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Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 3 of 5)

Part 3 of 5 · Lodovico Antonio Muratori · Public domain text

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Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 3 of 5)

Non era già così pel popolo di Napoli, che dai luoghi eminenti andava contemplando quelle tante mezze lune, con apprensione continua di qualche sbarco. Quand'ecco all'improvviso nel dì 10 di agosto il generale de' Turchi si vide far vela verso Levante, e seppesi da lì ad alquanti giorni aver quell'annata passato lo stretto di Messina. Grande allegria sorse in Napoli, e insieme stupore, perchè ignota era la ragion di quella ritirata. Col tempo venne tutto in chiaro. Imperciocchè avea il re Arrigo spedito a Marsiglia il principe di Salerno con ordine di montar sulla flotta franzese; ma perchè questa non potea così presto muoversi, esso principe inviò per terra Cesare Mormile fuoruscito di Napoli con lettere di credenza all'ammiraglio turchesco, per pregarlo che lo aspettasse. Giunto a Roma il Mormile, voltò casacca, e all'ambasciator cesareo fece conoscere, essere in sua mano il far partire la flotta ottomana, purchè fosse rimesso in grazia dell'imperadore, e gli fossero restituiti i suoi beni. Venne a don Pietro di Toledo vicerè la promessa e il salvocondotto; laonde ito egli travestito a Napoli, cavò da esso vicerè ducento mila scudi, dei quali fece un regalo al generale de' Turchi a nome del re di Francia, e, valendosi delle lettere di credenza, con mille ringraziamenti il mosse alla partenza. Arrivò poscia nel dì 18 di agosto nel golfo di Napoli il principe di Salerno, non già con sei galee franzesi, come ha il Campana, forse per errore di stampa, ma con ventisei, come scrivono il Sardi, il Summonte ed altri, nè trovando quivi i Turchi, ed informato del tiro fatto dal Mormile a' Franzesi, continuò il viaggio con isperanza di far tornare indietro la flotta infedele. La raggiunse alla Prevesa, ma nulla potè ottenere. E perciocchè era la stagione avanzata, ed egli sperava di menar seco i Turchi nell'anno vegnente, volle svernare a Scio con ammirazion di quei popoli, al veder legni colle insegne franzesi veleggiar ne' loro mari, non già per innalzare la fede cristiana, come anticamente si usava, ma per impetrar aiuti da loro ai danni de' cristiani. Portossi il principe di Salerno a Costantinopoli, dove con grandi finezze fu accolto da Solimano; tante leggierezze non di meno fece dipoi, che si screditò affatto, sebbene gli riuscì di far tornare que' Barbari contra del regno di Napoli nell'anno seguente.

Strepitose al maggior segno furono le scene della Germania in quest'anno. Mi dia licenza chi legge ch'io ne metta qui un breve abbozzo, sì perchè cogli affari d'Italia gran concatenazione aveano quei della Germania, e sì perchè le milizie italiane ebbero parte in quelle guerre, e vi si segnalarono molti nobili delle italiche contrade. Da niun saggio fu certamente commendata la severità di Carlo Augusto nel ritener prigione Filippo langravio d'Assia, e di ciò si lagnava forte Maurizio duca e nuovo elettor di Sassonia, perchè sotto la buona fede avea egli condotto esso langravio suocero suo a' piedi dell'imperadore, con riportarne la promessa della libertà; ma questa libertà non si vide mai più venire. Di tal ragione o pretesto valendosi egli, trattò fin l'anno addietro una lega col re di Francia, con Giorgio marchese di Brandeburgo, con Giovanni Alberto duca Mechlemburgo, e con Guglielmo figlio dell'imprigionato langravio. Fu segnata questa lega nel giorno 15 di gennaio del presente anno, come consta dallo strumento riferito dal Du-Mont; e il motivo era di difendere la libertà della Germania, che si pretendeva oppressa dall'imperadore, e di procurare la liberazione del langravio. Il re di Francia prese il titolo di protettore della libertà germanica, e fece battere medaglie con questo titolo, che infine si risolveva in divenir protettore degli eretici. E, per non fallare ne' conti, si fece accordare dagli alleati, per principio di questa libertà, che a lui fosse permesso d'impadronirsi delle città libere ed imperiali di Metz, Tull e Verdun, e di ritenerle come vicario dell'imperio. Nello strumento suddetto il marchese di Brandeburgo contraente è Giorgio Federigo, laddove il Campana ed altri attribuiscono ciò al marchese Alberto, ben diverso dall'altro. Non mancò al duca Maurizio la taccia d'ingratitudine e di doppiezza in tal congiuntura, perchè dimentico di tanti benefizii a lui compartiti da Cesare, e perchè, nello stesso tempo ch'era dietro a tradirlo, gli scriveva le più affettuose lettere di attaccamento e fedeltà, dando insieme una somigliante pastura a Ferdinando re de' Romani, il quale trattava con lui di accomodamento. Da questo lusinghevol canto addormentato l'imperadore, era venuto ad Ispruch con poche soldatesche; quando Maurizio sul principio di aprile con poderoso esercito arrivò ad Augusta, e durò poca fatica a conquistarla, ed indi speditamente s'incamminò alla volta d'Ispruch, sollecitato dai suoi uffiziali, che gli diceano: Che bella caccia sarebbe la nostra, se potessimo coglier ivi il signor Carlo! Al che dicono che rispondesse Maurizio: Non ho gabbia sì grande da mettervi un augello sì grosso. Credeva l'Augusto Carlo che il passo della Chiusa terrebbe saldo; ma s'ingannò: laonde, udendo venire a gran passi il nemico, fu astretto, benchè infermo per la gotta, e in tempo di notte e piovoso, a fuggirsene frettolosamente in lettiga con parte de' suoi a piedi, lasciando indietro copioso bagaglio, che restò preda de' collegati: colpo ed affronto che se fosse sensibile alla maestà d'un sì grande e sì glorioso monarca, niuno ha bisogno che io gliel ricordi. Si ritirò egli dunque a Vilacco nella Carintia: nella qual congiuntura i Veneziani inviarono a fargli ogni maggior esibizione, con rinforzar poscia di gente i loro confini. Maurizio, conosciuto disperato il caso di raggiugnerlo, se ne tornò indietro, non capendo in sè stesso per la gloria d'aver come spinto fuor di Germania un imperadore. Fu cagione lo strepito ed avvicinamento di queste armi, ed armi di principi protestanti, che entrasse un gran terrore nei padri del concilio di Trento: e però nel di 28 d'aprile fu esso sciolto, e rimessane la continuazione a tempi più quieti e propizii.

Attese dipoi l'Augusto signore a cercar danari, a chiamar milizie dall'Italia e dalla Fiandra, e per lui ne raunò molte Arrigo duca di Brunsvich, colle quali fermò alquanto i collegati. Ma quel che più gli giovò fu l'interposizione di Ferdinando re de' Romani, che maneggiò con loro una tregua, e la stabilì, essendosi rimesso il trattato di più durevole accordo a una dieta da tenersi in Passavia. A questo si lasciò condurre il duca Maurizio con gli altri alleati, perchè poco stettero ad accorgersi cosa fosse la società leonina, e a ravvisar la sciocca loro risoluzione di essersi uniti col re franzese, a cui servivano di spalla, affinchè sotto l'ombra del bel titolo di difensore della Germania potesse spogliare a man salva la Germania medesima degli antichi suoi Stati. Gravissimi lamenti e minaccie per questo facevano gli altri elettori e principi dell'imperio, tanto contra di essi collegati, quanto contra del re Arrigo, a cui inviarono anche le lor doglianze e protestazioni. Ma il re si ridea di loro, e facea il fatto suo. Impadronitosi, nel dì 15 di aprile, della vasta e ricca città di Metz, e di quelle di Tullo e Verdun, passò a far da padrone in tutta la Lorena; tentò di soggiogare Argentina, ma non gli riuscì; rivolse dipoi l'armi contra il ducato di Lucemburgo, ed era per fare un netto degli Stati imperiali di qua dal Reno, se non seguiva nel dì primo d'agosto in Passavia l'accordo fra Cesare e i protestanti, colla liberazion del langravio di Assia, e con varii capitoli che a me non occorre di riferire. Ma gl'incauti Tedeschi, i quali aveano attaccato il fuoco al bosco, non ebbero la facilità medesima per ismorzarlo. Durante la tregua, nel tempo del suddetto maneggio, Alberto il giovane, marchese di Brandeburgo, figlio di Casimiro, avendo preso gusto al mestier di rapinare, con un esercito non già grande di numero, ma di cuor risoluto e bestiale, inferì un mondo di mali a varie parti della Germania, specialmente a Norimberga, ai vescovati di Bamberga ed Erbipoli, agli arcivescovati di Magonza e Treveri, a Vormazia e Spira, per tacere d'altri luoghi. Questo sì barbaro principe, dopo varie scene, nell'anno seguente a dì 9 di luglio ebbe una gran rotta da Maurizio duca ed elettor di Sassonia, per cui non alzò più la testa; ma in quel fatto d'armi lo stesso vincitore Maurizio ferito perdè la vita. Portossi dipoi l'Augusto Carlo verso la metà d'ottobre con potentissima oste all'assedio di Metz, la cui difesa era raccomandata al duca di Guisa, trovandosi con lui Alfonso d'Este, fratello del duca di Ferrara, Orazio Farnese duca di Castro, e Pietro Strozzi generale di gran credito. Tale fu essa difesa, essendo nella città una guarnigione di dieci mila fanti e di mille e cinquecento cavalli, che quantunque Cesare si ostinasse a tener ivi il campo sino al fine di dicembre, pure fu forzato infine a levarlo con sua non poca vergogna, e colla perdita dell'artiglieria e di almeno venti mila tra fanti e cavalli, che per li patimenti piuttostochè pel ferro perirono. La dura lezione data a questo glorioso monarca in Ispruch, e quest'altra anche più grave, fu poi creduto che influissero a fargli prendere la risoluzione di dare un calcio al mondo, riconosciuto da lui per teatro di troppo disgustevoli vicende.

NOTE:

[454] Lettere de' Principi, tom. 2.

[455] Angeli, Storia.

[456] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDLIII. Indizione XI.

GIULIO III papa 4. CARLO V imperadore 35.

Provò Siena in quest'anno gli effetti perniciosi della guerra. Chi ne desidera un preciso ed anche troppo minuto ragguaglio, non ha che a leggere la Storia dell'Adriani. Dirò io in compendio, che, sommamente dispiacendo all'imperadore quell'essersi annidati in Toscana i Francesi, mandò ordine a don Pietro di Toledo, vicerè di Napoli, di muovere l'armi contra di loro, per ridurre Siena dipendente da' cenni suoi. Pertanto il Toledo, raunato un corpo di circa dodici mila persone tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, lo fece marciare nel precedente dicembre alla volta della Toscana sotto il comando di don Garzia suo figlio. Per ogni buona precauzione il pontefice, benchè neutrale, accolse circa otto mila soldati, che stettero alla guardia di Roma. Unissi don Garzia con Ascanio della Cornia, generale della fanteria italiana, il quale nel Perugino avea assoldato altri due mila e cinquecento fanti italiani. Entrato questo esercito nel distretto di Siena[457], se gli arrenderono tosto Lucignano, Pienza, Monte Fullonio ed altri deboli luoghi, e andò poi ad accamparsi sotto Monticelli, ossia Montucchiello. Dentro v'era Adriano Baglione, giovine valoroso, che per un mese fece gagliarda difesa, e ne capitolò infine la resa, con restar prigioniere nel dì 19 di marzo. Imprese dipoi don Garzia l'assedio di Montalcino, principal terra de' Sanesi, la cui conquista, se fosse succeduta, mettea a mal partito la stessa città di Siena. Ma ritrovaronla ben bastionata e fortificata da Giordano Orsino, giovane, nel cui cuore bolliva il desiderio della gloria e dell'onore, di cui sempre fe' professione la sua nobilissima casa. Intanto don Pietro di Toledo era venuto per mare a Livorno, e poscia a Firenze, non tanto per visitar la figlia e il duca Cosimo suo genero, quanto per accudir più da vicino all'impresa di Siena. Ma, colà giunto, venne da lì a poco la morte a trovarlo: vecchio astuto, crudele, che avea poco innanzi al dispetto de' suoi anni menata moglie una giovane bellissima di casa Spinelli. Nè mancarono maligni che sognarono, secondo il solito, abbreviata dal veleno la di lui vita. Si cercò in Napoli uno che piagnesse per la sua morte, e non si trovò. Per cagion d'essa bensì l'ardore dell'armi imperiali s'intepidì. Avvenne ancora nel mese di maggio che sotto Montalcino fu preso dagli assediati il segretario di don Garzia, e condotto a Siena, dove per paura de' tormenti rivelò come tessuta dal duca Cosimo, principe di fina politica, una congiura contro di quella città. Vera o falsa che fosse tal confessione, certo è che costò la vita ad alcuni di que' cittadini, fece restare esso Cosimo in disgrazia de' Franzesi, quando nello stesso tempo si lamentava forte di lui l'imperadore, perchè volesse tenersi neutrale, anzi era in sospetto di veder volentieri in Siena i Franzesi, tuttochè non avesse lasciato di somministrar artiglieria, danari ed altri aiuti al campo imperiale.

Rincresceva forte a papa Giulio III questa guerra di Toscana, e molto più la maggiore che durava più che mai accesa oltramonti. Però fece, per mezzo dei suoi ministri, quanto potè per esortare ed indurre alla pace i due litiganti monarchi; e a questo fine inviò loro due cardinali legati, che spesero invano passi e parole con chi era o troppo irritato o troppo superbo e pretendente. Ma in Toscana venuto il mese di giugno senza che avessero i cesarei potuto espugnare Montalcino, sempre valorosamente difeso dall'Orsino, in parte da sè stesso, e in parte per l'interposizion del papa, cessò per allora quella contesa. Imperciocchè, mandato da Cesare a Napoli per vicerè pro interim il cardinal Pacieco, presentando questi un gran preparamento de' Turchi per tornare nei mari d'Italia ad istanza del re di Francia Arrigo II, richiamò dal Sanese le genti ch'erano state cavate dai presidii di quel regno; e così respirò Siena. Ma, nel tornar le milizie suddette a Napoli, accadde uno scandaloso fatto. Marcantonio Colonna, comandante di una parte della cavalleria cesarea, disgustato da gran tempo di Ascanio suo padre (dicono, perchè gli negava un assegno conveniente alla nascita sua), in tre giorni prese Palliano e tutte le altre castella possedute dalla sua nobil casa negli Stati della Chiesa. Ossia che Ascanio accorresse per salvare Tagliacozzo ed altri suoi feudi nel regno di Napoli, oppure che andasse con gente armata per ricuperarli; la verità si è, che, per ordine del suddetto cardinal Pacieco, fu preso esso Ascanio, e mandato prigione nel castello di Napoli, dove stette gran tempo, e infine, colto da malattia, vi morì, restando il figlio padrone di tutto. Si stancarono i politici per trovar la cagione di sì aspro trattamento, e l'han tuttavia da scoprire. Fu pure astretto il Belcaire a confessare in quest'anno la sempre detestabil alleanza del re di Francia con Solimano gran sultano de' Turchi, perchè sugli occhi di tutti comparvero que' Barbari uniti colla flotta franzese nei nostri mari. Vennero costoro sul principio di giugno con sessanta galee, comandate da Mustafà bassà e dal corsaro Dragut, oltre alle franzesi, in Sicilia, dove presero e abbruciarono Alicata, e fecero secento cristiani schiavi. Nulla potendo ottenere contro Sacca e Trapani, passarono dipoi in Toscana, e quivi spogliarono l'isola della Pianosa, conducendo via mille di quegli abitanti. Grave danno ancora fu recato dalla stessa armata turco-gallica all'isola dell'Elba; ma dappoichè in essa si fu imbarcato il signor di Termes con quattro mila fanti cavati dal Sanese, fece vela alla volta della Corsica, dove i Franzesi teneano delle intelligenze, senza che i Genovesi, signori di quella sì riguardevole isola, ancorchè avvisati del pericolo, avessero provveduto al bisogno. Sbarcati colà i Franzesi coi Turchi, ridussero in poco tempo in loro potere la Bastia e San Fiorenzo; e, sollevati circa sette mila di quei feroci montanari, s'impossessarono di quasi tutta l'isola, a riserva di Calvi, Aiaccio e Bonifazio. Se vogliam credere al Manenti e al Campana, la Bastia si conservò in potere de' Genovesi. Fu dipoi da' Turchi e Franzesi assediato e preso Aiaccio, dove tutto andò a sacco, restarono preda della loro lussuria le donne, e i presi Genovesi posti al remo. Quindi passarono i Turchi all'assedio di Bonifazio, e i Franzesi a quello di Calvi. Il comandante della prima città, ingannato da una finta lettera del doge e dell'uffizio di San Giorgio, capitolò. Calvi si sostenne. Venuto il settembre, secondo gli ordini del sultano, i Turchi se ne tornarono in Levante, e il signor di Termes andò in Provenza, per condurre in Corsica genti, munizioni e vettovaglie. Svegliati intanto i Genovesi, non omisero diligenza e spesa per ricuperar la Corsica, del che parleremo all'anno seguente.

Non restò esente neppure in questo anno dagl'incomodi della guerra il Piemonte. Dimorava Carlo duca di Savoia in Vercelli, contemplando l'infelice situazione de' suoi Stati, occupati in gran parte da' nemici franzesi di qua e di là dai monti, e quasi signoreggiato il resto dagli amici imperiali, con restare intanto i popoli esposti alle continue incursioni sì dell'uno come dell'altro partito, e forzati spesso a cangiar padrone. Giunse la morte a liberarlo da queste nere meditazioni, essendo egli mancato di vita nel dì 18 d'agosto, come vuole il Sardi storico contemporaneo, o piuttosto, secondo che scrivono gli autori piemontesi, nel dì 16 d'esso mese: principe d'ottimo genio, fatto più per la pace e pel gabinetto che per la guerra; ma principe sommamente sfortunato, che seco nondimeno portò la consolazione di lasciar suo erede Emmanuel Filiberto principe di Piemonte, giovane bellicoso e di grande aspettazione, che in questi tempi militava in Fiandra presso l'imperadore, e s'era già segnalato con varie azioni di senno e di valore. Seguirono in esso Piemonte varii movimenti e fatti delle nemiche armate, ma non di tal rilievo, che lor s'abbia a dar luogo in questo compendio. Solamente fece strepito la presa di Vercelli fatta da' Franzesi nel dì 20 di novembre per intelligenza con alcuni Vercellesi mal soddisfatti della guarnigione tedesca. Ma don Francesco d'Este generale cesareo, appena ciò inteso, spedì Cesare da Napoli con centocinquanta cavalli ed altrettanti fanti in groppa, affinchè rinforzassero la cittadella, ed egli poi li seguitò frettolosamente col resto della cavalleria e con mille fanti, ed, entrato anch'egli nella fortezza, era per piombare addosso alla città. Ma non l'aspettarono i Franzesi, che prima di ritirarsi spogliarono l'arnese e il tesoro del duca defunto, ricoverato in Sant'Eusebio, non avendo la fortuna, tanto a lui avversa in vita, cessato di perseguitarlo anche dopo morte. Condussero via eziandio molti mercatanti e terrazzani ricchi o per ostaggi delle contribuzioni intimate al pubblico, o per ricavarne delle taglie private. Seguitò quest'anno ancora la guerra fra l'imperadore e il re di Francia. Assediata dai cesarei con potente esercito Terovana città fortissima, e battuta per quattordici giorni con sessanta pezzi di artiglieria, mentre si stendeva la capitolazion della resa, vi entrarono furiosamente Spagnuoli e Tedeschi, e le diedero un terribil sacco. Venne poi, per ordine dell'imperadore, spianata quella piazza da' fondamenti. Non fu meno strepitoso l'assedio posto dipoi nel mese di luglio alla città di Edino, forte, al pari dell'altra, dalle armi cesaree sotto il comando del suddetto principe di Piemonte, dichiarato supremo general dell'armata. Alla difesa di quella piazza era entrato Orazio Farnese duca di Castro con assai nobiltà franzese, ma, colpito da un tiro d'artiglieria, perdè ivi la vita, compianto da ognuno pel raro suo valore. La stessa disavventura, che avea provato Terovana, toccò anche ad esso Edino, messo a sacco colla strage di alcune centinaia di Franzesi, e colla prigionia di non pochi riguardevoli signori. Restò similmente rasata quella piazza, e niun'altra azione si fece degna di memoria in quelle parti. In questo mentre, essendo accaduta la morte del giovinetto Odoardo re d'Inghilterra, gli succedette Maria sua sorella, con giubilo grande della cristianità, perchè ella poco stette a professare la religione cattolica, siccome l'imperadore non tardò a progettare il matrimonio di essa regina col principe don Filippo suo figlio vedovo. In quest'anno nel dì 23 di maggio terminò la sua vita Francesco Donato doge di Venezia, e nel dì 4 di giugno fu assunto a quella dignità Marcantonio Trevisano, personaggio singolare per la sua pietà e saviezza.

NOTE:

[457] Alessandro Sardi. Adriani. Segni. Mambrin Roseo. Campana, ed altri.

Anno di CRISTO MDLIV. Indizione XII.

GIULIO III papa 5. CARLO V imperadore 36.

Principe di somma avvedutezza s'era fin qui fatto conoscere Cosimo de Medici duca di Firenze; ma specialmente in questo anno diede gran prova del suo coraggio coll'imprendere guerra aperta contro di Siena, da cui s'era saggiamente astenuto in addietro al vedere sì contrabbilanciate le forze franzesi colle imperiali. S'era egli segretamente tenuto sempre forte nel partito di Cesare, benchè per altra parte praticasse molte finezze coi ministri della Francia. Ma dacchè si venne a scoprire (a cagion della congiura dell'anno precedente, vera o pretesa che fosse) troppo congiunto di massime in favore di Cesare, s'avvide egli tosto del mal animo conceputo contro di lui dai Franzesi. E tanto più, perchè il re Arrigo, invece del Termes, passato in Corsica, avea spedito a Siena per comandante delle sue armi Pietro Strozzi Fiorentino fuoruscito, persona di gran credito nell'arte della guerra, ed insieme il maggior nemico che s'avesse la casa de Medici. Nè durò fatica ad accorgersi che il medesimo Strozzi macchinava contra dei suoi Stati. Però animosamente determinò di voler egli piuttosto far guerra a' Sanesi, che di aspettarla in casa sua. Intorno a ciò s'intese prima coll'imperador Carlo V, il quale (tanta era la sua ansietà di veder cacciati dalla Toscana i Franzesi) non solamente consentì a concedergli il dominio di Siena, se gli riusciva di conquistarla, ma gli promise anche soccorsi. Che l'imperador nondimeno promettesse allora quella città al duca, se ne può fondatamente dubitare. Similmente si assicurò Cosimo di papa Giulio, col promettere in moglie la terza sua figlia Isabella a Fabiano di lui nipote, a cui assegnò in feudo Monte San Sovino con titolo di marchese. Non essendosi poi effettuate queste nozze vivente il papa, molto meno si effettuarono dopo la sua morte. Corse anche voce ch'esso pontefice concorresse alle spese di quella guerra con quindici mila scudi il mese. Ciò poi che accresceva la speranza al duca Cosimo, era l'osservare in tale stato il re di Francia per la gran guerra sua coll'imperadore e coi Genovesi, che non gli resterebbe voglia nè potere di accudire alle cose della Toscana. Gli avea dianzi l'Augusto monarca inviato per general di milizie Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, il più astuto uomo che si trovasse nel mestier della guerra. Alla testa e al valore di costui il duca appoggiò l'esecuzione dei disegni stabiliti fra loro. Era il mese di gennaio, e in Siena si stava in allegria e senza buona guardia, perchè senza sospetto di aver per nemico il duca di Firenze. E molto meno ne sospettava il cardinal di Ferrara, con cui fin qui l'accorto duca avea mantenuta una mirabil confidenza ed amicizia. Ora Cosimo, dopo aver tenute per quattro giorni chiuse le porte di Firenze, Pisa, Arezzo e Volterra, e fatto intanto segretamente raunare e marciare tanto le fanterie da soldo che le bande forensi, nella notte precedente al dì 29 di gennaio (il Sardi ha la notte del dì 26) con gran copia di scale si presentò egli col marchese di Marignano ad un forte già fabbricato dai Franzesi fuori della porta di Siena, chiamata di Camollia; e trovatolo mal custodito da quaranta soldati, che furono tosto fatti prigioni, se ne impadronì. Gran rumore, gran timore di tradimenti si svegliò in Siena; ma, chiarito ch'entro la città non v'erano mali umori, si attese dipoi alla difesa, e maggiormente si assicurò ed animò quel popolo al comparire di Pietro Strozzi, che non era in Siena quando accadde la novità suddetta.

Allora il duca Cosimo, cavatasi affatto la maschera, dichiarò la guerra a Siena e a' Franzesi; diede ampia facoltà, anzi ordine a tutti i suoi popoli di procedere a' danni de' Sanesi: nel che fu egli ben servito. Prese al suo soldo da varie parti quante soldatesche potè, e, se vogliamo stare al Segni, formò un esercito di ventiquattro mila fanti tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, e mille cavalli. Asprissima guerra si fece dipoi, non già di combattimenti fra i soldati, ma di desolazione agl'innocenti contadini, ed anche con impiccarne e con violare le donne. Contuttociò nella notte precedente al venerdì santo, Ascanio della Cornia e Ridolfo Baglione con tre mila fanti e quattrocento cavalli andando per sorprendere Chiusi, dove aveano un trattato, ma doppio, furono disfatti i Franzesi, restando il primo con altri mille e cinquecento prigione, e l'altro ucciso. Nel dì 12 di giugno Pietro Strozzi, segretamente uscito di Siena con tre mila fanti e trecento cavalli, arditamente entrò nello Stato fiorentino, e, passato l'Arno, penetrò fino sul Lucchese, per quivi raccogliere quattro mila (altri dicono due mila) Grigioni, ed altre milizie spedite da Parma e dalla Mirandola, colle quali formò un'armata di dieci mila fanti e secento cavalli. Gli avea sempre tenuto dietro il marchese di Marignano con grosso corpo di gente; ed, arrivato a Pescia, gran ventura fu la sua che lo Strozzi non conoscesse il vantaggio esibitogli dalla fortuna di poterlo battere a man salva, perchè, oltre all'essere il marchese inferiore di gente, in quella terra non trovò da vivere per un giorno, essendo allora afflitta tutta la Toscana da un'aspra carestia. Si mosse bensì a quella volta lo Strozzi, ma il marchese, presa la fuga, si ridusse in salvo a Pistoia, il che diede campo allo Strozzi di insignorirsi di Pescia, Montecarlo, Buggiano, Montevetolino ed altri luoghi di Val di Nievole. Perchè vennero di poi meno allo Strozzi le speranze di ricevere altri maggiori rinforzi di Franzesi e di Turchi, a lui promessi dalla corte di Francia, e perchè udì pervenuto a Pisa don Giovanni di Luna con quattro mila fanti italiani, due mila tedeschi e quattrocento cavalli, spediti da Milano in soccorso del duca Cosimo, se ne tornò verso Siena. Ebbe dipoi a patti il castello di Marciano, e a forza d'armi quel di Foiano nel dì 23 di luglio, con trovar in amendue gran copia di grano, che servì di buon ristoro all'esercito suo. In questo mentre giunsero ad unirsi col marchese di Marignano tre mila fanti assoldati da Camillo Colonna in Roma, e trecento uomini d'armi inviati dal regno di Napoli: con che il duca di Firenze fu di parere che si venisse a battaglia, contuttochè di contrario sentimento fosse lo stesso marchese con altri uffiziali.

Erano le tredici ore della mattina del dì 2 d'agosto, quando il marchese, che dianzi era in procinto di ritirarsi, chiaramente scoprì che Pietro Strozzi s'era da Marciano messo in cammino per ritirarsi a Lucignano, o pure a Foiano. Mandò un corpo di cavalleria a pizzicarlo; ed allora fu che lo Strozzi, vedendo di non potere schivar con onore la battaglia, mise in ordinanza le sue genti, e si affrontò col nemico. Ma quella non fu propriamente battaglia, perciocchè, essendo generale della cavalleria franzese il giovinetto conte della Mirandola Lodovico, il suo luogotenente Lodovico Borgonovo, chiamato Bighetto dal Campana, che reggea la truppa, oppure portava lo stendardo di esso generale, appena urtato dalla cavalleria nemica, prese vergognosamente la fuga, lasciando senza difesa le povere fanterie. Lo Strozzi si vide tosto perduto, e tuttochè restringesse i battaglioni ad un fosso, pure non potè impedire che non fossero in breve tempo sloggiati dall'artiglieria e cavalleria nemica, andando tutti appresso in rotta, e restando trucidato chi non godeva il privilegio delle buone gambe. Secondo gli scrittori fiorentini, quasi quattro mila dell'esercito franzese rimasero estinti sul campo; copioso fu il numero de' prigioni; e ben cento bandiere guadagnate furono portate per trofeo a Firenze. Tutto il bagaglio, le artiglierie e l'armi vennero alle mani de' vincitori. Erano corsi molto prima a questa danza assaissimi Fiorentini, parte d'essi fuorusciti, ed altri solamente perchè appetitosi della libertà della patria. Sette d'essi rimasti prigionieri ebbero poi reciso il capo, e il duca Cosimo, confiscati i beni di chiunque avea prese l'armi contra di lui, o tenute corrispondenze co' nemici, mirabilmente ingrassò il suo patrimonio e fisco. E ben fu questa vittoria che finì di assicurar la signoria di esso Cosimo, e gli accrebbe tal riputazione, che giunse, siccome vedremo, ad unire anche Siena al suo dominio. Salvossi lo Strozzi ferito in due luoghi a Lucignano, e quindi a Montalcino. Appresso fu Lucignano vilmente ceduto da Alto Conti agl'imperiali, dove si conservava gran copia di vettovaglie. Parimente ricuperò il duca tutte le castella dianzi perdute in Val di Nievole. Dopo di che il marchese di Marignano voltò tutte le sue forze contro il distretto di Siena, conquistando Monteregioni, Murlo e Casoli (a cui fu dato il sacco contro i patti) ed altre castella: con che venne maggiormente a strignersi l'assedio, o, per dir meglio, il blocco di Siena. Pietro Strozzi, a cui non piaceva di restar quivi rinchiuso, uscitone nella notte del dì 11 di ottobre, si ridusse a Porto Ercole, dove attese a fortificar quella piazza.

In quest'anno ancora si ravvivò la guerra in Piemonte. Erasi portato alla corte di Cesare don Ferrante Gonzaga governator di Milano, per rispondere alle molte querele ed accuse portate colà non meno dai Milanesi stanchi del suo governo, che da don Giovanni di Luna castellano di Milano, lasciando suo luogotenente in essa città di Milano Gomez Suarez di Figheroa. Fece questi levar l'assedio posto dal maresciallo franzese a Valfenere; ricuperò Aqui, Sommariva ed altri luoghi. Ma il Brisac fece molto di più, perchè s'impadronì nel dì 29 di dicembre della città d'Ivrea, ceduta dal Morales, perchè la guarnigione spagnuola non pagata ricusava di combattere. Ebbe dipoi Biella, e fece fortificare Santià per incomodar Vercelli e Crescentino. Già dicemmo occupata buona parte della Corsica dall'armi franzesi; e però i Genovesi nell'anno addietro si affrettarono a far gente per sostenere e ricuperar quell'isola tanto utile e decorosa al loro dominio. Uniti otto mila fanti, dichiararono generale di quest'armata il principe di Melfi, cioè il celebre Andrea Doria, che, quantunque giunto all'età di ottantaquattro anni, conservava una vigorosa sanità e vecchiezza, nè ricusò per amor della patria le fatiche di tale impiego. Mandò egli innanzi Agostino Spinola suo luogotenente a Calvi con tre mila fanti, i quali costrinsero il signor di Tremes a ritirarsi di là. Scrive il Sardi, che, giunto colà il Doria, ricuperò la Bastia, città che altri pretendono conservata da' Genovesi. Certo è bensì ch'egli mise l'assedio a San Fiorenzo, terra valorosamente difesa da Giordano Orsino con due mila fanti francesi. La buona ventura de' Genovesi portò, che, preparata in Marsiglia una buona flotta per portare soccorso agli assediati, dopo aver messo alla vela, fu colta da un vento maestrale sì indiscreto, che sei galee, andando attraverso, perirono verso Piombino, e le altre malmenate se ne tornarono in Provenza. Perciò nel febbraio di quest'anno fu necessitato l'Orsino a capitolar la resa d'esso San Fiorenzo, salve nondimeno le persone presidiarie, con patto che queste fossero trasportate fuori dell'isola. Restarono poi quivi arenati i disegni dell'una e dell'altra parte. Nell'anno presente continuò la guerra fra l'imperador Carlo V ed Arrigo II re di Francia nei Paesi Bassi, con vantaggio piuttosto dell'ultimo. E il principe don Filippo, dall'Augusto padre dichiarato re di Napoli e duca di Milano, passò con accompagnamento magnifico in Inghilterra, dove si solennizzarono le sue nozze colla regina Maria: avvenimento di somma allegrezza per lutti i regni professanti la religion cattolica, quantunque mal veduto dalla corte di Francia, a cui dava troppo da pensare ogni innalzamento della casa di Austria. Poco potè godere della sua dignità Marcantonio Trevisano piissimo doge di Venezia, perchè da improvvisa morte fu rapito nel dì 31 di maggio, ed ebbe nel dì 11 di giugno per successore Francesco Veniero.

