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Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)

Part 4 of 5 · Lodovico Antonio Muratori · Public domain text

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Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)

Finì nel dì 7 di febbraio dell'anno presente i suoi giorni Ferdinando I gran duca di Toscana, principe che lasciò dopo di sè memoria di una somma saviezza e magnificenza. Era signore di grave aspetto, amator della caccia, ma senza che i divertimenti pregiudicassero punto al negozio e al buon governo de' suoi Stati, col quale cercò di farsi molto più amare che temere. Oltre ad altri figliuoli, ebbe Cosimo II, che come primogenito a lui succedette nel ducato; e Carlo, che nel 1615 in età di diecinove anni fu decorato della sacra porpora da papa Paolo V. In questi tempi Carlo Emmanuele duca di Savoia, siccome principe dotato di un maraviglioso ed insieme sempre inquieto spirito, meditò di nuovo di sorprendere la città di Ginevra; ma, scoperta la mena, gli andò fallito il colpo. Avea egli cominciata anche una tela coi cristiani del regno di Cipri per le giuste pretensioni che la casa di Savoia conservava su quella isola. Si esibivano essi cristiani, forse ascendenti al numero di trentacinque mila, di rivoltarsi per iscuotere il giogo turchesco, ogni qual volta comparisse colà per mare un grosso corpo di truppe regolate dal duca. Andarono innanzi e indietro persone travestite, maneggiando questo affare, finchè intercetta una lettera dai Turchi, li mise in sospetto di qualche trama. Di qua venne la rovina di que' poveri cristiani, e il duca rimase deluso nelle sue speranze. Ma se a questo principe d'alti pensieri andava a male una idea, cento altre ne metteva egli immediatamente in campo. Di ricche pensioni aveva ottenuto dalla corte di Madrid per li suoi figli; pure internamente era malcontento degli Spagnuoli anzi gli odiava. Però in questi tempi si trattò colla corte di Francia per collegarsi seco, proponendo al re Arrigo IV la conquista dello Stato di Milano, il matrimonio della primogenita del re col primogenito suo principe di Piemonte, e di una delle sue figlie col Delfino di Francia. Il re Arrigo, tutto che sapesse quante macchine avesse fatto il duca contra di lui, vivente il maresciallo di Birone, pure, conoscendo il gran talento di questo principe, ne avea conceputa una singolare stima, e però diede volentieri ascolto alle di lui proposizioni, e si crede che sarebbe concorso all'esecuzione dei suoi grandiosi disegni, se non fosse intervenuto ciò che è riserbato all'anno seguente. Non lasciava per questo il duca di trattar con gli Spagnuoli a fin di ottenere maggiori vantaggi, facendo loro sempre paura con lasciar traspirare anche i suoi maneggi col re Cristianissimo.

Anno di CRISTO MDCX. Indizione VIII.

PAOLO V papa 6. RODOLFO II imperadore 35.

Quasi niuno avvenimento degno di memoria ci somministra l'anno presente, fuorchè il sommamente tragico della Francia. Era il re Arrigo IV intento in questi tempi a raunare una potente armata. Credevasi che le sue mire fossero per sostenere i principi protestanti contro i cattolici nella gran disputa che bolliva allora per la successione del ducato di Cleves, ancorchè il pontefice Paolo per mezzo del suo nunzio facesse il possibile per farlo smontare da questa risoluzione non lodevole in un monarca cattolico. Tenevano altri ch'egli sotto quell'ombra meditasse unicamente di muovere guerra allo Stato di Milano, e che a questo fine fosse come fatta una lega con Carlo Emmanuele duca di Savoia. I motivi del suo disgusto colla corte di Madrid erano nati dall'essersi negli anni addietro ritirato in Fiandra, e poscia a Milano, Arrigo di Condè, primo principe della casa reale dopo la linea regnante. E vogliono che non propriamente nascesse tanta amarezza in cuore del re a ragion della fuga di esso principe, ma perchè questi avesse sottratto alle voglie di quel monarca sua moglie di rara avvenenza, cioè Enrichetta Carlotta figlia del gran contestabile di Memoransì, per la quale esso re vivea spasimato. Non si può negare: Arrigo IV, principe sì celebre pel suo valor guerriero, per l'animo suo sommamente perspicace e generoso, e per altre sue impareggiabili qualità, per le quali si comperò l'universal amore dei suoi popoli, altrettanto famoso si rendè per l'intemperanza sua negli amori donneschi, talmente che il più accreditato autore della di lui vita confessa che si sarebbe potuto formar dieci o dodici romanzi delle sue debolezze in questa passione: tanto era egli perduto verso il sesso femmineo. Gran cosa! Tengo io per arte fallacissima, anzi fallita l'astrologia: pure scrivono che più di uno predisse in quest'anno la di lui morte violenta, allegando spezialmente le Centurie di Gian Rodolfo Camerario, stampate in Francoforte l'anno 1607, nelle quali secondo l'oroscopo veniva chiaramente predetta essa morte d'Arrigo IV nell'anno cinquantanove, mesi nove e giorni ventuno di sua vita, siccome dicono che appunto avvenne. Ma probabilmente si ingannano, perchè solamente correva in quest'anno il cinquantesimo settimo di sua età. Potrebbe anche dubitarsi di qualche impostura, cioè di una finta antidata. Tralascio altre predizioni, fabbricate forse dopo la morte di lui, e fatte passare per cose anteriori per dar credito alla mercatanzia. La verità si è, che meditando egli di uscire in campagna, e volendo lasciare la regina Maria de Medici sua moglie reggente del regno con piena autorità, durante l'assenza sua, la fece coronare in San Dionigi nel dì 15 di maggio con gran pompa e solennità: dopo di che si restituì a Parigi per vedere il superbo apparato che ivi si facea pel ricevimento ossia per l'ingresso di lei in quella gran città. Nel dì seguente 14 di maggio, quattro ore dopo il pranzo, uscito egli in carrozza con alcuni duchi e marescialli, gli convenne fermarsi in una strada stretta per l'incontro d'alcune carrette: nel qual tempo Francesco Ravagliac, uomo fanatico, che da gran tempo meditava di ucciderlo, se gli presentò improvvisamente alla carrozza, e con due coltellate verso il cuore il privò all'istante di vita. Avrebbe questo scellerato, con gittare il coltello e mischiarsi nella folla, probabilmente potuto salvarsi; ma egli come glorioso di tanta iniquità, tenendo in mano l'insanguinato ferro, fu conosciuto e preso. Non si potè con tutti i tormenti ricavar da lui che alcuno fosse Stato promotore o complice dell'orrido fatto, sostenendo di aver creduto di fare con questo esecrabil parricidio un'opera piacente a Dio in bene della cristianità; onde venne poi condannato ad una tormentosissima morte. Non si può dire quanto fosse compianto da' suoi popoli il funestissimo e non meritato fine d'un re sì glorioso, sì amato, a cui poscia fu dato il titolo di Grande. Nel dì seguente venne proclamato re Lodovico XIII suo figlio primogenito, che non avea per anche compiuti i nove anni e la reggenza del regno restò appoggiata alla regina Maria sua madre. Fu poi solennemente coronato il novello re nell'ottobre seguente, e il principe di Condè pacificamente se ne tornò a Parigi.

Essendosi oramai scoperti tutti i precedenti imbrogli del duca di Savoia col fu re Arrigo, e svanitane per la di lui morte ogni esecuzione, grande amarezza contra di lui concepì la corte di Madrid; e perciocchè il conte di Fuentes governator di Milano aveva ammassata una poderosa armata, gran timore fu in Italia di guerra in Piemonte. L'intrepido duca anch'egli dal suo canto fece quell'apparato che potè di milizie, ed ottenne dalla regina reggente che il maresciallo Lesdiguieres con un corpo di combattenti venisse in Delfinato, per accorrere alla sua difesa, occorrendo il bisogno. Ma si dissiparono poi questi nuvoli, non solo perchè il papa, i Veneziani e gli altri principi d'Italia si studiarono alle corti di Spagna e Francia d'impedire ogni rottura, ma ancora perchè cessò di vivere esso conte di Fuentes, personaggio di sommo credito nell'arte della guerra, e più desideroso d'essa che della pace. Abbiamo dal Doglioni, essere stato sì esorbitante lo squagliamento delle nevi nelle montagne, fra le quali è situato il nobile marchesato di Ceva in Piemonte, che, inondata tutta quella valle, vi restarono annegate più di quattro mila persone con innumerabil quantità di pecore e di altri bestiami, e che rovinarono quattro ben forti rocche e trentadue borghi con tutte le lor case. Aggiunse il medesimo storico che l'Arno (vorrà dire il Tanaro) anch'esso scorrendo per mezzo la città di Ceva, tanto crebbe nel dì 13 di gennaio, che menò via un ponte sopra esso fondato già con dodici archi di pietre quadre, e con fortissime catene congiunto, con cento venti edificii fabbricati sopra esso (il che par cosa da non credere), che da mezza notte spiantandosi fu la morte di tutti quegli abitanti. Il seguente giorno più crescendo l'inondazione, la parte più bassa della città rimase tutta abbattuta; e si fe' conto che vi perirono più di mille e cinquecento persone senza le robe e case. Conoscendo il pontefice Paolo di quanto decoro, e molto più di quanta utilità per la religione cattolica potrebbe essere lo studio delle lingue ebraica, greca, latina ed arabica, nel dì 28 di settembre dell'anno presente pubblicò una bolla, con ordinare che in ogni studio di religiosi regolari, sì mendicanti che non mendicanti, vi fosse un maestro delle tre prime lingue, e negli studii maggiori quello ancora dell'arabica. Lodevolissimo e nobil pensiero, e comandamento degno di un zelante pontefice, il quale meritava e tuttavia merita maggior esecuzione, massimamente in Italia, dove certo non mancarono ingegni alti a tutte le belle arti.

Anno di CRISTO MDCXI. Indizione IX.

PAOLO V papa 7. RODOLFO II imperadore 36.

Gran tranquillità godè in quest'anno l'Italia, dacchè Filippo III re di Spagna, o per sua inclinazione alla pace, o perchè così richiedeva l'infievolito stato della sua monarchia, avea comandato che si disarmasse nel ducato di Milano. Stentò molto a far lo stesso Carlo Emmanuele duca di Savoia, nel cui animo non trovavano mai posa le idee di qualche novità pel proprio ingrandimento. In questi tempi ancora meditava egli la ricuperazion di Ginevra; ma scoperte le intenzioni della reggente di Francia troppo contrarie alle sue, quantunque il nunzio del pontefice si sbracciasse per distornar quella corte dalla protezion de' Ginevrini, finalmente gli convenne accomodarsi alle circostanze presenti, e deporre per ora i suoi marziali disegni. Tanto più si vide egli astretto a questo, perchè fra le corti di Francia e di Spagna si conchiuse nell'anno presente una lodevol unione mercè di due matrimonii accordati, e da eseguirsi a suo tempo, cioè di donna Anna infanta primogenita di Spagna, figlia del re Filippo III, col giovinetto re Cristianissimo Lodovico XIII; e di madama Elisabetta, figlia primogenita del fu Arrigo IV, con Filippo IV principe di Spagna, figlio del regnante Filippo III. Pubblicaronsi poi solamente nell'anno seguente questi trattati. Ed era cosa curiosa in questi tempi il vedere come il suddetto duca di Savoia maneggiava anche egli l'accasamento del principe di Piemonte suo figlio ora con una principessa di Francia, ora con un'altra del re di Spagna, del re di Inghilterra e del gran duca, tenendo mano in tutte le corti, e proponendo sempre nuovi progetti, niun de' quali finora ebbe esito felice. Avvenne anche uno strano accidente in Torino nel dì 6 di giugno. Non si sa da chi fu sparsa voce che ad esso duca era stata tolta la vita da' Franzesi nel parco. Di più non vi volle, perchè il popolo di quella città, amantissimo del suo sovrano, eccitasse un fiero tumulto, gridando ad alle voci: ammazza, ammazza i Franzesi. Prese l'armi, tutti andarono a caccia d'essi Franzesi, i quali, udito il gran rumore, chi qua, chi là corsero a rintanarsi. Era sul mezzodì, e il duca, dopo data una lunga udienza, s'era coricato sul letto, e avea preso sonno. Svegliato dai suoi cortigiani, e informato di quel disordine, corse tosto al balcone della galleria per farsi vedere. Raffigurato che fu dal popolo, si convertirono gli sdegni in lietissime acclamazioni; ed essendo cresciuta la folla alla piazza, il duca uscì in persona a meglio consolar gli occhi dei suoi buoni sudditi, e si quetò tutta la sollevazione.

Fu rapita dalla morte nel settembre dell'anno presente Leonora, figlia del fu Francesco gran duca di Toscana, e moglie di Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, che, per conseguente, era sorella di Maria de Medici regina e reggente di Francia. Continuarono in quest'anno ancora le controversie dell'arciduca Mattias in Germania coll'imperadore Rodolfo II suo fratello; perchè, mancando esso Augusto di prole, e declinando di dì in dì la sua sanità, Mattias, assai avido di signoreggiare, voleva per tempo mettersi in possesso de' diritti della successione dell'augusta casa d'Austria. Non lasciò il pontefice Paolo V d'interporre i suoi più caldi paterni uffizii per promuovere la concordia fra loro. Infatti seguì l'accomodamento, essendosi contentato l'imperadore, a cagione d'un fiero sconvolgimento di cose accaduto in Praga, che Mattias, già riconosciuto per re d'Ungheria, fosse del pari accettato per re di Boemia, con riserbare a sè, finchè vivesse, una specie d'autorità e dominio. Seguì la magnifica coronazione di Mattias in Praga nel dì 23 di maggio, e perciò rifiorì l'allegrezza in quelle contrade. Crebbe poi questa per le nozze con gran pompa solennizzate in Vienna sul principio di dicembre dell'arciduchessa Anna, figlia del già arciduca Ferdinando conte del Tirolo, maritata col suddetto re Mattias. Tutto si applicò in questi tempi papa Paolo a dare un buon sesto a tutti i tribunali ed uffizii della curia romana, con prescrivere e ridurre a convenevoli termini la loro autorità, con tassare i loro onorarii, e riformare una man di abusi che da gran tempo erano stati permessi. Le sua prolissa costituzione su questo, per cui si acquistò egli gran lode, fu poi nel dì primo di marzo, non già (come per errore di stampa si ha dal suo Bollario) dell'anno presente, ma del susseguente data alla luce.

Anno di CRISTO MDCXII. Indizione X.

PAOLO V papa 8. MATTIAS imperadore 1.

Stese in quest'anno la morte la sua giurisdizione sopra molti principi della cristianità. Il primo d'essi a pagarle tributo fu l'imperadore Rodolfo II, principe che nella pietà non si lasciò vincere da alcuno, ma principe nato piuttosto per un chiostro, che per un seggio imperiale: sì povero di spirito e dappoco si fece egli conoscere in sì lungo corso del suo governo. Profittarono ben di questa sua debolezza i Turchi. Io non so come il Doglioni il fa morto nell'ultimo dì del precedente dicembre; altri nel dì 10 di gennaio dell'anno presente; Andrea Morosino nel dì 21 d'esso mese. Egli è fuor di dubbio che la sua partenza da questa vita seguì nel dì 20 del predetto gennaio; e però, giacchè mancò senza lasciar prole, a lui succedette nel retaggio della nobilissima casa d'Austria Mattias suo fratello, il quale dipoi nella gran dieta elettorale tenuta in Francoforte fu proclamato imperadore nel dì 15 di giugno susseguente, e poscia nel dì 24 del medesimo mese colle consuete magnifiche formalità coronato. Avea l'Augusto Rodolfo tenuta in addietro la corte imperiale in Praga. Mattias la trasferì a Vienna d'Austria. Colto parimente da improvviso accidente Leonardo Donato doge di Venezia, diede fine al suo vivere nel dì 16 di luglio, a cui poscia succedette in quella dignità nel dì 27 d'esso mese Marcantonio Memo, vecchio di gran prudenza, che già avea compiuto l'anno settantesimo sesto di sua età. Inoltre cessò di vivere nel dì 18 di febbraio Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, principe che non iscarseggiava di mente, ma che spezialmente fu portato dal suo naturale alla giovialità e all'allegria: gran giocatore, grande scialaquator del danaro, sempre involto fra il lusso e gli amori, sempre in lieti passatempi o di feste, o di balli, o di musiche, o di commedie. Restarono di lui tre figli maschi, cioè Francesco primogenito, che succedette a lui nel ducato, Ferdinando creato cardinale da Paolo V nel 1606, e Vincenzo, che medesimamente nel 1615 ottenne la sacra porpora. Ma che? Dopo alquanti mesi, cioè nel dì 21 oppure 22 di dicembre anche il novello duca Francesco in età di circa ventisette anni compì il corso di sua vita, e sul principio dello stesso mese morì ancora un unico suo figlio per nome Lodovico, di modo che non restò di sua prole se non Maria, per la quale insorsero poi gravissime liti, siccome diremo. Il perchè Ferdinando cardinale, soggiornante allora in Roma, volò tosto a Mantova a prendere le redini del governo, con animo di deporre il cardinalato, siccome poscia avvenne.

Una scena molto tragica toccò in quest'anno alla città di Parma. Ranuccio Farnese, duca di essa città e di Piacenza, era signor d'alti spiriti, gran politico, ma di cupi pensieri, e di un naturale malinconico, che macinava continuamente sospetti, per li quali inquietato egli neppur lasciava la quiete ad altrui. Ne' suoi sudditi mirava egli tanti nemici, ricordevole sempre di quanto era accaduto al suo bisavolo Pier Luigi; e però studiava l'arte di farsi piuttosto temere che amare, severo sempre ne' gastighi, difficile alle grazie. Era egli ben rimeritato da' sudditi suoi, perchè al timore da lui voluto aggiugnevano anche l'odio; e venne appunto nell'anno presente a scoprirsi una congiura tramata contra di lui fin dall'anno precedente. In essa erano principali autori il marchese Gian-Francesco San-Vitali, la contessa di Sala, il conte Orazio Simonetta suo marito, il conte Pio Torelli, il conte Alfonso e il marchese Girolamo amendue San-Vitali, il conte Girolamo da Correggio e il conte Giambatista Mazzi ed altri. Dicevansi ancora complici di sì fatta cospirazione il marchese Giulio Cesare Malaspina capitan delle guardie del duca di Mantova, il marchese di Liciana Ferdinando Malaspina, il conte Teodoro Scotti di Piacenza, il conte Alberto Canossa di Reggio. Carcerati quasi tutti i primarii capi di questa ribellione, e formato il processo, per cui dicono che si provasse il lor disegno di assassinare e spiantar tutta la casa Farnese, nel dì 19 di maggio le loro teste furono recise, ed impiccati per la gola alcuni lor famigliari. Tutti i lor nobili feudi rimasero preda del fisco, e ne seguirono poi varii sconcerti, perchè gli amici de' nobili suddetti, pieni di sdegno, fecero delle incursioni nel Parmigiano, mettendo a fuoco diversi luoghi. Inoltre il novello duca di Mantova Francesco gran querela fece, per avere il Farnese non solamente mischiato in un pubblico monitorio il suo capitan delle guardie, che si protestava affatto innocente, ma anche tacitamente fatto credere che il duca Vincenzo suo padre fosse stato il principal promotore di quella cospirazione. E vi mancò poco che non si venisse a guerra aperta per questo: il che sarebbe succeduto, se i re di Francia e Spagna e il duca di Savoia non fossero entrati in sì fatta querela, e non avessero con buone maniere spento il nascente incendio, essendo restate indecise le ragioni dell'una e dell'altra parte. Quantunque sia da credere che la verità e la giustizia onninamente regolassero il processo suddetto, pure per cagion d'esso scapitò non poco il nome del duca Ranuccio, per aver tanto declamato e sparlato di lui i suoi malevoli (e questi non sono cessati giammai), spacciando come inventati que' delitti affine di assorbire la roba di que' nobili il cui valore ascese ad un gran valsente, e per liberarsi con tanta crudeltà da persone che gli davano della soggezione. Anzi sparsero voce che esso duca, all'udire che anche nelle corti non si era assai persuaso del reato di que' nobili, avesse spedito al gran duca Cosimo un ambasciatore con copia del processo, affinchè comparisse la rettitudine del suo operato: e che da lì a qualche tempo fosse rispedito l'ambasciatore con ringraziamenti al Farnese, e con un altro processo sigillato, dal quale aperto apparve con testimoni esaminati come lo stesso ambasciatore in Livorno avea ucciso un uomo: cosa da lui non mai sognata, nonchè eseguita.

Anno di CRISTO MDCXIII. Indizione XI.

PAOLO V papa 9. MATTIAS imperadore 2.

Intorbidossi in quest'anno la pace d'Italia per le dissensioni insorte fra i duchi di Savoia e di Mantova, delle quali spezialmente incomincia a trattare in questi tempi Pietro Giovanni Capriata, oltre a Vittorio Siri, al Guichenone ed altri storici. Non restò, siccome di sopra accennammo, del defunto Francesco duca di Mantova se non una picciola figlia per nome Maria, di cui prese tutela il cardinal Ferdinando Gonzaga. Apparenze vi erano, che la duchessa Margherita figlia di Carlo Emmanuele duca di Savoia, e vedova d'esso duca Francesco, fosse gravida: il che teneva in sospeso la determinazione del cardinal Ferdinando intorno al deporre la porpora, volendo egli prima vedere, se per avventura ne nascesse un maschio. Intanto il duca di Savoia, principe che in sagacità di mente, in isperienza di affari, tanto di gabinetto che di guerra, non avea pari, e a cui parea sempre troppo ristretto il patrimonio di tanti Stati ch'egli godea di qua e di là dai monti, giudicò questa essere occasion favorevole per islargar que' confini. Cominciò dunque a pretendere che la vedova duchessa Margherita sua figlia tornasse a Torino, e seco conducesse la figlia Maria. Pretese inoltre che ad essa Maria sua nipote, siccome erede unica di Francesco duca di Mantova suo padre, dovesse appartenere il Monferrato, per esser quello un feudo, in cui succedono le femmine, e che appunto era passato per via di femmine nella casa Paleologa, e poscia nella Gonzaga. Ito a Mantova il principe di Piemonte Vittorio Amedeo, entrò in negoziati col cardinale, il quale cominciò a barcheggiare, ricusando soprattutto di lasciar partire la cognata e la nipote; la prima, perchè gli fu proposto di sposarla, e faceva il papa difficoltà a concedere la dispensa; l'altra, perchè sosteneva di esserne a lui dovuta la tutela; ed infatti ottenne dal tribunal cesareo l'approvazione di questo suo diritto. Per conto poi del Monferrato, pretendeva egli escluse le femmine da quel feudo, qualora esistevano agnati, cioè maschi della famiglia; ed allora esisteva esso cardinale con Vincenzo, amendue fratelli dell'estinto duca Francesco, chiamati alla successione d'esso Monferrato. Svanita poi l'apparenza della gravidanza della duchessa Margherita, acconsentì il cardinale che essa ne andasse, ma con ritener presso di sè sotto buona guardia la figlia. In tali discordie s'interpose don Francesco Mendozza, marchese dell'Inojosa e governator di Milano; e perchè insisteva il duca di voler la nipote, fu progettato di metterla colla madre in deposito presso don Cesare duca di Modena, per essere l'infanta Isabella nuora d'esso don Cesare, sorella della medesima duchessa Margherita. Sulle prime accettò il cardinale questo partito, e l'avrebbe forse eseguito, se non si fosse trovata ripugnanza nel duca di Modena ad entrare in sì fatto impegno, temendo egli di disgustare in fine alcuno de' pretendenti. Tanto nondimeno operò il governator di Milano, che l'indusse a condiscendere; ma il cardinale diede indietro, nè volle più consegnar la picciola principessa.

Allora fu che il duca di Savoia sdegnato risvegliò le antiche pretensioni della sua casa sopra il Monferrato, intorno alle quali, siccome già vedemmo, non avea voluto decidere l'imperador Carlo V; e si venne ad una battaglia di penne, che sarebbe terminata in tuoni e lampi che non fanno paura. Ma il duca di Savoia determinò di accoppiarvi anche i fulmini preparandosi a far guerra di fatto. Già avea delle truppe veterane in piedi, e cominciò ad arrolarne molte di più, sperando di conquistare agevolmente il bel paese del Monferrato, dove, a riserva di Casale e della sua fortezza, pochi altri luoghi poteano far lunga resistenza. Era il cardinal Ferdinando, che già aveva assunto il titolo di duca, personaggio di poca disinvoltura, e piuttosto spensierato che altro ne' grandi affari. Trovavasi senza milizie, e neppur pensava daddovero a raunarne, e a premunire i luoghi forti del Monferrato. Tuttavia lo spinsero i suoi ministri a ricorrere per patrocinio ed aiuto ai re di Francia e di Spagna, e a tutti i potentati d'Italia. Fu creduto, che la Spagna fosse impegnata pel duca di Savoia; ma i fatti non corrisposero poscia a questa voce. Il papa, che, per attestato del Siri, facea sue delizie il riposo, per sua natural timidità alienissimo dai rumori, ma che, secondo il parere dei più saggi, si ricordava d'essere padre comune, non si volle mischiare se non con amichevoli uffizii in questi imbrogli. I soli Veneziani e il gran duca Cosimo in Italia si dichiararono favorevoli al Gonzaga, affinchè gli Spagnuoli non si servissero di questa occorrenza per islargare le ali. Anche il re di Francia, ossia la regina reggente, commossa spezialmente dalla parentela coi Gonzaghi, prese la loro protezione, e fece fare intimazioni e minaccie al duca di Savoia. Ma il duca, principe di grande animo, nulla sbigottito per questo, nel dì 20, o 22 di aprile col principe di Piemonte e col principe Tommaso suoi figli mosse le armi sue contro il Monferrato. In poco tempo s'impadronì di Trino, e nel dì 25 la città d'Alba dal conte Guido di San Giorgio fu non solamente presa, ma anche saccheggiata, e il vescovo stesso maltrattato e fatto prigione. Così Diano e la terra di Moncalvo ed altri luoghi (fuorchè Casale, Pontestura, la rocca di esso Moncalvo, e Nizza della Paglia) vennero in potere del duca.

Per tali novità i Veneziani somministrarono danaro al cardinale duca, acciocchè facesse una leva di tre mila Tedeschi. Egli ne ordinò un'altra di tre mila Svizzeri, e di assai più Italiani. Il gran duca destinò d'inviargli altro maggior soccorso. Trovossi dipoi che neppure il re di Spagna proteggeva il duca di Savoia, anzi l'Inoiosa governator di Milano, oltre all'aver passati premurosi uffizii per fargli deporre l'armi, e restituire i luoghi presi, o almeno depositarli in mano del papa o di altro potentato, uscì in campagna, e fece ritirare l'armata piemontese dall'assedio di Nizza della Paglia. Uscirono intanto manifesti per l'una e per l'altra parte. Il castello ossia rocca di Moncalvo si arrendè al duca, il quale non lasciava di sempre più tirare al suo soldo Borgognoni e Svizzeri, e continuava la guerra con varii successi, ch'io tralascio. Ma essendo accorso di Francia molto tempo prima Carlo Gonzaga duca di Nevers in soccorso del cardinale duca suo cugino, cominciarono a comparire in Italia molte schiere di Franzesi e dalla regina reggente di Francia si ammanniva anche un'armata per inviarla a' danni del duca di Savoia. Oltre a ciò, il gran duca di Toscana mise in viaggio alla volta di Mantova non già tredici mila fanti e cinquecento cavalli, come ha il Capriata, ma bensì quattro mila fanti e secento cavalli, come con buone memorie ho io scritto altrove. E quantunque il duca di Modena per le istanze del governator di Milano armasse i confini della Garfagnana, per impedire il passo a questa gente, pure, serrando gli occhi, lasciò loro libero il varco per altra parte. Mandò ancora l'Augusto Mattias il principe di Castiglione per intimare al duca di Savoia la restituzion delle terre occupate; e il governator di Milano, che volea la gloria di acconciar tutti questi rumori coll'autorità del re Cattolico suo sovrano, accrebbe non poco l'armata sua, acciocchè il duca si arrendesse. Ed egli infine si arrendè; e benchè nell'interno suo si rodesse per la rabbia, pure mostrò tutta l'ilarità in condiscendere all'accordo per la riverenza da lui professata al papa, a Cesare e al re di Spagna, che così desideravano. Adunque nel dì 18 di giugno promise di consegnar le terre prese nel Monferrato ai ministri cesarei e spagnuoli, che poi le restituirono al duca di Mantova, restando poi da ventilare le controversie civili in amichevol giudizio. Poco poi mancò che non andasse in fascio la fatta concordia, perchè il cardinal Ferdinando mise fuori un terribil bando contra del conte Guido di San Giorgio, e pretese il risarcimento di tanti saccheggi, incendii e danni patiti dai suoi sudditi del Monferrato; e se non era la corte di Spagna che s'interponesse, e il facesse desistere da tali pretensioni, il duca di Savoia, che con tutte le istanze de' Franzesi e Spagnuoli mai non avea voluto disarmare, era in procinto di ricominciar la guerra. S'aggiunse la pretensione del governator di Milano di avere in sua mano la principessa Maria, sperandone un dì qualche vantaggio, se fosse mancata la linea Gonzaga regnante allora in Mantova: nel qual caso credeano spettante ad essa principessa il Monferrato. Ma il cardinale duca stette saldissimo in negarla, e dalla corte di Francia e dei Veneziani fu sostenuto in sì fatto impegno. E intanto il duca di Savoia restò anche egli sommamente amareggiato della prepotenza degli Spagnuoli.

Altra guerra, benchè di minore importanza, avvenne in quest'anno fra Cesare d'Este duca di Modena e la repubblica di Lucca. Durava il sangue grosso fra i Lucchesi e i popoli della Garfagnana, sudditi di Modena di là dall'Apennino, per cagion della passata guerra del 1602. Insorsero nel giugno fra particolari persone delle offese ai contini, e queste servirono di pretesto a quella repubblica per assalir di nuovo nel mese seguente con alcune migliaia d'armati la Garfagnana. Perchè non si aspettavano i Garfagnini una tale superchieria, facile fu ai Lucchesi d'impossessarsi delle terre di Cascio, Monte Altissimo, Monte Rotondo e Marigliana. Occupato ancora Monte Perpoli, vi fabbricarono tosto un forte, e commisero saccheggi e violenze indicibili. Fecero quella resistenza che poterono i valorosi Garfagnini a sì impetuoso torrente, finchè il duca Cesare irritato da sì inquieti vicini, spedì colà il principe Alfonso suo primogenito col principe Luigi altro suo figlio, generale de' Veneziani, e con alquante migliaia di fanti e cavalli, comandati dal marchese Ippolito Bentivoglio suo generale, e ben provveduti di artiglierie e munizioni. Allora fu che cambiò aspetto la guerra, e i Lucchesi d'assalitori divennero assaliti con danno gravissimo delle lor terre. Si passano qui sotto silenzio varie azioni sanguinose succedute in quelle parti, per dir solamente che il Bentivoglio imprese l'assedio di Castiglione, terra e fortezza de' Lucchesi, che cominciò a provare il furor delle artiglierie, ma sostenuta con vigore da mille e ducento soldati che v'erano di presidio. Tentarono invano i Lucchesi di darle soccorso, e intanto sempre più continuarono gli approcci, e fu formata la breccia. Già si disponevano le milizie ducali a dare un generale assalto, quando colà sopraggiunse il conte Baldassare Biglia per parte del governator di Milano. Imperciocchè, veggendo i Lucchesi mal incamminati i loro affari, ricorsero alla solita áncora della protezion di Spagna, e mossero l'Inoiosa ad inviare esso Biglia a Modena per ismorzar quell'incendio. Perchè il duca stava saldo in pretendere il rifacimento dei danni inferiti dagli ingiusti aggressori, e le spese dell'armamento da lui fatto, nulla si conchiuse; laonde il Biglia, per timore che intanto Castiglione fosse preso, colà si portò, e con pretesti di far rendere quella fortezza, ottenuta licenza di entrarvi, allorchè vide pronti all'assalto i ducheschi, fece esporre le bandiere di Spagna sulle mura, e intimare agli assedianti ch'egli teneva quella piazza a nome del re Cattolico. Tale era in questi tempi la riverenza e paura della potenza spagnuola, che cessarono le offese, con essersi poi stabilito che i Lucchesi, al paese dei quali anche dopo le interrotte offese di Castiglione fu recata una desolazione, fossero i primi a disarmare: dopo di che anche il duca richiamò in Lombardia le sue milizie. Ma dai politici fu biasimato non poco questo principe, per essersi lasciata levar di mano la vittoria al solo sventolare di un pezzo di tela, giudicando eglino che conveniva prendere la piazza, e poi col pegno in mano trattare d'aggiustamento. Ma forse con più ragione fu dovuta questa censura al suo generale, che dovea prevedere l'arte del Biglia e tirarsi il cappello sugli occhi.

Nè solamente dalle dissensioni dei principi patì in quest'anno l'Italia dei gravi travagli; ne risentì anche forse dei più perniciosi dalle battaglie dell'aria e del mare. Nel dì 11 di novembre si svegliò una sì atroce tempesta nel Mediterraneo che fu creduto non essersene mai provata una simile a memoria de' viventi d'allora. Porto non vi fu, cominciando dalla Provenza sino alle ultime parti del regno di Napoli, in cui non si affondassero quasi tutti i legni che ivi s'erano ricoverati, con danno infinito di mercatanti, e sommo terrore d'ognuno. In Genova spezialmente fu sì spaventoso lo eccidio di galee e navi, che quasi supera la credenza. Penetrò la spietata furia degli stessi venti nella Lombardia, dove rovinò tetti, abbattè case, sradicò alberi, e fece altri funestissimi e non mai veduti danni. Riuscì in quest'anno ad otto galee di Sicilia ben armate sotto il comando di Ottavio d'Aragona di sorprenderne dodici turchesche nel porto di Scio. Cinque di queste si sottrassero colla fuga, colle altre seguì un fiero combattimento, in cui prevalsero i cristiani, restando prese quelle sette galee con istrage di quegli infedeli, prigionia di cinquecento di essi, e liberazione di circa mille schiavi battezzati. Montò ben alto il bottino ivi fatto, perchè quelle galee portavano a Costantinopoli tutti i tributi raccolti dalla Morea. Andarono in corso anche le galee del gran duca Cosimo nell'anno presente contro i Turchi nell'Asia Minore, e, prese molte terre, le misero a sacco.

Anno di CRISTO MDCXIV. Indizione XII.

PAOLO V papa 10. MATTIAS imperadore 3.

Crebbero in quest'anno i dissapori fra Carlo Emmanuele duca di Savoia e il marchese d'Inoiosa governator di Milano. S'erano messi in possesso gli Spagnuoli di dar legge a tutta l'Italia. Il lor volere dovea essere la regola degli altri principi, e ne abbiam poco fa veduto un esempio nel duca Cesare. Credendosi eglino di trovar anche nel duca di Savoia un principe che tremasse al tuono delle lor bravate, gl'intimarono di disarmare, e venne ordine preciso da Spagna che, se egli non ubbidiva, il governatore entrasse coll'armi in Piemonte; ma s'ingannarono. Carlo Emmanuele a questa parola di ubbidire, sconvenevole troppo per chi non era sottoposto alla Spagna per alcun titolo di vassallaggio, se ne alterò non poco, e coraggiosamente lor rispose che avrebbe deposte l'armi, se il governatore nello stesso tempo avesse licenziate le sue truppe. Pubblicò ancora un ben sensato manifesto, esprimente le sue querele pel procedere ingiurioso ed imperioso degli Spagnuoli contra di lui. Oh allora fu che l'altura spagnuola si sentì toccare sul vivo, quasi che il duca volesse andare del pari col potentissimo loro monarca; e però l'Inoiosa nel dì 20 d'agosto si mosse da Milano con circa venti mila fanti e mille e secento cavalli, ed appressatosi ai confini del Piemonte, stette indarno aspettando se il terrore delle sue armi avesse maggior virtù che le minaccie in carta. Ma il duca intrepido nelle risoluzioni sue, animato ancora dai soccorsi, segretamente parte inviati, parte promessi dalla Francia, più che mai si mostrò costante. Pertanto entrato lo Inoiosa nel dì 7 di settembre su quel di Vercelli, prese la Motta e Carenzana; e di più avrebbe fatto, se il duca, uscito anche egli in campagna con dieci mila combattenti, non avesse fatta una diversione, procedendo contro la sprovveduta città di Novara, di cui avrebbe anche potuto impadronirsi; ma gli bastò con tal movimento di far retrocedere lo esercito spagnuolo da' suoi Stati, siccome avvenne. Ciò fatto, tanto l'ambasciatore di Francia che il principe di Castiglione ministro dell'imperadore, e il nunzio apostolico, interposero i loro uffizii per la pace. Infatti nel dì 17 di novembre ne furono abbozzati col duca i capitoli. Ricusò il governator di Milano di sottoscriverli, e intanto il marchese di Santa Croce colle galee di Napoli e Sicilia occupò sulla riviera occidentale del mare Ligustico i marchesati di Oneglia e del Marro spettanti al duca. Passò anche l'Inoiosa all'assedio di Asti; ma perchè vi accorse con tutte le sue forze il duca, e si avvicinava il verno, tempo mal proprio per le prodezze militari, se ne ritirò; laonde, ormai conoscendo di aver che fare con chi non era figlio della paura, diede di nuovo orecchio alle proposizioni della pace. Nel giorno primo di dicembre fu conchiuso in Asti che il duca, per l'ossequio da lui professato alla corona di Spagna, sarebbe il primo a disarmare; che si renderebbe vicendevolmente ogni luogo preso; che le differenze fra le case di Savoia e di Mantova sarebbono rimesse in arbitri; e che il duca di Mantova renderebbe le gioie della duchessa Margherita, e in certi termini pagherebbe le di lei doti, e quelle ancora della duchessa Bianca di Monferrato. Contuttociò l'Inoiosa, siccome colui, a cui non pareva assai umiliato il duca, e risarcito il decoro della sua corte, perchè non vi era parola di sommessione e perdono richiesto da lui, ricusò di sottoscrivere quegli articoli, allegando di non poter ciò fare senza l'assenso del re Cattolico. In gravissime smanie proruppe dipoi, perchè il principe Tommaso avea presa Candia del distretto di Novara, e perciò pubblicò un editto contro il duca che se ne rise. Con queste irresoluzioni terminò in quelle parti l'anno presente.

Parlammo di sopra degli Uscocchi, masnadieri abitanti in Segna, città di casa d'Austria, sui lidi dell'Adriatico. Erano essi tornati al delizioso lor mestiere della pirateria, e in questi tempi specialmente infestarono non meno le terre e i legni de' Veneziani, che quei degli stessi Turchi. Ed appunto in questo anno il gran signore spedì un ufficiale e minaccie a Venezia, quasi che la repubblica fosse complice, o almen serrasse gli occhi alle loro insolenze. Nel dì 8 di maggio dodici barche armate di essi masnadieri uscocchi incontratesi con altrettante d'Albanesi, vennero ad una sanguinosa battaglia, che costò loro ben cara. Per vendicarsene, tre giorni dopo colta nell'isola di Pago la galea veneziana di Cristoforo Veniero, la sorpresero crudelmente ammazzando quanti uffiziali e soldati vi trovarono, a riserva di esso Veniero. Per le doglianze fatte dai Veneti all'arciduca Ferdinando, furono spediti da Gratz commissarii, per mettere in dovere que' corsari; ma sprezzati, se ne tornarono indietro, quali erano venuti. Dopo di ciò essi Uscocchi assalirono varii luoghi non men della repubblica veneta che de' Turchi, e ne menarono gran bottino non solo di robe e di animali, ma anche di donne e fanciulli. Migliore ripiego non seppero allora trovare i Veneziani, che di proibire ogni navigazione e commercio con quelle vicinanze. Mandò bensì l'arciduca un commessario a Segna, che fece bandi e giustizia contro quella perfida gente. Ma appena fu partito il ministro di là, ben arricchito colle prede fatte da essi Uscocchi, che quella mala gente tornò al solito suo mestiere: il che obbligò i Veneziani a spedire il capitano del golfo contra de' loro nidi, per rendere ad essi la pariglia: ordine che fu ben eseguito col saccheggio di alquanti luoghi. Ebbe nell'anno presente il pontefice Paolo V una molesta briga colla corte di Francia, per avere quel parlamento fatto bruciare il libro del padre Suarez intitolato: Defensio Fidei, perchè vi s'insegnava la dottrina che sia lecito l'uccidere i re tiranni e miscredenti. Tale era il decreto del parlamento suddetto, che parea lesa l'autorità pontifizia. Di gravi querele perciò furono fatte a Parigi dal nunzio del papa; e finalmente si trovò temperamento, che il re scrisse un'ossequiosa lettera al pontefice con proteste che niuno intendeva di derogare ai diritti della santa Sede, con persuasione nondimeno che anche la Santità sua condannerebbe come cattiva e perniciosa la prefata dottrina.

Anno di CRISTO MDCXV. Indizione XIII.

PAOLO V papa 11. MATTIAS imperadore 4.

Non si sapea dar pace il marchese dell'Inoiosa, perchè il duca di Savoia non avesse finora imparato a chinare il capo, parendo che la di lui resistenza e costanza nei suoi impegni tornasse in discredito della potenza ed estimazione della corte di Spagna. Fece quanti mali uffizii potè ad essa corte; e perciocchè furono intercette lettere dal re Cattolico al medesimo governator di Milano, date nel dì 2 e 20 di gennaio dell'anno presente, si vide venuto ordine da Madrid di continuar la guerra contra del duca. Queste lettere pubblicate servirono del pari a scoprire le intenzioni degli Spagnuoli, contrarie alle proteste di voler la pace, e a giustificare la necessità del duca per la propria difesa. Sul fine di marzo uscì il governatore in campagna con più di venti mila tra fanti e cavalli (altri dicono molto più), e andò ad impadronirsi di Ricoveran nelle Langhe. Ancorchè il duca non avesse che circa quindici mila combattenti (Vittorio Siri non li fa più di dieci mila), pure anche egli animosamente si portò all'assedio di Bestagno. Seguirono varie azioni calde, con danno per lo più degli Spagnuoli, finchè il duca, conoscendosi soperchiato dal numero de' nemici, si ritirò con buon ordine. Fu allora la città d'Asti minacciata d'assedio, e andò in fatti l'Inoiosa ad accamparsi in quelle parti. Perchè senza prendere il picciolo castello di Castiglione, non poteva avvicinarsi ad Asti, dopo aver battuta una brigata di Savoiardi, con pochi colpi di cannone obbligò i difensori di Castiglione a renderlo con buoni patti. Ciò fatto, il duca, per aver inteso che da Napoli, Firenze ed Urbino venivano altri rinforzi all'armata nemica, e che il governatore avea occupato San Damiano, si ritirò sotto Asti, e a vista di lui andò ancora nelle vicine colline a postarsi il governatore. Uscì un giorno il duca addosso ai Napoletani con tal vigore, che ne fece strage di trecento. A questo rumore tutto il campo spagnuolo fu in armi, e si spinse contro il duca. Non tennero saldo i suoi Svizzeri, e toccò alla cavalleria di sostener tutto il peso della battaglia. La notte separò il combattimento, nel quale tanto il duca che il principe Tommaso suo figlio si segnalarono, avendo avuto il primo uccisi due cavalli sotto di lui, ed uno il figlio. Restò il campo agli Spagnuoli, ma colla perdita di mille persone, e di ottanta rimaste prigioniere. Dalla parte del duca tra morti e prigionieri se ne contarono non più di cento. Scrivono altri, che, quantunque poco sangue si spargesse, pure non poco coraggio mostrarono le milizie del duca.

Allora si diede certamente principio all'assedio d'Asti, dove pretendono alcuni che il governatore avesse più di trenta mila combattenti. Seguirono poi varii fatti d'arme, e cominciò per le fatiche, per li cattivi alimenti e pel fetore degli uccisi a provarsi nelle milizie dell'Inoiosa una micidiale epidemia. Questo fiero salasso, e più l'interposizione del nunzio del papa, del marchese di Rambugliet ministro di Francia, che si servì di minaccie in tal congiuntura, e degli ambasciatori d'Inghilterra e Venezia, indussero, tanto il duca che il governator di Milano, a gustar le proposizioni di un accomodamento. Nel dì 21 di giugno fu conchiuso, e poi nel dì 22 sottoscritto il trattato, per cui restò accordato agli Spagnuoli il sì desiderato puntiglio che il duca fosse il primo a dar principio al disarmamento, con far uscire d'Asti mille uomini di quella guarnigione; dopo di che l'Inoiosa ritirò di là le sue truppe. Furono rimesse al giudizio dell'imperatore le differenze delle case di Savoia e di Mantova; rimessi in grazia del duca di Mantova quei che aveano prese l'armi contra di lui; e dichiarato che, in caso di contravvenzione dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo Lesdisguieres colle soldatesche del Delfinato fosse tenuto a dar soccorso al duca. Disapprovò poi la corte di Madrid la condotta del marchese d'Inoiosa, e richiamatolo in Ispagna al rendimento dei conti, spedì al governo di Milano don Pietro di Toledo marchese di Villafranca, il quale non tardò a far comparire la sua ripugnanza all'esecuzion del trattato d'Asti, tanto col negar la restituzione d'Oneglia e di Marro, quanto coll'andar facendo nuove leve di gente invece di cassar le vecchie. Proponeva egli intanto al duca dei grandi vantaggi, qualora questi avesse fatto qualche atto di sommessione al re Cattolico, e si fosse gittato nelle sue braccia. Tale in questi tempi era la politica spagnuola. Nè pure il duca di Mantova Ferdinando, imboccato da essi Spagnuoli, volle sottoscrivere la suddetta pace, e fece vendere i beni del conte Guido di San Giorgio, valoroso signor Monferrino, che contra di lui avea prese l'armi. Così passò l'anno presente, con restar fra le parti una calma di apparenza e una vera segreta burrasca, ma insieme con aumentarsi il plauso al duca Carlo Emmanuele, per non aver egli mai consentito ad atto alcuno di umiliazione vergognosa e pregiudiciale ai diritti della sua sovranità, e per essersi fatto conoscere maestro di guerra, sostenendo con forze tanto inferiori lo sforzo de' suoi avversarii: plauso nondimeno che gli costò ben caro per la desolazion de' suoi sudditi e del suo erario, senza avere acquistato un palmo di terreno.

Svegliossi un altro incendio di guerra nell'anno presente fra la repubblica di Venezia e l'augusta casa d'Austria, ossia coll'arciduca Ferdinando. Per quante querele avessero fatto i Veneziani con esso arciduca per le insolenze degli Uscocchi, esercitate spezialmente nel precedente anno, e fatte calde istanze, affinchè quei masnadieri fossero allontanati da Segna e dal mare, niun buon effetto se n'era potuto vedere. Però, perduta la pazienza, tanto per mare che per terra prepararono essi Veneti maniere più efficaci per ottener colla forza quella giustizia che non potevano conseguir colla ragione. Mandarono essi alquante galee a bloccar Trieste e Fiume, e per terra genti che distrussero le saline fabbricate dai Triestini contro i patti. Ma queste genti nel ritirarsi assalite da Benvenuto Petazzi e dal capitano Daniele Francuol con assai schiere di armati austriaci, rimasero sbaragliate e trucidate in buona parte. Spedirono poscia i Veneziani nel Friuli un esercito di otto mila fanti e di due mila cavalli, che, passati nel territorio degli Austriaci, presero più di sessanta villaggi, e andarono finalmente a mettere l'assedio a Gradisca, fortezza di molta importanza sopra il fiume Lisonzo, dove era un presidio di valorosi difensori. Ma volendo essi Veneti far leva di gente in Italia, trovarono difficoltà dappertutto. Il papa spezialmente per le passate differenze disgustato di essi, non permise ne' suoi Stati che si arrolasse alcuno. Molto meno Cesare duca di Modena, perchè la guerra si faceva contro l'imperador suo sovrano; e perchè richiamato il principe Luigi d'Este suo secondogenito dal servigio di essi Veneti, della cavalleria de' quali era generale, non volle ubbidire, il padre arrivò capitalmente a bandirlo, ma con pensiero di assolverlo, subito che si potea, da tale disubbidienza. Così fecero gli altri principi italiani; e perciò si rivolse la repubblica a cavare dall'Albania, Dalmazia ed altri luoghi di oltramare quanta copia d'armati potè. La gente inviata sotto Gradisca era in gran parte collettizia ed inesperta nel mestier della guerra; i difensori all'incontro avvezzi alle armi e feroci; sicchè tra le vigorose sortite di essi, e gli assalti infelicemente dati dai Veneti, convenne ritirarsi dall'assedio. E tanto più, perchè il nunzio del papa, il gran duca di Toscana e il duca di Mantova s'interposero per trattar di pace: al che si adoperava anche il governator di Milano, tutto che gli fosse venuto ordine di Spagna di dare assistenza agli Austriaci contra de' Veneziani. Entrò poscia la mortalità nel campo veneto, per cui restò notabilmente sminuito; contuttociò riuscì al provveditor Foscarini e all'Erizzo altro provveditore d'impadronirsi di Chiavaretto, Luciniso, Fara e d'altri luoghi. Poco poi stettero ad ingrossarsi gli Austriaci, che non solamente ripulsarono i Veneti, ma misero anche a ferro e fuoco un gran tratto del loro paese, con declinare ogni dì più la fortuna dell'armi venete. Mancò di vita in questi tempi Marcantonio Memo doge di Venezia, e nel novembre fu a lui sostituito Giovanni Bembo, personaggio di gran merito in età di ottant'anni.

Anno di CRISTO MDCXVI. Indizione XIV.

PAOLO V papa 12. MATTIAS imperadore 5.

Non sapeano darsi pace i ministri di Spagna, e massimamente il Toledo governator di Milano, che il duca di Savoia Carlo Emmanuele andasse tuttavia colla testa sì alta, non avendo egli, per quante insinuazioni gli fossero state fatte da amici e nemici, voluto mai indursi ad umiliazioni improprie al suo grado, ma esatte da chi metteva in confronto di questo principe la troppo eccedente grandezza dei monarchi di Spagna. Faceva istanze il duca che il governatore eseguisse la pace d'Asti, e, all'incontro, il governatore richiedeva che il duca disarmasse: al che questi ripugnava per sospetto di rimanere esposto alle vendette spagnuole. Pertanto lungamente s'andarono barattando parole, progetti e ripieghi; e quando qualche proposizione piaceva all'uno, incontrava tosto la disgrazia di dispiacere all'altro. Fu inviato dal pontefice Paolo a Milano e in Piemonte con titolo di nunzio straordinario Alessandro Lodovisio arcivescovo di Bologna, che fu poi fatto cardinale nel dì 19 di settembre del presente anno; e giunse ad essere papa, siccome diremo, col nome di Gregorio XV. Non lasciò indietro diligenza veruna questo prelato per effettuar la mente pia del pontefice; ma vi perdè anch'egli l'olio e la fatica. Andavano perciò crescendo le diffidenze e le disposizioni a nuova rottura, quando il duca per qualche lettera intercetta, o per altra via, venne a scoprire una trama ordita dal duca di Nemours, ramo della casa di Savoia, trapiantato in Francia, ma nemico d'essa, che adunati in essa Francia tre o quattro mila soldati, e passando d'intelligenza col governator di Milano, meditava di sorprendere la Savoia, e di unirsi poscia cogli Spagnuoli. Fu molto sollecito il duca a far prendere dal principe Vittorio Amedeo suo primogenito i passi di Aunicy e Rumigli; con che fece abortire tutti i disegni del suddetto duca di Nemours, contra di cui si dichiararono ancora molti principi della Francia. Veggendosi egli adunque alla vigilia di una nuova guerra, ordinò che si fortificasse Asti e Vercelli, e che si fabbricasse un ponte sul Po a Crescentino, e un altro alla Sesia, quasichè egli meditasse di voler essere il primo alle ostilità. Sul principio di settembre mosse il governator di Milano l'armata sua consistente in venti mila fanti e tre mila cavalli, e gittò anch'egli un ponte sulla Sesia. Ma eccoti comparire in campo anche il duca di Savoia con otto mila fanti la maggior parte Franzesi, ed altrettanti e forse più fra Savoiardi, Piemontesi, Svizzeri e Vallesi. In essa armata si contavano quasi due mila cavalli, ch'erano il maggior suo nerbo, e valevano assai più dei tre mila di Milano. Divolgava dappertutto il duca di avere venticinque mila fanti e due mila cinquecento cavalli, per accrescere la riputazion delle sue forze; e fu egli il primo a spignere in Monferrato le sue genti, con occupar Villanova, Murano ed altri luoghi. Tentò anche di rompere il ponte degli Spagnuoli sulla Sesia: il che non gli riuscì.

Nel dì 14 di settembre passò l'esercito ispano la Sesia, ed incamminossi verso la Motta e Villanuova, dove s'era trincierato il duca, con disegno di dar battaglia. Ma fu prevenuto dal duca, il quale con una imboscata all'improvviso si scagliò contro la vanguardia spagnuola al passaggio di un fosso, e cominciò a menar le mani. Duro fu il conflitto; ma accorso tutto il campo del governatore, il duca fu astretto a ritirarsi colla peggio, avendo perduto più di quattrocento fanti e di sessanta cavalli, oltre ai feriti. Pareano indirizzate le mire del Toledo sopra Crescentino; il duca, ancorchè il passaggio gli fosse quasi precluso, pure arditamente portatosi colà, fece passar la voglia ai nemici di tentar quella terra. Seguirono poscia altre fazioni, avendo il duca occupati varii luoghi nel Monferrato, e all'incontro il governatore di Milano Santià e San Germano; per la quale ultima piazza, troppo vilmente renduta, fu d'ordine del duca tagliato il capo a chi ne avea il governo. Intanto l'autunno cominciava colle pioggie a difficoltar il campeggiare; e perciocchè il governatore desiderava pure di segnalarsi con qualche fatto, accadde che il duca mosse l'armata sua per andare a postarsi alla Badia di Lucedio: laonde fu spedita parte della cavalleria spagnuola con fanti in groppa ad assalire la di lui retroguardia. A poco a poco si andarono impegnando le parti ad un fiero conflitto, sostenuto valorosamente dai ducheschi, finchè sopraggiunsero le schiere tedesche, le quali per fianco assalirono con tal vigore i reggimenti franzesi del duca, che li misero in fuga; nè con tutte le esortazioni e preghiere di esso duca si poterono ritenere i fuggitivi. Andò dunque in rotta e si disperse l'esercito duchesco, con lieve strage nondimeno, essendo restati sul campo poco più di quattrocento uomini, circa mille feriti e ducento prigionieri, colla perdita di undici insegne di fanteria e tre di cavalleria: laddove dalla parte degli Spagnuoli solamente vi perirono cento soldati, ed altrettanti furono i feriti. Dopo di che l'armi del governatore occuparono varii luoghi e spezialmente Gattinara, di modo che venne Vercelli a restar come bloccato. Intanto dalla parte del mare il signor di Broglio avea mossa guerra a Nizza; in Savoia tuttavia si vivea con sospetti del duca di Nemours; molti Franzesi dell'armata duchesca chiedevano congedo, e quel che più afflisse il duca, fu l'essere stato imprigionato in Parigi il principe di Condè, principal suo sostegno e speranza nei presenti travagli.

Trovavasi perciò il duca Carlo Emmanuele sbattuto dalla fortuna da tutte le parti; e pure l'eroico suo animo giammai non s'invilì in tante disgrazie e pericoli. Ricorse allora all'accortezza sua, per guadagnar tempo, al cardinal Lodovisio e al signor di Bethunes ambasciatore di Francia, facendoli muovere di nuovo proposizioni di pace con don Pietro di Toledo, il quale volentieri vi prestò l'orecchio, parte perchè stanco dei disagi della guerra, e parte perchè tutto gonfio credeva di avere talmente abbassato il duca, che più non potesse alzare il capo. In questo mentre non solamente respirò Carlo Emmanuele, ma cominciarono anche a prendere miglior piega gli affari suoi in Savoia e Nizza, per essere seguito un accordo col duca di Nemours. Oltre a ciò, il re di Francia gli promise di non abbandonarlo; e i Veneziani, coi quali egli avea fatta dianzi lega, gl'inviarono buone somme di denaro, e promesse di settantadue mila ducati il mese, durante la guerra, in guisa tale, ch'egli andò da lì innanzi inventando nuovi sotterfugi per non accordare giammai alcuna delle condizioni poco onorevoli per lui, proposte dal governatore. Parlò poscia con tuono più alto, dacchè intese che l'esercito spagnuolo notabilmente ogni dì più scemava per le malattie e per le diserzioni, stante il non correre le paghe. Si ridusse poi a tale il Toledo, che gli convenne ritirar le sue truppe dal Piemonte, con lasciar solamente ben presidiato San Germano, e con saccheggiare e incendiare Santià. Venuto intanto il duca a scoprire che il principe di Masserano era in trattato col governator di Milano di prendere presidio spagnuolo, sotto le feste di Natale gli spedì addosso il principe di Piemonte suo figlio con cinque mila fanti e mille cavalli, che forzò quella terra a rendersi. Tali furono nel presente anno gli avvenimenti del Piemonte.

Quanto alla guerra de' Veneziani cogli Austriaci, continuò questa senza fatti meritevoli, che io mi fermi a raccontarli. Solamente accennerò che ad essi Veneti riuscì nel dì 19 di marzo d'impossessarsi della fortezza di Mascheniza, e poi di Sorisa, nido d'Uscocchi. All'incontro, venne fatto agli Austriaci di occupar la Pontieba de' Veneziani, dove fecero buona preda. Ma non tardò il provveditor Foscarini col conte Francesco Martinengo a ricuperar quel luogo, e poscia ad occupar anche la Pontieba Austriaca, posta di là dal fiume, con tutte le mercatanzie e robe di molto valore che ivi si trovarono. Restò anche preso dai Veneziani Caporetto, luogo d'importanza, con istrage di alcune centinaia d'Austriaci, e ben fortificato dipoi. Don Giovanni de Medici passò in questo anno al servigio dei Veneziani con titolo di governator generale. Nè si dee omettere che, andando in corso nell'anno presente la squadra delle galee di Napoli nel Mediterraneo, s'incontrò nella flotta de' Turchi, e venne furiosamente alle mani. Dicono che si contarono affondate sei galee di que' Barbari, e sedici altre danneggiate oltre modo dalle artiglierie de' cristiani, e che vi rimasero estinti più di due mila Musulmani. Probabilmente la fama avrà ingrandita questa vittoria, non sapendosi che i cristiani andassero a contare gli estinti dell'armata nemica. Parimente dalle galee del gran duca, correndo il mese di maggio, furono prese due turchesche, con guadagno di più di cento mila scudi, e liberazione di quattrocento trenta schiavi cristiani, in luogo dei quali furono posti al remo ducento quaranta Turchi. Medesimamente vennero in potere delle galee di Malta sette legni turcheschi colla morte o prigionia di cinquecento giannizzeri, che vi erano sopra.

Anno di CRISTO MDCXVII. Indizione XV.

PAOLO V papa 13. MATTIAS imperadore 6.

Già vedemmo che nella pace d'Asti fra la Spagna e il duca di Savoia fu concordato che, in caso di inosservanza dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo di Lesdiguieres dovesse accorrere in aiuto del duca. Fece Carlo Emmanuele così chiaramente conoscere il mancamento degli Spagnuoli in questo particolare, che Lesdiguieres si credè obbligato come persona privata a mantener la parola. Per li recenti matrimonii regali passava allora fra le due corti di Parigi e di Madrid buona armonia, e però i ministri di Spagna gran rumore ed opposizion faceano alla risoluzione del maresciallo. Ma questi infine la vinse, sostenendo che l'onor suo, e più quel della corona vi era impegnato, per sostenere la pace fatta per ordine del re Cristianissimo. Arrivò egli dunque a Torino nel dì 5 di gennaio dell'anno presente con sette mila pedoni e cinquecento cavalli: soccorso, che, come venuto dal cielo, fu accolto dal duca con gran giubilo, siccome il suo condottiere, con ogni dimostrazione di onore e d'affetto. Erasi ritirata la principessa di Masserano coi figli in Crevacuore, dove avea ammesso presidio spagnuolo. Il duca, senza perdere tempo, spedì colà con assai forze Vittorio Amedeo suo figlio principe di Piemonte, che, disposte le artiglierie, cominciò a bersagliare la piazza. Per soccorrerla inviò il Toledo un corpo di gente sotto il comando di don Sancio di Luna castellano di Milano, il quale, trovato ben trincierato il principe, altro far non potè che accamparsi in vicinanza di lui. Ma nel visitare i posti insorta una scaramuccia, restò egli ucciso, e Carlo di Sanguinetto, mastro di campo, con un terzo di Napoletani vi fu fatto prigione. Intanto la guernigione con capitolazione onesta rendè il castello. Passò dipoi il duca coi figli Vittorio e Tommaso, con Lesdiguieres e con tutte le sue forze nel Monferrato; impiegò ventiquattro pezzi di bombarde a battere la fortezza di San Damiano da quattro lati. Dentro vi era un debole presidio. Mentre un dì si dava un furioso assalto ad una parte, i difensori quasi tutti accorsi colà ne lasciarono esposta un'altra al tentativo della cavalleria franzese, la quale, messo piede a terra, si arrampicò sul muro. Presa fu la terra, e tutta messa a sacco, ed anche usata crudeltà contro le vite dei difensori. Vennero, d'ordine del duca, smantellate le mura, affine di restar libero da quello stecco sugli occhi, venendo il caso della restituzione. Nella città d'Alba poche munizioni, scarso presidio si trovava. Vi fu inviato dal duca il conte Guido di San Giorgio con sufficiente corpo di fanteria, cavalleria ed artiglieria a visitarla. Giacchè il governator di Milano si guardava dal mettere in pericolo i suoi, nè volle soccorrerla, dopo dodici giorni d'assedio, venne essa città all'ubbidienza del duca, il quale s'impadronì anche di Montiglio, terra che infelicemente anch'essa andò a sacco.

In un bell'auge erano già gli affari del duca, quando pel tanto pontare della regina Maria madre del re Cristianissimo, ben affetta agli Spagnuoli e alla casa Gonzaga, Lesdiguieres, per timore di perdere il governo del Delfinato, se ne tornò di là dai monti con grave dispiacere del duca: sennonchè da lì a poco tempo risorsero le speranze sue per le mutazioni avvenute in Francia. Trovavasi pel favore della regina suddetta salito si alto il Concino Fiorentino, che occupava tutta la confidenza di lei e del giovinetto re Lodovico XIII, dipendente tuttavia dai voleri della madre. Era costui conosciuto solamente col nome di maresciallo d'Ancre, a cui l'invidia per l'eccedente sua fortuna avea tirato addosso l'odio di quasi tutti i principi, disgustati del governo della regina, sino a rivoltarsi contra del medesimo re. Ma finalmente avvertito esso monarca onde procedessero tanti torbidi e disordini, ordinò che l'Ancre fosse fatto prigione. Perchè egli volle difendersi (così fu dato a credere al re), una delle guardie l'uccise, e contro il cadavere di lui infierì dipoi la plebe parigina. Colla morte di costui tornò la quiete nel regno; i principi sollevati dimandarono perdono, ed ottennero grazia; e la regina madre fu mandata a Blois in riposo. Vittorio Siri, fra gl'Italiani, ed alcuni ancora degli scrittori franzesi, non han lasciato senza apologia la memoria dell'Ancre, confessandolo immeritevole d'un sì lagrimevol fine. Sperò allora il duca Carlo Emmanuele di essere meglio assistito. Ma intanto don Pietro di Toledo governator di Milano sì grossi rinforzi avea ricevuto dalla Fiandra e da don Pietro di Girona duca di Ossuna vicerè di Napoli, che fu creduto ascendere l'esercito suo adunato a venti mila fanti e cinque mila e cinquecento cavalli. Fu parere di un saggio sperimentato capitano che per cogliere nel vero si avesse ordinariamente a detrarre quasi un terzo del decantato numero delle armate. Ora il Toledo con tante forze, senza neppure comunicar i suoi disegni al consiglio, all'improvviso, passata la metà di maggio, comparve sotto Vercelli; e fu sì inaspettato questo colpo, che quattro compagnie di cavalli, uscite di quella città per ispiar gli andamenti de' nemici, restarono tagliate fuori e disperse. Al primo avviso di queste novità fu sollecito il duca a spedire mille e cinquecento fanti ed alcune compagnie di cavalli, con degli ingegneri, che a man salva entrarono in Vercelli. Ma essendo già formati i trincieramenti, e dato principio all'espugnazione di quella città, volle il duca spignere colà cinquecento cavalli, cadauno con un sacchetto di polvere in groppa; e se n'ebbe ben a pentire. Perciocchè assaliti e respinti dalle milizie spagnuole, accidentalmente s'attaccò fuoco a quella polve, e con miserabil spettacolo, a riserva di cinquanta, gli altri morirono pel fuoco, o si annegarono nella vicina Sesia, o abbrustoliti rimasero prigionieri. Altri tentativi fece il duca per introdurre soccorsi, massimamente di polve da fuoco, in quella città, e male di tutti gli avvenne. Una memorabil difesa intanto faceva il presidio duchesco, e per quanti assalti dessero gli Spagnuoli, venivano sempre con gran mortalità respinti. Vi perirono fra gli altri il signor di Quen mastro di campo de' Valloni, don Alfonso Pimentello generale della cavalleria, don Luigi da Leva, Ottavio Gonzaga, il mastro di campo Cerbellone, il conte di Montecastello, don Garzia Gomez generale dell'artiglieria, ed altri uffiziali che io tralascio. Nulla dico delle lor soldatesche, le quali, tra per le ferite e per le malattie patirono un notabil deliquio. Essendo persistito quell'assedio dal dì 24 di maggio sino al dì 26 di luglio, fatta un'onorevole capitolazione, ne uscì la guernigion duchesca, e cedette il posto alla spagnuola. Le stanche milizie furono appresso mandate ai quartieri.

Intanto lentamente procedeva per terra la guerra de' Veneziani contro gli Austriaci, quando una nuova ne fu loro suscitata per mare dal duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Nemico egli dichiarato del nome veneto, ed insieme voglioso di dar braccio alla casa d'Austria, fece un bell'armamento di galeoni, o, vogliam dire, vascelli, e li inviò nell'Adriatico sotto il comando di Francesco Riviera Granatino, per fare una diversione alle armi venete. Immantinente ancora la repubblica unì diciotto galee sottili, due galeazze e sette galeoni, e spintele in mare, fece ritirare in fretta il Riviera a Brindisi. Fu allora che gli Uscocchi, animati dal movimento de' Napoletani, uscirono con assaissime barche in mare, e presero quanti legni mercantili ebbero la disavventura di cader sotto le loro unghie, giugnendo coloro a far prede fino sui lidi della città di Venezia. Ma più che mai ostinato il duca d'Ossuna in questa impresa, a forza di nuovi aggravii e gabelle radunato assai danaro, accrebbe sì fattamente la sua flotta, che giunse ad avere trentatrè galee e diecinove galeoni, tutti bene armati di soldatesca veterana, e inoltre di quattro altre migliaia di combattenti. Ne fu generale don Pietro di Leva, e voce correa che volessero procedere contro la stessa città di Venezia: voce al certo troppo boriosa, ma per cui i saggi Veneziani non lasciarono di far tosto le dovute provvisioni, con accrescere di fortificazioni e di guardie le bocche delle lagune, dando perciò l'armi a tutto il popolo. Passò il capitan generale, ossia provveditor veneto, Gian-Giacomo Zane a Liesina colla sua flotta, composta di quaranta galee sottili, quaranta barche lunghe, sei galeazze e quindici galeoni; ma quantunque più di venti mila persone si contassero in essa, pure appena tre mila ve ne erano di addottrinate nel mestier dell'armi. Arrivò colà anche l'armata dell'Ossuna; e quando ognun si aspettava un fiero combattimento, al quale si erano preparati gli Spagnuoli, il general veneto inaspettatamente si ritirò nel porto, lasciando indietro una tartana che restò preda de' nemici. Dalla forza de' venti trasportato il Riviera verso la Dalmazia, s'incontrò in dieci galee e due barche grosse de' Veneziani due delle quali galee, chiamate maone, siccome ancora le barche, erano cariche di merci. Ebbero la fortuna di salvarsi sette di quelle galee; ma le due maone colle due barche ed una galea andarono precipitosamente ad afferrare il lido: con che fuggirono gli uomini in terra; ma i legni rimasero in poter degli Spagnuoli con tutte le merci e danaro, il valsente delle quali (forse non senza millanteria) si fece ascendere ad un milione di ducati. Presero essi dipoi diversi altri legni carichi di merci e di vettovaglie, perchè liberamente scorreano pel golfo, senza che il provveditor Zane si volesse affrontar con loro: perlochè fu dipoi processato, ma anche per buone ragioni assoluto in Venezia. Perchè in questi tempi si aprì un maneggio di pace alla corte di Madrid, il re Cattolico ordinò che si ritirasse dall'Adriatico la sua flotta. Ma giunti in soccorso della repubblica quattro mila e trecento Olandesi, guidati dal conte Giovanni di Nassau, allora i Veneziani varcarono il Lisonzo, e tentarono di passare sotto Gorizia. Dappertutto trovarono forti ostacoli, laonde vi perirono molti lor bravi uffiziali, e fra gli altri Orazio Baglione e Virginio Orsino di Lamentano. Anzi fu creduto che tra per il ferro e per le malattie trenta mila soldati veneti lasciassero ivi la vita; laddove degli Austriaci ne mancarono (per quel che ne fu detto) solamente quattro mila.

Trattavasi intanto alla gagliarda di pace nella corte di Madrid, essendo perciò giunte colà le procure tanto della repubblica veneta, che di Carlo Emmanuele duca di Savoia nella persona di Pietro Gritti ambasciator veneto, andando ben d'accordo d'interessi queste due potenze. Furono bensì stabiliti gli articoli dell'accomodamento; ma a ratificarli si trovarono renitenti non meno i Veneziani, che il duca di Savoia e il duca di Mantova. I primi richiedevano la restituzione delle prede fatte dal duca d'Ossuna, e voleano garante della pace il re Cristianissimo. Il duca di Savoia, perchè pretendeva che la restituzion di Vercelli precedesse al disarmo. Quel di Mantova stava forte in richiedere il pagamento dei danni sofferti nel Monferrato, e troppa ripugnanza sentiva a perdonare al conte Guido di San Giorgio. Si giocò un pezzo colla più fina politica e con incredibili raggiri in questi trattati, e vi ebbero a perdere la tramontana e la pazienza i ministri del papa e del re di Francia, ansanti sempre di ridurre gli alterati animi alla concordia. Ma ecco sopraggiugnere in Piemonte verso il principio d'agosto il maresciallo di Lesdiguieres (benchè senza approvazione del re Cristianissimo, per quanto si fece poi credere), il conte d'Auvergne generale della cavalleria di Francia, il duca di Roano, i conti di Candale, Schombergh, ed altra fiorita nobiltà franzese, con buone brigate di fanteria e cavalleria; siccome ancora il marchese di Baden, e il principe d'Ainault con molti Tedeschi, e tre mila Bernesi, tutti in soccorso del duca di Savoia. Rinvigorito da queste forze il duca, uscì in campagna, e nel dì primo di settembre prese d'assalto la terra di Felizzano, dove circa mille e cinquecento Trentini rimasero, parte tagliati a pezzi, parte prigioni. Quindi s'impadronì di Quattordici, Refrancor, Ribaldone, Soleri, Corniento ed altri luoghi dell'Alessandrino; poscia di Annone e della rocca d'Arasso: per li quali progressi il Toledo governator di Milano, impotente a campeggiare, si trovava in non lieve imbroglio. Ma ne fu liberato dai monarchi di Francia e Spagna, che daddovero voleano la pace d'Italia. Però nel dì 6 di settembre questa fu conchiusa, con istabilire che il duca di Savoia restituisse tutto l'occupato nello Stato di Milano, e nel Monferrato, e disarmasse; ed altrettanto facesse ancora il governator di Milano; essendo rimesse all'imperadore le pretensioni della casa di Savoia contro quella di Mantova. Per conto dei Veneziani, l'arciduca Ferdinando, già divenuto re, dovea restituire ogni luogo tolto ad essi, e slontanare gli Uscocchi da Segna e dalle vicinanze del mare; siccome ancora i Veneziani doveano restituire ogni luogo occupato agli Austriaci. Mostrossi dipoi adirato il senato veneto contra de' suoi ministri, che aveano acconsentito a' suddetti articoli; e il duca di Savoia per varie ragioni ricalcitrò. Ma convenne cedere al re Cristianissimo, che risentitamente nè comandò l'esecuzione, e fece anche arrestare in Lione per questo l'ambasciator Contarino. E perciocchè i Veneziani non s'erano mai voluti ritirare dall'assedio di Gradisca, e questa oramai agonizzava, il governator di Milano ostilmente entrò nei territorii di Bergamo e di Crema, e recò eccessivi danni a quegl'innocenti popoli. Da questa diversione risultò la salute di Gradisca.

Era tornata in Lombardia e nel Friuli la calma mercè della pace suddetta, ma non cessò per questo la burrasca nelle parti dell'Adriatico. Aveano i Ragusei dato ricetto e viveri all'armata navale del duca d'Ossuna; amareggiati perciò i Veneziani ordinarono alla loro armata navale di danneggiar le terre di quella repubblica. Essendo ricorsi quei di Ragusi all'Ossuna, spedì egli di nuovo il Riviera alla lor difesa con una squadra di galee e galeoni armati di tutto punto. Nel dì 10 di novembre furono a vista le due nemiche flotte. La veneta era di lunga mano superiore all'altra in numero di legni, ma non assai fornita di marinaresca, nè di combattenti. Nel dì seguente le artiglierie diedero principio in lontananza alla lor sinfonia. Ma non si venne mai all'abbordo; perciò, dopo aver la capitana spagnuola cagionato gran danno colle bombarde e colla moschetteria alle navi nemiche, talmente si sgomentarono le soldatesche venete, che, per quanto facesse e dicesse il prode lor generale Veniero, non ne potè avere ubbidienza. Cresciuto poi il vento, si separarono le due armate; la veneta verso l'Albania e Schiavonia, con perdersi cinque delle sue galee sottili per la furia del mare, e la spagnuola a Manfredonia e Brindisi. Ebbero poscia il meritato gastigo gli uffiziali veneti che aveano mancato al loro dovere. Il Veniero fu premiato. Non tanto per isventare altri tentativi che potesse far l'Ossuna, quanto per risarcire il suo onore, il senato veneto immediatamente formò una maggiore armata navale di vascelli e di altri legni da guerra, sì bella e potente, che da gran tempo non se ne era veduta una somigliante, e vi imbarcò, oltre ad altre milizie, tre mila Olandesi. Corse questa flotta per tutto il golfo anche nell'anno seguente, senza trovare nemico alcuno, perchè l'Ossuna non si arrischiò da lì innanzi a fare il bravo per mare. Ma quella guerra ch'egli non potè più fare apertamente ai Veneziani, insidiosamente non cessò egli di continuarla contra di loro nel cuore della stessa Venezia, siccome diremo. Trovavasi in questi tempi l'imperador Mattias senza successione; neppure ne aveano i due suoi fratelli, cioè gli arciduchi Alberto e Massimiliano. Però l'arciduca Ferdinando Aglio del fu arciduca Carlo, pensando per tempo ai proprii interessi, e ad assicurare per sè la corona imperiale, dopo avere ottenuta dai suddetti due arciduchi una cessione, assistito dalla corte di Madrid, si diede a tempestare Mattias, perchè almeno gli cedesse il titolo di re di Boemia. Non sapeva indursi il buon imperadore a veder vivente il funerale della sua autorità. Tuttavia, prevalendo l'esempio di quello stesso che egli avea fatto, e molto più le premure del re Cattolico, aggiunto il timore che potesse uscir fuori dell'augusta casa di Austria lo scettro imperiale, si arrendè, ed adottò esso Ferdinando in figlio, con riserbare a sè l'amministrazione degli Stati. Fu dunque Ferdinando solennemente coronato re di Boemia nel dì 29 di giugno. Erasi nei tempi addietro incapricciato Ferdinando Gonzaga duca di Mantova di Camilla Erdizina Casalasca, ed era giunto a sposarla. Se ne svaghì egli dipoi, secondo il costume di chi fa simili salti; e furono trovate ragioni per far dichiarare illegittimo e nullo quel matrimonio. Ciò fatto, cercò ed ottenne in moglie Caterina de Medici, sorella di Cosimo II gran duca di Toscana. Nel dì 16 di febbraio del presente anno si solennizzarono le loro nozze.

