Il Conte di Monte-Cristo (part 2 of 5)
«D’improvviso le sembrò udire un passo conosciuto, si volse con ansietà, la porta s’aprì, e vide comparire Fernando coll’uniforme di sotto-tenente. Non era la metà di ciò che piangeva, ma era una parte della sua vita passata che ritornava a lei. Mercedès strinse le mani di Fernando con trasporto tale, che questi credè fosse amore per lui, mentre non era che la gioia di non esser più sola al mondo, e di vedere un amico dopo sì lunghe ore di trista solitudine; e poi bisogna pur dirlo, Fernando non era mai stato odiato, egli non era amato, ecco tutto; un altro occupava interamente il cuore di Mercedès; quest’altro era assente... era disparso... forse morto... A quest’ultima idea Mercedès scoppiò in singhiozzi, e si contorse le braccia pel dolore; ma quest’idea, ch’ella respingeva altre volte, quando le veniva da un altro suggerita, ora le veniva spontaneamente da sè sola allo spirito; d’altra parte il vecchio Dantès non cessava di dirle «il nostro Edmondo è morto, se non fosse morto ritornerebbe.»
«Il vecchio morì, come vi dissi, se fosse vissuto, Mercedès forse non diveniva mai la moglie di un altro, perchè il buon vecchio sarebbe sempre rimasto là a rimproverarle ognora la sua infedeltà. Fernando lo capì e non ritornò che quando seppe la morte del vecchio. Questa volta era tenente. Nel primo viaggio non aveva detto una parola d’amore a Mercedès; nel secondo le ricordò che l’amava sempre. Mercedès domandò sei mesi ancora per aspettare e piangere Edmondo».
— Gran cosa! disse l’abate con un sorriso amaro, non erano che diciotto mesi in tutto. Che può domandare di più l’amante più adorato? poi mormorò queste parole del poeta inglese. — Frailty, thy name is woman! = Fragilità, sei femmina! — Sei mesi dopo, riprese Caderousse si effettuò il matrimonio nella chiesa degli Accoules.
— Era la medesima chiesa ove doveva sposare Edmondo, mormorò l’abate; il marito solo era cambiato, ecco tutto.
— Mercedès adunque si maritò, continuò Caderousse; e quantunque agli occhi di tutti sembrasse tranquilla, ella però svenne passando davanti la Réserve, ove diciotto mesi prima erano stati celebrati gli sponsali con colui che avrebbe veduto di amare tuttora, se avesse osato di guardare nel fondo del cuore. Fernando più felice, ma non più tranquillo, poichè io l’ho allora veduto, e temeva sempre il ritorno di Edmondo, Fernando si occupò subito di spatriare con sua moglie e di esiliarsi insiem con lei; vi erano troppi pericoli a temere, e nello stesso tempo troppi ricordi da combattere restando ai Catalani. Otto giorni dopo le nozze partirono.
— Rivedeste più Mercedès? domandò l’abate.
— Sì, nel momento della guerra di Spagna a Perpignano, ove Fernando l’aveva lasciata; ella si occupava dell’educazione di suo figlio.
L’abate rabbrividì. — Di suo figlio? diss’egli.
— Sì, rispose Caderousse, del piccolo Alberto.
— Ma per istruire questo figlio, continuò l’abate, avrà ricevuto anch’essa un’educazione? Mi sembra di avere inteso dire da Edmondo che era figlia di un semplice pescatore, bella, ma non istruita.
— Oh! disse Caderousse, conosceva egli dunque così male la propria fidanzata? Mercedès avrebbe potuto divenir regina, se la corona dovesse posare soltanto sulle teste più belle, e più intelligenti. La sua fortuna ingrandiva da sè, ed ella diveniva grande con la sua fortuna. Ella imparava il disegno, la musica; tutto. D’altra parte io credo, sia detto fra noi, che non facesse tuttociò che per distrarsi, per dimenticare, e che non mettesse tante cose in testa che per combattere quelle che avea in cuore. Ma ora che tutto deve dirsi, continuò Caderousse; la fortuna, e gli onori l’hanno senza dubbio consolata. Ella è ricca, è contessa, e ciò non pertanto... — Caderousse si fermò.
— Ciò non pertanto, che? domandò l’abate.
— Ciò non pertanto son sicuro che non è felice.
— E che cosa ve lo fa credere?
— Ebbene; quando io stesso mi sono ritrovato troppo disgraziato, ho pensato che i miei antichi amici mi avrebbero aiutato in qualche cosa. Mi sono presentato a Danglars, che non mi ha voluto neppure ricevere. Sono stato da Fernando, e mi ha fatto passare cento franchi per le mani del cameriere.
— Così non li vedeste, nè l’uno nè l’altro.
— No, ma videmi bene la signora de Morcerf.
— E come? — Quando sono uscito, una borsa cadde ai miei piedi; essa conteneva 25 luigi. Alzai la testa e vidi Mercedès che chiudeva il balcone. — E de Villefort? domandò l’abate.
— Oh! egli non era mio amico, non lo conoscevo, non avevo nulla a domandargli. — Ma non sapete ciò che sia accaduto di lui, e qual parte abbia preso alla disgrazia di Edmondo? — No; so soltanto che qualche tempo dopo averlo fatto arrestare, sposò madamigella di S. Méran, e ben presto lasciò Marsiglia. Senza dubbio la fortuna gli avrà sorriso come agli altri, senza dubbio egli sarà ricco come Danglars, considerato come Fernando; io solo, lo vedete, io solo sono rimasto povero, miserabile, e dimenticato da tutti.
— V’ingannate, amico mio, disse l’abate: qualche volta può sembrare che Dio dimentichi qualcuno; ma viene il giorno della giustizia, viene il giorno in cui si ricorda, ed eccovene una prova. — A queste parole l’abate cavò il diamante dalla saccoccia, e presentandolo a Caderousse: — Prendete, gli disse, prendete questo diamante, poichè è vostro.
— Come? a me solo? gridò Caderousse; ah! signore, non vi burlate di me?
— Questo diamante doveva essere diviso fra gli amici di Edmondo: Edmondo non aveva che un solo amico, la divisione diventa dunque inutile. Prendete questo diamante, e vendetelo; vale 50mila fr., ve lo ripeto, e spero che questa somma basterà per togliervi dalla miseria.
— Oh! signore, disse Caderousse avanzando timidamente una mano, mentre con l’altra si asciugava il sudore che gli stillava dalla fronte; oh! non vi fate uno scherzo della felicità, o della disperazione di un uomo!
— Io so ciò che è la felicità, e ciò che è la disperazione, e non mi prenderei mai giuoco di questi sentimenti, rispose l’abate. Prendete adunque, ma in cambio...
Caderousse, che già toccava il diamante, ritirò la mano.
L’abate sorrise. — In cambio, continuò egli, regalatemi quella borsa di seta rossa che il sig. Morrel avea lasciata sul caminetto del vecchio Dantès, e che mi avete detto essere ancora nelle vostre mani. — Caderousse sempre maravigliato, aprì un grand’armadio di quercia, e dette all’abate una lunga borsa di seta di un rosso scolorato, e intorno alla quale scorrevano due anelli, stati in altro tempo dorati. L’abate la prese, ed in sua vece dette il diamante a Caderousse. — Oh! voi siete un uomo di Dio, gridò Caderousse; perchè in verità nessuno sapeva che Edmondo vi avesse dato questo diamante, ed avreste potuto conservarlo per voi.
— Bene, disse l’abate a sè stesso, tu l’avresti fatto, a ciò che sembra. Indi si alzò, prese il cappello, ed i guanti.
— Soprattutto, quanto mi avete detto è del tutto vero, posso credervi su tutti i punti? — Vi giuro sul mio onore, e per quanto vi è di più sacro che non vi ho detto una parola che non sia vera. — Basta così, disse l’abate convinto, sta bene; che questo danaro possa esservi di profitto. Addio, io ritorno lontano dagli uomini che fanno tanto male ai loro simili.
E l’abate, liberandosi a gran fatica dall’entusiastiche dimostrazioni di Caderousse, levò da sè stesso la sbarra della porta, uscì, risalì a cavallo, salutò un’ultima volta l’albergatore che si confondeva in addii clamorosi, e partì, seguendo la stessa direzione che aveva tenuta nel venire.
Quando Caderousse si volse, vide dietro a sè la Carconta più pallida, e più tremante che mai: — Ed è ben vero ciò che ho inteso? diss’ella. — Che cosa? che egli ci ha dato il diamante per noi soli? disse Caderousse quasi pazzo dalla gioia. — Sì. — Non vi è nulla di più vero, poichè eccolo qua. — La donna lo guardò un momento, poi riprese con voce rauca: — E se fosse falso?
Caderousse impallidì, e traballò: — Falso, mormorò egli, falso... e perchè quest’uomo avrebbe dovuto regalarmi un diamante falso? — Per avere il tuo segreto senza pagarlo.
Caderousse rimase un momento stordito sotto il peso di questa supposizione.
— Oh! diss’egli, dopo breve silenzio, e prendendo il cappello che mise sul fazzoletto che teneva annodato intorno alla testa, lo sapremo ben presto. — Ed in qual modo? — Oggi è la fiera a Beaucaire; vi sono dei gioiellieri di Parigi; vado a farlo vedere. Tu guarda la casa; fra due ore sarò di ritorno.
E Caderousse si slanciò fuori di casa prendendo a tutta corsa la strada opposta a quella tenuta dallo sconosciuto.
— 50 mila franchi! mormorò la Carconta rimasta sola; è danaro... ma non è una fortuna.
XXVIII. — I REGISTRI DELLE PRIGIONI.
La dimane del giorno in cui accadde la scena che abbiam descritta, un uomo di 30 a 32 anni vestito con un soprabito blu, coi pantaloni di nankin, e il giubbetto bianco, avendo ad un tempo l’andamento e l’accento britannico, si presentò al Sindaco di Marsiglia. — Signore, gli disse, io sono il primo commesso della Casa Thomson e French di Roma; noi siamo da dieci anni in relazione colla casa Morrel e Figlio di Marsiglia, abbiamo speso circa cento mila franchi in questa relazione, e non siamo senza inquietudini, attesochè ci vien fatto credere che questa casa minacci rovina: vengo dunque espressamente da Roma per domandarvi le informazioni di questa casa.
— Signore, rispose il Sindaco, io so effettivamente che da quattro a cinque anni la disgrazia sembra perseguitare il sig. Morrel: egli ha successivamente perduto quattro o cinque bastimenti, sofferti tre o quattro fallimenti; ma non mi appartiene quantunque io stesso sia suo creditore per una dozzina di migliaia di franchi, di dare informazioni sul suo stato, e sulla sua fortuna. Domandatemi come Sindaco ciò che penso del sig. Morrel, ed io vi risponderò che egli è un uomo rigorosamente probo, e che sino al presente ha sempre adempito i suoi impegni con la più perfetta esattezza. Ecco tutto ciò che posso dirvi, se volete saperne di più, indirizzatevi al signor de Boville, ispettore delle prigioni, strada di Nouailles N. 15; credo che egli abbia 200 mila franchi posti sulla casa Morrel, e se vi è realmente qualche cosa a temersi lo ritroverete molto più informato di me, atteso che la sua somma è molto più considerevole della mia.
L’inglese parve apprezzare questa grande delicatezza, salutò, uscì, e s’incamminò con quel passo proprio dei figli della Gran Brettagna verso la strada indicata. Il signor de Boville era nel suo gabinetto. L’inglese vedendolo, fece un movimento di sorpresa che sembrava indicare non esser quella la prima volta ch’egli si ritrovava al cospetto di colui al quale faceva una visita. In quanto a de Boville, la sua disperazione lasciava facilmente scorgere, che tutte le facoltà dello spirito, assorte nel pensiero che l’occupava in quel momento, non lasciavano nè alla sua memoria, nè alla sua immaginazione il piacere di divagarsi nel passato. L’inglese, colla flemma propria della sua nazione, gli presentò la questione, circa nei medesimi termini che aveva usati col Sindaco di Marsiglia.
— Oh! signore, gridò de Boville, i vostri timori disgraziatamente non possono essere più fondati, e voi avete innanzi agli occhi un uomo disperato. Avevo posto 200 mila fr. sulla casa Morrel: essi erano la dote di mia figlia che contava maritare fra 15 giorni; dovevano essere rimborsati centomila il 15 di questo mese, e centomila il 15 del venturo. Aveva dato avviso a Morrel del desiderio di essere rimborsato esattamente, ed ecco, non è mezz’ora, è venuto da me Morrel per dirmi, che se il suo bastimento il Faraone non rientrava in porto prima del 15, egli si trovava nell’impossibilità di fare il pagamento.
— Ma questa, disse l’inglese, è una specie di dilazione.
— Dite piuttosto, o signore, che questo rassomiglia ad un fallimento! gridò de Boville disperato. — L’inglese parve riflettere un momento, poi disse: — Per tal modo questo credito v’inspira dei timori? — Vale a dire, lo riguardo come perduto. — E bene! io lo compro.
— Voi? — Sì, io. — Ma con un enorme ribasso, senza dubbio?
— No, mediante 200 mila fr.; la nostra casa, soggiunse l’inglese ridendo, non fa simili affari. — E voi pagate?...
— Danaro contante. — E l’inglese cavò di saccoccia un involto di biglietti di banca che potevano formare il doppio della somma che il sig. de Boville temeva di perdere.
Un lampo di gioia passò sul viso di de Boville; ciò nonostante fece uno sforzo per contenersi.
— Signore, debbo prevenirvi, che secondo tutte le probabilità, voi non ricaverete il sei per cento di questa somma.
— Ciò non mi riguarda, rispose l’inglese; riguarda la casa Thomson e French, in nome della quale io opero. Forse ella può avere qualche interesse a sollecitare la rovina di una casa rivale. Ma ciò che io so, si è che sono pronto a contarvi questa somma, contro la gira che mi farete dietro le cambiali; soltanto chiederò un diritto di senseria.
— Come! signore; è giustissimo, gridò de Boville. La commissione è ordinariamente il mezzo per cento; volete voi il due? il cinque? ancor più, non avete che a parlare.
— Signore! soggiunse ridendo l’inglese, io sono come la mia casa, non faccio di questa specie di affari; no; la mia senseria è d’un’altra natura.
— Parlate adunque, vi ascolto. — Voi siete ispettore delle prigioni? — Da 14 anni e più. — Voi terrete registro di entrata ed uscita? — Senza dubbio. — A questi registri devono essere unite delle note relative ai prigionieri?
— Ciascun prigioniero ha la sua filza. — Ebbene! signore, io sono stato allevato in Roma da un tale che disparve d’improvviso. Seppi dipoi che egli era stato detenuto nel castello d’If, e vorrei avere qualche particolare sulla sua morte. — Come lo chiamavate? — Lo scienziato Faria.
— Oh! me ne ricordo perfettamente, esclamò de Boville, egli era pazzo. — Si diceva. — Oh! lo era certamente.
— È possibile! e quale era il suo genere di pazzia? — Pretendeva di sapere dove stava nascosto un immenso tesoro, ed offriva delle somme considerevoli al governo se avesse voluto metterlo in libertà. — Povero diavolo! ed è morto?
— Sì, sono cinque, o sei mesi al più, in febbraio scorso.
— Voi avete una felice memoria, per ricordarvi così le date.
— Io mi ricordo questa, perchè la morte del povero diavolo fu accompagnata da un singolare accidente.
— Si potrebbe conoscere questo accidente? domandò l’inglese con una espressione di curiosità, che un freddo osservatore si sarebbe maravigliato di ritrovare sul suo viso flemmatico.
— Oh! senza difficoltà: la prigione di Faria era lontana da 45 a 50 piedi circa da quella di un certo bonapartista, uno di quelli che avevano più di tutti contribuito al ritorno dell’usurpatore nel 1815, uomo molto risoluto, e molto pericoloso.
— Veramente! disse l’inglese.
— Sì, rispose de Boville, ho avuto occasione di vedere quest’uomo nel 1816 o 1817, non si discendeva nel suo carcere senza essere scortati da un picchetto di soldati; quest’uomo mi ha fatto una profonda impressione, e non dimenticherò mai il suo viso.
L’inglese fece un impercettibile sorriso.
— Voi dicevate adunque che le due carceri...
— Erano separate da una distanza di 50 piedi, continuò de Boville; ma sembra che questo Edmondo Dantès...
— Quest’uomo pericoloso si chiamava...?
— Edmondo Dantès, sì signore; sembra che questo Edmondo Dantès si fosse procurato degli utensili, o ne avesse costruiti, fatto si è che fu ritrovato un corridore sotterraneo per mezzo del quale i due prigionieri comunicavano insieme.
— Questo corridore sarà stato fatto senza dubbio collo scopo di una evasione. — Certamente, ma per disgrazia dei prigionieri, Faria fu colpito da una catalessia, e morì.
— Capisco che ciò dovette sospendere il disegno di evasione.
— Pel morto, sì, rispose de Boville, ma non pel vivo; questo Dantès al contrario vi ritrovò un mezzo per sollecitare la sua fuga; egli senza dubbio pensava che i morti del castello d’If fossero seppelliti in un ordinario cimitero; trasportò il defunto nella sua camera, prese posto nel sacco entro cui era stato cucito, ed aspettò il momento che lo avrebbero seppellito.
— Era un espediente rischioso e che esigeva non poco coraggio, riprese l’inglese.
— Oh! vi ho detto che costui era un uomo molto pericoloso; fortunatamente però che egli stesso ha liberato il governo dai timori che aveva su questo soggetto.
— Ed in qual modo? — Come! non lo immaginate?
— No. — Il castello d’If non ha cimitero; ed i morti si gettano semplicemente in mare dopo avere attaccata ai loro piedi una palla da 36. — Ebbene? disse l’inglese come se avesse difficoltà a capire. — Ebbene! gli fu attaccata una palla da 36 ai piedi, e fu gettato in mare. — Davvero! gridò l’inglese. — Sì signore, continuò l’ispettore. Capirete quale sarà stata la meraviglia del fuggitivo allorchè si sentì precipitare dall’alto al basso del castello. Avrei voluto vedere la sua figura in quel momento. — Sarebbe stato difficile. — Non importa, disse Boville, che la certezza di rimborsare i suoi 200 mila fr. metteva di buon umore; me la figuro. — E dette uno scoppio di risa. — Ed io pure, disse l’inglese: e si mise a ridere anche egli, ma come fanno gl’Inglesi, vale a dire sulla punta dei denti. — In tal modo, continuò l’inglese, in tal modo il fuggitivo fu annegato?
— Bello, e bene. — Di maniera che il governatore del castello fu liberato ad un tempo da un furioso, e da un pazzo. — Precisamente. — Ma sarà stato compilato una specie di atto su questo avvenimento? domandò l’inglese.
— Sì, sì, l’atto mortuario. Voi capirete bene, i parenti di questo Dantès, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interessamento per assicurarsi se è vivo, o morto.
— Di modo che, essi possono essere tranquilli se hanno ereditato da lui. Egli è morto, e morto davvero.
— Oh! mio Dio, sì, e ne verrà rilasciato il certificato ogni qual volta lo vorranno. — Così sia, disse l’inglese. Ma ritorniamo ai registri. — È vero. Questa storia ci aveva divagati; perdono. — Perdono di che? della storia? al contrario; essa mi è sembrata molto curiosa. — E lo è di fatto. Così voi desideravate vedere tutto ciò che è relativo al vostro povero precettore, che era la stessa dolcezza? — Ciò mi farà un vero piacere. — Passiamo nel mio gabinetto, e vi mostrerò le relative carte.
Ed entrambi passarono nel gabinetto di studio del sig. de Boville.
Tutto era effettivamente nell’ordine più perfetto: ciascun registro era al suo numero, ciascuna filza nella sua casella.
L’ispettore fe’ sedere l’inglese in una poltrona, e depose davanti a lui il registro, e le filze relative al castello d’If, dandogli tutto il comodo di sfogliarle, nel mentre che, egli stesso seduto in un angolo mettevasi a leggere un giornale.
L’inglese trovò finalmente la filza relativa al suo istruttore Faria, ma sembrò che la storia raccontatagli da de Boville avesse in lui destato grande interessamento; chè dopo aver preso conoscenza di queste prime carte, continuò a sfogliare fino a che ritrovò quella che riguardava Edmondo Dantès. Là ritrovò ogni cosa al suo posto, denunzia, interrogatorio, petizione di Morrel, postille di Villefort. Egli piegò chetamente la denunzia, e se la pose in saccoccia, lesse l’interrogatorio, e vide che non era stato segnato il nome di Noirtier, percorse la domanda in data del 10 aprile 1815, nella quale Morrel, dietro il consiglio del sostituto, esagerava con eccellente intenzione (poichè allora regnava Napoleone) i servigi che Dantès aveva resi alla causa imperiale, servigi che il certificato di Villefort rendeva incontrastabili. Allora capì tutto. Questa domanda a Napoleone trattenuta da Villefort, era diventata sotto la seconda restaurazione un’arma terribile nelle mani del procuratore del Re. Egli non si maravigliò dunque più, sfogliando il registro, di ritrovare in nota al suo nome quanto segue:
| Bonapartista arrabbiato; | ha preso parte attiva | al ritorno dall’Isola Edmondo Dantès | d’Elba; da tenersi | nella più gran segreta | e sotto la più stretta | sorveglianza.
Al disotto di queste linee stava scritto di altro carattere.
«Vista la nota qui sopra, nulla a farsi.» Soltanto paragonando il carattere del registro con quello del certificato posto ai piedi della domanda di Morrel, egli acquistò la certezza che la nota del registro era dello stesso carattere del certificato, cioè scritta dalla mano di Villefort.
In quanto alla nota che l’accompagnava, l’inglese capì che doveva essere stata scritta da qualche ispettore che avea preso interessamento momentaneamente alla situazione di Dantès, ma che i recapiti citati avevano messo nell’impossibilità di darvi corso.
Come si disse l’ispettore, per discrezione, e per non incomodare nelle sue ricerche l’allievo di Faria, si era allontanato, e leggeva le Drapeau blanc. Egli adunque non vide l’inglese piegare e mettersi in saccoccia la denunzia scritta da Danglars sotto il pergolato della Réserve, e che portava il bollo della posta di Marsiglia, 28 febbraio. Ma bisogna dirlo, se lo avesse veduto, annetteva sì poca importanza a questa carta, e tanta ai suoi 200 mila franchi per opporsi a ciò che faceva l’inglese, per quanto fosse irregolare.
— Grazie, disse questi chiudendo con romore il registro. Ho veduto quanto mi abbisognava: ora sta a me a mantenere la mia promessa: fatemi una semplice girata del vostro credilo; confessate in essa di avere ricevuto il contante, ed io vi pago subito questa somma. — Cedè il posto al sig. de Boville, che vi si assise senza complimenti, e si affrettò di fare la chiesta girata, nel mentre che l’inglese contava i biglietti di banca all’angolo della tavola.
XXIX. — LA CASA MORREL.
Colui che avesse lasciato Marsiglia qualche anno prima, conoscendo l’interno della casa di Morrel, e che vi fosse rientrato all’epoca in cui siamo arrivati, vi avrebbe scorto un grandissimo cambiamento. Invece di quell’aura di vita, di comodo e di felicità, che per così dire esala da una casa che sia in corso di prospera fortuna: invece di quelle allegre figure che si fanno vedere dietro le portiere delle finestre, di quei commessi affaccendati che attraversano i corridori con una penna cacciata dietro l’orecchio, invece di quel cortile ingombro di balle, rimbombante di grida e di risa dei facchini, avrebbe trovato fin dal primo sguardo, un non so che di tristezza e di morte in questi corridori deserti e in questo vuoto cortile. Dei tanti impiegati che in altri tempi popolavano gli scrittoi, appena due ne rimanevano; uno era Emmanuele Raymond, giovine di 23 anni, l’innamorato della figlia di Morrel, ed era tuttavia rimasto nel banco, quantunque i suoi parenti avessero fatto di tutto per togliervelo; l’altro era un vecchio cassiere, losco, chiamato Coclite, soprannome che eragli stato dato dai giovani che in altro tempo popolavano questo alveare fragoroso, in oggi quasi disabitato, e che aveva così bene e così perfettamente sostituito il suo vero nome, che secondo ogni probabilità, non si sarebbe neppur voltato, se oggi non lo avessero chiamato con questo soprannome.
Egli era rimasto al servizio di Morrel, e nella situazione di questo bravo uomo si era operato uno strano cambiamento, mentre era salito al grado di cassiere, era contemporaneamente disceso al rango di domestico. Ciò non gl’impediva di essere lo stesso Coclite, buono, paziente, affezionato, ma inflessibile sui punti di aritmetica, solo argomento sul quale avrebbe resistito contro il mondo intero, compreso il sig. Morrel, non conoscendo che la sua tavola pittagorica, che sapeva sulle punte delle dita, qualunque fosse il modo con cui gliela presentavano, qualunque fosse l’errore nel quale avessero tentato di farlo cadere. In mezzo alla tristezza generale che aveva invaso la casa Morrel, Coclite però era il solo che fosse rimasto impassibile. Ora, che nessuno s’inganni, questa impassibilità non proveniva da mancanza di affezione, ma al contrario da una inalterabile convinzione. Come i topi che, si dice, abbandonino poco a poco un bastimento che da qualche tempo è condannato dal destino a perire in mare, dimodocchè questi ospiti egoisti lo hanno completamente abbandonato al momento che si leva l’ancora; così tutta quella folla di commessi e d’impiegati che traevano la loro sussistenza dalla casa dell’armatore avevano un poco per volta resi deserti gli scrittoi ed i magazzini; Coclite li aveva veduti allontanare senza neppur pensare a rendersi conto della causa della loro partenza: tutto, come lo abbiam detto, si riduceva per Coclite ad una quistione di cifre, e da venti anni che era in casa Morrel aveva sempre veduto effettuarsi i pagamenti a cassa aperta con tale una regolarità da non fargli credere che questa avesse potuto variare, ed i pagamenti sospendersi, più di quanto un mugnaio che possiede un mulino messo in moto da un canale abbondante di acqua, può credere che un giorno o l’altro quest’acqua possa venir meno. Infatto fin allora, nulla era ancor sopraggiunto a portare ostacolo alla convinzione di Coclite. Gli ultimi giorni dello scorso mese erano passati con una rigorosa puntualità. Coclite aveva notato un errore di settanta centesimi commesso da Morrel in suo pregiudizio, e lo stesso giorno aveva riportato i quattordici soldi di eccedenza a Morrel, che con un sorriso malinconico li aveva presi e lasciati cadere in un cassetto quasi vuoto, dicendo: — Bravo, Coclite, voi siete la perla dei cassieri.
E Coclite si era ritirato soddisfatto in modo, che non si sarebbe potuto esserlo di più, perchè un elogio di Morrel, di questa perla degli uomini onesti di Marsiglia, lusingava Coclite molto più che una gratificazione di 50 scudi. Ma dopo la fine di quel mese così vittoriosamente compito, Morrel aveva passato ore crudeli; per farvi fronte aveva riunite tutte le sue risorse e temendo egli stesso che il rumore delle sue ristrettezze non si spandesse in Marsiglia vedendolo ricorrere a simili estremi, era andato a fare un viaggio alla fiera di Beaucaire per vendere qualche gioiello che apparteneva a sua moglie ed a sua figlia, non che una parte della sua argenteria: con tal sacrificio tutto era ancora passato per una volta ad onore della casa Morrel. Ma la cassa era rimasta completamente vuota. Il credito, spaventato dal rumore che correva, si era allontanato col suo ordinario egoismo, e per far fronte ai 100 mila fr. da pagarsi il dì 15 di quel mese al signor de Boville, e agli altri 100 mila fr: che scadevano il 15 del successivo mese, Morrel non aveva realtà o altra speranza che nel ritorno del Faraone di cui un bastimento che aveva levata l’ancora di conserva con lui e che era arrivato in porto, aveva annunziata la partenza. Ma questo legno che veniva da Calcutta come il Faraone, era già arrivato da 15 giorni, mentrechè del Faraone non si aveva alcuna notizia.
In questo stato di cose la dimane del giorno in cui aveva concluso l’affare con de Boville, da noi raccontato, l’incaricato della casa Thomson e French di Roma si presentò al sig. Morrel. Lo ricevette Emmanuele. Il giovine che si spaventava ad ogni nuova figura, perchè ella annunziava un nuovo creditore che nella sua inquietudine veniva ad interrogare il capo della casa, volle risparmiare al padrone la noia di questa visita: interrogò il nuovo arrivato il quale dichiarò che non aveva cosa alcuna da dire: ma che voleva parlare a Morrel in persona.
Emmanuele sospirando chiamò Coclite; questi comparve e ricevette l’ordine di condurre lo straniero dal sig. Morrel: Coclite camminò avanti e lo straniero lo seguì. Sulla scala incontrarono una bella giovinetta di 17 anni che guardò lo straniero con inquietudine; Coclite non osservò questa espressione del viso di lei, che però non isfuggì al forestiero.
— Il sig. Morrel è nel suo gabinetto, n’è vero, madamigella Giulia? domandò il cassiere.
— Sì, almeno credo di sì, disse la giovinetta con esitazione; guardate dapprima, Coclite, e se mio padre vi è, annunziate il signore. — È inutile l’annunziarmi, madamigella, rispose l’inglese, il Sig. Morrel non conosce il mio nome. Questo brav’uomo ha da dirgli soltanto che io sono il primo commesso della casa Thomson e French di Roma, colla quale la Casa di vostro padre è in relazione. — La giovinetta impallidì e continuò a discendere, mentre che Coclite e lo straniero continuavano a salire. Ella entrò nel luogo ove era lo scrittoio d’Emmanuele; e Coclite, col mezzo di una chiave di cui era possessore, e che annunciava la sua familiarità col principale, aprì una porta del secondo piano, introdusse lo straniero in un’anticamera, aprì una seconda porta che richiuse dietro a sè, e dopo aver lasciato solo per un momento l’inviato della casa Thomson e French, ricomparve facendogli segno di poter entrare.
L’inglese entrando trovò il sig. Morrel assiso avanti al suo scrittoio impallidendo all’aspetto delle colonne spaventose dei registri su cui stava scritto il suo passivo. Vedendo lo straniero, Morrel chiuse i registri, si alzò, prese una sedia, e quando lo vide seduto, egli pure si assise.
Quattordici anni avevano cambiato assai la fisonomia del negoziante, il quale, di 36 anni al principio di questa storia stava per compiere i 50. I capelli erano incanutiti, la fronte si era solcata di due profonde rughe, e lo sguardo, in altri tempi così fermo e sicuro, era divenuto vago ed irresoluto, e sembrava dovesse sempre temere di fissarsi sopra un uomo o sopra un’idea. L’inglese lo guardò con un sentimento di curiosità misto ad interessamento. — Signore, disse Morrel a cui questo esame sembrava raddoppiare il mal essere, voi desideravate parlarmi?
— Sì, signore. Voi sapete da qual parte io vengo, è vero?
— A quanto mi ha detto il cassiere, da parte della casa Thomson e French. — Vi ha detto la verità. La casa Thomson e French ha tre in 400 mila franchi da pagare in Francia, parte nel mese corrente e parte nel vicino mese, e conoscendo la vostra rigorosa esattezza ha riunito tutte le cambiali che ha potuto ritrovare con la vostra firma, e mi ha incaricato, a seconda che queste scadono, di ritirare i fondi da voi, e di impiegarli. — Morrel mandò un profondo sospiro, e passò la mano sulla fronte coperta di sudore. — Voi dunque, signore, domandò Morrel, avete delle cambiali firmate da me?
— Sì, signore, e per una somma abbastanza considerevole.
— Per qual somma? domandò Morrel, con voce che invano cercava di render sicura.
— Ma, ecco qui, disse l’inglese levandosi di saccoccia un plico, primieramente due gire di 200 mila fr. del sig. de Boville, dell’Ispettore delle prigioni. Convenite voi di dovergli questa somma?
— Sì, signore, è un investimento che egli ha fatto nel mio banco al 4 e mezzo per cento, saranno ben presto cinque anni. — E che voi dovete rimborsare?...
— Metà ai 15 di questo mese, l’altra metà ai 15 del prossimo venturo. — Per questi è detto; ora ecco 82,500 fr. per la fine del corrente; queste sono cambiali firmate da voi e passate al nostro ordine da terzi giratari. — Le riconosco, disse Morrel, al quale saliva al viso il rossore della vergogna, pensando che per la prima volta in sua vita non avrebbe potuto fare onore alla sua firma. — Sta tutto qui? — No, signore, io ho ancora per la fine del mese venturo queste altre cambiali che sono passate dalla casa Pascale alla casa Wild e Turner di Marsiglia, 55 mila fr. circa, in tutto sono 287,500 fr.
Ciò che soffriva lo sfortunato Morrel in questa enumerazione è impossibile poterlo descrivere: — 287,500 fr., ripetè egli macchinalmente. — Sì, rispose l’inglese, il quale continuò dopo un momento di silenzio, non vi nasconderò, signor Morrel, che mentre tutti fanno gli elogi della vostra probità senza macchia fino al presente, corre una sorda voce per Marsiglia, che voi non siate in istato di far fronte ai vostri affari. — A questa introduzione, quasi brutale, Morrel impallidì spaventevolmente. — Signore, diss’egli, fino a questo momento, e sono più di 24 anni che ho ricevuto la casa dalle mani di mio padre, e che egli aveva diretta per 35 anni, fino a questo momento una cambiale sottoscritta da Morrel e F. non fu presentata alla cassa senza essere pagata.
— Sì, lo so, rispose l’inglese, ma da uomo d’onore, parlate francamente, pagherete tal somma con la stessa esattezza?
Morrel rabbrividì e guardò colui che gli parlava in tal modo con una maggior sicurezza di quello che non aveva ancor fatto. — Ad una domanda fatta con tanta franchezza, diss’egli, bisogna dare una risposta egualmente franca. Sì, signore, io pagherò, se, come spero, il mio bastimento giunge a buon porto, poichè il suo arrivo mi renderà quel credito che mi fu tolto dagli accidenti successivi di cui sono stato la vittima. Ma se per disgrazia il Faraone, ultima risorsa sulla quale io conto, mi mancasse...
Le lagrime sgorgarono dagli occhi del povero armatore.
— Ebbene? domandò l’interlocutore, se quest’ultima risorsa vi mancasse? — Ebbene, se quest’ultima risorsa mi mancasse, continuò Morrel, quantunque sia cosa crudele a dire... ma abituato ormai alla sventura bisogna che mi abitui all’onta... Ebbene! allora credo che sarei obbligato a sospendere i pagamenti. — E non avete amici che possano aiutarvi in tal congiuntura? — Morrel sorrise tristamente. — In commercio, signore, diss’egli, non si hanno che corrispondenti.
— È vero, mormorò l’inglese. Per tal modo non avete più che una sola speranza? — Una sola, ed ultima.
— Dimodochè se questa fallisce... — Sono perduto, signore, compiutamente perduto! — Quando sono venuto da voi, un bastimento entrava nel porto. — Lo so, signore. Un giovine che è rimasto fedele alla mia cattiva fortuna passa una parte del suo tempo in un belvedere situato sulla cima della mia casa, nella speranza di venire pel primo ad annunziarmi una buona notizia. Da lui ho saputo l’entrata in porto di questo bastimento — E non è il vostro? — No; è un naviglio bordolese la Gironda, esso pure viene dalle Indie, ma non è quello che aspetto. — Forse avrà notizie del Faraone.
— Fa egli d’uopo che ve lo dica? io temo quasi tanto di chiedere notizie del mio bastimento, quanto di restare nella incertezza, la quale è pure una speranza.
Quindi Morrel aggiunse con voce commossa: — Questo ritardo non è naturale: il Faraone è partito da Calcutta il 5 febbraio, e dovrebbe essere in porto già da un mese.
— Ma che è questo, disse l’inglese tendendo l’orecchio; che vuol dire questo rumore? — Oh! mio Dio! mio Dio! gridò Morrel impallidendo, che vi è ancora di nuovo.
Infatto un gran rumore si fe’ sentire sulle scale, un andare e venire, e s’intese perfino un grido di dolore. Morrel si alzò per andare ad aprire la porta, ma le forze gli vennero meno, e ricadde sulla sedia.
I due uomini rimasero in faccia l’un dell’altro, Morrel non aveva membro che non tremasse, lo straniero guardavalo con una espressione di profonda pietà. Il rumore era cessato, ciò nonostante sarebbesi detto che Morrel aspettava qualche cosa; questo rumore aveva dovuto avere un principio, e doveva avere un fine. Sembrò allo straniero che qualcuno salisse pian piano la scala, e molte persone si fossero fermate sul pianerottolo. Una chiave venne introdotta nella serratura della prima porta, e questa cigolò sui cardini.
— Non vi son che due persone che han la chiave di questa porta, mormorò Morrel; Coclite e Giulia. Nello stesso tempo la seconda porta si aprì, e comparve la giovinetta, pallida e colle guance bagnate di lagrime. Morrel si alzò tutto tremante, e si appoggiò ai bracciuoli del seggiolone, perchè non avrebbe avuto la forza di sostenersi in piedi. La sua voce voleva interrogare, ma voce più non aveva.
— Oh! padre mio! disse la giovinetta giungendo le mani, perdonatemi di essere messaggera di una trista notizia.
Morrel si ricoprì di un pallore mortale; Giulia venne a gettarsi fra le sue braccia. — Oh! padre mio! diss’ella, coraggio! — E così, il Faraone è perduto? domandò Morrel con voce soffocata. — La giovinetta non rispose, ma fece un segno affermativo con la testa che teneva appoggiata al petto del padre. — E l’equipaggio? domandò Morrel.
— Salvato, disse la giovinetta, salvato da quello della Gironda entrato or ora nel porto. — Morrel alzò le mani al cielo con una espressione di sublime rassegnazione e riconoscenza. — Grazie, grazie, mio Dio! disse Morrel; almeno voi non colpite che me solo. — Per quanto flemmatico fosse l’inglese, una lagrima gli bagnò le palpebre.
— Entrate, disse Morrel, entrate perchè suppongo che voi sarete tutti alla porta.
Infatto aveva appena pronunciate queste parole, che la signora Morrel entrò singhiozzando, Emmanuele la seguiva; nel fondo dell’anticamera si vedevano le rozze figure di sette o otto marinari seminudi. Alla vista di quegli uomini l’inglese rabbrividì: fe’ un passo per andar loro incontro, ma si contenne, ed invece si nascose nell’angolo più oscuro ed appartato del gabinetto. La signora Morrel andò ad assidersi presso il marito, prese fra le sue le mani di lui, mentre che Giulia restava in piedi appoggiata al petto del padre. Emmanuele era rimasto a metà della stanza e sembrava servir di legame fra il gruppo della famiglia Morrel, e i marinari che stavano fermi sulla porta.
— E come avvenne questo infortunio? domandò Morrel.
— Avvicinatevi Penelon, disse il giovine, e raccontate il caso. — Un vecchio marinaro, abbronzito dal sole dell’equatore, si avanzò ravvolgendo fra le mani gli avanzi di un cappello.
— Buon giorno, Sig. Morrel, diss’egli come se avesse lasciato Marsiglia dal giorno precedente o giungesse da Tolone, o da Aix. — Buon giorno, amico mio, disse l’armatore non potendo fare a meno di sorridere in mezzo alle lagrime; ma dov’è il capitano? — Il capitano è rimasto malato a Palma; ma se piace a Dio, è cosa da nulla, e voi lo vedrete giungere fra qualche giorno, tanto bene in salute quanto voi ed io.
— Sta bene... ora parlate Penelon, disse Morrel.
Penelon fece passare da una parte all’altra della bocca il tabacco che masticava, quindi ponendo la mano davanti, lanciò nell’anticamera un getto di saliva nerastra, avanzò il piede e si equilibrò sulle anche:
«Noi eravamo circa qualche cosa più o meno fra il capo-Blanc e il capo-Boyador camminando con una buona brezza di sud-sud-ovest dopo essere stati senza muoverci otto giorni per la calma, quando il capitano Gaumard mi si avvicina; bisogna che sappiate, che allora io era al timone, e mi dice:
«Papà Penelon, che pensate voi di quelle nubi che s’innalzano laggiù sull’orizzonte?» — Io le guardava precisamente in quel momento. «Che ne penso io capitano? Io ne penso che s’innalzano un poco più presto di quello che ne abbiano diritto, e che sono più nere di quello che si convenga a nuvoli che non abbiano cattive intenzioni.» «Questo è pure il mio avviso, disse il capitano, e vado subito a prendere le necessarie cautele. Noi abbiamo le vele troppo spiegate pel vento che farà in breve... Olà, eh! preparatevi a serrare le vele, ed a mandare a basso quella di trinchetto.» Era tempo; non fu appena eseguito l’ordine, che il vento infuriava su noi e il bastimento dava di banda. «Bene! disse il capitano, abbiamo ancora troppa tela, accomoda, o serra la gran vela.» Cinque minuti dopo la gran vela era chiusa, e noi camminavamo colla mezzana, colla vela di gabbia e i parrocchetti.
«Ebbene! Papà Penelon, dissemi il Capitano, che avete, scuotete la testa?» — «Gli è perchè nel vostro posto, vedete, non resterei in così bel cammino.» — «Credo che tu abbia ragione, vecchio, diss’egli, noi avremo in breve un colpo di vento.»
«Ah! capitano, gli rispondo io, chi volesse riscattare con un colpo di vento ciò che si prepara laggiù, guadagnerebbe assai; questa è una buona e bella tempesta dove io non mi rinvengo.» Vale a dire che si vedeva venire il vento come si vede la polvere a Montredon; fortunatamente che aveva che fare con un uomo che lo conosceva. «Attenti a prendere tre terzaroli nelle gabbie, gridò il capitano, allarga le boline, braccio al vento, abbasso i pennoni!»
— Ciò non era abbastanza in quei paraggi, disse l’inglese, io avrei preso quattro terzaroli, e mi sarei spacciato della mezzana. — Questa voce ferma, sonora ed inattesa fece scuotere tutti. Penelon mise la mano sugli occhi e guardò colui che rivedeva con tanta aggiustatezza la manovra del suo capitano.
— Noi facemmo ancor meglio, signore, disse il vecchio con un certo rispetto, perchè caricammo a orza la brigantina, e mettemmo le barre al vento per correre avanti la tempesta. Dieci minuti dopo caricammo le gabbie e ce ne andammo senza vele. — L’inglese scosse la testa: — Il bastimento era troppo vecchio per arrischiar questo, diss’egli.
— È vero! è detto giustamente! questo fu quello che ci perdè. In capo a 12 ore che eravamo trabalzati come se il diavolo avesse preso l’armi, si dichiarò una via d’acqua.
«— Penelon, mi disse il capitano, credo che coliamo a fondo; dammi la sbarra del timone, e discendi alla stiva.»
«Gli do la sbarra, e discendo; vi erano già tre piedi di acqua.
«Risalgo gridando — «Alle pompe! alle pompe!» Ebbene! sì! egli era troppo tardi. Tutti ci mettemmo all’opera e io credo che quanta più ne cavavamo più ne entrava. — «Ah! in fede mia, diss’io dopo quattro ore di lavoro, giacchè noi coliamo, lasciamoci colare; già non si muore che una volta.»
«— È così che tu dai l’esempio, maestro Penelon? disse il capitano; ebbene! aspetta! aspetta!» egli andò nel gabinetto a prendere un paio di pistole. «Il primo che lascia la pompa, disse egli, gli brucio le cervella!»
— Bravo! disse l’inglese.
— Non c’è nulla che infonda tanto coraggio quanto le buone ragioni, continuò il marinaro, tanto più che in questo mentre il tempo si era rischiarato, e il vento cominciava a indebolire; non è però men vero che l’acqua saliva sempre; non molto, ma circa due pollici l’ora, vedete, sembra che non sia niente, ma in 12 ore non sono men di 24 pollici, che fan due piedi; e tre che ne avevamo già, formano cinque; ciò vuol dire che quando un bastimento ha cinque piedi d’acqua nel ventre, può già passare per un idropico. «Andiamo, disse il capitano, basta così, ed il sig. Morrel non avrà nulla a rimproverarci: abbiamo fatto tutto ciò che si è potuto fare per salvare il bastimento; bisogna ora cercare di salvare gli uomini. Alla scialuppa, giovinotti, e più presto che si può.»
— Ascoltate, sig. Morrel, continuò Penelon, noi amavamo molto il Faraone; ma per grande che sia l’amore che i marinari portano al loro bastimento, essi però amano sempre di più la loro pelle. Così noi non ce lo facemmo ripetere due volte; con ciò però, che il bastimento aprendosi sembrava dirci: «andatevene dunque! ma andatevene dunque!»
«E non mentiva il povero Faraone; noi lo sentivamo abbassarsi sotto i nostri piedi. Tanto fu, con un giro di mano la scialuppa era in mare, e in un batter d’occhio gli otto marinari erano dentro. Il capitano fu l’ultimo a discendere, o piuttosto no, egli non discese; non voleva abbandonare il naviglio, fui io che lo presi abbracciandogli il corpo e lo gettai ai camerati, dopo di che saltai io pure a mia volta. Ed era tempo. Appena ebbi fatto il salto, il ponte si spaccò con un rumore tale, che si sarebbe detta una bordata di un vascello da 48. Dieci minuti dopo affondò in avanti, poi in dietro, quindi si mise a girare su sè stesso, come un cane che corre dietro la propria coda; finalmente, buona sera alla compagnia, brrrrru! tutto fu finito, il Faraone non v’era più!
«In quanto a noi, siamo stati tre giorni senza bere e senza mangiare, ed era tale la nostra fame che già si cominciava a parlare di fare alla sorte per sapere chi alimenterebbe gli altri, quando scoprimmo la Gironda, le facemmo dei segnali, ella ci vide, volse capo verso di noi, ci spedì la sua scialuppa e ci raccolse. Ecco come è andata, sig. Morrel, parola d’onore! sulla fede di marinaro! n’è vero compagni?»
Un mormorio generale d’approvazione indicò che il narratore aveva riunito tutti i suffragi per la verità del racconto ed il pittoresco dei particolari dati.
— Bene, amici miei, disse Morrel, voi siete brava gente; io già sapeva che nella disgrazia che mi sarebbe toccata, niuno avrebbe avuto colpa fuorchè il mio destino: questa è la volontà di Dio, e non la colpa degli uomini. Adoriamo la volontà di Dio. Ora ditemi quanto vi debbo per il vostro soldo!
— Oh! bah! non parliamo di questo, signor Morrel.
— Al contrario, parliamone, disse l’armatore con un tristo sorriso. — Ebbene! dobbiamo avere tre mesi di soldo; disse Penelon.
— Coclite pagate 200 fr. a ciascuno di questi bravi uomini. In altri tempi, amici miei, avrei detto: date loro cento fr. a ciascuno di gratificazione, ma i tempi sono disgraziati, cari amici, e il poco di danaro che mi resta non è più mio; scusatemi adunque, e non per questo non cessate dall’amarmi.
Penelon fece una mossaccia di tenerezza, si volse ai compagni, cambiò con loro qualche parola e replicò:
— Per quello che riguarda a ciò, sig. Morrel, diss’egli masticando tabacco, e lanciando nell’anticamera un secondo getto di saliva che andò a tener compagnia al primo, per quello che riguarda a ciò... — A che? — Al danaro. — Ebbene? — Ebbene! sig. Morrel, i camerati dicono che pel momento son loro sufficienti 50 fr. per ciascuno, e che pel resto aspetteranno. — Grazie, amici miei, grazie! gridò Morrel commosso fino al cuore; siete tutti brava gente; ma prendete! prendete! e se trovate un buon servizio, entratevi pure; siete liberi.
Quest’ultima parte della frase produsse un effetto prodigioso sui degni marinari; essi guardaronsi gli uni e gli altri con aspetto scomposto. Penelon, a cui mancava il fiato, poco mancò non inghiottisse la boccata di tabacco; fortunatamente portò a tempo la mano alla gola: — Come! sig. Morrel, diss’egli con voce soffocata, come! voi ci licenziate, siete dunque malcontento di noi? — No, figli miei, disse l’armatore; no, non sono malcontento di voi, tutto il contrario; no, io non vi licenzio. Ma che volete farci, non ho più bisogno di marinari.
— Come? non avete più bastimenti? disse Penelon, ebbene! ne farete costruire degli altri; aspetteremo. Grazie a Dio noi sappiamo ciò che vuol dire... — Io non ho più danari per far costruire bastimenti, disse l’armatore con un tristo sorriso. Quindi non posso accettare la vostra offerta, per quanto ella sia cortese. — Ebbene! se non avete più danari, allora non dovete pagarci; faremo come ha fatto il povero Faraone, correremo in secco, ecco tutto.
— Basta, basta, amici miei, disse Morrel soffocato dall’emozione; basta ve ne prego; ci rivedremo in tempi migliori. Emmanuele, accompagnateli e invigilate affinchè siano compiti i miei desideri. — Almeno a rivederci, n’è vero sig. Morrel? disse Penelon. — Sì, amici miei, almeno lo spero. Andate. — E fece un segno a Coclite che camminò avanti; i marinari seguirono il cassiere. Emmanuele lor tenne dietro.
— Ora, disse l’armatore a sua moglie, ed a sua figlia, lasciatemi solo un momento, poichè debbo parlare con questo signore. — E indicò con gli occhi il mandatario della casa Thomson e French che era rimasto in piedi ed immobile in un angolo durante tutta questa scena, alla quale egli non aveva presa altra parte che quella delle poche parole che abbiamo riportate. Le due donne alzarono gli occhi sullo straniero che avevano compiutamente obbliato, e si ritirarono; ma nel ritirarsi la giovinetta lanciò a quest’uomo uno sguardo di sublime preghiera al quale egli corrispose con un sorriso, che un freddo osservatore si sarebbe maravigliato di vedere spuntare su questo viso di ghiaccio.
I due uomini rimasero nuovamente soli.
— Ebbene! signore, disse Morrel lasciandosi ricadere sul suo seggio, avete tutto veduto ed inteso, non ho più altro da aggiungere.
— Io ho veduto, disse l’inglese, che vi è sopraggiunta una nuova disgrazia, immeritata come le altre, e ciò mi ha confermato nel desiderio di esservi aggradevole. — Oh signore! disse Morrel. — Vediamo, continuò lo straniero, sono uno dei vostri principali creditori, n’è vero? — Voi siete almeno quello che possiede le cambiali a più corta scadenza.
— Desiderate voi una dilazione per pagarmi? — Una dilazione potrebbe salvarmi l’onore, disse Morrel, e per conseguenza la vita. — Quanto tempo desiderate?
Morrel esitò:
— Due mesi, diss’egli. — Bene, fece lo straniero, ve ne darò tre. — Ma, credete che la casa Thomson e French... — State tranquillo, prendo tutto sopra di me. Oggi siamo ai 5 giugno?
— Sì. — Ebbene, rinnovatemi tutti questi biglietti al 5 settembre, e il 5 settembre ad ore 11 del mattino mi presenterò da voi. — La pendola in quel momento segnava appunto le 11 precise. — Vi aspetterò, signore, disse Morrel, e sarete pagato, o io sarò morto.
Queste ultime parole furono pronunciate a sì bassa voce che lo straniero non potè intenderle. Le cambiali furono rinnovate; vennero stracciate le antiche, ed il povero armatore si trovò almeno ad avere innanzi a sè tre mesi per potere riunire le sue ultime risorse. L’inglese ricevette i suoi ringraziamenti colla flemma particolare alla sua nazione, e prese congedo da Morrel, che lo ricondusse benedicendolo, fino alla porta. Sulla scala incontrò Giulia; la giovinetta faceva sembiante di discendere, ma in realtà lo aspettava.
— Oh! Signore! disse ella giungendo le mani. — Madamigella, disse lo straniero, voi un giorno riceverete una lettera firmata... SINDBAD IL MARINARO... fate appuntino ciò che vi dirà questa lettera, per quanto strana vi possa sembrare la raccomandazione. — Sì, signore, rispose Giulia. — Mi promettete voi di farlo? — Ve lo giuro. — Basta così! addio madamigella; siate sempre buona e savia fanciulla come siete, ed ho fiducia che Iddio vi ricompenserà, dandovi per marito Emmanuele. — Giulia mandò un piccolo grido, divenne rossa come una ciliegia, e si attenne al passamano per non cadere. Lo straniero continuò il cammino facendole un gesto di addio. Nel cortile egli incontrò Penelon che teneva un rotolo di cento fr. in ciascuna mano, e che sembrava non potersi risolvere a portarli via.
— Venite, amico mio; gli diss’egli, ho bisogno di parlarvi.
XXX. — IL 5 SETTEMBRE.
Questa dilazione accordata dal mandatario della casa Thomson e French, al momento in cui Morrel meno se lo aspettava, parve al povero armatore uno di quei ritorni di ben essere che annunziano all’uomo la sorte essersi alla fine stancata di perseguitarlo. Lo stesso giorno raccontò a sua figlia, e ad Emmanuele ciò che eragli accaduto; e un poco di speranza, se non di tranquillità, rientrò nella famiglia. Disgraziatamente però Morrel non aveva affari soltanto con la casa Thomson e French che si era mostrata tanto facile ad un accomodamento; com’egli lo aveva detto, nel commercio si hanno corrispondenti, e non amici.
Allorchè vi pensava profondamente, non comprendeva neppur questa condotta generosa della casa Thomson e French verso di lui, e non si spiegava ciò, che con questa riflessione superlativamente egoista, che questa casa doveva aver detto: val meglio sostenere quest’uomo che ci deve quasi 300 mila fr., e avere questa somma in capo a tre mesi, di quello che sollecitarne la rovina, e avere il sei o l’otto per cento del capitale. Disgraziatamente, fosse odio, fosse acciecamento, tutti i corrispondenti di Morrel non fecero la stessa riflessione, anzi qualcuno fece la riflessione in contrario. Le cambiali sottoscritte da Morrel furono presentate alla cassa con uno scrupoloso rigore, e, mercè la dilazione accordata dall’inglese furono pagate a cassa aperta da Coclite il quale continuò a rimanersi nella sua tranquillità fatidica. Il solo Morrel vide con terrore, che se avesse dovuto rimborsare al 15 i 100 mila fr. di de Boville, e al 30 i 32,500 fr. di cambiali, per le quali, come per quelle dell’Ispettore delle prigioni aveva ottenuta una dilazione, sarebbe stato fin da quel mese un uomo perduto.
L’opinione di tutti i negozianti di Marsiglia era, che Morrel non avrebbe potuto sostenere tutti i rovesci successivi che l’opprimevano. Fu dunque grande la meraviglia allorchè vidersi compiere i pagamenti della fine del mese coll’ordinaria esattezza. Ciò non pertanto nemmen per questo ritornò fiducia negli animi, e fu giudicato a voce unanime, che alla fine del venturo mese sarebbe stato depositato il bilancio del disgraziato armatore. Tutto il mese passò dunque in isforzi inauditi per parte di Morrel, onde riunire tutte le sue risorse. In altri tempi le sue cedole, a qualunque data esse fossero, erano prese con confidenza, ed anzi domandate. Morrel tentò di negoziare delle cedole colla scadenza di 90 giorni, e trovò tutti i banchi chiusi. Fortunatamente aveva egli pure qualche incasso, sul quale poteva contare e questo fu fatto; così si trovò ancora in istato di far fronte ai suoi obblighi quando giunse la fine di luglio. D’altra parte il mandatario della casa Thomson e French non era più stato veduto a Marsiglia. La dimane della sua visita a Morrel era sparito: or siccome in Marsiglia non aveva avuto a trattare che col Sindaco, coll’Ispettore delle prigioni, e con Morrel, così il suo passaggio non aveva lasciato altra traccia che i ricordi diversi che ne conservavano queste tre persone. In quanto ai marinari del Faraone sembrava che avessero ritrovato da impiegarsi, poichè essi pure erano spariti.
Il capitano Gaumard rimessosi dalla malattia che lo aveva trattenuto a Palma ritornò egli pure: esitò a presentarsi al sig. Morrel; ma questi, saputo il suo arrivo, andò di persona a ritrovarlo. Il degno armatore sapeva di già pel racconto di Penelon la coraggiosa condotta che aveva tenuta il capitano durante tutta questa avaria, e si sforzò di consolarlo. Gli portò l’ammontare del suo soldo, che il capitano Gaumard non avrebbe certamente osato di andare a riscuotere. Quando Morrel discese la scala incontrò Penelon che saliva: questi aveva, a quanto sembrava, fatto un buon uso del danaro, poichè era vestito tutto di nuovo. Riconoscendo il suo armatore il degno timoniero parve molto impacciato; si ritirò nell’angolo più lontano del pianerottolo, masticando il tabacco a diritta e a sinistra, e girando due grossi occhi spaventati, non rispose che con una timida pressione alla stretta di mano che gli offerse Morrel colla sua ordinaria cordialità. Morrel attribuì l’impaccio di Penelon all’eleganza del vestito; era evidente che non era entrato di proprio conto in tanto lusso; e chiaramente appariva trovarsi di già impegnato a bordo di un qualche altro bastimento, e la sua vergogna venivagli da ciò che non aveva, se è lecito esprimersi così, portato per un tempo maggiore il lutto del Faraone. Forse ancora recavasi dal capitano Gaumard per metterlo a parte della sua fortuna, e per fargli delle esibizioni per parte del nuovo padrone.
— Brava gente! disse Morrel allontanandosi, possa il vostro nuovo padrone amarvi come vi amava io, ed essere più felice di quel che io non sono!...
Passò il mese d’agosto in tentativi, senza posa rinnovati da Morrel, per rialzare il suo credito, o per aprirsene un nuovo. Il 20 agosto seppesi a Marsiglia che aveva preso un posto nella Malle-Poste, e allora tutti opinarono che alla fine del mese verrebbe depositato il bilancio, e che Morrel era partito prima per non assistere a quest’atto crudele, delegando senza dubbio il suo primo commesso Emmanuele, e il cassiere Coclite. Ma contro ogni previsione allorchè giunse il 31 agosto, la cassa si aprì secondo il solito. Coclite apparve dietro la inferriata, tranquillo come il giusto di Orazio, esaminò colla stessa attenzione le cedole che gli vennero presentate, e pagò le tratte dalla prima all’ultima colla stessa esattezza. Vennero parimente presentati due rimborsi che erano stati preveduti da Morrel, e Coclite li pagò con la medesima puntualità propria dell’armatore. Nessuno ne capiva niente, ed i profeti delle cattive notizie con una particolare ostinazione rimettevano il fallimento alla fine del settembre.
Morrel giunse il primo del mese. Era atteso da tutta la famiglia colla più grande ansietà: mentre contavano sull’esito del suo viaggio a Parigi come sull’ultima via di salute.
Morrel aveva pensato a Danglars, in oggi milionario, ed un giorno suo sottoposto, poichè fu la raccomandazione di Morrel che fece entrare Danglars al servizio del banchiere spagnuolo presso il quale aveva cominciata la sua immensa fortuna. Si diceva che Danglars era possessore di sei ad otto milioni, e che godeva un credito illimitato. Danglars senza levarsi uno scudo di saccoccia poteva salvare Morrel: non aveva che a garantire un imprestito, e Morrel era salvato. Morrel da lungo tempo aveva pensato a Danglars; ma vi sono alcune istintive ripulsioni di cui non sappiam farci padroni; egli aveva aspettato fino a che gli era stato possibile, prima di ricorrere a quest’ultimo mezzo. E ne aveva avuto ragione, poichè ritornava oppresso dall’umiliazione, e dal rifiuto. Al ritorno non manifestò alcun lamento, non proferì alcuna recriminazione; aveva stesa la mano amichevolmente ad Emmanuele, si era chiuso nel gabinetto del secondo piano, e aveva chiesto di Coclite. Dissero le due donne ad Emmanuele, noi siamo perdute. Quindi, in un breve conciliabolo tenuto fra di loro, convennero che Giulia avrebbe scritto al fratello, che era in guarnigione a Nimes, di venire sul momento. Le povere donne sentivano di avere bisogno di tutte le loro forze per sostenere il colpo che le minacciava; d’altra parte Massimiliano Morrel, quantunque nell’età di 22 anni, aveva già una grande influenza sopra suo padre. Egli era un giovine fermo, e destro. Al momento in cui si era trattato di abbracciare una carriera, suo padre non aveva voluto imporgli uno stato, ma aveva consultato il genio del giovine Massimiliano. Questi allora dichiarò di voler seguire la carriera militare; aveva per conseguenza fatti degli eccellenti studii, era entrato per concorso nella scuola Politecnica, e n’era uscito sottotenente al 53º di linea. Dopo un anno che occupava questo posto, aveva di già la promessa che alla prima occasione verrebbe nominato tenente. Nel reggimento, Massimiliano Morrel era citato come il più rigido osservatore, non solo di tutti gli obblighi imposti al soldato, ma ancora di tutti i doveri propri all’uomo, e non veniva chiamato con altro nome, che con quello di stoico. Non fa mestieri dire che la maggior parte di coloro che lo chiamavano con un tal soprannome lo ripetevano per averlo inteso dire, ma non sapevano che cosa volesse significare.
La madre e la sorella il chiamavano in loro soccorso per sostenerle nella grave congiuntura che sentivano bene di esser prossime ad incontrare. Esse non si erano ingannate sulla gravità di questa congiuntura, perchè un momento dopo che Morrel era entrato nel suo gabinetto con Coclite, Giulia vide uscire quest’ultimo pallido, tremante, e col viso tutto sconvolto. Ella volle interrogarlo quando le passò vicino; ma il bravo uomo continuò a discendere la scala con una precipitazione che non eragli solita, e si contentò di gridare alzando le braccia al cielo: — Oh! madamigella, madamigella! quale orribile disgrazia, e chi avrebbe mai creduto questo!
Poco dopo, Giulia il vide risalire portando due, o tre grossi registri, e un sacchetto di monete. Morrel consultò i registri, aprì il portafogli, contò le monete. Tutte le sue risorse ascendevano a sei o ottomila fr. I suoi crediti realizzabili fino al giorno 5, a quattro o cinque mila; ciò che formava in contante, a dir molto, un attivo di 14 mila fr. per far fronte ad una cambiale di 287,500 fr. Non vi era neppur mezzo di offrire una simil somma a conto. Però quando Morrel discese per pranzare, sembrava assai tranquillo: il che spaventò le due donne assai più che non avrebbe potuto fare il più grande abbattimento. Dopo pranzo Morrel aveva l’abitudine di uscire; egli andava a prendere il caffè al circolo dei Phocèens, o a leggere il Sémaphore: quel giorno non uscì, risalì nel suo gabinetto. Quanto a Coclite, sembrava completamente ebete. Durante una parte del giorno erasi trattenuto in cortile, assiso sur una pietra, la testa nuda, esposto ad un sole di 30 gradi.
Emmanuele cercava di tranquillare le donne, ma non aveva sufficiente eloquenza. Il giovine era troppo al corrente degli affari per non conoscere che una grande catastrofe era imminente sulla famiglia Morrel. Venne la notte; le due donne vegliarono nella speranza che Morrel discendendo dal gabinetto sarebbe passato da loro; ma lo intesero passare dalla loro porta, camminando sulla punta dei piedi, per timore forse di essere chiamato: tesero le orecchie, e udirono che entrò in camera sua, e si chiuse a molla per di dentro.
La sig.ª Morrel mandò sua figlia a dormire; quindi, mezz’ora dopo che Giulia si era ritirata, si alzò, si tolse le scarpe, entrò nel corridoio affine di vedere dalla serratura ciò che faceva suo marito; s’accorse allora d’un’ombra che si ritirava. Era Giulia che, inquieta anch’essa, aveva preceduto sua madre. La giovinetta le andò incontro dicendole: — Egli scrive. — Le due donne avevano avuto lo stesso pensiero senza esserselo comunicato. La sig.ª Morrel si abbassò al buco della serratura. Infatto Morrel scriveva: ma ciò che non vide la figlia, lo notò la madre; Morrel scriveva sopra carta bollata. Le venne tosto la terribile idea che facesse il suo testamento; rabbrividì e non ebbe forza di dire una parola.
La dimane Morrel sembrava perfettamente tranquillo; si fermò allo scrittoio come d’ordinario, discese a far colazione, solo, dopo pranzo, fe’ sedere sua figlia a sè vicino, strinse la testa della giovinetta col suo braccio, e la tenne lungamente contro il petto. La sera, Giulia disse a sua madre che per quanto in apparenza sembrasse tranquillo, ella aveva notato che il cuore di suo padre batteva violentemente. Nello stesso modo passarono gli altri due giorni. Il 4 settembre verso sera, Morrel chiese a sua figlia la chiave del suo gabinetto. Giulia rabbrividì a questa domanda che gli sembrò di cattivo augurio. Perchè dunque suo padre domandavagli questa chiave che ella aveva sempre avuto, e che non erale mai stata tolta, meno nell’infanzia in quei giorni in cui volevasi castigare? La giovinetta guardò Morrel: — E che ho fatto io di male, padre mio, diss’ella, perchè mi riprendiate questa chiave?
— Niente, figlia mia, rispose lo sventurato Morrel a cui questa semplice domanda fece sgorgare le lagrime dagli occhi, nulla; solo ne ho bisogno. — Giulia finse di cercare la chiave. — L’avrò lasciata in camera mia, diss’ella. — Uscì, ma invece di andare nella sua camera discese a consigliarsi con Emmanuele. — Non restituite la chiave a vostro padre, disse questi, e domattina, se è possibile, non lo lasciate solo un momento. — Ella cercò invano di interrogare Emmanuele, ma questi non sapeva altro, o non volle dire di più.
Durante tutta la notte del 4 al 5 settembre la sig.ª Morrel restò coll’orecchio contro la bussola, fino a tre ore del mattino, intese suo marito camminare con agitazione nella camera; solo dopo le tre si gettò sul letto. Le due donne passarono insieme il resto della notte. Fino dalla sera antecedente aspettavano Massimiliano. Alle otto Morrel entrò nella loro camera: egli era tranquillo, ma gli si leggeva sul viso pallido e smunto l’agitazione della notte. Le donne non osarono di chiedergli se aveva riposato bene. Morrel fu più affabile con sua moglie, più tenero con sua figlia di quel che nol fosse mai stato, egli non si stancava di guardare ad abbracciare la povera ragazza. Giulia si ricordò la raccomandazione di Emmanuele, e volle accompagnare il padre quando uscì, ma questi la respinse con dolcezza, dicendole:
— Resta con tua madre; — Giulia volle insistere. — Io lo voglio, disse Morrel — Era la prima volta che Morrel diceva a sua figlia: «io lo voglio!!!» Ma egli lo disse con tale accento di paterna dolcezza, che Giulia non osò di fare un passo più avanti. Ella rimase allo stesso posto, ritta, muta ed immobile. Pochi momenti dopo la porta si aprì, ed ella sentì due braccia che la circondavano ed un bacio che le veniva impresso sulla fronte. Alzò gli occhi, e mandò un’esclamazione di gioia. — Massimiliano! fratello mio! gridò ella.
A queste grida la sig.ª Morrel accorse, e si gettò fra le braccia del figlio. — Madre mia! disse il giovine guardando alternativamente la madre e la sorella; che avvenne? La vostra lettera mi ha spaventato e io accorro! — Giulia, disse la sig.ª Morrel, facendo un segno al figlio, va a dire a tuo padre che è giunto Massimiliano. — La giovinetta si slanciò fuori dell’appartamento; ma sul primo gradino della scala incontrò un uomo che teneva una lettera in mano. — Non siete voi madamigella Giulia Morrel? disse quest’uomo con un accento italiano il più puro. — Sì, rispose Giulia balbettando; ma che volete? non vi conosco. — Leggete questa lettera, disse l’uomo, presentandole il biglietto. — Giulia esitava. — Ne va della salute di vostro padre! disse il messaggero. — La giovinetta gli tolse il biglietto dalle mani, poi l’aprì e lesse con ansietà.
«Portatevi in questo medesimo punto ai viali di Meillan, entrate nella casa N. 15; domandate al portinaro la chiave della camera del quinto piano; entratevi; prendete sull’angolo del caminetto una borsa di cordonetto di seta, rossa, recatela subito a vostro padre. È indispensabile che l’abbia prima delle undici. Voi mi avete promesso di obbedirmi ciecamente; invoco la vostra promessa.»
«SINDBAD IL MARINARO»
La giovinetta gettò un grido di gioia, volle interrogare l’uomo che le aveva rimesso il biglietto, ma questi era già disparso. Ella riportò allora gli occhi sul biglietto per leggerlo una seconda volta, si accorse che vi era un post scriptum; e lo lesse.
«È importante che adempiate questa missione in persona, e sola; se verrete in compagnia o che altri si presenti in vece vostra, il portinaro vi risponderà che non sa ciò che volete dire.»
Questo post-scriptum fu una forte repressione alla gioia della giovinetta. Aveva ella a temer qualche cosa? Poteva esser questo un laccio che le si tendeva? la sua innocenza non le permetteva di sapere quali erano i pericoli che poteva correre una giovinetta della sua età. Ma non v’è bisogno di conoscere i pericoli per temerli; anzi vi è una cosa notevole ed è che si temono precisamente di più i pericoli che non si conoscono.
Giulia esitò; risolvè di domandar consiglio, ma per uno strano sentimento non lo chiese nè a sua madre nè a suo fratello, ricorse ad Emmanuele. Ella discese, gli raccontò l’accaduto nel giorno in cui il mandatario della casa Thomson e French venne da suo padre; dissegli la scena della scala, gli ripetè la promessa che aveva fatto, e gli mostrò la lettera.
— Bisogna andarvi, madamigella, disse Emmanuele.
— Andarvi? mormorò Giulia. — Sì, vi accompagnerò.
— Ma non avete letto che debbo andarvi sola? — Voi sarete egualmente sola; io vi aspetterò all’angolo della strada Musée, e se tardate in modo da farmi nascere qualche inquietudine, verrò a raggiungervi, e ve ne rispondo; disgraziati coloro di cui avrete a lamentarvi! — In tal modo, Emmanuele, riprese esitando la giovinetta, il vostro consiglio è che io mi porti a questo invito? — Sì, il messaggero non vi ha detto che si tratta della salute di vostro padre?
— Ma, finalmente che pericolo corre mio padre? domandò la giovinetta. — Emmanuele esitò un momento, ma il desiderio che la giovinetta si risolvesse sul momento e senza ritardo la vinse. — Ascoltate diss’egli, non è oggi il 5 settembre? — Sì. — Oggi alle undici vostro padre deve pagare circa 300mila fr. — Sì, lo sappiamo. — Ebbene! disse Emmanuele, egli non ne ha neppur 15mila in cassa.
— E allora, che avverrà?
