Il Conte di Monte-Cristo (part 3 of 5)
«— Io non cenerò, rispose Caderousse. — Abbiamo pranzato tardissimo, si affrettò a dire Carconta. — Cenerò dunque solo? disse il gioielliere. — Vi serviremo, disse Carconta con una premura, che non le era naturale, neppure cogli ospiti del suo paese. — Di tempo in tempo Caderousse lanciava su lei degli sguardi rapidi come il baleno. L’uragano continuava. — Sentite? sentite? disse Carconta; avete fatto molto bene, in fede mia, a ritornare. — Ciò non impedisce che se il temporale diminuisce durante la mia cena, io ritorni a mettermi in via. — Spira maestrale, disse Caderousse scuotendo la testa, avremo questo tempo fino a domani. E dicendo ciò, mandò un sospiro. — In fede mia, disse il gioielliere mettendosi a tavola, tanto peggio per quelli che sono di fuori. — Sì, soggiunse Carconta, essi passeranno una cattiva notte. — Il gioielliere cominciò la cena, e la Carconta continuò ad avere per lui tutte quelle piccole premure di un’attiva albergatrice; essa d’ordinario così dispettosa e strana era divenuta il modello della pulitezza e della previsione. Se il gioielliere l’avesse conosciuta per lo innanzi, si sarebbe certamente meravigliato di un sì gran cangiamento, e ciò non avrebbe mancato di inspirargli qualche sospetto. In quanto a Caderousse, egli non diceva una parola; continuava la sua passeggiata, e sembrava perfino esitasse a guardare l’ospite. Quando la cena fu terminata Caderousse andò egli stesso ad aprire la porta. — Credo che l’uragano si calmi, diss’egli. — Ma nello stesso momento, come per dargli una mentita, un terribile scroscio di tuono fece tremare la casa, e l’impeto del vento pervenne a spegnere la lucerna. Caderousse richiuse la porta, e sua moglie accese una candela al fuoco che stava estinguendosi. — Prendete, diss’ella al gioielliere, dovete essere stanco, ho messo delle lenzuola di bucato al letto, salite per riposarvi, e dormite bene. — Giovanni si fermò ancora un momento per assicurarsi che il temporale non si calmava, e quando fu fatto certo che il tuono e la pioggia non facevano che aumentare, augurò la buona notte ai suoi albergatori, e salì la scala.
«Egli passava al di sopra della mia testa, e sentiva ciascuno scalino scricchiolare sotto i suoi passi.
«Carconta lo seguì con occhio avido, mentre che Caderousse gli voltò le spalle, e non guardò neppure da quella parte.
«Tutti questi particolari che mi sono poi ritornati in memoria dopo quel tempo, non mi fecero in allora alcuna impressione mentre avvenivano sotto i miei occhi, e non v’era nulla di straordinario in ciò che accadeva, ed eccettuata la storia del diamante che mi sembrava un poco inverosimile, tutto andava in regola. Così, essendo spossato dalla fatica, e contando di approfittare del primo riposo che la tempesta avrebbe accordato agli elementi, risolvetti di dormire lì alcune ore, e di allontanarmi nel mezzo della notte. Io sentiva nella camera superiore che anche il gioielliere faceva tutti i preparativi per passare la notte il meglio che potesse. Ben presto il letto gemè sotto il peso di lui: egli era andato a riposare. Sentiva i miei occhi chiudersi mio malgrado, e siccome non aveva concepito alcun sospetto, così non misi alcun ostacolo al mio sonno. Gettai un ultimo sguardo nell’interno della cucina. Caderousse era assiso di fianco ad una lunga tavola, sur una di quelle panche di legno, che negli alberghi dei villaggi tengono le veci di sedie. Egli mi voltava le spalle, sì che non potei vederne i lineamenti; ma fosse ancor stato nella situazione contraria, nulla avrei potuto vedere, poichè teneva il viso sepolto nelle mani.
«La Carconta lo guardò per qualche tempo, poi si strinse nelle spalle e andò a sedersi vicino a lui.
«In questo mentre la fiamma morente si appiccò ad un avanzo di legno ch’ella aveva dimenticato; una luce un poco più viva illuminò l’interno. Carconta teneva gli occhi fissi sul marito, e siccome questi rimaneva sempre nella stessa posizione, la vidi stendere verso di lui la scarna mano, e toccarlo in fronte. Caderousse fremette. Mi sembrò che la donna movesse le labbra, ma sia ch’ella parlasse troppo piano, sia che i miei sensi fossero già presi dal sonno, il rumore della sua parola non giunse fino a me. Io non ci vedeva neppur più, che come a traverso una nebbia, e con quella incertezza annunziatrice del sonno, nella quale si crede di cominciare a sognare. Finalmente i miei occhi si chiusero, e perdei la conoscenza di me stesso.
«Io era nel più profondo del mio sonno, quando fui svegliato da un colpo di pistola seguito da un grido terribile. Alcuni passi barcollanti rumoreggiarono sul piancito della camera, ed una massa inerte venne a cadere dalla scala precisamente sopra la mia testa.
«Io non era ancora ben padrone di me. Intesi dei gemiti, poi delle grida soffocate come quelle che accompagnano una lotta. Un ultimo grido, che terminò in un gemito prolungato, venne a togliermi del tutto dal mio letargo. Mi sollevai sopra un braccio, aprii gli occhi, che non videro niente nelle tenebre, e portai la mano alla fronte, sulla quale mi pareva che cadesse, dalle fenditure della scala, una pioggia tiepida ed abbondante. Il più profondo silenzio era succeduto a questo spaventoso rumore; intesi il passo di un uomo che camminava al di sopra; questi passi fecero scricchiolare la scala; l’uomo discese nella camera inferiore, si avvicinò al caminetto, ed accese una candela. Era Caderousse; egli aveva il viso pallido, e la camicia insanguinata. Accesa la candela risalì rapidamente la scala, e intesi di nuovo i suoi passi rapidi ed inquieti. Un momento dopo ritornò a discendere; teneva in una mano l’astuccio, e si assicurò che entro v’era ancora il diamante. Cercò un momento in quale delle sue saccocce doveva metterlo; quindi, senza dubbio, non ritenendo la saccoccia per un nascondiglio abbastanza sicuro, lo avvolse nel fazzoletto rosso, e se lo aggirò intorno al collo. Poi corse all’armadio, ne cavò i biglietti e l’oro e mise gli uni nelle tasche dei suoi calzoni, l’altro nella saccoccia del suo abito, prese due o tre camice, si slanciò verso la porta, e disparve nell’oscurità. Allora tutto venne per me chiaro e manifesto; mi figurai l’accaduto, come se fossi stato il vero reo. Mi sembrò sentire dei gemiti: il gioielliere poteva non essere ancora morto; forse poteva riparare, apportandogli soccorso, una parte di quel male, che non aveva fatto, ma che aveva lasciato fare. Appoggiai le spalle contro l’assito di quella specie di tamburo che mi separava dalla sala inferiore, l’assito cedè, ed io mi ritrovai in casa. Corsi a prendere la candela, e mi slanciai verso la scala; un corpo la sbarrava di traverso, era il cadavere della Carconta. Il colpo di pistola che aveva inteso era stato scaricato per lei, aveva la gola trapassata da parte a parte, ed oltre a questa doppia apertura che gettava a rivi, vomitava il sangue dalla bocca. Ella era morta del tutto. Scavalcai il suo corpo, e passai. La camera offriva l’aspetto del più spaventoso disordine. Due o tre mobili erano rovesciati; il lenzuolo al quale si era aggrappato il disgraziato gioielliere era steso per la camera; egli stesso giaceva per terra, colla testa appoggiata contro il muro, nuotando in un mare di sangue, che scaturiva da tre larghe ferite riportate sul petto. Nella quarta era rimasto un lungo coltello da cucina di cui non si vedeva che il manico. Inciampai nella seconda pistola, che non aveva preso fuoco, perchè forse la polvere era bagnata. Mi avvicinai al gioielliere; effettivamente egli non era morto; al rumore che feci, al movimento particolarmente del piancito, aprì gli occhi stravolti, giunse a fissarli un momento su me, agitò le labbra come se avesse voluto parlare, e spirò. Questo truce spettacolo mi aveva reso quasi insensato. Dal momento che non poteva più arrecare soccorso ad alcuno, io non provai che un solo bisogno, quello cioè di fuggire. Mi precipitai dalla scala, cacciandomi le mani nei capelli, e mandando un ruggito di terrore. Nella sala terrena vi erano 5, o 6 doganieri, e due o tre gendarmi. Un intero picchetto d’armati. S’impadronirono di me; io non tentai nemmeno di fare resistenza, non era più padrone dei miei sensi. Tentai parlare e non emisi che qualche grido inarticolato. Vidi che i doganieri ed i gendarmi mi mostravano a dito; volsi gli occhi su me stesso, e m’accorsi allora ch’era tutto pieno di sangue. Quella pioggia tiepida, che avevo sentito cadermi sopra dalle fenditure dei gradini della scala, era il sangue di Carconta. Mostrai col dito il luogo ov’era nascosto.
«— Che vuoi dire? domandò un gendarme.
«Un doganiere andò a vedere.
«— Vuol dire ch’egli è passato di là, rispose egli. — E mostrò l’apertura per la quale effettivamente io era passato. Allora capii che venivo preso per l’assassino. Ricuperai la voce, e ritrovai la forza; mi sciolsi dalle mani dei due uomini che mi tenevano, gridando: — Non sono stato io! non sono stato io!
«Due gendarmi mi presero di mira colla carabina.
«— Se fai un movimento, mi dissero, sei morto.
«— Ma, gridai, se vi ripeto che non sono stato io.
«— Tu racconterai la tua storiella ai giudici di Nimes, risposero essi. Frattanto vieni con noi; e se abbiamo un buon consiglio a darti, si è di non fare resistenza. — Questa non era la mia intenzione, io era spossato dalla sorpresa e dal terrore. Mi furono messe le manette, fui attaccato alla coda di un cavallo, e fui condotto a Nimes. Era seguito da un doganiere che mi aveva perduto di vista nelle vicinanze della casa, e pensando che avrei passata ivi tutta la notte andò ad avvisare i compagni, che giunsero in tempo per sentire di lontano il colpo di pistola, e per cogliere me, entrando, in mezzo a tante prove di reità, sì che capii benissimo quanto mi sarebbe costato a poter far conoscere la mia innocenza. Non aveva che un sol punto d’appoggio; e la mia prima domanda che feci al giudice d’istruzione fu una preghiera perchè fosse ricercato un certo abate Busoni, che in quel giorno si era fermato all’albergo del Ponte di Gard. Se Caderousse aveva inventata una storia, se quest’abate non esisteva, era evidentemente perduto, a meno che non fosse arrestato Caderousse, e confessasse tutto.
«Scorsero due mesi, durante i quali, debbo dirlo a lode dei miei giudici, furono fatte tutte le possibili ricerche per ritrovare quello che lor domandava. Aveva già perduta ogni speranza, Caderousse non era stato arrestato. Io era vicino ad essere giudicato nella prima seduta, allorchè li 8 settembre, cioè tre mesi e 5 giorni dopo l’avvenimento, l’abate Busoni, sul quale non sperava più, si presentò alle carceri, dicendo che sapeva che un prigioniero desiderava parlargli. Egli aveva saputo, diceva, la cosa a Marsiglia, e si affrettava a corrispondere al mio desiderio. Capirete con quale ardore lo ricevetti; gli raccontai tutto ciò di cui era stato testimonio, cominciai con esitanza la storia del diamante; contro ogni mia aspettativa, essa era vera punto per punto, e contro ogni mia aspettativa ancora egli aggiustò un’intera credenza a tutto ciò che gli dissi. Allora convinto dalla sua dolce carità, ravvisando in lui una profonda conoscenza dei costumi del mio paese, e pensando che la parola del perdono del solo delitto che aveva commesso in mia vita, poteva forse uscire dalle sua labbra tanto caritatevoli, gli raccontai, sotto il suggello di confessione, l’avventura d’Auteuil con tutti i suoi particolari. Ciò che aveva fatto per attraenza ottenne il medesimo resultato che se lo avessi fatto per secondo fine. La confessione di questo primo assassinio, che niente mi costringeva a confessare, gli provò ch’io non aveva commesso il secondo: egli mi lasciò, dicendomi di sperare e promettendomi di fare ciò che sarebbe stato in suo potere per convincere i giudici della mia innocenza.
«Ebbi di fatto la prova ch’egli si era occupato di me, quando vidi addolcirsi i trattamenti che riceveva nella mia prigione, e seppi che veniva differito il mio giudizio alle sedute che sarebbero venute dopo quelle che già si erano radunate. In quest’intervallo la Provvidenza volle che Caderousse fosse arrestato all’estero, e ricondotto in Francia. Egli confessò tutto, aggravando la moglie della premeditazione, e particolarmente della istigazione: e fu condannato alla galera in vita, ed io fui messo in libertà.
— E fu allora, disse Monte-Cristo, che vi presentaste a me colla lettera dell’abate Busoni.
— Sì, eccellenza, egli aveva preso per me un particolare interessamento. — Il vostro stato di contrabbandiere vi perderà, mi diss’egli, se voi uscite di qui, lasciatelo.
«— Ma, padre mio, gli chiesi, come volete che faccia a vivere e a far vivere la mia povera cognata?
«— Uno dei miei penitenti, mi disse egli, mi ha in molta stima, e mi ha incaricato di trovargli un uomo di confidenza. Volete essere quest’uomo? vi dirigerò a lui.
«— Oh! padre mio, gridai, quanta bontà!
«— Ma mi giurate che non avrò mai a pentirmene?
«Stesi la mano per fare il mio giuramento.
«— È inutile, diss’egli, conosco ed amo i Corsi: ecco la mia raccomandazione. — E scrisse le poche linee ch’io vi portai, e per le quali V. E. ebbe la bontà di prendermi al suo servigio. Ora domando con orgoglio a V. E.: ha ella mai avuto a lamentarsi di me?
— No, rispose il conte, e lo dico con piacere, siete un buon servitore, quantunque manchiate di confidenza.
— Io signor conte!
— Sì, voi. E come va: avete una cognata ed un figlio adottivo, e non mi avete mai parlato di loro?
— Ahimè! eccellenza, questo è quanto mi rimane a dirvi, ed è la parte più trista della mia vita. Io partii per la Corsica: aveva fretta, come potete bene immaginarvi, d’andare a consolare quella ch’io chiamava mia sorella, ma quando giunsi a Rogliano, trovai la casa in lutto. Era accaduta una scena orribile, e di cui i vicini conservavano ancora memoria! La mia povera sorella, giusta quanto io le aveva consigliato, resistè alle pretensioni di Benedetto, che ad ogni momento voleva tutto il danaro di casa. Una mattina ei la minacciò, e poi disparve per tutto il giorno. Ella pianse, quella povera Assunta aveva pel miserabile una tenerezza materna. Giunse la sera, e lo aspettò senza andare in letto. Allorchè alle undici entrò con due dei suoi amici, compagni di tutte le sue follie, ella gli stese le braccia ma questi s’impossessarono di lei, ed uno dei tre, io temo che non sia stato quel diabolico fanciullo, l’uno dei tre gridò:
«— Diamole la tortura, bisognerà bene allora che confessi ove tiene nascosto il suo danaro. — Il vicino Wasilio per l’appunto era a Bastia, e sua moglie soltanto era rimasta in casa. Nessuno eccettuata lei, poteva vedere o sentire ciò che accadeva in casa mia. Due di loro tenevano ferma la povera Assunta, che non potendo credere alla possibilità di un simile eccesso, sorrideva a quelli che ne divenivano i carnefici, il terzo andò a barricare le porte e le finestre, indi ritornò, e tutti e tre riuniti, soffocando le grida che il terrore le strappava in faccia a questi preparativi che divenivano sempre più seri, avvicinarono i piedi di Assunta ad un braciere sul quale essi contavano per farle confessare dove era stato nascosto il piccolo tesoro; ma nella lotta il fuoco le si appiccò alle vesti: lasciarono allora la paziente per non essere bruciati anche essi. Fra le fiamme ella corse alla porta, ma era chiusa, si slanciò verso le finestre, ma erano barricate. Allora la vicina intese dei gridi orribili; era Assunta che chiamava soccorso. Ben presto la sua voce fu soffocata, e le grida divennero gemiti; la dimane, dopo una notte di terrore, e d’angoscia, quando la moglie di Wasilio si avventurò ad uscir di casa, e fare aprire la porta dal giudice, fu ritrovata la povera Assunta per metà bruciata, ma che respirava ancora; gli armadi sforzati, ed il piccolo tesoro sparito. Benedetto aveva lasciato Rogliano per non ritornarvi più, e da quel giorno non l’ho più nè veduto, nè ho inteso parlare di lui. Dopo queste triste notizie, venni da V. E. Io non poteva più parlarvi di Benedetto, perchè era sparito, nè di Assunta perchè era morta.
— E che avete pensato di ciò? domandò Monte-Cristo.
— Che questo era stato il castigo del delitto che io aveva commesso, rispose Bertuccio. Ah! questi Villefort, sono una razza maledetta!
— Lo credo anch’io, mormorò il conte con accento lugubre.
— Ed ora, n’è vero, riprese Bertuccio, V. E. comprenderà, che questa casa che d’allora non avevo più veduta, che questo giardino ove mi sono ritrovato d’improvviso, che questo luogo ove ho ammazzato un uomo, devono avermi procurato triste commozioni, delle quali avete voluto conoscere l’origine; poi perchè in fine non sono sicuro che davanti a me, là, ai miei piedi, Villefort non sia stato sepolto nella fossa ch’egli aveva scavata per suo figlio.
— Infatto tutto è possibile, disse Monte-Cristo levandosi dal banco su cui era assiso; ed anche, soggiunse a bassa voce, che il procuratore del re non sia morto. L’abate Busoni ha fatto bene ad indirizzarvi a me. E voi parimente avete fatto bene a raccontarmi la vostra storia, perchè non avrò più cattivi pensieri a vostro riguardo. In quanto a codesto mal chiamato Benedetto, non avete mai cercato di sapere ciò che ne sia avvenuto?
— Giammai. S’io avessi saputo ov’egli era, invece d’andare a lui, sarei fuggito come davanti ad un mostro. No, fortunatamente, non ne ho inteso mai parlare da chicchesia al mondo; e spero che sia morto.
— Non lo sperate, Bertuccio, disse il conte; i cattivi non muoiono così, poichè sembra che Dio li prenda sotto la sua custodia per farne gli strumenti della sua giustizia.
— Sia, disse Bertuccio. Tutto ciò però che io domando al cielo si è che non lo abbia mai a rivedere. Ora, continuò l’intendente abbassando la testa, voi sapete tutto, sig. conte, siete il mio giudice quaggiù, non vorrete dirmi qualche parola di consolazione?
— In fatto avete ragione, ed io posso dirvi ciò che vi direbbe l’abate Busoni. Quegli che avete colpito, meritava un castigo per ciò che aveva fatto a voi e fors’anche a qualcun altro. Benedetto, s’egli vive, servirà a qualche giustizia divina, poi a sua volta sarà anch’esso punito. In quanto a voi, non avete che un rimprovero a farvi: chiedetevi perchè, avendo salvato questo fanciullo dalla morte non lo avete reso a sua madre; là sta il delitto, Bertuccio.
— Sì signore, là sta il mio delitto, ed il vero delitto, perchè in questo sono stato un vile. Una volta che avevo richiamato alla vita il fanciullo, non avevo più che una sola cosa da fare, voi lo diceste, era di farlo sapere a sua madre. Ma per conseguir ciò, mi necessitava fare delle ricerche, attirare l’attenzione, e forse scoprirmi; non volli morire, era attaccato alla vita pel sostentamento di mia sorella; per l’amore di sè stesso, innato in ciascuno, di rimaner sani e liberi nelle nostre vendette; quindi finalmente, era attaccato alla vita anche per l’amore stesso della vita. Oh! non sono un bravo, come lo era mio fratello! — E Bertuccio si nascose il viso fra le mani. Monte-Cristo fissò su lui un lungo e indefinito sguardo, indi dopo un momento di silenzio reso ancora più solenne dall’ora e dal luogo. — Per terminare degnamente questa conversazione che sarà l’ultima su tali avventure, Bertuccio, disse il conte, ritenete bene le mie parole, le ho spesso intese pronunciare dallo stesso abate Busoni. A tutti i mali vi sono due rimedii, il tempo ed il silenzio. Ora, Bertuccio, lasciatemi passeggiare un momento in questo giardino; ciò che porta a voi una emozione ripugnante, autore di questa orribile scena, sarà per me una sensazione quasi dolce, che darà un doppio prezzo a questa proprietà. Gli alberi non piacciono se non perchè danno ombra, e l’ombra stessa non piace se non perchè è piena di sogni e di visioni. Ecco che compro un giardino, credendo d’acquistare un semplice recinto circondato di muri, e d’improvviso esso si cambia in un giardino pieno di fantasmi non descritti nel contratto. Io amo i fantasmi, e non ho mai inteso dire che i morti abbiano in seimila anni, fatto tanto male, quanto ne fanno i vivi in un solo giorno. Rientrate dunque, Bertuccio, e andate a dormire in pace.
Bertuccio s’inchinò profondamente davanti al conte, e si allontanò mandando un sospiro.
Monte-Cristo rimase solo; e facendo quattro passi in avanti, mormorò: — Qui, vicino a questa pianta la fossa in cui fu deposto il fanciullo; laggiù la piccola porta per cui si entrava nel giardino; in quest’angolo la scala segreta che conduce alla camera da letto. Credo di non aver bisogno di descrivere tutto ciò nel mio taccuino, perchè ecco qua, davanti ai miei occhi, intorno a me, sotto i miei piedi, il piano in rilievo; il piano vivente. — Ed il conte dopo un ultimo giro in quel giardino andò a trovare la sua carrozza.
Bertuccio che lo vide astratto, s’assise presso il cocchiere. La carrozza riprese la strada di Parigi. La sera stessa, al suo ritorno nella casa dei Campi-Elisi, il conte di Monte-Cristo visitò tutta l’abitazione come avrebbe potuto fare hun uomo a cui essa fosse stata famigliare da molti anni; neppure una volta, sebbene andasse pel primo, aprì una porta per un’altra, o prese un corridore o una scala che non lo conducesse direttamente nel luogo ove aveva stabilito d’andare. Alì lo accompagnava in questa visita notturna. Il conte dette a Bertuccio molti ordini per l’abbellimento e la nuova distribuzione degli appartamenti; e cavando l’orologio disse all’attento moro: — Sono le 11 e mezzo, Haydée non può tardare a giungere. Sono state avvertite le cameriere francesi?
Alì stese la mano verso l’appartamento destinato alla bella Greca (talmente isolato, che nascondendo la porta dietro la tappezzeria, la casa poteva essere visitata per intero, senza che alcuno avesse potuto sospettare esservi un salotto e due camere abitate), mostrò il numero tre colla mano sinistra, e su questa mano, messa a piatto, appoggiò la testa, e chiuse gli occhi a guisa di dormiente.
— Ah! fece Monte-Cristo, abituato a questo linguaggio, sono tre che aspettano nella camera da letto, non è così?
— Sì, fece Alì, agitando la testa d’alto in basso.
— La signora sarà stanca questa sera, e senza dubbio vorrà dormire, continuò Monte-Cristo, che nessuno la faccia parlare; le cameriere francesi devono soltanto salutare la loro nuova padrona e ritirarsi; voi sorveglierete perchè la cameriera greca non abbia comunicazione colle cameriere francesi. — Alì s’inchinò. Ben presto fu inteso chiamare il portinaro; il cancello s’aprì, una carrozza percorse il viale e si fermò davanti alla scalinata. Il conte discese; la portiera era già aperta, egli stese la mano ad una giovane avvolta in un manto di seta verde ricamato in oro che la copriva tutta, fin dalla testa. Allora, preceduti da Alì che portava una torcia col profumo di rose, la giovane fu condotta al suo appartamento, quindi il conte si ritirò nel padiglione che erasi riserbato.
Mezz’ora dopo mezza notte tutti i lumi erano spenti nella casa, sarebbesi potuto credere che tutti dormissero.
XLV. — IL CREDITO ILLIMITATO.
La dimane verso le due dopo mezzo giorno, una carrozza calesse tirata da due magnifici cavalli inglesi, si fermò davanti alla porta di Monte-Cristo; un uomo vestito con un abito blu, con bottoni di seta dello stesso colore, un gilè bianco sormontato da una enorme catena d’oro, con pantaloni neri, acconciato con capelli talmente neri e che discendevano tanto in basso sulle sopracciglia, da dubitare che non fossero naturali, tanto erano poco in armonia colle rughe sottoposte che non giungevano a nascondere; un uomo finalmente di 50 a 55 anni, e che cercava di dimostrarne 40, cavò la testa del finestrino della carrozza, sullo sportello della quale era dipinta una corona di barone, e mandò il groom a dimandare al portinaro, se il conte di Monte-Cristo era in casa.
Mentre aspettava, quest’uomo osservava con un’attenzione così minuta, che quasi era impertinente, l’esterno della casa, quanto poteva distinguersi dal giardino, e la livrea di quei domestici che si potevano vedere andare e venire. L’occhio n’era vivace, ma piuttosto furbo che spiritoso. Le labbra erano così sottili che in vece di sporgere infuori si ripiegavano in dentro. Finalmente la larghezza e la protuberanza degli zigomi, segno infallibile d’astuzia, la depressione della fronte, il rigonfiamento dell’occipite che sorpassava un paio d’orecchie che non erano punto aristocratiche, contribuivano a dare per ciascun fisonomista un’indole ributtante alla fisonomia di questo personaggio, che molto si raccomandava agli occhi del volgo pei suoi magnifici cavalli, per l’enorme diamante che portava alla camicia, e pel nastro rosso che si estendeva da un capo all’altro della bottoniera dell’abito.
Il groom bussò all’invetriata del portinaro, domandando:
— Non è qui che abita il conte di Monte-Cristo?
— È qui che abita S. E., rispose il portinaro, ma... E consultò con uno sguardo Alì, che fece un segno negativo.
— Ma? domandò il groom.
— S. E. non è visibile, rispose il portinaro.
— In questo caso, ecco il biglietto di visita del mio padrone, il barone Danglars: voi lo consegnerete al conte di Monte-Cristo, e gli direte che andando alla Camera, il mio padrone è passato di qui per avere l’onore di vederlo.
— Io non parlo a S. E., rispose il portinaro, però il cameriere farà l’ambasciata. — Il groom ritornò alla carrozza.
— Ebbene? domandò Danglars. — Il ragazzo, abbastanza svergognato dalla lezione che aveva ricevuta, ripetè al padrone la risposta che gli aveva data il portinaro.
— Oh! fece questi, è dunque un principe questo signore che viene detto eccellenza, e di cui il solo cameriere abbia il diritto di parlargli? Non importa, poichè ha un credito su me, bisogna bene che lo veda quando avrà bisogno di danaro. — E Danglars si rigettò nel fondo della carrozza, gridando al cocchiere in modo che si sarebbe sentito dall’altra parte della strada: — Alla Camera dei Deputati!
Fra una griglia del padiglione, Monte-Cristo, avvisato in tempo, aveva veduto il barone, e lo aveva osservato, coll’aiuto di un eccellente occhialino, con non minore attenzione di quella che Danglars stesso aveva mossa ad analizzare la casa, il giardino, e le livree. — Davvero, diss’egli con un gesto di disgusto e facendo rientrare le lenti dell’occhialino nel loro manico d’avorio; Ah! davvero che quest’uomo è una laida creatura. Come mai, dalla prima volta che lo vedono, non riconoscono il serpente dalla fronte appiattita, l’avvoltoio dal cranio rotondeggiante, lo sparviere dal becco stracciante? Alì, gridò egli: indi battè un colpo sul campanello di rame. — Alì comparve.
— Chiamate Bertuccio, diss’egli.
Nello stesso momento entrò Bertuccio.
— V. E. mi faceva chiamare? disse l’intendente.
— Sì, signore, disse il conte. Avete veduti i cavalli che si sono fermati davanti alla mia porta?
— Certamente, eccellenza; sono ancor molto belli.
— E come accade dunque, disse Monte-Cristo aggrottando il sopracciglio, che mentre ho ordinato i due più bei cavalli che fossero a Parigi, vi siano ancora dei cavalli più belli dei miei, che non siano nelle mie scuderie? — All’aggrottarsi delle sopracciglia, ed al tuono severo di quella voce, Alì abbassò la testa ed impallidì. — Non è tua colpa, buon Alì, disse in arabo il conte con una dolcezza che non sarebbesi creduto poterla incontrare nè nella sua voce, nè sul suo viso, tu non t’intendi di cavalli inglesi. — La serenità ricomparve sui lineamenti d’Alì. — Signor conte, disse Bertuccio, i cavalli di cui mi parlate non erano da vendersi.
Monte-Cristo si strinse nelle spalle: — Sappiate, signor intendente, diss’egli, che tutto è sempre da vendersi per chi sa fissare il prezzo.
— Il sig. Danglars li ha pagati 16 mila fr. sig. conte.
— Ebbene, bisognava offrirgliene 32 mila; egli è un banchiere, ed un banchiere non lascia mai sfuggirsi l’occasione di raddoppiare il suo capitale.
— Il sig. conte parla sul serio? domandò Bertuccio.
Monte-Cristo guardò l’intendente come un uomo meravigliato che si fosse ardito fargli una simile interrogazione.
— Questa sera, diss’egli, ho una visita da restituire, voglio che quei due cavalli siano attaccati alla mia carrozza con finimenti nuovi. — Bertuccio si ritirò salutando; vicino alla porta si fermò: — A che ora, diss’egli, V. E. conta di fare la visita? — Alle cinque, disse Monte-Cristo.
— Farò osservare a V. E. che sono già le due, si arrischiò a dire l’intendente. — Lo so, si contentò di rispondere Monte-Cristo. Poi rivolgendosi ad Alì. — Fate passare tutti i cavalli davanti alla signora, diss’egli, e che ella scelga la pariglia che più le piace; e che mi faccia dire se vuole pranzar meco; in questo caso che sia apparecchiato nell’appartamento di lei. Andate, discendendo mandatemi il cameriere. — Non appena uscito Alì, entrò il cameriere. — Battistino, disse il conte, è ormai un anno che voi siete al mio servizio; questo è il tempo di esperimento che d’ordinario fisso alla mia servitù: son contento di voi. — Battistino s’inchinò. — Resta ora a sapersi se voi siete contento di me.
— Oh! sig. conte! si affrettò di dire Battistino.
— Ascoltatemi fino alla fine, riprese il conte. Voi avete 1500 fr. l’anno di salario, vale a dire il soldo di un buono e bravo ufficiale che arrischia la sua vita tutti i giorni; avete una tavola che molti capi di ufficio, servitori disgraziati, infinitamente più occupati di voi, non potrebbero desiderare di meglio. Domestico, voi stesso avete dei domestici che hanno cura della vostra biancheria e dei vostri effetti. Oltre a 1500 fr. di paga, voi mi rubate negli acquisti del mio vestiario, circa altri 1500 fr. ogni anno.
— Oh! eccellenza!
— Io non me ne lamento, Battistino, questa è cosa naturale; però desidererei che la cosa si limitasse qui. Voi dunque non ritrovereste in alcun altro luogo un posto simile a quel che vi ha dato la vostra buona fortuna. Io non percuoto mai la mia servitù, non bestemmio mai, non mentisco mai, non vado mai in collera, perdono sempre uno sbaglio, mai però una negligenza od una dimenticanza. I miei ordini sono ordinariamente brevi, ma chiari e precisi; amo meglio di ripeterli due ed anco tre volte che vederli male interpretati. Sono abbastanza ricco per sapere tutto quel che voglio sapere, e sono curiosissimo, ve ne prevengo. Se io sapessi adunque che voi aveste parlato di me in bene od in male, che aveste fatti dei commenti sulle mie azioni, sorvegliata la mia condotta, uscireste sul momento da casa mia: io non avverto un servitore che una sola volta. Ora siete avvertito. Andate! — Battistino s’inchinò e fece tre o quattro passi per ritirarsi. — A proposito, riprese il conte, dimenticava di dirvi che ogni anno io metto a frutto un certo capitale sulla vita dei miei domestici. Quelli che licenzio dal mio servizio perdono necessariamente questa somma, che va in profitto di quelli che rimangono, e della quale andranno in possesso dopo la mia morte. È passato l’anno che siete al mio servizio, ed il vostro capitale è già incominciato; sappiatelo far continuare. — Questo discorso, fatto davanti ad Alì che rimaneva impassibile, poichè non capiva una parola di francese, produsse su Battistino un effetto che sarà facile ad essere capito da quelli che hanno qualche poco studiata la fisiologia del domestico francese.
— Cercherò di conformarmi su tutti punti alla volontà di V. E., diss’egli, e per far meglio, seguirò l’esempio di Alì.
— Oh! niente affatto, disse il conte con una freddezza di marmo. Alì ha molti difetti mescolati alle sue qualità; non vi modellate dunque su di lui, perchè egli è un’eccezione; egli non ha stipendio, non è un domestico, è uno schiavo, è il mio cane; se non facesse il suo dovere, non lo caccerei, ma lo ammazzerei. — Battistino aprì due grandi occhi.
— Voi ne dubitate? disse Monte-Cristo. — E ripetè in arabo ad Alì le stesse parole che aveva dette in francese a Battistino. Alì ascoltò, sorrise, si avvicinò al padrone, mise un ginocchio a terra e gli baciò rispettosamente la mano.
Questo piccolo corollario alla lezione mise al colmo lo stupore di Battistino, cui il conte fece segno di ritirarsi, ed Alì lo seguì. Entrambi passarono nel suo gabinetto, e là si trattennero lungamente. Alle cinque il conte battè tre colpi sul campanello. Un colpo chiamava Alì, due colpi Battistino, tre colpi Bertuccio. L’intendente entrò.
— I miei cavalli! disse Monte-Cristo.
— Sono attaccati alla carrozza, eccellenza, rispose Bertuccio. Devo accompagnar V. E.?
— No, soltanto il cocchiere, Battistino, ed Alì.
Il conte discese e vide attaccati alla sua carrozza i cavalli che nella mattina aveva ammirati alla carrozza di Danglars.
Passando vicino ad essi vi gettò un’occhiata:
— Di fatto, sono belli, diss’egli, e voi avete fatto bene a comprarli, solo lo avete fatto un poco tardi.
— Ho durato molta fatica ad averli, e sono costati un po’ cari. — Non per questo i cavalli sono meno belli; disse il conte stringendosi nelle spalle.
— Se V. E. è soddisfatta, disse Bertuccio, tutto va bene; dove va V. E.?
— Strada Chaussée-d’Antin dal barone Danglars.
Questa conversazione si faceva dall’alto della scalinata. Bertuccio fece un passo per discendere il primo scalino.
— Aspettate signore, disse Monte-Cristo. Ho bisogno di una terra in Normandia sulla riva del mare, per esempio fra Havre e Boulogne. Vi do uno spazio vasto, come vedete. Bisognerebbe che in questo luogo vi fosse un piccolo porto, un piccolo seno, una piccola baia, ove potesse entrare ed uscire la mia corvetta, essa non pesca che 15 piedi d’acqua. Il bastimento sarà sempre in ordine per mettere alla vela, a qualunque ora del giorno o della notte mi piaccia di dargli il segnale. Voi v’informerete da tutti i notari di una proprietà che abbia le condizioni che vi ho dette; quando l’avrete trovata, andrete a visitarla, e se rimarrete contento la comprerete in vostro nome. La corvetta deve essere in viaggio per Fécamp, non è vero?
— La stessa sera che noi abbiamo lasciato Marsiglia, io la vidi mettere alla vela. — Ed il yacht? — Il yacht ha ordine di star fermo alle Martigues. — Va bene; voi corrisponderete di tanto in tanto coi due padroni che comandano affinchè essi non si addormentino. — E pel battello a vapore?
— Non è a Châlons? — Sì. — Gli stessi ordini che pei due bastimenti a vela. — Bene! — Subito che sarà comprata questa proprietà mi fisserete dei cambi di 10 in 10 leghe tanto sulla strada del nord, che su quella del mezzo giorno.
— V. E. può fidarsi di me. — Il conte fece un segno di soddisfazione, discese i gradini, e saltò nella carrozza, che trascinata al trotto dalla magnifica pariglia non si fermò che alla porta del banchiere. — Danglars presiedeva una commissione nominata per una strada di ferro, allorchè vennero ad annunziargli la visita del conte di Monte-Cristo. La seduta del resto era quasi finita. Al nome del conte egli si alzò: — Signori, diss’egli indirizzandosi ai suoi colleghi fra i quali v’erano molti onorevoli membri dell’una e dell’altra camera; perdonatemi se vi lascio così; ma immaginatevi che la casa Thomson e French di Roma m’indirizza un certo conte di Monte-Cristo aprendogli su di me un credito illimitato. Questo è lo scherzo più buffo che i miei corrispondenti all’estero si siano permessi verso di me. In fede mia, lo capirete bene, sono preso e trattenuto dalla più grande curiosità. Questa mattina sono passato da questo preteso conte; se fosse un vero conte, capirete bene, che non sarebbe così ricco: il signore non era visibile. Che ve ne pare? Queste maniere che si permette il nostro Monte-Cristo non sono esse proprie di qualche Altezza o di qualche bella donna? Del rimanente, la casa ai Campi-Elisi, che è sua, me ne sono informato, mi sembrò molto conveniente. Ma un credito illimitato, riprese Danglars ridendo col suo villano sorriso, rende molto esigente il banchiere sul quale viene aperto. Ho dunque fretta di vedere il nostro uomo. Mi credo mistificato. Ma quelli laggiù non sanno con chi hanno che fare: riderà bene chi riderà l’ultimo... — Terminando queste parole, e dandogli un’enfasi che gli gonfiò le narici lasciò i suoi ospiti, e passò in un salone bianco e oro che faceva gran chiasso nella Chaussée-d’Antin. Là aveva ordinato che fosse introdotto il visitatore onde abbagliarlo di primo colpo. Il conte era in piedi, e stava considerando alcune copie dell’Albano e del Fattore vendute per originali al banchiere, e che, per quanto fossero copie, spiccavano molto sugli arabeschi di oro di tutti i colori che adornavano la volta. Al rumore che Danglars fece entrando, il conte si rivolse. Danglars fe’ una leggiera inclinazione di testa, indicando colla mano al conte di sedersi in una seggiola di legno dorato, con cuscini di seta bianca broccata in oro.
Il conte si assise.
— Ho l’onore di parlare al sig. di Monte-Cristo?
— Ed io, rispose il conte, al sig. barone Danglars, cavaliere della legion di onore, membro della Camera dei Deputati? — Monte-Cristo ridiceva tutti i titoli che aveva ritrovati sul biglietto da visita del barone. — Danglars sentì la botta e si morse le labbra: — Scusatemi, signore, diss’egli, di non avervi dato subito il titolo sotto il quale mi siete stato annunziato; ma voi lo sapete, noi viviamo sotto un governo popolare, ed io sono un rappresentante degl’interessi del popolo.
— Di modo che, rispose Monte-Cristo, conservando l’abitudine di farvi chiamare barone, avete perduta quella di chiamare gli altri conte. — Ah! non vi pongo nessun’idea, neppure per me, disse negligentemente Danglars; mi hanno fatto barone e cavaliere della legione d’onore pei servigi resi, ma... — Ma voi avete abdicato ai titoli, come in altro tempo hanno fatto Montmorency e la Fayette? quest’è un bell’esempio da seguire, signore. — Però non del tutto, riprese Danglars impacciato; pei domestici capirete...
— Sì, voi siete barone per la servitù, e cittadino pei giornalisti, e pei vostri committenti. Queste sono gradazioni applicatissime al governo costituzionale. Capisco perfettamente.
Danglars si morse le labbra; egli vide che su quel terreno non era della forza di Monte-Cristo, cercò dunque di venire sopra un terreno che gli era più famigliare.
— Sig. conte, diss’egli inchinandosi, ho ricevuto una lettera d’avviso dalla casa Thomson e French.
— Ne sono contento, sig. Barone. Permettetemi di trattarvi come la vostra servitù; è una cattiva abitudine presa nei paesi ove vi sono ancora dei baroni, precisamente perchè non se ne fanno più. Ne sono contento, diceva; non avrò bisogno di presentarmi io stesso, la qual cosa è sempre impacciante. Voi dunque avete ricevuto una lettera d’avviso?
— Sì, rispose Danglars; ma vi confesso che non ne ho bene inteso il senso. — Bah! — Ed anzi aveva avuto l’onore di passare da voi per domandarvene la spiegazione.
— Fatelo, signore, eccomi, io ascolto, e sono pronto a rispondervi. — Questa lettera, rispose Danglars, credo d’averla meco. — Si frugò per le tasche. — Eccola, sì. Questa lettera apre al sig. conte di Monte-Cristo un credito illimitato sulla mia casa.
— Ebbene, sig. barone, che vi trovate d’oscuro?
— Niente, signore, fuorchè la parola illimitato...
— Ebbene, questa parola non è forse francese? capirete che sono Anglo-alemanni che scrivono.
— Oh! sia, signore, e dalla parte della sintassi non vi è niente da dire, ma non è così dal lato della contabilità.
— È che la casa Thomson e French, chiese Monte-Cristo coll’aria più ingenua che avesse potuto assumere, non è a vostro avviso abbastanza sicura, sig. barone? Diavolo! mi spiacerebbe, perchè ho depositati ad essi alcuni capitali!
— Ah! perfettamente sicura, rispose Danglars con un sorriso quasi beffardo, ma la parola illimitato, in materia di finanza, è tanto vaga, che...
— Che è illimitata, n’è vero? disse Monte-Cristo.
— Precisamente questo voleva dire. Ora il vago è dubbio, ed il saggio dice, astienti dal dubbio.
— Che è quanto dire, rispose Monte-Cristo, che se la casa Thomson e French è disposta a fare delle pazzie, la casa Danglars non è disposta a seguirne l’esempio.
— Come ciò, sig. conte.
— Sì senza dubbio, Thomson e French fanno gli affari senza cifre; ma il sig. Danglars ha un limite alle sue; è un uomo saggio, come le diceva poco fa.
— Signore! rispose orgogliosamente il banchiere, nessuno ha ancora fatti i conti alla mia cassa.
— Allora, rispose freddamente Monte-Cristo, sembra che sarò io che comincerò.
— E chi vi ha detto questo? — Le spiegazioni che voi mi chiedete, e che si rassomigliano molto all’esitazione.
Danglars si morse le labbra; era la seconda volta che veniva abbattuto da quest’uomo, e questa volta sopra un terreno ch’era il suo. La sua compitezza mordace non era che apparente e toccava quell’estremo che si accosta alla impertinenza. Monte-Cristo al contrario sorrideva colla buona grazia del mondo, e quando voleva, possedeva una cert’aria ingenua che gli dava molti vantaggi.
— Finalmente, signore, disse Danglars dopo un momento di silenzio, cercherò di farmi intendere, pregandovi di fissare voi stesso la somma che contate riscuotere da me.
— Ma, signore, rispose Monte-Cristo, risoluto a non perdere un pollice di terreno nella discussione, se ho chiesto un credito illimitato su voi, fu precisamente perchè non sapeva di qual somma poteva aver io bisogno. — Il banchiere credè che finalmente fosse giunto il momento da prendere il sopravvento; si rovesciò sul suo seggio, e con un grossolano ed orgoglioso sorriso: — Ah! signore non abbiate alcun timore nel desiderare, potrete convincervi che le cifre della casa Danglars, per quanto siano limitate, possono soddisfare alle più grandi esigenze, e potreste anche chiedermi un milione.
— Sarebbe a dire? disse Monte-Cristo. — Dico un milione, disse Danglars colla sostenutezza dello stolido.
— E a che mi servirebbe un milione? disse il conte. Buon Dio! signore, se non mi fosse abbisognato che un milione, non avrei fatto aprire un credito su voi per una simile miseria. Un milione! ma ho sempre un milione nel mio portafogli, o nel mio scrigno da viaggio. — E Monte-Cristo cavò dal piccolo taccuino, entro cui teneva i biglietti da visita, due boni di 500 mila fr. l’uno, pagabili dal tesoro al portatore. Bisognava accoppare, e non pungere un uomo come Danglars. Il colpo di mazza fece il suo effetto, il banchiere vacillò, ed ebbe la vertigine, spalancò su Monte-Cristo due occhi ebeti, la cui pupilla si dilatò spaventevolmente.
— Vediamo, confessatemi, disse Monte-Cristo, che diffidate della casa Thomson e French? Mio Dio! La cosa è semplicissima. Io però ho preveduto il caso, e sebbene estraneo agli affari ho preso le mie cautele. Ecco dunque due altre lettere simili a quella che vi fu scritta; una è della casa Arstein e Eskeles di Vienna sopra il sig. barone Rothschild, l’altra è della casa Baring di Londra sul sig. Laffitte. Dite una parola, signore, ed io vi toglierò qualunque preoccupazione, presentandomi all’una o all’altra di queste due case. — Era finita: Danglars fu vinto; egli aprì con un visibile tremore la lettera d’Alemagna e quella di Londra che gli venivano presentate sulla punta delle dita dal conte, verificò l’autenticità delle firme, tanto minuziosamente, che sarebbe stato un insulto per Monte-Cristo, se non avesse fatta la parte della confusione del banchiere.
— Oh! signore, ecco tre firme che valgono bene dei milioni, disse Danglars alzandosi come per salutare la potenza dell’oro personificata nell’uomo che aveva davanti. Tre crediti illimitati sulle nostre tre prime case! Perdonatemi sig. conte, ma mentre cesso di essere diffidente, mi sarà permesso d’essere meravigliato.
— Oh non sarà già una casa come la vostra, quella che si maraviglia di ciò! disse Monte-Cristo con tutta la cortesia; così adunque mi manderete qualche poco di danaro, n’è vero?
— Parlate, sig. conte, sono ai vostri ordini.
— Ebbene! ora che c’intendiamo, perchè già c’intendiamo, n’è vero?
Danglars fece un segno affermativo colla testa.
— E non avrete più diffidenza? continuò Monte-Cristo.
— Oh! non ne ho mai avuta, gridò il banchiere.
— No, desideravate una prova; ecco tutto. Ebbene! ripetè il conte, ora che c’intendiamo, ora che non avete più alcuna diffidenza, fissiamo se volete, una somma generale pel primo anno, sei milioni, per esempio.
— Sei milioni, sia! disse Danglars soffocato.
— Se mi bisognerà di più, disse Monte-Cristo con trascuranza, metteremo di più, ma non conto di restare che un anno in Francia, e non credo d’oltrepassare questa somma... però vedremo... per cominciare, fatemi portare domani 300 mila fr.: sarò in casa fino a mezzo giorno, se non vi sarò, lascerò la ricevuta al mio intendente.
— Il danaro sarà in casa vostra domattina alle dieci sig. conte, rispose Danglars. Volete oro, argento, o biglietti di banca?
— Metà oro, e metà biglietti se vi piace. — Ed il conte si alzò. — Debbo confessarvi una cosa, disse Danglars a sua volta; io credeva avere delle cognizioni esatte su tutte le belle fortune d’Europa, e ciò non pertanto la vostra, che mi sembra considerevole, mi era, ve lo confesso, del tutto sconosciuta, ella è recente?
— No, signore, rispose Monte-Cristo, al contrario è di vecchia data. Era una specie di tesoro di famiglia che era proibito di toccare, e di cui gl’interessi andando ad accumularsi hanno triplicato il capitale: l’epoca fissata dal testatore è scaduta da pochi anni soltanto, e non è che da pochi anni che io ne uso; la vostra ignoranza su questo argomento è naturale; del rimanente voi la conoscerete meglio fra qualche tempo. — Ed il conte accompagnò queste parole con uno di quei languidi sorrisi che facevano tanta paura a Franz d’Épinay.
— Coi vostri gusti, e colle vostre intenzioni, signore, spiegherete nella nostra capitale un lusso che ci schiaccerà tutti, noi altri poveri piccoli milionari; frattanto, siccome mi sembrate dilettante, mentre quando sono entrato guardavate i miei quadri, vi domando il permesso di farvi vedere la mia galleria, tutti quadri antichi, tutti quadri di maestri, garantiti come tali: io non amo i moderni.
— Avete ragione, perchè hanno in generale un gran difetto, quello cioè di non avere ancora avuto il tempo di diventare antichi.
— Poi potrò mostrarvi qualche statua di Torvaldsen, di Bartolini, di Canova, tutti artisti stranieri, come ben sapete: io non stimo gli artisti francesi.
— Voi avete diritto d’essere ingiusto con loro, signore, essi sono vostri compatriotti.
— Ma tutto questo sarà per un altro giorno quando avremo fatta miglior conoscenza: per oggi mi contenterò se però mel permettete, di presentarvi alla signora Danglars: scusate la mia premura, ma un cliente come voi, fa quasi parte della famiglia. — Monte-Cristo s’inchinò come per fargli comprendere che accettava l’onore che voleva fargli.
Danglars suonò, un lacchè, vestito con una livrea sontuosa, comparve.
— La sig.ª baronessa è in casa? domandò Danglars.
— Sì, sig. barone, rispose il lacchè. — Sola?
— No, la signora ha gente.
— Non sarà indiscrezione il presentarvi presente qualcuno; è vero, sig. conte? non siete in incognito?
— No, riprese sorridendo Monte-Cristo, non mi riconosco questo diritto.
— E chi è dalla signora? il sig. Debray? domandò Danglars con una bonarietà che fece sorridere internamente Monte-Cristo, di già informato dei trasparenti segreti della casa del banchiere.
— Il sig. Debray, sì, sig. barone, rispose il lacchè.
Danglars fece un segno colla testa.
Poi si volse verso Monte-Cristo. — Il sig. Luciano Debray è un nostro antico amico, segretario intimo del ministro dell’interno; in quanto a mia moglie, ella ha derogato sposandomi, perchè appartiene ad un’antica famiglia, era madamigella de Servieres, vedova in prime nozze del colonnello marchese de Nargonne.
— Non ho ancora l’onore di conoscere la sig.ª baronessa Danglars; ma ho di già incontrato il sig. Debray.
— Bah! disse Danglars e dove?
— In casa del sig. de Morcerf.
— Ah! voi conoscete il piccolo visconte, disse Danglars.
— Ci siamo trovati insieme a Roma al tempo del Carnevale.
— Ah! sì, disse Danglars, ho sentito dire qualche cosa di un’avventura singolare con banditi o ladri fra certe rovine! egli fu salvato miracolosamente. Credo che abbia raccontato qualche cosa di simile a mia moglie ed a mia figlia al suo ritorno dall’Italia.
— La sig.ª baronessa aspetta questi signori, ritornò a dire il lacchè.
— Vado avanti per indicarvi la strada, disse Danglars salutando.
— Ed io vi seguo, soggiunse Monte-Cristo.
XLVI. — LA PARIGLIA GRIGIO-POMELLATA.
Il barone, seguito dal conte, traversò una lunga fila d’appartamenti notevoli per la pesante loro sontuosità, ed il loro fastoso cattivo gusto, e giunse fino al gabinetto della sig.ª Danglars, piccola camera ottangolare parata di seta color rosa, ricoperta di mussola d’India; le seggiole erano di vecchio legno dorato coperte di vecchie stoffe: le sopraporte rappresentavano paesaggi del genere di Boucher: finalmente due piccoli medaglioni a pastello, in armonia col rimanente del mobilio, facevano di questa piccola camera, il solo locale della casa che avesse un qualche carattere: è vero ch’era sfuggita al piano generale stabilito fra Danglars ed il suo architetto, una delle più alte e più eminenti celebrità dell’impero, e la baronessa e Debray soli si riserbarono di decorarla. Così il signor Danglars, grande ammiratore dell’antico, al modo che lo intendeva il Direttorio, disprezzava moltissimo questo elegante piccolo ridotto, ove del resto non era ammesso senza farsi scusare la sua venuta conducendo qualcuno; non era dunque in realtà Danglars che presentava, era al contrario egli il presentato, e ch’era bene o male ricevuto, a seconda che la fisonomia del visitatore era aggradita o disaggradita dalla baronessa.
La sig.ª Danglars, la cui bellezza poteva ancora essere citata ad onta dei suoi 36 anni, era al piano-forte, piccolo capo d’opera d’intarsiatura, nel mentre che Luciano Debray, seduto ad un tavolino da lavoro, sfogliava un album. Luciano aveva già avuto il tempo prima dell’arrivo di raccontare alla baronessa molte cose relative al conte. Si conosce già quanta impressione Monte-Cristo avesse fatta nei convitati alla colazione d’Alberto; impressione, che per quanto poco impressionabile, non erasi ancor cancellata in Debray.
La curiosità della sig.ª Danglars eccitata dalle informazioni anche di Morcerf, e dalle recenti di Debray, era dunque al colmo. Perciò questo accomodamento al piano-forte, ed all’album, non era che una di quelle piccole furberie del mondo, per mezzo delle quali si velano le più forti preoccupazioni. La baronessa ricevette Danglars con un sorriso, cosa che per parte sua era molto comune; quanto al conte, egli ricevette, in cambio del suo saluto, una cerimoniosa, ma nello stesso tempo graziosa riverenza.
Luciano dal canto suo scambiò col conte un saluto di mezza conoscenza, e con Danglars un gesto d’intimità.
— Signora baronessa, disse Danglars, permettetemi che io vi presenti il sig. conte di Monte-Cristo, che mi viene indirizzato dai miei corrispondenti di Roma colle raccomandazioni più vive; non ho che una parola da dire per farlo subito diventare il favorito di tutte le nostre più belle dame; egli viene a Parigi coll’intenzione di restarvi un anno, e di spendervi sei milioni in questo solo anno; ciò promette una serie infinita di balli, di pranzi, di festini nei quali voglio sperare che il sig. conte non vorrà dimenticarci, come certamente noi non lo dimenticheremo nelle nostre piccole feste. — Quantunque la presentazione fosse composta di troppo grossolane lodi, in generale, è una cosa tanto rara che un uomo venga a Parigi per spendervi in un anno la fortuna di un principe, che la sig.ª Danglars dette una occhiata al conte non priva d’interessamento.
— E siete giunto? domandò la baronessa.
— Da ieri mattina, signora. — E venite, secondo la vostra abitudine a quanto mi è stato detto, di capo al mondo.
— Da Cadice, questa volta, puramente e semplicemente da Cadice.
— Ah! giungete in una trista stagione; Parigi nell’estate è detestabile; non vi sono più nè balli, nè riunioni, nè feste. L’opera italiana è a Londra, l’opera francese è da per tutto, fuorchè a Parigi; e in quanto al teatro francese, voi sapete che non è più in alcun luogo. Non ci resta dunque per distrarci che qualche disgraziata corsa al Campo di Marte, ed a Satory. Farete voi correre, sig. conte?
— Io, signora, farò tutto ciò che si fa a Parigi, rispose Monte-Cristo, se avrò la fortuna di ritrovare qualcuno che m’informi convenientemente delle abitudini francesi.
— Siete dilettante di cavalli, sig. conte?
— Io ho passata una parte della mia vita in Oriente, e gli orientali, voi lo sapete, non stimano che due cose in questo mondo: la nobiltà dei cavalli, e la bellezza delle donne.
— Ah! signor conte; avreste dovuto avere la galanteria di mettere le donne per le prime.
— Vedete, signora, che io aveva ben ragione testè d’augurarmi un precettore che mi fosse di guida nelle abitudini francesi. — In questo momento entrò la cameriera favorita della sig.ª baronessa Danglars, ed avvicinandosi alla padrona le mormorò alcune parole all’orecchio. La signora Danglars impallidì. — Impossibile! diss’ella. — Eppure questa è l’esatta verità, signora, rispose la cameriera.
La sig.ª Danglars si volse al marito:
— E sarà vero signore? domandò la baronessa.
— Che cosa? domandò Danglars visibilmente agitato.
— Ciò che mi disse questa donzella?
— E che cosa vi ha detto?
— Che al momento che il mio cocchiere è andato per attaccare i miei cavalli alla mia carrozza, non li ha trovati in iscuderia; che significa ciò? io lo domando?
— Signora, disse Danglars, ascoltatemi.
— Oh! io vi ascolto, signore, perchè sono ben curiosa di sentire ciò che voi mi saprete dire: io farò questi signori giudici fra noi, e comincerò per dir loro come stanno le cose: signori; continuò la baronessa, il sig. barone Danglars ha dieci cavalli in iscuderia; fra essi ve ne sono due che sono i miei grigi-pomellati. Ebbene! al momento in cui la sig.ª Villefort mi chiede in prestito la mia carrozza, ed io la prometto a lei per domani al bosco, ecco che i due cavalli non si trovano più. Il signor Danglars avrà trovato a guadagnarvi sopra qualche migliaio di franchi. Oh! che razza villana, mio Dio! che è quella degli speculatori.
— Signora, rispose Danglars, i cavalli erano troppo vivaci, essi avevano appena quattro anni, e mi facevano delle paure orribili per voi.
— Eh! ben sapete, disse la baronessa, che da un mese ho al mio servizio il miglior cocchiere di Parigi, a meno che non lo abbiate venduto coi cavalli.
— Amica cara, ve ne troverò degli uguali, ed anche dei più belli, se sarà possibile, ma che saranno cavalli docili e quieti che non ispireranno simili terrori.
La baronessa si strinse nelle spalle coll’aria del più profondo disprezzo. Danglars non fece mostra d’essersi accorto di questo gesto più che coniugale, e volgendosi a Monte-Cristo: — In verità mi dispiace di non avervi conosciuto prima, sig. conte, diss’egli; voi montate la vostra casa?
— Sì, disse il conte.
— Ve li avrei proposti; chè io li ho ceduti per niente, ma, come vi dissi, voleva disfarmene, sono cavalli da giovani.
— Signore, disse il conte, io vi ringrazio; ne ho acquistati questa mattina due molto buoni, e non a caro prezzo. Anzi, guardate, signor Debray, voi siete conoscitore, io credo? — Mentre che Debray si avvicinava alla finestra, Danglars si accostò a sua moglie. — Immaginatevi, signora, diss’egli a bassa voce, sono venuti ad offrirmi un prezzo esorbitante di quei cavalli. Non so chi sia il pazzo sulla via di rovinarsi che mi ha inviato questa mattina il suo intendente, ma il fatto è che vi ho guadagnato 16 mila fr. Non mi rimproverate, io ne darò a voi 4 mila, e due mila ad Eugenia.
La signora Danglars lasciò cadere su Danglars uno sguardo terribile. — Oh! mio Dio! gridò Debray.
— Che cos’è? domandò la baronessa.
— Ma non m’inganno certo, quelli sono i vostri cavalli, attaccati alla carrozza del conte.
— I miei grigi-pomellati? gridò la signora Danglars.
E si slanciò verso la finestra: — In fatto sono essi...
Danglars rimase stupefatto.
— Possibile? disse Monte-Cristo, fingendo meraviglia.
— È incredibile! mormorò il banchiere. — La Baronessa disse due parole all’orecchio di Debray, che a sua volta si accostò al conte: — La baronessa mi fa chiedere quanto ve li ha fatti pagare suo marito.
— Non lo so bene, disse il conte, è una sorpresa che mi ha fatta il mio intendente, e credo che mi costi 30 mila fr.
Debray andò a riportare la risposta alla baronessa.
Danglars era così pallido, e così sconcertato che il conte fece mostra d’averne pietà: — Vedete come sono ingrate le donne, diss’egli, questa previdenza per parte vostra non ha commosso per nulla la baronessa; ingrata non è la parola adatta, dovrei dire pazza; ma che volete farci? siamo sempre ciò che nuoce, per cui la più corta, credetemi, barone mio, è quella di lasciarle far sempre di testa loro; se almeno se la rompono, non hanno a prendersela che con sè stesse.
Danglars non rispose una parola: egli prevedeva prossima ad avvenire una scena disastrosa; le sopracciglia della baronessa eransi già aggrottate, e, come quelle di Giove Olimpico, presagivano un uragano. Debray che lo sentiva ingrossare, prese pretesto di un affare, e partì. Monte-Cristo che non voleva, col restar più lungamente, guastare la posizione di cui contava approfittarsi, salutò la sig.ª Danglars e si ritirò, abbandonando il barone alla collera della moglie. — Buono! pensò Monte-Cristo nel ritirarsi, sono pervenuto ove voleva giungere, ecco che tengo nelle mie mani la pace della famiglia, e che con un sol tratto vado a guadagnarmi il cuore del signore e della signora, quale felicità!... Ma in mezzo a tutto questo non sono stato presentato a madamigella Eugenia Danglars, che pure avrei desiderato molto di conoscere. Ma, soggiunse egli con quel sorriso suo particolare; eccoci a Parigi, ed abbiamo innanzi a noi il tempo... ciò sarà per il seguito.
Con queste riflessioni il conte montò in carrozza, e rientrò in casa sua. Due ore dopo la sig.ª Danglars ricevette una graziosa lettera dal conte di Monte-Cristo, nella quale le diceva, che non volendo cominciare il suo ingresso nel mondo parigino facendo disperare una bella donna, la supplicava di riprendere i suoi cavalli. Essi avevano gli stessi finimenti che ella aveva veduti la mattina, soltanto in ciascuna rosetta che portavano sotto l’orecchia, il conte aveva fatto mettere un diamante.
Danglars ebbe pure una lettera. Il conte con essa gli chiedeva il permesso di condonare alla baronessa un capriccio da milionaria, e lo pregava di scusare il modo orientale con cui era accompagnato il rinvio dei cavalli.
La sera il conte partì per Auteuil, accompagnato da Alì. La dimane verso le tre, Alì fu chiamato da un tocco del campanello, ed entrò nel gabinetto del conte. — Alì, diss’egli, tu mi hai spesso fatto capire la tua destrezza nel lanciare il laccio?
Alì fece segno di sì, e si raddrizzò con fierezza.
— Bene!... così col laccio tu fermeresti un bove?
Alì fece segno colla testa di sì.
— Una tigre? — Alì fece il medesimo segno. — Un leone?
Alì fece il gesto dell’uomo che lancia il laccio, ed imitò un ruggito strangolato. — Bene! capisco, tu hai fatta la caccia del leone. — Alì fece un segno orgoglioso colla testa.
— Ma, arresteresti tu nella loro corsa due cavalli furibondi? — Alì sorrise.
— Ebbene ascolta, disse Monte-Cristo; in breve passerà di qui una carrozza trascinata da due cavalli grigi pomellati che avranno tolta la mano, gli stessi che io aveva ieri. Dovessi tu farti schiacciare, bisogna che fermi questa carrozza davanti alla mia porta.
Alì discese nella strada, e tracciò davanti alla porta una linea nella polve; quindi rientrò e mostrò la linea al conte che lo aveva seguito cogli occhi. Il conte gli battè dolcemente sulla spalla, era il suo modo di ringraziare Alì; poi il moro andò a fumare la pipa sul luogo in cui la strada formava angolo colla casa, nel mentre che Monte-Cristo si ritirava senza più occuparsi di niente. Frattanto, verso le 3, vale a dire nell’ora in cui Monte-Cristo aspettava la carrozza, si sarebbero potuti notare in lui i segni quasi impercettibili di una leggiera impazienza; egli passeggiava in una camera che guardava sulla strada, tendendo ad intervalli l’orecchio, e andando a quando a quando alla finestra da dove scorgeva Alì, che mandava sbuffate di fumo a regolari intervalli, come se il Nubiano si fosse soltanto occupato di questa importante operazione. D’improvviso s’intese un rotolar lontano ma che si avvicinava colla rapidità del fulmine, quindi comparve una carrozza, il cui cocchiere tentava inutilmente di trattenere i cavalli che si avanzavano furiosi, coi peli irti, e che si slanciavano con impeto insensato. In essa, una giovane signora ed un fanciullo di 7 a 8 anni, che tenevansi abbracciati, avevano perduto, per l’eccesso della paura, perfino la forza di mandare un grido. Sarebbe bastato un sasso sulla strada, o un tronco d’albero staccato, per tritolare la carrozza che già scricchiolava tenendo il mezzo della strada; sentivansi nella via le grida di terrore di coloro che la vedevano venire. In un baleno Alì depone la pipa, cava il laccio, lo lancia, avvolge con triplice giro le gambe davanti del cavallo di sinistra, si lascia trascinare per tre o quattro passi dalla violenza dell’impulso, ma dopo questi tre o quattro passi, il cavallo allacciato si abbatte, cade sul timone che spezza, e paralizza così gli sforzi che fa il cavallo rimasto in piedi per continuare la corsa; il cocchiere approfitta di questo momento di respiro per gettarsi giù dal suo seggio, ma già Alì ha afferrato colle sue dita di ferro il secondo cavallo, il quale nitrendo di dolore si stende convulsivamente vicino al suo compagno.
Per tutto ciò non necessitò che il tempo che occorre ad una palla per cogliere nel segno. Ciò non pertanto bastò perchè un uomo dalla casa avanti la quale accadeva questo accidente si slanciasse fuori accompagnato da molti servitori. Nel mentre che il cocchiere apre la portiera, quegli toglie dalla carrozza la dama che con una mano era aggrappata al cuscino, coll’altra stringeva al petto il figlio svenuto. Monte-Cristo li trasporta entrambi nel salone, e li deposita sur un canapè.
— Non temete più niente, signora, le disse egli, voi siete salva. — La donna ritornò in sè e per risposta gli presentò il figlio con uno sguardo più eloquente di tutte le preghiere. In fatto il fanciullo era sempre svenuto.
— Sì, signora, capisco, disse il conte esaminando il fanciullo; ma state tranquilla, non gli è accaduto alcun male, la sola paura lo ha messo in questo stato.
— Ah! signore, gridò la madre, non dite questo soltanto per tranquillarmi! Vedete come è pallido? figlio mio! figlio mio! mio Edoardo! rispondi dunque a tua madre. Ah! signore! mandate a cercare un medico, la mia fortuna è a chi mi restituisce il figlio! — Monte-Cristo fece un gesto per calmare la madre desolata, ed aprendo un bauletto ne cavò una piccola bottiglia di cristallo di Boemia incrostata d’oro, contenente un liquore rosso come il sangue, e ne lasciò cadere una sola goccia sulle labbra del fanciullo, il quale quantunque sempre pallido, riaprì subito gli occhi. A questa vista la gioia della madre divenne quasi un delirio:
— Ove son’io? gridò ella, e a chi devo tanta felicità dopo una prova sì crudele?
— Voi siete, signora, rispose Monte-Cristo, in casa di un uomo felice di avervi potuto risparmiare un dispiacere.
— Oh! maledetta curiosità! disse la dama; tutta Parigi parla di questi magnifici cavalli della sig.ª Danglars, ed io ho avuta la follia di volerli sperimentare.
— Come! gridò il conte con una sorpresa recitata stupendamente, questi cavalli sono quelli della baronessa Danglars?
— Sì, signore, la conoscete voi?
— La signora Danglars?.... ho questo onore, e la mia gioia è doppia nel vedervi salva dal pericolo che vi hanno fatto correre questi cavalli, mentre voi avreste potuto addebitarne me: io aveva acquistati questi cavalli dal barone, ma la baronessa mi parve talmente afflitta, che glieli rimandai ieri, pregandola a volerli accettare dalle mie mani.
— Ma allora dunque siete il conte di Monte-Cristo di cui mi ha tanto parlato ieri Erminia?
— Sì, signora, disse il conte.
— Ed io, signore, Luigia di Villefort. — Il conte la salutò come se questo cognome gli arrivasse del tutto nuovo.
— Oh! quanto vi sarà riconoscente il sig. de Villefort, riprese Luigia, perchè finalmente vi dovrà la vita di noi due, voi gli avete reso la moglie ed il figlio; certamente, senza il generoso vostro servitore, questo caro fanciullo ed io saremmo rimasti uccisi.
— Pur troppo! signora; fremo ancora pensando al pericolo che avete corso.
— Oh! spero che mi permetterete di compensare degnamente lo zelo di quest’uomo.
— Signora, rispose Monte-Cristo, non mi guastate Alì ve ne prego, nè con elogi, nè con ricompense; non voglio che prenda queste abitudini. Alì è mio schiavo; salvandovi la vita ha servito me, ed è suo dovere il servirmi.
— Ma egli ha arrischiata la sua vita! disse la sig.ª de Villefort, alla quale questo tuono di padrone imponeva in un modo singolare.
— Ed io ho salvata la sua, signora, rispose Monte-Cristo, per conseguenza essa mi appartiene. — La sig.ª de Villefort si tacque: forse rifletteva a quest’uomo, che dal primo momento faceva tanta impressione sugli spiriti. Durante questi momenti di silenzio, il conte potè considerare con suo comodo quel fanciullo, che la madre copriva di tanti baci. Egli era piccolo, gracile, bianco di pelle come i fanciulli rossi, ad onta che una foresta di capelli neri, ribelli ad ogni acconciatura, ne coprisse la fronte rotondeggiante, e cadendo sulle spalle ne contornasse il viso, e raddoppiasse la vivacità degli occhi pieni di furba malizia e di giovanile cattiveria; la bocca, appena ritornata vermiglia, era sottile nelle labbra, e larga nell’apertura: i lineamenti di questo fanciullo di otto anni, annunciavano un’età almeno di 12 anni. Il primo movimento fu di sciogliersi, con una rozza scossa, dalle braccia di sua madre, e di andare ad aprire il bauletto da dove il conte aveva tratta la boccetta d’elixir: quindi, senza domandare il permesso ad alcuno e giusta quanto sogliono fare i fanciulli avvezzi a soddisfare tutti i loro capricci, si mise a levare il turacciolo a tutte le ampolle: — Non toccate queste, amico mio, disse prestamente il conte, alcuni di questi liquori sono pericolosi non solamente a beversi, ma ancora ad odorarsi. — La sig.ª de Villefort impallidì ed arrestò il braccio di suo figlio che ricondusse a sè; ma appena sedato il suo timore, gettò sul bauletto un corto ma espressivo sguardo, che il conte prese di volo. In questo momento entrò Alì. La sig.ª de Villefort fece un movimento di gioia, e tirando più vicino a sè il fanciullo; — Edoardo, gli disse, vedi, questo buon servitore? Egli è stato molto coraggioso, perchè ha esposto la sua vita per fermare i cavalli che ci trascinavano, e la carrozza ch’era vicina a fracassarsi, ringrazialo dunque, perchè, senza lui, a quest’ora forse saremmo morti. — Il fanciullo allungò le labbra, e voltò sdegnosamente la testa: — È troppo brutto, diss’egli. — Il conte sorrise come se il fanciullo compiesse una delle sue speranze. Quanto alla sig.ª de Villefort, sgridò il figlio tanto blandamente, che non avrebbe certamente dato nel genio di Giovan-Giacomo Rousseau, se il piccolo Edoardo si fosse chiamato Emilio.
