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Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)

Part 5 of 5 · Lodovico Antonio Muratori · Public domain text

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Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)

Tuttavia le correnti diavolerie suscitarono degli altri mali umori in Francia, che fecero poi maggiore strepito negli anni susseguenti. Imperciocchè in questi tempi comparvero alla luce alcune tesi della Sorbona, per le quali si pretendeva che il papa senza il concilio non fosse infallibile nei decreti del dogma; ch'egli fosse sottoposto al concilio universale, che non si stendesse punto la di lui autorità sopra il temporale dei principi; nè potesse egli deporre i re, nè assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà: il che fece temere che si pensasse a qualche scandaloso scisma nella Chiesa di Dio. In sì scabrose contingenze non mancarono (nè mancano mai) animosi consiglieri che persuasero a papa Alessandro VII di fare il bravo e di sostenere il decoro e la libertà del suo principato coll'armi; e però determinò egli di ammassar ventimila fanti e duemila cavalli, con ordinar leve di soldati anche negli Svizzeri e in Germania: al qual fine approntò la somma di un milione e mezzo, prendendone una parte a frutto, che probabilmente sta tuttavia a carico della camera apostolica, ed esigendo dal monachismo d'Italia, ma non dello Stato veneto, trecento mila scudi, oltre a quei di altre somme, che per altre cagioni dianzi erano state sopra i loro fondi imposte. Quindi si diede a muovere i principi della cristianità in difesa della Chiesa contro le violenze che usava, e più minacciava d'usare il re di Francia. Andarono Brevi, parlarono i suoi ministri; ma dappertutto si trovarono orecchie sorde; e fin lo stesso re di Spagna, preoccupato dalla Francia, non diede se non amorevoli consigli di aggiustare il meglio che si poteva questo imbroglio, non sofferendo gli affari suoi per la guerra del Portogallo, di sposare le altrui querele. Nè lasciava infatti il pontefice di battere di buon cuore le vie dell'accordo, avendo a questo fine inviato in Francia monsignor Cesare Rasponi, uomo assai destro e saggio per trattar di concordia. Non fu questi ammesso nel regno, e solamente a Ponte Buonvicino sui confini della Savoia seguì l'abboccamento suo col duca di Crequì, e quivi colla mediazione dei ministri di Spagna e di Venezia si spianarono i principali punti dell'accomodamento. Tutto nondimeno andò in fascio, perchè insistendo il plenipotenziario franzese, che precedesse la disincamerazione di Castro, intorno a che non aveva facoltà il Rasponi, nè potè ottenerla da Roma, convenne sciogliere l'assemblea, e lasciasse gli affari inviluppati come prima.

L'aprile dell'anno presente restò funestato dalla morte di Margherita di Savoia, la quale, non avendo mai potuto conseguir la corona di Francia, nè pur potè lungamente godere del suo matrimonio con Ranuccio II duca di Parma. Morì essa di parto. Però non tardò questo principe ad intavolare un altro accasamento con la principessa Isabella di Este, figlia del fu Francesco I duca di Modena, a cui, siccome diremo, si diede compimento nell'anno seguente. Similmente nel dì 6 di maggio dell'anno presente Carlo Emmanuele II duca di Savoia con pompa insigne introdusse nella città di Torino la nuova sua consorte, cioè Francesca di Borbone di Valois, figlia del fu duca d'Orleans Gastone, cioè di un fratello del re Lodovico XIII e sorella della gran duchessa di Toscana Margherita Luigia. Ma le tante allegrezze fatte da quella corte per queste nozze non uguagliarono il dispiacere che vi si provò per la morte di Cristina di Francia, sorella del suddetto re Lodovico XIII, e madre del regnante duca di Savoia: principessa che con incomparabil prudenza, costanza, pietà ed amor della giustizia avea per tanti anni governati quegli Stati in mezzo ad infinite burrasche che servirono a far maggiormente conoscere la grandezza del suo animo ed il complesso delle molte sue virtù. Mancò essa di vita nel dì 27 di dicembre, lasciando un'immortal memoria di sè in quella corte e nelle storie. Niuno avvenimento somministra la guerra di Candia all'anno presente, essendo rivolti gli occhi d'ognuno all'altra guerra che in questi tempi mosse il sultano de' Turchi all'imperadore Leopoldo. Se ne stava questo buon monarca mirando con tutta pace la guerra da tanto tempo mossa e continuata da quel tiranno alla repubblica veneta, e parea che nol toccassero punto i di lui progressi nell'altra che facea contro la Transilvania, senza pensare che l'ingrandimento maggiore della smisurata potenza turchesca, già padrona di gran parte della Ungheria, dovea tenere in continuo timore ed allarme i suoi Stati e quei della Germania. Però immerso Leopoldo nello amor della pace, e troppo fidante delle belle parole della Porta Ottomana, si trovava mal provveduto di forze; quando all'improvviso gli mossero guerra i Turchi con tal terrore, che fin si paventò di vederli sotto Vienna, città, la quale con varie fortificazioni e colla spianata dei borghi si preparò alla difesa. Presero i Turchi la forte piazza di Neuheusel, occuparono Nitria, s'impadronirono di Novegradi e Levenz, siccome nella Transilvania conquistarono Claudepoli. Allora svegliato l'imperadore, con lettere ricorse a tutti i principi della cristianità, andò in persona alla dieta di Ratisbona per implorar soccorsi; e trattò di tirare in lega il papa e i Veneziani. Ma gl'imbrogli della corte di Roma colla Francia frastornarono ogni altro affare. Raunò Cesare quante forze potè in quella improvvisata, e buone speranze di aiuti riportò dai principi dell'imperio.

Anno di CRISTO MDCLXIV. Indizione II.

ALESSANDRO VII papa 10. LEOPOLDO imperadore 7.

Credevano gli antichi Romani che il loro dio Termino non sapesse mai rinculare, cioè che, fatto l'acquisto di qualche paese, questo non potesse più uscir delle loro mani: immaginazione derisa da sant'Agostino, che fa vedere più d'una volta obbligata Roma a restituire il tolto. Io non so se ne' moderni Romani fosse passata una somigliante fantasia: solamente so, che avendo il papa incamerato Castro e Ronciglione, volle più tosto rompere ogni trattato d'accomodamento colla Francia, che indursi a disincamerarli, con far valere le bolle pontifizie che lo vietavano. Ma nelle umane cose la necessità dura maestra si fa conoscere superiore alle leggi. Erano già pervenuti nel Parmigiano e Modenese sei mila fanti e quasi due mila cavalli spediti dal re Cristianissimo; cresceva il tuono delle minaccie de' Franzesi contro gli Stati della Chiesa, nè si trovava pur uno che alzasse un dito in difesa del pontefice. Conoscevasi da' saggi in Roma che esso papa avea già consumato gran danaro in mettere insieme otto mila fanti e due mila cavalli, e in procurar leve d'altra gente fuori d'Italia, nè restava nerbo di cassa e di milizie per sostenere e continuare il preso impegno contro di un re potentissimo. Però in fine si trovò che quella autorità che avea un papa di fare un decreto in materia di beni temporali, non mancava ai suoi successori per annullarlo. Con tal fondamento, e per l'urgenza premurosa di guarir la presente piaga, ancorchè la guarigione dovesse costar del dolore, papa Alessandro VII disincamerò Castro, ed aprì di nuovo la strada a ripigliare il negoziato di concordia col re Luigi XIV. Unironsi dunque in Pisa monsignore Rasponi, plenipotenziario del pontefice, e monsignor Luigi di Bourlemont, auditore di Rota, plenipotenziario del re Cristianissimo; e perciocchè esso re di Francia avea chiaramente protestato, che se per tutto il dì 15 di febbraio presente non fosse compiuto l'accordo, egli intendeva di restare in piena libertà di cercar quelle soddisfazioni che fossero competenti alla sua corona, nella guisa che gli fosse sembrata più valevole e propria: perciò nel dì 12 del suddetto mese furono da que' ministri sottoscritti i capitoli della concordia fra sua santità ed esso monarca. Poco profittò la casa Farnese in tal congiuntura; perchè fu ben rimessa a lei la facoltà di riacquistar Castro nel termine di otto anni, ma con restar vivi i debiti suoi ascendenti a più d'un milione e secento mila scudi; e con tutte le apparenze che il duca Ranuccio II mai non ricupererebbe quello Stato, siccome in fatti avvenne. Meno ne profittò la casa d'Este, perchè con trecento quarantacinque mila scudi si pretese di quetar le sue sì fondate pretensioni, ascendenti a più milioni. La principal cura de' Franzesi fu di spremere dalla corte di Roma tutte anche le più esorbitanti soddisfazioni in ristoro dell'affronto che pretendeano fatto al decoro della corona. Vollero dunque che il cardinal Chigi andasse con titolo di legato a Parigi a scusare l'occorso accidente. Che altrettanto facesse il cardinale Imperiali, già cacciato da Genova per le istanze del re. Che _don Mario Chigi _ uscisse di Roma con protesta di non aver avuta parte in quell'attentato, nè vi potesse tornare se non dappoichè il cardinal Chigi avesse portato le discolpe della sua casa alla corte di Francia. Finalmente vollero che si dichiarasse la nazion corsa da lì innanzi incapace di servire a' papi, e che si alzasse in Roma una piramide con iscrizione contenente questo decreto contra de' Corsi. Con sì fatta disgustosa concordia, contra di cui fece dipoi il papa una segreta protesta, ebbero fine i garbugli suddetti. Richiamò il re Cristianissimo in Francia le sue fanterie, e lasciò che la cavalleria passasse dipoi al servigio dell'imperadore. Ma niun saggio vi fu che non disapprovasse un sì rigoroso e prepotente procedere della Francia contra del vicario di Cristo, e tanto più per accidente avvenuto senza menoma colpa del medesimo papa e de' suoi parenti.