— Avverrà che se oggi prima delle undici non ritrova qualcuno che gli venga in aiuto, vostro padre sarà obbligato, a mezzodì, di dichiararsi fallito. — Ah! venite, gridò la giovinetta trascinando seco Emmanuele.
In questo mentre la sig.ª Morrel aveva detto tutto a suo figlio. Il giovine sapeva bene che in conseguenza delle successive disgrazie sovraggiunte a suo padre, erano state introdotte molte modificazioni nelle spese di casa; ma non sapeva che le cose fossero giunte a tal segno. Rimase annichilito; quindi d’un subito si slanciò fuori dell’appartamento, salì rapidamente le scale credendo di ritrovare il padre nel gabinetto; ma battè invano. Mentre era alla porta sentì che quella dell’appartamento si apriva, si volse e vide suo padre. Invece di risalire direttamente al suo gabinetto, Morrel era rientrato nella sua camera, e ne usciva allora soltanto; egli mandò un grido di sorpresa scorgendo Massimiliano, poichè ne ignorava l’arrivo. Rimase immobile al suo posto, strinse col braccio sinistro un oggetto che teneva nascosto sotto l’abito. Massimiliano discese sollecitamente la scala e si gettò al collo di suo padre; ma d’improvviso egli dette addietro, lasciando soltanto la destra appoggiata al petto di Morrel. — Padre mio, diss’egli diventando pallido come la morte, e perchè avete un paio di pistole sotto l’abito?
— Oh! ecco ciò che io temeva, disse Morrel.
— Padre mio... padre mio! in nome del cielo, gridò il giovine, che volete far di queste armi?
— Massimiliano, rispose Morrel tenendo lo sguardo fisso sul figlio, tu sei un uomo ed un uomo d’onore; vieni, te lo dirò. — E Morrel salì con passo sicuro fino al suo gabinetto, mentre che Massimiliano lo seguiva barcollando: aprì di poi la porta, e la richiuse dopo che fu passato il figlio, quindi traversò l’anticamera, s’avvicinò allo scrittoio, depose le pistole sull’angolo della tavola, e mostrò a suo figlio colla punta del dito un registro aperto; sur esso era fedelmente trasportato lo stato esatto della sua situazione; Morrel doveva pagare fra mezz’ora 287,500 fr. ed in tutto ne possedeva 15,257.
— Leggi! disse Morrel. — Il giovine lesse e rimase un momento annientato. Morrel non diceva una parola: che avrebbe egli potuto dire o aggiungere all’inesorabile decreto delle cifre? — E voi, padre mio, avete fatto tutto il possibile per prevenire questa disgrazia? disse dopo breve silenzio il giovine. — Sì, rispose Morrel. — Non contate sopra alcun rimborso? — No. — Avete esauste tutte le risorse? — Tutte. — E fra mezz’ora... aggiunse egli con voce cupa, il nostro nome sarà disonorato? — Il sangue lava il disonore, disse Morrel. — Avete ragione, padre mio, ora vi comprendo. — Quindi stese la mano verso le pistole.
— Ve n’è una per voi ed un’altra per me, diss’egli: grazie!
Morrel gli fermò la mano. — E tua madre... e tua sorella... chi le nutrirà? — Un fremito corse per tutte le membra del giovine. — Padre mio, diss’egli, pensate che con ciò che mi dite io possa vivere? — Sì, te lo dico, riprese Morrel, perchè questo è il tuo dovere; tu hai lo spirito tranquillo e forte, Massimiliano... tu non sei uno dei soliti uomini; nulla ti comando, nulla io ti ordino, e sol ti dico: «esamina la situazione come se tu vi fossi straniero, e giudicala da te stesso.» — Il giovine riflettè un momento, quindi l’espressione della più sublime rassegnazione passò nei suoi occhi; solo si tolse con un movimento tristo e lento la spallina e la mozzetta, distintivi del suo grado. — Sta bene, disse egli tendendo la mano a Morrel, morite in pace, padre mio, io vivrò. — Morrel fece un movimento per gettarsi alle ginocchia del figlio. Massimiliano lo raccolse fra le braccia, e per un momento questi due nobili cuori batterono l’un contro l’altro.
— Tu sai che non è per mia colpa? disse Morrel.
Massimiliano sorrise. — So, padre mio, che siete l’uomo più onesto che m’abbia mai conosciuto. — Sta bene, è detto tutto: ora ritorna da tua madre e da tua sorella. — Padre mio, disse il giovine piegando un ginocchio, beneditemi!
Morrel prese la testa di suo figlio fra le mani, l’avvicinò a sè, e v’impresse molti baci dicendo: — Oh! sì, sì, ti benedico nel mio nome, e nel nome di tre generazioni di uomini irreprensibili. Ascolta adunque ciò che essi ti dicono colla mia voce: l’edifizio che la sventura ha distrutto, può essere riedificato dalla divina Provvidenza. Sapendomi morto in questo modo, i più inesorabili avranno pietà di me; a te forse sarà accordata una dilazione che a me sarebbe stata negata; allora cerca che la parola infame non sia pronunziata; mettiti all’opera, lavora, giovine! lotta ardentemente e con coraggio; vivi tu, tua madre, e tua sorella del puro necessario, affinchè giorno per giorno i beni di coloro ai quali io devo, si aumentino e fruttifichino fra le tue mani. Pensa che sarà un bel giorno, un gran giorno, un giorno solenne quello della riabilitazione, il giorno in cui, da questo stesso scrittoio, tu potrai dire: «mio padre è morto perchè non poteva fare ciò che ho fatto io, ma egli è morto tranquillo, perchè morendo sapeva che io lo avrei fatto.»
— Oh! padre mio, padre mio, gridò il giovine, se pure poteste vivere.
— Se io vivo tutto è perduto: se io vivo, la premura si cambia in dubbio, la pietà in accanimento; se io vivo, non sono più che un uomo che ha mancato alla sua parola, che ha fallito i suoi impegni, non ho più in fine che una bancarotta. Se muoio, al contrario, pensateci bene Massimiliano, il mio cadavere non è più che quello di un onest’uomo disgraziato. Vivo, i miei migliori amici evitano la mia casa: morto, Marsiglia intera mi seguirà piangendo fino all’ultima mia dimora. Vivo, tu avresti onta del mio nome; morto, puoi alzare la testa e dire ad alta voce: «sono il figlio di colui che si è ucciso, perchè è stato costretto di dover per la prima volta mancare alla sua parola.»
Il giovine mandò un gemito, ma parve rassegnato. Era la seconda volta che la convinzione rientrava nel suo cuore, ma non nel suo spirito. — Ora, disse Morrel, lasciami solo, e cerca di allontanare le donne. — Non volete rivedere mia sorella? domandò Massimiliano. — Un’ultima e sorda speranza era nascosta pel giovine in questo incontro, ecco perchè lo proponeva. Morrel scosse la testa. — L’ho veduta questa mattina, diss’egli, e le ho detto addio.
— Non avete voi alcuna raccomandazione particolare da farmi, padre mio? domandò Massimiliano con voce alterata.
— Sì figlio mio, una raccomandazione sacra.
— Dite, padre mio.
— La casa Thomson e French è la sola che per umanità, o forse per egoismo (ma non sta a me il leggere nel cuore degli uomini) è la sola che abbia avuto pietà di me. Il suo mandatario, quello che fra dieci minuti si presenterà per riscuotere una tratta di 287,500 fr., egli, non dirò mi abbia accordato, ma mi ha offerta una dilazione di tre mesi; questa casa sia rimborsata per la prima, figlio mio, che quest’uomo ti sia sacro.
— Sì, padre mio, disse Massimiliano.
— Ed ora, anche una volta, addio: disse Morrel; va, va; ho bisogno di restar solo; troverai il mio testamento nello scrigno della camera da letto. — Il giovine rimase in piedi ed inerte, senza avere che la forza della volontà, ma non quella dell’esecuzione. — Ascolta, Massimiliano, disse suo padre, supponi che io sia un soldato come te, che abbia ricevuto l’ordine di dar la scalata ad un bastione, e che tu sapessi che vado incontro ad una certa morte nell’assalirlo, non mi diresti tu come mi dicevi poco fa: «andate padre mio perchè vi disonorereste restando, e val meglio la morte che l’onta»?
— Sì sì, disse il giovine, sì; e stringendo convulsivamente tra le braccia il padre: — Coraggio, padre mio, diss’egli.
E si slanciò verso il gabinetto.
Quando il figlio fu uscito Morrel rimase un momento in piedi cogli occhi fissi sulla porta, quindi tese la mano, tirò la corda del campanello e suonò. Di lì a poco, comparve Coclite. Non era più l’uomo di prima, questi tre giorni di convinzione lo avevano atterrato. Il pensiero che la casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava al suolo più che non avrebbero fatto altri vent’anni accumulati sul suo capo. — Mio buon Coclite, disse Morrel con un accento di cui sarebbe difficile dire l’espressione, tu resterai nell’anticamera. Quando verrà quel signore che venne già or son tre mesi, lo conosci? il mandatario della casa Thomson e French, verrai ad annunziarmelo. — Coclite non rispose; fe’ un segno affermativo colla testa, andò a sedersi nell’anticamera ed aspettò. Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso l’orologio: gli rimanevano ancora sette minuti in tutto; la lancetta camminava con una rapidità incredibile, gli sembrava vederla andare. Ciò che in quel momento passò nello spirito di quest’uomo, che, giovine ancora, in conseguenza di un ragionamento falso in sè stesso, quantunque tal non sembrasse in apparenza, stava per prepararsi a dividersi da tutto ciò che di più caro aveva al mondo, e per abbandonare una vita piena per lui di tutte le dolcezze della famiglia, è impossibile poterlo spiegare; sarebbe stato mestieri esservi presente per averne un’idea, la fronte era ricoperta di sudore, e ciò nonostante rassegnata, gli occhi bagnati di lagrime, ma pur rivolti al cielo.
La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allungò la mano, ne prese una e mormorò il nome di sua figlia; depose l’arma mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di non avere ancora detto abbastanza addio a questa figlia prediletta; ritornò a guardar l’orologio; egli non contava più i minuti, ma i secondi. Riprese l’arma colla bocca semi-aperta e gli occhi fissi alla pendola; poi rabbrividì al rumore che egli stesso faceva nel caricar l’acciarino. In questo momento un sudore più freddo gli passò sulla fronte, un’ansia più mortale gli strinse il cuore; intese la porta delle scale cigolare sui gangheri, aprirsi quella del suo gabinetto; l’orologio stava per battere le undici. Morrel non si volse, aspettava che Coclite pronunciasse le fatali parole: «Il mandatario della casa Thomson e French»; avvicinò l’arme alla bocca... d’improvviso invece della voce di Coclite intese un grido... era la voce di sua figlia... si volse allora e riconobbe Giulia; la pistola gli sfuggì di mano. — Padre mio! gridò la giovinetta ansante, e quasi morente di gioia, salvato! voi siete salvato! e gli si gettò fra le braccia, alzando in alto colla mano la borsa di cordonetto di seta rossa.
— Salvato! figlia mia, che vuoi tu dire?
— Sì, salvato! guardate, guardate, disse la giovinetta.
Morrel prese la borsa e rabbrividì, perchè una lontana rimembranza gli ricordava che quell’oggetto eragli in altro tempo appartenuto. Da una parte era la cambiale dei 287,500 fr., già quietanzata, dall’altra vi era un diamante della grossezza di una nocciuola con queste tre parole scritte sopra un po’ di pergamena: «dote di Giulia.»
Morrel si passò la mano sulla fronte: credeva sognare.
Nel medesimo punto l’orologio battè le 11. Il martello battè per lui come se ciascun colpo avesse ripercosso sul cuore. — Raccontami, figlia mia, diss’egli, spiegati. Ove ritrovasti tu questa borsa? — Nella casa N. 15 dei viali di Meillan, sull’angolo di un caminetto di una meschina cameretta del quinto piano.
— Ma, gridò Morrel: questa borsa non è tua.
Giulia presentò allora a suo padre la lettera che aveva ricevuta la mattina. — E sei andata sola in quella casa? disse Morrel dopo averla letta.
— Emmanuele mi accompagnava, egli doveva aspettarmi all’angolo della strada Museé; ma cosa strana, al mio ritorno non v’era più.
— Sig. Morrel? gridò una voce dalle scale, sig. Morrel!
— Questa è la sua voce, disse Giulia. Nel medesimo tempo entrò Emmanuele col viso sconvolto dalla gioia e dalla emozione. — Il Faraone! gridò egli; il Faraone!
— Ebbene che, il Faraone! siete pazzo, Emmanuele? sapete bene che colò a fondo.
— Il Faraone,! signore, il fanale ha dato il segnale del Faraone! il Faraone entra in questo momento nel porto.
Morrel ricadde sulla sedia; le forze gli mancarono; la sua intelligenza non era capace ad ordinare questa serie di avvenimenti incredibili, inauditi e favolosi. Suo figlio entrò a sua volta. — Padre mio, gridò Massimiliano, che dicevate dunque che il Faraone era perduto? il fanale lo ha segnalato, ed entra in porto in questo momento. — Amici miei, disse Morrel, se ciò fosse, bisognerebbe credere ad un miracolo! Ma è impossibile! impossibile!
Tuttociò, quantunque sembrasse incredibile, era pur vero, la borsa che teneva in mano, la cambiale quietanzata, ed il magnifico diamante.
— Ah! signore, disse Coclite a sua volta, e che vuol dir questo? il Faraone! — Andiamo, figli miei, disse Morrel alzandosi, andiamo a vedere, che il cielo abbia pietà di noi se questa fosse una falsa nuova. — Essi discesero; a metà delle scale aspettava la sig.ª Morrel; la poveretta non aveva avuto il coraggio di salire. In un momento furono alla Cannebière. Una gran folla era sul porto. Tutta questa folla si divise per lasciar libero il passaggio alla famiglia Morrel.
— Il Faraone! il Faraone! dicevasi da ogni lato, da ogni bocca.
Infatto cosa maravigliosa, inaudita, dirimpetto alla torre S. Giovanni un bastimento portava sulla poppa queste parole scritte a grandi lettere bianche «Faraone: Morrel e figlio di Marsiglia» Questo bastimento era assolutamente della stessa portata e della stessa forma dell’altro Faraone, ed era carico egualmente d’indaco e di cocciniglia, gettò l’ancora, ammainò le vele; sul ponte il capitano Gaumard dava i suoi ordini, e Penelon faceva segnali a Morrel. Non v’era più da dubitarne, eravi la testimonianza dei sensi, e quella di diecimila e più persone. Mentre Morrel e suo figlio si abbracciavano fra gli applausi di tutta la città, testimone di questo prodigio, un uomo, il cui viso era per metà coperto da una barba nera, e che, nascosto dietro il casotto di una sentinella, contemplava questa scena di tenerezza, mormorava queste parole: — Nobil cuore, sii felice; sii benedetto per tutto ciò che ancora farai, e la mia riconoscenza resti nell’oscurità come il tuo benefizio.
E con un sorriso che rivelava la gioia e la felicità, abbandonò il luogo dove si era nascosto, e senza essere osservato da alcuno, tanto tutti erano occupati dell’avvenimento della giornata, discese una di quelle piccole gradinate che servono di scalo, e chiamò — Jacopo! Jacopo! Jacopo!
Allora un battello venne a lui, lo ricevette a bordo, e lo trasportò ad un yacht riccamente guarnito, sul ponte del quale ei balzò colla leggerezza d’un marinaro; di là, guardò ancora una volta Morrel, che piangendo di gioia distribuiva amichevoli strette di mano a tutta quella folla, ringraziando con uno sguardo singolare l’invisibile benefattore che gli sembrava dover cercare in cielo. — Ora, disse l’uomo sconosciuto, addio bontà, addio umanità, addio riconoscenza... addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il cuore!...
A queste parole fe’ un segnale, e, come se non avesse atteso che ciò per partire, il yacht prese tosto il mare.
XXXI. — ITALIA — SINDBAD IL MARINARO.
Verso il principio del 1838 si trovavano a Firenze due giovani che appartenevano alla società più elegante di Parigi: uno era il visconte Alberto de Morcerf, l’altro il barone Franz d’Épinay. Avevano stabilito fra loro che sarebbero andati a passar quel carnevale a Roma, ove Franz, che abitava l’Italia da più di quattro anni, avrebbe fatto da cicerone ad Alberto. Or, siccome non è piccola cosa l’andare il carnevale a Roma, particolarmente quando non si vuole andare a dormire sulla piazza del Popolo, o al Foro Romano, essi scrissero a Pastrini proprietario dell’albergo di Londra sulla Piazza di Spagna per pregarlo di serbar loro un comodo appartamento. Pastrini rispose che non aveva più che due camere e un gabinetto al secondo piano, che loro offriva mediante la modica retribuzione di un luigi al giorno. I due giovani accettarono; quindi Alberto volendo mettere a profitto il tempo che gli rimaneva, partì per Napoli. Franz rimase a Firenze. Dopo aver goduto qualche tempo dei piaceri che procura la Città dei Medici, dopo aver lungamente passeggiato in quell’Eden che viene chiamato le cascine, dopo essere stato ricevuto da quegli ospiti magnifici che si chiamano Corsini, Montfort, Poniatowski, gli prese fantasia, essendo già stato a visitare la Corsica, culla di Bonaparte, di andare a vedere l’isola d’Elba, questo luogo della gran fermata di Napoleone. Una sera dunque staccò una barchetta dall’anello di ferro che la fermava al porto di Livorno, vi si sdraiò in fondo, avvolto nel suo mantello, dicendo ai marinari queste sole parole: — All’isola d’Elba!
La barca lasciò il porto, come un uccello lascia il nido, e la dimane Franz era a Portoferraio: ei traversò l’isola imperiale seguendo tutte quelle tracce che vi hanno lasciato i passi del gigante, e andò ad imbarcarsi a Marciana. Due ore dopo aver lasciata la terra la riguadagnò di nuovo per isbarcare alla Pianosa, ove veniva assicurato che avrebbe trovata una quantità di pernici rosse. La caccia fu cattiva; Franz ammazzò a gran stento poche pernici magre, e, come fanno tutti i cacciatori che si sono stancati senza alcun pro, risalì nella barca di assai cattivo umore.
— Se V. E. volesse, gli disse il padrone della barca, potrebbe fare una bella caccia. — E dove? — Vedete voi quell’isola? continuò il marinaro stendendo il dito verso mezzogiorno, indicando una massa conica che usciva dal mezzo del mare tinta di un bellissimo color d’indaco.
— Ebbene! che cosa è quell’isola? domandò Franz.
— È l’isola di Monte-Cristo, rispose il Livornese.
— Ma io non ho licenza di andare a caccia in quell’isola.
— V. E. non ne ha bisogno; l’isola è deserta. — Oh! per bacco! un’isola deserta in mezzo al Mediterraneo, è una cosa curiosa. — È naturale, eccellenza. Questa isola è un ammasso di scogli, e in tutta la sua estensione non vi è forse un palmo di terreno coltivabile.
— E a chi appartiene? — Alla Toscana. — E qual selvaggiume vi si trova? — Migliaia di capre selvagge. — Che vivono leccando delle pietre? disse Franz con un sorriso d’incredulità. — No, ma sfrondando le macchie, i mirti, e gli altri pruni che nascono tra i massi. — Ma dove dormirò io?
— O a terra, o nelle grotte, o a bordo avvolto nel vostro mantello. D’altra parte se V. E. lo desidera, potremo partir subito dopo la caccia; ella sa che noi navighiamo tanto di giorno quanto di notte, e che quando non lavorano le vele, lavoriamo coi remi.
Rimanendogli ancora del tempo prima di raggiungere il compagno, e non avendo più inquietudini per l’alloggio in Roma, Franz accettò la proposizione di ricompensarsi della sua prima caccia. Alla risposta affermativa, i marinari si cambiarono alcune parole a voce bassa. — Ebbene! che abbiamo di nuovo? domandò egli; sarebbe sopraggiunta qualche difficoltà?
— No, rispose il padrone; ma dobbiamo prevenire V. E. che l’isola di Monte-Cristo è in contumacia. — E che significa questo? — Vuol dire che siccome Monte-Cristo è inabitato, e qualche volta serve di fermata a contrabbandieri, e pirati che vengono dalla Sardegna, dalla Corsica, dall’Affrica, se un qualche segno denunzia il nostro soggiorno nell’isola, saremo costretti, al nostro ritorno in Livorno, di fare una quarantena di sei giorni.
— Diavolo! ecco, ciò cambia specie; sei giorni! sarebbe troppo. — Ma chi dirà che V. E. è stato a Monte-Cristo?
— Oh! questo non importa. — Oh! ma non sarò io certamente, gridò Gaetano. — E neppur noi, dissero i marinari.
— In questo caso, andiamo a Monte-Cristo.
Il padrone comandò la manovra; si volse capo sull’isola, e la barca cominciò ad essere diretta a quella parte. Franz lasciò compiere l’operazione, e quando fu preso il nuovo cammino, quando la vela fu gonfiata dalla brezza, e i quattro marinari ebbero preso il loro posto, tre davanti, ed uno al timone, riannodò la conversazione.
— Mio caro Gaetano, disse al padrone, voi mi diceste, credo, l’isola di Monte-Cristo servire di rifugio a contrabbandieri, e a pirati, e ciò mi pare bene altro selvaggiume che le capre selvatiche.
— Sì, eccellenza, e questa è la verità.
— Conosceva bene esservi dei contrabbandieri, ma credeva che dopo la presa di Algeri, e la distruzione della reggenza, i pirati non esistessero più che nei romanzi di Cooper e del capitano Marryat.
— Ebbene V. E. si sbaglia; accade dei pirati come degli assassini, che quantunque sieno creduti esterminati, pure aggrediscono tutti i giorni i viaggiatori fin sotto le porte delle città, siccome accadde presso Velletri, saranno appena sei mesi. Se V. E. abitasse Livorno, come facciam noi, sentirebbe dire di tempo in tempo che un piccolo bastimento carico di mercanzie, o che un bel yacht inglese che era aspettato a Bastia, a Portoferraio, o a Civita-vecchia, non è più arrivato, e non si sa che ne sia avvenuto, e che senza dubbio si sarà rotto contro qualche scoglio. Ora, lo scoglio che ha incontrato è una barca bassa e stretta, montata da sei, od otto uomini che lo hanno sorpreso, e saccheggiato in una notte oscura e tempestosa, nei dintorni di un qualche isolotto selvaggio ed inabitato, non diversamente dagli assassini che arrestano e spogliano una carrozza di posta all’angolo di un bosco.
— Ma finalmente, riprese Franz sempre steso nella barca, e perchè quelli ai quali accadono simili disgrazie non fanno le loro denunzie? perchè non richiamano essi su questi pirati la vendetta del governo francese, sardo, o toscano?
— Perchè? disse ridendo Gaetano. — Sì perchè?
— Perchè prima si trasporta dal bastimento o dal yacht sulla barca, tutto ciò che vi è di meglio da prendersi; quindi si legano mani e piedi a tutto l’equipaggio, e si attacca al collo di ciascuno una palla da 24, poi si fa un bel foro, come quello di un barile, nella chiglia del bastimento catturato, si risale sul ponte, si chiude il boccaporto, e si passa sulla barca. In capo a dieci minuti il bastimento comincia a lamentarsi, e gemere. Un poco alla volta affonda. Dapprima cala una delle sue parti, poi cala l’altra, poi la rialza, quindi s’immerge di nuovo affondandosi sempre più. D’improvviso scoppia un rumore simile a quello di una cannonata: è l’acqua che infrange il ponte. Allora il bastimento si agita, come si dibatte chi sta per annegarsi, divenendo sempre più pesante. Ben presto l’acqua troppo compressa nelle cavità si slancia da tutte le aperture, simile alle colonne liquide che gettano dalle narici le gigantesche balene. Finalmente manda un ultimo strepito, fa un giro su sè stesso, ed affonda scavando nell’abisso una vasta tromba che per un momento si aggira, si ricolma a poco a poco, e finisce per cancellarsi del tutto, tanto bene che in capo a cinque minuti non v’è che l’occhio di Dio che possa andare a discernere nel fondo del mare il bastimento disparso. Comprenderete ora in qual modo il bastimento non ritorna in porto, e perchè l’equipaggio non fa le sue querele?
Se Gaetano avesse raccontata la cosa prima di proporre la spedizione, è probabile che Franz vi avrebbe pensato due volte prima d’imprenderla; ma la barca vogava nella direzione dell’isola, e gli sembrò che sarebbe stata una viltà ritornare addietro. Franz era uno di quegli uomini che non corrono mai incontro al pericolo, ma che se il pericolo viene innanzi a loro, conservano una prontezza d’animo inalterabile per combatterlo: era uno di quegli uomini di volontà pacifica che guardano un pericolo della vita come un avversario in un duello, che ne calcolano i movimenti, che ne studiano la forza, che rinculano spesso per prender fiato, e per non comparir vili, finalmente che, conoscendo con un solo sguardo tutti i loro vantaggi, ammazzano con un sol colpo.
— Bah! riprese egli, io ho traversata la Sicilia, e la Calabria, ho navigato due mesi nell’Arcipelago, e non ho giammai veduto l’ombra di un bandito o di un pirata.
— Non ho detto ciò a V. E., disse Gaetano, per farle rinunciare al suo disegno; ella mi ha interrogato, ed io le ho risposto.
— Sì, mio caro Gaetano la vostra conversazione è attraente; e siccome voglio goderne il più lungamente possibile, così andiamo a Monte-Cristo. — Frattanto si accostavano rapidamente al termine del loro viaggio, il vento era favorevole, e la barca faceva sei miglia l’ora. A seconda che si accostavano, l’isola sembrava sorgere gigantesca dal seno del mare, e traverso l’atmosfera limpida degli ultimi raggi del giorno, si distinguevano, come le palle ammonticchiate in un arsenale, gli scogli messi a piramide l’un sopra l’altro, e negli interstizi dei quali si vedevano rosseggiare le macchie, e verdeggiare gli alberi. In quanto ai marinari, quantunque sembrassero perfettamente tranquilli, era però evidente che la loro vigilanza stava all’erta, e che i loro sguardi investigavano il vasto specchio su cui scorrevano, e l’orizzonte del quale era soltanto popolato da qualche barca pescareccia le cui vele bianche si libravano, come allodole, sulla cima dei flutti. Essi ormai erano distanti soltanto una quindicina di miglia da Monte-Cristo quando il sole declinava dietro la Corsica, di cui le montagne comparivano a destra delineando sul cielo il loro irregolare profilo, e mostrando ancora illuminata l’estremità di quella massa di pietre, che pari al gigante Adamastor, s’innalzavano davanti la barca. Poco per volta l’ombra salì dal mare, e sembrò scacciare dinanzi a sè gli ultimi riflessi del giorno che stava per finire; poi il raggio luminoso fu spinto fino alla cima del cono, ove si fermò un momento, come il pennacchio infiammato di un vulcano; finalmente l’ombra sempre crescente invase progressivamente la sommità come aveva invaso la base, e l’isola non apparve più che una montagna grigia che andava sempre più oscurandosi: mezz’ora dopo era notte perfetta.
Fortunatamente che i marinari erano nei loro abitual paraggi, e che conoscevano fin l’ultimo degli scogli dell’arcipelago toscano; poichè in mezzo all’oscurità profonda nella quale era involta la barca, Franz non sarebbe stato del tutto senza inquietudine. La Corsica era intieramente disparsa, e l’isola di Monte-Cristo era anch’essa divenuta invisibile; ma i marinari sembravano avere a guisa di lince la facoltà di veder fra le tenebre, e il pilota che regolava il timone non mostrava il più piccolo dubbio. Era passata circa un’ora dopo il tramonto del sole quando Franz credè scorgere ad un quarto di miglio a sinistra una massa nera, ma era tanto impossibile di distinguere ciò che fosse, che temendo di promuovere la giovialità dei marinari equivocando una nube con la terra ferma, si rimase zitto. D’improvviso apparve una gran luce; la terra poteva bene assomigliarsi ad una nube, ma quel fuoco non poteva credersi una meteora.
— Che cosa è quella luce? domandò Franz.
— Zitto! disse Gaetano, è un fuoco.
— Ma voi diceste che l’isola è disabitata?
— Dissi che non aveva una popolazione fissa, ma dissi pure che questo luogo era una fermata dei contrabbandieri.
— E dei pirati?
— E dei pirati, continuò Gaetano ripetendo le parole di Franz; ed è perciò che ho dato ordine di passare avanti, poichè, come vedete, ora il fuoco è dietro a noi.
— Ma questo fuoco, continuò Franz, mi sembra piuttosto un motivo di sicurezza che d’inquietudine: gente che temesse di essere veduta non accenderebbe il fuoco.
— Oh! questo non vuol dir niente, rispose Gaetano, se voi in mezzo a questa oscurità poteste giudicare della posizione dell’isola, vedreste che questo fuoco acceso nel punto ove è, non può essere scorto, nè dalla Corsica, nè dalla Pianosa, ma soltanto in alto mare.
— Credete che ci annunzi cattiva compagnia?
— Questo è quello di che bisognerà assicurarci, rispose Gaetano il quale teneva sempre gli occhi fissi sull’isola.
— E come volete assicurarvene? — State a vedere.
A queste parole Gaetano tenne un breve consiglio coi compagni, e dopo cinque minuti venne eseguita nel più gran silenzio una manovra mercè la quale in un memento fu virato di bordo; allora si riprese il cammino già fatto, e qualche secondo dopo questo cambiamento di direzione il fuoco disparve nascosto dietro a un sollevamento del terreno. Allora il pilota dette al piccolo bastimento, con una girata di timone, una nuova direzione, e si avvicinarono visibilmente all’isola che più non era distante che 50 passi. Gaetano tolse la vela, e la barca rimase stazionaria. Tutto ciò fu fatto nel più gran silenzio; dopo il cambiamento di direzione non era stata pronunciata una parola a bordo. Gaetano, che aveva proposta la spedizione, ne aveva presa sopra di sè tutta la responsabilità. Gli altri tre marinari mentre preparavano i remi, e stavano pronti a fuggire remando, non toglievano lo sguardo da lui per eseguire quella qualunque manovra che lor venisse ordinata da un gesto, e che mercè l’oscurità si sarebbe potuta eseguire molto facilmente. Franz visitava le armi colla prontezza d’animo che abbiamo in lui riconosciuta; aveva due fucili a due canne, ed una carabina; li caricò, si assicurò degli acciarini, e aspettò.
Durante questo tempo Gaetano si era tolto il cappotto e la camicia, aveva assicurati i calzoni intorno ai fianchi, e siccome avea i piedi nudi, si risparmiò la pena di levarsi le calze e le scarpe. Una volta così abbigliato, si mise l’indice della mano davanti alle labbra per ordinare il più profondo silenzio, e si lasciò immergere nel mare; nuotò verso l’isola con tal cautela che riesciva impossibile il discernere il più piccolo rumore. Potevasi soltanto seguire collo sguardo la traccia del suo tragitto dal solco fosforescente che eccitavano i suoi movimenti. Questo solco ben presto disparve: era segno evidente che Gaetano aveva preso terra. Sul piccolo bastimento rimasero tutti immobili per una mezz’ora, scorsa la quale videsi ricomparire dalla riva alla barca il solco luminoso. In pochi momenti Gaetano aveva raggiunta la barca.
— Ebbene? fecero ad un tempo Franz e i tre marinari.
— Ebbene! diss’egli, sono contrabbandieri spagnuoli; essi hanno soltanto con loro due banditi corsi. — E che fanno questi coi contrabbandieri spagnuoli? — Eh! mio Dio! eccellenza, rispose Gaetano con un accento di vivo amore del prossimo, bisogna bene aiutarsi gli uni con gli altri. Spesse volte i banditi vengono un poco troppo pressati su la terra dai gendarmi e dai carabinieri; ebbene! allora ritrovano una barca, ed in essa dei buoni diavoli come noi; vengono a domandarci l’ospitalità nella nostra casa galleggiante. Si può fare a meno di prestare soccorso ad un povero diavolo perseguitato? noi li riceviamo a bordo, e per maggior sicurezza prendiamo il largo. Ciò non costa nulla, e salva la libertà, o per lo meno la vita, a qualcuno dei nostri simili, il quale, all’occasione, sa essere riconoscente al servigio reso, indicandoci un buon luogo ove sbarcare le nostre mercanzie senza essere incomodati dai curiosi.
— Va bene, disse Franz, anche voi, mio caro Gaetano, siete dunque un po’ contrabbandiere? — Eh! che volete, disse con un sorriso impossibile a descriversi, si fa un po’ di tutto; bisogna pur vivere: — Allora voi siete con persone di conoscenza quando vi trovate cogli abitanti che a quest’ora sono a Monte-Cristo. — Circa; noi marinari abbiamo alcuni segni per riconoscerci. — E credete che non avrem nulla a temere sbarcando anche noi? — Assolutamente nulla! i contrabbandieri non sono ladri! — Ma questi due banditi corsi... riprese Franz, calcolando prima tutte le eventualità del pericolo. — Eh! mio Dio, disse Gaetano, non è colpa loro se sono banditi, ma colpa altrui. — In che modo? — Senza dubbio! essi sono perseguitati non per altro, che per aver fatta la pelle a qualcuno, mossi da spirito di vendetta, (del che non li lodo già io), ma pure accade così.
— Che intendete voi col fare la pelle? avere assassinato un uomo? disse Franz, continuando le sue investigazioni. — Intendo avere ucciso un nemico! rispose il pilota, il che è molto diverso. — Ebbene, disse il giovine, andiamo dunque a domandare ospitalità ai contrabbandieri, ed ai banditi. Credete voi che ci verrà accordata?
— Senza alcun dubbio.
— Quanti sono?
— Tre contrabbandieri, e due banditi.
— Va bene! è appunto la nostra cifra; noi siamo in forza eguale nel caso che questi signori mostrassero cattive intenzioni, e per conseguenza in istato di potere contenerli. Per l’ultima volta adunque andiamo a Monte-Cristo.
— Sì, eccellenza; ma voi ci permettete ancora di prendere qualche cautela. — Ed in qual modo, mio caro; siate saggio come Nestore, e prudente come Ulisse; fo ancora più di permettervelo, ve ne prego.
— Ebbene! silenzio allora! disse Gaetano.
Tutti tacquero. Per un uomo come Franz che osservava tutte le cose nel loro vero punto di vista, la situazione, senz’essere pericolosa, non era però priva di una certa gravità. Egli si trovava nella più profonda oscurità, isolato in mezzo al mare con marinari che non conosceva, e che non avevano alcuna ragione di essergli affezionati, che sapevano ch’egli aveva nella ventriera qualche migliaio di franchi, e che per più volte, se non invidiate almeno esaminate con molta curiosità le sue armi, che erano bellissime. Da altra parte egli approdava con questa sorta di uomini in una isola la quale sebbene portasse un nome molto religioso, non sembrava, mercè i tre contrabbandieri e i due banditi, promettere un’ospitalità molto caritatevole; poi la storia dei bastimenti mandati a fondo, che nel giorno gli era sembrata esagerata, la notte gli apparve verosimile. Per tal modo posto fra questi due pericoli, forse immaginari, ma fors’anche reali, non abbandonava i suoi uomini con gli occhi, nè il fucile con la mano. In questo mentre i marinari avevano nuovamente spiegata la vela, ed avevano ripreso il solco già calcolato coll’andare e rivenire. Attraverso l’oscurità, Franz, un poco abituato alle tenebre, distingueva il gigante di granito che la barca andava costeggiando; poi finalmente, oltrepassando di nuovo l’angolo di una roccia, scoperse il fuoco che brillava più vivamente che mai, e intorno al quale erano assise quattro, o cinque persone. Il riverbero del fuoco si estendeva a un centinaio di passi nel mare.
Gaetano costeggiò la luce, mantenendo sempre la barca nella parte meno illuminata; quindi quando essa fu tutta dirimpetto al fuoco, volse capo su di quello, ed entrò bravamente nel circolo luminoso, intuonando una canzone da pescatori di cui cantava le strofe egli solo, ed i compagni ripetevano in coro il ritornello. Alla prima parola della canzone, gli uomini assisi intorno al fuoco si erano alzati, ed eransi avvicinati allo scalo, cogli occhi fissi sulla barca, sforzandosi visibilmente di giudicarne la forza, e d’indovinarne le intenzioni. Ben presto parve che avessero fatto un esame sufficiente, e ad eccezione di uno che rimase in piedi a fare la sentinella, gli altri andarono a sedersi intorno al fuoco davanti al quale veniva arrostito un capretto tutto intero. Quando il battello fu giunto a 20 passi dalla terra, l’uomo che stava in sentinella sulla spiaggia fece macchinalmente colla carabina un atto simile a quello di un soldato in fazione quando aspetta la pattuglia; e gridò chi vive? in dialetto sardo. Franz caricò freddamente i due fucili. Gaetano cambiò con quest’uomo alcune parole che il viaggiatore non capì, ma che dovevano necessariamente riguardarlo, perchè Gaetano volgendosi gli chiese.
— V. E. vuol dire il suo nome o conservare l’incognito?
— Il mio nome deve essere del tutto sconosciuto a questi signori, rispose Franz; dunque dite loro soltanto che io sono un francese che viaggia per diletto.
Allorchè Gaetano ebbe trasmessa questa risposta, la sentinella dette un ordine ad uno degli uomini assisi intorno al fuoco che subito si alzò, e disparve fra le rocce. Successe un silenzio di qualche minuto. Ciascuno sembrava preoccupato dei proprii affari: Franz dello sbarco, i marinari delle vele, i contrabbandieri del loro capretto; ma in mezzo a questa apparente noncuranza tutti si osservarono attentamente.
L’uomo che erasi allontanato ricomparve ben tosto dal lato opposto a quello da cui era disparso; fece un segno colla testa alla sentinella che voltandosi alla barca si limitò di dire, s’accomodi.
Il s’accomodi degl’italiani non è traducibile in altra lingua: significa ad un tempo, «Venite, entrate, siate il ben venuto, fate come se foste in casa vostra, voi siete il padrone;» il s’accomodi, è quella frase turca di Molière che meravigliava tanto il gentiluomo borghese per la quantità di significati che conteneva. I marinari non se lo fecero dir due volte; in due colpi di remi, la barca toccò terra: Gaetano saltò a prua, cambiò ancora qualche parola a voce bassa con la sentinella, i compagni discesero l’un dopo l’altro, quindi finalmente toccò a Franz.
Egli aveva uno dei fucili a bandoliera: Gaetano l’altro: uno dei marinari teneva la carabina. Il vestito era un misto del costume di un artista e di un elegante, non ispirò perciò alcun sospetto ai suoi ospiti e per conseguenza nessuna inquietudine. Fermata la barca alla spiaggia, si avviarono per cercare un comodo sito al bivacco; ma la direzione che presero non piaceva al contrabbandiere che faceva le funzioni di vigilatore, perchè gridò a Gaetano: — Non andate da quella parte!
Gaetano balbettò una scusa, e senza aggiungere parola si avanzò dalla parte opposta, mentre che due marinari accesero dei tronchi d’albero al fuoco per illuminare il sentiero.
Fecero circa trenta passi e si fermarono sopra una piccola spianata, tutta circondata di rocce nelle quali erano stati scolpiti alcuni sedili, incavati in modo che vi si poteva stare seduti al coperto. Intorno intorno verdeggiavano alcune querce selvagge e dei cespugli di mirto. Franz prese uno dei tronchi accesi che servivano di torcia, e fu il primo a riconoscere dalla comodità del luogo, che questa doveva essere una delle stazioni abituali dei visitatori dell’isola di Monte-Cristo.
In quanto alla sua aspettativa di avvenimenti, essa era cessata, una volta messo piede a terra, una volta veduta la disposizione se non amichevole, almeno indifferente dei suoi ospiti, ogni preoccupazione era disparsa, e all’odore del capretto che arrostivasi nel vicino bivacco, la preoccupazione erasi cambiata in appetito. Egli disse due parole a Gaetano su questo nuovo incidente, e questi rispose che nulla era più facile quanto l’allestire una cena in pochi minuti, avendo essi nella barca del pane, del vino, le sei pernici prese alla caccia, e un buon fuoco per farle arrostire.
— D’altra parte, aggiunse egli, se V. E. si trova tentato dall’odore del capretto, posso andare dai nostri vicini con due dei vostri uccelli ed offrirli in cambio di un pezzo del loro quadrupede.
— Fate, disse Franz, fate pure Gaetano; voi siete nato veramente col genio di negoziare.
In questo tempo i marinari avevano svelte delle macchie, e fatti dei fasci di mirto e di querce verdi, ai quali avevano messo il fuoco, il che presentava un focolare molto rispettabile. Franz aspettò adunque con impazienza (annasando sempre l’odore di capretto) il ritorno del pilota, ed allorchè questi ricomparve, si presentò a lui con un aspetto molto preoccupato.
— Ebbene! domandò egli, che abbiamo di nuovo? è stata rifiutata la nostra offerta?
— Al contrario, disse Gaetano; il capo, a cui è stato detto che voi siete un gentiluomo francese, v’invita a cena con lui.
— Va bene, disse Franz, è un uomo molto incivilito questo capo, ed io non vedo il perchè dovrei ricusare, tanto più che porto meco la mia parte di cena.
— Oh! non è questo, egli ha di che cenare e al di là del bisogno; ma mette una singolare condizione alla vostra presentazione in casa sua.
— In casa sua? riprese il giovine; egli ha dunque fatto costruire una casa? — No, ma non per questo cessa dall’avere un appartamento molto comodo, almeno a quanto si assicura. — Voi dunque conoscete questo capo? — Ne ho soltanto inteso parlare. — In bene od in male? — In tutti e due i modi. — Che diavolo! e qual è la condizione che m’impone? — Che vi lasciate bendar gli occhi, e che non tentiate di togliervi la benda che allorquando ve lo dirà egli stesso.
Franz esplorò per quanto gli fu possibile lo sguardo di Gaetano per sapere ciò che nascondeva questa proposizione.
— Oh! diavolo, riprese questi, rispondendo al pensiero di Franz, lo so bene, la cosa merita molta riflessione.
— Che fareste voi al caso mio? disse il giovine.
— Io, che non ho niente da perdere, accetterei.
— Accettereste? — Non foss’altro che per curiosità.
— Vi è dunque qualche cosa di curioso da vedere presso questo capo? — Ascoltate, disse Gaetano abbassando la voce, io non so se tutto ciò che si dice è vero. — Si fermò guardando attorno se alcun estraneo lo ascoltava. — E che si dice?
— Si dice che questo capo abiti un palazzo sotterraneo in paragone del quale il palazzo Pitti è poca cosa. — Questo è un sogno! disse Franz. — Oh! non è un sogno, è una realtà. Cama, il pilota del S. Ferdinando, vi entrò un giorno, e ne uscì tutto meravigliato, dicendo che simili tesori non si ritrovano che nei racconti delle fate. — Ma sapete voi, disse Franz, che con simili parole mi fareste credere di dover discendere nella caverna d’Alì-Babà?
— Vi dico ciò che mi è stato detto, eccellenza.
— Allora voi mi consigliate di accettare?
— Oh! non dico questo; V. E. faccia ciò che meglio crede: non vorrei darle un consiglio in una simile congiuntura.
Franz riflettè per qualche momento: e comprese che quest’uomo così ricco non poteva aver preso di mira lui che non portava altro che qualche migliaio di franchi; e siccome in tutto questo non intravedeva che un’eccellente cena, accettò.
Gaetano andò a portare la risposta. Noi abbiam detto che Franz era prudente; e per questo volle raccogliere quanti più particolari gli fu possibile sopra un ospite così strano e misterioso. Si volse adunque ad un marinaro, che durante questo tempo aveva spennato le pernici colla gravità di un uomo superbo delle sue funzioni, e gli chiese con che questi uomini avevano potuto approdare, mentre non vedeva nè barche, nè speronare, nè tartane.
— Oh! non è questo che mi dà pensiero, disse il marinaro, perchè conosco il bastimento sul quale montano.
— È un bel bastimento? — Io ne desidero a V. E. uno simile per fare il giro del mondo — E di qual forza è?
— Di circa cento tonnellate. Del resto è un bastimento di fantasia, un yacht, come dicono gl’Inglesi, ma costruito in modo da potersi tenere in mare per un lungo viaggio.
— E dove è stato costruito? — Non so; ma credo a Genova.
— E come mai un capo di contrabbandieri, continuò Franz, osa di far costruire un yacht deputato al suo clandestino commercio, nel porto di Genova?
— Non ho detto che il proprietario di questo yacht fosse un capo di contrabbandieri.
— No, ma mi sembra che lo abbia detto Gaetano.
— Gaetano aveva veduto gli uomini dell’equipaggio da lontano, e quando lo disse non aveva ancora parlato ad alcuno. — Ma se quest’uomo non è un capo di contrabbandieri, chi è dunque? — È un ricco signore che viaggia per diletto. — Andiamo avanti, pensò Franz, il personaggio diventa sempre più misterioso, poichè i racconti sono diversi.
— E come si chiama? — Quando gli si domanda, risponde che si chiama Sindbad il marinaro ma dubito che questo non sia il suo vero nome.
— Sindbad il marinaro? — Sì.
— E dove abita questo signore? — Sul mare.
— Di qual paese è?
— Non lo so.
— L’avete voi mai veduto? — Qualche volta.
— Che uomo è? — V. E. ne giudicherà da sè stessa.
— E dove mi riceverà? — Senza dubbio nel palazzo sotterraneo di cui vi ha parlato Gaetano.
— E non avete mai avuto la curiosità, quando siete venuto a fermarvi qui ed avete trovata l’isola deserta, di cercare a penetrare in questo palazzo incantato?
— Oh! davvero, eccellenza, e più d’una volta ancora, ma le nostre ricerche sono sempre riuscite inutili. Noi abbiamo cercata la grotta in tutte le parti, e non abbiamo ritrovato il più piccolo passaggio. Si dice però che la porta non si apra con una chiave ma con una parola magica.
— Andiamo pur innanzi, mormorò Franz, eccomi capitato in uno dei racconti delle Mille e una Notte.
— S. E. vi aspetta, disse una voce dietro a lui, che egli riconobbe per quella della sentinella.
Il nuovo arrivato era accompagnato da due altri uomini dell’equipaggio del yacht. Per tutta risposta Franz si cavò di tasca il fazzoletto e lo presentò a colui che aveva parlato. Senza dire una parola furongli bendati gli occhi con tanta cautela che indicava il timore che commettesse qualche indiscretezza; dopo di ciò gli fu fatto giurare che non avrebbe tentato in nessun modo di togliersi la benda prima che fosse invitato a farlo. Egli giurò. Allora i due uomini lo presero ciascuno per un braccio e camminò guidato da essi e preceduto dalla sentinella. Dopo una trentina di passi sentì dal calore della brace e dall’odore sempre più appetitoso del capretto che egli ripassava davanti al bivacco, quindi vennegli fatta continuare la strada per un altri 50 passi, inoltrandosi evidentemente verso la parte ove la sentinella non aveva permesso a Gaetano di penetrare, proibizione che ora veniva spiegata. Ben presto un cangiamento di atmosfera avvertì Franz che entrava in un sotterraneo. Dopo alcuni secondi di cammino intese aprirsi una porta, e gli sembrò che l’atmosfera cangiasse di natura, diventasse tiepida e profumata, e s’accorse allora che i piedi posavano sopra un tappeto fitto e morbido; in quel momento le guide lo abbandonarono. Fecesi un breve silenzio, ed una voce disse in buon francese, quantunque con un accento straniero:
— Signore, voi siete il benvenuto in mia casa, e potete togliervi la benda. — Come si crederà facilmente, Franz non si fece ripetere l’invito due volte, si levò il fazzoletto, e si ritrovò dirimpetto ad un uomo dai 38 ai 40 anni che portava il costume tunisino, vale a dire una callotta rossa con una lunga nappa di seta turchina, una veste di panno nero tutta ricamata d’oro, pantaloni color sangue di bue larghi e gonfi, le ghette dello stesso colore orlate d’oro come la veste, e le pianelle gialle, una magnifica sciarpa di cachemir, cingevagli la vita al di sopra dei fianchi, e un piccolo cangiarro acuto e ricurvo passava dentro alla cintura. Quantunque di un pallore quasi livido quest’uomo aveva una fisonomia mollo bella, gli occhi erano vivi e penetranti, il naso dritto e quasi a livello della fronte indicava il tipo greco in tutta la sua purezza, e i denti bianchi come perle spiccavano mirabilmente sotto i baffi neri che li circondavano. Soltanto questo pallore era strano, sarebbesi detto un uomo rinchiuso da lungo tempo in una tomba e che non avesse potuto riprendere l’incarnato dei vivi. Senz’essere di grande persona, egli del resto era ben fatto, e come gli uomini del mezzogiorno, aveva le mani e i piedi piccoli, ma ciò che meravigliò Franz, che aveva trattato di visionario Gaetano, fu la sontuosità degli arredi.
Tutta la camera era parata di stoffa turca di color cremisi tessuta a fiori d’oro. In un voto eravi una specie di divano sormontato da un trofeo di armi arabe coi foderi di argento dorato e tempestate di pietre risplendenti; dal soffitto pendeva una lampada di cristallo di Venezia e di un color grazioso e i piedi posavano sopra un tappeto turco; erano magnifiche le portiere poste alla porta per la quale entrò Franz, e davanti un’altra che metteva in una seconda camera che sembrava splendidamente illuminata. L’ospite lasciò Franz per alcuni momenti in balia della sua sorpresa, e questi furono da lui impiegati a rendere esame per esame, non avendo lasciato un momento dall’investigarlo da capo a piedi. — Signore, diss’egli finalmente, vi chiedo perdono delle cautele che sono costretto a prendere con quelli che vengono qui introdotti; ma siccome la maggior parte dell’anno quest’isola è deserta, se il segreto di questa dimora fosse conosciuto, al mio ritorno senza dubbio troverei questo mio recinto in cattivo stato, cosa che mi dispiacerebbe immensamente, non per la perdita che ciò mi causerebbe, ma perchè non avrei più la certezza di potermi separare dal resto della terra quando me ne vien la volontà. Frattanto cercherò di farvi dimenticare questo piccolo disturbo coll’offrirvi ciò che voi non avreste certamente creduto di ritrovar mai in quest’isola, una cena passabile ed un letto abbastanza buono.
— In fede mia, mio caro ospite, rispose Franz, non vedo il perchè dobbiate fare scuse: ho sempre veduto che si bendano gli occhi alle persone che entrano nei palazzi incantati; vedete Raoul negli Ugonotti, e veramente non posso lamentarmi perchè ciò che mi mostrate fa seguito alle meraviglie delle Mille e una Notte.
— Ah! io potrei dirvi come Lucullo, se avessi saputo di avere l’onore di una vostra visita, mi vi sarei preparato. Ma infine metto a vostra disposizione il mio eremitaggio tale quale si è; e vi offro la mia cena, per quanto sia poca cosa. Alì, è all’ordine?
Nel medesimo punto la portiera si sollevò, e un moro della Nubia, nero come l’ebano, e vestito di una semplice tonaca bianca, fece segno al padrone che poteva passare nella camera da pranzo.
— Ora, disse lo sconosciuto a Franz, io non so se siate del mio avviso, ma trovo che non vi è niente di più incomodo quanto di restare due o tre ore in due, senza sapere con qual nome o con qual titolo chiamarsi. Io rispetto troppo, notate bene, le leggi della ospitalità per non domandarvi nè il nome nè il titolo; vi prego soltanto di indicarmi una frase con la quale possa indirizzarvi la parola. In quanto a me, per levarvi ogni incomodo, vi dirò che hanno l’abitudine di chiamarmi Sindbad il marinaro.
— Ed io, rispose Franz, vi dirò, che siccome non mi manca altro, per essere nella situazione di Aladino, che la famosa lampada meravigliosa, così non trovo alcuna difficoltà che pel momento mi chiamiate Aladino. Per questo non andremo fuori d’Oriente, ove son tentato di credere di essere stato trasportato dalla potenza di qualche buon genio.
— Ebbene! signor Aladino, disse lo strano Anfitrione, avete inteso che tutto è all’ordine? abbiate dunque il disturbo di passare nella camera da pranzo, il vostro umilissimo servitore andrà innanzi per indicarvi il cammino. — A queste parole venne sollevata la portiera, e Sindbad passò effettivamente avanti a Franz.
Franz passava da incanto in incanto: la tavola era splendidamente apparecchiata. Una volta convinto di questo punto importante girò lo sguardo intorno a sè. La sala da pranzo non era meno splendida dell’altra, essa era tutta in marmo con bassorilievi antichi del maggior prezzo, e ai quattro angoli di questa sala alquanto bislunga stavano quattro statue con in capo dei cestelli contenenti delle piramidi di frutta magnifiche; vi erano degli ananassi di Sicilia, delle mele granate di Malaga, dei portogalli dell’isole Baleari, delle pesche di Francia e dei datteri di Tunisi. La cena poi si componeva di un fagiano arrostito circondato di merli di Corsica, di un cosciotto di cinghiale colla gelatina, di un quarto di capretto alla tartara, e di una gigantesca ragusta; gl’intervalli tra i piatti erano riempiti da piattini che contenevano principi di tavola. I piatti erano d’argento, i piattini di porcellana del Giappone. Franz si strofinò gli occhi per assicurarsi bene che non travedeva. Alì solo era impiegato a fare il servizio e se ne disimpegnava molto bene. Il convitato ne fece complimento al suo ospite.
— Sì, rispose questi facendo gli onori della cena con molta disinvoltura, sì, questo povero diavolo mi è molto affezionato, e fa il meglio che può. Egli si ricorda che gli ho salvata la vita, e siccome amava molto la vita, a quanto pare, mi professa della riconoscenza per avergliela conservata. — Alì, quantunque non intendesse una parola di francese, accorgendosi dagli sguardi di Sindbad che parlavasi di lui, si avvicinò alla tavola prese la mano del padrone, e la baciò.
— Sarei troppo indiscreto, signor Sindbad, se vi chiedessi in quale combinazione faceste un così bell’atto?
— Oh! mio Dio! è una cosa ben semplice. Sembra che il furbo avesse ronzato vicino al serraglio del Bey di Tunisi, più di quel che fosse conveniente ad uno del suo colore, dimodochè venne condannato dal Bey ad avere la lingua, la mano, e la testa tagliate; la lingua il primo giorno, la mano il secondo e la testa il terzo. Io aveva sempre desiderato di avere un muto al mio servizio; aspettai che gli fosse tagliata la lingua, e andai a proporre al Bey di darmelo in cambio di un magnifico fucile a due canne che il giorno prima erami sembrato avesse ridestato i desideri di S. A. Egli stette per un momento in forse, tanto gli premeva di finirla con questo povero diavolo. Ma io aggiunsi subito al fucile un coltello da caccia inglese col quale avevo rotto l’Yatagan di S. A. dimodochè il Bey risolvette a fargli grazia della mano e della testa; alla condizione però che non avrebbe mai più messo il piede a Tunisi. La raccomandazione era inutile. Quando il miscredente vede le coste d’Affrica, per quanto siano lontane, corre a salvarsi nel fondo del bastimento, e non si può farlo uscire di là che quando si è fuori delle viste della terza parte del mondo.
Franz restò un poco muto e pensieroso cercando ciò che doveva pensare della crudele bonarietà colla quale il suo ospite gli aveva fatto questo racconto.
— E voi passate la vostra vita, diss’egli cercando di cambiare la conversazione, viaggiando come il degno marinaro di cui avete preso il nome?
— Sì, è un voto che feci in tempi nei quali non credeva di poterlo compiere, disse lo sconosciuto sorridendo; ne ho fatti pure alcuni altri in questo modo, e spero ben presto poterli compiere.
Quantunque Sindbad avesse pronunziate queste parole colla più grande pacatezza, pure i suoi occhi avevano lanciato uno sguardo di selvaggia ferocia.
— Voi avete molto sofferto, signore? diss’egli.
Sindbad fremè e lo guardò fissamente.
— Da che lo arguite? diss’egli.
— Da tutto, riprese Franz: dalla vostra voce, dal vostro sguardo e dalla vita stessa che conducete.
— Io! conduco la vita più felice che si conosca, una vera vita da Pascià: mi piace un luogo, vi resto; me ne annoio, parto, sono libero come l’uccello, ho le ali come quello. Le genti che mi circondano mi obbediscono; a quando a quando mi diverto ad inceppare la giustizia umana o togliendole un bandito che cerca, o un reo che perseguita. Poi ho la mia giustizia tutta propria, giustizia alta e bassa senza dilazione e senza appello, che condanna, o assolve ed alla quale nessuno ha niente da rivedere. Ah! se aveste gustata la mia vita, non ne vorreste altra, e non rientrereste giammai nel mondo ammenochè non vi aveste da compiere un qualche gran disegno.
— Una vendetta per esempio, disse Franz.
Lo sconosciuto fissò sul giovine uno di quei sguardi che penetrano nel più profondo del cuore e del pensiero:
— E perchè una vendetta? domandò egli.
— Perchè, soggiunse Franz, voi avete l’aspetto di un uomo che, perseguitato dalla società, ha qualche terribile conto da mettere in regola con essa.
— Ebbene! fece Sindbad ridendo con quello strano riso che mostrava i denti bianchi ed acuti, voi non l’avete indovinato; tal quale voi mi vedete, io sono una specie di filantropo e forse un giorno anderò a Parigi per far concorrenza col signor Appert l’uomo dal piccolo mantello blu.
— E sarà questa la prima volta che farete questo viaggio.
— Oh! mio Dio sì, ho l’aspetto di essere ben poco curioso, n’è egli vero? ma vi assicuro che non fu colpa mia se ho ritardato tanto; ciò accadrà da un giorno all’altro.
— E pensate voi di farlo presto questo viaggio?
— Non lo so ancora; dipende da congiunture sottoposte ad incerte combinazioni.
— Io vorrei esservi al tempo in cui vi verrete, cercherei di rendervi, per quanto mi fosse possibile, l’ospitalità che sì largamente mi prodigate a Monte-Cristo.
— Accetterei la vostra offerta con gran piacere, rispose l’ospite; ma disgraziatamente, se vi vado, ciò sarà forse incognito. — Frattanto la cena si avanzava e sembrava essere stata preparata soltanto per Franz, perchè era molto se lo sconosciuto avea toccato colle estremità dei denti uno o due piatti dello splendido festino che aveva offerto e al quale il suo inatteso convitato aveva fatto così largamente onore.
Finalmente Alì portò le frutta, o piuttosto prese i cestelli sul capo delle statue e li posò sulla tavola. Fra i quattro cestelli pose una tazza d’argento dorato, chiusa da un coperchio dello stesso metallo. Il rispetto col quale Alì aveva portata questa tazza punse la curiosità di Franz. Egli alzò il coperchio e vide una specie di pasta verdastra che rassomigliava alle confetture d’Angelica, ma che eragli del tutto sconosciuta. Rimise il coperchio senza aver saputo che cosa conteneva la tazza, e volgendo gli occhi sul suo ospite lo vide che sorrideva del suo impaccio. — Voi non potete indovinare, disse questi, quale specie di commestibile contenga questo piccolo vaso, e ciò vi dà da pensare, n’è vero?
— Lo confesso.
— Ebbene! questa specie di confettura verde è nientemeno l’ambrosia che Ebe serviva alla tavola di Giove.
— Ma questa ambrosia, disse Franz, passando per le mani degli uomini, avrà certamente perduto il nome celeste per prenderne uno umano? in lingua volgare come si chiama questo ingrediente dal quale non sento però di avere grande simpatia?
— Ah! ecco precisamente, gridò Sindbad; spesse volte noi passiamo molto vicini ad una fortuna senza vederla, senza guardarla, senza riconoscerla. Siete voi un uomo positivo, e l’oro è il vostro Dio? gustate di questa, e le miniere del Perù, di Guzarate, e della Golconda vi saranno aperte. Siete voi un uomo d’immaginazione? siete voi poeta? gustate di questa, e le barriere del possibile dispariranno; vi si apriranno i campi dell’infinito, e passeggerete libero di cuore, di spirito nei dominii senza confine dell’ideale. Siete ambizioso? correte dietro le grandezze della terra? gustate di questa, e dopo un’ora sarete Re, non Re di un piccolo regno nascosto in un angolo d’Europa, come la Francia, la Spagna, o l’Inghilterra, ma sarete il Re del mondo, il Re dell’universo. Il vostro trono sarà eretto sopra la montagna di Satanasso, e senza aver bisogno di fargli omaggio, senza essere costretto di baciarne gli artigli, sarete il sovrano padrone di tutti i regni della terra. Non vi tenta ciò che vi offro, dite? non vi sembra cosa facile? osservate! — A queste parole scoprì la piccola tazza d’argento dorato che conteneva la sostanza tanto lodata, prese un cucchiarino da caffè di questa confettura magica, la portò alla bocca, e l’assaporò lentamente cogli occhi semichiusi, e la testa rovesciata in addietro. Franz gli lasciò tutto il tempo di sorbire il suo cibo favorito; poi quando vide che ritornava un poco in sè:
— Ma finalmente che cosa è questa vivanda preziosa?
— Avete voi mai inteso parlare del Vecchio della montagna, quello stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto? — Senza dubbio. — Ebbene! voi sapete che egli regnava in una ricca vallata dominata dalla montagna da cui aveva preso il suo nome pittoresco. In questa vallata erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e in questi giardini dei padiglioni isolati: in questi faceva entrare i suoi eletti, e là faceva loro mangiare, disse Marco Polo, una certa erba che li trasportava nell’Eden, in mezzo a piante sempre fiorite, a frutti sempre maturi, e a donne le più seducenti. Ora ciò che questi giovani felici prendevano per una realtà non era che un sogno, ma sì dolce, sì inebriante, sì voluttuoso sogno, che si vendevano interamente a colui che loro lo impartiva, e l’obbedivano ciecamente. Essi andavano a colpire in capo al mondo la vittima designata, morivano fra i tormenti della tortura senza lamentarsi, nella sola idea che quella morte che soffrivano non era che un passaggio a quella vita di delizie di cui l’erba misteriosa, ora avanti a voi, avevagli dato un saggio.
— Allora, gridò Franz, questa è l’hatchis. Sì, io la conosco almeno di nome.
— Precisamente, voi avete detto il suo vero nome signor Aladino, questo è l’hatchis, tutto ciò si fa di meglio e di più puro in hatchis ad Alessandria, l’hatchis d’Abou-Gor, il gran confetturiere, l’uomo unico, l’uomo al quale si dovrebbe fabbricare un palazzo con questa iscrizione: Al mercante della felicità: il mondo riconoscente.
— Sapete voi, disse Franz, che mi viene la volontà di giudicare da me stesso quanto vi ha di vero nell’esagerazione dei vostri elogi?
— Giudicatene da voi stesso; ma non chiamatevi soddisfatto di un primo esperimento. Come in tutte le altre cose bisogna abituare i sensi ad una nuova impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste o gioconda. Vi è una lotta della natura contro questa portentosa sostanza, della natura che non è fatta per la gioia, e che si avviticchia al dolore. Bisogna che la natura vinta soccomba nel conflitto; bisogna che la realtà succeda al sogno, e allora il sogno regna come padrone, allora è il sogno che addiventa la vita, e la vita diviene il sogno; ma qual differenza in questa trasfigurazione! vale a dire che paragonando i dolori dell’esistenza reale ai godimenti della fittizia, non vorrete più vivere, ma vorrete sempre sognare. Quando lascerete il vostro mondo per passare nel mondo degli altri, vi sembrerà di passare ad una primavera napoletana, ad un inverno della Lapponia. Vi sembrerà lasciare l’Eden per la terra, il cielo per l’inferno. Gustate dell’hatchis, mio caro, gustatene! — Per tutta risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta maravigliosa misurato sulla quantità che ne aveva presa il suo Anfitrione, e lo portò alla bocca.
— Diavolo, diss’egli dopo avere inghiottita questa pasta divina, io non so se il resultato sarà aggradevole quanto voi dite, ma la sostanza non mi sembra tanto saporosa quanto l’affermavate.
— Perchè le papille del vostro palato non sono ancora adatte alla sublimità della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che gustaste le ostriche, il thè, il porter, i tartufi, le assaporaste voi con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguilo? comprendereste voi il piacere che provavano i Romani nel condire i fagiani coll’assa fetida, ed i chinesi che mangiano i nidi delle rondinelle? eh! mio Dio, no. Ebbene! accade lo stesso dell’hatchis: mangiatene soltanto otto giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo vi sembrerà della squisitezza di questo che in oggi vi sembra forse fetido, e nauseante. Ma ora passiamo nella camera vicina, e Alì ci servirà il caffè, e ci darà la pipa.
Tutti e due si alzarono, e mentre che quello cui si è dato il nome di Sindbad, e da noi così chiamato per avere una denominazione qualunque onde distinguerlo dal suo convitato, dava alcuni ordini al suo domestico, Franz entrò nella camera attigua. Questa era arredata più semplicemente quantunque non meno riccamente; di forma rotonda, ed un gran divano le girava intorno. Ma il divano, i muri, il soffitto, e il pavimento erano tutti ricoperti di magnifiche pelli lisce e morbide come il più morbido tappeto, erano pelli di leoni d’Atlas dalle possenti criniere, pelli di tigri del Bengal dalle calde righe, pelli di pantere del Capo, macchiate scherzosamente come quella che apparve a Dante; finalmente pelli d’orsi della Siberia, e di volpi della Norvegia, e tutte gettate in profusione le une sulle altre dimodochè si sarebbe creduto di camminare su i prati più fioriti, e di riposare su i letti più soffici. Tutti e due si stesero sopra i divani, una quantità di pipe colle canne di gelsomino e le imboccature d’ambra erano alla portata della mano, e già preparate affinchè non si avesse la noia di fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno. Alì le accese, ed uscì per andare a prendere il caffè.
Fuvvi un poco di silenzio, durante il quale Sindbad si lasciò trasportare dai pensieri che sembrava l’occupassero senza posa anche in mezzo alla sua conversazione, e Franz si abbandonò a quella muta esaltazione nella quale cadesi quasi sempre fumando eccellente tabacco, che sembra portar via colla fumata tutte le pene dello spirito, e rendere al fumatore in loro vece tutti i sogni dell’anima. Alì portò il caffè. — Come lo prendete? disse l’incognito; alla francese o alla turca, forte o leggiero, col zucchero o senza, filtrato o bollito? scegliete; ve n’è del preparato in tutti i modi.
— Lo prenderò alla turca, disse Franz.
— E avete ragione: ciò prova che avete delle disposizioni per la vita orientale. Ah! gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In quanto a me, soggiunse egli, con un di quei sorrisi singolari che non sfuggono ad un giovine, quando avrò finiti i miei affari a Parigi, andrò a morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisognerà che mi cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan.
— In fede mia, disse Franz, questa sarà la cosa più facile del mondo, perchè sembrami che mi spuntino le ali d’aquila, e con queste farei il giro del mondo in 24 ore.
— Ah! Ah! è l’hatchis che opera; ebbene! aprite le ali, e volatevene nelle regioni sovrumane; non temete, vegliasi su voi, e se, come quelle d’Icaro, le vostre ali si liquefanno al sole, noi siamo qui per ricevervi. — Di poi disse qualche parola araba ad Alì, che fece un segno d’obbedienza, e si ritirò, ma senza allontanarsi. In quanto a Franz, una strana trasformazione si operava in lui: tutta la fatica fisica della giornata, tutta la preoccupazione di spirito che avevano fatta nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come in un primo momento di riposo in cui si vive abbastanza per sentire che il sonno viene. Sembrava che il corpo acquistasse una leggerezza fuori del materiale, lo spirito s’illuminasse in un modo inaudito, i suoi sensi sembravano raddoppiare le loro facoltà. L’orizzonte si allargava, ma non più questo orizzonte cupo sul quale si spiega un vago terrore, e che aveva osservato prima del suo sonno, ma un orizzonte azzurro, trasparente, vasto, con tutto ciò che il mare ha di bello, che il sole ha di raggi, che la brezza ha di profumo; quindi in mezzo al canto dei suoi marinari, canto sì limpido, e sì chiaro che se ne sarebbe fatto un’armonia celeste se si fosse potuto notare, egli vedeva comparire l’isola di Monte-Cristo, non più come uno scoglio minaccioso sui flutti, ma come un’oasi perduta nel deserto; poi a seconda che la barca s’avvicinava, i canti divenivano più numerosi, poichè un’armonia incantatrice e misteriosa saliva da quest’isola al cielo, come se qualche fata come Lorelay, o qualche mago come Amfione avesse voluto attirarvi qualche spirito, o fabbricarvi una città. Finalmente la barca toccò la riva, ma senza scossa, nella stessa guisa che le labbra toccano le labbra, e sembrò a Franz di entrare nella grotta senza che cessasse questa incantevole musica; discese, o meglio gli sembrò discendere qualche scalino respirando un’aria fresca ed imbalsamata come quella che deve circondare l’isola di Circe, composta di tanti profumi da far andar in estasi, di ardori tali, che fanno bruciare i sensi, e rivide tutto ciò che aveva veduto prima del sogno, cominciando dall’ospite fantastico Sindbad fino ad Alì il muto servitore; poi gli sembrò che tutto si cancellasse, e si confondesse sotto i suoi occhi come le ultime ombre di una lanterna magica che si spenga, e si ritrovò nella camera delle statue, illuminata soltanto da una di quelle lampade antiche e pallide che ardono nel mezzo della notte sul sonno della voluttà.
Erano bene le stesse statue belle per le forme, e per la poesia, cogli occhi magnetici, coi capelli abbondanti; erano Frine, Cleopatra, Messalina, le tre donne più celebri per la loro dissolutezza; poi nel mezzo di queste s’introduceva una di quelle ombre calme, una di quelle visioni dolci che sembrano coprir di un velo i propri occhi verginali rimpetto a queste impurità del marmo. Allora gli sembrò che queste tre statue avessero riuniti i loro amori per un sol uomo e che questi fosse lui; che si avvicinassero ove egli faceva un secondo sogno, coi piedi coperti dalle loro lunghe, e bianche tonache, coi capelli cadenti ad onde, con una di quelle attitudini irresistibili, con uno di quei sguardi inflessibili e ardenti pari a quello che vibra il serpente all’uccello, e che egli si abbandonasse a quei sguardi, dolorosi come un laccio, voluttuosi come un bacio. Sembrò a Franz di chiudere gli occhi, e attraverso l’ultimo sguardo che aveva girato intorno a sè travedere la statua pudica che si velava interamente; quindi, i suoi occhi chiusi alle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni impossibili. Allora, per Franz che subiva la prima volta l’impero dell’hatchis, fu una voluttà, un amore come quello che prometteva il Vecchio della Montagna ai suoi seguaci.