— Vedi tu, disse in arabo il conte ad Alì, questa signora prega suo figlio di ringraziarti per la vita che tu hai salvata ad entrambi, ed il fanciullo risponde che sei troppo brutto. — Alì per un momento volse la testa intelligente, ed osservò il fanciullo apparentemente senza espressione, ma un semplice tremito della sua narice fece accorto Monte-Cristo, ch’era rimasto ferito nell’anima.
— Signore, chiese la sig.ª de Villefort alzandosi per ritirarsi, questa casa è la vostra abitazione continua?
— No, signora, rispose il conte, è una specie di luogo di riposo, che ho acquistato: io abito all’entrata dei Campi-Elisi n. 30. Ma vedo che voi siete del tutto rimessa e che desiderate ritirarvi. Ho ordinato che siano attaccati alla mia carrozza quei medesimi cavalli; e Alì, quel servitore così brutto, diss’egli sorridendo al fanciullo, avrà l’onore di condurvi a casa, mentre che il vostro cocchiere resterà qui per fare accomodare la vettura. Così appena terminata questa piccola faccenda indispensabile, una delle mie pariglie lo ricondurrà direttamente dalla sig.ª Danglars.
— Ma, disse la sig.ª de Villefort, non avrò mai il coraggio di ritornare con gli stessi cavalli.
— Oh! vedrete, signora, che sotto la mano d’Alì diventeranno docili come agnelli.
In fatto Alì si era avvicinato ai cavalli, che a grande stento era riuscito a far ritornare in piedi. Egli teneva in mano una piccola spugna imbevuta d’aceto aromatico; ne strofinò le narici e le tempia ai cavalli, coperti di sudore e di schiuma, e quasi subito si misero a soffiare fortemente, e a fremere in tutte le loro membra per qualche secondo.
Quindi in mezzo ad una folla numerosa richiamata dall’avvenimento e dalla rottura della carrozza innanzi la casa, Alì fe’ attaccare i cavalli al coupé del conte, riunì le redini, salì sul seggio, e, con grande stupore di tutti gli assistenti che avevano veduto questi cavalli slanciati come da un turbine, fu obbligato ad usare vigorosamente la frusta per farli partire, e anche non potè ottenere dai famosi grigio-pomellati, ora stupidi, petrificati, morti, che un trotto tanto mal sicuro e languido che abbisognò alla sig.ª de Villefort, impiegare quasi due ore per giungere al sobborgo Sant’Onorato ove abitava. Appena giunta in casa, e calmate le prime emozioni di famiglia, ella scrisse subito il seguente biglietto alla sig.ª Danglars.
«Cara Erminia.
«Sono stata miracolosamente salvata in un con mio figlio da quello stesso conte di Monte-Cristo, di cui ieri sera voi mi avete tanto parlato, e che era lungi dal credere che avrei veduto ªoggi. Ieri mi parlaste di lui con un entusiasmo tale ch’io non potei far a meno di scherzarne con tutto il mio piccolo spirito, ma oggi ritrovo questo entusiasmo molto al disotto dell’uomo che lo ispirava. I vostri cavalli avevano presa la mano a Ranelangh come se fossero stati invasi dalla frenesia, e noi probabilmente saremmo andati in pezzi, Edoardo ed io, contro il primo albero della strada, od il primo muro del villaggio, quando un arabo, un moro, uno della Nubia, un uomo nero infine, al servizio del conte, ha, dietro un suo cenno, io credo, fermato lo slancio dei cavalli col rischio di essere egli stesso ucciso, ed è proprio un miracolo che non lo sia stato. Allora il conte è accorso, e ci ha portati in casa sua, ed ha richiamato mio figlio alla vita. Nella sua carrozza fui ricondotta a casa; domani vi sarà rimandata la vostra. Ritroverete i vostri cavalli avviliti dopo questo accidente; sono divenuti come ebeti; si direbbe che non possono perdonare a sè stessi di essersi lasciati vincere da un uomo. Il conte mi ha incaricato di dirvi che due giorni di riposo sulla paglia, e l’orzo per solo nutrimento, si rimetteranno nello stesso stato florido, vale a dire spaventoso, come lo erano ieri.
«Addio! non vi ringrazio della mia passeggiata; e ciò non pertanto, quando vi rifletto, è un’ingratitudine il conservarvi rancore pel capriccio della vostra pariglia, poichè ad esso devo il piacere d’aver veduto il conte di Monte-Cristo, e l’illustre forestiero mi sembra, prescindendo dai milioni di cui può disporre, un problema sì curioso e così importante, che conto di studiarlo ad ogni costo, dovessi ancora rifare un’altra passeggiata al bosco coi vostri proprii cavalli.
«Edoardo ha sopportato l’avventura con un coraggio miracoloso. Egli è svenuto, ma non ha mandato un grido prima, nè versata una lagrima dopo. Direte ancora che il mio amore materno mi acceca, ma vi è un’anima di ferro in quel piccolo corpo così gracile e così delicato.
«La nostra cara Valentina dice molte cose alla vostra cara Eugenia; io vi abbraccio di tutto cuore.
LUIGIA DE VILLEFORT.
— «P. S. Fatemi dunque trovare in casa vostra in qualunque modo col conte di Monte-Cristo, voglio assolutamente rivederlo. Del resto però, ho ottenuto dal sig. de Villefort che gli faccia una visita; spero che gliela restituirà.»
Nella sera, l’avventura d’Auteuil formava l’argomento di tutte le conversazioni; Alberto la raccontava a sua madre, Château-Renaud nel Jockey-Club, Debray nella sala del ministro, Beauchamp stesso fece al conte la galanteria d’inserire nel suo giornale, sotto la rubrica dei Fatti diversi, un racconto di venti lunghe linee, che situò il nobile straniero come un eroe presso tutte le donne dell’aristocrazia.
Molte persone andarono a farsi inscrivere nell’anticamera della sig.ª de Villefort, per avere poi il diritto di rinnovare la loro visita in tempo utile, e di sentire dalla bocca di lei tutti i particolari di questa pittoresca avventura.
In quanto al sig. de Villefort, come lo aveva scritto Luigia, indossò un abito nero, guanti bianchi, e salì nella sua carrozza, che si fermò alla porta n. 30 all’entrata dei Campi-Elisi.
XLVII. — IDEOLOGIA.
Se il conte di Monte-Cristo avesse vissuto da lungo tempo nella società parigina avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la dimostrazione che gli faceva Villefort colla sua visita.
Ben veduto alla corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito o del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario, che liberale o conservatore; riputato abile da tutti, come si reputano generalmente abili tutte le persone che non hanno mai provati sinistri politici; odiato da molti ma caldamente protetto da certuni senza però essere amato da alcuno, il sig. de Villefort teneva un alto posto nella magistratura, e si teneva a questa altezza come un Harlay, o come un Molè. Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia di primo letto dell’età appena di 18 anni, non era però uno di quei saloni severi di Parigi, in cui si osserva il culto delle tradizioni, e la religione dell’etichetta. La fredda cortesia, la fedeltà assoluta ai principii del governo, un disprezzo profondo delle teorie e dei teoretici, un odio grande alla ideologia, tali erano gli elementi della vita interna e pubblica professati dal sig. de Villefort.
Egli non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le sue relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignità e rispetto, lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, che non solo era sempre blandito ma spesso ancora consultato; egli abitava una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la sua carica di procuratore del re, di cui si avvaleva meravigliosamente, e che avrebbe lasciata soltanto per esser fatto deputato, e per cambiare così la neutralità in opposizione.
In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le faceva in sua vece, cosa accettata in questa società, ove si teneva conto delle gravi e numerose occupazioni del magistrato, ciò che in realtà non era che un calcolo d’orgoglio, una quint’essenza d’aristocrazia, l’applicazione infine di quest’assioma: fa mostra di stimarti e sarai stimato, assioma le mille volte più utile nella nostra società di quello dei greci: conosci te da te stesso, sostituito ai nostri giorni dall’arte meno difficile e più vantaggiosa del conoscere gli altri. Pei suoi amici Villefort era un possente protettore; pei suoi nemici un avversario sordo, ma accanito; per gl’indifferenti la statua della legge fatta uomo: aspetto altero, fisonomia impassibile, sguardo fosco ed appannato, o insolentemente penetrante e scrutatore; tal era l’uomo di cui quattro rivoluzioni, abilmente ammassate l’una sull’altra, avevano da prima costruito, poscia cementato il piedistallo.
Il signor de Villefort aveva la riputazione d’essere l’uomo meno curioso e meno allegro della Francia. Egli dava un ballo tutti gli anni, ma non vi compariva che per un quarto d’ora, cioè 45 minuti di meno che non fa il re ai suoi; egli non si vedeva mai nè ai teatri, nè nei luoghi pubblici; qualche volta, ma raramente, faceva una partita di Whist, ma allora avevasi cura di scegliergli giuocatori degni di lui: qualche ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche duchessa primogenita.
Ecco qual era l’uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla porta del conte di Monte-Cristo. Il cameriere annunziò il sig. de Villefort, al momento in cui il conte, chinato sopra una gran tavola, seguiva sur una carta geografica, un itinerario da Pietroburgo alla China.
Il procuratore del re entrò con quello stesso passo grave e misurato, con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso uomo, che noi abbiamo veduto sostituto a Marsiglia. La natura, consentanea ai suoi principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso che aveva dovuto seguire. Di snello egli era divenuto magro, di pallido giallo, gli occhi infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro appoggiati sull’orbita, sembravano ora far parte del viso; eccettuata la cravatta bianca tutto il rimanente del suo vestire era completamente nero; e questo color funebre non era interrotto che dalla striscia della fettuccia rossa che si mostrava impercettibilmente dall’occhiello del suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello. Per quanto Monte-Cristo fosse padrone di sè, esaminò con una visibile curiosità, rendendogli il saluto, il magistrato che, diffidente per abitudine, e poco credulo soprattutto alle maraviglie sociali, era più disposto di vedere nel nobile straniero, chiamato Monte-Cristo, un cavaliere d’industria che tentasse un nuovo teatro, o un malfattore in istato di rottura di bando, di quello che un principe dello stato romano, od un sultano delle Mille ed una notte.
— Signore, disse Villefort, con quel tuono lamentevole che assumono i magistrati nei loro periodi oratori, e di cui non vogliono o non possono disfarsi nella conversazione; signore, il servigio segnalato che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno un dovere di ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e ad esprimervi tutta la mia riconoscenza. — E nel pronunciare queste parole, l’occhio severo del magistrato nulla aveva perduto della sua abituale arroganza. Queste parole che aveva dette, le aveva articolate colla voce da procurator generale, con quella rigidità inflessibile di collo e di spalle, che faceva dire ai suoi adulatori, come noi lo ripetiamo, ch’egli era la statua vivente della legge.
— Signore, disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, io sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua madre, perchè si dice che il sentimento di maternità sia il più possente com’è il più santo di tutti, e questa fortuna che mi sono procurata vi dispensava, signore, dal compiere un dovere di cui la esecuzione certamente m’onora, poichè so che il signor de Villefort non prodiga il favore che mi fa, ma che, per quanto ciò sia prezioso non ostante non vale per me la interna soddisfazione.
Villefort meravigliato di questa uscita cui non si aspettava, fremè come un soldato che sente il colpo che gli viene dato, ad onta dell’armatura di cui è coperto, ed una piega sdegnosa del suo labbro, indicò che da bel principio egli non riteneva il conte di Monte-Cristo per un gentiluomo bene educato. Girò gli occhi intorno a sè, come per riattaccare su qualche cosa la conversazione che era già caduta e che sembrava essersi infranta cadendo. Vide la carta che studiava Monte-Cristo quando egli entrò, e riprese:
— Vi occupate di geografia, signore? Questo è un ricco studio, per voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete già veduti tanti paesi quanti ne sono incisi su quella carta.
— Sì, signore, rispose il conte; io ho voluto fare sulla specie umana presa in massa ciò che voi fate ogni giorno sulle eccezioni, vale a dire uno studio fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe più facile discendere dal tutto al particolare, che dal particolare salire al tutto. È un assioma algebrico che vuole che si proceda dal conosciuto allo sconosciuto e non dallo sconosciuto al conosciuto... Ma sedetevi dunque, io ve ne supplico. — E Monte-Cristo indicò colla mano al procuratore del Re una sedia, che questi dovette inoltrare da sè stesso, nel mentre ch’egli non ebbe che quella di lasciarsi ricadere sulla stessa, su cui era inginocchiato quando entrò il procuratore del Re; in questo modo il conte si ritrovò per metà voltato verso il suo visitatore avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato alla carta geografica che pel momento formava il soggetto della conversazione, la quale prendeva, come era accaduto da Morcerf e da Danglars, una piega del tutto analoga se non alla situazione, almeno al personaggio. — Ah! voi filosofate, riprese Villefort dopo un momento di silenzio, durante il quale, come un atleta che incontra un forte avversario, aveva riunite le sue forze. Ebbene! signore, parola d’onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei un’occupazione men trista.
— È vero, signore, rispose Monte-Cristo, e l’uomo è un laido bruco se si osserva col microscopio solare; ma voi avete detto, che io non ho niente da fare. Vediamo, credereste per caso di aver voi qualche cosa da fare? o, per parlare più chiaramente, signore, credete che ciò che fate possa chiamarsi qualche cosa? — Lo stupore di Villefort raddoppiò a questo secondo colpo così brutalmente vibrato dal suo strano avversario; era gran tempo che il magistrato non si era sentito dire un paradosso di questa forza, o piuttosto, per parlare più rettamente, era la prima volta che lo sentiva.
Il procuratore del re si mise all’opera per rispondere.
— Signore, diss’egli, voi siete straniero, e, lo dite voi stesso, io credo, una parte della vostra vita l’avete passata nei paesi orientali; non sapete dunque come la giustizia umana, speditiva in quelle contrade, ha presso noi un andamento prudente e misurato?
— Sia, signore, sia, è il piede zoppo degli antichi. So tutto questo, perchè è particolarmente della giustizia di tutti i paesi che mi sono occupato, è la procedura criminale di tutte le nazioni che io ho paragonata colla giustizia naturale; e debbo dirlo, signore, è ancora la legge dei popoli primitivi, la legge del taglione che ho ritrovata la più conforme al bisogno e la più speditiva.
— Se questa legge fosse adottata semplificherebbe molto i nostri codici, ed allora pel colpo che ne riceverebbero i nostri magistrati, come dicevate or ora, non avrebbero più gran cosa da fare.
— Ciò accadrà forse nell’avvenire, disse Monte-Cristo; sapete che le invenzioni umane progrediscono dal composto al semplice, e che il semplice è sempre la perfezione.
— Mentre si aspetta questo avvenire però, disse il magistrato, vi sono i nostri codici coi loro articoli contraddittorii tolti dai gallici costumi, dalle leggi romane, e dagli usi franchi; ora la conoscenza di tutte queste leggi, ne converrete, non si acquista che con lunghi lavori ed abbisogna un lungo studio per acquistare tale conoscenza, ed una grande possanza di testa perchè non si abbia a dimenticare, una volta acquistata.
— Io sono del vostro parere, signore, ma tutto ciò che sapete in riguardo a questo codice francese, lo so io pure, ma non solamente riguardo a questo codice, ma a quello di tutte le nazioni: le leggi indiane, turche, giapponesi mi sono tanto famigliari quanto le leggi francesi; aveva dunque ragione di dire che relativamente (perchè tutto è relativo) a tutto ciò che ho fatto io, voi avete fatto ben poco, e che relativamente a quanto ho imparato io, voi avete ben molto da imparare.
— Ma con quale scopo avete voi appreso tutto ciò? riprese Villefort meravigliato.
Monte-Cristo sorrise: — Bene, signore, diss’egli; io vedo che ad onta della reputazione per la quale si ritiene un uomo superiore agli altri, voi vedete ogni cosa sotto il punto di vista materiale e volgare della società, cominciando dall’uomo e terminando all’uomo, cioè sotto il punto di vista più ristretto, più circoscritto che sia stato permesso all’umana intelligenza d’abbracciare.
— Spiegatevi, disse Villefort sempre più maravigliato, non vi capisco... molto bene.
— Dico, signore, che cogli occhi fissi sulla organizzazione sociale delle nazioni, voi non vedete che le molle della macchina, e non conoscete davanti a voi, e intorno a voi che i titolari dei posti, i cui diplomi sono stati firmati dai ministri o dal re, e che gli uomini che Iddio ha messo al di sopra dei titolati, dei ministri, e dei re, dando loro una missione da compiere e non un posto da occupare, io dico, che questi sfuggono alla vostra corta vista. Ciò è proprio dell’umana debolezza, e degli organi deboli ed incompleti. Tobia prendeva l’angiolo che doveva rendergli la vista per un giovine comune; le nazioni prendevano Attila, che doveva annientarle, per un conquistatore come tutti gli altri, e fu d’uopo che entrambi svelassero la loro missione celeste perchè gli uomini la conoscessero. Abbisognò che uno dicesse «io sono l’angelo del Signore» e l’altro «io sono il martello di Dio,» perchè la missione divina d’entrambi fosse rivelata.
— Allora, disse Villefort con istupore sempre crescente, e credendo di parlare ad un pazzo o ad un ispirato, voi vi considerate come uno di questi esseri straordinari che avete nominato.
— E perchè no? disse freddamente Monte-Cristo.
— Perdonatemi, signore, riprese Villefort sbalordito, ma mi scuserete se, presentandomi a voi, non sapeva di presentarmi ad un uomo, il cui sapere ed il cui spirito sorpassavano di tanto il sapere e lo spirito ordinario ed abituale degli uomini. Non è usanza, fra noi infelici corrotti dall’incivilimento, che i gentiluomini possessori come voi di un’immensa fortuna, almeno a ciò che mi si assicura, notate bene che io non interrogo, ma ripeto soltanto ciò che ho inteso, non è usanza fra noi, diceva, che questi privilegiati dalle ricchezze perdano il loro tempo in ispeculazioni sociali, in astrazioni filosofiche, fatte tutt’al più per consolare quelli che la sorte ha diseredati dei beni della terra.
— Eh! signore, riprese il conte, siete voi dunque giunto al posto eminente che occupate senza aver mai fatta, o incontrata qualche eccezione? e non esercitate mai il vostro sguardo, che pure avrebbe bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un sol colpo chi è caduto sotto di questo sguardo? Un magistrato non dovrebb’egli essere, non il migliore applicatore della legge, non il più furbo interprete delle oscurità della cabala, ma uno specchio d’acciaio per provare i cuori, una pietra di paragone per assaggiare l’oro che in ciascun’anima si trova sempre misto a più o meno lega?
— Signore, disse Villefort, voi mi confondete, non ho mai inteso parlare come fate voi.
— Egli è perchè siete sempre rimasto racchiuso fra il cerchio delle condizioni generali, perchè non avete mai osato innalzarvi con un batter d’ali nelle sfere superiori che sono popolate d’esseri invisibili ed eccezionali.
— Ammettete dunque, signore, che vi sieno queste sfere, e che gli esseri eccezionali ed invisibili si mischino a noi?
— E perchè no? vedete voi forse l’aria che respirate, e senza la quale non potreste vivere?
— Allora non vediamo questi esseri di cui parlate?
— Voi li potete vedere ogni qual volta quegli esseri si materializzano; voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, essi vi rispondono. — Ah! disse Villefort sorridendo, vi confesso che vorrei essere avvisato quando uno di questi esseri si ritroverà meco in contatto. — Voi siete stato servito a seconda del vostro desiderio, signore; poichè testè siete stato avvisato, ed ora pure vi avviso.
— Così, voi stesso...
— Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo; sino ad oggi nessun uomo si è ritrovato in una posizione simile alla mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favella. Il mio regno è grande come il mondo, perchè non sono nè italiano, nè francese, nè indiano, nè americano, nè spagnuolo: io sono cosmopolita. Nessuno può dire di avermi veduto nascere, Dio solo sa quale terra mi vedrà morire. Io adotto tutti i costumi, io parlo tutte le lingue; voi mi credete francese, non è vero, perchè parlo il francese colla stessa facilità e purezza di voi? Ebbene! Alì, il mio moro, mi crede Arabo; Bertuccio, il mio intendente, mi crede Romano; Haydée, la mia schiava, mi crede Greco. Dunque capirete, che non essendo di alcun paese, non domandando protezione ad alcun governo, non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non un solo scrupolo che arresta i potenti, non un solo ostacolo che paralizza i deboli, può nè arrestarmi nè paralizzarmi. Non ho che due avversarii, non dirò due vincitori, perchè li sottometto colla persistenza; la distanza ed il tempo. Il terzo, ed è il più terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi nella strada che percorro, e prima che abbia conseguito lo scopo a cui miro; tutto il resto, l’ho calcolato. Ciò che gli uomini chiamano capricci della fortuna, vale a dire la ruina, i cambiamenti, le eventualità, le ho tutte prevedute, e se qualcuna può colpirmi, nessuna può rovesciarmi. A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono, ecco perchè vi dico cose che voi non avete mai intese, neppure dalla bocca dei re, perchè i re hanno bisogno di voi, e gli altri uomini hanno paura di voi. Chi è quegli che non supponga, in una società ordinata tanto ridicolmente quanto la nostra: «forse un giorno posso aver che fare col procuratore del re»?
— Ma voi stesso potete dir questo, perchè, dal momento che abitate la Francia, siete naturalmente sottoposto alle leggi francesi.
— Lo so, signore, rispose Monte-Cristo, ma quando devo andare in un paese, comincio dallo studiare, con mezzi che mi sono particolari, tutti gli uomini dai quali posso avere qualche cosa da sperare o da temere, e giungo a conoscerli molto bene, forse meglio ancora di quello che non si conoscono da sè stessi. Ciò porta ad un resultato, che, il procuratore del re, qualunque egli fosse, con cui avessi da fare sarebbe certissimamente più impacciato di me.
— Ciò vuol dire, riprese con esitanza Villefort, che la natura umana è debole, ed ogni uomo, secondo voi, ha commesso qualche... sbaglio. — Sbaglio... o delitto, rispose negligentemente Monte-Cristo. — E che voi solo fra gli uomini, che non riconosceste per fratelli, come avete detto voi stesso, riprese Villefort con voce leggermente alterata, e che voi solo siete perfetto.
— Non perfetto, rispose il conte, impenetrabile, ecco tutto. Ma tronchiamo quest’argomento, signore; se la conversazione vi dispiace, molto più che voi non vi trovate maggiormente minacciato dalla mia doppia vista, di quello che io lo sia dalla vostra giustizia.
— No! signore, disse vivamente Villefort, che senza dubbio temeva comparisse aver abbandonato il terreno; no! colla vostra brillante e quasi sublime conversazione mi avete innalzato al di sopra dei livelli ordinarii; noi non parliamo più, dissertiamo. Ora, voi sapete come i professori in cattedra, ed i filosofi nelle loro dispute, si dicono qualche volta delle crudeli verità. Fingiamo adunque di fare una disputa sociale e filosofica, vi dirò dunque, per quanto vi sembri duro: «Caro fratello voi sacrificate all’orgoglio; voi siete al di sopra degli altri, ma al di sopra di voi sta Dio!»
— Al di sopra di tutti, signore, rispose Monte-Cristo con un accento così profondo che Villefort ne fremette involontariamente. Ho il mio orgoglio per gli uomini, serpenti sempre pronti a drizzarsi contro colui che li sorpassa di fronte, senza schiacciarli col piede; ma lo depongo davanti a Dio, che mi ha tolto dal niente per farmi quel che sono.
— Allora, sig. conte, vi ammiro, disse Villefort che per la prima volta, in questo strano dialogo, impiegava questa formula aristocratica collo straniero, che fino allora aveva soltanto chiamato signore. Sì, ve lo dico, se siete realmente forte, superiore, sano o impenetrabile, ciò che torna la stessa cosa, siate superbo, questa è la legge della dominazione. Ma voi pertanto avrete una qualche ambizione?
— Ne ho avuta una, signore.
— E quale?
— Ho ambito di essere fatto strumento della Provvidenza.
Villefort guardò Monte-Cristo con somma meraviglia.
— Signor conte, diss’egli, non avete voi parenti?
— No, signore, son solo in questo mondo.
— Tanto peggio!
— Perchè? domandò Monte-Cristo. — Perchè avreste potuto vedere uno spettacolo atto ad infrangere il vostro orgoglio. Non temete che la morte, diceste?
— Non dico di temerla; dico ch’ella sola può arrestarmi.
— E la vecchiaia?
— La mia missione sarà compita prima che sia vecchio.
— E la pazzia?
— Poco ha mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l’assioma, non due volte nello stesso, non bis in idem: è un assioma criminale, e perciò della vostra sfera.
— Signore, vi è ancora un’altra cosa da temersi oltre la morte, la vecchiaia, o la pazzia; vi è, per esempio, l’apoplessia, questo colpo di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il quale però tutto è finito; siete sempre voi, e ciò non ostante non siete più voi. Venite, se vi piace, a continuare questa conversazione, venite in casa mia, sig. conte, un giorno che abbiate volontà d’incontrarvi in un avversario capace di comprendervi ed avido di confutarvi, e vi mostrerò mio padre, il sig. Noirtier de Villefort, uno dei più focosi giacobini della rivoluzione francese, vale a dire la più brillante audacia messa al servizio della più vigorosa organizzazione; un uomo che, come voi, non aveva forse veduto tutti i regni della terra, ma aveva aiutato a rovesciarne uno dei più forti; un uomo finalmente che, come voi, pretendeva di essere un inviato da Dio, dall’Essere supremo, dalla Provvidenza. Ebbene! signore, la rottura di un vaso sanguigno in un lobo del cervello ha rovinato tutto questo; non in un giorno, non in un’ora, ma in un secondo. Il giorno prima il sig. Noirtier, antico giacobino, antico senatore, antico carbonaro, rideva della ghigliottina, rideva del cannone, rideva del pugnale; il sig. Noirtier che giuocava colle rivoluzioni, egli per cui la Francia non era che una vasta scacchiera della quale pedine, torri, cavalli e regina dovevano sacrificarsi perchè il re ricevesse scacco-matto, il sig. Noirtier tanto temuto e temibile, era il giorno dopo quel povero Noirtier, vecchio immobile, abbandonato alla volontà dell’essere più debole della casa, vale a dire della sua nipote Valentina; infine un cadavere muto ed agghiacciato, che vive senza gioie, e spero, senza soffrire.
— Ahimè! signore, questo spettacolo non è nuovo nè ai miei occhi, nè al mio pensiero, disse Monte-Cristo; sono alcun poco medico, e qui rammenterò che la Provvidenza si appalesa nei fatti che ci cadono sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate, dopo Seneca, hanno fatto in prosa ed in versi il ravvicinamento che avete fatto voi; ciò non pertanto capisco che le sofferenze di un padre possono operare grandi cangiamenti nello spirito del figlio; verrò, signore, poichè mi v’impegnate, verrò a contemplare, a profitto della mia umiltà, questo tristo spettacolo, che deve molto contristare la vostra casa.
— Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un largo compenso. In faccia del vecchio che discende trascinandosi nella tomba, sorgono due figli che entrano nella vita; Valentina figlia della mia prima moglie Renata di Saint-Méran, ed Edoardo, quel fanciullo cui avete salvata la vita.
— E che concludete da questo confronto, signore?
— Concludo, rispose Villefort, che mio padre, travolto dalle passioni, ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono all’umana giustizia, ma che si attirano la giustizia di Dio!.... e che Dio non volendo punire che un solo, non ha percosso che lui solo.
Monte-Cristo col sorriso sulle labbra, mandò nel profondo del cuore un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse inteso. — Addio, signore, riprese il magistrato che si era alzato da qualche tempo e parlava in piedi; io parto portando meco una memoria di voi piena di stima e che, spero, vi potrà essere più aggradita quando mi conoscerete meglio; poichè non sono un uomo leggero quanto può credersi. D’altra parte vi siete formato della sig.ª de Villefort un’amica eterna. — Il conte salutò, e si contentò di accompagnare Villefort soltanto fino alla porta del gabinetto, questi raggiunse la carrozza, preceduto da due lacchè, che, dietro un segno del loro padrone, si affrettarono di fargli aprire. Indi quando il procuratore del re fu disparso: — Andiamo, disse Monte-Cristo, cavando a stento un sospiro dal petto oppresso; andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo veleno, ora che il cuore ne è pieno, andiamo a cercarne l’antidoto! — E battè un colpo sul campanello sonoro. — Salgo dalla signora, diss’egli ad Alì, che fra mezz’ora la carrozza sia pronta!
XLVIII. — HAYDÉE.
Si ricorderanno i nostri lettori quali erano le recenti, o per meglio dire le antiche conoscenze del conte di Monte-Cristo, che abitavano in via Meslay: Massimiliano, Giulia, ed Emmanuele. La speranza di questa buona visita che voleva fare, quei pochi momenti che avrebbe passati, da questa luce di paradiso sdrucciolando nell’inferno in che si era volontariamente posto, avevano sparsa la più graziosa serenità sul viso del conte, dal momento che Villefort era partito, e che Alì, il quale era accorso al noto tocco, erasi ritirato sulla punta dei piedi. Era mezzo giorno, il conte si era riserbata un’ora per salire da Haydée.
La giovane greca era, come abbiamo detto, in un appartamento interamente separato da quello del conte, per intero ammobiliato all’uso orientale; vale a dire i pavimenti coperti di fitti tappeti di Turchia, stoffe di broccato cadevano lungo i muri, ed in ciascuna camera un largo divano girava intorno con pile di cuscini che si spostavano a volontà di quelli che se ne servivano. Haydée aveva tre donne francesi ed una greca. Le tre francesi stavano nella prima camera, pronte ad accorrere al suono di un piccolo campanello d’oro, e ad obbedire agli ordini della schiava greca, la quale sapeva abbastanza il francese per trasmettere la volontà della sua padrona alle tre cameriere, cui Monte-Cristo aveva raccomandato di avere per Haydée i riguardi che si sarebbero potuti avere per una regina. Ella era nella camera più remota del suo appartamento, cioè in una specie di gabinetto rotondo, che prendeva lume soltanto dall’alto, e la luce passava per cristalli colorati in rosa: seduta per terra sopra cuscini di seta blu broccata in argento, circondando la testa col braccio destro mollemente rotondeggiante, mentre che il sinistro teneva fisso alle labbra il tubo di corallo al quale era incassata la canna flessibile di una pipa turca, che non lasciava giungere alla bocca il vapore, se non dopo di essere stato profumato dall’acqua di benzoino a traverso la quale la sua dolce inspirazione lo sforzava di passare. Quanto al vestito era quello delle donne dell’Epiro, cioè, calzoni di seta bianca ricamati a fiori di rose, che lasciavano scoperti due piedi da fanciullo che si sarebber creduti di marmo di Paros, se non si fossero veduti agitare due piccoli zandali colla punta ricurva, orlati d’oro e di perle; una veste a lunghe righe blu e bianche, con larghe maniche aperte per le braccia con ricami d’argento, e bottoni di perle; finalmente una specie di corsaletto che si allacciava al di sotto del seno con tre bottoni di diamanti. Quanto alla parte inferiore del corsaletto, e superiore dei calzoni, essa era perduta in una di quelle cinture, a vivi colori e a larghe frange, che in oggi formano l’ambizione delle nostre eleganti parigine. La testa era acconciata con una piccola calotta d’oro, orlata di perle, inclinata sopra un lato, e al disotto della callotta, dalla parte su cui era inclinata, una bella rosa naturale color porpora, spiccava intrecciata a capelli così neri che sembravano blu.
In quanto alla bellezza del viso, era la bella greca in tutta la purezza del suo tipo, coi grandi occhi neri vellutati, la fronte di marmo, il naso dritto, le labbra di corallo, e i denti di perle. E su questo grazioso insieme, il fiore della gioventù era sparso con tutto il suo splendore e profumo.
Haydée poteva avere 19, o 20 anni.
Monte-Cristo chiamò la sua schiava greca, e fece domandare ad Haydée il permesso di entrare da lei. Per sola risposta, Haydée fece segno alla schiava di rimuovere la portiera. Monte-Cristo s’avanzò. Ella si sollevò sul gomito del braccio che teneva la pipa, e stendendo al conte la mano, lo accolse con un sorriso. — Perchè, diss’ella nella lingua sonora delle figlie di Sparta e d’Atene, perchè mi fai tu domandare il permesso d’entrare da me? Non sei più il mio padrone? non son più la tua schiava?
Monte-Cristo sorrise a sua volta: — Haydée, non sapete?...
— Perchè non mi dici tu, come d’ordinario? interruppe la giovane greca; ho dunque commesso qualche mancanza? in questo caso bisogna punirmi, ma non dirmi voi.
— Haydée, disse il conte, tu sai che siamo in Francia, e per conseguenza che sei libera?
— Libera di far che? domandò la giovane.
— Libera di lasciarmi. — Di lasciarti!... e perchè dovrei lasciarti? — Che so io?... vedremo gente...
— Non voglio vedere nessuno. — E se in mezzo ai bei giovani che incontrerai, qualcuno ti piacesse, non sarò tanto ingiusto... — Non ho veduto altri, che mio padre e te.
— Povera fanciulla, disse Monte-Cristo; ti ricordi di tuo padre, Haydée? — La giovane sorrise: — Egli è qua, è qua, diss’ella mettendo la mano sul cuore e sugli occhi.
— Ora, Haydée, tu sai che sei libera, che sei padrona, regina; puoi conservare il tuo costume, o lasciarlo a tuo capriccio; resterai qui quanto vuoi restarvi, uscirai quando il vuoi; vi sarà sempre una carrozza attaccata per te; Alì e Myrtho t’accompagneranno ovunque, e saranno ai tuoi ordini. Soltanto di una sola cosa ti prego; conserva il segreto della tua nascita, non dire una parola del tuo passato; non pronunziare in alcuna occasione il nome dell’illustre tuo padre, nè quello della tua povera madre.
— Te l’ho già detto, non voglio vedere nessuno.
— Ascolta, Haydée, questa reclusione del tutto orientale forse sarà impossibile a Parigi; continua ad apprendere il genere di vita dei nostri paesi del Nord, come lo hai fatto a Roma, a Firenze, a Milano, e a Madrid; ciò ti servirà sempre, tanto se continui a vivere qui, come se ritorni in Oriente. — La giovane alzò gli occhi sul conte, e rispose:
— E che ritorniam forse in Oriente, n’è vero, mio signore?
— Sì, disse Monte-Cristo. Ma credi tu che ti abituerai qui? — Ebbene! che mi domandi, signore? — Temo che tu non ti annoi.
— No, signore, perchè quando sono sola ho grandi ricordi, rivedo immensi quadri, mi si presentano grandi orizzonti col Pindo e coll’Olimpo in lontananza. Poi ho nel cuore tre sentimenti coi quali uno non si annoia mai: la malinconia, l’amore, e la riconoscenza.
— Sei una degna figlia dell’Epiro; Haydée, graziosa e poetica, si vede che discendi da quella famiglia di dee che è nata nel tuo paese. Sii dunque tranquilla.
Il conte disposto in tal modo alla visita che voleva fare a Morrel ed alla sua famiglia, partì mormorando alcuni versi di Pindaro.
Secondo i suoi ordini, la carrozza era preparata, vi salì, e questa come sempre, partì al galoppo.
IL. — LA FAMIGLIA MORREL.
In pochi minuti la carrozza giunse strada Meslay n.º 7.
La casa era bianca, ridente, e preceduta da un cortile con due praticelli guerniti di belli fiori.
Nel portinaro che gli aprì la porta, il conte riconobbe il vecchio Coclite, ma come ognuno ricorderà, questi non aveva che un occhio, ed in nove anni quest’occhio era ancora considerevolmente indebolito. Coclite non riconobbe il conte. La carrozza, per fermarsi davanti l’entrata, doveva voltare onde evitare un piccolo getto d’acqua che cadeva in un bacino di rocce; magnificenza che aveva eccitata la gelosia del quartiere, e che era causa che questa casa venisse chiamata la piccola Versailles. È superfluo il dire che nel bacino guizzavano in quantità pesci gialli e rossi.
La casa eretta sopra le cucine e le cantine, aveva, oltre il piano terreno, due piani e le soffitte. I giovani l’avevano acquistata colle dipendenze, che consistevano in un laboratorio, in due padiglioni nel fondo del giardino, e nel giardino stesso. Emmanuele aveva veduto, a primo colpo d’occhio, che in questa disposizione di locali v’era una piccola speculazione da farsi: si era riservata la casa, la metà del giardino, e aveva tirata una linea, cioè, fabbricato un piccolo muro fra lui ed il laboratorio, che aveva dato in fitto in un coi padiglioni e la porzione rimasta di giardino; di modo che si trovava alloggiato per una somma molto modica, e tanto ben chiuso, quanto il più scrupoloso proprietario di una casa del sobborgo San-Germano. La sala da pranzo era di quercia, il salotto di mogano e di velluto blu, la camera da dormire di cedro e di damasco verde; vi era inoltre un gabinetto di studio per Emmanuele che nulla studiava, ed un salotto per musica per Giulia che non n’era dilettante. Il secondo piano per intero era dedicato a Massimiliano; egli aveva in quello una ripetizione esatta dell’appartamento della sorella, meno che la sala da pranzo convertita in sala di bigliardo, ove conduceva i suoi amici.
Sorvegliava da sè stesso il suo cavallo, e fumava il sigaro all’ingresso del giardino, quando la carrozza del conte si fermò alla porta.
Coclite aprì la porta, come abbiamo detto, e Battistino si slanciò dal sedile, chiedendo se il sig. e la sig.ª Herbault ed il sig. Massimiliano Morrel erano visibili pel conte di Monte-Cristo.
— Pel conte di Monte-Cristo! gridò Morrel gettando il sigaro, e slanciandosi avanti al visitatore; lo credo bene che siamo visibili per lui, ah! grazie, cento volte grazie, sig. conte, di non avere dimenticata la vostra premessa. — Ed il giovine officiale strinse così cordialmente la mano del conte, che questi non potè ingannarsi sulla franchezza della manifestazione, e vide bene ch’era stato aspettato con impazienza e ricevuto con premura. — Venite, venite, disse Massimiliano, voglio servirvi d’introduttore; un uomo come voi siete, non deve essere annunziato da un domestico, mia sorella è in giardino a strappar le rose appassite; mio cognato legge i suoi giornali favoriti, la Presse ed il Débats a sei passi da lei lontano, perchè ovunque si ritrova la signora Herbault, si ritrova Emmanuele, e vice versa.
Il rumore dei passi fe’ alzare la testa ad una giovane donna di 20 a 25 anni, abbigliata con una veste da camera di seta, e che sfogliava con una cura particolare un magnifico rosaio. Questa donna era la nostra piccola Giulia, divenuta, come le era stato predetto dal mandatario della casa Thomson e French, la moglie di Emmanuele Herbault. Vedendo uno straniero mandò un piccolo grido. Massimiliano si mise a ridere: — Non ti scomodare, sorella mia, diss’egli, il sig. conte è a Parigi da soli due o tre giorni, ma sa già che cosa è una censuaria del Marais, e se non lo sa tu glielo insegnerai.
— Ah! signore, condurvi così, disse Giulia, è un tradimento di mio fratello che non ha per sua sorella la più piccola galanteria... Penelon!... Penelon!...
Un vecchio che zappava intorno ad un rosaio bianco del Bengala, piantò la zappa in terra e si avvicinò, col berretto in mano, dissimulando il meglio che poteva l’avanzo di sigaro che stava masticando, e che nascondeva nel fondo della guancia. Qualche capello bianco inargentava la sua fitta capellatura, nel mentre che il color bronzino e l’occhio ardito e vivo annunciavano un vecchio marinaro, imbrunito sotto il sole dell’equatore, e disseccato al soffio delle tempeste: — Mi pare che mi abbiate chiamato, madamigella Giulia, diss’egli, eccomi. — Penelon aveva conservato l’abitudine di chiamare la figlia del suo padrone madamigella Giulia, e non aveva mai potuto prendere quella di chiamarla sig.ª Herbault. — Penelon, disse Giulia, andate a prevenire Emmanuele della buona visita che abbiamo, mentre che Massimiliano condurrà il signore nel salotto. — Indi volgendosi a Monte-Cristo: — Il signore mi permetterà di fuggire un minuto, n’è vero? diss’ella. — E senza aspettare il consenso del conte, si slanciò dietro un gruppo d’alberi, e rientrò in casa per un viale laterale. — E che! mio caro Morrel, disse Monte-Cristo, m’avveggo bene con dispiacere ch’io faccio rivoluzione nella vostra famiglia.
— Guardate, guardate, disse Massimiliano ridendo, vedete laggiù il marito, che, da sua parte, va a cambiare la veste da camera in un abito? Oh! è perchè voi siete conosciuto nella strada Meslay, voi eravate annunziato, vi prego di crederlo.
— Mi sembra che abbiate qui una felice famiglia, disse il conte rispondendo al suo pensiero.
— Oh! sì, ve ne garantisco, sig. conte; che volete? nulla manca loro per essere felici, sono giovani, sono allegri, si amano, e, colle loro 25 mila lire di rendita, si figurano possedere le ricchezze di Rothschild.
— È poco però 25 mila lire di rendita, disse Monte-Cristo con una dolcezza così soave che penetrò il cuore di Massimiliano, come avrebbe potuto farlo la voce di un tenero padre; ma non si fermeranno lì i nostri giovani, diverrano a loro volta milionari. Il vostro cognato è avvocato... medico?
— Era negoziante, sig. conte, ed aveva presa la ditta del mio padre. Il sig. Morrel è morto lasciando 500 mila fr. di fondi; io ne aveva una metà, e mia sorella l’altra, perchè non eravamo che due figli. Suo marito, che l’aveva sposata senza avere altro patrimonio che la sua nobile probità, la sua intelligenza di prim’ordine, e la sua riputazione senza macchia, ha voluto possedere egual somma che sua moglie. Egli lavorò fin ch’ebbe accumulati 250 mila fr.; sei anni bastarono. Era, ve lo giuro sig. conte, un commovente spettacolo il vedere questi due giovani sì laboriosi, sì uniti, destinati per la loro capacità alla più gran fortuna, e che, non avendo voluto fare alcun cambiamento nelle abitudini della casa paterna, hanno messo sei anni per accumulare ciò, che dei novatori avrebbero potuto fare in due o tre; così, Marsiglia risuona tuttora delle lodi che non ha potuto rifiutare a tanta abnegazione. Finalmente un giorno Emmanuele venne a ritrovare sua moglie che compiva di pagare le scadenze:
«— Giulia, le diss’egli, ecco l’ultimo rollo di 100 fr. riscosso da Coclite, e che compie i 250 mila fr. che abbiamo fissato come limite del nostro guadagno. Sarai tu soddisfatta di questo poco di cui d’ora innanzi bisognerà che ci contentiamo? Ascolta, la casa ogni anno fa affari per un milione di fr., e può produrre un utile di 40mila fr.; venderemo, se vogliamo, la clientela in un’ora per 300 mila fr. perchè ecco qui una lettera del sig. Delaunay che ce li offre in cambio dei nostri fondi, ch’egli vuole riunire ai suoi. Pensa a ciò che credi che si debba fare. — Amico mio, disse mia sorella, la ditta Morrel non può essere portata che da un Morrel. Salvare per sempre il nome di nostro padre da qualunque evento della fortuna, non vale più dei 300 mila fr.? — Lo pensava anche io, disse Emmanuele; pure ho voluto sentire il tuo parere. — Ebbene, amico mio, eccolo. Tutti i nostri incassi sono fatti, tutte le nostre obbligazioni pagate; possiamo tirare un rigo al disotto dei conti di questa quindicina, e chiudere il banco; facciamolo.
«Il che fu fatto nello stesso momento. Erano le tre; alle tre e un quarto un cliente si presentò per fare assicurare il tragitto di due bastimenti; era un guadagno sicuro di 15 mila fr. in contanti:
«— Signore, gli disse Emmanuele, abbiate la bontà di volgervi per queste assicurazioni a qualcun altro dei nostri confratelli, per esempio al sig. Delaunay, in quanto a noi, abbiamo lasciati gli affari.
«— E da quanto tempo? domandò il cliente meravigliato.
«— Da un quarto d’ora.
— Ed ecco, o signore, continuò sorridendo Massimiliano, in qual modo mia sorella e mio cognato non hanno che 25 mila lire di rendita.
Massimiliano terminava appena questa narrazione, durante la quale il cuore del conte erasi sempre più dilatato, allorchè Emmanuele ricomparve restaurato di un abito e di un cappello. Egli salutò in modo da far conoscere che sapeva la visita, quindi, dopo aver fatto fare al conte il giro del piccolo recinto fiorito, lo condusse verso la casa. Il salotto era già imbalsamato dai fiori che stavano con gran stento contenuti in un immenso vaso del Giappone a maniche naturali. Giulia convenientemente vestita, ed elegantemente pettinata (aveva esauste tutte le sue forze in dieci minuti!), si presentò sull’ingresso per ricevere il conte. Si sentivano cinguettare gli uccelli di una vicina uccelliera; i rami di falso ebano, e dell’acacia rosea venivano coi loro grappoli di fiori ad ornare i panneggiamenti di velluto blu. Tutto respirava calma in questo grazioso piccolo ritiro; dal canto degli uccelli fino al sorriso dei padroni. Il conte, fin dal suo entrare nella casa, si era di già impregnato di questa felicità; perciò restava muto e astratto, dimenticando di esser guardato ed atteso per riprendere la conversazione interrotta dopo i primi complimenti. Egli s’accorse del suo silenzio che diveniva quasi inconveniente, e strappandosi con isforzo dalla sua astrazione: — Signora, diss’egli finalmente, perdonatemi, una emozione che deve maravigliare voi, assuefatta a questa pace ed a questa felicità; ma per me è cosa tanto nuova la soddisfazione sul viso umano, che non mi stanco di contemplare voi e vostro marito.
— Siamo di fatto molto felici, signore, replicò Giulia; ma abbiamo sofferto tanto lungamente, che ben poche persone hanno conquistata la loro felicità ad un sì caro prezzo.
La curiosità si dipinse sui lineamenti del conte.
— Oh! questa è una storia di famiglia, come vi diceva l’altro giorno Château-Renaud, riprese Massimiliano; per voi, sig. conte, assuefatto a vedere illustri infortunii, e splendide gioie, vi sarebbe poco interessamento in questo quadro familiare. Tuttavolta abbiamo, come diceva Giulia, sofferti vivi dolori, quantunque circoscritti in questo piccolo quadro.
— E Dio versò su voi, come versa su tutti, la consolazione sulle disgrazie? domandò Monte-Cristo.
— Sì, sig. conte, lo possiamo dire, perchè ha fatto per noi, ciò che potrebbe fare pei suoi eletti; ci ha inviato uno dei suoi angeli. — Le guance del conte divennero rosse, ed ei tossì per avere un mezzo di dissimulare la sua emozione, portando alla bocca il fazzoletto. — Coloro che nacquero in una culla di porpora e che non hanno mai desiderato cosa alcuna, disse Emmanuele, non sanno ciò che sia il bene della vita; nello stesso modo che non conoscono il valore di un cielo puro e sereno coloro che non hanno mai messa la loro vita in balia di quattro assi gettati sopra un mare in furore.
Monte-Cristo si alzò, e senza risponder nulla, poichè al tremolio della sua voce avrebbero forse riconosciuta l’emozione da cui egli era agitato, si mise a percorrere il salotto passo passo.
— La nostra magnificenza vi farà sorridere? disse Massimiliano che seguiva cogli occhi Monte-Cristo.
— No, no, rispose Monte-Cristo molto pallido, e comprimendosi con una mano i battiti del cuore, nel mentre coll’altra mostrava al giovine una campana di cristallo, sotto la quale una borsa di seta stava preziosamente stesa sopra un cuscino di velluto nero; domando soltanto a che serve questa borsa che da una parte mi sembra che contenga una carta, e dall’altra un bel diamante.
Massimiliano assumendo un’aria grave rispose:
— Questo, sig. conte, è il più prezioso dei nostri tesori di famiglia.
— In fatti questo diamante è molto bello, replicò il conte.
— Oh! mio fratello non vi parla già del prezzo della pietra quantunque sia stimata 100 mila fr. egli vuole solamente dirvi che gli oggetti che racchiude questa borsa son le reliquie di quell’angelo di cui vi parlavamo or’ora.
— Ecco ciò che non saprei capire, e che ciò non ostante non debbo domandare, signora, replicò Monte-Cristo inchinandosi; perdonatemi, io non voleva essere indiscreto.
— Indiscreto, dite voi? Oh! quanto al contrario ci rendete contenti, sig. conte, offrendoci un’occasione di trattenerci su questo argomento! se noi nascondessimo come un segreto la bell’azione che ci ricorda questa borsa, non la terremmo così esposta alla vista di tutti. Oh! vorressimo poterla pubblicare in tutto l’universo, perchè un fremito del nostro sconosciuto benefattore ci svelasse la sua presenza.
— Davvero? fece Monte-Cristo con voce soffocata.
— Signore, disse Massimiliano sollevando la campana di cristallo e baciando divotamente la borsa di seta, questa ha toccato la mano di un uomo pel quale mio padre è stato salvato dalla morte, dalla rovina, e dall’infamia; di un uomo mercè il quale, noi poveri ragazzi, destinati alla miseria ed alle lagrime, possiamo sentire oggi le persone esaltarsi per la nostra felicità. Questa lettera (e Massimiliano cavò il biglietto dalla borsa e lo presentò al conte) questa lettera fu scritta da lui, un giorno in cui mio padre aveva presa una risoluzione molto disperata, e questo diamante fu dato in dote a mia sorella da questo generoso sconosciuto.
Monte-Cristo aprì la lettera e la lesse con un’indefinibile espressione di felicità; era il biglietto che i nostri lettori conoscono, diretto a Giulia, e firmato Sindbad il marinaro.
— Sconosciuto, diceste? per tal modo l’uomo che vi ha reso questo servigio vi è rimasto ignoto?
— Sì, signore, non abbiamo mai avuta la fortuna di stringergli la mano! non fu però per nostra mancanza di non aver chiesto a Dio questa grazia, riprese Massimiliano; ma in tutto questo affare vi fu una così misteriosa direzione che non siamo ancora giunti a comprender niente: il tutto fu guidato da una mano invisibile, potente come quella di un mago.
— Oh! disse Giulia, non ho ancora perduta del tutto la speranza di poter un giorno giungere a baciare quella mano, come ora bacio questa borsa che fu da essa toccata. Sono quattr’anni, Penelon era a Trieste: Penelon, sig. conte, è quel bravo marinaro che avete veduto colla zappa alla mano, e che da secondo-mastro è diventato giardiniere, Penelon era dunque a Trieste, vide sullo scalo un inglese che stava per imbarcarsi sopra un yacht, e riconobbe in lui quello che venne da mio padre il 5 giugno 1829, e che mi scrisse questo biglietto il 5 settembre. Era bene lo stesso, a quanto egli assicura; ma non osò di parlargli.
— Un inglese! fece Monte-Cristo astratto, e che si trovava impacciato ad ogni sguardo di Giulia.
— Sì, riprese Massimiliano, un inglese che si presentò da noi come mandatario della casa Thomson e French di Roma. Ecco perchè allorquando l’altro giorno diceste da Morcerf che Thomson e French erano i vostri banchieri, mi avete veduto esultare. In nome del cielo, signore, quanto vi abbiamo detto accadde nel 1829; avete conosciuto questo inglese?
— Ma non mi avete detto pure che la casa Thomson e French ha costantemente negato di avervi reso questo servigio? — Sì.
— Allora, quest’inglese non potrebbe essere un uomo che riconoscente verso vostro padre di qualche buona azione che forse aveva anch’egli dimenticata, avesse preso questo pretesto per rendergli un servizio?
— Tutto è supponibile in simile congiuntura, anche un miracolo.
— Come si chiamava? domandò Monte-Cristo.
— Non ha lasciato altro nome, rispose Giulia guardando il conte con una profonda attenzione, che quello che ha firmato in calce a questo biglietto: Sindbad il marinaro.
— Evidentemente questo non è un nome ma un soprannome. Quindi, poichè Giulia lo guardava più attentamente ancora, e sembrava cogliere a volo qualche rassomiglianza alle note della sua voce. — Vediamo continuò egli, non è un uomo della mia persona, forse è un poco più grande, un poco più magro, imprigionato in un’alta cravatta, abbandonato in un abito stretto, e sempre con la matita alla mano. — Oh! ma dunque lo conoscete? gridò Giulia cogli occhi scintillanti di gioia. — No, disse Monte-Cristo. Ho conosciuto un lord Wilmore che spargeva in tal modo tratti di generosità. — Senza farsi conoscere? — Era un uomo bizzarro che non credeva alla riconoscenza. — Oh! mio Dio! gridò Giulia con un sublime accento e giungendo le mani, e a che cosa credeva dunque il disgraziato?
— Egli non vi credeva, almeno al tempo in cui l’ho conosciuto, disse Monte-Cristo, al quale questa voce dal fondo dell’anima aveva agitato fin l’ultima fibra, ma da quel tempo forse avrà avuto qualche prova che la riconoscenza esiste.
— E voi conoscete quest’uomo? chiese Emmanuele.
— Oh! se lo conoscete, gridò Giulia, dite, dite, potete guidarci a lui, mostrarcelo, dirci dov’è? Dite dunque, Massimiliano, dite dunque, Emmanuele, se lo ritrovassimo bisognerebbe bene che egli credesse alla memoria del cuore.
Monte-Cristo sentì due lagrime cadergli dagli occhi, fece ancora qualche passo nel salotto.
— In nome del cielo, signore, disse Massimiliano, se sapete qualche cosa di quest’uomo, diteci ciò che sapete.
— Ahimè! disse Monte-Cristo comprimendo l’emozione della sua voce, se il vostro benefattore, è lord Wilmore, temo che non lo ritroverete mai. Io l’ho lasciato due o tre anni fa a Palermo; ed egli partiva per paesi tanto favolosi, che dubito che non ritorni più.
— Ah! signore, siete crudele, gridò Giulia con spavento. E le lagrime discesero dagli occhi della giovine sposa.
— Signora, disse con gravità Monte-Cristo divorando collo sguardo le due perle liquide che scorrevano sulla guancia di Giulia, se lord Wilmore avesse veduto ciò che vedo io qui, egli amerebbe ancora la vita, perchè le lagrime che voi versate lo rappacificherebbero col genere umano. — E stese la mano a Giulia che gli presentò la sua, trascinata com’era dallo sguardo e dall’accento del conte.
— Ma questo lord Wilmore, diss’ella, riattaccandosi ad un’ultima speranza, aveva un paese, una famiglia, dei parenti, infine era conosciuto? e non potressimo?...
— Oh! non cercate niente, signora, disse il conte, non fabbricate dolci chimere sopra queste parole che io mi sono lasciato sfuggire. No, lord Wilmore probabilmente non è l’uomo che cercate, egli era mio amico, conosceva tutti i suoi segreti, e non mi ha raccontato mai niente di tutto ciò.
— Non vi ha mai detto niente di tutto ciò? gridò Giulia.
— Niente.
— Mai una parola che avesse potuto farvi supporre?
— Giammai. — Ciò non ostante lo avete nominato subito. — Ah! sapete... in simili casi, si suppone.
— Ah! sorella mia, sorella mia, disse Massimiliano venendo in soccorso al conte, il signore ha ragione. Ricordati ciò che ci diceva spesso il nostro buon padre: Non è un inglese che ci ha procurata questa fortuna.
Monte-Cristo rabbrividì: — Vostro padre diceva, sig. Morrel?... riprese vivamente il conte.
— Mio padre, signore, vedeva in quest’azione un miracolo. Mio padre credeva ad un benefattore uscito per noi dalla tomba. Oh! qual commovente superstizione, signore, era questa; e, mentre io stesso non vi credeva, era ben lontano dal voler distruggere questa credenza nel suo nobile cuore! Così, quante mai volte vi pensava egli, pronunciando a bassa voce un nome, un nome di un amico molto caro, un nome di un amico perduto! E quando fu vicino a morte, quando l’approssimarsi dell’eternità ebbe dato al suo spirito qualche cosa della chiaroveggenza della tomba, questo pensiero, che fino allora non era che un dubbio, divenne una convinzione: e le ultime parole che pronunziò morendo furono queste: «Massimiliano, egli era Edmondo Dantès!».
Il pallore del conte, che da qualche minuto andava crescendo, divenne spaventoso a queste parole. Tutto il sangue venne ad affluirgli al cuore, egli non poteva parlare, cavò l’orologio come se avesse dimenticata l’ora, prese il cappello, e fece alla signora Herbault un complimento momentaneo ed impacciato, e stringendo la mano ad Emmanuele e Massimiliano: — Signora, diss’egli: permettetemi di venire qualche volta a presentarvi i miei doveri. Io amo la vostra casa, e vi sono riconoscente della vostra accoglienza; è la prima volta da molt’anni che è passato il tempo senza accorgermene. — Ed uscì a passi precipitati.
— Che uomo singolare è questo conte, disse Emmanuele.
— Sì, disse Massimiliano, ma sono sicuro che ha un cuore eccellente, e certamente amante.
— Ed a me, disse Giulia, la sua voce ha toccato il cuore, e due o tre volte mi è sembrato che non fosse la prima volta che la sentiva.
L. — PIRAMO E TISBE.
A due terzi del sobborgo Sant’Onorato, dietro una bella casa fra le notevoli abitazioni di questo quartiere si estende un vasto giardino di cui i marroni fronzuti sorpassano le enormi muraglie, alte come bastioni, e che lasciano al giunger della primavera cadere i loro fiori color bianco e rosa in due vasi di pietra scannellata, posti parallelamente sopra due pilastri quadrangolari, nei quali era incassato un cancello di ferro dei tempi di Luigi XIII.
Questo grandioso ingresso è condannato, ad onta dei magnifici giranei che vegetano nei due vasi, e che librano al vento le loro foglie marmorizzate ed i loro fiori di porpora dall’epoca in cui i proprietarii del casamento, e ciò da gran tempo, si sono ristretti a dividere la casa dal cortile piantato d’alberi che mette al sobborgo, dal giardino che chiude questo cancello, che altra volta metteva in un magnifico parco di frutti annesso alla proprietà. Ma da che il demone della speculazione tirò una linea, cioè una strada all’estremità di questo parco, e da che la strada prese un nome e anche prima d’esistere mercè una placca di vetro imbrunito, si pensò a vender questo parco per fabbricar sulla strada e far concorrenza a questa grande arteria di Parigi, che chiamasi sobborgo Sant’Onorato.
In materia di speculazioni però l’uomo propone e il danaro dispone: la strada battezzata morì in fasce, il comprator del parco dopo averlo interamente pagato, non potè trovare a rivenderlo per la somma che voleva; ed in aspettativa di un innalzamento di prezzo che da un giorno all’altro poteva rivalerlo delle perdite passate, e del suo capitale, si contentò d’appigionare questo recinto ad ortolani per 300 fr. annui. Era questo un danaro impiegato al mezzo per cento il che non è caro pei tempi che corrono; essendovi persone che lo impiegano al 30, e nondimeno lo trovano impiegato male. Intanto il cancello che altre volte metteva sul parco, è condannato, e la ruggine ne rode i gangheri: ma v’è ancor peggio, perchè gl’ignobili sguardi degli ortolani non avessero a lordare l’interno del recinto aristocratico, un tavolato fu applicato alle sbarre fino all’altezza di sei piedi. Vero è che le assi non son tanto ben connesse da non potervisi introdurre uno sguardo furtivo, ma questa casa ha costumi severi e non teme le indiscrezioni.
In quest’orto invece di cavoli o carote, di piselli o meloni, vegeta un alto trifoglio, che fa fede che ancor si pensa a questo luogo abbandonato. Una piccola porta bassa che apresi sulla strada in quistione dà ingresso a questo terreno circondato da mura, che i pigionali hanno abbandonato per cagione della sua sterilità, e che da otto giorni in vece di fruttare un mezzo per cento come per lo passato non frutta più niente affatto.
Dalla parte del casamento i marroni di cui abbiamo parlato coronavano la muraglia, ciò però non impediva che altre piante di lusso stendessero i loro rami fioriti fra quelli avidi di aria. In un angolo ove il fogliame era talmente fitto che la luce appena poteva penetrarvi alcun poco, un largo banco di pietra ed alcune seggiole da giardino indicavano esser quello un luogo favorito, o di ritirata di qualcuno degli abitatori della casa situata a cento passi di distanza, e che appena si poteva scorgere fra i recinti di verdura che l’avviluppavano: finalmente la scelta di questo asilo misterioso era giustificata ad un tempo dall’assenza del sole, dalla continua freschezza anche nei giorni della più bruciante estate, dal cinguettio degli uccelli, e dall’allontanamento dalla casa e dalla strada, cioè dagli affari e dal rumore.
Verso la sera di una di quelle più calde giornate che la primavera possa accordare agli abitanti di Parigi v’era su questo banco di pietra un libro, un ombrellino, un cestello da lavoro, ed un fazzoletto di battista, di cui era cominciata l’orlatura, e non lungi da questo banco, vicino al cancello in piedi davanti all’assito, coll’occhio applicato ad una di quelle fenditure, che lasciavano vedere l’esterno, una giovinetta che fissava lo sguardo nel terreno deserto che noi conosciamo. Quasi nello stesso momento la piccola porta di quel terreno aprivasi senza far rumore e un giovine grande vigoroso vestito con una blouse di tela greggia, con un berretto di velluto nero, ma di cui i baffi, la barba, ed i capelli estremamente acconciati erano alcun poco in opposizione con questo vestito popolare, dopo un rapido sguardo girato intorno a sè per assicurarsi se era da alcuno spiato, passando da quella porta che richiudevasi dietro a lui, si diresse con passo precipitato verso il cancello. Alla vista di quegli che aspettava, probabilmente forse non in quel costume, la giovinetta dette addietro. Siccome a traverso la fessura della piccola porta il giovine con quello sguardo che non è proprio che degli amanti, aveva già veduto ondeggiare una veste bianca ed una larga cintura blu, si slanciò verso il recinto ed applicando la bocca ad una apertura:
— Non abbiate paura, Valentina, sono io.
La giovinetta si ravvicinò: — Oh! perchè dunque siete venuto così tardi quest’oggi? Sapete che quanto prima si va a pranzo, e che mi ha fatto d’uopo di molta politica e prontezza per ispacciarmi di mia matrigna che mi sorveglia, della cameriera che mi spioneggia, e di mio fratello che mi tormenta, per venire a lavorare qui a quest’orlatura, che ho ben paura non sarà finita per ora? Quando poi vi sarete scusato sul vostro ritardo, mi direte che significa questo nuovo costume che avete adottato, e che è stato quasi cagione che non vi abbia riconosciuto.
— Cara Valentina, voi siete troppo al di sopra del mio amore, perchè io osi parlarvene, e ciò non ostante tutte le volte che vi vedo, ho bisogno di dirvi che vi adoro perchè l’eco delle mie proprie parole mi accarezzi dolcemente il cuore, quando non vi vedo più. Ora vi ringrazio della vostra sgridata, essa è del tutto lusinghiera, perchè mi prova, non oso dire che mi aspettavate, ma che pensavate a me. Volevate sapere la causa del mio ritardo, ed il motivo del mio travestimento; ve lo dirò, e spero che vorrete scusarmi: ho fatto l’elezione di uno stato.
— Di uno stato!... che volete mai dire Massimiliano? E siamo dunque così felici perchè possiate parlare scherzando delle cose che ci riguardano?
— Oh! il cielo me ne guardi, disse il giovine, di scherzare con ciò che è la mia vita! ma stanco di essere un uomo che corre i campi e che scala le mura, seriamente spaventato dall’idea che mi faceste nascere l’altra sera che vostro padre un giorno o l’altro mi avrebbe fatto giudicare come un ladro, cosa che metterebbe a cimento l’onore di tutto l’esercito francese, non meno spaventato dalla possibilità che qualcuno si meravigli di vedermi continuamente ronzare intorno a questo terreno, ove non c’è la più piccola cittadella da assediare, o il più piccolo blockhaus da difendere, così da capitano dei spahis, mi sono fatto ortolano, ed ho adottato il vestiario della mia nuova professione.
— Buono quale follia!
— Ella è al contrario la cosa più saggia, che abbia fatto in vita mia, perchè essa ci garantisce ogni sicurezza; io sono stato a ritrovare il proprietario di questo recinto, la scritta coll’antico fittaiuolo era finita ed io l’ho preso di nuovo in fitto. Tutto questo trifoglio che vedete è mio, Valentina, nulla può impedirmi d’ora innanzi di far fabbricare una capanna fra questo fieno, e di vivere a venti passi lontano da voi. Oh! io non posso contenere la mia gioia e la mia fortuna. Concepite, Valentina che si possa giungere a pagare tutto questo? È impossibile, n’è vero? Eppure tutta questa felicità, tutta questa fortuna, tutta questa gioia, per le quali avrei dato dieci anni della mia vita, mi costano, indovinate un poco?... 500 fr. l’anno pagabili per trimestre. Per tal modo d’ora innanzi non vi è più nulla da temere. Io sono qui in casa mia, posso mettere delle scale contro il mio muro e guardarvi per di sopra, ed ho il dritto, senza che una qualche pattuglia venga a disturbarmi, di dirvi che vi amo, fino a tanto che la vostra fierezza non si adonti di sentirsi dire questa parola dalla bocca di un povero giornaliero vestito con la blouse e coperto con un berretto. — Valentina mandò un piccolo grido di gioia, poi d’un subito: — Ahimè! Massimiliano, diss’ella tristamente, e come se una gelosa nube fosse d’improvviso venuta a velare i raggi del sole che illuminava il suo cuore; ora noi saremo troppo liberi, la nostra felicità ci farà tentare Dio; abuseremo della nostra sicurezza, e questa ci perderà.
— Potete voi dir questo, amica mia, a me, che da quando vi conobbi, ogni giorno vi do prove che ho subordinati i miei pensieri e la mia vita alla vostra vita ed ai vostri pensieri? Chi vi ha ispirato confidenza in me? il mio onore n’è vero? Quando mi avete detto che un vago istinto v’assicurava che correvate un gran pericolo, io ho messo i miei affetti ai vostri ordini, senza chiedervi altra ricompensa che la felicità di servirvi. Da quel tempo vi ho io dato con una parola, con un gesto, il motivo di pentirvi di avermi distinto fra quelli che avrebbero dato la loro vita per voi? Voi mi avete detto, povera fanciulla, che eravate stata fidanzata al sig. d’Épinay, che vostro padre aveva stabilito questo matrimonio, vale a dire ch’esso era certo, perchè tutto ciò che vuole il sig. de Villefort accade infallibilmente. Ebbene io sono rimasto fra le ombre aspettando tutto, non dalla mia volontà, non dalla vostra, ma dagli avvenimenti, dalla provvidenza, da Dio, e frattanto voi mi amate, voi avete avuto pietà di me, Valentina, me lo avete detto; ed io vi ringrazio di questa dolce parola, che vi prego di ripetermi di tempo in tempo, e che mi farà dimenticare tutto.
— Ed ecco ciò che vi ha dato ardimento, Massimiliano, ecco ciò che rende la mia vita dolce ad un tempo ed infelice al punto, che spesso domando a me stessa, se sia meglio per me il dispiacere che mi causava altre volte il rigore di mia matrigna e la sua cieca preferenza per suo figlio, o la felicità piena di pericoli che provo nel vedervi.
— Di pericoli! gridò Massimiliano; potete dire una parola sì aspra e sì ingiusta! avete mai veduto uno schiavo più sottomesso di me? Voi mi avete permesso di dirigervi qualche volta la parola, Valentina, ma mi avete proibito di seguirvi, ed io ho ubbidito. Da che ho ritrovato il mezzo di penetrare in questo recinto, di parlare con voi a traverso questa porta, di essere sì vicino a voi senza vedervi, ditelo, ho io mai domandato di toccare l’estremità del vostro vestito a traverso questo cancello? ho io mai fatto un passo per superare queste mura, ridicolo ostacolo per la mia forza e la mia giovinezza? Mai un rimprovero sul vostro rigore, mai un desiderio espresso chiaramente: sono stato ligio alla mia parola, come un cavaliere dei tempi antichi, confessatelo almeno, perchè io non vi abbia a credere ingiusta.
— È vero, disse Valentina passando fra due assi l’apice di uno de’ suoi diti affilati, sul quale Massimiliano posò le labbra, è vero, voi siete, un onesto amico. Ma finalmente non avete operato che col sentimento del vostro interesse, mio caro Massimiliano; ben sapevate che nel giorno in cui lo schiavo fosse divenuto esigente, avrebbe tutto perduto. Voi avete promesso l’amicizia di un fratello a me, che non ho amici, che sono dimenticata dal padre, perseguitata dalla matrigna, che non ho per consolazione che un vecchio immobile, muto, agghiacciato, la cui mano non può stringere la mia, il cui occhio soltanto può parlarmi, di cui il cuore batte senza dubbio per me di un residuo di calore. Derisione amara della sorte che fu nemica a me, vittima di tutti coloro che sono più forti di me, e che mi danno un cadavere per appoggio, e per amico. Oh! veramente Massimiliano, ve lo ripeto, son ben infelice, e voi avete ragione di amarmi per me e non per voi.
