenza; perchè?
— Che desiderate per il mio riscatto? parlate.
— Semplicemente i cinque milioni che portate indosso.
Danglars sentì un orribile spasimo lacerargli il cuore.
— Io non ho che questi al mondo, signore, questo è il residuo di una immensa ricchezza; se me li togliete val meglio che mi togliate la vita.
— A noi è proibito di versare il sangue di V. E.
— E da chi vi è stato proibito? — Da quello al quale obbediamo. — Voi dunque obbedite a qualcuno? — Sì, ad un capo. — Io credeva che voi stesso foste il capo. — Io sono il capo di questi uomini ma un altro uomo è il capo mio.
— E questo capo obbedisce egli a qualcuno? — Sì.
— A chi? — A Dio. — Danglars rimase un momento pensieroso: — Io non vi capisco, diss’egli. — È probabile.
— Questo capo che vi ha ordinato di trattarmi in tal modo? — Sì. — Con quale scopo? — Io non lo so.
— Ma la mia borsa si vuoterà. — È probabile.
— Sentiamo, disse Danglars, volete un milione?
— No. — Due milioni? — No. — Tre milioni?... quattro... Vediamo, quattro? ve li do alla condizione che voi mi lasciate andare.
— Perchè mi offrite voi i milioni di ciò che ne vale 5? disse Vampa; questa è un’usura, sig. banchiere.
— Prendete tutto! vi dico, gridò Danglars, e uccidetemi.
— Andiamo, andiamo, calmatevi, eccellenza, vi farete rimescolare il sangue, cosa che vi apporterà un appetito da mangiare un milione al giorno; siate dunque più economico; per bacco!
— Ma quando non avrò più danaro per pagarvi?
— Allora avrete fame.
— Avrò fame? disse Danglars tremante.
— È probabile, rispose flemmaticamente Vampa.
— Ma voi dite che non volete uccidermi? — No.
— E volete lasciarmi morir di fame?
— Questa è una cosa diversa.
— Ebbene! miserabili, gridò Danglars, io scomporrò i vostri infami calcoli; morire per morire, tanto fa finirla subito; fatemi soffrire, torturatemi, uccidetemi, ma non avrete più la mia firma.
— Come piacerà a V. E., disse Vampa; — ed uscì dalla cellula. Danglars si gettò ruggendo sul suo letto di pelli.
Chi erano questi uomini? chi era questo capo visibile? chi era l’altro capo invisibile? quale idea avevan su di lui? quando tutti potevano riscattarsi, perchè egli solo non lo poteva? Oh! certamente la morte, una morte pronta e violenta era un buon mezzo di deludere questi nemici accaniti, che sembravano continuare su di lui una incomprensibile vendetta. Sì, ma morire! Forse per la prima volta nella sua lunga carriera, Danglars pensava alla morte col desiderio ed il timore di morire; ma era giunto il momento per lui di fissare la sua vista sullo spettro implacabile che si erge davanti ad ogni creatura, e che, ad ogni pulsazione del cuore, dice a lui stesso: — tu morrai! — Danglars rassomigliava a quelle bestie feroci che la caccia anima, poichè le dispera, e che a forza di disperazione riescono qualche volta a salvarsi. Ei pensò ad una evasione. Ma le mura erano la roccia stessa, ed alla sola uscita che conduceva fuor della cella vi era un uomo che leggeva; dietro a questo uomo si vedevano passare e ripassare delle ombre armate di fucili. La sua risoluzione di non firmare durò due giorni, dopo di che domandò gli alimenti ed offrì un milione.
Gli fu servita una magnifica colazione, e fu preso il milione. Da quel momento la vita del disgraziato prigioniere fu una distrazione continua. Egli aveva tanto sofferto che non voleva più esporsi a soffrire, e soffriva tutte le esigenze; in capo a dodici giorni, il dopo pranzo in cui aveva desinato come nei suoi più bei giorni della sua fortuna, fece i suoi conti e si accorse che aveva dato tante tratte pagabili al latore che non gli rimanevano più che cinquantamila franchi. Allora nacque in lui una strana reazione; egli che aveva abbandonati cinque milioni, tentò di salvare i 50 mila fr. che gli restavano; piuttosto che cederli risolvè di riprendere una vita di privazioni, ebbe dei lampi di speranza che si accostavano alla follia; egli che da sì gran tempo aveva dimenticato Dio, vi pensò per dire a sè stesso, che Dio qualche volta fa dei miracoli; che la caverna poteva inabissarsi; che i carabinieri pontificii potevano scoprire questo maledetto ritiro, e venire in suo soccorso; che allora gli resterebbero questi 50 mila fr.; che quest’era una somma sufficiente per impedire ad un uomo di morire di fame; egli pregò Dio di conservargli questi cinquantamila fr. e pregando pianse. Tre giorni passarono così durante i quali il nome di Dio fu costantemente, se non nel suo cuore almeno sulle sue labbra; ad intervalli aveva dei momenti di delirio, durante i quali credeva di vedere, a traverso una finestra, una povera camera ed un vecchio agonizzante sopra un lettuccio. Questo vecchio, pure, moriva di fame.
Il quarto giorno, non era più un uomo, era un cadavere vivente, egli aveva raccolto per terra perfino le ultime molliche dei suoi antichi pasti, e cominciò a divorare la stuoia di cui era coperto il suolo. Allora supplicò Peppino, come si supplica l’Angelo custode, a dargli qualche nutrimento; e gli offrì mille fr. per una boccata di pane. Peppino non rispose. Nel quinto giorno si strascinò all’entrata della cella. — Ma voi dunque non siete un cristiano, diss’egli ergendosi sui ginocchi; voi volete assassinare un uomo che è vostro fratello in Dio? Amici miei di altri tempi, amici miei di altri tempi! — mormorò egli: e cadde colla faccia contro terra. Indi alzandosi con una specie di disperazione: — Il capo! gridò egli, il capo! — Eccomi! disse Vampa comparendo subito; che desiderate ancora?
— Prendete il mio ultimo oro, balbettò Danglars stendendo il portafogli, e lasciatemi vivere qui, in questa caverna; non domando più la libertà, non domando che di vivere.
