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Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)

Part 2 of 5 · Lodovico Antonio Muratori · Public domain text

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Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)

Ardeva intanto di voglia il re Francesco di calare in Italia, e cominciò a non essere più un segreto questo suo disegno: tanto grande era la massa di gente armata ch'egli facea. L'autore della Lega di Cambrai scrive, aver egli accresciuto il numero delle lancie, ossia degli uomini d'arme, sino a quattromila; il che, secondo esso storico, facea quasi venti mila combattenti a cavallo. Merita esame questa asserzione, perchè non era molto in uso che un uomo d'arme conducesse seco cinque cavalli e quattro armati di suo seguito. Scrive l'Anonimo Padovano ch'esso re inviò il signor di Lautrec con cinquecento lancie e cinque mila fanti a' confini della Guascogna, per opporsi ai tentativi del re Cattolico; e il Tremoglia in Borgogna con un altro corpo di gente, e Gian-Jacopo Trivulzio con quattrocento lancie in Provenza, per vegliare ai movimenti degli Svizzeri, a' quali premeva troppo la conservazion dello Stato di Milano, dacchè aveano imparato a succiar tutto il sangue de' popoli di quella contrada. Oltre ad otto mila fanti e tre mila guastatori suoi sudditi, avea parimente il re Francesco presi al suo soldo diciotto oppur ventidue mila fanti tedeschi sotto varii capitani; e Pietro Navarro celebre capitano, che s'era ritirato dal servigio del re Cattolico, avea arrolati altri dieci mila fanti, che l'autor della Lega fa tutti Biscaini, ma, l'Anonimo Padovano scrive, essere stati sei mila Guasconi e quattro mila Italiani. Per la impresa d'Italia scelse due mila e cinquecento uomini d'arme e tre mila cavalli leggeri da unirsi alla copiosissima fanteria. Il primo buon colpo che fece sulle prime il re Francesco, fu di tirar dalla sua Ottaviano Fregoso doge di Genova, il quale, avendo fin qui finto un grande attacamento ai collegati, e trovando vacillante il suo Stato per la nemicizia degli Adorni e dei Fieschi, s'accordò segretamente con esso re Cristianissimo. Ma troppo frettolosamente fu fatto da lui questo passo; imperocchè trapelato il suo maneggio, e già scesi in Lombardia sei mila Svizzeri che si unirono alle milizie del duca di Milano, Prospero Colonna generale del duca marciò alla volta di Genova, avendo seco gli Adorni e i Fieschi. Avea bene il Fregoso ammassati cinque mila fanti per sua difesa; ma, diffidando di potersi sostenere con sì lievi forze, ricorse al papa suo gran protettore, il quale, prestando fede alle di lui proteste, non tardò a spedire un suo oratore al Colonna con ordine d'intimargli di non proceder oltre contra del Fregoso, minacciando, in caso di contravvenzione (oh questa è bella!), le pene spirituali e temporali. Fu cagione una tal sinfonia che il Colonna, per non irritare il papa, venisse ad una convenzione col Fregoso, per cui questi si obbligò di non favorire i Franzesi; e sborsata gran quantità di danaro, che sempre era l'unico mezzo per quetare gli Svizzeri, fu lasciato in pace. Ciò fatto, volò il Colonna in Piemonte, per contrastare il passo ai Franzesi, quali già erano con grandi forze giunti in Delfinato e in Provenza, ed aveano anche preparata in Marsilia un'armata navale.

In questi tempi non istava in ozio la repubblica veneta, incoraggita dall'imminente venuta de' Franzesi suoi collegati. Rinforzata il più che potè la sua armata, giacchè era non lieve gara e mal animo fra l'Alviano e Renzo da Ceri, perchè l'ultimo facea continue querele, quasi che l'altro l'avesse tradito con abbandonarlo, allorchè avvenne l'assedio di Bergamo, prese la risoluzion di separarli. Dichiarato dunque Renzo generale della fanteria, l'inviò segretamente con molte schiere alla volta di Crema, dove in tre giorni felicemente arrivò. Intanto il vicerè Cardona, formato un esercito di mille lancie, di ottocento cavalli leggieri e di otto mila ottimi fanti, con un buon treno d'artiglieria s'incamminò a Vicenza, dove soggiornava l'Alviano, il quale, non volendo aspettare questa visita, si ritirò tosto alle Brentelle: laonde entrarono gli Spagnuoli in quella misera città, correndo il mese di giugno, e vi commisero dei gran rubamenti. Quanto frumento quivi si trovò, fu inviato a Verona; quanto ancora poterono estrarne dal Polesine di Rovigo, lo condussero a quella città. Terribile era l'apparato delle armi in questi tempi. Trovavasi alle porte d'Italia una potente armata di Franzesi, più potente di gran lunga per la presenza di un re guerriero ed armato. All'incontro, sino al numero di trenta mila era cresciuto l'esercito degli Svizzeri, che con Prospero Colonna e colle truppe duchesche unito andò a postarsi a Susa, a Pinerolo e ad altri siti. per dove poteano tentar di sboccare i Franzesi. Fu d'uopo al duca Massimiliano di mandare un corpo di milizie a Cremona, per tenere in freno Renzo da Ceri, il quale da Crema facea frequenti scorrerie sino alle porte d'essa città. In questo mentre giunse a Piacenza Lorenzo de Medici, nipote del papa, e generale de' Fiorentini, con cinquecento lancie, altrettanti cavalli leggieri e sei mila fanti spediti da Firenze. Pervenuto parimente a Bologna Giuliano de Medici fratello del pontefice con tre mila cavalli ed altrettanti fanti, gente papalina, inviò tosto alla guardia di Verona ducento uomini d'arme. Anche il vicerè Cardona coll'esercito suo andò ad unirsi co' Fiorentini a Piacenza. Era sul principio d'agosto, e allora fu che si pubblicò in Roma, Napoli ed altre città la lega conchiusa fra il papa (stato fin qui fluttuante ed ascoso), Massimiliano re dei Romani, Ferdinando re d'Aragona, Firenze, Milano e Svizzeri. Nulla di questo potè ritenere i passi dell'ardente re Cristianissimo, e molto meno un'ambasciata del re inglese, che cercò di dissuaderlo da questa impresa. Spedì egli per mare il signor della Clieta, ossia Aymar di Prie, con ducento cavalli e cinque mila fanti, che, giunto a Savona, subito ebbe ubbidienza da quella città. A questa nuova, l'astuto Ottaviano Fregoso spedì tosto chiedendo soccorso al duca di Milano e alla lega. E perchè questo non venne, fingendo di non potersi difendere, ammise nel porto e nella città i Franzesi, inalberando le loro insegne, con prendere da lì a poco guarnigione del re di Francia. Rinforzato poi questo picciolo esercito dalle genti del Fregoso, passò ad Alessandria e a Tortona, e senza difficoltà se ne impadronì, tuttochè il vicerè avesse mandato un buon numero di fanti e cavalli al Castellazzo. Anche Asti venne dipoi alle loro mani.

Erasi già partito da Este Bartolomeo d'Alviano coll'esercito veneto, ed entrato nel serraglio di Mantova. Appena gli arrivò la nuova dello sbarco fatto dai Franzesi a Genova, che passò sul Cremonese, dove diede il sacco a più terre, e massimamente alla ricca terra di Castello Lione. Quindi, accostatosi a Cremona, senza spargimento di sangue l'occupò, e ne prese il possesso a nome del re di di Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, corse allora voce che il duca di Misano, chiuso nel castello di quella città, lenza lasciarsi vedere, costernato da sì brutti principii, e dal timore di peggio, uscisse di sè. Ma in simili contrattempi facile è che nascano nel volgo siffatte immaginazioni. Immense difficoltà provava intanto l'armata franzese a trovar la via per penetrare in Italia, essendo presi i più importanti passi dalla Svizzera che vantava di voler fare prodezze incredibili per frastornare i disegni dei Franzesi. Un gran pezzo è che quelle barriere d'alti monti e di scoscesi valloni si credono posti dalla natura per impedir con facilità l'ingresso in Italia, purchè vi stia un'armata alla guardia. Pure tante volte s'è veduto, ed anche ai dì nostri, che non basta un sì orrido baluardo a trattener gli oltramontani, purchè superiori di forze, che non vengano a visitarci. Ciò anche allora avvenne. Il maresciallo Trivulzio, pratico di quelle aspre montagne, tanto andò girando, che, adocchiato il sito dove è il castello, dell'Argentiera, e dove nasce la Stura che va a Cuneo, siccome ancora il Colle dell'Agnello: quivi fissò che potesse trovarsi il varco nel Piemonte. Il Giovio egregiamente descrive le immense fatiche durate da' Franzesi per passare, ed anche con artiglierie, per quella parte, per cui giunsero alle pianure di Saluzzo; mentre gli Svizzeri, accampati tanto lungi verso Susa, li stavano aspettando per farne un sognato macello. Era andato Prospero Colonna generale del duca di Milano con molte squadre a Villafranca, sette miglia lungi da Saluzzo, e con varii uffiziali se ne stava nel dì 15 d'agosto saporitamente desinando, quando all'improvviso ecco con una marcia sforzata giugnere colà il Palissa coll'Aubigny e circa mille cavalli, che fece prigione lui, Cesare Feramosca, Pietro Margano ed altri capitani illustri, e svaligiò la gente loro. Non piccolo sfregio recò alla riputazion del Colonna l'essersi lasciato cogliere in quella positura, per non aver tenute spie e guardie avanzate, con altre precauzioni usate da' saggi condottieri d'armate. Fama fu che il bottino fatto da essi Franzesi ascendesse a cento cinquanta mila scudi. Calò intanto per varie strade l'esercito franzese, e andò a riunirsi a Torino, dove il re Francesco fu magnificamente accolto da Carlo III duca di Savoia.

Già gli Svizzeri aveano veduto andar a monte tutte le loro speranze e braverie; e, riflettendo poscia allo scacco patito dalla cavalleria di Prospero Colonna, in cui confidavano, per essere eglino senza cavalli; e sentendo che l'Alviano, passato l'Adda, s'era impossessato di Lodi; e che veniva il corpo de' Franzesi e Genovesi da un'altra parte: dopo aver dato il sacco a Chivasso (e fu detto anche a Vercelli), si ritirarono verso il Milanese. Tuttavia si fermava a Piacenza l'esercito spagnuolo col pontificio e fiorentino; ma con poca armonia, perchè papa Leone, che navigava sempre con due bussole, avea spedito un suo familiare al re Cristianissimo, per iscusare il movimento delle sue armi, e le lettere sue intercette dal vicerè Cardona aveano fatto nascere molta diffidenza fra loro. Nulla di meno mostrava esso Cardona di voler pure uscir in campagna, per unirsi cogli Svizzeri; se non che l'Alviano dalla parte di Lodi coi Veneziani, e il signor della Clieta colle brigate sue e dei Genovesi da un'altra parte pareano disposti ad impedir la meditata unione. Impazientati gli Svizzeri per questa dilazione, spedirono il cardinale di Sion, che non dimenticò doglianze e minaccie per muovere quelle armi. Di belle parole e promesse non gli fu avaro il vicerè; e poi, fattigli contare settanta mila ducati d'oro, e datigli cinquecento cavalli sotto il comando di Lodovico Orsino conte di Pitigliano, il rimandò contento al campo svizzero. Erasi interposto Carlo duca di Savoia, per trattare accordo fra essi Svizzeri e il Cristianissimo, e buona piega avea già preso l'affare; ma, giunto il cardinale col danaro suddetto, ruppero gli Svizzeri il trattato, risoluti di volere rimettere al filo delle spade il destino dello Stato di Milano. Raggruppò di nuovo il duca di Savoia il negoziato, e già era concluso l'accordo, quando giunsero all'armata svizzera altre venti bandiere di lor nazione, che lo sturbarono affatto. Però il re Francesco, che tutto regolava secondo i consigli del Trivulzio, venne da Vercelli a Novara, e, d'essa impadronito, dopo aver lasciata gente all'assedio del castello, passò il Tesino, e s'impossessò anche di Pavia. In questo mentre il vicerè Cardona e Lorenzo de Medici mostrarono gran voglia di passare il Po, per congiugnersi agli Svizzeri. Ma, appena fatto un passo innanzi, ne fecero quattro addietro; e meno poi vi pensarono, dacchè il re di Francia venne a Marignano, cioè fra loro e gli Svizzeri, che s'erano ridotti a Milano. Di là passò il re a San Donato verso Milano, e quivi fermò il suo campo. Bolliva la discordia fra essi Svizzeri, inclinando gli uni alla concordia ed altri alla guerra; e parea che la vincesse il partito de' primi, quando il suddetto cardinale di Sion (cioè Matteo Schiner) da Como corse a Milano, e raunatili, incitò, come infuriato ognuno ad un fatto d'arme: azione che non so se alcuno crederà convenevole ad un vescovo e cardinale. Gli storici nostri, cioè il Guicciardino e il Giovio, gareggiando in eloquenza con gli antichi, gli mettono in bocca un'ornata orazione, cioè parole, ragioni e figure, che quel porporato mai non s'avvisò di aver detto. La verità nondimeno si è, avere l'impetuoso suo ragionamento fatta tal commozione in quella feroce gente, che cominciarono tutti a gridare: Alle armi; e in quello stesso giorno (era il dì 13 di settembre) formati tre squadroni, si avviarono impetuosamente alla volta di Marignano, ossia di San Donato, e con tanta allegrezza e grida, come se avessero già in pugno la vittoria. Fu creduto che fossero trentacinque mila combattenti.

Alle ore venti arrivati colà con alquanti piccioli cannoni da campagna, attaccarono il fatto d'armi co' Franzesi, i quali, preventivamente avvisati di questa visita, erano anch'essi in ordine di battaglia. Altri dicono che furono colti quasi alla sprovvista. Atroce fu il combattimento, molta la strage di qua e di là, più nondimeno de' Franzesi, che aveano anche perduti alcuni pezzi d'artiglieria, ma poi li ricuperarono. Ma perchè fu cominciata la mischia assai tardi, sopraggiunse la notte, che costrinse colla oscurità cadauna delle parti a desistere dal menar le mani, stando poi tutti fermi ne' loro posti, e in vicinanza tale, che per tutta la notte si andarono regalando di obbrobriose parole; specialmente i Tedeschi con gli Svizzeri per odio particolar delle nazioni: scena curiosa, e di cui si penerà a trovar somigliante esempio. Non prese sonno il re co' suoi generali in tutta quella notte, ma sempre a cavallo attese a far ripari, a mettere in buon sito i cannoni, e a ordinar le schiere. Data fu la vanguardia al signor della Palissa con settecento lancie e dieci mila fanti tedeschi. Il corpo di battaglia colle reali bandiere era guidato dal re con ottocento uomini d'arme, dieci mila fanti tedeschi, e cinque altri mila guasconi, e molta artiglieria, comandata dal duca di Borbone. Gian-Jacopo Trivulzio ebbe in cura la retroguardia con cinquecento lancie, e cinque mila fanti italiani. I cavalli leggieri guidati dai signor della Clieta e dal Bastardo di Savoia aveano ordine di accorrere dove bisognasse soccorso. All'apparir del dì 14 di settembre, trombe, tamburi e artiglierie diedero il segno della orribil battaglia, col diventar quella campagna la casa del diavolo. Combatteano come feroci leoni gli Svizzeri; ma perchè la vanguardia franzese cominciò a rinculare, il re si spinse avanti con tutti i suoi, e fece maraviglie di sua persona. Allora fu più che mai sanguinoso il combattimento; nè già stava in ozio la retroguardia assalita dal capitano Aisper. Quand'ecco arrivare l'Alviano con cinquantasei gentiluomini e ducento dei suoi più bravi cavalieri, ed entrar nel conflitto con gran furore. Lieve certo era questo soccorso, perchè l'Alviano avea lasciato il resto dell'armata opporsi al vicerè, caso che egli si movesse per unirsi con gli Svizzeri. Ma perciocchè con alte grida questi pochi intonarono: Marco, Marco, quanto ciò accrebbe animo ai Franzesi, altrettanto ne scemò agli Svizzeri, credendo ognuno che tutta l'armata veneta fosse venuta a quella terribil danza. Il perchè gli Svizzeri, cinque mila de' quali non aveano voluto combattere, per essere di coloro che s'erano dianzi accordati col re, veggendo di non poter rompere l'armata franzese, e tanti dalla lor parte morti e feriti, cominciarono a dar indietro, come disordinati, e a sonare a raccolta. Poi stretti insieme s'inviarono alla volta di Milano, e il cardinale lor gran condottiero, avendo perduta la voce, fu più veloce degli altri a fuggire. Il re, per consiglio de' suoi generali, non volle che fossero inseguiti, per timore che sopraggiugnessero gli Spagnuoli, e trovassero in tanto scompiglio e stanchezza i suoi. Non si speri mai un esatto numero dei morti nelle battaglie, perchè ognuno a misura delle sue passioni l'ingrandisce o sminuisce. Fu, secondo l'Anonimo Padovano, creduto che vi restassero dieci mila Svizzeri e cinque mila dell'armata franzese con assai riguardevoli uffiziali. Poi a Milano gli Svizzeri, per avere un pretesto di tornare con onore a casa, fecero istanza di una gran somma di danaro al duca di Milano, e, non potendola ottenere, s'avviarono verso Como. Fu spedito dietro ad essi Mercurio Bua con mille stradiotti ed altrettanti cavalli franzesi, che ne fece moltissimi freddi. Il resto, passati i monti, si ridusse alle lor case con volto ben diverso da quello con cui s'erano partiti.

Nel dì 14 del suddetto settembre Milano mandò al re ambasciatori colle chiavi di quella città, e fu convenuto che quel popolo pagasse trecento mila scudi in tre paghe. Non volle il re Francesco entrare in Milano, ma passò a Pavia, perchè il castello, in cui s'era chiuso con buon presidio e gran copia di munizioni da guerra e provvisione di viveri, Massimiliano Sforza duca, ricusò di rendersi. Tutte le altre città vennero alla divozione del re, a riserva del suddetto fortissimo castello, e di quel di Cremona. Pietro Navarro fu destinato con cinque mila fanti all'assedio del primo; e il Bastardo di Savoia con altrettanta gente all'espugnazione dell'altro. All'avviso di questi avvenimenti, papa Leone, che già avea decretato di voler essere amico solamente de' fortunati, non perdè tempo a far muovere trattato di concordia col re Cristianissimo per mezzo di Carlo duca di Savoia. Probabilmente avea egli ancora prevenuto esso duca di quel che fosse da fare, caso che andassero in decadenza gli affari della lega. Trovò il duca tutta la buona disposizione nel re per la riverenza ch'egli professava alla santa Sede; e fu non solo conchiuso accordo, ma anche lega fra loro, in cui il papa non dimenticò i vantaggi della protezione de' Fiorentini. Una delle condizioni fu che esso papa restituisse al re Parma e Piacenza, e che il re in ricompensa desse uno Stato in Francia a Giuliano fratello del pontefice, e pensione al medesimo, e un'altra pensione a Lorenzo di lui nipote. Ora il vicerè Cardona, che, insospettito da gran tempo del papa, si era ritirato colle sue genti nel Modenese, dacchè ebbe inteso ratificata da lui nel dì 15 d'ottobre la lega col re, se ne tornò pacificamente a Napoli; e passando per Roma, di grandi doglianze fece col papa, il quale in suo cuor se ne rise. Passarono appena ventidue giorni, dappoichè fu dato principio all'assedio del castello di Milano, che Massimiliano Sforza diede orecchio alle proposizioni di un accomodamento col re, fattegli dal duca di Borbone governatore di Milano. Fu convenuto ch'egli cedesse al re non solamente quell'importante castello e quel di Cremona, ma eziandio tutte le sue ragioni sul ducato, e andasse a vivere in Francia con pensione annua di trenta mila ducati d'oro. Tralascio altri punti di quella capitolazione. Nel dì 5 d'ottobre uscì del suddetto castello di Milano il codardo duca, dimentico affatto del valor dell'avolo suo, e s'inviò alla volta della Francia, con restare in Italia un perpetuo disonore al suo nome, e non minore a Girolamo Morone suo onnipotente consigliere, che seppe indurlo a sì vergognoso sacrifizio.

Nel dì 13 del medesimo mese anche il castello di Cremona venne in poter de' Franzesi. Ci restavano i Veneziani che doveano partecipare di così prospera fortuna della lor lega. Mentre il re, intento ai preparamenti, per fare una superba entrata, in Milano, differiva il dar loro un rinforzo di gente, Bartolomeo di Alviano lor generale accampato a Ghedi sul Bresciano, facendo continue scorrerie, ebbe la sorte di ricuperar Bergamo, il cui popolo, tolti dentro ducento cavalli veneti, inalberò le bandiere di San Marco. Ma mentre egli facea tutte le disposizioni per passare all'assedio di Brescia, città guernita di tre mila fanti spagnuoli, mille tedeschi e cinquecento cavalli, caduto infermo, passò egli prima, cioè nel dì 7 di ottobre, all'altra vita con sommo dispiacere del senato veneto rimasto privo in tanto bisogno di un sì valoroso, ma non sempre saggio, capitano. Aveano anche in diversa forma i Veneziani perduto un altro egregio condottier d'armi, cioè Renzo da Ceri, il quale, non si potendo accomodare allo star dipendente dall'Alviano, avea più fiate loro chiesta, e non mai impetrata, licenza: laonde sul principio di settembre all'improvviso con cento de' suoi si ritirò da Crema, e andò a prendere servigio nell'esercito del papa, da cui avea ricevuto un mondo di promesse. Intanto Gabriello Emo e Domenico Contarino, legati dell'armata veneta, si impadronirono a forza d'armi dell'insigne fortezza di Peschiera, posta allo sboccare del Mincio dal lago di Garda. Anche la terra d'Asola del Bresciano, posseduta allora da Francesco marchese di Mantova, venne alle lor mani per sollevazione fatta da quel popolo contro i soldati di presidio. Finalmente il Bastardo di Savoia e Teodoro Trivulzio furono spediti in aiuto de' Veneziani con cinquecento lancie e sei mila fanti tedeschi. Uniti questi all'esercito veneto, impresero l'assedio di Brescia, e, piantati ventidue pezzi di artiglieria, ne cominciarono a battere furiosamente le mura. Ma che? una mattina fecero i capitani spagnuoli sì vigorosa sortita, che, oltre all'uccisione di cinque cento uomini di quei che erano alla custodia delle batterie, condussero in città undici cannoni. Ne menavano anche il resto, se non accorreva gran gente contra di loro. Due nondimeno ne gittarono nella fossa, ed altri lasciarono inchiodati. Per questa sventura si ritirò il campo veneto a Santa Eufemia, dove più giorni stette, finchè cessassero le pioggie, e si provvedesse al bisogno. Il re di Francia, che onoratamente procedeva ne' suoi impegni, non ebbe difficoltà di accordare a' Veneziani per condottiero di quella impresa il famoso Gian-Jacopo Trivulzio, ordinandogli che avesse a cuore il loro servigio, come se si trattasse di affare della sua corona. Lo scrittor moderno della Lega di Cambrai scrive dato quest'ordine a Teodoro Trivulzio; ma è certo che fu al maresciallo. Seco ancora andò Pietro Navarro con quattro mila fanti guasconi, e con ordine di cassare i fanti tedeschi, perchè s'erano protestati di non voler combattere contro quei della lor nazione, fu dato principio di nuovo all'assedio di Brescia. Fecero bensì le bombarde uno squarcio nelle mura; ma il terrapieno era tale, che non fu fatta breccia capace di assalto. Prese il Navarro l'assunto di lavorar colle mine, ma trovò de' contramminatori. Ciò non ostante, si volle venire ad un tentativo. Costò molto sangue agli aggressori: e perchè si trovarono fosse ed altri ripari nel di dentro, bisognò anche per questa seconda volta ritirarsi. Queste traversie, e il verno che sopravveniva, costrinsero il campo gallo-veneto a convertire l'assedio in blocco. Male ancora procederono gli affari verso Verona. Dentro v'era Marcantonio Colonna, che, uscito di là, diede una rotta a Gianpaolo Manfrone capitano de' Veneziani. Prese anche Lignago, con farvi prigioni alquanti nobili veneti.

Così camminavano le cose della guerra in Lombardia, quando papa Leone, che avea parecchi interessi spettanti alla santa Sede e alla sua propria casa da smaltire col re; e, quel che è più, non amava che esso re venisse armato a Roma a fargli un atto d'ossequio, per timore ch'egli turbasse la quiete dei Fiorentini, o volesse poi entrare nel regno di Napoli; maneggiò un parlamento da farsi fra amendue in Bologna. Adunque concertate le cose, comparve il pontefice in quella città nel dì otto di dicembre, e nell'undecimo giorno seguente vi arrivò anche il re Francesco, accompagnato da quattro mila cavalli, al quale fu compartito ogni possibil onore. Nei privati ragionamenti fra loro furono dibattute molte controversie, abolita la prammatica sanzione, e stabilita una bella lega d'offesa e difesa. Non dimenticò il re in questa occasione Alfonso d'Este duca di Ferrara, principe che era già stato ad inchinare la maestà sua, e seco s'era trattenuto più d'un mese. Cioè fece di forti istanze al papa per la restituzione di Modena e Reggio, città ingiustamente a lui tolte ed occupate finora, benchè tante promesse avesse fatto il papa di renderle, e acciò spezialmente fosse tenuto per Reggio in vigore de' patti, dei quali parlammo all'anno precedente. Finalmente si convenne che il pontefice le renderebbe fra due mesi, purchè il duca gli rifacesse i quaranta mila ducati da lui sborsati a Massimiliano Cesare per Modena. Non mancò Alfonso di offerire nel debito tempo il pagamento al papa, passato dipoi a Firenze; e, siccome ho diffusamente narrato altrove[391], ne seguì anche autentico strumento. Ma papa Leone non volea que' danari; volea burlare il re e il duca, e così fu. Non solamente non restituì quelle città, ma cominciò anche a pensare, come potesse torgli Ferrara per la strabocchevol brama di ingrandire colle spoglie altrui Lorenzo suo nipote. Tornossene il re di Francia a Milano, e figurandosi oramai sicure le sue conquiste per la lega fedelmente mantenuta da' Veneziani, e per l'altra che avea ultimamente stabilita col pontefice, lasciato governatore di Milano Carlo duca di Borbone, sul fine di gennaio dell'anno prossimo se ne ritornò in Francia. Il papa anch'egli, lasciata Bologna, andò a passare il verno in Firenze sua patria, dove con segni inestimabili d'onore e di divozione fu accolto da que' cittadini.

NOTE:

[389] Du-Mont, Corp. Diplomat.

[390] Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.

Anno di CRISTO MDXVI. Indizione IV.

LEONE X papa 4. MASSIMILIANO I re de' Rom. 24.

Rimasero nell'anno precedente sconcertati non poco i magnifici disegni del pontefice Leone, per provveder la sua casa di un nicchio principesco, perchè fu forzato a restituire Parma e Piacenza al re Cristianissimo. Avea anche tentato di ottenere da Massimiliano Cesare l'investitura di Modena e Reggio pel fratello, oppure pel nipote; ma da varii motivi ne restò impedita Ingrazia. Peggio accadde nell'anno presente. Giuliano de Medici suo fratello, soprammodo cortese, e di religione, d'onoratezza e d'altre belle doti fornito, erasi gravemente infermato nel precedente dicembre, e continuò il suo male fino al dì 17 di marzo, in cui terminò il suo vivere e le speranze di maggior grandezza, essendo prima tornato a Roma il pontefice. Sicchè non avendo egli lasciata dopo di sè prole alcuna, rivolse papa Leone i pensieri suoi al solo Lorenzo suo nipote, capace di propagar la casa de Medici[392]. Gran tempo era che andava studiando ragioni, e cercando colori per togliere il ducato d'Urbino a Francesco Maria della Rovere; e prima d'ora avrebbe avuto esecuzione l'intento suo, se il predetto Giuliano, a cui pensava egli di conferir quegli Stati, non vi avesse ripugnato per la gratitudine da lui professata a quel principe a cagion di molti benefizii da lui ricevuti. Passato che fu all'altra vita Giuliano, non avendo più il papa alcun rispetto o ritegno, e per nulla valutando il tanto bene che la sua casa avea riportato da quel medesimo duca, perchè stimolato dal nipote Lorenzo, e da _Alfonsina Orsina _sua madre, donna sommamente ambiziosa, accumulò in un processo alcuni veri o apparenti reati del suddetto duca, il principal de' quali consisteva nell'avere ricusato di andar colle genti ad unirsi nell'anno precedente all'armata pontifizia contro i Franzesi. Nè lasciò indietro il grave eccesso dell'uccisione del cardinal Alidosio, ancorchè il duca da papa Giulio II ne avesse riportata assoluzione o grazia. Mosse dipoi l'armi sue e quelle de' Fiorentini, per cacciar colla forza da quegli Stati esso duca, il quale, assai conoscendo di non poter solo far argine a questa piena, si appigliò al partito di cedere al tempo e di ritirarsi a Pesaro; e, neppur quivi tenendosi sicuro, passò a Mantova col figliuolo e colla moglie, figlia di quel marchese. Avea ben lasciati presidii nelle fortezze di Pesaro, Sinigaglia, San Leo e Rocca di Maiuolo; ma queste l'una dietro all'altra si andarono rendendo a Renzo da Ceri e agli altri uffiziali del papa, con infinito dispiacere di tutti que' popoli, che non si può dire quanto amassero quel principe per l'incorrotta sua giustizia ed ottimo governo. Allora fu che scappò fuori la fiera sentenza che dichiarava decaduto da quegli Stati esso duca; e quando la gente si credea guadagnato per la Chiesa quei ducato, venne ognuno a sapere che la festa era stata fatta per Lorenzo de Medici, il quale dal pontefice zio fu creato duca d'Urbino, e signore di Pesaro e Sinigaglia. Al re di Francia, che in Bologna avea molto perorato in favore del suddetto Francesco Maria duca di Urbino, riuscì molesta non poco l'occupazione del di lui ducato; nel qual tempo ancora andò esso re scoprendo che occulti maneggi si facessero negli Svizzeri, presso il re d'Inghilterra, ed altri potentati dal medesimo papa.

Non men de' suoi due predecessori, nudriva il re Francesco un focoso desiderio di conquistar anche il regno di Napoli, per li secreti stimoli dell'ambizione che in alcuni monarchi non sa mai conoscere nè dire: basta. Si astenne da quella impresa, benchè ideata appena dopo lo acquisto di Milano, per le insinuazioni di papa Leone, che il pregò di sospendere fino alla morte di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, la qual si credeva per una lunga malattia imminente. Infatti compiè la carriera del suo vivere quel regnante nel dì 15 di gennaio del presente anno, con lasciare una fama perenne di principe che nella finezza della politica mondana non ebbe pari, c che, assistito dalla fortuna, e da Isabella regina savissimi di Castiglia, seppe conquistare i regni di Granata e di Napoli, e finalmente quello di Navarra, e cooperò al sempre memorabile scoprimento delle Indie Occidentali. A lui succedette ne' regni suddetti o in quei delle Due Sicilie l'arciducae Carlo, già dichiarato re di Castiglia, e nipote di Massimiliano Cesare. Non sì tosto giunse questo avviso al re Francesco, che tutto si ringalluzzì, quasi contando per sua preda il regno di Napoli, e immaginando che al giovane re Carlo, non peranche ben assodato nel nuovo dominio, mancherebbe voglia o possanza di contrastargli quell'acquisto. Ma questa determinazione l'avea egli fatta senza domandarne licenza al re de' Romani, il quale, conchiusa dianzi lega col re d'Inghilterra, col re Cattolico e con alquanti Cantoni degli Svizzeri, mettea insieme un esercito per venire al soccorso di Brescia e Verona. Era già ridotta a tale estremità Brescia, che, per mancanza di viveri e di paghe, potea star poco a rendersi. Spedì Massimiliano per la via di Lodrone circa sei mila fanti tedeschi, con ogni sorta di munizioni da bocca e da guerra, che, giunti al castello d'Anfo, se ne impadronirono tosto per la viltà di Orsatto Giustiniano, a cui fu poi tagliato il capo in Venezia. Mandò il Trivulzio mille cavalli e cinque mila fanti sotto il comando di Giano da Campofregoso per frastornare la calata de' Tedeschi. Ma dopo un breve combattimento quel corpo di gente vergognosamente voltò le spalle. Fu cagion questo colpo che il Trivulzio si ritirò nel dì 22 di gennaio a Ghedi, e mandò poi la gente a' quartieri d'inverno, e che Brescia restò ben provveduta di vettovaglie. Per le preghiere de' Veneziani il re, invece di Gian-Giacomo Trivulzio spedì poscia loro il signor di Lautrec e Teodoro Trivulzio, con cinquecento lancie e quattro mila fanti, i quali, venuta la primavera, tornarono a strignere Brescia, e diedero anche una rotta a un corpo di Tedeschi che veniva portando buona somma di contanti per pagare il presidio di quella città.

Sul principio di marzo arrivò a Trento Massimiliano Cesare, seco guidando il marchese di Brandeburgo, il duca di Baviera ed altri gran signori, con dieci mila fanti svizzeri ed altrettanti alemanni, e con tre mila cavalli, tutti ben in ordine. Calato poscia al piano, e passato l'Adige, giunto che fu a Lacise, andò ad unirsi con lui Marcantonio Colonna colle sue genti: laonde fu creduto che quell'esercito ascendesse a sei mila cavalli e a venticinque migliaia di fanti. Tante forze impressero un giusto terrore ne' Franzesi e Veneziani, i quali presero il partito di menar le cose al più che potessero in lungo, con isperanza che, mancando la moneta al re de' Romani (e questa gli mancava spesso), si discioglierebbe quella sua armata. Rinforzarono i Veneziani gagliardamente Padova, Trivigi ed altre fortezze. Ma Massimiliano mirava a ponente; sennonchè, applicate le artiglierie al forte castello di Peschiera, lo costrinse alla resa. Ritiratisi i Franzesi e Veneti a Cremona, colà comparve il duca di Borbone col resto di sue forze; e contuttochè si credesse che la loro armata ascendesse a due mila e cinquecento lancie e a due mila cavalli leggieri e a diciotto mila fanti, colui paura s'era cacciata in corpo ai Franzesi, che già meditavano di tornarsene di là dai monti. Probabilmente non era sì grande il nerbo della lor gente. Comunque fosse, volle la lor fortuna che Massimiliano si perdesse intorno al castello d'Asola, dove Andrea Gritti legato veneto avea spinto cento uomini d'armi e cinquecento fanti, e v'era per governatore Francesco Contarino. Dieci giorni durò l'assedio, e senza frutto. Se avesse Massimiliano, seguitando il parer di Marcantonio Colonna, sollecitamente tenuto dietro ai Franzesi che si andavano ritirando, opinion fu che, trovandoli sì impauriti, gli avrebbe veduti inviarsi verso casa. Ma diede lor tempo, con fermarsi intorno ad Asola, che ripigliassero coraggio, e che potesse arrivar loro un rinforzo d'alcune migliaia di Svizzeri, assoldate dal re Cristianissimo. Pertanto passò ben Massimiliano l'Adda, e andò anche in vicinanza di Milano; nel qual tempo il Colonna s'impadronì di Lodi, dove non potè impedire che non fosse usata gran crudeltà contro i Franzesi e Guelfi. Ma essendosi posto con tutti i suoi e coi Veneti il duca di Borbone entro essa città di Milano, risoluto di difenderla (al qual fine barbaramente diede fuoco a tutti i borghi), ed essendo sopravvenuti gli Svizzeri suddetti in aiuto suo, rimasero arenati i disegni e le Speranze di Massimiliano. E massimamente perchè i suoi Svizzeri chiedevano paghe, e la cassa cesarea era fallita, di modo che seguì qualche loro ammutinamento. Crebbe poi maggiormente la paura in Cesare, e il sospetto di qualche tradimento dalla parte d'essi Svizzeri (gente che già s'era guadagnato questo discredito), perchè fu intercetta lettera finta da Gian-Jacopo Trivulzio ai capitani di quelli Svizzeri, in cui scriveva che fra due giorni eseguissero quanto era con loro convenuto: stratagemma usato in tante altre occasioni di guerra. Per questi accidenti Massimiliano, dappoichè, accostatosi a Milano, vide che niun movimento si facea da quel popolo, siccome gli era stato fatto credere, con poco suo onore si ritirò a Lodi, e spartì in varii siti l'armata, aspettando pure che venissero di Germania e Borgogna sessanta mila ducati a lui promessi. Ne cavò dai poveri Bergamaschi quindici mila, picciolo refrigerio a tanta sete. Anche gli Svizzeri che erano al soldo di Francia fecero in questo mentre inghiottir degli amari bocconi al duca di Borbone; perciocchè, avendo egli determinato di uscir di Milano per andare a dar battaglia ai nemici, quella brava gente protestò di non voler combattere contra de' proprii nazionali suoi parenti ed amici. Essendo poi cresciuta la domestichezza d'essi Svizzeri con quei dell'armata cesarea, entrò anche il duca in gravi sospetti della lor fede, e giudicò meglio di licenziarli; e però carichi di doni li rimandò alle lor case. Ecco qual fosse allora il concetto di quella gente venale.

Erasi anche Massimiliano Cesare staccato dal suo esercito, con ridursi in fine a Trento; e quantunque inviasse promesse di tornar presto, ed anche di mandar nuova somma di danaro, tuttavia, non bastando questa a pagare gli stipendii decorsi, non fu maniera che si potessero ritenere i suoi Svizzeri dal tornare per la Valtellina alle lor montagne, dappoichè ebbero dato il sacco a quante castella trovarono per istrada. Altrettanto fece dipoi il marchese di Brandeburgo con passare in Lamagna. Marcantonio Colonna, che co' suoi s'era condotto sul Bergamasco, veggendo il disfacimento di tanta armata, s'affrettò per tornarsene a Verona; ma ebbe sempre alla coda Mercurio Bua con gli stradiotti veneziani, e Baldassare Signorello con ducento cavalli, di maniera che allo arrivo colà si trovò spelato più d'un poco. E questo fine ebbe in poco tempo la impresa d'un re de' Romani e un sì poderoso esercito: se con gloria di quel sovrano, lo deciderà chi legge. Fu in questi tempi che Carlo duca di Borbone passò in Francia, dimettendo il governo di Milano, o perchè dimandò il congedo, o perchè fu forzato a domandarlo per sospetti nati contra di lui. Succedette in quel governo Odetto di Fois signore di Lautrec. Appena poi fu fuori di Lombardia la nemica gente tedesca, che esso signor di Lautrec con cinquecento lancie e cinque mila fanti franzesi, e Andrea Gritti coll'armata veneta si presentarono di nuovo, nel dì 16 di maggio, davanti Brescia, dove non si contava più di secento fanti spagnuoli e quattrocento cavalli di presidio; e con quarantotto pezzi d'artiglieria cominciarono a diroccare le mura. Diedero un feroce assalto di due ore alla Garzetta, ma non ne riportarono se non morti e ferite. Continuato poscia il fracasso delle batterie, quel comandante sprovvisto di gente e di viveri, nè sperante soccorso, capitolò la resa, qualora in termine di otto giorni non venisse soccorso, con dare a questo fine gli ostaggi. Tentò veramente Massimiliano di spingere a quella volta molte brigate di fanti, raccolte il meglio che si potè in quella strettezza di tempo; ma queste, trovati i passi ben guerniti di gagliardi presidii, speditivi dal Lautrec e dal Gritti, se ne ritornarono placidamente indietro. Pertanto nel dì 26 di maggio (altri dicono nel dì 24) uscì di Brescia la guarnigione spagnuola, ossia tedesca, con bandiere spiegate, con tre pezzi di artiglieria e tutto il bagaglio, e con loro molti Bresciani del partito cesareo, fra i quali spezialmente la famiglia Gambara. Entrò il vittorioso esercito in quello stesso dì nella città, dove si fecero infinite allegrezze da quel popolo divoto al nome veneto; nè minori furono le fatte dipoi a Venezia per sì importante acquisto. Il Belcaire, che animosamente nega essersi adoperata la forza sotto Brescia, e dà qui una mentita al Giovio, e dovea parimente darla al Guicciardini, s'ingannò forte. Più di lui ne sapeva anche l'Anonimo Padovano, che si trovò presente a queste guerre.

Sul principio di giugno il signor di Lautrec, per le forti istanze dei Veneziani, passò sul Veronese, per formare l'assedio di quella città. Le genti sue unite colle venete formavano un'armata di mille e ducento uomini d'arme, di due mila cavalli leggieri e dodici mila fanti. Ma alla difesa di Verona stava Marcantonio Colonna, divenuto generale di Cesare, con grandi forze, perchè provveduto, secondo l'Anonimo Padovano, di tre mila cavalli leggieri, sei mila fanti tedeschi e mille e cinquecento spagnuoli. Venuto ordine dal senato veneto che si mettesse a sacco quel paese per levare la sussistenza alla città, orrendo spettacolo fu il vedere non solamente i soldati, ma ancora gran gente del Trivisano, Padovano, Vicentino e Bresciano, concorsa a questo inumano e pur delizioso mestiere, che tutti si diedero a tagliar le biade e a saccheggiare e bruciar anche le case dei poveri contadini. Erano per questo in somma disperazione i miseri Veronesi, dentro oppressi da contribuzioni, gravezze e insolenze innumerabili de' soldati, e fuori privati delle loro sostanze colla desolazion di tutto il territorio. Infinita roba e gran copia di bestiame aveano gl'infelici lor villani salvata in Val Polesella; ma eccoti passar l'Adige Franzesi e Veneti, che, penetrati colà, fecero un netto d'ogni cosa. Rallentò poscia questo flagello, perchè giunsero alla Chiusa, e se ne impossessarono sei mila fanti tedeschi (altri dicono otto, ed altri nove mila) spediti in soccorso a Verona. Corse anche voce che quindici mila Svizzeri pagati dal re d'Inghilterra avessero fra poco a calar nello Stato di Milano. Non vi volle di più perchè il Lautrec, preso da spavento, contro il volere de' Veneziani, si ritirasse a Peschiera ricuperata sul Mincio, da dove poi le sue genti faceano continue scorrerie fino alle porte di Verona. Passarono intanto le fanterie tedesche, poco danaro non di meno e poca vettovaglia portando all'afflitta città di Verona; il che fatto, per la maggior parte se ne tornarono al loro paese. Aspettò il Colonna tre mila Svizzeri, inviati anch'essi in aiuto suo, e giunti che furono, con tre mila cavalli e dieci mila fanti passò a Soave, dove si fermò otto giorni, con dar tempo e sicurezza a que' popoli di fare i raccolti di quel poco che loro era restato, e tutto poi fece condurre in Verona. Pensava di far lo stesso verso il Mantovano; ma, tumultuando gli Svizzeri e Tedeschi per mancanza di paghe, fu costretto a licenziar tutti gli ultimamente venuti, parte de' quali passò poi al servigio de' Veneziani. Andarono in questi tempi i Franzesi sul Mirandolese, con disegno di cacciar da quella forte terra Gian-Francesco Pico, il quale già v'era rientrato con farne uscire il nipote Galeotto. Finì tutto il lor movimento in saccheggi, non solo di quel paese, ma di tutto quel tratto del Mantovano, per dove passarono andando e venendo. Nè già vantavano miglior legge i loro nemici. Marcantonio Colonna, sul principio di luglio, partito segretamente di notte da Verona con sette mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli, all'improvviso giunse a Vicenza, e per forza entratovi, tutta la mise a sacco, asportandone spezialmente la seta, che era il maggior capitale di quel tante volte spogliato popolo. Queste erano le sacrileghe maniere d'allora per soddisfare in qualche guisa i non pagati soldati.

Crescevano intanto le angherie, le taglie e la carestia nell'infelice popolo di Verona, indarno servendo i conforti del Colonna, perchè fatti bisognavano, e non parole. Informati dunque i Veneziani del miserabile stato di quella città, cotante istanze fecero, che il signor di Lautrec s'indusse di nuovo a rinnovarne l'assedio. Volle egli prima d'ogni altra cosa impadronirsi della Chiusa, per impedir ai soccorsi che potessero venir di Lamagna; poscia nel dì 20 d'agosto si avvicinò col campo a quell'afflitta città, e da più parti cominciò a batterla colle artiglierie. Maravigliosa fu la difesa del Colonnese per li ripari che continuamente formava di dentro, e per le sortite che con danno degli assedianti facea al di fuori. Mancò la polve da fuoco ai Gallo-Veneti, e già n'era giunta da Venezia a Lignago una gran condotta sopra carri. Non si sa se per malizia, o per altro accidente, le si attaccò il fuoco, e vi perirono non solamente cento e ottanta vasi d'essa polve, ma anche tutte le carra, molti uomini, buoi, ed altre cose condotte per bisogno di quell'impresa. Fu, ciò non ostante, provveduto e proseguito con vigore l'assedio, ed anche più la difesa, con immortal gloria di Marcantonio Colonna, che a tutte le breccie, a tutti gli assalti accorrendo, sempre mirabilmente provvide, e, benchè ne riportasse un dì un'archibugiata, seppe con sì bel modo e segretezza farsi curare, che nella guarnigione niun disordine insorse. Durò questa danza fino a mezzo ottobre, finattantochè giunse nuova che da Trento veniva un grosso soccorso a Verona: il che tanto terrore mise nel campo gallo-veneto, che tutti chi qua e chi là ordinatamente si misero in salvo. Però, passati per la montagna di Perona circa ottocento cavalli tedeschi, carichi di vettovaglie e munizioni, felicemente arrivarono a Verona. Oltre a ciò ben circa cinque mila Tedeschi espugnarono la Chiusa, con tagliare a pezzi il presidio veneto; ed aperto quel passo, spinsero poi gran quantità d'altri viveri sopra zatte per l'Adige alla medesima città, che recarono gran sollievo non meno ai soldati che agl'infelici cittadini. Non si potea dar pace il senato veneto al vedere saltar fuori ogni dì nuove remore alla ricuperazion di Verona; e tanto più s'impazientavano, perchè gagliardamente si trattava in Brusselles pace fra Massimiliano Cesare, Francesco re di Francia e Carlo re di Spagna, non sapendo qual destino potesse toccare alla tuttavia pertinace città. Non cessavano di spronare il Lautrec a ripigliar l'impresa; e perchè egli allegava la mancanza delle paghe all'esercito suo, astretti furono i Veneziani anche a questa esorbitante spesa, per cui si ridusse la lor costanza a mettere all'incanto le dignità, gli uffizii e magistrati non men di Venezia che di terra ferma, e a vendere od impegnare gli stabili della repubblica.

E continuarono bensì la guerra, con impedir la venuta d'altri soccorsi a Verona, ma senza per questo poterla costrignere alla resa. Gravissimo danno patì in tale occasione la città e il territorio di Brescia, perchè gli convenne alimentar nobilmente l'esercito franzese con ispesa di più di cinquecento ducati d'oro per giorno. Con tante vicende e guai terminò ancora l'anno presente, in cui non si dee tacere un gravissimo pericolo incorso da papa Leone, e narrato dal contemporaneo Anonimo Padovano nella sua Storia manuscritta. Era ito esso pontefice nel mese d'aprile per diporto a Civita (mi immagino che sia Cività Lavinia), quando poco discosto di là diciotto fuste di Mori, smontati in terra ferma, fecero una larga scorreria, con ridurre in ischiavitù gran quantità di gente. Intenzion loro, per quanto apparve, era di cogliere lo stesso papa, probabilmente da qualche scellerato informati che egli praticava in quelle parti. Spaventato il pontefice, ebbe tempo di scappare piucchè in fretta a Roma. Che orrore! che terribili conseguenze, se riusciva a quei Barbari un sì gran colpo! Dolenti essi, per non aver colto quanto speravano, voltarono le prore all'isola della Elba, ch'era del signor di Piombino, e spogliatala di ogni bene, se ne tornarono in Africa. Delle leghe fatte in quest'anno parleremo all'anno seguente.

NOTE:

[391] Antichità Estensi, P. II, pag. 320.

[392] Guicciardino. Ammirat. Nardi. Raynaldus, Annal. Eccl. Anonimo Padovano.

Anno di CRISTO MDXVII. Indizione V.

LEONE X papa 5. MASSIMILIANO I re de' Rom. 25.

Ebbe fine in quest'anno il concilio lateranense, dove furono fatti molti bei regolamenti di ecclesiastica disciplina, ma non quali occorrevano e si desideravano da' migliori per la correzion dei tanti abusi che allora deformavano la Chiesa di Dio, benchè salda stesse la vera dottrina di Cristo per tutte le chiese d'Occidente. Non abbiam vergogna di confessarlo, dappoichè tanti piissimi cattolici l'han confessato. Pur troppo quegli abusi misero le armi in mano a Martino Lutero, frate agostiniano in Sassonia, per cominciare nel presente anno a imperversare contro la Chiesa cattolica, aprendo la porta non solo ad un massimo deplorabile scisma, ma ad infinite eresie, che come la finta idra andarono poi pullulando, e divise fra loro infestano tuttavia tanti popoli del settentrione. Il gran mercato che si faceva allora delle indulgenze, per raunar danaro in tutta la cristianità d'occidente, in apparenza per la fabbrica della basilica vaticana, ma in sostanza anche per altri mondani fini, quel fu che accese un fuoco in Germania, che, di giorno in giorno sempre più crescendo, arrivò a formar quella gran piaga nella Chiesa del Signore che tuttavia deploriamo, e che Dio solo saprà saldare, quando gli alti suoi giudizii saranno adempiuti. Ma perchè questo è argomento spettante alla storia ecclesiastica, passiamo oltre. Le turbolenze degli anni addietro, e i pubblici e i privati interessi de' potentati cristiani aveano nel precedente anno tenuta molto in esercizio la politica de' gabinetti. L'accrescimento della potenza franzese in Italia con occhio bieco veniva riguardata da papa Leone, da Massimiliano Cesare, da Arrigo re d'Inghilterra e da Carlo re di Spagna, ma principalmente dagli Svizzeri, che, dopo aver cavato tanto sangue dallo Stato di Milano, ora che questo era caduto in mano di un re sì potente, miravano come seccato il fonte della loro ricchezza. Però il cardinale di Sion s'era sbracciato con più viaggi e maneggi per formare una lega, e gli venne fatto di conchiuderla nel dì 19 d'ottobre del 1516[393] fra il suddetto Massimiliano, il re d'Inghilterra e il re di Spagna, con lasciar luogo d'entrarvi al papa, il quale l'avea procurata, per valersene come portasse l'occasione. Dall'altro canto anche Francesco re di Francia non istette in ozio per contraminare questi trattati, ben conoscendoli formati contra di lui. Tanto operò con gli Svizzeri, che, nel dì 29 di novembre di esso anno, a forza d'oro, trasse quella nazione ad una pace perpetua col regno di Francia. Anzi molto prima ancora aveva intavolato un altro negoziato di pace con Massimiliano e col re Carlo suo nipote, che fu bene in certa maniera conchiuso nei dì 15 di agosto, ma che solamente acquistò perfezione nel dì 4 di dicembre 1516, in cui fu ratificato da esso Cesare, sempre voglioso, sempre bisognoso di danaro. Fra l'altre convenzioni v'era, che Riva di Trento, Rovereto e Gradisca restassero in dominio di Massimiliano, e che, cedendo egli al re Cristianissimo Verona, questi gli avesse a pagare cento mila scudi d'oro, ed altrettanti i Veneziani. Però nei primi giorni di quest'anno comparve a Verona Bernardo vescovo di Trento, colla facoltà di fare la restituzion di quella città. Insorsero ben discordie intorno al giorno in cui si avea da far la consegna, e la guarnigione tumultuò, perchè dimandava le paghe: pure nel dì 16 (altri dicono nel dì 15) di gennaio data fu la tenuta di Verona al signor di Lautrec, uscendone il vescovo e Marcantonio Colonna con tutta sua gente. Passati poi tre giorni, il Lautrec consegnò essa città ad Andrea Gritti, che la accettò a nome del senato veneto, e ben regalato si ridusse nello Stato di Milano. Infinite allegrezze fecero i Veronesi, liberati dall'insoffribil giogo dell'armi straniere. E tal fine ebbe la lega di Cambrai, e la lunga e crudel guerra originata da essa, per cui non si può dire quanti tesori, quanto sangue spendessero tanti principi della cristianità, e quanti disastri e desolazioni patisse tutta la Lombardia. Maraviglia fu che in mezzo a sì potente e lungo turbine potesse sostenersi la repubblica veneta; ma quanto più terribile fu il suo pericolo, tanto maggior divenne la sua gloria; perchè, quantunque perdesse qualche porzione dell'antico suo dominio, pur seppe e potè conservare la maggior parte e il meglio delle sue signorie in terra ferma.

Dopo una sì solenne ed universal pace pareva oramai che l'Italia avesse a respirare, ma fallirono questi conti; perciocchè Francesco Maria, già duca d'Urbino, dimorante in Mantova, esule da' suoi Stati, sentendo il mal governo che facea Lorenzo de Medici, e invitato da chiunque gli era affezionato e fedele, si accinse a ricuperar quel ducato. Fu a ciò anche istigato da Federigo Gonzaga signor di Bozzolo e condottier d'armi assai rinomato, per vendicarsi di un affronto che pretendeva a sè fatto dal suddetto Lorenzo. Giacchè la pace dovea far cassare non poche brigate di soldati, e questi avvezzi all'onorato mestier della guerra, delle prede e rapine, avrebbono cercato chi desse loro soldo, nello stesso tempo che si trattava della restituzion di Verona, se l'intese esso Francesco Maria co' caporali spagnuoli e tedeschi, e prese al suo servigio cinque mila fanti dei primi, e tre mila altri italiani con mille e cinquecento cavalli. Il marchese di Mantova gli somministrò buona copia di danaro. Però con questa armata, picciola di numero, ma considerabile pel suo valore, poco dopo la resa di Verona s'avviò alla volta de' suoi Stati con tal celerità, che non ebbero tempo per opporsegli le genti del papa e di Lorenzo de Medici che erano in Ravenna e Rimini. Passato per la via del Furlo, in poco tempo ebbe alla sua divozion Urbino con tutto il ducato, eccettuata la fortezza di San Leo. Ma non già Pesaro, Sinigaglia, Gradara e Mondavio, terre separate da quel ducato, perchè Renzo da Ceri, che v'inviò gran gente di presidio, le sostenne. Intanto Lorenzo de Medici alle milizie italiane, tanto sue che de' Fiorentini, unì due mila e cinquecento fanti tedeschi, e più di quattro mila fanti guasconi, che aveano servito nell'armata di Lautrec. L'Anonimo Padovano dice ducento lancie e due mila Guasconi, comandati dal signore di Scudo. I capitani di questo esercito erano Renzo da Ceri, Vitello da Città di Castello e il conte Guido Rangone; ed ascese questa armata fino a mille uomini d'armi, mille cavalli leggieri e quindici mila fanti, che pareano atti ad inghiottire il duca d'Urbino. Era insospettito forte il papa che il re di Francia tenesse mano segretamente in questa guerra; ma il re, per disingannarlo, mandò i suoi ministri a Roma, affinchè trattassero lega col pontefice, che infatti fu stabilita. Fu in tal congiuntura fatta gagliarda istanza a papa Leone, perchè restituisse Modena, Reggio e Rubiera ad Alfonso duca di Ferrara, secondochè ne avea date in Bologna tante promesse, non mai eseguite. Promise il papa con un breve di restituirle nello spazio di sette mesi, ma con intenzione di nulla farne, se cessavano i presenti pericoli, siccome infatti avvenne, perchè l'osservar la parola non fu mai contato fra le virtù di questo pontefice. Continuò dipoi con varie vicende la guerra, diffusamente descritta dal Guicciardini. Altro non ne rapporterò io, se non che trovandosi Lorenzo de Medici nel mese di giugno all'assedio di Mondolfo, fu colpito nella sommità del capo da una palla di archibuso; pel qual colpo gli convenne star molti giorni in letto: il che fu cagione che i suoi soldati più pensassero a saccheggiare il paese che a cercar vittoria. Spedito dal papa il cardinal Giulio de Medici suo cugino al comando di quell'armata, appena giunto egli colà, insorse una quistione tra i fanti italiani e tedeschi, per cui seguirono ammazzamenti e saccheggi non pochi, e fu forza dividere quelle nazioni tra Rimini e Pesaro. Accadde ancora che il duca Francesco Maria, tenendo segrete intelligenze col corpo degli Spagnuoli, militanti per la Chiesa, arrivò una mattina improvvisamente ai loro alloggiamenti. Parte di essi scappò a Pesaro, e l'altra parte andò ad unirsi con lui. Dopo di che assaltò il campo de' Tedeschi, dove secento d'essi restarono morti o feriti. Non andò molto che anche un'altra buona frotta di Guasconi passò nell'armata d'esso duca.

Trovavasi assai forte di gente Francesco Maria, ma esausto affatto di pecunia, requisito troppo importante agl'impegni della guerra. Ne penuriava anche papa Leone, ma seppe trovar maniera di ricavarne, con fare nel dì primo di luglio la promozione di trentuno cardinali, fra i quali molti di gran merito pel loro sapere o nobiltà. Dagli altri creati per altri motivi ricavò la somma di ducento mila ducati d'oro, che mirabilmente servirono a terminar la guerra d'Urbino. Imperciocchè, ossia che l'accorto cardinal Giulio de Medici sapesse sotto mano guadagnar gli Spagnuoli che erano al servigio di Francesco Maria, o che s'interponesse don Ugo di Moncada vicerè di Sicilia, per istaccarli da lui: certo è che esso duca entrato in diffidenza de' medesimi, e conosciuto di non potersi sostenere contro le forze del papa, aiutato dai re di Francia e di Spagna, diede orecchio ad un miserabile accomodamento; per cui il pontefice si obbligò di pagare ai fanti spagnuoli quarantacinque mila ducati d'oro, e sessanta mila ai fanti guasconi; e che esso Francesco Maria potesse passar liberamente a Mantova con tutte le sue robe, colle artiglierie e colla famosa libreria, messa insieme da Federigo I duca di Urbino, avolo suo materno: il che fu eseguito. Così terminò la presente guerra, durata quasi otto mesi, per cui spese il pontefice circa ottocento mila ducati di oro, la maggior parte nondimeno, come vuole il Guicciardini, pagata dai Fiorentini, i quali fecero in tale occasione una trista figura, siccome divenuti schiavi della casa de Medici. Furono poi confiscati i beni di moltissimi nobili del ducato d'Urbino, che s'erano mostrati favorevoli a Francesco Maria, e vennero atterrate nel seguente anno le mura d'Urbino, Fossombrone e Mondolfo, acciocchè non avessero quegli abitanti coraggio di ribellarsi in avvenire. Lorenzo de Medici colà tornò duca. Appartiene a quest'anno un esecrando avvenimento, cioè la congiura di Alfonso Petrucci cardinale di Siena contro la persona del pontefice Leone. Era inviperito questo porporato, perchè il papa avesse fatto cacciar di Siena Borghese suo fratello, quasi signore di quella città, e privato lui stesso delle rendite paterne. Crebbe tanto questo sacrilego odio, che più volte pensò d'uccidere lo stesso papa nel concistoro, oppure alla caccia; ma infine s'appigliò al partito di farlo avvelenare per mezzo di Batista da Vercelli chirurgo, se potea giugnere a medicar una fistola antica, che il papa avea ne' confini delle natiche. Fu scoperta questa infame trama, preso il cardinale con varii complici, provato il delitto, per cui in castello Sant'Angelo gli venne tagliato il capo. Bendinello de' Sauli cardinal genovese, siccome convinto che il Petrucci gli avesse rivelata la scellerata sua intenzione, fu privato della dignità del cardinalato, e condannato a una perpetua prigione. Questi poi col danaro ricuperò la libertà e il cappello, ma perchè poco tempo dappoi mancò di vita, attribuirono i maligni la morte sua a veleno. A Raffaello Riario cardinale di San Giorgio e camerlengo per la stessa ragione tolto fu il cappello, ma restituito da lì a non molto tempo per grossissima quantità di danaro. Adriano cardinale di Corneto, benchè gli fosse perdonato, diffidando di sua vita, se ne fuggì, nè si seppe dove incognito andasse a terminare i suoi giorni. Gran dire cagionò dappertutto questo nero attentato. Nel presente anno a' dì 8 di ottobre Francesco re di Francia rinnovò la lega offensiva e difensiva colla republica di Venezia.

NOTE:

[393] Du-Mont, Corps Diplomat., tom. 4, P. I.

Anno di CRISTO MDXVIII. Indizione VI.

LEONE X papa 6. MASSIMILIANO I re de' Romani 26.

Fu questo dopo tante guerre un anno di pace tanto in Italia, quanto negli altri regni cristiani, se non che gran timore era in Roma e ne' popoli italiani che il gran Sultano de' Turchi Selim volgesse le armi contro le provincie cristiane. Papa Leone, affinchè questo tiranno non trovasse sprovvedute le contrade cristiane, più che mai si diede ad incitare i monarchi battezzati ad una lega, non solamente per fargli fronte occorrendo, ma anche per invadere preventivamente da più parti i di lui Stati. A questo fine spedì a Massimiliano Cesare il cardinale di San Sisto, ed altri cardinali di grande autorità ai re di Francia, Spagna ed Inghilterra, avendo prima intimata una tregua di cinque anni ad essi e a tutti gli altri principi cristiani. Andarono questi legati, ma nulla operarono di sostanziale per sì rilevante affare, se non che furono intimate le decime al clero, ed anche ben pagate, ma senza che queste s'impiegassero poi contro il nemico comune. Pensava ognun di que' monarchi a' proprii interessi più che a quelli della cristianità. Eppure, se mai giusto fu il timore della potenza turchesca, certamente fu in questo tempo. Imperocchè regnava Selim, uno de' più feroci e crudeli sultani di quella nazione. Invasato costui dallo spirito de' conquistatori e dall'amor della gloria, avea già sì dilatato il suo imperio, che oramai ognun diffidava di resistergli. Principi di gran potenza per più secoli erano stati fin qui i sultani, ossia soldani d'Egitto, siccome possessori non solo di quel vasto e fertilissimo paese, ma anche della Palestina, Soria e di una parte dell'Arabia, e guerniti sempre d'un possente esercito di Mammalucchi, non dissimili dai giannizzeri turcheschi. S'invogliò Selim di stendere la sua signoria sopra quelle ricchissime contrade, e però, ammassato un formidabile esercito, fingendo di volerla contro il sofì di Persia, già da lui sconfitto, all'improvviso piombò addosso a Damasco e alle altre città di Soria, delle quali, non men che di Gerusalemme, s'impadronì. Spinse poi l'armi vittoriose contro il sultano di Egitto, che restò sconfitto e ucciso in una gran battaglia. Succeduto a lui un altro sultano, fu anch'egli preso e fatto ignominiosamente morire. In una parola, con infinito spargimento di sangue e di crudeltà e saccheggi innumerabili rimase distrutta affatto la monarchia di que' soldani, e tutto il loro impero sottoposto al giogo de' Turchi. Tanti progressi del tiranno d'Oriente, e per li quali venne egli a raddoppiar le entrate della sua camera, e che spezialmente accaddero ne' due prossimi passati anni, bastavano bene ad atterrir l'Italia, e chiunque era confinante alla smisurata potenza di Selimo. Ma si aggiunse ch'egli si diede ad armare una bella flotta di navi: segno ch'egli meditava qualche grande impresa contro i Cristiani. Però avea ben ragion di temere papa Leone. Fece egli fare in Roma solenni processioni di penitenza, alle quali anche intervenne con pie' nudi, e non tralasciò diligenza veruna per muovere i potentati della Cristianità ad una lega e crociata contra di un sì forte non mai sazio conquistatore.

Ma in mezzo a questi timori non dimenticava esso pontefice l'ingrandimento della propria casa. Aveva egli già concertato l'accasamento di Lorenzo duca di Urbino suo nipote con madama Maddalena della casa de' duchi o conti di Bologna in Piccardia. I Sammartani la chiamano[394] Maddalena della Torre contessa d'Auvergne, e il Belcaire[395] la dice figlia d'una sorella di Francesco Borbone duca di Vandomo, di sangue reale. Venuta la primavera di quest'anno, Lorenzo, passato a Firenze, ivi fece un suntuoso preparamento per la sua andata in Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, seco condusse cinquecento cavalli ed infiniti carriaggi. Era in questo tempo nato a Francesco I re di Francia un figlio maschio, che fu poi Francesco II; e perchè egli attendeva a guadagnarsi sempre più la benevolenza del papa sulla speranza d'averlo propizio per la difesa dello Stato di Milano, desiderò che esso pontefice fosse padrino al battesimo del figliuolo. Per questa cagione, siccome scrive il Guicciardini, Lorenzo affrettato a compiere quel viaggio, avendo prese le poste arrivò a Parigi, dove, nel dì 25 d'aprile, con Antonio duca di Lorena e Margherita d'Alenzon sorella del re tenne al sacro fonte il nato Delfino. Furono in tal congiuntura per dieci giorni fatte immense allegrezze, banchetti, giostre e tornei, ne' quali anche Lorenzo si fece conoscere valoroso cavaliere. Furono poi celebrate con regal pompa le di lui nozze; nè il re Cristianissimo lasciò indietro onore alcuno che non compartisse a lui, massimamente all'udire le grandi proteste ch'egli fece d'un perpetuo attaccamento suo e del pontefice alla di lui corona. Portò in questa occasione Lorenzo un breve del papa che concedeva al re di potere ad arbitrio suo valersi delle decime raccolte per la meditata crociata, con obbligo poi di restituir quel danaro quando si avesse a proceder contra del Turco. Ed ecco dove andavano a finire tanti sussidii del clero: il che faceva poi gridare i partigiani della nascente eresia di Lutero, i quali arrabbiatamente declamavano contra il progetto d'essa crociata. Venne poi Lorenzo colla consorte per mare a Livorno, ed indi a Firenze, dove per otto giorni continui si fecero incredibili suntuose allegrezze. Cresceva intanto a furia l'incendio commosso in Germania dal suddetto Lutero, perchè sostenuto da Federigo duca di Sassonia. Perciò papa Leone giudicò bene d'inviare in Germania Tommaso da Vio cardinale, insigne teologo scolastico di questi tempi, appellato il cardinal Gaetano. Andò egli: seco s'abboccò Lutero: si venne alle dispute sopra le indulgenze; ma infine il porporato si trovò deluso. Lutero, uomo pien di alterigia, avea cominciata la guerra alla Chiesa sua madre, era risoluto di continuarla, perchè si sentiva sicure le spalle; nè un cervello sì bollente e superbo si sarebbe mai ridotto a disdirsi. Stette Alfonso duca di Ferrara aspettando con impazienza che passassero i sette mesi che papa Leone s'era preso di tempo col re di Francia per restituirgli Modena, Reggio e Rubiera. Ma passò altro che sette mesi, senza che se ne vedesse esecuzione alcuna. Ne fece egli istanze a Roma, e si trovò che le promesse di questo pontefice, anche autenticate da strumenti e brevi, solamente significavano di voler fare quello che tornasse il conto a lui, e non altrimenti. Determinò per questo il duca, nel dì 14 di novembre, di portarsi in persona a Parigi per implorar di nuovo la protezione del re, e tornò di colà nel seguente febbraio con buona provvision di parole, perchè in que' tempi si guardava ognuno dal disgustare un papa, e molto più premeva a quel re di tenerselo amico, dacchè era divenuto signor di Milano.

NOTE:

[394] Sammarthan., Histoire de la Maison de France.

[395] Belcaire, Commentar. Rerum Gallicar., lib. 16.

Anno di CRISTO MDXIX. Indizione VII.

LEONE X papa 7. CARLO V imperadore 1.

Nel dì 12 del presente anno terminò il corso di sua vita Massimiliano re dei Romani: principe che in pietà, clemenza ed altre virtù, non si lasciò vincere da alcuno, e che vide ben favorita la sua casa dalla fortuna, ma senza ch'egli sapesse profittar d'altre favorevoli occasioni che esigevano più costanza, maggiore attività e miglior uso del danaro ch'egli prodigamente spendeva, senza poi trovarlo al bisogno. S'egli fosse più lungamente vissuto, era da sperare che il suo zelo e potere avesse estinto in fasce lo scisma incominciato da Lutero, il quale appunto, nell'interregno, prese maggior vigore. Grandi maneggi furono fatti dai due principi che sopra gli altri aspiravano a quella gran dignità, cioè da Carlo V re di Spagna, delle due Sicilie, delle Indie Occidentali, e signore della Borgogna, de' Paesi-Bassi e d'altri molti Stati, nel quale era caduto eziandio tutto il retaggio della nobilissima casa d'Austria per la morte del suddetto avolo suo; e Francesco I, re del floridissimo regno di Francia, duca di Milano, e signore di Genova. Studioso cadaun di essi di guadagnare i voti degli elettori, e spezialmente il re Francesco con grosse offerte di danari (che questa sola buona ragione aveva egli dal suo canto) cercò di ottenere il pallio. Ma perchè l'essere Carlo di nazion germanica, portava nelle bilance di ognuno troppa superiorità alle pretensioni dell'altro; e perchè ai principi della Germania recava più timore la potenza unita di un re di Francia, che la disunita di Carlo Austriaco; perciò nel dì 28 di giugno con bastanti voti restò proclamato re di Germania e re de' Romani, ossia imperadore eletto, esso Carlo V. Nei secoli addietro non prendevano i re di Germania il titolo d'imperadore, se non dappoichè aveano ricevuta la corona romana, siccome si è potuto vedere in tanti esempli de' secoli antecedenti. Cominciò Massimiliano ad intitolarsi imperadore eletto, trovandosi in vari suoi documenti questo titolo, benchè in altri si vegga quel solo di re de' Romani. Ma Carlo V da lì innanzi altro titolo non usò che quello di eletto imperador de' Romani. Nel che è stato imitato dai suoi augusti successori, con lasciar anche nella penna la parola eletto. Perciò a me ancora sarà lecito di chiamarli tali in avvenire, ancorchè niun d'essi, fuorchè lo stesso Carlo V, ricevesse o ricercasse mai l'imperiale corona di Roma. Non fu difficile agl'intendenti delle cose del mondo il presagire, che poco sarebbe per durar la pace fra il novello Augusto e Francesco re di Francia, per gara di gloria, o per interesse di Stato. Si trovavano amendue giovani e potenti: l'esaltazione dell'uno era troppo rincresciuta all'altro. Il Belcaire[396] fa un ritratto di questi due principi. Egregie doti concorrevano in Francesco, ma insieme due considerabili vizii, cioè un eccessivo desio di gloria, congiunto con una somma stima di sè medesimo, e una smoderata libidine. Della sua grazia spezialmente godeano gli adulatori. Il gravar di nuove imposte i sudditi, per far sempre nuove guerre, a lui pareva un nulla; nel che cominciò a non voler punto ascoltare il consiglio de' pari e de' parlamenti, con gloriarsi ancora di aver egli cavato dalla minorità, ed esentato dai tutori il regno di Francia. In Carlo V all'incontro si univa la gravità con un perspicace ingegno, con molta moderazion delle passioni, e con altre virtù atte a formare un insigne rettor di popoli, se non che anche in lui l'amor della gloria il portò sempre alle guerre, e talvolta ad anteporre l'utile all'onesto. L'emulazione di questi due monarchi, che poi passò in odio, non produsse nell'anno presente alcun litigio tra loro, ma si andò disponendo per partorirne.

Qual fosse l'ansietà di papa Leone per esaltare la propria casa, l'abbiam di sopra accennato. Ma ad altri tempi, e non ai suoi, era riserbato il compimento de' suoi desiderii. Cadde infermo in Firenze Lorenzo de Medici duca d'Urbino, suo nipote. L'Ammirati dice[397] di mal franzese, e che la sua lunga ed acerba infermità il trasse finalmente a morte nel dì 28 d'aprile. Io non so mai come nella Storia del Nardi[398] sia scritto che egli passò all'altra vita a' dì 4 di maggio del 1518. Sarà errore di stampa. Pochi giorni prima era pure morta di parto madama Maddalena sua consorte, con lasciare dopo di sè una figliuola che, appellata Catterina, vedremo, a suo tempo, regina di Francia. Dai più de' Fiorentini fu con interno segreto giubilo solennizzata la sua morte, perchè credenza vi era, che questo nipote pontifizio, il quale non solo primeggiava in quella città, ma n'era il principal direttore, pensasse a farsene signore. Sicchè terminata in lui la legittima discendenza di Cosimo de Medici il Magnifico, parve che venisse meno al papa ogni speranza di propagare ed ingrandir la sua linea; perciocchè è ben vero, che di Lorenzo restò un figlio bastardo, per nome Alessandro, il quale noi vedremo, a suo tempo, duca di Firenze; ma Leone X non ne facea in questi tempi molta stima, siccome neppure pensava a promuovere i discendenti da Lorenzo fratello del suddetto Cosimo, nella qual linea vivea allora Giovanni de Medici, personaggio di raro valore, a cui appunto nel dì 11 di giugno del presente anno nacque Cosimo che siccome vedremo, arrivò ad essere gran duca di Toscana. Perciò il papa riunì alla Chiesa il ducato d'Urbino, Pesaro e Sinigaglia, e solamente mandò a Firenze il cardinal Giulio de Medici, acciocchè ivi comandasse le feste, e conservasse il lustro e la potenza della casa de' Medici in quella nobil città. In ricompensa ancora delle tante spese fatte dalla repubblica fiorentina, per occupare e ricuperare in favore del defunto Lorenzo il ducato di Urbino, le concedette la fortezza di San Leo e tutto il Montefeltro.

Ma quantunque nella morte del nipote rimanessero troncate le idee del pontefice d'ingrandire la propria famiglia, non cessavano già, anzi presero dipoi maggior vigore le altre ch'egli nudriva di accrescere la potenza temporale della Chiesa romana, per emulazione alla gloria di papa Giulio II; giacchè, come nota il Guicciardini, l'ambizione de' sacerdoti non era in questi tempi, ed anche prima, da meno di quella dei secolari. Già vedemmo papa Leone più volte obbligato a restituire Modena e Reggio ad Alfonso duca di Ferrara. Invece di far questo, andava egli sempre meditando di spogliarlo ancora di Ferrara, e non già con armi manifeste, ma con insidie. E gli si presentò occasione di eseguir sì ingiusto disegno; imperciocchè fu preso il duca nel novembre di quest'anno da una lunga e pericolosa malattia, per cui si sparse voce che fosse disperata sua vita. Avvertitone il papa, e sapendo che il cardinal Ippolito fratello del duca, atto a sostener la città, si trovava al suo arcivescovato di Strigonia in Ungheria, diede commissione ad Alessandro Fregoso vescovo di Ventimiglia, abitante allora in Bologna, che, fingendo di voler entrare per forza in Genova, ammassasse genti d'armi, e se la intendesse con Alberto Pio, signor di Carpi, nemico giurato della casa d'Este. Con circa sei mila tra cavalli e fanti passò questo buon ecclesiastico, per effettuare l'ordito tradimento, verso la Concordia, facendo vista di volerla contro quella terra. Avea noleggiato eziandio molte barche, per passare il Po alla bocca del fiume Secchia. Ma Federigo marchese di Mantova, che stava attento agli andamenti di quelle soldatesche, venne scoprendo la mena, e per uomo apposta ne spedì tosto l'avviso al duca Alfonso suo zio. Stava allora senza sospetto il convalescente duca, nè tardò a raddoppiar le guardie e le precauzioni alla città, dove si trovò che circa quaranta braccia di muro di essa erano cadute. Si fecero anche ritirare all'altra riva tutte le barche destinate a quel tentativo: provvisione che indusse il vescovo Fregoso a ritornarsene indietro colle pive nel sacco. Poco fa si è nominato Federigo marchese di Mantova, e qui conviene avvertire, che, a' dì 20 di febbraio del presente anno, dopo lunga malattia, mancò di vita il marchese Francesco suo padre: principe che in tante azioni avea dati segni di gran valore, e col suo moderato governo s'era comperato l'affetto de' suoi popoli. Lasciò dopo di sè Federigo primogenito, che a lui succedette nel dominio; Ercole che fu poi cardinale; e don Ferrante che fu duca di Molfetta, Guastalla, ec., e gran nome acquistò fra i capitani del secolo presente.