— Valentina, disse il giovine con una profonda emozione, non dirò che amo soltanto voi a questo mondo, perchè amo ancora mia sorella e mio cognato, ma per loro provo un amore dolce e tranquillo, che non rassomiglia in nulla a quello con cui amo voi: quando penso a voi il sangue mi bolle, il petto si gonfia, il cuore irrompe, ma questa forza, quest’ardore, questa potenza sovrumana io l’impegnerò ad amar voi soltanto fino al giorno che mi direte d’impiegarli per servirvi. Il sig. Franz d’Épinay starà assente ancora un anno, si dice; in un anno quante eventualità favorevoli possono accadere! Dunque speriamo sempre; è cosa tanto buona, tanto dolce lo sperare! Ma aspettando, voi Valentina, voi che mi rimproverate il mio egoismo che cosa siete stata per me? la bella e fredda statua della Venere pudica. In contraccambio di questo affetto, di questa obbedienza, di questa riserva, che mi avete voi promesso? nulla; che mi avete voi accordato? ben poca cosa. Voi mi parlate del sig. d’Épinay, vostro fidanzato, e sospirate all’idea d’essere un giorno sua. Vediamo, Valentina, è forse soltanto questo quello che avete nell’anima? Che? io v’impegno la mia vita, vi do tutto me stesso, vi consacro fino al più insignificante battito del mio cuore, e quando sono tutto vostro, quando vi dico in segreto che morrò se vi perdo, voi non vi spaventate alla sola idea di dover divenire di un altro. Oh! Valentina, Valentina! se io fossi ciò che voi siete! se io mi sapessi amato, come voi siete sicura che io vi amo, io già avrei passato la mano fra le sbarre di questo cancello, ed avrei stretta quella del povero Massimiliano, dicendogli: «A voi, a voi solo, Massimiliano, in questo mondo e nell’altro.»
Valentina non rispose, ma il giovine l’intese sospirare e piangere.
La reazione fu sollecita su Massimiliano: — Oh gridò egli, Valentina, Valentina! dimenticate le mie parole, se in esse vi è qualche cosa che possa offendervi!
— No, diss’ella, voi avete ragione: ma non vedete che io sono una povera creatura abbandonata in una casa straniera; e la cui volontà è stata annullata da dieci anni, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto dalla volontà di ferro dei padroni che gravitano su di me? Nessuno sa quello che io soffro, ed io non l’ho detto ad altri che a voi. In apparenza, ed agli occhi di tutto il mondo, tutti sono buoni con me, tutti affettuosi, ed in realtà tutti mi sono nemici. Il mondo dice: «Il sig. de Villefort è troppo grave e troppo severo per essere molto tenero con sua figlia, ma ella ha avuto almeno la felicità di ritrovare nella sig.ª de Villefort una seconda madre.» Ebbene il mondo s’inganna, mio padre m’abbandona con indifferenza, e mia matrigna mi odia con un accanimento tanto più terribile, in quanto che è velato da un eterno sorriso.
— Odiarvi! Valentina! e come mai può farsi?
— Ahimè, amico mio, sono forzata a confessarvi che quest’odio per me, viene da un sentimento quasi naturale. Ella adora suo figlio, mio fratello Edoardo. — Ebbene?
— Ebbene! mi sembra strano immischiare a quel che dicevamo una quistione di denaro; ebbene! amico mio credo almeno che il mio odio venga di là. Siccome ella non ha beni di sua parte, ed io sono già ricca anche dal solo lato di mia madre, fortuna che mi verrà un giorno raddoppiata da quella del sig. e della sig.ª di Saint-Méran, che deve ricadere su me, ebbene! credo ch’ella sia invidiosa. Oh! mio Dio! se io potessi regalarle la metà di questa fortuna e ritrovarmi presso il sig. de Villefort come una figlia nella casa di suo padre, lo farei in questo medesimo punto.
— Povera Valentina!
— Sì, mi sento incatenata, e nello stesso tempo sono così debole, che mi sembra che questi ceppi mi sostengano, ed ho paura a romperli. D’altra parte mio padre non è quel tal uomo di cui si possano infrangere impunemente gli ordini; egli è possente contro di me, e lo sarebbe ancora contro di voi, lo sarebbe contro il re stesso coperto come egli è da un irreprensibile passato, e da una posizione quasi inattaccabile. Oh! Massimiliano, ve lo giuro, non combatto perchè temo d’infranger voi al pari di me in questa lotta.
— Ma finalmente, Valentina, riprese Massimiliano, perchè disperarvi così, e vedere l’avvenire sempre tetro?
— Oh! amico mio, perchè lo giudico dal passato.
— Ciò nonostante vediamo, se io non sia un partito illustre sotto il punto di vista della nobiltà, però sono unito per più di un motivo alla società nella quale vivete; il tempo in cui vi erano due Francie nella Francia, più non v’è; le più elevate famiglie della monarchia si sono fuse in quelle dell’impero; l’aristocrazia della lancia ha sposato la nobiltà del cannone. Ebbene! io appartengo a quest’ultima; ho una bella carriera innanzi a me nell’esercito, ho una fortuna limitata; la memoria infine di mio padre è onorata nel nostro paese, come quella di uno dei più onesti negozianti che abbiano mai esistito. Dico nel nostro paese, Valentina, perchè voi siete quasi di Marsiglia.
— Non mi parlate di Marsiglia, Massimiliano, questa sola parola mi ricorda la mia buona madre, quell’angelo che fu compianto da tutti, e che, dopo di avere vegliato sulla sua figlia durante il breve soggiorno in questa terra, veglia ancora su lei, almeno lo spero, dall’alto del suo soggiorno nel cielo. Oh! se la mia povera madre vivesse! Massimiliano, non avrei più nulla a temere; le direi che vi amo, ed ella ci proteggerebbe.
— Ahimè, Valentina, disse Massimiliano, s’ella vivesse, io certamente non vi conoscerei, perchè voi lo avete detto, s’ella vivesse voi sareste felice, e Valentina felice mi avrebbe guardato con isdegno dall’alto della sua grandezza.
— Ah! amico mio, gridò Valentina, questa volta siete voi l’ingiusto... ma ditemi... — Che volete che vi dica? riprese Massimiliano, vedendo ch’essa esitava.
— Ditemi, continuò la giovinetta, in Marsiglia nei tempi passati vi fu mai qualche cagione di dissensioni fra la vostra famiglia e mio padre?
— No, che io sappia, rispose Massimiliano, se non è che vostro padre era un parteggiano zelante dei Borboni, ed il mio un uomo affezionato all’imperatore. Ciò è, a quanto presumo, la sola causa di cattiva intelligenza fra loro. Ma perchè mi fate questa domanda, Valentina?
— Ve lo dirò, riprese la giovinetta, perchè voi dovete sapere tutto. Ebbene era il giorno in cui fu pubblicata nei giornali la vostra nomina di ufficiale della legione d’onore. Noi eravamo tutti nella camera di mio nonno, il sig. Noirtier, e di più vi era ancora il sig. Danglars, quel banchiere i cui cavalli per poco non hanno ucciso mia madre e mio fratello. Io leggeva ad alta voce il giornale a mio nonno, mentre gli altri signori discorrevano fra di loro sul probabile matrimonio fra il Sig. de Morcerf, e la signorina Danglars, allorquando, come diceva, io giunsi al paragrafo che vi concerneva; io era ben felice... ma altrettanto tremante di dover pronunciare ad alta voce il vostro nome, e lo avrei fors’anche omesso, senza il timore che fosse stato male interpretato il mio silenzio; io dunque riunii tutto il mio coraggio e lessi.
— Cara Valentina!
— Ebbene tosto che risuonò il vostro nome, mio padre volse la testa, io era così persuasa, vedete come sono folle! che tutti sarebbero stati colpiti da questo nome come da un fulmine, che credetti di vedere fremere mio padre, ed anche il sig. Danglars, quantunque però sia sicura che fu una mia illusione.
«— Morrel! disse mio padre, fermatevi, ed aggrottò il sopracciglio. Sarebbe mai uno di quei Morrel di Marsiglia, uno di quegli arrabbiati bonapartisti che ci hanno procurato tanto male nel 1815?
«— Sì, rispose il sig. Danglars, credo anzi che sia il figlio dell’antico armatore.
— Davvero, disse Massimiliano, e che rispose vostro padre?
— Una cosa orribile che non ho il coraggio di ridirvi.
— Dite pure, riprese sorridendo Massimiliano.
«— Il loro imperatore, continuò egli con uno sguardo truce, sapeva mettere tutti questi fanatici al loro posto, ei li chiamava carne da cannone, ed era il solo nome che meritassero. Vedo però con gioia che il nuovo governo rimette in vigore questo salutare principio. Se per questo soltanto vuol conservare l’Algeria, farei le mie felicitazioni al governo, quantunque ci costi un poco troppo cara».
— Difatto questa è una politica un po’ brutale, disse Massimiliano, ma non arrossite, amica mia, di ciò che può aver detto il sig. de Villefort; mio padre non la cedeva al vostro su questo argomento, e ripeteva continuamente: «perchè dunque l’imperatore che fa tante belle cose, non fa un reggimento di giudici ed avvocati, e non li manda sempre al primo fuoco?» Lo vedete, amica cara, che i partiti si corrispondono pel pittoresco della espressione, e per la dolcezza del pensiero. Ma il sig. Danglars che ha detto di questa uscita del procuratore del re?
— Oh! egli si mise a ridere di quel sorriso sardonico che gli è particolare, e che io trovo feroce; poi si alzarono, e momenti dopo partirono. M’accorsi allora soltanto che il mio buon nonno era molto agitato. Bisogna che sappiate, Massimiliano, che io sola indovino le agitazioni di questo povero paralitico, e d’altra parte già dubitavo che la conversazione, che aveva avuto luogo, dovesse averlo molto agitato, perchè non usando più alcun riguardo nel parlare, presente questo povero vecchio, avevano detto male dell’imperatore, e a quanto sembrami, egli deve essere stato fanatico dell’imperatore.
— E di fatto è uno dei nomi più conosciuti dell’impero; è stato senatore ed ha preso parte, come saprete, a tutte le cospirazioni bonapartiste che hanno avuto luogo sotto la restaurazione.
— Sì, sento qualche volta dire a bassa voce alcune cose consimili, che mi sembrano strane; il nonno bonapartista, il padre regio, che volete che ne capisca?...
«Io mi voltai dunque verso di lui, egli m’indicò collo sguardo il giornale. — Che avete mio nonno? gli diss’io, siete contento? — Egli fece segno di sì. — Di ciò che ha detto mio padre? chiesi io. — Fece segno di no. — Di ciò che ha detto il sig. Danglars? — Fece ancora segno di no.
«— È dunque perchè il sig. Morrel (non osai dire Massimiliano), ha avuto la nomina di ufficiale della legione d’onore.? — Fe’ segno di sì. Lo credereste, Massimiliano? Era contento perchè eravate stato nominato ufficiale della legion d’onore, egli che non vi conosce; questa è forse una follia da sua parte, perchè dicono che ritorna fanciullo, ma l’amo ancora di più per questo sì.
— La cosa è bizzarra, pensò Massimiliano; vostro padre mi odierebbe dunque, mentre vostro nonno al contrario... oh! quale stranezza son questi amori e questi odii di partito!
— Zitto, gridò d’improvviso Valentina, nascondetevi, salvatevi, vien gente. — Massimiliano corse ad una zappa, e si mise a zappare il trifoglio senza pietà. — Madamigella, madamigella, gridò una voce dietro gli alberi, la sig.ª de Villefort vi cerca, e vi chiama da per tutto. Vi è una visita in salotto. — Una visita! disse Valentina agitata, e chi è che ci fa questa visita? — Un gran signore, un principe a quanto dicono, il conte di Monte-Cristo.
— Vengo, disse ad alta voce Valentina. — Questa parola fece tremare dall’altra parte del cancello, colui al quale la parola vengo di Valentina serviva di addio.
— Oh! disse a sè stesso Massimiliano appoggiandosi pensieroso alla zappa, come mai il conte di Monte-Cristo conosce il sig. de Villefort?...
LI. — TOSSICOLOGIA.
Era realmente il conte di Monte-Cristo che entrava dalla sig.ª de Villefort, colla intenzione di restituirle la visita che il procuratore del re gli aveva fatta, ed a questo nome tutta la casa, come lo si può ben figurare, s’era messa in emozione. La sig.ª de Villefort, che non era sola nel salotto, quando fu annunziato il conte, fece subito chiamare suo figlio, perchè rinnovasse i ringraziamenti al conte, ed Edoardo, che da due giorni non aveva cessato di sentir parlare di questo gran personaggio, accorse in fretta, non per ubbidire a sua madre, non per ringraziare il conte, ma per fare qualche osservazione, e così pronunciare uno di quei lazzi che facevano dire a sua madre: oh! che cattivo fanciullo; ma bisogna pure che gli perdoni; ha tanto spirito!
Dopo i primi complimenti d’uso, il conte domandò del sig. de Villefort: — Mio marito è andato a pranzo dal sig. cancelliere, rispose la giovane sposa; è partito sono pochi momenti, e sarà bene dispiaciuto, ne son sicura, di essere stato privato della fortuna di vedervi. — Gli altri due visitatori che avevano preceduto il conte nel salotto, e che lo divoravano cogli occhi, si ritirarono dopo quel tempo conveniente che esige l’educazione e la curiosità. — A proposito, che fa dunque tua sorella Valentina? domandò la sig.ª de Villefort ad Edoardo; ch’ella sia prevenuta affinchè abbia l’onore di presentarla al sig. conte.
— Avete una figlia, signora? domandò il conte; ma ella deve essere una bambina.
— È la figlia del sig. de Villefort, replicò la giovane sposa; una figlia del primo matrimonio; una bella giovinetta.
— Ma malinconica, interruppe il giovine Edoardo, strappando per farsene un pennacchio al cappello una penna di una magnifica ara, che gridava pel dolore nella gabbia dorata. La signora de Villefort si limitò a dire. — Quieto, Edoardo!
Poi soggiunse. — Questo giovine stordito ha quasi ragione, e ripete ora ciò che ha sentito dire da me molte volte con dolore; perchè madamigella de Villefort, per quanto facciano per distrarla, è di un’indole trista, di un umore taciturno, che spesso nuoce all’effetto della sua bellezza. Ma ella non viene, Edoardo vedete dunque perchè.
— Perchè la cercano dove non è. — Dove la cercano?
— Dal nonno Noirtier. — E credete che non sia là?
— No, no, no, no, no, non v’è, rispose Edoardo.
— E dov’è, se lo sapete, ditelo.
— Ella è sotto il gran marronaio, continuò il cattivo ragazzo offrendo, non ostante le grida di sua madre, delle mosche ancora vive al pappagallo che sembrava molto ghiotto di un tal selvaggiume. — La sig.ª de Villefort stese la mano per suonare, e per indicare alla cameriera ove stava Valentina quando ella stessa entrò. Difatti sembrava trista, e guardandola attentamente si sarebbero potute scorgere nei suoi occhi le tracce delle lagrime. Valentina, che per la rapidità del racconto, abbiamo presentato ai nostri lettori senza farla conoscere, era un’alta e snella figura, di 19 anni, coi capelli castagni chiari, la persona languida, e marcata di quella squisita distinzione che qualificava sua madre; le sue mani bianche ed affilate, il collo d’avorio, le guance ombrate di fuggevoli colori, le davano, a primo aspetto l’aria di quelle belle inglesi, che con molta poesia sono state paragonate nelle loro mosse a dei cigni che si specchino. Ella entrò dunque, e vedendo vicino a sua madre lo straniero di cui aveva tanto inteso parlare, salutò, senza alcuna smorfia di giovinetta, e senza abbassare gli occhi, con una grazia che raddoppiò l’attenzione del conte, il quale si alzò.
— Madamigella de Villefort, mia figliastra, disse la sig.ª de Villefort a Monte-Cristo inchinandosi sul sofà, e mostrando colla mano Valentina.
— Ed il sig. di Monte-Cristo, re della China, imperatore della Cochinchina, disse il ragazzo impertinente lanciando uno sguardo alla sorella.
Questa volta la sig.ª de Villefort impallidì, e quasi si adirò contro questo flagello domestico che rispondeva al nome di Edoardo: ma il conte al contrario sorrise e parve guardasse il fanciullo con compiacenza, il che portò al colmo la gioia e l’entusiasmo della madre. — Ma signora, riprese il conte riannodando la conversazione, e guardando ora la sig.ª de Villefort, ed ora Valentina, è egli possibile che io abbia avuto l’onore di veder voi e madamigella in qualche altro luogo? Or ora di già vi pensava, e quando entrò madamigella, la sua vista è stata un chiarore di più gettato sur una confusa rimembranza; perdonatemi questa parola.
— Non è probabile signore; madamigella de Villefort ama poco la società, e noi usciamo raramente.
— Ma non è in società che ho veduto tanto madamigella che voi, come pure questo grazioso folletto. La società parigina d’altra parte mi è affatto sconosciuta, perchè, credo di avere avuto l’onore di dirvelo, sono a Parigi da pochi giorni. No, se permettete che mi ricordi... aspettate... — Il conte appoggiò la mano alla fronte come per concentrare le idee. — No, all’estero... è... non so bene. Ma mi sembra che questo ricordo sia collegato con un bel sole, e con una specie di festa religiosa... Madamigella teneva dei fiori in mano, il fanciullo correva dietro un bel pavone in un giardino, e voi signora eravate sotto un pergolato di foglie... aiutatemi dunque, signora; forse quanto vi dico non vi fa risovvenire di qualche cosa?
— No in verità, rispose la sig.ª de Villefort; eppure mi sembra che se vi avessi incontrato in qualche luogo, il ricordo di voi mi sarebbe rimasto in memoria. — Il sig. conte ci avrà forse vedute in Italia, disse timidamente Valentina.
— Di fatto in Italia... siete stata in Italia, madamigella?
— La signora ed io ci fummo saranno circa due anni; i medici temevano pel mio petto, e mi avevano raccomandata l’aria di Napoli. Passammo per Bologna, Perugia, e Roma.
— Ah! è vero madamigella, gridò Monte-Cristo, come se questa piccola indicazione gli fosse bastata per fissare tutte le sue rimembranze. Fu a Perugia, il giorno di una festa, nell’osteria della locanda della Posta, ove la combinazione ci riunì, voi, madamigella, vostro figlio ed io.
— Mi ricordo perfettamente di Perugia, della locanda della Posta, della festa di cui mi parlate, disse la sig.ª de Villefort, ma ho un bell’interrogare i miei ricordi, ed ho onta della mia poca memoria; io non mi sovvengo di avere avuto l’onore di vedervi.
— È singolare, neppure io, disse Valentina alzando i suoi begli occhi sul conte di Monte-Cristo.
— Ah! me ne ricordo, disse Edoardo.
— Vi aiuterò, signora, riprese il conte. La giornata era calda, aspettavate dei cavalli che non venivano a cagione della solennità. Madamigella si allontanò nel fondo del giardino, vostro figlio disparve correndo dietro al pavone.
— E lo raggiunsi, mamma, tu sai, disse Edoardo, che anzi gli strappai tre penne dalla coda.
— Voi signora, vi fermaste sotto il pergolato di viti; non vi ricordate più che mentre eravate assisa sur un banco di pietra, e mentre, come vi diceva, madamigella de Villefort e vostro figlio erano assenti, di aver parlato lungamente con qualcuno?
— Sì, da vero sì, disse la giovane sposa arrossendo; me ne sovvengo; con un uomo avviluppato in un lungo mantello di lana... con un medico, credo.
— Precisamente signora; quest’uomo era io; abitava da 15 giorni in quell’albergo ove aveva guarito il mio cameriere dalla febbre, ed il mio locandiere dalla itterizia; di modo che era creduto un gran dottore. Noi parlammo lungamente, signora, di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella famosa acqua-tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservavano ancora il segreto a Perugia?
— Ah! è vero, disse vivamente la sig.ª de Villefort, con una certa inquietudine, me ne ricordo.
— Non so più che mi diceste in particolare, signora, riprese il conte con una perfetta tranquillità, ma mi sovvengo benissimo, che dividendo voi pure l’errore generale, che si era sparso sul conto mio, mi consultaste sulla salute di madamigella de Villefort.
— Ma però, signore, voi eravate realmente medico poichè guariste degl’infermi.
— Molière o Beaumarchais vi risponderebbero, signora, che appunto perchè non era medico, non ho potuto guarire i miei malati; ma essi si sono guariti da sè. Mi limiterò a dirvi, che ho studiato molto profondamente la chimica, le scienze naturali, ma soltanto come dilettante.... capite.
In questo momento suonarono le sei. — Sono le sei, disse la sig.ª de Villefort visibilmente agitata; Valentina non andate a vedere se vostro nonno è all’ordine per pranzare? — Valentina si alzò, e salutando il conte, uscì dalla camera senza pronunciare una parola. — Oh! mio Dio! signora, sarebbe mai per colpa mia che licenziate madamigella? disse il conte quando fu partita Valentina.
— No, da vero, rispose vivacemente la giovane sposa; ma questa è l’ora nella quale facciamo fare al sig. Noirtier il suo tristo pasto, che sostiene la sua anche più trista esistenza. Sapete signore, in quale deplorabile stato è il padre di mio marito?
— Sì, signora, il sig. de Villefort me ne ha parlato; credo una paralisi?
— Pur troppo! sì, nel povero vecchio vi è completa assenza di movimenti, l’anima sola veglia in quella macchina umana, ed anche pallida e tremante come una lampada vicina ad estinguersi... Ma perdono, signore, di trattenervi sui nostri domestici infortuni, io vi ho interrotto al momento che dicevate di essere un abile chimico.
— Oh! io non diceva questo, signora, rispose il conte con un sorriso, bene diversamente ho studiato la chimica, perchè risoluto a vivere particolarmente in Oriente ho voluto seguire l’esempio del re Mitridate.
— Mitridates rex Ponticus, disse lo stordito ragazzo stracciando dei profili in un magnifico album; quello che faceva colazione tutte le mattine con una tazza di veleno col fior di latte.
— Edoardo! cattivo ragazzo! gridò la sig.ª de Villefort strappando il libro mutilato dalle mani del figlio, siete insopportabile, andate a raggiungere vostra sorella Valentina presso il nonno.
— L’album, disse Edoardo. — Come, l’album?
— Sì, lo voglio... — Perchè avete stracciato i disegni?
— Perchè ciò mi diverte. — Andatevene; andate!
— Non me ne andrò, se prima non mi si dà l’album, disse il fanciullo ponendosi in una gran seggiola.
— Prendete e lasciateci tranquilli, disse la sig.ª de Villefort. — E dette l’album ad Edoardo che partì accompagnato da sua madre. — Il conte seguì cogli occhi la sig.ª de Villefort. — Vediamo s’ella chiude la porta dietro a lui mormorò egli. — La sig.ª de Villefort chiuse la porta con la più gran cura dietro al fanciullo, il conte fece mostra di non accorgersene. Indi gettando un ultimo sguardo intorno e sè la giovane sposa si mise a sedere sulla poltrona.
— Permettetemi di farvi osservare, signora, disse il conte con quella bonarietà che gli conosciamo, esser voi un poco severa con questo grazioso folletto.
— È ben necessario, signore, replicò la signora de Villefort con un vero tuono di madre.
— Egli recitava il suo Cornelius Nepos, parlando del re Mitridate, disse il conte, e voi lo avete interrotto in una citazione, che prova, che il suo precettore non ha perduto il tempo con lui, e che vostro figlio è molto avanti per la sua età.
— Il fatto è, sig. conte, riprese la madre dolcemente lusingata, ch’egli ha una grande facilità, e che impara tutto ciò che vuole; non ha che un difetto, ed è di avere troppa forza di volontà, ma a proposito di ciò ch’egli diceva, credete forse che Mitridate usasse queste cautele e che esse fossero efficaci?
— Lo credo tanto bene, signora, che io che vi parlo ne ho usato per non essere avvelenato a Napoli, a Palermo, a Livorno, vale a dire in tre occasioni nelle quali senza queste cautele vi avrei potuto lasciare la vita.
— Ed il mezzo è riuscito? — Perfettamente.
— Sì, è vero, mi ricordo che voi mi avete già detto qualche cosa di somigliante a Perugia.
— Veramente! fece il conte con una sorpresa mirabilmente simulata, io non me ne rammento.
— Io vi domandai se i veleni operavano egualmente colla stessa energia sugli uomini del Nord, che su quelli del mezzogiorno, e voi mi rispondeste, anzi che i temperamenti freddi e linfatici dei settentrionali non presentano la stessa attitudine che la ricca ed energica natura delle persone del mezzogiorno.
— È vero, disse Monte-Cristo, ho veduto dei Russi divorare senza essere incomodati sostanze vegetabili che avrebbero ucciso infallibilmente un Napoletano ed un Arabo.
— Per tal modo credete voi che il risultato sarebbe più sicuro fra noi che in Oriente, e in mezzo alle nostre nebbie ed alle nostre piogge un uomo si potrebbe più facilmente che in regioni calde, abituare a questo lento e progressivo assorbimento del veleno?
— Certamente, ben inteso però che non si fosse premunito di antidoto che contro il veleno a cui si fosse assuefatto.
— Oh! capisco; ed in qual modo ve ne abituereste voi, per esempio; ovvero in qual modo ve ne siete già abituato?
— Supponete che sappiate già prima di qual veleno si voglia usare contro di voi; supponete che sia della brucnina....
— La brucnina si cava dalla falsa angustura, io credo, disse la sig.ª de Villefort.
— Precisamente signora, disse Monte-Cristo; ma veggo bene che mi resta poco ad insegnarvi, abbiatene le mie congratulazioni; simili erudizioni sono rare nelle donne.
— Oh! ve lo confesso signore, io ho il più vivo trasporto per le scienze occulte, che parlano all’immaginazione a guisa di una poesia, e si risolvono in cifre come una equazione algebrica; ma continuate, vi prego; ciò che mi dite m’importa al più alto punto.
— Ebbene, riprese Monte-Cristo, supponete che questo veleno sia la brucnina, per esempio, e che ne prendiate un millesimo di grammo il primo giorno, due il secondo ecc. Ebbene! in capo a 10 giorni ne prenderete un centigrammo, in capo a venti giorni aumentando di un altro milligrammo, ne prenderete tre centigrammi, vale a dire una dose che supporterete senz’alcuno inconveniente, e che sarebbe pericolosissima per un’altra persona che non avesse prese le stesse cautele di voi; finalmente in capo ad un mese, bevendo dell’acqua nello stesso bicchiere, voi ammazzerete una persona che beve di quest’acqua, nello stesso tempo che voi senz’accorgervi che da un piccolo mal essere, che v’era una sostanza velenosa mescolata a quell’acqua.
— Voi non conoscete altri contravveleni?
— Non ne conosco altri.
— Aveva spesso letta e riletta questa storia di Mitridate, disse la sig.ª de Villefort, e l’aveva creduta una favola.
— No signora, contro il solito delle storie, questa è una verità; ma ciò che mi dite signora, ciò che mi domandate non è il risultato di una domanda capricciosa, da poichè sono già due anni che mi avete fatte le stesse interrogazioni, ed ora mi dite che la storia di Mitridate vi preoccupa da molto tempo.
— È vero, signore, i due studi favoriti della mia gioventù, sono stati la botanica e la mineralogia, e quando poi ho saputo che l’uso di questi semplici spiegava spesso tutta la storia dei popoli, e tutta la vita degl’individui d’Oriente, nello stesso modo con cui i fiori spiegano tutt’i loro pensieri amorosi; mi è dispiaciuto di non essere un uomo per non poter diventare un Flamel, un Fontana od un Cabanis.
— Tanto più signora, riprese Monte-Cristo, che gli orientali non si limitano, come Mitridate, a servirsi dei veleni, come una corazza, ma se ne servono eziandio come pugnali; la scienza nelle loro mani diventa non solo un’arme difensiva, ma anche offensiva, l’una serve loro contro le sofferenze fisiche, l’altra contro i loro nemici; coll’oppio, colla bella donna, coll’hatchis si procurano sogni di felicità che il cielo ha realmente negati; con la falsa angustura, col legno di brionia, col lauro ceraso addormentano quelli che vorrebbero svegliarli. Non vi è una fra le donne egiziane, turche, o greche, che qui chiamate buone donne, e che non sappia in fatto di chimica di che farvi stupire un medico.
— Davvero! disse la sig.ª de Villefort, di cui gli occhi brillavano di uno strano fuoco a questa conversazione.
— Eh! mio Dio sì, signora. I drammi segreti d’Oriente si annodano e si sciolgono così, dalla pianta che fa amare fino a quella che fa morire; dalla bevanda che vi rapisce in estasi, fino a quella che può far discendere un uomo nella sepoltura. Vi sono tante gradazioni di ogni genere, quanti sono i capricci e le bizzarrie dell’umana natura, fisica, e morale, e dirò di più, l’arte di queste chimiche sa adattare ammirabilmente il rimedio ed i mali ai propri bisogni d’amore, e ai propri desideri di vendetta.
— Ma, signore, riprese la giovane sposa, queste società orientali in mezzo alle quali avete passato gran parte della vostra esistenza sono dunque fantastiche come i racconti che ci vengono da questi bei paesi? Un uomo dunque può esservi ucciso impunemente? È dunque una realtà la Bagdad o la Bassora del sig. Galand? I sultani e i visir che reggono queste società, e che costituiscono ciò che si chiamerebbe in Francia il governo sono dunque nel serio tanti Harun-al-Rascid e tanti Giaffar, che non solo perdonano ad un avvelenatore, ma lo fanno ancora primo ministro, se questo delitto è stato ingegnoso; e che in questo caso ne fanno stampare la storia in lettere d’oro per divertirsene nelle loro ore di noia?
— No, signora, il fantastico non v’è più, neppure in Oriente; vi sono laggiù pure mascherati con altri nomi e nascosti sotto altri costumi, dei commissari di polizia, dei giudici d’istruzione, dei procuratori del re, e degli esperti. Vi s’impicca, vi si taglia la testa, vi s’impala molto aggradevolmente; ma i delinquenti, da esperti frodatori, hanno saputo illudere la giustizia umana ed assicurare il successo delle loro imprese con abili combinazioni. Presso noi un imbecille ossesso dal demonio dell’odio e della cupidigia che ha un nemico da distruggere o un gran parente da annichilire, va da uno speziale, gli dà un nome falso, che tanto più facilmente fa scoprire il suo vero, e compra cinque o sei grammi d’arsenico; s’egli è molto furbo, va da cinque o sei speziali, e non è che cinque o sei volte conosciuto meglio; poi quando possiede il suo specifico, amministra al nemico, o al gran parente, una dose d’arsenico che farebbe crepare un elefante od un rinoceronte, e che senza rima, nè ragione fa mandare alla sua vittima urli tali da mettere tutto il quartiere sossopra. Allora giunge un nuvolo di messi di polizia e di gendarmi; si manda a cercare un medico, che apre il morto, e ne raccoglie nello stomaco e negl’intestini l’arsenico a cucchiaiate; il giorno dopo cento giornali raccontano il fatto col nome della vittima e dell’uccisore. Fin dalla stessa sera lo speziale, o gli speziali, viene o vengono a dire «sono io che ho venduto l’arsenico al signore» e piuttosto che non riconoscere il compratore ne riconoscerebbero venti; allora il goffo reo è preso, imprigionato, interrogato, confrontato, confuso, condannato e ghigliottinato; o se è una donna di qualche entità, viene imprigionata a vita. Ecco, signora, il modo con cui i nostri settentrionali intendono la chimica. Desrues però la intendeva meglio, debbo confessarlo.
— Che volete, signore, non tutti hanno i segreti dei Medici! o dei Borgia! disse la giovane sposa ridendo.
— Ora, disse il conte stringendosi nelle spalle, volete che vi dica qual è la causa di tutte queste inezie? si è che sui vostri teatri, a quanto ho potuto giudicarne io stesso dalla lettura delle opere che vi si rappresentano, si vede sempre qualcuno inghiottire il contenuto di un’ampolla, mordere la legatura di un anello, e cadere intirizzito cadavere, 5 minuti dopo cala il sipario, gli spettatori si disperdono, s’ignorano le conseguenze dell’omicidio, non si vede mai nè il commissario di polizia colla sciarpa, nè il caporale coi suoi quattr’uomini, e ciò autorizza i cervelli meschini a credere che le cose finiscano così. Ma uscite un po’ dalla Francia, andate ad Aleppo o al Cairo, e vedrete passeggiare per le strade persone tutte fresche e color di rosa, delle quali il diavolo zoppo, se vi toccasse col suo mantello, potrebbe dirvi, «Questo signore è avvelenato da tre settimane e sarà morto fra un mese».
— Ma allora, disse la signora de Villefort, hanno dunque ritrovato il segreto di questa famosa acqua-tofana, che in Perugia mi si diceva perduto.
— Eh! signora, e che forse fra gli uomini si perde qualche cosa? Le arti si spostano e fanno il giro del mondo, le cose cambiano di nome, ecco tutto, l’uomo volgare s’inganna, ma è sempre lo stesso resultato, il veleno. Ciascun veleno opera particolarmente sur un tale o tal’altro organo, l’uno sullo stomaco, l’altro sul cervello, l’altro infine sugl’intestini. Ebbene, il veleno determina una tosse, questa un’infiammazione di petto o qualunque altra malattia iscritta nel libro della scienza, cosa però che non le impedisce di essere del tutto mortale, e che quand’anche non lo fosse lo diverrebbe mercè i rimedi che gli sarebbero somministrati da ingenui medici, che in generale sono cattivi chimici, e che volteranno in favore o contro la malattia come vi piacerà; ed ecco un uomo ucciso con arte, e con tutte le regole, nel quale la giustizia non ha che ridire, come diceva un orribile chimico, mio amico, l’eccellente Adelmonte di Taormina in Sicilia che aveva molto studiato i fenomeni nazionali.
— È spaventoso, ma ammirabile, disse la giovane sposa immobile per l’attenzione; lo confesso, credeva che tutte queste storie fossero invenzioni del medio evo.
— Sì, senza dubbio, ma che si sono anche meglio perfezionate a’ giorni nostri. A che volete dunque che servano i tempi, gl’incoraggiamenti, le medaglie, le croci, i premi Monthyon, se non per condurre la società alla sua più grande perfezione? Ora l’uomo non sarà perfetto, che quando saprà cercare e distruggere, dunque la metà del cammino è fatta.
— Di modo che, riprese la sig.ª de Villefort, ritornando invariabilmente al suo scopo, i veleni dei Medici, dei Borgia, dei Renati, dei Ruggieri, e più tardi probabilmente del barone di Trenk, di cui ha tanto abusato l’odierno dramma ed il romanzo...
— Erano oggetti d’arte, signora, non altro, riprese il conte, credete che il vero sapiente s’indirizzi bonariamente allo stesso individuo? No, davvero. La scienza ama il recondito, i giri di forza, l’ideale, se ciò si può dire. Così a mo’ d’esempio, questo eccellente Adelmonte di cui vi parlava or ora ha fatto su questo rapporto delle eccellenti esperienze: ve ne citerò una sola. Aveva un bellissimo giardino pieno di legumi, di fiori, e di frutti. Egli sceglieva il più umile di tutti questi legumi, per esempio, un cavolo. Per tre giorni lo innaffiava con una soluzione di arsenico; il terzo giorno il cavolo cadeva malato ed appassiva; era il momento di tagliarlo; per tutti sembrava maturo e conservava la normale apparenza; per Adelmonte solo era avvelenato. Allora egli portava il cavolo a casa, e prendeva un coniglio (Adelmonte aveva una collezione di conigli, di gatti, di porcellini d’India, che in nulla cedeva alla collezione di legumi, di fiori e di frutti), prendeva dunque un coniglio e gli faceva mangiare una foglia di cavolo; il coniglio moriva. Quale sarebbe il giudice d’istruzione che potrebbe trovare a ridire su ciò? e qual procuratore del re ha mai sognato di stabilire una requisitoria contro Magendie o Flourens sul conto dei conigli, dei porcellini d’India e dei gatti che hanno ucciso? Nessuno, ecco dunque un coniglio morto senza che la giustizia se ne inquieti. Morto il coniglio Adelmonte lo faceva sventrare dalla sua cuoca e gettar gl’intestini sopra un letamaio. Su questo un pollo va a beccare gl’intestini, cade malato a sua volta e muore la dimane. Mentre che si dibatte nelle convulsioni dell’agonia passa un avvoltoio (vi sono molti avvoltoi nel paese di Adelmonte), piomba sul cadavere, lo porta sur una roccia e pranza. Tre giorni dopo il povero avvoltoio, che dopo questo pasto si è trovato costantemente indisposto, si sente preso da un capogiro nel più alto del suo volo, rotola per l’aria e viene a cadere di piombo in un vostro vivaio di pesci; voi sapete che il luccio, l’anguilla, la morena mangiano golosamente, essi mordono l’avvoltoio. Ebbene supponete che la dimane venga servito alla vostra tavola, uno di questi lucci, una di queste anguille, una di queste morene, avvelenata alla quarta generazione, il vostro convitato che lo sarà alla quinta, morrà in capo ad otto o dieci giorni di dolori d’intestini, di male al cuore, di ascesso al piloro. Verrà fatta l’autopsia, e i medici diranno: l’individuo è morto di un tumore al fegato o di una febbre tifoida.
— Ma, disse la signora de Villefort, tutte queste particolarità che voi collegate le une alle altre possono essere rotte dal più piccolo accidente; l’avvoltoio può non passare in tempo, o cadere a cento passi dal vivaio.
— Ma ecco dove sta precisamente l’arte. Per essere un gran chimico in Oriente, bisogna saper prendere l’occasione; e vi si giunge.
La signora de Villefort era astratta:
— Ma, diss’ella, l’arsenico è indelebile; in qualunque modo venga assorbito si trova sempre nel corpo umano, dal momento che vi sia stato introdotto in quantità sufficiente per dare la morte.
— Bene, gridò Monte-Cristo, bene! ecco precisamente ciò che dissi al buono Adelmonte. Egli ristette, sorrise e mi rispose con un proverbio siciliano, che credo pure sia egualmente un proverbio francese, «figlio mio il mondo non fu fatto in un giorno, ma in sette, ritornate domenica». La domenica successiva vi andai, invece di avere innaffiato il suo cavolo colla dissoluzione di arsenicale, lo aveva innaffiato con una dissoluzione di sali a base di stricnina strichnon colubrina come dicono gli scienziati. Questa volta il cavolo non aveva l’aspetto malato, per cui il coniglio non ne diffidava, e cinque minuti dopo era morto. Il pollo lo mangiò, ed il giorno dopo esso era morto. Allora noi facemmo da avvoltoi, prendemmo il pollo che venne aperto. Questa volta tutti i sintomi particolari erano spariti, e non restavano che i sintomi generali. Nessuna indicazione sugli organi, esasperazione soltanto del sistema nervoso, e traccia di congestione cerebrale, nient’altro, il pollo non era stato avvelenato, era morto d’apoplessia. È un caso raro nei polli, lo so, ma comunissimo nell’uomo.
La signora de Villefort sembrava sempre più astratta:
— È una fortuna, diss’ella, che tali sostanze non possono essere preparate che dai chimici, perchè in verità una metà del mondo avvelenerebbe l’altra.
— Da chimici, e da quelli che si occupano di chimica, rispose negligentemente Monte-Cristo.
— E poi, disse la sig.ª de Villefort strappandosi da sè stessa e con forza dai suoi pensieri, per quanto più sapientemente preparato, il delitto è sempre un delitto; e se sfugge alle umane investigazioni non isfugge però allo sguardo di Dio. Gli orientali sono più coraggiosi di noi nei casi di coscienza, perchè hanno soppresso l’inferno; ecco tutto.
— Eh! signora, questo è un pensiero che deve naturalmente nascere in un’anima onesta come la vostra, ma che i sofismi sradicano ben presto nei perversi. La vita dell’uomo scorre facendo tali cose, e la sua intelligenza si stanca a segnarle. Voi troverete ben poche persone che vadano bestialmente a piantare un coltello nel cuore del loro simile, o a ministrar loro una dose d’arsenico, come quella di cui vi parlava or ora. Questa è veramente una eccentricità ed una bestialità. Per giungere a ciò bisogna che il sangue si riscaldi a 36 gradi, che il polso batta a 86 pulsazioni, e che l’anima esca dai limiti ordinari. Ma se come si usa in filologia, si passa dalla parola al sinonimo mitigato, voi fate una semplice eliminazione, invece di commettere un’ignobile assassinio, se allontanate puramente e semplicemente dal vostro sentiero colui che vi dà incomodo, e ciò senza scossa, senza violenza, senza l’apparecchio di quelle sofferenze che, diventando un supplizio, fanno della vostra vittima un martire, e di chi opera un carnefice in tutta l’estensione del termine; se non vi è nè sangue, nè urli, nè contorsioni, nè soprattutto la pericolosa momentaneità del compimento, allora voi sfuggite ai colpi della legge umana che vi dice «Non disturbate la società» Ecco come procedono e riescono le genti d’Oriente, persone gravi e flemmatiche, che s’inquietano poco sulla questione del tempo nelle combinazioni di una certa importanza.
— Resta la coscienza, disse la sig.ª de Villefort con voce commossa soffocando un sospiro. — Monte-Cristo voleva continuare, ma essa lo interruppe come per cambiar discorso: — Tutto mi conduce a stimarvi, diss’ella, per un gran chimico; e quell’elixir che avete fatto prendere a mio figlio, e che lo ha richiamato sì tosto alla vita...
— Oh! non ve ne fidate, la interruppe Monte-Cristo. Una goccia di quell’elixir bastò per richiamare vostro figlio alla vita mentre stava per morire, ma tre gocce gli avrebbero spinto il sangue ai polmoni, in modo da procurargli forti palpitazioni di cuore, sei gocce gli avrebbero sospesa la respirazione, e lo avrebbero posto in una sincope molto più grave di quella in cui si ritrovava, dieci lo avrebbero fulminato. Sapete, signora, in qual modo lo allontanai prestamente da quelle ampolle che egli aveva l’imprudenza di toccare?
— È dunque un veleno terribile?
— Oh! mio Dio! no, bisogna da prima ammettere questo, che la parola veleno non v’è, quindi in medicina si servono dei veleni più violenti, che divengono, pel modo con cui sono ministrati, i rimedi più salutari.
— Che cosa è dunque allora?
— È una sapiente preparazione del mio amico, l’eccellente Adelmonte, e di cui mi ha insegnato a servirmi.
— Oh! disse la sig.ª de Villefort, questo dev’essere un eccellente antispasmodico.
— Sovrano rimedio, signora, lo avete veduto, rispose il conte, ed io ne faccio uso frequentemente, con tutta la prudenza possibile ben inteso, soggiunse egli ridendo.
— Lo credo, in quanto a me, sì nervosa e sì facile a svenirmi avrei bisogno di un dottore Adelmonte per inventarmi dei mezzi di farmi respirare liberamente, e per tranquillarmi sul timore che provo di morire un bel giorno soffocata. Frattanto, siccome è difficile di ritrovar ciò in Francia, e che il vostro amico non sarà disposto a fare per me un viaggio a Parigi, io faccio uso degli antispasmodici del sig. Planch, e la sua menta e le gocce di Hoffman occupano un gran posto in casa mia. Osservate, ecco le pastiglie che mi faccio fare espressamente; sono a dose doppia.
Monte-Cristo aprì la scatola di madreperla che gli presentava la giovane sposa, ed odorò le pastiglie come un’intelligente, capace di apprezzare questa preparazione.
— Esse sono squisite, diss’egli, ma sottomesse alla necessità della deglutizione che spesse volte è una funzione impossibile a farsi da una persona svenuta. Amo meglio il mio specifico.
— Ma certamente io pure lo preferirei, particolarmente dopo gli effetti che ne ho veduti: senza dubbio sarà un segreto, nè son tanto indiscreta da domandarvelo.
— Ma io sono abbastanza galante per offrirvelo.
— Oh! signore.
— Soltanto ricordatevi d’una cosa, ed è che a piccola dose è un rimedio, ad alta dose è un veleno. Una goccia rende la vita, come lo avete veduto, cinque o sei ammazzerebbero infallibilmente ed in un modo tanto più terribile, che disciolte in un bicchier di vino non ne altererebbero momentaneamente il gusto... mi cheto perchè sembrerebbe che avessi l’aria di consigliarvi. — Le sei e mezzo erano suonate, fu annunziato un amico della sig.ª de Villefort che veniva a pranzo da lei. — Se io avessi l’onore di avervi già veduto per la terza o quarta volta, invece d’essere la seconda, avrei pure l’onore d’essere vostr’amica, invece di avere soltanto la fortuna d’esservi obbligata; insisterei perchè rimaneste a pranzo, e non mi lascerei abbattere da un primo rifiuto.
— Mille grazie, signora, rispose Monte-Cristo, io ho un impegno al quale non posso mancare. Ho promesso di condurre a teatro una principessa greca mia amica, che non è ancora stata all’Opera, e conta su di me per andarvi.
— Andate dunque, ma non dimenticate la mia ricetta.
— E come mai, signora, per far ciò bisognerebbe dimenticare l’ora di conversazione che ho passato con voi, il che è affatto impossibile. — Monte-Cristo salutò e partì.
La signora de Villefort rimase astratta.
— Ecco un uomo strano, diss’ella, e che mi ha l’aspetto di chiamarsi Adelmonte per nome di battesimo.
In quanto a Monte-Cristo il risultato aveva sorpassato la sua aspettativa. — Andiamo, diss’egli partendo, ecco una buona terra; sono convinto che il seme che vi si lascia cadere non abortisce.
Il giorno dopo fedele alla sua promessa inviò la ricetta.
LII. — ROBERTO IL DIAVOLO.
La scusa dell’opera era tanto migliore ad addursi in quanto che in quella sera vi era solennità per l’accademia reale di musica. Lavasseur, dopo una lunga indisposizione, si riproduceva rappresentando la parte di Bertram, e come accade sempre, l’opera del maestro di moda aveva chiamata la più brillante società di Parigi. Morcerf, come la maggior parte dei giovani ricchi, aveva il suo posto fisso in orchestra, più dieci palchi di persone di sua conoscenza cui poteva dimandare un posto, senza calcolare quello al quale aveva diritto nel palco dei lions. Château-Renaud aveva il posto vicino al suo. Beauchamp, nella qualità di giornalista, aveva posto da per tutto. Quella sera Luciano Debray riteneva a sua disposizione il palco del ministro, e lo aveva offerto al conte di Morcerf, il quale dietro il rifiuto di Mercedès, lo aveva inviato a Danglars, facendogli dire che quella sera avrebbe probabilmente fatto una visita alla baronessa ed a sua figlia, se queste signore avessero accettato il palco che lor proponeva. Queste dame eransi ben guardate dal rifiutare. Nessuno è più ingordo di un palco che non costa niente, quanto un milionario. In quanto a Danglars aveva dichiarato che i suoi principi politici, e la qualità di deputato dell’opposizione, non gli permettevano di andare nel palco del ministro.
In conseguenza la baronessa aveva scritto a Luciano di venirla a prendere, dappoichè non poteva andare all’Opera sola con Eugenia. Infatto se le due dame vi fossero andate sole, sarebbesi ciò ritrovato di cattivo gusto; mentre che nulla v’era a ridire, se madamigella Danglars, andava all’Opera con sua madre... bisogna pure prendere il mondo come è fatto. Il sipario si alzò, come d’ordinario, col teatro quasi vuoto. Questa è ancora una delle abitudini della società elegante parigina, che va allo spettacolo quando è già cominciato; e ne risulta che, per gli spettatori già arrivati, il primo atto passa senza esser guardato ed ascoltato, ma nel vedere gli spettatori che giungono a non ascoltare altro che il rumore delle porte e quello delle conversazioni.
— Guarda! disse d’improvviso Alberto, vedendo aprirsi un palco laterale del prim’ordine, la contessa G***.
— E chi è questa contessa G***? domandò Château-Renaud.
— Oh! per bacco, barone, ecco una domanda che non vi perdono; chiedete chi è la contessa G***?
— Oh! è vero, disse Château-Renaud, non è quella graziosa veneziana?
— Precisamente. — In questo momento la contessa G*** s’accorse d’Alberto, e scambiò con lui un saluto accompagnato da un sorriso. — La conoscete, disse Château-Renaud?
— Sì, fece Alberto, le fui presentato a Roma da Franz.
— Vorreste rendermi a Parigi lo stesso favore?
— Ben volentieri.
— Zitti, gridò il pubblico. — I due giovani continuarono la loro conversazione, senza sembrare di menomamente inquietarsi del desiderio che manifestava la platea di sentire la musica.
— Ella era alle corse del Campo di Marte, disse Château-Renaud.
— Di fatto oggi vi erano le corse, eravate impegnato?
— Oh! per una miseria, 50 luigi. — Chi ha vinto?
— Nautilus, io scommetteva per lui.
— Ma vi erano tre corse?
— Sì, vi era il premio del Jockey-Club, una coppa d’oro. Anzi è accaduto una cosa bizzarra. — E quale?
— Zitti dunque, gridò il pubblico.
— Hanno vinto questa corsa un cavallo ed un jockey del tutto sconosciuti. — Come?
— Oh! mio Dio, sì; nessuno aveva fatta attenzione ad un cavallo inscritto sotto il nome di Vampa, e ad un jockey iscritto sotto il nome Job, quando d’un subito si è veduto inoltrarsi un ammirabile sauro, ed un jockey grosso come un pugno; sono stati costretti di caricarlo di 20 libbre di piombo in saccoccia, cosa che non gli ha impedito di giungere alla meta tre lunghezze di cavallo prima d’Ariel e Barbaro che correvano con lui.
— E non si è saputo a chi apparteneva il cavallo ed il jockey? — No.
— Diceste che il cavallo era iscritto sotto il nome di...
— Vampa.
— Ne so più di voi, so a chi apparteneva il cavallo.
— Silenzio dunque, gridò per la terza volta la platea.
Questa volta gli urli erano sì grandi, che i due giovani si accorsero finalmente ch’erano ad essi indirizzati dal pubblico. Si volsero un momento, cercando in questa folla chi si rendesse garante di ciò che essi consideravano come un’insolenza; ma nessuno reiterò l’invito, ed essi si volsero verso la scena.
In questo mentre si apriva il palco del ministero, e la sig.ª Danglars con la figlia e Luciano Debray prendevano i loro posti. — Ah! ah! disse Château-Renaud, ecco delle persone di vostra conoscenza, visconte; che diavolo guardate a dritta? siete cercato da quest’altra parte.
Alberto si volse ed i suoi occhi s’incontrarono in quelli della baronessa Danglars, che gli fece un piccolo saluto col ventaglio. In quanto a madamigella Eugenia, fu molto se i suoi occhi si abbassarono fino all’orchestra. — In verità, mio caro, disse Château-Renaud, non capisco, prescindendo dalla cattiva alleanza che non credo sia ciò che vi preoccupi molto, quel che potete avere contro madamigella Danglars; e pure in verità è una bellissima giovane.
— Bellissima certamente, disse Alberto, ma vi confesso che in fatto di bellezza, amerei meglio qualche cosa di più dolce, di più soave, infine di più femminino.
— Ecco i giovani che non si contentano mai, disse Château-Renaud, che nella sua qualità di uomo di 30 anni assumeva un’aria paterna. E come, mio caro, vi si ritrova una fidanzata costruita sul modello di Diana cacciatrice, e non siete contento!
— Ebbene! precisamente l’avrei desiderata piuttosto del genere della Venere di Milo, o di Capua. Questa Diana cacciatrice, sempre in mezzo alle sue ninfe, mi spaventa un poco; ho paura che mi tratti come Atteone. — Di fatto un colpo d’occhio che si fosse dato sulla giovane, poteva quasi spiegare il sentimento che aveva esposto Morcerf. Eugenia Danglars era bella, ma, come lo aveva detto Alberto, di una bellezza un poco sostenuta, i capelli erano di un bel nero, ma nel loro ondeggiamento naturale si rinveniva qualche cosa di restio alla mano che voleva impor loro la sua volontà; gli occhi, neri come i capelli, sottoposti a magnifiche sopracciglia, che non avevano che un difetto, quello cioè di aggrottarsi qualche volta, erano particolarmente notevoli per una espressione di fermezza ch’erasi meravigliati di ritrovare in una donna; il naso aveva quelle proporzioni esatte che un bravo scultore darebbe alla statua di Giunone, soltanto la bocca era un po’ grande, ma guarnita di bei denti che facevano risaltare le labbra il cui carminio troppo vivo risaltava sul pallore del viso; finalmente un nero neo posto all’angolo della bocca e più largo di quello che ordinariamente sono questi capricci della natura, compiva di dare a questa fisonomia un’indole risoluta, ciò che spaventava alcun poco Morcerf. Del rimanente tutto il restante della persona di Eugenia corrispondeva a questa testa che abbiamo procurato di descrivere. Essa era, come l’aveva detto Château-Renaud, la Diana cacciatrice, ma con qualche cosa di più fermo e di più maschio nella sua bellezza. In quanto all’educazione che aveva ricevuta, se vi era un rimprovero a farsi era che sembrava in alcuni punti, come nella sua fisonomia più propria dell’altro sesso. Difatto parlava due o tre lingue, disegnava facilmente, faceva versi e componeva musica, era soprattutto appassionata per quest’ultima arte, che studiava con una delle amiche del conservatorio, giovanetta senza beni di fortuna, ma che a quanto veniva assicurato aveva tutte le disposizioni possibili per divenire una eccellente cantante; si diceva che un gran compositore portava a questa giovanetta un interessamento quasi paterno, e la faceva studiare nella speranza che un giorno avrebbe fatto una gran fortuna con la sua voce. La possibilità che Luisa d’Armilly (era il nome della giovane virtuosa) potesse un giorno andare sul teatro, faceva sì che madamigella Danglars, quantunque la ricevesse in casa, non si facesse vedere con essa in pubblico. Del resto senz’avere nella casa del banchiere il posto indipendente di un’amica, Luisa godeva di una posizione superiore a quella delle istitutrici ordinarie.
Qualche secondo dopo l’ingresso della sig.ª Danglars nel palco, era calato il sipario, ed in grazia di quella facoltà data dalla lunghezza degl’intermezzi fra un atto e l’altro, viene lasciato tutto il comodo di andare a passeggiare nella scala o di fare delle visite per una mezz’ora; i posti dell’orchestra si erano quasi del tutto vuotati.
Morcerf e Château-Renaud erano usciti pei primi. Per un momento la sig.ª Danglars credette che questa sollecitudine di Alberto avesse per iscopo di farle i suoi complimenti, e si era inclinata all’orecchio della figlia per annunziarle questa visita; ma colei erasi contentata di scuotere la testa, sorridendo, e nello stesso tempo, come per provare quanto era fondata la negativa d’Eugenia, Morcerf comparve nel palco di fianco del prim’ordine: era quello della contessa G***.
— Ah! eccovi qui, signor viaggiatore, disse questa stendendogli la mano con tutta la cordialità di un’antica conoscenza, è un bel tratto di amabilità per voi di avermi riconosciuta, e soprattutto d’avermi accordata la preferenza della prima visita.
— Credetemi, signora, che se avessi conosciuto prima il vostro arrivo in Parigi, ed avessi saputo il vostro indirizzo, non avrei aspettato così tardi. Ma vogliate permettermi di presentarvi il sig. barone de Château-Renaud, mio amico, uno dei pochi galantuomini che rimangano ancora alla Francia, e dal quale ho saputo che voi eravate alle corse del Campo di Marte. Château-Renaud salutò.
— Ah! voi eravate alle corse, signore, disse con vivacità la contessa. — Sì signora. — Ebbene, riprese la contessa G***, sapreste dirmi di chi era il cavallo che ha vinto il premio del Jockey-Club? — No signora, e poco fa faceva la stessa interrogazione ad Alberto. — Vi avete molta premura sig.ª contessa, domandò Alberto. — A che?
— A conoscere il padrone del cavallo. — Infinitamente... immaginatevi... ma sapreste, visconte, chi egli sia?
— Signora, sembra che voleste contare una storia; avete detto immaginatevi...
— Ebbene! immaginatevi che quel grazioso cavallo sauro e quel bello e piccolo Jockey dalla casacca color di rosa, mi avevano a prima vista inspirata una così vera simpatia che io faceva voti per l’uno e per l’altro, come precisamente se avessi scommesso per loro la metà dei miei beni; per cui quando essi giunsero alla meta, sorpassando gli altri corridori di tre lunghezze di cavallo, ne fui così contenta, che mi misi a battere le mani come una pazza. Figuratevi il mio stupore allorchè rientrando in casa, ho incontrato per le scale il piccolo Jockey color di rosa; credetti che il vincitore della corsa abitasse per caso nella stessa casa, ove sono, quando aprendo la porta del mio salotto, la prima cosa che vidi, fu la coppa d’oro che formava il premio guadagnato dal cavallo e Jockey sconosciuti. Nella coppa v’era un pezzetto di carta sul quale erano scritte queste parole: «Alla contessa G***, Lord Ruthwen.»
— È precisamente lui, disse Morcerf.
— Come è precisamente lui, chi volete dire?
— Voglio dire che è lord Ruthwen in persona.
— Quale lord Ruthwen? — Il mostro, il vampiro, quello del teatro Argentina. — Davvero, gridò la contessa egli è dunque qui? — Precisamente. — E voi lo vedete, lo ricevete, andate da lui. — Egli è mio amico intimo, ed anche il sig. di Château-Renaud ha l’onore di conoscerlo.
— Ma che cosa può farvi credere che sia il vincitore?
— Il suo cavallo inscritto sotto il nome di Vampa.
— Ebbene avanti. — Non vi ricordate il nome di quel famoso bandito che mi fece prigioniero? — Ah! è vero.
— E dalle mani del quale, il conte mi cavò miracolosamente? — È un fatto.
— Egli si chiamava Vampa, vedete bene che è lui.
— Ma perchè ha inviata questa coppa a me?
— Primieramente sig.ª contessa, perchè gli aveva parlato molto di voi, come potete ben crederlo, secondo perchè sarà rimasto soddisfatto di aver qui ritrovato una compatriotta, e contento dell’interessamento che questa compatriotta prendeva per lui.
— Spero bene che non gli avrete mai raccontate le pazzie che si sono dette sul conto suo? — In fede mia non lo giurerei, e questo modo d’offrirvi la coppa sotto il nome di lord Ruthwen.... — Ma è orribile, l’avrà con me mortalmente! — Il suo procedere è quello di un nemico?
— No, lo confesso. — Ebbene! — Dunque egli è a Parigi?
— Sì. — E che sensazione ha fatta? — Se ne è parlato otto giorni, disse Alberto, poi è succeduta l’incoronazione della Regina d’Inghilterra, ed il rubamento dei diamanti di madamigella Mars, e non si è più parlato che di questo.
— Mio caro, disse Château-Renaud, si vede bene che il conte è vostro amico, e lo trattate come tale. Non credete sig.ª contessa a ciò che vi dice Alberto, in tutta Parigi non si fa altro discorso che del conte di Monte-Cristo. Egli ha cominciato a regalare alla sig.ª Danglars un paio di cavalli che gli sono costati 30 mila fr., poi ha salvato la vita alla sig.ª de Villefort, poi ha guadagnato, a quanto sembra, il premio della corsa del Jockey-Club. Io sostengo al contrario, qualunque sia l’opinione di Morcerf, che in questo momento tutti si occupano ancora del conte, e che non si occuperanno per un buon mese ancora che di lui, molto più se continua a fare delle eccentricità, le quali del resto sembrano la sua buona maniera di vivere.
— È possibile, disse Morcerf, ma frattanto chi ha dunque ripreso il palco dallo ambasciatore di Russia?
— Qual è? disse la contessa. — Quello fra l’intercolonio del prim’ordine; mi sembra rimesso a nuovo del tutto.
— È vero, disse Château-Renaud; non v’era alcuno durante il primo atto? — Dove? — In quel palco.
— No, riprese la contessa, non vi ho veduto alcuno; così, continuò, ritornando alla prima conversazione, credete che il vostro conte di Monte-Cristo, sia stato quello che ha guadagnato il premio? — Ne son sicuro.
— E che mi ha inviato la coppa? — Senz’alcun dubbio.
— Ma io non lo conosco, ed ho volontà di rimandargliela.
— Oh! non lo fate, ve ne manderebbe un’altra tagliata in un qualche zaffiro, o scavata in un qualche rubino. Questi sono i suoi modi di operare; che volete, bisogna prenderlo com’è. — In questo mentre s’intesero i campanelli che avvisavano che il secondo atto stava per cominciare. Alberto si alzò per andare a prendere il suo posto.
— Vi rivedrò? domandò la contessa.
— Nell’intermezzo degli atti se lo permettete, verrò a sentire se posso esservi utile in qualche cosa a Parigi.
— Signori, disse la contessa, il sabbato la sera sto in casa per ricevere gli amici, strada di Rivoli n. 22. Entrambi siete avvisati. — I due giovani salutarono ed uscirono.
Rientrando in platea videro tutti in piedi con gli occhi fissi sopra un sol punto del teatro, i loro sguardi seguirono quelli della direzione generale, e si fermarono sul palco che prima apparteneva all’ambasciatore di Russia. Vi era entrato un uomo vestito di nero di 35 a 40 anni, con una donna che portava un costume orientale. La donna era della più gran bellezza, ed il vestito di tale ricchezza che tutti gli occhi, come si disse, si erano rivolti su lei.
— Ah! disse Alberto, è Monte-Cristo e la sua greca.
In fatti erano il conte ed Haydée. In meno di un momento la giovane greca era l’oggetto dell’attenzione non solo della platea, ma di tutto il teatro; le donne sporgevansi dai palchi per vedere risplendere al chiarore dei lumi quella cascata di diamanti. Il secondo atto passò in mezzo a quel sordo rumore che nelle riunioni ammassate indica un grande avvenimento. Nessuno pensò a gridare silenzio. Questa donna così bella, così giovane, così raggiante, era il più bello spettacolo che si potesse vedere. Questa volta un segno della sig.ª Danglars indicò chiaramente ad Alberto che la baronessa desiderava avere da lui visita, finito l’atto.
Morcerf era di troppo buon gusto per non farsi aspettare, quando gli veniva chiaramente indicato ch’era aspettato. L’atto finì, ed ei si affrettò di salire al palco sul proscenio.
Salutò le due dame e stese la mano a Debray. La baronessa lo accolse con un grazioso sorriso ed Eugenia colla sua freddezza abituale. — In fede mia, mio caro, disse Debray, voi vedete un uomo al suo termine, e che vi chiama in aiuto per sollevarlo. Ecco qui, la signora che mi ammazza di interrogazioni sul conte, e che vuole ch’io sappia di dov’è, di dove viene, ove va: in fede mia non sono Cagliostro, e per togliermi d’impaccio, ho detto: «Domandate tutto ciò a Morcerf, egli conosce sulla punta delle dita il suo Monte-Cristo»; allora vi hanno fatto segno.
— Non è incredibile, disse la baronessa, che quando si ha un mezzo milione di fondi segreti a sua disposizione, non si sia meglio istruiti di lui?
— Signora, disse Luciano, vi prego di credere che se avessi mezzo milione a mia disposizione, lo impiegherei in tutt’altro, che nel prendere informazioni su Monte-Cristo, che ai miei occhi non ha altro merito, se non quello di essere due volte ricco più di un nababbo: ma ho ceduta la parola a Morcerf; accomodatevi con lui, in ciò non ho più nulla a fare.
— Un nababbo non mi avrebbe al certo mandato a regalare un paio di cavalli di 30 mila fr. con quattro diamanti da cinque mila fr. l’uno.
— Oh! disse ridendo Morcerf, i diamanti sono la sua manìa. Io credo che, a guisa di Potemkin, ne abbia sempre in saccoccia, e che ne semini lungo la strada, come il piccolo Poucet faceva dei sassolini.
— Ne avrà trovata qualche miniera, disse la signora; sapete che ha un credito illimitato sul barone?
— Nol sapeva, ma dev’esser così, rispose Alberto.
— E che ha avvisato il sig. Danglars che conta di stare a Parigi un anno e di spendervi sei milioni?
— Questi è lo schach di Persia che viaggia in incognito.
— E quella donna, sig. Luciano, disse Eugenia, avete osservato quanto è bella?
— In verità madamigella, non conosco che voi per far giustizia alle persone del vostro sesso. — Luciano si accostò all’occhio l’occhialino: — Graziosa! diss’egli.
— Ed il sig. de Morcerf sa chi sia quella signora?
— Madamigella, disse Alberto, rispondo a questa quasi diretta interpellazione; ne so presso a poco, come di tutto ciò che riguarda il personaggio misterioso di cui si parla. Quella signora è una greca.
— Ciò si conosce facilmente dal vestito, e non mi dite con ciò nulla di più di quello che a quest’ora sa tutto il teatro.
— Sono mortificato, disse Morcerf, di essere un cicerone tanto ignorante; ma debbo confessarvi che le mie cognizioni si limitano a ciò solo. So di più ch’ella è amante di musica, perchè un giorno che feci colazione dal conte, intesi il suono di una guzla che certamente veniva da lei.
— Il vostro conte riceve? domandò la sig.ª Danglars.
— In un modo assai splendido, ve lo giuro.
— Bisogna che io obblighi il sig. Danglars ad offrirgli un pranzo, un ballo, affinchè ce lo restituisca.
— Come! andreste da lui, disse Debray ridendo.
— E perchè no? con mio marito!
— Ma questo misterioso conte è celibe.
— Vedete che non è vero, disse ridendo la baronessa mostrando la bella greca.
— Quella donna è una schiava, a quanto ci ha detto: ve ne ricordate, alla vostra colazione, Morcerf.
— Converrete mio caro Luciano, disse la baronessa, ch’ella ha piuttosto l’aspetto di qualche principessa.
— Delle mille e una notte.
— Non dico delle mille e una notte; ma che cosa forma la principessa, caro mio? i diamanti; ed essa ne è ricoperta.
— Ella ne ha anche troppi, disse Eugenia; sarebbe ancor più bella senza; perchè il collo ed i polsi, che sono di forme bellissime, avrebbero maggior spicco.
— Oh! l’artista, sentite, disse la sig.ª Danglars, come è entusiasta.
— Amo tutto ciò che è bello, disse Eugenia.
— Ma che ne dite del conte, mi sembra che non ci sia male.
— Il conte, disse Eugenia, come se non avesse ancora pensato a guardarlo; il conte è molto pallido.
— Di questo pallore precisamente, disse Morcerf, noi studiamo conoscere la causa.
— La contessa G*** pretende, voi lo sapete, che sia un vampiro.
— È dunque di ritorno la contessa? domandò la baronessa.
— Nel palco di fianco, diss’Eugenia, quasi in faccia al nostro, quella donna con quei bei capelli biondi, è lei.
— Ah! disse la sig.ª Danglars. Sapete ciò che dovreste fare Morcerf?
— Ordinate signora.
— Dovreste andare a fare una visita al vostro conte di Monte-Cristo e condurcelo.
— Perchè farne? diss’Eugenia.
— Per parlare con lui, non sei tu curiosa di vederlo?
— Niente affatto. — Strana fanciulla, mormorò la baronessa. — Oh! disse Morcerf, probabilmente verrà da sè. Osservate, vi ha veduta, signora, e vi saluta. — La baronessa rese il saluto al conte accompagnandolo con un grazioso sorriso. — Andiamo, disse Morcerf, io mi sacrifico, vi lascio per andare a vedere se ci è modo di parlargli.
— Andate nel palco, la cosa è semplicissima.
— Ma io non sono stato presentato. — A chi?
— Alla bella greca. — Ma diceste essere una schiava?
— Sì, ma voi pretendete che sia una principessa... Spero che quando mi vedrà uscire, uscirà anch’egli.
— È possibile, andate. — Vado. — Morcerf salutò ed uscì. Effettivamente al momento che passava davanti al palco del conte, la porta si aprì: il conte disse alcune parole in arabo ad Alì, che stava nel corridore, e prese il braccio di Morcerf: Alì chiuse la porta, e si tenne in piedi davanti ad essa; nel corridoio v’era una riunione di gente avanti al moro. — In verità, disse Monte-Cristo, il vostro Parigi è una strana città, ed i vostri Parigini una popolazione singolare. Si direbbe che questa è la prima volta che vedano un moro; guardate come si affollano intorno a questo povero Alì, che non sa che voglia dir questo. Vi dico però che un Parigino può andare a Tunisi, a Costantinopoli, a Bagdad, al Cairo e non gli faranno cerchio intorno.
— Ciò è perchè i vostri orientali sono persone sensate, e non guardano, che ciò che merita la pena d’essere guardato: ma credetemi, Alì non gode di questa popolarità se non perchè vi appartiene, ed in questo momento voi siete l’uomo di moda.
— Davvero! E chi mi ha procurato questo favore?
— Per bacco voi stesso, voi regalate delle pariglie da migliaia di luigi, salvate la vita alle mogli dei procuratori del re; fate correre sotto il nome del maggiore Black dei cavalli di puro sangue, e dei jockey grossi come formiche; finalmente vincete delle coppe d’oro, e le mandate in regalo a delle belle donne.
— E chi diavolo vi ha raccontato tutte queste fole?
— Per bacco! la prima la sig.ª Danglars, che muore dalla volontà di vedervi nel suo palco, o piuttosto di farvici vedere, la seconda il giornale di Beauchamp; e la terza la mia propria immaginazione. Perchè nominaste il vostro cavallo Vampa se volevate conservare l’incognito?
