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Il Conte di Monte-Cristo (part 4 of 5)

Part 4 of 5 · Dumas, Alexandre, Maquet, Auguste · Public domain text

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Contents (5)

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Il Conte di Monte-Cristo (part 4 of 5)

— Ha scritto due o tre opere comiche, ha preso 4 o 5 azioni al Siècle, ed ha dato il voto in favore del ministero per cinque o sei anni.

— Bravo! visconte, disse Monte-Cristo ridendo, voi siete uno spiritoso cicerone; ora mi farete un favore, non è vero?

— Quale?

— Non mi presenterete a quei signori, e se domandano di essermi presentati, mi preverrete.

In questo momento il conte sentì una mano posarsi sul suo braccio; si voltò, era Danglars.

— Ah! siete voi, barone? diss’egli.

— Perchè mi chiamate barone? sapete bene che non metto importanza al mio titolo. Non son come voi, visconte, voi ci pretendete, non è vero?

— Certamente, rispose Alberto, perchè se non fossi visconte, non sarei più niente, mentre che voi potreste sacrificare il vostro titolo di barone, e restereste sempre milionario.

— Ch’è il più bel titolo sotto il governo di luglio.

— Disgraziatamente, disse Monte-Cristo, non si è sempre milionari a vita, come si può essere barone, pari di Francia, o Accademico; ne facciano fede i milionari Frank e Poulmann di Francfort che hanno fatto bancarotta.

— Davvero? disse Danglars impallidendo.

— Sulla mia parola, ne ho ricevuta la notizia questa sera da un corriere: aveva qualche cosa, circa un milione, sopr’essi, ma, avvertito in tempo, ne ho fatto esigere il rimborso sarà circa un mese.

— Ah! mio Dio! riprese Danglars, hanno fatta tratta sopra di me per 200 mila fr. — Ebbene! eccovi avvisato. La loro firma non vale più che il 5 per cento.

— Sì, ma io sono avvisato troppo tardi.... ho fatto onore alla loro firma. — Buono! disse Monte-Cristo. Ecco altri 200 mila fr. che sono andati a raggiungere...

— Zitto, disse Danglars: non parlate dunque di questi affari... (indi avvicinandosi a Monte-Cristo): particolarmente in presenza del sig. Cavalcanti figlio, aggiunse il banchiere, che, pronunciando queste parole, si voltò sorridendo dalla parte del giovine.

Morcerf aveva lasciato il conte per parlare a sua madre.

Danglars lo lasciò per salutare Cavalcanti figlio.

Monte-Cristo si ritrovò per un momento solo.

Frattanto il caldo cominciava a divenire eccessivo. I camerieri circolavano per le sale con sottocoppe cariche di frutti e di gelati. Monte-Cristo si asciugò col fazzoletto il viso bagnato di sudore; ma dette addietro, quando la sottocoppa gli passò davanti, e nulla prese per rinfrescarsi.

La signora de Morcerf non lo perdeva di vista; ella vide passare la sottocoppa senza prender niente; afferrò perfino il movimento che fece nell’allontanarsi.

— Alberto, diss’ella, avete osservato che il conte non ha voluto mai accettare un pranzo dal sig. de Morcerf.

— Sì, ma ha accettata una colazione da me, poichè per questa colazione ha fatto il suo ingresso nella società.

— Da voi non è dal conte, mormorò Mercedès, e da che egli è qui, io l’ho esaminato... e non ha ancor preso nulla.

— Il conte è molto sobrio. — Mercedès sorrise tristamente.

— Riavvicinatevi a lui, diss’ella, ed alla prima sottocoppa che passa, insistete. — E perchè, madre mia?

— Fatemi questo piacere, Alberto, disse Mercedès.

Alberto baciò la mano di sua madre, ed andò a situarsi vicino al conte. Passò un’altra sottocoppa carica come le precedenti; ella vide Alberto insistere presso il conte, prendere ancora un gelato e presentarglielo, ma egli rifiutò ostinatamente. — Ebbene! diss’ella, vedete, ha rifiutato.

— Ma in che cosa può preoccuparvi questo?

— Lo sapete, Alberto, le donne sono singolari. Avrei veduto con piacere il conte prendere qualche cosa in casa mia, fosse anche stato un solo grano di melagranata. Del resto forse non saprà adattarsi ai costumi francesi, forse preferirà qualche cosa d’altro.

— Mio Dio! no, l’ho veduto in Italia prendere di tutto; senza dubbio questa sera sarà indisposto.

— Poi, disse la contessa, avendo sempre abitato nei climi ardenti, forse sarà men sensibile a questo caldo.

— Non lo credo, poichè si lagnava di sentirsi soffocare; domandava anzi perchè, avendo già aperte le finestre, non aprano pure le persiane.

— In fatto questo è il mezzo per assicurarmi se questa astinenza è un disegno prestabilito: — Ed ella uscì dalla sala.

Un momento dopo si aprirono le persiane, e si potè a traverso i gelsomini, e le clematidi che tappezzavano le finestre, vedere tutto il giardino illuminato con lanterne, e la cena imbandita sotto una tenda. Ballerini e ballerine, giuocatori e ciarloni, mandarono un grido di gioia, tutti quei polmoni alterati aspiravano con delizia l’aria che entrava a torrenti. Nello stesso punto ricomparve Mercedès, più pallida di quando era uscita, ma con quella fermezza d’aspetto ch’era in lei notevole in certe occasioni. Ella andò direttamente al gruppo di cui suo marito era il centro.

— Non trattenete questi signori qui, sig. conte, diss’ella, essi ameranno meglio, se non giuocano, respirare nel giardino, che soffocare in questa sala.

— Ah! signora, disse un vecchio generale molto galante, che nel 1809 aveva cantato: Nel partire per la Siria, non andremo soli nel giardino.

— Sia, disse Mercedès, vi darò il buon esempio.

E voltandosi verso Monte-Cristo: — Sig. conte, diss’ella, fatemi l’onore di offrirmi il braccio. — Il conte quasi vacillò a queste semplici parole; poi guardò un momento Mercedès, questo momento ebbe la rapidità del baleno, eppure sembrò alla contessa che durasse un secolo, tanti pensieri aveva Monte-Cristo ammassati in questo sguardo. Egli offrì il braccio alla contessa, che vi si appoggiò, o, per meglio dire, lo sfiorò colla sua piccola mano, ed entrambi discesero dai gradini della scalinata. Dietro ad essi, e per l’altra parte della scalinata, si slanciarono nel giardino, colle più romorose esclamazioni di piacere, una ventina di passeggianti.

LXX. — IL PANE ED IL SALE.

La sig.ª de Morcerf entrò col suo compagno sotto una volta di foglie formata da un viale di tigli che conduceva ad una stufa.

— Faceva troppo caldo nella sala, n’è vero, sig. conte?

— Sì, signora, ed è stata una eccellente idea la vostra di fare aprire le porte e le persiane. — Terminando queste parole il conte s’accorse che la mano di Mercedès tremava.

— Ma voi, diss’egli, con questa veste leggera e senz’altro preservativo intorno al collo che questa sciarpa di velo, avrete freddo.

— Sapete dove vi conduco? disse la contessa senza rispondere alla domanda di Monte-Cristo.

— No, signora, ma, lo vedete, non fo resistenza.

— A quella stufa che vedete là, in fondo al viale.

Il conte guardò Mercedès come per interrogarla; ma ella continuò il cammino senza dir parola, e dal suo canto Monte-Cristo divenne muto. Giunsero al fabbricato tutto guernito di frutti magnifici che, dal principio di luglio, giungono alla loro maturità in questa temperatura sempre calcolata per sostituire il calore del sole, tanto spesso assente da noi.

La contessa lasciò il braccio di Monte-Cristo, e colse un grappolo di uva moscatella. — Prendete, sig. conte, disse ella con un sorriso fatto più tristo da due lagrime che le spuntavano dagli occhi; prendete, la nostra uva di Francia non è paragonabile, lo so, alle vostre della Sicilia e di Cipro, ma sarete indulgente pel nostro debole sole del Nord.

Il conte s’inchinò, e fece un passo in addietro.

— La rifiutate? disse Mercedès con voce tremante.

— Signora, rispose Monte-Cristo, vi prego umilmente di scusarmi, ma non mangio mai moscatello.

Mercedès lasciò cadere il grappolo sospirando.

Una pesca magnifica pendeva da una spalliera vicina, riscaldata pur dal calore artificiale della stufa. Mercedès si avvicinò al frutto vellutato e lo colse. — Allora prendete questa pesca, diss’ella. — Il conte fece lo stesso gesto di rifiuto.

— Oh! ancora? in verità son disgraziata. — Un lungo silenzio seguì questa scena; la pesca, come il grappolo d’uva, era rotolata al suolo. — Sig. conte, riprese Mercedès guardando Monte-Cristo con occhio supplichevole, vi è un commovente costume in Arabia che fa eternamente amici quelli che hanno fra loro diviso il pane ed il sale sotto il medesimo tetto.

— Lo conosco, ma noi siamo in Francia e non nell’Arabia; ed in Francia non vi è divisione di pane e di sale, come non vi sono amicizie eterne.

— Ma finalmente, disse la contessa palpitante con gli occhi fissi su quelli di Monte-Cristo, del quale riafferrava quasi convulsivamente il braccio con ambe le mani, noi siamo amici, n’è vero? — Il sangue affluì al cuore del conte, che divenne pallido come la morte, poi rifluendo dal cuore alla gola, ne invase le guance; e gli occhi nuotarono nel vago per qualche secondo, come quelli di un uomo colpito da improvviso bagliore: — Certamente che siamo amici, signora, replicò egli; e d’altra parte perchè non dovremmo esserlo?

— Grazie, diss’ella. E si rimise a camminare.

— Signore, riprese dopo dieci minuti di silenziosa passeggiata, è vero che avete veduto tanto, tanto viaggiato, e sofferto?

— Ho sofferto moltissimo. — Ma ora siete felice?

— Senza dubbio, perchè ora nessuno mi sente lamentare.

— E la vostra felicità presente vi fa l’anima più dolce?

— No; essa uguaglia la mia passata miseria.

— Non siete ammogliato? — Ammogliato! no, rispose Monte-Cristo fremendo, chi ha potuto dirvi ciò?

— Non mi fu detto, ma più di una volta siete stato veduto condurre all’Opera una bella e giovane donna.

— È una schiava che ho comprato a Costantinopoli, la figlia di un principe, della quale ho formato una figlia, non avendo altre affezioni in questo mondo.

— Vivete dunque solo? — Vivo solo.

— Non avete sorelle... figli... padre?... — Non ho alcuno.

— Come potete viver così, senza che niente vi attacchi alla vita?

— Non è mia colpa, signora. A Malta amavo una giovinetta, e stava per isposarla, quando sopraggiunse la guerra e m’involò da lei lontano, rapito come da un turbine. Credetti ch’ella mi avesse amato abbastanza per aspettarmi, per restarmi fedele anche alla tomba. Quando ritornai era maritata. Questa è la storia di tutti gli uomini che sono passati per l’età di vent’anni; aveva forse il cuore più debole degli altri, ed ho sofferto più di quel che avrebbero fatto al mio posto. — La contessa si fermò un momento come se avesse avuto bisogno di fermarsi per potere respirare: — Sì; diss’ella, e quest’amore vi è rimasto nel cuore... Non si ama davvero che una sola volta... Ed avete mai più riveduta questa donna?

— Giammai. — Giammai? — Non son più ritornato nel paese dov’ella era. — A Malta? dunque, ella è a Malta?

— Lo penso.

— E le avete perdonato quanto vi ha fatto soffrire?

— A lei, sì. — Ma ad essa soltanto; odiate sempre quelli che vi hanno da lei diviso? — Perchè dovrei odiarli?

La contessa si pose dirimpetto a Monte-Cristo; ella teneva ancora in mano un resto del grappolo profumato:

— Prendete, diss’ella.

— Non mangio mai moscatello, signora.

La contessa gettò il grappolo nel cespuglio di fiori più vicino con un gesto di disperazione: — Inflessibile!

Monte-Cristo restò così impassibile come se il rimprovero non fosse stato a lui diretto.

Alberto accorreva in quel momento.

— Oh! madre mia! diss’egli, una gran disgrazia!

— Che cosa è accaduto? domandò la contessa raddrizzandosi, come se dopo il sogno fosse giunta la realtà; una disgrazia, avete detto? infatto devono accaderne!

— Il sig. de Villefort è qui. — Ebbene?

— Viene a cercare sua moglie e sua figlia. — E perchè?

— Perchè la marchesa di Saint-Méran è giunta a Parigi, portando la notizia che il sig. di Saint-Méran è morto alla prima posta lasciando Marsiglia. La sig.ª de Villefort ch’era molto allegra, non voleva nè comprendere nè credere questa disgrazia; ma madamigella Valentina, alle prime parole, per quante cautele avesse preso suo padre, ha indovinato tutto; questo colpo l’ha atterrata come un fulmine, ed è caduta svenuta.

— E che cosa è il conte di Saint-Méran a madamigella de Villefort? chiese il conte. — Suo avo materno. Veniva per ottenere il matrimonio di sua nipote con Franz. — Ah! davvero! — Ecco Franz aggiornato. Perchè di Saint-Méran non è egualmente avo di madamigella Danglars?

— Alberto! Alberto! disse la sig.ª di Morcerf col tuono di un dolce rimprovero; che dite? Ah! conte, voi per cui egli ha tanta considerazione, ditegli dunque che ha parlato male. — Ella fece qualche passo in avanti. Monte-Cristo la guardò così stranamente, e con una espressione astratta e ad un tempo improntata di una affettuosa ammirazione, che ella ritornò addietro. Allora ella gli prese la mano, nello stesso tempo che stringeva quella del figlio, ed unendole entrambe: — Siamo amici, n’è vero? diss’ella.

— Oh! vostro amico, signora, non ho questa pretensione, disse il conte, ma in ogni caso son sempre vostro rispettabilissimo servitore. — La contessa partì con un’inesprimibile stringimento di cuore, e, prima che avesse fatto dieci passi, il conte la vide mettersi il fazzoletto agli occhi. — E che, non siete forse d’accordo con mia madre? domandò Alberto meravigliato.

— Al contrario, rispose il conte, poichè ella mi ha detto presente voi che siamo amici.

Rientrarono nella sala che era stata allora lasciata da Valentina, dal signore, e dalla sig.ª de Villefort.

È superfluo il dire che Morrel partì dietro ad essi.

LXXI. — LA SIGNORA DI SAINT-MÉRAN.

Una scena lugubre infatto accadeva in casa del sig. de Villefort. Dopo la partenza delle due signore per la festa di ballo, ove tutte le istanze della sig.ª de Villefort non avevano potuto determinare suo marito ad accompagnarla, il procurator del Re, secondo il suo costume, si era chiuso nel gabinetto con una filza di carte, che avrebbe spaventato tutt’altro, ma che, nei tempi ordinarii della sua vita, bastava appena per soddisfare il forte appetito del lavoratore.

Questa volta la filza di carte conteneva cose di pura forma, Villefort non si rinchiudeva per lavorare, ma per riflettere; e chiusa la porta ordinò di non essere disturbato che per cose d’importanza; si assise sopra un seggio, e si mise a riandare anche una volta nella memoria tutto ciò che, da sette o otto giorni, faceva straripare la coppa dei suoi tetri dispiaceri, dei suoi amari ricordi. Allora, invece di portar la mano sul monte di carte ammassate davanti a lui, aprì un tiratoio dello scrittoio; fece scattare un segreto e cavò fuori un plico che conteneva le sue note personali, manoscritto prezioso, nel quale aveva classificato e distinto, con cifre conosciute da lui solo, i nomi di tutti coloro che, nella sua carriera politica, ne’ suoi affari d’interesse pecuniario, nelle sue cause criminali e nei suoi misteriosi amori, eran diventati suoi nemici. Il numero n’era formidabile, oggi che aveva cominciato a tremare; e ciò non ostante tutti questi nomi, per quanto possenti o temibili si fossero, lo avevan fatto ben molte volte sorridere, come sorride il viaggiatore che dalla più alta montagna guarda ai suoi piedi gli acuti picchi, le strade impraticabili, gli orli dei precipizi pei quali si è tanto lungamente arrampicato per poter giungere a quell’altezza. Quando ebbe ripassati bene tutti questi nomi nella memoria, quando li ebbe ben studiati, commentati sulle sue liste, scosse la testa: — No, mormorò egli, nessuno di questi nemici avrebbe atteso pazientemente ed operosamente fino al giorno in cui siamo, per venirmi ora a schiacciare con questo segreto. Qualche volta, come dice Hamlet, il romore dalle cose più profondamente seppellite sotto terra, sorge, e, come il fuoco nel fosforo, corre follemente per l’aria; ma queste son fiamme che illuminano in un momento per stravolgere il cervello. La storia sarà stata raccontata dal Corso a qualche prete, che la avrà a sua volta raccontata. Il sig. di Monte-Cristo l’avrà saputa, e per venirne in chiaro... ma con qual pro venirne in chiaro? riprendeva Villefort dopo un momento di riflessione, qual premura il sig. di Monte-Cristo, il sig. Zaccone, il figlio di un armatore di Malta, il proprietario di una miniera d’argento nella Tessaglia, che vien per la prima volta in Francia, ha da venire in chiaro di un fatto cupo, misterioso, ed inutile come questo? In mezzo alle informazioni incoerenti che mi sono state date da quell’abate Busoni, e da Lord Wilmore, da questo amico, e da quel nemico, una sola cosa ne spicca chiara, precisa, ai miei occhi: ed è che in nessun tempo, in nessun caso, in nessuna congiuntura egli non può avere avuto il più piccolo contatto con me.

Ma Villefort ripeteva spesso queste parole a sè stesso senza credere a quanto diceva. Il più terribile per lui non era una rivelazione, perchè poteva negare, od anche rispondere: egli s’inquietava poco di quel Mane, Thècel, Pharès, che appariva d’improvviso in lettere di sangue sul muro; ma ciò che io inquietava, era di conoscere il corpo al quale apparteneva la mano che le aveva tracciate. Al momento che tentava di tranquillar sè stesso, ed in cui, invece di quell’avvenire politico che nei suoi sogni d’ambizione aveva qualche volta traveduto, egli si componeva, nel timore di svegliare questo nemico addormentato da sì lungo tempo, un avvenire ristretto alle gioie di famiglia, un romore di carrozza rimbombò nel cortile, indi intese sulla scala passi di una persona di età, poi dei singhiozzi e dei sospiri, come ne trovano i servitori quando vogliono divenire interessanti pel dolore dei loro padroni. Si sollecitò di levare il chiavistello del gabinetto, e ben presto, senza essere annunciata entrò una vecchia dama, collo scialle sul braccio, ed il cappello in mano. I capelli imbiancati coprivano una fronte scura come l’avorio ingiallito, e gli occhi negli angoli dei quali l’età aveva solcato profonde rughe, sparivano quasi del tutto sotto il gonfiore prodotto dal pianto: — Oh! signore, diss’ella, qual disgrazia! Io pur ne morrò. — E cadendo sul seggio più vicino alla porta, irruppe in singhiozzi. I domestici, in piè sul limitare, non osavano più venire avanti, guardavano il vecchio servitore di Noirtier, che, avendo inteso questo romore dalla camera del padrone, era accorso egli pure, e si teneva dietro gli altri. Villefort si alzò, e corse incontro a sua suocera, perchè era ella stessa. — Eh! mio Dio, signora, domandò egli, che è accaduto, che cosa vi sconvolge così? ed il sig. di Saint-Méran? — È morto, disse la vecchia marchesa senza espressioni e con una specie di stupore.

Villefort indietreggiò di un passo, e battè le mani una contro l’altra: — Morto!... morto così... subitamente?

— Sono otto giorni, continuò la sig.ª di Saint-Méran, che dopo avere pranzato montammo insieme in carrozza. Il signor di Saint-Méran era indisposto da qualche giorno; però l’idea di rivedere la nostra cara Valentina lo rendeva coraggioso, e, ad onta dei suoi dolori, aveva voluto partire, allorquando, a sei leghe da Marsiglia, dopo aver mangiate le consuete pastiglie, fu preso da un sonno profondo, che non mi sembrava naturale; ciò nonostante esitai a svegliarlo, quando mi sembrò che il viso diventasse rosso, e le arterie delle tempia battessero più violentemente del solito. Ma pure, siccome era sopraggiunta la notte, ed io non vedeva più niente, lo lasciai dormire; ben tosto mandò un grido sordo e straziante come quello di un uomo che soffre in un sogno, e con improvviso movimento rovesciò la testa in addietro. Chiamai il cameriere, feci fermare il postiglione, chiamai il sig. di Saint-Méran, gli feci respirare la mia boccetta di sali, tutto era finito, era morto, ed al lato del suo cadavere io giunsi fino ad Aix.

Villefort rimase stupefatto, colla bocca aperta.

— E voi chiamaste un medico?

— Nello stesso momento; ma, come ve l’ho già detto, era troppo tardi.

— Senza dubbio, ma almeno egli poteva riconoscere di qual malattia era morto il povero marchese.

— Mio Dio! sì, me l’ha detto, sembra che sia stata un’apoplessia fulminante. — Ed allora che avete fatto?

— Il sig. di Saint-Méran aveva sempre detto, che se moriva lontano da Parigi, desiderava che il suo corpo fosse ricondotto nella sepoltura di famiglia; l’ho fatto mettere in una cassa di piombo, e lo precedo di pochi giorni.

— Oh! mio Dio, povera madre! disse Villefort: simili cure dopo un tale colpo nella vostra età!

— Dio mi ha dato la forza sino alla fine; d’altra parte il caro marchese avrebbe fatto per me ciò che ho fatto per lui. È vero che dal momento in cui l’ho lasciato laggiù, mi sembra di esser pazza: non posso piangere; alla mia età già non vi sono più lagrime: però mi sembra che fino a tanto che si soffre, si dovrebbe poter piangere. Dov’è Valentina, signore? è per lei che ritorniamo, voglio vedere Valentina.

Villefort pensò che sarebbe stato orribile il rispondere che Valentina era al ballo; disse soltanto alla marchesa, che sua nipote era uscita con la matrigna, e che andavano a prevenirla.

— In questo medesimo punto signore, ve ne supplico! — Villefort mise il braccio sotto quello della sig.ª di Saint-Méran, e la condusse al suo appartamento.

— Riposatevi, diss’egli, madre mia. — La marchesa alzò la testa a queste parole, e vedendo quell’uomo che le ricordava questa figlia tanto pianta, e che rivedeva per lei stessa in Valentina, si sentì colpita da questo nome di madre, si sciolse in lagrime, e cadde in ginocchio avanti una sedia, sulla quale nascose la sua testa venerabile. Villefort la raccomandò alle cure delle cameriere, mentre che il vecchio Barrois risaliva tutto ansante dal suo padrone; perchè niente spaventa tanto i vecchi che allorquando la morte abbandona un momento i loro fianchi per colpire un altro vecchio.

Indi, mentre che la sig.ª di Saint-Méran, sempre inginocchiata, pregava dal fondo del cuore, mandò a cercare una carrozza di piazza, e venne egli stesso in casa della sig.ª de Morcerf, per ricondurre a casa sua la moglie e la figlia.

Egli era tanto pallido quando apparve sulla porta della sala, che Valentina corse a lui gridando: — Oh! padre mio! qual disgrazia è accaduta?

— Vostra nonna è giunta, disse il sig. de Villefort.

— E mio nonno? domandò la giovinetta tremante.

Il sig. de Villefort non rispose, se non che offrendo il braccio a sua figlia. Ed era tempo: Valentina, presa da una vertigine, traballava; la sig.ª de Villefort si affrettò a sostenerla, ed aiutò suo marito a trascinarla verso la carrozza, dicendo: — Questo può dirsi strano! chi avrebbe mai potuto dubitar di ciò? — E tutta questa famiglia desolata se ne fuggiva così, gettando la tristezza come un velo nero sul resto della società. A piè della scala, Valentina trovò Barrois che l’aspettava. — Il sig. Noirtier desidera di vedervi questa sera, diss’egli a bassa voce.

— Ditegli che andrò da lui quando uscirò dalla camera di mia nonna. — Nella delicatezza della sua anima, la giovinetta capì bene che quella che aveva più di tutti bisogno di lei in quell’ora, era la sig.ª di Saint-Méran. Valentina ritrovò la sua avola in letto; mute carezze, rigonfiamenti dolorosi di cuore, sospiri interrotti, lagrime brucianti, ecco quali furono i soli particolari raccontabili di questa conversazione, alla quale assisteva stando sotto al braccio di suo marito, la sig.ª de Villefort, piena di rispetto, almeno apparente, per la povera vedova. In capo ad un minuto essa si accostò all’orecchio del marito. — Col vostro permesso, diss’ella, è meglio che mi ritiri, perchè mi sembra che la mia vista affligga ancor di più vostra suocera. — La sig.ª di Saint-Méran l’intese:

— Sì, sì, diss’ella all’orecchio di Valentina, che se ne vada: ma tu resta. — La sig.ª de Villefort uscì, e Valentina rimase sola vicina al letto della nonna, perchè il procurator del Re, costernato da questa morte imprevista, seguì sua moglie. Frattanto Barrois era risalito la prima volta dal vecchio Noirtier; questi, inteso tutto il rumore che si faceva in casa, aveva inviato il vecchio servitore ad informarsi.

Al ritorno quest’occhio sì vivo e soprattutto sì intelligente interrogò il messaggiero:

— Ah! signore, disse Barrois, è accaduta una grande disgrazia. È giunta la signora di Saint-Méran, e suo marito è morto. — Noirtier lasciossi cader la testa sul petto come uomo oppresso, o come uomo che pensa, indi chiuse un occhio solo. — La sig.ª Valentina? disse Barrois. — Noirtier fece segno di sì. — Ella è ad un ballo, il signore lo sa bene ed è venuta a dirgli addio in gran toletta.

Noirtier chiuse di nuovo l’occhio sinistro. — Sì, volete vederla. — Il vecchio fece il segno indicante che ciò era quando desiderava.

— Ebbene si andrà a cercarla, senza dubbio, dalla sig.ª de Morcerf; l’aspetterò al suo ritorno, e le dirò di salire da voi. È questo? — Sì, rispose il paralitico.

Barrois stette dunque esplorando il ritorno di Valentina, e, come lo abbiam veduto al ritorno di lei le espose il desiderio del nonno. Valentina salì dal sig. Noirtier, al momento in cui usciva dalle camere della sig.ª di Saint-Méran, che per quanto fosse agitata aveva finalmente terminato per soccombere alla fatica, e dormiva di un sonno febbrile. Le avevano avvicinato alla portata della mano una piccola tavola sulla quale era una caraffa di Orzata, sua bibita abituale, ed un bicchiere. Valentina venne ad abbracciare il vecchio che la guardò tanto teneramente, che la giovinetta sentì di nuovo scaturir le lagrime, delle quali credeva si fosse disseccata la sorgente. — Il vecchio insisteva con uno sguardo.

— Sì, sì, disse Valentina, vuoi dire che ho sempre un buon nonno, n’è vero? — Il vecchio fece segno che ciò aveva voluto esprimere collo sguardo. — Senza di che, che cosa diventerei? mio Dio!

Era un’ora dopo la mezzanotte. Barrois, che aveva volontà di andarsene egli pure a letto, fece osservare che dopo una serata così dolorosa, tutti avevan bisogno di riposo. Il vecchio non volle dire che il suo riposo era quello di veder sua nipote: congedò Valentina, alla quale effettivamente il dolore e la fatica avevano dato le apparenze di chi soffra.

La dimane entrando nella camera di sua nonna, la ritrovò in letto, la febbre non si era sedata; anzi tutto il contrario, un fuoco nascosto trapelava dagli occhi della vecchia marchesa, che sembrava in preda ad una violenta irritazione nervosa.

— Oh! mio Dio! mia buona nonna, soffrite anche di più?

— No, figlia mia, no, disse la sig.ª di Saint-Méran; ma aspettavo con impazienza che tu giungessi, per mandare a chiamare tuo padre. — Mio padre? domandò Valentina inquieta. — Sì, voglio parlargli. — Valentina non osò opporsi al desiderio dell’ava, ed un momento dopo entrò Villefort.

— Signore, disse la sig.ª di Saint-Méran senza impiegare alcun giro di parole, e come se le fosse sembrato che le mancasse il tempo, mi avete scritto che si tratta di un disegno di matrimonio per questa ragazza?

— Sì, signora, riprese Villefort; è anzi più che un disegno, è già una convenzione. — Vostro genero si chiama Franz d’Épinay? — Sì, signora. — È il figlio del generale d’Épinay, che è dei nostri, n’è vero, e che fu assassinato qualche giorno prima che l’usurpatore ritornasse dall’Isola d’Elba? — Sì, egli stesso. — Questa parentela colla nipote di un giacobino, non gli ripugna?

— Le nostre dissensioni civili si sono fortunatamente estinte, madre mia, disse Villefort; il sig. d’Épinay era quasi un fanciullo alla morte di suo padre; conosce pochissimo il sig. Noirtier, e lo vedrà, se non con piacere almeno con indifferenza.

— È un partito bene assortito?

— Sotto tutti i rapporti, ed il giovine gode della stima universale; è uno degli uomini più distinti che io conosca.

Durante tutta questa conversazione Valentina era rimasta muta: — Ebbene! signore, disse dopo qualche secondo di riflessione la sig.ª di Saint-Méran, bisogna sollecitare, perchè poco mi resta da vivere.

— Voi, signora! voi buona mammà! gridarono ad un tempo il sig. de Villefort e Valentina.

— So quel che dico, bisogna dunque sollecitare, affinchè, non avendo più sua madre, abbia almeno una nonna per benedire il matrimonio: sono la sola che le resto dal lato della povera Renata, che avete sì presto dimenticata.

— Ah! signora, disse Villefort, obbliate che bisognava dare una madre a questa povera fanciulla, che non l’aveva più.

— Una matrigna non è una madre, signore. Ma non è ciò di che si tratta, si tratta di Valentina; lasciamo dunque i morti tranquilli. — Tutto ciò era detto con una tale volubilità, ed un tale accento, che vi era qualche cosa in questa conversazione, rassomigliante ad un principio di delirio.

— Sarà fatto il tutto a seconda dei vostri desiderii, disse Villefort, e ciò tanto meglio in quanto che il vostro desiderio combina puranche col mio; e tosto che arrivi a Parigi il sig. d’Épinay...

— Mia buona madre, le convenienze, il lutto così recente... vorrete fare un matrimonio sotto così tristi auspici?

— Figlia mia, interruppe vivamente l’avola, non facciamo queste insussistenti riflessioni che impediscono agli spiriti leggeri di fabbricare solidamente il loro avvenire. Io pure sono stata maritata al letto di morte di mia madre, e non sono stata per questo infelice.

— Ancora questa idea di morte, riprese Villefort.

— Ancora! sempre!... vi dico che sto per morire, ebbene! prima di morire, voglio aver veduto mio genero; voglio infine conoscerlo, per venirlo poi a ritrovare dal fondo della mia tomba se non sarà quel che deve essere, quel che bisogna ch’egli sia.

— Signora, disse Villefort, bisogna che allontaniate da voi queste idee esaltate, che quasi toccano alla follia; i morti una volta rinchiusi nella tomba, vi rimangono senza muoversi più.

— Oh! sì, buona mammà, calmati! disse Valentina.

— Ed io vi dico, signore, che la cosa non è così come voi credete. Questa notte ho dormito ma... di un sonno terribile; perchè mi vedeva in qualche modo dormire, come se la mia anima avesse già sciolto i legami col corpo: gli occhi, che mi sforzava d’aprire, si rinchiudevano mio malgrado; e ciò non ostante so bene che ciò sembrerà impossibile a voi, signore, in modo particolare, ma io, coi miei occhi chiusi, ho veduto, nel luogo ove siete, ho veduto da quell’angolo ov’è la porticella che mette nel gabinetto di toletta della sig.ª de Villefort, ho veduto entrare senza rumore un’ombra bianca.

Valentina mandò un grido.

— Era la febbre che vi agitava, disse Villefort.

— Dubitatene quanto volete, io però son sicura di quel che vi dico. Ho veduta un’ombra bianca, ed ho inteso rimescolare entro al mio bicchiere... prendete, quello stesso che è lì, lì, sulla tavola.

— Oh! buona mammà, quest’era un sogno.

— Era tanto poco un sogno, che ho steso la mano verso il campanello, ed a questo gesto l’ombra disparve. La cameriera entrò allora con un lume.

— Ma avete veduto qualcuno?

— I fantasmi non si mostrano che a quelli che devono vederli: era l’anima di mio marito. Ebbene, se l’anima di mio marito ritorna per chiamarmi, perchè non dovrà ritornare per difendere mia nipote? Il vincolo è ancor più diretto mi sembra.

— Oh! signora, non date pascolo a queste lugubri idee; voi vivrete lungamente felice, amata, onorata, e vi faremo dimenticare...

— Giammai! giammai! Quando ritorna il sig. d’Épinay?

— Lo aspettiamo da un momento all’altro.

— Sta bene; tosto che sia arrivato prevenitemi. Sollecitiamoci, vorrei pure avere un notaro per assicurarmi che tutti i nostri beni passeranno a Valentina.

— Oh! madre mia, mormorò Valentina appoggiando le labbra sull’ardente fronte dell’ava; dunque volete farmi morire? voi avete la febbre. Non è un notaro che bisogna chiamare, ma un medico!

— Un medico? io non soffro; ho sete ecco tutto.

— Che bevete buona mammà?

— Come, sempre, tu lo sai bene, la mia aranciata. Il bicchiere è lì su quella tavola; dammelo Valentina; — questa versò l’aranciata dalla bottiglia nel bicchiere, e lo prese con un certo spavento per porgerlo a sua nonna, perchè era lo stesso bicchiere, a quanto ella pretendeva, toccato dall’ombra. La marchesa vuotò il bicchiere d’un sol fiato: indi si rivoltò sul cuscino, ripetendo: il notaro! il notaro!

Il sig. de Villefort uscì, Valentina si assise vicino al letto della nonna. La povera fanciulla sembrava aver gran bisogno ella pure del medico, che aveva raccomandato alla sua ava. Un rossore simile ad una fiamma le bruciava gli zigomi delle guance, la respirazione era anelante, ed il polso batteva come se avesse avuto la febbre.

Ciò avveniva perchè la povera fanciulla pensava alla disperazione di Massimiliano, quando avrebbe saputo che la sig.ª di Saint-Méran, invece di essere una loro alleata, operava senza saperlo, come se fosse stata una nemica. Più di una volta Valentina aveva pensato di svelare tutto a sua nonna e non avrebbe esitato un sol momento, se Massimiliano Morrel si fosse chiamato Alberto di Morcerf, ovvero Raoul di Château-Renaud: ma Morrel era di estrazione plebea, e Valentina sapeva il disprezzo che l’orgogliosa marchesa di Saint-Méran portava a tutto quel che non era della sua razza. Il suo segreto era dunque sempre, al momento che stava per svelarsi, ricacciato nel cuore da questa trista certezza che ella lo svelerebbe inutilmente, e che una volta conosciutosi questo segreto da suo padre e da sua matrigna, tutto sarebbe perduto.

Due ore circa passarono così. La sig.ª di Saint-Méran dormiva d’un sonno ardente, ed agitato. Fu annunziato il notaro.

Quantunque quest’annunzio fosse fatto molto a bassa voce, la sig.ª di Saint-Méran si alzò dal suo origliere.

— Il notaro? diss’ella, che venga. — Il notaro era alla porta, ed entrò: — Vattene, Valentina, disse la sig.ª di Saint-Méran, e lasciami col notaro.

La giovinetta baciò la sua avola in fronte, ed uscì col fazzoletto agli occhi. Alla porta ritrovò il cameriere, che le disse che il medico aspettava nella sala.

Valentina discese rapidamente. Il medico era un amico di famiglia, ed uno dei più abili: amava molto Valentina da lui veduta nascere: aveva una figlia dell’età circa di madamigella de Villefort, ma nata da una madre etica, la sua vita era un continuo timore sul conto di sua figlia.

— Oh! disse Valentina, caro sig. d’Avrigny, vi aspettavamo con molta impazienza. Ma prima di tutto, come stanno Maddalena ed Antonietta? — Maddalena era la figlia del dottore d’Avrigny, ed Antonietta la nipote.

Il sig. d’Avrigny sorrise tristamente: — Benissimo Antonietta, diss’egli, ed abbastanza bene Maddalena. Ma voi, cara fanciulla, mi avete mandato a chiamare? non è, nè vostro padre, ne la sig.ª de Villefort malata? in quanto a voi quantunque sia visibile che non possiamo spacciarci dai nostri nervi, non presumo che abbiate bisogno di me in altro, che per raccomandarvi di non lasciare che la vostra immaginazione batta la campagna?

Valentina arrossì; il sig. d’Avrigny spingeva la scienza dell’indovinare fin quasi al miracolo, perchè era uno di quei medici che curava sempre il fisico per mezzo del morale. — No, diss’ella, è per la mia povera nonna: sapete la disgrazia che ci è accaduta, n’è vero?

— Non so niente, disse il sig. d’Avrigny.

— Ahimè! riprese Valentina comprimendo i singhiozzi, mio nonno è morto.

— Il sig. di Saint-Méran? — Sì. — Improvvisamente?

— Con un attacco d’apoplessia fulminante.

— Di una apoplessia? ripetè il medico.

— Sì, di modo che la povera nonna è colpita dall’idea che suo marito, ch’ella non aveva mai lasciato, la chiami, e che andrà presto a raggiungerlo. Oh, signor d’Avrigny, ve la raccomando moltissimo la mia nonna.

— Ove si trova? — Nella sua camera col notaro.

— Ed il sig. Noirtier? — Sempre lo stesso, una lucidità perfetta: ma la medesima immobilità, lo stesso mutismo.

— E lo stesso amore per voi, è vero, cara fanciulla?

— Sì, disse Valentina sospirando, egli mi ama molto.

— E chi non vi amerebbe? — Valentina sorrise tristamente. — E che cosa si sente la nonna?

— Un’esaltazione nervosa particolare, un sonno agitato e strano; pretendeva questa mattina che durante il sonno, la sua anima era disgiunta dai legami del corpo, e di aver veduto un fantasma entrare nella camera, ed inteso il rumore che faceva il preteso fantasma nel toccare il suo bicchiere.

— È singolare, disse il dottore; non sapeva che la sig.ª di Saint-Méran soffrisse di queste allucinazioni.

— È la prima volta che l’ho veduta così, disse Valentina, e questa mattina mi ha fatto gran paura; l’ho creduta folle; e mio padre, voi sig. d’Avrigny conoscete certamente l’indole seria di mio padre, è sembrato molto impressionato.

— Ma andiamo a vedere, disse il sig. d’Avrigny, ciò che mi raccontate, mi sembra strano.

Il notaro discendeva, e vennero a prevenir Valentina che sua nonna era sola. — Salite, diss’ella al dottore. — E voi?

— Non ho coraggio, ella mi aveva proibito di mandarvi a chiamare; poi come dite, io stessa sono molto agitata, febbricitante, e mal disposta; vado invece a fare un piccolo giro nel giardino per rimettermi. — Il dottore strinse la mano a Valentina, e, mentre ch’ei saliva alla nonna, la giovinetta discendeva dalla scalinata. Non abbiamo bisogno di dire qual fosse la parte di giardino favorita a Valentina. Dopo aver fatto due o tre giri sul praticello che circondava la casa, dopo aver raccolto una rosa per metterla alla cintura, o nei capelli, s’inoltrava sotto il viale ombroso che conduceva al banco, poi dal banco andava al cancello.

Questa volta Valentina fece, secondo la sua abitudine, due o tre giri in mezzo ai fiori, ma senza raccoglierli; il lutto del cuore, che non aveva avuto ancora il tempo di estendersi sulla sua persona, rigettava questo semplice ornamento; indi s’incamminò verso il viale. A seconda che si inoltrava, le parve sentire una voce che pronunziasse il suo nome. Ella si fermò maravigliata. Questa volta la voce giunse più distinta al suo orecchio, ed ella riconobbe esser quella di Massimiliano.

LXXII. — LA PROMESSA.

Era in fatto Morrel che dalla sera innanzi non viveva più: con quell’istinto particolare agli amanti, ed alle madri, aveva indovinato, che in seguito di questo ritorno della sig.ª di Saint-Méran, e della morte del marchese, succedeva qualche cosa in casa di Villefort che interessava il suo amore per Valentina.

Come si vedrà, i suoi presentimenti si erano avverati; non era più una semplice inquietudine quella che lo conduceva così sconvolto e tremante al cancello dei marroni.

Ma Valentina non era prevenuta dell’aspettativa di Morrel, questa non era l’ora in cui ordinariamente vedevansi, e fu un puro caso, o se si vuol meglio, una fortunata simpatia che la condusse al giardino. Quando ella comparve, Morrel la chiamò: ella accorse al cancello.

— Voi a quest’ora? diss’ella.

— Sì, vengo a cercare ed a portare cattive notizie.

— È dunque la casa dell’infortunio? parlate, ma in verità, la somma dei dolori è già sufficiente.

— Cara Valentina, ascoltatemi bene, perchè tutto ciò che sono per dirvi è solenne. A qual epoca contano di maritarvi?

— Ascoltate, nulla voglio nascondervi, Massimiliano. Questa mattina han parlato del mio matrimonio, e mia nonna, sulla quale aveva calcolato come sopra un appoggio che non ci sarebbe mancato, non solo si è dichiarata pel matrimonio, ma lo desidera ancora a tal punto, che la sola lontananza del sig. Franz, lo ritarda, e che la dimane del suo arrivo il contratto sarà firmato. — Un penoso sospiro uscì dal petto del giovine, che guardò lungamente e tristamente la sua diletta. — Ah! rispose egli a voce bassa, è spaventoso il sentir dire tranquillamente dalla donna che si ama; «il momento del nostro supplizio è fissato; fra poche ore avrà luogo. Ma non importa, bisogna che la cosa sia così, e dal canto mio non vi apporrò alcuna opposizione.» Ebbene! poichè non si aspetta che l’arrivo del sig. d’Épinay per sottoscrivere il contratto, e che voi sarete sua la dimane del suo arrivo, domani voi apparterrete a lui, perchè egli è giunto a Parigi questa mattina. — Valentina mandò un grido. — Io era dal conte di Monte-Cristo, sarà un’ora, disse Morrel; noi parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del dolore vostro, quando d’improvviso si sente scorrere una carrozza nel cortile. Ascoltate! fino allora io non credeva ai presentimenti, ma or bisogna ben che io vi creda: al rumore di quella carrozza sono stato investito da un fremito in tutto il corpo: ben presto intesi dei passi sulla scala. Finalmente si apre la porta, Alberto de Morcerf entra pel primo, stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere d’essermi ingannato, quando dietro a lui s’avanza un altro giovine, ed il conte esclama:

«— Ah! sig. barone Franz d’Épinay!»

«Quant’ho di forza e di coraggio io lo raccolsi per contenermi. Forse impallidii, forse tremai, ma a colpo sicuro sono rimasto col sorriso sulle labbra; cinque minuti dopo sono uscito senza avere inteso una parola di ciò che fu detto in quei cinque minuti; ero annientato.

— Povero Massimiliano! mormorò Valentina.

— Osservatemi, Valentina. Vediamo, rispondetemi come ad un uomo al quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate di fare? — Valentina abbassò la testa; ella era oppressa. — Ascoltate, disse Morrel, non è la prima volta che voi pensate alla situazione a cui siamo giunti: essa è grave, è pressante, è suprema; non credo che questo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore: ciò è buono per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e vi sono di queste persone; ma chiunque si sente la volontà di lottare, non perde un tempo prezioso, e rimbalza immediatamente alla fortuna il colpo con cui fu colpito. Avete volontà di lottare contro l’avversa sorte, dite, Valentina? Questo è quanto vi domando.

Valentina fremette, e guardò Morrel con occhi spaventati. L’idea di resistere a suo padre, a sua nonna, in fine a tutta la famiglia, non le era ancor venuta.

— Che dite, Massimiliano? e qual cosa chiamate una lotta? dite piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l’ordine di mio padre, contro il desiderio della mia ava moribonda? questo è impossibile. (Morrel fece un movimento.) Voi avete un cuore troppo nobile per non potere fare a meno di comprendermi, e mi comprendete tanto bene, che vi ho ridotto al silenzio. Lottare io! Dio me ne salvi! No, no, riserbo tutta la mia forza per lottare contro me stessa, e per bere le mie lagrime, come voi dite; in quanto ad affliggere mio padre, in quanto al turbare gli ultimi momenti di mia nonna, giammai!

— Avete ragione, disse flemmaticamente Morrel.

— In qual modo me lo dite, gridò Valentina offesa.

— Vi dico ciò, come un uomo che vi ammira, madamigella!

— Madamigella, gridò Valentina: oh egoista! egli mi vede alla disperazione, e finge di non capirmi.

— V’ingannate, anzi vi capisco perfettamente. Voi non volete contrariare il sig. de Villefort, non volete disobbedire alla marchesa, e domani sottoscriverete il contratto che deve unirvi a vostro marito.

— Ma, mio Dio! posso fare altrimenti?

— Non bisogna appellarsene a me, perchè sono un cattivo giudice in questa causa, ed il mio egoismo mi accecherà.

— Che mi avreste dunque proposto, Morrel, se mi aveste ritrovata disposta ad accettare la vostra proposizione? sentiamo, rispondete, non si tratta di dire «fate male», si tratta di dare un consiglio.

— Mi dite ciò seriamente, Valentina? e devo io darvi questo consiglio, dite?

— Certamente, caro Massimiliano, perchè se è buono, io lo seguirò: sapete bene che mi sono interamente data alle mie affezioni.

— Valentina, disse Morrel compiendo di staccare un’asse di già sconnessa; ho la testa sconvolta, vedete bene, da un’ora le idee più insensate hanno percorso una per volta nel mio spirito. Oh! nel caso che rifiutaste il mio consiglio...

— Ebbene! questo consiglio?

— Eccolo, Valentina.

La giovane alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro.

— Io son libero, riprese Massimiliano, sono abbastanza ricco per noi due, sarete mia moglie.

— Voi mi fate tremare, disse la giovinetta.

— Seguitemi, continuò Morrel, vi condurrò da mia sorella che è degna d’essere ancora vostra sorella; c’imbarcheremo per Algeri, per l’Inghilterra, o per l’America; se non preferite che ci ritiriamo insieme in qualche provincia, ove aspetteremo che qualche amico abbia vinta la resistenza della vostra famiglia.

Valentina scosse la testa:

— Io me lo aspettava, Massimiliano, diss’ella: questo è un consiglio insensato, e sarei ancor più insensata di voi, se non vi fermassi con queste sole parole: «impossibile Morrel, impossibile».

— Soffrirete dunque la vostra sorte tal quale si presenta, senza neppur tentare di combatterla?

— Sì, dovessi ancora morire!

— Ebbene! Valentina, vi ripeterò di nuovo che avete ragione; infatto io sono un pazzo, e voi mi provate che la passione acceca gli spiriti più giusti. Grazie, dunque, a voi che ragionate senza passione. Sia dunque così: è cosa intesa; domani sarete irrevocabilmente promessa al sig. d’Épinay, non già con quella formalità teatrale che fu immaginata per sciogliere gl’interessi delle commedie, e che si chiama la sottoscrizione del contratto; ma per vostra propria volontà.

— Anche una volta mi ponete alla disperazione, Morrel, disse Valentina; e ricacciate il pugnale nella ferita! Che fareste, dite, se vostra sorella ascoltasse un consiglio come quello che mi date?

— Madamigella, rispose Morrel con un amaro sorriso, sono un egoista, e nella mia qualità d’egoista, non penso a quel che farebbero gli altri nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso che vi conosco da un anno; che ho riposto, dal giorno in cui vi conobbi, tutte le possibilità di felicità nel vostro amore: che venne un giorno in cui mi diceste che mi amavate, che da quel giorno fissai le sorti del mio avvenire sul vostro possesso, giacchè il possedervi era la mia vita. Or non penso più a niente, dico solo a me stesso che le eventualità si sono voltate, che credei aver guadagnata la felicità, e l’ho invece perduta. Ciò accade sempre al giuocatore che perde non solo quel che aveva, ma pur quello che non aveva.

Morrel pronunciò queste parole colla più perfetta calma; Valentina lo guardò coi suoi grandi occhi scrutatori, e cercando di non lasciar penetrare quelli di Morrel fino al subbuglio che già si agitava nel fondo del suo cuore:

— Ma infine, che farete?

— Ho l’onore di dirvi addio, madamigella, chiamando in testimonio Iddio, che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore, che vi desidero una vita molto pacifica e felice, e tanto ripiena di contentezza, che non vi rimanga neppur posto per la mia memoria; addio, Valentina, addio! disse Morrel inchinandosi.

— Dove andate? gridò, allungando la mano a traverso il cancello, ed afferrando Massimiliano per l’abito, la giovinetta che comprendeva dall’interna sua agitazione che la calma del suo amante non poteva essere reale; dove andate?

— Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra famiglia, e dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste persone che si troveranno nella mia posizione.

— Prima di lasciarmi ditemi ciò che volete fare.

Il giovine sorrise con tristezza.

— Oh! parlate! parlate! disse Valentina, ve ne prego!

— La vostra risoluzione si è forse cambiata, Valentina?

— Non può cambiarsi, infelice! voi ben lo sapete!

— Allora, addio, Valentina!

Questa scosse il cancello con una forza di cui non si sarebbe creduta capace, e siccome Morrel si allontanava, passò le due mani attraverso le sbarre, e congiungendole contorcendosi le braccia:

— Che andate a fare? voglio saperlo! dove andate?

— Oh! siate tranquilla, disse Massimiliano fermandosi a tre passi dalla porta; la mia intenzione non è di rendere un altro uomo garante dei rigori che la sorte riserba a me solo. Un altro minaccerebbe di andare a trovare Franz, provocarlo, e battersi con lui; tutto ciò sarebbe da insensato. Che ha che fare il sig. Franz con tutto ciò? egli mi ha veduto questa mattina per la prima volta, ha già dimenticato di avermi veduto; non sapeva neppure che io esistessi quando furono fatte le convenzioni fra le vostre due famiglie, per mezzo delle quali fu risoluto che voi due sareste stati l’una dell’altro: non ho dunque che fare col sig. Franz, e, ve lo giuro, non me la prenderò con lui.

— Ma con chi ve la prenderete? con me?

— Con voi, Valentina? oh! Dio me ne guardi! la donna è sacra!

— Con voi stesso allora: disgraziato, con voi stesso.

— Sono io il colpevole, n’è vero? disse Morrel.

— Massimiliano, disse Valentina, venite qui, lo voglio.

Massimiliano si avvicinò col suo dolce sorriso, e se non fosse stato il pallore del viso, sarebbesi detto che era nel suo stato ordinario. — Ascoltatemi, mia adorata Valentina, le persone come noi che non hanno mai avuto un pensiero di cui abbiano ad arrossire davanti al mondo, davanti i parenti, e a Dio, possono leggere nel cuore l’uno dell’altro a libro aperto. Io non ho mai fatto il romantico, non sono un eroe malinconico, non rappresento nè un Manfredi, nè un Antony; ma senza parole, senza proteste, senza giuramenti, ho messa la mia vita in voi, voi mi venite meno, ed avete ragione di far così, ve l’ho detto, ve lo ripeto; ma finalmente mi venite meno, e la mia vita è perduta. Dal momento che vi allontanate da me, Valentina, io resto solo nel mondo. Mia sorella è felice con suo marito, riprese dopo breve pausa Massimiliano, suo marito non è che un mio cognato, vale a dire un uomo che le convenzioni sociali soltanto uniscono a me; nessuno dunque sulla terra ha bisogno della mia esistenza divenuta inutile. Ecco ciò che io farò: aspetterò fino all’ultimo, che voi siate maritata, perchè non voglio perdere l’ombra di una delle inattese combinazioni che qualche volta ci riserba il destino, perchè finalmente di qui a là Franz d’Épinay può morire; al momento in cui voi vi avvicinate a lui il fulmine può cadere sull’altare: tutto sembra credibile al condannato a morte, per lui tutto è possibile; invoca, aspetta anche un miracolo per lui solo, da che si tratta della salvezza della sua vita. Io dunque aspetterò fino all’ultimo momento, e quando la mia infelicità sarà certa, senza rimedio, senza speranze, scriverò una lettera di confidenza a mio cognato, un’altra lettera al prefetto di polizia per dar loro avviso del mio disegno, e nell’angolo di un qualche bosco, sulle rive di qualche fosso, sulle sponde di qualche fiume, mi farò saltare le cervella, tanto vero, quanto che son il figlio del più onesto uomo che abbia vissuto in Francia.

Un tremito convulso agitò le membra di Valentina, ella lasciò il cancello che teneva con ambe le mani, le braccia ricaddero abbandonate, e due grosse lagrime gli scorsero sulle guance.

Il giovine rimase davanti a lei tetro e risoluto.

— Oh! per pietà, diss’ella, vivrete n’è vero?

— No, sul mio onore, disse Massimiliano. Ma che importa a voi? avrete fatto il vostro dovere, e vi rimarrà la vostra coscienza.

Valentina cadde in ginocchio comprimendosi il cuore, che si rompeva:

— Massimiliano, diss’ella, amico mio, mio fratello sulla terra, mio sposo nel cielo, te ne prego, fa come faccio io, vivi e soffri, un giorno forse saremo riuniti.

— Addio, Valentina, riprese Morrel.

— Mio Dio, disse Valentina alzando le mani al cielo con una sublime espressione, voi lo vedete, ho fatto tutto ciò che ho potuto per restare una figlia sottomessa; ho pregato, supplicato, implorato; egli non ha ascoltato le mie preghiere, le mie suppliche, le mie lagrime. Ebbene, continuò ella asciugando le lagrime, e riprendendo la sua fermezza, ebbene! non voglio morire di rimorsi, amo piuttosto morire di vergogna: vivrete, Massimiliano, ed io non sarò di alcuno, fuorchè di voi.

Morrel che aveva già fatto nuovamente qualche passo per allontanarsi, era ritornato di nuovo, pallido di gioia, col cuore commosso, tenendo a traverso il cancello, nelle sue mani quelle di Valentina.

— Valentina, diss’egli, amica cara, non è così che bisogna parlarmi, altrimenti bisogna lasciarmi morire. Perchè dovrò ottenervi dalla violenza, se mi amate come vi amo? mi sforzate a vivere per umanità? ecco tutto, in questo caso, amo piuttosto morire.

— Infatto, mormorò Valentina, chi è che mi ama in questo mondo? lui. Chi mi ha consolato in tutti i miei dolori? lui. Su chi riposano le mie speranze? su chi si ferma la mia vista sconvolta? su chi riposa il mio cuore stillante sangue? su lui, lui, sempre lui. Ebbene tu hai ragione a tua volta; Massimiliano, ti seguirò; abbandonerò la casa paterna, tutto! oh! ingrata che sono, gridò Valentina singhiozzando, tutto, anche il mio buon nonno che dimenticava!

— No, disse Massimiliano, non lo lascerai. Non mi dicesti che il sig. Noirtier sembrò provare qualche simpatia per me? ebbene! prima di fuggire gli dirai tutto, ti farai un’egida davanti a Dio del suo consenso; poi subito dopo maritati egli verrà con noi, ed invece di uno avrà due nipoti. Tu mi hai detto come ti parla, e come tu gli rispondi; imparerò ben presto questa lingua commovente di segni; va Valentina. Oh! te lo giuro, invece della disperazione che ci aspetta, ti prometto la felicità.

— Oh! guarda, Massimiliano, guarda qual è la tua possanza su di me, tu mi fai quasi credere quanto mi dici, e pure ciò che mi dici è insensato; perchè mio padre mi maledirà; perchè lo conosco, egli ha il cuore insensibile, non mi perdonerà mai. Pure, ascoltami, Massimiliano, se per artefizio, per preghiera, per accidente, che so io, se finalmente con qualche mezzo qualunque posso ritardare il matrimonio, mi aspetterai, n’è vero?

— Sì, lo giuro come mi giurate che questo spaventoso matrimonio non si farà mai, e che quand’anche vi trascinassero davanti al magistrato, o davanti al prete, direte sempre di no.

— Te lo giuro, Massimiliano, per tutto ciò che v’è di più sacro al mondo, per mia madre.

— Allora aspettiamo, disse Morrel.

— Sì, aspettiamo, riprese Valentina che respirava a questa parola, vi sono tante combinazioni che possono salvare due infelici come noi.

— Mi fido a voi, Valentina, disse Morrel, tuttocciò che farete sarà ben fatto; soltanto se non si ascoltano le vostre preghiere, se vostro padre, se la sig.ª di Saint-Méran, esigono che il sig. d’Épinay sia chiamato domani a firmare il contratto....

— Allora avete la mia parola, Morrel.

— Invece di firmare...

— Vengo a raggiungervi, e fuggiremo; ma di qui a là, non tentiamo Iddio; Morrel, non ci vediamo più; è un miracolo, è una provvidenza, che non siamo stati ancor sorpresi; se lo fossimo, se si sapesse come ci vediamo, non avremmo più alcun espediente.

— Avete ragione, Valentina; ma come sapere...

— Dal notaio, il signor Deschamps, e da me stessa, vi scriverò.

— Bene! grazie! adorata Valentina, riprese Massimiliano.

— Sia così, disse Valentina, io pure vi dirò, tutto ciò che farete sarà ben fatto; ebbene siete contento di vostra moglie? disse tristamente la giovinetta.

— Mia adorata Valentina, è ben poco il dir di sì.

— Ditelo sempre. A rivederci disse Valentina, togliendosi con uno sforzo dalla sua felicità: a rivederci.

— Io dunque avrò una vostra lettera?

— Sì.

— Grazie mia cara sposa, a rivederci.

Valentina fuggì sotto i tigli.

Morrel ascoltò gli ultimi rumori della sua veste fluttuante contro i cespugli, e dei piedi che facevano scricchiolare la sabbia, alzò gli occhi al cielo con un ineffabile sorriso, per ringraziarlo perchè permetteva che fosse amato in tal guisa, e anch’egli disparve.

Il giovine rientrò in casa sua, ed aspettò durante tutto il resto della sera, ed il dì seguente senza nulla ricevere.

Finalmente il secondo giorno verso le dieci del mattino, mentre stava per andare da Deschamps, ricevè dalla posta un bigliettino, che riconobbe essere di Valentina, quantunque non avesse mai veduto il suo scritto.

Esso era concepito in questi termini;

«Lagrime, suppliche, preghiere, nulla hanno ottenuto. Ieri per due ore sono stata nella chiesa di S. Filippo di Roule e per due ore ho pregato Dio dal fondo della mia anima; Dio non ha voluto esaudirmi, e le soscrizioni del contratto sono fissate per questa sera alle nove. Non ho che una parola sola come non ho che un sol cuore, Morrel, questa parola è impegnata con voi, questo cuore è vostro.

Vostra Sposa VALENTINA DE VILLEFORT.

«P. S. La mia povera nonna, va di male in peggio: ieri sera la sua esaltazione è giunta al delirio, oggi il suo delirio è quasi una pazzia: mi amerete, per farmi dimenticare che l’avrò abbandonata in questo stato? Credo che nascondano a mio nonno Noirtier che la sottoscrizione del contratto deve aver luogo questa sera.»

Morrel non si limitò alle informazioni che gli dava Valentina: andò dal notaro, che gli confermò la notizia che la sottoscrizione del contratto era fissata per le nove della sera.

Indi passò da Monte-Cristo; e là ne seppe di più: Franz era venuto ad annunziargli questa solennità; dal suo canto la sig.ª de Villefort aveva scritto un biglietto al conte, per pregarlo di scusarla se non lo invitava; ma la morte del sig. di Saint-Méran, e lo stato in cui si trovava la vedova, stendevano sopra questa riunione un velo di tristezza, di cui non voleva offuscare la fronte del conte, cui ella desiderava ogni sorta di felicità.

La sera innanzi Franz era stato presentato alla sig.ª di Saint-Méran, che aveva lasciato il letto per questa cerimonia, ma che lo raggiunse subito dopo.

Morrel, è cosa facile a comprendersi, era in uno stato di agitazione che non poteva sfuggire ad un occhio tanto penetrante, quanto quello del conte; per cui Monte-Cristo fu per lui più affettuoso che mai; tanto affettuoso che due o tre volte Massimiliano fu sul punto di confessargli tutto: ma si ricordò la formale promessa data a Valentina, ed il segreto rimase sepolto nel fondo del suo cuore.

Lesse, e rilesse venti volte nel corso della giornata la lettera di Valentina.

Era la prima volta ch’ella gli scriveva, ed in quale occasione! ciascuna volta che rileggeva questa lettera, rinnovava a sè stesso il giuramento di render felice Valentina, e pensava con una inesprimibile agitazione a quel momento in cui Valentina giugnerebbe.

A quando a quando dei fremiti scorrevano per tutto il corpo di Morrel.

Ma quando trascorse il mezzogiorno, quando Morrel sentì avvicinarsi l’ora, provò il bisogno di restar solo; il sangue bolliva; le semplici domande, la sola voce di un amico l’avrebbero irritato: si rinchiuse in casa sua, provò di leggere; ma lo sguardo strisciò sulle pagine senza nulla capire e finì col gettare il libro, per ritornare a meditare per la decima volta il disegno: le scale, il recinto. Finalmente l’ora si avvicinò.

Giammai un uomo veramente innamorato ha lasciato fare all’orologio il suo pacifico cammino.

Morrel tormentò tanto il suo che finì col segnare le otto e mezzo, quando non erano ancora le sei.

Allora disse a sè stesso, che era giunta l’ora di partire, che le nove erano effettivamente l’ora della sottoscrizione del contratto, ma che, secondo ogni probabilità, Valentina non aspetterebbe questa inutile sottoscrizione; per conseguenza, Morrel, dopo essere partito dalla strada Meslay alle otto e mezzo del suo orologio, entrò nel recinto quando le otto suonavano a S. Filippo di Roule. Poco a poco cadde il giorno.

Allora Morrel uscì dal nascondiglio, e col cuore palpitante venne a guardare alle fenditure del cancello; non v’era ancora alcuno.

Suonarono le otto e mezzo.

Una mezz’ora passò nell’aspettare; Morrel passeggiava in lungo ed in largo, quindi, ad intervalli sempre più vicini, veniva ad applicare l’occhio alle assi.

Il giardino si oscurava sempre più, ma nella oscurità cercava invano la veste bianca, nel silenzio ascoltava inutilmente il romore dei passi.

La casa, che si scuopriva attraverso il fogliame restava tetra, e non presentava alcuno dei caratteri di una casa che si apre per un avvenimento tanto importante, quanto lo è la sottoscrizione di un contratto di matrimonio.

Morrel consultò l’orologio che suonò le nove e tre quarti, ma quasi subito dopo lo stesso suono dell’orologio già inteso due o tre volte ratificò l’errore della sua ripetizione e suonò le nove e mezzo.

Era già mezz’ora di aspettativa di più di quel che aveva fissato la stessa Valentina: ella aveva detto le nove, anzi piuttosto prima che dopo.

Questo fu il momento più terribile pel cuore del giovine, sul quale ciascun secondo cadeva come un martello di piombo. Il più debole rumore di foglie, il più piccolo soffio di vento chiamava la sua attenzione, e faceva spuntare il suo freddo sudore; allora, tutto tremante, accomodava la scala, e, per non perder tempo, metteva il piede sul primo scalino. In mezzo a queste alternative di timore e di speranze, in mezzo a questi stringimenti di cuore, suonarono le dieci all’orologio della chiesa.

— Oh! mormorò Massimiliano con terrore, è impossibile che la sottoscrizione di un contratto duri così lungamente, a meno che avvenimenti imprevisti non sian sopraggiunti, ho misurato tutte le possibilità, calcolato il tempo di durata di tutte le formalità, è dunque accaduta qualche cosa.

Ed allora un poco passeggiava davanti al cancello, un poco veniva ad appoggiare la fronte bruciante sul gelido ferro. Valentina sarebbe forse svenuta dopo il contratto? o sarebbe forse stata fermata mentre fuggiva? Erano le due sole ipotesi alle quali poteva fermarsi il giovine, entrambe disperanti. L’idea sulla quale si fermò, fu che a metà della fuga stessa fosse venuta meno la forza a Valentina, e che fosse caduta svenuta in mezzo a qualche viale.

— Oh! se fosse così, gridò egli slanciandosi alla sommità della scala, la perderei, e per mia colpa!

Il demone che gli aveva soffiato questo pensiero non lo lasciò più, e ronzò al suo orecchio con quella perseveranza che fa sì che alcuni dubbi, in capo a pochi momenti, per la forza del ragionamento, diventino convinzioni. Gli occhi che cercavano di fendere la crescente oscurità, credevano di veder sotto l’ombroso viale un oggetto steso; Morrel arrischiò perfino a chiamare, e gli sembrò che il vento portasse fino a lui un lamento inarticolato.

Finalmente battè ancora la mezz’ora: era impossibile di poter pazientare più lungamente, tutto era supponibile; le tempia di Massimiliano battevano con forza, cavalcò il muro, e saltò dall’altra parte. Egli era nella proprietà di Villefort, vi penetrava per mezzo d’una scalata; pensò allora alle conseguenze che poteva avere una simile azione; ma non era arrivato tant’oltre per ritornare addietro.

Per qualche tratto andò rasente il muro, e, traversando il viale con un salto, si slanciò nel fondo degli alberi.

In un momento fu all’estremità di questo boschetto.

Dal punto in cui era giunto, si poteva scorgere la casa.

Allora si assicurò di una cosa ch’egli aveva già potuto sospettare: e fu che invece dei lumi che si credeva di veder risplendere a ciascuna finestra, com’è naturale nei giorni di cerimonia, non vide altro che una massa grigia e velata ancora da un grande strato d’ombra, che proiettava un’immensa nube distesa avanti la luna. Un lume scorreva a quando a quando come perduto, e passava davanti a tre finestre del primo piano. Queste erano quelle dell’appartamento della sig.ª di Saint-Méran. Un altro lume restava immobile dietro un tendinaggio rosso: ch’era quello della camera della sig.ª de Villefort. Morrel indovinò tutto questo. Tante erano le volte, che per seguire Valentina col pensiero in tutte le ore del giorno, ch’egli si era fatto descrivere il piano di questa casa, che conosceva senza aver veduta.

Il giovine fu ancora più spaventato da questa oscurità e da questo silenzio, di quel che lo fosse stato per l’assenza di Valentina. Perduto, folle per dolore, risoluto a cimentar tutto per rivedere Valentina, ed assicurarsi dell’infortunio che presentiva, qualunque fosse, Morrel arrivò all’orlo del boschetto, e s’apparecchiava a traversare il praticello di fiori quanto più poteva sollecitamente, del tutto allo scoperto, quando giunse fino a lui il suono di voci assai lontane, ma che il vento gli portava.

A questo rumore fece un passo addietro, di già uscito a mezzo dalle foglie, si celò compiutamente, e restò immobile e muto ravvolto nella oscurità. La sua risoluzione era presa; s’era Valentina sola, egli l’avvertirebbe con una parola al passaggio di lei: se Valentina era accompagnata, almeno la vedrebbe, e si assicurerebbe che non le era accaduta alcuna disgrazia: se fossero estranei afferrerebbe qualche parola della loro conversazione e giungerebbe a comprendere un mistero fino allora per lui inesplicabile.

La luna uscì dalle nubi che la nascondevano, e sulla porta della scalinata Morrel vide comparire il sig. de Villefort in compagnia di un uomo vestito di nero. Essi scesero gli scalini, e s’inoltrarono nel boschetto. Non avevano ancora fatti quattro passi, che in quest’uomo vestito di nero Morrel aveva riconosciuto il dottore d’Avrigny.

Il giovine, vedendoli venire alla sua volta, indietreggiò macchinalmente in faccia a loro, fino a che urtò nel tronco di un albero che formava il centro del boschetto; là fu costretto di fermarsi. Ben presto la sabbia cessò di stridere sotto i piedi de’ due passeggiatori. — Ah! caro dottore, disse il procuratore del Re, ecco che il cielo si dichiara avverso alla mia casa. Qual morte orribile! qual colpo di fulmine! Non cercate di consolarmi; ahimè! non vi sono consolazioni per simili disgrazie, la piaga è troppo viva e troppo profonda; morta! morta!

Un sudor freddo fece agghiacciare la fronte del giovine, e battere i denti. Chi dunque era morta in questa casa, che lo stesso Villefort diceva maledetta?

— Mio caro sig. de Villefort, rispose il medico con un accento che raddoppiò il terrore del giovine, non vi ho qui condotto per consolarvi, anzi tutto al contrario.

— Che volete dire? domandò il procurator del Re spaventato. — Voglio dirvi, che dietro alla disgrazia che vi è accaduta, ve ne è un’altra fors’anche maggiore.

— Oh! mio Dio! mormorò Villefort giungendo le mani, che volete dirmi ancora? — Siamo ben sicuri d’essere soli?

— Oh! sì, siamo soli. Ma che significano tutte queste cautele?