Anno di CRISTO MDXX. Indiz. VIII.

LEONE X papa 8. CARLO V imperadore 2.

Trovavasi ne' suoi regni di Spagna Carlo V, allorchè seguì l'elezione di lui in re de' Romani, ossia imperadore. Essendosi egli preparato per venire a prendere la corona germanica, passò in questo anno per mare con flotta magnifica alla volta di Fiandra, e prima diede una scorsa in Inghilterra per abboccarsi col re Arrigo VIII, con cui acconciò i suoi interessi, e di là poi sbarcò ne' Paesi Passi, dove incredibil fu il concorso de' principi, degli ambasciatori e della nobiltà, per complimentarlo. Venuto l'ottobre, si trasferì ad Aquisgrana, dove con somma magnificenza ricevè la prima corona dell'imperio nel dì 24 d'esso mese. Di non lieve negligenza accusar si può Pietro Messia, che nella vita di questo gloriosissimo augusto il vuol coronato nel dì 24 di febbraio, giorno di san Mattia, siccome ancora chi ciò mette al dì 15 di giugno. Intanto sempre più insolentiva Martino Lutero in Germania. Dal far guerra agli abusi della corte di Roma, era egli passato a farla ancora contro la Chiesa cattolica, riprovando ora uno, ora altro degli antichissimi suoi dogmi. Perciò papa Leone X non potè più ritenersi dal procedere contro un sì fiero laceratore della vigna del Signore. Pubblicò egli nel dì 16 di giugno una bolla, in cui condennati molti degli errori d'esso Lutero, fulminò le censure contra di lui e di tutti i suoi aderenti, il numero de' quali era già divenuto formidabile in Germania con iscoprirsi tale anche Federigo duca di Sassonia. Ma questo incendio, a smorzar il quale non furono sul principio adoperati valevoli mezzi, tal piede avea preso, che non solo non cessò con tutti i fulmini del Vaticano, e con tutte le prediche degli zelanti cattolici, ma si andò sempre più rinforzando, trovandolo utile i principi, per occupar gl'immensi beni degli ecclesiastici; gustoso gli stessi ecclesiastici, perchè dispensati dalla continenza; e soave i secolari, perchè sgravati da varii digiuni e da altri salutevoli istituti della Chiesa cattolica. Ma intorno a questa lagrimevol tragedia può il lettore consigliarsi colla storia ecclesiastica. Allorchè maggiormente paventava la Cristianità per li terribili apparati di guerra che faceva Selimo tiranno dell'Oriente, e mentre già si provavano ne' confini della Croazia e Dalmazia furiose scorrerie di Turchi, con credersi anche imminente l'assedio di Rodi, posseduto dai cavalieri, detti oggidì di Malta: allo improvviso vennero ordini da Costantinopoli, che si sciogliesse quel grande armamento per mare, e che le milizie tornassero alle lor case. La cagion di ciò fu che a quel feroce sultano una pericolosa ulcera nelle reni cominciò a far guerra, per cui calò a lui la voglia di muoverla contro i cristiani. Venuto poi l'autunno, cotanto crebbe il suo malore, che restò colla morte di lui libero il mondo dal timore di sì sanguinario regnante, glorioso bensì fra i suoi per tante vittorie e conquiste, ma infame per la crudeltà usata contro gli stessi suoi parenti e fratelli, e fin contra del proprio padre. Succedette nell'imperio turchesco Solimano suo figlio, gran flagello anch'esso, siccome vedremo, dei popoli cristiani. Per questa mutazion di cose in Levante respirò Roma e l'Italia tutta.

Altro avvenimento degno di qualche memoria, accaduto in Italia nel presente pacifico anno, non ci somministra l'istoria, fuorchè quanto avvenne a Gian-Paolo Baglione che avea fatta in addietro sì gran figura fra gl'Italiani come condottier d'armi, e come signore o tiranno di Perugia sua patria. Dall'Anonimo Padovano scrittore contemporaneo, ci vien dipinto come tiranno non solo di quella città, ma di tutti i luoghi circonvicini, uomo empio, senza fede, e, per dir tutto in una parola, mostro di natura orrendissimo. Se di tutto egli fosse reo, nol saprei dire. Cessata la guerra, era egli ritornato alla patria. Pazientò un pezzo papa Leone questo mal arnese, ma, stimolato da tanti ricorsi di que' popoli, determinò finalmente di mettervi rimedio. Scrive il Guicciardini, che per avere Gian-Paolo cacciato da Perugia Gentile della medesima famiglia, fu citato a Roma; che in sua vece mandò Malatesta suo figlio; ma che persistendo il papa, ed assicurandolo gli amici da ogni pericolo, perchè parlatone ad esso pontefice, con parole di astuzia aveva egli fatto lor credere che niun danno gli avverrebbe: se ne andò il Baglione a Roma, dove, dopo essere stato imprigionato, e processato gli fu mozzato il capo. L'anonimo Padovano pretende che Leone non confidando di poter avere in mano questo tiranno, e parendogli che si potesse in tal caso rompere la fede, con un breve tutto dolcezza il chiamò alla corte, fingendo di voler trattare con lui d'importante affare. Mandò Gian-Paolo a Roma il figlio per iscusarsi, stante una malattia che gli era sopraggiunta. Il papa, dopo di aver fatto di grandi carezze al giovane, il rimandò dicendo: essere necessaria la persona del padre a cagion della materia da trattarsi, che non si potea confidare a lettere o persone. Aggiugne esso Anonimo che il pontefice gli mandò anche un salvo condotto, affidato dal quale, e dalle esortazioni del figlio, comparve Gian-Paolo a Roma, dove baciò il piede al papa, e si trovò molto accarezzato. Ma che ito nel seguente giorno a palazzo, fu ritenuto prigione dal conte Annibale Rangone, capitano della guardia pontificia. Dopo di che processato e tormentato, confessò un'infinità di enormi delitti, per li quali non una, ma mille morti meritava; laonde fu una notte decapitato in Castello Sant'Angelo. Fuggirono la moglie e i figli col loro meglio a Padova, perchè Gian-Paolo era condottier d'armi al servigio della repubblica veneta, e con quella sponda si credea di poter commettere quante iniquità volea. Con ciò Perugia fu pienamente rimessa all'ubbidienza del papa.

Racconta eziandio esso Anonimo Padovano, avere in quest'anno papa Leone all'improvviso inviato Giovanni de Medici, giovane ferocissimo e vago di guerra, con mille cavalli e quattro mila fanti a Fermo contra di Lodovico Freducci tiranno di quella città, ed uomo di gran valore. Ne uscì costui con ducento cavalli, pensando di fuggire; ma raggiunto dal Medici, fece bensì una maravigliosa difesa, ma finalmente lasciò nel combattimento la vita con più di cento de' suoi seguaci. Fermo immantinente ritornò alle mani del pontefice. La caduta del Freducci, da cui dipendeano altri tirannetti che occupavano città o castelli in quelle vicinanze, cagion fu ch'essi parte fuggissero, parte corressero a Roma ad implorar la clemenza pontifizia, dove la maggior parte furono carcerati: con che tutta la Marca restò purgata da que' mali umori. Nè già lasciava papa Leone il pensiero di spogliar, se potea, di Ferrara il duca Alfonso, giacchè gli parea poco il detener tuttavia le imperiali città di Modena e Reggio contro le autentiche promesse di restituirle ad esso duca. Vincere Ferrara coll'armi non era cosa facile. Determinò dunque di adoperare un mezzo non degno de' principi secolari, e molto meno di chi più dovrebbe ricordarsi d'essere Vicario di Cristo, che di essere principe. Intavolò dunque un trattato di far assassinare il duca, del che parlano non i soli storici ferraresi, ma il Guicciardini stesso, insigne storico, che era allora governatore dì Modena e Reggio pel medesimo papa, ed innocentemente si trovò mischiato in questo nero tradimento. Chi maneggiò il trattato, fu Uberto Gambara, protonotario apostolico, persona che arrivò poi a guadagnare il cappel rosso. Se l'intese egli con Rodolfo Hello Tedesco, capitano della guardia d'esso duca, a cui fu promesso molto, e mandata per caparra la somma di due mila ducati d'oro. Già era concertato il tempo e luogo di uccidere il duca; dato ordine al Guicciardini, e agli uffiziali di Bologna di presentarsi in un determinato giorno ad una porta di Ferrara. Ma il Tedesco, uomo d'onore, rivelò sul principio, e continuamente di poi, al duca Alfonso tutta l'orditura del tradimento. Si sentì più d'una volta tentato esso duca di lasciarlo proseguir sino al fine; ma se ne astenne per non aver poi nemico dichiarato il papa, e però gli bastò di far troncare la pratica, e di fermar poscia autentico processo di questo infame attentato, colla deposizione di alcuni complici, e colle lettere originali del Gambara per valersene, quando occorresse il bisogno.

NOTE:

[396] Belcaire, Rerum Gallic., lib. 16.

[397] Ammirati. Guicciardini.

[398] Nardi.

Anno di CRISTO MDXXI. Indiz. IX.

LEONE X papa 9. CARLO V imperadore 3.

Tenuta fu in quest'anno una magnifica dieta in Vormazia da Carlo V imperadore, dove intervennero in gran copia i principi dell'impero. Lo strepito e commozione che faceva la più che mai crescente eresia di Lutero, e le istanze dei ministri pontifizii, indussero esso Augusto a chiamar colà l'autore di tanti sconcerti. Senza salvocondotto non si volle egli muovere. Giunto colà nel dì 16 di aprile con gran baldanza, e presentato davanti a Cesare e alla maestosa adunanza, sostenne quanto aveva insegnato, nè maniera si trovò di farlo muovere un dito. Perciò restò licenziato, e poscia nel dì otto di maggio l'imperadore pubblicò un terribil bando contro la di lui persona e suoi errori: passi tutti che nulla servirono per fermare il torrente impetuoso delle sue eresie. Alla guerra contro la religion cattolica tenne dietro in quest'anno quella ancora de' principali potentati della Cristianità. Dacchè fu partito di Spagna Carlo V si scoprirono in quelle parti dei malcontenti e sediziosi; perciocchè il primo regalo ch'egli avea fatto a que' popoli, nuovi sudditi, era stato l'accrescimento de' pubblici aggravi, e l'aver loro tolti alcuni antichi privilegii. Si lamentavano altri di avere un re straniero e lontano, dietro al quale correva l'oro del regno. Nè mancavano altri che non sapeano digerire, che i ministri fiamminghi comandassero alle teste spagnuole, e potessero tutto in corte dell'augusto monarca. Però insorsero ribellioni e guerre. Anche nella Navarra, già occupata da Ferdinando il Cattolico, si fecero più commozioni, non amando quei popoli il nome spagnuolo, perchè uniti in addietro ai Franzesi. Ora Francesco I re di Francia che si sentiva pieno di rabbia, dacchè vide congiunta in Carlo V la monarchia di Spagna colla dignità imperiale, e con tanti altri Stati della casa d'Austria, e troppo con ciò cresciuta la di lui potenza, non volle più contenersi, e mosse guerra, nella primavera di quest'anno, contro la Navarra, per renderla, diceva egli, ad Arrigo re fanciullo, il cui padre Giovanni era stato spogliato di quel regno, ma, come mostrarono i fatti, per incorporarla nel suo dominio. Confessa il Guicciardini, che a dar moto alle guerre che maggiori delle passate sconvolsero poi non solo l'Italia, ma quasi tutta la Cristianità d'occidente, fu il primo chi più degli altri sarebbe stato tenuto a conservar la pace, e invece di accendere il fuoco della guerra, avrebbe dovuto, se occorreva, procurare di spegnerlo col proprio sangue. Parla di papa Leone X che ruminando alti pensieri di gloria mondana, più che agli affari della religione, agonizzante in Germania, pensando all'ingrandimento temporale della Chiesa, non solamente moriva di voglia di ricuperar Parma e Piacenza, e di torre Ferrara al duca Alfonso, ma eziandio meditava conquiste nel regno di Napoli. Trattò col re di Francia, incitandolo all'impresa di quel regno, con che ne restasse una porzione in dominio della Chiesa. Confortò ancora esso re a dar principio alla rottura, con portar le armi nella Navarra. Fu preso quel regno dai Franzesi, ma in breve ancora ricuperato dagli Spagnuoli. Altra guerra di lunga mano più terribile fu in Fiandra fra que' due emuli monarchi, la quale, siccome non pertinente all'assunto mio, tralascio.

Ossia che il pontefice camminasse con simulazione ne' trattati col re Cristianissimo, e fosse dietro a burlarlo (che in quest'arte si sa essere egli stato eccellente), oppure che il re, entrato in sospetto della fede di lui, tardasse troppo a ratificar la capitolazion già formata, ossia finalmente che il papa ricevesse in questo mentre dei disgusti dall'insolenza del Lautrec governator di Milano, che non ammetteva, e con superbe parole dispregiava le provvisioni ecclesiastiche inviate da Roma nello Stato di Milano: certo è che il papa strinse e sottoscrisse nel giorno 8 di maggio una lega con Carlo V imperadore a difesa della casa de' Medici e de' Fiorentini, con istabilire che togliendosi ai Franzesi il ducato di Milano, questo si desse a Francesco Maria Sforza, figliuolo del fu Lodovico il Moro, il quale se ne stava tutto dimesso in Trento, aspettando qualche buon vento alla povera sua fortuna; e che Parma e Piacenza tornassero alla Chiesa, per possederle con quelle ragioni colle quali le avea tenute innanzi; e che l'imperadore desse aiuto al papa, per togliere Ferrara all'Estense, e uno Stato in regno di Napoli ad Alessandro, figlio bastardo di Lorenzo de Medici, già duca d'Urbino. Fu con gran segretezza maneggiata questa lega, in cui entrarono anche i Fiorentini, e prima che uscisse alla luce, papa Leone con ispesa di cinquanta mila ducati d'oro assoldò sei, altri dicono otto mila Svizzeri, e colle sue doppiezze ottenne loro il passaggio per lo Stato di Milano, facendo credere ai Franzesi di averli presi per opporli agli Spagnuoli a' confini del regno di Napoli. Vennero costoro a Modena, e poi s'inviarono verso il Po, per quivi imbarcarsi. Alfonso duca di Ferrara gran sospetto prese di questa gente, perchè, come scrive l'Anonimo Padovano, troppo addottrinato alle insidie private e pubbliche, colle quali era dal pontefice perseguitato; e però fece quanti preparamenti potè in Ferrara per difendersi. Ma il papa assicuratolo che ciò non era per nuocergli, dimandò il passo e vettovaglia, e tutto ottenuto, gli Svizzeri si imbarcarono a Revere, e a seconda del fiume andarono poi per mare a Ravenna, e di là nella Marca. Dopo qualche tempo costoro o perchè attediati dal far nulla, per cui poco guadagnavano, chiesero congedo, o perchè il papa scoprì il lor capitano partigiano dei Franzesi, per la maggior parte se ne tornarono a' lor paesi. Questo avvenne nel mese di marzo. Intanto si andava unendo gente dal papa in Reggio, e colà ancora si ridussero quasi tutti i fuorusciti dello Stato di Milano, ed arrivò dipoi anche Girolamo Morone, gran manipolatore di tutti questi imbrogli. Perchè era in Francia il Lautrec, il signor dello Scudo suo fratello, vicegovernatore, avvisato di quella tresca, si portò colà con quattrocento cavalli a dimandar conto di quella adunanza, e nel dì 24 di giugno si presentò alla porta di Reggio. Il Guicciardini governatore avea la notte innanzi fatto entrare in quella città un grosso corpo di gente. Mentre parlava il governatore collo Scudo, volle cacciarsi in città alcuno de' suoi uomini d'arme, e nacque un tumulto, per cui quei che erano stesi per le mura, spararono contro la comitiva del Franzese. Vi restò morto Alessandro Trivulzio, e gli altri se ne fuggirono. Lo Scudo dopo varie inutili doglianze se n'andò anche egli. Si servì poi papa Leone di questo pretesto per giustificare nel concistoro l'accordo ch'egli avea già fatto coll'imperadore. Avvenne ancora in Milano nella festa di San Pietro un formidabil caso, che fu preso dal volgo per augurio e preludio della caduta de' Franzesi in Italia. Per fulmine, o peraltro fuoco dell'aria, benchè fosse tempo sereno, la torre di quel castello, dove si teneano i barili di polve da fuoco, andò in aria con tal forza, che squarciò anche parte del muro, uccise e magagnò oltre a ducento fanti, vari nobili milanesi che per sospetto erano stati chiusi in quel castello, e portò lontano 25 piedi (e non già cinquecento, come ha il Guicciardini) pietre, che dieci paia di buoi avrebbono stentato a muovere. Trovavasi allora il Lautrec ritornato di Francia in Cremona; corse a Milano, e diede gli ordini opportuni per riparare il castello che era in altri siti ancora conquassato, e il fornì di tutto il bisognevole.

Finalmente scoppiò, e si fece palese il bel servigio prestato all'Italia da papa Leone, con tirarle addosso una nuova guerra mercè della lega contratta con gli Svizzeri e coll'imperadore. Ne provarono non lieve affanno i Veneziani, soli in Italia collegati colla Francia, i quali assoldarono tosto otto mila fanti, con inviarne dipoi sul bresciano cinque mila, e lancie quattro cento, e cavalli leggieri cinque cento, sotto il comando di Teodoro Trivulzio e di Andrea Gritti legato. Perchè sempre più s'ingrossava in Reggio l'armata pontifizia il Lautrec mandò a Parma ducento uomini d'armi, e quattro mila fanti Guasconi comandati dal signor dello Scudo suo fratello, e da Federigo signor di Bozzolo. Occupò dipoi Busseto, e tutto lo Stato di Cristoforo Pallavicino, a cui tolse anche la vita, perchè accusato d'intelligenza col papa. Fu fatto in quest'anno un tentativo dagli Adorni e Fieschi, per cacciare di Genova Ottavino Fregoso e i Franzesi, tutto a sommossa del papa, che loro somministrò sette galee di Napoli, e due delle sue; ma rimase sconcertato il loro disegno. Ordito ancora un tradimento per occupar la città di Como, a nulla giovò. Chiamò papa Leone a Roma Prospero Colonna, il quale era stato dall'imperadore molto prima creato suo generale, per concertar seco la meditata impresa del ducato di Milano. Condusse eziandio Federigo marchese di Mantova con titolo di capitan generale della Chiesa. Si fece a Bologna la massa delle genti pontificie e spagnuole; e il Colonna che dovea, come capo, comandar quell'armata, dopo molti dibattimenti s'inoltrò verso Parma, e incomincionne l'assedio nel mese d'agosto, principalmente dalla parte verso Ponente. Giunsero ad unirsi seco otto mila fanti tedeschi, venuti di Germania, e il marchese di Mantova con trecento lancie e cinquecento cavalli ungheri. Talmente giocarono le batterie, che i Franzesi giudicarono meglio di ritirarsi dal Codiponte, cioè da quella parte della città, che è di là dal fiume Parma. Grande allegrezza fecero quegli abitanti al vedersi ritornati sotto il dominio ecclesiastico. Ma cessò ben presto la loro festa, perchè entrati i soldati diedero anch'essi con festa grande il sacco a tutte le lor case. L'Anonimo Padovano scrive che vi commisero le maggiori scelleratezze del mondo, e che il Colonna fece impiccar quanti fanti erano penetrati in un monistero di monache. Si diedero poscia i collegati a maggiormente stringere e bombardare l'altra maggior parte della città, posta al levante, e l'aveano ridotta a tale per iscarsezza di vettovaglie, che n'era vicina la caduta. Tempestava lo Scudo il signor di Lautrec suo fratello, per ottenere soccorso. Ma questi assai lentamente procedeva, e con tutto che avesse una buona armata, composta di cinquecento lancie, sette mila Svizzeri, quattro mila fanti venuti poco fa di Francia, a' quali s'aggiunsero quattrocento uomini d'arme, e quattro o cinque mila fanti de' Veneziani; pure non si attentava a procedere innanzi, allegando che l'armata nemica era superiore di forze, e che conveniva aspettar sei mila Svizzeri che erano in viaggio per suo aiuto. Nulla di meno s'inoltrò finalmente sino al Taro, sette miglia da Parma: movimento, di cui niuna apprensione si misero gli assedianti. Ma eccoli un accidente che disturbò tutte le loro misure. Era stato fin qui paziente Alfonso duca di Ferrara, mostrando di non conoscere l'odio che avea contra di lui papa Leone X, e dissimulando le passate insidie. Venuto poi in chiaro d'essere stato abbandonato alle voglie d'esso pontefice, nella lega fatta coll'imperadore, e mirando il mal incamminamento degli affari de' Franzesi unico uno sostegno, giudicò meglio di non tenersi più neutrale. Però colle milizie che potè raunare, uscito di Ferrara, entrò nel Modenese, prese il Finale, San Felice, e colle scorrerie arrivava sino alle porte di Modena. Recato questo avviso al campo de' collegati, bastò a far ch'essi, trovandosi fra due fuochi, spedissero in soccorso di Modena il conte Guido Rangone, e poi sciogliessero l'assedio di Parma, con ritirarsi a San Lazzaro: il che diede comodità al Lautrec di ben fornire quella città di viveri e d'ogni altra munizione.

Aveva intanto il papa fatto assoldare dal cardinale di Sion, chi dice dodici, chi dieci mila Svizzeri, ed altri dicono anche meno, e questi calavano in Italia, quantunque protestassero di non voler combattere co' Franzesi, per essere con loro in lega. Prospero Colonna adunque determinò di tentare ogni via per unirsi con loro, siccome all'incontro andò il Lautrec a frapporsi, per impedir questa unione. Allora che, passato il Po, fu egli giunto a Casal Maggiore, colà comparve il cardinal Giulio de Medici, spedito dal papa con titolo di legato, acciocchè, come uomo di testa, acquetasse colla sua destrezza le discordie insorte fra i generali, e spezialmente fra il Colonnese e il marchese di Pescara, e desse calore alla impresa. Tentò più volte il Lautrec di tirare a battaglia l'esercito de' collegati, ma il saggio Prospero andò temporeggiando, che in fine a Gambara si congiunse con parte degli Svizzeri, procedendo come scrive il Guicciardini, in mezzo loro i due legati, cioè il cardinale di Sion e il cardinale de Medici, colle croci d'argento, circondate (tanto oggi si abusa la riverenza della religione) tra tante armi ed artiglierie da bestemmiatori, omicidiarii e rubatori. Restò allora ben confuso il Lautrec, e maggiormente crebbe il suo affanno, perchè da lì a poco gli Svizzeri della sua armata improvvisamente se n'andarono con Dio, o perchè venne un comandamento dai lor superiori, oppure perchè mancava il danaro per pagarli. Imperciocchè il re Francesco dopo avere sì superbamente mossa guerra in Navarra e Fiandra a Carlo imperadore, si trovava in questi tempi in gravi angustie, nè potea somministrar genti e pecunia all'Italia; e tutto che avesse pur disposti trecento mila ducati d'oro da inviare al Lautrec: pure la regina sua madre gli avea fatti impiegare in altri usi. Perciò diffidando esso Lautrec di poter resistere alle forze nemiche, si ritirò di qua dall'Adda affine di contrastare il passo all'armata della lega. Ma Riuscì al Colonna di valicar quel fiume a Vauri, dove in combattimento con lo Scudo restarono superiori le sue genti. Ritiratosi il Lautrec a Milano, maravigliosa cosa fu il vedere, che appena giunto nel giorno seguente l'esercito collegato in vicinanza di Milano, essendo stato spedito avanti il valoroso Ferdinando di Avalos marchese di Pescara con ducento cavalli e tre mila fanti spagnuoli, questi, dopo avere sbaragliato un grosso corpo di cavalleria franzese uscito per ispiar gli andamenti de' nemici, andò intrepidamente ad assalire verso porta Romana i bastioni di quel borgo, dove erano alla guardia i Veneziani con Teodoro Trivulzio e Andrea Gritti. Si combattè, ma venne meno il coraggio alla gente veneta, e il marchese, aiutato da quei di dentro di fazion ghibellina, occupò la porta suddetta. Quivi restò prigioniero il Trivulzio, il qual poi con venti mila ducati d'oro da lì a molti giorni si riscattò. Ebbe fortuna il Gritti di salvarsi. Veramente in questa guerra la potenza veneta non fece sforzo di gran rilievo, come era solita, o perchè fosse rimasta smunta per le antecedenti guerre, o perchè quel saggio senato avesse de' segreti motivi di così operare. Entrò dunque il marchese nel recinto di quel borgo; nè occorse di più, perchè il Lautrec la notte, lasciato ben guernito il castello, si ritirasse col resto di sua gente a Como; giacchè mirava in gran commozione tutto lo Stato, troppo irritato per le esorbitanti gravezze, dianzi da lui imposte, e voglioso di mutar padrone per la speranza, spesso fallace, di starne meglio. Fu in gran pericolo di andarne a sacco quella nobilissima città; ma, alzati i ponti, calate le saracinesche e serrate le porte della cinta che divide essa città da' borghi, si fermò il primo empito dei vincitori. Sopraggiunta la notte maggiormente assicurò la cittadinanza, essendosi perduti i più de' soldati a svaligiar i borghi, i quartieri de' Veneziani e Franzesi. Questo gran fatto accadde nel dì 19 di novembre, con perpetua gloria di Prospero Colonna, e non con minore del marchese di Pescara, che in quella occasione fece mirabili prove di sua persona.

A persuasione poi di Girolamo Morone, andò un bando, che sotto pena della vita niun Milanese fosse offeso. Venuto il giorno, comparvero davanti al Colonna, ai legati e al marchese di Mantova dodici nobili ambasciatori a dar la città, e a pregare che fosse preservata da ingiurie pubbliche e private. V'entrò il Morone, prendendone il possesso a nome di Francesco Maria Sforza, già riguardato qual duca, e restò egli quivi al governo con titolo di luogotenente. Si fece conto che più di tre mila fanti veneti lasciassero in quel conflitto la vita; e gli altri Veneti, consistenti in altri tre mila fanti, trecento lancie e circa ottocento cavalli leggieri, parte furono presi, parte si dissiparono colla fuga la notte; di maniera che totalmente si perdè l'esercito loro. Seguitarono l'esempio di Milano le città di Pavia e Lodi. Parma e Piacenza si diedero ai ministri del papa. Fu spedito il marchese di Pescara con dieci mila fanti e cinquecento cavalli dietro a' Franzesi, ritirati a Como; ma il Lautrec, lasciato ivi un presidio sufficiente, s'incamminò col resto de' suoi verso Cremona, intese bensì per istrada che anche quella città aveva alzate le bandiere sforzesche; tuttavia, perchè si tenea forte la cittadella, v'entrò, e ricuperò la città, con fare il miracolo di non inferire alcun male a que' cittadini. Piantate intanto il marchese di Pescara le batterie contro la città di Como, poco stette quel popolo a capitolar la resa con patto che fossero salve le persone e robe tanto degli abitanti che de' Franzesi. Ma, entrati gli Spagnuoli, misero a sacco l'infelice città, con grande infamia del marchese, il quale poi col tempo fu chiamato a duello come colpevole di questo sfregio fatto alla pubblica fede. In una parola, a riserva di Cremona, d Alessandria, del castello di Milano e di qualche altra fortezza, il resto dello Stato di Milano venne in potere di Francesco Sforza, non senza grave affanno de' Veneziani, che, oltre allo aver perduto il loro esercito, restavano, per ragion della lor lega col re Cristianissimo, esposti ad evidenti pericoli. Ma non era da paragonar la cattiva lor positura con quella di Alfonso duca di Ferrara, giacchè egli, dopo la caduta dei Franzesi, non vedea più maniera di salvarsi in mezzo a queste vicende. Alla sempre vigorosa brama di papa Leone di torgli Ferrara, s'era aggiunto uno straordinario sdegno, per aver egli frastornato dianzi l'acquisto di Parma. Si era il duca ritirato a casa, dappoichè fu venuta sul Reggiano l'armata collegata, e poco stette a provar gli effetti della collera pontificia. Vennero l'armi di esso papa al Finale, a San Felice, e riacquistarono quelle terre. Presero anche il Bondeno, con tagliare a pezzi il presidio, e dare il sacco a quel luogo. Dall'altra parte, verso la Romagna occuparono altri ministri del pontefice Lugo, Bagnacavallo, con altre terre del duca, e poscia Cento e la Pieve. Furono anche mossi i Fiorentini ad impadronirsi della provincia della Garfagnana di là dall'Apennino, composta di circa novanta comunità, che s'era fin qui mantenuta fedele al duca; e riuscì ancora al Guicciardini di ridurre all'ubbidienza di Modena la picciola provincia del Frignano, finora costante nella fede verso il duca. Ma neppur questa bastò a papa Leone. Pubblicò egli allora un fierissimo monitorio contra d'Alfonso, dichiarandolo ribello, colle frangie d'altri titoli obbrobriosi, e mettendo l'interdetto alla città di Ferrara, per aver egli occupato le terre del Finale e San Felice spettanti alla Chiesa romana; quasi che avessero i pontefici acquistata indulgenza plenaria in ispogliar quel duca delle imperiali città di Modena e Reggio; e fosse poi enorme delitto, s'egli tentava di ripigliare il suo, cioè terre a lui indebitamente tolte, e delle quali era investito dagl'imperadori. Tuttochè sentisse il duca il soverchio abbassamento de' suoi affari; pure, irritato al maggior segno dal veder adoperate contra di sè anche l'armi spirituali, non potè contenersi dal mettere fuori colla stampa un manifesto, in cui palesò al mondo gli oltraggi, le insidie e le mancanze di fede di papa Leone X per conto suo, e privo affatto di giustizia il procedere della corte di Roma contra di lui. E perciocchè sapea essere stabilito nella lega del papa coll'imperadore, che, cacciati i Franzesi da Milano, si avessero a volgere l'armi sopra Ferrara, senza neppure aspettare di aver prese tutte le fortezze di quello Stato: da uomo forte si accinse a ben munire e provveder di vettovaglie quella città. Prese anche al suo soldo quattro mila Tedeschi, ed accrebbe le milizie italiane, risoluto di vendere caro la propria rovina, giacchè aspettava a momenti l'armi imperiali e pontificie alle mura di Ferrara. Certamente non fu mai la nobilissima casa d'Este in tanto pericolo di naufragio, come in questo frangente. Ma chi con segrete ruote regola il mondo tutto, eccoti che, con far nascere un'inaspettata scena, fece non poco cangiare aspetto alle cose d'Italia.

Per quanto s'ha dai Giornali di Paris de' Grassi, cerimoniere del papa, riferiti dal Rinaldi[399], e per quello che attestano altri scrittori[400], non si può esprimere qual allegrezza provasse papa Leone all'avviso della presa di Milano, e di mano in mano alle nuove de' susseguenti acquisti. Non capiva in sè per la gioia d'aver depressi i Franzesi, e mirava con gaudio inesplicabil la già fatta ricuperazione di Parma e Piacenza, parendogli oramai di non essere da meno di papa Giulio II. Ordinò pertanto che si facessero gran feste in Roma, e venne apposta dalla Malliana in quella città per deliziarsi nei viva del popolo. Ma che? Nel dì 25 di novembre cominciò a declinar la sua allegria per qualche incomodo di salute, nel dì primo di dicembre improvvisamente, senza neppure poter ricevere i sacramenti della Chiesa, diede fine al suo vivere in età di soli quarantasei anni. Lunga disputa fu fra i medici s'egli fosse morto di veleno, per varii segnali osservati nel suo cadavero, e per altri motivi addotti dal Grassi e dal Guicciardini. Già abbiam detto che una fistola nelle parti inferiori gli facea guerra. Bastò ben questa ad abbreviargli la vita. Ma perchè chi è morto nulla più cura le cose mondane, neppure altri si curò di procedere oltre in questa ricerca. E così terminarono i disegni e le glorie di papa Leone X, il quale, per attestato del medesimo Guicciardini, ingannò assai l'espettazione che s'ebbe di lui, quando fu assunto al pontificato. Perciocchè se alcuno avesse potuto giovare alla Chiesa di Dio, certo si dovea sperare da lui: principe di mirabile ingegno, desideroso di cose grandi, dotato di non volgare eloquenza, e, prima del pontificato, amante della giustizia. Non gli mancava buon fondo di religione e pietà. Ma, trascurando egli ciò che avea da essere il principal suo mestiere, tutto si diede a farla da principe secolare, con corte oltremodo magnifica, con attendere continuamente ai passatempi, alle caccie, ai conviti, alle musiche, e ad accrescere il lusso dei Romani in forma eccessiva. Il Giovio, tenendo davanti agli occhi il detto di Tacito, lib. III, cap. 65 degli Annali: Praecipuum munus Annalium reor, ne virtutes sileantur, neque pravis dictis factisque ex posteritate et infamia metus sit: ben dipinse non men le sue lodevoli che biasimevoli qualità. Certamente fu egli con ragion celebrato per aver promosso il risorgimento delle lettere. Certo è ancora che non godè mai si bel tempo Roma cristiana, che sotto questo pontefice, ma con peggiorarne i costumi, essendosi anche inventate o praticate maniere poco lodevoli di cavar danaro, per soddisfare alla prodigalità di esso papa, per far fabbriche suntuose, e specialmente per suscitare e sostener guerre, quasichè possa essere glorioso ne' principi ecclesiastici quello che sovente è detestabile anche nei principi secolari. Nè solamente immenso danaro della Chiesa fu impiegato in quelle scomunicate guerre, onde restò esausto l'erario pontificio; si trovarono eziandio impegnate da papa Leone le gioie ed altre cose preziose del trono della Chiesa romana, oltre ad altri grossi debiti ch'egli lasciò, a pagare i frutti, dei quali ogni anno la camera pontificia spendeva quaranta mila ducati d'oro. E tutto questo per accrescere alla Chiesa suddetta un dubbioso patrimonio, che ai dì nostri si è veduto a lei tolto; quando nel tempo stesso sguazzava e si dilatava l'eresia di Lutero; e il fier Solimano imperador de' Turchi, scorgendo immersi in tante guerre i monarchi cristiani, formò l'assedio di Belgrado, baluardo della Cristianità in Ungheria, e se ne impadronì: dal che poi venne la rovina di quel vasto regno, e un'altra gran piaga al Cristianesimo. Scrisse bensì il giovinetto re di Ungheria Lodovico calde lettere all'imperatore, al papa e agli altri principi cristiani, implorando aiuto in sì gran bisogno; ma non trovò altro che compatimento alle sue disgrazie. Mi sia lecito il rapportare all'anno susseguente alcuni fatti accaduti sul fine del presente. Qui solamente ricorderò che nel dì 22 di giugno venne a morte Leonardo Loredano doge di Venezia, la cui prudenza in tempi tanto disastrosi a quella repubblica, venne sommamente commendata. Fu a lui successore in quella dignità Antonio Grimani.

NOTE:

[399] Raynaldus, Annal. Eccl.

[400] Guicciardini. Panvinio. Anonimo Padovano. Giovio.

Anno di CRISTO MDXXII. Indizione X.

ADRIANO VI papa 1. CARLO V imperadore 4.

Appena restò vacante, per la morte di papa Leone X, la sedia di san Pietro, che Alfonso duca di Ferrara, liberato da chi cotanto il perseguitava, non si potè contenere dal far battere monete d'argento nel cui rovescio si mostrava un uomo che traeva dalle branche d'un leone un agnello, col motto preso dal primo libro, capitolo diciassettesimo, versicolo trentasette dei Re: DE MANV LEONIS. Poscia, uscito in campagna colle sue genti, riacquistò il Bondeno, il Finale, San Felice, le montagne del Modenese e la Garfagnana. Similmente ricuperò Lugo, Bagnacavallo ed altre sue terre della Romagnola. Ma non potè aver Cento, difeso da' Bolognesi, sotto cui s'era portato colle artiglierie, perchè, all'avviso di un gagliardo soccorso che veniva da Modena, giudicò meglio di ritirarsi. Anche il signor di Lautrec, rinserrato prima co' suoi Franzesi in Cremona, preso animo dalla morte del papa, la quale aveva fatto sbandare l'esercito collegato, fece un tentativo contro di Parma. Ebbe in suo potere il Codiponte; diede anche più d'un assalto alla città, ma ne fu ripulsato; e però abbandonò l'impresa. Si gloria il Guicciardini d'essere colla sua intrepidezza stato cagione che si sostenesse quella città. Quel nondimeno che fece più strepito, dappoichè il papa cessò di vivere, fu la risoluzion presa da Francesco Maria della Rovere, già duca d'Urbino, di ricuperare i suoi Stati. Stava egli in Mantova, aspettando tutto dì che spirasse qualche buon vento; e questo, quando men si credeva, arrivò. Unitosi dunque con Malatesta ed Orazio Baglione, già cacciati da Perugia, e messi insieme quattro mila fanti e due mila cavalli (il Guicciardini scrive meno), ed ottenuti dal duca di Ferrara sette pezzi d'artiglieria, senza ostacolo arrivò nel ducato d'Urbino. Il desideravano e l'attendeano a man giunte que' popoli, perchè l'amavano a dismisura pel suo grazioso governo. In quattro giorni si vide tornare alla sua ubbidienza ogni terra di quel ducato. Passò dipoi a Pesaro, e s'impadronì di quella città, e da lì a pochi giorni anche della rocca. In quel calore di fortuna gli riuscì parimente di cacciar fuori di Camerino Giovan Matteo da Varano, signore ossia duca di quella città, con introdurvi Sigismondo della stessa famiglia, che pretendea d'avervi miglior ragione, ma che non potè aver la rocca. Sul principio poi del presente anno coll'esercito suo, accresciuto da molti voluntarii, andò il duca d'Urbino a mettere il campo a Perugia, ed, impadronitosi d'un borgo, cominciò tosto a dar da più parti l'assalto alle mura. Dentro v'era alla difesa Vitello Vitelli, inviato dai Fiorentini con due mila fanti ed alcune squadre di cavalli alla difesa di quella città, unito con Gentile Baglione, messo ivi da papa Leone dopo la morte di Gian-Paolo. Si avvilirono questi difensori per timore del popolo, e la notte si ritirarono, lasciando che colà facessero l'entrata Malatesta ed Orazio Baglioni.

Mentre succedeano tali scene, sorse la discordia nel conclave fra i cardinali ivi racchiusi per l'elezione del nuovo pontefice. Comunemente si credea che Giulio cardinal de Medici, dopo avere, nell'anno addietro, esercitato il suo spirito in affari di guerra nel felice esercito de' collegati, avesse ancora a riportar vittoria in questo cimento, atteso il credito suo, la sua opulenza e l'aderenza di moltissimi porporati, creature di papa Leone suo cugino. Ma i vecchi, che credeano dovuto alla loro età il pontificato, più che a Giulio, il quale non contava se non quarantacinque anni d'età, e il partito franzese, di cui si fece capo il cardinal Soderino, fecero abortir que' disegni. Però, giacchè neppure a lui piaceva che andassero innanzi i suoi competitori, gli cadde in mente, o gli fu suggerito, di proporre pel pontificato il cardinale Adriano vescovo di Tortosa, nato di bassi parenti nella città di Utrect in Fiandra, ma che per le sue rare virtù e pel molto suo sapere era giunto ad essere maestro dell'Augusto Carlo V, ed avea conseguita la porpora cardinalizia nell'anno 1517. Dio benedisse la proposizione suddetta; e quantunque Adriano non avesse mai veduta Italia, nè fosse personalmente conosciuto dal sacro collegio, pure, alla fama del raro suo merito si accordarono tutti ad eleggerlo nel dì 9 di gennaio del presente anno. Trovavasi egli allora in Biscaia ad esercitare l'impiego a lui appoggiato da esso Augusto di governatore e visitatore dei regni di Spagna. Portatagli questa nuova, per essere affatto inaspettata, riuscì a lui maravigliosa: pure accettò la gran dignità, e, ritenuto il proprio nome, si fece chiamare Adriano VI. Siccome uomo prudente, non mostrò segno alcuno d'allegrezza, ma solamente, rivolto a Dio, il pregò, che giacchè gli avea voluto imporre questo peso, gli contribuisse anche forze per sostenerlo in utilità della Chiesa e della repubblica cristiana. Quanto a' Romani, scaricarono la lor bile in loquacità e villanie contra de' cardinali, perchè avessero eletto uno straniero, con pericolo che si tornasse a veder la brutta scena della sedia di san Pietro trasportata dì là dai monti. Peggio sparlarono da lì innanzi, perchè, mancata la splendida corte di papa Leone X, e i cardinali usciti l'un dietro l'altro fuori di Roma, erano cessati con ciò i grossi guadagni de' mercatanti e del popolo, e cresciute le prepotenze e le ingiustizie in essa città. Per questo non si sentiva altro che benedizioni alla memoria di Leone, e maledizioni allo stato presente, stante l'aver tardato più mesi il novello papa a comparire in Roma. Era in questi tempi passato il duca d'Urbino alla volta di Siena, desideroso di far mutare il governo in quella città. Mandarono a tempo i Fiorentini colà un rinforzo di gente, che tenne in dovere il popolo: e perchè essi fecero anche venire in Lombardia Giovanni de Medici con un corpo di Svizzeri preso al loro soldo, il duca giudicò meglio di ritirarsi, e passò poi nel Montefeltro, che tornò tutto alla sua divozione, fuorchè la fortezza di San Leo e la rocca di Maiuolo. In Lombardia Prospero Colonna, generale dell'armi cesaree in Milano, niuna diligenza e precauzione ommetteva per premunirsi contro i tentativi de' Franzesi, i quali si sapea che, oltre ad altra gente, aveano adunato un grosso corpo di Svizzeri. Il Guicciardini scrive essere stati da dieci mila; l'Anonimo Padovano li fa ascender a quattordici mila, e il Giovio sino a diciotto mila. Gran riputazione s'acquistò egli coll'aver fatto un mirabil trincieramento, guernito d'artiglierie, fuori della città di Milano intorno al castello, aciocchè, venendo i Franzesi, non potessero accostarsi a quella fortezza. Al pari di lui Girolamo Morone luogotenente del duca fece il maggior preparamento che potè per la difesa; nè solamente egli con lettere finte, con ambasciate false e colla sua eloquenza infiammò l'odio di quella nobiltà contro i Franzesi; ma eccitò anche il popolo all'abborrimento di quella nazione per mezzo di frate Andrea da Ferrara dell'ordine di santo Agostino, il quale, predicando con gran concorso di gente, disse quanto mai seppe in discredito dei Franzesi, e in commendazione del principe proprio, cioè del duca Francesco Sforza, sollecitando ognuno a difendere colle facoltà e col sangue la salute della patria. Con queste arti il Morone trasse dai Milanesi tanto danaro, che potè assoldar quattro mila fanti Tedeschi, i quali da Trento vennero a Milano. Nel qual tempo anche l'imperadore era dietro ad arrolare altri sei mila fanti della medesima nazione, per inviarli colà. Nè questo bastò al Colonna e al Morone. Dacchè videro sì ben accesi gli animi di quel popolo, ne spedirono otto mila armati ad Alessandria, che, per opera de' cittadini guelfi, s'era data ai Franzesi. Tanto il presidio di quella città, quanto gli stessi abitanti, al sentire che nè Spagnuoli nè Tedeschi erano con quella gente, baldanzosamente usciti fuor di una porta, attaccarono battaglia. Toccò ad essi di voltar le spalle, e sì disordinatamente cercarono di salvarsi nella città, che mischiati con loro anche i Milanesi v'entrarono. Fu ivi gran mortalità, finchè i fautori dei Franzesi se ne fuggirono fuori per un'altra porta, lasciando la città in poter dei vincitori, i quali non dimenticarono di darle il sacco. Da lì a pochi giorni anche Asti venne alle lor mani: perdite che sconcertarono di molto gl'interessi dei Franzesi, perchè restò loro tagliata la comunicazione con Genova, e tutto il di qua da Po tornò all'ubbidienza di Milano.

Per calare in Lombardia altro non mancava a Renato bastardo di Savoia, gran maestro di Francia, e a Galeazzo da San Severino grande scudiere di Francia, inviati dal re Francesco I alla condotta degli Svizzeri, già raunati in suo favore, sennonchè dessero loro licenza di passare le alte nevi delle montagne di San Bernardo e di San Gottardo. Più volte fecero le spianate, ma indiscreta neve di nuovo cadendo, tornava a chiudere i passi. Finalmente vennero in Lombardia, e andarono ad unirsi col signor di Lautrec, il quale, sulla speranza di questo rinforzo, già era uscito vigoroso in campagna sul principio di marzo. Con esso lui si congiunsero ancora l'armi de' Veneziani, consistenti in quattrocento lancie, mille cavalli leggieri e cinque mila fanti sotto il comando di Teodoro Trivulzio e di Andrea Gritti. La fantasia delle genti, che amplifica sempre gli eserciti, stimò che questa armata ascendesse a sessanta mila combattenti, ma era molto meno. Ora il valoroso e saggio Prospero Colonna generale della lega, per non sapere qual disegno avessero formato i nemici, inviò Filippo Torniello a Novara, monsignor Visconte ad Alessandria, Antonio da Leva a Pavia, e Federigo marchese di Mantova a Piacenza, con sufficienti guarnigioni alla guardia di quelle città, restando egli in Milano con settecento uomini d'arme, settecento cavalli leggieri e dodici mila fanti. Passò l'esercito franzese in vicinanza di Milano verso ponente, mostrando voglia di assalire i meravigliosi trincieramenti, cioè argini e fosse fatte dal Colonna intorno il castello: nella quale occasione inoltratosi troppo ad ispiar que' forti ripari Marcantonio Colonna, già prigione in Francia, ed ora militante nell'esercito franzese, un colpo di colubrina della città gli portò via le natiche, per cui da lì a poche ore morì. Scrive il Giovio essere stato lo stesso Prospero Colonna che indrizzò quella colubrina, e saputo dipoi di avere ucciso il proprio nipote, ne provò un sommo affanno. Con esso Marcantonio restò ancora colpito ed ucciso Camillo Trivulzio, giovane di gran cuore ed espettazione. All'accostarsi de' Franzesi a quei trincieramenti, si diede tosto campana a martello per tutto Milano, e chiunque era atto all'armi animosamente accorse ai luoghi che dianzi gli erano stati assegnati. Dicono che circa sessanta mila persone fossero questi difensori, computate le milizie pagate. Ciò rapportato dai disertori al Lautrec, il quale s'era vanamente lusingato che il popolo di Milano, per timore del sacco, si solleverebbe o manderebbe a capitolare; siccome ancora la relazion degl'ingegneri che aveano trovati insuperabili que' ripari: cagion furono ch'egli col consiglio de' maggiori uffiziali deponesse il pensiero di sacrificar quivi parte delle sue genti. Ritirossi per questo ad un luogo, cinque miglia distante da Milano verso Pavia, da dove fece poi continue scorrerie verso la città, e stava attento per impedire il passaggio del duca Francesco a Milano. Imperocchè una delle maggiori premure del Colonna e del Morone era stata che esso Francesco Sforza duca, dimorante in Trento, sen venisse a Milano per accrescere il coraggio a quel popolo; e tanto più perchè egli avea seco sei mila fanti tedeschi, i quali avrebbero data la vita all'esercito loro. Per mancanza di danaro non si potè egli mettere sì presto in viaggio. Ma sovvenuto con nove mila ducati d'oro dal cardinal de Medici, allora si mosse, e, passato il Po a Casal Maggiore, giunse a Piacenza, da dove poi Federigo marchese di Mantova con trecento uomini d'arme lo scortò sino a Pavia circa la metà di marzo. Intanto il signor dello Scudo, fratello del Lautrec, giunto a Genova con tre mila fanti guasconi, calò in Lombardia; ed avvisatone il Lautrec, spedì ad unirsi seco Federigo Gonzaga signor di Bozzolo con cinquecento cavalli e sei mila fanti. Questo corpo di gente marciò a Vigevano, e senza fatica se ne impadronì. Andossene dipoi lo Scudo a Novara, dove tuttavia il castello si tenea per i Franzesi; e tratti di là alquanti pezzi d'artiglieria, cominciò a bersagliare la città. Dentro v'era Filippo Torniello con due mila fanti, che fece buona difesa; ma al terzo assalto, essendo uscita alla difesa anche la guarnigion del castello, v'entrarono i Franzesi, che misero a fil di spada la maggior parte di que' fanti, fecero prigione il Torniello con altri uffiziali e cittadini, e poi diedero il sacco all'infelice città, non senza biasimo del Colonna e del marchese di Mantova, per non averle dato soccorso. Mentre ciò si facea, il duca Francesco Sforza, accompagnato da Antonio da Leva, segretamente uscito di Pavia, per una via fuor di mano s'inviò alla volta di Milano, ed accolto a Sesto da Prospero Colonna, entrò in quella città, dove con incredibil giubilo e segni d'amore fu ricevuto dal popolo. Ora dacchè il Lautrec vide fallito il suo disegno, sapendo che in Pavia non era restato che lo scarso presidio di trecento cavalli e due mila fanti col marchese di Mantova, andò tosto a mettere il campo ad essa città, e tardò poco a batterla colle artiglierie. Fece sapere il marchese al Colonna il bisogno d'aiuto, laonde questi uscì di Milano con tutto l'esercito, e andò fino a Rinasco, mostrando di voler venire ad un fatto d'armi. Nulla più che questo sospirava il Lautrec; ma il saggio Colonna aveva altro in cuore, e, stando in un forte alloggiamento, si contentava di solamente inquietare il campo nemico. Poscia una notte spedì Francesco Ferdinando d'Avalos marchese di Pescara con due grossi squadroni di cavalleria ad assaltare i Franzesi. Urtò il prode cavaliere in due siti con tal empito nel loro campo, che, credendo essi Franzesi venir loro addosso tutte le forze dei cesarei, poco mancò che non si mettessero in fuga. Montato a cavallo il Lautrec con gli altri capitani, li trattenne ed incoraggì: nel qual tempo avendo il Colonna drizzati due mila fanti spagnuoli e mille corsi verso Pavia, questi per un'altra porta entrarono in essa città, raccolti con gran giubilo dal Gonzaga. Così racconta questo fatto l'Anonimo Padovano; laddove il Guicciardini scrive che sul principio dell'assedio il Colonna inviò colà mille fanti corsi e alcuni spagnuoli, che menando le mani, e passando per gli alloggiamenti de' Franzesi, penetrarono in Pavia. Il Giovio parla solamente di due compagnie di Spagnuoli e due d'italiani, che parlando franzese co' Veneziani, e veneziano co' Franzesi, solamente sul fine ebbero da menare le mani, ed entrarono in Pavia. Ma altro che di sì poca gente abbisognava allora quella città. Fu inseguito il marchese di Pescara dai Franzesi, e gli sarebbe forse avvenuto del male, se non fossero stati spediti in suo soccorso dal Colonna cinquecento cavalli, coi quali arrivò salvo a Binasco. Soccorsa in tal guisa Pavia, si ritirò poi quell'esercito a Milano. Dolente restò per questo il Lautrec; ma, ciò non ostante, ancorchè in essa città si trovasse allora un sì gagliardo presidio, pure, contro il parere del provveditor veneto e di quasi tutti i capitani franzesi ed italiani, non d'altro parlava che di venire all'assalto. Forse l'avrebbe fatto, se nel più bello una pioggia, che durò sei giorni, con impedire il trasporto delle vettovaglie, e l'essere tornato il Colonna a Binasco, con avanzarsi dipoi sino all'insigne Certosa di Pavia, per frastornare il tentativo dei Franzesi, non gli avessero infine fatto prendere la risoluzione di ritirarsi a Landriano, dove seguì una terribile zuffa colla peggio de' suoi. E tanto più si vide egli necessitato a battere la ritirata, perchè non avendo con che pagare gli Svizzeri, mentre era ben giunto ad Arona danaro di Francia, ma non potea passare, coloro tumultuavano per tornare a casa. Ridottosi dunque il Lautrec a Monza, e inteso che Prospero Colonna era giunto col suo esercito a Sesto, cinque miglia lungi da lui, non s'attentò a continuare la marcia sino a Cremona, secondochè avea disegnato. Ossia che egli, non trovando altro ripiego per fermare gli Svizzeri ch'erano sulle mosse, prendesse la risoluzione di far giornata campale, ed animasse tutto il suo campo a questo marziale azzardo; oppure, come comunemente fu creduto, che gli Svizzeri si esibissero di venire a battaglia, tenendosi sicuri della vittoria, con gridar più volte: O paga, o battaglia; altrimenti minacciavano d'andarsene: la verità si è, che il Lautrec si preparò per andare ad assalir l'armata nemica. Avea il Colonnese ritirata da Pavia buona parte di quel presidio, e, certificato dalle spie del disegno dei Franzesi, attese a prepararsi per ben riceverli. Adocchiato in questo mentre un luogo, appellato la Bicocca, tre miglia lungi da Milano, circondato da fosse profonde, da argini e canali di acqua, colà come in sito fortissimo andò a postarsi. Fece venir da Milano tre mila fanti italiani e gran copia di guastatori, che accrebbero quelle fortificazioni. Lo stesso duca Francesco con mille e cinquecento cavalli in persona accorse colà, accompagnato da alcune migliaia di Milanesi volontarii, armati tutti di archibusi, ed anche di coraggio.

Venuto il giorno 22 d'aprile, si mosse il Lautrec verso la Bicocca, e scontrato Stefano Colonna che veniva con cinquecento cavalli a spiare i suoi andamenti, il mise in rotta, prendendo questo buon principio per augurio di vittoria. Assaltarono da più parti gli Svizzeri e Franzesi il campo imperiale, con ritrovar dappertutto insuperabili fosse, colpi di cannone e di moschetteria. Più volte tentarono i feroci Svizzeri di superar quegli argini e fosse, andando colla testa bassa contro le cannonate; ma altro non guadagnarono se non morti e ferite. Perciò il Lautrec, chiarito di non poter vincere la pugna, pien di mala voglia e di vergogna ritiratosi, levò il campo, e ritirossi a Monza, seguitato dagli Svizzeri, restati in vita, i quali, flagellati dalla memoria di questo sinistro fatto, per più tempo non osarono di far delle smargiassate. Si fece conto che circa tre mila d'essi con ventidue lor capitani restassero freddi nel campo della battaglia. V'ha chi scrive, esservi morti quasi altrettanti Franzesi. Passato che fu il Lautrec di là dall'Adda, lasciò andare pel Bergamasco gli Svizzeri alle lor montagne; ed egli, dopo aver inviato alla guardia di Lodi Federigo da Bozzolo, e il Buonavalle Franzese con sufficiente guarnigione, e raccomandata allo Scudo suo fratello la custodia di Cremona, passò dipoi in Francia a ragguagliare il re di tante sue disavventure. Avrebbono il duca di Milano e Prospero Colonna saputo profittar del disordine de' nemici, se non fossero stati ritenuti più giorni da una sollevazion di Tedeschi, i quali, pretendendo un mese di paga a titolo di regalo per la riportata vittoria, aveano prese le artiglierie, e minacciavano di voltarle contra de' capitani. Bisognò infine, dopo molte dispute, capitolare, con prometter loro sessanta mila ducati di oro in termine di un mese, e dar loro ostaggi per questo. Grandi difficoltà si trovarono poi a raunar tanta pecunia: pure fu soddisfatto al bisogno. Quetato quel pericoloso rumore fu spedito il marchese di Pescara colla fanteria spagnuola a Lodi, dove non era per anche entrato tutto il corpo di gente inviatovi dal Lautrec. Impadronitosi egli con gran celerità di un borgo, tal terrore diede ai Franzesi, che, abbandonata la città, corsero a ripassar l'Adda pel ponte. V'entrarono poi gli Spagnuoli, e senza misericordia diedero il sacco non solo a quanti cavalli, armi e bagaglio vi aveano lasciato i Franzesi, ma anche alla misera cittadinanza. Passato di là il marchese a Pizzighittone, e, piantate le artiglierie, forzò quel presidio alla resa. Andò poscia Prospero Colonna con tutta la sua armata a stringere d'assedio la detta città di Cremona. Lo Scudo e Federigo da Bozzolo, tuttochè si trovassero assai forti di gente, pure, al mirarsi senza speranza di soccorso, intavolarono tosto un trattato, che fu sottoscritto nel dì 26 di maggio, in cui si obbligarono i Franzesi di render quella città, ed ogni altra fortezza nello Stato di Milano, a riserva dei castelli di Milano, Cremona e Novara, se in termine di quaranta giorni non veniva un esercito di Francia capace di passare il Po, o di espugnare una città di quel ducato: e che fosse loro lecito di passare in Francia a bandiere spiegate con tutti i loro carriaggi ed artiglierie. Furono dati gli ostaggi per l'esecuzione del trattato.

L'indefesso Colonna, giacchè il ferro era caldo, non perdè tempo a batterlo. Imperciocchè mise tosto in marcia l'esercito alla volta di Genova, con pensiero di snidare anche di là i Franzesi. Seco si unì il duca di Milano con Girolamo ed Antoniotto fratelli Adorni, fuorusciti di Genova. Arrivati che furono sotto quella nobil città, s'accamparono intorno ad essa in varii siti, con disporre ben tosto le artiglierie contro le mura. Il doge, ossia governatore Ottaviano Fregoso, uomo di gran vaglia ed universalmente amato per l'ottimo suo governo, avea già presi circa quattro mila fanti italiani al suo servigio. Ben prevedendo che anche sopra di lui e della città si dovea scaricar la tempesta, dianzi con più lettere avea chiesto soccorso al re Cristianissimo, il quale, giacchè non avrebbono potuto giugnere a tempo quattordici mila fanti e cinquecento lancie inviate verso l'Italia per terra, spedì a Genova per mare Pietro Navarro, celebre capitano da noi altrove veduto, con quattro galee e due mila fanti imbarcati in altri legni. Giunse il Navarro colà due dì prima dell'arrivo dell'armata imperiale. Ora il duca e il Colonna appena arrivati[401], per un araldo fecero intendere ai Genovesi, che se congedassero il presidio franzese, e ricevessero un altro doge, si conserverebbe loro la libertà; se no, si aspettassero tutti i malori di una città presa per forza. Non mancavano partigiani ai suddetti Adorni; ma per paura del presidio niuno ardiva di muoversi, e il Fregoso facea sperar vicino un più gagliardo soccorso di Franzesi. Pertanto, veggendo il Colonna persistere quel popolo nell'union co' Franzesi, comandò che le artiglierie parlassero più efficacemente dell'araldo. Riuscì al marchese di Pescara in poche ore di diroccar le mura d'una torre: il che veduto dal Fregoso, si avvisò di trattare d'accordo, sperando di menar la cosa tanto in lungo, che sopravvenisse il non molto lontano soccorso de' Franzesi. Ma mentre si facea questo negoziato nel dì 30 di maggio, ed era come accordato tutto, il marchese di Pescara, che avea promesso il sacco della città a' suoi fanti spagnuoli ed italiani, diede l'assalto alla breccia fatta, e v'entrò verso la notte colla sua gente, la qual subito s'applicò al saccheggio. Ciò inteso dal resto dell'armata, non si potè ritenere che anch'essa non corresse alla preda. Entrarono quella notte il duca e il Colonna nella misera città; ma nè essi nè i fratelli Adorni poterono punto trattenere la sfrenata soldatesca dal continuare il sacco per tutta quella notte e nel seguente giorno. E siccome essa città era delle più ricche d'Italia, così immenso fu il bottino. Dicono che fu salvo l'onor delle donne, e che s'ebbe un mediocre rispetto alle chiese. Certo è che fu salvata la sagristia di San Lorenzo, dove si conserva il catino di smeraldo d'impareggiabil prezzo, con aver guadagnato un capitano tedesco, il quale già ne sfondava le porte, mediante lo sborzo di mille ducati d'oro. Restò in così fiera disavventura prigione Pietro Navarro con altri capitani franzesi; ed Ottaviano Fregoso, perchè non potè o non volle fuggire, si rendè al marchese di Pescara, presso il quale, dice il Guicciardini che egli morì non molti mesi dappoi. Ma l'Anonimo Padovano scrive, essersi il Fregoso da lì a qualche tempo riscattato collo sborso di quindici mila ducati d'oro. Fu poi creato doge di Genova Antoniotto Adorno. Questi, avendo fatto venire artiglierie da Pisa, in pochi dì si rendè padrone anche della cittadella, e di San Francesco e del castelletto, con lasciar ripassare in Francia quelle guarnigioni. Marciò dipoi il Colonna colla vittoriosa armata in Piemonte, per opporsi a Roberto Scotto, che già avea passate l'Alpi, conducendo seco il suddetto corpo di milizie franzesi; ma egli dopo essersi intesi tanti progressi dell'esercito imperiale, ebbe ordine di tornarsene indietro. Trovò esso Colonna che i marchesi di Monferrato e Saluzzo aveano in addietro somministrati viveri ed altri aiuti ai Franzesi. Non poteano essi far di meno; pure questo fu un gran reato, per cui non solamente si diede un buon rinfresco in quelle parti all'esercito imperiale, ma si riscossero ancora grosse contribuzioni di danaro. Venuto poscia il dì 4 di luglio, in cui spirava il termine prefisso per la resa di Cremona, il signor dello Scudo fedelmente consegnò quella città ai ministri cesarei, e con tutto onore condusse anch'egli le sue genti in Francia. Restavano tuttavia in poter de' Franzesi i castelli di Milano, Cremona e Novara, e le rocche di Trezzo e Lecco. Venne poi fatto al duca di ricuperar le due ultime e il castello di Novara, con rimanere resistenti solamente i due primi. Ciò fatto, furono cassate le fanterie tedesche ed italiane, e il resto distribuito in vari luoghi dello Stato di Milano.

Non mancarono in quest'anno anche in Toscana movimenti di guerra. Renzo da Ceri, già incitato da' Franzesi, si mosse con cinquecento cavalli e sette mila fanti verso Siena, per introdurre mutazion di governo in quella città. Diedero all'armi per questo i Fiorentini; e fatto accordo col duca d'Urbino, a cui restituirono allora, secondo alcuni, la fortezza di San Leo nel Montefeltro (quando il Nardi, più informato d'essi, la riferisce all'anno 1527), presero per lor generale il conte Guido Rangone, il quale con tal prudenza andò guastando tutti i disegni di Renzo, che il forzò a trattare un accordo, e così cessò quella briga. Parimente in Romagna furono ammazzamenti e non pochi disordini, e spezialmente venne fatto a Sigismondo figlio di Pandolfo Malatesta d'introdursi segretamente in Rimini, e coll'aiuto de' suoi partigiani d'impadronirsi di quella città, retaggio antico dei suoi ascendenti. Procedeano tali sconcerti dalla discordia del collegio de' cardinali e dalla lontananza del papa. Però essi cardinali non cessavano di replicare le istanze, perchè il santo padre venisse oramai in Italia: cosa ch'egli non potè eseguire, per voler prima abboccarsi coll'imperador Carlo V, di giorno in giorno aspettato in Ispagna. Ma perciocchè esso Augusto troppo tardava a venire, il pontefice prese la risoluzion di partirsi: e quantunque arrivasse poi ai lidi di Spagna esso Carlo, pure Adriano si scusò, e andò ad imbarcarsi senza vederlo, non sussistendo ciò che dice l'Anonimo Padovano, che per otto giorni si trattennero amendue in Barcellona in continui ragionamenti. Il corteggio del pontefice riuscì magnifico, perchè composto di diciotto galee e d'altri legni, di tre o quattro mila soldati, e di gran copia di prelati e nobiltà. Si mosse nel dì 6 di agosto, e sbarcò a Genova, dove trovò quel popolo tuttavia sbalordito e dolente per la gravissima sofferta burrasca. Colà si portarono il duca di Milano, Prospero Colonna, il marchese di Pescara ed altri a baciargli il piede. Nel dì 22 d'agosto, se ne parti, e dopo essersi fermato due giorni in Livorno, dove fu onorevolmente accolto dal cardinal Giulio de Medici, come capo, per non dir padrone, de' Fiorentini, si trasferì a Cività Vecchia. Colà smontato, trovò trentasette porporati che gli prestarono i dovuti ossequii. Era dianzi entrata la peste in Roma, e vi avea fatta strage di otto mila persone: spettacolo, per cui, oltre ai cardinali e primati, gran parte ancora del popolo era fuggita. Perciò, tolta l'esca al malore, pochi più oramai ne morivano. Con tutte le ragioni addotte al papa, che conveniva differir l'ingresso suo in Roma, egli volle farlo senza dimora, ed essere coronato. Intorno al giorno della sua entrata e coronazione in Roma, si truova discrepanza fra gli scrittori. Ma una lettera di Girolamo Negro[402] ci assicura che ciò avvenne nel dì 29 d'agosto. Avendo poi quel miscuglio di gente riaccesa più che mai la pestilenza, per cui mancarono di vita circa altre dieci mila persone, il pontefice non per questo si sbigottì, e ritiratosi in Belvedere, quivi attese a dar sesto agli affari di Roma. Spedì le sue genti d'armi in Romagna, che poi ricuperarono Rimini dalle mani di Pandolfo Malatesta e di Sigismondo suo figlio. Liberò eziandio Imola, Ravenna ed altre città dei sediziosi. Appena fu intesa l'elezion di questo papa, che Alfonso duca di Ferrara inviò in Ispagna Lodovico Cato a rendergli ubbidienza, e ad informarlo delle violenze contra di lui usate dai due precedenti pontefici. Venuto poi il papa a Roma, annullò il monitorio di papa Leone X, e le censure pubblicate contra d'esso duca; gli confermò Ferrara, il Finale e San Felice, e gli promise la restituzione di Modena e Reggio. Con tal congiuntura Alfonso ricuperò Cento e la Pieve. Si provarono in quest'anno le deplorabili conseguenze della guerra suscitata da esso papa Leone, perchè, oltre alla desolazion della Lombardia e di Genova, il sultano de' Turchi Solimano, veggendo impegnati i principi cristiani nelle loro detestabili discordie, ito con un formidabile esercito per mare e per terra all'assedio dell'isola di Rodi, posseduta per tanto tempo dai cavalieri gerosolimitani, quantunque una stupenda difesa trovasse, per cui dicono che tra malattie e ferite perdesse circa cento mila persone; pure infine, per colpa d'alcuni traditori empii cristiani, se ne impadronì nel dì 20 di dicembre, con danno ed infamia incredibile della cristianità. Implorarono quei cavalieri soccorso da Roma, da Venezia, dall'imperadore e da altri principi cristiani. Neppur uno alzò un dito per aiutarli, intenti tutti a scannarsi fra loro. Similmente con sì favorevole congiuntura si andò dilatando sempre più l'eresia di fra Martino Lutero per la Germania, e quella di Zuinglio per gli Svizzeri. Ebbe anche principio la crudelissima degli Anabatisti. Povera cristianità in questi tempi!

NOTE:

[401] Agostino Giustiniani, Guicciardini, Anonimo Padovano, Pietro Messia, ed altri.

[402] Lettere de' Principi, tom. 1.

Anno di CRISTO MDXXIII. Indizione XI.

CLEMENTE VII papa 1. CARLO V imperadore 5.

Riuscì in quest'anno a Francesco Maria Sforza duca di Milano di ridurre in suo potere il fortissimo castello di quella città, avendo capitolato quel castellano, che se in termine d'un mese non veniva soccorso, lo renderebbe, perchè oramai penuriava troppo di vettovaglie e di gente. L'Anonimo Padovano scrive che la resa seguì nel dì 17 di maggio: il Guicciardini, che nel dì 14 di aprile. Si trovò che quella guarnigione era ridotta a soli quarantacinque uomini. Sicchè restò il solo castello di Cremona in man de' Franzesi, ed era ben provveduto. Pare che sia più verisimile l'asserzione del Guicciardini intorno alla resa del castello di Milano; perciocchè, quantunque non avesse il duca per anche ottenuto dall'Augusto Carlo l'investitura di quel ducato, pure nel dì 24 di aprile con gran solennità e pari allegrezza del popolo ne prese il possesso in Milano. E qui non si vuol tacere un grave pericolo in cui incorse quel duca nel mese d'agosto. Era egli stato più dì a Monza per fuggire il caldo. Nel tornare ch'egli faceva a dì 25 d'esso mese a Milano, i ducento cavalli di sua guardia parte camminavano avanti, e parte gli teneano dietro molto lontani, a cagion del gran polverio, ed egli con pochi marciava nel mezzo. Fra questi pochi era Bonifazio Visconte suo cameriere, che, conceputo un odio grande per la morte dianzi data a monsignorino Visconte, e perchè gli era tolta una prefettura in Val di Sesia, ne meditava vendetta; e fingendo di voler parlare al duca in segreto, con un pugnale gli tirò un colpo alla testa; ma, per cavalcare esso duca una muletta, e Bonifazio un alto e velocissimo cavallo turco, andò il colpo solamente a fare una leggier ferita nella spalla. Inseguito costui, mercè dell'ottimo cavallo, ebbe la fortuna di salvarsi in Piemonte, e poi in Francia. Questo accidente fece sospettar qualche congiura, e molti furono imprigionati in Milano, ed alcuni ancora impiccati. Guarì facilmente il duca. Non di meno fra Paolo carmelitano, scrittore di questi tempi nella sua Storia manuscritta racconta che il pugnale era avvelenato, perlochè ne fu difficile la guarigione, ed essergli restata da lì innanzi una debolezza di nervi. Sparsa e ingrandita la voce di questo fatto, le città di Valenza e d'Asti furono prese dai fuorusciti milanesi; spedito colà Antonio da Leva, ricuperò que' luoghi. Avea intanto l'imperador Carlo, dappoichè vide cacciati quasi affatto fuori di Lombardia i Franzesi, applicati i suoi pensieri a provvedere che non vi tornassero. Bramoso dunque di staccar da essi il valoroso duca di Ferrara Alfonso, e massimamente il senato veneto, da Vagliadolid spedì in Italia Girolamo Adorno suo consigliere, persona di rara abilità e destrezza, acciocchè ne trattasse.

Venuto questo ministro cesareo a Ferrara, nel dì 29 di novembre dell'anno precedente, s'accordò col duca, obbligandosi l'imperadore di tenere quel principe sotto la sua protezione, di confermargli l'investitura imperiale de' suoi Stati, e di fargli restituire Modena e Reggio, con che egli pagasse alla maestà sua centocinquanta mila scudi d'oro. Non volle il duca prendere impegno alcuno contra de' Franzesi, perchè restavano tuttavia allora in man d'essi i castelli di Milano e di Cremona, e forse non s'erano loro tolte per anche le fortezze di Trezzo e di Lecco, e poi si udivano dei gran preparamenti del re Francesco per tornar in Italia. Andò poscia l'Adorno anche a Venezia, dove propose a quel senato una lega coll'imperadore. Grandi e lunghi furono i dibattimenti fra que' saggi senatori, perchè dall'un canto sembrava preponderare la potenza di chi era imperadore ed insieme re di Spagna, corroborata dal duca di Milano, che uguale interesse avea con esso Augusto. Ma dall'altra parte l'abbandonare il re di Francia già collegato parea cosa di poco onore; oltre di che, i sicuri avvisi dello armamento, che egli facea, teneano divisi e sospesi gli animi di ciascuno. Intanto, perchè venne a morte l'Adorno, restò intepidito quel negoziato. Ma da lì a un mese essendo stato spedito da Cesare a Venezia Marino Caracciolo protonotario apostolico, si ripigliò con più vigore. Venne poi a morte nel dì 7 di luglio, per attestato del Sansovino, il doge Antonio Grimani, e in suo luogo restò eletto Andrea Gritti, personaggio che abbiam veduto dar tante prove di valore e prudenza nelle sì fiere contingenze di quella repubblica. È ben da stupire come una Cronica manuscritta di Venezia metta la di lui elezione nel dì 20 d'aprile, e fra Paolo carmelitano nel dì 20 di maggio. Nè lo stesso Sansovino sembra assai concorde a sè stesso, e discorda ancora da Pietro Giustiniani nell'assegnare il tempo del ducato del Grimani. Ora il Gritti, siccome persona di gran saviezza, mai non volle palesare il sentimento suo intorno alla lega proposta dal ministro cesareo, lasciandone tutta la risoluzione al senato. E questa finalmente fu conchiusa sul fine di luglio fra essi Veneziani, l'imperadore, Ferdinando arciduca e Francesco duca di Milano. Crebbe poi questa lega, perchè papa Adriano VI, amantissimo per altro della pace d'Italia, dopo aver con lettere efficaci esortati tutti i principi a conservarla, per potere accudire all'impresa contra del Turco, veggendo pure ostinato il re di Francia a volerla di nuovo turbare, nel dì 3 di agosto entrò anch'egli in essa lega, siccome i re d'Inghilterra d'Ungheria, i Fiorentini, Sanesi e Genovesi. E perchè si scopri che Francesco Soderino cardinale di Volterra, mostrandosi appassionato per la pace, e maneggiator d'essa, segretamente intanto tramava in Sicilia una congiura contra l'imperadore, e sollecitava il re Cristianissimo che colà inviasse la sua flotta, fu, per ordine del pontefice, inviato prigione in castello Sant'Angelo.

Ma che? il buon papa Adriano sul più bello fu da questi terreni imbrogli chiamato da Dio a miglior vita nel dì 14 di settembre, con poco dispiacere, se non anche con gaudio della corte di Roma, riguardante poco di buon occhio un pontefice non italiano, e trovandolo anzi uomo inesperto ne' grandi affari politici, ossia nelle finezze della mondana sapienza, la quale infine davanti a Dio ha un altro nome. Per altro, egli fu pontefice pieno d'ottima volontà, di sapere e probità non ordinaria; e s'egli fosse sopravvivuto, siccome aderiva a convocare un concilio generale della Chiesa per riformar gli abusi, così grande speranza c'era di poter rimediare al sempre più crescente scisma del Settentrione. La morte del papa, quanto dall'una parte scompigliò i disegni della lega suddetta, tanto dall'altra animò Francesco re di Francia a proseguir con più calore i suoi preparamenti e disegni per calare in Italia. Era stato fin qui Alfonso duca di Ferrara aspettando con pazienza la restituzion delle sue città di Modena e Reggio, promessa tante volte da papa Leone X, e dallo stesso Adriano VI. Ma il possesso e dominio degli Stati terreni, quand'anche sia ingiusto, porta seco un tale incanto, che niun quasi mai sa indursi a spogliarsene, se non si adopera l'esorcismo della forza. Il perchè, veggendosi il duca cotanto deluso, non potè più stare alle mosse. Aveva dianzi l'imperadore tolta la terra di Carpi ad Alberto Pio, gran cabalista di questi tempi, che, dopo aver tradito esso Augusto, era dietro a far lo stesso giuoco al papa, che gli avea affidata la custodia di Reggio e di Rubiera, come s'ha dal Guicciardini. Ora, innanzi che accadesse la morte del papa, Renzo da Ceri avea tolta essa terra di Carpi agl'imperiali, con inalberar ivi le bandiere di Francia. Dappoichè fu mancato di vita papa Adriano, si diede Renzo a far delle scorrerie fra Modena e Reggio. Tentò anche Rubiera, ma indarno. In questo tempo il duca Alfonso, sperando d'essere sostenuto da esso Renzo, uscì colle sue genti in campagna. Nel dì 27 di settembre si presentò davanti a Modena, e ne fece la chiamata. Perchè dentro v'era Francesco Guicciardini governatore pel papa, e il conte Guido Rangone con forza valevole da poter sostenere la città, fu mandato in pace. Voltossi il duca a Reggio, dove nel dì 29 del mese suddetto, senza dover usare violenza, da quel popolo fu allegramente ricevuto; e poco stette a impadronirsi anche della cittadella e di tutto il contado. Venuto poi al forte castello di Rubiera sulla via Emilia ossia Claudia, colla artiglierie forzò la terra, ed appresso anche la rocca a rendersi. Avrebbe inoltre potuto ridurre alla sua ubbidienza Parma, ch'era senza presidio, e minacciata colle scorrerie da Renzo da Ceri; ma avendo i Parmigiani mandato a Rubiera per saper l'intenzione del duca Alfonso, e udito ch'egli altro non voleva se non ricuperare il suo, e non occupar quello che era della Chiesa, allora si animarono a difendere la lor città, e finì la loro paura.