Anno di CRISTO MDCXVIII. Indizione I.

PAOLO V papa 14. MATTIAS imperadore 7.

Era ben colle carte stata data la pace nell'anno precedente all'Italia, ma non per anche si mirava l'esecuzion della stessa pace. E ciò, perchè diffidando il duca di Savoia del Toledo, torbido governator di Milano, e degli Spagnuoli, non si sapea risolvere a disarmare, sempre temendo di essere beffato, e che restasse ineffettuata la restituzion di Vercelli. Nè i Veneziani dal canto loro si voleano quetare re, se nello stesso tempo non vedeano soddisfatto al pattuito in favore del duca lor collegato. Oltredichè, un fiero ondeggiamento tuttavia durava fra essi e il duca d'Ossuna, facendo questi continue istanze che la repubblica ritirasse dal golfo la sua armata navale, e licenziasse gli Olandesi; altrimenti minacciava con somma altura di rinnovar la guerra, al qual fine andava tutto dì accrescendo di nuovi legni la flotta sua. Perciò da ogni parte si rinforzavano i sospetti, nè appariva il fine di queste turbolenze. Ma perchè Filippo III re di Spagna sinceramente desiderava la quiete; e quando anche tale non fosse Stato il sentimento de' suoi ministri, la corte di Francia assolutamente la volea per suo decoro, dacchè il re Cristianissimo, oltre all'essere Stato il promotor d'essa pace, se ne era anche dichiarato garante: finalmente il duca Carlo Emmanuele, assicurato da esso re della puntuale corrispondenza degli Spagnuoli, verso la metà di aprile disarmò, e rendè le piazze occupate. Dal canto suo ancora il governator di Milano restituì al duca le torre d'Oneglia, Marro e San Germano, ed alcuni altri luoghi. Ma per conto di Vercelli, la cui restituzione era il punto più importante degli altri, non sapeva egli trovar la via di rimetterne il duca in possesso, con isfoderare ogni dì nuove pretensioni e difficoltà. Si superarono ancor queste; laonde nel dì 15 di giugno tornò quella città all'ubbidienza dell'antico suo sovrano. E tal fine ebbe la presente guerra della Lombardia, per cui rimasero in vero sommamente afflitti ed esausti gli Stati e l'erario di esso duca, senza ch'egli avesse guadagnato un palmo di terreno. Si guadagnò nondimeno una singolar riputazione entro e fuori d'Italia, per essersi fatto conoscere sì coraggioso in guerra, e sì generoso conservatore della sua dignità, essendosi specialmente compiaciuti gl'Italiani di trovare in questo principe chi non si voleva lasciar soperchiare dalla prepotenza spagnuola, che in questi tempi volea dar legge a tutta l'Italia. Nella pace suddetta erano restati indietro gli affari del conte Guido di San Giorgio, essendo i suoi beni stati confiscati dal duca di Mantova nel Monferrato, senza che questo principe volesse mai intendere parola di perdono. Si fece tirar ben bene gli orecchi, ma forzato in fine fu a rimettere in sua grazia il conte, e alla restituzion de' suoi beni per li buoni e forti uffizii del re Cristianissimo. Protestava di molte obbligazioni il duca di Savoia ad esso re di Francia per l'appoggio datogli nelle passate traversie, e però sul fine di ottobre inviò a Parigi con superbo accompagnamento il cardinal Maurizio suo figlio per portare i suoi ringraziamenti a quel monarca, ed anche per trattare altri affari, dei quali si parlerà all'anno seguente.

Quanto alla repubblica veneta, intavolò essa dei congressi coi ministri dell'imperadore Mattias e del re Ferdinando, per dare esecuzione ai trattati. E infatti si provvide alla quiete e sicurezza dello Adriatico e del commercio, con ritirar gli Uscocchi da Segna e dal litorale, e mandarli ad abitare a Carlistot, e ad altre frontiere de' Turchi; e il fuoco dato alle lor barche mise fine alle lor piraterie. Pure non tornò per questo la pace nel golfo a cagion del duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Era questo signore di un genio sommamente stravagante e borioso; sempre meditava delle novità, nè prendeva consiglio se non dal suo capriccio. Il calpestare la nobiltà, il violare l'immunità delle chiese, l'imporre tutto dì gravezze ai Napoletani, e fino il rispettar poco gli stessi ordini della corte di Spagna, erano i frutti del suo bizzarro ingegno. Soprattutto ardeva egli di sdegno e d'odio contro la repubblica veneta, non sapendo sofferire che essa facesse la padrona dello Adriatico, altizzando perciò gli altri ministri della corona ai danni dei Veneti. Sapevasi ch'egli faceva fabbricar nuovi legni, e ne procacciava degli altri dalla Inghilterra, con far correre voce di volerla contro i Turchi; il che obbligò la repubblica ad aumentar le sue forze di mare. Si venne intanto a scoprire in Venezia una terribile congiura, di cui comunemente fu creduto autore il suddetto Ossuna, siccome personaggio capace di strani disegni. Trattavasi di dar fuoco all'arsenale e a varie parti della città, di pettardare e spogliare la zecca, e il tesoro di san Marco, di uccidere i principali senatori della repubblica, e di occupare i posti principali di Venezia. A questo fine si erano introdotti sotto varii pretesti in quella città molti Spagnuoli e Franzesi, comperati per sì orribil attentato, e regolati da chi se l'intendeva coll'ambasciatore di Spagna marchese di Belmar. Doveano comparir legni armati, i quali s'impadronissero dei porti e passi della laguna, con accorrere dipoi i vascelli grossi del regno di Napoli, ed accrescere la confusione nei luoghi marittimi del Friuli, e spignere soldatesche entro la città di Venezia. Tali erano le voci e le relazioni che corsero allora di sì inumana impresa; e il Nani ed altri, e specialmente il signore di San Real, descrivono tutta l'orditura di questa macchina iniqua colle più minute circostanze, come se avessero avuto sotto gli occhi tutto il processo: il chè come sussista, non si può intendere, al sapere che i saggi Veneti tennero sotto rigoroso silenzio gli esami fatti in questa congiuntura, nè fecero minimo motto per incolpar l'Ossuna, ed ammisero in consiglio l'ambasciatore spagnuolo senza lor menoma doglianza o parola di sì orrido fatto. Però non sono mancati scrittori che han tenuta per finta tutta quella pretesa cospirazione, e intorno a ciò massimamente si può vedere quanto ne lasciò scritto Vittorio Siri nelle sue Memorie recondite; essendo sembrato ad essi che non potesse mai cadere in mente se non di persone affatto mentecatte il disegno di prendere Venezia, città di sì gran popolazione, e divisa da tanti canali, e con un'armata navale all'ordine più potente di quella dell'Ossuna; oltre alla pietà del re Cattolico Filippo III, il quale non è mai credibile che potesse consentire a sì nera e detestabil vendetta. In queste tenebre altro a me non resta da dire, se non una verità ben certa; cioè, che non so quanti Spagnuoli e Franzesi tanto in Venezia che nelle milizie della veneta repubblica furono presi, e parte impiccati, e parte buttati in canal Orfano; e che infinite dicerie si fecero di questo scuro fatto, il quale a me basta di aver semplicemente accennato. Tuttavia nella serie dei dogi di Venezia si va colle stampe ricordando l'orribile congiura ordita dal duca di Ossuna vicerè di Napoli, e dal Cueva ambasciatore di Spagna.

Venne a morte nel marzo dell'anno presente Giovanni Bembo doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto Nicolò Donato, che non tenne se non trentatrè giorni, e forse meno, quella dignità, essendo mancato di vita nel dì 26 di aprile. A lui succedette Antonio Priuli, che comandava allora all'armi della repubblica verso Veglia; e tornato a Venezia, con gran solennità fu ricevuto dalla nobiltà e dal popolo. Giunto era don Pietro di Toledo governatore di Milano, col tanto difficoltare la restituzione di Vercelli e l'esecuzione della pace d'Italia (sempre inventando nuove cabale per continuare il lucroso mestier della guerra) talmente ad infastidire la corte di Francia, che sdegnata del suo turbolento procedere, e pulsata anche dal duca di Savoia coi suoi uffizii presso il re Cattolico, il fece richiamare in Ispagna, liberando da un mal arnese la Lombardia. In luogo suo al governo di Milano fu destinato don Gomez Alvarez (o Suarez) duca di Feria, personaggio che sul principio si fece credere inclinato alla pace, perchè, appena giunto a quella città, licenziò le truppe superflue: con che veramente parve restituita la quiete all'Italia. Non lieve influsso ancora diedero ad effettuare, anzi ad assicurar la pace, stabilita dagli Austriaci colla repubblica di Venezia, i movimenti della Boemia insorti nell'anno presente. Imperciocchè gli eretici di quel regno, massimamente per istigazione di Arrigo conte della Torre, nel dì 23 di maggio mossero a ribellione quel regno, e gittarono giù dalle finestre del palazzo di Praga, alte quaranta braccia, i tre principali ministri cattolici dell'imperadore Mattias, i quali con istupore di ognuno e credenza di miracolo niun nocumento riportarono da sì alto salto. Quindi ebbe origine in quelle parti una aspra guerra, che lungamente tenne occupati esso Augusto, e Ferdinando già dichiarato re di Boemia, il quale nel luglio dell'anno presente fu anche coronato re d'Ungheria. Parimente nei Grigioni e nella Valtellina da essi dipendente insorsero fiere discordie civili a cagione specialmente della lega che i Veneziani si studiavano di confermare con quei popoli, dal che venne che mossa fu persecuzione dagli eretici contra i cattolici. Nè si dee tacere un lagrimevol caso accaduto in essa Valtellina nel dì 14 di settembre. Sollevossi un gran turbine non meno nell'aria che nelle viscere della terra, per cui la terra di Pluvio, dove si contavano due parrocchiali e sei tra monisteri e spedali, da un vicino monte, che precipitò, rimase talmente oppressa, schiacciata e seppellita in un momento, che di essa non restò neppure un vestigio. Di tre mila e secento abitanti non si salvarono che quattro sole persone, portate lungi per l'aria dall'impetuoso turbine.

Anno di CRISTO MDCXIX. Indizione II.

PAOLO V papa 15. FERDINANDO II imperad. 1.

Fu questo l'ultimo anno della vita dell'imperadore Mattias, principe di buona volontà, amator della quiete, lasciando un vantaggioso nome presso i cattolici. Discordano gli scrittori nel dì della sua morte; ma i più assennati la danno accaduta nel dì 20 di marzo. Negli Stati patrimoniali di casa di Austria e nei regni d'Ungheria e Boemia a lui succedette Ferdinando II suo cugino, principe a cui si era già preparata un'ampia scuola da esercitare il coraggio in mezzo ai disastri, a ragion della ribellione già formata dai Boemi, che si trasse dietro la sollevazione ancora dei protestanti della Slesia, Moravia, Ungheria e della Austria superiore. Andò sì innanzi l'ardire de' suoi nemici, che fu in pericolo la stessa città di Vienna. In soccorso suo Cosimo II gran duca di Toscana suo cognato gl'inviò alcune compagnie di corazze, le quali, falsificate le insegne, e passando per mezzo alle schiere dei ribelli Boemi, felicemente pervennero in essa città, in tempo che Ferdinando si trovava nelle sue maggiori angustie; laonde mirabilmente servì questo aiuto per liberarlo dall'insolente violenza di chi voleva ridurlo ad una vergognosa convenzione. Ardevano di voglia i protestanti, ed alcuni ancora dei principi cattolici, di trasportar l'imperio fuori dell'augusta casa d'Austria, e fecero fin dei maneggi perchè Carlo Emmanuele duca di Savoia concorresse a quell'eccelsa dignità, esibendogli inoltre il comando dell'armi nella leva fra loro stabilita per sostenere la sollevazione dei Boemi: tanto era il credito di questo principe anche fuori d'Italia. Ma il re Ferdinando, essendosi portato con un lungo giro di viaggio alla gran dieta di Francoforte, dove fu accolto con grandissimo plauso, ebbe la fortuna di superar tutte le difficoltà, e massimamente la opposizione dei Boemi, di maniera che nel dì 28 d'agosto fu eletto imperadore, e nel dì 9 di settembre coronato. Inviperiti per tale elezione gli Stati di Boemia, nel dì 29 del suddetto agosto dichiararono l'Augusto Ferdinando decaduto da ogni diritto sopra quel regno. L'aveano già essi esibito a varii principi, e nominatamente al predetto duca di Savoia; ma niun d'essi volle ingerirsi in sì pericoloso acquisto. Il solo Federigo elettor palatino, perchè giovane baldanzoso e pregno d'ambiziosi disegni, e più perchè spronato da Elisabetta sua consorte, (alla quale, siccome figlia di Giacomo re d'Inghilterra, parea troppo basso il suo stato senza la corona regale), quegli fu che accettò l'offerta dei Boemi, e da essi solennemente venne coronato nel dì 14 di novembre. Di questa traversia accaduta alla casa d'Austria non sentirono dispiacere i Veneziani e il duca di Savoia; ed i primi riconobbero per re di Boemia il suddetto palatino. Ma il pontefice Paolo V dichiaratosi contro di lui, perchè eretico di credenza, promise aiuto di denari allo Augusto Ferdinando II, in favore di cui anche Massimiliano duca di Baviera, lo elettor di Sassonia ed altri principi presero l'armi.

Già dicemmo che nel precedente anno era passato a Parigi Maurizio cardinale di Savoia, figlio del duca Carlo Emmanuele. Fra i suoi negozii il principale era quello di chiedere in moglie per Vittorio Amedeo principe di Piemonte Cristina figlia secondogenita di Arrigo IV re di Francia, e sorella del regnante Luigi XIII, nata nel febbraio del 1606. Ben intendeva quella corte quanto le importasse la buona corrispondenza del duca di Savoia, principe tanto intraprendente, in tempi massimamente, che quivi si stava in continue gelosie degl'inquieti ugonotti; e però condiscese facilmente a questa alleanza. Lo stesso principe di Piemonte accompagnato dal principe Tommaso suo fratello, arrivò a Parigi, e nel dì 11 di febbraio seguì il loro sposalizio, e tornossene dipoi a Torino nel settembre, per fare i preparamenti convenevoli al ricevimento di questa principessa. Videsi conferito in tal congiuntura al cardinal Maurizio il grado di protettore degli affari della Francia nella corte di Roma. In questo mentre fu rinnovata, o pure maggiormente confermata la lega della repubblica veneta col suddetto duca di Savoia: il che non poco increbbe alla politica spagnuola, ben conoscente, tale unione non essere per altro fatta che per tenere in briglia chi voleva far da assoluto padrone dell'Italia. Vieppiù ancora si alterarono gli Spagnuoli, perchè essa repubblica stabili, nel dì ultimo di dicembre, altra lega difensiva colla repubblica d'Olanda.

Anno di CRISTO MDCXX. Indizione III.

PAOLO V papa 16. FERDINANDO II imperadore 2.

Ebbe principio in quest'anno la guerra della Valtellina, avvenimento spettante all'Italia, perchè quella valle; è compresa nel suolo italico, siccome ancora Chiavenna e la contea di Bormio, paesi una volta dello Stato di Milano, ma occupati già dai Reti, oggidì chiamati Grigioni, e loro ceduti per antiche capitolazioni dai duchi di Milano. Valle sommamente fertile e doviziosa è quella, dove nato il fiume Adda, con poche forze va a scaricarsi nel lago Lario, ossia di Como, con uscirne poi rigoglioso per l'accrescimento di altre acque. Quivi s'era conservata la religion cattolica; ma tante avanie e violenze aveano esercitato in addietro i Grigioni padroni, per la maggior parte eretici calvinisti, contra di essi cattolici, che ne era divenuta insoffribile la lor signoria. Avvenne, siccome poco fa accennammo, che fra gli stessi Grigioni invalse una fiera discordia, e nacquero fazioni, sostenendo una parte d'essi la lega proposta da' Veneziani, e accalorata dal buon uso degli zecchini; laddove altri teneano a visiera calata per la lega colla corona di Francia. In queste turbolenze, che costarono la vita ai più riguardevoli del partito veneto, cominciò secretamente a soffiare e a stendere le mani anche il duca di Feria governator di Milano, perchè persuaso che tornasse in manifesto pregiudizio degl'interessi della Spagna la confederazion di quei popoli colla repubblica veneta. Ora avendo fatto ricorso a lui i cattolici della Valtellina, con rappresentargli le tiranniche ingiustizie e crudeltà usate contra di loro dagli eretici Grigioni, non si potea presentare un titolo più vistoso alla pietà spagnuola che questo, per imprendere la lor protezione, e per incoraggirli a scuotere il giogo. Ma sotto il manto della religione giudicarono i politici che si nascondesse il desiderio e disegno di riunir quei popoli con lo Stato di Milano. Sapeva il governatore quanto la corte di Francia fosse contraria ai maneggi de' Veneziani per la lega da essi con gran calore bramata e procurata; e però maggiormente si animava ad entrare in questo ballo, per la speranza che i Franzesi nol frastornerebbono in tale impresa; e tanto più perchè nuova guerra civile si risvegliava in quel regno fra i cattolici ed ugonotti nei tempi correnti. Copertamente dunque animati i Valtellini alla rivolta, con promettere loro il suo appoggio, nel dì 19 di luglio del presente anno presero l'armi, ed uniti colla fazione opposta ai Veneziani, s'impadronirono di Sondrio, Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina, e misero a fil di spada quanti eretici caddero nelle lor mani, e non furono pochi. Spinse allora scopertamente il duca di Feria in aiuto d'essi molte schiere d'armati, condotte da Gian-Maria Paravicino, da Cristoforo Carcano e da don Girolamo Pimentello generale della cavalleria leggiera dello Stato di Milano. E quindi si venne ad accendere un'aspra guerra in quelle parti.

Ricorsero i Grigioni per aiuto agli eretici di Berna e Zurigo, e non vi ricorsero in vano. Ricevuto da essi un gagliardo rinforzo di combattenti, con parte d'essi munirono di buon presidio Chiavenna, e con gli altri si mossero per ricuperare la Valtellina. Varii combattimenti ne seguirono, che io non posso fermarmi a descrivere, bastandomi solo di dire che riuscirono svantaggiosi ai Grigioni, e che restò quella valle col contado di Bormio in poter de' cattolici; laonde il duca di Feria si affrettò di alzar varii forti ai confini non men di essi Grigioni, che de' Veneziani, giacchè questi ultimi apertamente con danari davano braccio agli eretici, e gli animavano a discacciar di là l'armi spagnuole. Grande inquietudine cagionò questo movimento degli Spagnuoli in tutti i principi d'Italia, e massimamente nei suddetti Veneziani. Imperciocchè, dividendo la Valtellina lo Stato di Milano dal contado del Tirolo, se ne fossero restati padroni gli Spagnuoli, s'apriva loro una sicura comunicazione con gli Stati germanici della casa d'Austria, per poterne trarre aiuti, qualora se ne presentasse loro il bisogno, senza passare per paese altrui. E all'incontro veniva a serrarsi la porta a quei soccorsi che la repubblica veneta ed altri principi potessero sperare dalla Francia, dagli Svizzeri e da altre potenze oltramontane. E però i Veneziani sopra gli altri s'impegnarono in favore dei Grigioni, per escludere dalla Valtellina le armi di Spagna. Nè pur lo stesso papa Paolo V, tuttochè per proteggere il cattolicismo in quelle contrade fosse pronto a somministrar buone somme di danaro, sapea consentire che in poter degli Spagnuoli venisse o restasse quel paese. Pertanto furono proposti varii ripieghi, e spezialmente ebbe plauso la proposizion di lasciare in libertà la Valtellina, e di formare d'essa un cantone da aggiugnersi agli altri cinque cantoni degli Svizzeri cattolici. Tanto ancora declamarono i ministri della repubblica veneta alla corte di Parigi contro gli ambiziosi pensieri del duca di Feria, ossia della Spagna, che il re Cristianissimo fece passar premurosi uffizii, ed anche proteste alla corte di Madrid, per isventar le mine del medesimo duca, che pareano indirizzate a mettere in ischiavitù l'Italia. Passò poi il resto dell'anno in varii negoziati, proposti dai ministri del papa e del re di Francia per trovare onesto ripiego alla Valtellina, acciocchè vi restasse in salvo la religion cattolica, e si contentassero della sola protezion d'essa gli Spagnuoli.

Curiosa fu in quest'anno la scena del duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Di mirabil ingegno avea la natura provveduto questo personaggio. I suoi spiritosissimi detti e fatti, gl'ingegnosi rescritti ai memoriali delle persone, la vivacità del suo talento in ogni occasione, erano pregi in lui che si tiravano dietro l'ammirazione di chiunque allora il conobbe, e son tuttavia pascolo della nobil curiosità, perchè tramandati ai posteri in un libro intitolato il Governo del duca d'Ossuna. Ma questo cervello trascendentale tutto dì macchinando idee di novità, e facendo uno stravagante governo con insoffribil aggravio de' popoli, quanto riempieva di meraviglia gli spettatori delle sue azioni, tanto apriva l'adito alle gelosie dei vicini, e fabbricava a sè stesso un processo nella corte di Madrid. Era egli giunto a far conoscere quanto potesse il regno di Napoli, coll'aver tenuta in piedi un'armata di venti galeoni di alto bordo e di venti galee tutte ben armate, oltre a tanti altri legni da trasporto. Avea mantenuti sedici mila combattenti, dati soccorsi agli Austriaci di Germania e allo Stato di Milano; e tutto ciò senza vendere un briciolo del reale patrimonio, ma con ispremere a furia il sangue di que' popoli. Colla repubblica di Venezia come si fosse egli adoperato, già l'abbiano veduto; minacciava anche i Turchi, e si studiava di guadagnar l'affetto della plebe di Napoli, con opprimere intanto i nobili, e tener milizie straniere al suo soldo. Non cessava la nobiltà napoletana di far segrete doglianze, e di portar accuse contra di lui alla corte del re Cattolico; e i saggi Veneziani sotto mano anch'essi faceano penetrar colà dei brutti ritratti dell'Ossuna, come d'uomo che fosse dietro a cangiare il ministero in principato. Divulgossi ancora ch'egli avesse comunicato questo disegno al duca di Savoia, sapendo quanto egli fosse disgustato degli Spagnuoli, affine di unir seco le forze e discacciare d'Italia questa nazione. Probabilmente nulla di vero contenne si fatta diceria, per varie ragioni, e massimamente perchè l'onore, massima primaria de' signori spagnuoli, non si dee credere che avesse preso il bando dal cuor dell'Ossuna. La verità non di meno si è, che si accesero forti sospetti nella corte del re Cattolico, e si pensò daddovero a richiamarlo in Ispagna. E perchè scoperta da lui l'intenzion della corte, con regali e maneggi si studiava di continuar nel governo, vieppiù crebbero nei primi ministri le diffidenze, e fu perciò creduto che per timore di trovare in lui disubbidienza, non dalla Spagna, ma da Roma si trovasse lo spediente di mandargli il successore. Il cardinal Borgia fu scelto per questo; ma l'Ossuna con quanti artifizii potè procurò di frastornare la di lui comparsa, inventando in questo mentre varie arti per accumular danari, e prorompendo in altri atti, che sembravano indizii d'animo inclinato a qualche furiosa mutazione. Ma restò burlata quella gran testa da un prete, siccome egli poi con amarezza andò dicendo, lagnandosi forte di lui. Accostossi il Borgia sull'entrar di maggio a Napoli, sempre mostrando di trovar giuste le ragioni dell'Ossuna, il quale assai risoluto comparve di non dimettere per allora il governo, sì per le minaccie de' Turchi, come per le turbolenze interne del regno. Esibivasi il cardinale unicamente di essergli di aiuto e sollievo; ma perciocchè stava il duca saldo nel suo proposito, l'accorto porporato con intelligenza d'alcuni nobili più coraggiosi, segretamente entrò una notte nella fortezza di Castelnuovo; e comunicato il suo arrivo anche ai governatori delle altre due di Sant'Ermo e dell'Uovo, improvvisamente allo spuntar dell'alba colla salva delle artiglierie diede segno alla città del nuovo suo vicerè. A questa salva andarono per terra tutte le trame ordite dall'Ossuna, per indurre il popolo a non accettare il Borgia. Imbarcatosi dipoi lo stesso Ossuna, sbarcò in Provenza, e per terra passò alla corte di Spagna, dove sostenuto dagli amici, e dalla pecunia seco recata, trovò buon volto e carezze nel re, finchè, mancato di vita nel susseguente anno esso monarca, venne meno anche la fortuna del medesimo duca, il quale, imprigionato in un castello, quivi dopo qualche mese, non si sa il come, finì i suoi giorni.

Non erano senza fondamento i sospetti decantati dall'Ossuna di qualche invasione di Turchi nel regno di Napoli, bench'egli stesso forse ne fosse stato il promotore co' suoi armamenti, e col tanto minacciar le coste della Turchia. Scommetterei ancora che non mancò qualche malevolo che attribuì ai segreti maneggi suoi la mossa di que' cani, per farsi conoscere alla sua corte troppo necessario in questi tempi al governo di quel regno. Sbarcò nel mese di agosto la flotta turchesca ai lidi della città di Manfredonia nella provincia di Capitanata; prese quella città, la saccheggiò, e ne condusse via gran copia d'anime battezzate dell'uno e dell'altro sesso. Nè si dee tacere che l'armi dell'imperador Ferdinando, congiunte con quelle di Massimiliano duca di Baviera, di Gian-Giorgio elettor di Sassonia, e d'altri principi, si affrettarono a ricuperar la Boemia occupata, siccome dicemmo, da Federigo elettor palatino del Reno, gran calvinista. Nello stesso tempo per ordine del re di Spagna, il marchese Ambrosio Spinola, generale dell'armi dell'arciduca Alberto in Fiandra, si mosse con poderoso esercito alla volta del Palatinato inferiore, e quivi occupò varie città. Poscia nel dì 9 di novembre in vicinanza di Praga si venne ad un terribil fatto d'armi fra la lega Cattolica, e il suddetto usurpator Palatino. Toccò una fiera sconfitta ai Boemi, le cui conseguenze furono la presa e il sacco di Praga, e la fuga con pochi dell'efimero re palatino, il quale dopo lunghi giri coll'ambiziosa sua moglie passò in Olanda, a mendicar ivi il pane da quella repubblica, e da Giacomo re d'Inghilterra suocero suo. Fu poi ricuperata nell'anno seguente dall'Augusto Ferdinando la Slesia con gli altri paesi ribellati, e gli restò solamente il peso della Ungheria, occupata da Bethlem Gabor. Per assistere in questi bisogni all'imperadore con soccorsi d'oro, il pontefice Paolo V gravò di decime l'uno e l'altro clero. Nel dì 15 di marzo dell'anno presente seguì la solenne entrata in Torino di Cristina di Francia, sorella del re Cristianissimo Lodovico XIII, maritata in Vittorio Amedeo principe di Piemonte. Sontuose feste furono ivi fatte in tal congiuntura, alle quali concorse anche l'infanta Isabella principessa di Modena, e sorella d'esso principe, accompagnata nel viaggio dal cardinal Maurizio suo fratello.

Anno di CRISTO MDCXXI. Indizione IV.

GREGORIO XV papa 1. FERDINANDO II imperadore 3.

Ebbe di grandi faccende in questo anno la morte. Primieramente il pontefice Paolo V dopo quindici anni, otto mesi e tredici giorni di pontificato, e dopo uno stabile tenor di vita religiosa e limosiniera, fu chiamato da Dio ad un miglior paese. Dappoichè sui principii del governo suo ebbe conosciuto che la bravura non era più un mestier da papa, fu sempre amator della pace, impiegando i suoi pensieri nella conservazione ed aumento della religione cattolica, nella riforma del clero secolare e regolare, e nell'ornare sempre più di magnifiche fabbriche l'impareggiabil città di Roma. Soprattutto attese ad ampliare la basilica Vaticana, tempio perciò divenuto una delle maraviglie del mondo. Quanto egli operasse in questa impresa, esigerebbe non poche carte. Son da vedere intorno a ciò il vescovo Angelo Rocca, i padri Oldoino e Bonanni della compagnia di Gesù. Insigni memorie di magnificenza lasciò ancora nella basilica Liberiana, dove spezialmente si ammira la cappella Borghese. Accrebbe di varie fabbriche il palazzo del Quirinale. Dal territorio di Bracciano tirò con insigne acquedotto per lo spazio di quarantacinque miglia, abbondanti e perenni acque per sovvenire al bisogno della parte trasteverina della città. Tralascio altre sue nobili fatture, per le quali fu sommamente benemerito di Roma, delle quali si trova il catalogo e la descrizione nella di lui vita composta dal Padre Bzovio dell'ordine dei predicatori. La sola taccia che fu data al suo pontificato, si ridusse all'esorbitante profusione ne' nipoti, i quali e dentro e fuori di Roma fabbricarono palagi sì superbi, che gareggiavano con quei dei re. Il solo principe di Sulmona nipote suo giunse ad avere rendite annue di cento, e vi ha chi dice di ducento e più mila scudi, oltre il danaro in cassa. Nè è da stupirsene. Il cardinal Borghese, dianzi chiamato Scipione Caffarelli, figlio di una sorella del papa, e ministro dispotico della sacra corte, tutto quanto veniva a vacare, lo conferiva ai parenti suoi: del che pubbliche erano le doglianze. E però ebbe a dire Andrea Vettorelli di questo pontefice: Si una caruisset nota, largitione nempe in suos, Beatissimis comparandum fuisse omnes fatentur. Convengono tutti i più accreditati scrittori che la di lui morte avvenne nel dì 28 di gennaio dell'anno presente, e questo si raccoglie ancora dalla sua iscrizion sepolcrale, che difettosa poi si legge nell'edizion dell'Oldoino, dove il dì 28 per errore di stampa è divenuto il dì 22. Entrati nel concistoro i porporati, parve sul principio che il _cardinal Pietro Campor_i Modenese, portato dalla fazion Borghese, avesse a riportare indubitatamente il pallio; ma mutato all'improvviso parere, si rivolsero i voti alla persona del cardinale Alessandro Ludovisio di patria Bolognese ed arcivescovo d'essa città, che nel dì 9 di febbraio restò eletto papa, e prese il nome di Gregorio XV. Era egli personaggio di vita esemplarissima, perito nella scienza delle leggi ecclesiastiche e civili, esperto negli affari del mondo, di tal benignità e modestia ornato, che lo stesso popolo romano con uno straordinario plauso diede risalto maggiore alla di lui elezione, sperando di vedere rinato in lui l'altro glorioso pontefice bolognese Gregorio XIII. S'era già introdotto che i papi, e massimamente se vecchi, quale appunto era esso Gregorio XV, eleggessero uno dei nipoti cardinale, a cui poscia si conferiva il titolo di primo ministro, e volgarmente veniva appellato il cardinal padrone. Pertanto non tardò il novello pontefice, nel dì 15 di febbraio, a fregiar colla sacra porpora il nipote Lodovico Ludovisio, giovane di gran talento, che sollevò da lì innanzi il quasi settuagenario zio dalle fatiche e regolò gli affari non men con lode che con arbitrio supremo.

S'affollarono tosto addosso al nuovo papa i ministri di Francia, Spagna, Venezia e Savoia, per interessarlo vivamente nelle controversie della Valtellina; nè fu egli pigro a scrivere di proprio pugno lettera premurosa al re Cattolico Filippo III, esortandolo a tagliare il corso a quella pendenza, minacciante oramai un'asprissima guerra in Italia. Ma non andò molto che lo stesso monarca delle Spagne fu sottratto dalla morte nel dì ultimo di marzo ai pensieri ed imbrogli dei mondo, con lasciar dopo di sè una illustre memoria della sua scrupolosa pietà e buon volere, ma una molto infelice del suo governo. Imperciocchè o per poca abilità o per troppo amore alla quiete, avendo lasciato in balia dei favoriti, e massimamente di Francesco duca di Lerma (che nel 1618 creato fu cardinale da Paolo V) tutto il reggimento, parve che null'altro conservasse per sè fuorchè il titolo di re. Perciò sotto di lui decaduta la monarchia spagnuola da quel colmo di riputazione ed autorità, in cui la lasciò Filippo II suo padre, andò poi maggiormente declinando per tutto il presente secolo. A lui succedette Filippo IV suo figlio primogenito, verso di cui nè pur era stata assai liberale di belle doti la natura. Oltre all'età di sedici anni, che il rendea poco atto all'amministrazion degli affari, più cuore mostrava egli ai divertimenti geniali che alle serie applicazioni; e però anche sotto di lui colla depression de' precedenti continuò la disordinata fortuna di altri favoriti; anzi questa si ridusse ad un solo, cioè a don Gasparo di Guzmano, conte di Olivares, il quale, avendo ottenuto il titolo di duca, si fece poi pomposamente nominare il conte duca, e riuscì un cattivo arnese di quella sì potente monarchia. Fece fine ai suoi giorni anche Cosimo II gran duca di Toscana nel febbraio di quest'anno. Fu principe di elevato ingegno, liberale, benigno ed amato dai popoli, ma sì mal fornito di sanità, che quasi sempre fece alla lotta colle infermità; laonde, nulla gustando della sua grandezza, invidiava la condizione de' privati sani. I figli restati di lui furono Ferdinando II proclamato gran duca, Gian Carlo, che fu poi cardinale, Leopoldo, fregiato anch'egli della porpora, Mattias e Francesco, ed oltre a due altre femmine, Margherita maritata in Odoardo duca di Parma. Perchè il nuovo gran duca era tuttavia in età pupillare, presero la di lui tutela il cardinal Carlo suo zio, e l'avola Lorenese Caterina, e la madre Austriaca Maria Margherita. Nè si dee tacere che nel dì 13 di luglio cessò parimente di vivere in Fiandra Alberto arciduca, con vere lagrime compianto da quei popoli che un placido governo aveano provato sotto di lui. L'infanta Isabella sua moglie, da cui non avea tratta prole alcuna, tosto prese l'abito monastico, restando nulladimeno governatrice di nome di que' paesi. Il marchese Ambrosio Spinola godeva ivi il comando dell'armi; e perciocchè, essendo terminata la tregua fra la Spagna e gli Olandesi, di nuovo si riaccese la guerra, quel prode generale passò in quest'anno ad assediare Giulliers; del che io nulla altro dirò, se nonchè dopo mirabili pruove del suo saper militare se ne impadronì, con aver precluso l'adito ad ogni soccorso del conte Maurizio di Nassau.

Intanto il duca di Feria governator di Milano, che sosteneva con vigore in Lombardia il credito della corona di Spagna, dall'un canto seguitava a fabbricar nuovi forti nella Valtellina, e dall'altro sempre facea giocar le proteste d'essere pronto a demolir tutto, e di atterrare infino quel di Fuentes, benchè piantato nella giurisdizione dello Stato di Milano. E denari ed artifizii seppe egli adoperar sì a proposito, che mise la disunion fra gli stessi Grigioni, e parte di essi ancora tirò nel febbraio ad una capitolazione o lega, che non fu poi accettata dagli altri; anzi gl'incitò a maggior sollevazione, con restar vittima del loro furore non pochi Cattolici, e spogliate le chiese con altri assai gravi disordini, senzachè gli eretici la perdonassero a quel lor nazionali che si erano accordati col duca di Feria. Riuscì in questo mentre al Bassompiere, ambasciatore di Francia spedito a Madrid, d'indurre il nuovo re Filippo IV e il consiglio di Madrid ad un accordo, per cui nel dì 25 d'aprile restò determinato che la Valtellina tornasse in poter dei Grigioni, ma colla conservazione della religion cattolica in quelle parti: al che eziandio condiscese il nunzio pontificio. Ma questo trattato venne da tante parti attraversato, che ne andò per terra l'esecuzione, soffiando tutti i litiganti contra di esso. Al duca di Feria non si può dire quanto dispiacesse il vedere in un fascio tutte le macchine sue per l'ingrandimento della potenza spagnuola. Ne erano assai disgustati anche i Veneziani, perchè veniva troncata con esso ogni lor pretensione della lega col Grigioni. E gli stessi Grigioni vi trovarono più di un motivo di rigettarlo. Il perchè, risoluti essi Grigioni di ricuperar colle proprie forze la Valtellina, furiosamente uscirono in campagna con più di dieci mila combattenti, ma disordinati e mal capitanati, che al primo rimbombo delle artiglierie spagnuole nella contea di Bormio, presi da terror panico, diedero alle gambe. Per questa invasione il duca di Feria dalle parti del Milanese, e l'arciduca Leopoldo da quelle del Tirolo mossero le lor armi. S'impadronì il primo di Chiavenna, e l'altro delle valli d'Engedina e di Parentz e d'altri siti, e poscia della stessa città di Coira, con rimetter ivi il vescovo che dianzi ne era Stato cacciato. Sicchè sempre più venne a peggiorar la fortuna dei Grigioni, provandone anche un incredibil dispiacere i Veneziani, che miravano crescere ogni dì più i lor pericoli per li felici progressi degli Austriaci. E pure, contuttochè sommamente abbisognassero del braccio del papa e della Francia per liberar la Valtellina dalle unghie spagnuole, e tanto il pontefice Gregorio XV che il re Lodovico XIII si prevalessero di questa congiuntura per indurli coi più caldi uffizii a ricevere in lor grazia i gesuiti; pure s'incontrò in quel senato un'insuperabile resistenza a tal petizione. Era tuttavia vivo il famoso fra Paolo Sarpi lor teologo, essendo egli mancato di vita solamente nell'anno seguente. Probabilmente non li dovette consigliare che fossero indulgenti in questo caso. Merita il cardinal Roberto Bellarmino della compagnia di Gesù che si faccia qui menzione della morte sua, accaduta nel dì 17 di settembre dell'anno presente, con lasciare un celebratissimo ed immortal nome sì per li suoi libri pieni di singolar dottrina, che per le sue rarissime virtù morali e cristiane. Uomo in tutto mirabile, e che più onore compartì alla porpora, che la porpora a lui.

Anno di CRISTO MDCXXII. Indizione V.

GREGORIO XV papa 2. FERDINANDO II imperad. 4.

Già era tornato a Milano il duca di Feria, come trionfante per le conquiste e vittorie sue nella Valtellina, e più non degnava d'un pensiero la capitolazione segnata in Madrid fra il suo re e quello di Francia. Ma i Veneziani, che più degli altri principi aveano questo interesse a cuore, altamente strepitavano in tutte le corti, e massimamente in Roma e a Parigi, rappresentando come troppo svelati i misteri della politica spagnuola, che, sotto l'ombra di proteggere la religione cattolica della Valtellina, erano chiaramente incamminati a slargar le ali e, coll'ingoiar quello Stato, ad opprimere la libertà d'Italia, mettendo un forte catenaccio a quella porta per cui possono calare i soccorsi stranieri. Carlo Emmanuele duca di Savoia, sì perchè principe avido sempre di nuove guerre, e che non potea sofferire gl'ingrandimenti della Spagna, e la baldanza dei ministri di quella corte; si ancora per suoi particolari riguardi, e per l'alleanza sua colla veneta repubblica, cominciò vigorosamente a procurar una lega fra il re Cristianissimo, la repubblica veneta e lui. Essendo venuto a Lione esso re di Francia, il duca insieme col principe di Piemonte suo figlio e colla nuora Cristina, sorella del medesimo re, colà si portò ad inchinare la maestà sua, da cui ricevette molte finezze. Perorò egli molto contro l'avidità degli Spagnuoli, e si esibì di concorrere ad una lega con dieci mila fanti e mille cavalli; ma ritrovò che nel cuore di quel monarca aveano troppo polso i riflessi della stretta parentela col re Cattolico e la guerra viva contro gli ugonotti, non mai quieti nelle viscere del suo regno. Tornò il duca nel dì 17 di novembre ad abboccarsi col re in Avignone. Tutto quel che per ora tanto egli che i Veneziani ottennero, fu che il re Lodovico fece parlar alto dai suoi ministri alla corte di Spagna, acciocchè si desse esecuzione al trattato di Madrid per gli affari della Valtellina. Perciò si rinforzò il negoziato fra i ministri delle due corone, intervenendovi sempre anche il nunzio pontificio: e siccome era stato fatto il progetto di depositar la Valtellina con tutte le fortezze in mano del papa, oppure del gran duca, o del duca di Lorena, senza che per anche si fosse arrivato a fissare chi ne avesse da essere il depositario; così la maggiore applicazione si rivolse ad effettuare il proposto deposito. Ma intanto i Grigioni, ora inviliti, ora temerarii, pensarono ad ottener colla forza ciò che amichevolmente s'era dietro a procurar colla destrezza nei gabinetti. Però mossi a furore, ed animati dai veneti zecchini, benchè i più armati di soli bastoni a foggia di mazze, si diedero a ricuperar i luoghi dall'armi dell'arciduca Leopoldo, e quanti Tedeschi trovarono nei presidii, tutti li sacrificarono alla lor collera, a riserva di quei ch'erano alla guardia di Maienfelt e di Coira, i quali rifugiati ne' castelli, si renderono con patti onesti. Ma nel settembre si cangiò scena, perchè le truppe arciducali diedero una sconfitta ad essi Grigioni e agli Svizzeri loro ausiliarii, e ricuperarono Maienfelt e Coira con altri importanti luoghi. Seguì poscia una sospension d'armi, e continuò nelle corti il filo pacifico de' trattati.

Attento il pontefice Gregorio XV non solo alla difesa, ma anche all'accrescimento della religion cattolica, istituì nel giugno dell'anno presente una congregazione di cardinali, appellata de propaganda fide, e le assegnò varie rendite: congregazione rinforzata maggiormente dipoi da altri aiuti, onde singolar vantaggio è poscia provenuto e proviene alla religione cristiana. Di somma consolazione riuscì ancora ad esso papa e a tutto il cattolicismo l'occupazione della città d'Eidelberga, capitale del Palatinato inferiore, tolta all'eretico Federigo elettor palatino, al cui esercito e de' suoi collegati fu data una gran rotta, talmente che egli di nuovo fu ridotto ramingo e alla disperazione, siccome posto al bando dell'imperio e abbandonato da tutti. Trovavasi in questi tempi vedovo e senza successione l'Augusto Ferdinando, e però ricercò in moglie Eleonora Gonzaga sorella di Francesco duca di Mantova. Furono celebrate le di lui nozze nel febbraio dell'anno presente. Sul principio di marzo terminò i suoi giorni Ranuccio I duca di Parma e Piacenza, sorpreso da improvviso male. Il suo funerale non fu accompagnato dalle lagrime d'alcuno, giacchè coll'aspro suo, anzi crudele governo, s'era egli sempre studiato di farsi piuttosto temere che amar da' suoi popoli. Perchè gran tempo passò che Margherita Aldobrandina sua moglie non produceva frutti del suo matrimonio, s'era messo in pensiero di far abilitare alla successione de' suoi Stati Ottavio suo bastardo. Ma divenuta feconda la duchessa, gli partorì poi Alessandro mutolo, Odoardo e Francesco Maria, che fu poi cardinale, oltre a due principesse, Maria e Vittoria, che furono poi duchesse di Modena. La nascita di questi principi fece poscia eclissar l'amore di Ranuccio verso dell'illegittimo Ottavio; e perciocchè questi era giovane di alti spiriti, ed universalmente amato dai Parmigiani e dagli altri sudditi, il duca suo padre, siccome principe pregno sempre di sospetti e gelosie, dubitando d'intelligenze e di pretensioni dopo sua morte al ducato, il confinò nella terribil rocchetta di Parma, sepoltura de' vivi, dove da lì ad alquanti anni miseramente diede fine al suo vivere. Perchè la sordità e mutolezza rendevano incapace di governo il primogenito Alessandro, succedette in quel ducato Odoardo, marito di Margherita figlia di Cosimo II gran duca di Toscana.

Per esempio ancora e cautela ai posteri, degna è qui di memoria l'infelice morte di Antonio Foscherini, cavaliere e senator veneto, che accusato di aver tenute corrispondenze segrete con istranieri ministri, pubblicamente terminò col capestro la vita. Siccome lasciarono scritto il cavalier Nani, Vittorio Siri ed altri, per le insidie passate e per le turbolenze presenti, la veneta repubblica (sempre per somiglianti delitti gelosissima ed inesorabile) gran credito diede ai sospetti, e troppa fede agli accusatori e testimonii; laonde precipitosamente si venne alla sentenza di morte. Ma fu fatto morire un innocente: il che casualmente dopo qualche tempo si venne a scoprire. Perciocchè in leggere un processo, per cui venivano certuni convinti di false testimonianze, si risovvenne uno del consiglio de' dieci che un di costoro avea testimoniato contro del senatore suddetto. Preso costui, confessò di aver concertata la calunnia per cogliere il lucro proposto a chi rivela delitti di Stato; laonde egli ne ebbe con gli altri il meritato gastigo. Fu poi pubblicato un editto, che restituiva all'onor primiero il giustiziato cavaliere, e tutta la sua nobilissima casa; ma senza che si restituisse per questo la vita a chi per un sì mal fondato e mal pesato processo l'avea già indegnamente perduta. È da lodar lo zelo per la salute della patria, ma questo dee ben sempre camminar con somma circospezione, affinchè gl'innocenti non soggiacciano alle pene riserbate solo ai veri delinquenti. E che un caso tale abbia aperti gli occhi a quei saggi signori, si è assai conosciuto dipoi, ed anche ai giorni nostri se ne son vedute le pruove.

Anno di CRISTO MDCXXIII. Indizione VI.

URBANO VIII papa 1. FERDINANDO II imperadore 5.

Avea il duca di Baviera Massimiliano nella guerra mossa contro Federigo elettor palatino, siccome dicemmo, fatto l'acquisto d'Eidelberga e di tutto il Palatinato inferiore. In essa città si trovava un'insigne biblioteca di antichi codici scritti a mano, ebraici, greci, latini e d'altre lingue, raccolti, per quanto fu divolgato, da tutti i monisterii di quella provincia, introdotta che vi fu l'eresia. Attento il pontefice Gregorio a profittar anch'egli dell'altrui naufragio, sì per qualche ricompensa de' sussidii prestati al duca in quell'impresa, come ancora per la pretensione che appartenesse alla santa Sede quel tesoro di manuscritti, come spoglio di luoghi sacri, fece gagliarde istanze di ottenerli, e il duca vi condiscese. Scrivono alcuni che la persona inviata dal papa ad Eidelberga per trasportar que' codici a Roma, a cagion della poca sua accortezza, lasciò sfiorar quella sì riguardevole libreria, essendone stati asportati i codici migliori. Non pochi certamente se ne trovano nella imperiale biblioteca di Vienna. Di poca attenzione per questo fu accusato Leone Allacci, uomo di gran credito per la sua erudizione e per tanti libri dati alla luce, giacchè a lui fu appoggiata l'incombenza suddetta. Non cessavano intanto i maneggi della repubblica veneta e del duca di Savoia alla corte del re Cristianissimo, per trarre dalle mani degli Austriaci la Valtellina, e gli altri paesi occupati nella Rhetia. E perchè si scorgeva troppo manifesto l'artificio degli Spagnuoli di dar sempre belle parole, senza mai venire ai fatti, finalmente sul principio di febbraio fu conchiuso a Parigi di adoperar mezzi più forti per terminar questa briga. Si stabilì dunque una lega del re Lodovico XIII, della repubblica veneta e del duca suddetto, affin di obbligare tanto il re Cattolico che l'arciduca Leopoldo a rimettere in pristino le cose de' Grigioni, salva sempre nella Valtellina la religione cattolica. Non sembra che la corte di Francia nudrisse vera voglia d'impiegar le sue armi in questo litigio, e fu piuttosto creduto che il solo strepito della formata confederazione metterebbe il cervello a partito agli Austriaci, siccome appunto avvenne. Era già stato altre volte messo in campo il partito di consegnare in deposito al papa tutte le fortezze occupate o fabbricate dagli Austriaci nella Rhetia e Valtellina, acciocchè la santità sua le guernisse con presidio suo proprio, e tenesse quel paese finchè fosse assicurato il punto della religione d'essa Valtellina per l'avvenire. Ora il re Filippo IV nel dì 17 del suddetto febbraio spedì l'ordine che si dovesse far la consegna d'esse fortezze, forse lusingato dalla speranza di far anche buon mercato col mezzo d'un pontefice, in cui non si potea presumere molta inclinazione ai Grigioni seguaci dell'eresia. Ripugnavano a questo impegno i cardinali per timore che entrasse in un labirinto la dignità della santa Sede, stante non poter ella trattare con essi Grigioni, e il rischio di disgustar infine alcuna delle potenze interessate. Ma i nipoti del papa, siccome pensionarii della Spagna, col forte motivo di risparmiare una guerra all'Italia e di poter meglio accudire agl'interessi della religione nella Valtellina, trassero la santità sua ad accettare il deposito. Pertanto nel mese di maggio spedì il pontefice don Orazio Ludovisio suo fratello, creato sui primi giorni del di lui pontificato generale della Chiesa, e poscia divenuto duca di Fiano, che con cinquecento cavalli e mille e cinquecento fanti nel dì 6 di giugno prese il possesso dei forti della Valtellina, e dopo molti contrasti anche di Chiavenna e della Riva. Nel qual tempo l'arciduca Leopoldo ritirò il presidio da altri luoghi della Rhetia: con che per ora si tolsero i semi di una grave perturbazione alla Lombardia; e tutti i negoziati per tal pendenza si ridussero alla corte di Roma, giacchè a lei era rimessa la deliberazione di questo affare.

Perchè il papa dopo il deposito parve che non si affrettasse, come bramavano i Franzesi, a sentenziare sulla Valtellina, e andava prolungando i negoziati, non mancò gente maliziosa che sognò in lui inclinazione a ritener quel dominio per la Chiesa romana, o a trasferirlo ne' suoi nipoti. Ma a questi lunarii e sospetti mise fine la morte che nel dì 8 di luglio rapì alla terra esso Gregorio XV pontefice degno di più lunga vita, e glorioso per non avere ommessa diligenza veruna per sostenere la religion cattolica in Germania, e la quiete in Italia. Neppur egli dimenticò di arricchire, per quanto potè, la propria casa, ma con onesti mezzi. Impetrò specialmente dal re Cattolico che si maritasse con un suo nipote l'unica figlia ed erede del principe di Venosa, che portò in dote un'annua rendita di quaranta mila ducati in tanti feudi del regno di Napoli. Nè poco contribuì a questo ingrandimento il cardinale Lodovico Ludovisio nipote, il quale, per risparmiare al pontefice zio le brighe spinose del governo, le assunse egli, lasciando che il papa si divertisse in ascoltar le accademie istituite da lui nel palazzo, alle quali interveniva con piacere, siccome persona dottissima e amante dei professori delle lettere. Questo cardinal padrone nondimeno riportò lode d'aver esercitata la giustizia, e mantenuta l'abbondanza de' viveri e grani in Roma, in tempi di notabil carestia, ed esercitata in varie maniere la sua pietà e la sua carità verso de' poveri. Acquistò poi la casa Ludovisia l'insigne principato di Piombino, che ultimamente, per mancanza della medesima, è ricaduto col mezzo della madre Ludovisia in don Gaetano Boncompagno duca di Sora. Avea il pontefice Gregorio pubblicato nell'anno 1621 due riguardevoli costituzioni intorno all'elezione de' romani pontefici, che anche oggidì servono di norma ai conclavi per procedere con voti segreti in quel delicato impiego. Adunato pertanto il sacro collegio, concorsero nel dì 6 d'agosto i concordi voti, dove meno inclinava l'opinion dei politici e dei curiosi, cioè nella persona del cardinal Maffeo Barberino di patria Fiorentino, non senza stupore di chiunque mirava caduta la sacra tiara in un personaggio di età di soli cinquantacinque anni e di complessione molto robusta, con rimaner troncate le speranze ai vecchi cardinali di giugnere a maneggiar le chiavi di san Pietro. Era questo porporato uomo di amenissimo ingegno, ed eccellente massimamente nelle lettere umane, ed assai versato negli affari di Stato, per gl'impieghi importanti da lui sostenuti con gran decoro in addietro. Prese egli il nome di Urbano VIII; e contuttochè nelle prime apparisse in lui disposizione a farla da padre comune senza veruna parzialità, pure tardò poco a trapelare in lui non lieve inclinazione alla Francia, ed unione con chi sofferiva mal volentieri la prepotenza de' ministri spagnuoli. Trovossi ben tosto il nuovo pontefice in molte angustie a ragion dell'impegno preso dall'antecessore della Valtellina; giacchè, disputandosi a chi dovesse toccare il mantenimento di que' presidii, ne voleano per onore tutto il peso gli Spagnuoli, mentre all'incontro pretendeano anche i Franzesi per loro decoro concorrere alla metà della spesa; e intanto, senza mai accordarsi, venne a restar quella milizia tutta a carico della sola camera apostolica. Fioccavano poi le istanze di Francia, Venezia e Savoia, per ultimar questo affare, e il papa non ne trovava la via, per non tirarsi addosso il disgusto della corte di Madrid. Però con varii dibattimenti, ma senza conclusione alcuna intorno a quegli affari, passò l'anno presente. Merito grande s'era acquistato coll'imperador Ferdinando II il cattolico duca di Baviera Massimiliano pel suo valore in avere restituito alla casa d'Austria il regno della ribellata Boemia, ed avere atterrato l'eretico palatino Federigo, tuttochè della propria casa. Volle l'Augusto signore premiarlo, e compensarlo ancora per le immense spese fatte in difesa sua; e però, oltre all'avergli dato il dominio del Palatinato superiore, trasferì eziandio in lui nel dì 25 di febbraio la dignità elettorale, tolta già al duca Gian-Federigo suo antenato dall'imperador Carlo V. A tal disposizione gran contrasto fecero alquanti principi, e massimamente i protestanti; ma infine ebbe adempimento la cesarea volontà, con singolar approvazione della corte di Roma. Pagò nel dì 12 d'agosto dell'anno presente il tributo della mortalità Antonio Priuli doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto Francesco Contarino. Venne parimente a morte Federigo della Rovere principe d'Urbino, unico figlio di Francesco Maria duca di quelle contrade; nè del suo matrimonio con Claudia de Medici figlia di Ferdinando I gran duca di Toscana (la qual poscia passò alle seconde nozze coll'arciduca Leopoldo) altra prole restò che una picciola principessa per nome Vittoria. E perciocchè non v'era apparenza che il vecchio duca potesse più avere successione legittima maschile, la corte di Roma cominciò tosto ad adocchiar quel ducato, come Stato vicino a ricadere alla camera apostolica, e a far preparamenti per assicurarsene in avvenire il dominio.

Anno di CRISTO MDCXXIV. Indizione VII.

URBANO VIII papa 2. FERDINANDO II imperadore 6.

Armando di Plessis di Richelieu, già vescovo di Luzzon, s'era saputo così bene introdurre nella grazia di Maria de Medici regina vedova di Francia, e poscia del re Luigi XIII, che dopo la riconciliazione della madre col figlio fu introdotto nel real consiglio, ed arrivò a lasciarsi indietro ogni altro ministro della corona, e a diventar l'arbitro di quella corte. Mirabile era la penetrazion del suo ingegno, la sua attività, la sua accortezza; e maggiormente crebbe il credito e l'autorità di lui, dappoichè al merito suo personale s'aggiunse il lustro della sacra porpora, conferitagli da papa Gregorio XV nel dì 5 di settembre del 1622. E siccome egli nulla altro meditava che di rimettere in miglior sistema e riputazione la corona di Francia, che parea scaduta per la melensaggine del precedente ministero, e specialmente ardiva di voglia di reprimere la da lui appellata baldanza dell'una e dell'altra casa d'Austria; così pensò agli affari della Valtellina, e a muovere altri turbini in Italia contra degli Spagnuoli. A questo l'incitavano ancora le doglianze continue de' Veneziani e di Carlo Emmanuele duca di Savoia, nel cui capo non aveano mai posa i desiderii di nuove guerre, e soprattutto di vedere alle mani tra loro i due monarchi di Francia e Spagna, per isperanza di profittare della lor disunione. Affin di potere con più sicurezza promuovere i suoi grandiosi disegni, il Richelieu fece un trattato cogli Olandesi, e felicemente ridusse a buon termine il matrimonio di Enrichetta sorella del re Lodovico con Carlo principe di Galles figlio di Giacomo re della Gran Bretagna, avendone impetrata la dispensa dalla santa Sede per li vantaggi che si sperava averne da provenire alla religione cattolica nella monarchia inglese. Erano fin qui stati fluttuanti i negoziati per la Valtellina; perciocchè avea bensì il pontefice Urbano VIII abbozzato un accomodamento, per cui fosse restituita ai Grigioni quella provincia colla reintegrazione e garanzia della religione cattolica; ma perchè si era preservato il passo libero per quelle parti ai vicendevoli soccorsi delle due potenze austriache (punto egualmente disapprovato dalla Francia e dalla repubblica veneta), restò priva d'effetto la buona volontà e determinazione della corte di Roma. Pertanto, a tenore de' maneggi del duca di Savoia, tenuta fu una gran conferenza in Susa fra esso duca e il Lesdiguieres gran contestabile di Francia, e gli ambasciatori di Venezia, dove si sottoscrisse la lega della Francia, repubblica veneta e duca di Savoia, per liberar la Valtellina. Nè qui si fermò il corso delle pretensioni. Fremeva forte esso duca contro la repubblica di Genova, sì perchè era stato suppiantato da essa nell'acquisto fatto del marchesato di Zuccherello sui confini del Piemonte, il quale dalla camera imperiale fu aggiudicato ai Genovesi, e sì ancora perchè in Genova era trascorsa la plebe in alcuni dileggiamenti della persona del medesimo duca. Ma quel che più l'accendeva a romperla co' Genovesi, era la facilità da lui ideata di conquistare un buon tratto del loro dominio. Propose dunque alla Francia, come maniera più acconcia di deprimere il fasto spagnuolo in Italia, la conquista della città di Genova e della riviera di Levante, che dovessero venire in preda a' Franzesi, restando a lui quella di Ponente. Forse crederà taluno che non fossero approvati da' Franzesi tutti questi ideali progetti. La verità non di meno è ch'egli imbarcò la corte di Francia anche in sì vistoso disegno, e che non meno i Franzesi che i Veneziani si servirono qui di un ripiego della creduta fina politica. Imperciocchè i Franzesi voleano solamente entrarvi come ausiliarii del duca, dei Grigioni e Svizzeri collegati, senza dichiarar guerra aperta alla Spagna; e i Veneziani intendeano anche essi di somministrar danari e munizioni per la Valtellina, ma con ritenere per quanto potessero le loro milizie ai confini dello Stato di Milano, e senza approvare i disegni contra di Genova.

Accordate che furono in questa guisa le pive, si diedero i collegati a preparar l'opportuno armamento. Intanto i Franzesi non parlavano alla corte di Madrid se non di pace, e di un amichevole temperamento per finir quella briga: il che fu cagione che per quanto il duca di Feria governator di Milano scrivesse lettere sopra lettere, rappresentando le mene da lui scoperte degli alleati, e insistendo per soccorsi, pure fossero sempre valutate per soli spauracchi le di lui insinuazioni. Dall'altro canto il re Cristianissimo fece vieppiù incalzare il pontefice, affinchè o determinasse in breve la controversia della Valtellina, ovvero rinunziasse al deposito, rimettendo le fortezze ai Grigioni, oppure agli Spagnuoli; altrimenti intendeva di aver le mani slegate, e di essere in libertà di valersi di mezzi efficaci per sollievo dei Grigioni suoi collegati. Ma il papa, tra perchè i Valtellini faceano replicate istanze di sottomettersi al dominio pontificio (canto che non dispiaceva alle orecchie romane), e per la persuasione che niun de' principi cattolici avesse da perdere il rispetto alle bandiere di San Pietro, andava barcheggiando, senza venire a risoluzione alcuna. Intanto il marchese di Coeuvres, ambasciatore del re Cristianissimo, colle calde sue insinuazioni, e molto più colla potente retorica del danaro franzese e veneto, mosse gli Svizzeri e i Vallesani a far leva di gente, ed animò i Grigioni alla sollevazione. Sul fine poi di novembre il marchese suddetto, di pacifico ambasciatore divenuto capitano guerriero della lega, messosi alla testa delle truppe adunate, improvvisamente entrò nella Rhetia, e dopo avere sloggiate da alcuni posti le truppe dell'arciduca Leopoldo, passò nella Valtellina, cominciando ad impossessarsi di que' luoghi, che non poteano fare resistenza. Non sapea darsi pace Niccolò Guidi marchese di Bagno, luogotenente generale delle armi pontificie in quella provincia, che un ministro di Francia procedesse sì avanti con vilipendio della dignità della santa Sede, e ne fece delle replicate doglianze. Ma poco stette a veder comparire lo stesso marchese di Coeuvres sotto Tirano, dove, come in luogo più forte, teneva il Guidi il maggior suo presidio. Perchè non si fidava degli abitanti di quella terra, si ritirò esso marchese di Bagno nel castello. Seguirono delle ostilità; ma perchè giunsero artiglierie spedite da' Veneziani, il Guidi nel dì 8 di dicembre capitolò, che se per tutto il dì 10 seguente non gli arrivava soccorso, cederebbe il castello, ed egli colle sue genti se ne tornerebbe negli Stati della Chiesa. Nel dì 11 se ne andò il Bagno, e con poca fatica da lì innanzi il Coeuvres s'impadronì di Sondrio, Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina, a riserva di Riva ben guernita dagli Spagnuoli, non senza biasimo degli uffiziali e soldati del papa, che come pecore si lasciarono cacciar dai luoghi capaci di buona difesa. Gente non di meno vi fu, e specialmente in Ispagna, che sospettò un segreto concerto del papa co' Franzesi di lasciarsi forzare, per isciogliere una volta quel nodo, giacchè Urbano VIII non avea mai approvato l'impegno preso dal suo predecessore Gregorio XV. Ciarle furono tutte queste. Certo è che di grandi esclamazioni e vere querele fece il papa a Parigi per tale invasione e violenza all'armi sue, ma senza voler entrare in più gravi e dispendiosi risentimenti. Più ancora ne fecero gli Spagnuoli. Il cardinale di Richelieu, parte con parole dolci, parte colle brusche, si cavò fuori d'intrico, e seguitò francamente le tele precedenti per effettuare gli altri suoi disegni.

Anno di CRISTO MDCXXV. Indizione VIII.

URBANO VIII papa 3. FERDINANDO II imperadore 7.

Si celebrò in quest'anno il giubileo della santa Chiesa romana, intimato da papa Urbano VIII; ma non vi si mirò il gran concorso de' pellegrini divoti, come in altri precedenti. La pestilenza insorta in Palermo ed altri luoghi della Sicilia facea quivi terribile strage, e sommo spavento eziandio recava all'Italia. Oltre a ciò, le turbolenze della Valtellina, e un fiero temporale insorto contra della repubblica di Genova, intorbidavano in questi tempi la quiete della Lombardia e dei circonvicini paesi: tutti ostacoli alla divozione pellegrinatoria de' fedeli. Si videro nondimeno comparire a Roma in sì pia congiuntura Uladislao principe di Polonia, figlio dell'invitto re Sigismondo trionfatore de' Turchi, e poscia l'arciduca Leopoldo, i quali dal pontefice riceverono ogni maggior contrassegno di stima e di affetto. Poco godè dell'illustre sua dignità Francesco Contarino doge di Venezia, perchè fu in quest'anno rapito dalla morte, ed ebbe per successore Giovanni Cornaro. Concepì speranze di grandi vantaggi il cattolicismo per le nozze di Carlo I re della Gran Bretagna (il cui padre Giacomo Stuardo re era dianzi nel mese di aprile mancato di vita) celebrate nel mese di luglio con Enrichetta principessa sorella di Lodovico XIII re di Francia: ma queste speranze col tempo si ridussero a sole foglie e fiori. Nè si dee tacere per gloria di uno de' gran capitani, figli dell'Italia, che avendo Ambrosio Spinola, generale dell'armi spagnuole in Fiandra, nel mese d'agosto del precedente anno, assediata Bredà, piazza pel sito e per le innumerabili fortificazioni creduta inespugnabile, in vicinanza del mare e di Anversa, gli riuscì di rendersene padrone nel dì 5 di giugno dell'anno presente. Celebre sopra modo fu quell'assedio, incredibile l'industria, il senno e la costanza dello Spinola in sostener quell'impresa contro tutti gli sforzi dell'Inghilterra e di Maurizio di Nassau principe Oranges e generale degli Olandesi, che appunto finì i suoi giorni sul principio di maggio del presente anno, lasciando fama di essere stato uno de' primi guerrieri del suo tempo.

Qualche azion militare si fece in questi giorni anche nella Valtellina, ma di sì poco rilievo, che non occorre farne menzione. Il duca di Feria governator di Milano avea già in pronto un sufficiente esercito, che servì a frastornare ogni ulterior progresso de' Franzesi e Veneti in quelle parti. Avrebbe egli anche potuto far di più, se non fosse stato costretto a tener gli occhi aperti ad un maggior temporale che scoppiò contro i Genovesi. Era riuscito, siccome dicemmo, a Carlo Emmanuele duca di Savoia d'ubbriacare i Franzesi colla da lui rappresentata agevolissima conquista di Genova, rappresentando quella città tanto illustre e ricchissima ormai invecchiata e sopita nell'ozio, infiacchita nelle delizie, sprovveduta di fortificazioni moderne e di soldatesche, con supporre ancora ai medesimi, e non senza ragione, di tener buone intelligenze con alcuni malcontenti nel cuore della medesima città. Perciò, come se avessero in pugno la preda, con alcune capitolazioni la spartirono fra loro; anzi fecero i conti fin d'allora sullo Stato di Milano, sul Monferrato, sulla Corsica, formando varii patti di divisione: che di tali magnifiche idee era mirabilmente fornito l'animo grande di esso duca. Avea la corte di Francia a questo fine fatto un trattato cogli Olandesi, che s'impegnarono d'inviare venti grossi vascelli ben corredati in rinforzo dell'armi di Savoia. Le galee ancora e i galeoni di Francia, benchè solamente i fusti, e senza inalberarvi lo stendardo reale, doveano servire al duca, e il contestabile di Lesdiguieres come ausiliario assistergli con grosso nerbo di gente, pretendendo con ciò di non far guerra dichiarata: tele di ragno, colle quali vanno anche oggidì i principi del mondo coprendo gli ambiziosi loro disegni. Non concorsero i Veneziani collegati in questa diversione, anzi positivamente la riprovarono; e se pure si volea far guerra, la desideravano contro lo Stato di Milano: cotanto si trovavano ora mal soddisfatti delle due potenti case d'Austria. Fatta dunque nel dì 4 di marzo in Asti la rassegna generale delle truppe franzesi e savoiarde, si trovò ascendere quell'armata a venti quattro mila fanti e tre mila cavalli con buon treno di artiglieria. A sì feroce insulto poco si trovavano preparati i Genovesi, perchè niun giusto motivo nè dalla parte della Francia, nè da quella di Savoia appariva di muoversi alla loro rovina: senza riflettere che ai conquistatori non mancano mai pretesti per far guerra ai vicini; e che se un confinante s'arma, s'ha sempre a temere. E quantunque sorgessero sospetti che contro di loro si disponesse la danza, pure non voleano prestar fede a chi gli assicurava della trama ordita; e però lentamente procederono ad armarsi, e a raunar genti, viveri e danari per una gagliarda resistenza; finchè, veduto vicino il nembo, si svegliarono. Allora fu che si diedero a tempestare il duca di Feria in Milano, e il re Cattolico Filippo IV per poderosi aiuti, facendo con facilità conoscere quanto comune fosse la causa. Perduta Genova, era perduto lo Stato di Milano. Parimente fecero istanze ai lor corrispondenti di Spagna per soccorso di pecunia, e questi non mancarono d'inviarne dipoi in gran copia. Intanto si dilatò lo sbigottimento nella città; e dappoichè si vide muoversi a quella volta il torrente, vennero non pochi al disperato consiglio di abbandonar tutta la riviera di Ponente e il di qua dall'Apennino, per ritirar tutte le forze alla difesa del cuore. Ma prevalse il sentimento di Gian-Girolamo Doria, capitan vecchio e di sperienza, e di Carlo Doria duca di Tursis, e di altri più saggi e coraggiosi, che si sostenesse la città di Savona, e si armassero i passi di Gavi e di Rossiglione, per trattenere, il più che fosse possibile, lungi da Genova quell'impetuosa tempesta.

Entrò dunque l'esercito collegato dalla parte di Novi nel Genovesato, e gli si arrenderono varii luoghi. Il duca di Savoia, il principe di Piemonte Vittorio Amedeo suo figlio e Lesdiguieres in varii siti di qua dall'Apennino fecero sì grande empito, che sconfissero nel giorno di giovedì santo le truppe genovesi a Rossiglione, e poscia diedero una rotta maggiore ad esse genti ad Ottaggio: disgrazie che accrebbero forte lo spavento in Genova, e insieme lo sdegno contra del duca, incredibilmente per altri motivi odiato da loro. Si rincorarono poscia alquanto gli animi per l'arrivo colà di Lodovico Guasco con due mila fanti e ducento cavalli, spediti per le vie di Levante in loro aiuto. Ottaggio intanto fu preso, e dato a sacco, e rimasero prigionieri i difensori. In quelle parti vi restava ancora Gavi da espugnare, ma non si durò fatica a prendere quella terra col castello. Gran dispareri poscia seguirono fra il duca e Lesdiguieres. Pieno di fuoco e di speranze il primo, insisteva che si marciasse a dirittura a Genova; laddove l'altro, considerando le forze e la gran popolazione di quella città, e di che sia capace l'amore della libertà; e riflettendo a ciò che potea avvenire, se il duca di Feria dalla parte di Milano con assai schiere da lui allestite venisse a tagliar la comunicazione colla Lombardia, e se inoltre sopraggiugnessero per mare i soccorsi aspettati in Genova da Napoli e Sicilia; ripugnò a tal risoluzione. Il perchè dal duca fu spedito il principe di Piemonte ad occupar la riviera di Ponente, frutto che dovea a lui restare di questa guerra. Andò egli; colla forza si impadronì della ricca terra della Pieva, dove tutti corsero al saccheggio: ricuperò Oneglia, terra sua poco prima occupata dai Genovesi; e vennero poscia alle sue mani la città di Albenga e Ventimiglia, e le terre di Alassio, Porto Maurizio, San Remo, Loano, Castel Diano, in una parola, tutta la suddetta riviera, cominciando dal Finale sino a Villafranca per lo spazio di sessanta miglia. Non dimenticarono i vittoriosi soldati di far quanto spoglio poterono in quelle parti. Continuava nulladimeno il duca nel disegno di passar sotto Genova; al qual fine facea di gran preparativi: ed essendosi impossessato di Savignone, sei miglia vicino alla città, se l'aspettavano a momenti i Genovesi sotto le mura. Giunse a tempo a calmare la costernazione di quel popolo una galea che di Spagna recava un milione di ducati d'oro, e ne sopraggiunsero poi altre che condussero di colà (per quanto fu detto) sei altri milioni, spettanti ai privati Genovesi, ma somministrati al bisogno della repubblica. Quel nondimeno che maggiormente fece dar bando al timore, fu che il cavalier Pecchio arrivò a Genova con circa tre mila fanti dei terzi di Modena e Parma, inviati dal duca di Feria. In quei mari ancora comparve il marchese di Santa Croce con trentatrè galee di Spagna, sopra le quali erano quasi quattro mila fanti, la maggior parte gente veterana. Da Napoli vennero alcuni galeoni con mille e cinquecento uomini, e le galee di Sicilia con secento Spagnuoli, e parimente il marchese di Bozzolo con ottocento fanti e ducento cavalli, condotto da quella repubblica: con che si trovò aver già in pronto i Genovesi un'armata di circa dodici mila fanti.

Contuttociò fu creduto in Genova miglior consiglio di nulla azzardare, se prima non usciva in campagna il duca di Feria. I soli popoli della Pozzevera infestavano il campo gallo-savoiardo, e giunsero ad assediare in Savignone il principe di Piemonte, che fu liberato dal padre. Erano in questo mentre le forze principali dello Stato di Milano impiegate nella difesa di Riva, luogo vilissimo sul lago di Chiavenna, ma ben fortificato dal governator di Milano. Al comando di esse stava il conte Giovanni Serbellone, che varie pruove diede in ributtare il marchese di Coeuvres, ito più volte, ma indarno, ad assalire quel sito. Tante nondimeno furono le istanze de' Genovesi, che il Feria passò infine con quante genti potè raunare a Pavia, e intanto andarono giugnendo in Lombardia i Tedeschi, assoldati specialmente coll'oro de' Genovesi. Se si ha da credere al Capriata, erano circa sedici mila combattenti, comandati dal barone di Pappenaim, e dai conti di Solm e di Scultz, ed inoltre non poche squadre di cavalleria feroce, venuta dalla Polonia e Croazia, che, unita ai Lombardi e Napoletani, ascendeva a cinque mila cavalli. Mossesi allora il duca di Feria da Pavia con passare ad Alessandria, e al movimento suo cominciarono ad eclissar le glorie efimere del nemico esercito; e tanto più perchè erano cresciute le gare e diffidenze fra il duca di Savoia e il contestabile Lesdiguieres, sospettato, probabilmente senza ragione, corrotto dai regali segreti dei Genovesi. Ritiraronsi dunque i Gallo-Savoiardi fuori dello Stato di Genova, inseguiti sempre dal Feria, che volò ad impadronirsi della città d'Acqui, dove fu ritrovato un magazzino di viveri e munizioni, e la guardaroba del duca di Savoia con ricchi arredi, argenterie e livree, colle quali si sparse voce che egli pensasse di far la sua pomposa entrata nella debellata città di Genova. Grande onore acquistò in tal congiuntura il principe Vittorio Amedeo, perchè, inseguito dagli Spagnuoli, con buon ordine e bravura ridusse in salvo tutte le genti ed artiglierie.

Ricuperarono intanto i Genovesi Gavi e Novi, e gli altri posti di qua dall'Apennino, con cogliere in Gavi molti pezzi d'artiglieria del duca di Savoia. Similmente il marchese di Santa Croce colle galee per mare, e con otto mila fanti e due compagnie di cavalleria per terra, si portò a liberar la riviera di Ponente dai nemici. In poche settimane tornarono all'ubbidienza della repubblica Albenga, Ventimiglia e tutte le altre terre di quelle parti. Nè di ciò contenta quell'armata, passò ad assediar Ormea, terra del duca, con prendere a forza d'armi non meno essa che il castello. Seguì ivi grande effusione di sangue, e tutto andò a sacco. Da questo esempio sgomentati quei di Garessio e di Bignasco, inviarono le chiavi al Santa Croce. Mentre tali imprese si faceano nella Riviera, il duca di Feria, bramoso di qualche fatto glorioso, si portò all'assedio della fortezza di Verrua, considerabile allora per la situazione sua, ma non già per regolate fortificazioni; vi passò nondimeno con tale lentezza, che diede tempo al duca di Savoia di gittarsi in Crescentino, e di spingere un buon rinforzo di gente in quella piazza, di farvi alcuni trincieramenti, e di fabbricare dipoi un ponte, che congiugneva Crescentino con Verrua: ponte due volte rotto dagli Spagnuoli, e sempre rifatto dall'intrepido duca Carlo Emmanuele. Per quanti sforzi facesse dipoi il Feria sotto Verrua, tutti riuscirono vani; laonde, accostandosi il verno, e ricevuta nuova che fossero calati in Piemonte sei mila Franzesi, giudicò meglio il ritirarsi, che di lasciar ivi a repentaglio gente ed onore. Ed ecco dove andò a terminare sì strepitoso fenomeno, senza alcun frutto, e solo con danno per parte del duca di Savoia, e con ignominia dal canto dei Franzesi, che sì leggermente entrarono in questo impegno, e poi lasciarono il duca in ballo senza soccorrerlo colla flotta del duca di Guisa, e con valersi in proprio servizio dei venti vascelli olandesi, già promessi per l'Italia. Si aggiunse, aver preteso nello stesso tempo di metter eglino i presidii nelle terre che si andavano occupando. In somma poco conto per lo più truovano gli altri animali in voler far lega col lione.