Anno di CRISTO MDLV. Indizione XIII.

MARCELLO II papa 1. PAOLO IV papa 1. CARLO V imperadore 37.

Stava godendo in Roma i frutti della pace dei suoi Stati Giulio III papa, se non che un'aspra guerra a lui faceva la podagra. Sperava anche l'immensa consolazione di veder presto comparire al bacio del suo piede un ambasciatore inglese, giacchè la religion cattolica era tornata sul trono d'Inghilterra, quando venne la morte a citarlo per l'altra vita. Fu creduto che per domar la podagra si mettesse a tale astinenza di vitto, che questa poi contro sua voglia il liberasse da tutti i guai della terra. Ad altra cagione vien da altri attribuita la mutazion da lui fatta della maniera di vivere. Mancò egli di vita nel dì 29 di marzo, lasciando dopo di sè fama di buon pontefice, piuttosto per non aver fatto del male, che per aver fatto del bene; ancorchè negar non si possa ch'egli procurasse la pace fra i principi, e rinovellasse il concilio di Trento, e pensasse anche a riformar la corte di Roma, con lasciarne nondimeno la cura a' suoi successori. A niuno eccesso trascorse egli verso dei suoi parenti, forse perchè il tennero in briglia i porporati d'allora. Riportò solamente non poco disonore dall'aver promosso alla sacra porpora, siccome dicemmo, Innocenzo del Monte, indegno affatto di sì riguardevol ornamento. Tanto il Segni che il Panvinio, autori allora viventi, confessano ch'egli uomo da negozii quando era cardinale, fatto che fu papa, attese piuttosto a godere che a reggere il pontificato, avendo rilasciata del tutto al suo genio, ai piaceri e ai conviti la briglia. La principal sua applicazione era quella di fabbricare un giardino fuori di porta Flaminia, ossia del popolo. Forse perchè avea letto o udito parlare degli orti mirabili fatti da Nerone al suo tempo, s'incapricciò di non voler essere da meno; ed, abbracciato un sito di tre miglia di paese, lo circondò di muraglie, lo compartì in varii ordini di coltivazione e di viali, e l'ornò di parecchi edifizii, con logge, archi, fontane, stucchi, statue e colonne, di modo che il tutto produceva non meno ammirazione che diletto. Per questo giardino, che divenne poi celebre col nome di vigna di papa Giulio, pareva (dice il Panvinio) ch'egli impazzisse, tanto v'era perduto dietro, e quivi stava sovente banchettando, lasciando in mano altrui il pubblico governo. Mirabil cosa fu il vedere come in sì poco tempo, cioè nel dì 9 di aprile restasse innalzato alla suprema dignità della Chiesa, contro la aspettazione e voglia sua il cardinal Marcello Cervino, nativo di Montepulciano; il quale, ritenendo il proprio nome, volle poscia essere chiamato Marcello II, ancorchè gli fosse ricordata l'opinione corrente allora, essere breve il pontificato di chi ritiene il proprio nome, confermata dall'esempio di Adriano VI. Doti luminose di pietà, di senno e di sapere in lui concorrevano; e tale era in lui l'integrità de' costumi, il disinteresse, il desiderio e zelo per le cose migliori, e la mansuetudine, che certamente si poteva aspettare da lui un glorioso pontificato. Certo è altresì ch'egli meditava seriamente di togliere le corruttele de' suoi tempi; nè volle punto che i suoi nipoti, ed Alessandro fratello corressero ad aiutarlo nel suo scabroso uffizio. Ma altri furono i disegni di Dio. Fu Marcello II chiamato a miglior vita nella notte precedente al primo di maggio, in età di soli cinquantacinque anni. Restò onorata la di lui sepoltura e memoria dalle lagrime di tutti i buoni.

A questo mansueto ed amabil pontefice, correndo il dì 25 di maggio, nel sacro conclave succedette un altro di genio totalmente opposto, cioè Giovan-Pietro Caraffa, di nobil famiglia, Napoletano, appellato il Cardinal Teatino, perchè era stato vescovo di Chieti, in latino Theate. Pretesero i politici d'allora ch'egli dal cardinal Farnese, tutto attaccato alla Francia, fosse portato al trono, perchè conosciuto di inclinazion contraria agl'imperiali: giacchè in affare sì santo ed importante fu creduto che prevalesse talvolta in quei tempi l'interesse privato al ben pubblico della Chiesa. Era nato il Caraffa non già nel 1466, come per errore di stampa si legge presso il Ciacconio, ma nel 1476, come s'ha dal Panvinio e dall'Oldoino. Prese egli il nome di Paolo IV: personaggio che in addietro s'era procacciato il concetto d'uomo dottissimo, zelante e pio, colla somma probità ed esemplarità della vita, collo sprezzo talvolta delle dignità e grandezze umane, e con uno spirito di religiosa conversazione, per cui con Gaetano Tiene nobile vicentino e prelato romano, che poi fu aggregato al ruolo de' santi, istituì la pia congregazione de' chierici regolari, appellali Teatini, approvata nel 1528 da papa Clemente VII. Pareva nondimeno ad altri ch'egli sotto il manto del vivere suo religioso coprisse una buona dose di desiderio d'onori; nè certamente egli avea rifiutato l'arcivescovato di Napoli, e molto men fece alla lotta per isfuggire il pontificato supremo. Potea chiamarsi la sua testa un ritratto in picciolo del patrio suo Vesuvio, perchè ardente in tutte le azioni sue, iracondo, duro ed inflessibile, portato certamente da un incredibile zelo per la religione, ma zelo talora scompagnato dalla prudenza, perchè traboccava in eccessi di rigore: quasi che la religione di Cristo non fosse la maestra della mansuetudine, e la scuola dell'amare e del farsi amare. Perciò presagirono i saggi sotto questo pontefice un governo aspro ed insoffribile, e si aspettarono varie calamità, che pur troppo avvennero. Nè altro prediceva la fiera sua guardatura con occhi incavati, ma scintillanti ed accesi, per chi s'intendeva di fisonomia. Studiossi ben egli sul principio di levar di testa alla gente la sinistra opinione di lui, con dar segni di clemenza e liberalità, e di concedere tali grazie e favori al popolo romano, che ne meritò una statua nel Campidoglio. Poco nondimeno stette l'alquanto raffrenato torrente a sboccare, e a verificar le infauste predizioni formate di lui.

Per tutto il verno continuò il blocco di Siena fatto dall'armi imperiali sotto il comando del Medichino marchese di Marignano; e già cominciava quel popolo a penuriar di tutto il bisognevole pel vitto, con anteporre nondimeno l'amore della libertà a qualsivoglia patimento. Fu presa la risoluzione di scaricar la città non solo delle bocche inutili, ma di parte ancora della guarnigione superflua. Fu più di una volta tentato questo salasso, ed infelicemente quasi sempre. I soldati che ne uscirono, ebbero a comperarsi il passaggio colla punta delle spade, e la maggior parte vi restò svenata o prigioniera, e le donne e i fanciulli costretti a rientrare nella città. Tale in questa occasione fu la crudeltà del marchese, che quanti si arrischiarono a portar vettovaglie alla afflitta patria, tutti (e furono un gran numero) li fece appendere per la gola; e quanti osarono d'uscir della città, o di sua mano o per mano altrui gli uccideva. Perchè poi da Firenze venivano spesso lettere di fuoco che il sollecitavano a finir quella impresa, tentò egli l'uso della artiglieria; il che nulla giovò, per la gagliarda difesa e per le molte precauzioni prese dai Franzesi. Ma ciò che non potè fare il cannone, lo fece la fame, cresciuta a tal segno, che la povera gente era ridotta a tener per regalo i cibi più schifi. Pertanto si cominciò a trattar di capitolare e di rendere la città all'imperadore con patti onorevoli pel presidio franzese. Dopo gran dibattimento, fu, secondo l'Adriani, conchiusa, nel dì 2 d'aprile, la capitolazione, ma differitane l'esecuzione per alquanti giorni, ne' quali tentarono i Sanesi inutilmente le raccomandazioni e la mediazione del novello papa Marcello. Sicchè nel dì 21 d'esso mese uscirono di Siena i Franzesi con tutti gli onori militari. Sembra a chi legge la Storia del Segni che quella città venisse come in balia di Cosimo duca di Firenze. Ma l'Adriani e il Sardi, meglio informati di quell'affare, scrivono, pattuito che Siena restasse libera (parola che nulla dipoi dovea significare), sotto la protezion dell'imperadore, e co' proprii magistrati, ma con ricevere e pagar la guarnigione ch'esso Augusto vi metterebbe. Rimasero in man de' Franzesi Chiusi, Grosseto, Porto Ercole e Montalcino, dove si ritirarono que' Sanesi, a' quali non piacque di star sotto gli odiati imperiali, e con quella forma di governo che si dovea prescrivere alla lor patria dal medesimo Cesare. Fu preso dal marchese di Marignano a nome di sua maestà il possesso di Siena, e posto ivi presidio di Tedeschi e Spagnuoli. Colà tosto comparve tanto pane e grascia, che potè non solo sfamarsi tutto il popolo, ma anche provvedersene a buon mercato per l'avvenire. Quivi poscia il duca Cosimo riordinò il governo, e da lì a non molto arrivò don Francesco di Toledo, dichiarato dall'Augusto signore per governatore d'essa città. Eppur vi ha chi scrive promessa Siena al duca Cosimo, allorchè egli fu per imprendere questa guerra. Anzi l'imperadore diede nel presente anno l'investitura di quella città al re Filippo suo figlio: il che ad esso duca oltremodo dispiacque, per avere servito l'oro e le genti sue a fare il boccone ad altrui; perchè se dianzi temeva de' Franzesi, cominciò del pari a paventar degli Spagnuoli, vicini ordinariamente inquieti, e gente non mai sazia di acquistare Stati e dominii. Riuscì poscia al marchese di Marignano di sottomettere, nel dì 10 di giugno, Porto Ercole con altri luoghi: colpo che sconcertò sommamente gli affari de' Franzesi in Toscana, e servì a screditar Pietro Strozzi alla corte del re Cristianissimo, dalla quale con raro esempio avea ricevuto il titolo e bastone di maresciallo. Di ventotto fuorusciti di Siena, presi in Porto Ercole, i principali condotti a Firenze perderono la lesta.

Questo infelice successo ebbero in Toscana l'armi franzesi; ma più propizia loro si mostrò in quest'anno la fortuna in Piemonte. Trovavasi, nel dì 25 di febbraio, il Figheroa vicegovernator di Milano col conte di Valenza e con altri signori in Casale di Monferrato, attendendo a darsi bel tempo per que' giorni di carnovale. In questa città il maresciallo di Brisac teneva delle segrete corrispondenze, ed avea dato ordine che si trovasse maniera di abborracchiare i Tedeschi di quella guardia: nel che egli fu ben servito. La notte susseguente al dì suddetto calò esso Brisac pel Po con buon numero di fanterie imbarcate, e, giunto a Casale, diede la scalata, e s'impadronì d'una porta, aiutato, per quanto fu creduto, da circa trecento uomini, indrodotti prima nella città con abito di contadini. Fuggito il Figheroa nella rocca, contro la quale furono tosto rivolte le artiglierie trovate nella città, giudicò meglio di abbandonarla e di fuggirsene ad Alessandria. Per tale acquisto si sparse gran terrore nello Stato di Milano, e di qua prese motivo la corte cesarea di spedire in Italia don Ferdinando di Toledo duca d'Alva, con ampia potestà di governare nello stesso tempo il regno di Napoli e il ducato di Milano. Venne egli, ebbe rinforzi dalla Spagna e Germania talmente che fu detto, aver egli ammassati trenta mila fanti e tre mila cavalli, che verisimilmente furono un terzo di meno. Con tante forze nulla operò, e ritiratosi, lasciò anche prendere Volpiano a forza d'armi da' Franzesi, poichè li vide rinforzati da una gran corpo di gente condotta in Italia dal duca d'Aumale. Fu richiamato a Milano il vittorioso Gian Giacomo de Medici marchese di Marignano, ma quivi, oppresso da varie sue indisposizioni, diede fine al suo vivere nel dì 7 oppure 8 di novembre: personaggio di bassi principii ma che s'era acquistata fama di valente e scaltro condottier d'armi, e insieme d'uomo inumano, e di gran cacciatore ed amator della pecunia. L'aver io detto nelle Antichità Estensi che Cosimo duca di Firenze gli donò il cognome e l'armi di casa de Medici, non sussiste, almeno per conto del cognome. In quest'anno ancora chiamarono i Franzesi nel mar di Toscana l'armata turca, comandata da Pialaga bassà e da Dragut, che nella Basilicata abbruciò San Lucido e Paula, patria del santo istitutor de' Minimi. Così ben premunito avea il duca Cosimo Piombino, l'Elba ed altri siti di quelle coste, che i Turchi, dopo aver patito gravi danni, se ne partirono, ed uniti con trenta galee franzesi, veleggiarono alla volta della Corsica, dove tuttavia bolliva la guerra tra i Franzesi e Genovesi. Nulla di rilevante fecero que' Barbari, fuorchè di condur via quanti cristiani poterono ghermire tanto in quell'isola che nella Sardegna.

Uscì in quest'anno alla luce la risoluzion presa dall'imperadore Carlo V di rinunziare i suoi regni e Stati a don Filippo re d'Inghilterra suo figlio. Cominciò egli dallo spogliarsi de' Paesi Bassi e della Borgogna, e, fatto venire il figlio a Brusselles, nel dì 25 di ottobre, alla presenza degli Stati colà convocati, gliene fece ampia rinunzia: funzione che trasse le lagrime da quasi tutti gli astanti, al vedere come quel glorioso monarca sì animosamente facesse vivente ciò che gli altri sì mal volentieri fanno morendo. Gran dire fu per questo in tutta l'Europa: chi lodando e chi biasimando, attribuendo gli uni un'azione cotanto rara alle sue cresciute indisposizioni della podagra, altri a vanità, oppure al conoscimento della retrograda fortuna, ovvero alla perdita della regina Giovanna sua madre, accaduta in quest'anno, ed altri ad altre cagioni, secondo che dettava loro il capriccio; quando, qualunque ne fosse il motivo, non si può mai negare ad essa il titolo d'atto sommamente eroico, dappoichè ognun sa, essere l'ambizione e il gusto di dominare l'ultima camicia dei regnanti. Al governo di quegli Stati fu lasciato dal re Filippo Emmanuele Filiberto saggio e valoroso duca di Savoia. Ebbero principio in quest'anno i dissapori di papa Paolo IV con esso imperadore, o, per dir meglio, col suddetto re Filippo. Che la vita menata da questo pontefice pria della porpora cardinalizia, e prima del pontificato fosse un'ipocrisia, l'immaginarono bensì coloro che con facilità mirabile di malignità interpretano in male tutto il bene altrui; ma certissima cosa è ch'egli accompagnava il suo molto sapere con un si regolato e pio tenore di vita, che niun seppe mai opporgli altro, che un'inclinazione al rigore, e uno zelo straordinario che facea tremare i buoni, nonchè i cattivi. Appena divenuto papa, cominciò a sradicare le simonie egli abusi di certi tribunali, mostrandosi ardente per riformar le corruttele della corte; ma si venne insieme a scoprire, che avendo egli un gran capitale d'intendimento, di dottrina, di eloquenza e di belle virtù, per cui potea fare un ottimo e glorioso pontificato, non se ne seppe servire, e cadde in tali difetti, che eclissarono non poco la fama del suo sacro ministero.

Giunto papa Paolo a non aver superiori in terra, ripigliò il suo feroce animo, e mostrò di non aver abbastanza meditate le parole dell'Apostolo, che vuole il vescovo non superbum, non iracundum; ed invece di amare e procurar la pace (che questo specialmente appartiene ai vicarii di Gesù Cristo), andò miseramente ad ingolfarsi in una biasimevol guerra. Ma ciò che particolarmente levò di tuono questo pontefice, fu il troppo amore del nepotismo Tre nipoti avea, figli di Gian-Alfonso Caraffa conte di Montorio, suo fratello. Pochi giorni dopo l'assunzione sua creò cardinale Carlo, uno d'essi, cavaliere di Malta, uomo di cervello torbido, fatto più per la milizia secolare, da lui esercitata fin qui, che per l'ecclesiastica. Un altro era Giovanni conte di Montorio, a cui si voleva fabbricare una magnifica fortuna; e presto se ne presentò, non so se giusta o ingiusta, l'occasione. Avea Alessandro Sforza, cherico di camera, avuta maniera di trarre da Cività Vecchia due o tre galee, già tolte da' Franzesi a Carlo suo fratello, e condottele a Gaeta. Per tale insolenza s'alterò forte il papa, credendo complice di tutto il cardinal Guido Ascanio Sforza loro fratello, fieramente il minacciò, e mise prigione il di lui segretario. Per queste novità furono veduti alcuni baroni romani trattar segretamente con esso cardinale, con Marcantonio Colonna e co' ministri cesarei. Non vi volle di più perchè il pontefice, figurandosi dirette quelle combricole contra di lui, facesse mettere in prigione esso cardinale Sforza, Camillo Colonna ed altri; poichè, quanto a Marcantonio, questi si ritirò in salvo a Napoli. Passò lo sdegnato papa a far citare lui ed Ascanio Colonna suo padre, che era detenuto prigione in Napoli; ed essi non comparendo, gli scomunicò e privò d'ogni dignità, e di quante terre e castella possedeano negli Stati della Chiesa (erano circa cento), con investirne tosto il suddetto Giovanni suo nipote, e dichiararlo duca di Palliano e capitan generale della Chiesa. Per provvedere anche Antonio Caraffa, terzo suo nipote, il creò marchese di Montebello e d'altre terre nel Montefeltro, avendo trovate ragioni o pretesti per ispogliarne Gian-Francesco da Bagno de' conti Guidi.

Ancorchè dipoi fossero restituite le galee, cagione di tai disturbi, pure continuò più che mai la disposizione alla rottura; perchè, godendo i Colonnesi la protezion dei re di Spagna, e vedendosi così maltrattati dal papa, si misero in armi. Accorsero anche gli Spagnuoli ai confini dello Stato ecclesiastico, e il papa anche egli ordinò al duca d'Urbino di portarsi con alcune migliaia di fanti a que' medesimi confini. Che sconcerti, che prigionie succedessero in Roma in tal congiuntura, lungo sarebbe il riferirlo. Si trattò di pace, ma ossia, come alcuni vogliono, che il papa anche cardinale sospirasse di cacciar dal regno di Napoli gli Spagnuoli, per aggravii da lor fatti alla sua casa e a sè medesimo col negargli le rendite dell'arcivescovato di Napoli; oppure che il cardinal nipote l'attizzasse con isperanza di pescare Stati nella vantata depression degli Spagnuoli: certo è che papa Paolo IV non ebbe mai vera voglia di pacificarsi. E in questa risoluzione si fissava egli, perchè già andava maneggiando una lega con Arrigo II re di Francia; e infatti la conchiuse prima che terminasse quest'anno. Era anche dietro a tirare in essa lega Ercole II duca di Ferrara; lusingandosi forse colle lor forze e con sognate sollevazioni de' popoli napoletani d'aver in pugno quel regno. Ora fra le molte azioni degne di lode in questo pontefice, non si può già contare ch'egli, in tempo che si trattava seriamente di pace fra i re di Francia e di Spagna, si studiasse di maggiormente accendere la guerra fra essi; e ciò per odii ed interessi privati; il che gli riuscì con tanto danno de' sudditi suoi ed altrui. Certamente altro ci vuole che eloquenza, altro che ingegnose riflessioni per iscusarlo e giustificarlo in questo. Di gravi mormorazioni ancora cagionò nell'anno seguente l'aver esso pontefice tolta la dignità di legato al cardinale Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, lume chiarissimo del sacro collegio, e sì benemerito della Chiesa di Dio negli affari dell'Inghilterra; come apparisce dalle opere di lui, che ora illustrate abbiamo dall'eminentissimo cardinale Quirini vescovo di Brescia. Anche prima del pontificato non avea Paolo quel grand'uomo nel suo libro, tenendolo per amico dei protestanti, o almeno non assai nemico, com'egli desiderava. I sospetti soli in mente d'uom sì focoso divenivano presto enormi reati, e si correva alle prigionie o al gastigo. E ne fecero la pruova nei tempi susseguenti anche il cardinale Giovanni Morone, uno de' più dotti ed insigni personaggi del sacro collegio, Tommaso San Felice vescovo della Cava, ed Egidio Foscherari vescovo di Modena, ch'era de' più accreditati teologi dell'età sua. Furono essi cacciati in castello Sant'Angelo, dove stettero penando per due anni sino alla morte del papa, non per altro, se non per varii sospetti della loro dottrina, di cui diedero essi dipoi un saggio sì luminoso nel concilio di Trento. Se noi desiderassimo di non vedere mai più nella sedia di san Pietro pontefici di simil tempra, si dimanda, se fosse irragionevole o almen tollerabile un siffatto desiderio.

Anno di CRISTO MDLVI. Indizione XIV.

PAOLO IV papa 2. CARLO V imperadore 38.

Già fitto era il chiodo: l'imperador Carlo V avea risoluto di dare un calcio al mondo, per ritirarsi a goder tranquillamente que' pochi giorni di vita che Dio volea lasciargli; e pochi appunto gliene prometteva la troppo afflitta sua sanità[458]. Solamente il riteneva il dover lasciare il re Filippo suo figlio giovane fra i tumulti e pericoli della guerra, che viva tuttavia si manteneva co' Franzesi. Tanto perciò s'affaticarono i mediatori, che nel dì 5 di febbraio si conchiuse, per opera specialmente del cardinal Polo, una tregua di cinque anni fra esso imperadore e il figlio da una parte, ed Arrigo II re di Francia dall'altra: con che i contraenti ritenessero pacificamente tutto quel che restava in mano loro sì nel Piemonte come in Toscana. Leggesi lo strumento d'essa tregua presso il Du-Mont[459] e presso altri autori, i quali giudicarono appartenere tal atto al febbraio dell'anno precedente 1555, senza badare che il 1555 della data dovette essere secondo l'anno fiorentino e veneto, terminante nel dì 25 di marzo dell'anno presente. Certo è che tal atto s'ha da riferire a quest'anno, dappoichè si sa che per tutto l'anno precedente durò la guerra fra que' potentati; e il Belcaire, il Sardi, l'Adriani, il Manenti e il Surio, autori contemporanei, e l'Angeli, Mambrino Roseo, lo Spondano ed altri ci assicurano della conchiusion d'essa tregua nel febbraio di quest'anno. Allora fu che l'Augusto Carlo passò all'esecuzione del suo memorabil disegno; perciocchè nel dì 6 del mese suddetto assiso in trono col re Filippo figlio alla destra, perchè re d'Inghilterra, e alla presenza delle due vedove sue sorelle, cioè di Leonora già regina di Francia, e di Maria già regina d'Ungheria, del duca di Savoia, dichiarato governator de' Paesi Bassi, e d'infinita nobiltà, fece un'ampia rinunzia di tutti i suoi regni al figlio, tanto del vecchio che del nuovo mondo. Non gli restò se non il titolo cesareo e l'amministrazione dell'imperio; ma, giunto al settembre, pensò ancora di deporre questo peso, e però inviò lo scettro e la corona imperiale a Ferdinando I re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, suo fratello, a lui rinunziando ogni suo diritto, con pregar nello stesso tempo gli elettori di approvar questa sua cessione. Non l'approvò già papa Paolo IV, con pretendere che senza sua espressa licenza non si potesse venire alla rinunzia di sì gran dignità; e sì forti lettere ne scrisse agli elettori, che solamente poi nel 1558 fu esso Ferdinando riconosciuto e proclamato da tutti imperadore. Questa durezza del papa fu attribuita al mal animo suo verso la casa di Austria, laddove altri la chiamavano un giusto zelo per sostenere l'antica autorità dei romani pontefici nell'elezion degli Augusti. Ma se Carlo Augusto non volea più quella dignità, avea senza fallo essa a cadere in chi era re de' Romani, e la morte civile di lui, in tal caso, operava ciò che la naturale. Pertanto verso il fine di settembre il magnanimo Carlo, non più re, non più imperadore, accompagnato dalle sorelle, passò per mare in Ispagna, dove tosto cominciò a conoscere il presente suo stato pel poco concorso de' grandi ad ossequiarlo, e per la difficoltà di riscuotere la pensione di cento mila scudi, ch'egli s'era riserbato. Poscia nel dì 24 di febbraio dell'anno seguente, giorno suo natalizio e propizio, entrò nel monistero di San Giusto dei monaci di san Girolamo, posto ne' confini della Castiglia e del Portogallo, non lungi da Piacenza, luogo delizioso da lui fabbricato e scelto gran tempo prima, con dar l'ultimo addio alle umane grandezze, affine di meditar le altre vere ed incomparabilmente maggiori che Dio fa sperare nell'altra vita ai suoi servi. Al suo servigio non ritenne se non dodici persone, impiegando poscia il tempo in orazioni, limosine ed altre opere di pietà.

Per la tregua suddetta gran festa si fece da' popoli cristiani, figurandosi ognuno di dover da lì innanzi respirare dai tanti passati guai; ma così non l'intendeva il papa, o, per dir meglio, i suoi nipoti, vogliosi troppo di romperla con gli odiati Spagnuoli. Secondo l'annalista pontifizio Rinaldi, nel dì 19 d'aprile espose il pontefice la risoluzion sua di spedire due cardinali legati, l'uno a Filippo re di Spagna e d'Inghilterra, e l'altro ad Arrigo II re di Francia, per trattar di pace. Che questo fosse un burlarsi del sacro collegio, i fatti lo dimostrarono. Imperciocchè, oltre all'aversi il papa avuto per male che senza di lui si fosse conchiusa quella tregua, il cardinal Caraffa, inviato in Francia, altro non operò che di spargere, invece di acqua, olio sul fuoco, incitando quella corte alla guerra, ad assistere al papa contro il regno di Napoli, con farne credere facile l'acquisto per la corona di Francia. Nè poco servi a maggiormente alterar l'animo del pontefice il parlar alto de ministri spagnuoli, e l'avere fra le altre cose il marchese di Sarria ambasciatore del re di Spagna forzata un giorno una porta di Roma per uscirne senza licenza dei dominanti Caraffi. Il perchè nel dì 27 di luglio il papa, siccome avvisato delle disposizioni del re Cristianissimo in suo favore, cominciò gli atti giudiciali contra del re di Spagna, per dichiararlo decaduto dal regno di Napoli, ossia per censi non pagati, ossia per insulti fatti o vicini a farsi contro dello Stato pontifizio dal duca d'Alva, il quale era passato a Napoli per cagion di questi rumori, con aver lasciato al governo di Milano il cardinal di Trento Madrucci, il giovane marchese di Pescara e Giam-Batista Castaldo, che andarono poi poco d'accordo. Non erano ignoti al re Filippo i maneggi del pontefice in Francia, e tanto più perchè il legato destinato per lui era anch'egli passato a Parigi; e già chiaramente ognuno scorgeva la disposizion de' Caraffi a non voler pace, ma guerra. Che con doppiezza camminasse la segreteria pontificia in questi negoziati, mostrando in pubblico brame di pace, e tutto il contrario nelle cifre segrete, bastantemente l'accenna il celebre cardinal Pallavicino[460]. Per queste cagioni il re Filippo non perdè tempo ad assicurarsi con delle promesse e con dei benefizii di Cosimo duca di Firenze e di Ottavio Farnese duca di Parma. Infatti nel dì 15 di settembre rilasciò esso monarca al duca di Parma la città e il distretto di Piacenza, ritenendo solamente in sua mano la cittadella; e questo senza pregiudizio delle ragioni cesaree sopra quella città e sopra il Parmigiano. Restituì anche a lui la città di Novara, ma non il castello, e al cardinal Farnese le rendite dell'arcivescovato di Monreale in Sicilia. Lo strumento di tal cessione fu pubblicato nel 1727 dal senatore Cola[461], ed insieme la convenzion segreta, per cui si dichiarava che il re concedeva in feudo essa Piacenza e parte del territorio di Parma al duca, con altre particolarità ed atti che quivi si possono leggere. Avendo perciò il duca Ottavio abbandonato il partito franzese, ed abbracciato lo spagnuolo, dal re di Francia fu chiamato il più ingrato uomo del mondo. Peggio ben fece il papa, che fulminò contra di lui molti monitorii, e tentò anche di torgli Castro, ma non potè.

Mandò poscia il re Cattolico ordine al duca d'Alva di procurare, se mai potea, d'indurre colle buone il pontefice Paolo alla pace; e, se no, di fargli guerra. Tentò indarno il vicerè di ammansare lo inferocito papa, da cui anche fu incarcerato Pietro Loffredo, mandato a lui per trattare d'accordo; e però diè di piglio all'armi, acciocchè si ottenesse col terrore ciò che non si potea in miglior forma conseguire. A ciò ancora fu consigliato dal riflesso di prevenir gli aiuti che altronde potesse il papa aspettare, oltre al vantaggio di far guerra piuttosto in casa altrui che nella propria. Raunato dunque a San Germano l'esercito suo composto di quattro mila Spagnuoli veterani, di otto mila Italiani, di trecento uomini d'arme, e di mille e ducento cavalli (altri scrivono meno), nel principio di settembre entrò nello Stato ecclesiastico, ed ebbe tosto Pontecorvo, Frosinone, Veroli, Alatri, Piperno, Terracina ed altri luoghi, prendendone il possesso a nome non giù del suo re, ma del papa futuro e del sacro collegio. Erano in Anagni ottocento fanti di guarnigione; appena cominciarono a mirar lo squarcio che faceano le artiglierie spagnuole nelle mura, che la notte del dì 15 di settembre si ritirarono per le montagne a Palliano, Tivoli e Roma. Presa nel dì seguente l'abbandonata città, fu messa a sacco. Così Valmontone, Palestrina e Segna volontariamente si arrenderono. In tanto Marcantonio Colonna con ottocento cavalli faceva scorrerie sino alle porte di Roma, città per la cui difesa avea Camillo Orsino già fatti molti ripari di bastioni, spianate ed altre fortificazioni; e il duca d'Urbino, benchè non più generale della Chiesa, avea spedito Aurelio Fregoso con mille e cinquecento fanti, e s'erano armati sei mila Romani sotto Alessandro Colonna, oltre all'avere il senato formata una compagnia di cento venti nobili per guardia della persona del papa. Colà ancora giunsero due mila Guasconi inviati dal re di Francia. Poscia i cittadini di Tivoli, non amando di essere assediati, si diedero al vicerè, in cui potere ancora vennero Vicovaro, Nettuno, Marino ed altri luoghi. Dopo tali acquisti, sopraggiunte le pioggie autunnali, diede il duca d'Alva alquanto di riposo alle affaticate milizie, per rinovare in questo tempo le pratiche della pace. Ma il papa neppur volea sentirsene parlare, se prima non erano restituiti i luoghi presi; e quanti cardinali s'interposero con buone maniere per fargli gustare il dolce della concordia, rimasero delusi nelle loro speranze; perchè se un progetto proposto piaceva in una ora, troppo da lì a poco dispiaceva. Prese dunque il vicerè la risoluzion di passare all'assedio di Ostia, o, per dir meglio, della rocca d'Ostia, poichè per conto di quella picciola città, albergo di soli pescatori, non potea essa fare difesa. Era quella rocca e castello una buona fortezza con soda muraglia, bastioni e terrapieni, fiancheggiata da due torri a tramontana e a mezzogiorno. Entro v'era Orazio dello Sbirro, valoroso giovane romano, che con poco più di cento fanti animosi tal resistenza fece, che, ripulsati più volte gli assalti dei nemici con grave lor danno, fu vicino a far ritirare il vicerè con confusione e vergogna. Pure essa rocca finalmente si rendè: il che servì poscia ad impedire il passaggio delle vettovaglie a Roma, non senza grave danno e lamento del popolo romano, il quale per la fame e per gli aggravii o accresciuti o inventati di nuovo dal pontefice per far danari, che asprissimamente si esigevano, e per gl'immensi danni recati ai lor beni in tanti luoghi, mormoravano forte, ma a mezza bocca, di questa guerra.