Venivano intanto da Vienna calde e frequenti istanze al pontefice per soccorsi, stante la guerra suscitata dal gran signore in Ungheria. Trovò il papa un pronto spediente di aiutar l'imperadore, e di sgravare nel medesimo tempo sè stesso da un grave fardello. Cioè gli esibì gli otto mila fanti e due mila cavalli già da lui assoldati. Ma perchè voleva concedere i soli uomini senza spendere un soldo da lì innanzi, la corte di Vienna non vi si sapeva accomodare, e massimamente essendo quella gente collettizia ed inesperta nel mestiere dell'armi. Mentre su questo si va disputando, il papa, che non potea più sopportar quel peso, impazientatosi, licenziò, nel dì 3 d'aprile, quasi tutta quella gente, e lasciò malcontenti i ministri di Cesare, che avrebbero almen presa la cavalleria; e nè pure procurò almeno di somministrar quelle milizie ai Veneziani. Diede impulso questa risoluzione a non poche declamazioni in Roma stessa contra del pontefice, che si leggono nelle storie d'allora, quasi che egli si mostrasse così ritenuto ne' bisogni urgenti della cristianità, quando poi compariva sì prodigo in arricchir la propria casa, e profondeva danari in fabbriche non necessarie. Giunsero fino a dire, essersi egli prevaluto in suo uso dei duecento mila scudi lasciati dal cardinal Mazzarino da impiegarsi contra del Turco, e di parte ancora delle decime imposte agli ecclesiastici, e destinate alla guerra stessa: il che nondimeno si sa da storie migliori essere stato una calunnia. Lagnavansi ancora ch'egli non trovasse danaro per aiuto di Cesare, quando si erano ben approntati ducento mila scudi, acciocchè con gran fasto e vanità il nipote cardinale comparisse alla corte di Parigi. S'impadronirono in quest'anno l'armi dell'imperadore della città di Cinque Chiese; e il valoroso Nicolò conte di Zrin fece altre prodezze. Ma, impreso l'assedio di Canissa, convenne poi abbandonarlo. Sei mila Franzesi furono spediti dal re Cristianissimo in aiuto di Cesare, che sotto il comando del signor di Colignì diedero anch'essi de' begli attestati del loro valore. Parimente Nitria fu ricuperata e Levenz, sotto la quale ultima il maresciallo di Souches diede una rotta ai Turchi. Ma famosa sopra tutto riuscì e ragguardevole la vittoria riportata dal generale supremo Montecuccoli Modenese nel dì 4 d'agosto al fiume Rab della tanto superiore armata ottomana. Circa sedici mila Musulmani rimasero estinti sul campo e nel fiume, se pur dicono il vero le relazioni d'allora. Non cessava intanto Cesare di manipolar la pace co' Turchi, e questa fu conchiusa nel dì 10 d'agosto, più tosto con biasimo che lode sua, perchè fatta dopo i felici avvenimenti delle sue armi, e per aver lasciata in mano de' nemici la considerabil fortezza di Neuheusel, e deluse le speranze de' Veneti, che per quell'impegno di guerra si figuravano omai facile il ricuperare in Candia i luoghi perduti. Non erano per anche asciugate le lagrime nella corte di Torino per la morte della impareggiabil madama reale Cristina, che nuovo motivo di pianto sopravvenne per la morte ancora della duchessa Francesca di Borbon, moglie del regnante duca Carlo Emmanuele II, principessa di vita esemplarissima, rapita da questa vita dopo soli pochi mesi del suo maritaggio. Ad amendue furono fatti insigni funerali. Passò dipoi quel real sovrano alle seconde nozze colla principessa di Nemours Maria Giovanna Batista della casa di Savoia. Similmente nel febbraio, festeggiato da grande splendidezza, si vide in Modena e poscia in Parma il matrimonio della principessa Isabella d'Este, figlia del fu duca Francesco I con Ranuccio II duca di Parma. Incamminatosi da Roma il cardinal Flavio Chigi nel dì 5 di maggio con suntuosissimo corteggio verso la Francia, fece la sua solenne entrata in Parigi nel dì 28 di luglio, e nel dì 9 di ottobre tornò a rendere conto al papa suo zio, dimorante allora in Castel Gandolfo, della sua felice legazione. Trasferitosi anche il cardinal Lorenzo Imperiali alla corte di Parigi, ne partì poi molto contento. Compiuti questi uffizii, anche il duca di Crequì comparve di nuovo col titolo d'ambasciatore in Roma, accolto colle maggiori dimostrazioni di stima e d'affetto, restando solamente in dubbio se queste venissero dal cuore. Ricevette in quest'anno il senato veneto due ambasciatori del czar di Moscovia Alessio, che andavano girando per conoscere le forze de' principi dell'Europa, cominciando oramai quella corte a scuotere alquanto della sua antica barbarie.

Anno di CRISTO MDCLXV. Indizione III.

ALESSANDRO VII papa 11. LEOPOLDO imperadore 8.

Fra gli altri motivi che avea avuto Leopoldo Augusto di affrettar la pace col sultano dei Turchi, uno dei primarii era quello di accudire al suo matrimonio già conchiuso coll'infanta Margherita di Austria, figlia di Filippo IV re delle Spagne; perchè non avendo quel monarca se non un figlio di complessione assai debole, poteano tali nozze aprire a lui colle ragioni dell'infanta, aggiunte ad altre precedenti, l'adito alla corona di Spagna. Era tuttavia il re Cattolico in guerra coi Portoghesi, e il marchese di Caracena suo generale nel giugno appunto di quest'anno riportò una mala sconfitta a Villa Viziosa, con perdita di circa quattro mila soldati. Si trovò in quel conflitto il principe Alessandro Farnese, fratello di Ranuccio II duca di Parma, e general di cavalleria nell'esercito d'esso re Cattolico, che gran saggio diede del suo valore. Ma un'altra guerra peggiore insorse contra di esso re Filippo IV, cioè una malattia, che nel dì 7 di settembre il portò all'altra vita in età di sessanta anni: principe poco fortunato nella quasi continua lotta colla potenza franzese, e colla ribellione de' sudditi suoi, sempre nondimeno intrepido a tutti i colpi della sinistra fortuna. Avea mente per fare un ottimo governo, e lo fece assai tristo, perchè volontieri si riposava sull'abilità dei suoi ministri e dei favoriti, che, abusandosi dell'autorità, e attendendo ad arricchir sè stessi, condussero l'ampia monarchia spagnuola ad una gran depressione. Per altro la bontà, forse anche eccessiva, la religione, la giustizia e la clemenza furono suoi pregi singolari. Lasciò suo erede e successore Carlo II suo unico figlio, fanciullo di quattro anni, sotto la tutela e reggenza della regina sua madre, cioè dell'arciduchessa Marianna, figlia di Ferdinando III imperadore, e sorella del regnante Leopoldo Augusto; con sostituire a lui, se mancasse senza successione, lo stesso Leopoldo Cesare e i suoi discendenti, e dopo loro il duca di Savoia, con escluderne le regine di Francia in vigor delle rinunzie da lor fatte ai regni della corona cattolica. Carlo II Gonzaga duca di Mauiova terminò anch'egli in quest'anno a dì 15 di settembre il corso di sua vita in età assai immatura, e ne fu attribuita la cagione all'intemperanza sua, non occulta, ma pubblica, per li suoi illeciti amori, che furono anche tramandati alla posterità colle stampe in un libro intitolato: Amore di Carlo Gonzaga duca di Mantova e della contessa Margherita della Rovere. A riserva di questa sua passione, che lo screditò, fu principe amatissimo dai sudditi suoi: tanta era la sua benignità, sì dolce il suo governo. Solea dire: Che amava meglio di essere principe povero, ed avere popolo ricco, che di avere popolo povero, ed essere principe ricco. Restò di lui un figlio in età di tredici anni, non atto al governo, cioè Ferdinando Carlo, che gli succedette nel ducato, sotto la reggenza della duchessa Isabella Chiara sua madre. Ma era entrata la lussuria in quella nobil casa. Gli esempii cattivi del padre, colla giunta degli altri della stessa sua madre, che non avea portate seco a Mantova le virtù luminose dell'augusta casa d'Austria, servirono di una pessima scuola e di una infelice educazione a questo giovinetto principe: laonde se ne raccolsero poi degli amari frutti. Non badò in quest'anno il gran signor de' Turchi alla guerra di Candia, e neppure i Veneziani fecero ivi impresa alcuna di conto: che tale non è probabilmente da dire l'aver eglino prese in varie volte due galee, una grossa nave e tredici altri legni da carico. Furono liti fra il papa ed essi Veneti a cagion dei mercatanti dello Stato ecclesiastico, che, navigando per l'Adriatico, ricusavano di pagar dazio ad essi Veneti. Seguirono di qua e di là rappresaglie, ma in fine toccò ai più deboli, cioè ai pontifizii, di cedere. Nè il pontefice, nè i Maltesi, siccome disgustati anche per altri motivi, mandarono in quest'anno le loro galee in Levante. Nel dì 14 di maggio con somma allegrezza della corte di Torino e de' suoi popoli, nacque al duca Carlo Emmanuele II un figlio, a cui fu posto il nome di Vittorio Amedeo, che riuscì poi il più glorioso principe della real casa di Savoia.

Anno di CRISTO MDCLXVI. Indizione IV.

ALESSANDRO VII papa 12. LEOPOLDO imperadore 9.