Al pontefice Urbano VIII sommamente dispiacevano queste funeste brighe in Italia; laonde, per troncarne il corso, e massimamente per impedire, se era possibile, che non venissero ad un'aperta rottura le corone di Francia e di Spagna, determinò d'inviare a Parigi una maestosa legazione; e fu scelto per essa il cardinal Francesco Barberini suo nipote, assai giovane di età, ma non di senno, ed anche assistito dai prelati veterani nelle faccende del mondo. Giunto egli colà nel mese di maggio, rinnovò i risentimenti per l'affronto fatto all'armi della Chiesa nella Valtellina, chiedendone il risarcimento; propose una sospension d'armi in Italia, e a tutto suo potere seminò consigli di pace. Finezze e dimostrazioni di stima non mancarono al legato; ma per conto dei suoi negoziati, si trovò egli tanto inviluppato dagli artifizii di quella corte, che finalmente sul fine dell'anno, veggendo andarvi del suo decoro nel continuare in sì disutile impiego, si partì da Parigi, e tornossene poco contento a Roma. Disgustato per questo il pontefice, parve disposto a voler far prova della sua bravura nell'anno seguente, con assoldare infatti sei mila fanti e cinquecento cavalli per rientrare nella Valtellina. Poca durata ebbe poi questo fuoco, tra perchè s'intrecciarono varii privati disegni dell'ingrandimento della propria casa, e perch'egli penetrò, siccome diremo, gli occulti matteggi delle due corone, per venire senza di lui alla concordia. Prosperarono cotanto in quest'anno non meno in Ungheria che in Germania gli affari di Ferdinando II imperadore, che ottenne di far coronare re d'Ungheria il suo figlio Ferdinando III.

Anno di CRISTO MDCXXVI. Indizione IX.

URBANO VIII papa 4. FERDINANDO II imperadore 8.

Si aspettava ognuno che più fiera che mai si riaccendesse la guerra nell'anno presente in Italia, dacchè si vide inviato a Parigi il principe di Piemonte dal duca Carlo Emmanuele suo padre a far istanza per un più potente armamento; e molto più dacchè si seppe che allo stesso principe era stato conferito il titolo di generale dell'armi della Francia in Italia, senza dover dipendere dal contestabile, o da altri pedanti nelle imprese militari. A maggiormente poi accrescere nel mese di marzo questo timore servì l'arrivo in Lombardia di Torquato Conti duca di Guadagnolo, figlio del duca di Poli, con sei mila fanti e secento cavalli stipendiati dal papa, con ordine di accoppiarsi con gli Spagnuoli alla ricuperazion della Valtellina, e a tornare in pristino il deposito di quella provincia. Del che pervenuto l'avviso in Francia, furono spediti danari ed ordini al marchese di Coeuvres, per far leva di nuove genti. Ma eccoti all'improvviso contro l'espettazion d'ognuno saltar fuori la pace tra la Francia e la Spagna, i cui articoli nel dì 5 oppure 6 di marzo furono segnati in Monsone, terra d'Aragona, dal conte duca, cioè dall'Olivares, e dal conte di Fargis ambasciatore di Francia, ma pubblicati molto più tardi. Non si può spiegare quanti artifizii e mascherate si facessero giocare in questo negoziato. Più d'una volta fece vista la corte di Parigi di disapprovare il concordato dal suo ministro in Ispagna, e di voler richiamare e gastigare lui stesso; e pure gustò infine l'operato da lui. V'erano delle segrete ruote che movevano il Richelieu a voler quella pace, perchè abbondavano in Francia i malcontenti ed invidiosi del soverchio suo dominio; nè molto si stette a vederne lo scoppio. Era giunto il papa ad inviare in Ispagna con titolo di legato lo stesso suo nipote cardinale Francesco, voglioso di far una nuova comparsa anche in quella corte, per tenere al sacro fonte una nuova figlia del re Cattolico, e per trattar ivi della pace d'Italia, sperando miglior fortuna ivi di quella che avea provato in Parigi. Arrivato che egli fu in Catalogna, e volendosi mischiare nel trattato, gli diedero ad intendere già terminato il negozio (che nondimeno era tuttavia pendente), e finsero dipoi sottoscritti i capitoli nel dì suddetto di marzo. Nulla in Parigi se ne comunicò al principe di Piemonte e al ministro veneto, se non dopo il fatto con pascere intanto ambedue di pensieri ed apparati di guerra. I principali articoli di questa concordia furono: Che in perpetuo non sarebbe altro esercizio che quello della religion cattolica romana nella Valtellina, contado di Bormio e Chiavenna. Che fosse salva in que' luoghi la sovranità dei Grigioni, con pagar loro la provincia un annuo tributo, ma con facoltà ai Valtellini di eleggere liberamente i lor governatori e magistrati tutti cattolici; la quale elezione fosse obbligata la repubblica dei Grigioni di ratificare. Che tutti i forti di essa provincia sarebbono rimessi in mano del papa, e poi demoliti e rasati. Fu riserbato ad arbitri e all'autorità delle due corone di comporre le differenze civili rimaste fra i lor collegati.

Gran rumore, gran battaglia di sentimenti cagionò questa improvvisa pace. I più, ed anche in Francia, ne sparlavano a bocca aperta, come se si fosse fatto il funerale alla riputazione della corona franzese con questo accomodamento, e quasichè troppo in esso avesse guadagnato la Spagna. Perciocchè, senza parlar del punto della religione, voluto e lodato dai cattolici tutti, dicevano essi che veniva la Valtellina a restare in sostanza, se non in apparenza, indipendente dalla giurisdizion dei Grigioni, e tutta divota per i ricevuti vantaggi e per la necessità del commercio a' vicini Spagnuoli. Oltre a ciò, rimanevano traditi e sacrificati gl'interessi di tutti i collegati della Francia, e troppo sconciamente pregiudicato alle convenienze d'ognuno. Infatti rimasero stranamente alterati gli animi de' Grigioni, de' Veneziani, e specialmente del duca di Savoia, ed ognuno di essi proruppe in molte doglianze. Tuttavia per prudenza e per necessità convenne loro accomodarsi alle determinazioni di chi le poteva far eseguire. Il pontefice, i Genovesi e gli altri principi d'Italia con occhi diversi riguardarono questo accordo. Se ne compiacquero gli ultimi, non già per l'onore e per li vantaggi della Spagna, ma perchè tornava la calma in Italia. Maggior piacere ne provarono i Genovesi, che collegatisi in questo boiler di cose col re Cattolico, restavano sotto la di lui protezione, e liberati dalle nuove minaccie del duca di Savoia. Finalmente assaissimo ne esultò il pontefice, perchè, quantunque penasse a digerire il non essere stati ammessi i suoi ministri al trattato, pure, al mirare così ben assicurato il punto importante della religione, e provveduto al suo decoro colla restituzion dei forti della Valtellina, di più non gli restava da desiderare. Forse anche l'armamento da lui fatto non provenne da intenzione alcuna di guerra, ma bensì da segretissimi avvisi, come avea da finir questa faccenda; laonde spedì egli prontamente quelle truppe, affinchè fossero pronte a riceverne la consegna. Finalmente, considerando il midollo d'essa pace, non vi si potè trovar lesa la giustizia, perchè si restituì ai Grigioni l'alto lor dominio nella Valtellina, con rimediar solamente all'usurpazione da lor fatta contro i precedenti usi e patti sulla religione e libertà di que' popoli. Si attese intanto all'esecuzion del trattato. Gran difficoltà e dilazioni oppose il marchese di Coeuvres alla consegna delle fortezze; ma sul principio dell'anno seguente n'entrò in possesso Torquato Conti a nome del pontefice, e tutto fece demolire. In Francia coll'assenso dello ambasciatore spagnuolo fu dipoi tassata la pensione o tributo, che si dovea pagare ogni anno dalla Valtellina ai Grigioni, in venticinque mila scudi. Più scabroso riuscì il comporre le differenze del duca di Savoia co' Genovesi, e convenne portar l'affare alla corte di Spagna. Pretendeva il duca per preliminare la restituzione dei luoghi, di una galea e dei cannoni a lui presi. A questo in fine condiscesero i Genovesi, ma ben saldo tennero l'acquisto del marchesato di Zuccherello, e viva tuttavia durò la discordia fra loro. Restò sì amareggiato esso duca Carlo Emmanuele contro la corte di Francia, e massimamente contro il cardinale primo ministro, che, per isfogare il conceputo implacabile suo odio, non lasciò indietro arte veruna. Era cervello atto ad imbrogliar tutta l'Europa. Però non fu difficile il figurarsi che egli per mezzo dell'abbate Scaglia suo accortissimo ministro avesse preso a fomentare i malcontenti di Francia, esibendo loro aiuti; e certo egli accolse chi di essi a lui ricorreva. Erasi in effetto manipolata una grave congiura contra del favorito Richelieu, al cui dispotismo non si sapeano accomodare i grandi, e vi ebbe parte lo stesso Gastone duca d'Orleans fratello del re. Ma più volte la testa sagacissima del Richelieu solo seppe far abortire tutti i loro disegni. Se veramente il duca avesse mano in que' viluppi, non ho io cannocchiale che mel faccia discernere. Fallito questo colpo, fu creduto che egli si volgesse a Carlo I re della Gran Bretagna, per attizzarlo contro i Franzesi, e che movesse trattati segreti cogli Ugonotti e col duca di Lorena, acciocchè tanto essi dal canto loro, che egli dal suo, in un medesimo tempo attaccassero un fiero incendio in Francia. Quel che è certo, quantunque sapesse irritata forte contra di lui per le passate cose la corte di Spagna, pure ebbe maniera di introdurre colà un negoziato per riconciliarsi, offerendosi pronto ad abbracciare il partito del re Cattolico: al che trovò delle disposizioni nel conte duca. Concepì in questi medesimi giorni esso duca di Savoia l'idea d'intitolarsi re di Cipri: al che non gli mancavano buoni fondamenti, ma con trovare la repubblica di Venezia armata d'opposte pretensioni e ragioni. Si può ben credere che di somigliante disputa non si mettesse gran pensiero la Porta Ottamana, la quale placidamente in danno della Cristianità seguita anche oggidì a godersi quel regno, nè sembra inclinata a rilasciarlo ad alcuno dei pretendenti. Il dì 29 di ottobre l'ultimo fu della vita di Ferdinando Gonzaga duca di Mantova; e perchè non lasciò prole alcuna legittima, a lui succedette nel ducato Vincenzo suo fratello, uomo perduto ne' piaceri, e che perciò andava fabbricando delle mine pregiudiziali al suo vivere, come infatti staremo poco a vedere.

Di sopra accennammo non avere Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino procreato se non un figlio, cioè Federigo Ubaldo, giovane dissoluto, prodigo e di vita sregolata, senza che nè i comandi del padre, nè i consigli della gente savia e pia il potessero tenere in freno. Sul più bello dei suoi solazzi e delle sue allegrezze, per essere stato pochi giorni prima proclamato duca, fu questi una mattina trovato morto in letto senza precedente alcuna infermità. Questo avvenne nell'anno 1623. Chi ne disse una cagione, e chi un'altra. Con gran costanza il duca Francesco Maria ricevette l'avviso dal vescovo di Pesaro, città, dove succedette la repentina morte del figlio, e saviamente represse gli empiti e violenti affetti della natura. Siccome di sopra dicemmo, la corte di Roma, che stava attentissima a tutti i moti di quella d'Urbino, sapendo ch'erano, per la vecchiaia del duca quasi ottuagenario, seccate le speranze d'alcuna successione, cominciò per tempo a disporsi per raccogliere quel riguardevole Stato, che andava a decadere in lei. Ma perciocchè Claudia de Medici moglie del defunto Federigo Ubaldo era restata gravida, e partorì poscia una fanciulla, alla quale fu posto il nome di Vittoria, i Veneziani, il gran duca e gli altri principi d'Italia avrebbono desiderato che per mezzo di questa principessa fosse ivi continuato quel principato, affinchè non si slargassero tanto le fimbrie della Chiesa. Ma essa ne era incapace secondo le investiture; oltredichè le tante bolle dei papi contrarie all'infeudare Stati cospicui non lasciarono luogo a cotal progetto. Oltre a ciò, per quanto fosse proposto al pontefice Urbano VIII di far cadere questo pezzo d'Italia in uno dei suoi nipoti, e gli Spagnuoli stessi si gloriassero di essere promotori di un tal consiglio, pure il papa si difese sempre da somiglianti sirene. Fu dunque con sollecitudine spedito da esso papa ad Urbino il novello arcivescovo Santorio, che cominciò ad ingerirsi in faccende di Stato, e a volerla fare da soprintendente: del che si riputò molto offeso il vecchio duca; e perciò sdegnato inviò la nipote Vittoria ad allevarsi nella corte di Toscana; e tanto più perchè bramava di darla poi in moglie al giovinetto gran duca Ferdinando II. Rinforzò egli anche di guernigioni toscane le sue principali piazze. Ma di ciò ingelosito il papa, quasichè si tramasse di far passare quel ducato nella casa de Medici, inviò anche egli truppe ai confini della Toscana e d'Urbino. Cessati poi quei primi rumori, si mise mano alla quintessenza della destrezza ed eloquenza romana, per indurre il duca a rinunziare con donazione inter vivos il suo ducato alla Chiesa, affine di risparmiar le dissensioni ed ogni pericolo di guerra, che potesse suscitarsi dall'invidia e malizia altrui. Era il duca Francesco Maria principe di grande intelligenza, prudente, amico de' letterati (pregio, di cui si gloriarono anche l'avolo e il padre suo), benigno, affabile, e in lui concorreva la gloria primaria dei veri principi, perchè padre dei suoi popoli, non di nome, ma di fatti, ed amato egualmente in ricompensa dagli stessi popoli. La sola considerazione d'esentar da ogni vessazione e rischio i cari sudditi suoi, quella fu che prevalse in suo cuore: laonde si ridusse nell'anno presente a rinunziar quegli Stati al sommo pontefice, con patto espresso, tra gli altri, che non si potessero mettere in avvenire nuovi aggravii a quei popoli, e riserbando a sè molte rendite, e il far grazie anche da lì innanzi. Ritirossi pertanto a Castel Durante, terra che da Urbano VIII fu poi dichiarata città col nome d'Urbania; e in questo mentre venne il cardinale Berlingieri Gessi a prendere a nome del papa il possesso di quel ducato, che abbraccia le città di Urbino, Pesaro, Gubbio, Sinigaglia, Fossombrone, San Leo, Cagli e la suddetta Urbania, con trecento terre e castella situate in paese delizioso ed ameno, benchè montuoso: accrescimento ben riguardevole alla signoria della Chiesa romana. Cento mila scudi furono tosto sborsati dal cardinale al duca per le artiglierie, armi e munizioni delle fortezze. Dopo questo eroico atto, sopravvisse il duca sino all'anno 1656; nè gli mancarono occasioni di pentirsi più volte della presa risoluzione, a cagion degli amari bocconi che gli fecero inghiottire i ministri della camera apostolica. Anzi (convien pur dirlo) aveva egli spedita persona a Roma col mandato della rinunzia, che se ne pentì, e spedì tosto ordine che nulla se ne facesse; ma il mandatario, a cui premeva di guadagnarsi la grazia del sole nascente, occultò l'ordine, e fece prontamente la rinunzia, ch'ebbe il suo effetto.

Anno di CRISTO MDCLXXVII. Indizione X.

URBANO VIII papa 5. FERDINANDO II imperadore 9.

Dappoichè colla pace di Monsone fu posto fine alle perniciose controversie della Valtellina e del duca di Savoia coi Genovesi, tornò la quiete in Italia, e solamente si leggevano con piacere, benchè con disparità di genii, le guerre della Germania, e i progressi e le vittorie dell'imperadore Ferdinando II debellatore di tutti i suoi nemici. Cominciò anche a recare un dolce divertimento ai curiosi novellisti l'assedio della Rocella, a cui diedero in quest'anno principio l'armi del re Cristianissimo Lodovico XIII, dopo aver cacciati gl'Inglesi con loro gran danno da que' contorni. Vantavasi la Rocella d'essere come la metropoli e l'asilo dei malcontenti del regno di Francia, e come capo della repubblica degli ugonotti sparsi per tutto quel regno; nè si mostrava bene spesso dipendente in parte alcuna dall'autorità regale. L'essere quella città creduta inespugnabile per la sua situazione sulle coste dell'Oceano, e per le tante sue fortificazioni, la faceano rispettare fin dagli stessi suoi monarchi. Ma ciò non trattenne l'industrioso cardinale di Richelieu dal persuaderne l'assedio al re Lodovico: assedio che riuscì poi famoso anche ai secoli avvenire. Avendo in questi tempi l'arciduca Leopoldo d'Austria, fratello dell'imperador Ferdinando, rinunziati al nipote Guglielmo i vescovati d'Argentina e Passavia per voglia di maritarsi, venne a Roma, trattò e conchiuse il matrimonio con Claudia de Medici, che di sopra dicemmo rimasta vedova del principe d'Urbino. La condusse ad Inspruch, dove per più giorni furono fatte magnifiche feste. Poscia a dì 21 di novembre Eleonora Gonzaga moglie dell'Augusto Ferdinando solennemente in Praga ricevette la corona di Boemia. Alcuni giorni dopo anche Ferdinando III figlio del regnante imperadore, già coronato re d'Ungheria, aggiunse anch'egli con gran pompa a quella corona l'altra d'esso regno boemico. Lagrimevole spettacolo all'incontro vide la Puglia in quest'anno, perchè nel dì 30 di luglio un terribil tremuoto diroccò la città di San Severo con altri non pochi luoghi circonvicini; e si fece conto che in quelle rovine perissero diciassette mila persone: durissima pensione, a cui sono di tanto in tanto soggette le deliziose provincie del regno di Napoli per tanto zolfo chiuso nelle viscere loro.

Quando pur si lusingava la Lombardia di godere i frutti della pace già stabilita, per le misere umane vicende si vide nascere un seminario di nuove guerre, che si trassero dietro un diluvio di sangue e di calamità maggiori delle passate. Era declinata dall'antico lustro delle virtù la potente e nobil casa Gonzaga, signora di Mantova e del Monferrato; perciocchè, dimentica dell'antico valore e della saviezza, si era abbandonata al lusso e alla dissolutezza, di modo che i finti matrimonii e i veri frequenti stupri e adulterii, e gli eccessi della gola erano divenuti alla moda in quella corte. Di qui poi provennero i gastighi ordinarii dell'intemperanza, cioè le indisposizioni di corpo, la vita corta e la sterilità de' matrimonii. Ferdinando duca di Mantova, che nel precedente anno assai giovine terminò i suoi giorni, dopo aver menata una vita troppo sregolata, oppresso dalla pinguedine, niun successore avea lasciato. Vi restava don Vincenzo suo fratello, nato nel 1594, il quale per tempo datosi anch'egli in preda ai piaceri, punto non inclinava allo stato clericale. Con tutto ciò Ferdinando gli avea procacciata la porpora cardinalizia, ma senza mai poterlo indurre a passare a Roma per prendere il cappello, e per fissar ivi la sua abitazione. Soggiornando Vincenzo nella terra di Gazzuolo, s'invaghì d'Isabella vedova di Ferrante Gonzaga principe di Bozzolo, donna di singolare ingegno, saviezza e bellezza. E perchè a queste doti si aggiugneva anche la fecondità, e Vincenzo desiderava prole, perchè il disordinato vivere del fratello Ferdinando facea predire poco lunga la sua signoria (con che veniva a ricadere in lui il ducato), segretamente, in forma non di meno legittima, la sposò, ancorchè tuttavia vestisse la sacra porpora, giacchè non avea a cagion d'essa contratto vincolo in contrario; ma con irreverenza alla dignità del sacro collegio, e verso il fratello non consapevole di tal risoluzione, che poi saputala diede forte nelle smanie. Per la sua inabilità non trasse Vincenzo alcuno frutto da quel matrimonio, e venne anche a liti e a divorzio con Isabella. Anzi succeduto al fratello defunto, e proclamato duca, fece di mani e di piedi per disciogliere quel matrimonio, aspirando a sposare Maria sua nipote, figlia del già duca Francesco suo fratello maggiore. Ebbe poi altro da pensare, perchè i passati disordini cotanto sconcertarono la di lui sanità, che si conobbe incamminato fra poche settimane al sepolcro.

Viveva e soggiornava in questi tempi in Francia Carlo Gonzaga, figlio di quel Lodovico Gonzaga, che fratello minore di Guglielmo duca di Mantova, cioè dell'avolo del suddetto duca Vincenzo, passò a cercare in Francia miglior fortuna, e la trovò col tanto corteggiare l'unica rimasta figlia del duca di Nevers, che essa il prese per suo marito, e gli portò in dote i ducati di Nevers, Rethel ed Umena. Essendochè niun'altra prole maschile della linea Gonzaga Guglielmina veniva a restare, avvertito di quanto accadeva in Mantova il suddetto duca di Nevers, spedì per le poste in Italia Carlo duca di Rethel suo figlio, che ebbe la fortuna di penetrare per la Valtellina, e di giugnere a Mantova in tempo che il duca Vincenzo si trovava all'ultimo di sua vita. S'erano già fatte varie disposizioni per far succedere il suddetto duca di Nevers, e s'era procurata da Roma la dispensa affinchè il duca di Rethel suo figlio potesse sposare la nipote Maria: punto di somma importanza, perchè non mancavano legisti pretendenti che a questa principessa appartenesse il ducato di Monferrato. Col suo testamento lasciò li duca Vincenzo suo successore ed erede il suddetto Carlo duca di Nevers, e nella notte stessa ch'egli diede fine al suo vivere, cioè nella notte precedente al dì 26 di dicembre dell'anno presente, il duca di Rethel sposò la prefata principessa e consumò il matrimonio. Stavano attentissimi a questo avvenimento l'imperador Ferdinando, trattandosi di due insigni ducati d'Italia, feudi dell'imperio; i Franzesi, per sostenere un principe considerato per lor nazionale e ben affetto; e gli Spagnuoli, per non ammettere chi troppo si scorgeva dipendente dalla Francia. Però anche prima dell'ultima malattia del duca Vincenzo ognun dei suddetti potentati prese le misure convenevoli ai proprii interessi; ma che per conto degli Austriaci rimasero imbrogliate dalla diligenza del duca di Rethel. Pretendeva il ducato di Mantova anche don Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, perchè nipote dell'altro celebre don Ferrante, che fu fratello di Federigo duca primo di Mantova; benchè la linea sua fosse più lontana di un grado da quella del primo duca di Nevers, figlio del suddetto Federigo. Non poteva questi punto pretendere sul Monferrato; ma mosse ben le sue pretensioni sopra quello stato Margherita Gonzaga duchessa vedova di Lorena, sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. In favore di questa principessa e del principe di Guastalla si dichiararono i ministri di Spagna alla corte imperiale, covando nondimeno altri lor segreti disegni di profittare di questo scompiglio, siccome non mai sazii di dilatar la potenza di quella corona.

Eransi anche ordite in Mantova varie tele dai divoti della casa Guastalla, e preparate armi; ma queste vennero scoperte, e restò dissipato ogni contrario disegno dal duca di Rethel, che assunse il titolo di principe di Mantova; s'impadronì di Porto, cioè della fortezza di Mantova, e di ogni altro luogo forte, e si fece giurar fedeltà da quel popolo. Il conte Giovanni Serbellone, colà spedito da Milano, tosto si ritirò fuor del palazzo; e benchè visitato e richiamato dal principe, gli disse di non aver affari da trattare col duca di Rethel, e se ne andò poi sdegnato e minacciante. Chi maggiormente non di meno si dava dei gran movimenti pel deliquio della casa Gonzaga, era Carlo Emmanuele duca di Savoia, principe mirabilmente attento anche ad ogni menomo vento, per cui potesse sperare o gloria al suo nome, o qualche accrescimento ai suoi Stati. Ecco venuto il tempo di risvegliar le sue sempre vive pretensioni sul Monferrato, e le ragioni per la restituzion delle doti di Margherita sua figlia. Maggiormente poi s'irritò per lo sposalizio di Maria sua nipote senza saputa sua e della madre. Accostatosi per questo fine agli Spagnuoli, di buon'ora intavolò un trattato con don Gonzalez di Cordova, deputato pro interim al governo di Milano, dappoichè il duca di Feria fu richiamato a Madrid. Intanto sì il pontefice Urbano VIII che i Veneziani e gli altri principi d'Italia non aveano bisogno di studiar molto nei libri per conoscere evidenti le ragioni di Carlo Gonzaga duca di Nevers, essendo egli l'agnato più prossimo agli ultimi duchi di Mantova, che tanto per le sue proprie ragioni, quanto per quelle della principessa Maria da lui sposata, veniva ad essere legittimo erede del Monferrato. Ma un gran delitto per lui era l'aver nelle vene sangue franzese, e il possedere riguardevoli Stati nella stessa Francia. Però saltò su la ragion di Stato, cioè quel maestoso idolo, a cui sì sovente fan voti e sagrifizii i potenti del secolo, e che, quando occorre, si tien sotto i piedi, non dirò le leggi sole di Giustiniano, ma quelle ancora della natura e delle genti e la religione stessa. In somma non istava bene nel cuor dell'Italia, e confinante da tante parti agli Stati della corona di Spagna, un principe tale, e bisognava far tutto per atterrar lui e le pretensioni sue. Procedette sul principio con qualche riguardo l'Augusto Ferdinando, con pretendere che il duca di Nevers, siccome trasversale e in concorrenza d'altri che si riputavano chiamati, non dovesse senza sua licenza ingerirsi nel possesso e dominio di Mantova e del Monferrato; e però cominciò a procedere per giustizia con avocazioni, citazioni e deputazione di commessarii. All'incontro, il Cordova e il duca di Savoia meglio giudicarono di procedere per la via di fatto, con aprire la porta ad innumerabili ed indicibili guai, de' quali parleremo all'anno seguente.

Anno di CRISTO MDCXXVIII. Indiz. XI.

URBANO VIII papa 6. FERDINANDO II imperad. 10.

Teneva attenti gli occhi di tutti l'affare della successione di Mantova, affare di somma importanza pel sistema d'Italia. Non mancò il duca Carlo di Nevers, dopo essere egli giunto nel dì 27 di gennaio dalla Francia a Mantova, di spedire Vincenzo Agnello vescovo di quella città per suo inviato all'Augusto Ferdinando, per attestargli l'ossequio e la sommessione sua, e per chiedere l'investitura dei ducati di Mantova e di Monferrato. Trovavasi allora la corte cesarea in auge di felicità per la molte vittorie riportate contro i nemici, per la pace fatta col Turco e col Transilvano, e per gli eserciti suoi che faceano tener la testa bassa a tutti i principi della Germania. Però in Vienna si parlava con tuono alto, e i fulmini stavano pronti contro chiunque prontamente non ubbidiva. Nulla potè ottenere il vescovo; stette saldo l'imperadore in volere il sequestro di quegli Stati, per decidere poi nelle forme giudiciarie chi vi avesse migliori ragioni. All'esecuzione di questo suo decreto fu deputato il conte Giovanni di Nassau. Intanto don Gonzalez di Cordova, che appresso ottenne il governo stabile di Milano, maneggiandosi vivamente col duca di Savoia, più vivace ancora di lui nei proprii interessi, concertava l'occupazione del Monferrato, e non solo di rimettere esso duca in buona grazia del re Cattolico, ma di formar anche una lega con lui. Fu in questa occasione che Carlo Emmanuele venne riguardato nel più bell'ascendente della gloria, perchè non meno i ministri spagnuoli che quei di Francia e di Venezia s'unirono a Torino, per tirarlo ciascuno d'essi nel loro partito, quasichè da lui pendesse il destino della Lombardia. Toccò il pallio agli Spagnuoli. Fu stabilito di conquistare il Monferrato, e di partirne fra loro la preda. Colle forze dello Stato di Milano il Cordova si prefisse di ridurre alla sua ubbidienza Casale, e tanto più perchè vantava di aver non poche segrete intelligenze con quegli abitanti. La corte di Spagna, che s'era mostrata dianzi inclinata ad un amichevol trattato, allora abbracciò il duca di Savoia, e sposò le massime di don Gonzalez.

Erano intanto riposte le speranze del duca di Nevers nella protezione e nei soccorsi del re Cristianissimo; ma essendo allora impegnate l'armi e l'erario del re nel celebre assedio della Rocella, altro non ne riportò esso principe (che da qui innanzi chiameremo duca di Mantova) se non buone parole e promesse, subito che si potesse accudire ai di lui interessi. Fremevano i Veneziani al conoscere l'idea del duca di Savoia e l'ingordigia degli Spagnuoli, e si diedero anche ad arrolar gente, perchè avrebbono pur voluto dar braccio al novello duca Carlo, ma con protestare di non poter farlo, se prima non miravano calato in Italia un esercito franzese. Maggiormente papa Urbano VIII, tuttochè favorevole al Mantovano, si tenea lungi dagl'impegni, solamente attendendo a far proposizioni d'accomodamento. Sicchè esso duca Carlo altro ripiego non ebbe che di mettere in vendita molti de' suoi beni e Stati oltramontani. Ne ricavò in fatti alcune centinaia di migliaia di scudi, coi quali fece far leva di genti in Francia. A poco a poco ancora andò rinforzando di presidii e di munizioni Mantova e Casale, venendo alla sfilata Italiani e Franzesi al suo servigio, di modo che giunse a raunar da cinque mila fanti e mille cavalli per la difesa di Mantova e di Casale. Tra Monferrini e Franzesi si contarono quasi quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Non pareano gente da farne caso i Monferrini, perchè delle cernide di quel paese; pure l'odio ch'essi portavano al duca di Savoia, e l'amore da lor professato agli antichi lor principi, gli animava al mestier della guerra, oltre all'essere stati non poco agguerriti nelle turbolenze passate. Sul fine dunque di marzo uscì in campagna il governatore di Milano, lusingandosi di far prodigii con sei mila fanti e mille e cinquecento cavalli, che potè condur seco, giacchè avea dovuto lasciar quattro mila fanti con alcune squadre di cavalleria ai confini di Mantova per guardia del Cremonese, e due altri mila ai confini della Valtellina e dei Grigioni. Tuttavia dai Genovesi ricevette poscia un rinforzo di quattro in cinque mila pedoni. Andò a dirittura sotto Casale, e piantò anche le batterie, ma vi trovò quel che non s'era immaginato, cioè difensori che coraggiosamente faceano sortite, e sostenevano con vigore le colline e i passi alle vettovaglie; laonde non gli riuscì di privarli dei mulini nel Po, nè di Rossigliano, posto di conseguenza per la comunicazione della città col resto del Monferrato.

Nello stesso tempo anche il duca di Savoia con quattro mila fanti e mille e ducento cavalli ostilmente dal lato suo entrò nel Monferrato. Niuna fatica gli costò l'insignorirsi della città d'Alba sprovveduta di guernigione. Passò dipoi all'espugnazione di Trino, dove gli convenne adoperar approcci, artiglierie e mine; ma essendo troppo smilzo quel presidio, e mal provveduto di cannoni e di munizioni, in poco tempo capitolò la resa. Non perdè un momento il duca ad ordinar nuove fortificazioni a quella terra, con formarne una regolata e possente fortezza. Questa era la parte che coi suoi territorii dovea, secondo i patti, restare al duca di Savoia. Ma non si fermò egli qui. Prese dipoi Pontestura e Moncalvo, che doveano essere degli Spagnuoli, e ritenne per sè Moncalvo, con tosto imprendere le fortificazioni anche di questa terra. Si rodeva di collera don Gonzalez a questo procedere del duca, perchè contrario alle fatte capitolazioni; eppure gli bisognava dissimular tutto per sospetto sempre che il duca voltasse casacca, e si unisse coi Franzesi, i quali s'ingrossavano ai confini d'Italia. E veramente riflettendo a quella testa, che tenea sempre molte terre in piedi, aspettavano ogni dì gl'Italiani d'allora qualche scena nuova dal canto d'un principe sì bellicoso ed inquieto. Infatti venne a scoprirsi in questi tempi una congiura in Genova, nè ebbe difficoltà il duca di professarsene autore, colle istanze da lui fatte che ai congiurati presi fosse data l'impunità, minacciando la morte ad alcuni gentiluomini genovesi suoi prigioni, se si fosse proceduto innanzi nella giustizia contro gl'imprigionati a Genova. Non si ritennero per questo i senatori genovesi dal far eseguire la sentenza contro quattro dei delinquenti; e benchè il duca sdegnatissimo ordinasse dipoi che fossero decapitati quegl'innocenti, pure altro non ne fece, verisimilmente per la grandezza dell'animo suo, ben conoscendo l'indegnità di cotal vendetta.

In questo mentre don Gonzalez, che nulla profittava nell'assedio di Casale, si avvisò di prendere Nizza della Paglia, pel cui acquisto si verrebbe ad angustiare la stessa città di Casale. Per quindici giorni fu virilmente difesa quella terra, ed in fine costretta a rendersi. Ad altre imprese non poterono poi pensare nè il duca nè il governatore, perchè si intesero disposti i Franzesi a passare in Italia, e venivano anche ordini della corte cesarea, non senza maraviglia dei politici, perchè si desistesse dall'occupazione del Monferrato, pretendendo l'imperador Ferdinando che nè Spagna nè Savoia avessero da padroneggiar nei feudi dell'imperio. Col danaro del nuovo duca di Mantova s'erano già uniti in Francia dodici mila fanti e mille e cinquecento cavalli sotto il comando del marchese di Uxelles; ed avea ricevuto ordine il maresciallo di Crequì governatore del Delfinato d'unirsi seco con un altro corpo di gente: il che poi non succedette per gare insorte fra lui e l'Uxelles; oppure perchè il principe Tommaso figlio del duca di Savoia ne impedì l'unione; oppure, come altri vogliono, per secreti imbrogli della regina madre, che odiava il duca di Mantova. Bramoso dunque esso marchese d'Uxelles di portar soccorso al Mantovano, calò sul principio di agosto pel passo detto dell'Agnello, ma con incontrare il duca Carlo Emmanuele e Vittorio Amedeo principe di Piemonte suo figlio, che con quasi altrettante milizie, parte sue, parte prestategli dal governator di Milano, l'aspettavano a piè fermo, oltre all'aver eglino ben chiusi e fortificati tutti i passaggi; per quanti tentativi di passare facesse l'Uxelles, non solamente nulla gli riuscì, ma in più incontri ancora per valore del principe di Piemonte ne riportò delle busse, talmente che, dopo aver perduta molta gente, alcuni pezzi di cannone e parte del bagaglio, fu forzato a tornarsene colla testa bassa in Francia, dove per mancanza di paghe si dissipò tutta l'armata sua. Per questo glorioso successo non si può dire quanto salisse in alto la reputazione del duca, e massimamente nella corte di Spagna, dove si dissiparono tutte l'ombre della di lui fede e costanza: e gloriavasi a piena bocca il conte duca di aver tirato questo principe alla divozion della Spagna, dandogli il nome di braccio diritto della corona e di antemurale dell'Italia. All'incontro, a Carlo duca di Mantova fu per cadere il cuore per terra al trovarsi da tante parti bersagliato, e grande la diserzione de' suoi soldati per mancanza di paglie, e naufragata l'unica speranza che gli restava dei soccorsi di Francia. Già si aspettava d'essere messo al bando dell'imperio, e però inviò Carlo duca di Rethel suo figlio per placar l'imperadore, confidando nell'appoggio dell'imperadrice Leonora sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. Ma perchè l'imperadore pretendeva che a nome suo dagli Spagnuoli e dal duca di Savoia si ritenessero i luoghi occupati nel Monferrato, e di metter egli presidio in Casale sino a ragion conosciuta, il Rethel, che nè pure fu riconosciuto per principe di Mantova, se ne tornò mal soddisfatto in Italia; nè dal duca suo padre furono poi accettate le proposizioni suddette, perchè incoraggito di poter sostenere Casale contro la mala condotta del Cordova in quell'assedio o blocco.

Efficacemente ancora si adoperò il nunzio pontificio Scappi in Lombardia per una sospension d'armi; ma il trattato andò a monte. Si trattò di soddisfare con cessione di Stati al duca di Savoia; ma egli quanto più mirava ridente la sua fortuna, tanto più alzava la tassa delle sue pretensioni. Intanto Casale niuna paura mostrava degli Spagnuoli assedianti, i quali infine si avvidero, che volendo prendere quella città colla fame, conveniva espugnar prima Ponzone, San Giorgio e Rossiglione; e in fatti se ne impadronirono, occupando poi le colline di Casale, e restringendo l'assedio. Ma la poca avvertenza degli Spagnuoli avea lasciata entrar tanta copia di viveri nella città, che non si perdeano punto d'animo i difensori; e all'incontro nel campo spagnuolo si provava gran carestia, perchè i grani andarono a male in quest'anno, e a cagion di ciò fu anche una sedizione in Milano. Fu infin creduto che lo stesso duca di Savoia vi avesse sotto mano lasciata entrare copia di vettovaglie, perchè, dopo avere acquistata per sè la parte a lui destinata del Monferrato, ed anche di più, nell'interno suo non gustava che quella importante fortezza cadesse in mano degli Spagnuoli. Ora finchè il re Cristianissimo e il cardinale di Richelieu si trovarono immersi nel grande affare dell'assedio della Rocella, non poterono accudire se non con ufizii e promesse all'aiuto del duca di Mantova, che pure stava loro assaissimo a cuore. Finalmente nel dì 30 di ottobre dell'anno presente, dopo aver la fortuna secondato il valore dei Franzesi contro i tentativi degl'Inglesi, contro le furie del mare e contro l'indicibile ostinazione degli ugonotti rocellesi, che si ridussero all'estrema miseria, si rendè a discrezione quella dianzi inespugnabil fortezza, con immortal gloria del re Luigi XIII. Entrò egli trionfante nel primo giorno di novembre in quella piazza, o, per dir meglio, in quel cimiterio, dove non trovò che gli scheletri di uomini, ed ordinò poscia la demolizion delle fortificazioni, con rimetter ivi l'esercizio della religione cattolica. Allora fu che il re e il ministro cardinale cominciarono a pensar daddovero all'Italia. Portava, siccome dicemmo, la regina madre Maria de Medici odio a Carlo duca di Mantova, non per li demeriti suoi, ma perchè Gastone duca d'Orleans fratello del re, volendo passare alle seconde nozze, inclinava solamente in Maria Gonzaga figlia di esso Carlo; laddove la regina sua madre pontava da gran tempo perch'egli si accasasse con una delle due sorelle di Ferdinando Il gran duca di Toscana. Se la prese per questo essa regina non solo contra del Mantovano, ma anche contra del Richelieu: il che cagionò poi gravissimi sconcerti ed affanni alla medesima regina. Lasciossi ella trasportare cotanto dalla passione, che nell'anno seguente giunse a far imprigionare la suddetta innocente principessa Maria. Oltre a ciò, i fazionarii di lei nel consiglio reale s'ingegnarono a tutto potere di frastornar la buona intenzione del re verso il duca di Mantova. Ma il Richelieu, che sempre più si introduceva nel favore del re, e s'era acquistato un sommo credito per la conquista della Rocella, tenne saldo il re in quel proponimento, e cominciò a fare sfilar verso i confini d'Italia alcuni reggimenti, con ispargere voce che il re stesso volea scendere in persona alla liberazion di Casale. Cessò di vivere in questo anno nel dì 11 di dicembre Cesare d'Este duca di Modena e Reggio, lasciando ne' suoi popoli un gran desiderio di lui: sì dolce, sì giusto era stato il suo governo, sì grande la sua pietà, la sua clemenza e l'amor della pace. Donna Virginia de Medici figlia di Cosimo I gran duca di Toscana, moglie sua, l'avea arricchito di una numerosa figliuolanza, cioè di Alfonso II primogenito, che a lui succedette nel ducato, e dei principi Luigi, Ippolito, Niccolò, Borso e Foresto.

Anno di CRISTO MDCXXIX. Indizione XII.

URBANO VIII papa 7. FERDINANDO II imperadore 11.

Memorabile riuscì l'anno presente per tante calamità che si affollarono addosso alla Lombardia e ad altri paesi dell'Italia, a cagion della contrastata successione degli stati di Mantova e di Monferrato. Tutto lo studio fin qui fatto da Carlo Gonzaga duca novello di Mantova, era stato di guadagnar tempo, finattantochè si mettesse il re Cristianissimo in istato di poterlo soccorrere: del che continue speranze gli venivano di Francia. Varii progetti di accomodamento in Madrid andarono sempre a finire in nulla, perchè il Gonzaga allettato dalle promesse del cardinale di Richelieu, confidava di ottener tutto col mezzo della forza francese. Promettevasi anche molto dagli aiuti della repubblica veneta, la quale mirava bensì troppo di mal occhio le violenze degli Spagnuoli in tale occasione, ma procedeva con gran circospezione, nè inclinava a venire a dichiarazione alcuna, bastandole di accrescere le sue truppe colla apparenza di sola precauzione per la difesa dei propri Stati. Se il duca di Mantova avesse voluto acconsentir a depositar Casale in mano dell'imperadore sino a ragion conosciuta, si sarebbono posate l'armi, perchè veramente l'Augusto Ferdinando si mostrava volonteroso di pace in Italia, e non altro dicea di pretendere se non di sostenere i diritti delle sua sovranità, trattandosi di feudi su i quali più di uno pretendea di aver delle ragioni. Avrebbe il duca consentito al deposito in mano del papa, o di altro principe italiano; ma ciò non piacendo alla corona cesarea, egli si lasciò in fine condurre a veder la rovina di tutti i suoi Stati, e a rimanere esposto al pericolo di perdere tutto. Non potea, siccome dicemmo, essere in più bell'auge per questi tempi la potenza di esso imperadore. Le vittorie riportate dal suo maresciallo Tilly il rendevano formidabile a tutta la Germania; e però veggendo poco rispettata l'autorità sua dal duca Carlo Gonzaga, cominciò a disporsi per ottener colla forza ciò che per via amichevole non avea potuto conseguire: ma prima di lui diede all'armi la Francia a fin di prevenire la caduta di Casale. Il Richelieu, a cui premeva di tenere il re Lodovico lontano dalle cabale della corte di Parigi e dai tentativi della madre, cotanto seppe incantarlo colle vive pitture della gloria, di cui hanno da essere innamorati i monarchi, che il trasse a venire in persona verso l'Italia, e ciò nel furore del verno. Aveva egli approntato un esercito di ventidue mila fanti e di tre mila cavalli, tutta gente veterana; dato ordine che si allestisse un'armata navale in Provenza, gli davano a sperare i Veneziani di entrare anche essi in ballo con dodici mila fanti e cinquecento cavalli; e il duca di Mantova facea credere di avere al suo soldo sei mila fanti e più di mille cavalli.

Avendo pertanto il re Cristianissimo fatto chiedere al duca di Savoia il passo per li suoi Stati, il duca spedì il conte di Verrua, e poscia il principe di Piemonte al cardinale, per trattare di qualche accordo. Propose il porporato che sua maestà si obbligherebbe di far dare al duca Trino con quindici mila scudi di rendita annua in tante terre del Monferrato; e di questo si trovava appagato il duca; ma perciocchè si chiedevano specificazioni maggiori intorno alle terre, si tirava in lungo l'affare. Due gran cime di uomini in accortezza ed astuzia erano il duca di Savoia e il cardinale di Richelieu, e l'uno non si fidava dell'altro. Ora il porporato, che sospettò essere tutti questi artifizii del duca, affinchè intanto Casale si arrendesse agli Spagnuoli (dal che era ben alieno l'animo del duca), ruppe il trattato, e nel dì 4 di marzo mosse lo esercito franzese con ordine di assalir le barricade contrarie. Passato il Mon-Genevra al dispetto delle nevi e dei ghiacci, e superati i trincieramenti di Chaumont, calò quell'annata nel dì 6 verso Susa, nella cui valle avea il duca tirato un trincierone, e messovi alla difesa il mastro di campo Bellone, e Girolamo Agostini, mandatogli in soccorso con quattro mila fanti dal governator di Milano. Seguì ivi un gran conflitto, in cui il duca e il principe di Piemonte furono in gran pericolo; e il re, oltre all'aver guadagnate nove bandiere, fece prigionieri circa ottanta, quasi tutti uffiziali: dopo di che la cittadinanza di Susa gli mandò le chiavi, restando la cittadella risoluta di difendersi. Ritirossi il duca ad Avigliana col grosso delle sue genti, e quivi si fortificò; ma apprendendo sempre più l'impetuosità di questo torrente, ebbe per meglio d'interporre gli uffizii della nuora Cristina col re suo fratello, per raggruppare l'interrotto trattato d'accordo. Spedito dunque a Susa il principe di Piemonte, restò conchiusa la pace, per cui concedette il duca libero il passo e vettovaglie all'esercito reale, e per ostaggi di sua fede la cittadella di Susa e il castello di San Francesco. Promise anche di entrare in lega col re, col papa, colla repubblica di Venezia, e col duca di Mantova, e che Gonzalez di Cordova leverebbe l'assedio di Casale. Obbligossi all'incontro il re di far avere al duca Trino con altre terre dell'annua suddetta rendita nel Monferrato. Il bello fu che lo stesso Cordova per timore di peggio consentì a sì fatto accordo, e si ritirò dall'assedio di Casale, città che fu immediatamente provveduta di mille e cinquecento sacchi di grano, e v'entrò appresso un buon numero di Franzesi col signor di Toiras. Il che fatto, determinò il re col cardinale di tornarsene in Francia, glorioso di aver conseguito tanto col solo tuono delle sue armi; e ciò perchè in Linguadoca più che mai si facea sentire la ribellione degli ugonotti, incitati dal duca di Roano; nè maniera vi fu che l'ambasciator veneto col mostrare la poca sussistenza di quella pace forzata, restando tuttavia armati gli Spagnuoli col duca di Savoia, il potesse ritenere.

Aveano intanto essi Veneti preso ad aiutare con pubblicità il duca di Mantova, animati dalla calata di un re di Francia, per sostenere la medesima causa. Incoraggito anche lo stesso Gonzaga dal movimento e dalle forze dei Franzesi, avea fatto con cinque mila armati un'irruzione nel Cremonese, e presa e data a sacco la grande e ricca terra di Casal Maggiore, ma senza poter fare di più: azione che dispiacque non poco all'imperadore, già irritato per la venuta dei Franzesi in Italia, per decidere di Stati spettanti all'imperio, e che tanto più l'accese a procedere contra esso duca di Mantova. La corte di Spagna, senza voler ratificare il trattato di Susa, spedì poscia al governo di Milano il marchese Ambrosio Spinola, cotanto celebre per le sue prodezze nelle guerre di Fiandra, il quale con grosso accompagnamento d'oro e di milizie, e con ordini di proseguir la guerra nel Monferrato, arrivato nell'agosto a Milano, si diede tosto a far tutti i preparamenti per accrescere il suo onore anche in Italia. Camminava la corte di Spagna perfettamente d'intelligenza con quella di Vienna, e però l'imperadore Ferdinando anch'egli mise in ordine un fiorito esercito per inviarlo in Italia. Ed ecco all'improvviso comparire la vanguardia di questa cesarea armata, consistente in dieci mila fanti e mille cinquecento cavalli, al passo dello Steich, per cui si penetra nella Rhetia o sia ne' Grigioni. S'impossessarono i Tedeschi di quel passo, ed entrati anche in Coira, vi fecero prigione l'ambasciatore di Francia, che fu poi da lì a non molto rilasciato. Calò poscia e venne ad unirsi tutto l'imperiale esercito, ascendente a ventidue mila pedoni e tre mila e cinquecento cavalli, secondo lo scandaglio del Capriata e del conte Gualdo Priorato, benchè il Nani li faccia trentacinque mila fra cavalleria e fanteria. Giunse quest'armata nello Stato di Milano sotto il comando di Rambaldo conte di Collalto, cavaliere d'antica nobile famiglia furlana, ma pel suo valore nelle guerre di Germania divenuto caro allo imperadore, e portato ai primi gradi della milizia. Era già venuto l'autunno; pure il Collalto verso la metà di ottobre passò sul Mantovano, e non trovando resistenza, andò prendendo varii luoghi circonvicini al lago e alla città di Mantova; e finalmente si accostò al borgo di San Giorgio, dove essa città più sta vicina alla Terra ferma. Entrati i Tedeschi in quel borgo, alzarono senza ritardo varie batterie, che faceano gran fuoco e rumore, ma niuna paura ai difensori delle città. Tenne fin qui la repubblica veneta in mezzo a questo incendio un contegno come di ausiliaria del duca di Mantova, e non già come nemica dichiarata dell'imperadore. A questo fine avea nel dì 8 d'aprile segnata lega col re Cristianissimo, ed aiutato di gente, di viveri e di contanti il duca, e l'andava tuttavia rinfrescando secondo i bisogni, custodendo intanto i suoi confini con un esercito di circa sedici mila combattenti.

Quanto al marchese Spinola governator di Milano, siccome persona provveduta al pari di valore che di senno, avea dei motivi d'inclinar più alla pace che alla guerra, e però abboccatosi con Monsignor Panciroli nunzio del papa, per mezzo di lui fece proporre al duca di Mantova ripieghi di sospension d'armi, di sommessioni e di qualche deposito, che tornasse in onore di sua maestà cesarea. Ma nè il duca si accomodava a cedere piazze; e quand'anche si mostrava disposto a far qualche passo, il Collalto si opponeva, per non aver mandato a far trattati di pace o di tregua. In questo negoziato fu adoperato dal nunzio pontificio Giulio Mazzarino, che in basso stato cominciò allora il noviziato della sua fortuna. Perdute dunque le speranze di qualche accordo, lo Spinola, che avea raunato un esercito di quasi sedici mila fanti e quattro mila cavalli, mandato avanti don Filippo suo figlio, che entrò nel Monferrato, cagion fu che i Franzesi, sparpagliati per quelle terre, si ridussero a Casale. Occupò Acqui, Nizza della Paglia, Ponzone, e successivamente le altre terre, già prese e poi abbandonate da don Gonzalez di Cordova suo predecessore, e quivi distribuì le sue milizie a quartieri; giacchè per la vicinanza del verno non gli parea quello tempo proprio per imprendere l'assedio di Casale, dove era bastevol guarnigione di Franzesi. Il Collalto anch'egli, essendo venuto il freddo, e cresciuti gli enormi fanghi intorno a Mantova, che troppo difficoltavano le azioni e il trasporto dei viveri, per mezzo dell'accorto ed eloquente Mazzarino indusse il duca Carlo verso le feste di Natale ad una tregua di dieci giorni, durante la quale ritirò le sue artiglierie, e andò a distribuir le sue truppe in luoghi più lontani, tenendo solamente bloccata la città. Dopo di che il duca di Mantova ricuperò Curtatone, Marmirolo e qualche altro picciolo luogo. Andava innanzi e indietro il suddetto Mazzarino, proponendo a nome del papa temperamenti per terminare amichevolmente sì gran pendenza; e il duca con lettera dimandante perdono, e col condiscendere ad ammettere qualche presidio cesareo, avrebbe potuto ottener dall'imperadore molta indulgenza, ed esimere sè stesso e le cose sue da un gran precipizio. Ma lusingato di soverchio dalla fidanza nella protezion de' Franzesi e Veneziani, mai non seppe risolversi ad accomodarsi alla presente avversa fortuna.

In questi tempi Francesco I duca di Modena presidiò la Mirandola, ed altrettanto fece Odoardo Farnese duca di Parma di Sabioneta, affinchè i Tedeschi non mettessero piede in quelle due fortezze. E qui si vuole avvertire che ben succedette al duca Cesare il principe Alfonso III primogenito suo; ma questi già meditava di procacciarsi un regno migliore e di eterna durata, piuttostochè di goderne un transitorio nel nostro mondo. Avea egli sortito un temperamento focoso, aspro e risentito, e faceva temere ai sudditi suoi un governo ben diverso dal mansuetissimo del duca Cesare suo padre. Ma avendogli tolta Iddio nell'anno 1626 l'infanta Isabella figlia di Carlo Emmanuele duca di Savoia, sua dilettissima consorte, tal dolore provò egli per la perdita di questa pia e saggia principessa, tale impressione fecero in lui i consigli e ricordi a lui lasciati da lei prima di morire, che fin d'allora determinò di dare un calcio alle grandezze terrene per consecrarsi nel religioso umile istituto de' cappuccini. Da che fu egli proclamato duca, parea pure che gli allettamenti del trono avessero da far guerra, e da prevalere al conceputo disegno; ma egli, più costante che mai, volle eseguirlo nell'anno presente dopo soli pochi mesi di comando, senza che le batterie de' suoi cortigiani nè l'amore dei figli il potessero ritenere. Fatto dunque testamento nel dì 24 di luglio, in cui dichiarò erede il principe Francesco suo primogenito, che riuscì poi glorioso eroe de' suoi tempi, e provvide di convenevoli appannaggi gli altri suoi figli, cioè Obizzo, Cesare, Carlo Alessandro e Rinaldo, che fu poi cardinale, con ammirazione di ognuno sul fine di esso mese s'inviò verso il Tirolo a vestir ivi l'abito de' cappuccini, con prendere il nome di fra Giambatista da Modena. Quanto poi egli si alzasse alto nelle virtù, e quali splendide ed esemplari azioni di pietà, di zelo e di umiltà facesse egli dipoi, non mi fermerò io a descriverlo, avendone bastevolmente trattato nella parte II delle Antichità Estensi. Però duca di Modena divenne il suddetto suo primogenito Francesco. In questi sì sconcertati tempi non si sapea ben discernere ciò che bollisse in capo al duca di Savoia, principe di mirabili raggiri. Per la pace di Susa aveano conceputa gran diffidenza di lui gli Spagnuoli, quasi che fosse proceduto d'intelligenza co' Franzesi per disturbare l'assedio di Casale. Dappoichè si videro incamminati verso l'Italia i Tedeschi, non si potè più levar di testa ai Franzesi che egli avesse incitata a queste mosse la corte cesarea. La verità si è, ch'egli non gradì mai che Casale cadesse in poter degli Spagnuoli, e che gli stava sul cuore, come una pungente spina, l'aver dovuto cedere al re Cristianissimo la cittadella di Susa. Si era egli intanto con assai fortificazioni trincierato ad Avigliano, ed ivi teneva accampato il nerbo maggiore delle sue soldatesche. Così passò l'anno presente; anno fecondo di guai e di lagrime; perciocchè insoffribili furono i danni cagionati al Monferrato, e gli aggravii sofferti dal Piemonte; terribile ancora la penuria dei grani in Lombardia. Eppur nulla fu questo a petto delle calamità del bello e ricco paese Mantovano. Restò esso con tanta crudeltà desolato dalla fiera e mal disciplinata nazione tedesca, che le ville intere andarono a sacco, rimasero incendiate e desolate le case, tolti i bestiami che non erano fuggiti, uccisi gl'innocenti contadini per ogni piccola disubbidienza o resistenza a quegli ospiti crudeli; e niun rispetto nè pur s'ebbe ai luoghi ed arredi sacri. Dappertutto in somma si miravano segni della maggior barbarie, che di più non avrebbono operato i Musulmani. A questi flagelli s'aggiunse quello eziandio della peste, portata dai medesimi Alemanni nella Valtellina, e poscia nel Milanese e Mantovano, che per cagion del freddo non fece per ora gran progresso, ma giunse nell'anno seguente ad un terribile scoppio ed incendio. Nel dicembre di quest'anno fini i suoi giorni Giovanni Cornaro doge di Venezia, a cui poscia fu dato per successore Niccolò Contarino

Anno di CRISTO MDCXXX. Indiz. XIII.

URBANO VIII papa 8. FERDINANDO II imperad. 12.

Molte e gravi erano state nell'anno precedente le calamità; crebbero di lunga mano nel presente. Era riuscito alle armi gloriose di Luigi XIII re di Francia nella state passata di fiaccar le corna ai ribelli ugonotti, che mettevano sottosopra tutta la Linguadoca, con impadronirsi delle città e fortezze da loro occupate, con rimetter ivi in trono la religion cattolica, ed astrignere il duca di Roano, capo degli eretici malcontenti, ad uscire del regno, e con ridonare la pace e il buon ordine a quelle contrade. Sì prosperi successi li riconosceva il re dai consigli e dalla direzione del Richelieu; e perchè somma premura conservava la maestà sua di soccorrere in buona forma il duca di Mantova, nè si sentiva voglia di tornar a valicar l'Alpi, esso Richelieu, siccome testa bramosa di comparir grande non solo nell'arti del gabinetto, ma in quelle ancora della guerra, assunse volentieri il comando delle armi, e la incombenza di calar di nuovo in Italia con tutta l'immaginabil plenipotenza per la pace e per la guerra. Ecco dunque un porporato divenuto generale dell'esercito franzese in viaggio, con aver sotto di sè i marescialli di Bassompiero, di Sciomberg e di Crequì. Da Lione nel dì 28 di gennaio s'incamminò egli alla volta di Susa. Giunto che fu colà insieme coll'armata regale, cominciò a trattar col duca Carlo Emmanuele non già di un solo particolare aggiustamento, ma della pace universale fra le due corone interessate negli affari di Mantova. Siccome tanto il duca che il cardinale erano dei più scaltriti uomini della terra niun d'essi si fidava dell'altro; e negoziatore fra loro a nome del nunzio di Torino era il Mazzarino, che neppure dal canto suo la cedeva ad alcuno in accortezza, astuzie e raggiri. Parve al Richelieu di essere burlato dal duca, e tenuto a bada, affinchè intanto lo Spinola e il Collalto facessero qualche bel giuoco contro Mantova e Casale. E nello stesso tempo già compariva insospettito lo Spinola d'esso duca, con giugnere a negargli soccorso di danaro, e con pretendere se lo somministrava, qualche piazza per ostaggio della fede. Era già passata la metà di marzo, quando il cardinale segretamente si accostò alla Dora per passar quel fiume, con disegno di sorprendere il duca, il quale, soggiornando in Rivoli, luogo di delizie, col figlio principe di Piemonte, mostrava secondo il suo costume fronte serena e cuor generoso in mezzo alle cure e a' pericoli più gravi. Andò fallito il colpo, perchè da qualche amico (ne fu poi sospettato il duca di Memoransì) avvisato il duca, si ritirò prontamente a Torino, dove fece chiuder le porte, armar le mura, e imprigionar quanti Franzesi vi trovò dentro (e non erano pochi, iti o per inchinar la principessa sorella del re, o per comperar varie cose), restando stranamente sdegnato, anzi inviperito e solo spirante vendetta contra del Richelieu per un tiro sì disdicevole alla sua dignità e alla pubblica fede. Pertanto diede fuori un manifesto, in cui amaramente si dolse di varii tradimenti del cardinale verso la sua persona e i suoi Stati, senza nondimeno parlare di quel di Rivoli. Allora fu che intavolò un trattato col marchese Spinola, per cui poscia si gittò tutto in braccio agli Austriaci di Spagna e di Germania, senza mai più voler dar orecchio a proposizioni del Richelieu, nè ammettere le sue ambasciate.

Per la ritirata di Carlo Emmanuele trovando il cardinale di Richelieu liberi i passi, s'inoltrò verso Torino, affinchè colà si riducessero le forze del duca, fingendo di voler assalire quella città. Poscia all'improvviso spinse il Crequì addosso a Pinerolo, luogo distante dodici miglia da Torino, e v'andò poi egli in persona con tutta l'armata. Nè la terra, nè la cittadella fecero lunga difesa. Nel dì 31 di marzo, giorno di Pasqua, furono amendue in poter de' Franzesi; e il cardinale, che già meditava più vasti disegni, ordinò tosto una potente fortificazione a quel luogo, per formarvi una fortezza reale che servisse di continua briglia alla casa di Savoia, e di porta aperta ai Franzesi per entrare in Italia: il che non si può esprimere quanto trafiggesse l'animo del duca. Gli fu intanto spedito in aiuto dal marchese Spinola e dal Collalto un grosso corpo di Tedeschi, giacchè sette mila altri ne erano calati allora dalla Germania: gente che si diede ad esercitar la sua bravura, non già contro i Franzesi, ma in desolar gli infelici abitatori del Piemonte. Arrivò in questi tempi a Torino il cardinale Antonio Barberino, spedito con titolo di legato di Lombardia dal pontefice_ Urbano VIII_, siccome padre comune, per trattar di pace. Abboccatosi egli con lo Spinola e col Cobalto, avea scorto in essi buone disposizioni. Trovò ben venti contrarii, allorchè trattò col duca di Savoia, tutto volto ai pensieri di cacciar di là da' monti i Franzesi, come si figurava di poter fare tirando in Piemonte tutte le forze spagnuole ed imperiali. Nè gli passò meglio col Richelieu, il quale, dopo l'acquisto di Pinerolo e di Bricherasco, terra forte, e di altri circonvicini luoghi, tutto gonfio di sè stesso, sempre più alzava il capo e parlavo da vincitore. Fu forzato in fine il legato Barberino, perchè vi andava dell'onore della santa Sede, a ritirarsi, lasciando le cose più che mai imbrogliate. Tenutasi una conferenza dal duca col Cobalto e collo Spinola, per unir la triplice armata tutta, affin di cacciare i Franzesi, si trovò disposto a ciò il Cobalto; ma non già lo Spinola, che o per gara coll'altro generale, o per poco buon animo verso il duca, o per ordini venuti di Spagna, contento di veder posto assai ostacolo ai Franzesi, perchè non potessero interrompere i suoi disegni nel Monferrato, spinse poi le soldatesche da lui dipendenti in quella provincia. Occupò Pontestura, San Giorgio e Rossigliano intorno a Casale, ed appresso ordinò l'assedio della medesima città. Seguirono sotto quella piazza varie fazioni militari, ora vantaggiose, ora dannose agli assedianti, che io tralascio. In questi tempi, cioè verso il fine di maggio, entrato lo stesso re Luigi XIII in Savoia con otto mila fanti e due mila cavalli, s'impadronì di Sciambery e di tutto quel ducato, eccettuata la cittadella di Mommegliano, ben fortificata dalla natura e dall'arte. Era molto prima il Richelieu passato ad unirsi col re, il quale appresso spedì il duca di Memoransì con dieci mila fanti e mille cavalli a rinforzare i marescialli de la Force e Sciomberg, dimoranti in Pinerolo. Nel voler passare queste genti, il principe di Piemonte le assalì con gran vigore, ma con poca fortuna. Ardentemente bramavano essi Franzesi la maniera di penetrar pel Piemonte alla liberazion di Casale, ma non la trovavano. Per non istare in ozio e per procacciarsi paese atto a fornirli di foraggio, si stesero fino a Saluzzo, con occupar quella terra, e da lì a poco anche la cittadella con altri luoghi: il che recò incredibil cordoglio al duca.

Mentre in sì gran tempesta involto il Piemonte avea di che piangere, da non minori calamità era battuta ed afflitta la città di Mantova con tutto il suo territorio; perciocchè, venuta la primavera, fu di nuovo stretta quella città dall'armi cesaree, rinforzate con altri soccorsi, calati di fresco dalla Germania. Il maresciallo di Etrè (già marchese di Coeuvres) pervenuto da Venezia a Mantova nel dì 8 di aprile, non vi portò se non parole e speranze. Vani non solamente, ma dannosi riuscirono al duca Carlo i tentativi da lui fatti a Rodigo ed Ostiglia per ricuperar que' luoghi. Altra speranza a lui non restava che nei soccorsi della repubblica veneta, impegnata forte a sostenerlo, eppure lentissima a farlo. Tanto nondimeno perorò in Venezia l'ambasciator franzese, che si spiccò ordine di tentar la sorte per introdurre nell'affannata città di Mantova un buon sussidio di gente e di vettovaglia. A tal fine, fatta piazza d'armi a Valleggio, tentarono poscia i Veneziani di occupare alcuni vicini luoghi del Mantovano, necessarii al passaggio dei soccorsi; ma ebbero a fronte dieci mila Tedeschi, che misero in rotta le lor genti con tal precipizio, che anche Valleggio fu lasciato alla lor discrezione. Restò dunque più che mai angustiata Mantova. Dentro vi facea strage immensa la peste; eransi ridotti a poco numero i difensori, e questi atterriti; e le guardie con troppa svogliataggine si faceano. Non ignoravano i Tedeschi l'infelice stato della città, e però segretamente si accinsero per sorprenderla. Si disputò allora, e tuttavia si disputa fra gli scrittori, se in quella tragedia intervenisse tradimento dal canto dei Mantovani stessi, oppure se l'industria sola dei capitani tedeschi formasse e perfezionasse tutta quella funestissima mina. Il cavalier Nani e il Vianoli nelle loro storie venete, il conte Loschi ed altri sostentano passate intelligenze fra i Tedeschi ed alcuni cittadini, nominando anche espressamente uno dei marchesi Gonzaga, cioè il marchese Gian-Francesco, perchè fu poi dichiarato governatore di Mantova. Erano essi nemici del nome franzese, ed inclinati all'imperatrice Leonora di loro schiatta, e al duca di Guastalla, e però creduti che tenessero mano alla rovina del duca Carlo. Vittorio Siri all'incontro, tuttochè dei più acuti ricercatori delle cose segrete, il Capriata ed altri, non seppero riconoscere tradimento, in quell'orrida tragedia, forse figurandosi improbabile che alcuno almen nobile potesse concorrere allo sterminio della patria sua, senza pensare che in essa anche egli resterebbe involto; perchè chi può dar misura alla furia di truppe scatenate ed ansanti di preda che prendano a viva forza una città? Il conte Galeazzo Gualdo, che suppone anch'egli orditura interna di qualche cittadino, siccome alquanto lontano di età da quella terribile scena, non è bastante a decidere la controversia, e molto meno lo son io. Quel che è certo, ossia che dal duca Carlo, dacchè fu ritornato in Mantova, non si trovasse fondamento a tante dicerie e sospetti, oppure che per tema e rispetto dell'imperadore si rimanesse dal pescare ulteriormente in questo imbroglio, processo non fu fatto, e restò solo in bocca del popolo e dei curiosi il pro e il contra di questa particolarità.

Ora avendo i primarii uffiziali della armata cesarea, cioè i baroni di Aldringher e Galasso (era forse allora in Piemonte, o infermo il Collalto) fatto gran preparamento di barche nel lago, nella notte precedente al dì 18 di luglio quetamente si accostarono al di sotto del Ponte di San Giorgio, e al posto della Predella, nel quale stesso tempo altri assalti diedero in altre parti. Fu dipoi attaccato il petardo alla porta del Volto scuro guardato da pochi Svizzeri, e se ne impadronirono, ed appresso anche del palazzo ducale. Francesco Orsino dei duchi di Lamentana e il Durante accorsero alla difesa; ma il primo vi lasciò la vita, e il secondo con altri uffiziali restò prigione. Saltati dal letto il duca e il maresciallo d'Etrè, sostennero alquanto l'empito de' nemici; ma conosciuto infine disperato il caso, si ritirarono nella fortezza di Porto, e salvossi in un monistero la principessa Maria col suo figliuolino. Trovavasi Porto dalla parte della città sprovveduto di fortificazioni, dentro vi sguazzava la pestilenza, pochi erano i difensori, e meno le munizioni e la vettovaglia. Però avendo tosto gli uffiziali cesarei spedito colà per esplorar le intenzioni del duca, il trovarono disposto per necessità a capitolare la resa. Incaricato dunque da lui il marchese Strozzi, conchiuse nello stesso dì 18 di luglio che fosse lecito al duca Carlo, alla nuora e al figlio di starsene in Mantova, oppure di ritirarsi nel Ferrarese col bagaglio che aveano in Porto (ed era ben poco) senza permetter loro che un giorno solo alla partenza; e che il giorno seguente anche il maresciallo di Etrè potrebbe andarsene liberamente colla sua famiglia. Furono accompagnati esso duca con tutti i suoi e il maresciallo fino a Melara nel distretto ferrarese; e l'infelice principe passò dipoi a Crespino a far delle tetre meditazioni sopra la miseria del suo stato, avendo perduto tutto, e senzachè nè egli nè la duchessa avessero potuto portar seco un soldo o una gioia da potere almen vivere per qualche giorno. Al cumulo ancora delle disgrazie del duca s'aggiunse il mancargli il compatimento di molti, che gli davano la taccia d'essersi comperato il suo eccidio, coll'aver sempre ricusato di chiedere perdono all'imperadore, e di non aver voluto accettare alcuna della tante proposizioni d'accordo fattegli per parte dello stesso imperadore e de' suoi ministri; perchè certamente gli fu più volte esibita l'investitura di Mantova, se avesse voluto consentire per onore di sua maestà ad accettar qualche presidio, potendo sperare di riaver anche il Monferrato con un po' di pazienza e di maneggio. Dopo il fatto costa pur poco il far da dottore. Non mancarono consiglieri, ed anche di alta sfera, che impedirono sempre ad esso duca l'accettar condizione alcuna. Ridotto in tanta povertà il duca Carlo, altro partito non ebbe che di limosinar qualche aiuto di borsa dalla veneta repubblica, e ne ottenne mille dobble, colle quali andò vivendo come potè, aspettando miglior costellazione alla sua depressa fortuna.

Torniamo a Mantova. O perchè non si potè di meno, o perchè fu permesso in ricompensa alla per altro poca fatica durata in quell'acquisto, gl'infuriati Tedeschi si misero a saccheggiare la misera città, e durò per tre giorni quella barbarica lagrimevole scena. Godeva dianzi Mantova per la lunga pace, per la ricchezza dei dominanti e dei cittadini, un delizioso e fioritissimo stato. Ma per la peste, che avea già tagliato il filo della vita a quasi vinticinque mila abitanti, e per questo orrido sacco, eccola precipitata in un baratro di miserie. Fu messo a ruba tutto il palazzo ducale, dove i principi Gonzaghi in tanti tempi addietro aveano ragunata gran copia di preziosi mobili, pitture, tappezzerie, statue e vasi di squisito lavoro, dei quali nondimeno ne avea il duca Carlo per le necessità della presente guerra alienata parte, e ricavati secento mila scudi. Pochi furono i palagi e le case che non soggiacessero alla rapacità militare con tutti gli eccessi della licenza di quegli sfrenati masnadieri verso le donne e verso i luoghi sacri, alcuni nondimeno dei quali rimasero esenti dalla loro inumanità ed avarizia. Alessandro Zilioli nelle sue Storie scrive che i buoni Tedeschi attesero molto a rubare, poco a soddisfar la libidine. Nè solamente contro le persone e robe degl'innocenti infierirono, ma anche contro le stesse case e muraglie, o incendiandole, o rompendole per iscavarne i pretesi nascosi tesori. Chi volle far ascendere il danno di quella città a diciotto milioni di scudi, di che ricapiti si servì mai egli per tirar questo conto? Giunta poi a Vienna la nuova di sì memorabile scempio, ne provò sommo orrore, e ne restò altamente ferito il cuore del pio Ferdinando imperadore, che avea appunto dati ordini di moderazione a tutti i suoi generali, nè si sarebbe mai aspettato un colpo sì alieno dalla clemenza ed intenzione sua. E l'imperadrice Leonora Gonzaga consorte non sapea dar fine agli urli e alle lagrime per tanta sventura della patria sua. Succedette poi a tutti questi assassinii lo stesso che avvenne pel sacco di Roma, perchè in breve perirono quasi tutti o per peste o per morti subitanee, nè di quelle rapine goderono punto i loro eredi. Ma questo nulla suffragò all'infelice città e al suo territorio, che forse in peggior situazione restò, perchè spogliato di abitatori, di alberi e di bestiame, colle case abbattute, o pure ridotte a nude mura, e que' fertilissimi campi e giardini tutti incolti, divenuti una selva di sterpi e spine. Rimasero da lì innanzi i miseri Mantovani esposti alle continue angherie dell'Aldringher, che giunse fino ad intimare ad un popolo spogliato di tutto una contribuzione di cento mila dobble: del che avvertito l'imperadore, mandò ordini in contrario. Non si può dire che odiosità contro il nome dell'imperadore e della nazion tedesca si diffondesse per l'Italia a cagion della guerra e del sacco di quella infelice città e territorio.

Poco dopo la tragedia deplorabile di Mantova, descritta da Alessandro Zilioli, un'altra ne accadde in Piemonte. Carlo Emmanuele duca di Savoia, circa il dì 20 di luglio, era passato a Savigliano con tutte le forze sue e de' collegati, con animo di venire a battaglia coi Franzesi che aveano occupato Saluzzo, oppure di impedire i lor progressi. Dicono che fu preso da gente intestata dei pregiudizi del paganesimo per cattivo augurio l'essere alcuni giorni prima caduto un fulmine sopra l'albero maggiale piantato avanti al palazzo ducale in Torino, coll'uccisione d'alcune guardie; e che in Savigliano posate l'armi del duca sopra un tavolino, cinque volte caddero in terra senza essere toccate da alcuno. Quivi esso duca colpito da apoplessia, fra tre giorni passò all'altra vita nel dì 26 del mese suddetto in età di sessantaotto anni, e quasi sette mesi. Comune opinione fu ch'egli soccombesse agli affanni in mirare, dopo tante fatiche, spese, disegni ed azioni sue, per ingrandire i propri Stati, andare a terminar tutto nella perdita della Savoia e di Susa, Pinerolo e Saluzzo, porte dell'Italia, divenuto per lui un insoffribil ceppo alla sua signoria; e nella desolazion del Piemonte, lacerato e calpestato allora tanto dai Franzesi che dagli Spagnuoli e Tedeschi; e finalmente nell'abbassamento della sua riputazione, che per lui era la pupilla degli occhi, odiato e deluso dai Franzesi, e mal corrisposto dagli Spagnuoli. Di questo principe si trova una diversa pittura, lavorata a penna dalle passioni, rappresentandolo alcuni per principe turbolento, ambiziosissimo, incostante, infido, libidinoso e sanguinario, e che presumeva troppo di sè stesso in ogni occasione. Negli ultimi periodi di sua vita, dicono nullameno aver egli meditato d'invadere la Francia, e di cacciar Spagnuoli e Tedeschi d'Italia. Dall'altro canto presso diversi scrittori non fu defraudata la memoria sua di un compiuto e verace elogio delle maravigliose doti e virtù che in lui si adunavano. Fuor di dubbio è ch'egli in vivacità ed accortezza di mente andò innanzi ad ogni principe e monarca della sua età. Nel suo picciolo e curvo corpo alloggiava un cuor grande, un valore non inferiore a quello dei maggiori eroi. Sapeva di tutto; peritissimo in ogni arte ed esercizio di pace e di guerra, amante della storia, delle matematiche, delle belle lettere, e perpetuo fautore e rimuneratore dei letterati. Nella generosità, nella liberalità, affabilità ed eloquenza naturale non avea pari; sapea comperarsi il cuore di chiunque trattava con lui. Della sua pietà e magnificenza lasciò immortali memorie dappertutto con tante fondazioni di monisteri, chiese, collegii, spedali, fortezze e palagi. Non istavano mai in ozio i suoi pensieri per informarsi delle azioni dei suoi ministri, ed anche dei suoi sudditi, e per penetrar nei gabinetti di tutti i potentati d'Europa. A lui mancò solo la fortuna; ma se le forze vennero meno ai voli troppo vasti da lui intrapresi, meritò almeno l'ammirazione sì del suo che dei secoli avvenire. Lasciò viventi dopo di sè Vittorio Amedeo suo primogenito e successore nel ducato, il cardinal Maurizio, e il principe Tommaso, oltre a Margherita vedova duchessa di Mantova, e due altre figlie religiose.