Per quanto poi si studiasse il duca d'Alva, dopo aver messe a' quartieri di inverno le sue truppe, di ridurre il pontefice a qualche onesto accordo, interponendovisi anche i ministri della repubblica veneta, e si abboccasse per questo eziandio col cardinal Caraffa (poichè questa guerra fatta era appunto, a udir gli Spagnuoli, per ottener la pace, e per questa speranza esso vicerè non aveva angustiata maggiormente Roma, come avrebbe potuto), il trovò sempre più cocciuto e più saldo d'una torre nel suo proponimento di guerra. E ciò perchè sedotto dall'una parte dai nipoti, ed animato dall'altra dai cardinali franzesi di Tornone e di Lorena, plenipotenziarii del re Arrigo, per mezzo de' quali fu conchiusa una lega nel dì 15 di settembre (seppur non fu in altro tempo), in cui si obbligò il re di difendere con mano forte il papa. Il Campana e il Summonte nella Storia di Napoli, rapportano i capitoli d'essa alleanza. Stentò il re non poco a prendere questo impegno per varie ragioni, e massimamente perchè troppo recente era la tregua col re di Spagna. Ma il papa gli levò di cuore gli scrupoli con assolverlo dal giuramento: laonde il re Arrigo, dopo aver fatto, senza alcun profitto, pregare il re Filippo di desistere dalle offese del papa, la cui oppressione egli non potea sofferire, diede ordine che il duca di Guisa si allestisse per passare il più presto possibile in Italia con un'armata in soccorso del pontefice. Tante preghiere ancora, promesse e minaccie adoperarono il papa e i Franzesi con Ercole II duca di Ferrara, pretendendolo obbligato a difendere il papa in questo stato di cose, ch'egli si lasciò avviluppare in questa lega col bell'onore di dover egli prendere il titolo di capitan generale, ed avere il comando di tutta l'armata gallo-pontifizia. Fu anche guerra in quest'anno ai confini della Marca coll'Abbruzzo, dove s'era portato don Antonio Caraffa marchese di Montebello con alcune fanterie per assicurar la città d'Ascoli. Don Francesco di Loffredo governatore di esso Abbruzzo fece una scorreria sullo Stato ecclesiastico sino ad Acquaviva; e, all'incontro, don Antonio prese Contraguerra, ma fu ben presto forzato a ritirarsi ad Ascoli, perchè il Loffredo ingrossato s'era mosso coll'artiglieria, minacciando fin la stessa città d'Ascoli. Intanto seguì fra il duca d'Alva e il cardinal Caraffa, creduto da molti simulatamente desideroso di concordia, una tregua di quaranta giorni, colla libertà del commercio per quel tempo; e questa affinchè si potessero comunicare al re di Spagna i progetti di pace dati per parte del papa, ossia del cardinale. Il principale articolo era, che si restituissero ai Colonnesi le lor terre e castella, e che, per reintegrare don Giovanni Caraffa della perdita di quegli Stati, gli si desse la città di Siena colle sue dipendenze: cambio e boccone che veramente sarebbe riuscito assai saporito al pontifizio nipote. Quando fosse vera la proposta di esso cambio (e per vera infatti vien essa creduta dagli storici, e asserita fin dallo stesso Rinaldi), questo era un far intendere anche ai meno accorti che la guerra non era per altro fatta e mantenuta dal papa, che per l'ingrandimento della propria casa. Fu biasimato per la tregua suddetta il Cardinal Caraffa, chiamato dal vescovo Belcaire uomo torbido e stolido, perchè lasciò spalancata la porta al duca d'Alva, ritirato a Napoli, di provvedere di vettovaglie e munizioni i luoghi conquistati: il che, durante il verno, non gli sarebbe riuscito, se fossero continuate le ostilità. Ma tornava in pro del cardinale questo ripiego, perchè dava tempo al duca di Guisa e all'esercito franzese di penetrare in Italia, ed egli intanto sperava di tirar altri principi nella lega pontificia. Venne a morte in quest'anno nel dì 2 di giugno Francesco Veniero doge di Venezia, che nel dì 14 d'esso mese ebbe per successore in quella dignità Lorenzo Priuli.

Anno di CRISTO MDLVII. Indizione XV.

PAOLO IV papa 3. CARLO V imperadore 39.

Aveano nell'anno addietro, tanto il re di Francia, per mezzo del cardinal di Lorena, quanto il papa colla spedizione di Gian-Francesco Commendone, tentato d'indurre la repubblica veneta a collegarsi con loro contro degli Spagnuoli. Dalla parte ancora di Filippo re di Spagna una pari istanza aveano fatto Francesco Vargas e Marino Alonso. Altre ne fece ancora il duca d'Alva. Da cadaun d'essi quel saggio senato s'era sbrigato con gravi risposte, contenenti specialmente verso il sommo pontefice de' sentimenti filiali, ma in sostanza ripugnanti a prendere impegno veruno. Abbiam già veduto Ottavio Farnese duca di Parma e Piacenza attaccato agli Spagnuoli. Cosimo duca di Firenze, principe di somma prudenza e di cauta politica, se ne stava neutrale, conservando buona armonia e confidenza col papa, ma senza voler entrar nelle sue gare. E neppur egli lasciava di esortarlo alla pace, nel qual tempo si dava a conoscere il più unito agl'interessi del re di Spagna, per la speranza di cavargli di mano Siena, siccome gli venne fatto in quest'anno. Ora il cardinal Carlo Caraffa che assai presumeva della sua maestà ed abilità, si figurò facile il poter guadagnare il senato veneto, se in persona si portava a Venezia. Vi andò verso il Natale del precedente anno, e disse quanto seppe e volle di ragioni, per trarre que' prudenti senatori nella lega, appellata Santa per difesa del pontefice. Ebbe la disgrazia d'essere derisa in lor cuore la sua proposizione per vari motivi, e specialmente perchè ognun conosceva, esser egli dietro a valersi delle forze altrui solamente per procacciare un maggiore ingrandimento a sè stesso. Pertanto ricevè la risposta indorata da belle parole; trattar essi di pace, e nulla poter risolvere intorno alla lega, finchè non venivano risposte da Cesare e dal re di Spagna. Passò dipoi il legato a Ferrara, dove, nel dì 17 di gennaio di quest'anno, con solennità presentò a quel duca lo stocco e il cappello, insegne del grado di generale; e di là prese le poste per sollecitar le armi franzesi a calare in Italia. Far lo stesso doveano quattro mila Svizzeri assoldati dal papa. Anche il cardinal di Trento, trovandosi con poche forze nello Stato di Milano, aspettava di Germania otto mila fanti e ducento cavalli. Altri quattro mila Tedeschi e quattrocento uomini d'armi venivano al servigio di Cosimo duca di Firenze. A cagione di tanti barbari, chiamati e ben pagati, perchè venissero a divorar l'Italia, altro non si udiva che maledizioni de' popoli contro di chi era autore di quella guerra.

A tal risoluzione maggiormente ancora si animò il pontefice, perchè al duca di Palliano suo nipote, al maresciallo Strozzi, a Francesco Colonna e ad altri suoi capitani riuscì di ricuperar Genazzano, Volmontone, Frascati, Grottaferrata, Tivoli, Marino, Palestrina ed altre terre, e, quel che più importò, anche Ostia e Vicovaro. Sì prosperosi successi gonfiavano forte il cuore del papa e dei suoi nipoti, senza far caso dello sterminio che pativa in mezzo a quel fuoco tanto paese della Chiesa nel Lazio, ed anche nella Romagna, dove si era dolcemente riposata l'armata franzese. Promosse in questi tempi papa Paolo alla sacra porpora alcuni personaggi ben degni di essa, fra' quali mischiò ancora Alfonso Caraffa, figlio d'Antonio suo nipote. Non si sapeva accordare colla severità mostrata dal pontefice per rimettere la disciplina ecclesiastica, il crear cardinale ancor questo, quando ve n'erano due altri della stessa sua famiglia, e alzare a tanto onore un giovinetto di soli diecisette anni, con dargli appresso l'amministrazione eziandio della chiesa arcivescovile di Napoli. Più rumore ancora fece l'aver esso papa fatto comparire il disegno di procedere alle censure e alla privazion dei regni contra di Carlo V e di Filippo II, giacchè egli non riconosceva per imperadore Ferdinando I. Imperciocchè nel giovedì santo nella bolla in Coena Domini furono specialmente scomunicati da lui gli occupatori delle sue terre della Campagna e della Marittima, quantunque eminente per dignità eziandio imperiale, e tutti i consigliatori, fautori ed aderenti. Oltre a ciò nella messa papale del venerdì santo si lasciò la solita preghiera per l'imperadore. Attendeva intanto il vicerè duca d'Alva a provvedersi di danari, munizioni e vettovaglie; e fortificati i luoghi dell'Abbruzzo, per parere del vecchio don Ferrante Gonzaga, che si trovava allora nelle sue terre del regno di Napoli, cioè in Molfetta, determinò d'uscire anche egli in campagna per impedir gli avanzamenti a' nemici.

Restituitosi il duca di Guisa all'armata, quando Dio volle, proseguì il suo viaggio alla volta del fiume Tronto; ma nè per via, nè a' confini dell'Abbruzzo trovò quelle tante genti, artiglierie, vettovaglie ed intelligenze che magnificamente gli aveano fatto sperare i Caraffi. Contuttociò nel dì 15 d'aprile cominciò in quelle parti le ostilità. Nel giovedì santo fu preso e messo a ruba Campli colle più orride iniquità, affin di facilitar le imprese con questo primo terrore. Teramo si arrendè; e giacchè arrivarono per mare alquante artiglierie, nel dì 24 d'aprile fu impreso l'assedio di Civitella, terra, pel sito suo alto e circondato da tre parti da una valle, assai forte, alla cui guardia con presidio di mille fanti si trovavano don Carlo di Loffredo e il conte Sforza da Santafiora. Mirabil fu la difesa fatta da que' soldati, dai terrazzani, e fin dalle donne, animate dagli eccessi commessi in Campli da' Franzesi. In questo tempo comparve il duca d'Alva a Giulia-Nuova, dodici miglia da Civitella, menando seco tre mila fanti spagnuoli veterani, sei mila tedeschi, undici mila italiani e siciliani, mille e cinquecento cavalli leggieri, e settecento uomini d'armi. Bello esercito parea questo; ma, per esser la maggior parte composto di gente nuova ed inesperta, in cuore di cui non alloggiava peranche lo spirito dell'onore, nè la vergogna della fuga, il vicerè, capitano di buon discernimento e di gran cautela, era ben lontano dal tentare battaglia alcuna; se non che tolse ai Franzesi Giulia-Nuova, e barbaramente la lasciò saccheggiare ai soldati. Tale operazione, ciò non ostante, fece questo suo avvicinamento al campo franzese, che il duca di Guisa, considerando non potersi espugnare Civitella senza gran mortalità di gente, nel dì 15 di maggio si levò da quell'assedio, riducendosi sull'Ascolano, e poscia sul territorio di Macerata, dove attese a ristorare l'esercito sì faticato in nulla conseguire. Ma non succedè questa ritirata senza un precedente grave sconcerto; perchè, dopo avere il Guisa fatte più volte gravi querele con don Antonio Caraffa marchese di Montebello, perchè mancavano le genti, le munizioni e le paghe promesse dal papa, e neppur una delle tante decantate rivoluzioni del regno di Napoli s'era udita finora; un giorno si riscaldò cotanto in simili doglianze, che il marchese, perduta la pazienza, gli rispose per le rime, e il duca gli gittò sul volto una salvietta. Per tale affronto se ne andò il Caraffa a Roma a dolersi dell'alterigia ed insolenza de' Franzesi; ma bisognò che papa Paolo di lui zio, troppo bisognoso del loro aiuto, tutto inghiottisse. Rinforzato intanto il duca d'Alva da sei mila Tedeschi, condotti dalla flotta del Doria, spedì Marcantonio Colonna con tre mila di essi nel Lazio. La terra di Valmontone da lui presa andò a sacco, e restò anche preda delle fiamme. Provò lo stesso infortunio Palestrina, preservata nondimeno dal fuoco. Passò dipoi il Colonna, accresciuto di gente, sotto Palliano, dianzi ben fortificato dai Caraffi; e perchè il marchese di Montebello, e Giulio Orsino con tutte le milizie ecclesiastiche sì italiane che svizzere, andarono in soccorso di quella nobil terra o città, si venne ad un fatto d'armi, in cui rimasero sconfitti i papalini, ferito e prigione lo stesso Orsino.

Facevasi intanto guerra anche in Piemonte, dove il maresciallo di Brisac, uscito in campagna con otto mila fanti e mille e cinquecento cavalli, prese e spianò Valfenera; e di là poi portatosi a Cuneo, ne imprese l'assedio. Vi trovò quattrocento cinquanta fanti e i terrazzani, gente valorosa ed affezionata al duca di Savoia, tutti ben accinti alla difesa; e però vi alzò tre forti per impedir loro il soccorso, e non lasciò di far giuocare le artiglierie. Ma venuto il giovane marchese di Pescara a Fossano, ebbe maniera di spignere colà gente e munizioni. In questi tempi anche il duca di Ferrara fece guerra a Correggio e a Guastalla poco prima comperata da don Ferrante Gonzaga, che la tramandò ai suoi posteri. Nè stette in ozio Cosimo duca di Firenze. Avea egli intese le proposizioni di cedere Siena ai Caraffi: cosa che gli trafisse il cuore, perchè da tanto tempo faceva egli l'amore a quello Stato, e tanti tesori avea speso per cacciarne a questo fine i Franzesi. Non lasciò indietro parole e mezzi per dissuadere da tal contratto il re Filippo II; e poscia, facendo sotto mano palesi i vantaggi che a lui profferivano i Franzesi per tirarlo seco in lega, tanto s'ingegnò, che indusse il re a cedere a lui quella città con tutte le sue dipendenze, ancorchè parte di esse tuttavia restasse in poter de' Franzesi. Lo strumento, stipulato nel mese di luglio di quest'anno, vien rapportato dal Du-Mont[462], da cui apparisce che gli Spagnuoli riservarono in lor dominio Orbitello, Portercole, Telamone, Monte-Argentario e Porto di Santo Stefano. Parte dell'Elba fu restituita all'Appiano signore di Piombino, restando al duca Porto Ferraio con due miglia di contorno. Obbligossi il duca a varii capitoli in favore del re di Spagna. Venne con ciò fatto un bell'accrescimento alla potenza del duca di Firenze. Cagion poscia fu la nuova di tale accordo che il duca di Guisa, temendo delle novità dalla parte del duca Cosimo, non volle più tornare in Abbruzzo, e neppur passare a Roma, dove con premura era chiamato dal papa, senza ricevere nuovi ordini dalla corte di Francia. E contuttochè le genti del duca d'Alva entrassero nell'Ascolano, altro egli non fece che presidiar quella città: il che rendè inutile ogni altro tentativo degli Spagnuoli. Ma nel Lazio avvennero intanto altre azioni di guerra. Marcantonio Colonna, per maggiormente strignere Palliano, andò all'assedio di Segna; nel qual tempo al barone di Feltz riuscì di acquistare la rocca di Massimo, fortezza inespugnabile, perchè troppa fu la paura ch'ei fece a Giovanni Orsino, signor di essa, con cannoni di legno condotti in sito superiore alla rocca, e minaccianti ad essa la total rovina. L'infelice città di Segna presa fu dagli arrabbiati Spagnuoli e Tedeschi, avidi della preda, e quivi commesse le più orride iniquità, solite ad accompagnare i saccheggi; e non finì quella tragedia, che la misera terra fu anche data alle fiamme.

Racconta qui il Sardi contemporaneo Ferrarese una particolarità, di cui non ho trovata menzione presso altri scrittori. Cioè, che venne a Ponza e Palmirola l'armata navale franzese col principe di Salerno, per unirsi colla turchesca composta di ottantaquattro galee. Che su questa ultima era il signor della Vigna, il quale, per parte de' Caraffi invitava quegl'infedeli a portar la guerra nel regno di Napoli, per divertire le forze del duca d'Alva. Ma altro non fecero i Musulmani, che saccheggiare ed abbruciare Cariati nel golfo di Taranto e Turrana: il che fatto, con quanti cristiani schiavi poterono menar seco, se ne tornarono in Levante, lasciando deluso il principe di Salerno, il quale andò poscia a morire miseramente in Francia, degno di tal fine per la sua smisurata dissolutezza ed ambizione. Tornò intanto di Francia il maresciallo Strozzi con ordine al duca di Guisa di assistere al pontefice, ed egli perciò passò colle sue genti a Tivoli. Trasse anche il duca d'Alva colle sue in quelle parti, ed unitosi con Marcantonio Colonna, seco disegnò di tentare l'acquisto di Roma. V'ha chi crede ch'egli dicesse daddovero, e sperasse anche di buona riuscita, dopo aver dato giuramento ai capitani di astenersi da ogni molestia dei Romani: cosa facile ad essere promessa, ma troppo difficile, per non dire impossibile, ad essere mantenuta dall'avidità de' soldati. Vogliono altri che il tentativo suo solamente tendesse ad intimidire l'ostinato pontefice per ridurlo alla pace: cosa desiderata più dal re Cattolico Filippo II per varii riguardi, che dal medesimo papa Paolo IV. Quello ch'è fuor di dubbio, nella notte del dì 26 d'agosto con iscale preparate si presentò il duca d'Alva alla porta di San Sebastiano. Ma avendo il cardinal Caraffa avvisato di questo movimento dal cardinal di Santafiora, ben guernite di soldati le mura di Roma, senza che i Romani ne avessero notizia, perchè di loro non si fidava, e spinti anche fuori alcuni cavalli a scaramucciare, fece conoscere al duca scoperti i di lui disegni; perlochè questi si ritirò tornando a strignere Palliano.

In tale stato si trovavano le cose in Italia, quando giunsero a Roma le nuove funeste della guerra dei Franzesi cogli Spagnuoli ne' Paesi Bassi. Era questa apertamente stata dichiarata nel mese di giugno, essendo entrata in lega col re Cattolico anche l'Inghilterra; e tenutosi un gran consiglio dai capitani del re Filippo, in esso prevalse il parere di don Ferrante Gonzaga, il qual poscia nel dì 15 di novembre dell'anno presente terminò i suoi giorni in Brusselles. Ebbe questo principe la gloria d'essere compianto fin dagli emuli suoi, e molto più dal re Cattolico, per avere perduto in lui un valorosissimo capitano, e sempre fedele, non ostante le tante calunnie inventate contra di lui. Fu dunque risoluto di formar l'assedio di San Quintino, fortezza importante e di difficilissimo acquisto. Emmanuel Filiberto, valoroso duca di Savoia, e capitan generale dell'armata spagnuola, consistente in circa trentasette mila bravi combattenti, nel dì 3 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella forte terra, e tosto si applicò a fare i dovuti trinceramenti. Per soccorrerla giunse nel dì 10 del suddetto mese con un'armata di ventitrè mila persone il contestabile di Francia Anna di Memoransì. Allora fu che si venne ad un fatto d'armi, in cui urtati e rovesciati i Franzesi dalla forte cavalleria de' Tedeschi e Spagnuoli, andarono totalmente in rotta. Memorabile al maggior segno fu quella vittoria, perciocchè poco costò agli Spagnuoli; all'incontro, secondo alcuni, vi perirono quasi sei mila Franzesi, e rimasero prigioni lo stesso contestabile col figlio, i duchi di Mompensiero e di Longavilla ed altri gran signori, circa due mila gentiluomini e quattro mila soldati. Dopo questa insigne vittoria fu maggiormente stretto e bersagliato San Quintino, alla cui difesa non mancò di far molte prodezze Gasparo di Colignì ammiraglio di Francia. Lo stesso re Cattolico si portò a quell'assedio, e andò a finire la scena nella presa e nel saccheggio d'essa piazza. Di sì buon vento fu creduto che non sapessero profittare l'armi del re Cattolico, essendo bastato loro di prendere il Castelletto, Han, Noione, Scevì ed altri luoghi di poco momento. Ora per questa grave percossa trovandosi il re Arrigo II in non lievi angustie, giudicò necessario il ritorno in Francia del duca di Guisa colle soldatesche di suo comando; e l'ordine a lui ne fu spedito.

A confondere intanto i disegni ambiziosi de' Caraffi, e i pensieri mondani di papa Paolo, s'erano aggruppate molte disavventure, cioè la ritirata del Guisa da Civitella, il sacco di Segna, e il pericolo che Roma venisse saccheggiata. Vi si aggiunse, che gli stessi difensori di Roma tuttodì commettevano ladronecci, rapine ed insolenze contro le donne. Fra coloro si contavano anche degli eretici che spogliavano altari e cose sante. Venne inoltre a scoprirsi, avere i Romani tenuto consiglio di trattar d'oneste condizioni col duca d'Alva, s'egli fosse ritornato sotto Roma. Contra d'essi per questo proruppe il papa in ingiuriose parole, e vide oramai traballate le macchine bellicose de' suoi nipoti. Arrivò in questo frangente il duca di Guisa a Roma, e presentatosi alla santità sua coll'ordine a lui venuto di Francia, il consigliò di pace. Per quanto avessero finora fatto i saggi Veneziani e Cosimo duca di Firenze per indurlo a pacificarsi, nulla aveano potuto ottenere. Ora trovandolo i lor ministri, e con esso loro i più zelanti cardinali, in miglior positura, tanto dissero, che cominciò daddovero a smuoversi. Questo appunto era quello che sospirava Filippo II re di Spagna, ed anche il duca d'Alva, e però condiscese ad accordare al pontefice una capitolazione sì onorevole alla di lui dignità, che molti se ne stupirono. Abboccatisi adunque col suddetto duca d'Alva i cardinali Santafiora e Vitelli in Cavi, tra Genazzano e Palestrina, nel dì 14 di settembre sottoscrissero l'accordo, con rinunziare il papa ad ogni lega contro il re Cattolico, e con perdonare a chiunque avesse prese le armi contro la Chiesa. Palliano restò in deposito per sei mesi, da restituirsi a Marcantonio Colonna, dappoichè il conte di Montorio Caraffa fosse ricompensato dal re di Spagna, con varii altri patti che a me non occorre di rapportare, alcuni de' quali ancora furono tenuti occulti al pubblico, ma non già al pontefice, come alcuni si fecero a credere. Il più bello fu che in tal concordia non fu compreso Ercole II duca di Ferrara, con esempio ai posteri di quel che non rare volte succede a' principi minori nel volersi collegare coi maggiori. Intanto il duca di Guisa, imbarcate le sue fanterie, le spedì per mare in Provenza. Lasciò ire la cavalleria sbandata per varie vie alla volta della Francia, senza volere valersi di un articolo della capitolazione, per cui gli era lecito di condurre liberamente le sue genti per gli Stati del re cattolico. Il duca d'Alva andò poscia a Roma a render pubblicamente ubbidienza al papa.

E tale esito ebbe la guerra sconsigliatamente mossa da esso pontefice al re di Spagna, benchè, secondo le apparenze, non da lui, ma dagli Spagnuoli fosse inferita, con avere impiegati tanti tesori della Chiesa per impinguare i nipoti suoi: guerra, per cui furono imposti assaissimi aggravii allo Stato ecclesiastico, e che, oltre all'essere costata tanto sangue, saccheggi, incendii, violenze e desolazioni alle terre papali, si tirò dietro anche la rottura fra i re di Spagna, d'Inghilterra e di Francia. Nè questo solo flagello toccò al ducato romano nell'anno presente. Nel giorno seguente alla pace suddetta, cioè nel giorno 15 di settembre, per le dirotte pioggie cadute ai monti, sì fieramente s'ingrossò il Tevere, che allagò la maggior parte di Roma ad un'altezza tale, che d'una simile non si ricordavano i Romani di allora. Atterrò l'empito delle acque due ponti, la chiesa di San Bartolomeo nell'isola, moltissime case, mulini ed altri edifizii, con perdita di molte persone e bestiami, ed immenso danno di merci, fieni, grani, vini ed altri commestibili, e con restar tutti i sotterranei pieni di belletta. Da una pari disavventura fu afflitta anche Firenze con altri luoghi di Toscana per la sfoggiata escrescenza dell'Arno, che si trasse dietro i ponti di Santa Trinita, della Carraia e Rubaconte; e quivi cagionò parimente i mali sopraddescritti. Anche in Palermo un fiumicello a cagion delle pioggie, continuate per sette giorni, sì rigoglioso calò dal monte, che rovinò assaissimi edifizii, affogando oltre a sette mila persone. Scrivo ciò coll'autorità del Sardi allora vivente; ma forse la fama ingrandì per viaggio il numero dei morti. Era intanto restato solo Ercole II duca di Ferrara, cioè abbandonato affatto dal papa, e poco meno dai Franzesi stessi, ed esposto all'ira del re Cattolico, il quale non tardò a far muovere Ottavio duca di Parma contra di lui, rinforzato a questo effetto da milizie speditegli da Cosimo duca di Firenze e da Giovanni Figheroa vicegovernator di Milano, a cagion della discordia nata fra il cardinal di Trento e Giambatista Castaldo. Sul principio d'ottobre, uscito in campagna il Farnese, s'impadronì di Montecchio, Sanpolo, Varano, Canossa e Scandiano. Le genti del duca di Ferrara anch'esse cominciarono le ostilità con delle scorrerie sino alle porte di Parma. Sopravvenne il verno, che fece star quiete le armi; per altro il duca di Parma per varii riguardi, e specialmente perchè non correano le paghe, poco inclinato si sentiva a questo ballo. Meno ancora v'era portato l'Estense, che nello stesso tempo per mezzo de' Veneziani e del duca Cosimo avea de' maneggi in campo per ricuperar la grazia del re Cattolico.

NOTE:

[458] Belcaire. Manenti. Campana. Surio, ed altri

[459] Du-Mont, Corps Diplomat.

[460] Pallavicino, Storia del Concilio di Trento.

[461] Cola, Apologia dei diritti imperiali su Parma e Piacenza.

[462] Du-Mont, Corp. Diplomat.

Anno di CRISTO MDLVIII. Indizione I.

PAOLO IV papa 4. FERDINANDO I imperadore 1.

Conosceva il pontefice Paolo quanto convenevole fosse al sacro paterno suo grado procurar la pace fra i potentati, cristiani, e tanto più avendola egli stesso riaccesa fra loro. Il perchè aveva già, verso il fine del precedente anno, inviato in Francia legato il cardinal Trivulzio e il cardinal Carlo Caraffa suo nipote al re Cattolico, dimorante tuttavia in Brusselles. Questa si può credere che fosse la vera e pura intenzione del pontefice; ma non meno a lui, e forse più al cardinal nipote premeva l'ottenere dal re Filippo una magnifica ricompensa di Stati al conte di Montorio suo fratello per la cession di Palliano e delle altre terre colonnesi, che si dovea fare a Marcantonio Colonna. Il re Cattolico, tuttochè internamente odiasse quel bizzarro cardinale, considerato da lui per un mal arnese della corte di Roma, pure, da quell'accorto signore ch'era, il ricevette con istraordinarie finezze. Della pace poco si trattò, perchè troppo alterati erano gli animi di quei regnanti, ed anche il Trivulzio trovò il re Cristianissimo alieno da ogni concordia. Contribuì ancora assaissimo a maggiormente accendere alla guerra i due emuli monarchi un avvenimento, che quanto inaspettato, tanto più riempie di maraviglia il pubblico. Erano ducento anni che gl'Inglesi possedeano di qua dal mare la città di Cales in Piccardia, luogo di somma importanza per la loro nazione. Non era ignoto alla corte di Francia che poca guardia vi si faceva, e meglio ancora se ne chiarirono, perchè il maresciallo Pietro Strozzi, il quale ne proponeva l'acquisto, andò in persona travestito da villano in quella città, vi scandagliò le fortificazioni, e riconobbe la facilità dell'impresa, per non esservi dentro che secento fanti avviliti nell'ozio ed assuefatti più ai lor proprii comodi che alle fazioni militari. Risoluta dunque nel consiglio del re Cristianissimo quell'impresa, e destinatone direttore il duca di Guisa, dopo aver prese varie precauzioni per occultar questo disegno, in tempo che gli Spagnuoli erano qua e là divisi ai quartieri d'inverno, il duca nel dì primo di gennaio con un buon esercito si presentò sotto Cales, e tosto cominciò a battere colle artiglierie le torri e fortezze del porto, e le costrinse alla resa. Quindi si diede a bersagliar la città, riponendo le maggiori speranze nella sollecitudine, prima che gli Spagnuoli e gl'Inglesi potessero tentarne il soccorso. Con tal felicità venne condotto quest'assedio, che ne fu capitolata la resa. Nel dì 8 oppur 9 del mese suddetto v'entrò il duca di Guisa trionfante, con aver il piacere di trovar quivi circa trecento pezzi d'artiglierie, munizioni e vettovaglie in somma copia. Passò egli dipoi nel dì 13 sotto Guines, fortezza dieci miglia lontana da Cales, e di questa parimente colla forza s'impadronì.

Trovavansi prima in gran costernazione per la rotta e perdita di San Quintino gli affari de' Franzesi. Questo felice avvenimento li rincorò tutti, e mosse i popoli ad assistere al re con grossi sussidii pel proseguimento della guerra; siccome, all'incontro, cagionò dei fieri sintomi in cuore del re Cattolico e della nazione inglese, la quale restò da lì innanzi priva di sì importante luogo. Avendo poi atteso il re di Francia Arrigo II a rinforzarsi di gente, spedì nel giugno seguente il duca di Guisa all'assedio di Teonvilla, che fu anche essa forzata a rendersi, con aver ivi lasciata la vita per una ferita nel petto Pietro Strozzi Fiorentino, maresciallo di Francia, degno d'essere paragonato co' più valorosi ed insigni capitani del suo tempo, ma sfortunato nelle imprese di Toscana. Ho dovuto far menzione di tali stranieri successi, poichè da essi presero regola anche gli affari d'Italia. Risvegliossi di nuovo la guerra sul principio dell'anno fra il duca di Ferrara Ercole II ed Ottavio Farnese duca di Parma. Donno Alfonso d'Este, primogenito del primo, si fece più volte vedere alle porte di Parma, ripigliò Sanpolo e Canossa; costrinse alla resa la fortezza di Guardasone, e tolse ai Correggieschi Rossena e Rossenella. Fu poi ricuperato Guardasone dal Farnese, dappoichè gli venne aiuto di gente da Milano, e danaro da Firenze. Mirava intanto l'avveduto duca Cosimo questo picciolo incendio, che poteva divenir maggiore, e costava a lui non poco, senza profitto alcuno. Gli dava ancora assaissimo da pensare l'avere il re Cristianissimo dato il governo di quante terre restavano alla corona di Francia nel Sanese a don Francesco d'Este fratello del duca di Ferrara, il quale, passato a Roma, cercava d'imbarcare in nuovi imbrogli i nipoti del papa, mal soddisfatti del re Cattolico. Però con più premura che mai si adoperò alla corte del re Filippo II, affinchè ricevesse in grazia il duca estense, e si mettesse fine a quella turbolenza. Ora il re, che mirava a prosperare a vista di occhio le cose de' Franzesi, temeva in Italia de' Turchi, come diremo, e dubitava sempre de' cervelli inquieti dei Caraffi, nel dì 22 d'aprile approvò la concordia dianzi abbozzata dal duca di Firenze, concedendo onorevoli condizioni al duca di Ferrara, il quale rinunziò alla lega franzese, e fu accettato sotto la protezione del re Cattolico. Restituiti i luoghi presi, tornò anche la buona armonia fra esso duca di Ferrara ed Ottavio Farnese; e maggiormente questa si strinse fra l'Estense e il duca Cosimo per le nozze allora conchiuse di Lucrezia de Medici figlia d'esso Cosimo, e di donno Alfonso, principe ereditario di Ferrara.