XXXII. — RISVEGLIAMENTO.
Allorchè Franz ritornò in sè, gli oggetti esteriori sembrarongli una seconda parte del suo sogno; si credè in un sepolcro ove a stento penetrava appena un raggio di sole, a guisa di uno sguardo di pietà; stese la mano, e sentì del marmo; si mise a sedere, e si trovò avvolto nel mantello sopra un letto di zolle secche molto molli ed odorifere. Tutta la visione era sparita; e, come se le statue non fossero state che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano disparse al suo svegliarsi. Fece qualche passo verso il punto di dove veniva la luce; e da tutta l’agitazione del sonno succedeva la calma della realtà. Videsi in una grotta, si avanzò dalla parte dell’apertura, ed attraverso la porta centinata, scoprì un bel cielo blu, ed un mare azzurro. L’aria e l’acqua rispondevano ai raggi del sole mattutino; i marinari erano assisi sulla riva, discorrendo, e ridendo; alla distanza di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall’ancora. Allora egli gustò per qualche tempo quella fresca brezza che passavagli sulla fronte; ascoltò il debole rumore dell’onda che moriva sulla spiaggia lasciando sulle rocce un contorno di schiuma bianca come l’argento; si lasciò andare senza riflettere, senza pensare, a quell’incanto celeste che hanno le cose della natura particolarmente quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla volta la vita esterna così pacifica, così grande, gli ricordò la inverisimiglianza del suo sogno, ed i trascorsi fatti cominciarono a rientrare nella sua memoria. Si sovvenne dell’arrivo nell’isola, del modo con cui fu presentato al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno di splendore, dell’eccellente cena, e del cucchiaio di hatchis. Solo, in faccia a questa realtà, e in pieno giorno, gli sembrò che fosse almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo spirito. Per tal modo a quando a quando la sua immaginazione faceva apparire in mezzo ai marinari, o traversare uno scoglio, o librarsi sulla barca, una di quelle ombre che avevano ricolma la sua notte di sguardi e di baci. Del rimanente egli aveva la testa del tutto libera, e il corpo perfettamente riposato; non alcuna pesantezza nel cervello; che anzi al contrario risentiva un certo benessere generale, ed attraenza maggiore a godere dell’aria e del sole. Si avvicinò adunque con ilarità ai marinari. Come lo videro essi si alzarono, ed il padrone si avvicinò a lui. — Il sig. Sindbad, gli disse, ci ha incaricati dei suoi complimenti per V. E., e ci ha detto di esprimervi il dispiacere che ha di non potere prendere congedo di persona, ma spera che lo scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha chiamato a Malaga.
— È dunque vero, mio caro Gaetano, disse Franz, tutto ciò che mi è accaduto? esiste in realtà un uomo che mi ha offerta un’ospitalità regale, e che è partito durante il mio sonno?
— È tanto vero, che potete vedere là il suo piccolo yacht che si allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale potrete scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo equipaggio. — Dicendo queste parole Gaetano stendeva il braccio nella direzione di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta meridionale della Corsica. Franz prese un piccolo cannocchiale, lo mise al punto della sua vista, e lo diresse verso il luogo indicato. Gaetano non s’ingannava; sulla poppa del bastimento vedeva il misterioso suo ospite, che ritto, e voltato dalla sua parte teneva egli pure il cannocchiale puntato verso di lui. Egli era vestito collo stesso costume con cui era apparso la sera innanzi al suo convitato, e come s’accorse di essere guardato agitò il fazzoletto in segno di addio. Franz resegli il saluto, e cavando egli pure il fazzoletto lo agitava del pari. Dopo un minuto una piccola nube di fumo sorse a poppa del bastimento, si staccò graziosamente dal di dietro, e salì lentamente in alto, quindi una debole esplosione giunse fino a Franz.
— Sentite, sentite? disse Gaetano; eccolo là che vi dice addio. — Il giovine prese la carabina, e la scaricò in aria, ma senza speranza che il rumore potesse superare la distanza che separava il yacht dalla costa.
— Che comanda V. E.? disse Gaetano.
— Che procuriate di accender subito una torcia.
— Ah! sì, capisco, disse Gaetano, per cercare l’entrata dell’appartamento nascosto. Con molto piacere, eccellenza, se la cosa vi diverte, e vi darò subito la torcia che chiedete. Ma io pure ebbi la vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancata la mia fantasia, ed ho finito per dovere rinunciarvi: Giovanni, soggiunse egli, accendi una torcia.
Giovanni obbedì, Franz prese la torcia, ed entrò nel sotterraneo seguito da Gaetano. Egli riconobbe il posto ove erasi svegliato, dal letto di zolle ancora tutto scomposto; ma non gli valse girare la torcia sopra tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto qualche traccia di fumo che manifestava che altri pure avevano tentata inutilmente la stessa investigazione. Ciò nonostante non lasciò un piede di quel muro di granito, impenetrabile come l’avvenire, senza esaminarlo. Egli non vide una screpolatura senza che v’introducesse la lama del coltello da caccia; non osservò alcun punto sporgere senza comprimerlo nella speranza che cedesse; ma tutto inutile, e senza alcun resultato perdè due ore in questa ricerca. Alfine rinunciò ad ogni ulteriore indagine. Gaetano trionfava. Quando Franz ritornò sulla spiaggia, il yacht non compariva più che come un punto bianco sull’orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con questo istrumento nulla distinse. Gaetano gli ricordò che era venuto per cacciare le capre, il che sembrava avesse dimenticato: prese il fucile, si mise a percorrere l’isola in quel modo che fa un uomo che compie un dovere invece di prendersi un diletto, e in capo ad un quarto d’ora aveva già ucciso una capra, e due capretti. Ma queste capre quantunque selvagge e fuggiasche come i camosci, avevano troppa rassomiglianza colle nostre capre domestiche, per cui Franz non le considerava come selvaggiume.
Dipoi idee ben molto più possenti ne occupavano lo spirito. Fin dalla scorsa sera egli tenevasi per il vero eroe di un racconto favoloso delle Mille e una Notte, e sentivasi ricondotto verso la grotta da una forza invincibile. Allora, ad onta della inutilità della sua prima perquisizione, ne cominciò una seconda, dopo di aver detto a Gaetano di fare arrostire uno dei capretti. Questa seconda visita durò molto tempo, poichè quando ritornò il capretto era arrostito, e la colazione preparata. Franz si assise nel luogo in cui la sera innanzi avea ricevuto l’invito della cena per parte del suo ospite misterioso, e scoperse ancora come una punta bianca il piccolo yacht che continuava ad inoltrarsi verso la Corsica. — Ma, diss’egli a Gaetano, non mi avete annunziato che Sindbad faceva vela per Malaga, mentre mi sembra che vada direttamente verso Porto-Vecchio.
— Non vi ricordate più, rispose il marinaro, che fra la gente che componeva il suo equipaggio si trovavano per il momento due banditi corsi?
— È vero! andrà a depositarli sulla costa.
— Precisamente. Ah! questo è un individuo, gridò Gaetano, che non teme cosa alcuna, per quanto mi vien detto, e che per fare un servizio ad un povero uomo devierebbe il suo viaggio di 50 leghe.
— Ma questo genere di servizio potrebbe metterlo a cimento col magistrato del paese ove esercita questo genere di filantropia, disse Franz.
— Ebbene! soggiunse Gaetano ridendo, che cosa fanno a lui i magistrati? egli se la ride! Non hanno che a tentare di perseguitarlo. Dapprima il suo yacht non è un naviglio, ma un uccello, e darebbe tre nodi sopra 12 ad una fregata; e poi non ha che a gettarsi egli stesso sulla costa e in ogni luogo troverebbe amici. — Ciò che vi era di più chiaro in tutta questa faccenda si era, che Sindbad, l’ospite di Franz, aveva l’onore di essere in relazione con tutti i contrabbandieri ed i banditi di tutte le coste del Mediterraneo, la qual cosa però non lasciava di tenerlo in una strana posizione. Franz non aveva più cos’alcuna che lo ritenesse a Monte-Cristo; aveva perduto ogni speranza di ritrovare il segreto della grotta; si sollecitò dunque a far colazione, ordinando ai suoi uomini di tener pronta la barca pel momento che avrebbe finito; mezz’ora dopo egli era a bordo. Gettò un ultimo sguardo sul yacht che stava per disparire nel golfo di Porto-Vecchio. Dette il segnale della partenza. Nello stesso momento in cui la barca si metteva in movimento il yacht spariva, e con lui si cancellava l’ultima realtà della notte precedente: per tal modo la cena, Sindbad, l’hatchis, e le statue, tutto cominciava per Franz a confondersi nello stesso sogno.
La barca camminò tutto il giorno e tutta la notte: e la dimane quando il sole si alzava, l’isola di Monte-Cristo era a sua volta disparsa. Messo piede a terra, Franz dimenticò momentaneamente almeno, gli avvenimenti che erano passati, per non occuparsi più che dei suoi affari di piacere, o di obbligo in Firenze, e di raggiungere il compagno che lo aspettava a Roma: partì adunque col corriere e il sabato sera si ritrovava sulla piazza della Dogana. L’appartamento, come si disse, era già stato fissato da qualche tempo; non restava adunque che di recarsi all’albergo di Pastrini; il che non era molto facile mentre la folla ingombrava le strade, e Roma era già in preda a quel rumore sordo e febbrile che precede i grandi avvenimenti. Ora, a Roma, non vi son che quattro grandi avvenimenti in un anno, il carnevale, la settimana santa, il Corpusdomini, e la festa di S. Pietro. Tutto il restante dell’anno la città ricade nella sua solita apatia, stato intermediario fra la vita e la morte, che la rende simile ad una specie di stazione fra questo mondo e l’altro; stazione sublime, alta, piena di poesia e di carattere, che Franz aveva già fatta cinque o sei volte, e che aveva sempre ritrovata più meravigliosa, e più fantastica. Finalmente traversò quella folla che sempre più s’ingrossava, e giunse all’albergo. Alla prima domanda gli fu risposto con quella impertinenza propria dei cocchieri delle carrozze da rimessa o dei grandi locandieri, che non vi era posto per lui all’albergo di Londra. Allora inviò il suo biglietto a Pastrini, e fecesi reclamare da Alberto de Morcerf. Il mezzo riuscì, e Pastrini accorse egli stesso scusandosi di avere fatto aspettare S. E., rimproverando i servi, prendendo il lume dalla mano del servitore di piazza che erasi già impadronito del viaggiatore, e si disponeva a condurlo nelle camere di Alberto, quando questi gli venne incontro. L’appartamento fissato componevasi di due piccole stanze, ed un gabinetto. Le due camere davano sulla strada, particolarità che Pastrini fece valere come se vi aggiungesse un merito inapprezzabile. Il rimanente del piano era dato in fitto ad un ricco personaggio, creduto, o Maltese o Siciliano; ma che l’albergatore non potè dire precisamente a quale delle due nazioni appartenesse.
— Tutto va bene, signor Pastrini, disse Franz, ma ci vorrebbe subito una cena qual si sia per questa sera, ed una carrozza per domani e pei giorni successivi.
— In quanto alla cena sarete subito serviti; ma in quanto alla carrozza... — Come in quanto alla carrozza! gridò Alberto; un momento, un momento, non scherziamo, Pastrini, ci abbisogna una carrozza. — Eccellenza, disse l’albergatore, si farà tutto quello che si potrà per averne una; ecco ciò che posso dirvi.
— E quando avremo la risposta? domandò Franz.
— Domani mattina, rispose l’albergatore. — Che diavolo! disse Alberto, si pagherà più cara, ecco tutto... si sa come accade: da Drake e da Aaron si paga 20 fr. nei giorni ordinarii, e 30 o 35 fr. in occasione di feste, mettete 5 fr. di giunta che farà 40, e non ne parliamo più. — Ho ben paura, che questi signori, quand’anche offrano il doppio, non possano ritrovarla.
— Allora che si facciano attaccare i cavalli alla mia... essa è un poco scrostata pel viaggio, ma non importa.
— Non si troveranno cavalli.
Alberto guardò Franz come un uomo cui venga data una risposta che sembri incomprensibile.
— Capite Franz, non vi saranno cavalli? Ma si potranno avere cavalli di posta?
— Sono tutti impegnati da 15 giorni, e non restano ora assolutamente che quelli destinati al necessario servizio.
— Che ne dite? domandò Franz. — Io dico che allorquando una cosa è al di sopra della mia intelligenza, ho l’abitudine di non fermarmici, e di passare avanti. La cena è pronta? — Sì, eccellenza. — Ebbene! per ora ceniamo.
— Ma la carrozza, e i cavalli? disse Franz. — State tranquillo, amico caro, essi verranno da sè; non si tratterà che di fissare il prezzo. — E Morcerf con quella ammirabile filosofia dell’uomo che nulla crede impossibile, fino a che la borsa è gaia, e il portafogli guarnito, cenò, andò a riposare, e sognò essere al Corso in una carrozza a sei cavalli.
XXXIII. — I BRIGANTI.
La dimane Franz si svegliò pel primo e appena desto suonò. Il tintinnio del campanello risuonava ancora quando Pastrini entrò in persona. — Ebbene! disse l’albergatore trionfante, e senza aspettare che Franz lo interrogasse, faceva bene io ieri sera a non prometter niente; voi avete aspettato troppo tardi a risolvervi, e adesso non v’è neppur una carrozza da nolo in Roma, pei tre ultimi giorni, s’intende.
— Sì, rispose Franz, vale a dire per quelli in cui essa è assolutamente necessaria. — Che c’è? domandò Alberto entrando: non si trovano carrozze? — Precisamente, mio caro amico, rispose Franz, e voi avete indovinato al primo colpo. — Ebbene! è una gran bella città, questa vostra città eterna!
— Cioè, eccellenza, riprese Pastrini, che desiderava mantenere la capitale del mondo cristiano in un certo decoro in faccia ai viaggiatori, non vi sono più carrozze da domenica mattina a martedì sera; ma da oggi a Domenica ne troverete cinquanta, se le volete.
— Non è poco, disse Alberto; oggi siamo a giovedì; chi sa di qui a domenica quello che può accadere.
— Accadrà l’arrivo di dieci, o dodici mila forestieri, rispose Franz, i quali renderanno la difficoltà sempre più grande.
— Amico mio, disse Morcerf, godiamo del presente, e non ci prendiamo cura per l’avvenire.
— Almeno, domandò Franz, potremo avere una finestra?
— Su che strada? — Sul Corso, per bacco.
— Ah sì! una finestra, esclamò Pastrini, impossibilissimo; ne restava una al quinto piano del Palazzo Doria, ed è stata appigionata ad un Principe russo per venti zecchini il giorno.
I due giovani si guardarono con aria stupefatta.
— Ebbene, mio caro, disse Franz ad Alberto, sapete ciò che torna meglio di fare? di andare a finire il carnevale a Venezia; almeno là, se non troviamo carrozze, ritroveremo gondole. — Oh! in fede mia, gridò Alberto, ho risoluto di vedere il carnevale di Roma, e lo vedrò, fosse ancora sopra una panchetta. — Bravo, gridò Franz, è un’idea magnifica, particolarmente per ispegnere i moccolotti; ci maschereremo da pulcinelli, e faremo un effetto meraviglioso.
— Le loro eccellenze desiderano sempre la carrozza fino a domenica? — Per bacco, disse Alberto, credete che noi siamo persone da correre le strade di Roma a piedi come i portieri, e i cursori?
— Vado ad eseguire gli ordini delle loro eccellenze, disse Pastrini; le prevengo soltanto che la carrozza costerà sei scudi il giorno.
— Ed io, mio caro Pastrini disse Franz, che non sono il milionario nostro vicino, vi prevengo per parte mia che essendo la quarta volta che vengo a Roma, conosco il prezzo delle carrozze per i giorni ordinari, le domeniche, e le feste; vi daremo dodici piastre per oggi, domani, e dopo domani, e voi ci troverete ancora un non piccolo guadagno.
— Ma Eccellenza... disse Pastrini tentando di ribellarsi.
— Andate, andate mio caro, disse Franz, o vado da me stesso a fare il prezzo dal padrone delle rimesse, che conosco bene; è un mio vecchio amico che mi ha già rubato non poco danaro, e che nella speranza di rubarmene dell’altro accetterà anche per un prezzo minore di quel che io v’offro; perdereste la differenza, e questa sarebbe colpa vostra.
— Non vi prendete questo incomodo, eccellenza, disse Pastrini col sorriso dello speculatore di locanda che si confessa vinto, farò il meglio che potrò, e voi sarete contento.
— A meraviglia, ecco ciò che si chiama parlare.
— Quando volete la carrozza? — Fra un’ora.
— Fra un’ora sarà alla porta. — Un’ora dopo effettivamente la carrozza aspettava i due giovani; era un modesto calesse, che attesa la solennità della congiuntura era salito al grado di carrozza da rimessa. Ma qualunque fosse la mediocre apparenza, i due giovani sarebbero stati ben contenti di avere un eguale veicolo per gli ultimi tre giorni del carnevale.
— Eccellenza, gridò il servitore di piazza vedendo Franz mettere il naso alla finestra, vuole che faccia avvicinare la carrozza al palazzo?
Per quanto Franz fosse abituato all’enfasi italiana, il suo primo movimento fu di guardarsi attorno; ma a lui stesso venivano dirette quelle parole. Franz era l’eccellenza, il calesse era la carrozza, il palazzo era l’albergo di Londra.
Tutto il genio di lode della nazione era in queste sole frasi.
Franz, ed Alberto discesero, la carrozza si avvicinò al palazzo, le loro eccellenze allungarono le gambe sui posti davanti, e il cicerone saltò nel sedile di dietro.
— Dove vogliono andare le loro Eccellenze?
— Prima a S. Pietro, e poi al Colosseo, disse Alberto da vero parigino. — Ma egli non sapeva una cosa, cioè che vi vuole un giorno per veder S. Pietro, e un mese per istudiarlo. La giornata fu tutta impiegata nel veder S. Pietro.
D’improvviso i due amici si accorsero che il giorno declinava. Franz cavò l’orologio, erano le quattro e mezzo.
Ritornarono all’albergo; giunti alla porta, Franz dette ordine al cocchiere di tenersi pronto per le otto, voleva egli far vedere ad Alberto il Colosseo al chiaro di luna, come avevagli fatto vedere S. Pietro in pieno giorno. Allorchè si fa vedere ad un amico una Città che si è già veduta ci si mette quella civetteria che usasi quando s’indica una donna della quale si è stato l’amante. In conseguenza Franz indicò al cocchiere il suo itinerario; doveva uscire dalla porta del popolo, andare intorno le mura esterne della Città, e rientrare dalla porta S. Giovanni. In tal modo il Colosseo comparisce d’improvviso, e senza che il Campidoglio, il Foro, l’Arco di Settimio Severo, il tempio di Antonino e Faustina, e la Via-Sacra abbiano servito di gradazione posta sulla strada per rammemorarlo. Si misero a pranzo: Pastrini aveva promesso a’ suoi ospiti un eccellente desinare, gliene dette uno passabile, non v’era nulla a dirvi. Alla fine del pranzo entrò egli stesso; Franz sulle prime credè che fosse venuto per ricevere i loro complimenti, e si apparecchiava a farglieli, allorchè alle prime parole egli lo interruppe. — Eccellenza, diss’egli, sono lusingato della vostra approvazione, ma non fu questo il motivo che mi fe’ salire da voi.
— È forse per venirci a dire che avete ritrovato la carrozza? domandò Alberto accendendo il sigaro.
— Anche meno, ed anzi V. E. farà bene a non pensarci più. In Roma le cose, o si possono o non si possono. Quando vi si è detto che non si possono, tutto è finito.
— A Parigi, è molto più comodo; quando una cosa non si può avere, la si paga il doppio, e si ha sul momento ciò che si domanda.
— Sento sempre dire la stessa cosa da tutti i francesi, disse Pastrini punto alcun poco, e non so comprendere come con tante meraviglie che sono a Parigi, i parigini viaggino.
— Ma è così, disse Alberto mandando flemmaticamente una fumata al soffitto e rovesciando il capo addietro sopra una poltrona; non vi sono che i pazzi, e gli oziosi come noi che viaggino; la gente di buon senso non lascia la casa della strada di Helder, il baluardo di Gand, e il caffè di Parigi.
Non fa mestieri di dire che egli abitava nella strada suddetta, che tutti i giorni faceva la sua passeggiata in tutta eleganza sul baluardo suddetto, e che pranzava tutti i giorni nel solo caffè in cui si può pranzare, e quando ancora si è in buona relazione coi camerieri. Pastrini restò un momento silenzioso; era evidente che meditava sulla risposta che avevagli data Alberto, risposta che senza dubbio non gli pareva molto chiara.
— Ma in fine, disse Franz a sua volta, interrompendo le riflessioni geografiche del suo albergatore, voi eravate venuto con un qualche scopo: volete esporci l’oggetto della vostra visita?
— Oh! è vero; eccolo: avete ordinato la carrozza per le otto. — Sicuramente. — Avete l’intenzione di visitare il Coliseo! — Cioè il Colosseo. — È la stessa cosa. — Sia.
— Avete detto al vostro cocchiere di uscir dalla porta del Popolo, e fare il giro delle mura per rientrare dalla porta S. Giovanni! — Queste sono le mie precise parole.
— Ebbene! questo itinerario è impossibile, od almeno molto pericoloso. — Pericoloso! perchè?
— A cagione del famoso Luigi Vampa. — Primieramente, mio caro Pastrini, chi è questo famoso Luigi Vampa? domandò Alberto. Egli può essere famosissimo a Roma, ma vi assicuro che è perfettamente sconosciuto a Parigi.
— Come! voi non lo conoscete! — Non ho quest’onore.
— Ebbene! quest’è un bandito, vicino al quale i Decesari, e i Gasperoni sono una specie di chierichetti. — Attenti! Alberto, gridò Franz, ecco dunque finalmente un brigante! — Vi prevengo, mio caro Pastrini, che io non crederò una parola di tutto ciò che siete per dirci; perciò parlate quanto volete, che io vi ascolto.
— V’era una volta... — Ebbene! avanti adunque.
Pastrini si volse dalla parte di Franz sembrandogli il più ragionevole dei due giovani. Bisogna rendere giustizia al brav’uomo: egli aveva alloggiati molti francesi, ma non aveva mai ben capite alcune parti di ciò che essi chiamano il loro spirito.
— Eccellenza, diss’egli con gravità, indirizzandosi come si disse a Franz, se mi credete un racconta-storie è inutile che vi dica ciò che volevo dirvi: posso però assicurarvi che lo facevo per la premura che ho per le loro eccellenze.
— Alberto non vi ha detto che voi siate un racconta-storie, mio caro Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi crederà. Ma io vi crederò, state tranquillo: parlate dunque.
— Però convenite, eccellenza, che se si mette in dubbio la sincerità delle mie parole...
— Mio caro, voi siete più suscettibile di Cassandra, che pure era una indovina, e alla quale nessuno credeva; mentre che voi siete sicuro di essere creduto almeno dalla metà del vostro uditorio. Sedetevi, diteci chi è questo sig. Vampa.
— Ve lo dissi, eccellenza, è uno di quei banditi di cui non abbiamo mai avuto l’uguale dall’epoca di Mastrilli.
— Ebbene! che rapporto ha questo bandito coll’ordine che ho dato al cocchiere di partire da porta del Popolo, e di rientrare per porta S. Giovanni?
— V’è, rispose Pastrini, che potreste uscir dall’una, ma dubiterei che potreste entrare dall’altra.
— E perchè? domandò Franz.
— Perchè quando è venuta la notte, non si è sempre in sicurezza in queste vicinanze.
— Parola d’onore? gridò Alberto.
Pastrini sempre punto nel fondo dell’anima pei dubbi emessi da Alberto sulla sua veracità, rispose: — Sig. conte, ciò che dico non è per voi, è pel vostro compagno di viaggio che conosce Roma, e sa benissimo che su questi argomenti non si scherza.
— Mio caro, disse Alberto volgendosi a Franz, ecco ritrovata un’ammirabile avventura: empiamo il nostro calesse di pistole, di tromboni, e di fucili a due canne, Luigi Vampa viene per arrestarci, e noi invece arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio al senato Romano: se il senatore domanda che può fare per dimostrarci la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una carrozza e due cavalli delle scuderie del senatore: e gli ultimi tre giorni godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il popolo romano riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e proclamarci, come Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della patria.
Non è possibile poter descrivere i diversi atteggiamenti del viso di Pastrini, durante questo discorso.
— In primo luogo, domandò Franz ad Alberto, dove prenderete queste pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali volete riempire la vostra carrozza?
— Il fatto sta, che certamente non potrei prenderli nel mio arsenale, diss’egli, perchè a Terracina mi è stato tolto perfino il mio coltello a pugnale; e a voi? — Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente. — Così, mio caro Pastrini, disse Alberto accendendo un secondo sigaro al residuo del primo, sapete che questa è una misura comodissima per i banditi? — S. E. sa che non c’è l’uso di difendersi quando si viene aggrediti dai banditi, rispose Pastrini che non voleva mettersi a cimento con osservazioni sulle leggi che vi sono ai confini. — Come! gridò Alberto, il cui coraggio si rivoltava all’idea di lasciarsi svaligiare senza dir niente; come! non c’è l’uso? — No, perchè qualunque difesa sarebbe inutile; che volete fare contro una dozzina di assassini che escono da un fosso, da un antro o da un acquedotto, e vi mettono nello stesso tempo le armi alla faccia!
— Ah! per bacco! voglio farmi ammazzare! gridò Alberto. — L’albergatore si volse verso Franz con una espressione che voleva dire: davvero eccellenza, il vostro camerata è pazzo.
— Mio caro Alberto, soggiunse Franz, la vostra risposta è sublime, e merita il dovea morir! del vecchio Cornelio; soltanto, quando Orazio rispondeva questo, si trattava della salute di Roma, e la cosa era abbastanza importante; ma in quanto a noi non si tratterebbe che di un capriccio, e sarebbe ridicolo l’arrischiare la propria vita per soddisfare un tal capriccio.
— Ah! per bacco! gridò Pastrini, alla buon’ora, questo si chiama parlare! — Alberto si versò un bicchiere di lacrima-christi, che bevve a sorsate, frammettendovi un brontolio di parole confuse che nessuno potè intendere. — Ebbene Pastrini, riprese Franz, ora che il mio compagno si è calmato, e che voi avete potuto apprezzare le mie disposizioni pacifiche, sentiamo: chi è questo sig. Luigi Vampa? è giovine o vecchio? è contadino o patrizio? descrivetecelo affinchè se lo avessimo per caso da incontrare nelle società, come Giovanni Sbogar, o Lara, lo possiamo almeno riconoscere.
— Non vi potevate rivolgere meglio che a me per averne esatti particolari poichè ho conosciuto Luigi Vampa da ragazzo, e un giorno anzi che caddi nelle sue mani, andando da Ferentino ad Alatri, si sovvenne, fortunatamente per me, della nostra antica conoscenza; e non solo mi lasciò andare liberamente senza esigere da me verun riscatto, ma eziandio volle farmi il regalo di un bell’orologio, e raccontarmi tutta la sua storia.
— Vediamo l’orologio, disse Alberto.
Pastrini cavò dal taschino un magnifico orologio a cilindro di Breguet, col nome dell’autore, il bollo di Parigi e una corona da conte. — Eccolo qui, diss’egli.
— Poffare! fece Alberto; ve ne faccio i miei complimenti. Io ne ho uno presso a poco come questo, che costa tremila fr.: Eccolo, e cavò l’orologio dal taschino del giubbetto.
— Sentiamo ora la storia, disse Franz tirando una sedia avanti, e facendo segno a Pastrini di sedersi.
— Le loro eccellenze mi permettono...? disse l’albergatore.
— Per bacco! disse Alberto, non siete già un predicatore, mio caro, per parlare sempre in piedi.
L’albergatore si assise dopo aver fatto un saluto rispettoso a ciascuno dei suoi due futuri uditori, come per indicare ch’egli era pronto a dar loro quei particolari di Vampa ch’essi avessero domandato.
— A noi! disse Franz arrestando Pastrini al momento che stava per aprire la bocca: voi dicevate d’aver conosciuto Luigi Vampa quando era ragazzo; è dunque molto giovine ancora?
— Lo credo bene! ha appena 22 anni! è un galeotto che andrà molto avanti, state pur sicuri.
— Che ne dite Alberto? è una bella cosa a 22 anni essersi già formata una riputazione, disse Franz.
— Sì certamente, alla sua età! Alessandro, Cesare e Napoleone non erano tanto avanti, e sì che questi hanno fatto dipoi qualche rumore nel mondo.
— E così, riprese Franz volgendosi all’albergatore, l’eroe di cui ora sentiremo la storia, non ha che 22 anni?
— Appena, come ebbi l’onore di dirvi.
— È grande o piccolo?
— Di mezzana persona, presso a poco come lei; disse l’albergatore designando Alberto.
— Grazie del paragone, disse quegli inchinandosi.
— Avanti, Pastrini, riprese Franz, sorridendo della suscettibilità del suo amico. E a qual classe della società appartiene?
— Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte S. Felice situata fra Palestrina e il lago di Gabri: nacque a Pampinara e fino dall’età di 5 anni entrò al servizio del conte. Suo padre, pastore anch’esso in Anagni, possedeva una piccola mandra e viveva della lana dei montoni e del prodotto delle pecore che veniva a vendere a Roma. Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva un’indole strana. Un giorno, all’età di 7 anni, andò a ritrovare il curato di Palestrina, e lo pregò d’insegnargli a leggere. Era una cosa assai difficile, perchè il pastorello non poteva lasciare le pecore. Ma il buon curato andava tutti i giorni a dire la messa in un piccolo borgo, troppo povero e troppo poco considerevole per poter mantenervi un prete, e che, non avendo neppure un nome, era conosciuto sotto quello di Borgo. Egli offrì a Luigi di trovarsi sulla strada che percorreva nell’ora del ritorno, e di dargli così la lezione, prevenendolo che questa sarebbe stata corta, e che per conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto da sè per renderla profittevole. Il fanciullo accettò con gioia. Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada da Palestrina al Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: il prete ed il fanciullo si sedevano sulla riva di un fosso, e il giovine pastorello prendeva la lezione sul breviario del curato. Il prete fece fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari di alfabeto, uno grande, uno mezzano e l’altro piccolo, e gli fece vedere, che imitando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, coll’aiuto di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere: la sera stessa, quando ebbe rinchiuso il gregge nell’ovile, il piccolo Vampa corse dal fabbro ferraio di Palestrina, prese un grosso chiodo, lo arroventò, lo martellò, lo arrotondì, e ne formò una specie di stiletto antico: la dimane unì una quantità di pezzi di lavagna, e si mise all’opera. Dopo tre mesi egli sapeva scrivere.
«Il curato, meravigliato di questa profonda intelligenza, e ammirando tutta questa attitudine, gli fece regalo di parecchi quaderni di carta, di alcune penne, e di un temperino. Allora ebbe a fare un altro studio; ma uno studio ch’era ben poca cosa dopo il primo. Otto giorni dopo maneggiava la penna come prima lo stiletto. Il curato raccontò quest’aneddoto al conte di San-Felice, che volle vedere il pastorello, lo fece leggere e scrivere innanzi a sè, ordinò al suo intendente di farlo mangiare coi domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con questo danaro Luigi comprò dei libri e delle matite. Di fatto egli applicava a tutti gli oggetti il suo spirito d’imitazione, e, a guisa di Giotto fanciullo, copiava sulle lavagne le pecore, gli alberi, le case. Poi colla punta del temperino cominciò a tagliare dei pezzi di legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Pinelli pure, l’artista popolare, aveva cominciato così.
«Una ragazzina di sei in sette anni, cioè un poco più giovane di Vampa, era pur essa alla custodia delle pecore in una vicina tenuta, presso Palestrina: questa bambina era orfana, nata a Valmontone, e si chiamava Teresa. I due fanciulli s’incontravano, sedevano l’un presso all’altra, lasciavano le loro mandre mischiarsi e pascere insieme, discorrevano, ridevano, scherzavano; poi la sera separavano il gregge del conte San-Felice da quello del Barone Cervetri, e si lasciavano, promettendosi di ritrovarsi la dimane.
«La dimane infatto mantenevano la parola, e crescevano in età da una parte e dall’altra. Vampa compì i 12 anni, e Teresa gli undici. Frattanto i loro istinti naturali si sviluppavano. A lato del gusto per le arti, che Luigi aveva spinto tant’oltre quanto è permesso di poterlo fare nella solitudine, egli era ad intervalli triste, ardente a scosse, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei giovani di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone aveva potuto non solo prendere alcuna influenza su di lui, nè tampoco divenire suo compagno. Il suo temperamento assoluto e l’essere sempre disposto ad esigere, e non mai a lasciarsi piegare ad alcuna concessione, gli allontanava ogni movimento amichevole, ed ogni dimostrazione di simpatia. Teresa sola comandava con una parola, con un gesto, con uno sguardo a questa indole, che piegava sotto la mano di una donna, ma che sotto quella di un uomo si sarebbe irritata fino all’eccesso. Teresa al contrario era vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente civetta; i due scudi che Luigi riceveva dall’intendente di San-Felice, il ricavato di tutti i piccoli lavori in intaglio che vendeva ai mercanti di giuocarelli in Roma, si tramutavano in pendenti di perle, in collane di cristallo, in spilli d’oro per la mercè di questa prodigalità del giovine amico. Teresa era la più bella e la più elegante di tutte le contadine delle vicinanze di Roma. I due giovani continuavano a crescere, passando le giornate insieme, e si abbandonavano senza opposizione a tutti gl’istinti primitivi della loro natura; così, nelle loro conversazioni, nei loro desideri, nei loro castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano di vascello, o generale, o governatore di una provincia: Teresa si vedeva ricca, vestita delle più belle stoffe, seguita da servitori in livrea; quindi quando essi avevano passata un’intera giornata a circondare il loro avvenire di questi folli e brillanti arabeschi, si separavano per ricondurre ciascuno la loro mandra alla stalla, ricadendo dall’altezza dei loro sogni alla umiliante realtà della loro condizione.
«Il giovine pastore disse un giorno all’intendente del conte, che aveva veduto un lupo uscir dalle montagne della Sabina e ronzare attorno al gregge. L’intendente gli dette un fucile; era ciò che ambiva Vampa. Questo fucile trovavasi ad avere per caso una eccellente canna di Brescia che mandava la palla come quella di una carabina inglese; l’incassatura soltanto era stata in qualche modo guastata dal conte mentre dava la caccia alla volpe, e per questo messo fra gli scarti. Ciò però non era di nessuna difficoltà per un intagliatore come Vampa. Egli esaminò la forma primitiva, calcolò ciò che bisognava cambiare per metterla in un migliore aspetto, fece un’altra incassatura zeppa di ornamenti così meravigliosi, che certamente avrebbe ritrovato a guadagnarvi una ventina di scudi, del solo incasso, se fosse venuto a venderlo in città. Ma si era astenuto dall’operar così; un fucile era stato da gran tempo il sogno del giovine. In tutti i paesi il primo bisogno che prova ogni cuor forte, ogni struttura possente, è quello di un’arma, che assicuri nello stesso tempo l’assalto e la difesa, e facendo terribile chi la porta, spesso lo fa pur anche divenir temuto. Da quel punto Vampa impiegò nell’esercizio del fucile tutti i momenti che gli rimanevano liberi: comprò della polvere e delle palle, e tutto gli serviva di bersaglio: il tronco di un olivo, triste, pallido, e cenerino, che vegeta sul declive delle montagne della Sabina; la volpe che nella sera usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna; l’aquila che s’innalzava per l’aria. Ben presto diventò così valente, che Teresa, superato quel primo ribrezzo che le produceva sul principio la detonazione, si divertiva nel vedere il giovine compagno situare la palla ove aveva indicato, così giustamente, come se ve l’avesse gettata colla mano.
«Una sera, un lupo uscì effettivamente da un bosco vicino al quale i due giovani avevano l’abitudine di starsi; il lupo non aveva fatti dieci passi sulla pianura che già era morto; Vampa, altero di questo bel colpo, sel caricò sulle spalle e lo portò alla fattoria. Tutti questi particolari davano a Luigi una certa riputazione nei dintorni della fattoria: l’uomo superiore, in qualunque luogo si trovi si forma una clientela d’ammiratori. Nei luoghi circonvicini si parlava di questo giovine pastore come del più destro, del più forte, e del più bravo contadino che fosse a dieci leghe di circonferenza; e quantunque Teresa, in un circolo più esteso ancora, passasse per la più bella delle giovinette della Sabina, pure nessuno si arrischiava dirle una parola d’amore, perchè si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due giovani non si erano mai detto che si amavano. Essi avevano vegetato l’uno accanto all’altro, come due alberi che uniscono le loro radici nel suolo, che intrecciano i loro rami nell’aria, il loro profumo nel cielo; soltanto era in loro lo stesso desiderio di vedersi; questo desiderio divenne bisogno, ed era per loro assai più facile il comprendere che cosa sia la morte, di quello che una separazione anche di un sol giorno. Teresa aveva allora 16 anni e Vampa 17.
«In quel tempo cominciavasi a parlar molto di una banda di briganti, che si ordinava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per quante efficacissime misure siansi prese, non è stato mai affatto distrutto nelle nostre vicinanze. Qualche volta manca un capo, ma quando se ne presenta uno è difficile che manchi di una banda. Il celebre Cucumetto, circondato negli Abbruzzi, cacciato dal regno di Napoli ove sostenne una vera guerra, aveva traversato il Garigliano come Manfredi, ed era venuto fra Sonnino e Giuperno, a rifugiarsi sulle rive dell’Amasina, egli si occupava a riordinare una banda che avrebbe camminato sulle orme di Gasparone e di Decesaris, cui sperava ben presto di sorpassare. Molti giovanotti di Palestrina, di Frascati, e di Pampinara disparvero. Sulle prime si stette in pena sul loro conto, ma ben presto si seppe ch’erano andati a raggiungere la banda di Cucumetto. In capo a poco tempo Cucumetto diventò l’oggetto dell’attenzione generale. Venivano ovunque citati dei tratti di questo capo bandito di una estrema audacia, e di rivoltante brutalità.
«Le storie di ogni genere che si raccontavano di questo capo bandito, formavano spesso l’oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La giovinetta tremava molto a questi racconti; ma Vampa la tranquillava battendo in terra il suo bel fucile che mandava così dritta la palla: poi, quando non era del tutto tranquilla, le faceva vedere un qualche corvo posato sopra una frasca secca di un albero, metteva il fucile alla guancia, premeva sul grilletto, e l’animale colpito cadeva ai piedi dell’albero. Frattanto il tempo passava, i due giovinetti avevano stabilito sposarsi quando Vampa avesse avuto 20 anni, Teresa 19. Erano orfani entrambi; entrambi non avevano altri permessi a chiedere che quello dei loro disegni sull’avvenire. S’intesero due o tre colpi di fucile, quindi un uomo uscì dal bosco presso al quale i due giovani erano soliti far pascolare i loro armenti, e corse verso di loro. Giunto alla portata della voce, gridò tutto ansante.
— Io sono inseguito, potete voi nascondermi?
«I due giovani riconobbero ben presto che il fuggitivo doveva essere un bandito: ma fra i banditi ed i paesani romani vi è una innata simpatia, che fa sì, che il secondo è sempre disposto a rendere servigio al primo. Vampa, senza dire una parola, corse ad una pietra che chiudeva l’ingresso di una grotta, scoprì quest’entrata tirando a sè la pietra, fece segno al fuggitivo di entrare in questo asilo sconosciuto a tutti, rimise la pietra tosto che fu entrato, e ritornò a sedersi vicino a Teresa. Quasi subito dopo, quattro carabinieri a cavallo comparvero sul confine del bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo, il quarto trascinava pel collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono il luogo con un colpo d’occhio, s’accorsero dei due giovani, accorsero di galoppo alla loro volta, e l’interrogarono; ma questi risposero che nulla avevano veduto.
«— È dispiacevole, disse il brigadiere, perchè quello che cerchiamo è il capo. — Cucumetto? non poterono fare a meno di gridare insieme Luigi e Teresa. — Sì, rispose il brigadiere, e siccome la sua testa porta la taglia di mille scudi romani, così voi ne avreste guadagnati 500 se ci aveste aiutati a prenderlo. — I due giovani si guardarono reciprocamente. Il brigadiere ebbe un raggio di speranza. 500 scudi romani fanno circa 3 mila fr.; e 3 mila fr. sono una fortuna per due poveri orfanelli che sono sul punto di maritarsi.
«— Sì, è dispiacevole, disse Vampa, ma non abbiamo veduto nessuno. — Allora i carabinieri percorsero il luogo in tutte le sue diverse direzioni, ma inutilmente: quindi successivamente disparvero. Allora Vampa andò a togliere la pietra, e Cucumetto uscì. Egli aveva veduto attraverso una fessura della porta di macigno i due giovani discorrere coi carabinieri; non aveva alcun dubbio sull’argomento della conversazione; aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi l’inalterabile risoluzione di non consegnarlo; cavò di saccoccia una borsa d’oro per fargliene dono. Ma Vampa rialzò la testa con fierezza; quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto ciò che ella potrebbe comprare di ricchi gioielli, e belli abiti con quella borsa d’oro.
«Cucumetto era un satana molto abile, solo aveva preso la forma di bandito invece di serpente: egli s’accorse di questo sguardo, riconobbe in Teresa una degna figlia d’Eva, e rientrò nella foresta rivolgendosi più volte, col pretesto di salutare i suoi liberatori. Il tempo del carnevale si avvicinava, il conte di Sanfelice annunziò un gran ballo mascherato al quale fu invitato quanto Roma aveva di più elegante. Teresa aveva gran volontà di vedere questo ballo.
«Luigi domandò al suo protettore, l’intendente, il permesso di assistervi per lui e per lei, nascosti in mezzo alla servitù della casa; permesso che venne loro accordato.
«Il ballo veniva dato dal conte particolarmente per fare cosa grata a sua figlia Carmela ch’egli adorava. Carmela era precisamente dell’età e della persona di Teresa, la quale era per lo meno tanto bella quanto Carmela. La sera del ballo Teresa si mise quanto aveva di più bello, i suoi spilli di maggior valore, i gioielli di cristallo più rilucenti. Ella aveva il costume delle donne di Frascati; Luigi aveva l’abito tanto pittoresco del paesano romano in giorno di festa. Entrambi si mischiarono, come avevano promesso, fra i servitori ed i paesani.
«Il festino era magnifico. Non solo la villa era tutta illuminata, ma migliaia di lampioni a colori erano appesi ai rami degli alberi nel giardino: così ben presto l’onda degli accorsi straripò dal palazzo sulle terrazze, e dalle terrazze nei viali. Ad ogni crociera vi era una orchestra, trattamenti, e rinfreschi; coloro che passeggiavano si fermavano, formavano delle quadriglie, e ognuno ballava ove più gli piaceva. Carmela portava il costume delle donne di Sonnino: aveva la pettinatura intrecciata di perle, gli spilli dei capelli erano d’oro, e di diamanti, il busto era di seta turca a gran fiori di broccato, la giubba e le gonnelle di cachemire: il senale di mussolino delle Indie, i bottoni della giubba altrettante pietre preziose; altre due delle sue compagne portavano il costume delle donne della Riccia. Quattro giovani dei più ricchi e delle famiglie più nobili di Roma l’accompagnavano, essi erano vestiti da paesani d’Albano, di Velletri, di Civita-Castellana, e di Sora. Non fa mestieri dire che questi costumi da paesani, come quelli da paesana, erano risplendenti d’oro e di pietre. Venne a Carmela l’idea di fare una quadriglia uniforme; mancava però una donna. Carmela guardò intorno a sè, e fra le invitate non trovò alcuna che portasse un costume analogo al suo ed a quello delle sue compagne. Il conte di San-Felice le mostrò fra le contadine Teresa, che stava appoggiata al braccio di Luigi.
«— Me lo permettete, padre mio? disse Carmela.
«— Senza dubbio, rispose il conte; non siamo in carnevale?
«Carmela si accostò ad un giovine che l’accompagnava, e gli disse alcune parole a bassa voce, indicandogli col dito la giovinetta. Il giovine si volse, seguì cogli occhi la direzione della bella mano che gli serviva da indicatore, fece un gesto di obbedienza, e andò ad invitare Teresa perchè venisse a figurare nella quadriglia diretta dalla figlia del conte. Teresa sentì come una fiamma salirle al viso. Interrogò d’uno sguardo Luigi: non v’era mezzo di rifiutare: Luigi lasciò lentamente sdrucciolare il braccio di Teresa che teneva sotto al suo, e Teresa si allontanò condotta dal suo elegante cavaliere, e tutta tremante venne a prendere il posto nella quadriglia aristocratica. Certamente per un’artista l’esatto e severo costume di Teresa, avrebbe avuto tutt’altro carattere che quello di Carmela e delle sue compagne, ma Teresa era una giovanetta frivola, e civetta, i ricami del mussolino, le palme della cintura, lo splendore del cachemire l’abbagliavano, il riflesso dei zaffiri, e dei diamanti la rendevano pazza. Dall’altra parte, Luigi sentiva nascere in sè un sentimento sconosciuto; era come un dolore sordo lo mordesse sulle prime il cuore, e di là corresse fremendo nelle sue vene, e s’impadronisse di tutto il corpo.
«Egli non perdeva un momento d’occhio i piccoli movimenti di Teresa, e del suo cavaliere; allorchè le loro mani si toccavano provava delle vertigini, le arterie gli battevano con violenza, e sarebbesi detto che il suono di una campana ripercuotesse le sue vibrazioni all’orecchio di lui. Allorchè parlavan fra di loro, quantunque Teresa ascoltasse timidamente e con gli occhi bassi i discorsi del cavaliere, siccome Luigi leggeva negli occhi ardenti del bel giovine che questi discorsi erano elogi, gli sembrava che la terra girasse sotto di lui, e che tutte le voci dell’inferno gli soffiassero idee di uccisioni, e di assassinio. Allora, temendo lasciarsi trasportare a qualche pazzia si aggrappava con una mano all’albero contro il quale era appoggiato, e coll’altra stringeva con un movimento convulsivo il pugnale dal manico intagliato che era passato nella sua cinta, e che senza accorgersene qualche volta cavava dal fodero quasi interamente.
«Luigi era geloso, egli capiva che Teresa poteva sfuggirgli, trasportata dalla sua natura orgogliosa e ambiziosa, e frattanto la forosetta che sulle prime era timida, e quasi spaventata, erasi ben presto rimessa. Si disse che Teresa era bella. Questo però non era tutto, Teresa era graziosa, di quella grazia selvaggia molto più possente che la nostra grazia studiata, ed affettata. Ella ebbe quasi gli onori della quadriglia, e se fu invidiosa della figlia del Conte di S. Felice, non oseremo dire che Carmela non fosse di lei gelosa. Così a forza di complimenti il suo bel cavaliere la ricondusse al posto ove l’aveva presa, ed ove l’aspettava Luigi.
«Due, o tre volte nel tempo del ballo la giovinetta aveva volto lo sguardo su lui, e ciascuna volta lo aveva veduto più pallido, e con i lineamenti più alterati. Una volta ancora i suoi occhi rimasero abbagliati come da un lampo di sinistro augurio nel vedere la lama del coltello cavata per metà dal fodero; quasi tremando riprese il braccio dell’amante. La quadriglia ebbe i suoi felici successi, e sembrava evidente che si sarebbe discorso di ripeterla una seconda volta. Carmela sola vi si opponeva, ma il Conte di S. Felice pregò tanto teneramente la figlia, che finalmente v’acconsentì.
«Tosto uno dei cavalieri si slanciò per invitare Teresa senza la quale era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la giovinetta era di già sparita. Infatto Luigi non avrebbe avuta la forza di sopportare un secondo esperimento, e parte per persuasione, e parte per forza, aveva trascinato Teresa da un’altra parte del giardino. Teresa aveva ceduto suo malgrado; ma aveva veduto la figura scomposta del giovine, e capiva dal suo silenzio, interrotto da un fremito nervoso, che in lui passava qualche cosa di strano. Essa pure non era esente da un’interna agitazione; e quantunque non avesse fatto niente di male, comprendeva che Luigi avrebbe avuto ragione di farle dei rimproveri; su che? non lo sapeva; ma si accorgeva ciò nonostante che questi sarebbero stati ben meritati. Pur nulla meno, con gran sorpresa di Teresa, Luigi si stette muto, e durante il rimanente della sera le sue labbra non dissero più una parola. Solo, allorchè il freddo della notte avea costretti tutti gl’invitati a lasciare i giardini, e che le porte della villa furono chiuse per dar luogo alla festa interna, ricondusse alla sua casa Teresa, poi quand’ella fu entrata, le disse:
«— Teresa, che pensavi tu quando ballavi dirimpetto alla contessina di S. Felice?
«— Pensava, rispose la giovinetta con tutta la franchezza dell’animo suo, che io darei la metà della mia vita per essere abbigliata come lei.
«— E che ti diceva il tuo cavaliere?
«— Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e che non dovevo dire che una parola per ottener questo.
«— Egli aveva ragione, rispose Luigi. Lo desideri tu così ardentemente come tu dici?
«— Sì.» — Ebbene! tu l’avrai.
«La giovinetta maravigliata, alzò la testa per interrogarlo, ma il suo viso era così tetro e così terribile, che la parola le si agghiacciò sulle labbra. D’altra parte dicendo queste parole Luigi si era allontanato. Teresa lo seguì con gli sguardi fra le tenebre fino a che ella potè scorgerlo. Poi quando fu sparito rientrò sospirando nella sua cameretta.
«Questa medesima notte accadde un grande avvenimento che fu giudicato il prodotto, senza alcun dubbio, della imprudenza di qualche servitore, che aveva usata negligenza nello spegnere i lumi: la villa S. Felice prese fuoco, precisamente dalla parte dell’appartamento della bella Carmela. Svegliata nel mezzo del sonno dalla luce delle fiamme, era saltata dal letto, si era inviluppata nella veste da camera, ed aveva tentato di fuggire dalla porta; ma il corridore pel quale abbisognava che passasse ere già tutto in preda all’incendio. Allora rientrò nella sua camera, chiamando ad alte grida soccorso, quando la sua finestra, posta a venti piedi dal suolo si aperse, un giovine contadino si slanciò nell’appartamento, la prese fra le braccia, e con una forza e destrezza sovrumana la trasportò sull’erba del prato ove rimase svenuta. Allorchè riprese l’uso dei sensi, il padre le era vicino, tutti i servitori la circondavano portando soccorsi. Un lato intero della villa fu bruciato; ma non premeva, poichè Carmela era sana e salva. Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi non ricomparve più; fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva veduto.
«Quanto a Carmela ella era così turbata che non lo aveva riconosciuto. Del rimanente, siccome il conte era immensamente ricco, se si eccettui il pericolo corso da Carmela, e che gli sembrò dal modo miracoloso con cui era stata salvata, piuttosto un novello favore della provvidenza che una disgrazia reale, fu ben poca cosa per lui la perdita di ciò che avevan consumato le fiamme.
«La dimane nell’ora consueta i due giovani si ritrovarono sul confine della foresta. Luigi era arrivato pel primo. Egli venne incontro alla giovinetta con molta allegria, e sembrava avere completamente dimenticata la scena della sera innanzi. Teresa era manifestamente pensierosa, ma vedendo la disposizione di animo di Luigi, simulò un’allegra non curanza che era la base della sua indole, quando qualche passione non veniva a disturbarla. Luigi prese sotto il braccio Teresa, e la condusse fino all’apertura della grotta; là si fermò. La giovinetta conoscendo che doveva esservi qualche cosa di straordinario lo guardò fissamente.
«— Teresa, disse Luigi, ieri sera tu mi dicesti che avresti dato metà della tua vita per avere un costume uguale a quello della figlia del conte.
«— Certamente, disse Teresa con meraviglia, ma era ben pazza quando esternava un simil desiderio.
«— Ed io ti ho risposto: sta bene, tu l’avrai.
«— Sì, soggiunse la giovinetta, la cui meraviglia si aumentava od ogni parola di Luigi; ma tu certamente hai risposto così, solo per farmi piacere.
«— Non ti ho mai promesso cosa che non ti abbia data, Teresa, disse con orgoglio Luigi: entra nella grotta, e vestiti.
«A queste parole allontanò la pietra, e fece vedere a Teresa la grotta illuminata da due candele, che ardevano ai lati di un magnifico specchio. Sopra una tavola rustica fatta da Luigi, erano distesi gli spilli di diamanti, e la collana di perle; sopra una panca vicina era depositato il rimanente del vestiario. Teresa mandò un grido di gioia, e senza informarsi donde veniva questo vestito, senza prendere il tempo di ringraziare Luigi, si slanciò nella grotta trasformata in gabinetto da toletta. Luigi respinse la pietra dietro ad essa, poichè s’accorse che sulla cresta di una piccola collina, che impediva di vedere Palestrina dal posto in cui stava, un viaggiatore a cavallo si era fermato un momento, incerto sulla strada da tenere, e che compariva sull’azzurro del cielo con quella nettezza di contorno particolare alle vedute in lontananza dei paesi meridionali.
«Lo straniero vedendo Luigi, mise il cavallo al galoppo, e venne alla sua volta. Luigi non si era ingannato; il viaggiatore che andava da Palestrina a Tivoli era incerto sul cammino da prendere. Il giovine glielo indicò; ma siccome ad un quarto di miglio la strada si divideva in tre, e il viaggiatore giunto a questo luogo poteva nuovamente sbagliare, pregò Luigi di servirgli di guida: questi depose a terra il mantello, si pose sulla spalla la carabina, e liberato così dal pesante vestito camminò davanti al viaggiatore con quel passo rapido del montanaro, che un cavallo a stento può seguire.
«In dieci minuti, Luigi ed il viaggiatore si trovarono al crocivio indicato dal giovine pastore. Giunto là, con un gesto maestoso a guisa di un imperatore, stese la mano, e indicò al viaggiatore quella delle tre vie che doveva seguire. — Ecco la vostra strada, eccellenza, voi ora non potete più sbagliare. — E tu prendi la tua ricompensa, disse il viaggiatore offrendo al pastore alcune piccole monete. — Grazie, disse Luigi ritirando la mano, io rendo un servizio, non lo vendo. — Ma, disse il viaggiatore, che del resto sembrava abituato a quella differenza che passa tra la servilità dell’uomo di città, e l’orgoglio del campagnuolo, se tu rifiuti una mercede, accetterai un regalo?
«— Ah! sì, questa è un’altra cosa. — Ebbene, disse il viaggiatore, prendi questi due zecchini di Venezia, e dalli alla tua fidanzata per acquistarsi un paio di pendenti.
«— E voi allora prendete questo pugnale, disse il pastore, non ne ritroverete uno la cui impugnatura sia meglio intagliata, da Albano a Civita-Castellana. — Lo accetto disse il viaggiatore, ma allora sono io che ti resto obbligato, perchè il pugnale vale molto più di due zecchini.
«— Per un mercante può essere, ma non per me che l’ho intagliato io stesso, e mi costa appena uno scudo.
«— Come ti chiami tu? domandò il viaggiatore.
«— Luigi Vampa, rispose il pastore collo stesso tuono come se avesse risposto: Alessandro re di Macedonia; e voi?
«— Io, disse il viaggiatore, mi chiamo Sindbad il marinaro.»
Franz d’Épinay mise un grido di sorpresa.
— Sindbad il marinaro! diss’egli.
— Sì, rispose il narratore, è il nome che il viaggiatore disse a Vampa essere il suo.
— Ebbene! che avete voi da dire in contrario a questo nome? interruppe Alberto; questo è un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava mi hanno divertito assaissimo nella mia prima gioventù. — Franz non insistè. Il nome di Sindbad il marinaro, come si capirà bene, aveva risvegliato in lui una quantità di ricordi, non diversamente da quello che aveva fatto la sera innanzi il nome di conte di Monte-Cristo: — Continuate, disse all’albergatore.
«Vampa mise sdegnosamente i due zecchini in saccoccia e riprese lentamente il cammino pel quale era venuto. Giunto a due o trecento passi della grotta gli parve di sentire un grido. Si fermò ascoltando da qual parte venisse questo grido. Dopo un secondo, intese pronunziare distintamente il suo nome; la voce veniva dalla parte della grotta.
«Balzò come un camoscio, e mentre correva, caricava il fucile, e in meno di un minuto era sulla sommità della piccola collina opposta a quella ove aveva scoperto il viaggiatore. Là si fecero più distinte le grida «aiuto, soccorso!» Girò gli occhi sullo spazio che dominava; un uomo rapiva Teresa come il centauro Nesso Deianira. Quest’uomo, che si dirigeva verso il bosco, aveva già percorso tre quarti del cammino dalla grotta alla foresta. Vampa misurò l’intervallo; quest’uomo aveva già duecento passi di vantaggio su lui, non vi era possibilità di raggiungerlo prima che entrasse nel bosco. Il giovine si ferma come se i suoi piedi avessero messo radice: appoggia l’incasso del fucile alla spalla, leva lentamente la canna nella direzione del rapitore, lo segue un secondo nella corsa, e fa fuoco. Il rapitore si fermò sul punto; le ginocchia gli si piegarono, e cadde trascinando nella sua caduta Teresa la quale si alzò subito, ed il fuggito restò steso dibattendosi nelle ultime convulsioni dell’agonia. Vampa si slanciò verso Teresa, che era a dieci passi dal moribondo, ed alla quale erano a sua volta venute meno le gambe cadendo in ginocchio. Allora al giovine venne il terribile sospetto che la palla che aveva colpito l’avversario avesse puranco ferita la fidanzata. Fortunatamente però non fu; il solo terrore aveva paralizzate le forze di Teresa. Allorquando Luigi fu ben sicuro che era sana e salva, si volse verso il ferito; era di già morto, colle pugna serrate, la bocca contratta dal dolore, e i capelli ritti dal sudore dell’agonia; gli occhi erano rimasti aperti e minacciosi.
«Vampa si avvicinò al cadavere e riconobbe Cucumetto. Dal giorno in cui il bandito fu salvato dai due giovani, erasi innamorato di Teresa, ed aveva giurato che la giovine sarebbe stata sua. Da quel giorno, l’aveva spiata con assiduità; e, profittando del momento in cui il suo amante l’aveva lasciata sola per andare ad indicare la strada al viaggiatore, l’aveva involata e già la credeva sua, quando la palla di Vampa, diretta dal colpo d’occhio infallibile del giovine pastore gli aveva traversato il cuore. Vampa lo guardò un momento senza che la minima emozione si presentasse sul suo viso, nel mentre che Teresa al contrario, tutta tremante ancora, non osava avvicinarsi al morto bandito che a piccoli passi, e gettava esitando uno sguardo sul cadavere al di sotto della spalla del suo amante. Dopo un momento Vampa si rivolse verso la sua innamorata.
«— Ah! ah! diss’egli, sta bene, tu sei di già vestita. Or tocca a me a fare la mia toletta.
«Infatto Teresa era vestita da capo a piedi col costume della figlia del conte S. Felice. Vampa prese il corpo di Cucumetto fra le braccia, e lo trasportò nella grotta, mentre che Teresa l’aspettava di fuori. Se fosse passato allora un altro viaggiatore, avrebbe veduto una cosa strana; cioè una pastorella guardare il gregge, vestita di cachemire coi pendenti alle orecchie, una collana di perle, degli spilli di diamanti, e dei bottoni di zaffiri, di smeraldi e di rubini. Senza dubbio sarebbesi creduto di ritornare ai tempi di Florian: e di ritorno a Parigi, avrebbe assicurato di avere incontrata la pastorella delle Alpi ai piedi dei monti Sabini. A capo di un quarto d’ora, Vampa uscì dalla grotta. Il suo costume non era meno elegante, nel suo genere, di quello di Teresa. Aveva una veste di velluto granato coi bottoni d’oro cesellati, un giubbetto di seta tutto ricoperto di galloni, una sciarpa annodata intorno al collo, un porta cartucce tutto in oro ed in seta rossa e verde, i pantaloni di velluto celeste attaccati al di sotto del ginocchio colle fibbie di diamanti, le ghette di pelle di daino ricamate con mille arabeschi, ed un cappello su cui sventolavano dei nastri di ogni colore; due catene da orologio pendevano dalla sua cintura ed un magnifico pugnale era attaccato al porta cartucce.
«Teresa gettò un grido di ammirazione; Vampa sotto questo abito rassomigliava ad una pittura di Léopold Robert o di Schnetz. Egli aveva vestito il costume completo di Cucumetto. Il giovine s’accorse dell’effetto che produceva nella sua fidanzata, ed un sorriso di orgoglio gli sfiorò le labbra. — Or dimmi Teresa, sei pronta a dividere la mia sorte qualunque essa possa essere?
«— Oh! sì, gridò la giovinetta con entusiasmo.
«— A seguirmi ovunque andrò? — Anche in capo al mondo!
«— Allora prendi il mio braccio, e partiamo, poichè non abbiam tempo da perdere.
«La giovinetta intrecciò il suo al braccio dell’innamorato, senza neppur domandargli ove la conduceva; perchè in questo momento le sembrava bello, superbo e potente come il Nume della guerra. E tutti e due s’incamminarono verso la foresta di cui in breve tempo sorpassarono il confine.
«Non fa bisogno di dire che Vampa conosceva tutti i sentieri della montagna; egli s’inoltrò dunque nella foresta senza esitare neppur per poco, e quantunque non vi fosse praticata alcuna strada, riconosceva la direzione che doveva seguire dal solo guardare gli alberi ed i cespugli; essi camminarono in tal guisa per circa un’ora e un quarto.
«Dopo questo tempo giunsero nel punto più fitto del bosco. Un torrente il cui letto era secco, conduceva in una gola profonda. Vampa prese questo strano sentiero, che incassato fra le due rive, e ottenebrato dall’ombra degli alberi sembrava il sentiero d’Averno di cui parla Virgilio. Teresa ritornata timorosa all’aspetto di questo luogo selvaggio e deserto si stringeva contro la guida senza dir parola; ma siccome lo vedeva camminare con un passo sempre uguale, siccome una calma sempre profonda irradiava il suo viso, ella stessa aveva la forza di dissimulare la sua emozione.
«D’un subito, dieci passi lontano da loro, un uomo sembrò staccarsi da un albero dietro cui era nascosto, e prendendo col suo fucile di mira Vampa, gridò:
«— Non fare un passo di più o sei morto.
«— Andiamo, via! disse Vampa facendo con la mano un gesto di disprezzo, nel mentre che Teresa non dissimulando il suo terrore, si stringeva sempre più contro di lui; e che i lupi forse si sbranano fra di loro?
«— Chi sei tu? dimandò la sentinella. — Io sono Luigi Vampa, il pastore della fattoria di S. Felice. — Che vuoi tu?
«— Voglio parlare ai tuoi compagni che sono su lo spianato di Rocca-Bianca.
«— Allora seguimi, disse la sentinella, o piuttosto, giacchè sai la strada, cammina avanti.
«Vampa sorrise con aria di disprezzo alla cautela di questo bandito, passò avanti con Teresa, e continuò il suo cammino collo stesso passo fermo e tranquillo che lo aveva condotto fin là. Dopo cinque minuti, il bandito fece loro il segno di fermarsi. Essi obbedirono. Il bandito imitò tre volte il grido del corvo, un altro grido eguale rispose a questo triplice appello. — Ora tu puoi continuare la strada, disse il bandito. — Luigi e Teresa si rimisero in cammino: ma, a seconda che s’inoltravano, Teresa tremante si serrava sempre più contro il suo amante; infatto attraverso gli alberi si vedevano comparire degli uomini e scintillare delle canne di fucile. Lo spianato di Rocca-Bianca era sulla sommità di una piccola montagna, che altre volte doveva certamente essere stata un piccolo vulcano, vulcano estinto prima che Romolo e Remo disertassero da Alba per andare a fabbricar Roma. Teresa e Luigi giunsero alla sommità e nello stesso tempo si ritrovarono circondati da una ventina di banditi.
«— Ecco un giovine che vi cerca, e che desidera parlarvi, disse la sentinella. — Che vuole egli da noi? chiese colui che in assenza del capo faceva le provvisorie funzioni di capitano.
«— Voglio dirvi che mi sono annoiato di fare il mestiere del pastore, disse Vampa.
«— Ah! capisco, disse il luogotenente, e tu vieni a domandarci di entrare nelle nostre file? — Che sia il benvenuto, gridarono molti banditi di Ferrusino, di Pampinara, e d’Anagni i quali avevano riconosciuto Luigi Vampa.
«— Sì, ma io vengo ancora a chiedervi un’altra cosa, oltre di esser vostro compagno. — E che vieni tu a chiederci? dissero con meraviglia i banditi. — Io vengo a domandarvi di esser fatto vostro capitano, disse il giovine. — I banditi dettero in una gran risata. — E che hai tu fatto per aspirare a questo onore? domandò il luogotenente. — Io ho ammazzato il vostro capo Cucumetto, di cui porto le spoglie, disse Luigi, ed ho messo il fuoco alla villa di S. Felice per dare il corredo di nozze alla mia fidanzata. — Un’ora dopo, Luigi Vampa era stato eletto capitano nel posto di Cucumetto.»
— Ebbene mio caro Alberto, disse Franz volgendosi all’amico, che pensate ora di questo cittadino Luigi Vampa?
— Io dico che questo è un Mythe, rispose Alberto, e che non ha mai esistito. — E che significa questo Mythe, domandò Pastrini. — Sarebbe troppo lungo a spiegarsi, mio caro Pastrini, rispose Franz. E voi dite adunque che maestro Vampa esercita in questo momento la sua professione in queste vicinanze?
— E con un tale ardire che nessun bandito ne ha mai dato esempio uguale.
— E la polizia non cerca d’impadronirsene?
— Che volete? egli è d’accordo ad un tempo coi pastori della pianura, coi pescatori del Tevere e i contrabbandieri della costa. Se si cerca nelle montagne è sul fiume; se si perseguita sul fiume, prende l’alto mare; poi d’improvviso quando si crede che sia rifugiato nell’isola del Giglio, di Gianuti, o di Monte-Cristo, si vede ricomparire in Albano, a Tivoli o alla Riccia.
— E qual è il suo modo di operare verso i viaggiatori?
— Eh! mio Dio! è semplicissimo; a seconda della distanza che si è dalla città, egli accorda loro otto ore, dodici ore, un giorno per pagare il loro riscatto; quando è passato il tempo accorda ancora un’ora di grazia. Al sessantesimo minuto di quest’ora se non ha il riscatto, fa saltare le cervella del prigioniero con un colpo di pistola, o gli pianta un pugnale nel cuore, e tutto è finito. — Ebbene! Alberto, domandò Franz al suo compagno, siete ancora disposto ad andare al Colosseo per la strada fuori delle mura?
— Certamente, disse Alberto, se la strada è più pittoresca.
In questo momento batterono le nove, la porta s’aprì, e il cocchiere comparve. — Eccellenza, diss’egli, la carrozza è alla porta. — Ebbene! disse Franz, andiamo al Colosseo.
— Per la porta del Popolo, eccellenza, o per le strade interne? — Per le strade interne, per bacco! per le strade interne, gridò Franz. — Ah! mio caro, disse Alberto, alzandosi ed accendendo il suo terzo sigaro, in verità io vi credeva più coraggioso.
Dopo queste parole i due giovani discesero le scale e salirono in carrozza.
XXXIV. — LE APPARIZIONI.
Franz aveva ritrovata una via di mezzo, perchè Alberto potesse giungere al Colosseo senza passare davanti ad alcuna rovina antica, e per conseguenza senza che alcuna preparazione graduata togliesse neppure un cubito alle gigantesche proporzioni del Colosseo. Questa fu di passare per la via Sabina, voltare ad angolo retto davanti a S. Maria Maggiore e giungere per la via Urbana e S. Pietro in Vincoli alla via del Colosseo. D’altra parte questo itinerario offriva ancora un altro vantaggio, quello di non distrarre con altre impressioni Franz da quella prodotta in lui dalla storia raccontata dal Pastrini, e nella quale vi si trovava mischiato il suo anfitrione di Monte-Cristo. Perciò erasi appoggiato col gomito nell’angolo, ed era ricaduto in quelle mille interrogazioni che infinite volte aveva di già fatte a sè stesso, e nelle quali mai era riuscito a darsi una risposta soddisfacente. Un’altra cosa avevagli ancora fatto risovvenire il suo amico Sindbad il marinaro, e questa era la relazione tra i banditi ed i marinari. Ciò che aveva detto Pastrini sul rifugio che Vampa ritrovava nelle barche dei pescatori e dei contrabbandieri, ricordava a Franz quei due banditi corsi ch’egli aveva ritrovato cenare insieme all’equipaggio del piccolo yacht, che deviando a bella posta dal suo cammino aveva approdato a Porto-Vecchio col solo scopo di metterli a terra. Il nome che il suo ospite davasi di conte di Monte-Cristo, pronunciato dall’albergatore della locanda di Londra, gli provava che colui sosteneva la stessa parte filantropica sulle coste di Piombino, di Civitavecchia, d’Ostia e di Gaeta, come su quelle di Corsica, di Toscana, di Spagna, non meno che su quelle di Tunisi e di Palermo. Era una prova che egli abbracciava un circolo di relazioni molto esteso.
Ma per quanto queste riflessioni fossero presenti sullo spirito del giovine, esse svanirono quando cominciò a farsi scorgere davanti a sè il tetro e gigantesco spettro del Colosseo fra le aperture del quale la luna faceva passare quei lunghi e pallidi raggi, che sembra cadano dagli occhi dei fantasmi. La carrozza si fermò a qualche passo dalla Fontana denominata Meta Sudans. Il cocchiere aprì la portiera, i due giovani saltarono a terra, e si trovarono in faccia ad un cicerone che sembrava uscito di sotto terra. Quello dell’albergo pure li aveva seguiti, e così ne ebbero due. Del resto però è impossibile di potere evitare a Roma questo lusso di guide; oltre il cicerone generale che s’impadronisce di voi dal momento che mettete il piede sulla porta di un albergo o di una locanda, e che non vi abbandona che il giorno in cui mettete piede fuor della città, vi è pure un cicerone addetto a ciascun monumento; si giudichi dunque se si può restar privi di cicerone al Colosseo, vale a dire al monumento per eccellenza, che faceva dire a Marziale: «Che Memfi cessi di vantare i barbari miracoli delle sue piramidi, che cessino di essere vantate le meraviglie di Babilonia; tutto deve annichilirsi davanti l’opera immensa dell’anfiteatro dei Cesari, e tutte le voci della celebrità devono riunirsi per lodare questo monumento.»