— Ah! è vero! disse il conte, fu un’imprudenza. Ma ditemi dunque, il conte di Morcerf non viene qualche volta all’Opera? L’ho cercato dappertutto cogli occhi, ma non l’ho scorto da nessuna parte.
— Egli verrà questa sera. — E dove? — Nel palco della baronessa, credo. — Quella graziosa giovane che è con lei è sua figlia? — Sì. — Ve ne faccio i miei rallegramenti.
Morcerf sorrise: — Parleremo di ciò in altro momento, e con particolarità, disse egli. Che ne dite della musica?
— Di quale musica? — Ma... di quella che avete intesa.
— Dico che è bellissima per musica composta da un compositore umano, e cantata da uccelli bipedi, e senza penne come diceva Diogene. Quando voglio sentire della musica quale non è stata mai sentita da orecchio umano dormo.
— Ebbene! qui siete situato a meraviglia; dormite, dormite, l’Opera non è stata inventata per altro scopo.
— No, in verità la vostra orchestra fa troppo rumore, perchè io possa dormire del sonno di cui vi parlo, mi abbisogna calma, silenzio, ed una certa preparazione...
— Ah! il famoso hatchis.
— Precisamente, visconte, quando vorrete sentire della musica venite a cena da me.
— Ma ne ho già inteso venendovi a fare colazione, disse Morcerf.
— A Roma? — Sì. — Ah! sarà stata la guzla di Haydée. Sì la povera esiliata si diverte qualche volta a suonare delle arie del suo paese. — Morcerf non insistè più; dalla sua parte il conte si tacque. In questo momento suonarono i campanelli. — Voi mi scuserete? disse il conte riprendendo la via del suo palco. — Come dunque! — Fate mille complimenti alla Contessa G*** per parte del suo vampiro.
— Ed alla baronessa?
— Le direte che avrò l’onore, se mi permette, di andarle a protestare i miei omaggi nella serata.
Il terz’atto cominciò. Durante lo stesso il conte de Morcerf venne come aveva promesso a raggiungere la sig.ª Danglars.
Il conte non era uno di quegli uomini che fanno rivoluzione in un teatro; per cui nessuno s’accorse del suo arrivo, meno quelli nel palco dei quali venne a prendere posto. Ciò non ostante Monte-Cristo lo vide, ed un leggero sorriso gli sfiorò le labbra. In quanto ad Haydée nulla vide finchè il sipario rimase alzato; come tutte le nature primitive ella adorava tutto ciò che parla all’orecchio ed agli occhi.
Il terzo atto passò come d’ordinario. Le madamigelle Noblet, Julia, e Leroux eseguirono i loro soliti intermezzi; il principe di Granata fu sfidato da Roberto-Mario; finalmente questo maestoso re che voi sapete, fece il giro della scena, per mostrare il suo manto di velluto, tenendo sua figlia per mano, poi calò il sipario, e la platea sgorgò nella sala e nei corridori. Il conte uscì dal palco ed un momento dopo fu veduto in quello della baronessa Danglars, la quale non potè contenere un leggero grido di sorpresa misto a gioia:
— Ah! venite dunque, sig. conte, gridò ella, perchè in verità ho sommo desiderio di unire i miei ringraziamenti verbali a quelli che vi ho già scritti.
— Oh! signora, vi ricordate ancora di questa miseria, io l’aveva già dimenticata.
— Sì!, ma ciò che non si dimentica, sig. conte si è che il giorno seguente salvaste la mia buon’amica, la sig.ª de Villefort dal pericolo che le facevano correre i miei cavalli.
— Questa volta pure io non merito i vostri ringraziamenti. Alì, il mio moro ebbe la fortuna di rendere alla sig.ª de Villefort questo importante servigio.
— Ma fu pure Alì, domandò il conte di Morcerf, che salvò mio figlio dalle mani dei banditi romani?
— No, sig. conte, disse Monte-Cristo stringendo la mano che gli stendeva il generale, questa volta accetto i ringraziamenti, per conto mio, ma voi me li avete già fatti, li ho ricevuti, ed in verità sono felice di ritrovarvi tanto riconoscente. Fatemi dunque l’onore, vi prego, sig.ª baronessa, di presentarmi a madamigella vostra figlia.
— Oh! voi siete già presentato, almeno di nome, perchè sono due o tre giorni che non si parla che di voi; Eugenia, continuò la baronessa voltandosi verso sua figlia, il sig. conte di Monte-Cristo. — Il conte s’inchinò, madamigella Danglars fece un leggero movimento con la testa:
— Voi siete in palco con una bellissima signora, sig. conte, diss’Eugenia, è vostra figlia?
— No, madamigella, disse Monte-Cristo maravigliato da questa estrema ingenuità, o da questa sorprendente destrezza! è una povera greca di cui io sono il tutore.
— Come si chiama?... — Haydée, rispose Monte-Cristo.
— Una greca, mormorò il conte di Morcerf.
— Sì, conte, disse la sig.ª Danglars, e ditemi se alla corte d’Alì-Tebelen, ove avete servito gloriosamente, avete mai veduto un costume così ammirabile, quanto è quello che abbiamo innanzi agli occhi.
— Ah! disse Monte-Cristo, voi avete servito a Giannina?
— Sono stato generale istruttore delle soldatesche del Pascià, rispose Morcerf, e la mia piccola fortuna, non lo nascondo, mi viene dalla liberalità di questo illustre capo albanese.
— Guardate dunque, insistè la sig.ª Danglars.
— E dove? balbettò Morcerf. — Osservate, disse Monte-Cristo. — E circondando il conte col braccio, sporse con lui fuori del palco. In questo momento Haydée che cercava cogli occhi il conte scoperse la sua pallida testa vicino a quella di Morcerf che teneva abbracciato. Questa vista produsse sulla giovanetta l’effetto della testa di Medusa; fece un movimento colla testa in avanti, come per divorarli entrambi collo sguardo; poi quasi subito si gettò in addietro, mandando un debole grido, che fu però inteso dalle persone che le erano vicine, e da Alì che aperse subito la porta.
— Osservate! disse Eugenia, che accade alla vostra pupilla, sig. conte? si direbbe che si senta male.
— Sembra, disse il conte, ma non vi spaventate, madamigella Haydée è molto nervosa, per conseguenza molto sensibile agli odori; un profumo che le sia antipatico basta per farla svenire; ma, soggiunse il conte, cavando una boccettina di saccoccia, ho qui il rimedio. E dopo avere salutato la baronessa e la figlia, collo stesso e solo saluto strinse nuovamente la mano a Morcerf e a Debray, ed uscì dal palco della sig.ª Danglars. Quando rientrò nel suo, Haydée era ancora molto pallida; appena gli strinse la mano, Monte-Cristo s’accorse essere fredda ad un tempo ed umida.
— E con chi dunque parlavi, signore? domandò Haydée.
— Col conte di Morcerf, rispose Monte-Cristo, che è stato al servizio del tuo illustre padre, e che confessa di dovergli la sua fortuna.
— Ah! miserabile, egli lo vendè ai Turchi; e questa fortuna fu il premio del suo tradimento. Tu dunque non sapevi questo, mio caro signore?
— Aveva sentito dire qualche parola su questo proposito in Epiro, disse Monte-Cristo, ma ne ignoro i particolari; vieni, figlia mia, tu me li racconterai, devono essere curiosi.
— Oh! sì vieni, vieni; mi sembra che morrei se dovessi stare più lungamente in faccia di quest’uomo.
Ed Haydée s’alzò prestamente, s’inviluppò nella sua burnous di cachemire bianco, orlata di perle e di corallo ed uscì al momento in cui si alzava il sipario pel quarto atto.
— Guardate se quest’uomo fa nulla di quel che fanno gli altri! disse la contessa G*** ad Alberto ch’era ritornato da lei, ascolta attentamente il terzo atto del Roberto, e se ne va al momento che sta per cominciare il quarto.
LIII. — ALTO E BASSO DEI FONDI.
Qualche giorno dopo questo incontro Alberto di Morcerf andò a far visita al conte di Monte-Cristo nella sua casa ai Campi-Elisi, che aveva già preso quell’aspetto di palazzo, che il conte mercè le sue immense ricchezze sapeva imprimere alle sue abitazioni anche più passaggiere. Egli veniva a rinnovargli i ringraziamenti della sig.ª Danglars che aveva già ricevuti in una lettera firmata baronessa Danglars, nata Erminia di Servieux. Alberto era accompagnato da Luciano Debray, il quale unì alle parole dell’amico qualche complimento, non al certo ufficiale, ma di cui il conte mercè il suo fino colpo d’occhio non poteva non sospettar la sorgente. Gli sembrò perfino che Luciano venisse a visitarlo mosso da un doppio sentimento di curiosità, di cui la metà emanasse dalla strada Chaussée-d’Antin; di fatto poteva supporre, senza timore di sbagliarsi, che la sig.ª Danglars non potendo coi suoi propri occhi ispezionare lo appartamento di un uomo che regalava cavalli da 30 mila fr. ed andava all’Opera con una greca che portava il valore di un milione in diamanti, aveva incaricato gli occhi per i quali era solita vedere, di darle su ciò qualche informazione; ma il conte non parve sospettare la minima correlazione fra la visita di Luciano e la curiosità della baronessa.
— Voi siete in rapporto quasi continuo col barone Danglars? domandò ad Alberto.
— Sì, sig. conte, sapete ciò che vi ho detto.
— Dunque resta sempre fermo?
— Oggi più che mai, disse Luciano, è affar concluso.
E giudicando senza dubbio che questa parola mista alla conversazione gli desse il diritto di restarne estraneo, si pose la lente legata in tartaruga all’occhio, e col pomo del bastoncino in bocca, fe’ il giro della camera esaminando e le armi ed i quadri.
— Ah! disse Monte-Cristo, ma a quanto mi diceste, non avrei creduto ad una così sollecita soluzione.
— Che volete? le cose camminano da sè; quando voi non pensate a loro, esse pensano a voi, e quando vi volgete, siete meravigliato del viaggio che hanno fatto. Mio padre ed il sig. Danglars hanno servito insieme in Ispagna, mio padre nell’esercito, Danglars nelle forniture. In questo modo mio padre, rovinato dalle rivoluzioni, e Danglars che non aveva mai avuto patrimonio, gettarono le prime fondamenta, mio padre della sua fortuna politico-militare che è bella, Danglars della sua politico-commerciale che è ammirabile.
— Sì, infatto, disse Monte-Cristo, credo che nella visita che gli ho fatta, il sig. Danglars mi abbia parlato di ciò, e continuò dando uno sguardo al lato dov’era Luciano che stava sfogliando un album, è bella madamigella Eugenia?... perchè io credo di ricordarmi ch’ella si chiami Eugenia.
— Molto bella, o piuttosto molto avvenente, disse Alberto, ma di una bellezza che non apprezzo; sono un indegno.
— Ne parlate già come se foste suo marito.
— Oh! fece Alberto, dando anch’egli uno sguardo a ciò che faceva Luciano.
— Sapete, disse Monte-Cristo abbassando la voce, che non mi sembrate molto entusiasmato per questo matrimonio?
— Madamigella Danglars è troppo ricca per me, e ciò mi spaventa, disse Morcerf.
— Baie! disse Monte-Cristo, questa poi è una bella ragione? E non siete ricco voi pure?
— Mio padre ha qualche cosa... circa 50 mila lire di rendita, e maritandomi me ne cederà forse 10 o 12.
— La cosa è alquanto modesta, particolarmente a Parigi; ma in questo mondo il tutto non sta nelle ricchezze, e non è piccola cosa l’avere un nome ed un’alta posizione in società. Il vostro nome è celebre, la vostra posizione magnifica, e poi il conte di Morcerf è un soldato, ed è cosa ricercata la integerrimità di Baiardo, e la povertà di Duguesclin collegate insieme, il disinteresse è il più bel raggio di sole al quale possa balenare una nobile spada. Al contrario trovo questo matrimonio convenientissimo, voi nobiliterete la sig.ª Danglars, ella vi arricchirà!
Alberto scosse la testa e rimase pensieroso.
— Vi sono ancora altre cose, diss’egli.
— Vi confesso, che non giungo a comprendere tanta ripugnanza per una giovinetta ricca e bella.
— Oh! mio Dio! questa ripugnanza, se pur vi è, non viene tutta per parte mia.
— Ma da qual parte dunque? perchè mi diceste che vostro padre desiderava questo matrimonio.
— Per parte di mia madre, che ha un occhio prudente e sicuro. Ebbene ella non sorride a quest’unione, ha una certa non so quale prevenzione contro i Danglars.
— Oh! disse il conte con un tuono di voce un po’ caricato, ciò si capisce; la sig.ª contessa di Morcerf che è la stessa distinzione, aristocrazia, e delicatezza personificata, esita alquanto a toccare una mano ordinaria, callosa e brutale.
— Non so se di fatto sia così, disse Alberto, ma quel che so si è, che mi sembra che questo matrimonio, se si effettua, la renderà infelice. Vi doveva già essere un congresso di famiglia sei settimane or sono per parlare di affari, ma sono stato affetto talmente forte dall’emicrania.
— Vera! disse il conte sorridendo.
— Oh! sì, vera; la paura senza fallo... e la riunione fu aggiornata a due mesi. Non v’è nulla che solleciti, come capite, non ho ancora 21 anno, ed Eugenia non ne ha che 17, ma i due mesi compiono nella settimana ventura. Bisognerà sottoporvisi. Non potete immaginare, mio caro conte, come io sia impacciato. Ah! quanto siete felice voi che siete libero!
— Ebbene! restate libero voi pure; vi domando un poco chi ve lo impedisce?
— Oh! questo sarebbe un troppo crudele disinganno per mio padre, se non isposassi madamigella Danglars.
— Sposatela dunque, disse il conte con una particolare stretta di spalle.
— Sì, disse Morcerf, ma questo per mia madre non sarà un disinganno ma un dolore.
— Ed allora non la sposate, disse il conte.
— Vedrò, proverò, mi consiglierete, n’è vero? se vi è possibile, mi torrete da quest’impaccio. Oh! per non procurare un dispiacere alla mia ottima madre credo che mi disgusterei anche il padre.
Monte-Cristo si voltò, egli era commosso:
— Che! diss’egli a Debray ch’era seduto in una profonda seggiola in un angolo del salotto, tenendo con una mano il lapis, coll’altra un portafogli, e che fate dunque là? fate uno schizzo nel genere di Poussin?
— Io, rispose tranquillamente, sì davvero uno schizzo! amo molto la pittura per questo! Ma questa volta faccio all’opposto, scrivo dei numeri. — Dei numeri!
— Sì, calcolo, e ciò riguarda voi indirettamente, visconte, calcolo ciò che la casa Danglars ha dovuto guadagnare sull’ultima alzata dei fondi di Haïti: da 206 i fondi sono saliti fino a 409 in tre giorni ed il prudente banchiere ne aveva acquistati molti a 206. Deve averci guadagnato 300 mila lire.
— Non è il suo più bel colpo, disse Morcerf; non ha guadagnato un milione in quest’anno coi boni di Spagna?
— Ascoltate, mio caro, disse Luciano, qui vi è il sig. conte di Monte-Cristo che vi dirà come dicono gl’italiani, Denaro e santità, Metà della metà — ed è ancora molto: per tal modo quando mi si raccontano simili storie, mi stringo nelle spalle.
— Ma voi parlate d’Haïti? disse Monte-Cristo.
— Oh! Haïti è un’altra cosa, Haïti è il giuoco dell’écarté pel traffico usurario dei biglietti del commercio francese, si può amare la rollina, prediligere il Whist, affollarsi al boston, ma poi ognuno si stancherà sempre di tutti questi giuochi e si tornerà all’écarté che è un capo d’opera. Così il sig. Danglars ieri ha venduto a 405 e si è intascato 300 mila fr. Se avesse aspettato fin oggi i fondi ricadevano a 205 ed invece di guadagnare 300 mila fr. ne avrebbe perduto 20 o 25 mila.
— E per qual motivo i fondi sonosi riabbassati da 409 a 205? vi chiedo scusa, ma sono molto addietro nella conoscenza di quest’intrighi di borsa.
— Perchè, rispose ridendo Alberto, le notizie si succedono, ma non si rassomigliano.
— Ah! diavolo, fece il conte, il sig. Danglars arrischia di guadagnare e di perdere 300 mila fr. in un giorno? Egli è dunque enormemente ricco. — Non è lui, gridò con vivacità Luciano, è la sig.ª Danglars. Ella è veramente intrepida!
— Ma voi, Luciano, che siete ragionevole e che conoscete la instabilità delle notizie, poichè ne siete alla sorgente, dovreste impedirlo, disse con un sorriso Morcerf. — Come potrò farlo io, se suo marito non ci riesce? domandò Luciano; voi conoscete l’indole della baronessa, nessuno ha influenza su lei, ed ella non fa che ciò che vuole.
— Oh! s’io fossi al vostro posto, disse Alberto.
— Ebbene?
— La guarirei; questo sarebbe un buon servizio da rendersi al suo futuro genero. — E in qual modo?
— Oh! è ben facile; le darei una buona lezione.
— Una lezione?
— Sì, la vostra posiziono come segretario del ministro vi dà una grande autorità per le notizie, voi non aprite la bocca che i sensali di cambi non stenografizzino subito le vostre parole; fatele perdere un centinaio di migliaia di fr. per volta, e ciò la renderà prudente.
— Non capisco, balbettò Luciano.
— Eppure la cosa è chiara, rispose il giovine con un’ingenuità senz’affettazione, un bel mattino annunciatele qualche cosa d’inaudito, una notizia telegrafica che voi solo possiate sapere; ciò farà salire i fondi, ella giuocherà il suo colpo di borsa, e perderà certamente, quando la dimane Beauchamp scriverà nel suo giornale: «È falso che persone bene informate abbiano saputo la tale notizia, essa è del tutto inesatta.»
Luciano si mise a ridere sull’estremità delle labbra. Monte-Cristo sebbene apparentemente indifferente non aveva perduto una parola di questo discorso, ed il suo sguardo penetrante aveva perfino preteso di scoprire un segreto nell’impaccio del segretario intimo; da quest’impaccio, ch’era pienamente sfuggito ad Alberto, risultò che la visita fu abbreviata da Luciano, poichè non si sentiva più a suo agio. Il conte accompagnandolo alla porta gli disse alcune parole a voce bassa, alle quali rispose: — Ben volentieri, accetto.
Il conte ritornò dopo al giovine Morcerf.
— Non credete voi, riflettendovi bene, di avere avuto torto di parlar così di vostra suocera in presenza di Debray?
— Conte, disse Morcerf, ve ne prego, non date alla baronessa questo nome prima del tempo.
— Da vero adunque, e senz’esagerazione, la contessa è contraria a tal punto a questo matrimonio?
— A tal punto che viene raramente dalla mia famiglia, e mia madre, credo non sia stata più di una o due volte in sua vita a far visita alla sig.ª Danglars.
— Allora, disse il conte, eccomi incoraggiato a parlarvi apertamente. Il sig. Danglars è il mio banchiere, il sig. de Villefort mi ha ricolmato di gentilezze in ringraziamento della fortunata combinazione che mi ha messo al caso di potergli rendere un servizio. Indovino sotto tutto ciò un buon numero di pranzi e di festini. Ora per non sembrare d’intracciar tutto a bella posta, ed anche per prendere l’iniziativa se così vi piace, ho ideato di riunire nel mio casino di campagna d’Auteuil il sig. e la sig.ª Danglars, il sig. e la sig.ª di Villefort. Se v’invito a questo pranzo unitamente al conte ed alla contessa di Morcerf, non avrebbe questo l’apparenza di un convegno matrimoniale, o almeno la contessa di Morcerf, non volterà la cosa in tal modo, particolarmente se il barone Danglars mi fa l’onore di condurvi sua figlia? Allora vostra madre mi prenderà in orrore ed io nol voglio menomamente. Al contrario ho tutta la premura, e ditelo a lei ogni qualvolta se ne presenti l’occasione, di conservarmi il meglio che sia possibile nel suo spirito.
— In fede mia, disse Morcerf, vi ringrazio della franchezza che adoperate meco ed accetto l’esclusione che mi proponete. Mi dite che desiderate di conservarvi il meglio che sia possibile nel cuore di mia madre, vi assicuro che vi siete già a meraviglia.
— Lo credete? disse Monte-Cristo con interessamento.
— Oh! ne sono sicuro; quando l’altro giorno ci lasciaste, abbiamo parlato buona pezza di voi. Ma ritorniamo a ciò che dicevamo. Se mia madre potesse sapere, ed arrischierò a dirglielo, questo riguardo che le usate son certo che ve ne sarebbe grata, sebben mio padre dal canto suo ne sarebbe furioso.
Il conte si mise a ridere. — Ebbene, eccovi avvisato. Ma vi rifletto, non solo vostro padre sarà furioso; il sig. e la sig.ª Danglars mi considereranno come uomo di cattivi modi. Sanno che fra noi passa una certa intimità, che anzi siete la mia più antica conoscenza parigina, e non ritrovandovi alla mia villa, mi chiederanno perchè non vi abbia invitato. Pensate almeno a munirvi di un impegno anteriore che abbia qualche apparenza di probabilità, e di cui mi darete avviso con un bigliettino. Ben sapete che i banchieri non riconoscono valide che le cose scritte.
— Farò anche meglio, disse Alberto, mia madre suole andare a respirare l’aria del mare; in che giorno è fissato il vostro pranzo? — Per sabato.
— Oggi è martedì, va bene, domani sera partiamo, dopo domani mattina saremo a Tréport. Sapete, sig. conte, che siete un cortese amico per mettere così le persone fuor di ogni intrigo? — Io? in verità mi stimate più di quel che valgo, desidero farvi cosa grata, ecco tutto.
— In che giorno avete mandati gl’inviti? — Oggi stesso.
— Bene, corro dal sig. Danglars, gli annunzio che domani mia madre ed io lasciamo Parigi. Non vi ho veduto, e per conseguenza non so nulla del vostro pranzo.
— Pazzo che siete, ed il sig. Debray che vi ha veduto da me?
— Ah! è giusto. — Al contrario io vi ho veduto e vi ho invitato qui senza cerimonie; e voi mi avete risposto candidamente che non potevate essere mio convitato, perché domani partivate per Tréport. — Va bene; ciò è concluso, ma verrete a visitare mia madre prima di domani?
— Prima di domani è difficile. Poi verrei a disturbare i vostri preparativi di partenza.
— Dunque fate ancor meglio, voi non eravate che un uomo grazioso, diventereste un uomo adorabile.
— E che debbo fare per giungere a questa sublimità?
— Oggi siete libero come l’aria, venite a pranzo con me. Noi saremo in piccola brigata: voi, mia madre ed io. Avete appena veduto mia madre, così la conoscerete da vicino. È una donna molto notevole, e mi spiace solo che non ve ne sia una uguale con vent’anni di meno, poichè vi assicuro che vi sarebbe presto una contessa ed una viscontessa Morcerf. Quanto a mio padre non lo troverete in casa, egli fa parte di una commissione, e pranza dal gran referendario. Venite, parleremo di viaggi; voi che avete veduto il mondo intero ci racconterete le vostre avventure, ci direte la storia di quella bella greca che dite essere vostra schiava, e che trattate come una principessa. Andiamo, accettate, mia madre ve ne saprà grado.
— Mille grazie, disse il conte; l’invito non può essere più bello, e mi spiace vivamente di non poterlo accettare. Non sono libero come credete, al contrario ho un convegno importantissimo.
— Ah! state in guardia, mi avete insegnato in qual modo, in fatto di pranzi uno può disimpegnarsi da un invito disaggradevole. Mi abbisogna una prova. Fortunatamente non sono un banchiere come Danglars, ma vi prevengo che sono incredulo quanto lui.
— Ed io vi do subito la prova, disse il conte; e suonò.
— Hum! fece Morcerf ecco già due volte che ricusate di pranzare con mia madre. Questa è una risoluzione stabilita.
Monte-Cristo rabbrividì:
— Ah! non lo credete, eppure, ecco la mia pruova.
Battistino entrò e si fermò sulla porta aspettando.
— Io non era stato prevenuto della vostra visita, n’è vero?
— Diamine, siete un uomo tanto straordinario, che non ne risponderei.
— Non poteva almeno immaginare che mi avreste invitato a pranzo?
— Oh! in quanto a ciò; è probabile.
— Ebbene! Ascoltate; Battistino, che vi ho detto questa mattina quando vi ho chiamato nel mio gabinetto di studio?
— Di far chiudere la porta del palazzo appena suonate le cinque, disse il cameriere. — E poi?
— Oh! sig. conte... disse Alberto.
— No, no voglio assolutamente tormi quella riputazione d’uomo misterioso che mi avete fatta, mio caro visconte, è troppo difficile di rappresentare sempre la parte di Manfredi. Voglio vivere in una casa di cristallo... E poi, continuate Battistino.
— E poi di non ricevere che il sig. maggiore Bartolommeo Cavalcanti e suo figlio.
— Capite, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti; un uomo della più antica nobiltà d’Italia, e di cui Dante si è preso la pena d’essere l’Hozier; vi ricordate, o non vi ricordate, nel X canto dell’Inferno; di più, un grazioso giovine della vostra età circa, e vostro stesso titolo, e che fa il suo primo ingresso nel mondo parigino coi milioni di suo padre. Il maggiore questa sera mi conduce suo figlio Andrea, il contino, come noi diciamo in Italia; egli me lo affida; lo presenterò se ha qualche merito, voi mi aiuterete, n’è vero?
— Senza dubbio. Il maggiore Cavalcanti è dunque un vostro antico amico? chiese Alberto.
— Niente affatto: è un degno signore molto educato, modesto, e discreto, come se ne trovano una quantità in Italia fra i discendenti decaduti delle antiche famiglie. L’ho veduto più volte tanto a Bologna, che a Firenze e Lucca, e mi ha avvisato del suo arrivo. Le conoscenze di viaggio sono esigenti; ovunque reclamano quell’amicizia che loro si è dimostrata una volta per caso; come se l’uomo incivilito, che sa vivere un’ora senza curarsi di sapere con chi, non avesse sempre i suoi riservati pensieri! Questo buon maggiore ritorna a rivedere Parigi che non vide che di passaggio sotto l’impero, quando andò a gelare a Mosca. Gli darò un buon pranzo, mi lascerà suo figlio, gli prometterò di sorvegliarlo, ma gli lascerò fare tutte quelle follie che gli piacerà di fare, e saremo pari.
— A meraviglia, m’accorgo che siete un prezioso mentore. Addio dunque, ritorneremo domenica. A proposito, ho ricevuto notizie di Franz.
— Ah! davvero? disse Monte-Cristo; il soggiorno d’Italia gli piace sempre?
— Credo di sì; però vi desidera. Dice che eravate il sole di Roma, e che senza di voi vi fa buio; non so se giunge fino a dire che vi piova.
— Si è dunque ricreduto sul conto mio?
— Al contrario persiste a credervi un essere fantastico in primo grado; ecco perchè vi desidera.
— Grazioso giovinotto, disse Monte-Cristo, e pel quale ho sentito una viva simpatia fin dalla prima sera in cui lo vidi cercare una cena qualunque, ed in cui volle accettare la mia. Egli è, credo, il figlio del generale d’Épinay?
— Precisamente. — Lo stesso che fu così miserabilmente assassinato nel 1815? — Dai bonapartisti. — È vero, in fede mia io l’amo! Non vi è anche per lui qualche disegno di matrimonio? — Sì, deve sposare la figlia del sig. de Villefort. — Davvero? — Come io devo sposare quella del barone Danglars; riprese Alberto sorridendo.
— Voi ridete?
— Sì. — Perchè ridete?
— Rido, perchè mi sembra di vedere da quel lato tanta simpatia nel matrimonio, quanta ne vedo da un altro lato fra madamigella Danglars e me. Ma veramente, mio caro conte, parliamo delle donne, come le donne degli uomini, questo è imperdonabile. — Alberto si alzò.
— Volete andarvene?
— La domanda è buona, sono due ore che vi assedio, e voi avete la gentilezza di chiedermi se voglio andarmene? In verità, conte, siete l’uomo più gentile della terra! La vostra servitù com’è educata! Battistino particolarmente. Non ho mai potuto averne uno simile. I miei sembrano tutti modellarsi su quelli del teatro francese, che precisamente perchè non hanno che una parola da dire, vengono sempre a dirla sulla scala. Se mai aveste a disfarvi di Battistino vi prego darmi la preferenza.
— Resta stabilito, visconte.
— Ma qui non è tutto, aspettate, fate i miei complimenti al vostro discreto Lucchese Cavalcante dei Cavalcanti; e se per caso avesse intenzione di dar moglie a suo figlio, trovategli una donna molto ricca, molto nobile almeno dal lato di sua madre, e baronessa dal lato di suo padre, io vi aiuterò a trovarla.
— Oh! oh! rispose Monte-Cristo, da vero, siamo a questi termini?
— Sì. — In fede mia non bisogna giurare su niente.
— Ah! conte, gridò Morcerf, qual servizio mi rendereste! E come io vi amerei cento volte di più ancora, se mercè vostra potessi restare celibe, altri dieci anni almeno!
— Tutto è possibile, rispose con gravità Monte-Cristo.
E prendendo congedo da Alberto rientrò nel suo gabinetto, e battè tre colpi sul campanello. Bertuccio comparve. — Bertuccio, sapete che sabato ho ricevimento nel mio casino d’Auteuil.
Bertuccio ebbe un leggero fremito: — Bene, signore.
— Ho bisogno di voi, continuò il conte, perchè tutto sia disposto convenientemente. Quella casa è bella, o per lo meno può diventare bella.
— Per far ciò bisognerebbe cambiar tutto, sig. conte, ogni cosa è invecchiata.
— Cambiate dunque tutto, ad eccezione di una camera sola, della camera da letto di damasco rosso. Anzi, la lascerete assolutamente come si trova. — Bertuccio s’inchinò.
— Non toccherete niente neppure nel giardino; ma del cortile per esempio fatene tutto ciò che volete, gradirò anzi assaissimo se sarà ridotto in modo da non essere più conosciuto.
— Farò il possibile perchè il sig. conte rimanga contento; sarei più tranquillo però se volesse dirmi le sue intenzioni sul pranzo.
— In verità, disse il conte, da che siamo a Parigi vi trovo sconcertato e tremante; dunque non mi conoscete più?
— Ma infine V. E. potrebbe dirmi chi riceve?
— Non so ancora niente, e voi pure non avete bisogno di saperlo. Lucullo pranza da Lucullo; ecco tutto.
Bertuccio s’inchinò e partì.
LIV. — IL MAGGIORE CAVALCANTI.
Nè il conte, nè Battistino avevano mentito annunciando a Morcerf questa visita del maggiore Lucchese, che serviva a Monte-Cristo di pretesto per rifiutare il pranzo ch’eragli stato offerto. Battevano le sette, e già da due ore Bertuccio, giusta l’ordine ricevuto, era partito per Auteuil, quando una carrozza di piazza si fermò al cancello, e fuggì vergognosa subito dopo aver deposto a terra un uomo di circa 50 anni, vestito con uno di quei soprabiti verdi con alamari neri, la cui specie sembra non potersi estinguere in Europa. Larghe brache di panno blu, stivali abbastanza puliti, sebbene la vernice fosse incerta, e le suola un po’ troppo grosse, guanti di daino, un cappello che per la forma si accostava a quello di un gendarme, un colletto nero con un orlo bianco, che se non fosse stato portato di piena volontà del proprietario, sarebbesi potuto credere uno di quei cerchi di ferro a cui si attaccano pel collo i malfattori alla berlina; tal era il pittoresco abbigliamento della persona che picchiò al cancello domandando se all’entrata dei Campi-Elisi n. 30 abitasse il conte di Monte-Cristo, e che dietro la risposta affermativa del portinaro, entrò, richiuse la porta, e si diresse alla scalinata. La testa piccola e ad angoli di quest’uomo, i capelli grigi, i fitti baffi lo fecero riconoscere da Battistino che aveva gli esatti connotati del visitatore da lui aspettato nel vestibolo. Per tal modo appena pronunciato il suo nome in faccia all’intelligente servitore, Monte-Cristo era già avvisato del suo arrivo. Lo straniero fu introdotto nella sala più semplicemente messa. Il conte ivi lo aspettava, e gli andò incontro sorridendo: — Ah! caro signore, siate il benvenuto; io vi aspettava.
— Davvero, disse il Lucchese, V. E. mi aspettava?
— Sì, ero stato avvisato per oggi del vostro arrivo alle 7.
— Del mio arrivo? Cosicchè eravate prevenuto?
— Perfettamente. — Oh! tanto meglio! Temeva, lo confesso, che avessero dimenticata questa piccola cautela.
— Quale? — Quella di prevenirvi. — Oh! no!
— Ma siete sicuro di non ingannarvi? — Ne son sicuro.
— Ma veramente V. E. aspettava me alle sette?
— Veramente voi. D’altra parte verifichiamo.
— Oh! se mi aspettavate, non vale la pena....
— No, no, disse Monte-Cristo.
Il Lucchese parve alquanto commuoversi.
— Vediamo, non siete il marchese Bartolommeo Cavalcanti?
— Bartolommeo Cavalcanti, sta bene.
— E maggiore al servizio dell’Austria?
— Io era dunque maggiore? domandò timidamente il vecchio soldato.
— Sì, disse Monte-Cristo, eravate maggiore; questo è il nome che si dà in Francia al grado che avevate in Italia.
— Buono, disse il Lucchese, non domando meglio, capite...
— D’altra parte non venite qui di vostra spontanea elezione, riprese Monte-Cristo — Oh! sì certamente.
— Voi mi siete stato indirizzato da qualcuno. — Sì.
— Dall’eccellente abate Busoni. — Da lui precisamente! gridò tutto contento il Lucchese.
— Ed avete una lettera?
— Eccola.
— Per bacco, vedete bene che tutto corrisponde. Datemela dunque. — E Monte-Cristo prese la lettera che aprì e lesse.
Il maggiore guardava il conte con occhi spalancati e meravigliati che si portavano con curiosità in giro sopra ciascun oggetto della camera, ma che ritornavano invariabilmente sul suo scrigno.
— È ben lui... questo caro Busoni «il maggior Cavalcanti, un degno patrizio Lucchese, discendente dal Cavalcanti di Firenze, continuò Monte-Cristo leggendo a voce alta, e che gode una fortuna di mezzo milione di rendita.» Mezzo milione, salute! mio caro Cavalcanti.
— Vi è un mezzo milione? domandò il Lucchese.
— In tutte le lettere; e dev’essere così, l’abate Busoni è l’uomo che conosce meglio di tutti le più grandi fortune di Europa.
— Eh? vada per un mezzo milione, disse il Lucchese, ma parola di onore non credeva che andasse tant’alto.
— Perchè avete un’intendente che vi ruba; che volete, caro sig. Cavalcanti, bisogna adattarsi.
— Voi m’illuminate, disse il Lucchese con gravità, lo metterò alla porta.
Monte-Cristo continuò a leggere: «E al quale non manca che una cosa per essere felice.»
— Oh! sì una sola cosa, disse il Lucchese con un sospiro.
— «Di ritrovare un figlio adorato, rapito nella sua prima gioventù, o da nemici della sua famiglia o da zingari.»
— All’età di 5 anni, signore, disse il Lucchese con un profondo sospiro ed alzando gli occhi al cielo.
— Povero padre! disse Monte-Cristo. «Io gli rendo la speranza, gli rendo la vita, sig. conte, annunziandogli che questo figlio, che da 15 anni cerca invano, voi potete farglielo ritrovare.»
Il Lucchese guardò Monte-Cristo con una indefinibile espressione d’inquietudine.
— Lo posso, rispose Monte-Cristo.
Il maggiore riprese coraggio.
— Ah! ah! la lettera è dunque vera fino alla fine?
— Avreste potuto dubitarne?
— No, mai! E come lo potevo? ad un uomo grave ricoperto di un rispettabile carattere non sarebbe permessa una simile celia: ma voi non avete letto tutto, eccellenza!
— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, v’è un post-scriptum.
— «Per non procurare al maggior Cavalcanti l’impaccio di spostare dei fondi dal suo banchiere gli mando una tratta di 2,000 fr. per le spese del viaggio e gli apro credito su voi per 48 mila fr. che rimanete a darmi.»
Il maggiore seguiva cogli occhi questo post-scriptum con una visibile ansietà. — Bene, si contentò di dire il conte.
— Ha detto bene, mormorò il Lucchese? — E così, signore? riprese egli.
— E così? domandò Monte-Cristo.
— Il post-scriptum è accettato da voi collo stesso favore come tutto il resto della lettera?
— Certamente. Ho conti con l’abate Busoni; non so se sieno precisamente 48 mila lire che ancora resto a dargli; ma in caso non guasteremo i nostri affari per qualche biglietto di banca. E che! voi dunque attaccate una grande importanza a questo post-scriptum, caro sig. Cavalcanti?
— Vi confesserò, disse il Lucchese, che pieno di fiducia nella firma dell’abate Busoni, non mi sono provveduto di altri fondi; di modo che se mi mancasse questa risorsa, mi troverei molto impacciato a Parigi.
— È possibile che un uomo come voi possa mai trovarsi impacciato in alcun luogo? disse Monte-Cristo; via dunque!
— Diavolo, non conoscendo alcuno, disse il Lucchese.
— Ma siete conosciuto. — Sì son conosciuto di modo che...
— Terminate, caro sig. Cavalcanti. — Di modo che mi pagherete questi 48 mila fr. — Alla vostra prima domanda.
Il maggiore girava gli occhi stralunati. — Ma sedetevi dunque, disse Monte-Cristo, da vero che non so più quel che mi faccio... è un quarto d’ora che vi tengo qui in piedi...
— Non ci fate attenzione. — Il maggiore avanzò una seggiola e vi si assise. — Ora, disse il conte, volete prendere qualche cosa? un bicchiere di Xeres, di Porto, d’Alicante?
— D’Alicante, poichè lo volete, è il mio vino prediletto.
— Ne ho dell’eccellente. E con un biscotto, n’è vero?
— Con un biscotto poichè mi forzate.
Monte-Cristo suonò, Battistino comparve, il conte s’avvicinò a lui. — Ebbene?... domandò a voce bassa.
— Il giovine è di là, rispose il cameriere collo stesso tuono.
— Buono! dove lo avete fatto passare? — Nel salotto blu come ordinò V. E. — A meraviglia, portate del vino d’Alicante e dei biscotti. — Battistino uscì.
— In verità, disse il Lucchese, vi do un incomodo che mi riempie di confusione.
— Che dite mai?
Battistino rientrò coi bicchieri, il vino ed i biscotti.
Il conte riempì un bicchiere, e versò nell’altro soltanto alcune gocce del liquido rubino che conteneva la bottiglia tutta ricoperta di tela di ragno, e di tutti quegli altri segni che indicano la vecchiaia del vino, molto più sicuramente che non fanno le rughe sulla fronte dell’uomo.
Il maggiore non s’ingannò nella scelta, prese il bicchiere pieno ed il biscotto. Il conte ordinò a Battistino di depositare la sotto coppa alla portata della mano del suo ospite, che cominciò dal gustare l’Alicante colla estremità delle labbra, facendo una boccaccia di soddisfazione ed introdusse delicatamente il biscotto nel bicchiere.
— Così signore, disse Monte-Cristo, voi abitate Lucca, siete ricco, siete nobile, godete della stima universale, possedete tutto ciò che può formare un uomo felice?
— Tutto, eccellenza, disse il maggiore inghiottendo il suo biscotto, assolutamente tutto.
— E non manca che una cosa per fare la vostra felicità?
— Una sola, disse il Lucchese.
— Di ritrovar vostro figlio?
— Ah! fece il maggiore prendendo un secondo biscotto, ma anche questo mi mancava. — Il degno Lucchese alzò gli occhi al cielo e tentò uno sforzo per sospirare.
— Ora vediamo, sig. Cavalcanti, che cosa è questo figlio che tanto deplorate; perchè mi fu detto, che siete rimasto lungamente celibe.
— Lo credevano signore, disse il maggiore, ed io stesso...
— Sì, riprese il conte, e voi stesso avete accreditata questa voce. Un peccato di gioventù che volevate nascondere agli occhi di tutti.
Il Lucchese si ricompose, prese le maniere più placide e più degne nello stesso tempo, ed abbassando modestamente gli occhi, sia per assicurare la sua condotta, sia per aiutare la sua immaginazione guardando di sott’occhio il conte il cui sorriso a fior di labbra annunziava sempre la stessa benevola curiosità. — Sì signore, voleva nascondere questo fallo agli occhi di tutti.
— Non per voi.
— Oh! per me no certamente, disse il maggiore con un sorriso scuotendo la testa.
— Ma per sua madre, replicò il conte.
— Per sua madre! gridò il Lucchese, prendendo il terzo biscotto; per la sua povera madre.
— Bevete dunque caro signore, disse Monte-Cristo versando al Lucchese un secondo bicchiere d’Alicante; l’emozione vi soffoca.
— Per la sua povera madre! mormorò il Lucchese, provando se la forza della volontà avesse il potere di operare sulla glandula lagrimale, affine d’inumidire con una falsa lagrima l’angolo dell’occhio.
— Che apparteneva ad una delle prime famiglie d’Italia?
— Patrizia di Fiesole, sig. conte! — E si chiamava?
— Desiderate saperne il nome?
— È inutile che me lo diciate, lo so.
— Il sig. conte sa tutto, disse il Lucchese inchinandosi.
— Oliva Corsinari, n’è vero? — Oliva Corsinari!
— Marchesa? — Marchesa!
— Ed avete finito collo sposarla, ad onta degli ostacoli di famiglia.
— Mio Dio, sì, ho finito in tal modo.
— E portate le vostre carte in regola?
— Quali carte? domandò il Lucchese.
— L’atto di matrimonio con Oliva Corsinari, e l’atto di nascita di vostro figlio?
— La fede di nascita di mio figlio?
— Sì, l’atto di nascita di Andrea Cavalcanti; vostro figlio, non si chiama egli Andrea?
— Credo di sì, disse il Lucchese. — Come! voi lo credete?
— Diavolo, non oso affermarlo, è tanto tempo che l’ho perduto. — È giusto, disse Monte-Cristo. Avete dunque tutte queste carte? — Signore, con dispiacere debbo annunciarvi che non essendo stato prevenuto di munirmi di questi atti non ho curato di prenderli meco. — Ah! diavolo, fece Monte-Cristo. — Erano dunque assolutamente necessarii?
— Indispensabili. — Il Lucchese si grattò la fronte.
— Ah! per bacco, diss’egli, indispensabili.
— Senza dubbio, se qui venissero mossi dei dubbi sulla legalità del vostro matrimonio, sulla legittimità di vostro figlio.
— È giusto, disse il Lucchese, potrebbero insorgere dubbii.
— Sarebbe tormentoso per questo giovine.
— Sarebbe fatale.
— Ciò potrebbe mandargli a monte qualche magnifico matrimonio. — Oh! peccato! — In Francia, lo saprete, vi è molto rigore, in Francia vi è il matrimonio civile, e per maritarsi civilmente vi vogliono le fedi d’identità.
— Ecco la disgrazia; non ho queste carte.
— Fortunatamente le ho io, disse Monte-Cristo.
— Voi? — Sì. — Le avete? — Le ho.
— Ah! disse il Lucchese, che vedendo lo scopo del suo viaggio fallire per la mancanza di queste carte, temeva che questa dimenticanza non facesse insorgere qualche difficoltà sull’argomento delle 48 mila lire; ah! per esempio, ecco una fortuna. Sì, riprese egli, perchè non ci avrei pensato.
— Per bacco, credo bene, non si può sempre pensare a tutto. Ma fortunatamente l’abate Busoni vi ha pensato in vece vostra.
— Guardate un po’ quanto è amabile questo caro abate!
— È un uomo pieno di cautele.
— È un uomo ammirabile! disse il Lucchese, ve le ha egli inviate? — Eccole qui... — Il Lucchese congiunse le mani in segno di ammirazione.
— Voi avete sposato Oliva Corsinari a Monte Catini; ecco il certificato.
— Sì, da vero eccolo, disse il maggiore, guardandolo con meraviglia.
— Ed ecco la fede di nascita di Andrea Cavalcanti rilasciata a Seravezza.
— Tutto è in regola, disse il maggiore.
— Allora, prendete queste carte, delle quali non so che farne, le darete a vostro figlio che le custodirà con cura.
— Lo credo bene... s’egli le perdesse...
— Ebbene! s’egli le perdesse? domandò Monte-Cristo.
— Ebbene! riprese il Lucchese, sarebbe obbligato di scrivere laggiù, e vi sarebbero delle grandi difficoltà a procurarsene delle altre.
— In fatto sarebbe difficilissimo, disse Monte-Cristo.
— Quas’impossibile, rispose il Lucchese.
— Son ben contento che comprendiate il valore di queste carte.
— Vale a dire le riguardo impagabili.
— Ora, quanto alla madre del giovine...
— Quanto alla madre del giovine... ripetè il maggiore con inquietudine.
— In quanto alla Marchesa Corsinari.
— Mio Dio, disse il Lucchese sotto i passi del quale sembravano nascere le difficoltà; si avrà forse bisogno di lei?
— No signore, rispose Monte-Cristo, d’altra parte non ha ella...
— Sia così, sia così, disse il maggiore ella ha...
— Pagato il suo tributo alla natura.
— Ahimè! sì, disse vivamente il Lucchese.
— Seppi, riprese il conte, ch’era morta da dieci anni.
— Ed io ne piango ancora la morte, disse il maggiore cavando di saccoccia un fazzoletto a quadretti ed asciugandosi alternativamente ora l’orlo dell’occhio destro, ora quello dell’occhio sinistro.
— Che volete farci, disse Monte-Cristo, noi tutti siamo mortali. Ora capirete mio caro ch’è inutile che si sappia in Francia che voi siete stato diviso da vostro figlio per 15 anni. Tutte queste storie di zingari che rapiscono i ragazzi, non hanno credito presso di noi. Voi lo avete inviato per la sua educazione in un collegio di provincia, e volete ch’egli la compisca in mezzo al gran mondo di Parigi. Ecco perchè avete lasciato Viareggio ove abitate dopo la morte di vostra moglie. Ciò basterà.
— Lo credete? — Certamente. — Va benissimo allora.
— Se mai venisse scoperta qualche cosa di questa separazione.
— Ah! sì, e che dovrei dire allora? — Che un precettore infedele, venduto ai nemici della vostra famiglia...
— Ai Corsinari? — Certamente... ha rapito questo figliuolo, perchè si estinguesse il vostro nome. — È giusto perchè è figlio unico... — Bene, ora che tutto è combinato, che le vostre rimembranze essendo state rinnovate, non vi tradiranno, avrete certamente indovinato che vi ho preparato una sorpresa? — Aggradevole? domandò il Lucchese.
— Ah! disse Monte-Cristo, ben m’avveggo che non si può ingannare l’occhio più di quel che non si possa ingannare il cuore di un padre. — Hum! fece il maggiore. — Vi è stata fatta qualche rivelazione indiscreta, o avete indovinato ch’egli è là. — Chi è là? — Il vostro figlio, il vostro Andrea.
— L’ho indovinato, rispose il Lucchese colla più gran flemma del mondo, così egli è qui?
— In questa stessa casa, disse Monte-Cristo, il cameriere poco fa mi ha avvisato del suo arrivo.
— Ah! benissimo, benissimo! disse il maggiore allacciandosi gli alamari della sua polacca. — Mio caro signore, disse Monte-Cristo, concepisco tutta la vostra emozione, e bisogna accordarvi un po’ di tempo per rimettervi, voglio pure disporre il giovine a questo incontro tanto desiderato, giacchè presumo che non sia meno impaziente di voi.
— Lo credo, disse Cavalcanti. — Ebbene, fra un quarto d’ora saremo qui. — Voi dunque me lo conducete? portate la bontà fino al punto di presentarmelo voi stesso?
— No, non voglio pormi fra il padre ed il figlio, sarete soli, ma state tranquillo, nel caso che la voce del sangue rimanesse muta, non potrete ingannarvi; egli entrerà da questa porta. È un bel giovinetto biondo, forse anche un po’ troppo biondo, con modi tutti che prevengono in suo favore, vedrete.
— A proposito, disse il maggiore, sapete che non ho portato meco che i due mila fr. che mi ha fatto passare il buon abate Busoni. Su questi ho levato le spese di viaggio... e...
— Ed avete bisogno di denaro, è troppo giusto. Prendete, ecco qui un conto pari, otto biglietti di mille fr.; or ve ne devo altri 40 mila. — V. E. vuole che le faccia la ricevuta? disse il marchese facendo scivolare i biglietti nella saccoccia interna della polacca. — Perchè farne? disse il conte.
— Ma per darvene discarico nel conto dell’abate Busoni.
— Ebbene, mi farete una ricevuta generale quando vi sborserò gli ultimi 40 mila fr.; fra galantuomini sono inutili queste cautele.
— Ah! sì è vero, disse il maggiore; fra galantuomini...
— Mi permetterete una piccola raccomandazione, n’è vero?
— E come mai, la domando. — Non sarebbe mal fatto, se lasciate questa polacca. — Davvero, disse il maggiore guardando con una certa compiacenza il suo soprabito.
— Sì, questa a Viareggio si porta ancora, ma è già gran tempo che questo vestito per quanto sia elegante, è passato di moda a Parigi. — Mi rincresce, disse il Lucchese.
— Ma se vi ci siete affezionato, potrete rimetterla al ritorno.
— Ma intanto che metterò? — Ciò che troverete nei vostri bauli. — Come nei miei bauli? Non ho portato meco che il porta mantello. — Con voi lo credo; e perchè avreste dovuto impacciarvi? D’altra parte un vecchio militare desidera marciare con un piccolo fardello. — Ecco precisamente perchè...
— Ma voi siete un uomo pieno di cautele, e perciò avete mandato avanti i vostri bauli. Sono giunti ieri all’albergo dei Principi, strada Richelieu, ove avete fatto fissare il vostro alloggio.
— Allora in questi bauli?...
— Presumo che avrete avuta la cautela di farvi racchiudere dal vostro cameriere tutto ciò che vi poteva abbisognare, abiti da città, abiti d’uniforme. Nelle grandi congiunture vestirete l’uniforme, il che fa sempre bene. Non dimenticate poi le decorazioni. In Francia se ne beffano ancora, ma le portano sempre.
— Benissimo, benissimo, benissimo, disse il maggiore passando da uno stordimento in un altro.
— Ed ora che il vostro cuore si è rafforzato contro le sensazioni troppo vive, preparatevi, mio caro Cavalcanti, a rivedere il vostro Andrea.
E facendo un grazioso saluto al Lucchese rapito in estasi, Monte-Cristo disparve dietro la portiera.
LV. — ANDREA CAVALCANTI.
Il conte di Monte-Cristo entrò nel salotto vicino, che Battistino aveva indicato col nome di salotto blu, e dov’era stato preceduto da un giovine di portamento disinvolto vestito con sufficiente eleganza, che mezz’ora prima era stato gettato alla porta del palazzo da un cabriolet di piazza.
Battistino non aveva penato a riconoscerlo; era realmente quel giovine alto coi capelli biondi, colla tinta vermiglia sopra una candidissima pelle, come gli era stato contradistinto dal padrone. Il giovine era negligentemente steso sur un sofà percuotendosi lo stivale con un sottile bastoncino a pomo d’oro; scorgendo Monte-Cristo si alzò prestamente. — Il signore è il conte di Monte-Cristo?
— Sì signore, rispose questi, e credo di aver l’onore di parlare al sig. conte Andrea Cavalcanti.
— Il conte Andrea Cavalcanti, riprese il giovine accompagnando queste parole con un saluto di disinvoltura.
— Dovete avere una lettera che vi accredita meco?
— Non ve ne parlavo per cagione della firma che mi è sembrata strana. — Sindbad il marinaro, non è così?
— Precisamente, or siccome non ho mai conosciuto altro Sindbad il marinaro che quello delle mille e una notte...
— Ebbene! egli è uno dei suoi discendenti, uno dei miei amici, molto ricco, un inglese, qualche cosa più che stravagante, quasi pazzo, il cui vero nome è Lord Wilmore.
— Ah! ecco ciò che mi spiega ogni cosa, disse Andrea, allora tutto va a meraviglia. Egli è quello stesso inglese che conobbi... a... sì; benissimo, sig. conte, vi son servo.
— Se ciò che avete l’onore di dirmi è vero, spero che vorrete favorirmi dei particolari sulla vostra famiglia.
— Volentieri, rispose il giovine con una volubilità che provava la sicurezza della sua memoria. Io sono, come diceste, il conte Andrea Cavalcanti, figlio del maggiore Bartolommeo, discendente dai Cavalcanti iscritti al libro d’oro di Firenze. La nostra famiglia quantunque ancora ricca, poichè mio padre gode di mezzo milione di rendita, ha provato moltissimi infortuni, ed io stesso, signore, all’età di 5 anni sono stato rapito da un aio infedele, di modo che da 19 anni non ho più riveduto l’autore dei miei giorni. Dacchè ho l’età della ragione, dacchè sono libero e padrone di me, lo cerco, ma inutilmente. Finalmente questa lettera del nostro amico Sindbad mi annunzia, ch’egli è a Parigi, e mi permette d’indirizzarmi a voi per averne notizia.
— In verità, signore, tutto ciò che mi raccontate è molto importante, disse il conte che guardava con una tetra soddisfazione questa fisonomia disinvolta, marcata di una beltà simile a quella dell’angelo cattivo; ed avete fatto benissimo a conformarvi in tutto e per tutto all’invito del buon amico Sindbad, perchè vostro padre in fatto è qui e vi cerca.
Il conte fin dal suo entrare nel salotto non aveva perduto di vista il giovine, ne aveva ammirato la sicurezza dello sguardo e della voce, ma a queste parole tanto naturali, vostro padre è qui e vi cerca, il giovine Andrea fece uno sbalzo gridando: — Mio padre! mio padre qui?
— Senza dubbio, rispose Monte-Cristo, vostro padre il maggiore Bartolommeo Cavalcanti. — L’impressione di terrore sparsa sui tratti del giovine si cancellò quasi subito.
— Ah! sì è vero, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti. E voi dite, sig. conte, ch’egli è qui, questo caro padre?
— Sì, signore, aggiungerò ancora che l’ho lasciato in questo punto; la storia che mi ha raccontata di questo prediletto figlio altra volta perduto, mi ha molto commosso, in verità, i suoi dolori, i timori, le speranze su tal soggetto formerebbero un poema commovente. Finalmente un giorno ricevette notizie che gli annunziavano che i rapitori di suo figlio offrivano di renderlo o d’indicare ove egli era mercè una forte somma. Ma niuna cosa ritenne questo buon padre, la somma fu inviata alle frontiere del Piemonte unitamente ad un passaporto regolare per l’Italia. Voi eravate nel mezzogiorno della Francia, credo?
— Sì signore, rispose Andrea con impaccio; era nel mezzogiorno della Francia.
— Una vettura doveva aspettarvi a Nizza?
— Precisamente così, signore, essa mi condusse da Nizza a Genova, da Genova a Torino, da Torino a Chambery, da Chambery a Pont-de Beauvoisin, e di lì a Parigi.
— A meraviglia, sperava sempre rincontrarvi in cammino, poichè questa era la strada che faceva egli stesso, ecco perchè il vostro itinerario era stato in tal modo tracciato.
— Ma, disse Andrea, se questo caro padre mi avesse incontrato temo che non mi avrebbe riconosciuto; sono qualche poco cangiato da che l’ho perduto di vista.
— Oh! la voce del sangue, disse Monte-Cristo.
— Ah! sì è vero, riprese il giovine, io non pensava alla voce del sangue!
— Ora, riprese Monte-Cristo, una sola cosa agita il marchese Cavalcanti, ed è ciò che avete fatto durante la vostra lontananza, ed il modo col quale siete stato trattato dai vostri persecutori; è il desiderio di sapere se hanno avuto per la vostra nascita i riguardi che le si dovevano, finalmente se per le sofferenze morali alle quali siete stato esposto, sofferenze cento volte peggiori delle fisiche, le vostre facoltà di cui siete stato dotato largamente dalla natura abbian sofferto qualche indebolimento, e se voi stesso credete poter rispondere e sostenere nella società il rango che vi appartiene.
— Signore, balbettò il giovine stordito, spero che nessun falso rapporto...
— Intesi parlare di voi per la prima volta dal mio amico Wilmore, il filantropo. Seppi che vi aveva ritrovato in una posizione molto dolorosa, però non so quale, non avendogli fatta alcun’interrogazione, essendo poco curioso. Le vostre disgrazie lo hanno interessato, dunque voi eravate in istato di potere inspirare interessamento. Mi disse che voleva rendervi nel mondo la posizione che avevate perduta, che cercava vostro padre, e che lo avrebbe ritrovato, a quanto sembra poichè è di là: finalmente mi ha prevenuto ieri del vostro arrivo, dandomi ancora alcune istruzioni relative alle vostre ricchezze: ecco tutto; so che questo mio buon amico Wilmore è un originale, ma nello stesso tempo siccome è un uomo sicuro, ricco quanto una miniera d’oro, e che per conseguenza può soddisfare le sue originalità senza ch’esse lo rovinino, ho promesso di seguire le sue istruzioni. Ora, signore, non vi offendete della mia domanda; siccome sarò obbligato di farvi un poco da padre, desidererei sapere se le disgrazie che vi sono accadute, disgrazie indipendenti dalla vostra volontà, e che non diminuiscono in alcun modo la stima che vi porto, vi abbiano reso estraneo alquanto a questo mondo nel quale le vostre ricchezze vi chiamano a fare una così buona figura.
— Signore, rispose il giovine riprendendo il suo contegno sicuro, a seconda che il conte parlava, rassicuratevi su questo punto: i rapitori che mi hanno allontanato da mio padre, e che senza dubbio avevano per iscopo di rendermi a lui più tardi, come hanno fatto, hanno calcolato che per cavare un buon partito da me, bisognava lasciarmi tutto il mio valore personale, ed anzi aumentarlo ancora, se era possibile: ho dunque ricevuto una buona educazione e sono stato trattato dai miei rapitori, nello stesso modo circa con cui nell’Asia minore erano trattati gli schiavi dai loro maestri che erano o grammatici, o medici, o filosofi, per venderli ad un più caro prezzo nel mercato di Roma.
Monte-Cristo sorrise con soddisfazione; egli non aveva sperato tanto dal sig. Andrea Cavalcanti, a quanto sembrava.
— D’altra parte, riprese il giovine, se vi fosse qualche difetto nella mia educazione o piuttosto nelle abitudini di società, si avrà, suppongo, l’indulgenza di scusarmi in considerazione delle disgrazie che hanno accompagnato la mia nascita, e perseguitata la mia gioventù.
— Ebbene! disse Monte-Cristo negligentemente; farete ciò che vorrete, conte, perchè voi siete il padrone, e ciò spetta a voi; ma non direi un motto di tutte queste avventure; la vostra storia è un romanzo, ed il mondo che adora i romanzi chiusi fra due copertine di carta gialla, diffida stranamente di quelli che vede legati in carta velina vivente, fossero puranche dorati come potete esserlo voi. Ecco la difficoltà che mi permetterò di farvi notare; tosto che avrete raccontata a qualcuno la vostra commovente storia essa verrà del tutto snaturata nella società. Non sarete più un giovine ritrovato, ma un giovine perduto. Sarete obbligato di prendere la posizione di Antony, ed il tempo degli Antony è un poco passato. Forse avreste un incontro di curiosità, ma tutti non amano farsi centro di osservazioni, argomento di commentarii, ciò forse vi stancherebbe ancor troppo.
— Credo che abbiate ragione, sig. conte, disse il giovine impallidendo suo malgrado sotto l’influenza dello sguardo di Monte-Cristo, questo è un grande inconveniente.
— Oh! non bisogna però esagerarselo, disse Monte-Cristo, perchè allora per evitare un errore si cadrebbe in una follia. No, non si tratta che di stabilire un disegno di condotta, e per un uomo intelligente come voi, esso è tanto più facile ad adottarsi in quanto che è conforme ai vostri interessi; bisognerà combattere con testimonianze ed onorevoli amicizie tutto ciò che può avere di oscuro la vostra vita passata.
Andrea perdè visibilmente il coraggio.
— Mi offrirò volentieri per voi come garante, disse Monte-Cristo, ma in me è un’abitudine morale di dubitare sempre dei miei migliori amici, ed un bisogno di cercare di far dubitare gli altri; per tal modo io rappresenterei una parte fuori del mio carattere come dicono i tragici, e mi esporrei a farmi fischiare, il che è inutile.
— Pure, sig. conte, disse Andrea con audacia, in riguardo a Lord Wilmore che mi ha raccomandato a voi...
— Sì, certamente, rispose Monte-Cristo; ma Lord Wilmore non mi ha lasciato ignorare, caro sig. Andrea, che avete avuto una gioventù alquanto procellosa... Oh! disse il conte vedendo il movimento che faceva Andrea, non vi domando delle confessioni, d’altra parte perchè non aveste ad aver bisogno di alcuno, fu fatto venire da Lucca il sig. marchese Cavalcanti vostro padre.
— Ah! voi mi tranquillate signore; l’ho lasciato da sì lungo tempo che non avevo più di lui alcuna rimembranza.
— E poi sapete che le molte ricchezze fanno chiudere un occhio sopra varie cose.
— Mio padre è dunque realmente ricco, signore?
— Milionario... 500 mila lire di rendita.
— Allora, domandò il giovine con ansietà, mi troverò ben presto in una posizione... aggradevole?
— Delle più aggradevoli, mio caro signore, vi assegna 50 mila lire di rendita per ogni anno durante il tempo che resterete a Parigi.
— Ma... in questo caso vi resterò sempre?
— Oh! chi può rispondere delle congiunture, mio caro signore? l’uomo propone ed Iddio dispone.
Andrea mandò un sospiro: — Ma finalmente per tutto il tempo che resterò a Parigi e... che nessuna occasione mi sforzerà di abbandonare; questo danaro di cui mi parlavate poco fa mi sarà assicurato?
— Oh! perfettamente.
— Da mio padre? domandò Andrea con inquietudine.
— Sì, ma garantito da Lord Wilmore, che ha sulla domanda di vostro padre aperto un credito di 5 mila fr. il mese presso il sig. Danglars, uno dei più sicuri banchieri di Parigi.
— E mio padre conta di restare lungamente a Parigi?
— Soltanto qualche giorno, rispose Monte-Cristo, il suo servizio non gli permette di assentarsi più di due o tre settimane. — Oh! che caro padre! disse Andrea visibilmente incantato per questa pronta partenza.
— Per cui, soggiunse Monte-Cristo facendo sembiante d’ingannarsi sull’accento di queste parole, per cui non voglio ritardare più oltre di un solo momento la vostra riunione. Siete preparato ad abbracciare questo degno sig. Cavalcanti?
— Spero che non ne dubiterete. — Ebbene, entrate dunque nel salotto, mio giovine amico e vi troverete vostro padre che vi aspetta. — Andrea fece un profondo saluto al conte ed entrò nel salotto. — Il conte lo seguì con lo sguardo ed avendolo veduto sparire, spinse una molla corrispondente ad un quadro che scostandosi dal muro lasciava penetrare la vista nell’interno del salotto, per mezzo d’una fessura maestrevolmente disposta. Andrea chiuse la porta dietro a sè, e si avanzò verso il maggiore, che si alzò appena inteso il rumore dei passi che si avvicinavano.
— Ah! signore e caro padre, disse Andrea ad alta voce, ed in modo che il conte lo sentisse al di là della porta chiusa, siete veramente voi?
— Buon giorno, caro figlio, disse con gravità il maggiore.
— Dopo tanti anni di separazione, ripetè Andrea, continuando a guardare dal lato della porta, quale fortuna di rivederci!
— Difatto la separazione è stata lunga.
— E non ci abbracciamo signore? riprese Andrea.
— Come vi piace, figlio mio, soggiunse il maggiore.
E i due uomini si abbracciarono al modo degli attori del teatro francese, cioè situando la testa al disopra delle spalle.
— Eccoci dunque riuniti, disse Andrea. — Eccoci riuniti, ripetè il maggiore. — Per non più separarci?
— Sia; però credo, mio caro figlio, che ora considerate la Francia come la vostra seconda patria.
— Il fatto è che sarei disperato se dovessi lasciar Parigi.
— Ed io, capirete, non saprei vivere fuori di Lucca; ritornerò dunque in Italia appena il potrò.
— Ma, caro padre, prima di partire mi consegnerete, n’è vero, le carte con le quali contestar possa la mia nascita?
— Senza dubbio, son venuto espressamente per questo ed ho già molto sofferto per ritrovarvi, da non farlo una seconda volta; ciò occuperebbe il restante dei miei giorni.
— E le carte? — Eccole. — Andrea afferrò avidamente la fede di matrimonio di suo padre e quella della sua nascita, e le percorse con una rapidità ed abitudine che dinotavano un colpo d’occhio esercitato, ed un vivo interessamento; appena terminato, un’indefinibile gioia gli brillò sulla fronte, e guardando il maggiore con uno strano sorriso:
— E che! diss’egli in buon toscano, non vi son più galere in Italia?
Il maggiore si raddrizzò: — E perchè? diss’egli.
— Perchè vi si fabbricano impunemente certificati simili; per la metà di questo, caro padre, in Francia vi manderebbero a respirare per cinque anni l’aria di Tolone.
— Come sarebbe a dire? sclamò il Lucchese sforzandosi d’assumere un tuono maestoso.
— Mio caro sig. Cavalcanti, disse Andrea stringendo il braccio al maggiore, quanto vi pagano per essere mio padre...
Il maggiore volea parlare; ma Andrea soggiunse abbassando la voce: — Zitto, sarò il primo a darvi l’esempio di confidenza, a me danno 50 mila fr. l’anno per esser vostro figlio; per conseguenza capirete bene, che non sarò mai disposto a negare che voi siete mio padre.
Il maggiore guardò con inquietudine a sè dintorno.
— Eh! state pur tranquillo, siamo soli, disse Andrea; e d’altra parte noi parliamo in italiano.
— Ebbene! ripetè il Lucchese, a me danno 50 mila fr. per una sola volta. — Sig. Cavalcanti, credete ai racconti delle fate? — Prima non vi credeva, ma adesso bisogna che vi creda. — Avete dunque avuto delle prove? — Il maggiore cavò dal taschino un pugno di monete d’oro: — Palpabili, come vedete. — Credete dunque, ch’io possa aggiustar fede alle promesse fatte? — Lo credo.
— E questo brav’uomo del conte le manterrà?
— Sicuramente, ma capirete che per giungere allo scopo, bisogna che noi rappresentiamo bene la parte impostane.
— In qual modo dunque? — Io di tenero padre. — Ed io di figlio rispettoso, dapoicchè essi desiderano che io discenda da voi? — Chi essi? — Diavolo nol so, quelli che vi hanno scritto, non avete ricevuta una lettera?
— Da un certo abate Busoni.
— Che non conoscete?
— Che non ho mai veduto. — Che diceva questa lettera?
— Voi al certo non mi tradirete?
— Me ne guarderei bene; abbiamo eguali interessi.
— Allora tenete; ed il maggiore presentò la lettera al giovine. — Andrea lesse a voce bassa:
«Voi siete povero, un’infelice vecchiaia vi attende; volete diventare, se non ricco, almeno indipendente? Partite sul momento per Parigi, per reclamare dal conte di Monte-Cristo, Campi-Elisi n. 30, il figlio che avete avuto con la marchesa Corsinari, e che vi fu rapito nell’età di 5 anni.
«Egli chiamasi Andrea Cavalcanti. Perchè non abbiate alcun dubbio sulle intenzioni che il sottoscritto ha di rendersi a voi vantaggioso, troverete qui unite:
«1. Un bono di 2400 lire toscane pagabili dal sig. Gozzi in Firenze.
«2. Una lettera di presentazione pel sig. di Monte-Cristo sul quale vi apro un credito della somma di 48 mila fr.
«Siate dal conte li 26 maggio alle sette p. m.»
ABATE BUSONI.
— È questa. — Come? è questa? che intendete dire? domandò il maggiore. — Dico che ne ho ricevuta una presso a poco come questa. — Voi? — Sì, io. — Dall’abate Busoni? — No. — Da chi dunque? Da un inglese, da un certo Wilmore, che prende il nome di Sindbad il marinaro...
— E che voi non conoscete più che io l’abate Busoni?
— È un fatto, ma sono più avanti di voi.
— L’avete veduto? — Sì una volta. — E dove?
— Ecco ciò che precisamente non posso dirvi, voi ne sapreste quanto me, e ciò è inutile.
— E quella lettera vi diceva? — Leggete:
«Voi siete povero, e non avete che un avvenire miserabile; volete avere un nome, esser libero, esser ricco?»
— Per bacco! fece il giovine librandosi sui talloni, come se una simile interrogazione gli fosse stata fatta veramente in quel punto.
«Prendete la carrozza di posta che troverete già allestita uscendo da Nizza per la porta di Genova. Passate per Torino, Chambery, e Pont-de-Voisin, e recatevi a Parigi. Presentatevi al sig. conte di Monte-Cristo, entrate dai Campi-Elisi il 26 maggio alle 7 p. m. e domandategli di vostro padre. Voi siete figlio del marchese Bartolommeo Cavalcanti, e della marchesa Oliva Corsinari, come l’attestano le carte che vi saran rimesse dal marchese, e che vi permetteranno di potervi presentare con questo nome nella società di Parigi. In quanto al vostro rango, una rendita di 50 mila lire l’anno vi metterà in istato di poterlo sostenere. Unito alla presente troverete un bono di 5 mila lire pagabili dal sig. Ferrea di Nizza, ed una lettera di presentazione sul conte di Monte-Cristo, incaricato da me di provvedere ai vostri bisogni.»