— Significano ch’io ho una confidenza terribile a farvi, disse il dottore; sediamoci. — Villefort cadde piuttosto che assidersi sopra un banco. Il dottore rimase in piedi davanti a lui, tenendogli una mano sopra una spalla. Morrel, agghiacciato dallo spavento, con una mano si reggeva la fronte, e coll’altra si teneva compresso il cuore per timore che si sentissero le sue pulsazioni: — Morta! morta! ripetè nel suo pensiero colla voce del suo cuore, ed egli stesso si sentiva morire.

— Parlate, dottore, vi ascolto, disse Villefort; capite, sono preparato a tutto. — La sig.ª di Saint-Méran era avanzata in età, non vi è dubbio, ma godeva ancora di una eccellente salute.

Morrel per la prima volta respirò dopo dieci minuti.

— Il dolore l’ha uccisa; disse Villefort, sì, il dispiacere, dottore! l’abitudine per 40 anni di vivere col marchese...

— Non fu il dispiacere, caro Villefort, disse il dottore. I dispiaceri possono uccidere, quantunque i casi sian molto rari, ma non uccidono in un giorno, in un’ora, in dieci minuti. — Villefort nulla rispose, soltanto alzò la testa che fino allora aveva tenuta bassa, e guardò il dottore con occhi atterriti. — Eravate là, durante l’agonia? domandò il dottore d’Avrigny.

— Senza dubbio, rispose il procuratore del Re, mi diceste a bassa voce che non mi allontanassi.

— Avete osservati i sintomi del male sotto cui ha dovuto soccombere la sig.ª Saint-Méran?

— Certamente; ella ha avuto tre assalti successivi, con qualche minuto di distanza gli uni dagli altri, e ciascuna volta eran fra loro vicini e più forti. Quando siete giunto, già da qualche minuto la sig.ª di Saint-Méran era anelante; allora ebbe una crisi che io credetti un semplice assalto nervoso, e non ho cominciato a spaventarmi realmente che quando la vidi sollevare dal letto, coi membri ed il collo irrigiditi. Allora dal vostro viso compresi che la cosa era più grave di quel che io credeva. Cessata la crisi, cercava i vostri occhi, ma essi non s’incontrarono coi miei. Voi tenevate fra le vostre dita il polso, ne contavate le pulsazioni, e comparve la seconda crisi, più terribile della prima; gli stessi movimenti nervosi si riprodussero, e la bocca si contrasse, e divenne violetta. Alla terza ella spirò. Io aveva già riconosciuto il tetano fin dalla fine della prima crisi; voi mi confermaste in questa opinione.

— Sì, alla presenza di tutti, disse il dottore; ma or siam soli. — Che volete dirmi, mio Dio?

— Che i sintomi del tetano e dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili, sono assolutamente gli stessi. — Villefort si rizzò in piedi, poi, dopo un minuto d’immobilità e di silenzio, ricadde sul banco. — Oh! mio Dio! dottore, pensate bene a quel che ora mi dite!

Morrel non sapeva se faceva un sogno, o vegliava.

— Ascoltate, conosco l’importanza della mia dichiarazione, ed il carattere della persona cui la indirizzo.

— Parlate all’amico o al magistrato? domandò Villefort.

— All’amico soltanto in questo momento; i rapporti fra i sintomi del tetano e quelli dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili sono talmente identici, che se mi bisognasse firmare quant’io vi dico, vi dichiaro che esiterei. Per cui ve lo ripeto, non è al magistrato ch’io parlo, ma all’amico. Ebbene! dico all’amico; «Nei tre quarti d’ora che ha durato, ho studiata l’agonia, le convulsioni, e la morte della sig.ª di Saint-Méran; e nella mia convinzione, non solo ella è morta avvelenata, ma direi pure, qual veleno l’ha uccisa.»

— Signore! signore!

— Tutto v’era, sonnolenza interrotta da crisi nervose, sopraeccitazione del cervello. La sig.ª di Saint-Méran è morta per una dose violenta di brucnina o di stricnina che senza dubbio per caso, o forse per errore le è stata ministrata.

Villefort afferrò la mano del dottore: — Oh! è impossibile, diss’egli, sogno, mio Dio! sogno! È spaventoso il sentire simili cose da un uomo come voi! In nome del cielo, ve ne supplico, caro dottore, ditemi che potete esservi sbagliato.

— Senza dubbio lo posso, ma... non lo credo.

— Dottore, abbiate pietà di me; da qualche giorno mi accadono cose tanto inaudite, che credo alla possibilità di diventar pazzo.

— La sig.ª di Saint-Méran è stata visitata da altro medico?

— Da nessuno. — È stata presa alla spezieria altra ricetta che non mi sia stata fatta vedere? — Nessuna.

— Aveva qualche nemico? — Non le ne conosco alcuno.

— V’è qualcuno che abbia premura della sua morte?

— Ma no, mio Dio! ma no, mia figlia ne è la sola ereditiera, Valentina sola... Oh! se mi potesse venire un simile pensiero, mi conficcherei da me stesso un pugnale nel cuore per punirlo di aver potuto per un sol momento fermarsi sopra un tal pensiero.

— Oh! gridò a sua volta d’Avrigny, caro amico, non piaccia a Dio che io accusi qualcuno; non parlo che di un accidente, di un errore, capite bene? ma accidente, o errore, il fatto è là che parla a bassa voce nella mia coscienza, la quale esige però che io ve ne parli ad alta voce. Pigliate le vostre informazioni.

— A chi? come? di qual cosa?

— Vediamo, Barrois il vecchio domestico si sarebbe sbagliato, e dato alla sig.ª di Saint-Méran qualche bevanda preparata pel suo padrone? — Per mio padre? — Sì.

— Ma come una bevanda preparata per il sig. Noirtier può avvelenare la sig.ª di Saint-Méran?

— Niente di più semplice: sapete che in certe malattie i veleni divengono rimedi; la paralisi è una di queste malattie. Da circa tre mesi, per esempio, dopo aver tutto tentato per rendere il movimento della parola al sig. Noirtier, ho risoluto tentare un ultimo mezzo; lo curo con la brucnina; così nell’ultima bevanda che ho ordinata per lui, ve ne erano sei centigrammi; essi, senza azione sugli organi paralizzati del sig. Noirtier, ed ai quali egli si è avvezzato, bastano per ammazzare qualunque altra persona.

— Mio caro dottore, non vi è nessuna comunicazione fra l’appartamento del sig. Noirtier, e quello della sig.ª di Saint-Méran, e Barrois non è mai entrato nelle camere di mia suocera. Finalmente quantunque io vi conosca per l’uomo più abile, e soprattutto più coscienzioso del mondo, quantunque in tutt’altra congiuntura la vostra parola sia per me una fiaccola che guida al par della luce del sole, pure ho bisogno, ad onta di questa convinzione, di appoggiarmi su questo assioma, lo sbagliare è dell’uomo.

— Ascoltate, Villefort, disse il dottore, conoscete uno dei miei confratelli nel quale possiate avere la stessa confidenza che in me?

— Perchè dite ciò? a che volete venirne?

— Chiamatelo, gli dirò ciò che ho veduto, ciò che ho osservato, e poi faremo l’autopsia.

— E troverete le tracce dell’avvelenamento?

— No, niente del veleno, non ho detto questo, ma constateremo l’esasperazione del sistema, riconosceremo l’asfissia patente, incontestabile, e vi diremo caro Villefort: «se per negligenza accadde una tal cosa, vegliate su i vostri servitori: se per odio, vegliate su i vostri nemici!»

— Oh! mio Dio! che mi proponete mai, d’Avrigny, rispose Villefort abbattuto; dal momento che vi sarà un altro oltre voi nel segreto, vi vorrà un processo, ed in casa mia è impossibile! Pertanto, se lo volete, se lo esigete assolutamente, lo farò. Infatto, io forse dovrò dar seguito a quest’affare; il mio carattere me lo comanda. Ma dottore, mi vedete di già penetrato di tristezza: introdurre nella mia casa un sì grande scandalo, dopo un sì gran dolore! oh! mia moglie, e mia figlia ne morrebbero; dottore, lo sapete, un uomo non è stato procuratore del Re per venti anni senza essersi fatto buon numero di nemici; ed i miei son molti. Quest’affare scandaloso sarà per essi un trionfo che li farà esultare di gioia, e coprirà me di vergogna, perdonatemi queste idee mondane. Se foste un egoista, non oserei parlarvi così; ma siete un uomo, conoscete gli altri uomini; dottore, non mi avete detto niente, n’è vero?

— Mio caro sig. de Villefort, rispose il dottore costernato, il mio primo dovere è la umanità; se avessi salvata la sig.ª di Saint-Méran, se la scienza avesse avuto il potere di farlo; ma ella è morta, ed io devo me stesso ai vivi. Seppelliamo nel più profondo dei nostri cuori questo terribile segreto: permetterò, se gli occhi di qualcuno si aprono su ciò, che sia imputato a mia ignoranza il silenzio che avrò conservato. Però, signore, cercate sempre, ed operosamente, perchè forse ciò non si fermerà qui... e quando avrete trovato il colpevole, se pur lo ritrovate, vi dirò: «voi viete magistrato, fate ciò che volete!».

— Oh! grazie, dottore! disse Villefort con indicibile gioia, non ho mai avuto amico miglior di voi. — E quasi che avesse temuto che il dottore d’Avrigny non si pentisse di questa promessa, si alzò, e trascinò il dottore dalla parte della casa. Essi si allontanarono.

Morrel come se avesse avuto bisogno di respirare, mise fuori la testa dai tigli, e la luna illuminò quel viso tanto pallido, che sarebbesi potuto prendere per un fantasma.

— Dio mi protegge con un manifesto, ma terribile modo! diss’egli. Ma Valentina! povera amica! resisterà a tanti dolori? — Dicendo queste parole guardava alternativamente la finestra con le tende rosse, e le tre finestre con le tende bianche. La luce era quasi compiutamente disparsa dalla finestra con le tende rosse. Senza dubbio la sig.ª de Villefort aveva spento il suo lume, ed il solo lume da notte mandava qualche riflesso ai vetri. All’estremità del fabbricato, al contrario, vide aprirsi una delle tre finestre con le tende bianche. Una candela posta sul caminetto mandò al di fuori qualche raggio della sua pallida luce, ed un’ombra venne per un momento ad appoggiarsi al balcone.

Morrel fremette; gli sembrò avere inteso un singulto.

Non era meraviglioso che quest’anima ordinariamente tanto coraggiosa e forte, ora sconvolta ed esaltata dalle due più forti passioni dell’uomo, l’amore e la paura, si fosse indebolita al punto da soffrire le allucinazioni superstiziose.

Quantunque fosse impossibile, nascosto come egli era, che l’occhio di Valentina lo distinguesse, pure gli parve di vedersi chiamato dall’ombra della finestra; il suo spirito sconvolto glielo diceva, il cuore ardente glielo ripeteva. Questo doppio errore divenne una realtà irresistibile, e, per uno di quegli slanci incomprensibili della gioventù, balzò fuori del nascondiglio, e in due salti, col pericolo di essere veduto, di spaventare Valentina, di dare l’allarme, se alla giovinetta sfuggiva un qualche grido involontario, traversò il prato, che la luna faceva largo e chiaro come un lago; e raggiunta la fila dei cassettoni degli aranci che si estendevano davanti alla casa, giunse ai gradini della scalinata, che salì rapidamente, e spinse la porta, che si aprì senza alcuna resistenza davanti a lui. Valentina non lo aveva veduto, gli occhi innalzati al cielo seguivano una nube d’argento che strisciava l’azzurro, e la cui forma era quella di un’ombra che sale al cielo; il suo spirito poetico ed esaltato le diceva che quella era l’ombra di sua nonna. Frattanto Morrel aveva traversata l’anticamera e ritrovata la rampa della scala; i tappeti stesi sugli scalini tennero nascosto il romore dei suoi passi: d’altra parte Morrel era giunto a quel punto di esaltamento che non lo avrebbe spaventato la presenza stessa del sig. de Villefort. Se questi si fosse presentato ai suoi occhi, la risoluzione era presa: gli si avvicinava, gli confessava tutto, pregandolo di scusare, ed approvare quest’amore che lo univa a sua figlia... Morrel era pazzo. Per fortuna non vide alcuno; particolarmente allora quella tal conoscenza che aveva imparato da Valentina sul piano interno della casa gli servì; giunse senza alcun incidente in alto alla scala, e come arrivato là, si orizzontava, un singhiozzo, di cui riconobbe l’espressione, gli indicò il cammino che doveva prendere; si voltò: una porta era socchiusa, e lasciava giungere a lui il riflesso di una lampada, ed il suono della voce che gemeva. Spinse questa porta ed entrò. Nel fondo di una alcova, sotto un bianco drappo che ne ricopriva la testa, e designava la forma, giaceva la morta, più spaventosa ancora agli occhi di Morrel dopo la rivelazione segreta di cui il caso lo avea fatto possessore. Di fianco al letto, in ginocchio, colla testa sepolta nei cuscini di una larga poltrona, Valentina tremante, e sollevata dai singhiozzi, stendeva al di sopra, della testa, che non si vedeva, ambo le mani giunte ed irrigidite: aveva lasciata la finestra aperta, e pregava ad alta voce con accenti che avrebber commosso il cuore più insensibile; la parola le sfuggiva dalle labbra, rapida, incoerente, inintelligibile. La luna strisciando a traverso la apertura delle persiane, faceva impallidire la luce della lampada, e dava un fondo azzurro alle funebri tinte in questo quadro di desolazione.

Morrel non potè resistere a questo spettacolo; egli non era di una pietà esemplare, non era facile alle impressioni; ma Valentina sofferente, piangente, e torcentesi le braccia, avanti ai suoi occhi era più di quanto poteva sopportare in silenzio. Egli mandò un sospiro, mormorò un nome, e la testa bagnata dalle lagrime, ed impietrata sui velluti del seggio, si rialzò, e rimase voltata verso di lui.

Valentina lo vide, e non manifestò alcuna meraviglia. Non vi sono più emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo dolore. Morrel le stese la mano, Valentina per tutta scusa del perchè non era stata a ritrovarlo, gli mostrò il cadavere che giaceva sotto il funebre drappo, e ricominciò i singulti. Nè l’uno, nè l’altra osavano parlarsi in questa camera. Ciascuno esitava a rompere quel silenzio che sembrava venisse raccomandato dalla morte ritta in piedi in un qualche angolo, col dito sulle labbra. Finalmente Valentina osò parlare per la prima: — Amico, diss’ella, come mai siete qui? Ahimè! vi direi: «siate il ben venuto» se non fosse la morte che vi avesse aperta la porta di questa casa.

— Valentina, disse Morrel con voce tremante, e con le mani giunte, io era là dalle otto e mezzo; non vi vedeva venire: fui preso dall’inquietudine, ho saltato il muro, son penetrato nel giardino; allora delle voci che si intrattenevano sul fatale accidente...

— Quali voci? domandò Valentina.

Morrel fremette perchè tutta la conversazione del dottore e di Villefort gli ritornava al pensiero, ed a traverso del drappo, credeva veder quelle braccia contorte, quel collo irrigidito, quelle labbra violette: — Le voci dei vostri domestici, diss’egli, mi hanno appreso tutto.

— Ma venir fin qui, è lo stesso che perderci, amico mio, disse Valentina senza collera e senza spavento.

— Perdonatemi, rispose Morrel col medesimo tuono, mi ritiro.

— No, disse Valentina, sareste incontrato, restate.

— Ma se qui venissero?... — La giovane scosse la testa:

— Nessuno verrà, siate tranquillo, ecco la nostra salva guardia. — E mostrò la forma del cadavere modellata dal drappo che la copriva.

— Ma che è accaduto del sig. d’Épinay?

— Il sig. Franz è venuto per soscrivere il contratto al momento in cui mia nonna rendeva l’ultimo sospiro: ma ciò che raddoppia il mio dolore, si è che questa povera e cara avola, morendo, mi ordinò che si compiesse il matrimonio il più presto possibile.

— Ascoltate! disse Morrel. I due giovani fecero silenzio.

S’intese una porta aprirsi, e dei passi fecero scricchiolare il piancito del corridoio ed i gradini della scala:

— È mio padre che esce dal suo gabinetto, disse Valentina.

— E che riconduce il dottore, soggiunse Morrel.

— Come sapete che è il dottore? domandò Valentina meravigliata. — Lo presumo, disse Morrel. — Valentina guardò il giovine. Frattanto s’intese chiudere la porta di strada.

Il sig. de Villefort andò inoltre a dare un doppio giro di chiave a quella del giardino, indi risalì le scale.

Giunto nell’anticamera si fermò un momento, come esitante se dovesse entrare nel suo appartamento, o nella camera della sig.ª di Saint-Méran. Morrel si gettò dietro una portiera. Valentina non fece alcun movimento: si sarebbe detto che il sommo dolore la poneva al di sopra degli ordinari timori. Ma de Villefort entrò nelle sue stanze.

— Ora, disse Valentina, non potete più uscire nè dalla porta del giardino, nè da quella di strada.

Morrel la guardò con meraviglia. — Ora, diss’ella, non vi è più che una uscita sicura e permessa, ed è quella dello appartamento del mio nonno. — Ella si alzò: — Venite.

— E dove? domandò Massimiliano. — Da mio nonno.

— Io, dal sig. Noirtier? — Sì.

— Pensateci bene, Valentina.

— Vi penso, e da lungo tempo. Non ho più che questo amico al mondo, ed entrambi abbiam bisogno di lui.

— State attenta, Valentina, disse Morrel esitando a fare ciò che gli ordinava la giovinetta, state attenta, la benda mi è caduta dagli occhi. Venendo qui, ho commesso un atto di pazzia. Avete voi stessa tutta la vostra ragione, cara amica.

— Sì, disse Valentina, e non ho che uno scrupolo al mondo, quello di lasciar soli questi ultimi avanzi della mia povera nonna, che mi sono incaricata di vegliare.

— Valentina, disse Morrel, la morte è sacra per sè stessa.

— Sì, rispose la giovinetta; d’altra parte sarà per poco, venite. — Valentina traversò il corridoio, e discese una piccola scala che conduceva dal sig. Noirtier. Morrel la seguiva in punta di piedi. Giunti sul piano dell’appartamento ritrovarono il vecchio domestico.

— Barrois, disse Valentina, chiudete la porta, e non lasciate entrare nessuno.

Ella entrò per la prima. Noirtier, ancora seduto al suo seggio, attento al più piccolo rumore, istruito dal vecchio servitore di tutto ciò che accadeva, fissò gli sguardi avidi all’entrata della camera; vide Valentina, ed il suo occhio brillò. Vi era nel portamento, nell’attitudine della giovinetta qualche cosa di grave, e di solenne che sorprese il vegliardo: epperò lo sguardo ch’era brillante divenne interrogatore. — Caro padre, diss’ella a bassa voce, ascoltami bene: tu sai che la buona nonna Saint-Méran è morta sarà un’ora, e che adesso, eccetto te, non ho più alcuno che mi ami in questo mondo. — Un’espressione d’infinita tenerezza passò sugli occhi del vecchio. — È dunque a te solo, che io debbo confidar tutti i miei dispiaceri, e le mie speranze?

Il paralitico fece segno di sì.

Valentina prese Massimiliano per la mano: — Allora diss’ella, guarda bene questo signore.

Il vecchio fissò lo sguardo scrutatore, e leggermente maravigliato su Morrel. — Questi è il sig. Massimiliano Morrel, diss’ella, il figlio di quell’onesto negoziante di Marsiglia di cui tu avrai senza dubbio inteso parlare.

— Sì, fece il vecchio.

— È un nome irreprensibile che Massimiliano è in via di rendere glorioso, perchè a trent’anni è capitano degli Spahis, ed ufficiale della legione d’onore.

Il vecchio fece segno che se ne ricordava.

— Ebbene! buon papà, disse Valentina mettendosi in ginocchio e mostrando Massimiliano con una mano, io l’amo, e non sarò mai d’altri che di lui! se mi sforzeranno di sposarne un altro, mi lascerò morire, o mi ucciderò.

Gli occhi del paralitico esprimevano una folla di pensieri tumultuosi. — Tu ami il sig. Morrel, n’è vero, buon papà? domandò la giovinetta. — Sì, fece il vecchio immobile.

— E vuoi tu proteggerci, noi siamo i tuoi figli, contro la volontà di mio padre?

Noirtier fissò lo sguardo intelligente su Morrel, quasi avesse voluto dire:

— Per questo, vedremo.

Massimiliano capì: — Madamigella, diss’egli, voi avete un sacro dovere da compiere nella camera di vostra nonna; volete permettermi di aver l’onore di parlare un momento col sig. Noirtier?

— Sì, sì, è questo, fece l’occhio del vecchio; poi guardò Valentina con inquietudine. — Come farà egli per intenderti, vuoi dire, buon nonno. — Sì.

— Oh! sta tranquillo; abbiamo tanto spesso parlato di te, che egli sa bene il modo di trattenersi teco.

Poi volgendosi a Morrel con un’adorabile sorriso, velato però da una profonda tristezza: — Egli sa tutto quel che so io, diss’ella. — Valentina si alzò, avvicinò una sedia per Morrel, raccomandando a Barrois di non lasciare entrare nessuno, e dopo avere teneramente abbracciato suo nonno, e detto addio tristamente a Morrel, partì.

Allora Morrel per provare a Noirtier che egli aveva la confidenza di Valentina, e che conosceva tutti i loro segreti, prese il dizionario, la penna, e la carta, e pose il tutto sopra una tavola su cui stava il lume: — Ma primieramente, disse Morrel, permettetemi, signore, di raccontarvi chi sono io, come amo madamigella Valentina, e quali sono le mie vedute sul conto di lei. — Ascolto, fece Noirtier.

Era uno spettacolo imponente questo vecchio, inutile fardello in apparenza, diventato il solo protettore, il solo appoggio, il solo giudice dei due giovani amanti, belli, e robusti che entravano nella vita. La sua figura nobile ed austera imponeva a Morrel, che cominciò il racconto tremando. Narrò allora come aveva conosciuto, come aveva amato Valentina, e come questa nel suo isolamento, e nel suo infortunio, aveva accolta l’offerta della sua devozione. Gli disse qual era la sua nascita, la sua posizione, la sua fortuna; e più d’una volta interrogò lo sguardo del paralitico che gli rispondeva: — Sta bene; continuate.

— Ora, disse Morrel, quando ebbe finita questa prima parte del suo racconto, ora, che vi ho detto, signore, il mio amore, e le mie speranze, debbo dirvi i miei disegni?

— Sì, fece il vecchio.

— Ebbene! ecco ciò che noi avevamo risoluto.

Allora raccontò tutto a Noirtier, in qual modo un calessino aspettava nel recinto, come contava rapire Valentina, condurla da sua sorella, sposarla, e, in una rispettosa aspettativa, sperare il perdono dal sig. de Villefort.

— No, disse Noirtier.

— No, rispose Morrel, non è così, che si deve fare? — No.

— Questo disegno non ha il vostro assenso? — No.

— Ebbene! vi è un altro mezzo, disse Morrel.

Lo sguardo interrogatore del vecchio domandò: quale?

— Andrò a ritrovare il sig. Franz d’Épinay; sono contento di potervi dir questo in assenza di madamigella di Villefort; mi condurrò in modo di sforzarlo ad essere un galantuomo.

Lo sguardo di Noirtier continuò ad interrogare.

— Ciò che farò? — Sì.

— Eccolo: andrò a trovarlo, gli racconterò i legami che mi uniscono a madamigella Valentina; se gli è uomo delicato, proverà la sua delicatezza rinunciando da sè stesso alla mano della fidanzata, e la mia amicizia e devozione gli sono da questo momento devolute per sempre fino alla morte; se rifiuta, sia che l’interesse lo spinga, sia che un ridicolo orgoglio lo faccia persistere, dopo avergli provato che egli costringerebbe la mia sposa, che Valentina mi ama, e non può amare altri che me, mi batterei con lui, dandogli tutti i vantaggi, o l’ucciderò, o egli ucciderà me; se l’uccido, non sposerà Valentina, se mi uccide son ben sicuro che Valentina non lo sposerà.

Noirtier considerava con un piacere indicibile questa nobile e sincera fisonomia, sulla quale si dipingevano tutti i sentimenti che la sua lingua esprimeva, aggiungendovi coll’espressione di un bel viso, tutto ciò che il colorito aggiunge ad un disegno solido e vero. Frattanto quando Morrel ebbe finito di parlare, Noirtier chiuse gli occhi a più riprese, che, come ben sappiamo, era il suo modo di esprimere no.

— No? disse Morrel, voi dunque disapprovate ancora questo secondo disegno al pari del primo?

— Sì lo disapprovo, accennò il vecchio.

— Ma che fare allora, signore? domandò Morrel. Le ultime parole della sig.ª di Saint-Méran sono state che il matrimonio di sua nipote non si faccia aspettare; debbo lasciar compiere le cose? — Noirtier rimase immobile.

— Comprendo, disse Morrel, debbo aspettare. — Sì.

— Ma ogni ritardo può perderci. Valentina è sola, senza forza; e sarà costretta come un fanciullo. Entrato qui miracolosamente per saper ciò che accade, ammesso miracolosamente alla vostra presenza, ragionevolmente non posso sperare che si rinnovino queste buone avventure. Credetemi, non vi è che l’una o l’altra delle due risoluzioni che vi propongo (perdonate questa mia vanità alla giovinezza) che sia buona; ditemi quale delle due preferireste: autorizzereste madamigella Valentina a confidarsi al mio onore? — No.

— Preferite che vada a ritrovare il sig. d’Épinay? — No.

— Ma da chi verrà il soccorso che aspettiamo? dal caso?

— No. — Da voi? — Sì.

— Capite bene, ciò che vi domando, scusate la mia insistenza, perchè la mia vita sta nella vostra risposta; la nostra salute ci verrà da voi? — Sì.

— Ne siete sicuro? — Sì. — Mel garantite? — Sì.

E nello sguardo che dava questa affermativa vi era tal fermezza, da non dar luogo a dubitare della volontà, se non della possanza. — Oh! grazie, signore, mille volte grazie! ma in qual modo, a meno che un miracolo non vi renda la parola, il gesto, il movimento, in qual modo potrete, inchiodato in questo seggio, muto ed immobile, opporvi a questo matrimonio? — Un sorriso rischiarò il viso del vecchio... è un sorriso strano quello degli occhi sur un viso immobile!

— Debbo dunque aspettare? domandò il giovine. — Sì.

— Ma il contratto?... — Ricomparve il medesimo sorriso.

— Volete dirmi che non sarà firmato? — Sì, fece il vecchio. — Il contratto dunque non sarà firmato? gridò Morrel. Oh! perdonatemi, signore! all’annunzio di una gran felicità, è ben permesso il dubitare.

— No, disse il vecchio paralitico. — Ad onta di questa assicurazione, Morrel esitava a credere. Questa promessa di un vecchio impotente era sì strana che invece di provenire da una forza di volontà, poteva emanare da un indebolimento di organi; non è naturale che l’insensato che ignora la sua follia, pretenda effettuare cose al di sopra del suo potere? il debole parla dei pesi che innalza, il timido dei giganti che affronta, il povero del tesoro che maneggia, il più umile dei contadini, per causa del suo orgoglio, si chiama Giove.

Sia che Noirtier comprendesse l’irresolutezza del giovine, sia che non aggiustasse compiutamente fede alla docilità che aveva mostrato, lo guardò fissamente. — Che volete signore? domandò Morrel, che vi rinnovi la promessa di nulla tentare?

La sguardo di Noirtier rimase fermo e stabile, come per dire che una promessa non bastava, indi passò dal viso alla mano.

— Volete che giuri? domandò Massimiliano.

— Sì, fece il paralitico con la stessa solennità, lo voglio.

Morrel capì che il vecchio metteva grande importanza a questo giuramento. Egli stese la mano. — Sul mio onore vi giuro di aspettare ciò che avrete risoluto di fare contro del sig. d’Épinay.

— Bene, fecero gli occhi del vecchio.

— Ora, signore, ordinate che mi ritiri? — Sì.

— Senza rivedere madamigella? — Sì.

Morrel fece un segno col quale indicava esser pronto ad obbedire: — Permettete intanto, signore, che vostro figlio vi abbracci, come ha fatto or ora vostra figlia.

Non vi era da sbagliare nella espressione degli occhi di Noirtier. Il giovine posò sulla fronte del vecchio le sue labbra; indi lo salutò una seconda volta, e partì. Sul pianerottolo trovò Barrois avvisato da Valentina, che lo guidò nei giri di un corridoio oscuro, che conduceva per una piccola porta nel giardino. Giunto là, Morrel si portò al cancello; arrampicandosi su di una spalliera di carpini, giunse ben presto alla sommità del muro, e per mezzo di una scala, in un secondo fu nel recinto messo a trifoglio, ove il suo calessino lo aspettava sempre. Vi montò ed abbattuto da tante emozioni, ma col cuore più libero, verso mezzanotte rientrò nella strada Meslay, si gettò sul letto, e dormì come se fosse stato in una profonda ubbriachezza.

LXXIII. — LA TOMBA DELLA FAMIGLIA VILLEFORT.

Due giorni dopo, una folla considerevole si trovava riunita, verso le sei del mattino, alla porta del sig. de Villefort, ed erasi veduto inoltrare una lunga fila di carrozze di lutto, e di carrozze particolari, lungo tutto il sobborgo Sant’Onorato e la strada Pépinière. In mezzo ad esse ve n’era una di forma particolare, e che sembrava aver fatto un lungo viaggio. Era una specie di forgone tinto in nero, e che si era ritrovato tra i primi al convegno. Furono prese informazioni, e si seppe che, per una strana coincidenza, questa carrozza racchiudeva il corpo del signor di Saint-Méran, e che quelli ch’eran venuti per un sol convoglio, seguiterebbero due cadaveri. Il marchese di Saint-Méran, uno dei dignitarii più zelanti e fedeli del re Luigi XVIII, e del re Carlo X, aveva conservato gran numero di amici, che uniti alle persone che le sociali convenienze mettevano in relazione con Villefort, formavano un seguito considerevole. Furon tosto prevenute tutte le autorità, e si ottenne che i due convogli sarebbero usciti nel medesimo tempo. Una seconda carrozza, addobbata con la stessa pompa mortuaria, fu condotta davanti alla porta del sig. de Villefort, e la cassa trasportata dal forgone di posta fu messa sulla carrozza funebre. I due corpi dovevano essere seppelliti nel cimitero del Padre-Lachaise, ove da lungo tempo il sig. de Villefort aveva fatto inalzare la tomba destinata alla sepoltura di tutta la sua famiglia, ed ove era già stato deposto il corpo della povera Renata, che suo padre e sua madre venivano a raggiungere dopo dieci anni di separazione. Parigi, sempre curiosa, e commossa per le pompe funebri, vide con un religioso silenzio passare lo splendido corteggio che accompagnava alla loro ultima dimora due nomi di quella vecchia aristocrazia, i più celebri per lo spirito di tradizione, per la sicurezza del commercio, e per l’ostinata devozione ai principi. Nella stessa carrozza da lutto Beauchamp, Debray, e Château-Renaud s’intrattenevano su queste morti quasi subitanee.

— Ho veduto la sig.ª di Saint-Méran l’anno scorso ancora in Marsiglia, diceva Château-Renaud; io ritornava dall’Algeria; era una persona destinata a vivere cent’anni, mercè la sua perfetta salute, lo spirito sempre pronto, e la sua prodigiosa alacrità. Quanti anni aveva?

— Sessantasei anni, rispose Alberto, almeno a quanto Franz mi ha assicurato. Ma non è l’età che l’ha uccisa, è il dispiacere che ha sofferto per la morte del marchese: sembra che dopo questa morte, che l’aveva violentemente colpita, non abbia ripresa compiutamente la ragione.

— Ma in fine di che male è morta? domandò Debray.

— Di una congestione cerebrale, a quanto sembra, o di una apoplessia fulminante.

— Non è forse la stessa cosa?

— Presso a poco.

— Di apoplessia dice Beauchamp, è difficile a credersi. La sig.ª di Saint-Méran, che io pure ho veduta una o due volte in mia vita, era piccola, gracile di forme, e di costituzione molto più nervosa che sanguigna; le apoplessie prodotte da dispiaceri son molto rare in un corpo di costituzione come quella della sig.ª di Saint-Méran.

— In ogni caso, disse Alberto, qualunque sia la malattia, o il medico che la uccise, ecco il sig. de Villefort, o piuttosto madamigella Valentina, o meglio ancora il nostro amico Franz in possesso di una magnifica eredità; 80 mila lire di rendita, credo.

— Eredità che sarà quasi raddoppiata alla morte di quel vecchio giacobino di Noirtier.

— Quello è un nonno tenace, disse Beauchamp; Tenacem propositi virum; egli ha promesso colla morte che avrebbe veduto seppellire tutti i suoi eredi. Sulla mia parola ci riuscirà. È quello stesso vecchio della convenzione del ’93 che diceva a Napoleone nel 1814:

«Voi decadete perchè il vostro impero è un giovine stelo affaticato pel soverchio crescere; prendete la repubblica per tutore, e ritorniamo con una buona costituzione sui campi di battaglia, e vi garantisco 500 mila soldati, un altro Marengo, ed un secondo Austerlitz. Le idee non muoiono, sire, qualche volta sonnacchiano, ma si risvegliano poi più forti che prima di addormentarsi.»

— Sembra, disse Alberto, che per lui gli uomini siano come l’idee; ciò che mi mette in pensiero, si è di sapere, cioè, in qual modo Franz d’Épinay si accomoderà col vecchio nonno, e che non può fare a meno della sposa di lui; ma, a proposito, Franz dov’è?

— Nella prima carrozza col sig. de Villefort, che lo considera già come uno di famiglia.

In ciascuna delle carrozze che formavano il corteggio funebre, la conversazione era presso a poco uguale; ognuno si meravigliava di queste due morti sì rapide e sì vicine, ma in nessuna si sospettava il terribile segreto, che il dottore d’Avrigny aveva svelato al sig. de Villefort nella passeggiata notturna. In capo circa ad un’ora di cammino, giunsero al cimitero: era una giornata tranquilla, ma cupa, e per conseguenza in armonia colla funerea cerimonia che si compiva. Fra i gruppi che si dirigevano verso la tomba della famiglia, Château-Renaud riconobbe Morrel, venuto solo ed in cabriolet: egli passeggiava solo, pallidissimo e silenzioso sul piccolo sentiero costeggiato da bossi.

— Voi qui? disse Château-Renaud passando il braccio sotto quello del capitano; conoscete il sig. de Villefort? Come va che non vi ho mai incontrato in sua casa?

— Non è il sig. de Villefort che io conosco, ma la sig.ª de Saint-Méran.

In questo momento Alberto li raggiunse con Franz.

— Il luogo è scelto male per una presentazione, disse Alberto; ma non importa, non siamo superstiziosi. Sig. Morrel, permettetemi che vi presenti il sig. Franz d’Épinay, un eccellente compagno di viaggio col quale ho fatto il giro d’Italia. Mio caro Franz, il sig. Massimiliano Morrel è un eccellente amico che ho acquistato nella tua assenza, e del quale tu sentirai spesso ricordarti il suo nome nella mia conversazione ogni qualvolta io dovrò parlare di coraggio, di spirito e di amabilità.

Morrel ebbe un momento d’indecisione; egli chiese a sè stesso se poteva dirsi un tratto di riprovevole ipocrisia il fare un saluto amichevole a quell’uomo ch’egli combatteva alla sordina: ma gli ritornavano al pensiero e la gravità della circostanza, ed il suo giuramento, si sforzò dunque di non fare apparire niente sul suo viso, e salutò Franz con qualche ritegno.

— Madamigella de Villefort è molto afflitta, non è vero? disse Debray a Franz.

— Oh! signore, rispose Franz, di un’afflizione inesprimibile; questa mattina era così abbattuta che appena l’ho riconosciuta.

Queste parole in apparenza tanto semplici, lacerarono il cuore di Morrel. Costui aveva dunque veduta Valentina, le aveva parlato?

Fu allora che il giovine e fervido ufficiale ebbe bisogno di tutte le sue forze per resistere al desiderio di violare il suo giuramento.

Prese sotto il braccio Château-Renaud e lo trascinò rapidamente verso la tomba, davanti la quale gli incaricati alle pompe funebri, avevano deposte le due casse.

— Magnifica abitazione, disse Beauchamp dando uno sguardo al mausoleo, palazzo d’estate, e palazzo d’inverno. Verrà pure la vostra volta di venirci ad abitare, caro d’Épinay, perchè sarete ben presto della famiglia. Io nella mia qualità di filosofo, voglio una piccola casa di campagna, una capanna laggiù sotto gli alberi, e non voglio tanti macigni sul mio povero corpo. Morendo, dirò a quelli che mi circonderanno ciò che scriveva Voltaire a Piron: «vado in campagna» e tutto sarà finito... Andiamo, per bacco! Franz, ci vuol coraggio, vostra moglie eredita.

— Davvero, Beauchamp, disse Franz, vi siete fatto insopportabile. Gli affari politici vi hanno data l’abitudine di ridere di tutto, e gli uomini che maneggiano gli affari, l’abitudine di non credere a niente. Ma finalmente, quando avete la fortuna di trovarvi con uomini comuni, e la fortuna di lasciare per un momento la politica, cercate di riprendere il vostro cuore che voi lasciate nella stanza di deposito dei bastoni della Camera dei Deputati, o della Camera dei Pari.

— Eh! mio Dio! che cosa è la vita? una fermata nell’anticamera della morte.

— Io prendo Beauchamp in fallo, disse Alberto, e si ritirò a quattro passi dietro Franz, lasciando Beauchamp continuare le sue dissertazioni filosofiche con Debray.

La tomba della famiglia di Villefort formava una specie di quadrato di pietre bianche dell’altezza di circa venti piedi; una interna separazione divideva i due compartimenti, la famiglia di Saint-Méran, e la famiglia Villefort, e ciascun compartimento aveva la sua porta d’entrata.

Non si vedevano, come nelle altre tombe, quegli ignobili tiratori soprapposti, dei quali una economica distribuzione racchiude i morti con iscrizione che rassomiglia ad una etichetta; tutto ciò che si vedeva sulle prime era un’anticamera cupa e scura separata da un muro di vera tomba.

Era nel mezzo di questo muro che si aprivano le due porte di cui parlammo or ora, e che comunicavano alle sepolture Villefort, e Saint-Méran.

Là potevansi esalare in libertà i dolori senza che gli spensierati passeggiatori che fanno di una visita al cimitero una partita di campagna, o un appuntamento amoroso, venissero a disturbare col loro canto, colle loro grida, o colle loro corse, la muta contemplazione, o la preghiera bagnata di lagrime dell’abitante della tomba.

I due cadaveri furono portati nella tomba a diritta; era quella della famiglia di Saint-Méran. Entrambi furono deposti sopra dei preparati cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie mortali; Villefort, Franz, ed alcuni altri prossimi parenti penetrarono soli nel santuario.

Siccome le cerimonie religiose si erano terminate alla porta, e non v’era discorso da farsi, gli assistenti si separarono subito; Château-Renaud, Alberto, e Morrel si ritirarono da una parte, e Debray e Beauchamp da un’altra.

Franz rimase col sig. de Villefort; alla porta del cimitero, Morrel si fermò col primo pretesto che gli venne al pensiero; egli vide sortire Franz ed il signor de Villefort in una carrozza di lutto, e concepì un cattivo presagio da questo avvicinamento. Egli ritornò dunque a Parigi, e quantunque fosse nella stessa carrozza di Château-Renaud e Alberto, egli non intese una parola di quel che dissero i due compagni.

In fatti, quando Franz stava per lasciare il signor de Villefort:

— Signor barone, aveva detto questi, quando potrò rivedervi?

— Quando voi vorrete, signore, aveva risposto Franz.

— Il più presto possibile.

— Io sono ai vostri ordini, signore; se vi piace, possiamo ritornare assieme.

— Se ciò non vi disturba in alcun modo.

— In nessuno.

Fu così, che il futuro suocero e il futuro genero salirono nella stessa carrozza, e che Morrel, vedendoli passare, concepì con ragione gravi inquietudini.

Villefort e Franz ritornarono al sobborgo Saint-Honoré.

Il procuratore del Re senza entrare da nessuno, senza parlare nè a sua moglie nè a sua figlia, fece passare il giovine nel suo gabinetto, e mostrandogli una sedia:

— Signor d’Épinay, diss’egli, io debbo ricordarvi, che il momento non sarà forse tanto male scelto, quanto potrebbe credersi sul principio, perchè l’obbedienza ai morti, è la prima offerta che bisogna deporre sul loro cataletto; io debbo dunque ricordarvi il voto espresso dalla sig.ª di Saint-Méran fatto or son due giorni al suo letto di agonia, ed è, che il matrimonio di Valentina non soffra ritardo. Voi sapete che gli affari della defunta sono in perfetta regola; che il suo testamento assicura a Valentina tutta la fortuna di Saint-Méran; il notaro mi ha mostrato ieri questi atti che permettono di potere redigere in un modo definitivo il contratto di matrimonio. Voi potete vedere il notaro, e dirgli per parte mia che vi comunichi queste carte. Il notaro è il sig. Deschamps, piazza Beauveau, sobborgo Saint-Honoré.

— Signore, rispose d’Épinay, questo forse non è il momento per madamigella Valentina, immersa come ella è nel dolore, di pensare ad uno sposo; in verità io temerei...

— Valentina, interruppe il signor de Villefort, non avrà desiderio più intenso di quello di compiere le ultime intenzioni di sua nonna; perciò io vi garantisco che le difficoltà non nasceranno per parte sua.

— In questo caso, signore, rispose Franz, siccome non verranno egualmente da parte mia, voi potete fare ciò che più vi conviene; la mia parola è impegnata, ed io l’adempirò, non solo con piacere, ma ancora con fortuna.

— Allora, disse Villefort, non abbiamo più nulla che ci arresti; il contratto doveva esser firmato tre giorni sono, noi lo troveremo dunque già preparato; e si potrà firmare oggi stesso.

— Ma il lutto? disse esitando Franz.

— Siate tranquillo, signore, rispose Villefort; non sarà in casa mia, che verranno noncurate le convenienze. Madamigella de Villefort potrà ritirarsi, durante i tre mesi voluti, nella sua terra di Saint-Méran, io dico sua terra, perchè da oggi questa proprietà è sua. Là, fra otto giorni, se voi lo volete senza romore, senza lusso, senza fasto, sarà concluso il matrimonio civile. Era un desiderio della signora di Saint-Méran che sua nipote si maritasse in quella terra; concluso il matrimonio, signore, voi potrete ritornare a Parigi mentre che vostra moglie passerà il tempo del lutto colla sua matrigna.

— Come vi piacerà, signore, disse Franz.

— Allora, riprese il sig. de Villefort, abbiate la pena di aspettare un poco che fra una mezz’ora Valentina discenderà nel salotto. Manderò a cercare Deschamps; noi leggeremo e firmeremo il contratto in una sola seduta, e fino da questa sera, la signora de Villefort condurrà Valentina nella sua terra, ove fra otto giorni noi anderemo a raggiungerla.

— Signore, disse Franz, io ho una domanda a farvi.

— E quale?

— Io desidero che Alberto de Morcerf, e Raoul di Château-Renaud siano presenti a questa sottoscrizione; voi sapete che questi sono i miei due testimoni.

— Una mezz’ora basta a prevenirli; volete voi andare a cercarli da voi stesso, o volete mandarli a cercare?

— Preferisco l’andarvi da me, signore.

— Vi aspetto dunque fra una mezz’ora, e fra una mezz’ora Valentina sarà pronta.

Franz salutò il sig. de Villefort, e sortì.

Appena la porta di strada fu chiusa dietro al giovine, Villefort mandò a prevenire Valentina che doveva discendere nel salotto fra una mezz’ora perchè si aspettavano il notaro, e i testimoni del sig. d’Épinay.

Questa notizia inaspettata produsse una gran sensazione nella famiglia. La sig.ª de Villefort non voleva crederci, e Valentina ne rimase atterrata come da un colpo di fulmine.

Ella guardò intorno a sè, come per cercare a chi poteva domandare soccorso.

Ella volle discendere da suo nonno; ma incontrò per la scala il sig. de Villefort, che la prese per un braccio, e la condusse in salotto.

Nell’anticamera Valentina incontrò Barrois, e gettò al vecchio servitore uno sguardo di disperazione.

Un istante dopo di Valentina, la signora de Villefort entrò in salotto col piccolo Edoardo. Era visibile che la giovane sposa aveva avuta una gran parte sui dispiaceri di famiglia; ella era pallida, e sembrava orribilmente stanca.

Ella si assise, prese Edoardo sulle sue ginocchia, e di tratto in tratto comprimeva con movimenti quasi convulsivi contro il suo petto questo fanciullo, sul quale sembrava concentrarsi tutta intera la sua vita.

Ben presto s’intesero due carrozze entrare nel cortile.

Una era quella del notaro, l’altra quella di Franz con i suoi amici.

In un istante tutti si riunirono nel salotto.

Valentina era così pallida, che si vedevano delinearsi le vene blu delle sue tempie intorno ai suoi occhi, e scorrere lungo le sue guance.

Franz non potè esimersi dal provare una forte emozione.

Château-Renaud e Alberto, si guardavano con meraviglia; la cerimonia che stava per cominciare, non era men trista di quella che da poco era finita.

La signora de Villefort si era situata all’ombra, dietro una tenda di velluto, e siccome era sempre inchinata sopra suo figlio, era difficile di leggere sul suo viso ciò che accadeva nel suo cuore.

Il sig. de Villefort era, come sempre, impassibile.

Il notaro dopo avere, col metodo ordinario alle persone legali, distribuite sulla tavola le carte, avea preso posto sul suo seggio, e dopo avere inalzati i suoi occhiali, si voltò verso Franz:

— Siete voi il sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay? domandò egli, quantunque lo sapesse perfettamente.

— Sì, signore, rispose Franz.

Il notaro gli fece un inchino.

— Debbo dunque prevenirvi, signore, diss’egli, e ciò per parte del sig. de Villefort, che il vostro matrimonio progettato con madamigella de Villefort, ha fatto cambiare le disposizioni testamentarie del signor de Noirtier verso sua nipote, e che egli aliena interamente la fortuna che le doveva trasmettere. Sollecitiamo di aggiungere, continuò il notaro, che il testatore non avendo il diritto di alienare che una sola parte della sua fortuna, e che avendo alienato tutto, il testamento non resisterà agli attacchi, e sarà dichiarato nullo, e come non avvenuto.

— Sì, disse Villefort, soltanto io vi prevengo in antecedenza, sig. d’Épinay, che finchè vivrò il testamento di mio padre non sarà mai messo in lite; la mia posizione mi proibisce fin l’ombra di questo scandalo.

— Signore, disse Franz, io sono dolente che si sia intavolata una simile questione in faccia di Valentina. Io non mi sono mai informato della cifra della sua fortuna, che per quanto possa venire ridotta sarà sempre maggiore della mia. Ciò che la mia famiglia ha cercato nella alleanza col signor de Villefort, si è la considerazione; ciò che cerco io, è la felicità.

Valentina fece un segno impercettibile di ringraziamento, nel mentre che due silenziose lagrime scorrevano sulle sue guance.

— D’altronde, signore, disse Villefort indirizzandosi al suo futuro genero, fatta astrazione da questa perdita di una parte delle vostre speranze, questo inatteso testamento non ha niente che debba offendervi personalmente; ciò si spiega colla debolezza di spirito del sig. Noirtier. Ciò che dispiace a mio padre, non è che mia figlia si sposi con voi, ma che mia figlia prenda marito; una unione con qualunque altro, gli sarebbe egualmente dispiaciuta. La vecchiaia è egoista, signore, e madamigella de Villefort faceva al sig. Noirtier una fedele compagnia che non potrà più fargli la sig.ª baronessa d’Épinay. Lo stato infelice nel quale si ritrova mio padre, fa che gli si parli raramente di affari seri, che la debolezza del suo spirito non gli permetta di seguire, e sono pienamente convinto che a quest’ora mentre conserva la memoria che sua nipote si marita, non si ricorda più neppure il nome di quello che sta per diventare suo nipote.

Appena il sig. de Villefort terminava queste parole alle quali Franz rispondeva con un saluto, a un tratto si aprì la porta del salotto, e comparve Barrois.

— Signori, signori, diss’egli con una voce stranamente ferma per un servitore che parla ai suoi padroni in una circostanza così solenne, signori, il sig. Noirtier de Villefort desidera parlare sul momento al sig. Franz de Quesnel barone d’Épinay.

Egli pure, come aveva fatto il notaro, affinchè non potesse nascere alcun errore di persona aveva dato al fidanzato tutti i suoi titoli.

Villefort rabbrividì, la signora de Villefort lasciò scivolare suo figlio dalle sue ginocchia. Valentina si alzò pallida e muta come una statua.

Alberto e Château-Renaud si scambiarono un secondo sguardo più meravigliati ancora di prima.

Il notaro guardò Villefort.

— È impossibile, disse il procuratore del re; d’altronde il sig. d’Épinay non può in questo momento lasciare il salotto.

— È precisamente in questo momento, riprese Barrois colla stessa fermezza, che il sig. Noirtier mio padrone desidera parlare di affari importanti al sig. Franz d’Épinay.

— Parla adunque adesso il mio nonno Noirtier? domandò Edoardo con la sua abituale impertinenza.

Ma questo lazzo non fece ridere neppure la sig.ª de Villefort, tanto gli spiriti erano preoccupati, tanto la situazione sembrava solenne.

— Dite al sig. Noirtier, riprese Villefort, che ciò ch’egli domanda non si può fare.

— Allora il sig. Noirtier previene questi signori, riprese Barrois, che si farà subito portare lui stesso nel salotto.

Lo stupore era al colmo.

Una specie di sorriso si disegnò sul viso della signora de Villefort. Valentina, quasi senza suo consenso, alzò gli occhi al soffitto per ringraziare il cielo.

— Valentina, disse il sig. de Villefort, andate un poco a sentire, vi prego che cosa è questa nuova fantasia di vostro nonno.

Valentina fece prestamente qualche passo per sortire, ma il sig. de Villefort cambiò di avviso.

— Aspettate, diss’egli, io vi accompagno.

— Perdono, signore, disse Franz a sua volta, mi sembra che, essendo io quello che il sig. Noirtier ha fatto domandare, stia particolarmente a me di arrendermi ai suoi desideri. D’altronde io sarei fortunato di potergli presentare i miei rispetti non avendo ancora avuta l’occasione di sollecitare questa fortuna.

— Oh! mio Dio, disse Villefort con una invisibile inquietudine, non v’incomodate.

— Scusatemi, signore, disse Franz col tuono di un uomo che ha presa una risoluzione, io desidero di non tralasciare questa occasione per provare al sig. Noirtier quanto avrebbe torto di concepire verso di me delle ripugnanze che sono deciso a vincere, qualunque esse sieno, con un profondo attaccamento.

E senza lasciarsi ritenere più lungamente da Villefort, Franz pure si alzò e seguì Valentina, la quale discendeva di già la scala con la gioia di un naufrago che mette la mano sopra uno scoglio.

Il sig. de Villefort li seguì entrambi.

Château-Renaud e Morcerf si scambiarono un terzo sguardo più meravigliato ancora dei due precedenti.

LXXIV. — PROCESSO VERBALE.

Noirtier aspettava, vestito di nero, ed installato nel suo seggio a bracciuoli.

Allora quando furono entrate le tre persone che calcolava dovessero venire, egli guardò la porta, che fu subito chiusa dal suo cameriere.

— State attenta, disse sotto voce Villefort a Valentina che non poteva celare la sua gioia, che se il sig. Noirtier vi comunica cose che potessero impedire il vostro matrimonio, io vi proibisco di capirle.

Valentina arrossì, ma non rispose.

Villefort si avvicinò a Noirtier.

— Ecco il signor Franz d’Épinay, gli disse; voi lo avete fatto chiamare, signore, egli si è arreso ai vostri desiderii. Senza dubbio noi desideravamo questa visita da lungo tempo, e sarei contento se questa vi provasse quando poco è fondata la vostra opposizione ad un tal matrimonio.

Noirtier non rispose che con uno sguardo che fece correre un brivido per le vene di Villefort.

Egli fece coll’occhio segno a Valentina di accostarsi.

In un momento, mercè i mezzi di cui era abituata a servirsi nelle conversazioni con suo nonno, ella trovò la parola chiave.

Allora ella consultò lo sguardo del paralitico, che si fissò al tiratore di un piccolo mobile posto fra le due finestre.

Ella aprì il tiratore e ritrovò effettivamente una chiave.

Quando ella ebbe questa chiave, e che il vecchio le fece segno che era veramente quella che domandava, gli occhi del paralitico si diressero verso un secrétaire dimenticato da molti anni, e che si credeva non racchiudesse che delle cartacce inutili.

— Volete che io apra il secrétaire? domandò Valentina.

— Sì, fece il vecchio.

— Che io apra i cassetti?

— Sì.

— Quelli dai lati?

— No.

— Quello di mezzo?

— Sì.

Valentina aprì e ne cavò un piego di carte.

— È questo che desiderate, mio buon nonno? diss’ella.

— No.

Ella cavò allora tutte le altre carte, fino a che non rimase assolutamente niente nel cassetto.

— Ma il cassetto è vuoto ora, diss’ella.

Gli occhi del vecchio erano fissi sul dizionario.

— Sì, buon nonno, io vi capisco, disse la giovinetta.

Ed ella ripetè una dopo l’altra tutte le lettere dell’alfabeto; Noirtier si fermò alla lettera S.

Ella aprì il dizionario e cercò fino alla parola segreto.

— Oh! vi è un segreto? disse Valentina.

— Sì, fece Noirtier.

Noirtier guardò la porta dalla quale era sortito il domestico.

— Barrois? diss’ella.

— Sì, fece Noirtier.

— Volete ch’io lo chiami?

— Sì.

Valentina andò alla porta e chiamò Barrois.

Durante questo tempo il sudore dell’impazienza irrigava le guance di Villefort, e Franz rimaneva stupefatto per la meraviglia.

Il vecchio servitore ricomparve.

— Barrois, disse Valentina, mio nonno mi ha ordinato di prendere la chiave da quel mobile, di aprire questo secrétaire, e di tirare il cassettino; ora, in questo cassettino vi è un segreto, e sembra che voi dobbiate conoscerlo, apritelo.

Barrois guardò il vecchio.

— Obbedite, disse l’occhio intelligente di Noirtier.

Barrois obbedì; aprì un doppio fondo, e apparve un plico di carte annodate con un nastro nero.

— È questo che volete; signore? domandò Barrois.

— Sì, fece Noirtier.

— A chi volete che si diano queste carte: al signor de Villefort?

— No.

— A madamigella Valentina?

— No.

— Al sig. Franz d’Épinay?

— Sì.

Franz meravigliato fece un passo avanti.

— A me, signore? diss’egli.

— Sì.

Franz ricevette il piego dalle mani di Barrois, gettò gli occhi sulla sopraccarta e lesse:

«Per essere depositato dopo la mia morte presso il mio amico il generale Durand; egli stesso morendo lascerà a suo figlio questo piego, coll’ingiunzione di conservarlo come contenente un foglio della più alta importanza.»

— Ebbene, signore, domandò Franz, che volete che io faccia di questo piego?

— Che voi, per certo lo conserviate sigillato come trovasi, disse il procuratore del Re.

— No, no, rispose prestamente Noirtier.

— Desiderate voi forse che il signore lo legga? domandò Valentina.

— Sì, rispose il vecchio.

— Voi intendete sig. barone, mio nonno vi prega di leggere quella carta, disse Valentina.

— Sì, rispose il vecchio.

— Allora, sediamoci, fece Villefort con impazienza, perchè vi s’impiegherà del tempo.

— Sedetevi, fece coll’occhio il vecchio.

Villefort si assise, ma Valentina restò in piedi allato del nonno appoggiata al suo seggio, e Franz in piedi davanti a lui.

Egli teneva il misterioso foglio fra le mani.

— Leggete, dissero gli occhi del vecchio.

Franz dissigillò il piego, e fecesi un gran silenzio nella camera. In mezzo a questo silenzio egli lesse:

Estratto dai processi verbali di una seduta del club bonapartista della strada Saint-Jacques tenutasi il 5 Febbraio 1815

Franz si fermò.

— Il cinque febbraio 1815 fu il giorno in cui mio padre venne assassinato! diss’egli.

Valentina e Villefort rimasero muti. Il solo occhio del vecchio disse chiaramente: — Continuate.

— Ma fu nel sortire da questo club, continuò Franz, che mio padre disparve.

Lo sguardo di Noirtier continuò a dire: — Leggete.

Egli riprese.

«I sottoscritti Luigi Giacomo Beaurepaire luogo-tenente-colonnello d’artiglieria; Stefano Duchampy generale di brigata, e Claudio Lecharpal, direttore delle acque e foreste.

«Dichiarano che il 4 Febbraio 1815 giunse una lettera dall’Isola d’Elba, che raccomandava alla benevolenza ed alla confidenza dei membri del club bonapartista il generale Flaviano de Quesnel, che, avendo servito l’imperatore dal 1804 al 1814, doveva essere tutto dedicato alla dinastia napoleonica, ad onta del titolo di barone che Luigi XVIII aveva aggiunto alla sua terra d’Épinay.

«In conseguenza fu indirizzato un biglietto al generale Quesnel, in cui lo si pregava di assistere alla seduta dell’indomani 5. Il biglietto non indicava nè la strada, nè il numero della casa in cui si teneva la riunione; esso non portava alcuna sottoscrizione, ma annunziava al generale che, s’egli voleva tenersi in ordine, si sarebbe andato a prenderlo alle 9 di sera.

«La seduta aveva luogo dalle nove della sera a mezza notte.

«A nove ore il presidente del club si presentò dal generale; il generale era pronto; il presidente gli disse che una delle condizioni alla sua introduzione era, ch’egli ignorerebbe eternamente il luogo della riunione, e che si lascerebbe bendare gli occhi, giurando di non cercare di alzare la benda.

«Il generale Quesnel accettò la condizione, e promise sul suo onore che non avrebbe tentato di vedere il luogo ove si conduceva.

«Il generale aveva fatta preparare la sua carrozza, ma il presidente gli disse ch’era impossibile servirsene, atteso che sarebbe stato inutile il bendare gli occhi del padrone, se il cocchiere rimaneva ad occhi aperti, e riconosceva le strade per le quali passava.

«— Come fare allora? domandò il generale.

«— Io ho la mia carrozza, disse il presidente.

«— Siete dunque tanto sicuro del vostro cocchiere da confidargli un segreto che giudicate imprudente di dire al mio?

«— Il nostro cocchiere è un membro del club, disse il presidente; noi saremo guidati da un consigliere di stato.

«— Allora, disse ridendo il generale, correremo un altro pericolo, quello cioè di rovesciare.

«Noi trascriviamo questo scherzo come una prova che il generale non è stato menomamente forzato ad assistere alla seduta, e che vi è intervenuto di pieno suo aggradimento.

«Una volta saliti in carrozza, il presidente ricordò al generale la promessa fatta di lasciarsi bendare gli occhi. Il generale non mise alcuna opposizione a questa formalità; un fazzoletto, preparato a tale effetto nella carrozza, fece l’affare.

«Strada facendo, il presidente credè accorgersi che il generale cercava di guardare sotto la sua benda: gli ricordò il suo giuramento.

«— Ah! è vero, disse il generale.

«La carrozza si fermò davanti un viale della strada di Saint-Jacques. Il generale discese appoggiandosi al braccio del presidente, di cui egli ignorava la dignità, e che prendeva per un semplice membro del club; si traversò il viale, si montò ad un piano, e si entrò nella camera delle deliberazioni.

«La seduta era cominciata. I membri del club, avvisati della specie di presentazione che doveva farsi quella sera, si ritrovavano in numero completo. Giunto in mezzo alla sala, il generale fu invitato a togliersi la benda. Egli si arrese tosto all’invito, e parve molto maravigliato di ritrovare un sì gran numero di persone di sua conoscenza, appartenere ad una società di cui fino allora non aveva neppure sospettata l’esistenza.

«Fu interrogato sulle sue opinioni, ma egli si limitò a dire, che le lettere dell’isola dell’Elba avevano dovuto farlo conoscere...»

Franz s’interruppe.

— Mio padre era realista, diss’egli, non vi era bisogno d’interrogarlo sulle sue opinioni; esse erano conosciute.

— E di là, disse Villefort, veniva la mia amicizia con vostro padre, mio caro Franz; si fa presto amicizia quando si dividono le stesse opinioni.

— Leggete, continuò l’occhio del vecchio.

Franz continuò.

«Il presidente prese allora la parola per impegnare il generale a spiegarsi esplicitamente; ma il sig. de Quesnel rispose che prima di tutto desiderava sapere ciò che si attendeva da lui.

«Allora fu data comunicazione al generale di quella stessa lettera dell’isola d’Elba che lo raccomandava al club come un uomo sul concorso del quale si poteva contare. Un paragrafo tutto intero esponeva il probabile ritorno dall’Isola e prometteva una nuova lettera con più ampi dettagli all’arrivo del Faraone, bastimento appartenente all’armatore Morrel di Marsiglia, il di cui capitano era interamente devoto all’imperatore.

«Durante questa lettura il generale, sul quale si era creduto poter contare, come sopra un fratello, dette al contrario dei segni di mal contento e di visibile ripugnanza.

«Terminata la lettura, egli dimorò silenzioso e col sopracciglio aggrottato.

«— Ebbene! domandò il presidente, che dite di questa lettera, sig. generale?

«— Io dico che è poco tempo che si è prestato il giuramento al re Luigi XVIII, per violarlo di già a benefizio dell’ex-imperatore.

«Questa volta la risposta era troppo chiara perchè si potesse dubitare dei suoi sentimenti.

«— Generale, disse il presidente, per noi non vi è più re Luigi XVIII, non vi è più ex-imperatore. Vi è soltanto Sua Maestà l’imperatore e re, allontanato da dieci mesi dalla Francia, suo Stato, dalla violenza e dal tradimento.

«— Perdono, signori, può darsi che per voi non esista un re Luigi XVIII, ma vi è per me, attesochè mi ha fatto barone e maresciallo di campo, ed io non dimenticherò mai che devo questi due titoli al di lui felice ritorno in Francia.

«— Signore, disse il presidente alzandosi, e col tuono il più serio, ponete mente a ciò che dite; le vostre parole ci addimostrano chiaramente che all’isola d’Elba si sono ingannati sul conto vostro, e che hanno ingannato noi! La comunicazione che vi è stata fatta fu in riguardo alla confidenza che si aveva in voi, e per conseguenza ad un sentimento che vi onora. Noi però eravamo nell’errore; un titolo ed un grado vi hanno posto al seguito del nuovo governo che noi vogliamo rovesciare. Noi non vi costringevamo a prestarci il vostro concorso; noi non arruoliamo nessuno contro la propria coscienza e volontà, ma vi sforzeremo ad agire da galantuomo, anche nel caso che non vi foste disposto.

«— Voi chiamate essere un galantuomo, conoscere la vostra cospirazione e non rivelarla! Io chiamo ciò essere vostro complice. Voi vedete che io sono ancora più franco di voi...»

— Ah! padre mio! disse Franz interrompendosi, capisco ora perchè l’hanno assassinato.

Valentina non potè stare dal volgere uno sguardo su Franz; il giovine era veramente bello nel suo entusiasmo.

Villefort passeggiava dietro a lui in lungo ed in largo.

Noirtier seguiva cogli occhi l’espressione di ciascuno, e conservava la sua attitudine degna e severa.

Franz ritornò al manoscritto e continuò:

«— Signore, disse il presidente, vi si pregò di portarvi nel seno dell’assemblea, e non vi si strascinò per forza; vi si propose di farvi bendar gli occhi, voi accettaste. Quando voi avete acconsentito a questa doppia domanda, voi sapevate benissimo che noi non ci occupavamo di assicurare il trono di Luigi XVIII, senza di che non ci saressimo prese tante premure di nasconderci alla polizia. Ora, voi lo capirete, sarebbe troppo comodo di potersi mettere una maschera col mezzo della quale sorprendere il segreto delle persone, e non avere poi altro da fare che togliersi questa maschera per perdere quelli che si sono in voi fidati. No, no, voi per primo dovrete dire francamente se siete pel re che a caso ora governa, o per Sua Maestà l’imperatore.

«— Io sono realista, rispose il generale, io ho fatto giuramento a Luigi XVIII, io manterrò il mio giuramento.

«Queste parole furono seguite da un mormorio generale, e potevasi scorgere dallo sguardo di molti dei membri che componevano il club, ch’essi discutevano il modo di far pentire il sig. d’Épinay di queste imprudenti parole.

«Il presidente si alzò di nuovo e impose silenzio.

«— Signore, diss’egli, voi siete un uomo troppo sensato per non comprendere le conseguenze della situazione in cui noi ci troviamo gli uni in faccia agli altri, e la vostra stessa franchezza ci detta le condizioni che ci rimangono a farvi. Voi dunque dovete giurare sul vostro onore di non rivelar niente di tutto ciò che avete veduto ed inteso.

«Il generale portò la mano alla sua spada e gridò:

«— Se voi parlate di onore, cominciate dal non stravisare le sue leggi, e non imponete niente colla violenza.

«— E voi, signore, continuò il presidente con una calma forse più terribile della collera del generale, non toccate la vostra spada, questo è un consiglio che vi do.

«Il generale girò intorno a sè degli sguardi da cui trapelava un principio d’inquietudine.

«Però egli non si piegò ancora, al contrario, richiamando la sua forza:

«— Io non giurerò, diss’egli.

«— Allora, signore, voi morrete, rispose tranquillamente il presidente.

«Il sig. d’Épinay divenne pallidissimo; guardò una seconda volta intorno a sè; molti membri del club brandivano, o cercavano armi sotto i loro mantelli.

«— Generale, disse il presidente, siate tranquillo, voi siete in mezzo a uomini di onore che tenteranno ogni via di convincervi, prima di giungere all’ultimo estremo contro di voi; ma egualmente, voi lo diceste, voi vi trovate in mezzo a cospiratori, voi possedete il nostro segreto, fa d’uopo restituircelo.

«Un silenzio pieno di significato seguì queste parole, e siccome il generale non rispondeva niente:

«— Chiudete le porte, disse il presidente agli uscieri.

«Un eguale silenzio di morte tenne dietro a queste parole.

«Allora il generale si avanzò, e facendo un violento sforzo su sè stesso:

«— Io ho un figlio, disse, e devo pensare a lui nel ritrovarmi in mezzo a degli assassini.

«— Generale, disse con nobiltà il capo dell’assemblea, un uomo solo ha sempre il diritto d’insultarne cinquanta, è il privilegio della debolezza. Soltanto egli ha torto di far uso di questo diritto. Credete a me, generale, giurate e non insultate.

«Il generale domato anche questa volta dalla superiorità del capo dell’assemblea, esitò un istante; ma finalmente inoltrandosi fino al banco del presidente:

«— Qual è la formula? domandò egli.

«— Eccola:

«Io giuro sul mio onore di non rivelare a chi che sia al mondo ciò che ho veduto ed inteso il cinque febbraio 1815 fra le nove e le dieci ore di sera, e dichiaro essere meritevole di morte se io infrango il mio giuramento.»

«Il generale parve provare un fremito nervoso, che per qualche secondo gli impedì di poter rispondere; finalmente, sormontando ogni manifesta ripugnanza, pronunciò il richiesto giuramento, ma con una voce tanto bassa, che a gran stento fu inteso; cosicchè molti membri vollero ch’egli lo ripetesse a voce più alta e più distinta, il che fu fatto.

«— Ora desidero ritirarmi, disse il generale, sono io finalmente libero?

«Il presidente si alzò, scelse tre membri dell’assemblea per accompagnarlo, e montò in carrozza col generale, dopo avergli bendati gli occhi.

«Nel numero di questi tre membri era il cocchiere che li aveva condotti.

«Gli altri membri del club si separarono in silenzio.

«— Dove volete voi che vi conduciamo? demandò il presidente.

«— Ovunque possa essere liberato dalla vostra presenza, rispose il sig. d’Épinay.

«— Signore, riprese allora il presidente, guardatevi, voi qui non siete più nell’assemblea, non avete più a che fare se non con uomini isolati; non l’insultate adunque se non volete essere responsabile dell’insulto.

«Ma invece di capire questo linguaggio, il sig. d’Épinay rispose:

«— Voi siete sempre tanto coraggioso nella vostra carrozza come nella vostra assemblea, per la ragione, signore, che quattro uomini sono sempre più forti di un solo.

«Il presidente fece fermare la carrozza.

«Erano precisamente nelle vicinanze dello scalo degli Ormes ove si ritrova la scalinata che discende sulla riviera.

«— Perchè fate voi fermar qui? domandò il generale d’Épinay.

«— Perchè, signore, disse il presidente, voi avete insultato un uomo, e quest’uomo non vuol fare un passo di più senza domandarvi una leale riparazione.

«— Anche un altro modo d’assassinare! disse il generale stringendosi nelle spalle.