Qualche movimento d'armi fu ancora in Piemonte, perchè mandato al governo di Milano Ferdinando di Cordova duca di Sessa, verso la metà d'agosto liberò Cuneo e Fossano, che si trovavano in certo modo bloccati dai Franzesi; prese dipoi Centale e Moncalvo, e ristrinse non poco le guernigioni nemiche di Casale e Valenza. Ma ciò che maggiore strepito fece in Italia, fu il ritorno anche in quest'anno dell'armata navale turchesca ne' mari dell'Italia ad istanza dei Franzesi. Era composta di centoventi galee, e veniva con ordini del gran signore per unirsi colla franzese a' danni delle terre del re Cattolico. Di molti regali e danari costava al re di Francia il far muovere quegl'infedeli. Nè occorre più ricordare, se per tale alleanza ed attentato fosse in abbominazione e maledizione presso gl'Italiani il nome franzese. Giunti que' Barbari a Reggio di Calabria, lo presero di nuovo ed arsero. Di là venuti al golfo di Salerno, la notte precedente al dì 13 di giugno misero gente a terra, entrarono nella terra di Massa, e rastellarono su da cinque in sei mila anime cristiane. Ebbero per tradimento di un moro schiavo, e senza contrasto, la città di Sorrento, dove commisero ogni immaginabile iniquità. Salvossi una sola monaca, passando per mezzo a loro col tabernacolo del santissimo Sacramento. Poichè per le altre coste del regno di Napoli stavano all'erta i popoli, e facevano buone guardie, passarono i Turchi in Corsica, e poscia ad Antibo, dove uniti colle galee di Francia, si credeva che farebbono l'assedio di Nizza o di Savona; ma nulla di ciò seguì a cagion dell'alterigia franzese, che non sapeva accordarsi colla maggiore de' Turchi. Sciolsero poi le vele costoro verso Minorica, dove fecero dei gran mali, con tornarsene finalmente in Levante carichi di preda e di schiavi. Torniamo ora ancor noi al cardinal Carlo Caraffa, che in Brusselles trattava di una ricompensa al fratello conte di Montorio per la cession di Palliano. Fece il re offerire a lui una pensione annua di dodici mila ducati sopra l'arcivescovato di Toledo, ed otto mila di naturalezza in Ispagna. Esibì ancora pel fratello il ducato di Rossano, la cui rendita ascendeva a quindici mila ducati. Ma al borioso cardinale, e al gran merito ch'egli s'era certamente fatto alla corte di Spagna, troppo poco parea. E siccome egli s'era invogliato dell'insigne ducato di Bari, ultimamente vacato per la morte di Bona Sforza già regina di Polonia, nè poteva spuntarla, facendo il corrucciato, si ritirò fuori di Brusselles. Tante dolci parole nondimeno e larghe promesse adoperò poscia il re, che questo porporato contento, nel dì 12 di marzo, prese le poste alla volta di Roma, per rompersi il capo coi ministri del re in Italia, i quali andarono tanto temporeggiando, che la morte del papa li liberò da qualsivoglia impegno.

Si ultimò in quest'anno affatto l'affare della succession nell'imperio, avendo l'Augusto Carlo V fatta nel dì 24 di febbraio una piena rinunzia di tutti i suoi diritti sopra la dignità cesarea al re Ferdinando suo fratello. Fu questa portata dal principe d'Oranges alla dieta degli elettori, i quali perciò nel dì 12, o 13 di marzo in Francoforte riconobbero per legittimo imperadore esso Ferdinando. Nè tardò egli a spedire a Roma Martino Gusmano per rendere ubbidienza, come tale, al pontefice. Fece anche in questa congiuntura papa Paolo conoscere qual fosse l'animo suo verso la casa d'Austria. Non volle ammettere quell'ambasciatore, e rifiutò parimente Giovanni Figheroa, che allora governava Milano, speditogli dal re Filippo in favore dell'Augusto zio. In una parola, finchè visse, non seppe mai indursi questo pontefice a riconoscere Ferdinando per imperadore, non senza scandalo della Cristianità. Infierì la morte in quest'anno sopra le teste coronate. Imperciocchè nel febbraio o marzo mancò di vita Isabella sorella di Carlo imperadore, stata regina di Portogallo, e poi di Francia. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 21 di settembre il suddetto imperador Carlo V, dopo aver fatte celebrar le sue esequie negli ultimi giorni di sua vita nel monastero del suo ritiro in Ispagna: principe de' più gloriosi che abbiano maneggiato lo scettro imperiale. Gli elogi fatti da tanti scrittori alla di lui religione e pietà, alla sua gran mente, alla sua clemenza e giustizia, e alle grandi sue imprese, esentano me dal dirne di più. Gli opposero i nemici suoi la taccia dell'ambizione, ma per coprire la propria. Qualche trascorso contro la continenza si potè osservare in lui, ma fu breve, nè portato in trionfo, come si è veduto di tanti altri monarchi: se non che bella figura sempre fece nel mondo Margherita sua figlia, duchessa di Firenze, e poi di Parma. Per altro niun si sarebbe avveduto che a lui dovesse i suoi natali anche un fanciullo di dodici anni, paggio allora del re Filippo, se lo stesso imperadore prima di morire non l'avesse rivelato per raccomandarlo ad esso re di Spagna. Fu questi don Giovanni d'Austria, che si mostrò poi ben degno di sì gran padre; e checchè dicano alcuni nato di Leonora di Plombes, non si seppe mai con certezza la madre di lui, volendo altri che nascesse in corte da persona non solo nobile, ma di alto affare e nobilissima, la quale non lasciò vedere il suo volto alla mammana nel partorirlo. Però de' suoi natali esso don Giovanni in varie occasioni si gloriò anche per conto della madre.

Tenne dietro a questo immortal monarca nel dì 17 di novembre Maria regina cattolica d'Inghilterra, e moglie di Filippo II re di Spagna, dopo una lunga idropisia: principessa di sempre veneranda memoria per la sua rara pietà, e per aver fatto trionfare la religion cattolica in quel regno, ad onta delle tante rivoluzioni succedute sotto l'empio e crudele suo padre Arrigo VIII. Trovavasi in questo tempo gravemente malato anche il cardinal Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, gran sostegno della religion suddetta in Inghilterra, personaggio dei più illustri nella Chiesa di Dio per la sua pietà, gravità, eloquenza e letteratura. Non vi fu allora, nè oggidì ci è chi non riconosca per una delle inescusabili storture di Paolo IV l'odio ch'egli portò ad un porporato di tanto merito ed integrità, e le vane accuse formate contra di lui. Non potè contenersi lo stesso Polo dal comporre la sua apologia, benchè poi con grandezza d'animo la bruciasse o sopprimesse. La morte della regina e di questo arcivescovo si tirò dietro poco appresso la total rovina della religion cattolica in Inghilterra, per essere succeduta in quel trono, non già Maria Stuarda regina di Scozia, maritata in quest'anno con Francesco delfino di Francia, ma Elisabetta sorella di essa regina Maria, e figlia d'Anna Bolena, siccome diremo fra poco. Conviene ancora accennare per concatenazion della storia, che continuò la guerra in Piccardia fra i Franzesi e gli Spagnuoli. Cadde in pensiero al signor di Termes, comandante di Cales pel re di Francia, di occupar Gravelinga, per notizie avute che era sprovveduta. Con un corpo dunque di dieci mila fanti e di due mila cavalli prima s'impadronì di Berges, picciola terra, dove nondimeno fu fatto un gran bottino. Poscia si presentò sotto Doncherche, e in quattro giorni vi mise dentro il piede, lasciando la briglia ai soldati, cadaun de' quali divenne ricco in quel sacco. Avvicinossi poi Termes a Gravelinga; quando eccoti comparire il conte d'Agamonte, spedito da Manuel-Filiberto duca di Savoia e governator dei Paesi Bassi, con un corpo di gente superiore ai Franzesi. Era di luglio, e si venne ad un fatto d'armi, in cui talmente furono sconfitti i Franzesi, che la maggior parte vi rimasero trucidati o prigioni. Fra gli ultimi si contò lo stesso Termes con altri nobili di sua nazione. Questa vittoria, e l'avere gli Spagnuoli ricuperato Doncherche, con istrage del presidio franzese, rendè più docile Arrigo II re di Francia ad ascoltar proposizioni di pace. Se ne trattò lungamente, e ne era ansiosissimo il re di Spagna Filippo II, per le mutazioni che già prevedeva dell'Inghilterra. Ma perchè maniera non appariva di poterla conchiudere, nel dì 17 d'ottobre si fece una tregua e sospension d'armi, che poi fu promulgata per tutto il gennaio dell'anno seguente. Ribellossi in quest'anno il popolo del Finale ad Alfonso marchese del Carretto suo signore, pretendendo ch'egli tirannicamente li governasse. Vi accorsero tosto i Genovesi, che forse segretamente aveano eccitato lo stesso incendio, e fecero depositare in mano di Andrea Doria quel marchesato. Riuscì poi loro d'indurre esso marchese a certe convenzioni; ma pentito poi egli del concordato, e pretendendolo nullo, introdusse la causa nel consiglio imperiale antico siccome accenneremo all'anno 1561.

Anno di CRISTO MDLIX. Indizione II.

PAOLO IV papa 5. PIO IV papa 1. FERDINANDO I imperadore 2.

Potentissimo era in Inghilterra il partito de' cattolici, ed Elisabetta, per salire sul trono, avea incontrate delle difficoltà, ed altre ne prevedeva a dovervisi mantenere, perchè il re di Francia Arrigo II sosteneva i diritti di Maria Stuarda sua nuora, e il re di Spagna Filippo II vi aveva anch'egli non pochi interessi, con aver fatto proporre indarno l'accasamento di essa Elisabetta col duca di Savoia. Però la scaltra principessa, affine di assodarsi nel dominio, non tardò di ricorrere all'autorità di papa Paolo IV, esibendogli ubbidienza per mezzo di Edoardo Carno, ambasciatore in Roma della _regina Maria_a sua sorella defunta. La risposta del papa fu alta, con dire che il regno d'Inghilterra era feudo della Chiesa romana, e che Elisabetta per essere spuria, e trovarsi altri legittimi pretendenti a quel regno, non avea senza l'assenso della Sede apostolica dovuto assumere quel governo. Pertanto, che ella si rimettesse all'arbitrio del sommo pontefice, il quale da buon padre avrebbe fatto giustizia. Fu cagione questa dura ed inaspettata risposta che Elisabetta, considerando qual pericolo a lei soprastasse in aderendo al papa, si precipitasse nel partito degli eretici, stabilisse in Inghilterra lo scisma della Chiesa cattolica, e si desse poi a perseguitare i seguaci della Chiesa romana. Però non c'è volta che io rifletta a questo lagrimevole avvenimento, che non mi senta venir freddo, sembrandomi pure, siccome ad altri sembrò, che se allora nella cattedra di San Pietro fosse seduto un pontefice più prudente, più discreto, più amorevole, da cui si fosse accolta con buon cuore l'offerta d'Elisabetta, come portava il bisogno della religione, al cui solo vantaggio dovea mirare un pontefice romano, senza entrare in dispute degli altrui o de' proprii terreni diritti, si sarebbe verisimilmente conservata la fede cattolica fra gl'Inglesi, nè avrebbe la vera Chiesa di Dio perduto un sì florido regno. Quello certamente non era il tempo da sfoderar pretensioni rancide, e da voler fare il distributore di regni, perchè troppa mutazione era seguita per conto dell'autorità esercitata ne' secoli addietro dai romani pontefici, e massimamente dappoichè Elisabetta avea, dal consenso de' popoli, ricevuta quella corona. E si ha un bel dire che quella principessa si finse cattolica in addietro, e portò seco l'eresia sul trono. Per cattolica a buon conto ella si facea credere, e tale forse la credette la regina Maria, che più degli altri era obbligata a saperlo; e la stessa Elisabetta si fece coronare da un vescovo cattolico, e non da' luterani o calvinisti, e sul principio professò la religion cattolica. In ogni caso, quand'anche ella avesse dipoi volte le spalle al cattolicismo, se il papa sulle prime avesse fatto il possibile per guadagnarla, e trattenerla dal gittarsi in braccio ai nemici della Chiesa romana, si sarebbe rovesciata tutta sopra di lei la colpa, e non già sopra un pontefice che dal canto suo nulla avesse tralasciato per salvarla da sì deplorabil eccesso. Ma il male è fatto, e noi non abbiamo che da adorare i sempre giusti giudizii di Dio, ancorchè non ne sappiamo intendere le occulte cifre.

Nel gennaio del presente anno fece papa Paolo una gagliarda risoluzione, per cui si acquistò gran credito presso tutti i saggi. Per tanto tempo in addietro niuno avea osato di parlargli francamente in male de' suoi nipoti, nè di scoprirgli la lor prepotenza, e gl'inganni da loro usati colla santità sua, che certamente furono creduti non pochi. S'ha da eccettuare il duca di Guisa che prima di partirsi da Roma gliene avea fatto un bel ritratto, ma nulla giovò. Volendo un altro dì il cardinal Pacieco scusare un fallo del cardinal del Monte, il papa, alzando la voce, gridò: Riforma, riforma. Al che rispose il Pacieco: Molto bene riforma, padre santo; ma questa dovrebbe cominciare da noi. Tacque il pontefice, e riflettendo su quel noi, si avvisò ch'egli avesse voluto ferire i nipoti suoi; ma non per questo ne profittò. Credesi che l'ultima mano venisse dall'ambasciator di Firenze, che, interrogato dal papa perchè sì di rado venisse all'udienza, francamente rispose, provenir ciò dai suoi nipoti, che gli serravano la porta in faccia, se prima non ispiegava loro le commissioni del principe suo. Ossia per questo, oppure che fosse messa nel breviario del papa una polizza indicante più d'un misfatto dei Caraffi; certo è che finalmente aprì gli occhi il deluso pontefice, e, dopo essersi informato di tutto, nel pubblico concistoro deplorò gli scandali avvenuti per colpa d'essi nipoti senza conoscenza e consenso suo; privò il cardinale della legazion di Bologna, del generalato il conte di Montorio, e il marchese di Montebello d'ogni suo grado; e licenziatili tutti colle lor famiglie da Roma, li mandò a' confini, chi in un luogo e chi in un altro. Quindi rimosse dal governo tutti coloro che dipendevano da essi suoi nipoti, e diede buon sesto non meno alla corte che agli uffizii, istituendo specialmente una congregazione che fu appellata del buon governo. Elesse ancora Camillo Orsino per soprintendente agli affari, personaggio di gran vaglia e prudenza, con cui comunicando i cardinali quanto occorreva, da lì innanzi il governo prese un ben regolato sistema. Meritò senza fallo gran lode, come eroico, questo atto del papa, perchè se non rimediava ai mali già fatti, gl'impediva almeno per l'avvenire. Tuttavia nulla questo servì per mitigar l'odio che gli portava il popolo, il quale, interpretando in male il bene, spacciava cacciati dal papa unicamente i nipoti per iscusar sè stesso dei disordini passati, quasi che a lui non fosse stato notissimo il principio e progresso delle passate guerre, e non si fosse egli tanto interessato per ingrandire i nipoti, trattando poi con tale altura i cardinali, che niuno ardiva mai di contraddirgli. Aggiugnevano inoltre che s'egli conosceva e detestava tanti loro delitti, avrebbe anche dovuto più rigorosamente gastigarli. Per conto poi dell'odio de' Romani, questo nasceva dalle molte gravezze loro imposte ed aspramente riscosse, e molto più dall'incredibil rigore che lo zelante pontefice professava contra di chiunque o era o veniva sospettato reo d'eresia fra i cattolici. A questo fine fu egli il primo che ispirasse a papa Paolo III d'istituire in Roma il tribunale dell'inquisizione, e il primo ancora che in essa città facesse fabbricar le carceri di esso tribunale, con eleggere alcuni cardinali che conoscessero le cause di eresia. Perciò poco si stette a veder piene di gente quelle prigioni. Dappertutto erano spie, facili le accuse, e bastavano i sospetti, perchè si venisse alla cattura. Nè ardiva alcuno di parlare di quel soverchio rigore, nè di raccomandare, per paura d'essere preso per fautore d'eretici. Gli stessi porporati tremavano per l'esempio del cardinal Morone. Tanto più ancora crebbero i lamenti, perchè da quel tribunale si cominciò a procedere anche per inquisizione contro delitti non pertinenti alla religione, e soliti a decidersi dai giudici ordinarii, bastando le accuse segrete. Questa novità mise di mal umore il popolo di Roma, non avvezzo a tanta severità, parendo loro che in tutto questo apparisse soverchia indiscretezza, e niuno, per innocente che fosse, potesse tenersi sicuro. Pubblicò inoltre il pontefice in questo anno, a dì 15 di febbraio, una fulminante bolla contra de' cattolici che cadessero in eresia, confermando le pene già imposte da altri, colla giunta d'altre maggiori, stendendole a qualsivoglia grado di persone, e neppure esentando gli stessi sommi pontefici: punto che, ben esaminato, può cagionar del ribrezzo, se non anche dell'orrore. Per altro, negar non si può ch'erano in questi tempi in gran voga l'eresie oltramontane, e serpeggiavano per tutte le provincie cattoliche, di modo che la stessa Italia non fu interamente intatta da quel veleno. Il perchè ai pastori della Chiesa conveniva di star più che mai all'erta, e di adoperar del rigore, il quale allora è solamente biasimevole che passa in eccesso.

Trattavasi alla gagliarda di pace oltramonti, e primieramente Arrigo II re di Francia dal canto suo, e Maria Stuarda regina di Scozia, moglie di Francesco delfino di Francia, la conchiusero nel dì 2 di aprile con Elisabetta, riconosciuta da essi per regina d'Inghilterra, facendo per bene de' loro Stati ciò che il pontefice non avea saputo fare per bene della religione. Le particolarità di tal concordia si possono leggere negli strumenti rapportati dal Du-Mont[463]. Nel susseguente dì 3 d'aprile fu medesimamente stipulata la pace fra esso re di Francia e Filippo II re di Spagna, per cui seguì il matrimonio di Elisabetta figlia del re Cristianissimo col re Cattolico, e l'altro di Margherita sorella del re Arrigo suddetto con Emmanuel Filiberto duca di Savoia. Detestarono i Franzesi una tal pace, tenendola per vergognosa e pregiudiziale ai diritti della corona. Vantaggiosa, per lo contrario, riuscì al duca di Savoia; se non che quei gran politici d'allora aveano per uso di lasciar nelle concordie sempre qualche coda e seme di discordia. Cioè fu bene accordata le restituzion pacifica ad esso duca della Savoia, del Piemonte e di tutti gli altri suoi Stati, ma con volere il re di Francia ritenere per tre anni avvenire il possesso di Torino, Chieri, Pinerolo, Civasco e Villanuova di Asti, affinchè si ventilassero in quel mentre i diritti pretesi dal re per Luigia avola sua: il che era un accordar colle parole e negar coi fatti la restituzione intera di quegli Stati. E forse confidavano i Franzesi di trovare ragioni o pretesti per non restituire neppur dopo quel tempo le piazze suddette. Aveano anche promessa i medesimi agl'Inglesi la restituzion di Cales fra otto anni, eppure in lor cuore pensavano di ritener per sempre quella città. Per altro al duca fu dato il libero possesso e dominio della Savoia e dei restanti luoghi del Piemonte. Profittò parimente d'essa pace Cosimo duca di Firenze; perciocchè in vigor della medesima i Franzesi rinunziarono alla protezion de' Sanesi fuorusciti dalla lor patria ed abitanti in Montalcino, e a tutti i luoghi da lor posseduti in quella contrada, e se n'andarono con Dio. Abbandonati in tal guisa que' Sanesi, e trovandosi impotenti a cozzar colle forze del duca di Firenze, a lui infine si sottomisero: con che tutte le dipendenze di Siena vennero in potere di lui, eccettochè i porti della Maremma, che il re di Spagna dianzi avea riservati alla sua corona. Sul fine poi d'agosto il re Filippo, dopo avere restituita la quiete ai Fiamminghi, e lasciato il governo di que' paesi a Margherita duchessa di Parma e sorella sua, andò ad imbarcarsi, e con una numerosa flotta di vascelli se ne ritornò in Ispagoa.

Alla pace suddetta con segni immensi di giubilo fecero plauso tutti i popoli cristiani; ma da Parigi specialmente si lasciò la briglia all'allegria per li due matrimonii suddetti della figlia e sorella del re Arrigo II. Fra le altre solenni feste il re stesso accompagnato da donno Alfonso d'Este, principe ereditario di Ferrara, da Francesco duca di Lorena e da Iacopo duca di Nemours volle per tre giorni mantenere una giostra, esercizio cavalleresco, di cui egli sommamente si dilettava. Ne' due primi giorni riportò egli il premio della vittoria, e nel terzo avea fatto lo stesso; quando, non per anche sazio di rompere lancie, forzò il capitan delle sue guardie, chiamato Orges, oppure Gabriello signor di Mongomery Scozzese, a correre contra di lui. Ruppesi l'asta dello Scozzese in varie schegge; e siccome il re al dispetto delle preghiere dei suoi più cari non avea voluto allacciar la visiera dell'elmetto, così avvenne che una di quelle scheggie andò a conficcarsegli sopra l'occhio destro, con penetrare sino al cervello: lagrimevole spettacolo, accaduto alla presenza di Caterina de Medici regina sua moglie, dei principi suoi figliuoli e di un gran teatro di nobiltà. Dalla grave ferita nacque un interno apostema, per cui egli tratto fu a morte nel dì 10 di luglio, con estremo cordoglio di tutti i suoi popoli. A lui succedette nel regno Francesco II suo primogenito, in età allora di sedici anni: età non per anche abile al governo, nè a tenere in freno l'ambizione de' grandi, nè a reprimere l'ardire dell'eresia calviniana, che già avea cominciato a prendere gran piede in quelle parti. Però sotto di lui ebbe principio la civile discordia, madre di tante guerre che per assaissimi anni dipoi lacerarono quel nobilissimo regno, e diedero fomento all'eresia che sempre più si dilatò.

Anche in Italia venne a morte nel presente anno papa Paolo IV. Era egli pervenuto all'età di ottantaquattro anni, colla mente nondimeno sempre vegeta e sempre applicata al governo. Ma si cominciò ad unire colla decrepitezza la idropisia. Durava in lui un continuo affanno per le iniquità commesse dai suoi nipoti non meno in Roma, che per tutto lo Stato della Chiesa, e che di mano in mano egli andava intendendo per li ricorsi di chiunque era stato offeso, giacchè si era aperta la porta alle doglianze di ognuno. Avviso infine gli giunse che il conte di Montorio, il quale tuttavia si facea chiamare duca di Palliano, e stava relegato a Gallese, avea fatto uccidere la duchessa sua moglie gravida, per sospetti d'indecente commercio d'essa con Martino Capece, ancorchè questi, o pugnalato, o fatto morir nel tormento della corda, ed ella parimente, protestassero la loro innocenza, ed appellassero al tribunale di Dio. Risaputa questa crudeltà dall'infermo pontefice, fu creduto che accelerasse la, per altro vicina, morte. Ma il cardinal Pallavicino, che cita il processo, ci fa sapere succeduta l'uccision della moglie nella sede vacante. Morì egli nel dì 18 d'agosto (l'iscrizione posta al sepolcro suo il fa morto nel dì 15 di esso mese, contro la testimonianza degli autori contemporanei), lasciando la memoria sua non già in desiderio, ma in abborrimento pel suo governo, a cui la gente dava il nome di tirannico. Abbiamo la vita di lui scritta dai padri Antonio Caracciolo, Silos, Castaldi, Oldoino, per tacer d'altri, che ci rappresentarono in profilo il di lui volto, con farci vedere tutto il bello de' suoi pregi dall'una parte, e lasciando ascoso il difettoso dall'altra. Con pennello più giusto formarono il di lui ritratto Onofrio Panvinio, Mambrino Roseo e il cardinal Pallavicino, a' quali rimetto il lettore. A me basterà di dire che non mancarono belle dotti e virtù a questo sì religioso e zelante pontefice, ma ch'esse rimasero offuscate dal troppo odio ch'egli portò agli Spagnuoli e all'augusta casa d'Austria, e dal troppo amore verso de' proprii nipoti. Il suo gran fuoco congiunto con un'alta stima di sè medesimo non gli lasciavano quasi mai cogliere il punto di mezzo fra il difetto e l'eccesso; e però anche nelle belle azioni di lui si desiderò sovente la moderazione, si trovò soverchio il rigore, dal quale si scostarono dipoi i saggi suoi successori, conoscendo che la troppa severità rende odiosa la stessa religione, e che, all'incontro, le fa decoro la clemenza, adoperata a luogo e tempo.

Qual fosse intanto l'animo del popolo romano verso di questo pontefice, poco si stette a conoscerlo. Era egli tuttavia in vita, ma vita ridotta agli estremi, quando esso popolo si mosse a furore, attizzato anche da alcuni grandi che maggiormente si teneano per offesi dal papa. Corsero costoro alle carceri pubbliche, ne trassero i prigioni, che erano da quattrocento. Data indi volta a Ripetta, dove era il palazzo della sacra inquisizione, e, rimesso in libertà chiunque ivi si trovava detenuto prigione (e moltissimi ve n'erano da lunghissimo tempo neppure esaminati), bruciarono tutti i processi, e in ultimo una parte del palazzo stesso. Dio preservò in quella congiuntura il cardinal Alessandrino Ghislieri, capo d'essa inquisizione, per farne poi un pontefice degno d'essere onorato sui sacri altari. Se non accorrevano Marcantonio Colonna e Giuliano Cesarini al convento dei domenicani alla Minerva, e non fermavano la pazza furia del popolo sdegnato contro di que' religiosi, anch'esso verisimilmente soggiaceva a gravissimi insulti. Quindi passò quel torrente al Campidoglio, dove restò atterrata e rotta la statua eretta ivi in onor del pontefice, e ne fu strascinato il capo per la città. Ma quel che vieppiù diede a divedere il pubblico odio, fu un bando pubblicato dallo stesso senato romano, che si dovessero cancellare ed abbattere tutte le memorie dei Caraffeschi: il che in poche ore fu eseguito. Dodici giorni dopo la morte del papa, restò calmato ogni movimento del popolo per cura de' cardinali e dei nobili più saggi. Marcantonio Colonna in tal congiuntura ricuperò Palliano, e Gian-Francesco da Bagno tentò di riavere il suo marchesato di Montebello. Terminate le esequie del defunto pontefice, e pacificata Roma, nel dì 5 di settembre si chiusero in conclave i cardinali, dando principio alle lor battaglie per l'elezione di un altro. Nobil risoluzione fatta da loro, e autenticata da giuramento, fu quella con cui s'obbligò chiunque riuscisse papa di riaprire il concilio generale, e di levar dalla Chiesa gli abusi e le corruttele introdotte dalla negligenza o malvagità de' secoli barbarici: al che con tutto il suo zelo s'era poco applicato il precedente pontefice. Durarono le dispute de' porporati sino alla notte precedente il santo giorno del Natale del Signore, in cui restò concordemente eletto Giovanni Angelo de Medici, cardinale di Santa Prisca, il qual prese il nome di Pio IV. Di lui parleremo all'anno seguente. Venne a morte ancora in quest'anno a' dì 3 di ottobre Ercole II duca di Ferrara, le cui virtù e gloriose azioni furono da me accennate nelle Antichità Estensi[464]. Trovavasi allora alla corte del re di Francia don Alfonso primogenito suo, e non sì tosto ebbe intesa la morte del padre, che preso congedo dal re Francesco II, andò ad imbarcarsi a Marsiglia, e, giunto a Livorno, passò dipoi a Ferrara, dove nel dì 26 di novembre fece la sua solenne entrata fra le giulive acclamazioni del popolo suo. Finì inoltre i suoi giorni nel dì 17 di agosto Lorenzo de' Priuli doge di Venezia, a cui nel dì primo di settembre fu sostituito Girolamo de' Priuli suo fratello.

NOTE:

[463] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDLX. Indizione III.

PIO IV papa 2. FERDINANDO I imperadore 3.

Aveano abbastanza imparato i cardinali che pensioni portasse seco il collocare nella cattedra di San Pietro de' cervelli bizzarri e delle teste troppo calde; e però aveano cercato nell'ultimo conclave di dare alla Chiesa di Dio un pontefice di natura mansueta, e dotato d'una placida e benigna saviezza. Per tale fu riconosciuto il cardinal de Medici, divenuto Pio IV, personaggio esperto degli affari del mondo, amante de' letterati e, di tutte le persone di merito, limosiniere e d'altri bei pregi ornato. Era egli di nazion Milanese, di famiglia onorata, ma non cospicua. I suoi studii e le sue virtù l'aveano condotto a poco a poco alle prime dignità, e a ciò contribuì ancora il gran credito in cui era salito suo fratello, cioè Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, giunto ad essere, siccome abbiam veduto, uno de' più valorosi condottieri d'armi in Italia. Diede egli principio al lodevolissimo suo pontificato coll'annullare, col correggere o mitigare varii decreti ed atti del precedente inesorabile e rigido papa. Avea fin qui il pontefice Paolo IV ostinatamente, e non senza scandalo, ricusato di riconoscere per imperadore Ferdinando I Austriaco, e di ricevere i suoi ministri in tale qualità. Fu sollecito Pio IV ad ammettere il suo ambasciatore, e a ristabilire la buona armonia fra la santa Sede e l'Augusto monarca. Alle preghiere ancora de' cardinali perdonò al popolo romano il trascorso della passata sedizione, purchè si rifacessero i danni. Nel dì 31 di gennaio fece la promozione di tre cardinali, cioè di Gian-Antonio Serbellone suo parente, perchè di tal famiglia fu la madre sua; di Giovanni de Medici figlio di Cosimo duca di Firenze; e di Carlo della nobil casa de' conti Borromei, figlio del conte Giberto e di Margherita sua sorella, che giovinetto camminava già a gran passi alla santità. Per due continui anni avea penato nelle carceri Giovanni cardinal Morone, uno de' più insigni porporati d'allora, per sospetti d'eresia, ch'erano troppo alla moda in quei tempi, perchè il solo disapprovare alcun de' veri abusi dominanti allora nelle vie della pietà e della disciplina ecclesiastica, bastava per far sospettare una persona zoppicante ancora nella credenza dei dogmi, e per trarla alle prigioni, senza che poi si pensasse da lì innanzi a strigar le lor cause, non per colpa del cardinal Ghislieri supremo inquisitore, ma per difetto di papa Paolo IV, che non sapea mai credere innocente chiunque capitava in quelle carceri. Restava dunque tuttavia acceso il processo formato contra del Morone; ed egli non volendo grazia, ma severa giustizia, fece istanza perchè fosse deciso nella causa sua. Ben ventilata questa dai più incorrotti cardinali (fra i quali lo stesso Ghislieri, che fu poi Pio V), emanò decreto, con dichiarare nullo, iniquo ed ingiusto il processo suddetto, e con assolvere pienamente come innocente il Morone. Pari giustizia fu fatta ad altri non processati sotto il defunto pontefice, e specialmente ad Egidio Foscherari dell'ordine de' Predicatori, vescovo di Modena e teologo dottissimo di questi tempi, a cui del pari avea papa Paolo fatta patire la prigionia di due anni a cagion dell'amistà che passava fra il Morone e lui.

Atteso il naturale del novello pontefice, inclinante sempre alla benignità e clemenza, niuno si sarebbe avvisato di vedere una severa giustizia da lui cominciata nel presente anno e terminata nel seguente. Brevemente in un fiato accennerò io questo fatto, per cui fu gran dire allora in tutta la Cristianità. Nel dì 7 di giugno fece papa Pio IV carcerare i cardinali Carlo Caraffa ed Alfonso Caraffa, il primo nipote e l'altro pronipote di Paolo IV. Similmente furono presi Giovanni Caraffa conte di Montorio appellato duca di Palliano, e nipote del suddetto papa, e il conte di Alife e Leonardo di Cardine, uccisori della moglie di esso duca. Furono fatti rigorosi processi contro di loro, tanto per quell'omicidio, quanto per altre iniquità, o vere o pretese, commesse dai due fratelli Caraffi nel tempo del loro nepotismo, con varii inganni che si diceano da lor fatti al pontefice zio, e gravissimi danni cagionati per la loro ambizione e prepotenza a Roma e a tutto lo Stato ecclesiastico. Furono deputati cardinali al processo dei due loro colleghi, e data al governatore di Roma l'incombenza di formar quello del conte di Montorio e de' suoi complici. Durò questa criminal procedura sino al dì 3 di marzo dell'anno seguente, in cui si venne concistoro; e quivi fu letto il processo intero contra del cardinale Carlo Caraffa: lettura che durò ott'ore. Per lui interposero tutti i cardinali le lor preghiere; ma senza poter impedire la sentenza di morte. Però nella notte seguente fu esso cardinale strangolato in prigione; e nello stesso tempo nelle carceri di Torredinona decapitato il duca di Palliano col conte di Alife e Leonardo di Cardine. Confessa il Panvinio d'aver inteso dalla bocca del medesimo Pio IV ch'egli si lasciò trarre a questa giustizia di malissima voglia, e che in tutta la vita sua non gli era avvenuta mai cosa tanto disgustosa e lugubre, quanto quel giudizio; con aggiugnere nondimeno d'aver egli creduto necessario che si desse ai parenti dei futuri pontefici esempio, affinchè non si abusassero della lor grazia ed autorità. Il giovane cardinale Alfonso Caraffa, siccome innocente e dabbene, fu rimesso in libertà, e solamente condannato a pagare cento mila scudi per un preteso risarcimento alla camera apostolica; e tal pena fu anche dipoi mitigata. Ma in que' tempi la gente accorta ben s'avvide che non dal genio clemente di papa Pio era proceduta sì rigorosa giustizia contra dei Caraffeschi, ma sibbene dai segreti gagliardi impulsi della corte di Spagna, a cui per varii riguardi era molto tenuto lo stesso pontefice.