L'universal pace che si godè nel presente anno in Italia avea sparsa la quiete e l'allegria dappertutto, quando parve che fossero per turbarla alcune controversie insorte fra i duchi di Modena e di Mantova pel possesso di varie isole nel Po verso Brescello e Boretto in faccia di Viadana, dove il corrente d'esso fiume serve di divisione e confine dei vicendevoli Stati. Sostenendo le due duchesche vedove reggenti le pretensioni e ragioni dei piccioli duchi lor figli, misero mano all'armi, e si fece gran preparamento di genti e d'artiglierie all'una e all'altra riva del fiume. Stavano in espettazione i curiosi di veder qualche gran fatto di queste novelle amazzoni, quando don Luigi Ponze di Leon, governator di Milano, a cui non piaceva sì fatta tresca, per sospetto che la duchessa di Modena, ricorrendo alla Francia sua protettrice, svegliasse nuove guerre in Lombardia, spedì a Modena il conte Vitaliano Borromeo, a Mantova il marchese Lonati che intavolarono un armistizio, e rimisero la pendenza al tribunale cesareo. Spedito poi in Italia per questo affare il conte Amedeo di Vindisgratz, davanti al quale seguì poi una lunga discussion delle controversie, solamente nel dì 6 di aprile formò, stante la minorità dei duchi, un aggiustamento provvisionale che passò in una stabile legge, osservata sino al dì di oggi da amendue le parti. Dimorava nell'agosto di questo medesimo anno Isabella d'Este, duchessa di Parma, in Colorno, dove partorì un figlio con somma consolazione di quella corte; ma nel dì 21 d'esso mese si convertì l'allegrezza in altrettanta mestizia per la morte di quel principino con estremo dolore ancora del principe cardinal d'Este suo zio, e della duchessa di Modena, che vi si trovarono presenti. Nel dì 25 d'aprile, giorno solenne di Pasqua di Risurrezione, fu sposata in Madrid dal duca di Medina las Torres a nome dell'imperadore Leopoldo l'infanta Margherita, sorella del picciolo Carlo II re di Spagna. Da lì a qualche mese accompagnata dal cardinal Girolamo Colonna, e da un superbo corteggio di nobiltà, andò ad imbarcarsi nella real flotta delle galee di Spagna, Napoli, Sicilia, Sardegna, Gran duca e Malta. Nel dì 20 di agosto sbarcò al Finale, accolta ivi dal governator di Milano. Per tutto il viaggio sino a Milano ricevè tutti i possibili onori, e finalmente nel dì 25 di settembre fece il suo pubblico ingresso in essa città di Milano con incredibil pompa e concorso d'innumerabil foresteria. Inviossi dipoi da Milano verso la Germania nel dì 10 di ottobre, ed entrata nello Stato veneto, fu ricevuta con insigne magnificenza dall'ambasciatore e dai ministri di quella repubblica; dopo di che continuò il suo viaggio alla volta del Tirolo, giungendo poscia a Vienna nel dì 5 di dicembre. Si distinse il presente anno colla inondazione dei fiumi, e spezialmente negli Stati della repubblica veneta dove fra gli altri il fiume Oglio devastò una intera villa colla morte di ducento cinquanta persone. Perì sulle coste di Sicilia e Calabria gran copia di navi mercantili, e in Palermo la inondazione arrivò sino al secondo piano delle case con gravissimo danno di quel popolo. Nè si dee tacere una curiosa cosa di Francia, avvenuta sul fine di quest'anno, cioè che quel parlamento proibì l'uso delle parrucche; e ciò, perchè s'era fatto il conto che in comperar capelli, spezialmente fuori del regno, si spendeva ogni anno più di due milioni di scudi. Se questo divieto avesse sussistenza, e come stia oggidì la fortuna delle parrucche, non vi ha bisogno ch'io lo ricordi. Durò la guerra di Candia, ma senza fatti meritevoli che se ne faccia menzione.

Anno di CRISTO MDCLXVII. Indizione V.

CLEMENTE IX papa 1. LEOPOLDO imperadore 10.

Fin qui avea condotto il suo pontificato papa Alessandro VII con somma prudenza e grande amore della giustizia, e con far godere un placido governo ai suoi popoli, avendoli aiutati e difesi nei tempi di peste e di carestia, ed eletto più tosto di comperar caro la pace col re di Francia, dopo essere incorso nella di lui nemicizia senza alcuna sua colpa, che di lasciar esposti a guai e molestie i sudditi suoi. Di suntuose fabbriche ancora aveva ornata Roma, e spezialmente dell'insigne portico e colonnato della piazza di San Pietro; avea arricchita la biblioteca vaticana coi manoscritti dei già duchi di Urbino, e provveduto il porto di Civitavecchia di un bell'arsenale. Meditò anche seriamente di formare in Roma un insigne collegio di uomini dottissimi in ogni sorta di erudizione ecclesiastica, tirando colà da tutte le provincie del mondo cattolico i più chiari ingegni, per valersi del loro consiglio nelle materie spettanti alla religione, ed opporre le lor penne a quelle dei protestanti, conoscendo che la scolastica, di cui unicamente si pregiano i più de' teologi, non è bastevole nelle battaglie con essi. Intenzione sua era di alimentar e provvedere di largo stipendio sì fatti insigni letterati, con applicare al mantenimento d'esso collegio le rendite di que' monisteri e conventi, nei quali si è perduta l'antica regolar disciplina, e servono oggidì non di ornamento, ma di peso alla repubblica. Finalmente, a misura del merito, del sapere e dei buoni costumi, intendeva di promuovere uomini tali ai magistrati ed anche ai primarii della Chiesa romana. Più bella, più utile, più gloriosa istituzione di questa non potea cadere in mente ad un romano pontefice; e l'avrebbe egli eseguita se le applicazioni sue non fossero state turbate dalla tempesta contra di lui commossa dal re Cristianissimo e da altre disavventure. Tornò, è vero, la serenità, ma in tempo che la sua sanità cominciò a combattere con acerbi e lunghi mali che in fine il trassero al sepolcro, lasciando la cura e gloria di sì memorabil impresa a chi dei suoi successori porterà sul trono di san Pietro un animo grande, e una piena conoscenza di ciò che è veramente di decoro e vantaggio alla Chiesa di Dio. Mancò di vita questo pontefice con esemplar divozione nel dì 22 di maggio, lasciando ben arricchiti i suoi parenti, e poco desiderio di sè nel popolo romano, il quale caricò in tal congiuntura di villanie don Mario e i nipoti Chigi, perchè sotto il loro governo s'erano aggiunte alle vecchie undici nuove gabelle. Corse voce ch'egli lasciasse in mano del celebre padre Sforza Pallavicino gesuita, da lui promosso alla sacra porpora, una scrittura di sua mano, da consegnarsi al suo successore, in cui esortava i successori a non permettere mai la restituzione di Castro e Ronciglione al duca di Parma, tuttochè promessa nella concordia Pisana al re di Francia. Del che poi si videro gli effetti, perchè, depositati in Roma gli ottocento quindici mila scudi dal duca Ranuccio II, non si trovò chi li volesse ricevere; e però gli convenne fare una protesta in preservazione delle sue ragioni e dell'accordato colla Francia, la quale niun pensiero si mise dipoi per fargli mantener la parola.

Dappoichè furono chiusi in conclave i porporati elettori nel dì 2 di giugno, vennero nel dì 20 d'esso mese ad unirsi i lor voti nella persona del cardinale Giulio Rospigliosi da Pistoia, di età di anni sessantotto, il qual prese il nome di Clemente IX, e diede principio al suo governo con un'azione che sommamente rallegrò il popolo romano. Cioè levò un dazio da lungo tempo imposto sopra il grano, e sembrato sempre insoffribile alla bassa gente, avendolo con danaro riscattato da chi ne godea le rendite, per aver somministrate grosse somme d'oro alla camera pontifizia, o per veri bisogni o per capricci dei precedenti nipoti dei pontefici. Accompagnò l'ottimo pontefice questo pubblico benefizio con un atto di eroica moderazione, perchè nell'editto non volle che comparisse il suo nome, ma bensì quello del predecessore Alessandro VII, per aver egli principalmente raunato il danaro occorrente ad oggetto di estinguere quel dazio. Un vero zelo nudriva questo papa per sostenere la cristianità contro gli sforzi della potenza ottomana; nè perdè egli tempo a sollecitar tutte le potenze cattoliche in soccorso dei Veneziani, troppo infievoliti per la sì lunga e dispendiosa guerra di Candia. Ma per mala ventura in questo medesimo anno più che mai si venne a scorgere che lo spirito conquistatorio avea da essere in avvenire il primo mobile della mente di Luigi XIV re di Francia. Mosse egli delle pretensioni sopra il Brabante ed altri paesi della corona di Spagna, e nello stesso tempo con ismisurate forze si diede ad impadronirsene. Uscirono dall'una e dall'altra parte manifesti e ragioni, esibendo invano l'indebolita corte di Spagna nella minorità del re di rimettere in arbitri quella pendenza, e indarno allegando le rinunzie fatte dalle ultime due regine di Francia, e confermate dal medesimo re Luigi e dalla regina sua madre. Papa Clemente IX spedì tosto ad esso re Cristianissimo Jacopo Rospigliosi, figlio di Camillo suo fratello, ed internunzio allora in Brusselles, per placarlo e per fermarlo. Trovò questi un benigno accoglimento, nè gli mancarono sparate di belle parole, ma senza poter punto interrompere il favorevol progresso dell'armi franzesi.

Intanto i Veneziani, dopo aver ricevuto sussidii di denaro o di gente o di navi dal pontefice, dalla Spagna, dai duchi di Savoia e di Toscana, da Malta e dal cardinal Francesco Barberino: spedirono in Levante Francesco Morosino, eletto capitan generale, con tre mila soldati e molti attrezzi da guerra. Straordinario armamento avea fatto il primo visire, per passare all'assedio della città di Candia; e colà in fatti comparve costui con potente esercito nel dì 22 di maggio, e dopo aver fatto distruggere Candia Nuova, affinchè i suoi soldati deponessero la speranza di ricovrarsi colà, distribuì intorno alla città i quartieri, cominciò gli approcci, e con varie batterie di cannoni si diede furiosamente a bersagliare la terra. Per una gagliarda difesa non aveano i Veneziani tralasciata diligenza veruna; numeroso era il presidio e ben animato a dare il sangue per sostener l'onore della fede cristiana; e le donne stesse non la cedevano in coraggio e fatica ai più valorosi combattenti. Perchè poco si avanzavano i Turchi ne' lavori, per lo più sturbati dai cristiani, si applicarono con immensa quantità di guastatori a far mine e fornelli, e farli giocare, con isboccar anche nella fossa da tre parti. Memorabil fu la copia degli estinti in tanti assalti, contandosi che dalla parte de' Veneziani vi perissero da sei mila soldati, compresi ottocento uffiziali; e da quella de' Turchi incredibile quantità di gente vi lasciò la vita. Intanto fu sostenuto da essi vigorosamente quell'assedio fino al dicembre, in quanto che di mano in mano veniva sempre di nuove genti rinfrescato l'esercito loro. Lo stesso gran signore s'era portato in Morea per dar più calore all'impresa. Nel mercoledì santo, a dì 6 d'aprile dell'anno presente, un fierissimo tremuoto recò immensi danni alle città della Dalmazia e dell'Albania. Andò quasi tutta per terra la città di Ragusi, non essendosi salvati che quattrocento abitanti e sessanta monache. Tre giorni prima s'era ritirato il mare per tre miglia da quel porto. Budua restò totalmente distrutta; Castelnuovo e Dulcigno in gran parte atterrati; e la città di Cataro talmente fu inghiottita dalle acque del mare, che le navi passeggiavano liberamente sopra di essa. Sebenico e Traù furono anch'esse danneggiate assaissimo. Nella stessa Venezia si sentì la scossa di quel tremuoto, e in molti luoghi d'Italia, ma con far solamente paura.

Anno di CRISTO MDCLXVIII. Indizione VI.

CLEMENTE IX papa 2. LEOPOLDO imperadore 11.