«— Non fate rumore, signore, rispose il presidente, se non volete che consideri voi pure come uno di quegli uomini che voi designavate or ora, vale a dire, come un vile che prende per suo scudo la sua stessa viltà. Voi siete solo, ed uno solo vi risponderà; voi avete una spada al fianco, io ne ho una in questa canna; voi non avete testimoni, uno di questi signori sarà il vostro. Ora se ciò vi conviene, potete togliervi la benda.

«Il generale si strappò nello stesso istante il fazzoletto che aveva innanzi agli occhi.

«— Finalmente, diss’egli, saprò con chi ho a che fare.

«Fu aperta la carrozza; i quattro uomini discesero...»

Franz s’interruppe anche una volta e si asciugò un freddo sudore che colava dalla sua fronte; vi era qualche cosa di spaventoso a vedere un figlio, tremante e pallido, leggere ad alta voce i dettagli, fino allora ignorati, della morte di suo padre.

Valentina congiunse le mani come se fosse stata pregando.

Noirtier guardava Villefort con una espressione quasi sublime di disprezzo e di orgoglio.

Franz continuò:

«Si era, come abbiamo detto, ai cinque di Febbraio. Da tre mesi gelava a cinque o sei gradi; la scalinata era tutta ricoperta di ghiaccio; il generale era grosso e grande, il presidente gli additò la parte del declive per discendere.

«I due testimoni seguivano dietro.

«Faceva una notte oscura, il terreno della scala alla riviera era umido di neve e di brina, si vedeva l’acqua scorrere, nera, profonda, e trasportava dei massi di ghiaccio.

«Uno dei testimoni andò a trovare una lanterna in un battello da carbone, ed al chiarore di questa lanterna furono esaminate le armi.

«La spada del presidente, ch’era semplicemente, com’egli aveva detto, la spada che portava nella canna, era cinque pollici più corta di quella del suo avversario, e non aveva guardia.

«Il generale d’Épinay propose di tirare a sorte le due spade; ma il presidente rispose ch’era egli che aveva provocato, e che nel provocare aveva preteso che ciascuno si servisse delle proprie armi.

«I testimoni tentarono d’insistere; il presidente impose loro silenzio.

«Fu posta la lanterna in terra, i due avversari si misero ai due lati: cominciò il combattimento.

«La luce faceva delle due spade due lampi. Quanto agli uomini era molto se appena si discernevano, tanto era fitta la oscurità di quella notte.

«Il sig. generale d’Épinay passava per una delle migliori lame dell’armata. Ma fu stretto tanto vivamente fino dalle prime botte ch’egli ruppe la misura e, rompendo, cadde.

«I due testimoni lo credettero ucciso, ma il suo avversario che sapeva di non averlo toccato gli presentò la mano per aiutarlo ad alzarsi. Questa circostanza invece di calmarlo, irritò il generale che piombò a sua volta sopra il suo avversario.

«Ma il suo avversario non ruppe di un palmo. Ricevendolo sulla sua spada, tre volte il generale indietrò, si trovò troppo impegnato, e ritornò alla carica.

«La terza volta, egli cadde ancora.

«Fu creduto che scivolasse come la prima volta; però i testimoni vedendo che non si rialzava, si accostarono a lui, e tentarono di rimetterlo in piedi; ma quegli che l’aveva preso intorno al corpo sentì la sua mano umida e calda.

«Era sangue.

«Il generale che era quasi svenuto, riprese i sentimenti.

«— Ah! diss’egli, mi hanno mandato qualche spadaccino, qualche maestro d’armi di reggimento.

«Il presidente senza rispondere, si avvicinò a quello dei due testimoni che teneva la lanterna, e, sollevando la manica, mostrò il suo braccio traforato da due colpi di spada; poi, aprendosi il suo abito, e sbottonandosi il gilè, fece vedere il suo fianco rotto da una terza ferita.

«Ciò non ostante egli non aveva mandato un sospiro.

«Il generale d’Épinay entrò in agonia, e spirò cinque minuti dopo...»

Franz lesse queste ultime parole con una voce così soffocata, che appena si potè intendere, e dopo aver letto si fermò, portando la sua mano sugli occhi come per scacciarne un sogno.

Ma dopo un istante di silenzio, egli continuò:

«Il presidente rimontò la scala dopo avere rimessa la spada nella canna; una traccia di sangue segnava il suo tragitto sulla neve. Egli non era ancora in alto della scalinata che intese un tonfo sordo nell’acqua; era il corpo del generale che i testimoni avevano gettato nel fiume dopo avere constatata la sua morte.

«In fede di che noi abbiamo segnata la presente per stabilire la verità dei fatti, per paura che un momento arrivi in cui uno degli attori di questa terribile scena non si trovi accusato di omicidio premeditato, o di falsario alle leggi d’onore.

Sottoscritti

Beaurepaire, Duchampy e Lecharpal.

Quando Franz ebbe terminata questa lettura tanto terribile per un figlio, quando Valentina, pallida per l’emozione, ebbe asciugato una lagrima, quando Villefort tremante e rannicchiato in un cantone, ebbe tentato scongiurare l’uragano per mezzo di sguardi supplichevoli diretti al vecchio implacabile:

— Signore, disse d’Épinay a Noirtier, dappoichè voi conoscete questa terribile storia in tutti i suoi dettagli, dacchè voi l’avete fatta testificare da firme onorevoli, dacchè finalmente voi sembrate prendere interesse per me, quantunque il vostro interesse non si sia ancora rivelato che per mezzo del dolore, non mi rifiutate un’ultima soddisfazione, ditemi il nome del presidente del club, che io conosca finalmente quello che ha ucciso il mio povero padre.

Villefort cercò, come un alienato, la maniglia della porta; Valentina, che aveva compreso prima di tutti la risposta del vecchio, e che spesso aveva notato nel suo avambraccio le tracce di due colpi di spada, si addietrò di un passo.

— Nel nome del cielo! madamigella, disse Franz indirizzandosi alla sua fidanzata, unitevi a me, che io sappia il nome di quell’uomo che mi ha reso orfano a due anni!

Valentina restò immobile, e muta.

— Sentite, signore, disse Villefort, credetemi, non prolungate questa orribile scena; i nomi d’altronde sono stati nascosti ad arte. Mio padre stesso non conosce questo presidente, e, se lo conosce non potrebbe dirlo, i nomi proprii non si trovano nel dizionario.

— Oh! disgrazia! gridò Franz, la sola speranza che mi ha sostenuto durante tutta questa lettura, e che mi ha data la forza di andare fino alla fine, era di conoscere almeno il nome di colui che ha ucciso mio padre! signore! gridò egli voltandosi a Noirtier, in nome del cielo! fate ciò che voi potrete... giungete, io ve ne supplico, a indicarmi, o farmi comprendere...

— Sì, rispose Noirtier.

— Oh! madamigella! madamigella! gridò Franz, vostro nonno ha fatto segno che vuole indicarmi... quest’uomo... aiutatemi... voi lo capite... concedetemi il vostro soccorso...

Noirtier guardò il dizionario.

Franz lo prese con un tremito nervoso, e pronunciò successivamente le lettere dell’alfabeto fino alla lettera vocale I.

A questa lettera il vecchio fece segno di sì.

— I? ripetè Franz.

Il dito del giovane strisciò sulle parole, ma a tutte le parole Noirtier rispondeva con un segno negativo.

Valentina nascondeva la sua testa fra le sue mani.

Finalmente Franz giunse alla parola IO.

— Sì! fece il vecchio.

— Voi! gridò Franz, i di cui capelli si drizzarono sulla sua testa; voi, sig. Noirtier, siete voi che avete ucciso mio padre?

— Sì, rispose Noirtier fissando sul giovine uno sguardo maestoso.

Franz cadde sopra un seggio. Villefort aprì la porta e fuggì, perchè gli balenava al pensiero l’idea di soffocare quell’avanzo di esistenza, che ancora restava nel cuore del terribile vecchio.

LXXV. — I PROGRESSI DEL SIG. CAVALCANTI FIGLIO.

Frattanto il sig. Cavalcanti padre era partito per andare a riprendere il suo servizio, non già nell’armata di Sua Maestà l’imperatore d’Austria, ma alla rotina dei bagni di Lucca di cui egli era uno dei più assidui cortigiani.

Non fa d’uopo il dire che egli aveva ritirato colla più scrupolosa esattezza fino all’ultimo paolo della somma che gli era stata destinata pel suo viaggio, e per la ricompensa delle maniere maestose e solenni colle quali aveva rappresentata la parte di padre.

Il sig. Andrea aveva ereditato, a questa partenza, tutte le carte che constatavano che egli aveva avuto l’onore di essere il figlio del marchese Bartolommeo, e della marchesa Oliva Corsinari.

Egli era dunque presso a poco inscritto in questa società parigina, tanto facile a ricevere gli stranieri ed a trattarli, non dietro quello che sono, ma dietro le apparenze di ciò che vogliono comparire.

D’altronde che cosa si richiede da un giovine a Parigi? di parlare presso a poco la sua lingua, di essere vestito convenientemente, di essere un bel giuocatore, e di pagare in oro.

Non è mestieri di dirlo che si è meno esigenti per un forestiere, che per un parigino.

Andrea dunque aveva preso in una quindicina di giorni una posizione abbastanza buona; lo chiamavano sig. conte, si diceva che avesse cinquantamila lire di rendita, e si parlava degli immensi tesori sepolti da suo padre nei sotterranei di Seravezza.

Uno scienziato davanti al quale venivano menzionate queste ultime circostanze come un fatto, dichiarò avere veduti i sotterranei di cui si parlava, il che dette un gran peso alle asserzioni finora dubbie e nello stato di fluttuazione, e che da quel momento presero l’aspetto della consistenza reale.

Le cose erano a tal punto in questo circolo della società parigina ove abbiamo introdotti i nostri lettori, allorchè Monte-Cristo venne a fare visita alla signora Danglars. Il sig. Danglars era sortito, ma fu proposto al conte d’introdurlo presso la baronessa che allora era visibile, ed egli accettò.

Non era mai senza una specie di brivido nervoso che la signora Danglars sentiva pronunziare il nome di Monte-Cristo dopo il pranzo d’Auteuil, e gli avvenimenti che lo susseguirono. Se la presenza del conte non seguiva il romore del suo nome, la sensazione dolorosa diveniva più intensa; se al contrario il conte compariva, la sua figura aperta, i suoi occhi brillanti, la sua amabilità, la sua stessa galanteria per la signora Danglars, scacciavano ben presto fin l’ultima espressione del timore; sembrava impossibile alla baronessa che un uomo così grazioso all’esterno potesse nutrire contro essa dei malvagi disegni; d’altronde, i cuori i più corrotti non possono credere al male, se non che facendolo riposare sopra un qualunque interesse; il male inutile, e senza causa ripugna come una anomalia.

Allorchè Monte-Cristo entrò nel gabinetto, ove noi abbiamo già una volta introdotti i nostri lettori, ed ove la baronessa seguiva con occhio molto inquieto alcuni disegni che le passava sua figlia, dopo averli guardati col sig. Cavalcanti figlio, la sua presenza produsse l’effetto ordinario, e fu sorridendo che, dopo essere stata qualche poco sconvolta al suo nome, la baronessa ricevette il conte.

Questi dal canto suo abbracciò tutta la scena con un colpo d’occhio.

Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltrona, stava gettata Eugenia, e Cavalcanti in piedi.

Cavalcanti vestito di nero come un eroe di Goethe, scarpe verniciate, e calze di seta bianca a giorno, passava una mano molto bianca, e molto pulita, nei suoi capelli biondi, in mezzo dei quali scintillava un diamante, che, malgrado i consigli di Monte-Cristo, il vanitoso giovine non aveva potuto resistere al desiderio di passarsi al dito mignolo.

Questo movimento era accompagnato da sguardi assassini lanciati sopra madamigella Danglars, e da sospiri inviati al medesimo indirizzo che gli sguardi.

Madamigella Danglars era sempre la medesima, vale a dire bella, fredda, e motteggiatrice. Non le sfuggiva un solo dei sospiri, un solo degli sguardi d’Andrea; si sarebbe detto ch’essi strisciavano sulla corazza di Minerva; corazza che alcuni filosofi pretendono che qualche volta ricuopra il petto di Safo.

Eugenia salutò freddamente il conte, e approfittò delle prime preoccupazioni della conversazione per ritirarsi nella sua stanza da studio, da dove ben tosto esalarono due voci scherzose e rumorose, miste ai primi accordi di un piano, e fecero sapere a Monte-Cristo, che madamigella Danglars preferiva alla sua ed a quella di Cavalcanti, la società di madamigella Luigia d’Armilly sua maestra di canto.

Fu allora particolarmente che, parlando colla signora Danglars, e sembrando assorbito nella conversazione, il conte rimarcò la sollecitudine del sig. Andrea Cavalcanti, il suo modo di andare ad ascoltare la musica alla porta che non osava sorpassare, e di manifestare la sua ammirazione.

Ben presto rientrò il banchiere. Il suo primo sguardo fu per Monte-Cristo, è vero, ma il secondo fu per Andrea.

In quanto a sua moglie, egli la salutò con quel modo che molti mariti salutano le loro mogli.

— Queste signorine forse non vi hanno invitato a far musica assieme? domandò Danglars ad Andrea.

— Ahimè! no, signore, rispose Andrea con un sospiro più rimarchevole ancora degli altri.

Danglars si avanzò tosto alla porta di comunicazione e l’aprì.

Si videro allora le due giovinette assise sul medesimo seggio davanti il medesimo piano. Esse suonavano ciascuna con una mano, esercizio al quale si erano abituate per fantasia, e nel quale erano riuscite di una valentia rimarchevole.

Madamigella d’Armilly, che allora si scorgeva, formava, con Eugenia, mercè l’inquadratura della porta, uno di quei quadri vivi come se ne fa spesso in Germania; era di una bellezza molto rimarchevole, o piuttosto di una gentilezza squisita. Era una piccola donna sottile e bionda come una fata, con due gran mazzi di ricci che cadevano sul suo collo, un poco troppo lungo, a guisa di quello che il Perugino qualche volta dà alle sue figure, e gli occhi velati dalla fatica. Si diceva che ella avesse il petto debole, e che come Antonia, del Violino di Cremona, sarebbe morta un giorno cantando.

Monte-Cristo introdusse uno sguardo rapido e curioso in quel gineceo; era la prima volta che vedeva madamigella d’Armilly di cui aveva inteso parlare tanto spesso in quella casa.

— Ebbene! domandò il banchiere a sua figlia, noi altri dunque siamo esclusi?

Allora condusse il giovine nella piccola sala e, fosse caso o arte, la porta fu respinta dietro Andrea in modo che, dal luogo ove erano seduti Monte-Cristo e la baronessa, non si potesse vedere niente. Ma siccome il banchiere aveva seguito Andrea, la signora Danglars non parve rimarcare questa circostanza.

Poco dopo il conte intese la voce d’Andrea mettersi in accordo col piano, accompagnando una canzone corsa.

Nel mentre che il conte ascoltava sorridendo questa canzone, che gli faceva dimenticare Andrea per ricordarsi di Benedetto, la signora Danglars vantava a Monte-Cristo la forza di animo di suo marito, che in quella mattina ancora aveva perduto tre o quattrocento mila fr. in un fallimento milanese.

E difatto, l’elogio era meritato; perchè, se il conte non lo avesse saputo dalla baronessa, o da uno di quei mezzi che forse aveva per sapere tutto, la figura del barone non ne avrebbe dato il più piccolo indizio.

— Buono! pensò Monte-Cristo, egli è già arrivato al punto di dover tenere nascosto ciò che perde; un mese fa, egli se ne vantava.

Quindi alzando la voce.

— Oh! signora, disse il conte, il sig. Danglars conosce così bene la borsa, che potrà sempre guadagnare là, ciò che perde in altra parte.

— Io vedo che voi dividete l’errore comune, disse la signora Danglars.

— E qual è questo errore? disse Monte-Cristo.

— È che il sig. Danglars speculi sui fondi, mentre non specula mai.

— Ah! sì, è vero, signora, mi ricordo che Debray mi ha detto... A proposito, ma che cosa è dunque avvenuto di Debray? sono tre o quattro giorni che non l’ho veduto.

— Io pure, disse la signora Danglars con una meravigliosa indifferenza. Ma voi avete cominciata una frase che è rimasta interrotta.

— E quale?

— Il Sig. Debray vi ha detto... avete cominciato.

— Ah! è vero; il sig. Debray mi ha detto che eravate voi che facevate sacrifici al demone dell’azzardo.

— Ho avuto questo gusto per qualche tempo, lo confesso, ma ora non l’ho più.

— E voi avete torto, signora. Eh! mio Dio le vicende della fortuna sono precarie; e se io fossi stato donna, e che la combinazione mi avesse fatta moglie di un banchiere, qualunque fosse stata la confidenza che avessi avuto nella prospera sorte di mio marito, avrei sempre cominciato dall’assicurarmi uno stato indipendente, avessi dovuto anche acquistare questa fortuna affidando i miei interessi in mani che non gli fossero conosciute.

La sig.ª Danglars arrossì suo malgrado.

— Vedete, disse Monte-Cristo come se non si fosse accorto di niente, si parla di un bel colpo che è stato fatto ieri sui boni di Napoli.

— Io non ne ho, disse con vivacità la baronessa, e non ne ho mai avuti; ma in verità abbiamo parlato abbastanza di borsa fin qui, sig. conte; noi sembriamo due agenti di cambio. Parliamo un poco di questi poveri Villefort, così tormentati in questi momenti dalla fatalità.

— Che cosa dunque è loro accaduto? domandò Monte-Cristo colla più perfetta semplicità.

— Ma, voi lo saprete, dopo aver perduto il sig. di Saint-Méran, tre o quattro giorni dopo la sua partenza, hanno ora perduta la marchesa, tre o quattro giorni dopo il suo arrivo.

— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, l’ho sentito; ma come dice Claudio ad Hamlet, è una legge di natura; i loro padri sono morti prima di loro, ed essi li avevano pianti: essi moriranno prima dei loro figli, e questi li piangeranno.

— Ma qui non sta il tutto.

— Come non è tutto?

— No; voi sapete che dovevano maritare la loro figlia...

— Al sig. Franz d’Épinay... È forse andato a monte il matrimonio?

— Ieri mattina, a quanto sembra Franz ha loro resa la parola.

— Ah! davvero?... E si sanno i motivi di questa rottura?

— No.

— Cosa mi annunziate! buon Dio! signora... Ed il sig. de Villefort come sopporta queste disgrazie?

— Come sempre, con filosofia.

In questo momento Danglars ritornò solo.

— Ebbene! disse la baronessa, voi lasciate il sig. Cavalcanti con vostra figlia?

— E madamigella d’Armilly, disse il banchiere, per chi la prendete dunque?

Poi, voltandosi a Monte-Cristo:

— Che grazioso giovine, è vero sig. conte, che è il principe Cavalcanti?.... soltanto, è egli veramente principe?

— Io non lo garantisco, disse Monte-Cristo. Mi fu presentato suo padre come Marchese; egli sarebbe conte allora; ma io credo ch’egli stesso non metta gran pretensione a questo titolo.

— Perchè? disse il banchiere. S’egli è principe ha torto di non vantarsene. A ciascuno ciò che è di diritto. Io non amo che si rinneghi la propria origine.

— Ah! voi siete un poco democratico, disse Monte-Cristo sorridendo.

— Ma vedete, disse la baronessa, a che cosa vi esponete; se per caso venisse il sig. de Morcerf, troverebbe il sig. Cavalcanti in una camera, ov’egli, fidanzato d’Eugenia, non ha mai avuto il permesso d’entrare.

— Voi fate bene a dire se per caso, poichè, in verità, si vede tanto raramente, che si potrebbe proprio dire che è stato il caso che l’ha condotto.

— Ma infine, s’egli venisse e ritrovasse questo giovine vicino a vostra figlia, egli potrebbe esser mal contento.

— Egli? oh mio Dio! voi v’ingannate; il sig. Alberto non ci fa l’onore d’essere geloso della sua fidanzata; non l’ama abbastanza per venire a questo. D’altronde che importa a me s’egli è o non è malcontento?

— Però al punto in cui noi siamo...

— Sì, al punto in cui noi siamo: volete voi sapere a che punto siamo? A questo, che alla festa di sua madre egli ha ballato una sola volta con mia figlia, ed il sig. Cavalcanti ha ballato con lei tre volte, senza neppure che se ne sia accorto.

— Il sig. visconte Alberto de Morcerf, annunziò il cameriere.

La baronessa si alzò prestamente. Ella voleva passare nella stanza di studio della figlia, quando Danglars la trattenne pel braccio.

— Lasciate, diss’egli.

Ella lo guardò meravigliata.

Monte-Cristo finse di non aver veduto tutto questo giuoco da scena.

Alberto entrò: era molto bello, e molto allegro. Egli salutò la baronessa con familiarità, Monte-Cristo con affezione. Poi voltandosi verso la baronessa: — Volete permettermi, sig.ª, le disse, di chiedervi come sta madamigella Danglars?

— Benissimo, signore, rispose allegramente Danglars; in questo momento prova della musica nel piccolo salotto in compagnia del sig. Cavalcanti.

Alberto conservò la sua aria tranquilla ed indifferente: forse provava internamente qualche poco di dispetto, ma sentiva lo sguardo di Monte-Cristo fisso su lui: — Il sig. Cavalcanti ha una bellissima voce di tenore, diss’egli, e madamigella Eugenia è un magnifico soprano, senza calcolare che suona il pianoforte come un Thalberg. Questo dev’essere un sorprendente concerto.

— Il fatto è, disse Danglars, che vanno perfettamente di accordo. — Alberto parve non aver osservato questo equivoco di parole, così grossolano, che la sig.ª Danglars ne arrossì.

— Io pure, continuò il giovine, son dilettante, per quanto almeno dicono i miei maestri. Ebbene! cosa strana, non ho mai potuto ancora accordare la mia voce con alcun’altra voce, e colle voci da soprano in particolare, ancor meno che con tutte le altre.

Danglars fece un piccolo sorriso che significava: — Ma inquietati dunque! — Così, diss’egli sperando di spingere le cose al punto che desiderava, il principe e mia figlia ieri hanno formata l’ammirazione generale. Ieri non eravate là, signor de Morcerf? — Qual principe? domandò Alberto.

— Il principe Cavalcanti, riprese Danglars che si ostinava a voler dar sempre questo titolo al giovine.

— Ah! perdono, disse Alberto, non sapeva che fosse principe. Ah! il principe Cavalcanti ha cantato ieri con Eugenia? In verità ciò doveva rapire in estasi, e mi spiace vivamente di non averli intesi. Ma non ho potuto arrendermi al vostro invito, perchè sono stato sforzato di accompagnare la signora de Morcerf dalla baronessa de Château-Renaud madre, ove cantavano i tedeschi. — Poi dopo un breve silenzio, e come se non si fosse parlato di niente:

— Mi sarà permesso, disse Morcerf, di presentare i miei omaggi a madamigella Danglars?

— Oh! aspettate, ve ne supplico, disse il banchiere fermando il giovine; sentite la deliziosa cavatina? Ta, ta, ta, ti, ta, ti, ta, ta; trasporta! sta per finire... un solo secondo. Perfettamente! bravo! bravo! — Ed il banchiere si mise ad applaudire con frenesia.

— In fatto, disse Alberto, è squisita. È impossibile di capir meglio la musica del proprio paese quanto il principe Cavalcanti; avete detto principe, è vero? D’altra parte s’egli non è principe, si farà fare, ciò è facile in Italia. Ma per ritornare ai nostri adorabili cantanti, dovreste farci un piacere, sig. Danglars, senza dir loro che vi sia un’estraneo, dovreste pregare madamigella Danglars ed il sig. Cavalcanti di cominciare un altro pezzo. È una cosa tanto deliziosa il godere la musica, in un poco di distanza, in una mezza luce, senz’essere veduti, senza vedere, e per conseguenza senza incomodare i cantanti, che per tal modo possono lasciarsi trasportare da tutto l’istinto del proprio genio, e da tutto lo slancio del proprio cuore. — Questa volta Danglars fu sconcertato dalla flemma del giovine, e prese Monte-Cristo a parte.

— Ebbene! disse, che ve ne pare del nostro amoroso?

— Diavolo! mi sembra un poco freddo, è incontrastabile; ma che volete, vi siete impegnato, riprese Monte-Cristo.

— Senza dubbio mi sono impegnato, ma a dare mia figlia ad un uomo che l’ami, e non ad un uomo che non l’ama punto. Vedetelo là freddo come un marmo, orgoglioso come suo padre; se fosse ricco ancora, se avesse la fortuna dei Cavalcanti, vi si potrebbe passar sopra. In fede mia non ho ancora consultata mia figlia, ma s’ella avesse buon gusto...

— Ah! disse Monte-Cristo, non so se è la mia amicizia per lui che mi acceca, ma vi assicuro che il sig. de Morcerf è un grazioso giovine, e che presto o tardi giungerà a qualche cosa; perchè finalmente la posizione di suo padre è eccellente.

— Hum! fece Danglars. — Perchè questo dubbio?

— Vi è sempre il passato... questo passato oscuro.

— Ma il passato del padre non ha che veder coi figli... non vi montate la testa; un mese fa trovavate essere eccellente cosa il fare questo matrimonio... capirete, sono afflittissimo: fu in casa mia che voi avete veduto questo giovine Cavalcanti, che io non conosco, ve lo ripeto.

— Lo conosco io, disse Danglars, e basta così.

— Lo conoscete? avete dunque prese informazioni sul suo conto? domandò Monte-Cristo.

— E v’è bisogno di ciò? a prima vista non si sa subito con chi si ha che fare?... primieramente è ricco...

— Io non lo assicuro. — Voi però rispondete per lui?

— Di una miseria, di 50 mila fr.

— Egli ha un’educazione distinta.

— Hum! fece a sua volta Monte-Cristo. — Sa di musica.

— Tutti gl’Italiani ne sanno. — Vedete, conte, siete ingiusto.

— Ebbene! sì, lo confesso, vedo con pena, conoscendo i vostri impegni coi Morcerf, che venga in tal modo a gettarsi di traverso, ed abusare della sua fortuna.

Danglars si mise a ridere. — Oh! come siete puritano! diss’egli: ma ciò accade tutti i giorni nel mondo.

— Voi però non potete romperla così, mio caro Danglars; i Morcerf contano su questo matrimonio.

— Vi contano? — Positivamente.

— Allora che si spieghino: dovreste gettare due parole su questo argomento al padre, caro conte, voi che siete tanto nelle buone grazie della famiglia...

— Io? e dove diavolo avete veduto questo?

— Ma, al loro ballo, mi sembra. Come! la contessa, la orgogliosa Mercedès, la sdegnosa catalana, che si degnò appena d’aprire la bocca alle sue più antiche conoscenze, vi ha preso pel braccio, è uscita con voi nel giardino, si è internata nei viali, e non è ricomparsa che mezz’ora dopo.

— Ah! barone! c’impedite di sentire; disse Alberto, per un melomaniaco come voi questa è una barbarie!

— Sta bene! sta bene! sig. motteggiatore, disse Danglars.

Indi volgendosi a Monte-Cristo: — V’incaricate di dir ciò al padre? — Volentieri, se lo desiderate.

— Ma che questa volta si faccia in un modo esplicito e definitivo; soprattutto ch’egli mi domandi mia figlia, che fissi un giorno, che dichiari le condizioni pel danaro, finalmente che si stabilisca o che si rompa; ma non più dilazioni.

— Ebbene! la rimostranza sarà fatta.

— Non vi dirò che lo aspetto con piacere, ma infine l’aspetto; un banchiere, voi lo sapete, deve essere schiavo della sua parola. — E Danglars mandò uno di quei sospiri che mandava Cavalcanti mezz’ora prima.

— Bravo, bravo, gridò Morcerf, facendo parodia al banchiere; ed applaudendo alla fine del pezzo.

Danglars cominciava già a guardare Alberto di traverso, quando gli vennero a dire due parole all’orecchio.

— Ritorno, disse il banchiere a Monte-Cristo, aspettatemi, avrò forse a dirvi due parole or ora, ed uscì. — La baronessa approfittò dell’assenza di suo marito per aprire la porta della camera di studio di sua figlia, e videsi il sig. Andrea alzarsi come una statua, assiso davanti al pianoforte con madamigella Eugenia; Alberto salutò sorridendo madamigella Danglars, che senza sembrare menomamente turbata, gli rese il saluto colla consueta freddezza. Cavalcanti parve evidentemente impacciato; salutò Morcerf, che gli rese il saluto coll’aria più impertinente del mondo. Allora Alberto cominciò a diffondersi in elogi sulla voce di madamigella Danglars, e sul dispiacere che provava per non aver potuto assistere, per ciò che gli era stato detto alla serata dal giorno innanzi.

Cavalcanti lasciato a sè stesso, prese a parte Monte-Cristo.

— Vediamo, disse la sig.ª Danglars. Bastano la musica ed i complimenti come questi, volete prendere il thè?

— Vieni, Luigia, disse madamigella Danglars alla sua amica. — Passarono nel salotto vicino ove effettivamente era preparato il thè. Al momento in cui si cominciava, all’uso inglese, a lasciare i cucchiarini entro le tazze, la porta si riaprì, ed entrò Danglars visibilmente agitato.

Monte-Cristo soprattutto osservò questa agitazione, ed interrogò il banchiere coll’occhio. — Ebbene, disse Danglars, ricevo in questo momento il mio corriere dalla Grecia.

— Ah! ah! e per questo siete stato chiamato? — Sì.

— Come sta il re Ottone? domandò Alberto col tuono più annoiato. — Danglars lo guardò di traverso senza rispondergli, e Monte-Cristo si voltò per nascondere il senso di pietà che era comparso sul suo viso, ma che tosto disparve.

— Ce ne andremo insieme, n’è vero? disse Alberto al conte.

— Sì, se lo volete. — Alberto nulla poteva comprendere di ciò che riguardava il banchiere; così volgendosi verso Monte-Cristo che aveva perfettamente capito: — Avete veduto, diss’egli, come mi ha guardato?

— Sì, rispose il conte; ma trovate qualche cosa di particolare nel suo sguardo?

— Lo credo bene; che vuol dire colle sue notizie di Grecia?

— E come volete che lo sappia io?

— Perchè, a quanto presumo, avete delle intelligenze in quel paese. — Monte-Cristo sorrise, come si sorride sempre quando uno si vuol esimere dal rispondere.

— Osservate, disse Alberto, eccolo che si avvicina a voi; vado a fare i miei complimenti a madamigella Danglars sul suo cameo, così il padre avrà il tempo di parlarvi.

— Se le fate dei complimenti, fateli almeno sulla sua voce, disse Monte-Cristo.

— No, ciò è quello che fanno tutti.

— Mio caro Visconte, avete la fatuità dell’impertinenza.

Alberto si avanzò verso Eugenia col sorriso sulle labbra.

In questo frattempo Danglars si accostò all’orecchio del conte: — Voi mi avete dato un eccellente consiglio, diss’egli. V’è una intera ed orribile storia sopra queste due sole parole, Fernando e Giannina.

— Ah! bah! fece Monte-Cristo.

— Sì, vi racconterò tutto, ma conducete via il giovine; sarei troppo impacciato di restare ora con lui.

— È ciò che faccio, egli mi accompagna. Ora è sempre necessario che vi mandi il padre?

— Sì, più che mai. — Bene. — Il conte fece un segno ad Alberto. Entrambi salutarono le signore ed uscirono: Alberto con un’aria perfettamente indifferente pel disprezzo di madamigella Danglars; Monte-Cristo rinnovando alla sig.ª Danglars il consiglio sulla prudenza che deve avere la moglie di un banchiere di assicurarsi il suo avvenire.

Cavalcanti rimase padrone del c ampo di battaglia.

LXXVI. — HAYDÉE.

Appena i cavalli del conte ebbero voltato l’angolo del baluardo, Alberto si voltò verso di lui scoppiando in una risata troppo rumorosa per non far scorgere che era sforzata.

— Ebbene! gli diss’egli, vi domanderò, come il re Carlo IX domandava a Caterina de’ Medici dopo la Saint-Barthelemy, come ritrovate che abbia rappresentata la mia piccola parte? — A che proposito? domandò Monte-Cristo.

— A proposito della installazione del mio rivale in casa del sig. Danglars... — Qual rivale?

— Per bacco! il vostro protetto, il sig. Cavalcanti!

— Non diciamo cattivi scherzi, non proteggo affatto il sig. Andrea, almeno presso il sig. Danglars.

— Mi farei forse un rimprovero, se il giovine avesse bisogno di protezione. Ma, fortunatamente per me, può farne senza. — Come! e credete ch’egli faccia la sua corte?

— Me ne garantisco; fa delle girate d’occhi da sospirante, e modula delle note da innamorato; aspira alla mano della superba Eugenia.

— Che v’importa, se non si pensa che a voi!

— Non dite questo, mio caro conte, mi si scava il terreno sotto da due lati. — Come da due lati?

— Senza dubbio: madamigella Eugenia mi ha risposto appena, e madamigella d’Armilly sua confidente non mi ha risposto affatto. — Sì, ma il padre vi adora, disse Monte-Cristo.

— Egli? al contrario, mi ha piantato mille pugnali nel cuore, pugnali però colla lama che rientra nel manico, pugnali da tragedia, ma ch’egli crede reali.

— La gelosia indica l’affezione. — Sì, ma non son geloso.

— Egli lo è. — Di chi? di Debray?

— No, di voi.

— Di me? ci scommetto che prima di otto giorni mi ha chiusa la porta sul naso. — V’ingannate, caro visconte.

— Una prova.

— La volete? — Sì.

— Sono incaricato di pregare il conte de Morcerf di fare una domanda definitiva al barone.

— Da chi? — Dallo stesso barone.

— Oh! disse Alberto con tutta la baloccaggine di cui era capace, nol farete, è vero caro conte?

— V’ingannate, Alberto, lo farò poichè l’ho promesso.

— Allora, disse Alberto con un sospiro, pare che vi stia molto a cuore ch’io prenda moglie.

— Ho a cuore di stare in armonia con tutti. Ma a proposito di Debray, non lo vedo più dalla baronessa.

— C’è del torbido. — Colla signora?

— No, col signore.

— Si è accorto di qualche cosa?

— Ah! il bello scherzo!

— Credete che lo sospettasse? disse Monte-Cristo con una graziosa ingenuità.

— Ma che! di dove venite dunque, caro conte?

— Dal Congo, se volete.

— Non è ancora abbastanza lontano.

— Conosco forse i vostri mariti parigini?

— Eh! i mariti sono uguali ovunque. Dal momento che in un qualunque paese avete studiato un individuo, avete conosciuta la razza.

— Ma allora che cosa ha potuto intorbidare Debray con Danglars? sembravano intendersi così bene! disse Monte-Cristo con un rinnovamento d’ingenuità.

— Ah! ecco! rientriamo nei misteri d’Iside, ed io non ne sono iniziato. Quando il sig. Cavalcanti sarà della famiglia, potrete domandarlo a lui.

La carrozza si fermò:

— Eccoci arrivati, disse Monte-Cristo, non sono che le dieci e mezzo, salite dunque. — Ben volentieri.

— La mia carrozza vi riaccompagnerà.

— No, grazie, il mio coupé deve averci seguiti.

— Infatto eccolo, disse Monte-Cristo, saltando a terra.

Tutti e due s’introdussero in casa. Il salotto era illuminato, essi vi rientrarono.

— Ci farete fare il thè, Battistino, disse Monte-Cristo.

Battistino uscì senza fiatare; due secondi dopo ricomparve con una sottocoppa compiutamente servita, e che come le colazioni nelle commedie di fate, sembrava uscir di sotto terra.

— In verità, disse Morcerf, ciò che ammiro in voi, non è la vostra ricchezza, vi son forse persone più ricche di voi; non è il vostro spirito, Beaumarchais ne aveva di più, se non ne aveva altrettanto, è il vostro modo di essere servito; senza che vi sia risposta una parola, al minuto, al secondo, come se s’indovinasse dal modo con cui suonate quello che desiderate, e come se tutto ciò che desiderate avere, sia già pronto.

— Ciò che dite è in parte vero. Si sanno le mie abitudini; per esempio, state a vedere, non desiderate voi di fare qualche cosa mentre bevete il thè?

— Per bacco! desidero fumare.

Monte-Cristo si avvicinò al campanello e battè un colpo. In capo ad un secondo si aprì una porta riservata, e comparve Alì con due pipe turche ripiene di eccellente latakiè.

— È maraviglioso, disse Morcerf.

— Ma no, è cosa semplicissima, riprese Monte-Cristo; Alì sa, che prendendo il thè o il caffè, ordinariamente io fumo; sa che ho domandato il thè, sa che sono rientrato con voi, sente chiamarsi, e non dubita del perchè; e siccome egli è di un paese in cui l’ospitalità si esercita particolarmente con la pipa, invece di una chibouque, ne porta due.

— Questa certamente è una spiegazione come un’altra; non è però men vero che non siete che voi... oh! ma che cosa è ciò che sento? — E Morcerf s’inclinò verso la porta dalla quale effettivamente emanavano dei suoni come quelli di una chitarra. — Davvero, caro visconte, siete destinato a sentire della musica; non fuggite il pianoforte di madamigella Danglars, se non per cadere nella guzla di Haydée.

— Haydée! che nome adorabile! vi son dunque delle donne che veramente si chiamano Haydée, oltre quelle che sono nominate nei poemi di Lord Byron?

— Certamente; Haydée è un nome molto raro in Francia, ma molto comune in Albania e nell’Epiro; è come se voi diceste per esempio Castità, Pudore, Innocenza; è una specie di nome di battesimo, come dicono i cristiani.

— Oh! quanto è grazioso! disse Alberto, quanto vedrei volentieri le nostre francesi chiamarsi madamigella Bontà, madamigella Silenzio, madamigella Carità cristiana! dite adunque, se madamigella Danglars invece di chiamarsi Chiara-Maria-Eugenia, come la chiamano, si chiamasse madamigella Castità-Pudore-Innocenza Danglars, che effetto farebbe nelle pubblicazioni matrimoniali.

— Pazzo! disse il conte, non scherzate così ad alta voce, Haydée potrebbe sentirvi. — Ed ella se ne inquieterebbe?

— No, disse il conte con la sua aria sostenuta.

— È buona? domandò Alberto. — Non è bontà, è dovere: una schiava non deve inquietarsi contro del padrone.

— Andiamo, via! ora non scherzate voi stesso. Forse che vi sono ancora degli schiavi?

— Senza dubbio, poichè Haydée è mia schiava.

— Infatto voi non fate niente, e non avete niente come gli altri. Schiava del sig. conte di Monte-Cristo! è una posizione in Francia. Al modo con cui voi rimescolate l’oro, è un impiego che deve costare almeno centomila scudi l’anno.

— Centomila scudi! la povera giovinetta ne ha posseduti ben altri che questi; ella è venuta al mondo, ed ha dormito sopra tesori tali, che quelli delle Mille e una notte sono ben poca cosa. — È dunque veramente una principessa?

— Lo avete detto, ed anche una delle più grandi del suo paese. — Io non ne dubitava. Ma in che modo una gran principessa è divenuta schiava? — Come Dionigi il tiranno diventò maestro di scuola? la eventualità della guerra, caro visconte, e il capriccio della fortuna. — Ed il suo nome è un segreto? — Per tutti, sì; ma non per voi, siete dei miei amici e tacerete, non è vero, se promettete di tacere?

— Oh! parola d’onore!

— Conoscete la storia del pascià di Giannina?

— Di Alì-Tebelen? senza dubbio, poichè al suo servizio mio padre ha fatto fortuna. — È vero, lo aveva dimenticato.

— Ebbene! che cosa è Haydée ad Alì-Tebelen?

— Semplicemente sua figlia.

— Come? la figlia di Alì pascià!...

— E della bella Vasiliki. — Ed è vostra schiava?

— Oh! mio Dio, sì. — In che modo?

— Diavolo! un giorno sono passato sul mercato di Costantinopoli, e l’ho comprata.

— È cosa splendida! con voi, mio caro conte, non si vive, ma si sogna. Ora ascoltate, forse sarò troppo indiscreto per quanto sono a domandarvi. — Dite pure.

— Ma poichè voi uscite con essa, poichè la conducete all’Opera... posso bene arrischiare di domandarvelo.

— Potete arrischiare di domandarmi tutto quel che volete.

— Ebbene, caro conte, presentatemi alla vostra principessa.

— Volentieri; ma a due condizioni. — Le accetto da ora.

— La prima si è che non confiderete mai ad alcuno questa presentazione. — Benissimo! Morcerf stese la mano, lo giuro.

— La seconda che non le direte che vostro padre ha servito il suo. — Lo giuro anche questo.

— A meraviglia, vi sapeva un uomo d’onore.

Il conte battè di nuovo sul campanello; Alì ricomparve.

— Prevenite Haydée, gli diss’egli, che vado a prendere il caffè da lei, e fatele comprendere, che le domando il permesso di presentarle uno dei miei amici. — Alì s’inchinò, ed uscì. — In tal modo, è convenuto, nessuna interrogazione diretta, caro visconte; se desiderate sapere qualche cosa domandatelo a me, che lo domanderò a lei. — Siam convenuti.

Alì ricomparve per la terza volta, e tenne la portiera sollevata per indicare al padrone e ad Alberto che potevano passare. — Entriamo, disse Monte-Cristo.

Alberto passò una mano nei capelli, si arricciò i baffi; il conte riprese il cappello, si mise i guanti, e lo precedè nell’appartamento sorvegliato da Alì, come sentinella avanzata, e difeso dalle tre cameriere francesi comandate da Myrthe, come una piazza. Haydée aspettava nella prima camera, che era il salotto, con due grandi occhi dilatati dalla sorpresa; perchè era la prima volta che un altro uomo, oltre Monte-Cristo, giungeva fino a lei; ella era seduta sopra un sofà in un angolo, colle gambe incrociate, e si era fatto per così dire un nido delle stoffe di seta broccate e rigate più ricche d’Oriente. Vicino ad essa giacea l’istrumento, il cui suono l’aveva denunziata; in quella posizione era graziosissima. Scoprendo Monte-Cristo, si sollevò con quel doppio sorriso di figlia e di amante che non apparteneva che a lei sola; Monte-Cristo andò a lei, e le stese la mano.

Alberto era rimasto sulla porta, sotto l’impero di quella strana beltà, che vedeva per la prima volta, e di cui non si poteva far un’idea in Francia. — Chi conduci tu, domandò in greco la giovanetta a Monte-Cristo; un fratello, un amico, una semplice conoscenza, od un nemico?

— Un amico, disse Monte-Cristo nella stessa lingua.

— Il suo nome? — Il conte Alberto, quello stesso che in Roma liberai dalle mani dei banditi. — In qual lingua vuoi che gli parli? — Monte-Cristo si voltò ad Alberto:

— Sapete il greco moderno? domandò egli al giovine.

— Ahimè! disse Alberto, neppure il greco antico, giammai Omero e Platone hanno avuto uno scolaro più tristo, e direi quasi, più sdegnoso di me.

— Allora, disse Haydée, provando colla domanda stessa che faceva, ch’ella aveva inteso l’interrogazione di Monte-Cristo e la risposta d’Alberto, parlerò in francese, od in italiano, se tuttavolta il mio signore vuole che io parli.

Monte-Cristo riflettè un momento. — Tu parlerai in italiano, diss’egli. Poi voltandosi ad Alberto:

— Mi spiace che non intendiate il greco moderno, o il greco antico, che Haydée parla ammirabilmente; la povera fanciulla sarà costretta di parlarvi in italiano, cosa che forse vi darà una falsa idea di lei. — Egli fece un segno ad Haydée.

— Sia il ben venuto l’amico che viene col mio signore, e mio padrone, disse la giovane in eccellente toscano, e con quel dolce accento romano, che fa la lingua di Dante tanto sonora, quanto quella d’Omero; Alì, portate il caffè, e le pipe.

Ed Haydée fece un segno con la mano ad Alberto di avvicinarsi, mentre che Alì si ritirava per eseguire gli ordini della giovane padrona. Monte-Cristo mostrò ad Alberto due pliant, e ciascuno andò a prendere il suo per avvicinarlo ad una specie di candelabro, di cui un paniere formava il centro, sopraccaricato di fiori naturali, di disegni, di album, e di musica. Alì rientrò, portando il caffè e le pipe; in quanto a Battistino questa parte di appartamento gli era interdetta.

Alberto rifiutò la pipa che gli presentava il moro.

— Oh! prendete, prendete, disse Monte-Cristo; Haydée è quasi incivilita, quanto una parigina: il fumo di Avana le riesce disaggradevole, perchè non ama i cattivi odori; ma, lo sapete, il tabacco di Oriente è un profumo. — Alì uscì.

Le tazze di caffè erano tutte preparate; era stata aggiunta soltanto una zuccheriera per Alberto. Monte-Cristo ed Haydée bevevano il liquore arabo alla maniera degli Arabi, vale a dire senza zucchero. Haydée allungò la mano, prese colla punta delle dita rosee ed affilate la tazza di porcellana del Giappone, e la portò alle labbra con l’ingenuo piacere di un fanciullo che beve o mangia una cosa che gli piace. Nello stesso tempo entrarono due donne, portando due sottocoppe piene di gelati e di sorbetti, che depositarono sopra due piccole tavole destinate a tal uopo. — Mio caro ospite, e voi, signora, disse Alberto in italiano, scusate il mio stupore: sono del tutto stordito, ed è molto naturale; ecco che mi ritrovo in Oriente, nel vero Oriente; non disgraziatamente tal quale l’ho veduto, ma tal quale l’ho sognato, nel seno di Parigi; poco fa sentiva roteare gli omnibus, e tentennare i campanelli dei mercanti di limonata. Oh! signora, perchè mai non so parlare il greco! la vostra conversazione, unita a tutto ciò che ne circonda d’incantevole, mi comporrebbe una serata di cui mi ricorderei sempre.

— Io parlo abbastanza bene l’italiano per discorrere con voi, signore, disse tranquillamente Haydée, e se amate l’oriente, farò tutto il possibile per farvelo ritrovare qui.

— Di che posso parlare? domandò a bassa voce Alberto a Monte-Cristo.

— Di tutto ciò che vorrete; del suo paese, della sua gioventù, delle sue rimembranze, indi, se lo desiderate meglio, di Roma, di Napoli, o di Firenze.

— Oh! disse Alberto, non sarebbe compenso l’avere innanzi a sè una greca per parlarle di tutto ciò, di cui si parlerebbe ad una parigina; lasciatemi parlarle dell’Oriente.

— Questa è la conversazione che le è più aggradevole.

Alberto si voltò verso Haydée: — In quale età la signora ha lasciata la Grecia? domandò.

— Di cinque anni. — E vi ricordate della vostra patria?

— Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto ciò che ho veduto. Vi sono due sguardi: lo sguardo del corpo che può qualche volta dimenticarsi, e quello dell’anima che non si dimentica mai.

— Qual è l’epoca più remota di cui possiate ricordarvi?

— Io camminava appena; mia madre, che si chiamava Vasiliki, e Vasiliki vuol dire reale, aggiunse la giovinetta sollevando la testa, mia madre mi prendeva per la mano, ed entrambe coperte da un velo, dopo aver messo nel fondo della borsa tutto l’oro che possedevamo, andavamo a domandare l’elemosina pei prigionieri dicendo: «Colui che dà ai poveri, presta all’Eterno.» Indi, quando la borsa era piena, ritornavamo al palazzo, e senza dir niente a mio padre, mandavamo tutto il danaro della questua, in cui ci avevano preso per povere donne, allo elemosiniere del convento, che lo divideva fra i prigionieri.

— Ed allora quant’anni avevate? — Tre anni, disse Haydée.

— Vi ricorderete dunque di tutto ciò che accadde intorno a voi dall’età di tre anni? — Di tutto.

— Conte, disse sottovoce Morcerf a Monte-Cristo, dovreste permettere alla signora di raccontarci qualche cosa della sua storia; mi avete proibito di parlarle di mio padre, ma forse me ne parlerà ella stessa; oh! quanto sarei felice di sentire il nostro nome uscir da una bocca così bella.

Monte-Cristo si voltò ad Haydée, e con un segno di sopracciglio, col quale le indicava di accordare la più grande attenzione alla raccomandazione che stava per farle, le disse in greco:

— Raccontaci la sorte di tuo padre, ma guardati dal nominare nè il traditore nè il tradimento.

Haydée mandò un lungo sospiro, ed una tetra nube passò su quella fronte sì pura.

— Che le avete detto? domandò sottovoce Morcerf.

— Le ho ripetuto che siete un amico, e ch’ella non ha a nascondersi in faccia vostra.

— Così, il vostro pietoso pellegrinaggio, disse Alberto, a pro dei prigionieri è la prima rimembranza; e l’altra?

— L’altra? Io mi veggo sotto l’ombra dei sicomori vicina ad un lago: scorgo ancora, a traverso il fogliame, lo specchio tremolante; contro il più vecchio e fronzuto, mio padre era assiso sopra cuscini, ed io, debole creatura, mentre che mia madre era stesa ai suoi piedi, scherzava colla sua barba bianca, che gli discendeva sul petto, e col cangiar dalla impugnatura di diamanti, che gli pendeva dalla cintura; indi di tempo in tempo venivano a lui degli Albanesi che gli dicevano alcune parole cui non facevo attenzione, ed alle quali egli rispondeva sempre collo stesso tuono di voce: Uccidete! o Fate grazia!

— È strano, disse Alberto, l’udire simili cose dalla bocca di una giovanetta in tutt’altro luogo che sul teatro, ed il dover dire a sè stesso: «Questa non è una finzione.» E, domandò egli, come con un orizzonte così poetico, come con queste rimembranze meravigliose ritrovate la Francia?

— Credo che sia un bel paese, disse Haydée, ma vedo la Francia tale quale è, perchè la vedo con gli occhi di donna, mentre che, mi sembra, al contrario, che non ho veduto il mio paese che con gli occhi di fanciulla, e sempre avvolto da una nebbia tetra o luminosa, a seconda che le mie rimembranze mi rappresentano la mia patria, o come un luogo di dolcezze, o come un luogo di amari patimenti.

— Così giovane, signora, disse Alberto, cedendo suo malgrado alla forza della leggerezza, in che modo avete potuto soffrire? — Haydée volse gli occhi verso Monte-Cristo il quale con un segno impercettibile mormorò: — Eipè (racconta).

— Niente compone tanto il fondo dell’anima quanto le prime rimembranze, e fatta astrazione delle due che vi ho dette, tutte le altre sono tristissime.

— Parlate, signora, disse Alberto, vi giuro che vi ascolto con una inesprimibile felicità.

Haydée sorrise tristamente: — Volete dunque che vi racconti gli altri miei ricordi? diss’ella.

— Ve ne supplico, disse Alberto.

— Ebbene! aveva quattro anni quando una sera fui svegliata da mia madre. Noi eravamo nel palazzo di Giannina; ella mi prese sui cuscini sui quali riposava, ed aprendo gli occhi, vidi i suoi ripieni di grosse lagrime.

«Ella mi trasportò fuori senza dir parola.

«Vedendola piangere stava per piangere io pure.

«— Silenzio, fanciulla! diss’ella. Spesso, ad onta delle consolazioni o delle minacce materne, capricciosa, come tutti i fanciulli, continuavo a piangere; ma quella volta v’era negli occhi della mia povera madre una tale intonazione di terrore, che io mi tacqui nel medesimo punto.

«Ella mi trasportava rapidamente. Vidi allora che discendevamo una larga scala; davanti a noi tutte le donne di mia madre, portando dei bauli, dei sacchetti, degli oggetti di ornamento, dei gioielli, e delle borse d’oro, discendevano, o piuttosto si precipitavano dalla medesima scala.

«Dietro alle donne veniva una guardia di venti uomini, armati di lunghi fucili e di pistole, e vestiti con quel costume che voi conoscete in Francia dopo che la Grecia è ritornata una nazione. Eravi qualche cosa di sinistro, questa lunga fila di schiavi e di donne mezzo appesantite dal sonno, o almeno io mi figurava così, io, che forse credeva gli altri addormiti, perchè era male svegliata.

«Per le scale correvano ombre gigantesche, che le torce di frassino facevano tremare contro le volte.

«— Facciam presto! disse una voce dal fondo della galleria. Questa voce fece incurvare tutti, come il vento passando sulla pianura fa curvare un campo di spighe.

«Essa mi fece rabbrividire... era la voce di mio padre.

«Egli camminava l’ultimo, rivestito delle sue splendide vesti, tenendo in mano la carabina, regalatagli dal vostro imperatore; ed appoggiato al suo fedele Selim ci spingeva avanti, come un pastore col suo gregge sparso.

«Mio padre, era quell’uomo illustre che l’Europa ha conosciuto sotto il nome d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e davanti al quale la Turchia ha tremato.

Alberto, senza sapere perchè, fremeva nel sentire queste parole pronunciate con un accento indefinibile di fermezza e di dignità; gli sembrò che qualche cosa di tetro e spaventoso tralucesse dagli occhi della giovanetta quando, simile ad una pitonessa che evoca uno spettro, risvegliò la memoria di quella insanguinata figura, che la sua morte fece comparire gigantesca agli occhi dell’Europa contemporanea.

— Ben presto, continuò Haydée, la marcia si fermò, noi eravamo a piè della scala, e sulla riva del lago. Mia madre mi premeva contro il suo petto anelante, ed io vidi, a due passi dietro a noi, mio padre che girava da ogni lato lo sguardo inquieto. Davanti a noi rimanevano ancor quattro scalini, ed al termine del quarto ondulava una barca.

«Dal luogo ove eravamo si vedeva innalzarsi nel mezzo del lago una massa nera; era il chiosco (padiglione sui terrazzi dei giardini turchi) al quale ci portavamo; e che mi sembrava ad una distanza considerevole, forse a cagione della oscurità: discendemmo nella barca, mi sovvengo che i remi non facevano alcun rumore toccando l’acqua: mi chinai per guardarli, eran fasciati colle cinture dei nostri Palicari.

«Nella barca, oltre i rematori, non v’eran che le donne, mio padre, mia madre, Selim, ed io. I Palicari erano rimasti sulla riva del lago, pronti a sostenere la ritirata, inginocchiati sull’ultimo gradino, facendosi riparo degli altri tre, nel caso che fossero stati attaccati.

«La nostra barca andava come il vento.

«— Perchè la barca va così forte? domandai a mia madre.

«— Zitta, figlia mia, diss’ella, perchè noi fuggiamo.

«Non capii perchè mio padre fuggiva, egli, che poteva tutto, egli davanti al quale d’ordinario fuggivano gli altri, egli che aveva presa per divisa:

«ESSI MI ODIANO, DUNQUE MI TEMONO!

«In fatto era una fuga che mio padre operava sul lago. Mi fu detto dipoi che la guarnigione del castello di Giannina, stanca dal lungo servizio...»

Qui Haydée fermò lo sguardo espressivo su Monte-Cristo, il cui occhio non aveva più lasciati i suoi. La giovanetta continuò dunque lentamente come fa chi inventa e chi sopprime.

— Voi dicevate, signora, riprese Alberto che accordava la più grande attenzione a questo racconto, che la guarnigione di Giannina, stanca dal lungo servizio...

— Aveva trattato col seraschiere Kourchid inviato dal Sultano per impadronirsi di mio padre, il quale prese allora la risoluzione di ritirarsi, dopo aver spedito al sultano un ufficiale franco, nel quale aveva tutta la confidenza, nell’asilo ch’egli stesso si era preparato da lungo tempo, e che chiamava kataphygion vale a dire rifugio.

— Di quest’ufficiale, domandò Alberto, ricordate il nome?

Monte-Cristo scambiò colla giovanetta uno sguardo rapido come un baleno, che rimase inosservato a Morcerf.

— No, diss’ella, nol ricordo; ma forse più tardi me ne sovverrò, e lo dirò. — Alberto stava per pronunciare il nome di suo padre, allorchè Monte-Cristo alzò dolcemente il dito in segno di silenzio.

Il giovine si ricordò il giuramento, e tacque.

«Era verso questo chiosco che noi vogavamo.

«Un pianterreno ornato di arabeschi bagnava i suoi terrazzi nell’acqua, ed un primo piano che guardava sul lago, ecco quanto il palazzo offriva di visibile agli occhi.

«Ma al disotto del pianterreno, prolungandosi nell’isola stava un sotterraneo, vasta caverna ove fummo condotti, mia madre, io, e le nostre donne, ed ove giacevano formando un sol monticello, 60 mila borse, e 200 barili. In queste borse v’erano 25 milioni in oro, e nei barili 30 mila libbre di polvere. Vicino a questi ultimi stava Selim, quel favorito di mio padre, di cui vi ho parlato; egli vegliava giorno e notte, colla lancia alla mano, nell’estremità della quale ardeva una miccia accesa: aveva l’ordine di far saltare chiosco, guardie, pascià, donne e oro, al primo segnale di mio padre; mi ricordo che i nostri schiavi conoscendo questo terribile vicino, passavano il giorno e la notte a piangere, pregare e gemere. Non vi saprei dire quanti giorni siam rimasti così. A quell’ora ignorava ancora che cosa fosse il tempo. Qualche volta, ma raramente, mio padre faceva chiamar me e mia madre sulla terrazza del palazzo; eran per me le mie ore di festa, poichè nel sotterraneo non vedeva che ombre gementi, e la lancia ardente di Selim.

«Mio padre, seduto davanti ad una grande apertura, fissava un tetro sguardo sulla profondità dell’orizzonte, interrogando ciascun punto nero che compariva sul lago, mentre che mia madre, semi-stesa vicina a lui, gli appoggiava la testa sulla spalla, ed io scherzavo ai suoi piedi ammirando, con quella meraviglia dell’infanzia che ingrandisce sempre gli oggetti, il pendio del Pinto che s’ergeva sull’orizzonte, i castelli di Giannina che uscivan bianchi ed angolati dalle acque blu del lago, i tuffi immensi di verdura oscura attaccati come licheni alle rocce della montagna, che di lontano sembravano musco, e da vicino son giganteschi abeti e mirti immensi. Una mattina mio padre ci mandò a cercare; mia madre avea pianto tutta la notte; noi lo trovammo assai tranquillo, ma più pallido che d’ordinario.

«— Abbi pazienza, Vasiliki, diss’egli. Oggi tutto sarà finito, oggi giunge il firmato del Sultano, e la mia sorte sarà risoluta. Se la grazia è intera, ritorneremo trionfanti a Giannina; se le notizie son cattive, fuggiremo questa notte.

«— Ma se non ci lasciano fuggire? disse mia madre.

«— Oh! sii tranquilla, rispose Alì sorridendo; Selim e la sua lancia accesa mi rispondono di loro. Essi vorrebbero che io morissi, ma non a condizione di morire meco.

«Mia madre rispondeva con sospiri a queste consolazioni che non partivano dal cuor di mio padre.

«Ella gli preparò l’acqua ghiacciata che mio padre beveva ogni momento, poichè dopo la sua ritirata nel chiosco era arso da una febbre ardente; gli profumò la bianca barba, e gli accese la pipa, di cui qualche volta, per ore intere, seguiva distrattamente con gli occhi il fumo che volteggiava nell’aria. D’improvviso egli fece un movimento sì rapido ch’io n’ebbi gran paura: indi senza staccare gli occhi dal punto che fissava la sua attenzione, domandò il cannocchiale. Mia madre glielo passò, più bianca della statua contro cui si appoggiò. Vidi la mano di mio padre tremare.

«— Una barca!... due, tre!... mormorò mio padre; quattro!... — E si alzò brandendo le armi, e versando, me ne sovvengo, della polvere nel bacinetto delle pistole:

«— Vasiliki, diss’egli a mia madre con un visibile fremito, fra mezz’ora sapremo la risposta del sublime imperatore; ritirati nel sotterraneo con Haydée.

«— Io non voglio lasciarvi, disse Vasiliki, se voi morrete, mio padrone, voglio morire con voi.

«— Andate presso Selim! gridò mio padre.

«— Addio, signore! mormorò mia madre obbediente, pieghevole come all’avvicinarsi della morte.

«— Traete con voi Vasiliki! disse mio padre ai suoi Palicari. — Ma io che veniva dimenticata, corsi a lui, stendendo le mie mani dalla sua parte; egli mi vide, ed inchinandosi verso me, mi premè la fronte con le sue labbra.

«Oh! quel bacio, quello fu l’ultimo, ed esso è sempre qua, sulla mia fronte. Nel discendere distinguemmo, a traverso le inferriate della terrazza, le barche che ingrandivano sul lago, e che, simili non molto prima a punti neri, sembravano già uccelli, radenti la superficie delle acque. In questo mentre, nel chiosco, venti Palicari, seduti a piè di mio padre e nascosti dai cespugli, spiavano con occhi sanguinosi l’arrivo di questi battelli, e tenevano pronti i loro lunghi fucili incrostati d’avorio e di argento: cartucce in gran numero erano sparse sul terreno. Mio padre guardava l’orologio, e passeggiava con angoscia. Ecco ciò che mi colpì quando lasciai mio padre dopo l’ultimo bacio che ricevetti da lui. Mia madre ed io traversammo il sotterraneo. Selim era sempre al suo posto; egli ci sorrise con tristezza. Noi andammo a cercar dei cuscini dall’altra parte della caverna, e venimmo a sedere vicino a Selim: nei grandi pericoli si cercano i cuori affezionati, e sebbene fossi fanciulla, sentiva per istinto che una gran disgrazia si aggravava sul nostro capo.

«Erano le quattro della sera, ma benchè il giorno fosse chiaro e lucente al di fuori, noi eravamo immersi nell’oscurità del sotterraneo. Una sola luce brillava nella caverna, a guisa di una tremante stella sopra un nero cielo, e questa era la miccia di Selim. Mia madre era cristiana, e pregava.

«Selim ripeteva a quando a quando queste sante parole:

«— Dio è grande! — mia madre però aveva ancora qualche speranza. Nel discendere le era sembrato di riconoscere il Franco ch’era stato inviato a Costantinopoli, e nel quale mio padre aveva riposta ogni confidenza, perchè sapeva che i soldati del sultano francese sono ordinariamente nobili e generosi. Ella si avanzò di qualche passo verso la scala, ed ascoltò. Si avvicinano, diss’ella; purchè portino la pace e la vita!

«— Che temi tu, Vasiliki? rispose Selim colla sua voce soave ad un tempo e fiera. Se essi non portano la pace, darem loro la guerra; se non portano la vita darem loro la morte. — E ravvivava la bragia della lancia con un gesto che lo faceva assomigliare a Dionisio dell’antica Creta. Ma io, che era così fanciulla e così ingenua, aveva paura di questo coraggio che trovava feroce ed insensato, e mi atterriva di quella morte spaventosa nell’aria e fra le fiamme. Mia madre provava le stesse impressioni perchè la sentiva fremere.

«— Mio Dio! mio Dio! mamma, gridai, siam forse vicine a morire? — Ed alla mia voce raddoppiarono i pianti e le preghiere degli schiavi.

«— Fanciulla, mi disse Vasiliki, Dio ti salvi dal dovere un giorno desiderare questa morte che oggi ti spaventa. Indi a bassa voce:

«— Selim, diss’ella, qual è la consegna che tieni dal tuo padrone?

«— S’egli m’invia il suo pugnale è segno che il sultano rifiuta di ritornarlo in grazia, ed io do fuoco; se m’invia il suo anello è segno che il sultano gli perdona ed io libero la polveriera.

«— Amico, riprese mia madre, quando giungerà l’ordine del padrone, se t’invia il pugnale invece di ucciderci entrambe con questa morte che ne spaventa, ti stenderemo la gola, e tu ci ucciderai con quel pugnale.

«— Sì, Vasiliki, rispose tranquillamente Selim.

«D’improvviso sentimmo come grandi grida; eran grida di gioia; il nome del Franco ch’era stato inviato a Costantinopoli echeggiava ripetuto dai nostri Palicari; era evidente che riportava la risposta del sublime imperatore, e che questa era favorevole.»

— E voi non vi ricordate il suo nome? disse Morcerf pronto ad aiutare la memoria della narratrice.

Monte-Cristo fe’ un cenno.

— Non me ne ricordo, rispose Haydée.

«Il romore raddoppiava; rumoreggiavano passi più vicini; si discendeva la scala del sotterraneo. Selim preparò la sua lancia. Ben presto comparve un’ombra nell’incerto crepuscolo che formavano i raggi del giorno penetrati fino nell’entrata del sotterraneo.

«— Chi sei tu? gridò Selim. Ma chiunque tu sia, non fare un passo di più.

«— Gloria al sultano! disse l’ombra. È fatta piena grazia al visir Alì; e non solo ha salva la vita, ma gli vengon resi i suoi beni e la sua fortuna.

«Mia madre mandò un grido di gioia e mi strinse al suo cuore.

«— Fermati, le disse Selim, vedendo ch’ella si slanciava di già per uscire. Tu sai che mi abbisogna l’anello.

«— È giusto, disse mia madre. E cadde in ginocchio sollevandomi verso il cielo, come se mentre pregava Dio per me volesse ancor sollevarmi verso lui.»

Haydée si fermò, vinta da tale emozione che il sudore le colava dalla pallida fronte, e che la voce soffocata sembrava non poter sorpassare l’arida sua gola.

Monte-Cristo versò un po’ d’acqua gelata in un bicchiere, e lo presentò a lei dicendo con una dolcezza da cui trapelava un’ombra di comando: — Coraggio, figlia mia.

— In questo mentre i nostri occhi, abituati all’oscurità, avevano riconosciuto l’inviato del sultano, egli era un amico. Selim lo aveva riconosciuto, ma il bravo giovine non sapeva che una cosa: obbedire!

«— In nome di chi vieni tu? diss’egli.

«— Vengo in nome del nostro padrone, Alì-Tebelen.

«— Se vieni in nome di Tebelen, tu hai da sapere ciò che devi rimettermi.

«— Sì, disse l’inviato, ti porto il suo anello. — E nello stesso tempo alzò la mano al di sopra della testa, ma era troppo lontano, e faceva troppo buio perchè Selim potesse, dal luogo ov’era, distinguere e conoscere l’oggetto che gli presentava.

«— Io non vedo ciò che tu tieni, disse Selim.

«— Avvicinati, disse il messaggiero, oppure mi avvicinerò io.

«— Nè l’uno, nè l’altro, rispose il giovine soldato, deponi nel posto ove sei, sotto quel raggio di luce, l’oggetto che tu mi mostri, e ritirati fin che io l’abbia veduto.

«— Ecco, disse il messaggiero. E si ritirò dopo aver deposto il segno di riconoscimento nel luogo indicato.

«Ed il nostro cuore palpitava, perchè l’oggetto ci sembrava effettivamente un anello. Soltanto era l’anello di mio padre? Selim, tenendo sempre in mano la miccia accesa, andò all’apertura, s’inchinò contento sotto il raggio di luce, e raccolse il segnale.

«— L’anello del padrone, diss’egli baciandolo, sta bene! e rovesciando la miccia contro terra, vi pestò sopra, e la spense. — Il messaggiere mandò un grido di gioia e battè le mani. A questo segnale, quattro soldati del serraschiere Kourchid accorsero, e Selim cadde trapassato da cinque colpi di pugnale. Ciascuno aveva dato il suo. E frattanto, ebbri pel loro delitto, quantunque ancora pallidi per la paura, irruppero nel sotterraneo, cercando da per tutto se vi era fuoco, e rotolandosi sui sacchi d’oro.

«In questo mentre mia madre mi prese fra le sue braccia, e agile, balzando per sinuosità conosciute da noi soli, giunse fino alla scala segreta del chiosco nel quale regnava uno spaventoso tumulto. Le sale basse erano interamente popolate di Tchodoars di Kourchid, vale a dire di nostri nemici. Nel momento che mia madre stava per spingere la piccola porta, sentimmo la voce del pascià risuonare terribile e minacciosa. Mia madre si pose in ascolto alle fessure delle assi, si trovava per caso un’apertura davanti la mia, e io guardava.

«— Che volete? diceva mio padre a persone che tenevano in mano una carta con caratteri d’oro.

«— Che vogliamo? rispondeva uno di costoro, comunicarvi la volontà di Sua Altezza. Vedi tu il firmano?

«— Lo vedo, disse mio padre. — Ebbene! leggi, egli domanda la tua testa. — Mio padre mandò uno scoppio di risa più spaventoso che non avrebbe fatto una minaccia, e non aveva ancora cessato, che due colpi di pistola erano usciti dalle sue mani, ed avevano uccisi due uomini. I Palicari, ch’eran tutti distesi intorno a mio padre colla faccia contro il suolo, si alzarono allora e fecero fuoco. La camera si riempì di fracasso, di fumo e di fiamme. Nel medesimo punto il fuoco incominciò dall’altra parte, e le palle vennero a forare le assi intorno a noi. Oh! quanto era bello! quanto era grande il Visir Alì-Tebelen, mio padre in mezzo alle palle, colla scimitarra alla mano, il viso nero dalla polvere! oh! come fuggivano i suoi nemici!

«— Selim! Selim! guardiano del fuoco, gridò egli, fa il tuo dovere!