Erano in questi tempi nate controversie fra il re Francesco e Carlo duca di Borbone della real casa di Francia, per le quali questo principe disgustato avea segretamente preso il partito di Carlo imperadore. E perciocchè il re, avendo già raunata una possente armata, meditava di portarsi in persona a riacquistare lo Stato di Milano, giacchè per pruova avea conosciuto che la presenza del principe influiva troppo al buon esito delle imprese, il Borbone con Cesare avea progettato di assalire nella lontananza del re la Borgogna maggiore; al qual fine s'andavano ammassando dodici mila Tedeschi. Traspirò questa mena, allorchè il re Cristianissimo fu giunto a Lione; e però il duca di Borbone, che quasi fu colto nella rete, ebbe la fortuna di salvarsi travestito in Germania, daddove poi il vedremo venire in Italia. Cagion fu la cospirazione suddetta che il re Francesco si astenne per ora dal passare i monti per timore d'altre segrete insidie; ma non per questo lasciò d'inviare in Lombardia per generale_ Guglielmo Grosseri_o, per soprannome il Bonivet, ammiraglio allora di Francia, che per favore specialmente di Lodovica madre del re era salito ai primi onori e alla confidenza del re medesimo, ma che accoppiava coll'ignoranza del mestier della guerra una somma arroganza e superbia. Poderosa era l'armata ch'egli conduceva, perchè composta di otto mila Svizzeri, sei mila Tedeschi, tre mila Italiani, tre mila Guasconi, lancie mille e ottocento, arcieri due mila. Il Guicciardini parla di sei mila Svizzeri, sei mila fanti tedeschi, dodici mila franzesi, e tre mila italiani, oltre alle suddette lancie. Sul principio di settembre arrivò questo esercito a Susa. Aveano i Veneziani collegati con Cesare eletto per lor generale Francesco Maria duca d'Urbino, nè tardarono a spedirlo nel Bergamasco con cinquecento lancie, cinque mila fanti e cinquecento cavalli leggieri, acciocchè ad ogni cenno di Prospero Colonna passassero l'Adda. Parimente l'arciduca Ferdinando inviò sei mila fanti a Milano. Trovavasi allora il Colonnese malconcio di sanità; contuttociò, dopo aver presidiata Pavia, e mandato Federigo marchese di Mantova alla guardia di Cremona, allorchè sentì avvicinarsi i Francesi, fattosi portare in lettiga, s'andò a postare al Ticino con pensiero di contrastarne loro il passaggio. Calati i Franzesi, poco stettero a impadronirsi di Asti, Alessandria e Novara. Trovato anche il fiume Ticino molto magro, cominciarono in più luoghi a passarlo: il che obbligò il Colonna a ritirarsi in fretta a Milano, nel cui popolo era entrata sì fatta costernazione, che, per sentimento dei saggi, se il Bonivet marciava a dirittura colà, senza fatica v'entrava. Ma per voler egli aspettare il resto di sue genti, si fermò tre giorni senza alcuna azione, dando tempo ai Cesariani e Milanesi di ben fornire di vettovaglie la città, di rifare i bastioni dei borghi, e di ricevere un soccorso di quattro mila fanti italiani: con che tornò il cuore in corpo a quel popolo, e, per l'avversione che ognuno nudriva contro i Francesi, si dispose ad una gagliarda difesa.

Intanto l'armata franzese s'inoltrò a Binasco, e, facendo continue scorrerie fino alle porte di Milano, s'impossessò di Monza, dove fu posta molta cavalleria, affinchè per quella parte non passassero vettovaglie a Milano. Venne in questo tempo avviso all'ammiraglio Bonivet, avere il comandante franzese del castello di Cremona, siccome ridotto agli estremi per penuria di viveri, capitolato di renderlo, se in termine di quindici giorni non gli veniva soccorso; e che il marchese di Mantova si era portato a Lodi con due mila fanti e cinquecento cavalli, per vietare il passo ai Franzesi. Premendogli di conservar quella fortezza, spedì il signor di Baiardo e Federigo da Bozzolo con otto mila fanti, due mila cavalli e dieci pezzi d'artiglieria a Lodi. A questo avviso, fu ben diligente il marchese di Mantova a ritornarsene a Cremona. Entrarono i Franzesi in Lodi, ed ivi restato il Baiardo con mille fanti, Federigo, seco menando gran quantità di vini, farine e grascia, senza far paura alcuna, seguitò il viaggio a Cremona, e nel dì 20 di settembre introdusse in quel castello i viveri, e, invece de' soldati la maggior parte malati, ve ne mise di sani. L'altro giorno se ne ritornò con tutto onore a Lodi. Questa azione del Bozzolo fece nascere speranza al Bonivet di acquistare la stessa città di Cremona; e però colà rimandò il suddetto Federigo con sei mila fanti e mille cavalli, a cui poscia si aggiunse Renzo da Ceri con tre mila fanti. Speravano questi capitani di penetrar nella città per via della fortezza, ma si disingannarono in più assalti, con loro gran danno dati ai trincieramenti e ripari fatti fra la città e il castello, e sostenuti con bravura da Niccolò Varolo. Sicchè si rivolsero a bombardar le mura della città alla porta di San Luca. Fatta larga breccia, mentre si accingevano a dar la battaglia, eccoti un'impetuosa pioggia che durò quattro giorni, con impedire il trasporto delle vettovaglie, e fu forza di prenderne dallo stesso castello. E perciocchè s'erano ingrossati i fiumi, Federigo da Bozzolo prese la risoluzione di ritirarsi, affinchè non gl'incontrasse di peggio; e tutto spelato, anzi rovinato, si ridusse a Lodi circa la metà di ottobre. Giacchè questo colpo era andato fallito, l'ammiraglio si accostò coll'esercito a Milano, confidando di poter ridurre a' suoi voleri quell'augusta città piena di popolo con impedire, o difficoltare il passo alle vettovaglie. Andava sempre più crescendo l'infermità di Prospero Colonna, e però egli diede l'incombenza della difesa della città al signor di Alarcone. Facea questi ogni dì uscire i suoi cavalli per servire di scorta a chi portava dei viveri, e ne venivano non pochi dalla Ghiaradadda e dai monti di Brianza. Ma ito sul fin d'ottobre il signor di San Paolo Franzese a Caravaggio, diede un orribil sacco a quella terra e per que' contorni, e per li suddetti monti saccheggiò o bruciò molte altre ville e castella: il che riempiè di terrore tutti quegli abitanti. All'incontro, spedito il marchese di Mantova con ottocento cavalli e tre mila fanti venuti da Genova di qua da Po, riprese Alessandria e molte castella: con che proibì a tutta quella contrada e al Piemonte che niuna vettovaglia portassero al campo franzese. Il perchè l'esercito franzese cominciò a far quaresima prima del tempo, e si trovava di mala voglia. Ma neppure avea occasion di cantare l'esercito cesareo di Milano, perchè scarseggiava di vitto, e più di paghe. Perciò il Colonna co' primarii, consapevoli della promessa fatta dall'imperadore di restituir Modena ad Alfonso duca di Ferrara collo sborso di gran somma di danaro; ed anche informati che questo principe, con tutte le istanze fatte dai Franzesi, non avea voluto assisterli nell'assedio di Cremona, inviarono oratori a lui per dargli Modena, purchè di presente sborsasse trenta mila ducati d'oro, e venti altri nel termine di due mesi. Era già fatto l'accordo; ma Francesco Guicciardini, governator di Modena per la Chiesa, tanto seppe fare, che distrusse tutti i disegni del Colonna e le speranze del duca. Intanto, non potendo più il Bonivet per le pioggie e per altre incomodità fermarsi sotto Milano, e massimamente perchè circa la metà di novembre gli era andato fallito un tradimento concertato con Morgante da Parma; ed essendo anche sopravvenute le nevi, intavolò un trattato di tregua cogli imperiali. Ma perchè questo non si conchiuse, levò finalmente, nel dì 27 di novembre, il campo, e, senza che Prospero Colonna volesse permettere l'inseguirli, si ridusse a Biagrasso e Rosate.

Mentre per queste diaboliche guerre si trovava involto lo Stato di Milano in indicibili calamità, si rallegrò la Chiesa di Dio dopo due mesi di conclave, e dopo assaissime gare e discordie de' cardinali, per l'elezione di Giulio cardinale de Medici, effettuata nel dì 19 di novembre, il quale assunse il nome di_ Clemente VII_; personaggio di gran senno, e di non minore perizia nel governo degli Stati, e tale, che mirabili cose dalla di lui testa gravida di politica si promise il popolo romano. Quai mezzi adoperasse egli per salire a sì eminente dignità, può il lettore apprenderlo dal Guicciardini. L'Anonimo Padovano ci assicura che, terminate le solenni funzioni della coronazione, questo pontefice dichiarò di voler essere amator della pace, e pastore senza parzialità del Signore, e che accorderebbe insieme i principi cristiani, per formar poscia una crociata contro gl'infedeli. Certo è che un atto di gloriosa generosità diede principio al suo governo, avendo perdonato al cardinal Soderino, suo gran nemico negli anni addietro, e molto più nel conclave, a cui, liberato dalla prigione, intervenne. Parimente si osservò in lui abborrimento a far leghe, e ad entrare in impegni di guerra. Intanto l'assunzione sua fece quetar tutti i rumori insorti nello Stato ecclesiastico; e il duca di Ferrara, dopo aver lasciati buoni presidii in Reggio e Rubiera, cessò d'inquietare la città di Modena. Inviò poscia esso duca i suoi oratori a Roma per rendere ubbidienza al novello pontefice, e per chiedere la restituzion d'essa Modena, tante volte promessa dai due precedenti papi. Clemente, per lo contrario, facea istanze che il duca restituisse Reggio e Rubiera. Varie sessioni furono perciò tenute, e andando l'affare in lungo, altro non si conchiuse infine, se non che vi fosse tregua fra loro per un anno da cominciarsi nel dì 15 di marzo dello anno seguente 1524; e che ognun possedesse quel che aveva, senza innovar cosa alcuna: il che fu poi puntualmente eseguito dal duca Alfonso, ma non così da papa Clemente. Andava in questo mentre sempre più peggiorando di salute Prospero Colonna; laonde Carlo imperadore pensò alla provvisione di un nuovo condottiere dell'armi sue in Lombardia, e insieme a rinforzare l'esercito suo per iscacciare i Franzesi. Ebbe ordine don Carlo de Nois ossia della Noia, vicerè di Napoli, di venire a Milano, ed egli infatti arrivò a Bologna verso la metà di dicembre, menando seco non più di trecento cavalli e di mille fanti. Passato dipoi a Parma, giunse colà ancora Carlo duca di Borbone, tutto voglioso di far del male al re di Francia, che gli avea occupato gli Stati e mobili suoi di sommo valore. Stettero ivi fermi per otto giorni, conferendo insieme di quel che s'avesse a fare. Avea il Borbone portato seco un brevetto di luogotenente generale di Cesare. Venne ad unirsi con loro anche il marchese di Pescara, che condusse altri mille fanti dal regno di Napoli. Andati di là a Pavia, e ricevuta una potente scorta, si ridussero poi tutti a Milano sul fine dell'anno; e trovato tuttavia vivente il Colonna, andarono a visitarlo. Ma egli nel dì penultimo di dicembre, per attestato del Guicciardini, oppure nell'ultimo, come ha l'Anonimo Padovano, diede fine al suo vivere, con sospetto, secondo il solito, di veleno, restando gran fama di lui, cioè d'un capitano di rara saviezza e valore, a cui simile un pezzo fa non avea veduto l'Italia, ma insieme la taccia di molta libidine, da cui probabilmente provenne il veleno che il trasse a morte. Solennissime esequie furono a lui fatte, e il corpo suo con quello di Marcantonio fu poi trasportato a Napoli.

Anno di CRISTO MDXXIV. Indizione XII.

CLEMENTE VII papa 2. CARLO V imperadore 6.

Grandi consulti si fecero in Milano dai generali cesarei intorno alle operazioni della futura campagna, e fu risoluto di aspettar sei mila fanti che l'arciduca Ferdinando mandava di Germania. E perciocchè mancava il denaro, principal mobile negli affari di guerra, i Milanesi si indussero, per amore o per forza, a prestar novanta mila ducati d'oro al loro duca. Papa Clemente anch'egli, tuttochè mostrasse ai ministri del re Cristianissimo di non volere impacciarsi nelle guerre de' potentati cristiani, pure segretissimamente inviò venti mila ducati d'oro ad essi imperiali, e trenta mila ancora ne fece lor pagare dai Fiorentini. Venne poi l'aspettato corpo di Tedeschi a rinforzare l'armata cesarea, e seco si congiunse ancora colle sue genti Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, generale de' Veneziani, di modo che ascese quell'esercito a mille ed ottocento lancie, a venti mila fanti fra tedeschi, spagnuoli ed italiani, e a due mila cavalli leggieri. Uscì il vicerè Lanoia in campagna, e andò a postarsi a Binasco: al quale avviso, l'ammiraglio Bonivet raccolse l'esercito suo a Biagrasso, per quivi fermarsi, finchè gli venissero i tante volte promessi rinforzi di Francia; ma non senza timore, d'assediatore stato fin qui, di divenire assediato. Chiariti i cesarei che troppo caro riuscirebbe il tentar di sloggiare da quel fortissimo accampamento i nemici, passarono il Ticino, e iti a Gambalò, di là cominciarono a scorrere tutta la Lomellina, impedendo il trasporto dei viveri al campo franzese. Nel qual tempo, cioè verso il fin di febbraio, il comandante franzese del castello di Cremona, essendo ridotto agli estremi, ne pattuì la resa, se in termine di otto giorni non gli veniva soccorso, e l'ammiraglio vergognosamente lasciò cader quella fortezza. All'incontro, sul principio di marzo Federigo da Bozzolo, comandante de' Franzesi in Lodi, fece una scorreria per tutto il piano di Bergamo e Crema, asportandone un immenso bottino. Ma non potendo più il Bonivet sussistere in Biagrasso per mancanza di viveri, passò a Vigevano; e il duca di Urbino colle genti venete applicò le artiglierie al castello di Garlasco, e con un sanguinoso assedio se ne impadronì, e tutto poi lo diede a sacco. La stessa orribil disavventura toccò al castello di Sartirana, dove tagliato fu a pezzi il presidio franzese. Avea l'ammiraglio Bonivet tentato di venire a battaglia campale con gl'imperiali; ma questo giuoco azzardoso non piacendo al vicerè e a' suoi capitani, si contentarono di andarlo inquietando con delle scaramuccie. Era egli ancora uscito per soccorrere Sartirana, e non fu a tempo. E perciocchè i cesarei ebbero in lor potere la città di Vercelli, egli, trovandosi sempre più impaniato, si ridusse a Novara, per aspettar ivi otto mila Svizzeri, già assoldati dal re Cristianissimo, che non trovavano mai la via per muoversi. Calarono bensì cinquecento Grisoni nella pianura di Bergamo; ma il duca di Milano spedì contra di loro Giovanni de Medici, uomo sopra modo ardito, con quattro mila fanti e due mila cavalli, che, dopo averli fatti ritornare alle lor montagne, prese a forza d'armi la terra di Caravaggio in Ghiaradadda, dove andò a fil di spada quasi tutto il grosso presidio franzese; e poi rallegrò le sue truppe, con saccheggiarne tutti gl'infelici abitanti. Di là, per ordine del duca, passò il Medici a Biagrasso, dove tuttavia restavano mille Franzesi di guarnigione; ed, avendo prima tolto il ponte che teneano essi Franzesi sul Ticino, nello stesso giorno colle artiglierie fece gran rottura nelle mura di quella terra, ed immediatamente venuto all'assalto, in meno di mezz'ora v'entrò, con uccidere nel primo empito da ottocento tra soldati ed abitanti. Restarono gli altri prigionieri, e quivi pure fu dato un orrido sacco con tutte le sue conseguenze. Non avevano peranche imparato gl'Italiani d'allora a far opere esteriori ai luoghi di difesa, come usarono dipoi; e però sì facile era l'accesso, e il fiero effetto delle artiglierie.

Costò ben caro alla misera città di Milano l'acquisto di Biagrasso; perocchè nella lunga stanza in quel luogo essendo entrata la vera peste, oppure una micidiale epidemia ne' Franzesi, portata poi gran parte di quel bottino a Milano, cominciò ivi a spargere un occulto crudel veleno, di cui avremo a parlare andando innanzi. Scesero in questi tempi cinque oppure otto mila Svizzeri al soldo di Francia, e giunsero fino ad Ivrea (l'Anonimo Padovano dice a Varese) con disegno d'unirsi all'esercito franzese in Novara. Ma perciocchè marciavano senza gran fretta, veggendo il Bonivet andar di male in peggio i suoi affari, venir meno le vettovaglie, e sminuirsi tutto di la sua armata per li soldati che fuggivano alla volta di Francia, determinò anch'egli sul principio di maggio d'avviarsi colà. Il perchè con grande ordinanza passò a Romagnano, e gittò un ponte sulla Sesia, dove da lì a poco arrivarono anche gli Svizzeri. Di grandi istanze fece allora il duca di Borbone, tutto pregno d'odio contra della sua nazione, perchè si assalisse un'armata impaurita e quasi fuggitiva. Ma gli altri capitani l'intendeano diversamente, allegando l'antico proverbio: A nemico che fugge fagli i ponti d'oro. Secondo il Giovio, anche il marchese di Pescara aringò contra di questo proverbio. Intanto l'ammiraglio si applicò a far passare le sue genti di là dalla Sesia; quand'ecco arrivargli addosso mille cavalli ed altretanti fanti nemici, che senza commissione del lor generale venivano a cercar fortuna. Questo assalto, e la fama o credenza d'aver sulle spalle tutto il cesareo esercito, mise come in rotta i Franzesi, che disordinatamente cominciarono a valicare il fiume. Ivi fu una calda scaramuccia, in cui restarono morti moltissimi soldati ed uffiziali de' fuggitivi, e lo stesso Bonivet ne riportò una ferita per colpo d'archibugio in un braccio, con restar anche in poter de' cesarei sette pezzi d'artiglieria, alcune bandiere ed assai carriaggi. Passati i Franzesi, tal fu la lor fretta e voglia di mettersi in salvo, che lasciarono indietro a Santa Agata quindici altri cannoni, forse credendoli in sacrato, per essere nello Stato di Savoia; ma gl'imperiali, cioè la lor cavalleria leggiera, che andò per gran tratto di paese inseguendoli, senza cerimonie li prese e condusseli al suo campo. Il Giovio dà tutto l'onore di quest'ultima impresa al marchese di Pescara. E questo fu il fine che ebbe la spedizione dell'ammiraglio Bonivet in Lombardia, non riportando egli in Francia se non vergogna, e la brutta gloria delle tante miserie cagionate in queste contrade. Restava tuttavia in man de' Franzesi Alessandria, alla cui guardia era il signor di Bussì o Boisì, difendendola da tre mila fanti genovesi, venuti contro quella città. Ebbe ordine l'indefesso marchese suddetto di portarsi colà con mille cavalli e quattro mila fanti spagnuoli. Licenziato ancora il duca d'Urbino colle milizie venete, fu pregato di liberar Lodi dalle mani di Federigo da Bozzolo, che quivi era restato con cinquecento cavalli e tre mila fanti italiani; e così egli fece. Non voleva Federigo ascoltar parola di resa; ma certificato della ritirata de' Franzesi, e che speranza non rimaneva di soccorso, giudicò meglio di salvar quella gente per servigio del re, e capitolò di poter andarsene con tutti gli onori militari in Francia; laonde quella città fu consegnata al duca di Milano. Nel passare che fece Federigo per l'Alessandrino, trovò che due giorni innanzi il marchese di Pescara avea costretto il Bussì a rendere quella città colle medesime onorevoli condizioni; ed accozzatisi insieme, condussero in Francia cavalli cinquecento e fanti cinque mila, che prestarono poi buon servigio a quel re. Ciò fatto, il vicerè Lanoia condusse anch'egli l'esercito nel Monferrato e in quel di Saluzzo, acciocchè la sua gente si ristorasse, anzi si deliziasse alle spese di que' popoli, col pretesto che fossero stati fautori de' Franzesi. A chi studia il libro della forza armata, troppo diverso da quel del Vangelo, non mancano mai ragioni da assassinar gl'innocenti.

Si crederà oramai taluno terminata qui la tragedia dell'anno presente, eppur vi restano altre scene, fors'anche più strepitose, da vedere. Cotanto fu importunato l'imperadore da Carlo duca di Borbone, ribello e nemico del re Francesco, che si lasciò indurre a permettere che fosse portata la guerra in Francia, dove il Borbone facea sperar cose grandi pel credito e per le attinenze ed amicizie sue. Pensava esso Augusto di muover guerra nello stesso tempo anch'egli a' Franzesi dalla parte di Guascogna, e sperava che altrettanto farebbe in Piccardia Arrigo re d'Inghilterra, con cui era unito di sentimenti. Passò dunque il Borbone nel mese di luglio con sedici mila fanti e mille lancie le Alpi, conducendo seco un bel treno di artiglieria grossa e minuta. Ducento mila scudi rimessi a Genova dall'Augusto Carlo e dal re inglese, e pagati ad esse truppe, le fecero camminar di buon cuore, aggiunta la speranza di ben bottinare in paese nemico. Contro il parere d'esso Borbone, vollero i capitani cesarei che si andasse a mettere l'assedio alla città di Marsilia in Provenza, sperandone buon mercato, perchè sarebbono fiancheggiati per mare da una forte squadra di legni genovesi, accorsi a quell'impresa. Avea il re Francesco guernita quella città di sei mila fanti italiani e di trecento lancie franzesi sotto il comando di Renzo da Ceri e di Federigo da Bozzolo; i quali tosto s'applicarono a far de' bastioni ed altre difese dalla parte non men di terra che del mare. Per molti giorni continuamente fu combattuta quella città dalle batterie; ma quanto di giorno era atterrato di muro, la notte dai prodi capuani veniva riparato con più forti argini di terreno. Si fecero varie sortite per terra e varii combattimenti in mare fra le squadre nemiche; e infine niuna apparenza restava di vincere una città sì valorosamente difesa tanto da' soldati che dal popolo nemico del nome spagnuolo. Ebbe Renzo anche la fortuna di scoprire un tradimento ordito quella città, e di rimediarvi. Intanto il re Francesco stava in Lione (il Guicciardini scrive in Avignone) ammassando una potente armata, con aver già presi al suo soldo sedici mila Svizzeri e sei mila Tedeschi. Avvenne che il re d'Inghilterra niun movimento fece contra dei Franzesi. Di poco momento ancora fu quello dell'imperadore dalla banda della Navarra; operò, avendo il re Cristianissimo richiamata buona parte delle milizie che dianzi aveva opposto ai lor tentativi, l'esercito imperiale, informato di tanto apparato di guerra, determinò di levare il campo da Marsilia. Ma, nel levarsi, nacque voce che il re con ismisurate forze veniva contra di loro; uscì ancora coi suoi Renzo da Ceri, per dar loro la ben andata: onde non lieve timore e disordine sorse fra essi, talmente che sei pezzi d'artiglieria lor furono presi, e molti lasciarono ivi la vita. Ritiratisi poi il meglio che poterono quindici miglia da Marsilia in forte alloggiamento, stavano aspettando qual risoluzione fosse per prendere il re Francesco.

La risoluzione fu, che il re, sempre voglioso di conquistar lo Stato di Milano, veggendolo ora sguernito di difensori, e che più agevole sarebbe a lui di arrivar prima colà che alla nemica armata del Borbone, a cui conveniva passar per le disastrose strade della riviera del mare; s'avviò verso il Monsenisio con tutte le sue forze, credendo che la persona e presenza sua rimoverebbe qualunque ostacolo che finora a' suoi capitani avea impedito l'acquisto, oppure la conservazione dello Stato di Milano. Attesta il Belcaire che esso re inclinava alquanto alle guasconate, nè egli volle abboccarsi colla regina sua madre, che era venuta per dissuaderlo da questa impresa. Giunto il re a Susa (ed era sul principio di ottobre), ivi si fermò due giorni, aspettando il resto dell'esercito suo, che tutto consisteva in due mila lancie, tre mila cavalli leggieri e venticinque mila fanti. Il Guicciardini parla di venti mila fanti, e nulla dice della cavalleria leggiera, di cui non di meno niuna armata soleva andar senza. All'avviso di questa mossa, il duca di Borbone s'affrettò per tornare in Italia. Se crediamo al Giovio, fece fondere le artiglierie; se al Guicciardini, le fece rompere e portare sui muli: l'Anonimo Padovano ha, che, caricatele sulla flotta dei Genovesi, le spedì a Genova. Giorno e notte marciando i suoi soldati per quelle asprissime strade dietro al mare, giunsero finalmente mezzo morti al Finale. Trovossi il vicerè Lanoia in questo inaspettato temporale stranamente confuso, perchè, per aver mandato il fiore del suo esercito in Francia, non vedea maniera di resistere a sì gran torrente. Era impossibile il difendere Milano; perciocchè, portata colà, siccome dicemmo, la peste da Biagrasso, nè facendosi provvisione alcuna, prese tanta forza il male, che tal giorno fu che morirono ivi mille persone e più. E si pretende che in termine di quattro mesi, ne' quali fu la strage maggiore, vi perissero più di cinquanta mila abitanti. Sicchè, tra questo flagello e la fuga di tanti altri cittadini, restò la infelice città quasi disabitata. A cagion d'esso malore il duca Francesco s'era ritirato a Pizzighittone. Andò il vicerè ad Alessandria, per dar mano all'armata sua che tornava in Italia; e nel medesimo dì che il marchese di Pescara giunse ad Alba, anche il re Cristianissimo arrivò a Vercelli. Venne dipoi il vicerè a Pavia, e di là si portò col Pescara e sua gente a Milano, dove del pari chiamò il duca Francesco, che non si arrischiò a passare. Conoscendo poi disperato il caso per quella città, e che i Franzesi con marcie sforzate tendevano a quella volta, si ritirò di là per andare a Lodi. Nel medesimo tempo ch'egli usciva di Milano per porta Romana, la vanguardia franzese v'entrò per porta Ticinese e Vercellina. Seguì ancora una fiera scaramuccia fra essi e il marchese di Pescara, che conduceva la retroguardia; e fu sentimento de' saggi, che se i Franzesi non si fossero fermati in Milano, ed avessero seguitato l'esercito cesareo, in quel dì si potea finire la guerra. Francesco Sforza, ch'era venuto a Pavia, ciò inteso, a seconda del Ticino in barca si condusse a Cremona, oppure a Soncino. Colà ancora si ridusse il vicerè Lanoia coi più del suo esercito e col Borbone, dopo aver guernita la città di Pavia con cinque mila Tedeschi, mille Spagnuoli e quattrocento cavalli sotto il comando di Antonio da Leva, capitano di gran valore e sapienza nell'arte militare. Lasciò ancora in Lodi il marchese di Pescara con due mila fanti; ma, secondo l'Anonimo Padovano, quivi restò Alfonso marchese del Vasto, giovane di gran valore. V'andò poi più tardi il Pescara. Anche Alessandria, Como e Trezzo furono ben presidiate.

Non volle il re Francesco entrare in Milano, ma solamente spedì colà un corpo di gente capace di far l'assedio del castello, entro di cui erano settecento fanti spagnuoli, e diede ordine che non fosse inferita molestia all'afflitto e troppo diminuito popolo di quella città. Quindi s'inviò ad assediar Pavia, per non lasciarsi alle spalle una città poderosa per sè stessa, e vieppiù forte per la gagliarda guarnigione che la custodiva. E venne ben biasimato da non pochi per questo, credendosi che s'egli avesse tenuto dietro all'esercito imperiale, l'avrebbe o disfatto o costretto a ritirarsi in Germania. Nel dì 28 d'ottobre andò l'esercito franzese ad accamparsi intorno a Pavia, e furono distribuiti i quartieri per Giovanni duca d'Albania della casa Stuarda di nazione Scozzese, per Arrigo d'Albret re di Navarra, pel maresciallo della Palissa, per l'ammiraglio Bonivet e per altri nobili uffiziali. Il re si fermò all'insigne Certosa di Pavia, cinque miglia lungi dalla città. Diedesi principio all'incessante sinfonia delle artiglierie; furono fatte breccie; si venne anche a qualche assalto; tutto nondimeno invano, perchè Antonio da Leva suppliva ad ogni bisogno con nuovi ripari, trincee e cavalieri, ossia alzate di terra, dalle quali colle sue artiglierie inferiva notabil danno al campo franzese. Ora, parendo inespugnabile da quella parte la città, fu proposto al re di assalirla dalla banda del Ticino, dove il Leva non avea creduta necessaria fortificazione alcuna. Fu dunque da incredibil numero di guastatori serrato il ramo del Ticino, che bagna le mura di Pavia, e voltata quell'acqua per l'altro ramo appellato il Gravellone: il che osservato da Antonio da Leva, con tutta la cittadinanza e colle milizie si affrettò a formare anche verso il fiume, quanti mai potè, bastioni di terra. Ma appena fu voltato il fiume, che cominciò una dirotta pioggia, per cui, ingrossate le acque ruppero tutto il lavoro, e tornarono a camminare nell'alveo consueto, con recare eziandio non lieve danno agli stessi assedianti. Calate le pioggie, il re ordinò che si desse nel dì 4 di dicembre una fiera battaglia da due bande a Pavia, e vi volle egli assistere continuamente in persona. Altro guadagno non fece in tre ore di orribil combattimento, che di perdere ottocento fanti, e di ritirar molto maggior numero di feriti.

Trovossi papa Clemente in questi tempi in grande imbroglio, perchè, dopo aver ricusato di confermar la lega di papa Adriano VI coll'imperadore, neppure acconsentiva a farla col re Cristianissimo. Con tutto ciò, mirando le forze superiori d'esso re in Italia, e forse essendogli discaro che Carlo V, insieme imperadore e re di Spagna, Napoli e Sicilia, si assodasse ancora nello Stato di Milano, per mezzo di Alberto Pio da Carpi e di Gian-Matteo Giberti suo datario, segretamente segnò un accordo col re Francesco, mettendo gli Stati della Chiesa e Firenze con quella balìa e governo quasi dispotico ch'egli tuttavia manteneva in quella repubblica, sotto la protezione di lui, col solo obbligo di non prestar aiuto alcuno contro del medesimo re. Almeno così fu creduto, perchè non si seppe mai bene il netto di quel trattato segreto: tanto andava cauto il politico papa. Per quanto so, trovandosi il re Cristianissimo scarso di moneta (disgrazia che spesso accadeva ai guerreggianti d'allora), ed essendogli mancate molte provvisioni da guerra, lo stesso papa cooperò che Alfonso duca di Ferrara, col guadagnar la protezione dello stesso re, gl'inviasse cento mila libbre di polve da artiglieria, gran copia di palle e dodici cannoni di bronzo. Inviò il duca queste munizioni per Po fin sul Parmigiano in cinque navi, non già nel dì 5 di settembre, come io già scrissi nelle Antichità Estensi, ma bensì nel dì 10 di dicembre, come ha Antonio Isnardi nella sua Cronica manuscritta di Ferrara. Di là poi per terra su carra, ordinate in Parma e Piacenza dal papa, continuarono il viaggio. Verisimilmente ancora (e lo scrive l'Anonimo Padovano), per occulto maneggio del papa, il valoroso Giovanni de Medici si ritirò dal servigio dell'imperadore a quello del re Francesco, e fu egli stesso inviato con mille e cinquecento fanti a scortar le suddette munizioni. Strana risoluzione intanto parve ai saggi quella d'esso re Cristianissimo, che, quantunque non si fosse impadronito di Pavia, nè del castello di Milano, e tuttochè restassero molte forze al vicerè Lanoia, e si sapesse che il duca di Borbone era passato in Lamagna a procacciar nuovi rinforzi di gente, pure determinò di far l'impresa di Napoli nel tempo stesso. Contava egli per facilissima cosa l'acquisto di quel regno, perchè sprovveduto allora di gente d'armi, e giacchè gli convenne ridurre in blocco l'assedio di Pavia, con formare una forte e mirabil circonvallazione intorno a quella città, giudicò che intanto, durante il verno, gran ricompensa di quella inazione sarebbe il guadagnare il regno suddetto. Fu infin creduto che il papa stesso l'incitasse a questa spedizione per suoi fini politici, e lo scrivono Jacopo Nardi e Galeazzo Cappella storici contemporanei, con altri. Ma il Guicciardini, il Rinaldi ed altri son di parere diverso. Inviò dunque il re Francesco Giovanni Stuardo duca d'Albania con dieci mila fanti e settecento uomini di arme alla volta della Toscana, che, passati per la Garfagnana, s'unirono a Lucca con Renzo da Ceri, il quale conduceva seco tre altri mila fanti. Furono astretti i Lucchesi a pagargli dodici mila ducati d'oro, e a prestargli delle artiglierie. A requisizion del papa si fermò ancora lo Stuardo intorno a Siena per mutar quel governo. Tutte le fin qui narrate azioni del pontefice, e l'aver egli finalmente confessato d'aver fatta una specie di concordia col re Cristianissimo, amareggiarono non poco l'animo di Carlo imperadore e di tutti i suoi ministri; e tanto più perchè parea loro d'intendere che una segreta lega, e non già una semplice concordia, fosse contra d'essi la decantata da Clemente VII. Ne fecero perciò di gravi doglianze. Voleva a tutte le maniere il vicerè Lanoia correre alla difesa del regno di Napoli; ma cotanto seppe dire il marchese di Pescara, che il fermò in Lombardia. Del quel consiglio, perchè riuscì poi utilissimo, i nostri storici concordemente diedero gran gloria ad esso marchese, ancorchè gli altri capitani concorressero nel medesimo parere. In questi tempi, con tutte le istanze fatte dal vicerè suddetto per aver soccorso di gente o di danari dal senato veneto, nulla mai potè ottenere, barcheggiando sempre quei saggi signori per vedere qual esito avessero l'armi franzesi in Lombardia.

Anno di CRISTO MDXXV. Indiz. XIII.

CLEMENTE VII papa 3. CARLO V imperadore 7.

Per l'ostinato assedio di Pavia si trovarono in mala positura non men gli assediati che gli assedianti. Avea bensì Antonio da Leva prese le argenterie delle chiese d'essa città, ed anche dei particolari, con far battere moneta, dove si leggevano queste parole: CAESARIANI PAPIAE OBSESSI. MDXXIV. Ma non tardò a tornare il bisogno, a cui riuscì di piccolo refrigerio la somma di tre mila ducati d'oro che il marchese di Pescara, in tempo che fu fatta una concertata sortita, seppe far passare nella città per mezzo di due vivandieri. Con tutto ciò il savio Leva tante promesse e conforti adoperò, che tenne in dover la sua gente, ancorchè più volte minacciassero di rendere la città ai Franzesi, e crescessero poi le loro angustie pel difetto dei viveri, con ridursi a cibarsi di carne di cavalli, cani, gatti ed altri abbominevoli cibi. Non si sentiva meglio di polso il re Francesco, perchè era molto scemata la sua armata per le diserzioni e malattie, e specialmente per la sconsigliata spedizione del duca d'Albania verso il regno di Napoli. Quanto all'esercito imperiale, più ivi che altrove si penuriava di danaro, nè altro s'udiva in quelle milizie che querele e proteste d'andarsene, e senza voler più fare la guardie. L'eloquenza e buona maniera del marchese di Pescara li ritenne, con promettere specialmente di venir fra poco ad un fatto d'armi, in cui senza fallo riporterebbero vittoria, e nuoterebbero poi nell'oro e nell'esplicabil bottino del vinto esercito franzese. Verso la metà di gennaio arrivarono al campo cesareo secento cavalli borgognoni ed altrettanti tedeschi, tutti ben in ordine. Poi da lì a non molto giunsero ancora sei mila fanti tedeschi, inviati dall'arciduca Ferdinando. Scrive l'Anonimo Padovano che sul principio di quest'anno vennero di Germania sei mila fanti tedeschi, condotti da Carlo duca di Borbone, i quali andarono a Lodi, ricevuti con somma allegrezza dal marchese di Pescara. Poi parla di altri cinque mila di là parimente venuti sul principio di febbraio. Comunque sia, certo è che un grosso rinforzo pervenne al campo cesareo. Allora fu che il vicerè Lanoia, d'accordo con tutti i capitani, prese la risoluzione di provar le sue forze con quelle del re Cristianissimo, e di tentare con ciò la liberazione di Pavia, la quale ben sapevano essere ridotta all'agonia. Fecesi conto che l'armata sua fosse composta di mille e ducento cavalli fra borgognoni e tedeschi, di ottocento cavalli leggieri, di undici mila fanti tedeschi, e di fanti sette mila fra italiani e spagnuoli, senza la numerosa guarnigione di Pavia. Stette esso vicerè quattro giorni in Lodi, aspettando che il duca d'Urbino colle milizie venete venisse ad unirsi seco; ma indarno l'aspettò. Indi passò a Marignano, e poscia a Sant'Angelo, castello posto fra Lodi e Pavia, dove era stato inviato dal re Francesco Pirro Gonzaga con mille fanti e ducento cavalli. Il misero castello fu preso a forza d'armi con istrage di quel presidio dal prode marchese di Pescara, che poi lo diede in preda a' suoi soldati.

Varie disavventure intanto occorsero al re Cristianissimo. Due mila fanti italiani, che venivano al suo campo, furono disfatti sull'Alessandrino da Gasparo del Maino governatore di Alessandria. Parimente Gian-Lodovico Pallavicino, che s'era fortificato in Casal Maggiore con due mila fanti e quattrocento cavalli (l'Anonimo Padovano gli dà tre mila fanti e cinquecento cavalli), da Ridolfo da Camerino colle genti del duca di Milano fu sconfitto e fatto prigione. Ma peggio accadde. Riuscì a Gian-Giacomo de Medici, che poi fu marchese di Marignano, di occupar la terra di Chiavenna, posseduta allora dai Grisoni. Fu cagione questa novità che sei mila Grisoni, che erano nel campo franzese, chiedessero congedo, nè maniera vi fu di ritenerli: il che mise non poca costernazione nel resto dell'armata franzese, per altro verso assai debole e smilza. Imperciocchè il re Francesco nella Certosa di Pavia, attendendo solamente a' vani piaceri e divertimenti, senza curarsi di assistere alle rassegne de' soldati, si credea di avere un gran numero di combattenti, e veramente li pagava, come se gli avesse; ma, per negligenza de' suoi ministri e frode de' suoi capitani, mancanti di molto erano tutte le compagnie. In questi medesimi tempi non godeano miglior vento gli affari del duca d'Albania, giunto nelle vicinanze di Roma col corpo di gente franzese. Gran tumulto fu in quelle parti, essendosi specialmente scoperto che gli Orsini andavano d'intelligenza con esso duca. Aveano anche unito circa quattro mila uomini del lor partito, e marciavano per congiugnersi con lui; ma i Colonnesi, fautori della parte imperiale, con molta cavalleria, e forse con sei mila fanti (il Guicciardini li fa molto meno), andarono ad assalirli a San Paolo fuori di Roma, e diedero loro una solenne rotta, inseguendoli fino a ponte Sant'Angelo: il che avendo cagionato gran terrore in Roma, poco mancò che il papa non si ritirasse in castello. Finalmente nel dì 14 di febbraio l'esercito cesareo in Lombardia si accostò sì da vicino a quello de' Franzesi, dove già s'era ritirato il re, che gli assediati in Pavia, già ridotti agli estremi, si avvidero con loro gran gioia di poter sperare il soccorso. Le azioni gloriose fatte in questa occasione da Francesco Ferdinando Davalos marchese di Pescara, che si potè chiamar l'Achille e l'anima dell'armata cesarea, non è a me permesso di riferirle distesamente. Dirò solamente, che avendo egli inviato Alfonso Davalos marchese del Vasto suo cugino, e giovane valorosissimo, ad assaltare un bastion de' nemici, nello stesso tempo egli, spianata la fossa in altro sito, con valore e industria mirabile spinse entro Pavia centocinquanta cavalli, cadaun d'essi con un valigino pieno di polvere da fuoco: il che fu d'incredibil aiuto ad Antonio da Leva, che n'era già rimasto senza. Così nel dì 20 di febbraio gli riuscì con felice tentativo di spignere nell'afflitta città gran copia di vettovaglia; e nel dì seguente espugnò un altro bastione, con portarne via sei pezzi d'artiglieria.

Stavano in questa maniera a fronte le due armate nemiche; la franzese stretta ne' suoi forti trincieramenti, ma col cuor palpitante, di modo che il suddetto marchese di Pescara ebbe a dire al vicerè Lanoia, essergli fin qui sembrato di combattere non con uomini, ma con femmine. Gran parte de' capitani, ed anche il papa per mezzo di Girolamo Leandro vescovo di Brindisi suo nunzio, e con più lettere andavano consigliando il re Francesco, che, schivata ogni battaglia con gente disperata, si ritirasse di là dal Ticino, assicurandolo in tal guisa della vittoria; perchè, mancando le paghe agl'imperiali, in breve si sarebbe ridotta in nulla la loro armata. Il re di testa cocciuta impuntò, parendo cosa vergognosa ad un par suo il levarsi da quell'assedio e il mostrar paura. E perciocchè sapeva le deliberazioni de' nemici di voler venire ad un fatto d'armi, mandati di là dal Ticino tutti i carriaggi, mercatanti, vivandieri ed altra gente inutile, si preparò a riceverli. Ora nella notte precedente al dì 24 di febbraio, festa di San Mattia, e giorno che altre volte si provò poi propizio all'imperador Carlo V, si mise in ordinanza di battaglia l'esercito cesareo, e qualche ora avanti giorno, dopo aver gittate a terra circa sessanta braccia del muro del Barco, vi entrarono, ed, avviandosi verso Mirabello, ebbero all'incontro le schiere del re Cristianissimo. Anche Antonio da Leva spinse fuor di Pavia a quella danza quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Fu ben terribile ed ostinato il combattimento, ma quasi tutto in rovina de' Franzesi. Gli Svizzeri, che non menarono le mani collo ardore degli anni addietro, furono rovesciati; il resto non attese che a cercar la salute colla fuga. Il re Francesco, valorosamente combattendo, e cercando indarno di fermare i fuggitivi, dopo aver ricevuto due leggieri ferite nel volto e in una mano, ammazzatogli il cavallo, vi restò sotto, nè mai si volle rendere a cinque soldati, che, riconosciutolo agli ornamenti delle armi per signore di alto affare, il voleano vivo e non morto, per isperanza di grossa taglia. Se crediamo al Giovio, fu confortato ad arrendersi al Borbone; ma egli, fremendo all'udire il nome di quel traditore, disse che chiamassero il vicerè Lanoia, a cui si diede a conoscere e si arrendè. Il ricevette egli prigione dell'imperadore, e dopo avergli baciata la mano, e aiutatolo a rizzarsi, il condusse sopra un ronzino nel castello di Pavia, dove fu nobilmente alloggiato e curato. Intanto continuarono i cesarei ad uccidere o a far prigioni; e perchè i Franzesi altro scampo non aveano che pel Ticino, moltissimi d'essi incalzati dai nemici lasciarono la vita in quel fiume. Secondo lo scandaglio di chi scrisse gli avvenimenti d'allora, rimasero estinti in quella memorabil giornata otto in dieci mila del campo franzese, fra quali l'ammiraglio Bonivet, il Palissa, il Tremoglia, l'Aubignì ed altri uffiziali del primo ordine; e prigioni, oltre al re Francesco, il re di Navarra, il Bastardo di Savoia, Federigo da Bozzolo ed assaissimi altri capitani e gentiluomini. Laddove degl'imperiali vogliono alcuni che non perisse più di settecento persone. L'Anonimo Padovano scrive due mila persone, e fra queste un solo capitano di conto, cioè Ferrante Castriota marchese di Santo Angelo. Presso il Rinaldi, negli Annali Ecclesiastici, le lettere del Giberti datario davano trucidati dodici in tredici mila Franzesi, e sette mila annegati nel Ticino. Aprì ben la bocca questo monsignore. Salvossi prima anche della rotta totale, e non senza grave suo biasimo, con sole quattrocento lancie il signor di Alanson verso Piemonte; ma, appena giunto in Francia, vi terminò i suoi dì. Teodoro Trivulzio, ch'era alla guardia di Milano, nel dì medesimo della rotta se ne partì in fretta, seguitandolo alla sfilata i suoi soldati. Tutto il carriaggio del re e le sue artiglierie vennero in potere de' vincitori; e sì grande fu il bottino, che ogni menomo soldato ne arricchì. Pensò poi il vicerè Lanoia di mettere il re prigioniere nel castello di Milano; ma non piacendo al duca di Milano un sì pericoloso ospite, fu egli poi condotto nella rocca di Pizzighittone, con accordargli per sua compagnia venti de' suoi più cari, scelti da lui fra quei che erano rimasti prigionieri. Il marchese di Pescara con due ferite, l'una nel viso, l'altra in una gamba, fu portato a Milano, dove stette gran tempo in mano dei medici e chirurghi.

Tanta prosperità dell'armi cesaree in Italia quanto rallegrò i sudditi dello imperadore in Ispagna e Germania, altrettanto riuscì disgustosa ai principi italiani, temendo essi, che la crescente potenza di Cesare minacciasse ormai gli Stati di cadauno. Perciò papa Clemente e i Veneziani più degli altri cominciarono a trattare di unirsi, per non restar preda alla sospetta ambizione altrui. Maggiormente poi crebbe la loro gelosia dacchè videro condotto in Ispagna il prigioniere re Cristianissimo. Imperocchè mandò ben ordine l'imperadore, ch'esso re fosse condotto a Napoli; ma il re Francesco, sperando di poter meglio maneggiar la sua liberazione se potesse abboccarsi coll'imperadore dimorante in Ispagna, si raccomandò per essere trasportato colà, e procurò da Parigi tutte le precauzioni per la libertà e sicurezza del trasporto. Pertanto sul fine di maggio, scortato esso re da trecento lancie e da quattro mila fanti spagnuoli, fu menato a Genova, dove imbarcatosi, con dieci galee genovesi ed altrettante franzesi, ma armate dagli Imperiali, in compagnia del vicerè Lanoia arrivò poscia a Madrid. Restò il marchese di Pescara, durante la lontananza del Lanoia, vice-capitan-generale dell'esercito cesareo. Prima ancora della partenza d'esso re, il papa, dopo aver conosciuto che il far leghe allora contro del vittorioso imperadore, era non men difficile che pericoloso, cominciò a trattar con esso d'accordo. Lo conchiuse infatti per mezzo di Gian-Bartolomeo da Gattinara nel dì primo di aprile, e pubblicollo solamente nel dì 10 di maggio. Innanzi la detta conclusione il duca di Albania, che stava accampato nelle vicinanze di Roma, udita che ebbe la disavventura del re cristianissimo, cercò la via di levarsi d'Italia, per timore d'esserne cacciato dai ministri cesarei del regno di Napoli e dai Colonnesi. Licenziata dunque parte delle sue genti, ed imbarcatosi col resto sulle galee della Francia e del pontefice, fece vela alla volta della Provenza. Ora fra i capitoli della lega poco fa accennata del papa coll'imperadore, uno de' principali, e che forse diede ad essa il primario impulso, perchè Clemente la procurasse, fu che il vicerè avesse da adoperar le forze cesaree per obbligare Alfonso duca di Ferrara a rilasciare alla Chiesa la città di Reggio e la terra di Rubiera, da lui ricuperate dopo la morte di papa Adriano VI, come cose sue e dell'impero, da cui ne era egli investito. Questa avidità di spogliare il duca non solo di que' due luoghi, oltre a Modena, tuttavia occupata dall'armi pontificie, ma eziandio della stessa città di Ferrara, nata a' tempi di Giulio II, e continuata in Leone X, era passata anche in papa Clemente VII, non si sa se per la mondana gloria di dilatar le fimbrie della temporal potenza dei papi, oppure per segrete mire d'ingrandir la propria casa: giacchè egli intendeva ad innalzare Alessandro ed Ippolito, ambedue bastardi, l'uno di Giuliano Juniore de Medici, e l'altro di Lorenzo de Medici già duca d'Urbino. Ma restò delusa questa sua indebita cupidigia; perciocchè il vicerè Lanoia, trovandosi in gravi angustie per mancanza di denaro da pagar le truppe, avea, molto prima per mezzo del medesimo Gattinara, trattato col duca Alfonso, e ricevutane in prestito la somma di cinquanta mila scudi d'oro, con promessa d'assisterlo a ricuperar gli Stati dipendenti dal romano imperio. Il perchè nè lo stesso Lanoia, nè l'imperadore vollero ratificare questo capitolo, siccome pregiudiziale alle ragioni di esso imperio. Si mosse ancora il duca di Ferrara nel mese di settembre, con intenzion di passare personalmente in Ispagna, per esporre ivi a Cesare l'ingiustizia di chi non solo gli riteneva il suo, ma anche cercava con trattati di torgli il resto. Giunto egli a San Giovanni di Morienna, mai non potè impetrare il passaporto da Lodovica regina madre reggente di Francia, e gli convenne tornarsene indietro.

Grandi maneggi intanto si faceano in Parigi e in Madrid per la liberazione del re Francesco, tutti nondimeno indarno, perchè esorbitanti pareano non meno a lui che alla regina sua madre le condizioni, colle quali aveano da comperarla. Perciò esso re, mal sofferendo questa gran dilazione, e forse per non averlo mai l'imperadore degnato d'una visita, cadde gravemente infermo, sino a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'augusto Carlo, non per generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi attribuita la di lui guarigione. Nei medesimi tempi non mancarono novità in Italia. Vedeva Francesco Sforza duca di Milano d'essere oramai ridotta tutta la sua autorità ad un solo nome, perchè gli Spagnuoli erano veramente i padroni dello Stato di Milano, nè giammai avea potuto ottenerne l'investitura da Cesare; e sebben questa era stata spedita, pure gli veniva esibita a condizion di pagare in varie rate, per quanto dicono, un milione e ducento mila ducati d'oro, per qualche compenso alle tanto maggiori spese fatte dall'imperadore per iscacciarne i Franzesi: pagamento impossibile dopo tanta desolazione di quello Stato. Faceano compassione anche i popoli, perchè non poteano più reggere agli aggravi e all'insolenza degli Spagnuoli. Ora Girolamo Morone, primario consigliere del duca, cominciò segretamente a trattare di liberar il suo padrone da questi ceppi. Non vi volle molto a sapere, che il marchese di Pescara si trovava disgustatissimo dell'imperadore e del vicerè Lanoia: epperò si azzardò il Morone a proporgli di cacciar gli Spagnuoli da Milano, e di far lui poscia re di Napoli. Al che si mostrò disposto il marchese, quando vi concorressero i Veneziani e il pontefice. Si fece il tentativo col Senato veneto, che si mostrò propenso ad entrare nel proposto progetto, nè il papa ne fu alieno, e andò molto innanzi questo trattato. Non si potè poi decidere se il marchese sulle prime acconsentisse daddovero, con pentirsene dipoi, oppure se anche allora fingesse. La verità si è, che egli infine avvisò di queste mene l'imperador Carlo, e ricevè ordine di provvedere. Fece il Pescara circa la metà d'ottobre venire a Novara il Morone, ed, avendo fatto ascondere Antonio da Leva dietro ad un arazzo, acciocchè tutto udisse, parlò molto con esso Morone di quella pratica, e poi fattolo imprigionare, il mandò nel castello di Pavia. Quindi, come se il duca Francesco ne fosse consapevole, e perciò decaduto da ogni suo diritto, l'obbligò a consegnargli Cremona, e le fortezze di Trezzo, Lecco e Pizzighittone; ed, entrato in Milano, costrinse quel popolo a giurar fedeltà a Cesare, mettendo dappertutto uffiziali in nome dell'imperadore, con restar solamente al duca il castello di Cremona e quel di Milano, dove egli abitava, che fu ben tosto serrato intorno con trincieramenti da esso marchese. Non si può esprimere l'incredibil dolore che questa novità e violenza recò a tutti i popoli dello stato di Milano, e in quanta confusione restassero i principi d'Italia, veggendo scoperti i lor segreti disegni, e massimamente perchè oramai si toccava con mano, non aver l'imperadore acquistato quello Stato per amore di Francesco Sforza, ma per proprio vantaggio, contro i chiari capitoli della lega precedente. Però si cominciarono nuovi maneggi fra le potenze italiane, e colla regina di Francia reggente, da cui era stata già stabilita in quest'anno una nuova lega con Arrigo re d'Inghilterra. Sul fine poi di novembre ebbe fine la vita di Francesco Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, in età di soli trentasei anni, che tanto credito di valore e di senno avea conseguito nelle guerre passate, onde veniva tenuto pel più sperto generale d'armi che s'avesse allora l'Italia; ma dipinto dal Guicciardini per altiero, insidioso, maligno e odiato dagl'Italiani per le sue doppiezze in pregiudizio dell'infelice duca di Milano. Restò vedova di lui Vittoria Colonna, donna per la beltà del corpo, e vieppiù per quella dell'animo, celebratissima da tutti i poeti e scrittori di allora. In luogo suo fu dato il comando dell'armi ad Alfonso marchese del Vasto, suo cugino (appellato da altri nipote), giovane di grande animo, prudenza e fede.

Anno di CRISTO MDXXVI. Indizione XIV.

CLEMENTE VII papa 4. CARLO V imperadore 8.

Tale impressione fece nell'animo di Carlo Augusto la lega della Francia coll'Inghilterra, e la notizia che tutti i principi d'Italia potessero unirsi contra di lui, che finalmente s'indusse alla liberazione del re Francesco, ma con ingordissime condizioni di suo vantaggio. Neppure il re fu restio ad accettar qualsivoglia proposizione a lui fatta, purchè potesse uscir di prigione, fin d'allora pensando che costava poco il promettere tutto, ed anche il giurare, posciachè l'effettuar le promesse resterebbe poi in sua mano, dacchè fosse in libertà. Però nel dì 17 di gennaio dell'anno presente, e non già di febbraio, come ha il Guicciardini, e il Belcaire suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra quei due monarchi, con aver ceduto[403] il re a Cesare tutti i suoi diritti sopra il regno di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati, per tacere tante altre condizioni, tutte gravosissime al re Cristianissimo. Il gran cancelliere Mercurio Gattinara, siccome quegli, che detestava sì fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto il comando e l'indegnazion di Cesare, non volle mai sottoscriverlo, allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni perniciose alla corona. Il tempo comprovò poi vero il suo giudizio. Fu poi nel principio di marzo condotto il re ai confini del suo regno, e rimesso in libertà, e consegnati per ostaggio a Carlo V il Delfino e il secondogenito del Cristianissimo, finchè fosse entro un tempo discreto data piena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente in prigione, quando non si eseguisse. Questa pace, per cui si lasciava alla discrezion di Cesare non solamente lo Stato di Milano, ma il resto ancora d'Italia, sommamente conturbò le potenze italiane, e, sopra gli altri, papa Clemente e la repubblica veneta. E tanto più, perchè continuava l'assedio del castello di Milano con apparenza di non potersi ivi sostenere il duca gran tempo per la mancanza de' viveri; nel qual tempo il popolo di Milano era straziato da insopportabili aggravii ed avanie degli Spagnuoli, e giunse anche a far sollevazione, ma senza trovare chi lo dirigesse ed animasse a proseguir nell'impresa. Perciò il papa, per varii motivi disgustato dei cesarei, e spezialmente per aver eglino mandata gente sul Piacentino e Parmigiano, e i Veneziani furono solleciti a spedir persone in Francia, per intendere qual fosse la mente del re intorno al mantenere o no lo stipulato accordo, con ordine di stringere seco lega, qualora egli recedesse dalla concordia. Infatti il re, dacchè fu libero, si guardò di ratificarla, e cominciò a proporre di dar danaro in grosse somme all'imperadore, piuttosto che cedergli la Borgogna: al che l'Augusto Carlo non volle acconsentire.

Pertanto nel 22 di maggio (e non già nel dì 17) in Cugnach si conchiuse una lega fra il papa, il re di Francia, la repubblica veneta, quella di Firenze e Francesco Sforza, per muovere concordemente l'armi contra dell'imperadore, sostenere esso Sforza nel ducato di Milano, invadere il regno di Napoli, e mutare il governo di Genova, con altri punti che si leggono nello strumento di essa lega presso il Du-Mont. In essa niun luogo fu lasciato al duca di Ferrara; anzi il papa vi fece mettere parole generali d'essere aiutato a ricuperar gli Stati della Chiesa. Con abuso non lieve della religione si chiamò questa la lega santa; e fu in vigor di essa assoluto il re Francesco dai giuramenti e dalle promesse fatte all'imperadore. Quindi il pontefice spedì a Piacenza il conte Guido Rangone, governator generale dell'esercito della Chiesa, con cinque mila fanti, e le sue genti d'armi, e poscia Vitellio Vitelli con Giovanni de Medici, e colle soldatesche de' Fiorentini. I Veneziani anch'essi ordinarono a Francesco Maria duca d'Urbino, lor generale, di passare a Chiari sul Bresciano. Era comune la loro intenzione di soccorrere l'assediato castello di Milano. Con forti ragioni avea il Sadoleto, come costa dalla sua Vita, dissuaso il pontefice da questa guerra, per attendere a pacificar le discordie de' principi cristiani, e per opporsi ai progressi de' Turchi. Ma il papa, troppo politico, tanto pensava a farla da principe temporale, che dimenticava i doveri dell'uffizio pastorale. In questo tempo Carlo Augusto, non consapevole peranche della lega suddetta, inviò a Roma don Ugo di Moncada con proposizioni molto vantaggiose per la pace. Nulla volle il papa accettare, per non mancare alla fede data nella lega. Ma nè l'armi del papa si moveano da Piacenza, nè le venete osavano di passar l'Adda, perchè il duca di Urbino faceva istanza, che seco si unisse un corpo di Svizzeri, che la lega avea bensì mandato ad assoldare, ma che mai non calava in Lombardia. Il che diede tempo agl'imperiali di sorprendere il popolo di Milano, che, forzato a pagare cinquanta mila ducati d'oro, più d'una volta avea disordinatamente prese l'armi, e di costrignere molti nobili e i lor capitani ad uscire di città, e a calmare il tumulto: il che accadde circa il dì 20 di giugno. Furono altresì tolte le armi ai cittadini, e poi tanta barbarie usata con essi, rubandoli, bastonandoli, ferendoli, che alcuni di loro per disperazione si uccisero, e parecchi, abbandonato quanto aveano, se ne fuggirono: con che si ridusse quella nobil città all'estrema miseria. Intanto Lodovico Vistarino, gentiluomo di Lodi, per liberar la sua patria dalla crudeltà di mille e cinquecento Napoletani, dimoranti ivi di presidio, se la intese col duca d'Urbino, da cui nella notte del dì 24 di giugno fu spedito colà Malatesta Baglione con tre o quattro mila fanti veneti; e questi s'impadronì della città di Lodi, e da lì a pochi giorni anche del castello, essendo stato ripulsato il marchese del Vasto, venuto per ricuperarla. Perciò allora si unirono colle genti venete anche le pontifizie, e fu creduto che insieme ascendessero quasi a sedici mila fanti e quattro mila cavalli. Ma perchè buona parte di essi era gente nuova, e tumultuariamente raccolta, non si arrischiava il duca d'Urbino a tentar cose grandi; e massimamente perchè si credea che Antonio da Leva e il marchese del Vasto, generali dell'imperadore, avessero circa quindici mila fanti, ottocento lancie e cinquecento cavalli leggieri, gente divisa parte in Milano, e gli altri in Cremona e Pavia. Con tutto ciò l'esercito collegato, che era giunto a Marignano, nel dì 5 di luglio andò a postarsi in vicinanza di Milano, con disegno di assalire i borghi, e con isperanza di entrarvi. Entrò bensì in quella città il duca di Borbone, che, venuto per mare con ottocento fanti spagnuoli, e affrettato dalle lettere di Antonio da Leva, con quella gente arrivò colà.

Adunque nel dì 7 del mese suddetto si accostò l'armata de' collegati per dare l'assalto; ma, trovato alla difesa chi non avea paura, si convertì l'assalto in lievi scaramuccie, e nel dì seguente vergognosamente se ne tornò quell'esercito a Marignano. Non si seppe intendere se in sì fatta ritirata, comunemente creduta di molta ignominia, si nascondesse qualche mistero di politica e di mala fede, oppure se il duca d'Urbino vi si fosse condotto con ragioni ben fondate dell'arte militare. Certo è che i Veneziani ne furono, o almen se ne mostrarono, molto malcontenti, e più il pontefice, che in questi tempi cominciò ad essere travagliato dagli Spagnuoli, dalla parte di Napoli, ed era anche minacciato dai Colonnesi. Eppure esso papa, unito ai Fiorentini, si applicò a far mutare colla forza il governo di Siena. Colà fu spedito il loro disordinato esercito, che fece infine mostra del suo valore, non già col menar le mani, ma col menare i piedi; perciocchè, essendo usciti nel dì 25 di luglio i Sanesi, e impadronitisi delle artiglierie nemiche, tosto diedero a gambe gli assedianti, con lasciare a' nemici vettovaglie, carriaggi e diecisette pezzi d'artiglierie. Crescevano intanto sempre più i guai della infelice e desolata città di Milano, con patetici colori descritti dal Guicciardini, il quale osserva introdotto circa questi tempi dagli Spagnuoli il barbarico costume di mal trattare e divorare non meno i nemici che gli amici: esempio seguito anche dagl'Italiani. Eppure l'esercito collegato se ne stava ozioso a Marignano, senza pensare a liberar quel disperato popolo, nè a soccorrere il povero duca, chiuso nel castello, e ridotto agli estremi per mancanza di vettovaglie. Nè comparivano mai le migliaia di Svizzeri che il re di Francia avea fatto assoldare, per inviarli in Lombardia. Tuttavia, essendo venute a Marignano circa trecento bocche inutili uscite del castello di Milano, alle quali non era stata fatta opposizione, che accertarono il duca d'Urbino della estremità grande in cui si trovavano gli assediati; ed essendo anche giunti ad essa armata cinque mila Svizzeri degli assoldati dal papa, esso duca col conte Guido Rangone generale del papa giudicò necessario alla sua riputazione di tentare il soccorso del suddetto castello. Però nel dì 22 di luglio mosse l'esercito; e, dopo avere spedito il conte Claudio Rangone e il conte Lorenzo Cibò ad occupare la nobil terra di Monza, s'avvicinò a Milano, ma senza mai tentare di far guerra ai borghi, o di soccorrere l'agonizzante castello. In questo mentre, cioè nel dì 24 di esso mese, il duca Francesco, non potendo più reggere, conchiuse un accordo col duca di Borbone, con varii capitoli, de' quali niuno gli fu mantenuto, fuorchè la libertà di ritirarsi con tutti i suoi, e se ne andò a Lodi, città che liberamente fu dai collegati rimessa in sua mano; nella quale occasione egli confermò i capitoli della lega col papa e co' Veneziani. Stava tuttavia alla divozion di esso duca il castello di Cremona: nata la speranza che si potesse ottener colla forza anche la città, fu spedito colà nel dì 6 d'agosto Malatesta Baglione con sufficienti forze di gente e d'artiglierie. Fece egli giocar le batterie, diede varii assalti, e tutto indarno; di maniera che il duca d'Urbino, giacchè erano giunti al campo della santa lega i tredici mila Svizzeri, tanto tempo aspettati, passò colà in persona con altre milizie. Strinse egli e tormentò sì fattamente quella città, che il comandante imperiale nel dì 25 di agosto capitolò di rendersi, se per tutto il mese suddetto non gli veniva soccorso.

Poco felicemente camminavano gli affari del pontefice in Lombardia, e peggio poi in Roma. Imperocchè si trattò di pace fra esso papa da una parte, e don Ugo di Moncada, reggente allora di Napoli per la lontananza del vicerè, e i Colonnesi dall'altra. Vespasiano Colonna, di cui molto si fidava Clemente VII, fu il mezzano che conchiuse l'accordo nel dì 22 d'agosto, per cui doveano i Colonnesi restituire Anagni, e ritirare le lor genti nel regno di Napoli. Riposando su questa capitolazione l'incauto pontefice, licenziò quasi tutte le sue milizie. Ma nella notte precedente del dì 20 di settembre eccoti segretamente arrivare lo stesso Moncada, allievo ben degno del fu iniquo duca Valentino, ed Ascanio Colonna e il suddetto Vespasiano con ottocento cavalli e tre mila fanti, che presero tre porte di Roma. Era con esso loro Pompeo Colonna cardinale, uomo di poca religione e di smisurata ambizione, sì vago del pontificato, che fu creduto che avesse cospirato alla morte violenta del pontefice, per occupar egli dipoi la sedia di san Pietro. Il papa nel palazzo Vaticano, implorando l'aiuto di Dio e degli uomini, non si volea muovere. Tanto dissero i cardinali, che si rifugiò in castello Sant'Angelo nel medesimo tempo che que' masnadieri diedero il sacco non solamente al palazzo pontifizio, ma anche alla basilica vaticana, alla terza parte del borgo nuovo, e a quanti cardinali e prelati trovarono in borgo, e agli ambasciatori della lega, con perpetua infamia del nome cristiano. In una lettera di Girolamo Negro[404] è descritta questa tragica scena. Ed ecco il primo amaro frutto delle leghe e guerre di papa Clemente VII; eppure Dio l'aveva riserbato a più dura lezione e disciplina. Perchè il castello era sprovveduto di vettovaglie, avendo don Ugo proposto una tregua, non durò fatica il papa a condiscendere, obbligandosi fra le altre condizioni di richiamar le milizie sue dalla Lombardia. Questo avvenimento disturbò tutti i disegni dell'esercito collegato in Lombardia, che già si era fortemente rinforzato per l'arrivo del marchese di Saluzzo con cinquecento lancie e quattro mila fanti franzesi, ed aspettava a momenti anche due mila Grigioni, con disegno di strignere da due parti Milano. Ed ancorchè il papa, che non sapea digerire la tregua fatta, nel ritirar le sue truppe, lasciasse in quell'esercito quattro mila fanti sotto il comando di Giovanni de Medici, col pretesto che fossero gente pagata dal re di Francia; pure niun'altra considerabile azione fu fatta da essi collegati. Si rendè intanto la città di Cremona, e ne fu dato possesso al duca Francesco; ed anche Pizzighittone venne alle sue mani. Ciò fatto, ritornarono i collegati a bloccare Milano: il che moltiplicò i guai di quella infelice città. Non potè lungamente astenersi papa Clemente dal rompere la tregua: tanto era il suo sdegno contra de' Colonnesi, e il desiderio della vendetta. Privò del cappello il cardinale Colonna, fece spianare in Roma le case de' Colonnesi; e giacchè di Lombardia era giunto a Roma parte delle sue soldatesche, ordinò a Vitello ossia Paolo Vitelli di passare ai danni de' Colonnesi, di bruciare e spianar le loro terre. Ma poca contentezza, anzi non poco biasimo riportò da quella spedizione e dalle sue vendette l'ira pontificia.

Calò circa il principio di novembre a Trento Giorgio Fransperg, che colla industria e danaro suo e più colle promesse di gran preda, avea raunati tredici in quattordici mila fanti Tedeschi. Venne poi questo sì grosso corpo di gente a Salò e circa il fine di novembre verso Borgo forte, per passare ivi il Po. Il duca di Urbino gli andava inseguendo, per cogliere il tempo d'assalirli. Il trovarsi coloro senza cavalli e artiglierie, facea credere sicura la vittoria. Scrive nondimeno l'Anonimo Padovano che con essi Tedeschi erano cinquecento cavalli sotto il governo del capitano Zucchero. Ma allorchè in vicinanza di Borgoforte Giovanni de Medici co' cavalli leggieri andò a pizzicar la loro coda, eccoti, contra la espettazion d'ognuno, un colpo di falconetto che gli fracassò un ginocchio; per la qual ferita portato a Mantova, fra pochi giorni, cioè nel dì 30 di esso mese, cessò di vivere: giovane di circa ventotto anni, di mirabil senno, e insieme di non minor ardire, mancando in lui chi si sperava che avesse a divenire l'onor d'Italia nell'arte della guerra. Fu egli padre di Cosimo I, che vedremo a suo tempo duca e poi gran duca di Toscana. L'essersi avveduti i collegati che non mancava artiglieria a quella gente, li fece dopo breve battaglia desistere da altri tentativi; laonde coloro passarono il Po, e marciarono dipoi alla volta di Piacenza. Seppesi poscia che Alfonso duca di Ferrara, il quale maneggiava da gran tempo i suoi affari con Carlo Augusto, pregato da que' Tedeschi, e intento a far conoscere il suo buon animo ad esso imperadore, avea loro inviato dodici tra falconetti e mezze colubrine, con assai munizioni da guerra. Nè si dee tralasciare che papa Clemente, il quale non possedea la virtù di saper perdonare, nè di reprimere i suoi odii, niun orecchio avea fin qui voluto dare alle istanze di esso duca Alfonso per riavere la sua città di Modena, anzi avea con insidie cercato di spogliarlo anche di Ferrara: finalmente, pel tanto picchiare de' suoi consiglieri, s'indusse a proporre un accordo con lui, non già per grandezza d'animo, ma quasi per necessità in sì scabrosi tempi. Si proponeva di dichiararlo capitan generale della lega, di dar per moglie a donno Ercole suo primogenito Caterina de Medici, che fu poi regina di Francia, e di restituirgli Modena, pagando egli ducento mila scudi d'oro. Appoggiata questa proposizione a Francesco Guicciardini, non fu a tempo. Il duca onoratamente fece sapere, essere già acconciati gli affari suoi coll'imperadore, nè poter esso prendere con onor suo contrarie risoluzioni. Infatti, Carlo augusto sul fin di settembre gli avea confermata l'investitura de' suoi Stati, fra' quali Modena e Reggio, e dichiarato lui capitan generale delle sue armi in Italia, e stabiliti gli sponsali del suddetto donno Ercole con Margherita, sua figlia naturale, che vedremo poi duchessa di Firenze, e di Parma e Piacenza. Si pentì ben Clemente delle passate sue durezze con questo principe, e ne ebbe dei vivi rimproveri da' suoi collegati.

Nel novembre di quest'anno spedì Carlo V in Italia il vicerè Lanoia con una flotta, su cui venivano quattro mila fanti spagnuoli, e non già quattordici mila, come con troppa apertura di bocca ha il Giustiniano Genovese. Arrivata questa a Codimonte, il prode Andrea Doria, che era allora a' servigi del papa, Pietro Navarro, che guidava le galee di Francia e le galee de' Veneziani (avea questa armata dianzi tenuta Genova per molto tempo come bloccata), andarono ad assalirla. In quella battaglia perdè il vicerè una nave, e col resto assai maltrattato si ridusse poi in regno di Napoli, dove, unito coi Colonnesi, cominciò a dar grande apprensione al papa. In somma fu ben l'anno presente fecondo di guai e disastri per tutta l'Italia, dove, secondo il minuto conto che ne fece l'Anonimo Padovano, si contarono circa cento mila soldati in varie parti, con infinite estorsioni ed inesplicabile aggravio de' popoli, e specialmente della misera città di Milano e di quello Stato, le cui miserie, descritte da varii autori, quasi non si possono leggere senza lagrime. Pel gran bisogno di danaro finse il Borbone di voler far decapitare il già imprigionato Girolamo Morone. Questi si riscattò con venti mila ducati d'oro, e poco stette col suo ingegno a divenire il confidente del medesimo Borbone. Negli stessi tempi cominciò la città di Napoli ad essere flagellata da un'orrida peste, che continuò poscia ne' tre seguenti anni, con gravissima strage di quella sì popolata metropoli. Si aggiunse anche la carestia a questi malori. Ma ciò che fu più degno di pianto, è da dir l'irruzione fatta in quest'anno nell'Ungheria da Solimano sultano de' Turchi; la gran rotta da lui data a que' popoli cristiani colla morte del re loro Lodovico, e la presa della real città di Buda e di tanti altri paesi. Grandi furono le dicerie per questo contra di papa Clemente, imputando i più, ed anche lo stesso Carlo Augusto in iscrivendo ai cardinali, queste calamità ad esso pontefice; giacchè egli, invece di accudire a resistere ai Turchi in difesa del Cristianesimo, avea voluto far guerra ai Cristiani, spendendo immensi tesori in mantenere un'armata in Lombardia, un'altra ne' suoi Stati per guerreggiar co' Sanesi e Colonnesi, e una flotta in mare per mutare il governo di Genova. Ma qual rovina maggiore procedesse da questi politici impegni del pontefice, pur troppo lo vedremo all'anno seguente.

NOTE:

[403] Du-Mont, Corp. Diplomat.

[404] Lettere dei principi.

Anno di CRISTO MDXXVII. Indizione XV.

CLEMENTE VII papa 5. CARLO V imperadore 9.

Siam giunti ad un anno de' più funesti e lagrimevoli che s'abbia mai avuto l'Italia. Sul fine dell'anno precedente e sul principio di questo seguitò a farsi una guerra arrabbiata e come turchesca fra le milizie del papa e quelle de' Colonnesi, sostenute dalle cesaree del regno di Napoli, perchè tutto si metteva a ferro e fuoco. Fu in questi tempi preso e messo in castello Sant'Angelo l'abbate di Farfa, cioè Napoleone de' primi di casa Orsina, giovane provveduto più di temerità che di prudenza; e fu divulgato ch'egli si fosse inteso col vicerè Lanoia di dargli una porta di Roma, e si giunse fino a dire ch'egli avesse tramato contro la sacra persona dello stesso pontefice. Andò il vicerè all'assedio di Frosinone, e vi stette sotto alquanti giorni; ma, inoltratosi Renzo da Ceri col Vitelli e coll'esercito pontificio, gli toccò una spelazzata, per cui fu obbligato a ritirarsi. Fra i grandiosi disegni del papa, uno de' primarii era di portar la guerra in regno di Napoli, e a questo fine aveva egli chiamato a Roma Renato conte di Vaudemont, erede degli oramai rancidi diritti degli Angioini. Montato questi sulla flotta pontificia e veneta, con cui s'aveano ad unire anche le navi franzesi, sul principio di marzo fece vela verso il litorale di Napoli. S'impadronì di Castellamare, di Stabbia, della Torre del Greco, e di Sorrento; e, dopo aver saccheggiato altri luoghi, si spinse addosso a Salerno, e l'ebbe con poca fatica. L'Anonimo Padovano riferisce con altri questa occupazione ai primi giorni d'aprile; il Guicciardini molto prima. Era quella città ricchissima; tutta fu messa a sacco; e chi del popolo non ebbe tempo a salvarsi colla fuga, fu prigione, ed obbligato poi a riscattarsi con esorbitanti taglie. Oltre a ciò in Abbruzzo riuscì ai maneggi de' pontifizii di far ribellare la città dell'Aquila; e Renzo da Ceri, dopo aver preso Tagliacozzo, si inviava alla volta di Sora. Pareano in questa maniera ben incamminati gli affari del papa, ma nella sostanza prendevano ogni dì più cattiva piega. Mancava danaro per pagar le milizie; sommamente si scarseggiava in Roma stessa di vettovaglie; e però una gran diserzione entrò nell'armata papale, di modo che Renzo disperato se ne tornò a Roma, nè altro maggior progresso fecero l'armi del pontefice. E intanto dalla parte della Lombardia s'era alzato un gran temporale, che di buon'ora cominciò a far tremare papa Clemente, e del pari tutti i suoi aderenti e sudditi.