Oltre all'avere il re Luigi XIV nel precedente anno ridotte alla sua ubbidienza varie città e piazze della Fiandra, giacchè un bel giuoco a lui faceva la minorità del re di Spagna Carlo II, e la poca provvidenza dei suoi ministri: nel presente, mentre mostrava di dar orecchio ai trattati di pace, avendo anche accettato per mediatore papa Clemente IX, all'improvviso, durante anche il verno, cioè nel dì 2 di febbraio, s'inviò alla volta della Franca Contea. Non si aspettavano gli Spagnuoli insulto alcuno in quella parte, perchè non pretesa ne' manifesti del re di Francia. In diecisette giorni Besanzone, Dola e tutte le altre piazze forti di quella provincia vennero in potere del re. Aprirono allora gli occhi i potentati vicini; e conoscendo che se non si metteva argini a sì gran torrente d'armi, e ad un re di sì buon appetito, che non direbbe mai basta, ognuno se ne avrebbe a pentire: Leopoldo Augusto, i principi dell'imperio, gl'Inglesi, Olandesi e Svezzesi, o trattarono o conchiusero leghe. La corte allora di Francia, a cui non compliva di tirarsi addosso l'invidia e nemicizia di tante potenze, accortamente, prima che seguissero maggiori impegni, volle farsi onore col buon pontefice Clemente (il qual certo avea accordato molte riguardevoli grazie alla Francia) mostrando che in riguardo suo condiscendeva di buon cuore alla pace. Questa infatti fu conchiusa in Acquisgrana nel dì 2 di maggio, restando in potere del re Cristianissimo il meglio delle piazze conquistate in Fiandra. Fu restituita agli Spagnuoli la Franca Contea tal quale era; ma non quale era stata. Perciocchè, prevedendo il re Luigi che dovea restituirla, smantellò tutte le mura e fortificazioni delle fortezze, ne asportò le artiglierie, le munizioni ed armi, e fin le campane. Secondo il calcolo degli Spagnuoli, ascese questo danno ad otto milioni di lire di Francia, e altri ne dovettero poi essi impiegare in rimettere bronzi, armi, magazzini e fortificazioni, per tornar poscia in breve a tributar tutto ad un re confinante, troppo ambizioso e manesco. Riuscì in questo anno all'ottimo papa Clemente di ottenere dal re Cristianissimo che si abbattesse in Roma la piramide ivi alzata per colpa di pochi in obbrobrio di tutta la nazione corsa, con far anche il papa levar via una croce posta davanti la chiesa di Sant'Antonio con iscrizione poco favorevole alla memoria del re di Francia Arrigo IV. Calde ancora erano le istanze dello zelante papa allo stesso monarca per soccorsi in aiuto di Candia, a cui minacciavano l'ultimo eccidio l'armi turchesche. Contribuì il re danaro, affinchè i Veneziani assoldassero gente in Francia, e somministrò navi per condurla nell'Arcipelago. Concorsero volontarii a questa impresa molti della primaria nobiltà franzese, e cento cinquanta uffiziali riformati. Il duca della Fogliada unì ducento gentiluomini, il conte d'Arcourt della casa di Lorena, ottocento buoni soldati, e circa due altri mila si misero sotto le lor bandiere, e andarono ad imbarcarsi col conte di San Polo.

Fin qui il marchese Francesco Villa Ferrarese, generale del duca di Savoia, avea con sommo valore, con titolo di generale de' Veneziani, militato in Candia, e per molte sue segnalate azioni s'era acquistato gran gloria. Ossia che il duca per suoi proprii bisogni o disegni il richiamasse a Torino, o ch'egli per gare accadute coi generali veneti si trovasse mal soddisfatto, se ne tornò in Italia. In luogo suo fecero i Veneziani venir di Francia il Mombrun marchese di Santo Andrea, di setta ugonotto, capitano di grande sperienza nell'armi, benchè in età di ottant'anni. I principi d'Italia, chi più, chi meno, contribuirono soccorsi alla repubblica veneta in sì urgente bisogno; ma specialmente si sbracciò per sovvenirli il pontefice, che, oltre all'avere, per mezzo delle sue lettere e de' suoi ministri, commosse tutte le corti cattoliche all'aiuto di Candia, prese al suo soldo tre mila fanti agguerriti tedeschi, a lui mandati dall'imperadore sino alla Pontieba, e ordinò alle sue galee che colle maltesi passassero in Levante. Venuta la primavera, tornò con più gagliardia il visire a promuovere le offese contro Candia. Risoluta era la Porta Ottomana di voler quella città ad ogni costo. La grandezza del suo imperio e la vicinanza degli Stati nulla di gente e di altre provvisioni lasciava mancare al suo campo. Contavansi fra loro schiere intere di rinegati cristiani; e i mercatanti inglesi ed olandesi vendevano loro quanti cannoni, bombe ed altri militari attrezzi e munizioni occorrevano. Laddove la repubblica veneta, consumata oramai dalle immense somme, e in tanta lontananza, troppo inegualmente potea soddisfare al bisogno. Si sa che i Turchi non risparmiano le vite degli uomini, allorchè preme al loro sovrano l'acquisto di qualche piazza. Però un infernal carosello si fece per tutto quest'anno ancora intorno a Candia. Incredibili furono gli sforzi di que' Barbari, non minore la bravura dei difensori. Da gran tempo un simile ostinato e sanguinoso assedio non s'era veduto. Insolita cosa parve in que' mari una battaglia di mare eseguita dal capitan generale Francesco Morosino in tempo di notte, vegnente il dì 9 di marzo, contro i legni turcheschi Conquistò egli cinque galee colla capitana di Durach Bey, corsaro famoso, che ivi perdè la vita; i prigioni ascesero a quattrocento dieci; gli schiavi cristiani liberati a mille e cento. Nel campo degl'infedeli s'era già introdotta la peste, e almeno ducento persone ogni dì perivano; pure, sopravvenendo sempre continui rinforzi, non iscemava punto la lor potenza; le batterie de' cannoni, de' mortari e bombe continuamente risonavano, e le mine e i fornelli sovente scoppiavano con larghe breccie ne' baloardi, che venivano tosto riparate dall'inesplicabil coraggio degli assediati, che non cessavano di far sortite, inchiodar cannoni e spianar trincee.

Di niuno aiuto servirono in questo anno le galee ausiliarie del papa, di Malta e di Napoli; perchè troppo tardi giunte, e piene di puntigli, ben presto se ne tornarono ai loro porti. Ma sul principio di novembre sbarcarono in Candia i venturieri franzesi, e inoltre il cavalier della Torre con settantatrè altri cavalieri di Malta e quattrocento soldati scelti spediti dal gran mastro. Memorabile riuscì fra l'altre azioni una sortita fatta nel dì 16 di dicembre da trecento animosi gentiluomini franzesi, con molti altri venturieri savoiardi ed italiani, che andarono a testa bassa ad assalire i Musulmani nei loro ridotti. Grande strage ne fecero, ma di essi non ne tornò indietro se non la metà. Dopo di che i Franzesi scemati forte di numero, e rimbarcati, sul principio del seguente gennaio spiegarono le vele verso Provenza. Così terminò la diabolica campagna dell'anno presente in quelle parti, con essersi calcolato che dalla parte de' cristiani venissero meno quasi dieci mila e quattrocento persone, oltre ad alcune centinaia d'uffiziali anche principali; e da quella de' Turchi circa trentasette mila, fra' quali alcuni bassà, bey e beglierbey. Per la morte della duchessa Isabella d'Este rimasto vedovo Ranuccio II duca di Parma, in quest'anno con dispensa pontifizia passò alle terze nozze colla principessa Maria d'Este, sorella della defunta duchessa, e figlia anch'essa del già Francesco I duca di Modena. Con suntuose feste venne celebrato questo maritaggio in Modena nel dì 16 di marzo, e da esso provennero poi due principi, cioè Francesco ed Antonio, che furono poi l'un dietro l'altro duchi di Parma. Fece in quest'anno papa Clemente IX conoscere sempre più la grandezza dell'animo suo, perchè nello stesso di 5 d'agosto, avendogli la morte rapito Tommaso Rospigliosi suo nipote, giovane di grande espettazione, mentre si faceva il suo funerale, egli pacatamente intervenne al sacro concistoro, e vi creò due cardinali. A questo giovinetto eresse dipoi il senato romano una statua nel Campidoglio: tanto era il pubblico amore verso il pontefice zio. Finì i suoi giorni in Milano don Luigi Ponze di Leon governatore di quello Stato nel dì 29 di marzo, e pro interim fu appoggiato quel governo al marchese de Los Balbases Paolo Spinola, finchè venne, a dì 8 di settembre, ad assumere il comando il marchese di Mortara, il quale dopo tre mesi parimente compiè la carriera del suo vivere.

Anno di CRISTO MDCLXIX. Indizione <sc>VII<sc>.

CLEMENTE IX papa 3. LEOPOLDO imperadore 12.

Ebbe la cristianità nell'anno presente di che affliggersi, perchè dopo tanti dispendii d'oro e di vite, e dopo tante fatiche, fu costretta l'infelice città di Candia di piegar il collo sotto il giogo turchesco. Avea raddoppiati i suoi uffizii il buon papa Clemente IX alle corti dei principi cattolici, per ottener soccorso in sì urgente occasione alla repubblica veneta. Accudì il generoso animo di Luigi XIV re Cristianissimo in questo anno ancora a sostener l'onore del nome cristiano contro degl'infedeli, ed allestì un corpo di otto mila combattenti e una poderosa flotta, dandone la condotta al duca di Beaufort grande ammiraglio e al duca di Novaglies. Ed affinchè alle violenze, che contra il diritto delle genti suol praticare la Porta, non rimanesse esposto il suo ambasciatore in Costantinopoli, spedì tre vascelli a levarlo di là; benchè poi si lasciasse quel ministro avviluppar dalle lusinghe de' Turchi, e si fermasse: il che attribuirono altri a maneggio suo, per non perdere quel lucroso impiego. Varii principi di Germania, mossi a pietà della veneta repubblica, oppressa da que' cani, varii soccorsi di gente e di danaro le spedirono. Non fecero di meno i principi d'Italia, e fra gli altri Laura duchessa reggente di Modena inviò in loro aiuto un reggimento di mille fanti, comandato da' suoi uffiziali, e in oltre, un regalo di cinquanta mila libbre di polvere da fuoco. Gente, danaro e galee preparò esso pontefice, e dichiarato Alessandro Pico duca della Mirandola mastro di campo generale delle sue armi in Candia, quanto mai potè operò per sottrarre quella città dall'imminente rischio di cadere nelle unghie turchesche. Fu creduto che i Veneziani, siccome quelli che tenevano sempre un ministro senza carattere presso il primo visire Acmet per trattare di pace, avrebbono potuto ottenerla con buone condizioni, cedendo la città di Candia, e ritenendo la metà dell'isola; ma dall'aspetto di tanti soccorsi isperanziti non seppero essi indursi a conchiuderla. Per tutto il verno e per la primavera continuarono i Turchi con incessante furore a sempre più avanzare i loro lavori sotto Candia, contrastando però loro i valorosi cristiani ogni palmo di terreno con vicendevole spargimento di sangue. Tante e tali furono le memorabili azioni di guerra, e sopra tutto di questo arrabbiato assedio, che han servito d'argomento a più libri di storie.