«— Selim è morto, rispose una voce che sembrava uscita dai profondi del chiosco, e tu Alì, sei perduto! — Nello stesso tempo si fece sentire una sorda detonazione, ed il piancito saltò in ischegge tutto all’intorno di mio padre. I Tchodoars tiravano a traverso il piancito di legno: tre o quattro Palicari caddero feriti dal basso all’alto con ferite che loro laceravano tutto il corpo. Mio padre ruggì, introdusse le dita nei fori delle palle, e strappò un asse tutta intera. Ma nello stesso tempo venti colpi di fuoco scoppiarono da questa apertura, e le fiamme, uscendo come da un cratere di vulcano, si appiccarono alle tende e le arsero. In mezzo di tutto questo spaventoso tumulto, in mezzo a queste grida terribili, due colpi più distinti dagli altri, due grida più strazianti sopra le altre grida mi agghiacciarono di terrore. Queste due esplosioni avevano colpito mortalmente mio padre, che aveva mandate queste grida. Però egli era rimasto in piedi, aggrappato ad una finestra. Mia madre squassava la porta per andare a morire con lui, ma la porta era chiusa per di dentro. A lui d’intorno i Palicari si contorcevano nelle convulsioni dell’agonia; due o tre che erano senza ferite, o feriti leggermente, si slanciarono dalle finestre. Nello stesso tempo il piancito tutto intero scricchiolò rotto per di sotto; mio padre cadde sopra un ginocchio, e subito venti braccia si stesero armate di sciabole, di pistole e di pugnali, venti colpi colpirono nel tempo stesso un uomo, e mio padre disparve fra un turbine di fuoco, attizzato da questi demoni ruggenti, come se l’inferno si fosse aperto sotto i suoi piedi.

«Io mi sentii rotolare a terra; era mia madre che cadeva svenuta.»

Haydée lasciò cadere le braccia mandando un gemito, e guardando il conte, come per domandargli s’era contento della sua obbedienza. Il conte si alzò, andò a lei, la prese per mano, e le disse in greco: — Riposati, cara fanciulla, e riprendi coraggio, pensando che vi è un Dio che punisce i traditori.

— Ecco una spaventevole storia, conte, disse Alberto atterrito dal pallore d’Haydée, ed ora mi pento d’essere stato così crudelmente indiscreto.

— Non è niente, rispose Monte-Cristo: indi mettendo la mano sulla testa della giovanetta: — Haydée, continuò egli, è una donna coraggiosa, e qualche volta ha trovato sollievo nel racconto delle sue sventure.

— Perchè mio signore, disse vivamente la giovanetta, le mie sventure mi ricordano i tuoi beneficii.

Alberto la guardò con curiosità, perchè ella non aveva ancora raccontato ciò che egli desiderava più di sapere, vale a dire in qual modo era divenuta schiava del conte.

Haydée vide contemporaneamente espresso lo stesso desiderio tanto negli occhi di Alberto che in quelli del conte; e continuò:

— Quando mia madre ricuperò l’uso dei sensi, noi eravamo davanti al serraschiere: — Uccidetemi, diss’ella, ma risparmiate l’onore alla vedova di Alì.

«— Non è a me che tu ti devi rivolgere, disse Kourchid.

«— E a chi dunque? — Al tuo nuovo padrone.

«— Qual è? — Eccolo. — E Kourchid ci mostrò uno di quelli che avevan contribuito alla morte di mio padre, continuò la giovanetta con una cupa collera.

— Allora, domandò Alberto, diveniste proprietà di quest’uomo?

— No, rispose Haydée, egli non osò ritenerci, ci vendè a dei mercanti di schiavi che andavano a Costantinopoli: traversammo la Grecia e giungemmo morenti alla porta imperiale, ingombra di curiosi che si aprivano per lasciarci passare, quando d’improvviso mia madre seguì cogli occhi la direzione degli occhi di tutti, gettò un grido, e cadde mostrando una testa al di sopra di questa porta.

«Al di sopra di quella testa, erano scritte queste parole.

QUESTA È LA TESTA DEL PASCIÀ DI GIANNINA.

«Cercai piangendo di rialzar mia madre... era morta!

«Io fui portata al bazar, un ricco armeno mi comprò, mi fece istruire, mi procurò dei maestri, e quando ebbi tredici anni mi vendè al sultano Mahomud.»

— Dal quale, riprese Monte-Cristo, io la riscattai, come vi dissi, Alberto, per mezzo di quello smeraldo eguale a questo in cui metto le mie pastiglie di hatchis.

Alberto era rimasto stordito per ciò che aveva inteso.

— Terminate la vostra tazza di caffè, gli disse Monte-Cristo; la storia è finita.

LXXVII. — CI SCRIVONO DA GIANNINA.

Franz era uscito dalla camera di Noirtier così tremante, e così fuor di sè, che Valentina stessa aveva avuta pietà di lui. Villefort, che non aveva articolato che poche parole senz’ordine, e ch’era fuggito nel suo gabinetto, ricevette due ore dopo la seguente lettera.

«Dopo ciò che è stato rivelato questa mattina, il sig. Noirtier de Villefort non potrà supporre che un’alleanza sia possibile fra la sua famiglia e quella del sig. Franz d’Épinay, il quale ha orrore nel pensare che il sig. de Villefort, che sembrava conoscesse gli avvenimenti raccontati questa mattina, non lo abbia prevenuto in questo pensiero.»

Chiunque avesse veduto in questo momento il magistrato, curvato sotto il colpo, non avrebbe creduto ch’egli l’avesse preveduto; di fatto non avrebbe pensato che suo padre avesse spinta la sua franchezza, o piuttosto la sua rozzezza, fino a raccontare una simile storia. È vero che il sig. Noirtier, sdegnoso dell’opinione di suo figlio, non si era occupato di schiarire i fatti agli occhi di Villefort, e che questi aveva sempre creduto che il generale Quesnel, o barone d’Épinay, secondo che si vorrà chiamare, o col nome che si era fatto, o con quello che gli era stato fatto, fosse morto assassinato, e non ucciso lealmente in duello. Questa lettera così aspra da un giovine, fino allora tanto rispettoso, era mortale per l’orgoglio di un uomo come Villefort. Appena fu nel suo gabinetto entrò sua moglie. L’uscita di Franz chiamato da Noirtier, aveva così fattamente maravigliato tutti, che la posizione della sig.ª de Villefort, rimasta sola col notaro ed i testimoni, divenne di momento in momento più impacciante. Allora ella aveva presa la sua risoluzione ed era uscita annunciando che andava a raccogliere le notizie.

Il sig. de Villefort si contentò di dirle, che in seguito di alcune spiegazioni tra lui, il sig. Noirtier ed il sig. Franz d’Épinay, il matrimonio di Valentina con Franz era rotto.

Era difficile a riportar quest’ambasciata a coloro che aspettavano; così, la sig.ª de Villefort rientrando, si limitò a dire, che il sig. Noirtier avendo avuto nel principio della conferenza una specie di attacco di apoplessia, il contratto era naturalmente differito a qualche giorno.

Questa notizia, per quanto fosse falsa, giungeva tanto singolarmente al seguito delle altre due disgrazie dello stesso genere, che gli uditori si guardarono meravigliati, e si ritirarono senza dir parola. In questo mentre Valentina, felice ad un tempo e spaventata, dopo avere abbracciato e ringraziato il debole vecchio, che aveva in tal modo rotta una catena ch’ella riguardava già come indissolubile, aveva domandato di ritirarsi nelle sue camere per rimettersi, e Noirtier le aveva accordato il permesso che sollecitava.

Ma invece di risalire da lei, Valentina, una volta uscita, prese il corridore, ed uscendo dalla piccola porta, si slanciò nel giardino. In mezzo a tutti gli avvenimenti che venivano ad accatastarsi gli uni sugli altri, un sordo terrore le aveva costantemente compresso il cuore. Ella si aspettava da un momento all’altro di vedersi comparire Morrel, pallido e minaccioso, come il Laird di Ravenswood al contratto di Lucia di Lammermoor. Di fatto era tempo che andasse al cancello. Massimiliano, che aveva sospettato quel che sarebbe accaduto, quando vide Franz lasciare il cimitero in compagnia del sig. de Villefort, lo aveva seguito; poi, dopo averlo veduto entrare, lo aveva pur anche veduto uscire e rientrare nuovamente in compagnia di Alberto e Château-Renaud. Per lui non vi era dunque più alcun dubbio. Allora si era gettato nel recinto, pronto a qualunque avvenimento, ben certo che al primo momento di libertà, che potrebbe afferrare, Valentina sarebbe corsa a lui.

Egli non s’era ingannato; il suo occhio attaccato alle assi, vide infatto comparir la giovanetta che senza prendere le usate cautele, correva al cancello. Al primo colpo d’occhio che gettò sur essa, Massimiliano si fe’ tranquillo; alla prima parola che pronunciò, balzò di gioia.

— Salvi, disse Valentina.

— Salvi! ripetè Morrel non potendo credere a tanta felicità; ma da chi?

— Da mio nonno. Oh! amatelo molto Morrel!

Questi giurò d’amare il vecchio con tutta l’anima sua.

— Ma com’è accaduto? domandò Morrel, quale strano mezzo ha egli impiegato? — Valentina aprì la bocca per raccontar tutto, ma pensò che in fondo a tutto ciò vi era un segreto terribile che non apparteneva soltanto a suo nonno.

— Più tardi, diss’ella, vi racconterò tutto.

— Ma quando?

— Quando sarò vostra moglie.

Questo era un mettere la conversazione sur un campo che rendeva facile a Morrel l’intendere tutto: egli per tal modo capì ancora che doveva contentarsi di ciò che sapeva, e che ciò era abbastanza per quel giorno. Però non acconsentì a ritirarsi che sulla promessa che Valentina sarebbe ritornata la dimane a sera. Ella promise ciò che volle Morrel. Tutto era cambiato ai loro occhi, e certo ora era men difficile a Valentina il credere che avrebbe potuto maritarsi con Morrel, di quel che un’ora prima non avrebbe sposato il sig. Franz.

In questo tempo la sig.ª de Villefort era salita dal sig. Noirtier, il quale la guardò con quell’occhio cupo e severo con cui era assuefatto a riceverla: — Signore, gli diss’ella, non ho bisogno di dirvi che il matrimonio di Valentina è rotto poichè qui si operò questa rottura.

Noirtier rimase impassibile. — Ma ciò che voi non sapete sig., è che io sono stata sempre contraria a questo matrimonio, e che si faceva mio malgrado. — Noirtier guardò sua nuora come uno che aspetti una spiegazione. — Ora, poichè questo matrimonio, pel quale conoscevo la vostra ripugnanza, è rotto, vengo a farvi una rimostranza che non possono farvi nè il sig. de Villefort, nè Valentina.

Gli occhi di Noirtier chiesero qual fosse questa rimostranza.

— Vengo per pregarvi, signore, come la sola che ne ha il diritto, perchè sono la sola cui nulla frutterà; vengo a pregarvi di rendere, non dirò i vostri favori, ella li ha sempre goduti, ma la vostra fortuna a vostra nipote.

Gli occhi di Noirtier rimasero un momento incerti: essi cercavano evidentemente i motivi di questa rimostranza, e non li potevano ritrovare. — Posso sperare, signore, disse la signora de Villefort, che le vostre intenzioni siano in armonia colla preghiera che vi faccio?

— Sì, fece Noirtier.

— In questo caso mi ritiro, riconoscente ad un tempo e felice. — E, salutando il sig. de Noirtier, si ritirò.

In fatto il giorno dopo Noirtier fece venire il notaro; fu stracciato il primo testamento, ne fu fatto un secondo, nel quale lasciava tutta la sua fortuna a Valentina, sotto la condizione che non si fosse separata da lui.

Alcune persone allora calcolarono pel mondo, che madamigella de Villefort, ereditiera del marchese e della marchesa di Saint-Méran, e rientrata nella grazia di suo nonno, avrebbe un giorno potuto godere di una rendita di 300 mila fr. annui.

Mentre che si rompeva questo matrimonio presso i Villefort, il conte de Morcerf aveva ricevuta la visita di Monte-Cristo, e per far vedere la sua premura a Danglars, indossò la grande uniforme di luogotenente generale, cui aveva fatto ornare di tutte le decorazioni, ed ordinò i suoi migliori cavalli. Morcerf così abbigliato si fece condurre alla strada della Chaussée-d’Antin, e si fe’ annunziare a Danglars che stava facendo il bilancio della fine del mese.

Da qualche tempo non era quello il momento da scegliersi per ritrovare il banchiere di buon umore.

Così, all’aspetto del suo antico amico, Danglars prese un’aria maestosa, e si stabilì nel suo seggio.

Morcerf ordinariamente così serio, aveva assunta un’aria ridente ed affabile; in conseguenza, quasi sicuro d’essere ben accolto fino dalle sue prime parole, non fece punto il diplomatico, ed andò direttamente e di un sol tratto alla meta:

— Barone, diss’egli, eccomi. Da lungo tempo ci aggiriamo attorno alle parole d’altra volta... — Morcerf si aspettava, a questi detti, di vedere rasserenata la figura del banchiere, il cui sussiego egli attribuiva al proprio silenzio; ma al contrario questa figura divenne, cosa che pareva quasi impossibile, più impassibile e più fredda ancora.

Ecco perchè Morcerf si era fermato a metà della frase...

— Quali parole, sig. conte? domandò il banchiere, come se cercasse invano nel suo spirito la spiegazione di ciò che voleva dire il generale.

— Oh! disse il conte, voi siete amante della formalità, e mi rammentate che il cerimoniale deve eseguirsi secondo tutti i riti. Benissimo! in fede mia. Perdonatemi, ma siccome non ho che un sol figlio, e questa è la prima volta, sono ancora novizio; andiamo, io mi adatto. — E Morcerf, con un sorriso sforzato, si alzò, fece una profonda riverenza a Danglars, e gli disse: — Sig. barone, ho l’onore di domandarvi la mano di madamigella Eugenia Danglars, vostra figlia, per mio figlio il visconte Alberto de Morcerf.

Ma Danglars, invece di accogliere queste parole con quel fervore che Morcerf si aspettava da lui, aggrottò il sopracciglio, e, senza invitare il conte, che era rimasto in piedi, a sedersi di nuovo: — Sig. conte, diss’egli, prima di potervi rispondere avrò bisogno di riflettervi.

— Di riflettervi! riprese Morcerf di più in più meravigliato; non avete dunque avuto il tempo di riflettervi da otto anni circa che parliamo di questo matrimonio?

— Sig. conte, tutti i giorni accadono cose per le quali le riflessioni che si credevano fatte sono da rifarsi.

— E come? non vi comprendo più, barone!

— Voglio dire, che da 15 giorni nuove congiunture...

— Permettetemi, disse Morcerf, non è già questa una commedia che rappresentiamo? — Ed in qual modo una commedia? — Sì, spieghiamoci categoricamente.

— Non chiedo di meglio.

— Avete veduto il conte di Monte-Cristo?

— Lo vedo spessissimo, disse Danglars, è uno de’ miei amici.

— Ebbene! una delle ultime volte che lo avete veduto, gli avete detto ch’io sembravo smemorato, irresoluto sul conto di questo matrimonio? — È vero.

— Ebbene! eccomi: non sono nè irresoluto nè smemorato, lo vedete, poichè vengo a reclamare che mantenghiate la vostra parola. — Danglars non rispose.

— Avete voi così presto cambiato d’avviso, soggiunse Morcerf, o non avete provocata la mia domanda che per darvi il piacere d’umiliarmi?

Danglars capì che, s’egli continuava la conversazione sul tuono col quale l’aveva incominciata, la cosa poteva voltarsi a male per lui. — Sig. conte, dovete essere a buon dritto meravigliato della mia riserva, lo capisco, così credetemi, sono il primo ad affliggermene; credetemi bene ch’ella mi è imposta da imperiose congiunture.

— Queste sono parole in aria, e forse potrebbero soddisfare il primo arrivato; ma il conte di Morcerf non è un primo arrivato, e quando un uomo come lui viene a ritrovare un altr’uomo e gli ricorda la parola data, e questi manca alla sua parola, ha il diritto di esigere sul momento che almeno gli venga addotta una buona ragione.

Danglars era vile, ma non voleva comparirlo; fu punto dal tuono che aveva preso Morcerf: — Non è certo una buona ragione quella che mi manca.

— Che pretendete dire?

— Che ho la buona ragione, ma che è difficile a darsi.

— Capite frattanto, disse Morcerf, che io non posso appagarmi delle vostre reticenze, ed una cosa in ogni modo mi sembra chiara, ed è che voi rifiutate la mia alleanza.

— No signore, sospendo la mia risoluzione, ecco tutto.

— Ma non avrete però la pretensione, credo, che mi abbia a sottoscrivere ai vostri capricci, al punto d’aspettare tranquillamente ed umilmente il ritorno del vostro favore?

— Allora sig. conte, se non potete aspettare, consideriamo i nostri disegni come non fatti.

Il conte si morse le labbra fino al sangue per non irrompere, come lo avrebbe portato a fare la sua indole superba ed irritabile: però, conoscendo che in simile congiuntura il ridicolo sarebbe caduto dalla parte di lui, aveva già cominciato ad accostarsi alla porta del salotto, allorchè, pentendosi, ritornò addietro. Una fosca nube era passata sulla sua fronte, lasciandovi invece di offeso orgoglio una vaga inquietezza. — Vediamo, diss’egli, caro Danglars, noi ci conosciamo da molti anni, e per conseguenza dobbiamo averci dei riguardi l’un per l’altro. Voi mi dovete una spiegazione, ed è che almeno io sappia a qual disgraziato avvenimento mio figlio debba la perdita delle vostre buone intenzioni a suo vantaggio.

— Non è un affare personale al visconte, ecco tutto ciò che posso dirvi, rispose Danglars, che ritornava impertinente vedendo Morcerf addolcirsi.

— Ed a chi dunque è personale? domandò con voce alterata Morcerf, la cui fronte si coprì di pallore.

Danglars al quale non isfuggiva veruno di questi sintomi, fissò su lui uno sguardo più sicuro di quello che non era solito di fare: — Ringraziatemi, se non mi spiego maggiormente, diss’egli.

Un tremito nervoso, che senza dubbio veniva dalla collera trattenuta, agitava Morcerf:

— Ho il diritto, rispose questi facendo un violento sforzo su se stesso, di esigere che vi spieghiate: è dunque contro la sig.ª de Morcerf che avete qualche cosa? È la mia fortuna che non è sufficiente? Son forse le mie opinioni, che essendo contrarie alle vostre...

— Niente di tutto queste, signore, disse Danglars; sarei imperdonabile, perchè mi sono impegnato conoscendo tutto ciò. No, non cercate di più, son mortificato di costringervi a fare questo esame di coscienza; fermiamoci qui, credetemi. Prendiamo un termine medio di dilazione, che non sia nè una rottura, nè un impegno. Niente ne sollecita; mio Dio! mia figlia ha 17 anni, e vostro figlio ventuno. Nella nostra fermata il tempo passerà; condurrà gli avvenimenti, le cose che sembrano oscure oggi, possono divenir chiare domani; qualche volta con una parola in un giorno cadono le più crudeli calunnie.

— Calunnie, diceste, signore? gridò Morcerf diventando livido. Son forse calunniato?

— Sig. conte, vi dico di non spiegarci di più.

— Mi abbisognerà soffrir tranquillamente questo rifiuto?

— Penoso soprattutto per me, perchè io contava sull’onore della nostra alleanza, ed un matrimonio andato a monte, fa sempre, più torto alla fidanzata che al fidanzato.

— Sta bene, signore, non ne parliamo più, disse Morcerf. — E, strofinando i guanti per la rabbia, uscì dall’appartamento. Danglars notò che neppure una sola volta Morcerf aveva osato di domandare, se il matrimonio andava a monte per causa sua. La sera egli ebbe una lunga conferenza con molti amici, ed il sig. Cavalcanti, che si era costantemente fermato nel salotto delle signore, uscì l’ultimo dalla casa del banchiere. La dimane svegliandosi, Danglars domandò i giornali che gli furono tosto portati: egli ne scartò tre o quattro, e prese l’Imparziale; quello di cui Beauchamp era il redattore. Ruppe rapidamente le fascette, l’aprì con una precipitazione nervosa, passò sdegnosamente sul premier Paris, e giunto ai fatti diversi, si fermò col suo finissimo sorriso sopra un periodo fra-lineato, che cominciava con queste parole:

«Ci scrivono da Giannina.

— Buono, diss’egli dopo di averlo letto; ecco un piccolo principio d’articolo sul colonnello Fernando, che, secondo tutte le probabilità, mi dispenserà dal dare delle spiegazioni al sig. conte di Morcerf. — Nello stesso momento, vale a dire mentre suonavano le nove del mattino, Alberto de Morcerf, vestito di nero, abbottonato metodicamente, col portamento agitato, si presentò alla casa dei Campi-Elisi.

— Il sig. conte è uscito, sarà mezz’ora, disse il portinaro.

— Ha egli condotto seco Battistino? domandò Morcerf.

— No, signore. — Chiamate Battistino, voglio parlargli.

Il portinaro andò in persona a cercare il cameriere, ed un momento dopo ritornò con lui. — Vi chiedo scusa, disse Alberto, della mia indiscretezza, ma ho voluto domandare a voi stesso, se il vostro padrone è realmente uscito.

— Sì, signore, riprese Battistino. — Anche per me?

— So quanto il mio padrone è contento di ricevere il signore, e mi guarderei bene di confonderlo in una misura generale.

— Tu hai ragione, perchè debbo parlargli di un affare serio. Credi che tarderà a ritornare?

— No, perchè ha ordinata la colazione per le dieci.

— Bene, vado a fare un giro ai Campi-Elisi, alle dieci sarò qui; se il sig. conte rientra prima di me, ditegli che lo prego di aspettarmi.

— Non mancherò, il signore può stare tranquillo.

Alberto lasciò alla porta del conte il cabriolet di piazza che aveva preso, ed andò a passeggiare a piedi. Passando davanti al viale delle Vedove credè riconoscere i cavalli del conte, ch’erano fermi davanti alla porta del tiro di bersaglio di Gosset; si avvicinò, e dopo aver riconosciuti i cavalli, riconobbe il cocchiere: — Il sig. conte è al tiro del bersaglio? gli domandò Morcerf. — Sì, signore, rispose il cocchiere. — Infatto molti colpi regolari si eran fatti sentire da che Morcerf si era accostato al bersaglio. Egli entrò. Nel primo giardino stava il servitore. — Perdono, diss’egli, ma il sig. Visconte abbia la bontà di aspettare un momento.

— E perchè questo, Filippo? domandò Alberto, ch’essendo uno di quelli che frequentavano spesso quel luogo, si meravigliava di questo ostacolo che non capiva.

— Perchè la persona che si esercita in questo momento, ha preso il bersaglio a sè, e non tira mai in presenza di altri.

— Neppure presente voi, Filippo?

— Vedete, signore, sono alla porta.

— E chi gli carica le pistole? — Il suo domestico.

— Un moro? — Sì, un nero.

— È lui. — Voi dunque conoscete questo signore?

— Vengo a cercarlo; è un mio amico.

— Oh! allora è un’altra cosa; entrerò per prevenirlo.

E Filippo spinto dalla propria curiosità, entrò nella capanna di assi. Un secondo dopo Monte-Cristo comparve solo sulla soglia. — Perdono di perseguitarvi fin qui, mio caro conte disse Alberto; ma comincio dal dirvi, che non è colpa della vostra servitù, e che io solo sono l’indiscreto. Mi sono presentato alla vostra abitazione, e mi fu detto che eravate a passeggiare, ma che sareste rientrato alle dieci per fare colazione. Mi sono messo a passeggiare io pure per aspettare le dieci, e passeggiando ho riconosciuto i vostri cavalli e la vostra carrozza.

— Ciò che mi dite, mi fa sperare che venghiate a chiedermi una colazione. — No, grazie, non si tratta di far colazione a quest’ora: forse la faremo più tardi, ma in cattiva compagnia, per bacco!

— Che diavolo mi dite? — Mio caro conte, oggi mi batto.

— Voi? e per far che? — Per battermi, per bacco!

— Sì, capisco bene, ma a cagione di che? Ci si batte per tante cause, capite bene.

— Per causa d’onore.

— Ah! quest’è serio.

— Tanto serio, che vengo a pregarvi di farmi un favore.

— E quale? — Quello di essere mio testimonio.

— Allora ciò diventa grave, non ne parliamo qui; ritorniamo a casa mia. Alì, dammi dell’acqua.

Il conte rovesciò le maniche, e passò nel piccolo vestibolo che precedeva il luogo del bersaglio, ed ove coloro che tiravano avevano l’abitudine di lavarsi le mani.

— Entrate dunque, sig. visconte, e vedete una cosa singolare, disse a bassa voce Filippo ad Alberto.

Morcerf entrò. Sulla placca del bersaglio invece di esservi attaccati i segni, vi erano incollate delle carte da gioco.

In distanza, Morcerf credè che fosse un giuoco intero, v’era dall’asso fino al dieci.

— Ah! ah! fece Alberto, eravate in voglia di giuocare al picchetto? — No, era in voglia di fare un giuoco di carte. — E in che modo?

— Sono assi, e due, che voi vedete, e soltanto le mie palle li hanno convertiti in tre, in quattro, in cinque, in sei, in nove, e dieci. — Alberto si avvicinò.

In fatto le palle avevano, a linee egualmente distanti e perfettamente esatte, riempiti i segni mancanti, e forate le carte nel posto ove dovevano essere dipinte.

Andando alla placca, Morcerf raccolse diverse rondinelle che avevano avuta l’imprudenza di passare alla portata delle pistole del conte, e ch’egli aveva abbattute.

— Diavolo! fece Morcerf.

— Che volete, caro visconte, disse Monte-Cristo asciugandosi le mani con biancheria portata da Alì, bisogna bene ch’io occupi i miei momenti d’ozio; ma venite, vi aspetto.

Entrambi montarono nel coupé di Monte-Cristo, che in capo a pochi momenti li depose alla porta n. 30.

Monte-Cristo condusse Morcerf nel suo gabinetto, e gli mostrò una sedia. Tutti e due sedettero.

— Ora parliamo tranquillamente, disse il conte.

— Vedete ch’io sono perfettamente tranquillo.

— Con chi volete battervi? — Con Beauchamp.

— Uno dei vostri amici! — È sempre con amici che uno si batte. — Ma vi vuole almeno una ragione.

— E ne ho una. — E che vi ha fatto?

— Vi è nel suo giornale di ieri sera... Ma prendete, leggete. — Alberto stese a Monte-Cristo un giornale ove lesse queste parole;

«Ci scrivono da Giannina: — Un fatto fin qui ignorato, o per lo meno inedito, è giunto a nostra conoscenza: le fortezze che difendevano la città sono state vendute ai Turchi da un uffiziale francese, nel quale il Visir Alì-Tebelen aveva riposta tutta la sua confidenza, e che si chiamava Fernando».

— Ebbene! disse Monte-Cristo, e che cosa vi è che vi urti? che importa a voi che i forti di Giannina siano stati venduti da un uffiziale francese per nome Fernando?

— M’importa, perchè mio padre, il conte de Morcerf, si chiama Fernando per nome di battesimo.

— E vostro padre serviva Alì-Pascià?

— Vale a dire ch’egli combatteva per l’indipendenza della Grecia; ecco dov’è la calunnia.

— A noi, caro visconte, parliamo ragionevolmente; ditemi un po’, chi diavolo sa in Francia che l’uffiziale Fernando è lo stesso nome del conte di Morcerf, o chi si occupa a quest’ora di Giannina che è stata presa nel 1822 o 1823, io credo?

— Ecco precisamente dov’è la perfidia: si è lasciato passarvi sopra il tempo, poi oggi si ritorna sur avvenimenti dimenticati per farne uscire uno scandalo che può ledere un’alta posizione. Ebbene! erede del nome di mio padre, non voglio che vi ondeggi neppure un’ombra di sospetto: invierò a Beauchamp, il cui giornale ha pubblicata questa nota, due testimoni, ed egli la ritratterà.

— Beauchamp nulla ritratterà. — Allora ci batteremo.

— No, non vi batterete, perchè Beauchamp vi risponderà che nell’esercito greco potevano esservi cinquanta uffiziali che si chiamavano Fernando.

— Noi ci batteremo ad onta di questa risposta... oh! voglio che questa sparisca... Mio padre, un sì nobile soldato, una così illustre carriera...

— Ovvero, disse il conte, egli metterà: «Noi abbiamo tutto il fondamento di credere che questo Fernando non abbia niente di comune col conte di Morcerf, il cui nome di battesimo è egualmente Fernando.»

— Mi abbisogna una ritrattazione piena ed intera; io non mi contenterei di questa!

— E volete mandargli i vostri testimoni? — Sì.

— Avete torto.

— Vale a dire mi negate il favore che veniva a chiedervi.

— Ah! conoscete le mie teorie sul duello, vi ho fatta la mia proposta a Roma: ve ne ricordate?

— Però, caro conte, questa mattina, anzi poco fa, vi ho trovato nell’esercizio di una occupazione che non sta in armonia colle vostre teorie.

— Perchè, mio caro, non bisogna mai essere esclusivi. Quando si vive con pazzi, bisogna pur anche fare il noviziato da insensato; da un momento all’altro qualche cervello bollente, che non avrà maggior ragione di muovermi querela di quel che voi ne abbiate di cercar querela con Beauchamp, mi verrà a trovare per la prima frivolezza fatta, o mi manderà i suoi testimoni, o m’insulterà in un luogo pubblico: ebbene! questo cervello bollente bisogna bene che io lo uccida.

— Ammettete dunque che voi stesso vi battereste? or dunque perchè non volete ch’io mi batta?

— Non dico che non vi dobbiate battere, dico soltanto che il duello è una cosa grave, ed alla quale bisogna riflettere.

— Vi ha egli riflettuto per insultare mio padre?

— S’egli non vi ha riflettuto, e ve lo confessa, non bisogna averla con lui. — Ah! siete troppo indulgente.

— E voi troppo rigoroso. Vediamo, suppongo... ascoltate bene questo, ma non andate in collera per ciò che vi dico! suppongo che il fatto raccontato sia vero...

— Un figlio non deve ammettere una simile supposizione contro l’onore di suo padre.

— Siamo in un’epoca in cui si ammettono tante cose!

— È precisamente il vizio dell’epoca. — Avreste la pretensione di riformarla? — Sì, in rapporto a ciò che mi spetta.

— Eh! mio Dio! che rigorista che siete.

— Io sono così. — Siete inaccessibile ai buoni consigli?

— No, quando mi vengono da un amico.

— E mi credete vostro amico? — Sì.

— Ebbene, prima d’inviare i vostri testimoni a Beauchamp, informatevi. — E da chi? — Per bacco! da Haydée, per esempio. — Immischiare una donna in questo affare! che può ella farvi?

— Per esempio, dichiarare che vostro padre non è entrato per niente nella disfatta e nella morte del suo, ovvero chiarirvi su questo argomento, nel caso che vostro padre avesse avuta la disgrazia.....

— Vi ho già detto, caro conte, che non posso ammettere una simile supposizione. — Rifiutate dunque questo mezzo?

— Lo rifiuto. — Allora un ultimo consiglio.

— Sia! ma l’ultimo. — Voi non lo volete?

— Al contrario ve lo domando.

— Non mandate i vostri testimonii a Beauchamp.

— Come? — Andate voi stesso a ritrovarlo.

— Ciò è contro tutti gli usi.

— Il vostro affare è al di fuori degli affari ordinari.

— E perchè debbo andarvi io stesso, sentiamo?

— Perchè in tal modo la cosa resterà fra voi e Beauchamp: s’egli è disposto a ritrattarsi, bisogna lasciargli il merito della buona volontà, la ritrattazione non per questo sarà men fatta. S’egli rifiuta al contrario, vi sarà tempo di ammettere due estranei al vostro segreto.

— Non saranno due estranei, saranno due amici.

— Gli amici di oggi sono i nemici di domani.

— Oh! per esempio! — Testimonio Beauchamp.

— Così?...

— Così, vi raccomando la prudenza.

— Credete che debba andar io stesso a ritrovare Beauchamp? — Sì, e solo. — Solo?... credo che abbiate ragione.

— Andate, ma farete anche meglio se non vi andate affatto. — È impossibile. — Fate dunque così; sarà sempre meglio di quel che volevate fare.

— Ma, nel caso, che ad onta di tutte le mie cautele, di tutti i miei riguardi, avessi ad avere un duello, mi farete da testimonio?

— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo con una gravità suprema, avete esperimentato che a tempo e luogo son tutto a voi dedicato; ma il servigio che mi chiedete esce dal cerchio di quelli che possa rendervi.

— E perchè? — Forse lo saprete un giorno.

— E frattanto?...

— Domando la vostra indulgenza pel mio segreto.

— Sta bene. Prenderò Franz e Château-Renaud.

— Prendete Franz e Château-Renaud, ed a meraviglia.

— Ma infine, se avrò a battermi, mi darete almeno una piccola lezione di spada o di pistola?

— No, anche questa è una cosa impossibile.

— Che uomo singolare che siete! andate! allora voi non volete immischiarvene per niente?

— Per niente assolutamente. — Non se ne parli più. Addio conte. — Addio, visconte. — Morcerf prese il cappello ed uscì.

Alla porta trovò il suo cabriolet, e, contenendo il meglio che poteva la sua collera, si fece condurre da Beauchamp; questi era all’ufficio del suo giornale. Beauchamp era in uno studio oscuro e polveroso, come sono dalla fondazione tutti gli uffizii dei giornali. Gli fu annunciato Alberto de Morcerf. Si fece ripetere due volte l’annunzio; indi, non convinto ancora, gridò: — Entrate!

Alberto comparve. Beauchamp mandò un’esclamazione di sorpresa vedendo il suo amico oltrepassare i pacchi del giornale, e pestare con un piede male esercitato i giornali di tutte le grandezze che tappezzavano non già il piancito, ma le pietre rosse del suo uffizio.

— Per di qui! caro Alberto! diss’egli stendendo la mano al giovine; qual diavolo vi conduce? siete perduto come il piccolo Poucet, o venite a chiedermi una colazione? Procurate di trovarvi una sedia; osservate, laggiù, vicino a quel girannio.

— Beauchamp, è del vostro giornale che vengo a parlarvi.

— Voi, Morcerf? che desiderate? — Una rettificazione.

— Voi una rettificazione? A proposito di che? Ma sedete.

— Grazie, rispose Alberto per la seconda volta, e con un leggero segno di testa. — Spiegatevi.

— Una rettificazione sopra un fatto che offende l’onore di un membro della mia famiglia, ripigliò Morcerf.

— Via! disse Beauchamp sorpreso. Che fatto? Non può essere.

— Il fatto che vi fu scritto da Giannina. — Da Giannina?

— Sì, da Giannina. Davvero avete l’aria d’ignorare ciò che qui mi conduce?

— Sul mio onore!... Battista, un giornale di ieri.

— È inutile, vi porto il mio. — Beauchamp lesse brontolando: «Ci scrivono da Giannina etc. etc.

— Comprenderete che il fatto è grave, disse Morcerf, quando Beauchamp ebbe finito.

— Quest’uffiziale è un vostro parente?

— Sì, disse Alberto arrossendo.

— Ebbene! che volete che io faccia per aggradirvi? disse Beauchamp con dolcezza.

— Vorrei, caro Beauchamp, che ritrattaste questo fatto.

Beauchamp guardò Alberto con una attenzione, che annunziava certo molta benevolenza: — Vediamo, diss’egli, ciò andrà ad impegnarci in una lunga diceria; perchè una ritrattazione è sempre una cosa grave. Sedetevi; rileggerò queste tre o quattro righe. — Alberto si assise, e Beauchamp rilesse le linee incriminate dal suo amico con più attenzione della prima volta: — Ebbene! lo vedete, disse Alberto con fermezza ed asprezza ancora, si è insultato nel vostro giornale uno della mia famiglia, ed io voglio una ritrattazione.

— Voi... volete? — Sì, voglio.

— Permettetemi di dirvi che non siete parlamentario.

— Non voglio esserlo, replicò il giovine alzandosi: esigo la ritrattazione del fatto che avete annunziato ieri, e l’otterrò: siete abbastanza mio amico, continuò Alberto colle labbra serrate, vedendo che dal canto suo Beauchamp cominciava ad alzare la testa sdegnosa, e come tale mi conoscete, io spero, per comprendere la mia tenacità in simile occasione.

— Se son vostro amico, Morcerf, finirete per farmelo dimenticare, con parole come quelle di poco fa... ma vediamo, non ci disgustiamo, o almeno non ancora... siete inquieto, irritato e punto... vediamo, chi è questo parente che si chiama Fernando?

— È mio padre, disse Alberto, egli stesso, e non altri, il sig. Fernando Mondego, conte di Morcerf, un vecchio militare che ha veduto venti campi di battaglia, e del quale si vogliono coprire le nobili cicatrici col fango impuro raccolto nel ruscello.

— Vostro padre! disse Beauchamp, allora è un altro affare; capisco la vostra indignazione. Rileggiamo adunque.

E tornò a leggere la nota, pesando questa volta ciascuna parola. — Ma dove vedete, domandò Beauchamp, che il Fernando del giornale sia vostro padre?

— In nessun luogo, lo so bene; ma altri lo vedranno. Ed è perciò che voglio che il fatto sia smentito.

Alla parola voglio Beauchamp alzò gli occhi su Morcerf, ed abbassandoli quasi subito, restò un momento pensieroso.

— Voi smentirete questo fatto? ripetè Morcerf con una collera crescente, quantunque sempre concentrata.

— Sì, disse Beauchamp. — Ah! alla buon’ora! disse Alberto. — Ma quando mi sarà assicurato che il fatto è falso.

— In che modo? — Sì, la cosa vale la pena d’essere rischiarata, ed io la rischiarerò.

— Ma che vedete dunque da rischiarare in tutto questo, signore? disse Alberto alterato fuori di ogni misura. Se non credete che sia mio padre, ditelo subito, se credete che sia lui, rendetemi ragione di questa opinione! — Beauchamp guardò Alberto con un sorriso che gli era particolare, e che sapeva prendere la gradazione di tutte le passioni. — Signore, ripetè egli (poichè vi è un signore) se è per domandarmi ragione che siete venuto qui, bisognava farlo dal bel principio, e non venire a parlare di amicizia, e di altre cose oziose, come quelle che ho la pazienza di ascoltare da più di mezz’ora. È su questo terreno che dobbiam d’ora in avanti camminare?

— Sì, se non ritrattate l’infame calunnia!

— Un momento! non fate minacce, se vi piace, sig. Alberto Mondego visconte de Morcerf; non ne tollero dai nemici, molto meno dai miei amici; dunque volete che smentisca il fatto sul generale Fernando, fatto al quale non ho, sul mio onore, avuta alcuna parte.

— Sì, voglio! disse Alberto, la cui testa cominciava ad esaltarsi. — Senza di che ci batteremo? continuò Beauchamp colla medesima calma. — Sì, riprese Alberto alzando la voce.

— Ebbene! disse Beauchamp, ecco la mia risposta, caro signore: questo fatto non è stato inserito da me, non lo conosceva; ma voi avete, colla vostra dimostrazione, attirata la mia attenzione su di esso; ella vi ci si attacca; sussisterà adunque fin che non sia smentito, o confermato da chi di diritto.

— Signore! disse Alberto alzandosi, avrò dunque l’onore di mandarvi i miei testimoni, discuterete con loro sul luogo e sulle armi. — Perfettamente, caro signore.

— E questa sera se vi piace, o domani mattina al più tardi, c’incontreremo.

— No! no! sarò sul terreno quando abbisognerà, ed a mio avviso (ho il diritto della scelta poichè sono stato io che ho ricevuto la sfida) l’ora non è ancor giunta. So che tirate benissimo di spada, io la tiro passabilmente; so che cogliete tre colpi sopra cinque nel nero del bersaglio, questa forza è quasi eguale alla mia; so che un duello fra noi sarà un duello serio, perchè voi siete coraggioso, ed io... io lo sono altrettanto. Non voglio dunque espormi ad uccidervi, o ad essere ucciso io stesso da voi, senza una causa. Sono io, che vado, a mia volta a piantare la questione ca-te-go-ri-ca-men-te. Esigete voi questa ritrattazione al punto di uccidermi se non la faccio, quantunque vi ho detto, vi ho ripetuto, quantunque vi ho affermato sul mio onore che non conosceva il fatto, quantunque vi dichiaro finalmente che è impossibile a tutt’altro che a un don Japhet come voi d’indovinare il conte di Morcerf sotto questo nome di Fernando? — Lo esigo assolutamente.

— Ebbene! caro signore, acconsento a tagliarmi la gola con voi, ma voglio tre settimane; fra tre settimane mi troverete per dirvi... «sì, il fatto è falso, lo cancello,» ovvero... «sì il fatto è vero, e cavo la spada dal fodero, o le pistole dall’astuccio a vostra scelta.»

— Tre settimane, gridò Alberto, ma son tre secoli durante i quali son disonorato.

— Se foste rimasto mio amico vi avrei detto: pazienza amico; voi vi siete fatto mio nemico, ed io vi dico: che importa a me, signore?

— Ebbene! fra tre settimane, sia! disse Morcerf. Ma pensateci bene, non vi sarà dilazione, nè sotterfugio che possa dispensarvi...

— Sig. Alberto de Morcerf, disse Beauchamp alzandosi anch’egli, non posso gettarvi dalla finestra, che fra tre settimane, vale a dire fra ventuno giorni, e voi non avete il diritto d’insultarmi che allora; siamo ai 29 agosto, ai 19 adunque del mese di settembre. Fin là, credetemi, ed è un consiglio da gentiluomo che vi do, risparmiamoci gli abbaiamenti di due cani mastini incatenati ad una certa distanza. — E Beauchamp, salutando gravemente il giovine, gli voltò le spalle ed entrò nella stamperia. Alberto si vendicò sopra una fila di giornali, che disperse frustandoli a colpi di bastone, dopo di che partì, non senza essersi voltato due o tre volte verso la porta della stamperia. Mentre che frustava il davanti del suo cabriolet, dopo aver frustate le innocenti carte, Alberto scoprì, traversando il baluardo, Morrel, che col naso all’aria, l’occhio svegliato, e le braccia sciolte, passava davanti ai bagni chinesi, venendo dalla parte di San Martino, e andando da quella della Maddalena. — Ah! diss’egli sospirando, ecco un uomo felice.

Per caso Alberto non s’ingannava.

LXXVIII. — LA LIMONATA.

Infatto Morrel era molto felice. Il sig. Noirtier lo aveva mandato a cercare, ed aveva tanta fretta di sapere ciò che voleva, che non aveva preso il cabriolet, fidandosi molto più delle sue gambe, che di quelle di un cavallo di piazza; egli dunque era partito correndo dalla strada Meslay, e si portava al sobborgo Sant’Onorato. Morrel camminava con un passo ginnastico, ed il povero Barrois lo seguiva alla meglio. Morrel aveva trentun’anno, Barrois ne aveva sessanta; Morrel era ebbro d’amore, Barrois era alterato dallo eccessivo calore. Questi due uomini, così divisi d’interessi e di età, rassomigliavano alle due linee che formano un triangolo, allontanate alla base, e riunite alla sommità.

La sommità era Noirtier, il quale aveva inviato a cercare Morrel, raccomandandogli di far presto, raccomandazione che Morrel seguiva alla lettera con gran disperazione di Barrois. Giungendo, Morrel non era neppure riscaldato; l’amore somministra le ali; ma Barrois, che da lungo tempo non era più innamorato, Barrois nuotava. Il vecchio servitore fece entrare Morrel dalla porta segreta, chiuse quella del gabinetto, e ben presto lo strofinare di una veste sul piancito annunziò la visita di Valentina, bella da incantare sotto il suo abito di lutto. Il sogno diveniva così dolce, che Morrel avrebbe fatto anche a meno di conversare col sig. Noirtier; ma la poltrona del vecchio rotolò ben presto sul pavimento, ed egli entrò. Noirtier accolse con uno sguardo benevolo, i ringraziamenti che Morrel gli prodigava per quella maravigliosa intervenzione che aveva salvati Valentina e lui dalla disperazione. Indi lo sguardo di Morrel andava a provocare, sul nuovo favore che gli veniva accordato, la giovinetta che, timida e assisa lungi da Morrel, aspettava di essere costretta a parlare. Noirtier la guardò anch’egli.

— Bisogna dunque che io dica ciò di che mi avete incaricata? domandò ella.

— Sì, fece Noirtier.

— Sig. Morrel, il mio buon papà Noirtier aveva mille cose a dirvi, che da tre giorni egli ha detto a me; oggi vi manda a cercare perchè io ve le ripeta; ve le ripeterò adunque, poichè mi ha scelta per suo interprete, senza cangiare una parola alle sue intenzioni.

— Oh! io ascolto con molta impazienza, rispose il giovine.

Valentina abbassò gli occhi; questo fu un presagio che parve dolce a Morrel. Valentina non era debole che nella felicità. — Mio padre vuol lasciare questa casa, diss’ella; Barrois si occupa di cercargli un appartamento conveniente.

— Ma voi, madamigella, disse Morrel, voi che siete così cara, e così necessaria al sig. Noirtier....?

— Io, riprese la giovanetta, non lascerò punto mio nonno, è una cosa già convenuta fra lui e me. Il mio appartamento sarà vicino al suo; o avrò il consenso del sig. de Villefort per andare ad abitare col nonno, o me lo rifiuterà: nel primo caso parto fin da questo momento; nel secondo, aspetto la mia maggior età, che viene fra dieci mesi. Allora sarò libera, avrò una fortuna indipendente, e...

— E?... domandò Morrel. — E colla autorizzazione del mio nonno, manterrò la promessa che vi ho fatta.

Valentina pronunciò queste ultime parole con voce sì bassa, che Morrel non avrebbe potuto intenderle senza l’interesse che aveva a divorarle. — Non è questo il vostro pensiero buon papà? aggiunse Valentina indirizzandosi a Noirtier. — Sì, fece il vecchio.

— Una volta in casa del mio nonno, il sig. Morrel potrà venire a vedermi in presenza di questo buono e degno protettore: se il legame che unisce i nostri cuori, forse ignoranti o capricciosi, che aveva cominciato a formare, sembra convenevole, e offre delle garenzie di futura felicità alla nostra esperienza (ahimè! si dice, i cuori infiammati dagli ostacoli si raffreddano nella sicurezza) allora il sig. Morrel potrà domandarmi a me stessa, io lo aspetterò.

— Oh! gridò Morrel, tentato d’inginocchiarsi davanti al vecchio, oh! che ho mai fatto di bene nella mia vita da meritarmi tanta felicità?

— Fin là, continuò la giovinetta con la sua voce pura e severa, rispetteremo le convenienze, la stessa volontà dei nostri parenti, purchè non tenda a separarci per sempre; in una parola, e io ripeto questa parola perchè dice tutto, noi aspetteremo.

— Ed i sacrifici che questa parola impone, disse Morrel, io giuro di compierli, non già con rassegnazione, ma con felicità.

— Così, continuò Valentina con uno sguardo dolce al cuore di Massimiliano, non più imprudenze, amico mio, non mettete a cimento quella che da questo momento si considera come destinata a portare onorevolmente e degnamente il vostro nome. — Morrel si appoggiò la mano sul cuore.

Frattanto Noirtier li guardava entrambi con tenerezza. Barrois, che era rimasto nel fondo come un uomo a cui non si ha niente a nascondere, sorrideva asciugandosi le grosse gocce d’acqua che gli cadevano dalla calva fronte.

— Oh! mio Dio, come è riscaldato questo buon Barrois, disse Valentina.

— Ah! disse Barrois, è perchè ho corso bene, ma il sig. Morrel, debbo rendergli questa giustizia, correva ancor più di me. — Noirtier indicò coll’occhio una sottocoppa sulla quale era preparata una bottiglia di limonata, ed un bicchiere.

Ciò che mancava nella bottiglia era stato bevuto mezz’ora prima dal sig. Noirtier.

— Prendi, buon Barrois, disse la giovanetta, prendi che già vedo che tu covi con gli occhi questa bottiglia smezzata.

— Il fatto è, disse Barrois, che muoio di sete, e che io beverò ben volentieri un bicchiere di limonata alla vostra salute.

— Bevi dunque, disse Valentina, e ritorna subito.

Barrois portò via la sottocoppa, ed appena fu nel corridore, a traverso alla porta che aveva dimenticato di chiudere, fu veduto rovesciare indietro la testa per vuotare il bicchiere che Valentina gli aveva empito. — Valentina e Morrel si facevano i loro addii in presenza di Noirtier, quando s’intese risonare il campanello della scala di Villefort.

Questo era il segnale di una visita. Valentina guardò l’orologio a pendolo. — È mezzogiorno, diss’ella, e oggi è sabato buon papà, questi senza dubbio è il dottore.

Noirtier fece segno indicante che di fatto doveva essere lui.

— Egli vien qui, bisogna che il sig. Morrel se ne vada, non è vero, buon papà? — Sì, rispose il vecchio.

— Barrois! chiamò Valentina; Barrois! venite!

— Barrois vi accompagnerà fino alla porta, disse Valentina a Morrel; ed ora ricordatevi una cosa, sig. ufficiale, ed è che il mio buon papà vi raccomanda di non tentare alcuna dimostrazione capace di mettere a rischio la nostra felicità.

— Ho promesso di aspettare, ed aspetterò.

In questo momento entrò Barrois.

— Chi ha suonato? domandò Valentina.

— Il sig. dottore d’Avrigny, disse Barrois traballando sulle gambe.

— Ebbene che avete dunque, Barrois? domandò Valentina.

Il vecchio non rispose, guardava il padrone con occhi stravolti, mentre che con la sua mano increspata cercava un appoggio per rimanere in piedi.

— Ma egli sta per cadere! gridò Morrel. In fatto il tremito da cui Barrois era preso aumentava gradatamente; i tratti del viso, alterati dai movimenti convulsivi dei muscoli della faccia, annunziavano un assalto nervoso assai intenso.

Noirtier, vedendo Barrois così sconvolto, moltiplicava gli sguardi nei quali si dipingevano, intelligibili e palpitanti, tutte le emozioni che agitavano il cuore dell’uomo. Barrois fece qualche passo verso il padrone. — Ah! mio Dio! mio Dio! signore! diss’egli, ma che ho dunque?... io soffro.... non ci vedo più... mille punte di fuoco mi attraversano il cranio. Oh! non mi toccate, non mi toccate!

Infatto gli occhi divennero sporgenti ed incerti, la testa si rovesciava in dietro, mentre che la parte inferiore del corpo si irrigidiva. Valentina spaventata mandò un grido, Morrel la prese nelle braccia come per difenderla da un qualche sconosciuto periglio.

— Sig. d’Avrigny! sig. d’Avrigny! gridò Valentina con voce soffocata, a noi! al soccorso! — Barrois girò su sè stesso, fece tre passi in addietro, vacillò, e venne a cadere ai piedi di Noirtier, sul ginocchio del quale appoggiò la mano gridando: — Mio padrone! mio padrone! — In questo mentre il sig. de Villefort, attirato dalle grida, comparve sulla soglia della camera. Morrel lasciò Valentina a metà svenuta, e gettandosi in addietro, si nascose nell’angolo della camera, e disparve dietro una tenda. Pallido come se avesse veduto uno spettro sorgere davanti a sè, egli attaccò uno sguardo di ghiaccio sull’infelice moribondo. Noirtier bolliva d’impazienza e di terrore; la sua anima volava in soccorso al povero vecchio, suo amico piuttosto che domestico. Si vedeva il combattimento terribile della vita e della morte tradursi sopra la sua fronte dal gonfiamento delle vene e la contrazione di qualche muscolo rimasto vivo intorno ai suoi occhi.

Barrois colla faccia agitata, gli occhi iniettati di sangue, il collo rovesciato in addietro, giaceva battendo il pavimento con le mani, mentre che al contrario le sue gambe intirizzite sembravano doversi rompere piuttosto che piegarsi.

Una leggera schiuma gli colava dalle labbra e respirava affannosamente. Villefort stupefatto restò un minuto cogli occhi fissi su questo quadro, che attirò i suoi sguardi dal primo entrare nella camera. Egli non vide Morrel: — Dottore! gridò slanciandosi verso la porta, venite venite!

— Signora! signora! gridò Valentina chiamando sua matrigna, ed urtando nelle pareti della scala, venite! e portate la vostra boccettina di sali.

— Che cosa è? domandò la voce metallica e sostenuta della signora de Villefort. — Oh! venite! venite!

— Ma dov’è dunque il dottore? gridò Villefort; dov’è?

La sig.ª de Villefort discese lentamente; si sentivano scricchiolare le assi sotto i suoi piedi. Con una mano teneva il fazzoletto col quale si asciugava il viso, coll’altra la boccettina del sale inglese. Il suo primo sguardo giungendo alla porta fu per Noirtier, il suo sembiante, salva l’emozione ben naturale in una simile congiuntura annunziava una salute costante; il suo secondo colpo d’occhio si abbattè nel moribondo. — Ha mangiato da poco? domandò la sig.ª de Villefort eludendo la domanda.

— Ma in nome del cielo, signora; dov’è andato dunque il dottore? È entrato da voi. Questa è una apoplessia, come vedete bene, che con una cavata di sangue si può salvare. — Ella impallidì, ed il suo occhio trabalzò, per così dire, dal servitore sul padrone. — Signora, disse Valentina, egli non ha fatto colazione, ma ha corso molto questa mattina per eseguire una commissione di cui l’avea incaricato mio nonno. Al ritorno soltanto ha preso una limonata.

— Ah! fece la signora de Villefort, perchè non ha preso del vino? è molto cattiva la limonata.

— La limonata era là sotto la sua mano, nella bottiglia del buon papà; il povero Barrois aveva sete, ha bevuto ciò che ha trovato. — La sig.ª de Villefort fremette, Noirtier la circondò di uno sguardo profondo.

— Egli ha il collo così corto! disse ella.

— Signora, disse Villefort, vi domando dov’è il sig. d’Avrigny, in nome del cielo, rispondete!

— È nella camera di Edoardo che si trova un po’ incomodato, disse la sig.ª de Villefort che non poteva eludere più lungamente. — Villefort si slanciò per la scala per andarlo a cercare egli stesso. — Prendete, disse la giovane sposa dando la boccettina a Valentina, risalgo nelle mie stanze poichè non posso sopportare la vista del sangue.

Ed ella seguì suo marito. Morrel uscì dall’angolo oscuro dove si era ritirato, ed ove non era stato veduto da alcuno, tanto era grande la preoccupazione.

— Partite presto, Massimiliano! gli disse Valentina, ed aspettate che io vi richiami. Andate!

Morrel consultò Noirtier con un gesto. Noirtier, che aveva conservato tutta la sua prontezza d’animo gli fece segno di sì.

Egli si strinse la mano di Valentina contro il cuore, ed uscì dal corridore nascosto. Nello stesso tempo Villefort ed il dottore rientravano dalla parte opposta.

Barrois cominciava a ritornare in sè: la crisi era passata, la parola ritornava gemente, ed egli si sollevava sur un gomito. D’Avrigny e Villefort portarono Barrois sopra un sofà. — Che cosa ordinate, dottore? domandò Villefort.

— Che mi si porti dell’acqua, e dell’etere. Ne avete in casa? — Sì. — Che si corra a cercarmi dell’olio di trementina e dell’emetico.

— Andate! disse Villefort.

— E frattanto che tutti si ritirino, disse il dottore.

— Io pure? domandò timidamente Valentina.

— Sì, madamigella, voi sopra tutti! disse bruscamente il dottore. — Valentina guardò il sig. d’Avrigny con meraviglia, baciò in fronte il sig. Noirtier, ed uscì. Dietro a lei il dottore chiuse la porta con aria cupa. — Osservate! osservate dottore, eccolo che rinviene; questo non era che un attacco di poca importanza. — D’Avrigny, sorrise con aria cupa:

— Come vi sentite, Barrois?

— Un poco meglio, signore.

— Potete bere un bicchier di etere?

— Mi proverò, ma non mi toccate. — Perchè?

— Perchè mi sembra che se mi toccaste, foss’anche colla sola punta di un dito, l’accesso mi ritornerebbe.

— Bevete. — Barrois prese il bicchiere, se l’avvicinò alle labbra violette, e ne vuotò circa la metà.

— Dove soffrite? domandò il dottore.

— Da per tutto; provo spaventosissimi crampi.

— Avete dei bagliori alla vista? — Sì.

— Del tintinnio alle orecchie? — Spaventoso.

— Quando vi è cominciato? — Momenti sono.

— Rapidamente? — Come il fulmine!

— Niente ieri? ieri l’altro? — Niente.

— Neppure sonnolenza? peso? — No.

— Che avete mangiato quest’oggi?

— Non ho mangiato niente, ho bevuto soltanto un po’ di limonata del signore, ecco tutto. — E Barrois fece con la testa un segno per indicare Noirtier, che immobile, nel suo seggio, contemplava questa terribile scena, senza perderne un movimento, senza lasciare sfuggire una parola.

— Dov’è la limonata? domandò vivamente il dottore.

— Nella caraffa in cucina.

— Volete che vada a cercarla? domandò Villefort.

— No, restate qui, e procurate di far bere al malato il restante di questo bicchier d’acqua. — Ma questa limonata...

— Vi vado io stesso. — D’Avrigny fece un salto, aprì la porta, si slanciò dalle scale, e poco mancò che non rovesciasse la sig.ª de Villefort, che pur discendeva in cucina.

Ella mandò un grido. D’Avrigny non vi fece neppure attenzione, trasportato come era dalla possanza di una sola idea; saltò i tre o quattro ultimi scalini, e scoperse la bottiglia per tre quarti vuota sulla sua sottocoppa.

Vi piombò sopra, come un’aquila sulla sua preda.

Anelante, risalì al pian terreno, e rientrò nella camera.

La sig.ª de Villefort risaliva lentamente la scala che conduceva da lei. — Era veramente questa bottiglia quella che era qui? domandò d’Avrigny. — Sì, signor dottore.

— Questa limonata è la stessa che avete bevuta?

— Lo credo.

— Che gusto ci avete sentito? — Un gusto amaro.

Il dottore versò qualche goccia di limonata nel concavo della mano, l’aspirò colle labbra, e dopo averne sciacquata le bocca come si fa quando si vuole gustare il vino, sputò il liquido nel caminetto.

— È la stessa, diss’egli. E voi sig. Noirtier ne avete bevuto?

— Sì, fece il vecchio. — Avete trovato il medesimo gusto amaro? — Sì, fece il vecchio.

— Ah! signor dottore, gridò Barrois, ecco che mi riprende! mio Dio, signore, abbiate pietà di me!

Il dottore corse al malato: — Questo emetico, Villefort, guardate se viene.

Villefort si slanciò gridando: — L’emetico! l’emetico! l’hanno portato? — Nessuno rispose. Il terrore più profondo regnava nella casa. — Se io avessi un mezzo di soffiargli dell’aria nei polmoni, disse d’Avrigny, guardando intorno a lui, avrei il mezzo di prevenire l’asfissia. Ma no! niente, niente!

— Ah! signore, gridava Barrois, mi lascerete morire senza soccorso, oh! io moro! mio Dio! io moro!

— Una penna! una penna! domandò il dottore; ne vide una sulla tavola. Egli tentò d’introdurre la penna nella bocca del malato, che faceva in mezzo alle sue convulsioni, inutili sforzi per vomitare; le mascelle erano talmente strette che la penna non potè passarvi. Barrois era in preda ad un assalto nervoso anche più intenso del primo. Era scivolato dal sofà, e si contorceva sul pavimento.

Il dottore lo lasciò in preda a questo accesso, al quale non poteva portare sollievo alcuno, e ritornando a Noirtier:

— Come vi sentite? gli disse precipitosamente, e sotto voce; bene? — Sì.

— Leggero di stomaco, o pesante? leggero? — Sì.

— Come quando pigliate la pillola che vi fo dare tutte le domeniche? — Sì.

— Barrois ha fatto la vostra limonata? — Sì.

— Siete stato voi che l’avete sollecitato a beverne? — No.

— È stato il sig. de Villefort? — No.

— La signora? — No.

— Fu dunque Valentina allora? — Sì.

Un sospiro di Barrois, uno sbadiglio che gli faceva scricchiolare le ossa della mascella, richiamarono l’attenzione di d’Avrigny; egli lasciò il sig. Noirtier, e corse al malato: — Barrois, gli disse, potete parlare?

Barrois balbettò qualche parola inintelligibile.

— Fate uno sforzo, amico mio. — Barrois riaprì gli occhi sanguinolenti. — Chi ha fatto la limonata? — Io.

— L’avete subito portata al vostro padrone dopo di averla fatta? — No. — L’avete lasciata in qualche luogo allora.

— In credenza; fui chiamato. — Chi la portò qui?

— Madamigella Valentina.

D’Avrigny si battè la fronte: — Oh! mio Dio! mio Dio!

— Dottore! gridò Barrois che sentiva avvicinarsi un terzo accesso.

— Ma non porteran dunque l’emetico? gridò il dottore.

— Eccone un bicchiere già preparato, disse Villefort rientrando. — Da chi? — Dal giovane della farmacia che è venuto con me. — Bevete.

— Impossibile dottore, è troppo tardi; ho la gola che si restringe! oh! il cuore! la testa... quale inferno!... e dovrò soffrir lungamente così?

— No, disse il dottore, ben presto non soffrirete più.

— Ah! capisco! gridò il disgraziato; mio Dio! abbiate pietà di me! — E gettando un grido, cadde rovesciato in addietro, come colpito dal fulmine. D’Avrigny gli mise una mano sul cuore, gli avvicinò uno specchio alle labbra.

— Ebbene? domandò Villefort.

— Andate a dire in cucina che mi portino subito dello sciroppo di viole. — Villefort discese nel medesimo punto.

— Non vi spaventate sig. Noirtier, disse d’Avrigny; trasporto il malato in un’altra camera per cavargli sangue; davvero questa sorte d’accessi sono un tristo spettacolo da vedersi. — E prendendo Barrois per sotto le braccia, lo trascinò in una camera vicina; ma subito dopo rientrò da Noirtier per prendere il resto della limonata.

Noirtier chiuse l’occhio dritto. — Valentina, n’è vero? volete Valentina? dico subito, che ve la mandino.

Villefort risaliva; d’Avrigny lo incontrò nel corridoio.

— Ebbene? domandò egli. — Venite, disse d’Avrigny.

E lo condusse nella camera.

— Sempre svenuto? domandò il procuratore del Re.

— Egli è morto. — Villefort dette addietro di due o tre passi, congiunse le mani al disopra della testa, e con una commiserazione non equivoca: — Morto così prontamente? diss’egli guardando il cadavere.

— Sì, molto prestamente, è vero! disse d’Avrigny; ma ciò non vi deve maravigliare: il sig. e la sig.ª di Saint-Méran sono morti essi pure così prestamente. Oh! si muore presto in vostra casa, sig. de Villefort.

— Che! gridò il magistrato con un accento d’onore e di costernazione, ritornate a questa terribile idea?

— Sempre, disse d’Avrigny con solennità, perchè essa non mi ha abbandonato un momento; e perchè siate ben convinto che questa volta non m’inganno ascoltatemi bene.

Villefort tremava convulsivamente.

— Vi è un veleno che ammazza senza quasi lasciare traccia veruna. Questo veleno io lo conosco bene, l’ho studiato in tutti gli accidenti che apporta, in tutti i fenomeni che produce. Questo veleno l’ho riconosciuto poco fa in questo povero Barrois, come lo aveva egualmente riconosciuto nella sig.ª di Saint-Méran: vi è un modo di osservarne la presenza: egli ridona il colore blu alla carta di tornasole arrossita con un acido, e tinge in verde lo sciroppo di violette. Noi non abbiamo la carta di tornasole; ma osservate, ecco che portano lo sciroppo di violette che ho domandato.

Infatto si sentivano dei passi nel corridoio; il dottore aprì alquanto la porta, prese dalle mani della cameriera un vaso nel fondo del quale vi erano due o tre cucchiai di sciroppo, e richiuse la porta. — Guardate, diss’egli al procuratore del Re, a cui il cuore batteva sì fortemente, che si sarebbe potuto sentire; ecco in questa tazza lo sciroppo di violette, ed in questa bottiglia il rimanente della limonata bevuta da Noirtier e Barrois. Se la limonata è pura ed inoffensiva, lo sciroppo conserverà il suo colore; se è avvelenata, lo sciroppo deve diventar verde. Osservate!

Il dottore versò lentamente qualche goccia di limonata nella tazza, e si vide nello stesso punto formarsi nel fondo della stessa un cambiamento di colore che da prima prese la gradazione del blu; poi dal zaffiro passò all’opale, e dall’opale allo smeraldo. Giunto a quest’ultimo colore, per così dire, si fissò; l’esperienza non lasciava più alcun dubbio.

— L’infelice Barrois è stato avvelenato colla falsa angustura, o con la noce di S. Ignazio, disse d’Avrigny; ora lo asserirei davanti agli uomini, e davanti a Dio.

Villefort nulla disse; ma alzò le braccia al cielo, aprì gli occhi stravolti, e cadde annientato sopra una sedia.

LXXIX. — L’ACCUSA.

Il sig. d’Avrigny richiamò ben presto a sè stesso il magistrato che sembrava un secondo cadavere in questa funebre camera: — Oh! la morte è nella mia casa, gridò Villefort.

— Dite pure il delitto, ripetè il dottore.

— Sig. d’Avrigny, gridò Villefort, non posso esprimervi tutto ciò che succede in me in questo momento: è spavento, dolore, follia.

— Sì, disse d’Avrigny con una calma imponente, ma credo che sia tempo di mettere una diga a questo torrente di mortalità. In quanto a me, non mi sento capace di poter sopportare più a lungo simile segreto senza la speranza di farne uscir ben presto la vendetta per la società e per le vittime.

Villefort girò attorno a sè un tetro sguardo: — In casa mia!

— Via, magistrato, disse d’Avrigny, siate uomo; interprete della legge, onoratevi con una completa immolazione.

— Voi mi fate fremere, dottore! volete che io mi immoli? precisamente questa è la parola: sospettate dunque qualcuno?

— Non sospetto alcuno; la morte batte alla vostra porta, entra, va, non cieca, ma intelligente com’è, di camera in camera. Ebbene io ne seguo la traccia, ne riconosco il passaggio; adotto la saggezza degli antichi, vado a tastoni, perchè la mia amicizia per la vostra famiglia, il mio rispetto per voi, sono come due bende che mi siano state messe agli occhi; ebbene...

— Oh! parlate, parlate, dottore, avrò coraggio.

— Ebbene! signore, voi avete in casa vostra, nel seno della vostra casa, forse nella vostra famiglia, uno di quegli orribili fenomeni come ciascun secolo ne produce qualcuno. Locusta ed Agrippina, perchè vivevano nel medesimo tempo erano una eccezione che provava il furore della provvidenza per perdere l’impero Romano lordato da tanti delitti. Brunehault e Fredegonda sono i resultati del lavoro penoso di una civilizzazione alla sua genesi, nella quale l’uomo impara ad assopire lo spirito, fosse ancora per inviarlo nelle tenebre. Ebbene, tutte queste donne erano state, o erano ancora giovani e belle. Si era veduto fiorire sulla lor fronte, e sulla fronte fioriva ancora questo stesso fiore d’innocenza che si trova parimente sulla fronte della colpevole che è in vostra casa.

Villefort mandò un grido, congiunse le mani, e guardò il dottore con un gesto supplichevole. Questi però continuò senza pietà: — Guarda a chi è vantaggioso il delitto, dice un assioma di giurisprudenza.

— Dottore; gridò Villefort, ahimè! dottore, quante volte la giustizia degli uomini non si è ingannata sopra queste funeste parole? io non so, ma mi sembra che questo delitto...

— Ah! voi confessate dunque finalmente che vi è delitto?

— Sì, lo riconosco. Che volete? bisogna bene; ma lasciatemi continuare. Mi sembra, diceva, che questo delitto cada soltanto sopra di me, e non sulle vittime: sospetto qualche disastro per me sotto tutti questi strani disastri.

— Oh! uomo, mormorò d’Avrigny, che si mostra il più egoista di tutti gli animali, che vuol credere sempre che la terra giri, che il sole brilli e che la morte si affatichi tutto per lui solo; formica che mormora della provvidenza dall’alto di un filo d’erba! e quelli che hanno perduta la vita, non han perduto qualche cosa? il sig. di Saint-Méran, la sig.ª di Saint-Méran, il sig. Noirtier.

— Come, il sig. Noirtier...

— Sì, credete che si sia voluto uccidere questo disgraziato servitore? no, no... come il Pollonio di Shakespeare, egli è morto per un altro. Il sig. Noirtier doveva bere la limonata, è Noirtier che l’ha bevuta secondo l’ordine logico delle cose... l’altro non l’ha bevuta che per accidente; e quantunque sia stato Barrois quello che è morto, pure era Noirtier quegli che doveva morire.

— Ma allora come va che mio padre non ha sofferto?