Il cardinal Pallavicino, che meglio degli altri pescò in questa materia, fece conoscere a noi le arcane ruote di sì strepitoso avvenimento. La politica più fina del simulare e dissimulare fu osservata assai familiare in Filippo II re di Spagna. Gli stava sempre sul cuore quanto aveano operato i Caraffi contra di lui, e l'essersi eglino vantati di volergli torre il regno di Napoli. Con tutto ciò non lasciava di usar con loro delle grazie e finezze; e in questi medesimi tempi decretò al cardinale e al fratello delle ricompense pel perduto ducato di Palliano. Fu creduto da alcuni che sul principio il papa, credendo il re ben affezionato ai Caraffi, per quanto gliene diceva l'ambasciatore di Spagna, li favorisse anch'egli alla corte di Madrid; e che, all'incontro il re, tenendo i Caraffi per protetti dal papa, anch'egli s'inducesse a far loro delle grazie. Ma ossia che tale inganno cessasse, o che sempre in Ispagna si lavorasse di finzione; la verità si è che il re Cattolico segretamente maneggiò la rovina loro, e con forza spinse il pontefice ad eseguir quello che il mansueto animo d'esso papa non avrebbe mai fatto. Il bello poi fu che sotto papa Pio V, creatura di Paolo IV, per le istanze di Antonio marchese di Montebello e di Diomede Caraffi, l'uno fratello e l'altro figlio dell'estinto duca di Palliano, fu riveduta questa causa in Roma, e deciso che non meno il cardinal Carlo che esso duca di Palliano erano stati iniquamente ed ingiustamente condannati; e per prova di questo tagliata fu la testa ad Alessandro Pallentieri, stato fabbricator del processo contra d'essi Caraffeschi, alla memoria de' quali e de' loro eredi fu restituito l'onore e la buona fama. E così vanno le vicende e peripezie umane, regolate dalle diverse passioni degli uomini. Noi dobbiamo augurarci che sia esente da questi interni mantici chi si mette a giudicar della vita, della roba e dell'onore altrui; e che questi tali, ad imitazione di Dio, più inclinino alla clemenza che al rigore, se pure il bene della repubblica non esige altrimenti.

Al pontefice Pio IV non restavano nipoti maschi legittimi di sua famiglia, perchè il marchese di Marignano suo fratello niun d'essi avea lasciato; e sebben v'era un di lui figlio naturale, appellato Camillo, il papa parea che non se ne prendesse gran cura. Rivolse dunque il suo amore ai figli della sorella, cioè ai conti Borromei, illustri e potenti signori, che da gran tempo possedevano Arona, ed assaissime altre terre e castella sul lago Maggiore. Questi erano il conte Federigo e Carlo, da lui promosso alla sacra porpora. Avvezzi i Romani a mirare quanto potesse il nepotismo ne' passati pontefici, e come fosse divenuto, massimamente in questi ultimi tempi, quasi il principale impiego de' successori di san Pietro l'innalzamento de' parenti a' gradi principeschi; si aspettavano una simile scena sotto Pio IV. Ma il buon pontefice, che intendeva meglio d'alcuni suoi predecessori l'importante uffizio della sublime sua dignità, si comportò con molta moderazione nell'amore de' suoi, e nulla operò che fosse soggetto alla giusta censura dei saggi. Erasi molto prima trattato il matrimonio di Virginia figlia del duca d'Urbino col suddetto conte Federigo, e questo si eseguì, con celebrarsi suntuosissime nozze in Urbino e poscia in Roma: il che riuscì di giubilo universale del popolo. Maritò ancora Camilla Borromea sorella di esso conte in Cesare duca di Guastalla, Ariano e Molfetta, figlio del fu don Ferrante Gonzaga, e un'altra in Fabrizio Gesualdo figlio del conte di Conza; e con ciò si raddoppiarono le allegrezze in Roma. Specialmente fece il pontefice comparire il suo amore verso il cardinale Carlo Borromeo suo nipote, a cui diede la carica di segretario di Stato, e la legazion di Romagna e Bologna. Ma questo nipote, ancorchè di soli ventitrè anni (tanta era la sua prudenza, tanta l'illibatezza de' suoi costumi) non serviva che alla vera gloria del pupa, perchè unicamente intento al bene della Chiesa e del pubblico, e manteneva una scelta famiglia di persone raccomandate dalla virtù e dalla letteratura; di maniera che col tempo fu chiamata la di lui casa un seminario di cardinali e vescovi egregi. Però al popolo romano, dopo essere stato in tanta malinconia e tremore sotto il tetro governo di Paolo IV, parea d'essere rinato, trovandosi tutto in feste sotto il dolce di Pio IV (a cui diceano che bene stava il nome di Angelo), e regolato da sì discreti e saggi ministri. Delle premure di questo buon pontefice per rimettere in piedi il da tanto tempo interrotto concilio di Trento, parleremo all'anno seguente.

Compiè in quest'anno Alfonso II duca di Ferrara il suo matrimonio con donna Lucrezia de Medici figlia del duca Cosimo; e questa principessa con suntuoso accompagnamento di principi e nobili fece l'entrata sua in Ferrara nel dì 17 di febbraio. Ma da quella città nel giorno 2 di settembre fece partenza la duchessa Renea figlia di Lodovico XII re di Francia e madre di esso duca Alfonso. E il motivo fu, perch'ella da gran tempo infetta dell'eresia di Calvino, per quanto si facesse e dicesse, non volle mai rimettersi sul buon cammino. Quale ella andò, tale anco morì: del che ho io sufficientemente parlato nelle Antichità Estensi. Era venuto di Fiandra nell'anno precedente Emmanuel Filiberto duca di Savoia, a rallegrar sè stesso e i suoi sudditi colla visita degli Stati a lui restituiti da' Franzesi e Spagnuoli. Fu in questi tempi ch'egli istituì in Mondovì un'università per le scienze, dove chiamò de' più accreditati uomini dotti che s'avesse l'Italia. Trovavasi questo principe sul fine di maggio in Villafranca, quando Occhialì rinegato calabrese, e famoso corsaro d'Algeri, con una squadra di galeotte, dopo aver saccheggiata Tagia e bruciata Roccabruna del signor di Monaco, arrivò a Villafranca stessa, e mise le sue genti a terra. Spedì tosto il duca a Nizza per aver soccorso, e intanto animosamente uscito dalla terra co' suoi cortigiani con poco più di trecento archibugieri inesperti, raccolti in quel subitaneo bisogno, andò contra de' Barbari. Ma non sì tosto furono i suoi a fronte degli Algerini superiori di gente, che, atterriti dal loro aspetto, e dagli urli e gridi ne' quali proruppero, diedero a gambe. Si trovò il duca in pericolo della vita, o di restar prigione; anzi v'ha chi scrive ch'egli fu preso, ma che restò liberato da due suoi generosi gentiluomini, con perdervi essi la loro vita. Certo è che il duca si salvò nella terra, inseguito sino alle porte di essa da quegl'infedeli. Restarono uccisi circa quaranta de' suoi soldati ed alcuni gentiluomini di sua corte, ed altri fatti prigioni, per riscattare i quali gli convenne pagare dodici mila scudi. Il temerario corsaro, prima di renderli, pretese la grazia di poter inchinare la duchessa figlia di Francesco I re di Francia. Bisognò accordargliela. Ma la duchessa, con comparire in sua vece la sua dama d'onore, ebbe la soddisfazione di punire in tal maniera la temerità di costui.

Portossi in quest'anno a Roma Cosimo duca di Firenze colla duchessa sua moglie, e fu magnificamente alloggiato nel palazzo pontifizio. Oltre agli altri suoi affari, pei quali, e non per sola divozione, imprese quel viaggio, ottenne dal sommo pontefice di poter fondare un ordine militare di cavalieri sotto il nome di Santo Stefano, da cui non sono esclusi i coniugati. Impetrò ancora che Paolo Giordano Orsino genero suo fosse creato duca di Bracciano. Giunse al fine de' suoi giorni nel dì 25 di novembre in Genova Andrea Doria, celebre per tante sue buone qualità e viaggi di mare. Poco gli mancava a compiere l'anno novantesimoquarto di sua età. Prese la buona gente per un presagio di questa perdita un turbine terribile di venti che alquanti giorni prima recò un'infinità di mali a quelle riviere, portando via i tetti, atterrando case e sradicando le più grosse quercie, con istrage di molte persone e bestiami. Troncò eziandio l'indiscreta morte nel dì 5 di dicembre il filo della vita al giovinetto re di Francia Francesco II, a cui succedette Carlo IX suo fratello, ma in età troppo tenera ed incapace di governo. Che diavolerie, che confusioni e guerre suscitasse da lì innanzi in quel regno la crescente eresia di Calvino e l'ambizion dei grandi, non appartiene all'assunto mio narrarlo. Accennerò bensì, che, avendo il famoso corsaro Dragut tolta, alcuni anni prima, ai cavalieri di Malta la città di Tripoli in Barberia, ed occupata anche l'isola delle Gerbe, Filippo II re di Spagna, mosso dalle preghiere del gran mastro, e dal desiderio di togliere a' Mori que' siti, siccome nidi ed asili della lor pirateria, fin l'anno precedente avea raunata una potente flotta con legni e soldati presi da Milano, Genova, Napoli e Sicilia. Ma questa da venti contrarii trattenuta, non potè se non nel febbraio di quest'anno far vela verso Barberia. Da molti autori si trova descritta quell'impresa, ma impresa sommamente sfortunata o per la poco buona condotta de' capitani cristiani, o per la contrarietà della stagione, o per la perniciosa qualità di quel paese, mancante d'acqua buona e provveduto di cattiva. Presero i cristiani le Gerbe, ma cotanto andarono temporeggiando, che in soccorso de' Mori giunse la potente armata dei Turchi; al cui arrivo atterriti e scompigliati i cristiani, non attesero che a salvarsi. Vennero in potere de' Musulmani moltissime galee, migliaia di soldati rimasero morti nelle navi, annegati o schiavi, e il forte delle Gerbe fu forzato a rendersi: disavventure tutte che non poco afflissero specialmente chi avea formate delle grandi speranze su quell'armamento de' cristiani. Oltre a ciò avvenutisi i corsari algerini in tre galee del duca di Firenze, ne costrinsero due a rompersi in Corsica, con restar preda di quegl'infedeli.

NOTE:

[464] Antichità Estensi, P. II.

Anno di CRISTO MDLXI. Indizione IV.

PIO IV papa 3. FERDINANDO I imperadore 4.

Aveano le guerre de' precedenti anni fatto cessare il concilio generale di Trento. Allorchè parea colla tregua dei principi cristiani tornato il tempo di riaprirlo, Paolo IV mostrò qualche velleità di accudire a questo importantissimo affare, ma con volere esso concilio in Roma nella chiesa lateranense: il che veniva a finire in non volerlo, stante l'esigere i più de' principi cattolici un luogo libero e fuori dello Stato ecclesiastico per quella sacra assemblea. Sopravvennero poi le brighe d'esso papa Paolo con gli Spagnuoli, nè più si parlò, vivente esso pontefice, di rimettere in piedi il concilio. Seriamente, all'incontro, vi pensò, appena eletto papa, lo zelante Pio IV; e però nel precedente anno si affaticò non poco, parte con efficaci lettere, e parte per mezzo de' suoi ministri per riunir gli animi de' potentati cattolici, affinchè concorressero coi lor prelati al compimento di opera tanto necessaria alla Chiesa di Dio. Trovò egli concordi in questo desiderio i principi, ma discordi nella determinazione del luogo, proponendo essi altre città invece di Trento. Il papa sempre insistendo di rinovare il concilio in quella città, dove era nato, finalmente nel dì 29 di novembre dell'anno precedente con sua bolla ne intimò il riaprimento in essa città di Trento, da farsi nel solenne giorno di Pasqua del presente anno. Dopo aver dunque nel dì 26 di febbraio di quest'anno fatta la promozione al cardinalato di alcuni degnissimi personaggi, e specialmente di Stanislao Osio e di Girolamo Seripando, nel dì 10 di marzo destinò cinque legati che dovessero presiedere al consiglio. Ma perchè insorsero nuovi motivi di ritardo, e con troppa lentezza comparivano a Trento i vescovi; però fu necessario il differir sino all'anno seguente la prima sessione.

Più che mai continuarono i corsari africani ad insolentire contro le marine d'Italia in quest'anno. Uscito da Tripoli Dragut colle sue galeotte, avendo per ispia inteso che sette galee fabbricate in Sicilia, e cariche di molte merci, aveano da passare a Napoli, si mise in aguato a Lipari, e gli venne fatto di prenderle. Grosso fu il bottino di robe e di persone fra le quali si contarono due vescovi siciliani che andavano al concilio, e molti nobili, de' quali, chi potè, con esorbitanti taglie si riscattò. Scorsero dipoi que' Barbari per le riviere del mar Tirreno, lasciando dappertutto memorie della lor crudeltà, e menando via gran quantità di schiavi cristiani. A cagion di questi terribili insulti papa Pio IV, attento al bene de' suoi sudditi, determinò di rifare in certa maniera la città Leonina, acciocchè in caso di bisogno avessero i pontefici colla lor corte e prelatura un luogo di salvezza. Cioè determinò di mettere Borgo in fortezza, chiudendo in esso sito castello Sant'Angelo, la basilica vaticana e il palazzo pontificio, con tanto spazio, che, in occasion di difesa, vi si potessero formare squadroni di soldati colle loro ritirate. Nel dì 8 di maggio andò lo stesso pontefice con solenne accompagnamento di tutti i cardinali, prelati e nobiltà a mettere la prima pietra con varie medaglie d'oro e d'argento. Avea dianzi nel dì 19 d'aprile creato capitano generale della Chiesa il conte Federigo Borromeo suo nipote, affinchè secondo le occorrenze fosse pronto alla difesa contro i nemici del nome cristiano. Nè ciò bastando all'indefesso suo genio pel pubblico bene, ordinò che si riducessero in miglior forma le fortificazioni de' porti di Civitavecchia e di Ancona, sicchè potessero resistere alle violenze inaspettate de' Turchi e de' corsari di Barberia, che ogni dì più diventavano rigogliosi, ed accrescevano il numero delle lor vele. Attese ancora il buon papa ad aggiugnere ornamenti alla per altro bellissima città di Roma, con tirare una nobile strada da Montecavallo sino alle mura di Roma diritto ad una porta, di belle fortezze fabbricata d'ordine suo, ed appellata porta Pia. Rimodernò eziandio la porta del Popolo con bei travertini e colonne; e nel palazzo vaticano e in Belvedere fece altre fabbriche, e fra queste si contarono due gran conserve d'acque verso levante, e un magnifico cortile con iscalinate da due bande ed ornamenti di singolar bellezza, e un corridore e un fonte nel bosco d'esso Belvedere. Fece anche finire di stucchi e pitture la bella sala cominciata da Paolo III, appellata la sala dei re, ornando la loggia superiore del palazzo con figure, e con farvi dipignere la cosmografia in bei quadri. Sollecitò ancora la fabbrica del suntuoso tempio di San Pietro, cominciata da papa Giulio II, e nella basilica lateranense fece far sotto il tetto il soffitto, con parimente applicarsi a tirare in Roma per via di condotti l'acqua di Salone, ossia l'acqua Vergine. Queste erano le applicazioni del pontefice, che sommamente rallegravano il popolo romano, non omettendo egli intanto ogni diligenza pel bene della religione e della Chiesa.

Godevano in questi tempi gl'Italiani il saporito frutto della pace, loro inviata da Dio dopo il flagello di tante desolatrici guerre. Regnava specialmente l'allegria nella corte e città di Ferrara, dove Alfonso II duca nel dì 2 di marzo diede al suo popolo e alla copiosa foresteria, che vi intervenne, un mirabil divertimento con un torneo sì magnifico e d'invenzione sì rara, chiamato il Castello di Gorgoferusa, ed onorato dalla presenza di Guglielmo duca di Mantova, che riscosse l'ammirazion d'ognuno. E perciocchè nella promozion suddetta, fatta dal papa nel dì 26 di febbraio, anche a don Luigi di Este, fratello del duca e vescovo di Ferrara, fu conferita la sacra porpora, si tenne corte bandita per tre giorni in quella città, e poscia nel dì 27 di marzo fu ivi dato anche un altro più suntuoso spettacolo, intitolato il Monte di Feronia, a cui intervenne Francesco de Medici principe di Firenze. Sì vaghe furono le invenzioni di que' pubblici giuochi, sì grande la magnificenza degli abiti, del corteggio, e tale la copia degli strumenti musicali o guerrieri e delle macchine, e le decorazioni del campo, che di sommo piacere e stupore restò presa tutta la gran folla degli spettatori, e ne corse la fama per tutta Italia. Veggonsi cotali feste descritte e date alle stampe. Ma si cangiò presto l'allegria in duolo, perciocchè nel dì 21 d'aprile fu rapita dalla morte Lucrezia de Medici duchessa di Ferrara, figlia del duca Cosimo. Nè molto si stette a vedere risorgere la lite di precedenza fra essi duchi di Ferrara e di Firenze, la qual durò poi anni parecchi. Era tornato, siccome dicemmo, a' suoi Stati Emmanuel Filiberto duca di Savoia, e siccome si avvicinava il tempo che gli doveano essere restituite dai Franzesi le città di Torino, Pinerolo, ed altre restate in loro mani, fece istanza perchè esaminassero le pretensioni del re Cristianissimo contro la casa di Savoia. Furono sopra ciò tenute varie conferenze dai ministri dell'una e dell'altra corte tanto nell'anno precedente, che nel presente, senza apparire che alcuna delle parti cedesse. Misero ancora i Franzesi in campo la difficoltà di rendere quelle piazze al duca, per non essere il re loro in età legittima; e il parlamento di Parigi eccitava anch'esso dubbii maggiori. Seguì poi, siccome diremo, lo scioglimento di queste controversie nell'anno seguente. Ardeva intanto, per le discordie e guerre fra i cattolici ed ugonotti, tutta la Francia, le cui sciagure chiunque brama di intendere, ha da ricorrere agli storici particolari di quel regno, e specialmente al nostro Davila. Riuscì quest'anno dannoso a Napoli e Sicilia, non solo per le prede ivi fatte dai corsari africani, ma ancora per varii tremuoti che atterrarono gran copia di fabbriche colla morte di più centinaia di persone. Le istanze fatte al tribunale cesareo da Alfonso marchese del Carretto contra de' Genovesi, che gli aveano occupato il marchesato del Finale, produssero una sentenza, per cui furono essi condannati alla restituzion dello spoglio coi frutti, danni e spese della lite. I Genovesi, che trovavano molto comodo ai loro interessi il possesso del Finale, maltrattarono non solo il messo che andò ad intimar loro quella sentenza, ma anche un feciale che fu poi spedito dall'Augusto Ferdinando, per denunziar loro il bando dell'Imperio, se senza dilazione non restituivano il marchesato, colla piena esecuzion della sentenza. Ciò che ne avvenisse, si dirà all'anno 1563.

Anno di CRISTO MDLXII. Indizione V.

PIO IV papa 4. FERDINANDO I imperadore 5.

Rallegrossi la Chiesa di Dio nel presente anno, perchè nel dì 18 di gennaio si riassunse in Trento il concilio generale, e si celebrò la prima sessione, ossia la diecisettesima in riguardo alle altre degli anni addietro. Contaronsi di quella sacra assemblea, oltre ai cinque cardinali legati della santa Sede, due altri cardinali cioè quel di Lorena e il Madruccio, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta vescovi, sette abbati, sette generali d'ordini religiosi, e più di cento teologi, scelti dai regni del Cattolicismo. E dipoi v'intervennero in varii tempi anche gli oratori dell'imperadore, del re di Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Boemia, Polonia, Venezia, e d'altri duchi e principi. Guglielmo duca di Mantova vi fu nel principio in persona. Pertanto si continuarono quivi le sessioni si per lo stabilimento dei dommi, che per la riforma della Chiesa. Teneva questo grande affare non meno occupati i padri del concilio, che lo stesso papa e tutta la corte romana; nè dimenticò il pontefice d'invitare ad esso concilio anche i patriarchi e vescovi scismatici dell'Oriente. Venne infatti circa il mese di maggio a Roma Abdisù patriarca de' Soriani, uomo assai dotto, che rendè ubbidienza al romano pontefice, con accettare tutti i concilii generali venerati dalla Chiesa romana, e i decreti del presente tridentino, e col promettere di fare il possibile di trarre i suoi metropolitani e vescovi all'unione colla Sede apostolica. Ma la comparsa di questo patriarca finì, secondo il solito, in una pace di commedia fra la santa romana Chiesa e gli scismatici soriani. Il povero patriarca, il quale è da credere che parlasse di cuore, con assai regali e rifacimento di quanto gli aveano tolto i Turchi nel venire a Roma, se ne tornò contento in Soria; ma come prima continuarono que' cristiani a sostener i loro errori e la separazione dalla Chiesa romana. Crescevano intanto i guai della Francia per la detestabil ribellione e guerra mossa contro il re Carlo IX dagli eretici calvinisti, chiamati ugonotti; e con ciò crebbe anche al re il bisogno di soccorsi. Non mancarono il papa ed ancora il re di Spagna di mandarne, e specialmente esso re Cattolico esibì al re cognato dodici mila fanti e tre mila cavalli; ma i Franzesi non accettarono se non tre mila d'essi fanti ed altrettanti Italiani. Grosse somme ancora di denaro furono inviate al re Cristianissimo dai Veneziani e dai duchi di Ferrara e Firenze. A questi aiuti fu in parte attribuita la insigne vittoria che verso il fine del presente anno riportarono l'armi cattoliche contro degli ugonotti, benchè la medesima costasse ben caro ai vincitori stessi. Fa qui lo storico e vescovo Belcaire un epifonema, riconoscendo l'origine di tanti mali dallo orgoglio degli eretici, dalla negligenza, dall'avarizia e dai disordinati costumi dei precedenti pastori della Chiesa di Dio, che aveano offuscata la vera pietà, e dato campo agli eresiarchi di declamar cotanto contra di noi.

Queste calamità e necessità della Francia quelle furono che più d'ogni altra ragione indussero il re Carlo e i suoi ministri a sacrificare infine le lor pretensioni in favore di Emmanuel Filiberto duca di Savoia. Dall'un canto abbisognavano del di lui aiuto; dall'altro poteano temere ch'egli, perduta la pazienza, diventasse lor nemico, ed accrescesse le forze ai congiurati contra della corona. Il perchè si venne ad un accordo, per cui il re Cristianissimo convenne di rilasciare al duca Torino, Civasco, Chieri e Villanuova di Asti; e che il duca rilascerebbe al re possesso di Pinerolo, di Savigliano e della Perosa, ed inoltre procurerebbe di somministrare in servigio di sua maestà mille fanti e trecento cavalli pagati, con altri capitoli ch'io tralascio. Fece quanto potè il maresciallo di Bordiglione per impedire, o almeno per differire l'esecuzion di questo trattato ch'egli chiamava troppo pregiudiziale al re, quasichè fortissime, anzi chiare ragioni non assistessero il duca contra l'invasion de' suoi Stati fatta da' Franzesi. Tuttavia nel dicembre di quest'anno si vide rimesso il duca in possesso di Torino e degli altri suddetti luoghi: il che riuscì d'inestimabil consolazione a quel principe e a' sudditi suoi. Un altro avvenimento anche di maggior allegrezza per la real casa casa di Savoia era stato l'avere la duchessa Margherita nel dì 12 di gennaio di quest'anno dato alla luce un principino, a cui fu posto il nome di Carlo Emmanuele, unico frutto del loro matrimonio, tale nondimeno, che noi a suo tempo il vedremo sorpassare la gloria di tutti i suoi antenati. Non fu già favorevole il presente anno alla casa de Medici, anzi al resto dell'Italia. Imperocchè, oltre ad una siccità inudita, essendovi stati luoghi che per sette mesi non seppero cosa fosse pioggia, il che produsse non lieve penuria de' viveri, nell'ottobre e novembre cominciò a scorrere per Italia un malore di qualità epidemiale, passando da una città nell'altra, con infermarsi la maggior parte delle persone, e seguirne la morte d'assaissime per ogni città, e massimamente in Napoli, dove intorno a venti mila persone cessarono di vivere. La stessa febbre micidiale (a cui poi fu dato il nome del Castrone) in altri tempi si è fatta sentire all'Italia, e a' nostri di imperversò qui non poco, correndo l'anno 1730, andando anche allora gradatamente di città in città.

Ora il duca Cosimo, che in tutte le guise si studiava di far comparire la sua divozione ed attaccamento alla corona di Spagna, mandò in quest'anno con pomposo accompagnamento don Francesco suo primogenito a Madrid, acciocchè ivi soggiornasse, e facesse la corte a quel gran monarca. Ma eccoti nel novembre di quest'anno, per cagion della suddetta, oppur d'altra maligna influenza, cader malato il cardinale Giovanni di età di diecinove anni, e don Garzia di minore età, amendue figliuoli del suddetto duca, e giovanetti di generosa indole e di rara espettazione, e l'un dietro all'altro essere rapiti dal mondo. Voce nondimeno comune allora fu, che, odiandosi fra loro questi due fratelli, don Garzia in una caccia uccidesse il cardinale, senza esser veduto da alcuno. Avvisatone Cosimo, fece segretamente portare il cadavero in una stanza, e colà chiamò Garzia, immaginandolo autore di quell'eccesso. Arrivato ch'egli fu, cominciò il sangue dello estinto a bollire e ad uscir della ferita. Allora Cosimo, dando nelle furie, presa la spada di Garzia, colle sue proprie mani l'uccise, facendo poi correr voce che amendue fossero morti di malattia. Se questa sia verità o bugia, nol so io dire. Ben so, che trafitta dalla perdita di così cari germogli, donna Leonora di Toledo lor madre, e soccombendo al dolore, anch'ella terminò fra poco i suoi giorni: donna che col suo consiglio e giudizio avea, per comun sentimento, contribuito non poco alla felicità del marito. Ebbe bisogno Cosimo della sua virtù per poter resistere all'urto di siffatte traversie; e il pontefice Pio IV, per consolarlo, creò poscia cardinale nel giorno 6 di gennaio dell'anno seguente, Ferdinando altro di lui figliuolo, tutto che appena giunto alla età di quattordici anni. Ma non andò senza affanni lo stesso pontefice nell'anno presente. Grande era l'amore ch'egli portava a due suoi nipoti Borromei, cioè al conte Federigo e al cardinal Carlo, e sel meritavano essi per le loro virtù. Ad istanza del re Cattolico, avea il papa restituito a Marcantonio Colonna tutte le terre a lui tolte dal pontefice predecessore, e in tale occasione data in moglie al figlio di Colonna una sorella dei suddetto conte Federigo. All'incontro, il re, per non lasciarsi vincere in generosità, avea donato al conte Federigo il marchesato ossia ducato d'Oira nel regno di Napoli, ricaduto alla corte, con assegnargli anche una pensione annua di alcune migliaia di scudi sopra la gabella della seta di Calabria, con altre promesse; e similmente un'altra pensione di dodici mila scudi al cardinal Carlo di lui fratello sopra l'arcivescovato di Toledo. Ma preso nel novembre esso conte Federigo da quella infermità che dicemmo diffusa per l'Italia, terminò la carriera del viver suo con molto dolore del papa, che vide sfasciati in un momento i suoi disegni dalla volubilità delle cose umane. Servì la perdita del giovane fratello al cardinal Carlo per maggiormente mettersi nella via de' santi. Attese in quest'anno l'imperador Ferdinando a stabilire il figlio Massimiliano nella succession de' regni e della dignità sua. Il fece coronare re di Boemia, e poscia nella dieta degli elettori in Francoforte ottenne che fosse nel dì 25 d'ottobre proclamato re de' Romani. La sua coronazione venne poi solennizzata nel dì 30 di novembre, e fu anche nell'anno seguente a lui conferita la corona del regno d'Ungheria. Erano intanto occupati i pensieri di papa Pio IV dalla grand'opera del concilio di Trento, che proseguiva con vigore, ma insieme con continui dibattimenti per le precedenze degli ambasciatori spediti colà dai re e principi seguaci della Chiesa cattolica. Con tutto ciò, non lasciava egli di accudire a migliorare il governo di Roma, con avere specialmente in quest'anno regolata la forma de' giudizii, affinchè non si tirassero troppo in lungo le liti. Riformò ancora la corte, la sacra penitenzieria e i notai della camera apostolica, e pubblicò anche una riforma intorno al conclave. Erano restate guaste dall'antichità le celebri terme di Diocleziano imperadore. Egli le convertì in una chiesa e monastero, e ne diede il possesso ai monaci certosini. Ordinò ancora che i titoli delle chiese e diaconie assegnati ai cardinali, giacchè per la vecchiaia non meno, che per la negligenza dei precedenti porporati, erano andati in rovina, si riparassero: cose tutte che renderono sempre più glorioso il di lui pontificato.

Anno di CRISTO MDLXIII. Indizione VI.

PIO IV papa 5. FERDINANDO I imperadore 6.

Gran dispute e dissensioni, sì di precedenza che di riforma, occorsero in quest'anno nel concilio di Trento, mosse in parte dall'oratore spagnuolo, dai Franzesi e dagl'imperiali, che tennero in qualche inazione que' padri. Colla pazienza nondimeno e colle buone maniere dei cardinali legati tutto si andò superando. Ma nel dì 2 di marzo restò conturbata tutta la sacra assemblea per la morte di Ercole cardinal Gonzaga, a cui tenne dietro nel dì 17 dello stesso mese il cardinal Girolamo Seripando. Erano amendue legati a latere del papa, e personaggi per la pietà, per la dottrina e per la prudenza di un merito incomparabile. In luogo d'essi spedì il pontefice da Roma due altri insigni porporati, cioè Giovanni Morone Milanese, che vedemmo sì maltrattato da papa Paolo IV, e Bernardo Navagero Veneziano. Continuarono anche dipoi i contrasti dalla parte de' Franzesi e dell'imperadore. Pure col divino aiuto proseguì vigorosamente il concilio, e più che mai si stesero decreti riguardanti il dogma egualmente che la disciplina ecclesiastica. Per tanta dimora in Trento erano per la maggior parte stanchi i padri. Intervennero allora altri motivi, per li quali nel mese di novembre si cominciò a trattare di terminar quella gran funzione: al che si trovarono ripugnanti gli Spagnuoli. Ma, venuto avviso che sul fine di novembre era stato preso il sommo pontefice da un pericoloso accidente, per cui si dubitava di sua vita, tale scompiglio entrò per questo in quella sacra adunanza, che l'ambasciatore del re Cattolico si diede per vinto, e consentì che si proponesse il fine del concilio. Tornò il papa da lì a non molto a goder buona sanità. Ora, dopo avere il consesso dei padri smaltiti con indicibil diligenza varii punti di dogma e di riforma che restavano a farsi, nella sessione ventesima quinta ebbe fine nel dì 4 di dicembre il sacrosanto concilio di Trento: concilio a cui intervennero i più dotti vescovi e teologi di tutti i regni cattolici, e che superò tutti gli altri precedenti per l'ampia esposizione della dottrina della vera Chiesa, e per la correzione e riforma di assaissimi punti spettanti alla disciplina ecclesiastica. Tanti abusi che da lì innanzi cessarono, tanta emendazione e mutazion di costumi nell'uno e nell'altro clero, e il presente bell'aspetto della Chiesa di Dio tanto ne' pastori di sublime grado che dell'ordine inferiore, troppo diverso da quello in cui si trovava essa Chiesa allorchè Dio permise la nascita di tante eresie nel Settentrione per gastigo nostro, e molto più per gastigo di chi si ribellò alla religione dei suoi maggiori: tutto questo lo dobbiamo riconoscere da quel benedetto concilio, che poi fu solennemente confermato dal romano pontefice, ed accettato, almeno per quello che appartiene ai dogmi, da tutta l'universalità dei cattolici. Misericordia di Dio fu ancora, che in tal congiuntura sedesse nella cattedra di San Pietro un pontefice di buona volontà, e che i grandi affari della santa Sede fossero principalmente appoggiati alla mente diritta, all'indefesso zelo e alla pietà singolare del cardinal Carlo Borromeo, primo ministro della sacra corte, che a gloria di Dio e a benefizio della repubblica cristiana trasse a fine quella memoranda impresa. Fu egli anche il primo a dar buon esempio agli altri, con severamente riformare la propria corte. Erano stati inviati ad esso concilio anche i protestanti. Niun d'essi vi volle intervenire, perchè avrebbero preteso di dare, e non già di ricevere la legge. Però prima di quest'anno, e molto più dappoi, si scatenarono con varii libri contra del concilio suddetto, vendicandosi in quella maniera che poterono degli anatemi contro di lor proferiti. Ma è da sperare nella clemenza di Dio che verrà un dì in cui si saneran queste piaghe. E certamente questo ha da essere uno dei desiderii di chiunque, sia cattolico, sia di altra credenza, purchè professi la santa religione di Gesù Cristo, condannatrice degli scismi.