Con pensieri più regolati e discreti succedette al padre in età di quarantatrè anni, ben addottrinato nel mestier della guerra e della politica, il novello duca Vittorio che, siccome cognato del re di Francia, non tardò a mostrar segni di affettuosa divozione verso quella corona, senza nondimeno alienar l'animo suo dal rispetto verso l'altra di Spagna. Ma perchè egli si trovava a fronte l'esercito nemico dei Franzesi, gli convenne sul principio difendersi dai loro insulti. Eransi eglino ultimamente insignoriti di Carignano. Per ricuperar quella terra si mosse nel dì 7 di agosto il duca con gli Alemanni collegati, e venuto ad un conflitto, n'ebbe la peggio. Giuntogli poi in aiuto il conte di Collalto con otto mila fanti e cinquecento cavalli, avrebbe potuto sperar dei vantaggi, se non fosse giunto al campo franzese con quattro mila fanti e cinquecento cavalli il maresciallo di Sciombergh, il quale per viaggio ridusse alla sua ubbidienza la terra e il castello di Avigliana. Intanto maggiormente veniva stretto e bersagliato Casale dal marchese Spinola con rabbia dei Franzesi, vogliosi pure di soccorrerlo, ma impotenti a farlo. In questi imbrogli, non mai stanco di fare il corriere e paciere Giulio Mazzarino, s'interpose; e giacchè troppa difficoltà s'incontrava ad una pace, tentò di guadagnare il punto che si venisse per ora ad una tregua. Tanto fece che nel dì 4 di settembre questa fu stipulata per tutto il dì 15 del prossimo ottobre, e in essa stabilito che la città e il castello di Casale sarebbono tosto consegnati allo Spinola, e questi obbligato a somministrar viveri alla cittadella di Casale, custodita dal maresciallo franzese Toiras fino al dì ultimo di ottobre. E quando questa non fosse soccorsa per tutto quel dì dall'armi franzesi, anch'essa fosse ceduta allo Spinola suddetto. All'incontro, essendo essa entro quel tempo soccorsa, si obbligava lo Spinola di restituir di nuovo ai Franzesi la città e il castello. Poca fortuna ebbe questa sospension d'armi; nè pur volle ratificarla lo Spinola, credendola troppo svantaggiosa, seppur non fu perchè adirato dall'averla il duca e il Collalto conchiusa senza saputa sua. Ma essendo allora, o poco prima, caduta in deliquio la sua sanità, nè solo del corpo, ma anche della mente, venne a lui sostituito pro interim il marchese di Santa Croce nel governo di Milano e dell'armata spagnuola; ed egli poi colla fama di essere stato uno dei più gloriosi capitani del tempo suo, finì i suoi giorni nel dì 25 di settembre; altri dicono nel dì 28. Approvò il Santa Croce la tregua, e però la città di Casale col castello gli fu consegnata, restando tuttavia la cittadella nelle mani dei Franzesi e del duca d'Umena figlio di Carlo duca di Mantova, ma solamente di nome.

Fin qui era camminata tutta a seconda de' suoi voleri la fortuna dell'imperador Ferdinando II per tante vittorie riportate da' suoi generali Alberto Vallestain duca di Fridland, Tilly e Pappenaim. Se questo Augusto, principe per altro di gran pietà e saviezza, patisse alcune di quelle vertigini, che suol produrre l'eccessiva prosperità, nol so dir io. Egli è almen certo che la sua gran potenza cagionava dei brutti sintomi in cuore della maggior parte dei principi dell'imperio, od oppressi come nemici, o maltrattati come amici. Specialmente si accordavano tutti in non poter più soffrire la superbia e l'insolenza del Vallestain. Nelle fucine di questi malcontenti cominciò a soffiare il cardinale di Richelieu, sì per ispirar loro il ripugnare ad esso Augusto, desideroso dell'elezione di Ferdinando re d'Ungheria suo figlio in re dei Romani, e sì per formare una forte lega contro di lui. Particolarmente si studiò il più politico che religioso porporato di muovere a danni dell'imperadore il re di Svezia Gustavo Adolfo, povero sì di forze, ma ricco di coraggio; e a dargli la spinta concorse ancora con promessa di danaro il senato veneto, troppo alterato per le peripezie di Mantova. Questo nero nuvolo accompagnato da fulmini quel fu che rendè pieghevole l'Augusto Ferdinando alle proposizioni di pace fatte nella dieta di Ratisbona dai ministri del papa e del re di Francia, sostenute ancora dall'interposizione degli elettori. Furono dunque nel dì 15 d'ottobre segnati i capitoli d'essa pace, e stabilito che l'imperadore darebbe al duca Carlo Gonzaga l'investitura di Mantova e Monferrato, con ritenere una sufficiente guernigione in Mantova e Canneto. Che esso duca Carlo cederebbe al duca di Savoia Trino con tante altre terre del Monferrato, di rendita annua di diciotto mila scudi. Che al duca di Guastalla darebbe sei mila scudi di rendita in tante terre (e ne ricevette poi Luzzara e Reggiuolo). Che tanto lo imperadore dall'Italia che il re Cattolico da Casale e dal Piemonte ritirerebbero le loro truppe; e lo stesso farebbe il re Cristianissimo dalla cittadella di Casale, dal Piemonte e dalla Savoia, ritenendo solo una discreta guernigione in Pinerolo, Susa, Bricherasco ed Avigliana. Finalmente, dappoichè si fosse data esecuzione ai capitoli suddetti, si avevano da ritirare le suddette guernigioni, lasciando libera Mantova, Pinerolo, ec., ai duchi di Mantova e Savoia. Ma questa pace ebbe la sfortuna di dispiacere al re Cattolico, perchè conchiusa senza di lui; e ai duchi di Savoia e Mantova, perchè pretesa di sommo loro aggravio. E il più bello fu che quel grande imbrogliatore di Richelieu, il quale pure s'era servito di fra Giuseppe cappuccino, suo gran confidente e del medesimo calibro, a quel trattato, proruppe in grandi schiamazzi contro l'ambasciatore Brulart, e indusse il re Cristianissimo a non ratificarlo.

Mentre in Germania si lavorava alla pace, i generali franzesi in Piemonte pensavano alla guerra; e risoluti di tentare il soccorso della cittadella di Casale, prima che spirasse il termine della tregua, verso la metà d'ottobre si mossero a quella volta con circa venti mila combattenti fra cavalleria e fanteria, e nel dì 26 del suddetto mese furono a vista degli Spagnuoli e Tedeschi, possessori della città di Casale, ben trincierati al di fuori, ed anche superiori di forze. Si fece vista di voler attaccare la battaglia, senza volere far caso della nuova già pervenuta della pace di Ratisbona; e il Mazzarino iva galoppando di qua e di là per risparmiare il sangue e seminar la concordia. Era egli già venduto a' Franzesi. Ora tanto seppe questo forbito pacificatore intronare le orecchie del marchese Santa Croce, personaggio di poco spirito, ed imbrogliato per la sua poca perizia, che il trasse ai suoi consigli. Pertanto sul punto di dar principio al fatto d'armi, uscì egli col cappello in mano verso i Franzesi, gridando: Alto, alto; pace, pace. La pace fu che il maresciallo di Toiras colla guernigione uscirebbe della cittadella di Casale, rinunziandola a Ferdinando duca d'Umena, figlio del duca Carlo, il quale la terrebbe con guernigione di mille Monferrini a nome dell'imperadore sotto un commissario imperiale da nominarsi dal Collalto. Che i Franzesi si ritirerebbero nel giorno seguente dal Monferrato, ed altrettanto farebbero gl'imperiali e Spagnuoli, abbandonando Casale, il castello e tutti gli altri luoghi da loro occupati in quella provincia. Non mancarono le fischiate dietro a chi, sì vantaggiosamente postato, si lasciò condurre a quel sì vergognoso accordo. Di peggio poi succedette; perciocchè, dopo aver gli Spagnuoli valicato il Po, ed essere inviati i Franzesi alla volta del Piemonte per l'altra riva, questi ultimi, tornati addietro, spinsero due reggimenti in Casale, chi dice per avere scoperto che il Santa Croce, pentito dell'accordo, tornava per occupar quella; e chi, con più probabilità, perchè i marescialli franzesi iti a visitar la città suddetta e la cittadella, le trovarono affatto sprovvedute di viveri, e per timore che cadessero nelle mani degli Spagnuoli, se vi tornavano sotto, non badarono a mancare di fede. Irritato per questo inganno il Santa Croce, si mise ad inseguir gli altri Franzesi che marciavano verso il Piemonte, e fu vicino ad attaccare il conflitto. Ma ecco a cavallo il Mazzarino, che ora agli uni, ora agli altri applicando il lenitivo della sua eloquenza, li fermò, e ne trasse un nuovo accordo, per cui il duca di Savoia mandò per Po tre mila some di grano a Casale: il che fatto, ne uscirono i Franzesi, e per la maggior parte si ritirarono in Francia. Mancò intanto di vita il conte di Collalto, uomo pien di orgoglio, che quasi sempre era stato o avea finto di essere infermo, e maggiormente si trovava ora in pena, per essere stato richiamato alla corte cesarea a rendere conto della sua nemicizia con lo Spinola, del sacco di Mantova, e di aver fatto perdere Casale.

In questa maniera terminarono, se non in tutto, almeno in buona parte, le tante brighe pel Monferrato, e insieme l'anno presente, riuscito dei più calamitosi e funesti dell'Italia. Imperocchè dilatatasi la peste già cominciata, e prevalendosi del buon veicolo della guerra, che rompe ogni misura, precauzione e guardia in simili occasioni, fece dipoi innumerabile strage in tante armate, e più senza paragone negl'innocenti popoli. Passato questo terribil malore da Mantova a Venezia, quivi portò al sepolcro sopra sessanta mila persone; e fu creduto che perissero più di cinquecento mila nelle altre città, e ville di terra ferma sottoposte a quella repubblica. Passò a Modena, Reggio, Bologna, e più tardi poi nell'anno seguente ad altre città di Toscana, Romagna, Piemonte e Lombardia, dove lasciò un orrido guasto di viventi, e spezialmente infierì nella allora assai popolata città di Milano: tutti frutti dell'incessante ambizion dei monarchi, che oltre a tanti mali cagionò ancor questo. Mirabili cose operò Ferdinando II gran duca di Toscana in tal congiuntura per difesa e sollievo de' suoi popoli, e massimamente della sua capitale, come già scrissi nel mio Governo della peste. Dovea passar per Italia alla volta di Vienna l'infanta Maria sorella del re di Spagna, sposata a Ferdinando III re d'Ungheria e figlio del regnante imperadore. A cagion della peste che sì fieramente infestava la Lombardia, fu ella con sontuoso stuolo di galee condotta fino a Napoli, e in esse pensava poi di passare a Trieste. Gelosi i Veneti de' loro diritti nell'Adriatico, si opposero al passaggio di quella flotta, esibendosi essi di servir la regina coi loro legni. Pericolo vi fu di rottura; ma infine si accomodarono gli Spagnuoli e Tedeschi al volere della repubblica, la quale trasportò poi sul fine dell'anno quella gran principessa con tutto il suo numerosissimo corteggio da Ancona a Trieste, facendole godere nel viaggio ogni sorta di delizie a tenore della magnificenza e liberalità ch'ella sempre usa in somiglianti congiunture. Terminò colla vita il suo breve principato nel corrente anno Niccolò Contarino doge di Venezia, a cui fu sostituito dipoi Francesco Erizzo.

Anno di CRISTO MDCXXXI. Indizione XIV.

URBANO VIII papa 9. FERDINANDO II imperadore 13.

Anno fu questo di spaventose guerre in Germania, di maravigliose cabale ed inganni in Italia. Il cardinale di Richelieu era in Parigi il giratore di tutte le macchine anche più lontane. Contuttochè si fossero congiurati contra di lui il duca d'Orleans Gastone fratello del re, e la regina Maria madre d'amendue, con alcuni altri dei primarii personaggi, tal polso e predominio ebbe egli nel cuore dello stesso re Lodovico XIII, che abbattè ogni suo avversario. Il duca di Orleans si fuggì in Lorena, la regina madre se n'andò in Fiandra: con che maggiormente divenne quel porporato l'arbitro del regno, e padrone del re suo signore. Egli fu, siccome già accennammo, che mise l'armi in mano al feroce Gustavo Adolfo re di Svezia contra l'imperador Ferdinando II, e fece lega con gli Olandesi, e manipolò in Brandeburgo e Sassonia buona armonia con lo Svevo, e ritirò la Baviera dall'unione con Cesare. In addietro avea l'Augusto Ferdinando mietuti sempre allori e cantati trionfi; ma senza far caso se egli in tanti guadagni avesse perduto l'amore dei principi dell'imperio, valendosi Vallestain duca di Fridland, che calpestava egualmente amici e nemici, e da cui ebbe origine quell'empia massima: Che l'imperatore non poteva mantener dodici mila armati: ma che gli era ben facile di mantenerne cento mila; perciocchè, come ognun intende, ad un poderoso esercito, che per forza si fa ubbidir da ognuno, nulla può mancare. Si privò Cesare di questo gran generale insieme ed assassino, per le istanze degli elettori, e sbandò anche la maggior parte degli eserciti suoi. Allora fu che il re Sveco colle vittoriose sue armi si andò sempre più inoltrando, e dopo la memorabil rotta di Lipsia, data nel dì 7 di settembre al valoroso Tilly generale cesareo, maggiormente s'internò nel cuor dell'imperio, quasi minacciando di detronizzare lo stesso Augusto. Di sì gravi sconcerti della Germania ho io fatto in passando questo breve ricordo, perchè essi influirono non poco a dar la quiete all'Italia, e alla esecuzione della pace di Ratisbona. L'Olivares, ossia il conte duca, potente favorito in Ispagna del re Filippo IV, avea disapprovata quella pace, e spedito apposta al governo di Milano per disturbarla il duca di Feria don Gonzalez di Cordova, già da noi veduto nei prossimi passati anni governatore del medesimo Stato. Nè mancò egli di fare il possibile per mantener la discordia. Ma perchè l'imperadore, pressato dalle angustie sue in Germania, abbisognava delle truppe, già inviate a Mantova, nè gli compliva il tener vivo questo fuoco co' Franzesi tuttavia forti alle sboccature dell'Italia; però spedì ordine e plenipotenza al baron Galasso di ultimar queste pendenze. Ripigliaronsi dunque i trattati fra i ministri di Francia, di Vittorio Amedeo duca di Savoia, col medesimo Galasso, frapposta sempre la mediazione di monsignor Panciroli nunzio del papa, e dell'accortissimo Giulio Mazzarino, il qual portava anch'esso il titolo di ministro di sua santità.

Radunati questi ministri in Cherasco, cioè il Galasso per l'imperadore, e il maresciallo di Toiras col signor di Servient pel re Cristianissimo, nel dì 6 di aprile vennero al decisivo accordo, per cui fu convenuto che in vece dei diciotto mila scudi di rendita annua in tante terre da darsi al duca di Savoia nel Monferrato, se gliene assegnassero solamente quindici mila, ma d'oro. E però si determinò che Trino con una gran copia di altre terre castella e ville, che erano il più fertile pezzo del Monferrato, colla giunta ancora della città d'Alba e del suo territorio, a cui niuno in addietro avea mai pensato, passasse in dominio del duca di Savoia, non senza ammirazione e mormorazione di molti, perchè si togliesse allo sfortunato duca di Mantova Carlo Gonzaga una sì pingue porzione dei suoi Stati. Pure consentì a tutto il Galasso, o perchè guadagnato con danaro, o perchè troppo incitato da Vienna a troncare i viluppi coi Franzesi, i quali furbescamente, non avendo voluto fin qui ratificar la pace suddetta di Ratisbona, minacciavano sempre nuove rotture. Molto più si stupiva la gente al vedere che i Franzesi, in vece di sostenere in quello spartimento le ragioni del duca di Mantova, lor collegato ed alunno, non promovessero, e con passione, se non i vantaggi del duca di Savoia, principe che tuttavia tenea l'armi in mano contra di loro, e al quale doveano poi essi restituire tutti gli Stati occupati di qua e di là dai monti. Cessò col tempo lo stupore essendosi, dopo molti e molti mesi, ritirata la cortina al mistero ed arcano, che ora non s'intendeva, del procedere dei ministri gallici; essendosi trovato ch'eglino, col fare i liberali della roba altrui, aveano fatto un acquisto per la corona di Francia. Hassi dunque a sapere che il Richelieu, le cui ambiziose mire si stendevano ai luoghi più remoti e ai tempi avvenire, s'era cacciato in capo di ritenere un passo aperto in Italia all'armi franzesi. Verisimilmente ancora a ciò l'istigavano le segrete insinuazioni de' principi italiani, che mal sofferivano la prepotenza degli Spagnuoli, e la troppa possanza del regnante Augusto.

Avea esso cardinale, dopo l'acquisto di Pinerolo, già fatti i conti che questo avesse ad essere un nido sicuro e durevole per li Franzesi; e già ne avea imprese le fortificazioni. Ma in vigor della pace di Ratisbona, sì Pinerolo che Susa, Saluzzo, la Savoia ed ogni altro occupato luogo si aveano a rendere al duca di Savoia. Non si fermò per questo il Richelieu. Spinse addosso al duca Vittorio Amedeo il sagacissimo Mazzarino, e questi pose in campo il desiderio del cardinale per la ritenzion di Pinerolo, e sfoderò quanti argomenti gli somministrò la sua giudiziosa eloquenza per persuaderne la cessione, facendo gustare al duca la restituzione della Savoia, e di tutti altri luoghi, alla quale, coll'aver negata la ratificazione della pace, non si tenea obbligata la Francia. Promise di fargli avere un buon compenso colla città di Alba, con altri luoghi del duca di Mantova, e con altre esibizioni che superavano il valore di Pinerolo. Aggiunse, quella essere la maniera di farlo rispettar dagli Spagnuoli, e di mantener sempre buona amicizia colla Francia, da cui più potea sperar la casa di Savoia che dalla corte di Spagna. In una parola, tanto fece, tanto disse l'accorto Mazzarino, che il duca si arrendè, e nel dì ultimo di marzo con un trattato raccomandato ad un'estrema segretezza si accordò di cedere al re Cristianissimo la città e il castello di Pinerolo, Riva, Budenasco, il forte della Perosa, ed altri luoghi, cioè una lingua di terreno che per la valle di Perosa si attaccava con gli Stati del Delfinato. Ciò fatto, seguì poi l'accordo di Cherasco, pel quale si stabilì chiaramente la restituzione di tutto il tolto al duca di Savoia, e nominatamente di Pinerolo, mentre nel medesimo tempo dovea farsi quella di Mantova, Casale e Canneto al duca di Mantova, e liberarsi la Valtellina. Per l'esecuzione ancora d'esso accordo furono dati ostaggi a papa Urbano VIII, che non ricusò di riceverli e tenerli finattantochè ciascuna delle parti avesse fedelmente adempiuti i capitoli di quella concordia. Ma come coprire agli occhi degl'imperiali e Spagnuoli questa innovazione e contravvenzione alla pace, e non render Pinerolo? Ecco ciò che per beffarli tutti seppe inventare la fina politica del Richelieu e del mediatore Mazzarino, il quale in tal congiuntura non ebbe difficoltà d'ingannare lo stesso monsignor Panciroli suo superiore ne' maneggi, tuttochè anch'egli fosse in concetto di essere cima di uomo nella simulazione ed accortezza.

Perchè il Richelieu non si fidava del duca di Savoia, volle che il cardinal Maurizio e il principe Tommaso, fratelli di esso duca, passassero a Parigi, col pretesto di andarsene in Fiandra, e quivi come ostaggi si fermassero, finchè la trama fosse compiuta. Nè questo bastò. Si fecero rinchiudere in un segreto granaio, ed altri nascondigli della cittadella di Pinerolo, trecento fanti franzesi con viveri per un mese, e sparsa voce che fosse entrata la peste in quella fortezza, affinchè si sbrigassero presto i commissarii imperiali e Spagnuoli da quella visita, spalancate le porte, uscì nel dì 20 di settembre il resto del presidio franzese, e fu data la consegna di tutto al conte di Verrua pel duca di Savoia. Visitarono i commissarii tutti i siti, nè trovandovi più alcun Franzese, sottoscrissero l'attestato della restituzion seguita di Pinerolo. Alcuni dì prima era stato evacuato il Piemonte, il Monferrato e la Savoia da' Franzesi, la Rhetia dagli Alemanni; al duca Carlo Gonzaga consegnato Porto e Canneto, e susseguentemente nello stesso dì 20 anche la città di Mantova, giacchè a lui era pervenuta l'imperiale investitura di quel ducato e del Monferrato, di quel nondimeno che restava in suo dominio. Portati a Ferrara gli autentici attestati della piena esecuzione di tutti i capitoli formati in Ratisbona e Cherasco, furono messi in libertà gli ostaggi dianzi consegnati al pontefice romano. Restava da farsi l'altra scena, cioè di cavar dalle tane i Franzesi occultati in Pinerolo, e di dare un buon colore alla occupazione, ch'erano per far di nuovo di quella città e cittadella, e si trovarono altre frodi. Perchè il duca di Feria non fece bastevole disarmamento di milizie, e lo scaltro Mazzarino lo indusse a far delle doglianze contro i Franzesi, perchè parte d'essi fosse restata al servigio del Gonzaga in Mantova e Casale; mostrandosi il Richelieu pien di gelosie o sospetti, come se gli Spagnuoli macchinassero qualche superchieria o tradimento, fece fare istanza al duca di Savoia (andavano ben di concerto) che gli consegnasse per qualche tempo due piazze in Piemonte, cioè Susa ed Avigliana, oppure Pinerolo colla Perosa, ovvero Demont o Cuneo, tanto che si vedesse ben assodata la quiete in Italia. Fintosi il duca sorpreso da tal dimanda, e pien di timore per le minaccie aggiuntevi ricorse al duca di Feria, chiedendogli aiuto. Essendosi mostrato pronto il Feria, talmente fu poi ingrandito dal duca di Savoia il bisogno di gente e danaro, che il governatore diede indietro; ed allora il duca Vittorio Amedeo, come necessitato ad acconsentire e accomodarsi, e con protesta di venire ad una convenzione per esentar lo Stato suo e di Milano dai mali maggiori, nel dì 22 di ottobre stese una capitolazione col ministro franzese, di dare in deposito al re Cristianissimo Pinerolo coi forti della Perosa per soli sei mesi, che aveano poi da essere secoli; e che vi si tenesse presidio di Svizzeri, che poi diventarono Franzesi. In somma non si può dire quante e quali fossero le furberie e gli artifizii usati da quelle volpi e dal duca di Savoia per giuntare gli Austriaci in questi negoziati, con giugnere a gabbare infino i ministri propri. Azioni tali fra il basso popolo son chiamate cabale, ma fra i principi e gran ministri prendono l'aria di cose gloriose, e truovano chi altamente le loda.

Eppure, qui non terminò le serie di tanti viluppi. Era rientrato in possesso de' suoi Stati il duca Carlo Gonzaga, ma con trovarsi in un miserabilissimo stato, perchè cangiato in uno scheletro quel fertilissimo paese, smembrata tanta parte del Monferrato, venduti o impegnati i suoi beni e stati di Francia, per sostenersi nel passato terribile impegno. Più non correvano i soliti tributi, essendo rimaste spopolate ed incolte le campagne, talmente che appena egli avea di che vivere. Alle sue afflizioni si aggiunsero due anche più acuti colpi per la morte di Carlo già principe di Rhetel suo primogenito, mancato di vita in Goito sei giorni prima della restituzion di Mantova, con restar di lui un picciolo figlio in fasce, che fu poi Carlo II duca di Mantova, ed una bambina. Parimente da lì a pochi mesi diede fine al suo vivere in Casale Ferdinando duca d'Umena, altro suo figlio: con che si ridusse tutta la sua speranza e prole maschile al mentovato suo picciolo nipote. Forze intanto a lui mancavano per sostenere un sufficiente presidio in Mantova e in Casale, e ogni dì temea insulti dal governator di Milano, irritato per lo affare di Pinerolo. Gli convenne dunque ricorrere alla repubblica veneta, che vi mandò, e lungamente ancora vi tenne, una guernigion sufficiente. All'incontro, collo stesso infelice duca tanto si adoperarono gli accorti Franzesi con segreti maneggi, mettendogli sempre davanti l'orgoglio e l'insaziabilità degli Spagnuoli, che gli cavarono di bocca l'assenso di assicurar eglino con presidio Casale. Però all'improvviso comparvero colà alcuni reggimenti di fanteria e sei compagnie di cavalleria, che assunsero la guardia di quella città, castello e cittadella alla barba del governator di Milano e della corte di Spagna, che fecero per questo mille schiamazzi e doglianze contra del Richelieu, come di un gran traditore, ma senza frutto. Restò Pinerolo ai Franzesi in proprietà, Casale in guardia. Non pochi declamarono allora contro il duca di Savoia, per aver messa la sua sovranità in ceppi, ed esposti i suoi Stati alla gallica ambizione; ma gli altri principi d'Italia sommamente si rallegrarono di quell'avvenimento, per cui pareva contrappesata la soverchia potenza degli Austriaci in Italia; e restava aperto il varco all'armi di Francia secondo il bisogno dei loro interessi.

Giunto era all'età di ottantadue anni Francesco Maria duca d'Urbino, e dimorava in Castel Durante, attendendo agli affari dell'anima sua, quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Mancò in lui la famiglia della Rovere, che tanto s'era segnalata nel valore dell'armi, nella protezione dei letterati, e nel giusto e dolce governo dei suoi popoli, che amaramente lo piansero, e videro poi scaduto Urbino e quello Stato dall'antica popolazione e magnificenza. Già dicemmo che di quel ducato avea dianzi preso possesso la camera apostolica. Ora maggiormente se ne consolidò in lei il pieno dominio senza che si sentisse alcuna sostanziale opposizione per questo; se non che, avendo Ferdinando II gran duca di Toscana sposata in quest'anno Vittoria, nipote del defunto duca, pretese ed ottenne l'eredità di tutti i preziosi mobili ed allodiali di quella casa, ed alcune castella ancora con titoli particolari acquistate da quei duchi: il che non passò senza molte liti. Fu da alcuni principi e da assaissimi adulatori consigliato ed istigato papa Urbano VIII ad investire di quel ducato uno dei suoi nipoti; ma egli seppe vincere sè stesso, e volle che se ne facesse l'unione con lo Stato ecclesiastico. Seguirono in questo anno le nozze di Francesco I d'Este duca di Modena colla principessa Maria Farnese, sorella di Odoardo duca di Parma. Nel dì poi 16 di dicembre ebbe principio l'incendio del monte Somma, ossia del Vesuvio, che fu uno dei più spaventosi e memorabili che mai abbia patito la regal città di Napoli. L'interno orribile ruggito del monte scoppiò finalmente in terribili tuoni, in fiamme e in un fumo puzzolente, che levava il fiato alla gente, e in una sì prodigiosa caligine e pioggia di cenere, che coprì tutta Napoli, e portata dal vento si sparse fin sopra le città della Dalmazia e dell'Arcipelago. I sassi da quella bocca infernale gittati in aria furono innumerabili, ed alcuni caddero cento miglia lungi di là, se pur ciò è da credere. Intanto il mare anch'esso rumoreggiava, e ritirandosi le acque, lasciarono asciutto il molo, e un lungo tratto di quelle spiaggie. In Sorrento si allontanò quasi un miglio dal lido. Oltre a ciò, frequenti erano le scosse dei tremuoti, e giunse quel baratro finalmente a vomitare un'immensa copia di bitume acceso, che, scendendo in varii torrenti dalla montagna atterrò quante case e ville incontrò nel suo scendere al mare, colla morte di non pochi uomini e bestie, e col rendere incolta la campagna tutta per dove passò. Credeva il popolo di Napoli che fosse venuto il fine del mondo, e si aspettava a momenti l'ultimo eccidio, nè altro s'udiva per quella città che urli e grida di pentimento, correndo ognuno ad accomodar le partite dell'anima sua, e alle divote processioni che in abito di penitenza si andarono facendo. Cessò finalmente lo sdegno del monte, cessò l'indicibile spavento, e tornò a poco a poco la gente ai soliti affari e alla consueta allegria; se non che si trovò molta gente mendica, di ricca che era prima, per la desolazione di tanti poderi continuando in essa i motivi di piagnere.

Anno di CRISTO MDCXXXII. Indizione XV.

URBANO VIII papa 10. FERDINANDO II imperad. 14.

Rifiorirono oramai i tempi della tranquillità in Italia per la pace del precedente anno, restando solamente in moto un po' di marea per lo sdegno della corte cesarea e del duca di Feria contro i Franzesi, e pel poco loro buon animo verso il duca di Savoia Vittorio Amedeo, a cui imputavano la trasgression della pace di Ratisbona, e il ritorno dell'armi di Francia in Italia. Non lasciò per questo esso duca di stipulare, nel dì 5 di luglio, un trattato coi ministri del re Cristianissimo, pel quale appariva come cosa nuova che egli cedesse alla Francia in perpetua proprietà Pinerolo colla valle di Perosa, e formava una lega difensiva con esso re Cristianissimo. Questo trattato non comparve alla luce, se non dappoichè il duca ebbe inviato alla corte cesarea il marchese di Pianezza a chiedere l'investitura della parte del Monferrato che gli era toccata. Molte opposizioni s'incontrarono a sì fatta richiesta; ma ritrovandosi allora in pessimo stato gli affari dell'imperadore in Germania, la maestà sua, per togliere i semi di nuove turbolenze in Italia, non osò in fine di negarla, e nel dì 17 d'agosto ne spedì il diploma. Tuttavia ancora duravano le controversie ed anche la nemicizia fra il duca suddetto e la repubblica di Genova, per cagion massimamente del marchesato di Zuccherello. Compromessa questa loro pendenza nella corte di Madrid, sul fine di novembre dell'anno precedente era uscito un laudo che ai Genovesi parve gravoso, e pure l'accettarono; ma fu apertamente rigettato dal duca di Savoia. Capitò poi in Italia, nell'anno seguente 1633, il cardinal infante don Ferdinando, fratello del re di Spagna, incamminato per governatore in Fiandra. S'interpose egli, e indusse il duca alla pace con alcune dichiarazioni aggiunte al decreto di Madrid. Insorsero ancora alcuni piccioli vapori di dissensione fra la corte di Roma ed alcuni potentati, per aver papa Urbano VIII, nel giugno del 1630, senza participazion d'alcuno, conferito e riserbato ai cardinali, ai tre elettori ecclesiastici e al gran mastro di Malta il titolo di eminentissimi: al che in alcune corti fu fatto contrasto. Avea eziandio esso pontefice trasferita nel nipote Taddeo Barberino, principe di Palestrina, l'antica dignità di prefetto di Roma, vacata per la morte del duca d'Urbino. Nacque per questo qualche scompiglio nella corte di Roma, dove si fa quel caso delle formalità che nelle altre per le sanguinose battaglie e per le importanti conquiste; perchè il nuovo prefetto pretendeva la preminenza sopra gli ambasciatori delle teste coronate, e questi ebbero ordine di astenersi dall'intervenire alle cappelle pontifizie. Inoltre a particolari amarezze con esso prefetto tirata fu la repubblica veneta; ma frappostisi mediatori di ripieghi e di pace, si risolsero in nulla queste caccie di mosche.

Piena nondimeno di sospetti e paure fu l'Italia tutta nell'anno presente, per le terribili guerre che sconvolsero e rovinarono infinito paese della Germania. In sì grave pericolo, come ora, non si era mai trovata l'augusta casa d'Austria per li continui progressi che tutto di faceva il formidabil re di Svezia Gustavo Adolfo, unito coll'elettor di Sassonia e con altri principi, o disgustati del regnante imperadore, o istigati dalla Francia, o insperanziti delle spoglie della monarchia austriaca. La religion cattolica sopra tutto si vide alla vigilia di una gran sovversione sotto l'armi vittoriose di quel re eretico, il quale, maestro di guerra, sempre più s'inoltrava nel cuor della Germania. Fu ridotto a tanto l'Augusto imperador Ferdinando, che si vide forzato a richiamare al comando delle sue armate il superbo duca di Fridland Vallestain, e colla dura condizion di cedergli, per così dire, la metà della corona, perchè costui giunse ad esigere ed ottenere una suprema e illimitata autorità di guerra e di pace. Voce correva, e forse non menzognera, che Gustavo, se proseguiva il favorevole vento della sua fortuna, meditasse di passar anche in Italia, e di terminare i suoi trionfi in Roma stessa. Il perchè grande occasione di maraviglia, e fino di mormorazioni, diede papa Urbano colla sua incredibil freddezza in tempi sì disastrosi, e minaccianti un fiero eccidio alla cattolica religione. Altro infatti non s'udiva allora che sconfitte di cattolici, avanzamenti giornalieri e crudeltà degli eretici gotici e tedeschi, in ispogliare ed incendiar templi e conventi, e in fare dappertutto scene in beffe e scherno dei ministri di Dio e del loro visibile capo, con evidente pericolo di mali maggiori pel cattolicismo, ed anche per l'Italia. E pure quantunque in Roma il cardinale Pasman, spedito apposta dall'imperadore, ed altri porporati e ben affetti alla casa d'Austria, e spezialmente il Borgia ambasciatore di Spagna, perorassero, insistessero ed usassero anche parole forti, altro non ispuntarono che di aguzzar l'ira del papa, naturalmente facile a prendere fuoco, senza mai poterlo muovere a prestar soccorso alcuno in tante necessità al pericolante imperadore. Per la guerra passata di Mantova, e per l'eccedente anterior potenza e fortuna del regnante Cesare, troppo s'era alienato dall'amor degli Austriaci il cuore d'Urbano, e sembrava desideroso che venisse ridotta a più giusta misura la creduta alterigia di quel monarca: sentimento scusabile anche in un papa come principe, ma non comportabile per le presenti circostanze in lui come pontefice, destinato da Dio ad essere il primario promotore e difensore della religione ortodossa. Nel dì 8 di marzo si venne alle brutte in concistoro. Il Borgia parlò alto al pontefice; Urbano gli comandò di tacere e di uscire. E perchè il Borgia seguitava ad alzar la voce, il cardinal di Santo Onofrio, cappuccino, fratello del papa, se gli accostò, e, presolo pel mantello, il volle tirar per forza di là. Poco mancò che non si perdesse il rispetto alla santa sua barba. Consegnò il Borgia al papa una scrittura contenente delle proteste che sommamente gli spiacquero. Urbano fece per questo rumore dei gravi risentimenti contro i cardinali Ubaldino, Ludovisio e Aldobrandino, il primo dei quali ebbe sì poco coraggio, che si lasciò ammazzar dal cordoglio.

Andò a finir tutta quella baruffa in non volere il papa lasciar cadere una stilla delle sue rugiade sui bisogni dell'imperadore; ma ciò ch'egli non fece, lo fecero in parte i varii successi delle armi. Imperciocchè nel dì 16 di novembre dell'anno presente a Lutzen, dodici miglia lungi da Lipsia, vennero alle mani i due potenti eserciti, condotti l'uno dal re Gustavo Adolfo, e l'altro dal duca di Fridland. Orribile fu quel fatto d'armi; in esso per più ferite lasciò la vita il gotico valoroso re, già divenuto il terror della Germania; ma essendosi tenuta celata la sua morte, continuarono gli Svezzesi ad incalzare i cesarei, finchè la notte mise fine alla strage. La peggio senza fallo toccò all'armata imperiale; ma equivalse bene ad una gran vittoria l'essere restata libera la Germania da un sì feroce principe, che ucciso in età di soli trentotto anni, se più oltre stendeva il suo vivere, prometteva di sè un nuovo Alessandro. Forse anche n'avrebbe pianto l'Italia, e più papa Urbano, placido spettatore della rovina dell'imperio germanico, e che non con altro finora cooperò al sollievo dell'imperadore che colla pubblicazione di un divoto giubileo. Altra prole non lasciò Gustavo che una principessa in età di soli sei anni, col nome di Cristina, che ereditò quel regno, e fece col tempo tanta figura in Italia, dacchè abbracciò la religion cattolica romana. Segni di gran valore nella giornata di Lutzen diedero Borso e Foresto principi estensi, Mattias e Francesco principi della casa de Medici, il conte Ernesto Montecuccoli Modenese generale dell'artiglieria, Ottavio Piccolomini duca di Amalfi, insigne generale di Cesare, Luigi ed Annibale Gonzaghi e uno Strozzi colonnelli. Alle truppe del Piccolomini fu attribuita la gloria d'aver tolto dal mondo il fiero Gustavo Adolfo. Altri non pochi nobili italiani militavano allora al servigio dell'imperadore. Il gran duca di Toscana, il duca di Modena e i Lucchesi diedero ad esso Augusto quell'aiuto che poterono in sì gran bisogno.

Anno di CRISTO MDCXXXIII. Indizione I.

URBANO VIII papa 11. FERDINANDO II imperad. 15.

Perchè fioriva la pace in Italia, niun considerabil avvenimento somministrò essa alla storia del presente anno. Erano rivolti gli occhi di tutti alla Germania, che continuava ad essere il teatro delle miserie, perchè desolata egualmente da amici e nemici. S'era creduto che colla caduta del temuto re Gustavo avesse la fortuna dell'armi da dar l'ultimo addio agli Svezzesi. Così non fu. Sorsero tre altri insigni capitani, cioè il duca di Vaimar Sassone, Gustavo Horn e Giovanni Bannier, che alla testa del già vittorioso esercito degli eretici più che mai tennero in piedi la guerra con assedii nuovi, combattimenti e stragi, ora in questa, ora in quella provincia, fiancheggiati sotto mano dai danari della Francia, tutta intenta a deprimere l'imperador Ferdinando II. All'incontro, non lasciava anche dal canto suo il re Cattolico Filippo IV di porgere soccorsi di pecunia al parente Augusto; e nell'anno presente fece di più, perchè ordinò al duca di Feria governator di Milano di passare in Germania in aiuto di lui con un corpo di dieci mila fanti e mille e cinquecento cavalli, parte Spagnuoli e Lombardi e parte Napoletani. Passò il Feria per la Valtellina nella Svevia, e senza sfoderare spada fece ritirar da Costanza e da Brisacco l'armi nemiche, ma senza altre prodezze. S'era avuto a male il superbo Vallestain duca di Fridland, che questo generale spegnuolo fosse entrato in Germania con indipendenza dal sublime suo grado di generalissimo, e però fra loro entrò una irreconciliabil discordia. Oltre a ciò, non avvezzi gl'italiani ai rigori del freddo germanico, cominciarono a lasciar sotto quel diverso cielo le vite, o pure a disertare; di maniera che l'armata del Feria notabilmente si sminuì; ed egli stesso sul fine di quest'anno gravemente infermatosi, non reggendo ai malori del corpo, alle afflizioni dell'animo, terminò poi in Monaco il suo vivere nel dì 14 di gennaio dell'anno seguente, con lasciar dopo di sè gloriosa memoria di una rara integrità, per non aver mai defraudato un soldo alle milizie, non accumulate ricchezze, ma speso sempre anche del suo patrimonio. Dichiarò egli prima di morire successor suo nella carica di generale pro interim il conte Giovanni Serbellone, cavalier milanese, personaggio di lunga sperienza militare e di molta stima presso il re Cattolico. Si videro finalmente in quest'anno inviati da papa Urbano VIII in sussidio della lega cattolica di Germania cinquanta mila scudi: picciolo refrigerio in vero alla sete e al bisogno di que' cattolici, ma pure refrigerio.

Da varii scrittori vien riferita al primo di dicembre dell'anno presente la morte d'Isabella Clara, già moglie dell'arciduca Alberto e governatrice de' Paesi Bassi cattolici: ma essendo certo che Ferdinando cardinale infante di Spagna nel presente anno passò per mare in Italia, destinato al governo d'essa Fiandra, parrebbe che la morte di quella principessa appartenesse al precedente anno. Quando veramente questa succedesse nel presente, si avrà a credere che precedesse una lunga malattia di lei, per cui il re Cattolico determinasse di inviar preventivamente il fratello al governo di quei popoli per resistere agli Olandesi, ai quali era riuscito in questi ultimi anni di far non poche conquiste sopra i cattolici. Sul principio di maggio arrivò esso cardinale infante a Villafranca, accompagnato da una bella flotta di galee, e dal corteggio di molti magnati di Spagna e di non poche milizie. Colà si portò a visitarlo Vittorio Amedeo duca di Savoia, usandogli finezze tali, come se si fosse trattato di un re. Giunto che fu a Genova, fu accolto parimente con immensi onori da quella repubblica, e di là poi passò a Milano, facendovi la sua pomposa e solenne entrata nel dì 24 del mese suddetto, dove trovò tuttavia il duca di Feria, che si andava allestendo per la sua andata in Germania. Perchè dall'armi dei collegati protestanti restavano chiusi i passi per penetrare in Fiandra, si vide egli obbligato a riposar lungo tempo in Milano, sperando sempre che il Feria gli aprisse il passaggio a quella volta. Non istette egli intanto co' suoi ministri ozioso, se pur si seppe il netto del fatto che son per dire. Trovavasi in questi tempi in Mantova l'infanta Margherita, sorella del duca di Savoia e vedova del fu Francesco Gonzaga duca di Mantova, ita colà a visitar la principessa Maria sua figlia, vedova del fu principe o sia duca di Rhetel, e nuora del duca regnante di Mantova Carlo Gonzaga. Perchè non mancavano di que' legisti che imbrogliavano il mondo, e che tenevano essere quella principessa unica e vera erede dei ducati di Mantova e di Monferrato, ad esclusione della linea di Nevers, fu consigliata la figlia dalla madre di fare una pubblica protesta per man di notaio e testimonii, che annullava qualsisia atto da lei fatto in età pupillare; e a lei restavano allora solamente due giorni per entrare nell'anno venticinquesimo di sua età. Gran rumore fece un tale atto nella corte di Mantova, e fu creduto che l'infanta Margherita sua madre, portata da un parzialissimo genio verso gli Spagnuoli, tramasse di maritar la figlia coll'infante cardinale: il che non si sa ben intendere, perchè di essa Maria e del principe di Rhetel restava vivente un picciolo figlio, a cui negar non si poteva la successione di quei ducati. Giunto l'avviso di questa gran novità alla corte di Francia, non vi fu chi non credesse, queste essere orditure della sagacità spagnuola; e però vennero pressanti lettere del re Cristianissimo al duca Carlo di Mantova di cacciar di là la duchessa madre, e alla repubblica veneta premurosi uffizii per dare assistenza al duca. Dopo aver fatta gran resistenza e querele, si ritirò l'infanta Margherita a Gualtieri, terra del duca di Modena, cioè di un figlio di una sua sorella. Ma ecco da lì a non molto altre fulminanti lettere di Francia ad esso duca di Modena, che l'obbligarono a far ritirare anche di là l'infanta suddetta. S'indusse poi la principessa Maria a ritrattare il fatto, e sua madre tal merito si acquistò nella corte del re Cattolico Filippo IV, che col tempo passata in Ispagna, fu creata viceregina di Portogallo, dove con gran prudenza esercitò il suo governo fino alla rivoluzion di quel regno.

Venne a scoprirsi nel presente anno in Roma un pazzo ed insieme orrido attentato contro la vita del pontefice Urbano VIII. Giacinto Centino, nipote sconsigliato del saggio e pio cardinal Felice Centino da Ascoli, infatuato del desiderio e della sognata idea di veder lo zio nella cattedra di San Pietro, si diede in preda allo studio delle malie; e coll'aiuto di alcune persone religiose, ma indegnissime di questo nome, fabbricò una statua di cera, per cui, secondo la stolta o almen sacrilega persuasion dei fattucchieri, disegnava di condurre a morte il pontefice. Da chi prese l'impunità fu rivelato l'empio disegno; vi andò la testa del Centino; gli altri complici furono bruciati, o pur condannati alla galea o a perpetuo carcere, a misura della lor condizione e reato. Fu in questi tempi che il duca di Savoia Vittorio Amedeo, per farsi conoscere superiore al grado dei cardinali esaltati da papa Urbano, cominciò pubblicamente ad intitolarsi re di Cipro: il che dispiacendo alla repubblica veneta, siccome atto contrario alle sue pretensioni, cagion fu che s'interrompesse il commercio fra loro. Uscì anche fuori in Torino un libro apposta per provar dovuto al duca il titolo regio, in cui perchè non si parlava col rispetto convenevole al gran duca di Toscana, venne fuori perciò in Firenze una risposta al medesimo libro. Fu il duca Vittorio il primo che cominciasse ad usare e ad esigere il titolo di altezza reale. Gran rumore fece in questi tempi, e maggiormente l'ha fatto dipoi, la condanna emanata in Roma, non già con editto ex cathedra del sommo pontefice, ma della congregazione del santo Uffizio, contro la sentenza del Copernico, sostenente il moto della terra intorno al sole. Diede occasione a cotal proibizione Galileo Galilei Fiorentino, uno dei più insigni filosofi matematici ed astronomi che abbia prodotto l'Europa, e a cui si professano debitori tutti coloro che si son poscia esercitati in somiglianti studii. Gli era stato ordinato di non tenere e difendere quella opinione, ed egli avea promesso di farlo; ma non attenne la parola. Laonde chiamato a Roma in età di settanta anni, fu obbligato a condannarla, e a sofferire una specie di piacevol prigionia in Roma, e poscia in Firenze. Ciò non ostante, sappiamo avere oggidì gran voga da per tutto l'opinione copernicana, nè essere disdetto a' cattolici stessi il tenerla come sistema, giacchè niun finora è giunto a darne sufficiente dimostrazione, nè ad atterrare affatto la contraria.

Anno di CRISTO MDCXXXIV. Indizione II.

URBANO VIII papa 12. FERDINANDO II imperadore 16.

A chi in bene e a chi in male diede molto da discorrere sul fine di febbraio dell'anno presente la caduta di Alberto Vallestain Boemo duca di Fridland, che fra i capitani del tempo suo, a riserva del re Gustavo Adolfo, non ebbe pari. Generalissimo dell'armi di Ferdinando II imperadore era stato finora il sostegno della vacillante casa d'Austria, intrepido sempre, e per lo più vittorioso in tanti combattimenti. Il solo suo nome valeva un'armata, sì alto concetto di valore e di saggia condotta nel maneggio dell'armi s'era egli acquistato. Ma lo aver egli voluto un dispotico comando negli affari della guerra, e la sua superbia, ed altri vizii che si mischiavano nelle molte sue virtù militari, e il niun riguardo da lui mostrato ai principi e popoli amici, col cercare unicamente il comodo e l'utile delle sue soldatesche, accrebbe di troppo la schiera degl'invidiosi e dei nemici suoi, massimamente alla corte cesarea. Fu dunque messa in sospetto presso l'imperadore la fede sua per varie ommessioni credute dolose, e per non poche intelligenze che passavano fra lui e i Franzesi e Svezzesi: non potendosi negare che il cardinale di Richelieu e lo Oxestern sveco non tentassero di guadagnarlo con larghe offerte, benchè tuttavia sia incerto se corrompessero la di lui onoratezza. Tanto infine operarono gli emuli suoi, che il buon Ferdinando Augusto s'indusse a levargli il comando. Portatone a lui l'avviso, gli uffiziali dei suo partito il dissuasero dal cedere, e con iscrittura si obbligarono di sostenerlo in quel grado. Atto tale fu preso per una ribellione nella corte cesarea, e però l'imperadore principe di buone viscere, dopo essere stato perplesso tra lo amore e la gratitudine verso di sì gran capitano, e la necessità dello Stato, spedì in fine ordini per la di lui cattura, ma non già per la di lui morte. Gli uffiziali incaricati di questa impresa fecero del resto, togliendo la vita in un istante ai tre principali fautori di lui, e poscia a lui stesso: al quale avviso non potè l'Augusto Ferdinando contener le lagrime, ricordevole de' tanti segnalati servigi a lui prestati dal Fridland; e laddove dianzi ognun si scatenava contra di un sì altero generale, poscia, mosso a compassione, non parlava che de' meriti suoi. Fu dipoi conferita la carica di generalissimo a Ferdinando re d'Ungheria, figlio dello imperadore, che non tardò ad imprendere l'assedio di Ratisbona, e a costrignerla alla resa nel dì 26 di luglio.

In questo mentre l'infante di Spagna cardinale dimorando in Milano ammannì un corpo di sei mila e cinquecento pedoni e di mille e cinquecento cavalli per passare in Fiandra. Poscia nel dì 20 di giugno per la Valtellina s'incamminò alla volta d'Inspruch, accompagnato dal marchese di Leganes e dalle truppe suddette. Si lasciò vincere il cardinale dalle istanze e preghiere del re Ferdinando, e andò ad unirsi seco colle sue genti comandate da molta nobiltà spagnuola, napoletana e lombarda, che unite colle altre già condotte dal duca di Feria e reclutate formavano un'armata di circa venti mila combattenti. Passarono il re e il cardinale all'assedio di Norlinga, nelle cui vicinanze nel dì 6 di settembre seguì un formidabil fatto d'armi fra essi e la armata svezzese, colla total rovina degli ultimi, e con singolar onore della cavalleria napoletana. Questa insigne vittoria diede un gran crollo alla superbia degli Svezzesi, ed agevolò altre conquiste al re Ferdinando, quantunque restassero molto deboli le sue forze, per aver voluto l'infante cardinale passare in Fiandra. Il di più di quelle continuate guerre, delle quali seppe ben profittare la Francia coll'impadronirsi della Lorena e dichiararsi fautrice dei protestanti, non l'aspetti da me il lettore. Furono in questi tempi dalla politica spagnuola guadagnati il cardinale Maurizio e il principe Tommaso, fratelli del duca di Savoia Vittorio Amedeo, con avere il primo in Roma rinunziata la protezione della Francia, e l'altro con portarsi all'improvviso in Fiandra a militare in favore del re Cattolico, dove si segnalò con varie azioni militari, benchè taluno scriva che egli seco portasse la sfortuna all'armi spagnuole. Aveva egli prima inviata a Milano la moglie coi figli per ostaggi. Fu creduto da' Franzesi che tali passi non fossero stati fatti senza saputa e segreto consenso del duca; ma questi tardò poco a far costare la verità con levare al principe Tommaso il governo della Savoia, e sequestrare tutte le rendite sue in Piemonte. Ingelositi nondimeno i Franzesi, ingrossarono in Pinerolo e Casale i lor presidii. A Francesco I duca di Modena nacque nel febbraio dell'anno presente un figlio, che fu poi col nome di Alfonso IV suo successore nel ducato. Erano insorti in Roma de' mali umori, trovandosi non pochi mal soddisfatti, parte dello stesso papa Urbano, e parte dell'imperioso governo de' suoi nipoti Barberini. Servì questo di motivo al pontefice per rinovar con rigore i decreti del concilio di Trento e dei susseguenti pontefici, che obbligavano i vescovi ed anche i cardinali alla residenza nelle loro chiese. Dovettero perciò alcuni porporati e parecchi prelati abbandonar le delizie e grandezze romane, con ritirarsi ai lor vescovati, cioè ad esercitare il vero loro mestiere. Cacciato da' suoi Stati il duca di Lorena Niccolò Francesco per la prepotenza de' Franzesi, e segretamente fuggito, venne colla moglie a ricoverarsi in Firenze, accolto favorevolmente dal gran duca Ferdinando II suo parente.

Anno di CRISTO MDCXXXV. Indizione III.

URBANO VIII papa 13. FERDINANDO II imperadore 17.

Più lunga durata non potè fare la pace in Italia. Con occhio bieco si andavano da gran tempo guatando i due primi ministri, anzi gli arbitri delle due corti di Francia e Spagna, cioè il cardinale di Richelieu e l'Olivares, ossia il conte duca. La testa del primo a più doppii superava quella dell'altro; e laddove lo Olivares parea nato per rovinare la monarchia di Spagna, il Richelieu, all'incontro, sembrava dato alla monarchia franzese per accrescerla sempre più di riputazione e di Stati. Pieno di questa idea il poco scrupoloso cardinale, tutto il giorno tesseva imbrogli per tutte le corti, senza far caso della religione, delle parentele e di ogni altro vincolo della umana società, per abbassar le due potenze austriache, ed esaltar la franzese. A tanti movimenti dei protestanti contra dell'imperadore aveva egli principalmente data la spinta, e mantenuto il fomento. Le leghe col maneggio suo fatte dal re _Lodovico XII_I coi principi della Germania e colla Svezia contro l'imperadore, si leggono stampate. Nel precedente anno una parimente ne avea stipulata cogli Olandesi contro la Spagna, obbligandosi di pagar loro annualmente due milioni e trecento mila lire. Nell'anno presente poi a dì 8 di febbraio un'altra ne conchiuse con essi Olandesi difensiva ed offensiva, con disegnar fra loro lo spartimento delle provincie cattoliche dei Paesi Bassi, che si meditava di conquistare. Un'altra ne fece nel dì 27 di ottobre coi protestanti di Germania, per mantener guerra contro di esso imperadore, promettendo loro annualmente quattro milioni di lire. Si presentarono alla corte di Francia motivi veri o palliati di dichiarar la guerra in Fiandra al re di Spagna sul principio di maggio. Per occupar poi gli Spagnuoli in più parti, spedì il cardinale nella Valtellina il duca di Roano. Questi con sei reggimenti di fanteria franzese e due di Svizzeri, e alquanti squadroni di cavalleria, senza far complimenti, nè chiedere licenza, improvvisamente dall'Alsazia sul fine d'aprile pel paese de' Grigioni calò in quella valle, e andò a postarsi a Chiavenna e Riva: tutto ciò per impedire che dalla Germania non potessero passare soccorsi al Milanese; nel qual tempo vendeva ai Grigioni e ai Valtellini quante speranze volevano l'una all'altra contrarie. Era governator di Milano il cardinale Egidio Albornoz, che colto da questa improvvisata non perdè già il coraggio, e si diede col maggior calore a guernire i confini, e a sollecitar dalla Spagna, da Napoli e dal gran duca di Toscana soccorsi.

Dalla parte ancora del Piemonte determinarono i Franzesi di muovere guerra agli Spagnuoli, e fecero proporre una lega ai principi d'Italia contra dei medesimi. Non vi fu che Odoardo Farnese duca di Parma, il quale vi saltasse dentro a pie' pari; nè cercava egli altro, perchè mal soddisfatto dei ministri spagnuoli, per lo più poco discreti vicini. Era principe pieno di spiriti guerrieri, che nondimeno più si consigliava col proprio coraggio che colle sue forze. Portato dal desiderio della vendetta, si diede egli tosto a far gente, e ricevette alla sfilata alquanti Franzesi in Piacenza. Anche il duca di Mantova Carlo concorse in questa lega col nome, giacchè colle forze non potea. Ma quel che più importava al Richelieu, era di trarre in essa lega il duca di Savoia Vittorio Amedeo. Gli fece proporre la conquista dello Stato di Milano da partirsi fra loro. E perchè non tornava il conto al duca di vedersi tra le forbici dei Franzesi, fu a lui esibito lo Stato di Milano, colla rinunzia della Savoia alla Francia. Nè all'uno nè all'altro progetto inclinava Vittorio Amedeo, ma dicono che gli fu fatta violenza col negargli la neutralità; laonde nel dì 11 di luglio gli convenne imbarcarsi, e contrasse lega col re Cristianissimo con patti di molto vantaggio, facili a scriversi in un pezzo di carta, ma difficili poi all'esecuzione. Se veramente suo malgrado oppure di buon cuore convenisse il duca di Savoia in tale accordo, lascerò ch'altri lo decida. Ben so che generale dell'armi franzesi e collegate in Italia fu dichiarato esso duca; e il maresciallo di Crequì entrato in Italia con otto mila fanti e due mila cavalli, sul fine di agosto cominciò le ostilità contro lo Stato di Milano, ed imprese l'assedio di Valenza contro il volere del duca di Savoia, che proponeva Novara, e del duca di Parma, che desiderava Cremona. Di queste sconcordanze abbondano le leghe. Comparve colà il duca di Parma con cinque mila fanti e mille cavalli; ma non già il duca di Savoia, che lentamente procedeva nei suoi movimenti. Malamente cominciato e peggio proseguito fu quell'assedio, perchè si lasciò tempo ed agio agli Spagnuoli d'introdurvi gran rinforzo di gente e di munizioni. La diffidenza entrò tosto fra i collegati. Il Farnese mostrava di credere guadagnato il Crequì dagli Spagnuoli, e che perciò avesse lasciato entrare soccorsi nella piazza; e il Crequì facea querele al Farnese per avergli condotto o soldati inesperti, o gente che, allettata dalle doble spagnuole, disertava a furia. Finalmente nel dì 13 di ottobre arrivò colle sue truppe il duca di Savoia, ma si alloggiò a San Salvatore, sette miglia lungi dal campo Franzese; e visitato l'assedio, non potè esentarsi dal tacciare delicatamente la vanità del Crequì, che si era messo a quell'impresa senza ponderarne le imminenti brutte conseguenze. Fra lui e il Crequì, erano insorte gare e terribili diffidenze, e i franzesi sparlavano forte del duca, come se egli macchinasse tradimenti. In somma nel dì 15 del mese suddetto, essendo stato di nuovo rinforzato dagli Spagnuoli il presidio di Valenza, fu forzato il Crequì a levare vergognosamente l'assedio, con lasciar ivi il cannone, e ritirarsi a precipizio: il che sommamente increbbe alla corte di Francia.

Ma più ne restò malcontento il duca di Parma, per essere rimasto sguernito ed esposto alla vendetta degli Spagnuoli il suo Stato; laonde si affrettò per tornarsene a Piacenza colle sue truppe. Poche erano queste, e si prevedeva che il passaggio sarebbe ad esso Stato contrastato da don Diego di Gusman marchese di Leganes, nuovo governatore di Milano, tornato dalla Germania. Laonde il duca di Savoia gli diede per iscortarlo il marchese Guido Villa Ferrarese, generale della sua cavalleria, che con mille e ducento cavalli arrivato alla Scrivia, trovò gli Spagnuoli preparati per vietargli il passo. Ma egli colla spada alla mano si fece largo, e verso le feste di Natale arrivò salvo a San Giovanni sul Piacentino. Per ristorar poscia queste milizie, e risparmiare l'aggravio agli Stati del duca di Parma, trovò questo generale il comodo ripiego di venire ad acquartierarsi a Castelnuovo del Reggiano, senza mettersi pensiero delle doglianze di Francesco I duca di Modena, che in questi imbrogli aveva ricusato di far lega coi Franzesi, nè si era dichiarato per gli Spagnuoli. Meglio passarono nella Valtellina gli affari dei Franzesi, perchè, quantunque scarsi di numero, aveano alla testa il duca di Roano, grande ugonotto e gran capitano. Per tacere altri precedenti fatti, avevano concertato insieme Tedeschi e Spagnuoli di ricuperar quella provincia dalle mani dei Franzesi. Il barone di Fernamonte dalla banda del Tirolo con più di quattro mila fanti e quattrocento cavalli, e il conte Giovanni Serbellone dalla parte di Como, doveano nello stesso tempo farvi un'irruzione. Ora nel mese appunto di novembre calò il Fernamonte, e prese il contado di Bormio; ma il Roano, per nulla trattenuto dalla superiorità delle truppe nemiche, andò ad assalirlo, e gli diede una solenne sconfitta. Di così sinistro avvenimento, siccome vogliono alcuni, non era informato il Serbellone, quando addosso anche a lui repentinamente arrivò il Roano, che il mise in rotta, e fece acquisto di tutto il suo ricco bagaglio e della cassa di guerra: il che rasserenò nella corte del re Cristianissimo il torbido cagionato dallo sconsigliato assedio di Valenza. Fecero anche nell'anno presente un tentativo gli Spagnuoli contro la Francia con allestire una flotta di trentacinque galee e di alquanti grossi vascelli, e di altre vele minori, che dirizzò le prore verso il mare di Provenza. Ebbe questa a combattere con un furioso temporale, che cacciò a fondo sette di quelle galee con tutta la gente, e disperse e conquassò il resto con aver dovuto gittar in mare artiglierie e cavalli.

Le cure del romano pontefice Urbano VIII in questi tempi erano quelle che si convenivano al sacro suo grado, cioè di procurar la pace fra i principi cristiani. A questo fine spedì egli a Parigi con titolo di nunzio straordinario Giulio Mazzarino, nato di padre palermitano nel 1602 in Piscina d'Abbruzzo, ingegno dei più fini che si abbia mai prodotto la terra, e che potea stare a fronte del finissimo cardinale di Richelieu. Era egli ben conosciuto ed assai stimato da esso cardinale, forse anche fu da lui sostenuto, e con segreti uffizii presso il papa promosso, dacchè gli Spagnuoli per la perdita di Casale erano divenuti suoi giurati nemici, e tardarono poco a far calde istanze al pontefice per farlo richiamar di Francia, dipingendolo per uomo venduto al Richelieu; e in ciò non s'ingannavano. Gran corte faceva il Mazzarino al cardinale, e quelle due nobilissime volpi bene spesso stavano soli testa a testa per lo spazio di quattro ed anche più ore, grandi affari masticando fra loro, per far non già la pace desiderata dal papa, ma guerra per tutta la cristianità. Credeva la gente che il Mazzarino si fermasse in Francia per servigio del solo papa, ed egli nello stesso tempo serviva come di ministro al Richelieu, al quale riuscì di tener saldo in Francia per due anni questo sì utile strumento. Gravissime ancora furono le querele fatte al papa dall'ambasciatore di Spagna contra di Odoardo duca di Parma, per aver osato di prendere l'armi contro la corona di Spagna, senza permissione del pontefice suo sovrano, e spronavano la santità sua a dichiararlo decaduto dal feudo, e ad investirne il suo nipote don Taddeo, promettendogli la potente loro assistenza. Ma papa Urbano che non voleva liti colla Francia, altro non fece, per quetar il rumore degli Spagnuoli, che di inviare al duca il vicelegato di Bologna per intimargli di desistere dall'armi, e per minacciarlo se non ubbidiva. Si fecero ben sentire per questo i Franzesi, e il papa non passò più oltre. Bollivano intanto dissensioni fra la corte pontifizia e la repubblica veneta a cagion de' confini del ferrarese, e per altre brighe. Mentre i ministri di Francia erano dietro a maneggiar l'aggiustamento, per consiglio del Contelori fece il santo Padre mutare nella sala regia del Vaticano un elogio de' Veneti per la pace seguita in Venezia fra papa Alessandro III e Federico I imperadore. Se ne chiamò tanto offeso il senato veneto, che interruppe ogni pubblico commercio con quella corte, senza che la sua saviezza passasse a più sonori risentimenti.

Anno di CRISTO MDCXXXVI. Indizione IV.

URBANO VIII papa 14. FERDINANDO II imperad. 18.

Dopo avere il duca di Parma Odoardo avuto il coraggio di cimentarsi colla potenza spagnuola, fondato sulle lusinghiere promesse della Francia che sa valersi sovente de' minori, non già per loro vantaggio, ma per farli servire al proprio; si vide ridotto in gravi affanni pel timore di provar in breve gli effetti dell'ira e vendetta di chi certo l'avea giurata contro di lui. Sul fine dunque di gennaio si portò per le poste a Parigi ad implorar poderosi aiuti per la propria difesa. Di onori e di carezze n'ebbe quanto mai potea desiderare; di magnifiche promesse fece ancora una copiosa raccolta; ma queste poi nei fatti si ridussero a poco. Circa la metà di marzo se ne tornò egli accompagnato da molti nobili franzesi, ma non già da verun reggimento o squadrone, in Piemonte, con trovare invasi i suoi Stati da Francesco I duca di Modena. Allorchè il marchese Villa sul fine del precedente anno, o sul principio del presente, occupò Castelnuovo del Reggiano, e vi fece piazza d'armi, non contento di ciò, volle anche rallegrar le sue truppe, con permettere loro di bottinar sull'altre ville di quelle contrade, valendosi di quegli empii privilegii che la forza pretende sulla ragione. Il duca di Modena fin qui aveva atteso a mantener la quiete nel suo paese, immaginando di non dovere ricevere insulti dalla parte del duca di Savoia suo cugino, nè da quella del duca di Parma suo cognato. Ora commosso dalla insolenza del Villa, raunò tosto cinque mila fanti e mille cavalli, ed ottenne dai Veneziani il principe Luigi d'Este suo zio e lor generale, affinchè venisse al comando delle sue milizie. Scrisse ancora per aiuto al marchese di Leganes governator di Milano, che sollecitamente mise in marcia due mila fanti ed ottocento cavalli, con ordine di passare il Po ed entrare nel Parmigiano. Sul principio dunque di febbraio s'inviò il duca di Modena colle sue genti ad unirsi cogli Spagnuoli, e giacchè il marchese Villa s'era condotto di là dall'Enza per contrastarne il passo, gli riuscì di valicar quel fiume, e d'inseguire i Savoiardi e Parmigiani, che si ritiravano verso Parma. A San Lazzaro si venne alle mani, e restarono sbaragliate quante schiere nemiche s'incontrarono lente nel cammino. Ma il Villa, accorso col meglio dei suoi al conflitto, sì bravamente rimise in buono stato la battaglia, che furono con loro danno obbligati Spagnuoli e Modenesi a tornarsene indietro. Nello stesso tempo spinse il Leganes quattro mila fanti e secento cavalli ai danni del Piacentino, dove colla forza fu occupato Castel San Giovanni, ed esercitato l'estremo della barbarie col fuoco e coi saccheggi in quelle parti; e però fu chiamato colà in aiuto il marchese Villa. Allora il duca di Modena con dodici mila fanti, mille cavalli e quattro compagnie di corazze, e con tutta la nobiltà del suo dominio, da più parti assalì lo stato di Parma, s'impadronì di Rossenna e Colorno, luoghi forti, e di altre terre, mettendo a sacco tutto il paese, con obbligare i nemici a ritirarsi sotto il cannone di Parma: città, che si aspettava un assedio, siccome anche Piacenza dal lato degli Spagnuoli. Era per crescere questo incendio; ma il pontefice Urbano VIII, con inviare al duca di Modena monsignor Mellini vescovo d'Imola, e il gran duca Ferdinando, tanto si adoperarono che lo indussero ad una tregua, e susseguentemente alla pace col duca suo cognato. Anche la valle di Taro fu in questi tempi da Vincenzo Imperiali tutta messa a sacco, di modo che il duca Odoardo, costretto a passare incognito pel Genovesato, se volle ritornare a casa, vi trovò desolati tutti i suoi Stati, colla perdita anche di alcune terre. Questo fu l'unico guadagno che gli recò la lega con Francia e Savoia, da lui intrapresa fuor di proposito.

Svegliatisi per li danni del Parmigiano e Piacentino il duca Vittorio Amedeo e il maresciallo di Crequì con tutte le lor forze sul fine di febbraio, a motivo di una diversione, entrarono nel Milanese, con prendervi alcune terre, e minacciar Vigevano: il che fece uscire in campagna anche il Leganes. Dopo una svantaggiosa scaramuccia furono forzati i collegati a ritirarsi di là dalla Sesia. Ma questi, dopo aver fatto concerto col duca di Roano, che nel medesimo tempo egli dalla Valtellina assalisse lo Stato di Milano, mentre essi farebbono un'altra maggiore invasione verso il Pavese e Novarese, ripigliarono nel mese di giugno le azioni militari. Altro non fece il Roano che penetrare in Valsasina, e commetter ivi quanti saccheggi potè, con tornar poscia ai primieri suoi posti, dacchè seppe che il principe Borso d'Este con due mila e cinquecento Alemanni veniva per opporsi ai suoi tentativi. Ora il duca di Savoia e il maresciallo di Crequì nel mese di giugno, entrati nel territorio di Novara, s'impadronirono di varie terre, e massimamente di Fontaneto, luogo forte, dove lasciò la vita il maresciallo di Toiras. Trovate poi sguernite le rive del Ticino, arditamente lo passarono, nè furono pigri a guastar le fabbriche, per le quali si conduce a Milano il canale appellato il Naviglio: cosa che mise in somma costernazione la stessa città di Milano. Avrebbe appunto voluto il Crequì marciare a dirittura verso quella città; ma il saggio duca di Savoia ricusò di concorrere alla bestialità di quella risoluzione, perchè non aveano forze per sì grande impresa. Ora per cacciare i collegati di là, o per impedir loro maggiori progressi, coll'esercito suo comparve colà il marchese di Leganes, e lì trovò ben trincierati a Tornavento, luogo ignobile, che acquistò poi fama nelle storie. Benchè non avesse egli peranche fatta la massa di tutte le sue soldatesche, pure, non ostante il contrario parere de' suoi uffiziali, nel dì 23 di giugno (altri dicono nel dì 22) in ordine di battaglia andò all'assalto delle trincee de' Franzesi, e per rompere il loro ponte sul Ticino. Si combattè per più ore con gran valore e mortalità da ambe le parti; e già agli Spagnuoli era riuscito di superare alcuni posti, benchè colla morte di Gherardo Gambacorta Napoletano, capitano di gran credito, quando arrivò con nuovi rinforzi il duca di Savoia, che li ridusse di vincitori, quali pareano, ad essere come vinti. La notte fece fine al conflitto, e in essa si ritirarono gli Spagnuoli a Biagrasso. Non si figuri alcuno di saper mai il netto delle battaglie, spezialmente quando non succeda la totale sconfitta dell'una parte, studiandosi sempre i vincitori di accrescere la vittoria, e i vinti di scemare la perdita. La verità si è, che restò il campo di battaglia ai Franzesi e Savoiardi; ma altresì è certo ch'essi da lì a pochi giorni, dopo aver conosciuto qual fosse il valore degli Spagnuoli e Napoletani, dianzi da lor creduti figli della paura, si ritirarono di là dal Ticino, laonde furono appresso ricuperati quei luoghi dagli Spagnuoli, e rimesso il Naviglio nell'essere di prima con somma consolazione della città di Milano. Attribuirono i collegati questa loro ritirata alla troppa copia de' tafani, che recavano gran travaglio spezialmente a' cavalli, e alla necessità di sloggiar da un sito, dove il puzzor de' cadaveri potea far peggio che una seconda battaglia.

Mentre cotali bravure si faceano verso il Ticino, tornato a Parma il duca Odoardo, e pien di rabbia per li danni sofferti, prevalendosi della lontananza dell'armi spagnuole, unì ad un corpo di tre mila Franzesi i suoi soldati di fortuna e miliziotti, e con essi entrò nel Cremonese e Lodigiano, sfogando la sua vendetta sopra le sostanze degl'innocenti contadini. Se n'ebbe presto a pentire, perchè il Leganes sbrigato dall'impaccio de' Franzesi, nel dì 15 di agosto spedì sul Piacentino don Martino d'Aragona con alcune migliaia di fanti e cavalli; nel qual tempo anche il cardinale Trivulzio con altre milizie, dopo aver fatte ritirar le genti del Farnese dal Lodigiano e Cremonese, assalì il Piacentino di là da Po, e penetrò poi anche nello Stato Pallavicino, impossessandosi di Borgo San Donnino, e commettendo ogni sorta di ostilità. Si trovò allora Odoardo in incredibili angustie; speranze non v'erano che potessero transitar soccorsi del duca di Savoia e del Crequì; la flotta franzese, che dovea sbarcare alla Specia cinque mila soldati, non si vedea mai comparire, e andava a sacco tutto il paese del Farnese. Inoltre già si trovava alla vigilia d'un assedio la città di Piacenza, tutta attorniata dagli Spagnuoli, salutata anche da più tiri di cannone; ed una isola del Po in faccia a quella città occupata dall'armi nemiche si metteva in fortificazione. A questo spettacolo dell'imminente rovina d'esso duca commossi papa Urbano, colla spedizione del conte Ambrosio Carpegna, e il gran duca di Toscana di lui cognato con quella di Domenico Pandolfini, s'indussero per rimetterlo in grazia del governator di Milano, e liberarlo dal totale eccidio. Trovarono questi ministri tutta la buona disposizione nel marchese di Leganes, e all'incontro, non senza lor maraviglia, una grande, non so se vera o finta ostinazione nello sconsigliato duca. Contuttociò tanto perorarono le lagrime della duchessa Margherita de Medici sua consorte e quelle degl'infelici suoi popoli, colla giunta ancora della continua deserzione de' pochi suoi Franzesi, che finalmente sul principio dell'anno seguente si diede per vinto, ed acconsentì ai consigli de' mediatori. Fu conchiusa la pace con rinunziar egli alla lega della Francia, e con lasciare Sabionetta alla cura degli Spagnuoli, i quali dai di lui Stati ritirarono l'armi, lasciandovi dappertutto segni lagrimevoli della lor nemicizia. I Franzesi, che si trovavano di presidio in Piacenza, e nulla mai seppero di quel negoziato, sotto pretesto di una rassegna, burlati rimasero fuori della città; e veggendo il cannone rivolto contra di loro, non fecero resistenza alcuna. Vennero dipoi con belle parole congedati. Fecesi gran rumore per questa risoluzione del Farnese in Parigi, e fu anche arrestato il conte Fabio Scotti suo inviato; ma, fatte esporre dal duca le giustificazioni, restò approvata la di lui condotta, ed egli continuò ad essere di cuor franzese.

L'avere in mezzo a queste turbolenze Francesco I d'Este duca di Modena saputo cattivarsi la grazia del re Cattolico, agevolò a lui l'acquisto del principato di Correggio, che in occasione della guerra di Mantova fu tolto dagli imperiali a don Siro per alcuni suoi delitti, e ceduto poscia agli Spagnuoli pel prezzo di ducento trenta mila fiorini d'oro. Ne fu posto il duca in possesso, coll'obbligo di rimborsare la corona di Spagna di quella somma, qualora don Siro non avesse redento esso feudo con pari pagamento in un tempo prefisso. Sempre si trovò impotente il Correggiasco a soddisfare; e però col tempo fu la casa d'Este investita di quello Stato, e rimasero quetate con un accordo le pretensioni della casa di Correggio, estinta in fine a' giorni nostri. Non cessava in questi tempi il pontefice Urbano VIII, secondo il suo paterno affetto, di muovere quante ruote poteva per indurre alla pace le corone cattoliche; ed essendo riuscito a' suoi maneggi di far deputare la città di Colonia per luogo di un congresso, spedì a quella volta il cardinale Marzio Ginetti con titolo di legato a latere. Le infermità intanto cominciavano a far dubitare della vita del buon imperadore Ferdinando II. Laonde passò egli alla dieta di Ratisbona per trattar ivi dell'elezione in re de' Romani di Ferdinando III suo figlio re d'Ungheria e Boemia, che già gran credito s'era acquistato nel maneggio dell'armi. Concorsero in fine nei di lui desiderii i voti degli elettori; e però nel dì 22 di dicembre seguì l'elezion di esso principe con gran festa e giubilo di chiunque amava l'augusta casa d'Austria; ma con disapprovazione non lieve di chi nudriva affetti diversi. Nè si dee tacere che, passata in quest'anno la flotta spagnuola nei mari di Provenza, s'impadronì dell'isole di Jeres, cioè di Santo Onorato e di Santa Margherita, dove tosto si applicò a fabbricar ivi dei forti, che misero in grande apprensione la vicina Provenza e le coste di Nizza. Vi ha chi riferisce un tal fatto all'anno seguente.

Anno di CRISTO MDCXXXVII. Indiz. V.

URBANO VIII papa 15. FERDINANDO III imperadore 1.