— Ve l’ho già detto una sera nel giardino, dopo la morte della sig.ª di Saint-Méran, perchè il suo corpo è divenuto a guisa di uno stesso veleno; perchè la dose per lui insignificante, era mortale per un altro; perchè finalmente nessuno sa, e neppure l’assassino, che da un anno io curo con la brucnina la paralisi del sig. Noirtier, mentre che l’assassino non ignora, e se ne è assicurato con l’esperienza, che la brucnina è un veleno violento.

— Mio Dio! mormorò Villefort contorcendosi le braccia.

— Seguitate la traccia del delinquente; egli uccide il sig. di Saint-Méran... — Oh! dottore!

— Lo giurerei; ciò che mi è stato detto dei sintomi si accorda troppo bene con ciò che ho veduto coi miei proprii occhi.

Villefort cessò di combattere, e mandò un gemito.

— Egli uccide il signore di Saint-Méran, ripetè il dottore, egli uccide la sig.ª di Saint-Méran, doppia eredità da raccogliere (Villefort asciugò il sudore che gli colava dalla fronte).

— Il sig. Noirtier, ripetè con la sua voce implacabile d’Avrigny, il sig. Noirtier aveva non ha guari fatto un testamento contro la vostra famiglia in favore dei poveri; il sig. Noirtier viene risparmiato perchè non si aspetta niente da lui. Ma egli non appena ne ha fatto un secondo, che per timore che si penta e non ne faccia un terzo, vien colpito: il testamento fu fatto ier l’altro, credo; voi lo vedete, non si è perduto tempo.

— Oh! grazia! sig. d’Avrigny.

— Nessuna grazia, signore! il medico ha una missione sacra sulla terra; e per adempirla egli risale fino alle sorgenti della vita, e discende nelle misteriose tenebre della morte. Quando il delitto è stato commesso, sta al medico il dire: eccolo là!

— Grazia per mia figlia, signore! mormorò Villefort.

— Vedete bene che siete stato voi che l’avete nominata, voi, suo padre!

— Grazia per Valentina! ascoltate, è impossibile! amerei meglio accusare me stesso! Valentina, un cuore di diamante, un giglio d’innocenza!

— Nessuna grazia, signor procuratore del Re, il delitto è flagrante. Madamigella de Villefort ha impacchettati colle sue mani i medicamenti che furono inviati al sig. di Saint-Méran, ed il sig. di Saint-Méran è morto. Madamigella de Villefort ha preparato l’orzata alla sig.ª di Saint-Méran, ed ella è morta. Madamigella de Villefort ha preso dalle mani di Barrois, che si è mandato fuori, la bottiglia di limonata che il vecchio ordinariamente vuota nella mattinata, ed il vecchio non è sfuggito, che per un miracolo. Madamigella de Villefort è la colpevole! ella è l’avvelenatrice! sig. procuratore del Re, vi denunzio madamigella de Villefort; fate il vostro dovere!

— Dottore, non resisto più, non mi difendo più, vi credo; ma risparmiate la mia vita, il mio onore!

— Sig. de Villefort, riprese il dottore con una forza crescente, vi sono delle congiunture in cui sorpasso tutti i limiti della sciocca circospezione umana. Se vostra figlia avesse commesso soltanto un primo delitto, e la vedessi meditarne un secondo, vi direi: «avvertitela, punitela, che ella passi il resto della sua vita in un qualche ritiro, in un qualche convento a piangere e pregare.» Se avesse commesso un secondo delitto, vi direi: «prendete, sig. de Villefort, ecco un veleno che non conosce l’avvelenatrice, un veleno che non ha conosciuto antidoto, pronto come il pensiero, rapido come il lampo, mortale come il fulmine; datele questo veleno, raccomandate la sua anima a Dio, e salvate così il vostro onore e i vostri giorni, perchè ora sta a voi il divenire la vittima, ed io la vedo avvicinarsi al capezzale coi suoi sorrisi ipocriti, e le sue dolci esortazioni. Infelice voi, se non siete il primo a percuotere!» ecco ciò che vi direi se ella non avesse ucciso che due persone, ma, ella ha veduto l’agonia di tre, ella ha contemplato tre moribondi, si è inginocchiata vicino a tre cadaveri; al patibolo l’avvelenatrice! al patibolo! Voi parlate del vostro onore? fate ciò che vi dico, e l’immortalità vi aspetta.

Villefort cadde in ginocchio: — Aspettate, diss’egli, io non ho la forza che voi avete, o piuttosto che voi stesso non avreste se, invece di mia figlia Valentina, si trattasse di vostra figlia Maddalena. (Il dottore impallidì.) Dottore, ogni uomo è figlio di donna, è nato per soffrire e morire; dottore, soffrirò, ed aspetterò la morte.

— Ma, disse d’Avrigny, essa sarà lenta... la vedrete avvicinarsi dopo che avrà colpito vostro padre, vostra moglie, e forse vostro figlio ancora.

Villefort, soffocando, strinse il braccio del dottore.

— Ascoltatemi! gridò egli, compiangetemi, soccorretemi.... No, mia figlia.... non è colpevole... Trascinatela davanti ad un tribunale; dirò sempre: no mia figlia non è colpevole... Non vi è delitto in casa mia; perchè allorquando il delitto entra da qualche parte è come la morte: non entra mai solo. Ascoltate, che importa a voi che io muoia assassinato?... Siete mio amico, siete un uomo, avete un cuore?.. No, siete un medico!... Ebbene! ve lo dico, no, mia figlia non sarà trascinata da me nelle mani del carnefice!... Ah! ecco un’idea che mi divora, che mi spinge come un insensato a lacerarmi il petto con le unghie!... E se voi v’ingannaste! se fosse un altro invece di mia figlia!.... Se un giorno venissi pallido come uno spettro a dirvi: Assassino! tu hai uccisa mia figlia! Vedete, se ciò accadesse, son cristiano, sig. d’Avrigny, e ciò nonostante forse mi ucciderei!

— Sta bene, disse il dottore dopo un momento di silenzio, aspetterò. — Villefort lo guardò come se dubitasse ancora delle sue parole. — Soltanto, continuò d’Avrigny con voce lenta e solenne, se qualcuno della vostra casa cade malato, se voi stesso vi sentiste male, non mi chiamate, perchè non verrò più. Io voglio divider con voi questo segreto terribile, ma non voglio che la vergogna ed i rimorsi vadano in me fruttificandosi ed ingrandendosi nella mia coscienza, come il delitto e l’infelicità s’ingrandiranno, e fruttificheranno nella vostra casa.

— Per tal modo dottore, mi abbandonate?

— Sì, perchè non posso più seguirvi, e non mi fermo che ai piedi del patibolo. Verrà qualche altra rivelazione che porterà la fine di questa terribile tragedia. Addio.

— Dottore, ve ne supplico!

— Tutti gli orrori che lordano il mio pensiero mi fanno la vostra casa odiosa e fatale. Addio, signore.

— Una parola, una parola sola ancora dottore! vi ritirate, mi lasciate in tutto l’orrore della situazione, orrore che voi avete aumentato con ciò che mi avete rivelato. Ma che si dirà della morte subitanea di questo vecchio servitore?

— È giusto, accompagnatemi. — Il dottore uscì pel primo, de Villefort lo seguì, i domestici inquieti erano nel corridoio, e sulle scale da dove doveva passare il medico.

— Signore, disse d’Avrigny a Villefort parlando ad alta voce ed in modo che tutti lo sentissero, il povero Barrois era da qualche anno troppo sedentario; abituato in altri tempi a correre col padrone, a cavallo o in carrozza, le quattro parti d’Europa, egli si è ucciso con questo servizio monotono intorno ad una poltrona. Il sangue è divenuto pesante. Egli era grasso, aveva il collo grosso e corto, è stato colpito da una apoplessia fulminante, ed io sono stato avvertito troppo tardi. A proposito, aggiunse egli a bassa voce, abbiate cura di gettare nelle ceneri quella tazza collo sciroppo di violette. — Il dottore, senza toccar la mano di Villefort, senza ritornare su ciò che aveva detto, uscì accompagnato dalle lagrime e dai lamenti di tutte le persone di casa. La sera stessa, tutti i domestici di Villefort che si erano radunati in cucina, e che avevano lungamente parlato fra loro, vennero a domandare alla sig.ª de Villefort il permesso di ritirarsi dal servizio. Nessuna istanza, nessuna proposizione di aumento di paga potè trattenerli; a tutte le parole, essi rispondevano: — Vogliamo andarcene perchè la morte è entrata nella casa. — Essi partiron dunque ad onta delle preghiere che loro furono fatte, testimoniando i loro vivissimi dispiaceri, per dovere abbandonare così buoni padroni, e particolarmente madamigella Valentina tanto buona, tanto benefattrice, tanto affabile; Villefort a queste parole guardò Valentina. Ella piangeva.

Cosa strana! in mezzo all’emozione che gli fecero provare queste lagrime, guardò ancora la sig.ª de Villefort, e gli sembrò che un sorriso fuggitivo e sinistro fosse passato sulle sue labbra sottili, come quelle meteore che si vedono strisciare, funeste fra due nubi nel fondo di un cielo tempestoso.

LXXX. — LA CAMERA DEL FORNAIO IN RITIRO.

La sera stessa del giorno in cui il conte de Morcerf era uscito da Danglars con una vergogna ed un furore, che il rifiuto del banchiere rendè concepibile, il signor Cavalcanti, coi capelli arricciati e lucenti, i baffi appuntati, i guanti bianchi che si modellavano sulle unghie, era entrato, quasi in piedi sul suo phaéton, nel cortile del banchiere della Chaussée-d’Antin.

In capo a dieci minuti di presentazione nel salone, aveva ritrovato il mezzo di confinare Danglars nel vano di una finestra, e là dopo un destro preambolo, aveva esposto i tormenti della sua vita dopo la partenza del nobile suo padre. Dopo questa partenza egli aveva, nella famiglia del banchiere, ove era stato ricevuto come un figlio, trovato tutte le garenzie di felicità, che un uomo deve sempre cercare prima dei capricci della passione; ed in quanto alla passione stessa, aveva avuto la felicità di ritrovarla nei begli occhi di madamigella Danglars. Danglars ascoltava coll’attenzione più profonda; erano già due o tre giorni che aspettava questa dichiarazione, e quando finalmente giunse, il suo occhio si dilatò di tanto, quanto si era corrugato ascoltando Morcerf. Ciò non per tanto non volle accogliere la proposizione del giovine, senza fare qualche osservazione di coscienza: — Sig. Andrea, gli disse, non siete ancora un po’ troppo giovine per pensare ad ammogliarvi?

— Ma no, sig., riprese Cavalcanti; almeno non lo trovo; in Italia i gran signori in generale, si maritano giovini; questo è un costume logico: la vita è così piena di casi, che si deve afferrare la fortuna tosto che passa alla nostra portata.

— Però, signore, disse Danglars, ammettendo che le vostre proposizioni, che mi onorano, siano aggradite da mia moglie e da mia figlia, con chi tratteremo gl’interessi? questo mi sembra un affare importante che i soli padri sanno convenevolmente trattare per la felicità dei loro figli.

— Signore, mio padre è un uomo saggio, pieno di convenienza e di ragione. Egli ha preveduto il caso probabile che io potessi provare il desiderio di stabilirmi in Francia: egli dunque partendo, mi ha lasciato con tutte le carte che contestano la mia identità, ed una lettera, colla quale mi assicura, nel caso che io faccia una scelta che gli sia aggradita, 150 mila lire di rendita dal giorno del mio matrimonio. Da quanto posso giudicare, questo è il quarto delle rendite di mio padre.

— Ma, disse Danglars, ho sempre avuto intenzione di dare a mia figlia 500 mila franchi maritandola; ella inoltre è la mia sola erede.

— Ebbene! disse Andrea, vedete, la cosa sarà per il meglio, supponendo che la mia domanda non sia respinta dalla baronessa Danglars, e da madamigella Eugenia, eccoci alla testa di 165 mila lire di rendita. Supponiamo che io ottenga dal marchese che invece di pagarmi la rendita, mi ceda il capitale (cosa che non sarà facile, lo so bene, ma neppure impossibile), voi farete fruttare questi due o tre milioni, e due o tre milioni fra le vostre abili mani, possono sempre riportare il dieci per cento.

— Io non prendo mai che al quattro, disse il banchiere, ed anche al tre e mezzo. Ma a mio genero prenderò al cinque, e poi divideremo i benefizi.

— Ebbene! a meraviglia, suocero, — disse Cavalcanti lasciandosi trasportare qualche poco da quella volgare natura che ad onta dei suoi sforzi, faceva a quando a quando oscurare la vernice aristocratica con cui cercava di coprirla. Ma ricomponendosi riprese: — Oh! perdono, signore, diss’egli, vedete, la sola speranza mi rende quasi pazzo, che sarebbe dunque la realtà?

— Ma, disse Danglars, che, dal suo canto, non s’accorgeva quanto questa conversazione, disinteressata sulle prime, piegava prontamente all’agenzia d’affari, vi è senza dubbio una porzione della vostra fortuna che vostro padre non può rifiutarvi?

— E quale? domandò il giovine.

— Quella che vi proviene da vostra madre.

— Certamente quella che viene da mia madre Oliva Corsinari.

— E a quanto può ammontare questa fortuna?

— In fede mia, disse Andrea, vi assicuro, che non ho mai fermato il mio pensiero su questo argomento; ma stimo che possa essere per lo meno di due milioni.

Danglars risentì quella specie di soffocamento inebriante che sente o l’avaro che ritrova un tesoro perduto, o l’uomo vicino ad annegarsi che sente sotto i suoi piedi la terra solida invece del vuoto nel quale stava per ingoiarsi.

— Ebbene, signore, disse Andrea salutando il banchiere con un tenero rispetto, posso sperare?...

— Sig. Andrea, disse Danglars, sperate, e credete bene che se nessun ostacolo per parte vostra non arresta l’andamento di questo affare, si può ritenere concluso.

— Ah! mi penetrate di gioia, signore! disse Andrea.

— Ma, riprese Danglars riflettendo, come accade che il sig. conte di Monte-Cristo, vostro protettore in questo mondo parigino, non sia venuto con voi a farmi questa domanda?

Andrea arrossì impercettibilmente: — Io vengo dalla casa del conte, diss’egli: è incontrastabile che egli sia un uomo grazioso, ma è di una originalità inconcepibile; mi ha grandemente approvato, anzi mi ha detto che non credeva che mio padre esitasse a darmi il capitale invece della rendita; mi ha promesso la sua influenza per ottenere questo da lui; ma mi ha dichiarato che personalmente non aveva mai preso, e non prenderebbe mai sopra di sè la garenzia di fare una domanda di matrimonio: debbo rendergli però questa giustizia, si è degnato di aggiungere che, se egli aveva mai deplorata questa repugnanza, era in mio riguardo, poichè pensava che la ideata unione sarebbe felice e bene assortita. Del rimanente, se non vuol fare cosa alcuna officialmente, si riserva a rispondervi, mi ha detto, quando voi gli parlerete...

— Benissimo. — Ora, disse Andrea col suo grazioso sorriso, ho finito di parlare al suocero, e m’indirizzo al banchiere.

— Che volete da lui, vediamo? disse ridendo Danglars.

— Dopo domani devo riscuotere qualche cosa, come quattro mila fr. da voi, ma il conte ha capito che il mese nel quale siamo per entrare mi condurrebbe forse a fare un di più di spese, per le quali la mia piccola rendita da celibe non mi sarebbe sufficiente, ed ecco un bono di ventimila fr. che egli mi ha, non dirò regalato, ma offerto. È firmato dalla sua mano come vedete; vi conviene?

— Portatemene come questo per un milione, ed io ve lo prendo, disse Danglars mettendolo nella saccoccia; ditemi a che ora domani vi fa comodo, ed il mio giovine di cassa passerà da voi coll’ammontare di venti mila franchi.

— Alle dieci del mattino, se volete; più presto sarà meglio; vorrei domani andare in campagna.

— Sia; alle dieci; siete sempre all’albergo dei Principi?

— Sì. — La dimane, con una esattezza che faceva onore alla puntualità del banchiere, i 24 mila fr. erano dal giovine, che uscì effettivamente, lasciando al portiere duecento fr. per Caderousse. Questa uscita, per parte di Andrea, aveva per scopo principale quello di evitare il pericoloso amico: per cui rientrò la sera il più tardi possibile.

Ma appena ebbe messo piede sul lastricato del cortile, che ritrovò davanti a sè il portinaro dell’Albergo, che lo aspettava col berretto in mano.

— Signore, diss’egli, quell’uomo è venuto.

— Qual uomo? domandò negligentemente Andrea, come se avesse dimenticato colui, del quale al contrario si ricordava troppo bene.

— Quello a cui V. E. ha fatto quel piccolo assegno.

— Ah! sì, disse Andrea, quell’antico servitore di mio padre. Ebbene, gli avete dati i 200 fr. che vi ho lasciati?

— Sì, eccellenza, precisamente. (Andrea si faceva chiamare eccellenza) Ma, continuò il portinaro, non ha voluto prenderli. — Andrea impallidì; ma essendo notte, nessuno lo vide impallidire: — Come! non ha voluto prenderli? diss’egli con voce maggiormente commossa.

— No, voleva parlare a V. E. Ho risposto che eravate uscito, egli insistè, ma finalmente è sembrato convincersi, e mi ha data questa lettera che portava seco già sigillata.

— Vediamo, disse Andrea. — Egli lesse al chiarore del fanale del phaéton: «Tu sai dove abito; domani ti aspetto alle nove del mattino.» Andrea guardò il sigillo per vedere se era stato forzato, e se sguardi indiscreti avevano potuto penetrare nell’interno della lettera; ma ella era piegata in tale modo, con un tal lusso di pieghe e di angoli, che per leggerla avrebbe abbisognato rompere il sigillo, il quale era perfettamente intatto. — Benissimo, diss’egli. Povero uomo! è un eccellente creatura. — E lasciò il portinaro edificato da queste parole non sapendo chi dovesse ammirare di più, se il giovine padrone, o il vecchio servitore.

— Staccate presto, e salite da me, disse Andrea al groom.

Ed in due salti il giovine fu nella sua camera, e bruciò la lettera di Caderousse, di cui fece sparire per fino le ceneri.

Egli terminava quest’operazione quando entrava il domestico. — Tu sei della mia stessa corporatura, Pietro.

— Ho questo onore, eccellenza, rispose il servitore.

— Tu devi avere un’altra livrea nuova che ti fu portata ieri; siccome ho alcune cosucce da intendermi con una crestaia alla quale non posso dire nè il mio nome, nè la mia condizione; prestami la tua livrea, e dammi pure le tue carte affinchè io possa, se fa bisogno, dormire in un albergo.

Pietro obbedì. Cinque minuti dopo, Andrea compiutamente travestito prendeva un cabriolet, e si faceva condurre all’albergo del Caval Rosso, a Picpus. Il giorno dopo uscì da quest’albergo senza essere osservato; discese il sobborgo Sant’Antonio, seguì il baluardo fino alla strada Ménilmontant, e fermandosi alla porta della terza casa a sinistra, cercava in mancanza di portinaro, da chi prendere informazioni. — Che cercate, mio bel giovinotto? domandò la fruttaiola di faccia.

— Il sig. Pailletin, mia cara, rispose Andrea.

— Un fornaio ritirato? domandò la fruttaiola.

— Precisamente.

— Nel fondo del cortile a sinistra al terzo piano.

Andrea prese la strada indicata, ed al terzo piano ritrovò una zampa di lepre, che tirò a sè con un sentimento di cattivo umore, di cui si risentì lo stesso movimento precipitato del campanello. Un momento dopo la figura di Caderousse comparve sotto la gelosia praticata nella porta.

— Ah! tu sei esatto. E nel dir così tolse i catenacci.

— Per bacco! disse Andrea entrando. — E gittò avanti a sè il berretto di livrea, il quale, non essendovi sedia, cadde a terra, e fece rotolando il giro della camera.

— Andiamo, andiamo, disse Caderousse, non t’inquietare, mio piccolo, guarda un poco la colazione che avremo: niente di meno che tutte cose che ti piacciono, tuono dell’aria!

Andrea sentì infatto un odore di cucina, i cui grossolani aromi non mancavano di una certa attrattiva per uno stomaco affamato: era la mescolanza dello strutto e dell’aglio che distinguevano la cucina provenzale di una classe inferiore: e soprattutto l’aspro profumo della noce moscata e del garofano. Tutto ciò esalava da due piatti pieni e coperti, posti sopra due fornelli, e da una casseruola che arrostiva nel forno da campagna. Nella stanza vicina Andrea vide inoltre una tavola molto pulita, preparata con due piatti, due bottiglie di vino sigillate, l’una di verde, e l’altra di rosso, di una buona misura di acquavite in una bottiglia, ed una fruttiera in forma di una gran foglia di cavolo, posta con arte sopra una salvietta pulita. — Che te ne sembra, mio piccolo? disse Caderousse; hein! come tutto ciò imbalsama! ah diavolo! lo so bene, laggiù io era cuoco: ti ricordi come si leccavano le dita alla mia cucina? e tu pel primo ne hai gustato dei miei intingoli, e non li disprezzavi, credo? — E Caderousse si mise a preparare un supplemento di cipolle.

— Sta bene, sta bene, disse Andrea col male umore; per bacco! se mi hai incomodato solo per venire a fare colazione con te, il diavolo ti porti!

— Figlio mio, disse sentenziosamente Caderousse, mangiando si parla; e poi, ingrato che sei! non hai dunque piacere a vedere un poco il tuo amico? io ne piango dalla contentezza. — Caderousse infatto piangeva realmente; solo sarebbe stato difficile dire, se era la gioia o le cipolle che portavano una leggera irritazione sulla glandula lagrimale dell’antico albergatore del Ponte di Gard.

— Taci dunque ipocrita! disse Andrea, mi ami tu?

— Sì, io t’amo, o il diavolo mi porti: è una debolezza, disse Caderousse, lo so bene, ma essa è più forte di me.

— Ciò non ti ha impedito di avermi fatto venir qui con qualche perfidia.

— Via dunque! disse Caderousse asciugando al suo grembiale il largo coltello; se non ti amassi, sopporterei forse la vita miserabile che mi fai fare? guarda un poco, tu hai sulle spalle l’abito del tuo domestico, dunque, hai un domestico, io non ne ho, e sono costretto di pulire i miei legumi da me stesso: tu disprezzi la mia cucina, perchè pranzi, o alla tavola rotonda, o all’albergo dei Principi, o al caffè di Parigi. Ebbene! io pure potrei avere un domestico, potrei avere un tilbury; potrei pranzare ove volessi; ebbene! perchè dunque me ne privo? per non darti della pena, mio piccolo Benedetto. Parla, confessa soltanto che lo potrei, hein! — Ed uno sguardo perfettamente chiaro di Caderousse terminò il senso della frase.

— Allora, disse Andrea, ammettiamo che mi ami: allora perchè esigi che io venga a far colazione teco?

— Ma per vederti, mio piccolo. — Per vedermi, e a che serve? dappoichè abbiamo già fatto le nostre condizioni...

— Eh! caro amico, disse Caderousse, vi sono forse testamenti senza codicilli? Ma tu sei venuto primieramente per far colazione, non è vero? ebbene! andiamo, sediamoci, e cominciamo con queste alici e questo butirro fresco che ho messo sopra delle foglie di vite espressamente per te, cattivo... Ah! sì, tu guardi la mia camera, le mie quattro sedie di paglia, le mie stampe a tre fr. il quadro. Diavolo! questo non è l’albergo dei Principi.

— Andiamo, sei già disgustato del presente; non sei più felice, tu che non domandavi che di avere l’aspetto di un fornaro in ritiro? — Caderousse mandò un sospiro. — Ebbene, che hai a dirmi? hai veduto il tuo sogno effettuato.

— Ho a dirti che fu un sogno; un fornaio in ritiro, mio povero Benedetto, è ricco, cioè ha rendite.

— Per bacco, tu ne hai delle rendite! — Io?

— Sì tu, poichè ti ho assegnato duecento fr.

Caderousse si strinse nelle spalle: — È una cosa umiliante, diss’egli, di ricevere in tal modo del danaro dato di mala voglia, che può mancare da un giorno all’altro: vedi bene che sono obbligato di fare delle economie pel caso in cui la tua prosperità non durasse. Eh! amico mio, la fortuna è incostante, come diceva l’elemosiniere del... reggimento: io so bene, scellerato, che la tua prosperità è immensa; tu stai per isposare la figlia di Danglars.

— Come! di Danglars?

— Eh, certamente, di Danglars! vi è forse bisogno che dica del barone Danglars? sarebbe lo stesso che dicessi del conte Benedetto... Era un mio amico Danglars, e se non aveva la memoria così debole, doveva invitarmi alle tue nozze, attesochè egli è venuto alle mie... Sì, sì, sì, alle mie! diavolo! egli non era così superbo in quei tempi, era piccolo commesso presso l’ottimo sig. Morrel. Ho pranzato più di una volta con lui ed il conte di Morcerf... vedi che ho delle belle conoscenze, e che se volessi coltivarle un poco, ci potremmo incontrare nelle stesse conversazioni.

— Su via! la tua gelosia ti fa vedere l’arcobaleno.

— Sta bene, Benedetto mio, si sa ciò che si dice. Forse un giorno si potrà mettere il proprio abito da festa, e si andrà a dire ad un gran portone: «una decorazione, se vi piace!» Mentre aspettiamo, siedi, e mangiamo.

Caderousse dette l’esempio, e si mise a far colazione con buon appetito, mentre faceva l’elogio di tutte le vivande che metteva in tavola davanti al suo ospite. Questi sembrava aver preso la sua risoluzione, stappò bravamente le bottiglie, ed attaccò un arrostito merluzzo condito coll’aglio ed olio.

— Ah! compare, disse Caderousse, sembra che tu ti raccomodi col tuo antico padrone di locanda?

— In fede mia, sì, rispose Andrea, presso il quale, giovine e vigoroso come era, sul momento l’appetito la vinceva sopra ogni altra cosa.

— E trovi che questo è buono, birbo?

— Tanto buono che non capisco, come un uomo che cucina e che mangia così buoni bocconi, possa trovare che la vita è cattiva.

— Vedi tu, disse Caderousse, egli è perchè tutta la mia felicità è guastata da un sol pensiero. — E quale?

— Quello di vivere alle spese di un amico, io che ho sempre guadagnata la mia esistenza da me solo.

— Oh! oh! che ciò non ti dia pensiero, disse Andrea, ne ho abbastanza per due, non t’incomodare.

— No, davvero: tu mi crederai se vuoi, ma alla fine di ogni mese, provo dei rimorsi. — Buon Caderousse!

— Al punto che ieri non ho voluto prendere i 200 fr.

— Sì, perchè volevi parlar meco; ma fu veramente per rimorsi, vediamo?

— Il vero rimorso; e poi mi era venuta un’idea.

Andrea fremette; egli fremeva sempre quando venivano delle idee a Caderousse. — È una cosa trista, vedi tu, continuò, quella di essere sempre nell’aspettativa della fine del mese.

— Eh! disse filosoficamente Andrea, risoluto di far parlare il suo amico, la vita non viene da noi passata in una continua aspettativa? io per esempio, faccio altra cosa? ebbene, ho pazienza, non è vero?

— Sì, perchè invece di aspettare duecento miserabili fr. ne aspetti cinque o sei mila, forse dieci mila, fors’anche dodici, mila; poichè sei un misterioso; laggiù avevi sempre qualche cosarella che cercavi di nascondere a questo povero amico Caderousse. Fortunatamente che l’amico Caderousse di cui si parla aveva il naso fino.

— Andiamo, ecco che ti metti di nuovo a divergere il discorso, disse Andrea, a parlare, e riparlare sempre del passato! ma a che pro rivangare certe cose, te lo domando?

— Ah! è perchè tu hai ventun’anno, e puoi dimenticare il passato; io ne ho cinquanta e son costretto di ricordarmene. Ma non importa, ritorniamo agli affari. — Sì.

— Io voleva dire, che se fossi al tuo posto... — Ebbene?

— Io realizzerei... — Come tu realizzeresti...

— Sì, domanderei un semestre anticipato, sia sotto il pretesto di diventare elettore, e di voler comprare una fattoria, poi col mio semestre me ne scapperei.

— Io? to, to, fece Andrea, questo forse non è mal pensato!

— Mio caro amico disse Caderousse, mangia alla mia cucina, e segui i miei consigli; non te ne troverai male, nè moralmente, nè fisicamente.

— Ebbene! ma, disse Andrea, perchè non segui tu stesso il consiglio che mi dai? perchè non realizzi tu un semestre, od anche un anno, e non ti ritiri a Bruxelles? invece di avere le sembianze di un fornaro in ritiro, avrai quelle di un fallito in esercizio delle sue funzioni: ciò è pensato bene.

— Ma come diavolo vuoi tu che mi ritiri con 1200 fr.?

— Ah! Caderousse, disse Andrea, come diventi esigente, son due mesi che morivi dalla fame.

— L’appetito viene mangiando, disse Caderousse mostrando i denti come una scimia quando ride, e come una tigre quando ruggisce. Così, aggiunse egli troncando con questi medesimi denti, bianchi ed acuti ad onta dell’età, un’enorme boccata di pane, ho stabilito il mio disegno.

I disegni di Caderousse spaventavano Andrea ancora più delle sue idee; le idee non erano che il germe, il disegno era la realizzazione.

— Vediamo questo disegno, diss’egli, dev’esser bello!

— E perchè no? il disegno mercè il quale abbiam lasciato lo stabilimento del sig. Chose, da chi veniva, hein? da me, suppongo: non era cattivo, mi sembra, perchè eccoci qua.

— Io non dico, riprese Andrea, che qualche volta non ne abbia dei buoni; ma in fine vediamo la tua idea.

— Vediamo, proseguì Caderousse, puoi tu, tu, senza sborsare un soldo, farmi avere un 15 mila fr.?... No, non è abbastanza 15 mila fr. non posso ritornare un uomo onesto per meno di trenta mila fr.

— No, rispose seccamente Andrea, no, non lo posso.

— Tu non mi hai capito, a quanto sembra, rispose freddamente Caderousse con aspetto tranquillo: ti ho detto, senza sborsare un soldo.

— Tu certamente non vorrai che io rubi, per guastare tutto il mio affare, e col mio anche il tuo, e perchè abbiano poi a ricondurci laggiù?

— Oh! io, disse Caderousse, per me, è lo stesso che mi riprendano, o no; ho un corpo furbo, un corpo particolare, mi annoio qualche volta perfino dei miei camerati; non sono come te, uomo senza cuore, che non vorresti rivederli più!

Andrea fece più che fremere, questa volta impallidì, e disse:

— Vediamo, Caderousse, non facciamo bestialità.

— Eh! no, sta tranquillo, mio caro Benedetto; indicami piuttosto un piccolo mezzo di guadagnare questi trenta mila fr. senza mischiarti di niente; tu mi lascerai fare, ecco tutto!

— Ebbene! vedrò, cercherò! disse Andrea.

— Ma mentre si aspetta porterai la mia mesata almeno a 500 fr. non è vero? io ho una manìa, vorrei prendermi una governante.

— Ebbene, avrai i tuoi 500 fr., disse Andrea; ma questo sarà troppo pesante per me, povero Caderousse... Tu abusi....

— Bah! giacchè tu attingi in casse che non hanno fondo.

— Questa è la verità, ed il mio protettore è eccellente per me.

— Questo caro protettore, disse Caderousse, non ti fa dunque un assegno mensile di...?

— Cinque mila franchi, disse Andrea.

— Tante migliaia, quante centinaia vuoi darmi, riprese Caderousse; in verità non vi sono che i bastardi che abbiano fortuna. Cinque mila franchi il mese... Che diavolo puoi farti di tutta questa somma?

— Eh! mio Dio! è ben presto spesa; così io pure sono come te, amerei meglio avere il mio capitale.

— Un capitale!... sì... capisco, tutti desidererebbero avere un capitale. — Ebbene! me ne verrà fatto uno.

— E chi è che te lo farà? il tuo principe?

— Sì, il mio principe; disgraziatamente bisogna che io aspetti. — Che aspetti che cosa? domandò Caderousse.

— La sua morte. — La morte del tuo Principe? — Sì.

— Ed in che modo? — Perchè sono stato notato nel suo testamento. — Davvero? — Parola d’onore! — Per quanto? — Per 500 mila fr. — Niente altro che questo? grazia del poco! — La cosa sta, come te la dico.

— Su, via, non è possibile.

— Caderousse; tu sei mio amico? — Ed in che modo! per la vita, e per la morte. — Ebbene ti dirò un segreto. — Di’.

— Io credo... Andrea si fermò guardando intorno intorno. — Che credi...? non aver paura, per bacco! siam soli.

— Credo di aver ritrovato mio padre. — Il tuo vero padre? — Sì. — Non il padre Cavalcanti?

— No, poichè quello è partito; il vero, come tu dici.

— E questo padre è... — Ebbene! Caderousse, questi è il conte di Monte-Cristo. — Bah!

— Sì; tu capisci; allora tutto si spiega. Egli non può confessarmi ciò ad alta voce, per quanto sembra, ma mi fa riconoscere dal sig. Cavalcanti al quale regala 50 mila fr. per questo.

— Cinquanta mila fr. per esser tuo padre! ma avrei accettato per la metà del prezzo, forse per ventimila, per quindicimila; come non hai pensato a me?

— E che sapeva tutto questo, io? tutto ciò che si è combinato fu combinato nella mia assenza, mentre che eravam laggiù.

— Ah! è vero, e tu dici che nel suo testamento?...

— Egli mi lascia 500 mila lire. — Ne sei tu sicuro?

— Egli me lo ha mostrato; ma questo non è il tutto.

— Vi sarà un codicillo, come ti diceva poco fa?

— Probabilmente.

— E in questo codicillo? — Egli mi riconosce.

— Oh! il buon uomo che è tuo padre! disse Caderousse facendo volare per l’aria una salvietta, che riprendeva dipoi con ambe le mani.

— Ecco! di’ ora che ho dei segreti per te.

— No, e la tua confidenza ti onora ai miei occhi. E il tuo principe padre è dunque ricco, ricchissimo?

— Lo credo bene. Egli non conosce a che cosa ammonti la sua fortuna — È egli possibile?

— Diamine! lo vedo bene, io che sono ricevuto ad ogni ora. L’altro giorno vi era un giovine di banca che gli portava 50 mila franchi in un portafoglio grosso come un piatto; ieri il suo banchiere che portava cento mila fr. in oro.

Caderousse era stupefatto; gli sembrava che le parole del giovine avessero il suono di metallo, e che egli sentisse precipitare delle cascate di luigi: — E tu vai in quella casa? gridò egli con ingenuità.

— Quando io voglio. — Caderousse rimase pensieroso un momento. Era facile vedere che egli ruminava nel suo spirito qualche pensiero. Poi d’improvviso:

— Quanto amerei vedere tutto ciò, gridò egli, e come tutto ciò deve esser bello!

— Il fatto è, disse Andrea, che è magnifico!

— E non abita all’entrata dei Campi-Elisi? — Al n.º 30.

— Ah! disse Caderousse, al n.º 30? — Sì, una bella casa isolata fra il cortile, ed il giardino, non vi è che quella.

— È possibile, ma non è l’esterno che mi occupa, è l’interno: i bei mobili, hein! che cosa vi dev’esser mai là dentro?

— Hai tu veduto qualche volta la Tuglierie? — No.

— Ebbene, è ancora più bello.

— Dici davvero, Andrea? dev’essere cosa buona l’abbassarsi quando questo buon sig. di Monte-Cristo lascia cadere la sua borsa?

— Ah! mio Dio, non val la pena di aspettare questo momento, disse Andrea, il danaro abbonda in quella casa come i frutti in un giardino.

— Di’, dunque, dovresti condurmivi un giorno con te...

— È mai possibile, e con qual titolo?

— Hai ragione, ma tu mi hai fatto venire l’acqua alla bocca, e bisogna assolutamente che io veda tutto ciò; troverò un mezzo.

— Non facciamo sciocchezze, Caderousse!

— Io mi presenterò come spazzatore.

— Non ne ha bisogno, perchè vi son tappeti in ogni luogo.

— Ah! peccato! allora bisogna che io mi contenti di vedere ciò con l’immaginazione. — Questo è ciò che puoi fare di meglio, credimi. — Cerca almeno di farmi comprendere quel che può essere. — Come vuoi tu? — Niente di più facile; il palazzo è grande? — Nè troppo grande, nè troppo piccolo. — Ma come è distribuito? — Diamine! avrei bisogno dell’inchiostro e della carta per fartene la pianta.

— Eccone! disse avidamente Caderousse. — Ed andò a cercare sopra un vecchio scrittoio un foglio di carta bianca, l’inchiostro, ed una penna: — Prendi, tracciamo tutto ciò sulla carta, figlio mio.

Andrea prese la penna con un impercettibile sorriso, e cominciò: — La casa, come ti ho detto, è posta fra un giardino ed il cortile; vedi in questo modo. — Ed Andrea fece la pianta del giardino, del cortile, e della casa. — Le mura sono alte? — No; otto, o dieci piedi tutto al più.

— Ciò non è troppo prudente, disse Caderousse.

— Nel cortile vi sono dei cassettoni d’aranci, dei praticelli, dei fiori, dei cespugli. — Ma non dei lacci da lupo?

— No. — Le scuderie? — Lateralmente alle due parti del cancello, vedi tu, là. — Ed Andrea continuava la pianta.

— Vediamo il pian terreno, disse Caderousse.

— Al pian terreno, sala da pranzo, due salotti, sala del bigliardo, scala nel vestibolo, e piccola scala segreta.

— Le finestre? — Finestre magnifiche, sì belle, e larghe che in fede mia, credo che un uomo della mia persona passerebbe per il vano di uno di quei cristalli.

— E perchè diavolo si fa uso delle scale quando si han simili finestre? — Che vuoi tu? il lusso. — Ma vi sono persiane? — Sì, persiane, ma di cui non si servono mai. È un originale Monte-Cristo che ama vedere il cielo anche durante la notte. — Ed i domestici dove dormono?

— Oh! essi hanno la loro casa particolare. Figuratevi un buon padiglione entrando a dritta, dove si custodiscono le scale; ebbene! sopra questo padiglione vi è una quantità di camere per i domestici con campanelli corrispondenti alle camere. — Oh diavolo, dei campanelli! — Che dici?...

— Io, niente. Dico che costerà caro a situare i campanelli; ed a che servono? te lo domando? — In altri tempi vi era un cane che passeggiava la notte nel cortile, ma lo hanno condotto alla casa d’Auteuil, tu sai a quella in cui sei venuto? — Sì. — Io glielo diceva anche ieri: «È una cosa imprudente per parte vostra, sig. conte; perchè quando andate ad Auteuil, e conducete i vostri domestici, la casa resta sola.» — «Ebbene? domandò; e dopo?» — «Ebbene! un qualche bel giorno vi ruberanno.»

— E che cosa ha egli risposto? — Ha risposto: «ebbene! che danno mi porta se qualcuno mi ruba?»

— Andrea, egli avrà un qualche scrigno a macchina.

— Ed in che modo? — Sì, che prende il ladro per una briglia, e che lo giuoca in aria. Mi è stato detto che all’ultima esposizione ve ne erano di questo genere.

— Egli non ha che un semplice scrigno di acacia, al quale ho sempre veduta attaccata la chiave. — E non gli rubano mai?

— No, le persone che lo servono gli sono tutte affezionate.

— Quanto vi sarà in quello scrigno, hein! quanta moneta?

— Vi sarà forse... non si può sapere ciò che vi sarà.

— E dove sta questo? — Al primo piano.

— Fammi dunque la pianta del primo piano, mio piccolo, come mi hai fatta quella del pian terreno.

— È facile. — Ed Andrea riprese la penna: — Al primo piano, vedi vi è l’anticamera, gran salone; a destra del salone biblioteca e gabinetto da lavoro; a sinistra del salone una camera da dormire, e gabinetto da toletta, ed in questo precisamente sta il famoso scrigno.

— Vi sono finestre al gabinetto di toletta?

— Due, una qua, e una là. — E Andrea disegnò due finestre alla camera che, sul primo, faceva l’angolo, e che figurava come un quadrato meno grande, aggiunto al quadrato lungo della camera da dormire.

Caderousse divenne astratto: — E va spesso ad Auteuil?

— Due tre volte la settimana; domani per esempio deve passarvi la giornata e la notte.

— Ne sei ben sicuro? — Mi ha invitato ad andarvi a pranzo.

— Alla buon’ora, ecco ciò che si può chiamare esistenza! disse Caderousse; casa in città, casa in campagna.

— Ecco ciò che vuol dir esser ricchi.

— E ci vai tu, a pranzo. — Probabilmente.

— Quando vi pranzi, vi dormi ancora?

— Quando ciò mi fa piacere; sono in casa del conte, come se fossi in casa mia. — Caderousse guardò il giovine come per strappargli la verità dal fondo del cuore. Ma Andrea cavò un porta-sigari di saccoccia, ne prese uno d’Avana, l’accese tranquillamente, e cominciò a fumarlo senza affettazione.

— Quando vuoi i tuoi 500 fr.? domandò a Caderousse.

— Ma anche subito se tu li hai. — Andrea tirò fuori di saccoccia 25 luigi. — Dei gialletti? disse Caderousse; no grazie.

— Ebbene li disprezzi?

— Al contrario li stimo; ma non ne voglio.

— Tu guadagnerai nel cambio, imbecille: l’oro ha un aggio di cinque soldi.

— Sarà, e poi il cambia monete fa seguire l’amico Caderousse, e poi gli mettono le mani sopra, e poi bisognerà che dica quali sono i suoi fattori che gli pagano queste rendite in oro. Non facciamo bestialità, mio piccolo; argento semplicemente, pezzi rotondi coll’effigie di un principe qualunque. Tutti al mondo possono avere una moneta da cinque fr.

— Capisci bene che non posso avere 500 fr. d’argento in saccoccia; avrei avuto bisogno di un facchino.

— Ebbene! lasciali dunque al tuo portinaro; è un bravo uomo, andrò a prenderli. — Oggi?

— No, domani, oggi non ho il tempo.

— Ebbene, sia domani, quando parto per Auteuil, li lascerò. — Posso contarci sopra? — Perfettamente.

— Egli è perchè vado a fissare una governante.

— Fissa pure, ma tutto sarà finito, n’è vero? non mi tormenterai più? — Giammai. — Caderousse era diventato così meditabondo, che Andrea temè di essere forzato ad accorgersi di questo cambiamento. Raddoppiò adunque la sua allegria e la sua indifferenza.

— Come sei allegro, disse Caderousse, si direbbe che già possiedi la tua eredità.

— No disgraziatamente!... ma il giorno in cui la riceverò... mi ricorderò degli amici, non ti dico che questo.

— Sì, siccome tu hai buona memoria, giustamente...

— Che vuoi? credeva che tu volessi rimproverarmi.

— Io? oh! quale idea! io che al contrario ti voglio anche dare un consiglio da amico... — E quale?

— Quello di lasciar qui, quel diamante che tu hai al dito. E che! tu vuoi dunque farci prendere tutti e due, a fare simili bestialità?

— E perchè? disse Andrea.

— Come! tu prendi una livrea, ti travesti da servitore, e conservi al dito un diamante di quattro in cinque mila fr.?

— Peste! come stimi giusto! perchè non ti fanno commissario-stimatore?

— Conosco il valore dei diamanti perchè ne ho avuti.

— Ti consiglio a vantartene! disse Andrea, che, senza corrucciarsi, come lo temeva Caderousse per questa nuova estorsione, lasciò con tutta compiacenza l’anello. — Caderousse lo guardò tanto da vicino, che fece chiaramente conoscere, che egli esaminava se gli spigoli del taglio erano ben vivi.

— È un diamante falso, disse Caderousse.

— Su via! fece Andrea, scherzi?

— Oh! non ti affliggere, si può provare. — E Caderousse andò alla finestra e strisciando il diamante sul vetro, l’intese crepitare: — Confiteor! disse Caderousse mettendosi lo anello nel dito piccolo, mi sono sbagliato; ma questi ladri di gioiellieri imitano tanto bene le pietre vere, che non si ha più coraggio di andare a rubare nelle loro botteghe, e questo è ancora un altro ramo d’industria paralizzato.

— Ebbene! disse Andrea, hai finito? hai ancora qualche cosa da domandarmi? ti abbisogna il mio vestito, il mio berretto? Non ti prender pena fino a tanto che ci sei.

— No, alla fine tu sei un bravo compagno. Non ti trattengo di più, e cercherò di guarire la mia ambizione.

— Ma guardati che nel vendere questo diamante, non ti accada ciò che temevi per le monete d’oro.

— Io non lo venderò, sta pure tranquillo.

— No, da oggi a domani almeno, pensò il giovine.

— Furbo felice! disse Caderousse, tu te ne vai a trovare i tuoi servitori, i tuoi cavalli, la tua carrozza, e la tua fidanzata?

— Ma, sì, disse Andrea.

— Di’ dunque, spero che tu mi farai un bel regalo di nozze il giorno che sposerai la figlia dell’amico mio Danglars?

— Ti ho già detto, che è una immaginazione che ti sei messo in testa.

— E quanto di dote? — Ma ti dico... — Un milione?

Andrea alzò le spalle. — Vada per un milione, disse Caderousse; tu non ne avrai mai tanti, quanti te ne desidero.

— Grazie, disse il giovine.

— Oh! è di buon cuore, aggiunse Caderousse ridendo del suo riso grossolano. Aspetta che ti accompagni.

— Non ne val la pena. — Tutt’altro.

— E perchè?

— Oh! perchè vi è un piccolo segreto alla porta; cautela che ho creduto di dover adottare; serratura Huret e Fichet, riveduta e corretta da Gaspero Caderousse: te ne fabbricherò una simile, quando diventerai capitalista.

— Grazie; ti farò prevenire otto giorni prima.

Essi si separarono. Caderousse restò sul pianerottolo, fino a che ebbe veduto Andrea, non solo discendere dai tre piani, ma ancora traversare il cortile. Allora rientrò precipitosamente, richiuse la porta con cura, e si mise a studiare, come un profondo architetto, la pianta che gli aveva lasciata Andrea.

— Questo caro Benedetto, diss’egli, credo non sarà dispiaciuto di ereditare, e che quegli che solleciterà il giorno in cui deve palpare i suoi 500 mila fr. non sarà il suo più cattivo amico.

LXXXI. — LA ROTTURA.

La dimane del giorno in cui ebbe luogo la conversazione che abbiam descritta, il conte di Monte-Cristo partì effettivamente per Auteuil con Alì, diversi domestici ed alcuni cavalli che voleva provare. Ciò che particolarmente aveva determinata questa partenza, alla quale non pensava nemmeno il giorno innanzi, ed alla quale neppure Andrea pensava più di lui, fu l’arrivo di Bertuccio, che ritornato dalla Normandia, portava le notizie della casa e della corvetta. La casa era in ordine, e la corvetta, giunta da otto giorni, era all’àncora in un piccolo seno, ove, dopo adempite tutte le formalità che si esigevano, era pronta, con i suoi sei uomini d’equipaggio, a riprendere il mare. Il conte lodò lo zelo di Bertuccio, e lo invitò a tenersi pronto ad una sollecita partenza, non dovendo il suo soggiorno in Francia prolungarsi al di là di un mese.

— Ora, gli diss’egli, posso aver bisogno di andare da Parigi a Trèport in una notte. Voglio dei cambii di cavalli stazionati sulla strada, che mi permettano di fare 50 leghe in dieci ore.

— V. E. aveva già manifestato questo desiderio, rispose Bertuccio, ed i cavalli sono già appostati nei luoghi più convenienti; vale a dire in quei villaggi ove ordinariamente non si ferma nessuno.

— Sta bene, disse Monte-Cristo, io resto qui un giorno o due, per conseguenza preparatevi. — Allorchè Bertuccio stava per uscire e per ordinare tutto ciò che aveva rapporto a questa soggiorno, Battistino aprì la porta, portando una lettera sopra un vassoio d’argento dorato: — Che venite a far qui? domandò il conte vedendolo tutto coperto di polvere, non vi ho fatto chiamare, mi sembra?

Battistino senza rispondere si avvicinò al conte, e gli presentò la lettera.

— Importante e pressante, diss’egli.

Il conte aprì la lettera e lesse. «Il sig. conte di Monte-Cristo è avvisato che in questa stessa notte, un uomo s’introdurrà nella sua casa dei Campi-Elisi per sottrarre delle carte, ch’egli crede chiuse nel suo scrigno del gabinetto di toletta: si conosce il conte di Monte-Cristo abbastanza coraggioso, per non avere da ricorrere all’intervento della polizia, intervento che potrebbe mettere a rischio grandemente quegli che dà questo avviso. Il sig. conte, sia da un’apertura che metta dalla camera da letto nel gabinetto, sia nascondendosi nel medesimo gabinetto, potrà farsi giustizia da sè stesso. Molte persone e cautele apparenti allontanerebbero certamente il malfattore, e farebbero perdere al sig. di Monte-Cristo l’occasione di conoscere un nemico, che il caso ha fatto scoprire alla persona che dà questo avviso al conte, avviso che non avrebbe forse più l’occasione di rinnovare, se, andando a vuoto questa prima impresa, il malfattore ne ritentasse un’altra.»

Il primo movimento del conte fu quello di credere che fosse una furberia del ladro, laccio grossolano, che gli scuopriva un pericolo mediocre per esporlo ad uno più grave. Stava dunque per far portare la lettera ad un commissario di polizia, ad onta della raccomandazione dell’anonimo, quando d’improvviso gli venne l’idea, che poteva essere effettivamente qualche suo nemico particolare, che egli solo poteva riconoscere, e dal quale, se la cosa era così, egli solo poteva trarre partito, come aveva fatto Fiesque del Moro che aveva voluto assassinarlo. Noi conosciamo il conte, non abbiamo quindi bisogno di dire ch’era uno spirito pieno d’audacia e di vigoria, che si contorceva contro l’impossibile con quella energia ch’è la caratteristica degli uomini superiori. Per mezzo della vita che aveva condotta, e per quella risoluzione presa di non addietrare avanti a cosa alcuna, il conte era giunto a gustare delle gioie sconosciute nelle lotte ch’egli imprendeva alle volte contro la natura, e contro il mondo. — Essi non vogliono rubarmi le mie carte, disse Monte-Cristo, vogliono uccidermi; non sono ladri, ma assassini. Non voglio che il sig. Prefetto di polizia si mischi nei miei affari particolari; sono abbastanza ricco, per sgravare in questo il preventivo della sua amministrazione. — Il conte richiamò Battistino, ch’era uscito dalla camera dopo aver data la lettera. — Voi ritornerete a Parigi, e ricondurrete qui tutta la servitù che è rimasta. Ho bisogno che tutti siano qui ad Auteuil.

— Ma non resterà dunque nessuno in casa, sig. conte?

— No, vi rimarrà il portinaro.

— Ma il sig. conte rifletterà, che vi è distanza fra il casotto del portinaro e la casa. — Ebbene?

— Ebbene! si potrebbero svaligiare tutti gli appartamenti, senza che il portinaro sentisse il più piccol rumore.

— E da chi si dovrebbe fare? — Dai ladri.

— Siete uno stupido, Battistino; che i ladri mi svaligino tutta la casa, non mi disgusteranno tanto, quanto un servizio fatto male. — Battistino s’inchinò. — Voi mi avete inteso, disse il conte; conducete qui tutta la servitù, dal primo fino all’ultimo; ma che tutto resti nello stato ordinario: chiuderete le persiane del pianterreno, e nient’altro.

— E quelle del primo?

— Sapete che non si chiudono mai. Andate. — Il conte fece dire che pranzava nella sua camera, e che non voleva essere servito che da Alì. Pranzò con tranquillità e con la sua abituale sobrietà, e, dopo il pranzo, facendo segno ad Alì di seguirlo, uscì dalla porticina, raggiunse il bosco di Boulogne come se passeggiasse, prese senza affettazione la strada di Parigi, ed al cader della notte si trovò dirimpetto alla sua casa vicino ai Campi-Elisi. Tutto era oscuro: soltanto una debole lampada ardeva nell’alloggio del portinaro, distante circa una quarantina di passi dalla casa, come aveva detto Battistino. Frattanto Monte-Cristo si addossava ad un albero, con quel colpo d’occhio che sbagliava raramente, esplorò il doppio viale, esaminò quelli che passavano, ed affondò uno sguardo nelle strade vicine. In capo a dieci minuti, fu perfettamente convinto che nessuno lo incomodava.

Corse alla porta con Alì, entrò precipitosamente, e per una piccola scala di servizio, di cui aveva la chiave, rientrò nella sua camera da dormire senza aprire, nè smuovere una sola tenda, senza che il portinaro potesse neppur dubitare che la casa, che egli credeva vuota, aveva ritrovato il suo principale abitante. Giunto nella camera da dormire, il conte fece segno ad Alì di fermarsi, indi passò nel gabinetto, che esaminò; tutto vi era nello stato abituale. Il prezioso scrigno era al suo posto, e la chiave di contro: egli lo chiuse a doppio giro, prese la chiave, e tornò nella camera da dormire, asportò la ribaditura degli occhielli del catenaccio, e rientrò. In questo mentre, Alì portava sopra una tavola le armi che il conte stesso gli aveva domandate, vale a dire una carabina corta, un paio di pistole a doppio tiro, le cui canne soprapposte permettevano di prendere la mira con tale certezza come se fossero state pistole da bersaglio. Armato in tal guisa, il conte poteva tenere fra le sue mani la vita di cinque uomini suoi nemici. Erano le nove e mezzo circa, il conte ed Alì mangiarono in fretta del pane, e bevettero un bicchiere di vino di Spagna, indi Monte-Cristo fece scorrere uno di quei quadri mobili, che gli permettevano di vedere una stanza stando nell’altra; egli aveva assai vicine le pistole, la carabina; ed Alì, in piedi vicino a lui, teneva alla mano una di quelle azze arabe, che non hanno ancora cangiato forma dall’epoca delle crociate.

Da una finestra della camera da dormire, simile a quella del gabinetto, il conte poteva vedere sulla strada. In tal modo passarono due ore; faceva l’oscurità più profonda, e ciò non pertanto Alì, mercè la sua natura selvaggia, ed il conte mercè la facoltà acquistata, distinguevano in questa notte fin la più piccola oscillazione degli alberi nel cortile. Da lungo tempo, il lume dell’alloggio del portinaro era stato spento.

Era da presumersi che l’assalto, se pur vi doveva essere, si sarebbe effettuato per mezzo della scalata del pianterreno, e non per mezzo di una scalata data ad una finestra. Nelle idee di Monte-Cristo, i malfattori tentavano alla sua vita, non al suo danaro. Era dunque nella sua camera da dormire, ch’essi si attaccherebbero, e perverrebbero nella sua camera da dormire, sia per la segreta, sia per la finestra del gabinetto. Mise Alì davanti la porta della scala; ed egli continuò a sorvegliare il gabinetto. Le undici e tre quarti suonarono all’orologio degl’Invalidi; il vento di ponente portava col suo umido soffio la lugubre vibrazione dei tre colpi. Allorchè stava per svanire il suono dell’ultimo tocco, il conte credè sentire un romore leggero dalla parte del gabinetto; questo primo romore, o piuttosto questo primo stridore, fu seguito da un secondo, poi da un terzo; al quarto, il conte sapeva di che trattavasi. Una mano ferma, ed esercitata era intenta a tagliare i quattro lati di un vetro per mezzo di un diamante. Il conte sentì battersi più rapidamente il cuore. Per quanto l’uomo sia indurito nel pericolo, per quanto sia ben prevenuto contro di esso, capisce sempre dal fremito del cuore e dal brivido della persona l’enorme differenza tra il sogno e la realtà, fra il disegno e l’esecuzione. Ciò non ostante Monte-Cristo non fece che un segno per prevenire Alì; questi, comprendendo che il pericolo era dalla parte del gabinetto, fece un passo per avvicinarsi al padrone. Monte-Cristo era avido di sapere con quale e con quanti nemici aveva da fare. La finestra su cui si lavorava era dirimpetto all’apertura per la quale il conte penetrava col suo sguardo nel gabinetto. I suoi occhi adunque si fissarono verso la finestra: egli vide un’ombra disegnarsi più densa nella oscurità; indi un vetro diventò del tutto opaco, come se vi fosse stato incollato per di fuori un foglio di carta, poscia il vetro crepitò senza cadere. Dall’apertura praticata s’introdusse un braccio che cercava il catenaccetto; un secondo dopo la finestra girò sui cardini, ed un uomo entrò.

L’uomo era solo. — Ecco un ardito birbante, mormorò il conte! — In questo momento egli sentì che Alì gli toccava leggermente la spalla; si voltò ed Alì gli mostrò la finestra della camera ov’erano, la quale guardava sulla strada; Monte-Cristo fece tre passi verso questa finestra, egli conosceva la squisita delicatezza dei sensi del suo fedele servitore. Infatto vide un altro uomo che si staccava da una porta, e, montando sopra un rialto, sembrava cercasse di vedere ciò che accadeva in casa del conte: — Buono! diss’egli, sono in due; l’uno opera; l’altro sta alle vedette.

Fece segno ad Alì di non perdere di vista l’uomo della strada, e ritornò a quello del gabinetto.

Il tagliatore di vetri era entrato, e si orizzontava con le braccia stese in avanti. Finalmente parve essersi reso conto di ogni cosa; vi erano due porte nel gabinetto, andò a mettere il catenaccio ad entrambe. Allorchè si avvicinò a quella della camera da dormire, Monte-Cristo credè che venisse per entrare, e preparò una delle pistole; ma non intese semplicemente che il romore dei catenacci striscianti su i loro anelli di cuoio. Questa era una cautela e niente altro; il notturno visitatore ignorando l’operazione fatta dal conte di togliere le fermezze dei ganci, poteva ora mai credersi in casa sua, ed operare con tutta tranquillità. Solo e libero in tutti i movimenti, l’uomo cavò allora dalla sua larga bisaccia qualche cosa che il conte non potè distinguere, la posò sopra un tavolino, indi andò direttamente allo scrigno, lo palpò nella direzione della serratura, e s’accorse che, contro la sua aspettativa, mancava la chiave. Ma il tagliatore di vetri era un uomo pieno di cautele, ed aveva tutto preveduto; il conte intese ben presto il rumore della collisione del ferro contro il ferro, che produce quando si manovra con pezzi di chiave informe, che portano i chiavettieri quando si mandano a chiamare per aprire una porta, e che appellansi comunemente grimaldelli, ma dai ladri hanno avuto il nome di rosignuoli, senza dubbio a cagione del piacere che essi provano nel sentire il loro canto notturno, allorchè stridono contro i contrarii della serratura.

— Ah! ah! mormorò Monte-Cristo con un sorriso di sconcerto, non è che un ladro.

Ma l’uomo nella oscurità non poteva scegliere l’istrumento conveniente. Fu allora che ricorse a quel qualche cosa che aveva deposto sul tavolino; fece giuocare una molla, e subito una luce pallida, ma però abbastanza viva per poter vedere, inviò il suo riflesso dorato sulle mani e sul viso di quest’uomo.

— Guarda, fece d’improvviso Monte-Cristo addietrandosi con un movimento di sorpresa, è... — Alì alzò l’azza.

— Non ti muovere, gli disse Monte-Cristo a bassa voce, lascia l’azza, che qui non abbiam più bisogno di armi.

Indi aggiunse qualche parola abbassando ancor più la voce, perchè l’esclamazione di sorpresa del conte, per quanto fosse stata debole, pure era bastata per fare rabbrividire l’uomo che era rimasto nell’attitudine dell’antico Arruotino.

Fu un ordine che dette il conte, perchè subito dopo Alì si allontanò sulla punta dei piedi, staccò dai muri dell’alcova un vestito nero, ed un cappello triangolare. In questo mentre, Monte-Cristo si toglieva rapidamente l’abito, il gilè, e la camicia, e si poteva, mercè il raggio di luce che filtrava dalla fessura della parete, riconoscere che il conte portava sul petto una di quelle soffici e fine tuniche di maglia d’acciaio, le cui ultime, in questa Francia ove non si temono più i pugnali, furono forse portate dal re Luigi XVI.

Questa tunica disparve ben presto sotto una lunga sottana, come i capelli del conte sotto una parrucca chiericale: il cappello posto su questa parrucca terminò di cambiare il conte in un abate. Frattanto l’uomo non sentendo più niente, si era rialzato, e, durante il tempo che impiegò Monte-Cristo a fare la sua metamorfosi, era andato direttamente allo scrigno, la cui serratura cominciava di già a scricchiare sotto il rosignuolo: — Buono! mormorò il conte, il quale certamente stava tranquillo per qualche segreto del fabbro ferraio che doveva essere sconosciuto allo sforzatore di serrature, per quanto si fosse abile, buono! tu ne hai ancora per qualche minuto. — Egli andò alla finestra. L’uomo che aveva veduto salire sul rialto ne era disceso, e passeggiava sempre sulla strada; ma, cosa singolare! invece di inquietarsi di quelli che potevano venire, sia dall’ingresso dei Campi-Elisi, sia dal sobborgo Sant’Onorato, non sembrava preoccupato che di ciò che accadeva in casa del conte, e tutti i suoi movimenti avevano per iscopo di guardare ciò che si faceva nel gabinetto. Monte-Cristo d’improvviso si battè la fronte, e lasciò scorrere su le sue labbra semi-aperte un sorriso silenzioso. Indi avvicinandosi ad Alì: — Sta qui, gli disse a bassa voce, nascosto nella oscurità, e qualunque sia la cosa che succede, non entrare, e non farti vedere se non ti chiamo pel tuo nome. — Alì fece segno con la testa che aveva inteso, e che avrebbe obbedito; allora Monte-Cristo cavò da un armadio una candela già accesa, e nel momento in cui il ladro era più che mai occupato alla serratura, aprì dolcemente la porta, avendo cura che la luce del lume che teneva in mano cadesse tutta sul suo viso.

La porta girò così dolcemente che il ladro non ne intese il rumore. Ma, con sua gran sorpresa, vide d’improvviso la camera illuminarsi. Egli si voltò. — Buona sera, caro sig. Caderousse! disse Monte-Cristo; che diavolo venite voi a far qui in quest’ora? — L’abate Busoni! gridò Caderousse.

E non sapendo come fosse avvenuta questa strana apparizione fin presso lui, poichè aveva chiuse le porte, lasciò cadere il mazzo di chiavi false, e restò immobile, e come colpito da stupore. Il conte andò a situarsi fra Caderousse e la finestra, togliendo per tal modo al ladro spaventato l’unico mezzo di ritirata. — L’abate Busoni! ripetè Caderousse fissando sul conte due occhi stravolti.

— Ebbene! senza dubbio, l’abate Busoni, ripetè Monte-Cristo, egli medesimo, in persona, ed io sono ben contento che mi riconosciate, caro sig. Caderousse; ciò prova che abbiamo buona memoria, perchè, se non mi sbaglio, sono oramai dieci anni che non ci siam veduti.

Questa calma, quest’ironia, questa possanza colpirono lo spirito di Caderousse con un terrore vertiginoso.

— L’abate!... l’abate... mormorò egli stringendo i pugni, e stridendo i denti.

— Voi volevate rubare al conte di Monte-Cristo?

— Sig. abate, mormorò Caderousse cercando di guadagnare la sinistra che gli veniva intercettata senza pietà dal conte, sig. abate, non so... vi prego di credere, vi giuro...

— Un vetro tagliato, continuò il conte, una lanterna cieca, un mazzo di grimaldelli, uno scrigno per metà sforzato: l’affare è chiaro.

Caderousse si strangolava con la cravatta, cercava un angolo per nascondersi, un foro per cui passare.

— Andiamo, vedo che siete sempre lo stesso, sig. assassino.

— Sig. abate, da poichè sapete tutto, saprete che non sono stato io, ma Carconta; ciò è stato riconosciuto dal processo, poichè essi non mi hanno condannato che alla galera.

— Voi dunque avete finito il vostro tempo, poichè vi trovo sulla strada di farvici ricondurre?

— No, sig. abate, sono stato liberato da qualcuno.

— Questo qualcuno ha reso un bel servizio alla società!

— Ah! disse Caderousse, io però aveva promesso...

— In tal modo siete in rottura di bando?

— Pur troppo! sì, disse Caderousse inquietissimo.

— Pessima recidiva... ciò vi condurrà, se non mi sbaglio, sulla piazza di Grève. Tanto peggio, tanto peggio, diavolo, come dicono i mondani del mio paese.

— Sig. abate, ho ceduto ad una tentazione...

— Tutti i delinquenti dicono così. — Il bisogno...

— Cessate adunque! disse sdegnosamente Busoni, il bisogno può strascinare a domandare l’elemosina, a rubare a un fornaio, non venire a sforzare uno scrigno in una casa che si crede disabitata. Ed allorquando il gioielliere Giovanni venne da voi per contarvi 45 mila fr. in cambio del diamante che io vi aveva dato, e che lo avete ucciso per avere il diamante ed il danaro, fu pure il bisogno?

— Perdono, sig. abate, disse Caderousse; voi mi avete salvato una volta, salvatemi ancora una seconda volta.

— Ciò non m’incoraggia.

— Siete solo, domandò Caderousse giungendo le mani, o avete di lì i gendarmi già pronti per prendermi?

— Son solo, disse l’abate, ed avrei ancora pietà di voi, e vi lascerei andare, col rischio di nuove disgrazie che possono esser procurate da questa mia debolezza, se mi diceste la verità.

— Ah! sig. abate, gridò Caderousse congiungendo le mani, ed avvicinandosi di un altro passo a Monte-Cristo, posso ben dire che siete mio salvatore.

— Pretendete di essere stato liberato dalla galera.

— Oh! su questo, fede di Caderousse, sig. abate!

— Chi vi liberò? — Un inglese. — Come si chiamava.

— Lord Wilmore. — Lo conosco: saprò dunque se mentite.

— Sig. abate, dico la pura verità. — Quest’inglese dunque vi proteggeva. — Non proteggeva me, ma un giovine corso mio compagno di catena. — Come si chiamava questo giovine corso? — Si chiamava Benedetto.

— Questo è un nome di battesimo?

— Egli non ne avea altri, perchè era bastardo.

— Allora questo giovine, è evaso con voi? — Sì.

— Ed in che modo? — Noi lavoravamo a Saint-Mandrier, vicino a Tolone. Conoscete Saint-Mandrier? — Sì, lo conosco.

— Ebbene! mentre che si dormiva, dal mezzogiorno ad un’ora... — I forzati fanno la sesta! compiangete quei birbanti! disse l’abate. — Diamine! disse Caderousse, non si può sempre lavorare, non siam cani. — Fortunatamente per i cani, riprese Monte-Cristo. — Mentre adunque gli altri facevano la sesta, ci siamo allontanati un poco, abbiamo segate le nostre catene con una lima di cui ci aveva provveduti l’inglese, e ci siamo salvati a nuoto.

— E che cosa è avvenuto di questo Benedetto?

— Non ne so niente! — Ciò nonostante dovete saperlo.

— No, in verità. Noi ci siamo separati a Hyères.

E per dare più peso alla sua protesta, Caderousse fece ancora un passo verso l’abate, che rimase immobile al suo posto tuttora tranquillo, ed interrogando. — Voi mentite! disse l’abate Busoni con un accento d’irresistibile autorità. — Sig. abate!... — Voi mentite! quest’uomo è ancora vostro amico, e vi servite di lui forse come di un complice. — Oh! sig. abate! — Da che avete lasciato Tolone, come avete vissuto? — Come ho potuto.

— Mentite! riprese per la terza volta l’abate con un accento ancor più imperativo. (Caderousse, spaventato, guardò il conte). Voi avete vissuto, riprese questi, col danaro che vi è stato dato. — Ebbene! è vero, disse Caderousse. Benedetto è diventato figlio di un gran signore.

— In qual modo può egli esser figlio di un gran signore?

— Figlio naturale.

— E chi è questo gran signore?

— Il conte di Monte-Cristo, quello in casa di cui siamo.

— Benedetto figlio del conte? riprese Monte-Cristo meravigliato a sua volta.

— Diamine! bisogna ben crederlo, poichè il conte gli ha trovato un falso padre, poichè il conte gli passa 4 mila fr. il mese, poichè il conte gli lascia 500 mila fr. nel suo testamento.

— Ah! ah! fece il falso abate che cominciava a comprendere; e che nome porta questo giovine?

— Si chiama Andrea Cavalcanti.

— Allora questi è un giovine che il mio amico, il conte di Monte-Cristo, riceve in casa sua, e che sta per isposare la figlia del banchiere Danglars? — Precisamente.

— E voi tollerate ciò, impossibile! voi che conoscete la sua vita ed i suoi delitti!

— Perchè volete che io impedisca al mio compagno di riuscire? disse Caderousse. — È giusto, non sta a voi l’avvisare il sig. Danglars, sta a me. — Sig. abate, voi non lo farete....

— E perchè?

— Perchè in tal modo ci farete perdere il nostro pane.