— Voi dunque soffrite molto? domandò Vampa.
— Oh! sì, io soffro, e crudelmente!
— Eppure vi sono stati degli uomini che hanno sofferto anche più di voi. — Io non lo credo.
— È un fatto! quelli che sono morti di fame.
Danglars pensò a quel vecchio che durante le sue allucinazioni, egli vedeva a traverso la finestra della sua povera camera, gemere sul suo letto. Battè la fronte per terra mandando un forte gemito: — Sì, diss’egli, è vero; ve ne sono che hanno sofferto anche più di me, ma almeno quelli erano martiri.
— Vi pentite voi alfine? disse una voce cupa e solenne, che fece drizzare i capelli sulla testa di Danglars.
Il suo sguardo indebolito cercò di distinguere gli oggetti, e vide dietro al bandito un uomo avvolto nel suo mantello, e perduto nell’ombra di un pilastro di pietra.
— E di che debbo pentirmi? balbettò Danglars.
— Di tutto il male che avete fatto, disse la stessa voce.
— Oh! sì, io mi pento! — gridò Danglars, percuotendosi il petto col suo scarno pugno.
— Allora io vi perdono, — disse l’uomo gettando il mantello, e facendo un passo avanti per esporsi meglio alla luce.
— Il conte di Monte-Cristo! — disse Danglars più pallido pel terrore, che non lo era un momento prima per la fame e la miseria.
— Voi vi sbagliate; non sono il conte di Monte-Cristo.
— E chi siete voi dunque?
— Io sono colui che voi avete venduto, denunziato, disonorato; son colui di cui avete prostituita la fidanzata; son colui sul quale avete camminato per innalzare le vostre ricchezze; son colui al quale avete fatto morire il padre di fame; son colui che vi aveva condannato a morire di fame, e che ciò non ostante vi perdona, perchè egli pure ha bisogno di perdono; io sono Edmondo Dantès! — Danglars non mandò che un grido, e cadde prosternato. — Rialzatevi, disse il conte, voi avete salva la vita. Un’egual fortuna non è avvenuta ai vostri due altri complici: l’uno è pazzo, l’altro è morto! conservate i 50 mila fr. che vi restano, ve ne faccio un regalo; in quanto ai vostri cinque milioni rubati agli ospizii, essi sono di già stati restituiti loro da una mano sconosciuta. Ora mangiate e bevete; questa sera io vi faccio mio ospite. Vampa, quando quest’uomo si sarà rimesso, sia posto in libertà. — Danglars rimase ancora prosternato, mentre che il conte si allontanava; quando egli rialzò la testa, non vide più che una specie di ombra che spariva nel corridore, e davanti alla quale s’inchinavano i banditi.
Come il conte aveva ordinato, Danglars fu servito da Vampa, che gli fece portare il miglior vino e i più bei frutti d’Italia, e che, avendolo indi fatto montare nella sua carrozza da posta, lo lasciò sulla strada appoggiato ad un albero. Egli vi restò fino a giorno, ignorando ove era.
A giorno s’accorse che era vicino ad un ruscello! egli aveva sete, e si trascinò fino ad esso. Nell’abbassarsi per bevervi, s’accorse che i suoi capelli erano divenuti bianchi.
CXVII. — IL CINQUE OTTOBRE.
Erano circa le sei di sera; un giorno di color opale, nel quale un bel sole di autunno infiltrava i suoi raggi d’oro, cadendo dal cielo sul mare azzurrognolo. Il calore del giorno si era estinto gradatamente, e cominciava a farsi sentire quella brezza leggiera, che sembra la respirazione della natura, nel risvegliarsi dopo l’ardente sesta del mezzogiorno, e che porta di riva in riva il profumo degli alberi misto all’acre sentore del mare. Sovra questo immenso lago che si estende da Gibilterra ai Dardanelli, e da Venezia a Tunisi, un leggiero yacht, di forma pura ed elegante strisciava nei primi vapori della sera. Il suo movimento era quello di un cigno che apre le sue ali al vento e che sembra lambire l’acqua. Esso si avanzava, rapido ad un tempo e grazioso, e lasciando dietro a sè un solco fosforescente. Poco a poco il sole, di cui abbiam salutato gli ultimi raggi, era scomparso dall’orizzonte occidentale, ma, come per dar ragione ai brillanti sogni della mitologia, i suoi fuochi indiscreti, ricomparendo alla sommità di ciascun flutto, sembravano rivelare che il Dio della fiamma era andato a nascondersi nel seno di Anfitrite, la quale tentava invano di celare il suo amante fra le pieghe del suo manto azzurro. Il yacht avanzava rapidamente quantunque in apparenza vi fosse solo abbastanza vento per agitare la capigliatura a boccoli di una giovanetta. In piedi sulla prua, un uomo d’alta persona, di carnagione bronzina, coll’occhio dilatato vedeva venire innanzi a sè la terra sotto la forma di una tetra massa disposta a cono, e che usciva dal mezzo dei flutti come un immenso cappello alla catalana. — È quella l’isola di Monte-Cristo? — domandò con voce grave e marcata da profonda tristezza il viaggiatore, agli ordini del quale sembrava che momentaneamente fosse sottoposto il piccolo yacht.
— Sì, eccellenza, rispose il padrone, noi arriviamo.