Diede fine al suo vivere nel dì 44 di febbraio dell'anno presente l'imperadore Ferdinando II in età di cinquantanove anni: principe che nella pietà e clemenza non ebbe pari, sommamente geloso e benemerito della religion cattolica, e fin prodigo verso i religiosi; non mai gonfio per le vittorie, che per un pezzo lo accompagnarono; non mai alterato per li sinistri avvenimenti che il seguitarono fino alla morte. La felicità delle sue armi nei primi anni del suo governo sì tirò dietro l'invidia di molti. La guerra da lui poscia intrapresa per Mantova gli concitò contro l'odio e la nemicizia di assai più gente, di maniera che si vide poi traballare la corona in capo; e se la battaglia di Lutzen nol liberava dal re sveco, restava all'ultimo crollo esposto il suo trono. Fra i suoi difetti si contò una virtù tendente all'eccesso, cioè la troppa bontà, per cui non si dispensavano i gastighi a chi n'era degno, e si lasciava all'interesse privato la briglia, dal quale si negligentava o tradiva il pubblico: disgrazia continuata nelle due auguste case di Austria fin quasi agli ultimi tempi nostri. A lui succedette Ferdinando III suo figlio, già re dei Romani, in età di ventotto anni, essendogli stata conferita da lì a non molto la dignità imperiale. Contuttochè le di lui imprese di guerra il facessero credere ad alcuni poco amator della pace, pure dai più saggi tenuto fu per diverso di genio l'animo suo. In Italia con poche azioni di rilievo proseguì la guerra tra i Franzesi e Spagnuoli. Primieramente nel mese di marzo mutarono faccia gli affari della Valtellina. S'era ivi annidato il duca di Roano, e in suo potere teneva i forti di quelle parti, dando con ciò continua apprensione ai confini di Como, ed obbligando il governator di Milano a mantener ivi buona guardia. Cominciarono ad impazientarsene i Grigioni, allettati fin qui da esso duca colla speranza di ricuperar l'antico dominio di quella provincia; e finalmente, insospettiti che la Francia meditasse di fissar ivi le radici per sempre, fecero perciò dello strepito e vive doglianze con lui. Li quietò il Roano con una convenzione, per cui si sosteneva nella Valtellina l'esercizio della religione cattolica, e si restituiva ai Grigioni quello della giustizia. Perchè poi la corte di Francia non approvò alcuni capitoli, e non mandò danari per le paghe dovute ad essi Grigioni, costoro si volsero al governator di Milano e alla reggenza d'Inspruch, dove trovarono buon accordo, e si conchiuse di muovere unitamente l'armi per iscacciar di colà i Franzesi. Tra perchè il Roano era stato infermo, ed aveano le di lui promesse e lusinghe perduto il credito, non gli fu possibile di dissipar il temporale; di maniera che, assalito dai Grigioni, Spagnuoli ed Austriaci nello stesso tempo, si trovò obbligato a rendere le fortezze e a ritirarsi colle sue genti. Così tornarono i Valtellini cattolici a provare il disgustoso governo dei Grigioni eretici, salva ivi sempre restando la religione cattolica. Stabilissi nondimeno che chiunque si tenesse aggravato dalle sentenze dei magistrati grigioni, potesse ricorrere a due persone, che sarebbono deputate l'una dal governator di Milano, l'altra dalle leghe d'essi Grigioni.

Sbrigato da questo affare il marchese di Leganes, giacchè avea all'ordine diciotto mila fanti e quasi cinque mila cavalli a cagion dei rinforzi a lui giunti dalla Spagna e Germania e da Napoli, pensò ad altre imprese. Occupò egli nelle Langhe la terra e rocca di Ponzone, Nizza della Paglia nel Monferrato, ed Agliano nel territorio d'Asti. Ritornò intanto di Francia il maresciallo di Crequì, ed unite che ebbe le sue forze con quelle del duca di Savoia, uscì in campagna: con che terminarono i progressi dell'armi spagnuole. Anzi riuscì al marchese Villa generale di Savoia nel dì 8 di settembre di mettere in isconfitta a Mombaldone quattro mila Spagnuoli condotti da don Martino di Aragona: il che recò gloria e piacere al duca Vittorio Amedeo. Ma poco durò l'allegrezza di questo principe, perchè, caduto infermo in Vercelli, nel dì 7 di ottobre con somma intrepidezza d'animo chiuse gli occhi alla presente vita in età di cinquanta anni, e lasciò una gran disputa ai temerarii giudizii del volgo, che il sospettò tolto dal mondo col veleno. Era egli col conte di Verrua suo più confidente ministro, e col marchese Guido Villa valoroso condottiere delle sue armi, stato accollo ad un convito dal Crequì nel dì 26 di settembre. Poco dopo furono tutti e tre assaliti da un malore, per cui il duca e il conte furono tratti al sepolcro; ma ne campò il marchese, perchè uomo di robusta complessione, restando sano dopo quattro soli giorni di malattia. Gran dissensione era sempre stata in addietro fra il duca e il Crequ', e in gran diffidenza si trovava il duca alla corte di Parigi. Tali circostanze fecero nascere e fomentarono le dicerie degli oziosi; ma, oltre all'essere in buon concetto i Franzesi di non valersi di sì empii mezzi per far delle vendette, il corso della malattia del duca Vittorio Amedeo procedè sempre con sintomi naturali; e sparato poi il suo cadavero, non vi si trovò indizio di alcun detestabile tradimento. Non vi ha scrittore che non esalti le rare doti e virtù di questo principe, in cui era passata col sangue non già l'affabilità e il tratto obbligante, ma bensì l'inarrivabile intelligenza e sagacità del duca Carlo Emmanuele suo padre, temperata nondimeno da più moderati pensieri e desiderii, essendosi creduto effetto della singolar sua saviezza l'essersi attaccato ai Franzesi, perchè non potea di meno, ma con regolare in tal guisa le cose, che non ne restassero atterrati gli Spagnuoli, dei quali potea abbisognare contro le violenze dei medesimi Franzesi. Non è a me permesso di maggiormente stendermi nel di lui elogio. Riuscì l'inopportuna sua morte in mezzo a tanti turbini di guerra un colpo funestissimo alla reale sua casa e a tutti i sudditi suoi. Imperciocchè restarono di lui due figli maschi, cioè Francesco Giacinto nato nel settembre del 1632, e _Carlo Emmanuele _nato nel giugno del 1634, oltre a due principesse, cioè Luigia Maria e Margherita Violante. Erano tutti in età pupillare; ed essendo succeduto nel ducato il primo dei maschi, prese la tutela di tutta quella tenera prole la vedova duchessa Cristina, sorella del regnante allora Lodovico XIII re di Francia.

Trovossi questa saggia principessa ben presto in un pericoloso labirinto, per avere nemici fieri gli Spagnuoli, amici poco fedeli i Franzesi. E ad accrescere le angustie sue da lì a poco scoppiarono le pretensioni dei fratelli del defunto duca, cioè del cardinale Maurizio e del principe Tommaso. Mossi amendue questi principi dalla politica spagnuola, e insieme dalla propria ambizione, intendevano di venire in Piemonte collo spezioso titolo di assistere alla duchessa in tempi sì turbolenti per l'indennità dei nipoti; e le cominciarono a persuadere che si guardasse da' Franzesi, ne' quali più potea l'interesse proprio che la regia parentela. Ma perciocchè ambedue seguitavano il partito austriaco, il cardinale in Roma e il principe Tommaso in Fiandra, si mostrò risoluta la duchessa di non volerli in Piemonte; e intanto si raccomandava alla corte di Francia, perchè si venisse ad un armistizio, affine di levarsi di dosso la guerra troppo minacciante i suoi Stati. Ma il cardinale di Richelieu, che riguardava per molto utile alle sue idee la continuazion di questo incendio in Italia, altro non rispondeva che belle promesse e sparate della regal potente protezione per gl'interessi della duchessa e de' suoi figli. Per quanto poi fu detto, appena cessò di vivere il duca Vittorio Amedeo, che saltò in capo all'Emery, ambasciatore di Francia in Piemonte, di sorprendere non solamente Vercelli, ma anche la stessa duchessa co' principini, a titolo di assicurarsi della casa di Savoia e di quello Stato, sperando che cotale ingiuriosa violenza potesse essere non disapprovata, anzi gradita, dal ministero, di Francia. Ma scopertasi la mena (se pur non fu un mero sospetto o pretesto), il marchese Villa entrato di notte in Vercelli con delle truppe, e chiuse tenendo le porte, fece abortire ogni contrario attentato. Alla morte del duca di Savoia precedette di pochi giorni quella di Carlo Gonzaga duca di Mantova, che nel dì 25 settembre cessò di vivere in età di sessantun anni: principe che in Francia, dove era gran signore, ma suddito, avea mostrato sentimenti da sovrano; giunto poi alla sovranità di Mantova, non ebbe che genio e costumi da privato: scusabile nondimeno, per essere restato troppo esangue e desolato lo Stato suo a cagion delle passate tragedie. Restò dopo di lui un suo nipote erede del ducato, cioè Carlo II, nato dal principe ossia duca di Rhetel suo figlio, ma per l'età incapace del governo. La reggenza fu presa dalla principessa ossia duchessa Maria, sua nuora e madre del duchino, che si diede con molta forza a governar que' popoli. Niuna novità si fece per tal mutazione da' vicini Spagnuoli, e meno dagli imperiali, perchè non mancò alla duchessa la buona assistenza della repubblica veneta. In quest'anno ancora, adirati i Franzesi per vedere annidati nelle isole di Santo Onorato e di Santa Margherita gli Spagnuoli, e volendone far vendetta, uscirono in mare con una flotta sotto il comando del conte d'Arcourt; e fatto un improvviso sbarco in Sardegna, s'impadronirono d'Orestano; ma ne furono ben tosto cacciati dai Sardi. Quindi passarono alle suddette isole di Jeres, dove colla forza e colla espugnazione di varie fortezze finalmente costrinsero gli Spagnuoli a rimettere tutto nelle lor mani, con istupore d'ognuno per la difficoltà e insieme per la felicità di quell'impresa.

Anno di CRISTO MDCXXXVIII. Indiz. VI.

URBANO VIII papa 16. FERDINANDO III imperadore 2.

Trovavasi forte di gente il marchese di Leganes governator di Milano; sapeva in oltre dubbiosa ne' suoi disegni la reggente di Savoia Cristina, sì pel suo desiderio di una sospension d'armi, e sì per l'inquietudine che cominciava a recarle il cardinal Maurizio suo cognato; e però pensò a levarsi dal piede una dolorosa spina, cioè il vigoroso forte di Breme, fabbricato dal defunto duca Vittorio, che teneva in un continuo allarme lo Stato di Milano. Passò a quell'assedio nel dì 11 di marzo. Pensavano i Franzesi che Breme si potesse sostenere per due mesi; restarono ben delusi, perchè quella piazza nel termine di non molti giorni, cioè nel dì 30 del mese suddetto, capitolò la resa, e costò questa il capo al Mongagliardo, che n'era governatore, senza che gli valessero scuse e ragioni. Costò anche quell'assedio la vita al maresciallo di Crequì, perchè, essendo egli ito, nel dì 26, a spiar col cannocchiale i postamenti degli assedianti, colpito dalla palla di un sagro, in un momento passò all'altro mondo. Fu in sua vece scelto al comando dell'armi franzesi in Italia il cardinale della Valletta, che non dovea aver bene studiato i sacri canoni, e s'era forse dimenticato d'essere arcivescovo. Per la presa della fortezza di Breme, che tutta fu poi smantellata, grandi allegrezze si fecero in Milano. Provveduta di gran talento era la vedova duchessa di Savoia, ma questo non bastava nel fiero viluppo delle circostanze presenti. Trattava segretamente con gli Spagnuoli di pace; ricusava di confermar la lega co' Franzesi; ma cotante minaccie, e insieme sì belle promesse di gagliardi aiuti misero in campo essi Franzesi, che la duchessa non trovò scampo, e si lasciò condurre a ratificar la lega con essi. Perchè nondimeno fece ella questa risoluzione, come vogliono alcuni (il che è negato da altri), senza participazione e consenso de' suoi ministri, ne fu un gran dire; e i popoli cominciarono a mostrarsi mal animati contra di lei; e tanto più perchè segretamente soffiavano in quel fuoco gli emissarii del cardinale Maurizio e del principe Tommaso, zii del piccolo duca, che aspiravano alla di lui tutela, e alla depressione della duchessa. Anzi scrive Vittorio Siri di avere saputo dalla bocca di Francesco I duca di Modena che, nel passare per quella città, in venendo da Roma esso cardinale, spiegò apertamente l'intenzione sua di farsi duca di Savoia; al che inorridì l'Estense suo nipote. Ora il marchese di Leganes, veggendo che non andavano innanzi i suoi trattati colla duchessa, pubblicò nel dì 25 di maggio una circolare, dove, per dar qualche colore all'invasione da lui già meditata del Piemonte, si servì di quelle galanti apparenti ragioni che bene spesso veggiamo usate dall'ingegnosa penna dei politici per deludere gl'ignoranti, ma che fan ridere i savii: cioè muover egli l'armi solo per compassione degl'infelici Piemontesi oppressi da' Franzesi, e per liberare la duchessa reggente dalla loro prepotenza, e non già per usurpare menoma parte di quegli Stati, promettendo inoltre buon trattamento a chi non si opponesse ad un così santo ed approvato disegno.

Nel giorno seguente all'improvviso spinse l'esercito suo sotto la città di Vercelli, e ne imprese l'assedio. Dentro vi era il marchese Dogliana, che coraggiosamente si preparò alla difesa, deplorando solamente la scarsezza del suo presidio e delle munizioni. Diedesi frettolosamente il Leganes a formar la circonvallazione e gli approcci, e cominciarono le artiglierie a far il loro dovere. Pervenne in questo tempo a Torino il cardinale della Valletta col _duca di Candale _suo fratello; ma le soldatesche condotte da lui erano poche; altre bensì ne venivano, ma zoppicando. La riputazione sua e le premure della duchessa esigevano che si andasse al soccorso di Vercelli. In fatti colà marciarono tutte le forze de' Franzesi e Piemontesi, e nella notte del dì 20 di giugno venne lor fatto di spignere entro quella città da ottocento fanti. Questo rinforzo servì bensì a far differire, ma non già ad impedire, la resa di Vercelli; perchè, venute men le munizioni ai difensori, i quali con gran valore s'erano sostenuti, finchè poterono, dopo aver ottenuto oneste condizioni, lasciarono nel dì 5 di luglio libero l'ingresso agli Spagnuoli in quella città. In quello assedio, se dice il vero Alberto Lazari, fu adoperata l'invenzion nuova delle bombe, ma già da noi veduta molto più antica. Ivi ancora scrivono, che alzate in aria venti braccia di grosso muro da una mina, ricaddero a piombo nel medesimo sito, senza nè pure che apparisse una fessura: il che par troppo. Mentre si facea questa danza in Piemonte un'altra scena ancora succedette nel Monferrato. Oltre all'essere stata allevata la principessa Maria reggente di Mantova con genio agli Spagnuoli, non sapeva ella veder di buon occhio i ministri di Francia, che in Mantova stessa si davano l'aria come di padroni; e però nacquero dissensioni fra lei ed essi, e si passò alle vicendevoli gelosie e diffidenze. E queste per parte de' Franzesi furono credute dai saggi ben fondate; imperciocchè non solamente la principessa escluse dal ministero chiunque professava parzialità alla corona di Francia, sostituendone altri partigiani della Spagna, ma si venne anche a scoprire un trattato menato da lei co' ministri di Spagna, di scannare quanti Franzesi si trovavano in Casale, e d'introdurvi guarnigion spagnuola. Negò dipoi la principessa questo maneggio; ma pretesero i Franzesi di averne chiare e convincenti pruove. Adunque per ordine loro fu preso il Monteglio governatore, poi processato e decapitato. Furono ancora cacciati altri uffiziali e ministri della principessa, e molti di que' nobili del suo partito; e rinforzato maggiormente quel presidio. In sostanza, occuparono il dominio di quella città, lasciando gridar gli Spagnuoli che queste erano imposture e mascherate per andare usurpando l'altrui.

Cangiarono faccia anche in Piemonte le cose; imperciocchè madama reale Cristina mirando esacerbati i sudditi non men per le conquiste degli Spagnuoli, che per l'aggravio de' Franzesi; e temendo anche delle segrete mine dalla parte dei due principi cognati suoi, tutta si gittò in braccio agli stessi Franzesi. Fece vista di arrolare un reggimento di essi per la propria difesa, e il mise in Torino; lasciò in oltre, che nelle altre sue fortezze i medesimi mettessero il piede: con che tutto il Piemonte col Monferrato si trovò come in ceppi, divenuto Franzese. Prese motivo il Leganes dai cangiamenti avvenuti in Mantova, per pubblicare un altro manifesto, lavorato sul torno del precedente, intendendo di giustificare la di lui meditata invasione del Monferrato, non già per vantaggio alcuno della Spagna, che Dio guardi; ma per iscacciarne i Franzesi occupatori ingiusti, in benefizio del duchino di Mantova. Entrarono in fatti poco d'appresso l'armi spagnuole nel Monferrato, col farvi la sola bravura di prendere il castello di Pomà, e di spianarlo da' fondamenti: che questo fu il primo servigio prestato al duchino. Essendo accorsa l'armata del cardinale della Valletta co' Piemontesi, se ne ritirarono da lì a non molto gli Spagnuoli con poco lor gusto; e tutti poscia andarono a godersi i quartieri d'inverno. Fu rapito in questi tempi dalla morte il picciolo duca di Savoia Francesco Giacinto in età di sei anni, dopo molte febbri, che nel dì 4 d'ottobre il levarono dai guai del mondo. Non vi restò di maschi se non Carlo Emmanuele, che in età di quattro anni prese il titolo di duca. Nè solamente in quest'anno restò innaffiata la terra dell'uman sangue, ma anche il mare. Faceano vela quindici galee di Spagna venendo da Napoli, sotto il comando di don Rodrigo Velasco, per isbarcar al Finale mille e cinquecento fanti, e assai danaro in soccorso dell'esercito di Lombardia. N'ebbe avviso il signor di Poncurlè, nipote del cardinale di Richelieu, e con quindici altre galee uscito di Provenza, cominciò a rondare, aspettando che gli Spagnuoli avessero sbarcate le soldatesche, per poscia assalirli. Il Velasco, senza far altro sbarco, si fermò aspettando le risoluzioni della flotta nemica. Sicchè nel dì primo di settembre si attaccò fra loro alla vista di Genova un atroce conflitto. Quattro galee di Spagna non reggendo al diluvio dei sassi gittati dai mortai o cannoni franzesi, si ritirarono dalla battaglia. Se questo non succedea, fu creduto che avrebbero gli Spagnuoli cantato il trionfo. Non perciò si smarrirono le undici rimaste in ballo, finchè fu ucciso il lor generale Velasco, e le lor ciurme, composte di schiavi e di malviventi condennati al remo, tumultuarono, gridando libertà. Perciò e di dentro e di fuori bersagliati gli Spagnuoli, furono forzati a cedere il campo, seco nondimeno conducendo prese tre galee nemiche. All'incontro i Franzesi, meglio serviti delle lor ciurme, consistenti in soli volontarii, presero cinque galee, e in oltre la capitana di Sicilia, che poi lasciarono andare per mancanza di remiganti e fu condotta a Genova. Rimasero anche malconci i Franzesi per la strage fatta dalla moschetteria nemica, essendovi perito lo stesso lor generale, e, ciò non ostante, si attribuirono, e con ragione, la vittoria.

Ma altro incomparabilmente maggior motivo di tripudiare ebbe in quest'anno la Francia, perciocchè dopo più di venti anni di sterilità della regina Anna d'Austria, sorella del re di Spagna, e moglie del re Lodovico XIII (alla qual disgrazia aveano forse contribuito non poco le illecite amicizie del re consorte, e le cabale del cardinale di Richelieu), si videro in fine frutti del suo matrimonio. Per accidente impensato accoppiatasi essa regina col re verso la metà di dicembre del precedente anno 1637 a Grobois, concepì un Delfino, che venne alla luce nel giorno quinto di settembre del presente anno, e fu poi gloriosissimo re di Francia col nome di Luigi XIV. Abbiamo l'attestato del celebre Ugon Grozio, ambasciatore allora di Svezia in Parigi, che questo monarca nacque con due denti, avendo egli perciò scritto: Caveant vicini a mordacitate hujus Principis, il che ben si avverò. È scritto che anche il rinomato cardinal Mazzarino uscì dal ventre materno con due denti già formati. Nè si vuol tacere che col tempo (cioè allorchè la felicità del medesimo cardinal Mazzarino, e la sua intrinsichezza nel servigio d'essa regina, suscitarongli l'invidia e la malevolenza d'infinite persone), saltò fuori e prese piede per tutti i regni cristiani un'ingiuriosa e abbominevol diceria, cioè che esso Mazzarino avesse supplito alle mancanze del re Lodovico XIII per arricchir la Francia di un sospirato Delfino. Questa infame calunnia fu chiaramente poi strozzata dalla penna di Gregorio Leti, facendo egli toccar con mano che Giulio Mazzarino molti mesi prima era partito di Francia, e trovavasi in Roma, allorchè avvenne il concepimento di Luigi XIV. La nascita di questo principe diede impulso a grandissime feste, e portò seco importanti conseguenze pel regno di Francia. All'incontro una lagrimevol calamità accadde in quest'anno alla Calabria a cagion d'un fierissimo tremuoto, accaduto nel dì 27 di marzo, dove Cosenza, Stigliano e più di cinquanta luoghi rimasero affatto atterrati; più di cento divennero inabitabili; e vi si contarono più di dodici mila persone estinte. Fra gli altri luoghi la città di Policastro vide a terra il vescovato e tutte le chiese e monisteri; niuna casa vi restò in piedi, e perirono mille e ducento abitanti, fra i quali il duca d'Aquino, padrone d'essa città. Seppellita fra le rovine la principessa sua moglie, gravida di più mesi, fu ritrovata viva e salva con una sua figliuola. Erano entrati nell'Adriatico i corsari algerini e tunesini con forte squadra di galeotte, e gran timore vi fu che mirassero a svaligiar la sacra casa di Loreto. Marino Cappello coll'armata veneta di ventotto galee e due galeazze sorprese costoro alla Vallona, e nel dì 5 d'agosto in quel porto, senza far caso delle cannonate della piazza turchesca, a forza d'armi s'impadronì di tutti quei legni barbareschi, e trionfalmente li condusse a Corfù. Poco mancò che per tal atto la porta Ottomana non dichiarasse la guerra ai Veneziani; ma questi ebbero maniera di placar lo sdegno dei Musulmani. Desiderosa in questi tempi la corte del re Cattolico di tirar nel suo partito Francesco I d'Este duca di Modena, principe che ad un raro senno accoppiava uno non inferior valore, mostrò gran piacere che egli passasse in Ispagna, per tenere al sacro fonte quel principe o principessa che era per dare alla luce la gravida regina. Con superbo accompagnamento si portò colà questo principe per mare, ricevette grandi onori, ed alzò nel dì 7 d'ottobre dal fonte battesimale l'infanta Maria Teresa, che fu, nel 1660, sposata dal poco prima nato Luigi XIV re di Francia. Di più non ne dico io, per avere abbastanza parlato nelle Antichità Estensi dei motivi ed effetti di questo viaggio.

Anno di CRISTO MDCXXXIX. Indiz. VII.

URBANO VIII papa 17. FERDINANDO III imperad. 3.

Gran teatro di guerra e di calamità fu in quest'anno il Piemonte a cagion dei principi di Savoia, cioè del cardinal Maurizio e del principe Tommaso, che, ricorsi all'appoggio della Spagna (seppur non furono stimolati da essa), pretendevano di spogliar la duchessa vedova Cristina della tutela del duchino e del governo di quegli Stati. Il cardinale, che, siccome dicemmo, aspirava anche più alto, era, nell'autunno dell'anno precedente, celatamente venuto in Piemonte, dove non gli mancavano parziali e divoti, e fra essi alcuno dei ministri della medesima duchessa. Questa, dopo avere scoperto il suo arrivo ed alcune di lui intelligenze nella cittadella di Torino, e postovi rimedio, mandò a Chieri un suo uffiziale con una compagnia dì cavalli, a dirgli che non era buona aria per lui quel luogo, e che se ne andasse. Però senza farlo arrestare, come avrebbe potuto fare, il fece accompagnare ad Annone, castello dello Stato di Milano. Venne poscia di Fiandra il principe Tommaso, e tanta fu la voglia di questi principi fratelli di spuntarla nel loro impegno, che si sottomisero ad alcune pesanti capitolazioni col marchese di Leganes, benchè mal volentieri. Doveano le piazze e luoghi, che colla forza si conquistassero in Piemonte, venir presidiate dagli Spagnuoli; e quelle, all'incontro, che volontariamente si rendessero, aveano da restar libere in mano de' due principi. Fecero eziandio entrare l'autorità dell'imperadore in questi viluppi, avendo egli spedito decreto del dì 6 di novembre del 1638, in cui annullava il testamento del fu duca Vittorio Amedeo per conto della tutela lasciata alla duchessa, e un monitorio ai sudditi di cacciare i Franzesi, e di aderire ai principi legittimi tutori del duchino. Cannonate senza palla sarebbero state carte tali se non le avesse accompagnate la forza. Ma questa non mancò; e però si diede principio alla guerra civile, febbre che per lo più è la più lagrimevole e perniciosa che possa accadere ad uno Stato. Dopo la perdita di Vercelli, i popoli del Piemonte miravano di mal occhio i Franzesi, e più la duchessa, che s'era lasciata cotanto allacciare dal loro affetto. Si sparsero anche delle ridicole voci ch'essa pensasse, con dare in moglie la figlia maggiore al Delfino, che era tuttavia in fasce, di sacrificare all'ambizion dei Franzesi gli stati del duchino suo figlio: immaginazioni, che basta riferirle, per farne conoscere la sciocchezza. Certo è, che i più di quei popoli inchinavano ai principi del sangue, credendoli più atti a conservar quel dominio che una principessa franzese.

Ora il marchese di Leganes diede fiato alle trombe coll'inviare don Martino di Aragona, valoroso capitano, all'assedio di Cengio, castello fortissimo delle Langhe. Mentre l'Aragona si era accinto ad espugnar prima Saliceto, dove erano trenta Franzesi, colto da una moschettata, lasciò ivi la vita. In suo luogo Antonio Sottello cinse d'assedio Cengio, ributtò il soccorso che il cardinal della Valletta e il marchese Villa tentarono d'introdurvi; e in fine s'impadronì di quel castello. In questo mentre il principe Tommaso, entrato in Piemonte coll'armi spagnuole nel dì 26 di marzo, poca fatica durò a conquistar Chivasso; adoperata la forza a Crescentino, lo ridusse a suoi voleri; e dipoi, o per tradimento o per viltà del comandante, ebbe la fortezza di Verrua nel dì cinque d'aprile. Nello stesso tempo il cardinal Maurizio passò a Biella, e alla valle di Aosta, che, dopo l'acquisto d'Ivrea, tutta venne alla di lui ubbidienza, trovandosi popoli che acclamarono i principi al primo lor comparire. La duchessa Cristina, all'avviso di questa metamorfosi, e più a quello dei movimenti del Leganes, già in viaggio per venire con tutte le sue forze verso Torino, colà chiamò il cardinal della Valletta, e i marchesi Villa e di Pianezza, comandanti delle sue armi; e, risoluta di star salda in quella città, per tenere in freno i cittadini del partito contrario al suo, prese nondimeno la precauzione d'inviare i figli in Savoia al castello di Sciamberì, oppure di Monmegliano, per sottrarli ad ogni pericolo: il che aguzzò maggiormente contra di lei le lingue dei mal affetti. Si affrettarono i due principi fratelli per presentarsi coll'esercito spagnuolo sotto Torino, e presi varii posti, si accamparono intorno a quella città, sperando pure che seguissero movimenti nel popolo; ma scorti vani i lor pensieri, non vollero più perdere il tempo in quella disperata impresa. Divise dunque le truppe, il conte Galeazzo Trotti andò ad impossessarsi di Pontestura, e il principe col maggior nerbo si portò a Villanuova di Asti. Perchè quel governatore non volle renderla per amore, restò la seguente notte presa per assalto, ed appresso messa a sacco. Il governator di Milano, dopo avere anche egli occupata la terra di Moncalvo, unitosi col principe Tommaso, a dì 30 d'aprile andò sotto Asti. Passavano corrispondenze segrete con chi ne era deputato alla difesa; e però i cittadini portarono tosto le chiavi. Altrettanto fece da lì a pochi giorni anche la cittadella. Era creduto Trino piazza inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi dal duca Carlo Emmanuele, e gli uffiziali dissuadevano il principe suddetto dal tentarne la sorte. Ma egli, che sapea quanto scarseggiasse di gente e di munizioni quella città, si portò improvvisamente ad assediarla. Un soccorso inviato colà dal marchese Villa, cadde in una imboscata; fu ivi trucidato chi non avea buone gambe. Non fece il governatore di Trino quella resistenza che dovea, e però nel dì 24 di maggio si vide superata essa piazza da un furioso assalto, e messa a sacco, con risparmiar nondimeno i luoghi sacri, e quanto colà s'era rifugiato. Si stese la fortuna dei vincitori a Santià, che, preso nel dì 14 di giugno, fu esentato dal saccheggio. Per soccorrere quella fortezza erano usciti di Torino il cardinale della Valletta e il marchese di Villa con otto mila fanti e quattro mila cavalli, e, non essendo giunti a tempo, rivolsero il loro sdegno sopra Chivasso, e vi piantarono il campo. Avvicinaronsi gli Spagnuoli per dar soccorso a quella terra; ma, avvertiti che era giunto dal Delfinato a Torino il duca di Lungavilla con quattromila fanti e duemila cavalli per unirsi al cardinale della Valletta, rincularono, lasciando cader quella terra, dopo molta resistenza, in mano dei Franzesi.

Non minor felicità avea provato in questi tempi il cardinal Maurizio con un altro corpo di milizie, perchè gli prestarono ubbidienza, senza ch'egli sfoderasse la spada, i popoli di Cuneo, Ceva, Mondovì, Saluzzo, Dronero, Busca, Fossano, Bene e Demont. Ma con egual facilità accorsi in quelle parti i Franzesi, ricuperarono Saluzzo, Racconigi, Carignano e Fossano, uscendo le genti incontro a chi veniva con più forze, per esentarsi dal loro furore. Sicchè fu obbligato il cardinal Maurizio a ritirarsi in Cuneo, piazza anche allora la più forte di que' contorni. Impadronitosi dipoi il Longavilla di Mondovì, quivi fece piazza d'armi, e in questo mentre i marchesi Villa e di Pianezza per forza espugnarono il castello di Bene, tagliando a pezzi la maggior parte del presidio Spagnuolo. Sarebbe anche fuggito di Cuneo il cardinal Maurizio, perchè era passato ad assediarlo il Lungavilla, se non avesse avuta conoscenza di un gran tentativo ch'era per fare il principe Tommaso. Questi infatti avendo osservato divisi in tante piazze i Franzesi, e tenendo intelligenze segrete con molti cittadini di Torino e con qualche uffiziale ancora degli Svizzeri, che quivi erano di presidio, marciò improvvisamente a quella volta con un buon nerbo di fanteria e cavalleria, e con provvisione di scale e petardi. Nella notte precedente al dì 27 di luglio diede da più parti l'assalto, e gli riuscì d'entrarvi, spezialmente assistito da don Maurizio di Savoia suo fratello naturale. Madama Reale Cristina, avuto appena tempo di raccogliere le sue gioie ed alcune carte, intrepidamente si ritirò nella cittadella colle principali sue dame e ministri. Presentaronsi la mattina seguente i cittadini al principe, che gli assicurò da ogni violenza, e diede gli ordini perchè si alzasse terreno contro la cittadella. Entrò in essa città anche il marchese di Leganes, con restare intanto molto dubbiose le cose; perchè non avendo pensato ed osato gli Spagnuoli di assalir per di fuori la cittadella, nè di formarvi la circonvallazione, restò perciò libero il campo ai Franzesi di tener comunicazione colla medesima, siccome infatti avvenne, essendo accorsi colà il cardinale della Valletta, il Lungavilla e gli altri Franzesi. Non trovò la duchessa nè letti nè mobili per sè, e molto meno per la sua corte. Il peggio fu, che mancava anche il vivere per lei e per quella nobiltà. Mandò a chiederne al principe Tommaso, che le mandò un sol piatto di vivande per lei ogni giorno. Ne fece istanza al cardinale della Valletta, e questi negò tutto, richiedendo che prima desse la cittadella in mano dei Franzesi, e bisognò in fine accomodarsi alla di lui volontà. Parea alla duchessa un'ora mille anni d'uscire di là. Fu da essi Franzesi provveduta di tutto la cittadella, e il cardinale della Valletta con uno staccamento di cavalleria condusse dipoi madama Reale a Susa.

Non avea cessato in addietro monsignor Cafferelli nunzio pontifizio di proporre ripieghi di pace, ma con poco frutto. Al veder egli ora tanto sconvolgimento di cose, maggiormente accese il suo zelo, per ostare a più gravi disordini; e però propose una tregua, sperando con questo gradino di salir poscia più alto. Vi trovò renitente il principe Tommaso, per le notizie ch'egli aveva di essere mal fornita di provvisioni da bocca la cittadella; ma il Leganes, che mirava tuttavia assai forti i Franzesi, e sminuita non poco la sua armata per tanti presidii, gli diede orecchio. Più facilmente ancora vi consentirono i comandanti franzesi, sicchè fu conchiusa una suspension d'armi sino al dì 24 di ottobre, nel qual tempo poterono i Franzesi provvedere abbondantemente di vettovaglie la cittadella di Torino. Il cardinal Maurizio, che non aveva acconsentito a questo trattato, passò a Nizza e Villafranca, e se ne impadronì. Durante questo riposo, non si rallentarono i negoziati di qualche accomodamento fra madama Reale e il principe Tommaso, restando intanto quasi tutto il Piemonte in potere, parte degli Spagnuoli, parte dei Franzesi e de' principi, con aggravio intollerabile de' poveri popoli. Aveano i Franzesi come costretta la duchessa a lasciar loro mettere presidio anche ne' castelli di Susa, Avegliana e Cavours. Ciò non bastò alla politica del cardinale di Richelieu, che unicamente aggirando nel suo capo la sempre maggiore esaltazione della corona di Francia, in questa sua ubbriachezza non conosceva misura alcuna. Quanto più mirava egli vicina al precipizio la duchessa, che pur era sorella del re suo padrone, tanto più pensò a profittarne per la Francia. Questo era, secondo lui, il tempo d'indurre essa madama a mandare in Francia i suoi figli, e ad ammettere nella inespugnabil fortezza di Monmegliano le armi franzesi, valendosi del pretesto che sua maestà non si potea fidare dei Piemontesi dopo il fatto di Torino. Fece a questo fine venire sino a Grenoble l'ubbidiente re Luigi XIII, e colà invitò madama Reale, la quale non potè esimersi da questo viaggio; ma vi andò con un pungente risentimento del suo cuore, perchè avvertita da persona sua confidente di ciò che tramava il cardinale, e ben sapeva di che fosse capace quell'imperioso porporato, il quale facea tremare tutta la Francia. Prima colle dolci, e poi con grandi slargate di aiuti e vantaggi le parlò il Richelieu: e vedendo salda come torre madama a non voler mettere affatto in ceppi il figlio duca e i suoi stati, passò alle minaccie, e trascorse anche in parole di poco rispetto verso una sì gran principessa, ma senza potere punto smuoverla. Glie ne fece anche parlare dal re, a cui ella altra risposta non diede se non colle lagrime che le caddero dagli occhi. Ai ministri ancora della duchessa non mancarono minaccie e strapazzi in questa occasione. Tornossene poi ben mal contenta a Sciamberì la povera principessa.

Essendo mancato di vita nel dì 27 ossia 28 di settembre il guerriero cardinale Lodovico della Valletta, la corte di Francia spedì al comando delle sue armi in Italia Arrigo di Guisa conte di Arcourt della casa di Lorena, che si era segnalato nel riacquisto dell'isola di Jeres. Finita la tregua, esso conte volendo aprirsi la strada per mandare rinforzi a Casale, piazza troppo amoreggiata dagli Spagnuoli, nel dì 25 di ottobre andò a mettere l'assedio a Chieri, e in capo a due giorni l'ebbe in suo potere. Di là spedì gente a Casale. Ma in Chieri e nei circonvicini luoghi cominciarono presto a venir meno i viveri, nè maniera appariva di supplire al bisogno: però l'Arcourt prese la risoluzione di cercar paese più largo e comodo pel verno, con passare verso Carmagnola e Saluzzo. Non avea più di otto in novemila persone al suo servigio. Trapelò questo disegno, e il Leganes fu di concerto col principe Tommaso per frastornar questa ritirata, giacchè erano di molto superiori le lor genti a quelle dei Franzesi. Si mosse all'improvviso da Chieri l'Arcourt la notte precedente al dì 15 (altri ha 29) di novembre, e, giunto che fu al ponte della Rotta, arrivò alla di lui retroguardia il principe Tommaso, che cominciò a menar le mani. Fu combattuto più volte con gran valore da ambe le parti; ma restò burlato il principe dal Leganes, il quale non avea gran genio alle battaglie campali, credendole troppo pericolose; e però accorse bensì, ma non entrò daddovero nella mischia; del che fece poi grandi querele esso principe. Il perchè passò oltre il duca di Arcourt sino a Crescentino, e per questa gloriosa ritirata gli fu fatto gran plauso non meno in Italia che in Francia. Scrissero alcuni che il principe Tommaso vi perdesse più di due mila uomini tra morti, feriti e prigioni, fra i quali molti uffiziali del reggimento del principe Borso d'Este, composto di tre mila Alemanni; ma altri fanno ascendere la sua perdita a sole cinquecento persone. Dalla parte dei Franzesi solamente mancarono trecento combattenti, e fra essi il marchese Giulio Rangone, cavaliere insigne di Modena, mastro di campo di cavalleria nelle truppe di Savoia. Tutti dipoi si ridussero ai quartieri, e passò il verno con molti negoziati di madama Reale, ora con l'uno ora coll'altro dei principi, ma senza che mai si potesse aggruppare concordia alcuna fra loro.

Anno di CRISTO MDCXL. Indizione VIII.

URBANO VIII papa 18. FERDINANDO III imperadore 4.

Da che Dio ebbe chiamato il cardinal della Valletta a rendere conto dell'improprio suo mestiere, e fu spedito in suo luogo il conte d'Arcourt, parve che questo valoroso principe conducesse seco in Italia la fortuna dell'armi francesi. Se ne stava egli colle sue truppe godendo i quartieri in Saluzzo, Alba, Fossano, Savigliano Cherasco, Bene, ed altri luoghi posseduti da madama Reale, con far gridare e bestemmiare quei popoli, perchè aggravati da molte contribuzioni, ed affezionati al partito dei principi. Andava in questo mentre il principe Tommaso facendo dei preparamenti per formare l'assedio della cittadella di Torino, senza che gli passasse per mente, che il marchese di Leganes fosse per mancargli in così importante disegno e bisogno. Ma si trovò egli ben deluso. Altro non aveva in testa il marchese che l'acquisto di Casale di Monferrato. Questo era il vello d'oro a cui egli aspirava. Conquistato Casale, la gloria avrebbe dato nelle trombe per esaltare dappertutto il suo nome; e certamente una tal gioia meritava bene che gli Spagnuoli se la tenessero cara, e pensassero a non dimetterne mai più il possesso. Per lo contrario non trovava il Leganes i suoi conti nell'impiegar gente, oro e fatiche, per fare un buon nido ai principi di Savoia colla espugnazion della cittadella di Torino. Tanta era la sicurezza sua per l'occupazion di esso Casale, che coi suoi più confidenti gloriosamente la contava per cosa già fatta. A questo fine aveva egli ammassata gran copia di pecunia, ed accresciuto l'esercito suo con rinforzi venuti di Spagna, Germania e Napoli; laonde, nel sabato santo, giorno da lui superstiziosamente scelto, secondo gl'insegnamenti della più fina strologia, cioè nel dì 7 d'aprile, si mosse alla volta di Casale con quattordici mila fanti e cinque mila cavalli. Nel lunedì di Pasqua formò l'assedio della città, presa la quale giudicava assai facile l'acquisto anche del castello e della cittadella, ed occupò le colline e castella all'intorno. La guernigion franzese di Casale sotto il comando del signor della Torre, fu supposto non essere più di mille e ducento fanti, nè il conte di Arcourt aveva forze tali da potere rapir dalle unghie spagnuole questa preda. Il papa e i Veneziani, commossi da tal novità, inviarono aspre doglianze, ed anche minaccie al Leganes; ma egli gonfio per figurarsi d'aver già in pugno la vittoria, si sbrigò da quegli inviati, protestando di far quell'assedio, non già in danno del duca di Mantova, ma solamente per forzare i Franzesi alla pace: che di questa polve da gittar negli occhi alla gente niuno mai dei principi conquistatori è mancante. Per altro comune opinione fu che la principessa, ossia duchessa di Mantova Maria, camminasse in ciò d'accordo con gli Spagnuoli. Anzi scrivono che, presa poi la segreteria del Leganes, ivi si trovarono i chiari attestati della vera loro unione in questo proposito.

Non più che sette mila fanti e quattro mila cavalli tra Franzesi e Piemontesi potea contare in questi tempi il conte di Arcourt maresciallo di Francia. Contuttociò, perchè animato dal proprio valore, e spronato dagli ordini del gabinetto di Francia, e dall'importanza dei presenti affari, nel dì 21 d'aprile si mosse da Poerino per accostarsi a Casale, e tentarne il soccorso. Trovò gli Spagnuoli che lo aspettavano entro i forti trincieramenti della lor circonvallazione. Non punto sgomentato per questo, coraggiosamente nel dì 29 del suddetto mese andò ad assalir le loro trincee. Trovò gente che sapea ben difendere i posti, e dopo replicati sforzi, che costarono la vita a più di ottocento de' suoi, gli convenne retrocedere. Ma da lì a non molto, passato dove erano più deboli le trincee, arditamente saltò dentro a cavallo: esempio riuscito di tale stimolo alle sue truppe, che ognuno sprezzando la morte, si affrettò a passar oltre e a sbaragliar quanti nemici andava incontrando. Allora fu che il marchese di Leganes si avvide della vanità dei suoi sognati trionfi, e ad altro non attese che a ritirarsi il meglio che potè, ma sempre inseguito dai vittoriosi Franzesi. Tuttavia il maggior suo danno di gente consistè nella perdita di coloro che, per sottrarsi alle spade franzesi, trovarono la morte affogandosi nel Po, giacchè per cumulo delle disgrazie si ruppe, a cagion della troppa calca, il ponte da lui fabbricato su quel fiume. Fu creduto, che dalla parte d'esso marchese perissero tre mila persone, oltre ai rimasti prigioni. Vennero ancora alle mani dei Franzesi il segretario del Leganes colla cancelleria, le di lui argenterie con sessanta mila scudi della cassa regia, e i cannoni e il bagaglio, che si trovarono nell'accampamento di San Giorgio dalle banda di Pontestura. Circa un migliaio di Franzesi e Savoiardi lasciarono la vita in questo conflitto. Poco si fermò il prode Arcourt pieno di gloria per questa vittoria in Casale, dove si fecero molte allegrezze, per non consumar le poche vettovaglie che vi restavano, e passò a Chieri, e di là, nel dì 10 di maggio andò ad accompagnarsi al Valentino in vicinanza di Torino. Poscia dopo essersi impadronito d'alcuni posti, e specialmente di quello dei cappuccini, nel dì 16 distribuì il suo campo intorno a quella città. Memorabile riuscì quell'assedio, sì perchè il principe Tommaso dalla città andò facendo varie sortite, ora favorevoli ed ora sinistre, siccome ancora il presidio franzese della cittadella contro la città, e sì ancora perchè il Leganes venne anch'egli a mettere il campo in quelle vicinanze; perlochè seguirono altre non poche azioni militari che io mi dispenso dal riferire. Faceano gli uni e gli altri delle continue scorrerie per difficultare il trasporto dei viveri; ma in fine sì forte circonvallazione fece l'Arcourt, che rendè inutile ogni tentativo dei nemici per introdurre soccorsi nella città di Torino.

Lentamente procedeva in tutti i suoi andamenti il Leganes, saldo nella massima di nulla azzardare, e ritirossi a Chieri. Pure spronato dal bisogno della città, e dalla nuova di un vicino rinforzo, che veniva di Francia all'Arcourt, nel dì 11 di luglio tentò d'introdurre gente, munizioni e vettovaglie in Torino. Andò poco felicemente l'impresa, quantunque penetrassero in questa città mille fanti. All'incontro nel dì seguente 12 di luglio senza impedimento da Pinerolo pervenne al campo franzese un soccorso di sei mila fanti e di mille cavalli con gran copia di vettovaglie. Scarseggiava forte il principe Tommaso di polve da fuoco; e perchè niuna comunicazione restava fra lui e il Leganes, trovata fu l'invenzione di gettare dal campo, cioè da un posto più vicino alla città, entro la medesima delle bombe, ciascuna delle quali conteneva dieci libbre di polve. Altri scrivono che dalla città si cominciò a spingere al campo del Leganes palle di ferro, che contenevano nel concavo loro seno le occorrenti lettere; il perchè quello era chiamato il cannone corriere; e che da ciò imparò il campo a far volare nella città altre palle maggiori cariche di polve e di sale. L'inventore di queste palle, alle quali precedeva un segno col fumo, dicono essere stato Francesco Zignoni Bergamasco. Fu eziandio notato come cosa rara, che in una delle sortite degli assediati restò anche uccisa, per non volersi rendere, una donna tedesca, la quale cresciuta ed allevata fra le soldatesche in abito virile, avea fin qui fatte molte prodezze, ed era pervenuta, pel suo valore, al grado di capitano di cavalleria, chiamata volgarmente per burla il capitan Barbone, altri dicono il capitan Cappone, perchè, a guisa dei castrati, non avea barba. Menava seco questo femmineo capitano una donna, fingendola sua moglie, dameggiava per la città, e nei cimenti era dei più arrischiati. A questa scena fece ella fine col morire da brava, e fu poi collo spoglio riconosciuta per quella che era. Intanto non meno al campo spagnuolo che al franzese andavano sopraggiugnendo nuovi rinforzi di gente, e cresceva da ambe le parti l'impegno e il pericolo. Ma perchè al principe Tommaso cominciavano a venir meno le provvisioni da bocca e da guerra, concertò egli col marchese di Leganes di far l'ultimo tentativo. Il dì 13 di settembre fu scelto per l'impresa. Con tutto il suo presidio uscì il principe della città, dopo aver lasciato quanti Spagnuoli potè avere con licenza del nunzio pontificio a far le sentinelle per le mura, e gli riuscì di prendere alcuni fortini dei Franzesi, e di superar altri posti; ma non essendo accorsi a tempo nè con egual ardore gli Spagnuoli del Leganes, gli convenne in fine ritirarsi colla perdita di molti dei suoi. Allora fu che, trovandosi in questo poco felice stato di cose, cominciò a dare ascolto alle proposizioni d'accordo, che sempre aveano tenuto vive i ministri del papa. Restò dunque conchiuso, nel dì 17 di settembre, che il principe Tommaso rimetterebbe la città di Torino al re di Francia sotto la reggenza di madama Reale, e ch'egli con tutti i suoi potrebbe ritirarsi dove volesse.

Rientrarono dunque i Franzesi in Torino, e colà pure la vedova duchessa comparve nel dì 18 di novembre, ricevuta dal popolo con gran solennità. Ma le sue allegrezze restarono ben turbate sul fine dell'anno, perchè d'ordine del re Cristianissimo fu preso e poi mandato prigione in Francia nel bosco di Vincennes il conte Filippo di San Martino di Agliè, il più intimo e confidente ministro e consigliere della medesima madama Reale, non d'altro reo, che d'essere stato creduto dal cardinale di Richelieu il principale autore della costanza di quella principessa, allorchè ella fu a Grenoble, in negare al re la fortezza di Monmegliano. Furono anche arrestati o mandati fuor di Torino alcuni suoi parenti. Un gran dire, un esclamare di ognuno fu per questa iniquissima violenza del Richelieu, e per un sì rilevante strapazzo fatto alla autorità della duchessa, e duchessa sorella dello stesso re, gridando ognuno che pazzia era ormai il fidarsi più della Fraucia. Ma la Francia altro non era allora che il cardinale di Richelieu, il quale comandava a tutti, e fino allo stesso re, nè conosceva misura ai suoi odii e alle sue vendette. Solamente allora che mancò di vita esso porporato, il povero innocente cavaliere fu rimesso in libertà. Non lasciava intanto il Richelieu di far maneggi, per tirare nel suo partito i principi di Savoia, e fatto venire in Piemonte il già divenuto prelato monsignor Giulio Mazzarino con titolo di plenipotenziario, intavolò un segreto accordo col principe Tommaso, che non ebbe poi effetto. Si trovò questi dipoi ben imbrogliato, perchè volea, prima di dichiararsi, riavere la moglie e i figli, già condotti in Ispagna, e, fattane istanza a quella corte, ne riportò una bella negativa. Trovavasi allora la corte del re Cattolico agitata da gravi burrasche per la superbia e balordaggine dell'Olivares primo ministro, e per l'insolenza dei governatori e soldati castigliani. S'era rivoltata la Catalogna; rivoltossi anche il Portogallo, e fu ivi acclamato re Giovanni duca di Braganza, senza che mai più riuscisse agli Spagnuoli di ricuperar quel regno: tutti colpi che servirono non poco ad abbattere la monarchia spagnuola. Nè alcuno di quegli imbrogli vi fu, in cui non mettesse le zampe il Richelieu, avendo egli fissato l'appoggio della sua gloria in procurare, per quanto potea, la rovina delle due case d'Austria, per esaltar sopra di quelle la corona di Francia. Non erano da meno le idee dell'Olivares, cioè dell'arbitro della Spagna, per l'ingrandimento di quella monarchia; ma non aveva egli la testa nè la condotta e nè pur la fortuna del Richelieu, e però, in vece di accrescere, diminuì notabilmente la riputazion di quella corona.

Anno di CRISTO MDCXLI. Indizione IX.

URBANO VIII papa 19. FERDINANDO III imperadore 5.

Per tutto il verno furono tenuti in piedi negoziati e progetti per tirare al partito della Francia e alla concordia colla duchessa reggente i principi di Savoia. Più renitente del principe Tommaso si trovò il cardinal Maurizio, che s'era afforzato in Nizza e Villafranca. Andava innanzi e indietro l'industrioso Mazzarino, ma in fine restò questa volta delusa la sua grande arte in maneggiar negozii. Il principe Tommaso addusse per iscusa di non poter continuare nel già segreto accordo, per essergli vietato di ritirar di Spagna la moglie coi figli; e intanto insieme col cardinal suo fratello stabilì un nuovo onorevol trattato colla corte di Spagna. Uscirono manifesti di madama Reale e de' principi cognati, tendenti ognuno alla propria giustificazione. Si venne dunque a nuova rottura, e i Franzesi nel dì 6 di marzo s'impadronirono di Moncalvo, e poscia passarono nel dì 12 d'aprile ad assediare Ivrea. Colà ancora giunse, tornato di Francia, il conte di Arcourt con alcune nuove brigate di combattenti; ed, appena fatta la breccia, nel dì 23 d'esso aprile volle venire all'assalto, non con altra orazione animando i soldati, che con dir loro: Miei figli, salvate le mura al re: tutto il resto è per voi. Ma fallirono i conti, e fu forzato a ritirarsi colla perdita di trecento uomini: sì bravamente si difesero gli assediati. Era intanto uscito in campagna il principe Tommaso coll'armata spagnuola, e per fare una diversione andò sotto Chivasso, sperando di mettervi dentro il piede con una scalata. Gli costò il tentativo circa quattrocento soldati. Ciò non ostante ne formò l'assedio, e fu questo cagione che l'Arcourt si levasse di sotto Ivrea. Andarono dipoi le due nemiche armate badaluccando un pezzo; se non che i marchesi Villa e di Pianezza furono spediti all'assedio di Ceva, sostenuta con vigore da quel presidio, ma in fine obbligata alla resa: anche il Mondovì venne alla loro ubbidienza. Passarono poscia i Marchesi col campo sotto Cuneo, città, che per la sua situazione avea fatto abortire tanti assedii in addietro, e molti altri ancora rendè vani nei tempi susseguenti. Pure per mancanza di munizioni da guerra, dopo cinquantatrè giorni di ostinata difesa, nel dì 16 di settembre se ne impossessarono con insigne gloria dell'Arcourt e del marchese Villa. Ridussero poscia alla loro ubbidienza anche Demont e Revel; quando all'incontro il principe Tommaso altra utile impresa far non potè che quella di ricuperar Moncalvo. Passò il resto dell'anno in negoziati, per trovar maniera di stabilir qualche concordia fra madama Reale e i principi suoi cognati, i quali per la perdita di Cuneo e di tanti altri luoghi, ormai conoscevano quanto poco lor giovasse l'aderenza agli spagnuoli. Al marchese di Leganes, che per le istanze del principe Tommaso fu richiamato in Ispagna, fu sostituito nel governo di Milano il conte di Siruela.

Appartiene all'anno presente la scena del picciolo principato di Monaco, da gran tempo posseduto dalla casa Grimalda nella riviera di Genova. Fin dall'anno 1605 riuscì agli Spagnuoli di poter ivi mettere presidio mercè di alcuni vantaggi proposti a quella casa. Col tempo si trovò troppo malcontento di questi ospiti Onorato Grimaldi principe di quel luogo, perchè, non correndo le paghe, era costretto egli del suo a mantenere chi gli facea da padrone addosso. Intavolò dunque un segreto trattato per iscuotere quel giogo, e sottomettersi al creduto più dolce e vantaggioso dei Franzesi. Venne il tempo che s'era indebolita di molto la guarnigione spagnola; allora fu, che il principe, dopo aver data una lauta cena e buon vino a que' pochi uffiziali, li mandò a dormire; ed egli, chiamati a sè alcuni suoi sudditi, fatti prima carcerare sotto colore di varii delitti, propose loro la risoluzion fatta di liberarsi dagli Spagnuoli. Prese dunque l'armi da essi, e da tutti i suoi cortigiani, nella notte precedente al dì 18 di novembre, fecero prigione chiunque dei fanti non osò far resistenza; e, spedito immantenente l'avviso al governatore della Provenza, ricevè da lì a poco per mare soccorso di gente e di munizioni. Così entrò in Monaco presidio franzese, che tuttavia vi persiste, avendo quel principe ricevuto dal re Cristianissimo in ricompensa degli Stati, a lui tolti nel regno di Napoli, il ducato di Valenza nel Delfinato, con pensioni ed altri feudi in altre provincie di Francia. Ma mentre inclinavano gli affari turbatissimi del Piemonte verso la quiete, ecco, per la corrotta costituzione del mondo, in cui sì facilmente imperversa l'ambizione e l'interesse con altre maligne passioni de' regnanti, aprirsi il varco ad un'altra guerra. Colla lunga età ed imperio di papa Urbano VIII, aveano avuto agio i Barberini suoi nipoti di accumular immense ricchezze e beni; e siccome all'opulenza suol tenere dietro il fasto e la superbia, ed anche l'ansietà di sempre più salire in alto, non mancavano certamente questi mantici nel cuore de' suoi fortunati nipoti, cioè de' cardinali Francesco ed Antonio, e di don Taddeo principe di Palestrina, poichè il terzo cardinale Barberino, cioè Antonio seniore, conservò sempre i buoni alimenti della religione cappuccina, del qual ordine egli fu. Quanto più venivano calando le forze del corpo, e la vivacità dello spirito nel vecchio papa, tanto più andava crescendo l'autorità del cardinale Francesco da lui prediletto, che sotto nome del pontefice operava quanto a lui piaceva.

Ora avenne, che Ranuccio, e poscia Odoardo suo figlio, duchi di Parma, per li loro precedenti impegni aveano contratto di molti debiti in Roma, e formato quivi un monte, con assegnare ai creditori il pagamento dei frutti sul ducato di Castro e Ronciglione, posto fra la Toscana e il Patrimonio di San Pietro, che era riconosciuto in feudo dalla Chiesa romana. Amoreggiavano i Barberini quello stato, e proposero di comperarlo, o di prendere per moglie una figlia del duca Odoardo, che lo portasse in dote. Ma, essendo venuto il medesimo duca a Roma nell'anno 1639, per cagion di esso monte, e per trattar della promozione alla porpora di Francesco Maria suo fratello, e per altri affari, fu dissuaso a lui quel parentado; il che produsse non poche amarezze fra lui e i Barberini, i quali gli attraversarono ogni negozio, contrastarono anche gli onori dovuti alla sua dignità. Crebbero poscia i disgusti, perchè fu vietata al duca la tratta dei grani di Castro, ch'era la maggior sua rendita; e, non potendosi perciò pagare i frutti del monte, si fecero saltare su i creditori contra di lui in Roma, ed uscirono citazioni ed altri atti giudiziali. Andò in furore Odoardo Farnese, siccome principe di alte idee e risentito, prendendo tutti questi atti come affronti a lui fatti dai nipoti del papa, per voglia di spogliar lui, ed arricchire sè stessi di quegli Stati. E perciocchè egli era solito a misurare, non dalle forze, ma dall'animo suo le cose, spedì Delfino Angelieri con qualche presidio a Castro, che cominciò a far quivi delle fortificazioni. Fu ciò valutato in Roma come un principio di ribellione; e però poco stette ad uscire un monitorio coll'intimazion di tutte le pene spirituali e temporali, se in termine di trenta giorni non si demolivano le fortificazioni, e non si sbandava il presidio. Poscia si stimò ben impiegato il danaro della camera apostolica in fare con tutta fretta un armamento di sei mila fanti e cinquecento cavalli a Viterbo, e un bel preparamento di artiglierie ed attrezzi. Commossi da questo rumore e dalle doglianze del duca di Parma il senato veneto, il vicerè di Napoli, i ministri del re Cristianissimo, di Ferdinando II gran duca di Toscana e di Francesco I duca di Modena, si diedero premurosamente a trattare di aggiustamento, e a proporre varii partiti, ma con avvedersi in fine, che quella corte ad altro non tendeva, che a tirare in lungo l'affare, tanto che spirassero i trenta giorni, ed anche quindici altri che per misericordia si ottennero.

Passati in effetto questi termini, il marchese Luigi Mattei, mastro di campo generale del papa, si mosse da Viterbo colle milizie nel dì 27 di settembre, e con poca fatica s'impadronì della Rocca di Montalto, e finalmente nel dì 13 di ottobre anche di Castro, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dell'Angelieri, che sì presto capitolò la resa. Questi soli erano i due luoghi forti di quel ducato; però tutto il resto venne in potere dei Papalini. Vie più allora si affaccendarono i principi suddetti per trovar temperamento, con istudiarsi ciascun d'essi di spegnere il nascente incendio. Ma i Barberini esultanti fra il plauso universal de' Romani per tale acquisto, ed animati maggiormente dal gran vantaggio del possesso ottenuto, non proponevano se non condizioni, da lor conosciute tali che non sarebbono accettate. Intanto si applicavano ad aumentar le loro soldatesche, e i presidii delle piazze, e spezialmente inviando gente ai confini del Bolognese e Ferrarese per ogni precauzione contro la repubblica veneta e contro il duca di Modena. E perciocchè dagli ecclesiastici, benchè destinati da Dio al regno spirituale, si fa non minor festa e tripudio per l'acquisto dei beni temporali, di quel che facciano i secolari, il pontefice, tutto giubilante per quello di Castro e di Ronciglione, volle con una promozion di cardinali coronar la sua gioia; e questa fu fatta nel dì 16 di dicembre dell'anno presente. Intorno a che non si ha a tacere che erano dianzi seguite delle commedie, perchè il pontefice oppure il cardinal Francesco, uomo cupo e perplesso in tutti gli affari, non aveano voluto ammettere per loro particolari riflessi a questo onore il principe Rinaldo d'Este, fratello del duca di Modena, promosso dall'imperadore, nè monsignor Giulio Mazzarino Romano, proposto dal re Cristianissimo, nè l'abate Francesco Peretti Romano anch'esso, alle preghiere della Maestà Cattolica. Superati in fine tutti gli ostacoli, seguì la promozione di que' tre soggetti con dieci altri, non senza querele de' privati franzesi, che videro anteposto a tutti loro nella nomina del re il Mazzarino Romano. Ma il Richelieu, che avea per tante pruove conosciuto il mirabil talento di quest'uomo, e l'attaccamento alla sua persona, il portò di peso alla porpora, per valersi di lui a sostenere l'esorbitante sua autorità, che gli avea poco fa eccitati contro non solo gravi pericoli, ma guerre ancora. E però essendo mancato di vita fra Giuseppe cappuccino, stato in addietro il suo braccio diritto, confidando nel Mazzarino, ebbe a dire a chi si condoleva con lui di questa perdita: La breccia è riparata.

Anno di CRISTO MDCXLII. Indizione X.

URBANO VIII papa 20. FERDINANDO III imperad. 6.

Cotante pratiche di accordo, durante il verno e la primavera di questo anno, furono tenute in Piemonte fra i ministri della duchessa Cristina e del re Cristianissimo dall'un canto, e del cardinal Maurizio e del principe Tommaso dall'altro, che ne seguì a dì 14 di giugno strumento di concordia. Restò la duchessa tutrice del picciolo duca suo figlio Carlo Emmanuele, e reggente degli Stati; il cardinale luogotenente della contea di Nizza, e il principe Tommaso d'Ivrea e del Biellese, con avere i due principi una speziosità d'assistenza ai più importanti affari, finchè il duca uscisse di minorità. Promise il re di Francia la sua protezione, e varie pensioni ai principi; e per valevole cimento della loro buona armonia con madama Reale, fu stabilito, con dispensa pontificia, il matrimonio di esso cardinal Maurizio colla principessa Luigia Maria sua nipote e sorella del picciolo duca. Depose il cardinale la sacra porpora, e si effettuò il di lui sposalizio colle dovute solennità nel dì 21 di settembre: con che ebbe fine la guerra civile del Piemonte. Grandi lamenti e schiamazzi fecero per questo gli Spagnuoli; ed avvenne che il conte di Siruela governator di Milano, ossia che non peranche sapesse i suddetti negoziati, o sapendoli prendesse consiglio solamente dalla collera, precipitosamente richiamò da Ivrea le sue truppe. Non fu pigro il principe Tommaso a metterle in viaggio, e perchè il Siruela, ravveduto della sua balorderia, volle rimandarle colà, ebbe per risposta dal principe di non averne più bisogno. Così il cardinal Maurizio, dopo aver disposte alle armi alcune migliaia di Nizzardi, chiamò nel castello Francesco Tuttavilla, mastro del campo spagnuolo, e gli ordinò, se voleva egli uscire di là, di far uscire dalla città di Nizza la sua guernigione, e convenne ubbidire. Sicchè laddove in addietro gli Spagnuoli faceano guerra al Piemonte, si cangiò scena, e i Piemontesi uniti ai Franzesi cominciarono le ostilità contra di essi per ricuperar le piazze, che in lor mano restavano. Trovavasi in questi tempi lo Stato di Milano non poco infievolito di forze; nè potea sperar bastevoli soccorsi di Spagna, trovandosi quella monarchia in troppo duri impegni, parte per la guerra di Fiandra, e parte per la sollevazion dei Catalani sostenuti da' Franzesi, e molto più per la ribellion de' Portoghesi, contra dei quali infelicemente procedevano l'armi de' Castigliani. Però non fu da maravigliarsi, se una brutta piega cominciarono a prendere gli affari di esso Stato di Milano a cagione della metamorfosi suddetta.

Uscirono dunque in campagna i Franzesi sotto il comando del principe Tommaso, con cui poscia venne a congiugnersi il duca di Lungavilla, mandato dal re Luigi XIII al governo delle sue armi in Italia. Secondo era il marchese Guido Villa, fedelissimo generale di madama Reale colla cavalleria piemontese. La prima loro impresa fu sotto Crescentino, che, dopo 15 giorni di assedio, verso la metà di agosto capitolò la resa. Nel dì 22 di esso mese Nizza dalla Paglia venne alla loro ubbidienza: e con poca resistenza fu anche ricuperata la città di Acqui. Ognun si credeva, che queste armi continuerebbero il corso per liberar dagli Spagnuoli le restanti piazze del Piemonte, quando all'improvviso nel dì 4 d'ottobre andarono addosso a Tortona. Consisteva questo esercito in dieci mila fanti e quasi cinque mila cavalli. La città, siccome priva di fortificazioni, incontanente aprì le porte, e, ridottasi la guernigione spagnuola nel castello posto sulla collina si vide poco appresso cinta d'assedio. Fino a quest'ora il conte di Siruela era sembrato placido spettatore dei progressi delle nimiche milizie; pur venne il dì 8 del mese suddetto, in cui diede la mossa anch'egli a quante milizie potè raunare per dar soccorso a Tortona. Ma restò poi perplesso, perchè obbligato ad inviare un corpo di milizie ad osservare gli andamenti del marchese di Pianezza, il quale con un altro corpo di Piemontesi e Franzesi inaspettatamente giunto sotto Verrua, avea data la scalata a quella terra, e se ne era impadronito, e nel dì 20 del medesimo mese ebbe anche la rocca, posto di somma importanza. Ciò non ostante si accostò il Siruela a Tortona, sulla speranza forse che al suo comparire si avessero a ritirar per la paura i Franzesi. Ma nè quelli si mossero, nè egli osò di tentare il pericoloso giuoco di una battaglia; sicchè nel dì 25 di novembre il presidio spagnuolo di quel castello con patti di buona guerra lo lasciò in potere degli assedianti. Il principe Tommaso seppe far tanto dipoi alla corte di Parigi, che il re gli diede in dono essa città di Tortona con tutte le sue dipendenze, erigendola in principato.

Nè si dee tacere che in Parigi appunto nel dì 4 di dicembre diede fine alla sua vita e alle sue sterminate idee Armando cardinale di Richelieu, personaggio, che, mirato dall'un lato, meritò d'essere collocato fra gli eroi di questo secolo pel suo maraviglioso ingegno, per li tanti benefizii da lui recati in Francia alla religion cattolica, nell'avere mirabilmente depressi gli Ugonotti, restituita la disciplina monastica, ornato il clero di uomini insigni per la pietà e pel sapere, e per aver portata la corona di Francia a un grande auge di gloria e di potenza. Ma, considerato dall'altro lato, furono bene contrappesate, anzi superate dai vizii e difetti le sue virtù. Era il suo capo l'officina delle cabale, e il lambicco di quella mondana politica che solo pensa al guadagno: il suo cuore un emporio d'ambizione, d'odii e di vendette, non avendo egli saputo mai perdonare e nè pur lo seppe vicino alla morte, perchè, consigliato a farlo, rispose di non conoscere altri nemici che quei del re e del regno. La persecuzion da lui fatta al fratello del re e a tanti grandi del regno, e spezialmente la scandalosa contro Maria de Medici regina madre dello stesso re Lodovico XIII, non si contò al certo fra le sue virtù. Non potè quella saggia ed infelice principessa prolungare tanto la vita da vedere il fine del suo persecutore, perchè nel dì 4 di luglio dell'anno presente era mancata di vita in Colonia, cioè in esilio, con terminare la lunga serie de' suoi disastri. In somma fu considerato da molti il Richelieu come un tiranno della Francia, e tiranno fu dello stesso re, il quale pien di clemenza e buona volontà, per la forza e signoria che avea preso sopra di lui questo sanguinario ministro, comparve crudele, e sembrò in più occasioni schiavo del servo suo. Quella stessa religione cattolica, ch'egli promosse in Francia, molto si ebbe bene a dolere di lui, per aver egli tanto cooperato alla esaltazione del luteranismo e calvinismo in Germania ed Olanda. Morì questo cardinale, odiato quasi da ognuno, e internamente ancora ne provò contentezza il medesimo re Lodovico, al trovarsi libero da sì duro tutore. Era già introdotto negli affari di quella corte e nel favore anche di quel monarca, il cardinal Mazzarino, uomo che nella perspicacia della mente e nell'accortezza, quasi potea competere col Richelieu, ma di massime più moderate ed amorevoli, e però fu fatto presidente del consiglio, con autorità nondimeno limitata, essendosi dichiarato il re di voler da lì innanzi ricordarsi un po' più di essere quel che era. Furono anche richiamati dall'esilio e dalle carceri non pochi, già vittime dell'odio del defunto implacabile porporato.

Si andarono in questi tempi sempre più esacerbando gli animi de' Barberini e di Odoardo duca di Parma, ed uscì in Roma sentenza di scomunica e di devoluzione di tutti i suoi Stati alla camera apostolica; oltre a ciò si aumentò in Roma e in Viterbo l'armamento, per gastigare questo chiamato ribello. Dal suo canto anche il duca coll'impegnar le gioie, e prendere danari a frutto, ed ottenerne qualche somma dalla repubblica veneta, si diede a far gente, e pubblicò un manifesto delle sue ragioni, che dispiacque forte a Roma. Non lasciavano essa repubblica, il gran duca, e il duca di Modena di continuare i trattati di aggiustamento; ma durezze s'incontravano da ambe le parti. Si andò in questa maniera baloccando un pezzo, finchè, raunato sul Bolognese un copioso esercito pontifizio con tutti gli attrezzi militari, si vide comparire a Modena Giovanni Agostino Marigliani a chiedere il passo per quelle genti alla volta di Parma. Si andò schermendo il duca Francesco I, e intanto avvisò i Veneziani e il gran duca Ferdinando dei grandiosi disegni dei Barberini, affatto rivolti a turbar la quiete comune. Venuto poscia il conte Ambrosio Carpegna a far più forti istanze, ed anche minacce pel suddetto passaggio, il duca di Modena, che si trovava come disarmato, fu costretto ad accordarlo se nello spazio di un mese non seguiva concordia fra la camera apostolica e il duca di Parma. Allora fu che i Veneziani, per altri motivi ancora disgustati del governo dei Barberini, e il gran duca, e il duca di Modena, egualmente cognati d'esso duca Odoardo, non volendo soffrire il di lui precipizio, nel dì ultimo di agosto formarono fra loro una lega difensiva. Attese il duca di Modena a rinforzarsi di gente, a fortificare e provveder di munizioni le sue piazze, e ricevette anche dalla repubblica un aiuto di tre mila fanti e di trecento cavalli, risoluto di contrastare il passo ai Papalini. Altri soccorsi ancora doveano a lui venire dalla Toscana. Furono cagione questi ripieghi, che i Barberini fermassero l'impetuoso corso dei lor disegni. Trovavasi intanto in uno strano labirinto il Farnese, perchè di gran gente avea raccolto; forze gli mancavano per mantenerle; e vergogna gli parea il licenziarle, stando tuttavia pendenti gli affari suoi. Perciò spinto dalla disperazione, e non già guidato da sano consiglio, determinò di passare per lo Stato ecclesiastico, con isperanza di ricuperar Castro, e mandò a chiedere il passo al duca di Modena. Per quanto questi non si stancasse con lettere, e con inviargli anche a questo fine il conte Fulvio Testi per dissuaderlo, non potè vincere la ferocia dell'animo suo. Pertanto nel dì 10 di settembre si mosse da Parma con soli tre mila cavalli, senza artiglierie, senza altri militari attrezzi; ed essendo transitato per lo Stato del duca di Modena, arditamente entrò nel Bolognese. Seco era il maresciallo di Etrè, non già perchè la Francia avesse preso ad aiutare il duca, ma perchè esso maresciallo non godeva la buona grazia del re suo signore.

Se troppo capricciosa scena fu quella del duca, disapprovata anche da altri principi, riuscì ben più ridicola l'altra dell'esercito pontifizio, ascendente, per quanto fu detto, a diciotto in ventimila guerrieri, la maggior parte nondimeno dei quali è da credere, che fosse di villani atti a maneggiar la zappa e il badile, e non già spade e moschetti, che al comparire del Farnese tutto si scompigliò e dissipò, come fan le passere all'arrivo del nibbio. Chi qua, chi là, senza che gli ufiziali potessero ritenerli, se pur gli ufiziali non furono i primi a menar le gambe. Don Taddeo Barberino, prefetto di Roma e generale della Chiesa, solamente allorchè arrivò a Ferrara si tenne sicuro. Passò trionfalmente il duca Odoardo per le città della Romagna, che niuna resistenza fecero, senza inferir danno, contento delle necessarie provvisioni per gli uomini e per li cavalli. Non gli mancò biasimo presso alcuni politici, perchè non si fermasse ed afforzasse in quella ubertosa provincia, atta a mantener la sua gente, e a fargli poscia conseguir dei vantaggi in una concordia. Ma egli per Meldola e per la Toscana passò a Castiglione del Lago dove fece alto, per dar agio a qualche trattato. Per sì baldanzoso e felice passaggio del Farnese gran commozione, gran terrore si svegliò in Roma, dove ognun si facea lecito di sparlare dei Barberini, temendo di vedere fra poco un nuovo Borbone alle porte di quella gran città. Il vecchio papa, a cui faceano sapere i nipoti quel solo che loro piaceva, non potè ignorare in tale congiuntura i movimenti del duca, e i lamenti e lo sbigottimento del popolo. Anzi spaventato anch'egli, forse perchè sospettava intelligenze e congiure in Roma stessa, si portò al Vaticano, per salvarsi, occorrendo, in castello Sant'Angelo, con isfogar poi la collera contro i nipoti, che lo aveano condotto in questo imbroglio. Si mise poi l'affare in negoziati fra essi Barberini e i ministri della Francia e del gran duca, cioè in quella via che appunto giovava ai primi, per guadagnar tempo e fortificarsi, siccome in fatti avvenne. L'ozio intanto e la voce di un vicino aggiustamento, ispirò la deserzione ai soldati del duca, e quanto più gli altri cresceano di forze, e si sminuiva la paura, tanto più egli si andava di giorno in giorno indebolendo. Ciò non ostante si formò una capitolazione, e parve accordato il deposito di Castro; si venne anche a qualche sospension d'armi; ma il duca in fine si trovò burlato da chi ne sapea più di lui in questo mestiere. Laonde, avvicinandosi il verno, prese la risoluzione di tornarsene indietro colle pive nel sacco, lagnandosi forte del gran duca cognato, che, a riserva di un tenue aiuto di danaro, con sole parole lo avea largamente assistito fin qui; siccome si dolse il duca di Modena, perchè i Veneziani, lasciandolo col peso addosso di tante truppe sue e straniere, non gli permisero mai, durante lo scompiglio dei Barberini, di entrare nello Stato ecclesiastico; intorno a che egli forte premeva, sì pel proprio interesse, come per dar polso ai negoziati che si facevano pel duca suo cognato. Tornossene dunque a Parma il Farnese, andarono per terra tutti i trattati, e restarono più che mai imbrogliate le cose con gran festa dei Barberini, che aveano saputo vincere senza far nulla. E così terminò l'anno presente con questa, quasi dissi, comica guerra, e con una lega piena di secreti riguardi e di un fiacco calore, che nulla giovò al duca di Parma, e solamente servì a rendere più orgogliosi i di lui nemici. Degno è ben Galileo Galilei Fiorentino, che si faccia qui menzione della sua morte, accaduta nel dì 8 di gennaio del presente anno. Gran filosofo, insigne matematico, celebre astronomo, sì benemerito di queste scienze si rendè, per confessione ancora degli stranieri, che neppur presso i nostri verrà mai meno il glorioso suo nome.

Anno di CRISTO MDCXLIII. Indizione XI.

URBANO VIII papa 21. FERDINANDO III imperadore 7.