Nel dì 16 di giugno pervenne a Candia la flotta franzese composta di tredici galee, quattordici vascelli, quattro navi incendiarie e cinquanta legni minori. Trovarono i Franzesi in un miserabile stato quella città, prese dai Turchi tutte le fortificazioni esteriori, formate breccie, e il tutto in manifesto pericolo di peggio. Per la discordia facilmente vanno a monte le più belle imprese. I bellicosi comandanti ed uffiziali franzesi (ancorchè fossero di contrario sentimento i generali veneti Morosino Mombrun, o sia il signore di Santo Andrea) non vollero perdere tempo a fare una vigorosa sortita. Eseguirono essi questo disegno, uscendo dalla piazza nella notte precedente al dì 25 del suddetto mese di giugno, e, al primo spuntar dell'alba, con incredibile ardore si spinsero contra le nimiche trincee, superandone l'una e poi l'altra. Tal terrore entrò ne' Musulmani, che, rovesciati di qua e di là, non tennero il piè fermo; e già arrivato il grosso dei Franzesi alle batterie nemiche, apparenza v'era d'una illustre vittoria; quando, accesosi improvvisamente il fuoco in due barili di polve, levò di vita trenta d'essi. Bastò questo perchè tutti gli altri, credendo minati quei siti, presi da panico terrore, dissero: Volta; e per quanto si sforzassero gli uffiziali per ritenerli, tutto fu indarno. Allora i Turchi, ripigliato coraggio, scagliatisi loro addosso, gl'inseguirono sino alle porte della città. Che mille cinquecento Turchi perissero in quel conflitto, fu scritto da chi non avrebbe saputo come provarlo. Certo è bensì che lasciarono ivi la vita lo stesso ammiraglio duca di Beaufort, sessanta bravi gentiluomini franzesi, cinquantaquattro uffiziali riformati ed alcune centinaia di soldati. Pertanto restò si malcontento di questa impresa il duca di Novaglies, che per quante preghiere adoperassero il capitan generale Francesco Morosino ed altri, non si potè ottenere ch'egli mutasse la risoluzion presa di rimbarcare il resto di sua gente, e di far vela verso Francia nel dì 20 d'agosto. Con esso lui fuggì anche non poca gente del veneto presidio in gravo discapito della piazza. Trovò il Novaglies in viaggio il signor di Bellafonte, che di Francia conducea altri mille e cinquecento fanti, nè questo giovò per fermare i suoi passi. Fu poi disapprovata in Francia la sua ritirata, e speditogli ordine di non capitare alla corte. Le ciarle, che corsero allora, portavano ch'egli si lamentasse non poco del general Morosino, per aver questi ricusato di secondare la felice sortita dei Franzesi, credendosi, che se avesse anche egli loro dato braccio, in quel solo giorno sarebbe restata Candia libera dall'assedio turchesco. Immaginò la gente che il Morosino se ne astenesse o perchè avea trattato segreto di pace co' Turchi, o per gelosia che, succedendo la vittoria, se ne attribuisse la gloria ai soli Franzesi: pensiero che non potea cadere in personaggio sì savio ed amante della patria. Probabilmente se ne andò il Novaglies, perchè riconobbe l'impossibilità di tenere in piedi un edifizio sì vicino alla rovina.

Erano già pervenute, nel dì 3 di luglio, a Candia le galee ausiliarie del papa e di altri principi in numero di ventisette, sotto il comando del balì Vincenzo Rospigliosi, nipote dello stesso pontefice. Colà giunse ancora nel dì 22 di giugno il duca della Mirandola colle milizie di terra dei pontefice e del duca di Modena, le quali ultime erano ridotte a soli settecento uomini per li disagi del lungo viaggio. Ma infieriti sempre più i Musulmani, moltiplicarono le offese e gli assalti; di modo che si poteva oramai paventare che colla forza sboccasse il turbine loro nella misera città. Fu perciò stabilito di cercar la pace per salvare nel naufragio quel che si potesse. Veggendo il Rospigliosi disperato il caso, nel dì 29 d'agosto giudicò meglio d'imbarcar la sua gente, e poi fece vela verso il Mediterraneo. Dopo di che nel seguente giorno, esposta bandiera bianca, si cominciò a trattar della resa e della pace coi deputati del primo visire. Nel dì 6 di settembre restò conchiuso l'accordo, per cui fu ceduta ai Turchi la città di Candia, divenuta un cimiterio di tanti mortali, e un orrido spettacolo di desolazione; e restarono in poter de' Veneziani nell'isola di Candia le sole fortezze di Suda, Carabuso e Spinalunga co' lor territorii, e Clissa con altre terre acquistate in Dalmazia ed Albania; e che fosse lecito ai Veneziani il portar via le milizie e i cittadini che non volessero restare in Candia, con tutti i lor bagagli, viveri ed armi. Conto si fece che nel solo presente anno il numero de' morti e de' divenuti invalidi dalla parte dei Veneziani ascendesse a quasi undici mila persone. Perirono poi per burrasca di mare molti di quei legni che menavano via il presidio e gli abitanti di quella infelice città. E tale esito ebbe il memorando assedio di Candia, con grave danno sì della repubblica veneta, ma con immortal gloria altresì della medesima, per aver sì lungamente disputato alla smisurata potenza de' Turchi l'acquisto di quella piazza. Portatone il doloroso avviso a Venezia, persona assennata, che si trovò allora in quella metropoli, mi assicurò che le parve di veder il dì del finale giudizio: tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell'uno e dell'altro sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando spropositi contro la provvidenza, maledizioni contra de' Turchi, e villanie senza fine contra del general Morosino, chiamandolo ad alte voci traditore, e spezialmente imputando a lui la perdita della città, per non aver voluto sostener il felice ardire della sortita franzese. Guai se questo generale fosse allora capitato a Venezia; non sarebbe stata in sicuro la sua vita: cotanto era infuriato quel popolo. Al dolore s'aggiugneva la paura, che i Turchi, soliti a non mantener la fede, vedendo esausta e abbandonata la repubblica, non si prevalessero di sì buon vento per maggiormente soperchiarla. Volle Dio che a questa pace si acquetasse il loro orgoglio.

Pervenuta anche a Roma l'infausta nuova, riempiè d'affanni e lamenti tutta quella corte e città, ma sopra gli altri se ne afflisse papa Clemente IX, che con tanta premura s'era fin qui adoperato per esentar Candia dall'ultimo eccidio. Credenza comune fu che questo inaspettato colpo influisse non poco a privare il mondo cristiano d'un sì degno pontefice. Imperciocchè da lì a tre giorni egli cadde infermo, e dopo alquanti altri di combattimento col male, finalmente nel dì 9 di decembre passò a miglior vita, lasciando in benedizione la sua memoria, perchè principe pieno di vero zelo per la difesa del cristianesimo, principe dotato d'una soda umiltà e di una rara moderazione, e provveduto delle più belle massime del politico governo, di modo che, se Dio non l'avesse chiamato sì presto a godere il premio delle sue virtù, gran bene ne potea sperare lo Stato ecclesiastico. Pensava egli continuamente alle maniere di sollevar i suoi popoli dalle tante gabelle imposte da' suoi predecessori: al qual fine istituì una congregazione. Cura ebbe eziandio, perchè si rimettesse il lanifizio in Roma e il commercio per li suoi Stati. Non si applicò già egli ad arricchire i proprii nipoti, avendo lasciata la sua casa con facoltà poco superiori allo stato in cui era prima del suo pontificato. Affinchè la giustizia procedesse con ordine, e si tenessero in freno i ministri e parenti, due dì d'ogni settimana con somma pazienza dava udienza a chiunque del popolo la voleva; e perchè un giorno, dopo avere speso più ore in sì tedioso mestiere, ritirandosi alle sue stanze, udì che un povero uomo si lamentava per non essere stato ascoltato, tornò indietro, e amorevolmente udito il suo ricorso, rimandollo via tutto contento. Parimente volle che nel muro delle camere dove si tengono le congregazioni, fosse fatta una fenestrella, da cui senza essere veduto potesse il pontefice ascoltare quanto ivi si trattava. Sprezzator della gloria umana ornò di belle statue ponte Sant'Angelo, e nè pure una menoma memoria vi fece mettere del suo nome. L'iscrizione ch'egli ordinò, da porsi in rozzo marmo al suo sepolcro, altro non conteneva che il solo suo nome e la dignità. Sigillò in fine queste sue virtù colla maggiore delle altre, cioè colla carità, con visitar sovente negli spedali, accompagnato da pochi suoi famigliari, e ministrando loro conforti e cibi. Solito anche fu a pascere ogni dì in palazzo dodici poveri pellegrini. Tale era questo buon pontefice, che Dio mostrò per poco tempo alla sua Chiesa, e poi sel ritolse con incredibil dispiacere di Roma tutta, che in lui perdeva un amatissimo padre, dopo aver ammirata la saviezza del suo governo, la modestia de' suoi nipoti, e certe virtù che non erano punto in uso nei tempi addietro. Andò poi molto in lungo la creazione del suo successore, siccome vedremo all'anno seguente. Fu in questi tempi che Ferdinando II gran duca di Toscana inviò il principe Cosimo suo primogenito a viaggiare per varie corti d'Europa. Arrivò egli sul principio d'agosto a Parigi, dove, siccome marito d'una principessa di Francia, cugina del re medesimo, ricevette distinti onori da quel gran monarca, e dopo essersi fermato quivi per un mese, passò poi in altre contrade.

Anno di CRISTO MDCLXX. Indizione VIII.

CLEMENTE X papa 1. LEOPOLDO imperadore 13.