In quest'anno ancora grave danno risentirono le marine dell'Italia dai corsari barbareschi, e specialmente quelle di Napoli. Dragut Rais, fuggito dall'assedio di Orano, comparve colà con tutte le sue forze, e gli riuscì di prendere sei legni cristiani che s'erano spiccati da quel porto col carico di molta gente e merci. Ad uno d'essi il disperato capitano Vincenzo di Pasquale Raguseo diede il fuoco, mandando in aria e in acqua tutte le robe e famiglie che quivi si trovavano. Dragut per tale risoluzione gli fece poi tagliare la testa. Era, dissi, stato ne' giorni addietro assediato fieramente Orano dai Mori, al soccorso della qual fortezza accorsero anche le galee di Napoli; e ben sapea Dragut che Napoli si trovava allora senza galee da difesa. Il perchè l'orgoglioso Barbaro giunse fin sotto Chiaia con isperanza di coglier ivi la marchesa del Vasto, la quale per buona fortuna non vi si trovò, e però solamente fece schiavi alquanti cristiani, che il vicerè da lì a poco riscattò. Alle coste eziandio della Puglia, dell'Abbruzzo e del Genovesato fecero questi masnadieri delle aspre visite. Grandi perciò erano i lamenti dei popoli; ma niun provvedeva, eccettochè i cavalieri di Malta, i quali sempre in corso recarono bensì non pochi danni alle terre de' Turchi, ma senza sollievo di quelle de' cristiani. Dalle civili guerre fu in quest'anno parimente lacerata la Francia, dove gli inquieti e perfidi ugonotti fecero assassinare ed uccidere il valoroso duca di Guisa, capo della parte dei cattolici. In Ispagna, giacchè il re Filippo II non poteva aver successione dalla nuova sua moglie, sorella del re di Francia, ed era per altra parte malissimo contento dell'unico suo figlio don Carlo, giovane di cervello torbido, egli desiderò che Massimiliano II re de' Romani suo cugino inviasse alla corte di Madrid i di lui due figli Ridolfo ed Ernesto arciduchi, acciocchè apprendessero i costumi degli Spagnuoli, e per ogni bisogno potessero sostenere la casa d'Austria nella monarchia di Spagna. Passarono questi due principi verso il fine dell'anno per Milano, e andarono dipoi ad imbarcarsi a Nizza, con ricevere dappertutto distinti onori.

Ad essa città di Milano tentò in questo anno il re Cattolico di fare un regalo, col volere introdurre colà l'inquisizione all'uso di Spagna. Contuttochè la maggior parte de' cardinali ripugnasse a tal novità, pure il papa, a cui premeva di non disgustare un sì potente re, si lasciò vincere, e condiscese a siffatta istanza. Esposta dal duca di Sessa governatore ai Milanesi la volontà reale, gran commozione si svegliò nella nobiltà del pari che ne' popolari, assai informati dell'odiatissimo rigore dell'inquisizion di Spagna, e come sotto colore di punir le colpe di chi era miscredente nella fede, per altri delitti ancora, o veri o pretesi, si facevano segrete giustizie o vendette a piacimento del principe. Però tutti animosamente risposero d'essere buoni cattolici, e non trovarsi fra loro Ebrei finti cristiani, come in Ispagna; nè esservi motivo alcuno di mutar l'ordine già prescritto e discreto di quel tribunale in Italia, e che perciò non comporterebbono una sì esorbitante gravezza. Poco mancò che non si venisse ad una sollevazione, e non si rinovasse la scena succeduta negli anni addietro per questo medesimo tentativo in Napoli. Il saggio governatore, veggendo gli animi sì mal disposti, calmò con buone parole il lor movimento, e promise di scrivere in favore di essi al pontefice e al re. Così fece egli, nè più si parlò di questo affare. Per simili sospetti sorse ancora nell'anno seguente non lieve alterazione nel popolo di Napoli, troppo alieno dall'ammettere anche la sola ordinaria inquisizione che si pratica in tante città d'Italia per unico bene della religione. Erasi da qualche tempo costituito capo di banditi nella Calabria un certo Marco da Cotrone; e concorrendo a costui la feccia di tutti i malviventi, arrivò la sua baldanza a prendere titolo di re, onde era comunemente appellato il re Marcone. Infestava egli tutte le strade, spogliava i passaggieri, metteva in contribuzione le ville, vendeva anche i poveri cristiani ai corsari barbareschi. Spedì il vicerè di Napoli contra di quegli assassini alcune compagnie di Spagnuoli che vi rimasero o morti o prigioni. Fu d'uopo di inviarvi dipoi circa due mila fanti e cavalli sotto il comando di Fabrizio Pignatelli marchese di Cerchiero, la cui industria seppe sparpagliare e poi ridurre a nulla quella ciurma di malandrini. Tornò in quest'anno dalla corte di Madrid a Firenze don Francesco primogenito del duca Cosimo. Irritato l'imperador Ferdinando dello sprezzo fin qui mostrato dai Genovesi della sua sentenza nella causa del Finale, pubblicò in quest'anno un duro decreto contra di quella repubblica, la quale perciò ricorse al re di Spagna per placarlo. Durarono poi le dissensioni de' Finalini, finchè nel 1571 il duca d'Albuquerque governator di Milano, andò a mettere presidio spagnuolo nel Finale, terra che fu poi nell'anno 1598 venduta dal marchese Andrea Sforza, ultimo di quella linea, al re Filippo II, il cui successore Filippo III nell'anno 1619 ne ottenne l'investitura dall'imperadore Mattias.

Anno di CRISTO MDLXIV. Indizione VII.

PIO IV papa 6. MASSIMILIANO II imperad. 1.

Non tardò il pontefice Pio IV a far conoscere il suo zelo per l'esecuzione dei decreti del concilio di Trento. Gravissimi disordini erano proceduti in addietro dall'assenza de' vescovi dalle loro diocesi, e s'era anche disputato forte in esso concilio se la residenza de' pastori fosse di gius divino, con riconoscerne almeno la somma importanza. Molti di essi vescovi se ne stavano in Roma impiegati in varii uffizii, ed assaissimi altri nelle corti dei principi, intenti ai proprii vantaggi, e poco o nulla a quel delle lor chiese. Costrinse il papa gli abitanti in Roma a tornarsene alle lor greggie; e chi avea più d'un vescovato, fu obbligato a contentarsi d'un solo: dal che seguì una gran mutazione in Roma. Cominciossi ancora a procedere con posatezza nell'elezione de' vescovi, scegliendosi que' soli che aveano per sè la raccomandazion de' buoni costumi e del sapere: tutte provvisioni che riaccesero fra' popoli l'ardore della religione, e fecero a poco a poco cessare la depravazion de' costumi non solo nel clero, ma anche ne' secolari. Al che parimente non poco contribuirono colle lor fatiche ed esempli i nuovi ordini religiosi dei Teatini, Gesuiti, e la congregazion dello Oratorio di San Filippo Neri, che in questi tempi cominciò a fiorire. E perciocchè nel concilio suddetto era stata decretata l'erezion de' seminarii de' cherici, il pontefice ordinò la fabbrica del seminario romano che riuscì ben riguardevole, e ne diede poi la cura ai padri della compagnia di Gesù. Donò anche generosamente alla repubblica di Venezia il palazzo di San Marco, già fabricato in Roma da papa Paolo II. Ma una disgustosissima briga tormentò in quest'anno esso pontefice; imperciocchè, nata nel precedente una gravissima gara fra i ministri di Francia e Spagna a cagion della precedenza, per cui anche nel concilio di Trento s'era caldamente disputato, il papa non osava decidere, conoscendo inevitabil cosa che la decisione si tirerebbe dietro la nimicizia di chi restava al di sotto, laddove egli desiderava di star bene con tutti. Furono perciò presi varii spedienti, ma niun d'essi piacendo alla corte di Francia, anzi facendo il re Cristianissimo aspre doglianze e minaccie, papa Pio al riflettere che in tempi tanto pericolosi, ne' quali avea tanta forza ed anche fortuna in Francia il partito de' calvinisti, non conveniva esacerbar quella corona: si dichiarò in favore dell'ambasciator franzese. E tanto più prese animo a far questo passo, perchè l'aveano prevenuto i Veneziani, e si dovea sperare che il piissimo animo di Filippo II, considerate le circostanze presenti, troverebbe non ingiusto il procedere della corte di Roma, siccome infatti avvenne.

Giunse in quest'anno a morte nel dì 25 di luglio dopo lunga malattia Ferdinando I imperatore, principe sommamente pio, e lodatissimo per le sue gloriose azioni. Ebbe per successore nella augustal dignità Massimiliano II suo figlio, già re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, a cui tosto con rompere la tregua precedente, mosse guerra il vaivoda di Transilvania, assistito da' Turchi. Grande armamento di galee e navi fatto fu nel presente anno per ordine del re Cattolico in Napoli, Sicilia e Genova. Come una spina negli occhi stava ad esso re il Pegnon, cioè il sasso di Velez, scoglio altissimo nelle coste di Barberia, verso lo stretto di Gibilterra, su cui stando alla vedetta i corsari africani, e scoprendo da lungi i legni cristiani che uscivano de' porti di Spagna, o altrimenti veleggiavano pel Mediterraneo, erano pronti colle loro fuste e galeotte per volare ad assalirli e predarli. Dato fu il comando di quella flotta a don Garzia di Toledo, figlio del fu vicerè di Napoli. Vi concorsero la galee di Malta, di Firenze, di Savoia, di Portogallo, talchè l'armata arrivò ad ottantasette galee, oltre a una gran quantità di legni da carico, galeotte ed altre vele minori. Sul fine d'agosto giunse al suddetto Pegnone questo potente sforzo de' cristiani, e in poco tempo s'insignorì di quel posto, dove poi furono lasciati di presidio ottocento fanti. Fece nel mese di giugno del presente anno una rara risoluzione Cosimo duca di Firenze. Alcuni incomodi di sanità aveva egli patito, e però sì per proprio sollievo, come per addestrare il principe don Francesco suo primogenito al maneggio degli affari, cedette a lui il governo degli Stati. Era allora il principe in età di ventiquattro anni, e la prudenza ed attività sua l'aveano già fatto conoscere per abilissimo a questo peso. Riservò a sè Cosimo il titolo e la dignità ducale, e da lì innanzi si ridusse come ad una vita privata, prendendo diletto delle ville e de' luoghi solitarii. Gran ribellione intanto bolliva in Corsica, dove que' popoli si mostravano mal soddisfatti del governo de' Genovesi, come ancora è avvenuto, e più strepitosamente, di nuovo a' dì nostri. Capo dei ribelli era un Sampiero, uomo fiero di quella nazione, il quale ancorchè avesse messo in rotta tre mila soldati genovesi spediti contro di lui, pure perchè gli mancavano le forze da tentar cose maggiori da per sè, fece almeno quanto potè per muovere qualche principe che assumesse l'acquisto di quell'isola, ma senza trovarne alcuno. Tanto innanzi andò quell'izza, che protestarono que' sollevati di volersi piuttosto dare a' Turchi, che tornare all'ubbidienza della repubblica di Genova: precipitoso consiglio che si è fatto udire anche ne' tempi nostri. In mano d'essi Genovesi restavano le principali fortezze, e riuscì loro di ripigliar Portovecchio coll'aiuto dell'armata spagnuola che ritornava dalla conquista del Pegnone.

Anno di CRISTO MDLXV. Indizione VIII.

PIO IV papa 7. MASSIMILIANO II imperad. 2.

Avvenimento sopra modo strano parve l'essersi nel gennaio di quest'anno scoperta una congiura contra del pontefice Pio IV, il quale mansueto e clemente, non odio, ma amore cercava pur di riscuotere da ognuno; nè certamente alcun danno o dispiacere avea recato a chi meditò di torre a lui la vita. Fu essa cospirazione tramata da Benedetto Accolti, figlio del fu cardinale Accolti, ed in essa concorsero il conte Antonio Canossa, Taddeo Manfredi, il cavalier Pelliccioni, Prospero Pittorio ed altri, tutti gente di mala vita, e gente fanatica, come dai fatti apparve. Fu creduto che l'Accolti, coll'essere stato a Ginevra, avesse ivi bevuto non solamente il veleno dell'empie opinioni, ma eziandio le fantastiche immaginazioni ch'egli ebbe forza d'imprimere ne' complici suoi. Cioè, diceva egli, che ucciso il presente papa, ne avea da venire un altro divino, santo ed angelico, il quale sarebbe monarca di tutto il mondo. E buon per costoro, perchè bel premio aveano da riportare di sì orrido fatto. Al conte Antonio dovea toccare il dominio di Pavia; quel di Cremona al Manfredi; al Pelliccioni quello della città dell'Aquila; e così altre signorie agli altri. Per conoscere meglio l'illusione e leggierezza delle lor teste, basterà sapere che si prepararono al misfatto colla confession de' lor peccati, tacendo nulla di meno l'empio sacrilegio ed omicidio che disegnavano di commettere. Fissato il giorno, si presentò una mattina ai piedi del pontefice l'Accolti col pugnale preparato all'impresa; ma sorpreso da timore, nulla ne fece. Nata perciò lite fra i congiurati, il Pelliccioni, per salvar la vita, andò a rivelare il già fatto concerto. Tutti furono presi; e per quanto coi tormenti e colle lusinghe si procurasse di trar loro di bocca chi gli avesse sedotti ed incitati a sì esecranda azione, nulla si potè ricavarne, se non che l'Accolti sosteneva di aver di ciò parlato cogli angeli, i quali certamente non doveano essere di quei del paradiso. Furono costoro pubblicamente tormentati per la città, e poi tolti dal mondo. L'Accolti, sempre ridendo fra i tormenti, assai dimostrò che si trattava di gente che avea leso il cervello, e forse meritava più la carità d'esser tenuta incatenata in uno spedale, che il rigore di un capestro. Per assicurarsi non di meno il papa da altri simili insulti, destinò al palazzo papale la guardia di cento archibusieri. Confermò parimente l'ordine da lui fatto nel 1562, che non dovessero godere franchigia i palazzi dei cardinali, nè degli ambasciatori de' principi, affinchè non servissero di rifugio a' malviventi. Proibì poscia sotto varie pene ai nunzii pontifizii di procacciarsi lettere di raccomandazione dai principi, o di valersi di quelle che essi spontaneamente esibissero. Fece inoltre nel dì 11 di marzo la promozione di molti cardinali, la maggior parte persone di gran merito, e contossi fra esse Ugo Boncompagno vescovo di Bologna, che fu poi Gregorio XIII.

Gran terrore, massimamente all'Italia, diede in quest'anno il tuttavia vivente e feroce sultano dei Turchi Solimano. Si rodeva egli da molto tempo le dita per li continui insulti che faceano alle sue navi e terre i cavalieri gerosolimitani di San Giovanni, chiamati gli Ospitalarii; però venne alla determinazione di levar loro l'isola di Malta, da lui chiamata nido dei corsari cristiani. Stupendo fu il suo armamento, perchè giunse a ducentoquaranta vele, fra le quali si contarono centosessantotto galee con copiosa quantità di gente da sbarco e d'artiglierie. Simile armata di mare non avea mai fatta in addietro la potenza ottomana. General di terra fu Mustafà bassà; general di mare Pialy bassà unghero rinegato. Andò ancora, ma tardi, ad unirsi con loro il famoso corsaro Dragut Rais colle sue galeotte e soldati. Certificati intanto del barbarico disegno don Garzia di Toledo vicerè di Sicilia, e il generoso gran mastro di que' cavalieri Giovanni Valletta, aveano provveduta la città di Malta di tutto il bisognevole per sostenere un assedio. Nel dì 18 di maggio a vista di quell'isola comparve la formidabil flotta turchesca; ed allora tutti i combattenti cristiani con sommo coraggio e insieme allegria corsero ai posti lor destinati, contando per fortunata la loro vita, se la spendeano per difesa della fede e della patria. Erano intorno a sei mila i difensori, cioè cinquecentonovanta cavalieri, quattro mila Maltesi, e mille e cinquecento soldati, e forse più, tra Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Cominciarono i Turchi a battere con molti pezzi di grossa artiglieria il castello di Santo Ermo, posto nella lingua di terra che guarda i due porti dell'isola, e poi vennero a furiosi assalti, che costarono loro gran perdita di gente; e in uno d'essi colpito il corsaro Dragut rallegrò assaissimo i cristiani colla sua morte. Nel dì 21 di giugno restò presa la suddetta fortezza, e trucidato chiunque era sopravvivuto alla forte difesa. Si accinse dipoi Mustafà all'assedio della fortezza di San Michele; nel qual tempo, cioè a dì 12 di luglio, venne a rinforzarlo il bey d'Algeri con ventisette legni, sui quali erano più di mille uomini da guerra.

All'incontro, spedito di Sicilia il mastro di campo Robles con quattro galee, passando arditamente quasi per mezzo i nemici, sbarcò nell'isola secento fanti, rinforzo che recò non lieve ristoro agli assediati. Frequenti e sanguinosissimi furono gli assalti dati a quella fortezza dai Turchi, e già le loro trincee erano arrivate sotto le mura, e si lavorava di mine; quando il Toledo vicerè di Sicilia, dopo tanta dilazione, determinò di portare all'afflitta città il promesso soccorso. E però con sessantadue galee giunto nel dì 7 di settembre alla parte di Malta vecchia, colà sbarcò nove mila soldati eletti, con vettovaglia per quaranta giorni, e poi se ne tornò in Sicilia a preparar altri aiuti. Mandò il bassà Mustafà sei mila de' suoi a riconoscere che gente era quella, e trovò persone che sapeano menar le mani, perchè uccisero forse mille e cinquecento di quegl'infedeli. La notte seguente imbarcati i Turchi, fecero vela alla volta di Lepanto, lasciando libera l'isola di Malta, ma conquassate tutte le sue fortezze. Perirono in quell'assedio, per quanto fu creduto, almen venti mila Turchi, parte per le battaglie, e parte per le infermità. De' cristiani quattro mila se ne contarono estinti ne' combattimenti, fra i quali, chi dice ducentoquaranta, e chi trecento cavalieri, che intrepidi sempre in tutte le fazioni, combattendo come leoni, lasciarono gran fama del loro valore. Nè minore fu quella del vecchio gran mastro Valletta, non avendo egli in sì terribil congiuntura perdonato a fatiche e pericolo alcuno. Lasciò egli dipoi immortale maggiormente il suo nome per avere aggiunta alla vecchia città la città Valletta, e tanta copia di fortificazioni, che Malta può oggidì sembrare inespugnabile, o, per dir meglio, può appellarsi la città più forte dell'universo. Guai all'Italia, s'essa cadea allora nelle griffe turchesche; però quanto fu il terrore d'ognuno per quell'assedio, altrettanto giubilo si provò nella sua liberazione. Nè già mancò papa Pio IV di somministrar soccorso di gente e danaro per sì urgente bisogno della cristianità. Tuttavia don Garzia di Toledo, per aver cotanto differito il soccorso, ebbe dei miramur dal re Cattolico, e col tempo perdè il governo della Sicilia.

Fin l'anno precedente era stato conchiuso il matrimonio dell'arciduchessa Barbara d'Austria, figlia di Ferdinando I imperadore, con Alfonso II duca di Ferrara, e dell'arciduchessa Giovanna di lei sorella minore con don Francesco de Medici principe di Firenze. Ma convenne differirne dipoi l'esecuzione per la morte del suddetto Augusto. Nel dì 21 di luglio del presente anno il duca di Ferrara con grandioso accompagnamento s'inviò verso la Germania, per visitare in Ispruch la principessa a lui destinata in moglie. Di là passò a Vienna per assistere al funerale del defunto Cesare, e ricevette singolari finezze dal novello imperador Massimiliano II, e dai due arciduchi di lui fratelli. Tornato poscia in Italia, si diede a fare i preparamenti più magnifici per le nozze suddette; e nel dì 20 di novembre inviò a Trento il cardinale Luigi d'Este suo fratello accompagnato dal cardinal di Correggio e da una comitiva nobilissima, a sposare l'arciduchessa in suo nome. Insorsero ivi dispute di precedenza, per esservi giunto prima in persona il principe di Firenze, con pretendere perciò che seguisse lo sposalizio suo avanti a quello del duca di Ferrara. Ma rappresentando il cardinal Luigi la preminenza dell'età nella principessa Barbara, e del grado nel duca Alfonso, stante l'essere questi sovrano, e il Medici soggetto al padre duca, s'incagliò forte lo affare; e contuttochè il santo cardinale Carlo Borromeo, spedito colà dal papa con titolo di legato per onorar quelle nozze, si adoperasse non poco per ismorzare la contesa, niun d'essi volle ritrocedere. Troncò dipoi Massimiliano Augusto il gruppo con ordinare che lo sposalizio delle due arciduchesse si facesse negli Stati dei mariti loro destinati. Il che fu poscia puntualmente eseguito. Insigni feste furono fatte in Ferrara nel dì 5 di dicembre, in cui l'arciduchessa Barbara fece la sua solenne entrata, e parimente ne' susseguenti giorni, essendosi specialmente nel dì 11 del detto mese data esecuzione ad un torneo, intitolato il tempio d'amore, che riempiè di maraviglia e diletto per la novità e magnificenza dell'anfiteatro, delle macchine e delle comparse, l'incredibil copia degli spettatori, accorsi colà anche da lontane parti. Fra gli altri merita d'essere mentovato Guglielmo duca di Mantova con Leonora d'Austria sua moglie, sorella della nuova duchessa di Ferrara. Era allora essa città di Ferrara riguardata qual maestra di queste arti cavalleresche. Passò a Firenze anche l'arciduchessa Giovanna, e quivi ancora con solennissime feste di maschere, conviti, balli, giuochi di cavalli, caccie di fiere selvatiche, ed apparati di statue e pitture, furono magnificamente celebrate le sue nozze.

Abbiam fatta menzione del piissimo cardinal Carlo Borromeo, legato allora della santa Sede per tutta l'Italia. Ardeva egli di voglia di portarsi a Milano per visitar la sua chiesa, con disegno ancora di tener ivi il primo suo concilio provinciale; e cotanto tempestò lo zio pontefice, a cui troppo rincresceva lo stare senza di lui, che ottenne licenza di inviarsi colà nel dì primo di settembre. Vi andò, accolto con incredibil allegrezza e divozione dal popolo milanese; celebrò il concilio suddetto, con alloggiare alle sue spese i vescovi suffraganei; poscia si portò, siccome dicemmo, a Trento. Accompagnata sino a Ferrara la duchessa Barbara, continuò poi il cammino colla principessa di Toscana sino a Fiorenzuola, dove ricevette un corriere colla nuova di grave malattia sopraggiunta al pontefice; e però prese le poste verso Roma. Parve che in quest'anno il papa si dipartisse dalle massime plausibili di governo osservate da lui in addietro, e massimamente durante il concilio di Trento, di cui mostrava apprensione. Cioè si diede a far danaro; al qual fine impose alquanti nuovi aggravii allo Stato ecclesiastico: maniera comoda per ricavarne, ma eziandio per eccitar lamenti e riscuotere maledizioni. Fece anche rivedere i processi già cominciati contro di alcuni nobili, per imputazion di varii delitti; e questi furono il conte Gian-Francesco da Bagno e il conte Nicola Orsino da Pitigliano, a' quali diede gran travaglio; e fu creduto che si riscattassero colla moneta. Mosse in oltre lite al duca di Ferrara, pretendendo ch'egli avesse fatto più sale che non conveniva, con pregiudizio della camera apostolica: tutte cose odiose, benchè vestite col manto della giustizia. E non è già che questa avidità di pecunia gli entrasse in cuore per ingrassare od innalzare i parenti. Ebbe egli da soccorrere Malta con gente e danari; ebbe da inviar somma di contante all'imperadore per la guerra mossa dal Transilvano e dal Turco. Avea anche preso piacere alle fabbriche, all'abbellimento di Roma, a risarcir le fortezze e i porti dello Stato della Chiesa. Terminò egli in quest'anno la fortificazion del Borgo di Roma, di cui sopra parlammo, e che abbracciava il Vaticano e castello Santo Angelo, ed ampliò il recinto di Roma da quella parte, ordinando che si chiamasse Città Pia ad esempio di papa Leone IV che fabbricò la Leonina. Chiamasi oggidì Borgo Pio. Cominciò da' fondamenti il palazzo de' conservatori in Campidoglio, e rifece il pontifizio in esso sito. Ad uso pubblico rimise la via Aurelia, e fece del bene all'altra, che guida a Campagna di Roma. In benefizio ancora delle lettere istituì una nobile stamperia con varietà di caratteri anche di lingue orientali, e ne diede la cura a Paolo Manuzio letterato di molto credito, chiamato per questo a Roma.

Tali azioni, ed altre ch'io tralascio, servirono certamente ad illustrar la memoria di questo pontefice. Ma se per farle a lui fosse convenuto aggravare i suoi popoli, si può dubitare se sia vera gloria quella dei principi che senza necessità se la procacciano colle lagrime de' sudditi. La verità nondimeno si è, che la gravezza di quattrocento mila scudi d'oro da lui imposta nell'anno presente fu in soccorso dell'imperadore gravemente minacciato da' Turchi. Appena arrivato a Roma il cardinal Borromeo, ed informato dai medici della disperata vita del pontefice, egli stesso fu quello che destramente andò da avvertirlo che s'avvicinava il suo passaggio a miglior vita, e gli assistè sino all'ultimo respiro con altri due insigni cardinali Sirletto e Paleotto. Morì papa Pio IV nel dì 9 di dicembre, come s'ha dall'iscrizione posta al suo sepolcro; ma perchè mancò di notte, altri fa succeduta la morte sua nel dì 10 d'esso mese. Non mancarono difetti a questo pontefice (e chi n'è mai senza?), ma un nulla furono in paragon delle molte sue virtù; e sempre sarà in benedizione la memoria sua pel glorioso compimento da lui dato al concilio di Trento; per avere riformati i tribunali tutti di Roma; mantenuta la pace e l'abbondanza nei suoi Stati; e promosse alla sacra porpora persone di gran merito e di rara letteratura; e infine per essersi guardato da ogni eccesso nell'amore de' suoi, ed avere a beneficio ed ornamento di Roma fatte tante belle fabbriche. Era egli dotato di sì felice memoria, che all'improvviso recitava squarci degli antichi poeti, storici e giurisconsulti. Furono in quest'anno tumulti nel Monferrato, essendosi rivoltato il popolo di Casale contra di Guglielmo duca di Mantova lor signore. Ma il governator di Milano, a cui non piacevano questi semi di guerra, fu loro addosso coll'armi, e gli obbligò a chiedere perdono. Durò bensì la ribellione dei Corsi, quantunque contra d'essi fosse spedito da Genova Stefano Doria con nuove genti. Ricevette egli una buona percossa da que' ribelli, che anche costrinsero Corte colla sua rocca a rendersi, ma egli dipoi la ricuperò. Nel dì 18 di novembre di quest'anno si videro pomposamente celebrate in Brusselles le nozze di Alessandro Farnese, figlio di Ottavio duca di Parma, con donna Maria figlia di Odoardo, fratello di _Giovanni re _di Portogallo, la quale da Lisbona fu magnificamente condotta in Fiandra, dove dimorava allora esso principe colla duchessa Margherita sua madre governatrice dei Paesi Bassi. Tornei, giostre ed altri suntuosi divertimenti non mancarono in quella congiuntura, tuttochè pregni di mali umori si trovassero in questi tempi i popoli di quelle contrade, siccome accenneremo all'anno seguente.

Anno di CRISTO MDLXVI. Indizione IX.

PIO V papa 1. MASSIMILIANO II imperad. 3.

Sul principio di quest'anno, cioè nel dì 7 di gennaio, fu posto nella cattedra di San Pietro uno de' più riguardevoli pontefici della Chiesa di Dio, per opera spezialmente del piissimo cardinal Carlo Borromeo, a cui aderiva il grosso partito de' cardinali creati da Pio IV suo zio. Questi veramente sulle prime inclinava co' suoi voti a promuovere il degnissimo cardinal Morone milanese. Ma nel dissuase il cardinal Michele Ghislieri, chiamato il cardinale Alessandrino, per essere stato il Morone carcerato sotto papa Paolo IV per sospetti di religione, quasichè non avesse bastato a pienamente dileguarli una chiara sentenza dell'innocenza di lui sotto il pontefice Pio IV, e l'esser egli stato capo del concilio di Trento. Si rivolsero dunque gli occhi d'esso Cardinal Borromeo ai cardinali Sirteto, Boncompagno, ed altri degni suggetti. Ma incontrandosi in cadaun d'essi qualche ostacolo, fissò finalmente i pensieri nel medesimo cardinale alessandrino; e tuttochè da più d'uno gli fosse rappresentato non convenire nè a lui nè alle creature di Pio IV l'innalzamento di chi riconosceva per suo promotore Paolo IV Caraffa, ed avea poco goduto della grazia dello stesso Pio IV; oltre all'essere in concetto d'uomo troppo rigido e severo; pure il Borromeo, assai conoscendo la somma pietà e l'integrità della vita dell'Alessandrino, e che il suo zelo non andava scompagnato dalla prudenza e clemenza, volle anteporre ad ogni privato suo riguardo il bene della Chiesa di Dio con accelerare la di lui elezione: esempio, il quale volesse Dio che stesse sempre davanti a chiunque deve entrare nel sacro conclave. Era nato il cardinale Ghislieri nell'anno 1505 nel Bosco, terra dell'Alessandrino, diocesi di Tortona, di bassa famiglia. Allorchè egli fu poi salito tant'alto, l'antica e nobil famiglia de' Ghislieri Bolognesi si recò ad onore di riconoscerlo di sua schiatta, vero o falso che fosse che un de' loro antenati nelle guerre civili avesse piantata casa nel Bosco. In età di quindici anni entrò nell'ordine religioso di San Domenico, in cui riuscì insigne teologo, fu inquisitore in varii luoghi, poi vescovo di Nepi e Sutri, e finalmente promosso alla sacra porpora nell'anno 1557 da papa Paolo IV che poi il deputò capo della sacra inquisizione in Roma. Era egli, siccome esente da ogni ambizione, ben lontano dal desiderio, non che dalla speranza di dover reggere come sommo visibil pastore la Chiesa di Dio, quando contro l'espettazion d'ognuno egli dai cardinali Farnese e Borromeo fu proposto e concordemente eletto pontefice, e prese il nome di Pio V per compiacere il Borromeo. Cosa curiosa si racconta, di cui non mi fo mallevadore: cioè, che, passando per la terra del Bosco un corriere portante in Francia la nuova della di lui elezione, senza che egli sapesse che quella era la patria del papa, il suo cavallo si fermò nella piazza d'essa terra, nè sperone o battitura bastò a rimetterlo in cammino. Accorse gente in aiuto del corriere, e saputo da lui il motivo della sua fretta, vennero anche ricavando l'esaltazione del loro compatriota: il che fatto, il cavallo, senza farsi più pregare, tornò al suo galoppo. Grande allegrezza che fu in quel popolo.