Franz ed Alberto non tentarono nemmeno di sottrarsi alla tirannide ciceroniana, molto più poi sarebbe stato difficile al Colosseo, perchè ivi le sole guide hanno il diritto di percorrere i diversi punti praticabili del monumento, colle torcie accese. Non fecero dunque alcuna resistenza, e si abbandonarono anima e corpo ai loro conduttori. Franz conosceva di già questa passeggiata per averla fatta dieci altre volte; ma siccome il suo compagno, più novizio, metteva per la prima volta il piede nell’anfiteatro di Flavio Vespasiano, debbo confessarlo a sua lode, non ostante il cicaleggiare ignorante delle guide, egli era commosso da vive impressioni. In fatto non è possibile, senza vederlo, formarsi un’idea della maestà di una simile rovina, le cui proporzioni sono eziandio tutte raddoppiate dalla misteriosa chiarezza di quella luna meridionale, i raggi della quale sembrano i crepuscoli d’occidente.
Il pensatore Franz, appena fatti cento passi sotto i portici interni, lasciò Alberto alle guide, che non volevano rinunciare ai diritti loro particolari, la fossa dei Leoni, le stanze dei Gladiatori, il Palco dei Cesari, e salì per una scala mezzo rovinata, facendo loro continuare il metodico giro, si assise all’ombra di una colonna, dirimpetto ad una curva che gli permetteva di potere abbracciare collo sguardo il gigante di marmo in tutta la sua estensione. Franz era là da circa un quarto d’ora, nascosto dall’ombra della colonna, ed occupato a guardare Alberto che, accompagnato da coloro che gli portavano le torce, usciva in quel momento da un romitorio, posto all’altra estremità del Colosseo, simili ad ombre che seguano un fuoco fatuo; discendevano di scalino in scalino verso il luogo che era riservato alle vestali, allorchè gli sembrò udire il rumore di una pietra, che si staccasse e cadesse dalla scala ch’egli pure aveva ascesa per portarsi al luogo che occupava. Certo che non è cosa rara il sentir cadere una pietra che sotto i piedi del tempio si stacca e va a rotolare nell’abisso: ma questa volta gli sembrò fosse il piede di un uomo sotto il quale si staccava, e che il rumore dei passi giungesse fino a lui, sebbene chi li causava facesse tutto per renderli impercettibili. Di fatto, dopo un momento, comparve un uomo, uscendo gradatamente dall’ombra a seconda che saliva la scala, la cui apertura, posta dirimpetto a Franz era illuminata dalla luna, ma i gradini si perdevano nell’oscurità a seconda che si discendeva.
Questi poteva essere un viaggiatore come lui, che preferiva una meditazione solitaria al ciarlare insignificante delle guide, e per conseguenza la sua comparsa nulla aveva di sorprendente: ma all’esitazione colla quale salì gli ultimi scalini, al modo con cui, giunto sul piano, si fermò e parve mettersi in ascolto, era evidente, essere egli venuto là con qualcuno. Per un movimento istintivo Franz si nascose quanto più potè dietro la colonna. A dieci passi dal luogo ove si trovavano entrambi, la volta era diroccata, e, da una apertura rotonda come quella di un pozzo, lasciava vedere il cielo tutto brillante di stelle. Attorno a questa che forse da qualche secolo dava passaggio ai raggi della luna, vegetavano dei cespugli il cui verde spiccava con vigore sul pallido azzurro del firmamento, mentre che grandi frasche, e mazzi di ellera pendevano da questa terrazza superiore, e ondulavano sotto la volta a guisa di corde fluttuanti. Il personaggio che aveva attirata l’attenzione di Franz era posto in una mezza ombra che non gli permetteva di distinguerne i tratti, ma che però non era abbastanza oscura per impedirgli di conoscerne i particolari del vestito. Egli era avvolto in un gran mantello scuro, un lembo del quale, gettato sulla spalla sinistra, gli copriva la parte inferiore del viso, mentre che un cappello a larghe tese copriva la parte superiore. L’estremità sola del vestito era illuminata dai raggi obbliqui della luna che passavano dall’apertura, e che permettevano di distinguere i calzoni neri, che elegantemente finivano sur un paio di stivali di pelle lucida. Quest’uomo apparteneva evidentemente se non alla aristocratica, almeno alla buona società.
Erano già trascorsi alcuni minuti da che egli trovavasi là, e già cominciava a dare qualche segno d’impazienza, allorchè fecesi sentire un piccolo rumore nella terra soprapposta. Nel medesimo punto un’ombra intercettò la luce; un uomo apparve all’orlo dell’apertura, gettò uno sguardo penetrante nelle tenebre, e scoperse l’uomo dal mantello: tosto sorreggendosi ad un pugno di quelle frasche e di quei rami d’ellera ondulante, si lasciò scivolare, e, giunto a tre o quattro piedi dal suolo, saltò leggermente a terra. Questi era interamente vestito da Trasteverino. — Scusatemi eccellenza, se vi ho fatto aspettare, disse in dialetto romano; però non sono in ritardo che di pochi minuti; le dieci sono sonate or ora a S. Giovanni in Laterano.
— Sono stato io che sono venuto prima, e non voi che avete ritardato, rispose lo straniero nel più puro toscano; non facciamo cerimonie, perchè quand’anche mi aveste fatto aspettare, sarei ben certo che non sarebbe stato per qualche motivo dipendente dalla vostra volontà.
— Ed avete ragione, eccellenza, vengo da castel S. Angelo, ed ho avuto tutte le difficoltà possibili per poter parlare a Beppe. — Chi e questo Beppe? — Beppe è un impiegato delle prigioni al quale io passo una piccola rendita mensile per sapere ciò che succede in castello. — Ah! ah! vedo bene che siete un uomo pieno di cautele, mio caro. — Che volete, eccellenza, non si sa ciò che può accadere: forse io pure sarò un giorno o l’altro preso nella rete, come quel povero Peppino, ed avrò io pure bisogno di un sorcio per rodere qualche maglia della mia prigione.
— Alle corte, che avete saputo?
— Che martedì vi saranno due esecuzioni, a due ore, siccome è solito qui in certe ricorrenze particolari. Uno dei condannati sarà impiccato; è un miserabile che ha ucciso quella stessa persona che lo aveva allevato, e questi non merita alcun interessamento; l’altro sarà decapitato, e questi è il povero Peppino.
— Che volete, mio caro, voi ispirate un terrore così grande non solo al governo pontificio, ma eziandio agli stati vicini, che assolutamente si vuol dare un esempio.
— Ma Peppino non faceva neppur parte della mia banda; era un povero pastore che non ha commesso altro delitto, che quello di fornirci di viveri.
— E ciò lo costituisce vostro complice in piena regola. Anzi vedete che gli si usano dei riguardi. Invece di appiccarlo come faranno a voi se mai vi metteranno le mani addosso, si contentano di ghigliottinarlo. E vedete bene che daranno due spettacoli differenti.
— Senza contar quello che gli preparo io, e che non si aspettano, soggiunse il Trasteverino.
— Mio caro, permettetemi di dirvi che mi sembrate del tutto disposto a fare qualche sciocchezza.
— Sono disposto a far di tutto per impedire l’esecuzione di quel povero diavolo, che si trova nell’impaccio per avermi servito. Io mi terrei per un vile, se non facessi qualche cosa per questo bravo giovane.
— E che farete?
— Metterò una ventina di uomini intorno al patibolo, e quando vi verrà condotto, ad un segnale che darò io, ci slanceremo col pugnale alla mano sulla scorta, e lo porteremo via.
— Questa è una cosa troppo eventuale, ed io ritengo che il mio disegno sia migliore del vostro.
— E quale è il disegno di V. E.?
— Io farei in modo di parlare ad uno che conosco pregandolo ad ottenere che la esecuzione si differisse a quest’altro anno: quindi nel corso dell’anno, tornerò a parlare con commovente eloquenza ad un altro tale che pure conosco, e lo farei evadere di prigione.
— Siete voi sicuro della riuscita?
— Parbleu! disse in francese l’uomo dal mantello.
— Che vuol dire? domandò il Trasteverino.
— Vuol dire che io da solo farò più colle mie insinuanti espressioni che voi con tutta la vostra gente coi loro pugnali, le loro pistole, le loro carabine ed i loro tromboni. Lasciatemi dunque fare.
— A meraviglia! ma ricordatevi bene che, se non ci riuscite, ci terremo sempre preparati.
— Tenetevi sempre preparati, se così vi piace, ma siate certi che avrò la sua grazia.
— Ricordatevi che martedì è dopo domani. Voi non avete più che il solo domani.
— Sta bene, ma un giorno si compone di 24 ore, ciascun’ora di 60 minuti, ciascun minuto di 60 secondi, e in 86m, 400 secondi si fanno moltissime cose.
— Come sapremo se V. E. è riuscita?
— È semplicissimo: ho preso in fitto le tre ultime finestre del caffè Ruspoli, se ho ottenuta la grazia, le due finestre ai lati avranno un tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo ne avrà uno di damasco bianco con una croce rossa.
— Sta benissimo; e da chi farete presentar la grazia?
— Inviatemi uno dei vostri uomini travestito da confratello, e la consegnerò a lui. Mediante questo travestimento, egli potrà giungere fino ai piedi del patibolo, e rimetterà il foglio al capo della confraternita che lo passerà al carnefice. Frattanto, fate sapere questa notizia a Peppino che egli non abbia a morire di paura o non abbia a divenir pazzo, che sarebbe lo stesso che farci fare un’opera buona inutilmente.
— Ascoltate, eccellenza, disse il Trasteverino, io vi sono affezionato, ve ne siete convinto? — Lo spero almeno.
— Ebbene, se voi salvate Peppino, la mia non sarà più affezione, ma per l’avvenire sarà cieca obbedienza.
— Ebbene, fa attenzione a ciò che tu dici, mio caro, forse un giorno avrò a ricordarti questo discorso, forse un giorno io pure avrò bisogno di te...
— Allora, eccellenza, mi troverete nel momento del bisogno, come io avrò trovato voi; allora, foste ancora all’altra estremità del mondo, non avreste che a scrivermi: «fate questo» ed io lo farei sulla fede di...
— Zitto, disse lo sconosciuto, sento del romore.
— Sono viaggiatori che visitano il Colosseo.
— È inutile che ci trovino insieme. Queste spie di guide potrebbero riconoscervi, e per quanto sia onorevole la vostra relazione, pur nonostante se si sapesse che siamo uniti in amicizia, questo legame mi farebbe perdere non poco il mio credito. — E così, se voi avrete la grazia?...
— La finestra del mezzo avrà il tappeto bianco con una croce rossa. — Se non la ottenete....? — Tutte e tre le finestre saranno addobbate coi tappeti gialli. — E allora?... — Allora, menate il pugnale a vostro piacere, vi prometto di essere là per vedervi fare. — Addio, eccellenza; io conto sopra di voi, e voi contate sopra di me. — A queste parole il Trasteverino disparve per la scala, mentre che lo sconosciuto, coprendosi più che mai il viso col mantello, passò a due passi da Franz, e discese nell’arena per la gradinata esterna. Un minuto dopo, Franz intese il suo nome ripetersi sotto le volte: era Alberto che lo chiamava; egli aspettò per rispondere, che i due interlocutori si fossero allontanati, non avendo gran volontà che si sapesse da loro esservi stato un testimonio, il quale, se non aveva veduto i loro volti, non aveva però perduto una parola della loro conversazione; dieci minuti dopo, Franz percorreva la strada per andare alla piazza di Spagna ascoltando con una distrazione molto impertinente la dotta dissertazione che Alberto faceva, dietro la testimonianza di Plinio e Calpurnio, sulle reti guarnite di punte di ferro che impedivano agli animali feroci di slanciarsi sugli spettatori. Egli lo lasciò discorrere senza contradirlo; aveva troppa fretta di trovarsi solo, per pensare senza distrazione a quanto era avvenuto vicino a lui.
Di questi due uomini l’uno certamente era straniero, ed era la prima volta che lo vedeva e lo sentiva; ma non era così dell’altro, e quantunque Franz non ne avesse distinte le forme del viso, sempre nascoste nell’ombra o nel mantello, l’accento di questa voce lo aveva troppo colpito la prima volta che avevala intesa, perchè potesse mai più risuonare a lui vicino senza riconoscerla. Vi era particolarmente nelle intonazioni ironiche qualche cosa di stridulo e di metallico che lo aveva fatto rabbrividire fra le rovine del Colosseo, non meno che nella grotta di Monte-Cristo; per tal modo egli era ben convinto che questi non era se non che Sindbad il marinaro. In tutt’altra congiuntura, la curiosità che gli veniva inspirata da quest’uomo sarebbe stata sì grande, che egli sarebbesi fatto riconoscere; ma in questa occasione, la conversazione che aveva intesa era troppo intima per non essere trattenuto dal timore che una sua comparsa non sarebbe stata troppo gradita; egli avevalo adunque lasciato allontanare, come si è veduto, ma ripromettevasi, se lo avesse incontrato un’altra volta, di non lasciarsi sfuggire una seconda occasione come aveva fatto per la prima.
Franz era troppo preoccupato per potere dormire bene. La notte fu da lui impiegata a passare e ripassare nello spirito tutte le più minute particolarità che avevano relazione all’uomo della grotta, e allo sconosciuto del Colosseo, e che tendevano a formare uno stesso individuo di questi due personaggi; e più Franz ci pensava, più si convinceva della sua opinione. Egli si addormì sul far del giorno, per il che svegliossi molto tardi. Alberto, da vero parigino, aveva già prese le sue mire per la serata. Egli aveva mandato a cercare un palco al teatro Argentina. Franz aveva molte lettere da scrivere in Francia, e abbandonò la carrozza ad Alberto per tutta la giornata. Alle cinque questi ritornò; aveva già portate le lettere di raccomandazione, ricevuto inviti per tutte le conversazioni serali, e veduto Roma.
Un giorno era bastato ad Alberto per far tutto questo, ed aveva ancora avuto il tempo d’informarsi dell’opera che si cantava, e degli attori che la eseguivano. L’opera portava per titolo la Parisina; gli attori erano Coselli, Moriani, e la Spech. I nostri due giovani non erano disgraziati, come si vede: essi avrebbero intesa la musica di una delle migliori opere dell’Autore della Lucia di Lammermoor, cantata da tre artisti più rinomati d’Italia. Alberto non avea mai potuto abituarsi ai teatri oltramontani, nell’orchestra dei quali non è permesso d’andare e che non hanno nè palchi, nè logge scoperte; ciò era penoso per un uomo che avea il suo posto agl’Italiani, e nella loggia infernale all’Opera.
Ciò però non gl’impediva di vestirsi con acconciature tutte le volte che andava al teatro con Franz, tolette perdute, perchè, bisogna confessarlo a vergogna di uno dei rappresentanti più degni del nostro bonton, in quattro mesi che viaggiava l’Italia in tutti i sensi, non aveva avuta ancora alcuna avventura. Alberto qualche volta cercava di scherzare su questo argomento; ma nel fondo del cuore era grandemente mortificato, egli, Alberto Morcerf, uno dei giovani più scapati non aveva ancora fatta alcuna conquista. La cosa era ancor tanto più penosa, che, secondo l’abitudine modesta dei nostri cari compatriotti, Alberto era partito da Parigi con la ferina convinzione di avere in Italia il più felice successo, e di ritornare a formar la delizia del Baluardo di Gand col racconto delle sue buone avventure. Ahimè! non ne aveva avuta alcuna: le graziose contesse Genovesi, Fiorentine, e Napoletane si erano conservate pei loro mariti, pei loro amanti, ed Alberto aveva acquistata la crudele convinzione, che le Italiane sanno essere almeno fedeli: non voglio però dire che in Italia, come in ogni altro luogo, non vi sieno le loro eccezioni. Eppure Alberto non era solo un cavaliere molto elegante, ma aveva ancor dello spirito; più, era visconte, visconte di nobiltà recente, ciò è vero; ma oggi che non si fanno più le prove, che importa, che la propria nobiltà porti la data del 1399, o del 1815? Oltre a tutto ciò egli avea 50 mila lire di rendita; e questo è molto più di quanto bisogna, come si vede, per essere un giovine alla moda in Parigi. Era dunque un poco umiliante il non essere stato ancora seriamente osservato da alcuna signora nelle città in cui aveva soggiornato.
Ma egli avea stabilito di rivendicarsi nel carnevale, essendo questo un tempo di libertà in tutti i paesi della terra in cui è introdotta questa istituzione, e nella quale anche i più stoici cadono in qualche follia.
Ora, siccome il carnevale si apriva la dimane, era necessario che Alberto facesse conoscere il suo programma prima di quest’apertura.
Alberto adunque, con questa idea, aveva preso in fitto uno dei palchi più esposti al teatro, e prima di portarvisi fece una toletta irreprensibile. Era al primo ordine, che tien luogo della galleria in Francia, del resto però le tre prime file di palchi sono egualmente ed indistintamente aristocratiche, e per questo si chiamano gli ordini nobili. Questo palco nel quale si poteva stare in dodici senza pigiarsi, era costato molto meno che non sarebbero costati quattro posti in una loggia all’Ambigu. Alberto aveva ancora un’altra speranza, ed era, che se giungeva a prendere un posto nel cuore di qualche bella romana, ciò lo avrebbe naturalmente condotto puranche a conquistare un posto nella carrozza, e per conseguenza a vedere il corso dall’alto di una carrozza aristocratica, e da una finestra principesca.
Tutte queste considerazioni lo rendevano dunque di una estrema mobilità. Egli volgeva le spalle agli attori, sporgeva per metà fuori del palco, guardando tutte le più belle donne con un cannocchiale lungo sei pollici, cosa che non invitava alcuna signora a ricompensare di un solo sguardo, anche di semplice curiosità, tutti i movimenti che si dava Alberto. Di fatto ciascuna parlava dei suoi affari, dei suoi piaceri, del carnevale che cominciava la dimane, senza fare attenzione nè agli attori, nè alla musica, ad eccezione dei migliori motivi, chè allora ciascuno si volgeva verso il palco scenico, sia per sentire un recitativo di Coselli, sia per applaudire a qualche bella nota del Moriani, sia per gridare bravo alla Spech. Indi le particolari conversazioni riprendevano il loro corso abituale. Verso la fine del secondo atto si aprì la porta di un palco rimasto vuoto fino allora, e Franz vide entrarvi una persona alla quale egli aveva avuto l’onore di essere stato presentato a Parigi e che credeva ancora in Francia. Alberto vide il movimento che fece il suo amico a questa comparsa, e volgendosi a lui:
— Conoscete forse quella signora? diss’egli.
— Sì, che ve ne pare? — Graziosa, mio caro, e bionda. Oh! che capelli adorabili! È una francese? Come si chiama? — La Contessa G***.
— Oh! io la conosco di nome, esclamò Alberto; dicono che sia tanto spiritosa quanto è bella. Per bacco! avrei potuto farmi presentare a lei a Parigi all’ultimo ballo della de Villefort, ov’era, e non la ho curata, sono un gran stupido!
— Volete che io ripari a questo torto? domandò Franz.
— Come! voi la conoscete con abbastanza intimità per presentarmi nel suo palco? — Io non ho avuto l’onore che di parlarle tre o quattro volte in mia vita, ma a tutto rigore ciò basta per non commettere una inconvenienza.
In questo momento la contessa riconobbe Franz, e colla mano gli fece un saluto grazioso, al quale egli rispose con un rispettoso inchino di testa. — Ma mi sembra che siate molto nelle sue grazie? disse Alberto.
— Ebbene! ecco ciò che v’inganna, e che a noi francesi farà fare sempre mille sciocchezze all’estero; ed è di sottomettere tutto ai nostri punti di vista parigini. Nella Spagna, e soprattutto in Italia, non giudicate mai della intimità delle persone sulla libertà dei rapporti. Noi ci siamo trovati simpatici colla contessa, ed ecco tutto.
— Simpatici di cuore? domandò ridendo Alberto.
— No, di spirito; rispose seriamente Franz.
— Ed in quale occasione? — Nell’occasione di una passeggiata al Colosseo, come quella che abbiamo fatto insieme.
— Al chiaro di luna? — Sì. — Soli? — Quasi.
— Ed avete parlato... — Di morti.
— Ah! doveva essere una cosa assai piacevole. Ebbene vi prometto che se avrò la fortuna d’essere il cavaliere della bella contessa in una simile passeggiata, non le parlerò che di vivi.
— E forse farete male.
— Frattanto, presentatemi alla contessa come mi avete promesso. — Subito che sarà calato il sipario.
— Quanto è lungo questo diavolo di primo atto!
— Ascoltate il finale, è bellissimo, e Coselli lo canta mirabilmente. — Sì, ma che portamento!
— Non si può però essere più drammatici della Spech.
— Quando si è intesa la Sontag e la Malibran...
— Non trovate eccellente il metodo di Moriani?
— A me non piacciono i bruni che cantano biondo.
— Ah! mio caro, disse Franz volgendosi, mentre Alberto continuava a puntare col suo cannocchiale, in verità siete molto difficile a contentarvi.
Finalmente calò il sipario con grande soddisfazione del visconte di Morcerf, che prese il cappello, dette colla mano un’assestata ai capelli, alla cravatta, ai manichetti, e fe’ osservare a Franz ch’egli aspettava. E siccome la contessa, che Franz interrogava con lo sguardo, avevagli fatto un segno impercettibile cogli occhi, per fargli conoscere che sarebbe stato il ben venuto, così non tardò a soddisfare la premura di Alberto, e mentre faceva il giro del corridoio, il compagno che lo seguiva approfittava di questi momenti per accomodare le false pieghe, che i movimenti del collo avevano potuto produrre sul colletto della camicia, e sui rovesci dell’abito; in questo batterono alla porta del N. 4 che era il palco occupato dalla contessa. Prestamente il giovine che sedeva a lato della contessa sul davanti del palco, si alzò cedendo il posto, giusta il costume italiano, al nuovo arrivato, che deve poi cederlo a sua volta quando entra un’altra visita.
Franz presentò Alberto alla contessa come uno dei giovani parigini più distinti per la sua posizione sociale, e pel suo spirito, cosa d’altra parte vera, perchè a Parigi e nel circolo in cui viveva Alberto era ritenuto per un cavaliere irreprensibile. Egli aggiunse che afflitto di non aver potuto approfittare del soggiorno della contessa a Parigi per farsi presentare a lei, lo aveva incaricato di riparare a questo errore, missione della quale si disimpegnava pregando la contessa, presso la quale aveva bisogno egli stesso di un introduttore, di perdonare la sua indiscretezza. La contessa rispose facendo un grazioso saluto ad Alberto e stendendo la mano a Franz. Invitato da lei, Alberto prese il posto rimasto vuoto sul davanti, e Franz si assise nella seconda fila presso la contessa.
Alberto aveva ritrovato un eccellente argomento di conversazione, era Parigi; parlava alla contessa delle loro comuni conoscenze. Franz capì ch’egli era sul terreno che gli conveniva, lasciollo andare, e chiestogli il gigantesco cannocchiale, si mise anch’egli ad esplorare il teatro. Sola, sul davanti di un palco al terz’ordine, in faccia ad essi, era una donna quanto può dirsi bella, con un costume alla greca, portato con tanta disinvoltura, che compariva evidente essere quello il suo costume ordinario. Dietro ad essa, nell’ombra delineavasi la forma di un uomo di cui era impossibile distinguere il viso. Franz interruppe la conversazione di Alberto colla contessa per chiedere a quest’ultima se conosceva la bella Albanese che tanto era degna di attirare l’attenzione non solo degli uomini, ma ben anche delle donne. — No, diss’ella, tutto ciò che io so, si è che trovasi a Roma dal principio della stagione: perchè all’apertura del teatro l’ho veduta ove è ora, e da un mese non è mancata ad una rappresentazione, ora accompagnata dall’uomo che è con lei in questo momento, ora semplicemente seguita da un domestico moro.
— Come la trovate contessa? — Estremamente bella. Medora doveva rassomigliare a questa donna.
Franz e la contessa si contraccambiarono un sorriso; poi questa riprese il dialogo con Alberto, e Franz, seguitò a fissare la bella Albanese. Il sipario si alzò per la rappresentazione del ballo. Era uno dei buoni balli italiani, messo in iscena dal famoso Henry, che come coreografo, si è fatta in Italia una riputazione colossale, che poi il disgraziato perdè al Teatro Nautico, uno di quei balli ove dal primo personaggio fino all’ultima comparsa tutti prendono una parte così attiva all’azione, che 150 persone fanno nello stesso tempo lo stesso gesto, ed alzano insieme o il medesimo braccio, o la medesima gamba. Questo ballo era intitolato Dorliska.
Franz era troppo preoccupato della sua bella greca per potersi occupare del ballo. Quanto a lei, prendeva un manifesto piacere a questo spettacolo, piacere che formava una singolare opposizione colla non curanza di quello che l’accompagnava, e che durante tutta la rappresentazione coreografica non fece un movimento, sembrando che in mezzo al rumore infernale che facevano le trombe, i cembali, e i cappelli chinesi in orchestra, egli si godesse le celestiali dolcezze di un sonno pacifico.
Finalmente il ballo terminò, ed il sipario calò in mezzo agli applausi frenetici di una platea entusiasta. Mercè quest’abitudine di separare col ballo i due atti dell’opera, gli intermezzi fra un atto e l’altro sono cortissimi in Italia: i cantanti hanno tutto il tempo di riposarsi e di fare i loro travestimenti mentre che i ballerini eseguiscono le loro danze. L’introduzione del second’atto cominciò. Franz vide che, ai primi colpi d’archetto, il dormiente andava alzandosi lentamente, e si avvicinava alla greca, che si volse per dirigerli qualche parola, quindi tornò ad appoggiarsi al davanti del palco. La figura però dell’interlocutore si teneva sempre fra l’ombra, e Franz non poteva distinguerne i tratti del volto.
Rialzato il sipario, gli attori attirarono necessariamente l’attenzione di Franz: gli occhi lasciarono per un momento il palco della bella greca per dirigersi alla scena. Il secondo atto, come ognuno sa, comincia col duetto del sogno: Parisina, dormendo, lasciasi sfuggire, davanti ad Azzo, il segreto del suo amore per Ugo. Lo sposo tradito passa per tutti i furori della gelosia, fino a che, convinto che la moglie è infedele, la sveglia per annunziarle la sua vicina vendetta. Questo duetto è uno dei più belli, dei più espressivi, dei più terribili usciti dalla penna di Donizetti. Franz lo sentiva per la terza volta, e quantunque non passasse per un melomaniaco arrabbiato, produsse su lui un effetto profondo. Egli per conseguenza stava per congiungere i suoi applausi a quelli del pubblico, allorchè le sue mani, atteggiate a percuotersi, restarono allontanate; ed i bravi che gli sfuggivano di bocca, si estinsero sulle labbra. L’uomo del palco si era alzato in piedi e la sua testa veniva rischiarata dalla luce: Franz riconosceva in lui il misterioso abitante di Monte-Cristo, quello che la sera innanzi gli era sembrato di aver riconosciuto fra le rovine del Colosseo alla voce ed alla persona. Non v’era più dubbio, lo strano viaggiatore abitava in Roma. Senza fallo la fisonomia di Franz era in armonia al turbamento che gettava nel suo spirito quest’apparizione, poichè la contessa lo guardò, scoppiò in una risata, e gli chiese ciò che avesse. — Signora contessa, rispose Franz, poco fa vi ho domandato se conoscevate quella donna albanese; ora vi domanderò se conoscete suo marito.
— Niente più di lei, rispose la contessa.
— L’avete mai osservato? — Ecco una domanda alla francese! Sapete bene che per noi italiane non vi ha alcun altro uomo al mondo se non che quello che amiamo!
— È giusto, rispose Franz. — In ogni modo, diss’ella applicando ai suoi occhi il cannocchiale di Alberto, e dirigendolo verso il palco, egli dev’essere un qualche disotterrato, qualche morto uscito dalla tomba col permesso dei becchini, poichè mi sembra spaventosamente pallido.
— Egli è sempre così, rispose Franz. — Voi dunque lo conoscete? domandò la contessa; allora sono io che vi domando chi è. — Credo di averlo veduto altre volte, e mi sembra di riconoscerlo. — Infatto, diss’ella, facendo un movimento colle sue belle spalle, come se un brivido le percorresse le vene, capisco che quando un tal uomo si è veduto una volta non si dimentica più.
L’effetto che Franz aveva provato non era dunque un’impressione particolare, perchè un altro l’aveva risentita al pari di lui. — Ebbene! domandò allora alla contessa dopo che l’ebbe guardato una seconda volta, che pensate di quell’uomo? — A me sembra che sia lord Ruthwen in carne ed ossa. — Infatto questo nuovo ricordo di Lord Byron colpì Franz: se qualcuno poteva fargli credere l’esistenza dei Vampiri, era quest’uomo.
— Bisogna che io sappia chi è, disse Franz alzandosi.
— Oh! no, gridò la contessa; no, non mi lasciate, ho calcolato su voi per accompagnarmi a casa, ed or vi trattengo.
— Come! veramente, gli disse Franz, accostandosele all’orecchio, avete paura.
— Ascoltate, gli diss’ella, Byron mi ha giurato che credeva ai Vampiri, mi ha assicurato di averne veduti, e me ne ha descritto i loro visi; ebbene! assomigliano perfettamente a quell’uomo là, con i capelli neri, grandi occhi brillanti di una strana fiamma, quel pallone mortale; poi aggiungete che non è con una donna come tutte le altre; è con una straniera... una greca... una scismatica... senza dubbio con una maga al par di lui... ve ne prego, non partite. Domani vi metterete sulle ricerche, se così vi aggrada, ma questa sera io vi dichiaro che vi ritengo impegnato. — Franz insistè.
— Ascoltate, diss’ella, alzandosi, io me ne vado; non posso fermarmi sino alla fine dello spettacolo, perchè ho gente in casa che mi aspetta; sareste così poco galante da negarmi la vostra compagnia? — Franz non aveva altra risposta a dare che prendere il cappello, aprire la porta, e presentare il braccio alla contessa. E questo fece. La contessa era veramente molto commossa: lo stesso Franz non poteva sfuggire ad un certo terrore superstizioso, tanto più naturale in quanto che nella contessa era il prodotto di una sensazione distinta, ed in lui il resultato di strani ricordi.
Nel salire in carrozza sentì che la contessa tremava. Egli la ricondusse fino a casa: non era vero che era attesa; gliene fece perciò dei rimproveri.
— In verità, diss’ella, io non mi sento bene ed ho bisogno di esser sola, la vista di quell’uomo mi ha tutta sconvolta.
Franz fece atto di ridere. — Non ridete, gli diss’ella, da altra parte voi non ne avete la volontà. Promettetemi una cosa. — E quale? — Promettetemela. — Tutto quel che vorrete, eccetto di rinunziare a scoprire chi è quell’uomo. Ho dei motivi che non posso dirvi per desiderare di sapere chi sia, donde venga, e dove vada. — Donde venga, nol so, ma dove vada, vel posso dire a colpo sicuro; va all’inferno.
— Ritorniamo alla promessa che volevate esigere da me. — Ah! trattasi di tornare direttamente all’albergo e procurare di non veder questa sera quell’uomo. Vi è una certa affinità fra le persone che si lasciano e quelle che si raggiungono; non vogliate servire di conduttore fra quest’uomo e me. Domani corretegli dietro come più vi aggrada, ma non me lo presentate mai, se non volete vedermi morire di paura. Dopo ciò buona sera, cercate di dormir bene, quanto a me sento che non dormirò — A queste parole la contessa si allontanò da Franz, lasciandolo irresoluto per sapere se erasi divertita alle sue spalle, o se aveva veramente risentita la paura espressa.
Ritornando all’albergo, Franz ritrovò Alberto in veste da camera, con larghi calzoni, e voluttuosamente disteso sopra una poltrona fumando un sigaro.
— Ah! siete voi! diss’egli; in fede mia non vi aspettavo che domattina. — Mio caro Alberto, rispose Franz, son ben persuaso di trovar l’occasione di dirvi una volta per sempre che avete la più falsa idea delle donne italiane; sembrami pertanto che le vostre sconfitte amorose avrebbero dovuto farvela perdere.
— Che volete, non c’è niente da capire con queste diavole di donne; esse vi danno la mano, ve la stringono, vi parlano a bassa voce all’orecchio, si fanno riaccompagnare a casa: con un quarto di questo modo di fare una parigina perderebbe la sua riputazione.
— Eh! questo accade precisamente perchè esse nulla hanno a nascondere, perchè vivono in pieno giorno, che le donne usano tanto pochi riguardi nel bel paese là ove il sì suona come dice Dante. D’altra parte vedeste bene che la contessa ha avuto veramente paura.
— Paura! di che? di quell’onest’uomo che era in faccia a noi con quella bella greca? Ma io ho voluto vederci chiaro quando sono usciti, e sono loro andato incontro nel corridoio. Non so dove diavolo avete prese tutte le vostre idee dell’altro mondo! è un bellissimo giovine messo molto elegantemente, e gli abiti hanno l’aspetto d’esser fatti in Francia da Blin o da Humann. È un poco pallido, è vero, ma voi sapete che il pallore è un marchio di distinzione.
Franz sorrise, perchè Alberto aveva molta pretensione di esser pallido.
— Io pure, disse Franz, sono convinto che le idee della contessa su quest’uomo non hanno senso comune. Ha egli parlato vicino a voi ed avete intesa qualcuna delle sue parole?
— Egli ha parlato, ma in dialetto; ho riconosciuto l’idioma a qualche parola greca sfigurata. Bisogna che sappiate, mio caro, che in collegio io era molto valente nel greco.
— Parlava adunque un dialetto greco?
— È probabile. — Non vi ha dubbio, mormorò Franz, è lui. — Che dite?... — Niente... ma che facevate voi là?
— Io vi preparava una sorpresa. — Quale? — Sapete che è impossibile di ritrovare una carrozza? — Perbacco! dopochè abbiamo tentato tutto ciò che era umanamente possibile di fare. — Ebbene! io ho un’idea meravigliosa.
Franz guardò Alberto, come un uomo che non avesse gran fiducia nella sua immaginazione. — Mio caro, disse Alberto, voi mi onorate di uno sguardo tale, che meriterebbe che vi domandassi una soddisfazione. — Io sono disposto a darvela, amico mio, se la vostra idea è tanto ingegnosa quanto dite. — Ascoltate. — Ascolto. — Non v’è mezzo di procurarsi una carrozza?
— No. — Neppur cavalli?
— No, egualmente. — Ma sarà facile procurarsi un carretto? — Forse. — E un paio di bovi? — È probabile.
— Ebbene! mio caro, ecco ciò che ci conviene. Io faccio ornare il carretto, ci mascheriamo da mietitori napoletani, e rappresentiamo al naturale il magnifico quadro di Leopoldo Robert. Se per una maggiore rassomiglianza la contessa volesse vestirsi alla foggia delle donne di Pozzuoli o di Sorrento, compirebbe la mascherata, ed ella è tanto bella che verrebbe presa per l’originale del quadro.
— Perbacco! gridò Franz, questa volta avete ragione, ecco un’idea veramente felice.
— E tutta nazionale, rinnovata dai re dei poltroni, mio caro. Ah! signori romani voi credete che si voglia andare a piedi come lazzaroni, e ciò perchè avete penuria di carrozze e di cavalli, ebbene! ne inventeremo.
— E avete voi già partecipato a qualcuno questa trionfante invenzione? — Al nostro albergatore. Quando sono ritornato, l’ho fatto salire, e gli ho esposti i miei desideri; egli mi ha assicurato che non vi è nulla di più facile. Io voleva far dorare le corna dei bovi, ma egli mi ha detto che ciò richiederebbe almeno tre giorni: bisognerà dunque che passiamo sopra a questa superfluità. — E dove è egli? — Chi?
— Il nostro albergatore.
— In cerca del necessario, domani forse sarebbe tardi.
— Di maniera che ci darà la risposta questa stessa sera?
— Io l’aspetto. — A queste parole la porta si aprì, e Pastrini avanzò la testa: — È permesso? diss’egli.
— Certamente, gridò Franz. — Ebbene! disse Alberto, avete rinvenuto il carretto ricercato ed i bovi domandati?
— Ho ritrovato anche meglio di ciò, rispose egli con un’aria indicante essere perfettamente soddisfatto di sè stesso.
— Ah! mio caro Pastrini, guardatevi, disse Alberto; il meglio è nemico del bene.
— Le V. E. si fidino di me, disse Pastrini col tuono di persona sicura di sè.
— Ma finalmente che c’è? domandò Franz a sua volta.
— Sapete, disse l’albergatore, che il conte di Monte-Cristo abita su questo medesimo piano.
— Credo bene, che lo sappiamo, disse Alberto, poichè è per lui che noi siamo alloggiati come due studenti della strada Saint-Nicolas-du-Chardonnet.
— Ebbene! egli sa il vostro impaccio, e vi offre col mio mezzo due posti nella sua carrozza, e due posti alle sue finestre del palazzo Ruspoli.
Alberto e Franz si guardarono.
— Ma, domandò Alberto, dobbiamo accettare l’offerta di questo straniero? di un uomo che non conosciamo?
— Che uomo è questo conte di Monte-Cristo? domandò Franz all’albergatore.
— Un ricchissimo signore siciliano o maltese, non lo so precisamente, ma nobile come un Borghesi, e ricco come una miniera d’oro.
— Mi sembra, disse Franz, che se questo signore avesse avuto le maniere che decanta il nostro albergatore, avrebbe dovuto farci giungere il suo invito in altro modo, o con un biglietto, o...
In questo momento fu battuto alla porta.
— Entrate, disse Franz.
Un domestico in elegante livrea comparve sulla soglia della camera: — Vengo per parte del conte di Monte-Cristo a recare questo biglietto pel sig. Franz di Épinay e pel sig. visconte Alberto di Morcerf, diss’egli.
E consegnò all’albergatore il biglietto che questi passò ai giovani. — Il sig. conte di Monte-Cristo, continuò il domestico, domanda a questi signori il permesso di potersi presentare a loro, come vicino, domattina; egli avrà l’onore d’informarsi in che ora saranno visibili.
— In fede mia, disse Alberto a Franz, non vi è niente a ridire; qui c’è tutto.
— Dite al conte, rispose Franz, che sarà nostro l’onore di fargli la visita. — Il domestico si ritirò. — Ecco ciò che si chiama fare un assalto di eleganza, disse Alberto, andiamo avanti! davvero avete ragione, Pastrini, il vostro conte di Monte-Cristo è un uomo che conosce perfettamente le convenienze.
— Allora voi accettate la sua offerta, disse Pastrini.
— In fede mia, sì, rispose Alberto. Pure ve lo confesso, mi dispiace pel nostro carretto da mietitori; e se non vi fosse stata la finestra del palazzo Ruspoli per compensare ciò che perdiamo, credo che ritornerei al mio primo disegno: che ne dite Franz?
— Dico che sono precisamente le finestre del palazzo Ruspoli che mi hanno fatto risolvere ad accettare, rispose Franz.
Infatto quest’offerta dei due posti ad una finestra del palazzo Ruspoli aveva ricordato a Franz la conversazione intesa alle rovine del Colosseo, fra lo sconosciuto ed il Trasteverino, conversazione nella quale l’uomo dal mantello scuro si era impegnato di ottenere la grazia del condannato. Or se questi era, come tutto lo faceva credere a Franz, il medesimo che gli era apparso al teatro Argentina, egli lo riconoscerebbe senza dubbio, ed allora non avrebbe più alcun ostacolo a soddisfare la sua curiosità sul conto di lui.
Franz passò buona parte della notte nel pensare alle due apparizioni, e nel desiderare la dimane. Infatto, la dimane tutto doveva schiarirsi, e a meno che il suo ospite di Monte-Cristo non possedesse l’anello di Gyges, e mercè questo la facoltà di rendersi invisibile, era evidente che questa volta non gli sfuggirebbe. Si svegliò prima delle otto.
In quanto ad Alberto, siccome non aveva gli stessi motivi di Franz per essere mattinante, dormiva ancora tranquillamente. Franz fece chiamare l’albergatore, che si presentò coi soliti ossequi. — Pastrini, gli disse egli, non vi deve essere oggi una esecuzione?
— Sì: eccellenza; ma se lo domandate per avere una finestra è troppo tardi.
— No, rispose Franz, d’altra parte se volessi assolutamente vedere questo spettacolo, credo che ritroverei un posto sul monte Pincio.
— Oh! io presumeva che V. E. non volesse mettersi con tutta quella canaglia di cui il Pincio è in qualche modo l’anfiteatro naturale.
— È probabile che non vi andrò, disse Franz; ma desidererei qualche particolarità. — Quale?
— Vorrei sapere il numero dei condannati, i loro nomi, e il genere del loro supplizio.
— Non poteva cadere più in acconcio, eccellenza; precisamente in questo momento mi hanno portato le tavolette.
— Che cosa sono queste tavolette?
— Le tavolette sono quadretti di legno che vengono attaccati agli angoli delle contrade il dì prima dell’esecuzione e sulle quali sono inscritti i nomi dei condannati, la causa della loro condanna ed il genere di supplizio. Questo avviso ha per iscopo d’invitare i fedeli a pregar Dio di concedere ai colpevoli un sincero pentimento.
— E ve le portano perchè uniate le vostre preghiere a quelle dei fedeli? domandò Franz.
— No, eccellenza, io me la sono intesa con quello che le attacca, e me ne porta una copia, come un altro mi porterebbe un avviso dello spettacolo, affinchè se qualcuno dei miei forestieri desidera assistere all’esecuzione, sia prevenuto.
— Ma questa è proprio un’attenzione delicata!
— Oh! disse Pastrini, non faccio per vantarmi, ma cerco di fare tutto il possibile per soddisfare i nobili avventori che mi onorano della loro confidenza.
— Me ne avveggo, e lo ripeterò a chi vorrà intenderlo, siatene pur sicuro. Frattanto desidererei una di queste tavolette. — È presto fatto, disse l’albergatore, aprendo la porta, ne ho fatto mettere una qui sul pianerottolo.
Uscì, staccò la tavoletta e la presentò a Franz. Ecco le parole dell’affisso patibolario.
«Si rende noto a tutti che martedì 22 febbraio, primo giorno di carnevale, saranno per decreto del Tribunale della Rota, giustiziati sulla piazza del popolo i nominati Andrea Rondolo, reo di assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma; ed il nominato Peppino detto Rocca Priori, convinto di complicità col detestabile bandito Luigi Vampa, e gli uomini della sua banda. Il primo sarà impiccato, ed il secondo decapitato. Le anime caritatevoli sono pregate di domandare a Dio un sincero pentimento per questi due infelici condannati.»
Questo era ciò che Franz aveva inteso fra le rovine del Colosseo, e non era stata cambiata alcuna cosa al programma: i nomi dei condannati, la causa del supplizio e il genere di esecuzione erano esattamente gli stessi. Così, secondo ogni probabilità, il Trasteverino non era altro che il bandito Luigi Vampa, e l’uomo dal mantello scuro Sindbad il marinaro, che a Roma come a Portovecchio e a Tunisi proseguiva il corso delle sue filantropiche spedizioni.
Frattanto il tempo passava, erano le nove, e Franz si disponeva di andare a svegliare Alberto, allorquando con sua grande sorpresa lo vide uscir di camera vestito di tutto punto.
— Ebbene! disse Franz all’albergatore, ora che siamo all’ordine tutti e due, credete che potremmo presentarci al conte di Monte-Cristo?
— Certamente; egli ha l’abitudine di alzarsi di buon mattino, e sono sicuro che è alzato da più di due ore.
— E credete che non sarà un’indiscretezza il fargli visita a quest’ora? — No, certamente.
— In questo caso, Alberto se siete pronto...
— Perfettamente pronto. — Andiamo a ringraziare il nostro vicino della sua cortesia. — Andiamo.
Franz e Alberto non avevano che il pianerottolo da attraversare. L’albergatore li precedeva, e suonò in loro vece; un domestico venne ad aprire.
— I signori Francesi, disse l’albergatore.
Il domestico s’inchinò e fece loro segno di entrare. Essi traversarono due camere ammobigliate con un lusso che non credevano ritrovare nell’albergo di Pastrini, e furono introdotti in un salotto di una perfetta eleganza. Un tappeto di Turchia era steso sul pavimento, e i mobili più comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e presentavano gli schienali inclinati in addietro. Magnifici quadri di pennello maestro, frammezzati da trofei di splendidissime armi, erano appesi alle pareti, e ricche portiere di trapunto pendevano davanti a tutte le aperture.
— Se le loro eccellenze vogliono sedersi, disse il domestico, io vado ad avvisare il signor conte.
E disparve da una porta.
Al momento in cui questa si aprì, il suono di una guzla giunse fino ai due amici, ma si estinse subito; la porta, richiusa quasi nello stesso momento che fu aperta, non aveva lasciato passare nel salone che, per così dire, una buffata d’armonia. Franz ed Alberto si cambiarono uno sguardo, e tornarono a volgere la loro attenzione sui mobili, sui quadri e sulle armi. A questa seconda ispezione tutto sembrò loro ancor più magnifico che alla prima.
— Ebbene! domandò Franz al suo amico, che ne dite?
— In fede mia, mio caro, dico che bisogna che il nostro vicino sia un qualche agente di cambio che ha giuocato sui ribassi dei fondi spagnuoli, o qualche principe che viaggia in incognito. — Zitto, gli disse Franz, questo è ciò che sapremo in breve, poichè eccolo.
Infatto il rumore di una porta che girava sui cardini si fe’ sentire ai visitatori, e quasi subito fu alzata una portiera che lasciò passare il proprietario di tutte queste ricchezze.
Alberto gli andò incontro, ma Franz rimase al suo posto.
Quegli che entrava era infatto l’uomo dal mantello scuro del Colosseo, lo sconosciuto del palco, l’ospite misterioso di Monte-Cristo.
XXXV. — IL PATIBOLO.
— Signori, disse entrando il Conte di Monte-Cristo, abbiate le mie scuse per essermi lasciato prevenire; ma avrei avuto timore di essere indiscreto venendo più presto da voi. D’altra parte mi avevate fatto dire che sareste venuti, ed io mi sono trattenuto a vostra disposizione.
— Franz ed io dobbiamo farvi mille ringraziamenti, sig. conte, disse Alberto; voi ci avete tolti da un grande impaccio, e noi stavamo per inventare un qualche veicolo fantastico al momento che ci mandaste il vostro grazioso invito.
— Eh! mio Dio! signori, rispose il conte facendo segno cogli occhi a’ due giovani di sedersi sopra un divano, la colpa è di questo imbecille di Pastrini che non mi ha detto prima il vostro impaccio, e vi ha lasciati per così lungo tempo nell’incertezza; solo e isolato come sono qui, non cercava che un’occasione di far conoscenza coi miei vicini. Cosicchè tosto che seppi poter esservi utile a qualche cosa, avete veduto con qual fretta ho afferrata l’occasione di prestarvi i miei servigi.
I due giovani s’inchinarono. Franz non aveva ancora trovata una sola parola da dire, egli non aveva ancora presa alcuna risoluzione, e poichè il conte sembrava non avesse volontà di riconoscerlo, o alcun desiderio di essere riconosciuto da lui, non sapeva se doveva fare allusione al passato con qualche parola qualunque, o lasciare il tempo all’avvenire per portargli nuove pruove. Del resto essendo sicuro che era lo stesso di quello della sera innanzi nel palco, non poteva egualmente assicurare che fosse quello che era al Colosseo due sere prima: risolvè adunque di lasciar camminare le cose senza fare alcuna osservazione diretta al conte. D’altra parte egli aveva una superiorità su lui, era padrone del suo secreto, mentre che al contrario il conte non poteva avere alcun ascendente su Franz, che nulla aveva a nascondere. Frattanto mentre aspettava avvenimenti naturali, risolvè di far cadere la conversazione sopra un punto che potesse sempre condurre degli schiarimenti su di alcuni dubbi.
— Signor conte, gli disse, voi ci avete offerto due posti nella vostra carrozza, ed altri due nelle vostre finestre del palazzo Ruspoli; potreste ora indicarci come potremmo fare per procurarci un posto, qualunque siasi, sulla piazza del popolo?
— Ah! sì, è vero, disse il conte in modo distratto, ma guardando Morcerf con sostenuta attenzione, vi deve essere, se non sbaglio nella Piazza del popolo qualche cosa di simile ad una esecuzione?
— Sì, rispose Franz vedendo che egli veniva da sè stesso dove voleva condurlo. — Aspettate, aspettate, credo di aver detto ieri al mio intendente di occuparsi di questo, e forse potrò rendervi ancora questo piccolo servigio. — Allungò una mano, e tirò il cordone del campanello. Sul momento videsi entrare un individuo dai 45 ai 50 anni che rassomigliava come due gocce d’acqua a quel contrabbandiere che aveva introdotto Franz nella grotta, ma che non fece menomamente sembiante di riconoscerlo. Si accorse allora che la parola era passata. — Bertuccio, disse il conte, vi siete incaricato come vi ordinai ieri, di ritrovarmi una finestra sulla Piazza del Popolo?
— Sì, eccellenza, rispose l’intendente, ma era troppo tardi.
— Come, disse il conte, increspando il sopracciglio, vi aveva pure ordinato di ritrovarne una?
— E V. E. l’avrà; è una finestra che era stata data in fitto al principe Lobagneff; ma sono stato costretto di pagarla cento...
— Sta bene, sta bene, Bertuccio; risparmiate a questi signori dei particolari inutili; voi avete la finestra e questo è l’importante. Date l’indirizzo della casa al cocchiere, e trattenetevi sulla scala per condurci. Basta così: andate.
L’intendente salutò, e fece un passo per ritirarsi.
— Aspettate! riprese il conte, fatemi il piacere di domandare a Pastrini se ha ricevuta la tavoletta, e se vuole inviarmi il programma della esecuzione.
— È inutile, rispose Franz cavando il portafogli di saccoccia, ho avuto queste tavolette sotto gli occhi, e le ho copiate, eccole.
— Sta bene; allora Bertuccio potete ritirarvi, non ho più bisogno di voi. Che ci avvisino soltanto quando sarà pronta la colazione. Questi signori, continuò egli volgendo ai due amici, mi faranno l’onore di far colazione meco?
— In vero, sig. conte, disse Alberto, sarebbe un abusare...
— No, al contrario, voi mi fate un vero piacere; mi renderete tuttociò a Parigi, l’uno o l’altro, e forse anche tutti e due. Bertuccio, ordinate che preparino per tre.
E prese il foglio dalle mani di Franz.
— Noi dicevamo adunque, continuò col tuono con cui avrebbe letto un tutt’altro avviso «che saranno giustiziati oggi 22 febbraio i nominati Andrea Rondolo, reo d’assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma, e il nominato Peppino detto Rocca Priori convinto di complicità col detestabile bandito Luigi Vampa, e gli uomini della sua banda.» Hum! «il primo sarà impiccato, e il secondo decapitato.» Sì, infatto precisamente così doveva andare la faccenda, ma io credo che da ieri sia sopraggiunto qualche cambiamento nell’ordine della cerimonia.
— Ah! disse Franz.
— Sì, ieri dal cardinale R..., presso il quale ho passata la serata era questione di qualche cosa come di una dilazione accordata ad uno dei due condannati.
— Ad Andrea Rondolo? domandò Franz.
— No... rispose negligentemente il conte, all’altro... e guardando il foglio come per ricordarsi il nome, a Peppino detto Rocca Priori. Questo vi priverà di vedere l’azione della ghigliottina, ma vi resta a vedere l’altra esecuzione, che è un supplizio molto imponente, quando si vede per la prima volta, ed anche per la seconda, nel mentre che l’altro, che voi certo dovete conoscere, è troppo semplice, troppo spedito, e nulla vi è d’inaspettato. La mannaia non isbaglia, non trema, non colpisce in falso, non si ripente trenta volte come il soldato che tagliava la testa al conte di Chalais, ed al quale forse era stato raccomandato il paziente da Richelieu. Ah! aggiunse il conte con un tuono disprezzante, non mi parlate degli Europei per le esecuzioni capitali, essi non se ne intendono affatto, e sono nella vera infanzia, o piuttosto nella decrepitezza in rapporto a quelle.
— In verità, sig. conte, rispose Franz, direbbesi che voi avete fatto uno studio comparato dei supplizi nei diversi popoli del mondo.
— Ve ne sono pochi almeno che io non abbia veduti.
— Ed avete ritrovato piacere ad assistere a questi spettacoli?
— Il mio primo sentimento fu la ripugnanza, il secondo l’indifferenza, il terzo la curiosità.
— La curiosità? la parola è veramente terribile, sapete?
— Perchè? non vi ha nella vita una preoccupazione più grave di quella della morte; ebbene! non è curioso lo studiare in quanti differenti modi l’anima può uscir dal corpo, e come, secondo i naturali, i temperamenti, ed anche i costumi dei paesi, gl’individui sopportino questo supremo passaggio.
— Non vi capisco bene, disse Franz; spiegatevi perchè non potete credere quanto punga la mia curiosità, ciò che mi dite.
— Ascoltate dunque, disse il conte, ed il suo viso s’infiltrò di fiele nello stesso modo che il viso di un altro si colora col sangue. Se un uomo avesse fatto morire fra torture inaudite, in mezzo a tormenti senza fine, vostro padre, vostra madre, la vostra amica, uno di quegli esseri in fine che quando vengono sradicati dal nostro cuore vi lasciano un vuoto eterno ed una piaga sempre sanguinosa, credete che fosse sufficiente la riparazione che vi accorda la società, perchè il ferro della ghigliottina è passato fra la base dell’occipite, e i muscoli trapezzi dell’uccisore, e perchè colui che vi ha fatto soffrire degli anni di morali sofferenze, ha provato qualche secondo di fisico dolore?
— Sì, lo so, risposo Franz, la giustizia umana è insufficiente, come consolatrice delle angosce sofferte; essa può versar sangue, per sangue, e niente più; non bisogna però chiederle più di quello che può dare.
— Io ora vi propongo un altro caso materiale, riprese il conte, quello in cui la società, attaccata dalla morte di un individuo nella base sulla quale riposa, punisce la morte colla morte. Ma non vi sono dei milioni di dolori dai quali possono essere straziati i visceri dell’uomo, senza che la società se ne occupi menomamente, senza ch’ella gli offra il mezzo insufficiente di castigo di cui parlavamo or ora? Non vi sono dei delitti pei quali il palo dei turchi, i truogoli dei persiani, i nervi attorcigliati degl’indiani sarebbero supplizi troppo gentili, e che non pertanto la società indifferente lascia senza punizione?... rispondetemi, non vi sono questi delitti?
— Sì, ed il duello è appena appena tollerato in alcuni paesi per punirli.
— Ah! il duello, gridò il conte, graziosa maniera di giungere alla meta, quando questa è la vendetta! Un uomo vi rapisce l’amica, seduce vostra moglie, disonora vostra figlia: di una vita intera, che aveva il diritto di aspettare da Dio la parte di felicità che egli ha promesso ad ogni uomo nel crearlo, ha formato un’esistenza di dolore, di miseria, o di infamia, e voi vi credete vendicato perchè a quest’uomo, che vi ha messo il delirio nell’anima e la disperazione nel cuore, avete passato il petto con la spada, o traversata la testa con una palla? E poi! senza calcolare che spesso è il reo che riporta il vantaggio nel duello, e viene così scolpato agli occhi del mondo. No, no, continuò il conte, se avessi mai a vendicarmi, non mi vendicherei così.
— Voi disapprovate dunque il duello? dunque non vi battereste in duello? domandò a sua volta Alberto meravigliato nel sentire emettere una tale teoria.
— No certamente, non mi batterei, disse il conte.
— Ma, disse Franz al conte, con questa teoria che vi costituisse giudice ed esecutore nella vostra propria causa, sarebbe difficile contenervi nei limiti per fuggire gli estremi, che sono sempre pericolosi; e converrete meco senza difficoltà, che l’odio è cieco, la collera sorda, e colui che si mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara.
— Anche questo può esser vero, e qualche volta abbiamo veduto avverato ciò che ora affermate; ma, d’altra parte il peggio che potrebbe accadere ad un tale che avesse violato la legge, sarebbe d’incorrere in quest’ultimo servizio di cui parlavamo or ora, quello cioè che la filantropica rivoluzione francese ha sostituito allo squarto ed alla ruota. Ebbene! che cosa è questo supplizio, se egli si è vendicato? In verità sono quasi dispiacente che, secondo tutte le probabilità, questo miserabile Q Peppino non venga decapitato come si dice, vedreste il tempo che vi s’impiega, e se merita neppur la pena di parlarne. Ma sul mio onore noi facciamo una conversazione singolare per essere il primo giorno di carnevale. Come diavolo è avvenuto? Ah! mi ricordo: voi mi avete domandato un posto alla mia finestra; ebbene! sia, voi l’avrete; ma frattanto andiamo a tavola, poichè ecco che vengono ad annunciare che tutto è in ordine.
Infatto un domestico aprì una delle quattro porte del salotto e fece intendere la consueta frase:
— È servito in tavola!
I due giovani si alzarono e passarono nella sala da pranzo. Durante la colazione, che riuscì eccellente, e fu servita con estrema ricercatezza, Franz cercò cogli occhi lo sguardo d’Alberto, per leggervi l’impressione che dovevano necessariamente avergli fatte le parole del loro ospite; ma sia che nella sua abituale non curanza, non vi avesse prestata grande attenzione, sia che la massima dal conte di Monte-Cristo esternata rapporto al duello lo avesse con lui riconciliato, sia finalmente che gli antecedenti raccontati, conosciuti particolarmente da Franz, avessero raddoppiato per lui solo l’effetto delle teorie del conte, non si accorse che il compagno fosse menomamente preoccupato; ed anzi Alberto faceva onore alla colazione come un uomo condannato da quattro o cinque mesi ad una cucina ben differente dalla sua; quanto al conte era in preda ad una preoccupazione troppo viva, che pareva inspirata dalla persona di Alberto, assaggiò appena ciascun piatto; sarebbesi detto nel mettersi a tavola con i suoi convitati adempisse ad un semplice dovere di gentilezza, e che aspettava la loro partenza per farsi portare qualche cibo strano e particolare. Ciò ricordava suo malgrado a Franz, il terrore che il conte aveva inspirato alla contessa G... e la convinzione in cui l’aveva lasciata che il conte, l’uomo che le aveva mostrato nel palco in faccia a lui, era un Vampiro. Alla fine della colazione, Franz cavò l’orologio. — Ebbene! dissegli il conte, che fate dunque?
— Ci scuserete, signor conte, rispose Franz, ma noi abbiamo ancora mille cose da fare. — E quali?
— Noi non abbiamo abiti da maschera, ed oggi il mascherarsi è di rigore.
— Non vi occupate di questo. A quanto sembra abbiamo sulla piazza del Popolo una camera particolare; vi farò portare gli abiti che m’indicherete e ci maschereremo là.
— Dopo l’esecuzione? gridò Franz.
— Senza dubbio, dopo, nel tempo, o prima, come vorrete.
— In faccia al patibolo?
— Che discorso è questo? Noi che saremo presenti alla festa, staremo però nella nostra camera particolare.
— Sentite, signor conte, vi ho riflettuto bene, disse Franz, io vi ringrazio della vostra gentilezza. Mi contenterò di accettare un posto nella vostra carrozza, ed uno alla finestra del palazzo Ruspoli; vi lascio in libertà di disporre del mio posto alla finestra della piazza del Popolo.
— Ma voi perdete, ve ne prevengo, una cosa molto curiosa, rispose il conte.
— Me la racconterete, rispose Franz, e sono convinto che dalla vostra bocca il racconto mi farà quasi tanta impressione, quanta ne potrei ricevere nel vedere il fatto. D’altra parte più di una volta ho già fatta la risoluzione di assistere ad una esecuzione, e non mi vi sono mai potuto risolvere; e voi, Alberto?
— Io, rispose il visconte, ho veduto giustiziare Castaing; ma credo di essere stato un poco ubbriaco quel giorno, perchè era il primo dì che uscivo di collegio.
— Ma, soggiunse il conte, non è una ragione, perchè se non avete fatta una cosa a Parigi non la dobbiate neppur fare all’estero: quando si viaggia è per istruirsi: quando si cambia luogo, è per vedere. Pensate adunque quale meschina figura fareste, quando vi si facessero delle dimande relativamente a queste esecuzioni che debbono oggi farsi in Roma, e voi non sapeste rispondere altro che non le vidi. E poi, dicesi che il condannato sia un infame malandrino, un birbante che ha ucciso a colpi di alare un buon canonico che avevalo allevato come figlio. Se viaggiaste in Ispagna, non andreste voi a vedere i combattimenti dei tori? ebbene! figuratevi che sia un combattimento quello che andiamo a vedere; risovvenitevi degli antichi romani al Circo, delle caccie ove venivano uccisi trecento leoni e un centinaio di uomini; risovvenitevi di quegli ottantamila spettatori che battevano le mani, di quelle sagge matrone che vi conducevano le loro figlie per maritarle, e di quelle graziose vestali dalle mani bianche che col pollice facevano un graziosissimo e piccolo segno che voleva dire: «via, non siate pigri, finite di ammazzarmi quell’uomo che è mezzo morto.»
— Vi andate voi Alberto? domandò Franz.
— In fede mia sì, io esitava come voi, ma l’eloquenza del conte mi ha determinato.
— Andiamoci dunque, poichè lo volete, disse Franz, ma nel recarmi alla piazza dei Popolo desidererei passare per il Corso; è possibile, signor conte?
— A piedi sì, in carrozza non è permesso.
— Ebbene! vi andrò a piedi.
— Ma avete tanta necessità di passare per il Corso?
— Sì, ho qualche cosa a vedere. — Ebbene! passiamo tutti pel Corso, manderemo la carrozza per la strada del Babbuino ad aspettarci sulla piazza del Popolo. Del resto anch’io ho piacere di passare per il Corso onde vedere se sono stati eseguiti alcuni ordini che ho dati.
— Eccellenza, disse un domestico aprendo la porta, un uomo vestito da confratello della buona morte chiede parlarvi.
— Ah! sì, disse il conte, so che cos’è. Signori, volete avere la compiacenza di rientrare nel salotto? Ritroverete sulla tavola di mezzo degli eccellenti sigari dell’Avana; vi raggiungerò fra poco.
I due giovani si alzarono ed uscirono da una porta, mentre che il conte, dopo aver rinnovato loro le sue scuse, uscì dall’altra. — Alberto che era un gran dilettante di sigari, e che non contava come piccolo sacrificio quello di esser privo dei sigari del caffè di Parigi, da che era in Italia, si avvicinò alla tavola, e mandò un grido di gioia, nel riconoscere dei veri puros. — Ebbene! gli domandò Franz, che pensate voi del conte di Monte-Cristo?
— Che ne penso? disse Alberto grandemente meravigliato che il suo compagno gli facesse una simile interrogazione; penso che è un uomo carissimo, che fa a maraviglia gli onori di casa sua, che ha molto studiato, che ha riflettuto assai, che è come Bruto della scuola stoica, e, aggiunse mandando una voluttuosa fumata che salì a spirale verso il soffitto, e che oltre tutto ciò possiede eccellenti sigari.
Questa era l’opinione d’Alberto sul conte; ora siccome era noto a Franz che Alberto aveva la pretensione di non farsi mai un’opinione degli uomini e delle cose che dopo mature riflessioni, così Franz non tentò di cambiar niente alla sua.
— Ma, diss’egli, avete voi notato una cosa singolare?
— E quale? — L’attenzione con cui vi guardava.
Alberto riflettè alcun poco.
— Ah! diss’egli con un sospiro, nulla di meraviglioso in questo: sono assente da Parigi da quasi un anno, e debbo avere degli abiti di un taglio dell’altro mondo. Il conte mi avrà preso per un provinciale; disingannatelo, caro amico, e ditegli, ve ne prego, alla prima occasione, che non è vero. — Franz sorrise, un momento dopo rientrò il conte:
— Eccomi signori, diss’egli, e tutto per voi; ho già dati gli ordini. La carrozza andrà alla piazza del Popolo per la sua strada, e noi vi andremo per la nostra, se lo desiderate ancora, cioè per la strada del Corso. Su via, prendete dunque qualcuno di questi sigari, signor Morcerf, aggiunse, strisciando in un modo singolare le sillabe di questo nome che pronunziava per la prima volta.
— In fede mia, con gran piacere, disse Alberto, perchè i vostri sigari italiani sono ancora peggiori di quelli della privativa regia; quando verrete a Parigi vi renderò tutto questo.
— Ed io non rifiuto, conto di andarvi per qualche giorno, e poichè voi lo permettete, verrò a battere alla vostra porta. Andiamo, signori, andiamo, non abbiamo tempo da perdere; è mezzogiorno e mezzo, partiamo.
Tutti e tre discesero. Allora il cocchiere prese gli ordini dal padrone, seguì la via del Babbuino, mentre che i pedoni risalivano per la piazza di Spagna, e per la via Frattina che conduceva direttamente fra il palazzo Fiano e il palazzo Ruspoli. Gli sguardi di Franz furono diretti alle finestre di quest’ultimo palazzo; non aveva dimenticato il segnale convenuto al Colosseo, fra l’uomo del mantello scuro ed il Trasteverino: — Quali sono le vostre finestre? domandò egli al conte col tuono più naturale che potesse prendere.
— Le tre ultime, rispos’egli, con una negligenza non affettata, perchè non poteva indovinare con quale scopo gli veniva fatta questa interrogazione.
Gli sguardi di Franz si portarono rapidamente sulle tre finestre. Quelle laterali erano parate con un tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo con un tappeto di damasco bianco che portava una croce rossa. L’uomo dal mantello scuro aveva dunque mantenuta la parola al Trasteverino, e non v’era più dubbio, era precisamente il conte. Le tre finestre erano ancora vuote. Da tutte parti si facevano preparativi; si mettevano al posto le sedie, si ergevano palchi, si paravano le finestre. Le maschere non potevano comparire, le carrozze non potevano entrare che dopo il suono della campana del Campidoglio; ma si sentivano le maschere dietro a tutte le finestre e le carrozze dietro a tutte le porte.
Franz, Alberto ed il conte continuarono a discendere lungo il Corso; a seconda che si avvicinavano alla piazza del Popolo, la folla diveniva più fitta, e al di sopra delle teste di questa folla, si vedevano due cose, l’obelisco sormontato da una croce, che indica il centro della piazza, e al davanti dell’obelisco, precisamente al punto di corrispondenza visuale delle tre strade del Babbuino, del Corso, e di Ripetta, i due travi supremi del patibolo, fra i quali brillava l’acciaio forbito della falce. All’angolo della strada era l’intendente del conte che aspettava il padrone. La finestra presa in fitto, a quel prezzo senza dubbio esorbitante che il conte non aveva voluto far conoscere ai convitati, apparteneva al secondo piano del gran palazzo situato fra la strada del Babbuino e il monte Pincio, era una specie di gabinetto che comunicava con una camera da dormire; ma chiudendo la porta di questa, quelli che avevano preso in fitto il gabinetto stavano come in casa loro: sulle sedie erano disposti i vestiti di maschera da pagliaccio di seta bianca e celeste della più grande eleganza.
— Avendomi voi lasciata la scelta dei costumi, disse il conte ai due amici, ho fatto preparare questi. Primieramente saranno ciò che di meglio verrà indossato in quest’anno, poi sono ciò che vi ha di più comodo pei confetti, attesochè la farina non vi si scorge.
Franz non intese che imperfettamente le parole del conte, e forse non apprezzò col suo giusto valore questa nuova gentilezza, poichè tutta la sua attenzione era rivolta allo spettacolo che presentava la piazza del Popolo ed all’istrumento terribile che ne formava in quell’ora il principale ornamento. Era la prima volta che Franz vedeva una ghigliottina. Noi diciamo ghigliottina, perchè la falce romana è presso a poco della stessa forma del nostro istrumento di morte. La falce che ha la forma di una mezza luna che taglia dalla parte convessa, cade da minore altezza, ecco tutta la diversità!
Due uomini, seduti sulla tavola ad altalena, ove viene steso il condannato, mentre aspettavano, mangiavano a quanto sembrò a Franz, del pane e della salciccia; l’un d’essi sollevò l’asse e ne estrasse un fiasco di vino, ne bevè e passò il fiasco al suo camerata; essi erano gli aiutanti del carnefice! — A questo solo aspetto, Franz aveva inteso venirgli il sudore fin dalla radice dei capelli. — I condannati erano stati trasportati fin dalla sera innanzi, dalle carceri nuove alla chiesa di S. Maria del popolo, ed avevano passata tutta la notte assistiti ciascuno da due preti in una cappella di conforteria chiusa da un cancello, davanti al quale passeggiavano le sentinelle cambiate d’ora in ora. Una doppia fila di carabinieri posti da ciascun lato della chiesa si estendeva fino al patibolo, intorno al quale formava un circolo di dieci piedi di spazio, che serviva di strada fra la ghigliottina ed il popolo. Tutto il resto della piazza sembrava un selciato di teste d’uomini e di donne delle quali molte avevano i loro bambini sulle spalle, e questi erano i meglio situati perchè venivano ad aver la testa al di sopra delle altre.
Il monte Pincio sembrava un vasto anfiteatro i cui gradini fossero stati caricati di spettatori; le finestre delle due chiese che formano l’angolo delle strade del Babbuino e di Ripetta col Corso, rigurgitavano di curiosi privilegiati; gli scalini dei peristili sembravano un’onda moventesi e variopinta che una marea incessante spingesse verso il portico, ciascuna sporgenza o rilievo di muro che potesse dare appoggio ad un uomo aveva la sua statua vivente. Ciò che diceva il conte era dunque vero: ciò che vi ha di più curioso nella vita è lo spettacolo della morte. E frattanto in vece del silenzio, che sembrava dovere essere comandato nella solennità di un tale spettacolo, un gran rumore usciva da quella folla; rumore composto di risa, di urli, di gridi giocosi; era ancora evidente, come lo aveva detto il conte, che a questa esecuzione interverrebbe una gran moltitudine di popolo pel fatto non già, ma perchè andava per caso a coincidere col principio del carnevale.