— Noi arriviamo! mormorò il viaggiatore con un indefinibile accento di melanconia: indi soggiunse a bassa voce:
— Sì, quello sarà il porto. — E ritornò ad immergersi nel suo pensiero che traspirava da un sorriso più tristo che non sarebbero state le lagrime. Alcuni minuti dopo si scoperse a terra una fiamma che tosto si spense, e il rumore di un arme da fuoco giunse fino al yacht. — Eccellenza, disse il padrone, ecco il segnale di terra, volete rispondervi voi stesso? — Che segnale? domandò quegli. — Il padrone stese la mano verso l’isola ai fianchi della quale s’avvicinavano, isolata e biancastra, additando un largo pennacchio di fumo che si squarciava allargandosi. — Ah! sì, diss’egli come se uscisse da un sogno; date. — Il padrone gli stese una carabina già carica; il viaggiatore la prese, l’alzò lentamente e fece fuoco in aria. Dieci minuti dopo si ammainavano le vele, e si gettava l’ancora a 500 passi dal porto. La lancia era già in mare con quattro rematori e il pilota; il viaggiatore discese, e invece di sedere a poppa, per lui coperta da un tappeto, rimase in piedi a prua colle braccia incrociate. I rematori aspettavano coi remi alzati, come gli uccelli che si asciugano le ali. — Andate! disse il viaggiatore. — Gli otto remi caddero in mare di un sol colpo senza far spruzzare una sola goccia di acqua; indi la barca, cedendo all’impulsione, strisciò rapidamente. In quel punto giunsero ad un piccolo seno formato da scavi naturali; la barca toccò fondo sulla fina sabbia. — Eccellenza, disse il pilota, montate sulle spalle di due dei nostri uomini, essi vi porteranno a terra.
Il giovine rispose a questo invito con un gesto di completa indifferenza, si liberò le gambe dalla barca, e si lasciò calare nell’acqua che gli giunse fino alla cintola. — Ah! eccellenza, mormorò il pilota, avete fatto male a far così, ci farete sgridare dal nostro padrone.
Il giovine continuò ad avanzarsi verso la riva seguendo i due marinari che sceglievano il miglior fondo.
Dopo una trentina di passi erano a terra, il giovine scuoteva i piedi sopra un terreno secco, e cercava con gli occhi intorno a sè il cammino probabile che gli verrebbe indicato, poichè faceva assolutamente notte; al momento in cui voltava la testa una mano si posò sulla sua spalla, ed una voce lo fece rabbrividire.
— Buon giorno Massimiliano, diceva questa voce, voi siete esatto, io ve ne ringrazio.
— Siete voi, conte, gridò il giovine, con un movimento che rassomigliava alla gioia, e stringendo con ambe le mani la mano di Monte-Cristo.
— Sì, voi lo vedete, così esatto quanto voi stesso; ma voi siete grondante, caro amico, bisogna cambiarvi di vestito, come diceva Calipso a Telemaco. Venite adunque, vi è per di qua un alloggio preparato per voi e nel quale dimenticherete la stanchezza ed il freddo. — Monte-Cristo s’accorse che Morrel si voltava, egli aspettò. Il giovine infatto, vedendo con sorpresa che non era stata detta una parola da quelli che lo avevano là portato, ch’egli non li aveva pagati e che ciò non ostante erano partiti. Si sentiva anzi di già il battere dei remi della barca che ritornava al piccolo yacht.
— Ah! sì, disse il conte, voi cercate i vostri marinari?
— Senza dubbio; io non ho loro dato niente; e ciò non ostante sono partiti.
— Non vi occupate di questo, Massimiliano, disse ridendo Monte-Cristo, ho un contratto colla marina, perchè gli accessi alla mia isola siano franchi da qualunque spesa: sono abbonato come si direbbe nei paesi inciviliti. — Morrel guardò il conte con meraviglia. — Conte, diss’egli, voi non siete più lo stesso qui che a Parigi.
— In che modo? — Sì, voi ridete. — La fronte di Monte-Cristo si corrugò d’un subito: — Avete ragione di richiamare me a me stesso, Massimiliano, diss’egli: il rivedervi era per me una felicità ma passeggiera.
— Oh! no, no, conte, gridò Morrel stringendogli di nuovo le mani, ridete, al contrario, siate felice, e provatemi colla vostra indifferenza che la vita non è cattiva che per coloro che soffrono. Oh! voi siete caritatevole, siete buono, siete grande, ed è solo per darmi coraggio che affettate questa ilarità.
— Vi sbagliate, gli è perchè sono effettivamente contento.
— Allora mi dimenticate, tanto meglio! — In che modo?
— Sì, poichè lo sapete, amico, come diceva il gladiatore entrando nel circo al sublime imperatore, io dico a voi: «quello che va a morte, vi saluta.»
— Non siete consolato? domandò Monte-Cristo con uno strano sguardo.
— Oh! fece Morrel con uno sguardo pieno d’amarezza, avete creduto realmente che io potessi esserlo?
— Ascoltate, disse il conte, voi intendete bene il senso delle mie parole, non è vero, Massimiliano? non mi prendete per un uomo volgare, per un istrumento che emette dei suoni vaghi e privi di senso? Quando io vi domando se siete consolato, vi parlo da uomo pel quale il cuore umano non ha più segreti. Ebbene! Morrel, discendiamo insieme nel fondo del vostro cuore, ed esploriamolo. Evvi ancora quella impaziente foga di dolore che fa balzare il corpo come balza il leone ferito da un colpo di moschetto? vi è sempre quella sete divorante che non si estingue che nella tomba? vi è ancora quella idealità di dispiacere che lancia il vivo fuori della vita, in traccia della morte? ovvero vi è soltanto la prostrazione del coraggio spossato, la noia che soffoca i raggi di speranza che vorrebbero rilucere? vi è la perdita della memoria che produce l’impotenza delle lagrime? Oh! mio caro amico, se la cosa è così, se non avete più altre forze che in Dio, altri sguardi che nel cielo, Massimiliano, voi siete consolato, non vi lamentate più.
— Conte, disse Morrel con tuono di voce dolce e fermo; ascoltatemi, come si ascolta un uomo che parla col dito steso verso la terra, gli occhi verso il cielo; io sono venuto vicino a voi per morire fra le braccia di un amico. Certamente amo ancora qualcuno: amo mia sorella Giulia, amo suo marito Emmanuele; ma ho bisogno che mi si aprano delle braccia forti, e che mi si sorrida nell’ultimo mio momento; mia sorella si struggerebbe in lagrime e svenirebbe; io vedrei soffrire, ed ho sofferto abbastanza: Emmanuele mi strapperebbe l’arme dalle mani e riempirebbe la casa delle sue grida; voi, conte, voi di cui io ho la parola, mi condurrete dolcemente e con tenerezza, n’è vero, fino alle porte della morte?