Tanti raggiri, discrepanze e battaglie più dell'usato accaddero nel conclave, in cui s'erano, dopo la morte di papa Clemente IX, chiusi i sacri elettori, che durò la loro o volontaria o forzata prigionia quattro mesi e quattro giorni. Finalmente con lode del sacro collegio andarono a cadere, nel dì 29 d'aprile dell'anno presente, i lor voti nella persona di Emilio Altieri Romano, a cui il pontefice suddetto pochi dì prima di morire avea conferita la sacra porpora, mirando in lui con una quasi prescienza chi dovea essere suo successore nella cattedra di San Pietro. Tale in fatti era l'integrità de' suoi costumi, l'affabilità, la perizia delle cose del mondo, e la generosità dell'animo, che il popolo romano preventivamente lo andava acclamando papa, nè v'era chi nol confessasse ben degno di sì alta dignità. La sola età potea fargli contrasto, perchè vicino agli ottanta anni; la robustezza nondimeno della sua complessione tuttochè non disgiunta da qualche flussione che gl'indeboliva le gambe, faceva assai sperare che reggerebbe buon tratto di tempo al peso del pontificato. Dopo essersi dunque lungamente dibattuti i cervelli politici de' capi delle fazioni, massimamente de' Franzesi e Spagnuoli, affettanti ciascuno di promuovere uno dei lor parziali, ma senza poter ottenere il pallio, si unirono all'esaltazione del cardinale Altieri, il quale, allegando la poca sanità e la gravissima età sua, e gridando: Guardate bene ch'io non son abile, con lagrime e scongiuri resistè non poco alle loro intenzioni. Ma finalmente arrendendosi accettò piangendo un peso, sì avidamente ricercato e con tanta allegrezza ricevuto da altri. In venerazione del pontefice suo benefattore prese il nome di Clemente X, e verso la di lui memoria esercitò dipoi in altre guise la sua gratitudine. Della propria casa non aveva egli parenti, e volendo pur continuare l'antica e nobile famiglia Altieri romana ne' tempi avvenire, pensò a ricrearla nella parimente antica e nobile dei Paluzzi Romani. Una sua nipote Laura Caterina era stata maritata al marchese Gasparo Paluzzi degli Albertoni, nipote del cardinal Paluzzo Paluzzi. Adottò pertanto tutta quella famiglia, dandole il cognome degli Altieri e il nome di nipoti, e cedendo loro tutti i beni patrimoniali della sua casa. Conferì allo stesso cardinal Paluzzi, appellato da lì innanzi il cardinale Altieri, le primarie dignità; e siccome questi abbondava di vivacità d'ingegno e di abilità in maneggiare i pubblici affari, così abbracciò volentieri l'assunto di sollevare il vecchio pontefice nelle fatiche del governo. Conferì ancora al suddetto Gasparo Paluzzi, marito della nipote, inserito nella casa Altieri, il grado di generale dell'armi della Chiesa, e di castellano di Sant'Angelo. Maritò Lodovica sua pronipote in Domenico Orsino duca di Gravina, e Tarquinia altra sua pronipote in Egidio Colonna principe di Carbognano. Roma, da gran tempo avvezza ai nepotismi, nulla si stupiva di questi salti di grandezza, anzi ne tripudiava per lo sforzo dei nipoti pontifizii, e massimamente perchè Romani. Si ammutirono solamente i plausi de' saggi, al veder tanti nuovi padroni (e spezialmente il cardinale), i quali ben si previde che sotto l'ombra del decrepito pontefice dominerebbono, con timore di soggiacere di nuovo ai passati disordini, e di provare un governo diverso dal pietoso e saggio di Clemente IX.

Giunto all'età di sessanta anni Ferdinando Il duca di Toscana compiè il corso della vita e del principato nel dì 23 di maggio dell'anno presente, dopo aver governato per lungo tempo i suoi popoli con impareggiabil prudenza e con affetto da padre, ricompensato anche dall'amore dei sudditi stessi, che di molte lagrime onorarono il suo funerale. Secondo il glorioso costume della casa de Medici, gran protettore fu delle lettere, e amatore de' letterati, siccome pienamente dimostrò il dottor Giuseppe Bianchini da Prato nel suo Trattato dei gran duchi di Toscana. Celebre sopra tutto riuscì, e memorabile sarà presso i posteri l'Accademia del Cimento, istituita nell'anno 1657 dal nobilissimo genio del cardinale Leopoldo de Medici, e dalla liberalità di esso gran duca Ferdinando promossa e favorita, dove insigni filosofi faticando, diedero poi alla luce i tanto applauditi Saggi di naturali esperienze. Lasciò questo principe due figli, a lui procreati da Vittoria della Rovere gran duchessa, donna di gran talento, cioè Cosimo III gran principe, tornato poco fa dai suoi viaggi per le corti d'Europa, che a lui succedette nel dominio, e Francesco Maria, decorato poi della sacra porpora cardinalizia. Nell'aprile di quest'anno giunse a Milano per governatore don Gasparo Tellez Giron duca d'Ossuna e di Uceda, a cui per lo sposalizio di una figlia del marchese di Caracena pervenne una ricchissima eredità. Era in questi tempi duca di Guastalla Ferrante Gonzaga; non avea che un figlio maschio, cioè il principe Cesare in età di sei in sette anni, che gli fu rapito dalla morte. Restandovi una sola sua figlia, cioè la principessa Anna Isabella, con poca o niuna speranza di altra prole, pensò allora la vedova imperadrice Leonora Gonzaga di procurare l'accasamento di questa principessa col duca di Mantova Ferdinando Carlo Gonzaga, figlio del duca Carlo II, fratello di sua maestà, per desiderio di unire al ducato di Mantova quello di Guastalla. Fece perciò dei gran maneggi per effettuar questo maritaggio; tuttochè nel regno di Napoli esistesse una linea di principi Gonzaghi di Guastalla, chiaramente chiamati alla successione in quel ducato. Fu in quest'anno intentata nel senato veneto fiera accusa contro il capitan generale Francesco Morosino, quasichè egli avesse mancato al suo dovere nella resa di Candia; ma con pieni voti restò egli poscia assoluto.

Anno di CRISTO MDCLXXI. Indizione IX.

CLEMENTE X papa 2. LEOPOLDO imperadore 14.

Con sante intenzioni era entrato il pontefice Clemente X nel governo pastorale e politico, e, seguendo le massime lodatissime del suo predecessore Clemente IX, confermò la congregazione da lui istituita per trovar le maniere di sgravar i popoli dalle tante gravezze loro imposte dai suoi antecessori, nulla più desiderando che il loro sollievo. Ma, ritrovata la camera apostolica sì carica di debiti per li capricci di alcuni precedenti nepotismi, quasi gli caddero le braccia. Contuttociò, perchè era cessata la guerra col Turco, abolì le decime degli ecclesiastici, ed estinse la metà della tassa imposta alle milizie dello Stato, dolendosi di non poter per ora di più fare in benefizio dei suoi sudditi. Riformò poscia la compagnia delle Corazze posta in piè da papa Innocenzo X. Alleggerì il numero de' soldati, la spesa de' quali ascendeva a cento mila scudi annui. Moderò o levò molte spese esorbitanti o superflue del palazzo, come ancora in Roma e per lo Stato, usate da' suoi predecessori. Quel ch'è più, ordinò che tutte le componende ed altri emolumenti spettanti alla borsa privata del papa si depositassero al sacro monte di Pietà, con animo di valersene in pubblico bene, risoluto di non imitare chi innanzi a lui avea atteso più ad arricchire i proprii parenti, che a procurar con vero zelo la pubblica felicità. Il marchese di Lucerna, ambasciatore allora di Savoia nella corte di Roma, in una sua relazion manuscritta asserisce d'aver più volte inteso dalla bocca stessa del pontefice l'avversione sua ad ingrandir con soverchie ricchezze i nipoti, detestando egli l'opulenza e i tesori di quattro case pontifizie formate a' suoi giorni, e dicendo di avere abbastanza provveduti i suoi parenti coi suoi beni proprii loro rinunziati, e colle cariche anche prodigamente loro assegnate, bastando tali rendite al decoroso loro mantenimento. Ma non cessavano i parenti suoi di lagnarsi liberamente di questa, come essi dicevano, stitichezza del papa, e gli mettevano intorno tentatori potenti per ismuoverlo da sì glorioso proponimento: laonde stava curiosamente aspettando la gente l'esito della battaglia, e se le batterie della tenerezza del sangue fossero da tanto che conducessero il papa a mostrarsi uomo.

Si mutò in fatti a poco a poco registro, non forse perchè il buon pontefice recedesse dalle onorate sue massime, ma perchè la sua decrepitezza e poca sanità il costrignevano bene spesso al letto, convenendogli perciò di lasciar molta parte delle redini in mano del cardinale Altieri, di modo che non passò gran tempo che il popolo dicea essere Clemente X papa di nome, e il cardinale papa di fatti. E giacchè abbiam fatta menzione dell'ambasciator di Savoia, conviene aggiugnere che, nella congiuntura della sua ambasceria, fra lui e il marchese Francesco Riccardi ambasciator di Toscana, nacque controversia di uguaglianza o di precedenza; e n'era per seguire scandalo, giacchè l'una e l'altra parte aveano fatto armamento di gente. Ma seppe il cardinale Altieri colla sua destrezza calmar quella tempesta senza pregiudizio dei contendenti, che deposero l'armi, ma non già gli odii. Un principio di sollevazione fu nell'aprile in Messina, dove, provandosi carestia, ne attribuiva il basso popolo la colpa al mal governo degli Spagnuoli, o all'avidità dei nobili, per vendere più caro i loro grani. Un certo Giuseppe Martinez, preso un pugnale in mano, andò gridando per le strade: Ammazza, ammazza. Unitisi con lui molti della feccia della plebe, corsero ad incendiar le case di alcuni del governo, e seguirono uccisioni e saccheggi. Inoltre segretamente spedirono costoro a Parigi, per impegnar quella corte in loro aiuto; ma ritrovarono il re Lodovico XIV con altri pensieri in testa, cioè tutto rivolto a preparamenti per muovere guerra agli Olandesi. Mancata questa speranza, venne meno anche la sedizione, che costò la vita ad alcuni capi di quegli ammutinati. Nè si vuol tralasciare un editto pubblicato nel dì 20 di maggio dal pontefice Clemente X, per cui decretò che nulla pregiudicasse alla nobiltà di tutto il suo Stato l'esercizio della mercatura, purchè i nobili non vendessero alla minuta le merci. Utilissimo e lodevole decreto per animar la gente al commercio e alle arti, che sono il sugo vitale per arricchire e rendere felici gli Stati; laddove la guerra, di cui tanti si pregiano, non serve che ad impoverirli. Attendevano i più antichi Romani all'agricoltura, e non lasciavano per questo d'essere segnalati guerrieri, allorchè il bisogno lo richiedeva.