D’improvviso questo rumore cessò come per incanto; la porta della chiesa era stata aperta. La confraternita detta di S. Giovanni decollato comparve, ciascun membro era vestito di un sacco grigio aperto soltanto agli occhi, e teneva in mano una torcia accesa, il capo di questa confraternita apriva la strada. Dietro ai confratelli veniva un uomo di alta persona, nudo, ad eccezione dei calzoni di tela, ad un lato de’ quali stava attaccato un gran coltello nascosto nel fodero; e portava sulla spalla destra una quantità di corda affatto nuova; costui era il carnefice; aveva inoltre i sandali attaccati al basso della gamba per mezzo di funicelle. Dietro al carnefice camminavano, nell’ordine in cui dovevano esser giustiziati, prima Peppino e poi Andrea; ciascuno accompagnato da due preti. Nè l’uno nè l’altro avevano gli occhi bendati. Peppino camminava con passo molto sicuro; senza dubbio egli era stato avvisato di ciò che gli si preparava. Andrea era sostenuto sotto le braccia da un prete. Entrambi baciavano di tempo in tempo il simbolo della Redenzione che veniva lor presentato dal confessore.
Franz sentì che solo questa vista gli faceva venir meno le gambe, guardò Alberto. Egli era pallido come la sua camicia e per un movimento meccanico gettò lungi da sè il sigaro, quantunque non lo avesse fumato che a metà. Il conte solo pareva impassibile. Anzi eravi di più, una leggiera tinta rosea sembrava volere irrompere dal pallore livido delle sue guance. Il naso si dilatava come quello di un animale selvaggio che odora il sangue, e le labbra lasciavano vedere i denti piccoli bianchi ed acuti, come quelli di un lupo dorato d’Affrica. E ciò non ostante il viso aveva una espressione di dolcezza sorridente, che Franz non avevagli mai veduta; gli occhi soprattutto erano ammirabili per la mansuetudine.
Frattanto i due condannati continuavano a camminare verso il patibolo, ed a seconda che avanzavano si potevano distinguere i tratti del loro viso. Peppino era un bel giovine dai 24 a 26 anni di colorito scuro pel sole, con lo sguardo libero e selvaggio; portava la testa alta, e sembrava odorare il vento per conoscere da che parte gli sarebbe arrivato il liberatore. Andrea era grasso e corto: il viso, trivialmente crudele, non indicava la sua età, ciò non ostante poteva avere circa trent’anni. Nella prigione erasi lasciata crescere la barba. La testa pendolava sopra una delle spalle, le gambe gli si piegavano sotto; tutto il suo essere sembrava obbedire ad un movimento materiale, nel quale la sua volontà non prendeva parte alcuna.
— Sembrami, disse Franz, al conte, avermi voi annunziato non esservi che una sola esecuzione.
— Vi ho detto la verità, rispose egli freddamente.
— Frattanto ecco due condannati.
— Sì, ma di questi due l’uno è sul punto di morire, l’altro vivrà ancora lunghi anni.
— Ma se deve venire la grazia non vi è tempo da perdere.
— Ed appunto eccola che viene; guardate, disse il conte.
Difatto nel medesimo punto in cui Peppino giungeva ai piedi del patibolo, un penitente che sembrava essere venuto tardi, passò la fila senza che i soldati facessero ostacolo al suo passaggio, e venendo avanti presentò al capo della confraternita un foglio piegato in quattro parti. Lo sguardo ardente di Peppino non aveva perduto alcuno di questi particolari; il capo della confraternita spiegò la carta, la lesse ed alzò la mano:
— Il Signore sia benedetto e sua Santità sia lodata, diss’egli ad alta ed intelligibile voce, vi è la grazia della vita di uno dei due condannati.
— Grazia! gridò il popolo con un sol grido, vi è la grazia? — A questa parola di grazia, Andrea si scosse e alzò la testa: — Grazia, per chi? gridò egli.
Peppino restò immobile, muto ed anelante.
— Vi è la grazia dalla pena di morte per Peppino detto Rocca Priori, disse il capo della confraternita. — E passò il foglio nelle mani del comandante dei carabinieri che dopo averlo letto tornò a renderlo.
— Grazia per Peppino! gridò Andrea interamente tolto dallo stato di torpore in cui sembrava fosse immerso. Perchè grazia per lui e non per me? Noi dovevamo morire insieme, erami stato promesso che sarebbe morto prima di me, e non vi è diritto di farmi morir solo; non voglio morir solo, non lo voglio.
E si attaccò alle braccia dei due preti torcendosi, urlando, ruggendo e facendo sforzi insensati per resistere al carnefice che voleva, a quell’impeto imprevisto, legargli nuovamente le mani. Il carnefice fece un segno ai suoi aiutanti i quali saltarono abbasso del patibolo, e vennero ad impadronirsi del condannato.
— Che accade dunque? domandò Franz al conte, perchè la distanza non gli permetteva di bene intendere le parole.
— Che accade? disse il conte, non lo indovinate? Accade che quella creatura umana che va alla morte, è divenuta furiosa perchè il suo simile non muore con essa, e che, se si lasciasse fare, lo sbranerebbe colle unghie e coi denti piuttosto che lasciarlo godere della vita di cui sarà in breve privato. Oh! uomini! uomini! razza di coccodrilli, come disse Karl Moor, gridò il conte stendendo i due pugni verso tutta quella folla, come vi riconosco bene, e in ogni tempo siete sempre degni di voi stessi.
Infatto Andrea, e i due aiutanti del carnefice si rotolavano nella polvere, ed il condannato gridava sempre «egli deve morire, io voglio che muoia, non hanno il diritto di farmi morire solo.»
— Guardate; guardate, disse il conte afferrando ciascuno dei due giovani per la mano; guardate, perchè sull’anima mia è una cosa curiosa: ecco un uomo che era rassegnato alla sua sorte, che camminava al patibolo, che andava a morire come un vile, è vero, ma pure andava a morire senza resistenza e senza recriminazione. Sapete ciò che gli dava qualche forza? sapete ciò che lo consolava? sapete ciò che gli faceva prendere il supplizio con pazienza? era un altro che divideva le angosce, un altro che moriva come lui, un altro che moriva prima di lui. Conducete due montoni alla beccheria, o due bovi all’ammazzatoio, e fate intendere, se vi riesce, ad uno di questi che il suo compagno non morrà, il montone, cred’io, belerà di gioia, il bove muggirà di piacere; ma l’uomo a cui Iddio ha imposto per prima, per unica, per suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Iddio ha dato la parola per esprimere il pensiero, ora vedetelo qui con i vostri propri occhi, che dà nelle furie perchè va a morir solo, perchè sa che il compagno è salvo. In verità, non me lo sarei mai aspettato! ecco là non più terrore, non più rassegnazione; oh! disgraziata creatura! quanto lagrimevole è la tua sorte! — E il conte rise, ma di un riso terribile che faceva comprendere ch’egli aveva orribilmente sofferto per poter giungere a ridere in tal modo.
Frattanto la lotta continuava, ed era spettacolo orribile a vedersi. I due aiutanti portavano Andrea sul patibolo; tutto il popolo aveva preso partito contro di lui, e ventimila voci mandavano un sol grido: «alla morte! alla morte!»
Franz lasciavasi andare in addietro; ma il conte riprese il braccio, e lo trattenne sul davanti della finestra.
— E che fate! diss’egli, avete pietà? in fede mia ella è ben situata! se sentiste gridare, al cane arrabbiato, prendereste il vostro fucile, vi appostereste sulla strada, e tirereste senza misericordia a piccola distanza sulla povera bestia, che in fin del conto non sarebbe rea che di essere stata morsa da un altro cane, rendendo ciò che gli fu fatto; ed ecco qua che avete pietà di un uomo che non fu morso da alcun altro, e che ciò non ostante ha ucciso il suo benefattore, e che ora non potendo più uccidere, perchè ha le mani legate, vuole a tutta forza veder morire il compagno d’infortunio? no, no, guardate, guardate.
Ogni raccomandazione sarebbesi resa inutile, Franz era come affascinato dall’orribile spettacolo. I due aiutanti avevano portato a gran stento il paziente fino a piè della scala fatale. Allora sì che incominciò una lotta terribile. Il misero si dibatteva, si contorceva, e puntava i piedi gittandosi con tutta la persona all’indietro. Uno di que’ due tentò d’acquistare sopra di lui qualche vantaggio col salire alcuni scalini dalla sua parte, e tirarlo a sè mentre l’altro lo avrebbe sospinto all’insù. In quel frattempo il carnefice lo afferrò per la vita, e lo sollevò da terra. Trovatosi il misero senza punto d’appoggio e tirato e sospinto, in un attimo fu sotto al laccio. — A tal vista Franz non potè trattenersi più lungamente, si ritirò in addietro, e andò a cadere sur una sedia, mezzo svenuto.
Alberto, cogli occhi chiusi, restava in piedi, ma aggrappato al telaio della finestra, senza l’aiuto del quale sarebbe certamente caduto.
Il conte solo era in piedi, e trionfante come l’angelo del male.
XXXVI. — IL CARNEVALE DI ROMA.
Quando Franz ritornò in sè, vide Alberto che beveva un bicchier d’acqua, e la sua pallidezza indicava che ne aveva avuto gran bisogno; il conte cominciava già ad indossare il vestito da pagliaccio. Dette macchinalmente un’occhiata sulla piazza, tutto era disparso, patibolo, carnefice, vittime; non restava più che il popolo affollato, rumoreggiante, allegro. La campana del Campidoglio suonava l’apertura del carnevale.
— Ebbene, domandò egli al conte, che è dunque accaduto?
— Niente, assolutamente niente, diss’egli, solo il carnevale è cominciato, mascheriamoci presto.
— In fatto, rispose Franz, non resta più di tutta questa scena che la traccia di un sogno.
— E non fu che un sogno, non fu che un incubo, quello che aveste. — Sì, ma il condannato?
— È un sogno anch’esso, solo egli è rimasto addormentato, e voi vi siete risvegliato; e chi può dire quale di voi due sia il privilegiato?
— Ma Peppino, domandò Franz, che ne avvenne?
— Peppino è un giovine di senso che non ha il più piccolo amor proprio, e che contro l’abitudine degli uomini che sono furiosi allor quando nessuno si occupa di loro, è rimasto soddisfatto di vedere che l’attenzione generale si portava tutta sul suo camerata; per conseguenza ha profittato di questa distrazione per schizzar fra la folla, e sparire, senza nemmeno ringraziare quei degni preti che lo avevano accompagnato. In fede mia l’uomo è un animale molto ingrato, ed egoista... Ma vestitevi; osservate il sig. de Morcerf, ve ne dà l’esempio.
Infatto Alberto passava macchinalmente i calzoni di seta bianca al di sopra dei suoi di panno nero, e degli stivali inverniciati. — Ebbene? Alberto, domandò Franz, siete in istato di far follie? su rispondete francamente.
— No, diss’egli, ma in verità sono contento di aver veduto una cosa simile, e comprendo ciò che diceva il signor conte: cioè che allora quando uno ha potuto una volta abituarsi ad un simile spettacolo, questo sia il solo che dà ancora qualche emozione.
— Senza contare che in quel momento soltanto si possono fare studi sulle indoli, disse il conte; sul primo scalino del patibolo la morte strappa la maschera che si è portata in tutta la vita, ed il vero viso comparisce. Bisogna convenirne, quello di Andrea non era bello a vedersi, era un infame ributtante!... vestiamoci, ho bisogno di vedere delle maschere di cera, e di stucco per consolarmi delle maschere di carne. — Sarebbe stato ridicolo per Franz di fare la signorina, e non seguire l’esempio che gli veniva dato dai due compagni. Si mise adunque il suo vestiario, si collocò sul viso la maschera che non era certamente più pallida del suo volto. Compiuto il travestimento discesero. La carrozza aspettava alla porta, piena di confetti, e di mazzetti di fiori: essa si mise in fila.
È difficile il formarsi un’idea di un’opposizione così compiuta quanto quella che erasi operata. In vece dello spettacolo di morte, tetro e silenzioso, la piazza del Popolo presentava l’aspetto di una folta e rumorosa orgia. Una quantità di maschere facevansi veder da ogni parte, uscendo dalle porte, dalle finestre: le carrozze che sboccavano da tutti gli angoli delle strade, piene di pagliacci, d’arlecchini, di dominò, di marchesi, di trasteverini, di grotteschi, di cavalieri, di contadini, tutto ciò gridando, gesticolando, lanciando uova piene di farina, confetti, e mazzetti; aggredendo colle parole, e coi proiettili, amici e stranieri, conoscenti e non conoscenti, senza che alcuno abbia il diritto di lamentarsene, senza che alcuno faccia altro che ridere. Franz e Alberto erano a guisa di due uomini che per essere distratti da un violento dispiacere venissero condotti in un’orgia, e che a seconda che bevono, e s’inebriano, sentono inspessirsi un velo fra il passato, ed il presente. Essi vedevano sempre, o per meglio dire continuavano a sentire in loro gli effetti di ciò che avevano veduto. Ma poco a poco l’ubriachezza generale li guadagnava; sembrò che la vacillante ragione stesse per abbandonarli; conoscevano uno strano bisogno di prender parte a quel rumore, a quel movimento, a quella vertigine. Un pugno di confetti che gettato da una carrozza vicina colse Morcerf, e che, coprendolo di polvere unitamente ai due compagni gli punse il collo, e tutte le parti del viso che non erano garantite dalla maschera, come se gli avessero gettato un pugno di spilli, terminò di spingerlo alla lotta generale, alla quale erano già impegnate tutte le maschere che incontravano. Si alzò a sua volta nella carrozza; raccolse a piene mani confetti nei sacchi, e con tutto il vigore e la destrezza di cui era capace, lanciò uova e confetti ai vicini. Da quel momento il combattimento era impegnato. La memoria di ciò che avevano veduto mezz’ora prima si cancellava affatto dallo spirito di questi giovani, tanto lo spettacolo mobile, insensato, e variopinto che avevano sotto gli occhi, era venuto a far loro diversione. In quanto al conte non era mai stato, come si disse, per un sol momento commosso.
Di fatto, che alcuno s’immagini quella grande e bella strada del Corso ornata da un’estremità all’altra di palazzi a quattro o cinque piani con tutte le loro ringhiere addobbate, con tutte le finestre coi tappeti. A queste ringhiere e a queste finestre, trecento mila spettatori, patriotti, italiani, stranieri, venuti da tutte e quattro le parti del mondo; tutte le aristocrazie riunite; aristocrazie di nascita, di danaro, di genio; donne graziose esse stesse sotto l’influenza di questo spettacolo, che si curvano sulle ringhiere, sporgono fuori dalle finestre, fanno piovere sulle carrozze che passano una grandine di confetti che lor viene contraccambiata in mazzetti; l’atmosfera è tutta ingombra di confetti che discendono, e di fiori che volano; poi sul selciato della strada una folla allegra, incessante, pazza, con costumi insensati, cavoli giganteschi che passeggiano, teste di bufalo che muggiscono sopra il corpo dell’uomo, cani che sembrano comminare sui piedi di dietro, e si avrà una debole idea di ciò che è il Carnevale di Roma. Al secondo giro, il conte fece fermare la carrozza, e domandò ai compagni il permesso di allontanarsi lasciando a loro disposizione la carrozza. Franz alzò gli occhi: erano dirimpetto al palazzo Ruspoli, e alla finestra di mezzo, a quella che aveva il tappeto di damasco bianco con una croce rossa, era un dominò blu, sotto il quale l’immaginazione di Franz si figurò senz’altro la bella greca del teatro Argentina.
— Signori, disse il conte saltando a terra, quando sarete stanchi di essere attori, e che vorrete ritornare spettatori, sapete che avete i posti alle mie finestre; frattanto disponete del cocchiere, della carrozza e dei domestici.
Abbiamo dimenticato di dire che il cocchiere del conte era vestito con gravità di una pelle d’orso nero, esattamente simile a quella d’Odry nell’Orso ed il Pascià, e che i due servitori che stavano in piedi dietro la carrozza avevano il costume delle scimmie verdi, perfettamente adattato alla loro corporatura, con maschere a molla colle quali essi facevano delle boccacce a coloro che passavano. Franz ringraziò il conte della gentile offerta. In quanto ad Alberto era in via di scherzi con una carrozza piena di contadine romane, fermata come quella del conte da uno di quei riposi tanto comuni nelle file, cui egli tempestava di mazzetti. Disgraziatamente per lui la fila riprese il movimento, e mentre discendeva la piazza del Popolo, la carrozza che aveva attirata la sua attenzione risaliva verso la piazza di Venezia: — Ah! mio caro, disse egli a Franz, non avete veduto quel calesse pieno di contadine romane?
— No.
— Ebbene! sono sicuro che sono delle graziose signore...
— Quale disgrazia che voi siate mascherato, mio caro Alberto! disse Franz, questo sarebbe stato il momento di rifarvi di tutti i vostri sconcerti amorosi.
— Oh! rispose egli, metà ridendo, metà convinto, spero bene che il carnevale non trascorrerà senza apportarmi qualche buona avventura. — Ad onta di questa speranza d’Alberto tutto il giorno passò senz’altra avventura che l’incontro due o tre volte rinnovato del calesse che portava le contadinelle romane: in uno di questi, fosse caso, oppure studio, la maschera cadde dal volto d’Alberto, ed egli approfittò di questa congiuntura per prendere quanti mazzetti potè, e gettarli nel calesse. Senza dubbio una delle graziose signore che Alberto indovinava sotto il costume di contadine fu colpita da questa galanteria, e quando le due carrozze ritornarono ad incontrarsi, gettò un mazzetto di violette nella carrozza dei due amici. Alberto vi si precipitò sopra, e siccome Franz non aveva alcun motivo di credere che fosse stato a lui diretto, lo lasciò impadronirsene. Alberto lo mise vittoriosamente in petto, e la carrozza continuò il corso trionfante.
— Ebbene, gli disse Franz, ecco il principio di un’avventura.
— Ridete, quanto volete, rispose egli, ma credo veramente di sì; perciò non lascio più questo mazzetto.
— Per bacco! lo credo bene, rispose Franz ridendo, è un segnate di riconoscimento. — Lo scherzo, del rimanente, prese ben presto l’indole della realtà, mentre allorquando, sempre condotti dalla fila, Franz ed Alberto incontrarono di nuovo la carrozza delle contadine, quella che aveva gettato il mazzetto ad Alberto, battè le mani vedendo che lo aveva messo in petto. — Bravo! mio caro, bravo, gli disse Franz, ecco che la cosa si prepara a meraviglia, volete che vi lasci? avete più piacere di restare solo?
— No, diss’egli, no, non imbrogliamo niente: non vo’ lasciarmi accalappiare come uno stupido alla prima dimostrazione, ad un convegno sotto l’orologio, come diciamo al ballo dell’Opera. Se la bella contadina ha volontà di spingere la cosa più innanzi la ritroveremo domani, o piuttosto ella troverà noi; allora mi darà segno di esistenza, ed io vedrò ciò che mi converrà di fare.
— In vero, mio caro Alberto, disse Franz, voi siete saggio come Nestore e prudente come Ulisse, e se la vostra Circe giunge a trasformarvi in una bestia qualunque, bisognerà che sia molto destra e possente. — Alberto aveva ragione: la bella incognita aveva risoluto senza dubbio di non spingere le cose più in là in quel giorno, perchè quantunque facessero ancora diversi giri, non rividero più la carrozza che cercavano con attenzione, e che sicuramente era sparita per una delle vie traverse. Allora ritornarono al palazzo Ruspoli; ma il conte pure era sparito col dominò blu, le due finestre parate col damasco giallo continuarono però ad essere occupate da persone senza dubbio da lui invitate.
In questo momento la medesima campana che aveva suonato l’apertura della mascherata, suonò il ritiro, la fila del Corso si ruppe al momento, e in un punto tutte le carrozze disparvero per le strade traverse. Franz ed Alberto erano in quel momento dirimpetto alla via delle Muratte; il cocchiere sfilò senza dir niente, giunto alla piazza di Spagna si fermò davanti all’albergo. La prima cura di Franz fu d’informarsi del conte per esprimergli il dispiacere di non essere andato in tempo a riprenderlo; ma Pastrini lo tranquillò dicendogli che il conte di Monte-Cristo aveva ordinata un’altra carrozza per lui, e che questa era andata a prenderlo alle quattro sul palazzo Ruspoli. Era inoltre incaricato da parte sua di offrire ai due amici la chiave del suo palco al teatro Argentina. Franz interrogò Alberto sulle disposizioni; ma questi aveva grandi disegni da mettere in esecuzione prima di pensare ad andare al teatro: in conseguenza, invece di rispondergli, s’informò se Pastrini avesse potuto procurargli un sartore.
— Un sartore! e perchè farne? domandò l’albergatore.
— Per farci da oggi a domani degli abiti da contadini romani più eleganti che sia possibile.
Pastrini scosse la testa: — Farvi da oggi a domani due abiti? gridò egli, questa è, domando perdono a V. E., una vera domanda alla francese. Due abiti quando da oggi a otto giorni non trovereste certamente un sartore che volesse attaccarvi sei bottoni ad un gilè, quand’anche li pagaste uno scudo l’uno.
— Bisogna dunque rinunciare a procurarsi gli abiti che io desideravo? — No, perchè li ritroveremo belli e fatti. Lasciatene a me la cura, e domani quando vi svegliate, troverete una collezione di cappelli, di vestiti e di calzoni di cui rimarrete soddisfatto. — Mio caro, disse Franz ad Alberto, rimettiamoci al nostro albergatore; egli ci ha di già provato che è un uomo pieno di risorse, pranziamo dunque tranquillamente e dopo il pranzo andiamo a vedere l’Italiana in Algeri.
— Sì; ma pensate Pastrini che il signore ed io annettiamo la più alta importanza ad avere gli abiti che vi abbiamo dimandati.
Pastrini assicurò un’ultima volta i suoi ospiti che non avevano ad inquietarsi di niente, e che sarebbero stati serviti a seconda dei loro desideri. Alberto e Franz dopo ciò risalirono per torsi gli abiti da pagliacci. Alberto nello spogliarsi, custodì con la più gran cura il mazzetto di viole; questo era il segno di riconoscimento per la dimane.
I due amici si misero a tavola; ma pranzando, Alberto non potè far a meno di osservare la notabile differenza fra i meriti rispettivi del cuoco di Pastrini, e quello del conte di Monte-Cristo. Ora la verità costrinse Franz a confessare, ad onta delle prevenzioni che sembrava avere contro il conte, che il parallelo non era vantaggioso pel cuoco di Pastrini. Alle frutta un domestico venne ad informarsi a quale ora desideravano la carrozza. Alberto e Franz guardaronsi, temendo realmente di essere indiscreti.
Il domestico li capì:
— S. E. il conte di Monte-Cristo fa saper loro, avere egli dato ordini positivi, perchè la carrozza restasse sempre agli ordini delle loro signorie; potran perciò disporne liberamente senza essere indiscreti.
I giovani risolvettero di approfittare fino alla fine della cortesia del conte, ed ordinarono di mettere in ordine mentre che si cambiavano gli abiti portanti i segni dei numerosi combattimenti a cui avevano preso parte nella giornata. Dopo questa cautela, passarono al teatro Argentina, ove presero posto nel palco del conte.
Durante il primo atto la contessa G*** entrò nel suo palco. Il primo sguardo si diresse, dalla parte ove la sera innanzi aveva veduto il singolare sconosciuto, dimodochè vide subito Franz ed Alberto nel palco di colui sul conto del quale aveva espresso a Franz, non erano 24 ore, una strana opinione. Diresse il suo occhialino su di lui con tanta assiduità, che Franz capì bene sarebbe stata una crudeltà a ritardare per maggior tempo il soddisfar la curiosità di lei. Così profittando del privilegio accordato agli spettatori dei teatri italiani, che consiste nel convertire il teatro in una sala di ricevimento, i due amici lasciarono il palco per presentare i loro omaggi alla contessa. Appena entrati nel palco ella fece un segno a Franz di mettersi al posto d’onore, ed Alberto questa volta si pose vicino a lei.
— Ebbene, diss’ella, accordando appena a Franz il tempo di sedersi, sembra che non abbiate avuto niente di più urgente, quanto di fare la conoscenza col nuovo Lord Ruthwen, ed eccovi ora i migliori amici del mondo!
— Senza essere inoltrati, quanto dite, in una reciproca amicizia, rispose Franz, non posso negare, di aver noi abusato tutto il giorno della sua gentilezza.
— Come tutto il giorno?
— In fede mia questa è la vera parola che conviene. Questa mattina abbiamo accettata da lui una colazione; durante tutto il tempo delle maschere abbiamo girato il Corso nella sua carrozza; e finalmente questa sera veniamo allo spettacolo nel suo palco.
— Voi dunque lo conoscete? — Sì, e no.
— E come ciò? — Questa è una lunga storia.
— Che voi mi racconterete? — Essa vi farà paura.
— Ragione di più.
— Aspettate almeno che abbia uno sviluppo.
— Sia così: amo le storie compiute; frattanto com’è che vi siete trovati a contatto? Chi vi ha presentati a lui?
— Nessuno; al contrario egli si è fatto presentare a noi ieri sera dopo che vi ho lasciata. — Per mezzo di chi?
— Oh! mio Dio, con un mezzo molto triviale, con quello del nostro albergatore.
— È dunque alloggiato all’Albergo di Londra con voi?
— Non solo nel medesimo albergo, ma nello stesso piano.
— E come si chiama? dovete al certo conoscerne il nome.
— Perfettamente: il conte di Monte-Cristo.
— Non è un nome di famiglia antica.
— No, è il nome dell’isola che ha comprato.
— Ed egli è conte? — Conte toscano.
— Finalmente ci adatteremo a questo come agli altri, riprese la contessa che era di una delle più grandi ed antiche famiglie delle vicinanze di Venezia. E che uomo è?
— Domandatene al visconte de Morcerf.
— Voi sentite, signore, vengo rimessa al vostro giudizio.
— Noi saremmo incontentabili, se non lo trovassimo grazioso, rispose Alberto; un amico da dieci anni non avrebbe fatto più di quello che egli ha fatto, e ciò con tanta grazia, delicatezza e cortesia, che fanno conoscere in lui un vero uomo di mondo.
— Badiamo, disse la contessa ridendo, vedrete che il mio Vampiro non sarà che un qualche nuovo arricchito che vuol farsi perdonare i suoi milioni. Ed essa l’avete veduta?
— Chi, essa? domandò Franz ridendo. — La bella greca di ieri sera. — No. Credo bene aver inteso il suono della sua Guzla, ma ella è rimasta perfettamente invisibile.
— Vale a dire, quando voi dite invisibile, mio caro Franz, disse Alberto, è soltanto per fare il misterioso. Per chi avete dunque preso quel dominò blu che era alla finestra parata di damasco bianco del palazzo Ruspoli?
— Il conte adunque aveva tre finestre al palazzo Ruspoli?
— Sì, siete voi passata pel Corso?
— Sì, e chi non è passato pel Corso in quest’oggi?
— Ebbene! avete osservate due finestre parate di damasco giallo, ed una di damasco bianco con una croce rossa? Queste tre finestre erano del conte.
— Davvero! questi dunque è un nababbo? sapete quanto costano tre finestre come quelle per gli otto giorni del carnevale? ed aggiungete nel palazzo Ruspoli che è nella più bella situazione del Corso?
— Due o trecento scudi romani.
— Dite piuttosto due o tremila.
— Oh! diavolo. — È forse dalla sua isola che ritrae queste rendite? — La sua isola non gli frutta un baiocco.
— Perchè dunque l’ha comprata? — Per fantasia.
— Dunque egli è un originale?
— Il fatto si è, disse Alberto, che mi è sembrato molto eccentrico. Se abitasse Parigi, se frequentasse i nostri teatri vi direi o che è un tristo celiatore che fa da modello, o che è un povero diavolo che si è perduto nella moderna letteratura. In verità questa mattina è venuto fuori con due o tre scappate degne di Didier o d’Antony.
In questo momento entrò una visita, e secondo l’uso, Alberto dovette cedere il posto all’ultimo arrivato; questa congiuntura ebbe per resultato non solo il cambiamento del luogo, ma ancora quello dell’argomento della conversazione.
Un’ora dopo i due amici ritornavano all’albergo.
Pastrini erasi di già occupato dei loro abiti da maschera per la dimane, e promise loro che rimarrebbero soddisfatti della sua intelligente alacrità.
La dimane infatto alle nove entrò nella camera di Franz con un sartore carico di otto o dieci costumi da contadini romani. I due amici ne scelsero due simili, e che andavano bene alla loro corporatura, incaricarono l’albergatore di far cucire del nastro a ciascuno dei cappelli, e di procurar loro due di quelle belle sciarpe di seta a righe traverse con colori vivi, di cui gli uomini del popolo sono soliti cingersi la vita nei giorni di festa.
Alberto aveva fretta di vedere qual figura avrebbe fatto col nuovo abito che componevasi di una giacca e un pantalone di velluto blu, di calze ad angoli ricamati, di scarpe colle fibbie e di un gilè di seta. Il giovine, del resto, non poteva che guadagnarci con questo abito pittoresco, e quando la sciarpa ebbe cinto gli eleganti fianchi, quando il cappello, leggermente piegato sopra una orecchia lasciò cadere un gran mazzo di nastri, Franz fu costretto di confessare che i costumi hanno sovente una gran parte nella superiorità fisica che si accorda ad alcuni popoli. I Turchi nei tempi addietro, tanto pittoreschi colle loro zimarre lunghe, di colori vivi, non sono ora ributtanti coi soprabiti blu abbottonati, e la calotta greca che lor dà l’aspetto di una bottiglia di vino col turacciolo rosso? Franz fece i suoi rallegramenti ad Alberto, che rimasto in piedi avanti lo specchio sorrideva a sè stesso con un’aria di soddisfazione che nulla aveva di equivoco.
In questo mentre entrò il conte di Monte-Cristo:
— Signori, disse loro, per quanto sia gradevole un compagno di piacere, la libertà è ancora più aggradevole. Vengo ad annunziarvi che per oggi ed i giorni successivi lascio a vostra disposizione la carrozza di cui vi siete serviti ieri. Il nostro albergatore vi avrà detto che ne ho prese in fitto tre o quattro; voi dunque non me ne private: usatene liberamente sia per andare ai divertimenti, sia pei vostri affari. Il nostro luogo di convegno, se avremo qualche cosa a dirci, sarà il palazzo Ruspoli.
I due giovani volevano fare qualche osservazione, ma essi non avevano realmente alcuna buona ragione per rifiutare un’offerta che d’altra parte aggradivano assai, e terminarono coll’accettare.
Il conte di Monte-Cristo restò circa un quarto d’ora con loro parlando di tutto con molta facilità. Egli era, come si è potuto osservare, molto al corrente della letteratura di tutti i paesi. Un colpo d’occhio ai muri delle sue camere provava a Franz e ad Alberto che egli era amante di quadri. Qualche parola senza pretensione, lasciata cadere di passaggio, provò loro che non era estraneo alle scienze e sembrava soprattutto che si fosse particolarmente occupato di chimica.
I due amici non avevano la pretensione di restituire al conte la colazione che loro aveva data; sarebbe stata una cattiva burla, offrirgli in cambio della sua eccellente tavola, l’ordinario molto mediocre di Pastrini. Essi lo dissero francamente, ed egli ricevette le loro scuse come uomo che apprezzava la loro delicatezza.
Alberto era tanto rapito dalle maniere del conte, che, se non fosse stato così fornito di scienza, lo avrebbe creduto un vero gentiluomo. La libertà di disporre interamente della carrozza lo ricolmava di gioia, aveva le sue mire sulle graziose contadinelle e siccome erano apparse il giorno innanzi in una elegantissima carrozza, era ben contento di continuare a comparire su questo punto in uno stato di eguaglianza con esse.
A un’ora e mezzo i due giovani discesero; il cocchiere ed i servitori avevano avuto l’idea di soprapporre alle loro pelli di bestia le livree, cosa che dava loro un aspetto anche più grottesco del giorno innanzi, e che procurò loro i rallegramenti di Franz e di Alberto il quale aveva attaccato sentimentalmente all’occhiello della giacca il mazzetto di viole appassite.
Al primo suono della campana partirono, e si precipitarono nella grande strada del Corso per la via Vittoria. Al secondo giro un mazzetto di viole fresche partì da un calesse carico di pagliaccine, e venne a cadere in quello del conte; e ciò indicò ad Alberto ed al suo amico, che le contadinelle del giorno innanzi avevano cambiato costume; e fosse caso, o un sentimento uguale a quello che aveva fatto operare i due amici, mentre che con tutta galanteria avevano preso il loro costume, esse dalla loro parte avevano preso quello dei due compagni. Alberto adattò il mazzetto di viole fresche nel posto dell’altro; ma conservò il mazzetto appassito in mano, e quando incontrò di nuovo il calesse, egli lo portò amorosamente alle labbra, atto che destò l’allegria non solo di quella che lo aveva gettato, ma ancora di tutte le sue pazze compagne. La giornata non fu meno animata della precedente. Anzi è probabile che un profondo osservatore vi avrebbe potuto riconoscere un aumento di rumore e di allegria. In un momento, videro il conte alla finestra, ma quando la carrozza ripassò era già disparso.
È inutile il dire che il cambio delle civetterie tra Alberto e la pagliaccina dei mazzetti di viole durò tutta la giornata. La sera quando rientrarono, Franz ritrovò una lettera dell’ambasciata; venivagli annunziato che la dimane avrebbe avuto l’onore di essere ricevuto da sua Santità. In tutti i suoi viaggi precedenti che aveva fatto a Roma aveva chiesto ed ottenuto lo stesso favore; e tanto per religione che per riconoscenza non aveva voluto mettere il piede nella capitale del mondo cristiano senza umiliare il suo rispettoso omaggio ai piè di uno dei successori di S. Pietro che ha dato il raro esempio di tutte le virtù: egli non poteva adunque in quel giorno pensare al carnevale; poichè, ad onta della bontà di cui egli circonda la sua grandezza, è sempre con un rispetto pieno di profonda emozione che uno si appresta ad inchinarsi davanti a questo nobile e santo vecchio.
Uscendo dal Vaticano, Franz ritornò direttamente all’albergo, evitando ancora di passare per la strada del Corso. Egli portava seco un tesoro di pietosi pensieri ai quali sarebbe stata una profanazione il contatto delle folli allegrezze delle maschere. Alle cinque e dieci minuti Alberto rientrò; era al colmo della gioia; la pagliaccina aveva ripreso il costume da contadinella, e nell’incontrare la carrozza d’Alberto erasi levata per un momento la maschera. Ella era graziosissima. Franz fece i suoi complimenti ad Alberto che li ricevè come da persona che riconosca essergli dovuti. Aveva osservato, diceva esso, da alcuni segni d’eleganza inimitabile, che la sua bella sconosciuta doveva appartenere alla più alta aristocrazia. Quindi risolvette scriverle la dimane. Franz, mentre riceveva questa confidenza, osservò che Alberto aveva qualche cosa a chiedergli, e ciò nonostante esitava a domandare. Egli insistè dichiarandogli esser pronto a fare per la sua felicità tutti i sacrifici che fossero in suo potere. Alberto si fece pregare, precisamente tanto tempo quanto ne esige un’amichevole cortesia; quindi finalmente confessò a Franz che renderebbegli un sommo servigio abbandonando per la dimane la carrozza a lui solo.
Alberto attribuiva all’assenza del suo amico l’estrema bontà che aveva avuto la bella contadina nell’alzare la maschera. Si capirà che Franz non era tanto egoista per trattenere Alberto nel bel mezzo di un’avventura che prometteva di riuscire ad un tempo gradita alla sua curiosità, e lusinghiera per il suo amor proprio. Egli conosceva abbastanza la poca secretezza del suo degno amico per esser sicuro che lo avrebbe tenuto al corrente di tutti i più piccoli particolari della sua buona fortuna; e siccome, da tre o quattro anni che percorreva l’Italia in tutti i sensi, non aveva avuta mai la combinazione di cominciare neppure un simile intrigo per conto suo, Franz non era dispiacente d’imparare come vanno le cose in simili affari. Promise dunque ad Alberto che per la dimane si contenterebbe di guardare lo spettacolo dalle finestre del palazzo Ruspoli.
Infatto il giorno dopo vide passare e ripassare Alberto. Egli aveva un enorme mazzo di fiori senza dubbio incaricato di essere il portatore del biglietto amoroso. Questa probabilità si cambiò in certezza quando Franz rivide il medesimo mazzo, notevole per un giro di camelie bianche, fra le mani della graziosa pagliaccina vestita di seta color di rosa.
Così la sera non era più gioia ma delirio. Alberto non dubitava che la bella incognita non gli avesse risposto collo stesso mazzetto. Franz ne prevenne i desideri dicendogli che tutto quel rumore lo stancava, e che era risoluto ad impiegare la giornata seguente a rivedere il suo album, e a prendere annotazioni. Del resto, Alberto non erasi ingannato nelle sue previsioni; il giorno dopo Franz lo vide entrare di slancio nella camera scuotendo con trionfo un involtino di carta che teneva per uno degli angoli:
— Ebbene! mi sono sbagliato?
— Ha dunque risposto? gridò Franz.
— Leggete.
Questa parola fu pronunziata con una intonazione di voce impossibile a descriversi.
Franz prese il biglietto, e lesse:
«Martedì sera, alle sette, discendete dalla carrozza dirimpetto alla via dei Pontefici, e seguite la contadina romana che vi strapperà il vostro moccoletto, quando arriverete al primo gradino della chiesa di S. Gaetano. Abbiate cura, perchè ella possa riconoscervi, di mettere un nastro color di rosa sulla spalla del vostro costume da pagliaccio.
«Da oggi in là voi non mi rivedrete più.
«Costanza e discrezione.»
— Ebbene! diss’egli a Franz, quando ebbe finita questa lettura, che ne pensate, mio caro?
— Penso, rispose Franz, che la cosa prende l’indole di un’avventura molto piacevole.
— Questo è pure il mio parere, ed ho gran timore che andrete solo al ballo del principe T...
Franz ed Alberto avevano ricevuto in quella stessa mattina il biglietto d’invito del celebre banchiere romano.
— State in guardia, disse Franz, tutta l’aristocrazia sarà dal principe, e se la vostra bella sconosciuta appartiene realmente alla nobiltà, non potrà fare a meno d’intervenirvi.
— Che v’intervenga o no, io conservo l’opinione che ho di lei, continuò Alberto. Voi avete il biglietto; sapete la meschina educazione che ricevono in Italia le donne del mezzo ceto[2]; ebbene! rileggete il biglietto, osservate il carattere, e trovatemi uno sbaglio di lingua, o di ortografia. — Infatto il carattere era elegante, l’ortografia irreprensibile.
— Voi siete dei predestinati, disse Franz, nel rendere ad Alberto per la seconda volta il biglietto.
— Ridete quanto vi piace, scherzate a vostro bell’agio, riprese Alberto; io sono innamorato.
— Oh! mio Dio, voi mi spaventate, gridò Franz, vedo bene che non solamente andrò solo al ballo del principe, ma ancora che ritornerò solo a Firenze.
— Il fatto è che, se la mia sconosciuta è amabile quanto è bella, vi dichiaro che mi stabilisco a Roma per sei settimane almeno. Io adoro Roma, e poi ho sempre avuto un trasporto straordinario per l’archeologia.
— Ancora un altro o due di questi incontri, e non dispero di vedervi membro dell’accademia di belle lettere.
Senza dubbio Alberto si accingeva a discutere seriamente sui diritti che poteva avere ad un seggio nell’accademia, ma vennero in quel momento ad annunziare che il pranzo era all’ordine; l’amore in Alberto non era contrario all’appetito, si affrettò, dunque col suo amico a mettersi a tavola, risoluto di riprendere la discussione dopo il pranzo.
Dopo il pranzo fu annunziato il conte di Monte-Cristo. Da due giorni i due amici non lo avevano veduto. Un affare lo aveva chiamato a Civitavecchia, almeno per quanto disse Pastrini. Egli era partito nella sera del giorno innanzi, e già si ritrovava di ritorno da un’ora. Il conte fu grazioso. Sia che stesse all’erta, sia che l’occasione non isvegliasse in lui le fibre acrimoniose, che certi particolari avevano di già fatto risuonare due o tre volte nelle sue parole, egli mantennesi presso a poco come tutt’altro uomo. Egli era per Franz un vero enigma. Il conte non poteva dubitare che il giovine viaggiatore non lo avesse riconosciuto, e ciò non pertanto, non avea detto una sola parola dopo il loro nuovo incontro che potesse indicare averlo egli veduto altrove. Per la sua parte Franz, qualunque fosse la volontà che avesse di fare allusione al loro primo incontro, il timore di far cosa disaggradevole ad un uomo che aveva ricolmato sì lui come il suo amico di gentilezze, lo trattenne; continuò dunque a mantenersi riservato come il conte.
Il conte aveva saputo che i due amici avevano voluto far prendere un palco al teatro Argentina, e che erasi lor risposto non esservene alcuno. Per conseguenza portava loro la chiave del suo; almeno questo era l’apparente motivo della sua visita. Franz ed Alberto fecero qualche difficoltà, allegando il timore di privarne lui; ma il conte rispose che andando quella sera al teatro Valle, il suo palco al teatro Argentina sarebbe rimasto vuoto. Questa assicurazione risolvette i due amici ad accettare. Franz erasi un poco per volta abituato a quel pallore del conte, che avevalo tanto colpito la prima volta che lo aveva veduto. Egli non poteva fare a meno di render giustizia alla bellezza della sua testa severa, della quale questo pallore era il solo difetto o forse la principal bellezza. Vero eroe di Byron, Franz non poteva non solo vederlo, ma neppur pensare a lui, senza immaginarsi quel viso tetro sulle spalle di Manfredi o sotto la cotta d’armi di Lara. Egli aveva sulla fronte quella piega che indica la presenza incessante di un amaro pensiero, aveva quegli occhi ardenti che leggono nel più profondo delle anime, quel labbro superbo e disprezzante che dà alle parole quella particolare indole che fa sì che esse s’imprimano profondamente nella memoria di chi le ascolta. Il conte non era più giovane, aveva 40 anni almeno, ma ciò nonostante ben si capiva che era fatto per vincerla sui giovani coi quali sarebbesi trovato. In realtà, e ciò per un’ultima rassomiglianza cogli eroi fantastici del poeta inglese, il conte sembrava avere il dono dell’affascinazione. Alberto era incantato della fortuna che aveva avuto insieme con Franz d’incontrare un uomo simile. Franz era meno entusiasta; ciò nonostante sotto l’influenza che esercita un uomo superiore su gli spiriti di coloro che lo circondano. Egli pensava al disegno, che il conte aveva di già manifestato due o tre volte, di andare a Parigi, e non dubitava che col suo naturale eccentrico, col viso caratteristico e colla fortuna colossale, ottenuto non avesse grandissimo effetto. Però non desiderava di trovarsi a Parigi quando quegli vi fosse.
La serata fu passata come si passano ordinariamente al teatro in Italia, non ad ascoltare i cantanti, ma a fare delle visite ed a discorrere. La contessa G*** voleva ricondurre la conversazione sul conte, ma Franz le annunziò che aveva qualche cosa di più nuovo da narrarle, e ad onta delle dimostrazioni di falsa modestia, alle quali si lasciò andare Alberto, raccontò alla contessa il grande avvenimento che da tre giorni formava l’oggetto della preoccupazione dei due amici. Siccome questi intrighi non son rari nè in Italia, nè altrove, almeno se devesi credere ai viaggiatori, la contessa non fece menomamente la incredula, e felicitò Alberto sul principio di un’avventura che prometteva di terminare in un modo assai soddisfacente. Si lasciarono, promettendosi di ritrovarsi al ballo del principe T... al quale era stata invitata tutta Roma.
La dama del mazzetto mantenne la parola: nè il giorno dopo nè l’altro ella dette segno ad Alberto di esistere.
Finalmente giunse il martedì, l’ultimo ed il più rumoroso giorno del carnevale. Il martedì, i teatri si aprono alle dieci del mattino, perchè dopo le otto della sera entrasi in quaresima. Il martedì, tutti quelli che per mancanza di tempo, di entusiasmo o di danaro non hanno preso parte alle precedenti feste si mischiano all’ultimo baccanale, si lasciano trascinare dall’orgia, e tributano la loro parte di rumore e di movimento al rumore ed al movimento generale.
Dalle due fino alle cinque, Franz ed Alberto, stettero nella fila del Corso battagliando a pugni di confetti colle carrozze della fila opposta, colle finestre, e coi pedoni che circolano fra i piedi dei cavalli, fra le ruote delle carrozze, senza che accada mai in mezzo a questa spaventosa mischia un solo accidente, una sola disputa, una sola rissa. Sotto questo rapporto gl’Italiani sono il popolo per eccellenza. Le feste per essi sono vere feste. L’autore di questa storia, che ha abitato l’Italia cinque o sei anni non si ricorda mai di avere veduta una sola solennità turbata da uno di quegli avvenimenti che servono di corollario alle nostre.
Alberto trionfava col suo costume da pagliaccio. Egli aveva sopra una spalla un nastro color di rosa, le cui estremità gli cadevano fino al garetto, per non produrre alcuna confusione fra lui e Franz, che d’altra parte aveva conservato il vestito da contadino romano. Più il giorno si avanzava, e più il tumulto diveniva grande; non eravi su tutto quel selciato, in tutte quelle carrozze, a tutte quelle finestre, una bocca muta, un braccio ozioso; era un vero uragano umano, composto di un tuono di grida, e di una tempesta di confetti, di mazzetti, d’aranci e di fiori. Alle tre la esplosione dei mortaletti tirati ad un tempo sulla piazza del Popolo e su quella di Venezia, rompendo a grande stento quest’orribile tumulto, annunciò che stavano per cominciare le corse. Le corse ed i moccoli sono gli episodi particolari degli ultimi giorni di Carnevale. Allo sparo dei mortaletti le carrozze rompono nello stesso punto le file e voltano ciascuna nella strada traversa più vicina al luogo ove si ritrovano. Tutte queste evoluzioni si fanno con una meravigliosa rapidità, e ciò senza che la polizia si occupi menomamente di assegnare a ciascuno il suo posto, o di tracciare a ciascuna la sua strada. I pedoni si ritirano contro il muro dei palazzi, quindi si sente un rumore di cavalli e uno sguainar di sciabole.
Un plotone di Carabinieri, che ne presenta 15 di fronte, percorre al galoppo in tutta la lunghezza il Corso, che fa sgombrare per dar posto alla corsa dei barberi. Quando il plotone arriva al palazzo di Venezia, il rumore di un’altra batteria di mortaletti avvisa che la strada è libera. Quasi subito, in mezzo ad un clamore immenso, universale, inaudito, si videro passare come ombre sette o otto cavalli eccitati dalle grida di 300mila persone e dalle castagnette di ferro appuntato che loro balzano sul dorso, poi il cannone di castel S. Angiolo tirò tre colpi, e ciò per annunziare che il numero 3 aveva vinto. Subito senz’altro segnale che quello, le carrozze si rimisero in movimento, rifluendo verso il Corso, uscendo da tutte le strade come torrenti contenuti per un momento, che gettatisi tutti insieme nel letto del fiume cui alimentano, e l’onda immensa riprese più rapida che mai il suo corso fra le due rive di granito.
Soltanto un nuovo elemento di rumore e di movimento erasi ancora mischiato a questa folla; entrarono in iscena i mercanti di moccoli.
I moccoli, o moccoletti sono ceri che variano dalla grossezza del cero pasquale fino a quella della coda di un sorcio, e risvegliano negli attori della grande scena, con cui termina il carnevale romano, due opposte preoccupazioni:
1.º Quella di conservare acceso il suo moccoletto.
2.º Quella di spegnere il moccoletto degli altri.
Avviene del moccoletto ciò che accade della vita degli uomini. Essi per quanto è in poter loro, si adoprano a conservarla, e sebbene certi che presto o tardi aver debba il suo fine, pur nonostante hanno indagato e scoperto mille modi per reciderla e toglierla innanzi tempo; è vero che per questa suprema operazione il diavolo non ha mancato di venirgli in aiuto. Il moccoletto si accende avvicinandolo ad un lume qualunque. Ma chi potrà descrivere i mille mezzi inventati per ispegnere il moccoletto, i soffietti giganteschi, gli spegnitoi mostri, i ventagli sovrumani. Ciascuno si sollecitò a comprare i moccoletti, e Franz ed Alberto fecero come tutti gli altri. La notte si avvicinava rapidamente, e già al grido: Moccoli! ripetuto dalle voci stridule degl’industriosi, due o tre stelle cominciarono a brillare al di sopra della folla. Fu come un segnale. In dieci minuti, 50 mila lumi scintillarono discendenti dalla piazza di Venezia a quella del Popolo, e risalenti da quella del Popolo a quella di Venezia. Si sarebbe detta la festa dei fuochi fatui. Chi non ha veduto questa festa, è impossibile che se ne possa formare un’idea. Supponete tutte le stelle che si stacchino dal cielo, e vengano a formare sulla terra una danza insensata; il tutto accompagnato da grida che orecchio umano non ha mai potuto sentire sul rimanente della superficie del globo. È particolarmente in questo momento che non evvi più distinzione sociale. Il facchino attacca il Principe, questi il Trasteverino, il Trasteverino il borghese, ciascuno soffiando, spegnendo, riaccendendo.
Se il vecchio Eolo comparisse in quel momento sarebbe proclamato re dei moccoletti, ed Aquilone l’erede presuntivo alla corona.
Questa corsa folle e fiammeggiante, durò circa due ore; la strada del Corso era rischiarata come in pieno giorno, si distinguevano i lineamenti degli spettatori fino al terzo, o quarto piano. Di cinque minuti in cinque minuti Alberto guardava l’orologio; finalmente esso segnò le sette. I due amici si ritrovavano a poca distanza dalla via dei Pontefici; Alberto saltò fuori dalla carrozza col suo moccoletto in mano.
Due, o tre maschere vollero avvicinarsi per ispegnerlo, o per toglierlo; ma da bravo boxeur, Alberto li rinviò gli uni dopo gli altri dieci passi distanti da lui, continuando la sua corsa verso la chiesa di S. Giacomo. I gradini, erano carichi di curiosi, e di maschere che lottavano per istrapparsi il moccoletto dalle mani. Franz seguiva con gli occhi Alberto, e lo vide mettere il piè sul primo scalino, poi quasi subito una maschera che portava il ben conosciuto costume della contadina dal mazzetto, allungò il braccio, e gli tolse il moccoletto senza ch’egli facesse la più piccola resistenza.
Franz era troppo lontano per sentire le parole che si scambiarono, ma senza dubbio non furono ostili, poichè vide allontanarsi Alberto tenendo sotto il braccio la contadinella. Per qualche tempo li seguì in mezzo alla folla, ma alla via del Macello li perdè di vista.
D’improvviso il suono della campana che dà il segnale della chiusa del Carnevale si fe’ sentire, e nel medesimo punto tutti i moccoli si spensero come per incanto. Sarebbesi detto che un solo ed immenso colpo di vento li aveva tutti annientati. Franz si trovò nell’oscurità più profonda.
Allora tutte le grida cessarono come se il soffio possente che aveva spento i lumi, avesse portato via nel medesimo tempo il rumore. Non s’intese più che il rotolar delle carrozze che riconducevano le maschere alle loro case; non si videro più che pochi lumi brillare dietro le finestre.
... Il Carnevale era finito.
XXXVII. — LE CATACOMBE DI S. SEBASTIANO.
Forse Franz non aveva mai provato in vita sua una impressione così rapida, un passaggio così improvviso dall’allegria alla tristezza, quanto in questo momento; sarebbesi detto che per opera del soffio di qualche demone della notte, Roma era stata cambiata in una vasta sepoltura. Per una combinazione che aumentava ancora l’intensità delle tenebre, la luna essendo mancante, non sorgeva che dopo le undici; e le strade per le quali passava il giovine erano immerse nella più profonda oscurità. Del rimanente però il tragitto era corto, e in capo a dieci minuti la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era davanti all’albergo di Londra.
Il pranzo era all’ordine: ma siccome Alberto aveva dato avviso che non contava di tornare presto, così Franz si mise a tavola senza di lui. Pastrini, che era accostumato a vederli pranzare insieme, s’informò della ragione dell’assenza di lui: ma Franz si limitò a rispondergli che Alberto aveva dovuto recarsi ad un invito ricevuto il giorno innanzi. Il subitaneo spegnersi dei moccoletti, l’oscurità che era succeduta alla luce, il silenzio che aveva sostituito l’immenso rumore, avevano impresso nello spirito di Franz una certa melanconia che non era esente da inquietudine. Pranzò taciturno, ad onta delle officiose premure dell’albergatore, che entrò due o tre volte per sentire se gli bisognasse cosa alcuna.
Franz aveva stabilito di aspettare Alberto il più tardi possibile. Ordinò dunque la carrozza per le undici, pregando Pastrini di mandarlo ad avvisare tosto che fosse tornato Alberto all’albergo, qualunque ne potesse essere il motivo.
Alle undici Alberto non era ancora ritornato. Franz si vestì, e partendo avvisò l’albergatore che avrebbe passata la notte dal principe Torlonia.
La casa del principe Torlonia è una delle più belle case di Roma; sua moglie è una delle discendenti della famiglia Colonna, e disimpegna gli onori di famiglia in modo perfetto: ne risulta quindi che le feste del principe banchiere hanno una celebrità europea. Franz ed Alberto erano giunti in Roma con lettere di raccomandazione per lui, perciò la prima interrogazione che il principe gli fece, fu di chiedere che fosse avvenuto del compagno di viaggio.
Franz rispose che lo aveva lasciato pochi momenti prima che si spegnessero i moccoletti, e che lo aveva perduto di vista nella via del Macello.
— Dunque non è ritornato a casa? domandò il principe.
— L’ho aspettato fino adesso: rispose Franz.
— E sapete dove sia andato?
— Precisamente no: ciò non ostante credo che si tratti di qualche cosa di simile ad un convegno.
— Diavolo! disse il principe: è un brutto giorno, o per meglio dire una cattiva sera per far tardi, n’è vero, contessa?
Queste ultime parole erano dirette alla contessa G***, che giungeva allora, e che passeggiava al braccio del fratello del principe, il Duca di Bracciano.
— Io trovo al contrario che questa è una bellissima notte, e quelli che sono qui non avranno a lamentarsi d’altro se non che passi troppo presto.
— Ma io, riprese sorridendo il principe, non parlo di quelli che sono qui, essi non corrono altro pericolo che, gli uomini d’innamorarsi di voi, e le donne ammalarsi di gelosia vedendovi così bella: parlo di coloro che scorrono le strade di Roma.
— Eh! mio Dio! e chi volete che scorra le strade di Roma a quest’ora, se non quei che vengono al ballo?
— Il nostro amico Alberto de Morcerf, signora contessa, che io ho lasciato mentre seguiva la sua bella incognita verso le sette di sera, rispose Franz, e che dopo non ho più riveduto.
— Come! non sapete dove sia?
— Niente affatto.
— Ha seco le armi? — È vestito da pagliaccio...
— Non avreste dovuto lasciarlo andare, disse il principe a Franz, voi che conoscete Roma meglio di lui.
— Sì davvero! sarebbe stato lo stesso che aver voluto fermare il numero tre dei barberi che oggi ha vinto il premio della corsa, rispose Franz, e poi che volete che gli accada?
— Chi lo sa? la notte è oscura, ed il Tevere è molto vicino alla via Macello!...
Franz sentì un fremito scorrergli per le vene, sentendo le idee del principe e della contessa essere così bene d’accordo co’ suoi timori personali.
— Per questo ho avvisato l’albergatore, che avevo l’onore di passare qui la notte, disse Franz; e debbono venire ad avvertirmi qui, appena ritorna.
— Osservate, disse il principe a Franz, ecco appunto un mio domestico, che credo cerchi di voi.
Il principe non s’ingannava: subito che il domestico ebbe scoperto Franz si avvicinò a lui, e gli disse:
— Eccellenza, l’albergatore di Londra vi fa avvisato, che alla locanda vi è un uomo che vi aspetta con una lettera del conte di Morcerf.
— Con una lettera del conte! gridò Franz. — Sì.
— E chi è quest’uomo? — Non lo so.
— E perchè non è venuto a portarmela qui?
— Il messaggiero non mi ha data alcuna spiegazione.
— E dov’è il messaggiero? — È partito subito che mi ha veduto entrare nella sala per cercarvi.
— Oh! mio Dio, disse la contessa a Franz, andate presto: povero giovine! forse gli è accaduta qualche disgrazia.
— Corro subito, disse Franz.
— Vi rivedremo per sapere le notizie? chiese la contessa
— Sì, se la cosa non è grave: altrimenti non posso prevedere ciò che farò io stesso.
— In ogni evento siate prudente, disse la contessa.
— Oh! state tranquilla. — Franz prese il cappello, e partì in tutta fretta. Egli aveva licenziata la carrozza, ordinandola per le due. Ma per fortuna la casa del principe, che corrisponde da una parte sul Corso, e dall’altra sulla piazza dei SS. Apostoli, è a dieci minuti di cammino dall’albergo di Londra. Avvicinandosi all’albergo Franz vide un uomo ritto in mezzo alla strada avvolto in un gran mantello; non dubitò che questi fosse il messaggiero d’Alberto; rimase però meravigliato che questi fosse il primo ad indirigergli la parola:
— Che volete, Eccellenza? diss’egli, facendo un passo indietro come uno che voglia tenersi in guardia.
— Non siete voi, chiese Franz, che mi avete portato una lettera del conte di Morcerf?
— V. E. abita all’albergo di Pastrini? — Sì.
— V. E. è il compagno di viaggio del conte? — Sì.
— Come si chiama? — Il barone Franz d’Épinay.
— È precisamente V. E. quegli cui è diretta questa lettera.
— Vi abbisogna risposta? domandò Franz nel prendere la lettera dalle sue mani. — Sì, o almeno il vostro amico lo spera. — Allora salite da me che ve la darò.
— Sarà meglio che l’aspetti qui, disse ridendo il messaggiero.
— E perchè? — V. E. lo capirà meglio quando avrà letta la lettera. — Allora vi tornerò a ritrovare qui?
— Senza dubbio.
Franz entrò e per le scale s’imbattè in Pastrini.
— Ebbene? gli domandò questi.
— Ebbene! che? rispose Franz.
— Avete veduto l’uomo che desiderava parlarvi per parte del vostro amico? — Sì, l’ho veduto, rispose Franz, e mi ha consegnata questa lettera. Vi prego di fare accendere un lume nella mia camera. — L’albergatore dette ordine ad un domestico di precedere Franz col lume. Il giovine aveva osservata un’aria spaventata sul viso di Pastrini, il che non aveva fatto che raddoppiargli la curiosità di leggere la lettera d’Alberto: si accostò al candeliere, tosto che fu accesa la candela, e spiegò il foglio. La lettera era scritta e firmata dalla mano d’Alberto. Franz la lesse due volte, tanto era lontano dal figurarsi il contenuto. Eccola riportata letteralmente.
«Mio caro amico, subito che avrete ricevuta la presente abbiate la compiacenza di prendere nel mio portafogli, che troverete nel cassettino del mio scrigno, la credenziale: uniteci la vostra, se non basta. Correte da Torlonia, e ritirate da lui sul momento quattro mila scudi, che consegnerete al latore della presente. Preme grandemente che questa somma mi giunga senza alcun ritardo. Non insisto di più, contando su voi come voi potreste contare su di me.
«Vostro amico.
ALBERTO DE MORCERF.
«P. S. I believe now to Italian banditi[3].
Sotto a queste righe erano scritte da mano sconosciuta le seguenti parole:
«Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere.
LUIGI VAMPA.
Questa seconda sottoscrizione spiegò ogni cosa a Franz, che capì l’avversione mostrata dal messaggiero a salire in camera; la strada gli sembrava più sicura.
Alberto era caduto nelle mani di quel famoso capo di banditi, alla cui esistenza non voleva credere. Non v’era tempo a perdere, corse allo scrigno, l’aprì, e nel cassettino indicato ritrovò il portafogli, ed in esso la credenziale di seimila scudi in tutto, ma Alberto ne aveva di già presi tremila. Franz non aveva alcuna credenziale; essendo stabilito a Firenze, ed essendo venuto a Roma per passarvi gli otto giorni del carnevale non aveva preso che un centinaio di luigi, e non gliene rimanevano che appena 50. Gli mancavano dunque sette o ottocento scudi per poter riunire, fra lui ed Alberto, la somma richiesta. È vero che in simile congiuntura Franz poteva calcolare sulla gentilezza di Torlonia. Egli si disponeva dunque di ritornare al palazzo del principe senza perdere un momento, quando d’improvviso gli venne alla mente una felice idea. Pensò al conte di Monte-Cristo. Egli stava per far chiamare Pastrini, quando questi si presentò alla porta.
— Mio caro Pastrini, credete che il conte sia in casa?
— Sì, eccellenza, è entrato or ora. — Avrà avuto tempo d’andare a letto? — Non credo. — Allora suonate alla sua porta, ve ne prego, e domandate in mio nome il permesso di potermi presentare a lui. — Pastrini si affrettò ad eseguire la commissione; cinque minuti dopo rientrò:
— Il conte aspetta V. E., diss’egli. — Franz traversò il pianerottolo; un domestico lo introdusse dal conte. Egli era in un piccolo gabinetto che Franz non aveva per anche veduto, tutto circondato da un divano: il conte gli venne incontro: — Oh! qual buon vento vi conduce da me in quest’ora? gli disse; venite forse a chiedermi da cena? Per bacco! sarebbe davvero una bella gentilezza per parte vostra.
— No, vengo a parlarvi di un affare di gran momento.
— Di un affare! disse il conte, fissandolo con quello sguardo scrutatore che gli era proprio; e di quale affare?
— Siamo soli? — Il conte andò alla porta, poi ritornò.
— Assolutamente soli, diss’egli.
Franz gli presentò la lettera d’Alberto: — Leggete, gli disse.
Il conte lesse la lettera. — Ah! ah! fece egli.
— Avete veduto il post-scriptum? — Sì, lo vedo bene.
«Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere.
LUIGI VAMPA.
— Che ne dite? domandò Franz.
— Avete la somma che viene richiesta?
— Sì, meno ottocento scudi. — Il conte si accostò allo scrigno e ne trasse un cassettino pieno d’oro: — Io spero, diss’egli a Franz, che non vorrete farmi l’ingiuria di dirigervi a tutt’altri fuorchè a me.
— Vedete che all’opposto, sono venuto direttamente da voi, disse Franz.
— Ed io ve ne ringrazio: prendete. — E fece segno a Franz di prendere nel cassettino.
— Ma è poi assolutamente necessario di mandare questa somma a Luigi Vampa? chiese il giovine fissando a sua volta lo sguardo sul conte.
— Diavolo! giudicatene da voi stesso: il post-scriptum è preciso.
— Mi sembra che se voleste prendervi l’incomodo di pensarvi, forse ritrovereste un mezzo per semplificare di molto la faccenda, disse Franz.
— E quale? chiese il conte meravigliato.
— Per esempio, se andassimo insieme a ritrovar Luigi Vampa, son sicuro che non vi negherebbe la libertà di Alberto.
— A me? quale influenza volete che abbia su questo bandito? — Non gli avete testè reso uno di quei servigi che non si dimenticano più? — E quale?
— Non avete salvato la vita a Peppino?
— Ah! ah! fece il conte; e chi ve lo ha detto?
— Che importa a voi questo? io lo so.
Il conte rimase per un momento muto col sopracciglio aggrottato. — E se io andassi a ritrovar Vampa, mi accompagnereste voi? — Quando la mia compagnia non vi fosse disaggradevole. — Ebbene! sia: la notte è bella; una passeggiata nella campagna romana non può farci che bene.
— Bisognerà prendere armi? — Per far che cosa?
— Danaro? — È inutile. Dove si trova l’uomo che ha portato questo biglietto? — Nella strada. — Aspetta la risposta?
— Sì. — Bisogna sapere dove andremo: ora lo chiamerò.
— È inutile, egli non ha voluto salire.
— Da voi forse, ma da me non farà nessuna difficoltà.
Il conte aprì la finestra del gabinetto che corrispondeva sulla strada, e fischiò in un modo particolare. L’uomo dal mantello si staccò dal muro cui era appoggiato e si avanzò fino al mezzo della strada.
— Salite, disse il conte, con quel tuono con cui si darebbe un ordine al servitore.
Il messaggiero obbedì senza indugio, senza esitazione anzi con sollecitudine. Saliti i quattro scalini dell’andito, entrò nell’albergo, ed in cinque secondi era già alla porta del gabinetto. — Ah! sei tu, Peppino disse il conte.
Ma Peppino, invece di rispondergli, gli si gettò alle ginocchia, prese le mani del conte, e v’impresse a più riprese le labbra. — Ah! ah! disse il conte: tu non hai ancora dimenticato che ti ho salvata la vita? è singolare! eppure sono già scorsi otto giorni. — No, eccellenza, non lo dimenticherò mai, rispose Peppino coll’accento della più viva riconoscenza. — Mai? è troppo lungo; però è ancora molto che tu lo creda. Alzati e rispondimi.
Peppino gettò uno sguardo inquieto su Franz.
— Oh! Oh! tu puoi parlare davanti a S. E., disse il conte, poichè è un mio amico. Voi permettete che vi dia questo titolo? disse in francese volgendosi a Franz, ciò è necessario per ridestare la confidenza in costui.
— Potete parlare in mia presenza, essendo io un amico del conte. — Alla buon’ora, disse Peppino volgendosi al conte, V. E. m’interroghi, ed io risponderò.
— In che modo il conte Alberto è caduto nelle mani di Luigi? — Eccellenza! la carrozza del francese ha incrociata più di una volta quella di Teresa. — L’amica del capo? — Sì, il francese le ha fatto gli occhi dolci. Teresa si è divertita a rispondergli; il francese le ha gettato dei mazzetti, ella glie ne ha ricambiati, e tutto ciò, s’intende bene, col consenso del capo che era nella stessa carrozza.
— Come! gridò Franz, Luigi Vampa era nella carrozza delle contadine romane? — Era quegli che guidava, mascherato da cocchiere, rispose Peppino. — E poi? chiese il conte. — Ebbene? in seguito il francese si levò la maschera; Teresa, sempre col permesso del capo, fece altrettanto; il francese domandò un convegno, Teresa l’accordò; soltanto fu Beppe che si trovò sugli scalini della chiesa di S. Giacomo. — Come! interruppe nuovamente Franz, quella persona che gli strappò il moccoletto?...
— Era un giovine di 15 anni, rispose Peppino: ma il vostro amico non deve vergognarsi d’essere stato ingannato da lui, egli ne ha ingannati molti altri.
— E Beppe lo ha condotto fuori le mura? domandò il conte.
— Precisamente. Una carrozza li aspettava alla fine della strada Macello, Beppe vi salì, invitando il francese a seguirlo, egli non se lo fece dire due volte. Offerse con tutta galanteria la destra a Beppe, e gli si assise vicino; questi gli annunziò allora che lo avrebbe condotto in una villa a tre miglia da Roma; il francese lo assicurò di essere pronto a seguirlo in capo al mondo. Il cocchiere si avviò subito per la strada di Ripetta, giunse alla porta S. Paolo, e a dugento passi nella campagna, siccome il francese diventava un poco troppo imprudente, in fede mia, Beppe gli appuntò un paio di pistole alla gola, il cocchiere fermò subito i cavalli, e rivolgendosi sul sedile, fece altrettanto. Nello stesso tempo quattro dei nostri che erano nascosti dietro le rive dell’Almo si sono slanciati agli sportelli. Il francese aveva buona volontà di difendersi, e per poco non ha strangolato Beppe, a quanto ho inteso dire; ma non v’era da far nulla contro cinque uomini armati, ed è stato costretto ad arrendersi: allora fu fatto scendere di carrozza, e seguendo l’argine della piccola riviera, fu condotto da Teresa e Luigi che lo aspettavano nelle catacombe di S. Sebastiano.
— Va bene! disse il conte volgendosi a Franz; mi pare che questa storia ne valga bene un’altra; che ne dite voi che ve ne intendete? — Io dico che la troverei ridicola, se fosse avvenuta a tutt’altri che al mio amico. — Fatto è, disse il conte, che se non mi aveste ritrovato in casa, questa era un’avventura che sarebbe costata un poco cara al vostro amico: ma tranquillatevi, egli ne sarà riscattato solo con un poco di paura.
— E noi andiamo a trovarlo? domandò Franz.
— Per bacco! tanto più perchè si trova in una località molto pittoresca. Conoscete le catacombe di S. Sebastiano?
— No, non vi sono mai disceso; aveva però stabilito che un qualche giorno vi sarei andato.
— Ebbene, ecco trovata l’occasione, e sarà difficile ritrovarne una migliore. Avete all’ordine la vostra carrozza?
— No.
— N’importa: io ho l’uso di farne stare una sempre pronta notte e giorno. — In ordine!
— Sì, io sono molto capriccioso: vi confesso che qualche volta, alzandomi alla fine del pranzo, o nel mezzo della notte, mi prende la volontà di portarmi in un punto qualunque del mondo, e parto. — Il conte dette un tocco al campanello, il cameriere comparve. — Fate uscire la carrozza dalla rimessa, diss’egli, levate le pistole che stanno nelle saccocce; è inutile di svegliare il cocchiere, Alì guiderà.
Dopo un momento s’intese il rumore della carrozza, che si fermò davanti alla porta. Il conte guardò l’orologio.
— Mezz’ora dopo mezza notte, diss’egli, noi avremmo potuto partire tra cinque ore, e giungere ancora in tempo; ma questo ritardo forse avrebbe fatta passare una cattiva notte al vostro compagno; val dunque meglio andare di corsa a toglierlo dalle mani degl’infedeli. Siete sempre risoluto di accompagnarmi.
— Più che mai.
— Ebbene! andiamo adunque.
Franz ed il conte uscirono seguiti da Peppino. Alla porta trovarono la carrozza. Alì era in serpa; Franz riconobbe lo schiavo muto della grotta di Monte-Cristo.
Salirono in carrozza aperta; Peppino si pose vicino ad Alì e partirono al galoppo. Alì aveva già ricevuti gli ordini; poichè prese la strada del Corso, e traversò Campo Vaccino, percorse quella di S. Gregorio, e giunse alla porta di S. Sebastiano; ivi il portinaro volle fare qualche difficoltà, ma il conte di Monte-Cristo presentò un permesso del governatore di Roma di potere entrare ed uscire dalla città in qualunque ora del giorno e della notte; fu dunque aperta la porta; ed il portinaro ricevette un luigi pel suo incomodo, e passarono.
La strada che percorreva la carrozza era l’antica via Appia, tutta costeggiata da antichi sepolcri. A quando a quando, al chiarore della luna che sorgeva, sembrava a Franz di vedere una specie di sentinella staccarsi da un rudero: ma ad un segnale di Peppino questa spariva immediatamente fra le ombre. Poco prima del circo di Caracalla la carrozza si fermò, Peppino venne ad aprire lo sportello, e Franz ed il conte discesero.