— Amico, disse il conte, non mi resta ancora che un dubbio; avreste voi così poca forza da mettere dell’orgoglio nell’esagerare il vostro dolore?
— No, osservate; io sono tranquillo, disse Morrel stendendo la mano al conte, e il mio polso non batte nè più forte nè più lentamente dell’ordinario: mi ritrovo al termine della mia strada e non andrò di più avanti. Voi mi avete parlato di aspettare e di sperare; sapete ciò che avete fatto al disgraziato, saggio che siete? io ho aspettato un mese, vale a dire ho sofferto un mese di più. Io ho sperato; (l’uomo è una povera e miserabile creatura!) che cosa ho sperato? non lo so, qualche cosa di sconosciuto, d’assurdo, d’insensato; un prodigio!... E quale? Dio solo può dirlo che ha mischiato alla nostra ragione il sentimento della speranza. Sì, ho aspettato; ho sperato, e da un quarto d’ora che parliamo mi avete cento volte, senza saperlo, torturato e lacerato il cuore, poichè ciascuna delle vostre parole mi ha provato che non vi era più speranza per me. Oh! conte, quanto riposerò dolcemente e voluttuosamente nella morte!
Morrel pronunziò quest’ultime parole con un’esplosione di energia che fece fremere il conte.
— Amico mio, continuò Morrel, vedendo che il conte taceva, voi mi avete designato il 5 ottobre come termine della dilazione che mi avete domandata... amico, oggi è il 5 ottobre... — Morrel cavò l’orologio: — Sono nove ore, ho ancora tre ore da vivere.
— Sia, rispose Monte-Cristo, venite. — Morrel seguì macchinalmente il conte, ed essi erano già nella grotta che Massimiliano non se ne era ancora accorto. Egli trovò i tappeti sotto i suoi piedi, si aprì una porta, dolci profumi lo avvilupparono, una viva luce colpì i suoi occhi. Morrel si fermò esitando ad inoltrarsi; egli non si fidava delle snervate delizie che lo circondavano. Monte-Cristo lo attirò dolcemente: — Non fa mestieri, disse il conte, che noi impieghiamo le tre ore che ci rimangono come quegli antichi Romani che, condannati da Nerone loro imperatore e loro erede, si mettevano a tavola coronati di fiori, ed aspiravano la morte tra i profumi delle vainiglie e delle rose?
Morrel sorrise: — Come vorrete, disse egli; la morte è sempre morte, vale a dire l’oblio, vale a dire il riposo, vale a dire l’assenza della vita, e per conseguenza dei dolori della terra. — Egli si assise, Monte-Cristo si pose in faccia a lui; erano in quella maravigliosa sala da pranzo che abbiam già descritta, e dove statue di marmo portavano sulle loro teste cestellini sempre pieni di fiori e di frutti. Morrel aveva guardato tutto vagamente, ed era possibile che non avesse veduto niente. — Parliamo da uomini, diss’egli guardando fissamente il conte.
— Parlate! rispose questi.
— Conte, riprese Morrel, avete in voi raccolto tutte le conoscenze umane, e mi fate l’effetto di essere disceso da un mondo più inoltrato e più erudito del nostro.
— Nelle vostre parole vi è qualche cosa di vero, Morrel, disse il conte con quel sorriso melanconico che lo faceva così bello: sono disceso da un pianeta che si chiama il dolore.
— Io credo tutto ciò che mi dite, senza cercare di approfondirne il senso, conte! e la prova si è che voi mi avete detto di sperare, ed ho quasi sperato: avrò dunque il coraggio di dirvi come se foste già morto una volta: come è doloroso il morire? — Monte-Cristo guardava Morrel con una indefinibile espressione di tenerezza. — Sì, disse egli! sì, senza dubbio è molto doloroso, se voi troncate brutalmente questo mortale inviluppo che domanda ostinatamente di vivere. Se voi fate stridere la vostra carne sotto i denti impercettibili di un pugnale! se vi trapassate con una palla intelligente, e sempre pronta a scartarsi dalla strada del vostro cervello, che il minimo urto addolora, certamente voi soffrirete, e lascerete odiosamente la vita, trovandola nel mezzo della vostra disperata agonia, migliore che un riposo comprato ad un così caro prezzo.
— Sì, lo capisco, disse Morrel, la morte, come la vita, ha i suoi segreti di dolore e di voluttà: il tutto dipende dal saperli conoscere.
— Precisamente, Massimiliano, e voi avete detta una gran parola. La morte è, a seconda delle cure che noi poniamo nel metterci in bene o in male con lei, o una amica che ci culla dolcemente quanto una nutrice, o una nemica che strappa violentemente l’anima dal corpo. Un giorno, quando il nostro mondo avrà vissuto ancora un migliaio d’anni, quando si sarà reso padrone di tutte le forze distruggitrici della natura per farle servire al ben essere generale dell’umanità, quando l’uomo saprà, come voi desideravate or ora, i segreti della morte, la morte diverrà così dolce e così voluttuosa quanto il sonno gustato fra le braccia di una diletta consorte.
— E se voi voleste morire, sapreste morire in tal modo? — Sì.
Morrel gli stese la mano. — Capisco ora, diss’egli, perchè mi avete dato convegno qui in quest’isola disabitata, nel mezzo dell’Oceano, in questo palazzo sotterraneo, sepolcro da destare invidia ad un Faraone: gli è perchè voi mi amate, non è vero conte? è perchè mi amate abbastanza per darmi una di queste morti di cui parlavate or ora, una morte senza agonia, una morte che mi permetta di estinguermi pronunziando il nome di Valentina e stringendovi la mano?
— Sì, avete colto al segno Morrel, disse il conte con semplicità, ed è così che io la intendo.
— Grazie; l’idea che domani non soffrirò più è soave al mio povero cuore.
— Non vi dispiace di niente? domandò Monte-Cristo.
— No! rispose Morrel.