Anno di CRISTO MDCLXXII. Indizione X.

CLEMENTE X papa 3. LEOPOLDO imperadore 15.

Pieno d'umiltà il buon pontefice Clemente IX avea ordinato un ignobil sepolcro al corpo suo. Clemente X esercitò la sua gratitudine verso del defunto benefattore con ergergli ancora una suntuosa memoria nell'anno presente. Inoltre pose la prima pietra per un insigne ristoramento ed ornamento alla basilica Liberiana, ossia a Santa Maria Maggiore, che fu condotto alla sua perfezione nel seguente anno. In auge grande di felicità si trovavano gli Olandesi in questi tempi. Affidati nella lor lega coll'Inghilterra e colla Svezia, si vantavano di aver fatto paura al re di Francia Luigi XIV nella precedente guerra da lui mossa alla Spagna; ed avendo alterato il commercio coi Franzesi, parlavano alto alle occasioni. Il re Cristianissimo, che non solo avidamente aspettava, ma cercava col moccolino le occasioni di farsi rispettare, di accrescere la sua gloria e di far nuove conquiste, non lasciò cader questa per terra. Tante segrete ruote seppe maneggiare lo industrioso e liberal suo gabinetto, che gli riuscì di staccar la Svezia e l'Inghilterra dalla lega colle Provincie Unite, e di stabilir anche una forte alleanza con Carlo II re britannico contra delle medesime. Dormivano i lor sonni gli Olandesi, quando sul principio d'aprile il re di Francia e d'Inghilterra dichiararono la guerra all'Olanda; e il primo passò con potente esercito a' suoi danni. Presero i Franzesi in sei giorni le prime quattro piazze di frontiera. Fu poi considerato come azione veramente mirabile l'avere la cavalleria franzese valicato il vasto fiume del Reno in faccia ai nemici, che fecero ben qualche resistenza, ma in fine, atterriti da tanto ardire, si diedero alla fuga. In cinque settimane ridusse il vittorioso re più di quaranta piazze alla sua ubbidienza; commosse ancora l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster contro gli stessi Olandesi, la fortuna de' quali parea omai ridotta agli estremi, se la città d'Amsterdam, col rompere le dighe ed allagar le campagne, non fermava il rapido corso del valore e della fortuna franzese. Di altro non si parlava allora per tutta Italia che di sì strepitosi avvenimenti; e se ne parlava con piacere, per la speranza che di tali acquisti avesse a profittar la religion cattolica, e fu infatti inviato un vescovo cattolico alla già presa città d'Utrect. Ma si trovò vicina anche l'Italia a veder crescere un acceso fuoco di guerra fra Carlo Emmanuele II duca di Savoia e la repubblica di Genova.

Passano per eredità gli odii di quei confinanti fra loro. Ma si aggiunse a muovere il duca una cospirazione di Raffaello dalla Torre bandito da Genova, che fecegli sperar facile l'acquisto di Savona. Scopertasi a tempo da' Genovesi questa mena, vi provvidero. Ma giacchè s'era dato principio alle ostilità col pretesto di controversie di confini, si continuò poscia il ballo; furono presi luoghi dall'una parte e dall'altra, e succederono delle azioni calde con far di molti prigioni, e sì gli uni che gli altri vantavano superiorità di forza e di bravura. Ma il re Cristianissimo, sia perchè fosse implorata la sua mediazione, o perchè a lui non piacessero questi romori, spedì il signor di Gaumont per interporsi con amichevoli persuasioni a far posare l'armi, e a rimettere in arbitri le lor differenze, ordinando anche di valersi del tuono di minaccie contro chi si trovasse renitente. Tregua pertanto fu fatta, e destinata la città di Casale per luogo delle conferenze. Riuscì alla voce del Gallo ciò che non aveano potuto ottenere co' loro uffizii il papa ed altri principi d'Italia. Il bello poi fu, che dopo avere il ministro franzese stabilito il luogo del congresso, venne un imperioso ordine del re, che le pretensioni delle parti si dovessero dedurre alla sua corte, con aspettarne la decisione del savio giudizio di sua maestà. Rincrebbe più d'un poco questo alto parlare al duca di Savoia, nulla dipendente dall'autorità del re, e molto più a' Genovesi, che erano da gran tempo sotto la protezione del re di Spagna. Tuttavia sì formidabile era il monarca franzese, che convenne piegare il capo. Spediti poscia a Parigi dall'una e dall'altra parte ministri ben informati delle scambievoli ragioni, nell'anno appresso la tregua si convertì in pace, e le restanti controversie de' confini furono rimesse ai giudici italiani da eleggersi di soddisfazion delle parti. Terribili memorie lasciò in quest'anno un tremuoto, a cui simile non s'era forse mai provato nella Romagna e Marca. In Rimini spezialmente fu il maggior flagello, perchè per la maggior parte in quella città chiese, palazzi e case andarono per terra. Ed essendo succeduta la maggiore scossa, mentre in dì di festa le genti si trovavano alle chiese, vi perderono la vita più di cento persone, e senza paragone molti più vi restarono feriti. Pretesero i sacri oratori zelanti questo essere stato un visibil gastigo di Dio, perchè non era portato il dovuto rispetto alla casa del Signore. Sommamente ancora patirono le città di Ancona, Fano, Pesaro e Sinigaglia, col rovesciamento di assai chiese e case, e colla morte di molti abitanti, essendo ridotti que' popoli a dormire a cielo scoperto. In quest'anno la contestabilessa Colonna e la duchessa Mazzarina si fuggirono da Roma per andarsene in Francia.

Anno di CRISTO MDCLXXIII. Indizione XI.

CLEMENTE X papa 4. LEOPOLDO imperadore 16.

Aveano i perfidi Musulmani con varii pretesti mossa la guerra contro la Polonia, regno di gran potenza, ma regno più debole di tanti altri minori, e sempre mal preparato per la difesa, per cagion della forma del governo, sì disadatta all'union degli animi, e a procurare il pubblico bene. Coll'improvvisa irruzione di un potentissimo esercito si impadronirono i Turchi dell'importante piazza di Caminietz, e di quaranta quattro altri luoghi fra città e castella. Per sottrarsi a perdite maggiori, fece il re Michele una vergognosa pace, con cedere que' luoghi, cioè tutta la Podolia, al gran signore, e con obbligarsi inoltre di pagare venti mila scudi annualmente alla Porta. Non sofferì la generosa nazion polacca un sì obbrobrioso accordo, e dichiarata la guerra al Turco, si diede a sollecitar l'aiuto de' principi cristiani contro il comune nemico. Con essi Polacchi entrò in lega il gran duca di Moscovia; e questi inviò a Roma Paolo Manesio cavaliere scozzese, capitan delle sue guardie, per implorar gli aiuti del pontefice. Trovò ottimo trattamento, carezze e regali in quella corte, ma niuna voglia di collegarsi con quel barbaro principe; e se ne partì mal soddisfatto, perchè il papa nelle risposte non volle accordare al Moscovita il titolo di czar, ossia di Cesare, che Giovanni Basilide dopo l'ampie sue conquiste avea cominciato ad usare, riputandolo la corte romana lo stesso che quel d'imperadore. Nè altro parimente che belle parole potè ottenere dal senato veneto quell'ambasciatore, cioè quella stessa moneta che i Polacchi e Moscoviti aveano adoperato allorchè i Veneziani si trovarono in tante angustie per la guerra di Candia. A Giovanni Sobieschi generale della Polonia toccò di rintuzzare col suo valore l'ardire turchesco; e questi poi seppe farsi eleggere re di quel regno dopo la morte del re Michele, succeduta nell'anno presente.

Più che mai continuò ancora lo sforzo dell'armi franzesi contro le Provincie Unite, e dopo un famoso assedio di sole tre o quattro settimane ebbe il re Lodovico XIV, nel dì 5 di luglio, il contento e la gloria di entrar vittorioso nella fortezza creduta inespugnabile di Maestricht. Tanti progressi del monarca franzese, il quale intanto non lasciava di dar buona pastura di accomodamento, essendo anche stata scelta la città di Colonia per luogo de' congressi, cagion furono in fine che l'imperadore Leopoldo, Carlo II re delle Spagne e Carlo IV duca di Lorena, ne' mesi di luglio e d'agosto, strinsero lega con gli Olandesi. All'incontro il re chiamato Cristianissimo, per dare apprensione da un'altra parte a Cesare, conchiuse, nel dì 5 di giugno, col gran signore Maometto IV un'alleanza più stretta che le precedenti. Stava forte a cuore ad esso monarca il tener ben affetta a' suoi interessi la corona della gran Bretagna; e giacchè il re Carlo II non avea successione, e si trattava di far passare alle seconde nozze Jacopo Stuardo duca d'Yorch, fratello del medesimo re, che già s'era dichiarato cattolico, si prese il pensiero esso re Cristianissimo di trovargli moglie. A sì sublime grado fu scelta Maria Beatrice d'Este, sorella del giovinetto duca di Modena Francesco II, principessa, nel cui animo e cuore aveano posto seggio le più eminenti virtù. Ma perchè più alto tendevano i pensieri di questa principessa, risoluta di consecrarsi a Dio in un monistero, s'incontravano troppe difficoltà ad ottenere il suo assenso. Nè si sarebbono superate, se il sommo pontefice, considerando che in tai nozze concorreva il bene della cristianità, non avesse interposte le sue paterne esortazioni. Però nel dì 30 di settembre, in Modena dal conte di Peterburug a nome del duca di Yorch fu sposata essa principessa. Dopo di che, accompagnata dalla duchessa Laura sua madre e dal principe Rinaldo suo zio, si mise in viaggio alla volta di Parigi, dove pervenuta, ricevè onori immensi da quella corte. Quivi si fermò ella, finchè pacificato l'eretico parlamento inglese, che non di buon occhio mirava una principessa tale, perchè cattolica, e destinata al trono della Gran Bretagna, permise la sua entrata nel regno nel principio di dicembre, onorata da frequenti salve d'artiglieria, ma lacerata da non poche mormorazioni di chi troppo odio professava alla religion cattolica. Trovò in fatti questa principessa il parlamento affaccendato per islontanare dal regno ogni ombra di esercizio pubblico della medesima religione. Papa Clemente X in questi tempi, con cadere infermo, fece sperare o temer mutazioni in quella corte. Parea che la sua grande età nol lascerebbe risorgere; ma si riebbe, ed uscì in pubblico. Alzavano intanto i nipoti Altieri da' fondamenti un superbo palazzo in Roma, pel quale fu creduto dalla gente maligna che s'impiegasse parte del danaro che sua santità avea fatto depositare nel monte della Pietà, quando è certo ch'egli inviò di grosse somme per difesa della Polonia contro de' Turchi.