— Fra dieci minuti, disse il conte al compagno, saremo arrivati. — Indi prese Peppino a parte, gli dette un ordine a bassa voce, e questi partì dopo essersi munito di una torcia presa nella cassetta della carrozza. Scorsero ancora cinque minuti, nei quali Franz vide il pastore inoltrarsi fra gli andirivieni del terreno che forma il suolo ineguale della campagna romana, e perdersi fra l’alta erba rossastra che sembra l’irta criniera di qualche gigantesco Leone.
— Ora, disse il conte, seguiamolo.
Entrambi s’inoltrarono nello stesso sentiero, che dopo cento passi li condusse per un piano inclinato in una piccola vallata. Ben presto videro due uomini parlarsi fra le ombre. — Dobbiam continuare ad inoltrarci? domandò Franz al conte, o aspettare?
— Avanti, Peppino deve avere avvisata la sentinella del nostro arrivo. — In fatto uno di quei due uomini era Peppino, l’altro un bandito posto alle vedette.
Franz ed il conte si avvicinarono, il bandito li salutò.
— Eccellenza, disse Peppino volgendosi al conte, se vuole seguirmi, l’ingresso alle catacombe è qui a due passi.
— Sta bene, disse il conte, cammina avanti.
In fatto dietro ad un folto cespuglio, ed in mezzo a diverse rocce, si presentava un’apertura per la quale un uomo poteva appena passare. Peppino fu il primo a scivolare entro questa fenditura: ma appena ebbe fatto qualche passo il passaggio si allargò. Allora si fermò, accese la torcia, e si volse a vedere se era seguito.
Il conte erasi introdotto pel primo per questa specie di spiraglio, e Franz venne dopo di lui. Il terreno si abbassava con una inclinazione dolce, e si allargava a seconda che s’internavano; ciò non ostante però Franz ed il conte erano obbligati a camminare ricurvi, ed avrebbero durato fatica a passare tutti e due di fronte. In tal modo fecero circa cinquanta passi, quindi si fermarono al grido di chi vive?; nello stesso tempo videro brillare la canna di un fucile al chiarore della loro stessa torcia.
— Amici! rispose Peppino: e si avanzò solo, disse alcune parole a bassa voce a questa seconda sentinella, che, come la prima li salutò facendo segno ai notturni visitatori che potevano passare. Dietro la sentinella v’era una scala di circa venti gradini. Franz ed il conte li discesero e si ritrovarono in una specie di crocivio mortuario. Da questo punto divergevano cinque vie come i raggi di una stella, e le pareti delle mura scavate a guisa di nicchie soprapponentisi che avevano la forma di sepolture, indicavano che finalmente erano penetrati nelle catacombe. In una di queste cavità, di cui era impossibile calcolare l’estensione, si vedevano screziare alcuni riflessi di luce.
Il conte mise la mano sulla spalla di Franz:
— Volete vedere un accampamento di banditi immersi nel sonno?
— Sì, davvero, rispose Franz.
— Ebbene, venite con me... Peppino, smorza la torcia.
Peppino obbedì, e Franz ed il conte si trovarono nella più profonda oscurità, soltanto a circa 50 passi davanti a loro, si vedevano lungo i muri alcuni raggi rossastri di luce, divenuti ancora più visibili dopo che Peppino ebbe spenta la torcia. Essi avanzarono silenziosamente; il conte guidava Franz come se avesse avuta la singolare facoltà di vederci fra le tenebre. Del rimanente anche lo stesso Franz acquistava maggior pratica del luogo a seconda che s’inoltravano verso quel chiarore di luce che lor serviva di guida.
Tre arcate, delle quali quella di mezzo serviva di porta, dettero loro passaggio. Esse da una parte mettevano nel corridore ove erano Franz ed il conte, e dall’altra in una sala quadrata, tutta circondata da nicchie come quelle di cui abbiamo parlato. In mezzo di questa s’ergevano quattro pietre che altra volta avevano servito d’altare, come lo indicava la croce che eravi ancor sovrapposta. Una sola lampada, posta sopra un fusto di colonna, illuminava con una luce pallida e vacillante la strana scena, che si presentava agli occhi dei due notturni visitatori nascosti nelle ombre.
Un uomo era seduto, col gomito appoggiato a questa colonna, e leggeva, voltando le spalle alle arcate, per l’apertura delle quali era osservato dai nuovi arrivati. Questi era il capo della banda, Luigi Vampa. Intorno a lui, atteggiati secondo il proprio capriccio, stavano stesi, e avvolti nei loro mantelli, o addossati ad una specie di banco di pietra che circondava questo Colombario, una ventina circa di briganti; ciascuno teneva la carabina a portata della mano. Nel fondo, silenziosa, e appena visibile si scorgeva una sentinella, che a guisa di un’ombra passeggiava in su e in giù davanti ad una specie di apertura, che non da altro si distingueva, se non dal comparire più fitte le tenebre in quella direzione.
Allorchè il conte credè che Franz avesse ricreati abbastanza gli sguardi con questo quadro pittoresco, portò l’indice alle labbra per raccomandare il silenzio, e salendo i tre scalini che dal corridore mettevano nel Colombario, entrò nella sala dall’arcata di mezzo, e si avanzò verso Vampa, tanto profondamente immerso nella lettura, che non intese il rumore dei passi.
— Chi è là? gridò la sentinella meno preoccupata di lui, e che vide al chiarore della lampada due specie d’ombre ingrandirsi dietro al suo capo.
A questo grido, Vampa si alzò prestamente, togliendo nello stesso tempo dalla cintura le pistole. In un momento i banditi furono in piedi, e venti canne di carabine erano dirette sopra il conte.
— Ebbene! disse tranquillamente questi, con una voce del tutto placida, e senza che un solo dei muscoli del suo viso si contraesse; ebbene! mio caro Vampa, mi sembra di vedere molti preparativi per ricevere un amico.
— Abbasso le armi! gridò il capo facendo un segno imperativo con una mano, mentre che con l’altra si levava rispettosamente il cappello. Quindi volgendosi verso il singolare personaggio che dominava tutta questa scena:
— Perdono, sig. conte, gli disse, ma io era così lontano dall’aspettarmi l’onore di una vostra visita, che non vi aveva riconosciuto.
— Sembra che voi abbiate poca memoria su tutte le cose, Vampa, disse il conte, e che non solo vi scordiate della fisonomia delle persone, ma ancora delle condizioni fatte con esse.
— E quali condizioni ho io mai potuto dimenticare, sig. conte? domandò il bandito come farebbe un uomo, che se ha commesso un fallo non desidera che di ripararlo.
— Non è stato fra noi convenuto, disse il conte, che vi sarebbe stata sacra non solo la mia persona, ma ben anche quella di tutti i miei amici?
— E in che ho mancato al trattato, eccellenza?
— Questa sera avete rapito e trasportato qui il visconte Alberto de Morcerf: ebbene, continuò il conte con un accento che fece rabbrividire Franz, questo giovine è uno de’ miei amici, egli abita nello stesso albergo ove sto io, per otto giorni è stato al Corso nella mia carrozza, e frattanto, ve lo ripeto, lo avete rapito, lo avete trasportato qui, e, aggiunse il conte cavando di saccoccia la lettera, gli avete imposto un riscatto come fosse stato un primo arrivato.
— E perchè voi altri non mi avete avvisato di tutto questo? disse il capo volgendosi ai suoi uomini, che indietreggiavan tutti ad un suo sguardo; perchè mi avete esposto in tal guisa a mancare alla mia parola con un uomo come il signor conte che tiene tutte le nostre vite nelle sue mani? Per...! Se potessi credere che uno di voi sapeva che il giovine era amico di S. E., gli brucerei le cervella colle mie proprie mani.
— Ebbene! disse il conte volgendosi a Franz, non vi aveva detto che qui sotto doveva esservi un qualche equivoco?
— Come! non siete solo? domandò Vampa con inquietezza.
— Sono con colui cui era diretta questa lettera, ed al quale ho voluto provare, che Luigi Vampa era un uomo di parola. Avanzatevi, eccellenza, disse egli a Franz, ecco qui il signor Luigi Vampa, che vi dirà esser dolente dello sbaglio commesso.
Franz si avanzò, ed il capo dei banditi gli andò incontro di qualche passo: — Siate il ben venuto in mezzo a noi, eccellenza, gli diss’egli; voi avete inteso ciò che ha detto il signor conte, e ciò che gli ho risposto; aggiungerò che non vorrei, per i quattro mila scudi che aveva fissato di riscatto, che ciò fosse accaduto.
— Ma, disse Franz guardando con inquietudine a sè d’intorno, e dov’è il prigioniero? non lo vedo...
— Spero bene che non gli sarà accaduto cosa alcuna? domandò il conte aggrottando il sopracciglio.
— Il prigioniero è là, disse Vampa mostrando colla mano il luogo oscuro avanti al quale passeggiava il bandito in fazione, e vado io stesso ad annunziargli esser libero.
Il capo si avanzò verso il luogo, da lui indicato come prigione d’Alberto; il conte e Franz lo seguirono.
— Che fa il prigioniero? domandò Vampa alla sentinella.
— Sulla mia parola, rispose questi, l’ignoro: da più di un’ora non l’ho inteso muovere.
— Venite, eccellenza, disse Vampa.
Il conte e Franz salirono sette o otto scalini sempre preceduti dal capo, che tirò un catenaccio e spinse avanti una porta. Allora, al chiarore di una lampada simile a quella che illuminava il Colombario, si potè vedere Alberto, avvolto in un mantello che gli aveva prestato un bandito, steso in un angolo, dormire del sonno più profondo.
— Andiamo, disse il conte con quel sorriso che gli era particolare: non c’è male per un uomo che doveva essere fucilato domattina alle sette.
Vampa guardò con una certa ammirazione Alberto che dormiva, e scorgevasi in lui non essere insensibile a questa prova di coraggio.
— Avete ragione, signor conte, diss’egli, quest’uomo dev’essere uno dei vostri amici.
Indi accostandosi ad Alberto e toccandogli la spalla:
— Eccellenza, diss’egli, si svegli, se le fa piacere.
Alberto stese le braccia, si strofinò le palpebre, e si svegliò: — Ah! ah! diss’egli, siete voi capitano? Per bacco! avreste ben potuto lasciarmi dormire: io faceva un grazioso sogno: sognava di ballare una galoppa da Torlonia colla contessa G***. — Guardò all’orologio che si era riserbato per poter giudicare da sè stesso del tempo trascorso: — Un’ora e mezzo dopo mezza notte; e perchè diavolo mi svegliate a quest’ora?
— Per dirvi che siete libero, Eccellenza.
— Caro mio, soggiunse Alberto con una perfetta prontezza d’animo, ricordatevi bene in avvenire di questa massima di Napoleone il grande: «non mi svegliate che per le cattive notizie.» Se mi aveste lasciato dormire, avrei terminata la mia galoppa, e ve ne sarei stato riconoscente per tutta la mia vita... Il mio riscatto è dunque stato pagato?
— No, Eccellenza.
— Ebbene! in qual modo dunque son libero?
— Qualcuno, a cui non posso nulla negare, è venuto a reclamarvi. — Fin qui? — Fin qui.
— Oh per bacco! questo qualcuno è una persona molto amabile. — Alberto guardò intorno a sè, e s’avvide di Franz.
— Come? diss’egli, siete voi, mio caro Franz, che spingete tant’oltre la vostra amicizia?
— Non sono io, rispose Franz, ma il nostro conte di Monte-Cristo.
— Ah! per bacco! il sig. conte! disse Alberto accomodandosi la cravatta ed i manichini: siete un uomo veramente prezioso, e spero che vorrete considerarmi come a voi riconoscente per tutta la vita, primieramente per l’affare della carrozza, e poi per questo. — E in così dire stese la mano al conte, che fremette al momento di dargli la sua, che però gli diede. Il bandito osservava tutta questa scena con volto stupefatto: era evidentemente avvezzo a vedere i suoi prigionieri tremare davanti a lui, ed ora ne aveva innanzi a sè uno, la cui burlevole indole non aveva sofferta alcuna alterazione; in quanto a Franz, era contentissimo che Alberto, anche in faccia ad un bandito, avesse saputo sostenere l’onore nazionale.
— Mio caro Alberto, gli disse, se volete sollecitarvi, avremo ancora il tempo di andare a finire la notte da Torlonia. Riprenderete la vostra galoppa al punto in cui l’avete interrotta, di modo che non serberete alcun rancore col sig. Luigi Vampa, che in tutto quest’affare si è condotto da vero galantuomo.
— Ah! sì da vero, diss’egli; avete ragione, e noi potremmo giungervi a due ore... Sig. Luigi, continuò Alberto, vi è alcun’altra formalità da compiersi prima di prendere commiato da V. E.?
— Nessuna, signore, rispose il bandito, e voi siete libero come l’aria.
— In questo caso, buona ed allegra vita. Venite, signori, venite. — Ed Alberto, seguito da Franz e dal conte, discese la scala, e traversò la sala quadrata.
Tutti i banditi erano in piedi col cappello in mano.
— Peppino, disse il capo, dammi la torcia.
— Ebbene! che volete fare? domandò il conte.
— Vi accompagno, questo è il più piccolo onore che possa tributare a V. E. — E togliendo la torcia accesa dalle mani del pastore, camminò avanti ai suoi ospiti, non come un cameriere che compie un atto di servitù, ma come un re che preceda degli ambasciatori; giunto alla porta, s’inchinò: — Ora, signor conte, diss’egli, vi rinnovo le mie scuse, e spero che non conserverete alcun risentimento sull’accaduto.
— No, mio caro Vampa, disse il conte, d’altra parte emendate i vostri errori in un modo così compito, che si è quasi costretti esservi obbligati per averli commessi.
— Signori, riprese il capo volgendosi ai due giovani, forse l’invito non vi sembrerà molto attraente, ma se mai vi venisse la volontà di farmi una seconda visita, qui ed in qualunque altro luogo ove potessi essere, voi sarete sempre i ben venuti.
Franz ed Alberto lo salutarono. Il conte uscì pel primo, Alberto lo seguì, Franz restava l’ultimo.
— V. E. ha forse qualche cosa a chiedermi? disse Vampa.
— Sì, lo confesso, rispose Franz; sarei curioso di sapere qual era l’opera che leggevate con tanta attenzione quando noi siamo arrivati.
— I Commentarii di Giulio Cesare, sono il mio libro prediletto. — Ebbene! non venite? domandò Alberto.
— Subito, rispose Franz, eccomi. — Ed uscì a sua volta dallo spiraglio; fatto qualche passo nella pianura:
— Ah! perdonatemi, disse Alberto, tornando indietro, volete permettermi capitano? — Ed accese il sigaro alla torcia di Vampa.
— Ora, signor conte, disse Alberto, ho grandissima premura di finire la notte dal principe Torlonia.
La carrozza fu ritrovata al luogo ove era stata lasciata. Il conte disse una sola parola araba ad Alì, ed i cavalli partirono pancia a terra. Erano le due precise all’orologio d’Alberto, quando i due amici entrarono nella sala da ballo. Il loro ritorno fu un avvenimento, ma siccome rientrarono insieme, così tutti i timori che si erano concepiti sul conto d’Alberto cessarono sul momento.
— Signora, disse il visconte de Morcerf, avanzandosi verso la contessa, ieri voi aveste la bontà di promettermi una galoppa, vengo un po’ tardi a reclamare questa graziosa promessa, ma il mio amico, che voi sapete quanto è sincero, potrà farvi fede che non fu colpa mia. — E siccome in quel momento l’orchestra dava il segnale di un valtz, Alberto passò il braccio attorno alla vita della contessa e disparve con essa fra il nembo dei ballerini. In questo tempo Franz andava pensando al singolare fremito percorso su tutte le membra del conte di Monte-Cristo nel momento in cui era stato, in certo qual modo costretto, a stringere la mano ad Alberto.
XXXVIII. — IL CONVEGNO.
La dimane nel levarsi, la prima parola di Alberto fu di proporre a Franz di fare una visita al conte. Egli lo aveva di già ringraziato la sera innanzi, ma capiva benissimo che un servigio come quello resogli dal conte, meritava bene due ringraziamenti. Franz che provava un’attrattiva, mista a terrore, che lo spingeva verso il conte di Monte-Cristo, non volle lasciarlo andar solo da quest’uomo, e lo accompagnò. Entrambi furono introdotti: cinque minuti dopo comparve il conte. — Signor conte, disse Alberto andandogli incontro, permettetemi di ripetervi questa mattina ciò che malamente vi ho detto la scorsa notte; che non dimenticherò mai in qual congiuntura mi siate venuto in aiuto; e mi ricorderò sempre che vi devo la vita o poco meno.
— Mio caro vicino, rispose il conte ridendo, voi esagerate le vostre obbligazioni verso di me; non mi dovete che una piccola economia di una ventina di migliaia di fr. sul vostro preventivo del viaggio, ed ecco tutto: vedete bene che non bisogna parlarne. Per vostra parte, aggiunse egli, ricevete i miei rallegramenti; avete dimostrato un’ammirabile prontezza d’animo, e gran disinvoltura.
— Che serve conte? disse Alberto: mi sono immaginato di avere avuta una cattiva contesa, ed esser corsa una sfida; volli far comprendere una cosa a questi banditi, ed è che in tutti i paesi del mondo gli uomini si battono, ma che non vi sono che i francesi che si battono ridendo. Ciò non ostante, non essendo per questo men grande l’obbligazione che vi professo, vengo a chiedervi, se per mezzo dei miei amici o per mezzo delle mie riconoscenze potessi esservi utile in qualche cosa. Mio padre, il conte di Morcerf d’origine spagnuola, gode di un’alta posizione in Francia ed in Ispagna, vengo a mettere me e tutte le persone che mi amano a vostra disposizione.
— Ebbene! disse il conte; vi confesso sig. de Morcerf, che mi aspettava da voi una simile esibizione, e che l’accetto con tutto il cuore. Io aveva già fissati i miei pensieri su di voi per chiedervi un gran favore. — Quale?
— Non sono mai stato a Parigi, e non conosco Parigi.
— Da vero! gridò Alberto, voi avete potuto vivere fino adesso senza veder Parigi? pare incredibile.
— Eppure è così. Ma io sento con voi che una più lunga ignoranza della capitale del mondo intelligente è impossibile. Vi è di più: forse avrei fatto da lungo tempo questo viaggio indispensabile, se avessi conosciuto qualcuno che mi avesse potuto introdurre in quel mondo ove io non ho alcuna relazione.
— Oh! un uomo come voi! gridò Alberto.
— Siete molto buono. Ma siccome non riconosco in me stesso altro merito che quello di poter fare concorso, come milionario, ai vostri più ricchi banchieri, e che non vado a Parigi per speculare sulla borsa, questa piccola particolarità mi ha trattenuto. Ora la vostra offerta mi vi risolve. Vediamo: v’impegnate mio caro de Morcerf (il conte strisciò questa parola con un singolare sorriso) allorquando sarò in Francia d’aprirmi le porte di quel mondo, ove sarò uno straniero al pari di un Huron, o di un Cinese?
— In quanto a ciò, mio caro conte, a meraviglia e con tutto il cuore, rispose Alberto, e tanto più volentieri (mio caro Franz non vi burlate tanto di me), che sono richiamato a Parigi da una lettera che ricevo questa mane stessa, ed in cui si parla di una trattativa con una casa molto rispettabile e che ha le migliori relazioni col bel mondo Parigino.
— Trattativa di matrimonio? disse ridendo Franz.
— Qual meraviglia? sì, perciò quando ritornerete a Parigi mi troverete uomo posato, e forse padre di famiglia. Ciò starà bene colla mia gravità naturale, n’è vero? In ogni modo, conte, ve lo ripeto, io ed i miei siamo tutti in corpo ed anima a vostra disposizione.
— Ed io accetto, disse il conte; perchè vi assicuro che non mi mancava che questa occasione per effettuare un disegno che rumino da lungo tempo.
Franz non dubitò un momento che non fosse quello di cui erasi lasciato sfuggire qualche parola nella grotta di Monte-Cristo, e guardò il conte mentre diceva queste parole, per tentare di sorprendere sulla sua fisonomia qualche rivelazione dei disegni che conducevano a Parigi: ma era molto difficile penetrar nell’animo di quest’uomo, particolarmente quand’egli lo velava con un sorriso. — Ma osserviamo, conte, soggiunse Alberto contento di poter presentare un uomo come il conte di Monte-Cristo; non sarà già questo un qualche disegno in aria, come se ne fanno mille in viaggio, e che, fabbricati sulla sabbia, vengono poi distrutti al primo soffio di vento?
— No, sul mio onore, disse il conte, voglio andare a Parigi, ho bisogno d’andarvi. — E quando sarà? — Quando vi sarete voi stesso? — Io? disse Alberto, oh! mio Dio! fra 15 giorni, o al più fra tre settimane; il tempo necessario per il ritorno, e null’altro. — Ebbene! vi accordo tre mesi, vedete che vi do una larga misura.
— E fra tre mesi, gridò Alberto con gioia, verrete a battere alla mia porta. — Volete un convegno anche pel preciso giorno e per l’ora, disse il conte, vi prevengo però che sono di una esattezza da far disperare. — Il giorno e l’ora precisa! disse Alberto, ciò andrà a meraviglia.
— Ebbene! sia così. — Egli stese la mano verso un calendario attaccato presso lo specchio. — Oggi siamo ai 21 febbraio; cavò l’orologio, e sono le 10 e mezzo del mattino, volete aspettarmi il 21 maggio prossimo alle 10 e mezzo del mattino?
— A meraviglia! disse Alberto; la colazione sarà preparata.
— Ove abitate? — Strada di Helder n. 27. — Voi vi trattate in casa vostra da scapolo, ed io non vi sarò d’incomodo?
— Io abito in casa di mio padre, ma in un padiglione nel fondo del cortile interamente separato.
— Va bene; — il conte aprì il taccuino e scrisse: Strada di Helder, n. 27, 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino.
— Ed ora, disse il conte, rimettendosi il taccuino in saccoccia, siate tranquillo, la sfera della vostra pendola non sarà più esatta di me.
— Vi rivedrò prima della vostra partenza? domandò Alberto. — Secondo quando partirete?
— Parto domani sera alle cinque. — In questo caso vi do il mio addio. Ho alcuni affari a Napoli, e non sarò di ritorno qui che sabato sera o domenica mattina. E voi, soggiunse volgendosi a Franz, partite voi pure, sig. conte?
— Sì. — Per la Francia?
— No, per Venezia. Resto ancora un anno o due in Italia.
— Noi dunque non ci rivedremo a Parigi?
— Temo di non avere quest’onore.
— Animo dunque, signori, buon viaggio, disse il conte ai due amici stendendo ad essi la mano.
Era la prima volta che Franz toccava la mano di quest’uomo; egli rabbrividì, perchè essa era ghiaccio come quella di un morto. — Per l’ultima volta, disse Alberto, resta bene stabilito sulla parola d’onore, è vero? strada di Helder n. 27, li 21 Maggio alle 10 e mezzo del mattino?
— Li 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino strada di Helder n. 27, ripetè il conte.
— Che avete? disse Alberto a Franz nel rientrare nelle loro stanze, mi sembrate molto afflitto.
— Sì, disse Franz, ve lo confesso, il conte è un uomo singolare, e vedo con inquietudine questo convegno che vi ha dato a Parigi. — Questo convegno... con inquietudine? E perchè? ma siete pazzo, mio caro Franz! gridò Alberto.
— Che volete? pazzo o no, la cosa va così.
— Ascoltate, ripetè Alberto; sono ben contento che mi si presenti un’occasione di dirvi, che vi ho sempre ritrovato di una gran freddezza col conte, mentr’egli per sua parte è sempre stato ben diverso con noi. Avete qualche cosa in particolare contro di lui?
— Può darsi. — Ma l’avevate veduto in qualche altro luogo prima d’incontrarlo qui? — Precisamente.
— E dove? — Mi promettete di non dir mai una parola di quanto sono per raccontarvi? — Ve lo prometto.
— Sta bene: ascoltatemi dunque.
Allora Franz raccontò ad Alberto la sua escursione all’isola di Monte-Cristo, in qual modo vi aveva ritrovato un equipaggio di contrabbandieri, e fra questo due banditi corsi. Egli calcò su tutti i particolari dell’ospitalità fattucchiera che il conte gli aveva data nella sua grotta delle mille e una notte, gli descrisse la cena, l’hatchis, le statue, la realtà, il sogno e come al suo svegliarsi altro non restava più, come prova e ricordo di tanti avvenimenti che il piccolo yacht che faceva vela sull’orizzonte per Porto-Vecchio. Indi passò a Roma, alla notte del Colosseo, al dialogo che aveva inteso fra lui e Vampa, conversazione relativa a Peppino, e nella quale il conte aveva promesso di ottenere la grazia del bandito, promessa che aveva mantenuta, come ne avranno potuto giudicare i nostri lettori.
Finalmente giunse all’avventura della notte precedente, all’impaccio in cui si era ritrovato vedendosi mancare 7, o 800 scudi per completare la somma; in fino all’idea che gli era venuta di ricorrere al conte, idea che ebbe un resultato tanto soddisfacente ad un tempo e pittoresco.
Alberto ascoltava Franz con tutta l’attenzione.
— Ebbene! diss’egli, quando questi ebbe finito, e che v’è di riprovevole in tutto questo? il conte è viaggiatore, ha un bastimento proprio perchè è uomo ricco. Andate a Portsmouth o a Southampton e ritroverete questi porti ingombri di yacht appartenenti a ricchi inglesi che hanno la stessa fantasia. Per sapere ove fermarsi nelle sue escursioni, per non cibarsi di questa terribile cucina che avvelena me da mesi, e voi da 4 anni, per non giacere su questi letti abbominevoli nei quali non si può dormire, si è fatto ammobiliare un piccolo pian terreno a Monte-Cristo; e temendo che il governo toscano non gli desse congedo, e che tutti i suoi mobili andassero perduti, ha comprato l’isola, e ne ha assunto il nome. Mio caro, frugate nella vostra memoria, e ditemi quante persone di nostra conoscenza prendono il nome di proprietà che non hanno mai avute?
— Ma, disse Franz, e questi banditi corsi che erano fra il suo equipaggio?...
— Ebbene! che v’è di meraviglioso? Capite meglio di qualunque altro che i banditi corsi non sono ladri, ma fuggitivi, perché una qualche vendetta li ha esiliati dalle loro città o dai villaggi; si possono dunque vedere senza mettersi a rischio. In quanto a me dichiaro, che se un giorno dovessi andare in Corsica, prima di farmi presentare, a modo di dire, al governatore od al Prefetto, mi farei presentare ai banditi di Colomba: sempre che vi si possa mettere la mano sopra, io li ritrovo gentili.
— Ma Vampa e la sua banda, soggiunse Franz, sono banditi che fermano per rubare, non lo negherete, spero? che dite adunque dell’influenza che il conte ha su tal razza di gente?
— Dirò, che dovendo la vita, secondo tutte le apparenze, a questa influenza, non spetta a me il criticarla troppo da vicino. Così invece di fargliene, come voi, un delitto capitale, troverete giusto che io lo scusi, se non di avermi salvata la vita, il che sarebbe un poco troppo esagerato, almeno di avermi fatto risparmiare 4mila scudi, che fanno 24mila lire della nostra moneta, somma per la quale non mi avrebbero tanto stimato in Francia.
— Ebbene! ecco precisamente: di che paese è il conte, che lingua parla? quali sono i suoi mezzi di sussistenza? da dove gli viene la sua immensa fortuna? Quale è stata questa prima parte della sua vita misteriosa ed incognita, che ha sparso sulla seconda una tinta oscura e misantropica? Ecco ciò che nel vostro posto vorrei sapere.
— Mio caro Franz, quando leggendo la mia lettera vi siete accorto che avevamo bisogno dell’influenza del conte, siete andato a dirgli: «Alberto conte de Morcerf corre un pericolo, aiutatemi a toglierlo d’impiccio», n’è vero?
— Sì. — Allora vi ha egli domandato: «e chi è questo signor Alberto de Morcerf? Donde gli viene il suo nome? Donde gli viene la sua fortuna? Quali sono i suoi mezzi di sussistenza? qual è il suo paese? dove è nato?» vi ha egli fatte tutte queste interrogazioni? dite? — No, lo confesso.
— Egli è venuto, ecco tutto; mi ha tolto dalle mani del sig. Vampa, ove ad onta di tutte le mie apparenze piene di disinvoltura, come voi diceste, io vi faceva una tristissima figura, lo confesso: ebbene! mio caro; quando in cambio di simile servigio egli mi domanda di far per lui ciò che si fa tutti i giorni pel primo principe russo o italiano che passa per Parigi, vale a dire di presentarlo nelle società, volete che gli neghi questo? Via dunque, Franz, siete pazzo!
Bisogna convenire, che contro il solito, questa volta tutte le buone ragioni eran dalla parte d’Alberto.
— Finalmente, rispose Franz con un sospiro, fate come volete, mio caro visconte, perchè tutto quel che mi dite è persuasivo, lo confesso, ma è altrettanto vero che il conte di Monte-Cristo è un uomo strano.
— Il conte di Monte-Cristo è un uomo filantropo: egli non vi ha detto con quale scopo viene a Parigi: ebbene! viene per concorrere al premio di Monthyon, e se ad ottenerlo non gli manca che il mio voto, glielo darò. Dopo ciò non parliamo più di questo: mettiamoci a tavola, e dopo andiamo a fare un’ultima visita a S. Pietro.
Fu fatto come aveva detto Alberto, e il giorno dopo alle 5 p. m. i due giovani si lasciarono, Alberto de Morcerf per ritornare a Parigi, e Franz d’Épinay per passare una quindicina di giorni a Venezia.
Ma Alberto, prima di salire in carrozza, consegnò al cameriere dell’albergo, tanto aveva paura che il convitato mancasse al convegno, un biglietto da visita pel conte di Monte-Cristo, sul quale al di sotto delle parole «Visconte Alberto de Morcerf» aveva scritto colla matita: — 21 Maggio, alle 10 e mezzo a. m. Strada Helder. N. 27.
XXXIX. — LA COLAZIONE.
Nella casa strada Helder in cui Alberto de Morcerf aveva dato in Roma convegno al conte di Monte-Cristo, tutto veniva preparato nel mattino del 21 maggio, per fare onore alla parola data dal giovine. Alberto abitava un padiglione posto sull’angolo di un gran cortile rimpetto ad un altro stabile deputato ai comuni. Due sole finestre di questo padiglione guardavano sulla strada, delle altre tre davano sul cortile, e due sul giardino. Fra questo cortile ed il giardino, s’ergeva sebbene fabbricata con cattivo gusto d’architettura imperiale, l’abitazione elegante e vasta del conte e della contessa de Morcerf. Su tutta la larghezza del fabbricato girava un muro, che metteva sulla strada, ad intervalli guernito da sovrapposti vasi di fiori, e diviso nel mezzo da un gran cancello a lance dorate, che serviva per le entrate di parata: una piccola porta, addossata all’abitazione del portinaro dava passaggio ai padroni e servitori quando entravano o uscivano a piedi. Nella scelta del padiglione destinato per abitazione d’Alberto si scorgeva la delicata previdenza di una madre, che non volendo dividersi dal figlio, aveva però capito che un giovine dell’età d’Alberto aveva bisogno di tutta la sua libertà. Dall’altra parte dobbiamo convenirne, si scorgeva pure l’intelligente egoismo del giovine, perduto in questa vita libera ed oziosa, propria dei figli di famiglia, al quale veniva, come all’uccello, dorata la sua gabbia. Da queste due finestre che guardavano sulla strada, Alberto poteva fare le sue esplorazioni all’esterno: vista tanto necessaria ai giovani che vogliono vedere passare innanzi ai loro occhi il proprio orizzonte, fosse pur quello della strada; fatta la sua esplorazione, se gli sembrava meritare un esame più profondo, Alberto poteva, per darsi alle proprie ricerche, uscir da una piccola porta che era dirimpetto all’altra di cui abbiamo parlato presso all’abitazione del portinaro, e che merita una particolare menzione.
Era una piccola porta, che sarebbesi detto dimenticata da tutti dal momento che fu fabbricata la casa, e sarebbesi creduta condannata a rimaner sempre chiusa, tanto sembrava meschina e polverosa, ma i catenacci e i gangheri erano talmente bene unti, che indicavano l’uso continuo e misterioso. Questa piccola porta segreta faceva concorrenza colle altre due, e si burlava del portinaro, di cui sfuggiva alla vigilanza ed alla responsabilità, aprendosi come la famosa porta della caverna delle Mille e una notte, a guisa del Sesamo incantato di Alì-Babà, per mezzo di qualche parola cabalistica, o di qualche segno convenuto pronunciato dalla più dolce voce, od eseguito dalla più bella mano del mondo.
Alla fine di un corridoio vasto e silenzioso, col quale comunicava e che formava anticamera, s’apriva a destra la sala da pranzo d’Alberto, che guardava il cortile, ed a sinistra la sua piccola camera da ricevere che guardava il giardino. Cespugli, e piante parassite si aprivano a ventaglio davanti alle finestre, e nascondevano al cortile ed al giardino l’interno di queste camere, le sole al piano terreno, che potevano essere esposte agli sguardi degl’importuni. Al primo piano queste due camere si ripetevano, aumentate da una terza che corrispondeva alla sottoposta anticamera: erano la camera da letto, quella da ricevere, ed un gabinetto.
La sala del piano terreno era una specie di divano algerino destinato ai fumatori. Il gabinetto del primo piano metteva nella camera da letto, e per una porta invisibile aveva comunicazione colle scale. Si ponga mente alle cautele.
Al di sopra di questo primo piano spaziava un vasto studio, ingrandito coll’atterrare i muri di divisione, pandemonio che disputava l’artista al damerino. Là erano rifugiati ed affastellati tutti i successivi capricci d’Alberto: i corni da caccia, i bassi, i flauti, un’orchestra completa, poichè per un momento ebbe non il gusto ma la fantasia della musica. I cavalletti, i tavolozzi, i pastelli, poichè alla fantasia della musica era succeduta la fatuità della pittura: finalmente i fioretti, i guanti da pugillatore, gli squadroni, e i bastoni d’ogni genere, poichè, seguendo il costume dei giovani alla moda, Alberto coltivava, con maggiore perseveranza di quel che non aveva fatto la musica e la pittura, le tre arti che formano il compimento dell’educazione da Lions, vale a dire la scherma, i pugni, ed il bastone, ed in questa camera destinata agli esercizi corporali, riceveva successivamente, Grisier, Cooks, e Carlo Lacour. Il rimanente della mobilia di questa sala privilegiata, si componeva di vecchi forzieri dei tempi di Francesco I, ripieni di porcellane della China, di vasi del Giappone, di terraglie di Luca della Robbia e di piatti di Bernardo di Palissy; di antichi seggioloni, ove forse erasi assiso Enrico IV o Sully, Luigi XIII o Richelieu, poichè due di essi ornati di uno scudo intagliato, ove sopra un campo azzurro brillavano i tre gigli di Francia sormontati dalla corona reale, uscivano visibilmente dal guardaroba del Louvre, o per lo meno da qualche castello reale. Sur essi erano gettate alla rinfusa ricche stoffe a vivi colori, tinte al sole della Persia o ricamate dalle dita delle donne di Calcutta o di Chandernayor. Ciò che si stessero a far là queste stoffe non si sarebbe potuto dire; aspettavano, ricreando gli occhi, un destino sconosciuto anche al loro stesso proprietario, e mentre aspettavano, rischiaravano l’appartamento coi loro riflessi dorati. Nel posto più apparente sorgeva un piano forte, fabbricato da Roller e Blanchet di legno di rosa, della forma delle nostre sale di Lilliputiens, racchiudendo ciò non pertanto un’orchestra nella sua stretta e sonora capacità, e sopraccaricato dai capi d’opera di Beethoven, di Weber, di Mozart, d’Haydn, di Crètry, e di Porpora.
Quindi, lungo tutti i muri, sopra le porte, nel soffitto, erano disposte spade, pugnali, stocchi, mazze dorate, e complete armature, damascate, incrostate; arborari, massi di minerali, uccelli imbottiti di crini, che tenevano le ali aperte ad un volo immobile, colle penne color di fuoco, col becco che non chiudono mai. Non occorre dire, che questa era la stanza di predilezione di Alberto. Però, il giorno del convegno, il giovine in abito di mezza gala aveva fissato il suo quartier generale nel salotto del pian terreno. Ivi, sur una tavola, circondata da un divano largo e morbido, tutti i tabacchi sconosciuti, dal giallo di Pietroburgo fino al nero del Sinai passando per il porto-ricco, e il latakiè, erano racchiusi in vasi di terraglia smaltata che sono l’adorazione degli olandesi. Vicini ad essi, in cassette di legni odorosi, erano schierati per ordine di grandezza, e di qualità i sigari puros, regalia, avana ecc.; finalmente in un armadio aperto una collezione di pipe di Germania, di Turchia, coi bocchini d’ambra, ornate di corallo, e di fregi incrostati d’oro, con lunghe canne di marrocchino ripiegate a guisa di serpenti, aspettavano il capriccio o la simpatia dei fumatori. Alberto aveva presieduto da sè stesso all’ordinamento, o piuttosto a quel disordine simmetrico che, dopo il caffè i convitati di una colazione alla moderna amano di osservare per mezzo al fumo che loro sfugge di bocca dirigendosi al soffitto in lunghe e capricciose spirali.
Alle 10 meno un quarto entrò un cameriere, che unitamente ad un groom di 15 anni, il quale parlava soltanto l’inglese, e rispondeva al nome di John, erano i soli domestici di Alberto. Ben inteso ch’egli poteva disporre del cuoco di casa nei giorni ordinari, e negli straordinari il cacciatore del conte era a sua disposizione. Questo cameriere, che si chiamava Germano e che godeva tutta la confidenza del giovine padrone, teneva in mano un pacco di giornali che depose sul tavolo, ed alcune lettere che consegnò ad Alberto, il quale vi gettò sopra uno sguardo indifferente, ne scelse due con minuti caratteri, e con sopraccarta profumata, le dissigillò, e le lesse con qualche attenzione.
— Come sono arrivate queste lettere? domandò egli.
— Una è venuta per la posta, l’altra l’ha portata il cameriere della sig.ª Danglars.
— Fate dire alla sig.ª Danglars che accetto il posto che mi offre nel suo palco... aspettate, in giornata passerete da Rosa; le direte che andrò, come m’invita a cenare da lei uscendo dall’Opera, e le porterete sei bottiglie di vino assortito di Cipro, di Xeres, di Malaga ed un barile di ostriche d’Ostenda... prendete le ostriche da Borel, e raccomandategli che sono per me.
— A che ora comanda sia in ordine la tavola?
— Che ora abbiamo! — Manca un quarto alle dieci.
— Ebbene ordinate per le 10 e mezzo precise... Debray sarà forse obbligato di andare al suo ministero... e d’altra parte... (Alberto consultò il suo taccuino) questa è l’ora che ho indicata al conte, li 21 maggio alle 10 e mezzo a. m.; quantunque non faccia gran fondamento sulla promessa, desidero di essere esatto. A proposito sapete se la sig.ª contessa sia alzata?
— Se il sig. Visconte lo desidera, andrò ad informarmene.
— Sì... le chiederete una delle cassettine da liquori, poichè la mia è incompleta: le direte che avrò l’onore d’andar da lei verso le tre, e che le domando permesso di presentarle un signore.
Il cameriere uscito, Alberto si gettò sul divano, stracciò la fascetta a due o tre giornali, guardò gli annunzi degli spettacoli, fece la boccaccia vedendo che si rappresentava un’opera e non un ballo; cercò invano quegli annunzi di profumeria un oppiato pel dolore dei denti di cui gli era stato parlato, e gettò l’uno dopo l’altro i tre giornali più in voga a Parigi, mormorando in mezzo ad uno sbadiglio prolungato:
— In verità questi giornali divengono di giorno in giorno sempre più noiosi.
In questo mentre una carrozza si fermò avanti la porta, ed un momento dopo il cameriere rientrò annunziando il signor Luciano Debray. Un giovine biondo, alto, pallido, coll’occhio grigio e fermo, colle labbra sottili e fredde, coll’abito blu a bottoni cisellati, la cravatta bianca, una lente di cristallo sospesa ad un filo di seta, e che per uno sforzo del tendine sopracciliare e del tendine zigomatico arrivava a fissare avanti la cavità dell’occhio destro, entrò senza sorridere, senza parlare, con un portamento semi-ufficiale:
— Buon giorno, Luciano, buon giorno! disse Alberto. Ah! voi mi spaventate, mio caro, colla vostra esattezza! Ma che dico? esattezza! Voi che non aspettava che per ultimo, giungete alle 10 meno 5 minuti, mentre il convegno definitivo non è che alle 10 e mezzo? Quest’è un miracolo! Il ministero sarebbe forse caduto?
— No, carissimo, disse il giovine gettandosi sul divano, tranquillatevi, trattiamo sempre, ma non cediamo mai, e comincio a credere che passeremo bonariamente alla immobilità, senza contare che gli affari della penisola vanno in modo da consolidarsi pienamente.
— Ah! è vero, scacciate Don Carlos dalla Spagna.
— No, carissimo, non confondete le cose; lo riconduciamo all’altra frontiera della Francia, e gli offriamo una ospitalità da re a Bourges. — A Bourges? — Sì, egli non avrà a lagnarsi; Bourges è la capitale del re Carlo VII. Come! voi non sapete nulla di tutto ciò? Tutta Parigi lo sa da ieri, e avanti ieri la cosa era già stata traspirata alla borsa, perchè Danglars (non so con qual mezzo quest’uomo ha le notizie nello stesso tempo di noi) perchè Danglars ha arrischiato sul rialzo de’ fondi; e vi ha guadagnato un milione.
— E voi una nuova decorazione, a quanto parmi: poichè vedo una striscia blu aumentata alla vostra spranghetta.
— Eh! mi hanno inviato la decorazione di Carlo III, rispose negligentemente Debray.
— Andiamo, non fate tanto l’indifferente, e confessate che avete avuto piacere a riceverla.
— In fede mia, sì, come compimento di toletta, una placca sta bene sopra un abito nero abbottonato, è cosa elegante.
— E, disse ridendo Morcerf, si ha l’aspetto del principe di Galles, o simili. — Ecco adunque, carissimo, il perchè mi vedete così di buon’ora. — Perchè avete la placca di Carlo III e volevate darmi questa notizia? — No, ma perchè ho passata tutta la notte a spedir lettere; 25 dispacci diplomatici. Ritornato in casa questa mattina a giorno, voleva dormire, ma mi ha assalito il dolor di testa, e mi sono rialzato per montare un’ora a cavallo. A Boulogne sono stato preso dalla noia, e dalla fame, due nemici che raramente vanno insieme, e che ciò non pertanto, si sono collegati contro di me: una specie di alleanza Carlo-repubblicana; allora mi sono ricordato che questa mane v’era festa in casa vostra, ed eccomi qua: ho fame, nutritemi: sono annoiato, divagatemi.
— Questo è il mio dovere d’anfitrione, amico caro, disse Alberto suonando pel cameriere, mentre che Luciano colla sua bacchettina, col pomo cesellato ed incrostato di turchinette, faceva saltare i giornali spiegati; — Germano, un bicchiere di Xeres, ed un biscotto. Frattanto, mio caro Luciano, ecco dei sigari di contrabbando, bene inteso: v’invito a fumarli, e a persuadere il vostro ministro a vendercene degli eguali, invece delle foglie di noce che condanna i buoni cittadini a fumare.
— Peste! me ne guarderò bene. Quando questi vi venissero dal governo non li vorreste più, e li ritrovereste esecrabili. D’altra parte ciò non ha rapporto coll’interno, spetta alle finanze; indirizzatevi al signor Humann, sezione delle contribuzioni indirette, corridore A, N. 26.
— In verità, disse Alberto, mi sorprendete per le vostre estese cognizioni. Ma prendete un sigaro!
— Ah! caro conte, disse Luciano accendendo un sigaro ad una candela color di rosa in una bugìa d’argento dorato, e rovesciandosi sul divano, quanto siete felice, per non avere nulla da fare! in verità, non conoscete la vostra felicità!
— E che fareste dunque, mio caro rappacificatore di regni, rispose Morcerf con una leggera ironia: se non aveste nulla da fare? Come! segretario particolare di persona influente, lanciato ad un tempo nella gran cabala europea e nei piccoli intrighi di Parigi; avendo dei re, e meglio ancora, delle regine da proteggere, dei partiti da riunire, delle elezioni da dirigere; facendo più nel vostro gabinetto e col vostro telegrafo di quel che non ha fatto Napoleone sui campi di battaglia colla spada, e colle vittorie; possedendo 25 mila lire di rendita, oltre il vostro impiego, un cavallo di cui Château-Renaud vi ha offerto 400 luigi e non glielo avete voluto dare, un sarto che non vi sbaglia mai un calzone; avendo l’Opera, il Jockey-Club, e il teatro delle varietà, non trovate dunque che tutto ciò sia buono per distrarvi? Ebbene, sia, vi distrarrò io.
— Ed in qual modo? — Col farvi fare una nuova conoscenza. — Un uomo o una donna? — Un uomo.
— Oh! ne conosco di già troppi. — Ma è uno come non ne conoscete quello di cui vi parlo. — E di dove viene dunque? di capo al mondo? — Fors’anche di più lontano.
— Oh! diavolo! spero bene che non sia quegli che deve portare la nostra colazione? — No, siate tranquillo, la nostra colazione è nelle cucine materne. Ma dunque avete fame?
— Sì, lo confesso, per quanto sia umiliante il dirlo. E ciò non ostante ieri ho pranzato dal sig. de Villefort: e non so se abbiate mai notato, che si pranza molto male dalle persone di tribunale: direbbesi che hanno sempre dei rimorsi.
— Ah! per bacco! voi disprezzate i pranzi degli altri come se si pranzasse bene dai vostri ministri.
— Sì, ma non invitiamo la gente di bonton almeno; e se non fossimo obbligati ad invitare quei miserabili che pensano, e quel che più importa, che danno buoni voti, ci guarderemmo, come dalla peste, di pranzare in casa nostra; questo vi prego a volerlo credere sul serio.
— Allora, mio caro, prendete un altro bicchiere di Xeres ed un altro biscotto.
— Il vostro vino di Spagna è eccellente; vedete bene che abbiamo avuto gran ragione a rappacificare quel paese.
— E ciò vi procurerà il tosone d’oro.
— Credo che questa mattina abbiate adottato il sistema di nutrirmi di fumo.
— Eh! questo è quanto diverte più lo stomaco; convenitene; ma ascoltate: sento appunto la voce di Beauchamp nell’anticamera, disputerete insieme, e ciò vi farà attendere con maggior pazienza.
— A proposito di che?
— A proposito di giornali.
— Ah! caro amico, disse Luciano, con un sovrano disprezzo, io leggo forse giornali?
— Ragione di più, allora disputerete maggiormente.
— Il Sig. Beauchamp, annunziò il cameriere.
— Entrate, entrate! penna terribile! disse Alberto alzandosi e andando incontro al giovine: ecco qui Debray che vi detesta senza leggervi, almeno a quanto ha detto.
— Egli ha ben ragione, disse Beauchamp, si conduce come me; io lo critico senza sapere quel che fa... Buon giorno commendatore.
— Ah! lo sapete di già? rispose il segretario particolare, scambiando col giornalista una stretta di mano ed un sorriso.
— Per bacco! riprese Beauchamp. — E che se ne dice nel mondo? — In qual mondo? abbiamo molti mondi nell’anno di grazia 1838. — Eh! nel mondo critico-politico di cui siete uno dei lions.
— Ma si dice che la cosa è giustissima.
— Andiamo, andiamo, non c’è male, disse Luciano; perchè mai non siete uno dei nostri, mio caro Beauchamp? Con tanto spirito quanto ne possedete, fareste fortuna in tre o quattro anni.
— Non aspetto che una cosa per seguire il vostro consiglio. Ora, una sola parola a voi, caro Alberto, poichè bisogna bene che lasci respirare Luciano: facciamo colazione o pranziamo? perchè io ho la camera che mi aspetta. Non sono tutte rose, come vedete, nel nostro mestiere.
— Faremo soltanto colazione; non aspettiamo più che due persone, e ci metteremo a tavola subito che saranno giunte.
— E chi aspettate? disse Beauchamp.
— Un gentiluomo, ed un diplomatico, rispose Alberto.
— Allora è l’affare di due piccole ore pel gentiluomo; e di due grandi ore pel diplomatico: ritornerò alle frutta. Serbatemi delle fragole, del caffè, e dei sigari: mangerò una costolina alla camera.
— Non ne fate niente, Beauchamp. Quando anche il gentiluomo fosse un Montmorency, e l’altro uno dei primi diplomatici, faremo colazione alle 11 precise; frattanto fate come Debray, assaggiate il mio Xeres, ed i miei biscotti.
— Andiamo dunque, sia così, resto. Bisogna assolutamente che questa mane mi distragga.
— Buono! eccovi come Debray: mi sembra però che quando il ministero è tristo l’opposizione debba essere allegra!
— Ah! vedete, amico caro, ciò nasce perchè non sapete da che cosa sono minacciato. Questa mattina sentirò alla camera dei deputati un discorso di Danglars, e questa sera in casa di sua moglie una tragedia di un pari di Francia.
— Capisco: avete bisogno di far provvigione d’ilarità.
— Non dite dunque male dei discorsi di Danglars, egli vota per voi, è dell’opposizione.
— Ecco, per bacco! dove sta il male: io aspetto che lo mandiate a discorrere al Lussemburgo per riderne a mio bell’agio.
— Caro mio, disse Alberto a Beauchamp, si vede bene che gli affari di Spagna sono accomodati, questa mattina siete di un’asprezza stomachevole. Ricordatevi dunque che la cronaca parigina porta trattative di un matrimonio fra me ed Eugenia Danglars. Non posso dunque, in coscienza, lasciarvi parlar male dell’eloquenza di un uomo, che un giorno o l’altro può dirmi: «signor visconte, sapete che assegno in dote due milioni a mia figlia.»
— Su, via! disse Beauchamp, questo matrimonio non si farà mai. Il re ha potuto farlo conte, ma non potrà mai farlo diventar gentiluomo, ed il conte de Morcerf è una spada troppo aristocratica per acconsentire, per due meschini milioni, ad una cattiva alleanza. Il visconte de Morcerf non deve sposare che una marchesa.
— Due milioni, rispose Alberto, sono una bella cosa.
— Questo è il capitale sociale di un teatro dei baluardi, o di una strada di ferro dal giardino delle piante a Râpèe.
— Lasciatelo dire, Morcerf, riprese con noncuranza Debray, ed ammogliatevi. Voi sposate la cifra che sta scritta sopra un sacco, n’è vero? ebbene! che v’importa! è meglio allora su questa cifra un blasone di meno ed un zero di più; avete 7 merli nelle vostre armi, ne darete tre a vostra moglie, e ve ne resteranno ancor quattro.
— In fede mia, credo che abbiate ragione, Luciano, rispose con distrazione Alberto.
— Eh certamente! d’altra parte è milionario e nobile come un bastardo: cioè, come potrebbe esserlo.
— Zitto! non dite questo, Debray, rispose ridendo Beauchamp: poichè ecco qui Château-Renaud che per guarirvi dalla manìa di paradossare su tutto, vi passerebbe a traverso il corpo la spada di Renaud di Montauban, suo avolo.
— Egli allora derogherebbe, rispose Luciano, perchè io sono un villano, villanissimo.
— Bene! gridò Beauchamp, ecco il ministero che canta da pastore. Eh! come finiremo?
— Il sig. Château-Renaud! il sig. Massimiliano Morrel! disse il cameriere, annunziando i due nuovi convitati.
— Il numero è completo! disse Beauchamp, e noi andiamo a far colazione; perchè se non isbaglio, non aspettavate che due persone, Alberto?
— Morrel! mormorò Alberto! e chi è costui?
Ma prima che avesse terminato, il sig. de Château-Renaud, bel giovine di 30 anni, gentiluomo dalla testa ai piedi, vale a dire, coll’aspetto di un Guiche e lo spirito di un Mortemart, aveva preso Alberto per la mano.
— Permettetemi, mio caro, gli diss’egli, di presentarvi il sig. Massimiliano Morrel, capitano dei Spahis (specie di cavalieri affricani) mio amico, e di più mio salvatore. Del rimanente egli si presenta abbastanza bene da sè stesso, salutate il mio eroe, visconte.
E si scostò per lasciar vedere questo grande e nobile giovine, dalla fronte larga, dallo sguardo penetrante, dai baffi neri, che i nostri lettori si ricorderanno di aver veduto a Marsiglia in una congiuntura molto più drammatica, e che non avran certo dimenticata. Una ricca uniforme metà francese, e metà orientale, mirabilmente portata, faceva comparire il suo largo petto decorato della croce della legione d’onore, e l’inquadratura svelta delle sue forme.
Il giovine ufficiale s’inchinò con pulita eleganza; Morrel era grazioso in tutti i suoi movimenti perchè era forte.
— Signore, disse Alberto con affettuosa cortesia, il barone di Château-Renaud ben sapeva tutto il piacere che mi procurava nel farmi fare la vostra conoscenza. Voi siete uno de’ suoi amici, signore; siate ancora uno dei nostri.
— Benissimo, disse Château-Renaud, e desiderate, mio caro visconte, che presentandosi l’occasione faccia per voi quel che ha fatto per me.
— E che ha dunque fatto? domandò Alberto.
— Oh! non è mestieri di parlarne, il signore esagera.
— Come! è mestieri di parlarne! la vita non vale la pena che se ne parli?... In vero avete troppa filosofia nelle vostre parole, mio caro Morrel... Andrà bene per voi ch’esponete la vostra vita tutti i giorni, ma per me che l’ho esposta una volta per caso...
— Ciò che scorgo di più chiaro in tutto ciò, barone, è che il capitano Morrel vi ha salvata la vita.
— Oh! mio Dio! sì, semplicemente, replicò Château-Renaud. — E in quale occasione? domandò Beauchamp.
— Beauchamp amico mio, sapete ch’io muoio di fame! disse Debray; non andate dunque nelle storie.
— Ebbene! ma io, disse Beauchamp, non impedisco che si mettano a tavola... Château-Renaud ci racconterà ciò a tavola.
— Signori, disse Morcerf, non sono che le 10 e un quarto, e noi aspettiamo un altro convitato.
— Ah! è vero, un diplomatico, riprese Debray.
— Un diplomatico, o qualche altra cosa, non so niente: ciò che so, si è che lo incaricai di un’ambasciata per conto mio, da lui disimpegnata con tanta mia soddisfazione che se fossi stato re, lo avrei fatto cavaliere di tutti i miei ordini ad un tempo, ancorchè avessi avuto a mia disposizione il Toson d’Oro e la Giarrettiera.
— Allora, dappoichè non si va ancora a tavola, disse Debray, versatevi un altro bicchiere di Xeres come abbiamo fatto noi, e raccontateci la vostra storia, barone.
— Voi tutti sapete che mi venne il capriccio di andare in Affrica? — Strada tracciatavi dai vostri antenati, mio caro Château-Renaud, disse con galanteria Morcerf.
— Sì, ma dubito che non vi sarete andato, com’essi, per liberare il santo sepolcro.
— Avete ragione, Beauchamp, disse il giovine aristocratico, fu solo per tirare il mio colpo di pistola come dilettante. Il duello mi ripugna, come voi sapete, da poi che due testimoni, che io aveva scelti per accomodare una contesa, mi costrinsero a rompere un braccio ad uno dei miei migliori amici... eh! per bacco a quel povero Franz d’Épinay, che voi tutti conoscete.
— Ah! è vero, vi batteste in allora, molto tempo fa,... ed a proposito di che?
— Il diavolo mi porti se me ne ricordo! disse Château-Renaud; ma ciò che mi ricordo perfettamente si è che, avendo vergogna di lasciar dormire un ingegno come il mio, ho voluto provare sugli Arabi delle pistole nuove di cui aveva avuto dono. In conseguenza m’imbarcai per Orano; di lì passai a Costantina, e giunsi precisamente in tempo per veder levare l’assedio. Mi misi in ritirata come gli altri. Per 48 ore sopportai abbastanza bene la pioggia di giorno, e la neve di notte; finalmente nella terza mattina il cavallo morì di freddo. Povera bestia! accostumato alle coperte ed al braciere della scuderia... un cavallo arabo che si è trovato spatriato per aver rinvenuto appena dieci gradi di freddo in Arabia.
— Per ciò volevate comprare il mio cavallo inglese, disse Debray; supponendo forse che sopporterebbe il freddo meglio del vostro arabo. — Siete in errore, poichè ho fatto voto di non ritornare più in Affrica.
— Voi dunque avete avuto paura; domandò Beauchamp.
— In fede mia sì, lo confesso, disse Château-Renaud; e ne ho avuto ben d’onde! Il mio cavallo dunque era morto; io faceva la mia ritirata a piedi, sei arabi vennero al galoppo per tagliarmi la testa, ne ammazzai due con due colpi del mio fucile, due colle mie due pistole; ma ne restavano altri due, ed io era disarmato. L’uno mi prese pei capelli, per questo ora li porto corti, non si sa mai ciò che può accadere; l’altro mi circondò il collo col suo yatagan, e già sentiva il freddo acuto del ferro, quando questo signore che vedete, caricò a sua volta sopra di essi, atterrò quello che mi teneva pei capelli con un colpo di pistola, e colla sciabola spiccò la testa a quello che si apparecchiava a tagliarmi la gola. Questo signore si era imposto in quel giorno l’obbligo di salvare un uomo, la combinazione volle che questi foss’io: quando diventerò ricco voglio far fare da Klugmann o da Marochetti una statua che rappresenti l’accaduto.
— Sì, disse sorridendo Morrel; era il 5 settembre, cioè l’anniversario del giorno in cui mio padre fu miracolosamente salvato; così, per quanto è in mio potere, celebro tutti gli anni questo giorno con qualche azione.
— Eroica, n’è vero? interruppe Château-Renaud; alle corte fui l’eletto, ma qui non sta il tutto. Dopo avermi salvato dal ferro mi salvò dal freddo dandomi, non già una metà del suo mantello come fece, non mi ricordo chi, ma tutto intero. Poi dalla fame, dividendo meco, indovinate un poco che cosa?
— Un pasticcio di Felix? chiese Beauchamp.
— No, il suo cavallo, di cui mangiammo entrambi un pezzo con grandissimo appetito; sebbene fosse un poco duro...
— Il cavallo? domandò ridendo Morcerf.
— No, il sacrificio, rispose Château-Renaud. Domandate a Debray se sacrificherebbe il suo cavallo inglese per un estraneo? — Per un estraneo, no; per un amico potrebbe darsi, rispose Debray. — Ed io pronosticai che sareste divenuto mio amico, signor conte, disse Morrel; d’altra parte ho già avuto l’onore di dirvelo: eroismo o no, sacrificio o no, doveva un olocausto alla cattiva fortuna, in compenso del favore che altravolta ci aveva fatta la buona.
— Questa storia a cui Morrel fa allusione, è una bellissima storia che poi vi racconterà un giorno, quando avrete fatto con lui una più estesa conoscenza; per oggi approvvigioniamo lo stomaco, e non la memoria. A che ora fate colazione?
— Alle 10 e mezzo.
— Precise? domandò Debray cavando l’orologio.
— Oh! mi accorderete 5 minuti di tolleranza, disse Morcerf, poichè io pure aspetto un salvatore — Di chi?
— Di me per bacco! rispose Morcerf. Credete forse che non possa essere salvato come un altro, e che non vi siano che gli Arabi che tagliano la testa? La nostra colazione è una colazione filantropica, ed avremo alla nostra tavola, spero almeno, due benefattori dell’umanità.
— E come faremo? disse Debray, non abbiamo che un sol premio Monthyon?
— Ebbene! verrà dato a qualcuno che nulla abbia fatto per meritarlo, disse Beauchamp, in questo modo d’ordinario fa l’accademia per togliersi da qualunque impaccio.
— E di dove viene? domandò Debray, scusate l’insistenza; avete di già, lo so bene, risposto a questa domanda, ma molto vagamente perchè possa permettermi di potervela fare una seconda volta.
— In verità, disse Alberto, non lo so. Quando l’ho invitato, or son tre mesi, era a Roma, ma da quel tempo chi può dire il viaggio che ha fatto?
— E lo credete capace di essere esatto?
— Lo credo capace di tutto, rispose Morcerf.
— Fate attenzione che, compresi i minuti di tolleranza, non ne mancano più che dieci.
— Ebbene! ne approfitterò per dirvi una parola sul mio convitato.
— Perdono disse Beauchamp: vi sarà materia per un fogliettone in ciò che siete per narrare? — Sì, certamente, disse Morcerf, ed anche dei più curiosi. — Allora raccontate, poichè vedo bene che non potrò andare alla Camera, e bisogna che ne abbia un compenso.
— Io ero a Roma nell’ultimo carnevale.
— Questo lo sappiamo di già, disse Beauchamp.
— Ma ciò che non sapete si è, che fui rapito dai Briganti.
— Non vi sono più briganti, disse Debray.
— Ve ne sono, e ve ne sono anche degli orridi, cioè ammirabili, mentre ne ho trovati dei belli ma da far paura.
— Vediamo, mio caro Alberto, disse Debray; confessate che il vostro cuoco è in ritardo, che le ostriche non sono ancora giunte da Marennes o da Ostenda, e che a guisa della sig.ª di Maintenon, volete sostituire un racconto ad un piatto. Ditelo, mio caro, siamo abbastanza di buona compagnia per perdonarvelo, e per ascoltare la vostra storia; tuttochè sembri favolosa.
— Ed io vi dico, per quanto possa comparir favolosa, che ve la garantisco per vera dal principio alla fine. I briganti adunque mi avevano condotto in un luogo molto tristo, chiamato le Catacombe di S. Sebastiano.
— Lo conosco, disse Château-Renaud, e per poco non vi presi le febbri.
— Ed io ho fatto ancora più; l’ebbi realmente. Mi fu annunziato che ero prigioniero, salvo il riscatto, una bagattella, 4 mila scudi romani, circa 26 mila lire tornesi. Disgraziatamente non ne aveva più che 1,500, era alla fine del mio viaggio, e il mio credito era esausto. Scrissi a Franz. Ah perbacco! Franz era là, e potete chiedergli se mentisco di una virgola; scrissi dunque a Franz che se non giungeva alle 6 del mattino coi 4 mila scudi, alle 6 e 10 minuti sarei passato all’eterna gloria, e Luigi Vampa, questo è il nome del capo dei briganti, vi prego a crederlo, mi avrebbe mantenuta scrupolosamente la sua parola.
— Ma Franz sarà giunto coi 4 mila scudi? disse Château-Renaud. Che diavolo! non può trovarsi in impaccio per 4 mila scudi chi porta il nome di Franz d’Épinay o d’Alberto de Morcerf!
— No, ma egli giunse solamente, e semplicemente accompagnato dal convitato che vi ho annunziato, e che spero potervi presentare.
— E che! è dunque Ercole che uccide Caco questo signore? un Perseo che libera Andromeda?
— No, è un uomo in circa della mia corporatura.
— Armato fino ai denti? — Non aveva neppure un ferro da calzetta. — Egli dunque contrattò il vostro riscatto?
— Disse due parole all’orecchio del capo ed io fui liberato.
— Anzi gli fecero perfino le scuse d’avervi arrestato, disse Beauchamp. — Precisamente, rispose Morcerf
— Ma che! era dunque l’Ariosto quest’uomo?
— No, era semplicemente il conte di Monte-Cristo.
— Non v’è nessuno che si chiami così, disse Debray.
— Io non credo, soggiunse Château-Renaud colla presenza d’animo dell’uomo che tiene sulla punta delle dita tutte le genealogie delle famiglie nobili dell’Europa; chi è che conosca in alcuna parte un conte di Monte-Cristo?
— È forse un qualche casato proveniente dalla Terra Santa, disse Beauchamp, uno dei suoi avi avrà posseduto il Calvario, come i Mortmart il Mar morto.
— Perdono, disse Massimiliano, ma io credo di potervi togliere d’impaccio, signori: Monte-Cristo è una piccola isola, di cui ho sovente inteso parlare dai marinari impiegati da mio padre; un grano di sabbia in mezzo al Mediterraneo, un atomo nell’infinito.
— Ed è perfettamente ciò, signore, disse Alberto. Ebbene! di questo grano di sabbia, di questo atomo è signore e re colui di cui vi parlo; egli avrà comprato il diploma di conte in qualche parte della Toscana.
— È dunque ricco il vostro conte? — In fede mia, lo credo! — Ma ciò deve vedersi, mi sembra? — Ecco ciò che v’inganna, Debray. — Io non vi capisco affatto.
— Avete letto le Mille e una notte?
— Per bacco! bella domanda!
— Ebbene! sapete se le persone che vi si vedono sono ricche o povere? se i loro grani di frumento sono rubini o diamanti? essi hanno l’aspetto di miserabili pescatori, n’è vero? voi li trattate come tali, e d’un subito vi aprono qualche caverna misteriosa, e vi trovate un tesoro da comprare le Indie: il mio conte di Monte-Cristo è uno di quei pescatori: ha perfino un nome tolto da quella professione, si chiama Sindbad il marinaro, e possiede una caverna piena d’oro.
— L’avete veduta? domandò Beauchamp.
— Io no; Franz sì. Ma zitti! non bisogna dire una parola di tutto ciò davanti a lui. Franz vi discese cogli occhi bendati, e fu servito da uomini muti, e da donne, in paragone delle quali Cleopatra non era, a quanto pare che una lorette. Soltanto delle donne egli non è ben sicuro, attesochè esse non apparvero che dopo aver mangiato dell’hatchis; di modo che potrebbe darsi che quelle che ha prese per donne, non fossero state bonariamente che statue.
I giovani amici guardarono Morcerf con uno sguardo che voleva dire: — Ma che mio caro, diventate voi insensato, o vi burlate di noi?
— In fatto, disse Morrel pensieroso, ho inteso raccontare anch’io da un vecchio marinaro, chiamato Penelon qualche cosa di consimile a ciò che dice il signor di Morcerf.
— Ah! fece Alberto, sono ben fortunato che Morrel venga in mio aiuto. Vi dispiace, n’è vero, ch’egli getti un gomitolo di filo nel mio laberinto? — Perdonate, mio caro ma ci raccontate cose tanto inverisimili... — Ah! per bacco! perchè i vostri ambasciatori, i vostri consoli non ve ne parlano! essi non ne hanno il tempo, hanno troppo da fare nel molestare i loro compatriotti che viaggiano.
— Ah! ecco che v’inquietate, e ve la prendete coi nostri poveri diplomatici. Eh! mio Dio! con che volete che vi proteggano? la Camera corrode ogni giorno i loro stipendi, ed ora è al punto di non trovarne più. Volete diventare ambasciatore? vi farò nominare a Costantinopoli.
— No, perchè il sultano alla prima nota in favore di Mehemet-Alì, mi manderebbe il cordone, e i miei segretari mi strangolerebbero.
— Vedete bene! disse Debray. — Sì, tutto ciò non toglie che esiste il mio conte di Monte-Cristo! — Per bacco! tutti gli uomini esistono, bel miracolo! — Tutti gli uomini esistono, ma non in simili condizioni. Tutti gli uomini non hanno schiavi neri, gallerie principesche, armi alla Casauba, cavalli da 6 mila franchi l’uno, e greche mantenute.
— L’avete voi veduta la Greca da lui mantenuta?
— Sì, l’ho veduta ed intesa; veduta al teatro Valle, intesa un giorno che facevo colazione dal conte.
— Il vostro uomo straordinario dunque mangia?
— In fede mia, che mangia! e tanto poco, che non merita la pena di parlarne.
— Voi vedrete poi che sarà un vampiro.
— Ridete, se volete, questa era l’opinione della contessa G***, che, come voi sapete, ha conosciuto lord Ruthwen.
— Ah! buono! disse Beauchamp, ecco per un uomo non giornalista, il simile del famoso serpente di mare del Constitutionel; un vampiro, perfettamente!
— Occhio rossiccio, la cui pupilla si dilata e restringe a volontà, disse Debray, volto ad angolo sviluppato, fronte spaziosa, tinta livida, barba nera, denti bianchi ed acuti, compitezza tutta particolare.
— Ebbene! precisamente è tutto ciò, Luciano, disse Morcerf, ed i connotati sono riportati a puntino. Sì, compitezza acuta ed incisiva. Quest’uomo spesso mi ha fatto fremere, e particolarmente un giorno, fra gli altri, che guardavamo insieme una esecuzione, ho creduto di essere presso a svenirmi, molto più per vederlo e sentirlo ragionare freddamente su tutti i supplizi della terra, di quella che per guardare il carnefice eseguire il suo ufficio, e sentire le grida del paziente.
— E non vi ha condotto fra le rovine del Colosseo per succhiarvi il sangue, Morcerf? disse Beauchamp.
— Ovvero dopo avervi liberato non vi ha fatto firmare qualche pergamena color di fuoco, in virtù della quale gli cediate la vostra anima?
— Scherzate! scherzate quanto volete, signori! disse Morcerf punto sul vivo. Quando osservo voi altri belli parigini, abituati al baluardo di Gand, passeggiatori del bosco di Boulogne, e mi ricordo di quest’uomo, mi pare che non siamo della stessa specie.
— Me ne glorio, disse Beauchamp.
— Il vostro conte di Monte-Cristo, soggiunse Château-Renaud, è però sempre un galantuomo nelle ore d’ozio, salvo però le sue piccole intelligenze coi banditi Italiani.
— Ma se non vi sono banditi Italiani! soggiunse Debray.
— Non vi sono vampiri! disse Beauchamp.
— Non esiste il conte di Monte-Cristo! riprese Debray.
— Ascoltate, caro Alberto, suonano le dieci e mezzo.
— Confessate che avete veduto un fantasma, e andiamo a far colazione, disse Beauchamp.
Ma la vibrazione dell’orologio a pendolo non era ancora estinta, quando la porta si aprì, e Germano annunziò:
— S. E. il conte di Monte-Cristo!
Tutti gli uditori fecero loro malgrado un movimento che dinotava la preoccupazione da Morcerf infiltrata nelle loro anime col suo racconto. Alberto stesso non potè esimersi da una commozione momentanea. Non era stato inteso nè carrozza sulla strada, nè passi nell’anticamera; la porta stessa si era aperta senza rumore. Il conte comparve sul limitare, vestito colla più grande semplicità, ma il lion più esigente non avrebbe saputo trovarvi la più piccola mancanza. Tutto era di un gusto squisito, tutto usciva dalle mani dei più eleganti fornitori, abiti, cappello, biancheria.