Non potea darsi pace il conte di Siruela governator di Milano per la perdita della città di Tortona, a lui tolta dal principe Tommaso. Sommamente bramoso di ricuperarla, fece massa di quanta gente potè, e, senza aspettare la primavera, e quando men se l'aspettava esso principe, nel dì 9 di febbraio comparve colà coll'esercito suo e ne formò l'assedio, assicurandosi con una forte circonvallazione, e con una fila di trincieramenti da chi tentasse di recarle soccorso. Spedì ancora un altro corpo di truppe sotto il marchese di Caracena, per custodire i passi dei fiumi. Conosciutasi dal marchese Tommaso la difficoltà di soccorrerla, altro ripiego non ebbe che quello di tentare una potente diversione. Dopo aver fatta paura a Novara, si portò nel dì 12 d'aprile sotto Asti, dove era guarnigione spagnuola, e gli riuscì d'impadronirsi in quattro giorni di quella città, e poscia del castello, e finalmente nel dì 3 di maggio della cittadella. Intanto non soccorsa da alcuno Tortona, nel dì 16 di maggio ritornò all'ubbidienza del governator di Milano, e spirò in un momento il nuovo principato d'esso principe Tommaso. A lui dalla corte di Francia venne in questi tempi la patente di generale dell'armi di sua maestà, con tale autorità, che nacquero dissapori fra lui e madama Reale, da che ella scorgea più favoriti i principi suoi cognati che lei medesima; e tanto più perchè fu posto presidio franzese in Asti. Ma in Francia non lieve mutazion di cose avvenne, essendo ivi mancato di vita in età di quarantadue anni il re Lodovico XIII, a cui fu dato il titolo di Giusto, nel dì 14 di maggio, cioè nel dì stesso in cui fu ucciso il re Arrigo IV suo padre: morte succeduta allorchè i suoi popoli, liberati non meno che egli dal temuto cardinale di Richelieu, cominciavano a risentire i benigni influssi di quell'amorevole e mansueto monarca, che nondimeno per sua disgrazia comparve crudele per non aver saputo difendersi dalla prepotenza di un favorito, il quale sotto nome di lui avea riempiute le prigioni d'innocenti, e spolpati di sostanze i popoli tutti. A lui succedette Lodovico XIV delfino di Francia in età di cinque anni e di alquanti mesi sotto la tutela della regina Anna d'Austria sua madre, che fu dichiarata reggente. Mirabil fu la destrezza con cui poco a poco subentrò nel governo degli affari il cardinale Giulio Mazzarino, benchè straniero e creatura dell'odiato Richelieu; e seppe ben prendere le redini di quella monarchia. Continuarono poscia in Piemonte i felici successi dell'armi franzesi e piemontesi, avendo il marchese Villa sottomessa Villanuova d'Asti a madama Reale nel dì 12 di luglio. Portossi dipoi il principe Tommaso con tutto l'esercito all'assedio di Trino, terra ben fortificata e di grande importanza. Al conte di Siruela era succeduto il marchese di Vellada nel governo di Milano, e questi uscì in campagna per disturbar quell'assedio; ma sì grande fu la diligenza del principe, sì vigorosi gli assalti, che quella piazza, non potendo più reggere, si diede vinta nel dì 24 di settembre. Nulla di più rilevante avvenne in quelle parti, se non che la duchessa reggente fece venire dalla Savoia in Piemonte il piccolo duca Carlo Emmanuele con somma consolazione di tutti i sudditi suoi, ma senza volerlo in Torino, finchè vi stavano di guernigione i Franzesi.

Per gli artifizii co' quali erano stati sonoramente beffati dai Barberini e dai lor ministri nel precedente trattato di concordia, stavano cogli animi assai alterati i collegati, cioè la veneta repubblica, il gran duca e il duca di Modena. Ma più di essi ardeva di sdegno il duca di Parma Odoardo, trovandosi più che mai impaniato con soldatesche sopra le sue forze, e senza que' mezzi che occorrono per cominciare e proseguire il troppo dispendioso impegno della guerra. Pensò di spedire nel furore del verno tre mila fanti per l'Apennino in Lunigiana ad imbarcarsi in varie tartane, sperando che per mare giugnendo all'improvviso alla spiaggia di Castro vi potessero sorprendere la Rocca di Montalto. Non mancano mai fedeli avvisatori alla corte di Roma, e questa provvide al bisogno dei luoghi esposti al pericolo. Oltre a ciò quelle tartane perseguitate da una fiera burrasca, ebbero per gran favore il potersi salvare a Genova e Porto Fino, dove la gente si sbandò e passò al soldo degli Spagnuoli assedianti allora Tortona. Per sì precipitosi consigli poco fu lodato il duca di Parma, e i Romani, secondo il solito delle nostre povere teste, interpretarono la disgrazia del Farnese per una dichiarazion del cielo in loro protezione e favore. Intanto s'ingrossò forte l'esercito papalino sul bolognese e ferrarese. E mentre i collegati con irresoluzioni continue van consultando le maniere di non lasciar perire il Farnese, egli disperatamente, nel dì 21 di maggio, s'inviò alla volta del ferrarese con sei reggimenti di fanteria, altrettanti di cavalleria ed uno di dragoni, seco menando otto pezzi d'artiglieria. I presidii pontifizii del Bondeno e della Stellata gli cederono, senza farsi pregare, il posto, ed egli in quei siti si fortificò, costringendo il paese a dargli di che vivere. Non tardarono più i Veneziani a muoversi, ed occuparono sul ferrarese Trecenta, Figheruola ed Ariano. Si mosse ancora Francesco duca di Modena colle sue genti, consistenti in quattro mila fanti e mille e ducento cavalli scelti, oltre al treno dell'artiglieria e delle munizioni, per entrar anch'egli nel Ferrarese: nel qual tempo ancora fece esibire al papa, e pubblicò colle stampe le ragioni sue sopra Ferrara e Comacchio, come Stati indebitamente occupati dalla camera apostolica alla sua casa. Doveano andar seco di concerto il duca di Parma e il generale de' Veneziani; ma si trovò che il Farnese, benchè per aiuto suo si fosse formata quella lega, non vi volle entrare, nè muovere dal sito dove egli si era annidato, siccome neppure il Pesari Veneto compariva ad unir le sue armi coll'Estense.

Diede campo questa irresoluzione e mala intelligenza dei collegati al cardinal Antonio Barberini, legato e generale dell'armata papale, di spignere il marchese Mattei con quadro mila fanti sul territorio di Modena, che occupò San Cesario, Spilamberto, Vignola, Guiglia ed altri luoghi, commettendo dappertutto crudeltà ed incendii, come s'egli fosse stato uno spietato bassà. A questa parte dunque si voltò il fuoco maggior della guerra. Nel dì 14 di giugno fu spedito dal duca di Modena il cavalier della Valletta sul Bolognese, per tentare l'occupazione di Crevalcuore, ma vi restò spelazzato dai Papalini. E perciocchè le poche schiere venete, venute in rinforzo di esso duca, teneano ordini diversi dall'idee del duca, prevalendosi il cardinale legato della poca buona armonia dei suoi avversarii, nel dì 19 di luglio si portò all'assedio di Nonantola. Avea il duca Francesco I, con licenza dell'imperadore, richiamato dì Germania il generoso conte Raimondo Montecuccoli, suo vassallo, che poi tanta fama si procacciò nel generalato delle armi cesaree, e l'aveva costituito generale delle sue truppe. Al soccorso di Nonantola marciò il prode cavaliere, e sì caldamente assalì l'oste nemica, che la mise in rotta colla strage e prigionia di molti, e col guadagno d'artiglierie. Lo stesso cardinale Antonio, che animava colle benedizioni i suoi a far bene il loro dovere, corse pericolo della vita, essendogli stato ucciso sotto il cavallo. Un altro buon corridore il mise poscia in salvo. Entrò allora il duca di Modena sul bolognese, impadronendosi di Piumazzo, Bazzano ed altri luoghi, spargendo il terrore sino alle porte di Bologna. E già si disponeva egli ad assalire quella vasta e sgomentata città, quando eccoti avviso, che un grosso corpo di Papalini, passato il Po a Lagoscuro, avea sorpreso il forte dei Veneziani, e quivi alzava in fretta delle fortificazioni. Furono per questo richiamate dai Veneziani le milizie loro, che erano sul modenese, e fu forzato il duca a ritirarsi. Guerra intanto era anche ai confini del Sanese e del Perugino fra le genti del papa e quelle del gran duca Ferdinando II, essendo riuscito ai Fiorentini di occupar Città della Pieve, Monte Leone, Castiglione del Lago, contuttochè il duca Savelli con maestà di guerra li tenesse ben ristretti, e rendesse loro la pariglia. Trovandosi impegnate colà le milizie di Toscana, venne in mente al cardinale Antonio di tentare un bel colpo. Fece egli improvvisamente sul principio di ottobre marciare il signor di Valenzè dal Bolognese per la via della Poretta alla volta di Pistoia, con disegno di sorprendere quella città sprovveduta di presidio. Con quattro mila fanti e mille cavalli andò egli, e giunse a dare la scalata a Pistoia. Ma non corrispose al suo valore la fortuna, perchè i cittadini coraggiosamente difesero le mura, benchè non potessero poi esentar la campagna da un grave saccheggio. Per questo accidente dimandò il gran duca soccorso ai Veneziani e al duca di Modena, i quali accorsero per tagliare la strada al ritorno del Valenzè; ma egli, dove men sel credevano, passò e li lasciò delusi.

Dopo queste, ed altre molte azioni di non molto rilievo, che io tralascio, fatte in queste parti, ed anche in Toscana, dove i Fiorentini non meno nelle difese che nelle offese riportarono molto onore; questi bravi combattenti andarono a cercar riposo, lasciando che nei gabinetti seguitassero le teste politiche i lor duelli, per mettere fine ad una guerra, che costava poco sangue, ma che serviva a distruggere assaissimo chi l'avea sul dosso. Il bello fu, che Odoardo duca di Parma, per cui pure era fatta la festa, se ne stette sempre agiatamente al Bondeno e alla Stellata senza nè pure stendere un dito in aiuto dei suoi protettori: il che diede molto da pensare e da dire agli speculativi, e molto più da sclamare a chi si trovava interessato in sì fatti imbrogli. E giacchè si è fatta menzione all'anno precedente di aver la morte liberata la corte di Francia da un troppo violento favorito e primo ministro di quel re, non si dee ora tacere, che la prudenza nel presente anno liberò anche la corte di Spagna da un altro potentissimo favorito, cioè dal conte di Olivares, appellato il conte duca; perchè finalmente tiratosi il sipario al mal governo di questo ministro, per cui tante sciagure si erano affollate sopra la monarchia spagnuola, il re Filippo IV, arrivò nel 15 di febbraio a cacciarlo di corte con relegarlo a Locches, dove ben presto gli affanni e la rabbia gli abbreviarono la vita.

Anno di CRISTO MDCXLIV. Indizione XII.

INNOCENZO X papa 1. FERDINANDO III imperadore 8.

Trattossi alla gagliarda nel verno dell'anno presente dal cardinale Alessandro Bichi, come plenipotenziario del re Cristianissimo, di comporre le differenze del duca di Parma e dei principi collegati con Roma. Bramavano forte la pace i Veneziani; non men di loro v'era portato il gran duca. Ancorchè i Barberini se ne andassero pettoruti per avere vigorosamente sostenuto l'onore dello Stato ecclesiastico contro gli sforzi altrui, pure conoscevano il bisogno di accomodarsi, perchè miravano cadente il vecchio zio papa, e le sue infermità davano a conoscere ch'egli teneva già un piede nel sepolcro. Gran tracollo poteano essi aspettarsi, se durante la guerra fosse egli stato rapito dalla morte. Si aggiugnevano i richiami de' saggi cardinali, e le mormorazioni e querele di tutti i sudditi della Chiesa per sì ostinato e poco importante impegno, che riusciva loro di sommo aggravio; quando voce comune correa, che il maneggio di questa guerra fruttasse dei tesori alla stessa casa Barberina. Nel mentre che si manipolava l'accordo, non lasciarono i collegati di allestir nuove truppe e far altri preparamenti per continuare, occorrendo, la guerra. Anzi seguirono sul principio di marzo varie ostilità dei Veneziani contro i forti fabbricati oltre il Po dai Papalini; e a Lagoscuro di qua dal fiume occorse una fazion militare, in cui il cavaliere Valletta mise in rotta un corpo di milizie pontifizie colla morte di duemila e colla prigionia di centocinquanta persone. Accorso colà per sostenere i fuggitivi il cardinale Antonio, e caduto in un'imboscata tesagli dal medesimo Valletta, appena potè egli salvarsi colla velocità del cavallo, lasciando ivi prigione il vicelegato di Ferrara Caraffa, Antonio ossia Marco Doria governator di quel forte, ed altri uffiziali. Per tali motivi dunque si affrettarono i ministri del pontefice e i mediatori ad ultimare il trattato di pace. Fu questa sottoscritta in Venezia dal cardinale Giovanni Stefano Donghi plenipotenziario del sommo pontefice, dal cardinale Bichi a nome del re Cristianissimo, da Giovanni Nani per parte della repubblica di Venezia, dal cavalier Giambatista Gondi pel gran duca di Toscana e dal marchese Ippolito Estense Tassoni pel duca di Modena. Un'altra capitolazione a parte nello stesso giorno nondimeno era stata fatta dai due cardinali plenipotenziarii, riguardante l'accomodamento del duca di Parma con sua Santità. La somma di questo accordo fu, che ognuno disarmerebbe ogni luogo in questa guerra occupato, e che il papa, ad intercessione del re Cristianissimo, assolveva il duca Odoardo, stante una umilissima sua supplica, dalle censure, promettendo restituirgli, dopo sessanta giorni, il ducato di Castro, rimettendo le cose nello stato in cui erano prima della presente guerra, e restando il re Cristianissimo garante delle promesse fatte dai principi contraenti.

E tal fine ebbe la guerra presente, guerra brevemente da me abbozzata, perchè nulla conteneva di grande, nulla di glorioso nei consigli, nella condotta e nelle azioni militari; e pur guerra con tal prolissità e sì minutamente narrata dall'abbate Vittorio Siri, come se si fosse trattato di quella d'Annibale coi Romani, o dell'altra di Cesare con Pompeo. Se non fosse la gente avvezza a mirare come facilmente sotto l'apparente unione di molti nelle leghe si appiatti la vera disunione, per la diversità dei particolari privati interessi e desiderii, non lascerebbe certo di maravigliarsi come nel maneggio di questa guerra si osservasse tanta melensaggine negli uni, che poteano far tanto più, e nol fecero; e l'ardore d'alcuni, ma sì mal secondato da' compagni; conchiudendo gli scrittori, che se i collegati fossero ben camminati d'accordo, ed avessero unite le forze, altra faccia avrebbero preso le cose, e tante spese da lor fatte, e danni da lor patiti, non sarebbero restati senza risarcimento. La verità nondimeno è, che con sì poche prodezze ottennero l'intento loro di mettere in dovere l'orgoglio dei Barberini, e di rimettere il duca di Parma in Castro; benchè tal benefizio col tempo a lui nulla giovasse. E ciò per colpa sua, perchè principe di poco consiglio, e che si moveva per lo più secondo il solo empito delle sue passioni. Tanto oro ch'egli impiegò in questa guerra, se fosse stato da lui applicato a soddisfare i suoi montisti, avrebbe estinto il monte dei suoi debiti, e risparmiato a sè e agli altri il dispendio della rottura suddetta. Ma egli volle guerra con restar poi brollo in casa propria, e carico, come prima, dei debiti suoi. Una più bella ne aggiunse dipoi. Tanto la repubblica veneta, che il gran duca, e il duca di Modena, quantunque nulla avessero guadagnato in questo sì dispendioso movimento d'armi, pure con lettere piene di riconoscenza ringraziarono il re Cristianissimo e la regina reggente dell'aver procacciata la loro pace. Il duca di Parma, che solo avea raccolto il frutto dell'altrui spese e fatiche, niun ringraziamento inviò alla corte di Francia, e da lì a poco negò il transito d'alcune truppe franzesi per li suoi Stati. Cose tutte che probabilmente non riportarono l'approvazion dei saggi. Quanto a Roma, non si può dire in che discredito restassero i nipoti del papa, e quanta odiosità del pubblico si concitassero contro per questa briga da lor voluta, che costò tanti danni ai sudditi della Chiesa, accrebbe a dismisura i dazi e le gabelle nello Stato ecclesiastico, parte dei quali dura tuttavia, portò delle piaghe alla camera apostolica, che incancherite son poi andate crescendo, e fece consumar tanta copia d'oro, tratta da castello Sant'Angelo, per soddisfare ai capricci di chi si abusava dell'autorità concessagli dal quasi decrepito zio. Ed è costante che il povero papa, giacente in letto, restava in troppe maniere ingannato dai nipoti, e desiderò sempre la pace, richiedendo solamente dal duca Farnese le umiliazioni dovute alla sua sovranità: laddove i nipoti altro non ambivano che guerra, e guastavano tutte le tele ordite per la concordia. Se questo poi possa bastare a giustificar presso Dio un pontefice, il quale in vece di valersi del consiglio di tanti saggi porporati, dei quali sempre abbonda il sacro collegio, si abbandoni in braccio ai nipoti, gravidi bene spesso di umane passioni, alla tenuità della mia opinione non conviene il deciderlo.

Ma del pontefice Urbano VIII andava sempre più declinando all'occaso la sanità, e poco potè goder egli della contentezza d'aver restituita ai suoi popoli la quiete. Fu scritto da altri che, in vece di allegrezza, egli provò dei fieri tormenti per tanti dispendii della camera apostolica, per tanti gemiti e maledizioni dei popoli, e per l'esito della guerra, in cui restava intaccata non poco la sua riputazione; e che questo crepacuore influisse a rendergli disgustoso il sopravvivere. Comunque sia, nel dì 29 di luglio, dopo ventun anni di pontificato, egli terminò i suoi giorni, restando perenne memoria del suo vivacissimo spirito, del suo amore alla giustizia, della sua letteratura, e dell'averla fatta fiorire in Roma a' suoi tempi, siccome ancora delle tante fabbriche sue per ornamento e per difesa della stessa Roma, e d'altri luoghi dello Stato pontifizio. Ma siccome del troppo lungo suo pontificato era annoiata la gente, e le tante gabelle imposte per la guerra voluta dai suoi nipoti, e il genio baldanzoso ed imperante dei medesimi, congiunto coll'avere adunate tante ricchezze, assorbendo essi tutto senza farne parte agli altri, aveano dato un potente impulso all'invidia e alla malevolenza: così, appena spirato il papa, fioccarono le pasquinate, e vi fu pericolo di sedizione nel popolo, e fuorchè le poche creature dei Barberini, ognuno si facea lecito di declamare contra di loro. Gran premura aveano i due cardinali Barberini Francesco ed Antonio, e grandi maneggi fecero, perchè cadessero le chiavi di San Pietro in persona creatura dello zio e ben affetta alla lor casa. Ma perchè il primo era capo della fazion barberina, e l'altro dei Franzesi, siccome protettor di quella corona, nè pur essi andavano d'accordo nelle lor pretensioni e mire, e vennero anche un dì alle brusche fra loro. Tanti hanno scritto, e con tanta diversità, anzi contrarietà di questo conclave, che non si sa cosa credere; nè all'assunto mio è permesso d'indagare i cupi nascondigli di quei maneggi, dove non dovrebbe avere, e pure ha tanta mano l'umana politica, la qual nondimeno confusa sì sovente si truova dalla suprema disposizione di Dio in bene della sua Chiesa, riuscendo papa chi non si credea o non si volea.

A me dunque basterà di dire, che finalmente nel dì 15 di settembre (dal Vianoli e dall'Oldoino, non so come, è detto nel dì 14 d'esso mese) cadde l'elezione nella persona del cardinale Giambatista Panfilio Romano, che con infinito applauso dei suoi concittadini assunse il nome d'Innocenzo X. Era di età di settant'anni, uomo dotto in leggi, di aspetto ruvido e brutto, ma maestoso. Mirabil cosa fu, che concorressero in lui i cardinali Barberini, contuttochè il cardinale Antonio per varii precedenti disgusti il credesse nemico, almen poco amorevole di sua casa, e perciò ne avesse procurata dalla corte di Francia l'esclusione. Ma dicono, che, interpostosi il cardinal Teodoli e il marchese suo fratello col signor di Sansciamon ambasciatore di Francia, e adoperato l'ariete d'altre arti, il tirassero in favor del Panfilio, onde per lui poscia si dichiarasse anch'esso cardinale Antonio. Restò intanto fieramente esacerbata la corte del re Cristianissimo per la condotta di esso cardinale e dello stesso ambasciatore, non già, come si volle far credere, che si avesse a male l'elezion del novello pontefice, ma perchè i medesimi avessero prima diffamata la Francia, come contraria e nemica alla di lui esaltazione, e poi l'avessero aiutato a salire sul trono. Gli effetti di questo sdegno poco stettero a scoppiare, essendo venuti ordini da Parigi che si levasse al cardinale Antonio il brevetto della protezion della Francia, e che l'ambasciatore se ne tornasse immediatamente a Parigi. Così cominciò, ma qui non finì l'umiliazione dei nipoti di papa Urbano VIII, quantunque sui principii del suo governo Innocenzo X si mostrasse (non è ben certo, se con vero o pure con apparente affetto) lor protettore e fautore: così richiedendo la gratitudine verso persone, senza il braccio delle quali non sarebbe egli mai arrivato al trono. Si studiarono anche i Barberini di rientrare in grazia degli Spagnuoli; ma non riuscì loro per l'odio che si erano tirati addosso dei principi d'Italia, e massimamente del gran duca Ferdinando II. Perlocchè spedirono in Francia il cardinale di Valenzè per addurre le lor discolpe, e promettere molte cose in vantaggio del re Cristianissimo per gli affari d'Italia. Andò segretamente questo porporato fino a Parigi, ma, senza volerlo la corte ascoltare, fu obbligato ad uscirne. Tanto poi egli s'industriò, che ottenne d'abboccarsi col cardinal Mazzarino fuor di Parigi, e dopo quello abboccamento se ne tornò tutto contento a Roma nell'anno seguente.

In quest'anno ancora non mancarono novità e disgrazie al Piemonte e allo stato di Milano, paesi lacerati non meno dai nemici che dagli amici. Perchè incresceva al cardinal Mazzarino di tener tanti luoghi presidiati in Piemonte, furono fatti negoziati da madama Reale Cristina per ottenere il rilascio in sua mano di Carmagnola, Asti, Demonte e Lauset, ed anche della città di Torino, a riserva della cittadella, dove (siccome ancora in Verrua, Santià e Cavours) dovea restar guarnigione franzese. Fu conchiuso questo lungo trattato solamente nel dì 3 d'aprile dell'anno seguente. Uscito in campagna nel mese di giugno il principe Tommaso colle milizie del re Cristianissimo e piemontesi, andò a cercar la buona ventura. Si staccò da lui in questi tempi il valoroso generale marchese Guido Villa, disgustato da' Franzesi, e passò al servigio del papa, ma con ritornar da lì a non molto al servigio di madama Reale. Dopo avere esso principe Tommaso, colla spedizione di don Maurizio di Savoia acquistato il castello di Ponzone, si portò sotto Arona sul Lago Maggiore; ma, scoperta l'intelligenza che egli aveva in quel luogo, e trovata poco prima ben provveduta d'armi quella terra e rocca, andò a mettere il campo alla terra o sia città di Santià. In questo mentre il marchese di Vellada governator di Milano, che aveva atteso a rinforzarsi di gente con raccogliere la licenziata dal papa e dalla lega, ebbe maniera di sorprendere la cittadella d'Asti; ma non potè aver la città, sostenuta dal coraggio degli abitanti, ed appresso rinforzata con buone truppe dal principe Tommaso. Continuato poi l'assedio di Santià, furono forzati i difensori Spagnuoli a capitolarne la resa nel dì 6 di settembre. Ciò fatto, il principe condusse l'armata all'assedio della suddetta cittadella d'Asti, che si tenne forte fino all'ultimo del mese suddetto. Quindi con disegno d'impadronirsi del Finale di Spagna, sprovveduto allora di gente, valicò l'Apennino; ma avendo il Vellada senza ritardo spediti colà mille e quattrocento fanti, nè comparendo, secondo il concerto, alquanti legni franzesi, che doveano fiancheggiar l'impresa per mare, gli convenne tornarsene in Piemonte colla testa bassa.

Cosa avvenne in quest'anno che fu la sorgente d'infiniti guai alla repubblica di Venezia. Veleggiava pel mare Carpazio la squadra delle galee dei cavalieri di Malta, che per l'impiego loro di tener netto, per quanto possono, dai corsari infedeli il Mediterraneo, presso i Turchi e Mori son chiamati i corsari cristiani. Vogliosi anch'essi di qualche preda, si avvennero alle crociere, settanta miglia lungi da Rodi, in un grosso galeone, ossia vascello turchesco, accompagnato da due altri minori e da sette saiche. Poco vi volle ad accorgersi, che quel gran legno conteneva nel suo seno di molte ricchezze; però al valore ed ardire ordinario de' Maltesi si aggiunse la speranza di un ingordo bottino, per cui sprezzando ferite e morti fecero un incredibile sforzo per aggrapparsi sopra il galeone e ridurlo in loro potere. Inferiore non fu la bravura e l'ostinazion dei Musulmani nella difesa, e durò più assalti e più ore il sanguinoso combattimento; ma finalmente restarono vincitori i cristiani. Era il galeone della Sultana ricco di molto oro e gemme, di merci e di arredi preziosi, e conduceva in Egitto Tembis Agà, già favorito di tre gran signori, e governator del serraglio, andante alla Mecca, per poi riposare il resto di sua vita nel Cairo. Nove cavalieri, cento e sedici soldati morti, e intorno a ducente sessanta feriti si contarono dalla parte de' cristiani: da quella de' Turchi perirono circa seicento persone, e ne rimasero schiave trecento ottanta. Fu creduto che il valsente di quel galeone ascendesse a più di tre milioni d'oro. Non vi fu soldato o marinaro che non ne arricchisse. Sì mal concio restò quel legno dalle cannonate, che non si potè lungamente rimurchiare, e però calò a fondo nel mare. Le galee maltesi maltrattate anch'esse da' nemici e da una tempesta, si ridussero a' dì 3 di novembre nel porto di Malta. Sciolse ognuno le voci in acclamazioni al valor dei Maltesi per questa vittoria; ma si mutò presto linguaggio, e le allegrezze si convertirono in pianto, perchè oltre modo sdegnato ed irritato anche dalla Sultana, il gran signore Ibraim contro i Maltesi, anzi contro il cristianesimo, oppur mosso da altri impulsi di ambizione, e dal vedere in guerra fra loro i potentati di Europa, determinò, dopo tanti anni di pace, di muovere guerra a' cristiani, come pur troppo avremo a parlarne all'anno seguente.

Anno di CRISTO MDCXLV. Indizione XIII.

INNOCENZO X papa 2. FERDINANDO III imperadore 8.

Giacchè riuscì alla reggente duchessa di Savoia liberar la città (ma non già la cittadella) di Torino dalla guarnigion franzese, nel dì 11 d'aprile con gran solennità e giubilo di quel popolo v'introdusse il picciolo duca Carlo Emmanuele. Un lungo quartiere di verno aveano goduto in quelle parti i Franzesi, quando per essere finalmente giunto di Francia un buon rinforzo di soldatesche e di danaro, il principe Tommaso lor generale nel dì 21 di agosto, valicata la Sesia senza trovarvi opposizione alcuna, si spinse contra di Vigevano. Non tardò molto a capitolare la città, ed, essendosi ritirato il lieve presidio di Spagnuoli e Napoletani nel castello, il principe cominciò tosto gli approcci e le batterie per superarlo; e, quantunque trovasse gagliarda resistenza nei difensori, pure nel dì 13 ovvero 15 di settembre, ebbe il contento di ridurlo a' suoi voleri. Si amaramente fu sentita dal presidente Bartolommeo Arese, capo del senato di Milano, e dagli altri ministri di quel governo la perdita di Vigevano, che, formato un segreto processo di tutti gli errori commessi dal marchese di Vellada governatore, lo mandarono in Ispagna, affinchè un reggente sì fatto, pieno solamente di millanterie, fosse rimosso. Ma il marchese, che non s'era attentato di portar soccorso a Vigevano, assai informato che quella città e rocca scarseggiavano forte di viveri, e massime di munizioni da guerra, giudicò di potersi rifare, con porsi ad angustiare il campo franzese, e a difficultargli le provvisioni. Passò dunque con tutte le sue forze, e andò a postarsi a Mortara, a Novara, e, a' passi della Sesia. Il principe Tommaso trovandosi ristretto, e crescendo gl'incomodi della stagione, senza che mai comparisse il convoglio promesso dal conte di Plessis, dopo aver ben munito e presidiato Vigevano, sul fine d'ottobre si mosse per ritornare in Piemonte. Sui passi della Gogna trovò gli Spagnuoli preparati per contrastargli la ritirata. Si venne perciò alle mani, e si combattè per più ore. Tale nondimeno fu la bravura e condotta del principe, che sempre combattendo e sempre ritirandosi, condusse finalmente in salvo le genti sue con suo grande onore. Perirono in quell'azione circa mille Franzesi (altri scrivono molto meno) e fra gli altri ufiziali vi lasciò la vita don Maurizio di Savoia fratello bastardo del principe Tommaso. Degli Spagnuoli fra morti e feriti si contarono circa trecento persone. Ora perchè premeva forte al Vellada la ricuperazion di Vigevano, siccome città posta nel cuore dello Stato di Milano, da che ebbe fatti i necessarii preparamenti, nel dì 17 di dicembre, al dispetto del verno andò ad accamparsi colà, e formò intorno ad essa città una ben intesa circonvallazione. Con tali imprese ebbero fine in quelle parti le operazioni della guerra. Seguirono in questi tempi gli sponsali fra l'Arciduca Carlo d'Innspruch, e la principessa Anna de Medici sorella di Ferdinando II gran duca di Toscana. Parimente nel dì 25 di settembre in Fontanablò Maria Gonzaga, figlia del fu Carlo I duca di Mantova e Nevers, fu sposata a nome di Uladislao re di Polonia, colla dote di settecento mila scudi d'oro, cioè con un altro gran salasso alla casa Gonzaga. Con tal pompa venne colà l'ambasciator Polacco, tante feste poi si fecero in Polonia, che ognuno ne stupì.

Fin qui aveano goduto una competente bonaccia in Roma i Barberini, quantunque il cardinale Antonio si trovasse spogliato della protezion della Francia, e a don Taddeo suo fratello tolta la dignità di general della Chiesa, e disputata quella di prefetto di Roma. Mutarono faccia in quest'anno i loro altari, sia perchè papa Innocenzo X non avesse portato un buon cuore verso di loro al pontificato, ossia perchè nascessero tali emergenti, che gli facessero cambiar massime ed effetti. Fu detto che si alterasse il papa per non poter cavar di mano del cardinale Antonio certi biglietti, scritti dal marchese Teodoli all'ambasciator di Francia, per tirarlo a favorir l'elezione del cardinal Panfilio, de' quali tenea gran conto esso cardinale Antonio, siccome cose che poteano servir di discolpa al suo operato nel conclave. Tuttavia anche senza di questo potè papa Innocenzo giungere a prendere altre risoluzioni: tanti erano i ricorsi fatti contra dei Barberini dalla folla de' lor nemici, non solamente dal popolo, ma anche da molti della corte stessa, e massimamente dagli Spagnuoli, dichiarati troppo mal soddisfatti di loro. Imperciocchè da gran tempo non si era veduto nepotismo che tanto odio ed invidia avesse eccitato come questo, sì per la detestata precedente guerra, e sì ancora per le tante ricchezze da loro accumulate, essendovi chi fa ascendere (credo io con esagerazione) sino a quattrocento mila scudi romani di rendita annua i lor beni tanto di chiesa che laicali, consistenti in uffizii pubblici, luoghi di monti, città, castella, ville, commende ed altri benefizii, essendo colati in loro tutti i più pingui dell'Italia. Sopra tutto gravi erano i risentimenti della camera apostolica rimasta indebitata di otto milioni d'oro, calcolandosi che circa quaranta milioni fossero passati per le mani barbarine, durante il loro governo; per lo che veniva il papa istigato a dimandarne conto. Non potea di meno il buon pontefice di mirar con isdegno caricati per capricciose occasioni sotto il precedente governo i suoi popoli di tante gabelle, che poi si erano, secondo il solito, alienate con fondar varii monti venduti a' particolari, di modo che di due milioni d'oro di rendita annua degli Stati della Chiesa, un milione e trecento mila scudi annualmente andavano a pagare i frutti, e i settecento mila restanti appena bastavano alle spese necessarie: giacchè altre rendite della dateria e vendite di uffizii soleano colare nella borsa propria de' papi. Commiserava perciò Innocenzo tante piaghe della camera apostolica, il commoveano tanti lamenti delle aggravate comunità, e bramava di rimediarvi. La disgrazia volle che in soli desiderii andò poi a finire la sua buona volontà.

Ora fra tante doglianze e grida contro di essi Barberini non mancavano certamente delle calunnie e delle accuse vane ordite dalla sola malignità e dall'odio quasi universale. Contuttociò il cardinale Antonio, contro il qual solo era il tuono, e non già contro il cardinal Francesco, porporato incorrotto e di vita esemplare, da che vide crescere ogni di più il nuvolo nero contra di lui, per essere egli camerlengo della Chiesa romana, e venir chiesto lo scarico dell'amministrazione dei beni camerali, e nel veder già carcerati il Braccese e il Possenti due suoi servitori: prese la risoluzione di rifugiarsi in Francia, giacchè il cardinale di Valenzè avea rimesso lui coi fratelli in grazia di quella corte. E ciò per fini politici ed anche privati del cardinal Mazzarino, già divenuto l'arbitro della Francia nella reggenza di una donna, e nella minorità di un picciolo re. Era egli con tutta la sua porpora indosso disgustato della sacra corte, e fors'anche contro il medesimo papa Innocenzo X per cagione del padre Michele Mazzarino suo fratello dell'ordine dei predicatori, non peranche creato cardinale, e perchè il cardinale Gian-Giacomo Panciroli, che non godea di sua grazia, era stato dal pontefice eletto segretario di Stato. Oltre di che pareva al Mazzarino non lieve guadagno per la Francia il tirare nel suo partito i Barberini, gente sì ricca e potente, con cui andava concorde la fazione di tante creature di papa Urbano VIII. Adunque nel dì 27 di settembre alla sordina si levò di Roma esso cardinale Antonio, e, ito ad imbarcarsi a Genova, volò a Parigi. Per questa fuga restò sommamente turbato il papa, ed accesero maggiore il fuoco gli Spagnuoli: laonde passò la Santità sua a sequestrar tutte l'entrate godute da quel porporato nello Stato ecclesiastico, distribuì a varii cardinali le di lui cariche, e spezialmente la camerlengheria al cardinale Sforza; deputò a rivedere i conti della di lui amministrazione un fiscale di vaglia, e giunse con pubblico editto, se non compariva il Barberino nello spazio di sei mesi, a minacciargli la perdita di tutto, e fin del cappello. Dal canto suo anche il Mazzarino mosse altre armi in difesa del cardinale Antonio, cioè il parlamento di Parigi contro quell'editto, e la regina a scrivere lettera risentita al papa pel poco rispetto che si mostrava alla Francia, aggiugnendo rispettose minacce, quando non si mutasse registro. Se il buon pontefice prorompesse in escandescenze contra questi due porporati, l'uno protetto, e l'altro protettore, sarà ad ognun facile l'immaginarlo.

Avea il Sultano de' Turchi Ibraim in questi tempi allestita una potente armata navale, che, venuta a Navarino e rinforzata dai corsari barbareschi, si trovò composta di ottanta galee, due maone, o sieno galeazze, un galeone, ossia vascello grosso della Sultana, ventidue navi armate e trecento saiche. Per quanto dicono, vi s'imbarcarono quattordici mila spai, sette mila giannizzeri, ed altri quaranta mila fanti: con facoltà, per non dire obbligo, ad ognuno di credere che fossero molto meno. Vi erano molti ingegneri fiamminghi e francesi ed altri rinegati, che in ogni tempo hanno cresciuta la baldanza a quegl'infedeli. A udire i Turchi, la volevano contro Malta, per punire quei cavalieri del brutto tiro fatto nell'anno precedente al ricco galeone della Sultana. Penava a crederlo chi sa qual rocca inespugnabile sia la città di Malta; ma, ciò non ostante il gran mastro avea chiamati colà tutti i cavalieri, ed ammanito tutto l'occorrente per precauzione e per ben riceverli. Al bailo veneto ingannevolmente si faceano carezze in Costantinopoli, quando all'improvviso si trovò egli prigione, e nel dì 25 di giugno si vide approdar l'armata ottomana all'isola di Candia, regno antico della repubblica di Venezia; e, dopo aver preso il forte ossia lo scoglio di san Todero, passare all'assedio della città della Canea. Per non mostrar sè stessi protettori dei Maltesi, non aveano i Veneziani fatto quel gagliardo armamento, che in altri simili casi usa di fare la lor saviezza. Contuttociò misero tosto in punto nove galee e vascelli, e li spedirono in Levante; e, udita appresso la dolorosa nuova dello sbarco dei Turchi in Candia, e dell'assedio della Canea, si diedero senza sgomentarsi a far gente, ad accrescere le lor forze marittime, e ad implorare il soccorso dei principi cristiani che, secondo il solito, per la maggior parte attendendo a scannarsi fra loro, mostrarono commiserazione ai Veneti, e tutta la liberalità andò a finire in parole. Papa Innocenzo X non si fece punto pregare, ed allestite le proprie galee, procurò anche che Napoli, il gran duca e Malta vi unissero le loro, giacchè i Genovesi non vi vollero concorrere, anzi proibirono ai loro sudditi l'investir danaro fuori della lor città. Si compose con ciò uno stuolo di ventitrè galee, e il pontefice, per levar le contese, ne dichiarò generale il principe Ludovisio con cui dianzi avea maritata donna Costanza sua nipote. Ma questa flotta fece vela troppo tardi, e quella dei Veneziani, per liti insorte fra il generale Cornaro e Marino Cappello, mai non arrivò a tentar la sua fortuna con quella dei Turchi. Mirabile senza fallo fu la difesa della Canea, in cui fin le donne accorsero a sostener gli assalti, e a dar la vita per la patria. Ciò non ostante, perchè lievi furono i soccorsi in essa città introdotti, le convenne soccombere nel dì 18 di agosto alla forza dei Musulmani. E questo infausto principio ebbe la guerra di Candia: guerra la più lunga e la più dispendiosa, che si abbia mai avuta la repubblica veneta contro la Porta ottomana, e, guerra memorabile per la varietà delle azioni, delle battaglie e degli assedii, e quantunque infelice nell'esito, pure sempre gloriosa al nome veneto. Fu essa descritta dal conte Gualdo Priorato, dal senatore Andrea Veliero, da Girolamo Brusoni, da Vittorio Siri, da Alessandro Maria Vianoli, e da altri in lingua volgare, ed ultimamente anche in testo latino dalla felice penna del signor Giovanni Graziani pubblico lettore nell'università di Padova.

Anno di CRISTO MDCXLVI. Indiz. XIV.

INNOCENZO X papa 3. FERDINANDO III imperadore 9.

Avea, siccome dicemmo, il marchese di Vellada sul fine dell'anno precedente messo l'assedio a Vigevano, risoluto di ricuperarlo dalle mani dei Franzesi. La città si arrendè tosto, e però tutti gli sforzi si rivolsero contro la rocca, dove s'era ritirato tutto il presidio. La stagione cattiva e le strade fangose non permisero al principe Tommaso di recarle soccorso; laonde nel dì 16 gennaio dell'anno presente i difensori con patti onorevoli ne accordarono la resa. Ne fu ben lieta la città di Milano. Essendo poi stato richiamato in Ispagna esso Vellada, a lui succedette nel governo dello Stato di Milano il contestabile di Castiglia, il quale, trovandosi scarso di forze, nulla di rilevante potè operare in quest'anno, se non che sul principio d'agosto fece una irruzione verso la città d'Acqui, e con poche cannonate se ne impadronì. Passato di là sotto il castello di Ponzone, colle artiglierie e colle mine nel dì 17 d'esso mese lo costrinse alla resa. Niuna altra bravura di lui si conta sotto il presente anno. Quello che più diede da discorrere in questi tempi all'Italia, fu un insolito preparamento di un'armata fatta dai Franzesi in Tolone. Consisteva in trentasei vascelli da guerra, venti galee, diciotto barche incendiarie, più di cento tartane, ed altri legni da carico. Circa sei mila fanti da sbarco vi erano sopra, e per terra doveano essere secondate le navi d'altri aiuti. Erasi invogliato il cardinal Mazzarino di far meglio conoscere agl'Italiani la potenza della Francia, con isperanza di far conquiste nelle maremme di Siena, dove gli Spagnuoli possedevano alcune fortezze. Più in là ancora tendevano le ben alte mire sue, cioè nel regno di Napoli, dove il principe Tommaso di Savoia nudriva delle intelligenze. Il cardinale l'avea già fatto re di Napoli; la possanza spagnuola in Italia passava oramai in sua mente per interamente abbattuta. Imbarcossi in quella flotta esso principe, come generalissimo dell'armi franzesi, e sotto di lui l'ammiraglio duca di Brezè giovane di gran valore, e di non minor perizia, con assai altri riguardevoli uffiziali. Nel dì 20 di maggio pervenuta questa flotta a Monte Argentaro, poco ebbe da faticare per impadronirsi del forte delle Saline, di Talamone, e di Santo Stefano. Dopo di che andò ad accamparsi intorno ad Orbitello, vigorosa piazza sì per la sua situazione, che per le fortificazioni. Il duca di Arcos, in questi tempi vicerè di Napoli, avea per precauzione spedito prima colà con della gente don Carlo della Gatta capitano, che gran nome avea conseguito nelle guerre passate. Cominciò questi di buona ora a far intendere ai Franzesi, esservi nella piazza gente pronta a sacrificar le vite, e che sapea far sortite e guastare i lavori nemici.

Ora il vicerè suddetto rivenuto dal sospetto e timore che le forze franzesi a dirittura piombassero sul regno di Napoli, attese da lì innanzi al soccorso dell'assediato Orbitello. Felicemente per mare inviò a Porto Ercole un rinforzo di settecento fanti. Indi unite le galee di Napoli e di Sicilia alla flotta spagnuola, ordinò che essa dalla Sardegna venisse a chiedere conto ai Franzesi del loro ardire. Era composta di venticinque vascelli d'alto bordo, di trentuna galee, e dieci barche incendiarie sotto il comando di don Antonio, ossia Francesco Pimiento. Allorchè giunse tal nuova al duca di Brezè, tutto allegro mosse anch'egli la maggior parte della sua flotta, e benchè alquanto inferiore nel numero dei legni, si preparò alla battaglia. Nel dì 14 di giugno verso le coste di Talamone furono a vista le nemiche armate, e cominciarono a salutarsi con una tempesta di cannonate. Crebbe l'ardore del conflitto, ma sempre con riguardo di non affratellarsi troppo, come in tante altre simili battaglie di mare succede, cioè unicamente combattendo da lungi colle artiglierie. Seguitò questa terribil danza, finchè sorse un fierissimo vento, che obbligò cadauna parte a cercare ricovero nei porti, andandosene tutte quelle navi maltrattate, e cantando non meno i Franzesi che gli Spagnuoli, e molto più i loro oziosi parziali, la vittoria. In tali incertezze solamente certo è che, colpito da una palla d'artiglieria, perì l'ammiraglio franzese duca di Brezè, compianto da ognuno; un vascello franzese andò per accidente in aria; e nel dì seguente fu presa una galea parimente franzese dagli Spagnuoli, che abbruciarono ancora da ottanta tartane franzesi. Molte altre fazioni militari accaddero sotto Orbitello, quando si udì che marciavano per terra, e si avvicinava un corpo di cavalleria napoletana; e per mare alcune migliaia di fanti, per soccorrere quella terra, e per inquietare gli assedianti; i quali per le malattie e diserzioni s'erano molto indeboliti. Cominciò per questo a consultarsi nel campo franzese, se meglio fosse il battere la ritirata. A far prendere tal risoluzione sommamente contribuì una furiosa sortita fatta nel dì 18 di luglio da don Carlo della Gatta, a cui riuscì d'inchiodar molti cannoni, e di spianare un trincieramento dei nemici. Levarono dunque il campo i Franzesi, e si ritirarono, pizzicati alla coda dagli Spagnuoli, in mano dei quali restò ancora qualche pezzo di artiglieria. Abbandonarono inoltre essi Franzesi Talamone.

L'esito infelice di questa impresa non si può dire a quanti schiamazzi desse occasione in Francia contra del principe Tommaso, e incomparabilmente più contra del cardinale Mazzarino, imputando ai lor capricci la perdita della riputazion della Francia in Italia. Ma il cardinale, benchè si mordesse le labbra, pure, nulla curando l'abbaiar della gente, nè sgomentato dai soffii della fortuna contraria, pensò tosto a riparar l'onore del regno con altra spedizione, che niuno mai si sarebbe aspettato. Ordinò dunque che dalla Provenza s'inviasse verso Levante una poderosa flotta di navi con molte truppe, sotto il comando del maresciallo della Migliarè, sulla quale ad Oneglia andò ad imbarcarsi anche il maresciallo di Plessis Pralin con cinque mila persone. Passò quest'armata a dirittura all'isola dell'Elba, dove all'improvviso sul principio d'ottobre sbarcò due mila soldati, indi si avviò in terra ferma a cignere d'assedio Piombino. Pochi dì impiegò in approcci e mine, perchè quel governatore Francesco Bezza, più allettato dalle lusinghe ed esibizioni del Migliarè, che spaventato dalle minaccie, rendè non solamente la città, ma anche la cittadella, passando poi al servigio della Francia con grave suo disonore. Rivolsero poscia i due marescialli tutti i loro sforzi all'isola dell'Elba, dove, dopo aver occupato le torri del porto di Portolongone, impresero l'assedio della medesima terra. Fece quanta mai si può ostinata difesa quel presidio spagnuolo e napoletano; ma in fine alloggiatisi sulla breccia i non men coraggiosi Franzesi, sull'ultimo giorno d'ottobre si vide forzato ad esporre bandiera bianca, con ottener buoni patti dai vincitori. Per tali successi in Parigi chiunque dianzi si scatenava contra del cardinal Mazzarino, imparò a tessergli degli elogii, e gran feste ne furono ivi fatte.

Ancorchè Francesco I duca di Modena avesse nelle passate guerre dati più attestati dell'attaccamento suo alla corona di Spagna, spezialmente col somministrar soccorsi allo Stato di Milano, pure cominciò ad osservar molto freddo in quella corte verso la sua casa; e maggiormente se ne accertò, perchè concorrendo il cardinale Rinaldo d'Este suo fratello alla protezion dell'imperio, gli Spagnuoli tanto attraversarono i suoi negoziati, che ne restò privo. Ma servì questa ripulsa per fargli ottenere la protezion della Francia, godendo quella corte di tirar nel suo partito un porporato tale, che in elevatezza di mente non si lasciava torre la mano da alcuno. Appena fu egli in possesso di tal carica, che giunse a Roma l'almirante di Castiglia, ambasciatore del re Cattolico, il quale dichiarò di non voler invitare il cardinal d'Este alla sua cavalcata. Poco questo importava al cardinale, ma veggendo farsi dallo Spagnuolo massa d'armati al suo palazzo, anch'egli per non rimanere esposto alle superchierie, si armò. Gli venne da Modena gran copia di bravi e di nobili, con armi ancora per quattrocento persone. Non si aspettavano i Romani, se non qualche sconcerto fra le due fazioni; però il papa, e varii porporati e principi si interposero per l'accomodamento. Perchè saldo stava l'Estense nelle sue convenienze e sicurezze, continuò l'imbroglio, finchè, incontratesi nel fin d'aprile le carrozze del cardinale e dell'almirante, non so come, presso la piazza del Gesù, si udì uno sparo di pistola. Dal numeroso popolo colà concorso fu preso questo per un segnale della zuffa, e tutti si diedero ad una precipitosa fuga, massimamente perchè le genti dell'almirante scaricarono le lor armi ed uccisero e ferirono alcuni di quegl'innocenti. Poscia, credendo anch'esse che le squadre dell'Estense volessero venire all'assalto, si abbandonarono ud una vergognosa fuga, lasciando nelle peste il padrone, che se ne tornò a casa, senza che gli armati del cardinale Rinaldo facessero nè a lui nè ai suoi insulto alcuno. Inviperito l'almirante per tale avvenimento spedì al vicerè di Napoli, chiedendo soccorso di gente e di danaro; ma disapprovato da esso vicerè il di lui irregolare impegno, ciò diede campo al papa di troncar questo incamminamento a maggiori disordini; e però alla presenza della Santità sua nel dì 3 di maggio si riconciliarono i due contendenti, con ricevere dipoi l'Estense delle grandi acclamazioni dai Romani, per aver con tanto decoro sostenuta la riputazion della Francia, e mortificata l'imperiosa nazione spagnuola. Dacchè il pontefice si mostrava cotanto alterato contra dei Barberini, il cardinal Francesco e don Taddeo giudicarono anch'essi meglio di sottrarsi ai minacciati rigori. Fatte pertanto a poco a poco imbarcare in varii legni le preziose lor suppellettili, menando seco esso Taddeo anche i figli, segretamente nel gennaio di quest'anno passarono in Francia a trovare il cardinale Antonio lor fratello. Per tempesta insorta in quella stagion poco propria alla navigazione, ebbero fatica a ridursi colà in salvo. A me ha asserito persona degna di fede di aver più volte inteso dal cardinal Carlo Barberino, che in questo passaggio un di quei legni restò preda dell'onde, con perire uno inestimabil valsente di argenterie, gioie, pitture ed altri ricchissimi mobili. Maggiormente si esacerbò per tal fuga papa Innocenzo X, nè vi era chi non predicesse la rovina di quella casa. Ma il saggio pontefice, allorchè sempre più venne scorgendo con che calore avesse la corte di Francia preso il patrocinio dei Barberini, cominciò a prestar l'orecchio a chi gli parlava di rimetterli in sua grazia, e maggiormente raddolcito si mostrò dappoichè le armi francesi orgogliose comparvero sotto Orbitello, e molto più dacchè misero il piede in Piombino e Portolongone. Era Piombino del principe Lodovisio suo nipote, e per desiderio di riaverlo, disarmò l'ira contra di essi Barberini. Non ottennero già eglino grazia, ma cessarono i processi, e per soddisfazione della Santità sua passarono per qualche tempo ad Avignone.

Accudirono con tutto vigore nel verno dell'anno presente i Veneziani alla guerra di Candia, e dovendosi eleggere un capitan generale delle forze di mare, nel gran consiglio aveano universalmente acclamato per questa carica lo stesso Francesco Erizzo doge di quella repubblica: cosa insolita, ed illustre attestato del di lui merito. Benchè settuagenario, pien di spiriti generosi pel pubblico bene, accettò egli questo peso. Ma quella che sì sovente sconvolge i disegni dei mortali, il tolse dal mondo nel dì tre di gennaio di quest'anno. A lui succedette nel ducato il procurator Francesco Molino, e capitan generale fu eletto Giovanni Cappello, che poscia mal corrispose all'aspettazione che si aveva di lui. Tuttochè ascendesse l'armata veneta a sessantasei galee, sei galeazze e quaranta grosse navi, oltre a molti altri legni minori, e si potesse impedire ai Turchi l'uscita dai Dardanelli, anzi battere la loro armata, pure nulla di bene si eseguì. All'incontro i Turchi iti all'assedio della città di Retimo, se ne impadronirono, e in Dalmazia, dove pur si guerreggiava, tolsero Novigrado ai Veneziani. Intanto non men per la guerra, che per la peste, si aumentava la desolazione dell'isola di Candia, e a questi flagelli soccombevano tanto i cristiani che i Turchi. Diede fine al suo vivere in età di quarant'anni nel dì 12 di settembre dell'anno presente Odoardo Farnese duca di Parma. Fu in concetto di uno degli spiritosi ingegni del suo tempo; incantava la gente col suo bel parlare, ma inclinando non poco alla satira; il che nei privati è pericoloso e molto men conviene a principi e gran signori. La splendidezza, la generosità e la liberalità si contarono fra i suoi pregi. Teneva ministri, non per udire i lor consigli, ma solamente per esecutori della sua volontà, credendo capace la testa sua di tutto. E siccome egli era un cervello caldo, risentito al maggior segno, e portato a cose grandi, così era facile a prendere risse e risoluzioni superiori alle forze sue. Di Margherita de Medici sorella del gran duca Ferdinando II lasciò quattro maschi, cioè Ranuccio II, che fu suo successor nel ducato, Alessandro, Orazio e Pietro, oltre a due principesse. Fu corpulento e grasso, e questa sua non desiderabile costituzione di corpo passò in eredità anche ai suoi figli e nipoti. Sorella di esso duca Odoardo fu Maria Farnese, duchessa di Modena. Era essa mancata di vita nel dì 25 di giugno dell'anno presente nel parto di un principino, che poco sopravvisse alla madre. Questa principessa si portò dietro il cuore d'ognuno; tanto era amata e degna veramente dell'amore di tutti.

Anno di CRISTO MDCXLVII. Indizione XV.

INNOCENZO X papa 4. FERDINANDO III imperadore 10.

Tali e tanti furono in quest'anno i funesti avvenimenti e sconvolgimenti d'Italia, spezialmente per le sollevazioni di Napoli e Palermo, che han servito di largo campo ad alcuni scrittori per tesserne particolari istorie, e mettere in mostra le verità di tutti quegli accidenti e delle lor circostanze. Non uscirò io dei miei confini, e basterammi d'accennare il massiccio delle avventure, potendo, chi più ne desidera, ricorrere a chi con libri ex professo lasciarono descritte le rivoluzioni dell'anno presente. Da molto tempo era sossopra l'Europa tutta, durante le guerre delle provincie della Germania, de' Paesi Bassi, dell'Inghilterra, Francia e Spagna, maneggiandosi, siccome abbiam veduto, le armi anche in Italia, con essersi ultimamente aggiunta alle altre sciagure la guerra del Turco coi Veneziani. Le sollevazioni occorse in questi ultimi anni del Portogallo e della Catalogna contro la monarchia di Spagna, non è improbabile che influissero coll'esempio ad animar altri popoli malcontenti alla ribellione se pure unicamente non s'ebbero a rifondere i lor movimenti sull'insofferenza degli aggravii pubblici troppo cresciuti, e sul poco saggio governo dei pubblici ministri. Nella Sicilia, che pur vien riguardata come un granaio d'Italia, si provava in questi tempi la carestia, flagello ordinariamente dei soli poveri. Fece don Pietro Faiardo marchese de los Velez, e onoratissimo vicerè di quel regno, quanto potè per aiutare il numeroso popolo di Palermo. Ma il volgo, che non pesa le cose, nè intende ragione, il pagava con sole maledizioni, per non aver quanto voleva. Però nel dì 20 di maggio attruppatisi circa ducento della feccia d'esso popolo, andarono alla casa del pretore caricandolo a gran voci d'ingiurie. Essendo sconsigliatamente uscita la famiglia, ed avendo cominciato a percuotere quella disarmata canaglia, trasse a quelle grida gran gente, e bastoni e coltelli fecero ritirar quei del pretore. Furono accumulate legna e fascine alla porta di quel palazzo, locchè fece risolvere il pretore e alcuni senatori a fuggirsene per la porta di dietro. Affin di quetare la matta furia di costoro saltarono fuori i padri Teatini, con promettere a tutti che si farebbe il pane più grosso. Ma non prestando loro fede, volarono al palazzo del vicerè, chiedendo sollievo. Dalla finestra esso marchese de los Velez, e molti nobili usciti fuori assicurarono i tumultuanti, che s'era dato l'ordine per dar loro soddisfazione, ed arrivata la notte, parve dileguato quel nuvolo. Ma sulle tre ore della notte, a cagion di molti che nulla aveano da perdere e molto speravano di guadagnare nella rivolta, maggiormente s'aumentò il tumulto: furono rotte le carceri e data la libertà a circa settecento facinorosi; e dipoi s'inviò l'infuriata plebe alla casa del duca della Montagna, maestro razionale del patrimonio reale, per bruciarla. Colà bensì accorsero i padri Gesuiti, portando processionalmente il Santissimo Sacramento; ma non conoscendo allora il popolo imbestialito nè moderazion nè religione, si vide perduto il rispetto ad essi religiosi (alcuni de' quali rimasero anche feriti) e al Sacramento stesso, convenendo loro di ritirarsi in fretta. Iti alla doganella e ai luoghi dove si riscotevano i dazii e le gabelle ne stracciarono tutti i libri e registri.

Fatto giorno, si portò il sedizioso popolo al palazzo del vicerè, gridando: Fuora gabelle; ma ritrovatolo ben custodito dalle guardie, non osarono di tentarne l'assalto. Intanto non pochi della nobiltà, la qual tutta stette sempre fedele al re, usciti a cavallo si studiarono di calmare il fuoco, e indussero il vicerè a pubblicar un editto, per cui si levavano le gabelle sopra la farina, carne, olio, vino e formaggio, come le più gravose al popolo. E nè pur questo bastò, temendo i sollevati di essere sotto quell'apparenza ingannati; e però avvenutisi in don Francesco Ventimiglia marchese di Gierace, personaggio amato da ognuno, il proclamarono per lor signore e capo. A questo inaspettato e non voluto onore inorridì il cavaliere, e consigliato il popolo a gridare viva il re di Spagna, si applicò poi da saggio a trattar di concordia fra essi e il governo, ottenendo lor molte grazie e privilegii: locchè servì a quetare e rallegrare i sediziosi. Ma perciocchè dai bottegai e dai rivenderuoli non si volle stare al fissato calmiere dei commestibili, tornò più pazzamente di prima ad infuriar la plebe, e andò per insignorirsi della casa dove si conserva il tesoro del re; ma vi trovò un corpo di cavalleria che mandò a monte i loro disegni. Fu consigliato il vicerè di mettere in armi gli artisti, e così fatto. La nobiltà stessa e fin gli ecclesiastici presero dipoi l'armi contra la plebe: nel qual tempo colti alcuni capi degli ammutinati, a terrore degli altri furono impiccati. Ma non andò molto, che anche gli artisti si unirono col popolaccio; e perciocchè chiamati a palazzo due consoli dell'arti per trattare d'accordo, tardarono a tornare indietro, sparsasi voce che fossero stati strangolati (locchè era falso), vieppiù allora divampò la furia della gente; e benchè comparissero liberi i consoli, non rallentò punto l'ardore dei sediziosi. Con sì strepitose scene, che durarono per più settimane, s'era giunto al dì 15 d'agosto, quando Giuseppe da Lesi, tiradore d'oro, fattosi capo-popolo, e gridando: Muoia il mal governo, condusse tutti i suoi seguaci all'armeria regale, dove ciascun si provvide d'armi, di polve da fuoco, e di ogni munizione da guerra; ed avendo anche tratto da un baluardo un cannone e un sagro, condusse la truppa al palazzo e sparò quell'artiglieria verso la porta. Allora il vicerè prese il partito d'uscire segretamente, e di salvarsi nelle galee, e la viceregina si ritirò anch'ella a Castellamare. Allora spezialmente fu, che s'unirono molti nobili per opporsi ai ribelli, i quali perchè s'insospettirono del loro capo, cioè di Giuseppe da Lesi, per aver egli messe guardie acciocchè non fosse dato il sacco al palazzo, si rivoltarono contro di lui. Usciti i nobili a cavallo cominciarono a dar la caccia ai plebei. Fu ucciso il suddetto Giuseppe con Francesco suo fratello. Dei presi nel dì 22 d'agosto ne furono strozzati tredici, ed altri menati alle prigioni.

Si era restituito il marchese de los Velez a Castellamare, e quivi coi suoi consiglieri andava studiando le maniere di dar fine alla tragedia, con pubblicare un perdon generale, e promettere l'abolizione delle gabelle; e furono anche distesi molti capitoli di miglior regolamento in avvenire per bene ed appagamento del popolo. Ma quando egli si credea d'essere in porto, si trovava di nuovo in tempesta, perchè i Siciliani, nazion vivacissima, quanto facili sono a prendere fuoco, altrettanto son difficili a quietarsi. Perciò durò il torbido sino al dì 13 di novembre, in cui il vicerè sì per le vigilie e crepacuori patiti, come per veder disapprovata dalla corte la sua condotta, per non aver egli mai, siccome signore d'animo misericordioso e buono, voluto domar colla forza il forsennato popolo, oppresso dagli affanni cessò di vivere. Era già destinato a quel governo il cardinal Teodoro Trivulzio, persona di gran mente e prudenza, e che sapeva far anche alle occasioni da bravo, con averne dati più saggi nella difesa dello Stato di Milano. Arrivò egli nel dì 17 del suddetto novembre a Palermo, e, contro il parere di chi gli consigliava d'andar prima a Messina, oppure, andando a Palermo, di ricoverarsi nel castello, sbarcato che fu, passò francamente alla chiesa maggiore fra la gran folla del popolo, che venerando l'alta sua dignità, e giubilando per ricevere un vicerè italiano, lo accompagnò colà con incessanti acclamazioni. Altro non rispondeva egli, se non: Pace e libro nuovo. Come se riputasse quieti gli animi di tutti, cominciò a dar udienze ad ognuno, a rimettere in autorità i magistrati, a gastigare animosamente chi ricalcitrava, con opprimere dipoi varie congiure che di mano in mano si andavano tessendo dai restanti malviventi. In una parola, con tal dolcezza e insieme con tal forza maneggiò quei focosi cervelli, che fece tornar la quiete e l'ubbidienza tanto in Palermo che in altre parti della Sicilia, dove si era dilatata quella mala influenza.

Vegniamo a Napoli, città, che per essere tanto più abbondante di popolo, e popolo anch'esso sommamente spiritoso ed inquieto, maggiori e più strepitose scene, che quelle di Palermo fece vedere nella sollevazion sua, appartenente anch'essa all'anno presente. Erasi in quella gran città per li correnti bisogni della corona, a cagion delle guerre, che in tante parti l'infestavano, istituita una gabella sopra le frutta, che perciò si vendevano più care, ed eretta una baracca nella piazza del Mercato, dove stavano i ministri deputati per esigerla. Al basso popolo, che spezialmente si pasce di pane e frutta, intollerabil parea questo nuovo aggravio, e non s'udiva che mormorazione e digrignar di denti. Trovossi una mattina abbruciata la baracca: locchè fece riflettere a don Rodrigo Ponze di Leon duca d'Arcos, e vicerè molto savio, che non era da caricar la povera gente di quel dazio, e doversi ricavar da altra parte quella somma di danaro. Pure cedendo al parer di coloro, ai quali fruttava essa gabella, rimise la baracca come prima. Ora avvenne che un certo Tommaso Aniello da Amalfi, comunemente appellato Mas-Aniello, giovane di ventiquattro anni, di vivace ingegno, e pescatore di professione, introducendo pesce senza aver pagata la gabella, fu maltrattato dagli esecutori della giustizia e perdè quel pesce. Tutto collera ne giurò vendetta, e cominciò a persuadere ai compagni, che se il seguitassero, gli dava l'animo di liberar la città da tanta oppression di gravezza, e indusse ancora i bottegai fruttaruoli a non comperar frutta che pagasse gabella. Gran rumore facea allora anche nel popolo più vile la sollevazion di Palermo. Ora mancando le frutta nel dì 7 di luglio, si svegliò un tumulto nella piazza, ed accorso Andrea Anaclerio eletto del popolo per quetarlo, corse pericolo d'essere lapidato. Fuggito che egli fu, Mas-Aniello salito sopra una tavola (era bel parlatore) talmente esagerò le miserie del povero popolo, assassinato dal presente governo, che si trasse dietro una brigata di cinquecento uomini e fanciulli della vil feccia, soprannominati Lazzari, che poco appresso s'accrebbe fino a due mila persone. Acclamato da costoro per capo, ordinò tosto che si attaccasse fuoco alla baracca, e ai libri e mobili di quei gabellieri, e fu prontamente ubbidito.

Di là passò la baldanzosa canaglia (provvedutisi molti di picche e d'altre armi) alle case dove si riscotevano le gabelle della farina, carne, pesce, sale, olio ed altri commestibili, e della seta. A niuna d'esse perdonò. Tanto esse, che i mobili tutti, fra i quali ricche tappezzerie, argenti, danari ed armi furono consegnate alle fiamme, comandando Mas-Aniello che nulla si riserbasse. Insuperbiti costoro per non trovare chi lor facesse fronte, e cresciuti fino a dieci mila, si portarono alle carceri di San Giovanni degli Spagnuoli, e furiosamente rottele, quanti prigioni vi erano, posti in libertà s'unirono con gli altri ammutinati. Allora tutti s'inviarono al palazzo del vicerè, con alte voci gridando; Viva il re di Spagna e muoia il mal governo. Affacciatosi ad una finestra il duca di Arcos, promise loro di levar le gabelle della frutta, e parte di quelle della farina. Tutte le vogliamo levate, replicava la plebe; e intanto entrando a furia per la porta, e messe in fuga le guardie tedesche e spagnuole, presero quelle alabarde, e cominciarono a scorrere per le camere del palazzo, con dare il sacco a quanto trovavano. Portarono rispetto all'appartamento dove stava il cardinal Trivulzio, dimorante allora in Napoli. Gittò bensì il vicerè da una finestra biglietti sigillati col sigillo reale, coi quali assicurava il popolo di sgravarlo da tutte la gabelle; ma insistendo coloro di volergli parlare, egli animosamente scese a basso, e con dolci parole cercando di ammansarli, confermò la promessa. Tuttavia benchè molti gli baciassero mani e ginocchia, scorgendo egli il bollore di quelle teste riscaldate, destramente salì in carrozza per sottrarsi alla loro insolenza. Gli corsero dietro, e fermarono la carrozza, ma egli con adoperare il preparato recipe d'alcuni pugni di zecchini, che sparse fra loro, scappò lor dalle mani, e si salvò nella chiesa e nel monistero di San Luigi, facendo tosto serrar le porte. Sopraggiunti colà i sediziosi atterrarono la prima porta, e lo stesso avrebbono fatto del resto, se non sopraggiugneva il cardinale Ascanio Filamarino arcivescovo, che s'interpose per la concordia, e presentò poi a quella furiosa gente una scrittura del vicerè con belle promesse. Ma perchè questa non conteneva se non l'abolizione della gabella delle frutta, e di parte di quella della farina, più che mai dierono nelle furie: locchè servì d'impulso al vicerè di ritirarsi in castello Sant'Ermo.

Accortasi di ciò la tumultuante canaglia, cresciuta fino al numero di cinquanta mila persone, si voltò a rompere tutte le altre carceri della città, portando riverenza alle sole dell'arcivescovato, della nunziatura e della vicaria, con bruciar tutti i processi. Trovato per istrada don Tiberio Caraffa principe di Bisignano, il pregarono di essere lor capitano. Nata in lui speranza di calmare sì gran movimento, salì in pulpito nella chiesa del Carmine, e con un crocifisso alla mano caldamente esortò ciascuno alla quiete. Tutto indarno: il mare era troppo in furore, ed altro vi volea che parole a quietarlo. Pertanto il buon cavaliere con bella maniera se la colse, e andò a chiudersi in Castel Nuovo; nella qual fortezza passarono anche il vicerè e il cardinale Trivulzio, per essere più alla portata di cercare riparo a tanti disordini. Ma perciocchè si erano disposte numerose guardie nella piazza e intorno al castello, apprendendo i sollevati che si avesse a venire alle armi, corsero a sonare a martello la grossa campana del torrione del Carmine e a provvedersi violentemente d'archibusi, spade, lancie, polve da fuoco e palle, per tutte le botteghe e case, dove se ne trovava. Concorrevano intanto dalle circonvicine ville rustici per isperanza di bottino ad aumentare la truppa, risonando in ogni lato trombe, tamburi, sventolando bandiere, e continuando ognuno a gridare: Fuora gabelle, Viva il re. Per rinforzo del palazzo vi pose il vicerè mille Tedeschi ed ottocento Spagnuoli, e fece far nuove fortificazioni intorno ad esso e nella piazza. Ma il popolo, informato che venivano da Puzzuolo cinquecento Alemanni e due compagnie d'Italiani, andò ad incontrarli, ne uccise alcuni, altri menò prigioni, e dissipò il resto. Tentò allora il vicerè di guadagnare il capo-popolo Mas-Aniello, con iscrivergli un biglietto di esibizione d'abolir tutte le gabelle. Ad altro non servì questa sommessione, se non a far maggiormente insolentire chi si conosceva in avvantaggio, avendo Mas-Aniello coi suoi seguaci sfoderate pretensioni anche di varii privilegi per la plebe. Il vicerè, che non volea troncare per questo il trattato, mosse alcuni della primaria nobiltà a frapporsi per l'aggiustamento, ed avendo questi per il bene della patria assunto un tale impegno, ridussero a tale il maneggio che parvero soddisfatti i sollevati, qualora, oltre alle cose richieste, fosse confermato il privilegio conceduto dall'imperadore Carlo V alla città, del qual documento richiedevano essi l'originale.

Per quante ricerche facesse fare il vicerè, questo originale non si trovava. Credendosi perciò burlato l'inquieto popolaccio, si ruppe coi nobili mediatori, e carcerò anche il duca di Matalona, che trovò maniera di fuggire dalle lor mani. Avuta poi nota di settanta case di ministri e d'altri che aveano maneggiati i dazii e l'altre gravezze del pubblico, di mano in mano si portarono i sediziosi a bruciarle senza remissione, con gittar giù dalle finestre tutti i mobili, e fin gli ori, argenti e danari e farne falò; giacchè severissimo ordine v'era che niuno ne profittasse. E perciocchè premeva a costoro di farsi padroni della torre di San Lorenzo e di quel monistero, colà furibondi corsero in numero di dieci mila armati con un grosso cannone, e gran copia di fascine per appiccarvi il fuoco. Da questo apparato atterrite le guardie di quel posto, capitolarono la resa. Di là con gran festa trassero i sollevati gran copia d'armi da fuoco e sedici pezzi di cannone. Erasi intanto ritrovato l'originale del privilegio di Carlo V, e il cardinale Filamarino, che facea la figura di padre comune fra il vicerè e il popolo, con questa carta pecora in mano si portò al Carmine, e alla presenza di Mas-Aniello, già dichiarato capitan generale del popolo, e assistito dalla sua corte plebea la fece leggere. Dopo di che manipolò l'accordo, con avere il vicerè conceduto un perdon generale abolite le gravezze, confermato il privilegio, e promessa loro dalla corte la conferma di tutto. Ma perchè si dicea di perdonare ogni reato incorso per quella ribellione, fu cagion questa parola che si guastasse tutta la tela. Non cessò l'arcivescovo pien di zelo di rimediare, ed ottenne in fine dal vicerè un biglietto, per cui pienamente si soddisfaceva alle premure del popolo. Ma il buon prelato si trovò fra poco burlato. Mentre s'era raunato al Carmine tutto il popolo, aspettando che intervenisse anche il vicerè per cantare il Te Deum, eccoti comparire colà cinquecento banditi (altri scrivono solamente ducento), tutti ben montati a cavallo, che si fingevano venuti in servigio del popolo. Il servigio che intendevano di prestargli era quello di trucidar Mas-Aniello, e poi di fare un macello della gente colta all'improvviso. Se ne insospettì Mas-Aniello, e mandò ordine che smontassero: non vollero ubbidire. Comandò che andassero ad un posto assegnato; ed essi, per lo contrario, entrarono così a cavallo in chiesa. Allora egli gridò: Tradimento; e i banditi spararono contro di lui alquante archibugiate; e maraviglia fu che di tante palle niuna il colpì. Il pazzo popolo attribuì ciò a miracolo, credendo assistito dalla divinità il suo gran generale; pretendendo, all'incontro, i buoni frati che lo scapolare da lui portato gli avesse servito d'ingermatura. Allora l'infuriata plebe si scagliò addosso a quanti di quei banditi potè cogliere, e li trucidò. Per confessione di uno di essi si scoprì essere stata mandata quella gente dal duca di Matalona e da don Giuseppe, volgarmente chiamato don Peppo Caraffa. Che il vicerè fosse consapevole del fatto, si potè ben sospettare, ma niuno il nominò; ed egli sopra di questo fece l'indiano. Cercato il Matalona, ebbe la fortuna di salvarsi. Non così avvenne a don Peppo, che fu scoperto e tuttochè forse non avesse mano in quel fatto, gli fu reciso il capo, e si vide trascinato il cadavere per la città. Ciò non ostante il cardinal arcivescovo raggruppò il negoziato dell'accomodamento, e lo trasse a fine; accordando il vicerè quanto si volle dal popolo, con disegno non di meno che soltanto durasse la sua promessa finchè venisse il tempo e il comodo della vendetta; non sapendo inghiottire un animo spagnuolo il mirar ridotta a sì vile stato l'autorità sua, e la riputazion della nazione da un miserabile pescivendolo, giunto a far tremare tutta Napoli.

Volendo poi l'arcivescovo condurre a palazzo Mas-Aniello, bisognò che adoperasse gli argani per farlo spogliare de' suoi poveri cenci, e prendere veste di tela d'argento e cappello con pennacchiera. Accompagnato fino a palazzo da tutto il basso popolo in armi, che si credette ascendere a cento cinquanta mila persone, prima di entrare fece un patetico discorso a tutti, esortandoli a gridare: Viva il re di Spagna; e ricordando loro che egli era nato povero, e tale voler anche morire; e che l'operato da lui finora non era proceduto da ambizione, nè da voglia di guadagnare un soldo, nè di fare ribellione al re, ma solamente di liberarli tutti dal troppo gravoso mal governo finora patito. E siccome egli non si fidava del vicerè, così aggiunse, che se fra un'ora noi rivedessero, pensassero a vendicar la sua morte. Venne egli poscia accolto colle più vistose carezze, e con dimostrazioni anche esorbitanti di onore dal vicerè, e furono lette le capitolazioni, ed approvate. Ossia che si spendesse gran tempo in questo, e che il popolo, per non vederlo tornare, dal bisbiglio passasse ad un gran rumore; o ciò accadesse per altra cagione; di tanto strepito s'impazientava il vicerè. Allora Mas-Aniello, affacciatosi ad un balcone, e datosi a conoscere, coll'indice alla bocca fece segno che tacessero. In quell'istante niuno osò più di zittare, stupendo il vicerè allo scorgere tanta ubbidienza a quell'uomicciattolo. Si esibì Mas-Aniello di rinunziare il comando; ma per suoi fini politici non lo permise il vicerè. Fu poi col cardinal Filamarino ricondotto a casa il gran generale; e dappoichè furono con gran solennità giurate le capitolazioni dal vicerè nella metropolitana, tornò la quiete nella città. Continuando nondimeno Mas-Aniello a far da governatore del popolo, pubblicava editti, governava le guardie, intento sopra tutto a torre di mezzo i banditi e malviventi. Con aria severa sempre comandava, temuto perciò ed ubbidito da tutti. Un suo solo cenno bastava per una sentenza di morte. Perchè gli furono sparate contro alcune archibugiate, vietò a chi che sia il portar vesti lunghe e mantelli, affinchè si conoscesse chi andava con armi. Non vi fu prete o frate che non ubbidisse. E certamente tanto egli che la moglie sua cominciavano a grandeggiare, e a gustare il comando e le distinzioni. Pretese l'insuperbito pescivendolo, che il cardinale Trivulzio andasse a fargli una visita. Il prudente porporato, per non incorrere in qualche pericolo, volle soddisfarlo, ed andato il trattò con titolo d'illustrissimo. Questo Arlichino finto principe gli rispose: La visita di vostra eminenza, benchè tarda, ci è cara. Ma, a guisa dei fenomeni, ben corta durata ebbe l'esaltazion dell'ardito plebeo. Eccolo vaneggiare, eccolo divenuto forsennato, e talvolta furibondo. Non si sa, se perchè le applicazioni e vigilie gli avessero di troppo riscaldata la nuca; o perchè nella visita a palazzo egli avesse votate alquante caraffe di lagrima, al che non era avvezzo; oppure perchè qualche ingegnoso veleno gli fosse stato in quella congiuntura somministrato; andò crescendo la sua frenesia, di modo che dopo alcune scene di leggierezza o crudeltà, il popolo l'abbandonò, e il vicerè ebbe modo nel dì 16 di luglio con quattro archibugiate di farlo levar dal mondo. Sicchè soli sei giorni durò il regno di Mas-Aniello, e quattro il suo vaneggiamento, ristringendosi in questo poco di tempo tutte le peripezie fin qui raccontate, oltre a tante altre che mi è convenuto lasciare indietro.