Certamente in questi tempi andava continuamente fra tanti venti ondeggiando il politico capo e l'animo pauroso d'esso pontefice, inclinando ora alla speranza, ora al timore, e scrivendo ora lettere di fuoco, ed ora altre tutte sommesse a Cesare e ad altri principi. Più volte egli mosse od ascoltò parole di accordo col vicerè Lanoia; ma opponendosi sempre a tutto potere gli oratori del re Cristianissimo e de' Veneziani, e insistendo egli sempre in volere lo sterminio de' Colonnesi, andava in fumo ogni trattato. Tuttavia s'era il papa indotto una volta ad un aggiustamento anche poco decoroso, ed altro non vi mancava che la di lui sottoscrizione, allorchè sopravvenne la nuova d'essere stati cacciati da Frosinone gl'Imperiali: per la qual vittoria insperanzito di più felici successi, troncò quel negoziato. Con tutto ciò, dacchè s'intese la mossa del duca di Borbone verso gli Stati della Chiesa e di Firenze, allora, accomodandosi alle correnti vicende, acconsentì finalmente ad una tregua di otto mesi coll'imperadore, e a restituire ai Colonnesi le loro terre: risoluzione che parve saggia per conto suo, ma che a' suoi collegati riuscì sommamente dispiacevole e molesta, e a lui poscia e a Roma infinitamente dannosa. Imperciocchè, credendosi egli, in vigore di questa concordia, assicurato da ogni pericolo, disarmò, licenziata la maggior parte delle sue soldatesche, e spezialmente le bande nere del fu Giovanni de Medici, gente tutta veterana e valorosa. Scrive il Rinaldi[405] che non si parlò in esso accordo dei Colonnesi: il che non par verisimile. Secondo l'Anonimo Padovano, circa il dì 25 di marzo fu stipulata la tregua suddetta, e infatti entrò in quel dì in Roma il vicerè Lanoia. Ma in essa città comparve ancora un uomo vestito di sacco, soprannominato Brandano, che alle apparenze sembrava un pazzo, ed era Sanese di patria[406]. Andava egli pubblicamente, a guisa di Giona, predicando per tutta Roma che soprastava ai Romani un gran flagello, e che perciò facessero penitenza ed emendassero i loro troppi vizii e peccati, per placar Dio gravemente sdegnato contra di loro, senza risparmiare lo stesso papa e i cardinali. Era perciò appellato il pazzo di Cristo. Non piacendo la musica di costui al governo, fu mandato il buon uomo a predicare in una prigione; ma dacchè furono succedute le disgrazie di Roma, ed egli ebbe ricuperata la libertà, tenuto fu per profeta, senza che le sue voci avessero prodotto alcun profitto quand'era tempo. La verità nondimeno si è, che Brandano fu un fanatico pieno d'alterigia. Odiava certo i mali costumi di allora, e gli staffilava con zelo, ma zelo spropositato. A fare un santo altro ci vuole che un sacco, un Crocifisso e un declamar contro i vizii.

Tornando ora in Lombardia, dove lasciammo accampato verso Piacenza Giorgio Fransperg co' suoi Tedeschi, andò Carlo duca di Borbone circa la metà di gennaio, ad unirsi con quella gente a Fiorenzuola, menando seco cinquecento uomini d'arme, molti cavalli leggieri, quattro o cinque mila Spagnuoli di gente eletta, e circa due mila fanti italiani. L'Anonimo Padovano scrive, aver egli condotto seco quattro mila Tedeschi e due mila cavalli, che congiunti col Fransperg formarono un possente esercito. Quivi tennero dei gran consigli; e, per quanto si potè scorgere, fin d'allora presero la risoluzione di passare a Firenze e a Roma, con disegno di saccheggiar quelle città e qualunque altro luogo nel loro passaggio, non solo per soddisfare al presente lor bisogno, ma ancora per arricchire in questa maniera; giacchè gran tempo era che non sapeano cosa fossero paghe, nè restava loro speranza d'averne in avvenire. Conviene aggiugnere che Giorgio Fransperg era un luterano, e la maggior parte dei suoi aderenti a quella setta; laonde è da credere che recassero fin di Germania il desio di far qualche brutto tiro all'odiato da essi pontefice romano. Anzi fu comun parere che il medesimo Fransperg seco portasse sempre un capestro di seta e d'oro, vantandosi di voler con quello strangolare il papa. Pertanto eccoti muoversi arditamente questo bestiale esercito nel dì 22 di febbraio, e venire a Borgo San Donnino, senza far caso di trovarsi privo di danaro, di vettovaglie, di munizioni ed attrezzi da guerra, e del dover passare fra tante terre nimiche, e coll'avere ai fianchi o innanzi un'armata, più anche poderosa che non era la loro. Infatti le genti ecclesiastiche col marchese di Saluzzo e con Federigo da Bozzolo lasciato il conte Guido Rangone in Parma, con ordine di accorrere alla difesa di Modena, andarono con celerità ad assicurar la città di Bologna. Dopo avere i Borboneschi dato il sacco a varii luoghi del Parmigiano e Reggiano, ancorchè il duca di Ferrara, padrone di Reggio[407], nei sei giorni che coloro stettero sul Reggiano, non mancasse di mandar loro regali e viveri, nel dì 5 di marzo vennero a riposarsi a Buomporto del Modenese. Andò il Borbone ad abboccarsi al Finale col duca di Ferrara, ed ebbero insieme degli stretti ragionamenti. Il Guicciardini, che certo non vi si trovò presente, immaginò che il duca Alfonso confortasse il Borbone o continuare il viaggio alla volta di Firenze e di Roma. La verità è, che Alfonso, a cui l'imperadore avea promessa la tenuta di Carpi, dianzi suo per la metà, giacchè per l'altra metà n'era decaduto Alberto Pio a cagione de' suoi tradimenti, trattò col Borbone d'esserne messo in possesso, siccome infatti impetrò collo sborso di molto danaro, ed obbligazione di maggior somma in altre rate. Pertanto, consegnata quella nobil terra ad esso Alfonso, gli Spagnuoli, ch'ivi erano di presidio, e non pochi, andarono ad accrescere l'armata borbonesca. Passò questa dipoi a San Giovanni sul Bolognese, fermandosi quivi per quattro giorni, con far delle scorrerie fino alle porte di Bologna, e rodendo tutto quel di vettovaglia che trovavano. Anche il duca di Ferrara continuamente andò loro inviando munizioni da bocca e da guerra: del che gli fu poi fatto un delitto da papa Clemente, quasichè ad un generale e vassallo di Cesare, come egli era, disconvenisse l'aiutar nei bisogni l'esercito del suo sovrano; e tanto più perchè gli dovea essere, secondo l'accordo, bonificato tutto nel debito contratto per Carpi; ed insieme per tal via veniva a restar salvo da' saccheggi il distretto di Ferrara. Fu colpito in questi tempi il capitano Fransperg da un accidente apopletico, per cui fu condotto a Ferrara ad implorare il soccorso de' medici.

Cotanto si andò poi fermando sul Bolognese il Borbone, che arrivò la nuova della tregua stabilita fra il papa e il vicerè di Napoli. Questa fu cagione che i Veneziani, per sospetto che il Borbone si potesse volgere ai lor danni, richiamassero di là da Po il duca d'Urbino colle sue genti: il che riempiè di terrore i lor sudditi. Ma il Borbone, essendogli stato intimato da uomini spediti dal papa e dal vicerè che si ritirasse dagli Stati della Chiesa, non sì tosto ebbe comunicato quest'ordine ai capitani dell'esercito, che si fece una sollevazione, e fu in pericolo la vita sua. Spedito a Ferrara il marchese del Vasto, s'ingegnò di ricavare da quel duca il resto del danaro promesso per la signoria di Carpi, con cui si quetò il tumulto. Rispose intanto il Borbone al vicerè di non essere obbligato a quel vergognoso accordo, e che l'armata priva di paghe non potea tornare indietro. Sopraggiunto poscia un altro messo, spedito da esso vicerè, che mostrò copia dell'autorità a lui data dall'imperadore di far pace e tregua, come a lui piacesse, e comandò a tutti gli uffiziali sotto gravissime pene di non procedere innanzi: altro effetto non produsse, se non che Alfonso marchese del Vasto, con alcuni altri signori napoletani si partì da quell'arrabbiato esercito con gran dolore del Borbone e degli Spagnuoli. Sul principio d'aprile si mosse il Borbone verso la Romagna, avendo prima i collegati inviate buone guarnigioni ad Imola, Forlì e Ravenna; e presa la terra di Brisighella, ivi trovò di grandi ricchezze, perchè quel popolo bellicoso nelle antecedenti guerre era intervenuto al sacco di varie terre e città. Tutto andò in mano di que' masnadieri, e la terra data fu alle fiamme. Lo stesso crudel trattamento patì la bella terra di Meldola e Russi, con altre di quelle contrade. In questo mentre il vicerè Lanoia, ossia che veramente gli premesse di mantener la fede data al papa, o che fingesse tal premura, venne a Firenze; e, dopo avere stabilito accordo con quella repubblica, disegnava ancora di passare al campo del Borbone, per fermarlo. Ma, avvisato che, se compariva colà, non era sicura la sua vita, se ne tornò dopo molti giorni, senza far altro, indietro. Scrive nulla di meno il Giovio, ed anche il Nardi, che si abboccarono insieme, con essere poi stato costretto il vicerè dalle furiose grida de' soldati a salvarsi. Allora i Fiorentini chiamarono in Toscana i collegati, che, per varie vie andati colà, assicurarono ben Firenze da maggiori insulti, ma nulla operarono per impedire al Borbone di valicar l'Apennino tra Faenza e Forlì per la Galiata, e di giugnere nel Fiorentino su quel di Bibiena, con fermarsi ai confini di Siena, saccheggiando e bruciando il contado di Firenze, mentre i Sanesi gli davano favore e vettovaglie a tutto potere. Al duca d'Urbino riuscì in questa congiuntura, e non prima, di cavare dalle mani dei Fiorentini le fortezze di San Leo e di Maiuolo nel Montefeltro. Nè mancò chi l'accusasse di pensieri segreti contrarii al bisogno del papa, per gli aggravii a lui inferiti negli anni addietro dalla casa de Medici.

Ora trovandosi i Fiorentini in mezzo a sì fiero incendio, assassinati nel distretto dai nemici crudeli borbonisti, e non men gravati dagli amici, a' quali doveano somministrar danaro e vitto, quando la lor città pativa una grave carestia: sparlavano forte del papa, attribuendo a lui non men essi, che poscia i Romani, per attestato dell'Anonimo Padovano, la cagione di tanti mali d'Italia per la cupidigia di spogliare gli Estensi di Ferrara, e di continuar la sua tirannia in Firenze. Perciò un giorno mossero la città a sedizione, per iscacciarne i Medici e ricuperare la libertà. Chiamati accorsero a tempo il duca d'Urbino e Michele marchese di Saluzzo. Pertanto veggendo il duca di Borbone che possibil non era di mettere il piede in Firenze, difesa da tante genti della lega, nel dì 26 d'aprile si mise in marcia con tutto l'esercito alla volta di Roma. Quanti armati egli conducesse, neppure allora, secondo il solito, ben si seppe. I più portarono opinione che fossero venti mila Tedeschi, otto mila Spagnuoli e tre mila Italiani utili, con poca cavalleria, cioè con secento cavalli, e senza artiglieria e senza carriaggi. Altri sminuiscono quell'armata; ma certo è che gran copia di malviventi italiani seco si congiunse per la speranza di grosso bottino. A questo avviso fu spedito il conte Guido Rangone, generale delle armi papaline, per una diversa strada verso Roma con cinque mila fanti e tutti i suoi cavalieri. Ma, oltre all'essergli poi scritto da Roma, abbisognar quella città solamente di sei in ottocento archibugieri, le genti sue non aveano tanti interni stimoli alle marcie sforzate, come l'esercito del Borbone, spinto dalla fame, avido della preda e disperato. Erano rotte e fangose al maggior segno le strade: pure sembrava che coloro volassero. Saccheggiarono Acquapendente, San Lorenzo alle Grotte, Ronciglione ed altri luoghi. Mandato innanzi il capitano Zucchero co' suoi pochi cavalli, aiutato da' fuorusciti, entrò in Viterbo, e vi preparò tanta vettovaglia, che giunta l'armata, colà prese un buon ristoro. Veggendosi in questo mentre il pontefice a mal partito, lasciata andare la tregua già stabilita col Lanoia, tregua che fu la sua rovina, di nuovo conchiuse lega co' Veneziani e duca di Milano, ma lega che nulla il preservò dall'imminente calamità. Della difesa di Roma era incaricato Renzo da Ceri, che tumultuariamente avendo raccolta quanta gente potè, lor diede l'armi: gente nondimeno la maggior parte inesperta a quel mestiere, perchè presa dalle stalle de' cardinali e dalle botteghe degli artigiani; e il popolo di Roma d'allora non era quello degli antichi tempi. L'Anonimo Padovano scrive che Renzo, fatte le mostre, si trovò avere, computato il popolo romano, dieci mila ottimi fanti e cinquecento cavalli, e li mandava ogni giorno ad assalire l'esercito borbonesco. Verisimilmente non gli fecero gran paura, nè male.

Arrivò il Borbone nel dì 5 di maggio sui prati di Roma; e perciocchè, dall'un canto, sapea che l'esercito della lega, venendo alle spalle, cominciava ad appressarsi, e, dall'altro, non vedea maniera di far sussistere l'armata, priva affatto di vettovaglia e in paese prima spazzato, spinto dalla necessità e dalla disperazione, nel dì seguente 6 di maggio determinò di vincere o di morire. Però sull'apparir del giorno andò ad assalire il borgo di San Pietro, dove Renzo da Ceri, Camillo Orsini, Orazio Baglione e molti nobili romani fecero gran difesa. Ma eccoti sopraggiugnere una folta nebbia, per cagione di cui le artiglierie di castello Sant'Angelo, che prima faceano gran danno ai Borboneschi, cessarono di tirare. Con tale occasione accostossi il Borbone verso la porta di Santo Spirito, ed essendo la muraglia bassa, appoggiatevi molte scale, fu de' primi a salir per esse, ma non già ad arrivar sulle mura, perchè, colto nell'anguinaglia da una palla d'archibugio o de' suoi o de' nemici soldati, andando colle gambe all'aria, poco stette a spirar la scellerata sua anima, senza godere alcun frutto dell'infame suo attentato. Entrarono bensì i suoi soldati: il che riferito a papa Clemente, che tuttavia stava nel palazzo Vaticano, tosto si ritirò in castello Sant'Angelo coi cardinali e prelati del suo seguito; nè poi si arrischiò a fuggire, come avrebbe potuto, secondo alcuni; quando altri scrivono che i Colonnesi con dieci mila armati erano nei contorni, acciocchè egli non potesse mettersi in salvo. Perciò, ivi rinserrato, fu costretto ad essere spettatore di quella tanto lagrimevol tragedia. Presero nello stesso tempo gli arrabbiati masnadieri non solamente Trastevere, ma anche la città, entrando per ponte Sisto: tanto era il disordine de' suoi soldati e dei Romani, e sì poca era stata la precauzione de' capitani. Esigerebbe ora più carte la descrizione dell'orrida disavventura di Roma. A me basterà di dire in compendio che all'ingresso di quella furibonda canaglia rimasero uccisi ben quattro mila fra soldati e cittadini romani. Il Giovio dice fin sette mila. In quella notte poi e per più dì susseguenti ad altro non attesero quei cani che al saccheggio della infelice città. E siccome essa era piena di ricchezze per le corti di tanti cardinali, principi ed ambasciatori, così immenso fu il bottino, con ascendere a più milioni d'oro. Nè minor crudeltà usarono in tal congiuntura gli spietati Spagnuoli cattolici, che i Tedeschi luterani. Non contenti di spogliar palagi, case, e tutti ancora i sacri luoghi, con bruciar anche dove trovavano resistenza, fecero prigioni quanti cardinali, vescovi, prelati, cortigiani e nobili romani caddero nelle lor mani, e ad essi imposero indicibili taglie di danaro, tormentandone eziandio moltissimi, affinchè rivelassero gli ascosi e non ascosi tesori: crudel trattamento, da cui non andò esente neppure uno degli abbati, priori e capi de' monisteri. E chi s'era riscattato dagli Spagnuoli, se sopraggiugnevano i Tedeschi, era di nuovo taglieggiato e sottoposto a tormenti. Si aggiunse a tanta barbarie lo sfogo ancora della libidine, restando esposte ad ogni ludibrio non men le matrone romane e le lor figlie, che le stesse vergini sacre; giacchè niun freno avendo quella bestial ciurmaglia per la morte dell'empio lor generale, non lasciò intatto alcun monistero o tempio alcuno dalle violenze. Oltre a tutti i vasi ed arredi sacri delle chiese, che andarono in preda, si videro da que' miscredenti conculcate le sacre reliquie, e gittate per le strade le sacratissime ostie, e per maggior dileggio della religione, passeggiavano per Roma soldati abbigliati non solamente con vesti sfarzose e collane d'oro, ma anche con abiti sacri; e giunsero alcuni a vestirsi da cardinali, e insino a contraffare il papa con ischerni senza numero. E tal fu l'inesplicabil miseria di Roma, che con ragion venne creduto aver fatto peggio in quella metropoli l'esercito dello iniquo Borbone, che i Goti e Vandali nel secolo quinto dell'era cristiana. Giusti ed adorabili sempre sono i giudizii di Dio; e certamente i saggi d'allora, fra i quali Tommaso da Vio cardinal Gaetano, e Giovanni Fischero vescovo Roffense, poscia cardinale e martire, non lasciarono di riguardar sì strepitose calamità per flagello inviato da Dio alla non poco allora corrotta corte romana.

Chiuso intanto in castello l'afflitto pontefice, facendo delle meditazioni dolorose sopra gli amari frutti de' suoi bellicosi impegni, rade volte convenevoli a chi è ascritto all'ecclesiastica milizia, stava pure egli sperando che giugnesse l'esercito della lega per liberarlo. Infatti, appena erano entrati in Roma i nemici, che arrivò a quelle mura il conte Guido Rangone; ma non si attentò colle sue forze tanto inferiori ad assalire quel furioso e potente esercito, benchè allora sbandato e perduto dietro alle prede: il che fu poi disapprovato da alcuni, cioè da coloro che facilmente giudicano delle cose altrui in lontananza, senza saper tutte le circostanze presenti dei fatti. Dall'altra parte, marciava assai lentamente il duca d'Urbino colle genti della lega, e solamente nel dì 16 di maggio arrivò ad Orvieto, dove tornato anche il Rangone, si tenne consiglio di guerra. Gagliardamente insisterono il marchese di Saluzzo, Federigo da Bozzolo e Luigi Pisani legato veneto, perchè si tentasse di cavare il papa di prigione, con venir anche a giornata, se occorreva; e il conte Guido Rangone fece conoscere con molte ragioni facile e riuscibile l'impresa. Mostrava parimente il duca di voler lo stesso, ma poi sfoderava non poche difficoltà; e commissario de' Fiorentini ripugnava, rappresentando, che se si slontanava l'esercito, Firenze si rivolterebbe contra de' Medici. In queste dispute si consumò gran tempo, e intanto gl'imperiali in Roma elessero per loro generale Filiberto principe d'Oranges, parente dell'imperadore, il quale non tardò a far de' terribili trincieramenti intorno al castello Sant'Angelo, obbligando al lavoro tanto i plebei che molti nobili romani. Spogliarono ancora la città di quasi tutte le vettovaglie, per ridurle in borgo: il che a tal disperazione condusse quel popolo, che alcuni si precipitarono in Tevere, ed altri col ferro, o col laccio si abbreviarono la vita. Nel dì 10 di maggio arrivarono a Roma don Ugo di Moncada e il cardinal Pompeo Colonna coi principali di sua casa, che colla loro autorità misero fine se non a tutte, almeno a molte delle enormità di quei cristiani peggiori de' Turchi. Varie mutazioni e novità poi si trasse dietro la prigionia del pontefice. Imperciocchè nel dì 16 di maggio si mosse a rumore la città di Firenze, e facilmente quel popolo, senza che v'intervenisse morte d'alcuno, congedò Alessandro ed Ippolito de Medici co' cardinali di Cortona, Cibò e Salviati, che dianzi governavano dispoticamente quella città a nome del papa: con che rimessa l'antica libertà, fu riassunto il popolar governo. Ma non si guardarono di far molte insolenze alle armi e alle immagini de' Medici: il che maggiormente dipoi irritò contra di loro papa Clemente VII. Parimente i Veneziani, tuttochè collegati col pontefice, si impossessarono della città di Ravenna, di cui gran tempo erano stati padroni prima della lega di Cambrai; ed appresso, ammazzato il castellano di quella fortezza, anche d'essa si fecero padroni. Poco stettero dipoi ad occupar Cervia con tutti que' sali, che erano del papa, col motivo di difenderla a nome della Chiesa. Al qual tempo parimente Sigismondo Malatesta entrò in Rimini, città lungamente già dominata da' suoi maggiori. In mezzo a tanti rumori stette un pezzo Alfonso duca di Ferrara perplesso; ma finalmente determinò di profittare anch'egli di tal congiuntura, per ricuperare la sua città di Modena, ingiustamente a lui tolta e detenuta dai papi. Però, come ha l'Anonimo Padovano, mossosi sul principio di giugno con ducento lancie, sei mila fanti e gran copia d'artiglierie, venne a mettere il campo a questa città. Dentro alla difesa era stato lasciato dal conte Guido Rangoni il conte Lodovico suo fratello, ma con soli cinquecento fanti, il qual tosto pensò d'inondare i contorni della città; e l'avrebbe fatto, se i cittadini non si fossero opposti. Il perchè, conoscendo egli il popolo affezionato al nome estense, e in pericolo sè stesso, capitolò nel dì 5 del mese suddetto di potersene andare a Bologna colla sua gente, famiglia e mobili. Entrò il duca nel dì seguente nella città, accolto con segni di somma allegrezza da' cittadini, a' quali, da magnanimo come era, perdonò tutto il passato, senza far vendetta di alcuno, avendo solamente confiscati i beni del conte Guido Rangone, e toltogli il castello di Spilamberto, che poi dopo qualche tempo, per intercession del re di Francia, gli fu restituito. Gran feste per tre giorni furono fatte a cagion di tale acquisto in essa Modena, Ferrara e Reggio, e per tutto il suo Stato.

Nello stesso dì 6 di giugno seguì cambiamento di cose in Roma; perciocchè, avendo i collegati conosciuto troppo pericolosa impresa il voler assalire gli imperiali, dall'Isola, dove si erano già inoltrati, si ritirarono verso Viterbo. Servì loro anche di scusa la gran diserzione accaduta nell'esercito per mancanza delle vettovaglie, essendo allora generale la fame per tutta Italia, e i lor cavalli smunti e deboli per carestia di fieni: laddove gl'imperiali, oltre all'aver preso in Roma chinee, ronzini e somieri senza numero, aveano anche messi insieme tre mila cavalli da guerra, ed armi senza numero, di modo che l'esercito loro non parea più quello che poc'anzi era venuto in Lombardia. Perciò il papa, a cui mancava oramai tutto il vivere, non tardò più ad accettar le dure condizioni che gli erano esibite dagl'insaziabili capitani imperiali. Fu fatto questo accordo nello stesso dì che Modena tornò in potere del suo legittimo principe, per mezzo dell'arcivescovo di Capoa, con obbligarsi il papa di pagare presentemente cento mila ducati d'oro, cinquanta altri mila fra venti giorni, e ducento cinquanta mila in termine di due mesi; di consegnare castello Sant'Angelo a Cesare, come in deposito; e così ancora le rocche d'Ostia, di Cività Vecchia e di Città Castellana; e inoltre di cedere ad esso imperadore Piacenza, Parma e Modena, la qual ultima avea già mutato padrone: che il papa coi tredici cardinali restasse prigione, finchè fossero pagati i primi cento cinquanta mila ducati d'oro, dopo di che fosse condotto a Napoli o a Gaeta, per aspettar le risoluzioni di Carlo V, con altre condizioni, fra le quali era la liberazion dei Colonnesi dalle censure. Entrò dunque il presidio cesareo in castello San'Angelo, e da lì innanzi il papa e i cardinali ebbero miglior tavola, ma non già la libertà. Cività Castellana era in poter dei collegati. Andrea Doria ricusò di poi, consegnar Cività Vecchia. Nè Parma e Piacenza, preventivamente avvisate dal papa, si vollero rendere agli Spagnuoli. Intanto, ossia che il fetore di tanti uomini e cavalli uccisi in Roma facesse nascere una terribil epidemia, oppure che la vera peste nel gran bollor di tante armi penetrasse colà: certo è che nella barbarica armata comandata dal principe d'Oranges entrò la moria, che cominciò a far molta strage: laonde, tra per questo malore e per altri accidenti, si fece il conto che in meno di due anni non restò in vita neppur uno de' tanti assassini dell'infelice città di Roma, e passarono in altre mani le immense loro ricchezze. Penetrò anche la peste suddetta in castello Sant'Angelo con pericolo della vita del pontefice, perchè d'essa morirono alcuni de' suoi cortigiani.

Non si potè ben sapere se Carlo Augusto, dimorante allora in Ispagna, avesse o serrati gli occhi, o acconsentito al viaggio e alle funeste imprese del duca di Borbone; e su questo fu disputato non poco dai politici; pretendendo anzi alcuni, che se il Borbone sopravviveva, siccome disgustato dell'imperadore, meditasse di torgli il regno di Napoli. Sappiamo solamente che alla nuova del sacco di Roma, e della prigionia del papa, egli si vestì da scorruccio, ne mostrò gran doglia, e fece cessar le feste ed allegrezze già cominciate per la nascita d'un figlio, che fu poi Filippo II; così asserendo il Mariana e il Messia contro a quel che ne scrive il Guicciardini. E potrebbe essere che egli allora non fingesse, e che poi, mutato parere, pensasse a far mercatanzia e guadagno delle disgrazie del papa, perchè certamente non mostrò da lì innanzi qual calore che conveniva ad un monarca cattolico per farlo rimettere in libertà. Anzi fu creduto ch'egli desiderasse che il papa fosse condotto in Ispagna. Facili troppo sono le dicerie in tempo massimamente di grandi sconcerti. All'incontro, i re di Francia e di Inghilterra, mostrando in apparenza un piissimo zelo pel soccorso del pontefice, ma infatti mirando di mal occhio la troppo cresciuta potenza e prepotenza di Cesare in Italia, e premendo al re Francesco di riavere i suoi figliuoli dalle mani di esso imperadore, formarono lega fra loro, per rinforzar la guerra in Italia contra di lui. In questa lega entrarono anche i Veneziani, e dipoi il duca di Milano e i cardinali che erano in libertà, a nome del sacro collegio, e i Fiorentini, con patto che il ducato di Milano dovesse lasciarsi libero a Francesco Sforza duca. Mentre si faceano oltramonti questi maneggi e preparamenti di guerra, in Lombardia non cessavano, anzi crescevano i guai. Era restato governator di Milano Antonio da Leva con tre mila fanti tedeschi, quattro mila spagnuoli e settecento lancie. Un soldo non v'era da pagar questa gente; però sbardellatamente viveano alle spese de' miseri Milanesi, già talmente rovinati, che neppur aveano da mangiare per loro stessi. Richiamò il senato veneto da Roma le sue genti col duca d'Urbino, per unirsi col duca di Milano, e andar poscia a dare il guasto alle biade mature de' Milanesi. A questo fine passarono a Lodi verso il principio di luglio. Preveduto il loro disegno, il Leva andò a postarsi a Marignano: il che sconcertò le loro idee. In questi tempi Gian-Giacomo de Medici, castellano di Musso, che nulla avea che fare coi Medici di Firenze, ed era comunemente appellato il Mcdeghino, condotto dalla lega, prese il castello di Monguzzo tra Como e Lecco. Spedito colà il conte Lodovico da Barbiano, ossia da Belgioioso, non solo nol ricuperò, ma vi perdè quattro cannoni e molti fanti. Venne poi esso castellano con quattro mila fanti e cinquecento cavalli nel Milanese, dove recò infiniti danni. Antonio da Leva, segretamente uscito una notte da Milano, sul far del giorno con tal empito assalì il Medeghino, che in poco tempo lo ruppe, e la maggior parte di quella gente restò morta o presa. Poscia, andato un dì l'esercito collegato a devastare il Milanese, cadde in un'imboscata fatta da esso Leva, e dopo lunga battaglia diede alle gambe con morte di più di mille e cinquecento soldati.

Dopo avere il re Cristianissimo assoldati dieci mila Svizzeri, ed unito nel suo regno un potente esercito, lo spinse in Italia sotto il comando di Odetto di Fois, signor di Lautrec, a noi noto per le precedenti guerre. Condusse ancora al suo soldo il valoroso Andrea Doria con otto galee. Il primo che calò in Italia per via di Saluzzo, fu il conte Pietro Navarro, celebre capitano, il quale con tre mila fanti ito a Savona, tosto se ne impadronì, e si mise a fortificarla. Similmente con grossa armata comparve di qua dai monti il Lautrec, e giunto ad Asti, per avere inteso che Lodovico conte di Lodrone, posto alla guardia d'Alessandria con tremila Tedeschi, avea mandata buona parte di sua gente al Bosco, per riscuotere le taglie, gli fu addosso; e, piantate le artiglierie, cominciò a bersagliar quel castello. Per otto giorni fece il Lodrone una gagliarda difesa; ma infine si arrendè quel castello, e fu messo a sacco, con restare il Lodrone e gli abitanti anche essi prigionieri. Il Guicciardini scrive diversamente; cioè che il Lodrone era in Alessandria, e la moglie co' figli nel Bosco, che generosamente furono a lui mandati dal Lautrec. Nei medesimi tempi fu stretta la città di Genova per terra da Pietro Navarro e da Cesare Fregoso, e per mare da Andrea Doria almirante di Francia. Perchè la carestia, universale allora in Italia, affliggeva forte quella nobile e popolata città, le speranze del popolo erano poste in sette galee ed alquante navi cariche di grano, che colla ricchissima caracca Giustiniana erano per viaggio. Ma colte queste dal Doria in Portofino, ed assediate, vennero in sua mano. Altre perdite fecero i Genovesi; laonde presero la risoluzione di darsi ai Franzesi. Si ritirò il doge Antoniotto Adorno nel castelletto; e la città senza uccision di gente, e col solo saccheggio del palazzo Adorno, ottenute vantaggiose condizioni, tornò sotto il dominio di Francia. Mandò il Lautrec per governatore colà Teodoro Trivulzio; e ciò fu sul fine di agosto. Andò egli poscia a mettere il campo ad Alessandria, alla cui guardia era il conte Giam-Batista di Lodrone con mille e cinquecento Tedeschi, a cui poco prima s'era unito con altri mille fanti il conte Alberico da Belgioioso. Grande strepito e guasto faceano le artiglierie in quelle mura, ma non minor difesa e ripari per molti giorni fecero gli assediati, finchè, temendo questi le mine di Pietro Navarro, e perduta la speranza del soccorso, arrenderono la città, salvo l'avere e le persone, con obbligo di uscir dallo Stato di Milano, e di non militare per sei mesi in favor dell'imperatore. Voleva il Lautrec mettere presidio in Alessandria, ma gli oratori del duca di Milano e de' Veneziani tanto dissero, che lasciò mettervelo al duca, con restar perciò indispettito contra di lui. Questi progressi dell'armata franzese fecero conoscere ad Antonio da Leva il pericolo, in cui si trovava, non restandogli più che cinque mila fanti e due mila cavalli. Pensò di ritirarsi a Pavia; ma, saputo che non vi era da vivere, mandò colà il conte Lodovico da Barbiano con due mila fanti e cinquecento cavalli, ed egli, restando in Milano, seguitò a scorticar più di prima quegl'infelici cittadini.

Passò dipoi il Lautrec a Basignana il Po, e venne alla sua ubbidienza Novara con tutte le castella di quel distretto. Passato anche il Ticino, si trasferì otto miglia vicino a Milano, dove si unì colle genti venete e sforzesche. Poscia andò ad accamparsi sotto Pavia, cominciando con gran flagello di artiglierie a diroccar le mura di quella città, che dal suddetto conte di Belgioioso valorosamente veniva difesa. Vasta breccia era fatta, e i miseri Pavesi si raccomandavano al conte che non li lasciasse esposti alla crudeltà de' Franzesi. Il conte, che voleva tirare il più in lungo che potesse la resa, gli andava confortando; e quando poi s'accorse che i nemici s'allestivano per venire all'assalto, spedì nel dì 4 d'ottobre uffiziali al Lautrec per capitolare la resa. Mentre se ne stendevano le condizioni, ecco che gl'inferociti soldati, mal sofferendo di vedersi torre di bocca la preda, tanto i Guasconi dall'una parte, che gli Svizzeri dall'altra, seguitati appresso dai Tedeschi ed italiani, furiosamente per le rovine della breccia entrarono nella sfortunata città con tal rabbia, che in meno d'un'ora uccisero più di due mila persone tra soldati e terrazzani: spettacolo orrido e miserando. Poi tutta la città fu saccomanata, fatti prigioni tutti i benestanti, e costretti con esorbitanti taglie a riscattarsi. Niun rispetto s'ebbe a' luoghi sacri, e le donne rimasero vittima della libidine di que' diavoli, a riserva di quelle che prima si erano rifuggite ne' monisteri delle sacre vergini, ai quali, per cura di alcuni capitani, non fu inferita molestia. Ecco le terribili conseguenze delle guerre d'allora. Bruciarono ancora i Guasconi un'intera contrada, e peggio avrebbero fatto, se il Lautrec, mosso a compassione, non avesse costretto l'esercito tutto ad uscire della desolata città di Pavia. Non restava più se non Milano e Como da sottomettere, e il duca di Milano e il legato veneto, quasi colle ginocchia in terra, si raccomandarono al Lautrec, perchè seguitasse l'impresa, mostrando la facilità di vederne presto il fine. Ma perchè era venuto al campo il cardinal Cibò per sollecitare il Lautrec alla liberazione del papa, tuttavia tenuto sotto buona guardia dagli Spagnuoli, a tali istanze si arrendè esso Lautrec. Licenziati gli Svizzeri, che ricusarono di andare a Roma, s'avviò a Piacenza, dove si fermò, per trattar lega con Alfonso duca di Ferrara, e con Federigo marchese di Mantova. Si ridusse dunque a Ferrara il cardinale suddetto con tutti i plenipotenziarii della lega, per muovere il duca, il quale, tratto dall'ossequio che professava all'imperadore, e dall'antecedente suo impegno, ripugnava ad unirsi coi di lui nemici. Tuttavia, per le minaccie a lui fatte che gli si scaricherebbe addosso tutto l'esercito franzese, entrò anch'egli nella stessa lega con condizioni molto onorevoli, una delle quali fu che il re Cristianissimo darebbe in moglie a donno Ercole di lui primogenito Renea di Francia, figlia del re Lodovico XII, e cognata del medesimo re Francesco. Furono anche promesse molte cose a nome del papa, ma niuna d'esse gli fu poi mantenuta. Lo strumento di essa lega, stipulato nel dì 15 di novembre fu da me dato alla luce[408]. Nel dì 7 di dicembre anche Federigo Gonzaga marchese di Mantova sottoscrisse la medesima lega come apparisce dall'atto pubblico, rapportato dal Du-Mont[409]. Allontanato che fu da Milano il Lautrec, Antonio da Leva, che poco stimava l'esercito veneto e sforzesco, uscito di Milano, costrinse nel dì 28 d'ottobre Biagrasso alla resa, dove erano cinquecento fanti; e sopraggiunto Giano da Campofregoso col soccorso, gli diede una rotta, con acquistar le di lui artiglierie. Queste poi, nell'essere condotte a Milano, gli furono tolte dal conte di Gaiazzo, giovane ferocissimo, passato nel dì innanzi al servigio de' Veneziani. Biagrasso fu poscia ricuperato dai Franzesi. Riuscì ancora a Filippo Torniello, per ordine d'esso Leva, d'entrar nel castello di Novara, che tuttavia si tenea per l'imperadore, e con cinquecento fanti italiani sotto il suo comando di cacciar dalla città lo smilzo presidio ivi lasciato dal duca di Milano.

Torniamo ora agli affari di Roma. Per compimento delle miserie e della rovina di quella afflittissima città, già dicemmo esservi sopraggiunta la peste, che ogni dì facea strage grande di soldati e di Romani. Essendo entrata anche in castello Sant'Angelo nel mese d'agosto, il papa e i cardinali, quivi racchiusi e posti in sì gran pericolo, cominciarono con grande istanza a pregar i capitani cesarei di aver loro misericordia. Perciò, se dice il vero l'Anonimo Padovano, ottennero nel dì 15 del suddetto mese d'essere condotti in Belvedere, dove furono posti di guardia mille Spagnuoli. Il resto di quell'inumano esercito, per salvarsi dal contagio, si slargò ad Otricoli, Terni, Narni, Spoleti ed altri luoghi, a molti de' quali, dopo averne esatte grandissime taglie, diedero anche il sacco. Perchè la rocca di Spoleti fece resistenza, la presero per forza, e misero a fil di spada quel presidio. Seguirono poi varii piccioli fatti, e spezialmente su quel di Terni, fra essi e l'esercito collegato, che s'era ridotto di qua da Perugia città, a cui in questi tempi toccò una burrasca. Perciocchè entratovi una notte con aiuto d'essi collegati Orazio Baglione, vi uccise Gentile Baglione, già messovi dal papa, con altri di quella stessa famiglia e de' suoi aderenti. A molte case fu dato il sacco, e il popolo arse e spianò da' fondamenti il palazzo del suddetto Gentile, restando poi signore di Perugia il medesimo Orazio. Anche in Siena fu gran sollevazione del popolo contra dei nobili, circa trenta de' quali rimasero uccisi. Vi accorse da Spoleti il principe d'Oranges, quetò il tumulto, e lasciò ivi di guardia mille fanti. Mentre queste cose succedeano, papa Clemente coi tredici cardinali continuava a star come prigione, e a cercar le vie di riacquistare la libertà, senza poterle trovare. Il danaro pattuito non compariva, e sempre s'incontravano nuovi ostacoli ne' negoziati, perchè l'Augusto _Carlo V _mostrava ben voglia e zelo per la sua liberazione, ma con esigere cauzioni che il papa non fosse da lì innanzi contra di lui. Intanto il Lautrec, dopo tante belle parole d'essere inviato in aiuto di lui, facea un passo innanzi e due indietro, perchè avvisato che si trattava alla gagliarda di pace fra l'imperadore e il suo re. Finalmente essendo morto il vicerè Lanoia, e subentrato nel governo di Napoli Ugo di Moncada, questi fu chiamato a Roma, per trattare della liberazion del pontefice. Con esso Moncada si unirono Girolamo Morone e il cardinal Pompeo Colonna, segretamente guadagnati dal papa; e tanto si operò, che fu stabilito l'accordo nel dì ultimo d'ottobre, con obbligarsi il papa di non essere contrario a Cesare per le cose di Milano e di Napoli, e di pagare allora e poi in varie rate un'immensa quantità di danaro. Per supplire al presente bisogno si ridusse Clemente VII a crear per danari alcuni cardinali (al che in addietro non s'era mai voluto indurre), persone, dice il Guicciardini, la maggior parte indegne di tanto onore. Inoltre, concedè nel regno di Napoli decime e facoltà di alienar beni di chiesa, e diede per ostaggi due cardinali. Era stabilito il dì 9 di dicembre per uscir di castello, dove il Guicciardini dice ch'egli era, e non già in Belvedere. Ma Clemente, diffidando sempre degli Spagnuoli, la notte precedente, travestito da mercatante o da ortolano, se ne uscì, e raccolto in Prati da Luigi Gonzaga, fu condotto sino a Montefiascone, e poscia ad Orvieto, senza che neppur uno de' cardinali l'accompagnasse, e con tal meschinità, che non era da meno de' pontefici de' primi tempi, che viveano senza pompa, esposti ogni dì alle scuri degli Augusti pagani. E così passò l'anno presente: anno degno d'indelebil memoria per l'infame sacco di Roma, per la prigionia del papa, per tante desolazioni di guerra e saccheggi, e per altri innumerabili malanni che unitamente si scaricarono sopra quasi tutta l'Italia, in maniera tale che veramente fu creduto non essersi mai veduto un cumulo di tanti mali in Italia, dacchè nacque il mondo. Perciochè, oltre ai suddetti mali la peste infierì in Napoli, Roma, Firenze ed altri luoghi. I fiumi, usciti per le copiose pioggie dai lor letti, inondarono le campagne; e queste, anche senza essere oppresse dai fiumi, per le suddette soverchie pioggie, o per altre naturali cagioni, diedero un miserabile raccolto universalmente per l'Italia. Il perchè, secondo l'attestato dell'Anonimo Padovano, mancavano di vita i poveri, per non aver di che vivere e per non trovar chi loro ne desse. Per tutte le città, dic'egli, castella e ville si vedeano infiniti poveri con tutte le lor famiglie andar mendicando, e gridando misericordia e sovvenimento. Più non si potea andare per le chiese, piazze e strade: tanto era il numero de' poveri con volti macilenti, squallidi, e tali, che avrebbono mosse a pietà le pietre. E la notte per le strade s'udivano sì orrende voci ed urli, che spaventavano ogni persona. E intanto nulla mancava a tante ciurme di soldati desolatori delle contrade italiane; e l'immenso danaro di Roma andava ad ingrassare soldati eretici, o gente piena di ogni vizio e priva di religione.

NOTE:

[405] Raynaldus, Annal. Eccles.

[406] Sansovino, Storia. Johannes Coclaeus contra Lutherum. Storie Sanesi. Guicciardino ed altri.

[407] Panciroli, Histor. Regiens. MS.

[408] Antichità Estensi. Par. 2.

[409] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDXXVIII. Indizione I.

CLEMENTE VII papa 6. CARLO V imperadore 10.

Dacchè fu giunto in luogo di libertà, cioè in Orvieto il pontefice Clemente, non tardò il duca d'Urbino cogli altri uffiziali dell'esercito della lega a portarsi colà, per seco rallegrarsi e per tirarlo nella lega stabilita con tante potenze dai suoi cardinali. Il trovarono irresoluto, e per quanto dicessero, nol poterono muovere a prendere partito alcuno. Così avesse egli fatto ne' tempi precedenti. Verso la metà poi di gennaio inviò il vescovo sipontino a Venezia a fare istanza a quel Senato che restituissero Ravenna e Cervia, e pagassero cento mila ducati d'oro per sale occupato in Cervia, con altre domande che il fecero conoscere mal soddisfatto di quella repubblica. Non mancarono scuse a' Veneziani per non effettuar prontamente ciò che il pontefice desiderava, mettendo anch'essi in campo le tante somme di danaro da loro impiegate per procurargli la libertà; e poi mandarono Gasparo Contarino, uomo di singolar prudenza, a significar meglio le loro intenzioni al papa stesso. S'era fermato non poco tempo il Lautrec in Parma e Piacenza, dalle quali città ricavò circa quaranta mila ducati d'oro. Venne a Reggio, dove intese la liberazion seguita di papa Clemente. Passò anche a Bologna, e prese ivi un lungo riposo, sull'espettazione sempre che si potesse conchiuder pace fra il re Francesco I e l'imperador Carlo V. Ma, scioltosi in nulla ogni trattato, gli oratori di Francia e d'Inghilterra nel dì 25 di gennaio nella città di Burgos in Ispagna intimarono la guerra ad esso Augusto; e tanto essi che quei de' Veneziani, Fiorentini e duca di Milano presero congedo da quella corte, senza poter non di meno ottenerlo, perchè ritenuti contro il diritto delle genti. Ora il Lautrec certificato di questo, si mosse coll'esercito suo alla volta del regno di Napoli, e non volendo passar l'Apennino, s'inviò per la via della Marca colà. Fu creduto che in tutto l'esercito de' collegati fossero sessanta mila soldati. Si può detrarne un terzo. Ed è poi spropositata cosa il dirsi da Odorico Rinaldi che vi si contassero ottanta mila fanti e venti mila cavalli. Nel dì 10 di febbraio giunto al fiume Tronto, che divide il regno di Napoli dagli Stati della Chiesa, senza impedimento alcuno lo passò, ed espugnata per forza Civitella, terra assai ricca e popolata, ne permise il sacco a' suoi soldati: iniquo costume, tante volte da noi veduto praticato dalla milizia di que' tempi, per rallegrare e maggiormente animare alle imprese quella gente che si picca di esercitare il più onorato mestier del mondo, quando a pruova di fatti erano tanti ladri ed assassini. Teramo e Giulia Nuova si arrenderono a Pietro Navarro, e coll'aiuto della parte angioina anche la grossa e potente città dell'Aquila venne in poter de' Franzesi, e parimente Celano, Montefiore, e, in una parola tutto l'Abbruzzo ultra. Il che non so se sia vero, mentre s'ha da altri che essa città si ribellò sul fine di quest'anno agl'imperiali.

Forse si sarebbe volto il Lautrec verso la capitale del regno, se non avesse inteso che s'era finalmente, cioè nel dì 17 di febbrio, mossa da Roma l'armata imperiale sotto il principe d'Oranges, la quale il Guicciardini e l'Anonimo Padovano fanno ascendere a dodici in tredici mila Tedeschi, Spagnuoli ed Italiani. Ma costoro non s'erano voluti partire di là, se non tiravano tutte le lor paghe; e convenne che il papa sborsasse, oltre al già pattuito contante, anche venti mila ducati d'oro. Uscita che fu quella mala gente fuori della desolata città di Roma, v'entrò Napoleone Orsino abbate di Farfa con altri suoi consorti, che un'impresa veramente gloriosa vi fecero, con ammazzar quanti Spagnuoli e Tedeschi erano restati ivi malati. In questo mentre il Lautrec s'impadronì della città di Chieti, capitale dell'Abbruzzo citra, e poi di Sermona e d'altre terre; e mandò anche gente a mettersi in possesso della importante dogana di Foggia e di Nocera. Essendo venuto verso Troia l'esercito imperiale, anche il Lautrec s'inviò all'incontro d'esso nel dì 12 di marzo, aspettando continuamente che seco s'andassero ad unire le genti del marchese di Saluzzo, de' Veneziani e de' Fiorentini. Parevano disposte amendue le armate a far giornata; ma nulla di questo avvenne. Spedito dal Lautrec Pietro Navarro a Melfi, città presidiata da secento soldati e copiosa quantità di villani, la prese per forza, la saccheggiò, con uccisione di circa tre mila persone. Questo acquisto si tirò dietro l'altro di Barletta, di Trani, e delle terre circostanti, e parimente della rocca di Venosa e di Ascoli. Secondo l'Anonimo Padovano, fu anche presa in questi tempi dai Franzesi Manfredonia, città opulenta e di molto popolo, e messa a sacco, con ricavarne un grosso bottino. La stessa crudeltà, per attestato del medesimo storico, fu esercitata nella presa di Troia. Così venne in lor potere la maggior parte della Puglia e alquanto della Calabria, a riserva di Otranto, Brindisi ed altri luoghi forti. Sì fatti progressi cagion furono che il vicerè don Ugo di Moncada si ritirasse colle sue genti sotto le mura di Napoli, dopo aver presidiata Gaeta con due mila fanti. Nè qui si fermò la fortuna de' Franzesi. Anche Capoa, Nola, la Cerra, Aversa e il circonvicino paese si sottomisero alla lor potenza. Nel qual tempo parimente la flotta de' Veneziani s'impossessò di Trani e di Monopoli, con disegno di conquistar anche Otranto, Brindisi e Putignano, terre tutte che, secondo i patti, aveano da toccare alla repubblica veneta. Sul fine di aprile andò poi il Lautrec ad accamparsi sotto Napoli.

Non erano intanto minori i guai della Lombardia. Perciocchè, non bastando la fame, la peste e la guerra a desolare ed affliggere gl'infelici popoli, insorse una febbre pestilenziale, differente dalla peste, e chiamata mal mazzucco, pel cui empito ed ardore, molti divenendo furiosi, si andavano a gittar giù dalle finestre, oppure ne' pozzi e ne' fiumi, senza che i medici vi trovassero rimedio alcuno. Durò questo flagello, a cui tenne poi dietro la peste, più di un anno, e morirono per l'Italia infinite persone. Nella sola città di Padova quattro mila tra nobili ed ignobili furono portati alla sepoltura. Corse lo stesso malore per le città di Vicenza, Verona, Ferrara, Mantova ed altre. Ma niuna delle città fu da paragonare per conto delle miserie alla nobilissima città di Milano. Tante insopportabili angherie avea posto in addietro Antonio da Leva, governatore imperiale, a quel popolo, per poterne spremere danari da dar le paghe ai soldati (giacchè un soldo non colava da Spagna), con obbligar anche gli abitanti, privi di vitto per loro, ad alimentar le milizie, che moltissimi d'essi per disperazione se n'erano fuggiti, abbandonando tutto. Perciò quella doviziosa e sì popolata città, che da tanti secoli fu l'onore dell'Insubria, sembrava oramai uno scheletro di città, essendo nata l'erba per quasi tutte le strade e piazze; stando aperto notte e dì il più delle botteghe senza le usate merci; vuote senza numero le case e i palagi; i templi stessi privi d'ogni ornamento, e i monisteri ridotti a pochi miserabili religiosi, che non poteano reggere alle continue insolenze delle affamate truppe. La maggior parte poi del territorio fra Adda e Ticino, e tante grosse terre e ville, parte abbruciate, parte abbandonate dagli abitatori, senza trovarsi in alcuni luoghi nè uomini, nè bestie, e senza più coltivarsi que' fertili terreni, divenuti perciò un continuato bosco. E tanto più era disperata quella parte di popolo che restava in Milano, perchè i collegati, stando in Lodi ed altri siti, impedivano il passaggio dei viveri all'afflitta città. Queste son le glorie de' principi, che senza aver danaro si mettono a far guerre; e, per soddisfare alla mal nata ambizione, nulla curano la total rovina degli infelici popoli e paesi suoi, non che degli altrui. Dove si andassero i tanti tesori che venivano allora dalle Indie Occidentali alla corte di Spagna, io non vel so dire. In questi tempi Gian-Giacomo de Medici castellano di Musso andò verso il fine d'aprile a mettere il campo al castello di Lecco, secondato dai Veneziani. Arrivò colà spedito da Milano Filippo Torniello, che il fece ritirar con poco garbo. Ma l'astuto castellano trattò da lì innanzi per via di lettere con Girolamo Morone, divenuto gran consigliere anche del principe di Oranges; e questi indusse non meno esso principe che Antonio da Leva ad investirlo di Lecco, acciocchè da lì innanzi, abbandonato il servigio della lega, servisse colle sue forze all'imperadore. Ciò fu eseguito; ed egli tosto inviò a Milano una gran copia di grano, che fu di mirabil soccorso alle necessità di que' soldati ed abitanti.

Era noto all'imperator Carlo il bisogno e pericolo dello Stato di Milano, e più quello del regno di Napoli. Perciò, fatto raunare in Germania un corpo di quattordici mila Tedeschi sotto il comando di Arrigo duca di Brunsvich, principe di molta sperienza ed autorità nella disciplina militare, lo spedì per via di Trento verso Italia. Corse per questo in Verona, e Vicenza e Padova tanto terrore, che i popoli coi lor bestiami e col loro meglio fuggirono ai luoghi forti, come se avessero alle spalle i nemici. Non potendo quell'armata passare per la Chiusa, voltatasi per la valle di Caurino, circa il dì 8 di maggio pervenne alla riviera di Garda, dove cominciò a imporre taglie, e a bruciar ville. Dopo aver presa Peschiera, si diede a saccheggiar il Bresciano e Bergamasco, con immensi danni e bruciamenti di quelle contrade. Verso il fine d'esso mese avendo Antonio da Leva intelligenza con alcuni capi di squadre de' Veneziani che erano in Pavia, uria mattina, secondo il concerto, spinse la cavalleria spagnuola entro quella città per una porta ch'era senza guardia. Ai cavalli tenne dietro la fanteria, e presero la piazza. Fecero ben testa e gran battaglia i cavalli leggieri veneti, ma con restar infine svaligiati, e i loro condottieri prigioni. Con questa facilità il Leva ricuperò una città che tanto tempo, fatiche e sangue era costata alla lega per acquistarla. E giacchè fra il Ticino e l'Adda altro non restava che Lodi, occupato dagli Sforzeschi, persuase esso Leva al duca di Brunsvich di espugnar quella città, prima di passare al soccorso di Napoli. Colà dunque si dirizzarono con tutte le lor forze, e dacchè le batterie ebbero rovinata gran quantità di muro, passarono all'assalto. Ma furono così ben ricevuti da Giam-Paolo Sforza governatore della città, che non vi tornarono la seconda volta. Si applicarono perciò a vincer colla fame la città, mal provveduta di viveri, e a tale estremità la ridussero, che, se durava alquanto più l'assedio, conveniva a que' di dentro di cedere. Ma eccoti entrare nell'esercito cesareo il mal mazzucco, ossia febbre pestilenziale, che in men di otto giorni si trovarono morti più di due mila soldati, ed altrettanti ammalati. Bastò questo spettacolo, perchè la lor gente cominciasse, senza poterla ritenere, a fuggir verso Lamagna: laonde fu costretto il resto di quella sì diminuita armata a ritirarsi a Marignano, da dove poi anche il duca suddetto si partì, prendendo la via di Como e di Germania, massimamente perchè vi concorse il consiglio di Antonio da Leva, a cui non piaceva di aver compagni nel governo. Dopo questi fatti essendosi ingrossati in Lombardia i Franzesi per l'arrivo di dodici mila Svizzeri e mille lancie, il signor di San Polo comandante d'essi, e il duca d'Urbino generale de' Veneziani deliberarono di tentar l'acquisto di Pavia, dove stavano in guardia due mila fanti sotto Pietro da Birago e Pietro Bottigella. Nel dì 9 di settembre si accamparono, e si diedero a bersagliarne le mura. Fatta ivi colle bombarde sufficiente breccia, nel dì 19 d'esso mese per forza d'armi e con grande uccisione sboccarono nella città, e misero a sacco quel poco che vi era restato negli antecedenti saccheggi. Il castello si arrendè fra poco con oneste condizioni per quel presidio. Crebbero perciò i guai di Milano. Spedì bensì quel popolo disavventurato alcuni de' nobili primarii in Ispagna, per rappresentare all'imperador Carlo V le tante loro miserie; ma altro non ne riportarono che buone parole o promesse di pace. E perciocchè Antonio da Leva, loro perpetuo sanguisuga, dopo aver torchiato cotanto le lor borse, non trovava più verso a pagar le truppe, gli fu suggerita una diabolica invenzione: cioè di proibir, sotto pena della confiscazion de' beni, che niun potesse tener farina e far pane in casa. Poscia, affittata la rigorosa gabella del pane, ne ricavò tanto danaro, che diede le paghe alla sua gente.

Fra l'armata del Lautrec, accampato sotto Napoli, e gl'imperiali chiusi in essa città, seguivano intanto continue scaramuccie. Accadde che verso il fine d'aprile quattro grosse navi cariche di frumenti e d'altre provvissioni da bocca venivano a Napoli per soccorso di quella gran città. Andrea Doria capitano delle galee di Francia diede ad esse la caccia; ma non potendole sottomettere per mancanza di soldati, mandò Filippino Doria a chiedere aiuto al Lautrec, il quale gli spedì immantinente mille de' suoi migliori fanti. Anche il vicerè Moncada, conoscendo l'importanza di quelle navi, e il loro pericolo, in cinque galee entrò egli stesso con mille e cinquecento fanti, e col fiore dei suoi uffiziali, senza saper cosa alcuna del soccorso inviato dal Lautrec. Si attaccò nel dì 28 del mese suddetto in mare una fiera battaglia che per gran tempo fu dubbiosa; ma infine restò la vittoria ai due valorosi Doria. Vi perderono la vita lo stesso vicerè, Cesare Feramosca ossia Fiera Mosca, Jaches di Altamura, con altri assaissimi; e rimasero prigioni il marchese del Vasto, Ascanio e Camillo Colonnesi, il principe di Salerno, ed altri molti capitani e gentiluomini. Una sola galea degl'imperiali si salvò; le navi cariche vennero poi tutte in potere d'Andrea Doria, colpo che quanto fu di dolore ai difensori di Napoli, altrettanto rallegrò l'esercito della lega. Comuni allora furono i pronostici che Napoli non si potrebbe sostenere. Non mi fermerò io a narrar gli altri avvenimenti dell'assedio di quella gran città, e della guerra che nel medesimo tempo si fece per tutto il regno, con essere applicati anche i Veneziani a ridurre in lor potere Otranto, Brindisi ed altre terre marittime. A me basterà di dire che la peste era in Napoli; e questa si comunicò al campo de' Franzesi, ossia della lega, per cui terminarono il corso di loro vita il nunzio del papa e Luigi Pisano legato veneto con altri signori. Cadde per la sua ostinazione in quell'assedio dipoi malato anche il Lautrec, e finì di vivere nel dì 15 di agosto, con restare il comando al marchese di Saluzzo. Era perciò in gran confusione quell'armata, con declinare ogni di più per la mortalità della gente. Al che s'aggiunse un altro non lieve disastro, perchè Andrea Doria destinato a guardar il mare, affinchè non entrassero viveri in Napoli, essendo terminata la sua ferma col re Cristianissimo, passò al servigio dell'imperadore: avvenimento che sconcertò forte i disegni e le speranze de' capitani franzesi. Il perchè dal marchese di Saluzzo verso il fine d'agosto fu presa la risoluzione di levar il campo per ritirarsi ad Aversa. Ma gl'imperiali che stavano all'erta, usciti di Napoli, con tanto furore piombarono addosso alla retroguardia, che la misero in rotta, e fecero prigione Pietro Navarro con altri. Il che inteso dal popolo d'Aversa, diede all'armi, e, chiuse le porte, tagliò a pezzi quanti Franzesi v'erano prima entrati. Così l'Anonimo Padovano, il qual soggiunse che, sopraggiunto il grosso degl'imperiali, seguì un combattimento colla rotta de' collegati, i capitani de' quali per la maggior parte rimasero prigioni, e fra gli altri lo stesso marchese di Saluzzo, che poi morì; ed avere i villani fatto gran macello di quella gente sbandata in vendetta delle molte offese e ruberie lor fatte in addietro. Ma il Guicciardini scrive che, chiusa quella parte de' collegati in Aversa, per non veder maniera di difendersi, andò il conte Guido Rangone a parlare col principe di Oranges; e mentre capitolava, con avere accordato che tutti i capitani restassero prigioni, e i soldati se ne andassero senza armi, bandiere e cavalli, entrarono improvvisamente i cesarei in Aversa, e diedero un terribil sacco all'infelice città. Per questo il Rangone pretese di non essere prigione, e fu poi rilasciato dal marchese del Vasto, dappoichè questi fu ritornato in libertà. Ecco dove andò a terminare lo sforzo dell'armata della lega contra di Napoli dopo tanti progressi, dopo tante apparenze di conquistare tutto quel regno, nel quale non per questo cessarono le turbolenze e i guai. Perocchè Renzo da Ceri con alcuni degli Orsini si fortificarono in Barletta, e i Veneziani sotto la condotta di Cacciadiavoli Contarino occupavano varii luoghi in Puglia e Calabria, con essere tornati quasi tutti gli altri alla divozione di Cesare. Ma il principe d'Oranges, sì per mostrare severità, come per cavar danari da pagar le sue milizie, non tardò a far processi e confischi contra di que' baroni che in tal congiuntura si erano mostrati aderenti a' Franzesi. Fece inoltre decapitare nella pubblica piazza di Napoli alquanti di que' nobili. Gli altri fuggirono, o si riscattarono con grossi pagamenti di danaro, trattando di ciò con quel gran faccendiere di Girolamo Morone, a cui in ricompensa delle sue fatiche donato fu il ducato di Boviano.

Mutazioni parimente nel presente anno seguirono in Genova. Già dicemmo che il valoroso Andrea Doria era passato al servigio dell'imperadore, avendo abbandonato quel di Francia, ossia perchè non corressero le paghe promesse, o perchè il re Cristianissimo non mostrasse di lui quella stima che meritava; o piuttosto perchè esso re volesse in sua mano il marchese del Vasto, Ascanio Colonna, ed altri da lui fatti prigioni, a' quali s'era esso Doria obbligato di restituire la libertà, pagata che a lui fosse la taglia. Fu inoltre creduto che l'amor della patria, signoreggiata allora dai Franzesi, e il desiderio di stabilir ivi in più convenevol grado la sua famiglia, il movesse ad abbracciare il partito di Carlo V, il quale per maneggio del Vasto non mancò di accordargli delle vantaggiose condizioni. Ora Andrea Doria, avendo ottenuta da esso Cesare la facoltà di rimettere Genova in libertà, e sapendo che in essa città, per ragion della peste, erano pochi soldati, nè si facea l'occorrente guardia; nel dì 12 di settembre presentatosi al porto, giacchè se n'erano ritirate le galee di Francia, animosamente v'entrò con soli cinquecento fanti: il che bastò perchè il popolo si sollevasse gridando: Libertà, e Teodoro Trivulzio regio governatore si ritirasse nel castelletto, che fu immediatamente assediato. Mandarono appresso i Genovesi gran gente ad assediar Savona, che i Franzesi aveano staccata dalla suggezion di Genova: il che appunto più d'ogni altro motivo gli avea renduti odiosi ai Genovesi. A nulla servì l'avere il Trivulzio fatte istanze per soccorso al signor di San Paolo e al duca di Urbino. Vi fu bene spedito un corpo di gente, ma non sufficiente al bisogno, ed anche troppo tardi; laonde sul fine di settembre non men Savona che il castelletto si arrenderono ad essi Genovesi, i quali non perderono tempo a rendere inutile il porto di Savona con empierlo di sassi, e spianavano da' fondamenti il castelletto. Per avere il Doria restituita la libertà alla sua patria, gran gloria a lui ne venne, confessando gli scrittori genovesi ch'egli avrebbe potuto, se avesse voluto, farsene signore. Col tempo poi parve che quel popolo dimenticasse sì fatto benefizio. Fu ivi stabilito un saggio governo; e per togliere le divisioni e fazioni tra' nobili e popolari, che tanto aveano afflitta quella nobilissima città, a ventotto delle più chiare ed illustri famiglie (escluse l'Adorna e la Fregosa) si aggregarono le altre, che erano ammesse agli onori e magistrati: dal che è poi venuto che ivi sieno tanti Doria, Spinola, Grimaldi, Fieschi, ec. Mandarono bensì dopo qualche tempo i Franzesi segretamente alcune schiere d'armati per sorprendere Andrea Doria, abitante nel suo bel palazzo fuori di Genova; ma egli per la porta di dietro in una barchetta si salvò. Scaricossi la vendetta solamente sopra quel palazzo, che fu posto a sacco.

Per confessione ancora del Guicciardini, papa Clemente VII, poco avendo profittato de' flagelli a lui mandati da Dio, dacchè fu in libertà, avea ripigliate le sue astuzie e cupidità. Ricuperò egli Imola e Rimini. Partito poscia da Orvieto, fermossi qualche giorno in Viterbo, ed indi se ne andò a Roma, dove pubblicò rigorosi bandi, chiamando chiunque era fuggito, affinchè tornassero ad abitarvi. E perciocchè l'odio suo contra di Alfonso duca di Ferrara, invece di rallentarsi, era cresciuto, in quest'anno ancora ricorse alle insidie per torgli le sue terre, e per fare anche di peggio, se gli fosse potuto riuscire. In Reggio si scoprì un maneggio di Girolamo Pio, governatore di quella città pel duca, col vescovo di Casale commissario dell'armi del papa in Parma e Piacenza, coll'accordo già fatto d'introdurre in quella città presidio pontificio[410]. Dal conte Albertino Boschetti fu scoperta la trama, e convinto il reo, perdè la testa. Venne appresso un altro tentativo, fatto da Uberto Gambara, gran manipolatore di sì belle azioni, per sorprendere con ducento cavalli ed altrettanti archibugieri il duca nel dover egli passare da Modena a Ferrara. Per accidente non si partì egli nel dì destinato: il che servì a scoprire le tese reti, che restarono senza la preda. Scoperta fu anche un'altra congiura ordita dal medesimo Gambara per far uccidere il duca di Ferrara, che si trovava allora malmenata dalla peste. Di questo procedere disonorato e contro il precedente accordo fece far molte doglianze Alfonso al pontefice, il quale si scusò col dire che nulla sapea di quelle mene; ma nol persuase al pubblico, e tanto meno dappoichè niun risentimento ne fece coi suoi ministri. Era ito nel precedente anno don Ercole, primogenito d'esso duca, con copioso accompagnamento a Parigi, per isposare Renea, figlia di Lodovico XII re di Francia, e sorella della già defunta Claudia regina, moglie del re Francesco I. Con somma magnificenza furono celebrate quelle nozze; e la regal principessa col consorte, dichiarato duca di Sciartres e Montargis, e visconte di Caen, Follese e Baiusa, giunse a Reggio, poscia a Modena nel dì 12 di novembre, e di là passata a Ferrara, vi fece la sua solenne entrata nell'ultimo d'esso mese. Delle suntuosissime feste fatte in tale occasione in Modena, e più in Ferrara, è da vedere il Faustini[411], e ne ho parlato anch'io altrove[412]. Secondo l'Anonimo Padovano, furono fatte tante allegrezze, ch'è meglio tacere, che dirne poco. Ma che è questo in comparazione di tante calamità e sciagure di fame, di peste e di guerra, che inondarono tutte le altre provincie d'Italia nell'anno presente?

NOTE:

[410] Anonimo Padov. Panciroli, Histor. Regiens. MS. Vita di Alfonso MSSta. Guicciard., Istor. MS. di Ferrara. Varchi, Istor.

Anno di CRISTO MDXXIX. Indizione II.

CLEMENTE VII papa 7. CARLO V imperadore 11.

Sul principio di quest'anno fu preso da una breve, ma pericolosa, malattia papa Clemente, nel qual tempo, cioè a dì 10 di gennaio, creò cardinale Ippolito figlio naturale di Giuliano de Medici; e, come è l'uso in simili casi, corse anche la voce di sua morte a Firenze, voce accolta con giubilo interno ed esterno di quasi tutti que' cittadini, consapevoli del di lui sdegno contra di loro, e della sua voglia di vendicarsi. Ma riuscì al pontefice di superar quel brutto golfo, con ritornar presto ai suoi soliti giri politici, trattando nel medesimo tempo coll'imperadore e col re di Francia, intento a cavar donde potesse maggiori vantaggi. A non lievi agitazioni era tuttavia sottoposto il regno di Napoli, perchè la città dell'Aquila s'era ribellata a Cesare; Barletta la teneva Renzo da Ceri per li Franzesi; Trani, Putignano e Monopoli erano in man de' Veneziani; e il monte di Sant'Angelo, Nardò e Castro tuttavia ubbidivano ad essi Franzesi. Accostandosi la primavera, spedì il principe d'Oranges contro l'Aquila Alfonso marchese del Vasto, già rimesso in libertà, che durò poca fatica a ricuperarla, e a far pagare ben caro a tutto quel popolo i delitti di pochi, avendogli messa una taglia di cento mila ducati d'oro. Andò poscia il marchese nel mese di marzo a mettere il campo a Monopoli. Così valorosamente difesero i Veneziani quella terra, ch'egli con grave danno de' suoi fu obbligato sul fine di maggio a ritirarsi. Altre azioni di guerra furono poi fatte in quelle contrade colla desolazion della Puglia. Fra le altre terre di que' contorni Molfetta, presa da Cacciadiavoli Contarino, restò messa a sacco, e sì barbaramente maltrattata ed arsa, che di peggio non avrebbe fatto un crudelissimo nemico della fede di Cristo. Certamente se il re di Francia avesse voluto o potuto applicarvi, avrebbe tenuto in grandi imbrogli quel regno. Ma egli, oltre all'aver in piedi un trattato di pace coll'imperatore, si trovava affaccendato in affari più importanti di caccie e d'amori. Per conto della Lombardia, ivi con più caldo seguitava la guerra. Sul fine del precedente anno erano giunti presso Genova (perchè nella città non furono ammessi) due mila Spagnuoli, tutti mal in ordine, senza scarpe in piedi, senza calzoni, gente bruttissima ed orridissima a vederla, ma che per altro portava seco la bravura: pregio che tuttavia ritien quella nazione. Tentò il signor di San Polo general dei Franzesi d'impedir l'unione di costoro con Antonio da Leva; ma il conte Lodovico di Barbiano, spedito a riceverli, seppe sì destramente condurli, che felicemente arrivarono a Milano. Per disgrazia di quel popolo, battuto da tante tribolazioni, aveano costoro nome di soldati, ma si trovarono eccellenti ladri; perchè di notte e di dì per le porte, per le finestre, per li tetti entravano nelle case, ne asportavano quel poco ch'era rimasto ai poveri Milanesi; e ciò perchè modo di pagarli non appariva, ed essi erano spogliati di ogni bene: con somma vergogna di un imperadore re di Spagna, che nulla pensava a pagar le sue genti, e sapea le incredibili miserie de' Milanesi, nè provvedeva.

Impadronironsi i Franzesi circa questi tempi di Novara, ma non del castello, siccome ancora di Vigevano, Sant'Angelo, Mortara ed altri luoghi. Tenuto fu nel mese di maggio un gran consiglio dal suddetto San Polo coi capitani veneti e sforzeschi, per far l'assedio di Milano. Trovossi alle rassegne che non v'erano sufficienti forze, e però fu risoluto di prendere, se si potea, colla fame quella gran città. Postossi il San Polo a Biagrasso, il duca d'Urbino generale dei Veneziani coi suoi e con parte delle genti sforzesche a Cassano: daddove colle scorrerie infestavano tutto il paese, acciocchè vettovaglia non entrasse in Milano. Intanto il San Polo, ossia che gli venisse di Francia l'ordine, o ch'egli concepisse quel disegno, determinò di passar colle sue milizie a Genova, con isperanza di poter ricuperare quella città, giacchè Andrea Doria colle sue galee era stato chiamato dall'imperadore in Ispagna. A questo fine passò egli a Landriano, e, mandata innanzi la vanguardia, nel dì 21 di giugno prese riposo in quel luogo. Avvisato della divisione dei Franzesi Antonio da Leva, dopo aver animati i suoi colla sicurezza della vittoria, sull'imbrunir della notte li mosse incamiciati a quella volta, facendosi egli portare in una sedia da quattro uomini, per essere storpio e rovinato dalla podagra. Con silenzio e senza suono alcuno di trombe o tamburi arrivò quella seguente mattina addosso ai Franzesi, che fecero ben per qualche tempo resistenza, e massimamente due mila Italiani comandati da Gian-Girolamo da Castiglione e dal conte Claudio Rangone. Ma infine diedero tutti a gambe. Restò prigione lo stesso signor di San Polo, ferito in due luoghi, coi suddetti Rangone e Castiglione ed altri capi d'importanza, e furono presi molti cavalli, carriaggi ed artiglierie. Il conte Guido Rangone, che tanto prima s'era messo al servigio del re di Francia, nè si trovò al conflitto, perchè mandato innanzi colla vanguardia, si salvò, riducendosi a Parma ed indi a Lodi. Così scrive il Guicciardini. Abbiamo, all'incontro, dal Varchi ch'esso conte Guido, giovane di grandissima espettazione, dopo aver guadagnato più ferite nel viso, animosamente menando le mani, restò prigione. Invece di Guido verisimilmente il Varchi volle dir Claudio. Tornossene il vittorioso esercito imperiale tutto carico di bottino e di gloria a Milano. Fu poi mandato Filippo Torniello con trecento fanti a ricuperar Novara: il che egli felicemente eseguì, entrato che fu nel castello, con iscacciarne il presidio franzese. Gli occorse nondimeno un accidente curioso, che mentre egli cacciava fuori della città i nemici, un capo di squadra ch'era nel castello, sciolti i prigioni, con essi ribellò il medesimo castello. Fu nondimeno fatta loro tanta paura colle artiglierie, che lo renderono, e fu loro permesso di andarsene, siccome gli avea promesso il Torniello. Studiossi ancora in varie maniere Antonio da Leva di fare sloggiare dal suo accampamento il duca d'Urbino; ma non gli venne mai fatto; siccome neppure d'impedire che i Veneziani e i Sforzeschi di tanto in tanto facessero delle scorrerie fino alle porte dell'infelice e desolata città di Milano.

La declinazione intanto in Italia dei Franzesi quella fu che fece determinare il papa ad unirsi coll'Augusto, preponderando nel di lui cuore alla memoria dei patiti affronti la sete specialmente di vendicarsi de' Fiorentini: al che si conosceva più a proposito la potenza crescente di Cesare, che la troppo sminuita del re Cristianissimo. Perciò nel dì 29 di giugno dell'anno presente[413] fu conchiusa in Barcellona una lega fra esso pontefice e l'imperadore, con cui questi si obbligò di rimettere in Firenze nella primiera sua grandezza la casa de Medici; di dare Margherita d'Austria sua figlia naturale ad Alessandro, creduto figliuolo naturale di Lorenzo de Medici e di una schiava per nome Anna, benchè il Segni scriva che altri avessero avuto commercio con quella vil donna: siccome ancora di rimettere il papa in possesso di Modena, Reggio e Rubiera, senza pregiudizio delle ragioni del romano imperio, e di Cervia e Ravenna occupate da' Veneziani. Nè questo bastò. Promise ancora Carlo V di assistere Clemente VII a spogliar la casa d'Este del ducato di Ferrara, sotto l'iniquo pretesto di fellonia e ribellione del duca Alfonso. Le altre particolarità d'essa lega le tralascio, bastando solamente aggiugnere che gli affari del ducato di Milano e di Francesco Sforza restarono come prima dubbiosi e pendenti più dalla volontà dell'imperadore che dalle decisioni della giustizia. Bolliva più che mai in cuore del re Francesco I il desiderio di liberare i suoi figli, lasciati per ostaggio in mano del suddetto Augusto. Una spinta ancora gli diede la già detta confederazione di esso pontefice. Però anch'egli nel dì 5 di agosto di quest'anno s'indusse a stabilire in Cambrai un accordo assai svantaggioso con esso imperadore: cioè per riavere i figli, si obbligò di pagare allo stesso Augusto due milioni di scudi d'oro del sole. Fece anche una cessione di quanto egli possedeva nello Stato di Milano e nel regno di Napoli, e dei diritti della corona di Francia sopra la Fiandra ed Artesia, con altre condizioni che all'assunto mio non sta l'esprimerle. Di queste paci crederà taluno che l'Italia allora avesse da esultare, come se dopo tante tempeste fosse giunto il sospirato tempo sereno. Ma non fu così. Perciocchè durata tuttavia la discordia fra Cesare e i Veneziani uniti col duca di Milano; e il papa non tardò molto a far muovere, secondo gli ordini dell'imperadore, il principe d'Oranges contra dei Fiorentini. Arrivò questo signore a dì 19 d'agosto a Terni, e s'inoltrò poi a Spello, menando seco, per quanto scrive l'Anonimo Padovano, otto mila fanti fra tedeschi e spagnuoli, co' quali s'unirono dieci mila fanti assoldati dal pontefice sotto valorosi capitani. S'era ne' mesi innanzi ritirato dal servigio del papa Malatesta Baglione, con passare a quel de' Fiorentini, e impossessarsi della città di Perugia sua patria. Mise anche presidio in Macerata, Montefalco ed Assisi. Prima di passar oltre, il principe d'Oranges avea preso que' luoghi, e dato il sacco a Spello. Indi si applicò a trattare col Baglione per isnidarlo da Perugia. Capitolò egli infatti nel dì 9 di settembre che fossero salvi i suoi beni, e che potesse ritirarsi sul Fiorentino colle genti sue, e colle altre a lui date da' Fiorentini stessi. Andò poscia il principe a Cortona, che gli si rendè a patti. Passò a Castiglione Aretino; e mentre que' cittadini trattavano la resa, i suoi soldati entrati nella terra la misero tutta a sacco. Ritiratisi poi vergognosamente i Fiorentini da Arezzo, quella città fece buon accordo con gl'imperiali. Circa il fine di ottobre giunse l'Oranges ad accamparsi in vicinanza di Firenze.