Anno di CRISTO MDCLXXIV. Indiz. XII.

CLEMENTE X papa 5. LEOPOLDO imperadore 17.

Cominciarono in quest'anno a cangiar faccia gli affari dell'Olanda, perchè tanto s'industriarono i ministri di Spagna e gli amici degli Olandesi in Londra, che il re Carlo II lasciò andare la finora inutile alleanza colla Francia, e stabilì pace con essi Olandesi. Altrettanto poi fecero l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster. Sbrigata l'Olanda da questi nemici, e rinforzata dall'armi dei collegati, cioè dell'imperadore e della Spagna, fece prendere altre risoluzioni al monarca franzese. Cioè abbandonò egli, alla riserva di Mastrich e di Grave, tutte le altre piazze occupate agli Olandesi, ma coll'avvertenza di torchiar prima le borse degli abitanti, di minare e far saltare le fortificazioni, e di asportarne tutte le artiglierie e munizioni. In bene e in male si parlò forte dappertutto di questo abbandonamento e di tante asprezze. Alla testa delle sue armate passò il re medesimo di nuovo nel mese di aprile verso la Franca Contea, e dopo alcuni vigorosi assedii s'impadronì di Gray, di Besanzone, di Dola, e d'ogni altro luogo forte di quella contrada, con piantarvi i gigli, che quivi fecero buone radici. Inferì danni ben gravi al palatino del Reno, perchè, lasciato il suo partito, aveva abbracciato quello dei collegati. Riuscì intanto agli Olandesi di guadagnar l'elettore di Brandeburgo, che con grandi forze venne in loro aiuto. Contra di tanti nemici era la sola Francia, ma senza sgomentarsi. Seguirono poi battaglie con varia fortuna dell'armi. Dall'un canto il maresciallo di Turrena e il principe di Condè fecero di grandi prodezze. Minori dall'altra parte non furono quelle di Guglielmo principe d'Oranges, del vecchio generalissimo conte Raimondo Montecuccoli Modenese, e del general Caprara Bolognese. Gran teatro di miserie per tanti paesi fu l'anno presente; e tutto per l'ambizione d'un solo monarca, le cui trionfali imprese venivano da' suoi popoli e parziali esaltate alle stelle, ma con diverso giudizio riguardate da altri, e detestate poi sommamente dai suoi avversarii.

Scoppiò nell'anno presente la ribellion di Messina. Potea dirsi ben felice quella città per la copiosa popolazione e per l'abbondanza del commercio mercè del suo porto, il più sicuro di tutto il Mediterraneo; più felice ancora, perchè fra le città sottoposte alla monarchia di Spagna, niuna godea tanti privilegii ed esenzioni, come Messina, perchè avea ben governatore spagnuolo, ma ritenea forma di repubblica col suo senato, composto di nobili senatori e di alcuni ancora del popolo. Fu creduto che desse impulso alla sollevazione l'avere i regii ministri imposti nuovi tributi; perciocchè uso fu degli Spagnuoli, allorchè li pungeva la necessità delle guerre, di provvedere al bisogno presente, senza mettersi pensiero dell'avvenire col vendere i fondi del demanio e delle rendite regali nei regni di Napoli e Sicilia. Tornando poi nuove angustie per nuove guerre, altro ripiego non restava che d'inventar altre gabelle ed aggravii: del che si risentivano forte i popoli. Ma, per sentimento di altri, ebbe origine quell'incendio dall'avere i ministri spagnuoli introdotte e fomentate due fazioni nella città di Messina, o tentato di escludere dal governo i senatori. Nacquero perciò lamenti, satire e commozioni; e perchè furono castigati alcuni dei più insolenti, crebbe maggiormente l'alterazione del popolo, che spedì a Madrid le sue suppliche, affinchè il re provvedesse alla mala condotta de' suoi ministri, ma con riportarne solamente minaccie di gastighi e rigori. Perchè un dì del mese di agosto furono dal governator chiamati a palazzo tutti i senatori, sorse e prese fuoco una voce che si volesse levar loro la vita; e brutto indizio certamente fu l'essere state chiuse le porte del palazzo, appena vi furono essi entrati. Allora il popolo tutto corse all'armi, e trasse furiosamente al palazzo. Avvertito di questa sollevazione il governatore don Diego Soria, fece aprir le porte, e lasciò tosto uscire i senatori illesi; ma questo non bastò a calmare l'ammutinata gente, che fieramente cominciò a cercare gli Spagnuoli, e gli obbligò a ritirarsi nelle quattro fortezze della città; ma senza insultare il governatore, che non volle abbandonare il palazzo, gridando essi intanto: Viva il re di Spagna. Informati pertanto di sì gran torbido il marchese di Baiona vicerè di Sicilia, e il marchese d'Astorga vicerè di Napoli, non perderono tempo a spedir gente e navi alla volta di Messina, e far piazza d'armi a Melazzo, dando assai a conoscere che voleano colla forza soffocare quel fuoco.

Allora fu che i Messinesi ruppero ogni misura, s'impossessarono di varii posti e del palazzo, e cominciarono le ostilità spezialmente contro la fortezza di San Salvatore, posta alla bocca del porto. Cacciarono anche di città chiunque era tenuto per ben affetto agli Spagnuoli. Intanto al vicerè Baiona giunsero cinque galee di Malta, altrettante di Genova; e vennero da Napoli e dalle città di Sicilia rinforzi di gente, coi quali cominciò egli a strignere la città coll'occupazione di vari siti. Ma usciti i Messinesi, con tal fierezza trattavano gii Spagnuoli, che questi ad ogni lor comparsa battevano la ritirata. La proposizion fatta d'un perdon generale ebbe poca fortuna, perchè venendo accompagnata dall'armi, non istimò il popolo di potersene fidare, e massimamente sapendo di che tempra fosse il genio spagnuolo. Aveano già i Messinesi, assai conoscenti che le lor forze non avrebbono potuto reggere, spedito a Roma Antonio Caffaro a trattare col _duca di Etrè _ ambasciatore di Francia, con offerir la loro città al re Cristianissimo, ottenuta la quale, si facea credere assai facile la conquista di tutta l'isola. Volarono corrieri al re Luigi, che corse tosto al buon mercato, ed ordinò che il commendator di Valbella con sei vascelli da guerra portasse viveri e munizioni a Messina; che questo presentemente era il suo maggior bisogno. Arrivato che fu colà il Valbella, fu proclamato il re di Francia per suo padrone dal popolo, cantato il Te Deum, inalberati dappertutto gli stendardi coi gigli, ed affrettata l'espugnazione di San Salvatore, che in fine fu costretto alla resa. Nuovo vicerè in questo mentre giunse in Sicilia il marchese di Villafranca, e colà arrivarono ancora molte milizie spedite da Milano e dalla Catalogna, colle quali si cominciò a maggiormente angustiar Messina, impedendo l'introduzione dei viveri; di maniera che non finì l'anno presente che si trovò ridotto quel popolo in pessimo stato, e gli Spagnuoli si teneano come in pugno di vederlo venir fra poco colla corda al collo a chiedere misericordia.

Nè mancarono a Roma i suoi sconcerti nell'anno presente. Intento il cardinale Altieri a rendere maggiormente fruttifera la dogana di Roma, trovò il gran segreto di mettere una nuova imposta di un tre per cento sopra qualsivoglia roba mercantile che s'introducesse nella città, obbligando a questo pagamento qualsivoglia persona, senza dichiarar punto di eccettuarne i cardinali e gli ambasciatori: dal che sarebbe provenuto un gran vantaggio alla camera, e, per quanto fu creduto, anche al cardinale stesso, dicendosi che i gabellieri gli aveano promesso venti mila doble, se levava le esenzioni ad essi ambasciatori. Furono anche in procinto di mettere la pena di scomunica contro i contravventori, se saggi teologi non l'avessero impedito. Pretendeva infatti il cardinale che quei pubblici rappresentanti si abusassero dell'esenzion fin qui loro accordata; e non avea il torto, perchè ordinario costume degli uomini è il far fruttare, per quanto si può, la propria bottega. Per questo editto, pubblicato nel dì 18 di giugno, e poi con dichiarazione più precisa nel dì 11 di settembre, dove tutti si vedeano sottoposti alla confiscazion delle robe, a pene pecuniarie ed anche corporali si alterarono forte non pochi porporati, ma specialmente protestarono offeso il lor carattere, e i pretesi lor diritti gli ambasciatori delle corone; perlochè unironsi insieme quei di Cesare, di Francia, di Spagna e di Venezia, chiedendone soddisfazione. Rispondeva l'Altieri che il papa era padrone in casa sua, e co' suoi domestici si burlava di loro, perchè le potenze si trovavano allora in troppi impegni di guerra. Mandarono tutti e quattro gli ambasciatori i lor gentiluomini a chiedere udienza al papa; e il maestro di camera rispose che sua santità per quattro giorni avvenire si trovava impedito, benchè poi lo stesso pontefice confessasse di non averlo saputo, e ne sgridasse, quando lo seppe, il mastro di camera. Inviarono i lor segretarii per avere udienza dal cardinale Altieri, ed egli fece serrar loro in faccia le porte del suo appartamento, tirar le catene a quelle del palazzo papale e rinforzar le guardie; locchè pretesero gli ambasciatori un maggiore strapazzo alla lor dignità. Intanto fu scritto ai nunzii, affinchè rappresentassero alle corti gli eccessi degli ambasciatori, pretendendo questi, all'incontro, che fossero calunnie, e di provarlo coi mandati da loro spediti, dei quali mai non poterono ottener nota. Continuò tutto il resto dell'anno con varie scene, raggiri ed artifizii, che si leggono nelle relazioni manuscritte di quei tempi. Il papa rimise l'affare in arbitri, ad una congregazione; e finì l'anno senza che gli ambasciatori spuntassero cosa alcuna. Il duca di Etrè quasi solo tenne saldo, perchè dal suo sovrano ricevè ordine di sostener con vigore tutto quanto o di ragione o di fatto aveano praticato i precedenti ministri.

FINE DEL VOLUME VI.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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