Credevansi gli Spagnuoli per la morte di costui omai liberi da ogni impaccio; ma s'ingannarono a partito. Nel dì seguente, giorno 17 d'esso luglio, pentito il popolo, corse a raccogliere il corpo di Mas-Aniello, che era stato strascinato per la città, l'unirono alla testa che gli era stata tagliata, e sopra un cataletto lo portarono alla chiesa del Carmine, prorompendo in alte acclamazioni di liberator della patria, di padre della povertà. Ne fecero fino un santo, come divenuto martire in benefizio del pubblico. A udire que' pazzi, la testa s'era unita col busto, avea lor parlato e data la benedizione; correndo perciò la stolta gente a baciarlo e a toccarlo colle corone. Vollero ancora, che gli si facesse un superbo funerale con isterminata e suntuosa processione, coronata dai sospiri e dal pianto di ciascuno, e a gara tutti si procacciavano il suo ritratto; se con piacere degli Spagnuoli, non occorre che io lo dica. Poco in fatti durò la quiete. Scorgendo il popolo che non gli si mantenevano le capitolazioni giurate, e che si trovavano appesi alla forca di tanto in tanto alcuni del loro seguito, di nuovo si sollevò, e ito al palazzo per chiedere udienza al vicerè, attaccò un'aspra zuffa colle guardie che durò ben tre giorni. Quanti Spagnuoli furono colti, rimasero vittima del furor popolare; il vicerè fu costretto a ritirarsi in Castel Nuovo, all'espugnazion del quale si accinsero i sediziosi, siccome ancora di castello Sant'Ermo, dando principio sotto d'esso ad una mina. Perchè mancava loro un capo, fecero forza a don Francesco Toralto principe di Massa della casa di Aragona, acciocchè assumesse il grado di lor capitan generale. Accettò egli, confortato anche dal vicerè, con animo di servir meglio al re che alla plebe in sì scabrosa occasione: siccome egli fece coll'andare destramente distornando la loro furia da maggiori risoluzioni, con promuovere una suspension d'armi, tanto che le fortezze, già ridotte in angustia, si potessero vettovagliare. Oltre a ciò, per addormentare e deludere il più che mai tumultuante popolo, il vicerè nel dì 7 di settembre confermò di nuovo le grazie e capitolazioni ad esso accordate. Grande fu l'allegrezza d'ognuno, ma che restò in breve amareggiata per la nuova sparsasi che don Giovanni d'Austria, figlio bastardo del re Cattolico, giunto in Sardegna con poderosa flotta, si preparava per dirizzar le prore alla volta di Napoli. Comparve egli in fatti alla vista di quella città nel dì primo di ottobre, e chiesero i popolari udienza per parlargli, ma non l'ottennero. Per consiglio del vicerè, fu fatto loro intendere che don Giovanni non metterebbe il piede a terra, s'essi prima non deponessero e rinunziassero l'armi, rimettendosi alla clemenza del figlio del re: proposizione che parve troppo dura e pericolosa a chi conosceva di che buono stomaco fossero gli Spagnuoli. Per maneggio del Toralto fu conchiuso che rilascerebbono solamente l'armi, e sarebbono lor confermate le grazie e i capitoli precedenti. E però nel dì 4 del suddetto ottobre fu data esecuzione al trattato, nè si videro che bandiere bianche per la città e segni d'allegrezza.

Ma altro non meditando gli Spagnuoli che gastigo e vendetta, determinarono di sterminar colla forza nel dì seguente quella pertinace canaglia. Per quanto il cardinal Trivulzio e i più saggi consiglieri dissuadessero sì fiera esecuzione, prevalse l'opinione del vicerè e d'altri pochi. E però avendo don Giovanni trattenuto presso di sè il general Toralto, con cui probabilmente era fatto il concerto, nel dì 6 d'ottobre uscirono tutti i combattenti dalle navi, e quanti ancora poterono uscir dei castelli, e in ordine di battaglia andarono ad assalire i posti dei popolari, che non si aspettavano una tal visita. Nello stesso tempo da tutte le navi e dai castelli si diede principio a fulminar la città con cannonate, a gittar bombe e fuochi artifiziali. Parve allora Napoli la casa del diavolo: tanto era il rumor delle artiglierie, il martellar delle campane, gli urli e le grida delle donne e de' fanciulli. Corse il popolo a barricar le strade, ad afferrare i posti, e le donne dalle finestre gittavano sassi, tegole ed acqua bollente. Seguitò l'orrido conflitto per più ore; ed accorgendosi in fine gli Spagnuoli del poco profitto che faceano i lor cannoni e mortai, e che andava crescendo la forza e furia del popolo, cessarono dalle ostilità, e con esporre bandiera bianca invitarono il popolo a qualche concordia. Ma questo non rispose, se non coll'inalberare bandiera nera, risoluto di azzardar tutto, piuttosto che fidarsi della corrotta fede e dei violati giuramenti degli Spagnuoli. Si combattè anche ne' giorni seguenti; e il vicerè fece ricorso al cardinal Filamarino, che s'interponesse; ma questo arcivescovo, certamente fedele al re, siccome quegli che non lasciava di amare anche il povero suo popolo, disapprovando il tradimento fattogli dopo tanti giuramenti, mostrò delle difficoltà a mischiarsi di nuovo in questi imbrogli. Non gliela perdonarono mai più i vendicativi Spagnuoli. Giacchè niun effetto ebbero i tentativi fatti per altri mediatori di venire alla concordia, continuarono le ostilità. Crebbero intanto i sospetti del popolo contro il lor generale Toralto, imputandolo di segrete intelligenze col vicerè, e di aver impedito l'acquisto di Sant'Ermo. Veri o falsi che fossero questi reati, è certo che nel dì 22 d'ottobre posto prigione e processato, ebbe troncato il capo, e il corpo suo per un piede fu appiccato alla forca. In luogo di lui fu eletto per capo del popolo Gennaro Annese, uomo di bassa condizione.

Conoscendo nulladimeno i più saggi del popolo che a lungo andare non potrebbero tener forte contro la potenza e rabbia degl'implacabili Spagnuoli, e tanto più perchè la nobiltà del regno, per la morte data a don Peppo Caraffa, sembrava dichiarata contro la plebe; si avvisarono di fare ricorso alla corona di Francia, ben consapevoli del pronto volere de' Franzesi in tutto ciò che tendeva alla depression della monarchia di Spagna. Il marchese di Fontanay ambasciator di Francia, e i cardinali franzesi esistenti in Roma non lasciarono cadere in terra le preghiere ed esibizioni dei Napoletani; ne scrissero alla corte, ne riportarono magnifiche promesse di soccorsi. Trovavasi allora in Roma Arrigo di Lorena duca di Guisa, nelle cui vene circolava il sangue degli antichi re angioini. Fu egli creduto a proposito, siccome signore di gran vaglia, per sostenere questa impresa; ed egli l'accettò, col mostrarsi in apparenza unicamente mosso dall'amor della gloria in liberare il popolo di Napoli dalla oppressione e tirannia degli Spagnuoli, e di ridurre Napoli a forma di repubblica; ma con desiderio segreto, e non senza speranza, che assistendogli la fortuna, potesse la corona di Napoli cader sul suo capo. Nel dì 13 di novembre si mosse egli da Roma con poche feluche, ed ebbe la sorte di felicemente sbarcare a Napoli, dove da quel popolo fu accolto con incredibil allegrezza; e dopo aver fatte alcune prodezze, ottenne il comando dell'armi, continuando nondimeno Gennaro Annese nella superiorità del governo civile. Ma non andò molto che cominciarono gare e gelosie fra questi due capipopolo; pure il Guisa seppe far tanto, che si fece proclamar duca ossia doge della repubblica di Napoli. Più curiosa cosa fu il veder comparire alla vista di quella gran città il duca di Richelieu con potente flotta franzese, ma senza mai accordarsi col duca di Guisa e col popolo. Chi disse perchè il Guisa, che avea molto alzata la cresta e tendeva alla corona, non volle che i Franzesi gli sturbassero quella caccia, sperando di compierla senza di loro; chi, perchè il popolo napoletano, se ammetteva i Franzesi, temeva di mutar solamente il giogo, laddove intenzione sua era di scuoterlo affatto; e chi, che il duca di Guisa odiava il cardinal Mazzarino, ovvero che il cardinale mirava lui di mal occhio, e che, per conseguente, i Franzesi non vollero porgergli aiuto, e se ne tornarono colla flotta a Portolongone. Non mi stenderò io più oltre in questo racconto. Esistono in franzese e in italiano le memorie del medesimo duca di Guisa, tramandate col mezzo della stampa ai posteri, dove egli dipinse quegli affari secondo che a lui parve il meglio.

E pur qui non finirono le novità di Italia nell'anno presente. Perchè in Piemonte scarseggiavano di forze i Franzesi nulla poterono operare, anzi lasciarono che il governator di Milano s'impadronisse di Nizza della Paglia, senza neppur tentarne il soccorso. Ma intanto il gabinetto di Francia lavorava per muovere contro lo Stato di Milano dei nuovi nemici, e gli venne fatto di tirar nel suo partito Francesco I d'Este duca di Modena. Non avea questo principe ommessa diligenza veruna per attestare il suo ossequio alla corona di Spagna; le aveva anche offerto il suo servigio. Trovò sempre dal ministero milanese attraversato, anzi contrariato ogni suo maneggio; e spezialmente ebbe a dolersi perchè gli Spagnuoli gli negavano il possesso di Correggio, che pur gli era stato venduto dall'imperadore. Si prevalse il Mazzarino di questi dissapori per condurre sul principio di settembre esso duca in lega colla Francia, la quale, facendo la liberale colla roba altrui, facilmente accordava che tutte le conquiste da farsi nello Stato di Milano sarebbono in pro di chi le facesse, con obbligo nondimeno di prendere il possesso di ogni acquisto a nome del re, il qual poscia a suo tempo ne darebbe fedelmente il possesso ai conquistatori. Quattro mila fanti e mille e cinquecento cavalli franzesi vennero da Piombino sul Reggiano, ai quali il duca Francesco unì un pari numero di combattenti. Riuscì al duca con questa gente sul fine del suddetto mese di valicare il Po, e di spargere il terrore fra gli Spagnuoli, che tutti si ritirarono alla difesa di Cremona. Colà comparve l'esercito gallo-estense, e si fecero alcune fazioni, e il tutto finì in far solamente paura agli Spagnuoli. Non andando d'accordo col duca gli uffiziali franzesi; non venendo mai il principe Tommaso, benchè chiamato a questa impresa, e crescendo ogni dì più le pioggie e i fanghi dell'ottobre, bisognò battere la ritirata. Si ridusse quell'esercito ai quartieri di verno nella ricca e nobil terra di Casal Maggiore del Cremonese, dove patì de' gran disagi per mancanza di foraggi e d'altre provvisioni. Nell'isola di Candia poco profittarono in quest'anno le armi venete, anzi riuscì a' Turchi di accostarsi alla città di Candia stessa, e di fortificarsi in quei contorni. Celebre nondimeno riuscì la nave capitana di Tommaso Morosino, che contro cinquantadue galee nemiche valorosamente si difese. Vi lasciò gloriosamente la vita il prode generale, ma vi perirono de' Turchi più di mille e cinquecento persone. Maggior felicità provarono i Veneziani nella Dalmazia, dove ricuperarono Novigrado, difesero bravamente Sebenico, e ridussero alla loro ubbidienza Nadino, Scardona, Zemonico ed altri luoghi.

Anno di CRISTO MDCXLVIII. Indizione. I.

INNOCENZO X papa 5. FERDINANDO III imperad. 11.

Sul fine dall'anno precedente il duca di Guisa, non contento di far guerra in Napoli agli Spagnuoli, pensò a conquistar anche varie città del regno, e mosse in quante parti potè banditi e mal affetti al nome spagnuolo, dispensando a larga mano patenti ed uffizii. Sopra tutto a lui premeva la città d'Aversa, troppo importante pel trasporto dei viveri. Era questa per ordine del vicerè divenuta piazza d'armi dei baroni napoletani commossi alla difesa della corona, sotto il comando di don Vicenzo Tuttavilla. Ma fra questi nobili non mancavano di quelli che mal sofferivano la dominazione spagnuola. Con più di dieci mila armati andò a quella volta il Guisa, e in diversi incontri ne riportò delle spelazzate. Tuttavia avendo le sue genti occupata Nola ed Avellino, ed essendosi ribellate le provincie di Salerno e Basilicata, restò Aversa in grave pericolo, perchè priva di soccorso. Tanto innanzi crebbero quivi le angustie, che que' nobili di colà si ritirarono a Capoa, lasciando la città nella vigilia dell'Epifania in potere del Guisa, la cui gente tenne lor dietro, e mise il campo anche alla stessa Capoa. L'acquisto di Aversa portò grande onore al Guisa, e somma allegrezza ai popolari; ed egli poi fece ogni sforzo per trarre nel suo partito i nobili, ma senza poterli rimuovere dalla fedeltà verso il re di Spagna. Era intanto il vicerè duca di Arcos odiato a morte dal popolo, e neppure ben veduto dalla nobiltà di Napoli. Ora facendo i più saggi ministri amatori della patria delle segrete consulte per trovare riparo alle presenti piaghe, e tenendo anche intelligenza con Gennaro Annese capo del popolo, che era col cuore alienato affatto dal duca di Guisa: fu in fine creduto il mezzo più proprio di giugnere alla sospirata pace, quello di rimuovere dal governo esso duca di Arcos, e di sostituire in esso pro interim don Giovanni d'Austria, che tuttavia colla flotta spagnuola si tratteneva in quei mari. Il non aver egli reato alcuno presso il popolo, l'essere figlio del re, e giovane assai amabile, e il potersi sperare che quanto egli promettesse, riporterebbe l'approvazione della corte, animò ciascuno a desiderare questa mutazione. Contuttochè il cardinal Filamarino arcivescovo fosse mirato con occhio bieco dagli Spagnuoli, perchè in questi viluppi faceva la figura di neutrale e manteneva buona corrispondenza col duca di Guisa e col popolo, pure fu interrogato del suo parere. E siccome di cuore desiderava questo porporato il bene della patria e insieme l'onor della corona di Spagna, concorse anch'egli a consigliare la deposizione del vicerè, come il migliore spediente agli affari, che per altro minacciavano precipizio: e tanto più perchè riuscì al duca di Guisa di occupare il borgo di Chiaia, che tagliava la comunicazion degli Spagnuoli per terra col resto del regno. Talmente dunque si adoperarono col duca d'Arcos i suoi confidenti, che l'indussero ad imbarcarsi, e ad abbandonar Napoli nel dì 26 di febbraio. Servì la sua partenza a maggiormente unire il baronaggio al partito e servigio reale.

Nè mancò don Giovanni d'Austria, assistito da saggi consiglieri, di promuovere a tutto potere la concordia coi popolari, esibendo general perdono e aumento di grazie. Ma cotanto era cresciuto lo sconcerto delle cose, che troppo difficile alle pruove si trovò il rimedio. Imperciocchè la malattia di Napoli s'era dilatata dappertutto il regno; e il duca di Guisa, siccome ben provveduto di spie, venendo a scoprire i segreti maneggi, sturbava tutto, ed avrebbe anche volentieri messe le mani addosso a Gennaro Annese, se non l'avesse ritenuto il sapere ch'egli teneva filo colla corte di Francia, e che da essa veniva stimato non poco. Con tutte non di meno le sue lusinghe e raggiri non potè mai esso duca ottenere il suo primario oggetto, che era quello di farsi proclamare re. Dissi sconvolto anche il regno, e volli dire che non v'era provincia o città dove non regnasse la discordia, e succedessero frequenti tumulti ed uccisioni, sostenendo gli uni la libertà, e gli altri la regale autorità. Trovaronsi allora nobili che sposarono il partito de' popolari; e il Guisa faceva trapelare in ogni parte i suoi emissarii. In Taranto, in Ariano, in Chieti, nell'Aquila e in altre principali città penetrò quel pernicioso influsso. E basti questo poco, giacchè io non posso tener dietro a tutte le fila di questa imbrogliatissima matassa, e al lettore riuscirà più caro d'intendere come la provvidenza degli uomini favorita da Dio la sbrogliasse: il che accadde nel presente anno. Non avea già dimenticato il duca di Guisa di essere franzese. In mezzo ai grandi affari marziali trovava egli il comodo di divertirsi, e di spendere più ore con principesse e dame; e parea che più dell'altre gli piacessero le più belle. Molto di questo si parlava, anzi si sparlava per Napoli; e ai saggi del suo seguito, e più ai mariti delle persone da lui amate, al maggiore segno dispiaceva questo suo rituale. Sapeva in oltre Gennaro Annese (personaggio di tanto polso fra' popolari) qual segreta rabbia contra di lui covasse in suo petto il duca; nè sapea digerire che dopo tante intenzioni date da lui di formare il senato della nuova repubblica, non ne venisse mai quel dì. Si aggiunse, che portato a notizia del medesimo duca che Antonio Basso e un suo fratello, amendue di corte del cardinale arcivescovo, il mettevano in canzone quasi egli fosse venuto a Napoli per darsi spasso, per utilizzar la sua persona e per deludere il povero popolo, li fece prendere, e, al dispetto di tutte le preghiere del cardinale, del suddetto Annese e degli altri maggiori del popolo, li fece decapitare. Per questa indiscretezza e crudeltà, e per altri suoi passi violenti, si alterarono forte i maggiori del popolo; e però nel dì 10 di marzo esso Annese, Vincenzo d'Andreis provveditore generale, ed Antonio Mazzela eletto del popolo, che erano ruote principali della repubblica popolare, spalleggiati da quattro mila persone, marciarono verso il duca con animo di portare in trionfo la sua testa. Avvisatone il Guisa, salì tosto a cavallo, e colla sua guardia di moschettieri sì intrepidamente andò loro incontro, che appena sparato alcune archibugiate dai suoi all'aria, i capi presero la fuga. Essendo rimasto confuso quel popolaccio, appena udì le maestose e insieme tenere parole dell'eloquente duca, che tutti si diedero a gridare: Viva il duca di Guisa. Tante cabale poscia ordì il Guisa per far credere il Mazzela eletto del popolo venduto agli Spagnuoli e ai nobili, che gli riuscì di fargli mozzare il capo. L'Annese allora e gli altri suoi seguaci trattarono segretamente col vicerè novello per liberar la patria dal Guisa, e restituirle la quiete.

Era venuto a quel governo, con assenso e volere del giovinetto don Giovanni d'Austria, poco prima, don Ignigo Velez di Guevara conte d'Agnate. Con lui concertò lo stesso Annese le maniere di dar la caccia al duca di Guisa, e di liberar la città da tanti travagli. Correvano i primi giorni di aprile, quando il vicerè spedì tre galee ad occupar Nisita fuori di Napoli, immaginando che per l'importanza del posto vi accorrerebbe tosto il duca, siccome in fatti avvenne, avendo egli condotto seco circa otto mila persone. In questo mentre, cioè nella notte precedente al dì sei del suddetto aprile, usciti dai castelli don Giovanni ed esso vicerè, e quanti mai nobili erano con loro, facendo marciare in ordinanza quasi tutte le truppe spagnuole, andarono senza resistenza a prendere le porte e i posti principali della città, e spezialmente fu loro consegnato dall'Annese il torrione del Carmine, cioè la principal fortezza del popolo. In una parola pacificamente s'impadronirono di tutta la città. Qualche difesa fu fatta al palazzo dove abitava il duca, ma poco durò. Non si trovò persona che facesse la carità di bruciar la segreteria di lui, dove si trovarono tutte le corrispondenze ch'egli avea tenuto con tanti regnicoli: il che fu poi la rovina di assaissime persone. Avvisatone il Guisa, fece quanto potè per rientrare in città, ma non gli venne fatto. Però col seguito di pochi suoi fedeli si mise in viaggio alla volta di Roma. O per accidente o per tradimento, nel passar fuori d'Aversa andando a Capua, fu scoperto, perseguitato e preso. Condotto in prigione a Gaeta, venne poi trasportato in Ispagna, dove chiuso in una fortezza, ebbe quanto tempo volle per digerire le memorie ch'egli ci lasciò; e in fine, nell'anno 1652, per intercessione del principe di Condè, oppure del duca d'Orleans, fu rimesso in libertà. Tenne per fermo la gente savia che se il Guisa colle parole avesse accompagnati i fatti, con istabilire la repubblica di Napoli, dove avessero avuta parte anche le altre provincie e città del regno, ed anche la nobiltà, quivi sarebbe venuto meno il dominio spagnuolo. Ma perchè egli mirava più alto, e pensava a sè stesso, non giovò al popolo e rovinò sè medesimo. Similmente se i Franzesi fossero accorsi con poderose forze, finchè il Guisa si trovava in vigore, non poteano reggere a una sì gran tempesta gli Spagnuoli per mancanza di gente e di viveri. Arrivò solamente sul principio d'agosto con una flotta numerosa di legni in quei mari il principe Tommaso di Savoia, e misesi anche ad assediar Salerno. Trovò troppo mutati gli affari, e fu forzato a ritornarsene con poco onore. Si andò poi riducendo, benchè non senza fatica, alla primiera ubbidienza il resto dello sconvolto regno di Napoli; ma si diede principio ad un'altra non lieve tragedia in quelle parti. L'usar clemenza e il perdonare per lo più non furono virtù favorite nella nazione spagnuola. Però il conte d'Agnate vicerè, che avea ritrovato nella segreteria del duca di Guisa un arsenale di carte convincenti di fellonia e di male intelligenze chiunque non amava il governo spagnuolo, e voleva in oltre dare al popolo un esemplare gastigo della passata ribellione, stancò da lì innanzi i tribunali coll'immensa copia dei processi; infierì colle scuri e colle forche contra di chi non s'era avvisato di fuggire; e coi bandi e confischi si vendicò di chi avea saputo sottrarsi alle sue griffe. In una parola, si credè risuscitato in lui il crudele duca d'Alva flagello della Fiandra. Stesesi ancora il suo rigore contro la nobiltà, che pur tanto avea fatto in servigio della corona di Spagna. E Gennaro Annese, non ostante il merito che s'era acquistato colla corona suddetta, lasciò in fine il capo sopra di un palco. Con più moderazione e prudenza attese in questi tempi il cardinal Trivulzio a rimettere la serenità in Palermo e nel regno di Sicilia, in guisa che potè poi rinunziarlo tutto pacificato a don Giovanni d'Austria, che a lui succedette in quel governo.

Fece orrore in quest'anno la congiura ordinata da alcuni tristi, cioè da don Giovanni Gandolfo religioso dell'ordine di san Bernardo, da Bernardo Sillano senator di Torino, e da Giovanni Antonio Gioia, contro l'innocente vita del giovinetto duca di Savoia Carlo Emmanuele, e di madama reale Cristina sua madre. Cercandosi chi avesse composto uno scandaloso almanacco che prediceva tragiche avventure, gastighi di ministri e morti di gran personaggi, se ne scoprì autore il suddetto religioso. Preso costui sul fine dell'anno precedente, venne poi rivelando i complici, e il nero disegno da lor fatto di estinguere il sovrano e la madre o con veleni o con fattucchierie. Erano costoro del partito dei principi Maurizio e Tommaso zii del duca. Il Sillano improvvisamente morì in prigione; ebbero il Gandolfo e il Gioia dalla giustizia il meritato fine. Fu in tal congiuntura che madama reale si vendicò del principe Tommaso. Mentre egli era impegnato nella spedizione per Napoli, ella col figlio, verso il dì 20 di giugno, fingendo una caccia, si appressò ad Ivrea, e ricevutavi dentro colle sue guardie dall'incauto governatore, con galanteria se ne impossessò, mandando a spasso la guernigion d'esso principe Tommaso. Le turbolenze del regno di Napoli dovettero cagionar dei mali umori nella vicina pontificia città di Fermo. Quivi la nobiltà per cagion dell'estrazione dei grani superflui, comandata da Roma, se la prese contro l'innocente governatore, cioè contra monsignor Uberto Maria Visconte; ed attizzata la plebe, ne avvenne che al povero prelato tolta fu la vita in quella sedizione. Accorse colà il cardinal Montalto, che colla sua saviezza impedì il progresso nel pernicioso tumulto, finchè da lì a poco sopraggiunse monsignor Imperiale con due mila soldati, che trovò fuggito il popolo. A molti di coloro costò la vita, o un rigoroso bando la lor crudeltà e ribellione. Rimasto vedovo Francesco I duca di Modena, con dispensa pontificia nel dì 12 di febbraio celebrò le sue nozze colla principessa Vittoria Farnese, sorella del fu duca di Parma Odoardo, e poi si preparò a fare una nuova campagna co' Franzesi nello Stato di Milano. Giunse colà per governatore sul principio di marzo il marchese di Caracena, cavaliere di sperimentato valore e di grande attività, che trovati i Franzesi annidati a Casal Maggiore e contorni, tosto cercò gli spedienti per cacciarli di colà. Passò egli a Cremona con quante forze potè raunare, e andò, nel dì 25 di maggio, ad impossessarsi di un'isola sul Po in faccia ad esso Casal Maggiore, e bravamente ancora ne difese il possesso contro i Franzesi. Sollecitava intanto il duca di Modena i soccorsi a lui promessi da Parigi, e facea tutti i preparamenti per uscire in campagna colle sue genti; e perchè Casal Maggiore scarseggiava di viveri, trovò maniera di farvi giugnere quattrocento sacchi di farina. Ricevuto poi ch'egli ebbe le truppe franzesi sbarcate a Lerice, ed unite colle sue, passò il Po, e andò col maresciallo di Plessis Pralin a congiugnersi col conte di Novaglies, postato in Casal Maggiore, formando un'armata di quattordici mila tra fanti e cavalli. S'erano gli Spagnuoli premuniti con un terribil trincierone lungo alquante miglia, per tener lontano da Cremona il nemico. Fu risoluto di levar tale ostacolo, e nel dì 30 di giugno s'andò all'assalto. Non lasciarono gli Spagnuoli di fare una gran difesa, ma in fine si videro costretti alla fuga, con istrage di molti di loro e perdita delle artiglierie. Qui tosto cominciò la discordia. Voleva il duca correre subito all'assedio di Cremona. Era egli general dei Francesi, non per comandar loro nelle cose d'onore, ma per ubbidire in quelle di guerra. Il maresciallo di Plessis pretendeva che si progredisse per entrar nel cuor di Milano; ma perchè tentato più di una volta il passaggio dell'Adda non riuscì, condiscese in fine di strignere Cremona. Pontava il duca Francesco che si prendesse prima la città debole di mura; presa questa, facile sarebbe l'espugnazione del castello; e tale era ancora il sentimento dei più saggi. Ma il maresciallo si ostinò, e la volle vinta, che gli sforzi solamente si facessero contra il castello, restando intanto al Caracena libero il passo per Po a mandar gente e viveri nella città, che poi somministrava quanto occorreva al castello medesimo. Fu creduto che al maresciallo di Plessis non piacesse quell'acquisto, perchè destinato in pro del solo duca, e non della Francia; ed altri vollero ch'egli cercasse un cattivo esito a quell'impresa, per iscreditare il cardinal Mazzarino, contra di cui tante tempeste nello stesso presente anno si svegliarono dai fazionarii in Francia.

Ma lasciando stare gli astrusi gabinetti del cuore umano, quel che è certo, con vigore fu impreso quell'assedio, e colà comparve ancora dal Piemonte con giro fatto fino sul Reggiano il marchese, Guido Villa, seco menando tre mila cavalli e due mila fanti, tutta gente scelta. Non mi fermerò io a descrivere gli approcci, le mine, e gli assalti, le sortite, e le altre fazioni militari ivi accadute con singola bravura d'ambe le parti, e la mirabil assistenza data dal marchese di Caracena ai difensori, che costò la morte di molta gente e di non pochi distinti uffiziali. Merita spezialmente memoria il suddetto marchese Villa nobile ferrarese, che mentre col duca di Modena e col maresciallo franzese va speculando un posto de' nemici, colpito da una palla di cannone nel dì 24 d'agosto lasciò ivi la vita: generale di chiarissimo nome, e fedelissimo alla real casa di Savoia, alla quale mancò un personaggio che in tanti fatti di guerra si era segnalato, e godeva anche il titolo di tenente generale della Francia, benchè non fosse ben veduto in tale occasione dal superbo maresciallo di Plessis. Giunsero sino alla fossa del castello gli assedianti, ma con tutti i loro sforzi non poterono mai superarla. Sopraggiunsero intanto le pioggie, le strade rotte e le difficoltà di ricevere i foraggi e le vettovaglie; laonde fu astretto l'esercito collegato a levar l'assedio, e a ritirarsi parte a Casal Maggiore e nelle vicinanze, e parte negli Stati del duca di Modena. Acquistarono nell'anno presente l'armi venete l'importante fortezza di Clissa, e si diedero a munirla con maggiori fortificazioni. Ma nel dì 7 di marzo una orribil tempesta conquassò tutta la loro armata navale. Tre galee, fra le quali la capitana e due vascelli, soccombendo al furore dei venti, s'affondarono, e fu compianta la morte di assaissimi nobili, e massimamente quella del capitan generale Giambatista Grimani, a cui fu sostituito Luigi Mocenigo. Impresero in quest'anno i Turchi daddovero l'assedio della città di Candia, riuscito dei più memorabili che ci abbia conservata la storia antica e moderna, dove fece maraviglie di provvidenza e valore la repubblica veneta. Nè si dee tacere che nell'anno presente, a dì 24 di ottobre, fu conchiusa in Munster la pace tra Ferdinando III imperadore, Lodovico XIV re di Francia, gli Svezzesi e i principi dell'imperio: pace sommamente pregiudiciale alla religion cattolica, e favorevole ai protestanti. Ed ecco i maligni frutti di tante guerre suscitate e fomentate, per abbattere la casa d'Austria, dalle gran teste politiche de' cardinali Richelieu e Mazzarino, cadaun de' quali niuno scrupolo si mettea, purchè soddisfacesse all'ambizione, se nello stesso tempo veniva a deprimersi il cattolicismo e ad aumentarsi il regno della eresia. Contra di questa pace protestò monsignor Fabio Chigi, nunzio allora apostolico, che fu poi papa, e volle che si cassasse il suo nome inserito in essa. Protestò ancora papa Innocenzo X, ma con armi di carta, che non sogliono far paura ai potenti.

Anno di CRISTO MDCXLIX. Indizione II.

INNOCENZO X papa 6. FERDINANDO III imperadore 12.

Avea fin qui la corte di Francia colle sue armate e co' suoi raggiri tenuta in continui imbrogli l'Europa tutta, e se ne giva superba per aver in più guise indebolita la potenza delle due linee austriache. Di un po' d'umiliazione abbisognava ella, ed appunto cominciò a provarla, perchè l'odio e l'invidia di molti contra del cardinal Mazzarino proruppe in sedizioni, e finalmente si convertì in una guerra civile. A me non appartiene di dirne di più. Il non potere per questo i Franzesi accudire alle cose d'Italia, e l'essersi per le diserzioni e per le malattie ridotta a poco la loro armata in Lombardia, cagioni furono che il vigilante marchese di Caracena giudicò venuto il tempo di mettere in dovere Francesco I duca di Modena, che tanto aveva osato contro la corona di Spagna. Pertanto, senza voler aspettar la primavera, sul principio di febbraio mossosi da Cremona con sei mila fanti e tre mila cavalli, ricuperò Casal Maggiore, e, passato il Po, fece un'invasione nello Stato d'esso duca. Giacchè la fortezza di Brescello ben munita non mostrò paura alcuna di lui, s'impadronì di Castelnuovo, Gualtieri e Boretto. Maneggiavasi intanto Ranuccio II duca di Parma per quetar questi rumori, considerandoli per troppo pregiudiciali anche al dominio suo, e riuscì in fine ai suoi ministri di conchiudere la pace fra il Caracena e il duca di Modena. Fu questa sottoscritta nel dì 27 del suddetto mese di febbraio, per cui esso duca rinunziò alla lega co' Franzesi, e promise che il cardinale Rinaldo d'Este suo fratello dimetterebbe la protezion della Francia, con fargli sperare gli Spagnuoli una più rilevante ricompensa (fiori che non produssero mai frutti), e con rimettere il duca in grazia e sotto la protezione del re Cattolico. Tornò ancora in Correggio il presidio spagnuolo: condizione che sopra tutto scottò all'Estense. Licenziò esso duca, venuta che fu buona stagione, le truppe franzesi, che s'andarono ad unir coll'altre del Piemonte. Niuna maggior prodezza fece dipoi nell'anno presente il Caracena. Perchè è ben vero ch'egli sorprese nel mese di settembre la terra di Ceva nel Piemonte, e si mise anche all'assedio del castello; ma ritrovato assai duro quell'osso, grande difficoltà de' foraggi fra quelle montagne, e mossa d'armi in soccorso di quella rocca, desistè dall'impresa.

Calò nel giugno di quest'anno in Italia Maria Anna figlia dell'Augusto Ferdinando III e dell'imperadrice Maria sorella del re Cattolico Filippo IV, destinata in moglie al medesimo re suo zio. Con pomposa solennità fece ella la sua entrata in Milano, e andò poi ad imbarcarsi al Finale, per passare in Ispagna. In tale occasione il general Pimento, ch'era venuto a riceverla colla flotta spagnuola, spedì gente ad impadronirsi d'Oneglia, marchesato del duca di Savoia nel litorale della Liguria. Ma poco tardò il governator di Villafranca a ripigliarla. Seguirono ancora nell'anno presente le nozze di Carlo II duca di Mantova con Isabella Chiara arciduchessa d'Inspruch, sorella dell'arciduca Ferdinando. Questo illustre matrimonio non bastò a guarire quel principe dalla sua dissolutezza di vivere. Non si sapeva intendere perchè il pontefice Innocenzo X, in tanto bisogno della repubblica veneta per la guerra lagrimevole a lei mossa dai Turchi in Candia, non le prestasse aiuti nell'anno presente, come avea fatto in addietro, e neppure in soccorso di essa inviasse le sue galee. Venne poi a scoprirsi l'arcano. Stava tuttavia sullo stomaco della corte di Roma indigesto il ducato di Castro e Ronciglione, pel cui acquisto s'erano sì inutilmente profusi tanti milioni nella guerra di papa Urbano VIII. Fra il duca di Parma Ranuccio e i montisti insorgevano sovente delle controversie, perchè non correano i frutti pattuiti; e la protezion del papa non mancava a questi creditori. Furono spediti dalla camera pontificia commessarii colà, per costringere il duca ai dovuti pagamenti; ma vi trovarono i di lui soldati che non intendeano questa canzone, e si opposero; laonde furono costretti a ritornarsene quali erano venuti. Se ne adirò forte il papa, e fu creduto che il cardinal Panciroli segretario di Stato, e donna Olimpia cognata del papa, siccome nemici del duca, attizzassero maggiormente il fuoco. Facevansi perciò dei preparamenti per passare a maggior rottura; ma interposti gli uffizii del gran duca Ferdinando II e del cardinale Albornoz, si sarebbe verisimilmente trovato temperamento, se un atto bestiale de' ministri del duca, oppure di un solo di essi, non avesse condotto al precipizio le cose.

Era stato eletto dal papa e consecrato vescovo di Castro Cristoforo Giarda. Contuttochè fosse detto all'orecchio a questo prelato che Ranuccio nol volea nei suoi Stati, pure, affidato dalla sua dignità, e, come si può credere, spinto anche da Roma, colà s'inviò. Per istrada da alquanti sicarii fu a lui tolta la vita, e la colpa di questo orrido e sacrilego misfatto fondatamente si rovesciò sopra il duca di Parma. Non istette più allora a segno il papa, e spedì tosto il conte Davide Vidman e Girolamo Gabrielli con alcune migliaia di armati a cignere Castro di assedio. A questo avviso anche il duca di Parma si diede a far leva di gente; e figurandosi di poter distogliere da quella impresa il papa, principe che non amava molto di spendere, appena ebbe formato un picciolo corpo d'armata, che l'inviò alla volta dello Stato pontificio, con ordine di pagar tutto, e di non inferir molestia a chicchessia. Alla testa di questi bravi combattenti marciava il marchese Gaufrido di nazion franzese, uomo di bassissima condizione, che preso al servigio in qualità di maestro della lingua franzese dal fu duca Odoardo, talmente s'era avanzato nella grazia di lui e del figlio Ranuccio, che facea la figura di primo ministro in quella corte. Costui dovea saper tutti i mestieri, e volle darsi a conoscere anche per valoroso condottier d'armi. La disgrazia portò che giunto sul Bolognese a San Pietro in Casale, ivi trovò il marchese Luigi Mattei spedito con gente dal pontefice, ed assistito da molta nobiltà bolognese e ferrarese, che colla strage di non pochi il mise in rotta, e fecelo tornare pien di vergogna a Parma. Della lontananza di lui e della sua sfortuna si prevalse intanto chi l'odiava per iscreditarlo presso il duca Ranuccio, esagerando spezialmente che da lui solo era proceduto l'ammazzamento del vescovo. Fu dunque il Gaufrido immantinente cacciato in prigione e processato, e si trovarono tali i suoi reati (se veri o falsi, nol so) che perdè la vita e quanti beni aveva accumulato, cioè, per quanto fu creduto, di un valsente di quattrocento mila scudi, rimasero applicati al fisco. Sperò ancora Ranuccio di potere, col gastigo di costui, placare il papa. Ma questi, dappoichè Castro, vinto dalla fame, fu costretto e rendersi, ordinò che si demolisse del pari la fortezza, e quante chiese, conventi e case ivi si contavano, che tutte furono uguagliate al suolo, con essersi ivi alzata una sola colonna, dove era scritto: QUI FU CASTRO. La sedia episcopale venne trasferita ad Acquapendente. Perchè il duca di Parma mancava di forze per reggere a quel contrasto, anzi si facea correre voce che l'armi pontificie intendeano di passare sul Parmigiano, si appigliò al consiglio de' saggi, e si accordò colla camera apostolica, cedendole Castro e Ronciglione, con riserbarsi la facoltà di ricuperar quello Stato, pagando i debiti, de' quali intanto essa camera si caricò.

Famoso fu quest'anno per avere l'iniquo Cromuele e i fanatici parlamentarii condotto Carlo I Stuardo re d'Inghilterra a lasciare il capo sopra un pubblico palco in Londra: iniquità detestata dall'Europa tutta. In Venezia, all'incontro, si fece gran festa per una vittoria riportata da Jacopo da Riva contro l'armata navale de' Turchi. Ancorchè questa si trovasse numerosa di settantadue galee, dieci maone ed undici vascelli, e si fosse ricoverata nel porto di Focchie, il da Riva nel dì 6 di maggio animosamente colle navi venete, fra le quali erano alquanti vascelli olandesi, andò ad assalirla. Attaccarono i Veneti il fuoco ai legni nemici, tredici dei quali rimasero incendiati; e se il vento non si voltava, anche il resto andava a perire. In mano de' Veneziani vennero una nave turchesca, una galeazza e una galea sottile. Più di quattro mila Turchi fra soldati e marinari fu creduto che perdessero ivi la vita. Il Valiero nondimeno lascia intendere che tal vittoria troppo fu amplificata, e riuscì più di nome che di fatti. Tali prodezze bensì fecero in quest'anno i difensori della città di Candia, che i Turchi slargarono quell'assedio, ritirandosi ai primi alloggiamenti; ma non cessarono per questo i combattimenti in quelle parti. Nel dicembre un'utile costituzione fu pubblicata da papa Innocenzo X, in cui comandò che si desse nota fedele di tutti i monisteri e conventi dell'Italia, delle loro rendite e del numero dei religiosi ivi abitanti, proibendo intanto il vestire nuovi religiosi. Questo era un preliminare della santa intenzione del pontefice di abolir tutti i conventi, dove pel poco numero dei convittori non si potea conservar la regolar disciplina.

Anno di CRISTO MDCL. Indizione III.

INNOCENZO X papa 7. FERDINANDO III imperadore 13.

Nel dì 24 del precedente dicembre avea papa Innocenzo aperta la porta santa e dato principio al giubileo romano, che si vide poi celebrato con copioso concorso di gente. Se grande fu la divozion de' popoli, maggiore ancor fu la pietà e carità del vecchio pontefice, il quale con profusion di limosine accolse i poveri pellegrini, assistè alle loro mense, lavò loro i piedi, eccitando coll'esempio suo a fare altrettanto la nobiltà romana. Varii principi della cristianità si portarono a partecipar di quelle indulgenze. Trovavasi in questi tempi lacerata la Francia dalle fazioni, sedizioni e guerre civili, senza rispetto alcuno al medesimo giovinetto re Luigi XIV; nè restava luogo a quella corte di sostenere gli affari suoi in Italia. Ciò considerato dal consiglio di Spagna, e dai ministri del re Cattolico in Milano e Napoli, fu presa la risoluzione di snidar da Piombino e Portolongone i Franzesi. Erano divenute quelle due fortezze un ricettacolo di corsari, che infestavano tutto il Mediterraneo. Cominciò dunque a farsi in Sicilia, Napoli e Milano gran preparamento di navi e di combattenti. Per questo minaccioso apparato restavano in apprensione il gran duca Ferdinando e i Genovesi; ma cessò ogni lor sospetto, allorchè videro messi alla vela tanti legni approdare ai lidi di Piombino. Sopra quella flotta venivano spezialmente don Giovanni d'Austria, come generalissimo di mare, il conte d'Ognate vicerè di Napoli, e il principe Ludovisio, a cui aveano già i Francesi tolta quella città e principato. Fu dato principio all'assedio di Piombino, e le artiglierie cominciarono a bersagliar quella mura; ma sostenendo con vigore i lor posti, e facendo di tanto in tanto sortite i Franzesi, lentamente procedevano le offese. La state bollente e l'aria malsana di quel basso paese cominciarono a far guerra agli assedianti, con vedersi languire quegli ancora che dianzi andavano con tanto coraggio incontro alle palle e spade nemiche. Sicchè i comandanti, dappoichè furono rinfrescati di gente, che di mano in mano veniva al lor campo, giudicarono meglio di tentar tutto, e di passare alle scalate e agli assalti, che di veder perire l'armata di sole malattie. Ributtati più volte con istrage dei più arditi, pure sì ostinatamente continuarono questo giuoco, che vittoriosi entrarono nella città. Ritiraronsi allora nel castello i Franzesi; ma perduta la speranza di soccorso, da lì a non molto con patti onorevoli ne aprirono le porte agli Spagnuoli.

Passò dipoi l'esercito sotto Portolongone, e colà giunse altresì colla sua squadra e con gran copia di munizioni ed attrezzi il duca di Tursi. Trovarono quella fortezza più dura e più difficile di quel che si credevano, giacchè il signor di Novigliacco suo governatore non avea lasciata indietro diligenza alcuna per ben munirla di fortificazioni esteriori, e per provvederla di tutto il bisognevole. Tre mesi durò quell'assedio, e tante azioni di bravura fecero non men gli aggressori che i difensori, ch'esso divenne dei più celebri e memorabili di questi tempi. Gran gente vi perì dalla parte degli Spagnuoli, e spezialmente quivi lasciarono le lor ossa i Napoletani, siccome spinti più degli altri ne' maggiori pericoli. Fu infin creduto dalla troppo maliziosa gente che il conte d'Ognate apposta intavolasse quell'impresa, per condurre al macello il fiore dei cavalieri e soldati di Napoli, per vendicare, dopo tante altre pruove di crudeltà, anche con questa invenzione la ribellione passata, ed impedirne altre in avvenire. Ma di questo barbaro persecutore de' poveri Napoletani tante doglianze in fine andarono alla corte di Madrid, che fu egli richiamato dal governo di Napoli, e fu veduto partirne colle lagrime agli occhi. Terminò in fine l'assedio di Portolongone, che sarebbe stato più lungamente sostenuto dal valoroso Novigliaccio, se la sedizione e disubbidienza dei soldati non l'avesse forzato a far tregua, e poscia a capitolar la resa, dopo avere ottenuti tutti gli onori militari. Con qualche felicità anche nell'anno presente proseguirono i Veneziani l'aspra lor guerra contra dei Turchi, mostrandosi quegl'infedeli sempre più accaniti dietro alla conquista dell'isola di Candia. Perchè si avvidero che gran sangue e poco frutto costava loro il voler espugnar colla forza la città capitale, ricorsero ad un altro ripiego; e fu quello di fabbricare, oltre ad altri fortini precedentemente fatti, in vicinanza di essa città una fortezza regolare, a cui posero il nome di Candia Nuova: consiglio che riuscì sommamente pregiudiziale ai Veneti nei tempi avvenire. Posto di molta importanza presso la Canea era il forte di San Todero, ossia Teodoro. Sbarcati colà i coraggiosi Veneziani, sì fattamente col furore delle artiglieria sbigottirono quel presidio, che espose bandiera bianca, e diede la piazza. Immensi tesori intanto consumava la repubblica in questa guerra per tanti legni che manteneva, e per la esorbitante copia di gente che continuamente conveniva inviare in Candia, dove le battaglie e le malattie mietevano a gara le vite degli uomini. Nel dicembre di quest'anno seguì in Torino lo sposalizio della principessa Adelaide di Savoia, sorella del regnante duca Carlo Emmanuele II, col principe Ferdinando primogenito di Massimiliano elettor di Baviera: funzione che fu solennizzata con varietà di suntuose feste e di pubblici divertimenti. Non tardò molto questa principessa ad assumere il titolo di elettrice per la morte del suddetto elettore suocero suo. Non andò poi essa principessa se non nel 1652 in Baviera.

Anno di CRISTO MDCLI. Indizione IV.

INNOCENZO X papa 8. FERDINANDO III imperad. 14.

Era tuttavia vivente l'imperadrice vedova Leonora Gonzaga, già sorella di Francesco Ferdinando e Vincenzo duchi di Mantova. Essendochè il regnante Augusto Ferdinando III avea risoluto di passare alle terze nozze, cotanto ella si adoperò, che portò al trono imperiale un'altra Leonora Gonzaga, cioè la sorella del regnante duca di Mantova Carlo II. Nel marzo del presente anno s'incamminò essa alla volta di Vienna, accompagnata dalla duchessa Maria sua madre, dal fratello duca e dalla cognata Isabella Chiara, d'Austria. Divenne poi questa principessa generosa protettrice degl'Italiani in quella corte. Gran pregio fu della casa Gonzaga l'avere in questi tempi due imperadrici e una regina di Polonia viventi, se non che l'ultimo parentado le costò ben caro, per aver dovuto impiegar buona parte di quanto le restava in Francia di Stati, per costituire una pinguissima dote ad essa regina di Polonia. Qualche tentativo fece in quest'anno il marchese di Caracena governator di Milano. Dopo aver presa Castigliola nel territorio d'Asti, e demolite le sue fortificazioni, lasciandosi indietro l'altre piazze, con somma sollecitudine s'inoltrò fino a Moncalieri, tre miglia lungi da Torino. Per questa novità gravi sospetti insorsero in mente del principe Tommaso e de' Franzesi, padroni della cittadella di Torino, che passasse qualche intelligenza fra gli Spagnuoli e madama reale, per mettere l'assedio alla medesima cittadella. Ma ad altro non tendevano le mire del Caracena che a tirar la duchessa a qualche accomodamento: dal che si mostrò ella troppo aliena. Essendo intanto pervenuto qualche soccorso di gente ai Franzesi, smontato esso marchese da' suoi alti pensieri, tornò a cercar la quiete nello Stato di Milano. Prosperamente camminarono in questo anno gli affari della veneta repubblica nella guerra di Candia. Nel dì 22 di giugno uscì pomposamente in mare l'armata turchesca, composta di settantatrè galee sottili, di sei maone, di cinquantatrè grosse navi e di altri legni minori. Fra le isole di Santorini e Scio s'incontrò colla veneta armata, la quale, quantunque inferiore di numero di legni, pur superiore di coraggio, si accinse alla battaglia, e da lì a poco l'attaccò. Ma era tardi, e sopraggiunta la notte, divise il conflitto. Nel giorno seguente si trovarono di nuovo a fronte le due nemiche armate, e si ripigliò il terribile combattimento. La vittoria si dichiarò in fine per li Veneziani, essendo stati costretti i Turchi a ritirarsi. Presero i vincitori cinque grossi vascelli barbareschi, tre altri turcheschi, con una maona e colla nave capitana del rinegato bassà della Morea. Cinquecento furono i prigioni; degli estinti dal ferro e dal mare non si potè sapere il numero. Fu anche dipoi da essi Veneti messa a sacco l'isola di Leria, e incendiate molte navi turchesche da carico. Non cessava intanto lo ambasciadore di Francia in Costantinopoli di far proposizioni di pace, ma sempre indarno, pretendendo pertinacemente la Porta che la comperassero i Veneti colla cessione di Candia. Accrebbe in quest'anno il pontefice Innocenzo X un insigne ornamento alla mirabil città di Roma, coll'avere disotterrato ed inalzato in piazza Navona un nobilissimo obelisco, ossia guglia, già trasportata dall'Egitto a Roma da Antonino Caracalla Augusto. Sopra una gran base, che ha figura di uno scoglio, ornato di belle statue, da cui scaturiscono quattro copiose fontane, fu riposto quel prezioso monumento della più rimota antichità, ed altri ornamenti si videro aggiunti alla medesima piazza.

Anno di CRISTO MDCLII. Indizione V.

INNOCENZO X papa 9. FERDINANDO III imperad. 15.

Fu in quest'anno che papa Innocenzo X, considerando i molti e gravi disordini provenienti alla regolar disciplina da tanti conventini di frati, venne finalmente alla risoluzion di schiantarli. Non solamente nelle castella, ma anche nelle picciole ville d'Italia aveano essi frati a poco a poco piantato il nido, e quivi si godevano un bell'ozio, sovente anche scandaloso, intenti, se poteano, a procurarsi dalla divota gente de' buoni lasciti, per poter menare una vita più deliziosa. Dimorandovi pochi religiosi, niuna osservanza restava fra essi delle sante regole del loro istituto. Alla riforma dunque di tali abusi mise man forte lo zelante pontefice, e nel dì 15 d'ottobre suppresse e ridusse a stato secolare tutti que' conventi, dove pel poco numero de' religiosi non si potesse osservare la disciplina regolare. Moltissimi di fatto ne furono suppressi; ma ritrovaronsi anche maniere e mezzi per farne sussistere assaissimi altri contro la mente del papa, che a maraviglia intendeva di quanta corruttela degli ordini religiosi fossero luoghi tali, dove ordinariamente si perde tutto lo spirito religioso. In questi tempi ancora si vide cangiato l'animo di esso pontefice verso de' Barberini, fin qui esuli da Roma, e privi della di lui grazia. Si trovarono insussistenti e calunniose tutte le accuse intentate contro di loro; giuste e lodevoli tutte le loro azioni sotto il precedente pontificato. Gran teste erano i due fratelli cardinali Francesco ed Antonio. Il primo, siccome savio ed esente da ogni reato, seppe conciliarsi la buona grazia de' principi, e massimamente del gran duca di Toscana, e col favore del suo partito nel sacro collegio superò dopo qualche tempo la tempesta, e tornossene a Roma. Rimasto in Francia Antonio, profittò delle sue disgrazie, con aver ottenuto da quella corte per mezzo dell'amicissimo Mazzarino pingui abbazie e vescovati, e il grado di limosiniere di quella corona. Riconciliaronsi in questo anno essi barberini colla repubblica veneta, con rilasciarle tutte le rendite sequestrate de' lor benefizii, e donarle per soprappiù dodici mila ducati d'oro da impiegare nella guerra col Turco. In ricompensa vennero aggregati alla nobiltà veneta, e si portarono apposta a Venezia Carlo e Maffeo figli di don Taddeo prefetto di Roma, già mancato di vita in Francia, per ringraziare il senato di questo onore. Ora veggendo donna Olimpia cognata del papa, e gli altri di casa Panfilia declinare all'occaso il decrepito papa, si avvisarono di troncar la nemicizia coi Barberini, e di assodar meglio le cose loro, con farsi amica una casa sì potente per le ricchezze, per le protezioni e pel gran seguito nel sacro collegio. Però, cancellati gli odii, tornò anche il cardinale Antonio a Roma, ben accolto dal papa; si stabilirono le nozze di don Maffeo con donna Olimpia Giustiniani pronipote d'esso pontefice; e a Carlo Barberino per la restituzion del cappello fu conferita la sacra porpora: il che succedette nell'anno seguente. Sicchè essendo già defunto nel 1646 il cardinal Antonio Barberino seniore, piissimo cappuccino, e fratello de' suddetti due porporati, tornò quella casa ad aver tre cardinali suoi nello stesso tempo viventi, e servirono ad essa le traversie passate di gloria e di maggior grandezza.

Seguitava intanto ad essere agitata fra balzi ora favorevoli ora contrarii la fortuna del cardinal Mazzarino in Francia, tuttochè si mirasse egli protetto dal giovinetto re Luigi XIV, che già avea assunto le redini del governo, e molto più dalla regina madre. Durando quelle guerre civili, restavano in gran depressione gli affari dei Franzesi nel Piemonte. Bella congiuntura che era questa al marchese di Caracena governator di Milano per ricavarne profitto. Sicuro egli che per le turbolenze suddette non potevano eglino sperar soccorso, si avvisò di fare un bel colpo, cioè di cacciare il presidio loro da Casale. Era il principio di maggio, e per coprire il suo disegno, all'improvviso comparve con tutto l'esercito suo sopra la città ben fortificata di Trino, ed affrettossi a tirar la linea di circonvallazione, a formare approcci e mine, a postar artiglierie, cominciando a bersagliar quella piazza. Si unirono Franzesi e Savoiardi sotto il comando del giovine marchese Villa e del conte di Verrua, per dare soccorso; ma ritrovato il Caracena uscito dalle linee in ordinanza di battaglia per ben riceverli, troppo periglioso parve loro il tentativo, e se ne tornarono indietro. Sicchè Trino dopo alquanti giorni capitolò la resa, con avere il Caracena accordato quante onorevoli condizioni potè mai chiedere il presidio. Dopo l'acquisto di sì importante fortezza s'inoltrò l'esercito spagnuolo sotto Crescentino, alla cui difesa trovò ottocento fanti e settanta cavalli, che pareano risoluti di non volerne dimettere il possesso a chi che fosse. Si diede principio alle offese, e contuttochè anche il cannone di Verrua giacente sull'opposta riva del Po incomodasse non poco gli assedianti, proseguirono vigorosamente, ciò non ostante, i lavori. Essendo riuscita poco felicemente una sortita della guernigione, venne essa infine obbligata a rendere la suddetta terra di Crescentino. Fu dipoi preso anche il castello di Masino, e dato il sacco al paese posto fra la Dora e il Po. Mandò poscia il Caracena le genti sue a ristorarsi nel Monferrato, distribuendole in Occimiano, Rossignana, San Giorgio ed altri luoghi, facendo intanto gli opportuni preparamenti pel sospirato assedio di Casale.

Ossia che esso Caracena avesse trattato molto prima con Carlo II duca di Mantova, come fu creduto, o che aspettasse a farlo dopo l'acquisto di Crescentino; certo è che gli venne fatto d'indurre quel principe a mettersi sotto la protezion della corona di Spagna, e a dar colore a quella impresa, come progettata in benefizio di lui, e non già per vantaggio alcuno degli Spagnuoli, a fin di quetar le gelosie che ne potessero insorgere presso i principi d'Italia. Perciò il duca, secondo l'uso o l'abuso già da gran tempo introdotto di giustificare o inorpellare il movimento dell'armi, pubblicò un manifesto, con cui si studiò di mostrar la necessità sua di aderire agli Spagnuoli, per giusto timore di perdere tutto, se operava in contrario. Mandò poscia dal Mantovano mille e cinquecento fanti e trecento cavalli, comandati dal marchese Camillo Gonzaga, ad unirsi all'armata spagnuola. A questa unione, siccome aperta dichiarazione del duca contro i Franzesi, tenne tosto dietro una somma diffidenza fra essi e i cittadini di Casale, con riguardar cadauna parte l'altra come nemica, non ostante il dover gli uni e gli altri convivere insieme. Durò questo imbroglio finchè comparvero ordini del duca a quel senato e preghiere ai Franzesi di consegnar la città e le fortezze al legittimo lor padrone. Perciocchè sì destramente allora seppero i cittadini concertar le loro faccende, che obbligarono i Franzesi a ritirarsi nel castello e nella cittadella. Ciò fatto, si videro spalancate le porte della città, e vi entrò don Camillo Gonzaga col marchese di Caracena, il quale non perdè tempo a formare gli approcci al castello. Questo solamente resistè per tre giorni, ancorchè fosse ben munito, e il signor d'Espredele ne capitolò la resa con patti onorevoli di guerra, e insieme con istupore di tutti. Ma da lì a pochi dì cessò la maraviglia, perchè esso governatore, incamminato verso il Piemonte, fallò la strada, e andò a finire il suo viaggio a Mantova, dove fu cortesemente accolto dal duca. Fece dipoi il signor di Sant'Angello, governatore della cittadella di Casale, impiccare la di lui statua, se con danno o risentimento dell'originale, nol dice la storia. Incredibil fu la sollecitudine del Caracena in assalire la restante cittadella. Nel termine di quindici giorni fu formata una terribil circonvallazione con fortini ben guerniti d'artiglierie, e talmente condotti i lavori, che furono prese due mezze lune e la strada coperta, e si giunse a pie' dei baloardi, sotto i quali si diede principio a mine e fornelli. Avvegnachè gli assediati, chiamati alla resa, si chiarissero del pericolo che lor sovrastava, protestarono di volersi difendere sino all'ultimo sangue. Ma infine alloggiatisi gli Spagnuoli sulla breccia, venne il tempo di rendersi con tutti gli onori militari nel dì 22 di ottobre, giacchè non sapea quel presidio essere in cammino un poderoso soccorso di Franzesi e Piemontesi, che aveano già passato il Po a Verrua, e che ricuperarono dipoi Crescentino e Masino. Da don Camillo Gonzaga furono introdotti nella cittadella mille soldati mantovani e cinquecento monferrini: la qual nuova sparsa per l'Italia fece rimbombar dappertutto gli encomii e i plausi alla generosità spagnuola, la quale con tante spese avesse guadagnata quella sì importante piazza non per sè, ma pel duca di Mantova, e pareva a tutti un miracolo così gran disinteresse. I soli Milanesi ne mormoravano, perchè avendo essi non solo con pubbliche, ma con private contribuzioni ancora, cooperato a quell'acquisto, aveano seminato e mietuto unicamente per comodo altrui. Essendo poi venuto a Casale il duca di Mantova, ritirati i suoi dalla cittadella, v'introdusse ottocento Alemanni della armata spagnuola, pagati da lì innanzi dalla camera di Milano: con che parve che si scoprisse l'arcano delle segrete capitolazioni seguite fra esso duca e il Caracena. La verità nondimeno si è, che il duca vi mise il governatore, e parve far da padrone anche della cittadella. Per questo negoziato e cangiamento del duca si alterò forte contra di lui la corte di Parigi; ma il cardinal Mazzarino non lasciò di calmare, per quanto potè, lo sdegno del re Cristianissimo.

Nulla di rilievo accadde in questo anno nella guerra più che mai viva dei Turchi contro la veneta repubblica. Al servigio di essi Veneziani spedì Ranuccio duca di Parma due mila combattenti ben armati, e insieme il principe Orazio Farnese suo fratello, a cui fu conferito il grado di generale della cavalleria veneta. Calarono in Italia nella primavera gli arciduchi del Tirolo Ferdinando e Francesco Sigismondo per visitare Isabella Chiara duchessa di Mantova loro sorella. Di molte feste furono in tal congiuntura fatte in quella città, e v'intervenne anche Francesco I duca di Modena. Invitati quei principi da esso duca, vennero poi nel dì 10 di aprile insieme col duca Carlo II e colla duchessa di Mantova a Modena. E perciocchè uno dei pregi dell'Estense era la magnificenza, trattenne egli per più dì quell'illustre brigata con suntuosi divertimenti di commedie, caccie, conviti e danze. Superbo spezialmente riuscì un torneamento a cavallo fatto nella piazza del castello, per le ricche comparse, per la rarità delle macchine, voli e battaglie: spettacolo descritto e pubblicato dalla famosa penna del conte Girolamo Graziani segretario del duca. Restò nulla di meno funestata sì allegra giornata da un sinistro accidente, cioè dalla morte di Giovanni Maria Molza cavalier modenese, il quale correndo colla lancia incontro al conte Raimondo Montecuccoli, miseramente ferito alla gola perdè tosto la vita. Sì afflitto rimase per questa disavventura il Montecuccoli, perchè suo grande amico era il Molza, che non tardò a tornarsene in Germania, dove poi divenuto generalissimo dell'imperadore, diede tanti saggi di valore e prudenza, che il suo nome passerà chiarissimo anche ai secoli avvenire.

Anno di CRISTO MDCLIII. Indizione VI.

INNOCENZO X papa 10. FERDINANDO III imperad. 16.

Nella storia ecclesiastica celebre riuscì l'anno presente per la solenne condanna fatta, nel dì 31 di maggio, da papa Innocenzo X delle cinque proposizioni di Cornelio Giansenio vescovo d'Ipri, accettata festosamente dai vescovi di Francia. Sì giusta fu la sentenza pontificia, sì chiara intorno a questi punti è la dottrina della Chiesa cattolica, che non osarono già i seguaci e fautori del Giansenio di mettersi a cozzare coll'autorità della Sede apostolica intorno a tal decreto; ma cangiarono batteria, pretendendo che le condannate proposizioni non esistessero nelle opere del suddetto Giansenio, morto in comunione della Chiesa. E qui ebbe principio una sedizione d'ingegni, che tante scene ha poi dato alla Chiesa di Dio, e che ora palese, ora occulta si mantien viva e pertinace tuttavia in chi, gloriandosi di essere fedel discepolo di Sant'Agostino, si abusa del suo nome per sostener dogmi riprovati dalla Chiesa di Dio. La prosperità, dell'armi spagnuole in Italia cagion fu che i Franzesi, per timore che il duca di Savoia Carlo Emmanuele non si gittasse anch'egli loro in braccio, addolcirono quella corte, con cederle il possesso della fortezza di Verrua; ed altri aggiungono anche della cittadella d'Asti, occupata fin qui dalle lor armi. Alcune picciole fazioni militari si fecero dipoi tra i Franzesi ingrossati e l'esercito spagnuolo: saccheggiarono i Piemontesi sul principio di quest'anno il borgo di Sesia e poscia Serravalle; ma infine si ritirarono tutti ai lor quartieri, risparmiando il sangue a miglior uso.

Senza azione alcuna degna di osservazione passò ancora la presente campagna in Levante e in Dalmazia, quantunque la guerra turchesca durasse coi Veneziani, i quali con tutto il loro sforzo mai non mandavano tal nerbo di gente in soccorso di Candia che i lor generali potessero tentar grandi imprese. Trovavasi anche sola in questo cimento la repubblica, giacchè l'imperadore e la Polonia si studiavano di star in pace col nemico comune. Miracolo perciò era che non andassero sempre più peggiorando gl'interessi de' Veneti, troppo picciolo riuscendo al bisogno loro il soccorso delle galee del papa e di Malta. In questi tempi il duca di Mantova Carlo II sostenuto dalla protezione della imperadrice Leonora sua sorella, e già tutto dichiarato del partito degli Spagnuoli, ottenne di essere creato vicario imperiale in Italia: novità che servì a far crescere i disgusti fra lui e la real casa di Savoia, a cui già dai precedenti Augusti era stata conferita cotal dignità. Nè si dee tacere che per le gravissime turbolenze intestine della Francia era decaduto da qualche tempo in Italia il credito e il potere dei Franzesi. Cominciarono in quest'anno a cambiar faccia gli affari, coll'essere gloriosamente ritornato dopo l'esilio, dopo tanti oltraggi, il cardinal Mazzarino a Parigi, dove ripigliò la primiera autorità presso il re Luigi XIV e si diede a rimettere in buon sesto lo sfasciato regno, e a tessere delle tele anche in Italia per reprimere gli Spagnuoli. Arrivò egli in quest'anno a stabilire il matrimonio di madamigella Anna Maria Martonozzi sua nipote con Armanno principe di Contì, fratello del Condè, cioè del gran promotore di quelle guerre civili. Col mischiare il suo col sangue reale di Francia si aprì egli la strada ad un'altra alleanza colla nobilissima casa d'Este, siccome diremo. Maritò ancora in varii tempi altre sue nipoti di casa Mancini con Lodovico duca di Vandomo, col principe Eugenio di Savoia conte di Soissons, col contestabile Colonna e col duca di Buglione. Ecco ciò che sa fare il senno colla fortuna congiunto.

Anno di CRISTO MDCLIV. Indizione VII.

INNOCENZO X papa 11. FERDINANDO III imperadore 17.

Pace non si godeva in Lombardia, e pur guerra non ci fu nell'anno presente; e ciò perchè tutti stavano attenti ad un gagliardo armamento marittimo che si faceva in Provenza, nè si sapea qual mira avesse questo minaccioso temporale. Venne finalmente a scoprirsi che Arrigo di Lorena duca di Guisa, che già dicemmo preso e poi liberato dalle carceri di Spagna meditava di tentar di nuovo la fortuna con passare nel regno di Napoli. Dopo la ribellione de' precedenti anni, molti di que' nobili aveano più tosto eletto di abbandonar la patria, che di restare esposti alla dubbiosa fede e nota crudeltà del conte di Ognate vicerè, ed erano stati per questo banditi da lui. Altri ancora nel seno dello stesso regno dimoranti si rodevano di rabbia per l'aspro governo degli Spagnuoli. Però volavano da più parti lettere ed inviti al suddetto duca di Guisa, signore che per le sue obbliganti maniere avea lasciato buon nome e non pochi amici in Napoli, affinchè si presentasse con un'armata in quel regno, promettendo a lui mari e monti di assistenze e di ribellioni. In chi già s'era veduto come re in quel bel paese, nè avea mai saputo deporre il desio e forse nè pur la speranza di conquistarlo, fecero facilmente breccia i conforti e le promesse di tanti regnicoli, e il creduto universale odio di que' popoli contro gli Spagnuoli. Comunicò il Guisa il suo pensiero alla corte di Francia, che occupata da maggiori impegni non volle accudire a sì perigliosa impresa. Ottenne nondimeno favori per poter armare, ed anche intenzione di poderosi aiuti, qualora gli venisse fatto di sbarcare nel regno di Napoli, e di far conoscere un bell'aspetto di maggiori progressi. Raunato quanto danaro potè ricavar da' suoi proprii beni e dalle borse de' suoi amici, si applicò a far massa di gente e ad allestir gran copia di legni. Mal servito fu egli da chi avea tale incumbenza, perchè gran tempo si consumò in apparato, e le navi si trovarono dipoi mal corredate, nè a sufficienza fornite di marinaresca, di attrezzi e di munizioni. Arrivò l'autunno, tempo poco propizio ai naviganti; pure il duca salpò e fece vela verso il Levante. Ma eccoli le tempeste mover guerra a lui, prima ch'egli la facesse agli altri. Alcuni de' suoi legni, perchè deboli a quel conflitto, si perderono, o rimasero ben conquassati. Contuttociò a' lidi di Napoli giunse finalmente la flotta guisana, dove non si contavano più di quattro mila uomini da sbarco: armata in vero troppo lieve per conquistare un regno. Si aspettava il duca di vedere al suo arrivo fioccare a migliaia i regnicoli sotto le sue bandiere: che tali erano state le lusinghevoli promesse de' malcontenti. Poco tardò a conoscersi beffato, non trovando se non de' nemici in quelle parti.

Aveano gli Spagnuoli preveduto che il preparamento di quella flotta in Provenza avea per mira il regno di Napoli, nè mancò loro tempo per premunirsi. Il vicerè, più accorto del duca, assai conoscendo qual danno potesse provenire da tanti banditi, se giugnessero ad unirsi coi Franzesi, si applicò al saggio consiglio di richiamarli per tempo, concedendo grazia e restituzion di beni a tutti, purchè fedelmente in questa congiuntura prestassero servigio alla corona. Concorsero tutti al perdono, anteponendo il sicuro presente bene all'incerto del patrocinio franzese; e però in vantaggio di lor soli si convertì la spedizione del Guisa. Ciò non ostante, esso duca, avendo giudicato utile ai suoi disegni l'acquisto di Castellamare, colà sbarcò le milizie sue; e giacchè quel presidio alla dolce chiamata negò di rendere la città, le artiglierie cominciarono a parlargli di altro tuono. Formata la breccia, si venne ad un generale assalto, per cui in meno di sei ore con poca perdita di gente il duca divenne padrone della città e del castello. Ciò fatto, spedì egli il marchese Plessis Belieure ad impossessarsi della Sarna, e ad occupare i mulini e ponti della Persica e di Scaffati: il che avrebbe sommamente incomodata la città di Napoli. Fu creduto che se il Guisa fosse marciato a dirittura ai borghi di Napoli, avrebbe fatto progressi superiori alla comune espettazione: tanta era la costernazion degli Spagnuoli, la lor diffidenza de' Napoletani, e poche le presenti lor forze. Ma perchè gli mancarono presto i viveri, e i soldati si abbandonarono alla licenza per procacciarsene, il che fece fuggire i paesani; e perchè sopraggiunse Carlo della Gatta con grossi rinforzi, perderono in breve i Franzesi i posti occupati; ed in Castellamare, dopo aver consumato quasi tutto il biscotto, si trovarono in tali angustie, che il duca si vide forzato a rimbarcar la sua gente, e rivolgere di nuovo le prore verso Ponente. Gran fatica durò per la contrarietà del mare all'imbarco, e nel viaggio patì gravissimi disastri, ma in fine si ridusse in Provenza, con aver perduto da secento de' suoi soldati, e lasciate in preda alle onde alcune sue navi. Allora, benchè troppo tardi, imparò qual pericolo sia il solcare in certi tempi il mare, e il fidarsi di popoli tumultuanti e promettitori di gran cose in lontananza, ma poi al bisogno atterriti e mancanti di parola. Se buona piega prendevano gli affari del Guisa, pensava la Francia di spedirgli per terra un corpo di cavalleria; e perciò il Caracena nello Stato di Milano facea buone guardie a fine d'impedirne il passaggio. Andarono a monte questi pensieri per la ritirata del Guisa, restando sommamente ringalluzziti gli Spagnuoli al vedersi con tanta felicità liberi da quella temuta invasione, e confuso l'ardire dei nemici Franzesi.

Poco prosperamente camminarono in quest'anno gli sforzi della veneta repubblica nella guerra col Turco. Venuta la primavera, voglioso Lorenzo Delfino, generale della Dalmazia, di far qualche gloriosa impresa, con sei mila combattenti si portò ad assediare la forte piazza di Chnin, e cominciò a batterla. Non passò gran tempo che sopraggiunsero al soccorso cinque mila Musulmani, che obbligarono i cristiani alla ritirata. Fu questa fatta con sì mal ordine, che rimase divisa la fanteria dalla cavalleria, e perciò restarono amendue sbaragliate con perdita di circa tre mila persone, di molte insegne e cannoni: disgrazia amaramente sentita dal senato non men per lo danno sofferto, che per lo scoraggimento delle rimanenti milizie. Seguì ancora nel dì 11 di giugno ne' mari di Levante una fiera battaglia fra l'armata navale turchesca e la veneta assai inferiore di forze. Con tutta la disparità fecero maraviglie di valore i Veneziani, ed anche incendiarono alcune navi nemiche; ma più n'ebbero incendiate delle proprie, ed alcune altre rimasero prese. Grave nulladimeno essendo stato il danno degli infedeli, ciascuna delle parti, secondo il solito in simili casi, decantò la vittoria. Nè si dee tacere una curiosa avventura di questi tempi. Ad alcuni religiosi minori osservanti, il numero dei quali supera di gran lunga qualsivoglia altro ordine religioso, cadde in pensiero di sacrificar le loro vite o sull'armata navale, o in Candia, per difesa della religion cristiana. Proposto nella congregazion di Roma il loro zelo e disegno, fu approvato con alcune modificazioni, e restò disegnata più d'una città dove s'avea da unire quest'armata fratesca. Ma si frappose il duca di Terranuova ambasciatore di Spagna in Roma, facendo riflettere che portando i Francescani l'armi contra del Turco, avrebbono perduti i luoghi santi di Gerusalemme; e tanti altri dello stesso ordine, esistenti nelle missioni del Levante, sarebbono rimasti esposti alla crudeltà de' Turchi. Per tali opposizioni abortì il sopraddetto disegno. Molti maneggi avea fatto Francesco I duca di Modena per passare alle terze nozze, siccome principe robusto e di delicata coscienza; ma svaniti questi, infine s'appigliò a prendere donna Lucrezia Barberini, nipote de' cardinali Francesco ed Antonio, e pronipote del già papa Urbano VIII, con dote di mezzo milione d'oro. Tale era il credito e la potenza di quei porporati nella corte di Roma e di Francia, che intervenendovi anche gli uffizii di papa Innocenzo X, divenuto tutto Barberino, e del cardinal Mazzarino, sempre intento a procurar parziali alla corona di Francia, che il duca di Modena riguardò tal matrimonio come utile ai presenti suoi interessi. Fu poi sposata questa principessa nel seguente anno in Loreto, e fece la sua entrata nel dì 23 d'aprile in Modena. Il magnifico viaggio della medesima si truova descritto da Leone Allacci celebre letterato. Più giorni furono impiegati in sontuose feste e pubblici solazzi, e spezialmente eccitò il plauso e l'ammirazione de' folti spettatori, sì del paese che forestieri, un ingegnoso torneo, accompagnato da gran copia di strane macchine, da ogni sorta di strumenti musicali, e dallo sfarzo degli abiti, che fu in tal congiuntura eseguito dalla nobiltà modenese, esercitata allora in somiglianti spettacoli.

Anno di CRISTO MDCLV. Indizione VIII.

ALESSANDRO VII papa 1. FERDINANDO III imperad. 18.