SINDBAD IL MARINARO.
— Hum! fece il maggiore, benissimo! avete veduto il conte?
— L’ho lasciato or ora. — Ed egli ha ratificato?...
— Tutto.
— Ne capite qualche cosa? — No in fede mia.
— In questa faccenda v’è certamente un merlotto.
— In ogni caso non sarem, nè io, nè voi.
— No certamente. — Ebbene allora...
— Poco c’importa, n’è vero?... — Precisamente, ciò voleva dire anch’io, andiamo fino alla fine e sempre uniti.
— Vedrete che son degno di giuocare alla vostra partita.
— Non ne ho dubitato neppur un momento, caro padre.
— Voi mi fate onore, caro figlio.
Monte-Cristo scelse questo momento per entrar nel salotto. Sentendo il rumore dei suoi passi, i due uomini si gettarono nelle braccia l’uno dell’altro, il conte li trovò abbracciati: — Ebbene, marchese, disse egli, sembra che abbiate trovato un figlio a seconda del vostro cuore.
— Ah! conte, la gioia mi soffoca.
— E voi? — Ah! signore, la felicità mi opprime.
— Padre fortunato, figlio avventuroso, sclamò Monte-Cristo.
— Una sola cosa mi rattrista, disse il maggiore, la necessità di dover così presto lasciar Parigi.
— Non partirete prima che vi abbia presentato a qualche amico.
— Sono agli ordini del sig. conte.
— Or via, giovinotto, confessatevi. — A chi?
— A vostro padre, ditegli qualche cosa sullo stato delle vostre finanze. — Ah! diavolo disse Andrea, voi toccate la corda sensibile... — Capite, maggiore, disse Monte-Cristo.
— Senza dubbio. — Egli dice che ha bisogno di danaro.
— E che volete che ci faccia io? — Che gliene diate, per bacco! — Io? — Sì, voi! Monte-Cristo si pose fra loro:
— Prendete, disse ad Andrea, lasciandogli scorrer tra le mani dei biglietti di banca. — E che cos’è? — La risposta di vostro padre; non gli avete fatto capire che avevate bisogno di danaro? — Ebbene?
— Ebbene, ed egli m’incarica di rimettervi questi.
— In conto delle mie rendite?
— No, per le spese d’istallazione.
— Oh! caro padre! — Silenzio, disse Monte-Cristo; vedete bene ch’egli non vuole che vi dica che vengano da lui.
— Apprezzo questa delicatezza, disse Andrea nascondendo i biglietti nella saccoccia del calzone.
— Sta bene, disse Monte-Cristo, ora andate!
— E quando avrem l’onore di rivedere il sig. conte? domandò il maggiore.
— Sabato, se vi piace; avrò parecchie persone a pranzo nella mia casa d’Auteuil, strada Fontana n. 28, fra esse il sig. Danglars, vostro banchiere; vi presenterò a lui, bisogna ben che faccia la conoscenza di entrambi per isborsarvi il vostro danaro.
— In gran tenuta? domandò a mezza voce il maggiore.
— Sì! uniforme, decorazioni, e calzoni corti.
— Ed io? domandò Andrea.
— Oh! voi con gran semplicità: calzoni neri, stivali verniciati, gilè bianco, abito nero o blu; andate da Blin, o Véronique per abbigliarvi; se non ne sapete gl’indirizzi, Battistino ve li darà, se prendete cavalli servitevi da Devedeux, e se comprate un phaéton andate da Baptiste.
— A che ora potrem presentarci? — Alle sei e mezzo.
— Sta bene, disse il maggiore portando la mano al cappello.
I due Cavalcanti salutarono il conte e partirono.
Il conte si avvicinò alla finestra e li vide che attraversavano il cortile, tenendosi sotto il braccio: — In verità, diss’egli, ecco due gran miserabili! peccato che non siano veramente padre e figlio. — Dopo un momento di cupa riflessione: — Andiamo dai Morrel, credo che il disprezzo mi accori ancor più dell’odio.
LVI. — IL RECINTO A TRIFOGLIO.
È d’uopo che i nostri lettori ci permettano di ricondurli a quel recinto che confina coll’abitazione del sig. de Villefort, e dietro il cancello investito dai marroni troveremo delle persone di nostra conoscenza. Questa volta Massimiliano era giunto il primo: era egli che teneva l’occhio volto all’assito cercando nel fondo del giardino un’ombra fra gli alberi ed attendendo il calpestio d’uno stivaletto di seta sulla sabbia dei viali. Finalmente il tanto desiderato calpestio si fe’ sentire, ma invece di una furon due le ombre che si avvicinarono. Il ritardo era causato dalla visita della sig.ª Danglars e di Eugenia, ch’erasi prolungata oltre l’ora in cui Valentina era attesa. Allora per non mancare al suo ritrovo la giovinetta aveva proposto a madamigella Danglars una passeggiata nel giardino, volendo far vedere a Massimiliano non esser da lei causato il ritardo, pel quale certamente ella soffriva. Il giovine capì tutto con quella rapidità d’induzione propria degli amanti, ed il suo cuore ne fu sollevato. D’altra parte senza giungere a portata di voce, Valentina diresse la sua passeggiata in modo che Massimiliano potesse vederla passare e ripassare; e ad ogni giro uno sguardo celato alla compagna, ma vibrato dalla parte del cancello, e dal giovine raccolto, gli diceva: — «Abbiate pazienza, vedete che non è mia colpa.» — Massimiliano infatti acquistava pazienza, ammirando il contrasto che vi era fra quelle due giovanette, tra la bionda dagli occhi languidi e dal corpo leggermente inclinato come un bel salice; e la bruna dagli occhi vivi e dal corpo ritto come un pioppo: non è necessario il dirlo, in questo contrasto tutto il vantaggio stava dal lato di Valentina, almeno nel cuor del giovine.
Dopo mezz’ora di passeggiata le due giovanette s’allontanarono; Massimiliano capì esser giunto il termine della visita della sig.ª Danglars. Infatto un momento dopo comparve Valentina sola. Per timore che qualche indiscreto sguardo non ne seguisse il ritorno, ella veniva pian piano; ed invece di avanzarsi direttamente verso il cancello, andò ad assidersi sur un banco, dopo aver senz’affettazione esaminato ogni gruppo d’albero ed internato lo sguardo nel fondo di tutti i viali; prese queste cautele corse al cancello. — Buon giorno Valentina, disse una voce — Buon giorno Massimiliano, vi ho fatto attendere, ma ne avete veduto la causa.
— Ho veduto Madamigella Danglars, non vi credeva in sì stretta amicizia con lei.
— E chi vi ha detto che siam strette amiche?
— Nessuno, ma ho potuto scorgerlo dal modo come vi tenevate pel braccio, e come parlavate, si sarebber dette due compagne di conservatorio che si facevan le lor confidenze.
— Sì, è vero, infatto, disse Valentina, ella mi confessava la sua avversione al matrimonio col sig. de Morcerf; ed io la mia infelicità in isposare il sig. d’Épinay. — Cara la mia Valentina! — Sapete, amico mio, avete scorta quest’apparenza di abbandono fra me ed Eugenia, perchè parlando dell’uomo che non amava, pensavo a quello che amo.
— Quanto siete buona, mia Valentina, avete in voi stessa una cosa che Eugenia non avrà mai: l’attrattiva indefinibile che per la donna è ciò che il profumo è pel fiore, il sapore pel frutto, che non è tutto in un fiore d’esser bello, in un frutto d’esser buono. — L’amor vostro vi fa vedere così la cosa.
— No, Valentina, ve lo giuro; sentite; poco fa io vi guardava entrambe, e sul mio onore rendendo giustizia alla bellezza di Eugenia non poteva comprendere come un uomo si possa innamorar di lei. — Egli è perchè io stava là, e la mia presenza vi rendeva ingiusto. — No, ma ditemi... una domanda di semplice curiosità, che emana da certe idee che mi son fatto di madamigella Danglars. — Oh! queste idee saran certamente ingiuste sebbene io non sappia quali sieno; quando giudicate noi povere donne, non ci dobbiamo aspettare indulgenza. — Ma siete poi ben giuste quando vi giudicate l’un l’altra fra di voi. — Egli è perchè nei nostri giudizii vi son quasi sempre mischiate le passioni.
— È forse perchè Eugenia ama qualche altro, che ella teme il matrimonio col sig. de Morcerf? — Massimiliano, vi ho già detto che non sono la sua intima amica. — Oh! mio Dio, senza essere amiche intime le giovinette si fan delle confidenze... convenite meco, che voi le avete fatta qualche interrogazione su quest’argomento... vi veggo sorridere... sentiamo, che cosa vi ha detto?
— Mi ha detto che non amava alcuno, disse Valentina, che aveva in orrore il matrimonio, che la sua maggiore gioia sarebbe di menare una vita libera ed indipendente, e che quasi desiderava che suo padre perdesse la sua fortuna per divenire artista come la sua amica Luigia d’Armilly.
— Ah! vedete dunque... — Ebbene, ciò che cosa prova? domandò Valentina. — Nulla, rispose sorridendo Massimiliano. — Allora, disse Valentina, perchè ora voi sorridete?
— Ah! vedete bene che anche voi guardate, proseguì Massimiliano. — Volete che mi allontani? — No, no, torniamo a noi. — Sì è vero, perchè abbiamo appena dieci minuti da stare insieme. — Dio mio! gridò costernato Massimiliano.
— Sì, avete ragione, disse malinconicamente Valentina, avete in me una povera amica, quale esistenza è la vostra, avete tanto ben fatto per essere felice! credetemi, io mel rimprovero amaramente.
— Ebbene, che v’importa Valentina se anche in tal guisa io mi trovo felice?
— Grazie, sperate per entrambi, Massimiliano, ciò mi rende per metà felice. — E che cosa dunque vi accade ancora, o Valentina, che dovete ora lasciarmi sì presto? — Non so; la sig.ª di Villefort m’ha fatto dire dovermi fare una comunicazione dalla quale ella dice, dipende metà della mia fortuna. Eh! mio Dio! ch’essi se la prendan tutta, son ricca abbastanza, ma almeno dopo averla presa, mi lascino tranquilla e libera.
— Ma non temete voi che questa comunicazione sia qualche notizia intorno il vostro matrimonio?
— Nol credo...
— Però ascoltatemi Valentina, ma non vi spaventate.
— Credete tranquillarmi, dicendomi ciò, Massimiliano?
— Perdono; avete ragione, sono un uomo brutale; ebbene voleva dirvi che giorni sono ho incontrato il sig. de Morcerf.
— Ebbene?
— Il sig. Franz è suo amico, come voi ben sapete.
— Sì, ebbene?
— Ebbene egli ha ricevuto da Franz una lettera con cui lo avvisa del suo vicino ritorno.
Valentina impallidì, ed appoggiò la testa contro il cancello:
— Ah! mio Dio, diss’ella, sarà presto! Ma no, una tale comunicazione non mi verrebbe dalla sig.ª de Villefort.
— Perchè?
— Perchè... nol so... ma sembrami che la sig.ª de Villefort, senza opporvisi francamente, non abbia simpatia per questo matrimonio.
— Va bene, Valentina, dovrò finire per adorare la sig.ª de Villefort.
— Oh! non v’affrettate, Massimiliano, disse Valentina con amaro sorriso.
— Alla fin fine, se le è antipatico questo matrimonio, non fosse altro che per romperlo, ella forse darebbe ascolto a qualche altra proposta.
— Nol credete, la sig.ª de Villefort non respinge i mariti, ma il matrimonio.
— Come? il matrimonio? se tanto detesta il matrimonio perchè si è maritata? — Voi non mi capite, Massimiliano; quando un anno fa le parlai di ritirarmi in un convento, ad onta delle osservazioni ch’ella si era creduta in dovere di farmi, aveva adottata la mia proposizione con gioia; ed a sua istigazione, mio padre vi aveva acconsentito, ne son sicura, non vi fu che il povero nonno che mi trattenne; non potete figurarvi quanta espressione vi sia negli occhi di questo povero vecchio, che non ama che me sola al mondo, e che (Dio mi perdoni se dico una bestemmia) in questo mondo non è amato che da me sola; se sapeste quando apprese la mia risoluzione, in qual modo mi ha guardato, quanti rimproveri vi erano in quegli sguardi, quanta disperazione in quelle lagrime che scorrevano senza lamenti e senza sospiri su quelle guance immobili: ah! Massimiliano, io provai alcun che come di rimorso, e mi sono gettata ai suoi piedi gridando: — Perdono! perdono! padre mio, faranno di me ciò che vorranno, ma io non vi lascerò mai. — Allora alzò gli occhi al cielo. Massimiliano, io posso soffrire molto; questo sguardo del mio buon vecchio nonno mi ha ricompensato di tutto ciò che soffrirò.
— Cara Valentina, voi siete un angelo, ed io non so come abbia potuto meritare (sciabolando a dritta e a sinistra dei Beduini, a meno che Dio non abbia preso in considerazione ch’essi sono infedeli) che voi vi riveliate a me. Ma finalmente vediamo Valentina, quale dunque può essere la premura così forte della sig.ª de Villefort, perchè non abbiate a maritarvi?
— Non avete inteso ciò che vi diceva poco fa, che cioè, io sono ricca, Massimiliano, troppo ricca? io ho dal lato di mia madre quasi cinquanta mila lire di rendita, mio nonno e mia nonna, il marchese e la marchesa di Saint-Méran, devono lasciarmene altrettanto; il sig. Noirtier ha egualmente l’intenzione di farmi sua unica erede. Ne risulta adunque, comparativamente a me, che mio fratello Edoardo che non aspetta dal lato di sua madre alcuna ricchezza, è povero. Ora la sig.ª de Villefort ama questo fanciullo all’adorazione, e se io fossi entrata in un monastero, tutt’i miei beni concentrati sopra mio padre che erediterebbe dal marchese, dalla marchesa, e da me, sarebbero venuti a suo figlio.
— Questa cupidità in una donna giovane e bella è molto strana!
— Notate però che tutto ciò non è per essa, Massimiliano, ma per suo figlio, e ciò che voi le rimproverate come un difetto, sotto il punto di vista dell’amor materno è quasi una virtù.
— Ma vediamo, Valentina, disse Morrel, se voi rilascereste una porzione di questi beni a questo figlio.
— Ma quale sarà il mezzo di fare una simile proposizione, disse Valentina, e particolarmente con una donna che continuamente ha sulla bocca la parola disinteressamento?
— Valentina, mi permettete voi di parlare di questo affare con un amico?
Valentina fremette: — Ad un amico? diss’ella, mio Dio, Massimiliano, un fremito mi percorre le membra, nel sentirvi parlar così! ad un amico, e chi è dunque questo amico?
— Ascoltate, Valentina, avete mai sentito per qualcuno una di quelle simpatie irresistibili che fanno sì, che vedendo ancora una persona per la prima volta, voi credete conoscerla da lungo tempo, e vi domandate dove e quando l’avete veduta: e tanto che non potendo ricordarvi nè il luogo, nè il tempo, giungete a credere, che ciò fu in un mondo anteriore al nostro, e che questa simpatia non sia che una rimembranza che si risvegli? — Sì. — Ebbene! ecco ciò che io ho provato la prima volta che ho veduto quest’uomo straordinario.
— Un uomo straordinario? — Sì.
— Che voi conoscete da lungo tempo allora?
— Da otto o dieci giorni.
— E chiamate vostro amico un uomo che conoscete da soli otto giorni? Oh! Massimiliano, vi credeva molto più avaro di questo bel nome di amico.
— Voi in logica avete ragione, Valentina, ma dite ciò che volete, niuna cosa mi farà retrocedere su questo sentimento istintivo. Credo che quest’uomo sarà immischiato a tutto ciò che mi accadrà di bene nell’avvenire, che perfino il suo sguardo profondo sembra conoscere e la sua mano possente dirigere.
— È dunque un indovino? disse sorridendo Valentina.
— In fede mia, son tentato a credere che spesso indovini.... particolarmente il bene.
— Oh! disse Valentina tristamente, fatemi conoscere quest’uomo, che io sappia da costui, se sarò amata abbastanza per esser ricompensata di tutto ciò che ho sofferto.
— Pover’amica! ma voi lo conoscete. — Io? — Sì. È quegli che ha salvato la vita a vostra matrigna ed a suo figlio.
— Il conte di Monte-Cristo? — Egli stesso.
— Oh! gridò Valentina, egli non può mai essere mio amico, lo è troppo di mia matrigna.
— Il conte amico di vostra matrigna? Valentina, il mio istinto mi avrebbe ingannato a questo punto? son sicuro che voi vi sbagliate.
— Oh! se sapeste Massimiliano, non è più Edoardo che regna nella casa, ma il conte ricercato dalla sig.ª de Villefort, che vede in lui il riassunto delle umane conoscenze, ammirato, intendete? ammirato da mio padre, che dice di non aver mai inteso formolare con maggiore eloquenza le idee più sublimi, idolatrato da Edoardo che ad onta della sua paura pe’ grandi occhi neri del conte, corre da lui tosto che lo vede giungere e gli apre la mano, ove ritrova sempre qualche scherzo ammirabile: il sig. di Monte-Cristo quando è dalla sig.ª de Villefort, è come fosse in casa sua.
— Ebbene! cara Valentina, se le cose sono così, come dite, dovete di già risentire o risentirete ben presto gli effetti della sua presenza. Egli incontra Alberto de Morcerf in Italia, e ciò per sottrarlo dalle mani dei briganti, vede la sig.ª Danglars, e ciò per farle un regalo da re; vostra matrigna e vostro fratello passano davanti alla sua porta, e ciò perchè il suo moro salvi loro la vita. Quest’uomo ha evidentemente ricevuto il potere di avere influenza sugli avvenimenti, sugli uomini, e sulle cose. Non ho mai veduto gusti più semplici collegati ad una più alta magnificenza. Il suo sorriso è sì dolce quando me lo indirizza, che io dimentico come gli altri trovino il suo sorriso amaro: oh! ditemi, Valentina, vi ha egli sorriso in tal modo? Se lo ha fatto, sarete felice.
— No, disse la giovinetta, egli mi guarda appena, o piuttosto se passo per caso, volge lo sguardo altrove. Oh! Non è generoso, non ha quello sguardo profondo che legge nell’interno dei cuori, e che voi gli supponete a torto; poichè se avesse avuto questo sguardo, avrebbe veduto che io sono l’infelice, perchè se fosse generoso, vedendomi sola e trista nel mezzo di questa famiglia, mi avrebbe protetta con quella influenza ch’egli esercita; e poichè rappresenta, a quanto pretendete, la parte di sole, avrebbe riscaldato il mio cuore ad uno dei suoi raggi. Voi dite che vi ama, Massimiliano; che ne sapete? gli uomini fanno sempre viso grazioso ad un ufficiale alto 5 piedi ed 8 pollici come voi; che ha lunghi baffi, ed una gran sciabola, ma credono di potere schiacciare senza timore una povera giovinetta che piange.
— Ah! Valentina, v’ingannate, ve lo giuro!
— Se fosse altrimenti, se mi trattasse diplomaticamente, cioè come un uomo che vuole in un modo o nell’altro paoneggiare la famiglia, mi avrebbe, non fosse stato che una sola volta, onorata di quel sorriso che voi tanto mi vantate, ma no, mi ha veduta disgraziata, capisce che non posso essergli buona a niente, e non fa attenzione a me. Chi sa invece per fare la corte a mio padre, alla signora de Villefort, a mio fratello, che non mi perseguiti tanto, quando sarà in suo potere di farlo? vediamo francamente, Massimiliano, io non sono una donna che si debba disprezzare così senza ragione; voi me lo avete detto... Ah! perdonate, continuò la giovinetta vedendo la impressione che producevano le sue parole su Massimiliano, sono cattiva, e vi dico su quest’uomo cose che non sapeva neppure di avere in cuore. Ascoltate, non nego che quest’influenza di cui mi parlate, vi sia, e che egli non la eserciti anche su me; ma s’egli la esercita, è in un modo nocivo e corruttore, come lo vedete, dei vostri buoni pensieri.
— Sta bene, Valentina, disse Morrel con un sospiro, non ne parliamo più, non gli dirò niente.
— Ahimè! amico mio, disse Valentina, io vi affliggo, lo vedo; oh! ma finalmente non chiedo di meglio che di esser convinta, dite che ha dunque fatto per voi questo conte di Monte-Cristo?
— Voi mi mettete in un grande impaccio domandandomi ciò che ha fatto il conte per me; niente d’ostensibile, lo so bene. Vi ho già detto che la mia affezione per lui è tutta d’istinto, e che nulla ha di ragionato. Il sole mi ha forse fatto qualche cosa? no; egli mi riscalda e colla sua luce io vedo, ecco tutto. Il tale o tal altro profumo ha fatto qualche cosa per me? no, il suo odore ricrea aggradevolmente uno dei miei sensi, non ho altra cosa a dire quando mi si domanda perchè io vanti quel tale profumo. La mia amicizia per lui è strana, com’è la sua per me. Una voce segreta m’avverte che vi è qualche cosa più di un semplice caso in quest’amicizia impreveduta e reciproca, trovo della correlazione perfino nei suoi più segreti pensieri, fra le mie azioni ed i miei pensieri. Voi forse riderete di me, Valentina, ma da che conosco quest’uomo mi è venuta l’assurda idea, che tutto ciò che mi accade di bene provenga da lui; ciò non ostante ho vissuto trent’anni senza aver mai avuto bisogno di questo protettore, n’è vero? non importa, sentite un esempio. Egli mi ha invitato a pranzo per sabato, questa è una cosa naturale al punto in cui siamo? ebbene! che ho saputo dopo? che vostro padre è invitato a questo pranzo, che vostra madre vi verrà. M’incontrerò con essi, e chi sa ciò che potrà risultare per l’avvenire da questo incontro? ecco delle particolarità semplicissime in apparenza; ciò non ostante vi scorgo dentro qualche cosa che mi sorprende, vi pongo una strana confidenza. Mi dico che il conte, quest’uomo singolare che indovina tutto, ha voluto farmi ritrovare col sig. e colla sig.ª de Villefort, e qualche volta cerco, ve lo giuro, di leggere nei suoi occhi se ha indovinato il mio amore.
— Mio buon amico, disse Valentina, se non sentissi da voi che ragionamenti simili, vi prenderei per un visionario: ed avrei una vera paura, pel vostro buon senso. Non è forse un puro caso quest’incontro? In verità rifletteteci dunque. Mio padre che non esce mai è stato dieci volte sul punto di negare questo invito alla sig.ª de Villefort, la quale al contrario arde dal desiderio di vedere in sua casa questo straordinario nababbo, ed a gran stento ella ottenne che l’avrebbe accompagnata. No, no, credetemi, per voi Massimiliano, non ho altri a cui chiedere soccorso, che a mio nonno, un cadavere; altr’appoggio che in mia madre, un’ombra...
— Sento che avete ragione, Valentina, e che la logica sta dalla vostra parte, disse Massimiliano, ma la vostra dolce voce, sempre così possente in me oggi non mi convince.
— E la vostra ancor meno, disse Valentina, e vi confesso che se non avete altro esempio da citarmi...
— Ne ho uno, disse Massimiliano esitando, ma in vero, Valentina, m’è forza confessarlo, è ancor più assurdo del primo.
— Tanto peggio, disse sorridendo Valentina.
— Eppur, continuò Morrel, non è meno concludente per me, uomo tutto d’ispirazione e di sentimento, e che ho qualche volta in dieci anni che servo, dovuto la vita ad uno di quei lampi interni, che vi dicono di fare un movimento innanzi o indietro, perchè la palla che vi deve uccidere, vi passi d’accanto.
— Caro Massimiliano, perchè non fare onore alle preghiere in questa deviazione delle palle? quando siete in Africa, non prego più Dio per me, nè per mia madre, ma sol per voi.
— Sì, dacchè vi conosco, disse sorridendo Morrel, ma prima che vi conoscessi, Valentina.
— Vediamo, non volete essermi debitore di cos’alcuna, cattivo, tornate dunque a questo esempio che voi stesso confessate assurdo.
— Ebbene! guardate fra gli assi, ed osservate laggiù a quell’albero il nuovo cavallo col quale son venuto.
— Oh! che bestia ammirabile! perchè non lo avete condotto vicino al cancello? gli avrei parlato, ed egli mi avrebbe intesa.
— Infatto come lo vedete, è un animale di gran prezzo, disse Massimiliano; voi sapete che la mia fortuna è limitata, e che io altro non sono, come si dice, che un uomo ragionevole. Ebbene! avevo veduto da un mercante di cavalli questo magnifico Médéah, così lo chiamo, ne chiesi il prezzo, mi fu risposto 4500 fr., dovetti astenermi, come ben lo capirete, dal trovarlo tanto bello, e partii col cuore molto grosso, perchè il cavallo mi aveva guardato teneramente, mi aveva accarezzato con la testa, ed aveva corvettato sotto di me nel modo più elegante e grazioso. La stessa sera aveva in mia casa alcuni amici, il sig. Château-Renaud, il sig. Debray, e 5 o sei altri cattivi soggetti, che avete la fortuna di non conoscere neppur di nome. Ho proposta una partita di bouillotte; non giuoco mai perchè non sono abbastanza ricco da poter perdere, nè abbastanza povero per desiderare di vincere; io era in casa mia, e non altro avevo a fare che far prendere un mazzo di carte, e così feci. Quando ci mettemmo al tavolino, giunse il sig. di Monte-Cristo, si giuocò ed io vinsi, oso appena confessarvelo, Valentina, guadagnai 5 mila fr. Noi ci lasciammo a mezza notte; io non potei più contenermi, presi un cabriolet, e mi feci condurre dal mercante di cavalli. Palpitante suonai, egli venne ad aprirmi, e dovette prendermi per pazzo; io mi slanciai dall’altra parte della porta appena aperta; entrai in iscuderia, guardai alla rastrelliera. Oh! fortuna! Médéah rodeva il fieno; prendo una sella, gliela metto sul dorso, gli pongo le redini; poi depositando i 4500 fr. fra le mani del mercante stupefatto, ritorno, o piuttosto passo la notte a passeggiare nei Campi-Elisi. Ebbene! ho veduto il lume alla finestra del conte: e mi è perfino sembrato di scorgere l’ombra dietro la tenda. Or Valentina, giurerei, che il conte ha saputo che desideravo questo cavallo, e che ha espressamente perduto per farmelo guadagnare.
— Mio caro Massimiliano, disse Valentina, siete troppo fantastico... non mi amerete lungamente: un uomo sì poetico non saprebbe fissarsi a suo piacere in una passione monotona come la nostra, ma sentite... mi chiamano...
— Oh! Valentina, disse Massimiliano per la piccola fessura dell’assito...
— Avevamo detto, Massimiliano, che saremmo stati l’una per l’altro due voci, due ombre!
— Come vi piacerà, Valentina.
LVII. — IL SIG. NOIRTIER DE VILLEFORT.
Ecco ciò che accadde nella casa del procuratore del re dopo la partenza della sig.ª Danglars e di sua figlia durante la conversazione che abbiamo riferita. Il sig. de Villefort era entrato nella camera di suo padre, seguito dalla sig.ª de Villefort; in quanto a Valentina noi sappiamo dov’era.
Entrambi dopo aver salutato il vecchio e congedato Barrois, antico domestico, che era al loro servizio da 25 anni, avevano preso posto ai suoi lati. Il sig. Noirtier assiso in una gran poltrona a carrucole, dove veniva posto la mattina, e dove era levato la sera, seduto davanti ad uno specchio che riflettendo tutto l’appartamento gli permetteva di vedere, senza fare alcun movimento, divenuto impossibile, chi entrava nella sua camera, chi ne usciva, e tutto ciò che si faceva intorno a lui; il sig. Noirtier immobile come un cadavere guardava con occhi intelligenti e vivi i suoi figli, la cui cerimoniosa riverenza gli annunciava qualche dimostrazione ufficiale ed inattesa. La vista e l’udito erano i due soli sensi, che a guisa di due scintille animavano questa materia umana di già per tre quarti apparecchiata per la tomba: ed anche di questi due sensi un solo poteva rilevare all’esterno la vita interna che animava la statua; e lo sguardo che denunziava questa vita interna era paragonabile ad una di quelle luci lontane che, durante la notte, avvisano il viaggiatore perduto in un deserto che vi è ancora un essere esistente che veglia in quel silenzio ed in quella oscurità.
Così nell’occhio nero del vecchio Noirtier sormontato da un sopracciglio pur nero, mentre che la capigliatura, ch’egli portava lunga e pendente sulle spalle, era bianca; in quest’occhio, come accade in ciascun organo dell’uomo, esercitato a spese degli altri organi, si erano concentrate tutta l’attività, tutta la destrezza, tutta la forza, tutta l’intelligenza, sparse altra volta in questo corpo ed in questo spirito. Certamente mancavano il gesto del braccio, il suono della voce e l’attitudine del corpo; ma quell’occhio possente suppliva a tutto, egli comandava cogli occhi, ringraziava cogli occhi; era un cadavere cogli occhi vivi, e niente poteva essere qualche volta più spaventoso di questo viso di marmo, nell’atto del quale si accendeva una collera o rispondeva una gioia. Tre persone soltanto sapevano comprendere il linguaggio di questo povero paralitico. Villefort, Valentina, ed il vecchio domestico di cui abbiamo già parlato. Ma siccome Villefort non vedeva suo padre che rare volte, e per così dire solo quando non ne poteva far di meno; siccome quando lo vedeva, non cercava di compiacerlo comprendendolo; tutta la felicità del vecchio era riposta nella sua nipote Valentina la quale era giunta a forza di affezione, di amore, e di pazienza a comprendere con lo sguardo tutti i pensieri di Noirtier. A questo linguaggio muto o inintelligibile per tutt’altri, ella rispondeva con tutta la sua voce, tutta la sua fisonomia, tutta la sua anima, di modo che si stabilivano dei dialoghi animati fra questa giovinetta e questa pretesa argilla quasi ritornata polvere, e che ciò non ostante era ancora un uomo di un immenso sapere, di un’inaudita penetrazione, e di una volontà così possente quanto può essere l’anima racchiusa in una materia che poco si presta.
Valentina aveva dunque risoluto lo strano problema di capire il pensiero del vecchio, per fargli comprendere il suo, e mercè questo studio era ben raro che per le cose ordinarie della vita, ella non indovinasse con precisione il desiderio di quest’anima vivente, o di questo cadavere per metà insensibile.
Quanto al domestico, siccome serviva il padrone da 25 anni come abbiamo detto, egli conosceva tanto bene tutte le abitudini di lui ch’era ben difficile che Noirtier avesse bisogno di domandare qualche cosa; Villefort per conseguenza non aveva bisogno dei soccorsi nè dell’uno, nè dell’altro, per intavolare con suo padre la strana conversazione che veniva ad incominciare. Egli stesso, lo dicemmo, conosceva perfettamente il vocabolario del vecchio, e se non se ne serviva più spesso, era per noia o per indifferenza. Egli dunque lasciò discendere Valentina in giardino, allontanò Barrois, e dopo aver preso posto alla destra di suo padre, mentre che la sig.ª de Villefort sedeva alla sinistra di lui:
— Signore, disse, non vi maravigliate che Valentina non sia salita con noi, e che io abbia allontanato Barrois, perchè la conferenza che siamo per avere è una di quelle che non può essere fatta, nè davanti ad una giovinetta, nè davanti ad un domestico; la sig.ª de Villefort ed io abbiamo una comunicazione a farvi.
Il viso di Noirtier restò impassibile durante questo preambolo, mentre che al contrario l’occhio di Villefort sembrava scrutinare fino nel più profondo del cuore del vecchio.
— Questa comunicazione, continuò il procuratore del re col suo tuono ghiacciato, e che sembrava non ammettere mai contestazioni, siamo sicuri, la signora de Villefort ed io, che vi farà piacere.
L’occhio del vecchio continuò a restare immobile, ascoltava e niente più.
— Signore, riprese Villefort, noi maritiamo Valentina.
Una figura di cera non sarebbe a questa notizia rimasta più fredda di quel che fece la figura del vecchio.
— Il matrimonio avrà luogo fra tre mesi, riprese Villefort.
La sig.ª de Villefort prese a sua volta la parola e si affrettò di aggiungere:
— Abbiamo pensato che questa notizia avrebbe dell’interessamento per voi, signore, d’altra parte Valentina parve sempre attirar tutta la vostra attenzione, non ci rimane dunque altro a dirvi, se non che il nome del giovine che le vien destinato; egli è uno dei più onorevoli partiti, ai quali possa aspirare Valentina; vi sono ricchezze, un bel nome, e delle garanzie sicure di felicità nella condotta e nei gusti di colui che le destiniamo, ed il cui nome non dev’esservi sconosciuto: si tratta del sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay.
Villefort durante il piccolo discorso di sua moglie attaccava sul vecchio uno sguardo più attento che mai. Allorchè la sig.ª de Villefort pronunziò il nome di Franz, l’occhio di Noirtier, che suo figlio conosceva tanto bene, fremette; e le pupille dilatandosi come fossero state due labbra al momento di dire una parola, lasciarono travedere un baleno.
Il procuratore del Re, che sapeva gli antichi rapporti di inimicizia politica tra suo padre ed il padre di Franz, capì questo fuoco e quest’agitazione, ma ciò non ostante lo lasciò passare come non veduto, e riattaccando la parola ove sua moglie l’aveva lasciata:
— Signore, diss’egli, è importante, lo capite bene, essendo così vicina a compiere i 19 anni, che Valentina sia finalmente stabilita. Non ostante non vi abbiamo dimenticato nelle trattative, e ci siamo assicurati prima che il marito di Valentina accetterebbe di vivere se non con noi, la qual cosa incomoderebbe forse le loro private faccende domestiche, almeno che voi, che siete il prediletto di Valentina, e che per vostra parte sembrate portarle un’affezione uguale, viviate con loro, dimodochè non perderete alcuna delle vostre abitudini, ed avrete soltanto due figli che vi sorveglieranno invece di una sola.
Il lampo dello sguardo di Noirtier divenne sanguigno... certamente passava qualche cosa di spaventoso nell’animo di questo vecchio. Certamente il grido del dolore o della collera gli saliva alla gola, e non potendo scoppiare lo soffocavano, perchè il viso divenne color di porpora e le labbra livide.
Villefort aprì tranquillamente una finestra, dicendo:
— Fa troppo caldo qui, e questo calore fa male al sig. Noirtier. — Poi ritornò, ma senza sedersi.
— Questo matrimonio, soggiunse la sig.ª de Villefort, piace al sig. d’Épinay ed alla sua famiglia, la quale d’altra parte non si compone che di uno zio e di una zia, sua madre morì nel darlo alla luce; suo padre essendo stato assassinato morì nel 1815, cioè quando il fanciullo aveva due anni appena, egli ora non dipende che dalla sua volontà.
— Assassinio misterioso, disse Villefort, di cui gli autori sono rimasti sconosciuti, quantunque il sospetto si era sparso senza urtare sulla testa di molte persone.
Noirtier fece un tale sforzo che le labbra si contrassero come per sorridere.
— Ora, continuò Villefort, i veri colpevoli, quelli che sanno di aver commesso il delitto, quelli su i quali può discendere la giustizia degli uomini durante la loro vita, e la giustizia di Dio dopo la loro morte, sarebbero ben felici di essere nel nostro posto, e di avere una figlia da offrire al sig. Franz d’Épinay per ispegnere fino nell’apparenza questo sospetto.
Noirtier si era placato con una di quelle forze che non sarebbesi potuto aspettare da questa organizzazione quasi scomposta. — Sì, comprendo, rispose egli con uno sguardo a Villefort, e questo sguardo esprimeva ancora lo sdegno profondo e la collera intelligente. Villefort dal suo lato, rispose a questo sguardo, nel quale aveva letto ciò che contenevasi, con una leggera stretta di spalle.
Indi fece segno a sua moglie di alzarsi.
— Ora signore, disse la sig.ª de Villefort, aggradite il nostro rispetto. Permettete che Edoardo venga a presentarvi i suoi ossequi? — Erasi convenuto che il vecchio esprimeva la sua approvazione chiudendo gli occhi, ed il suo rifiuto socchiudendoli a più riprese, e quando li alzava al cielo era segno che aveva qualche desiderio da esprimere. Quando chiedeva di Valentina serrava l’occhio dritto; se domandava di Barrois chiudeva l’occhio sinistro. Alla proposizione della sig.ª de Villefort socchiuse vivamente gli occhi.
Questa riconoscendo l’evidente rifiuto si morse le labbra:
— Vi manderò dunque Valentina, disse allora.
— Sì, fece il vecchio chiudendo gli occhi con vivacità.
I signori de Villefort salutarono il vecchio ed uscirono ordinando che si chiamasse Valentina, di già avvisata che avrebbe avuto qualche cosa da fare nella giornata presso il signor Noirtier. Quando uscirono entrava Valentina ancor tutta color di rosa per la emozione provata. Non le fu bisogno che di uno sguardo per capire come soffriva il nonno e quante cose avrebbe avuto a dirle.
— Oh! buon papà, gridò ella, e che cosa ti è dunque accaduto. Ti hanno afflitto, n’è vero, tu sei in collera.
— Sì, fece egli chiudendo gli occhi.
— Contro chi dunque? Contro mio padre?... no, contro la sig.ª di Villefort?... no, contro di me? — Il vecchio fece segno di sì. — Contro di me? riprese Valentina maravigliata.
Il vecchio rinnovò il segno affermativo. — E che cosa ti ho dunque fatto, caro e buon papà? gridò Valentina.
Non vi fu alcuna risposta, ella continuò: — Io non ti ho veduto nella giornata, ti hanno dunque riportata qualche cosa sul conto mio.
— Sì; disse lo sguardo del vecchio con vivacità.
— Vediamo dunque. Mio Dio! ti giuro, buon padre... ah!... il sig. e la sig.ª de Villefort escono di qui, n’è vero?
— Sì. — Ed essi ti han detto queste cose che ti dispiacciono? Vuoi che io vada a domandarle a loro, per avere il mezzo di scusarmi teco?
— No, no, fece lo sguardo.
— Ma tu mi spaventi, che ti han potuto dire?
Ed ella cercava. — Oh! l’ho indovinato, disse abbassando la voce ed avvicinandosi al vecchio. Ti hanno forse parlato del mio matrimonio?
— Sì, replicò lo sguardo corrucciato.
— Capisco, tu l’hai meco pel mio silenzio. Oh! vedi, fu perchè mi avevano raccomandato di non dirti niente, perchè nulla mi avevano detto, e che soltanto aveva strappato di soppiatto qualche parola per indiscretezza, ecco perchè sono stata così riservata teco. Perdonami buon papà Noirtier.
Ritornato fisso ed immobile lo sguardo sembrava rispondere, non è soltanto il tuo silenzio che mi affligge.
— Che cosa è dunque? domandò la giovinetta, credi forse che io possa abbandonarti, buon padre, e che il mio matrimonio mi renda smemorata?
— No, disse il vecchio.
— Allora ti hanno detto, che il sig. d’Épinay acconsentiva che dimorassimo insieme. — Sì. — Allora perchè sei in collera? — Gli occhi del vecchio assunsero un’espressione d’infinita dolcezza. — Sì, capisco; disse Valentina, perchè mi ami. — Il vecchio fece segno di sì. — E temi ch’io sia disgraziata? — Sì. — Tu non ami il sig. Franz?
Gli occhi ripeterono tre o quattro volte: — No, no, no.
— Ma sei molto afflitto buon padre? Ebbene, ascolta, disse Valentina mettendosi in ginocchio davanti a Noirtier e passandogli le braccia intorno al collo, io pure sono molto afflitta, poichè io pure non amo il sig. Franz d’Épinay.
Un baleno di gioia passò avanti gli occhi del nonno.
— Quando volli ritirarmi in convento, ti ricordi di essere stato tanto in collera meco? — Una lagrima inumidì l’arida palpebra del vecchio. — Ebbene, continuò Valentina, lo faceva per isfuggire questo matrimonio che è la mia disperazione. — Il respiro di Noirtier divenne anelante.
— Allora questo matrimonio ti fa gran dispiacere, buon padre. Oh! mio Dio! se tu potessi aiutarmi, se noi due potessimo rompere il loro disegno. Ma sei senza forza contro essi, tu che hai uno spirito così vivo, e una volontà così ferma; ma quando si tratta di lottare sei tanto debole, ed anzi più debole, che non sono io. Ohimè! Saresti stato per me un protettore possente nei giorni della tua forza e della tua salute, ma ora non puoi fare altro che capirmi, e rallegrarti, o affliggerti meco; questa è l’ultima fortuna che Iddio ha voluto lasciarmi insieme con le altre.
A queste parole vi fu negli occhi di Noirtier una tale espressione di malizia e di profondità che la giovinetta credè leggervi queste parole: — T’inganni, posso ancor molto per te. — Puoi qualche cosa per me, caro e buon papà? tradusse Valentina. — Sì. — Noirtier alzò gli occhi al cielo. Questo era il segnale convenuto fra lui e Valentina, quando aveva bisogno di qualche cosa.
— Che vuoi, caro padre, vediamo? — Valentina cercò un momento nel suo spirito, espresse ad alta voce i suoi pensieri a seconda che essi si presentavano, e vedendo che a tutto quello che poteva dire, il vecchio rispondeva costantemente di no:
— Andiamo, fec’ella, ricorriamo ad altri mezzi giacchè sono così stupida! — Allora recitò una dopo l’altra tutte le lettere dell’alfabeto, dall’a fino alla n, mentre che il suo sorriso interrogava l’occhio del paralitico, alla lettera n Noirtier fece segno di sì. — Ah! disse Valentina la cosa dunque che desiderate comincia dalla lettera n, ebbene vediamo ciò che si deve aggiungere alla lettera n. Na, ne, ni, no... — Sì, sì, sì, fece il vecchio — Ah! è no. — Sì. — Valentina andò a cercare un dizionario che posò sul leggio davanti a Noirtier; ella l’apri e quando ebbe veduti gli occhi del vecchio fissarsi su i fogli, il suo dito scorse rapidamente le colonne dell’alto al basso. L’esercizio (da sei anni Noirtier era caduto nel tristo stato in cui si ritrovava), le aveva rese le prove così facili, ed indovinava così presto il pensiero del vecchio, come egli stesso lo avrebbe potuto cercare in un dizionario.
Alla parola notaro Noirtier le fece segno di fermarsi.
— Notaro, diss’ella, vuoi un notaro, buon papà?
Il vecchio fece segno che desiderava effettivamente un notaro.
— Bisogna dunque mandare a cercare un notaro? domandò Valentina. — Sì, fece il paralitico. — Mio padre deve saperlo? — Sì. — Hai fretta di avere questo notaro?
— Sì. — Allora vado per fartelo cercare sul momento, caro padre. È forse questo tutto ciò che vuoi? — Sì.
Valentina corse al campanello e chiamò un domestico per far venire il sig. e la sig.ª de Villefort in camera del nonno.
— Sei tu contento, disse Valentina? Sì, lo credo bene! non è molto facile a trovar ciò. — E la giovinetta sorrise al vecchio come lo avrebbe fatto ad un fanciullo.
Il sig. de Villefort rientrò condotto da Barrois.
— Che volete, signore? domandò al paralitico.
— Mio nonno disse Valentina, domanda un notaro.
A questa strana e soprattutto inattesa domanda il sig. de Villefort scambiò uno sguardo col paralitico.
— Sì, fece quest’ultimo con una fermezza che indicava, che con l’aiuto di Valentina, e del servitore che già sapeva ciò che desiderava, era pronto a sostenere la lotta.
— Voi domandate il notaro? ripetè Villefort. — Sì.
— Per che farne? — Noirtier non rispondeva.
— Ma perchè avete bisogno di notaro? domandò Villefort.
— Ma finalmente, disse Barrois pronto ad insistere con quella perseveranza abituale ai vecchi domestici, se il signore vuole un notaro, è perchè apparentemente ne ha bisogno. Così lo vado a cercar subito.
Barrois non conosceva altro padrone che Noirtier, e non ammetteva che la sua volontà fosse contestata menomamente.
— Sì, voglio un notaro, fece il vecchio chiudendo gli occhi con un aria di sfida, e come se avesse detto, vediamo un poco se vi sarà qualcuno che osi opporsi a ciò che voglio.
— Vi sarà un notaro, poichè ne volete assolutamente uno signore, ma mi scuserò con lui, e scuserò voi stesso perchè la scena sarà molto ridicola.
— Non importa, disse Barrois, vado subito a cercarlo.
Ed il vecchio uscì trionfante.
LVIII. — IL TESTAMENTO.
Al momento in cui Barrois uscì, Noirtier guardò Valentina con quell’interessamento malizioso, che annunzia in un tempo tante cose. La giovinetta capì quello sguardo, e lo capì anche Villefort, perchè la sua fronte si oscurò ed il sopracciglio si aggrottò. Prese una sedia e si stabilì nella camera del paralitico per aspettare. Noirtier lo guardava fare con la più perfetta indifferenza, ma coll’angolo dell’occhio aveva già ordinato a Valentina di non inquietarsi e di restare ella pure. Tre quarti d’ora dopo rientrò il domestico col notaro. — Signore, disse Villefort dopo i primi saluti, voi siete stato chiamato dal sig. Noirtier de Villefort che qui vedete; una paralisi generale gli ha tolto l’uso delle membra e della voce, e noi soltanto ed a gran stento giungiamo ad afferrare qualche brano dei suoi pensieri.
Noirtier fece coll’occhio una chiamata a Valentina, chiamata talmente seria ed imperativa ch’ella rispose sul momento: — Io, signore, capisco tutto ciò che vuol dire mio nonno.
— È vero, soggiunse Barrois, tutto, assolutamente tutto come io lo diceva al signore venendo qua.
— Permettete, signore, e voi pure madamigella, disse il notaro indirizzandosi a Villefort ed a Valentina; questo è uno di quei casi in cui il pubblico ufficiale non può procedere inconsideratamente senza assumere una responsabilità pericolosa. La prima necessità, perchè l’atto sia valevole è che il notaro sia ben convinto che sia fedelmente interpretata la volontà di quello che l’ha dettata. Ora io non posso essere sicuro dell’approvazione o della disapprovazione di un cliente che non parla, e siccome l’oggetto dei suoi desideri e delle sue ripugnanze non può essermi provato chiaramente, atteso il suo mutismo, il mio ministero, oltre di essere inutile sarebbe esercitato illegalmente.
Il notaro fece un passo per ritirarsi. Un impercettibile sorriso di trionfo si disegnò sulle labbra del procuratore del Re. Da sua parte Noirtier guardò Valentina, con tale una espressione di dolore ch’ella si pose davanti al notaro:
— Signore, diss’ella, il linguaggio ch’io parlo con mio nonno, è un linguaggio che si può imparare facilmente, e come lo comprendo io, sono in istato di poterlo in pochi minuti far comprendere egualmente a voi. Che vi abbisogna, per giungere alla perfetta edificazione della vostra coscienza?
— Ciò che è necessario, affinchè i nostri atti sieno valevoli, Madamigella, rispose il notaro, è la certezza dell’approvazione. Si può far testamento malato di corpo, ma bisogna sempre farlo sano di spirito.
— Ebbene! signore, con due segni voi acquisterete la certezza che mio nonno ha sempre goduto fin qui la pienezza delle sue facoltà intellettuali. Il sig. Noirtier, privato della voce, privato dei movimenti, chiude gli occhi quando vuol dire di sì, e batte le palpebre a più riprese quando vuol dire di no. Voi ora ne sapete abbastanza per parlare col sig. Noirtier, provatevici. — Lo sguardo che il vecchio vibrò a Valentina era sì pieno di tenerezza e di riconoscenza che fu capito dallo stesso notaro.
— Voi avete inteso e compreso ciò che ha detto vostra nipote, signore? domandò il notaro. — Noirtier chiuse dolcemente gli occhi e dopo un momento li riaprì.
— Ed approvate ciò che ha detto, cioè che i segni da lei indicati sono quelli col mezzo dei quali fate comprendere i vostri pensieri?
— Sì, fece ancora il vecchio.
— Siete voi che mi avete fatto chiamare? — Sì.
— Per fare il vostro testamento? — Sì.
— E non volete che mi ritiri senza averlo fatto?
Il paralitico battè fortemente le palpebre degli occhi a più riprese. — Ebbene, signore, lo capite ora? domandò la giovinetta, e la vostra coscienza potrà stare tranquilla?
Ma prima che il notaro avesse potuto rispondere il sig. de Villefort lo tirò in disparte. — Signore, credete che un uomo possa impunemente sopportare un colpo fisico così terribile quanto quello che ha provato il sig. Noirtier de Villefort, senza che il morale non abbia gravemente a risentirsene?
— Non è precisamente ciò che m’inquieta, ma domando in qual modo giungeremo ad indovinare i pensieri per provocare le risposte.
— Non vedete dunque ch’è impossibile?
Valentina ed il vecchio intesero questo dialogo. Noirtier fermò il suo sguardo così fiero, e così risoluto su Valentina, che questo sguardo esigeva evidentemente una risposta.
— Signore, diss’ella, non v’inquietate per questo; per quanto sia difficile, o piuttosto per quanto vi sembri difficile, di scoprire il pensiero di mio nonno, ve lo rivelerò in modo da togliervi ogni dubbio su questo argomento; sono già sei anni ch’io sono presso il sig. Noirtier; che vi dica egli stesso, se in sei anni un solo dei pensieri è rimasto sepolto nel suo cuore per non avermelo potuto far comprendere.
— No, fece il vecchio.
— Proviamo dunque, disse il notaro; accettate voi madamigella per vostra interprete? — Il paralitico fece segno di sì.
— Bene vediamo: signore, che desiderate da me, e quale atto è quello che volete che io faccia? — Valentina articolò tutte le lettere dell’alfabeto fino alla lettera T.
A questa lettera l’eloquente occhio di Noirtier la fermò. — È la lettera T che il signore domanda, la cosa è visibile. — Aspettate, disse Valentina; poi voltandosi da suo nonno: ta... te.... — Il vecchio la fermò alla seconda di queste sillabe. Allora Valentina prese il dizionario e sotto gli occhi dell’attento notaro sfogliò le pagine.
— Testamento indicò il suo dito fermato dal colpo d’occhio di Noirtier.
— Testamento, gridò il notaro, la cosa è visibile, il signore vuol fare testamento.
— Sì, fece Noirtier a più riprese.
— Ecco ciò che può dirsi veramente maraviglioso, signore, disse il notaro a Villefort stupefatto, convenitene.
— In fatto, replicò egli, questo testamento sarà ancora più maraviglioso: poichè ritengo che gli articoli non si potranno estendere sulla carta parola per parola senza l’intelligente aspirazione di mia figlia. Ora Valentina sarà forse una parte troppo interessata a questo testamento per essere interprete conveniente delle oscure volontà del sig. Noirtier de Villefort?
— No, no, no, fece il paralitico.
— Come, disse il sig. de Villefort, Valentina non è interessata nel vostro testamento?
— No, fece Noirtier.
— Signore, disse il notaro incantato di questa prova, promettendosi di raccontare in società i particolari di questo pittoresco episodio; signore, nulla mi sembra or più facile di quel che poco fa riguardava come impossibile; e questo testamento sarà semplicemente un testamento mistico, vale a dire preveduto e permesso dalla legge, purchè sia letto alla presenza di sette testimoni, approvato dal testatore avanti ad essi, e chiuso dal notaro sempre alla loro presenza. In quanto al tempo, durerà appena poco più degli ordinari testamenti. Da prima vi sono le formole consuete, che sono di rubrica, e sono sempre le stesse; in quanto ai particolari saranno somministrati dallo stato medesimo degli affari del testatore, e da voi che avendoli amministrati li conoscerete. D’altra parte perchè quest’atto non possa essere attaccato, noi vi daremo la più completa autenticità, uno dei miei confratelli mi servirà d’aiutante, e contro l’uso assisterà alla dettatura. Siete soddisfatto, signore? continuò il notaro volgendosi al vecchio.
— Sì, rispose Noirtier contento di essere capito.
— E che farà? — chiedeva a sè stesso Villefort, cui l’alta sua posizione imponeva tutta la riserva, e che d’altra parte non poteva indovinare a quale scopo tendesse suo padre.
Si volse dunque per mandare a cercare il secondo notaro indicato dal primo; ma Barrois che aveva tutto inteso, e indovinato il desiderio del padrone, era già partito.
Allora il procuratore del Re fece dire a sua moglie di salire. In capo ad un quarto d’ora tutta la famiglia era riunita nella camera del paralitico, ed il secondo notaro era giunto. In poche parole i due ufficiali ministeriali si ritrovarono d’accordo. Fu letta a Noirtier una formula di testamento vago, insignificante, quindi per cominciare la investigazione per così dire, della sua intelligenza, il primo notaro gli disse: — Quando si fa testamento, signore, è in favore di qualcuno, o a pregiudizio di qualche altro.
— Sì, fece Noirtier.
— Avete qualche idea sulla cifra della vostra fortuna?
— Sì. — Vi nominerò alcune cifre che saliranno progressivamente; mi fermerete quando sarò giunto a quella che credete possa essere il vostro ammontare. — Sì.
In questo interrogatorio vi era una specie di solennità; d’altra parte la lotta dell’intelligenza contro la materia non poteva mai essere stata più visibile, e se questo non era uno spettacolo sublime, come vedremo, per lo meno era curioso. Fu fatto cerchio intorno a Noirtier, il secondo notaro era assiso ad un tavolo pronto a scrivere; il primo notaro stava in piedi davanti a lui e lo interrogava.
— La vostra fortuna sorpassa i 300 mila fr.? domandò.
Noirtier fece segno di sì. — Possedete 400 mila fr.? — domandò il notaro. Noirtier restò immobile. — 500 mila?...
La stessa immobilità. — 600 mila?... 700 mila?... 800 mila?... 900 mila? — Noirtier fece segno di sì.
— Dunque possedete 900 mila fr.? — Sì.
— In immobili? domandò il notaro. — Noirtier fece segno di no. — In iscrizioni di rendite? — Noirtier fece segno di sì.
— Queste iscrizioni sono nelle vostre mani?
Un colpo d’occhio diretto a Barrois fece uscire il vecchio servitore, che ritornò un momento dopo con una piccola cassetta.
— Permettete che si apra la cassetta? domandò il notaro.
Noirtier fece segno di sì. Fu aperta la cassetta e si ritrovarono le iscrizioni sul Gran Libro per 900 mila fr.
Il primo notaro passò una dopo l’altra ciascuna iscrizione al suo collega: il conto era quello annunziato da Noirtier.
— In realtà è così, diss’egli; ciò dimostra evidentemente che la sua intelligenza è in tutta la forza ed estensione; — indi ritornando al paralitico: — Dunque, voi possedete 900 mila fr. di capitali, che nel modo con cui sono situati devono produrvi circa 40 mila lire di rendita?
— Sì, fece Noirtier.
— A chi desiderate lasciare questa fortuna?
— Oh! disse la sig.ª de Villefort, su ciò non cade dubbio, il sig. Noirtier ama unicamente sua nipote, madamigella Valentina de Villefort: ella ne ha avuto tutta la cura per sei anni; colla sua assiduità ha saputo procurarsi l’affezione di suo nonno, e direi quasi la sua riconoscenza; è dunque giusto che raccolga il premio della sua affezione.
L’occhio di Noirtier sfavillò un baleno, come per far conoscere che non si lasciava facilmente ingannare dal falso assenso dato dalla sig.ª de Villefort alle intenzioni che in lui supponeva. — È dunque a madamigella de Villefort che lasciate 900 mila fr.? — domandò il notaro, che credeva di non aver più altro da fare che registrare questa clausola, ma che però voleva essere ben sicuro dell’assenso di Noirtier, e far constare questo assenso da tutt’i testimoni di questa straordinaria scena. Valentina aveva fatto un passo addietro e piangeva ad occhi bassi. Il vecchio la guardò un momento coll’espressione della più profonda tenerezza; poi voltandosi verso il notaro, socchiuse gli occhi nel modo più significativo.
— No? disse il notaro, come, non costituite vostra erede universale madamigella de Villefort?
Noirtier fece di no.
— Voi non vi sbagliate? gridò il notaro meravigliato, dite effettivamente di no?
— No! ripetè Noirtier, no! — Valentina rialzò la lesta; ella era stupefatta, non dell’essere diseredata, ma di aver eccitato quel sentimento che d’ordinario detta simili atti.
Ma Noirtier la guardava con un’espressione di tenerezza così profonda ch’ella gridò: — Oh! buon padre, non mi togliete che le vostre ricchezze, ma mi lasciate sempre il cuore?
— Oh! sì, sì certamente, dissero gli occhi del paralitico chiudendosi con una espressione alla quale non poteva ingannarsi.
— Grazie, grazie, mormorò la giovinetta.
Frattanto questo rifiuto aveva fatto nascere nel cuore della sig.ª de Villefort una inattesa speranza; e si avvicinò al vecchio: — Allora dunque a vostro nipote Edoardo de Villefort lasciate la vostra fortuna? domandò la madre.
Gli occhi di Noirtier si chiusero in un modo che esprimeva quasi l’odio.
— No, fece il notaro, allora sarà a vostro figlio qui presente?
— No, replicò il vecchio.
I due notari, si guardarono stupefatti; Villefort e sua moglie arrossirono l’uno per l’onta, l’altra pel dispetto.
— Ma che vi abbiamo dunque fatto, padre? disse Valentina, voi dunque non ci amate più?
Lo sguardo del vecchio passò rapidamente sul figlio, sulla nuora, e si fermò su Valentina con una espressione di profonda tenerezza: — Ebbene! diss’ella, se tu mi ami, nonno mio, cerca di collegare questo amore con ciò che stai facendo in questo momento. Tu mi conosci, sai che non ho mai pensato alle tue ricchezze, d’altra parte dicono che sia ricca dal lato di mia madre, fors’anco troppo ricca; spiegati dunque.
Noirtier fissò l’ardente suo sguardo sulla mano di Valentina: — La mia mano? — Sì, fece Noirtier.
— La sua mano, ripeterono tutti gli assistenti.
— Ah! signore, vedete bene che tutto è inutile, e che il mio povero padre è pazzo, disse Villefort.
— Oh! gridò d’improvviso Valentina, ora capisco; il mio matrimonio, nonno, n’è vero?
— Sì, sì, sì, ripetè tre volte il paralitico vibrando un baleno ogni volta che si rialzavano le sue palpebre.
— Tu sei in collera pel mio matrimonio, n’è vero? — Sì.
— Ma ciò è assurdo, disse Villefort.
— Perdono, signore, disse il notaro, tutto ciò al contrario è molto ragionato, e mi sembra che si colleghi perfettamente a quanto si sta facendo.
— Tu non vuoi ch’io sposi il sig. Franz d’Épinay?
— No, non voglio, espresse l’occhio del vecchio.
— E diseredate vostra nipote, disse il notaro, perchè fa un matrimonio che non è di vostro genio?
— Sì, rispose Noirtier. — Di modo che senza di questo matrimonio sarebbe vostra erede? — Sì. — Un profondo silenzio si sparse allora in quelli che circondavano il vecchio. I due notari si consultavano. Valentina con le mani incrociate, guardava suo nonno con un sorriso riconoscente. Villefort si mordeva le sottili sue labbra: la sig.ª de Villefort non poteva reprimere un sentimento di gioia, che suo malgrado le si spandeva sul viso. — Ma, disse finalmente Villefort rompendo pel primo questo silenzio, mi sembra che io sia il solo giudice delle convenienze che stanno in favore di questa unione, il solo padrone della mano di mia figlia; voglio che sposi il sig. Franz d’Épinay, e lo sposerà. — Valentina cadde piangendo sopra una sedia. — Signore, disse il notaro indirizzandosi al vecchio, che contate di fare dei vostri capitali nel caso che madamigella Valentina sposi il sig. Franz?
Il vecchio rimase immobile. — Ciò non pertanto volete disporne? — Sì, fece Noirtier. — In favore di qualcuno della vostra famiglia? — No. — In favore dei poveri allora? — Sì.
— Ma, disse il notaro, sapete che la legge si oppone che vengano interamente spogliati i vostri figli?
— Sì. — Dunque non disponete che della parte che la legge vi autorizza a distrarre. — Noirtier restò immobile.
— Continuate a voler disporre di tutto? — Sì. — Ma dopo la vostra morte verrà attaccato il vostro testamento.
— No. — Mio padre mi conosce, disse Villefort, sa che la sua volontà sarà sacra per me; d’altra parte comprende che nella mia posizione, non posso muovere lite contro i poveri.
L’occhio di Noirtier espresse il trionfo.
— Che risolvete, signore? domandò il notaro a Villefort.
— Niente! questa è una risoluzione presa nello spirito di mio padre, ed io so che mio padre non cambia le sue risoluzioni. Dunque mi rassegno. Questi 900 mila fr. usciranno dalla famiglia per arricchir gli ospedali; ma non cederò al capriccio del vecchio, ed oprerò a seconda della mia coscienza. — E Villefort si ritirò colla moglie lasciando suo padre libero di testare come più gli aggradiva. Nello stesso giorno fu fatto il testamento, furono ritrovati i testimoni, fu approvato dal vecchio, chiuso alla loro presenza e deposto presso Descamps il notaro della famiglia.
LIX. — IL TELEGRAFO.
I coniugi Villefort rientrando nel loro appartamento, seppero che il conte di Monte-Cristo essendo venuto a far loro una visita era stato introdotto nel salotto ove li aspettava. La sig.ª de Villefort troppo commossa per essere in istato di potere sì tosto entrare, passò per la sua camera da letto, mentre che il procuratore del Re più padrone di sè stesso si avanzò direttamente verso il salotto. Ma per quanto sapesse dominare le sue sensazioni, per quanto cercasse ricomporre il viso, Villefort non potè allontanare tanto bene la nube dalla sua fronte, che al conte, il cui sorriso brillava raggiante, non dinotasse quell’aria tetra e cogitabonda.
— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo dopo i primi complimenti; che avete dunque sig. de Villefort? sono forse giunto in un momento in cui stavate sostenendo qualche accusa un poco troppo capitale?
Villefort tentò di ridere: — No, sig. conte, disse, qui non vi è altra vittima fuori di me, sono io che perdo la causa, ed il caso, l’ostinazione, la pazzia han vibrata la sentenza.
— Che intendete di dire? domandò Monte-Cristo con un interessamento benissimo dissimulato. Vi è forse accaduto in realtà qualche grave disgrazia?
— Oh! sig. conte, disse Villefort con una calma piena d’amarezza; ciò non vale neppur la pena di parlarne; quasi niente, una semplice perdita di denaro.
— In fatto, rispose Monte-Cristo, una perdita di danari è poca cosa per chi goda una fortuna come la vostra, ed uno spirito filosofico ed elevato come il vostro.
— Per cui, rispose Villefort, non è la perdita del danaro che m’inquieta, quantunque 900 mila fr. possono ben valere un dispiacere, ma mi risento particolarmente di questa disposizione della sorte, del caso, della fatalità, non so come nominare la potenza che dirige il colpo che mi percuote, che rovescia le mie speranze di fortuna, e distrugge quasi l’avvenire di mia figlia, pel capriccio di un vecchio ricaduto nella infanzia.
— Eh! mio Dio! ma che cosa è dunque? gridò il conte, 900 mila fr. avete detto? ma in verità questa somma merita, che se ne affligga anche un filosofo. E chi vi procura questo dispiacere?
— Mio padre di cui vi ho parlato.
— Il sig. Noirtier? Davvero? Non mi diceste che era colpito interamente dalla paralisi, e che tutte le sue facoltà erano annichilite?
— Sì, le sue facoltà fisiche, perchè non può nè muoversi nè parlare, con tutto ciò però pensa, vuole, opera come vedete. L’ho lasciato da cinque minuti ed in questo momento è occupato a dettare un testamento a due notari.
— Ma allora dunque ha parlato?
— Fa di più, si fa capire.
— Ed in che modo?
— Per mezzo dello sguardo, i suoi occhi hanno continuato a vivere, e come vedete essi uccidono.
— Amico, disse la sig.ª de Villefort, che entrava in quel punto, forse voi esagerate la vostra situazione.
— Signora... disse il conte inchinandosi.
La sig.ª de Villefort lo salutò col più grazioso sorriso.
— Ma che cosa dunque mi racconta il sig. de Villefort? domandò Monte-Cristo, e quale disgrazia incomprensibile?...
— Incomprensibile, questa per l’appunto è la vera parola; riprese il procuratore del Re alzando le spalle, un capriccio da vecchio.
— E non vi è modo di farlo smettere dalla sua risoluzione?
— Vi sarebbe, disse la sig.ª de Villefort, e dipende anzi da mio marito, che questo testamento, invece di essere fatto a danno di Valentina, sia fatto in favore di lei.
Il conte accorgendosi che i due sposi cominciavano a parlarsi con parabole, assunse l’apparenza dell’uomo distratto, e guardò colla più profonda attenzione, e colla più manifesta approvazione Edoardo che versava dell’inchiostro nei beveratoi degli uccelli. — Mia cara, disse Villefort rispondendo a sua moglie, sapete che amo poco l’assumere il tuono patriarcale in casa mia, e che non ho mai creduto che i destini dell’universo dipendessero da un mio movimento di capo. Ciò non pertanto è necessario che le mie risoluzioni vengano rispettate in casa mia, e che la follia di un vecchio ed il capriccio di una fanciulla non rovescino un disegno stabilito nel mio spirito da molti anni. Il barone d’Épinay era mio amico, lo sapete, ed una alleanza con suo figlio era conveniente.
— Credete, disse la sig.ª de Villefort, che Valentina sia d’accordo con lui?... in fatto... ella è sempre stata contraria a questo matrimonio, e non sarei maravigliata che tutto ciò che abbiamo veduto ed inteso, non sia che l’esecuzione di un disegno concertato fra loro.
— Signora, disse Villefort, non si rinunzia così, credetemi, ad una fortuna di 900 mila fr.
— Ella rinunciava ancora al mondo, signore, poichè un anno fa voleva entrare in un monastero.
— Ebbene, io vi dico che questo matrimonio deve farsi.
— Ad onta della volontà di vostro padre? disse la sig.ª de Villefort toccando così un’altra corda, ciò è ben grave!
Monte-Cristo faceva sembiante di non ascoltare, e non perdeva neppure una parola di ciò che dicevano.
— N’importa, riprese Villefort, e posso dire che ho sempre rispettato mio padre, perchè al sentimento naturale della discendenza si univa in me la conoscenza della sua superiorità morale, perchè infine un padre è sempre sacro per due titoli, sacro come nostro autore, sacro come nostro padrone; ma oggi devo rinunziare a riconoscere una intelligenza in un vecchio che, per una semplice memoria di odio contro il padre, perseguita il figlio in tal modo; sarebbe dunque ridicolo in me conformare la mia condotta ai suoi capricci: continuerò ad avere il più gran rispetto pel sig. Noirtier; soffrirò senza lamentarmene la punizione pecuniaria che m’infligge; ma resterò irremovibile nella mia volontà ed il mondo giudicherà da qual lato sia la vera ragione. In conseguenza, mariterò mia figlia al barone Franz d’Épinay, perchè questo matrimonio è, a mio avviso, buono ed onorevole, e perchè in fine voglio maritare mia figlia a chi più mi piace.
— E che! disse il conte, del quale il procuratore del Re aveva costantemente sollecitata l’approvazione collo sguardo; e che! il sig. Noirtier disereda madamigella Valentina perchè sta per isposare il barone Franz d’Épinay?
— Eh! mio Dio! sì o signore; ecco la ragione, disse Villefort stringendosi nelle spalle.
— La ragione visibile, almeno, soggiunse la sig.ª de Villefort.
— La vera ragione, credetemi, io conosco mio padre.
— E come si capisce? rispose la giovane sposa. In che il sig. d’Épinay può dispiacer più di un altro al sig. Noirtier?
— In fatto, disse il conte, io ho conosciuto il sig. Franz d’Épinay; il figlio del generale Quesnel, n’è vero, fatto barone d’Épinay dal re Luigi XVIII?
— Precisamente, rispose Villefort.
— Ebbene! ma egli è un giovine grazioso, mi sembra.
— Per cui non è che un pretesto, ne sono certa, disse la sig.ª de Villefort; i vecchi sono tiranni nelle loro affezioni: il sig. Noirtier non vuole che sua nipote si mariti.
— Ma, disse Monte-Cristo, non conoscete la causa di quest’odio?
— Eh! mio Dio! chi può saperla?...
— Forse qualche antipatia politica...
— Di fatto mio padre ed il padre d’Épinay hanno vissuto nei tempi burrascosi, dei quali non ho veduto che gli ultimi giorni, disse Villefort.
— Vostro padre non era bonapartista? domandò Monte-Cristo. Mi sembra ricordarmi che mi avete detto qualche cosa su ciò.
— Mio padre prima d’ogni altra cosa è stato Giacobino, trasportato dalla emozione fuori dai confini della prudenza, e la toga da senatore che Napoleone gli aveva gettata sulle spalle, non faceva che mascherare l’uomo vecchio, senza averlo cambiato. Quando mio padre cospirava, non era per l’imperatore, era contro i Borboni, perchè egli non ha mai combattuto per le utopie non realizzabili, ma per le cose possibili, ed ha applicato alla riuscita di queste cose possibili le terribili teorie di Montaigne che non indietreggiava davanti a qualunque ostacolo.
— Ebbene! disse Monte-Cristo, il sig. Noirtier ed il sig. d’Épinay si saranno incontrati sul campo della politica, il sig. d’Épinay, quantunque avesse servito sotto Napoleone, avrebbe forse conservato nel fondo del cuore qualche sentimento realista? e non è lo stesso che fu assassinato uscendo da un club napoleonico, ov’era stato attirato nella speranza di ritrovarvi un fratello?
Villefort guardò il conte quasi con terrore.