Benchè si possa perdonar molto all'amore della libertà, che in popoli avvezzi ad essa suol essere un mirabil incentivo ad arrischiar tutto e a sofferir tutto per difenderla: pure sembra che non convenisse alla prudenza de' Fiorentini, tanto inferiori di forze, quello ostinarsi cotanto contro le pretensioni del papa, spalleggiato dall'armi cesaree. Quali fossero gl'interni disegni di lui, niuno nè può rendere conto. Certo è ch'esso pontefice nell'esterno, cioè nelle sue parole, altra intenzione non mostrava[414], se non che tornassero i Medici nel medesimo stato di onore e di balìa che godevano prima d'essere licenziati o cacciati nel tempo della sua prigionia, salva restando la libertà al popolo; se pur sembrava libertà in addietro quel dipendere il principal governo dal volere dei Medici. Per attestato del Segni, erano assai ragionevoli le condizioni proposte da papa Clemente. Ma prevalendo nel loro consiglio il mal animo di molti contro la casa de Medici, e la sconsigliata temerità d'altri lor pari, benchè si trovassero abbandonati dal re di Francia, e si vedessero venir contro tante forze del pontefice e dell'imperadore, non vollero dar orecchio a trattato alcuno di concordia, sperando nel benefizio del tempo che potea produrre favorevoli accidenti. Imbarcatosi intanto l'Augusto Carlo in Barcellona sulla capitana di Andrea Doria, con ventotto galee, sessanta barche e molti altri navigli, su' quali conduceva sei mila fanti e mille cavalli, sbarcò felicemente a Genova nel dì 12 d'agosto, dove ricevette immensi onori da quel popolo. Presentatisi davanti a lui gli ambasciatori de' Fiorentini, altro non ne riportarono che un amorevol consiglio di ricorrere al papa e di seco acconciarsi. Spedirono dunque a Roma, ma senza sufficiente mandato, lusingandosi che nel papa l'amor della patria non fosse spento dal troppo amore de' suoi, e ch'egli non volesse infine la lor perdizione. Sicchè tutto si dispose per la difesa della città e libertà, avendo eglino presi al loro soldo tredici mila fanti e secento cavalli, che poi ai fatti erano molto meno. Trattava fra questo tempo il papa la pace fra Cesare e i Veneziani e il duca di Milano, che, conoscente de' suoi pericoli, anch'egli facea maneggi coll'imperadore. Volea _Carlo V _in sue mani Alessandria e Pavia, e fu proposto di metterle in deposito in quelle del papa. Ossia che all'imperadore non piacesse il ripiego, o che lo stesso duca ricalcitrasse, furono spedite le milizie ultimamente arrivate di Spagna ad Alessandria, città che non fece resistenza alle lor forze. Partitosi dipoi l'imperadore nel dì 30 d'agosto da Genova, arrivò a Piacenza, dove comparve Antonio da Leva ad informarlo dei correnti affari, e fu risoluto di far l'assedio di Pavia. Gran danni intanto e progressi facea il sultano dei Turchi Solimano in Ungheria, con essere giunto fino a mettere l'assedio a Vienna, città che fu mirabilmente difesa. Pure quasichè meritassero le cose d'Italia più stima che i tentativi del nemico comune, si andò facendo in Trento una massa di dodici mila fanti tedeschi, e di mille e cinquecento cavalli borgognoni (il Guicciardini li fa assai meno) per calare in Lombardia: il che diede non poca apprensione a' Veneziani, e li costrinse ad assicurar le loro città con gagliardi presidii. Calarono infatti costoro verso il fine di agosto, e giunti a Peschiera, cominciarono a recar gravissimi danni al territorio veneto. Il duca d'Urbino con grossa banda di genti di arme li andava tenendo stretti il più che potea. Intanto costò poca fatica ad Antonio da Leva il ricuperar Pavia, perchè Annibale Piccinardo, senza aspettar colpo di batteria od assalto, premendogli più di salvar la sua roba che la città, s'accomodò presto a renderla.

Uno de' principali motivi dell'Augusto Carlo di venire in Italia era, per quanto egli poi dimostrò, quello di rimettere la pace dappertutto. Minore nondimeno non fu quello di ricevere dalle mani del romano pontefice le corone ferrea ed imperiale: il che, come dirò, seguì poi non già in Milano o in Monza, nè in Roma, come sempre si usò ne' secoli addietro, ma bensì in Bologna. A questa illustre città, specialmente per cooperare alla pace suddetta, ma non universale, perchè bramoso di soggiogar Firenze, passò papa Clemente sul fine d'ottobre, accolto con gran magnificenza del popolo; e prese alloggio nel pubblico palazzo del legato e degli anziani. Si mosse anche da Piacenza l'imperadore per venire colà. Conosceva ben egli quanto indebita fosse la passion del pontefice contra di Alfonso duca di Ferrara. Tuttavia, per gl'impegni seco presi, si credette in obbligo di mostrar l'animo alieno da questo principe. Se vero è ciò che ha il Guicciardini, avendogli il duca spediti ambasciatori, allorchè la maestà sua arrivò in Italia, non li volle ricevere; ma per pratiche fatte, gli accolse dipoi. Pensava ancora di prendere la strada di Mantova, affine di non passare per Reggio e Modena, città del duca; ma cotanto si adoperò Alfonso, che esso Augusto mutò parere. Ai confini di Reggio se gli presentò davanti con tutta umiltà il duca, ed ebbe poi l'onore di cavalcare al suo fianco per tutto il viaggio, con informarlo di quanto occorreva pel sistema d'Italia e per li suoi interessi: con che non solo confermò, ma accrebbe nell'animo dell'Augusto sovrano la stima e il concetto di principe egualmente valoroso che saggio. Nel dì primo di novembre entrò lo imperadore in Modena, e nel dì 5 di esso mese in Bologna, dove con grandioso apparato e pompa fu introdotto da quel popolo; e nel medesimo palazzo dove era il pontefice, anch'egli fu alloggiato, affinchè con facilità potessero trattar insieme de' pubblici e de' privati affari. Questo sontuoso ingresso di Cesare in Bologna si truova esattamente descritto dall'Anonimo Padovano; ma all'istituto mio non convien dirne di più. Cominciaronsi dunque fra questi due primi luminari della cristianità stretti e quotidiani colloquii, per dar sesto alle turbolenze che da tanto tempo desolavano l'Italia. Per Francesco Maria Sforza duca di Milano, sì malconcio di salute, che appena si reggeva in piedi, fece il papa quanti buoni uffizii potè, e, fattolo venire a Bologna nel dì 22 di novembre, con tal fortuna maneggiò i di lui affari, che l'accordò col magnanimo imperadore nel dì 23 di dicembre. Fu dunque convenuto che coll'investitura imperiale resterebbe il duca signore dello Stato di Milano, con obbligarsi, in isconto delle spese fatte, di pagare a Cesare in un anno quattrocento mila ducati d'oro, ed altri cinquecento mila in dieci anni avvenire, restando in mano di esso Augusto il castello di Milano e Como, da restituirsi al duca come fossero fatti i pagamenti del primo anno. Nondimeno Pavia fu assegnata ad Antonio da Leva, da godere sua vita natural durante. Grande allegrezza avrebbono fatto i popoli dello smunto ducato di Milano per tal concordia, che pareva il fine de' loro immensi guai, se il duca, per mettere insieme tanto oro, non fosse stato costretto a maggiormente affliggerli con gravissimi taglioni ed imposte. Avvenne in questi tempi che l'esercito cesareo, già ridottosi in Ghiaradadda, e intento a divorar quelle terre, per non saper come vivere, appena intese o trattarsi o conchiuso l'accomodamento delle differenze del duca coll'imperadore, che, alzate le bandiere, volò alla volta di Milano, con intimare a quel popolo, che se in termine di quindici dì non soddisfaceva per le paghe loro da tanto tempo dovute, saccheggierebbero la città, e farebbono prigion ciascheduno, e che intanto si somministrassero loro gli alimenti. Rimasero di sasso gl'infelici Milanesi a queste minaccie, arrivate in tempo che speravano di respirare. Contuttociò, mostrando di fare ogni sforzo per raunar danaro, spedirono nel medesimo tempo i loro oratori all'imperadore, esponendogli le lor miserie, e il pericolo che lor soprastava. Provvide egli immantenente al disordine, coll'inviar gli Spagnuoli e i Tedeschi ad unirsi coll'esercito di Toscana, e facendo cassare il resto di quelle truppe, cosicchè nello Stato di Milano non rimasero se non i soldati di presidio nelle fortezze.

Similmente si concordarono, per non poter di meno, anche i Veneziani coll'imperadore, con obbligo di restituire a lui tutte le terre da loro occupate nel regno di Napoli, e al pontefice Ravenna e Cervia; siccome ancora di pagare ad esso augusto per vecchie e nuove ragioni trecento mila ducati d'oro in varie rate, con altri patti che non importa di riferire. Nè si dee tacere che sul fine di novembre giunto a Bologna anche Federigo marchese di Mantova con nobile accompagnamento, fu molto ben veduto ed accarezzato dall'Augusto Carlo. Nel presente anno terminò l'Anonimo Padovano la sua Cronica, che manuscritta si conserva presso di me, nel cui fine sono le seguenti parole: Qui finiscono i ragionamenti domestici delle guerre d'Italia, cominciando dall'anno 1508 fino al 1529, esposti e narrati da chi s'è trovato presente al più delle sopradette faccende. Fu ad inchinare eziandio il pontefice e l'imperadore, Francesco Maria duca d'Urbino; e in considerazione de' Veneziani, dei quali era generale, ricevè buona accoglienza. Era allora la città, per altro assai grande, di Bologna sì piena di gran signori e di nobiltà forestiera, che sembrava una fiera continua, e si faceva alle pugna per ritrovare albergo. Gran solennità ivi fu fatta nel giorno del Natale del Signore, avendo i Bolognesi fabbricato un mirabil ponte di legno, per cui dal palazzo discese tutta quella gran corte alla basilica di San Petronio. Stabilissi poi nel dì 25 di dicembre una lega perpetua[415] per la sicurezza della tranquillità d'Italia fra papa Clemente VII, l'imperador Carlo V, Ferdinando re d Ungheria, la repubblica di Venezia e il duca di Milano, in cui furono ancora compresi il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e di Mantova, e lasciato luogo al duca di Ferrara di entrarvi, quando seguisse accordo fra il papa, l'imperadore e lui. Ma di questa tranquillità non godeva Firenze assediata, o piuttosto bloccata, dall'esercito imperiale e pontifizio, che, secondo l'uso delle guerre, infiniti danni inferiva a quel distretto. Maggiormente poi crebbero i guai in quelle contrade, dacchè il pontefice, fattosi principalmente promotor della pace in Lombardia, acciocchè l'Augusto Carlo potesse con più vigore continuar la guerra contra di Firenze patria sua, ottenne che dallo stato di Milano passassero in Toscana circa otto mila cesarei, con venticinque pezzi d'artiglieria. Colà dunque si ridusse tutto il furor delle armi con quell'esito che diremo all'anno seguente.

NOTE:

[411] Faustino, Storia di Ferrara.

[412] Antichità Estensi, Par. II.

[413] Du-Mont, Corp. Diplomat.

[414] Nardi. Guicciardini. Varchi. Segni.

[415] Du-Mont, Corp. Diplomat.

Anno di CRISTO MDXXX. Indizione III.

CLEMENTE VII papa 8. CARLO V imperadore 12.

Anche nel gennaio e febbraio dell'anno presente continuò papa Clemente coll'imperadore il suo soggiorno in Bologna, perchè la vicinanza sua e dell'Augusto monarca desse maggior calore all'impresa dell'assediata città di Firenze. Trovavansi i Fiorentini molto angustiati dalle armi nemiche, e ciò non ostante risoluti di difendere la lor libertà sino agli ultimi estremi. Inviati a Bologna i loro ambasciatori per tentare se potesse riuscir qualche accordo, non ottennero udienza dall'imperadore; e stando saldo il pontefice in volere ristabilita la maggioranza ed autorità precedente della casa de Medici in quella repubblica, al che abborriva troppo il presente governo di Firenze, se ne tornarono come erano venuti[416]. E perciocchè donno Ercole d'Este principe di Ferrara, da lor preso per generale, non potè, a cagion delle minaccie del papa, andare in persona ad esercitar quella carica, non lasciò per questo d'inviarvi in sua vece il conte Ercole Rangone colle sue milizie, da cui furono poi fatte molte azioni di valore. Nel dì 19 di gennaio diedero i Fiorentini il bastone del generalato a Malatesta Baglione, che avea fatto non pochi brogli per ottenerlo. Era già formato il concerto che la coronazione desiderata da Carlo V si avesse a fare, secondo il rito, in Roma, e già era stabilita l'andata colà tanto di lui che del papa. Anzi si erano incamminati a questo fine colà, per disporre le cose, alcuni cardinali e prelati. Ma essendo supravvenuti dalla Germania gagliardi impulsi da Ferdinando re d'Ungheria, fratello dell'imperadore, che aspirava ad essere re de' Romani, e per altri urgenti bisogni di quelle parti, l'Augusto Carlo fece istanza di ricevere in Bologna le due corone: al che condiscese il papa. Nel giorno dunque 22 di febbraio nella cappella del palazzo pontifizio ricevette esso imperadore dalle mani del pontefice la corona ferrea, in segno d'essere re del regno longobardico ossia italico. Vien descritta essa corona, portata colà da Monza, non men dal Giovio che dal maestro delle cerimonie del papa presso il Rinaldi[417], per un cerchio d'oro, largo più di cinque dita, con una lamina di ferro nel di dentro, per tenerla, a mio credere, forte, senza che alcuno sognasse allora quel ferro essere un chiodo della Passion del Signore, convertito e spianato in quella lamina. Nè alcun d'essi scrive, che si mostrasse alcun segno di venerazione a quella corona, come cento anni dopo immaginò il Ripamonti nella sua Storia di Milano. Poscia nella festa di San Mattia, a dì 24 d'esso mese, giorno in cui Carlo V era nato, e in cui fu fatto prigione sotto Pavia Francesco I re di Francia, si celebrò la solenne funzione nel vasto tempio di san Petronio della coronazion dell'imperadore, e v'intervennero fra gli altri Bonifazio marchese di Monferrato, Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, ed uno de' principi di Baviera. Ma sopra gli altri fu distinto ed onorato Carlo III duca di Savoia, venuto apposta con grandioso corteggio, per attestare all'augusto monarca suo cognato l'ossequio ed amor suo. Dal prelodato maestro di cerimonie e da altri si vede descritta la coronazione suddetta, e massimamente da fra Paolo carmelitano, che vi era presente, e che ne' suoi Annali MSti la dipigne come cosa veramente magnifica. Eppure, secondo il Guicciardini, fatta fu con concorso grande, ma con picciola pompa e spesa: dopo la quale niun'altra più ne ha veduto l'Italia, giacchè gl'imperadori si sono messi in possesso di usar senza di essa il titolo e l'autorità degli Augusti. Solamente accadde in quella gran funzione che due braccia del ponte sopraccennato, per cui si andava dal palazzo a San Petronio, appena passato l'imperadore si ruppero colla morte di molti della plebe. Nel dì 2 di marzo[418] arrivò a Ferrara Beatrice duchessa di Savoia, che passava a Bologna per visitar l'imperadore suo cognato, dal quale ricevè dipoi molte finezze ed onori.

Avea desiderato Alfonso duca di Ferrara d'intervenire anch'egli alla solennità della coronazione; ma non si potè piegare la testa cocciuta di papa Clemente a permetterlo. Tuttavia, perchè premea forte all'augusto Carlo di non lasciar viva la discordia del pontefice con quel principe suo vassallo, affinchè questa non turbasse la quiete d'Italia, ricusò di partir da Bologna senza avervi provveduto. Vi fu bisogno di tutta la sua pazienza per ismuovere il duro papa. Tanto nondimeno fece, che nel dì 2 di marzo ottenne salvocondotto, acciocchè il duca potesse venire a Bologna. Disputossi un pezzo intorno alle indebite pretensioni del pontefice sopra Modena Reggio, Rubiera e Cotignola. Finalmente nel dì 21 marzo fu conchiuso che si rimettesse all'imperadore il conoscere per compromesso le lor differenze, e che intanto le stesse città e terre si mettessero in deposito in mano di lui, ossia de' suoi ministri. A questo difficilmente condiscese il duca, e massimamente perchè si volle compresa in esso compromesso anche Ferrara. All'incontro, facilmente il papa vi si accordò, dacchè nel trattato di Barcellona s'era Cesare obbligato di aiutare il papa a ricuperar que' luoghi; ed inoltre segretamente convenne con lui che, in caso di conoscere più forti le ragioni estensi, non pronunziasse laudo alcuno, ma che lasciasse, come prima, imbrogliate le carte: il che se facesse conoscere il papa amatore del giusto, non io, ma altri lo deciderà. Furono eseguite le condizioni di quello accordo; dopo di che l'Augusto Carlo si avviò per Modena alla volta di Mantova, dove fu accolto con gran magnificenza dal marchese Federigo Gonzaga signore di quella città, il quale, in tal congiuntura, a dì 25 di marzo ottenne per la prima volta il titolo di duca da quel benignissimo sovrano. Ed allora fu che esso imperadore diede al duca Alfonso l'investitura di Carpi, con ricavarne cento mila ducati d'oro, de' quali ne toccò subito sessanta mila. Ventilata poi con ismisurati processi la controversia fra il papa e il duca di Ferrara, e fatta ben esaminar dall'imperadore, egli nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, mentre era in Colonia, proferì il suo laudo favorevole al duca Alfonso, ma con pubblicarlo solamente nell'anno seguente 1531. Giunse a Ferrara nel dì ultimo di settembre con due bucentori e trenta barche Francesco Sforza duca di Milano, accompagnato dagli ambasciatori del papa, della Francia e di Venezia; e solamente nel dì 19 di ottobre passò a Venezia, dove si portò anche il duca di Ferrara per trattare dei comuni interessi.

Seguitava intanto con più fervore che mai la guerra in Toscana contro Firenze. Non mancava gente che scusava e compativa papa Clemente, autore di essa, per le troppe ingiurie, villanie e danni fatti da' Fiorentini a lui e alla casa de Medici. Ma senza paragone più erano, e soprattutto in Firenze, coloro che il maledicevano, per vederlo sì accanito contro la propria patria, e cagione della desolazion di tante terre e ville del distretto fiorentino, imputandogli a peccato ed infamia l'impiegar tanti tesori della Chiesa romana per mantener eserciti e manigoldi in rovina di tanti innocenti. E tanto maggiormente ancora, perchè tenevano per ingiustissime le sue pretensioni, non negando i Fiorentini di ricevere i Medici come cittadini: laddove questi vi voleano comandar da signori; e l'averlo fatto in addietro, siccome usurpazione, punto non serviva a giustificar la pretensione dell'avvenire. Però il chiamavano un nuovo Giulio Cesare, e tiranno, tanto più detestabile, perchè si serviva della religione, cioè delle rendite della Chiesa, per soddisfare ai suoi privati mondani appetiti. Ma siffatte mormorazioni nulla di più producevano che l'abbaiar de' cani alla luna. Continuava il furor della guerra, lo spargimento del sangue, la distruzion del paese; perciocchè se di grandi prodezze vi fece l'armata pontificia ed imperiale, non con minore bravura per dieci mesi si difesero e sostennero i Fiorentini, sempre sperando che succedessero de' miracoli o de' casi impensati, o che, per mancanza di paghe, si avessero a disciogliere le forze nemiche. A me converrebbe empiere molte carte, se volessi riferir tutte le scaramuccie e fatti d'armi succeduti in così lungo ed ostinato assedio. Ma basterà solamente accennare che nel dì 2 d'agosto a Cavinana seguì una fiera battaglia fra le genti de' Fiorentini comandate da Francesco Ferruccio, valente condottier d'armi, e buona parte dell'esercito cesareo, a cui intervenne il generale, cioè lo stesso principe d'Oranges. La vittoria si dichiarò per gl'imperiali, e vi rimasero estinti o sul campo, o di poi per le ferite, circa due mila e cinquecento Fiorentini, fra' quali lo stesso Ferruccio, barbaramente ucciso da Fabrizio Maramaldo dopo la resa. Molto nondimeno costò ai vincitori quel fatto, perchè anche lo stesso Filiberto principe d'Oranges lasciò ivi la vita per un colpo di archibusata, facendo quel fine che toccò a tanti altri masnadieri intervenuti al lagrimevol sacco di Roma. Ora questo svantaggioso fatto, la mancanza oramai divenuta estrema delle vettovaglie, e il timore che la città restasse esposta al sacco, misero il cervello a partito de' Fiorentini, concorrendovi ancora le focose esortazioni di Malatesta Baglione lor generale, che si mostrò preso da compassione verso la pericolante città, ma più verisimilmente spinto da segrete intelligenze con papa Clemente. Videsi poscia che con licenza d'esso pontefice se ne tornò il Baglione liberamente a Perugia sua patria a goder de' suoi beni patrimoniali, per tacer d'altre ragioni rapportate dal Varchi. Spedirono dunque i Fiorentini i loro ambasciatori a don Ferrante Gonzaga fratello del duca di Mantova, in cui dopo la morte dell'Oranges era caduto il comando dell'esercito imperiale, e nel dì 12 d'agosto si conchiuse l'accordo, rapportato da Jacopo Nardi, dal Varchi e da altri scrittori; del quale altro non accennerò io, se non che fu rimesso allo imperadore di regolar fra quattro mesi la forma del governo di Firenze, benchè vi si dica ancora che tal regolamento avea da dipendere dal papa. Obbligaronsi i Fiorentini di pagare all'armata cesarea ottanta mila ducati d'oro, dopo avere spesi più milioni in questa guerra, e patite incredibili desolazioni ne' loro Stati. Appresso fu formato in Firenze un nuovo magistrato, tutto di parziali della casa de Medici, che poco tardarono a far uscire di vita sei de' principali difensori della libertà, e a confinare altri non pochi, e fecero disarmare il popolo. Se ne andò anche Malatesta Baglione, ma con lasciar in Firenze il nome di traditore; sopra che è da vedere il Varchi. Pagato che fu il danaro pattuito, restò libero dal divoratore esercito quel sì maltrattato paese, a riserva del presidio mandato a Firenze. Uscì poscia nel dì 28 d'ottobre di questo anno un solenne decreto dell'imperadore[419], in cui dichiarò capo della repubblica fiorentina Alessandro de Medici (a cui il papa avea comperato il titolo di duca della città di Penna), e i di lui figli e discendenti, e, in mancanza di essi, uno della casa de Medici. Stranamente si dolsero dipoi, ma in segreto, i Fiorentini di siffatta decisione o investitura, come quella che chiaramente stabiliva l'autorità cesarea sopra Firenze e sopra il suo Stato, che per tanti anni addietro non era stata ivi esercitata nè riconosciuta. Ed ha ben saputo prevalersene a' dì nostri la corte imperiale, per disporre a sua voglia dell'ameno paese della Toscana. Questo bel servigio fece papa Clemente VII alla patria sua; laonde sempre più si lagnò quel popolo dell'avversa fortuna, costretto a fare il latino con tanti svantaggi e danni, i quali per la maggior parte avrebbe risparmiato, se si fosse indotto a farlo prima della guerra.

Quanto a papa Clemente, dappoichè fu partito da Bologna l'Augusto Carlo, anch'egli nell'ultimo giorno di marzo si inviò alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 9 d'aprile. Per tutto il tempo che durò l'assedio di Firenze, gran battaglia fecero nel di lui cuore l'ansietà di vincere quella pugna, il timore che la lunghezza o altro sconcerto guastasse l'impresa; oltre alle tante cure per somministrar somme immense di danaro, e un batticuore continuo che Firenze presa andasse a sacco. Gli sopravvenne poi un'incredibil gioia, allorchè intese terminata con pacifico accordo la tragedia, e nella forma ch'egli appunto sospirava. Poco nondimeno tardò a cangiar le sue allegrie in una somma afflizione pel nuovo flagello che nel presente anno si scaricò addosso alla tanto battuta città di Roma, che appena cominciando a respirare dai gravissimi guai del sacco, si trovò immersa in un'altra non minore sciagura. Era ito il pontefice a diporto ad Ostia nell'autunno di quest'anno, quando eccoti aprirsi, per così dire, le cateratte del cielo, e cadere per più giorni una sì dirotta e continua pioggia, che i fiumi tutti in quelle parti, e specialmente il Tevere, sopra modo gonfiati, traboccarono fuori dal letto loro. A riserva di pochi luoghi, ne restò inondata tutta Roma, e con tale altezza d'acqua, che assaissime persone ivi perderono la vita, vi rovinarono molti pubblici e privati edifizii, s'empirono di acqua tutti i sotterranei, tutti i fondachi e le botteghe, con perdita d'innumerabili merci, vettovaglie e bestiami. Memoria non v'era che tanti danni avesse mai recato l'escrescenza del Tevere, sicchè fu creduta la gran perdita, che allora avvenne, non inferiore alla precedente del sacco di Roma. Trovandosi allora, come dicemmo, il papa in sito, dove non potea ricevere, per cagion di questo diluvio, gli alimenti, prese il partito di ritirarsi a Roma; e con gran pericolo suo e di tutta la sua corte cavalcando, sempre coll'acqua alla pancia de' cavalli, pervenne alla città. Ma volendo passare al palazzo pontifizio, trovò tutti i ponti o fracassati (fra i quali quel di Sisto) oppure coperti d'acqua; nè parimenti restandogli maniera di entrare in castello Sant'Angelo, fu necessitato a ricoverarsi a monte Cavallo a Sant'Agata, finchè tornassero le acque al consueto lor letto. Vi tornarono ben esse, ma il lezzo e puzzo lasciato in tanti siti sotterranei, si tirò poi dietro una gran pestilenza, cioè mali sopra mali. Poco nondimeno profittò di siffatti avvisi il pontefice, e lasciando piagnere chi volea, continuò i suoi disegni politici pel sempre maggiore ingrandimento e lustro di sua casa. Io non so come questa fiera inondazione venga rapportata nel novembre dell'anno seguente nella Storia del Segni. Sarà un errore di stampa. Il Surio, fra Paolo carmelitano ed altri ne parlano all'anno presente. Il Varchi la mette nei primi giorni d'ottobre, e con lui vanno d'accordo gli Annali manuscritti di Ferrara. E tal notizia vien poi messa fuor di dubbio dalle memorie in marmo esistenti in Roma, e riferite da Andrea Vettorelli. Nè si dee omettere che nel marzo di quest'anno l'Augusto Carlo investì delle isole di Malta e del Gozo l'inclita religione de' cavalieri gerosolimitani dello Spedale, dinanzi chiamati i cavalieri di Rodi, e i quali ne presero il possesso, con formar ivi uno inespugnabil baluardo in difesa del nome cristiano contra de' Turchi e Mori. Lo strumento imperiale si vede dato in Castelfranco nel dì 24 di marzo. Come ciò sia, lascerò che altri lo insegni, potendosi di qui argomentare che Cesare in quel giorno, e non già nel dì 22, si movesse da Bologna. Ma il dì 22 è assai specificato nel Diario riferito dal Rinaldi, e nel dì 25 l'imperadore si trovava in Mantova. Anche gli Annali manuscritti di Ferrara ci assicurano ch'egli si partì da Bologna nel dì 22 di marzo.

NOTE:

[416] Guicciardini. Nardi. Varchi. Segni. Ammirati. Giovio. Paulus de Clericis, in Annal. MSS.

[417] Raynaldus, Annal. Eccl.

[418] Annali MSti di Ferrara.

[419] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDXXXI. Indizione IV.

CLEMENTE VII papa 9. CARLO V imperadore 13.

Malveduta era dai sovrani dell'Europa l'unione in Carlo V della dignità imperiale colla potente monarchia di Spagna. Oltracciò, i Tedeschi, allorchè esso Augusto dimorava in Ispagna, mormoravano per tanta di lui lontananza; e un'egual sinfonia s'udiva fra gli Spagnuoli, quand'egli si tratteneva in Germania. Il perchè egli prese la risoluzion di quetare in qualche maniera le gelosie e doglianze altrui, col far conoscere non durevole l'unione di quelle due monarchie. Adunque nel dì 5 di gennaio del presente anno in Colonia col consenso degli elettori dichiarò re de' Romani Ferdinando suo fratello, re d'Ungheria e Boemia, il quale poscia nel dì 11 d'esso mese fu solennemente coronato in Francoforte. Benchè avesse l'Augusto Carlo proferito nell'anno precedente il suo laudo intorno alle differenze del papa col duca di Ferrara, pure per varii riguardi, cioè per le segrete mine dei ministri pontifizii, ne andò differendo la pubblicazione. Seguì finalmente questa nel dì 21 d'aprile dell'anno presente, in cui furono dichiarate nulle le pretensioni romane sopra Modena, Reggio e Rubiera, terre chiaramente appartenenti al sacro romano imperio, e non già porzioni dell'esarcato di Ravenna, come contro la chiara verità allora si pretendeva; e ne fu confermato il dominio al duca Alfonso suddetto. Venne anche obbligato il papa a dargli l'investitura del ducato di Ferrara, come Stato spettante alla Chiesa romana. In esso laudo essendo stato condannato il duca a pagare cento mila ducati d'oro alla camera apostolica, non tardò egli a spedire a Roma i suoi ministri coll'esibizion di danaro. Ma Clemente, a cui non dovea parer giusto se non quello ch'era conforme a' suoi desiderii, non solamente rifiutò quell'oro, ma neppure volle accettare il laudo. Troppo a lui scottava il restar separate dallo Stato ecclesiastico le città di Parma e Piacenza; e tanto più se fosse vero ch'egli meditasse di fare un dono di tutte quelle città alla sua famiglia. Confessa il Giovio che per tal cagione il papa, per altro gran simulatore, non sapea nascondere il suo sdegno contro di Cesare, e che si andava lisciando la barba ora coll'una, ora coll'altra mano, allorchè tornava in campo questo laudo, assai mostrando la voglia di vendicarsene, quando avesse potuto. E certamente da lì innanzi parve assai rivolto il suo cuore ai Franzesi, con fare nondimeno tutto il possibile, perchè l'imperadore non restituisse Modena al duca. Ma, informato esso Augusto come per parte d'esso principe era stato soddisfatto al dovere coll'esibito pagamento, nel dì 12 di ottobre fece rilasciare al duca Alfonso il possesso d'essa città e di Reggio, con restar vive le amarezze dell'ostinato papa contra di questo principe, il quale fu sempre da lì innanzi costretto a star con somma vigilanza, e a tener buoni presidii, per guardarsi dalle già sperimentate insidie de' ministri pontifizii.

Per attestato di Gasparo Hedione[420], avea nell'anno precedente Carlo III duca di Savoia, principe di gran senno e valore, assediata la città di Ginevra, divenuta fin d'allora, e molto più poi, nido di eresiarchi. Seco era copiosa nobiltà, e il vescovo di essa città, che n'era stato cacciato. Sotto vi stette quasi un anno; ma essendo venuti in soccorso dei Ginevrini i cantoni svizzeri di Berna, Friburgo e Zurigo, fu necessitato esso duca a far pace. Per quanto si ricava dal Rinaldi[421] all'anno presente, avea il papa conceduto al prelodato duca Carlo per questo bisogno non solamente le decime degli ecclesiastici, ma anche di potersi valere delle argenterie delle chiese. Ed essendochè in quest'anno lo stesso principe era minacciato di guerra dai cantoni eretici, s'interessò il papa alla difesa, promettendogli soccorso di danaro, e scrivendo ai potentati cattolici, per trarli in aiuto di lui. Il Guichenone, storico il più accreditato della real casa di Savoia, lasciò nella penna sì fatti avvenimenti. Già dicemmo che fra tanti pensieri di papa Clemente teneva il primato quello dell'innalzamento e della sicurezza della sua famiglia. Al nuovo ascendente di essa perchè potea pregiudicare la nimicizia dei Senesi, operò egli colle forze degli Spagnuoli, che colà si introducesse un governo favorevole alle sue voglie. Con ordini segreti ancora comandò ai Fiorentini di mandare un'ambasceria in Fiandra, per supplicare l'imperadore d'inviare al governo del loro Stato il duca Alessandro de Medici, tuttavia dimorante in quella corte, e destinato genero d'esso Augusto colla promessa di Margherita sua figlia naturale, di età non per anche nubile. Se di buona voglia il popolo fiorentino ubbidisse, nol saprei dire. Furono benignamente bensì esauditi da quel monarca. Venne dunque Alessandro, e nel dì 5 di luglio entrò in Firenze, accolto coi festosi suoni delle bombarde, e andò a riposare nel palazzo de' Medici. Seco era Giovanni Antonio Mussetola ambasciatore cesareo, il quale nel dì seguente nella gran sala sfoderò il decreto imperiale in favor del duca Alessandro, con intonare all'assemblea de' magistrati, che quanto di male non avea fatto nè facea l'invittissimo Carlo a Firenze, e quanti privilegii lasciava al loro popolo, tutto doveano riconoscere dal medesimo Alessandro, il quale aveva trovata tanta grazia negli occhi dell'Augusto sovrano. Letta fu la dichiarazione o diploma, ed accettata con giuramento da tutti, e successivamente si fecero fuochi ed altri segni di giubilo per tutta la città. Ma perciocchè tanto in esso diploma, quanto nella concione del Mussetola, non s'udì mai il nome di libertà, per concerto fatto col papa, perciò si guardavano l'un l'altro in volto i Fiorentini. Molti v'erano, a' quali cadeano lagrime d'allegrezza, perchè scorgeano trovato un ripiego, per quetare e frenar le discordie di quel popolo, stato sempre involto in gare e sedizioni in addietro. Ma i più spargevano lagrime di rabbia, al mirare in quel dì spenta la loro antica libertà. Convenne poi nel seguente ottobre inviare oratori all'imperadore per ringraziarlo dell'incomparabil dono loro fatto nel dare per capo alla repubblica un sì singolar personaggio, come era il duca Alessandro. Dove terminasse poi questo titolo di capo, lo vedremo all'anno seguente. Era in questi tempi marchese di Monferrato Bonifazio figlio di Guglielmo, giovane di grande aspettazione, specialmente addestrato in tutti le arti cavalleresche. Andando egli un giorno a caccia sopra un generoso cavallo, a tutta carriera seguitava non so qual fiera. Cadde il cavallo, e con tal empito balzò di sella l'infelice principe, che si ruppe il collo, e restò morto sulla terra. Gran pianto fu per questo fra i sudditi suoi, che lo amavano a dismisura. Dovette scartabellar poco il conte Loschi, allorchè scrisse che questo principe era morto nel 1518, correndo colla lancia all'incontro di un altro di pari età sopra un feroce corsiero. Vivea allora Gian-Giorgio suo zio paterno, che portava l'abito ecclesiastico, godendo una pingue abbazia, non so se di Bremide o di Lucedio. Rinunziò quel benefizio, ed assunse il governo di Monferrato. Restavano tuttavia in quella nobilissima famiglia due principesse figlie del marchese Guglielmo, e sorelle del defunto Bonifazio, cioè Margherita ed Anna. Tanti maneggi fece Federigo duca di Mantova, che gli riuscì in quest'anno di ottenere in moglie la prima. Con gran solennità si celebrarono quelle nozze in Casale di Sant'Evasio; maggiori poi furono le feste in Mantova, allorchè vi comparve questa principessa, da cui quanto bene riportasse la casa Gonzaga, non istaremo molto a vederlo.

NOTE:

[420] Hedione, nelle Giunte alla Storia del Sabellico.

[421] Raynaldus, Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MDXXXII. Indizione V.

CLEMENTE VII papa 10. CARLO V imperadore 14.

Terribili movimenti di guerra furono nell'anno presente fuori d'Italia, nè io mi fermerò a descriverli, siccome avventure non appartenenti all'assunto mio. Solamente dunque accennerò che Solimano, gran sultano de' Turchi, avea allestito un potentissimo esercito, per invadere il resto dell'Ungheria, e vendicarsi dell'affronto sofferto, allorchè fu obbligato a sciogliere l'assedio di Vienna. Fama correa ch'egli conducesse in campo cinquecento mila combattenti. Di grandi iperboli forma la fama, ed anche la storia, allorchè si tratta d'eserciti barbarici. Carlo Augusto e Ferdinando suo fratello, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, raunarono anch'essi delle grandi forze per opporsi ai Barbari di lui disegni. Per conto anche dell'Italia furono colà spediti soccorsi. Fu chiamato per assumere il comando di quel possente esercito Antonio da Leva, quel condottiere che, quantunque sì mal concio per la podagra, tanti segni di prudenza militare avea dato in Italia nelle precedenti guerre. Seco andò ancora il conte Guido Rangone, già passato al servigio di Cesare, ed amendue si applicarono a ben provveder di difesa la città di Vienna, minacciata di nuovo dal tiranno d'Oriente. Dopo due giorni pervennero colà Gabriello Martinengo generale dell'artiglieria, Alfonso marchese del Vasto generale della fanteria, Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello, Giam-Batista Castaldo, Marzio e Pietro Colonnesi, e finalmente don Ferrante Gonzaga generale della cavalleria leggera, con altri capitani, conducendo tutti delle truppe spagnuole od italiane. Anche il duca di Ferrara vi mandò due compagnie di cavalli leggieri. Colà similmente fu inviato dal papa Ippolito cardinale de Medici, giovane bizzarro, più voglioso di comandare ad eserciti, che di portar la porpora, con trecento archibusieri e molta nobiltà italiana. All'avviso di sì florido apparato d'armi cristiane, Solimano, che s'era già inoltrato perfino nelle attinenze dell'Austria, credette più sano consiglio non solo il non procedere innanzi, ma il ritirarsi; e benchè seguissero alcuni incontri, niun di essi fu di molto rilievo. Spettacolo non di meno degno di gran compassione, fu lo avere il Barbaro condotti seco a Belgrado circa trenta mila contadini ungheri in ischiavitù. Fu inviato il prode Andrea Doria, ammiraglio imperiale, colla sua flotta in Levante a danneggiare i Turchi, e gli riuscì di prendere a forza d'armi le città di Corone e di Patrasso, e di spargere un gran terrore per tutte quelle contrade. Cessata dunque la apprensione tanto in Germania che in Italia delle minaccie turchesche, l'Augusto Carlo, ritenuti solamente i necessarii presidii, licenziò le restanti milizie, e si preparò per calar di nuovo in Italia.

Le mire di esso imperadore erano di tornare ad imbarcarsi a Genova, per indi passare in Ispagna. Ma, non essendogli ignoto il mal animo dei re di Francia e d'Inghilterra contra di lui, con aver eglino infin trattato di muovergli guerra, allorchè speravano di vederlo impegnato col Turco, propose per tempo un abboccamento con papa Clemente, affin di stabilire una lega in Italia, capace di assicurare lo Stato di Milano da ogni tentativo de' Franzesi. Allorchè giunse l'Augusto monarca a Conegliano nel Friuli, fu a ricordargli l'ossequio suo Alfonso duca di Ferrara, accompagnato da ducento cavalli. Arrivò poi la maestà sua nel dì 7 di novembre a Mantova, dove per molti giorni si fermò, onorata con tornei, danze, caccie ed altri divertimenti dal duca Federigo. Ivi creò poeta Lodovico Ariosto. Avea egli forse bisogno di quella carta per esser tale? Circa questi tempi venne fatto al pontefice d'insignorirsi con inganno della città d'Ancona. S'era quel popolo da gran tempo sottratto all'ubbidienza da' papi, e si reggeva a repubblica. Finse Clemente VII dei disegni di Solimano contra di essa città, e indusse quella cittadinanza a fabbricare un forte bastione alla porta di Sinigaglia. Ciò fatto, spedì loro avviso che infallibilmente era per iscaricarsi addosso a loro un grosso nembo di Turchi, e mandò ad essi in aiuto Luigi Gonzaga, detto Rodomonte, con trecento fanti. Buonamente riceverono gli Anconitani questo soccorso. Ma una notte il Gonzaga, impadronitosi della porta e del bastione, introdusse altri capitani ed altra gente, di modo che fatti prigioni i pubblici rettori, e tagliata la testa a sei di essi, tornò quella città sotto il dominio della Chiesa romana. Furono poi spogliati dell'armi que' cittadini, e il papa ordinò che si fabbricasse una fortezza nel monte di San Ciriaco. Essendo giù calato in Italia l'imperadore, secondo il concerto papa Clemente nel dì 18 di novembre si mise in viaggio alla volta di Bologna, dove arrivò nel dì 8 di dicembre. A quella città giunse dipoi Carlo V, dopo essere stato a Modena, dove dal duca di Ferrara avea ricevuto uno splendido trattamento. Seco era Alessandro de Medici, ito già ad inchinarlo in Mantova. Il Panvinio, che scrisse andato parimente il papa a visitar l'imperadore in Mantova, non ben esaminò questa partita. Grande onore fu fatto a Cesare da' Bolognesi e dalla corte del papa. Nel dì 19 del mese suddetto pervenne per Po a Ferrara Francesco Sforza duca di Milano insieme col duca d'Albania, e dopo qualche giorno passò anch'egli a Bologna, per intervenire ai negoziati che ivi si aveano a tenere, e si pubblicarono solamente nell'anno seguente.

Quanto alle cose di Firenze, tuttochè quel popolo conoscesse come estinto lo antico suo libero governo, pure fin qui se n'era conservata qualche apparenza colla creazione de' magistrati. Ma il pontefice, che volea fissare il chiodo alla grandezza e sicurezza della sua casa, attese in quest'anno a stabilir sodamente il principato assoluto del duca Alessandro in quella città. Nè gli mancavano adulatori e parziali, e di coloro eziandio che giudicavano con buona intenzione essere ciò il meglio per un popolo sempre sedizioso e quasi diviso ne' tempi addietro ed amante di novità. Fu dunque creato un magistrato, in cui spezialmente ebbero autorità Francesco Guicciardini lo storico e Braccio Valori, bene informati de' voleri del papa; e questi decretarono che da lì innanzi cessasse il nome della signoria, e che Alessandro de Medici fosse fatto duca della repubblica, con autorità piena, quanto si può dare ad un principe, per succedere in questo grado anche i suoi figli e discendenti legittimi. E, mancando questi, passasse il governo nella stirpe di Lorenzo di Pier Francesco de Medici. Perciò nel dì primo di maggio ad Alessandro fu dato il grado di signore, di duca e di assoluto principe, con pubblica solennità, fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferivano il cuore di chiunque deplorava la perdita dell'antica libertà. Così fecero gli antichi Romani, allorchè la lor signoria passò in mano di Cesare e d'Augusto; e, ad imitazion loro, anche i Fiorentini si andarono accomodando al giogo imposto ad essi dall'altrui violenza. Formò il duca Alessandro da lì innanzi una guardia di mille soldati per sua sicurezza. Fu anche disegnata una fortezza per tenere in freno quel popolo, a cui già erano state tolte le armi. Per attestato del Giovio, immaginò più d'uno che se i Veneziani avessero voluto congiungere la loro armata navale, consistente in sessanta galee, con quella di Andrea Doria, composta di quarantotto galee e di trentacinque navi da trasporto, sarebbe stato agevole non solo il rompere la flotta turchesca, in cui si contavano settanta galee mal provvedute di milizie e di attrezzi, ma anche il conquistare la città di Costantinopoli. E ciò perchè il Doria, oltre alle sopraddette conquiste, s'era anche impadronito delle fortezze dei Dardanelli, e Solimano avea lasciata Costantinopoli spogliata di ogni presidio. Ma costa pur poco il far dei castelli in aria. I Veneziani, molto ben persuasi che i giuramenti e la fede si debbono mantenere anche agl'infedeli e barbari stessi, stettero saldi in voler osservare i capitoli della pace tanti anni prima stabilita col Turco.

Dacchè saltò fuori l'eresia di Lutero, che aprì il varco a tante altre eresie nel Settentrione, con uno scisma il più deplorabile che mai abbia patito la Chiesa di Dio, tutti i buoni cominciarono a desiderare un concilio generale che riformasse i gravi abusi introdotti nella stessa Chiesa. Specialmente se ne faceva istanza in Germania, con rappresentare i molti aggravii, de' quali si doleva forte la loro nazione. Ne faceano istanza anche i protestanti, ma con condizioni disconvenevoli all'autorità della Chiesa cattolica. Egli è ben lecito il credere, che se di buona ora si fosse convocato, secondo il costume inveterato della religion cristiana, un sì fatto concilio, e si fosse provveduto a' tanti disordini che allora correano, e a' quali rimediò poscia il troppo tardi, ma pure una volta raunato, concilio di Trento, non sarebbe stato sì grande lo squarcio della religione che tuttavia sussiste. Papa Leone X applicato alle guerre, nulla ne fece. Se avesse goduto più lunga vita il buon papa Adriano VI, l'avrebbe fatto. Succeduto a lui Clemente VII, fu distratto anch'egli dalle sue politiche e guerriere applicazioni; e quantunque l'Augusto Carlo V ne facesse più istanze, e massimamente in quest'anno col medesimo papa in Bologna, pure nulla mai si conchiuse. Pensano il Guicciardini ed altri che Clemente vi abborrisse per timore che ne scapitasse la corte romana, e che troppo si venisse a tagliare; e quando anche consentiva, proponeva di tenere esso concilio in Roma, o Bologna, o Piacenza, città del suo dominio, acciocchè sempre restasse a lui la briglia in mano. Ma ch'egli non nutrisse questa avversione, e che s'interponessero varie altre difficoltà alla convenzion d'esso concilio, si può vedere nella celebre Storia del concilio di Trento, composta dal cardinale Pallavicino. Comunque fosse, certo è che, vivente esso pontefice, il concilio generale restò confinato ne' soli desiderii di chi compiagnea le piaghe della religione e della Chiesa, e che a man salva seguitarono, anzi crebbero, i precedenti sconcerti in danno della religione cristiana.

In questo medesimo anno sul fine di agosto seguì un grave scandalo in Parma. Gran tempo era che gli ecclesiastici per quasi tutte le provincie erano caricati di decime: gravezze giuste, allorchè si trattava di adoperare il danaro in difesa della cristianità contra de' Turchi o degli eretici; ma non già tali, qualora avea da servire l'aggravio del clero alle guerre private de' papi e de' monarchi cristiani. Davasi poi in appalto la riscossione di queste decime a varie persone, le quali, volendo anch'esse profittare, usavano rigori eccessivi, con esigere ancora i frutti delle decime non pagate. Informato dunque Vincenzo Cavina, canonico imolese, e commissario del papa, che a' suoi coadiutori in Parma era stato impedito l'attaccare i cedoloni al duomo per l'esazion delle decime di due anni, e di tutti i frutti, se n'andò tutto in collera a quella città. Ma, in voler esporre essi cedoloni, saltarono fuori i preti, e con esso loro si unì il popolo. Essendo egli fuggito nel palazzo, fu gittata a terra la porta, e il misero a furia di popolo restò da tante ferite trucidato, che non appariva in lui forma d'uomo. Egli è da credere che per tale eccesso fosse posto a Parma l'interdetto, siccome nel dì 17 d'ottobre del 1530 il papa l'avea posto in Ferrara, perchè renitente era il clero a pagar le decime, gastigando in questa maniera gli innocenti secolari per li mancamenti dei cherici. In Modena poi nello stesso anno nel dì 3 di marzo predicando fra Francesco da Castelcaro de' Minori osservanti nel duomo, pubblicò un breve, scritto dal Signor nostro Gesù Cristo a tutti i Cristiani: Datum in paradiso terrestri, a creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno aeterno, confirmatum et sigillatum die Parasceves in montes Calvariae, ec. In questo breve il Signore approva e conferma con autorità divina la regola di essi frati minori osservanti, conchiudendo infine colla seguente clausola: Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae confirmationis, ec. Tommasino Lancilotto ebbe la fortuna d'impetrar copia di questo mirabil breve da quel buon religioso, e come una gemma l'inserì nel suo Diario manuscritto della città di Modena. O tempora! o mores!

Anno di CRISTO MDXXXIII. Indizione VI.

CLEMENTE VII papa 11. CARLO V imperadore 15.

Mentre si trattenevano nel verno di quest'anno in Bologna papa Clemente e l'Augusto Carlo, continui ragionamenti e congressi seguirono fra loro. Tre principalmente furono i punti che si dibatterono: cioè quello del concilio, intorno al quale altro io non intendo di parlare. Il secondo era che, sapendo l'imperadore come il pontefice avea de' segreti maneggi per collocare Caterina de Medici, figlia legittima di Lorenzo de Medici il giovane, già duca d'Urbino, nè piacendogli questo attaccamento del pontefice alla corona di Francia, per sospetto che, in occasione del progettato matrimonio, si manipolasse qualche trama in favor de' Franzesi e in danno de' suoi Stati in Italia; gran premura fece perchè Caterina si desse per moglie a Francesco Sforza duca di Milano. Ma s'andò sempre schermendo il papa, in guisa che rimasero vane le batterie di Cesare sopra questo punto. Il terzo e più importante era di formare una lega in Italia, per assicurarsi che niuna potenza straniera ne turbasse la quiete, e che specialmente non fosse molestata Genova, nè il duca di Milano. Furono invitati a questa lega i Veneziani; ma concorsero in loro delle ragioni di non far nuove leghe, esibendosi di mantener le vecchie. Anche al duca di Ferrara furono fatte somiglianti istanze; ed egli opponeva, che avendo il pontefice rigettata ogni concordia con lui, era obbligato a tener buoni presidii per difendere il proprio, senza poter pensare a spendere per la difesa altrui. Fece quanto potè l'imperadore per troncare la discordia suddetta; ma avea che fare con un pontefice che solamente s'induceva a perdonare a chi era più potente di lui. Però altro non potè carpire da papa Clemente se non la promessa di non offendere il duca per diciotto mesi avvenire. Pertanto si conchiuse la lega suddetta fra il pontefice, l'imperador Carlo, Ferdinando re de' Romani, il duca di Milano, il duca di Ferrara, Genovesi, Sanesi e Lucchesi; e a tutti proporzionatamente venne assegnata la quota della contribuzione, per mantenere un esercito, di cui fosse capitan generale Antonio da Leva. Compresi furono in essa anche il duca di Savoia e quel di Mantova, e tacitamente ancora i Fiorentini. Fu poi essa solennemente pubblicata nella festa di San Mattia di febbraio.

Ebbe Clemente VII la consolazione in questi tempi di veder comparire in Bologna un'ambasciata di Giovanni re di Portogallo, che gli portò anche una lettera del re di Etiopia, appellato Davide, il quale mostrava desiderio di unire quella vasta cristianità meridionale alla Chiesa romana. A nome d'esso re venne anche Francesco Alvarez prete portoghese, quel medesimo di cui abbiamo una gustosa Relazione de' paesi e costumi di que' popoli cristiani, che oggidì niuna comunicazione hanno cogli Europei, perchè stretti dai Turchi, dai Gallani e da altri infedeli. Era creduto allora che il prete Janni, mentovato da Marco Polo, altro non fosse che il suddetto re dell'Etiopia. Le lettere d'esso re David, della regina moglie e del principe figlio, siccome ancora l'ubbidienza da essi prestata al romano pontefice, si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Ma così bell'apparato andò poi a finire in nulla; e a' nostri tempi non solo unione alcuna non passa fra la Chiesa romana e quei cristiani, macchiati di qualche eresia, ma v'ha pubblica nemicizia. Terminati i sopraddetti affari l'Augusto Carlo V, nell'ultimo giorno di febbraio, prese congedo dal papa, e s'inviò a Pavia, dove giunto, si fermò alcuni giorni con Antonio da Leva. Di là passato a Genova, ed imbarcatosi sulle galee di Andrea Doria, fece poi vela alla volta di Spagna, portando seco de' non lievi sospetti dell'animo del papa verso di sè. Nel dì 10 di marzo anche il pontefice mosso da Bologna, per la Romagna e Marca si trasferì a Roma. Già si è detto che l'amore del nepotismo era il mobile principale nel cuor di questo politico pontefice. L'ingrandimento procurato al duca Alessandro suo nipote, colla depression della repubblica fiorentina, non pareva a lui durevole. Per ben assicurarlo avea già ricavata parola da Cesare che sarebbe data in moglie ad Alessandro Margherita figlia naturale di esso Augusto, la quale appunto in quest'anno, essendo in età di dodici anni, fu mandata da Carlo suo padre a Napoli, per essere educata dalla moglie di don Francesco di Toledo vicerè, e passando per Firenze, vi si fermò per otto giorni, onorata con assaissime feste e tripudii. Glorioso era per la casa de Medici questo parentado; ma un più cospicuo ne maneggiava intanto l'indefesso pontefice, con istudiarsi di dare in moglie ad Arrigo secondogenito del re Francesco I e duca d'Orleans, Caterina figlia legittima, siccome dissi, di Lorenzo de Medici, già duca d'Urbino. Oltre al grande cuore che si accresceva con questi due sì riguardevoli matrimonii alla famiglia sua, considerava il papa di fortificare talmente, coll'appoggio di così possenti monarchi, lo Stato del duca Alessandro, che non potesse mai traballare.

Affin dunque d'effettuare questo insigne negozio, determinò, senza verun riguardo all'alta sua dignità, di passar fino a Nizza, e, secondo il concerto fatto, di abboccarsi ivi col re Cristianissimo, palliando questo viaggio, secondo l'attestato del Guicciardini, con dire di voler trattare del bene della cristianità, e di mettere nella buona via il re d'Inghilterra. Pertanto, mandata innanzi la nipote Caterina a Nizza, si mosse da Roma nel dì 9 di settembre, e andò ad imbarcarsi a Porto Pisano sulle galee di Francia e di Andrea Doria. È perciocchè al duca di Savoia per timore di Cesare non piacque il congresso disegnato in Nizza fra papa Clemente e il re Francesco, passò esso pontefice a Marsilia, dove approdò nel dì 11 di ottobre. È da stupire come il Varchi, allora vivente, scrivesse seguito il loro abboccamento in Nizza. Splendidissimo fu il suo ingresso in Marsilia, e crebbe la magnificenza allorchè colà pervennero il re Cristianissimo, la regina Leonora e i tre principi loro figli e le figlie, con incredibil concorso di prelati e baroni di tutto il regno. Vien descritta quella memorabil funzione dal carmelitano fra Paolo ne' suoi Annali manoscritti, e in parte dall'annalista pontifizio Rinaldi e dal Giovio. La conclusione fu che ivi si celebrarono con somma pompa le nozze di Caterina de Medici, per la cui dote si obbligò il pontefice di pagare cento mila scudi d'oro in contanti, oltre alla cessione degli Stati posseduti in Francia dalla madre di Caterina, i quali rendeano circa dieci mila ducati d'oro l'anno. Si legge presso il Du-Mont lo strumento di esso matrimonio, stipulato nel dì 27 d'ottobre dell'anno presente. Grandiosi spettacoli, sontuosi conviti ed altri splendidi divertimenti per trenta giorni tennero ivi in gran festa quella corte e città; e quattro cardinali furono creati ad istanza del re Cristianissimo. Finalmente, partitosi il papa da Marsilia nel dì 12 di novembre, solamente nel dì 10 di dicembre entrò in Roma, tutto contento di sè medesimo, per aver condotta la famiglia sua tanto inferiore ad imparentarsi coi monarchi primarii della cristianità. Comune voce fu, siccome abbiamo dal Guicciardini, dal Belcaire e dal Varchi, che trattasse il re di Francia dell'acquisto del ducato di Milano: al che inclinasse anche il pontefice, per darlo al duca d'Orleans, divenuto marito della nipote. Ma queste verisimilmente furono dicerie di que' che fanno con gran facilità gl'interpreti dei gabinetti de' principi; perchè il solo papa trattò sempre secretamente col re degli affari, e questi rimasero sigillati nel cuor loro e de' soli loro fidati ministri. E quando pur fosse vero, più tempo non restò al pontefice per eseguir siffatti disegni.

Si è fatta menzione altrove dell'abbate di Farfa, cioè di Napoleone Orsino, uomo facinoroso, condottier d'armati, e famoso più per le sue iniquità che pel suo valore. Costui nell'anno presente, volendo ricuperare le castella di sua giurisdizione, fece una massa de' suoi amici e soldati in Narni e Spoleti, e con essi andò a impossessarsi degli Stati paterni. Ebbero fortuna di salvarsi a Roma Girolamo e Francesco suoi fratelli, lasciando in preda tutti i lor preziosi mobili all'invasore, il quale, non contento di questo, si diede a scorrere tutto il circonvicino paese con ruberie, e con far prigione chiunque potea pagar le taglie. A lui ancora riuscì di aver nelle mani Girolamo suo fratello, e di carcerarlo in Vicovaro. Per queste violenze fece ricorso a papa Clemente sua matrigna, cioè Felice figlia di Giulio II, e già moglie di Gian-Giordano Orsino, ed impetrò ch'egli spedisse l'esercito pontificio contro d'esso abbate di Farfa. V'ha chi scrive che Luigi Gonzaga, soprannominato Rodomonte, nello assedio di Viscovaro, colpito da una archibusata, ivi lasciò la vita, e in suo luogo al comando succedette Giulio Acquaviva duca d'Atri, il quale stabilì tra i fratelli un accordo. Ma, se non falla Alessandro Sardi nella sua Storia manoscritta, si trova vivente questo medesimo Gonzaga nelle guerre di Piemonte dell'anno 1537. Ritirossi l'abbate di Farfa a Venezia, e di là passò in Francia, ed allorchè papa Clemente fu in Marsilia, coll'interposizione del re Cristianissimo ottenne il perdono dalla santità sua. Tornato poscia a Roma, perchè contro il suo volere data fu in moglie una sua sorella ad un principe napoletano, mentre essa era condotta a Napoli, con alquanti suoi sgherri andò per rapirla. Se ne avvide Girolamo suo fratello, che accompagnava la sposa con trenta uomini a cavallo; e andatogli incontro, con molte ferite gli tolse la vita, continuando poscia il suo viaggio a Napoli. Gran tempo era che in Ferrara veniva magnificamente trattata dal duca Alfonso Isabella già regina di Napoli con Giulia sua figlia. Tanto si adoperò esso duca, che conchiuse il matrimonio di questa sventurata principessa infante con _Gian-Giorgio _novello marchese di Monferrato: e lo sposalizio fu fatto nella città suddetta a dì 29 di marzo. S'inviò essa a dì 3 di aprile alla volta di Casale; ma nel dì 30 d'esso mese Gian-Giorgio, sorpreso da un parossismo, terminò le allegrezze nuziali e la vita; e, secondo gli Annali manoscritti di Ferrara, che ciò raccontano, si scoprì che era morto di veleno. Altri nondimeno scrissero che da gran tempo languiva la sua sanità, e però è facile che mancasse di morte naturale: al che forse contribuì anche il suo matrimonio. Mancò in questo principe quel ramo della nobilissima imperial casa Paleologa, che già vedemmo portato da Costantinopoli al possesso del Monferrato; e non avendo egli lasciata successione maschile, i ministri cesarei presero il possesso di quel florido paese, finchè l'imperador giudicasse a chi ne appartenesse il dominio. Per la mancanza de' maschi, pretendeva Carlo duca di Savoia quegli Stati. Ma perchè quell'insigne feudo dovea forse passar nelle femmine, fu poi, siccome dirò a suo tempo, decretato che ne fosse erede Margherita di lui nipote, moglie di Federigo duca di Mantova: con che venne la casa Gonzaga ad acquistare un dominio di maggior estensione che il proprio ducato. Ammalossi poi la suddetta regina Isabella di passione per le disavventure della figlia, e nel dì 18 di maggio terminò i suoi giorni in Ferrara. Un orrido fatto ancora avvenuto nel presente anno merita luogo in questi Annali. Era tornato in possesso della Mirandola il conte Gian-Francesco Pico figlio di un fratello del fu Giovanni Pico, cioè di chi fu appellato la Fenice degl'ingegni, ed avea acquistata anch'egli fama di letterato e filosofo distintissimo ai suoi tempi, siccome ne fan fede le Opere sue stampate. Sopra quella nobil terra avea delle non ingiuste pretensioni Galeotto conte della Concordia, figlio di un fratello di esso Gian-Francesco, cioè di quel conte Lodovico Pico che in guerra fu ucciso nell'anno 1509. Nella notte del dì 15 di ottobre si mosse Galeotto dalla Concordia con quaranta uomini suoi, che seco portarono molte scale, Ossia che nelle fosse della Mirandola trovasse preparata una barchetta, o che ancor questa seco la portassero, certo è che superate le fosse, ed applicate le scale, senza rumore salirono le mura, e, dopo, aver uccise tre o quattro guardie che dormivano, passarono fino alla camera di Gian-Francesco. Rottane la porta, il trovarono che, udito lo strepito, si era andato ad inginocchiare davanti una immagine di Cristo crocefisso. Ivi crudelmente il trucidarono: fine miserabile, non degno veramente d'uomo sì eccellente, il quale siccome ad un raro sapere avea accoppiata una non minor pietà, così avea imparato a tener ben contento del governo suo quel popolo. La stessa barbarie fu esercitata contra di Alberto di lui figlio, giovane di grande espettazione. Fu salvata la vita per misericordia a Paolo, altro di lui figlio; ma contro altri di quella famiglia, e fin contro le donne inferocì l'iniquo Galeotto. Con questa facilità s'impadronì egli di quella quasi inespugnabile terra o città, e il popolo nel giorno seguente, non potendo di meno, il riconobbe pel loro signore.

Anno di CRISTO MDXXXIV. Indiz. VII.

PAOLO III papa 1. CARLO V imperadore 16.

Fu in quest'anno che papa Clemente proferì la sentenza sua contra di Arrigo VIII re d'Inghilterra, a cagione del suo divorzio da Caterina d'Austria sua legittima consorte: il che fece maggiormente peggiorare gli affari della religione cattolica in quel regno sotto un re perduto dietro alle femmine e crudele. Da molti fu lodata la costanza del pontefice in questa controversia; ma abbondarono ancora altri che biasimarono cotal risoluzione, perchè riuscì troppo funesta alla Chiesa di Dio. Gran terrore nel presente anno si sparse per l'Italia, e massimamente in Roma, per cagione di Ariadeno Barbarossa, gran corsaro, e generale dell'armata navale del sultano dei Turchi Solimano. Venendo costui di Levante con formidabil quantità di navi armate, passò per lo stretto di Messina, e, dopo aver saccheggiati varii luoghi in quelle coste, arrivò a Capri, vicino a Napoli. Fu ben creduto che s'egli avesse assalita essa città di Napoli, oppure Roma, l'avrebbe sottomessa: tanta era la costernazione di que' popoli. Diede costui il sacco a Procida, Fondi, Terracina ed altri luoghi, menando poi seco in ischiavitù gran copia di poveri cristiani. Dimorava in Fondi Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna duca di Traietto e conte di essa città di Fondi. Voce correa che in bellezza ella superasse tutte le altre donne d'Italia. Ne giunse la fama sino al Barbarossa, il quale perciò si mise in pensiero di far quella caccia per voglia di presentare al gran signore una sì vaga preda. Gli andò fallito il colpo. Mentre egli con due mila Turchi sbarcati era dietro una notte a scalare le mura di Fondi, svegliata la giovane duchessa, e conosciuto il pericolo, coi piè nudi ebbe tempo di fuggire, e di salvarsi il meglio che potè fuori della terra, lasciando scornato il barbaro cacciatore, il quale infierì poscia contro i poveri abitanti. Che Giulia cadesse fuggendo in mano de' banditi, fu una frangia fatta dagli scioperati maligni a questo avvenimento. Poco appresso il crudel corsaro indirizzò le prore verso Tunisi, di cui e del suo regno seppe poi a forza d'inganni insignorirsi. Gran rumore avea fatto in addietro, e maggior lo fece in quest'anno, quanto avvenne a Luigi Gritti. Era egli figlio di Andrea Gritti doge in questi tempi della repubblica veneta. Essendo egli tornato a Costantinopoli, dove era nato, allorchè il padre vi stette come bailo, talmente s'insinuò nella grazia di Solimano, che divenne suo confidente e generale nella spedizion da lui fatta contra di Ferdinando re de' Romani in favor di Giovanni re d'Ungheria: il che fu di non lieve scandalo fra i Cristiani. Ma trovandosi egli nell'autunno dell'anno presente nella Transilvania, per aver crudelmente ordinata la morte di Americo vescovo di Varadino, quei popoli, amanti dell'infelice ucciso prelato, sì Ungheri che Transilvani, raunato un potente esercito, volarono ad assediarlo in Cibach nel mese d'ottobre. Andò a finir quella festa nella morte di esso Gritti, che restò vittima del lor furore insieme con tutti i giannizzeri ed altri Turchi del suo seguito. Non si sa ch'egli avesse mai abiurata la religione cristiana. Solamente si sospettò ch'egli fosse per fare un dì questo salto; ma il Giovio lasciò difesa, per quanto si potè, la di lui memoria.

Desiderava il papa, e con esso lui tutti i principi d'Italia, che Francesco Sforza duca di Milano, accasandosi con qualche principessa, tentasse di lasciar successione nella sua casa, affinchè quel ducato, per mancanza di figli, non ricadesse in mano dell'imperadore, secondo i patti. Per quetare tanta gelosia, lo stesso Augusto Carlo gli procurò una ragguardevole alleanza, con dargli in moglie Cristierna figlia del re di Danimarca e nipote sua. Fu condotta questa real principessa nel mese d'aprile a Milano, città che, quasi dimentica di tante passate sciagure, fece mirabili feste di apparati, d'archi trionfali e d'altri spettacoli in sì gioiosa occasione. Vi entrò essa con incredibile accompagnamento di nobiltà e di popolo sotto ricco baldacchino, avendo ai lati suoi Ercole Gonzaga cardinale e Antonio da Leva generale di Cesare. Dopo essere stata al duomo, passò al castello, dove le venne incontro il duca, appena reggendosi col bastone in piedi, che in quel palazzo da lì a poco colle sacre funzioni della Chiesa solennemente la sposò. Riuscì di consolazione a tutta l'Italia questo matrimonio, per la speranza di vederne frutti a suo tempo; ma questi mai non si videro, ridendosi i saggi di questo tentativo, come di un matrimonio da commedia, perchè troppo era mal ridotta la sanità di quello sfortunato principe. Neppur molto contento della sua cominciò ad essere papa Clemente, perchè lo stomaco infiacchito non soddisfaceva al consueto suo uffizio. Questi sentori della nostra mortalità diedero a lui motivo di sollecitare in Firenze la fabbrica di una fortezza, per cui si venisse sempre più ad assicurare lo Stato del duca Alessandro suo nipote. Indusse ancora il duca di Ferrara, benchè odiato da lui, a fare sloggiar dai suoi Stati tutti i Fiorentini fuorusciti che colà si erano rifugiati. Dianzi ancora gli avea fatti cacciar da Roma, Venezia, Genova ed Ancona. Nel giugno sopraggiunse ad esso papa una lenta e leggiera febbre con qualche dolor colico, di cui andò talvolta migliorando, ma poi ricadendo. Comparve nel seguente luglio una cometa, ed ecco subito gli speculativi invasati dalla ridicola opinione che tali fenomeni predicano morti ed altre disavventure ai principi della terra, correre a credere disegnata in cielo la mancanza del pontefice. Il Varchi ancora lasciò scritto che da un santo monaco della riviera di Genova era stato predetto a papa Clemente VII non solamente il pontificato, ma anche il tempo della morte, cioè nell'anno stesso in cui fosse mancato di vita quel monaco; e che il pontefice, nel tornare da Marsilia, cercatone conto, il trovò poco fa defunto: laonde immaginò non lontano il suo fine. Può essere che ancor questa fosse una diceria o inventata da qualche cervello visionario dopo la morte di lui, o nata nel volgo ignorante e facile a sognare; perchè per altro la sconcertata sanità di Clemente bastò senza rivelazione a fargli comprendere che si appressava il passaggio alla altra vita.

Crebbero pertanto i suoi malori, di modo che nel settembre egli terminò la carriera del suo vivere. Grande imbroglio ch'è nella storia l'accertare i punti minuti della cronologia. Il Segni il fa mancato di vita nel dì 24 di settembre. Fra Paolo carmelita, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, mette la sua morte nel dì 26 d'esso mese. Con lui va d'accordo il Giovio, anch'esso contemporaneo, mentre la dice avvenuta sexto kalendas octobris, cioè nel dì 26 di settembre. Ma altri il fanno passato a rendere conto a Dio nel dì 25 del mese suddetto, come il Guicciardini e Paolo Gualtieri nei suoi Diarii manuscritti, citati dal Rinaldi, dove dice, che nel dì 25 di settembre alle ore diciotto e mezza, egli spirò, e fu seppellito nel seguente dì 26. A questo giorno riferiscono la morte sua eziandio il Panvinio, il Ciacconio, l'Ammirati ed altri, i quali non di meno si può credere che seguissero il Guicciardini. Io non mi sento di faticare per decidere questo punto, quantunque a me paia più certo il dì 25, giacchè a noi basta di sapere che cessò di vivere papa Clemente in questi tempi: pontefice, a cui certamente non mancò il concetto d'ingegno politico, di molla accortezza e gravità, e che sapea ben maneggiar affari, simulare e dissimulare secondo i bisogni, e che dai politici d'allora tenuto sempre fu per uomo di doppia fede. Per fare da principe, secondo il rito de' mondani, la natura e la sperienza l'aveano fornito di molti aiuti. Ma se cercate in lui le virtù di pontefice vicario di Cristo, e qual bene egli facesse alla Chiesa in que' gran torbidi della religione, e quali abusi e disordini egli levasse, benchè da essi prendesse origine e pretesto il terribile scisma che tuttavia divide tanti popoli della vera Chiesa di Dio; non sarà sì facile il trovarlo. Troverete bensì, che egli si servì del pontificato, delle sue forze e de' suoi proventi per suscitare o mantener guerre; che fra gli altri disordini costarono un orrido sacco a Roma stessa, e un gran vilipendio alla sacratissima sua dignità. Molto più se ne servì egli per ispogliare della libertà Firenze sua patria, e per ingrandire, non dirò in forme oneste e discrete (che queste non è vietato), ma con insigni principati e parentadi sublimi la propria casa. Se questo si accordi coll'intenzion di Dio, allorchè uno è intronizzato nella sedia di san Pietro, chiunque sa misurar le cose divine ed umane, non ha bisogno ch'io gliel dica. Certo è ch'egli morì odiato dalla corte per la sua stitichezza ed avarizia, quando poi scialacquava tanto nei volontarii suoi impegni di guerre; e più odiato dal popolo romano, perchè alla sua politica venivano attribuiti tutti i guai di quella città. A noi non è permesso l'entrare ne' giudizii occulti di Dio; ma i viventi d'allora non lasciarono d'osservare quasi un gastigo venuto dall'alto il miserabil fine di due suoi nipoti bastardi, cioè d'Ippolito cardinale e di Alessandro duca di Firenze, per la grandezza dei quali cotanto egli avea mosso e cielo e terra. Imperciocchè esso cardinale e vicecancelliere arricchito da Clemente suo zio con tanti vescovati e benefizii, per invidia continua che portava ad Alessandro, tentò fino i tradimenti per occupargli la signoria, e terminò poi miseramente i suoi giorni nel seguente anno. Alessandro, perduto nelle disonestà e in altri vizii, qual fine facesse, lo diremo a suo luogo: di modo che in pochi anni dopo la morte di Clemente si vide schiantata la di lui linea maschile, e diroccati amendue quegl'idoli dell'ambizione sua.

Prima di morire avea papa Clemente consigliato il cardinal suo nipote di promuovere al pontificato il cardinale Alessandro Farnese decano del sacro collegio; e però egli unitosi con Giovanni cardinal di Lorena, capo della fazione franzese, durò poca fatica ad assicurar la elezione di lui. Concorrevano nel Farnese molte degne qualità, perchè nato di antica e nobil casa, che ne' secoli addietro s'era acquistata gran riputazione nell'armi, e possedeva molte nobili castella. Era esso Alessandro, per li meriti di Giulia sua sorella, o parente, stato creato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Oltracciò, si distingueva il Farnese per la sua letteratura, per la lunga sperienza delle cose del mondo, e per la sua prudenza, mansuetudine ed affabilità. Aggiugnevasi l'età di sessantasette anni, e l'aver egli industriosamente fatto credere, per quanto potea, debole la sua complessione e sanità: il che trasse più facilmente a lui i voti degli altri porporati, inclinati sempre a desiderar scene nuove per la speranza di fare anch'eglino un dì la propria. Nè all'assunzione sua servì punto di remora l'avere egli un frutto dell'umana fragilità, cioè Pier Luigi suo figlio, perchè in quel corrotto secolo non si guardava sì per minuto a tali deformità, come, la Dio mercè, si fa da gran tempo nella Chiesa di Dio. Fu dunque eletto papa il Farnese con universal consentimento del sacro collegio, e prese il nome di Paolo III. È da stupire come neppur vadano d'accordo gli scrittori nell'assegnare il dì dell'elezion sua. Il Ciacconio scrive che ciò avvenne VI idus octobris, cioè nel di 10 di ottobre. Altrettanto hanno gli Annali manoscritti di Ferrara e Andrea Morosino. Il vescovo Spondano negli Annali Ecclesiastici la mette tertio idus octobris, cioè nel di 13, e di questo stesso giorno parla anche il Segni. L'Oldoino la riferisce die XI, seu verius ex MSto tabularii capitolini, die XIII octobris. Secondo il Varchi, nella notte susseguente ai quattordici giorni d'ottobre fu eletto papa il Farnese. Ma che questa elezione seguisse verso un'ora o due della notte susseguente al dì 12 d'ottobre, si dee credere, asserendolo il Panvinio e fra Paolo carmelitano, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, e soprattutto il Rinaldi annalista pontificio, che cita i Diarii vaticani e gli Atti concistoriali. Gran festa fecero i Romani per l'assunzion di Paolo III, perchè lor nobile cittadino, giacchè per tanto tempo erano seduti nella cattedra di san Pietro solamente papi d'altre nazioni. Nè già mancarono turbolenze nello Stato ecclesiastico dopo la morte di papa Clemente VII. Imperciocchè nel dì ultimo di settembre Ridolfo, figlio del fu Malatesta Baglione Perugino, essendo bandito dalla patria, ammassate alquante schiere di fanti e cavalli, andò ad impossessarsi di un borgo di Perugia; ma uscito il presidio papalino, dopo un lungo conflitto, restò obbligato il Baglione a ritirarsi. Nella notte poi del dì seguente, entrato che fu egli di nuovo nel borgo di San Pietro, ecco aprirgli quella porta i suoi parziali, co' quali avea intelligenza, e impadronirsi della città suddetta. Qui non si fermò il suo furore. Diede il Baglione alle fiamme il palazzo del vice-legato, cioè del vescovo di Terracina; e scoperto dove egli era fuggito, il fece prendere coi due suoi auditori, col cancelliere e con alcuni de' priori. Furono essi posti alla tortura, affinchè rivelassero i lor danari, e nel dì seguente condotti nudi nella pubblica piazza, ad ognuno di essi fu reciso il capo. Con tali iniquità si fece egli signore di Perugia. Anche Mattia, figliuolo del vivente Ercole Varano, s'era mosso di Lombardia nel dì primo d'ottobre con una gran frotta d'armati in varie barche, inviandosi per mare con disegno di ricuperar Camerino, il cui ducato pretendeva appartenere a sè stesso. Ebbe egli a combattere colla furia del mare, e dopo aver perduto i più del suo seguito, altro non guadagnò, che di salvar la vita tornando all'imboccatura del Po.