— Neppur di me? domandò il conte con profonda emozione. — Morrel si fermò; il suo occhio così puro di repente si oscurò, indi brillò di straordinaria luce! una grossa lagrima gli scaturì e scorse scavando un solco d’argento sulla sua guancia. — Che! disse il conte, lasciate ancora qualche cosa con dispiacere sulla terra, e voi morite!
— Oh! ve ne supplico, gridò Morrel con voce indebolita, non mi dite una parola di più conte, non prolungate il mio supplizio. — Il conte credè che Morrel si fosse indebolito.
Questa credenza di un momento risuscitò in lui l’orribile dubbio già atterrato una volta al castello d’If.
— Io mi occupo, pensò egli, di restituire quest’uomo alla felicità, guardo questa restituzione come un peso gettato nella bilancia sul piatto opposto a quello in cui ho gettato tanto male. Ora, se io mi sbagliassi, se quest’uomo non fosse abbastanza infelice per meritare la felicità che gli destino? ahimè che addiverrebbe di me che non posso dimenticare il male se non facendo il bene! — indi rivolgendosi a Morrel:
— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, io non ho alcun parente al mondo, voi lo sapete: mi sono abituato a considerarvi come un mio figlio. Ebbene! per salvare questo mio figlio, io sacrificherei la mia vita, a più forte ragione, le mie ricchezze.
— Che intendete dire?
— Intendo dire, Morrel, che voi volete lasciare la vita, perchè non conoscete tutti i piaceri che la vita concede ai possessori di grandi ricchezze. Massimiliano, io posseggo quasi cento milioni, io ve li dono; con una simile fortuna voi potrete ottenere qualunque risultato vi proporrete. Siete ambizioso? tutte le carriere vi saranno aperte. Mettete sotto sopra il mondo, cambiatene la faccia, abbandonatevi ad opere insensate, ma vivete.
— Conte, io ho la vostra parola, rispose freddamente Morrel; e, aggiunse egli cavando l’orologio, sono le undici e tre quarti. — Morrel! ci pensate voi, sotto i miei occhi, nella mia casa?...
— Allora, lasciatemi partire, disse Massimiliano divenuto tetro, oppure io crederò che voi non mi amate per me, ma per voi! — E si alzò.
— Sta bene, disse Monte-Cristo, il cui viso si rischiarò a queste parole; voi lo volete, Morrel, voi siete inflessibile; sì, siete profondamente infelice, e lo avete detto, un miracolo soltanto potrebbe guarirvi; sedete adunque, Morrel, e aspettate. — Morrel obbedì; Monte-Cristo si alzò a sua volta ed andò a frugare in un armadio chiuso diligentemente, di cui portava la chiave sospesa ad una catenella d’oro; prese un piccolo bauletto d’argento, maravigliosamente scolpito e cesellato. Posò il bauletto sulla tavola: indi aprendolo ne cavò una scatola d’oro il cui coperchio si alzava premendo una molla. Questa scatola conteneva una sostanza untuosa, quasi solida, di cui il colore era indefinibile, mercè il riflesso dell’oro forbito, dei zaffiri, dei rubini, e degli smeraldi che contornavano la scatola. Era un miscuglio di azzurro, di porpora e d’oro. Il conte prese una piccola quantità di questa sostanza con un cucchiaio d’argento dorato, e l’offrì a Morrel, fissando su lui un lungo sguardo. Allora si potè vedere che questa sostanza era verdastra. — Ecco ciò che voi mi avete domandato, diss’egli. Ecco ciò che io vi ho promesso.
— Vivo ancora, disse il giovine, prendendo il cucchiaio dalle mani di Monte-Cristo, vi ringrazio dal fondo del mio cuore. — Il conte prese un altro cucchiaio, e lo immerse una seconda volta nella scatola d’oro: — Che fate voi, amico? domandò Morrel, fermandogli la mano.
— In fede mia, Morrel, credo di esser stanco quanto voi della vita, e poichè si presenta l’occasione....
— Fermate! gridò il giovine, voi che amate, voi che siete amato, oh! non fate ciò che faccio io; per parte vostra sarebbe un delitto. Addio, mio nobile e generoso amico, addio, io vado a dire a Valentina tutto ciò che voi avete fatto per me. — E lentamente, senz’altra esitazione che una lunga stretta colla mano sinistra, che stendeva al conte, Morrel inghiottì, o piuttosto assaporò la misteriosa sostanza offerta da Monte-Cristo. Allora entrambi si tacquero. Alì, silenzioso ed attento portò il tabacco e le pipe, servì il caffè e disparve. Poco a poco le lampade impallidirono nelle mani delle statue di marmo che le sostenevano, e i profumi dei vasi sembrarono meno penetranti a Morrel. Assiso a lui di faccia, Monte-Cristo lo guardava dal fondo dell’ombra, e Morrel non vedeva brillare che gli occhi del conte. Un immenso dolore s’impadronì del giovine: sentì la pipa sfuggirgli di mano; gli oggetti perdevano la loro forma e il loro colore; i suoi occhi turbati vedevano aprirsi come porte e tende nei muri: — Amico, diss’egli, io sento che muoio; grazie! — Fece uno sforzo per stendergli un’ultima volta la mano, ma la mano ricadde senza forze vicino a lui. Allora gli sembrò che Monte-Cristo sorridesse, non più del suo strano e spaventoso sorriso che molte volte gli aveva fatto intravvedere i misteri di quest’anima profonda, ma colla benevolenza compassionevole che i padri hanno pei loro figli irragionevoli. Nello stesso tempo il conte ingrandiva ai suoi occhi; la sua persona, quasi raddoppiata si disegnava sulle tendine rosse, egli aveva i capelli neri gettati in addietro, e compariva in piedi e fiero. Morrel abbattuto e vinto, si rovesciò sul divano; un torpore voluttuoso s’insinuò nelle sue vene. Un cambiamento d’idee mobilizzò la sua fronte, come una nuova disposizione di disegni muove il caleidoscopio. Steso, snervato, anelante, Morrel non sentì più niente della vita in lui, se non questo sogno: gli sembrava di entrare a gonfie vele in quel vago delirio che precede quell’antro sconosciuto, che si chiama morte. Tentò anche una volta di stendere la mano al conte, ma questa volta la sua mano non si mosse nemmeno; volle articolare un ultimo addio, la sua lingua gli cadde pesantemente in gola, come una pietra che chiudesse un sepolcro. I suoi occhi carichi di languore si chiusero suo malgrado; però dietro alle sue palpebre si agitava un’immagine ch’egli riconobbe ad onta della oscurità da cui si credeva avviluppato.