— M’inganno forse? domandò Monte-Cristo.
— No, signore, disse la sig.ª de Villefort, anzi è precisamente così; ed appunto per quanto avete detto, e per vedere estinti questi odii antichi, il sig. de Villefort aveva avuta l’idea di fare amare i figli dei padri che si erano odiati.
— Idea sublime! idea piena di carità, ed alla quale tutto il mondo deve applaudire. In fatto, sarà bello il sentire madamigella Noirtier de Villefort chiamarsi la sig.ª Franz d’Épinay.
Villefort rabbrividì, e guardò Monte-Cristo come se avesse voluto leggere nel fondo del cuore con quale intenzione avesse pronunciate queste parole. Ma il conte conservò il benevolo sorriso impresso sulle sue labbra, ed ancor questa volta, ad onta della penetrazione del suo sguardo, il procuratore del Re non vide al di là dell’epidermide...
— Perciò, riprese Villefort, quantunque sia una gran disgrazia per Valentina di perdere le ricchezze di suo nonno, penso che il matrimonio non verrà meno per questo; io non credo che il sig. d’Épinay indietreggi in faccia di questo scacco pecuniario; vedrà che io valgo forse più della somma, io che la sacrifico al desiderio di mantenere la mia parola. Calcolerà inoltre che Valentina è ricca anche coi soli beni di sua madre amministrati dal sig. e dalla sig.ª di Saint-Méran, suoi avi materni che la prediligono con tutta la tenerezza.
— E che meritano bene di essere amati al modo che Valentina ha fatto col sig. Noirtier, disse la sig.ª de Villefort; d’altra parte essi verranno a Parigi fra un mese al più, e Valentina, sarà dispensata dal seppellirsi come ha fatto fin qui presso il sig. Noirtier. — Il conte ascoltava con compiacenza la voce discordante di questi amor-propri feriti, e di questi interessi falliti. — Ma mi sembra, disse dopo un momento di silenzio, e vi chiedo prima perdono di ciò che sono per dirvi; mi sembra che se il sig. Noirtier disereda madamigella de Villefort, colpevole di volersi maritare con un giovine di cui egli detesta il padre, non ha lo stesso da rimproverare a questo caro Edoardo.
— N’è vero, gridò la sig.ª de Villefort con una intonazione impossibile a descriversi, che questa è una odiosa ingiustizia? Questo povero Edoardo è nipote del sig. Noirtier egualmente che Valentina, e ciò non ostante se Valentina non avesse dovuto sposare il sig. Franz, il sig. Noirtier le lasciava tutti i suoi beni; e per sopra più, Edoardo porta il nome della famiglia, e ciò non impedirebbe, quando anche Valentina venisse diseredata dal nonno, che ella fosse sempre tre volte più ricca di lui.
Lanciato questo colpo, il conte ascoltò, ma non parlò più.
— Basta, riprese Villefort, basta, sig. conte, cessiamo, vi prego, d’intrattenerci di queste miserie di famiglia; sì è vero, la mia fortuna andrà ad ingrossare le rendite dei poveri, che in oggi sono i veri ricchi. Sì, mio padre mi avrà privato di una legittima speranza e senza una ragione; ma io avrò operato da uomo di sentimento, da uomo di cuore. Il sig. d’Épinay al quale avevo promesso la rendita di questa somma, la riceverà, dovessi ancora impormi le più crudeli privazioni.
— Però, riprese la signora de Villefort, ritornando alla sola idea che mormorava senza posa in suo cuore, sarebbe forse stato meglio il confidare questa disavventura al sig. d’Épinay, e ch’egli stesso ritirasse la sua parola.
— Oh! sarebbe una gran disgrazia! gridò Villefort.
— Una gran disgrazia? ripetè Monte-Cristo.
— Senza dubbio, riprese Villefort raddolcendosi; un matrimonio fallito, anche per causa d’interesse, è sempre sfavorevole per una giovanetta; poi, antiche voci ch’io voleva estinguere, riprenderebbero consistenza. Ma no, non sarà niente; il sig. d’Épinay, se è un onest’uomo, si ritroverà ancor più impegnato dopo che Valentina è stata diseredata, di quel che lo era prima, altrimenti egli oprerebbe col semplice scopo dell’avarizia; no, questo è impossibile.
— Io la penso come il sig. de Villefort, disse Monte-Cristo fissando lo sguardo sopra la sig.ª de Villefort; e se io fossi abbastanza fra il numero dei suoi amici, per permettermi di dargli un consiglio, lo inviterei, (poichè il sig. d’Épinay sarà in breve di ritorno per quanto almeno mi è stato detto) ad annodare l’affare così strettamente, che non si possa più sciogliere; impegnerei finalmente una partita, la cui riuscita dev’essere tanto onorevole pel sig. de Villefort.
Quest’ultimo si alzò, trasportato da una gioia visibile, mentre che sua moglie impallidiva leggermente.
— Bene, diss’egli, ecco ciò ch’io domandava, ed io mi prevarrò dell’opinione di un consigliere come siete voi, disse stendendo la mano a Monte-Cristo. Per tal modo adunque, che tutti qui considerino quel che oggi è accaduto come non avvenuto; nulla v’è di cambiato nei miei disegni.
— Signore, disse il conte, il mondo, per quanto sia ingiusto, vi saprà grado della vostra risoluzione; i vostri amici ne saranno orgogliosi; ed il sig. d’Épinay, dovesse ancora sposare madamigella Valentina senza dote, ciò che non potrà essere, sarà superbo di potere entrare in una famiglia ove si sa innalzarsi all’altezza di simili sacrifici per mantenere la parola data. — Dicendo queste parole il conte s’era alzato e si disponeva a partire.
— Voi ci lasciate, sig. conte? disse la sig.ª de Villefort.
— Vi sono costretto, signora, io veniva soltanto a rammentarvi la vostra promessa per sabato.
— Temevate che la dimenticassimo?
— Siete troppo buona, ma il sig. de Villefort ha occupazioni sì gravi, e qualche volta sì urgenti...
— Mio marito ha data la sua parola, signore, disse la giovane sposa; ed avete veduto che la mantiene quand’anche vi è da perdere tutto, a più forte ragione quando vi è tutto da guadagnare.
— La riunione ha luogo alla vostra casa dei Campi-Elisi?
— No disse Monte-Cristo, e ciò renderà il vostro sacrificio anche più meritorio, è in campagna.
— In campagna? — Sì. — E dov’è? vicino a Parigi?
— Alle porte, ad una mezza lega dalla barriera, ad Auteuil.
— Ad Auteuil! gridò Villefort. Ah! è vero, la signora mi disse che abitavate ad Auteuil, poichè nella vostra casa la trasportarono. E in qual posizione d’Auteuil?
— Strada della Fontana.
— Strada della Fontana! riprese Villefort con voce strangolata; ed a qual numero? — Al numero 28.
— Ma fu dunque venduta a voi la casa del sig. di Saint-Méran?
— Del sig. di Saint-Méran? domandò Monte-Cristo. Questa casa apparteneva dunque al sig. di Saint-Méran?
— Sì, rispose la sig.ª de Villefort; e credereste una cosa?
— Quale? — Voi trovate bella questa casa, n’è vero?
— Graziosa.
— Ebbene! mio marito non ha voluto mai abitarla.
— Oh! riprese Monte-Cristo, questa in verità è una prevenzione di cui non mi saprei render conto.
— Non mi piace Auteuil, signore, rispose il procuratore del Re facendo uno sforzo sopra sè stesso.
— Ma non sarò tanto disgraziato, spero, disse con inquietudine Monte-Cristo, perchè quest’antipatia mi privi del bene di ricevervi?
— No, credetemi farò tutto ciò che potrò, balbettò Villefort.
— Oh! rispose Monte-Cristo, non ammetto scuse. Sabato alle sei vi aspetto, e se non verrete, crederò che so io? che su questa casa disabitata graviti da vent’anni qualche lugubre tradizione, qualche sanguinosa leggenda.
— Vi verrò, sig. conte, disse vivamente Villefort.
— Grazie, disse Monte-Cristo. Ora bisogna che mi permettiate di prendere congedo da voi.
— In fatto avevate detto di essere costretto a lasciarci, sig. conte, disse la sig.ª de Villefort, e voi ci dicevate, voler fare ancora qualche cosa, quando siete stato interrotto per passare ad un’altra idea.
— In verità signora, disse Monte-Cristo, non so se oserò di dirvi ove vado. — Bah! dite pure.
— Io vado, da vero allocco che sono, a visitare una cosa che spesso mi ha tenuto distratto per delle ore intere.
— Quale?
— Un telegrafo: ecco la parola lanciata.
— Un telegrafo? ripetè la sig.ª de Villefort.
— Eh! mio Dio, sì, un telegrafo. Ho veduto qualche volta in capo di una strada sopra un poggio, un giorno di bel sole, innalzarsi queste braccia nere e snodate, simili alle zampe di una immensa coleoptra, e ciò non fu mai senza emozione, ve lo giuro, perchè pensava che questi segni bizzarri fendendo l’aria con precisione, e portando a trecento leghe la volontà sconosciuta di un uomo assiso ad una tavola ad un altr’uomo assiso all’estremità della linea davanti ad un’altra tavola, si disegnavano o sul grigio della nuvola, o sull’azzurro dei cieli per la sola forza del volere di questo capo possente. Allora io credeva ai geni, alle silfidi, ai folletti, infine a tutti i poteri occulti, e rideva. Ora, non mi era mai venuta la volontà di vedere da vicino questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre, perchè temeva di ritrovare sotto le loro ali di pietra il piccolo genio umano, ben saputo, bene imburrato di scienza, di cabala, o di cancelleria. Ma ecco che un bel mattino intesi che il motore di ciascun telegrafo era un povero diavolo d’impiegato a 1200 fr. l’anno, occupato tutto il giorno a guardare, non il cielo come l’astronomo, non l’acqua come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vòto; ma invece l’insetto dal ventre bianco e dalle zampe nere, suo corrispondente, situato 4, o 5 leghe lontano da lui. Allora mi son sentito prendere da un desiderio curioso di vedere da vicino questa crisalide vivente, e di assistere alla commedia che dal fondo della sua buccia ella dà all’altra crisalide tirandogli uno dopo gli altri alcuni capi della cordicella.
— E voi volete andare là? — Sì, vi vado.
— A qual telegrafo? a quello del ministero dell’Interno, o a quello dell’osservatorio?
— Oh! no, troverei là delle persone che vorrebbero costringermi ad imparare delle cose che desidero ignorare, e che mi spiegherebbero contro mia voglia un mistero che essi non conoscono. Diavolo, voglio conservare quelle illusioni che ho sugl’insetti; è ben molto che abbia perduto quelle che avevo sugli uomini. Non andrò dunque, nè al telegrafo del ministero dell’Interno, nè a quello dell’osservatorio. Ciò che mi abbisogna, è il telegrafo in piena campagna per ritrovarvi il solo buon uomo petrificato nella sua torre.
— Siete un singolar gran signore, disse Villefort.
— Qual linea mi consigliate di studiare?
— Quella che in oggi è la più occupata.
— Bene! quella di Spagna dunque?
— Precisamente. Volete una lettera del ministero perchè vi facciano delle spiegazioni?...
— Ma no, disse Monte-Cristo, poichè vi dico che al contrario io non ci voglio capir niente. Dal momento in cui capissi qualche cosa, non vi sarebbe più telegrafo, non vi sarebbe più che un segno del signor Duchâtel, o del signor Montalivet trasmessi al prefetto di Baiona, travestiti in due parole greche: téle, graphéin. È la bestia dalle zampe nere, la parola misteriosa che io voglio conservare in tutta la sua purezza ed in tutta la mia venerazione.
— Andate dunque, perchè fra due ore sarà notte, e voi allora non vedreste più niente.
— Diavolo! voi mi spaventate! qual è il più vicino?
— Sulla strada di Baiona?
— Sì, sia sulla strada di Baiona!
— È quello di Chàtillon.
— E dopo quello di Chàtillon?
— Quello della torre Montlhéry, io credo.
— Grazie! a rivederci! sabato io vi racconterò le mie impressioni.
Alla porta il conte s’incontrò coi due notari che avevano diseredata Valentina, e che si ritiravano incantati di aver fatto un atto che avrebbe certamente procurato loro un grande onore.
LX. — MEZZO DI LIBERARE UN GIARDINIERE DAI GHIRI CHE GLI MANGIANO LE PESCHE.
Non nella stessa sera come aveva detto, ma la dimane mattina, il conte di Monte-Cristo uscì dalla barriera d’Enfer, prese la strada di Orléans, oltrepassò il villaggio di Linas senza fermarsi al telegrafo, che, precisamente al momento in cui il conte passava, faceva muovere le sue lunghe braccia scarne, e raggiunse la torre di Montlhéry situata come ognun sa, sul punto più elevato della pianura che porta questo nome. A piè della collina il conte discese di carrozza, e per un piccolo sentiero circolare, largo da 15 a 20 pollici, cominciò a salire la montagna; giunto alla sommità si trovò fermato da una siepe sulla quale alcune frutta verdi erano succedute ai fiori color di rosa e bianchi.
Monte-Cristo cercò la porta del piccolo recinto, e non istette molto a trovarla. Era un piccolo cancello di legno che girava su gangheri di giunco, e si chiudeva con un chiodo ed una funicella. In un momento il conte fu al caso di conoscere il meccanismo, e la porta fu aperta. Si trovò allora in un piccolo giardino di circa 20 piedi di lunghezza, 12 di larghezza, limitato da una parte dalla siepe nella quale era unito il meccanismo ingegnoso che abbiam descritto sotto nome di cancello, e dall’altra dalla vecchia torre tutta ricoperta di ellera, e disseminata di garofani ed altri fiori. Non si sarebbe detto, vedendola così guernita e fiorita (come una bisavola cui i piccoli nipoti augurino il giorno della sua festa) che essa potesse raccontare dei drammi assai terribili, se aggiungesse una voce alle orecchie minaccevoli che un vecchio proverbio attribuisce alle muraglie.
Si percorreva questo giardino lungo un piccolo viale ricoperto di sabbia rossa, sul quale sporgevano, con un tuono che avrebbe rallegrato l’occhio di Delacroix, nostro Rubens moderno, un contorno di bue grasso, vecchio di molti anni. Questo viale aveva la forma di un 8, e girava innalzandosi, in modo da poter fare una passeggiata di 60 piedi in un giardino lungo 20. Giammai Flora, la ridente e fresca dea dei giardinieri latini, non era stata onorata da un culto così minuzioso, e così puro quanto quello che le veniva reso in questo piccolo recinto.
Infatto dei 25 rosai che componevano il giardino, non una foglia portava la traccia della mosca, non un piccolo stelo di grancigna verde che isterilisce e consuma le piante che crescono a lei vicino. Non mancava umidità a questo giardino, la terra nera come la mota e l’opacità del fogliame degli alberi lo dicevano abbastanza; d’altra parte l’umidità artificiale avrebbe prontamente supplito alla naturale, mercè il foro pieno d’acqua scavato in un angolo del giardino, e nel quale stazionavano sopra un panno verde una rana ed un rospo che, per l’incompatibilità senza dubbio dei loro umori si voltavano sempre, e si mantenevano ai due punti opposti del circolo coi loro dorsi voltati l’un contro l’altro.
Non un’erba nei viali, non una pianta parassita vicino alle piante; una piccola donnicciuola pulisce, e monda con minor cura il suo girannio, il cactus, e gli altri fiori della sua giardiniera di porcellana di quel che non faceva il padrone fino allora invisibile del piccolo recinto.
Monte-Cristo si fermò dopo aver chiusa la porta aggrappando la cordicella al chiodo, e con uno sguardo abbracciò tutta la proprietà: — Sembra, diss’egli, che l’uomo del telegrafo abbia dei giardinieri ad anno, o ch’egli si abbandoni appassionatamente all’agricoltura.
D’improvviso inciampò in qualche cosa nascosta dietro una carriola ripiena di foglie: questo qualche cosa si raddrizzò lasciando sfuggire un’esclamazione che dipingeva la sua meraviglia, e Monte-Cristo si trovò in faccia di un uomo di circa 50 anni che raccoglieva delle fragole cui situava sopra foglie di viti. Vi erano circa 12 foglie, e quasi altrettante fragole. Il buon uomo nel rialzarsi, per poco non lasciò cadere le fragole, le foglie, ed il piatto.
— Fate la vostra raccolta, disse Monte-Cristo.
— Perdono, rispose il buon uomo portando la mano alla berretta, non sono lassù, è vero, ma ne sono disceso in questo medesimo punto.
— Non voglio incomodarvi per niente, raccogliete le vostre fragole se pur ve ne rimangono ancora.
— Me ne rimangono ancora 10, disse l’uomo, perchè eccone qui 11, e ne aveva 21, 5 di più dell’anno scorso. Ma non è da meravigliarsi; quest’anno la primavera è stata calda, e ciò che abbisogna alle fragole, è il calore. Ecco perchè, invece di 16 che ne ebbi l’anno passato, in quest’anno ne ho, guardate, 12 di già raccolte, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.... ah! mio Dio! me ne mancano due, e v’erano ancor ieri, io ve le ho contate, ne sono sicuro... il figlio della madre Simona me le avrà rubate; io l’ho visto ronzare questa mattina. Ah! piccolo birbo di ladro di recinti, non sa dunque a che lo può condurre questo?
— Infatto, è grave, ma voi farete la parte della gioventù del delinquente, e della sua ghiottoneria.
— Certamente, disse il giardiniere; ciò non ostante non è cosa meno disaggradevole. Ma ancora una volta perdono, signore: è forse un mio superiore che ho fatto in tal modo aspettare? — ed intanto esaminava con un sguardo timoroso il conte ed il suo abito blu.
— Tranquillatevi, amico mio, disse il conte con quel sorriso ch’egli faceva a seconda della sua volontà tanto terribile e tanto benevolo, e che questa volta non esprimeva se non che la benevolenza: io non sono un vostro superiore che viene a fare una ispezione, ma un semplice viaggiatore condotto dalla curiosità, e che già comincia a rimproverarsi la sua visita, vedendo che vi fa perdere il vostro tempo.
— Oh! il mio tempo non è caro, replicò il buon uomo con un sorriso di malinconia. Però è il tempo del governo, e non dovrei perderlo, ma ho ricevuto il segnale che mi annunziava di poter riposare un’ora, gettò uno sguardo sulla meridiana solare (perchè vi era tutto nel recinto della torre di Montlhéry, anche una meridiana solare) e voi lo vedete ho ancora dieci minuti di avanzo, poi le mie fragole erano mature, e un giorno di più... d’altra parte, lo credereste, signore, i ghiri le mangiano!
— In fede mia, no, non l’avrei creduto, rispose gravemente Monte-Cristo; sono cattivi vicini, signore, i ghiri, per noi che non li mangiamo morti nel miele, come facevano i romani.
— Ah! i romani li mangiavano? disse il giardiniere.
— Io lessi ciò in Petronio, disse il conte.
— Davvero non devono esser buoni, quantunque si dica: grasso come un ghiro. E non è maraviglioso, signore, che i ghiri siano grassi, atteso che dormono tutta la santa giornata, e non si svegliano che per rosicare tutta la notte. Osservate, l’anno passato aveva 4 albicocche, essi ne hanno consumato una; avevo una pesca, una sola, è vero che è un frutto raro; ebbene! l’hanno divorato per metà dalla parte del muro; una pesca superba, eccellente: non ne aveva mai mangiati dei migliori.
— Voi l’avete mangiata? domandò Monte-Cristo.
— Cioè la metà che restava, capirete bene; era squisita. Ah peccato! quei signori non scelgono il peggior boccone. Fanno come il figlio della madre Simona, egli non ha scelto le più cattive fragole! Ma quest’anno non andrà così, siate tranquillo, ciò non accadrà più, dovessi, quando i frutti sono per maturare, passare tutta la notte in sentinella.
Monte-Cristo ne aveva veduto abbastanza. Ciascun uomo ha la sua passione che lo rode internamente nel fondo del cuore, come ciascun frutto ha il suo verme; quello dell’uomo del telegrafo era l’orticoltura. Egli si mise a raccogliere le foglie di vite che nascondevano i grappoli al sole, ed in questo modo si conquistò il cuore del giardiniere.
— Il signore è venuto per vedere il telegrafo? diss’egli.
— Sì, se però non è proibito dai regolamenti.
— Oh! non è proibito affatto, disse il giardiniere, atteso che non vi è niente di pericoloso, poichè nessuno sa, nè può sapere ciò che diciamo.
— Mi è stato detto infatto, riprese il conte, che voi ripetete i segnali senza capirli voi stessi.
— Certamente, e sono ben contento che sia così.
— Perchè siete contento che sia così?
— Perchè, in questo modo, non ho alcuna responsabilità, sono una macchina, e nient’altro, e purchè faccia le mie funzioni, non mi si domanda di più.
— Diavolo! fece Monte-Cristo in sè stesso, sarei forse caduto per caso sopra un uomo senza ambizione, per bacco! sarebbe una disgrazia.
— Signore, disse il giardiniere guardando la meridiana, i dieci minuti sono vicini a spirare, ed io ritorno al mio posto. Avete piacere a salir meco?
— Vi seguo. — Monte-Cristo entrò infatto nella torre divisa in tre piani; il piano terreno contava alcuni istromenti d’agricoltura, come zappe, rastrelliere, innaffiatoi attaccati al muro; e questo era tutto il mobilio. Il secondo era l’abitazione ordinaria, o piuttosto notturna dell’impiegato; conteneva alcuni poveri utensili d’uso, un letto, una tavola, due sedie, una fontana di pietra bigia, più alcune erbe secche attaccate al soffitto, e che il conte riconobbe per piselli da sementi, fagiolini di Spagna, dei quali il buon uomo conservava i grani nella sua scodella di cocco. Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste sementi, con quella cura che potrebbe fare il botanico del Giardino delle Piante.
— Vi vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore? domandò Monte-Cristo.
— Lo studio non è lungo, ma il soprannumerariato.
— E quanto si riceve di paga? — Mille franchi, signore.
— Non è gran cosa. — No, ma come vedete si ha l’alloggio. — Monte-Cristo guardò la camera:
— Purchè non si mettano pretensioni nell’alloggio.
Passarono al terzo piano; era la camera del telegrafo. Monte-Cristo guardò attorno attorno le due maniglie di ferro che servono a mettere in moto la macchina:
— Ciò è molto importante, diss’egli, ma alla lunga questa è una vita che deve sembrare un po’ insipida.
— Sì, nel principio occasiona dei torcicolli per guardare, ma in capo ad un anno o due vi ci assuefacciamo; poi abbiamo le nostre ore di ricreazione, e i nostri giorni di congedo.
— I vostri giorni di congedo? — Sì. — E quali?
— Quelli in cui fa nebbia. — Ah! è giusto.
— Per me, quelli sono i miei giorni di festa; in quei giorni scendo nel giardino, e pianto, taglio, accomodo, lego, insomma il tempo passa.
— Da quanto tempo siete qui?
— Da dieci anni, e 5 di soprannumerario che fanno 15.
— Quanti anni avete?... — 55 anni.
— Quanto tempo di servizio vi bisogna per aver la pensione? — Oh! signore, 25 anni.
— E quant’è questa pensione? — Cento scudi.
— Povera umanità! mormorò Monte-Cristo.
— Come dite, signore?... domandò l’impiegato.
— Dico che tutto ciò è importante. — Che cosa?
— Tutto ciò che mi mostrate... e non capite assolutamente niente dei vostri segni?
— Assolutamente niente. — Voi non avete mai provato a capirli? — Mai; per che farne? — Ciò non ostante vi sono dei segnali che s’indirizzano a voi particolarmente?
— Senza dubbio. — Questi li capirete?
— Sì, sono sempre gli stessi. — E dicono?...
— Niente di nuovo... o voi avete un’ora... o a dimani.
— Queste sono cose assolutamente indifferenti... Ma guardate, non vedete il vostro corrispondente che si mette in movimento? — Ah! è vero, grazie, signore.
— E che vi dice? è qualche cosa che capite?
— Sì, mi domanda se sono in ordine. — E voi gli rispondete?
— Coi medesimi segnali, che nello stesso tempo che avvisano al mio corrispondente di destra che io sono in ordine, invitano pure il corrispondente di sinistra a tenersi anche egli preparato.
— È molto ingegnoso, disse il conte. — Starete a vedere, riprese con orgoglio il buon uomo, fra 5 minuti parlerà.
— Allora io ho 5 minuti, disse Monte-Cristo, è più del tempo che mi abbisogna. Mio caro signore, disse egli, mi permettete di farvi una dimanda?
— Dite — Amate molto l’agricoltura? — Con passione.
— E sareste felice, se invece di avere una terrazza di 20 piedi, aveste un recinto di due iugeri?
— Signore, ne farei un paradiso terrestre. — Coi vostri mille fr. vivete male? — Molto male, ma infine vivo. — Sì, ma non avete che un miserabile giardino. — Ah! è vero, il giardino non è grande. — Ed anche, tale quale è, è popolato da ghiri che divorano tutto. — Questo è il mio flagello.
— Ditemi se aveste la disgrazia di voltare la testa quando il corrispondente di destra è in movimento? — Io non lo vedrei. — Allora che vi accadrebbe? — Che non potrei ripetere i segnali. — E dopo?... — Mi accadrebbe che non avendoli ripetuti per negligenza sarei messo in multa. — Di quanto? — Di cento fr. — Il decimo della vostra rendita. — Ah!... fece l’impiegato. — Ciò vi è mai accaduto? disse Monte-Cristo. — Una sola volta, che potava un rosaio.
— Bene; ora se vi avvisaste di cambiare un segnale, o di trasmetterne un altro? — Allora è diverso, sarei licenziato, e perderei la pensione. — Di 500 fr.? — Cento scudi, sì, signore: così capirete bene che non lo farò mai.
— Neppure per 15 anni della vostra paga? Vediamo, ciò merita riflessione, eh? — Per 15 mila fr.? Signore, voi volete tentarmi — Precisamente! 15 mila fr. — Signore, lasciatemi guardare il mio corrispondente di destra!
— Al contrario; non lo guardate, ma invece guardate qui.
— Che cosa è questo? — Come! non conoscete questi piccoli pezzi di carta? — Biglietti di banca!
— Quadrati; e sono 15. — E per chi sono?
— Per voi. — Per me! gridò l’impiegato soffocato.
— Oh! mio Dio! sì, vostri in piena proprietà.
— Ecco il corrispondente di destra che si muove.
— Lasciatelo muovere.
— Mi avete distratto, e sono già in multa.
— Questa vi costerà 100 fr. vedete bene che ora avete tutta la premura di prendere i 15 biglietti di banca.
— Signore, il mio corrispondente di dritta s’impazienta e raddoppia i segnali. — Lasciatelo fare e prendete.
Il conte mise l’involto nelle mani dell’impiegato.
— Ora, ciò non è tutto, coi vostri 15 mila fr. non vivreste.
— Avrò sempre il mio posto.
— No, lo perderete; perchè ora farete un altro segno diverso da quello del vostro corrispondente.
— Ah! signore, che mi proponete? — Una fanciullaggine.
— Signore, a meno che non vi sia costretto...
— E conto bene di costringervi effettivamente. — E Monte-Cristo cavò di saccoccia un altro mazzetto di biglietti. — Ecco altri dieci mila fr. coi 15, che avete in saccoccia faranno 25 mila. Con 5 mila fr. comprerete una piccola casetta e due iugeri di terra, con gli altri 20 mila, vi farete una rendita di mille fr.
— Un giardino di due iugeri? — E mille fr. di rendita.
— Mio Dio! mio Dio!
— Ma prendete dunque! E Monte-Cristo mise per forza i dieci biglietti nella mano dell’impiegato.
— Ma che devo io fare? — Niente di difficile. — Ma pure?
— Ripetere i segni che qui vedete. — Monte-Cristo cavò di saccoccia una carta su cui erano bene disegnati tre segnali coi numeri che indicavano l’ordine col quale dovevano essere fatti. — E questo non sarà lungo, come vedete. — Sì, ma..
— Ciò è pel raccolto che avrete di pesche, e del resto...
Il pensiero del raccolto la vinse; rosso per la febbre, e sudando a grosse gocce, il buon uomo seguì l’uno dopo l’altro i tre segnali dati dal conte, ad onta delle spaventose dislocazioni del corrispondente di destra che, non comprendendo niente di questo cambiamento, cominciava a credere che l’uomo delle pesche fosse divenuto pazzo. In quanto al corrispondente di sinistra, ripetè coscienziosamente i medesimi segnali, che furono raccolti definitivamente dal ministero dell’Interno. — Ora eccovi ricco, disse Monte-Cristo.
— Sì, rispose l’impiegato, ma a qual prezzo?
— Ascoltate, amico mio, disse Monte-Cristo; non voglio che abbiate rimorsi, credetemi dunque, non avete fatto torto ad alcuno, ed avete servito a giustissimi disegni.
L’impiegato guardava i biglietti di banca, li contava, li palpava; ora era pallido, ora rosso; finalmente si precipitò nella sua camera per bere un bicchier d’acqua, ma non ebbe forza di giungere fino alla fontana, e svenne in mezzo ai fagiuoli secchi. Cinque minuti dopo che la notizia telegrafica giunse al ministero, Debray fece attaccare i cavalli al suo coupé e corse all’abitazione di Danglars:
— Vostro marito ha delle polizze del prestito spagnuolo? diss’egli alla baronessa.
— Lo credo bene! ne ha per sei milioni.
— Ch’egli le venda subito a qualunque prezzo si sia.
— E perchè questo? — Perchè Carlo si è salvato da Bourges ed è rientrato in Spagna. — E come lo sapete? — Per bacco! disse Debray stringendosi nelle spalle, come so le notizie?
La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito, il quale recossi subito dal suo agente di cambio, e gli ordinò di vendere a qualunque prezzo. Quando fu veduto che Danglars vendeva, si abbassarono subito i fondi spagnuoli. Danglars vi perdè 500 mila fr., ma si spacciò di tutte queste polizze.
La sera si lesse nel Messager il seguente dispaccio telegrafico.
«Il re Don Carlo è sfuggito alla sorveglianza che si esercitava su di lui a Bourges, ed è rientrato in Spagna dalla frontiera della Catalogna. Barcellona si è sollevata in suo favore.»
In tutta la serata non vi fu altro discorso che della previdenza di Danglars che aveva vendute le sue polizze, e della fortuna dell’usuraio che non perdeva che soli 500 mila fr. sotto un bel colpo. Quelli che avevano conservato le loro polizze o le avevano comprate da Danglars, si ritennero rovinati, e passarono una cattiva notte.
La dimane si lesse nel Moniteur:
«Senza alcun fondamento il Messager ha ieri annunziato la fuga di don Carlo e la rivolta di Barcellona.
«Il re don Carlo non ha lasciato Bourges, e la Penisola gode la più profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, male interpretato a causa della nebbia, ha causato questo errore.»
I fondi risalirono di una cifra doppia di quella da cui erano discesi. Ciò produsse, fra la perdita e la mancanza del guadagno, la differenza di un milione per Danglars.
— Buono! disse Monte-Cristo a Morrel, che si trovava da lui al momento in cui venne annunziato questo strano rovescio di borsa, di cui Danglars era stato la vittima. Con 25 mila fr. ho fatto una scoperta che avrei pagata cento mila.
— Che avete dunque scoperto? domandò Massimiliano.
— Ho scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli mangiavano le pesche.
LXI. — I FANTASMI.
A prima vista, ed esaminata dal di fuori, la casa d’Auteuil nulla aveva di splendido, nè di tutto ciò che avrebbe potuto aspettarsi da una casa deputata ad abitazione del magnifico conte di Monte-Cristo; ma questa semplicità dipendeva dalla volontà del padrone, che aveva positivamente ordinato che nulla fosse cambiato all’esterno; e per convincersene non vi era di bisogno che penetrare nell’interno. Di fatto appena la porta era aperta, lo spettacolo cambiava.
Bertuccio aveva oltrepassato sè stesso pel gusto del mobilio, e la rapidità della esecuzione: come in altri tempi il duca d’Antin aveva fatto abbattere in una notte un viale di alberi che incomodava la vista di Luigi XIV, così in tre giorni Bertuccio aveva fatto piantare nel cortile interamente nudo, dei bei pioppi e dei sicomori, fatti trasportare colle loro enormi masse di radici, che ombreggiavano la facciata principale della casa, davanti la quale, invece del selciato, mezzo guastato dall’erba, si stendeva un prato di zolle, la cui verde crosta era stata posta quella stessa mattina, e formava un vasto tappeto ove brillavano ancora le gocce di acqua di cui era stato innaffiato.
Del rimanente gli ordini emanavano dal conte; egli stesso aveva rimesso a Bertuccio un disegno ov’erano indicati il numero delle piante ed il posto ove dovevano essere situate, la forma e lo spazio del prato che dovevano sostituire il selciato. Veduta così, la casa era divenuta irriconoscibile; e Bertuccio stesso protestava che non la riconoscerebbe più, circondata com’era dal suo quadro di verdura.
L’intendente non sarebbe stato mal contento, da che vi era, di far soffrire pur qualche cambiamento al giardino, ma il conte aveva positivamente proibito che si toccasse. Bertuccio se ne risarcì col far ricolmare di fiori le anticamere, le scale, e i caminetti.
Ciò che annunziava l’estrema abilità dell’intendente e la profonda scienza del padrone, l’uno nel servire, l’altro nel farsi servire, si era che questa casa, deserta da vent’anni, così cupa e trista anche il giorno innanzi, tutta impregnata di quel disgustoso odore del tempo, aveva preso in un giorno, coll’aspetto della vita, i profumi che preferiva il padrone, e perfino il grado della sua luce favorita; era che il conte giungendo, avrebbe sotto i suoi occhi i quadri che preferiva, nelle anticamere i cani di cui amava le carezze, gli uccelli di cui amava il canto; si era che tutta questa casa, risvegliata dal suo lungo sonno come il palazzo della Bella del bosco dormente, viveva, cantava, si rallegrava, a guisa di quelle case che noi abbiamo lungamente predilette, e nelle quali, quando per disgrazia le abbandoniamo, vi lasciamo una metà dell’anima nostra. I domestici andavano e venivano allegri in quella bella corte; gli uni possessori delle cucine, e scorrendo come se avessero sempre abitata questa casa, sopra scale restaurate il giorno innanzi; gli altri popolavano le rimesse, ove le carrozze, numerate e fissate, sembravano installate da 50 anni, e le scuderie ove i cavalli schierati alle rastrelliere rispondevano col loro nitrito ai palafrenieri che parlavano ad essi infinitamente con maggior rispetto di quello che molti domestici parlino coi loro padroni. La biblioteca era distribuita in due scansie, alle due pareti laterali di una camera, e conteneva circa due mila volumi: tutto un compartimento era destinato ai romanzi moderni, e quello che aveva veduta la luce il giorno innanzi, era già collocato al suo posto, pavoneggiandosi nella sua legatura rossa e oro. Dall’altra parte della casa, e facendo simmetria alla biblioteca, v’era la stufa, ripiena di piante rare che si rallegravano di trovarsi in gran vasi del Giappone, e in mezzo ad essa, meraviglia ad un tempo degli occhi e dell’odorato, un bigliardo che si sarebbe detto abbandonato da meno d’un’ora dai giuocatori, che avevano lasciato morire i birilli sul tappeto. Una sola camera era stata rispettata dal magnifico Bertuccio. Davanti ad essa, situata all’angolo del primo piano, ed a cui si poteva salire dalla scala maggiore, e discendere dalla scala segreta, i domestici passavano con curiosità, e Bertuccio con terrore.
Il conte arrivò alle cinque precise, seguito da Alì, davanti alla casa d’Auteuil. Bertuccio aspettava quest’arrivo, con una impazienza mista ad inquietudine, egli sperava qualche congratulazione di approvazione, mentre ne temeva l’aggrottamento delle sopracciglia.
Monte-Cristo disceso nel cortile, percorse tutta la casa, e fece un giro nel giardino, silenzioso, e senza dare il minimo segno nè di approvazione nè di mal contento.
Soltanto entrando nella sua camera da dormire, situata dalla parte opposta della camera chiusa, stese la mano al cassetto di un piccolo mobile di legno rosa, che aveva già osservato nel primo viaggio.
— Questo non può servire, diss’egli, che a mettervi dei guanti.
— Infatto, eccellenza, rispose tutto contento Bertuccio, aprite e vi troverete dei guanti. — Negli altri mobili ancora, il conte ritrovò quello che contava di ritrovarvi, bottiglie, sigari, bigiotterie ecc. — Bene! diss’egli ancora.
E Bertuccio si ritirò coll’anima trasportata, tanto era grande, potente, e reale l’influenza di quest’uomo su tutto ciò che lo circondava. Alle sei precise s’intese scalpitare un cavallo davanti alla porta di ingresso. Era il nostro capitano dei Spahis che giungeva sopra Médéah.
Monte-Cristo l’aspettava nel vestibolo col sorriso sulle labbra.
— Eccomi pel primo, ne sono ben sicuro, gridò Morrel; l’ho fatto espressamente per avervi un momento tutto a me solo, prima degli altri. Giulia, ed Emmanuele vi dicono milioni di cose. Ah! sapete che questo luogo è magnifico? ditemi, conte, i vostri domestici avranno cura del mio cavallo?
— Siatene tranquillo, essi se ne intendono.
— Ha bisogno di essere ben bene strofinato, se sapeste di che passo è venuto! è una vera tromba.
— Diavolo! lo credo bene, un cavallo di 5 mila fr.! disse Monte-Cristo col tuono di un padre che parli a suo figlio.
— Vi rincrescono? disse Morrel con un franco sorriso.
— Io! Dio me ne guardi! rispose il conte, mi spiacerebbe soltanto che il cavallo non fosse buono.
— È tanto buono, mio caro conte, che Château-Renaud, l’uomo più intelligente di cavalli di tutta la Francia, e Debray, che monta i cavalli arabi del ministero, corrono dietro a me in questo momento, e sono un poco indietro, come vedete, ed essi sono seguiti dai cavalli della baronessa Danglars, che vanno di un trotto da poter fare almeno sei leghe l’ora.
— Dunque saranno vicini? domandò Monte-Cristo.
— A voi, eccoli. — Infatto nello stesso momento un coupé con due cavalli tutti fumanti, e due cavalli da sella anelanti giunsero al cancello della casa, che si aprì davanti a loro; subito dopo il coupé descrisse il suo mezzo cerchio, e venne a fermarsi davanti alla gradinata seguito dai due cavalieri.
In un punto Debray mise il piede a terra, e si trovò allo sportello. Offrì la mano alla baronessa, che nel discendere gli fece un gesto impercettibile a tutti, meno che a Monte-Cristo che nulla perdè di vista; e in questo gesto vide rilucere un piccolo biglietto bianco tanto impercettibile, quanto il gesto, che passò dalla mano di madama Danglars in quella del segretario del ministro con una facilità, che indicava l’abitudine di questa manovra.
Dietro sua moglie discese il banchiere, pallido come se invece di uscire da un coupé fosse uscito da un sepolcro.
La signora Danglars gettò intorno a sè uno sguardo rapido ed investigatore, che Monte-Cristo soltanto potè comprendere, e col quale essa abbracciò il cortile, il peristilio e la facciata della casa; poi reprimendo una leggera emozione che sarebbe certamente comparsa sul suo viso, se fosse stato permesso al viso d’impallidire, salì la scalinata, dicendo al sig. Morrel: — Signore, se foste nel numero dei miei amici vi chiederei se voleste vendere il vostro cavallo.
Morrel fece un sorriso che molto rassomigliava ad una boccaccia, e si voltò verso Monte-Cristo come per pregarlo di toglierlo dall’impaccio in cui si ritrovava.
Il conte lo capì; — Ah! signora, rispose egli, perchè mai questa domanda non è diretta a me?
— Con voi, signore, disse la baronessa, non si ha il diritto di desiderare niente, perchè si è troppo sicuri di ottenere. Così era al sig. Morrel...
— Disgraziatamente, riprese il conte, sono testimonio che il sig. Morrel non può cedervi il suo cavallo, essendo messo a rischio il suo onore. — Ed in che modo?
— Egli ha scommesso di domare Médéah nello spazio di sei mesi. Comprenderete ora, baronessa, che se egli se ne privasse prima del termine della scommessa, non solo la perderebbe, ma si direbbe di più che ha avuto paura; ed un capitano di Spahis, anche per soddisfare un capriccio di una bella donna, il che, a mio avviso, è una delle cose più sacre di questo mondo, non può lasciar correre questa voce.
— Voi vedete, signora... disse Morrel indirizzando a Monte-Cristo, un sorriso di riconoscenza.
— Mi sembra d’altra parte, disse Danglars con un tuono rozzo mal nascosto da un sorriso villano, che abbiate cavalli bastanti.
Non era fra le abitudini della sig.ª Danglars il lasciar passare simili assalti senza rispondervi, e ciò non ostante con gran meraviglia dei giovani, ella fe’ sembiante di non capire e non rispose niente. Monte-Cristo sorrideva a questo silenzio, che annunziava una umiltà fuori dell’ordinario, mentre che mostrava alla baronessa due immensi vasi di porcellana della China, sui quali serpeggiavano delle vegetazioni marine di una grossezza, e di un lavoro tale, che la sola natura poteva avere queste ricchezze, questo materiale, questo genio.
La baronessa era maravigliata. — Eh! qui dentro si potrebbe piantare uno dei marroni delle Tuglierie, diss’ella, come mai hanno dunque potuto far cuocere simili enormità?
— Ah! signora, disse Monte-Cristo, non bisogna domandar questo a noi, fabbricanti di statuette, e di vetro appannato; è un’opera di altra età, è una specie d’opera dei genii della terra e del mare.
— E come mai, e di qual epoca può essere?
— Non lo so; soltanto ho inteso dire che un Imperatore della China aveva fatto costruire un forno espressamente, in cui un dopo l’altro, aveva fatto cuocere 12 vasi come questo. Due si ruppero sotto l’ardore del fuoco: gli altri furono calati a trecento braccia nel fondo del mare. Il mare, che sapeva ciò che richiedevasi da lui, gettò sur essi delle liane, contorse i suoi coralli, incrostò le sue conchiglie; il tutto fu cementato per 200 anni sotto queste profondità inaudite, poichè una rivoluzione rapì l’Imperatore che aveva voluto fare questo esperimento, e non lasciò che il processo verbale che constatava la cottura dei vasi, e la loro calata nel fondo del mare. Dopo 200 anni si ritrovò il processo verbale, e si pensò a cavare i vasi. I nuotatori andarono, sotto macchine fatte espressamente, alla scoperta nella baia ove erano stati gettati; ma di dieci non ne furono più ritrovati che tre, gli altri erano stati o dispersi, o rotti dai flutti. Io amo questi vasi, nel fondo dei quali qualche volta mi figuro che dei mostri di forme spaventose, e misteriose, come quelli che vedono i soli nuotatori quando si affondano molto, hanno fissato con meraviglia il loro sguardo sinistro e freddo, e nei quali hanno dormito delle miriadi di piccoli pesci che si rifugiavano per salvarsi dalla persecuzione dei loro nemici. — Durante questo tempo Danglars, poco amatore di curiosità, strappava distrattamente, l’uno dopo l’altro, i fiori di un magnifico arancio; quando ebbe finito quell’arancio, si volse ad un cactus; ma questo di un’indole meno tollerante dell’arancio, lo punse oltraggiosamente. Allora rabbrividì, e si strofinò gli occhi come se si svegliasse da un sogno.
— Signore, gli disse Monte-Cristo sorridendo, voi siete tanto amatore di quadri, ed avete delle cose magnifiche, non vi raccomando perciò i miei, però, ecco due Hobbema, un Paolo Potter, un Mieris, due Gérard Dow, un Raffaello, un Van Dyck, un Zurbaran, e due o tre Murillo, degni di esservi presentati.
— Guarda! disse Debray, un Hobbema che io riconosco.
— Ah! davvero! — Sì, vennero a proporlo al Museo.
— Che non ne ha, credo? arrischiò di dire Monte-Cristo.
— No, e ciò non ostante ha rifiutato di comprarlo.
— E perchè? domandò Château-Renaud.
— Siete grazioso; perchè il governo non è abbastanza ricco.
— Ah! perdono, disse Château-Renaud. Io sento dire simili cose tutti i giorni da otto anni e non mi vi posso abituare.
— Sarà per l’avvenire, disse Debray.
— Non lo credo, rispose Château-Renaud.
— Il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, il conte Andrea Cavalcanti, annunziò Battistino.
Un colletto di raso nero che usciva dalle mani del fabbricante, una barba fatta di recente, due baffi grigi, un occhio sicuro, un abito da maggiore adorno di tre placche e cinque croci, in somma una tenuta irreprensibile di vecchio soldato, tale apparve il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, quel tenero padre che noi conosciamo. Vicino a lui, coperto di abiti nuovi, si avanzava col sorriso sulle labbra il conte Andrea Cavalcanti, quel rispettoso figlio che egualmente conosciamo. I tre giovani parlavano insieme, i loro sguardi si portavano dal padre al figlio, e si fermarono naturalmente più lungo tempo su questo ultimo, cui particolarmente esaminarono.
— Cavalcanti! fece Debray. — Un bel nome, disse Morrel, capperi! — Sì, disse Château-Renaud, è vero, questi Italiani hanno bei nomi, ma vestono male.
— Siete difficile a contentare, riprese Debray, i suoi abiti sono di un eccellente sartore, e affatto nuovi.
— Ecco precisamente ciò che rimprovero loro. Questo signore ha l’aspetto di vestirsi oggi per la prima volta.
— Chi sono questi signori? domandò Danglars al conte di Monte-Cristo.
— Avete inteso, i Cavalcanti.
— Ciò non mi dice che il loro nome e niente di più.
— Ah! è vero, non siete al corrente della nostra nobiltà italiana; chi dice Cavalcanti, dice razza di principi.
— Bella fortuna? domandò il banchiere.
— Favolosa. — Che cosa fanno?
— Provano di spenderla senza potervi riuscire. Hanno da altra parte crediti su voi, a quanto mi dissero l’altro giorno quando vennero a farmi visita. Io anzi li ho invitati per voi, ve li presenterò.
— Ma mi sembra, che parlino con molta purezza il francese, disse Danglars.
— Il figlio è stato allevato in un collegio del mezzo giorno, a Marsiglia, o nelle vicinanze. Lo ritroverete nell’entusiasmo. — Di che cosa? domandò la baronessa.
— Delle francesi, signora, vuole assolutamente prender moglie a Parigi.
— Bella idea! disse Danglars alzando le spalle.
La signora Danglars guardò suo marito con un’espressione che, in un altro momento, sarebbe stata foriera di un uragano; ma per la seconda volta ella si tacque.
— Il barone sembra molto tetro quest’oggi, disse Monte-Cristo alla sig.ª Danglars: lo voglion forse far ministro?
— Non ancora, credo in vece che abbia speculato alla borsa, e che abbia perduto, e non sa con chi prendersela.
— Il signore, e la signora de Villefort, gridò Battistino.
I due personaggi annunziati entravano; il sig. de Villefort, ad onta del suo gran potere su sè stesso, era visibilmente commosso. Toccandogli la mano, Monte-Cristo si accorse che tremava: — Non vi sono che le donne per sapere dissimulare, disse fra sè stesso Monte-Cristo guardando la sig.ª Danglars, che sorrideva al procuratore del Re, e che abbracciava la moglie di lui. Dopo i primi complimenti, il conte vide Bertuccio che, occupato fino allora degli affari del suo ufficio, s’introduceva in un piccolo salotto attiguo a quello nel quale erano tutti riuniti. Egli andò a lui.
— Che volete, Bertuccio?
— V. E. non mi ha detto ancora il numero dei convitati.
— Ah! è vero. — Quante coperte? — Contate voi stesso.
— Sono giunti tutti, eccellenza? — Sì.
Bertuccio introdusse lo sguardo a traverso la porta socchiusa.
Monte-Cristo gli teneva fissi gli occhi in viso.
— Oh! mio Dio! gridò egli. — Che c’è dunque? domandò il conte. — Quella donna!... quella donna!... — Quale?
— Quella vestita di bianco, e con tanti diamanti!... la bionda!... — La signora Danglars? — Non so come si chiami. Ma è dessa! signore, è dessa! — Chi?
— La donna del giardino! quella che era incinta! quella che passeggiava aspettando... aspettando....
Bertuccio rimase a bocca aperta pallido, e coi capelli irti.
— Aspettando chi? — Bertuccio senza rispondere, mostrò Villefort col dito, presso a poco col medesimo gesto con cui Macbeth mostrò Banco. — Oh!... Oh!... mormorò finalmente! vedete? — Che? chi? — Lui! — Lui!... Il sig. procuratore del Re Villefort? senza dubbio lo vedo.
— Ma dunque non l’ho ucciso!
— Ah! ma credo che diventiate pazzo, mio bravo Bertuccio.
— Ma egli dunque non è morto?
— Eh! no, egli non è morto, lo vedete bene: invece di colpire fra la sesta e la settima costa sinistra, come fanno i vostri compatrioti, avrete colpito più alto o più basso; e le persone di giustizia hanno l’anima bene incavigliata al corpo; o piuttosto non è vero ciò che mi avete raccontato, fu un sogno della vostra immaginazione, un’allucinazione del vostro spirito; vi sarete addormentato avendo mal digerita la vostra vendetta; ella vi avrà pesato sullo stomaco, avete avuto l’incubo, ecco tutto. Vediamo, richiamate la vostra calma e contate: il signore e la signora de Villefort, due; il signore, e la signora Danglars, quattro; il sig. Château-Renaud, il sig. Debray, il sig. Morrel, sette; il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, otto.
— Otto, ripetè Bertuccio.
— Aspettate dunque! avete molto fretta di andarvene! dimenticate uno dei miei convitati, che diavolo! Guardate un poco a sinistra... ecco là... il signor Andrea Cavalcanti, quel giovine in abito nero che guarda il quadro di Murillo, che ora si volta. — Questa volta Bertuccio cominciò un grido, che lo sguardo di Monte-Cristo gli spense sulle labbra:
— Benedetto! mormorò egli a bassa voce, fatalità!
— Ecco le sei e mezzo che suonano, Bertuccio, disse severamente il conte, questa è l’ora in cui ho dato l’ordine che si mettesse in tavola; sapete che non amo aspettare.
E Monte-Cristo rientrò nel salotto ove lo aspettavano i suoi convitati, nel mentre che Bertuccio rientrava nella sala da pranzo, appoggiandosi contro i muri.
Cinque minuti dopo, le due porte della sala si aprirono, Bertuccio comparve, e facendo come Vatel a Chantilly un ultimo ed eroico sforzo:
— Signor conte è in tavola, diss’egli.
Monte-Cristo offerse il braccio alla sig.ª de Villefort.
— Signor de Villefort, diss’egli, fate voi il cavaliere alla baronessa Danglars, ve ne prego.
Villefort obbedì, e tutti passarono nella sala da pranzo.
LXII. — IL PRANZO.
Era evidente che nel passare alla sala da pranzo, uno stesso sentimento animava tutti i convitati. Essi chiedevansi quale bizzarra influenza li aveva radunati tutti in questa casa, e per quanto alcuni si trovassero inquieti e maravigliati di trovarvisi, pure nessuno avrebbe voluto non esservi.
Non ostante che le relazioni di recente data, la posizione eccentrica, ed isolata, le ricchezze sconosciute e quasi favolose del conte imponessero un dovere agli uomini di essere circospetti, ed alle donne una legge di non penetrare in questa casa ove non v’era una moglie per riceverle; pure uomini e donne, avevano passato sopra, gli uni alla circospezione, le altre alla convenienza, e la curiosità, che li stuzzicava, li aveva trasportati al di sopra di tutto.
Non v’era alcuno, fino ai Cavalcanti padre e figlio, che, l’uno per la sua rozzezza, l’altro per la sua disinvoltura non sembrassero preoccupati per trovarsi uniti presso quest’uomo di cui ignoravano lo scopo, e ad altri uomini che vedevano per la prima volta.
La sig.ª Danglars aveva fatto un movimento vedendo, dietro l’invito di Monte-Cristo, il sig. de Villefort avvicinarsi ad essa per offerirle il braccio, ed il sig. de Villefort aveva sentito il suo sguardo scomporsi sotto gli occhiali d’oro quando il braccio della baronessa si posò sul suo.
Nessuno di questi due movimenti era sfuggito al conte, e già, in questa semplice messa a contatto degl’individui, v’era un grande interessamento per l’osservatore di questa scena.
Il sig. de Villefort aveva alla sua destra la baronessa Danglars, ed a sinistra Morrel.
Il conte era assiso fra la sig.ª de Villefort e Danglars.
Gli altri intervalli erano riempiti da Debray seduto fra Cavalcanti padre e Cavalcanti figlio, e da Château-Renaud seduto fra la sig.ª de Villefort e Morrel.
Il convito fu magnifico; Monte-Cristo si era preso l’assunto di rovesciare completamente la simmetria parigina, e di dare più alla curiosità che all’appetito dei suoi convitati il cibo che desideravano. Fu un festino orientale quello che fu offerto, ma orientale in tal modo quale potevano esserlo i festini delle fate arabe. Tutti i frutti che le quattro parti del mondo possono versare intatti e saporosi nel corno d’abbondanza dell’Europa, erano riuniti ed ammonticchiati in piramidi entro vasi della China e sottocoppe del Giappone. Gli uccelli rari, colla parte più brillante delle loro penne, pesci mostruosi stesi su lastre d’argento, tutti i vini dell’Arcipelago, dell’Asia minore, del Capo, racchiusi in ampolle di forme bizzarre, la vista delle quali sembrava aggiungere anche qualche cosa di più al sapore di questi vini, passarono successivamente in giro, (come una di quelle riviste che Apicius passava coi suoi convitati) davanti a questi parigini, che comprendevano ben potersi spendere mille luigi in un pranzo di dieci persone, ma a condizione che, come Cleopatra, si mangiassero delle perle, o che, come Lorenzo dei Medici, si bevesse dell’oro fuso.
Monte-Cristo vide lo stupore generale, e si mise a ridere ed a scherzare ad alta voce:
— Signori, diss’egli, ammettete, n’è vero? che giunti ad un certo grado di fortuna, non vi è più di necessario che il superfluo, come queste signore ammetteranno, che giunti ad un certo grado di esaltazione, non vi è più di positivo che l’ideale. Ora seguendo il ragionamento, che cosa è il maraviglioso? quello che non comprendiamo. Qual è il bene che crediamo veramente da desiderarsi? quel che non possiamo avere. Ora, veder cose che non posso comprendere, procurarmi cose impossibili ad aversi, questo è lo studio della mia vita. Vi giungo con due mezzi; il danaro e la volontà; impiego per conseguire una fantasia la stessa perseveranza che, per esempio, voi mettete, sig. Danglars, a creare una linea di strada ferrata; voi sig. de Villefort, a far condannare un uomo alla morte; voi, sig. Debray, a pacificare un regno; voi, sig. Château-Renaud a piacere ad una donna; e voi, Morrel, a domare un cavallo che nessuno ha potuto montare. Così, per esempio, vedete questi due pesci, nati l’uno a 50 leghe da Pietroburgo, l’altro a due leghe da Napoli. Non è dilettevole il poterli riunire sulla stessa tavola?
— Quali son dunque questi pesci? domandò Danglars.
— Ecco qua il sig. Château-Renaud, che ha abitata la Russia, che vi dirà il nome dell’uno, ed il sig. maggiore Cavalcanti, che è italiano, che vi dirà il nome dell’altro.
— Questo qui, disse Château-Renaud, è, credo, uno sterlet.
— E questo, disse Cavalcanti, una lampreda, se non sbaglio.
— Ora, sig. Danglars, domandate a questi due signori ove si pescano questi due pesci.
— Ma, disse Château-Renaud, gli sterlet si pescano soltanto nella Volga.
— Ed io, disse Cavalcanti, non conosco che il Fusaro che fornisca lamprede di questa grossezza.
— Ebbene! precisamente, l’uno viene dalla Volga, e l’altro dal lago del Fusaro.
— Impossibile! gridarono ad un tempo tutti i convitati.
— Ebbene! ecco appunto ciò che mi diverte, disse Monte-Cristo. Io sono come Nerone, desidero l’impossibile, ecco ciò che diverte voi stessi in questo momento; ecco finalmente ciò che fa che questa carne, che forse in realtà non vale quella del salmone e del persico, in breve vi parrà squisita; egli è perchè nel vostro spirito vi sembrava impossibile di procurarvela: eppure eccola qui.
— Ma come han fatto a trasportarli a Parigi?
— Eh! mio Dio, nulla di più semplice: questi due pesci sono stati portati, ciascuno entro una gran tinozza imbottita internamente una di ramoscelli e d’erbe del fiume, l’altra di giunchi e di piante del lago, sono state messe in un forgone fatto espressamente, ed in tal modo hanno vissuto lo sterlet 12 giorni, e la lampreda 8; ed entrambi vivevano perfettamente quando si è impadronito di loro il cuoco per farli morire uno nel latte, l’altro nel vino. Voi non lo credete, sig. Danglars?
— Almeno ne dubito, rispose Danglars col suo grossolano sorriso. — Battistino, disse Monte-Cristo, fate portare l’altro sterlet, e l’altra lampreda, sapete, quelli che sono venuti nelle altre tinozze e che vivono ancora.
Danglars aprì due occhi ebeti; l’assemblea battè le mani.
Quattro domestici portarono due tinozze guarnite di piante marine, in ciascuna delle quali palpitava un pesce simile ai due ch’erano stati serviti in tavola.
— Ma perchè due di ciascuna specie? domandò Danglars.
— Perchè uno poteva morire, rispose semplicemente Monte-Cristo.
— Siete veramente un uomo prodigioso, disse Danglars; ed il filosofo ha un bel dire, è una bella cosa essere ricchi.
— E soprattutto di aver delle idee, disse la sig.ª Danglars.
— Oh! non mi fate onore per questo, signora, ciò era molto in voga presso i Romani; e Plinio racconta che si mandavano da Ostia a Roma, con delle mute di schiavi che li portavano sulla loro testa, dei pesci di quella specie che chiamavano mulus, e che, dal ritratto che ne fa è probabilmente l’orata. Era pure un lusso l’averli vivi, ed uno spettacolo divertente quello di vederli morire, perchè morendo cambiavano tre o quattro volte il colore delle loro scaglie, a guisa di un arcobaleno che svapori, passavano da tutte le gradazioni del prisma; dopo di che li mandavano al cuoco. La loro agonia faceva parte del loro merito; se non li vedevano vivi, li disprezzavano morti.
— Sì, disse Debray, ma da Ostia a Roma non vi sono che sette o otto leghe. — Ah! è vero! disse Monte-Cristo; ma dove starebbe il merito di venire 1800 anni dopo Lucullo, se non si facesse meglio di lui? — I due Cavalcanti aprivano gli occhi enormi, ma avevano il buon senso di non dire una parola. — Tutto ciò è molto ammirabile, disse Château-Renaud; però ciò che io ammiro di più si è, lo confesso, l’ammirabile prontezza colla quale siete servito. N’è vero, avete comprata questa casa sono appena 5 o 6 giorni?
— Tutto al più, in fede mia, disse Monte-Cristo.
— Ebbene, sono sicuro che in otto giorni ha sofferta una completa trasformazione; se non mi sbaglio essa aveva un’entrata diversa da questa, ed il cortile era selciato ed orrido, mentre che oggi esso è un magnifico prato verde, ornato di alberi che sembrano avere cento anni.
— Che volete! disse il conte, amo la verdura e l’ombra.
— In fatto, disse la sig.ª de Villefort, per l’addietro si entrava da una porta che aprivasi sulla strada, ed il giorno della mia miracolosa liberazione, fu dalla strada, me ne ricordo, che mi faceste entrare in casa.
— Sì, signora, disse Monte-Cristo, ma dopo ho preferito un ingresso che mi permettesse di guardare il bosco di Boulogne a traverso il cancello.
— In quattro giorni, disse Morrel, questo è un prodigio!
— In fatto, disse Château-Renaud, d’una vecchia casa farne una casa nuova, è una cosa miracolosa, perchè in addietro era molto vecchia, ed anche molto trista. Mi ricordo d’essere stato incaricato da mia madre di visitarla, quando il sig. conte di Saint-Méran la mise in vendita, sono due o tre anni.
— Il sig. di Saint-Méran, disse la sig.ª de Villefort; ma questa casa dunque apparteneva al sig. di Saint-Méran, prima che la compraste voi, sig. conte?
— Parmi di sì, rispose Monte-Cristo.
— Come, non sapete da chi avete comprata una casa?
— In fede mia no, il mio intendente si occupa di questi particolari.
— È vero che da circa dieci anni non era stata abitata, disse Château-Renaud, ed era una gran tristezza vederla sempre colle sue persiane chiuse, le porte serrate, ed il cortile pieno d’erba. In verità se non fosse appartenuta al suocero di un procuratore del Re, si sarebbe potuta prendere per una di quelle case maledette ove sia stato consumato qualche gran delitto.
Villefort, che fino allora non aveva ancora toccato nessuno dei 4 o 5 bicchieri di vini straordinari posti davanti a lui, ne prese uno a caso e lo vuotò d’un sol fiato.
Monte-Cristo lasciò passare un momento; poi, in mezzo al silenzio succeduto alle parole di Château-Renaud:
— È bizzarro, sig. barone, diss’egli, ma mi sono venuti gli stessi pensieri quando vi entrai la prima volta; e questa casa mi parve sì lugubre che non l’avrei mai comprata, se l’intendente non lo avesse già fatto per me. Probabilmente il furbo aveva ricevuta qualche senseria dal notaro.
— È probabile, balbettò Villefort sforzandosi di sorridere, ma credete ch’io non entro per niente in questa corruzione. Il sig. di Saint-Méran ha voluto che questa casa, che forma parte della dote di sua nipote, fosse venduta, perchè se fosse ancora rimasta tre o quattro anni disabitata, sarebbe caduta in rovina. — Questa volta Morrel impallidì.
— Vi era particolarmente una camera, continuò Monte-Cristo; ah! mio Dio! ben semplice in apparenza, una camera come tutte le altre; parata di damasco rosso, che mi è sembrata, non so perchè, drammatica all’estremo.
— E perchè? domandò Debray, perchè drammatica?
— Si può forse render conto delle sensazioni d’istinto? disse Monte-Cristo. Non vi sono forse delle località ove ci sembra di respirare un’aria malinconica? e perchè? non se ne sa niente; per una collegazione d’idee, per un capriccio del pensiero che vi trasporta ad altri tempi, ad altri luoghi, che forse non hanno alcun rapporto coi tempi ed i luoghi ove ci troviamo; tanto fa, che questa camera mi ricorda ammirabilmente quella della marchesa di Gange, o quella di Desdemona. Eh! in fede mia, sentite, giacchè abbiamo finito di pranzare, bisogna che ve la mostri: indi discenderemo nel giardino a prendere il caffè; dopo il pranzo, lo spettacolo.
Monte-Cristo fece un segno per interrogare i convitati; la sig.ª de Villefort si alzò, Monte-Cristo fece altrettanto, e tutti imitarono il loro esempio. Villefort e la sig.ª Danglars rimasero ancora qualche tempo come inchiodati sulle loro sedie; essi interrogavano con gli occhi freddi, muti, agghiacciati. — Avete inteso? disse la sig.ª Danglars.
— Bisogna andarvi, rispose Villefort alzandosi ed offrendole il braccio. Tutti si erano già sparsi per la casa, spinti dalla curiosità, perchè tutti pensavano bene che la visita non sarebbesi limitata a questa camera, e che nello stesso tempo avrebbero percorso tutto il rimanente di questa abitazione dalla quale Monte-Cristo aveva saputo cavare un palazzo. Ciascuno dunque si slanciò per le porte aperte. Monte-Cristo aspettava i due che ritardavano; dipoi quando alla loro volta furono passati, chiuse la marcia con un sorriso che, se si fosse potuto comprendere, avrebbe spaventato i convitati molto più di quella camera nella quale stavano per entrare. Si cominciò infatto dal percorrere gli appartamenti, le camere erano ammobiliate all’orientale con divani e cuscini ovunque invece di letti, pipe ed armi invece di mobili; i saloni adorni dei più bei quadri degli antichi maestri; i gabinetti erano tappezzati di stoffe della China, a colori capricciosi, a disegni fantastici, a tessuti maravigliosi; quindi finalmente si giunse alla famosa camera. Essa nulla aveva di particolare, se non che, quantunque non fosse che sul declinare del giorno, essa non era punto illuminata, ed era rimasta nella sua vetustà; mentre tutte le altre camere avevano rivestito una nuova decorazione. Queste due cause bastavano in fatto per darle una tinta lugubre.
— Uh! gridò la signora de Villefort, è spaventosa di fatto.
La sig.ª Danglars provò di balbettare alcune parole che non furono intese. Molte osservazioni sorsero e s’incrociarono, di cui il resultato si fu che in fatto la camera di damasco rosso aveva un aspetto sinistro. — N’è vero? disse Monte-Cristo. Vedete dunque come questo letto è bizzarramente posto, quali tetri sanguinosi paramenti! e questi due ritratti a pastello che l’umidità ha fatto impallidire, non sembrano essi dire colle loro labbra smunte, e i loro occhi spaventati: «io ho veduto» — Villefort divenne livido; la sig.ª Danglars cadde sopra una sedia presso al caminetto.
— Oh! disse la sig.ª de Villefort sorridendo, avete il coraggio di sedervi sopra questa sedia, su cui forse è stato commesso il delitto? — La sig.ª Danglars si alzò, prestamente.
— E poi disse Monte-Cristo, qui non sta il tutto.
— Che vi è dunque ancora? domandò Debray, cui non isfuggiva la emozione della sig.ª Danglars.
— Ah! sì, che vi è ancora? domandò Danglars, perchè fin qui non vi trovo gran cosa, e voi sig. Cavalcanti?
— Ah! disse questi, abbiamo a Pisa la torre d’Ugolino, a Ferrara la prigione di Tasso, e a Rimini la camera di Paolo e Francesca. — Sì, ma non avete questa piccola scala segreta, disse Monte-Cristo aprendo una porta nascosta sotto la tappezzeria; guardatela, e dite ciò che ne pensate.
— Qual sinistra curva di scala, disse Château-Renaud ridendo. — Il fatto è, disse Debray, che non so se sia il vino di Chio che concilia la malinconia, ma certamente vedo tutta questa casa in nero. — In quanto a Morrel, dappoichè ebbe inteso parlare della dote di Valentina, era rimasto tristo, e non aveva pronunziato una parola. — Non v’immaginate, riprese Monte-Cristo, un Otello, od un Ganges qualunque, discendere passo a passo in una notte tetra e burrascosa, questa scala con qualche lugubre fardello, che si solleciti di nascondere alla vista degli uomini, se non allo sguardo di Dio?
La sig.ª Danglars svenne a metà al braccio di Villefort, che fu egli stesso costretto di addossarsi al muro.
— Ah! mio Dio! signora, gridò Debray, che avete dunque? come impallidite!
— Che cos’ha? disse la signora de Villefort, è cosa semplice: il sig. di Monte-Cristo ci racconta delle storie spaventose, nell’intenzione senza dubbio di farci morire della paura.
— Ma sì, disse Villefort, infatto, conte, voi spaventate queste signore. — Che avete dunque? ripetè a bassa voce Debray alla sig.ª Danglars. — Niente, niente, diss’ella facendo uno sforzo, ho bisogno d’aria, ecco tutto.
— Volete discendere in giardino? domandò Debray offrendo il braccio alla sig.ª Danglars ed avanzandosi verso la scala segreta. — No, diss’ella, amo ancor meglio restare qui.
— In verità, disse Monte-Cristo, avete paura sul serio?
— No, disse la sig.ª Danglars; ma avete un modo di supporre le cose che dà all’illusione l’aspetto della realtà.
— Oh! mio Dio, disse Monte-Cristo sorridendo, e tutto questo è un affare d’immaginazione; perchè non potrebbe egualmente rappresentarsi questa camera come quella di una buona e bella madre di famiglia? Questo letto con le pareti color di porpora come un letto visitato dalla dea Lucina? e questa scala misteriosa, come il passaggio pel quale dolcemente, e per non disturbare il sonno riparatore della addormentata, passi il medico, o la nutrice, o il padre stesso portando il fanciullo che dorme?...
Questa volta la sig.ª Danglars, invece di rasserenarsi a questa dolce pittura, gettò un gemito e svenne del tutto.
— La signora Danglars sta male, balbettò Villefort; forse bisognerà trasportarla nella sua carrozza.
— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo, ed io che ho dimenticata la mia boccettina! — Io ho la mia, disse la sig.ª de Villefort, e passò a Monte-Cristo una boccettina ripiena di un liquore rosso, simile a quello di cui il conte sperimentò sopra Edoardo la benefica influenza. — Ah! fece Monte-Cristo prendendola dalle mani della sig.ª de Villefort.
— Si, mormorò questa, dietro le vostre indicazioni ho provato. — E vi è riuscito? — Lo credo.
La sig.ª Danglars era stata trasportata nella camera vicina; Monte-Cristo lasciò cadere sulle labbra di lei una goccia del liquore rosso, ed ella ritornò tosto in sè.
— Oh! diss’ella, qual sogno spaventoso!
Villefort le strinse fortemente il braccio, per farle capire che non aveva sognato. Fu cercato il sig. Danglars, ma poco disposto alle impressioni poetiche, egli era disceso in giardino, e parlava col sig. Cavalcanti padre di un disegno di strada ferrata da Livorno a Firenze.
Monte-Cristo sembrava disperato: egli prese il braccio della sig.ª Danglars, e la condusse in giardino, ove fu ritrovato il sig. Danglars che prendeva il caffè tra i signori Cavalcanti padre e figlio. — In verità signora, le diss’egli, è vero che vi ho molto spaventata?