Dacchè si partì da questa vita papa Clemente, Alfonso I duca di Ferrara si figurava oramai di godere il resto dei suoi giorni in pace, perchè libero da un pontefice che con tante insidie e con odio sì continuato l'avea tenuto fin qui sempre in allarme. E tanto più sperò tornata la calma, per essere stato assunto al pontificato il cardinal Farnese, personaggio fornito di miglior cuore e di massime più rette che il suo predecessore. Disegnava egli d'inviare a Roma don Ercole suo primogenito per congratularsi col novello pontefice, e trattare con lui quell'accordo che non avea potuto ottenere da papa Clemente. Ma nel dì 28 di settembre cadde malato, e tanto andò crescendo l'infermità sua, che nel dì 31 d'ottobre il condusse al fine de' suoi giorni: principe glorioso nel mondo, che in senno e valore ebbe pochi pari al suo tempo. E di queste sue doti abbisognò ben egli per potersi sostenere contra di tre potentissimi papi, che pieni di mondane passioni ardevano di voglia di spogliar la nobilissima casa d'Este degli antichi suoi dominii. Ma perchè di questo egregio principe, la cui vita fu scritta dal vescovo Giovio, ne ho parlalo io abbastanza nelle Antichità Estensi, nulla di più ne dirò qui. A lui succedette nel ducato Ercole II suo primogenito, signore di gran saviezza e d'ottimo cuore, che un buon governo fece anch'egli goder da lì innanzi ai sudditi suoi. Era in questi tempi governata la città di Camerino da Caterina Cibò, vedova del fu Giovanni Maria Varano, duca d'essa città, a nome di Giulia sua figliuola, creduta legittima erede di quello stato. Perchè il sopraccennato Mattia Varano, oppure Ercole suo padre, pretendeva a sè dovuto quel ducato, e coll'aiuto di non pochi fuorusciti teneva in continui timori e pericoli essa Caterina, questa trattò con Francesco Maria duca d'Urbino di dar per moglie a Guidubaldo di lui figliuolo primogenito la suddetta Giulia sua figlia. Colà dunque si portò esso Guidubaldo, e, dopo avere sposata quella principessa, si applicò in tutte le guise a fortificare e rendere come inespugnabile Camerino. Non doveano poi mancar delle buone ragioni alla menzionata Giulia su quel ducato, giacchè Clemente VII l'avea confermato al di lei padre e ai successori, ed era papa di tal animo e polso, che non avrebbe permesso alla figlia di continuare in quel dominio, senza che l'assistesse qualche legittimo titolo.

Non l'intese così il novello pontefice Paolo III. Per l'influsso che correva in que' tempi, bramando anch'egli di fabbricare in Pier Luigi Farnese suo figlio un gran principe, trovò che quel ducato era decaduto alla Chiesa romana. Però, pubblicati i monitorii contro di Caterina e di Giulia, venne alla sentenza e alle scomuniche. Fece quanto potè Francesco Maria duca d'Urbino per placare il papa, esibendosi di stare a ragione per questo. Passi, parole e suppliche furono impiegate indarno. Fin d'allora si pensò che quel paese sarebbe stato meglio in mano di Pier Luigi. Pertanto fu spedito da esso pontefice Gian-Batista Savello coll'esercito pontificio ad assediar Camerino. Scarseggiava quella città di viveri. Di mano in mano il duca d'Urbino ne andò inviando al figlio con potente scorta, di maniera che tra per questo, e per le sortite che di tanto in tanto faceva il duca Guidubaldo, quell'assedio dopo qualche mese dell'anno vegnente svanì. Di più non fece il papa per allora, perchè v'interposero i loro uffizii i Veneziani, e molto più l'imperadore. Oltracciò, Francesco Maria di lui padre fu dichiarato generale della lega contra il Turco; laonde convenne aspettar tempo più opportuno per iscacciarne Guidubaldo; e questo venne poscia, siccome vedremo. Terminò in quest'anno Francesco Guicciardini la rinomata sua Storia d'Italia, che se non è molto dilettevole al volgo, gode almeno il privilegio di piacere a tutti gli uomini sensati, per la finezza dei suoi giudizii, e per la professione sua di non adular chicchessia, e neppure i papi, de' quali fu per tanti anni ministro. Truovasi in questi tempi assai lodato papa Paolo, perchè, invitato dai ministri dell'imperadore di confermar la lega precedente, rispose di voler essere padre comune di tutti, e di nutrir solamente pensieri di pace, non già di guerra. Che ai pontefici per difesa de' proprii Stati, e contro i nemici del nome cristiano, o del cattolicismo convenga lo sfoderar la spada, niun ci sarà che lo nieghi. Per altri motivi o fini, se ne potrà disputare. Intanto non volle perdere tempo esso pontefice a creare nel dì 18 di dicembre cardinale Alessandro Farnese suo nipote, cioè figlio di Pier Luigi, giunto all'età di quattordici o quindici anni, che riuscì poscia un insigne porporato.

Anno di CRISTO MDXXXV. Indizione VIII.

PAOLO III papa 2. CARLO V imperadore 17.

Più lungamente non potè sofferire il pontefice Paolo l'usurpazion di Perugia fatta da Ridolfo Baglione, meritevole ancora di gravissimo gastigo per le crudeltà usate contra il vescovo di Terracina ed altri suoi concittadini. Però nel presente anno mandò il campo a Perugia. Non avea forze il Baglione per resistere; dubitava molto ancora de' cittadini, l'odio de' quali si era egli comperato colla sua barbarie: però cedendo uscì della città, e se n'andò con Dio. Fece poscia il pontefice diroccar sino a' fondamenti le mura di Spello anticamente città, di Bettona, della Bastia e d'altre terre ch'erano già di Ridolfo; e tornò la pace in quelle contrade. Svegliossi in quest'anno una fiera tempesta contra di Alessandro de Medici duca di Firenze. Moltissimi erano i nobili fiorentini fuorusciti o confinati, ed altri ancora che volontariamente, a cagione di vari disgusti, s'erano ritirati da quella città, fra i quali specialmente Filippo Strozzi co' suoi figli, che era il più ricco e potente cittadino di essa. Tutti portando odio al suddetto Alessandro, si ridussero a Roma, ed unironsi co' cardinali lor nazionali, cioè Salviati, Ridolfi e Gaddi, per rimettere, se poteano, la libertà nella lor patria. Entrò nel loro partito anche lo stesso Ippolito cardinale de Medici: tanta era l'invidia e il suo mal animo contro del duca Alessandro. Tenuti fra loro varii consigli, determinarono d'inviare in Ispagna all'imperador Carlo le loro doglianze per l'aspro governo che facea il duca, per la sua sfrenata libidine, e per aver egli contravvenuto a quanto lo stesso Cesare aveva ordinato nel 1530 intorno a Firenze, accordando la conservazion della libertà e i privilegii di repubblica: laddove Alessandro ne avea affatto usurpata la signoria. Trovarono questi deputati l'imperadore in Barcellona nel mese di maggio; ebbero udienza; ma fu rimesso l'esame delle lor querele, allorchè l'Augusto Carlo, tutto in quel tempo applicato all'impresa di Tunisi, sarebbe poi venuto a Napoli, come già egli meditava. Non erano ignoti al duca Alessandro questi maneggi, e anch'egli si studiava di sventar le mine degli emuli e nemici suoi. Fu poi risoluto che il suddetto Ippolito cardinal de Medici andasse in persona a trovar l'imperadore in Africa; ma questo porporato, amatore grandissimo d'ogni maniera di virtù, ma superbo a maraviglia, trovandosi ad Itri vicino a Fondi, preso da lenta febbre, nel dì 10 d'agosto miseramente morì, e con voce comune di veleno. Dai più fu creduto il duca Alessandro autore di sua morte. Il Varchi aggiugne che ne fu incolpato lo stesso papa Paolo, con addurre i fondamenti di tal conghiettura. Ma chi così dubitò, fece gran torto a questo pontefice, i cui costumi tali sempre furono, che non lasciarono fondamento alcuno a sospetti di sì nere iniquità. Inclinava troppo il Varchi alla maldicenza.

Dissi poco fa rivolti i pensieri del magnanimo Carlo V in questi tempi all'impresa di Tunisi, e quantunque sì strepitosa spedizione propriamente non appartenga al mio suggetto, pure non posso dispensarmi dal darne un po' d'idea; e tanto più perchè a quella gloriosa azione ebbero gran parte i capitani e combattenti italiani. Dopo la morte di Oruccio re di Algeri, avea Ariadeno Barbarossa suo fratello, e gran corsaro, occupato quel regno. Crebbero poi le forze di costui, perchè creato ammiraglio dal gran signore Solimano, e accresciuta a dismisura la sua armata navale colla giunta de' legni turcheschi, era divenuto il terrore del Mediterraneo. Già vedemmo all'anno precedente quai terribili insulti e paure egli facesse all'Italia. Essendo guerra fra due fratelli pretendenti al regno di Tunisi, tanto seppe fare l'accorto Barbarossa, che finì le lor controversie, con impadronirsi egli di Tunisi, città di gran popolazione, e capitale di tutto il suo regno, con discacciarne Muleasse, che quivi allora signoreggiava. Ciò fatto, colla formidabil sua potenza si disponeva all'acquisto di tutta l'Africa, minacciando non solamente Orano, città degli Spagnuoli in quelle coste, ma anche i circonvicini paesi, con paventar gravi mali da costui anche i lidi dell'Italia, Francia e Spagna. Ora, essendo ricorso Muleasse con varie vantaggiose condizioni all'invittissimo imperadore Carlo, questi, sì per desiderio di dar nella testa al troppo crescente Ariadeno, come anche per vaghezza di gloria (e gloria veramente pura e legittima, che tale è allorchè i monarchi cristiani prendono l'armi per difendere i popoli fedeli dagli infedeli e dai corsari, e non già per perseguitarsi e scannarsi fra loro), determinò di portar la guerra addosso a Tunisi. Gran preparamenti di navi e galee fece egli non meno in Ispagna che in Italia e Fiandra. Molti legni ebbe dal re di Portogallo e dai Genovesi, e dieci galee dal pontefice, che erano comandate da Virginio Orsino. Ammiraglio di sì gran flotta, piena di valorosi combattenti spagnuoli, tedeschi, italiani, fu creato il valoroso Andrea Doria, principe di Melfi; e sopra la medesima imbarcatosi il generoso imperadore col marchese del Vasto, col principe di Salerno, col duca d'Alva e gran copia d'altri insigni baroni, arrivò circa il principio di luglio alla Goletta, isola e fortezza sommamente forte in faccia al porto di Tunisi.

Con immenso valore fu espugnato quel sito dai cristiani, e sbaragliata la grossa armata navale del Barbarossa, restando presi più di cento de' suoi legni. Arrivò a tempo al soccorso dell'armata cristiana don Ferrante Gonzaga con assai navi cariche di vettovaglie, provenienti dalla Sicilia; perchè già il biscotto era muffito. Prese poi posto l'esercito cesareo intorno alla città di Tunisi, e seguirono varie scaramucce, ma col peggio sempre de' Mori, Turchi ed Arabi, che sopra ottanta mila erano accorsi alla difesa. Crebbe perciò lo spavento fra essi, talmente che un dì il Barbarossa, tutto infuocato di rabbia, determinò di far perire qualunque schiavo cristiano che si trovasse in Tunisi, o per vendetta, o per sospetto di qualche lor commozione o tradimento. Li fece a questo fine rinchiudere tutti in un sito della rocca. Il Giovio ed il Segni li fanno sei mila; altri quindici mila; e Pietro Messia li fa giugnere fino a ventidue mila. Trattenuto fu il Barbaro da sì enorme crudeltà da Sinam Ebreo che era il suo braccio dritto. Ma in questo mentre due rinegati cristiani, che sapeano la sentenza data dal tiranno, mossi a compassione di alcuni schiavi loro amici, sciolsero le lor catene; e questi poi con somma fretta aiutarono a scatenar tutta la folla degli altri miseri cristiani. Ruppero essi le porte dell'armeria, e prese l'armi, ed uccisi quanti Mori si vollero loro opporre, s'impadronirono della rocca, da cui cominciarono a far segni ai cristiani di fuori, ma senza essere intesi. Cagion fu questo inaspettato colpo che il Barbarossa disperato se ne fuggisse a Bona, e poscia ad Algeri. Entrò il vittorioso imperadore nel dì 21 di luglio coll'esercito in Tunisi; e non seppe negare, o non potè impedire a' suoi il sacco della città per un giorno. Molti di que' Mori e Turchi vi rimasero tagliati a pezzi colle altre iniquità consuete in simili casi; ma per conto del bottino, questo riuscì troppo inferiore alle speranze. Perì in questa congiuntura un'insigne biblioteca d'antichi libri arabi, che meritavano d'essere conservati. Conoscendo poi l'imperadore l'impossibilità di conservare in suo dominio quella gran città e il suo regno, la rilasciò a Muleasse (fuorchè la Goletta) con obbligo di riconoscerla in feudo dai re di Spagna, e di pagare un annuo censo, con altre condizioni favorevoli alla religion cristiana, che il Maomettano senza fatica accettò e giurò, ben sapendo che nulla poi durerebbe col tempo, siccome avvenne. Andrea Doria spedito a Bona, la prese e smantellò, a riserva della rocca, dove lasciò buon presidio.

Dopo sì gloriosa impresa il trionfante Augusto, licenziate le navi spagnuole e portoghesi, dirizzò le vele alla volta della Sicilia, e sbarcò a Trapani. Indi passò a Palermo, e poscia a Messina; e lasciato don Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia, pervenne a Napoli, dove fece la sua magnifica entrata nel dì 30 di novembre. Maravigliose furono le feste, gli archi trionfali ed altri spettacoli, co' quali solennizzarono tutte quelle città l'arrivo dell'invittissimo monarca. Nel dì 4 di dicembre comparve a Napoli _Ercole II duca _di Ferrara ad inchinare la maestà sua, che l'accolse con singolar degnazione. Parimente portatisi colà i fuorusciti fiorentini, ed ottenuta udienza, esposero tutte le loro querele contra del duca Alessandro de Medici. Il Varchi con una studiata aringa, in cui immaginò quanto di male intorno al duca dovea o potea dire il capo d'essi all'imperadore, non lasciò indietro alcuna delle iniquità vere o pretese di lui. Sospese l'Augusto Carlo ogni risoluzione, finchè fosse venuto alla corte anche il duca Alessandro, il quale nel dì 21 di dicembre si mosse da Firenze per passare colà. In questo mentre avvenne la morte di _Francesco Sforza duca _di Milano, che diede incentivo a nuovi incendii di guerra. Dopo avere lo sfortunato principe sofferta una lunga e molesta infermità, finalmente gli convenne soccombere alla legge universale dell'umanità nel dì 24 di ottobre, senza lasciar dopo di sè prole alcuna, e con dichiarar erede l'imperadore. In esso Francesco finì la linea legittima della celebre casa Sforza. Antonio da Leva prese tosto colla duchessa Cristierna il governo di quel ducato, finchè si sapessero le intenzioni dell'Augusto Carlo V. Pretendeva di succedere in quegli Stati Gian-Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, figlio naturale di Lodovico il Moro, siccome chiamato nelle investiture dopo i legittimi. Ma partitosi egli da Milano per passare a Roma ad implorare i buoni uffizii del papa presso l'imperadore, allorchè giunse a Firenze, nel pranzare fu sorpreso da un maligno accidente, per cui finì i suoi giorni. Fu poi dichiarato Antonio da Leva governatore cesareo del ducato di Milano. Intanto l'odio implacabile che si era allignato in cuore di Francesco I re di Francia contra dell'imperadore, non gli lasciava aver posa, nè riguardo alcuno alla religione. Fra le sue glorie certo non si conterà l'aver egli, che pur si gloriava del titolo di Cristianissimo, commossi e sostenuti i principi protestanti contra di Cesare, con giugnere, siccome vedremo, a far lega fino coi Turchi. Durava tuttavia in lui la brama di ricuperare il ducato di Milano, ancorchè ne' precedenti trattati avesse rinunziato a cotal pretensione. Vi ha chi scrive, che per la morte del duca di Milano si svegliasse il suo prurito di portar di nuovo la guerra in Italia, e che cominciasse sul fine di quest'anno a muoverla a Carlo duca di Savoia, per aver poi libero il passo in Lombardia. Le ragioni o pretesti, che egli adoperò per giustificare la sua rottura con quel principe, sono diversamente riferiti da varii storici. Cioè, che Nizza e Monaco erano state impegnate alla casa di Savoia (sarebbe da vedere se Monaco fosse allora in potere del duca), nè questi le volea restituire al re, tuttochè gli fosse esibito il rimborso. Che il duca avesse ottenuta la città d'Asti, che da tanto tempo apparteneva alla Francia, con altre ragioni ch'io tralascio. Ora il Guichenon, storico della real casa di Savoia, il quale si può credere meglio informato di questi affari, sostiene[422], avere il re di Francia richiesta la restituzion di Nizza, e di alcuni luoghi del marchesato di Saluzzo, con altre doglianze contra del duca, alle quali egli contrappose, ma indarno, delle forti ragioni. La verità si è, che il re non sapea digerire l'attaccamento del duca all'imperadore, l'aver negato il congresso di papa Clemente VII col re a Nizza, ed inviato il suo primogenito ad allevarsi nella corte di Spagna, che in questo medesimo anno fu rapito dalla morte. Se crediamo al menzionato scrittore, fin dal mese di febbraio dell'anno presente il re dichiarò la guerra ad esso duca; e siccome teneva in pronto una potente armata, con disegno d'invadere lo Stato di Milano, così gli riuscì facile di spogliarlo della Savoia, e d'altri paesi di là dall'Alpi, prima che terminasse quest'anno. Spedì il duca Carlo ambasciatori a Napoli ad informar l'imperadore di queste novità funeste, e ne riportò solamente buone parole e promesse, giacchè per ora egli non poteva di più.

NOTE:

[422] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.

Anno di CRISTO MDXXXVI. Indiz. IX.

PAOLO III papa 3. CARLO V imperadore 18.

Dacchè Alessandro de Medici duca di Firenze, coll'accompagnamento di trecento cavalieri, tutti ben all'ordine, fu giunto a Napoli, ed ebbe soddisfatto agli atti del suo ossequio verso l'imperadore, gli furono comunicate le accuse de' fuorusciti fiorentini, alle quali diede quella risposta che a lui parve più propria. Ma ossia che l'efficacia del danaro applicato ai ministri cesarei producesse que' buoni effetti che suol produrre dappertutto, oppure che l'imperadore, trovandosi in procinto d'una nuova guerra in Italia, conoscesse più profittevole a' suoi interessi l'avere in Firenze un solo dominante, dipendente da' suoi cenni, che una unione di molte teste, quasi sempre disunite fra loro, e inclinate piuttosto in favor de' Franzesi, come veramente erano i Fiorentini: certo è ch'egli sentenziò in favore del duca, e il riconobbe per signor di Firenze. Inoltre gli diede per moglie le tante volte promessa Margherita sua figlia naturale, con certi patti, co' quali trasse da lui buona somma di danari, da impiegare nell'imminente guerra. Decretò ancora, che fosse lecito ai Fiorentini fuorusciti di ritornare alla lor patria, e di goder dei lor beni e degli uffizii soliti a dispensarsi agli altri cittadini. Ma i più d'essi o per timore o per rabbia non si sentirono voglia di prevalersi di tal grazia. Nel dì ultimo di febbraio furono celebrate quelle nozze con gran pompa, e dopo alcuni giorni di solazzo se ne tornò il duca trionfante a Firenze. I movimenti de' Franzesi contro il duca di Savoia non permisero all'Augusto Carlo di trattenersi più lungamente a Napoli; e però si mosse alla volta di Roma, colla guardia di settecento uomini d'arme e di sei mila fanti spagnuoli veterani, con far la sua entrata in quella gran città nel dì 5 d'aprile, accolto con sommo onore e magnificenza dalla corte del papa e dal popolo romano. Se stiamo al giudicio del Varchi, papa Paolo mostrò veramente d'aver animo romano, perchè ebbe ardire d'accogliere senza forze forestiere un imperadore armato e vittorioso; quasichè l'alto grado di pontefice, e pontefice amante della pace, e l'animo grande e cattolico di quell'Augusto non fossero una più poderosa e sicura guardia del papa, che qualche migliaio di soldati venali. Il Segni nondimeno scrive che tutto il popolo romano era armato, ed avere il pontefice assoldati tre mila fanti per sua guardia. Furono a stretti e lunghi colloquii il papa e l'imperadore; e tenuto poi il concistoro, in cui furono ammessi anche gli oratori del re Cristianissimo, l'imperadore risentitamente si dolse dell'iniquità del re di Francia, il quale si mettea sotto i piedi tutti i trattati ed accordi precedenti, ed avea mossa un'indebita guerra al duca di Savoia suo zio, e volea turbar la cristianità colla rovina di tanti popoli innocenti. Studiossi il buon papa di calmar lo sdegno di Cesare, con esibirsi mediatore di pace. E siccome egli bramava di buon cuore essa pace, perchè lontano dalle massime turbolenti di alcuni suoi predecessori, ne trattò poscia coi ministri franzesi. Avea l'imperadore esibito, o esibì dipoi, d'investire il duca d'Angolemme, terzogenito del re di Francia, del ducato di Milano. Aggiunse che meglio sarebbe un personal duello per risparmiare il sangue di tanti cristiani. Ma il re Francesco ostinato ne' suoi voleri, richiedendo Milano pel duca d'Orleans suo secondogenito, marito di Caterina de Medici, mandò poi a monte le buone disposizioni di Cesare (se pur questi parlava di cuore), e certamente frastornò lo zelo e l'amorevole interposizione di papa Paolo.

Appena fu salito nella cattedra di san Pietro esso pontefice, che diede a conoscere al sacro collegio la sincera sua brama e risoluzione di convocare un concilio generale[423], e nel concistoro tenuto a dì 17 di ottobre (il cardinal Pallavicino scrive[424] nel dì 13 di novembre) del 1534 ne insinuò la necessità con sua lode, giacchè Leon X non vi pensò, Adriano VI non potè, e Clemente VII non ne trattò mai daddovero. Non avendo questo pontefice fin qui potuto eseguire così santa intenzione, colla venuta a Roma dell'imperadore, trovato ancora lui uniforme di desiderio e di parere, tenne concistoro nel dì 18 d'aprile (il Pallavicino ha il dì 8 d'esso mese), ed ivi pubblicò il decreto della convocazion del concilio. Fu poi per un tempo disturbato questo importante affare dalla mortal guerra che si svegliò fra i suddetti due emuli monarchi. Ma non per questo lasciò papa Paolo di far quanto era in sua mano, acciocchè si recasse questo gran bene alla Chiesa; anzi nel dì 29 di maggio dell'anno presente nel concistoro ne intimò il principio in Mantova pel maggio dell'anno susseguente. Tanto inoltre era il suo buon genio, che fin dai primi momenti del suo pontificato, e molto più di poi, ordinò che si cominciasse a riformar la corte e curia di Roma, e a notare gli abusi e disordini che esigevano correzione. Lasciarono scritto molti storici che l'Augusto Carlo non si fermò che quattro giorni in Roma, e, secondo essi, dovette partirne nel dì 9 di aprile. Ma siamo assicurati dal Panvinio, dal cardinal Pallavicino e dell'annalista pontificio Rinaldi, ch'egli vi dimorò sino al dì 18 d'esso mese, nel quale si mise in viaggio alla volta della Toscana. Prima nondimeno che partisse, attento il pontefice ai vantaggi del figlio Pier-Luigi e de' nipoti, procacciò loro da esso imperadore stabili e pensioni d'annua rendita di trentasei mila scudi d'oro. Magnifico accoglimento con archi trionfali e grandi feste all'Augusto Carlo fu fatto in Siena, arrivato colà nel dì 23 di aprile. Maggiormente poi in Firenze, dove egli entrò nel dì 29 d'esso mese, e si trattenne fino il dì 4 di maggio, godendo di que' solazzi e della bellezza della città. Di là passò poi a Lucca, trovandola ben governata da' proprii cittadini; ed ivi stette sino il dì 10 di maggio. Dovunque passò, riscosse danari, abbisognandone per le meditate imprese. Finalmente per la via di Pontremoli calò in Lombardia. Fu poi condotta da Napoli Margherita sua figlia di età di tredici anni, a Firenze; e con sommo tripudio ed allegrezza entrò essa in quella città nel dì ultimo di maggio. Seguitò appresso il dì delle nozze; ma perchè in quel giorno accadde una non lieve eclisse del sole, trasse da ciò la gente augurio d'infelicità a quel matrimonio.

Dacchè fu venuta la primavera, l'esercito franzese, senza trovare ostacolo veruno, passate l'Alpi, calò alle pianure del Piemonte sotto il comando di Filippo Sciabot ammiraglio di Francia, con cui si unì Francesco marchese di Saluzzo. Non avendo forze Carlo duca di Savoia per trattener questo torrente, mandò la moglie e il figlio co' più preziosi mobili a Milano, ed egli si fermò a Vercelli. Vennero in poter de' Franzesi Torino, Pinerolo, Fossano, Chieri ed altri luoghi. Poche forze allora si trovavano nello Stato di Milano; contuttociò Antonio da Leva governatore, raunate quelle milizie che potè, ed unito col duca di Savoia, si spinse avanti per impedire i maggiori progressi de' nemici, e mise un buon presidio in Vercelli. S'erano anche mossi i Veneziani, co' quali avea l'imperadore nel precedente anno contratta lega, ma solamente per la difesa dello Stato di Milano. Questa nondimeno non fu la cagione che frenasse il corso dell'armata franzese; ma bensì la premura del pontefice di trattar di pace, per cui avea scritte efficaci lettere al re di Francia, con fargliela anche credere assai facile, perchè l'imperadore ne dava colle parole buona intenzione: il che fu creduto dai politici una simulazione per guadagnar tempo, e per potersi mettere in istato di far guerra; che di questa più che della pace era riputato sitibondo per isperanza d'ingoiare la Francia. Su queste apparenze di poter conseguir co' maneggi quello che coi troppo dispendiosi e pericolosi impegni di guerra si andava cercando, il re Francesco addormentato, non solamente spedì in Italia il cardinal di Lorena per trattare d'accordo con esso Augusto, ma eziandio ordinò all'ammiraglio di non procedere innanzi, e richiamollo in Francia con parte dello esercito. Lasciò egli buona guarnigione in Torino, città che fu mirabilmente fortificata e provveduta di munizioni da bocca e da guerra; Gian-Paolo Orsino nella città d'Alba, ed altri capitani in altre fortezze; e poi se ne andò a trovare il re. Allorchè l'imperadore arrivò a Siena, vi giunse ancora il cardinal di Lorena, e con lui trattò più volte di concordia, accompagnandolo pel viaggio; ma infine altro non raccolse che parole. Pervenuto l'imperadore ad Asti, ed indi a Savigliano, dove il duca di Savoia ed Antonio da Leva furono ad inchinarlo, tenne varii consigli, ne' quali, contro il parere de' più, prevalse il sentimento suo di portar la guerra nel cuor della Francia, per vendicarsi del re Cristianissimo. Intanto Antonio da Leva assediò Fossano e lo costrinse alla resa, e il marchese di Saluzzo abbandonò il partito franzese. Aspettò l'Augusto Carlo che fossero giunte le grosse leve fatte da lui in Germania, ed unito che fu l'esercito tutto, si trovò, secondo i conti del Belcaire, ascendere a venticinque mila fanti tedeschi, otto mila spagnuoli, maggior numero d'italiani, con mille e ducento uomini d'armi. Altri gli diedero ventiquattro mila Tedeschi, quattordici mila Spagnuoli, dodici mila Italiani, con tre mila cavalli tra uomini d'armi e cavalli leggieri: voci ordinariamente insussistenti. Quel ch'è certo, una potente e fioritissima armata ebbe Cesare, in cui si contarono i duchi di Savoia, Baviera e Brunsvich, ed altri principi e baroni. Suoi generali erano Antonio da Leva, Alfonso marchese del Vasto, don Ferrante Gonzaga, il duca d'Alva, con gran copia d'altri condottieri.

Adunque per tre parti dell'Alpi si inviò sul principio di luglio sì poderoso esercito verso la Provenza, secondato per mare dalla flotta di Andrea Doria. Restò in Piemonte con un corpo di otto o dieci mila persone _Gian-Giacomo signore _di Musso, e poi marchese di Marignano, soprannominato o cognominato il Medeghino, acciocchè, congiunto col marchese di Saluzzo, assediasse Torino. Nello stesso tempo fu mossa guerra in Fiandra dall'armi cesaree al re di Francia. All'assunto mio basterà di accennare che con tante forze l'Augusto Carlo, entrato in Provenza, nulla operò di memorabile. Circa un mese si perdè nella valle d'Aix, tentò in vano di formar lo assedio di Marsilia, nè alcun fatto d'armi considerabile avvenne in quella spedizione. Intanto il gran caldo fece guerra alle sue truppe, alle quali mancavano bene spesso le vettovaglie. Sopravvenne poi l'autunno colle pioggie e col fango, e coll'avviso che il re di Francia si accostava con un esercito di quaranta mila combattenti, giacchè venti mila Svizzeri erano giunti al suo campo: laonde l'imperadore non volle maggiormente differire il ritornarsene in Italia. Ci ritornò, ma col rimprovero d'aver cantato il trionfo prima della vittoria, e coll'armata sua disfatta, perchè almen la metà delle sue truppe vi perì per gli stenti, per le malattie e per gli altri disordini. Seco ancora portò il rammarico di aver perduto sotto Marsilia il valoroso suo generale spagnuolo Antonio da Leva, morto d'infermità di corpo e di passion di animo per l'infelice successo dell'armi cesaree in Francia, essendo stato creduto ch'egli fosse il promotore di quella, quasi dissi, vergognosa impresa. Al re di Francia costò la guerra suddetta infinite spese e gravissimo danno a' suoi popoli di Provenza. Quel nondimeno che gli trapassò il cuore fu l'inaspettata morte del delfino, cioè di Francesco suo primogenito, giovinetto di mirabil espettazione, che, venuto all'armata, in quattro dì di malattia si sbrigò da questa vita. Nel bollore di quella doglia corse l'usuale sospetto di veleno, e ne fu imputato il conte Sebastiano Montecuccoli suo coppiere, onorato gentiluomo di Modena, a cui di complessione delicatissima, come attesta Alessandro Sardi, scrittore contemporaneo,[425] colla forza d'incredibili tormenti fu estorta la falsa confessione della morte procurata a quel principe ad istigazione di Antonio da Leva e dell'imperadore stesso: perlochè venne poi condannato l'innocente cavaliere ad un'orribil morte. Non vi fu saggio che non conoscesse la falsità e indegnità di quella imputazione, di cui non era mai degno l'animo generoso di un Carlo V. Mentre si facea questa danza in Provenza, il conte Guido Rangone Modenese, decretato dal re di Francia generale delle armi sue in Italia, nel mese di luglio ridottosi alla Mirandola, quivi raunò un corpo di dieci mila fanti italiani e di settecento cavalli, sotto il comando di varii prodi capitani. Teneva ordine esso Rangone di tentar Genova in tempo che Andrea Doria col suo stuolo di galee era passato in Francia. Mossosi egli nel dì 16 d'agosto, arrivato che fu a Tortona, l'ebbe in suo potere. Marciò poscia a Genova, e fatta la chiamata a nome del re di Francia, trovò quel popolo ben disposto a difendersi. Nella notte seguente con una scalata diede l'assalto alle mura, sperando pure qualche favorevol movimento nella città; ma niun si mosse; e però, conoscendo egli che con sì poche forze era impossibile il vincere una tanto popolata città, se ne andò in Piemonte. Prese Carignano, Chieri, Carmagnola e Cherasco; ed indi passato Pinerolo, spedì Cesare Fregoso a Raconigi, che se ne impadronì a forza d'armi. Vi fu messo a fil di spada il presidio imperiale, e rimasero prigionieri Annibale Brancaccio e il conte Alessandro Crivello. Era da molto tempo la città di Torino assediata da Francesco marchese di Saluzzo, e da Gian-Giacomo de Medici. Lo arrivo del conte Guido fece sciogliere quell'assedio; e perchè egli avea trovata gran copia di artiglierie e di viveri in Carignano, tutto fece condurre a Torino. Gran disattenzione fu quella del Varchi, allorchè arrivò a scrivere che i soldati del Rangone dopo il tentativo di Genova se ne tornarono senz'ordine alcuno verso la Mirandola, dove si dissolverono e sbandarono del tutto. In questo ne seppe ben più di lui il Segni, per tacer d'altri storici.

Mal soddisfatto di sè medesimo venne l'imperador Carlo V per mare a Genova, e colà si portarono ad inchinarlo varii principi d'Italia, e primo fra essi Federigo duca di Mantova, per promuovere le ragioni di Margherita sua moglie sopra il Monferrato. Dopo aver fatto ventilar quella causa, nel dì 3 di novembre proferì, quanto al possesso, la sentenza in favore del duca di Mantova. Su quello Stato avea delle pretensioni il marchese di Saluzzo. Molte più ne avea Carlo duca di Savoia a cagion d'una donazione fatta al duca Amedeo da_ Gian-Giacomo marchese_ di Monferrato. Verisimilmente per guadagnarsi il favore dell'Augusto sovrano avea il primo abbandonati i Franzesi, e il secondo tanto prima avea coltivata in varie forme la di lui buona grazia. Dopo la perdita della maggior parte de' suoi Stati s'era ritirato esso duca a Nizza, dove si fortificò. Si dolse egli non poco del suddetto decreto cesareo; perchè, quantunque restassero vive le sue ragioni, da conoscersi poi in giudizio: pure intendeva che vantaggio fosse quello di chi possiede le cose controverse. Tanto più s'afflisse egli, dacchè seppe che l'imperadore imbarcatosi avea nel dì 15 di novembre spiegate le vele verso la Spagna, senza prendersi cura di ricuperar quegli Stati ch'egli pel suo attaccamento allo stesso Augusto, avea perduto. Venne poscia il duca di Mantova con un commissario cesareo per prendere il possesso di Casale di Sant'Evasio. Ma mentre egli si stava preparando per farvi una magnifica entrata, introdussero alcuni suoi malevoli di notte in quella città mille fanti e trecento cavalli franzesi, che diedero il sacco a tutti i fautori della duchessa di Mantova. Ciò riferito al Marchese del Vasto, che in luogo di Antonio da Leva era stato creato capitan generale dello Stato di Milano, e dimorava allora in Asti, vi accorse nel dì 24 di novembre con molte sue brigate, ed entrato nella rocca, che tuttavia si teneva, assalì i Franzesi verso la città, e dopo un sanguinoso conflitto li sconfisse, con saccheggiar poscia chiunque loro avea prestato favore. Fu solennemente nel dì 29 del suddetto mese dato al duca Federigo il possesso col titolo di marchese di Monferrato. Fin qui Massimiliano Stampa, alla cui fede il defunto duca Francesco Sforza avea raccomandato l'inespugnabil castello di Milano, non s'era potuto indurre a consegnarlo all'imperadore. Nel sopraddetto novembre si lasciò egli vincere, e n'ebbe per ricompensa cinquanta mila scudi d'oro, e fu dichiarato marchese di Soncino. Merita ancora Lorenzo, ossia Renzo signore di Ceri, dell'insigne casa Orsina, da noi veduto sì valoroso condottier di armi in tante passate guerre, che si faccia menzion della sua morte accaduta nel dì 20 di gennaio dell'anno presente, per essergli caduto addosso il cavallo, mentre era alla caccia. Secondo l'annalista Spondano, nell'anno precedente venuto a Ferrara l'eresiarca Giovanni Calvino, sotto abito finto, talmente infettò Renea figlia del re Lodovico XII, e duchessa di Ferrara, degli errori suoi, che non si potè mai trarle di cuore il bevuto veleno. Ma nel presente anno, veggendosi scoperto questo lupo, se ne fuggì a Ginevra. Vengo assicurato da chi ha veduto gli atti della inquisizion di Ferrara, che sì pestifero mobile fu fatto prigione; ma nel mentre che era condotto da Ferrara a Bologna, da gente armata fu messo in libertà. Onde fosse venuto il colpo, ognun facilmente l'immaginò.

NOTE:

[423] Raynaldus, Annal. Eccl.

[424] Pallavicino, Storia del Concil. di Trento.

[425] Sardi, Ist. ms.

Anno di CRISTO MDXXXVII. Indizione X.

PAOLO III papa 4. CARLO V imperadore 19.

Non altro che pensieri e consigli di pace meditava il pontefice Paolo, e a questo fine nel precedente anno avea mandati due legati, cioè il cardinale Caracciolo all'imperadore, e il cardinale Trivulzio al re di Francia. Indarno impiegarono essi parole e passi: cotanto erano alterati gli animi di que' due emuli monarchi. Un altro motivo della spedizione d'essi porporati era la dichiarata risoluzion del pontefice per convocare il concilio generale. Ancor qui si trovarono delle discrepanze; e perchè s'era posta la mira sopra Mantova, come città a proposito per quella sacra adunanza, tali difficoltà eccitò quel duca, che convenne pensare ad altro sito. Grande su questo punto fu sempre la premura del papa, sincera la sua intenzione. Anzi a lui stava così a cuore la riforma della Chiesa, che, siccome dicemmo, senza aspettare il concilio, seriamente s'applicò egli a curarne le piaghe, e soprattutto a levare gli abusi della sua corte. A questo fine con immensa sua lode chiamò nell'anno precedente a Roma dei personaggi più illustri nelle scienze e nella pietà, e specialmente Reginaldo Polo Inglese, parente del re di Inghilterra, Gian-Pietro Caraffa Napoletano, vescovo teatino, cioè di Chieti, Gregorio Cortese Modenese, abbate di San Benedetto di Mantova, e Girolamo Aleandro da Istria, arcivescovo di Brindisi. E siccome egli ebbe sempre gran cura di promuovere alla sacra porpora gli uomini di merito distinto, e massimamente gli eccellenti letterati, ed avea già promosso al cardinalato nel 1535 fra altri egregi personaggi Gasparo Contarino Veneziano, ingegno mirabile; così sul fine del 1536 creò cardinali i suddetti Caraffa, che fu poi papa Paolo IV, e il Polo e Jacopo Sadoleto Modenese, insigne per la sua letteratura. A questi ingegni eccellenti avendo unito Tommaso Badia, parimente Modenese, dottissimo maestro del sacro palazzo, avea poi dato papa Paolo l'incumbenza di mettere segretamente in iscritto quegli abusi e disordini della Chiesa di Dio e della corte romana, che esigessero emendazione. Il che eseguirono essi con sommo giudizio ed onoratezza; benchè la loro scrittura contro la mente del pontefice e d'essi, capitasse poi in mano degli eretici, che ne fecero gran galloria: quasichè i difetti introdotti nella disciplina potessero servire a giustificare il loro scisma e le loro false dottrine. Non certo que' saggi uomini trovarono nella Chiesa romana dogmi meritevoli di correzione; e stando questi immobili, ancorchè avvengano slogature nella disciplina, immobile sta e starà sempre la vera Chiesa di Dio. Con queste sì lodevoli azioni egregiamente adempieva Paolo III il sacro suo ministero; e se gli può ben perdonare, se nel medesimo tempo ancora ascoltava i consigli dell'amor paterno verso la casa propria, cioè verso di Pier-Luigi Farnese suo figlio, che già si era addestrato alla profession della milizia, forse con poca gloria, perchè, secondo il Varchi, fu casso con ignominia dal marchese del Vasto. L'avea già il pontefice creato gonfaloniere e generale dell'armi della Chiesa. Nel presente anno gli diede Nepi, e il creò ancora duca di Castro di Maremma di Toscana, permutato con Frascati da Girolamo Estontevilla, che dianzi era investito d'esso Castro. Essendo questo luogo come un deserto, Pier-Luigi cominciò ad abbellirlo con porte, piazze, palagi, strade e case, facendovi concorrere abitatori ed artefici. Col tempo ancora v'aggiunse le fortificazioni, tantochè lo ridusse in forma di città, ampliandone il distretto colla compera di varie circonvicine castella.

Accadde in quest'anno la violenta morte di Alessandro de Medici duca di Firenze. Chi desidera una esatta e diffusa notizia di questa tragedia, ha da ricorrere alle storie che ne trattano ex professo[426]. Basterà a me di dire che Alessandro, il quale fu figliuol naturale di Lorenzo de Medici il giovine, duca d'Urbino, e chi dice d'una schiava, e chi d'una vil contadinella di Collevecchio, benchè, (al mirare il tanto amore per lui di papa Clemente VII, la malignità di taluno immaginasse ch'egli dovesse i suoi natali a Giulio de Medici, che poi creato papa assunse il suddetto nome di Clemente), non mancò di vivacità d'ingegno e di attitudine per ben governare Firenze, dacchè era stato portato dalla forza del pontefice zio e dell'Augusto Carlo ad esser capo di quella repubblica, e poi principe assoluto. Ma ogni sua buona dote era guasta dalla smoderata libidine, confessando ognuno che per isfogarla non perdonava a grado alcuno di donne, e neppur alle sacre vergini; ed uscendo bene spesso la notte per disonesti fini, più d'una volta fu in pericolo della vita. Nè da questa vituperosa maniera di vivere potè mai ritirarlo papa Clemente, per quante lettere ed ammonizioni gl'inviasse. Peggiorò molto più dopo la morte d'esso pontefice, nè giovò punto a rimetterlo sulla buona via l'aver egli ottenuta in moglie una figlia dell'imperadore, per cui non mostrò mai grande amore nè stima, perchè troppo perduto in cercar sempre novità d'oggetti alla sfrenata sua disonestà. Malcontenta di lui era la maggior parte de' Fiorentini, siccome coloro che miravano in lui un tiranno ed un oppressore della lor libertà, e che per sostenere con sicurezza il suo imperio, avea spinto in esilio tante onorate famiglie. Che se alcuno sparlava, ne pagava ben tosto il fio. Pure da questo universal odio non venne la sua rovina, avendovi posto riparo colla forte guardia di milizie, ch'egli teneva in città e al corpo suo, sotto il comando di Alessandro Vitelli; venne da quel medesimo vizio, di cui parlammo, che toglie talvolta di senno anche i più accorti.

S'era il duca affratellato non poco con Lorenzo de Medici, discendente da Lorenzo, fratello di Cosimo il Magnifico, e però suo parente alla lontana: quel medesimo Lorenzo, contra di cui Francesco Maria Molza, celebre ingegno modenese, scrisse una invettiva latina, per aver costui deformati in Roma alcuni bei frammenti delle antichità romane. Vedesi il suo vivo ritratto, formato dalla tagliente penna del Varchi, dal Segni e dal Giovio. Non era costui che iniquità; e queste da gran tempo meditava di coronare con una, che facesse grande strepito nel mondo. Adulatore divenuto d'Alessandro, e stretto suo famigliare principalmente s'era introdotto nella di lui grazia, con servirlo non solo di spia, ma ancora come sperto ruffiano presso qualunque donna che gli cadesse in pensiero. Andò tanto avanti questa sordida dimestichezza fra loro, che Alessandro il richiese di ridurre alle sue voglie una sorella della di lui madre, giovane non men pudica, che bella. Finse Lorenzino d'aver vinta la di lei costanza, e di farla venire una notte nella propria casa, dove si esibì di trovarsi anche il duca. Infatti colà si portò l'incauto Alessandro soletto, e nella camera di Lorenzo si coricò in letto, aspettando il dolce momento di cui era intenzionato. Ma trovò quel che non si aspettava. Entrato Lorenzino, e seco un suo sgherro, gli furono addosso; e quantunque Alessandro, giovane robusto, facesse gran difesa, pure a forza di coltellate, e con segargli infine la gola, lo stesero morto sul letto, tutto immerso nel proprio sangue. Il tempo, in cui seguì sì strepitoso omicidio, se lo chiediamo al Varchi, egli risponde: Tra le cinque e le sei del sabbato che precedette la Befania, il sesto giorno di gennaio (secondo il costume dei Fiorentini, i quali pigliano il giorno, tostochè il giorno è ito sotto) dell'anno MDXXXVI. Parla alla forma de' Fiorentini, che mutavano l'anno solamente nel dì 25 di marzo, e presso loro perciò durava il 1536. Venne l'Epifania in quest'anno in sabato, e le parole del Varchi, che sembrano alquanto intricate, se io le so ben intendere, significano ucciso Alessandro, secondo noi, nella notte precedente al dì sesto di gennaio. All'incontro il Giovio scrive: Ea nocte, quae januaries nonas antecessit; cioè nella notte innanzi il dì quinto d'esso mese. Nella sua Storia volgarizzata, non so come, è scritto: Quella notte che fu innanzi a' 6 di gennaio: il che non corrisponde al latino. Ma il Segni chiaramente riferisce, aver il duca consumato il giorno intero sei di gennaio, festa della Befania, in maschera, ed essere poi stato ucciso la seguente notte. Eppure il medesimo scrive dipoi, che scoperta dai rettori la morte del duca, ordinarono che quel giorno, che era il dì della Epifania, si fingesse letizia. Come mai tanta discordia? Quanto all'Adriani, egli fa accaduta la morte di Alessandro la notte appresso il dì sesto di gennaio, celebrato per la festa dell'Epifania. Più strano è il linguaggio dell'Ammirati, che così scrive: Era entrato l'anno 1537 di sei giorni, giorno celebre per la solennità della presentazion del Signore al tempio, quando Lorenzo fece intendere al duca, che nella notte seguente condurrebbe, ec. Ecco cosa fosse l'Epifania in mente di questo storico. Mi si perdoni questa diceria, da cui non ho saputo dispensarmi, acciocchè s'intenda sempre più che nelle minutaglie della cronologia anche i più accreditati storici prendono degli sbagli.

Ebbe tanta industria e fortuna l'omicida Lorenzino, che col suo sicario potè la stessa notte uscir di città, e salvarsi a Venezia, da dove poi Filippo Strozzi il fece ritirare alla Mirandola. Aveva egli chiuso in sua camera l'ucciso duca; nè trovandosi la seguente mattina nel suo palazzo il misero principe, e cercato indarno per varii siti dai ministri suoi e dal cardinal Cibò, che si trovava allora in Firenze, s'andò subodorando, e infine scoprendo la sua disavventura, la quale fu ben tenuta segreta, finchè arrivasse a Firenze Alessandro Vitelli capitano delle milizie ducali, e s'introducessero nella città molte brigate di fanti del Muggello. Questa precauzione tenne in dovere il popolo, che non seguisse sollevazione alcuna, come aveano sperato tanto Lorenzino che i fuorusciti fiorentini, sempre vogliosi di rimettere in libertà la patria. Oltre di che, al popolo erano già state tolte l'armi. Si tennero poi varie pratiche e consigli dal suddetto cardinal Cibò, dal Vitelli e dal magistrato maggiore, dove si trovò gran discrepanza di sentimenti. Ma ossia che Cosimo figlio del fu sì valoroso Giovanni de Medici, discendente anch'egli al pari del micidiario Lorenzino da Lorenzo fratello di Cosimo il Magnifico, trovandosi allora in villa, tratto dal rumore della morte del duca, spontaneamente tornasse in città; oppure ch'egli vi fosse chiamato dal cardinale e dai parziali della casa de' Medici: fuor di dubbio è ch'egli venne, e si presentò ad esso cardinale Cibò, il quale o prima o dipoi prese la protezione di lui, per farlo succedere all'estinto Alessandro. Giovinetto avvenente di diciotto anni era allora Cosimo; superiore all'età sua era il senno e il coraggio suo. I pregi della pietà e della modestia, e del farsi amare ne accrescevano il merito. Militava ancora in favore di Cosimo il decreto ossia l'investitura Carlo V; e quello che soprattutto accelerò le risoluzioni fu il timore che l'armi di Cesare venissero a insignorirsi della città. Laonde cotanto si maneggiò il menzionato cardinale coi bene affetti e co' senatori più saggi, che senza far caso di un bastardo per nome Giulio, lasciato dal duca Alessandro, perchè di soli tre anni, elessero il suddetto giovane Cosimo, con titolo non già di duca, ma di capo e governatore della repubblica fiorentina, con assegno di dodici mila fiorini d'oro l'anno e con limitazioni al precedente governo. Accettò Cosimo ogni condizione a mani baciate, ben prevedendo che col tempo avrebbe da prendere legge chi ora a lui la dava. Per l'allegrezza fu poi svaligiato dai soldati il suo palazzo, e per vendetta saccheggiato quello di Lorenzino. Per non tornare più a costui, il quale, come apparisce da una lettera a M. Paolo del Tosso[427], e dal Varchi, venne fregiato dai fuorusciti fiorentini col titolo di Bruto novello Toscano, dirò che in Firenze fu poi smantellato il suo palazzo, facendovi passare per mezzo una strada appellata del traditore; fu promessa gran taglia a chi il desse vivo o l'uccidesse; e dipinta la sua effigie pendente dalla forca. Andò poi egli in Turchia; tornò a Venezia, e di là passò in Francia; finalmente ritornato a Venezia senza rumore fu privato di vita nel 1547. Succederono poscia varie altre scene in Firenze e per la Toscana, che lungo sarebbe il voler riferire. Solamente aggiungerò che Alessandro Vitello s'impadronì con inganno della fortezza di Firenze, e se ne fece bello coll'imperadore, scrivendogli di tenerla a nome e volere della maestà sua. Si meritò egli per questo il nome di traditore. In gran moto si misero dipoi i cardinali e fuorusciti fiorentini per guastare la risoluzione presa in favore di Cosimo de Medici. Ma andarono a vuoto i loro per altro deboli tentativi e disegni, e molti d'essi, fra' quali Filippo Strozzi lor capo, furono condotti prigioni a Firenze, e col tempo anche decapitati, fuorchè il suddetto Filippo, che poi nell'anno seguente si trovò morto in prigione, con far correr voce che si fosse ucciso da sè stesso.

Seguitò nel presente anno la guerra in Piemonte fra gl'Imperiali e Franzesi. In uno stato compassionevole si trovava ben allora Carlo III duca di Savoia, dacchè avea nemici i Franzesi, e gl'imperiali amici bensì, ma senza gagliarde forze, e intanto si desolava tutto il suo paese, ora in mano degli uni, ed ora degli altri cadendo le sue terre e castella. Andò il marchese del Vasto all'assedio di Carmagnola con Francesco marchese di Saluzzo, che, colpito d'una archibusata, ivi lasciò la vita. Essendo sul principio di giugno arrivato di Francia a Pinerolo il signor d'Umieres con alcune migliaia di Tedeschi, il Vasto si ritirò ad Asti, città poscia indarno assediata dai Franzesi[428]. Venne bensì Alba con altri luoghi in lor potere; ma non tardarono gli Imperiali a ricuperarli, e a prendere Chieri e Chierasco. Rinforzato poi l'esercito cesareo da molte truppe venute di Germania, forse avrebbe tentato cose maggiori; ma, d'ordine del re di Francia, nel principio d'ottobre si mosse di Lione Arrigo delfino di Francia con Anna di Memoransì gran contestabile, e con una buona armata, e giunto a Susa, se ne impadronì, siccome ancora d'altri luoghi ch'io tralascio. Venne lo stesso re Francesco in Piemonte; e perciocchè fu in questi tempi fatta una tregua di tre mesi, conchiusa nel dì 16 di novembre dell'anno presente, e rapportata dal Du-Mont[429], per tentare, se possibil era, d'intavolar la pace, si posarono l'armi; e portossi il marchese del Vasto a baciar le mani al re di Francia, dimorante in Carmagnola. E qui non si dee tacere un fatto di esso re, confessato dallo stesso Belcaire, e sommamente detestato dallo Spondano storico anch'esso franzese, per cui resterà sempre denigrata la fama di chi nei titoli Cristianissimo, tutt'altro ne' fatti si diede a conoscere. Cioè cotanto era infiammato d'odio esso re Francesco I contra dello Augusto Carlo V, che in quest'anno spedì suoi oratori a Solimano gran signore dei Turchi, per incitarlo a muovere guerra in Italia. E volesse Dio che questo solo esempio avesse dato la corte di Francia del suo attaccamento al Turco in danno della cristianità. Presero i Turchi Castro in Puglia, distante otto miglia da Otranto, e cominciarono colle scorrerie ad infestar tutto quel paese. Cagion poi fu la tregua suddetta che i Turchi si ritirassero di là, dopo avere riempiuta di terrore tutta l'Italia, menando nondimeno seco una gran copia d'infelici cristiani in ischiavitù. Intanto si cominciò a maneggiar una lega fra il papa, l'imperadore e i Veneziani, per resistere al comune nemico, giacchè egli potentissimo per terra e per mare avea già cominciata guerra contro la repubblica veneta, con un lagrimevol sacco all'isola di Corfù, ed in Ungheria avea inferiti gravissimi danni a quella cristianità.

NOTE:

[426] Varchi. Segni. Adriani. Jovius.

[427] Lettere de' Principi, tom. 3.

[428] Belcaire. Giovio. Segni. Spondano.

[429] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDXXXVIII. Indiz. XI.

PAOLO III papa 5. CARLO V imperadore 20.

Lo straordinario apparato del sultano dei Turchi Solimano contro dei confinanti regni cristiani[430], quel fu che indusse finalmente papa Paolo, Carlo imperadore, Ferdinando suo fratello re dei Romani e d'Ungheria, e i Veneziani a stabilire una lega in lor difesa. Si obbligarono queste potenze a fare un armamento di ducento galee, di cento navi, di quaranta mila fanti, e di quattro mila e cinquecento cavalli tedeschi. Furono compartite a rata le spese fra i contraenti; Andrea Doria creato capitan generale di sì potente flotta. Non contento di ciò il pontefice, vedendo che tante lettere ed ambasciate sue nulla aveano servito per condurre alla pace gli animi troppo esacerbati dell'imperadore e del re di Francia, si lusingò che la presenza ed eloquenza sua potesse ottenere di gran bene alla cristianità, cotanto allor conculcata dagli eretici, e minacciata dai Turchi. Maneggiò pertanto un abboccamento suo con que' due monarchi nella città di Nizza in Provenza, dove convennero di ritrovarsi tutti e tre. Insorsero poscia delle gravi discrepanze, perchè il pontefice richiedeva in sua balia il castello d'essa città, ed altrettanto pretendeano Cesare e il re Cristianissimo; e il duca di Savoia, padrone d'essa città, non fidandosi nè dell'uno nè dell'altro, si trovò in molto imbroglio. Si mosse da Roma nel dì 23 di marzo papa Paolo III, e, giunto a Parma, fu con gran solennità accolto; ma insorta lite fra chi pretendeva la mula pontificia, si venne ad una baruffa tale, che il suo mastro di stalla vi restò morto; e il papa con tutti i cardinali spaventati scappò a nascondersi in duomo. Arrivato a Savona, e, quivi imbarcatosi, nel dì 17 di maggio approdò a Nizza. Curiosa non poco riuscì quella scena. Non solamente non potè entrare il papa nel castello, ma neppure nella stessa città. Inoltre, per quanto egli studiasse, non potè indurre al desiderato abboccamento Carlo V e Francesco I. Trattò dunque separatamente esso pontefice con amendue. Il primo, venuto di Spagna a Villafranca, si portò a visitar il papa, alloggiato fuori di Nizza, dove sotto un padiglione per un'ora intera parlarono dei loro affari. Nel dì 21 di maggio si abboccarono di nuovo. Poscia nel dì 2 di giugno, un miglio di là da Nizza, si presentò al pontefice il re di Francia coi figli, e seguì fra lor due un lungo ragionamento. Tornò esso re ad un altro congresso nel dì 13 dello stesso mese. Al lodevolissimo zelo del papa non venne fatto di condurre ad accordo alcuno que' due monarchi, creduti dalla gente savia per irreconciliabili; pure tanto si affaticò, che gl'indusse amendue a conchiudere nel dì 18 di giugno[431] una tregua di dieci anni fra loro, con che restasse ognuno in possesso di quel che aveano preso: il che se dispiacesse al duca di Savoia, divenuto bersaglio di questi due potentati contendenti, ognun sel può immaginare. E tanto peggior divenne la sua condizione, perchè l'imperadore, sdegnato per non aver esso duca contro la promessa voluto concedere al papa il castello di Nizza, volle dipoi tener guarnigione spagnuola in Asti, Vercelli e Fossano. Parlò ancora premurosamente il pontefice della tenuta dell'intimato concilio in Vicenza; ma ritrovò varie difficoltà in que' monarchi; laonde convenne differirlo. Promosse eziandio vivamente presso il suddetto Augusto la guerra da farsi contro il Turco, e ne riportò molte promesse.

Questi al certo furono i veri motivi per li quali papa Paolo, benchè con tanti anni addosso, e mal provveduto anche di sanità, prese a fare un viaggio sì lungo da Roma a Nizza. Ma la gente maliziosa d'allora, ed altri ancora dipoi si figurarono che lo sprone principale del vecchio papa fosse l'ardente suo desio di maggiormente ingrandire il figlio Pier-Luigi e i nipoti. Nè si può negare che in cuor suo non avesse alte radici questo affetto, familiare a quasi tutti i papi di que' tempi corrotti. Pretende Bernardo Segni[432] che non fosse tenuta in quel secolo cosa degna d'infamia che un papa avesse figliuoli bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici tali. Ma è ben lecito a noi di credere che in ogni secolo e tempo nel tribunale dei buoni e dei veri amatori della religione, queste fossero considerate per gravi macchie in chi è prescelto per sì alto e santo grado nella Chiesa di Dio. E benchè il primo neo non abbia impedito a taluno d'essere egregio pontefice, e sia almeno tollerabile il secondo, quando si tenga fra i limiti della moderazione; pure l'eccedere in questa passione sempre fu e sempre sarà un abusarsi di quella dignità che Dio per tutt'altro conferisce ai ministri suoi. Ne abbiam veduto in addietro de' perniciosi esempi. Quanto a papa Paolo III, convien confessare che più al pubblico bene della Chiesa e della repubblica cristiana, che al nepotismo, in imprendere quel viaggio furono rivolte le sue mire; il che chiaramente apparisce da una relazione stampata di Nicolò Tiepolo ambasciatore di Venezia. Che egli poi pensasse seriamente ancora a prevalersi di tal congiuntura per promuovere i vantaggi della sua famiglia, il fatto lo dimostra. Allorchè accadde la morte del duca Alessandro de Medici, Margherita d'Austria sua moglie, dopo aver fatto uno spoglio di tutte le gioie e del meglio della casa de Medici, ritirossi nella fortezza di Firenze, occupata da Alessandro Vitelli. Da lì a qualche tempo passò a Prato, indi a Pisa, per aspettar gli ordini dell'Augusto Carlo suo padre. Cominciò di buon'ora Cosimo de Medici le sue pratiche alla corte d'esso imperadore per ottenerla in moglie; ma a questo mercato concorreva anche papa Paolo, e in Nizza ottenne quanto volle. Premeva più a Cesare di mantenersi amico il pontefice che Cosimo, e già avea disegnato qual moglie avesse a darsi al nuovo signor di Firenze. Fu dunque dall'imperadore promessa la figlia sua naturale ad Ottavio figlio di Pier-Luigi Farnese; nè questo bastò al pontefice, perchè impetrò ancora che l'imperadore lo investisse della città di Novara con titolo di marchese. Aggiungono che l'accorto vecchio si fosse anche lusingato di poter indurre in que' congressi l'imperadore e il re di Francia a concedere a persona neutrale il ducato di Milano, per finir tutte le loro liti: il che se gli riusciva, sperava appresso di far succedere il figlio in quel riguardevole Stato. Dicono che anche ne fece la proposizione, ma che que' monarchi non si sentirono ispirazione alcuna di far questo sacrifizio. Di ciò tornerà occasion di parlare.

Nel dì 19 di giugno il re di Francia si partì da' contorni di Nizza, e nel dì seguente imbarcatosi il papa, ed accompagnato dall'imperatore sino a Genova, continuò poi il viaggio, con arrivare a Roma nel dì 24 di luglio. Appresso dirizzò le prore verso la Spagna l'Augusto Carlo; ma, sorpreso da venti contrarii, fu forzato a ritirarsi alle isole di Ieres. Non volle entrare in Marsilia. Cresciuto poi il furore del vento, che disperse la sua flotta, e lui stesso condusse in pericolo, andò ad approdare ad Acquamorta. Ivi era con Leonora regina sua moglie, e sorella dello stesso imperadore, il re Francesco, il quale non ebbe difficoltà di passare in un battello alla galea d'esso Augusto, con dirgli: Mio fratello, eccomi per la seconda volta vostro prigione. Lo abbracciò Carlo, e mostrando anch'egli egual finezza, scese dipoi a terra, e fu in ragionamenti stretti con esso re, facendo comparire, siccome accortissimo signore il più bel cuore del mondo, e buona intenzione d'accomodarsi: il che diede speranza ad ognuno di pace, fuorchè a papa Paolo, il quale avea abbastanza scandagliato l'interno dello stesso imperadore. Passò dipoi esso Augusto in Ispagna, e attese alla guerra contro il Turco. Intorno a questa io non dirò altro, se non che non fu fatto quel magnifico armamento che per li capitoli della lega si dovea: pure Andrea Doria con una fiorita armata navale si congiunse colle forze de' Veneziani, del papa e dei cavalieri di Malta, e formò uno stuolo di cento e trentaquattro galee, sessanta navi grosse ed altri navigli minori. Da più secoli non s'era veduto un sì forte armamento in mare, ed ognuno ne prediceva meraviglie. Ma il Doria, quando venne il tempo della battaglia, con perpetuo suo scorno si ritirò, lasciando esposti i Veneziani al furore del Barbarossa, con perder essi due galee, ed aver come miracolosamente salvato a Corfù il lor galeone che facea acqua da tutte le bande. Ricuperò poi il Barbarossa nell'anno seguente Castelnuovo, con mettere a fil di spada quattro mila fanti spagnuoli veterani, lasciati ivi di presidio: il che più sonoramente accrebbe le mormorazioni contra del Doria. Scuse o giustificazioni si recarono della sua condotta, che qui non importa riferire. Fu in pericolo di perdere nell'anno presente anche la Goletta in Africa, restata in potere dell'imperadore, e ciò perchè sei mila fanti spagnuoli quivi di guarnigione, per mancanza di paghe, si ammutinarono, e convenne condurne la maggior parte in Sicilia, dove, durando la lor sedizione, commisero de' gravi danni e spogli di que' cristiani nazionali. Don Ferrante Gonzaga, vicerè d'essa Sicilia, non ebbe altra via per metterli in dovere, che di ricorrere all'inganno. Cioè colle più forti promesse, autenticate da solenni giuramenti, prestati davanti al sacro altare, impegnò il perdono per cadaun d'essi. Ma dacchè gli ebbe separati e sbandati, a poco a poco fatti pigliare i loro capi, e moltissimi degli stessi soldati, barbaramente contro la fede data, e conculcata la religione d'essi giuramenti, fece impiccare: cosa di eterna infamia per lui, e che gli tirò addosso l'odio di tutta la nazione spagnuola.

Mancò di vita nel dì 28 di dicembre dell'anno presente Andrea Gritti doge di Venezia, celebre per la sua prudenza e per le sue militari imprese, ed ebbe per successore Pietro Lando, eletto nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. Parimente terminò i suoi giorni nel dì primo di ottobre Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, mentre si trovava in Pesaro, con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria per le sue azioni. Secondo il Sardi[433], morì egli di veleno, datogli ad istanza di Luigi Gonzaga, soprannominato Rodomonte. Il Giovio parla dello stesso veleno, ma senza attentarsi di palesarne l'autore, benchè dica che risultasse dal processo e dalla confessione chi fosse il reo, lasciando sospetto contro di chi aspirava al dominio di Camerino. Già dicemmo che contro il volere e le pretensioni della curia romana s'era messo in possesso del ducato di Camerino Guidubaldo figlio del suddetto duca d'Urbino, il quale fin qui vi si seppe mantener contro l'armi del papa colla riputazione del valoroso suo padre, e molto più per la protezione de' Veneziani, de' quali esso duca Francesco Maria era generale. Ma mancato di vita suo padre, e cessata l'assistenza della repubblica veneta, il pontefice, che nell'anno addietro avea con contraccambio d'altri beni indotto Ercole Varano a cedere le sue ragioni sopra Camerino ad Ottaviano Farnese suo nipote, non tardò a farle valere, inviando Stefano Colonna, oppure Alessandro Vitelli, come altri vogliono, coll'esercito pontificio contro quella città. Tuttochè essa fosse ben forte, pure il nuovo duca Guidubaldo, conoscendo di non potersi quivi mantenere, e temendo inoltre di perdere anche il ducato d'Urbino, venne poi nell'anno seguente a concordia col papa, e gli rilasciò quella città e il suo ducato, di cui egli non tardò ad investire il suddetto suo nipote Ottavio. Nel dì 3 di novembre entrò in Roma Margherita di Austria, destinata in moglie ad esso Ottavio, il quale era allora in età solamente di quindici anni, dichiarato prefetto di Roma. Si celebrarono quelle nozze con gran sontuosità, feste ed allegrezze. Confessò il papa d'aver avuto in dote trecento mila scudi d'oro, ma non si sa qual banchiere glieli coniasse. Racconta il Segni che questa principessa si trovò sui principii malcontenta di un tal maritaggio, e che, essendo ita a Castro e Nepi, disse che la più vile terricciuola del duca Alessandro suo primo marito valeva più di Castro, e di quanto avea casa Farnese. Ai motivi dunque del pontefice di sempre più ingrandir la sua casa si dovette aggiugnere ancor questo. Cosa mirabil avvenne nel dì 29 di settembre di quest'anno[434]. Fra il porto di Baia e di Pozzuolo apertosi il terreno, cominciò a vomitare fuoco, sassi, fumo e cenere, che portata per aria si stese più di cento cinquanta miglia verso la Calabria, e ne fu coperta tutta la città di Napoli. Cagionò questo nuovo vulcano tremuoti per otto giorni. Restarono inceneriti tutti gli alberi, spianati gli edifizii, e desolato un gran tratto di paese, pieno dianzi di amene selve di agrumi e d'altri frutti. Della vomitata materia fetente di zolfo si formò all'intorno di quella bocca un monte, alto più d'un miglio, di circuito al piano di quattro miglia, occupante i bagni delle Trepergole, e gran parte del lago Averno e del Lucrino. Non avrei ardito di scrivere tanta altezza di quel monte, sembrando a me un'iperbole, se non ne facesse fede anche Alessandro Sardi[435] storico contemporaneo. Furono in questo anno da papa Paolo con sua gran lode creati cardinali due insigni letterati italiani, cioè Girolamo Aleandro e Pietro Bembo.

NOTE:

[430] Raynaldus, Annal. Eccl. Spondanus, Annal. Eccl.

[431] Du-Mont, Corps Diplomat.

[432] Segni, lib. 8.

[433] Alessandro Sardi, Storie MSte.

Anno di CRISTO MDXXXIX. Indiz. XII.

PAOLO III papa 6. CARLO V imperadore 21.

A cagion della tregua stabilita fra Carlo imperadore e Francesco re di Francia si godè in quest'anno una felice quiete per l'Italia. Intanto i Veneziani, dopo la pruova fatta del poco capitale che poteva farsi degli aiuti dell'imperadore contro il Turco, scorgendo sè soli rimasti in ballo, ed esposti alla straordinaria potenza di Solimano, cominciarono a trattar seco di pace. A questo fine nel mezzo dell'anno presente ottennero da lui una tregua di tre mesi, la qual fu anche dipoi prorogata. Non furono ascosi all'imperadore e al re di Francia questi negoziati del senato veneto col tiranno d'Oriente; e però amendue (verisimilmente non per vera voglia di guerreggiar contra degl'infedeli, e molto meno il re Francesco I amico d'essi, ma per comparire presso la gente credula zelanti del bene della cristianità) nel dicembre di questo anno spedirono a Venezia i loro ambasciatori, cioè Cesare il marchese del Vasto, e il re il maresciallo di Annebò, per esortar quel senato a desistere dalla pace con esso Turco, con far loro sperare dei possenti soccorsi. Ma gli avveduti e saggi Veneziani, che sapevano qual divario passi fra parole e fatti, grandi onori bensì fecero a que' regi ministri, e tennero più conferenze con essi, ma infine trovando troppo allignata la discordia fra que' due monarchi, li rimandarono ben corrisposti d'altrettante belle parole, e senza conclusione alcuna. Determinarono poscia di cercar pace col sultano a qualunque condizione. Mancò di vita in quest'anno nel dì primo di maggio l'imperadrice Isabella; perdita, per cui fu inconsolabile l'imperador Carlo V suo marito, che molto la amava. Già dicemmo negata da Cesare a Cosimo de Medici la figlia Margherita, per darla ad Ottavio Farnese. Premendogli nondimeno di tenerselo amico, l'avea, nell'anno addietro, confermato signore e duca di Firenze: con che Cosimo cominciò ad esercitare un pieno dominio in quelle contrade. E perciocchè, siccome signore di molta avvedutezza, si voleva in tutto mostrar dipendente da esso imperadore per più ragioni, e massimamente per essere tuttavia in man degli Spagnuoli le cittadelle di Firenze e di Livorno, lasciò ancora all'elezione di lui il destinargli una moglie. Dall'Augusto fu dunque prescelta donna Leonora figlia di don Pietro di Toledo vicerè di Napoli. Mandò il duca Cosimo a prenderla, e giunta nel dì 22 di marzo a Livorno, la condusse con gran pompa a Firenze, dove sontuosamente furono celebrate le sue nozze.

Nell'autunno di quest'anno scoppiò in Fiandra la ribellione della città di Gante, originata dai troppi aggravii nuovamente imposti dai ministri cesarei. Mi sia lecito lo scorrere colla penna colà, perchè gli affari d'Italia andavano congiunti con quei di chi n'era imperadore, e ci possedeva tanti Stati. Nulla curando il popolo di Gante il pregio d'essere lo stesso Augusto Carlo uscito alla luce nella loro città, prese l'armi, uccise, o cacciò quanti ministri v'erano dell'imperadore. Nè solamente fece ricorso per aiuto al re di Francia, ma si diede anche ad attizzar le altre provincie, affinchè scuotessero il pesante giogo degli Spagnuoli. Portatone il disgustoso avviso a Cesare, dimorante allora in Ispagna, conobbe egli tosto essere necessaria la pronta sua presenza in quelle parti per ispegnere il nato fuoco, o per trattenerlo che non si dilatasse. V'ha chi scrive, aver egli disegnato di passare in Italia per mare, e poi per la Germania trasferirsi in Fiandra, e che Francesco re di Francia, ciò inteso, gli esibisse il libero passaggio a quella volta pel suo regno. Altri poi, e con più fondamento, sostengono che Carlo, ben conoscente del generoso animo del re Cristianissimo, facesse maneggi per impetrare il sicuro transito per la Francia: al qual fine indorò la richiesta con isperanze di terminar le pendenze sue con esso re. Aggiungono i politici, procurato da lui principalmente questo passaggio, acciocchè i Fiamminghi, al mirar la buona armonia che passava fra lui e il re di Francia, cessassero di lusingarsi ch'esso re condiscendesse a prendere la loro protezione contra dello stesso imperadore. Partito dunque di Spagna l'Augusto monarca, e ricevuto dal figlio minore del re con immenso onore ai confini della Francia, e poscia dal delfino e dal re stesso, sul fine dell'anno arrivò a Fontanablò, dove il lasseremo. Allorchè giunse a Roma la nuova dell'abboccamento che avea da seguire di que' due monarchi, non fu pigro papa Paolo a destinare un legato verso Cesare, col pretesto di condolersi seco della morte dell'imperadrice, ma singolarmente per procurar la pace e vegliare agl'interessi della Chiesa, dello Stato pontificio e della casa Farnese. Perciocchè si credeva allora dagli indovini dei gabinetti principeschi che il pontefice amoreggiasse Siena, oppure il ducato di Milano, siccome di sopra avvertimmo. Scelto fu nel giorno 24 di novembre per la suddetta legazione Alessandro cardinal Farnese suo nipote, giovine di circa diecinove anni, ma di soavissimi costumi, di eccellente ingegno e di grandissima espettazione, come lasciò scritto Alessandro Sardi, con cui vanno d'accordo gli altri scrittori di questi e de' susseguenti tempi.

NOTE:

[434] Summonte.

[435] Sardi, Storia MS.

Anno di CRISTO MDXL. Indizione XIII.

PAOLO III papa 7. CARLO V imperadore 22.

Nel primo giorno del presente anno[436] entrò Carlo imperadore come in trionfo nella real città di Parigi, accompagnato dal re Francesco, da' suoi figli e da tutta la magnifica sua corte. In tal congiuntura incredibile fu il concorso di nobili e popolo, non solo di Francia, ma anche di Spagna e d'Italia, in maniera che, quantunque sì vasta anche allora fosse quella metropoli, pure si trovava per tutte le sue strade così gran calca d'uomini e cavalli, che alcuni per la folla perderono la vita. Non lasciò indietro il re Cristianissimo sorta alcuna di divertimenti, come conviti, giostre, tornei ed altri spettacoli, tutti fatti con somma magnificenza e spesa, per far onore a sì grand'ospite. Tenne l'imperadore dei segreti e lunghi ragionamenti col re e co' suoi ministri, nel che pareano divenuti due fratelli que' possenti monarchi. Carlo V, da quell'accortissimo principe ch'era, incantò ognuno con belle parole di voler cedere lo Stato di Milano ad uno dei figli del re, ma con riserbarsi il compimento di così generose promesse (fatte nondimeno solamente in voce) dappoichè fosse sbrigato dall'impresa di Gante. Allorchè questa fu finita, sparirono quelle sì amichevoli intenzioni della maestà sua, venendo sempre più ad apparire che nell'Augusto Carlo, per mezzo della madre, era passato l'ingegno di Ferdinando il Cattolico, il quale osservava la fede a misura dell'utile suo. Perlochè trovandosi il re Francesco oltremodo deluso, ad altro non pensò da lì innanzi che a nuocergli e a muover guerra ai di lui regni. Arrivato l'imperadore a Brusselles, si applicò tutto alle maniere di gastigar i Gantesi: al qual fine raunò alcune migliaia di fanti tedeschi e cavalli borgognoni. Allora fu che il popolo di Gante, giacchè era venuta meno ogni speranza di soccorso dalla parte dei Franzesi, nè si trovavano in istato da poterla durare contra del potente sovrano, spedirono inviati a chieder misericordia, facendogli anche sperare che troverebbe aperte le porte della città, ed ogni persona ubbidiente a' suoi cenni. Intanto alcuni de' più colpevoli, conoscendo che l'aria d'Inghilterra sarebbe più salutevole per loro, colà si rifugiarono. Ito poscia Cesare a Gante colle sue schiere, armato vi entrò, fece tagliare il capo a nove di que' cittadini, e da lì a qualche tempo a molti altri, con privar la città di tutti i suoi privilegii, ed obbligar la cittadinanza a fabbricar ivi alle sue spese una fortezza: al qual lavoro destinò Carlo per presidente Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, che ogni dì più facea progressi nella grazia di lui. Questo esempio di severità fece che tutti i Paesi Bassi col capo chino pagassero e sofferissero da lì innanzi qualsivoglia gravezza loro imposta. Ed appunto osserva il Segni che questo imperadore con mostra di gran religione e giustizia aggravava poi smisuratamente di tributi i suoi popoli di Fiandra, Milano, Napoli e Sicilia; e che i governatori suoi cavavano il cuore ai sudditi con esorbitanti aggravii: del che non si allegava esempio simile di crudeltà sotto i precedenti principi. Che libri di religione leggesse questo monarca, non vel saprei dire. Di questa sfigurata religione viene accusato da esso Segni anche Cosimo de Medici, novello duca di Firenze.

Sembrò ad alcuni che di questa maligna influenza partecipasse alquanto eziandio lo stesso pontefice Paolo III. Oltre ad altre gravezze da lui imposte ai popoli della Chiesa e al clero d'Italia, mise nel presente anno un dazio sopra il sale, che increbbe molto ai suoi sudditi. In Ravenna insorse per questo qualche tumulto, ma di poca durata. All'incontro, i Perugini, pazzamente dato di piglio alle armi, proruppero in un'aperta ribellione. Per metterli in dovere raunò il papa otto mila fanti italiani; quattro mila Spagnuoli ottenne da Napoli; ed aggiuntivi ottocento Tedeschi, fece marciar questa gente addosso a Perugia sotto il comando di Pier-Luigi suo figlio e di Alessandro Vitelli. Le principali prodezze di costoro si ridussero a bruciare il bello e fruttifero paese intorno a quella città, non meritando nome alcune picciole scaramuccie, seguite fra essi e i Perugini. Questi avevano chiamato alla lor difesa Ridolfo Baglione, e confidavano forte che il duca di Firenze Cosimo, siccome principe disgustato per non poche ragioni del papa, accorrerebbe in loro aiuto. Ma fallito questo lor disegno, trovandosi sprovveduti d'ogni cosa necessaria alla difesa, mandarono a trattar di concordia. Altro non ottennero, se non che il papa li volle a discrezione. Entrativi i ministri e soldati pontificii, per non essere da meno di Cesare in gastigare i Gantesi, fecero decapitare sei di que' gentiluomini, dieci altri ne mandarono a' confini; e, spogliato d'armi il popolo, e d'ogni autorità e privilegio quel comune, ordinarono che alle spese loro si piantasse una fortezza nella città, comprendendo in essa i palagi de' nobili Baglioni. Rimasero per questo ben umiliati i Perugini; ma non si dee tacere che tredici anni dopo il papa Giulio III restituì loro i magistrati e gli onori, con ridurre quella città al reggimento, come era prima. Terminata questa festa, ad un'altra si diede principio, perchè i Colonnesi, capo de' quali era Ascanio Colonna, ricalcitrarono all'accresciuto prezzo del sale. Però papa Paolo, che anche senza di questo mirava di mal occhio quella nobile e potente casa, siccome quella che avea in altri tempi fatto fronte a' suoi predecessori, mosse lor guerra con un esercito di dieci mila persone. Ma perchè quest'altra scena più precisamente appartiene all'anno prossimo, allora ne parleremo.