Era il conte che aveva aperta una porta. Tosto un’immensa chiarezza irradiò dalla camera vicina, o piuttosto da un palazzo meraviglioso, venne inondata di luce la sala ove Morrel si lasciava in braccio alla sua dolce agonia. Allora egli vide venire sulla soglia di questa sala e sul limitare di queste due camere una donna di meravigliosa bellezza. Pallida, e dolcemente sorridente, ella sembrava l’angiolo della misericordia. — È forse il cielo che già si apre per me? pensò il moribondo; quest’angiolo rassomiglia a quello che ho perduto. — Monte-Cristo mostrò col dito alla giovanetta il sofà su cui riposava Morrel. Ella si avanzò verso di lui con le mani giunte e il sorriso sulle labbra. — Valentina! Valentina! — gridò Morrel nel fondo dell’anima sua. Ma la bocca non proferì alcun suono; e, come se tutte le sue forze fossero unite in questa emozione interna, mandò un sospiro, e chiuse gli occhi. Valentina si precipitò verso di lui. Le labbra di Morrel fecero ancor un movimento.
— Egli vi chiama, disse il conte, egli vi chiama dal fondo del suo sonno; colui al quale voi avete confidato il vostro destino, dal quale la morte ha voluto separarvi! ma io era là per fortuna, ed ho vinta la morte! Valentina, d’ora in avanti non dovete separarvi più sulla terra! poichè per ritrovarvi, egli si precipitava nella tomba. Senza di me, sareste morti entrambi! possa Iddio tenermi a calcolo queste due esistenze che ho salvate! — Valentina afferrò la mano di Monte-Cristo, ed in uno slancio di gioia irresistibile, la portò alle sue labbra. — Oh! ringraziatemi bene, disse il conte, oh! riditemi, senza stancarvi di ridirlo, riditemi che io vi ho resa felice! non sapete quanto io abbia bisogno di questa certezza.
— Oh! sì, sì, io vi ringrazio con tutta l’anima mia, disse Valentina, e se dubitate che i miei ringraziamenti non siano sinceri, ebbene! domandate ad Haydée, interrogate la mia sorella prediletta Haydée, che dal momento della nostra partenza dalla Francia mi ha fatto aspettare pazientemente, parlandomi di voi, e del felice giorno che oggi risplende per me.
— Voi dunque amate Haydée? domandò Monte-Cristo con una emozione che si sforzava invano di dissimulare.
— Oh! con tutta l’anima mia!
— Ebbene! ascoltate, ho una grazia da chiedervi.
— A me, gran Dio! sarei abbastanza felice per...?
— Sì; voi avete chiamata Haydée vostra sorella, ch’ella lo sia in fatto, Valentina; rendete a lei tutto ciò che voi credete di dovere a me! proteggetela voi e Morrel, poichè (la voce del conte era vicina ad estinguersi nella sua gola), poichè d’ora innanzi ella sarà sola al mondo...
— Sola al mondo! ripetè una voce dietro il conte, e perchè? — Monte-Cristo si voltò. Haydée era là, ritta, pallida ed agghiacciata, guardando il conte con un gesto d’immortale stupore: — Perchè domani, figlia mia, tu sarai libera, rispose il conte; perchè tu riprenderai nel mondo il posto che ti è dovuto, perchè non voglio che il mio destino oscuri il tuo. Figlia di principe! ti restituisco le ricchezze ed il nome di tuo padre. — Haydée impallidì, aprì i suoi occhi diafani come la vergine che si raccomanda a Dio, e con voce resa rauca per le lagrime:
— Dunque, mio signore, tu mi lasci? disse ella.
— Haydée! Haydée! tu sei giovane, tu sei bella; dimentica perfino il mio nome, e sii felice!
— Sta bene, disse Haydée, i tuoi ordini saranno eseguiti, mio signore; dimenticherò perfino il tuo nome, e sarò felice.
Ella fece un passo in addietro per ritirarsi.
— Oh! mio Dio, gridò Valentina, mentre sosteneva la testa appesantita di Morrel sopra la sua spalla, non vedete dunque quant’ella soffre?
Haydée le disse con una espressione dilaniante: — Perchè vuoi dunque, sorella mia, che egli mi comprenda? egli è mio padrone, io sono la sua schiava; egli ha il diritto di non veder niente. — Il conte fremette agli accenti di questa voce che andò a risvegliare per fino le fibre più secrete del suo cuore; i suoi occhi s’incontrarono in quelli della giovanetta, e non ne poterono sostenere la forza.
— Mio Dio! mio Dio! disse Monte-Cristo, sarebbe dunque vero quanto mi lasciate supporre, Haydée? voi dunque sareste felice se non mi lasciaste?
— Io sono giovane, amo la vita che tu mi hai resa sempre così dolce, e mi dispiacerebbe di morire.
— Ciò dunque vuol dire che se io ti lasciassi, Haydée?...
— Io morirei, mio signore, sì! — Tu dunque mi ami?
— Oh! Valentina, egli chiede se io l’amo! Valentina, digli dunque se tu ami Massimiliano!
Il conte sentì il suo petto allargarsi ed il suo cuore dilatarsi, aprì le braccia, Haydée vi si slanciò, gettando un grido.
— Oh! sì, io t’amo, diss’ella, t’amo come si ama il padre, il fratello, il marito! io t’amo come si ama la vita, perchè tu sei per me il più bello, il migliore, il più grande degli esseri creati!
— Ebbene! sia dunque fatto come tu vuoi, angelo mio diletto! disse il conte; Dio mi ha suscitato contro i miei nemici, e chi mi ha fatto vincitore? Dio! io lo vedo bene. Egli non vuol mettere il pentimento in mezzo alla mia vittoria! io voleva punirmi, Dio vuol perdonarmi. Amami dunque, Haydée! chi sa? il tuo amore forse mi farà obbliare ciò che è necessario che io obblii.