Non accolsero già con pari giubilo i Romani l'esaltazion di questo pontefice, temendo di veder risorgere in lui l'odiato Paolo IV, perchè conosciuto per uomo severo e collerico, tutto che presto passasse la collera sua, e zelante al maggior segno della sacra inquisizione. Di queste voci informato il buon Pio, ebbe a dire: Confidiamo in Dio di aver da operare in maniera che ai Romani dispiacerà più la nostra morte che la nostra elezione. Infatti diede egli principio alle sue lodevoli azioni colla liberalità, donando ai cardinali poveri venti mila scudi d'oro, e dieci mila ai conclavisti. Pagò inoltre, secondo che avea desiderato pria di morire Pio IV, cinquanta mila scudi di dote al conte Altemps, che avea presa in moglie una sorella del cardinal Borromeo. Nel primo concistoro, dopo avere ringraziati i cardinali per averlo innalzato a sì sublime grado, li pregò del loro aiuto e consiglio per rimettere in buon tuono la Chiesa di Dio, onoratamente riconoscendo che tante eresie e disastri sopravvenuti alla religion cattolica altra origine non aveano avuto che dalla mala vita e dai cattivi esempli dell'uno e dell'altro clero. Il perchè scongiurava ognuno di dar da lì innanzi buon odore, e di aiutarlo affinchè fossero ridotte in pratica le belle ordinanze del concilio di Trento. Poscia nel dì 6 di marzo per le tante batterie di varii porporati s'indusse a conferir la sacra porpora a fra Michele Bonelli suo pronipote per sorella, ed anche esso dell'ordine de' Predicatori, il quale per le molte sue virtù grande onore dipoi recò alla dignità cardinalizia. Applicossi dipoi con sommo fervore il santo pontefice a riformar la propria corte, gli abusi di Roma e corruttele della cristianità: intorno a che è da vedere la di lui Vita. All'infelice regina di Scozia Maria, agitata dalle fiere turbolenze del suo regno, inviò in dono venti mila scudi d'oro. La sua gratitudine verso di papa Paolo IV suo promotore cagion fu ch'egli, siccome accennammo, fatto rivedere il processo formato contra del fu cardinal Carlo Caraffa, e contra il già conte di Montorio suo fratello, e trovatolo difettoso, restituì almeno alla lor memoria e nobil casa ogni onore e fama, ancorchè paresse a taluno che lo scaricare i nipoti di Paolo IV tornasse in qualche aggravio o dello stesso pontefice loro zio, o di papa Pio IV che gli avea fatti condannare. Da una grave epidemia restò afflitto in questo anno il popolo romano. A tutti i poveri infermi somministrò il pontefice limosine, medici e medicine. Riscattò con pochi danari dalle mani de' corsari un suo nipote, per tale non riconosciuto da essi; e fattolo comparire in Roma con gli abiti da schiavo, gli donò un cavallo e un uffizio che annualmente fruttava cento scudi. Con questo lieve regalo il rimandò a casa sua. Così operava il santo pontefice, troppo alieno dal nepotismo.

Ma in quest'anno moltiplicarono i mali sopra la terra. Perciocchè il tuttavia vegeto gran signore dei Turchi Solimano, sempre sovvenendosi con rabbia dello scorno ricevuto da' cristiani nel vano assedio di Malta, e sempre ingordo di nuove conquiste, si diede a fare un più formidabile armamento non solo per mare, ma anche per terra. Dove avesse a piombare il suo sdegno, non si potea ben prevedere. Erano certamente in pericolo Malta e la Ungheria. Perciò il gran mastro Valletta fece gagliarde istanze di soccorso al papa e al re di Spagna, che non mancarono di preparar gente e navi, e di spedir grosse somme di danaro per difesa di quella importante isola. In tale strettezza di tempo fece egli quante fortificazioni mai potè nella lingua di terra dove dianzi era la smantellata fortezza di Sant'Ermo, dando principio alla città poi denominata Valletta, e si premunì in maniera che nulla paventò da lì innanzi le minaccie e i vanti degl'infedeli. Vennesi poscia a scoprire tali non essere le forze in mare de' Turchi, per lo gravissimo danno da lor patito nel precedente anno sotto di Malta, che potessero tentar di nuovo un osso sì duro. Contuttociò unirono coloro una flotta di ottanta galee (Andrea Morosino la fa di circa cento quaranta) sotto il comando del bassà Pialy, e la lor prima impresa fu di sottomettere all'impero ottomano l'isola riguardevole di Scio, ricca per la produzion del mastice, la quale, ducento anni prima presa dai Genovesi, si governava a guisa di repubblica colla superiorità de' Giustiniani nobili di Genova, e colla permissione della porta ottomana, a cui pagavano ogni anno un tributo di dieci mila ducati d'oro. Proditoriamente fu occupata quella città, abbattute varie chiese, alzata ivi una moschea con incredibil dolore de' poveri cristiani. Giunse dipoi la flotta turchesca nell'Adriatico. Tentò in vano Pescara e l'isole di Tremiti; ma al loro furore soggiacquero nella costa di Puglia e dell'Abbruzzo Ortona, Francavilla, Ripa di Chieti, il Vasto, San Vito, la Serra Capriola, Termole ed altre terre, per lo spazio di cento miglia, che rimasero saccheggiate e date alle fiamme, con fare schiavo chiunque si trovò pigro a fuggire. Fu spedito dal papa il duca di Bracciano alla difesa della Marca con quattro mila fanti pagati. I Veneziani frettolosamente corredarono e spinsero in mare cinquanta galee ben fornite di gente. Circa ottanta altre ne mise insieme don Garzia di Toledo vicerè di Sicilia. Verisimilmente l'avviso di tali armamenti quel fu, che indusse Pialy a tornarsene in Levante, lasciando liberi da ogni timore i Maltesi. Licenziate dipoi dal vicerè di Sicilia le galee di Spagna, Genova e Firenze, molte d'esse capitarono in mano de' corsari algerini, siccome ancora due navi con ricchissimo carico procedenti dall'America, per le quali prede immensi danni patì la repubblica cristiana.

Il pericolo maggior nondimeno, che soprastava ai cristiani, era in Ungheria, sapendosi che Solimano aveva allestito un potentissimo esercito da terra. Massimiliano II Augusto, che vedea in aria il nero temporale, intimò una dieta generale in Augusta, chiamando colà i principi tutti della Germania ed Italia. A questa fu dato principio nel dì 26 di marzo; e perciocchè si temeva che i protestanti, prevalendosi nel bisogno di Cesare, fossero per trattar ivi di religione, sollecito fu papa Pio a far venire colà da Polonia il celebre cardinal Commendone legato, il quale sì saggiamente dispose le cose, che niuna novità si fece ivi in riguardo alla religione; e però il papa mandò a Cesare di presente sessanta mila scudi colla promessa d'altri cinquanta mila l'anno, finchè durava la guerra col Turco. Intervennero ad essa dieta Emmanuel Filiberto duca di Savoia, che promise e mandò dipoi quattro o cinquecento cavalli archibugieri in aiuto dell'imperadore; e Guglielmo duca di Mantova, che s'impegnò di contribuir buona somma di danaro. Gli altri principi di Germania, chi più, chi meno, esibirono soccorsi, e in universale fu risoluto di mettere in piedi un'armata di quaranta mila fanti e di otto mila cavalli. Promise in oltre il principe di Firenze tre mila fanti e gran somma di danaro. Ma superò l'aspettazion d'ognuno Alfonso d'Este duca di Ferrara. Ho io descritto altrove[465] il grandioso suo apparato per soccorrere il cognato Augusto. Però brevemente dirò ch'egli in persona passò a Vienna con accompagnamento nobilissimo di trecento gentiluomini a cavallo, tutti ben in armi, di secento archibugieri a cavallo e di altri armati. Consisteva tutto questo corteggio in quattro mila persone; la sola metà nondimeno era di combattenti tutti a cavallo con bell'armi e ricche divise. Ma sì magnifico preparamento di Tedeschi ed Italiani, che tante spese costò, andò, poscia a finire in una guerra da scherzo, senza che dal canto de' cristiani prodezza alcuna si facesse, a riserva della presa di Vesprino. Intanto arrivò Solimano in Ungheria con sì poderoso esercito, che la fama e il terrore fece ascendere a secento mila persone, calcolandosi nonostante che solamente centocinquanta mila a cavallo, e cento mila pedoni fossero atti alle militari imprese. Fu presa da costoro Giula, poi nel dì 5 d'agosto messo l'assedio a Zighetto, città fortissima, che fu mirabilmente per alquante settimane difesa dal conte Nicolò Sdrino, contro i molti sanguinosi assalti dati dai Musulmani. Venne a morte in questo tempo, cioè nel dì 12 di settembre, sotto quella piazza il gran signore Solimano II. Nulla di ciò seppe sino al seguente ottobre l'esercito turchesco, sì accortamente si studiò il bassà Maometto di celarlo, affinchè Selim II di lui figlio avvisato si mettesse pacificamente sul trono. Anzi esso bassà fingendo minacciata, a lui e agli altri comandanti la morte, se non si prendeva Zighetto, animò i Turchi a far l'ultimo sforzo, per cui si finì di prendere la rocca tuttavia resistente, colla morte dello Sdrino e di tutta la guarnigione cristiana. Nulla di più fecero i Turchi, e vittoriosi se ne tornarono in Levante: con che restò sciolta anche l'armata cesarea. Venne il nuovo gran signore Selim sino a Belgrado ad incontrare il corpo dell'estinto genitore.

Si accese in questi medesimi tempi un altro incendio ne' Paesi Bassi, le cui scintille fin l'anno precedente aveano avuto principio. Per la vicinanza de' Tedeschi luterani e de' Franzesi calvinisti s'era ampiamente dilatato in quelle parti il veleno dell'eresia, e n'erano infetti anche assaissimi delle nobili e principali famiglie. A Filippo II re di Spagna venne in testa che il più efficace rimedio, per purgare que' mali umori fosse l'introdurre colà non l'inquisizione ordinaria che v'era, ma quella di Spagna coll'esorbitante sua rigidezza, senza ben esaminare, se per quegli stomachi fosse a proposito una medicina di tanto vigore. Ordinò pertanto che in Fiandra e Olanda e nel resto di que' paesi si pubblicasse e fosse accettato il concilio di Trento, e seco l'inquisizione suddetta. Forse al concilio non si sarebbe fatta resistenza; ma bensì la fecero coloro alla minacciata introduzione di un giogo che non aveano portato i lor maggiori, e che facea paura anche ai buoni ed innocenti. Ed eccoti tumulti, sedizioni, proteste e ricorsi alla duchessa Margherita governatrice de' Paesi bassi, la quale spaventata promise di scrivere al re, e intanto fu obbligata a far qualche capitolazione di tolleranza coi sollevati. Intesa che ebbe il re Filippo questa novità, gli cadde in pensiero di passar egli in persona con buona copia d'armati in Fiandra; ma poi prese la risoluzione di spedir colà don Ferdinando di Toledo duca d'Alva, personaggio che in alterigia e severità non si lasciava prender la mano da alcuno. Tali furono i principii d'una lagrimevol guerra che durò poi per trenta anni, e terminò nella funesta separazione degli Olandesi, ossia delle Provincie Unite, dall'ubbidienza del re Cattolico e della Chiesa romana. S'è disputato, e si disputa tuttavia, se si fossero conservati que' popoli nella vera credenza e nella divozione alla corona di Spagna, qualora il re si fosse astenuto dall'imporre ad essi l'insopportabil peso dell'inquisizione spagnuola, ed avesse adoperato i lenitivi, e non già i caustici e il ferro in sì scabrosa congiuntura. Ma niun può decidere qual effetto avesse prodotto la clemenza e la mansuetudine che il duca di Feria vigorosamente consigliò allora al re Cattolico, perchè tali radici avea preso ne' Paesi Bassi l'infezione dell'eresia, che forse colla piacevolezza neppur si sarebbe mantenuto nella cattolica religione quel paese che poi colla forza si preservò. Certissimo tuttavia all'incontro si è, che la via del rigore usata contra di questi popoli, i quali pretendevano lesi i lor privilegii colla novità dell'inquisizione suddetta, fece infine perdere al re Cattolico e alla Chiesa romana quelle belle provincie che oggidì miriamo cotanto ricche e mercantili far sì grande figura negli affari del mondo. Fu imputata tutta quella ribellione al prurito di libertà per seguitar le nuove false opinioni; ma chi avesse bene scandagliato il cuor di ognuno, avrebbe trovato essere grandissima, anzi superiore la schiera di coloro che nulla pensavano a mutar religione, ma sì ben cercavano di schivare un tribunal sì odioso che maneggiato alla forma di Spagna facea ribrezzo a chi ne sapeva l'acerbità, e ne ingrandiva in suo cuore il fantasma. Buoni cattolici erano e sono i Napoletani; pure che non han fatto, allorchè si è trattato di un'introduzion somigliante? Ma non più di questo. Creato che fu papa il buon Pio V, Ottavio Farnese duca di Parma e Piacenza si portò in persona a pagare il tributo del suo ossequio al suo novello sovrano. Tornato a Parma, inviò una nobil comitiva a condurre dalla Fiandra la principessa di Portogallo sua nuora in Italia. Venne essa col principe Alessandro suo consorte, e nel dì 24 di giugno fece la sua magnifica entrata in Parma, accolta da madama Vittoria, sorella di esso duca e moglie di Guidubaldo duca d'Urbino. Quivi con varie feste e divertimenti si solennizzò l'arrivo di essi principi, mentre la duchessa Margherita madre del medesimo Alessandro, e reggente de' Paesi Bassi, si trovava in mezzo alle tempeste, delle quali poco fa abbiam favellato.

NOTE:

[465] Antichità Estensi, P. II.

Anno di CRISTO MDLXVII. Indizione X.

PIO V papa 2. MASSIMILIANO II imperadore 4.

Da che si vedeano con dolore i progressi dell'eresia in Francia e nei Paesi Bassi, attese con diligenza il sommo pontefice Pio a preservare specialmente l'Italia da quella perniciosa influenza. Sotto i precedenti papi non avea fatto grande strepito l'inquisizione in Roma; tornò a farsi sentire il suo vigore, ed anche rigore, sotto questo zelantissimo papa. E che in Italia non mancassero di quelle teste, che cominciarono a disapprovar certi usi della Chiesa, anzi segretamente sostenevano i perversi insegnamenti degli eretici di questo secolo, non se ne può dubitare. Ha pur troppo anche l'Italia somministrati eresiarchi agli oltramontani, e si videro persone di gran distinzione passare talvolta nel campo dei protestanti. Ora alcuni di costoro patentemente ribellati alla vera Chiesa di Dio furono presi in varie parti; e il pontefice avendoli ottenuti dal duca di Firenze, dai signori veneziani, dal governator di Milano e da altri, li fece condurre a Roma. E guai se ne nascevano sospetti di guasta credenza nelle persone; ciò bastava per trarli alle carceri. Quindi passò un salutevol terrore per tutta l'Italia, che mise in briglia i cervelli forti, o vogliosi di libertà. Lasciossi anche portare il pontefice dal suo zelo a bandire da Roma tulle le pubbliche meretrici contro il sentimento del senato romano, che gli rappresentò le peggiori conseguenze che proverrebbono da siffatto universal divieto, essendoci dei mali nel mondo che convien tollerare per ischivarne dei maggiori. La sperienza comprovò questa varietà; e però il papa ordinò che almeno queste sordide femmine si ritirassero in remoto ed ignobil angolo della città. Fece anche fabbricare una suntuosa casa o palazzo per li catecumeni. E ben sotto di lui si convertirono alla fede assaissimi Giudei ed anche ricchi. Una gran predica diveniva per gli scorretti la stessa vita santa di questo pontefice. Era già stata, siccome dicemmo, presa in Ispagna la risoluzione di inviare in Fiandra il duca d'Alva con buone forze per reprimere i moti di ribellione eccitati in quelle contrade[466]. E perciocchè tale spedizione non si potea fare per la Francia, convenne pensare alla via d'Italia. Vennero intanto ordini a Gabriello della Cueva duca d'Albuquerque e governator di Milano, ed ai vicerè di Napoli, Sicilia e Sardegna, di unir quante truppe spagnuole potessero, e di reclutarle ed accrescerle. La massa delle genti fu fatta fra Alessandria ed Asti; e però il duca d'Alva imbarcatosi sul principio di maggio con diecisette bandiere di fanti spagnuoli, arrivò a Genova, e passò a far la rassegna delle raunate soldatesche. Si trovò avere otto mila ed ottocento fanti spagnuoli ed italiani, gente veterana e di sperimentato valore, ed inoltre mille e ducento cavalli tra italiani, spagnuoli ed albanesi. Si unirono poscia con lui nel viaggio mille Tedeschi ed altri piccioli rinforzi. Ottenuto il passaggio dal duca di Savoia, condusse quest'armata, pel Moncenisio, e andò in Borgogna, e di là in Fiandra, dopo aver dato gran gelosia ai Ginevrini e Franzesi, che per questo si premunirono ai confini.

Molto prima di siffatta spedizione era riuscito alla duchessa Margherita, governatrice de' Paesi Bassi, di rimettere colla forza all'ubbidienza del re Cattolico le città di Tornai, di Valenciene, di Mastrich e d'Anversa, dove in addietro essendo prevaluto il partito dei miscredenti, mossi ed aiutati dagli ugonotti di Francia, avea commesse di grandi insolenze contra de' cattolici, con prorompere in aperta ribellione. Castigo non mancò ai medesimi; e questo esempio sì buon effetto produsse, che tornò la tranquillità per tutte quelle provincie, e la religione cattolica restò nel suo vigore e quiete dappertutto. Perciò la duchessa non una, ma più lettere scrisse al re, rappresentandogli che colla via della soavità si guadagnerebbe tutto, e che non potrebbe se non nuocere l'inviar colà il duca d'Alva colla bandiera del terrore; giacchè, cessando il temuto nome della inquisizione spagnuola, quei popoli protestavano di voler continuare nel dovuto ossequio verso la Chiesa e verso il re. Ma per mala fortuna, ancorchè il re Filippo si trovasse assai perplesso, prevalse nel consiglio suo la presa risoluzione di spedire il duca e l'esercito in Fiandra, perchè sempre si temeva sopito, ma non estinto il fuoco dei precedenti tumulti, e venivano ancora dei gagliardi soffii dalla parte di Roma. Pure è lecito il credere che nulla avrebbe pregiudicato, anzi con più polso giovato ad assodar la dimostrata ubbidienza dei popoli, l'arrivo del duca d'Alva colà, se egli coll'amorevolezza e con dolci maniere avesse trattati quei popoli, e provveduto con prudenza alla parte guasta dall'eresia, ch'era la minore. Ancor qui bisogna chinar la fronte davanti agli occulti giudizii di Dio. Il primo passo che fece la superbia del duca d'Alva, e che intorbidò tutta la pace, rifiorita per cura della saggia duchessa nelle provincie, fu il trattener prigioni i conti di Agamonte e di Horno, amendue de' principali signori della Fiandra. Il principe d'Oranges, più di loro avveduto, s'era con altri, assai conoscenti dello strambo umore del duca, ritirato in Germania. Questa risoluzione presa ed eseguita senza parteciparla alla duchessa reggente, fece abbastanza a lei conoscere di non poter più con suo decoro fermarsi dove era chi esercitava maggiore autorità della sua. Però con sue lettere molto circospette supplicò il re fratello di concederle il congedo; ed ottenutolo, il ringraziò, predicendogli non di meno che la presente politica del di lui gabinetto arriverebbe a far acquisto di un grande odio, e una non lieve perdita di potenza nei Paesi Bassi. Si partì di Fiandra la duchessa Margherita, accompagnata dalle lagrime di quei popoli, che non cessavano di esaltare la sua pietà, il saggio suo governo, la sua cortesia e le altre sue belle doti; e tanto più vedendosi eglino restare sotto il dispettoso e severo ceffo del duca d'Alva. Tornossene a Parma questa illustre principessa, ricevuta con solennissimo incontro dal duca Ottavio consorte, e le furono dal re Cattolico accresciute le rendite dotali, fondate nel regno di Napoli, fino a quattordici mila scudi per anno. Per onore di questa principessa ho creduto a me lecito di entrare negli affari di Fiandra, intorno ai quali altro non soggiugnerò, se non che il borioso duca d'Alva continuò a far varii altri rigori, esecuzioni e novità, che servirono di tromba per muovere a sedizione e a guerra dichiarata quelle provincie, sostenute dal credito e dagl'incitamenti del duca d'Oranges.

Le turbolenze della Fiandra, nelle quali gran mano teneano gli ugonotti di Francia, tornarono ad accendere il fumo e la ribellion di coloro contra del re Cristianissimo. Giunsero fino a tentare di far prigione il medesimo re con tutta la sua corte, ma non venne lor fatto. Portarono il terrore sino alle porte di Parigi, s'impadronirono di Bologna in Piccardia, della Rocella e d'altre piazze, poco avendo servito a fermare i lor passi una rotta data loro a San Dionigi. In tali angustie il re Carlo IX ricorse all'aiuto di Pio V ed ai principi d'Italia. Avrebbe il papa volentieri inviate colà alcune migliaia di fanti; ma avendo il consiglio del re mostrato abborrimento ad armi straniere, e bramando piuttosto un soccorso di danari, si obbligò esso pontefice di somministrar ogni mese venti cinque mila ducati d'oro, fintantochè durasse la guerra. Il duca non di meno di Savoia, il quale, per quanto s'ha dal Guichenone, fu in pericolo in quest'anno di esser preso dagli ugonotti di Lione, mentre era alla caccia nella Bressa, inviò un soccorso al re di Francia di tre mila pedoni e mille e settecento cavalli, comandati da don Alfonso d'Este, zio del duca di Ferrara, e padre di don Cesare, che fu poi duca di Modena. Dicono che si trovò questa gente alla suddetta battaglia di San Dionigi. Le storie nostre mettono molto più tardi l'arrivo di tal soccorso in Francia; e l'Estense solamente al principio dell'anno seguente si mosse da Ferrara. Continuò ancora nel presente anno la ribellion dei Corsi alla repubblica di Genova; ma perchè presso Aiazzo restò ucciso il Sampiero, capo della rivolta, nè Alfonso suo figlio, tuttochè uomo di gran valore, succedendo a lui ebbe il credito e seguito del padre, noi vedremo all'anno seguente tornare al loro sito l'ossa slogate di quell'isola. Il giorno 4 novembre di quest'anno fu l'ultimo della vita di Girolamo Priuli doge di Venezia, in cui vece, nel dì 26 d'esso mese, fu alzato a quella dignità Pietro Loredano.

Anno di CRISTO MDLXVIII. Indizione XI.

PIO IV papa 3. MASSIMILIANO II imperadore 5.

Non si può passar sotto silenzio una delle più strepitose tragedie che ci rappresenti mai la storia, cominciata sul principio di quest'anno in Ispagna, e terminata dopo sette mesi, che diede dolore ad infinite persone, e stupore e gran materia di parlare ad ognuno per tutta Europa. Non avea Filippo II re di Spagna che un figlio solo, cioè don Carlo, erede futuro di quella vasta monarchia, già pervenuto alla età di ventidue o ventitrè anni, e che veniva considerato dai Siciliani, Napoletani e Milanesi per destinato dalla provvidenza al loro governo. Verso la mezza notte del dì 18 di gennaio lo stesso re accompagnato da' suoi consiglieri entrò nella di lui camera, e fece tosto levar la spada e una pistola carica ch'egli teneva sotto il capezzale. Svegliato il principe, saltò fuori del letto, e, veduto il padre gridò: Vostra maestà mi vuol ammazzare. Gli ordinò il re di tornarsene a letto; ma egli da disperato tentò fin buttarsi nel fuoco. Tolta fu di sua camera ogni scrittura, e tutto ciò di cui si sarebbe egli potuto servire per nuocere a sè stesso; e ben inchiodate le finestre, furono lasciate ivi buone guardie che il custodissero di vista, e riferissero tutti i suoi cenni e parole. Da lì a qualche giorno venne chiuso il misero principe in una forte torre. Secondo le apparenze, fu creduto che il padre altro non intendesse che di ritenerlo ivi senza voler la sua morte; ma egli in tante maniere se la procurò o col non voler cibo, o col prenderne di troppo, e spezialmente col lasciarsi vincere dalla rabbia e dal dolore, che nel dì 14 di luglio cadde gravemente malato. Allora fu ch'egli si rassegnò ai voleri di Dio, e munito poi dei sacramenti spirò l'anima nel dì 24 d'esso mese, vigilia della festa di San Jacopo maggiore, tanto venerato dagli Spagnuoli. Solenni esequie per quindici giorni gli furono fatte per ordine del padre, sommamente afflitto per la perdita di un figlio, qualunque egli si fosse, e per le tante dicerie, che ben prevedeva inevitabili per sì lagrimevole scena. E gran dire fu in effetto per questo dappertutto, e massimamente gli storici (e son ben molti) pretesero d'informare il pubblico dei motivi che indussero un re padre a privarsi di un figlio, e figlio unico, non già col veleno, come sospettarono i maligni, ma con una stretta prigionia, che bastò per trarlo alla morte.

Sognarono alcuni che don Carlo cominciasse o accrescesse l'izza sua contro il padre al veder presa da lui vecchio per moglie Isabella di Francia, che conveniva molto più a lui giovanetto. Che da lì innanzi egli amoreggiasse la matrigna, onde nascesse grave gelosia nel padre, il quale vieppiù si confermasse in tal sospetto, perchè la buona principessa gli parlasse talvolta in iscusa e favore del figliastro. Crebbe maggiormente cotal diceria, allorchè si vide mancar di vita per immaturo parto la stessa regina Isabella nel dì 3 di ottobre di quest'anno, interpretando la maliziosa gente per violenta una morte, che tanto facilmente potè essere naturale, e che inavvertentemente fu accelerata dai medici, giudicanti lei oppilata e non gravida. E questo s'ha dai romanzi fabbricati su questo funestissimo avvenimento, fra' quali ha avuto grande spaccio quello del signor di San Reale. Altri scrissero nata la discordia di don Carlo col padre, perchè tenuto come schiavo, e sovente ancora sgridato. Ch'egli tramò di fuggirsene e venire in Italia, o passare in Fiandra, per sollevare i popoli contro il real genitore; e che diede impulso alla sollevazion de' Mori, accaduta in questi tempi in Ispagna. Aver egli confidato, o almen lasciato traspirare qualche suo pernicioso disegno a don Giovanni d'Austria suo zio, il quale immantinente rivelò tutto al re. Che don Carlo sparlava pubblicamente del padre e dei suoi ministri; manteneva corrispondenze coi di lui nimici; era di genio sì crudele, che potea temersi di lui non un re severo, ma un tiranno spietato. Ch'egli si scoprì infetto di sentimenti eretici, per li quali fu anche chiamato il consiglio dell'inquisizione, secondo il parer di cui, non meno che del real consiglio, fu conchiuso doversi anteporre il pubblico bene della religione e dello Stato ad ogni privato riguardo. Perlochè fu proferita sentenza di morte contra di lui, e questa sottoscritta con coraggio dal re afflittissimo contro tutte le ripugnanze della natura.

Ma il saggio lettore deve essere persuaso che la immaginazion del volgo e degli storici e dei politici fabbricò qui più sul verisimile che sul vero; perciocchè Filippo II non volle per motivi di saviezza rivelare giammai al pubblico i motivi dell'imprigionamento del figlio. Quel che si può tenere per fermo, si è, che don Carlo fu principe di cervello torbidissimo, di genio stravagante, e pregno d'odio contra del padre: passione capace d'ispirargli ogni più rea risoluzione. Che il re padre nulla operò contro il figlio senza consultar sopra sì importante affare ministri e teologi, e senza chiarire con buone pruove in un processo i demeriti del figliuolo. E finalmente essendo egli stato monarca sì saggio e pio, non si può mai credere che egli padre prendesse sì vigoroso risentimento contra di un unico figlio, se giuste e potentissime ragioni non l'avessero spinto a sacrificare l'amore paterno all'interesse dello Stato. Anche lo czar Pietro imperadore della Russia, principe d'immortale memoria, si è veduto ai giorni nostri nel medesimo cimento, e ridotto a punire un figlio anch'esso unico, di cui tutto si potea temere. Questi poi volle per discolpa sua informato il mondo della giustizia di quel gastigo. Ma il re Filippo dovette credere maggior prudenza il tenere occulti i giusti motivi dell'indignazione e risoluzione sua. In somma quando un padre non tiranno, non empio, ma assennato e timorato di Dio, arriva ad infierire contra di un figlio, si ha da sentenziare in favore del primo, e non dell'altro.

Potrebbesi ben dubitare se convenisse alla prudenza di sì gran re l'avere inviato in Fiandra un nobile carnefice, che tale si potè chiamare il duca d'Alva, senza mai far caso dei consigli della duchessa Margherita sua sorella, e delle preghiere di Massimiliano II imperadore, che, prevenendo i disordini seguaci della crudeltà, non cessò mai d'inspirargli le vie della clemenza, per le quali si sarebbe assodata la religione cattolica e il dominio spagnuolo ne' Paesi Bassi. Fece l'inumano duca nel presente anno su pubblico palco decapitare i conti d'Agamonte e d'Horno, nobilissimi e prodi signori, che pur protestavano di nulla avere operato contro il re Filippo, e coraggiosi morirono nella comunione della Chiesa cattolica: il che fe' sempre più conoscere che la religione non era il primo motivo di quelle barbariche esecuzioni. Contra non meno di secento altre persone, dice l'Adriani, la maggior parte nobili, e almen la metà cattoliche di credenza, fulminata la sentenza di morte, ebbe il suo effetto; e ne restava nelle prigioni non minor numero, benchè di minor qualità e rispetto. Che orrore, che odio, che incitamento alla ribellione e alla vendetta cagionasse questo macello ne' popoli di quella provincia, non occorre ch'io lo racconti. Riportò in quest'anno due vittorie il duca d'Alva, l'una contro Lodovico di Nassau, e l'altra contra il principe d'Oranges, fratello di esso Lodovico; e per queste sì fattamente si gonfiò, che volle entrar come trionfante in Brusselles, e nell'anno seguente volle che gli fosse dirizzata una statua di bronzo con iscrizione piena di tanta vanità, che beffar si fece da tutti i saggi. Maggiormente ancora gli salì il fumo alla testa, perchè il pontefice Pio V, riguardando in lui un gran difensor della fede, gli mandò in dono il cappello e lo stocco ornati di gemme. Anche in Francia continuò la guerra del re Carlo contro gli ugonotti; ma in tali angustie si trovò esso re, per mancanza specialmente di pecunia, che non seppe esentarsi dal venire ad un accomodamento, ossia pace, con essi nel dì 25 di marzo, accordando a coloro tali condizioni, che non meno dal papa che dal re Cattolico fu disapprovata e biasimata come soverchia la di lui condiscendenza. Ebbero i Genovesi in questo anno la consolazione di metter fine alla rivolta dei Corsi, con guadagnare Alfonso figlio di Sampiero, che già vedemmo divenuto capo dei ribelli in quell'isola. Non avendo costui trovato alcun principe che stendesse una mano per aiutarlo, e niun di essi accettando l'offerta, vanamente lor fatta della Corsica, diede ascolto a chi trattava di pace: gli furono pagati dalla repubblica di Genova tutti i suoi beni, ed egli passò dipoi a stabilirsi in Francia, dove pel suo valore nelle seguenti guerre meritò d'aver nobili impieghi. Con ciò la Corsica si quetò, e tornò tutta all'ubbidienza dei Genovesi. Potrebbe essere nondimeno che il compimento di questo giubilo lo conseguissero eglino solamente nell'anno seguente. Durava tuttavia la lite di precedenza fra Alfonso duca di Ferrara, e Cosimo duca di Firenze. Gran dibattimento intorno ad essa fu fatto nel presente anno, essendo favorevole al primo l'imperadore, e all'altro il papa. Inclinava la corte di Francia a sostener la parte dell'Estense, e seguì anche un tumulto in quella corte per questo, in occasione di celebrarsi il funerale del defunto don Carlo principe di Spagna. Avea preso l'imperadore a decidere questa contesa, ma non mai giunse a proferirne il suo voto. Per altra via papa Pio V si studiò di darla vinta al duca di Firenze, siccome diremo all'anno che seguita.

NOTE:

[466] Adriani, Famiano Strada, Cardinal Bentivoglio, Campana ed altri.

Anno di CRISTO MDLXIX. Indiz. XII.

PIO V papa 4. MASSIMILIANO II imperad. 6.