— E credete, che per conservare il pane a miserabili come voi, mi farei il fautore dei loro raggiri, il complice dei loro delitti.

— Sig. abate... disse Caderousse avvicinandosi.

— Io dirò tutto. — A chi? — Al sig. Danglars.

— Tuono dell’aria! gridò Caderousse cavando un coltello dal gilè già aperto, e percuotendo il conte nel mezzo del petto, tu non dirai niente, abate! — A gran sorpresa di Caderousse, il pugnale, invece di penetrare nel petto del conte, ribalzò smussato. Nello stesso tempo il conte afferrò colla mano sinistra il polso dell’assassino, e lo contorse con tal forza, che il coltello gli cadde dalle dita intirizzite, e Caderousse mandò un forte grido di dolore: ma il conte, senza fermarsi a questo grido, continuò a contorcere, fino a che, col braccio quasi lussato, egli da prima cadde in ginocchio, indi colla faccia contro terra. Il conte gli appoggiò un piede sulla testa, e gli disse: — non so chi mi trattenga dallo schiacciarti il cranio, scellerato!

— Ah! grazia! grazia! gridò Caderousse.

Il conte ritirò il piede: — Sorgi! diss’egli.

Caderousse si rialzò: — Potenza di Dio! che mano avete voi sig. abate! disse Caderousse, strofinandosi il braccio quasi morto per le tenaglie di carne che lo avevano stretto.

— Silenzio, Dio mi dà la forza di domare una bestia feroce come sei tu.

— Ouf! fece Caderousse tutto addolorato.

— Prendi questa penna e questa carta, e scrivi ciò che ti detto. — Io non so scrivere, sig. abate.

— Tu menti; prendi questa penna, e scrivi! — Caderousse, soggiogato da questa forza superiore, si assise e scrisse.

«Signore, l’uomo che voi ricevete in casa vostra, ed al quale voi destinate vostra figlia, è un antico forzato, sfuggito con me dalla galera di Tolone; egli portava il n. 59, ed io il n. 58. Si chiama Benedetto; ma egli stesso non sa il suo cognome, non avendo mai conosciuti i suoi genitori.»

— Firma! continuò il conte.

— Ma dunque volete perdermi.

— Se volessi perderti, imbecille, ti strascinerei fino al primo corpo di guardia; d’altra parte, prima che il tuo biglietto sia recapitato all’indirizzo, è probabile che tu non abbia più nulla a temere; firma dunque. — Caderousse firmò.

— L’indirizzo: Al sig. Barone Danglars banchiere, strada della Chaussée-d’Antin.

Caderousse scrisse l’indirizzo. L’abate prese il biglietto:

— Ora, diss’egli, sta bene, vattene.

— Per dove? — Per dove sei venuto.

— Volete che io esca da questa finestra? — Ci sei entrato.

— Voi meditate qualche cosa contro di me, sig. abate?

— Imbecille, che vuoi che io mediti?

— Perchè dunque non aprirmi la porta?

— Con qual vantaggio vuoi svegliare il portinaro?

— Sig. abate, ditemi che volete la mia morte.

— Voglio ciò che vuole Iddio.

— Ma giuratemi che non mi colpirete mentre discenderò.

— Pazzo e vile che sei! — Che volete far di me?

— Lo domando a te! ho cercato di fare di te un uomo felice, e non ne ho fatto che un assassino!

— Sig. abate, tentate una seconda prova.

— Sia! disse il conte, ascolta, sai che sono uom di parola.

— Sì, disse Caderousse.

— Se tu rientri in casa tua sano e salvo...

— A meno che ciò non venga da voi, che ho a temere?

— Se rientri in casa tua sano e salvo, lascia Parigi, lascia la Francia, ed in qualunque luogo sarai, fino a che tu ti condurrai onestamente, ti farò passare una piccola pensione; poichè se tu rientri in casa tua sano e salvo...

— Ebbene? domandò Caderousse fremendo. — Ebbene! crederò allora che Dio ti ha perdonato, e ti perdonerò io pure.

— Quanto è vero che sono cristiano, balbettò rinculando Caderousse, voi mi fate morire di paura!

— Andiamo, vattene! disse il conte mostrando col dito la finestra a Caderousse. — Questi, ancora mal rassicurato da tale promessa, cavalcò la finestra, e mise il piede sulla scala.

Là si fermò tremando. — Ora discendi, disse l’abate incrociando le braccia sul petto.

Caderousse cominciò a capire che non aveva niente da temere da questo lato, e discese.

Allora il conte si avvicinò colla candela, di modo che un altro uomo potè distinguere dai Campi-Elisi un uomo che discendeva da una finestra illuminata.

— Che fate dunque sig. abate, disse Caderousse; se passasse una pattuglia... — E soffiò sulla candela. Indi continuò a discendere; ma non fu che allorquando sentì il suolo del giardino sotto i suoi piedi, che si credè sufficientemente sicuro.

Monte-Cristo rientrò nella sua camera da dormire, e gettando un rapido colpo d’occhio dal giardino alla strada, vide da prima Caderousse che, dopo essere disceso, faceva un giro nel giardino, poscia piantare la scala all’estremità del muro, affine di uscire da un altro posto diverso da quello pel quale era entrato. Indi passando dal giardino alla strada, vide l’uomo, che sembrava aspettare, correre parallelamente nella strada, e situarsi dietro l’angolo stesso, vicino al quale Caderousse stava per discendere.

Caderousse salì lentamente sulla scala, e giunto agli ultimi gradini, passò la testa per disopra la cresta del muro per assicurarsi che la strada era del tutto solitaria. Non si vedeva nessuno, non si sentiva alcun rumore. Suonò un’ora all’orologio degl’Invalidi. Allora Caderousse si mise a cavallo sulla cresta della muraglia, e tirando a sè la scala, la passò per disopra al muro, indi si mise a discendere, o piuttosto si lasciò strisciare lungo i due montanti, manovra che operò con tale sveltezza, che provava l’abitudine che aveva in questo esercizio. Ma lanciato una volta sul pendio, non potè fermarsi. Invano vide un uomo scagliarsi fra l’ombre, al momento in cui era a mezza strada; invano vide un braccio alzarsi, al momento che toccava la terra; prima che avesse potuto mettersi in difesa, questo braccio lo colpì tanto furiosamente nel dorso, che abbandonò la scala, gridando.

— Soccorso! — Un secondo colpo gli giunse quasi subito nel fianco, ed egli cadde gridando: — All’uccisore! — Finalmente, siccome si rotolava per terra, l’avversario lo prese per i capelli, e gli portò un terzo colpo nel petto. Questa volta Caderousse volle gridare ancora, ma non potè mandare che un gemito, e fremendo lasciò scorrere i tre rivi di sangue che uscivano dalle sue tre ferite. L’assassino, vedendo ch’egli non gridava più gli sollevò la testa per i capelli; Caderousse aveva gli occhi chiusi e la bocca contorta. L’assassino lo credè morto, lasciò ricadere la testa, e disparve. Allora Caderousse sentendolo allontanarsi, si raddrizzò sul gomito; ed in un supremo sforzo, gridò con voce morente:

— All’assassino! io moro! sig. abate venite a me!

Questa lugubre chiamata fendè le ombre della notte.

La porta della scala segreta si aprì, indi la piccola porta del giardino, ed Alì ed il suo padrone accorsero coi lumi.

LXXXII. — LA MANO DI DIO.

Caderousse continuava a gridare con voce lamentevole:

— Sig. abate, soccorso! soccorso!

— Che c’è? domandò Monte-Cristo.

— Venite in mio soccorso; sono stato assassinato.

— Eccoci! coraggio.

— Ah! è finita, giungete troppo tardi; giungete per vedermi morire. Che colpi! quanto sangue! — Ed egli svenne.

Alì ed il suo padrone presero il ferito, e lo trasportarono in una camera. Là Monte-Cristo fece segno ad Alì di spogliarlo, e riconobbe le tre terribili ferite da cui era stato colpito. — Mio Dio! diss’egli. — Alì guardò il padrone come per domandargli ciò che doveva fare.

— Va a cercare il procuratore del Re Villefort, che dimora nel sobborgo Sant’Onorato, e conducilo qui; nel passare, sveglierai il portinaro, e gli dirai che vada a cercare un medico. — Alì obbedì, e lasciò il finto abate solo con Caderousse sempre svenuto. Allorchè il disgraziato riaprì gli occhi, il conte, assiso pochi passi da lui lontano, lo guardava con una tetra espressione di pietà, e le sue labbra, che si agitavano, sembravano mormorare una preghiera.

— Un chirurgo, sig. abate, un chirurgo! disse Caderousse.

— Si è mandato a cercarlo, rispose l’abate.

— So bene che è inutile, in quanto alla vita, ma potrà forse darmi forza, e voglio avere il tempo di fare la mia dichiarazione.

— Su di che? — Sul mio assassino.

— Lo conoscete voi dunque?

— Sì, io l’ho conosciuto! sì lo conosco, fu Benedetto.

— Quel giovine Corso? — Egli stesso.

— Il vostro compagno?

— Sì. Dopo avermi dato il disegno della casa del conte, sperando senza dubbio che io l’uccidessi, e che per tal mezzo egli ne diventerebbe l’erede, o che egli uccidesse me, e sarebbe così spacciato di me, mi aspettò sulla strada, e mi ha assassinato.

— Nello stesso tempo che ho mandato a cercare un medico ho pur fatto chiamare il procurator del Re.

— Egli giungerà troppo tardi, disse Caderousse, sento che tutto il sangue se ne va.

— Aspettate, disse Monte-Cristo; — ed uscì: cinque secondi dopo rientrò con una boccettina.

Gli occhi del moribondo, spaventosi per la loro immobilità, non avevano in quest’assenza lasciato un momento quella porta, dalla quale egli indovinava per istinto che stava per venirgli un qualche soccorso.

— Spicciatevi, sig. abate, sento che torno a svenire.

Monte-Cristo si avvicinò, e versò sulle labbra paonazze del ferito tre o quattro gocce del liquido che conteneva la boccettina. Caderousse mandò un sospiro. — Oh! diss’egli, voi mi versate in seno la vita; ancora... ancora...

— Due gocce di più vi ucciderebbero, rispose l’abate.

— Oh! che venga dunque qualcuno al quale io possa denunziare il miserabile. — Volete che io scriva la vostra deposizione? voi la firmerete. — Sì, disse Caderousse, i cui occhi brillavano per la speranza di questa postuma vendetta.

Monte-Cristo scrisse, «Io moro assassinato dal Corso Benedetto, mio compagno di catena a Tolone sotto il n. 59.»

— Spicciatevi, spicciatevi, disse Caderousse, o io non potrò più firmarla. — Monte-Cristo presentò la penna a Caderousse che raccolse tutte le sue forze, firmò, e ricadde nel suo letto dicendo: — Voi racconterete il resto, sig. abate; direte che egli si fa chiamare Andrea Cavalcanti, ch’alloggia nell’albergo dei Principi, che... ah! mio Dio, ecco che moro!

E Caderousse svenne per la seconda volta. L’abate gli fece respirare l’odore della boccettina, il ferito riaprì gli occhi. Il suo desiderio di vendetta non lo aveva abbandonato durante lo svenimento. — Ah! direte tutto questo, non è vero, signor abate?

— Tutto questo, sì, ed altre cose ancora — Che direte?

— Io dirò, che vi aveva dato la pianta di questa casa nella speranza che il conte vi uccidesse; dirò ch’egli aveva prevenuto il conte con un biglietto; dirò che il conte era assente, e che sono stato io che ho ricevuto questo biglietto, e che ho vegliato per aspettarvi.

— Ed egli sarà ghigliottinato, non è vero? disse Caderousse; me lo promettete, io muoio con questa speranza, questa mi aiuterà a morire.

— Dirò, continuò il conte, ch’egli è giunto dopo di voi, ch’è stato all’agguato tutto il tempo che siete stato qui, che quando vi ha veduto uscire, egli è corso all’angolo del muro, si è nascosto...

— Voi dunque avete veduto tutto ciò?

— Ricordatevi le mie parole: «e se tu rientri in casa tua sano e salvo, crederò che Dio ti abbia perdonato, e ti perdonerò io pure.»

— E voi non mi avete avvertito, gridò Caderousse cercando di sollevarsi sul gomito; sapevate che avrei corso pericolo di essere ucciso uscendo di qui, e non mi avete avvertito?

— No, perchè nella mano di Benedetto vedevo la Giustizia di Dio. — Caderousse lo guardò con istupore.

— E poi, disse l’abate, Dio è pieno di misericordia per tutti, come lo è stato per te: egli è padre prima di essere giudice.

— Ah! voi dunque credete in Dio? disse Caderousse.

— Se avessi avuto la disgrazia di non averci creduto fino al presente, ci crederei vedendoti.

Caderousse alzò le pugna serrate al Cielo.

— Ascolta, disse l’abate stendendo la mano sul ferito, come per comandargli la fede, guarda ciò che ha fatto per te questo Dio, che tu ricusi di riconoscere nel tuo ultimo momento: egli ti aveva data salute, lavoro sicuro, ed anche amici, la vita finalmente tale quale deve presentarsi all’uomo per esser docile colla calma della coscienza e la soddisfazione dei desideri, che non sono in opposizione alla legge divina; invece di essere contento di questi doni del signore, così raramente accordati da lui nella loro pienezza, guarda ciò che ne hai fatto: ti sei abbandonato al non far niente, ed alla ubbriachezza e nella ubbriachezza hai tradito uno dei tuoi migliori amici.

— Soccorso! gridò Caderousse, non ho bisogno di un prete, ma di un medico; forse non sono ferito mortalmente, forse non sono ancora per morire, forse mi potran salvare.

— No, sei tanto ben ferito mortalmente che senza le tre gocce del liquore che ti ho dato, saresti già spirato. Ascolta.

— Ah! mormorò Caderousse, che prete strano che siete, invece di consolare i moribondi, li fate disperare.

— Ascolta, continuò l’abate; quando hai tradito il tuo amico, Dio ha cominciato non a punirti, ma ad avvisarti; tu sei caduto nella miseria, hai sofferta la fame, tu eri passato ad invidiare la metà di una vita, che potevi passare ad acquistarla, e già pensavi al delitto scusandoti colla necessità, quando Dio fece per te un miracolo, quando Dio per le mie mani t’inviò nel seno della tua miseria, una fortuna brillante per te, disgraziato, che non avevi mai posseduto niente. Ma questa fortuna inattesa, non isperata, inaudita non ti bastò più, dal momento che la possedevi, volesti raddoppiarla: con qual mezzo? quello di un omicidio: l’hai raddoppiata, e Dio allora te l’ha tolta, conducendoti avanti all’umana giustizia.

— Non sono stato io, disse Caderousse, che ho voluto uccidere l’ebreo; fu la Carconta.

— Sì, disse Monte-Cristo. Così la misericordia di Dio non rivolse lo sguardo da te neppur questa volta, perchè la sua giustizia ti avrebbe messo a morte; ma Dio sempre misericordioso, permise che i tuoi giudici si commovessero alle tue parole, e ti lasciassero la vita.

— Per bacco! per inviarmi alla galera a vita; bella grazia.

— Questa grazia, miserabile! tu però la considerasti come una vera grazia quando ti fu fatta. Il tuo cuore vile, che tremava davanti alla morte, balzò di gioia all’annunzio della tua perpetua infamia, perchè dicesti a te stesso come tutti i forzati: «nella galera vi è una porta, non vi è una tomba.» Ed avevi ragione, perchè la porta della tua galera è aperta per te in un modo non isperato: un inglese visita Tolone, egli aveva fatto voto di togliere gli uomini dall’infamia, la sua scelta cadde sul tuo compagno, una seconda fortuna discende per te dal cielo, ritrovi danaro ad un tempo e tranquillità, puoi ricominciare a vivere la vita di tutti gli uomini, tu che eri stato condannato a vivere quella soltanto dei forzati; allora, miserabile, ti metti a tentare Dio una terza volta: non ne ho abbastanza, dicesti, quando avevi più di quel che mai tu abbia posseduto, e commetti un terzo delitto, senza ragione, senza scusa. Dio si è stancato, Dio ti ha punito.

Caderousse si indeboliva a vista d’occhio: — Da bere! diss’egli; io ho sete... io brucio! — Monte-Cristo gli dette un bicchiere d’acqua: — Scellerato Benedetto, disse Caderousse restituendo il bicchiere; egli però fuggirà...

— Nessuno sfuggirà, sono io che te lo dico, Caderousse... Benedetto sarà punito!

— Allora sarete punito voi pure, disse Caderousse; perchè non avete fatto il dovere del vostro ministero... voi dovevate impedire a Benedetto di uccidermi.

— Io! disse il conte con un sorriso che agghiacciò di spavento il moribondo, io impedire a Benedetto di ucciderti, al momento in cui tu spezzavi il tuo coltello contro la cotta di maglia che mi copriva il petto?... Sì, forse, se ti avessi ritrovato umile e pentito, avrei impedito a Benedetto di ucciderti; ma ti ho ritrovato orgoglioso e sanguinario.

— Io non credo in Dio! urlò Caderousse, tu pure non vi credi... tu menti... tu menti!

— Taci, disse l’abate, perchè fai uscir fuori del tuo corpo le ultime gocce di sangue... Ah! tu non credi in Dio, mentre muori colpito dalla sua giustizia!... Ah! tu non credi in Dio, e Dio, che frattanto non chiede che una preghiera, una lagrima per perdonare... Dio che poteva dirigere il pugnale dell’assassino in modo che tu spirassi sul colpo... Dio ti ha dato un quarto d’ora per pentirti... Rientra dunque in te stesso disgraziato, e pentiti!

— No, disse Caderousse, io non mi pento, non vi è Dio, non vi è Provvidenza.

— Vi è Dio, vi è Provvidenza, disse Monte-Cristo, e la prova si è, che tu sei là gemente, disperato, rinnegando Dio, e che io sono qui ritto davanti a te, ricco, felice, sano e salvo, e giungendo le mani davanti a questo Dio, al quale tu ti sforzi non credere, ma al quale pure tu credi nel fondo del tuo cuore.

— Ma chi siete dunque allora? domandò Caderousse fissando gli occhi moribondi sul conte.

— Guardami bene, disse Monte-Cristo prendendo il lume, ed avvicinandolo al viso.

— Ebbene! l’abate... Busoni. — Monte-Cristo si levò la parrucca che lo sfigurava, e lasciò ricadere i suoi bei capelli neri che inquadravano tanto armoniosamente il suo pallido viso.

— Oh! disse Caderousse spaventato, se non fossero questi capelli neri, direi che siete l’Inglese, direi che voi siete Lord Wilmore.

— Io non sono, nè l’abate Busoni, nè Lord Wilmore, disse Monte-Cristo; guarda meglio, guarda più lontano, guarda nelle tue prime rimembranze.

In queste parole del conte vi era una vibrazione magnetica nella quale furon vivificati i sensi sfiniti del miserabile ferito.

— Oh! in fatto, diss’egli, mi sembra di avervi veduto... di avervi conosciuto in altri tempi... ma chi dunque siete allora? e perchè, se mi avete veduto e conosciuto, mi lasciate morire?

— Perchè non vi ha cosa alcuna che possa salvarti, Caderousse; perchè le tue ferite sono mortali. Se tu avessi potuto essere salvato avrei veduto un’ultima misericordia del Signore, ed io pure sarei accorso per restituirti alla vita ed al pentimento, te lo giuro per la tomba di mio padre.

— Per la tomba di tuo padre! disse Caderousse rianimato da un’ultima scintilla, e sollevandosi per vedere più da vicino l’uomo che faceva questo giuramento, sacro a tutti gli uomini; eh! chi sei tu dunque? — Il conte non aveva cessato dal seguire i progressi dell’agonia; egli capì che questo slancio della vita era l’ultimo, si avvicinò al moribondo, e coprendolo con uno sguardo pacifico e tristo ad un tempo.

— Io sono... gli disse all’orecchio, io sono... — E le labbra appena aperte, lasciarono passare un nome pronunciato tanto a bassa voce, che il conte sembrava temesse di sentirlo egli pure.

Caderousse, che si era alzato sulle ginocchia stese le braccia, fece di tutto per indietreggiare, poi giungendo le mani, ed alzandole con un estremo sforzo: — Oh! mio Dio! diss’egli, perdono per avervi rinnegato; voi esistete, sì voi esistete, e nella vostra infinita misericordia e giustizia, voi siete il padre, il giudice degli uomini. Mio Dio, e Signore, non vi ho per lungo tempo conosciuto! mio Dio, e Signore perdonatemi, mio Dio, e Signore ricevetemi!

Caderousse chiuse gli occhi, cadde rovesciato in addietro con un ultimo sospiro. Il sangue si fermò subito sulle labbra delle sue larghe ferite. Egli era morto.

— Uno! disse misteriosamente il conte, cogli occhi fissi sul cadavere già sfigurato per questa morte terribile.

Dieci minuti dopo, il medico ed il procuratore del Re giunsero, condotti, l’uno dal portinaro, l’altro da Alì, e furono ricevuti dall’abate Busoni, che pregava vicino al morto.

LXXXIII. — BEAUCHAMP.

Per quindici giorni in Parigi non si parlò d’altro, che del tentativo di rubamento, fatto con tanta audacia, in casa del conte: il moribondo aveva firmata una dichiarazione che indicava Benedetto come il suo assassino. La polizia fu invitata a lanciare tutti i suoi messi sulle tracce dell’omicida.

Il coltello di Caderousse, la lanterna cieca, il mazzo di grimaldelli, e gli abiti, meno il gilè che non potè ritrovarsi, furono deposti alla polizia, il corpo fu trasportato alla Morgue. Il conte rispondeva a tutti, che quest’avventura era accaduta mentre che egli era nella sua casa d’Auteuil, e che per conseguenza non sapeva che ciò che gli aveva raccontato l’abate Busoni, che in questa sera, per una strana combinazione, aveva domandato di passare la notte in sua casa, affine di consultare alcuni libri preziosi, che aveva nella sua biblioteca. Bertuccio solo impallidiva tutte le volte che veniva pronunciato in sua presenza il nome di Benedetto; ma non vi era alcun motivo, perchè qualcuno si accorgesse del pallore di Bertuccio. Villefort, chiamato a constatare il delitto, aveva reclamato a sè l’affare, ed aveva impresa l’istruzione con quell’ardore appassionato, che egli metteva in tutte le cause criminali, nelle quali era chiamato a portare la parola. Ma tre settimane eran già passate senza che le ricerche più operose avessero condotto ad alcun resultato, e si cominciava a dimenticare il rubamento tentato alla casa del conte, e l’assassinio del ladro commesso dal suo complice, per occuparsi del vicino matrimonio di madamigella Danglars col conte Andrea Cavalcanti. Questo matrimonio era quasi dichiarato, ed il giovine veniva ricevuto in casa del banchiere col titolo di fidanzato.

Erasi scritto al sig. Cavalcanti padre che aveva molto approvato questo matrimonio, e che, esprimendo tutto il suo dispiacere, perchè il servizio gl’impediva assolutamente di lasciare Parma, ov’era di guarnigione, dichiarava acconsentire di dare un capitale di 150 mila lire di rendita. Era convenuto che i tre milioni sarebbero stati collocati nel banco Danglars, ov’egli li farebbe valere; alcune persone avevano tentato di dare dei dubbi al giovine sulla solidità della posizione del suo futuro suocero, che da qualche tempo provava alla borsa reiterate perdite; ma il giovine con un disinteressamento ed una confidenza sublime, rigettò tutti questi vani propositi sui quali ebbe la delicatezza di non dire neppure una parola al barone. Per questo il barone adorava il conte Andrea Cavalcanti. Non era però lo stesso dal lato di madamigella Danglars. Nel suo odio istintivo contro il matrimonio, aveva accolto Andrea come un mezzo atto ad allontanare Morcerf; ma ora che Andrea si avvicinava troppo, incominciava a provare per lui una visibile repulsione. Forse il barone se ne era accorto; ma siccome non poteva attribuire questa ripulsione se non che ad un capriccio, aveva fatto sembiante di non accorgersene.

Frattanto la dilazione domandata da Beauchamp era quasi percorsa. Del rimanente, Morcerf aveva potuto apprezzare il valore del consiglio di Monte-Cristo, quando questi gli aveva detto di lasciar cadere le cose da sè stesse. Nessuno aveva rilevato la nota sul generale, e nessuno aveva ravvisato nel generale che aveva venduta la fortezza di Giannina, il nobile conte che sedeva alla camera dei Pari. Alberto però non si credeva meno insultato, perchè in quelle poche linee che lo avevano ferito vi era certamente l’intenzione di offenderlo. Inoltre, il modo con cui Beauchamp aveva terminata la conferenza, lasciava amare rimembranze nel suo cuore. Egli dunque accarezzava nel suo spirito l’idea di questo duello, del quale egli sperava, se Beauchamp voleva prestarvisi, di coprire la vera causa, anche ai suoi testimonii. In quanto a Beauchamp, nessuno lo aveva più veduto dopo il giorno della visita, che gli aveva fatta Alberto, ed a tutti quelli che andavano a domandare di lui si rispondeva che era assente per un viaggio di qualche giorno. Ov’era, nessuno lo sapeva. Una mattina Alberto fu svegliato dal suo cameriere, che gli annunciò Beauchamp. Alberto si strofinò gli occhi, ordinò che si facesse aspettare Beauchamp nella piccola sala da fumare nel pian terreno, si vestì prestamente, e discese.

Trovò Beauchamp che passeggiava in lungo ed in largo: come lo vide, Beauchamp si fermò. — La dimostrazione che voi tentate, presentandovi in casa mia da voi stesso, e senza aspettare la visita che io contava di farvi in questo stesso giorno, mi sembra di buono augurio, signore, disse Alberto; vediamo, dite presto, debbo stendervi la mano dicendo: «Beauchamp, confessate un torto, e conservatemi un amico?» Ovvero debbo semplicemente domandarvi: «Quali sono le vostre armi?»

— Alberto, disse Beauchamp con una tristezza che colpì il giovine di stupore, sediamo da prima, e parliamo.

— Ma mi sembra, che prima di sederci, dobbiate rispondermi?

— Alberto, disse il giornalista, vi sono delle occasioni in cui la difficoltà è precisamente nella risposta.

— Io ve la renderò facile, signore, ripetendovi la domanda; volete ritrattarvi, sì, o no?

— Morcerf, non bisogna limitarsi a rispondere sì o no alle domande che riguardano l’onore, la posizione sociale, la vita di un uomo, quale è il sig. tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia... — E che si fa allora?

— Si fa ciò che ho fatto io, Alberto; si dice: il danaro, il tempo, e la fatica sono un nulla, allorchè si tratta della riputazione e degl’interessi di una intera famiglia; si dice: se incrocio la spada, o se stringo lo scatto di una pistola sopra un uomo, al quale per due anni ho stretta la mano, bisogna che io sappia almeno perchè faccio una cosa simile; finalmente per giungere sul terreno col cuore in riposo, e quella coscienza tranquilla di cui abbisogna un uomo, quando fa di mestieri, che col suo braccio si salvi la vita...

— Ebbene? domandò Morcerf con impazienza, che vuol dir ciò?

— Ciò vuol dire, che io vengo da Giannina.

— Da Giannina? voi! — Sì: io. — Impossibile!

— Mio caro Alberto; eccovi il mio passaporto; guardate i visti: Ginevra, Milano, Venezia, Trieste, Delvino, Giannina; crederete alla polizia di una repubblica, di un regno, di un impero?

Alberto gettò gli occhi sul passaporto, e li rialzò meravigliati sopra Beauchamp; — Voi siete stato a Giannina.

— Alberto, se foste stato uno straniero, uno sconosciuto, un semplice lord, come quell’inglese che tre o quattro mesi fa venne a chiedermi soddisfazione, e che ho ucciso per ispacciarmene, capirete che non mi sarei dato una briga simile; ma ho creduto di dovervi dare questo contrassegno di stima. Ho impiegato otto giorni nell’andare, otto giorni a ritornare, più quattro giorni di quarantina, e quarantotto ore di soggiorno; tutto questo forma le mie tre settimane. Sono giunto questa notte, ed eccomi qua.

— Mio Dio, quanti giri di parole, Beauchamp, e quanto tardate a dirmi ciò che aspetto da voi!

— Egli è in verità, Alberto... — Si direbbe che esitate...

— Sì; io ho paura...

— Voi avete paura di confessare che il vostro corrispondente vi aveva ingannato? Oh! lasciate l’amor proprio, Beauchamp; confessate: il vostro coraggio non può essere messo in dubbio.

— Oh! non è questo, mormorò il giornalista; al contrario...

Alberto impallidì spaventosamente: egli tentò di parlare ma la parola spirò sulle sue labbra.

— Amico mio, disse Beauchamp col tuono più affettuoso, credetemi, sarei felice di potervi fare le mie scuse, e ve le farei con tutto il cuore; ma ahimè!...

— Ma che? — La nota aveva ragione, amico mio.

— Come! quell’ufficiale francese... — Sì.

— Quel Fernando? — Sì.

— Quel traditore che cedè la fortezza dell’uomo di cui era al servizio... — Perdonatemi di dirvi ciò che vi dico, amico mio, quest’uomo, è vostro padre!

Alberto fece un movimento furioso per slanciarsi su Beauchamp; ma questi lo trattenne, più collo sguardo dolce che colla mano stesa.

— Osservate, amico mio, diss’egli cavando di saccoccia un foglio, ecco la prova. — Alberto aprì il foglio; era un attestato di quattro dei più notabili abitanti di Giannina, che contestavano qualmente il colonnello Fernando Mondego, colonnello istruttore, al servizio del Visir Alì-Tebelen, aveva ceduto la fortezza di Giannina, ricevendone in compenso due mila borse. Le firme erano legalizzate dal console. Alberto vacillò, e cadde atterrato sopra una sedia.

Questa volta non v’era più alcun dubbio, il nome della sua famiglia vi era in tutte lettere. Così, dopo un momento di mutuo silenzio e di dolore, il suo cuore si sgonfiò, le vene del collo s’inturgidirono; un torrente di lagrime gli sgorgò dagli occhi.

Beauchamp, che aveva guardato il giovine con una profonda pietà, mentre cedeva al parossismo del dolore, si avvicinò a lui. — Alberto, diss’egli, voi ora mi capite, non è vero? io ho voluto veder tutto, giudicare tutto da me stesso, sperando che la spiegazione sarebbe stata favorevole a vostro padre, e che avrei potuto rendergli compiuta giustizia. Ma, al contrario, le informazioni prese contestano che questo ufficiale istruttore, che questo Fernando Mondego, elevato da Alì-Pascià al titolo di generale governatore, non è altro che il conte Fernando de Morcerf; allora sono ritornato, ricordatevi l’onore che mi avete fatto di ammettermi alla vostra amicizia, e sono accorso a voi.

Alberto, sempre immobile sul seggio, si teneva le mani sugli occhi, come avesse voluto impedire alla luce di arrivare fino a lui: — Io sono accorso, continuò Beauchamp, per dirvi: Alberto, gli errori dei nostri padri, in quei tempi di azione e di reazione, non possono ricadere sui figli, Alberto, ben pochi hanno traversato quelle rivoluzioni, in mezzo alle quali siam nati, senza che qualche macchia di fango o di sangue abbia lordato la loro uniforme da soldato, o la loro toga da giudice. Alberto, nessuno al mondo, ora che ho tutte le prove, ora che sono padrone del vostro segreto, può sforzarmi ad un combattimento che la vostra coscienza, ne sono certo, si rimprovererebbe come un delitto; ma ciò che non potete esigere da me, io stesso vengo ad offrirvelo. Queste prove, queste rivelazioni, questi attestati che io solo posseggo, volete che spariscano? questo terribile segreto, volete che resti fra voi e me? confidate alla mia parola d’onore? egli non uscirà mai dalla mia bocca; dite, lo volete Alberto?

Alberto si slanciò al collo di Beauchamp:

— Ah! nobile cuore!

— Prendete, disse Beauchamp presentandogli il foglio.

Alberto lo afferrò con mano convulsa, lo strinse, lo spiegazzò, pensò di stracciarlo; ma temendo che la più piccola particella trasportata dal vento non venisse un giorno a percuoterlo sulla fronte, andò alla candela, sempre accesa per i sigari, e ne consumò fin l’ultimo frammento.

— Che tutto ciò si dimentichi come un sogno cattivo, disse Beauchamp, si sperda come queste ultime faville che corrono sulla carta annerita, che tutto ciò svanisca, come quest’ultimo fumo che sfugge da queste mute ceneri.

— Sì, sì, disse Alberto, e che non vi rimanga che l’eterna amicizia che i miei figli trasmetteranno ai vostri, amicizia che mi ricorderà sempre che il sangue delle mie vene, la vita del mio corpo, l’onore del mio nome, le debbo soltanto a voi; perchè se una tal cosa fosse stata conosciuta, oh! Beauchamp, vi dichiaro che mi sarei bruciate le cervella... oh, no, povera madre! perchè non avrei voluto ucciderla con lo stesso colpo... avrei espatriato.

— Caro Alberto! disse Beauchamp. — Ma il giovine si tolse ben presto da questa gioia inattesa, e per così dire fatidica, e ricadde più profondamente nella sua tristezza.

— Ebbene, domandò Beauchamp, vediamo, che vi è di nuovo, amico mio?

— C’è, disse Alberto, che ho qualche cosa che mi lacera il cuore. Ascoltate, Beauchamp. Non so togliermi, così in un secondo da quel rispetto, da quella confidenza, e da quell’orgoglio, che inspira ad un figlio il nome senza macchia di suo padre. Oh! Beauchamp come dovrò ora presentarmi a lui? manderò in addietro la mia fronte quando egli vi avvicinerà le labbra? ritirerò la mia mano quando egli mi stenderà la sua?... Beauchamp, sono il più infelice degli uomini. Ah! madre mia, mia povera madre, disse Alberto guardando, a traverso dei suoi occhi che nuotavano nelle lagrime il ritratto di sua madre, se aveste saputo ciò, quanto avreste dovuto soffrire.

— Coraggio, disse Beauchamp, coraggio, amico!

— Ma di dove veniva questa prima nota inserita nel vostro giornale? gridò Alberto; dietro a tutto ciò vi è un odio sconosciuto, un nemico invisibile.

— Ebbene! disse Beauchamp, ragione di più. Coraggio, non fate comparire alcuna traccia d’emozione sul vostro viso; portate questo dolore in voi, come la nube porta in sè la rovina e la morte; segreto fatale che non si comprende che al momento in cui scoppia la tempesta. Andate, amico, riserbate le vostre forze pel momento in cui verrà fatto questo scoppio.

— Oh! ma credete dunque che noi non siamo giunti a termine? disse Alberto spaventato.

— Ma... non credo niente, amico mio; ma finalmente tutto è possibile. A proposito...

— Che cosa? domandò Alberto vedendo Beauchamp esitare.

— Sposate sempre madamigella Danglars?

— A qual proposito mi domandate questo in un simile momento, Beauchamp?

— Perchè nel mio spirito la rottura o il compimento di questo matrimonio, si riattaccano all’oggetto che ne occupa.

— In che modo? disse Alberto, la cui fronte s’infiammò, credete che il sig. Danglars...

— Vi domando soltanto a che punto siete con questo matrimonio. Che diavolo! non vedete nelle mie parole altre cose che quelle che vi metto, e non date loro un’importanza maggiore di quella che non hanno.

— No, disse Alberto, il matrimonio è rotto.

— Bene, disse Beauchamp. — Indi, vedendo che il giovine ricadeva nella sua melanconia: — Osservate, Alberto, diss’egli, se credete a me, sarebbe bene che uscissimo; un giro al bosco in phaéton, o a cavallo vi distrarrà; indi ritorneremo per far colazione in qualche luogo, e voi andrete per i vostri affari ed io per i miei.

— Volentieri, disse Alberto, ma usciamo a piedi, mi sembra che un poco di fatica mi farà bene.

— Sia, disse Beauchamp. — Ed i due amici uscendo a piedi s’avviarono al baluardo. Giunti alla Maddalena: — Sentite, disse Beauchamp, giacchè siamo sulla strada, andiamo un poco a vedere il sig. di Monte-Cristo, egli vi distrarrà; è un uomo ammirabile per rimettere gli spiriti, in quanto che non fa mai domande; ora, a mio avviso, la gente che non fa interrogazioni è la più abile consolatrice.

— Andiamo pure da lui, disse Alberto, io lo amo.

LXXXIV. — IL VIAGGIO.

Monte-Cristo mandò un grido di gioia vedendo i due giovani insieme. — Ah! ah! diss’egli! ebbene! spero che tutto sarà finito, spiegato, accomodato?

— Sì, disse Beauchamp. Romori assurdi che sono caduti da sè stessi, e che ora, se si rinnovassero, mi avrebbero per il loro primo antagonista. Non ne parliamo più.

— Alberto vi dirà, riprese il conte, che questo era il consiglio ch’io stesso gli aveva dato. Osservate, voi mi vedete compire la più esecrabile mattinata che abbia mai passata.

— E che cosa fate? mi sembra che siate occupato a mettere in ordine le vostre carte?

— Le mie carte? grazie a Dio no; vi è sempre ordine nelle mie carte, un ordine meraviglioso, atteso che non ho carte; sono le carte del sig. Cavalcanti.

— Del sig. Cavalcanti? domandò Beauchamp.

— Eh! sì, non sapete ch’è un giovinotto ch’è stato lanciato nella società dal conte? disse Morcerf.

— No, intendiamoci bene, riprese Monte-Cristo: non ho lanciato alcuno, ed il sig. Cavalcanti molto meno.

— E che sposerà madamigella Danglars in vece mia, cosa che, continuò Alberto sforzandosi di sorridere, come potete bene immaginare, mi addolora assaissimo, caro Beauchamp.

— E che? venite forse dal confine del mondo? domandò Monte-Cristo, voi, un giornalista il marito della Renommée! Tutto Parigi non parla che di questo.

— E siete voi, conte, che avete fatto questo matrimonio?

— Io? oh! silenzio, sig. novellista, non raccontate simili cose; io! mio Dio! fare un matrimonio! No, voi non mi conoscete; mi vi sono anzi opposto con tutto il mio potere, ho ricusato di fare la domanda.

— Ah! capisco, per causa del nostro amico Alberto?

— Per causa mia? disse il giovine; oh! no, in fede mia! Il conte mi farà giustizia di certificare, che l’ho sempre pregato al contrario di rompere questo matrimonio che fortunatamente è rotto. Il conte pretende però che io non debba ringraziare lui.

— Ascoltate, disse Monte-Cristo, sono entrato tanto poco in questo affare, che ora sono trattato freddamente dal futuro genero; dal giovine. Non vi è che madamigella Eugenia la quale conoscendo a qual punto io era poco disposto a farle perdere la sua cara libertà, mi abbia conservato un poco d’affezione.

— E dite che questo matrimonio è sul punto d’effettuarsi?

— Oh! mio Dio! sì, ad onta di tutto ciò che ho potuto dire: non conosco il giovine, lo si pretende ricco e di buona famiglia, ma per me tali cose non son che un semplice si dice: ho ripetuto tutto questo fino alla sazietà al sig. Danglars, ma egli si è ostinato col suo Lucchese. Sono perfino giunto a fargli parte di una particolarità, che per me è gravissima: il giovine è stato cambiato a balia, allevato dai zingari, o perduto dal suo precettore, non so troppo bene. Ma quello ch’io so, si è che suo padre lo ha perduto di vista per più di dieci anni; ciò che ha fatto durante questi dieci anni di vita errante, Dio solo lo sa; le sue carte, eccole. Io le mando a loro, ma me ne lavo le mani.

— E madamigella d’Armilly, domandò Beauchamp, che cera vi fa, che le portate via la sua allieva?

— Diamine! non so troppo: ma sembra che ella parta per l’Italia. La sig.ª Danglars mi ha parlato di lei, e mi ha domandate delle lettere per gl’impresarii: io le ho date due righe pel direttore del teatro Valle, che mi ha qualche obbligazione. Ma che avete dunque, Alberto? avete l’aria ben trista; sareste forse, senza accorgervene, innamorato di madamigella Danglars?

— No, ch’io sappia, disse Alberto sorridendo amaramente.

Beauchamp si mise a guardare i quadri.

— Ma finalmente, continuò Monte-Cristo, non siete del solito umore. Sentiamo, che cosa avete?

— Ho l’emicrania, disse Alberto.

— Ebbene! caro visconte, disse Monte-Cristo, ho per questi casi un rimedio infallibile da proporvi; rimedio che è sempre riuscito a me stesso, ogni qualvolta ho sofferto qualche contrarietà.

— E quale? domandò il giovine.

— Il cambiar luogo.

— Davvero? disse Alberto.

— Sì, e sentite; siccome in questo momento soffro eccessive contrarietà, cambio luogo. Vogliamo cambiarlo insieme?

— Voi delle contrarietà, disse Beauchamp; e su che?

— Per bacco! voi ne parlate molto indifferentemente, vorrei vedervi con una causa criminale che si istituisse in casa vostra!

— Una causa criminale! qual causa criminale?

— Eh! quella che il sig. de Villefort istituisce contro il mio amabile assassino, una specie di brigante fuggito dalla galera, a quanto sembra.

— Ah! è vero, disse Beauchamp, ha fatto chiasso sui giornali. Che cosa è questo Caderousse?

— Ebbene... mi sembra che sia un provenzale. Il sig. de Villefort ne ha inteso parlare quando era a Marsiglia, ed il sig. Danglars si ricorda di averlo veduto; ne risulta che il sig. procuratore del Re prende l’affare molto a cuore, molto più, ch’egli ha, a quanto sembra premurato al più alto grado il prefetto di polizia, e che, mercè questa premura di cui gli sono riconoscente che non si potrebbe dir di più, mi s’inviano tutti i banditi, che da quindici giorni si possono raccogliere in Parigi, e nelle vicinanze, sotto il pretesto ch’essi sono gli assassini di Caderousse, d’onde ne risulta che in tre mesi, se continua, non vi sarà più un ladro o un assassino, in questo regno di Francia, che non conosca la pianta della mia casa sulla punta delle dita. Per cui prendo la risoluzione di abbandonarla loro interamente, e di andarmene tanto lontano, quanto mi potrà portare la terra. Venite con me, visconte, io vi conduco.

— Volentieri. — Allora è convenuto? — Sì, ma dove andremo? — Ve l’ho detto, dove l’aria è più pura, ed il rumore dorme; ove, per quanto uno sia orgoglioso, si sente umile, e si ritrova piccolo. Amo questa umiliazione io, che son chiamato padron dell’Universo come Augusto.

— Ma infine ove andate?

— Al mare, visconte, al mare: sono un marinaro, vedete; da fanciullo sono stato cullato fra le braccia del vecchio Oceano e sul seno della bella Amfitride; ho scherzato col mantello verde dell’uno, e colla gonna azzurra dell’altra. Amo il mare come si può amare un amico, e quando è lungo tempo che non lo vedo, smanio per esso.

— Andiamo, conte, andiamo! — Al mare? — Sì.

— Voi accettate? — Io accetto.

— Ebbene! visconte, questa sera nel mio cortile vi sarà una brisca da viaggio in cui potremo stenderci come nel proprio letto; a questa brisca saranno attaccati quattro cavalli di posta. Sig. Beauchamp, vi si sta in quattro comodamente, volete venire con noi?

— Grazie, vengo ora dal mare. — Come! venite dal mare?

— Sì, o quasi; ritorno da un piccolo viaggio alle isole Borromee.

— Che importa, venite egualmente! disse Alberto.

— No, caro Morcerf, dovete capire dal modo che io rifiuto, che la cosa è impossibile. D’altra parte è importante ch’io resti a Parigi, disse parlando a bassa voce, non fosse per altro, che per sorvegliare la cassetta del giornale.

— Ah! siete un ottimo ed eccellente amico, disse Alberto, sì, avete ragione, vegliate, sorvegliate, Beauchamp, e cercate di scoprire l’inimico dal quale ebbe origine questa nota.

Alberto e Beauchamp si separarono; la loro ultima stretta di mano racchiudeva tutto ciò che le loro labbra non potevano esprimere in faccia allo straniero. — È un eccellente giovine Beauchamp, disse Monte-Cristo dopo la partenza del giornalista, non è vero, Alberto?

— Oh! sì, un uomo di cuore, ve lo garantisco; così che io l’amo con tutta l’anima mia. Ma ora che siamo soli, quantunque la cosa per me sia la stessa, dove andiamo?

— In Normandia, se a voi non dispiace.

— A meraviglia: saremo del tutto in campagna, non è vero? nessuna società, nessun vicino?

— Saremo a quattro occhi, con cavalli per correre, cani per cacciare, barche per pescare, ed ecco tutto.

— Questo è quello che mi abbisogna. Avviso mia madre, e sono ai vostri ordini.

— Ma, disse Monte-Cristo, vi daranno il permesso?

— Di che? — Di venire in Normandia?

— A me? e che non sono più libero?

— Di andare ove vi piace solo, lo so bene, poichè vi ho incontrato scappato per l’Italia. — Ebbene?

— Ma di venire con l’uomo misterioso che si chiama il conte di Monte-Cristo...

— Voi avete poca memoria, conte. — In che modo?

— Non vi ho detta tutta la simpatia che mia madre vi porta?

— Spesso la donna cambia, ha detto Francesco I; la donna è un’onda, ha detto Shakespeare: l’uno fu un gran re, l’altro un gran poeta; ed entrambi dovevan conoscere la donna.

— Sì, la donna, ma mia madre non è la donna, è una donna.

— Permettete ad un povero straniero di non conoscere tutta la sottigliezza di questo giuoco di parole.

— Voglio dire che mia madre è avara dei suoi sentimenti, ma una volta che li ha concessi, è per sempre.

— Ah! davvero? disse sospirando Monte-Cristo; e credete ch’ella mi faccia l’onore di accordarmi un qualche sentimento di più d’una perfetta indifferenza?

— Ascoltate! ve l’ho già detto e ve lo ripeto, riprese Morcerf; bisogna bene che siate un uomo molto straordinario e molto superiore agli altri, perchè mia madre si è lasciata prendere, non dirò dalla curiosità, ma dall’interessamento che avete saputo inspirarle. Quando siamo soli, non parla che di voi.

— Vi dice ella di non fidarvi di questo Manfredi?

— Al contrario mi dice: «Morcerf, credo che il conte abbia un nobile naturale; cerca di farti amare da lui.»

Monte-Cristo girò gli occhi e mandò un sospiro:

— Ah! da vero?

— Di modo che capirete, continuò Alberto, che invece di opporsi al mio viaggio, ella lo approverà di tutto cuore, poichè entra nelle raccomandazioni che mi fa ogni giorno.

— Andate dunque, disse Monte-Cristo. Questa sera siate qui alle cinque, arriveremo laggiù a mezza notte o ad un’ora.

— Come, a Tréport...? — Tréport, o nelle vicinanze.

— Non ci abbisognano che otto ore per fare 48 leghe?

— È anche molto, disse Monte-Cristo.

— Siete davvero l’uomo dei prodigi, e giungerete non solo a superare le strade ferrate, che non è molto difficile particolarmente in Francia, ma eziandio a correre più presto di una notizia pel telegrafo.

— Frattanto, visconte; siccome ci occorrono sempre sette od otto ore per giungere laggiù, siate esatto.

— State tranquillo: non ho altro a fare che prepararmici.

— Alle cinque adunque. — Alle cinque. — Alberto sorrise.

Monte-Cristo, dopo avergli fatto sorridendo un segno colla testa, restò un momento pensieroso, e come assorbito da una profonda meditazione. Finalmente, passando la mano sulla fronte come per allontanare una distrazione, andò al campanello e battè due colpi. Non appena compiti i due colpi percossi da Monte-Cristo, entrò Bertuccio: — Bertuccio, diss’egli, non dopo domani, non domani, come da prima aveva pensato, ma questa sera stessa ho stabilito d’andare in Normandia: da ora alle cinque vi è già maggior tempo di quello che vi abbisogna: farete preparare i cavalli del primo appostamento; il sig. de Morcerf mi accompagna. Andate.

Bertuccio obbedì, ed un corriere corse a Pontoise ad annunziare, che la carrozza di posta sarebbe passata alle sei precise; il palafreniere di Pontoise ne inviò un altro al secondo appostamento, e questi un altro al terzo; e, sei ore dopo, tutti i cavalli di cambio disposti lungo la strada erano prevenuti. Prima di partire il conte salì da Haydée, le annunziò la sua partenza, le disse il luogo ove andava, e mise tutta la casa sotto i suoi ordini. Alberto fu esatto. Il viaggio, taciturno sul principio, si aprì ben presto per l’effetto fisico della rapidità. Morcerf non aveva un’idea di sì grande celerità.

— In fatto, disse Monte-Cristo, colla vostra posta che fa due leghe l’ora, con quella stupida legge che proibisce al viaggiatore di sorpassare l’altro senza averne ottenuto il permesso, che fa sì che un viaggiatore ammalato o catarroso ha il diritto di tenersi a seguito i viaggiatori allegri e che stanno bene, non vi è locomozione che sia possibile; io evito questo inconveniente, viaggiando col mio proprio postiglione ed i miei proprii cavalli, non è vero, Alì? — E il conte mise fuori la testa dallo sportello, ed emise un piccolo grido di eccitazione che pose le ali ai piedi dei cavalli; non correvano più, volavano. La carrozza roteò come un fulmine sul pavimento reale, e ciascuno si voltava per veder passare la meteora fiammeggiate. Alì, ripetendo questo grido sorrideva, mostrando i denti bianchi, stringendo fra le sue robuste mani le redini spumeggianti, spronando i cavalli, le criniere dei quali andavano sparpagliate al vento; Alì, il figlio del deserto, si ritrovava nel suo elemento.

— Ma dove diavolo trovate simili cavalli? domandò Alberto; li fate forse fare espressamente?

— Precisamente, disse il conte; sono sei anni che ritrovai in Ungheria un famoso stallone rinomato per la sua celerità; lo comprai, non so bene per quanto, perchè fu Bertuccio che lo pagò. Nello stesso anno ebbe trentadue figli. Ora tutta passeremo in rivista la progenitura di questo medesimo padre. Essi sono tutti eguali, neri, senza alcuna macchia, fuorchè una stella in fronte, poichè a questa privilegiata razza furono destinate cavalle tutte scelte come si scelgono ai pascià tutte le favorite.

— È ammirabile!... ma ditemi, che fate di tutti questi cavalli?

— Lo vedete, viaggio con essi. — Ma non viaggiate sempre! — Quando non ne avrò più bisogno, Bertuccio li venderà, e pretendo che vi guadagnerà 30 o 40 mila fr.

— Ma in Europa non vi sarà un principe così ricco per comprarli.

— Allora li venderò ad un qualche semplice Visir d’Oriente, che vuoterà il suo tesoro per comprarli, e che riempirà il suo tesoro facendo amministrare delle bastonate sotto la pianta dei piedi dei suoi sudditi.

— Conte, volete che vi comunichi un pensiero che mi è venuto? — Fatelo pure.

— È che, dopo voi, il sig. Bertuccio deve essere il più ricco privato d’Europa.

— Ebbene vi sbagliate, visconte; sono sicuro, che se rovesciate le saccocce di Bertuccio, non ci ritroverete il valore di dieci soldi.

— E perchè? domandò il giovine, Bertuccio è dunque un fenomeno?... Ah! mio caro conte; non vi ingolfate troppo nel meraviglioso, o ch’io non vi crederò più, ve ne prevengo.

— Non ritroverete mai il meraviglioso vicino a me, Alberto: cifre e ragione, ecco tutto; ora ascoltate questo dilemma: un intendente ruba, ma perchè ruba?

— Diavolo! perchè è nella sua natura, mi sembra, disse Alberto; ruba per rubare.

— Ebbene! no, v’ingannate. Ruba perchè ha moglie, figli, desiderii ambiziosi per lui e per la sua famiglia; egli ruba, perchè non è sicuro di non più lasciar il padrone, e vuol farsi un avvenire. Ebbene, Bertuccio è solo al mondo; usa della mia borsa senza rendermene conto, è sicuro di non lasciarmi mai. — E perchè?

— Perchè io non potrei ritrovarne uno migliore.

— Vi aggirate in un circolo vizioso: quello delle probabilità.

— Oh! no, sono in quello delle certezze; il buon servitore è per me quello, sul quale ho diritto della vita e della morte.

— E voi avete sopra Bertuccio diritto di vita e di morte?

— Sì, rispose freddamente il conte. — Vi sono delle parole che chiudono la conversazione come una porta di ferro; il sì del conte era una di quelle parole. Il rimanente del viaggio si compì colla stessa celerità; i trentadue cavalli divisi in otto appostamenti, fecero 47 leghe in otto ore. Si giunse nel mezzo della notte alla porta di un bel parco; il portinaro era in piedi, e teneva il cancello aperto, essendo stato avvertito dal palafreniere dell’ultimo appostamento.

Erano le due e mezzo del mattino, Alberto fu condotto nel suo appartamento. Ritrovò preparato un bagno ed una cena. Il domestico che aveva fatta la strada nel seggio dietro la carrozza, fu messo a sua disposizione.

Battistino che aveva fatta la strada nel seggio davanti, stava agli ordini del conte. Alberto prese il bagno, cenò, e se ne andò a letto. Tutta la notte fu cullato dal melanconico rumore delle ondate. Alzandosi andò direttamente alla finestra, l’aprì, e si trovò sur un piccolo terrazzo che guardava innanzi a sè nel mare cioè nell’immensità, mentre alla parte posteriore un bel parco conduceva in una piccola foresta. In un seno del lido di una certa grandezza, galleggiava una piccola corvetta, di stretta carena, con alberatura svelta, e che portava al corno una bandiera con lo stemma di Monte-Cristo, stemma che rappresentava una montagna d’oro sopra un mare azzurro. Intorno alla goletta eravi una quantità di piccole barchette che appartenevano ai pescatori dei villaggi vicini, e sembravano umili sudditi che aspettassero gli ordini della loro regina. Là, come in tutti i luoghi in cui si fermava Monte-Cristo, fosse anche per due o tre giorni soltanto, la vita era ordinata al termometro di tutti i comodi e piaceri; in tal modo il vivere diveniva facile nello stesso momento. Alberto ritrovò nella sua anticamera due fucili, e tutti gli attrezzi necessarii ad un cacciatore. Un’altra camera, nel piano terreno, era consacrata a tutti quegli utensili ed a quelle macchinette ingegnose che gl’Inglesi, grandi pescatori perchè sono pazienti ed oziosi, non hanno ancora potuto fare adottare ai metodici pescatori francesi. Tutta la giornata si passò in questi diversi esercizii, nei quali Monte-Cristo era eccellente; furono uccisi una dozzina di fagiani nel parco, furono pescate delle trote nei ruscelli, si pranzò in un padiglione chinese che dava sul mare, e fu servito il thè nella biblioteca.

Verso la sera del terzo giorno, Alberto, spossato dalla fatica di questa laboriosa vita che sembrava uno scherzo per Monte-Cristo, dormiva sopra un sofà vicino ad una finestra, mentre che il conte faceva con un architetto il piano di una stufa che voleva istituire nella casa, allorchè il rumore di un cavallo tritando la breccia della strada fece alzare la testa al giovine; guardò per la finestra, e, con una sorpresa delle più disaggradevoli, scoperse nel cortile il suo cameriere, dal quale non aveva voluto farsi seguire per non impacciare troppo Monte-Cristo.

— Florentin qui! gridò egli balzando dal sofà; è forse ammalata mia madre? — E si precipitò verso la porta della camera. Monte-Cristo lo seguì cogli occhi, e lo vide fermare il suo cameriere che, tutto anelante, cavò di saccoccia un piccolo piego sigillato: esso conteneva una lettera ed un giornale.

— Di chi è questa lettera? domandò con vivacità Alberto.

— Del sig. Beauchamp, rispose Florentin.

— È dunque Beauchamp che vi manda qui?

— Sì, signore. Mi ha dato il danaro necessario per viaggiare, mi ha fatto condurre un cavallo di posta, e mi ha fatto promettere che non mi sarei fermato fino a che non vi avessi raggiunto, signore: ho fatto la strada in quindici ore.

Alberto aprì la lettera fremendo; alle prime righe mandò un grido; afferrò il giornale con un visibile tremito.

D’improvviso gli occhi gli si oscurarono, le gambe gli vennero meno, e, vicino a cadere, si appoggiò a Florentin, che stese le braccia per sostenerlo. — Povero giovine! mormorò Monte-Cristo tanto sommessamente che neppure egli potè sentire il rumore di queste parole di compassione che pronunziava; è dunque fissato che le mancanze dei padri debbano ricadere sui figli fino alla terza od alla quarta generazione! — In questo mentre Alberto aveva ricuperate le sue forze, e continuando a leggere si scuoteva i capelli bagnati di sudore sulla fronte, e scartazzando lettera e giornale:

— Florentin, disse egli, il vostro cavallo è in istato di riprendere la strada di Parigi?

— È un cattivo ronzino di posta, stroppiato.

— Oh! e com’era la famiglia quando l’avete lasciata?

— Molto tranquilla; ma ritornando dall’abitazione del sig. Beauchamp, ho ritrovato la signora immersa nel pianto. Ella mi aveva fatto chiamare per sapere quando sareste stato di ritorno. Allora le ho detto che veniva a cercarvi per parte del sig. Beauchamp. Il suo primo movimento è stato quello di stendere il braccio come per fermarmi, ma dopo un minuto di riflessione: «sì, andate, Florentin, ella ha detto, e ch’egli ritorni.»

— Sì, madre mia, sì, disse Alberto, ritorno, sii tranquilla, e disgrazia all’infame!... Ma, prima di tutto bisogna che io parta. — E riprese il cammino della camera ove aveva lasciato Monte-Cristo. Egli non era più lo stesso uomo, e cinque minuti erano stati sufficienti per operare in Alberto una trista metamorfosi; era uscito dal suo stato ordinario, e rientrava colla voce alterata, il viso solcato da un rossore febbrile; l’occhio sfavillante sotto palpebre venate di blu, e l’andamento vacillante come quello di un uomo ubriaco.

— Conte, diss’egli, grazie della vostra ospitalità, della quale avrei voluto godere più lungamente, ma bisogna che io ritorni a Parigi.

— E che cosa è dunque accaduto?

— Una gran disgrazia; ma permettetemi di partire, si tratta di cosa molto più preziosa della mia vita. Non mi fate domande, conte, ve ne supplico, ma datemi un cavallo!

— Le mie scuderie sono al vostro servizio, visconte, disse Monte-Cristo; ma voi andate a morire di fatica correndo la posta a cavallo; prendete un calesse, un coupé, una qualche carrozza.

— No, sarebbe troppo lunga, e poi ho bisogno di questa fatica di cui voi temete; essa mi farà del bene.

Alberto fece alcuni passi in tondo, come un uomo colpito da una palla, e andò a cadere sopra una sedia vicina alla porta. Monte-Cristo non vide questo secondo colpo di debolezza; egli era alla finestra gridando:

— Alì, un cavallo per il sig. de Morcerf! che si affrettino, egli ha premura.

Queste parole resero la vita ad Alberto; si slanciò fuori della camera, il conte lo seguì. — Grazie, mormorò il giovine balzando in sella. Voi ritornerete il più presto che potrete, Florentin. Vi è nessuna parola d’ordine perchè mi cambino il cavallo, conte?

— Nient’altro che rilasciare quello che cavalcate; ve ne inselleranno sul momento un altro.

Alberto stava per islanciarsi e si fermò. — Voi forse ritroverete strana, insensata la mia partenza, disse il giovine; non comprenderete come poche righe di un giornale possano mettere un uomo alla disperazione. Ebbene, aggiunse egli, gettandogli il giornale, leggete queste, ma solo quando sarò partito, affinchè non abbiate a vedere il mio rossore.

E mentre che il conte raccoglieva il giornale, egli piantò gli speroni, che allora erano stati attaccati ai suoi stivali, nel ventre del cavallo, che, meravigliato che vi potesse essere un cavaliere che credesse esservi bisogno di simile istrumento per lui, partì, come un dardo di freccia. Il conte seguì il giovine cogli occhi e con un sentimento di compassione infinita, e non fu che allora quando fu intieramente sparito che, riportando gli occhi sul giornale, lesse ciò che segue:

«Quell’ufficiale francese al servizio di Alì-Pascià di Giannina, di cui parlava tre settimane sono il giornale l’Impartial, e che non soltanto vendè la fortezza di Giannina, ma ben anche il suo benefattore ai Turchi, si chiamava di fatto in quell’epoca Fernando, come lo ha detto il nostro onorevole confratello; ma d’allora, ha aggiunto al suo vero nome un titolo di nobiltà, ed un nome di terra. In oggi si chiama il sig. conte di Morcerf, e fa parte della Camera dei Pari.»

In tal modo adunque, questo terribile segreto, che Beauchamp aveva seppellito con tanta generosità, ricompariva come un fantasma armato, ed un altro giornale, crudelmente informato, aveva pubblicato, il giorno dopo la partenza d’Alberto per la Normandia, le poche linee che poco mancarono a far divenir pazzo il giovine.

LXXXV. — IL GIUDIZIO.

Alle otto del mattino, Alberto cadde come un fulmine in casa di Beauchamp. Il cameriere era prevenuto; egli introdusse Morcerf nella camera del suo padrone, ch’era allora entrato in bagno. — Ebbene? gli disse Alberto.

— Ebbene! io vi aspettava, rispose Beauchamp.

— Eccomi, non vi dirò, Beauchamp, che vi credo troppo leale e troppo buono, perchè non abbiate parlato a chi che siasi di tutto ciò; no, amico mio. D’altra parte il messaggio che mi avete spedito mi è una guarentigia della vostra affezione. Per cui, non perdiamo tempo in preamboli; avete voi qualche idea sulla parte da dove possa venire questo colpo?

— Ve ne dirò due parole in breve.

— Ma prima, amico mio, dovete dirmi tutti i particolari della storia di questo abbominevole tradimento.

E Beauchamp raccontò al giovine, schiacciato sotto il peso dell’onta e del dolore, i fatti che racconteremo in tutta la loro semplicità.

La mattina dell’antivigilia, l’articolo era comparso in un giornale, tutt’altro che l’Impartial, e ciò che dava ancora maggior gravità all’affare, in un giornale molto diffuso per appartenere al governo. Beauchamp faceva colazione quando gli venne sott’occhi la nota; mandò subito a prendere un cabriolet, senza finire il pasto, e corse alla direzione del giornale. Quantunque egli professasse sentimenti politici diametralmente opposti a quelli del gerente del giornale accusatore, Beauchamp, cosa che qualche volta accade, e diremo anche di sovente, era suo intimo amico. Allorchè egli giunse da lui, il gerente leggeva il proprio giornale, e sembrava compiacersi per vedere in una prima colonna sotto la data di Parigi un articolo sullo zucchero di barbabietola, che probabilmente coincideva col suo modo di vedere.

— Ah! per bacco! disse Beauchamp, poichè voi avete fra le mani il vostro giornale, mio caro ***, non ho bisogno di dirvi ciò che mi conduce a voi.

— Sareste per caso parteggiano dello zucchero di canna? domandò il gerente del giornale ministeriale.

— No, sono estraneo alla questione; vengo per tutt’altro.

— Per che cosa venite? — Per l’articolo Morcerf.

— Ah! sì, davvero: non è un articolo curioso?

— Tanto curioso, che correte il rischio d’essere citato per diffamazione, mi sembra, e che con ciò arrischiate pure un processo molto pericoloso.

— Niente affatto; colla nota abbiamo ricevuto tutti i documenti in appoggio, e siam perfettamente convinti, che il sig. de Morcerf rimarrà tranquillo: d’altra parte questo è un servigio che si rende al paese, col denunziare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli onori che godono.

Beauchamp rimase interdetto: — Ma chi dunque vi ha tanto bene informato? perchè il mio giornale, che ha risvegliata l’attenzione del primo, è stato costretto dall’astenersi d’andar più oltre per mancanza di prove. E non pertanto noi siamo più interessati di voi di smascherare il sig. de Morcerf, poichè egli è della Camera dei Pari, e noi scriviamo per l’opposizione.

— Oh! mio Dio, la cosa fu semplicissima: non siam noi che siam corsi dietro allo scandalo, fu esso che venne a ritrovarci; ci è giunto un uomo da Giannina portando il formidabile registro, e siccome esitavamo a gettarci sulla via delle accuse, ci ha manifestato che se ci fossimo ricusati, l’articolo sarebbe comparso sopra un altro giornale. In fede mia, lo sapete, Beauchamp, che cosa sia una notizia importante; e non abbiamo voluto lasciar perdere quella. Ora il colpo è dato; esso è terribile, e rimbomberà fino ai confini di Europa.

Beauchamp capì che non v’era più che abbassare la testa, ed uscì disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ciò che aveva potuto scrivere ad Alberto, perchè le cose che siamo per raccontare avvennero dopo la partenza del corriere, si fu, che alla Camera dei Pari, in quello stesso giorno regnava una grande agitazione, e si era manifestata nei gruppi di questa alta assemblea, ordinariamente tanto tranquilla. Quasi tutti erano giunti prima dell’ora e conversavano sul sinistro avvenimento che stava per occupare l’attenzione del pubblico, e per fissarla sopra uno dei membri più distinti e più conosciuti di quell’illustre corpo. Erano letture a bassa voce dell’articolo, commentarii e ricambii di rimembranze che precisavano ancor meglio i fatti. Il conte de Morcerf non era amato fra i suoi colleghi. Come tutti gl’innalzati da poco, era stato costretto, per mantenersi al suo rango, di osservare un eccesso di sostenutezza. L’antica nobiltà rideva di lui; gl’ingegni lo ripudiavano; le glorie pure lo disprezzavano per istinto. Il conte era giunto a quell’estremo doloroso della vittima espiatoria. Il solo conte de Morcerf nulla sapeva. Egli non riceveva il giornale su cui era riportata la notizia infamatoria, ed aveva passata tutta la mattinata a scriver lettere, ed a provare un cavallo.

Giunse dunque all’ora solita, colla testa alta, l’occhio superbo, il portamento insolente; discese di carrozza, oltrepassò i corridori, ed entrò nella sala, senza notare la esitazione degli uscieri, ed i semisaluti dei colleghi. Quando Morcerf entrò, la seduta era già aperta da mezz’ora. Quantunque il conte ignorasse, come abbiam detto, tutto ciò che era accaduto, e per conseguenza in nulla avesse cambiato il suo portamento, pure agli occhi di tutti parve più superbo che d’ordinario, e la sua presenza in questa occasione parve talmente insultante a quest’assemblea tanto gelosa del proprio onore, che tutti osservarono una inconvenienza, molti una bravata, alcuni un insulto. Era evidente che tutta la Camera ardeva dal desiderio di impiantare una discussione. Si vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti; ma, come sempre, ciascuno esitava a prendere sopra di sè la guarentigia dell’assalto. Finalmente uno di questi onorevoli pari, nemico dichiarato del conte de Morcerf, salì alla tribuna con una solennità che annunziava essere giunto il momento che si aspettava. Fu fatto uno spaventoso silenzio; Morcerf solo ignorava la causa della profonda attenzione, che questa volta si prestava ad un oratore che non si aveva sempre l’abitudine d’ascoltare con tanta compiacenza.

Il conte lasciò passare tranquillamente il preambolo per mezzo del quale l’oratore stabiliva ch’egli era per parlare di cose talmente gravi, sacre, e vitali per la camera, ch’egli reclamava tutta l’attenzione dei suoi colleghi. Alle prime parole di Giannina e del colonnello Fernando, il conte de Morcerf impallidì così orribilmente, che non vi fu che un fremito in tutta l’assemblea, ove tutti gli sguardi si concentrarono sul conte. Le ferite mortali hanno questo di particolare, ch’esse si nascondono, ma non si chiudono; sempre dolorose, sempre pronte a grondare sangue quando si toccano, esse rimangono vive e sensibili nel cuore. Terminata la lettura dell’articolo sempre in mezzo allo stesso silenzio, interrotto allora da un fremito che cessò al momento in cui si vide che l’oratore stava per riprendere nuovamente la parola, l’accusatore espose il suo scrupolo, e si mise a stabilire in qual modo la sua impresa era difficile; era l’onore del sig. de Morcerf, era quello di tutta la camera intera che pretendeva di difendere eccitando un dibattimento che doveva attaccarsi ad argomenti personali che resultano sempre tanto rumorosi.