— Ma che dici dunque mio signore? domandò la giovanetta.
— Io dico, che una tua parola, Haydée, mi ha illuminato di più che i venti anni della mia saggezza: non ho più che te al mondo, Haydée! per te mi riattacco alla vita, per te posso ancora essere felice od infelice!
— Lo ascolti tu, Valentina! gridò Haydée, egli dice, che per me può soffrire, per me che darei la mia vita per lui!
Il conte si raccolse un minuto: — Ah! io intravedo la verità! diss’egli. Oh! Vieni, Haydée, vieni...
E stretta la mano di Valentina disparve con Haydée.
Circa un’ora passò durante la quale anelante, senza voce, cogli occhi fissi, Valentina restò vicino a Morrel. Finalmente ella sentì battere il cuore di lui, un soffio impercettibile aprì le labbra di lui e quel leggero fremito che annunzia il ritorno della vita, percosse tutto il corpo del giovine.
Finalmente gli occhi si riaprirono, ma sulle prime fissi e come insensati; indi gli ritornò la vista, precisa, reale; colla vista il sentimento, e col sentimento il dolore: — Oh! gridò egli coll’accento della disperazione, io vivo ancora, il conte mi ha ingannato! e stese la mano sulla tavola, ed afferrò un coltello.
— Amico, disse Valentina col suo adorabile sorriso, svegliati adunque, e guarda dalla mia parte.
Morrel mandò un gran grido, e, delirante, pieno di dubbio, come abbagliato da una visione celeste, cadde alle ginocchia di lei.
La dimane ai primi raggi del giorno, Morrel e Valentina passeggiavano sotto il braccio l’uno dell’altro, sulla spiaggia. Valentina raccontava a Morrel in che modo Monte-Cristo era apparso nella sua camera, come le aveva tutto svelato, come le aveva fatto toccar col dito il delitto, e come finalmente l’avea miracolosamente salvata dalla morte, lasciando credere a tutti ch’ella era morta realmente.
Essi avevano ritrovata aperta la porta della grotta, ed erano usciti; il cielo lasciava ancora risplendere sul suo azzurro mattutino le ultime stelle della notte. Allora Morrel scoprì, nella penombra di un gruppo di rocce, un uomo che aspettava un segnale per inoltrarsi; egli lo mostrò a Valentina: — Ah! è Jacopo! diss’ella, il capitano del yacht.
E con un gesto ella lo chiamò.
— Avete qualche cosa a dirci? domandò Morrel.
— Ho da rimettervi questa lettera per parte del conte.
— Del conte! esclamarono entrambi i giovani.
— Sì, leggete. — Morrel aprì la lettera e lesse:
«Mio caro Massimiliano,
«Ritroverete per voi una feluca all’ancora, Jacopo vi condurrà a Livorno, ove il sig. Noirtier aspetta sua nipote, che egli vuol benedire prima che vi segua all’altare. Tutto ciò che è in questa grotta, amico mio, la mia casa ai Campi-Elisi e il mio piccolo castello di Trèport sono i regali di nozze che fa Edmondo Dantès al figlio del suo padrone Morrel; Madamigella de Villefort vorrà bene prenderne la metà, poichè la supplico di dare ai poveri di Parigi tutte le ricchezze che le possono venire dal lato di suo padre divenuto demente, e dal lato di suo fratello morto in settembre con sua madre.
«Dite all’angiolo che veglierà sulla vostra vita, Morrel, di pregare qualche volta per un uomo che, simile a Satana, follemente per un momento si è creduto uguale a Dio, e che ha riconosciuto, con tutta l’umiltà di un cristiano, che nelle mani soltanto di Dio sta il supremo potere e la infinita sapienza. Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi ch’egli porta seco nel fondo del suo cuore.
«In quanto a voi, Morrel, ecco tutto il segreto della condotta che ho tenuto verso voi: non vi è nè felicità nè infelicità in questo mondo, vi è soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto. Quello che ha provato l’estremo infortunio è atto a gustare la suprema felicità. Bisogna aver voluto morire, Massimiliano, per sapere qual bene è il vivere.
«Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: Aspettare e sperare.
Vostro amico EDMONDO DANTÈS Conte di Monte-Cristo.»
Durante la lettura di questa lettera, che le apprendeva la follia di suo padre e la morte di suo fratello, morte e follia ch’ella ignorava, Valentina impallidì, un doloroso sospiro le sfuggì dal petto, e lagrime non meno pungenti per essere silenziose scorsero sulle sue guance; la sua felicità le costava ben cara! Morrel guardò intorno a sè con inquietudine: — Ma, diss’egli, in verità il conte esagera la sua generosità; Valentina si contenterà della mia modesta fortuna. Dov’è il conte, amico mio? conducetemi a lui.
Jacopo stese la mano verso l’orizzonte.
— Che! che volete dire? domandò Valentina; dov’è il conte? dov’è Haydée?
— Guardate, disse Jacopo. — Gli occhi dei due giovani si fissarono sulla linea indicata dal marinaro; e sulla linea di un blu cupo che separava all’orizzonte il cielo dal Mediterraneo, si scoperse una bianca vela, grande come l’ala di un gabbiano.
— Partito! gridò Morrel; partito! Addio, amico mio, addio padre mio.
— Partita! mormorò Valentina. Addio, amica mia! addio sorella mia!
— Chi sa se li rivedremo mai più? disse Morrel asciugandosi una lagrima.
— Amico mio, disse Valentina, il conte non ci ha egli lasciato scritto che l’umana saggezza tutta intera sta riposta in queste due parole: Aspettare e sperare?
FINE.