Seriamente intanto avea trattato Luigi Badoero, ambasciator de' Veneziani a Costantinopoli, di far pace colla Porta ottomana, e gli convenne conchiuderla, non come egli volle, ma come pretese Solimano[437]. Fu obbligato il senato veneto a cedere al Turco Napoli di Romania, e Malvasia nella Morea, due terre di grande importanza, e di pagare trecento mila scudi d'oro nel termine di tre anni. Il trovarsi abbandonata quella repubblica da chi le dovea dar braccio contro le troppo superiori forze della potenza turchesca, la indusse ad accettar sì dura legge. Giunta a Venezia la nuova di questa svantaggiosa pace nel dì 27 d'aprile, grande strepito, fiere mormorazioni si suscitarono contra del Badoero, che a tanto prezzo l'avesse comperata. Era in pericolo la sua vita, non che la sua fama per questo; ma si venne col tempo a scoprire un tradimento, cosa rara in quella saggia e sì ben regolata repubblica. Dimorava in Venezia Antonio Rincone, ambasciatore di Francia; e siccome il re Francesco, non senza infamia del suo nome, teneva con Solimano non solo stretta amicizia, ma anche una specie di lega; così il ministro suo andava spiando tutto ciò che poteva essere di vantaggio al Turco. Venne poi a scoprir per mezzo di Costantino e Niccolò Cavazza, segretarii della repubblica, e di alcuni altri gentiluomini veneti, avere il consiglio accordato segretamente al Badoero di poter cedere, se così portasse il bisogno, le suddette due città o, per dir meglio, la Morea; e fecelo il Rincone suddetto sapere a Solimano. Però allorchè l'ambasciatore veneto affermò di non aver ordine dalla repubblica di far quella cessione, Solimano il trattò da bugiardo e sleale, e stette saldo in voler quelle due città. Leggesi presso il Du-Mont[438] lo strumento di questa pace, fatto nel dì 20 d'ottobre dell'anno presente. Furono poi da lì a molto tempo scoperti in Venezia i traditori, e coll'ultimo supplizio gastigati alcuni d'essi, e gli altri si sottrassero alla giustizia col fuggirsene in Francia. Venne anche licenziato il menzionato Rincone, come persona che si abusava della sua autorità in danno della repubblica. Trovavasi in questi tempi a Messina Andrea Doria principe di Melfi con cinquantacinque galee, andando in traccia de' corsari africani. Pervenutogli l'avviso che Dragut Rais, famoso corsaro, subordinato al Barbarossa, andava in corso contro i Cristiani, spedì Giannettino Doria valoroso nipote suo con ventuna galee e una fregata a cercarlo. Trovò egli avere il corsaro furiosamente dato il sacco a Capraia, menato più di secento anime in ischiavitù, ed essere passato ad infestare i lidi della Corsica. Il raggiunse Giannettino, il combattè, e fatto acquisto di molti de' suoi legni, prigione fra gli altri ebbe lo stesso Dragut, che fu messo alla catena col remo. Tornossene il vittorioso Doria a Messina, e presentò costui al principe suo zio, che, datone l'avviso all'imperadore, ricevette per risposta, che sua maestà il donava a lui. Rimise poi Andrea Doria questo mal arnese in libertà, con fargli pagare una grossa taglia, ma con guadagnare eziandio un biasimo non lieve presso de' cristiani; perciocchè Dragut divenne più implacabil persecutore de' medesimi e cagionò loro da lì innanzi dei gravissimi danni. Stando l'Augusto monarca in Brusselles nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente, investì il principe don Filippo figlio suo del ducato di Milano, come consta dal diploma rapportato dal Du-Mont. Nel dì 28 di giugno (altri scrivono nel giorno ottavo di aprile) mancò di vita Federigo II duca primo di Mantova, con lasciar dopo di sè Francesco III primogenito, che a lui succedette nei ducato; Guglielmo, che dopo Francesco regnò; Lodovico, che passato in Francia divenne poi duca di Nevers; e Federico, che fu poi cardinale. Erano tutti questi figli in età pupillare, e però il cardinale Ercole loro zio colla duchessa Margherita prese il governo di quegli Stati.

NOTE:

[436] Belcaire. Spondano. Adriani. Giovio. Segni.

[437] Andr. Maurocenus. Alessandro Sardi. Segni ed altri.

[438] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDXLI. Indizione XIV.

PAOLO III papa 8. CARLO V imperadore 23.

La guerra fra papa Paolo ed Ascanio Colonna diede in questi tempi pascolo ai cacciatori di nuove. Andò l'esercito pontificio, comandato da Pier-Luigi Farnese, a mettere campo a Rocca di papa, e cominciò a batterla colle artiglierie. Trovavasi allora Ascanio a Ginazzano, ed avendo inviato alquante schiere in soccorso di quella terra, ebbe la mala ventura; perchè, rotte le sue genti, in gran parte rimasero uccise o prigioniere. Perciò da lì a qualche tempo quella rocca capitolò la resa. Passarono l'armi pontificie sotto Palliano, e vi trovarono alla difesa Fabio Colonna con un grosso presidio di mille e cinquecento fanti, che, tosto usciti fuori, diedero il ben venuto ai papalini, uccidendo i bufali che tiravano le artiglierie, e poco mancò che queste non inchiodassero. Furono fatte molte azioni sotto quella terra e sotto Ceciliano, a cui nello stesso tempo fu posto l'assedio. Dopo gran tempo s'impadronì il Farnese di Palliano e della sua cittadella, di Ceciliano, Ruviano e d'ogni altro castello posseduto da Ascanio Colonna in quel della Chiesa. Furono, d'ordine del papa, smantellate dai fondamenti le loro fortezze; nel qual tempo tanto il vicerè di Napoli, quanto l'imperadore, della cui protezione godevano i Colonnesi, con tutto il desiderio di dar loro aiuto, nulla si attentarono di fare in lor favore, per non inimicarsi il papa. Intanto Carlo Augusto dalla Fiandra passò in Germania, per quetar, se potea, i torbidi funestissimi della religione, e per disporre un buon argine alla guerra che veniva minacciata dal sultano de' Turchi all'Ungheria. Per conto della religione, niun vantaggio se ne ricavò. Fece nuove premure il legato pontificio per la celebrazione d'un concilio generale, desiderato sommamente anche dall'imperadore; ma perchè insorsero discrepanze intorno al luogo, bramandolo il papa in Italia, e gli altri in Germania, intorno a questo importante punto nulla per allora si conchiuse. Quanto all'Ungheria, mandò bensì il re Ferdinando l'esercito suo all'assedio di Buda, occupata dalla regina vedova del re Giovanni, ma ne riportò una considerabil rotta dall'armata di Solimano, che in persona accorse colà, ed appresso s'impadronì della stessa città di Buda, capitale di quel regno.

Ora l'imperador Carlo, tuttochè paresse necessaria la presenza sua in quelle parti, esigendola i bisogni della Cristianità, cotanto malmenata dai Turchi; pure, siccome avido di gloria, avendo disegnato un'altra impresa, s'incamminò alla volta d'Italia. Cioè si era messo in animo di far guerra ad Algeri, gran nido di corsari, e sede del formidabil Barbarossa che tenea tanto inquiete le coste del Mediterraneo cristiano, e massimamente la Spagna. A questo fine avea egli approntata una poderosissima flotta in Ispagna e in Italia sotto il comando di Andrea Doria. Calò dunque Cesare nel mese di agosto a Trento, dove fu ad inchinarlo il marchese del Vasto colla nobiltà milanese, e comparve ancora a fargli riverenza Ercole II duca di Ferrara, ed Ottavio Farnese duca di Camerino. Passato a Milano, fu in quella città accolto con ogni possibil onore e magnificenza. Altrettanto fecero i Genovesi, allorchè pervenne alla loro città. Erasi già concertato un abboccamento da tenersi tra il papa ed esso Augusto in Lucca; però il pontefice si mosse da Roma nel dì 27 di settembre, senza far caso de' medici, che gli sconsigliavano questo viaggio pei pericolosi caldi della stagione, e per la sua troppo avanzata età. Ma prevalse in lui la premura di levar le difficoltà insorte pel concilio generale, e d'impedir una nuova guerra che già si presentiva aversi a destare dal re Francesco contra d'esso imperadore. Imperocchè, manipolando sempre il re franzese le maniere di sminuire la potenza austriaca, e mantenendo perciò non senza discredito suo una stretta corrispondenza ed amicizia con Solimano imperadore de' Turchi, avea nel precedente luglio messo in viaggio due suoi oratori alla Porta ottomana, cioè Antonio Rincone Spagnuolo, che, bandito dalla patria, era passato molto tempo prima al suo servigio, ed, inviato a Costantinopoli, era stato ben veduto dal sultano. Di costui e delle sue trame in Venezia parlammo di sopra. Il Rincone adunque con Cesare Fregoso, confidando nella tregua che tuttavia durava fra Carlo V e Francesco I, venuto in Italia, s'imbarcò sul fiume Po, meditando di passare a Venezia. Per quanto gli dicesse il Fregoso, che trovandosi egli dichiarato ribelle dell'imperadore, non era compreso nella tregua, e poter senza pena essere secondo le leggi ucciso da chicchessia; pure si ostinò in quel viaggio. Arrivati che furono il Rincone e il Fregoso alla sboccatura del Ticino, eccoti sopraggiugnere gente incognita in barca, che li colse amendue, e poi li trucidò. Fortunatamente un'altra barca, dove era il segretario del Rincone colle istruzioni, si salvò a Piacenza. A tale avviso montò nelle furie il re Francesco, e, imputando al marchese del Vasto la loro cattura e morte, pretese rotta la tregua, e contravvenuto al diritto delle genti.

Arrivò nel dì 8 di settembre papa Paolo a Lucca, e nel dì 10 vi fece la sua entrata anche l'Augusto Carlo, che tenne poi varie conferenze colla santità sua. Osserva il Segni che Carlo portava una cappa di panno nero, un saio simile senza alcun fornimento, e in capo un cappelluccio di feltro, e stivali in gamba, coprendo con quest'abito semplicissimo un'ambizion superiore a quella d'Ottavio Augusto monarca del mondo. Al corteggio di sua maestà si trovarono i duchi di Ferrara e di Firenze; e perciocchè il primo prese la mano sul secondo, col tempo insorsero liti di precedenza tra Alfonso II duca di Ferrara e lo stesso Cosimo, che servirono di passatempo ai politici, e di scandalo presso d'altri. Si trattò in Lucca del concilio, e sebben più d'uno lasciò scritto che ivi si determinò di tenerlo in Trento, pure il Rinaldi, annalista pontificio, con buoni documenti ci assicura che niuna determinazione fu presa allora intorno al luogo. Vi si parlò di lega contra il Turco, e di conservar la pace; ma colà giunto il signor di Monì ambasciator franzese, alla presenza del papa richiese i suoi due presi oratori (che non erano già in vita), e giustizia contro il marchese del Vasto. Tanto l'imperadore che il marchese stettero saldi in negar d'essere autori consapevoli del fatto: il perchè maggiormente adirato il re di Francia, fece ritenere in Lione Giorgio d'Austria arcivescovo di Valenza e vescovo di Liegi. Quindi, acciecato dallo spirito di vendetta, contrasse la lega coi re di Svezia e Danimarca, e con altri principi tutti eretici; e sempre più strinse l'amicizia con Solimano gran signore ai danni dell'imperadore. Ancor qui vien preteso che neppur trascurasse il buon pontefice in questa occasione di procurare i vantaggi della propria casa, con proporre a Cesare, che quando a lui non piacesse di soddisfare alle richieste del re Cristianissimo, con cedergli il ducato di Milano, si compiacesse di metterlo almeno in deposito nelle mani del duca Ottavio Farnese, nipote d'esso papa, e genero del medesimo Augusto; il quale, finchè fossero decise le controversie fra la maestà sua e il re di Francia, pagherebbe censo, e lo renderebbe poi a chi fosse di dovere. Se questo ripiego riusciva all'accorto pontefice, sperava ben egli che di quel deposito o tardi o non mai si sarebbe veduto il fine. Che l'imperadore non rigettasse affatto la proposizione, si rende non inverisimile da quanto diremo altrove.

Affaticossi poi il papa, unito ad Andrea Doria e ad altri generali cesarei, per dissuadere a Carlo V l'impresa d'Algeri, siccome troppo pericolosa per la stagione avanzata, in cui suole imperversare il mare; ma non si lasciò egli smuovere punto, forse credendo di avere sposata la fortuna, che certo fin qui gli si era mostrata molto propizia; ma ebbe bene a pentirsene da lì a non molto. Non più di tre giorni si fermò egli in Lucca, e passato al golfo della Spezia, di là spiegò le vele alla volta di Maiorica, per ivi far l'unione di tutto il suo potente stuolo, dov'era imbarcata numerosa fanteria italiana, spagnuola e tedesca, con un rinforzo di cavalleria. Non potè sarpar le ancore se non il dì 18 d'ottobre, tempo disfavorevole alle imprese di mare in paese nemico. Arrivato sotto Algeri, diede principio all'assedio col fracasso delle artiglierie. Ma ecco nel dì 25 d'ottobre sorgere un vento di tramontana si fiero, che conquassò ben cento e trenta legni dei cristiani. Ruppersi molti di essi, e chi non perì nel mare, fuggendo a terra, trovava la morte per li Mori posti alla guardia de' lidi. Restò l'esercito cesareo sotto Algeri senza vettovaglie, senza paglia pei cavalli, senza fuoco, perchè combattuto da una dirotta pioggia e dal furiosissimo vento. Forza dunque fu di levare il campo, e d'imbarcare, come si potè, la gente nelle galee e navi che non erano perite; e perchè luogo non restava a' bei cavalli di Spagna, parte de' quali avea servito di cibo alle affamate soldatesche, se ne fece un macello. Molti poi di questi legni, tuttavia perseguitati dalla tempesta, colle genti che vi erano sopra, rimasero preda dell'onde. Gli altri sbandati, chi alla Spezia, chi a Livorno e chi alle spiagge di Spagna approdarono. Ridottosi l'imperadore a Bugia, porto dell'Africa mal sicuro, colle galee di Spagna ed altre navi, fu, per la continuata fierezza del mare, costretto a fermarsi ivi per venticinque giorni, dove anche si fracassarono alcune sue galee; e finchè venuta un po' di bonaccia, s'imbarcò; ma rispinto di nuovo colà, finalmente nel dì 28 di novembre fece vela verso la Spagna, e a dì 3 di dicembre prese porto a Cartagena, portando seco una memoria indelebile di sì grave sciagura che fece tanto strepito per tutta l'Europa, e insieme la gloria di aver mostrato un costante ed eroico animo in tutta quella lagrimevole occasione: gastigo della sua testardaggine o troppa fiducia della sua fortuna.

Anno di CRISTO MDXLII. Indizione XV.

PAOLO III papa 9. CARLO V imperadore 24.

Pe' buoni uffizii di papa Paolo si era nell'anno addietro astenuto Francesco re di Francia dal muover guerra a Carlo imperadore, essendoglisi fatto conoscere il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso, se in tempo che Cesare facea l'impresa di Algeri in benefizio della cristianità di tutto il Mediterraneo, e per conseguente anche della Francia, egli avesse impugnate l'armi contra di lui. Ma dacchè vide sì infelicemente terminata quella spedizione, e che in tanto sconcerto delle forze di Cesare si poteano sperar maggiori progressi, raunato un potentissimo esercito, in quattro diversi siti sul principio della primavera portò la guerra addosso agli Stati di esso Augusto, pretendendo guasta la tregua fra loro per la morte del Rincone e del Fregoso. Inviò dunque Arrigo il delfino figlio suo primogenito con poderoso esercito all'assedio di Perpignano, capitale del Rossiglione, frontiera della Spagna. A Carlo duca d'Orleans suo secondogenito diede l'incumbenza d'assalire con altro vigoroso corpo d'armati il ducato di Lucemburgo. Il duca di Cleves col signor di Longavilla con altre milizie ebbe ordine di passare ostilmente contro il Brabante, e Antonio di Borbone duca di Vandomo contro la Piccardia. Disposto un sì grave apparato, nel dì 10 di luglio dichiarò pubblicamente la guerra allo imperadore, persuadendosi che, colto da tante parti, in alcuna almeno di esse avesse a soccombere. Non era approvata dai suoi generali più prudenti questa divisione di forze, sostenendo essi che più buona ventura si potea promettere da un gagliardissimo unito esercito, che da tanti ritagli; ma niuno osò di contraddire alla risoluzion già presa da un re che credea saperne più di loro. Altro a me intorno a quelle guerre non resta da dire, se non che bravamente si difese lo imperadore in tutti que' siti, e che incendii e guasti furon ben fatti, ma senza alcun rilevante guadagno dal canto dei Franzesi, e con avere esso re Francesco gittati più milioni per nulla ottenere.

Neppure dimenticò in questi tempi esso re Cristianissimo gli affari di Piemonte, dove i suoi capitani teneano ed aveano ben fortificate le città di Torino, di Pinerolo ed altri luoghi. Impadronissi il signor di Bellay di Cherasco, e di là passò sotto la città d'Alba; ma non vi si fermò gran tempo, per avervi trovato chi sapea difenderla. Arrivato intanto di Francia il signor di Annebò con sette mila fanti tra italiani e franzesi veterani, l'armata loro, forse ascendente a diciotto mila combattenti, imprese l'assedio di Cuneo, castello forte a piè de' colli di Tenda, dove si uniscono due fiumi discendenti dall'Alpi. Si era conservata questa terra sotto l'ubbidienza di Carlo duca di Savoia, senza voler ammettere guarnigione imperiale, siccome aveano fatto Asti, Vercelli, Ivrea, Fossano, Chieri, Cherasco ed altre terre, dove Alfonso marchese del Vasto governatore di Milano teneva presidio cesareo. Il popolo di Cuneo fu in tal congiuntura forzato a chiedere soccorso al marchese, che vi mandò sessanta cavalli con due compagnie di fanti. Questo picciolo aiuto, unito al valore de' terrazzani, che fecero una gagliarda difesa, obbligò dopo qualche tempo gli assedianti franzesi a ritirarsi di là: avvenimento non diverso da altri del secolo prossimo passato, e che abbiam veduto rinnovato nel 1744, in cui l'armi franzesi e spagnuole, dopo lungo assedio di quella forte terra o città, han dovuto battere la ritirata con gloria di Carlo Emmanuele re di Sardegna e duca di Savoia. Per mancanza poi di paghe si sbandò la gente condotta dall'Annebò. Di costoro, che voleano passare sul Piacentino, il marchese del Vasto ne uccise circa settecento a Monteruzzo, e gli altri si dispersero per le langhe, onde ancora furono cacciati. Riuscì al soprallodato marchese di prendere in quest'anno Villanuova d'Asti, Carmagnola, Carignano e qualche altro picciolo luogo; colle quali imprese terminò la campagna in Piemonte, stando il duca di Savoia a compiagnere la funesta scena che faceano le due nemiche armate sulle terre del suo dominio.

Lasciossi tanto accecare in questi tempi dalla malnata passione sua il re di Francia Francesco I, che giunse a commettere un'azione che sarà di perpetua infamia, non dirò già alla nazion franzese, che niun assenso prestò alle sconsigliate risoluzioni del re, anzi le detestò, come apparisce dalle storie; ma bensì allo stesso re Francesco, che, dimentico d'essere cristiano, nonchè Cristianissimo, per soddisfare al fiero appetito della vendetta insieme e dell'ambizione, spedì a Costantinopoli Antonio Polino e il signor di Ramon a trattar lega col gran signore Solimano a' danni dell'imperador Carlo V e del re d'Ungheria Ferdinando suo fratello. Restò conchiuso fra loro che il Barbarossa con potente armata navale verrebbe nel Mediterraneo ad unirsi co' Franzesi, e che Solimano in persona con ducento mila combattenti continuerebbe l'acquisto del regno di Ungheria. Ma perchè era di molto avanzata la stagione, si differì all'anno seguente l'effettuazione di sì obbrobrioso trattato. Non erano ascose a papa Paolo III queste mene del re franzese, e ne provava gran pena pel nero turbine che soprastava a tanti innocenti cristiani, esposti alla desolazion del paese o alla schiavitù, e ad abiurar la religione, e per l'evidente pericolo che crescesse la potenza turchesca, a cui anche potea venir fatto di occupar qualche sito importante nelle viscere della cristianità d'Occidente. Scrisse più lettere, spedì legati, inculcando sempre più ragioni e preghiere per condurre i due emuli monarchi alla pace: tutto nondimeno indarno, rovesciando cadaun d'essi sopra l'altro la colpa di tanti sconcerti, ed amendue ostinati ed accaniti l'un contro l'altro. L'anno fu questo, in cui pel buon maneggio di Giovanni Morone vescovo di Modena, insigne per la sua dottrina, prudenza ed eloquenza, e nunzio pontificio in Germania, rimasero spianate le difficoltà sin qui insorte intorno al luogo, dove s'avea a tenere il concilio generale; e si fissò la risoluzione di aprirlo nella città di Trento. Sopra di che formò lo zelante pontefice Paolo nel dì 22 di maggio una bolla, rapportata dal Rinaldi, in cui informò tutti i regni cattolici che nel dì primo del prossimo novembre se ne farebbe l'apertura nella città suddetta. Di buon'ora si scatenarono i protestanti contra di questo santo decreto, quasichè dovesse da loro prender legge la Chiesa cattolica. Ma neppur in questo anno si potè dar principio a quella sacra assemblea per cagion delle guerre che più che mai continuarono.

Provossi in questi tempi, specialmente nella Lombardia, il flagello delle locuste passate dal Levante in Italia[439]. Erano alate, e più grandi delle solite a vedersi, perchè lunghe un dito; volando adombravano il sole per lo spazio di uno o due miglia; e dovunque passavano, faceano un netto di tutte le erbe ed ortaglie. Nota il Surio[440] che in questo medesimo anno la Slesia e la Misnia in Germania nel tempo di state patirono lo stesso infortunio. Venuto poi il verno, perirono esse locuste, ma infettando l'aria col loro fetore; e guai a chi non ebbe la cura di seppellirle. Tremuoti ancora spaventosi riempierono di terrore nel giugno di quest'anno la Sicilia e la Toscana, e caddero molti edifizii, e perirono centinaia di persone, massimamente nella terra di Scarperia e in tutto il Mugello, con risentirsene Firenze, Pisa, Volterra, Lucca ed altri luoghi. Questi erano flagelli presenti; eppur la buona gente li prendea solamente per presagii e preludii di maggiori disgrazie. Merita ben Gasparo Contarino cardinale che qui si faccia menzione dell'immatura sua morte, accaduta in Bologna nel dì primo di settembre dell'anno presente, e non già del seguente, come alcuno ha scritto; perchè in lui mancò un gran lume del sacro collegio. Ma in questo medesimo anno papa Paolo avea fatta una promozione di cardinali nel dì 2 di giugno, in cui fra gli altri egregi personaggi ottennero la porpora il suddetto Giovanni Morone arcivescovo di Modena, Gregorio Cortese e Tommaso Badia, amendue Modenesi, illustri per la loro dottrina e per altre doti.

NOTE:

[439] Isnardi, Diario Ferrarese MS. Alessandro Sardi.

[440] Surius, Commentar. Campana, Vita di Fil. II.

Anno di CRISTO MDXLIII. Indizione I.

PAOLO III papa 10. CARLO V imperadore 25.

Giacchè l'Augusto Carlo mirava da lungi il nuovo gagliardo armamento del re di Francia contro i suoi Stati di Fiandra e d'Italia, e del pari non ignorava aver egli incitato il gran signore Solimano contro dell'Ungheria, e come formidabil fosse la flotta preparata dal Barbarossa contro i cristiani del Mediterraneo: determinò di passar dalla Spagna in Italia, e poscia in Germania, per accudire dove il bisogno maggiore lo richiedesse. Aveva egli fatto riconoscere con solenne funzione dagli Stati di Spagna don Filippo suo figlio per suo successore in que' regni; e parimente gli avea procacciata in moglie donna Maria figlia di don Giovanni re di Portogallo, tuttochè esso suo figlio non avesse che tredici anni. Celebrate poi che furono le nozze nel marzo del presente anno, l'imperadore, imbarcato sulle galee d'Andrea Doria, arrivò felicemente a Genova. In questo mentre, per maggiormente precauzionarsi contro del re Cristianissimo, avea egli contratta lega con Arrigo VIII re d'Inghilterra; ma lega che sommamente dispiacque al pontefice Paolo, al vedere che quel re, divenuto ribelle alla religion cattolica, veniva ad unirsi con un imperadore, per portar le armi contro la Francia cattolica. Ma noi ora viventi non più facciam caso di siffatte leghe fra cattolici e protestanti, perchè avvezzi a toccar con mano che l'interesse di Stato è pur troppo il primo mobile in cuor de' regnanti, e non già la religione. Ora il pontefice, dacchè seppe il disegno di Carlo Augusto di tornare in Italia, fece proporre un abboccamento con lui, sperando pure, giacchè nulla servivano i mezzi finora adoperati, di poter colla presenza ed eloquenza sua muovere qualche trattato di pace, per cui verisimilmente avea delle buone intenzioni dalla parte de' Franzesi. A questo congresso non inclinava Cesare, perchè, prevedendo che senza cedere alcuna porzion di Stati o diritti non si poteva venir all'accordo, egli non si sentiva voglia di comperar la quiete con suo svantaggio, e però si andava divincolando per fuggir quell'incontro. A Genova, dove egli era pervenuto, si portarono il marchese del Vasto e don Ferrante Gonzaga per inchinarlo, ed altrettanto fece anche Pier-Luigi Farnese, la cui nuora Margherita si fermò a Parma ad oggetto di vedere nel passaggio l'Augusto genitore, con cui di Spagna era venuto eziandio il duca Ottavio suo marito. Essendosi ancora portato colà Cosimo duca di Firenze, tanto si maneggiò, che l'imperadore, intento a raccoglier moneta, si lasciò indurre a rimettergli le cittadelle di Firenze e di Livorno, con che egli pagasse ducento mila scudi d'oro, come attesta il Segni con altri storici. L'Adriani scrive cento cinquanta mila.

Si mosse intanto da Roma l'ansioso papa Paolo coll'accompagnamento sfarzoso di una gran corte, e di mille e quattrocento cavalli a' dì 26 di febbraio, e passando per nevi e ghiacci, arrivò a Bologna, dove sperava che Cesare verrebbe a trovarlo. Ma dacchè ebbe inteso non poter esso Augusto portarsi colà, stante il bisogno di passar frettolosamente in Germania, tanto si adoperò, che fu destinata la terra di Busseto, posta fra Piacenza e Cremona, e posseduta da Girolamo Pallavicino, per luogo del loro congresso. I fatti mostrarono non aver l'imperadore la fretta, con cui egli si schermiva dall'abboccarsi col papa. Ora l'impaziente pontefice si portò sino a Parma e Piacenza, non volendo che gli scappasse di mano l'astuto monarca. E perchè poi si avvide che si differiva il di lui arrivo a Genova, o la partenza di là, determinò di tornarsene a Bologna. Prima nondimeno di portarsi colà, perchè era stato invitato dal duca di Ferrara Ercole II a visitar la sua capitale, imbarcatosi nel dì 21 d'aprile a Brescello, arrivò lo stesso giorno in vicinanza di Ferrara, dove nel dì seguente fece la sua solenne entrata. La magnificenza, con cui fu egli accolto dal duca e dalla nobiltà e popolo ferrarese, gli spettacoli e divertimenti a lui dati, e l'immenso concorso di foresteria a quella città, vengono descritti nel Diario manuscritto di Antonio Isnardi, e in altre storie ferraresi. Ne ho parlato anch'io nella seconda parte delle Antichità Estensi. Quivi si fermò per tre giorni il papa, dopo di che si restituì a Bologna. Venne finalmente la sospirata nuova che l'imperadore era per muoversi da Genova; laonde il pontefice corse a Parma, e nel dì 21 giugno passò a Busseto. A quella terra nel giorno seguente arrivò parimente l'Augusto Carlo, e furono amendue ad uno stretto colloquio di più ore. Per quanto si affaticasse il santo padre per indurre l'imperadore a dar mano alla pace, con cedere lo Stato di Milano ad un figlio del re di Francia, il trovò sempre più saldo di una torre. Però venne egli a proporre per mezzo termine che sua maestà desse a Pier-Luigi Farnese, oppure ad Ottavio suo nipote, quel ducato, cioè a persone divotissime di Cesare e del sacro romano imperio: proposizione non nuova agli orecchi di quel monarca, il quale seppe ben difendersi da questo assalto, ancor che molto perorassero le lagrime della duchessa Margherita figlia di esso Augusto, ed inoltre gli fosse esibito grossissimo censo in avvenire, e di presente una strabocchevol somma di danaro, che papa Paolo s'era studiato di ammassare in varie guise per questo fine.

Voce comune fu che questo desiderato ingrandimento della casa Farnese fosse, non dirò l'unico, ma uno de' principali incentivi, per cui il papa, nulla curando i disagi de' viaggi e della stagione, la poca sua sanità, e l'età ormai inclinante alla decrepitezza, anzi dimenticando il decoro della sublime sua dignità, corresse dietro all'Augusto Carlo, che poi si sbrigò presto di lui[441]. Lo stesso cardinal Sadoleto, che pure stava allora in Francia, confessò che, prima anche dell'abboccamento di Busseto, era corsa la fama che per privati interessi il papa avesse impreso questo viaggio. Cesare Campana[442], e molto più il cardinal Pallavicino[443], per gratitudine alla memoria di un papa, da cui la insigne compagnia di Gesù riconosce la prima sua approvazione, amendue lontani di tempo, prendono qui a volere smentir quella voce. Ma difficile è che mai la schiantino dal cuore degli accorti lettori. Perciocchè l'addurre che il Giovio e due o tre altri storici han preso abbaglio in altri punti di storia, niuna forza ha, perchè troppo pruova; e potrebbonsi con arme sì comode mettere in dubbio infinite altre vere asserzioni degli storici. Ognun sa se gagliardo fosse, per non dir di più, anche in Paolo III il prurito di portar la sua casa ad onori sublimi di principato; poco ancora staremo a vederne una indubitata pruova. Qui poi abbiam la corrente degli storici che asseriscono quel fatto, anche prima del congresso di Busseto; e la maggior parte contemporanei, e non solo d'Italia, ma di Francia e di Spagna. Per tacere degli altri, Alessandro Sardi[444], che in questi tempi fioriva, e lasciò una Storia manoscritta, di cui mi servo, va in ciò d'accordo cogli altri. Onofrio Panvinio[445], che pescava in buoni gabinetti, afferma, avere il papa fatto all'aperta intendere questa sua proposizione all'imperadore. E Bonaventura Angeli[446], che non ignorava gl'interessi di casa Farnese, e dedicò la sua Storia al duca Ranuccio, non dovea certo tener per sogno le condizioni proposte da papa Paolo per ottenere il ducato di Milano al figlio, le quali son riferite dall'Adriani. Più ragionevol cosa dunque è il sostenere che principalmente si movesse il pontefice al suddetto viaggio ed abboccamento per maneggiar la pace in bene della cristianità; e che v'ingroppasse poi il progetto dell'acquisto di Milano pel figlio o nipote, giacchè si trovò Cesare troppo alieno dal sacrificare quel bel paese alle voglie del re di Francia. Hanno i lettori a perdonarmi se qui mi son fermato alquanto per amore della verità, credendo io infine che nulla pregiudichi all'onor di questo pontefice l'aver procurato l'ingrandimento de' suoi piuttosto cogli Stati altrui che con quelli della Chiesa.

S'inviò poscia l'Augusto Carlo verso la Germania, e il papa malcontento se ne tornò a Roma. In questo mentre si cominciò a provar da' cristiani qual flagello avesse tirato sopra di loro la disordinata passione del re chiamato Cristianissimo. Avea il Barbarossa, per ordine di Solimano, allestita una formidabile flotta di galee, fuste e legni da carico, con quattordici mila Turchi da sbarco, e con essa verso il fine di aprile fece vela, giugnendo poi al Faro di Messina sul fine di giugno. V'era sopra anche Antonio Polino, ministro del re di Francia, come direttore di sì detestabil impresa. Per lo spavento si fuggirono gli abitatori di Reggio di Calabria. Dato prima il sacco alla misera città, ne fece poi la rabbia turchesca un falò, oltre al tagliare gli alberi fruttiferi, le vigne e le palme di quel paese. Di là condussero que' Barbari gran copia di anime cristiane in servitù. Inferiti altri danni alle riviere della Lucania e Puglia, arrivò la flotta infedele alla sboccatura del Tevere: il che mise in somma costernazione la stessa città di Roma, talmente che, sebbene il Polino assicurasse il cardinal di Carpi reggente, che niun pericolo v'era, pure non si potè impedire la fuga di moltissimi in luoghi più sicuri. Di là navigò, senza far altri danni, il Barbarossa fino a Marsilia, dove si vede trionfalmente accolto questo gran nemico del nome cristiano nel mese di luglio. Perchè era andato a male un trattato dei ministri franzesi di sorprendere il castello di Nizza in Provenza, irritato il re Francesco, ordinò che le sue galee, sotto il comando di Francesco di Borbone conte d'Anghien di sangue reale, unite all'armata turchesca, andassero all'assedio della città di Nizza. Si sostennero con vigore que' terrazzani dal dì 10 d'agosto sino al dì 22 contro il continuo fuoco delle artiglierie, e contro gli assalti de' Turchi; ma infine, conoscendosi incapaci di resistere più lungamente a tante forze nemiche, capitolarono con oneste condizioni la resa. Si applicò dipoi il Barbarossa a combattere il castello, alla cui difesa stavano Andrea di Monforte e Paolo Simeone cavalier di Malta, risoluti di resistere sino all'ultimo fiato. Intanto Carlo duca di Savoia, stando in Vercelli, non potea darsi pace per le sventure della sua città di Nizza; e però tanto pregò e scongiurò il marchese del Vasto, che l'indusse a muovere le sue milizie verso Genova, per portare soccorso all'assediata cittadella. Imbarcatisi dunque amendue colla gente sulle galee di Andrea Doria, andarono a posarsi a Villafranca: il che bastò perchè il Barbarossa e i Franzesi, dopo aver dato il sacco alla città, sciogliessero l'assedio, con ridursi il generale turchesco per mare a Tolone, dove colle sue truppe svernò, ma non senza gravissimo danno de' Provenzali. Ed ecco a che si ridussero tutte le prodezze di quel Barbaro e de' suoi collegati franzesi in quelle parti.

Dacchè ebbe il duca di Savoia rinfrescata di gente la fortezza, e ben vettovagliata la città di Nizza, dove richiamò gli abitanti fuggiti, tornò col marchese del Vasto in Piemonte, ed imprese l'assedio della città di Mondovì, con alzarvi tre batterie. Gran tempo vi stettero sotto, e più vi sarebbero stati, se non fossero cadute loro in mano le lettere che colà inviava il signor di Butieres general dei Franzesi in Piemonte. Ne furono finte delle altre, colle quali si ordinava al comandante di Mondovì di capitolare, perchè non gli si potea dar soccorso: il che fece rendere le città. Susseguentemente s'impadronirono essi di Caramagna, di Raconigi, Carmagnola e Carignano; nel qual ultimo luogo il marchese lasciò un buon presidio, e poi si ritirò a' quartieri d'inverno a Milano. Quanto all'imperador Carlo, fece egli guerra nella bassa Germania, e ridusse a' suoi voleri il nemico Guglielmo duca di Cleves. Nell'esercito suo militarono alcune migliaia di fanti e cavalli italiani, e molti insigni uffiziali di questa nazione, e fra essi Camillo Colonna, Antonio Doria, don Francesco d'Este. Il marchese di Marignano era generale dell'artiglieria; mastro di campo generale Stefano Colonna, e luogotenente generale don Ferrante Gonzaga. Ma in Ungheria peggiorarono di molto gli affari dei cristiani nell'anno presente. Avea il pontefice Paolo inviato in aiuto di Ferdinando re de' Romani e d'Ungheria, Giambatista Savello e Giulio Orsino con quattro mila fanti italiani. Venuto lo stesso Solimano gran signore con un esercito, dicono, di ducento mila persone, non trovò forze tali che potessero far fronte alla sua potenza; però gli riuscì di sottomettere all'imperio suo la metropolitana città di Strigonia, Cinque Chiese, Alba Regale con altri luoghi, essendo arrivato troppo tardi l'esercito del re Ferdinando per opporsi a tali conquiste. In Italia, mentre erano spedite in Levante dal Barbarossa quattro navi, dove dicono imbarcati cinque mila cristiani dell'uno e dell'altro sesso, con ducento sacre vergini destinate ai serragli turcheschi, s'incontrarono esse nella squadra delle galee di Napoli, comandata da don Garzia figlio del vicerè, e furono felicemente prese e condotte a Messina.

NOTE:

[441] Raynaldus, Annal. Eccles.

[442] Campana, Vita di Filippo II.

[443] Pallavicino, Storia del Concilio.

[444] Sardi, Istor. MSta.

[445] Panvinio, Vite de' Papi.

[446] Angeli, Storia di Parma.

Anno di CRISTO MDXLIV. Indizione II.

PAOLO III papa 11. CARLO V imperadore 26.

Venuta la primavera di quest'anno, si esibirono di nuovo i barbari Turchi di passare ne' mari di Spagna, per dare il guasto a tutti que' lidi. Ma il re Francesco oramai ravveduto, se non anche pentito, della scandalosa sua lega con quegl'infedeli, che nulla aveva a lui fruttato se non immense spese e l'odio dei popoli cristiani, e l'aver cagionata in Germania una forte lega di que' principi, tanto cattolici che protestanti, licenziò finalmente il Barbarossa, regalato con molti doni, acciocchè tornasse in Levante. Lasciò costui nel suo viaggio infauste memorie della sua crudeltà. Fermatosi all'Elba, vi recò gran danni. Arrivato a Piombino, perchè l'Appiano signor d'essa terra non volle restituirgli un giovinetto fatto cristiano, e figlio d'uno de' suoi capitani, mise la gente in terra, e col ferro e col fuoco e colla schiavitù di molte persone obbligò quel signore a rendere quel garzone. Giunto dipoi sul Sanese, prese Telamone e Porto Ercole e l'isola del Giglio, facendo prigioni più di sei mila cristiani. Indi passato all'isola d'Ischia, la rovinò tutta, colla presa anch'ivi d'assaissimi abitatori. Andò sotto Pozzuolo, ma nulla vi guadagnò. Depredando poi le riviere della Calabria, pervenne a Lipari e a Procida, alle quali diede il sacco, e ne condusse via circa otto mila persone. La maggior parte di tanti poveri cristiani fatti schiavi perì per li soverchi patimenti, prima di giugnere in Levante, non sapendosi nè anche intendere come potesse la sua per altro gran flotta condurre tanti schiavi e alimentarli. Perciò in tutta Italia altro non si udiva che maledizioni contro il re di Francia, il cui furore avea tirato sopra la cristianità questo flagello. E la sua parte ancora, secondo la varietà de' genii, ne toccò all'imperador Carlo, attribuendo a lui la cagion delle presenti guerre, e l'ostinazione in non voler la pace. Era esso Augusto collegato col re inglese ai danni della Francia, ed amendue (tante erano le lor forze) si lusingavano di poter far una visita alla stessa città di Parigi; anzi fu detto che si avessero partito fra loro il regno di Francia, senza ricordarsi che il far facilmente i conti sulla pelle dell'orso non è da gente savia. Ma verisimilmente queste furono ciarle ed invenzioni di begl'ingegni. Uscirono questi due monarchi per tempo in campagna, prima che il re Francesco avesse unito l'esercito suo. Inviato don Ferrante Gonzaga sotto Lucemburgo, occupato nell'anno addietro dai Franzesi, non durò gran fatica a ricuperarlo per viltà di quel comandante. Vennero dipoi costretti all'ubbidienza di Cesare i luoghi di Commercì, Lignì e San Desir. Lasciatosi poi alle spalle Scialon, penetrò l'esercito cesareo sino a Pernè, sedici leghe lungi da Parigi, consumando cogli incendii ogni luogo alla destra della Marna, per non essere da meno dei Franzesi, che aveano fatto altrettanto guasto nell'anno precedente nel nemico paese. Certamente se Arrigo re d'Inghilterra, che con potente esercito era passato in Piccardia, secondo i disegni fatti, fosse venuto innanzi, gran pericolo correva la città di Parigi. In essa lieve almeno non fu lo spavento. Ma Arrigo, per avere già dato principio all'assedio di Bologna, città fortissima, non si volle muovere di là; sicchè sconcertò tutte le misure dell'imperadore. E intanto il re Francesco, assoldata una gran copia di Svizzeri, con una forte armata venne a postarsi alla parte sinistra del suddetto fiume, e fermò il corso de' nemici.

Prima ancora di questo tempo s'era rinforzata la guerra in Piemonte. Imperciocchè il re Francesco, per fare una diversione all'armi di Cesare, inviò in Italia Francesco di Borbone della casa reale, signore d'Anghien, suo luogotenente, con sei mila fanti guasconi od altrettanti svizzeri. Era allora assediata dal signor di Butieres la città d'Ivrea, e ridotta all'agonia, quando gli venne ordine dall'Anghien di non procedere al decisivo assalto, e di aspettarlo. S'indispettì il Butieres al vedere che questo giovane signore, non contento di torgli il comando, gli voleva ancor rapir la gloria di quell'acquisto, e lasciò che gli assediati riparassero le breccie fatte, e si fortificassero in maniera, che delusero tutti gli sforzi fatti poscia dall'Anghien per forzarli alla resa. Era tuttavia di gennaio, quando il general franzese, lasciata in pace Ivrea, venne a cignere d'assedio Carignano. Per maggior sicurezza di questa impresa ricuperò Carmagnola ed altri luoghi. Spedì anche di qua dalla Dora un corpo di gente, che s'impadronì di Crescentino, di Astigliano e di Deciana, ma non potè mettere il piede in Trino. Durò l'assedio di Carignano sino al principio d'aprile; nel qual tempo il marchese del Vasto, rinforzato da sei mila Tedeschi ultimamente venuti di Germania, uscì in campagna con intenzion di soccorrer quella piazza che si credeva troppo necessitosa di vettovaglie. A questo avviso l'Anghien, lasciato sufficiente presidio sotto Carignano, venne all'incontro d'esso marchese. Trovaronsi le due nemiche armate nel dì di Pasqua in vicinanza nei luogo della Ceresuola. Ora nel dì 14 d'aprile il marchese accompagnato da Carlo Gonzaga, da Spinetta marchese Malaspina, da Camillo Montecuccolo e da altri signori, andò di buon'ora a riconoscere il campo franzese, e trovatolo in moto, corse ad ordinar le sue schiere. Sul principio si mostrò favorevole la fortuna agl'imperiali, ma nel proseguimento uditosi uno gridare: Volta, volta, senza che se ne sapesse la cagione, la cavalleria cesarea prese la fuga verso Asti, verificando l'antico proverbio: che la cavalleria o presto vince o presto fugge. L'abbandonata fanteria tedesca rimase totalmente disfatta; il principe di Salerno ritirò in ordinanza gl'italiani ad Asti, e il marchese del Vasto ferito si mise in salvo. Settecento Spagnuoli restarono prigioni, e in poter de' Franzesi vennero le artiglierie e le bagaglie del campo nemico. Giunsero alcuni a credere che gl'imperiali vi perdessero dieci mila persone. Gonfiarono anche più le pive altri storici, con dire uccisi più di dodici mila di essi; ed alcuni altri ne accrebbero il numero sino a quattordici o quindici mila, oltre agli Spagnuoli, e a due mila e cinquecento Tedeschi presi prigioni. In affari di guerra niun si fa scrupolo d'ingrandire o sminuire le cose a dismisura. Per altro anche ad essi Franzesi costò caro questa vittoria. Sino al dì 22 di giugno tenne saldo Carignano, nel qual giorno quella guarnigione capitolò la resa con obbligo di non servire per cinque anni contro il re e i suoi collegati. Molti altri luoghi si diedero ai Franzesi. In questo mentre Pietro Strozzi con ordine e danaro del re Cristianissimo assoldò alla Mirandola sette mila fanti con una compagnia di cavalli, e si mosse verso Milano, passando anche il Lambro, per isperanze dategli che que' popoli troppo aggravati si ribellerebbono. Ma disingannatosi, e trovato il marchese del Vasto alla custodia de' passi, fece la ritirata a Piacenza, dove Pier-Luigi Farnese duca di Castro, che ivi pel papa stava di guardia, gli somministrò vettovaglie e comodo per ristorar la sua gente. Fu rapportata all'imperadore quest'azione del Farnese, e se la legò al dito, con prendere ancor per questo in diffidenza anche papa Paolo. Rinforzato poscia lo Strozzi da altre soldatesche condotte da Roma da Niccola Orsino conte di Pitigliano, tentò di passare in Piemonte pel Genovesato; ma verso Serravalle restò sconfitto dal principe di Salerno, il quale, perchè rilasciò i fuorusciti napoletani che erano restati prigioni, cagionò non pochi sospetti alla corte cesarea contro la di lui fede. Rifece dopo qualche tempo lo Strozzi l'esercito suo, e con quattro mila fanti (essendosi sbandato il resto) calò nel Monferrato, e vi prese Alba. Niun'altra importante azione seguì in quelle parti nel presente anno.

Lasciammo già le due armate cesarea e franzese solamente divise dal fiume Marna. Trovavansi in un pericoloso impegno que' due monarchi; il _re Francesco I _per timore di perder Bologna, e per aver nelle viscere del suo regno un sì poderoso nemico esercito, a cui il voler dare battaglia era un mettere a repentaglio il tutto; e l'imperador Carlo V per non poter passare innanzi, e per la vergogna di aversi a ritirare indietro, e tanto più perchè veniva men la vettovaglia per la sussistenza dell'esercito. Questa situazion di cose accrebbe le batterie di chi amava il pubblico bene per condurre alla pace principi da tanto tempo sì discordi e pertinaci. Aveva a questo fine papa Paolo III inviati due legati, cioè il cardinale Giovanni Morone vescovo di Modena all'imperadore, e il cardinal Marino Grimani Veneto al re Cristianissimo. Ma non sembra che questi avessero gran mano in quel trattato. Ve lo ebbero bensì i confessori d'amendue i monarchi, ed altri cardinali e signori dell'uno e dell'altro partito; tanto che nel dì 18 di settembre a Crespì furono sottoscritti dagli scambievoli plenipotenziarii gli articoli della pace[447]. Il principale di questi fu che l'Augusto Carlo prometteva di dare in moglie a Carlo duca d'Orleans, secondogenito del re, donna Maria principessa di Spagna, sua figlia, e in dote la Fiandra co' Paesi Bassi, oppure Anna secondogenita di Ferdinando re de' Romani, e in dote il ducato di Milano: il qual matrimonio si dovea dichiarar dopo quattro mesi. Fu anche stabilito che si avessero a restituire tutti i suoi Stati al duca di Savoia, ma in una maniera sì imbrogliata, che questo principe in sua vita non ne potè mai rientrar in pieno possesso, avendolo accompagnato le sue calamità sino alla morte: sventura più volte accaduta ai minori entrati in lega colle potenze maggiori. Se l'imperadore avesse in tanti anni addietro voluto acconsentire alle stesse condizioni di pace che gli furono più volte proposte, oh quanti mali e quanto sangue si sarebbero risparmiati ai regni cristiani! Ma il papa e le persone più accorte non si seppero indurre a credere che l'imperadore impastato di sì fina politica, usando quelle intricate promesse, pensasse ad eseguirle dipoi, ed immaginarono ch'egli troverebbe col tempo uncini e ripieghi tali da non mantenere la parola. Mentre si facea questo maneggio, Arrigo VIII re d'Inghilterra costrinse alla resa la città di Bologna in Piccardia; e siccome compreso nella pace, fece ben vista di accettarla, ma con pretendere di non essere tenuto a restituir quella città, perchè presa il dì innanzi alla segnatura di essa: al qual caso non s'era provveduto. Per questo andò continuando la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Incredibil fu l'allegrezza che si diffuse per la cristianità alla nuova della concordia suddetta; figurandosi i popoli cattolici che oramai si avesse dopo tanti guai a godere la quiete. Sopra gli altri ne mostrò gran giubilo papa Paolo, e però, sperando passati quegl'impedimenti che fin qui si erano interposti alla tenuta del concilio di Trento, nell'ultimo dì di novembre pubblicò il decreto del principio che dovea darsi a quella sacra assemblea pel dì 25 di marzo dell'anno seguente. Il solo Carlo duca di Savoia, siccome dicemmo, quegli fu che non potè rallegrarsi, anzi ebbe a piangere per la pace di Crespì, perciocchè altro a lui non fu di presente restituito che alcuni luoghi di poca importanza, come Cherasco, Crescentino, Verrua, San Germano ed altre simili terre, mentre il meglio dei suoi Stati rimaneva in potere de' Franzesi ed imperiali.

NOTE:

[447] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDXLV. Indiz. III.

PAOLO III papa 12. CARLO V imperadore 27.

Fu poi fatta nel gennaio, oppure nel febbraio di quest'anno, la dichiarazione dell'Augusto Carlo; cioè ch'egli darebbe l'infanta sua figlia donna Maria in moglie a Carlo duca d'Orleans, e in dote il ducato di Milano. Era già stato questo principe a baciar le mani all'imperadore, con replicar anche altre volte questo alto di ossequio; e siccome egli era graziosissimo e ornato di belle doti, così voce comune fu ch'esso Carlo avesse per lui concepito un grande effetto. Prima nondimeno di effettuar questo maritaggio, mosse lo scaltro Augusto delle pretensioni alla corte di Francia, chiedendo che il re Francesco assegnasse ad esso suo figliuolo qualche Stato, acciocchè non si vedesse quell'enorme deformità che la figlia d'un imperadore, re anche di Spagna, sposasse un principe che non avesse se non la spada per suo retaggio. Dai politici fu creduta questa dimanda un'invenzion sottile per guadagnar tempo, ed anche per eccitar gara fra i due figli del re, cioè fra Arrigo delfino e il suddetto duca d'Orleans, i quali anche per la diversità del genio, e per altre ragioni si scorgevano già molto discordi fra loro. Intorno a ciò si andarono facendo varie consulte, proposte e risposte, finchè si arrivò al mese di settembre: quando eccoti quella che imbroglia e sbroglia tante cose del mondo, giunse a rapire lo stesso duca d'Orleans. Trovavasi allora col figlio e colla corte il re Francesco nella Badia di Foresta presso Rue, dove fra quegli abitanti correva una febbre pestilenziale e contagiosa. Per poca sua cautela la contrasse anche quell'amabile principe, onde nel dì 8 di settembre fece fine al corto suo vivere in età di ventitrè anni. Non mancò gente che sospettò, secondo il mal uso d'allora, di veleno fattogli dare dall'imperadore, o dal tuttavia nemico re di Inghilterra. Ma gli stessi storici franzesi concordemente distruggono tal voce, riconoscendo ch'egli mancò di morte naturale. Per questa perdita, se fu inconsolabil il dolore del suo padre, non gli cedette nella verità, o almeno nelle apparenze, l'afflizione che ne mostrò lo stesso imperadore, quasichè a lui fosse mancato un figlio, nell'essergli tolto un principe destinato in isposo alla figlia. Ma intanto un colpo tale riuscì di non piccolo vantaggio, e, siccome più d'uno credette, anche d'interna consolazione ad esso Augusto, perchè veniva con ciò ad aprirsi il campo per non attendere la promessa fatta in Crespì di rilasciare lo Stato di Milano o la Fiandra alla Francia. Non terrò io dietro alle imprese de' Franzesi, spettanti bensì all'anno presente, ma non all'istituto mio, e mi basterà di accennare, avere il re Francesco messa insieme una forte armata di terra, e un'altra ancora di mare, per desiderio di torre dalle mani del re inglese l'occupata importante città di Bologna. Si azzuffarono le flotte, e fu costretta la franzese a ritirarsi. Perchè non isperavano i Franzesi di poter per allora vincere con assedio Bologna, si ridussero a fabbricar un forte in quelle vicinanze, capace di grosso presidio, per tenere in freno quello della città. Ma il re scoraggito ed afflitto tra per la perdita del figlio duca d'Orleans, per cui restavano arenate tutte le disposizioni precedenti di acquistare Stati per la regal sua famiglia, e per trovarsi battuto dagl'Inglesi, coll'erario vuoto, co' sudditi stanchi e smunti, e col corpo ancora maltrattato da un'ulcera nelle parti vergognose: finalmente cominciò a rallentare gli spiriti guerrieri, e a desiderar il riposo, perchè tutte queste vicende gli andavano ricordando la sua mortalità. Perciò senza fare più istanza della Fiandra o del ducato di Milano, a lui bastò di assicurarsi che l'imperadore continuerebbe nella stabilita pace, e fisserebbe i confini per gii Stati de' quali s'era, trattato nella concordia.

Costanti furono i movimenti di papa Paolo in quest'anno, affinchè, essendo cessate tante guerre fra i primi potentati della cristianità, si desse oramai principio all'intimato concilio di Trento. Questo infatti si diede nel dì 15 dicembre, ma con troppo scarso concorso di prelati, benchè dianzi furono pubblicate le pene prescritte dai canoni a chi non interveniva. In mezzo nondimeno a questi pensieri, degni d'un zelante pontefice, non dormivano nè scemavano le sue premure per l'ingrandimento della propria casa. Dacchè egli intese destinato dall'imperadore il ducato di Milano pel duca d'Orleans, e troncate colla morte di questo tutte le precedenti idee e speranze sue di conseguirlo per Pier-Luigi suo figlio, si applicò ad un altro partito, che se non tanto glorioso, certamente era di più facile riuscita: cioè disegnò di dargli Parma e Piacenza, possedute allora dalla camera apostolica. Due impedimenti poteano incontrarsi a questo progetto; l'uno dalla parte dell'imperadore non solamente vicino, ma pretendente su quelle due città, per le ragioni del ducato di Milano; e l'altra dalla parte del sacro collegio, a cui ben si conosceva che non potrebbe piacere questo tal quale smembramento di due nobili ed insigni città dalla camera pontificia. Fece il papa esporre questo disegno a Cesare, per ottenerne l'approvazione; ma ritrovò chi sapea ben di scherma, e sotto belle parole covava sentimenti diversi. Carlo non disapprovò apertamente l'atto meditato, ma neppur l'approvò, come quegli che vedeva il papa disporre sì francamente di uno Stato che i suoi ministri gli rappresentavano occupato indebitamente da Giulio II e da Leone X, e parte del ducato milanese, giacchè insussistente pretensione era quella di spacciar Parma e Piacenza per città dell'esarcato. Oltracciò, mirava l'imperadore di mal occhio Pier-Luigi, e mal soffriva che piuttosto a lui, che ad Ottavio suo genero, si facesse un sì ragguardevol dono. Cesare Campana all'incontro, e forse con più fondamento, sostiene che non ne fu precedentemente fatta parola all'Augusto Carlo. Comunque sia, bastò al papa, per proseguire innanzi in questo affare, il non aver riportata una assoluta negativa da Cesare. Affin di ottenere il consenso de' cardinali, propose di restituire alla camera apostolica il ducato di Camerino e Nepi, facendo conoscere l'evidente guadagno che ad essa risultava dal permutare que' due paesi con Parma e Piacenza, perchè costava di molto il mantenimento di queste città, siccome separate dagli Stati della Chiesa, e in pericolo d'essere assorbite dai vicini; laddove le rendite di Camerino, senza spese, unite al censo annuo di nove mila ducati d'oro (altri dicono di più) che si voleva imporre alle suddette due città, avrebbono fatto maggior pro all'erario papale. Tralascio altri raggiri ed altre speciose ragioni che furono adoperate per indorar questa pillola. Chi de' cardinali ambiva più di piacere al papa, che di soddisfare a' suoi doveri, non solamente prestò il suo assenso, ma caldamente perorò in approvazion di questa permuta. Ma non mancarono altri di petto più forte che arringarono contro i voleri del papa, rilevando gli svantaggi che ne provenivano; e tanto più si sarebbero opposti, se avessero potuto preveder gli sconcerti che da lì a non molto per tal cagione accaddero, e i maggiori che ai dì nostri son succeduti. Lo stesso cardinal Pallavicino, tuttochè sì impegnato a sostener la gloria di questo pontefice, qui l'abbandona, piuttosto impugnando che difedendo la di lui risoluzione. In somma nel concistoro de' porporati, dove per lo più suol prevalere la tema riverenziale verso chi può tanto favorire o disfavorire, la vinse il pontefice, e Pier-Luigi Farnese nell'agosto di quest'anno fu dichiarato duca di Parma e Piacenza, nè tardò egli punto a prenderne il possesso.

Tanto in Lombardia che nella Lunigiana e Toscana si provò in quest'anno un grande flagello, per le soldatesche cassate dopo la pace nello Stato di Milano. Non sapendo coloro come vivere (ed erano la maggior parte Spagnuoli), in varie truppe si scaricarono sopra gli Stati della Chiesa e del duca di Ferrara. Cacciati di là, si ridussero addosso ai marchesi Malaspina nella Lunigiana, svaligiando case e consumando tutto, dovunque giugnevano. Passarono dipoi sul Lucchese, e finalmente s'andarono a posar sul Sanese, dove per molti mesi levarono il pelo e il contrappelo a quel contado. Guai se qualche accreditato capitano si fosse messo alla lor testa: sarebbono corse ad ingrassar quelle brigate migliaia di soldati italiani, tornati a digiunare alle lor case, e sarebbe rinata una di quelle formidabili compagne o compagnie di masnadieri che vedemmo in Italia nel secolo decimoquarto. Sorsero in questi tempi strepitose brighe nella stessa Siena, città in cui la discordia non fu mai cosa forestiera. Don Giovanni di Luna, che quivi era da parte dell'imperadore, invece di smorzare il fuoco, per la sua poca prudenza maggiormente lo accrebbe. Ne seguì infine una fiera sedizion civile, per cui lo stesso don Giovanni cogli Spagnuoli fu obbligato ad andarsene con Dio. Mancò di vita in quest'anno a dì 11 di novembre Pietro Lando doge di Venezia, e in suo luogo fu eletto nel dì 24 d'esso mese Francesco Donato, già procurator di San Marco, e persona di gran saviezza e dottrina.

Anno di CRISTO MDXLVI. Indizione IV.

PAOLO III papa 13. CARLO V imperadore 28.

Poche novità l'Italia somministrò in quest'anno alla storia a cagion della pace che si godeva dappertutto. Era stato fin qui governatore e capitan generale dello Stato di Milano Alfonso d'Avalos marchese di Pescara, personaggio egualmente rinomato pel suo valore che per altre sue belle doti ed azioni. Ma non erano già soddisfatti del suo governo i popoli, perchè caricati di molti aggravii, e di tanto in tanto costretti a soffrir non poche violenze: il perchè ne andarono varie doglianze alla corte dell'imperadore. Non avrebbono forse queste fatto breccia nell'animo dell'Augusto sovrano, se ad esse non si fosse aggiunto l'accusa che le rendite di quel ducato non si sapea in quali borse andassero a terminare. Ossia, che di ciò informato il marchese ottenesse nel precedente anno licenza di passare alla corte cesarea, oppure che fosse chiamato colà: certo è, ch'egli vi andò, e poi se ne tornò in Italia malcontento, stante l'ordine di Cesare, che gli rivedessero i conti. Ma venne la morte a liberarlo da ogni vessazione nell'ultimo giorno di marzo, mentre egli si trovava in Vigevano, con lasciar dopo di sè il nome di capitano molto illustre. Al governo di Milano fu susseguentemente destinato don Ferrante Gonzaga, che non tardò a venir di Sicilia, dove egli era stato vicerè, per prendere il possesso della novella carica; e ciò con soddisfazione de' Milanesi, lusingandosi i più d'essi di godere miglior trattamento sotto di lui. Ma andarono falliti i loro conti; perchè, siccome osserva il Segni, l'imperadore lasciava la briglia sul collo a' governatori delle provincia, comportando ogni lor fallo, purchè fossero fedeli. E però si cangiò bensì il governator di Milano, ma peggiorò la mala sorte de' Milanesi, le querele dei quali niuna impression fecero da lì innanzi nell'animo di Carlo V. Seguitava intanto la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Finalmente, conoscendo l'ultimo di essi qual impegno di spese portasse il voler sostenere contro dei Franzesi l'occupata città di Bologna di qua dal mare: diede orecchio a' trattati di pace, di cui gran voglia nello stesso tempo avea il re Francesco. Fu questa conchiusa nel dì 7 di giugno dell'anno presente, con obbligarsi il re Cristianissimo di pagare all'Inglese in termine di otto anni più di due milioni di scudi di oro: sborsati i quali, se gli dovea restituire Bologna di Piccardia. Dimorava l'imperadore in questi tempi in Germania, mal soffrendo la lega formata in Smalcaldia dai principi e comuni protestanti; perciocchè questa, sebben sembrava unicamente fatta per mantenere la falsa religione introdotta da Lutero (che appunto in quest'anno nel dì 7 di febbraio per improvvisa morte tolto fu dal mondo) pure covava nell'interno de' maggiori disegni contro la potenza dell'imperadore. Capi d'essa luterana lega erano Gian-Federigo duca ed elettor di Sassonia, e Filippo langravio d'Assia. Perciò l'Augusto Carlo giudicò di non dover più differire il farsi rendere ragione di questo attentato, con darsi ad ammassare un potente esercito. Perchè appunto anche gl'Italiani ebbero parte in quella danza, sarà a me permesso dirne qualche cosa.

Si studiò l'imperadore in questa occasione di trarre seco in lega il pontefice Paolo. S'era questi con sua gran lode, siccome padre comune, astenuto in addietro da ogni parzialità e lega nelle guerre fra i monarchi cattolici. Ora che si trattava di procurar vantaggi alla vera religione, volentieri acconsentì ad unirsi coll'imperadore. Nel dì 22 di giugno si pubblicarono i capitoli d'essa lega, per cui il papa s'impegnò d'inviare in soccorso dell'imperadore dodici mila fanti e cinquecento cavalli, e di fornire nello spazio di un mese ducento mila scudi d'oro. Sollecitamente fece il pontefice questo armamento, con dichiararne generale il duca Ottavio Farnese suo nipote, e legato il cardinal Farnese suo parimente nipote. Comandante della cavalleria italiana fu Giam-Batista Savello, della fanteria Alessandro Vitelli, e sotto d'essi militavano assai colonnelli e capitani italiani di molto credito nell'armi. Anche i duchi di Ferrara e di Firenze vi spedirono colà delle schiere armate, e più di cinquecento nobili italiani volontarii concorsero a far quella campagna. Trasse ancora l'imperador Carlo altra gente d'Italia, comandata da Carlo di Lanoia principe di Sulmona, e da Emmanuele Filiberto principe di Piemonte. Erano eziandio nell'armata del medesimo Augusto generale dell'artiglieria Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, e consiglieri di guerra don Francesco d'Este, Pirro Colonna e Giam-Battista Gastaldo. Ma perciocchè lentamente procedeva l'unione dell'esercito imperiale, dovendo venir dai Paesi Bassi, dall'Italia e da altri luoghi molti d'esse soldatesche; l'elettore e il langravio, già messi al bando dell'imperio, più sollecitamente uscirono in campagna con un'armata, che alcuni, forse ampollosi, fanno ascendere ad ottanta mila fanti e a dieci, anzi a quindici mila cavalli, e s'inviarono verso Ratisbona, dove stava assai sprovvisto l'imperadore, con disegno o di farlo prigione o di cacciarlo di Germania. La protezion di Dio salvò Carlo V in tal congiuntura, non avendo que' ribelli saputo prevalersi del vento in poppa. Nulla servì loro l'aver prese le chiuse del Tirolo, affinchè non passassero gl'Italiani. Questi passarono, e nulla giovò ai luterani l'essersi impadroniti di Donavert. Ebbe tempo l'imperadore di provveder Ratisbona con gagliardo presidio, e di preoccupar la forte città d'Ingolstad, dove coll'esercito suo, ingrossato di molto, andò ad accamparsi a fronte della contraria superiore armata, ma senza voler mai venire a battaglia, benchè più volte provocato dagli orgogliosi nemici. Intanto al campo cesareo, superate molte difficoltà, venne a congiugnersi un grosso corpo di soldatesche fiamminghe. Maurizio cattolico duca di Sassonia, nemico di quell'elettore, colle milizie tedesche ed unghere, dategli da Ferdinando re dei Romani, ostilmente entrò nell'elettorato di Sassonia. Diede più percosse a quei popoli, e s'impossessò di un tratto grande di quel paese. Questo colpo, la mancanza de' viveri e la costanza dell'Augusto Carlo, costrinse l'armata protestante sul fine di novembre a levare il campo, e a ritirarsi alla sordina come in rotta. Allora fu che l'imperadore, tuttochè afflitto da varii incomodi di sanità, inoltratosi col poderoso suo esercito, tal terrore indusse nel paese nemico, che vide venire, prima che terminasse l'anno, oppure nel verno seguente, supplichevoli a' suoi piedi Federigo conte Palatino, Ulderico duca di Vitemberg, e i cittadini d'Ulma, d'Augusta, di Francoforte, di Argentina e di altri luoghi. Dopo questi vantaggi, pei quali rimasero molto infievoliti l'elettor sassone e il langravio d'Assia, si ritirò esso Augusto a' quartieri d'inverno, seco riportando gloria singolare non men di valore che di clemenza, per non aver negato il perdono a chiunque davanti a lui si umiliò. Fu continuato con vigore in quest'anno il concilio di Trento, ed ivi si stabilirono varii punti di domma, e parimente si attese a riformar gli abusi della disciplina ecclesiastica. Mancarono in quest'anno di vita due insigni cardinali, la memoria de' quali può sperare l'immortalità, cioè Pietro Bembo Veneziano, e Jacopo Sadoleto Modenese, che negli scritti loro lasciarono ai posteri chiare testimonianze d'un raro ingegno e sapere.

Anno di CRISTO MDXLVII. Indiz. V.

PAOLO III papa 14. CARLO V imperadore 29.

Con una strepitosa scena in Genova si diede principio all'anno presente[448]. Dacchè fu rimessa in quella potente città per cura filiale di Andrea Doria la libertà, e riserbato quasi tutto ai nobili il governo d'essa, quivi si godeva un'invidiabil pace e tranquillità. Ma era gran tempo che Gian-Luigi de' Fieschi, conte di Lavagna e signore di molte castella, siccome giovane di grand'animo e di pensieri turbolenti, andava macchinando novità in pregiudizio delle patria sua, con essere fin giunto a desiderar e sperare di acquistarne la signoria, o piuttosto di ridurla sotto il comando del re di Francia. Mirava egli con occhio di livore e con occulta rabbia lo stato e la fortuna del suddetto Andrea Doria, parendogli che sotto nome di libertà egli facesse da padrone in Genova, e che l'imperadore coll'essere dichiarato protettore della città, e col tenere al suo soldo esso Doria, anche più del Doria quivi signoreggiasse. Soprattutto gli stava sul cuore, come pungente spina, Giannettino Doria, nipote ed occhio dritto d'esso Andrea, che forse non cedeva a suo zio nella scienza dell'arte nautica militare; e benchè giovane, già s'era acquistato gran grido in varie azioni di valore, perchè in lui considerava un successore nell'odiata autorità e dignità di Andrea; e tanto più perchè in lui abbondava l'alterigia, cioè il potente segreto per farsi odiare. Dopo aver dunque Gian-Luigi in molto tempo, e con intelligenza dei ministri franzesi e di Pier-Luigi duca di Piacenza e Parma, segretamente introdotte in Genova alcune centinaia de' più arditi uomini delle sue castella, scelse la notte precedente al dì 2 di gennaio di quest'anno per effettuare il suo perverso disegno. Chiamati seco a scena molti de' suoi amici nobili popolari, e svelata ad essi l'intenzion sua, gli ebbe quasi tutti seguaci all'impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell'Arco, con ispedire dipoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di San Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un gran tumulto e strepito di voci de' remiganti e marinari che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzo dello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto, svegliato dallo strepitoso rumor della darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione fra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio, che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d'entrare, per sua mala ventura v'entrò, perchè immantenente fu da' congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso, che la città era sossopra, e udirsi gridare: Libertà e Fieschi, perchè molti della vil plebe s'erano uniti coi congiurati per isperanza di dare il sacco alle case de' nobili. Però, come potè, posto sopra una mula si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinoli.

Poco parea che mancasse al compimento dell'opera, nè altro si aspettava, se non che Gian-Luigi tornasse per insignorirsi del palazzo pubblico. Ma Gian-Luigi era sparito per una di quelle vicende che non di rado sconcertano le misure anche de' più saggi. Nel voler egli passare sopra una tavola alla capitana delle galee, questa si mosse, ed egli, siccome armato di tutto punto, piombando nell'acqua, nè potendo sorgere, quivi lasciò miseramente la vita. Per questo accidente s'invilirono tutti i suoi, e venuta in chiaro la morte sua, quel senato ripigliò coraggio; e quantunque Girolamo fratello dello estinto continuasse a fare il bravo, pure sul far del giorno si trovò abbandonato dalla plebaglia, di maniera che ebbe per grazia di potersi ritirare a Montobbio, dove attese a fortificarsi: con che tornò la quiete in Genova. Cagion fu questa effimera rivoluzione che trecento schiavi turchi, presa una galea del Doria, su quella si salvarono in Africa. Fuggirono ancora tutti i forzati, dopo aver dato il sacco a tutti gli armamenti ed arredi delle galee. Furono poi confiscate tutte le castella di Gian-Luigi, diroccato il magnifico suo palazzo; Girolamo suo fratello ed altri congiurati presi in Montobbio condannati all'ultimo supplizio. Gran rumore fece per l'Italia questo fatto. Chiara cosa fu che i ministri di Francia aveano tenuta mano a questa congiura, e comunemente si credette che Pier-Luigi Farnese per varii suoi dissapori e motivi politici fosse in ciò d'accordo col Fieschi, con avergli anche promesso degli aiuti. Alessandro Sardi[449], allora vivente, attesta che Renca di Francia duchessa di Ferrara, senza consenso del duca Ercole II suo marito, siccome cognata del re Francesco, fu partecipe di questo maneggio, e per mezzo del duca di Piacenza e Parma avea promesso al Fiesco di mandargli i Franzesi che la servivano. E perciocchè non si sapea credere che Pier-Luigi, senza che papa Paolo suo padre fosse consapevole ed approvatore del fatto, avesse dato braccio alla congiura; a tanto più perchè fra esso papa ed Andrea Doria erano dianzi seguite non poche amarezze, perciò non si potè cavar di testa ai sospettosi imperiali che anche lo stesso pontefice in quella tresca si fosse meschiato, benchè niuna concludente pruova ne potessero mai trovare.

Nel dì 28 dello stesso gennaio del presente anno diede fine alla carriera del suo vivere Arrigo VIII re d'Inghilterra, con lasciar erede il figlio Odoardo di età di soli nove anni, e il nome suo in obbrobrio presso tutta la posterità, per aver governati i suoi popoli più da tiranno che da re, con tanti aggravii loro imposti, con tanta crudeltà esercitata verso le maggiori e più illustri persone del regno, con tante scene della sfrenata sua libidine, e massimamente per essere divenuto traditore e persecutor della Chiesa cattolica, dopo aver conseguito il glorioso titolo di difensore della medesima Poco stette a pagar lo stesso tributo alla natura Francesco I re di Francia in età di cinquantatrè anni, essendo accaduta la sua morte nel di 31 di marzo. La sua intemperanza ne' piaceri carnali, avendogli cagionata una pericolosa fistola nella bassa parte deretana, gli abbreviò la vita: principe peraltro ornato di belle doti, amante delle scienze e de' professori di esse, padre e restitutor delle lettere nella sua nazione. Ad Arrigo II suo primogenito, che a lui succedette, secondo l'esempio d'altri monarchi, i quali solamente imparano a viver bene quando s'ha da abbandonare la vita presente, lasciò per ricordo, essere cosa da saggio figliuolo l'imitar le virtù, e non già i vizii del padre. Specialmente ancora gli raccomandò di non aggravar di soverchio i popoli colle contribuzioni: dal che egli non s'era giammai guardato, per appagar l'ambizione sua e l'odio conceputo contro di Carlo imperadore, odio ch'egli forse portò al sepolcro, giacchè prima di morire avea mandati ducento mila scudi a Gian-Federigo Sassone e al langravio assiano, nemici o ribelli d'esso Cesare. Se questa passione per memoria della prigionia sofferta in Ispagna, e per ragione ancora di Stato, l'ereditasse eziandio Arrigo II suo figlio, giovane di spiriti molto guerrieri, staremo poco ad avvedercene. Intanto solenni funerali fece egli al defunto padre, e con ogni sorta di feste si vide celebrato l'ingresso suo in Parigi con Caterina de Medici, divenuta ormai regina di Francia. Quanto agli affari di Cesare in Germania, brevemente dirò, che rinforzato di gente Gian-Federigo duca di Sassonia, di buona ora spinse le sue armi contra del duca Maurizio, padrone allora di Lipsia e di Dresda; e il mise a mal partito; perlochè avendo esso Maurizio fatte replicate istanze d'aiuto all'imperadore, questi, benchè infermo per la podagra, fu forzato ad uscire in campagna per tagliare il corso a maggiori progressi di Gian-Federigo, al quale riuscì in questi tempi di muovere a ribellione la Boemia contra del re Ferdinando signore di quel regno, e di dare una rotta ad Alberto, uno de' marchesi di Brandeburgo. Alla armata cesarea comandava in capo il duca di Alvo. Perchè Giovachino marchese di Brandeburgo ed elettore abbracciò in questi tempi il partito dello imperadore, maggiormente si animò esso duca a proseguir la marcia contro del Sassone verso la metà di aprile. Mirabile poi e sopra modo ardita fu l'azion degli Spagnuoli, che trovando le opposte rive dell'Elba, fiume grossissimo, di gente e di artiglierie guernite da Gian-Federigo, pure passarono; e, cacciati i nemici, diedero campo all'esercito imperiale di formar un ponte e di trasferirsi di là. Ritiravasi il Sassone in ordinanza colle sue truppe, ma inseguito dalla cavalleria cesarea, suo malgrado, si preparò alla battaglia. Fu questa ben calda nel dì 24 d'aprile, ma infine andarono in rotta le genti del Sassone, ed egli, fatto prigione dal conte Ippolito Porto da Vicenza, fu condotto davanti all'imperadore, che gli rimproverò l'alterigia sua in trattar dianzi lui solamente col titolo di Carlo di Gante, che si fa nominar l'imperadore. Reo di morte venne da lì a qualche tempo giudicato Gian-Federigo; tante nondimeno preghiere dei principi s'interposero, implorando la clemenza di Cesare, ch'egli, mosso ancora dal desiderio di cavar dalle mani degli uffiziali di Gian-Federigo le due fortezze di Vittemberga e Gotta, s'indusse a donargli la vita, con patto che rinunziasse l'elettorato a Cesare, e i suoi Stati (a riserva di una porzione, cioè della Turingia) al duca Maurizio. Restò egli, ciò non ostante, come prigione presso l'imperadore. Per la depressione di questo primo campione della lega protestante, anche Filippo langravio d Assia trattò per mezzo di varii intercessori, e specialmente del suddetto duca Maurizio, di tornare in grazia dell'Augusto Carlo. Con varie condizioni questa gli fu accordata; ma, presentatosi egli ai piedi del vittorioso monarca, si vide ritenuto prigione; la qual durezza costò poscia ben caro al troppo severo monarca.