Sembrava avere appena 35 anni, ma ciò che sorprese tutti si fu l’estrema rassomiglianza col ritratto che ne aveva descritto Debray. Il conte si avanzò sorridendo in mezzo al salotto, e andò direttamente da Alberto, che venendogli incontro gli offerse con trasporto la mano. — L’esattezza, disse Monte-Cristo, è la gentilezza dei re, per quanto ha preteso, io credo, uno dei vostri sovrani. Ma qualunque sia la loro buona volontà, non è però sempre quella dei viaggiatori. Però io spero, mio caro visconte, che mi scuserete, in grazia della mia buona volontà, i due o tre secondi di ritardo al nostro convegno; 500 leghe non si fanno senza qualche contrattempo, particolarmente in Francia ove è proibito, a quanto sembra, di battere i postiglioni.
— Signor conte, rispose Alberto, io era sul punto di annunziare la vostra visita ad alcuni dei miei amici, da me riuniti ad occasione della promessa che mi faceste, e che ho l’onore di presentarvi. Questi signori sono, il conte di Château-Renaud, la cui nobiltà risale a 12 Pari, i cui antenati hanno avuto posto alla tavola rotonda: Luciano Debray, segretario particolare del ministro dell’Interno; Beauchamp, terribile giornalista, il terrore del governo francese, e di cui forse, ad onta dalla sua celebrità non avrete inteso parlare in Italia, atteso che il suo giornale non vi può entrare; finalmente Massimiliano Morrel capitano degli Spahis. — A questo nome, il conte, che fino allora aveva salutato cortesemente, ma con una freddezza ed una impassibilità tutta inglese, fe’ suo malgrado un passo in avanti, ed una leggera tinta vermiglia passò come un lampo sulle sue pallide guance: — Il signore porta l’uniforme dei nuovi vincitori francesi? diss’egli, è una bell’uniforme.
Non sarebbe stato possibile poter dire quale fosse il sentimento che dava alla voce del conte una così profonda vibrazione e che faceva brillare suo malgrado l’occhio tanto bello, tanto sereno e limpido, quando non aveva alcun motivo per velarlo. — Voi non avevate mai veduti i nostri affricani, sig. conte? disse Alberto. — Giammai, replicò il conte, ritornato perfettamente padrone di sè stesso.
— Ebbene, sig. conte, sotto quest’uniforme batte uno dei cuori più bravi e più nobili dell’esercito...
— Oh! sig. conte, interruppe Morrel.
— Lasciatemi dire, capitano... Non ha guari, continuò Alberto, abbiamo inteso un tratto così eroico del signore, che, quantunque io lo veda oggi per la prima volta, reclamo da lui il favore di potervelo presentare come un mio amico. — E sarebbesi potuto anche a queste parole, scorgere nel conte quello strano sguardo di fissazione, quel rossore fuggitivo, e quel leggero tremore della palpebra, che in lui dinotava emozione: — Ah il signore ha un cuor nobile, disse il conte; tanto meglio!
Questa specie di esclamazione che corrispondeva piuttosto col pensiero del conte, che col discorso d’Alberto sorprese tutti, ma particolarmente Morrel, che guardò il conte di Monte-Cristo con istupore. Ma in pari tempo il tuono della voce era stato sì dolce e per così dire sì soave, che, per quanto strana fosse apparsa questa esclamazione non v’era ragione in alcun modo d’offendersene.
— Perchè dunque ne dubiterebbe egli? disse Beauchamp a Château-Renaud.
— In verità, ripose questi, che, coll’abitudine del gran mondo e la chiarezza pel suo colpo d’occhio aristocratico, aveva penetrato in Monte-Cristo tutto ciò che era in lui penetrabile, in verità Alberto non ci ha ingannati, è un personaggio singolare questo conte; che ne dite Morrel?
— In fede mia, rispose questi, ha l’occhio franco e la voce simpatica di modo che mi piace ad onta della bizzarra riflessione che ha fatta sul conto mio.
— Signore! disse Alberto, Germano m’avvisa che la colazione è all’ordine. Mio caro conte, permettetemi che v’insegni la strada. — Passarono silenziosamente nella sala da pranzo, e ciascuno si mise al suo posto.
— Signori, disse il conte sedendosi, permettetemi una confessione che sarà la mia scusa per tutte le inconvenienze che potrò commettere: sono forestiere ma forestiere a tal punto che questa è la prima volta che vengo a Parigi. La vita francese mi è dunque perfettamente sconosciuta, non avendo fino ad ora seguita che la sola orientale, la più antipatica alle buone tradizioni parigine. Vi prego dunque a scusarmi se ritroverete in me qualche cosa di troppo turco, o di troppo arabo. Detto ciò, signori, facciamo colazione.
— Dal modo come ha detto tutto ciò, mormorò Beauchamp, si conosce che è un gran signore.
— Un gran signore straniero, soggiunse Debray.
— Un gran signore cosmopolita, disse Château-Renaud.
Ognuno ricorderà che il conte era un convitato sobrio. Alberto ne fece le sue osservazioni, e manifestò il timore che non avesse a dispiacergli la vita parigina fin dal suo bel principio nella parte più materiale, è vero, ma nello stesso tempo più necessaria: — Mio caro conte, diss’egli, voi mi vedete colpito da un timore, ed è che la cucina della strada d’Helder non abbia a dispiacervi tanto, quanto quella della piazza di Spagna. Avrei dovuto chiedervi ciò che più vi gusta, o farvi preparare qualche piatto di vostra fantasia.
— Se voi mi conosceste di più, rispose sorridendo il conte, non vi preoccupereste di una cosa quasi umiliante per un viaggiatore quale io sono, che ha successivamente vissuto con maccheroni a Napoli, con polenta a Milano, con olla pudrida a Valenza, con riso asciutto a Costantinopoli, con karrick nelle Indie, e con nidi di rondinelle nella China. Non vi è una cucina particolare per un cosmopolita come sono io: mangio di tutto, ed in ogni luogo; solo mangio poco, ed oggi che voi mi rimproverate la mia sobrietà, sono in una delle giornate del mio massimo appetito, perchè da ieri mattina non ho più mangiato.
— Come da ieri mattina? esclamarono i convitati, non avete mangiato da 26 ore?
— No, rispose il conte, fui obbligato di deviare dalla mia strada per portarmi a Nimes a prendere in quei dintorni alcune informazioni, di modo che era un poco in ritardo; e non ho voluto fermarmi.
— Ma avrete mangiato in carrozza? chiese Morcerf.
— No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il coraggio di distrarmi, o quando ho fame senza aver volontà di mangiare.
— Ma dunque, comandate al sonno? domandò Morrel.
— Presso a poco. — Avete voi una ricetta per questo?
— Infallibile. — Ecco ciò che sarebbe eccellente per noi Affricani, che non abbiamo sempre che mangiare, e che difficilmente abbiamo di che bere, disse Morrel.
— Sì, disse il conte, disgraziatamente la mia ricetta, buona per un uomo come me, che conduco una vita di eccezione, sarebbe molto pericolosa applicata ad un esercito che non si sveglierebbe più, quando se ne avesse bisogno.
— Si può sapere che è questa ricetta? chiese Debray.
— Oh! mio Dio! sì, disse il conte, non ne faccio alcun segreto; è un mischio di eccellente oppio che io stesso sono stato a cercare a Canton per esser certo d’averlo puro, e del miglior hatchis che si raccolga in Oriente, cioè fra il Tigri e l’Eufrate. Si riuniscono questi due ingredienti in porzioni eguali, e se ne formano delle specie di pillole che s’inghiottiscono quando uno ne ha bisogno. L’effetto si produce dieci minuti dopo. Domandatene al barone Franz d’Épinay, che credo un giorno ne abbia gustato.
— Sì, rispose Morcerf, me ne ha detto qualche parola, ed anzi ne ha conservato grata memoria.
— Ma, disse Beauchamp, che nella sua qualità di giornalista era molto incredulo, porterete sempre questa droga con voi?
— Sempre, rispose il conte di Monte-Cristo.
— Sarei indiscreto se vi domandassi di vedere queste pillole? continuò Beauchamp nella speranza di cogliere lo straniero in fallo.
— No, signore, rispose il conte. E cavò di tasca una maravigliosa bomboniera scavata in un solo smeraldo, e chiusa con un fermaglio d’oro, che, aprendosi, dava passaggio ad una pillola di color verdastro della grossezza di un pisello. Questa pillola aveva un odore acre e penetrante; ve ne erano 4, o 5 nella cavità dello smeraldo che ne poteva contenere circa una dozzina.
La bomboniera fece il giro della tavola, ed i convitati se la facevano passare più per esaminare la magnificenza dell’ammirabile smeraldo che per guardare e fiutare le pillole che conteneva. — È forse il vostro cuoco che vi prepara questo regalo? domandò Beauchamp.
— No, signore, disse il conte di Monte-Cristo; non abbandono in tal modo i miei piaceri reali all’arbitrio di mani indegne; sono abbastanza buon chimico per prepararmi da me stesso queste pillole.
— Questo è uno smeraldo ammirabile, ed è il più grosso che abbia mai veduto, quantunque mia madre abbia qualche gioia di famiglia molto notevole, disse Château-Renaud.
— Di questi ne aveva tre, soggiunse il conte di Monte-Cristo; uno ne regalai al Gran signore che ne ha adornata la sua sciabola; l’altro a persona che non debbo nominare; il terzo l’ho riserbato per me, e l’ho fatto scavare, la qual cosa gli ha tolto la metà del valore, ma lo ha reso più comodo per l’uso al quale l’ho destinato.
Ciascuno guardò il conte di Monte-Cristo con meraviglia; parlava con tanta semplicità, che faceva conoscere ad evidenza essere vero ciò che diceva, o essere pazzo: ciò non ostante lo smeraldo che rimaneva nelle sue mani faceva piuttosto inclinare a credere la prima supposizione.
— E che vi hanno dato in contraccambio le persone cui avete fatti simili doni? chiese Debray.
— Il Gran-signore mi concesse la libertà di una donna, rispose il conte; l’altra persona la vita di un uomo. Di modo che per due volte sono stato così possente, come se fossi nato sui gradini di un trono.
— E forse fu Peppino che liberaste, n’è vero? gridò Morcerf; a lui forse applicaste il vostro diritto di grazia?
— Può darsi, disse Monte-Cristo sorridendo.
— Sig. conte, disse Morcerf, non potete formarvi un’idea del piacere che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi aveva di già annunziato ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle Mille e una Notte, come uno stregone del medio evo; ma i parigini sono persone talmente sottili nei paradossi, che prendono per capricci dell’immaginazione le verità più incontrastabili, quando esse non entrano nelle condizioni della loro giornaliera esistenza. Per esempio, ecco Debray che legge, e Beauchamp che stampa tutti i giorni, essere stato fermato e spogliato sul baluardo qualche membro Jockey-Club in ritardo, che furono assassinate quattro persone sulla strada Saint-Denis o nel sobborgo San-Germano; che sono stati arrestati 4, 10, 20 ladri, sia in un caffè sul baluardo del Tempio, sia alle Terme di Giulio, e negano l’esistenza dei banditi nelle Maremme, nella Campagna Romana, e nelle paludi Pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne prego, signor conte, che sono stato preso da questi banditi, e che, senza la vostra generosa intercessione, io oggi aspetterei, secondo tutte le probabilità, la resurrezione finale nelle catacombe di San Sebastiano, invece di dar loro da colazione nella mia piccola ed indegna casa strada di Helder.
— Bah! voi mi avete promesso di non parlarmi più di questa miseria. — Non sono io che vi ho fatto questa promessa, sig. conte, gridò Morcerf, sarà stato qualche altro cui avete reso un simile servigio, e che ora confondete con me. Parliamone anzi, ve ne prego; perchè se vi risolvete a parlare di questa particolarità, non solo ridirete alcune cose che so, ma molte altre ancora che non so.
— Ma mi sembra che in tutto questo affare, soggiunse il conte ridendo, abbiate sostenuto una parte di troppa importanza, per sapere al par di me tutto ciò che è accaduto.
— Volete promettermi, che, se dico tutto quel che so, mi direte tutto quello che non so?
— È troppo giusto, rispose Monte-Cristo.
— Ebbene! soggiunse Morcerf, dovesse il mio amor proprio ancora soffrirne, mi sono creduto per tre giorni l’oggetto delle civetterie di una maschera che aveva presa per discendente delle Tulie, o delle Poppee, nel mentre che ero puramente e semplicemente l’oggetto delle frascherie di una contadina; e notate bene che dico contadina per non dire villana. Ciò che io so si è, che a guisa di un gonzo, più gonzo ancora di colui di cui si parlava non ha guari, ho preso per questa persona un giovine bandito dai 15 ai 16 anni, col mento imberbe, la vita sottile, che al momento in cui voleva emanciparmi fino a depositare un bacio sulla sua casta spalla, mi ha messo le pistole alla gola, e coll’aiuto di altri sette o 8 banditi, mi ha condotto o piuttosto mi ha trascinato nel fondo delle catacombe di San Sebastiano, ove trovai un capo di banditi molto letterato, in fede mia, che leggeva i commentari di Giulio Cesare, e che si è degnato d’interrompere la lettura per dirmi che se la dimane alle 6 del mattino non aveva versati 4 mila scudi nella sua cassa alle sei ed un quarto avrei perfettamente cessato di vivere. La lettera vi è, essa è nelle mani di Franz, firmata da me, con post-scriptum di Mastro Luigi Vampa. Se ne dubitate, scriverò a Franz che farà legalizzare le firme. Ecco ciò che so. Or quello che mi resta a sapere si è, come mai, voi, sig. conte, siate giunto ad incutere ai banditi di Roma un sì gran rispetto, ad essi che nulla rispettano. Vi confesso che Franz ed io ne fummo rapiti d’ammirazione.
— Niente di più semplice, signore, rispose il conte, io conosceva il famoso Vampa da più di dieci anni. Quand’egli era ancor giovine e pastore, un giorno gli regalai, non mi sovviene ora qual moneta d’oro, perchè m’indicò la strada, ed egli, per non avere niente del mio, mi dette in cambio un pugnale, intagliato colle sue mani, e che voi forse avrete notato nella mia collezione d’armi. Col tempo, sia ch’egli dimenticasse questo ricambio di piccoli regali che doveva mantenere l’amicizia fra di noi, sia che non mi avesse riconosciuto, tentò di arrestarmi; ma io al contrario arrestai lui con una dozzina dei suoi compagni. In allora poteva abbandonarlo alla giustizia romana che è speditiva, e che si sarebbe ancora sollecitata di più a suo riguardo, ma non lo feci; invece lo rimandai con tutti i suoi.
— A condizione che non peccassero più, disse il giornalista ridendo. Vedo con piacere ch’essi hanno mantenuta scrupolosamente la parola.
— No, signore, rispose Monte-Cristo, a condizione che rispettassero sempre me ed i miei amici.
— Alla buon’ora, gridò Château-Renaud, ecco il primo uomo coraggioso che sento predicare lealmente e brutalmente l’egoismo; ciò è bellissimo, bravo! signor conte.
— Almeno ciò è molto franco, disse Morrel; ma sono sicuro che il conte non si è pentito di avere una volta mancato a questi principi, che ora ci ha esposti in modo così assoluto.
— Ed in qual modo ho mancato ai miei principi, signore? domandò Monte-Cristo che di tempo in tempo non poteva esimersi dal guardare Massimiliano con tanta attenzione, che già due o tre volte l’ardito giovine era stato costretto ad abbassar gli occhi, rimpetto allo sguardo limpido e chiaro del conte.
— Mi sembra, rispose Morrel, che liberando il sig. di Morcerf che non conoscevate voi servivate al prossimo, ed alla società...
— Di cui egli fa il più bell’ornamento, disse con gravità Beauchamp, vuotando in un sol fiato un bicchiere di Champagne.
— Sig. conte, gridò Morcerf, eccovi preso dal ragionamento, voi, uno dei più aspri logici che io conosca. E starete a vedere, che quanto prima vi sarà dimostrato, che in vece d’essere un egoista, siete un filantropo. Ah! voi vi spacciate per Orientale, Levantino, Maltese, Indiano, Chinese, Selvaggio, vi chiamate Monte-Cristo per nome di famiglia, Sindbad il marinaro per nome di battesimo, ed eccovi, che il primo giorno che mettete il piede in Parigi, già possedete il più gran merito, od il più gran difetto della nostra eccentricità parigina, vale a dire vi usurpate i vizi che non avete!
— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo, non vedo in tutto ciò che ho detto o fatto, una sola parola che possa meritarmi, per parte vostra e di questi signori, l’elogio che ricevo. Voi non mi eravate estraneo, poichè vi avevo data una colazione, vi aveva prestata per otto giorni una carrozza, avevamo veduto insieme passare le maschere pel Corso, e perchè avevamo guardato dalla stessa finestra della piazza del Popolo quella esecuzione che vi fece tanta impressione che quasi sveniste. Ora, lo domando a questi signori, poteva io lasciare il mio ospite nelle mani di quei spaventosi banditi, come voi li chiamate? D’altra parte lo sapete, aveva nel salvarvi un secondo fine, qual era quello di servirmi di voi per introdurmi nella società di Parigi quando fossi venuto a visitare la Francia. Per qualche tempo avete potuto considerare questa risoluzione come un disegno vago ed incerto; ma oggi lo vedete, è una bella e buona realtà, alla quale bisogna che vi sottomettiate, sotto pena di mancare alla vostra parola.
— Ed io la manterrò, disse Morcerf, ma temo che presto vi cadrà ogni illusione, mio caro conte, voi, avvezzo ai luoghi pieni d’avventure, agli avvenimenti pittoreschi, ai fantastici orizzonti. Presso noi non vi accadrà il più piccolo episodio di quelli cui la vita fantastica vi ha abituato. Il nostro Chimboraco è Montmartre; il nostro Himalaya è il monte Valérien, il nostro Gran Deserto è la pianura di Grenelle, e vi forano ancora un pozzo artesiano perchè le carovane vi trovino dell’acqua. Noi abbiamo dei ladri ed anche molti, quantunque non ve ne siano tanti quanti si dice; ma essi temono egualmente la più piccola spia come il più gran signore; finalmente la Francia è un paese così prosaico, e Parigi una città tanto incivilita, che non troverete, cercando ancora per tutti gli 85 nostri dipartimenti (dico 85 dipartimenti, perchè, ben inteso eccettuo la Corsica dalla Francia) che non troverete una sola montagna in cui non vi sia un telegrafo, la più piccola grotta un poco oscura nella quale un commissario di polizia non abbia fatto porre un becco a gas. Non vi è dunque che un solo servigio che posso rendervi, mio caro conte, e per questo mi metto interamente a vostra disposizione; ed è di presentarvi ovunque, e farvi presentare dai miei amici; abbenchè voi per questo non abbiate bisogno d’alcuno: col vostro nome, la vostra fortuna, ed il vostro spirito (Monte-Cristo s’inchinò con un sorriso leggermente ironico), ognuno si presenta ovunque da sè stesso, ed ovunque è ben ricevuto. In realtà adunque non posso essere buono per voi che ad una cosa sola: se l’abitudine della vita parigina, se la esperienza dei nostri comodi, se la conoscenza dei nostri bazar possono raccomandarmi a voi mi metto a vostra disposizione per ritrovarvi una conveniente abitazione. Non oso proporvi di farvi parte del mio alloggio, come ho partecipato del vostro a Roma, non professo l’egoismo ma sono egoista per eccellenza; perchè il mio alloggio non potrebbe contenere oltre me neppure un’ombra.... a meno che non fosse quella di una donna.
— Ah! fece il conte, ecco una riserva del tutto matrimoniale; voi infatto a Roma mi avete detto qualche parola di un matrimonio in trattativa; debbo congratularmi sulla vostra prossima felicità?
— La cosa è sempre allo stato di disegno, sig. Conte.
— E chi dice disegno, soggiunse Debray, vuol dire eventualità. — No, no, disse Morcerf; mio padre vi ha dell’impegno, e spero fra poco di presentarvi se non mia moglie, almeno la mia fidanzata in madamigella Eugenia Danglars.
— Eugenia Danglars! riprese Monte-Cristo; aspettate dunque; suo padre non è il Conte Danglars? — Sì rispose Morcerf; ma conte di nuova formazione. — Oh! che importa! rispose Monte-Cristo, s’egli ha reso allo stato dei servigi che gli abbiano meritata questa distinzione.
— Servigi enormi, disse Beauchamp. Quantunque liberale nell’anima, nel 1829, completò un prestito di sei milioni a Carlo X che lo ha, sulla mia fede, fatto conte e cavaliere della legione d’onore, di modo che egli porta la decorazione non al taschino del giubbetto, come si potrebbe credere, ma bell’e bene all’occhiello dell’abito.
— Ah! disse Morcerf ridendo, Beauchamp, riserbate questi frizzi per inserirli sul Corsaire o sul Charivari; ma in mia presenza risparmiate il mio futuro suocero. — Quindi volgendosi a Monte-Cristo: — Ma voi poco fa ne pronunciaste il nome come se conosceste il conte?
— Non lo conosco, disse negligentemente Monte-Cristo, ma probabilmente non tarderò molto a fare la sua conoscenza, atteso che ho dei crediti aperti su lui dalla casa Richard e Blount di Londra, Arstein e Esheles di Vienna, Thomson e French di Roma. — Pronunciando questi due ultimi nomi, Monte-Cristo guardò colla coda dell’occhio Massimiliano Morrel. Se lo straniero aveva calcolato di produrre dell’effetto sopra Massimiliano Morrel, non s’era ingannato. Massimiliano si commosse come se avesse ricevuta una scossa elettrica. — Thomson e French! diss’egli, conoscete questa casa signore? — Sono i miei banchieri nella capitale del mondo cristiano, rispose tranquillamente il conte: posso esservi giovevole con essi? — Ah! signore, voi potreste aiutarmi forse in certe ricerche, che fino ad oggi sono state infruttuose. In altro tempo questa casa ha reso un grandissimo servigio alla nostra, e non so perchè, essa ha sempre negato di avercelo reso. — Sono ai vostri comandi, rispose Monte-Cristo inchinandosi. — Ma noi, disse Morcerf, ci siamo allontanati in modo particolare ed a proposito di Danglars dall’argomento della conversazione. Si trattava di ritrovare una casa conveniente al conte di Monte-Cristo. Andiamo signori, orizzontiamoci per averne un’idea: ove alloggeremo questo nuovo ospite del gran Parigi?
— Nel sobborgo San Germano, disse Château-Renaud; là il signore ritroverà una graziosa abitazione posta fra il cortile ed il giardino.
— Bah! Château-Renaud, disse Debray, voi non conoscete che il vostro tristo ed ammuffito sobborgo San Germano; non lo ascoltate, signor conte, alloggiate Chaussée-d’Antin, è il vero centro di Parigi.
— Baluardo dell’Opera, disse Beauchamp; al primo piano, una casa con ringhiera; il signor conte vi farà portare dei cuscini di broccato d’argento, e vedrà, fumando la sua pipa turca, o inghiottendo le sue pillole, tutta la capitale sfilare sotto i suoi occhi.
— E voi, disse Château-Renaud, voi Sig. Morrel non avete alcuna idea? nulla proponete.
— Anzi, disse il giovine militare, al contrario, ne ho una, ma aspettava che il signore si fosse lasciato tentare da qualcuna delle brillanti proposizioni che gli sono state fatte. Ora, non avendo egli risposto, credo potergli offrire un appartamento in una casa piccola ma graziosa, tutta alla Pompadour, che mia sorella ha preso in fitto da circa un anno nella strada Meslay.
— Voi avete una sorella? domandò Monte-Cristo.
— Sì, signore, ed una eccellente sorella.
— Maritata? — Ben presto saranno 9 anni.
— E felice? domandò di nuovo il conte.
— Tanto felice, quanto è permesso d’esserlo a creatura umana, rispose Massimiliano. Ella sposò l’uomo che amava, quello che ci rimase fedele nella nostra avversa fortuna, Emmanuele Herbaut. — Monte-Cristo sorrise impercettibilmente. — Io abito là durante il mio semestre, continuò Massimiliano, e di unita a mio cognato Emmanuele noi saremo a disposizione del sig. conte per tutte quelle informazioni che potesse desiderare.
— Un momento, gridò Alberto prima che Monte-Cristo avesse avuto il tempo di rispondere; ponete mente a ciò che fate, volete rinchiudere un viaggiatore, come Sindbad il marinaro, nella vita di famiglia. Un uomo che è venuto a vedere Parigi, volete farlo diventare un patriarca?
— Oh! no, rispose Morrel sorridendo, mia sorella ha 25 anni, mio cognato 30: sono giovani, allegri, e felici; d’altra parte il sig. conte avrà il proprio appartamento, e non incontrerà gli ospiti che quando gli piacerà di scendere da loro.
— Grazie, signore, grazie, disse Monte-Cristo, mi contenterò di essere da voi presentato a vostra sorella ed a vostro cognato, se volete farmi questo onore: ma non posso accettare le offerte di nessuno di questi signori, attesochè ho già la mia abitazione preparata.
— Come! gridò Morcerf, voi andate a smontare ad una locanda? sarebbe troppo disdicevole per voi.
— Ma stava io forse tanto male a Roma? domandò Monte-Cristo.
— Per bacco! a Roma, disse Morcerf, avevate speso 50 mila scudi per farvi ammobiliare un appartamento, e presumo che non sarete tutti i giorni disposto ad una simile spesa.
— Non è ciò che mi ha trattenuto, rispose Monte-Cristo; aveva stabilito d’avere una casa a Parigi, intendo una casa mia. Ho mandato avanti il mio cameriere, ed a quest’ora deve già averla comprata, e fatta ammobiliare.
— Ma diteci dunque, che avete un cameriere che conosce Parigi, gridò Beauchamp.
— È la prima volta, signore, ch’egli, come me viene in Francia, è moro, e non parla, disse Monte-Cristo. — Allora è Alì? domandò Alberto in mezzo alla sorpresa generale.
— Sì, è Alì, egli stesso, il mio Nubiese, il mio Moro, che voi, cred’io, avete veduto a Roma.
— Sì, certamente, rispose Morcerf, me lo ricordo benissimo.
— Ma come mai avete voi incaricato uno della Nubia di comprarvi una casa a Parigi, e un muto di farvela ammobiliare? Il povero disgraziato avrà fatte tutte le cose di traverso.
— Disingannatevi, signore, anzi sono certo che avrà scelto ogni cosa a seconda del mio gusto; poichè voi sapete che il mio gusto non è quello di tutti; è giunto or sono otto giorni, avrà percorsa tutta la città con quell’istinto naturale che userebbe un bravo cane da caccia che andasse cacciando da sè solo; egli conosce i miei capricci, le mie fantasie, i miei bisogni; avrà ordinato tutto a modo mio; sapeva che sarei arrivato qui alle dieci; fin dalle 9 mi aspettava alla barriera di Fontainebleau. Mi ha consegnato questo biglietto, che è il mio nuovo indirizzo: prendete e leggete.
— Campi-Elisi n. 30, lesse Morcerf.
— Ah! è veramente originale! non potè far di meno di dire Beauchamp. — E grandemente principesca! aggiunse Château-Renaud. — Come, voi non conoscete la vostra casa? domandò Debray. — No, disse Monte-Cristo. Vi dissi già che non voleva tardare al convegno. Feci la mia toletta in carrozza, e sono venuto a discendere alla porta del visconte.
I giovani si guardarono l’un l’altro; essi non sapevano se Monte-Cristo avesse voluto rappresentare una commedia; ma tutto ciò che usciva dalla bocca di quest’uomo, aveva, non ostante la sua originalità, una tale impronta di semplicità, che non potevasi supporre ch’egli avesse dovuto mentire. D’altra parte, perchè avrebbe egli mentito? — Bisognerà dunque contentarsi di rendere al sig. conte, disse Beauchamp, tutti quei piccoli servigi che saranno in nostro potere. Io, nella mia qualità di giornalista, gli apro tutti i teatri di Parigi. — Grazie, signore, disse sorridendo Monte-Cristo, il mio intendente ha di già ricevuto l’ordine di prendere in fitto un palco in ciascuno d’essi. — E il vostro intendente è pure uno della Nubia, un muto? domandò Debray.
— No, signore, egli è semplicemente un vostro compatriotta, se pure un Corso è compatriotta di qualcuno; ma voi lo conoscete, sig. de Morcerf.
— Sarebbe egli per caso quel bravo Bertuccio, che è così esperto a prendere in fitto le finestre?
— Precisamente, e voi lo avete veduto da me, quel giorno ch’ebbi l’onore di avervi a colazione meco. È un bravissimo uomo, che è stato un po’ soldato, un po’ contrabbandiere, un po’ infine di tutto ciò che si può essere. Non giurerei neppure che non abbia avuto qualche intrigo colla polizia, per una miseria, qualche cosa di consimile ad un colpo di coltello.
— Ed avete scelto quest’onesto cittadino del mondo, per vostro intendente, sig. conte? disse Debray; e quanto vi ruba ogni anno?
— Ebbene! parola d’onore! disse il conte, niente più di un altro, ne sono sicuro; ma mi conviene, non conosce l’impossibilità, ed io lo tengo.
— Allora, disse Château-Renaud, eccovi con una casa montata; voi avete un’abitazione ai Campi-Elisi, domestico, intendente: non vi manca più che una moglie.
Alberto sorrise: pensava alla bella Greca veduta nel palco del conte al teatro Valle, e al teatro Argentina.
Da lungo tempo erano passati alle frutta, ed ai sigari.
— Mio caro, disse Debray alzandosi, sono le due e mezzo, il vostro convito è grazioso, ma non vi è buona compagnia che non si sia obbligati di lasciare, e qualche volta ancora per una cattiva; bisogna che ritorni al ministero. Parlerò del conte al ministero, e bisognerà bene che sappiamo chi sia.
— Astenetevene, disse Morcerf, i più maligni vi hanno rinunciato.
— Bah! noi abbiamo tre milioni, per la nostra polizia; è vero che sono quasi sempre spesi prima; ma non importa: resterà ben sempre un 50mila fr. da impiegarsi in questo.
— E quando saprete chi è, me lo direte?
— Ve lo prometto. A rivederci, Alberto. Signori, servo umilissimo. — Ed uscendo, Debray gridò ad alta voce:
— Fate avanzare. — Buono, disse Beauchamp ad Alberto, io non andrò alla camera, ma avrò ad offrire ai miei lettori molto di meglio che un discorso del sig. Danglars.
— Di grazia, Beauchamp, disse Morcerf, neppure una parola, ve ne supplico; non mi togliete il merito di presentarlo, e di spiegarlo. N’è vero ch’egli è curioso?
— Anche molto meglio che ciò, rispose Château-Renaud, egli è veramente uno degli uomini più straordinari che abbia mai veduto in vita mia. Venite Morrel?
— Solo il tempo di dare il mio biglietto al sig. conte, che vorrà promettermi di venire a farci una visita, strada Meslay n. 14.
— State sicuro che non mancherò, signore, disse inchinandosi il conte. — E Massimiliano Morrel uscì col barone di Château-Renaud, lasciando Monte-Cristo solo con Morcerf.
XL. — LA PRESENTAZIONE.
Quando Alberto si trovò da solo a solo con Monte-Cristo:
— Sig. conte, gli disse, permettetemi di dar principio al mio ufficio di cicerone col darvi la descrizione dell’appartamento di uno scapolo. Abituato ai palazzi d’Italia, non sarà piccolo studio per voi il calcolare in quanti piedi quadrati può vivere un giovine che passa per non essere male alloggiato. Passando noi da una camera all’altra apriremo le finestre, perchè possiate respirare.
Monte-Cristo conosceva già il salotto, e la camera da pranzo del piano terreno. Alberto lo condusse da prima nel suo studio, ciascuno si ricorderà che questa era la stanza di predilezione d’Alberto.
Monte-Cristo era un valente conoscitore di tutte le cose che Alberto aveva ammassate in questa stanza; antichi scrigni, porcellane del Giappone, stoffe d’Oriente, specchi di Venezia, armi di tutti i paesi del mondo, ogni cosa gli era famigliare, e al primo colpo d’occhio riconosceva il secolo, il paese, l’origine. Morcerf erasi creduto di dover tutto spiegare, ed al contrario egli faceva sotto la direzione del conte un corso completo di archeologia, mineralogia, e storia naturale. Discesero quindi al primo piano. Alberto introdusse il suo ospite nella camera di ricevimento, tappezzata di capi d’opera dei moderni pittori. V’erano paesaggi di Dupré dai lunghi canneti, dagli alberi slanciati, dalle vacche che pascolavano sotto un cielo maraviglioso; cavalieri arabi di Delacroix coi lunghi burnous bianchi, coi cinti brillantati, colle armi damaschine, i cavalli de’ quali mordevansi con rabbia, mentre che gli uomini si laceravano colla mazza di ferro; v’erano acquarelli di Boulanger, che rappresentavano tutti Nostra-donna di Parigi con quel vigore che rende il pittore emulo del poeta; quadri di Diaz che fa i fiori più belli dei fiori, il sole più brillante del sole; disegni di Dechamp tanto coloriti quanto quelli di Salvator Rosa, ma più poetici; quadri a pastello di Giraud e di Müller che rappresentavano fanciulli colle teste da angeli, e le donne colle sembianze di vergini; abbozzi tolti dall’album di Dauzats nel suo viaggio in Oriente, fatti colla matita in pochi secondi stando o sulla sella di un cammello, o sulla cupola di una moschea; finalmente tutto ciò che l’arte moderna può dare in cambio ed in compenso dell’arte perduta e svanita coi secoli passati.
Alberto supponeva di potere almeno questa volta mostrare qualche cosa di nuovo al suo strano viaggiatore; ma con sua grande sorpresa, questi, senza aver bisogno di guardare le sottoscrizioni, di cui alcune erano segnate soltanto colle iniziali, a ciascun’opera assegnava il nome dell’autore, e in modo tale che era facile accorgersi che, non solo gli erano noti i nomi di questi autori, ma che le loro opere erano state studiate ed apprezzate giustamente da lui.
Da questa camera si passò a quella da dormire. Questa era un modello di eleganza ad un tempo e di gusto severo: là non v’era che un sol ritratto; ma segnato col nome di Leopoldo Robert, risplendente in una cornice d’oro massiccio.
Questo quadro attirò subito l’attenzione del conte, perchè fece tosto tre passi rapidi ed andò a fermarsi davanti ad esso. Era quello di una donna giovane da 25 a 26 anni, con colorito bianco, sguardo acuto, velato sotto una palpebra languente; essa portava il costume pittoresco delle pescatrici catalane colla giubba rossa e nera, e gli spilli faccettati nei capelli guardava il mare, e l’elegante profilo si staccava sopra il doppio azzurro delle onde e del cielo.
La luce della camera era oscura, senza di che Alberto sarebbesi accorto del pallore livido che si era sparso sulle guance del conte, ed avrebbe scoperto il fremito convulso che gli sfiorò le spalle ed il petto.
Vi fu un momento di silenzio, nel quale Monte-Cristo restò fisso coll’occhio sulla pittura.
— Voi avete qui una bella amica, visconte, disse Monte-Cristo con una voce perfettamente tranquilla; e questo costume, certamente costume di ballo, le sta a meraviglia.
— Ah! signore, ecco uno sbaglio ch’io non vi perdonerei, se vicino a questo ritratto voi ne aveste veduto qualche altro. Voi non conoscete mia madre, signore; è lei che vedete in questo quadro; essa si fece ritrattare così saranno sette o 8 anni. Questo costume è di fantasia, a quanto pare, e la rassomiglianza è tanto grande, che mi pare sempre di vedere mia madre tale quale era nel 1830. La contessa fece fare questo ritratto in assenza del conte. Senza dubbio credeva di preparargli una dolce sorpresa pel ritorno; ma, cosa bizzarra, questo ritratto dispiacque a mio padre; ed il merito della pittura, che come vedete è una delle più belle opere di Leopoldo Robert, non potè vincerla sulla sua antipatia. È vero, sia detto fra noi, mio caro sig. conte, che mio padre è uno dei pari più assidui al Lussemburgo, un generale rinomato per la teoria, ma è un conoscitore di arti dei più mediocri; non è lo stesso però di mia madre, che dipinge in modo notevole, e che, stimando troppo questo lavoro per separarsene del tutto, l’ha regalato a me, perchè qui fosse meno esposto a dispiacere al sig. Morcerf, di cui vi farò vedere a suo tempo il ritratto dipinto da Gros. Perdonatemi se vi parlo in tal guisa di cose intime di famiglia; ma siccome avrò l’onore di presentarvi fra momenti al conte, vi dico tutto ciò, perchè non vi avesse a sfuggire qualche elogio di questo quadro in sua presenza. Del rimanente però, ha una trista influenza; è difficile che mia madre venga in camera mia senza fermarsi a contemplarlo, e più difficile ancora che lo contempli senza piangere. La nube che portò questa pittura in famiglia, è del resto la sola che sia insorta fra il conte e la contessa, che, sebbene maritati da più di 20 anni, sono uniti come se fosse il primo giorno.
Monte-Cristo vibrò una rapida occhiata sur Alberto, come per cercare un fine nascosto alle sue parole, ma apparve evidente che il giovine le aveva pronunciate con tutta semplicità.
— Ora, disse Alberto, avete veduto tutte le mie ricchezze, sig. conte, permettetemi di offrirvele, per quanto sieno indegne di voi; consideratevi come in casa vostra, e per mettervi ancora a maggior comodo vostro, abbiate la bontà di accompagnarmi dal sig. de Morcerf, al quale scrissi da Roma il servigio che mi avete reso, e cui ho annunziata la visita che mi avevate promessa, e, posso assicurarvene, il conte e la contessa aspettano con impazienza che loro sia permesso di ringraziarvene; siete un poco singolare in tutte le cose, lo so, sig. conte, e forse le scene di famiglia non hanno molta azione su Sindbad il marinaro: avete vedute tante scene! Frattanto però accettate ciò che vi propongo come iniziativa alla vita parigina, vita di cortesie, di visite e di presentazioni.
Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere: egli accettò la proposta senza entusiasmo e senza rincrescimento, come una di quelle convenienze sociali, di cui ciascun uomo, come si deve, si fa un dovere. Alberto chiamò il cameriere, e gli ordinò d’andare a prevenire il sig. e la sig.ª de Morcerf del prossimo arrivo del conte di Monte-Cristo.
Alberto lo seguì col conte. Giungendo nell’anticamera del conte, vedevasi, al di sopra della porta che metteva nel salotto, uno scudo, che dai ricchi fregi che lo circondavano, e dall’armonia cogli arredi della stanza, scorgevasi in quanto conto fosse tenuto.
Monte-Cristo si fermò davanti a questo blasone e lo esaminò con attenzione. — Sette merli d’oro a stormo, in campo azzurro. Questa senza dubbio è l’arme della vostra famiglia, domandò egli. Facendo astrazione dai pezzi del blasone che mi permettono di decifrarla, sono molto ignorante in materia araldica; io conte per caso, fatto in Toscana per aver fondata una commenda di Santo-Stefano, e che mi sarei contentato d’essere semplicemente un gran signore, se non mi fosse più volte ripetuto, che per uno che viaggia molto, un titolo è cosa necessaria. E di fatto il portare un’arme allo sportello della carrozza è cosa molto utile, non foss’altro che per non essere visitati dai doganieri. Scusatemi dunque se vi ho fatta questa domanda.
— Essa non è punto indiscreta, disse Morcerf colla semplicità della convinzione, e avete colto nel vero: queste sono le nostre armi, vale a dire, quelle del capo della famiglia, di mio padre; ma esse, come vedete, sono inquartate con un altro scudo, che è composto di gole con torri d’argento e che proviene dal capo della famiglia di mia madre. Dal lato di donna io sono spagnuolo, ma la famiglia Morcerf è francese, a quanto ho inteso dire, è ancora una delle più antiche del mezzodì della Francia.
— Sì, rispose Monte-Cristo, è quello che viene indicato dai merli. Quasi tutti i pellegrini armati che tentarono o fecero la conquista della terra santa, presero per loro armi, o croci, simbolo della missione alla quale si erano astretti con voto, o uccelli di passaggio, simbolo del lungo viaggio che imprendevano, e supponendo ancora che non fosse che a tempo di S. Luigi; ciò nonostante vi fa risalire al XIII secolo, il che è ancora bello.
— Ciò è possibile, disse Morcerf; in un angolo del gabinetto di mio padre vi è un albero genealogico che ci dirà questo, sul quale in altri tempi io aveva scritto dei commentari, che avrebbero edificato d’Hozier e Jaucourt. Ora non ci penso più, e ciò non ostante vi dirò, sig. conte, e questo rientra nelle mie attribuzioni di cicerone, che già cominciano di nuovo ad occuparsi di queste cose, sotto il nostro governo popolare.
— Ebbene! allora il vostro governo dovrebbe scegliere nel suo passato qualche cosa di meglio che quelle due tavole che ho vedute sui vostri monumenti, e che non hanno alcun senso araldico. Quanto a voi, visconte, riprese Monte-Cristo ritornando a Morcerf; voi siete più fortunato del vostro governo, perchè le vostre armi sono veramente belle, e parlano all’immaginazione. Sì, voi siete ad un tempo della Provenza e della Spagna; e ciò mi spiega, (se il ritratto che mi avete mostrato è rassomigliante) il color bruno che tanto ammirai sul viso della nobile catalana. — Avrebbe bisognato essere Edipo, o lo stesso sfinge per indovinare l’ironia che mise il conte in queste parole, coperte in apparenza dalla maggior gentilezza: per cui Morcerf lo ringraziò con un sorriso, e, passando il primo, per insegnargli la strada, spinse la porta che, come si disse, metteva nel salotto di ricevimento. Nel luogo più esposto di questo salotto si vedeva egualmente un ritratto; era quello di un uomo dai 35, ai 40 anni, vestito coll’uniforme di ufficiale generale, portando la doppia spallina particolare ai gradi superiori; la decorazione della legion d’onore al collo, il che indicava esser egli commendatore, e sul petto a dritta la placca di grande ufficiale dell’ordine del Salvatore, a sinistra quella di gran-croce dell’ordine di Carlo III, ciò che indicava che la persona rappresentata da questo ritratto aveva fatto le guerre di Grecia e di Spagna, o ciò che torna perfettamente lo stesso in materia di decorazioni, avere adempita qualche missione diplomatica nei due paesi.
Monte-Cristo era occupato a guardare questo ritratto con non minore premura di quel che aveva fatto l’altro, allorchè la porta laterale si aprì, ed egli trovossi in faccia al conte di Morcerf in persona.
Era un uomo fra i 40 ai 45 anni, ma che ne dimostrava almeno 50, i cui baffi e sopraccigli nerissimi spiccavano stranamente coi capelli quasi bianchi tagliati corti a spazzola giusta l’uso militare. Era vestito da borghese, e portava all’occhiello un nastro le cui strisce a diversi colori indicavano i vari ordini di cui era decorato. Quest’uomo entrò con passo nobile, ma con una specie di fretta, Monte-Cristo l’osservò inoltrarsi senza muover passo; si sarebbe detto che i piedi erano inchiodati al pavimento, come gli occhi sul viso del conte.
— Padre mio, disse il giovine, ho l’onore di presentarvi il sig. conte di Monte-Cristo, quel generoso amico che ho avuto la fortuna d’incontrare nelle difficili congiunture che sapete.
— Signore, voi siete il ben venuto fra noi, disse il conte di Morcerf salutando Monte-Cristo con un sorriso, nel salvare alla mia famiglia l’unico suo erede, avete reso alla nostra casa un servigio che vi merita la nostra eterna riconoscenza. — Dicendo queste parole il conte di Morcerf indicava una seggiola a bracciuoli a Monte-Cristo, nel medesimo tempo ch’egli stesso si sedeva in faccia alla finestra.
Quanto a Monte-Cristo, prendendo la seggiola indicata dal conte di Morcerf, si situò in modo da rimanere nascosto nell’ombra delle grandi tende di velluto, ed a leggere di là sui tratti impressi dalle fatiche e dalle cure del conte, scritte in ciascuna ruga venuta innanzi tempo.
— La contessa, disse Morcerf, era alla toletta, allorchè il visconte l’ha fatta prevenire della visita che avrebbe avuto l’onore di ricevere; ella sta per discendere, e fra dieci minuti sarà in salotto.
— È molto onore per me, disse Monte-Cristo, di essere messo in rapporto, fin dal primo giorno in cui sono in Parigi, con un uomo il cui merito è eguale alla riputazione, e pel quale la fortuna giusta questa volta, non ha commesso errore: ma non ha essa ancora nelle pianure di Mitidia o nelle montagne dell’Atlante, un bastone da Maresciallo da offrirvi?
— Oh! replicò Morcerf arrossendo alcun poco, io ho lasciato il servizio, signore. Nominato pari sotto la restaurazione, era nella prima campagna, e serviva sotto gli ordini del maresciallo Bourmont; potea dunque pretendere un comando superiore, e chi sa ciò che sarebbe accaduto, se la dinastia primogenita rimaneva sul trono? Ma la rivoluzione di luglio, a quanto sembra, era abbastanza gloriosa per potersi permettere d’essere ingrata; ella lo fu per tutti i servigi che non portavano la data del periodo imperiale; chiesi dunque la dimissione, perchè, quando uno ha guadagnato come me, le spalline sul campo di battaglia, non sa egualmente manovrare sul terreno sdrucciolevole delle sale. Ho lasciata la spada, e mi sono ingolfato nella politica; mi dedico all’industria e studio le arti utili. Nei vent’anni che sono rimasto al servizio ne aveva il desiderio, ma non ne aveva avuto il tempo.
— Sono queste idee che portano la superiorità della vostra nazione sugli altri paesi, signore, rispose Monte-Cristo. Gentiluomo uscito da una gran famiglia, possedendo una bella fortuna, avete sulle prime voluto acquistarvi i primi gradi come oscuro soldato, la qual cosa è molto rara; quindi divenuto generale, pari di Francia, commendatore della legion d’onore, acconsentite ad incominciare un secondo noviziato, senz’altra ricompensa che quella d’essere un giorno utile ai vostri simili... Ah! signore, ecco quello che può veramente dirsi bello; dirò anche più, sublime.
Alberto guardava ed ascoltava Monte-Cristo con meraviglia: egli non era avvezzo a vederlo alzarsi a simili idee d’entusiasmo. — Ahimè! continuò lo straniero, senza dubbio per far disparire l’impercettibile nube che era passata sulla fronte di Morcerf, noi non facciamo così in Italia, cresciamo secondo la nostra razza e la nostra specie, e conserviamo la stessa corteccia, la stessa dimensione, e dirò ancora la stessa inutilità per tutta la vita.
— Ma, signore, per un uomo del vostro merito, l’Italia non può essere sua patria, e la Francia vi apre le braccia: corrispondete alla sua chiamata, la Francia forse non sarà ingrata con tutti; essa è accostumata ad accogliere generosamente gli stranieri.
— Eh! padre mio, si vede bene che non conoscete il conte di Monte-Cristo. Le sue soddisfazioni sono al di fuori di questo mondo; egli non aspira agli onori, e ne prende soltanto quanti ne possono stare sul suo passaporto.
— Ecco l’espressione più giusta che abbia mai inteso sul conto mio; rispose lo straniero.
— Il signore è stato padrone del suo avvenire: ecco perchè ha scelto un sentiero di fiori, disse sospirando de Morcerf.
— Precisamente, signore, replicò Monte-Cristo con uno di quei sorrisi che un pittore non potrà mai riprodurre, e che un fisiologo sarebbe disperato ad analizzare.
— Se non avessi avuto timore di stancare il sig. conte, disse il generale evidentemente lusingato dalle parole di Monte-Cristo, lo avrei condotto alla Camera; oggi vi è una seduta curiosa per chi non conosce i nostri moderni senatori.
— Vi sarò molto riconoscente se vorrete rinnovarmi questa offerta un’altra volta; ma oggi sono stato lusingato dalla speranza di essere presentato alla sig.ª contessa, ed aspetterò.
— Ah! ecco appunto mia madre, gridò Alberto.
Di fatto Monte-Cristo rivolgendosi velocemente vide la sig.ª de Morcerf sul limitare della porta opposta a quella per cui era entrato il marito; immobile e pallida; ella, tosto che Monte-Cristo si volse dalla sua parte, lasciò cadere il braccio che, non si sa perchè, s’era appoggiato sulla maniglia dorata; stava là, da qualche secondo, ed aveva inteso le ultime parole pronunciate dal viaggiatore oltramontano. Questi si alzò e salutò profondamente la contessa, che s’inchinò anch’essa, muta e cerimoniosa.
— Eh! mio Dio! signora che avete? domandò il conte, sarebbe forse il calore di questo salotto che vi fa male?
— State poco bene, madre mia? gridò il visconte lanciandosi incontro a Mercedès. — Essa li ringraziò entrambi con un sorriso. — No, diss’ella, ma io ho provata una certa emozione nel vedere per la prima volta colui, senza l’aiuto del quale ora saremmo immersi nelle lagrime, e nel lutto. Signore, continuò la contessa avanzandosi colla maestà di una regina, vi debbo la vita di mio figlio, e per questo benefizio vi benedico. Ora vi sono grata del piacere che mi procurate offrendomi l’occasione di ringraziarvi come vi ho benedetto, cioè con tutto il cuore.
Il conte s’inchinò, ma più profondamente della prima volta; egli era ancora più pallido di Mercedès.
— Signora, diss’egli, il sig. conte e voi mi ringraziate troppo esuberantemente di un’azione semplicissima. Salvare un uomo, risparmiare un tormento al padre, economizzare la sensibilità di una donna, ciò non chiamasi fare un’opera buona, ma fare un atto di umanità.
A queste parole pronunciate con dolcezza, e con isquisita gentilezza, la sig.ª de Morcerf rispose con accento profondo:
— È una fortuna per mio figlio, l’avervi per amico, e ringrazio Dio che ha in tal modo disposte le cose. — E Mercedès alzò gli occhi al cielo con una gratitudine così infinita, che il conte credè vedervi tremolare due lagrime.
Il sig. de Morcerf si avvicinò a lei:
— Signora, ho già fatto le mie scuse al sig. conte per essere obbligato a lasciarlo: vi prego di rinnovarle. La seduta si è aperta alle due, ora sono le tre, ed io sono obbligato a parlare.
— Andate, signore, cercherò di fare dimenticare la vostra assenza al nostro ospite, disse la contessa collo stesso accento di sensibilità; il sig. conte, proseguì la contessa volgendosi a Monte-Cristo, vorrà egli farci la grazia di passare il resto del giorno con noi?
— Grazie, signora, sono, credetelo, riconoscente nel modo più grande alla vostra offerta; ma questa mattina sono disceso dalla carrozza da viaggio alla vostra porta. Non so come sia installato a Parigi, dove, appena mi è noto. È una inquietezza leggera, lo so, non per tanto è da considerarsi.
— Avremo questo piacere un’altra volta almeno, ce lo promettete? domandò la contessa.
Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere, ma il gesto poteva passare per un consenso. — Allora io non vi trattengo, signore, disse la contessa, poichè non voglio che la mia riconoscenza divenga o una importunità, o una indiscretezza.
— Mio caro conte, disse Alberto, se lo volete, cercherò di corrispondere alla vostra graziosa cortesia di Roma col mettere là una carrozza a vostra disposizione, fino a che abbiate avuto il tempo di provvedervi del vostro equipaggio.
— Mille grazie alla vostra cortese offerta, visconte, disse Monte-Cristo, ma presumo che Bertuccio avrà convenientemente impiegate le quattr’ore che gli ho concesse, e che troverò alla porta una carrozza qualunque già attaccata.
Alberto era abituato a queste maniere del conte; sapeva che come Nerone, egli era alla ricerca dell’impossibile, di nulla più si meravigliava; soltanto volle giudicare da sè stesso in qual modo erano stati eseguiti gli ordini di lui e lo accompagnò fino alla porta di strada. Monte-Cristo non s’era sbagliato; appena comparve nell’anticamera del conte de Morcerf, uno staffiere, lo stesso che a Roma era venuto a portare il biglietto del conte ai due giovani, e ad annunziar loro la sua visita, si era slanciato fuori dal peristilio, di modo che giungendo al portone, l’illustre viaggiatore trovò la carrozza che lo aspettava. Era un coupé della fabbrica di Keller, e due cavalli, pei quali Drake aveva, secondo che sapevano tutti i Lions di Parigi, rifiutato il giorno innanzi 18 mila fr. — Signore, disse il conte ad Alberto, non vi propongo di accompagnarmi fino da me, non potrei mostrarvi che una casa improvvisata, e sul rapporto degl’improvvisi ho una riputazione da riservare. Accordatemi un giorno, ed allora permettetemi d’invitarvi: sarò più sicuro di non mancare alle leggi dell’ospitalità.
— Se mi chiedete un giorno, sig. conte, sono tranquillo: non sarà più una casa che mi mostrerete, ma un palazzo. Voi dovete avere in vero qualche genio a vostra disposizione.
— In fede mia continuate a crederlo, disse Monte-Cristo, mettendo il piede sul montatoio guarnito in velluto del suo splendido equipaggio: ciò potrà essermi utile, signore.
E si lanciò nella carrozza, che si chiuse dietro a lui e partì al galoppo, ma non tanto rapidamente che il conte non potesse accorgersi del movimento impercettibile che smosse la tenda del salotto ove aveva lasciato la sig.ª de Morcerf. Quando Alberto ritornò da sua madre, ritrovò la contessa nel gabinetto, gettata sopra un seggiolone di velluto; tutta la camera essendo nell’ombra, non lasciava scorgere che la foglietta d’oro sfavillante attaccata qua e là o sul corpo di qualche vaso, o agli angoli di qualche quadro.
Alberto non potè vedere il volto della contessa nascosto sotto la nube del velo che le circondava la testa come un’aureola di vapore, ma gli sembrò che la voce fosse alterata; distinse ancora fra gli odori di rose e vainiglie della giardiniera, la traccia aspra e mordente del sale d’aceto, sopra una delle tazze cisellate del caminetto; di fatto la boccettina della contessa, tolta dal suo astuccio di velluto, attirò l’inquieta attenzione del giovine.
— Soffrite, madre mia? gridò egli entrando; o vi sareste sentita male mentre io non c’ero?
— Io? no, Alberto, ma capirete, queste rose, queste tuberose, questi fiori di arancio incomodano nei primi calori quando non si è ancora abituati, sì violenti profumi...
— Allora; madre mia, disse Alberto portando la mano al campanello, bisogna farli portare nella vostra anticamera: siete veramente indisposta; anche poco fa, quando entraste, eravate molto pallida. — Ero pallida, dite voi, Alberto? — Di un pallore che vi sta a meraviglia, madre mia, ma che però non ha spaventato meno mio padre e me.
— Vostro padre ve ne ha parlato? domandò vivacemente Mercedès. — No, signora, ma fu a voi stessa che diresse questa osservazione. — Non me ne ricordo, disse la contessa.
Entrò un cameriere, chiamato dal suono del campanello tirato da Alberto. — Portate questi fiori in anticamera, o nel gabinetto della toletta, disse il visconte, essi fanno male alla sig.ª contessa. — Il cameriere obbedì.
Vi fu un abbastanza lungo silenzio che durò tutto il tempo dello sgombero.
— Che è dunque questo nome di Monte-Cristo? chiese la contessa quando il domestico uscì portando via l’ultimo vaso di fiori. È un nome di famiglia, un nome di una terra, o un semplice titolo?
— Questo è, io credo, un titolo, madre, e nient’altro. Il conte ha comprata un’isola nell’arcipelago toscano, ed ha, per quanto ha detto egli stesso questa mattina, fondata una commenda. Voi sapete che ciò si usa per santo Stefano di Firenze, per san Gregorio Costantiniano di Parma, ed anche per l’ordine di Malta. Del rimanente non ha alcuna pretensione di nobiltà, e si chiama un conte per caso, quantunque l’opinione generale di Roma fosse che il conte sia un gran signore.
— I suoi modi sono eccellenti, per quanto ho potuto giudicarne nei pochi momenti che si è trattenuto.
— Oh! perfetti, madre mia, anzi tanto perfetti, che sorpassano molto tutto ciò che ho conosciuto di più aristocratico nelle tre nobiltà più orgogliose d’Europa, cioè nella nobiltà Inglese, Spagnuola, e Germanica. — La contessa riflettè un momento, poi dopo una breve esitazione riprese:
— Avete veduto, mio caro Alberto... questa è una domanda da madre che vi faccio, lo capirete, avete veduto il signor di Monte-Cristo nel suo interno? voi avete della perspicacia, voi avete uso di mondo, e un tatto maggiore di quello che d’ordinario si ha alla vostra età; credete che il conte sia quello che comparisce realmente d’essere?
— E che comparisce egli? — Voi stesso lo avete detto non ha guari, un gran signore. — Vi ho detto, madre mia, ch’egli era ritenuto per tale. — Ma che ne pensate voi?
— Io non ho, ve lo confesso, un’opinione ben fissa su di lui, lo credo Maltese. — Io non v’interrogo sulla sua origine, ma v’interrogo sulla sua persona. — Ah! sulla sua persona è tutt’altro; ed ho vedute tante cose strane di lui, che se voleste che vi dicessi ciò che ne penso, vi risponderei che lo riguardo volentieri come uno degli uomini di Byron, che la disgrazia ha marcati con un sugello fatale; qualche Manfredo, qualche Lara, qualche Werner, come uno di quegli avanzi infine di vecchia famiglia che, diseredati della fortuna paterna, ne hanno ritrovata una colla forza del loro genio avventuriero che li ha posti al di sopra delle leggi della società... Dico che Monte-Cristo è un’isola in mezzo al Mediterraneo, senza abitanti, senza guarnigione, asilo di contrabbandieri di tutte le nazioni, di pirati di tutti i paesi. Chi sa che questi degni industriosi non paghino al loro signore il diritto d’asilo?
— È possibile, disse la contessa con astrazione.
— Ma non importa, riprese il giovine, contrabbandiere o no, converrete, madre mia (perchè l’avete veduto) il sig. conte di Monte-Cristo è un uomo notevole, ed avrà i più grandi successi nelle sale di Parigi. E questa mattina da me ha incominciato il suo ingresso nel mondo destando in tutti ammirazione, perfino in Château-Renaud.
— E che età potrà avere il conte? chiese Mercedès attaccando visibilmente grande importanza a questa interrogazione.
— Avrà 35, o 36 anni, madre mia.
— Così giovine! è impossibile, disse Mercedès, rispondendo contemporaneamente a ciò che le diceva Alberto, e a ciò che le diceva il proprio pensiero.
— Eppure questa è la verità; tre o quattro volte mi ha detto, e certamente senza premeditazione: «Alla tal epoca aveva 5 anni, alla tal altra 10, alla tal altra 12.» Io che ero ritenuto all’erta dalla curiosità su questi particolari, ho riavvicinate le date, e non l’ho mai ritrovato in fallo. L’età di quest’uomo singolare, che non ha età, è dunque, ne sono sicuro, di 35 anni. Per sopra più, ricordatevi, madre mia, quanto è vivace il suo sguardo, come sono neri i capelli, e come la fronte, sebbene pallida, è esente da rughe; questa è una natura non solo vigorosa, ma ancor giovane.
La contessa abbassò il capo come sotto un’onda troppo pesante d’amari pensieri.
— E quest’uomo ha stretta amicizia con voi? domandò ella con un fremito nervoso.
— Lo credo, madre mia.
— E voi... lo amate egualmente?
— Egli mi piace, che che ne dica Franz d’Épinay che lo voleva far comparire ai miei occhi come un uomo uscito dall’altro mondo. — La contessa fece un movimento di terrore: — Alberto, diss’ella con voce alterata; io vi ho sempre messo in guardia contro le nuove conoscenze. Ora siete un uomo, e potreste dar consigli a me stessa; ciò non pertanto vi ripeterò. Siate prudente, Alberto.
— Mia cara madre, perchè il consiglio fosse approfittevole, bisognerebbe che io sapessi di che cosa debbo non fidarmi. Il conte non giuoca mai, il conte non beve che dell’acqua dorata con qualche goccia di vino di Spagna, il conte si è annunziato tanto ricco, che non potrebbe chiedermi in prestito del danaro senza esporsi a farsi ridere sul naso; che volete dunque che io tema per parte del conte?
— Voi avete ragione, disse la contessa, ed i miei terrori sono folli, particolarmente avendo per oggetto un uomo che vi ha salvata la vita. A proposito, Alberto, vostro padre lo ha ricevuto bene? è necessario che noi siamo più che convenienti col conte. Il sig. de Morcerf qualche volta è preoccupato, i suoi affari lo rendono astratto, e potrebbe darsi, senza volerlo...
— Mio padre si è condotto perfettamente, interruppe Alberto; dirò di più, egli è sembrato grandemente lusingato dei due o tre complimenti più accorti, che il conte gli ha strisciati tanto fortunatamente quanto a proposito, come se lo avesse conosciuto da 30 anni. Ciascuna di queste piccole frecce di lode ha dovuto solleticare mio padre, soggiunse Alberto ridendo, poichè si sono lasciati come i due più grandi amici del mondo, ed il sig. de Morcerf lo voleva perfino condurre alla Camera per fargli sentire il suo discorso.
La contessa non rispose; essa era assorta in un’astrazione così profonda che i suoi occhi eransi chiusi poco a poco. Il giovine in piedi a lei dinanzi la guardava con quell’amor filiale che è ancor più tenero e più affettuoso nei figli, le madri dei quali sono ancor giovani e belle; poi, dopo aver veduto gli occhi di lei chiudersi, l’ascoltò respirare un momento nella sua dolce immobilità, e, credendola assopita, si allontanò sulla punta dei piedi, chiudendo con cautela la porta della camera ove lasciava sua madre.
— Che diavolo d’uomo! mormorò egli scuotendo la testa, gli aveva ben predetto laggiù che avrebbe fatta gran sensazione al nostro mondo; io ne calcolo l’effetto sur un termometro infallibile. Mia madre lo ha osservato, dunque bisogna dire ch’egli sia molto notevole. — Indi discese nelle scuderie, non senza un segreto dispetto, perchè il caso aveva portato che il conte di Monte-Cristo si fosse provveduto d’una pariglia, che mandava i suoi bai al numero secondo nell’animo dei veri intelligenti.
— Davvero, diss’egli, gli uomini non sono tutti eguali, bisognerà che preghi mio padre di sviluppare questo teorema alla Camera alta.
XLI. — BERTUCCIO.
In questo mentre il conte era giunto alla sua abitazione; aveva impiegati sei minuti a percorrere la distanza, il che era stato sufficiente, perchè fosse veduto da una ventina di giovani che, conoscendo il prezzo dell’equipaggio che non avevano potuto acquistare essi stessi, avevano messe le loro cavalcature al galoppo, per vedere lo splendido signore che aveva cavalli da 10 mila fr. l’uno. La casa scelta da Alì, e che doveva servire per residenza di città a Monte-Cristo, era situata a destra salendo ai Campi-Elisi, posta fra il cortile ed il giardino; un gruppo di ramosi alberi che s’innalzava in mezzo al cortile, copriva una parte della facciata; intorno a questo gruppo si partivano a guisa di due braccia, due viali che dal cancello portavano le carrozze ad una doppia scalinata, sopra ciascun gradino della quale era un vaso di porcellana pieno di fiori. Questa casa isolata nel centro di un vasto spazio, oltre l’ingresso principale, aveva pure un’altra entrata sulla strada Ponthieu.
Prima ancora che il cocchiere avesse data la voce al portinaro, il robusto cancello girò sopra i suoi gangheri; era stato veduto giungere il conte, ed a Parigi, come a Roma, e come ovunque, era servito colla rapidità del fulmine. Il cocchiere adunque entrò, descrisse il mezzo cerchio senza rallentare la corsa, ed il cancello era già richiuso, quando le ruote rumoreggiavano ancora sulla sabbia del viale.
La carrozza si fermò alla parte sinistra della scalinata, due uomini comparvero allo sportello; uno era Alì, che sorrise al suo padrone con una incredibile gioia, e che si trovò pago di un semplice sguardo di Monte-Cristo.
L’altro salutò umilmente, ed offrì il braccio al conte per aiutarlo a discendere di carrozza. — Grazie, Bertuccio, disse il conte, saltando leggermente i tre scalini; ed il notaro?
— È nel salotto, eccellenza, rispose Bertuccio.
— Ed i viglietti di visita che vi ho ordinato di fare stampare appena avuto il numero della casa?
— Sig. conte, è fatto tutto; sono stato dal migliore incisore del Palazzo Reale, che ha eseguito il rame in mia presenza, e, tirato il primo viglietto, giusta i vostri ordini, fu nel medesimo punto portato al sig. Danglars, deputato, strada Chaussée-d’Antin n. 7; gli altri sono sul caminetto della camera da dormire di vostra eccellenza.
— Va bene: che ora è? — Le quattro.
Monte-Cristo consegnò il cappello, i guanti, ed il bastone allo stesso staffiere francese che si era slanciato fuori dell’anticamera del conte de Morcerf per fare inoltrare la carrozza, quindi passò nel piccolo salotto, condotto da Bertuccio, che gl’insegnava la strada.
— Ecco dei mobili meschini in quest’anticamera, spero bene che ne verrò presto spacciato, disse Monte-Cristo.
Bertuccio s’inchinò. Come lo aveva detto l’intendente, il notaro aspettava nel piccolo salotto. Era un’onesta figura di secondo chierico di Parigi, elevato alla dignità insuperabile di notaro distrettuale.
— Il signore è il notaro incaricato di vendere la casa di campagna che voglio comprare? domandò Monte-Cristo.
— Sì, sig. conte, rispose il notaro. — L’atto di vendita è disteso? — Sì, signor conte. — L’avete con voi?
— Eccolo qui. — Perfettamente. E dove è situata questa casa che compro? domandò negligentemente Monte-Cristo per metà al notaro e per metà a Bertuccio.
L’intendente fece un gesto che indicava, non lo so.
Il notaro guardò il conte con istupore: — Come? diss’egli, il sig. conte non sa ove sia posta la casa che compra?
— No, in fede mia, disse il conte. — Il sig. conte non la conosce?
— E come diavolo la posso conoscere? Giungo da Cadice questa mattina, non sono mai stato a Parigi, ed è la prima volta che metto il piede in Francia.
— Allora è tutt’altro, rispose il notaro; la casa che compra il sig. conte è situata ad Auteuil. — A queste parole Bertuccio impallidì visibilmente. — E dove è Auteuil? chiese Monte-Cristo. — A pochi passi di qui, signor conte, disse il notaro, poco dopo Passy, in una bellissima posizione, nel centro del bosco di Boulogne.
— Tanto vicino! disse Monte-Cristo; ma questa non è una campagna. Come diavolo siete andato a scegliermi una casa alle porte di Parigi, Bertuccio?
— Io! gridò l’intendente con una strana sollecitudine, no certamente; non sono stato io l’incaricato del sig. conte per pigliare una casa: prego il sig. conte a risovvenirsene bene, e ad interrogare i suoi ricordi.
— Ah! è giusto, disse Monte-Cristo; ora mi ricordo, ho letto quest’annunzio in un giornale, e mi sono lasciato sedurre dal titolo menzognero di Casa di campagna.
— Siete ancora in tempo, disse con vivacità Bertuccio, e se V. E. vuole incaricarmi di cercare un altro luogo, io gli troverò ciò che vi ha di meglio, sia ad Enghien, sia a Fontenay-aux-Roses, sia a Bellevue
— No, in fede mia, disse con trascuranza Monte-Cristo; poichè ho questa, la conserverò.
— Il signore ha ragione, disse prestamente il notaro che temeva di perdere le sue propine, questa è una graziosa proprietà: acque vive, boschi folti, abitazione aggradevole, quantunque abbandonata da lungo tempo, senza calcolare la mobilia, che, sebbene vecchia, ha del valore, particolarmente in oggi che si cercano le anticaglie. Perdono, ma credo bene che il sig. conte avrà il gusto della sua epoca.
— Dunque è conveniente? soggiunse Monte-Cristo.
— Ah signore, è ancora meglio, è magnifica.
— Presto! non ci lasciamo sfuggire l’occasione, disse Monte-Cristo. Il contratto sig. notaro? — Ed egli sottoscrisse sollecitamente dopo di aver data un’occhiata nella parte dell’atto ove stavano segnati i nomi dei proprietari, e la situazione della villa.
— Bertuccio, diss’egli, date 55 mila fr. al signore.
L’intendente uscì con passo mal fermo, e ritornò con un pacchetto di biglietti di banca che il notaro contò nel modo che fanno gli uomini che hanno l’abitudine di non ricevere il danaro che dopo la tara legale.
— Ed ora, domandò il conte, sono adempite tutte le formalità? — Tutte, signor conte.
— Avete le chiavi?
— Sono nelle mani del portinaro che custodisce la casa; ma ecco l’ordine che gli ho dato d’installare il signore nella sua nuova proprietà.
— Va benissimo. — E Monte-Cristo fece al notaro un segno colla testa, che voleva dire: — Signore, non ho più bisogno di voi, andatevene.
— Ma, disse l’onesto notaro, mi sembra che il sig. conte abbia sbagliato; non sono che 50 mila fr. tutto compreso.
— E i vostri onorari?
— Vengono pagati colla stessa somma, sig. conte.
— Ma disse, non siete venuto qui da Auteuil?
— Sì, senza dubbio.
— Ebbene! bisogna compensare il vostro incomodo, disse il conte. E lo congedò con un gesto.
Il notaro uscì andando all’indietro, e salutando fino a terra; era la prima volta, dal giorno in cui aveva presa la sua iscrizione, che trovava un simile cliente.
— Accompagnate il signore, disse il conte a Bertuccio.
E l’intendente uscì dietro il notaro. Appena il conte fu solo, cavò di tasca un portafogli con serratura, lo aprì con una chiavetta che portava al collo, e che non lasciava mai.
Dopo aver cercato un momento si fermò sopra un foglietto su cui erano segnate alcune annotazioni, le confrontò coll’atto di vendita deposto sulla tavola, e raccogliendo la memoria: — Auteuil, strada della Fontana n. 28; è questa, diss’egli: ora mi debbo attenere ad una confessione ottenuta per mezzo dell’idea religiosa, o strappata dal terrore fisico? Del rimanente fra un’ora saprò tutto. Bertuccio! gridò egli battendo un colpo con una specie di piccolo martello a manico elastico sopra di un campanello, che rese un suono acuto e prolungato simile a quello del tam-tam. L’intendente comparve sulla soglia.