INDICE
Capitolo Pag. I. Marsiglia — L’arrivo 1 II. Il padre ed il figlio 5 III. I Catalani 8 IV. Il complotto 13 V. Il pranzo degli sponsali 16 VI. Il sostituto del procuratore del Re 22 VII. L’interrogatorio 27 VIII. Il castello d’If 32 IX. La sera degli sponsali 38 X. Il piccolo gabinetto delle Tuglierie 41 XI. Il lupo di Corsica 43 XII. Il padre ed il figlio 46 XIII. I Cento Giorni 50 XIV. Il prigioniero furioso ed il prigioniero pazzo 54 XV. Il numero 34 ed il numero 27 59 XVI. Lo scienziato 67 XVII. La camera dello scienziato 71 XVIII. Il tesoro 80 XIX. Il terzo accesso 85 XX. Il cimitero del castello d’If 89 XXI. L’isola di Tiboulen 92 XXII. I contrabbandieri 98 XXIII. L’isola di Monte-Cristo 101 XXIV. L’abbagliamento 105 XXV. Lo sconosciuto 109 XXVI. L’albergo del ponte di Gard 112 XXVII. Il racconto 119 XXVIII. I registri delle prigioni 124 XXIX. La casa Morrel 127 XXX. Il 5 settembre 134 XXXI. Italia — Sindbad il marinaro 141 XXXII. Risvegliamento 152 XXXIII. I briganti 155 XXXIV. Le apparizioni 167 XXXV. Il patibolo 177 XXXVI. Il Carnevale di Roma 184 XXXVII. Le catacombe di San Sebastiano 193 XXXVIII. Il convegno 201 XXXIX. La colazione 204 XL. La presentazione 220 XLI. Bertuccio 226 XLII. La casa d’Auteuil 228 XLIII. La vendetta 232 XLIV. La pioggia di sangue 242 XLV. Il credito illimitato 248 XLVI. La pariglia grigio-pomellata 253 XLVII. Ideologia 259 XLVIII. Haydée 264 IL. La famiglia Morrel 265 L. Piramo e Tisbe 270 LI. Tossicologia 275 LII. Roberto il diavolo 282 LIII. Alto e basso dei fondi 289 LIV. Il maggiore Cavalcanti 294 LV. Andrea Cavalcanti 298 LVI. Il recinto a trifoglio 303 LVII. Il signor Noirtier de Villefort 308 LVIII. Il testamento 312 LIX. Il telegrafo 315 LX. Mezzo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli mangiano le pesche 320 LXI. I fantasmi 324 LXII. Il pranzo 328 LXIII. Il mendico 333 LXIV. Scena coniugale 338 LXV. Disegni di matrimonio 342 LXVI. Il gabinetto del procurator del Re 347 LXVII. Un ballo in estate 352 LXVIII. Le informazioni 355 LXIX. La festa di ballo 359 LXX. Il pane ed il sale 363 LXXI. La signora di Saint-Méran 365 LXXII. La promessa 370 LXXIII. La tomba della famiglia Villefort 383 LXXIV. Processo verbale 388 LXXV. I progressi del sig. Cavalcanti figlio 394 LXXVI. Haydée 399 LXXVII. Ci scrivono da Giannina 408 LXXVIII. La limonata 416 LXXIX. L’accusa 421 LXXX. La camera del fornaio in ritiro 424 LXXXI. La rottura 432 LXXXII. La mano di Dio 438 LXXXIII. Beauchamp 441 LXXXIV. Il viaggio 444 LXXXV. Il giudizio 450 LXXXVI. La provocazione 456 LXXXVII. L’insulto 459 LXXXVIII. La notte 464 LXXXIX. L’incontro 468 XC. La madre ed il figlio 473 XCI. Il suicidio 476 XCII. Valentina 481 XCIII. La confessione 484 XCIV. Il padre e la figlia 490 XCV. Il contratto 494 XCVI. La strada del Belgio 500 XCVII. L’albergo della Campana e della Bottiglia 504 XCVIII. La legge 508 IC. L’apparizione 513 C. Locusta 517 CI. Valentina 519 CII. Massimiliano 522 CIII. La firma di Danglars 527 CIV. Il cimitero del Padre Lachaise 532 CV. La divisione 538 CVI. La fossa dei leoni 546 CVII. Il giudice 549 CVIII. Le Assise 554 CIX. L’atto d’accusa 557 CX. L’espiazione 560 CXI. La partenza 564 CXII. La casa dei viali di Meillan 567 CXIII. Il passato 570 CXIV. Peppino 576 CXV. La carta di Luigi Vampa 582 CXVI. Il perdono 585 CXVII. Il cinque ottobre 587
NOTE:
[1] Monte-Cristo, piccola isola del mar Tirreno sulla costa occidentale del Granducato di Toscana vicino a Gianuti a 14 leghe dalla provincia di Siena da cui dipende, e a 10 leghe Sud dall’isola d’Elba. Lat. Nord 42° 20′ 26″ long. E. 7° 57′ 55″, anticamente detta Oglaia. (Nota del Trad. Napol.)
[2] Ognun sa che in Italia, forse più che altrove, le donne non solo del mezzo ceto, ma anche del ceto infimo ricevono o per mezzo di istituti particolari, o per mezzo degli Asili Infantili, quella decente educazione scevra da ogni caricatura che può giungere a formare delle oneste mogli ed eccellenti madri di famiglia. Questa è cosa ormai tanto conosciuta che l’asserzione del sig. Dumas ha ben poca figura in confronto ai continui elogi, che uomini di merito e coscienziosi, tanto Italiani che esteri, elargiscono a quella non piccola classe di persone di ambo i sessi che in Italia si occupa per l’incremento dell’educazione, in ispecie delle donne. (T.)
[3] Io credo ora ai banditi Italiani.
[4] _I francesi chiamano baignoire alcuni palchi del piano terreno, che sono chiusi sul davanti da un graticcio; genere di palchi poco morale, ma tutto proprio del teatro francese. (T.)_
Nota del Trascrittore
L'ortografia originale è stata mantenuta, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici (soprattutto incoerenze nei nomi dei personaggi, le cui diverse varianti sono state riportate alla stessa grafia). È stato necessario apportare numerose correzioni alla punteggiatura, in particolare nei dialoghi, per rendere più comprensibile il testo.
Per comodità di lettura un indice è stato creato a fine volume.