Si vide il principio di quest'anno funestato dalla morte di papa Innocenzo X più che ottuagenario, succeduta nel dì 7 di gennaio, dopo dieci anni, tre mesi e ventitrè giorni di pontificato. Principe fu di rara prudenza nel governo, savio, circospetto nel parlare, tardo a risolvere, per accettar meglio le risoluzioni, e perciò difficile nelle grazie. Prelato Datario s'era acquistato il titolo di monsignor, non si può. Per altro si diede sempre a conoscere amantissimo della giustizia, e alle occorrenze la esercitò, ed anche andando per Roma riceveva i memoriali de' poveri, per tenere in freno i ministri. Inclinava forte all'economia e al risparmio talmente che di lui si lagnarono forte i Veneziani, perchè non imitando egli tanti altri zelanti papi, pochissimi aiuti contribuì alla difesa dei cristianesimo nella guerra col Turco. Scusavasi esso pontefice coll'aver trovata troppo esausta la camera apostolica, e col costante desiderio di non aggravare i popoli (dal che ben si guardò), anzi di sgravarli: al qual fine avea adunata gran somma di danaro, che servì poi a tutt'altro. A riserva dell'affare di Castro, abborrì di entrare in alcun altro impegno, tenendosi amico di tutti, creduto sul principio sommamente parziale degli Spagnuoli, e sul fine tutto Franzese. Nella carestia del popolo romano provvide al suo bisogno, e lasciò insigni memorie di fabbriche nelle basiliche Lateranense e Vaticana, nel Campidoglio e in altri luoghi. Quel solo che ecclissò alquanto la gloria d'Innocenzo X fu l'aver avuto per cognata, cioè per moglie del defunto suo fratello Panfilio Panfilii, donna Olimpia Maidalchina, donna di gran senno bensì, e di non minore onestà ornata, ma insieme soggetta alta vertigini dell'ambizione e dell'interesse. Ancorchè non avesse ella che un figlio, cioè don Camillo Panfilio, atto a propagar la sua casa; pure per dominare sotto la di lui ombra a palazzo, gli fece conferir la porpora, e il titolo allora usato di cardinal padrone. Innamoratosi questi poi della principessa di Rossano, deposta la porpora, passò alle nozze; per la qual risoluzione, non approvata dalla madre, e nè pure dal papa, restò poi escluso dalla corte ed anche da Roma. Trovandosi allora il vecchio pontefice bisognoso di chi l'aiutasse a portare la pesante soma del governo, donna Olimpia ebbe campo, siccome donna virile, d'ingerirsi in tutti gli affari, di maniera che a lei faceano capo anche gli ambasciatori, e per mezzo di lei si ottenevano le grazie; per le quali vie giunse ella ad accumular tesori. Ora, al vedere nel sacro palazzo un tal dispotismo, vie più improprio, perchè di donna, tanti in fine furono gli schiamazzi, che avvedutosi il buon pontefice che ne pativa la riputazione sua, rimosse non solo dai pubblici affari, ma anche dal palazzo l'ambiziosa cognata. Effetto fu della sua saviezza una tal risoluzione, ma effetto similmente della sua debolezza l'avere di poi rimessa alquanto nella sua confidenza essa donna Olimpia, la cui fortuna si sostenne da lì innanzi finchè visse il papa, e provò poi anche dei balzi sotto il di lui successore.

Aprissi dopo l'esequie del defunto pontefice il sacro conclave, e si consumarono quasi tre mesi in discordie e dibattimenti, finchè nel dì 7 d'aprile cadde l'elezione nella persona del cardinale Fabio Chigi, Sanese di patria, il quale assunse il nome di Alessandro VII. Concorrevano in lui tali doti di pietà, di letteratura, di saviezza, che quantunque in età di cinquantasei anni, e creato cardinale solamente nel 1652, pure si trovò anteposto a tutti gli altri più vecchi porporati. Gran plauso riportò da tutti questa elezione. Sfavillava spezialmente in lui un vero zelo per la difesa della cristianità, e fu dei più caldi nel conclave a mettere fra gli obblighi del futuro pontefice, che si somministrassero gagliardi aiuti alla repubblica di Venezia, per sostenersi nella guerra a lei mossa dal comune nemico. Avea egli anche assai conosciuti e molto detestati i disordini del nepotismo, e però per quasi tutto il primo anno del suo governo stette fermo in non volere in Roma il fratello Mario e i nipoti, con istupore di Roma, non avvezza a somiglianti miracoli. In Lombardia vide l'anno presente divampar di nuovo la guerra, suscitata dalla baldanzosa politica del marchese di Caracena governatore dello Stato di Milano. Dappoichè era a lui riuscito di snidar da Casale i Francesi, d'impadronirsi di Trino, e di far altre imprese con felicità, e spezialmente di ridurre alla divozione di Spagna Carlo II duca di Mantova, si avvisò di far lo stesso anche con Francesco I duca di Modena, e di adoperarvi l'esorcismo della forza. Sul principio dunque di marzo si mosse da Cremona coll'esercito suo, seco menando un gran treno di grossa artiglieria e di attrezzi militari, e una smisurata folla di guastatori, accostandosi al Po, per entrare negli Stati del duca. Nello stesso tempo spedì a Modena il conte Girolamo Stampa ad esporre i motivi della corte di Spagna di essere poco soddisfatta degli andamenti di esso duca, il quale fortificava Brescello e la cittadella di Modena; facea massa di gente; non avea indotto il cardinale Rinaldo suo fratello a dimettere, secondo i patti, la protezion della Francia; ed avea stabilito un matrimonio, ed era dietro ad un altro che non piacevano al re Cattolico. Il perchè chiedeva sicurezze della di lui fede o colla consegna di qualche piazza, o che si mandassero per ostaggi in Ispagna i figli del duca. Rispose il duca, che l'aver egli solamente due mila fanti e cinquecento cavalli, e il fortificar le sue piazze conveniva a lui per propria difesa; aver egli richiamato da Roma il fratello cardinale, e fattogli accettare il vescovato di Reggio; con altre ragioni che egli a suo tempo dedusse in un manifesto pubblicato colle stampe. Quanto poi alle bravate, se ne sbrigò con dire che si sarebbe difeso dall'ingiusta violenza altrui. Perciò non perdè tempo a spedire rinforzi a Reggio e Brescello, e il tenente generale conte Baiardi con ottocento cavalli a guardar le rive del Po.

Ma il Caracena su quel di Parma valicò il suddetto fiume: il che saputo, volò il Baiardi a Correggio, ed obbligò quel presidio spagnuolo a cedergli la piazza. Credendo il duca che il nemico esercito avesse da far pruove del suo valore contro la fortezza di Brescello, si portò colla sua nobiltà e con un corpo di fanteria a Reggio. Ma eccoli comparire il Caracena sotto quella stessa città, e bloccarla, quivi trovando chi tosto uscì a scaramucciar colle sue genti. Ora il duca, per meglio accudire a' suoi bisogni, animosamente colle sue guardie uscì nella notte del di 18 di marzo fuor di Reggio, lasciando ivi alla difesa il marchese Tobia Pallavicino; e postosi al largo, si applicò a mettere in armi tutte le sue cernide, e fatti venir di qua dall'Apennino i valorosi suoi Garfagnini, si preparò per soccorrere la minacciata città di Reggio. Interpostosi il duca di Parma per un aggiustamento, trovò così alte le pretensioni del superbo Caracena, che l'Estense con disdegno le rigettò, e andò a terra ogni trattato. Non erano le forze degli Spagnuoli, quali sul principio la fama decantò; laonde il Caracena, scorgendo aumentarsi ogni dì più quelle del duca, e la guarnigion di Reggio far delle frequenti sortite con danno de' suoi, nella notte del dì 22 di marzo con precipitosa ritirata levò il campo, e se ne tornò colla testa bassa a ripassare il Po, dopo aver fatto divenire nemico aperto un principe dianzi solamente amico sospetto. E di questa violenza riportò bene il Caracena l'universale biasimo, siccome il duca Francesco gran lode per la sua intrepidezza. Fu di poi esso Caracena richiamato e spedito in Fiandra a riparar la riputazione perduta. Ai primi rumori dell'armi suddette avea l'Estense spedito a Torino e a Parigi per ottener soccorsi. Di tal congiuntura si prevalse il cardinal Mazzarino per conchiudere il matrimonio di donna Laura Martinozzi, sua nipote, e sorella del principe di Contì, col principe Alfonso primogenito d'esso duca Francesco I: alleanza a cui fin qui avea trovato il duca delle difficoltà. Promise il cardinale una gagliarda assistenza dell'armi franzesi all'Estense, e seguì a Compiegne lo sposalizio con gran solennità della corte reale nel dì 27 di maggio. Giunse questa principessa a Modena nel dì 16 di luglio, e riuscì poi donna superiore al suo sesso. Alle allegrezze della casa d'Este s'aggiunse ancora il giubilo della nascita d'un principino figlio del duca Francesco, a cui fu posto il nome di Rinaldo; ed a lui, benchè terzogenito, Dio riserbò la conservazione e la propagazione del nobilissimo sangue estense.

Attenne il cardinal Mazzarino la sua promessa, ed ecco giugnere nel mese di giugno in Piemonte un'armata, che unita colle milizie del duca di Savoia si fece ascendere a diciotto mila fanti e sette mila cavalli. La politica e la fama accrescono sempre il nerbo degli eserciti. Ne prese il comando il principe Tommaso di Savoia, come generale dell'armi di Francia. Nel dì 8 del mese suddetto, avendo egli felicemente passato il Ticino, colle scorrerie portò la costernazione sino a Milano, da dove i benestanti cominciarono a salvarsi col loro meglio in altri paesi. Si mosse intanto anche il duca di Modena con più di quattro mila fanti e mille cavalli per unirsi ai Franzesi; e perciocchè le maggiori istanze del principe Tommaso erano che egli menasse al campo munizioni da guerra, inviò colle genti sue una processione di novecento carra tirate da due o tre paia di buoi, con diciotto pezzi d'artiglieria, e con quanto occorreva per imprese militari. Giunto egli al campo, si trattò di assalir qualche piazza, e il duca voleva che si cominciasse da Lodi, di facile conquista; ma chi più potea determinò l'assedio di Pavia, a cui fu dato principio nel dì 24 di luglio. Non mi tratterrò io in descriverne le particolarità, dopo averne abbastanza parlato nelle Antichità Estensi. Basterà al lettore il sapere che bella difesa fecero gli Spagnuoli e Pavesi, e che il duca di Modena colpito alla sfuggita da una palla di falconetto nelle spalle, con ampia ferita gli portò via la carne e gli scheggiò l'osso, fu in pericolo della vita; e che quell'assedio infelicemente progredì, avendo di tanto in tanto lasciato entrar dei soccorsi nella città il principe Tommaso. Era egli figlio del duca Carlo Emmanuele seniore, cioè del maggior politico de' suoi tempi, e seppe ben profittare della di lui scuola. Per attestato d'Alberto Lazzari, quand'egli fu del partito spagnuolo, seppe ben servire i Franzesi; e quando comandò l'armi franzesi, non dimenticò di prestar servigio agli Spagnuoli. In una parola, all'avviso che fossero sbarcate al Finale alcune migliaia di combattenti spediti da Spagna, l'esercito franzese, già molto infievolito per le diserzioni e malattie, trovandosi anche infermi il duca e il principe, quasi preso da timor panico, disordinatamente ed in fretta si ritirò nel dì 15 di settembre da quell'assedio, lasciando indietro alquanti pezzi di cannone, seicento sacchi di farina, non poche bagaglie e molti attrezzi da guerra. Il principe Tommaso, condotto colla febbre in corpo a Torino, finì di vivere nel dì 22 di gennaio dell'anno seguente 1656. Fu portato il ferito duca di Modena ad Asti, dove dopo tre mesi riavuta la sanità, passò a Torino, e di là poi prese le poste alla volta di Parigi. Colà giunto nel dì 27 di dicembre, incredibili carezze ricevette dal re Cristianissimo e dal cardinal Mazzarino, ben persuasi che egli dicea daddovero nel servigio della corona di Francia.

Fu in quest'anno che Carlo Emmanuele II duca di Savoia fu inquietato dalla ribellion dei Barbetti, eretici valdesi, abitanti nelle valli di Luzerna, San Martino, Angrogna e Perusa. Le insolenze di costoro contra dei cattolici e la lor disubbidienza agli editti del sovrano arrivarono finalmente ad un'aperta sedizione; laonde quella corte fu obbligata a spedir colà il marchese di Pianezza con fanteria e cavalleria, e poscia il marchese Galeazzo Villa, per mettere in dovere gli ammutinati. Costoro si ritirarono all'alto delle montagne in siti fortissimi, e però seguirono stragi, incendii e saccheggi. Tante doglianze poi fecero costoro negli Svizzeri, in Olanda, Inghilterra e fra gli ugonotti di Francia, che in lor favore si mosse o con uffizii o con gente tutta la razza de' protestanti, di maniera che, temendo la Francia che s'accendesse per questo una gran guerra, giudicò meglio d'interporsi, e di condurre le controversie ad un accomodamento con riputazione di quella di Torino. Mancò di vita nel marzo di quest'anno Francesco Molino doge di Venezia, ed ebbe per successore nel dì 25 d'esso mese Carlo Contarino. Non poche prodezze fecero l'armi venete nella guerra co' Turchi. Francesco Morosino, capitan generale dell'armata navale, espugnata l'isola d'Egina, ne condusse via circa quattrocento schiavi. Nel dì 23 di marzo si portò ad espugnare la città di Volo sulle coste della Macedonia, e se ne impadronì colla forza, asportandone venti cannoni di bronzo e sette di ferro, con prodigiosa quantità di biscotti, e lasciando in preda alle fiamme la misera città. Ma di gran lunga maggiore fu la gloria riportata da lui nell'atroce battaglia di mare che seguì ai Dardanelli, nel dì 21 di giugno, fra la veneta armata e quella de' Turchi. Ne riportarono i cristiani una insigne vittoria. Undici tra vascelli e galee turchesche rimasero incendiate; altrettante o si affondarono o perirono al lido colla morte di circa sette mila infedeli; tre lor legni con più di secento persone rimasero in poter de' Veneziani. Nel dì seguente trovate alla spiaggia altre navi turchesche spogliate di genti e cannoni, furono incendiate. Per quasi due mesi tenne dipoi il Morosino l'assedio a Napoli di Romania, ma non potè ridurlo alla sua ubbidienza. Gli riuscì bensì di prendere Megara, che fu saccheggiata e data in preda al fuoco. Gran bottino fecero ivi i soldati, e ne furono asportati tredici grossi cannoni e gran copia di grano. Secondo il Guichenon, nell'ottobre di quest'anno giunse a Torino l'incomparabil donna Cristina Alessandra regina di Svezia, che avea dato un calcio al regno, ed abbracciata la religione cattolica. Ricevette ella di grandi onori dalla corte di Savoia; ed imbarcatasi per Po, venne a Ferrara e Bologna; e proseguendo il viaggio per tutto lo Stato ecclesiastico, accompagnata sempre dal famoso letterato Luca Olstenio canonico di San Pietro, mandatole incontro dal papa, pervenne nel dì 19 di dicembre a Roma. Solenne fu il suo ingresso in quella gran città, indicibile il plauso e l'allegrezza della sacra corte: il papa e i cardinali non lasciarono indietro dimostrazione alcuna di stima verso questa nuova eroina.

Anno di CRISTO MDCLVI. Indizione IX.

ALESSANDRO VII papa 2. FERDINANDO III imperad. 19.

Erasi portato Carlo II duca di Mantova nel verno di quest'anno a Parigi per rimettersi, se potea, in grazia di quella corte, perchè, al mirare ingagliarditi i Franzesi in Lombardia, gli tremava il cuore. Se ne tornò egli in Italia poco, secondo le apparenze, aggustato, perciocchè continuò a seguitare il partito spagnuolo. Alla corte d'esso re Cristianissimo s'era, come dicemmo, trasferito anche Francesco I duca di Modena, e dopo aver concertato quanto occorreva per la campagna dell'anno presente, carico di doni, e col titolo di generalissimo delle armate di Francia in Italia, sen venne pel Genovesato, e giunse a Modena nel dì 20 di febbraio. A militare con lui e sotto di lui venne anche il duca di Mercurio. Sul principio di giugno ito esso duca di Modena a prendere il comando dell'armata Franzese, con cui si unì anche il giovane marchese Villa colle truppe del duca di Savoia, dopo aver minacciato varie altre piazze dello Stato di Milano, all'improvviso andò a mettere l'assedio alla fortezza di Valenza presso il Po. La piazza era forte, valorosi i difensori; azioni ben calde si fecero sotto di essa, nelle quali ebbe il duca Francesco il dispiacere di perdere due dei suoi primi e migliori uffiziali, cioè il conte Gian-Maria Broglia e il marchese Tobia Pallavicino. Ma più sensibile disavventura provò egli appresso, perchè avendo molto prima gli Spagnuoli ricuperato il castello di Arena, e saputo che da Modena veniva al campo franzese un corpo di quattro mila tra fanti e cavalli, comandati dal duca di Birone e dal conte Giam-Batista Baiardo tenente generale d'esso duca; il cardinal Teodoro Trivulzio, a cui pro interim dopo la partenza del marchese di Caracena stava appoggiato il governo di Milano, segretamente fece sfilare alla volta di quel castello molte brigate di soldati. Poste queste genti in aguato a Fontana-santa verso i confini del piacentino, allorchè colà giunse senza alcuna ordinanza la soldatesca gallo-estense, l'assalirono, la sbaragliarono, fecero mille e ducento prigioni, fra i quali lo stesso conte Baiardo, a cui nulla giovò il far quanta difesa potè, perchè il duca di Birone coi suoi secento cavalli se ne andò, lasciando lui alla discrezion de' nemici. Questa non lieve percossa punto non isgomentò il duca di Modena, che più vigorosamente che mai continuò gli approcci sotto Valenza. Ma perciocchè pel mantenimento dell'armata abbisognava troppo di un convoglio di viveri, e gli Spagnuoli con tutte le lor forze erano passati alla Gerola: il duca all'improvviso, lasciata nelle linee l'occorrente milizia, marciò col resto dell'esercito contra d'essi Spagnuoli, risoluto di dar loro battaglia. Non vollero eglino questo giuoco, ed onoratamente lasciarono passare il convoglio, che fu la vita del campo franzese sotto Valenza. Giunto poscia al governo di Milano il conte di Fuensaldagna, fece ogni possibile sforzo per ispignere soccorsi in quella piazza, e gli venne fatto una volta d'introdurvi alquanti soldati. Gli altri tentativi riuscirono per lui dannosi; sicchè in fine fu obbligato quel presidio, nel dì 7 di settembre, a capitolar la resa. Corse un gran pericolo nell'anno presente il duca di Modena a cagion dei potenti maneggi degli Spagnuoli alla corte dell'imperadore Ferdinando III, avendo eglino indotto quell'Augusto a spedir proclami contra dello stesso duca, quasichè il far guerra agli Spagnuoli fosse causa concernente il romano imperio. Raunati poi dodici mila Tedeschi, gli spedì esso Augusto in Italia, e già si aspettava la gente di veder piombare questo fulmine sugli Stati del duca Francesco, rimasti affatto sprovveduti di difesa. Ma giunta quella gente nel Tirolo, insorsero dissensioni fra gli uffiziali, e buona parte si sbandò, in maniera che appena quattro mila ne pervennero a Milano, senza essere a tempo di soccorrere Valenza. Fu creduto che il senno e l'oro del duca di Modena dissipasse quel minaccioso temporale. Posta poi ai quartieri d'inverno l'armata, sul fine dell'anno passò di nuovo l'Estense a Parigi, ed arrivò colà nel dì 6 di gennaio.

Videsi meglio in quest'anno qual mutazione d'umori possa far la mutazion degli onori. S'era ognuno promesso grandi esempii di virtù nel pontefice Alessandro VII. Siccome dicemmo, niuno più di lui avea declamato contro gli abusi del nepotismo, allorchè era cardinale; questo tenore ancora seguitò ad essere per alquanti mesi. Non volle in Roma il fratello e i nipoti; niun privato interesse compariva in lui; sprezzava le cose caduche di questa vita; davanti agli occhi teneva le memorie della sua morte, e le vite e le azioni dei più insigni romani pontefici. Ma da sì belle massime si allontanò egli alquanto dipoi, perchè, non potendo più reggere alla tentazione, chiamò alla corte don Mario Chigi suo fratello e i lui figli, e in mano loro mise i pubblici affari. Si figurò egli di aver posta una gran briglia ai parenti, coll'aver confermata ed armata di maggiori pene una bolla di papa Gregorio XIII che vieta il promettere e il prendere regali per qualsivoglia giustizia e grazia nella corte romana; quasichè chi ha le briglie in mano non possa facilmente defraudare la santa intenzione dei legislatori; e le coscienze poco scrupolose non sappiano trovar ragioni per credere non fatte per loro le stesse leggi della natura e di Dio. Questo inaspettato risarcimento di nepotismo fece cangiar linguaggio a' fabbricatori di prognostici intorno a questo pontificato. Fra gli altri allettato il celebre P. Sforza Pallavicino, che fu poi cardinale, dal bell'aspetto di quei primi mesi, s'era già messo a scrivere la Vita dello stesso pontefice. Ma da che vide la metamorfosi suddetta, gli cadde la penna di mano, e lasciò questa cura a chi fosse di stomaco diverso dal suo. Ma spezialmente ebbero a dolersi di questo papa i Veneziani, come abbiamo dalle Storie del senatore Andrea Valiero e del signor Graziani; perchè avendo egli cardinale nel conclave scritto di sua mano il decreto obbligante il futuro pontefice a somministrar a sue spese un corpo di galee e tre mila fanti in difesa di Candia, divenuto poi papa, trovò mille difficoltà, e nè pur si indusse a darne un migliaio, con ristringere nell'ultimo tutta la sua liberalità a spedire in aiuto de' Veneziani quattro sole galee. Poca durata fece nel trono ducale di Venezia Carlo Contarino essendo egli stato chiamato all'altra vita nell'anno presente. Ebbe per successore Francesco Cornaro, il cui ducato non si stese che a soli venti giorni. In luogo suo fu poi eletto doge Bertuccio Valiero.

Era solita l'armata navale veneta ogni anno di postarsi alle bocche de' Dardanelli, per impedirne l'uscita alla turchesca. Avvenne che nel dì 26 di giugno comparve colà Sinan bassà con gran flotta, risoluto di passare senza chieder licenza a' Veneziani. Però si venne a un terribile conflitto. Era composta l'armata veneta, sotto il comando di Lorenzo Marcello capitan generale, di venticinque vascelli, altrettante galee e sette galeazze, oltre a sette galee de' bravi Maltesi. Per due ore di ostinato combattimento fu incerta la vittoria, finchè sopraffatti i Turchi dal valor dei cristiani, rincularono, cercando colla fuga di sottrarsi al cimento. Inseguiti si precipitavano in mare per salvarsi a nuoto. Molte lor navi rimasero divorate dal fuoco, altre si ruppero a terra. Tredici galee inoltre, sei vascelli e cinque galeazze vennero in poter de' Veneziani, colla morte, per quanto fu creduto, di dieci mila di quegl'infedeli, colla liberazione (se pur tanto si può dire) di cinque mila schiavi cristiani, e coll'acquisto di gran copia d'artiglierie e di attrezzi militari, ricavati dalle abbandonate navi alle quali fu dipoi appiccato il fuoco. Fu questa la più insigne vittoria riportata da' Veneti nella presente guerra; se non che restò essa funestata dalla morte dello stesso capitan generale Marcello. Dopo un sì fortunato successo, espugnarono i cristiani l'isola e rocca di Tenedo, dove lasciarono buon presidio. Altrettanto fecero all'isola e città di Lenno. Provò in quest'anno l'Italia il flagello della peste, che portata dalla Sardegna a Napoli, quivi cominciò ad incrudelire, e passò anche a Roma, dove diede campo al pontefice di usar ogni possibil precauzione e di soccorrere l'afflitto popolo con abbondanti limosine. Sì terribil fu questo malore, che desolò alcune città. Nella sola metropoli di Napoli corse voce che perissero più di ducento ottantacinque mila persone. In Roma, per le tante diligenze di quei magistrati ve ne mancarono solamente ventidue mila, e nello Stato ecclesiastico circa cento sessanta mila. Passò in quest'anno per Genova e Milano don Giovanni d'Austria, figlio illegittimo del re Cattolico, inviato in Francia al comando di quelle armi.

Anno di CRISTO MDCLVII. Indizione X.

ALESSANDRO VII papa 3. FERDINANDO III imperad. 20.

Fu questo l'ultimo anno della vita di Ferdinando III imperadore, rapito dalla morte nel dì 2 d'aprile in età di quarantanove anni. Non vi fu bisogno di bugie per tessere uno splendido elogio a questo monarca: tale e tanta fu sempre in lui la pietà e il timore di Dio, l'integrità de' costumi, le prudenza e rettitudine del suo governo. Lasciò vedova la imperadrice Leonora Gonzaga, terza fra le sue mogli. Di varii figliuoli lo arricchirono i suoi matrimoni, ma non lasciò dopo di sè vivente se non Leopoldo, nato nel dì 9 di giugno dell'anno 1640, già coronato re d'Ungheria e di Boemia, che succedette negli Stati ereditarii del padre, e giunse nell'anno seguente a conseguir lo scettro del romano imperio. Apertamente si dichiarò sul principio di questo anno Carlo II Gonzaga duca di Mantova del partito spagnuolo, invanito forse del pomposo titolo di generale dell'armi dell'imperadore in Italia, a lui procurato da' ministri del re Cattolico, i quali speravano con questo chiodo di ribattere l'altro di Francesco I d'Este duca di Modena. Si studiò il Mantovano coll'usuale sparata di un manifesto di giustificar questa sua risoluzione, e di far comparire la necessità di cacciar dall'Italia i Franzesi. Ma si trovò egli in breve ben deluso, perchè mancò di vita l'imperador Ferdinando, e pochissima gente gli potè venir di Germania; e s'egli avea fatto i conti d'ingoiar gli Stati dell'Estense, gliene passò presto la voglia. Erasi portato, siccome dicemmo, il duca di Modena alla corte di Parigi, per concertar le operazioni della futura campagna; e siccome nelle sue vene scorreva il sangue della real casa di Savoia, per essere figlio dell'infanta Isabella, ed era perciò premuroso de' vantaggi del duca Carlo Emmanuele II suo cugino; così col suo credito fiancheggiò in maniera le istanze di lui, per riavere dalle mani de' Franzesi la cittadella di Torino, che ne riportò l'ordine dell'evacuazione dal re Cristianissimo. Con questo arrivò, nel dì 7 di febbraio, a Torino, e nel dì 10 seguì la consegna d'essa cittadella con immensa consolazione di quella corte e popolo. Calarono in questi tempi dalla Germania tre mila fanti e mille e cinquecento cavalli al servigio del duca di Mantova, con cui unitosi il conte Fuensaldagna governator di Milano, nella primavera con quante forze potè andò a prender varii posti intorno a Valenza, ardendo di voglia di ricuperar quella fortezza. Furono in breve sturbati i suoi disegni, perchè il duca di Modena, dopo avere ricevuti dalla Francia nuovi rinforzi di gente, guidati dal principe di Contì, uscì in campagna, ed entrato nel Monferrato, ordinò al giovine marchese Villa di assalire il castello di Monteglio, che si rendè con buoni patti. Quindi passò il duca con esso principe all'assedio del forte passo e castello di Non, ossia Annone, dove trovò una guarnigione di settecento uomini, che, dopo essersi bravamente difesa, nel dì 8 di giugno restò prigioniera di guerra. Quel comandante barone di San Maurizio Borgognone servì col cambio a fare restituir la libertà al conte Baiardo uffiziale primario del duca. Dacchè fu preso Montecastello, e portato soccorso di viveri a Valenza, che per iscarseggiarne si trovava in pericolo, s'inoltrò l'armata franzese sul Tortonese, per ricevere un rinforzo di due mila fanti e di mille e ducento cavalli, provenienti da Modena, e condotti dal principe Alfonso primogenito del duca, e dal principe Borso suo zio.

Fu poscia progettato ed impreso lo assedio d'Alessandria, città popolata e forte; e dato principio nel dì 17 di luglio alla circonvallazione e agli approcci. Dentro v'era un gagliardo presidio di fanteria, a cui si aggiunsero ancora cinquecento cavalli; e gli stessi cittadini animosamente accorsero alla difesa per l'odio che portavano al nome franzese. Viene diffusamente descritto questo assedio dal conte Gualdo Priorato nella vita dell'Augusto Leopoldo. Altro non ne dirò io, se non che nel dì 6 d'agosto avendo tentato gli Spagnuoli con tutto il nerbo del vicino esercito loro d'introdurre soccorso in quella città, seguì un'azione di gran valore da ambe le parti, e di molto sangue, spezialmente degli Spagnuoli, che furono vigorosamente respinti, essendosi in sì pericoloso frangente segnalati per la loro intrepidezza fra le moschettate il duca Francesco I di Modena, e i suoi due figli Alfonso ed Almerigo, con venire attribuito sopra tutto il buon esito di quella giornata al principe Borso d'Este, veterano nel mestier della guerra, che da lì a pochi mesi giunse al fine del suo vivere. Gravemente ferito restò in tal congiuntura il marchese Villa. Ma perchè la sola mente del saggio duca non potè condurre quell'assedio; oltre di che per le morti ed anche per le diserzioni era scemato forte l'esercito, e l'oste nemica difficultava molto il trasporto delle vettovaglie e de' foraggi; gli convenne in fine desistere da quell'impresa, e levare il campo nel dì 19 d'agosto. Restò forte di cavalleria, ma smilzo affatto di fanteria l'esercito franzese, laddove lo spagnuolo abbondava di fanti, e si trovava povero di cavalli. Perciò niun'altra impresa tentarono essi Franzesi, e andarono a reficiarsi alle spese de' loro nemici nella Lomellina e sul Novarese. Ma nel mese di dicembre, quando meno ognuno se l'aspettava, essendo già tornato in Francia il principe di Contì, ecco che il duca Francesco mette in marcia tutto l'esercito per venire sul Piacentino. Fu perseguitato nel viaggio da dirotte pioggie, trovò nel cammino orridi fanghi, ed i fiumi rigogliosi di acque. Niuno ostacolo potè fermare i suoi passi, di modo che sul fine dell'anno giunse egli con tutte le schiere sul suo Stato di Reggio. Non sapevano intendere i curiosi il vero motivo di questo suo difficile viaggio in istagione tanto disadatta, ma sul principio dell'anno seguente si svelò questo arcano.

Continuando l'ostinata guerra dei Turchi contra de' Veneti, si udì che in Costantinopoli si faceva un armamento maggiore del solito: il che nondimeno nulla sgomentò la costanza della repubblica. Incontratosi il capitan generale Mocenigo in quattordici navi grosse barbaresche, incamminate per unirsi all'armata turchesca, nel dì 2 di maggio le assalì. Dopo duro contrasto con que' Barbari, più usati degli altri alle battaglie, ne ridusse quattro in suo potere; tre altre andarono a rompere a terra, che furono poi incendiate; le restanti si salvarono colla fuga. Considerabile riuscì poscia lo acquisto fatto da essi Veneti a forza di armi del porto e della fortezza di Suazich, dove buona preda si fece di saiche turchesche, d'un vascello barbaresco e di molta roba, e ne furono menati via venticinque grossi cannoni, tolti una volta a' medesimi Veneti, come appariva dalle arme. In una dubbiosa zuffa co' Turchi perdè ancora in quest'anno la vita il general Mocenigo, e perì d'un incendio la sua nave capitana. Fu poi ricuperata da' Musulmani l'isola di Tenedo; l'altra di Lenito corse la medesima sfortuna, tornando per forza alla lor ubbidienza. Niun altro fatto rilevante seguì in quelle parti. In sì grave e pericoloso impegno abbisognava assaissimo la veneta repubblica de' soccorsi del pontefice, mostratosi fin qui alquanto sordo alle loro preghiere. Di tal congiuntura si prevalse papa Alessandro VII, aiutato ancora dai caldi uffizii del re Cristianissimo, per indurre il senato veneto a rimettere in Venezia e nelle altre città i religiosi della compagnia di Gesù. Favorevole fu il decreto; laonde dopo cinquant'anni di esiglio ritornarono essi padri colà a coltivar la vigna del Signore. Applicò il pontefice in sussidio dell'armi venete i beni dei conventini aboliti in quello stato, e i conventi degli ordini religiosi de' crociferi e di Santo Spirito, da lui suppressi, con altre grazie. Era passata nel precedente anno da Napoli e da Roma la peste a Genova. Quivi nel presente fece ella una orrida strage per la strettezza delle case e strade di quella popolata città; entro la quale, senza parlare del territorio, si fece conto nel mese di settembre che fossero perite settanta mila persone.

Anno di CRISTO MDCLVIII. Indizione XI.

ALESSANDRO VII papa 4. LEOPOLDO imperadore 1.

Nella dieta dell'imperio a molte dispute fu sottoposta l'elezion del nuovo imperadore, non tanto pei maneggi dei Franzesi, affinchè si staccasse dalla casa d'Austria la corona imperiale, quanto ancora per la speranza nata negli elettori di potere in tal congiuntura condurre alla pace la Francia e la Spagna. Ma svanito il pio disegno, restò finalmente eletto imperadore Leopoldo Ignazio, re d'Ungheria e Boemia, figlio del defunto Augusto, nel dì 18 di luglio dell'anno presente, con plauso universale per le sue belle doti. Era egli in età di diciotto anni. Giunse, siccome dicemmo, sul fine dell'anno precedente l'esercito franzese, condotto da Francesco I duca di Modena, sul Reggiano. Consisteva in sette mila fanti e cinque mila ed ottocento cavalli. Sul principio di questo anno passò quell'armata il Po, non essendo giunti a tempo gli Spagnuoli per impedirle il passaggio, e andò a prendere i quartieri d'inverno nelle ubertose ville del Mantovano, e massimamente in Viadana e ne' luoghi circonvicini. Rigorosi ordini pubblicò il duca, perchè a niuno si facesse violenza, e si vivesse con quiete come in paese non nemico, esigendo nondimeno gli occorenti viveri e foraggi per l'armata. Fu da molti creduto che Carlo II duca di Mantova tra per la morte dell'imperadore Ferdinando III, per cui restarono sconcertate le sue misure, e per vedere esposto il Monferrato alla vendetta de' Franzesi, avesse già segretamente concertata la maniera di uscir di impegno con gli Spagnuoli, stante la necessità di sottrarsi a maggiori pericoli. Ma con sì fatta opinione non s'accorda il saper noi ch'esso duca accettò in questi tempi presidio spagnuolo nel borgo di San Giorgio di Mantova, e cercò aiuti da ogni parte. Contuttociò, o sia che al Gonzaga non piacesse di veder posto il teatro della guerra nelle viscere de' suoi Stati, o che concorressero altri politici riflessi; certo è ch'egli si vide finalmente ridotto ad accettare la neutralità, per cui si obbligò di non offendere da lì innanzi gli Stati del duca di Modena, e di non far guerra ai Franzesi; e vicendevolmente dagli altri fu promesso a lui lo stesso: con che, se non divenne amico della Francia, almen cessò di esserle nemico. Fortuna fu del Gonzaga d'incontrarsi in un generoso principe, qual fu Francesco I di Este, perchè altrimenti correa pericolo di perdere Mantova. E ciò perchè Angelo Tarachia primo ministro suo, traditore, per quanto scrive più d'uno storico, esibì al duca di Modena d'introdurre in Mantova i Franzesi; ma il magnanimo Estense volle veder quel principe corretto, ma non rovinato. Intanto la corte di Savoia, che non si credea tenuta a questo accordo, ben informata che l'importante fortezza di Trino si trovava con poco presidio spagnuolo e mal guardata, nella notte precedente al dì 20 di luglio segretamente spedì colà il giovane marchese Villa con tre mila e cinquecento tra fanti e cavalli, che sorprese le principali fortificazioni nella piazza, ed obbligò il comandante spagnuolo a capitolarne la resa. Il duca di Mantova, che ne riteneva la giurisdizione, fece perciò delle gravi doglianze che a nulla servirono; ed ebbe appresso la mortificazion di ricevere una lettera dal collegio elettorale nel dì 4 di giugno, vietante a lui l'intitolarsi generale dell'imperadore e vicario dell'imperio.

In esecuzione del concordato premeva al duca di Modena di liberare il Mantovano dal peso delle truppe franzesi; e però da che ebbe rinforzato l'esercito con forze nuove, parte raccolte in Modena, e parte venute di Francia, sul fine di giugno pel Cremonese, dando il sacco fino alle porte di quella città, andò cercando la maniera di passare il grosso fiume dell'Adda. Eran le rive opposte ben guernite di combattenti, colà spediti dal conte di Fuensaldagna; e troppo ardita impresa si scorgeva il tentarne il passaggio. Fortunatamente riuscì ad alcuni pochi Franzesi di valicar quel fiume a Cassano, e di fortificarsi nell'altra riva, di modo che trasse colà tutta l'armata, e, gittato un ponte, passò. Da incredibil confusione e spavento per questa impensata felicità dei nemici restò preso l'esercito spagnuolo, e il Fuensaldagna, insospettito di qualche intelligenza in Milano, colà con tutte le sue forze frettolosamente si ritirò. Allora il duca di Modena animosamente diede la marcia all'esercito suo, e per mezzo del Milanese, e fin passando presso le porte di Milano, andò al Ticino, e dopo averlo valicato, senza perdere tempo, cinse d'assedio la fortezza di Mortara: azioni tutte che fecero salir alto il suo nome, e il concetto del suo valore e senno. Resistè quella piazza sino al dì 25 d'agosto, in cui fu obbligata a rendersi: con che la fertile pianura della Lomellina restò esposta ai comandi de' Franzesi. Ma che? nell'auge di tanta gloria eccoti cadere infermo Francesco I d'Este duca di Modena, oppresso dai patimenti e dalle fatiche passate, o pure avvelenato dalla cattiva aria di Mortara. Fu portato a Sant'Ià, dove fu a visitarlo Carlo Emmanuele II duca di Savoia, e nel dì 14 d'ottobre di questo anno fra le braccia del principe Almerigo suo figlio, e dei suoi cortigiani che si disfacevano in lagrime, con quel medesimo coraggio che egli avea sempre mostrato nelle azioni guerriere, rendè l'anima al suo creatore in età di quarantotto anni, un mese e nove giorni. Comune opinione fu, che s'egli non fosse stato rapito da morte cotanto immatura, l'Italia avrebbe avuto in lui un generale d'armate da paragonarsi coi primi. Nè io mi fermerò a descrivere il corteggio delle tante virtù che si adunavano in questo principe, la principal delle quali fu la pietà, perchè ne ho detto quanto occorre nelle Antichità Estensi, e può leggersi il giusto suo elogio nelle Storie del conte Gualdo Priorato, di Francesco Vigliotto, nell'Idea del principe del padre Gamberti della compagnia di Gesù, e presso altri scrittori. Solamente dirò, aver egli comperata ben caro la gloria umana, perchè di tanto suo servigio prestato alla corte di Francia, nè egli nè la sua casa riportarono veruna ricompensa, o almen non tale che pareggiasse la gran copia di spese e debiti fatti in occasione di queste guerre, a saldare i quali fu poi necessaria l'alienazion di assaissimi allodiali. Lasciò il duca Francesco dopo di sè tre figli: Alfonso, Almerigo e Rinaldo, e nel dominio degli Stati a lui succedette il primogenito, che si nominò Alfonso IV.

Altra azione meritevole di memoria non passò dopo la presa di Mortara; se non che i Franzesi entrarono in Vigevano, e ne distrussero le fortificazioni; il conte di Fuensaldagna mandò improvvisamente un corpo di gente a dar la scalata a Valenza, ma con trovar vigilanti i Franzesi, e tornarsene indietro senza voglia di ridere. Nel novembre di quest'anno l'essere venuto a Lione il re Luigi XIV col cardinal Mazzarino diede un buon pascolo alla curiosità dei politici per indovinarne il motivo. Si portò colà la maestà sua a visitare Cristina duchessa di Savoia, madre del duca Carlo Emmanuele II, zia d'esso re, e principessa di mirabil senno e vivacità di spirito, menando seco le due sue figlie, cioè la principessa Luigia vedova del principe Maurizio di Savoia, e la principessa Margherita nubile. Mentre madama reale era in trattato di accasar quest'ultima figlia con Ranuccio II Farnese duca di Parma, non lasciava ella di trattar colla corte di Francia, per farla regina: e tale era la beltà di questa principessa che potea fare un dolce incanto agli occhi del re. Si trovavano veramente le mire di questo giovine monarca rivolte all'infante di Spagna Maria Teresa: pure perchè tuttavia s'interponevano gravi ostacoli a quel maritaggio e alla pace col re Cattolico, seguì accordo con madama Reale, che se per tutto il mese di maggio prossimo venturo il re non chiudeva il suo maritaggio coll'infanta suddetta, egli sposerebbe la principessa Margherita di Savoia. Si servì l'accorto Mazzarino di queste apparenze per tirar gli Spagnuoli nel suo disegno. In fatti si ultimò poi la pace colla Spagna, e le speranze della principessa di Savoia andarono a terminare nell'accasamento col duca di Parma. Non sarà discaro ai lettori di apprendere una particolarità spettante al cardinale suddetto, la quale truovo io nella sua vita manoscritta, stesa in sestine da Giuseppe Sellori Romano, stato suo familiare di gran confidenza. Cioè nel suo appartamento del Louvre fece egli in quest'anno per tre mesi fare un maraviglioso apparato di tappezzerie, vasi d'oro e d'argento, lampane, pitture, ed altri mobili di rara ricchezza, con ingegnoso compartimento, fatto dal signor di Colbert. V'era una gran credenza, sulla quale stavano i premii per un lotto, cioè vasi d'oro e d'argento d'ogni sorta, orologi, guantiere gioiellate, scrigni, corone, anelli, croci, scatole e simili preziosi lavori ad ornamento spezialmente del sesso femminile. A più di cento mila scudi romani ascendeva il valore di questi premi. Alla funzione, nel dì 4 di aprile, intervenne il re, la regina madre, con tutti i principi, principesse e gran signori e dame di corte. Furono da madamigella Ortensia Mancini tirati a sorte i bollettini del lotto, due pel re ed altrettanti per la regina, ed uno per gli altri; e così fu distribuito tutto quel valsente, con ammirar tutti la rara munificenza di questo porporato italiano.

Diede fine ai suoi giorni nel presente anno il doge di Venezia Bertuccio Valiero, e fu alzato a quel trono Giovanni Pesaro. Offeriva il gran signore la pace alla Veneta repubblica, purchè gli fosse ceduta l'isola di Candia: condizion troppo dura, ma che nondimeno fu proposta nel senato, il quale si sentiva stanco ed esausto per sì lunga e dispendiosa guerra. Pure prevalse il parere de' più coraggiosi di non cedere all'imperioso tiranno. Da sì generosa risoluzione commosso il pontefice e i più ricchi de' cardinali, e spezialmente Francesco Barberino e Flavio Chigi, ed alcuni baroni romani, fecero a gara per prestare soccorso ai Veneti. Perciò, oltre alle dodici galee del papa, di Malta e di Toscana, furono spediti ad unirsi alla loro armata altri dieci vascelli provveduti da essi porporati e baroni alle spese loro. Il cardinal Mazzarino ancor egli mandò un regalo di cento mila scudi alla repubblica, coprendo probabilmente col suo nome ciò che veniva dal re. Ma azione alcuna di rilievo non accadde in quelle parti, avendo patito naufragio la flotta de' Veneziani colla perdita di alcune galee; videsi anche riuscir vano il disegno di sorprendere la Canea, e l'armata turchesca colla fuga deludere i cristiani, che si erano preparati per venire alle mani. Quel solo che animava le speranze de' Veneziani era il trovarsi disposta la corte di Francia, siccome disgustata del Turco, a spedire un gran rinforzo di gente in Candia, purchè seguisse la pace colla Spagna. Di ciò parleremo andando innanzi.

Anno di CRISTO MDCLIX. Indizione XII.

ALESSANDRO VII papa 5. LEOPOLDO imperadore 2.

Gran pruova diede in questi tempi della sua saviezza il cardinal Mazzarino. Non avea pari la beltà e vivacità di spirito di madamigella Maria Mancini nipote sua, e se n'era tanto invaghito il giovinetto re Luigi XIV, che molti pensarono (non so se con vero o falso fondamento) ch'egli sarebbe giunto a sposarla, se il cardinale, non dirò vi avesse tenuta mano, ma solamente l'avesse permesso. Ruppe egli il corso di queste fiamme e pensieri, con allontanare improvvisamente dalla corte la nipote, che poi dopo la morte di lui divenne contestabilessa Colonna; e per la sua bizzarria, per le dissensioni col marito e coi suoi viaggi, diede tanto da dire agli spettatori e dilettanti delle varie scene del mondo. Poteva inoltre collocare un'altra sua nipote Mancini con Carlo Emmanuele II duca di Savoia, se fosse condisceso alla restituzion di Pinerolo, e a privar della regal protezione la città di Ginevra. Ma egli sempre antepose il servigio del re a' suoi privati interessi. Per opera sua, immediatamente dopo la morte di Francesco I duca di Modena, fu conferito il grado di generalissimo dell'armi di Francia in Italia ad Alfonso IV duca suo figlio e successore, il quale tosto fece i dovuti preparamenti per uscire in campagna nell'anno presente. Si servì il Mazzarino d'esso duca per far proporre alla repubblica Veneta una lega fra il re Cristianissimo, essi Veneziani e i duchi di Savoia e di Modena, con disegno di conquistar lo Stato di Milano, e di partire la preda fra loro, esibendosi la corte di Francia d'indurre il gran signor de' Turchi alla pace, e promettendo forze grandi per la sognata impresa. I Veneziani, che si trovavano in sì grave impegno per la guerra di Candia, e che saggiamente sanno in ogni tempo scandagliar le cose, si sbrigarono in poche parole da questa tentazione, con rispondere di non voler punto impacciarsi nella roba altrui. E perciocchè già cominciava ad apparire buon incamminamento alla pace fra la Francia e la Spagna, il Mazzarino segretamente consigliò il nuovo duca di Modena a prestar orecchio ad un accomodamento, già proposto dal governo di Milano al duca Francesco suo padre, perchè in tal guisa migliori condizioni avrebbe ottenuto, che aspettando la pace generale, in cui i principali contraenti pensano molto ai proprii vantaggi, poco a quei dei minori confederati. Interpostosi dunque il duca di Guastalla in questo maneggio, nel dì 11 di marzo dell'anno presente seguì accordo fra esso duca Alfonso IV e il conte di Fuensaldagna, per cui l'Estense rinunziò alla lega colla Francia, mettendosi in buona e libera neutralità. Fu promessa l'investitura cesarea del principato di Correggio al duca, e che ne sarebbe levato il presidio spagnuolo; siccome ancora che gli sarebbe dato nel regno di Napoli uno Stato di rendita annua di trentaduemila ducati di quella moneta, in soddisfazione dei crediti della casa di Este assicurati in quel regno. Con tali vantaggi, senza il braccio della Francia, si rimise il duca di Modena in grazia del re Cattolico, e fu assicurato della protezion di quella corona.

Passato dipoi a Madrid il suddetto Fuensaldagna, cavaliere di massime onorate, tanto cooperò, che finalmente, dopo una tregua, nel dì 7 di novembre fu conchiusa la famosa pace de' Pirenei fra le corone di Francia e di Spagna, e sigillata dalle nozze del re Luigi XIV coll'infanta di Spagna Maria Teresa, per giugnere alle quali il cardinal Mazzarino tanto avea vessata la Spagna, quasi prevedendo che un tal maritaggio avrebbe anche un dì portati in Ispagna i gigli d'oro. Altro non dirò io di questo avvenimento, che, dando fine alle arrabbiate guerre durate per tanti anni fra quelle due potenze, riempiè d'allegrezza tutte le provincie cattoliche, se non che fu ivi confermato l'accordo seguito fra il duca di Modena e il governator di Milano, ed assicurati sulla dogana di Foggia in regno di Napoli i crediti della casa d'Este colla corona di Spagna, crediti nondimeno poco fortunati, perchè mai non s'è trovata la via di soddisfarli. S'impegnarono ancora le due corone d'interporre i loro uffizii per ottenere soddisfazione dalla camera apostolica alle giuste pretensioni della casa d'Este, e a quelle del duca di Parma pel ducato di Castro. Valenza e Mortara furono restituite agli Spagnuoli; Vercelli col Cenghio nelle Langhe al duca di Savoia: il che seguì dopo la pubblicazion solenne della pace suddetta, differita sino al seguente anno. Le controversie pendenti fra i duchi di Savoia e di Mantova per le doti della fu principessa Margherita di Savoia furono rimesse in arbitri; e curiosa cosa riuscì dipoi l'essersi cotanto ostinato esso duca di Mantova in certe sue pretensioni, che andò per terra ogni accordo, e la corte di Savoia, col nulla pagare allora, mai più non pagò. Ebbe a dolersi papa Alessandro VII di questa pace, perchè in essa non s'era voluto che alcuno dei suoi ministri mettesse mano, e non si fece onore alcuno alla santità sua, ed in oltre vi si parlò delle pretensioni dei duchi di Modena e di Parma. Altri dipoi se n'ebbero anche più a dolere, perchè volesse Dio che le paci e i giuramenti dei potenti non fossero talvolta trappole per ricavare un presente guadagno, e rompere poi tutto, quando viene il tempo di guadagnare anche più. Sul fine di questo anno passò a miglior vita Giovanni Pesaro doge di Venezia, ed ebbe per successore Domenico Contarino. Si ridussero a poco le ostilità nella guerra di Levante, dove indarno furono aspettate le galee del papa e di Malta, perchè il priore Bichi general delle prime, arrivato a Napoli, per aver mirato da lungi alcune navi barbaresche, da uomo saggio non volle continuar il viaggio, e, voltate le prore, si restituì poscia a Civitavecchia; e i Maltesi, dopo averlo lungamente aspettato a Messina, anch'essi se ne ritornarono al loro porto. Sorprese il capitan generale Francesco Morosino la fortezza di Tamon nel golfo di Cassandra, che restò saccheggiata e demolita, con asportarne trenta pezzi di cannone e quattro petriere. Altrettanto avvenne a quella di Chisme nella Natolia dirimpetto a Scio, dove si fece buon bottino, ed acquistossi buon treno d'artiglierie. Ai poveri Greci abitanti nella venerata isola di Patmos fu dato barbaramente il sacco dai Veneti. Da Castel Ruzo, fortezza considerabile, presa e demolita, furono condotti via trentasei pezzi d'artiglieria, e cento quarantasei prigioni. Così terminò quella campagna. Nel dì 6 di novembre un fiero tremuoto conquassò in Calabria Catanzaro, Soriano, Mileto, Squillaci ed altri luoghi, con gran rovina di case e morte d'uomini.

Anno di CRISTO MDCLX. Indizione XIII.

ALESSANDRO VII papa 6. LEOPOLDO imperadore 3.

Pubblicatasi finalmente nell'anno presente la pace stabilita fra le corone di Francia e Spagna, si vide rifiorir la quiete per tutti i regni cattolici. Incredibili feste e magnificenze spezialmente si fecero in Francia per l'abboccamento del re Cattolico Filippo IV e del Cristianissimo re Luigi XIV suo nipote ai confini de' regni nell'isola de' Fagiani, dove il primo colla regina consorte condusse la infanta Maria Teresa sua figlia, destinata moglie d'esso re di Francia, ma con patto ch'ella per sè e per li discendenti rinunziasse ad ogni pretensione e diritto sopra i regni di Spagna: del che poi si risero i Franzesi. Nel dì 6 di giugno colà comparve anche la regina madre del re Luigi, sorella di esso re Cattolico, col cardinal Mazzarino, principal autore della pace e di quell'illustre maritaggio. Non s'era forse mai veduta suntuosità simile come fu quella del congresso e delle nozze di que' potenti monarchi; e certamente Parigi, dove nel dì 26 d'agosto fecero la entrata i regii sposi, non avea giammai mirata pompa eguale, coronata dal concorso d'innumerabil nobiltà straniera. Siccome racconta nelle sue Storie il Gazotti, fu chiamato apposta da Modena a Parigi Gasparo Vigarani, maraviglioso inventor di macchine e di teatri, di cui il duca di Modena Francesco I s'era sempre servito per gli suntuosi divertimenti dati alla sua città. Egli fu che in Parigi sfogò l'ingegno suo nelle varie decorazioni di quelle splendidissime feste. Procurò in questi tempi il cardinal Mazzarino di unire con nuovi nodi alla real casa di Francia quella di Toscana, con aver destramente procurato che il gran duca Ferdinando II accudisse al matrimonio della principessa Margherita Luigia di Borbon, figlia del duca d'Orleans zio del regnante re Luigi, col principe Cosimo suo primogenito. Nell'ottobre il Gondi vescovo di Besiers fece solennemente la dimanda di questa principessa al re, e fu riserbata all'anno seguente l'esecuzione di così nobil maritaggio. Colle nozze del re erano già spirate affatto le speranze della principessa Margherita di Savoia pel trono di Francia; e però si effettuarono le promesse fatte dalla corte di Torino a Ranuccio Farnese II duca di Parma e Piacenza. Portossi questo principe a Torino con accompagnamento magnifico di nobiltà, e nel dì 29 d'aprile seguì il di lui sposalizio, che fu poi condecorato da nobilissimi spettacoli e divertimenti di quella corte, anche per altri motivi tutta in gioia, per avere ricuperata dalle mani degli Spagnuoli la città di Vercelli. Si videro in quest'anno comparire a Livorno (cosa non mai più veduta) gli ambasciatori del gran duca, ossia czar di Moscovia Alessio Michelovich, principe di smisurata ambizione e di ugual crudeltà. Furono ben accolti dal gran duca di Toscana Ferdinando II.

Succedette in questi tempi un fatto, nell'alma città di Roma, che gran commozione produsse in quella metropoli. Per dissapori precedenti, e per la recente pace de' Pirenei, si trovava alterato forte l'animo di papa Alessandro VII e dei Chigi contro il cardinal Mazzarino e contro la Francia. Però, senza far conto delle pretensioni de' duchi di Modena e Parma contro la camera apostolica, mosse dai ministri de' due re, all'improvviso fece esso papa dichiarare il ducato di Castro incamerato ed incorporato fra i beni della Chiesa romana, e per conseguente sottoposto alle bolle vietanti l'alienazion degli Stati d'essa Chiesa. Ora accadde, che volendo i birri, nel dì 20 di giugno, prendere per debito di dieci scudi un velettaio, abitante nelle rimesse delle carrozze di Rinaldo cardinal d'Este, protettore allora della Francia, fu loro impedita la cattura da' servitori del cardinale. Con maggior copia di sbirraglia tornò colà verso la sera il bargello, ma gli convenne fuggire. Allora fu che don Mario Chigi fratello del papa, ed arbitro della corte pontificia, ordinò ai Corsi e ad altre milizie di Roma di spalleggiare il bargello, affinchè venissero carcerati gli autori di quella violenza; giacchè non sapeano più i pontefici digerire gli abusi delle franchigie, come perturbatrici della giustizia e della quiete pubblica. Penetratosi questo disegno, si mise in armi tutta la numerosa famiglia del porporato estense; gli ambasciatori tutti de' principi, e fin quello di Spagna, e molti baroni romani, parziali della Francia, in aiuto di lui spedirono e offerirono gente, e tutti i Franzesi trassero al di lui palazzo. Non istimò bene don Mario di far altro maggior tentativo; ma perchè si mirava un gran bollore d'animi, si barricarono le strade, e si posero corpi di guardia nei posti occorrenti. Interpostosi l'ambasciator di Venezia, trovò troppe durezze ne' dominanti Chigi, e intanto da Napoli, dalla Toscana e da Modena andarono sopravvenendo uffiziali e soldati per assistere al cardinal d'Este; laonde si stava con batticuore in Roma per sospetto che scoppiasse qualche gran baruffa, a cui tenesse dietro il saccheggio della città. Non era il buon pontefice informato se non di quello che il fratello e i nipoti gli voleano far sapere. Ma illuminato in fine dal cardinale Pio del vero sistema di questo imbroglio, ordinò al manieroso cardinale Francesco Barberino che vi rimediasse. Onorevole accordo fu fatto, e tornò poi tutta Roma alla quiete primiera, se non che restarono certe amarezze e fermenti fra le corti di Roma e di Francia, che col tempo proruppero in maggiori sconcerti.

Si speravano in quest'anno progressi e felicità dell'armi cristiane in Levante, giacchè il cardinale Mazzarino aveva indotto il re Cristianissimo a spedire in aiuto de' Veneziani un corpo di quattro mila fanti. Pensava questo porporato di piantar in Francia un ramo della nobilissima casa d'Este, con dare in moglie al principe Almerigo Estense, fratello del duca Alfonso IV, Ortensia Mancini sua nipote, e crearlo erede de' suoi beni e del suo cognome: fortuna che poi toccò a Carlo Armando duca della Migliarè. Ma affinchè questo giovine principe, che già avea sotto il duca Francesco I suo padre fatto il noviziato della guerra, maggiormente si perfezionasse in quest'arte, il destinò per generale delle milizie franzesi inviate in soccorso di Candia, dandogli per luogotenente il signore di Bas. Andò il principe Almerigo, sbarcò le sue genti alla Suda, con prendere alcuni fortini, ed, unito co' Veneziani, s'accostò alla Canea per farne l'assedio. Nacquero tosto dissensioni fra il suddetto Bas e il Gremonville sergente generale franzese de' Veneziani. Da Candia Nuova accorsero alla difesa della Canea i Turchi: il che fece cangiar sentimento all'esercito di lasciar quella città e di portarsi sotto Candia Nuova rimasta sguernita. Erano giunti colà, ed aveano già preso un borgo con alcuni pezzi d'artiglieria, quando i soldati si diedero disordinatamente a rubare. Ma ecco sortire da Candia Nuova una trentina di cavalli turchi con urli, che misero un panico timore nell'armata gallo-veneta, che niuno pensò più se non a menare le gambe. Uscito allora tutto il presidio turchesco, gl'incalzò, e non finì la faccenda che tra morti e feriti restarono sul campo da mille e cinquecento persone, e il resto con gran fatica si ritirò alla città di Candia. Con questo infelice fine terminò la campagna dell'anno presente, ma non terminarono le disgrazie, perchè il principe_ Almerigo d'Este_ caduto infermo a cagion dell'aria cattiva, senza poter intervenire al fatto di Candia Nuova, per consiglio de' medici fu portato all'aria salutevole dell'isola di Paros, dove nondimeno venne la morte a trovarlo nel dì 14 o 16 di novembre, perdendosi in lui un principe che dava una grande espettazione di valore e di senno. Gli fece di poi il senato veneto ergere un monumento di marmo colla sua statua al naturale entro la chiesa de' padri francescani, appellati i Frari, in Venezia. Ma se piansero i cristiani, neppure risero i Turchi, perchè nel dì 24 di luglio un incendio sì spaventoso consumò la città di Costantinopoli, che uno storico, aprendo ben la bocca, arrivò a scrivere, che vi perirono settanta mila case, e venti o trenta mila persone. Certo è che straordinario e indicibile fu il danno, essendo rimaste involte in quella rovina anche le più superbe moschee. Ma osservossi dipoi come la tirannide sappia convertire in utile proprio la calamità de' popoli, perchè uscì tosto editto che chi non potesse riparar lo stabile incendiato, ne restasse privo, e quello decadesse nelle mani del gran signore. Nel giugno di quest'anno desiderosa la vedova imperadrice Leonora di veder Maria duchessa di Mantova sua madre, venne a Judemburg città della Stiria. Colà si portò anche la duchessa con Carlo duca di Mantova suo figlio, il quale passò poi ad inchinare l'Augusto Leopoldo, mentre egli, mosso da Vienna, viaggiava per la Stiria e Carintia, con arrivar fino a Trieste. Ma, ritornata essa duchessa Maria a Mantova, finì quivi dopo poco tempo i suoi giorni: principessa dotata di gran prudenza e pietà, e di tante altre belle prerogative, che meritò luogo fra le più illustri principesse d'Italia.

Anno di CRISTO MDCLXI. Indizione XIV.

ALESSANDRO VII papa 7. LEOPOLDO imperadore 4.

Fu questo l'ultimo anno della vita del cardinal Giulio Mazzarino. Perchè in questo personaggio si ammirò un prodigio della fortuna e dell'ingegno, con gloria dell'Italia, e spezialmente di Roma, che produsse e diede alla Francia una testa di tanto vigore; non si può di meno di non toccar qui la sua morte, ben corrispondente alla gloriosa sua vita. Oppresso egli dalle fatiche dei viaggi e dai tanti raggiri della sua mente, cominciò a sentire che veniva meno il corpo per malattia, a cui i medici, dopo averla forse accresciuta coi tanti rimedii, altro ripiego non seppero più proporre, se non il miserabile di fargli mutar aria. Portato al castello di Vincennes, peggiorò; laonde animosamente si preparò a ricevere la sempre disgustosa visita della morte. Testamento da re fu il suo per li magnifici legati fatti, prima al re Cristianissimo e alla regina, poscia ai monarchi cattolici, al papa, ai principi del sangue, e ad altri gran signori e a tutti i suoi parenti, e per la fondazione di alcuni luoghi pii. Conto si fece che l'eredità sua ascendesse a quaranta milioni di franchi (altri è giunto a dire di scudi) distribuita con ammirabil generosità e giudizio. Cadde la morte sua nel dì 9 di marzo in età di cinquantanove anni. Niun più di lui fu in odio alla nazion franzese, e niun più di lui la beneficò, lasciando il regno in pace, depressa la razza degli ugonotti, purgati i mali umori dei grandi, e accresciuti i confini della monarchia. Camminò sempre colle massime del cardinale di Richelieu, se non sante e giuste, certamente utili al regno; ma con genio affatto diverso, perchè il Richelieu, uomo collerico, violento ed implacabile, non meditava che vendette e guai a chi cadeva dalla sua grazia; laddove il Mazzarino con somma placidezza trattava i grandi affari, dolce con tutti, e fin verso i nemici, ch'egli si studiava di guadagnare col perdono e colla liberalità, fondato in quella massima: Che il mondo bisogna comperarlo. Per cagione di questa sua mansuetudine e generosità, arrivò a morire in grazia del re, e compianto anche da lui: locchè non era avvenuto al Richelieu. Lasciò di bei ricordi al re Cristianissimo pel buon governo, e quello spezialmente di non tenere in avvenire favoriti, ma di partir gli uffizii in politico, militare ed economico: regolamento che il re Lodovico XIV molto bene eseguì, con prender egli in mano le redini del regno; e n'era ben capace per l'elevatezza della sua mente. Nel dì 19 d'aprile seguì con gran solennità nel palazzo reale di Parigi lo sposalizio di madamigella Margherita Luigia, figlia del defunto duca d'Orleans, col principe di Toscana Cosimo de Medici. Il duca di Guisa procuratore del principe la sposò. Condotta questa principessa in Toscana, si trovò onorata da magnifiche feste ed allegrezze di tutti que' popoli. A godere di questi spettacoli fu anche invitato Alfonso IV duca di Modena, e vi andò con ricco corteggio. Nel giorno primo di novembre per la nascita di un Delfino tutto il regno di Francia diede in trasporti di giubilo; nè minor fu la consolazione degli Spagnuoli, per aver la loro regina dato alla luce, nel dì 6 d'esso mese, un principe, che fu poi Carlo II re di Spagna.

Ora prosperosi ed ora infelici riuscirono in quest'anno i successi dell'armi venete nella guerra col Turco. Non si sa il perchè papa Alessandro VII, a cui pure stava molto a cuore il pubblico bene della cristianità, non somministrasse in questi tempi all'aiuto loro le sue galee. Gli avea lasciato il cardinal Mazzarino ducento mila scudi da impiegare nella guerra contro il nemico comune. Non meno l'imperadore Leopoldo che i Veneziani aspiravano a questo boccone; ma, per attestato dello storico Valiero, passato questo danaro a Roma, svanì facilmente anche con poco vantaggio di Cesare. Accorsero bensì ad unirsi coi Veneti sette galee degli zelanti Maltesi. Se ne tornò intanto a Venezia il valoroso capitan generale Francesco Morosino, con cedere il comando a Giorgio Morosino, il quale, desideroso di qualche fatto glorioso, andò in traccia dell'armata turchesca uscita dei Dardanelli. Trovata parte d'essa nelle vicinanze dell'isola di Milo, diede nel dì 25 d'agosto la caccia a que' legni. Sette galee turchesche, prese dallo spavento, andarono ad urtare in terra, lasciandole infrante con salvarsi la gente. Due altre galee vennero in potere de' Veneti, ed altrettante de' Maltesi. Il resto di que' legni andò disperso, ed alcuni si ruppero ai lidi. Circa mille Turchi dei rifugiati in terra dai Veneti furono condotti schiavi. Con egual felicità anche Antonio Priuli espugnò alquante navi turchesche da carico, con impadronirsi d'alcune e bruciarne delle altre. Questi felici avvenimenti furono contrappesati da alquante perdite di navi venete, che rimasero in altri luoghi preda dei corsari barbareschi: dopo di che tutti si ridussero ai quartieri d'inverno. Trattavasi intanto dal pontefice una lega fra i principi cristiani contra del Turco; ma con ritrovare il re Cattolico impegnato contra dei Portoghesi; il re Cristianissimo inceppato dall'antica amicizia coi Turchi, e l'imperadore più disposto a conservare con qualche danno la tregua colla Porta, che ad entrare nel periglioso giuoco della guerra. Lo stesso papa, benchè bramasse la gloria di stabilir essa lega almeno con Cesare e con i Veneziani, pure si raccapricciava, allorchè udiva il suono delle spese occorrenti. La conclusione fu che i Veneti restarono soli in ballo con loro incredibile dispendio, stante il dover essi sostenere una sì lunga guerra contro una sì smisurata potenza, e in paese lontano mille e ducento miglia, e coll'abborrimento ancora della gente a passar il mare, perchè piena di apprensione di non tornarsene poi mai più indietro.

Anno di CRISTO MDCLXII. Indizione XV.

ALESSANDRO VII papa 8. LEOPOLDO imperadore 5.

Trovavasi in questi tempi il re di Francia Lodovico XIV nel bollore della sua gioventù, senza impegno di guerra, ma con gran desiderio di farla, siccome avido di gloria, e più di dilatare i confini del suo regno: sete inestinguibile di quasi tutti i principi della terra. Sopra ogni cosa gli stava a cuore il conciliar dappertutto un gran rispetto alla sua corona e potenza; e con tutto che incominciasse nel presente anno a dar congedo alla continenza, conservata non ostante la sua avvenenza e robustezza con ammirazion d'ognuno, per quanto fu creduto, fin qui, coll'invischiarsi negli amori della Valiera: pur questi nulla scemavano la sua applicazione al governo, a mettere in buono stato le finanze, e a preparar forze per rendersi formidabile ad ognuno. Perchè il barone di Batteville, ambasciatore di Spagna in Londra, volle in un accompagnamento precedere colla sua carrozza a quella del conte d'Estrades ambasciador di Francia, ne nacque perciò gran baruffa, con riportarne i Franzesi bastonate e ferite; prese tal fuoco il re Luigi a questo avviso, portatogli nel dì 16 di ottobre dell'anno precedente, che cacciò tosto da Parigi e dal regno il conte di Fuensaldagna ambasciatore di Spagna, il quale da lì a poco terminò i suoi giorni. Se il re Cattolico non calmava quello sdegno con dar delle pretese soddisfazioni, già tutto si disponeva per una nuova guerra. Nell'anno presente un'altra novità occorse. Si doveva essere messo in testa quel monarca di rendersi formidabile anche alla corte di Roma, giacchè per motivi precedenti si dichiarava mal soddisfatto della altura de' Chigi, e gli parea di trovar sempre delle durezze in qualunque cosa ch'egli chiedesse al sommo pontefice. Mandò pertanto a Roma con titolo di ambasciatore di ubbidienza il duca di Crequì suo primo gentiluomo di camera, personaggio d'umor fiero ed alto, poco amico dei preti, avvezzo alle bruscherie della guerra, e non già alle manierose qualità che richiede un'ambasceria. Seco erano molti uffiziali riformati e genti di armi. Gli accorti Romani s'immaginarono tosto che spedizion sì fatta tendesse a suscitar de' garbugli in Roma. Giudicò bene don Mario Chigi fratello del papa di accrescere cento cinquanta Corsi ai soliti della guardia per maggior sicurezza della pubblica quiete. Chi è vago di liti, dura poca fatica a trovarne. Varie insolenze e violenze andarono facendo quei della famiglia dell'ambasciadore: e tutto si tollerò. Ma un giorno tre soldati della pattuglia che allora si facea per Roma, entrati per bere in una taverna, vi trovarono un mastro di scherma franzese ed altri suoi compagni. Con varie villanie furono i Corsi disarmati e cacciati. Dal cardinale Imperiali governatore di Roma questo schermitore processato, ebbe il bando della vita. Venne il dì 20 di agosto, in cui due Franzesi, avvenutisi in tre soldati corsi, attaccarono rissa; essendo incalzati, vennero in favor de' Franzesi i famigli di stalla del duca di Crequì, che diedero una mortal ferita ad un altro Corso che non era della rissa. Per questo accidente infuriati i Corsi ch'erano di guardia alla Trinità, senza che gli uffiziali potessero ritenerli, toccarono il tamburo, e coll'armi andarono al palazzo Farnese, abitato allora dall'ambasciator di Francia, sparando archibugiate contro chiunque era creduto franzese. Vi restò morto un lacchè di un gentiluomo franzese e il garzone di un libraio. Per questo rumore affacciatosi il duca di Crequì ad un balcone, volendo sgridare i Corsi, n'ebbe per risposta qualche archibugiata, che il fece ritirare ben tosto: il che nondimeno vien riputato falso nelle relazioni di Roma. Lo stesso avvenne ad alcuni suoi gentiluomini, usciti per frenare quell'empito, essendo rimasto ferito anche il capitan delle guardie dell'ambasciatore. Dacchè videro i Corsi chiuse le porte del palazzo, si ritirarono; ma passò questo inconveniente a maggiori eccessi; perciocchè, incontratisi essi Corsi nella carrozza dell'ambasciatrice di Francia (era di notte), spararono ancora più archibugiate, con uccidere un paggio, ed anche un povero facchino accorso a raccomandargli, come potea, l'anima. Ferirono anche un gentiluomo nella seconda carrozza. Fuggì l'ambasciatrice piena di spavento nel palazzo del cardinal d'Este. Perchè niuna pronta giustizia fu fatta dell'insolenza dei Corsi, anzi si lasciarono fuggire i delinquenti, e don Mario fece entrare in Roma molte compagnie di persone armate, con formare due corpi di guardia in qualche lontananza dal palazzo Farnese, il duca di Crequì nel dì 31 d'agosto si ritirò da Roma in Toscana coi cardinali dipendenti dalla Francia, e non cessò di accendere sempre più il già acceso re Cristianissimo con relazioni alterate contro la corte di Roma, siccome diremo all'anno seguente.

Terminò nel presente la carriera del suo vivere Alfonso IV d'Este duca di Modena in età di soli ventotto anni, principe mansuetissimo e giusto, e però amatissimo da' popoli suoi. La podagra fu quella che il tolse dal mondo nel dì 16 di luglio. Restò di lui un solo principe, cioè Francesco II nato nel dì 6 di marzo l'anno 1660, e una principessa, cioè Maria Beatrice, che fu poi regina d'Inghilterra, amendue sotto la cura e tutela della duchessa Laura lor madre, donna virile, in cui grande era il senno, maggiore la pietà. Maraviglioso poi fu il governo di questa principessa, e lungamente ne durò una dolce memoria. Le imprese fatte in quest'anno dall'armi venete si ridussero a varie prede fatte di legni turcheschi. Venne a sapere il loro capitan generale che a Scio era pervenuta la carovana navale dei Turchi che da Costantinopoli passava in Egitto, portando preziose merci e gran regali destinati per la Mecca. Spiegò le vele a quella volta. Dieci di quelle navi da carico a questa vista diedero a terra, ed, essendo fuggiti i soldati e marinari, rimasero in poter de' Veneziani. Essendosi ritirati i vascelli di quella carovana nel porto di Coo, correndo il dì 29 di settembre, i Veneziani con isforzo di battaglia cotanto si adoperarono, che riuscì loro di prenderne tre. L'avidità maggiore della milizia era contra del più grosso di que' vascelli, sapendo che veniva in esso un agà eunuco del serraglio con carico (secondo l'opinione di molti) di mezzo milione d'oro. Ma questo miseramente restò incendiato, e l'agà, nuotando per salvarsi, rimase prigione. Di ventotto saiche nemiche dieciotto furono prese, e dieci consumate dal fuoco. Si diede fine nel presente anno alle controversie insorte fra la repubblica veneta e la corte di Savoia, per cagione del titolo di re di Cipro e per altre simili differenze. Dall'anno 1630 in qua avevano i Veneziani tenuto presidio in Mantova, per sicurezza di quella città contro i tentativi dei Franzesi e Spagnuoli. Essendo già passato ogni pericolo, ed avendo fatta istanza l'imperador Leopoldo, protettor della casa Gonzaga, che si ritirasse quella gente, vi acconsentì senza difficoltà il senato veneto. Perciò il duca Carlo II spedì tosto a Venezia il marchese Odoardo Valenti Gonzaga a render le dovute grazie alla repubblica dell'assistenza fin qui prestata a' suoi Stati.

Anno di CRISTO MDCLXIII. Indizione I.

ALESSANDRO VII papa 9. LEOPOLDO imperadore 6.

Troviamo descritta nelle Storie di Andrea Valiero senator veneto, del conte Gualdo Priorato, del Gazzoti e di altri autori la rottura della corte di Francia con quella di Roma per l'accidente dei Corsi. Spezialmente è da vedere sopra ciò un libro intitolato: Racconto dell'accidente occorso in Roma, ec., e stampato alla macchia in Montechiaro. A misura delle parzialità, secondo il solito, diversamente si vide dipinto quel fatto. Puossi nondimeno accertare che niuna parte ebbero i Chigi in tale emergente, e molto meno il povero papa, che solamente la mattina seguente ne fu informato. Un mero furioso ammutinamento de' Corsi ingiuriati, e con ferite maltrattati dai Franzesi, cagionò tutto il disordine. Ora aveva già nel precedente anno il re Luigi XIV fatto seguire al tuono delle sue minaccie il fulmine, con inviare sotto guardia di cinquanta moschettieri il nunzio pontifizio Piccolomini fuori del regno, fattolo accompagnare sino ai confini della Savoia, senza permettergli di parlare se non ai suoi domestici. Si credette papa Alessandro VII di dare una soddisfazione ai Franzesi con levare al cardinale Imperiali il grado di governator di Roma, giacchè la corte di Francia imputava spezialmente a lui e a don Mario Chigi la passata violenza, quasichè fatta d'ordine o consenso loro, quando manifesto era che dalla sola bestialità de' Corsi era avvenuto tutto lo sconcerto. Ma perchè data fu ad esso cardinale la legazione della Marca, più onorevole e fruttuosa del precedente suo posto, il duca di Crequì prese questo per maggiore affronto, pretendendo che, invece di essere gastigato il porporato suddetto, fosse anzi premiato. Eransi interposti il duca Ferdinando II, i Veneziani ed altri principi, per trattare di aggiustamento, quando si ingropparono nel negoziato le pretensioni del duca di Modena per le valli di Comacchio, e del duca di Parma per Castro contro la camera apostolica, sostenute dalla Francia, che rendevano sempre più difficoltosa la concordia. Laonde non si volle più fermare in Italia il duca di Crequì, e dalla Toscana passò a Tolone, lasciando più che mai imbrogliate le carte. Intanto il re Cristianissimo, per maggiormente battere la corte di Roma, fatta nascere sedizione nella città d'Avignone, mandò per sì procurato pretesto le sue milizie ad impossessarsene, siccome di tutto il contado Venosino, spettante alla Chiesa romana, sfoderando appresso delle rancide o, per dir meglio, delle aeree ragioni sopra quegli Stati. Fece anche decretare sul fine di luglio dal senato di Aix, che si riunivano quegli Stati alla Provenza, come illegittimamente alienati una volta, quando erano trecento anni che la Chiesa romana li possedeva. Nè ciò bastandogli, cominciò a far sfilare in Provenza alquanti reggimenti di fanteria e cavalleria, e farli anche dopo non molto calare in Italia ad alloggiare nei ducati di Modena e Parma, col pretesto di difesa d'essi principi, ma con intenzione di atterrir la corte di Roma e di condurla ai suoi voleri; giacchè non par credibile che un re, il quale, al pari dei suoi gloriosi antenati, si gloriava di essere il figlio primogenito della Chiesa, covasse disegno di muovere veramente guerra ad un pontefice, in cui non cadeva reità per gli altrui falli, ed offeriva anche convenevoli soddisfazioni, senza però credersi obbligato ad accordare le esorbitanti pretensioni della corte di Francia.

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