Si studiò nell'anno presente, per ordine del medesimo Augusto, e a persuasione del cardinale Teatino di casa Caraffa arcivescovo, don Pietro di Toledo vicerè di Napoli d'introdurre in quella metropoli e regno il tribunale dell'inquisizione[450]; al che troppo abborrimento avea mostrato sempre il popolo napoletano, e massimamente la nobiltà, che giudicava d'essere tolta con tal novità di mira dal vicerè, mostratosi in tante altre occasioni suo poco amorevole, per non dir nemico, affin di gastigare sotto l'ombra della religione chi non era in sua grazia. A' tempi ancora di Ferdinando il Cattolico tentata fu la introduzion del medesimo tribunale. Il timor di una sollevazione, e l'aver fra le altre ragioni rappresentato i Napoletani, che essendo troppo familiari in quella nazione i giuramenti falsi, niun più sarebbe da lì innanzi stato sicuro dell'onore e della vita, fece desistere lo accorto re da sì pericolosa impresa. Ma, persistendo il Toledo in questo proposito, e nulla curando i privilegii di quella regal città, finalmente nel di 16 di maggio si mise in armi il popolo con alquanti nobili, e cominciò a menar le mani contro gli Spagnuoli usciti del castello in ordinanza, ed all'incontro il castello a tempestar colle palle le case de' cittadini. A questo rumore volarono a Napoli circa tre mila banditi e fuorusciti, che si unirono col popolo. Dopo di ciò furono eletti dalla città due inviati, cioè don Ferrante Sanseverino principe di Salerno, e don Placido di Sangro, affinchè si portassero alla corte per informar l'imperadore, e supplicarlo di richiamare il vicerè, e di non permettere le novità dell'odiata inquisizione fra loro. Al principe di Salerno era stato predetto, che se andava, male gliene avverrebbe. Ma egli, anteponendo l'amor della patria ad ogni suo rischio, andò. Furono prevenuti questi inviati da persona spedita con più diligenza dal vicerè. Arrivati che furono anch'essi alla corte, al principe, senza poter vedere la faccia dell'imperatore, fu ordinato di fermarsi. Il Sangro bensì ebbe udienza, ma non riportò a Napoli se non la secca risposta che la città ubbidisse. Venne intanto spedito da don Ferrante Gonzaga al vicerè un rinforzo di mille Spagnuoli sopra le galee del principe Doria: altri ottocento dalla Sicilia, ed alcune brigate di fanti assoldati in Roma da don Diego Mendozza ambasciatore cesareo. Costoro nel dì 21 di luglio, per discordia insorta fra essi ed alcuni popolari, diedero all'armi, uccissero alquanti Napoletani, saccheggiarono alcune case e monasteri, ed occuparono Santa Maria Nuova, luogo atto a prevalere contro la città. Mentre il popolo coi fuorusciti di Napoli e colle artiglierie si preparava per espugnar quel sito, arrivò il Sangro dalla corte, che intimò ad ognuno l'ubbidire. Non avea il popolo capo alcuno di autorità; e siccome è assomigliato ai flutti del mare, che presto vengono e presto sen vanno, si quetò, e spedì suoi deputati al vicerè per fare scusa e chiedere perdono. Nel dì 12 d'agosto fu pubblicato lo indulto generale, col condannar nondimeno la città al pagamento di cento mila ducati d'oro, nè più si parlò d'inquisizione; ma dal perdono rimasero esclusi alquanti nobili e popolari, che colla fuga si sottrassero alla pena, lasciando i loro beni in preda del fisco. Tornato dipoi a Napoli il principe di Salerno, come pecora segnata, fu da lì innanzi perseguitato dal vicerè; tanto che in fine fu costretto a fuggirsene; e, dichiarato ribello, dopo molte peripezie, finì, siccome diremo, sua vita in Francia nel 1568, con aver prima abbracciata l'eresia degli Ugonotti.

Insorsero in quest'anno varie dispute nel concilio di Trento, perchè quei padri tanto per lo strepito delle vicine guerre, che per l'influenza di gravi malattie quindi insorte, erano malcontenti di quel soggiorno. Altri motivi segreti ancora si pretende che avesse papa Paolo per mutare il luogo a quella adunanza; e perciò andò loro l'ordine che trasferissero il concilio a Bologna, siccome fecero di fatto. Sommamente dispiacque a Cesare questa precipitosa risoluzione, e fra gli altri suoi aperti risentimenti comandò che i prelati de' suoi dominii non si movessero di Trento. Era anche per altro esso Augusto di mal umore verso il pontefice, perchè questi sul fine dell'anno precedente avea richiamate dalla Germania le milizie pontificie in tempo che Cesare maggiormente abbisognava per proseguir la guerra contra de' protestanti. Crebbero inoltre i dissapori all'osservare come il pontefice tenesse pratiche di stretta confidenza coi Franzesi, avendo egli anche ultimamente ottenuta per moglie di Orazio Farnese suo nipote una figlia naturale del novello re di Francia, con gran dote, obbligandosi egli, all'incontro, di comperargli in Francia uno Stato che rendesse annualmente almeno dodici mila ducati d'oro. Ma soprattutto covava l'imperadore un tarlo di sdegno e di vendetta contro di Pier-Luigi Farnese figlio del papa, e nuovo duca di Piacenza e Parma, non solamente perchè riputato, se non promotore, almeno complice dell'attentato di Gian-Luigi Fiesco contra di Genova, ma ancora perchè si scorgeva in lui un continuo e stretto attaccamento ai Franzesi. Cosa producessero questi mali umori, poco si starà a conoscerlo per la congiura tramata ed eseguita contro di lui nell'anno presente. Dacchè fu egli messo in possesso del ducato di Piacenza e Parma, fermò la sua stanza nella prima di quelle città, dove si applicò a fabbricare una nuova cittadella che in questi tempi si trovava ridotta quasi a compimento, non lasciando intanto di abbellire in varie forme la città di Parma[451]. Hanno dimenticato gli scrittori di tramandare ai posteri le virtù di esso Pietro Luigi. All'incontro, se noi vogliamo credere al Varchi, questo personaggio era uomo scelleratissimo, brutto di volto, ma più deforme d'animo, immerso nella più nefanda libidine e in altri enormi vizii. Anzi termina esso Varchi la sua Storia colla scandalosa pittura di una di lui azione la più sconcia ed orrida che mai si possa udire, e di cui forse non si troverà altro pari esempio. Poteva il Varchi e doveva risparmiare ancor questo. E volesse Dio che ci fossero bastevoli argomenti per poterlo ora mettere in dubbio; ma dacchè non osarono di contraddire alla fama di sì nero delitto gli scrittori allora viventi, quantunque ne mormorassero forte gli stessi protestanti; e dacchè il Belcaire vescovo di Metz, che scriveva allora le sue storie, asserisca la notorietà della libidine d'esso Pier-Luigi, con accennar anche quel mostruosissimo fatto accaduto nel 1557, io altro non soggiugnerò intorno ad esso. Dirò bensì, non apparire ch'egli per la carnale sua concupiscenza si tirasse addosso l'odio della ricca e numerosa nobiltà piacentina, non parendo mai verisimile il venir egli rappresentato dal Segni per istorpio di mani e di piedi, sicchè bisognava aiutarlo fino al mangiare, e tuttavia perduto negli affari della sensualità.

Altronde adunque venne contra di Pier-Luigi il mal talento di que' cittadini; imperocchè, avendo egli trovato i nobili d'essa Piacenza avvezzi a vivere con soverchia libertà sotto il governo ecclesiastico, e ad abitar per lo più ne' loro feudi, dove, non men che nella città, conculcavano la plebe, tosto si diede a metter loro la briglia, senza considerare se il rigore oppure la piacevolezza convenisse meglio alla novità del suo governo. A questo fine levò l'armi ai nobili, limitò i loro privilegii, e sotto pena ancora di confisco gli obbligò ad abitar nella città, affinchè s'aumentassero le rendite delle sue gabelle; tagliò eziandio non poco dell'autorità di quel senato, e furono cominciati gran processi contra de' delinquenti presenti e passati. Oltre a ciò levò, Corte Maggiore a Girolamo marchese Pallavicino, e divulgossi ancora che era per ispogliare Agostino Landi di Bardi e Compiano: novità che lo facevano bensì amare dal basso popolo, ma odiare assaissimo dalla nobiltà. Non si guardò egli dall'inimicarsi don Ferrante Gonzaga governator di Milano, con occupare un castello di lui, e impedirgli la tenuta del marchesato di Soragna; perlochè il Gonzaga fece quanti mali ufficii potè contro di lui alla corte dell'imperadore. Convennero dunque i suddetti Girolamo Pallavicino ed Agostino Landi, con Camillo marchese Pallavicino, Giovanni Anguissola e Gian-Luigi gonfaloniere, tutti della primaria nobiltà di Piacenza, di levar di vita il Farnese. Fu poi, per quanto credo, inventato che i lor cognomi erano indicati nella parola PLAC, abbreviata nelle monete d'esso duca. Speravano essi appoggio dopo il fatto da don Ferrante; ma l'Adriani e il Gosellini, che ben si può presumere assai informati di quegli affari, scrivono essere stato con Ferrante quegli che promosse ed attizzò la congiura; e venne in questo tempo a Cremona (seppur non fu a Lodi) non gente militare, per trovarsi più a tiro della disegnata impresa. Quel ch'è certo, nel dì 10 di settembre i cinque suddetti congiurati, con alcuni lor confidenti al numero di trentasette persone, portanti armi coperte sotto i panni, presa l'ora che il duca ebbe pranzato, e che i suoi ministri stavano a tavola, quando uno e quando l'altro entrarono nella vecchia cittadella, dove abitava il duca, lasciandoli passar liberamente la guardia degli Svizzeri. Per quanto viene scritto, più d'un avviso era venuto a Pier-Luigi da Milano e dal papa stesso che si macchinava contra di lui, e che si guardasse; ma non seppe egli profittarne. Era salito l'Anguissola con due compagni nell'anticamera del duca, e mentre gli altri attesero ad impadronirsi della porta della cittadella e della sala con uccidere alcuni Svizzeri e Tedeschi, egli, entrato co' suoi due nella camera del duca, che ragionava allora con Cesare Fogliano, con poche pugnalate lo stese morto a terra, senza trovare resistenza alcuna, perchè, a cagion della sua intemperante passata vita, avea Pier-Luigi degl'impedimenti alle giunture, ed immobile ricevè la morte.

All'udire che nella cittadella era tanto rumore, non meno i nobili che il popolo diedero di piglio all'armi, e corsero a quella volta. Altrettanto fece Alessandro da Terni, capitano delle milizie del duca, con animo d'entrare in essa fortezza. Ma avendo i congiurati alzato il ponte, ed essendosi ben armati con rompere l'armeria ducale, e con assicurarsi della famiglia dell'ucciso principe, convenne fermarsi. In questo mentre Agostino Landi rappresentò al popolo la morte del duca, e fatto calar dalle mura nella fossa il di lui cadavero legato con una fune, acciocchè se ne accertassero, e gridando: Libertà, libertà, imperio, ed asserendo che don Ferrante in breve arriverebbe colle sue truppe, ognuno s'andò ritirando, ed Alessandro da Terni colle sue genti s'inviò alla volta di Parma. Avvisato infatti il Gonzaga con due spari d'artiglieria, spedì incontanente cinquecento fanti, che entrarono nella cittadella, e nel dì 12 di settembre comparve anche egli con altra gente, e prese il possesso della città a nome dell'imperadore, promettendo ai cittadini di ridurre le gravezze al primo stato, di restituir gli onori al senato, e la libertà ai feudatarii, annullare i processi, e di rendere i beni confiscati: con che tornò la quiete in quella nobil città. Ciò fatto, il Gonzaga spedì truppe ad impadronirsi di Borgo San Donnino, e di Borgo di Val di Taro, e di Castel Guelfo. Tentò ancora la città di Parma, e Roccabianca e Fontanellato; ma i Parmigiani, avendo dipoi acclamato per loro duca Ottavio Farnese, figlio dell'estinto Pier-Luigi, si tennero forti alla divozione di lui. Trovavasi papa Paolo in Perugia, allorchè gli fu recata la funesta nuova, accolta da lui con inesplicabil dolore, e insieme con fieri interni rimproveri, al veder così confusa l'ambizion sua e il tanto suo amore ai congiunti di sangue. Tuttavia da saggio non perdè tempo a spedire il nipote Ottavio con Alessandro Vitelli a Parma, e a spignervi di mano in mano quante soldatesche potè, raccolte dall'Umbria e dalla Romagna. Ciò sostenne Parma, e seguì in appresso una sospension d'armi fra il duca Ottavio e don Ferrante. E questo misero fine ebbe Pier-Luigi Farnese, che quantunque lasciasse dopo di sè un brutto nome, pure ebbe la gloria o fortuna di lasciar quattro figli ben diversi da lui, cioè il suddetto duca Ottavio, che riuscì principe di gran valore e saviezza; Alessandro, uno dei più insigni cardinali del sacro collegio; Orazio duca di Castro, destinato genero di Arrigo II re di Francia per lo sposalizio di Diana figlia naturale dello stesso re; e Ranuccio, che il buon papa, dimentico della riforma della Chiesa, non avea avuto scrupolo di eleggere arcivescovo di Napoli, e crear cardinale nell'anno precedente, ancorchè egli non avesse che quindici in sedici anni. Lasciò inoltre Pier-Luigi una figlia per nome Vittoria, che il papa diede per moglie a Guidubaldo duca d'Urbino, generale in questi tempi della repubblica di Venezia. Ma della morte del Farnese ebbe ben a dolersi l'Italia, perchè cagion fu di riaccendere nuove guerre non solamente qui, ma anche oltramonti, siccome vedremo. Nè si dee tacere che in quest'anno a dì 12 d'agosto (avvenimento assai raro) cadde nel Mugello, distretto di Firenze, per tutta la notte si dirotta ed impetuosa pioggia, che tutti i fiumicelli divennero orgogliosi torrenti, con inondar le campagne, ed allagare non poca parte della città di Firenze. Vi perì molta gente; case, mulini, gualchiere, ponti ed alberi infiniti non ressero alla furia dell'acque; talchè gli uomini di quel secolo niuna pari disavventura avevano mai veduta o provata nei tempi loro.

Anno di CRISTO MDXLVIII. Indizione VI.

PAOLO III papa 15. CARLO V imperadore 30.

Fu impiegato tutto quest'anno in maneggi politici, e in proposizioni di leghe e di guerre, ma senza che se ne risentisse la pubblica quiete. S'era già sconcertata non poco la buona armonia fra il pontefice Paolo e Carlo imperadore, sì per la seguita translazion del concilio di Trento a Bologna, malveduta e impugnata da esso Augusto, e per l'uccision di Pier-Luigi Farnese, e per l'occupazion di Piacenza fatta dall'armi imperiali, approvata di poi solennemente dall'imperadore stesso: il che riempiva di sdegno l'animo del pontefice, al mirar tolta alla Chiesa, e insieme alla casa Farnese, una sì riguardevol città. E tanto più, perchè anche Parma si trovava in grave pericolo, tendendo parimente a quell'acquisto don Ferrante Gonzaga con orditure segrete e colle minaccie della forza. Perciò si diede esso pontefice a manipolar una lega con Arrigo II re bellicoso di Francia, calcolando che le di lui forze, colla comodità specialmente di Torino e d'altre piazze tuttavia occupate dalle di lui armi in Piemonte, potessero abbassare la troppo cresciuta potenza di Cesare in Italia, e forzarlo alla restituzion di Piacenza. Questa medesima lega era desiderata dai Franzesi; ma camminando essi con gran cautela, al vedere il decrepito papa non lontano dall'abbandonar colla vita gl'impegni politici, richiedevano che il sacro collegio s'obbligasse a continuar la lega, ed in essa si tirassero altri principi d'Italia, e che Parma fosse ceduta ad Orazio Farnese duca di Castro, fratello del duca Ottavio, e genero, siccome dicemmo, del re Cristianissimo. Ma nè i Veneziani, nè il duca di Ferrara si vollero impacciare in sì pericoloso labirinto, e molto meno v'accudirono i saggi porporati. Perciò s'andò consumando il tempo in varii trattati, e nulla infine ne risultò. Intanto l'imperadore continuava le calde sue istanze perchè si restituisse in Trento il concilio; al che troppo renitente si scopriva il pontefice, colla comune credenza ch'egli temesse in città non suddita a sè la forza de' prelati spagnuoli e tedeschi, capace di restrignere l'autorità pontificia, e formar decreti disgustosi alla corte romana per conto della disciplina ecclesiastica. Ad ogni infermo fa paura il chirurgo che ha da tagliare. Queste discordie fra il pontefice e l'imperadore cagion furono che esso Augusto, trovandosi alla dieta in Augusta, e bramando pure di quetar in qualche maniera i torbidi della religione e de' popoli nella Germania, fece stendere una scrittura, contenente ciò che fossero obbligati i protestanti di credere ed insegnare, fino a tanto che il concilio generale determinasse la pura dottrina della Chiesa; e nel dì 15 di maggio la pubblicò. Fu essa nominata l'Interim di Carlo V: decreto che egualmente si trovò poi riprovato ed impugnato dai cattolici e dai protestanti. A questi dispiacque, perchè i principali punti della religion cattolica erano ivi stabiliti, e perciò contra d'esso si scatenarono. Ai Cattolici, perchè nell'Interim furono permessi a' protestanti certi usi, non già incompatibili colla dottrina cattolica, ma contrarii alla presente disciplina della Chiesa. E sopra tutto il pontefice proruppe in gravi doglianze, perchè l'imperadore si fosse presa la libertà di far delle determinazioni in materia di religione, risiedendo questa autorità ne' soli sommi pastori della Chiesa, e non già nei principi secolari.

Trovandosi intanto l'Augusto Carlo stanco sotto la mole di tanti affari, e colla sanità infievolita per le passate fatiche e per la podagra, prese la risoluzione di far venire di Spagna in Italia e Germania il principe don Filippo suo figlio. Nello stesso tempo con dispensa del sommo pontefice accordò l'infanta donna Maria sua primogenita in moglie all'arciduca Massimiliano, figlio del re Ferdinando suo fratello, che era allora in età di circa venti anni. E per provvedere la Spagna di un autorevole vicerè, durante l'assenza del principe suo figlio, spedì colà lo stesso Massimiliano con bell'accompagnamento nel mese di giugno, e furono poi con gran magnificenza solennizzate le sue nozze in Madrid nel settembre di quest'anno. In questo mentre si unirono a Roses in Catalogna le galee d'Andrea Doria, di Spagna, Napoli e Sicilia, con varie navi, che in tutto formavano una numerosa e potente flotta, dove il principe don Filippo, dopo aver lasciato il governo dei regni al cugino Massimiliano, imbarcatosi nel dì primo di novembre, sciolse le vele alla volta dell'Italia sotto la direzione del duca d'Alva, capitan generale e maggiordomo maggiore dell'Augusto suo padre, inviato a questo fine in Ispagna. Sbarcò nel dì 22 (l'Adriani scrive nel dì 25) del suddetto mese in Genova, accolto con immensi onori da quel popolo, ed alloggiato nel palazzo del suddetto Doria. Cosimo duca di Firenze, attentissimo in tutto a conservare ed accrescere la protezion di Cesare, inviò colà a visitarlo don Francesco suo primogenito, che gli portò, se crediamo al Segni, dei regali del valore di cento mila scudi. Vi comparve ancora il duca Ottavio Farnese, inviato dal papa, per pregarlo d'impiegarsi nella restituzion di Piacenza. Dopo molti giorni di riposo passò dipoi il regal principe a Pavia, ed indi a Milano, due miglia lungi dalla qual città con isplendido corteggio di prelati e di nobiltà, fu a fargli una visita Carlo duca di Savoia. In tal congiuntura fece il popolo di Milano sfoggi di incredibil magnificenza per l'accoglimento di questo sole nascente, a cui sapeano di dover essere sudditi col tempo. Venne in quest'anno Arrigo II re di Francia con quattrocento uomini d'armi, e cinque mila fanti in Piemonte, per visitar le fortezze occupate dall'armi sue. Pretende l'Adriani impreso quel viaggio dal re, perchè Ottavio Farnese, per vendicarsi di don Ferrante Gonzaga dopo l'occupazion di Piacenza, avesse mandati dei sicarii per farlo uccidere, che poi furono scoperti a tempo e giustiziati: sperando il re, siccome consapevole della trama, che, tolto di vita il Gonzaga, potessero insorgere dei torbidi nello Stato di Milano. Vana immaginazione di quello storico, perciocchè nel dì 10 di settembre accadde la morte di Pier-Luigi Farnese, e il re nel luglio e agosto precedente era venuto a Torino; ed avendo colà chiamato Ercole II duca di Ferrara, questi con licenza dell'imperadore nel dì 15 d'agosto si mosse con bella comitiva, andò a Torino, e nel dì 2 di settembre si restituì a Ferrara. Erano le premure del re di tirar seco in lega questo principe, ma il trovò troppo alieno dall'inimicarsi il troppo potente imperadore. Tanto bensì operò esso re Cristianissimo, che indusse il duca medesimo a concedere in moglie Anna sua primogenita a Francesco di Lorena duca di Umala, figlio del duca di Guisa suo favorito. Senza far altra novità, e con solamente lasciar dei sospetti in Italia, se ne ritornò esso monarca in Francia nel dì 25 di settembre. Perciò don Ferrante attese a fortificar Milano, e le altre città e fortezze di quello Stato; ed altrettanto fece in Toscana il duca Cosimo, a cui per gran somma di danaro da Cesare fu dato Piombino, e da lì a poco ancora ritolto. Furono parimente in quest'anno fieri rumori in Siena, città, dove ab antiquo cozzavano fra loro due fazioni, volendo cadauna o primeggiar nel governo, o usurparlo tutto. I ministri dell'imperadore, che davano in questi tempi legge all'Italia, non tralasciarono di profittar della lor pazza discordia; e però a don Diego di Mendozza venne fatto d'introdur quattrocento fanti spagnuoli di guardia, dando principio ad una specie di dominio di quella città.

NOTE:

[448] Foglietta. Adriani. Campana. Mascardi.

[449] Sardi, Istoria MS.

[450] Summonte. Sardi. Adriani. Campana ed altri.

[451] Adriani. Angeli, Storia di Parma. Mambrin Roseo. Gesellini, Vita di Ferrante Gonzaga.

Anno di CRISTO MDXLIX. Indizione VII.

PAOLO III papa 16. CARLO V imperadore 31.

Dopo avere il regal principe don Filippo d'Austria lasciato in Milano un gran credito di signor generoso e liberale, nel dì 8 di gennaio del presente anno partì da colà, e, ricevuto uno splendido trattamento da Francesco duca di Mantova, alla qual città si portò anche Ercole II duca di Ferrara per inchinarlo, passò a Trento, continuando poscia il viaggio sino a Brusselles, dove fece la sua entrata nel dì primo d'aprile, accolto con tenerezza dal padre Augusto. L'intenzion dell'imperadore di chiamarlo colà era stata di fargli giurar fedeltà da' popoli della Fiandra; il che eseguirono essi di tutto buon cuore. Ma si aggiunse un'altra idea, fabbricata dall'amor paterno ed ambizioso di Carlo cioè si diede egli a meditare nel tempo stesso di farlo anche re de' Romani, e trattossi di ciò infatti nella dieta d'Augusta dell'anno seguente; ma con trovarsi il re Ferdinando troppo renitente alla cessione di quella dignità. Se non concordassero in questo varii autori, parrebbe inverisimile un siffatto progetto. Ma nè Ferdinando avea sì poco senno da sacrificare alle voglie del fratello quell'illustre dignità, nè i principi della Germania erano sì mal avveduti di permettere la continuazion d'una unione o potenza che facea paura a tutti. In questi tempi Arrigo II re di Francia, non sapendo soffrire che la sua città di Bologna in Piccardia avesse a restar in mano degli Inglesi anche per alquanti anni, e di doverla comperare con tante somme d'oro accordate nella pace fatta con loro dal re Francesco I suo padre, determinò di adoperar la forza per ricuperarla, con essersi fatto assolvere dal papa dal giuramento ed obbligo di pagare il pattuito danaro. Parvegli anche propizio il tempo, perchè in Inghilterra erano insorte gravi discordie, e durava tuttavia la guerra degl'Inglesi contro la Scozia, assistita dall'armi della Francia. Perciò andò con un possente esercito a mettere l'assedio alla città di Bologna, dichiarando aperta guerra agl'Inglesi; ma quantunque s'impadronisse di qualche forte, nulladimeno inutili per quest'anno rimasero i suoi sforzi contro d'essa città. Godevasi intanto in Italia la pace, ma pace turbata da continui sospetti di guerra per cagion di Parma e Piacenza; e tutti attendevano a premunirsi. Ebbero, ciò non ostante, a piagnere le marine, e specialmente della Sicilia, Calabria e Riviera di Genova. Corseggiava nel Mediterraneo dopo la morte del Barbarossa maestro, il famoso corsale Dragut rais con quaranta legni; nè solamente prendeva quanti navigli mercantili gli venivano alle mani, ma eziandio facea sbarco di tanto in tanto alle coste della cristianità, con mettere a sacco i villaggi, ed asportarne ancora gran copia d'anime cristiane, condannate dipoi ad una penosa servitù. Mancava a costui un buon nido; sel procacciò egli nell'anno presente coll'impossessarsi a forza d'armi della città appellata Africa o Tripoli nelle coste di Barberia. Quivi si piantò egli e fortificò, concependo poi speranza di stendere più in là il dominio suo.

Ondeggiava intanto papa Paolo fra varii pensieri intorno agli affari di Parma e Piacenza, e ricevea da Cesare parole di corte, quante ne volea. Ora pretendeva l'imperadore Carlo che si esaminassero le ragioni della Chiesa e dello Stato di Milano su quella città, ed ora proponeva cambii, comparendo sempre disposto a compiacere il papa, ma con interna risoluzione di far quel solo uso che conveniva al proprio interesse. Prese dunque il pontefice il partito, a ciò consigliato dai più saggi porporati, di unir di nuovo Parma alla Chiesa, e di torla al nipote Ottavio, con animo di reintegrarlo, cioè di dargli di nuovo Camerino, giudicando che Parma in man della Chiesa verrebbe più rispettata dai potentati cattolici. Con questa idea richiamò a Roma il nipote, spedì a Parma con segrete istruzioni Camillo Orsino, Capitan generale della Chiesa, il qual giunto colà, prese il comando dell'armi e il governo d'essa città, attendendo poscia a fortificarla, e a ben provvederla di vettovaglie e munizioni da guerra: il che recò non poca gelosia a don Ferrante Gonzaga. Stette lungamente aspettando il duca Ottavio qual dovesse essere il suo destino, lusingato dal pontefice ora colle speranze di espugnar la pertinacia di Cesare, ed ora colle proposizioni avanzate di una lega colla Francia. Finalmente s'impazientò, massimamente all'udire che si trattava di ceder Parma a _don Orazio _suo fratello, e Camerino a lui, e al considerare che in tanto egli si trovava spogliato di Parma, benchè d'essa investito, e che, venendo a mancare il decrepito papa, correa rischio di neppur ottenere o di perdere Camerino. All'improvviso dunque, senza saputa dell'avolo papa, venne per le poste a Parma, credendo di farsene, come prima, padrone; ma Camillo Orsino insospettito per non aver egli recata lettera o ordine alcuno del pontefice, si mise alla parata d'ogni accidente, col disporre guardie dappertutto; e lasciò bensì entrare in Parma il duca, ma il tenne sì corto, che non osò di tentare novità veruna. Con tutto ciò, le speranze di Ottavio erano riposte nella cittadella, avendo tenuta già intelligenza per questo col castellano d'essa, e perciò fece istanza di visitar anche quelle fortificazioni. Quivi parimente si trovò egli burlato, per essersi pentito il castellano, che ricusò d'ammetterlo dentro: il perchè tutto fumante di collera uscì di città, e si ritirò a Torchiara castello del conte Sforza Santafiore suo cugino, dove, per mezzo del cardinale di Trento, cominciò un trattato con don Ferrante Gonzaga per acconciarsi coll'imperadore. Dacchè il pontefice ebbe intesa l'impensata fuga del nipote, diede nelle smanie, persuaso che la gente non crederebbe ciò fatto senza consenso suo; e tosto gli spedì dietro un corriere per richiamarlo. E perchè ebbe avviso dall'Orsino del tentativo da lui fatto per ripigliare il dominio di Parma, maggiormente acceso di collera, rinnovò gli ordini a tutti i ministri di quella città di tenerla a nome della Chiesa, e di non ammettere colà il nipote. Così stavano le cose, quando il cardinal Farnese, per lettera a lui scritta dal fratello, fece sapere all'addolorato pontefice che Ottavio, se non gli veniva ceduta Parma, si accorderebbe con don Ferrante, e cercherebbe colla forza di riaver quello che riputava dovuto a sè per giustizia. Questo colpo, per cui si sfasciavano tutte le macchine politiche del papa, e i suoi segreti trattati coi Franzesi, l'accorò talmente, che, preso da un tremore e quasi sfinimento, fu per cadere in terra, se non era sostenuto dagli astanti. Dopo quattro ore si riebbe; ma sopraggiunse una gagliarda febbre, a cui l'età sua, arrivata ad anni ottantadue, e forse più, guadagnatasi da lui colla temperanza del vitto, non potè reggere, e però cessò di vivere nel dì 10 di novembre.

Varia fu la fama che lasciò dopo di sè papa Paolo III. Gli storici fiorentini, Varchi, Segni ed Adriani, perchè mal animati contro di lui a ragion delle dissensioni passate fra esso pontefice e il duca Cosimo, ne sparlarono a bocca aperta. Il Segni arrivò a scrivere, esser egli stato in concetto, non dirò di amante della strologia giudiciaria, che questo gli fu imputato anche da altri (benchè forse senza ragione), ma fin di magia e dell'uso de' veleni, con altre dicerie bestiali, che lo stesso stampatore si vergognò di esporre tutte alla luce. Non è già di dovere che i principi, pretendenti di non esser sottoposti alle leggi, abbiano anche da pretendere esenzione dalla pubblica censura, perchè questo è l'unico freno oppur gastigo alle lor malvage azioni: e guai a chi giugne a nulla curarsi anche di questo qualsisia staffile. Ma giusto insieme è che la censura sia ben fondata, e non figlia della malignità e dell'invidia. Certamente chiunque senza passione peserà le azioni e la condotta di Paolo III, avrà da confessare, aver egli meritato, per conto non men dell'uffizio pastorale, che del governo principesco, la lode di degno pontefice e di saggio principe. Dotato di gran consiglio, di rara prudenza e di zelo cospicuo pel bene della religione e pel decoro della Chiesa, primiero aprì l'importantissimo concilio di Trento, confermò l'insigne compagnia di Gesù e l'istituto de' cappuccini, e procurò la riforma degli abusi che deformavano la Chiesa di Dio. Sommamente accrebbe la gloria sua colla promozione di più di settanta cardinali, la maggior parte illustri o per la loro scienza, o per la lor pietà, o per l'ingegno o per la chiarezza di sangue. Sempre padre comune, mai s'impacciò nelle guerre fra i principi, fuorchè quando si trattò di guerreggiar contro gl'infedeli ed eretici: che allora largamente impiegò le rendite della Chiesa. Fortificò Perugia, Ascoli, Nepi e Castro; condusse molto innanzi la fabbrica di San Pietro, cominciata da Giulio II; rifondò il palazzo apostolico del Vaticano; tirò alcune strade diritte per Roma; ed avendo molto beneficato il popolo romano, meritò che fosse posta la sua statua nel Campidoglio. Non mancarono al certo in lui varii nei. E chi n'è senza? Per fabbricare il palazzo Farnese, gran guasto diede all'anfiteatro di Tito. Fece gridare il clero e i popoli suoi per le gravezze loro accresciute, e lasciò anche impegnate a' mercatanti per più anni non poche rendite della camera apostolica. Ma quello che maggiormente parve che oscurasse la sua fama, e che presso i più non trovò scusa, fu l'esorbitante suo amore verso del figlio, benchè figlio non degno di questo buon padre, e verso de' nipoti, degni al certo di lui, per l'ingrassamento ed innalzamento dei quali che non fece egli? L'abbiam già veduto. E volle Dio che, vivente ancora, ne ricevesse il gastigo; laonde dicono che negli ultimi giorni di sua vita andasse ripetendo: Et peccatum meum contra me est semper. Per altro anche in questi ultimi tempi ad esaltare i pregi e a liberar dalla censura le azioni d'esso pontefice, ha contribuito non poco l'indefessa penna del celebre cardinale Angelo Quirini, vescovo di Brescia, a cui ancora siam tenuti per tante altre notizie intorno al cardinal Polo e ad altri insigni personaggi che in Paolo III trovarono un saggio conoscitore e premiatore del merito.

Aveva il pontefice nel penultimo dì del suo vivere ordinato un breve all'Orsino, con cui gli comandava di consegnar Parma al duca Ottavio: tanto era il timore ch'egli si gittasse in braccio agli imperiali, e cedesse loro quella città. Perchè questo breve non fu spedito con diligenza, ed arrivò prima d'esso a Parma la nuova della morte del papa, ancorchè il sacro collegio ordinasse lo stesso all'Orsino, egli non volle ubbidire, dicendo d'aver avuta in guardia quella città da un papa, e che ne disporrebbe secondo che gli fosse ordinato da un altro papa: risposta che fece sospettare qualche suo intrigo coi Franzesi. Ma l'Orsino onoratamente trattò e conservò Parma pel papa venturo, quantunque non men dagl'imperiali che da' Franzesi gli fossero fatte molte ingorde proposizioni. Durante poi la sede vacante, Camillo Colonna ricuperò Palliano e le altre terre tolte da papa Paolo ad Ascanio; e il principe di Sulmona acquistò Soncino ed altri luoghi, come appartenenti a donna Isabella Colonna sua moglie. Ma don Diego Mendozza s'interpose, affinchè non seguissero rumori fra esso principe e i Colonnesi. Intanto raunati i cardinali nel numeroso conclave, cominciarono i lor maneggi per provvedere la Chiesa d'un nuovo pastore, con sì poca concordia nondimeno, che spirò il presente anno senza verun accordo, anzi con apparenza di non accordarsi sì presto fra loro. Nell'ottobre di quest'anno si celebrarono con rara magnificenza in Mantova le nozze del duca Francesco Gonzaga con Caterina d'Austria figlia di Ferdinando re de' Romani. Nel qual tempo Lodovico fratello d'esso duca passò alla corte di Francia, e col tempo divenne duca di Nevers: del che è bene che il lettore si ricordi, perchè vedremo a suo tempo tornar questa linea Gonzaga a signoreggiare in Italia.

Anno di CRISTO MDL. Indizione VIII.

GIULIO III papa 1. CARLO V imperadore 32.

Tennero lungamente diviso il sacro collegio, ascendente al numero di cinquanta cardinali, le fazioni imperiale, franzese e farnese. Fu in gran predicamento il cardinal Polo, uomo per la sua scienza, religione e purità di costumi ben meritevole della dignità pontificia. Ma perchè il cardinal teatino Caraffa il proclamò per amico de' protestanti, a personaggio sì illustre rimasero tagliate le penne. Infine nella notte precedente il dì 8 di febbraio restò concordemente eletto papa (per cura specialmente dei cardinali Farnese, Guisa e d'Este) Giovanni Maria di Monte, ossia del Monte, cardinal veterano, creduto degno della sacra tiara per li meriti suoi anche dal defunto pontefice. Era egli oriondo da Monte San Sovino, terra del distretto di Arezzo; e per la trafila di varii impieghi, tutti sostenuti con lode, passato al cardinalato, si era specialmente distinto per lo sapere e per la prudenza nel concilio generale, in cui fu legato apostolico tanto in Trento che in Bologna. Prese il nome di Giulio III; e perciocchè questo era l'anno del giubileo, nè per la morte del papa s'era potuto nel precedente dicembre far la funzione di aprir la porta aurea, coronato ch'egli fu nel dì 22 di febbraio, non tardò ad aprirla nel dì 24, per soddisfare al gran concorso della gente passata a Roma per ottener le indulgenze. Lodevolissimi furono i principii del governo di questo pontefice, siccome suol d'ordinario accadere non solo ne' principi ecclesiastici, ma anche ne' secolari, perciocchè mostrò l'animo suo inclinatissimo non solo a rimettere in Trento il concilio generale, aderendo alle premure dell'imperadore e dei Tedeschi, ma ancora alla riforma della disciplina ecclesiastica, troppo scaduta ne' secoli addietro. Pubblicò infatti il decreto del riaprimento del concilio in essa città di Trento pel dì primo di maggio dell'anno prossimo venturo. Conciliossi ancora l'amore del popolo romano con levare i dazii della macina e de' contratti, che papa Paolo avea introdotti con gravi doglianze massimamente de' poveri. Riconfermò lo Stato di Campagna ai Colonnesi, e per riconoscenza al cardinal Farnese confermò la prefettura di Roma ad Orazio Farnese duca di Castro, e il grado di gonfalonier della Chiesa al duca Ottavio Farnese fratello d'esso cardinale. Quel che più importa, fece nel dì 24 di febbraio restituire da Camillo Orsino ad esso Ottavio la città di Parma colle fortezze, artiglierie e munizioni: il che fu cagione che Ottavio, dopo essere stato fin qui in molti trattati coi ministri dell'imperadore, voltasse vela per sostenersi contra de' medesimi, scoperti troppo vogliosi di quell'acquisto, e malcontenti della restituzione a lui fatta.

Sì risoluto sempre più compariva Arrigo II re Cristianissimo di ricuperar la città di Bologna nella Piccardia, che Odoardo re d'Inghilterra e i ministri suoi giudicarono miglior consiglio di cedere amorevolmente con qualche vantaggio quella città, che di fare immense spese per la difesa, e di perdere poi tutto colla resistenza. Però nel dì 24 di marzo dell'anno presente seguì pace fra que' due potentati, come consta dallo strumento rapportato dal Du-Mont, in cui fu conchiusa la restituzion di essa città al re di Francia, con obbligarsi questi al pagamento di quattrocento mila scudi d'oro del sole in due rate all'Inglese. Liberato da quell'impegno, si diede poscia il re Arrigo a lavorar sott'acqua per turbar la quiete d'Italia, e per muovere guerra all'imperadore, la cui potenza faceva male a' suoi occhi, non men che n'avesse fatto al re suo padre. Già dicemmo divenuto formidabile nel Mediterraneo il feroce corsaro Dragut Rais, massimamente dopo la conquista della città appellata Africa, o Tripoli di Barberia, tenuta da alcuni per l'Aphrodisium degli antichi. I Turchi le danno il nome di Maladia. Portate alla corte di Cesare le doglianze e grida di tanti popoli afflitti dall'insolenza e crudeltà di costui, che solamente manteneva buona amistà co' Franzesi, vendendo loro la preda fatta sopra i sudditi della Spagna; determinò il magnanimo imperadore di reprimere la baldanza di quel nemico del nome cristiano. Per ordine adunque suo, il principe Andrea Doria e don Giovanni di Vega vicerè di Sicilia allestirono una ragguardevol flotta di galee e di navi, colla quale si unirono ancora alcune del pontefice e de' cavalieri di Malta. Don Pietro di Toledo vicerè di Napoli vi mandò don Garzia suo figlio, Cosimo duca di Firenze vi spedì Giordano Orsino con quattro galee e Chiappino Vitelli con mille fanti. Gran numero di cannonate e d'assalti bisognò a quella impresa; ma finalmente al valore dell'armi cristiane non potè resistere quella picciola, benchè assai fortificata città. Vi rimasero uccisi ottocento Mori, e ne furono condotti via schiavi circa sei od otto mila, venduti poi a vil prezzo per la Sicilia e Sardegna. Furono presi anche altri luoghi in quei contorni, tutto bel paese con terreno fecondo e colline piene di oliveti. Pretende il Surio che il Vega vicerè, spogliata di tutto quella città, la facesse smantellare. La verità si è, che lasciata fu ivi una competente guarnigion di Spagnuoli e di cavalieri di Malta, e che la principal moschea nel dì 14 di settembre venne dedicata al culto del vero Dio. Dragut colle sue galeotte si ritirò alle Gerbe, e l'armata cristiana, tornando verso Sicilia, restò assalita da fiera tempesta, per cui alquante galee e quattro navi rimasero preda dell'infuriato elemento.

Grande occasion di parlare diede in quest'anno papa Giulio colla creazion d'un solo cardinale fatta nel dì 31 di maggio[452], cioè d'Innocenzo del Monte. Era questi nato da una povera donna che andava accattando in Piacenza. Trovandosi in essa città governatore o legato Giovanni Maria del Monte, che fu poi papa Giulio, raccolse nella sua corte questo pezzente ragazzo, il fece allevare, e tanto amore gli prese, che più non si sarebbe fatto ad un unico suo figlio. Gli era sì perduto dietro, che l'innestò nella propria casa, facendolo adottare da Baldovino suo fratello. Nè ciò a lui bastò. Dacchè ascese al pontificato, l'empiè sino alla gola di benefizii e di rendite ecclesiastiche, e senza dimora passò a proporre nel concistoro questo suo caro idolo per la sacra porpora. Gran bisbiglio insorse fra i cardinali; e fra gli altri il cardinal Teatino, che fu poi papa Paolo IV, a visiera calata arringò contro la prostituzion di quella eccelsa dignità in persona sì vilmente nata, senza sapersi neppure il padre suo, e sprovveduto affatto di quelle virtù e qualità che in qualche guisa potessero coprire l'obbrobrio de' natali. Ebbe un bel dire. Innocenzo fu creato cardinale. Ma questo aborto fece quella riuscita che ognun prevedeva; perciocchè sotto Pio IV e Pio V, a cagion de' suoi vizii, più d'una volta fu in prigione e ne' ceppi, e spogliato di varii benefizii. Abborrito dagli altri porporati, miseramente infine terminò la sua vita l'anno 1577, non sussistendo ciò che scrive il Belcaire, cioè esser egli stato strangolato dopo la morte del papa suo protettore. Scapitò forte per questo disordinato affetto e per tal risoluzione il concetto del papa. Oltre di che, siccome attesta l'Adriani, poco tempo passò che non pareva più esso pontefice quel che era stato cardinale; perchè si diede all'ozio, scaricandosi degli affari pubblici sopra il cardinal Crescenzio, e prendendo solamente diletto d'un suo giardino, dove consumava tempo e spese grandissime in fabbriche ed ornamenti. Nè è da tacere che l'anno presente diede motivo in Siena a gravi timori e consigli; perciocchè, dopo essere entrati colà per guardia gli Spagnuoli, ad imitazion del riccio, cominciarono que' ministri imperiali a disegnar ivi la fabbrica d'una cittadella, e ne mandarono anche i disegni all'imperadore. Spedì quel popolo i suoi inviati a Cesare a dolersi di tal novità, e andò intanto meditando maniere più efficaci di sottrarsi a quel giogo e di conservare la libertà. Comune credenza fu che lo imperadore, per l'ansietà di aver Parma in suo potere, più volte avesse proposto di dar Siena in contraccambio al duca Ottavio. Ma queste fantasie fra poco andarono tutte in fumo. Nell'anno presente a' dì 21 di febbraio Francesco III Gonzaga duca di Mantova e di Monferrato, caduto nel lago, lasciò ivi miseramente la vita; ed ebbe per successore Guglielmo suo fratello. Avea Francesco avuta per moglie Caterina figlia di Ferdinando re de' Romani, da cui non ebbe prole. Divenne poi questa principessa per le seconde nozze regina di Polonia.

NOTE:

[452] Panvinio. Segni. Giacon. Adriani. Oldoin.

Anno di CRISTO MDLI. Indizione IX.

GIULIO III papa 2. CARLO V imperadore 33.

Stavasene in Parma il duca Ottavio Farnese, tuttodì pensando ai mezzi per mantenersi in quel dominio, giacchè per la ricuperazion di Piacenza era seccata ogni speranza. Parevagli di trovarsi a mal partito, perchè non ignorava l'idee dell'Augusto suocero suo sopra quella città, e i mali uffizii e le mine che andavano facendo contra di lui don Ferrante Gongaza governator di Milano, e don Diego Mendozza, anche per private passioni nemici suoi. Come resistere solo a chi volendo potea sì facilmente ingoiarlo, qualor volesse? Fece rappresentare a papa Giulio il bisogno suo, e chiedere, non ottenendo aiuto da lui, licenza di ricorrere a chi potesse sostenerlo, mentre niuno in Italia ardiva di alzare un dito in suo favore; e il papa, che per altri motivi si studiava di conservar buona armonia coll'imperadore, si strinse nelle spalle, nè altro rispose, se non che il duca si aiutasse come potesse. Ciò bastò ad Ottavio, col consiglio, per quanto fu creduto, de' due cardinali Alessandro e Ranuccio suoi fratelli, per proseguire animosamente un trattato già mosso da Orazio duca di Castro, altro suo fratello, alla corte del re Cristianissimo, per impegnar quel monarca alla difesa sua. Null'altro che questo bramava Arrigo II, emulo oltre modo della soverchia potenza della casa d'Austria. E nel dì 27 di maggio del presente anno, come apparisce dallo strumento rapportato dal Du-Mont[453], prese il re sotto la sua protezione la casa Farnese, obbligandosi di mantenere ad Ottavio due mila fanti e ducento cavalli leggieri per la difesa di Parma, e di pagargli annualmente dodici mila scudi d'oro, con promessa di maggiori aiuti alle occorrenze, e di rilievo, in caso di disgrazie. Intanto ducento mila scudi fece avere il re in Venezia per sostenere questo impegno. Avvertito il pontefice dal cardinal Farnese di questo negoziato, parve allora che si svegliasse, e si sbracciò per disturbarlo con gagliarde premure presso dello stesso Ottavio. Ma non fu a tempo. Essendosi data l'ultima mano al trattato col re Cristianissimo, il duca Ottavio, siccome uomo d'onore, non volle retrocedere, per quanto ancora vi si adoperasse il duca di Ferrara Ercole II, a cui non piaceva il fuoco vicino a' suoi confini.

Allora fu che papa Giulio III proruppe in ismanie. Cominciarono a fioccare i monitorii contro di Ottavio, comandandogli di consegnar Parma ai ministri pontificii, e si procedè fino alle censure, e a dichiarar lui ribello e decaduto da ogni diritto sopra quello Stato, e dal grado di gonfalonier della Chiesa. Ritiraronsi da Roma Alessandro e Ranuccio cardinali Farnesi: il primo si ricoverò a Firenze, ben ricevuto dal duca Cosimo; e l'altro ad Urbino, dove ebbe un amorevol trattamento dal duca Guidubaldo suo cognato. Provarono i Farnesi anche lo sdegno di Carlo V, perchè questi tolse al cardinale Alessandro il ricco arcivescovato di Monreale, e ad Ottavio Novara e il ducato di Cività di Penna, beni dotali della duchessa Margherita d'Austria sua figlia, e moglie d'esso Ottavio. Meglio di quaranta mila scudi d'oro perderono essi Farnesi nella presente tempesta; ma vi guadagnarono bene i parenti del papa. Giacchè più non restava luogo al più volte proposto ripiego di dar Camerino al duca Ottavio in cambio di Parma, il papa diede il perpetuo governo d'esso Camerino colle rendite a Baldovino suo fratello, e di più, per attestato del Segni, maggior grandezza gli conferì in Roma, che se fosse stato duca o signor naturale antiquato in Italia. A Gian-Batista del Monte, figlio d'esso Baldovino, conferì il grado di gonfaloniere e capitan generale della Chiesa, e per lui ottenne dall'imperadore Novara e Cività di Penna. Andò tanto innanzi il fasto di quella gente, che Ersilia Cortese, nobile modenese, moglie d'esso Gian-Batista, se crediamo al Segni, stava in Roma con tanta altura e grandezza, che la duchessa di Parma figliuola dell'imperadore, innanzi che ella fosse ita a Parma, avea appena udienza da lei, quando andava in cocchio per salutarla e per farle onore. Nè qui si fermò il nepotismo di questo pontefice, perchè ad Ascanio della Cornia Perugino e a Vincenzo de' Nobili, figli delle sorelle sue, diede Stati e titoli di signori, e cardinalati ai lor figliuoli. Nè si dee omettere che il pontefice stese il suo sdegno anche contra il ducato di Castro, posseduto da Orazio Farnese, dimorante allora in Francia, senza riguardo all'esser egli destinato genero dal re Arrigo. Però spedì colà Ridolfo Baglione coll'armi. Volevano i soldati presidiarii difendere quelle terre; ma Girolama Orsina, vedova del fu Pier-Luigi, quivi dimorante, per placare l'adirato papa, personalmente trasferitasi a Viterbo, le cedette al cardinal Pio legato del Patrimonio; e tanto scusò il figlio Orazio per l'obbligo d'onore da lui contratto col re di Francia, che il pontefice ammansato, posto solamente il Baglione nella fortezza di Castro, lasciò lei liberamente governar quel dominio.

Era già entrata in Parma guernigione franzese col signor di Termes: il che non impediva la continuazion de' trattati di papa Giulio col re di Francia e coll'imperadore, per prevenir la guerra. Pareva anche ogni cosa disposta per la concordia; quando don Ferrante Gonzaga, immaginando che il Farnese procedesse con finzione in que' negoziati, per dar tempo ai Parmigiani di fare il raccolto, senza aspettar le risoluzioni di Roma, a mezzo giugno si accostò alle vicinanze di Parma con sette mila fanti, ducento cinquanta uomini d'armi, cinquecento cavalli leggieri e sei mila guastatori, che si sfogarono contra di quel territorio. Fu cagione questa barbara ostilità che il coraggioso duca Ottavio non accettasse la ratificazione venuta di Roma della progettata concordia, e che si venisse a guerra aperta. Mostrava l'imperadore, per non rompere la pace colla Francia, di essere entrato in questo ballo come ausiliario del papa, secondo il debito di sua avvocazia; siccome, all'incontro, il re di Francia pretendeva non rotta la sua amicizia coll'imperadore pel sostener egli il Farnese, legittimo padrone di Parma, attesi ancora i meriti grandi di papa Paolo III, perchè anche allora si sapeano le palliate maniere di far guerra ad altrui con pretendere di non farla. Ma perciocchè don Ferrante Gonzaga s'impadronì di Brescello, terra del duca di Ferrara, toccata in appannaggio al cardinale Ippolito d'Este suo fratello, che stava allora ai servigi della Francia; e inoltre sul Cremonese furono presi dagl'imperiali due uffiziali franzesi che passavano, come per paese amico, a Parma; il re Arrigo, tenendo per rotta la tregua, dichiarò apertamente la guerra all'imperadore, con far grande armamento per mare e per terra, e con istudiarsi di suscitar contra di lui i principi della Germania. Pertanto don Ferrante determinò di mettere l'assedio a Parma; e perciocchè il castello di Colorno, dove era con presidio farnese di ottocento fanti Amerigo Antinori, potea forse incomodare il suo campo, v'andò sotto colla gente, e colle artiglierie cominciò a fulminar quelle mura. Fu l'Antinori tacciato di dappocaggine, se non d'infedeltà, perchè non tardò a capitolarne la resa. Ciò fatto, formò il Gonzaga l'assedio, o piuttosto un blocco, alla città di Parma. Avea intanto il re Cristianissimo inviato Pietro Strozzi, fuoruscito fiorentino, con Cornelio Bentivoglio alla Mirandola, acciocchè facessero ivi massa di gente in aiuto del Farnese. Dopo aver dunque lo Strozzi stipendiati quattro mila fanti e cinquecento cavalli, allorchè vide il bisogno, arditamente spinse quella cavalleria in Parma; e questa, facendo dipoi spesse sortite, tenne aperto il cammino alle vettovaglie; talmente ancora inquietò i nemici, che mai non osarono di strignere Parma con vero assedio.

Conchiuse in questi tempi il papa una lega coll'imperadore, egli che nell'anno precedente avea fatte sì belle slargate di non voler guerra, ma bensì di voler farla da padre comune. A questo si lasciò egli indurre da don Diego Mendozza, e però dopo attese a sfoderar la spada contra del duca Ottavio. Nè gli mancò biasimo per questo, perchè, invece di prendersela contra l'occupator di Piacenza, si metteva anche a rischio di perdere Parma. Raunati pertanto a San Giovanni del Bolognese nove mila fanti e secento cavalli (pel quale armamento Cesare nel mese di giugno gli avea fatto pagare cento mila scudi d'oro, nel dì 11 di luglio ne pagò altri centocinquanta mila, con permissione di rifarsene poi sulle rendite della Chiesa in Ispagna), ordinò il pontefice che s'imprendesse l'assedio della Mirandola. Il comando dell'armi era appoggiato di nome a Giovambatista del Monte suo nipote, ne' fatti ad Alessandro Vitelli, persona esperta in questo mestiere. Nel dì 5 di luglio giunse l'armata papesca sotto la Mirandola, e le prime sue prodezze furono d'incendiare i grani non peranche raccolti, di saccheggiare e bruciar le case nella campagna, e di tagliar quanti alberi e viti trovarono. Si ridusse poi tutto questo apparato guerriero non già ad assediar nelle forme quella picciola, ma forte città, essendo bastato al Vitelli di fabbricar due forti intorno alla medesima, con isperanza di vincerla colla fame. Intanto il re Cristianissimo, spedito in Piemonte il signor di Brisach con assai gente, fece dar principio alle ostilità in quelle parti nell'incominciar del settembre. Avendo esso Brisach occupato San Damiano, Chieri, Brusasco ed altri luoghi, fu forzato don Ferrante Gonzaga ad accorrere in Piemonte, lasciato il Medichino marchese di Marignano sotto Parma. Si formò allora un blocco più largo di quella città, essendosi compartite le milizie imperiali restate quivi in Castelguelfo e Noceto del Parmigiano, e in Montecchio, Castelnuovo e Brescello, terre del duca di Ferrara, per impedir il passaggio delle vettovaglie alla città. Però null'altro di conseguenza accadde in que' contorni, se non che nel novembre venne fatto ai Franzesi di sorprendere il forte di Torchiara, dove quel picciolo presidio fu quasi tutto messo a fil di spada, e vi perì fra gli altri il principe di Macedonia. In Piemonte non si fecero poi imprese tali che meritino luogo in queste carte. Fin qui s'era trattenuto in Fiandra e Germania il principe don Filippo figlio dell'imperadore. Prese egli congedo dal padre per tornarsene in Ispagna, e nel dì 6 di giugno pervenne a Trento, cioè in quella città in cui nel dì primo del precedente maggio d'ordine del papa si era riaperto il concilio generale, e furono tenute dipoi alcune sessioni molto importanti alla Chiesa di Dio. Si portarono ad incontrar questo principe con decorosa cavalcata il cardinal Marcello Crescenzio legato, e gli altri padri, che gli diedero poscia alcuni nobili divertimenti, siccome ancora fecero le altre città all'arrivo suo. Passò dipoi a Genova, e di là in Ispagna. Le stesse galee e navi che il condussero colà, servirono a ricondurre in Italia Massimiliano re di Boemia con donna Maria d'Austria sua consorte, e sorella del suddetto don Filippo, i quali, scortati da gran copia di nobili e soldati boemi, continuarono nel dicembre il viaggio loro alla volta della Germania.

Che mali alla Cristianità producesse l'esorbitante brama di Arrigo II re di Francia per deprimere la potenza di Carlo_ imperadore_, si tornò di bel nuovo nel presente anno a vederlo. Non solamente maneggiò esso re e conchiuse, siccome vedremo nell'anno appresso, una lega coi principi protestanti della Germania contra di esso Augusto, ma, camminando sulle pedate del fu suo padre, collegossi colla Porta Ottomana, e fece muovere l'armi turchesche a' danni degli Stati posseduti da Cesare in Italia. Di che non è mai capace la cieca ambizion de' mortali, che si va poi coprendo col manto della ragione di Stato? Senza andare alla pestilente scuola del Macchiavello, sa questa mettersi sotto i piedi le parentele, la fede, i giuramenti e la stessa religione, lo so, negarsi dal Belcaire e da altri Franzesi che da' maneggi del re Arrigo fosse mosso questa volta il Turco contra de' cristiani; ma il papa, i Veneziani e gli altri Italiani d'allora furono persuasi del contrario. Se non videro i trattati segreti fra esso re e Solimano, miravano bene il signor di Aramone ambasciator franzese a Costantinopoli, e il medesimo poi venuto sulla flotta di quegli infedeli, dove faceva da direttore. E di che buono stomaco fossero i Franzesi di quel tempo (per tacere de' nostri tempi), cel fece sapere il signor di Monluc, storico loro, che in questi giorni molto onor si fece nelle guerre; perciocchè, volendo scusar la lega del re Francesco I coi Turchi, scrisse: Che contra dei suoi nemici si può far di tutto: e che, quanto a lui, se avesse potuto chiamar tutti gli spiriti dell'inferno, per rompere la testa ad un nemico che volesse rompere la sua, ben volentieri lo farebbe. Scrivendo così quello storico, non dovea già ricordarsi d'essere cristiano, oltre al valersi d'un falso supposto, essendo manifesto che tanto il re Francesco che Arrigo suo figlio furono gli assalitori, e non già gli assaliti da Carlo V imperadore. Comunque sia, certo è che Solimano non solamente mosse in quest'anno una fiera guerra contro i cristiani nella Transilvania ed Ungheria, di cui nulla parlerò io, ma ancora spinse una formidabil armata nel Mediterraneo sotto il comando di Sinan bassà, con cui si unì anche il famoso corsaro Dragut. Secondo alcuni, era composta di cento galee e di cinquanta altri legni. Andrea Morosino la fa ascendere fino a trecento cinquanta vele. Gran gente da sbarco e artiglierie assaissime si contarono nel barbarico stuolo. Ma molto prima che uscisse in corso il general turchesco, accadde che Andrea Doria con ventotto galee andò ad assediar le Gerbe, dove s'era ritirato esso Dragut. Si trovò costui chiuso nello stretto, ossia nel golfo, ch'è tra le secche e l'isola, dove non si potea entrar nè uscire, se non con una galea per volta. Portossi il Doria all'imboccatura tutto allegro, in veder chiusa la volpe nella tana, tenendo per fermo di avere a man salva quella preda. Ma più di lui ne seppe l'esperto corsaro, perchè, affin d'uscire da quella gabbia, senza che se ne avvedessero i cristiani, fece dall'altra parte cavare il terreno circa mezzo miglio, e per quel canale fatto a mano sboccando poi in mare, si ridusse in salvo, lasciando il Doria, vecchio capitano, non so se più maravigliato o confuso.

Ma perciocchè facea strepito il grande armamento de' Turchi per mare, e si prevedeva che costoro avessero la mira a ricuperar la città d'Africa, ossia Tripoli in Barberia, commessa alla guardia de' cavalieri di Malta; Andrea Doria spedì Antonio suo nipote con quindici galee, affinchè rinforzasse di gente, vettovaglie e cannoni quella città. Andò egli; seco non di meno non andò quella che noi chiamiamo buona fortuna, ma bensì l'altra che si chiama fortuna di mare; perchè per fiera burrasca perdè otto di quei legni, e condusse quel poco che gli restò a Tripoli. Ora il bassà Sinan colla potente sua flotta comparve nello stretto di Messina, e poi, danneggiando le coste della Sicilia, prese la città d'Agosta con facilità, e poi la fortezza col cannone. Tutto andò a sacco, e il fuoco fece del resto. Di là passò a Malta, nè solamente saccheggiò l'isola, ma, lusingatosi di poter anche prendere la città, mise mano ai cannoni. Gli risposero que' prodi cavalieri a dovere, laonde dopo otto giorni, e dopo avervi perduto circa cinquecento soldati, lasciò essi in pace; ma non già la vicina isola del Gozzo, in cui si trovava un'assai debole fortezza; colle artiglierie in termine di tre dì se ne impadronì, e le attaccò il fuoco, e, di là partendo, seco menò schiave circa quattro mila anime cristiane. Arrivato poi nel dì 5 d'agosto sotto la città d'Africa, ossia Tripoli, vi si accampò e cominciò a batterla. Il signor di Aramon ambasciator franzese che con due galee si era unito al bassà, da alcuni viene scritto che alle preghiere del gran mastro s'interponesse per far desistere Sinan dall'assedio ma che nol potesse impetrare; e da altri, ch'egli subornasse il comandante della città, cavalier di Malta di sua nazione, acciocchè la rendesse, siccome infatti seguì a' dì 15 di agosto. Circa quattrocento Spagnuoli vi rimasero uccisi, essendosi salvati nelle galee franzesi ducento fra cavalieri di Malta e terrazzani. Quel comandante giunto dipoi a Malta, trovò ivi preparata per lui una scura prigione. Erano succedute varie novità e mutazioni negli anni addietro in Tunisi, il racconto delle quali, siccome non pertinente all'assunto mio, ho tralasciato. Basterà solamente dire che il re Muleasse fu detronizzato da Amida suo figlio, ed aver egli invano ricorso all'imperador Carlo. Restava tuttavia in potere d'esso Augusto la Goletta, e v'era per comandante Antonio Perez, il quale in questi tempi, perchè Amida facea troppo il bell'umore, il cominciò a tempestare in tal maniera, che il Barbaro fu astretto ad un nuovo accordo, con obbligarsi di pagare annualmente all'imperadore dodici mila scudi pel mantenimento della Goletta, e inoltre quindici cavalli barbari, diciotto falconi e legna quanta bastasse alla guarnigion d'essa Goletta; e di rilasciare gli schiavi cristiani, e di non farne più da lì innanzi. Fece alquanto di guerra in quest'anno il re di Francia per mare all'imperadore. Leone Strozzi gran priore di Capoa, suo general di mare, con ventotto galee passò a Barcellona, e fu vicino ad impadronirsi di quella città. Condusse via da quel porto sette navi cariche di mercatanzia, ed altri legni minori con una galeotta spagnuola. Anche nell'Oceano ventidue navi mercantili, passando dai Paesi Bassi alla volta di Spagna, e credendosi sicure per la pace che tuttavia durava, il Polino Franzese con alquanti legni armati andò a visitarlo, e, a riserva di nove che scamparono, prese e menò le altre a Roano, e si calcolò la perdita di que' mercatanti a un mezzo milione di scudi d'oro.

NOTE:

[453] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDLII. Indizione X.

GIULIO III papa 3. CARLO V imperadore 34.

Erasi troppo facilmente impegnato papa Giulio nella guerra della Mirandola e di Parma. Non sapendo qual voragine di danari sia il mantener armate in campagna, trovò presto il suo erario sfinito, quello dell'imperadore suggetto a' medesimi deliquii, e sè stesso malamente involto in una fastidiosa impresa che gli facea perdere la desiderata quiete, di modo che fino nel precedente anno si diede a muovere parole di tregua e di pace. Quel nondimeno che maggiormente gli mise il cervello a partito, fu un colpo di Arrigo II re di Francia, il quale, col proibir l'uscita del danaro dal regno suo per la provvista de' benefizii, alterò non poco le misure della camera pontificia. Vietò inoltre quel re ai suoi prelati di concorrere al concilio di Trento; e, quel ch'è più, quantunque nelle sue lettere e protestazioni dimostrasse un inviolabil attaccamento e sommessione alla sede apostolica, pur sotto mano facea disseminar sospetti di voler levare l'ubbidienza al sommo pontefice nel suo regno. Udivasi ancora che in Francia era progettato un concilio nazionale. Per conto delle faccende del mondo non erano più i papi quei ch'erano stati ne' cinque secoli addietro, e pur troppo gli esempli funesti della Germania ed Inghilterra poteano far temere peripezie anche in Francia, in tempi massimamente che l'eresia di Calvino facea continui progressi in quelle contrade. Però di più non occorse perchè papa Giulio, pulsato anche ogni dì da' saggi cardinali a cagion di questa sconsigliata impresa, deponesse tutti i pensieri marziali, ed ascoltasse volentieri chi s'interponeva per la pace. Vi s'interposero infatti i Veneziani ed Ercole duca di Ferrara; fu anche deputato dal re per trattarne il cardinal di Tornone. E perciocchè premeva al pontefice, in cercando di riacquistar la buona armonia colla Francia, di non perdere quella dell'imperadore, fece rappresentargli in buona maniera le giuste sue ragioni di deporre l'armi, e di procedere a qualche accordo per gli affari di Parma. Nulla si alterò per questo l'Augusto monarca, e perchè vi trovava anche egli per altri motivi il suo conto, lasciò al papa slegate le mani per uscir con riputazione da quell'imbroglio. Pertanto nel dì 29 d'aprile del presente anno in Roma furono sottoscritti dal papa e dal cardinale Tornone i capitoli dell'accordo, rapportati nelle Lettere de' Principi[454], dall'Angeli[455] e dal Du-Mont[456]. Portavano essi una tregua di due anni fra il pontefice, il re Cristianissimo e il duca Ottavio. Che il papa ritirerebbe le sue milizie da Parma e dalla Mirandola, e resterebbe il duca in possesso di Parma. Che i cardinali Farnesi sarebbero rimessi in possesso de' lor beni, ed Orazio Farnese nel ducato di Castro, con altre condizioni ch'io tralascio. Ma poco prima che si stabilisse questa concordia, giunse al pontefice la dolorosa nuova che Giambatista del Monte suo nipote e general delle sue armi, siccome giovane ardito e vago di gloria, in una scaramuccia sotto la Mirandola nel dì 14 d'aprile avea lasciata la vita: colpo nondimeno che con assai fortezza d'animo fu accolto dal pontefice zio.

Era stato riserbato luogo all'imperadore per accettar la suddetta sospension d'armi per conto di Parma e della Mirandola; nè sapendosi qual risoluzione fosse per prendere la maestà sua, don Ferrante Gonzaga dal Piemonte spedì gente ed ordine a Gian-Giacopo de Medici marchese di Marignano, che continuasse le ostilità contro Parma, e si studiasse di occupare i forti intorno della Mirandola, che doveano essere abbandonati dalle soldatesche papaline. Se questo succedeva, era ridotta a tale la Mirandola, che poco potea stare a cadere in mano dell'imperadore. Ma non gli venne fatto, perchè appena Camillo Orsino cavò da que' forti le truppe della Chiesa, che i Franzesi e Mirandolesi, spalleggiati da molte fanterie assoldate per ordine del re da Ippolito d'Este cardinal di Ferrara, e situate al forte di Quarantola, volarono a que' forti, e furiosamente li demolirono. Ratificò poscia l'imperadore la tregua suddetta, il che servì ad allontanar la guerra da Parma e dalla Mirandola, riducendosi essa in Piemonte, se non che restarono i presidii imperiali in Borgo San Donnino, Sissa, Noceto, Colorno e Castelguelfo, siccome ancora in Brescello, Montecchio e Castelnuovo, terre del duca di Ferrara. Per conto del Piemonte, dacchè fu rotta la pace, ed accorse colà don Ferrante Gonzaga, unitosi seco Emmanuel Filiberto, spiritoso principe di Piemonte, si diedero amendue a fermare i progressi del general franzese signor di Brisach, che avea preso Saluzzo, Chieri, San Geminiano ed altri luoghi forti in quelle parti. S'impadronirono essi di Bra, e costrinsero i Franzesi a levar l'assedio di Cherasco. A riserva di due fortezze, riacquistarono anche il marchesato di Saluzzo. Ma venuti ordini dall'imperadore d'inviar parte di quelle milizie in Germania, indebolito il Gonzaga diede campo a' Franzesi di sottomettere il forte castello di Verrua, Crescentino e Ceva. Rinforzato dipoi il Gonzaga da altre milizie, ricuperò Ceva e San Martino; ma ebbe il dispiacere d'udir presa da' Franzesi la città d'Alba, e messo ivi un presidio di due mila fanti con abbondante copia di vettovaglia, senza ch'egli avesse tali forze da poterla ricuperare. Accortosi intanto il principe di Piemonte che la guerra in quelle parti si riduceva ad un giuoco ora di guadagnare ed ora di perdere qualche castello, giudicò meglio di tornarsene in Lamagna all'immediato servigio dell'imperadore, il quale, siccome diremo, si trovò in gravi pericoli ed affanni dell'anno presente; e però altro d'importanza non seguì per ora in Piemonte.

Priva non fu di novità in quest'anno la Toscana. Non si può negare: sarebbesi quasi potuto contar per un miracolo, se Carlo V, principe di sì gran potere, si fosse contentato de' tanti suoi regni e Stati, nè avesse nudrita in suo cuore l'ambizione, ossia la non mai saziabile voglia di accrescere l'autorità e i dominii: perchè questa passione si può in certa maniera chiamare l'anima di tutti i principi di qualsivoglia grado. Se questa è frenata dall'impotenza o dal timore in alcuni di essi, è bene sfrenata in altri, ma d'ordinario palliata con altri titoli, pretesti e manifesti, inventati per abbagliare, non già i saggi, ma il volgo ignorante. Dacchè entrò in Siena la guarnigione di Cesare, ad altro non si pensò che ad opprimere la libertà di quel popolo: al qual fine si applicarono i ministri cesarei a fabbricar ivi una fortezza, spiegandosi di far ciò per amorevol intenzione di dar la quiete alla per altro divisa ed inquieta cittadinanza. Così non l'intendevano i Sanesi; e però segretamente alcuni di essi cominciarono a manipolar un trattato di protezione con Arrigo II re di Francia, il quale in materia d'ambizione vantaggiava di molto il regnante Augusto. Ebbero ordine i suoi ministri in Italia di dar tutta la mano, occorrendo, a questo affare. Guadagnato perciò da essi Niccola Orsino conte di Pitigliano, unì egli in quel di Castro e nelle sue terre circa tre mila fanti; altri ancora se ne assoldarono alla Mirandola, affinchè accorressero al bisogno. Entrò nel mese di luglio l'Orsino nel distretto di Siena colle sue soldatesche, accompagnato da Enea Piccolomini e da Amerigo Amerighi. Dopo aver sollevato buon numero delle milizie forensi, si presentò alla porta Romana di Siena, chiedendo con grande strepito l'entrata. Il popolo, ch'era senza armi, nulla sulle prime rispose, onde il signor d'Alapa comandante in quella città degli Spagnuoli, de' quali si trovavano allora solamente quattrocento in città, per essere stati inviati gli altri ad Orbitello e ad altre fortezze della Maremma, ebbe tempo di chiedere soccorso a Cosimo duca di Firenze, principe che, innamorato di Siena, con grande accortezza vegliava a tutti i movimenti di quella città. Non bastò il piccolo rinforzo spedito da esso duca a trattenere i Sanesi; i quali a poco a poco aveano trovato dell'armi che non abbruciassero le porte, ed introducessero lo Orsino nella notte precedente al dì 26 di luglio, gridando ognuno ad alla voce Libertà. Espugnarono di poi San Domenico, dove s'erano afforzati gli Spagnuoli: con che vennero alle lor mani alquante artiglierie e molte munizioni, e furono obbligati gli Spagnuoli a ritirarsi nella non peranche compiuta cittadella, provveduta di poca vettovaglia. Accorsero intanto da varie parti i Franzesi: laonde il duca di Firenze, scorgendo troppo malagevole il salvar quella sdruscita nave, trattò d'accordo. Fu dunque convenuto che gli Spagnuoli si ritirassero dalla città, e restasse Siena in libertà sotto la protezion dell'imperadore, e che fossero licenziati i soldati stranieri, nè si potesse far sul Sanese raunata alcuna di gente contro dell'Augusto signore. Appena partiti di là gli Spagnuoli, fu smantellata la fortezza, e nulla eseguito della convenzion suddetta. Imperciocchè frate Ambrosio Cattarino dell'ordine de' Predicatori, vescovo di Minorica, invece di attendere al suo breviario e alla teologia, in cui si acquistò gran nome, tanto dipoi disse, che persuase al popolo di lasciar l'imperadore, e mettersi sotto la protezion della Francia: consiglio che fu poi la rovina di Siena. Mandò quel popolo quattro ambasciatori al re, uno de' quali fu Claudio Tolomei, poi vescovo di Curzola, persona di gran letteratura, i quali a nome della patria riconoscessero da lui la riacquistata libertà, e il pregassero del suo patrocinio. Accettò volontieri il re Arrigo la difesa de' Sanesi, e spedì colà per suo ministro Ippolito d'Este cardinal di Ferrara, e il signor di Termes, il duca di Somma e Giordano Orsino con quattro mila e cinquecento fanti, i quali accrebbero poscia le turbolenze in quelle parti. Occuparono gli Spagnuoli Orbitello, nè riuscì mai più ai Sanesi di ricuperarlo.

Era intanto minacciata al regno di Napoli un'orribil tempesta, perchè, continuando il re di Francia la detestabil sua intelligenza col sultano de' Turchi Solimano, tirò anche quest'anno la potenza di quel Barbaro addosso all'Italia. Concerto fu fatto che la flotta ottomana, forte di più di cento venti galee e d'altri legni, e comandata da Sinan bassà (che Pialaga vien chiamato dal Sardi) e dal corsaro Dragut, venisse verso Napoli ad unirsi col principe di Salerno. Fuoruscito di quel regno era esso principe, e con ventiquattro galee franzesi, e con quelle d'Algeri sotto il sangiacco Sola Rais, dovea portarsi colà, avendo fatto credere al re Arrigo d'avere in Napoli e nel regno tante intelligenze e parentele, che, al suo comparire, si rivolterebbe tutto esso regno, siccome stanco del governo cesareo. Questi non furono sogni di sfaccendati politici, ma verità comprovate dai fatti; laonde, torno a dirlo, non si sa come il Belcaire (il quale lasciò nella penna per ogni buon fine questo avvenimento) con altri scrittori franzesi avesse tanto animo da negar l'alleanza del re (poco in ciò Cristianissimo) col maggior nemico della Cristianità: alleanza che dovea fruttare ai Turchi nell'Ungheria, e ai Franzesi in Italia e altrove, perchè così si veniva a tener impegnate l'armi della casa d'Austria in più luoghi. Nel mese di luglio comparve la formidabil flotta turchesca nel mare di Sicilia, e, dopo aver depredate quelle coste ed abbruciata la città di Reggio in Calabria, venne danneggiando il lido di Pozzuolo, il Traietto e Nola, ed arse Procida, con gittar poi nel dì 13 d'esso mese le ancore all'isola di Ponza, distante quarantacinque miglia da Gaeta. In questo mentre Andrea Doria avea imbarcati tre mila fanti tedeschi per condurli alla difesa di Napoli, stante la notizia che dovea tendere colà lo sforzo de' Turchi. Mossesi egli da Genova con quaranta galee, senza sapere (come vuol l'Adriani) l'arrivo de' Turchi in queste parti. Scrivono altri che lo sapea, ed aver perciò ordinato ai piloti di girar ben lungi da Ponza una notte, sperando di passare senza licenza de' Turchi. Ma costoro se ne avvidero, e Dragut andò con alquanti suoi legni a fargli il chi va là. Allora il Doria, figurandosi che gli venisse addosso tutta la tanto superiore armata musulmana, diè volta per tornarsene a Genova: ma sette delle sue galee, che in forza di vele e di remi non uguagliavano le altre, caddero nelle branche di Dragut. V'erano dentro settecento Tedeschi. Il Madrucci lor colonnello condotto a Costantinopoli, ad intercessione di Michele Codegnac, residente alla Porta pel re di Francia, fu liberato; tante erano state le raccomandazioni d'alcuni cardinali per far cosa grata al cardinale di Trento di lui fratello. Avrebbe intanto dovuto tremare il papa e Roma al mirar in tanta vicinanza tante forze del gran nemico de' Cristiani; ma i ministri di Francia, consapevoli dei disegni del loro signore, assicurarono sua santità che la festa non era fatta per lo Stato pontificio: il che calmò ogni paura.

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