— No, signore, ma sapete, le cose fanno la impressione a seconda delle disposizioni di spirito in cui ci troviamo.
Villefort si sforzò di ridere. — E allora, diss’egli, capirete bene che basta una supposizione, una chimera...
— Ebbene! disse Monte-Cristo, non mi crederete, se volete; ma ho la convinzione che sia stato commesso un delitto in questa casa.
— Fate attenzione, disse la sig.ª de Villefort, abbiam qui il procuratore del Re. — In fede mia, riprese Monte-Cristo, poichè si dà questa combinazione, ne approfitterò per fare la mia dichiarazione. — La vostra dichiarazione? disse Villefort. — Sì, ed alla presenza di testimonii.
— Tutto ciò è molto importante, disse Debray, e se vi fu realmente delitto, faremo mirabilmente la digestione.
— Vi fu delitto, disse Monte-Cristo, venite di qui, signori; sig. de Villefort venite; affinchè la dichiarazione sia valevole, dev’essere fatta alle autorità competenti.
Monte-Cristo, preso il braccio di Villefort, e mentre stringeva sotto il suo quello della sig.ª Danglars, trascinò il procuratore del Re fin sotto il platano ove l’ombra era più fitta. Tutti gli altri convitati li seguivano.
— Tenete, disse Monte-Cristo, qui, in questo medesimo luogo, e batteva col piede la terra, qui per ringiovanire questi alberi già vecchi, ho fatto scavare il terreno, e mettere del concime; ebbene i miei lavoratori nello scavare hanno dissotterrato un baule, ma piuttosto i ferramenti di un baule, nel mezzo dei quali fu trovato uno scheletro di un bambino neonato. Questa non è fantasmagoria, spero?
Monte-Cristo sentì intirizzirsi il braccio della sig.ª Danglars, e fremere il pugno di Villefort.
— Un fanciullo neonato, ripetè Debray; diavolo! la cosa diventa seria, mi sembra.
— Ebbene, disse Château-Renaud, io non mi sbagliava adunque quando poco fa pretendeva che le cose avevano un’anima, ed un viso come gli uomini, e che esse portavano sulla loro fisonomia il riverbero dei loro intestini. La casa era trista perchè aveva dei rimorsi, essa aveva dei rimorsi perchè nascondeva un delitto.
— Oh! chi dice che sia stato un delitto? riprese Villefort tentando un ultimo sforzo.
— Come! un fanciullo seppellito vivo in un giardino, non è un delitto? gridò Monte-Cristo. Come chiamate voi quest’azione, sig. procuratore del Re?
— Ma chi dice ch’egli fu seppellito vivo?
— Perchè seppellirlo là, se era morto? questo giardino non è stato mai un cimitero.
— Qual è la pena per gl’infanticidi in questo paese? domandò ingenuamente il maggiore Cavalcanti.
— Oh mio Dio! si taglia loro semplicemente il collo, rispose Danglars.
— Ah! si taglia loro il collo, fece Cavalcanti.
— Lo credo... n’è vero sig. de Villefort? domandò Monte-Cristo.
— Sì, signor conte, rispose questi con un accento che non aveva più dell’umano. — Monte-Cristo vide che questo era tutto quel che potevasi sopportare dai due individui pei quali era stata preparata questa scena, e non volendo spinger le cose più oltre: — Ma il caffè, signori, disse egli; mi sembra che lo dimentichiamo. — E ricondusse i convitati verso la tavola posta nel mezzo del praticello. — In verità, sig. conte, disse la sig.ª Danglars, ho vergogna di confessare la mia debolezza, ma tutte queste storie spaventose mi hanno atterrita; vi prego lasciarmi sedere. — Ed ella cadde sopra una sedia.
Monte-Cristo la salutò e si avvicinò alla sig.ª de Villefort.
— Credo che la sig.ª Danglars abbia ancora bisogno della vostra boccettina, diss’egli.
Ma prima che la sig.ª de Villefort si fosse avvicinata alla sua amica, il procuratore del Re aveva già detto all’orecchio della sig.ª Danglars: — Bisogna che io vi parli.
— Quando? — Domani. — Dove?
— Al mio ufficio, al tribunale, se volete, quello è ancora il luogo più sicuro. — Vi verrò.
In questo momento si avvicinò la sig.ª de Villefort.
— Grazie, mia cara amica, disse la sig.ª Danglars provando di sorridere, non ho più niente, mi sento assai meglio.
LXIII. — IL MENDICO.
La serata s’inoltrava; la sig.ª de Villefort aveva manifestato il desiderio di ritornare a Parigi, il che non aveva osato di fare la sig.ª Danglars, ad onta del mal’essere evidente che provava. Alla domanda di sua moglie, il sig. de Villefort dette pel primo il segnale della partenza: offrì un posto nel suo landau alla sig.ª Danglars, affinchè fosse assistita dalle cure di sua moglie. Quanto al sig. Danglars, assorbito in una delle conversazioni più importanti d’industria col sig. Cavalcanti, non fece alcuna attenzione a tutto ciò che accadeva. Monte-Cristo, mentre domandava la boccettina alla sig.ª de Villefort, aveva notato che il sig. Villefort si era avvicinato alla sig.ª Danglars, e, guidato dalla situazione, aveva indovinato ciò che le aveva detto, quantunque avesse parlato tanto a bassa voce che era molto se la sig.ª Danglars stessa lo aveva inteso.
Egli lasciò partire, senza opporsi ad alcun accomodamento, Morrel, Debray, e Château-Renaud a cavallo, e montare le due dame nel landau del sig. de Villefort; dal suo lato Danglars, di più in più incantato di Cavalcanti padre, lo invitò a salire con lui nel suo coupé.
Quanto ad Andrea Cavalcanti, egli raggiunse il suo tilbury, che l’aspettava davanti alla porta, e di cui un groom, che esagerava i comodi della moda inglese, gli teneva, rizzandosi sulla punta degli stivali, l’enorme cavallo grigio-ferro. Andrea non aveva parlato molto durante il pranzo, perchè era un giovine molto intelligente, e naturalmente aveva provato il timore di dire qualche sciocchezza in mezzo a convitati ricchi e possenti, fra i quali il suo occhio dilatato non discerneva senza qualche timore un procuratore del Re.
In seguito era stato accaparrato dal sig. Danglars, che dopo un rapido colpo d’occhio sul vecchio maggiore, dal collo intirizzito, e su suo figlio ancora un poco timido, e riavvicinando tutti questi sintomi dell’ospitalità di Monte-Cristo aveva pensato di aver che fare con qualche nababbo venuto a Parigi per perfezionare il suo unico figlio nella vita sociale. Egli aveva dunque contemplato con una indicibile compiacenza l’enorme diamante che brillava al dito mignolo del maggiore, poichè questi da uomo prudente ed esperimentato, per timore che non giungesse qualche disgrazia ai suoi biglietti di banca, li aveva subito dopo convertiti in un oggetto di valore. Poi dopo il pranzo, sempre sotto il pretesto d’industria e di viaggio, aveva interrogato il padre ed il figlio sulla loro maniera di vivere, e costoro prevenuti che su Danglars era stato aperto il loro credito, all’uno di 48 mila fr., all’altro quello annuale di 50 mila lire, erano stati graziosi e pieni di affabilità per il banchiere, ai domestici del quale, se non si fossero ritenuti, avrebbero stretta la mano, tanto la loro riconoscenza provava il bisogno di espandersi.
Una cosa soprattutto aumentò la considerazione, e direm quasi la venerazione di Danglars per Cavalcanti. Questi fedele al detto d’Orazio, non meravigliarti di nulla, si era contentato, come è stato veduto, di far prova di scienza nel dire da qual lago si estraevano le migliori lamprede; indi ne aveva mangiata la sua parte senza dire una parola. Danglars aveva da ciò concluso che queste specie di sontuosità erano familiari all’illustre discendente dei Cavalcanti, che forse a Lucca non mangiava che trote fatte venire dalla Svizzera, o raguste inviategli dalla Brettagna per mezzo di apparecchi simili a quelli di cui il conte si era servito per far venire le lamprede dal lago del Fusaro, e gli sterlet dal fiume Volga. Così egli accolse con una benevolenza pronunciatissima queste parole di Cavalcanti: — Domani, signore, avrò l’onore di farvi una visita per affari.
— Ed io signore, aveva risposto Danglars, sarò fortunato di ricevervi. — Su di che avea proposto a Cavalcanti, se però ciò non lo privava troppo di separarsi da suo figlio, di ricondurlo all’albergo dei Principi. Cavalcanti aveva risposto che da lungo tempo suo figlio aveva l’abitudine di condurre la sua vita indipendente; e che per conseguenza egli aveva i suoi cavalli, e le sue carrozze, e che, non essendo venuti insieme, non vedeva nessuna difficoltà perchè ritornassero divisi. Il maggiore era dunque salito nella carrozza di Danglars, ed il banchiere si era assiso al suo fianco, sempre più incantato delle idee di ordine, e dell’economia di quest’uomo, che pur dava a suo figlio 50 mila fr. l’anno, ciò che supponeva una fortuna di 5, o 6 mila lire di rendita.
Quanto ad Andrea, cominciò, per darsi aria, dal rimproverare il suo groom, perchè invece di venirlo a prendere alla scalinata, lo avesse aspettato alla porta del cortile, cosa che gli aveva procurato l’incomodo di fare una trentina di passi a piedi per cercare il suo tilbury.
Il groom ricevette il rimprovero con umiltà, colla mano sinistra prese il morso per trattenere il cavallo impaziente che batteva il terreno col piede, mentre con la destra offriva le redini ad Andrea, che le prese, e posò leggermente lo stivale verniciato sul montatoio. In questo momento una mano si appoggiò sulla sua spalla. Il giovine si volse indietro pensando che Danglars, o Monte-Cristo avessero dimenticato qualche cosa a dirgli, e ritornassero al momento di partire.
Ma invece dell’uno o dell’altro non iscoprì che una strana figura; arsa dal sole, circondata da una barba da modello con occhi brillanti come carboni accesi, ed un sorriso ironico apparso sopra una bocca su cui brillavano, disposti in ordine, e senza che ne mancasse alcuno, 32 denti bianchi, acuti, ed allineati come quelli di un lupo o di una iena.
Un fazzoletto a quadrati rossi copriva questa testa con capelli grigiastri e terrei, una giacca delle più sporche e stracciate copriva questo gran corpo magro ed osseo, di cui sembrava che le ossa, come quelle di uno scheletro, dovessero scricchiolare camminando; finalmente la mano che si appoggiava sulla spalla d’Andrea, e che fu la prima cosa che vide il giovine, gli parve di una dimensione gigantesca.
Andrea riconobbe questa figura al chiarore della lanterna del suo tilbury, ovvero fu soltanto colpito dall’orribile aspetto di questo interlocutore? non saprem dirlo; ma il fatto è che egli fremette, ed indietreggiò vivamente:
— Che pretendete da me? diss’egli.
— Perdono! rispose l’uomo portando la mano al fazzoletto rosso, forse v’incomodo, ma è perchè ho bisogno di parlarvi.
— La sera non si domanda l’elemosina, disse il groom tentando con un movimento di spacciare il suo padrone da questo importuno.
— Io non domando l’elemosina, mio bel ragazzo, disse l’uomo sconosciuto al domestico con uno sguardo così ironico, ed un sorriso così spaventoso, che questi si allontanò; desidero soltanto dire due parole al vostro principale che 15 giorni or sono mi ha incaricato di una commissione.
— Vediamo, disse a sua volta Andrea, con abbastanza forza, perchè il domestico non si accorgesse del suo turbamento, che volete? dite presto, amico mio.
— Io vorrei... io vorrei... disse a bassa voce l’uomo del fazzoletto rosso, che mi risparmiaste l’incomodo di ritornare a Parigi a piedi: sono molto stanco, e siccome non ho pranzato tanto bene quanto te, appena posso tenermi in piedi. — Il giovine rabbrividì a questa strana famigliarità.
— Ma finalmente, gli diss’egli, vediamo, che volete?
— Ebbene voglio che tu mi lasci salire nella tua bella carrozza, e che mi conduca. — Andrea impallidì, ma non rispose. — Oh! mio Dio sì, disse l’uomo dal fazzoletto rosso immergendo le mani nelle saccocce: e guardando il giovine con occhi provocatori; questa è un’idea che mi è venuta, capisci mio piccolo Benedetto? — A questo nome, il giovine riflettè senza dubbio, perchè si avvicinò al groom, e gli disse: — Quest’uomo fu da me effettivamente incaricato di una commissione di cui deve rendermi conto. Andate a piedi fino alla barriera; là prenderete un cabriolet, per non ritardare troppo.
Il servitore rimase sorpreso, e si allontanò.
— Lasciami almeno raggiunger l’ombra, disse Andrea.
— Oh! in quanto a questo, io stesso ti condurrò in un bel posto, aspetta, disse l’uomo dal fazzoletto rosso.
E preso il cavallo pel morso, condusse il tilbury in un luogo ove era effettivamente impossibile a chicchessia al mondo di vedere l’onore che gli accordava Andrea.
— Oh! no, diss’egli, non è per la gloria di montare nella tua bella carrozza; no, è soltanto perchè sono affaticato, e poi perchè ho ancora a parlare alcun poco d’affari teco.
— Vediamo, salite, disse il giovine. — Era rincrescevole che non facesse giorno, perchè sarebbe stato uno spettacolo curioso quello di questo malandrino, seduto con tutto comodo sopra i cuscini ricamati vicino al conduttore del tilbury.
Andrea spinse il cavallo fino all’ultima casa del villaggio senza dire una sola parola al compagno, che, dal suo lato, sorrideva e conservava il silenzio, come se fosse stato esaltato dal passeggiare in una così buona locomotiva.
Una volta fuori d’Auteuil, Andrea guardò intorno a sè per assicurarsi senza dubbio che nessuno poteva nè vederli nè sentirli, e allora, fermando il cavallo, ed incrociando le braccia davanti all’uomo dal fazzoletto rosso:
— A noi, diss’egli, perchè venite a disturbarmi nella mia tranquillità?
— Ma tu stesso, ragazzo mio, perchè diffidi di me?
— E in che mi sono diffidato di voi?
— In che? lo domandi? noi ci lasciammo al ponte di Var, mi dicesti che andavi a viaggiare in Piemonte ed in Toscana, e niente di tutto questo, tu vieni a Parigi?
— Ed in che cosa v’incomoda questo?
— In niente; spero anzi che ciò mi aiuterà.
— Ah! ah! disse Andrea, voi speculate su di me.
— Andiamo, ecco che già cominciano le grosse parole.
— Il fatto è che avrete torto, padron Caderousse, ve ne prevengo. — Eh mio Dio, non t’incomodare, devi però sapere che cosa è l’infortunio; ebbene! l’infortunio, rende geloso. Io ti credeva percorrente il Piemonte e la Toscana, costretto a farti facchino, o cicerone; ti compiangeva dal fondo del mio cuore come potrei piangere un figlio: sai che io ti ho sempre chiamato mio figlio? — Avanti, avanti.
— Pazienza, dunque, polvere da cannone!
— Ne ho della pazienza, vediamo, terminate.
— Ed io ti vedo passare dalla barriera Bonshommes con un groom, con un tilbury, con abiti nuovi fiammanti. E che? hai forse scoperto una miniera, o comprata una carica di agente di cambio?
— Dimodochè, come lo confessate, siete geloso?
— No, son contento, tanto contento che ho voluto fare i miei complimenti al mio piccolo; ma siccome io non era vestito regolarmente, ho preso le mie cautele per non metterti a cimento.
— Belle cautele, disse Andrea, voi mi fermate davanti al mio domestico. — Eh! che vuoi figlio mio? io ti fermo quando posso afferrarti. Tu hai un cavallo molto vivace, un tilbury molto leggero, guizzi naturalmente come un’anguilla; se non ti avessi fermato questa sera, correva il rischio di non poterti raggiungere.
— Vedete bene che non mi nascondo.
— Sei ben fortunato, ed io vorrei poter dire altrettanto: ma io mi nascondo, senza contare che aveva timore che tu non mi riconoscessi; ma tu mi hai riconosciuto, aggiunse Caderousse con un cattivo sorriso, sei molto gentile.
— Vediamo, disse Andrea, che vi abbisogna?
— Ah! non mi tratti più in tu! è una cattiva cosa, Benedetto; un antico camerata! guardati, perchè diventerò esigente. — Questa minaccia fece cadere la collera al giovine; il vento della prepotenza vi aveva soffiato sopra.
Egli rimise il cavallo al trotto.
— È male per te stesso, Caderousse, diss’egli, di prendertela in tal modo con un antico camerata, come dicevi tu stesso poco fa; tu sei Marsigliese, io sono...
— Tu lo sai dunque, ciò che ora tu sei?
— No, ma sono stato allevato in Corsica, tu sei vecchio e testardo, io sono giovine e puntiglioso. Fra gente come noi, le minacce sono cattive, e tutto deve combinarsi all’amichevole. È forse mia colpa, se la sorte, che continua ad essere cattiva per te, è al contrario buona per me?
— È dunque buona, la sorte? Non è dunque un groom ad imprestito, non è un tilbury ad imprestito, non sono abiti ad imprestito quelli che abbiamo? Buono! tanto meglio, disse Caderousse con occhi che brillavano di cupidigia.
— Oh! lo vedi bene, e tu lo sai, poichè mi fermi, disse Andrea animandosi sempre più. Se avessi avuto un fazzoletto come il tuo sulla testa, una giacca unta e lacera sulle spalle, e stivali rotti ai piedi non mi avresti riconosciuto.
— Vedi bene che ora mi disprezzi, piccolo, hai torto: adesso che ti ho ritrovato, niente m’impedisce d’essere vestito a nuovo come un altro, atteso che conosco il tuo buon cuore: se tu hai due abiti me ne darai uno; io ti dava la mia porzione di minestra e di fagiuoli quanto tu avevi troppo fame.
— È vero, disse Andrea. — Che appetito avevi! hai tu sempre buon appetito? — Ma sì, disse Andrea ridendo.
— Come devi aver mangiato da quel principe dal quale esci. — Non è un principe, ma soltanto un conte.
— Un conte, ma ricco eh? — Sì, ma non fidartene, è un signore che non ha l’aria comoda.
— Oh! mio Dio, sta pur tranquillo! non si ha alcun disegno sul tuo conte, e ti lascerà tutto per te solo. Ma, soggiunse Caderousse, riprendendo quel sinistro sorriso che gli aveva già sfiorate le labbra, bisogna dar qualche cosa per questo, capisci.
— Vediamo che ti abbisogna? — Credo che con cento fr. il mese... viverei... — Con cento fr.?
— Ma male, capisci bene; ma con... 150 fr. sarei molto fortunato. — Eccotene 200, disse Andrea.
E mise nelle mani di Caderousse dieci luigi d’oro.
— Buono, fece Caderousse. — Presentati dal portinaro, il primo di ogni mese, e là ne ritroverai altrettanti.
— Andiamo, ecco che ancora tu mi umilii.
— E in qual modo? — Mi metti in rapporto con dei servitori; no, vedi non voglio avere da fare che con te.
— Ebbene! sia così; domanda di me il primo di tutti i mesi, almeno fino a tanto che riceverò la mia rendita tu riceverai la tua.
— Andiamo, andiamo, vedo bene che non m’era ingannato; sei un bravo ragazzo, ed è una benedizione quando la fortuna si versa sopra gente come te. Vediamo, raccontami la tua buona avventura.
— Che bisogno hai di saperla? domandò Cavalcanti.
— Buono! anche diffidenza?
— Ebbene, ho ritrovato mio padre.
— Un padre vero? — Diavolo! fin che pagherà....
— Tu lo crederai, e lo onorerai; è giusto.
— Il maggiore Cavalcanti. — Ed egli si contenta di te?
— Fino al presente pare che gli basti.
— E chi ti ha fatto ritrovare quel padre?
— Il conte di Monte-Cristo. — Quello dal quale esci?
— Sì. — Di’ dunque, cerca di collocarmi presso lui come un gran parente, giacchè ne tieni l’agenzia.
— Sia, gli parlerò di te; ma frattanto che farai tu?
— Sei troppo buono di occuparti di ciò, disse Caderousse.
— Mi sembra, che come tu prendi interessamento a me io possa bene a mia volta prendere qualche informazione.
— È giusto... Prenderò in fitto una camera in una casa onesta, mi coprirò di abiti decenti, mi farò radere la barba tutti i giorni, e andrò a leggere i giornali al caffè. La sera entrerò allo spettacolo in un qualche teatro, ed avrò l’aspetto di un fornaro in ritiro: è il mio sogno prediletto.
— Andiamo, è buono! Se vorrai mettere questi disegni in esecuzione, ed essere saggio, tutto andrà a meraviglia.
— Ecco qua il sig. Bossuet!... e tu, che diventerai? pari di Francia? — Eh! eh! disse Andrea, chi sa?
— Il sig. maggior Cavalcanti forse lo è.... ma disgraziatamente è abolita l’eredità. — Non parliamo di politica, Caderousse!... Ed ora che hai ciò che vuoi, e che siamo arrivati, salta abbasso, e sparisci! — No, amico caro.
— Come, no?
— Ma riflettici dunque, mio piccolo, un fazzoletto rosso sulla testa, quasi senza scarpe, senza carte affatto, e dieci napoleoni d’oro in saccoccia, senza calcolare ciò che v’era prima, e che forma precisamente 500 fr. sarei infallibilmente arrestato alla barriera! allora sarei forzato per giustificarmi, di dire che sei stato tu che mi hai dato questi dieci napoleoni; di là informazioni, interrogatori; apprendono che ho lasciato Tolone senza avere avuto il congedo, e vengo scortato di brigata in brigata fino alla spiaggia del Mediterraneo, e ritorno puramente e semplicemente il numero 105, e addio al mio sogno di rassomigliare ad un fornaro in ritiro! No, figlio mio; preferisco di restare onorevolmente nella capitale. — Andrea aggrottò il sopracciglio; era, come se ne vantò da sè stesso, una cattiva testa il figlio putativo del maggior Cavalcanti. Si fermò un momento, gettò uno sguardo rapido intorno a sè, e quando terminò di compiere il giro investigatore, la mano discese innocentemente nella saccoccia ove cominciava ad accarezzare il sopraguardia di una pistola da tasca. Ma nel tempo stesso Caderousse, che non perdeva di vista il compagno passava le mani dietro il dorso, ed apriva dolcemente un lungo coltello spagnuolo che portava indosso per ogni evento.
I due amici, come si vede, erano degni d’intendersi, e si capivano; la mano di Andrea uscì inoffensiva dalla tasca e risalì fino ai baffi che accarezzò per qualche tempo.
— Buon Caderousse, diss’egli, dunque sarai contento!
— Farò tutto il possibile per esserlo, rispose l’albergatore del ponte di Gard ripiegando la lama del coltello.
— Rientriamo dunque in Parigi. Ma come vuoi fare a passare la barriera senza svegliare sospetti? mi sembra che abbigliato così, rischi più in carrozza che a piedi.
— Aspetta, disse Caderousse, vedrai.
Prese la pellegrina ad alto colletto che il groom esiliato dal tilbury aveva lasciata al suo posto, e se la mise indosso, quindi il cappello di Cavalcanti, e se lo pose sulla testa; dopo ciò assunse la posizione ardita di un domestico di buona famiglia.
— Ed io, disse Andrea, resterò senza niente in testa?
— Peuh! fece Caderousse, tira tanto vento che ben può esserti caduto il cappello. — Andiamo dunque, disse Andrea, e finiamola. — E chi è che ti ferma, disse Caderousse, non sono già io, lo spero? — Zitto! fece Cavalcanti.
Passarono la barriera senza alcun accidente.
Alla prima strada traversa, Andrea fermò il cavallo, e Caderousse balzò a terra. — Ebbene! disse Andrea, il mantello del mio domestico, ed il mio cappello?
— Ah! rispose Caderousse, tu non vorrai certamente che io mi raffreddi. — Ma io?
— Tu sei giovine mentre io comincio a farmi vecchio; a rivederci, Benedetto. — E s’internò nel viottolo ove sparì.
— Ahimè! disse Andrea mandando un sospiro, non si potrà dunque essere completamente felice in questo mondo?
LXIV. — SCENA CONIUGALE.
Sulla piazza di Luigi XV i tre giovani si erano divisi, Morrel aveva preso per i Baluardi, Château-Renaud era voltato sul ponte della Rivoluzione, e Debray aveva seguito la riviera. Morrel e Château-Renaud, secondo ogni probabilità, raggiunsero i domestici focolari, come si dice tuttavia dalla tribuna delle camere nei discorsi ben fatti, ed al teatro della strada Richelieu nelle rappresentazioni bene scritte; ma non fece lo stesso Debray. Giunto al portello del Louvre, voltò a sinistra, traversò il Carousel a gran trotto, infilò per la strada Saint-Roch, sboccò per quella della Michodière, e giunse alla porta della sig.ª Danglars al momento in cui il landau del sig. de Villefort, dopo aver deposto il procuratore del Re e la moglie nel sobborgo Sant’Onorato, si fermava per far discendere la baronessa alla sua abitazione.
Debray, come uomo familiare nella casa, entrò pel primo nel cortile, gettò le redini nelle mani di uno stalliere, e ritornò alla portiera a ricevere la sig.ª Danglars, alla quale offerse il braccio per ricondurla nei suoi appartamenti.
— Che avete dunque, Erminia, disse Debray, e perchè vi sentiste tanto male al racconto di quella storia o piuttosto favola del conte?
— Perchè dopo il pranzo ero orribilmente indisposta.
— Ma no, Erminia, riprese Debray, non mi fareste creder questo. Voi, al contrario, eravate in ottime disposizioni quando siete giunta dal conte. Il sig. Danglars era alquanto sguaiato, è vero, ma so quanto caso facciate del suo mal’umore; qualcuno deve avervi disgustata. Raccontatemelo; sapete bene ch’io non soffrirò mai che vi sia fatta una qualche impertinenza.
— V’ingannate, Luciano, ve ne assicuro, e le cose sono come vi ho detto; fu il cattivo umore di cui vi siete accorto, e di cui non vi parlai, credendo che non ne valesse la pena.
Era evidente che la sig.ª Danglars trovavasi sotto l’influenza di una di quelle irritazioni nervose, di cui le donne spesso non possono render conto a sè stesse, o che, come lo aveva indovinato Debray, aveva provato qualche emozione nascosta che non voleva confessare ad alcuno.
Da uomo assuefatto a riconoscere i vapori come uno degli elementi della vita femminina, non insistè più oltre, aspettando il momento opportuno o di nuova interrogazione, o di una confessione di motu proprio.
Alla porta della camera la baronessa incontrò madamigella Cornelia, la sua cameriera di confidenza.
— Che fa mia figlia? domandò la sig.ª Danglars.
— Ella ha studiato tutta la sera, rispose madamigella Cornelia, quindi è andata a letto.
— Mi sembrava però d’aver sentito suonare il piano-forte.
— È madamigella Luigia d’Armilly che suona, mentre la signorina è in letto.
— Bene, disse la sig.ª Danglars, venite a spogliarmi.
Entrarono nella camera da letto, Debray si stese sopra un gran canapè, e la sig.ª Danglars passò con Cornelia nel gabinetto di toletta. — Mio caro Luciano, disse la sig.ª Danglars a traverso la portiera del gabinetto, vi lamentate sempre perchè Eugenia non vi indirizza la parola.
— Signora, disse Luciano scherzando col cagnolino della baronessa, che, riconoscendo in lui la qualità d’amico di casa, aveva l’abitudine di fargli mille carezze, non sono il solo che le faccia simili recriminazioni, e credo di aver inteso Morcerf lagnarsi l’altro giorno con voi stessa, per non poter cavare una sola parola di bocca alla sua fidanzata.
— È vero, disse la sig.ª Danglars, ma credo che una di queste mattine cambierà tutto ciò, e voi vedrete Eugenia entrare nel vostro gabinetto.
— Nel mio gabinetto! da me?
— Vale a dire, in quello del ministro. — E per che fare?
— Per domandarvi una scrittura all’Opera. In verità non ho mai veduto un tale fanatismo per la musica; è cosa ridicola per una persona di mondo!
Debray sorrise: — Ebbene! diss’egli, ch’ella venga col consenso del barone e col vostro, e noi le faremo questa scrittura, e procureremo che sia a seconda del suo merito; quantunque siamo ben poveri per pagare come si conviene un merito uguale al suo.
— Andate, Cornelia, disse la sig.ª Danglars, io non ho più bisogno di voi. — Cornelia disparve, ed un momento dopo la sig.ª Danglars uscì dal suo gabinetto con un elegante abito da camera, e venne a sedersi presso a Debray.
Luciano la guardò per un momento in silenzio:
— Vediamo, Erminia, rispondetemi francamente: qualche cosa vi ha punto, n’è vero?
— Niente, riprese la baronessa; — e ciò non pertanto, siccome si sentiva soffocare, si alzò, cercò di respirare, e andò a guardarsi in uno specchio. — Io sono da far paura questa sera, diss’ella. — Debray si alzò sorridendo per andare a tranquillare la baronessa su questo argomento, quando d’improvviso la porta si aprì, comparve il sig. Danglars; Debray si rimise a sedere. Al rumore della porta la sig.ª Danglars si voltò, e guardò suo marito con una meraviglia, che non si curò menomamente di dissimulare.
— Buona sera, signora, disse il banchiere; buona sera, sig. Debray. — La baronessa credette senza dubbio che questa visita impreveduta significasse qualche cosa come il desiderio di riparare alle amare parole ch’erano sfuggite al barone nella giornata. Ella si armò di un’aria di dignità, e voltandosi verso Luciano senza rispondere a suo marito:
— Leggetemi dunque qualche cosa, sig. Debray.
Debray che per questa visita si era sulle prime alquanto inquietato, si rimise alla calma della baronessa, e stese la mano verso il libro indicato, in mezzo al quale stava un coltello di tartaruca incrostato d’oro.
— Perdono, disse il banchiere, ma voi vi stancherete, baronessa, vegliando ad ora così tarda; sono le undici, ed il sig. Debray abita molto lontano di qui.
Debray rimase preso da stupore, non perchè il tuono di Danglars non fosse tranquillo e gentile, ma finalmente perchè a traverso di questa calma e di questa gentilezza si scorgeva una certa velleità di fare, contro il solito, tutt’altro che favorevole alla volontà di sua moglie.
La baronessa pure fu sorpresa, e manifestò la sua meraviglia con uno sguardo che senza dubbio avrebbe dato a pensare a suo marito, se questi non avesse avuto gli occhi su di un giornale, sopra cui cercava la chiusa della rendita.
Ne risultò quindi che questo sguardo tanto fiero fu gettato in pura perdita, e non fece il suo effetto.
— Signor Luciano, disse la baronessa, vi dichiaro che non ho la più piccola volontà di dormire, che ho mille cose da raccontarvi questa sera, e che voi passerete la notte ascoltandomi, doveste pur dormire in piedi.
— Sono ai vostri ordini, rispose flemmaticamente Luciano.
— Mio caro sig. Debray, disse a sua volta il banchiere, non vi uccidete, vi prego, ad ascoltare questa notte le follie della sig.ª Danglars, perchè le potrete ascoltare egualmente anche domani; ma questa sera è per me, me la riserbo e la consacrerò, se mel permettete, per parlare di gravi interessi con mia moglie. — Questa volta il colpo era tanto ben diretto, e cadeva a perpendicolo in modo, che ne rimasero storditi la baronessa e Luciano: entrambi s’interrogarono collo sguardo come per chiedersi aiuto reciproco contro quest’aggressione del padron di casa il quale trionfò, e la forza rimase dal lato del marito.
— Non vogliate però credere che io vi scacci, mio caro Debray, continuò Danglars; no, niente affatto; una congiuntura imprevista mi obbliga questa sera ad avere una conversazione con la baronessa; ciò accade abbastanza di raro perchè non si abbia a conservarmi risentimento.
Debray balbettò qualche parola, salutò ed uscì urtando negli angoli, come Natano nell’Atalia.
— È incredibile, disse quando fu chiusa la porta, come questi mariti, che pur troviamo tanto ridicoli, prendano facilmente il sopravvento su noi! — Partito Luciano, Danglars s’istallò nel suo posto, sul canapè, chiuse il libro rimasto aperto, e prendendo un atteggiamento orribilmente pieno di pretensioni, continuò a scherzare col cagnolino. Ma siccome il cane, che non aveva per lui la stessa simpatia, che per Luciano, lo voleva mordere, lo prese per la pelle del collo, e lo inviò dall’altra parte della camera sopra una poltrona. L’animale traversando lo spazio gettò un grido; ma giunto alla sua destinazione si appiattò dietro un cuscino, e stupefatto da questo trattamento al quale non era avvezzo si mantenne muto e senza movimento.
— Sapete, signore, disse la baronessa senza batter ciglio, che fate dei progressi! ordinariamente non eravate che rozzo; questa sera siete brutale.
— Egli è perchè questa sera sono di maggior cattivo umore che d’ordinario, rispose Danglars.
Erminia guardò il banchiere con sommo sdegno; ordinariamente queste occhiate esasperavano l’orgoglioso Danglars, ma questa sera sembrava appena farvi attenzione.
— E che importa a me il vostro cattivo umore? rispose la baronessa irritata dalla impassibilità di suo marito; tali cose mi riguardan forse? Racchiudete i vostri cattivi umori nel vostro appartamento, o consegnateli ai vostri banchi, e poichè avete dei commessi che pagate, passate sur essi i vostri cattivi umori.
— No, rispose Danglars, voi andate fuori dal diritto cammino nei vostri consigli, signora; per cui non li seguirò. I miei banchi sono il mio Pactolo, come dice, credo, Demoustier, e non voglio nè tormentarne il corso nè turbarne la calma. I miei commessi sono uomini onesti, che mi fan guadagnare la mia fortuna, e che pago a tasse infinitamente al di sotto di quel che meritano, se li stimo da quel che mi producono; non posso dunque mettermi in collera con essi; quelli contro i quali mi metterò in collera, sono le persone che mangiano i miei pranzi, che stroppiano i miei cavalli e rovinano la mia cassa.
— E chi son adunque queste persone, che rovinano la vostra cassa? spiegatevi più chiaramente ve ne prego.
— Oh! state tranquilla; se parlo enigmaticamente, non conto di lasciarvi lunga pezza cercare il significato delle mie parole, riprese Danglars, le persone che rovinano la mia cassa sono quelle che vi cavano 700 mila lire in un’ora.
— Non vi capisco, disse la baronessa cercando di nascondere la forte emozione della voce, ed il rossore del viso.
— Voi al contrario mi capite benissimo, disse Danglars: ma se continua la vostra cattiva volontà, vi dirò che ho perduto 700 mila fr. sul prestito spagnuolo.
— Ah! disse la baronessa beffeggiandolo, son fors’io garante di questa perdita? — E perchè no?
— È colpa mia se avete perduto settecento mila fr.?
— In ogni modo non fu mia.
— Una volta per sempre, signore, riprese aspramente la baronessa, vi ho detto di non parlarmi mai di cassa; questo è un linguaggio che non ho imparato nè presso i miei parenti nè nella casa del mio primo marito.
— Lo credo bene, disse Danglars, non avevano un soldo nè l’uno nè l’altro.
— Ragion di più perchè non abbia potuto imparare da essi il gergo della banca, che mi strazia qui le orecchie dalla mattina alla sera; questo rumore di scudi che si contano e ricontano m’è odioso; e non so che vi sia suono più disgustoso di quello, se si eccettui la vostra voce.
— In verità, disse Danglars, mi riesce strano! credeva che voi pigliaste interessamento alle mie operazioni!
— Io! e chi ha potuto farvi credere simile sciocchezza?
— Voi stessa. — Ah! è curioso! — Senza dubbio.
— Vorrei bene che mi faceste conoscere in quale occasione.
— Oh! mio Dio! è cosa facile. Nel mese di febbraio ora scorso mi avete parlato per la prima dei fondi d’Haïti; avete sognato che un bastimento entrava nel porto d’Havre, portando la notizia che un pagamento che si credeva aggiornato alle calende greche, si sarebbe effettuato: conosco la lucidità del vostro senno; feci dunque sotto mano comprare tutte le polizze che ho potuto ritrovare sul debito di Haïti, ed ho guadagnato 400 mila fr. di cui ve ne sono stati regolarmente rimessi cento. Voi ne avete fatto ciò che avete voluto, e questo non mi riguarda. Nel mese di Marzo si parlava della concessione di una strada ferrata. Si presentavano tre società offrendo eguali guarentigie. Voi mi diceste che il vostro istinto (e quantunque vi crediate estranea alle speculazioni, credo invece il vostro istinto molto sviluppato in certe materie) vi faceva credere che il privilegio sarebbe stato accordato alla società del mezzogiorno. Io mi sono fatto iscrivere nel medesimo punto per i due terzi delle azioni di questa società. Il privilegio le fu in realtà accordato; come lo aveva preveduto, le azioni hanno triplicato il loro valore, ed io ho incassato un milione, sul quale vi sono stati retribuiti 250 mila fr. a titolo di spillatico. Come avete impiegati questi 250 mila fr.? ciò non mi riguarda affatto.
— E a che volete venirne, signore? gridò la baronessa fremendo di dispetto, e d’impazienza.
— Pazienza, signora, vi giungerò. — È una fortuna!
— In aprile foste a pranzo dal ministro, si parlò della Spagna, voi ascoltaste una segreta conversazione; si trattava dell’espulsione di don Carlo; io comprai dei fondi spagnuoli. L’espulsione si effettuò, ed il giorno in cui Carlo V ripassò la Bidassoa, io guadagnai 600 mila fr., e vi furono pagati mille scudi; essi erano vostri, e ne avete disposto a seconda della vostra fantasia, ed io non ve ne domando conto; ma non è men vero che voi avete ricevuto in quest’anno 500 mila lire.
— Ebbene! in seguito? signore. — Ah! sì; in seguito! precisamente dopo tutto questo la cosa s’è guastata.
— Voi avete certi modi di parlare... in verità...
— Essi mi richiamano le mie idee, e ciò è quanto mi abbisogna... In seguito, fu tre giorni sono questo in seguito. Tre giorni sono adunque, avete parlato di politica al sig. Debray, ed avete creduto di vedere nelle sue parole che don Carlo era rientrato in Ispagna; allora io vendo le mie polizze, la notizia si spande, sorge un timor panico, non vendo più, regalo: la dimane si riconosce che la notizia era falsa, e sopra questa falsa notizia ho perduto 700 mila fr.
— Ebbene? — Ebbene! da poichè vi regalo un quarto quando guadagno, mi dovete dunque un quarto quando perdo; il quarto di 700 mila fr. è 175 mila fr.
— Ma ciò che mi dite è una stravaganza, e non vedo in che modo mischiate il nome di Debray a tutta questa storia.
— Perchè se mai non aveste per caso i 175 mila fr. che reclamo, li prendereste in prestito dai vostri amici, ed il sig. Debray ne è uno.
— Finiamola! gridò la baronessa.
— Oh! signora, non facciamo gesti, non facciamo drammi moderni, se non mi sforzerete a dirvi, che di qui vedo il sig. Debray sogghignare vicino ai 500 mila fr. che voi gli avete contati in quest’anno, e dire a sè stesso aver trovato ciò che non son potuti giungere a trovare i più esperti giuocatori, vale a dire una rollina ove si guadagna senza puntare e non si perde quando si perde.
La baronessa volle irrompere: — Miserabile! diss’ella, osereste dire che non sapevate ciò di cui or mi fate un rimprovero?
— Non vi dico che sapeva, nè vi dico che non sapeva, vi dico: osservate la mia condotta da quattro anni che non siete mia moglie, e che non sono più vostro marito, e vedrete s’ella è sempre stata consentanea con sè stessa. Qualche tempo prima della nostra rottura, avete desiderato di studiare la musica con quel famoso baritono che fece tanto incontro al teatro Italiano; io volli studiare il ballo con quella famosa ballerina che fece tanto chiasso a Londra, ciò mi costò tanto per voi che per me circa centomila fr.; io nulla ho detto perchè ci vuole l’armonia nelle famiglie; centomila fr. perchè la moglie impari a fondo la musica, ed il marito il ballo non è molto caro. Ben presto eccovi disgustata del canto, e vi vien voglia di studiare la diplomazia con un segretario del ministro; vi lascio studiare; poichè ciò nulla mi preme, quando pagate le lezioni dalla vostra cassetta; ma or m’accorgo che avete preso di mira la mia, e che il vostro studio mi può costare 700 mila fr. il mese... Alto là, signora, la cosa non può andar così, o il diplomatico darà le sue lezioni gratuite, ed io lo tollererò, ovvero non metterà più piede in casa mia.
— Oh! quest’è troppo; gridò Erminia soffocata.
— Ma, disse Danglars, vedo con piacere che non vi siete fermata qua e che avete volontariamente obbedito all’assioma del codice «la moglie deve seguire il marito»; ma ragioniamo. Io non mi son mai mischiato dei vostri affari che pel vostro bene, fate voi pure altrettanto; la mia cassa, voi dite che non vi riguarda? sia, ma operate colla vostra; e non empite, nè vuotate la mia. D’altra parte chi sa che ciò non sia un colpo di stiletto politico? che il ministro furioso di vedermi nella opposizione, e geloso delle simpatie popolari che mi suscito, non se la intenda col sig. Debray; chi ha mai veduto una notizia telegrafica falsa, cioè l’impossibile, o il quasi impossibile; dei segnali affatto diversi dati dagli ultimi telegrafi? ciò senza dubbio è stato fatto espressamente per me.
— Signore, disse umilmente la baronessa, voi non ignorate che quest’impiegato è stato scacciato, e sarebbe stato chiamato in giudizio se non si fosse salvato con la fuga, il che prova la sua follia, o la sua reità; quest’è un errore.
— Sì, che fa ridere gli stupidi, che fa passare una cattiva notte al ministero, che fa coprir di nero molta carta ai segretarii di Stato; ma che a me costa 700 mila fr.
— Ma, signore, disse d’improvviso Erminia, poichè tutto ciò deriva a quanto sembra dal sig. Debray, perchè invece di dirlo a lui direttamente, lo dite a me?
— Conosco forse il sig. Debray? io! lo voglio forse conoscere, voglio forse sapere se dà consigli; li seguo forse? arrischio? voi fate tutto questo; non io.
— Mi sembra però che dal momento che ne profittate...
Danglars si strinse nelle spalle: — Sono le gran pazze creature queste donne che si credono geni, perchè hanno saputo condurre una diecina d’intrighi in modo da non essere affisse a tutte le cantonate di Parigi! Ma pensate dunque, se aveste nascoste le vostre sregolatezze allo stesso vostro marito, che è l’a b c dell’arte, perchè la maggior parte del tempo i mariti non vogliono vedere, ciò non pertanto non sareste meno una pallida copia di ciò che fanno la metà delle vostre amiche, le donne di mondo. Ma non è così per me. Io ho veduto, ed ho veduto sempre, in 16 anni circa, voi forse mi avrete nascosto un pensiero, ma non una dimostrazione, non un atto, uno sbaglio; mentre che, dal vostro canto, vi applaudivate della vostra furberia, e credevate fermamente d’ingannarmi; che cosa ne risultò? Che mercè la mia pretesa ignoranza, dal sig. de Villefort fino al sig. Debray, non vi fu mai uno dei vostri amici, che non tramasse avanti a me. Non ve ne fu uno che non mi trattasse da padron di casa, mia unica pretensione presso voi; finalmente non ve ne fu uno che abbia osato dirvi di me, ciò che ve ne dico io stesso in questa sera. Io vi permetto di rendermi odioso, ma v’impedirò di rendermi ridicolo: ed in particolare vi proibisco positivamente, e sopra ogni altra cosa, di rovinarmi.
Fino al momento in cui fu pronunziato il nome di Villefort, la baronessa aveva sostenuta una ferma apparenza; ma a questo nome era impallidita, ed alzandosi come mossa da uno scatto, aveva stese le braccia come per scongiurare una apparizione, e fatti tre passi verso suo marito, come per istrappargli la fine del segreto che non conosceva, o che forse, per qualche odioso secondo fine, come presso a poco lo erano tutti quei di Danglars, non voleva lasciarsi sfuggire.
— Sig. de Villefort! che significa ciò? disse la baronessa.
— Vuol significare, riprese Danglars che il sig. de Nargonne, vostro primo marito, non essendo nè un filosofo nè un banchiere, e forse essendo l’uno e l’altro, e vedendo che non v’era da cavare alcun partito da un procuratore del Re, è morto dal dispiacere e dalla collera... Ma io sono brutale; non solamente lo so, ma me ne vanto; è uno dei miei espedienti nelle mie speculazioni commerciali; perchè invece di ammazzare, si è fatto ammazzare egli stesso? Perchè non aveva una cassa da salvare, ma io mi devo conservare per la mia cassa. Il sig. Debray, mio socio, mi ha fatto perdere 700 mila fr.; che egli sopporti la sua porzione di perdita, e noi continueremo i nostri affari, se no, mi si dichiari fallito per questi 175 mila fr., e sparisca. Eh! mio Dio! è un grazioso giovine, lo so, quando le sue notizie sono esatte; ma quando esse nol sono, ve ne sono cinquanta al mondo che valgono più di lui.
La sig.ª Danglars era atterrita, pure fece un estremo sforzo per rispondere a questo ultimo assalto. Essa cadde sopra un seggio pensando a Villefort, alla scena del pranzo, a quella strana serie di disgrazie che da qualche giorno piombavano una dopo l’altra sulla sua casa, e convertivano in iscandalosi dibattimenti la perfetta calma della sua famiglia. Danglars non la guardò neppure, quantunque ella facesse tutto quel che poteva per isvenire. Egli aprì la porta della camera da letto senza aggiungere alcun’altra parola, e ritornò nel suo appartamento; di modo che la sig.ª Danglars, rinvenendo dal suo semi-svenimento, potè credere ch’ella aveva soltanto fatto un cattivo sogno.
LXV. — DISEGNI DI MATRIMONIO.
Il giorno seguente, nell’ora che Debray era solito di scegliere per venire a fare una piccola visita alla sig.ª Danglars nell’andare al suo ufficio, il suo coupé non apparve nel cortile. In quell’ora, cioè mezz’ora dopo mezzogiorno, la sig.ª Danglars ordinò la sua carrozza ed uscì. Danglars, posto dietro una tenda, aveva spiato questa uscita che aspettava, dette l’ordine d’essere avvisato tosto che fosse ritornata la signora, ma alle due non era ancora rientrata.
Alle due domandò i suoi cavalli, si portò alla Camera, e si fece inscrivere per parlare contro il preventivo delle spese. Da mezzo giorno alle due, Danglars era rimasto nel suo gabinetto dissigillando dispacci, e diventando ognor più tetro, ammassando cifre, e ricevendo visite, tra le altre quella del maggiore Cavalcanti, che si presentò nell’ora annunziata il giorno avanti per terminare il suo affare col banchiere. Uscendo dalla Camera, Danglars, che aveva dati molti segni di grande agitazione durante la seduta, e che sopra tutto era stato più acerbo che mai contro il ministero risalì in carrozza, ed ordinò al cocchiere di condurlo all’ingresso dei Campi-Elisi n. 30. Monte-Cristo era in casa; soltanto era con uno, e pregava Danglars di aspettarlo un momento nel salone. Mentre il banchiere aspettava, la porta si aprì, e vide entrare un uomo vestito da abate che invece d’aspettare come lui, più familiare di lui senza dubbio nella casa, lo salutò, ed entrando nell’interno degli appartamenti, disparve. Un momento dopo, la porta per la quale era entrato il prete, si riaprì, e comparve Monte-Cristo.
— Perdono, diss’egli, caro barone, ma uno dei miei buoni amici, l’abate Busoni che avete potuto veder passare, è giunto a Parigi; era molto tempo che eravam divisi, e non ho avuto il coraggio di lasciarlo subito; spero che in favore della causa mi scuserete di avervi fatto aspettare.
— Come, disse Danglars, è cosa semplicissima, sono io che ho scelto male il momento, e mi ritiro.
— Niente affatto, anzi al contrario sedetevi. Ma, buon Dio! mi avete un aspetto molto pensieroso; in verità mi spaventate; un capitalista afflitto è come una cometa, presagisce sempre qualche gran disgrazia al mondo.
— Io ho, mio caro signore, che la cattiva fortuna pesa su me da qualche giorno, e che non ricevo che sinistre notizie. — Ah! mio Dio! avete forse avuto qualche altra ricaduta alla borsa? — No, ne sono guarito, almeno per qualche giorno. Si tratta semplicemente per me di un fallimento a Trieste. — Davvero? Il banchiere fallito sarebbe forse Jacopo Manfredi? — Precisamente! Un uomo che ogni anno, non so per quanto tempo, faceva meco affari per otto, 900 mila fr. Mai uno sbaglio, mai un ritardo; un uomo allegro che pagava come un principe. Mi metto in credito di un milione con lui, ed il mio diavolo non vuole che Jacopo Manfredi sospenda i pagamenti?
— Davvero? — È una fatalità inaudita. Tiro sopra lui 600 mila lire che ritornano senz’essere pagate, e di più sono ancora possessore di altre 400 mila lire di cambiali firmate da lui, e pagabili alla fine del corrente dal suo corrispondente di Parigi, siamo ai 30, mando a riscuoterle... ah! sì! il corrispondente è sparito. Col mio affare di Spagna, ciò mi fa una bella fine di mese.
— Ma è veramente una perdita il vostro affare di Spagna?
— Certamente, nient’altro che 700 mila fr.
— Come diavolo avete mai fatto un simile errore?
— Eh! è stata colpa di mia moglie. Ella ha sognato che don Carlo era ritornato in Spagna; ella crede ai sogni. È magnetismo, dic’ella, e quando sogna una cosa, questa cosa, per quanto essa assicura, deve infallibilmente accadere. Su questa convinzione io le permetto di arrischiare; ella ha la sua cassetta, ed il suo agente di cambio, ella rischia, ed ella perde. È vero che non è mio denaro, ma suo quello con cui si arrischia; però non importa, capirete che quando escono 700 mila fr. dalla cassetta della moglie, il marito se ne accorge sempre alcun poco. Come! non sapevate ciò? Ma la cosa ha fatto pure un enorme romore.
— È vero, ne aveva inteso parlare, ma non ne sapeva i particolari; e poi non si può essere più ignoranti di me in questi affari di borsa. — E voi non arrischiate mai?
— Io? e come volete che arrischi se ho già tanti incomodi per tenere in regola le mie rendite? sarei forzato, oltre il mio intendente, di prendere ancora un commesso ed un cassiere. Ma a proposito di Spagna, mi sembra che la baronessa non avesse del tutto sognato la rientrata di Don Carlo. I giornali non hanno detto qualche cosa su questo argomento? — Voi dunque credete ai giornali? — Io? niente affatto; ma mi sembrava che questo onesto Messager facesse eccezione alla regola, e non annunziasse che le notizie certe, e le notizie telegrafiche. — Ebbene! ecco ciò che è inesplicabile, riprese Danglars; appunto la rientrata di don Carlo era una notizia telegrafica. — Dimodochè, disse Monte-Cristo, in questo mese perdete circa un milione e 700 mila fr. — Non è circa, è precisamente la somma che perdo.
— Diavolo! per una fortuna di terz’ordine, disse Monte-Cristo, questo è un brutto colpo. — Di terz’ordine! disse Danglars, che diavolo intendete di dire?
— Senza dubbio, continuò Monte-Cristo, io faccio tre categorie sulle fortune: fortune di primo ordine, fortune di secondo ordine, fortune di terzo ordine: chiamo fortune di primo ordine quelle che si compongono di tesori che si hanno sotto le mani, le terre, le miniere, le rendite sui grandi stati come la Francia, l’Austria, e l’Inghilterra, purchè questi tesori, queste miniere, queste rendite formino un totale di un centinaio di milioni! chiamo fortune di second’ordine le imprese manifatturiere, le imprese di associazione, i vice-reami, i principati che non sorpassano un milione e cento mila fr. di rendita, il tutto formante un capitale di un 500 milioni; finalmente, chiamo fortune di terzo ordine, i capitali fruttiferi per interessi composti, i guadagni dipendenti dall’altrui volontà, o dalle combinazioni della sorte che un fallimento scomoda, ed una notizia telegrafica rovina! le banche, le speculazioni eventuali, le operazioni sottomesse a quelle combinazioni della fatalità, che si potrebbe chiamare forza minatrice, paragonandola alla maggiore che è la forza naturale, il tutto formante un capitale fittizio, o reale di un 15 milioni circa. Non è questa la vostra posizione?
— Ma diavolo! sì, rispose Danglars.
— Ne risulta che con sei finali di mese come questa, continuò imperturbabilmente Monte-Cristo, una casa di terzo ordine si troverebbe all’agonia. — Oh! disse Danglars con un sorriso molto pallido, come vi ci trasportate!
— Mettiamo sette mesi, replicò Monte-Cristo nel medesimo tuono. Ditemi: avete mai pensato qualche volta che sette volte un milione e 700 mila fr. fanno 12 milioni circa?... no?... ebbene! avete ragione, perchè con simili riflessioni, non si impegnerebbero mai i propri capitali, che sono per l’uomo finanziere ciò che è la pelle all’uomo incivilito. Noi abbiamo i nostri abiti più o meno sontuosi, questo è il nostro credito! ma quando l’uomo muore non ha che la pelle! di modo che uscendo dagli affari non avete il vostro capitale reale, 5 o 6 milioni al più! poichè le fortune di terzo ordine non rappresentano che il terzo o il quarto delle loro apparenze, come la locomotiva della strada ferrata non è sempre in mezzo al fumo che l’inviluppa e l’ingrandisce, che una macchina più o meno forte. Ebbene, su questi 5, o 6 milioni che formano il vostro attivo reale, ne avete perduti circa due, che diminuiscono d’altrettanto la vostra fortuna fittizia, o il vostro credito! vale a dire mio caro Danglars, che la vostra pelle è stata aperta da una sanguisuga che replicata quattro volte porterebbe la morte. Eh! eh! fate attenzione. Avete bisogno di danaro? volete che ve ne presti?
— Come siete mai cattivo calcolatore! gridò Danglars chiamando in suo soccorso tutta la filosofia, e tutta la dissimulazione dell’apparenza! a quest’ora il danaro è già rientrato nel mio scrigno con altre speculazioni che sono riuscite. Il sangue esce per i salassi, e rientra colla nutrizione: ho perduto una battaglia in Spagna, sono stato battuto a Trieste, ma la mia armata navale delle Indie avrà preso qualche galeone, i miei pionieri del Messico avranno scoperto qualche miniera.
— Benissimo! benissimo! ma la cicatrice resta, ed alla prima perdita si riaprirà.
— No, perchè io cammino sulle certezze, continuò Danglars, colla facondia giocosa del ciarlatano (il cui stato è di innalzare il suo credito) per rovesciare il mio credito bisognerebbe che crollassero tre governi.
— Diavolo! ciò si è veduto. — Che la terra manchi di raccolto. — Ricordatevi le sette vacche grasse, e le sette vacche magre. — O che il mare si ritirasse come ai tempi di Faraone; e poi vi sono molti mari, ed i miei vascelli ne rimarrebbero liberi per fare le loro carovane.
— Tanto meglio, caro sig. Danglars, disse Monte-Cristo, ed io vedo che mi ero sbagliato, e che voi rientrate nelle fortune di secondo ordine.
— Credo di potere aspirare a questo onore, disse Danglars con uno di quei sorrisi composti che facevano a Monte-Cristo l’effetto di una di quelle lune impiastricciate, di cui i cattivi pittori intonacano le loro rovine; ma giacchè siamo a parlare d’affari, soggiunse egli contento di ritrovare questo mezzo di cambiare la conversazione, ditemi dunque un poco ciò che io posso fare per il sig. Cavalcanti.
— Dargli del danaro, se egli ha su voi un credito che vi sembri buono.
— Eccellente! si è presentato questa mattina con una cambiale di 40 mila fr. pagabile a vista sopra di voi, firmata Busoni, e rimandata da voi a me colla vostra girata! capirete che io gli ho contati sul momento 40 biglietti quadrati.
Monte-Cristo fece un segno di testa che indicava la sua adesione.
— Ma ciò non è tutto, continuava Danglars; egli ha aperto a suo figlio un credito sopra di me.
— E quanto, se non è indiscretezza, ha assegnato al giovine? — Cinque mila fr. il mese.
— Sessanta mila fr. l’anno. Io ne dubitava, disse Monte-Cristo alzando le spalle, sono veri spilorci i Cavalcanti. Che può fare un giovine con 5 mila fr. il mese?
— Ma capirete che se il giovine ha bisogno di qualche mille franchi di più...
— Non ne fate niente, il padre ve li lascerebbe in conto vostro; non conoscete tutti questi milionarii oltramontani: sono veri Arpagoni. E da chi gli è stato aperto il credito?
— Oh! dalla casa Fenzi, una delle migliori di Firenze.
— Non voglio dire che perderete, tanto vale, ma tenete i vostri conti nei stretti limiti della lettera.
— Non avreste dunque fiducia in questi Cavalcanti?
— Darei loro dieci milioni sulla loro firma. La loro fortuna entra in quelle di second’ordine di cui or vi parlava.
— È tanto semplice che lo avrei preso per un maggiore, niente di più.
— E voi gli avreste fatto onore, perchè avete ragione, egli non paga di apparenza. Quando l’ho veduto per la prima volta mi ha fatto l’effetto di un sotto tenente ammuffito sotto la spallina.
— Il giovine è migliore, disse Danglars.
— Sì, forse un po’ timido; ma in sostanza mi è sembrato conveniente. Io ne era un poco inquieto.
— E perchè? — Perchè voi lo avete veduto da me quasi al suo ingresso nel mondo, per quanto almeno mi è stato detto. Egli ha viaggiato con un precettore severissimo, e non era mai venuto a Parigi.
— Tutti questi Italiani di distinzione hanno l’abitudine d’imparentarsi fra di loro, n’è vero? dimandò negligentemente Danglars, essi amano di accumulare le loro fortune.
— D’ordinario fan così, è vero; ma Cavalcanti è un originale che non fa niente come gli altri. Nessuno mi torrà l’idea, che abbia mandato in Francia suo figlio perchè vi ritrovi moglie.
— Lo credete? — Ne son sicuro. — Ed avete inteso parlare della sua fortuna? — Non si parla che di ciò, se non che gli uni accordano loro dei milioni, gli altri pretendono che non posseggano un paolo. — E la vostra opinione?
— Non bisogna farvi sopra alcun fondamento essendo del tutto personale. — Ma in fine...
— La mia opinione è che tutti questi vecchi potestà, tutti questi antichi condottieri, poichè questi Cavalcanti hanno comandato degli eserciti, hanno comandato delle province; la mia opinione, diceva, è che essi han seppellito dei milioni in luoghi conosciuti soltanto dai loro antenati, e che fan conoscere ai loro primogeniti di generazione in generazione, e la prova si è che essi sono tutti gialli e secchi come i loro fiorini dei tempi della repubblica, di cui conservano il riverbero a forza di guardarli.
— Perfettamente disse Danglars, e ciò è tanto vero in quando che non si sa che abbiano un palmo di terreno.
— Almeno molto poco; non conosco ai Cavalcanti che il solo palazzo che hanno in Lucca.
— Ah! hanno un palazzo? disse ridendo Danglars; ciò è già qualche cosa.
— Sì, ed anche lo danno in fitto al ministero delle finanze, mentre che egli abita in una casetta. Oh! ve l’ho già detto; credo il buon uomo avaro.
— Andiamo, andiamo; voi non l’adulate punto.
— Ascoltate, lo conosco appena; credo di averlo veduto tre volte in vita mia; ciò che ne so, è per parte dell’abate Busoni, e da lui stesso; egli mi parlava questa mattina dei suoi progetti sopra suo figlio, e mi lasciava travedere che stanco di veder dormire dei capitali considerevoli in Italia, vorrebbe trovare un mezzo, sia in Francia, sia in Inghilterra di far fruttare i suoi milioni: ma notate bene che, quantunque io abbia la più gran fiducia nell’abate Busoni personalmente, non rispondo di niente.
— Non importa, grazie del cliente che mi avete procurato; questo è un gran bel nome da iscrivere sui miei registri, e il mio cassiere, al quale ho spiegato ciò che erano i Cavalcanti, ne va superbo. A proposito, e questa è una semplice spiegazione al turista, quando questi personaggi dan moglie ai loro figli gli assegnano alcuna dote?
— Eh! mio Dio! cioè, secondo: ho conosciuto un principe italiano ricco come una miniera d’oro, uno dei primi nomi della Toscana, che quando i figli si ammogliavano a suo genio, loro assegnava dei milioni, e quando contro il suo beneplacito, si contentava di assegnar loro una rendita di 30 scudi il mese. Ammettiamo che Andrea si ammogli secondo le vedute di suo padre, allora gli assegnerà forse uno, due, tre milioni. Se ciò fosse colla figlia di un banchiere, per esempio, forse prenderebbe un interesse nella casa del suocero di suo figlio; poi supponete a lato di ciò che la nuora gli dispiacesse; buona notte, il padre Cavalcanti mette la mano sulla chiave dello scrigno, dà un doppio giro alla serratura, ed ecco maestro Andrea obbligato a vivere come un figlio di famiglia Parigino segnando le carte, o giuocando a dadi falsi.
— Questo giovine ritroverà una principessa Bavarese o Peruviana; egli vorrà una corona chiusa, un Eldorado traversato dalla Potosa.
— No; tutti questi gran signori dall’altra parte dei monti sposano frequentemente delle semplici mortali. Ma perchè mi fate tutte queste domande, caro sig. Danglars, avete forse intenzione di collocare Andrea?
— In fede mia non mi sembrerebbe una cattiva speculazione; io sono uno speculatore. — Ma non con madamigella Danglars; io presumo non vorrete fare scannare questo povero Andrea da Alberto? — Alberto, disse Danglars, alzando le spalle; ah sì, bene! egli se ne cura ben poco!
— Ma egli è fidanzato a vostra figlia, credo?
— Cioè il sig. de Morcerf ed io abbiamo qualche volta parlato di questo matrimonio, ma la sig.ª de Morcerf ed Alberto...
— Non mi direte che questo non è un buon partito?
— Eh! eh! madamigella Danglars vale bene un Morcerf, mi sembra! — La dote di madamigella Danglars sarà bella in fatto, e non ne dubito, particolarmente se il telegrafo non fa più nuove pazzie. — Oh! non è soltanto la dote... ma a proposito ditemi dunque? — E che? — Per qual motivo non avete invitato al vostro pranzo Morcerf e la sua famiglia?
— Lo aveva già fatto, ma egli mi ha addotto un viaggio a Dieppe colla sig.ª de Morcerf, alla quale è stato raccomandato di respirare l’aria di mare.
— Sì, sì, disse Danglars ridendo, essa le deve far bene.
— E perchè? — Perchè è l’aria che ha respirato nella sua gioventù. — Monte-Cristo lasciò cadere l’epigramma senza mostrare d’avervi fatta attenzione. — Ma finalmente, disse il conte, se Alberto non è così ricco come madamigella Danglars, non potete però negare che non porti un bel nome? — Sia, ma io amo altrettanto il mio, disse Danglars.
— Certamente il vostro nome è popolare, ed ha ornato il titolo di cui si è creduto onorarlo; ma siete un uomo troppo intelligente per non aver compreso che, per alcuni pregiudizi troppo profondamente radicati per poterli svellere, una nobiltà di cinque secoli vale molto più di una nobiltà di venti anni.
— Ed ecco precisamente il perchè, disse Danglars con un sorriso che si sforzava di rendere sardonico, ecco perchè io preferirei il sig. Andrea Cavalcanti ad Alberto de Morcerf.
— Ma ciò non ostante credo, disse Monte-Cristo, che i Morcerf non la cedano ai Cavalcanti?
— I Morcerf!... sentite, mio caro conte, siete un galantuomo, n’è vero? — Io credo. — E di più conoscitore dei blasoni? — Un poco. — Ebbene! guardate il colore del mio; esso è più solido di quello del blasone di Morcerf.
— E perchè? — Perchè, se io non sono barone di nascita, almeno mi chiamo Danglars. — E poi? — Mentre che egli non si chiama Morcerf. — Come! egli non si chiama Morcerf? — Niente affatto. — Eh! via dunque! — Io da qualcuno sono stato fatto barone, di modo che lo sono; egli si è fatto conte da sè, per cui non lo è. — Impossibile!
— Ascoltate mio caro conte, continuò Danglars, il sig. de Morcerf è mio amico, o piuttosto una mia conoscenza di trent’anni; sapete che faccio buon mercato dei miei stemmi, poichè non ho mai dimenticato da dove sono partito.
— Questa è una pruova, disse Monte-Cristo, o di una grande umiltà, o di un grande orgoglio.
— Ebbene! quando era semplice commesso, Morcerf era semplice pescatore. — E allora si chiamava? — Fernando.
— Senz’altro? — Fernando Mondego. — Ne siete sicuro? — Per bacco! Mi ha venduto abbastanza pesce perchè lo conosca. — Allora perchè volevate dargli vostra figlia?
— Perchè Fernando e Danglars erano due nobili, due ricchi, due fortunati di fresca data, in fondo uno valeva l’altro, se si eccettuino alcune cose che si sono dette di lui, e che non si sono mai potute dire di me.
— Che dunque? — Niente. — Ah! sì, ora capisco; ciò che mi dite mi rinfresca la memoria a proposito del nome di Fernando Mondego. Ho inteso pronunciare questo nome in Grecia. — A proposito dell’affare di Alì-Pascià? — Precisamente. — Ecco il mistero, riprese Danglars, e vi confesso che avrei pagato molto per iscoprirlo.
— Non era difficile, se ne aveste avuta gran volontà.
— Ed in che modo? — Senza dubbio avrete qualche corrispondente in Grecia? — Per bacco!
— A Giannina?
— Ne ho da per tutto.
— Ebbene, scrivete al vostro corrispondente di Giannina, e domandategli qual parte ha fatta nella catastrofe di Alì-Tebelen un francese chiamato Fernando.
— Avete ragione! gridò Danglars alzandosi con vivacità, scriverò oggi stesso. — Fatelo. — Vado a scrivere.
— E se avete qualche notizia scandalosa...
— Ve la comunicherò.
— Mi farete un piacere
Danglars si slanciò fuori dell’appartamento, e non fece che un balzo fino alla sua carrozza.
LXVI. — Il GABINETTO DEL PROCURATOR DEL RE.
Lasciamo il banchiere ritornare a gran trotto e seguiamo la sig.ª Danglars nella sua escursione: ella mezz’ora dopo mezzo giorno, aveva ordinati i cavalli, ed era uscita in carrozza. Si diresse dalla parte del sobborgo San Germano, prese la strada della Senna, e fece fermare al passaggio del Ponte-nuovo, ivi discese, e traversò il passaggio. Era vestita con molta semplicità, come si conviene ad una donna di buon genere che esce la mattina. In Strada Génégaud, montò in una vettura da nolo indicando come termine della sua corsa la strada Harlay. Appena entrata in carrozza, levò di saccoccia un velo nero molto fitto, che attaccò al suo cappello di paglia; quindi si rimise il cappello in testa, e vide con piacere, guardandosi in un piccolo specchio tascabile, che non si poteva discernere di lei che la pelle bianca, e la pupilla scintillante. La carrozza prese pel Ponte-nuovo ed entrò per la piazza Dauphine nel cortile di Harlay; fu pagata nell’aprire la portiera, e la sig.ª Danglars, slanciandosi verso la scala, che salì con leggerezza, giunse ben presto alla sala dei Passi-Perduti. Quella mattina v’erano molti affari, ed ancora molta più gente affaccendata al Palazzo.
Le persone affaccendate non guardano molto le donne; la sig.ª Danglars traversò adunque la sala senz’essere osservata più di altre dieci donne che stavano ad aspettare i loro avvocati.
Vi era folla nell’anticamera del sig. de Villefort, ma la sig.ª Danglars non ebbe neppure il bisogno di pronunciare il suo nome; tosto che apparve, un usciere si alzò, venne a lei, le chiese se fosse la persona a cui il sig. procuratore del Re aveva dato convegno, e sulla sua risposta affermativa, la condusse, per un corridoio riservato, nel gabinetto del sig. de Villefort. Il magistrato, seduto sopra un seggio, scriveva tenendo le spalle voltate alla porta; la intese aprirsi, e l’usciere pronunciare queste parole: «Entrate, signora.» La porta si rinchiuse senza che avesse fatto il più piccolo movimento; ma tosto che sentì allontanarsi il rumore dei passi dell’usciere, si voltò prestamente, mise il catenaccio, tirò le tende, e visitò tutti gli angoli del gabinetto. Quindi, allorchè ebbe acquistata la certezza che non poteva essere nè veduto nè udito da alcuno: — Grazie, signora, diss’egli, grazie della vostra esattezza. — E le offrì una sedia che la sig.ª Danglars accettò, perchè il cuore le batteva tanto fortemente che si sentiva vicino a soffocare.
— Ecco, disse il procuratore del Re sedendo egli pure, e facendo descrivere un mezzo cerchio al suo seggio in modo da trovarsi dirimpetto alla sig.ª Danglars, ecco passato ben lungo tempo, signora, che non ho avuto la fortuna di parlare da solo con voi, e con mio sommo dispiacere ci ritroviamo per intavolare una conversazione molto dolorosa.
— Ciò non pertanto, signore, avete veduto che sono venuta, quantunque questa conversazione debba riuscire assai più dolorosa per me che per voi.
Villefort sorrise amaramente: — È dunque vero, disse egli rispondendo piuttosto al proprio pensiero che alle parole della sig.ª Danglars, che tutte le nostre azioni lasciano le loro tracce, le une tetre, le altre luminose nel nostro passato? È dunque vero che tutti i passi della nostra vita rassomigliano all’andamento del rettile sulla sabbia e fanno un solco? Ahimè! per molti questo solco è quello delle loro lagrime.