Finalmente concluse perchè fosse ordinato un processo abbastanza rapido per confondere la calunnia, prima che avesse il tempo d’ingigantire, e per ristabilire il sig. de Morcerf, vendicandolo, nel posto che la pubblica opinione gli aveva formato da lungo tempo. Morcerf era così oppresso, così tremante in faccia di questa immensa ed inattesa calamità, che appena potè balbettare alcune parole, guardando i suoi confratelli con occhio stravolto. Questa timidezza, che si poteva ancora spiegare per lo stupore che porta all’innocente l’onta del delitto, gli conciliò simpatia in alcuni. Gli uomini veramente generosi sono sempre pronti a divenir misericordiosi, quando la disgrazia del loro nemico oltrepassa i limiti della loro collera. Il presidente mise a voti se doveva aver luogo la causa; fu votato per mezzo dell’alzarsi e sedersi, e fu risoluto che si aprirebbe il giudizio. Fu domandato al conte quanto tempo gli abbisognava per prepararsi alla sua giustificazione. Era rientrato il coraggio in Morcerf, da che si era sentito essere ancor vivo dopo un così orribile colpo. — Signori Pari, rispose egli, non è già col tempo che si respinge un assalto come quello che in oggi mi viene diretto da nemici, rimasti fra l’ombre della loro oscurità. È come un fulmine che devo rispondere al baleno che per un momento mi ha abbagliato! Ah! perchè mai non mi è dato invece di questa giustificazione, di dover spargere il mio sangue per provare ai miei nobili colleghi che son degno di camminare al loro fianco! — Queste parole produssero una favorevole impressione per l’accusato. — Io domando dunque, diss’egli, che il processo abbia luogo il più presto possibile, ed io somministrerò alla camera tutte le prove necessarie per la sua efficacia.

— Qual giorno fissate? domandò il presidente.

— Mi metto da oggi a disposizione della Camera.

Il presidente suonò il campanello: — La camera è di parere, domandò egli, che esso abbia luogo oggi stesso?

— Sì, fu l’unanime risposta dell’assemblea.

Fu nominata una commissione di dodici membri per esaminare i documenti che doveva presentare Morcerf. L’ora della prima seduta di questa commissione fu stabilita alle otto della sera, negli ufficii della Camera. Se fossero state necessarie diverse sedute sarebbero state fatte alla stessa ora, e nello stesso luogo. Presa questa risoluzione, Morcerf domandò il permesso di ritirarsi. Egli doveva radunare i documenti già da lui preparati da lungo tempo, per far fronte a questo uragano preveduto dalla sua astuta ed indomabile indole.

Beauchamp raccontò all’amico tutto ciò che fin qui abbiam narrato; solamente il suo racconto aveva sul nostro il vantaggio che hanno le cose vive sulle morte. Alberto lo ascoltò ora fremendo di speranza, ora fremendo di collera, ora di vergogna; poichè, dalla confidenza di Beauchamp, sapeva che suo padre era colpevole; e si domandava in che modo, da poichè era colpevole, poteva giungere a provare la sua innocenza. Giunto al punto ove siamo, Beauchamp si fermò.

— E in seguito? domandò Alberto.

— Amico mio, questa domanda mi trascina ad un’orribile necessità. Volete sapere il resto?

— Bisogna necessariamente che io lo sappia, amico mio, e desidero saperlo piuttosto dalla vostra bocca che da qualunque altra.

— Ebbene, riprese Beauchamp, preparate tutto il vostro coraggio, non ne avete mai avuto tanto bisogno.

Alberto si passò una mano sulla fronte per assicurarsi di tutto il suo coraggio, come un uomo che si prepara a difendere la propria vita, prova la sua corazza, e fa piegare la lama della sua spada. Si sentì forte, perchè prese la febbre per energia: — Avanti! diss’egli.

— Giunse la sera, continuò Beauchamp. Tutto Parigi era nell’aspettativa di questo avvenimento. Molti pretendevano che vostro padre non avesse che a mostrarsi per far crollare tutta l’accusa; molti pure dicevano che il conte non si sarebbe presentato; ve ne erano certuni che assicuravano di averlo veduto partire per Bruxelles, altri andarono alla polizia per vedere se era vero, che il conte fosse andato a prendere il passaporto. Io vi confesserò che feci tutto il possibile, continuò Beauchamp, per ottenere da uno dei membri della commissione, un giovine Pari mio amico, di essere introdotto in una specie di tribuna. Alle sette egli venne a prendermi, e prima che alcuno fosse giunto, mi raccomandò al portiere, che mi chiuse in una specie di palco. Io era nascosto da una colonna, e perduto nell’oscurità più profonda; potei sperare che avrei veduta ed intesa la terribile scena che stava per svolgersi. Alle otto precise tutti erano giunti. Il sig. de Morcerf entrò all’ultimo tocco delle otto. Egli teneva in mano alcune carte e dal suo contegno sembrava essere tranquillo; contro il solito, il suo andamento era semplice, il vestire ricercato e severo, e, secondo il costume degli antichi militari, portava l’abito abbottonato d’alto in basso. La sua presenza produsse il migliore effetto: la commissione era lungi dall’essergli ostile, e molti dei suoi membri andarono incontro al conte, e gli strinsero la mano.

Alberto sentì che il suo cuore era crivellato da tutti questi particolari, e ciò non ostante in mezzo al suo dolore s’introduceva un sentimento di riconoscenza; avrebbe voluto potere abbracciare questi uomini che avevano dato a suo padre questa dimostrazione di stima in un tale impaccio pel suo onore.

— In questo momento entrò un usciere e rimise una lettera al presidente:

«— Voi avete la parola sig. de Morcerf, disse il presidente mentre dissigillava la lettera.

«Il conte incominciò la sua apologia, e vi assicuro Alberto, continuò Beauchamp, ch’egli spiegò una eloquenza ed una abilità straordinaria. Egli produsse dei documenti che provavano che il visir di Giannina lo aveva, fino all’ultima sua ora, onorato della confidenza, poichè lo aveva incaricato di una negoziazione di vita e di morte collo stesso imperatore. Mostrò l’anello segnale del comando, e col quale Alì-Pascià sigillava d’ordinario le sue lettere; e che questi gli aveva dato perchè egli potesse, al suo ritorno, qualunque fosse stata l’ora del giorno e della notte, penetrare fino a lui, fosse pur stato nell’harem. Disgraziatamente, diss’egli, le sue trattative erano andate a vuoto, e quando era ritornato per difendere il suo benefattore, questi era già morto. Ma, disse il conte, morendo, Alì-Pascià, tanto era grande la sua fiducia, gli aveva confidata la sua favorita e la sua figlia.

Alberto rabbrividì a queste parole, poichè a seconda che Beauchamp parlava, gli ritornava al pensiero tutto il racconto di Haydée. Egli si ricordava ciò che la bella greca aveva detto del messaggio, di questo anello, e del modo con cui ella era stata venduta e condotta in ischiavitù.

— E qual fu l’effetto del discorso del conte? domandò con ansietà Alberto.

— Vi confesso ch’esso commosse me e tutta la commissione, continuò Beauchamp.

«Frattanto il presidente gettò negligentemente gli occhi sulla lettera che gli era stata portata, ma le prime linee risvegliarono tutta la sua attenzione; egli la lesse, poi la rilesse, e fissando gli occhi sopra il sig. de Morcerf: — Signor conte, diss’egli, voi ci avete detto che il visir di Giannina vi aveva confidato sua moglie e sua figlia?

«— Sì, signore, rispose Morcerf, ma in ciò come in tutto il rimanente, la sventura mi perseguitava. Al mio ritorno, Vasiliki e sua figlia Haydée erano sparite. — Le conoscevate?

«— La mia intimità col Pascià, e la somma confidenza che aveva nella mia fedeltà, mi avevano permesso di vederle più di venti volte.

«— Avete nessuna idea di ciò che sia di loro accaduto?

«— Sì, signore. Ho inteso dire ch’erano soggiaciute al loro dispiacere e fors’anche alla loro miseria. Io non era ricco, la mia vita era circondata da grandi pericoli, non potei mettermi alla loro ricerca, con mio sommo dispiacere.

«Il presidente aggrottò impercettibilmente il sopracciglio: — Signori, diss’egli, avete inteso e tenuto dietro al sig. conte de Morcerf nelle sue spiegazioni. Sig. conte, potete in appoggio del vostro racconto fornirci qualche testimonio?

«— Ahimè! no, signore, rispose il conte; tutti quelli che circondavano il visir, e che mi hanno conosciuto alla sua corte, sono o morti o dispersi. Io solo, credo, io solo dei miei compatriotti sono sopravvissuto a questa spaventosa guerra; non ho che le lettere di Alì-Tebelen, e le ho poste sotto i vostri occhi; non ho che l’anello, pegno della sua volontà, ed eccolo; finalmente ho la prova più convincente che possa fornire, cioè, dopo un assalto anonimo, l’assenza di ogni testimonianza contro la mia parola d’onore; e la purezza di tutta la mia vita militare. — Un mormorio d’approvazione corse per tutta l’assemblea in questo momento, Alberto, e se non fosse sopravvenuto alcun altro nuovo incidente la causa di vostro padre era vinta. Non restava più che andare ai voti, allorchè il presidente prese la parola.

«— Signori, diss’egli, e voi, sig. conte de Morcerf, non sarete mal contenti, presumo, di sentire un testimonio importantissimo, a quanto assicura, e che viene ad offrirsi da sè stesso: questo testimonio, non ne dubitiamo, dopo ciò che ha detto il conte, è chiamato a provare la perfetta innocenza del nostro collega. Ecco la lettera che ho ricevuta a questo riguardo; desiderate che vi sia letta, o risolvete che sia passata oltre, senza fermarci a questo incidente? — Il signor de Morcerf impallidì, e raggrinzò le mani sulle carte che aveva davanti, e che rumoreggiarono sotto le sue dita.

«La risposta della commissione fu per la lettura: quanto al conte, egli era passivo, e non aveva opinione da emettere.

«In conseguenza il presidente lesse la lettera seguente:

«Signor Presidente.

«Io posso fornire alla commissione giudicante, incaricata ad esaminare la condotta in Epiro ed in Macedonia del Luogotenente generale conte de Morcerf, le informazioni più positive.»

«Il presidente fece una corta pausa. Il conte de Morcerf impallidì, il presidente interrogò collo sguardo gli uditori.

«— Continuate! fu gridato da tutte le parti.

«Il presidente riprese:

«Io era sul luogo alla morte d’Alì-Pascià; assisteva ai suoi ultimi momenti; so che cosa è avvenuto di Vasiliki e di Haydée: mi metto a disposizione della commissione, ed anzi reclamo l’onore di farmi ascoltare. Sarò nel vestibolo della Camera quando vi sarà rimesso il presente biglietto.»

«— E chi è questo testimonio, o piuttosto questo nemico? domandò il conte con una voce in cui era facile notare la profonda alterazione.

«— Lo sapremo ben presto, signore, rispose il presidente. La commissione è di avviso di sentire questo testimonio?

«— Sì, sì, dissero ad un tempo tutte le voci. — Fu richiamato l’usciere. — Usciere, domandò il presidente, vi è qualcuno che aspetta nel vestibolo? — Sì, sig. presidente.

«E chi? — Una donna accompagnata da un servitore.

«Tutti si guardarono in viso l’un l’altro.

«— Fate entrare questa donna, disse il presidente.

«Cinque minuti dopo, ricomparve l’usciere; tutti gli occhi erano fissi sulla porta, ed io stesso, disse Beauchamp, io prendeva parte alla generale aspettativa ed ansietà.

«Dietro all’usciere camminava una donna avvolta in un lungo velo che la nascondeva interamente. S’indovinava bene, alle forme che tradiva questo velo, ai profumi che ne esalavano, la presenza di una donna giovane ed elegante ma nient’altro. Il presidente la pregò di alzare il velo, ed allora si potè vedere una donna vestita alla greca, ed inoltre una bellezza sorprendente.

— Ah! disse Morcerf, era dessa. — Come, essa?

— Sì, Haydée. — Chi ve lo ha detto?

— Ahimè! l’indovino. Ma continuate, Beauchamp, ve ne prego. Voi vedete ch’io sono tranquillo e forte. E frattanto dobbiamo accostarci allo scioglimento.

«— Il sig. de Morcerf guardava questa donna, continuò Beauchamp, con sorpresa mista a spavento. Per lui era la vita o la morte che stava per uscire da questa graziosa bocca. Per tutti gli altri era un’avventura così strana e così piena di curiosità, che la salvezza o la perdita del sig. de Morcerf non entrava già più in questo avvenimento che come un elemento secondario.

«Il presidente con un segno della mano offerse una sedia a questa giovane, ma ella fece un segno colla testa che restava in piedi. In quanto al conte, era ricaduto sul suo seggio, ed era manifesto che le gambe ricusavano di sostenerlo.

«— Signora, disse il presidente, avete scritto alla commissione per darle delle informazioni sull’affare di Giannina, e voi avete avanzato che siete stata testimone oculare di questi avvenimenti.

«— E lo fui di fatto, rispose la sconosciuta con una voce piena di vezzosa malinconia, e marcata da una sonorità particolare alle voci orientali.

«— Però, permettetemi di dirvi, che allora dovevate essere molto giovane.

«— Aveva quattr’anni; ma siccome allora gli avvenimenti avevano per me un’importanza sublime, non mi è sfuggita, nè si è cancellata dalla mia mente una sola particolarità.

«— Ma quale importanza avevano dunque per voi questi avvenimenti? e chi siete perchè questa catastrofe vi abbia prodotto una sì grande impressione?

«— Si trattava della vita e della morte di mio padre, rispose la giovinetta, ed io mi chiamo Haydée, figlia d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e di Vasiliki sua moglie prediletta.

«Il rossore modesto e fiero ad un tempo che imporporò le guance della giovane, il fuoco dello sguardo, e la maestà della rivelazione produssero su tutta l’assemblea un effetto inesprimibile. In quanto al conte, non sarebbe stato più annichilito, se il fulmine cadendo a lui dappresso gli avesse scavato un abisso ai suoi piedi. — Signora, riprese il presidente, dopo essersi inchinato con rispetto, permettetemi una semplice domanda, che non è un dubbio, e questa domanda sarà l’ultima, potete giustificare l’autenticità di ciò che dite?

«— Lo posso, signore, disse Haydée cavando dal di sotto del suo velo una borsa profumata; perchè ecco la fede della mia nascita redatta da mio padre, e soscritta dai suoi principali uffiziali; perchè ecco qui la mia fede di battesimo, avendo mio padre acconsentito che venissi allevata nella religione di mia madre, atto firmato dal primate di Macedonia e dell’Epiro, munito del suo sigillo; ecco finalmente, e questo senza dubbio è il più importante, l’atto di vendita che fu fatta di me e di mia madre al mercante armeno El-Kobbir dall’uffiziale francese, che nel suo infame mercato colla Porta, si era riservata per sua parte di bottino la figlia e la moglie del suo benefattore, che vendè per la somma di mille borse, vale a dire per circa quattrocento mila fr.

«Un pallore verdastro invadeva le guance del conte de Morcerf, gli occhi s’iniettavano di sangue all’annunzio di queste terribili imputazioni, che furono accolte dall’assemblea con un lugubre silenzio. Haydée, sempre tranquilla ma molto più minacciosa nella sua calma, che non lo sarebbe stata nella sua collera, stendeva al presidente l’atto di vendita redatto in lingua araba. Siccome si era preveduto che qualcuno degli atti prodotti da Morcerf, sarebbero stati redatti in arabo, in greco, o in turco, l’interprete della Camera era stato prevenuto, e fu chiamato.

«Uno dei nobili Pari, a cui la lingua araba era familiare, per averla appresa nella famosa campagna dell’Egitto, seguì con gli occhi sulla carta velina la lettura che il traduttore ne faceva ad alta voce.

«Io, El-Kobbir, mercante di schiavi, e fornitore dell’harem di S. A., riconosco di aver ricevuto per rimetterlo al sublime imperatore, dal sig. franco conte di Monte-Cristo, uno smeraldo stimato del valore di mille borse, per prezzo di una giovine schiava cristiana, dell’età di undici anni, di nome Haydée, e figlia riconosciuta del defunto Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e di Vasiliki sua favorita; la quale mi era stata venduta sette anni sono unitamente a sua madre, che morì giungendo a Costantinopoli, da un colonnello franco, al servizio del Visir Alì-Tebelen, chiamato Fernando Mondego. La suddetta vendita mi era stata fatta per conto di Sua Altezza, per la quale aveva il mandato, mediante la somma di mille borse.

«Fatto a Costantinopoli coll’autorizzazione di S. A. l’anno 1247 dell’egira.»

«Firmato El-Kobbir.»

«Per dare al presente atto ogni fede, ogni credenza ed ogni autenticità, sarà munito del sigillo imperiale, che il venditore si obbliga di farvi apporre.

«Vicino alla firma del mercante, si vedeva infatto il sigillo del sublime imperatore. A questa lettura, e a questa vista successe un terribile silenzio; il conte non aveva più che lo sguardo, e questo sguardo, attaccato suo malgrado sopra Haydée, era di fiamma e di sangue.

«— Signora, disse il presidente, si potrebbe interrogare il conte di Monte-Cristo, che credo sia a Parigi e vicino a voi?

«— Signore, rispose Haydée, il conte di Monte-Cristo, mio secondo padre, trovasi da tre giorni in Normandia.

«— Ma allora, signora, disse il presidente, chi vi ha consigliato questa dimostrazione, di cui la corte vi ringrazia, e che d’altra parte è ben naturale per la vostra nascita e per le vostre disgrazie?

«— Signore, rispose Haydée, questa dimostrazione mi è stata consigliata dal mio rispetto e dal mio dolore. Dio mi perdoni! ho sempre pensato a vendicare il mio illustre padre. Ora, quando ho messo il piede in Francia, quando ho saputo che il traditore abitava Parigi, le mie orecchie ed i miei occhi sono rimasti costantemente aperti. Io vivo ritirata nella casa del mio nobile protettore, ma vivo così, perchè amo l’ombra ed il silenzio, che mi permettono di vivere col mio pensiero e col mio raccoglimento. Ma il sig. conte di Monte-Cristo mi circonda di cure paterne, e niente mi è estraneo di ciò che concerne la vita del gran mondo; io però ne accetto soltanto il lontano rumore. Così, leggo tutti i giornali, come mi vengono inviati, tutti gli album, come ricevo tutte le melodie: ed è seguendo, senza prestarmivi, la vita degli altri, che ho saputo ciò che è accaduto questa mattina alla Camera dei Pari, e ciò che doveva accadere questa sera... allora ho scritto.

«— Per tal modo il sig. conte di Monte-Cristo non entra per niente in questa dimostrazione?

«— Egli la ignora del tutto, signore, ed anzi non ho che un timore, ed è quello che la disapprovi; però è un bel giorno per me, continuò la giovanetta alzando al cielo uno sguardo tutto ardente di fiamme, quello in cui finalmente ritrovo l’occasione di vendicare mio padre!

«In tutto questo tempo il conte non aveva pronunciata una parola; i suoi colleghi lo guardavano, e senza dubbio compiangevano questa fortuna infranta sotto il soffio profumato di una donna; la sua disgrazia gli si andava a poco a poco scrivendo sulla fronte, a linee sinistre.

«— Sig. de Morcerf, disse il presidente, riconoscete la sig.ª per figlia d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina?

«— No, disse Morcerf, facendo uno sforzo per alzarsi, ed è una trama ordita dai miei nemici.

«Haydée che teneva gli occhi fissi verso la porta, come se aspettasse qualcuno, si volse all’improvviso, e, vedendo il conte in piedi, mandò un grido terribile.

«— Tu non mi riconosci? diss’ella; ebbene! io, fortunatamente riconosco te! tu sei Fernando Mondego, l’uffiziale franco che istruiva le soldatesche del mio nobile padre. Sei tu che hai venduta la fortezza di Giannina! sei tu che, inviato a Costantinopoli per trattare direttamente della vita o della morte del tuo benefattore, hai riportato un falso firmano che accordava grazia intera! sei tu, che con questo firmano hai ottenuto da mio padre l’anello che doveva farti obbedire da Selim, il guardiano del fuoco! sei tu, che hai pugnalato Selim! sei tu, che hai venduto mia madre e me al mercante El-Kobbir! Assassino! assassino! assassino! Tu hai ancora sulla fronte il sangue del tuo padrone! Guardate tutti! — Queste parole furono pronunciate con un tale entusiasmo di verità, che tutti gli occhi si voltarono verso la fronte del conte, e ch’egli stesso vi portò la mano, come se avesse sentito, tiepido ancora, il sangue d’Alì.

«— Riconoscete dunque positivamente il conte de Morcerf essere lo stesso, che l’ufficiale Fernando Mondego?

«— Sì, lo riconosco! gridò Haydée. Ah! madre mia! tu mi hai detto: «Tu eri libera, tu avevi un padre che ti amava, tu eri destinata ad essere quasi una regina! Guarda bene quest’uomo, egli ti ha fatta schiava, ha fatto innalzare sull’estremità di un’asta la testa di tuo padre, ci ha vendute, ci ha traditi tutti! Guarda bene la sua mano destra, quella che ha una larga cicatrice; se tu dimenticassi il suo viso, lo riconoscerai da questa mano, sulla quale sono cadute una ad una tutte le monete d’oro del mercante El-Kobbir!» Se lo riconosco! oh! che dica se ora egli pure riconosce me!

«Ciascuna parola cadeva come una falce su Morcerf, e strappava una parte della sua energia; alle ultime parole egli nascose prestamente, e suo malgrado, la mano nel petto, mutilata infatto da una ferita; e ricadde sul seggio, inabissato in una cupa disperazione. Questa scena aveva sconvolti gli spiriti di tutta l’assemblea, come vedonsi sconvolgere le foglie sotto il possente vento del nord.

«— Sig. conte de Morcerf, disse il presidente, non vi lasciate abbattere, rispondete; la giustizia della corte è suprema ed eguale per tutti, essa non vi lascerà schiacciare dai vostri nemici, senza lasciarvi i mezzi di combatterli. Volete che io ordini a due membri de la commissione di andare a fare un viaggio a Giannina? parlate!

«Morcerf nulla rispose. Allora tutti i membri della commissione si guardarono con una specie di terrore. Si conosceva l’indole energica e violenta del conte; abbisognava una prostrazione ben terribile per annichilire la difesa di quest’uomo; bisognava finalmente pensare, che a questo silenzio, che somigliava ad un sonno, sarebbe succeduto un risvegliamento, che somiglierebbe ad un fulmine.

«— Ebbene? gli domandò il presidente, che risolvete?

«— Niente! disse il conte con voce sorda alzandosi.

«— La figlia d’Alì-Tebelen, disse il presidente, ha dunque dichiarata realmente la verità? ella è dunque realmente quel testimonio terribile al quale, come sempre accade, il reo non ha coraggio di dire: NO? Voi dunque avete realmente fatte tutte quelle cose di cui siete accusato?

«Il conte girò intorno a sè uno sguardo disperato che avrebbe commosso le tigri, ma che non poteva disarmare i giudici; indi alzò gli occhi verso la volta, ma li abbassò tosto, come se avesse temuto che quella aprendosi, non facesse risplendere un altro tribunale, che si chiama cielo, ed un altro giudice che si chiama Dio. Allora, con un subitaneo movimento, strappò i bottoni di quell’abito chiuso che lo soffocava, ed uscì dalla sala come un uomo insensato; i suoi passi ripercuoterono per un momento sotto la volta sonora; indi ben presto il rotearsi della carrozza che lo trascinava al galoppo rintronò con fracasso sotto il portico del fiorentino edificio. — Signori, disse il presidente, quando il silenzio fu ristabilito, il sig. conte de Morcerf è convinto di fellonia, di tradimento, d’indegnità?

«— Si! — risposero a voce unanime tutti i membri della commissione processante. Haydée aveva assistito fino alla fine della seduta; ella intese pronunciare la sentenza del conte, senza che un solo dei lineamenti del suo viso esprimesse o la gioia o la pietà. Allora riportando il velo sul suo viso, salutò maestosamente i consiglieri, ed uscì di quel passo con cui Virgilio vedeva camminare le sue dee.

LXXXVI. — LA PROVOCAZIONE.

— Allora, continuò Beauchamp, approfittai del silenzio e dell’oscurità della sala per uscire senza essere veduto.

«L’usciere che mi aveva introdotto mi aspettava alla porta. Egli mi condusse attraverso alcuni corridori fino ad una porticella che dava sulla strada Vaugirard: uscii coll’anima addolorata ad un tempo ed entusiasmata, perdonatemi questa espressione, Alberto, addolorata per ciò che ha rapporto a voi, entusiasmata per la nobiltà di questa giovanetta seguitando la vendetta paterna. Sì, ve lo giuro Alberto, qualunque sia la parte da cui viene questa rivelazione, dico che può venire da un nemico, ma esso non è che l’istrumento della Provvidenza. — Alberto si teneva la testa fra le mani; rialzò il viso rosso per la vergogna e bagnato di lagrime, ed afferrando il braccio di Beauchamp: — Amico, diss’egli, la mia vita è finita: mi rimane, non a dire come voi che la Provvidenza mi ha vibrato il colpo, ma a cercare chi è l’uomo che mi perseguita colla sua inimicizia; quando lo conoscerò, o io ucciderò quest’uomo o egli ucciderà me; ora conto sulla vostra amicizia per aiutarmi, Beauchamp, se tuttavolta il disprezzo non l’ha già uccisa nel vostro cuore.

— Il disprezzo, amico mio! ed in che questa disgrazia vi riguarda? No, grazie a Dio! non siamo in quei tempi in cui un ingiusto pregiudizio rendeva i figli garanti delle azioni dei padri. Riandate tutta la vostra vita, Alberto; ella data da ieri, è vero; ma giammai aurora di un bel giorno fu più pura della vostra alba. No, credetemi, voi siete ricco; lasciate la Francia, tutto si dimentica in questa grande Babilonia che ha un’esistenza agitata e gusti passaggieri; ritornerete fra tre o quattro anni, avrete sposata qualche principessa russa, e nessuno penserà più a quello che è accaduto da sedici anni.

— Grazie, caro Beauchamp, grazie dell’eccellente intenzione che dettavano le vostre parole, ma la cosa non può andar così; vi ho spiegato il mio desiderio; ora se abbisogna, cambierò la parola desiderio in quella di volontà: capirete bene che interessato come sono in quest’affare, non posso veder la cosa con lo stesso occhio con cui la vedete voi. Ciò che a voi sembra venir da una sorgente celeste, a me sembra sorger da un luogo men puro. La Provvidenza, vel confesso, mi sembra affatto estranea a tutto ciò, e fortunatamente, perchè invece dell’invisibile o dell’impalpabile messaggiere delle punizioni celesti, troverò un essere palpabile e visibile su cui mi vendicherò; oh! sì, ve lo giuro, di quanto soffro da un mese; rientrerò nella vita umana e materiale, e se siete ancor mio amico, Beauchamp, come lo dite, aiutatemi a ritrovar la mano, che ha scagliato il colpo.

— Allora sia così, disse Beauchamp, e se vi sta a cuore ch’io discenda sulla terra, lo farò; se vi sta a cuore di mettervi in cerca di un nemico vi aiuterò; e lo troverò perchè importa quasi tanto al mio onore che al vostro di ritrovarlo.

— Ebbene, allora Beauchamp, in questo punto, senza ritardo, cominciamo le nostre investigazioni. Ciascun minuto di ritardo è una eternità per me, il denunciatore non è ancor punito, egli può dunque sperare di non esserlo più, e sul mio onore, s’egli lo spera, s’inganna.

— Ebbene, ascoltatemi, Morcerf.

— Ah! Beauchamp, vedo che voi sapete qualche cosa; sentite, voi mi ridate la vita.

— Non vi dico che questa sia la realtà, Alberto; ma per lo meno è un chiaror nelle tenebre; e seguendo questo chiarore saremo forse condotti alla meta.

— Dite, vedete bene ch’io balzo d’impazienza.

— Ebbene, vi racconterò ciò che non ho voluto dirvi al mio ritorno da Giannina. Io andai naturalmente dal primo banchiere della città per prendere le mie informazioni; alla prima parola che dissi dell’affare, prima ancora che fosse stato pronunciato il nome di vostro padre: — Ah! diss’egli, indovino che cosa qui vi conduce. — Come! perchè?

«— Perchè sono appena quindici giorni che sono stato richiesto sullo stesso soggetto.

«— Da chi? — Da un banchiere di Parigi mio corrispondente. — Come si chiama? — Il sig. Danglars.»

— Egli! gridò Alberto, infatto da lungo tempo ei perseguita il mio povero padre col suo odio, e colla sua gelosia; egli, l’uomo che si crede popolare, che non sa perdonare al conte de Morcerf d’essere Pari di Francia. E, sentite, questa rottura di matrimonio senza darne una ragione, sì... dipende da ciò.

— Informatevi, Alberto, non vi lasciate da ora trasportare, e se la cosa è vera...

— Oh! sì, gridò il giovine, e se la cosa è vera, egli mi pagherà tutto ciò che ho sofferto.

— State in guardia, Morcerf, egli è un uom già vecchio.

— Avrò riguardo all’onore della mia famiglia; s’egli odiava mio padre, perchè non ha colpito mio padre? oh! no; ha avuto paura di ritrovarsi in faccia ad un uomo.

— Alberto, io non vi condanno, ma operate con prudenza.

— Oh! non abbiate paura; d’altra parte mi accompagnerete, Beauchamp; le cose solenni devono essere trattate davanti ad un testimonio. Prima della fine di questa giornata, se il sig. Danglars è il reo, egli avrà cessato di vivere, o io sarò morto. Per bacco! Beauchamp, vo’ fare dei bei funerali al mio onore.

— Ebbene! allora quando si sono prese tali risoluzioni, Alberto, bisogna sul momento metterle ad esecuzione. Volete andare dal sig. Danglars? partiamo. — Fu mandato a chiamare un cabriolet di piazza. Nell’entrare nel palazzo del banchiere, videro alla porta il phaéton ed il domestico del sig. Andrea Cavalcanti. — Ah! per bacco! ecco a chi va bene! disse Alberto con voce cupa. Se il sig. Danglars non vuol battersi meco, gli ucciderò suo genero. Egli deve essere uomo da accettare una sfida, dovrebbe battersi, è un Cavalcanti! — Fu annunciato il giovine al banchiere, che, al nome di Alberto, sapendo che cosa era accaduto il giorno innanzi, gli fece proibire l’ingresso. Ma era troppo tardi, Alberto aveva seguito il lacchè; intese l’ordine dato, e violentando la porta, penetrò, seguito da Beauchamp, fino nel gabinetto del banchiere. — Ma signore, gridò questi, non si è più padroni in casa di ricevere chi si vuole, e ricusare chi non si vuole? mi sembra che voi lo dimentichiate in un modo strano.

— No, signore, disse freddamente Alberto; vi sono delle occasioni, e voi siete in una di queste, in cui abbisogna, salvo il caso di viltà, vi offro questo rifugio, essere in casa sua almeno per certe persone.

— Allora che volete dunque, o signore?

— Voglio, disse Morcerf avvicinandosi senza sembrare di fare attenzione a Cavalcanti che si era appoggiato al caminetto, voglio proporvi un convegno in un luogo appartato, in cui nessuno possa disturbarci per dieci minuti, non vi domando di più; ove di due uomini che si saranno incontrati, uno rimarrà sul terreno. — Danglars impallidì, Cavalcanti fece un movimento, Alberto si voltò verso il giovine:

— Oh! mio Dio! diss’egli, venite voi pure, se vi piace, sig. conte, avete il diritto di esservi, siete quasi della famiglia, e io do questa specie di convegno a quante persone si trovano per accettarlo. — Cavalcanti guardò con aria stupefatta Danglars, il quale, facendo uno sforzo, si levò, e si avanzò fra i due giovani. L’assalto d’Alberto ad Andrea lo poneva sopra un altro terreno; e sperava che la visita d’Alberto avesse uno scopo diverso da quello che si era figurato sul principio. — E che! signore, diss’egli ad Alberto: se venite qui a muover lite al signore, perchè lo preferisco a voi, vi prevengo che ne farò oggetto di causa davanti al procuratore del Re.

— Vi sbagliate, signore, disse Morcerf con un tetro sorriso, non parlo di matrimonio, e non mi sono indirizzato al sig. Cavalcanti se non perchè mi è sembrato che per un momento abbia avuta l’intenzione d’intervenire nella nostra discussione. E poi sentite, voi avete ragione, diss’egli, io cerco contesa oggi con tutti; ma siate tranquillo, sig. Danglars, l’anteriorità spetta a voi.

— Signore, rispose Danglars pallido per la collera e per la paura, vi avverto che, allorquando ho la disgrazia d’incontrare sul mio sentiero un cane arrabbiato, lo ammazzo, e che lungi dal credermi colpevole, mi sembra di avere reso un servizio alla società. Ora se siete arrabbiato, e tentate di mordermi, vi prevengo che vi ammazzerò senza pietà. È forse mia colpa, se vostro padre è disonorato?

— Sì, miserabile! gridò Morcerf, è colpa tua.

Danglars fece un passo indietro. — Colpa mia? ma siete pazzo! forse conosco la storia greca? forse ho viaggiato in quei paesi? ho consigliato vostro padre di vendere la fortezza di Giannina? di tradire...?

— Silenzio! disse Alberto con voce sorda. No, non siete stato voi che direttamente avete fatto questo strepito, e causato questa disgrazia, ma siete stato voi che ipocritamente l’avete instigata.

— Io! — Sì, voi! donde viene la rivelazione?

— Mi sembra che il giornale ve lo abbia detto; da Giannina, per bacco! — Chi ha scritto a Giannina?

— Mi sembra, che tutti possano scrivere a Giannina.

— Un solo però vi ha scritto, e questi siete voi.

— Io ho scritto senza dubbio; mi sembra che quando uno marita sua figlia ad un giovine, possa prendere delle informazioni sulla famiglia di questo giovine; non è soltanto un diritto, ma un dovere.

— Voi avete scritto, signore, disse Alberto, sapendo perfettamente la risposta che vi sarebbe venuta.

— Io! Ah! vi giuro bene, gridò Danglars, con una confidenza ed una sicurezza che venivano ancor meno dalla sua paura, forse che dalla premura che sentiva pel disgraziato giovine, vi giuro, che non avrei mai pensato a scrivere a Giannina. Conosco forse la catastrofe di Alì-Pascià, io?

— Allora qualcuno vi ha spinto a scrivere? — Certamente.

— Voi siete stato instigato? — Sì.

— Chi è stato?... terminate... dite...

— Per bacco! niente di più semplice, io parlava degli antecedenti di vostro padre, diceva che la sorgente della fortuna era sempre rimasta oscura. La persona mi domandò in che luogo vostro padre aveva fatta questa fortuna: risposi, «in Grecia.» Allora mi disse «ebbene, scrivete a Giannina.»

— E chi vi ha dato questo consiglio?

— Per bacco! il conte di Monte-Cristo vostro amico.

— Il conte di Monte-Cristo vi ha detto di scrivere a Giannina?

— Sì, ed io ho scritto. Volete vedere la mia corrispondenza? ve la mostrerò. — Alberto e Beauchamp si guardarono.

— Signore, disse allora Beauchamp che non aveva preso ancora la parola, mi sembra che voi accusiate il conte, che è assente da Parigi, e che non può giustificarsi in questo momento.

— Non accuso alcuno, signore, disse Danglars, racconto; e ripeterò davanti al sig. conte di Monte-Cristo, ciò che ho detto davanti a voi.

— Ed il conte sa qual è la risposta che avete ricevuta?

— Io la mostrai a lui.

— Sapeva che il nome di battesimo di mio padre era Fernando ed il suo cognome di famiglia Mondego.

— Sì, glie lo aveva detto da lungo tempo; per soprappiù, non ho fatto in ciò che quel che avrebbe fatto qualunque al mio posto, e fors’anche molto meno. Quando la dimane di questa risposta, sollecitato dal sig. di Monte-Cristo, venne vostro padre a domandarmi officialmente mia figlia, come si fa quando la si vuol finire, rifiutai brevemente, è vero, ma senza spiegazioni, senza rumori. Infatto, perchè avrei dovuto far del rumore? che cosa poteva importarmi dell’onore o del disonore dei Morcerf? Ciò non faceva nè alzare, nè abbassare le pubbliche rendite.

Alberto sentì il rossore salirgli alla fronte; non v’era più alcun dubbio. Danglars si difendeva colla bassezza, ma colla sicurezza di un uomo che dice, se non tutta la verità, almeno una parte di verità, non per coscienza, ma per terrore. D’altra parte che cercava Morcerf? non il più o meno di reità di Danglars, o di Monte-Cristo, ma un uomo che rispondesse alla offesa grave o leggiera, un uomo che si battesse, ed era evidente che Danglars non si batterebbe.

E quindi ciascuna delle cose dimenticate o inosservate ritornavano visibili ai suoi occhi e presenti al suo pensiero. Monte-Cristo sapeva tutto, poichè avea comprata la figlia di Alì-Pascià; ora, sapendo tutto, aveva incaricato Danglars di scrivere a Giannina. Conosciuta la risposta, aveva acconsentito al desiderio, manifestato da Alberto, di essere presentato ad Haydée; una volta davanti ad essa, aveva lasciato cadere il discorso sulla morte d’Alì senza opporsi al racconto di Haydée (ma avendo senza dubbio dato alla giovinetta, nelle poche parole che aveva pronunziato in greco, le sue istruzioni che non avevano permesso a Morcerf di riconoscere suo padre); del resto non aveva pregato Morcerf di non pronunciare il nome di suo padre davanti ad Haydée? Finalmente aveva condotto Alberto in Normandia nel momento in cui sapeva che doveva nascere il gran susurro. Non v’era più da dubitarne, tutto ciò era uno studio, e Monte-Cristo senza dubbio se la intendeva con i nemici di suo padre. Alberto prese Beauchamp in un angolo, e gli comunicò tutte queste idee: — Voi avete ragione, disse questi, il sig. Danglars non entra in questo affare che per la parte brutale e materiale, ed al sig. di Monte-Cristo voi dovete domandare una spiegazione.

Alberto si rivoltò: — Signore, disse egli a Danglars, capirete che io non prendo ancora da voi un congedo definitivo; mi resta a sapere se le vostre recriminazioni sono giuste, e vado sul momento ad assicurarmene presso il sig. conte di Monte-Cristo. — E salutando il banchiere, uscì con Beauchamp, senza sembrare di occuparsi menomamente di Cavalcanti. Danglars li ricondusse fino alla porta, rinnovando ad Alberto l’assicurazione che nessun motivo di odio personale lo guidava contro il sig. conte de Morcerf.

LXXXVII. — L’INSULTO.

Alla porta del banchiere, Beauchamp fermò Morcerf.

— Ascoltate; or ora vi ho detto in casa Danglars, che al sig. di Monte-Cristo dovevate domandare una spiegazione?

— Sì: e noi andiamo da lui.

— Un momento, prima di andare dal conte, riflettete.

— A che cosa? — Alla gravità del passo.

— È forse più grave, che andar dal sig. Danglars?

— Sì, il sig. Danglars è un uomo di danaro, e, voi lo sapete, gli uomini di danaro sanno troppo bene il capitale che arrischiano per battersi facilmente. L’altro, al contrario, è un gentiluomo, almeno in apparenza; e non temete sotto il gentiluomo di ritrovare il bravo?

— Temo solo di trovare un uomo che non si batta.

— Oh! siate tranquillo, egli si batterà. Ho anzi paura che si batta troppo bene; state in guardia!

— Amico, disse Morcerf, con un bel sorriso, questo è ciò che io domando, questo è ciò che mi può accadere di più avventuroso, vale a dire di essere ucciso per mio padre: ciò salverà noi tutti.

— Vostra madre ne morrà.

— Povera madre! disse Alberto passando la mano sopra i suoi occhi, lo so bene, ma vale meglio che io muoia per questo che morire di vergogna.

— Siete ben risoluto, Alberto? Andiamo dunque!

— Ma credete che lo troviamo?

— Egli doveva ritornare poche ore dopo di me, e certamente sarà arrivato. — Essi salirono e si fecero condurre all’entrata dei Campi-Elisi n. 30. Beauchamp voleva discendere solo, ma Alberto fece osservare che questo affare, uscendo dalle regole ordinarie, gli permetteva di allontanarsi dall’etichetta del duello. Il giovine operava in modo che Beauchamp non aveva altro a fare, che a prestarsi a tutte le sue volontà; egli cedè dunque a Morcerf, e si contentò di seguirlo. Alberto non fece che uno slancio dal casotto del portinaro alla scalinata. Battistino lo ricevette. Il conte era effettivamente arrivato, ma era nel bagno, ed aveva proibito di ricevere chicchessia. — Ma dopo il bagno? domandò Morcerf.

— Il signore pranzerà.

— E dopo il pranzo? — Il signore dormirà un’ora.

— E dopo? — Dopo anderà all’Opera.

— Ne siete sicuro? domandò Alberto.

— Perfettamente sicuro! il signore ha ordinato i cavalli per le otto precise.

— Benissimo! replicò Alberto, ecco quanto voleva sapere. — Indi volgendosi a Beauchamp: — Se avete qualche cosa da fare, Beauchamp, fatelo presto; se avete ritrovi per questa sera, aggiornateli a domani. Capirete che io conto su voi per andare all’Opera. Se potete, conducete con voi Château-Renaud.

Beauchamp approfittò del permesso, e lasciò Alberto, dopo avergli promesso d’andarlo a prendere alle otto meno un quarto.

Rientrato in casa, Alberto avvisò con un biglietto Franz, Debray, e Morrel, del desiderio che aveva di vederli in quella sera all’Opera. Indi andò a visitare sua madre, che dopo l’avvenimento del giorno innanzi aveva fatto dire non essere visibile, e stava ritirata nella sua camera. Egli la ritrovò in letto, oppressa dal dolore di quella pubblica umiliazione. La visita d’Alberto produsse quell’effetto che è da immaginarsi; ella strinse la mano al figlio, ed irruppe in singhiozzi. Però queste lagrime la sollevarono. Alberto rimase un momento in piedi e muto vicino al letto di sua madre. Si scorgeva dal suo pallido viso, e dal sopracciglio aggrottato, che il desiderio di vendetta andava sempre più radicandosi nel suo cuore. — Madre mia, proruppe Alberto, conoscete voi nessun nemico del sig. Morcerf?

Mercedès fremette; ella aveva osservato che il giovine non aveva detto di mio padre. — Amico mio, diss’ella, gli uomini nella posizione del conte hanno molti nemici ch’essi non conoscono. D’altra parte i nemici che si conoscono, sapete, non sono i più pericolosi.

— Sì, lo so; ed è per questo che mi rivolgo a tutta la vostra perspicacia. Madre mia, siete una donna superiore alle altre, e cui niente sfugge!

— Perchè mi dite questo?

— Perchè avete notato, per esempio, che la sera che abbiamo dato il ballo, il sig. di Monte-Cristo non ha voluto prender niente in casa nostra.

Mercedès alzandosi tutta tremante sul suo braccio, ardente per la febbre: — Il sig. di Monte-Cristo! gridò ella, e qual rapporto avrebb’egli colla domanda che mi fate?

— Voi lo sapete, madre mia, il sig. di Monte-Cristo è un uomo d’Oriente, e gli orientali per conservare la loro libertà di vendetta non mangiano nè bevono mai in casa dei loro nemici.

— Il sig. di Monte-Cristo nemico? riprese Mercedès più pallida del lenzuolo che la copriva. Chi vi ha detto questo? siete folle, Alberto. Il sig. di Monte-Cristo non ha usato con noi che gentilezze. Il sig. di Monte-Cristo vi ha salvata la vita, e voi stesso ce lo avete presentato. Oh! ve ne prego, figlio mio, se avete una simile idea, allontanatela, e se io ho una raccomandazione a farvi, anzi dirò di più, se ho una preghiera da indirizzarvi, quella si è che vi mantenghiate in armonia con quest’uomo.

— Madre mia, replicò il giovine con uno sguardo sinistro, avete le vostre ragioni per dirmi di usare de’ riguardi a quest’uomo?

— Io? gridò Mercedès arrossendo con quella rapidità con cui aveva impallidito, e ritornando quasi subito più pallida ancora di prima.

— Sì; senza dubbio, e questa ragione non è, riprese Alberto, perchè quest’uomo può farci del male?

Mercedès fremette, e fissando sopra suo figlio uno sguardo scrutatore: — Voi mi parlate in un modo strano, e mi sembra che abbiate delle singolari prevenzioni. E che vi ha dunque fatto il conte? sono tre giorni che eravate con lui in Normandia, sono tre giorni che io lo riguardava, e lo riguardavate voi stesso, come uno dei vostri migliori amici..

Un sorriso ironico sfiorò le labbra d’Alberto. Mercedès vide questo sorriso, e con il doppio istinto di donna e di madre, indovinò tutto: ma prudente e forte seppe nascondere il suo turbamento ed i suoi fremiti. Alberto lasciò cadere la conversazione; un momento dopo la contessa la riannodò.

— Voi siete venuto a chiedermi come stava, diss’ella; vi risponderò francamente, amico mio, mi sento bene. Voi fermatevi qui, Alberto; mi dovreste tenere compagnia. Ho bisogno di non rimaner sola.

— Madre mia, disse il giovine, mi presterei ai vostri ordini, e voi sapete con quale felicità, se un affare importante non mi obbligasse a dovervi lasciare tutta la serata.

— Ah! benissimo, rispose Mercedès con un sospiro, andate, non voglio rendervi schiavo della vostra pietà filiale.

Alberto fece sembiante di non capire, salutò sua madre ed uscì. Appena il giovine ebbe chiusa la porta, Mercedès fece chiamare un servitore di confidenza, e gli ordinò di seguire Alberto ovunque andasse nella serata, e di venirlene a rendere conto sul momento. Indi suonò per la sua cameriera, e quantunque fosse assai debole, si fece vestire per esser pronta ad ogni avvenimento.

La commissione data al lacchè non era difficile ad eseguirsi. Alberto rientrò nelle sue camere, e si rivestì con una specie di ricercata severità. Beauchamp giunse alle otto meno dieci minuti; egli aveva veduto Château-Renaud che gli aveva promesso di trovarsi in orchestra prima dell’alzata del sipario. Salirono entrambi nel coupé d’Alberto che, non avendo alcun motivo di nascondere ove andava, disse ad alta voce: — All’Opera. Nella sua impazienza era entrato prima assai dell’alzata del sipario. Château-Renaud era al suo posto; avvisato di tutto da Beauchamp, Alberto non aveva alcuna spiegazione da dargli. La condotta di questo figlio che cercava di vendicare suo padre era così semplice, che Château-Renaud non osò neppure di dissuaderlo e si contentò di rinnovargli l’assicurazione ch’egli era a sua disposizione. Debray non era ancora giunto, ma Alberto sapeva che difficilmente mancava ad una rappresentazione. Alberto andò errando pel teatro fino all’alzata del sipario. Egli sperava d’incontrare Monte-Cristo, o nei corridoi o per le scale; il campanello lo richiamò al suo posto, ed andò a sedersi in orchestra fra Beauchamp e Château-Renaud.

Ma Alberto non levò un momento gli occhi dal palco dell’intercolunnio, che durante tutto il primo atto sembrava ostinarsi a rimanere vuoto. Finalmente, mentre Alberto per la centesima volta guardava l’orologio, al principio del second’atto la porta del palco si aprì, e Monte-Cristo vestito di nero, entrò e si appoggiò al parapetto per guardare in platea; Morrel lo seguì, cercando cogli occhi sua sorella e suo cognato. Egli li scoperse in un palco del second’ordine e loro fece un segno. Il conte, gettando il suo colpo d’occhio circolare nella sala, scoperse una testa pallida, e due occhi scintillanti, che sembravano evidentemente attirare i suoi sguardi; egli riconobbe Alberto, ma l’espressione ch’egli notò in questo viso contraffatto lo consigliò senza dubbio di far sembiante di non averlo osservato. Senza far dunque alcun movimento che scoprisse il suo pensiero, si assise, cavò l’occhialetto dall’astuccio, e guardò da un’altra parte.

Ma senza sembrare di guardare Alberto il conte non lo perdeva di vista ed allora quando fu calato il sipario alla fine del secondo atto, il suo colpo d’occhio infallibile e sicuro seguì il giovine che usciva dall’orchestra accompagnato dai suoi due amici. Indi la stessa testa ricomparve ai cristalli di un palco posto di rimpetto al suo. Il conte sentì approssimarglisi la tempesta, e quando intese la chiave girare nella serratura del suo palco, quantunque in quello stesso punto parlasse a Morrel col viso più ridente, il conte sapeva che cosa doveva aspettarsi, e si era preparato a tutto.

La porta s’apri. Monte-Cristo si voltò soltanto allora, e vide Alberto livido e tremante; dietro a lui erano Beauchamp e Château-Renaud.

— Osservate! gridò egli con quella benevola gentilezza che distingueva il suo saluto dalla fatua civiltà della società, ecco il mio cavaliere giunto alla meta. Buona sera sig. de Morcerf. — Ed il viso di quest’uomo straordinariamente padrone di sè stesso, esprimeva la più perfetta cordialità. Morrel si ricordò soltanto allora della lettera che aveva ricevuta dal visconte, e nella quale, senz’altra spiegazione, questi lo pregava di ritrovarsi all’Opera, e capì subito che stava per accadere qualche cosa di terribile.

— Noi non veniamo qui per ricambiarci ipocrite gentilezze, o false apparenze d’amicizia, disse il giovine, veniamo a domandarvi una spiegazione sig. conte.

La voce tremante del giovine durava fatica e passare fra i suoi denti stretti.

— Una spiegazione all’Opera? disse il conte con un tuono così tranquillo, ed un colpo d’occhio così penetrante, che si riconobbe da questa doppia caratteristica l’uomo eternamente padrone di sè stesso. Per quanto sia poco familiare alle costumanze parigine, non avrei creduto, signore, che qui si domandassero spiegazioni.

— Però, quando le persone si tengono nascoste, disse Alberto, quando non si può giungere fino a loro sotto il pretesto che son al bagno, a tavola, o a letto, bisogna bene indirizzarsi loro ove si trovano.

— Io non sono difficile a ritrovare, perchè ieri ancora, ho buona memoria, il signore era in casa mia.

— Ieri, disse il giovine, cui incominciava a confondersi la testa, era in casa vostra, perchè non sapeva chi foste.

E dicendo queste parole, Alberto aveva alzata la voce in modo da farsi sentire dalle persone dei palchi vicini, e da quelle che passavano pel corridoio. Per ciò, le persone dei palchi si voltarono, quelle del corridoio si fermarono dietro Beauchamp e Château-Renaud al rumore di questo alterco.

— E di dove venite adunque, signore? disse Monte-Cristo senza la menoma apparente emozione: non mi sembrate godere tutto il vostro buon senso.

— Purchè io capisca le vostre perfidie, signore, e giunga a farvi capire che io voglio vendicarmene, sarò sempre abbastanza ragionevole, disse Alberto furioso.

— Signore, non vi capisco, replicò Monte-Cristo, e quand’anche vi capissi, parlereste sempre troppo forte; qui sono in casa mia, signore, ed io solo ho qui il diritto d’alzare la voce al di sopra degli altri; uscite, signore!

E Monte-Cristo mostrò la porta ad Alberto con un ammirabile gesto di comando.

— Ah! vi farei uscire di casa vostra? riprese Alberto spiegazzando un guanto colle sue mani convulse, che Monte-Cristo non perdeva di vista.

— Bene, bene! disse flemmaticamente Monte-Cristo, voi mi cercate contesa, signore, lo vedo; ma voglio darvi un consiglio, visconte, e ritenetelo bene; è un cattivo costume quello di far del susurro nel provocare; il rumore non accomoda a tutti, sig. de Morcerf. — A questo nome, un mormorio di meraviglia passò come un fremito in tutti gli uditori di questa scena. Fin dal giorno innanzi il nome di Morcerf era nella bocca di tutti. Alberto, meglio degli altri, e prima di tutti, comprese l’allusione, e fece un gesto per gettare il guanto sul viso del conte; ma Morrel gli afferrò il pugno, mentre che Beauchamp e Château-Renaud, temendo che la scena non oltrepassasse i limiti di una provocazione, lo ritenevano per di dietro. Monte-Cristo, senza alzarsi, inchinandosi sulla sedia, stese soltanto la mano, e prendendo dalle mani increspate del giovine il guanto umido e contorto: — Signore, diss’egli con un accento terribile, ritengo il vostro guanto come gettato, e ve lo rimetterò avvolto intorno ad una palla. Ora, uscite di casa mia, o chiamo i miei servitori, e vi faccio gettare alla porta.

Ebbro, atterrito, cogli occhi sanguinolenti, Alberto fece due passi in addietro. Morrel ne approfittò per chiudere la porta. Monte-Cristo riprese l’occhialino e si mise a guardare come se non fosse accaduto niente di straordinario. Quest’uomo aveva un cuore di bronzo ed un viso di marmo.

Morrel gli si accostò all’orecchio: — Che gli avete fatto?

— Io? niente, almeno personalmente, disse Monte-Cristo.

— Però questa scena deve avere una causa?

— L’avventura del conte de Morcerf esaspera il giovine disgraziato. — Vi avete forse qualche parte?

— Fu per mezzo di Haydée che la Camera venne istruita del tradimento del padre di lui.

— Di fatto, disse Morrel, mi fu detto; ma io non voleva credere, che questa schiava greca che ho veduto qui, in questo stesso palco, fosse la figlia d’Alì-Pascià.

— Eppure è la verità.

— Oh! mio Dio! ora comprendo tutto, disse Morrel, questa scena era premeditata. — In qual modo?

— Sì, Alberto mi ha scritto di trovarmi questa sera all’Opera, era per farmi testimonio dell’insulto che voleva usarvi.

— Probabilmente, disse Monte-Cristo colla sua imperturbabile tranquillità. — Ma che farete di lui?

— Di chi? — D’Alberto!

— D’Alberto, riprese Monte-Cristo collo stesso tuono, che ne farò, Massimiliano? Tanto è vero che siete qui, e che vi stringo la mano, quanto che io lo ucciderò domani prima delle dieci a. m., ecco ciò che io ne farò. — Morrel a sua volta prese fra le sue la mano di Monte-Cristo, e rabbrividì nel sentire questa mano placida e fredda.

— Ah! conte, gli disse, suo padre lo ama tanto!

— Non mi state a dire tali cose, altrimenti lo farò soffrire! gridò Monte-Cristo col primo movimento di collera che fino allora sembrasse provare. — Morrel stupefatto lasciò ricadere la mano di Monte-Cristo. — Conte! Conte! diss’egli.

— Caro Massimiliano, ascoltate dunque in che adorabile modo Duprez canta questo verso; O Matilde idolo del mio cor!

Morrel capì che non v’era più niente da dire. Il sipario che si era alzato al finire della scena d’Alberto, tornò a calare; quasi subito dopo fu battuto alla sua porta.

— Entrate, disse Monte-Cristo, senza che la sua voce manifestasse la menoma emozione. — Beauchamp comparve.

— Buona sera, sig. Beauchamp, disse Monte-Cristo, come se vedesse il giornalista per la prima volta nella serata; sedete adunque.

Beauchamp salutò, entrò, e si assise:

— Signore, diss’egli a Monte-Cristo, or ora io accompagnava, come avrete potuto vedere, il sig. de Morcerf.

— Ciò vuol dire, riprese Monte-Cristo ridendo, che voi probabilmente avrete pranzato insieme. Sono ben contento di vedere, signor Beauchamp, che siete più sobrio di lui.

— Signore, disse Beauchamp, Alberto ha avuto, ne convengo, torto nel lasciarsi trasportare, e vengo per proprio mio conto a farvene delle scuse. Ora che le mie scuse sono fatte, le mie, intendete bene signor conte? vengo a dirvi che vi credo troppo galantuomo per ricusarvi dal darmi delle spiegazioni sul soggetto delle vostre relazioni colle persone di Giannina! indi aggiungerò due parole sul conto della giovine greca. — Monte-Cristo fece con gli occhi e con le labbra, un piccolo gesto che comandava il silenzio: — Andiamo, aggiunse egli ridendo, ecco tutte le mie speranze distrutte.

— In qual modo? domandò Beauchamp.

— Senza dubbio, voi vi affannate di farmi un credito di eccentricità; io sono a parer vostro, un Lara, un Manfredi, un Lord Ruthwen; indi passato il momento di vedermi eccentrico, guastate il mio tipo, tentate di farmi diventare un uomo oscuro; mi volete comune volgare; infine mi domandate quelle spiegazioni. Su via! sig. Beauchamp, voi volete ridere.

— Frattanto, riprese Beauchamp con alterigia, vi sono delle congiunture in cui la probità ordina...

— Sig. Beauchamp, interruppe l’uomo strano, chi comanda al conte di Monte-Cristo è il conte di Monte-Cristo. Così dunque non dite una parola di più su questo argomento, se vi aggrada; faccio ciò che voglio, sig. Beauchamp, e credetemi, è sempre fatto benissimo.

— Signore, le persone oneste non si pagano con questa moneta; sono necessarie delle guarentigie all’onore.

— Signore, sono una garanzia vivente, rispose Monte-Cristo impassibile, i cui occhi però s’infiammavano di lampi minacciosi. Entrambi abbiamo nelle vene del sangue, che abbiamo volontà di versare, ecco la nostra mutua garanzia. Riportate questa risposta al visconte, e ditegli che domani alle dieci, avrò veduto il colore del suo.

— Non rimane adunque, disse Beauchamp, che di stabilire le condizioni del combattimento.

— Ciò ancora mi è del tutto indifferente, signore, disse il conte di Monte-Cristo; era dunque inutile di venirmi a disturbare allo spettacolo per una cosa di sì poco momento. In Francia, uno si batte alla spada o alla pistola; nelle colonie si preferisce la carabina; nell’Arabia si adopera il pugnale. Dite al vostro cliente, che, quantunque sia io l’insultato, gli lascio la scelta delle armi, e che accetterò tutto senza contestazione; tutto, intendete bene? tutto, anche il combattimento per mezzo della sorte, cosa che sempre è stupida. Ma per me è un affare diverso, sono sicuro di vincere.

— Sicuro di vincere? ripetè Beauchamp guardando il conte con occhio atterrito.

— Eh! certamente, disse Monte-Cristo, alzando leggermente le spalle. Senza ciò non mi batterei col sig. de Morcerf. Lo ucciderò, ciò è necessario, e sarà fatto. Soltanto non fate neppure una parola di tutto ciò in casa mia questa sera, indicatemi l’arme e l’ora, non amo di farmi sentire.

— Alla pistola, alle otto del mattino, al bosco di Vincennes, disse Beauchamp sconcertato, non sapendo se aveva che fare con un fanfarone tracotante, o con un essere soprannaturale.

— Sta bene, signore, disse Monte-Cristo; ora che tutto è in regola, lasciatemi sentire lo spettacolo, ve ne prego, e dite al vostro amico Alberto di non ritornare questa sera; egli si farebbe un torto con tutte le sue brutalità di cattivo gusto; che ritorni a casa, e che dorma. — Beauchamp uscì tutto maravigliato. — Ora, disse Monte-Cristo voltandosi a Morrel, conto su voi, n’è vero?

— Certamente, disse Morrel, e potete disporre di me, conte; però... — Che cosa?

— Sarebbe importante, che conoscessi la vera causa...

— Vale a dire che rifiutate? — No.

— La vera causa Morrel, disse il conte, il giovine che cammina alla cieca non la conosce neppur lui. La vera causa non è conosciuta che da me e dal cielo; ma vi do la mia parola d’onore, Morrel, che il cielo la conosce, e sarà a nostro favore.

— Basta così, conte, disse Morrel. Chi è il vostro secondo testimonio?

— Non conosco nessuno a Parigi cui dare questo onore, che voi Morrel e vostro cognato Emmanuele. Credete che egli vorrà rendermi questo favore?

— Vi garantisco per lui, come per me, conte.

— Bene! ciò è quanto mi abbisogna. Domattina alle sette sarete da me, non è vero? — Vi saremo.

— Zitto! ecco che si rialza il sipario, ascoltiamo. Ho il costume di non perdere una nota di quest’opera; è tanto adorabile la musica del Guglielmo Tell.

LXXXVIII. — LA NOTTE.

Il sig. di Monte-Cristo aspettò, secondo il solito, che Duprez avesse cantato il suo famoso Seguitemi! e allora soltanto si alzò ed uscì.

Alla porta Morrel lo lasciò, rinnovandogli la promessa di essere da lui, con Emmanuele, la dimane alle sette precise: indi montò nel suo coupé, sempre tranquillo e sorridente.

Cinque minuti dopo era in casa sua. Bisognava soltanto non conoscere il conte per lasciarsi ingannare dalla espressione colla quale, entrando in casa, disse ad Alì:

— Datemi le mie pistole dalla incassatura d’avorio.

Alì portò il cassettino al suo padrone, e questi si mise ad esaminare le armi con quella premura tanto naturale ad un uomo che sta per affidare la sua vita ad un poco di ferro e di piombo. Erano pistole particolari, che Monte-Cristo aveva fatto costruire appositamente per tirare al bersaglio nel suo appartamento. Una capsula bastava per cacciare una palla, e, dalla camera vicina, non si sarebbe potuto credere che il conte stava, come si dice in termine di bersaglio, esercitandosi la mano. Stava brandendo l’arma colla mano, e cercando la mira sur un piccolo pezzetto di tela che serviva di bersaglio, allor quando si aprì la porta del suo gabinetto ed entrò Battistino. Ma prima ancora che avesse aperta la bocca, il conte si accorse dalla porta rimasta semi-aperta, di una donna velata in piedi, posta alla debole luce della camera vicina, e che aveva seguito Battistino.

Ella aveva scorto il conte colla pistola alla mano, vedeva due spade sopra una tavola, e si slanciò dentro.

Battistino consultò con uno sguardo il suo padrone.

Il conte fece un segno, Battistino si ritirò, e chiuse la porta dietro a sè.

— Chi siete voi, signora? disse il conte alla donna velata.

L’incognita gettò uno sguardo intorno a sè per assicurarsi, se veramente erano soli; poi inchinandosi come se avesse voluto inginocchiarsi, congiunse le mani, e coll’accento della disperazione: — Edmondo, diss’ella, voi non ucciderete mio figlio!

Il conte fece un passo in addietro, gettò un debole grido, e lasciò cadersi l’arme di mano: — Che nome avete pronunciato, sig.ª de Morcerf? diss’egli.

— Il vostro! gridò ella gettando il velo, il vostro che, sola io forse non ho dimenticato mai; Edmondo, non è la sig.ª de Morcerf che viene da voi, è Mercedès.

— Mercedès è morta, signora, disse Monte-Cristo, ed io non conosco più alcuna che porti questo nome.

— Mercedès vive, signore, e Mercedès vi ricorda, poichè sola vi ha riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi alla vostra voce. Edmondo, al solo accento della vostra voce, e da quel tempo ella vi ha seguito passo passo, ella vi sorveglia, vi teme, non ha avuto bisogno di cercare la mano, da cui partiva il colpo che ha percosso il sig. de Morcerf.

— Fernando, volete dire, signora, riprese Monte-Cristo con un’amara ironia; poichè siamo in corso di ricordarci i nostri nomi, ricordiamoceli tutti. — E Monte-Cristo aveva pronunciato il nome di Fernando, con una tale espressione di odio, che Mercedès sentì il brivido dello spavento scorrerle per tutto il corpo.

— Vedete bene, che non mi sono ingannata, gridò Mercedès, e che ho ragione di dirvi: risparmiatemi il figlio!

— E chi vi ha detto, che io odio vostro figlio?

— Nessuno, mio Dio! Ma una madre è dotata di una doppia vista: ho indovinato tutto: l’ho seguito questa sera all’Opera, e, nascosta in un baignoire[4] ho veduto tutto.

— Allora, se avete veduto tutto, signora, avrete veduto che il figlio di Fernando mi ha insultato pubblicamente?

— Oh! per pietà!

— Avrete veduto, continuò il conte, che mi avrebbe gettato il guanto in faccia, se uno dei miei amici, Morrel, non gli avesse fermato il braccio.

— Ascoltatemi; anche mio figlio vi ha indovinato, ed attribuisce a voi tutta la disgrazia che opprime suo padre.

— Signora, disse Monte-Cristo, voi confondete: non è già una disgrazia, è un castigo. Non sono già io che opprimo il sig. de Morcerf, è la Provvidenza che lo colpisce.

— Che importa a voi, Edmondo, di Giannina e del suo Visir? che torto ha fatto a voi Fernando Mondego, tradendo Alì-Tebelen?

— E tutto questo, rispose Monte-Cristo, tutto questo è un affare fra il capitano franco e la figlia di Vasiliki. Ciò non mi riguarda, avete ragione; e se ho giurato di vendicarmi, non è del capitano franco, nè del sig. de Morcerf, ma bensì del pescatore Fernando, marito della catalana Mercedès.

— Ah! signore, gridò la contessa, qual terribile vendetta per una colpa, che la fatalità mi ha fatto commettere, poichè la vera colpevole sono io, Edmondo, e se avete a vendicarvi di qualcuno, è di me, che ho mancato, costrettavi dalla vostra assenza, e dal mio isolamento.

— Ma, gridò Monte-Cristo, perchè sono io stato assente? perchè siete voi rimasta isolata?

— Perchè foste arrestato, perchè eravate prigioniero.

— E perchè era io arrestato? perchè era prigioniero?

— Lo ignoro, disse Mercedès.

— Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. Ebbene! ve lo dirò. Io era arrestato, io era prigioniero, perchè sotto il pergolato dell’osteria la Réserve, la stessa vigilia del giorno in cui doveva sposarvi, un uomo, chiamato Danglars, scrisse questa lettera che il pescatore Fernando s’incaricò di rimettere da sè stesso alla posta. — E Monte-Cristo, andando allo scrigno fece uscire un cassettino, da cui estrasse un foglio che aveva perduto il suo primitivo colore, e la cui scrittura aveva preso quello della ruggine, ch’egli mise sotto gli occhi di Mercedès. Era questa la lettera di Danglars al procuratore del re, che il giorno in cui aveva pagati i 200 mila fr. al sig. de Boville, il conte di Monte-Cristo, travestito da commesso della casa Thomson e French, aveva sottratto dalla filza di Edmondo Dantès.

Mercedès lesse con ispavento le linee seguenti.

«Il sig. Procuratore del Re è avvisato da un amico del Trono e della Religione, che il nominato Edmondo Dantès secondo nel bastimento il Faraone, giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver toccato Napoli e Porto Ferrajo, è stato incaricato da Murat di una lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore di una lettera pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o presso suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del Faraone.»

— Oh! mio Dio! fece Mercedès passando la mano sulla sua fronte bagnata di sudore; e questa lettera...

— L’ho comprata per 200 mila fr. signora, disse Monte-Cristo; ma è ancora a buon mercato, perchè ella in oggi mi permette di giustificarmi ai vostri occhi.

— E il resultato di questa lettera?

— Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello però che non sapete è, che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di lega distante da voi, in una prigione segreta del castello d’If. Ciò che non sapete è, che ogni giorno di questi quattordici anni ho rinnovato il mio giuramento di vendetta che avevo fatto il primo giorno, e non pertanto ignorava, che voi aveste sposato Fernando, il mio denunziatore, e che mio padre fosse morto, e morto di fame!

— Giusto Iddio! gridò Mercedès vacillando.

— Ecco ciò ch’io ho saputo nell’uscire di prigione, quattordici anni dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a giurare su Mercedès viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, e... e io mi vendico.

— E siete sicuro che il disgraziato Fernando ha fatto ciò?

— Sull’anima mia, egli ha fatto quel che vi ho detto: d’altra parte ciò non è molto più odioso che, francese di adozione, essere passato nelle file degl’inglesi; spagnuolo di nascita, aver combattuto contro gli spagnuoli; stipendiato da Alì, avere tradito ed assassinato Alì. In faccia a simili cose, che è la lettera che avete or letta? una mistificazione galante che deve perdonare, lo vedo e lo confesso, la donna che ha sposato quest’uomo, ma che non perdona l’amante che doveva sposarla. Ebbene! i francesi non si sono vendicati del traditore; gli spagnuoli non hanno fucilato il traditore; Alì, sepolto nella sua tomba, ha lasciato impunito il traditore; ma io, tradito, assassinato, gettato vivo in una tomba, dalla quale sono uscito per un miracolo, io debbo vendicarmi.

La povera donna lasciò ricadere la testa e le mani; le gambe le si piegarono sotto, e cadde in ginocchio.

— Perdonate, Edmondo, diss’ella, perdonate per me che vi amo ancora! — La dignità della sposa mise un freno allo slancio dell’amante e della madre. La sua fronte s’inchinò fino a toccare il tappeto. Il conte si slanciò davanti a lei, e la rialzò. Allora assisa sopra una sedia, ella potè, a traverso le sue lagrime, guardare il pallido viso di Monte-Cristo, al quale il dolore e l’odio imprimevano ancora un’indole minacciosa: — Che io non ischiacci questa razza maledetta! mormorò egli, impossibile, signora, impossibile!

— Edmondo, disse la povera madre tentando tutti i mezzi, mio Dio! quando vi chiamo Edmondo, perchè non mi chiamate Mercedès?

— Mercedès! ripetè Monte-Cristo, Mercedès! Ebbene! sì, avete ragione, questo nome mi è dolce ancora a pronunziare, ed ecco la prima volta, dopo lunghi anni, ch’egli risuona così chiaro all’uscir dalle mie labbra. Ah! Mercedès! il vostro nome io l’ho pronunciato coi sospiri della malinconia, coi gemiti del dolore, colla rabbia della disperazione; l’ho pronunciato agghiacciato pel freddo, attrappito sulla paglia della mia prigione; l’ho pronunciato, divorato dal caldo; l’ho pronunciato rotolandomi sul pavimento del mio carcere. Mercedès, bisogna ch’io mi vendichi, perchè ho sofferto per quattordici anni, per quattordici anni ho maledetto, per quattordici anni ho pianto, ho maledetto. Or, ve lo ripeto, Mercedès, bisogna che mi vendichi!