— Bertuccio, non mi avete voi detto altra volta aver viaggiato in Francia?
— In alcune parti della Francia, sì, eccellenza.
— Conoscerete senza dubbio i dintorni di Parigi?
— No, eccellenza, no, rispose l’intendente con una specie di tremito nervoso, che Monte-Cristo, grande conoscitore in fatto di emozioni, attribuì con ragione ad una viva inquietudine.
— Mi rincresce che non abbiate visitati i dintorni di Parigi, perchè voglio questa stessa sera vedere la mia nuova proprietà, e venendo con me, mi avreste dato senza dubbio utili informazioni.
— Ad Auteuil? gridò Bertuccio, il cui colorito colore di rame divenne quasi livido. Io andare ad Auteuil!
— Ebbene, che vi ha di meraviglioso, che venghiate ad Auteuil, ve lo domando? Quando io dimorerò ad Auteuil, bisognerà bene che vi venghiate, poichè fate parte della famiglia.
Bertuccio abbassò la testa davanti allo sguardo imperioso del padrone, restò immobile, e senza rispondere.
— Ebbene! che vi accade? Voi mi obbligherete dunque di suonare una seconda volta per la carrozza? disse Monte-Cristo col tuono con cui Luigi XIV pronunciò il suo famoso: «poco ha mancato che io non aspettassi!»
Bertuccio non fece che uno sbalzo dal piccolo salotto all’anticamera, e gridò con voce rauca: — I cavalli di S. E.
Monte-Cristo scrisse due o tre lettere, e mentre sigillava l’ultima, l’intendente ricomparve.
— La carrozza di S. E. è alla porta, diss’egli.
— Ebbene prendete i vostri guanti ed il cappello.
— È dunque vero che vengo con S. E., gridò Bertuccio.
— Senza dubbio, bisogna bene che diate i vostri ordini, mentre conto d’abitare quella casa. — Sarebbe stato senza esempio che si fosse fatta una replica a ciò che ingiungeva il conte; per cui l’intendente, senza fare alcuna obbiezione, seguì il padrone che montò in carrozza, e gli fece segno di fare altrettanto. L’intendente si assise rispettosamente nel sedile davanti.
XLII. — LA CASA D’AUTEUIL.
Monte-Cristo aveva osservato, nel discendere la scalinata, che Bertuccio si era segnato al modo dei Corsi, vale a dire, fendendo l’aria in croce col pollice, e che prendendo posto nella carrozza aveva mormorata una breve preghiera. Tutt’altri che un uomo curioso avrebbe avuto pietà della repugnanza che il degno intendente aveva manifestata per questa passeggiata fuori delle mura, ideata dal conte. Ma a ciò che sembrava, questi era troppo curioso per dispensare Bertuccio da quel piccolo viaggio. In 20 minuti furono ad Auteuil. L’emozione dell’intendente era stata sempre crescente. Nell’entrare nel villaggio, Bertuccio raggruppato in un angolo della carrozza, cominciò a guardare con un’emozione febbrile tutte le case avanti alle quali passavano.
— Farete fermare strada della Fontana, n. 28, disse il conte fissando senza pietà lo sguardo sull’intendente al quale dava quest’ordine. Il sudore salì al viso di Bertuccio, che non per tanto obbedì, e sporgendo fuori della carrozza gridò al cocchiere. — Strada della Fontana N. 28.
Questo N. 28 era situato all’estremità opposta del villaggio. Durante il viaggio era sopraggiunta la notte, o piuttosto una nube nera carica di elettricità dava a quelle tenebre premature l’apparenza e la solennità di un episodio drammatico, la carrozza si fermò, lo staffiere si precipitò allo sportello che aprì. — Ebbene! disse il conte, non discendete, Bertuccio? allora rimarrete in carrozza? Ma a che diavolo pensate questa sera? — Bertuccio si precipitò dalla portiera e presentò la spalla al conte, che questa volta vi si appoggiò, e discese ad uno ad uno i tre gradini del montatore. — Picchiate, disse il conte, ed annunciatemi.
Bertuccio bussò, la porta si aprì e comparve il portinaro.
— Chi è? domandò egli.
— È il nuovo padrone, brav’uomo, disse lo staffiere.
E stese al portinaro il biglietto di riconoscimento dato dal notaro. — La casa è dunque venduta? domandò il portinaro, ed è questo signore che viene ad abitarla?
— Sì, amico mio, disse il conte; farò in modo che non abbiate a desiderar l’antico padrone.
— Ah! signore, non ho molto a desiderarlo, perchè lo vedevamo tanto raramente; sono più di 5 anni che non è venuto, ed in fede mia, ha fatto molto bene a vendere una casa che non gli fruttava niente.
— Come si chiamava il vostro antico padrone?
— Il marchese di Saint-Méran. Ah! non ha certamente venduto la casa per quel che gli costava, ne sono ben sicuro.
— Il marchese di Saint-Méran! riprese Monte-Cristo, mi sembra che questo nome non mi sia ignoto, disse il conte; il marchese di Saint-Méran... — E parve cercare nella sua memoria.
— Un vecchio gentiluomo, continuò il portinaro, era servitore fedele dei Borboni; aveva una figlia unica che maritò al sig. de Villefort, stato procuratore del re a Nimes, e poi a Versailles. — Monte-Cristo vibrò uno sguardo che incontrò Bertuccio, che aveva il viso più livido del muro contro il quale si appoggiava per non cadere.
— E questa figlia non morì? domandò Monte-Cristo; mi sembra di averlo inteso dire.
— Sì signore, è già vent’un anno; e d’allora non abbiamo più veduto che tre volte il povero marchese.
— Grazie, grazie, disse Monte-Cristo, giudicando dalla prostrazione dell’intendente non potere più lungamente toccare questa corda, senza correre rischio di romperla; grazie! datemi un lume, brav’uomo.
— Vi accompagnerò io, signore?
— No, è inutile, Bertuccio mi farà lume.
E Monte-Cristo accompagnò queste parole col dono di due monete d’oro, che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri. — Ah! signore: disse il portinaro, dopo aver cercato inutilmente sulla pietra del caminetto e sui mobili vicini, la disgrazia è che qui non ho candelieri.
— Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli appartamenti. — L’intendente obbedì, senza osservazioni, ma era facile lo scorgere, dal tremito della mano che portava il fanale, ciò che gli costava l’obbedire.
Fu percorso un pian terreno molto vasto; un primo piano composto di un salone, di una sala da bagno, e due camere da dormire, e giunsero ad una scala a chiocciola che metteva in giardino. — Osservate! ecco una scala secreta, disse il conte; questa è molto comoda. Fatemi lume, Bertuccio, andate avanti, e vediamo dove essa ci condurrà.
— Signore, disse Bertuccio, mette al giardino.
— E come lo sapete? — Cioè, voleva dire, che deve mettervi. — Ebbene, assicuriamocene. — Bertuccio mandò un sospiro, e andò avanti. La scala metteva effettivamente in giardino. Alla porta esterna l’intendente si fermò.
— Andiamo dunque, Bertuccio, disse il conte. — Ma quegli, al quale erano dirette queste parole, si trovava assordito, stupidito, annientato. Gli occhi stravolti cercavano intorno a lui le tracce di un passato terribile, e colle mani irrigidite cercava di allontanare delle spaventose rimembranze.
— Ebbene! insistè il conte.
— No, no; gridò Bertuccio, deponendo il fanale in un angolo del muro interno; no signore, non andrò più avanti, è impossibile! — Sarebbe a dire? articolò la voce irresistibile di Monte-Cristo.
— Ma vedete bene, signore, che questo non è naturale, gridò l’intendente, che avendo una casa da comprare a Parigi, voi la compriate precisamente ad Auteuil, e che comprandola ad Auteuil, questa casa sia precisamente il N. 28 della strada Fontana. Ah! perchè mai non vi ho tutto detto laggiù, signore! Voi certamente non mi avreste ordinato di seguirvi. Io sperava che la casa del sig. conte fosse tutt’altra che questa. Come se non vi fosse altra casa in Auteuil che quella dell’assassinio!
— Oh! oh! disse Monte-Cristo, fermandosi; che villana parola avete voi pronunciata? Diavolo d’uomo! Corso arrabbiato! sempre dei misteri, o delle superstizioni! Vediamo, prendete questo fanale e visitiamo il giardino, con me, spero che non avrete paura. — Bertuccio raccolse il fanale, ed obbedì. La porta aprendosi, lasciò vedere un cielo cupo, nel quale la luna si sforzava invano di lottare contro un mare di nubi che la coprivano coi loro vapori oscuri, che illuminava per un momento, e che in seguito si perdeva più cupa ancora, nel profondo dell’infinito. — L’intendente voleva piegare sulla sinistra. — No, signore, e perchè andare sotto i viali? disse Monte-Cristo, ecco qui un bel praticello, andiamo diritto. — Bertuccio asciugò il sudore che gl’irrigava la fronte, ma obbedì; ciò non ostante continuava a tenere sulla sinistra. Monte-Cristo al contrario piegava a dritta; giunto presso un gruppo d’alberi si fermò.
L’intendente non potè contenersi.
— Allontanatevi! signore, allontanatevi, gridò, voi siete precisamente sul luogo! — E qual luogo?
— Sul luogo ov’egli cadde.
— Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve lo esorto, non siamo qui nè a Sartena, nè a Corte. Questa non è una macchia, ma un giardino inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non pertanto non bisogna calunniare.
— Signore, non rimanete là, ve ne supplico!
— Io credo che diventate pazzo, padron Bertuccio, disse freddamente il conte; se così è, avvisatemene che vi farò rinchiudere in qualche casa di salute, prima che succeda una disgrazia.
— Ahimè! eccellenza, disse Bertuccio scuotendo la testa, e piegando le mani con un’attitudine che avrebbe fatto ridere il conte, se pensieri di superiore importanza non lo avessero preoccupato in quel momento, e reso molto attento alle più piccole espansioni di quella coscienza timorosa. — Ahimè! la disgrazia è accaduta.
— Bertuccio, disse il conte, sono al caso di dirvi, che mentre gesticolate, voi contorcete le braccia, e stralunate gli occhi come un ossesso, dal corpo del quale il diavolo non voglia uscire; ora ho sempre notato che il diavolo più ostinato ad uscire è un segreto. Io vi sapeva Corso, vi conoscevo taciturno ruminando sempre qualche vecchia storia di vendetta, e vi perdonava questo in Italia, sebbene anche in Italia questa specie di cose non siano inezie; ma in Francia si tiene sempre l’assassinio di assai cattivo genere; vi sono gendarmi che se ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo vendicano. — Bertuccio congiunse le mani, e, siccome nell’eseguire queste diverse evoluzioni non lasciava il fanale, la luce venne a rischiarargli il volto sconvolto. Monte-Cristo per un momento lo esaminò come a Roma aveva osservato il supplizio di Andrea; indi con un tuono di voce che fece scorrere un brivido pel corpo del povero intendente: — L’abate Busoni mi ha dunque ingannato, diss’egli, quando, dopo il suo viaggio in Francia nel 1829, v’inviò a me, munito di una lettera di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre preziose qualità. Ebbene! scriverò all’abate; lo renderò garante del suo protetto, ed allora saprò senza dubbio che cosa è tutto questo affare di assassinio. Vi prevengo soltanto, Bertuccio, che quando io vivo in un paese, ho l’abitudine d’uniformarmi alle sue leggi, e che non ho punto volontà d’intrigarmi per voi colla giustizia di Francia.
— Non fate questo, eccellenza; vi ho servito fedelmente, n’è vero? gridò Bertuccio alla disperazione; sono stato un galantuomo, e per quanto ho potuto, ho fatto ancora delle buone azioni.
— Non dico di no, rispose il conte, ma per che diavolo adunque siete ora agitato in tal guisa? Questo è un cattivo segno; una coscienza pura non porta tanta pallidezza sulle guance, tanta febbre nelle mani di un uomo...
— Ma, sig. conte, interruppe con esitanza Bertuccio, non mi avete detto voi stesso, che l’abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia confessione nelle carceri di Nimes, vi aveva prevenuto, inviandomi a voi, avere io un forte rimprovero a farmi?
— Sì, ma siccome egli v’indirizzava a me dicendomi che avrei ritrovato in voi un eccellente intendente, io credetti che voi aveste rubato, ecco tutto!
— Oh! sig. conte! fece Bertuccio con dolore.
— Ovvero che, essendo voi Corso, non avevate potuto resistere al desiderio di far la pelle a qualcuno, come vien detto nel vostro paese per antifrasi, quando al contrario ne disfate una.
— Ebbene, sì, mio signore, sì, mio buon signore, è questo, gridò Bertuccio gettandosi alle ginocchia del conte; sì, fu una vendetta, lo giuro, una semplice vendetta.
— Capisco, ma ciò che non capisco si è, come questa casa vi galvanizzi in tal modo.
— Eppure, la cosa è ben naturale, poichè in questa casa si compì la vendetta.
— Che! in casa mia? — Oh! signore, essa non era ancora vostra, rispose ingenuamente Bertuccio.
— Ma di chi era dunque? Del sig. marchese di Saint-Méran, ci ha detto, credo il portinaro. Che diavolo adunque avevate da vendicarvi col marchese di Saint-Méran?
— Ah! non fu di lui, signore, fu di un altro.
— Ecco una strana combinazione, disse Monte-Cristo, sembrando cedere alle sue riflessioni: voi vi trovate in tal modo per caso, senza alcun preparativo, in una casa ove è accaduta una scena che vi dà tanti terribili rimorsi.
— Signore, disse l’intendente, pare che sia una specie di fatalità che porta tutto questo, ne sono ben sicuro; primieramente voi comprate una casa in Auteuil; questa casa è precisamente quella ove ho commesso l’assassinio; discendete nel giardino, e giusto per la scala per cui egli discese; vi fermate, e giusto nel luogo ov’egli ricevette il colpo; a due passi da quest’albero era la fossa ov’egli aveva seppellito il fanciullo; tutto ciò non può essere opera del caso.
— Ebbene! vediamo, sig. Corso, io suppongo sempre tutto ciò che si vuole; d’altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti ammalati. Vediamo: richiamate il vostro spirito e raccontatemi ciò.
— Io non l’ho mai raccontato che una sola volta, signore, e fu all’abate Busoni. Simili cose, soggiunse Bertuccio scuotendo la testa, non si raccontano che sotto il suggello della confessione.
— Allora, mio caro Bertuccio, ritroverete giusto che io vi rimandi al vostro confessore, vi farete con lui certosino o bernardino, e ragionerete sui vostri segreti. Ma io, io ho paura di un ospite spaventato da simili fantasmi, non amo che le mie genti non abbiano il coraggio di passare di notte pel giardino. Poi, ve lo confesso, sarei poco curioso di vedermi qualche visita del commissario di polizia; poichè imparatelo bene Bertuccio, corre voce che in alcun luogo la giustizia si paghi perchè si taccia; ma in Francia al contrario non si paga mai che quando si parla. Peste! vi credeva bene un poco Corso, un poco contrabbandiere, un bravo intendente, ma ora m’avveggo che avete ancora altre corde al vostro arco. Voi perciò non siete più al mio servizio, Bertuccio.
— Ah! signore signore! gridò l’intendente colpito dal terrore di questa minaccia. Ah! se non dipende che da questo perchè io rimanga al vostro servizio, parlerò, dirò tutto; e se vi lascio, sarà soltanto per andare al patibolo!
— Adesso è un’altra cosa, disse Monte-Cristo, ma se voleste mentire rifletteteci bene; non parlate affatto.
— No, signore, ve lo giuro sulla salute dell’anima mia, vi dirò tutto! perchè lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del segreto. Ma prima, ve ne supplico, allontanatevi da questo platano; osservate, la luna va a rischiarare quella nube, e là, posto come voi siete, avvolto in quel mantello che mi nasconde la vostra corporatura, e che rassomiglia a quello del sig. de Villefort...
— Come! gridò Monte-Cristo, fu de Villefort...
— V. E. lo conosce?
— Sì.
— Che ha sposata la figlia del marchese di Saint-Méran.
— Sì, e che negli uffici godeva la riputazione del più onest’uomo, del più severo e del più rigido magistrato?
— Ebbene! signore, gridò Bertuccio; quest’uomo d’irreprensibile reputazione...
— Ebbene!
— Era un infame.
— Bah! disse Monte-Cristo, impossibile!
— E ciò pertanto è come vi dico.
— Ah! veramente! disse Monte-Cristo, e ne avete le prove?
— Le aveva, almeno.
— E le avete perdute, malaccorto?
— Sì, ma cercando bene si possono ritrovare.
— In verità? disse il conte, raccontatemi ciò, Bertuccio! perchè comincia ad importarmi da vero.
E il conte, cantarellando una piccola aria della Lucia, andò ad assidersi sopra un banco, mentre che Bertuccio lo seguiva concentrando la sua memoria, restando in piedi davanti a lui.
XLIII. — LA VENDETTA.
— Da dove desiderate, sig. conte, che cominci il racconto? domandò Bertuccio.
— Da dove volete; disse Monte-Cristo, mentre non ne so assolutamente niente.
— Credeva che V. E. avesse già saputo che...
— Sì, qualche particolare senza dubbio, ma sono passati sette o otto anni, e nulla più mi ricordo.
— Allora posso, senza tema d’annoiare V. E...
— Raccontate, mi farete le veci di un giornale.
— Le cose rimontano al 1815.
— Ah! ah! fece Monte-Cristo, il 1815 non fu ieri.
— No, signore, ciò non pertanto i più piccoli particolari mi sono talmente presenti al pensiero, come se ne fossimo soltanto alla dimane. Io aveva un fratello maggiore che era al servizio dell’imperatore. Egli era stato fatto sotto-tenente in un reggimento composto tutto di Corsi: era il mio unico amico, noi eravamo rimasti orfani egli a 18, io a 5 anni; e mi aveva allevato come se fossi stato un suo figlio. Egli si ammogliò nel 1814 sotto i Borboni; l’imperatore ritornò dall’isola d’Elba, e mio fratello riprese subito servizio; ferito leggermente a Waterloo, si ritirò coll’esercito dietro la Loira.
— Ma questa è la storia dei cento giorni che voi fate, Bertuccio, ed ella è già stata fatta, se non mi sbaglio.
— Scusatemi, eccellenza, ma questi primi particolari sono necessarii, e voi mi avete promesso d’essere paziente.
— Avanti! avanti! io non ho che una parola.
— Un giorno ricevemmo una lettera, bisogna dirvi che abitavamo nel piccolo villaggio di Rogliano, all’estremità del capo Corso: essa era di mio fratello il quale ne diceva, che l’esercito era stato licenziato, e che ei ritornava per Châteauroux, Clermont-Ferrand, le Puy, e Nimes, e che se avevo qualche danaro gliel facessi tenere a Nimes ad un albergatore di nostra conoscenza col quale aveva qualche relazione...
— Di contrabbandi, interruppe il conte.
— Eh! mio Dio! bisogna bene che tutti vivano.
— Certamente; continuate dunque.
— Io amava teneramente mio fratello, ve l’ho detto, per cui risolvetti di non inviargli il denaro, ma di portarlo io stesso. Possedevo un migliaio di fr., ne lasciai 500 ad Assunta, che tale era il nome di mia cognata; presi gli altri 500, e mi misi in viaggio per Nimes; questa era cosa facile, aveva la mia barca, un carico da fare per mare; tutto secondava il mio disegno. Ma, fatto il carico, il vento divenne contrario, di modo che stemmo tre o quattro giorni senza potere entrare nel Rodano. Finalmente vi riuscimmo; risaliti fino ad Arles, lasciai la barca fra Bellegarde e Beaucaire, e presi la via di Nimes; quest’era il momento in cui accadeva il famoso massacro del mezzogiorno. Due o tre briganti chiamati Trestaillon, Truphemy, e Graffan, scannavano sulle strade tutti quelli che credevano bonapartisti. Senza dubbio il sig. conte avrà inteso parlare di questi assassini.
— Sì, ma vagamente; allora era lontano dalla Francia.
— Entrando a Nimes si camminava, alla lettera, nel sangue; a ciascun passo s’incontravano cadaveri; gli assassini, ordinati in bande, uccidevano, saccheggiavano, bruciavano. Alla vista di tanta carneficina, mi prese un tremito, non per me; io, semplice pescatore corso, non aveva gran che a temere, anzi per noi contrabbandieri, quelli erano buoni tempi; ma per mio fratello, soldato dell’impero, che ritornava dall’esercito della Loira colla sua uniforme, le spalline, e che per conseguenza aveva tutto a temere.
— Corsi dal nostro albergatore, i miei presentimenti non mi avevano ingannato; mio fratello era giunto il giorno innanzi a Nimes, ed alla stessa porta di quello a cui andava a chiedere ospitalità era stato assassinato. Feci tutto il possibile al mondo per riconoscerne gli uccisori, ma nessuno osò dirmi i loro nomi, tanto erano temuti. Pensai allora a questa giustizia francese, di cui tanto mi era stato parlato, e che nulla teme, e mi presentai al procuratore del re.
— E questo procuratore del re si chiamava Villefort? chiese negligentemente Monte-Cristo.
— Sì, eccellenza, veniva da Marsiglia ov’era stato sostituto. Il suo zelo gli aveva procurato l’avanzamento. Era stato uno dei primi, si diceva, che aveva annunziato al governo lo sbarco all’isola d’Elba.
— Dunque, riprese Monte-Cristo, vi presentaste a lui.
— Signore, gli dissi, mio fratello è stato assassinato ieri nelle strade di Nimes, non so da chi, ma è nella vostra missione di saperlo. Voi siete qui il capo della giustizia, e spetta alla giustizia il vendicare quelli ch’essa non ha saputo difendere.
«— E che cosa era vostro fratello? domandò il procuratore del re. — Sottotenente nel battaglione Corso.
«— Un soldato dell’usurpatore, allora... — Un soldato dell’esercito francese. — Ebbene! replicò egli, si è servito della spada, ed è morto di spada. — Voi v’ingannate, signore, egli perì sotto il pugnale. — E che volete che gli faccia? rispose il magistrato. — Ma ve l’ho di già detto; voglio che lo vendichiate. — E di chi? — Dei suoi assassini.
«— E che, li conosco io? — Fateli cercare.
«— Per farne che? Vostro fratello avrà avuta qualche contesa, e si sarà battuto in duello. Tutti questi vecchi soldati cadono in eccessi, che loro riuscivano bene sotto l’impero, ma che ora lor riescono male; adesso le nostre genti del mezzo giorno non amano nè i soldati, nè gli eccessi.
«— Signore, non è per me che vi prego. Io piangerei, o mi vendicherei, ecco tutto; ma il mio povero fratello aveva una moglie. Se accadesse anche a me qualche disgrazia, questa povera donna morirebbe di fame, perchè il solo lavoro di mio fratello la faceva vivere. Ottenete per lei una piccola pensione dal governo.
«— Ciascuna rivoluzione ha la sua catastrofe; vostro fratello è rimasto vittima di questa, è una disgrazia, ma il governo nulla deve perciò alla vostra famiglia. Se dovessimo giudicare tutte le vendette che i partigiani dell’usurpatore si sono prese su quelli del re, quando aveano il potere, vostro fratello oggi forse sarebbe condannato a morte. Ciò che accade è naturale, perchè è la legge di rappresaglia.
«— E che! signore, gridai io, è mai possibile che voi parliate così, voi, magistrato!...
«— Tutti questi Corsi sono pazzi, sulla mia parola, rispose de Villefort; credono ancora che il loro compatriotta sia imperatore. Voi sbagliate nell’epoca; dovevate venirmi a dir questo due mesi sono. Oggi è troppo tardi; andatevene dunque, e se non volete andare, vi farò ricondurre.
«Io lo guardai un momento per vedere, se con una nuova preghiera, vi fosse stato qualche cosa da sperare. Quest’uomo era di pietra. Io mi avvicinai a lui: — Ebbene, gli dissi a mezza voce, poichè voi conoscete tanto bene i Corsi dovete sapere in qual modo essi mantengono la loro parola. Voi trovate che hanno fatto bene ad uccidere mio fratello, che era bonapartista, perchè voi siete regio; ebbene! io che sono egualmente bonapartista, vi dichiaro una cosa; ed è, che vi ammazzerò. Da questo momento vi dichiaro la vendetta; per cui cautelatevi bene, e guardatevi come meglio potete; poichè la prima volta che ci ritroveremo faccia a faccia, sarà segno che è giunta l’ultima vostra ora.
«Dopo ciò, prima ancora che si fosse rimesso dalla sorpresa, aprii la porta e fuggii.»
— Ah! ah! disse Monte-Cristo, colla vostra onesta figura, fate di queste cose, Bertuccio, ed anche ad un procuratore del re? Va bene! Ma sapeva egli almeno ciò che voleva dire la parola vendetta?
— Egli lo sapeva tanto bene, che da quel giorno non uscì più solo, e si turò in casa, facendomi cercare da per tutto. Fortunatamente io era tanto ben nascosto, che non mi potè trovare. Allora fu preso dalla paura; tremò di restare più lungamente a Nimes; sollecitò una permuta di residenza, e siccome era realmente persona d’influenza, si fece nominare a Versailles; ma, voi lo sapete, non vi sono distanze per un Corso che ha giurato di vendicarsi del suo nemico, e la sua carrozza, per quanto fosse bene condotta, non ha mai avuto più di una mezza giornata di vantaggio su me, sebbene lo seguissi a piedi. L’importante non era d’ucciderlo, cento volte ne avrei trovata l’occasione; ma di ucciderlo senza essere scoperto, e particolarmente senza essere arrestato. Oramai non era più indipendente, avevo da proteggere e da nutrire mia cognata. Per tre mesi lo appostai, e per tre mesi egli non fece un passo, un movimento, una passeggiata senza che il mio sguardo non lo seguisse ovunque andava. Finalmente scopersi ch’egli veniva misteriosamente ad Auteuil, lo seguii, e lo vidi entrare in questa casa ove siamo; soltanto, invece d’entrare, come tutti dalla porta grande della strada, egli veniva o a cavallo, o in carrozza, e lasciando il cavallo o la carrozza all’albergo, entrava per quella piccola porta che vedete là.
Monte-Cristo fece colla testa un segno che provava, che ad onta dell’oscurità, distingueva infatto l’entrata indicata da Bertuccio.
«Io non ero più necessario a Versailles, e mi stabilii ad Auteuil, e presi le mie misure. Se voleva prenderlo era evidentemente qui che doveva tendere il laccio. La casa apparteneva, come il portinaro lo ha detto a V. E., al sig. marchese di Saint-Méran, suocero del sig. de Villefort. Il sig. de Saint-Méran abitava Marsiglia, e per conseguenza questa casa gli era inutile, così si diceva ch’era stata appigionata ad una giovane vedova, che non si conosceva sotto altro nome se non con quello di baronessa. Di fatto una sera che guardavo al di sopra del muro, vidi una donna giovane, e bella che girava sola per questo giardino, su cui non domina alcuna finestra straniera, ella guardava spesso dalla parte della piccola porta, e compresi che quella sera aspettava il sig. de Villefort. Allorchè fu abbastanza vicina a me, perchè non ostante l’oscurità, potessi distinguerne i lineamenti, vidi una bella giovane di 18 a 19 anni, grande e bionda. Siccome ell’era con una semplice giubba, e niente poteva impedirmi dal vederne la corporatura, m’accorsi ch’era incinta, e che la gravidanza era ancor molto inoltrata.
«Pochi momenti dopo fu aperta la piccola porta; entrò un uomo, la giovane corse più che potè incontro a lui.
«Questi era de Villefort. Giudicai che uscendo, particolarmente se di notte, doveva traversare da solo il giardino in tutta la sua lunghezza.
— Avete poi mai saputo il nome di questa donna? domandò il conte. — No, eccellenza, rispose Bertuccio, voi vedrete che non ebbi il tempo d’informarmene — Continuate.
«Forse quella stessa sera avrei potuto uccidere il procuratore del re, riprese Bertuccio; ma non conosceva ancora abbastanza il giardino in tutti i suoi particolari. Temeva di non poterlo lasciare freddo morto, e di non poter fuggire se qualcuno accorresse alle sue grida. Rimisi la bisogna pel futuro convegno; e perchè nulla avesse a sfuggirmi, presi in fitto una piccola camera che guardava lungo il muro del giardino. Tre giorni dopo, alle sette di sera, vidi un domestico uscir dalla casa a cavallo, e prendere al galoppo la strada che mette a Sèvres; supposi che sarebbe andato a Versailles, e non m’ingannai. Tre ore dopo ritornò l’uomo coperto di polvere; il viaggio era compito. Dieci minuti dopo un altr’uomo a piedi, avvolto in un mantello, apriva la piccola porta del giardino, e la richiudeva dietro a sè.
«Discesi rapidamente. Quantunque non avessi veduto il viso di Villefort, lo riconobbi al battito del mio cuore; traversai la strada, raggiunsi un pilastrino posto all’angolo del muro, coll’aiuto del quale aveva guardato entro al giardino la prima volta. Questa volta però non mi contentai di guardare, cavai di saccoccia il coltello, mi assicurai che la punta fosse bene aguzza, e saltai al di sopra del muro.
«La mia prima cura fu di correre alla porta; egli aveva lasciata la chiave dentro la serratura dalla parte interna, avendo soltanto preso la cautela di darvi un doppio giro.
«Niente adunque poteva opporsi alla mia fuga da quel lato; il giardino era di forma bislunga; nel mezzo la terra era coperta da una folta e molle erbetta ad uso dei giardini inglesi, agli angoli di questo prato erano gruppi di alberi, con folti rami, in allora frammischiati dai fiori d’autunno. Per recarsi dalla piccola porta alla casa, tanto entrando, quanto uscendo, Villefort era obbligato di passare davanti a questi gruppi d’alberi. Era la fine di settembre: il vento soffiava con forza; una luna pallida e languente velata ad ogni momento da grossi nuvoli che scorrevano pel cielo, rischiarava la sabbia dei viali che conducevano alla casa, ma non poteva fendere l’oscurità di questi gruppi fronzuti, fra i quali un uomo poteva tenersi nascosto senza timore di essere scoperto. Io mi nascosi in quello, presso al quale doveva passare Villefort; non appena vi era che, in mezzo ai soffi del vento che curvava i rami degli alberi al di sopra della mia fronte, mi parve distinguere dei gemiti. Ma voi sapete, o per meglio dire, non sapete, sig. conte, che quegli che aspetta il momento di commettere un assassinio, crede sempre sentire passare delle strida sorde nell’aria. Trascorsero due ore, nelle quali, a più riprese, credei sentire ripetersi i medesimi gemiti. Suonò mezza notte.
«L’ultimo tocco vibrava ancora cupo e sonoro, quando scopersi una debole luce illuminare le finestre della scala segreta per la quale noi poco fa siamo discesi.
«La porta s’aprì, e comparve l’uomo dal mantello.
«Quest’era il momento terribile, da molto tempo io mi vi era preparato; cavai il coltello, l’apersi, e mi tenni pronto.
«L’uomo dal mantello veniva direttamente a me; e a seconda che si avanzava nello spazio scoperto, mi pareva scorgere che tenesse in mano un’arme: ebbi timore, non di una lotta, ma di non riuscire. Quando fu a pochi passi da me, riconobbi che ciò che io aveva preso per un’arma, non era altro che una vanga. Non aveva ancora potuto immaginarmi a quale scopo il sig. de Villefort teneva una vanga in mano, quando egli si fermò sull’orlo del gruppo d’alberi, gettò uno sguardo intorno a sè, e si mise a scavare una fossa nella terra: allora m’accorsi ch’egli teneva qualche cosa sotto il mantello, che depose sull’erba per essere più libero nei suoi movimenti: un po’ di curiosità, lo confesso, si frammischiò al mio odio; volli vedere ciò che era venuto a fare là Villefort: rimasi immobile, senza tirare il fiato, ed aspettai.
«Quindi mi venne un’idea, che vidi confermarsi, quando il procuratore del re cavò dal mantello una cassetta lunga due piedi, e larga da sei ad otto pollici. Lasciai deporre la cassetta nella fossa, che poi riempì di terra, poi su questa terra smossa pestò i piedi per fare sparire l’opera notturna. Allora mi slanciai su lui, e gli conficcai il coltello nel petto dicendogli: «— Io sono Giovanni Bertuccio! la tua morte per mio fratello, il tuo tesoro per la vedova di lui: vedi bene che la mia vendetta è più completa di quel ch’io sperava. — Non so s’egli intese queste parole, ma credo di no; poichè cadde senza mandare un gemito; sentii l’onda del suo sangue scorrermi ardente sulle mani e sul viso; ma io era ebbro, era in delirio; questo sangue mi rinfrescava invece di bruciarmi. In un secondo dissotterrai la cassetta colla vanga, poi, perchè nessuno si accorgesse che l’avevo portata via, riempii io pure la fossa, gettai la vanga al di là del muro, e mi slanciai fuori della porta che chiusi a doppio giro per di fuori, portando meco la chiave.
— Va bene, disse Monte-Cristo, quest’era, a quanto vedo, un piccolo assassinio complicato con furto.
— No, eccellenza, rispose Bertuccio; era una vendetta accompagnata da una restituzione.
— E la somma almeno era forte? — Non era danaro.
— Ah! sì mi ricordo, disse Monte-Cristo: non avete voi parlato di un fanciullo?
— Precisamente, eccellenza. Io corsi fino al fiume, m’assisi sulla sponda, e sollecitato di vedere ciò che contenesse la cassetta, ne feci saltar via la serratura col coltello.
«In un panno di tela-battista era avvolto un fanciullo nato allora; il viso era livido, le mani violette annunziavano che egli era rimasto vittima di un’asfissia causata dal funicolo che aveva naturalmente avvolto intorno al collo. Siccome però non era ancora freddo, esitai a gettarlo nell’acqua che scorreva a’ miei piedi; infatto dopo un momento mi parve sentire un leggiero battito nella regione del cuore; gli liberai il collo dal cordone che lo attorniava, e siccome era stato infermiere all’ospedale di Bastia, feci tutto ciò che avrebbe potuto fare un medico in simile occasione, cioè, gli soffiai coraggiosamente dell’aria nei polmoni, dopo un quarto d’ora di sforzi inauditi, lo vidi respirare, e intesi un grido sfuggirgli dal petto. Io pure gettai un grido, ma un grido di gioia. Dio dunque non mi maledice, dissi a me stesso, poichè permette che io ridoni la vita ad una creatura umana in cambio della vita che ho tolto ad un altra.
— E che faceste di questo fanciullo? domandò Monte-Cristo; egli era un bagaglio molto impacciante per uno che doveva fuggire.
— Per questo non ebbi per un momento l’idea di ritenerlo. Ma sapeva che a Parigi vi è un ospizio, ove sono ricevute queste povere creature. Passando per la barriera, dichiarai aver trovato questo fanciullo sulla strada, e presi le mie informazioni. La cassetta faceva testimonianza: la biancheria di battista indicava che il fanciullo apparteneva a persone ricche; il sangue di cui io era asperso poteva appartenere tanto al fanciullo quanto a qualunque altro individuo. Non mi venne fatta alcuna obbiezione, mi fu indicato l’ospizio che era situato all’estremità della strada Enfer, e dopo di aver presa la cautela di tagliare il pannolino in due parti, di maniera che una delle lettere che lo marcava continuasse ad avvolgere il fanciullo, mi riserbai l’altra, deposi il fardello nella ruota, e fuggii a gambe. Quindici giorni dopo io era di ritorno a Rogliano, e diceva ad Assunta:
— Consolati, sorella mia; Israele è morto, ma l’ho vendicato.
«Allora ella mi chiese la spiegazione di queste parole, e io le raccontai tutto l’accaduto: — Giovanni, mi disse Assunta, tu avresti dovuto portarmi quel fanciullo; noi gli avremmo fatte le veci dei genitori che ha perduti, lo avremmo chiamato Benedetto; e mercè questa buona azione Dio ci avrebbe benedetti effettivamente. — Per risposta le consegnai la metà del pannolino che aveva conservata, per poter far reclamare il fanciullo un giorno che fossimo divenuti più ricchi.
— E con quali lettere era marcato questo pannolino? domandò Monte-Cristo.
— Con un L. ed un N. sormontate dalla corona baronale.
— Credo, Dio mel perdoni, che voi facciate uso di termini araldici, Bertuccio! e dove avete fatti questi studi?
— Al vostro servizio, sig. conte, dove s’impara ogni cosa.
— Continuate, son curioso di sapere altre due cose.
— E quali, signore? — Ciò che avvenne di questo ragazzo; non mi diceste che era un fanciullo?
— No, signore, non mi ricordo di avervi detto ciò.
— Ah! credeva averlo inteso, mi sarò sbagliato.
— No, non vi siete sbagliato, perchè effettivamente era un fanciullo; ma V. E. desiderava sapere due cose, qual è la seconda?
— La seconda era il delitto di cui foste accusato quando chiedeste un confessore, e che l’abate Busoni venne a vostra richiesta a ritrovarvi nelle prigioni di Nimes.
— Questa storia forse sarà troppo lunga, eccellenza.
— Che importa? sono appena le dieci, sapete che non dormo, e suppongo che dal vostro lato non avrete gran volontà di dormire. — Bertuccio s’inchinò, e riprese la narrazione.
— Io, parte per iscacciare le tristi rimembranze che mi assediavano, parte per sovvenire ai bisogni della povera vedova, mi rimisi con ordine al mestiere di contrabbandiere, divenuto più facile per l’affievolimento delle leggi che succede sempre alle rivoluzioni. Le coste del Mezzodì particolarmente erano mal custodite, a cagione delle continue sommosse che succedevano, ora in Avignone, ora a Nimes, ora ad Uzès. Noi approfittammo di questa specie di tregua che ci veniva accordata dal governo per annodare delle relazioni su tutto il littorale. Dopo l’assassinio di mio fratello nelle strade di Nimes, non aveva voluto più entrare in quella città; l’albergatore, col quale noi facevamo affari, vedendo che non volevamo più andar a lui, era venuto da noi, ed aveva fissata una soccorsale al suo albergo, sulla strada di Bellegarde a Beaucaire all’insegna del Ponte di Gard. In tal modo avevamo, sia dalla parte d’Aigues-mortes, sia a Martigues, sia a Bouc, una dozzina di luoghi, ove depositavamo le nostre mercanzie, ed ove, al bisogno, trovavamo un rifugio per metterci in salvo dai doganieri e dai gendarmi. È un mestiere che frutta molto quello del contrabbandiere, quando uno ci si applica con una certa intelligenza secondata da buona dose di vigoria; quanto a me, viveva nelle montagne, avendo conservato un doppio motivo di temere i gendarmi e i doganieri, atteso che, qualunque comparsa davanti ad un giudice, poteva indurre un processo, vale a dire una escursione nel passato, nel quale poteva scoprirsi qualche cosa di più importante che non sono sigari di contrabbando, o barili d’acqua-vite che circolano senza il lasciapassare. Così, preferendo mille volte la morte ad un arresto, conduceva a buon fine operazioni maravigliose, e che, più di una volta, mi convinsero, che la troppa cura che ci prendiamo del nostro corpo, è quasi sempre il solo ostacolo alla buona riuscita di quei disegni, che han bisogno di una risoluzione, e di una esecuzione vigorosa e determinata. In fatto una volta che siasi fatto il sacrificio della propria vita, non si è più simili agli altri uomini, e chiunque ha presa questa risoluzione, ha sentito centuplicarsi le forze, ed allargarsi l’orizzonte.
— Anche la filosofia! Bertuccio, voi dunque avete un poco di tutto nella vostra vita?
— Oh! perdono, eccellenza!
— No, no, è solo perchè la filosofia alle 10 e mezzo di sera è un poco troppo tardi. Fuori di questa non ho altra osservazione da fare, atteso che la trovo esatta, ciò che non si può dire di tutte le filosofie.
— Le mie corse divennero dunque sempre più estese, sempre più fruttuose. Assunta era l’economa; e la nostra fortuna andava ingigantendosi. Un giorno che io partiva per una corsa: — Va, diss’ella, al tuo ritorno io ti preparo una sorpresa. — Io l’interrogai, ma inutilmente: ella non volle dirmi di più; ed io partii. La corsa durò quasi sei settimane, noi eravamo stati a Lucca a caricare dell’olio, ed a Livorno a prendere cotoni inglesi; il nostro sbarco si effettuò senza contrari eventi, tirammo i nostri guadagni, e ritornammo allegri e contenti. — Rientrando in casa, la prima cosa che vidi nel luogo più esposto della camera d’Assunta, in una cuna sontuosa, relativamente al resto dell’appartamento, fu un fanciullo di sette in otto mesi; misi un grido di gioia. Il solo momento di tristezza che provai dopo l’uccisione del procuratore del re, fu quello in cui abbandonai quel fanciullo. Non è mestieri di dire che non ebbi mai rimorsi per l’assassinio in sè stesso. La povera Assunta aveva indovinato tutto: approfittando della mia assenza, munita della metà del pannolino, ed avendo scritto, per non dimenticarlo, il giorno e l’ora precisa in cui il fanciullo era stato deposto all’ospizio, era andata a Parigi a reclamarlo. Non le venne fatta alcuna obbiezione, e le fu reso il fanciullo. Ah! vi confesso sig. conte, che vedendo questa creatura dormire nella cuna, il petto mi si gonfiò, e mi scorsero le lagrime: — In verità, Assunta, gridai tu sei una buona donna, ed il Signore ti benedirà.
— Mostrava che tu avevi fede, disse Monte-Cristo.
— Ahimè! eccellenza, riprese Bertuccio, Iddio però fece strumento della mia punizione questo stesso fanciullo. Giammai si dichiarò più prematuramente una natura più perversa; e ciò non pertanto non si può dire che venisse male allevato, poichè mia sorella lo trattava come il figlio di un principe; era un ragazzo di bellissimo aspetto, con occhi cilestri di quella tinta delle terraglie chinesi tanto bene in armonia col bianco latteo del fondo: solamente i capelli di un biondo troppo vivo, davano al suo viso una strana indole, che raddoppiava la vivacità dello sguardo, e la malizia del sorriso. Disgraziatamente vi ha un proverbio che dice: essere i rossi o buoni del tutto o del tutto cattivi: il proverbio non mentiva sul conto di Benedetto, che fin dalla sua prima infanzia si manifestò del tutto cattivo. È vero altresì che la dolcezza di sua madre incorò le sue prime inclinazioni; mia sorella andava continuamente al mercato della città, situato a 5 leghe di distanza, per comprare i primi frutti ed i dolci più delicati per questo fanciullo, il quale preferiva agli aranci di Palma, ed alle conserve di Genova, le castagne rubate al vicino traversando le siepi, o le mele secche del granaio di lui, mentre che aveva a sua disposizione le castagne e le mele del nostro orticello.
«Un giorno, (Benedetto poteva avere 5, o 6 anni) il vicino Wasilio, che, secondo l’uso del nostro paese, non riponeva mai nè la sua borsa nè i suoi gioielli, perchè il sig. conte sa meglio di qualunque altro che in Corsica non vi sono ladri, il vicino Wasilio si lamentò con noi che gli era disparso un luigi; si credè che avesse contato male, ma egli pretendeva di essere sicuro del fatto suo. In quel giorno Benedetto aveva lasciata la casa di buon mattino, e quando lo vedemmo ritornare la sera, si trascinava dietro una scimmia che diceva di aver trovata, colla catena e tutto, legata ad un albero; da più di un mese il cattivo ragazzo, il quale non sapeva più che immaginare, era voglioso di avere una scimmia. Un battelliere ch’era passato di Rogliano, e che aveva molti di questi animali che lo avevano divertito coi loro esercizi, gli aveva senza dubbio inspirata questa malaugurata fantasia. — Nei nostri boschi non si trovano scimmie, e molto meno belle e incatenate, gli diss’io; confessami dunque come ti sei procurata questa. — Benedetto sostenne la menzogna, e l’accompagnò con tali particolari che facevano più onore alla sua immaginazione che alla sua veracità; io m’irritai, egli si mise a ridere; io lo minacciai, egli fece due passi addietro: — Tu non puoi battermi, diss’egli, tu non ne hai il diritto, perchè non sei mio padre. — Noi ignorammo sempre chi gli aveva rivelato questo fatale segreto, che per parte nostra era stato gelosamente custodito: che che ne fosse, questa risposta, nella quale il ragazzo si faceva interamente conoscere, quasi mi spaventò, ed il mio braccio ch’erasi alzato, ricadde senza percuotere il colpevole. Il fanciullo trionfò, e questa vittoria gli dette un’audacia tale, che da quel giorno tutto il danaro d’Assunta, il cui amore sembrava aumentarsi a seconda che egli se ne rendeva meno degno, fu speso in capricci ch’ella non sapeva combattere, ed in follie che non aveva il coraggio d’impedire. Quando io era a Rogliano, le cose camminavano meno male, ma quando partiva Benedetto diventava il capo di casa, e tutto andava alla peggio. Dell’età di 10, o 11 anni tutti i suoi compagni erano scelti fra giovani di 18, a 20 anni, e fra i più cattivi soggetti di Bastia e di Corte, e già per qualche scappata, che meritava un nome più serio, la giustizia ci aveva dati avvisi. Io ne fui spaventato: qualunque interrogatorio poteva avere conseguenze funeste; io era precisamente allora obbligato ad allontanarmi dalla Corsica per una spedizione importante; vi riflettei lungamente, e col presentimento d’evitare qualche disgrazia, risolvetti condur meco Benedetto. Sperava che la vita attiva e faticosa del contrabbandiere, la disciplina severa del bordo, cambierebbero questa indole vicina a corrompersi, se già non era spaventosamente corrotta. Presi dunque Benedetto a parte, e gli feci la proposizione di seguirmi, circondandola con tutte quelle promesse che possono sedurre un giovine di 12 anni. Egli mi lasciò parlare fino alla fine, e quand’ebbi terminato scoppiò in una risata, dicendo: — Siete pazzo, zio mio (egli mi chiamava così quand’era di buon umore), io cambiare la vita che meno, con quella che menate voi? Il mio buono ed eccellente non far niente, colle orribili fatiche che vi siete imposto? passare la notte al freddo, il giorno al caldo, nascondersi continuamente, ricevere schioppettate, e tutto questo per guadagnare un poco di danaro? Del danaro ne ho quanto ne voglio, madre Assunta me ne dà, quanto a lei ne domando; vedete bene che sarei un imbecille se accettassi la vostra proposizione. — Io rimasi stupefatto da quell’audacia, e da quel ragionamento. Benedetto ritornò a giuocare coi suoi compagni, e lo vidi che mi mostrava ad essi come un idiota.
— Grazioso fanciullo! mormorò Monte-Cristo.
— Ah! se fosse stato mio rispose Bertuccio, se fosse stato mio figlio, o pur anche mio nipote, lo avrei ricondotto sul retto sentiero, perchè la coscienza dà la forza. Ma l’idea di percuotere un fanciullo, di cui aveva ucciso il padre mi rendeva impossibile ogni correzione. Detti buoni consigli a mia cognata, che nelle nostre discussioni prendeva sempre la difesa del piccolo disgraziato; e siccome mi confessò che in varie volte le erano mancate somme considerevoli, le indicai un luogo ov’ella poteva nascondere il nostro piccolo tesoro. In quanto a me, la mia risoluzione era presa. Benedetto sapeva perfettamente leggere, scrivere, e fare i conti, perchè quando per caso egli si voleva occupare a studiare, imparava in un giorno ciò che agli altri abbisognava una settimana. La mia risoluzione, diceva, era presa; doveva ingaggiarlo come segretario sopra un bastimento a lungo corso, e, senza prevenirlo di niente, farlo prendere un bel mattino, e trasportare a bordo; in questo modo raccomandandolo al capitano, tutto il suo avvenire dipendeva da lui.
«Stabilito questo disegno partii per la Francia.
«Tutte le nostre operazioni dovevano questa volta eseguirsi nel golfo di Lione, e si rendevano ogni giorno più difficili, perchè eravamo nel 1829. La tranquillità era perfettamente ristabilita, e per conseguenza il servizio delle coste ritornato più regolare e più severo che mai. Questa sorveglianza era ancora aumentata momentaneamente per la fiera di Beaucaire che allora si apriva.
«I principi della nostra spedizione si eseguirono senza impaccio. Noi ancorammo la barca, che aveva un doppio fondo nel quale nascondevamo le nostre mercanzie di contrabbando, in mezzo ad una quantità di battelli che stavano fitti alle due rive del Rodano da Beaucaire fino ad Arles. Giunti là, cominciammo di notte tempo a scaricare le merci proibite, ed a farle passare in città per mezzo di gente in relazione cogli albergatori, nelle case dei quali facevamo i depositi. Sia che la buona riuscita ci rendesse imprudenti, sia che fossimo stati traditi, una sera, verso le 5 p. m. mentre stavamo per metterci a tavola, accorse tutto affannato il nostro piccolo mozzo, dicendo che aveva veduto una squadra di doganieri dirigersi alla nostra volta. Non era precisamente la squadra che ci spaventava; da un momento all’altro, e particolarmente allora si vedevano compagnie intere pattugliare e girare sulle sponde del Rodano; ma le cautele che, al dire del mozzo, questa squadra prendeva per non essere veduta. In un punto noi eravamo in piedi, ma era già troppo tardi: la nostra barca, che evidentemente formava l’oggetto delle loro ricerche, era circondata. Fra i doganieri distinsi qualche gendarme; e tanto timido alla vista di questi, quanto era bravo alla vista di qualunque altro corpo militare, discesi sotto il ponte, e strisciando da un finestrello, mi lasciai calare nel fiume, quindi mi misi a nuotare sott’acqua, non respirando che a lunghi intervalli tanto bene, che senza esser veduto raggiunsi un canale fatto di nuovo, e che poneva il Rodano in comunicazione col canale che da Beaucaire mette ad Aigues-mortes. Una volta giunto là, era salvo, poichè poteva seguire senza essere veduto per quella direzione. Arrivai dunque al canale senza sinistri. Non era nè a caso, nè senza premeditazione che aveva seguito questa via; ho già parlato a V. E. di un albergatore di Nimes, che aveva impiantata una piccola osteria fra Bellegarde e Beaucaire.
— Sì disse Monte-Cristo, me ne ricordo perfettamente, questo degno galantuomo, se non erro, era uno dei vostri associati?
— Precisamente, rispose Bertuccio, ma da sette ad 8 anni aveva ceduto il suo stabilimento ad un antico sartore di Marsiglia, che dopo essersi rovinato nel suo stato, aveva voluto tentare di fare la sua fortuna in un altro. Non fa mestieri dire che le corrispondenze che avevamo col primo proprietario furono mantenute col secondo; adunque a quest’uomo contava chiedere un asilo.
— E come chiamavasi? domandò il conte di Monte-Cristo che sembrava cominciare a prendere qualche interessamento al racconto di Bertuccio.
— Si chiamava Gaspero Caderousse, egli era ammogliato con una donna del villaggio di Carconte, che non conoscevamo per altro nome, che per quello del suo villaggio; una povera donna colpita dalle febbri maremmane, che si moriva di languidezza. In quanto all’uomo egli era gagliardo e robusto dai 40 ai 50 anni, che più d’una volta, in difficili congiunture aveva date prove di prontezza d’animo e di coraggio.
— E dicevate, domandò Monte-Cristo, che tali cose accadevano verso l’anno?... — 1829, signor conte. — In qual mese? — Nel mese di giugno. — Al principio o alla fine?
— Precisamente la sera del 3. — Ah! fece Monte-Cristo, il 3 giugno 1829... va bene, continuate.
— Era dunque a Caderousse, che io contava di domandare un asilo; ma secondo il solito anche nelle congiunture ordinarie non entravamo da lui per la porta che dava sulla strada, e risolvetti di non derogare alle abitudini, scavalcai la siepe del giardino, camminai carpone fra gli ulivi, e i fichi selvatici, e pervenni, nel dubbio che Caderousse potesse aver qualche viaggiatore nell’albergo, ad un soppalco nel quale avevo più di una volta passata la notte tanto bene, quanto nel miglior letto. Questo soppalco non era diviso dalla sala comune del piano terreno dell’albergo che da un tramezzo di assi, nel quale eransi praticate delle fenditure a bella posta, perchè di là potessimo spiare il momento opportuno di far conoscere che eravamo nelle vicinanze. Io voleva vedere se Caderousse era solo, fargli il segno del mio arrivo, terminare con lui il pasto interrotto dall’apparizione dei doganieri; indi profittare dell’uragano che preparavasi per raggiungere le rive del Rodano, ed assicurarmi di ciò ch’era accaduto alla barca ed a quelli che v’erano dentro. Mi calai dunque nel soppalco, e fu fortuna, perchè quasi nello stesso punto Caderousse entrava in casa sua con uno sconosciuto. Mi tenni cheto, ed aspettai, non già colla mira di scoprire i segreti dell’albergatore, ma perchè non poteva fare altrimenti; e d’altra parte la stessa cosa era già accaduta dieci altre volte. L’uomo che accompagnava Caderousse era evidentemente forestiero al Mezzogiorno della Francia: era uno di quei mercanti da fiera che vengono a vendere i loro gioielli alla fiera di Beaucaire, e che in un mese che questa dura, fanno affari per 50 ed anche per cento mila fr. Caderousse entrò vivacemente, e pel primo, indi vedendo la sala vuota secondo il solito, e soltanto guardata dal cane, chiamò la moglie:
— Ehi! Carconta, diss’egli: quel degno uomo del prete non ci ha ingannati, il diamante è buono — Fecesi sentire un’esclamazione di gioia, e quasi subito la scala scricchiolò sotto un passo appesantito dalla debolezza e dalla malattia. — Che dici? domandò la donna più pallida di un morto. — Dico che il diamante è buono, ed ecco qui il signore, che è uno dei primi gioiellieri di Parigi, disposto a darci 50 mila fr., sol che gli proviamo esser veramente nostro; egli vuole che tu gli racconti, come gli ho già raccontato io, in qual modo miracoloso il diamante è caduto nelle nostre mani. Frattanto, signore, sedetevi, se vi piace, e siccome la stagione è calda, vado a cercare con che rinfrescarvi.
«Il gioielliere esaminò con visibile attenzione l’interno dell’albergo, e la miseria manifesta di coloro che stavano per vendergli un diamante che sembrava uscito dallo scrigno di un re. — Raccontate, signora, diss’egli, volendo senza dubbio profittare dell’assenza del marito, perchè non vi fosse alcun segno per parte di costui, e per vedere se i due racconti corrispondevano bene uno coll’altro. — Eh! mio Dio, disse la donna con volubilità, è una benedizione del cielo che eravamo ben lungi dall’aspettarci. Immaginatevi, caro signore, che mio marito era unito in amicizia, fin dal 1814 o 1815 con un marinaro chiamato Edmondo Dantès. Questo povero giovine non aveva dimenticato Caderousse, che lo aveva obbliato del tutto, e gli ha lasciato morendo il diamante che avete veduto. — Ma in qual modo n’era egli divenuto possessore? domandò il gioielliere. Egli lo aveva dunque prima d’entrare in prigione? — No, signore, ma in prigione ha fatto la conoscenza, a quanto pare, di un inglese ricchissimo; e siccome il suo compagno di camera fu malato, e Dantès lo trattò come se fosse stato un fratello, così, l’inglese uscendo dal carcere lasciò al povero Dantès, che meno fortunato di lui è morto in prigione, questo diamante ch’egli a sua volta ci ha lasciato in legato a noi morendo, e che il degno abate ci ha rimesso questa mattina. — È in realtà lo stesso racconto, mormorò il gioielliere, e, in fin dei conti, la storia può essere vera, per quanto comparisca inverosimile a primo aspetto. Non vi è dunque che il prezzo sul quale non siamo ancora d’accordo. — Come! non siamo d’accordo! disse Caderousse; io credeva che aveste acconsentito al prezzo che ve ne ho domandato. — Cioè, rispose il gioielliere, al prezzo di 40 mila fr. che vi ho offerti. — 40 mila fr., gridò la Carconta; non lo venderemo certamente per questo prezzo. L’abate ci ha detto che ne vale 50 mila, senza calcolare la legatura. — E come si chiamava quest’abate, domandò l’istancabile interrogatore. — L’abate Busoni, rispose la donna. — È dunque uno straniero? — Credo che sia un Italiano delle vicinanze di Mantova. — Mostratemi questo diamante, riprese il gioielliere, che lo riveda una seconda volta; spesso si giudicano male le pietre a prima vista. — Caderousse cavò di saccoccia un piccolo astuccio di marrocchino nero, l’aprì e lo passò al gioielliere.
«Alla vista di questo diamante grosso quanto una piccola nocciuola, me lo ricordo come se lo vedessi ancora, gli occhi della Carconta sfavillarono di cupidigia.
— E che pensavate di tutto ciò, signor ascoltatore alle porte? domandò Monte-Cristo, aggiustavate fede a questa bella favola?
— Sì, eccellenza, non riteneva Caderousse per un uomo cattivo, e lo credeva incapace di aver commesso un delitto, e fors’anche un furto.
— Questo fa più onore al vostro cuore che alla vostra esperienza, Bertuccio. Avevate conosciuto questo Edmondo Dantès di cui si parlava?
— No, eccellenza, fino allora non ne aveva mai inteso parlare, e dopo nemmeno tranne una sola volta dallo stesso abate Busoni, quando lo vidi nelle prigioni di Nimes.
— Bene, continuate.
— Il gioielliere prese l’anello dalle mani di Caderousse, cavò di saccoccia un paio di piccole pinzette d’acciaio, e un bilancino di rame; poi allontanando le punte d’oro che ritenevano la pietra nell’anello, fece uscire il diamante dal suo alveolo, e lo pesò scrupolosamente nel bilancino.
«— Giungerò fino a 45 mila fr., diss’egli, ma non darò un soldo di più; siccome questo era il vero prezzo dell’anello, non ho preso meco che questa somma precisamente.
«— Oh! per questo, ritornerò con voi a Beaucaire per prender gli altri 5 mila fr. — No, disse il gioielliere restituendo a Caderousse l’anello ed il diamante: questo non vale di più; e sono anzi dolente di avervi offerto questa somma, atteso che la pietra ha un difetto che non aveva veduto prima; ma non importa, io non ho che una parola, ho detto 45 mila fr., e non mi ritiro. — Almeno rimettete il diamante nell’anello, disse con asprezza la Carconta.
«Egli ritornò ad incassare la pietra. — Bene, bene, bene, disse Caderousse, rimettendosi in saccoccia l’astuccio, si venderà ad un altro. — Sì, rispose il gioielliere, ma un altro non sarà così corrente come sono io; un altro non si contenterà delle informazioni che mi avete date; non è cosa naturale che un uomo come voi possegga un anello di 50 mila fr.; egli ne darà parte ai magistrati, e bisognerà ritrovare l’abate Busoni, e gli abbati che regalano diamanti da due mila luigi, sono rari; la giustizia comincerà col mettervi le mani sopra, sarete messo in prigione, e se siete riconosciuto innocente verrete messo in libertà dopo tre o quattro mesi di prigionia, l’anello o si sarà perduto in ispese di giudizio, o vi sarà restituito con una pietra falsa che costerà 3 fr. invece di 50 mila, e voglio anche ammettere 55 mila, ma voi converrete meco, mio brav’uomo, si corrono sempre certi rischi a comprare. — Caderousse e sua moglie s’interrogarono con uno sguardo. — No disse Caderousse, noi non siamo abbastanza ricchi per perdere 5 mila fr.
«— Come volete, mio caro amico, io però avevo portato, come vedete, bella moneta. — E con una mano cavò di saccoccia un pugno d’oro che fece risplendere avanti gli occhi abbarbagliati degli albergatori, e con l’altra un pacchetto di biglietti di banca. Una forte pugna agitava visibilmente l’animo di Caderousse; era evidente che quel piccolo astuccio di marrocchino, che girava e rigirava nelle sue mani, non gli sembrava corrispondere, come valore, alla somma enorme che gli affascinava gli occhi. Egli si volse a sua moglie:
«— Che dici tu? le domandò a bassa voce.
«— Daglielo, daglielo, diss’ella; s’egli ritorna a Beaucaire senza il diamante, ci denunzierà, e come lo ha detto, chi sa se potremo più ritrovare l’abate Busoni?
«— Ebbene, sia così, disse Caderousse, prendete il diamante per 45 mila fr., ma mia moglie vuole una catena d’oro, ed un paio di buccole d’argento. — Il gioielliere cavò di tasca una scatola lunga e piatta che conteneva molti campioni degli oggetti domandati: — Prendete, diss’egli, io sono andante negli affari; scegliete. — La donna scelse una collana d’oro che poteva costare 5 luigi, ed il marito un paio di buccole del valore di 5 fr. — Spero che non vi lamenterete? disse il gioielliere. — L’abate aveva detto che costava 50 mila fr. mormorò Caderousse. — Andiamo, andiamo, date adunque! che uomo terribile, disse il gioielliere togliendogli di mano il diamante; io vi sborso 45 mila fr., 2,500 fr. di rendita, vale a dire, una fortuna come vorrei averla io, e non siete ancora contento!
«— Ed i 45 mila fr., domandò Caderousse con voce rauca, vediamo, ove sono? — Eccoli, disse il gioielliere. — E contò sulla tavola 15 mila fr. in oro, e 30 mila in biglietti di banca. — Aspettate che accenda una lucerna, disse Carconta, non ci si vede più, e si potrebbe sbagliare. — In fatto durante questa discussione era sopraggiunta la notte, e colla notte l’uragano che minacciava da più di una mezz’ora. Si sentiva in lontano rumoreggiare sordamente il tuono; ma nè il gioielliere, nè Carconta, nè Caderousse sembravano occuparsene, tanto tutti e tre erano ossessi dal demonio del guadagno.
«Io stesso provai una strana fascinazione alla vista di quell’oro, e di quei biglietti. Mi sembrava di fare un sogno; e come succede nei sogni, mi sentiva inchiodato al mio posto. Caderousse contò e ricontò l’oro e i biglietti: quindi li passò alla moglie, che li contò e ricontò anch’essa. In questo mentre il gioielliere faceva specchiare il lume sul diamante, che faceva luccicare dei lampi da far dimenticare quelli ch’erano precursori dell’uragano, e che già cominciavano ad infiammare le finestre. — Ebbene! c’è il vostro conto? domandò il gioielliere. — Sì, disse Caderousse, dammi il portafogli, e trovami un sacchetto, Carconta.
«Carconta aprì un armadio, e ritornò portando un vecchio portafogli di cuoio, dal quale furono tolte alcune lettere sudice, ed in loro vece furono messi i biglietti, ed un sacchetto nel quale erano racchiusi i due o tre scudi da sei lire, che probabilmente formavano tutta la fortuna della miserabile famiglia. — Eh! disse Caderousse, quantunque mi abbiate alleggerito forse di un 10 mila fr., volete cenare con noi? ve l’offro di buon cuore.
«— Grazie, disse il gioielliere; deve essersi fatto tardi, e bisogna che ritorni a Beaucaire, perchè mia moglie starebbe in pena. — E cavò l’orologio. — Per bacco! gridò egli, quanto prima le nove, non sarò a Beaucaire prima della mezza notte. Addio miei piccoli figli; se per caso ritornassero degli abbati Busoni, pensate a me.
«— Fra dieci giorni non sarete più a Beaucaire, disse Caderousse, poichè la fiera finisce nella settimana ventura.
«— No, ma questo non importa, scrivetemi a Parigi, sig. Giovanni, Palazzo Reale, galleria delle pietre, n. 45: farò il viaggio espressamente se ne vale la pena.
«Uno scroscio di fulmine rintronò, accompagnato da un lampo così vivo, che tolse quasi il chiarore della lucerna.
«— Oh! oh! disse Caderousse, e volete partire con questo tempo? — Oh! non ho paura del tuono, disse il gioielliere.
«— E dei ladri? domandò Carconta: la strada non è mai molto sicura in tempo di fiera.
«— Oh! quanto ai ladri, ecco ciò che tengo per loro.
«E cavò di saccoccia un paio di piccole pistole cariche fino alla bocca. — Ecco, diss’egli, dei cani che abbaiano e mordono nello stesso tempo: queste sono pei due primi che avessero brama del vostro diamante, padre Caderousse.
«Caderousse e sua moglie si ricambiarono una cupa occhiata: sembrava che entrambi avessero contemporaneamente qualche terribile pensiero. — Allora, buon viaggio, disse Caderousse. — Grazie, rispose il gioielliere. — E preso il bastone che aveva posato contro un vecchio baule uscì. Nell’atto che aprì la porta entrò un colpo di vento, che per poco non ispense la lucerna.
«— Oh! diss’egli, va a farsi un bel tempo, ed io ho due leghe da camminare con questo tempo!
«— Restate, disse Caderousse, dormirete qui.
«— Sì, restate, disse Carconta con voce mal ferma; avremo per voi tutte le cure.
«— No, bisogna ch’io vada a dormire a Beaucaire. Addio.
«Caderousse andò lentamente fino sul limitare della porta.
«— Non si distingue nè cielo nè terra, disse il gioielliere già fuori di casa. Debbo prendere a destra o a sinistra?
«— A destra, disse Caderousse; non v’è da sbagliare, la strada è fiancheggiata d’alberi da ambe le parti.
«— Va bene, vi sono, disse la voce quasi estinta in lontano.
«— Chiudi dunque la porta, disse Carconta: a me non piacciono le porte aperte quando tuona.
«— E quando v’è del danaro in casa, n’è vero? rispose Caderousse, dando un doppio giro alla serratura. — Egli rientrò, andò all’armadio, ne cavò il sacchetto ed il portafogli, ed entrambi si misero a contare per la terza volta l’oro ed i biglietti.
«Io non ho mai veduto una espressione simile a quella di quei due visi, di cui una debole lampada rischiarava la cupidigia. La donna particolarmente era schifosa: il tremito febbrile che abitualmente l’animava, s’era raddoppiato. Il suo viso di pallido era divenuto livido; gli occhi incavati fiammeggiavano. — Perchè dunque, domandò ella, gli hai offerto di dormire qui? — Ma, rispose Caderousse con un tremito, perchè... perchè non avesse la pena di ritornare a Beaucaire. — Ah! disse la donna con una espressione impossibile a ripetersi, credeva che fosse per un altro fine.
«— Donna, donna! gridò Caderousse, perchè hai simili idee? e perchè, avendole, non le riserbi tutte per te?
«— È lo stesso, disse Carconta dopo un momento di silenzio: tu non sei un uomo. — Come sarebbe a dire? disse Caderousse. — Se fossi stato un uomo, egli non sarebbe uscito di qui. — Donna! — Oppure non arriverebbe a Beaucaire.
«— Donna! — La strada fa un gomito, egli è obbligato di seguire la strada, mentre lungo il canale s’accorcia.
«— Donna! Tu offendi il buon Dio... Tieni, ascolta...
«In fatto s’intese uno spaventoso tuono, nello stesso tempo un lampo rossastro infiammò tutta la sala, mentre il fulmine, decrescendo lentamente, sembrava allontanarsi di mala voglia dalla casa maledetta. — Gesù! disse Carconta segnandosi. — Nello stesso tempo, ed in mezzo a quel silenzio di terrore che ordinariamente succede allo scroscio d’un fulmine, s’intese battere alla porta. Caderousse e sua moglie fremettero, e si guardarono spaventati. — Chi va là? gridò Caderousse alzandosi, e riunendo in un sol monte l’oro ed i biglietti ch’erano sparsi per la tavola, e che coprì con le mani. — Son io, disse una voce. — E chi siete?
«— Eh! per bacco! Giovanni il gioielliere! — Ebbene! che dici ora? riprese Carconta con un terribile sorriso, che io offendeva il cielo? ecco che il cielo pietoso ce lo rimanda!
«Caderousse ricadde pallido ed anelante sulla sedia.
«Carconta, al contrario si alzò, e andò con passo fermo ad aprire la porta. — Entrate dunque, caro sig. Giovanni.
«— In fede mia, disse il gioielliere irrigato dalla pioggia, pare che il diavolo non voglia ch’io ritorni a Beaucaire questa sera. Le più corte pazzie sono le migliori, mio caro Caderousse; mi avete offerto ospitalità, l’accetto, e vengo a dormire da voi. — Caderousse balbettò qualche parola, asciugandosi il sudore che gli grondava dalla fronte.
«Carconta richiuse la porta a doppio giro di chiave, tosto che fu entrato il gioielliere.
XLIV. — LA PIOGGIA DI SANGUE.
«Il gioielliere entrando girò uno sguardo investigatore intorno a sè; ma nulla poteva fargli nascere sospetti, se non ne aveva, e nulla confermarglieli quando ne avesse avuti.
«Caderousse copriva sempre con ambo le mani i biglietti, e l’oro. Carconta sorrideva al suo ospite il più graziosamente che poteva. — Ah! ah! disse il gioielliere, sembra che abbiate paura di non aver ricevuto il conto vostro: che ritornavate a contare il vostro tesoro prima della mia partenza?
«— No, disse Caderousse, ma l’avvenimento che ce ne mette in possesso è così inatteso, che non vi possiamo ancora aggiustar fede, e quando non abbiamo la prova materiale sotto gli occhi, ci pare sempre di sognare. — Il gioielliere sorrise. — Avete viaggiatori nel vostro albergo? domandò egli. — No, rispose Caderousse, non diamo da dormire; siamo troppo vicini alla città e nessuno vi si ferma.
«— Allora vi procuro un grandissimo incomodo?
«— Incomodarci voi! mio caro signore, disse con grazia Carconta, niente affatto; ve lo giuro. — Vediamo, dove mi metterete? — Nella camera in alto. — Ma quella non è la vostra camera? — Oh! non importa; abbiamo un secondo letto nella camera di fianco a questa. — Caderousse guardò con meraviglia la moglie. Il gioielliere canterellò una piccola canzonetta mentre si riscaldava il dorso ad una fascina che Carconta aveva accesa al caminetto per riscaldare il suo ospite. In questo mentre ella portava sopra un angolo della tavola, su cui aveva messa una salvietta, i magri avanzi di un pranzo al quale unì due o tre uova fresche.
«Caderousse aveva nuovamente racchiusi i biglietti nel portafogli, l’oro nel sacchetto, ed il tutto nell’armadio. Egli passeggiava in lungo ed in largo, cupo e meditabondo, alzando a quando a quando la testa sul gioielliere, che stava fumando davanti al caminetto, e che a seconda che si asciugava da un lato, si voltava dall’altro. — Ecco qua, disse Carconta mettendo una bottiglia sulla tavola, quando vorrete cenare, tutto è all’ordine. — E voi? domandò Giovanni.