— Signore, voi comprendete la mia emozione, n’è vero? disse la sig.ª Danglars, abbiatemi dunque dei riguardi, ve ne prego. Questa camera entro cui sono passati tanti colpevoli tremanti e vergognosi, questo seggio su cui mi sto a mia volta vergognosa e tremante!... Oh! io ho bisogno di tutta la mia ragione per non vedere in me una donna molto colpevole, ed in voi un giudice minaccioso.
Villefort scosse la testa, e mandò un sospiro:
— Ed io dico a me stesso; che il mio posto non è sul seggio del giudice, ma sul banco dell’accusato.
— Voi? disse la sig.ª Danglars maravigliata. — Sì, io.
— Credo che per parte vostra, signore, il vostro puritanismo esageri la situazione, disse la sig.ª Danglars, il cui bell’occhio si illuminò di un fuggitivo fulgore. Questi solchi di cui parlavate or ora, sono stati tracciati da tutta la gioventù ardente. Nel fondo delle passioni, al di là dei piaceri, vi è sempre un poco di rimorso; è perciò che l’Evangelo, questa eterna risorsa degl’infelici, ha dato per conforto a noi povere donne l’ammirabile parabola della giovane peccatrice, e della donna adultera. Così, ve lo confesso, riportandomi ai delirii della mia gioventù, qualche volta penso che Dio me li perdonerà, poichè se essi non possono trovare scusa, troveranno mercede in compenso dei patimenti sofferti dopo; ma voi, che avete a temere di tutto ciò, voi altri uomini, che il mondo scusa, e che lo scandalo nobilita?
— Signora, replicò Villefort, mi conoscete, non sono un ipocrita, o almeno non faccio l’ipocrita, senza qualche ragione. Se la mia fronte è severa, i molti infortunii l’offuscarono; se il mio cuore si è petrificato, è stato per poter sopportare i cozzi che ha ricevuto: non era così nella mia gioventù, non era così nella sera dei miei sponsali, quando eravamo tutti assisi intorno ad una tavola della strada Cours a Marsiglia. Ma da quel tempo tutto si è cambiato in me, ed intorno a me. La mia vita si è consumata a perseguire cose difficili, e ad infrangere nelle difficoltà tutti coloro che, volontariamente, o involontariamente, per determinata intenzione o per caso s’incontrarono sul mio sentiero a suscitarmi difficoltà. È difficile che ciò che si desidera ardentemente, non sia conteso ardentemente da coloro i quali han voluto ottenerlo, o dai quali si tenta strapparlo. Così, la maggior parte delle cattive azioni degli uomini sono venute loro incontro, mascherate dalle sembianze della necessità; quindi commessa la cattiva azione in un momento d’esaltazione, di timore, o di delirio, si vede che si sarebbe potuto passarle vicino evitandola. Il mezzo che sarebbe stato buono da impiegarsi, e che non si è veduto, ciechi che s’era, si presenta ai nostri occhi facile e semplice, e dite a voi stessi: «E come mai non ho fatto questo, invece di fare quest’altro?» Voi donne, al contrario, ben difficilmente siete tormentate dai rimorsi, perchè raramente la risoluzione viene da voi; le vostre sventure vi sono quasi sempre imposte, i vostri sbagli son quasi sempre i delitti degli altri.
— In ogni modo, signore, convenitene, se ho commesso un errore, rispose la sig.ª Danglars, sia ancora stato personale, ieri sera ne ho ricevuto una severa punizione.
— Povera donna! disse Villefort stringendole la mano, troppo severa per le vostre forze, perchè per due volte poco vi è mancato a soccombere, e pure... deggio io dirvelo?... raccogliete tutto il vostro coraggio, perchè non siete ancora alla fine.
— Mio Dio! che vi è dunque ancora?
— Non vedete che il passato, signora, certamente è tetro, ebbene figuratevi un avvenire... spaventoso certamente... sanguinoso forse!... — La baronessa conosceva la calma di Villefort, essa fu così spaventata dalla sua esaltazione, che aprì la bocca per gridare, ma il grido le si estinse in gola. — E come mai è risorto questo terribile passato, gridò Villefort; come mai dal fondo della tomba, dal fondo dei nostri cuori ove dormiva, è uscito come fantasma, per far impallidire le nostre guance ed arrossir le nostre fronti?
— Ahimè! diss’Erminia, senza dubbio il caso!
— Il caso! riprese Villefort, no, no, non è il caso!
— Ma sì, non fu una combinazione fatale, non è stato il caso che ha operato tutto ciò? Non fu per caso che il conte di Monte-Cristo ha comprata quella dimora? non fu per caso ch’egli fece scavare la terra? non fu per caso finalmente che quel disgraziato fanciullo fu dissotterrato ai piedi di quell’albero? Povera ed innocente creatura! nata da me, cui non ho mai potuto dare un bacio, ma per la quale ho sparso tante lagrime! Ah! il mio cuore è volato per intero incontro al conte, quando ha parlato di questa cara spoglia ritrovata sotto i fiori.
— Ebbene! no, signora, ecco quanto avevo di terribile a dirvi, rispose Villefort con sorda voce, non si è trovata alcuna spoglia sotto i fiori, no, non vi è stato alcun fanciullo dissotterrato; no, non bisogna piangere, no non bisogna gemere, bisogna tremare.
— Che volete dire? gridò la sig.ª Danglars rabbrividendo.
— Voglio dire, che il sig. di Monte-Cristo nello scavare ai piedi di quell’albero, non ha potuto trovare nè scheletro di fanciullo, nè ferramenti di cassetta, perchè sotto a questi alberi non v’era nè l’uno nè l’altro.
— Non v’era nè l’uno nè l’altro? replicò la sig.ª Danglars fissando sul procuratore del re certi occhi, di cui la spaventosa dilatazione delle pupille indicava il terrore; non deponeste dunque là la povera creatura? Perchè ingannarmi? con quale scopo, dite?
— Fu là, ma ascoltatemi, e compiangerete me, che per vent’anni, senza parteciparvene la più piccola parte, ho portato il peso dei dolori che sono per dirvi.
— Mio Dio! mi spaventate! ma n’importa, vi ascolto.
— Sapete come passò quella notte dolorosa, in cui voi eravate spirante sul vostro letto, in quella camera di damasco rosso, mentre ch’io, non meno anelante di voi, aspettava la vostra liberazione. Il fanciullo nacque, mi fu consegnato, senza movimenti, senza respirazione, senza voce: noi lo credemmo morto.
La sig.ª Danglars fece un movimento rapido, come se avesse voluto slanciarsi dalla sedia. Ma Villefort la fermò giungendo le mani, come per implorarne l’attenzione:
— Noi lo credemmo morto, ripetè egli; io lo misi in una cassetta che doveva tenergli luogo di bara; discesi in giardino, scavai una fossa, e ve lo seppellii in fretta. Terminava appena di coprirlo di terra, che il braccio del Corso si stese contro di me. Vidi come un’ombra drizzarsi, come un lampo sfolgorare. Sentii un dolore, volli gridare, un agghiacciato brivido mi percorse tutte le membra, e mi serrò la gola... Caddi moribondo, e mi credei ucciso: non dimenticherò mai il vostro sublime coraggio, quando, ritornato in me, mi trascinai spirante fino ai piè della scala, ove, spirante voi pure, veniste incontro a me. Necessitava custodire il silenzio sulla terribile catastrofe; voi aveste il coraggio di ritornare in casa vostra, sostenuta dalla vostra balia; un duello fu il pretesto della mia ferita. Contr’ogni aspettativa, il silenzio ci fu mantenuto, fui trasportato a Versailles, per tre mesi lottai colla morte; finalmente, quando sembrò che mi riattaccassi alla vita, mi fu ordinato il sole e l’aria del Mezzogiorno. Quattro uomini mi portarono da Parigi a Châlons, facendo sei leghe il giorno. La sig.ª de Villefort seguiva la barella nella sua carrozza. A Châlons fui imbarcato sulla Saona, quindi passai sul Rodano, e per la sola forza della corrente discesi fino ad Arles, poi da Arles ripresi la lettiga e continuai la strada per Marsiglia. La mia convalescenza durò sei mesi; non sentiva più parlare di voi, non osava informarmi di ciò che n’era avvenuto. Quando ritornai a Parigi sentii che, vedova del sig. de Nargonne, avevate sposato il sig. Danglars. A qual cosa aveva sempre pensato dal momento che ricuperai la conoscenza? incessantemente alla stessa cosa, a quel cadavere di fanciullo, che ciascuna notte nei miei sonni sorgeva dal seno della terra, e si fermava al di sopra della fossa minacciandomi collo sguardo e col gesto. Per cui, appena ritornato a Parigi m’informai, la casa non era stata frequentata nè visitata da alcuno dal momento che ne eravamo usciti, ma era stata data in fitto per nove anni. Andai a ritrovare quegli che l’aveva presa in fitto, finsi di avere un gran desiderio di non veder passare in mani estranee una casa che apparteneva al padre ed alla madre di mia moglie, offersi una buona uscita perchè fosse rotta la scrittura, mi fu chiesto seimila fr., ne avrei dati diecimila, pur ventimila. Li aveva indosso, feci soscrivere su due piedi la rinunzia; quindi, allorchè fui possessore di questa tanto desiderata cessione, partii al galoppo per Auteuil. Nessuno era entrato nella casa dal momento che ne era uscito io. Erano le cinque dopo mezzogiorno, salii nella camera rossa ed aspettai la notte.
«Là, tutto ciò che io mi ripeteva da un anno nella continua mia agonia, si rappresentò al mio pensiero molto più minaccioso che mai. Questo Corso che mi aveva dichiarata la sua vendetta, che mi aveva seguito da Nimes a Parigi, questo Corso che era nascosto nel giardino, che mi aveva ferito, aveva certamente veduto scavare la fossa, mi aveva veduto seppellire il fanciullo, egli poteva giungere a conoscervi, forse vi conosceva già... non vi avrebbe un giorno fatto pagare il segreto di questo terribile affare?... non sarebbe stata questa per lui una ben dolce vendetta, quando avesse saputo che io non ero morto della sua pugnalata? era dunque urgente che prima di ogni altra cosa, con qualunque siasi rischio, facessi sparire le tracce di questo fatto passato, che ne distruggessi le materiali vestigia; vi sarebbe sempre rimasta abbastanza realtà nella mia memoria; per ciò aveva fatto annullare la scrittura, per ciò era venuto, per ciò io aspettava. Giunse la notte, la lasciai bene oscurare; io era senza lume in quella camera, dove i soffi del vento agitavano il cortinaggio, dietro il quale mi pareva sempre vedere nascondersi qualche spia; a quando a quando fremevo, mi sembrava dietro a me, e in quel letto, sentire i vostri lamenti, non osava voltarmi. Il cuore batteva nel silenzio, ed io lo sentiva battere sì violentemente, che credeva che si sarebbe riaperta la mia ferita; finalmente intesi spegnersi gli uni dopo gli altri tutti i rumori della campagna. Capii che non aveva più nulla a temere, che non poteva essere nè veduto nè inteso, e risolvetti di discendere.
«Ascoltate, Erminia, io mi credo tanto coraggioso, quanto un altro uomo; ma quando mi cavai dal petto questa piccola chiave della scala segreta, che aveva ritrovata nei miei abiti, che entrambi amavamo tanto, e che voi avete voluto attaccare ad un anello d’oro; allorchè aprii la porta, allorchè a traverso alla finestra vidi una pallida luna gettare sugli scalini a chiocciola una striscia di luce bianca simile ad uno spettro, mi rattenni al muro, fui vicino a gridare; mi sembrava di diventar matto. Finalmente giunsi a divenir padrone di me stesso. Discesi la scala, scalino per scalino; la sola cosa che non aveva potuto vincere era uno strano tremore che mi aveva preso le ginocchia: mi aggrappai alla rampa; se l’avessi lasciata un momento sarei precipitato.
«Giunsi alla porta di basso; al di fuori di essa una zappa era appoggiata al muro; la presi, e m’inoltrai verso il gruppo d’alberi: mi era munito di una lanterna cieca; in mezzo al prato mi fermai per accenderla, indi continuai il cammino. Novembre stava per finire, tutta la verdura del giardino era sparita, gli alberi non erano più che scheletri con lunghe braccia scarne, e le morte foglie rumoreggiavano con la sabbia sotto i miei piedi.
«Lo spavento mi colpì sì fortemente il cuore che nell’avvicinarmi agli alberi cavai una pistola di tasca e la caricai: credeva sempre vedere la figura del Corso comparire a traverso dei rami. Osservai nei luoghi più folti con la lanterna cieca; essi erano vuoti. Gettai gli occhi ovunque intorno a me, io era realmente solo; nessun rumore turbava il silenzio della notte, se non il canto di una civetta. Attaccai la lanterna ad un ramo forcuto che aveva già notato un anno avanti, nella stessa direzione ove mi fermai per iscavare la fossa. L’erba durante l’estate era cresciuta moltissimo in questo luogo, e, giunto l’autunno, nessuno era là venuto per tagliarla. Però un luogo meno fornito attirò la mia attenzione; era evidente che là io voltai la terra: mi misi all’opera. Era finalmente giunta quell’ora che aspettavo da un anno! Ma come speravo, come lavoravo, come esaminavo ogni zolla di terra, credendo sentire della resistenza all’estremità della mia zappa; niente! eppure aveva fatto una buca due volte più grande della prima. Credetti di essermi ingannato, di avere sbagliato il posto; mi orizzontai, guardai gli alberi, cercai di riconoscere i particolari che mi avevano colpito. Una brezza fredda ed acuta fischiava a traverso i rami spogliati, e ciò non pertanto il sudore mi grondava dalla fronte. Mi ricordai che avevo ricevuto il colpo di pugnale nel momento che stava pestando la terra per fare sparire le tracce della fossa, mentre pestava questa terra mi appoggiava ad un falso ebano; dietro a me era una roccia artificiale destinata a servire da banco a chi passeggiava, perchè cadendo la mia mano che aveva lasciata la zappa aveva sentito il freddo della pietra: caddi situandomi nella stessa posizione, mi rialzai, e mi rimisi a scavare allargando la fossa; niente, sempre niente: la cassetta non v’era più.
— La cassetta non v’era più! mormorò la sig.ª Danglars.
— Non crediate che mi limitassi a questo tentativo, esaminai tutto il dintorno; pensai che l’assassino avendo dissotterrata la cassetta, credendo che fosse un tesoro, avesse voluto impadronirsene, e l’avesse portata via, ma poi accorgendosi dell’errore avesse egli pure scavato una fossa, e ve l’avesse deposta; niente. Quindi mi venne l’idea che senza prendere tante cautele, l’avesse puramente e semplicemente gettata in un qualche angolo. In questa ultima ipotesi mi abbisognava per fare le mie ricerche aspettare il giorno: risalii nella camera ed aspettai. Venne il giorno, discesi di nuovo, la mia prima visita fu intorno al gruppo d’alberi, sperava di ritrovarvi delle tracce che mi fossero sfuggite nell’oscurità. Io aveva rivoltata la terra sopra una superficie di venti piedi quadrati, e per una profondità di più di due piedi, una giornata sarebbe appena bastata ad un operaio salariato per far ciò che io aveva fatto in un’ora. Niente, non vidi assolutamente niente. Allora mi misi alla ricerca della cassetta; secondo le supposizioni che aveva fatte, doveva essere sul sentiero che conduceva alla porticella di uscita; ma questa nuova investigazione fu tanto inutile quanto la prima, e col cuore serrato, ritornai agli alberi, che essi pure non mi lasciavano più alcuna speranza.
— Oh! gridò la sig.ª Danglars, vi era da diventarne pazzo.
— Lo sperai un momento, disse Villefort, ma non ebbi questa fortuna; però richiamando la mia forza, e per conseguenza le mie idee: perchè quest’uomo avrebbe portato via quel cadavere? domandavo a me stesso.
— Ma voi lo avete detto, per avere una prova.
— Oh! no, signora, non poteva più essere questo; non si conserva un cadavere per un anno; si porta ad un magistrato, e si fa la sua deposizione. Ora non era accaduto niente di tutto ciò.
— Ebbene, allora?... domandò Erminia palpitante.
— Allora? vi è qualche cosa di più terribile, di più fatale, di più spaventoso per noi, ed è che il fanciullo forse era vivo, e che l’assassino lo aveva salvato.
La sig.ª Danglars mandò un grido terribile afferrando le mani di Villefort: — Mio figlio era vivo? diss’ella, avete seppellito mio figlio vivo, signore! non eravate sicuro che era morto, e lo avete seppellito! ah!..
La sig.ª Danglars si era alzata, e stava ritta davanti al procuratore del Re, di cui teneva strette le mani tra le sue delicate, quasi minacciosa. — Che so io? vi dico ciò come vi direi qualunque altra cosa, rispose Villefort con una immobilità di sguardo che indicava che questo uomo così potente era vicino a toccare la follia, o la disperazione.
— Ah! mio figlio, mio povero figlio! gridò la baronessa ricadendo sulla sedia, e soffocando i singulti col fazzoletto.
Villefort ritornò in sè, e comprese che per divergere l’uragano materno che si accumulava sulla sua testa, bisognava far passare nella sig.ª Danglars il terrore che egli stesso provava:
— Comprendete che se la cosa è così, diss’egli alzandosi ed avvicinandosi alla baronessa per parlare a voce anche più bassa, siam perduti; questo fanciullo vive, e qualcuno sa che egli vive, qualcuno è in possesso del nostro segreto; e poichè Monte-Cristo parla in faccia nostra di un fanciullo dissotterrato là ove questo fanciullo non è più, egli è certamente in possesso di questo segreto.
— Dio giusto! Dio vendicatore! mormorò la sig.ª Danglars.
Villefort non rispose che con una specie di ruggito.
— Ma questo figlio, signore? riprese la madre ostinata.
— Oh! quanto l’ho cercato! riprese Villefort contorcendosi le braccia, quante volte l’ho chiamato nelle mie lunghe notti senza sonno! quante volte ho desiderato una ricchezza da re, per acquistare un milione di segreti da un milione d’uomini, e per trovare il mio segreto nel loro? Finalmente un giorno che per la centesima volta riprendeva la zappa, domandando a me stesso per la centesima volta ciò che questo Corso avesse potuto fare del fanciullo; un fanciullo impaccia un fuggitivo; forse accorgendosi che era ancor vivo lo aveva gettato nel fiume.
— Oh! impossibile! gridò la sig.ª Danglars, si assassina un uomo per vendetta, non si annega a sangue freddo un fanciullo! — Forse, continuò Villefort, lo aveva portato all’ospizio degli esposti. — Oh! sì! sì! gridò la baronessa, mio figlio è là, signore! — Io corsi all’ospizio, ed intesi che quella notte stessa, la notte del 20 settembre, un fanciullo era stato deposto nella ruota; era inviluppato in una mezza salvietta di tela fina stracciata ad arte. Questa metà di salvietta portava una metà di corona da barone, e la lettera L.
— È quello, è quello! gridò la sig.ª Danglars, la mia biancheria era marcata in tal modo; il sig. di Nargonne era barone, e si chiamava Luigi; le salviette erano tutte marcate in tal modo. Grazie, mio Dio, mio figlio non è morto!
— No, egli non è morto.
— E voi me lo dite? mi dite questo senza temere di farmi morire di gioia, signore? ov’è, ov’è mio figlio?
Villefort alzò le spalle — Lo so io forse? e credete che se il sapessi, vi farei passare per tutte queste prove, e per tutte queste gradazioni come farebbe un drammatico, od un romanziere? no, io non lo so. Una donna, circa sei mesi dopo, era stata a reclamare il fanciullo, coll’altra metà della salvietta. Questa donna aveva somministrate tutte le guarentigie che esige la legge, e le fu rimesso.
— Ma bisogna informarsi di questa donna... scoprirla.
— E di che credete che mi sia occupato, signora? ho simulata una istruzione giudiziaria, ed ho messo in cerca, ed in azione, quanto la polizia possiede di fine lime, e di destri messi. Le sue tracce furono ritrovate a Châlons; ma a Châlons si sono perdute.
— Perdute? — Sì, perdute; perdute per sempre.
La sig.ª Danglars aveva ascoltato questo racconto con un sospiro, una lagrima, un grido per ciascuna particolarità.
— E qui sta il tutto? e vi siete limitato a ciò?
— Oh no, disse Villefort, non ho mai cessato di cercare, di continuare ad informarmi, però dopo due o tre anni mi era alquanto rallentato. Oggi però ritornerò a cominciare con maggior accanimento che mai, e vi riuscirò perchè non è più la coscienza che mi vi spinge, ma bensì la paura.
— Ma, il conte di Monte-Cristo non sa niente; senza di che, mi sembra, non ci cercherebbe come fa.
— Oh! la cattiveria degli uomini è grandemente profonda, disse Villefort, poichè è più profonda della bontà di Dio. Avete osservati gli occhi di quest’uomo mentre ci parlava? l’avete qualche volta esaminato profondamente?
— Senza dubbio egli è bizzarro; ma ecco tutto; una cosa soltanto mi ha colpito, ed è che di tutto quello squisito pranzo che ci ha dato, nulla ha toccato.
— Sì, sì! disse Villefort, io pure l’ho notato. Se avessi saputo ciò che so ora, non avrei toccato niente; avrei creduto che avesse voluto avvelenarci.
— E vi sareste sbagliato, ben lo vedete.
— Sì, senza dubbio; ma, credetemi, quest’uomo nasconde altri disegni, ecco perchè vi ho voluto vedere, ecco perchè ho domandato parlarvi, ecco perchè ho voluto premunirvi contro tutti, ma particolarmente contro di lui. Ditemi, continuò Villefort fissando gli occhi sulla baronessa ancor più profondamente che non aveva fatto fino allora, ditemi non avete parlato del nostro legame con alcuno?
— Giammai, con alcuno, disse la baronessa arrossendo; ve lo giuro.
— Non avete l’abitudine di scrivere la sera ciò che vi è accaduto nel giorno? non fate il vostro giornale?
— No! ahimè! la mia vita passa, trasportata dalle frivolezze, e la dimentico io stessa.
— Non parlate sognando? — Ho un sonno da fanciullo.
— Capisco ciò che mi resta a fare, riprese Villefort; prima di otto giorni saprò chi è questo sig. di Monte-Cristo, di dove viene, ove va, e per qual ragione parla alla nostra presenza di fanciulli dissotterrati nel suo giardino.
Villefort pronunciò queste parole con un accento che avrebbe fatto fremere il conte se lo avesse potuto sentire.
Indi strinse la mano alla baronessa che aveva ripugnanza a dargliela, e la ricondusse con rispetto fino alla porta.
La sig.ª Danglars riprese un’altra vettura da nolo che la ricondusse al passaggio, alla parte opposta del quale ritrovò la sua carrozza ed il cocchiere che, aspettandola, dormiva tranquillamente al suo posto.
LXVII. — UN BALLO IN ESTATE.
Nello stesso giorno verso l’ora in cui la sig.ª Danglars teneva la seduta che abbiam descritta nel gabinetto del procuratore del Re, una carrozza da viaggio entrando nella strada Helder, s’introduceva per la porta n. 27 e si fermava nel cortile. Un momento dopo si apriva lo sportello e la sig.ª de Morcerf ne discendeva, appoggiandosi al braccio di suo figlio. Appena Alberto ebbe accompagnata sua madre alle stanze di lei, ordinando un bagno ed i suoi cavalli, si fece condurre ai Campi-Elisi dal conte di Monte-Cristo.
Il conte lo ricevette col suo abituale sorriso. Era cosa straordinaria; non sembrava mai di poter fare un passo in avanti nel cuore di quest’uomo. Quelli che volevano, per dir così, sforzare il passaggio della sua intimità, ritrovavano un muro. Morcerf, che accorreva a lui a braccia aperte, lasciò vedendolo, ad onta del suo sorriso amichevole, cadere le braccia, ed osò appena stendergli la mano. Dal suo canto Monte-Cristo gliela toccò come faceva sempre, ma senza stringerla. — Ebbene! eccomi, diss’egli, caro conte.
— Siate il ben venuto.
— Sono arrivato da un’ora. — Da Dieppe?
— No, da Tréport, la mia prima visita è per voi.
— È grazioso per parte vostra, disse Monte-Cristo nel modo con cui avrebbe detta qualunque altra cosa.
— Ebbene! vediamo che novità vi sono?
— Novità! le chiedete a me, ad uno straniero!
— M’intendo io: quando vi chiedo novità, vi chiedo se avete fatto qualche cosa per me.
— Mi avete voi dunque incaricato di qualche commissione? disse Monte-Cristo fingendo d’essere inquieto.
— Via, via, disse Alberto: non simulate indifferenza; si dice che vi sono delle sensazioni simpatiche che attraversano le distanze. Ebbene a Tréport ho ricevuto la mia scossa elettrica; se non avete operato per me, almeno avete pensato a me.
— Ciò è possibile, disse Monte-Cristo. Ho di fatto pensato a voi, ma la corrente elettrica di cui era il conduttore operava, ve lo confesso, indipendentemente dalla mia volontà.
— Da vero, raccontatemi, ve ne prego.
— È facile. Il sig. Danglars ha pranzato da me.
— Lo so bene, poichè per fuggire la sua presenza, mia madre ed io partimmo. — Ma ha pranzato ancora col sig. Andrea Cavalcanti. — Il vostro principe italiano. — Non esageriamo, il sig. Andrea si dà soltanto il titolo di conte.
— Si dà dite voi? — Dico, si dà. — Dunque non lo è?
— E lo so io? egli se lo dà, io lo do a lui, tutti a lui lo danno, non è come se lo avesse? — Uomo strano; avanti! ebbene?
— Ebbene! che?
— Il sig. Danglars ha dunque pranzato qui? — Sì.
— Col vostro conte Andrea Cavalcanti?
— Col conte Andrea Cavalcanti, il marchese suo padre, la sig.ª Danglars, il sig. e la sig.ª de Villefort, il sig. Debray, Massimiliano Morrel, e poi chi altro ancora?... Aspettate.... Ah! il sig. Château-Renaud.
— Si è parlato di me? — Non se ne è detta una parola.
— Tanto peggio. — Perchè tanto peggio? mi pare che se siete stato dimenticato, non fu fatto, che quel che desideravate!
— Mio caro conte, se non si è parlato di me, è segno che vi pensano molto; ed allora sono alla disperazione.
— Che v’importa, quando madamigella Danglars non era nel numero di quelli che qui vi pensavano: Ah! è vero, ella poteva pensarvi da casa sua.
— Oh! in quanto a questo, no, ne sono sicuro, o, s’ella vi pensava, fu certo allo stesso modo che io pensava a lei.
— Commovente simpatia! disse il conte. Allora vi detestate?
— Ascoltate, disse Morcerf, se madamigella Danglars fosse donna da prendere pietà del martirio ch’io non soffro per lei, e da ricompensarmene al di fuori delle convenzioni matrimoniali stabilite fra le nostre due famiglie, ciò mi andrebbe a meraviglia. Alle corte, credo che madamigella Danglars sarebbe una graziosissima amica, ma come moglie, diavolo...
— Così questo è il vostro modo di pensare sulla vostra fidanzata?
— Un poco brutale, è vero, ma per lo meno esatto.
— Siete difficile, visconte. — Sì, perchè spesso penso ad una cosa impossibile. — A quale? — A trovarmi per moglie una donna come quella che mio padre ha trovato per lui.
Monte-Cristo impallidì, e guardò Alberto che scherzava con delle magnifiche pistole, delle quali faceva rapidamente scoccare le suste.
— Dunque vostro padre è stato molto felice? diss’egli.
— Sapete la mia opinione sul conto di mia madre, sig. conte: un angiolo del cielo: voi la vedete bella ancora, spiritosa sempre, più buona che mai. Giungo da Tréport; per tutt’altro figlio, eh! mio Dio! accompagnare sua madre sarebbe una compiacenza od un sacrificio. Ma io, io passo quattro giorni da solo a sola con lei, più soddisfatto, più poetico ancora di quel che se avessi accompagnato a Tréport la regina Mab, o Titania.
— Questa è una perfezione, che dispera, e voi date a quanti vi sentono gran volontà di restare celibi.
— Ecco precisamente, rispose Morcerf, perchè, sapendo ch’esiste al mondo una donna perfetta, non mi curo di sposare madamigella Danglars. Avete mai notato come il nostro egoismo riveste dei colori più brillanti tutto ciò che ci appartiene? Il diamante che luccicava nella invetriata di Merlé o di Fossin diventa più bello ancora dopo che è nostro; ma se l’evidenza ci sforza a conoscere che ve n’è un altro di un’acqua più pura, e che voi siate condannato a portare eternamente questo diamante inferiore all’altro, capite quanto dev’essere il soffrire. Ecco perchè io balzerò di gioia il giorno in cui madamigella Danglars si accorgerà che non sono che un meschino atomo, e che ho appena tante centinaia di mille fr. per quanti milioni ha lei.
Monte-Cristo sorrise. — Io aveva ben pensato ad una cosa, continuò Alberto. Franz ama le cose eccentriche; voleva che si innamorasse di madamigella Danglars, ma ad onta di quattro lettere che gli ho scritto nello stile più spaventoso, egli mi ha imperturbabilmente risposto: «Io sono eccentrico, è vero, ma la mia eccentricità non giunge fino a ritirare la mia parola quando l’ho impegnata.»
— Ecco ciò che io chiamo trasporto d’amicizia, dare ad un altro per moglie la donna che non si vorrebbe per sè, che nella condizione d’amica.
Alberto sorrise. — A proposito, giunge questo caro Franz; ma poco v’importa, voi non lo amate credo?
— Io! disse Monte-Cristo; eh! mio caro visconte, e da che arguite che io non amo il sig. Franz? Caro visconte, io amo tutto il mondo.
— Ed io sono compreso in tutto il mondo... grazie.
— Oh! non confondiamo, disse Monte-Cristo; amo tutto il mondo nel modo che Dio ci ordina di amare il nostro prossimo, cristianamente; ma non odio che certe determinate persone. Ritorniamo al sig. Franz; dite che ritorna?
— Sì, chiamato dal sig. de Villefort, anch’egli arrabbiato tanto, a ciò che sembra, per maritare madamigella Valentina, quanto Danglars per maritar madamigella Eugenia. Pare certamente che lo stato più faticoso sia quello di essere padre di giovanette adulte; sembra che questo dia loro la febbre, e che il loro polso batta 80 volte il minuto fin tanto che non se ne siano spacciati.
— Ma il sig. d’Épinay non vi rassomiglia; sembra ch’egli prenda il suo male con pazienza.
— Anche meglio così, che egli lo prende sul serio; si mette già la cravatta bianca e parla della sua famiglia. Del resto ha per Villefort grandissimo rispetto.
— Meritato, non è vero?
— Villefort è sempre passato per un uom severo, ma giusto.
— Alla buon’ora, eccone finalmente uno, disse Monte-Cristo, che non trattate come quel povero Danglars.
— Forse dipenderà dal non essere obbligato a sposarne la figlia, disse Alberto ridendo.
— In verità, mio caro signore, ripetè Monte-Cristo, siete di una fatuità stomachevole.
— Io? — Sì voi... prendete un sigaro.
— Ben volentieri, e perchè son fatuo?
— Ma perchè state là a difendervi, a dibattervi per non voler sposare madamigella Danglars. Oh mio Dio! lasciate andare le cose, e forse non sarete il primo a ritirar la parola.
— Bah! fece Alberto aprendo due grandi occhi.
— Eh! senza dubbio, sig. visconte, non vi si metterà per forza la testa fra le porte; che diavolo! Via, sul serio, avete volontà di romperla?
— Pagherei cento mila franchi per questo.
— Ebbene! siete felice: il sig. Danglars è disposto a pagare il doppio per giungere alla stessa meta.
— Ed è vero questa felicità? disse Alberto, che però dicendo ciò non potè far a meno di impedire che non passasse una impercettibile nube sul suo viso. Ma, mio caro conte, il sig. Danglars ha dunque dei motivi?...
— Ah! eccoli là, natura orgogliosa ed egoista! alla buon’ora, ritrovo l’uomo che vuole lacerare l’amor-proprio degli altri a colpi di mannaia, e che grida quando si fora il suo con una spilla.
— No, ma perchè mi sembra che il sig. Danglars...
— Dovesse essere contentissimo di voi, non è vero? Ebbene il sig. Danglars è un uomo di cattivo gusto, ma è ancor più contento di un altro...
— E di chi dunque?
— Non lo so; studiate, guardate, afferrate le allusioni al loro passaggio, e ricavatene profitto per voi.
— Buono, capisco; ascoltate, mia madre... no! non mia madre, mi sbaglio, mio padre ha concepito l’idea di dare una festa di ballo.
— Una festa di ballo in questa stagione dell’anno?
— I balli in estate sono alla moda.
— Se non vi fossero, la contessa non avrebbe che a desiderarlo, e ve li metterebbero.
— Non c’è male; capirete che questi sono balli di sangue purissimo; quelli che restano a Parigi nel mese di Giugno sono veri parigini. Vorreste incaricarvi di un invito per i sig. Cavalcanti?
— Fra quanti giorni avrà luogo questo ballo? — Sabato.
— Il sig. Cavalcanti padre sarà partito. — Ma il sig. Cavalcanti figlio vi rimane. Volete voi incaricarvi di accompagnarvelo? — Sentite visconte, non lo conosco.
— Non lo conoscete? — No, l’ho veduto per la prima volta tre o quattro giorni sono, e non ne rispondo per niente. — Ma voi però lo ricevete?
— Io, è un’altra cosa; mi è stato raccomandato da un bravo abate, che potrebbe anch’egli essere stato ingannato. Invitatelo direttamente, sta bene, ma non mi chiedete di presentarlo; se in seguito dovesse sposare madamigella Danglars, mi accusereste di maneggio, e vi vorreste tagliar la gola meco; d’altra parte non so se vi andrò io stesso.
— Dove? — Al vostro ballo. — E perchè non ci verrete?
— Primieramente non mi avete ancora invitato.
— Vengo espressamente per portarvi il vostro invito.
— Oh! siete troppo gentile, ma posso esserne impedito.
— Quando vi avrò detta una cosa, sarete abbastanza amabile per sacrificarci tutti i vostri impedimenti.
— Dite. — Mia madre ve ne prega.
— La contessa de Morcerf? riprese Monte-Cristo rabbrividendo.
— Ah! conte, disse Alberto, vi prevengo, che la sig.ª de Morcerf, parla meco liberamente; e se non vi siete sentito scricchiolare le fibre simpatiche di cui vi parlavo or ora, è segno che ne siete del tutto privo, mentre per quattro giorni non abbiam fatto che parlare di voi.
— Di me? in verità voi mi ricolmate...
— Ascoltate, questo è il privilegio della vostra posizione, quando si è un problema vivente.
— Ah! son dunque un problema pure per vostra madre? In verità, l’avrei creduta troppo ragionevole per abbandonarsi a simili traviamenti d’immaginazione!
— Così, verrete sabato? — Poichè la sig.ª de Morcerf me lo comanda. — Siete obbligante. — Ed il sig. Danglars?
— Oh! ha già ricevuto il suo triplice invito; mio padre se n’è incaricato. Cercheremo pure di avere il gran d’Aguesseau, il sig. de Villefort; ma ne disperiamo ancora.
— Non bisogna mai disperare di niente, dice il proverbio.
— Ballate, caro conte? — Io? — Sì, voi; che vi sarebbe di maraviglioso se ballaste? — Ah! infatto fin tanto che non si sono oltrepassati i quarant’anni.... No, non ballo; ma amo veder ballare. E la sig.ª de Morcerf balla?
— Mai; parlerete, ella ha tanta volontà di parlar con voi! — Da vero?
— Vi dichiaro che siete il primo uomo pel quale mia madre ha manifestato una simile curiosità. — Alberto prese il cappello e si alzò; il conte lo ricondusse fino alla porta.
— Mi faccio un rimprovero, diss’egli fermandolo sull’alto della scalinata. — E quale? — Sono stato indiscreto: non doveva parlarvi del sig. Danglars.
— Al contrario, parlatemene pure, spesso, sempre; ma nello stesso modo.
— Bene! A proposito, quando arriverà d’Épinay?
— Fra 5, 6 giorni al più. — E quando prenderà moglie?
— Subito che giungono il sig. e la sig.ª di Saint-Méran.
— Conducetemelo dunque tosto che sarà a Parigi. Quantunque pretendiate che non l’ami, vi dichiaro che sarò fortunato di rivederlo.
— Benissimo, i vostri ordini saranno eseguiti. A rivederci. Sabato, in ogni caso, di certo, non è vero?
— Come dunque! ho data la mia parola. — Il conte seguì con gli occhi Alberto, salutandolo colla mano: indi quando fu risalito sul suo phaéton, si rivoltò, e trovando Bertuccio dietro di sè: — Ebbene? domandò egli.
— Ella è andata al palazzo, rispose l’intendente.
— E vi si è fermata lungo tempo? — Un’ora e mezzo.
— Ed è rientrata in sua casa? — Direttamente.
— Ebbene! caro Bertuccio, disse il conte, se ora mi resta un consiglio da darvi, si è di vedere se in Normandia ritroviate quella piccola terra di cui vi ho parlato.
Bertuccio lo salutò, e siccome i suoi desideri erano in perfetta armonia coll’ordine che aveva ricevuto, partì nella stessa sera.
LXVIII. — LE INFORMAZIONI.
De Villefort mantenne la parola alla signora Danglars, e particolarmente a sè stesso; di sapere in qual modo il conte di Monte-Cristo avea potuto conoscere la storia della casa di Auteuil: scrisse nello stesso giorno ad un certo sig. de Boville, che, dopo di essere stato in altri tempi ispettore delle prigioni, era impiegato con un grado superiore alla polizia di sicurezza, per avere le informazioni che desiderava, e questi chiese due giorni per sapere con giustizia da chi potrebbe informarsene. Passati i due primi giorni, de Villefort ricevette la lettera seguente.
«La persona che si chiama il conte di Monte-Cristo è conosciuta particolarmente da lord Wilmore, ricco forestiero che qualche volta si vede a Parigi, e che presentemente vi si trova: egli è conosciuto egualmente dall’abate Busoni, prete siciliano di grande riputazione in Oriente, ove ha fatto moltissime buone opere.»
Il sig. de Villefort rispose coll’ordine di prendere sopra questi due stranieri le informazioni più sollecite, e più precise; la dimane a sera i suoi ordini erano eseguiti, ed ecco le informazioni che ne riceveva:
«L’abate, il quale non era a Parigi che per un mese, abitava dietro S. Sulpicio, in una piccola casa composta di un sol piano al disopra, e di un pian terreno; quattro camere, due in alto e due in basso formavano tutta l’abitazione, di cui egli era l’unico inquilino.
«Le due camere di basso si componevano di una sala da pranzo con tavola, sedie, e credenza di noce, e di un salotto tinto in bianco senz’ornamenti, senza tappeto, e senza orologio a pendolo. Si vedeva che l’abate per sè stesso si limitava agli oggetti di stretta necessità.
«È vero che egli preferiva di abitare il primo piano: composto di un salotto, tutto ricoperto di libri di teologia, e di pergamene, fra le quali lo si vedeva seppellire, al dir del suo cameriere, per mesi interi; era in realtà piuttosto una biblioteca che un salotto. Questo cameriere guardava i visitatori a traverso di una specie di feritoia, ed allorchè la loro figura gli era sconosciuta o non gli piaceva, rispondeva che il sig. abate non era a Parigi; ciò contentava molti, sapendo che l’abate viaggiava spesso, e che qualche volta restava assente lungo tempo. Del resto che sia in casa, o no, che si trovi a Parigi o al Cairo, l’abate regala sempre, e la feritoia serve di ruota alle elemosine che il cameriere distribuisce incessantemente a nome del suo padrone.
«L’altra camera situata vicino alla biblioteca, era una camera da dormire. Un letto senza tende, quattro sedie, ed un canapè di velluto d’Utrecht giallone, ne formavano con un inginocchiatoio tutto il mobilio.
«Quanto a lord Wilmore, abitava strada Fontaine-Saint-George. Era uno di quegli inglesi toristi, che mangiano tutta la loro fortuna in viaggi: prendeva in fitto e mobigliato l’appartamento in cui abitava, e nel quale passava solo due ore del giorno, e vi dormiva raramente. Una delle sue manie era di non volere assolutamente parlare la lingua francese, che però scriveva, assicuravasi, con molta purezza».
La dimane del giorno in cui erano giunte queste preziose informazioni al procuratore del re, un uomo, che discendeva di carrozza all’angolo della strada Férou, venne a bussare ad una piccola porta tinta di verde oliva, e domandò dell’abate Busoni.
— L’abate è uscito fin da questa mattina, rispose il cameriere.
— Potrei non contentarmi di questa risposta, disse il visitatore, poichè vengo per parte di una persona, per la quale si è sempre in casa. Ma vogliate rimettere all’abate Busoni...
— Vi ho già detto che non c’è, riprese il cameriere.
— Allora, quando ritornerà, consegnategli questa carta e questo foglio sigillato. Questa sera alle otto il sig. abate sarà in casa?
— Oh! senza dubbio, a meno che non sia occupato nei suoi lavori, perchè allora è lo stesso che se fosse uscito.
— Ritornerò dunque questa sera nell’ora convenuta, riprese il visitatore; e si ritirò. — Infatto all’ora indicata, lo stesso uomo ritornò nella stessa carrozza, ma questa volta, invece di fermarsi all’angolo della strada Férou, si fermò davanti alla porta verde. Bussò, gli fu aperto, ed entrò.
Ai segni di rispetto di cui fu prodigo il cameriere verso di lui, comprese che la lettera aveva fatto l’effetto desiderato. — Il sig. abate è in casa?
— Sì, lavora nella sua biblioteca, ma aspetta il signore, rispose il servitore. — Lo straniero salì una scala abbastanza ripida, e davanti una tavola, la cui superficie era inondata dalla luce che concentrava un gran paralume, mentre che il resto dell’appartamento era nell’ombra, scoperse l’abate in abito ecclesiastico, colla testa coperta da una di quelle grandi cocolle, sotto le quali si nascondevano il cranio i saggi in uso del medio evo.
— Ho l’onore di parlare al sig. Busoni? domandò il visitatore. — Sì, signore, rispose l’abate; e voi siete la persona che il sig. de Boville, antico intendente delle prigioni, m’invia per parte del sig. prefetto di polizia? — Precisamente, signore. — Uno degli uffiziali soprapposti alla pubblica sicurezza di Parigi?
— Sì, signore, rispose lo straniero con una specie di esitazione, e sopra tutto con un poco di rossore.
L’abate si accomodò i grandi occhiali che gli coprivano gli occhi, e si mise a sedere, facendo segno al visitatore di fare altrettanto: — Io vi ascolto, signore, disse l’abate con un accento italiano il più pronunziato.
— La missione di cui sono stato incaricato, signore, riprese il visitatore calcando sopra ciascuna parola come se esse avessero avuto pena ad uscire, è una missione di confidenza tanto per quegli che la compie, quanto per quegli per mezzo del quale si compie. — L’abate s’inchinò. — Sì, riprese lo straniero, la vostra probità, sig. abate, è tanto conosciuta dal prefetto di polizia, ch’egli come magistrato vuol da voi sapere una cosa che importa a questa sicurezza pubblica, a nome della quale sono stato eletto deputato: speriamo dunque, che non vi saranno nè legami di amicizia, nè considerazioni umane che possano impegnarvi a nascondere la verità alla giustizia.
— Purchè, signore, le cose che v’importa sapere non tocchino in alcun modo gli scrupoli della mia coscienza: son prete, ed i segreti della confessione devono rimanere fra me e la giustizia di Dio, e non fra me e la giustizia umana.
— Oh! siate tranquillo, sig. abate. — A queste parole, l’abate, passando dalla sua parte il paralume lo alzò dalla parte opposta, di modo che illuminando il viso dello straniero, il suo rimaneva sempre nell’ombra. — Perdono, signore abate, disse l’inviato del prefetto di polizia, ma questa luce mi stanca terribilmente la vista. — L’abate abbassò il cartone verde. — Ora, signore, vi ascolto, parlate.
— Eccomi al fatto. Conoscete il sig. di Monte-Cristo?
— Volete parlare del sig. Zaccone, presumo?
— Zaccone!... Non si chiama dunque Monte-Cristo?
— Monte-Cristo è il nome di una terra, o piuttosto di uno scoglio, e non il nome di famiglia.
— Ebbene! sia; non discutiamo sulle parole, e poichè il sig. di Monte-Cristo ed il sig. Zaccone sono lo stesso uomo...
— Assolutamente lo stesso. — Parliamo del sig. Zaccone.
— Sia. — Vi domandava se lo conoscete? — Molto.
— Chi è egli? — Il figlio di un ricco armatore di Malta.
— Sì, lo so bene, questo è quanto dicesi; ma, capirete, la polizia non può contentarsi di un dicesi.
— Ciò non ostante, riprese l’abate con un sorriso del tutto affabile, quando questo dicesi è la verità, bisogna bene che tutti se ne contentino, e che la polizia faccia come gli altri.
— Ma siete sicuro di ciò che dite? — Come! se ne son sicuro? — Osservate, signore, che non ho alcun sospetto sulla vostra buona fede. Vi dico, siete sicuro?
— Ascoltate, ho conosciuto il sig. Zaccone padre, e mentre ero fanciullo ho scherzato dieci volte con suo figlio nei cantieri di costruzione.
— Ma pure questo titolo di conte?... — Sapete, che si compra. — In Italia? — Da per tutto.
— Ma queste ricchezze immense, a quanto dicesi.
— Oh! in quanto a ciò, immense, è una parola.
— Quanto credete che possegga?
— Oh! egli avrà bene da 150 a 200 mila lire di rendita.
— Ah! ecco ciò che è ragionevole, disse il visitatore, ma si parlava di tre, di quattro milioni! — Due cento mila lire di rendita, fanno precisamente un capitale di quattro milioni. — Ma si parlava di tre, o quattro milioni di rendita.
— Oh! ciò non è credibile. — E voi conoscete la sua isola di Monte-Cristo? — Certamente; chiunque viene da Palermo, da Napoli, o da Roma in Francia, per la via di mare, la conosce, perchè è passato vicino ad essa, e l’ha veduta passando. — È un soggiorno incantevole a quanto assicurasi. — Non è che un semplice scoglio.
— E perchè dunque il conte ha comprato uno scoglio?
— Precisamente per essere conte. In Italia per diventar conte vi è ancora bisogno di una contea.
— Avrete senza dubbio inteso parlar delle avventure della gioventù del sig. Zaccone. — Il padre? — No, il figlio.
— Ah! ecco ove cominciano le mie incertezze, perchè di lì ho perduto di vista il giovine camerata.
— Egli ha fatto la guerra? — Credo che abbia servito.
— In quale arma? — Nella marina. — Vediamo, non siete il suo confessore? — No, signore; lo credo luterano.
— Come, luterano? — Dico, che credo; non affermo. D’altra parte credevo che in Francia fosse stata stabilita la libertà dei culti.
— Senza dubbio, per cui non ci occupiamo in questo momento delle sue credenze ma delle sue azioni; in nome del sig. prefetto di polizia, vi intimo di dire tutto ciò che ne sapete.
— Egli passa per un uomo molto caritatevole. In Roma è stato fatto cavaliere del Cristo, per gli eminenti servigi resi ai cristiani d’Oriente; ha cinque o sei croci per servigi resi ai principi o agli stati.
— E non le porta? — No, ma ne va superbo; dice che ama più le ricompense accordate ai benefattori dell’umanità, che quelle accordate ai distruttori degli uomini.
— È dunque un quacquero. — Precisamente. — Si conosce che abbia amici? — Sì, perchè ha per amici tutti quelli che lo conoscono. — Ma finalmente avrà qualche nemico?
— Un solo. — Come si chiama? — Lord Wilmore.
— Dov’è egli? — In questo momento si ritrova a Parigi.
— E può darmi informazioni? — Preziose. Egli era nell’India nello stesso tempo di Zaccone. — Sapete dove stia?
— In qualche parte della Chaussée-d’Antin; ma non so nè il numero, nè la strada. — Siete in urto con questo inglese? — Io amo Zaccone, egli lo detesta; siamo freddi per questa ragione.
— Sig. abate, credete che il conte di Monte-Cristo sia mai stato in Francia prima di questo viaggio, e che cosa sia venuto a fare a Parigi?
— Ah! per questo poi posso rispondervene asseverantemente: egli non c’è mai stato, mentre si è rivolto a me, saran sei mesi, per avere le informazioni che desiderava. Dal mio lato, siccome non sapeva a qual epoca io stesso sarei ritornato a Parigi, gli ho indirizzato il sig. Cavalcanti.
— Andrea? — No; Bartolommeo, il padre.
— Benissimo, signore; non ho più a domandarvi che una cosa, e vi intimo in nome dell’onore, dell’umanità, e della religione di rispondermi senza raggiri di parole.
— Dite pure, signore. — Sapete voi con quale scopo il sig. di Monte-Cristo ha comprato una casa ad Auteuil?
— Certamente, poichè me lo ha detto. — Con quale scopo, signore? — Con quello di fondarvi un ospizio per gli alienati, del genere di quello fondato a Palermo dal barone Pisani. Conoscete questo ospizio? — Di fama, sì, signore.
— Ella è una istituzione magnifica. — E con questo, l’abate salutò lo straniero come uomo che desiderava far conoscere che non sarebbe dispiacente a rimettersi al lavoro interrotto. Il visitatore sia che capisse il desiderio dell’abate, sia che fosse al termine delle sue interrogazioni, si alzò a sua volta; l’abate lo ricondusse fino alla porta. — Voi fate delle splendide elemosine, disse il visitatore, e quantunque si dica che siete ricco, oserei offrirvi qualche cosa per i vostri poveri; dal canto vostro sdegnereste accettare la mia offerta?
— Grazie, signore, non v’è che una cosa sola di cui io sia geloso in questo mondo, ed è che il bene che io faccio venga da me soltanto. Questa è una risoluzione invariabile. Ma cercate signore, e ritroverete: pur troppo sul sentiero di ciascun ricco, si urta in molte miserie! — L’abate salutò un’ultima volta aprendo la porta: lo straniero salutò anch’egli, ed uscì. La carrozza lo condusse direttamente dal sig. Villefort. Un’ora dopo, la carrozza uscì nuovamente, e questa volta si diresse verso la strada Fontaine-Saint-George.
Al n. 5 si fermò: là abitava lord Wilmore.
Lo straniero aveva scritto a lord Wilmore per domandargli un convegno che questi aveva fissato per le dieci. Così, siccome lo inviato del sig. prefetto di polizia era giunto dieci minuti prima delle dieci, gli fu risposto che lord Wilmore, che era l’esattezza e la puntualità in persona, non era ancora rientrato, ma che rientrerebbe per certo al batter delle dieci.
Il visitatore aspettò nella sala, che nulla aveva di notevole, ed era come tutte le sale degli appartamenti ammobigliati. Un caminetto con due vasi di Sèvres moderni, un orologio a pendolo con un Amore che teneva l’arco, uno specchio in due pezzi. Da ciascun lato di questo specchio vi era un’incisione, una rappresentante Omero portante la sua guida, l’altra Belisario chiedendo l’elemosina; una carta grigia sul muro, un tavolo ricoperto da un tappeto rosso stampato in nero, tale era la sala di lord Wilmore. Essa era illuminata da due globi di vetro appannato che non spandevano che una debolissima luce, disposta espressamente per gli occhi stanchi dell’inviato dal sig. prefetto di polizia. In capo a dieci minuti suonarono le dieci; al quinto colpo, la porta si aprì, e comparve lord Wilmore.
Era un uomo piuttosto grande, aveva le barbette rade e rosse, la pelle bianca, ed i capelli biondi grigiastri; era vestito con tutta la eccentricità inglese, cioè, portava un abito blu coi bottoni di oro e col colletto alto ed imbottito, un gilè di casimiro bianco, ed un calzone di nanchina, tre pollici troppo corto, ma che i sottopiedi della stessa roba impedivano di risalire fino alle ginocchia. La sua prima parola entrando, fu:
— Sapete, o signore, che io non parlo il francese.
— So almeno che non amate parlare la nostra lingua, rispose l’inviato del prefetto di polizia. — Ma potete parlarla, riprese Lord Wilmore; perchè se non la parlo, la capisco. — Ed io, riprese il visitatore, cambiando l’idioma, parlo abbastanza facilmente l’inglese per sostenere la conversazione in questa lingua. Non vi incomodate dunque, signore, e gli presentò la lettera d’introduzione. Questi la lesse con tutta la flemma anglicana; poi, quando ebbe terminato: — Capisco, diss’egli in inglese, capisco benissimo.
Allora cominciarono le interrogazioni. Esse furono presso a poco le stesse di quelle indirizzate all’abate Busoni. Ma siccome Lord Wilmore, nella sua qualità di nemico del conte di Monte-Cristo, non vi metteva la stessa ritenutezza dell’abate, furono molto più estese; raccontò la gioventù di Monte-Cristo, che, secondo lui, era entrato al servizio all’età di dieci anni presso uno di quei piccoli sovrani dell’India che fanno la guerra agl’Inglesi; là lo aveva incontrato per la prima volta, ed essi avevano combattuto l’un contro l’altro; in questa guerra Zaccone era stato fatto prigioniero, e mandato in Inghilterra, messo su i pontoni, di dove era fuggito a nuoto. Allora aveva incominciato i suoi duelli, le sue passioni; giunta l’insurrezione della Grecia, aveva servito nelle file dei Greci. Mentre che era al loro servizio, aveva scoperto una miniera d’argento nelle montagne della Tessaglia, ma si era ben guardato dal parlarne con chicchesia. Dopo la battaglia di Navarrino, e quando il governo Greco fu consolidato, domandò al re Ottone un privilegio per lo scavo di questa miniera, e gli fu accordato. Di là venne quella immensa fortuna che poteva, secondo Lord Wilmore, calcolarsi a due milioni di rendita, la quale però poteva d’improvviso cessare, se la miniera cessava.
— Ma, sapete perchè sia venuto in Francia?
— Vuole speculare sulle strade ferrate, disse Lord Wilmore; e poi, essendo un valente chimico, ed un fisico non men distinto, ha scoperto un nuovo telegrafo di cui cerca l’applicazione. — Quanto spenderà circa ogni anno?
— Oh! cinque, o sei cento mila fr. tutto al più, disse Lord Wilmore; egli è avaro.
Era evidente che l’odio faceva parlare l’inglese, e che, non sapendo qual cosa rimproverare al conte, gli rimproverava la sua avarizia.
— Sapete qualche cosa della sua casa d’Auteuil?
— Sì certamente. — Ebbene che ne sapete?
— Domandate con quale scopo l’ha comprata? — Sì.
— Ebbene! il conte è uno speculatore che certamente si rovinerà in esperimenti ed in utopie: egli pretende che ad Auteuil, nelle vicinanze della casa che ha comprato, vi sia una corrente di acqua minerale, che può rivaleggiare con le acque di Bagnères di Luchon, e di Cauterets. Egli vuol fare della sua compra un bad-haus come dicono in Germania: ha già due o tre volte rivoltata tutta la terra del giardino, per ritrovare la famosa corrente d’acqua; e siccome non l’ha potuta scoprire, vedrete che in breve comprerà tutte le case che circondano la sua. Adesso, siccome l’ho con lui, e che spero che nella sua strada di ferro, nel suo telegrafo elettrico, o nella sua speculazione dei bagni possa rovinarsi, lo seguito per godere della sua sconfitta che non può tardare di accadergli, o presto o tardi.
— E perchè l’odiate? domandò il visitatore.
— L’odio, rispose Lord Wilmore, perchè passando in Inghilterra ha sedotto la moglie di uno dei miei amici.
— Ma se l’odiate, perchè non cercate di vendicarvi di lui?
— Mi sono già battuto tre volte col conte, la prima volta alla pistola, la seconda alla spada, la terza allo squadrone: ma la prima volta mi ha rotto un braccio, la seconda mi ha traversato il polmone, la terza mi ha fatto questa ferita.
L’Inglese rivoltò il colletto della camicia che gli saliva fino alle orecchie, e mostrò una cicatrice, il rossore della quale indicava una data recente. — Dimodochè io l’ho con lui sempre più, ripetè l’Inglese, ed egli certamente non morirà che per mia mano. — Ciò era quanto voleva sapere il visitatore, o piuttosto tutto ciò che sembrava sapesse l’Inglese. Egli adunque si alzò, e dopo avere salutato Lord Wilmore, che gli rispose con quella rigidezza e politezza propria degli Inglesi, si ritirò. Dal suo canto, Lord Wilmore, dopo avere inteso chiudersi la porta di strada dietro a lui, rientrò nella camera da dormire, ove con un giro di mano perdette i capelli biondi, le barbette rosse, la falsa mascella, e la cicatrice, per ritrovare i capelli neri, il colorito pallido, ed i denti di perla del conte di Monte-Cristo. È vero altresì che il sig. de Villefort, e non l’inviato del prefetto di polizia, fu quegli che rientrò in casa del sig. de Villefort.
LXIX. — LA FESTA DI BALLO.
Eravamo giunti alle più calde giornate del mese di luglio, allorchè venne a presentarsi a sua volta, nell’ordine dei tempi, quel sabato in cui doveva aver luogo il ballo del sig. de Morcerf. Erano le dieci della sera: i grandi alberi del giardino del palazzo del conte si ergevano con vigore, sotto un cielo ove scorrevano, presentando un fondo azzurro disseminato di stelle d’oro, gli ultimi vapori di un uragano che aveva minacciosamente mormorato tutta la giornata.
Nelle sale del pian terreno sentivasi il rumore della musica, e lo strisciare dei valzer e della galoppa, mentre che i raggi luminosi delle lampade passavano a traverso le aperture delle persiane. Il giardino era stato abbandonato ad una diecina di servitori, ai quali la padrona di casa, rassicurata dal tempo che sempre più si rasserenava, aveva dato ordine di preparare la cena. Fino a quel momento erasi esitato se la cena dovesse farsi nella sala da pranzo, o sotto una lunga tenda di traliccio innalzata sul prato. Quel bel cielo azzurro, tutto sparso di stelle, aveva risoluto il problema in favore della tenda e del prato. Si illuminavano i viali del giardino con lampioni a colore, come si usa in Italia, e si sopraccaricava di candele e di fiori la tavola da cena, come si usa in tutti i paesi in cui si capisce un poco il vero lusso della tavola, il più raro di tutti i lussi, quando si vuole ottenere il perfetto. Nel momento che la contessa di Morcerf rientrava nelle sale, dopo aver dati gli ultimi ordini, queste cominciavano a riempirsi d’invitati attirati dalla graziosa ospitalità della contessa, molto più che della distinta posizione del conte; perchè si era sicuri che questa festa offrirebbe, mercè il buon gusto di Mercedès, qualche particolare degno di essere raccontato, o al bisogno copiato.
La sig.ª Danglars, cui gli avvenimenti che abbiam narrati avevano inspirata una profonda inquietezza, esitava di andare dalla sig.ª di Morcerf, allorquando nella mattinata la sua carrozza incontrò quella di Villefort: il quale le aveva fatto un segno, e le due carrozze si erano avvicinate, e dai finestrelli: — Andate dalla sig.ª de Morcerf, n’è vero? aveva domandato il procuratore del Re.
— No! aveva risposto la sig.ª Danglars, soffro troppo.
— Avete torto; sarebbe importante che vi ci vedessero.
— Ebbene vi andrò. — E le due carrozze ripresero il loro corso in senso opposto. La sig.ª Danglars era dunque venuta non solamente bella della sua propria bellezza, ma ancora abbagliante pel lusso; ella entrava da una porta, nel momento in cui Mercedès entrava dall’altra.
La contessa mandò avanti Alberto ad incontrare la sig.ª Danglars; Alberto si avanzò, fece alla baronessa i complimenti meritati per la sua toletta, e le prese il braccio per condurla a quel posto che le sarebbe piaciuto di scegliere.
Alberto guardò intorno a sè.
— Voi cercate mia figlia? disse sorridendo la baronessa.
— Lo confesso, avreste avuta la crudeltà di non condurla?
— Rassicuratevi, ella ha incontrato madamigella de Villefort, e ne ha preso il braccio; osservate lì che ci seguono tutte e due vestite di bianco, l’una con un mazzetto di camelie, l’altra con un mazzetto di miosoti; ma ditemi adunque....
— Che cercate voi pure? domandò sorridendo Alberto.
— Questa sera non avete il conte di Monte-Cristo?
— Diecisette! rispose Alberto — Che volete dire?
— Voglio dire, che così va bene, rispose il visconte ridendo, e che voi siete la 17ª persona che mi fa la stessa domanda; il conte va avanti!... fategli i miei rallegramenti.
— E rispondete voi a tutti come a me?
— Ah! è vero, non vi ho risposto; tranquillatevi, signora; avremo l’uomo alla moda, siamo fra i suoi privilegiati.
— Eravate all’Opera ier sera? — No. — Egli v’era.
— Davvero! l’eccentrico ha fatto qualche originalità?
— Può farsi vedere senza farne? Ballava la Essler nel Diavolo Zoppo; la principessa greca era trasportata in estasi. Dopo la cachucha, ha infilato un anello magnifico di brillanti nel nastro che legava il suo mazzetto di fiori, e lo ha gettato alla graziosa ballerina, la quale al terzo atto, per farle onore, si è presentata col suo anello in dito. E la sua principessa l’avrete questa sera?
— No, bisogna rimanerne privi; la sua posizione nella casa del conte non è abbastanza stabilita.
— Basta, lasciatemi qui, e salutate la sig.ª de Villefort, disse la baronessa; vedo che muore dal desiderio di parlarvi. — Alberto salutò la sig.ª Danglars, e si inoltrò verso la sig.ª de Villefort: — Scommetto, disse Alberto interrompendola, che so ciò che volete dirmi?
— Ah! bravo, disse la sig.ª de Villefort.
— Se indovino giusto, ne converrete?
— Sì.
— Stavate per chiedermi se veniva il conte di Monte-Cristo.
— Niente affatto. Non è di lui che mi occupo in questo momento. Voleva chiedervi se avete notizia di Franz.
— Sì, ieri. — Che vi diceva? — Che partiva contemporaneamente alla lettera.
— Bene. Ora, il conte...?
— Il conte verrà, siate tranquilla. — Sapete che Monte-Cristo ha un altro nome?
— No, non lo sapeva.
— Monte-Cristo è il nome di un isola, ma egli ha ancora un nome di famiglia. — Non l’ho mai sentito pronunciare.
— Ebbene! son più avanti di voi, si chiama Zaccone.
— Ciò è possibile. — Egli è maltese.
— Ciò pure è possibile. — Figlio di un armatore.
— Oh! ma, davvero che dovreste raccontare simili cose ad alta voce, ne otterreste un grandissimo incontro.
— Ha servito nelle Indie, possiede una miniera d’argento nella Tessaglia, e viene a Parigi per fondare uno stabilimento di acque minerali ad Auteuil.
— Ebbene! disse Morcerf, ecco delle notizie! mi permettete di divulgarle? — Sì, ma poco a poco, una a una, senza dire che vengano da me. — E perchè? — Perchè è quasi un segreto sorpreso.
— A chi? — Alla polizia.
— Allora queste notizie si spargevano...
— Ier sera, in casa del prefetto. Parigi si è commossa, lo capirete bene, alla vista di un lusso così straordinario, e la polizia ha prese le sue informazioni.
— Sta bene! non vi sarebbe mancato che avessero arrestato il conte come vagabondo, sotto pretesto che è troppo ricco.
— In fede mia, ciò era quanto poteva accadergli, se le informazioni non fossero state così favorevoli.
— Povero conte! Egli non pensa neppure al pericolo che ha corso. — Lo credo bene. — Allora è una carità l’avvisarlo. Al suo arrivo non mancherò. — In questo momento un bel giovine cogli occhi vivi, coi capelli neri, coi baffi lucidi, venne a salutare rispettosamente la sig.ª de Villefort. Alberto gli stese la mano. — Signora, disse Alberto, ho l’onore di presentarvi il sig. Massimiliano Morrel, capitano dei Spahis, uno dei nostri buoni, e soprattutto bravi ufficiali.
— Ho già avuto il piacere d’incontrare il signore ad Auteuil, in casa del conte di Monte-Cristo, rispose la sig.ª de Villefort rivoltandosi con una marcata freddezza.
Questa risposta, e soprattutto il tuono con cui fu fatta, strinsero il cuore del povero Morrel, ma gli era preparato un compenso: nel voltarsi vide sul limitare della porta una bella e bianca figura, i cui occhi blu dilatati, e senza una apparente espressione si attaccavano su lui; mentre che il mazzetto di miosotis saliva lentamente verso le labbra.
Questo saluto fu così bene inteso, che Morrel colla stessa espressione di sguardo, avvicinò anch’egli il fazzoletto alla bocca; e le due statue viventi, il cui cuore batteva tanto fortemente sotto l’apparente marmo dei loro visi, separate l’una dall’altra quant’era larga la sala, dimenticarono un momento sè stesse, o per dir meglio dimenticarono la folla in questa muta contemplazione. Avrebbero potuto restar così per lungo tempo perduti l’uno nell’altro senza che alcuno s’accorgesse del loro obblìo d’ogni cosa; ma entrava il conte di Monte-Cristo.
Abbiamo già detto, fosse prestigio fatuo, o naturale, il conte attirava l’attenzione universale su di sè in qualunque luogo si presentasse. Non il suo abito nero, irreprensibile nel taglio, ma semplice e senza decorazioni; non il gilè bianco senza alcun ricamo, non il calzone che cadeva su di un piede della forma più delicata, attiravano l’attenzione; ma il colorito pallido, i capelli neri ondati, il viso tranquillo e sereno, l’occhio profondo e melanconico; la bocca disegnata con finitezza maravigliosa, e che prendeva tanto facilmente l’espressione dell’alto sdegno, che faceva che tutti gli occhi si fissassero su di lui.
Vi potevano essere uomini più belli, ma non ve ne potevano essere più significanti (ci sia permessa questa espressione). E forse non si sarebbe fatto attenzione a tutto ciò, se non vi fosse stata, sotto a tutto questo, una misteriosa storia, dorata da un’immensa fortuna.
Che che ne sia, egli s’inoltrò sotto il peso degli sguardi e nello scambio di piccoli saluti, fino alla sig.ª de Morcerf, che, in piedi davanti al caminetto guernito di fiori, lo aveva veduto comparire da uno specchio posto di contro alla porta e si era preparata a riceverlo. Ella dunque si voltò verso lui, con un sorriso composto, nello stesso momento ch’egli si inchinava davanti a lei. Senza dubbio ella credè che il conte le avrebbe parlato; dal suo lato, il conte credè che ella gli avrebbe indirizzata la parola; ma da ambedue le parti restarono muti, tanto sembrava loro indegna d’entrambi una finzione; e dopo essersi scambiato il saluto, Monte-Cristo si diresse verso Alberto, che gli veniva incontro a mano aperta.
— Avete veduta mia madre? domandò Alberto.
— Ho avuto l’onore di salutarla, disse il conte, ma non ho per anche veduto il vostro sig. padre. — Osservate! parla laggiù di politica in quel piccolo gruppo di grandi celebrità. — Da vero! disse Monte-Cristo, quei signori che vedo là sono celebrità? non l’avrei pensato. E di qual specie? vi sono delle celebrità di tutte le specie, come sapete.
— Primieramente vi è uno scienziato, quel signore grande e secco; ha scoperto nella campagna romana una specie di lucertola che ha una vertebra di più delle altre, ed è ritornato per far parte all’Istituto di questa scoperta. La cosa fu per lungo tempo contestata; ma finalmente il vantaggio è rimasto all’uomo secco. La vertebra aveva fatto un gran fracasso nel mondo sapiente, il sig. grande e secco, che era solamente cavaliere della legion d’onore, ne fu nominato ufficiale.
— Alla buon’ora! disse Monte-Cristo. Ecco una croce che mi sembra data saggiamente; allora, se ritrova una seconda vertebra, lo faranno commendatore.
— È probabile, disse Morcerf.
— E quell’altro che ha avuta la singolare idea d’imbacuccarsi in un abito blu orlato di verde; chi può mai essere?
— Non è sua l’idea di affibbiarsi quell’abito; ma della repubblica, che, come sapete, era ben poco artista; e che volendo dare un’uniforme agli accademici, pregò David di disegnar loro un abito.
— Ah! da vero; in tal guisa quel signore è un accademico?
— Da otto giorni fa parte della dotta assemblea.
— E qual è il suo merito, la sua specialità?
— La sua specialità? credo, ch’egli conficchi gli aghi nella testa dei conigli, faccia mangiare della robbia ai polli, ed estragga con ossa di balena la midolla spinale ai cani.
— E per questo è dell’accademia delle scienze?
— No, dell’accademia di Francia. — Ma che cosa ha dunque che fare l’accademia francese con tutto questo?
— Ve lo dirò; sembra... — Che queste esperienze abbiano fatto fare un gran passo alla scienza, senza dubbio?
— No, ma che scriva con molto buon stile.
— Ciò deve, disse Monte-Cristo, lusingare enormemente l’amor proprio dei cani ai quali viene tolta la midolla spinale. — Alberto si mise a ridere. — E quell’altro? domandò il conte. — Ah! l’abito blu-bordò? — Sì.
— È un collega del conte; quegli che si è opposto il più calorosamente alla proposizione che la camera dei pari abbia un’uniforme. Ha avuto un grand’incontro alla tribuna su questo argomento; era in cattivo aspetto ai fogli liberali, ma si è riconciliato con essoloro; e si dice che verrà nominato ambasciatore.
— E quali sono i suoi titoli per essere divenuto pari?