Ed il conte temendo di cedere alle lagrime di quella che aveva amata tanto, chiamava in soccorso del suo odio la rimembranza del passato.

— Vendicatevi, Edmondo, gridò la povera madre, ma vendicatevi sui colpevoli, vendicatevi su di me, ma non vi vendicate sul figlio mio!

— Edmondo, continuò Mercedès colle braccia stese verso il conte, da che vi ho conosciuto ho adorato il vostro nome, ho rispettata la vostra memoria; Edmondo, amico mio, non mi costringete a cancellare questa immagine nobile e pura, che incessantemente ha riverberato sul mio cuore. Edmondo! se sapeste tutte le preghiere che ho innalzato a Dio per voi, fino a che vi ho sperato vivo, e dopo che vi ho creduto morto! sì, morto, ahimè! io credeva il vostro cadavere sepolto nel fondo di qualche torre; credeva il vostro corpo precipitato in qualcuno di quegli abissi, in cui i carcerieri rotolano i morti, ed io vi piangeva! Io, che poteva per voi, Edmondo, se non pregare e piangere? Ascoltatemi: per dieci anni ho fatto ogni notte lo stesso sogno. Si disse che voi avevate tentato di fuggire, che avevate preso il posto di un altro prigioniero, che vi eravate introdotto nel sacco mortuario, e che allora quando avevano gettato il cadavere vivente dall’alto al basso del castello d’If, e che il grido che avevate emesso nell’infrangervi sugli scogli, aveva solo rivelata la sostituzione ai vostri becchini, divenuti i vostri carnefici. Ebbene! Edmondo, ve lo giuro sulla testa di questo figlio pel quale io v’imploro, Edmondo, per dieci anni ho veduto ogni notte gli uomini che libravano qualche cosa d’informe e di sconosciuto dall’alto della roccia; per dieci anni ho inteso ogni notte un grido terribile che mi ha risvegliata, rabbrividita, agghiacciata. Ed io pure, credetemi, per quanto sia rea, io pure ho sofferto molto!

— Avete sentito morire vostro padre nella vostra assenza? gridò Monte-Cristo, cacciandosi le mani fra i capelli; avete veduta la donna che amavate, stendere la sua mano al vostro rivale, nel tempo che gorgogliavate nell’abisso di un vortice?...

— No, interruppe Mercedès, ma ho veduto colui che amava pronto a divenire l’uccisore di mio figlio!

Mercedès pronunciò queste parole con un dolore così possente, con un accento così disperato, che a questo accento un singhiozzo sfuggì dalla gola del conte. Il leone era domato, il vendicatore era vinto: — Che chiedete da me, diss’egli, che vostro figlio viva? Ebbene, egli vivrà!...

Mercedès mandò un grido che fece scaturire due lagrime dalle pupille di Monte-Cristo, ma queste due lagrime disparvero quasi tosto, poichè senza dubbio si staccò dal cielo un angiolo per raccoglierle, essendo esse assai più preziose al Signore che le più ricche perle di Guzarate e di Ofir.

— Oh! gridò ella, afferrando la mano del conte ed appressandosela alle labbra, oh! grazie, Edmondo, grazie! Eccoti tal quale ti ho sempre sognato, tal quale ti ho sempre amato. Oh! ora posso dirlo.

— Tanto più, rispose Monte-Cristo, che il povero Edmondo non avrà molto tempo da essere amato. La morte rientra nella tomba, il fantasma rientra nella notte.

— Che intendete di dire, Edmondo?

— Dico che, poichè l’ordinate, bisogna morire.

— Morire! e chi è che dice questo? chi parla di morire? d’onde vi ritornano simili idee di morte?

— Voi non supporrete che, oltraggiato pubblicamente, in faccia a tutto un teatro, in presenza dei vostri amici e di quelli di vostro figlio, provocato da un giovinetto che si glorierebbe del mio perdono come di una vittoria, non supporrete, diceva, che io abbia il desiderio di vivere un sol momento. Ciò che io ho amato di più, dopo di voi, Mercedès, è me stesso, vale a dire la mia dignità, vale a dire quella forza che mi rendeva superiore agli altri uomini; ch’era la mia vita. Con una parola, voi la rompete. Io moro.

— Ma questo duello non avrà luogo, Edmondo, poichè voi perdonate...

— Avrà luogo, signora, disse solennemente Monte-Cristo. Soltanto, invece del sangue di vostro figlio che doveva bagnare il terreno, sarà il mio che sgorgherà.

Mercedès mandò un grido, e si slanciò verso Monte-Cristo; ma d’improvviso ella si fermò. — Edmondo, diss’ella, vi è un Dio al di sopra di noi, poichè io vi ho riveduto, ed io confido in Lui dal più profondo del mio cuore. Aspettando il suo appoggio, mi affido alla vostra parola. Voi avete detto che mio figlio vivrà; egli vivrà, non è vero?

— Egli vivrà, sì, signora, disse Monte-Cristo sorpreso che senz’altra esclamazione, senza altra meraviglia, Mercedès avesse accettato l’eroico sacrificio che le faceva.

Mercedès stese la mano al conte. — Edmondo, diss’ella, mentre i suoi occhi si bagnavano di lagrime guardando quello a cui indirizzava queste parole, quanto è bello dal canto vostro, come è grande ciò che avete fatto! quanto è sublime l’avere avuto pietà di una povera donna che si offriva a voi con tutte le probabilità contrarie alla speranza? Ahimè! sono invecchiata pei dispiaceri più ancora che per gli anni; non posso neppur più rammentare al mio Edmondo con uno sguardo quella Mercedès d’altravolta ch’egli passava tante ore a contemplare. Ah! credetemi, Edmondo, vi ho detto che io pure ho sofferto molto; ve lo ripeto; è ben tristo il vedersi passare la vita senza ricordarsi una sola gioia, senza conservare una sola speranza; ma ciò prova che tutto non è finito sulla terra. No! tutto non è finito, lo sento da ciò che mi rimane ancora nel cuore. Oh! ve lo ripeto. Edmondo, è cosa bella, grande, sublime il perdonare come voi fate!

— Voi dite ciò, Mercedès? e che direste se sapeste tutta l’estensione del sacrificio che vi faccio? Voi non ne avete una idea, o piuttosto, no, no, voi non potrete mai farvi una idea di ciò ch’io perdo perdendo la vita in questo momento.

Mercedès guardò il conte con un’aria che dipingeva ad un tempo la sua meraviglia, la sua ammirazione, e la sua riconoscenza. Monte-Cristo si appoggiò la fronte sulle mani ardenti, come se essa non potesse più da sè sola sostenere il peso dei suoi pensieri. — Edmondo, disse Mercedès, non ho più che una parola a dirvi. — Il conte sorrise amaramente. — Edmondo, continuò ella, voi vedrete che se la mia fronte è impallidita, se i miei occhi sono spenti, se la mia bellezza è perduta, se finalmente non rassomiglio più a quella stessa Mercedès per le forme del viso, voi vedrete ch’ella è sempre la stessa nel cuore!... Addio dunque, Edmondo; non ho più nulla da chiedere al cielo... vi ho riveduto, e riveduto egualmente nobile e grande come in altri tempi. Addio, Edmondo... e grazie! — Ma il conte non rispose.

Mercedès aveva riaperta la porta del gabinetto, ed era partita prima ancora ch’egli fosse rinvenuto dalla dolorosa e profonda distrazione in cui lo aveva immerso la sua fallita vendetta. Suonava un’ora all’orologio degl’Invalidi quando la carrozza che trasportava la sig.ª de Morcerf, scorrendo sul terreno dei Campi-Elisi, fece rialzare la testa al conte di Monte-Cristo: — Insensato, io mi doveva svellere il cuore il giorno in cui risolvetti di vendicarmi.

LXXXIX. — L’INCONTRO.

Dopo la partenza di Mercedès tutto ricadde nell’ombra presso Monte-Cristo. Intorno a lui ed entro lui il suo pensiero si fermò; il suo spirito energico si addormì, come fa il corpo dopo una eccessiva fatica. — Che! disse a sè stesso, mentre la lampada e le candele si consumavano tristamente, e che i servitori aspettavano con impazienza nell’anticamera; che! ecco l’edificio così lentamente preparato, elevato con tante pene e tanti affanni, che crolla ad un colpo, con una sola parola, sotto un soffio! Ebbene! sono io che mi credeva qualche cosa? sono io di cui andava tanto superbo? sono io che mi era veduto sì piccolo nel carcere d’If, e che era riuscito a rendermi così grande? sono io la cui salma domani sarà un poco di polvere? Ahimè, non è già la morte del corpo quella che io piango; questa distruzione della materia non è il riposo cui tutto tende, cui aspira ogni infelice? quella calma della materia alla quale m’incamminava per la strada dolorosa della fame quando Faria comparve nel mio carcere? che cosa è la morte per me? un grado di più nella calma, e forse due nel silenzio. No, non è dunque la cessazione della esistenza che io piango, che il mio spirito sopravvivrà; ma la rovina dei miei disegni così lentamente elaborati, così faticosamente costrutti, è questo che amaramente io piango. La Provvidenza, che io aveva loro creduta favorevole, è dunque ad essi contraria? Dio non vuol dunque che si compiano? Questo fardello che io aveva sollevato quasi tanto pesante quanto il mondo, e che io aveva creduto di poter portare fino al termine, era secondo i miei desideri, ma non secondo la mia forza; secondo la mia volontà, ma non secondo il mio potere. Bisognerà che io lo deponga giunto appena alla metà della mia corsa? Oh! diventerei io forse fatalista, che quattordici anni di disperazione e dieci di speranze avevan formato previdente? E tutto questo, tutto questo, mio Dio! perchè il mio cuore, che credeva morto, non era che assopito; perchè si è risvegliato, perchè ha battuto, perchè ho ceduto al dolore che questo battito sollevava dal fondo del mio petto per mezzo della voce di una donna! E frattanto, continuò il conte, inabissandosi sempre più nelle previsioni di questo domani terribile che aveva accettato Mercedès; e frattanto è impossibile che questa donna, che ha un cuore sì nobile, abbia in tal modo per egoismo, acconsentito a lasciarmi uccidere... io così pieno di forza d’esistenza! è impossibile ch’ella spinga a questo punto, l’amore, o piuttosto il delirio materno! Vi sono delle virtù in cui l’esagerazione sarebbe un delitto. Ma, ella avrà immaginato qualche scena poetica; verrà a gettarsi fra le spade, e sarà una cosa ridicola per la posizione sublime da me fattami.

E il rossore dell’orgoglio salì alla faccia del conte.

— Ridicolo, ripetè egli, e il ridicolo ricadrà su di me... io ridicolo! andiamo, amo ancor più il morire.

E a forza di esagerarsi in tal modo le combinazioni che potevano accadere il dimane nel quale si era condannato promettendo a Mercedès che lascerebbe vivere suo figlio, il conte terminò col dirsi: — Pazzie! pazzie! pazzie! il mettersi come una meta inerte davanti alla mira del giovine! È necessario, lo farò. — E prendendo una penna, e cavando un foglio dall’armadio, scrisse alcune linee in piè di questo foglio, che altro non era che il suo testamento fatto dal suo arrivo in Parigi, ed estese una specie di codicillo nel quale faceva capire la sua morte anche agli uomini meno creduli.

— Io faccio questo, pel solo onor mio, e per umiliare me stesso agli occhi miei. È indispensabile che questi miserabili, che un Danglars, un Villefort, un Morcerf non si figurino d’essersi spacciati di me per opera del solo caso, che il solo caso li abbia liberati del loro nemico. Che sappiano, al contrario, che se la deliberata punizione non ha avuto luogo, fu perchè è stata corretta dalla mia sola volontà; che il castigo evitato in questo mondo li aspetta nell’altro, e ch’essi non hanno fatto altro cambio che quello del tempo colla eternità.

Mentre ondeggiava in queste cupe incertezze, sogni cattivi di un uomo svegliato dal dolore, venne il giorno ad imbiancare i vetri ed a rischiarare sotto le sue mani la carta azzurra sulla quale trascinava l’ultima sua giustificazione. Erano le cinque del mattino. D’improvviso giunse al suo orecchio un leggero rumore. Monte-Cristo credè avere inteso qualche cosa, come un sospiro soffocato; volse la testa, guardò intorno a sè, e non vide alcuno. Soltanto il rumore si ripetè molto distintamente, perchè al dubbio successe la certezza. Allora il conte si alzò, aprì dolcemente la porta del salotto, e sopra una sedia, colla sua bella testa pallida ed inclinata in addietro, vide Haydée che si era posta a traverso alla porta, affinchè egli non potesse uscire senza vederla; ma il sonno così possente nella gioventù, l’aveva sorpresa dopo la fatica di una lunga veglia.

Il rumore che fece la porta nell’aprirsi non potè scuotere Haydée dal suo sonno. Monte-Cristo fissò su di lei uno sguardo pieno di dolcezza e di dolore. — Ella si è ricordata che aveva un figlio, ed io ho dimenticato che ho una figlia!

Indi scuotendo tristamente la testa:

— Povera Haydée! diss’egli, ha voluto vedermi, ha voluto parlarmi, ella ha temuto o indovinato qualche cosa... Oh! io non posso partire senza dirle addio, non posso morire senza confidarla a qualcuno.

E raggiunse dolcemente di nuovo il suo posto, e scrisse sotto alle linee già vergate.

«Faccio legato a Massimiliano Morrel, capitano degli Spahis e figlio del mio antico padrone Pietro Morrel armatore in Marsiglia della somma di venti milioni, di cui ne sarà da lui offerta una parte a sua sorella Giulia ed a suo cognato Emmanuele, quando però non creda che questo aumento di fortuna possa nuocere alla loro felicità. Questi venti milioni sono sepolti nella mia grotta dell’isola di Monte-Cristo, di cui Bertuccio conosce il segreto.

«Se il suo cuore è libero, e voglia sposare Haydée, figlia d’Alì pascià di Giannina, che io ho allevata coll’amore di un padre, e ch’ha avuto per me l’amore e la tenerezza di una figlia, egli esaudirà, non dirò l’ultima mia volontà, ma l’ultimo mio desiderio.

«Il presente testamento ha già fatta Haydée erede del resto della mia fortuna, consistente in terre, rendite sull’Inghilterra, l’Austria, e l’Olanda, mobili dei miei diversi palazzi e case, e che, prelevati i venti milioni, altri legati fatti ai miei servitori ecc. formerà una somma che potrà ammontare a sessanta milioni.»

Terminava appena di scrivere quest’ultima linea, quando un grido emesso dietro a lui gli fece cadere la penna dalla mano: — Haydée; diss’egli; voi avete letto.

In fatto la giovanetta, risvegliata dal chiarore del giorno che aveva colpito le sue pupille, si era alzata e si era avvicinata al conte senza che i suoi passi leggeri, ed assorbiti dal tappeto, fossero stati intesi: — Oh! mio signore, diss’ella giungendo le mani, perchè scrivete così a quest’ora? Perchè mi lasciate così la vostra fortuna? Mio signore, mi abbandonate forse?

— Vado a fare un viaggio, cara fanciulla, disse Monte-Cristo con espressione di malinconia e di tenerezza infinita, e se mi accadesse qualche disgrazia... — Il conte si fermò.

— Ebbene?.... domandò la giovanetta con un accento di autorità che il conte non le conosceva che lo fece fremere.

— Ebbene! se mi accade qualche disgrazia, riprese Monte-Cristo, voglio che mia figlia sia felice.

Haydée sorrise tristamente scuotendo la testa.

— Voi pensate a morire, mio signore? diss’ella.

— È un pensiero salutare, figlia mia, ha detto il saggio.

— Ebbene, se voi morite, disse ella, lasciate pure la vostra fortuna in legato ad altri eredi; perchè se voi morite... io non avrò più bisogno di niente. — E prendendo il foglio ella lo stracciò in quattro pezzi che gettò in mezzo al salotto. Indi spossata da questo tratto di energia tanto poco comune ad una schiava, cadde non più addormentata ma svenuta sul pavimento. Monte-Cristo si chinò vers’ella, la sollevò fra le sue braccia; e vedendo questa bella tinta impallidita, questi begli occhi chiusi, questo bel corpo inanimato e come abbandonato, gli venne per la prima volta l’idea che ella lo amasse ben altrimenti che una figlia ama suo padre.

— Me lasso! mormorò egli con un profondo scoraggiamento, avrei ancora potuto esser felice.

Indi portò Haydée fino all’appartamento di lei, la rimise sempre svenuta, fra le mani delle sue donne e, rientrando nel gabinetto, che questa volta chiuse attentamente, ricopiò il distrutto testamento. Mentre terminava, si fece sentire il rumore di un cabriolet che entrava nel cortile.

Monte-Cristo si avvicinò alla finestra, e vide discendere Massimiliano ed Emmanuele. — Buono! diss’egli, è giunta l’ora! — Sigillò il suo testamento con triplo sigillo.

Un momento dopo intese un rumore di passi nella sala, ed andò ad aprire egli stesso. Morrel comparve sulla soglia. Egli aveva anticipata l’ora di venti minuti.

— Io vengo forse troppo presto, sig. conte, diss’egli; ma vi confesso francamente che non ho potuto dormire un minuto, e che è accaduto lo stesso a tutta la famiglia. Io aveva molto bisogno di vedere la vostra coraggiosa fermezza per ricuperarla io pure.

Monte-Cristo non potè contenersi a questa prova di affezione, e non fu la sua mano che stese al giovine, ma le braccia che gli aprì. — Morrel, gli disse con voce commossa, è per me un bel giorno quello in cui mi sento amato da un uomo come voi. Buon giorno, sig. Emmanuele. Voi dunque venite con me, Massimiliano?

— Per bacco! disse il giovine capitano, ne avete dubitato?

— Ma pure se avessi torto...

— Ascoltate, vi ho guardato ieri durante tutta la scena di sfida, ho pensato alla vostra fermezza tutta questa notte, e ho detto che la giustizia doveva essere dalla parte vostra o che non si doveva fare più alcun calcolo sul viso degli uomini.

— Però, Morrel, Alberto è vostro amico?

— Una semplice conoscenza, conte.

— Voi lo avete veduto per la prima volta lo stesso giorno che vedeste me?

— Sì, è vero; ma che volete? bisogna che voi me lo ricordiate, perchè io me ne sovvenga.

— Grazie, Morrel, indi battendo un colpo sul campanello: — Prendi, disse egli ad Alì che comparve subito, fa portare questo al mio notaro; è il mio testamento, Morrel. Quando sarò morto andrete a prenderne conoscenza.

— Come! gridò Morrel, voi morto?

— E non bisogna sempre preveder tutto, amico caro? Ma che cosa avete fatto ieri sera dopo avermi lasciato?

— Sono stato al caffè Tortoni, ove, come me lo aspettava, vi ho ritrovato Beauchamp e Château-Renaud; vi confesso che li cercava.

— Per farne che, quando tutto era già convenuto?

— Ascoltate, conte; l’affare è grave ed inevitabile.

— Ne dubitavate voi? — No, l’offesa è stata pubblica e ciascuno già ne parla. — Ebbene?

— Ebbene! io sperava far cambiare le armi, sostituire la spada alla pistola. La pistola è cieca.

— Vi siete riuscito? domandò vivamente Monte-Cristo con una impercettibile luce di speranza.

— No, perchè si conosce la vostra forza alla spada.

— Bah! chi mi ha dunque tradito? — I maestri di scherma che voi avete battuti.

— E voi non vi siete riuscito?

— Essi hanno ricusato positivamente. — Morrel, disse il conte, mi avete voi mai veduto tirare alla pistola? — Mai.

— Ebbene! noi abbiamo il tempo; guardate.

Monte-Cristo prese le pistole che aveva in mano quando Mercedès entrò, ed attaccando un asso di fiori contro il muro, in quattro colpi portò via successivamente le quattro branche del fiore.

A ciascun colpo Morrel impallidiva. Esaminò le palle colle quali Monte-Cristo eseguiva questo esercizio, e vide che esse non erano più grosse dei pallini da lepre.

— È cosa spaventosa, disse egli; guardate dunque Emmanuele! — Indi voltandosi verso Monte-Cristo:

— Conte, disse egli, in nome del cielo, non uccidete Alberto! il disgraziato ha una madre!

— È giusto, disse Monte-Cristo, io non l’ho.

Queste parole furono pronunciate con un tuono che fece fremere Morrel. — Voi siete l’offeso, conte.

— Senza dubbio, e che volete dire con ciò?

— Voglio dire che siete il primo a tirare. — Io tiro pel primo?

— Oh! questo io l’ho preteso; noi facciamo loro abbastanza concessioni perchè essi ci facciano questa.

— E a quanti passi? — A venti.

Uno spaventoso sorriso passò sulle labbra del conte. — Morrel, diss’egli, non dimenticate quel che or ora avete veduto.

— Così, disse il giovine, io conto sulla vostra emozione per salvare Alberto. — Io commosso? disse Monte-Cristo.

— O sulla vostra generosità, amico mio; sicuro come siete del vostro colpo, posso dirvi una cosa che sarebbe ridicola se la dicessi ad un altro. — E quale?

— Rompetegli un braccio, feritelo, ma non lo uccidete.

— Morrel, ascoltate anche questo, disse il conte, io non ho bisogno di essere incoraggiato per avere dei riguardi a Morcerf; il sig. de Morcerf, ve lo avviso prima, sarà ben trattato, egli ritornerà tranquillamente ed intatto, nel mentre che io... — Ebbene! voi?

— Oh! è un’altra cosa, sarò trasportato...

— Su via, dunque! gridò Morrel fuor di sè.

— La cosa accadrà come ve l’annunzio, mio caro Morrel, il sig. de Morcerf mi ucciderà.

Morrel guardò il conte come uomo che non capisce più.

— Conte, che è dunque accaduto da ier sera in qua?

— Ciò che accadde a Bruto la vigilia della battaglia di Filippi; ho veduto un fantasma.

— E questo fantasma? — Questo fantasma, Morrel, mi ha detto che ho vissuto abbastanza.

Massimiliano ed Emmanuele si guardarono; Monte-Cristo cavò l’orologio; — Partiamo, disse egli; sono le sette e cinque minuti, ed il ritrovo è per le otto precise.

Una carrozza li aspettava coi cavalli di già attaccati. Monte-Cristo vi salì con i suoi due testimoni.

Traversando il corridore, Monte-Cristo si era fermato per ascoltare avanti di una porta, e Massimiliano ed Emmanuele che per discrezione avevano fatto qualche passo in avanti, crederono sentire rispondere con un sospiro ed un singhiozzo. Ott’ore suonarono al punto in cui giungevano al convegno: — Eccoci arrivati, disse Morrel mettendo la testa fuori dello sportello, e noi siamo i primi.

— Il signore mi scuserà, disse Battistino che aveva seguito il suo padrone con un indicibile terrore, ma credo di scorgere una carrozza laggiù sotto quegli alberi.

Monte-Cristo saltò leggermente a basso dal calesse, e dette la mano ad Emmanuele e a Massimiliano per aiutarli a smontare. Massimiliano trattenne la mano del conte fra le sue. — Alla buon’ora, diss’egli, ecco una mano come io desidero vederla in un uomo la cui vita riposa sulla bontà della sua causa.

— Infatto, disse Emmanuele, scorgo due giovani che passeggiano, e che sembrano aspettare. — Monte-Cristo tirò Morrel, non a parte, ma un passo o due dietro suo cognato. — Massimiliano, gli domandò egli, avete il cuor libero? — Morrel guardò Monte-Cristo con meraviglia.

— Io non vi domando una confidenza, amico caro, vi indirizzo una semplice domanda; rispondete sì o no, ciò è quanto vi chiedo.

— Io amo una giovinetta, conte. — L’amate voi molto?

— Più della mia vita. — Andiamo, disse Monte-Cristo, ecco un’altra speranza che mi sfugge. — Poi dopo un sospiro:

— Povera Haydée! mormorò egli.

— In verità, conte, gridò Morrel, se vi conoscessi meno, vi crederei men bravo di quel che siete.

— Perchè io penso a qualcuno che lascerò e che sospiro? Andiamo dunque, Morrel, è un soldato che deve intendersi così poco di coraggio, è forse la morte che io temo? e che cosa mi fa mai, a me che ho passato venti anni fra la vita e la morte, il vivere ed il morire? d’altra parte siate tranquillo, Morrel, questa debolezza, se pure è tale, è per voi solo.

— Alla buon’ora, disse Morrel, ecco quel che si chiama parlare. A proposito, avete portate le vostre armi?

— Io, per farne che? spero bene che questi signori avranno le loro. — Vado ad informarmene, disse Morrel.

— Sì, ma non fate negoziazioni, capite? — Oh! siate tranquillo. — Morrel si avanzò verso Beauchamp e Château-Renaud. Questi vedendo il movimento di Massimiliano fecero qualche passo incontro a lui. I tre giovani si salutarono, se non con affabilità, almeno con cortesia.

— Perdono, signori, disse Morrel, ma io non iscorgo il sig. de Morcerf.

— Questa mattina, rispose Château-Renaud, ci ha fatto avvisare che ci raggiungerebbe soltanto sul terreno.

— Ah! fece Morrel. — Beauchamp cavò l’orologio:

— Ott’ore e cinque minuti, non vi è tempo perduto, sig. Morrel, diss’egli.

— Oh! rispose Massimiliano, non è con questa intenzione che io lo diceva.

— Del resto, interruppe Château-Renaud, ecco una carrozza. — Infatto una carrozza si avanzava al gran trotto da uno dei viali che mettevano capo allo spiazzo ove essi si trovavano. — Signori, disse Morrel, senza dubbio vi sarete muniti delle pistole? il sig. di Monte-Cristo dichiara di renunciare al diritto che aveva di servirsi delle sue.

— Noi abbiamo preveduto questa delicatezza per parte del conte, sig. Morrel, rispose Beauchamp, e io ho portato delle armi che ho comprato otto o dieci giorni sono, credendo di dovermene servire per un affare di questo genere. Esse sono perfettamente nuove e non hanno ancora servito ad alcuno, volete visitarle?

— Oh! sig. Beauchamp, disse Morrel inchinandosi, quando voi assicurate che il sig. de Morcerf non conosce quest’armi, crederete bene, non è vero, che mi basta la vostra parola?

— Signori, disse Château-Renaud, non è Morcerf che arriva in questa carrozza, in fede mia! sono Franz e Debray.

Infatto i due giovani enunciati si avanzavano.

— Voi qui, signori! disse Château-Renaud cambiando con ciascuno una stretta di mano; e per quale combinazione?

— Perchè, disse Debray, Alberto ci ha fatto dire questa mattina di ritrovarci sul terreno. — Beauchamp e Château-Renaud si guardarono con aria di stupore.

— Signori, disse Morrel, io credo di capire come va la faccenda. — Sentiamo!

— Jeri, dopo il mezzo giorno, ho ricevuto una lettera dal sig. de Morcerf, che mi diceva di trovarmi all’Opera.

— Ed io pure, disse Debray. — Ed io pure, disse Franz.

— E noi pure, dissero ad un tempo Château-Renaud e Beauchamp.

— Voleva che fossimo presenti alla sfida, disse Morrel: oggi vuole che siamo presenti al duello.

— Sì, dissero i giovani, è così, signor Massimiliano, e secondo ogni probabilità, avete indovinato giustamente.

— Ma con tutto ciò, mormorò Château-Renaud, Alberto non si vede, ed è già in ritardo di dieci minuti.

— Eccolo, disse Beauchamp, egli è a cavallo; osservate, viene a tutta carriera, seguito dal suo domestico.

— Che imprudenza! disse Château-Renaud, venire a cavallo per battersi alla pistola! gli aveva tanto bene insegnata la lezione!

— E poi osservate, disse Beauchamp, col goletto alla cravatta, coll’abito aperto, con un gilè bianco; e perchè non si è fatto ancora disegnare un bersaglio nello stomaco? sarebbe stata più semplice, e tutto sarebbe finito più presto!

Frattanto Alberto era giunto a dieci passi dal gruppo che formavano i cinque giovani; saltò a terra e gettò le redini sulle braccia del domestico, indi si avvicinò.

Egli era pallido, i suoi occhi erano rossi e gonfi, si vedeva che non aveva dormito un minuto in tutta la notte.

Su tutta la sua fisonomia era sparsa una nube di tristezza che non gli era naturale; — Grazie, signori, diss’egli, di aver voluto portarvi al mio invito; credetemi, vi sono così riconoscente per questa dimostrazione di amicizia, che non si può dir di più. — Morrel, all’avvicinarsi d’Alberto, aveva fatto una dozzina di passi in addietro, e si teneva in disparte.

— A voi pure, Morrel, disse Alberto, sono diretti i miei ringraziamenti; avvicinatevi pure, non vi siete di più.

— Signore, disse Massimiliano, voi forse non sapete che io sono il testimonio di Monte-Cristo?

— Io non ne era sicuro, ma ne dubitava. Tanto meglio! Più uomini d’onore vi saranno e più sarò soddisfatto.

— Sig. Morrel; disse Château-Renaud, voi potete annunziare al sig. conte di Monte-Cristo che il sig. Morcerf è giunto, e che siamo a sua disposizione.

Morrel fece un movimento per adempiere la commissione.

Nello stesso tempo Beauchamp cavò dalla carrozza la cassetta delle pistole. — Aspettate, signori, disse Alberto; io ho due parole da dire al sig. di Monte-Cristo.

— In segreto? domandò Morrel.

— No, signore, in presenza di tutti.

I testimoni d’Alberto si guardarono con sorpresa; Franz e Debray si scambiarono alcune parole a bassa voce, e Morrel, contento di questo inatteso accidente, andò a cercare il conte che passeggiava in un altro viale con Emmanuele.

— Che cosa vuole da me? domandò Monte-Cristo.

— Non lo so, ma chiede di parlarvi.

— Oh! disse Monte-Cristo, che non si arrischi ad oltraggiarmi di nuovo!

— Non credo che questa sia la sua intenzione.

Il conte s’inoltrò, accompagnato da Massimiliano e da Emmanuele. Il suo viso tranquillo e pieno di serenità faceva un contrasto assai strano col viso sconvolto d’Alberto, che dal suo lato si avvicinava seguito dai quattro giovani.

A tre passi l’uno dall’altro, Alberto ed il conte si fermarono:

— Signori, disse Alberto, avvicinatevi; desidero che non vada perduta una parola di quanto avrò l’onore di dire al sig. conte di Monte-Cristo; perchè quel che avrò l’onore di dirgli deve essere ripetuto da voi a chi vorrà sentirlo, per quanto strano vi possa sembrare il mio discorso.

— Io aspetto, signore, disse il conte.

— Signore, disse Alberto con voce da prima tremante, ma che poi andò sempre più a farsi sicura: signore, io vi rimproverava di avere divulgata la condotta di mio padre nell’Epiro; perchè, per quanto fosse colpevole il sig. de Morcerf, non credeva che voi aveste il diritto di punirlo. Ma oggi io so, signore, che voi avete questo diritto. Non è già il tradimento che Fernando Mondego fece ad Alì-Pascià quello che mi rende così pronto a scusarvi, ma il tradimento che usò a voi il pescatore Fernando; sono le disgrazie inudite che hanno fatto seguito a questo tradimento. Per questo io lo dico, e lo proclamo ad alta voce: sì, signore, voi avete avuto ragione di vendicarvi di mio padre, ed io, suo figlio, vi ringrazio di non avergli fatto di più. — Se fosse caduto un fulmine in mezzo agli spettatori di questa scena inattesa, non li avrebbe tanto stupefatti quanto questa dichiarazione di Alberto. In quanto a Monte-Cristo, i suoi occhi erano rivolti al cielo con una espressione d’infinita riconoscenza, e non poteva abbastanza ammirare come questa natura focosa d’Alberto, di cui aveva ammirato il coraggio fra i banditi di Roma, si fosse potuta così d’improvviso piegare ad una tanta umiliazione. Tosto riconobbe l’influenza di Mercedès, e capì come questo nobile cuore non si era opposto al suo sacrificio, sapendo già che sarebbe riuscito vano.

— Ora, signore, disse Alberto, se voi ritrovate che siano sufficienti le scuse che vi ho fatte, datemi la vostra mano, vi prego. Dopo il merito così raro dell’infallibilità, che sembra appartenervi, il primo di tutti gli altri meriti, a mio avviso, è quello di sapere confessare i suoi torti. Ma questa confessione appartiene a me solo. Io operava bene, secondo il parere degli uomini, ma voi operavate bene secondo il volere della Provvidenza. Un angelo solo poteva salvare l’uno di noi dalla morte certa omai o per l’uno o per l’altro, e l’angiolo è comparso, se non per fare di noi due amici (che pur troppo la fatalità rende la cosa impossibile) almeno per fare di noi due uomini che si stimino.

Monte-Cristo, coll’occhio umido, il petto anelante, la bocca semi-aperta, stese una mano ad Alberto ch’egli strinse con un sentimento che rassomigliava ad un rispettoso spavento.

— Signori, diss’egli, il sig. di Monte-Cristo aggradisce ed accetta le mie scuse. Io aveva operato troppo precipitosamente contro di lui, la precipitazione dà cattivi consigli: io aveva operato male. Ora il mio sbaglio è riparato. Spero bene che la società non mi taccerà di vile, perchè ho fatto ciò che la mia coscienza mi ha ordinato di fare. Ma, in ogni caso, se qualcuno si sbagliasse sul conto mio, soggiunse il giovine rialzando la testa con orgoglio, e come se indirizzasse la sfida ai suoi amici ed ai suoi nemici, cercherò di rettificare le opinioni.

— Che cosa è dunque accaduto in questa notte? domandò Beauchamp a Château-Renaud, mi sembra che noi ci facciamo una gran trista parte.

— Infatto ciò che ora ha fatto Alberto, o dev’essere molto meschino o molto bello, rispose il barone.

— Ah! vediamo, domandò Debray a Franz, che significa tutto ciò? Come! il conte di Monte-Cristo disonora il sig. de Morcerf, ed ha ragione agli occhi del figlio!

In quanto a Monte-Cristo, colla fronte chinata, le braccia inerti, oppresso dal peso di ventiquattr’anni di reminiscenze, non pensava nè ad Alberto, nè a Beauchamp, nè a Château-Renaud, nè ad alcuno di quelli che si trovavano là: pensava a quella coraggiosa donna ch’era venuta a chiedergli la vita del figlio, alla quale egli aveva offerta la sua, ch’ella salvava con lo avere scoperto un segreto terribile di famiglia capace di togliere per sempre dal cuore del giovine qualunque sentimento di pietà filiale.

XC. — LA MADRE ED IL FIGLIO.

Il conte di Monte-Cristo salutò i giovani con un sorriso pieno di malinconia e di dignità, e risalì nella sua carrozza con Massimiliano ed Emmanuele. Alberto, Beauchamp, e Château-Renaud rimasero soli sul campo di battaglia.

Il giovine fissò sui suoi testimoni uno sguardo che, senz’essere timido sembrava però ciò non ostante chiedere il loro parere sull’accaduto. — In fede mia! mio caro amico disse Beauchamp pel primo, sia che avesse maggiore sensibilità, sia che avesse minore dissimulazione, permettetemi di congratularmi con voi; ecco uno scioglimento molto inatteso ad un dispiacevole affare.

Alberto restò muto e concentrato nella sua astrazione.

Château-Renaud si contentò di battere contro lo stivale col suo bastoncino: — Non partiamo? diss’egli dopo questo impacciante silenzio.

— Quando vi piacerà, rispose Beauchamp; lasciatemi soltanto il tempo di fare i miei complimenti a Morcerf; egli ha fatto in quest’oggi una così gran prova di cavalleresca generosità, tanto rara...

— Oh! sì, disse Château-Renaud.

— È cosa magnifica, continuò Beauchamp, il poter conservare su sè stessi un impero così grande!

— Certamente; in quanto a me ne sarei stato incapace, disse Château-Renaud con una freddezza espressiva.

— Signori, interruppe Alberto, credo che non abbiate capito che fra il sig. conte di Monte-Cristo e me è accaduto qualche cosa di molto grave...

— Sia pure, sia pure, disse subito Beauchamp, ma tutti i nostri rodomonti non sarebbero a portata di conoscere il vostro eroismo, e presto o tardi sareste costretto di spiegarlo con un poco più d’energia di quello che convenga alla salute del vostro corpo, ed alla durata della vostra vita. Volete ch’io vi dia un consiglio da amico? Partite per Napoli, per l’Aja, o per Pietroburgo, paesi tranquilli in cui gli uomini se la intendono di più sul vero punto d’onore che presso noi teste ardenti di parigini. Una volta là, esercitatevi molto a tirare al bersaglio colla pistola, e a fare delle finte di terza e di quarta colla spada; rendetevi o abbastanza dimenticato per ritornare pacificamente in Francia fra qualche anno, o abbastanza rispettabile negli esercizii accademici per conquistare la vostra tranquillità. Non è così sig. Château-Renaud, non ho io ragione?

— Questo precisamente è pure il mio parere. Non vi è niente che procuri i veri duelli, quanto un duello che non ha avuto luogo.

— Grazie, signori, rispose Alberto con un sorriso; seguirò il vostro consiglio, non perchè me lo avete dato, ma perchè era la mia intenzione quella di lasciare la Francia. Io vi ringrazio egualmente del favore che mi avete reso, onorandomi da testimonii. Esso è profondamente impresso nel mio cuore, poichè, dopo le parole che ho sentito, non mi ricordo più che di esso. — Château-Renaud e Beauchamp si guardarono. L’impressione era eguale sopra entrambi, e l’accento col quale Alberto aveva pronunciato il suo ringraziamento era marcato di una tale risoluzione, che la posizione si sarebbe fatta impacciante per tutti, se la conversazione si fosse continuata. — Addio Alberto, disse tosto Beauchamp stendendo negligentemente la sua mano al giovine, senza che questi dasse a divedere di uscire dalla sua letargia.

Infatto egli non rispose all’offerta di questa mano.

— Addio, disse a sua volta Château-Renaud, tenendo colla mano sinistra il bastoncino, e salutando con la destra.

Le labbra del giovine mormorarono appena: addio! il suo sguardo era più esplicito; egli racchiudeva un poema intero di collere trattenute, d’orgogliosi sdegni, di generose indignazioni. Quando i due testimoni furono risaliti in carrozza, conservò per qualche tempo la sua posizione immobile e malinconica. Indi d’improvviso, staccando il suo cavallo dal piccolo albero intorno al quale era stata annodata la redine, saltò leggermente in sella, e riprese al galoppo la strada di Parigi. Un quarto d’ora dopo rientrava nel palazzo della strada Helder.

Discendendo da cavallo, gli sembrò, dietro la cortina della finestra della camera da letto del conte, di scorgere la pallida figura di suo padre; Alberto girò la testa con un sospiro, e rientrò nel suo padiglione.

Giunto là, gettò un ultimo sguardo sopra tutte queste ricchezze che gli avevano resa la vita così dolce e così felice fin dall’infanzia, guardò ancora una volta questi quadri, le figure dei quali gli sembravano sorridergli, e tutti i paesaggi gli sembrarono animarsi di vivi colori.

Staccò poscia dalla sua intelaiatura di quercia il ritratto di sua madre, che arrotolò, lasciando vuoto e nero il quadro d’oro che lo circondava. Poscia mise in ordine le sue belle armi turche, i suoi bei fucili inglesi, le sue porcellane del Giappone, le sue coppe cisellate, i suoi bronzi artistici, marcati Feuchères o Barye, visitò gli armadii e pose le chiavi a ciascuno d’essi; gettò in un cassetto del suo scrigno che lasciò aperto, tutto il danaro che portava seco in saccoccia, vi aggiunse i mille gioielli di fantasia, che riempivano le sue coppe, i suoi scrigni, le sue scansie; fece un inventario esatto e preciso di tutto, e situò questo inventario nel luogo più esposto della tavola, dopo averla spacciata da tutti i libri e da tutte le carte che la ingombravano. Al principio di questo lavoro, il suo domestico, ad onta dell’ordine che gli aveva dato Alberto di lasciarlo solo, era entrato nella sua camera. — Che volete? gli chiese Alberto con un accento più tristo che corrucciato.

— Perdono, signore, rispose il cameriere; è vero che mi avevate proibito di incomodarvi, ma il sig. conte de Morcerf mi ha fatto chiamare.

— Ebbene? domandò Alberto.

— Non ho voluto portarmi presso il sig. conte, senza ricevere i vostri ordini, signore.

— E perchè questo?

— Perchè il sig. conte saprà senza dubbio, che io, signore, vi ho accompagnato sul terreno.

— È probabile, disse Alberto.

— E se mi fa chiamare, è senza dubbio per interrogarmi su ciò che è accaduto laggiù. Che devo io rispondere?

— La verità. — Allora debbo dirgli ancora che il duello non si è effettuato?

— Voi gli direte che io ho chiesto scusa al sig. di Monte-Cristo. Andate. — Il cameriere s’inchinò e partì.

Allora Alberto si rimise a fare il suo inventario. Mentre compiva il lavoro, lo scalpitìo di due cavalli nel cortile, ed il rumore delle ruote di una carrozza attirarono la sua attenzione; si avvicinò alla finestra e vide suo padre salire nel calesse e partire. Non appena il portone fu richiuso dietro al conte, che Alberto si diresse verso l’appartamento di sua madre, e siccome non ritrovò nessuno in sala per annunziarlo, penetrò fin nella camera da dormire di Mercedès, e, col cuore gonfio per quanto vedeva e quanto indovinava, si fermò sulla soglia. Come se la medesima anima avesse animato questi due corpi, Mercedès faceva nelle sue camere ciò che Alberto aveva fatto nelle proprie.

Tutto era stato messo in ordine; i merletti, le guarnizioni, i gioielli, la biancheria, il danaro, erano schierati nel fondo dei cassetti, dei quali la contessa metteva insieme le chiavi con cura. Alberto vide tutti questi preparativi; egli comprese tutto, e gridando «Madre mia!» andò a gittare le sue braccia intorno al collo di Mercedès. Quel pittore che avesse potuto copiare l’espressione di queste due figure, avrebbe certamente fatto un bel quadro. Infatto tutti questi preparativi, prodotti da un’energica risoluzione che non avevano fatto paura ad Alberto per sè stesso, lo spaventavano per sua madre: — Che fate voi dunque? domandò egli.

— Che avete fatto voi? rispose ella.

— Oh! madre mia, gridò Alberto commosso al punto di non poter parlare, non può essere di voi come di me; no, voi non potete aver risoluto ciò che io ho stabilito, poichè vengo a prevenirvi che dico addio alla vostra casa, ed a voi.

— Io pure, Alberto, rispose Mercedès, io pure parto. Aveva contato, lo confesso, che mio figlio mi avrebbe accompagnata; mi sono io ingannata?

— Madre mia, disse Alberto con fermezza, non posso farvi dividere la sorte che destino a me stesso; bisogna che da ora innanzi io viva senza nome e senza fortuna; per cominciare il noviziato di questa cruda esistenza, fa d’uopo che io chieda in prestito ad un amico il pane che mangerò da questo momento fino a quello in cui potrò guadagnarmene. Così mia buona madre, me ne vado diritto da Franz a pregarlo di prestarmi quella piccola somma che ho calcolato essermi necessaria.

— Tu, mio povero figlio, gridò Mercedès, soffrire la fame! non dirlo, infrangeresti tutte le mie risoluzioni.

— Ma non parliamo delle mie, madre mia, rispose Alberto. Io sono giovine, sono forte, credo di essere coraggioso, e fin da ieri ho imparato che cosa può la mia volontà. Ahimè! madre mia, vi sono degli esseri che hanno sofferto tanto, e che non solo non sono morti, ma che ancora hanno edificato una nuova fortuna, sugli avanzi di tutte le speranze che Dio avea loro date! Io ho saputo questo, madre mia, ho veduto questi uomini; so che dal fondo dell’abisso in cui li aveva immersi il loro nemico, essi si sono rialzati con tanto vigore e tanta gloria, che hanno dominato il loro antico vincitore e lo hanno a sua volta precipitato. No, madre mia, no: io ho rotto da quest’oggi col passato, e non ne accetto più niente, neppure il mio nome, perchè, voi lo capite, non è vero madre mia? vostro figlio non può portare il nome di un uomo che deve arrossire davanti ad un altro uomo.

— Alberto, figlio mio, disse Mercedès, se io avessi avuto un cuore più forte, sarebbe stato questo il consiglio che ti avrei dato; la tua coscienza ti ha parlato quando la mia spenta voce taceva; ascolta la tua coscienza, figlio mio. Tu avevi degli amici, Alberto, tronca momentaneamente ogni rapporto con loro, ma non disperare, in nome di tua madre! La vita è ancor bella alla tua età, mio caro Alberto, perchè tu hai appena ventidue anni; e siccome ad un cuore così puro quale è il tuo abbisogna un nome senza macchia, prendi quello di mio padre: egli si chiamava Herrera. Io ti conosco, Alberto mio; qualunque sia la carriera che tu segua, in breve tempo renderai questo nome illustre. Allora, amico mio, ricomparisci nel mondo più splendido ancora pel lustro delle tue passate disavventure; e se non avesse da accadere così ad onta di tutte le mie previsioni, lasciami almeno questa speranza, a me che non avrò più altro pensiero, a me che non ho più un avvenire e per la quale la tomba comincia dalla soglia di questa casa.

— Io farò secondo i vostri desiderii, madre mia, disse il giovine; sì, io divido la vostra speranza: la collera del cielo non perseguiterà voi così pura, me così innocente. Ma poichè noi siamo risoluti, si operi prontamente. Il sig. de Morcerf ha lasciato il palazzo sarà circa mezz’ora; l’occasione, come vedete, è favorevole per evitare il rumore e le spiegazioni.

— Io vi aspetto, figlio mio, disse Mercedès.

Alberto corse tosto sul baluardo da dove ritornò in una vettura da nolo che doveva condurli fuori del palazzo; si ricordò di una certa piccola casa ammobiliata, nella strada dei SS. Padri, ove sua madre troverebbe un alloggio modesto ma decente; ritornò adunque a prender la contessa.

Nel momento in cui la carrozza si fermava davanti alla casa, e quando Alberto ne discendeva, un uomo si avvicinò a lui e gli consegnò una lettera. Alberto riconobbe l’intendente di Monte-Cristo. — Dal conte, disse Bertuccio.

Alberto prese la lettera, l’aprì, la lesse. Dopo averla letta, cercò cogli occhi Bertuccio; ma questi era sparito mentre il giovine leggeva.

Allora Alberto colle lagrime agli occhi, il petto gonfio dall’emozione rientrò nella camera di Mercedès, e senza pronunziare una sola parola le presentò la lettera.

Mercedès lesse:

«Alberto.

«Nel farvi conoscere che io ho penetrato il disegno al quale siete sul punto di abbandonarvi, credo di dimostrarvi egualmente che ne comprendo la delicatezza. Eccovi libero, voi lasciate il palazzo del conte, vi ritirate con vostra madre, libera al par di voi; ma riflettetevi, Alberto; voi le dovete più di quel che potete pagarle, povero e nobil cuore che siete. Conservate per voi la lotta, reclamate per voi le sofferenze, ma risparmiatele quella prima miseria che accompagnerà inevitabilmente i vostri primi sforzi; poichè ella non merita nemmeno il riverbero della disgrazia che in oggi la colpisce, e la provvidenza non vuole che l’innocente paghi pel colpevole.

«Io so che voi lasciate entrambi la casa della strada Helder senza portarvi via niente. Non cercate scoprire in qual modo l’ho saputo. Io lo so: e basta. Ascoltate, Alberto.

«Ventiquattro anni or sono, io ritornava molto fiero nella mia patria. Aveva una fidanzata, Alberto, una santa giovinetta che io adorava, e portava alla mia fidanzata 150 luigi accumulati penosamente colle mie fatiche senza riposo. Questo danaro era per lei, io lo destinava a lei, e sapendo quanto il mare è perfido, aveva seppellito il nostro tesoro in un piccolo giardino della casa che mio padre abitava a Marsiglia sopra i viali di Meillan. Vostra madre, Alberto, conosce bene questa povera casa. Ultimamente, venendo a Parigi, sono passato da Marsiglia. Sono andato a vedere questa casa dei dolorosi ricordi, e la sera, con una vanga alla mano, ho esplorato l’angolo ove era sepolto il mio tesoro. La cassetta di ferro era ancora nel medesimo posto, nessuno l’aveva toccata; ella è presso un bel fico, piantato da mio padre il giorno della mia nascita, che la ricopre colla sua ombra.

«Ebbene! Alberto, questo danaro, che in altro tempo doveva provvedere alla vita ed alla tranquillità di questa donna che io adorava, ecco che oggi, per una strana e dolorosa combinazione, ha ritrovato lo stesso uso.

«Oh! capite bene il mio pensiero; io che potrei offrire dei milioni a questa povera donna, le rendo soltanto il tozzo di pane nero dimenticato sotto il mio povero tetto, dal giorno in cui fui separato per sempre da lei.

«Voi siete un uomo generoso, Alberto, ma ciò non ostante siete forse acciecato dall’orgoglio o dal risentimento; se ricusate, se domandate ad un altro ciò che io ho il diritto di offrirvi, dirò che siete poco generoso nel ricusare la vita di vostra madre offerta da un uomo a cui vostro padre ha fatto morire il padre suo negli orrori della fame e della disperazione.»

Finita questa lettura, Alberto restò pallido ed immobile aspettando ciò che avrebbe risoluto sua madre. Mercedès alzò al cielo uno sguardo di una ineffabile espressione.

— Io accetto, disse ella; egli ha il diritto di pagare la dote che io porterò in un convento, — e mettendo la lettera sul suo cuore, prese il braccio di suo figlio, e con un passo più sicuro di quel che forse ella stessa si aspettava, prese la via delle scale.

XCI. — Il SUICIDIO.

Frattanto Monte-Cristo, egli pure, era rientrato in città con Emmanuele e Massimiliano. Il ritorno fu allegro. Emmanuele non dissimulava la gioia di aver veduto succedere la pace alla guerra, e confessava altamente i suoi gusti filantropici. Morrel, in un angolo della carrozza, lasciava evaporare in parole l’allegria di suo cognato, e conservava per sè una gioia altrettanto sincera, ma che brillava soltanto dai suoi occhi. Alla barriera del Trono fu incontrato Bertuccio; egli aspettava là, immobile come una sentinella al suo posto. Monte-Cristo cavò la testa dallo sportello, cambiò con lui qualche parola a bassa voce, e l’intendente disparve. — Sig. conte, disse Emmanuele, giungendo vicino alla piazza Reale, fatemi smontare, vi prego, alla mia porta affinchè mia moglie non abbia ad avere anche un momento di più di pena nè per voi nè per me.

— Se non fosse ridicolo l’andare a far mostra del proprio trionfo, disse Morrel, inviterei il sig. conte ad entrar da noi; ma il sig. conte senza dubbio ha egli pure dei cuori tremanti da tranquillare. Eccoci arrivati, Emmanuele, salutiamo il nostro amico, e lasciamolo continuare la sua strada.

— Un momento, disse Monte-Cristo, non mi private così in un sol punto dei miei due compagni; voi Emmanuele rientrate presso la vostra graziosa moglie, alla quale v’incarico di presentare i miei complimenti; e voi, Morrel, accompagnatemi fino ai Campi-Elisi.

— A meraviglia, disse Massimiliano; tanto più che ho alcune faccende nel vostro quartiere, conte.

— Dobbiamo aspettarvi per fare la colazione? domandò Emmanuele.

— No, rispose il giovine. — Lo sportello si richiuse, e la carrozza continuò la sua strada. — Guardate come io vi ho portato fortuna! disse Morrel quando fu solo col conte. Non vi avete pensato?

— Sì, certo, disse Monte-Cristo, ed ecco perchè vorrei sempre tenervi vicino a me.

— È miracoloso! continuò Morrel, rispondendo al suo proprio pensiero.

— Che cosa? disse Monte-Cristo.

— Quel che è accaduto.

— Sì, rispose il conte con un sorriso, voi avete usato del termine conveniente, Morrel, è miracoloso!

— Perchè, riprese Morrel, Alberto è coraggioso.

— Coraggiosissimo, disse Monte-Cristo; l’ho veduto dormire mentre gli stava sospeso sul capo il pugnale.

— Ed io so ch’egli si è battuto due volte, e si è battuto molto bene, disse Morrel; conciliate dunque ciò colla sua condotta di questa mattina!

— È stata la vostra influenza, riprese sorridendo Monte-Cristo. — È fortuna per Alberto che non sia soldato.

— E perchè? — Fare delle scuse sul terreno! fece il giovine Capitano scuotendo la testa.

— Andiamo, disse il conte con dolcezza, non andate a cadere nei pregiudizi degli uomini ordinari, Morrel. Non converrete, poichè Alberto è coraggioso, che egli non può esser vile? che bisogna ch’egli abbia avuto una forte ragione per operare come ha fatto questa mattina, e che, non pertanto, la sua condotta è piuttosto eroica che tutt’altro?

— Senza dubbio, rispose Morrel; ma dirò come lo spagnuolo: «oggi è stato meno coraggioso di ieri.»

— Voi farete colazione meco, n’è vero Morrel? disse il conte per troncare la conversazione.

— No, io vi lascio alle dieci.

— Il vostro ritrovo è dunque per far colazione?

Morrel sorrise e scosse la testa. — Eppure bisognerà bene che facciate colazione in qualche luogo? riprese il conte.

— E se non avessi fame? disse il giovine.

— Oh! fece il conte, non conosco che due sentimenti che tolgono in tal modo l’appetito; il dolore (ma siccome vi vedo abbastanza allegro, fortunatamente non è questo) e l’amore. Ora, dopo ciò che mi avete detto in proposito del vostro cuore, mi è permesso di credere...

— In fede mia! replicò gaiamente Morrel, non dico di no.

— E voi non mi raccontate nulla, Massimiliano? riprese il conte con un tuono così vivo che si scorgeva il piacere che avrebbe preso a conoscere questo segreto.

— Questa mattina vi ho fatto conoscere che aveva un cuore?

Per tutta risposta Monte-Cristo stese la mano al giovine.

— Ebbene! continuò questi, dappoichè questo cuore non è più con voi al bosco di Vincennes, egli è andato ad un’altra parte, ed io vado a cercarlo.

— Andate, disse lentamente il conte, andate, amico caro; ma di grazia, se provaste qualche ostacolo, ricordatevi che ho qualche potere in questo mondo, e che sono felice d’impiegarlo a profitto delle persone che amo, ed io v’amo moltissimo, Morrel.

— Bene, disse il giovine, me ne sovverrò (come i fanciulli egoisti si sovvengono dei loro parenti quando hanno bisogno di loro); quando avrò bisogno di voi, e forse questo momento verrà, m’indirizzerò a voi, conte.

— Bene, io ritengo la vostra parola. Addio dunque.

— A rivederci. — Erano giunti alla porta della casa dei Campi-Elisi. Monte-Cristo aprì lo sportello, Morrel balzò sul pavimento, Bertuccio aspettava sulla scalinata.

Morrel disparve all’ingresso di Marigny, e Monte-Cristo camminò incontro a Bertuccio. — Ebbene? domandò egli.

— Ebbene! rispose l’intendente; ella lascia la casa.

— E suo figlio? — Florentin, suo cameriere, crede che faccia altrettanto. — Venite. — Monte-Cristo condusse Bertuccio nel suo gabinetto, scrisse la lettera che conosciamo, e la rimise all’intendente.

— Andate, diss’egli, e fate con diligenza... A proposito fate avvisare Haydée ch’io sono ritornato.

— Eccomi, disse la giovinetta, che al rumore della carrozza era già discesa, e di cui il viso raggiava di gioia, nel rivedere il conte salvo.

Bertuccio uscì. Tutti i trasporti di una figlia nel rivedere un padre prediletto, tutti i delirii di un’amica nel rivedere l’amante adorato, Haydée li provò nei primi momenti del ritorno da lei atteso con tanta impazienza.

Certamente, quantunque meno espansiva, la gioia di Monte-Cristo non era men grande; la gioia, pei cuori che hanno lungamente sofferto, è simile alla rugiada delle terre disseccate dal sole; come le terre assorbono la pioggia benefattrice che cade sovr’esse, e niente ne appare al di fuori. Da qualche giorno Monte-Cristo capiva una cosa, che da qualche tempo non osava credere, ed era, che v’erano due Mercedès al mondo, e ch’egli poteva ancora essere felice su questa terra; il suo occhio avido di felicità si immergeva avidamente negli umidi sguardi d’Haydée, quando d’improvviso la porta si aprì. Il conte aggrottò il sopracciglio. — Il sig. de Morcerf! disse Battistino, come se questa sola parola racchiudesse tutta la sua scusa.

In fatto il viso del conte si rischiarò. — Quale? domandò egli, il visconte o il conte? — Il conte.

— Mio Dio! gridò Haydée, non è ancora dunque finita?

— Non so se sia finita, fanciulla mia diletta, disse Monte-Cristo prendendo le mani della figlia adottiva; ma ciò che so si è che tu non hai nulla a temere.

— Oh! se frattanto il miserabile...

— Quest’uomo non ha alcun potere sopra di me Haydée, disse Monte-Cristo; nè quando aveva a che fare con suo figlio vi era di che temere.

— Oh! ciò che io ho sofferto, disse la giovinetta, tu non lo saprai mai, mio signore.

Monte-Cristo sorrise. — Per la tomba di mio padre! ti giuro, Haydée, che se accade disgrazia a qualcuno, non sarà a me.

— Io ti credo, mio signore, come se mi parlasse una voce dal cielo, disse la giovinetta.

— Oh! mio Dio! mormorò il conte, permettereste voi che io potessi ancora amare? Fate entrare il sig. conte de Morcerf nel salotto, — diss’egli a Battistino mentre riconduceva la bella greca nelle sue camere per la scala segreta.

Una parola di spiegazione su questa visita, attesa forse da Monte-Cristo, ma inaspettata senza dubbio dai nostri lettori. Mentre che Mercedès, come abbiamo detto, faceva nelle sue camere l’inventario che Alberto aveva già fatto nelle proprie; mentre classificava i suoi gioielli, chiudeva i cassetti, riuniva le chiavi, affine di lasciar tutto nell’ordine più perfetto, ella non si era accorta che una testa pallida e sinistra era comparsa alla invetriata di una porta che lasciava passare la luce ad un corridore; di là non solo si poteva vedere, ma si poteva ancora sentire. Questi che guardava così, senza essere, secondo tutte le probabilità, nè veduto nè inteso, vide dunque ed intese tutto ciò che accadeva presso la signora de Morcerf.

Da questa porta con vetri, l’uomo dal viso pallido si portò nella camera da dormire del conte di Morcerf, e giunto là, sollevò con una mano contratta la tendina della finestra che guardava nel cortile. Per dieci minuti restò così immobile e muto, ascoltando i battiti del proprio cuore. Per lui dieci minuti erano molto lunghi. Fu allora che Alberto ritornò dal suo ritrovo, scoperse suo padre che stava alle vedette sul suo ritorno dietro la tendina, e voltò la testa. L’occhio del conte si dilatò: sapeva che l’insulto d’Alberto a Monte-Cristo era stato terribile, che un simile insulto, in tutti i paesi del mondo, trascinava ad un duello a morte. Ora, Alberto ritornava sano e salvo, dunque il conte era vendicato. Un lampo di gioia indicibile illuminò quel lugubre viso, come fa un ultimo raggio di sole prima di perdersi nelle nubi, che sembrano meno il suo letto di quello che la sua tomba. Ma, noi lo abbiamo detto, egli aspettava invano che il giovine salisse nel suo appartamento per rendergli conto del suo trionfo. Che suo figlio, prima di andarsi a battere, non avesse voluto vedere suo padre di cui andava a vendicare l’onore, ciò si comprende; ma, una volta questo onore vendicato, perchè questo figlio non veniva a gettarsi fra le braccia di suo padre? Fu allora che il conte, non vedendo venire Alberto, inviò a cercare il suo domestico. Si sa che Alberto lo aveva autorizzato a non tener nascosta la verità a suo padre. Dieci minuti dopo si vide comparire sulla scalinata il generale de Morcerf, vestito in abito nero, col goletto alla militare, i calzoni neri, e i guanti neri. A quanto pare, aveva già dati degli ordini anteriori, poichè appena aveva egli toccato l’ultimo gradino della scala, che la sua carrozza di già attaccata uscì dalla rimessa, e venne a fermarsi dinanzi a lui: il suo cameriere vi gettò dentro un mantello alla militare, instecchito per le due spade che avvolgeva; quindi, chiuso lo sportello, si assise vicino al cocchiere, che s’inchinò davanti al calesse per domandar l’ordine. — Ai Campi-Elisi, disse il generale, al palazzo del conte di Monte-Cristo.

I cavalli si slanciarono sotto il colpo di frusta che li circondò; cinque minuti dopo essi si fermarono alla casa del conte. Il sig. de Morcerf aprì da sè lo sportello, la carrozza andava ancora, ed egli saltò come un giovine, al cancello, suonò, e disparve dalla porta aperta in compagnia del cameriere. Un minuto secondo dopo Battistino annunciava al signor conte di Monte-Cristo, il conte de Morcerf, e Monte-Cristo, riconducendo Haydée, dava l’ordine che il conte de Morcerf fosse introdotto nel salotto. Il generale misurava coi passi per la terza volta tutta la lunghezza del salotto, quando, rivoltandosi, vide Monte-Cristo in piedi sulla soglia!

— Ah! è il sig. de Morcerf, disse tranquillamente Monte-Cristo; credeva di aver male inteso.

— Sì, son io: disse il conte con una spaventevole contrazion di labbra che gli impediva di articolar le parole.

— Ora dunque non mi resta che a sapere la causa, disse Monte-Cristo, che mi procura il piacere di vedere il sig. de Morcerf così di buon’ora.

— Questa mattina avete avuto un incontro con mio figlio?

— Voi sapete questo? rispose il conte.

— So pure che mio figlio aveva buone ragioni per desiderar di battersi con voi, e di far tutto ciò che poteva per uccidervi.

— In fatto, signore, egli ne aveva di buonissime; ma voi vedete che, ad onta di queste ragioni, non mi ha ucciso, ed anzi non si è neppure battuto.

— E ciò non pertanto vi considerava come la causa del disonore di suo padre, non meno che la causa della terribile rovina che in questo momento opprime la mia famiglia.

— È vero, riprese Monte-Cristo colla sua calma spaventosa; causa secondaria, per esempio, e non principale.

— Senza dubbio voi gli avrete fatta qualche scusa, e data qualche spiegazione?

— Io non gli ho data nessuna spiegazione, ed è stato lui che mi ha chiesto scusa.

— Ma a che cosa attribuite questa sua condotta?

— Probabilmente alla convinzione che in tutto questo affare vi era un uomo più colpevole di me.

— E chi è quest’uomo? — Suo padre.

— Sia, disse il conte impallidendo; ma sapete che anche il più colpevole non ama sentirsi convincere della sua reità.

— Lo so... così, io mi era preparato a ciò che accade in questo momento. — Voi vi eravate preparato a ritrovare in mio figlio un vile? gridò il conte.

— Alberto de Morcerf non è un vile! disse Monte-Cristo.

— Un uomo che tiene in mano una spada, un uomo che, alla portata di questa spada, ha un nemico mortale; quest’uomo, se non si batte, è un vile! A che non è egli qui? che io glie lo dica!

— Signore, rispose freddamente Monte-Cristo, io non presumo che voi siate venuto a ritrovarmi per raccontarmi i vostri piccoli affari di famiglia. Andate a dire tutto questo ad Alberto, forse sarà egli che vi risponderà.

— Oh! no! no! replicò il generale con un sorriso che sparì non sì tosto comparso; a noi! voi avete ragione, io non sono venuto qui per questo! Io sono venuto per dirvi, che io pure vi riguardo per un mio nemico! Sono venuto per dirvi che vi odio per istinto! che mi sembra d’avervi sempre conosciuto, sempre odiato! e che finalmente, poichè i giovani di questo secolo non si battono più, sta a noi il batterci... È questo pure il vostro parere signore?

— Precisamente. Così, quando vi ho detto che mi era preparato a quanto accade, m’intendeva di parlare dell’onore della vostra visita.

— Tanto meglio... i vostri preparativi son dunque fatti?

— Essi lo sono sempre, signore.

— Sapete che noi ci batteremo fino alla morte di uno di noi due! disse il generale con i denti stretti per la rabbia.

— Fino alla morte di uno di noi due, ripetè il conte di Monte-Cristo facendo un leggiero movimento di testa.

— Partiamo allora, non abbiamo bisogno di testimoni.

— In fatto, è inutile, ci conosciamo tanto bene!

— Al contrario, disse il conte, non ci conosciamo.

— Bah! disse Monte-Cristo colla stessa flemma da disperare, vediamo un poco. Non siete voi il soldato Fernando che disertò la vigilia della battaglia di Waterloo? Non siete voi il sotto-tenente Fernando che ha servito di guida e di spia all’esercito francese in Ispagna? Non siete voi il capitano Fernando che ha tradito, venduto, assassinato il suo benefattore, Alì? E tutti questi Fernandi riuniti non hanno essi formato il tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia?

— Oh! gridò il generale colpito da queste parole come da un ferro arroventato; oh! miserabile che mi rimproveri la mia onta, nel momento forse in cui tu stai per uccidermi! no, non ti ho detto d’esserti sconosciuto; so bene, demonio, che tu hai penetrato nella notte del passato, e che tu hai letto al chiarore di qual fiaccola, io l’ignoro! tutte le pagine della mia vita; ma forse ho ancora più onore, nel mio obbrobrio, che tu sotto le tue pompose apparenze. No, no, io ti sono conosciuto, lo so, ma sei tu che io non conosco, avventuriere ricoperto d’oro e di gemme: tu ti sei fatto chiamare a Parigi conte di Monte-Cristo; in Italia Sindbad il marinaio; a Malta che so io? l’ho dimenticato. Ma è il tuo vero nome quello che ti domando, è il tuo vero nome quello ch’io voglio sapere, fra i tuoi cento nomi, affinchè io lo pronunci sul terreno del combattimento, nel punto in cui t’immergerò la mia spada nel cuore.

Il conte di Monte-Cristo impallidì in un modo terribile, il suo occhio bieco s’infuocò, fece uno sbalzo nel gabinetto attinente alla sua camera, ed in men di un secondo, si strappò la cravatta, l’abito ed il gilè, indossò una piccola giacca da marinaro, si mise un cappello da un uomo di bastimento, sotto il quale si sciolsero i suoi lunghi capelli neri. Ritornò così, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia incrociate incontro al generale, che l’aspettava, e che sentendo i suoi denti stridere, e le sue gambe piegarglisi sotto, rinculò di un passo, e non si fermò che trovando in una tavola un punto d’appoggio per la sua mano increspata.

— Fernando, gli gridò il conte, dei miei cento nomi, non avrei bisogno che di dirtene un solo per fulminarti: ma questo nome tu lo indovini, non è vero? o piuttosto tu te lo ricordi? poichè ad onta di tutti i miei dispiaceri, di tutte le mie torture, io oggi ti mostro un viso che la felicità dalla vendetta ringiovanisce, un viso che tu devi aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... con Mercedès, mia fidanzata!

Il generale rimase colla testa rovesciata in addietro, le mani stese, lo sguardo fisso, divorando in silenzio questo terribile spettacolo; indi andando a cercare il muro, come per ritrovare un punto d’appoggio, vi si strisciò lentamente fino alla porta, dalla quale uscì all’indietro, lasciando sfuggire questo solo grido lugubre, lamentevole, dilaniante.

— Edmondo Dantès! — Indi, con dei sospiri che nulla avevano dell’umano, si trascinò fino al peristilio della casa, traversò il cortile come un uomo ubbriaco, e cadde fra le braccia del suo cameriere mormorando soltanto con voce inintelligibile: — A casa! a casa!

Cammin facendo, la freschezza dell’aria, e l’onta che gli causava l’attenzione della sua servitù, lo rimisero in istato di raccogliere le sue idee; ma il tragitto fu corto, e a seconda che si avvicinava alla sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue angosce. A qualche passo dalla casa fece fermare e discese. La porta del palazzo era aperta in tutta la sua grandezza; una vettura da nolo sorpresa di essere chiamata in quella magnifica dimora, stazionava in mezzo al cortile; il conte la guardò con terrore, ma senza aver coraggio d’interrogare alcuno, e si slanciò verso il suo appartamento. Due persone discendevano la scala; egli non ebbe che il tempo di gettarsi in un gabinetto per evitarle. Era Mercedès appoggiata al braccio di suo figlio che abbandonavano la casa.

Essi passarono a due linee dal disgraziato, che nascosto dietro la portiera di damasco, fu sfiorato in qualche modo dalla veste di seta di Mercedès, e sentì il tiepido alito di queste parole pronunciate da suo figlio:

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