Perchè s'andava maggiormente accendendo la guerra in Fiandra, e varii principi della Germania aveano già preso a proteggere il principe d'Oranges ribello del re di Spagna, l'imperador Massimiliano, a cui premeva di estinguere quel fuoco anche pe' suoi particolari interessi, avea spedito nell'anno addietro a Madrid l'arciduca Carlo per consigliare il re a levare dal governo di Fiandra quel beccaio del duca d'Alva, e seco le milizie spagnuole, assicurandolo che coll'uso della clemenza quei popoli tornerebbero tutti all'ubbidienza del re, purchè vi si mettesse un governatore di gran credito e prudenza. Ebbe un bel dire lo arciduca. All'altura spagnuola sembrava offeso il suo decoro, se cedeva alle dimande de' sudditi, benchè portate dal cugino Augusto. Si sospettò tendere questo maneggio a far cadere quel governo in uno degli arciduchi, e a ricavarne la libertà della religione nei Paesi Bassi. In somma nulla di ciò ottenne l'arciduca; ma bensì fu conchiuso che l'imperadore darebbe per moglie al re Filippo II l'arciduchessa Anna sua figlia, e a Carlo IX re di Francia l'altra minor figlia Isabella. Tornò l'arciduca Carlo in Italia, dopo aver ricevuto dalla corte cattolica grossi sussidii per la temuta guerra dei Turchi, e passò a Firenze a visitar la principessa sua sorella, e di là poi venne a dì 7 di maggio a Ferrara per veder l'altra sorella, cioè Barbara moglie del duca Alfonso II. Siccome questo duca era sommamente magnifico in simili occasioni, non lasciò indietro spettacolo o divertimento alcuno per solennizzar la venuta di sì illustre cognato. Il condusse anche a Venezia a veder la festa dell'Ascensione; poscia ritornato con esso lui a Ferrara, nel dì 26 del suddetto mese fece eseguire un torneo di maravigliosa invenzione e di somma spesa, in tempo di notte, e sopra la larga fossa della città, con singolar varietà di macchine, di azioni e di ricche comparse. Ma sì grandiosa festa, in cui non si sa se maggior fosse il diletto o lo stupore, rimase funestata da un lacrimevole successo. Perciocchè essendo scesi dal muro in una barca sei di que' nobili combattenti tutti armati, cioè il conte Guido ed Annibale de' Bentivogli (l'un figlio e l'altro fratello del conte Cornelio Bentivogli), il conte Ercole Montecuccoli, Niccoluccio Rondinelli, il conte Ercole Bevilacqua ed Annibale Estense, tutti signori di rara nobiltà e valore, per poca avvertenza dei loro servitori, si rovesciò la barca, e, a riserva dei due ultimi, i quattro primi cavalieri restarono miseramente affogati nell'acqua.

Un altro miserabile spettacolo di lunga mano maggiore si provò nell'anno presente in Venezia. Tra le maraviglie di Italia vien considerato il ricchissimo e vastissimo arsenale di Venezia. Nella notte susseguente alla festa dell'Esaltazione della Croce, ossia al dì 14 di settembre (e non già al dì 24, come ha, credo per errore di stampa, il Campana), o per malizia degli uomini, o per natural fermentazione dei nitri dell'aria, si attaccò fuoco in uno dei torrioni, dove era la polve da cannone, che si comunicò ai tre altri simili. Tale fu l'empito di questo scoppio, che rovinò la metà dell'arsenale, si fracassarono molte galee, andò per terra gran quantità di case vicine, e tutto il monastero e la chiesa delle Celestine, con altri infiniti danni. Tre o quattro mesi prima s'era divulgato un prognostico, senza saperne l'autore, che alla metà di settembre verrebbe la fine del mondo. Con questa prevenzione in capo non si può esprimere qual terrore negli animi anche della gente savia producesse sì spaventoso accidente. Ma ritornata la quiete primiera, non tardarono quei prudentissimi padri a rifabbricar tutto anche in forma migliore. Fu questo un preludio a maggiori disavventure della repubblica veneta, la quale, sentendo un grande armamento che si faceva dalla parte di Selim sultano dei Turchi, fu obbligata anch'essa a fare un grosso preparamento di vele e genti per quel che potesse occorrere. Attendeva intanto l'indefesso pontefice Pio V a mettere in buon assetto le cose della religione, con sostenerne la difesa in Francia, Germania e Fiandra, e insieme a riformar gli abusi dello stato ecclesiastico. Da questo furono banditi gli Ebrei, e loro solamente permesso di abitare in Roma ed Ancona. Con buona prammatica fu riformato il lusso delle donne, e molto più quello degli ecclesiastici. Uscì rigoroso proclama che vietava a chiunque avea abitazione in Roma, il poter andare alle pubbliche osterie e taverne, per quivi mangiare, bere o giocare, essendo queste unicamente istituite pel bisogno de' forestieri e per chi non ha casa: regolamento che verisimilmente fu di corta durata ma che sarebbe da desiderare introdotto e mantenuto anche nelle altre città, per impedir tanti disordini che ne provengono al basso popolo. Ma pur troppo andrà sempre il privato interesse al di sopra del pubblico bene.

Le paci degli ugonotti in Francia erano come le febbri quartane, e però poco stettero coloro a sguainar le spade, e a far più che mai una furiosa guerra ai cattolici. Il re Carlo IX per questo ricorse al papa, ai principi d'Italia e al re di Spagna. E non indarno, perciocchè, conoscendo il pontefice quanto in quei torbidi fosse interessata la causa di Dio, fece quanto potè per soccorrerlo. Da saggio padre non adoperò già nei suoi Stati l'odioso ripiego di accrescere la gravezze, ma sì ben si servì delle preghiere, colle quali ricavò dalla sola Roma cento mila ducati, ed altrettanto dagli ecclesiastici, ed altri cento mila dal rimanente de' suoi Stati. Adunò inoltre quattro mila fanti e mille cavalli, coi quali si congiunsero altri mille fanti e cento cavalli somministrati dal duca di Firenze. Eletto per generale d'essa gente il conte Sforza da Santafiora, spedì questo aiuto in Francia: aiuto non lieve al re Cristianissimo in que' bisogni, essendosi poi segnalati questi Italiani nella difesa di Poitiers, e nella battaglia di Moncontur, in cui le armi cattoliche riportarono una gloriosa vittoria. Ventisette furono le insegne o bandiere che in tal congiuntura guadagnò il conte di Santafiora generale del papa; e queste, inviate a Roma, furono appese in San Giovanni Laterano con iscrizione in marmo per eterna testimonianza della pietà del papa e del valore degl'Italiani. Non parlo del progresso delle guerre civili di Francia, per accennare dipoi gli avvenimenti di Fiandra, nei quali parimente ebbero parte molte milizie e nobili d'Italia. Il duca d'Alva, in cui, oltre alla naturale inclinazione, si accresceva ogni dì più qualche dose di alterigia per le vittorie riportate, e per tante armi che aveva in sua mano, si teneva ormai sotto i piedi la nazion fiamminga, sotto il qual nome a me sia lecito di comprendere tutti i Paesi Bassi. Trovando egli non solo esausto, ma anche indebitato l'erario regio, per rimetterlo, anzi per renderlo capace di maggiori imprese, si avvisò d'imporre nuovi aggravii a quei popoli. Pubblicò dunque un editto, ordinando che si pagasse per tutte le vendite de' mobili la decima parte, la vigesima per gli stabili, e di tutti per una volta sola la centesima. Ma i Fiamminghi, assai conoscenti che questo insopportabil peso era la maniera d'impoverirli, e che tutto quello che contribuissero alle voglie del duca, avea da servire per maggiormente conculcar loro stessi, cominciarono a ricalcitrare, mostrando che siffatto insolito aggravio andava a rovinar interamente il traffico, già troppo infievolito a cagion di tanti tessitori che erano passati in Inghilterra; e che si ridurrebbono in tale povertà, che neppure in tempo di pace avrebbero potuto pagare le ordinarie contribuzioni. Ma quanto più essi gridavano e comparivano renitenti ad una cieca ubbidienza, tanto più inalberava il duca. Il tornare indietro non era cosa da Spagnuolo; perciò venne al tuono delle minacce, ma senza ottener l'intento. In tali dispute terminò l'anno presente in quelle parti.

Ebbero in quest'anno varii capi di querele contra del pontefice l'imperador Massimiliano II e il re di Spagna Filippo II. Le buone maniere che sapeva usare l'accorto duca di Firenze Cosimo I, l'aveano renduto sì accetto a papa Pio V, ch'egli si potea in certa guisa chiamare l'arbitro della corte romana. Bastava che egli chiedesse, per ottenere. Concertata dunque fra loro la maniera di decidere, senza decidere, la preminenza del duca di Firenze sopra quel di Ferrara, il papa nel dì primo di settembre, senza partecipazion del sacro collegio, dichiarò Cosimo gran duca di Toscana, con assegnargli la corona regale. Specialmente si fondò egli, per concedergli quest'onore, nella pretensione del duca di non riconoscere alcun superiore temporale nel dominio fiorentino, e in una non so qual distinzione di papa Pelagio. Per questa risoluzione si risentirono forte e fecero gravi doglianze l'imperadore e il re di Spagna, pretendendola per una manifesta usurpazione del diritto altrui, stante l'esser Cosimo pel dominio fiorentino vassallo dell'imperio (come esso Augusto con sua lettera[467] diceva apparire dalle investiture ossia dai diplomi di Carlo V), e per la signoria di Siena vassallo dei re di Spagna; e stante il non aver i pontefici giurisdizione alcuna temporale in quegli Stati. Tanto più ancora si alterarono quei due monarchi, perchè a dispetto delle loro proteste e richiami, portatosi il duca Cosimo nell'anno seguente a Roma, con gran solennità ricevette dalle mani del papa la corona regale e lo scettro, senza che alcuno degli ambasciatori dei principi volesse intervenire a quella funzione. Dichiaravasi poi particolarmente esacerbato il re Cattolico, per avere il papa inviato in Sicilia monsignor Paolo Odescalco con titolo di nunzio, e facoltà di regolar quivi le cose ecclesiastiche: cosa insolita e contraria al preteso privilegio, ossia consuetudine della chiamata monarchia di Sicilia. Dolevasi inoltre che il pontefice avesse fatta un'altra novità coll'aggiugnere alla bolla In Coena Domini la proibizione ai principi d'imporre nuove gabelle e dazii ai popoli lor sudditi, con iscomunicar chi ciò facesse, senza eccettuare alcuno dei monarchi. Ma in nulla andarono a finir tutti questi lamenti, proteste e disgusti, perchè tempi correano, ne' quali ognun dei potentati cattolici abbisognava delle rugiade di Roma; l'imperadore per la guerra temuta vicina dei Turchi; il re di Francia per quella degli ugonotti; e il re Cattolico per la rivolta dei Mori, e per li torbidi della Fiandra. Anche il duca di Savoia Emmanuel Filiberto restò non poco offeso per l'onore conferito dal papa al duca di Firenze, e mandò le sue grida a Roma. Quetollo il pontefice con dire di non aver inteso con ciò di pregiudicare ai diritti di principe alcuno.

Grande strepito parimente fece in quest'anno ciò che nel dì 26 di ottobre accadde al santo cardinale ed arcivescovo di Milano Carlo Borromeo. Tra le tante memorabili azioni sue per riformare l'uno e l'altro clero di quella città, singolare fu la sua premura di mettere buon sesto al troppo scorretto e corrotto ordine dei frati umiliati: ordine nato nei secoli addietro in essa città, e dilatato per la Lombardia. Congiurarono contra di lui alcuni dei più scellerati, e un Girolamo Donati, per soprannome il Farina, sacerdote fra essi, prese l'assunto di liberar da questa chiamata vessazione l'ordine suo. Aspettò costui che il sacro pastore si trovasse inginocchiato su uno scabello verso mezz'ora di notte nell'oratorio dell'arcivescovato dove concorreva alle orazioni la di lui famiglia con altre persone divote; ed allorchè i musici cantavano queste parole: Non turbetur cor vestrum, neque formidet, dalla porta dell'oratorio, in vicinanza di quattro braccia, gli sparò un'archibugiata. Il colpi una palla nel mezzo della schiena, ma non passò il rocchetto, e cadde a terra. Più d'uno dei quadrelli, onde era carico l'archibugio, penetrò fino alla cute, e solamente vi lasciò un nero segno. Gli altri quadretti percossero il muro in faccia, e vi fecero uno squarcio. Si sentì il santo arcivescovo urtar sì forte da questo colpo, che cadde boccone sullo scabello, e si tenne per ferito a morte. Pure stette saldo, finchè fosse terminata l'orazione, dopo la quale si trovò egli sano e salvo con segno manifesto della mano di Dio, che miracolosamente il preservò dalla morte. Ebbe tempo il sicario di fuggire e di nascondersi; ma non si ascose già alla giustizia di Dio, perchè di lì a qualche tempo scoperto, ebbe il meritato castigo, tuttochè il buon cardinale facesse il possibile per salvargli la vita. Per tanta iniquità fu poi totalmente estinto da papa Pio V, nel dì 8 di febbraio del 1571, l'ordine dei frati Umiliati.

NOTE:

[467] Lunigo, Codice Diplomat.

Anno di CRISTO MDLXX. Indizione XIII.

PIO V papa 5. MASSIMILIANO II imperad. 7.

Ancorchè si godesse in Italia la pace, anno fu questo di calamità non lievi, anno specialmente lagrimevole per la guerra mossa dai Turchi alla Cristianità. Era cominciata nel precedente una gravissima carestia, che continuò per gran parte di quest'anno, affliggendo, chi più chi meno, tutti i popoli dell'Italia. Massimamente in Venezia si provò questo flagello, laonde la saviezza di quei reggenti non ebbe altro ripiego che di metter mano ai magazzini dei grani riserbati pel bisogno delle armate, confidando in Dio di risarcir questo danno. Servì anche tal disavventura per far maggiormente risplendere in Roma e nello Stato ecclesiastico l'amor paterno di papa Pio V, avendo egli procurato dei grani dalla Puglia, e fin di Francia, e fattili distribuire a minor prezzo ai popoli. In gloria sua si rivolse la grossa perdita che per tal cagione fece la camera pontificia. Ma ciò che maggiormente angustiò gli animi degl'Italiani, fu l'essersi ornai scoperta ed avverata l'intenzione de' Turchi contra di Cipri. Che bell'isola, che delizioso e fertile paese fosse anticamente Cipri, non ha bisogno d'impararlo da me chiunque ha qualche tintura di geografia. Finsero gli antichi esser ivi nata Venere, per significar le sue delizie. E finchè quell'isola, non immeritevole del nome di regno, ebbe i suoi re cristiani, si mantenne in gran credito; dacchè è caduta in mano de' Turchi, non pare più quella di prima: disgrazia comune a tanti altri una volta bellissimi paesi dell'Asia, per la trascuraggine ed avarizia di quei barbarici padroni. Erano circa ottanta anni che la repubblica veneta signoreggiava in Cipri, e perchè durava la pace colla Porta ottomana, lieve presidio d'armati teneva alla difesa di quell'isola, fidandosi delle cernide che erano a mezza paga. Nel cuor d'essa isola si covavano ancora dei mali umori per l'odio professato dai lavoratori delle terre ai nobili, dai quali venivano trattati come schiavi: male inveterato, a cui, per quanto facesse la veneta saviezza, non potè mai trovare rimedio che lo risanasse. Costoro nulla più sospiravano che di mutar padrone colla solita lusinga di trovarne dei migliori, o, per dir meglio, dei meno aspri e meno indiscreti.

Non furono pigri al sentore della minacciata irruzione dei Turchi i senatori veneti a far gente, ed allestir quante galee ed altri legni mai poterono. Nel qual tempo, cioè al dì 3 di maggio, festa della Croce, mancò di vita il doge Pietro Loredano, e in luogo suo nel dì 9 oppure 11 d'esso mese fu sostituito Luigi Mocenigo, personaggio di gran vaglia, quale appunto si richiedeva in tempo di tanti disastri. Con volontarie offerte di uomini, di danaro, di munizioni e legni, concorsero all'aiuto di essa repubblica tutte le città, e i nobili e benestanti del suo dominio. Minore non fu l'ardore e zelo di papa Pio in questo bisogno della cristianità. Colle più efficaci lettere si studiò di commuovere i principi cristiani, e fino il sofì di Persia; ma non gli riuscì, se non di trarre alla difesa dei Veneziani il re Cattolico. Per aggravare il men possibile i sudditi suoi, e far danaro, s'indusse il pontefice a vendere alquanti chericati di camera, da' quali ricavò ducento mila scudi, e giunse fino a spogliare il cardinale Alessandrino suo nipote del grado di camerlengo, per conferirlo al cardinal Cornaro, che sborsò per esso sessanta mila ducati d'oro. Con tali sussidii fece egli armare dodici o tredici galee, general delle quali fu costituito Marcantonio Colonna. Dal re di Spagna vennero spedite quarantanove, oppure cinquantadue altre galee sotto il comando di Gianandrea Doria. Ma soprattutto grandioso fu l'armamento della repubblica veneta, tuttochè allora più che mai si provassero i morsi della carestia; avendo ella messi insieme circa centosessanta legni da guerra, senza contar quelli da carico. Altri scrissero essere quell'armata veneta composta di cento trentasei galee sottili, undici galee grosse, fuste undici, navi, tra veneziane e forestiere, trenta, e galeoni quindici di Candia. Di sì grossa armata navale restò eletto capitan generale Girolamo Zeno. Unironsi queste forze cristiane alla Suda in Candia, ma con provarsi anche allora che le leghe non son diverse dai leuti, difficili ad accordarsi, troppo facili a scordarsi. Niuno avea preveduto, o certamente non s'era provveduto, a chi dovesse toccar la preminenza, ed anche la principal direzione della flotta combinata, pretendendo quell'onorevol posto cadaun dei generali per varie loro ragioni. Si perdè gran tempo ad aspettar le istruzioni e risoluzioni delle corti; e intanto entrarono varie malattie epidemiche, oppur la vera pestilenza nelle galee veneziane, che sconcertò di troppo le misure prese. In una parola, tante armi dei cristiani a nulla avendo servito per la difesa di Cipri, si ridussero ai quartieri di verno, nè si potè contare alcuna riguardevole loro impresa.

Non così avvenne alla potentissima flotta turchesca, la quale fu creduta da alcuni che ascendesse a trecento vele. Approdò con tante forze a Cipri il bassà Mustafà generale di terra di essi Turchi, ed insieme Pialy bassà generale di mare. Se più gente e più consiglio fosse stato in quell'isola, forse loro si potea impedire lo sbarco. Ma le cernide ricusarono di comparire alla difesa; i villani, maltrattati da quella nobiltà, accolsero a braccia aperte i Musulmani. Sbarcata la prima gente, tornò Pialy verso terra ferma, per condurre un nuovo convoglio. Voce comune fu che in più volte sessanta mila combattenti almeno, fra' quali circa sei mila cavalli ed altrettanti giannizzeri, smontassero in quell'isola. Impresero quei Barbari nel dì 25 di luglio l'assedio di Nicosia, città capitale del regno, ch'era stata convenevolmente fortificata e provveduta di viveri, ma mal fornita di presidio valevole a render vani gli sforzi dei Turchi, o almeno a difficoltarne i progressi, perchè consistente in soli mille e trecento fanti italiani pagati, e in quasi altri otto mila Ciprioti, parte nobili e parte plebei, quasi tutta gente inesperta alle azioni di guerra. Con tutto ciò in quindici assalti furono ributtati i Turchi, e durò quell'assedio sino al dì 9 di settembre; nel quale sì fieramente restò combattuta la città, che vi entrarono vittoriosi gl'infedeli. Orrido spettacolo allora si vide: più di quindici mila cristiani, fra' quali si contò gran numero di fanciulli minori di quattro anni, furono messi a fil di spada; il resto di que' cittadini condotti in una misera schiavitù, pochi essendosene salvati; ogni sfogo di libidine anche più nefanda ivi si esercitò; e perchè la città era ricchissima, gran preda fu fatta da quei cani. Dopo tale acquisto, vilmente si rendè Cerines, nè altro luogo dell'isola fece da lì innanzi resistenza, fuorchè Famagosta, città principale dopo Nicosia. Poco stette Mustafà a mettere il campo intorno ad essa, e ad accostarsele colle trincee; ma difendendosi valorosamente i cristiani, e venuto il tempo di menare in salvo l'armata navale per la vicinanza del verno, l'assedio si cangiò in blocco, e per questo anno Famagosta schivò il giogo turchesco.

Nel dì 25 di febbraio dell'anno presente il pontefice pubblicò una terribil bolla contro Elisabetta regina d'Inghilterra, dichiarata scomunicata e privata di ogni diritto in quel regno, con ordinare agl'Inglesi di non prestarle ubbidienza. Dovette avere il santo padre giusti motivi di formar questa bolla, e di formarla dopo tanto tempo che Elisabetta era salita e sì ben assodata sul trono. Fu creduto che si maneggiasse in Inghilterra una secreta congiura di cattolici, che poi scoperta svanì colla morte del duca di Norfolch. Ma qual buon effetto potessero produrre siffatti fulmini consistenti in sole parole contra di un regno, dove sì gran piede avea presa l'eresia, professata non men da essa regina che dai più del popolo, forse allora non l'intesero i politici, e meno ora l'intendiamo noi, al sapere che dopo ciò andarono sempre più di male in peggio gli affari della religione cattolica in quel regno. Alle calamità dell'anno presente, cioè alla carestia, alla guerra, e alla pestilenza, che in varii luoghi si fecero sentire, si aggiunse anche il tremuoto. Cominciò questo in Ferrara nella notte seguente al dì 16 di novembre, e continuò poi con varie ora picciole ora grandi scosse pel resto dell'anno, e parte ancora del seguente. Rovinò per questo flagello parte del castello del duca, e molte chiese, monisteri e case; e fu obbligato il popolo a ridursi nelle piazze e campagne sotto capanne e tende, finchè a Dio piacque di restituir la quiete a quella terra. In essa città di Ferrara molto prima, cioè nel dì 19 di gennaio del presente anno, furono celebrate le nozze di Lugrezia d'Este, sorella del duca Alfonso, con Francesco Maria della Rovere, figlio primogenito del duca d'Urbino. Passò ancora per Fiandra, incamminata a Madrid, l'arciduchessa Anna figlia dell'imperador Massimiliano II, maritata con Filippo II re di Spagna. Numerosa flotta la condusse in Ispagna, dove con somma magnificenza fu accolta, e succederono nobilissime feste accompagnate dalla universale allegria; tanto più grande, perchè già era terminata la guerra contro i Mori con grande onore di don Giovanni d'Austria, dal cui comando e valore si riconobbe la felice riuscita di quella per altro difficile impresa. Fu eziandio condotta in Francia, nel dì 26 di novembre di questo anno dall'elettore di Treveri l'altra minore arciduchessa Isabella, figlia del suddetto Augusto, maritata col re Carlo IX: matrimonio che durò poi pochi anni, e di cui non uscì che una principessa di corta vita anch'essa.

Anno di CRISTO MDLXXI. Indizione XIV.

PIO V papa 6. MASSIMILIANO II imperadore 8.

I progressi dell'armi turchesche nell'isola di Cipri, quanto dall'un canto accrescevano il terrore ai popoli d'Italia, altrettanto incitavano il papa, il re Cattolico e la repubblica veneta a premunirsi per la difesa dei loro Stati, che tanto più restavano esposti alle violenze degl'infedeli. Spedì il pontefice per questo il cardinal Alessandrino in Ispagna a trattare una lega stabile fra esso, il re Filippo e i Veneziani contro il nemico comune. Fu questa conchiusa nel dì 20 di maggio con varie capitolazioni. Fecero poscia queste tre confederate potenze i loro maggiori sforzi in congiuntura di tanto bisogno, ma non con quella prontezza che occorreva, parte per la difficoltà di raunar la troppo necessaria pecunia, e parte pel tempo ch'esige il preparamento delle genti, navi, munizioni, e di tanti altri varii attrecci di guerra. Non mancarono già i Veneziani di spedire verso la metà di gennaio Marcantonio Querini con quattro navi scortate da dodici galee, per portare soccorso alla città di Famagosta bloccata dai Turchi. Felicemente arrivò colà questo convoglio; tre galee nemiche furono colle artiglierie battute a fondo, e le altre fuggirono. Sbarcò il Querini mille e settecento fanti in quella città, e gran copia di provvisioni da bocca e da guerra, ma non già sufficiente a sostenere un lungo assedio. Pervenuto al sultano Selim l'avviso di questo soccorso, diede nelle furie contra del bassà Pialy, e poco mancò che non dimandasse la sua testa; il privò nondimeno del generalato, e a lui sostituì il bassà Aly. Costui insieme col bassà Mustafà, siccome ben comprese le premure del gran signore, così non ommise diligenza veruna per tosto ripigliare l'interrotto assedio di Famagosta. Se dobbiam credere alle relazioni di questa guerra, descritta da moltissimi autori di quel tempo, fioccò da tante bande e con tanti tragitti sì gran numero di soldati infedeli pagati e venturieri nell'isola di Cipri, che fu creduto ascendere a quasi ducento mila combattenti e a quaranta mila guastatori. Probabilmente, secondo il solito, la fama, la paura e il voler giustificare la fortuna dei Turchi, accrebbe, se non della metà, almen di un buon terzo le loro forze. Nell'aprile si riaprì sotto Famagosta il teatro della guerra, alla cui difesa non si trovarono se non quattro mila fanti, lieve guarnigione in sì gran bisogno. Furono anche alzati varii forti contro la città; le trincee cominciarono ad inoltrarsi, le batterie a far continuo fuoco. Giocarono dall'una e dall'altra parte varie mine, e furono dati molti assalti, tutti ripulsati con grande mortalità degli aggressori.

Ma perciocchè ai Turchi, per ottenere in siffatte occasioni l'intento loro, nulla incresce il sacrificar migliaia di persone, andò così avanti il loro furore, con iscemare intanto il numero dei difensori, che nel dì 2 d'agosto i cristiani, dopo aver fatte maraviglie di valore, trovandosi non aver più che sette barili di polve da fuoco, furono obbligati a trattar della resa nel dì suddetto. Accordò l'iniquo Mustafà quanto essi domandarono, cioè salve le persone, armi e robe dei soldati e cittadini; che questi potessero vivere secondo la legge cristiana e ritener le loro chiese; che i soldati, e chiunque volesse, avessero libero passaggio in Candia, scortati dalle galee turchesche. Non si può senza orrore e senza raccapricciarsi rammentare qual fosse la perfidia ed inumanità di Mustafà in tale occasione. Dacchè furono venuti sufficienti legni per menar via i soldati cristiani, e questi imbarcati, Marcantonio Bragadino provveditore e governator della città, ed Astorre Baglione generale dell'armi con gli altri nobili, e con cinquanta soldati, per concerto già fatto, uscirono della città (era il dì 15 di agosto), e andarono al padiglione di Mustafà, affine di consegnargli le chiavi. Cortesemente furono accolti, e fatti sedere, e il Turco, passando di uno in altro ragionamento, mise infine mano ad una di quelle avanie che spesso usano quei barbari contra dei cristiani, imputando al Bragadino di aver durante la tregua fatto ammazzare alcuni schiavi turchi. Negò il Bragadino di aver commesso un tale eccesso. Allora Mustafà tutto in collera alzatosi in piedi, ordinò che ognun di loro fosse legato, essendo essi senz'armi, perchè all'entrar del padiglione furono astretti a deporle. Così legati e condotti nella piazza davanti al padiglione, a cadaun di quei nobili, fuorchè al Bragadino, tagliato fu il capo. I soldati venuti con loro, e circa trecento altri cristiani furono messi a fil di spada; e quei che erano imbarcati, svaligiati tutti e posti alla catena. Il Bragadino, dopo avere sofferto varii strapazzi, spogliato ed attaccato al ferro della berlina, fu scorticato vivo da un Giudeo. Tal costanza d'animo in sì fieri tormenti mostrò quel prode cavaliere, che niun segno mai diede di dolore; e solamente raccomandandosi a Dio, e rimproverando al Barbaro la rotta fede, allorchè giunse il tagliatore all'umbilico, spirò l'anima. La pelle sua riempiuta di paglia, ed attaccata ad una antenna, fu mandata a farsi vedere per tutti i lidi della Soria: trofeo ben degno d'una perfidia e crudeltà senza pari. E in tal guisa restò il bel regno di Cipri in mano dei nemici del nome cristiano.

Non parlerò io d'altre minori azioni di guerra fatte dai Veneziani e Turchi nell'Adriatico, e in altri mari prima di questo tempo, o durante l'assedio di Famagosta, premendomi di rallegrare i lettori dopo sì disgustosa narrativa con un memorabil fatto dell'armi cristiane, e massimamente italiane. Avea il re Cattolico Filippo II spedita la sua flotta navale a Messina sotto il comando di don Giovanni d'Austria suo fratello naturale, a cui si unì Gian-Andrea Doria Genovese colle sue galee al soldo di esso re. Colà ancora erano giunti Marcantonio Colonna generale del papa colle sue galee, e Sebastiano Veniero generale delle forze di mare della repubblica veneta. Trovossi nella mostra consistere l'unione di queste flotte in dodici galee del papa, in ottantuna del re di Spagna, con venti navi, e forse più, da carico; in cento e otto galee, sei galeazze e due navi de' Veneziani; in tre galee di Malta e in tre altre del duca di Savoia. Eranvi altri legni minori in gran copia. Sopra sì possente armata militavano dodici mila italiani, guidati da valorosi capitani di lor nazione, cinque mila spagnuoli, tre mila tedeschi, tre mila venturieri, portati dalla difesa della fede e dal desiderio della gloria, oltre ai necessari marinai. Fra que' venturieri non si debbono tacere Alessandro Farnese principe di Parma, e Francesco Maria della Rovere principe d'Urbino. Fecero vela questi generosi campioni nel dì 16 di settembre dopo varie consulte, con risoluzione di andar a trovare l'armata navale nemica, per fiaccare le corna alla potenza ottomana, divenuta oramai troppo insolente e superba per le passate vittorie. Trovaronsi a vista le due potenti nemiche armate la mattina del dì 7 di ottobre, giorno di domenica. Era partita la turchesca da Lepanto, comandata dal generale Aly, dal generale di Tunisi e di Algeri, e da altri bassà e sangiacchi, e in numero di vele era molto superiore alla cristiana. Avea ordine dal gran signore il general Aly di venire a battaglia scontrandosi coi nemici; ed appunto furono a fronte dei cristiani verso l'isole Curzolari. Allora dall'una e dall'altra parte si misero in ordinanza tutte le navi, formando cadauna armata tre schiere a guisa di mezza luna. Don Giovanni d'Austria generalissimo postosi in una fregata andò girando ed animando ciascuno a ben combattere per la difesa e per l'onore della fede cristiana, con assicurar tutti della protezione di Dio, potentissimo padre dei suoi fedeli, e gran rimuneratore di chi mette la vita per la santa sua religione. Inteneriti tutti a queste parole i soldati, e piangendo per la allegrezza, rispondevano con alte grida: Vittoria, vittoria. Si faceano intanto continue preghiere dai popoli cristiani per implorare la benedizion di Dio all'armi cristiane; il papa avea a questo fine pubblicato prima il giubileo, ed eransi fatte pie processioni dappertutto.

Azzuffaronsi dunque le due contrarie armate, e si dichiarò presto la mano di Dio in favore dei suoi. Soffiava dapprincipio un vento maestrale favorevole ai Turchi. Si abbonacciò il mare, ed eccoti sorgere un vento siroccale, che portava tutto il fumo contra dei Turchi, e quanto rispigneva indietro i loro legni, altrettanto facilitava ai cristiani l'urtare in essi. Durò il terribil combattimento ben quattro ore, senza che piegasse la vittoria ad alcuna di esse. Ma le galee grosse cristiane, che erano avanti, tal danno colle artiglierie recavano ai nemici, che cominciarono ad affondare alcuni dei legni turcheschi. Quindi si abbordarono insieme le galee di questi e di quelli, ed allora si fece pruova di chi vantaggiasse l'altro in valore. Gran bisogno di coraggio ebbe don Giovanni d'Austria, essendosi trovata la sua capitana in gran pericolo per lo sforzo incredibile della reale dei Musulmani contra d'essa, e per trecento almeno de' suoi rimasti ivi uccisi. Non men di lui gli altri due generali Colonna e Veniero fecero singolari prodezze. Finalmente andò in rotta l'armata turchesca, dappoichè il generale Aly fu ucciso d'archibugiata. Il suo capo reciso dal busto, e messo sopra una picca, finì di mettere lo spavento in chiunque potè ravvisarlo. Venne alle mani dei cristiani una gran quantità di legni nemici e di prigioni. Almen quindici mila infedeli fu stimato che perissero in quel terribil conflitto. L'iscrizione posta a papa Pio V ed alcuni autori parlano di trenta mila di coloro uccisi; ma certo niuno li contò. Vi perderono la vita più di cinque mila cristiani fra i quali alcuni insigni personaggi, e spezialmente fu compianta la morte di Agostino Barbarigo provveditor generale della veneta armata, alla cui savia condotta si attribuì in parte sì gloriosa vittoria. Più di dodici mila schiavi cristiani in tal congiuntura riacquistarono la libertà. Moltissimi di essi, allorchè videro declinar le forze turchesche, essendosi sferrati, aveano accresciuto il terrore nelle lor galee. Anzi gli stessi schiavi dell'armata cristiana, dacchè fu loro promessa la libertà dopo la vittoria, presero l'armi, e recarono non lieve aiuto ai combattenti padroni. Furono dipoi divise fra i vincitori le spoglie e i prigioni, ch'erano circa cinque mila. Al generale del papa toccarono diecisette galee e quattro galeotte; a don Giovanni d'Austria cinquantasette galee ed otto galeotte; ai signori veneziani galee quarantatre e sei galeotte. Tra Savoia e Malta furono divise diciotto galee. Fama fu che circa sessantadue legni turcheschi fossero gittati a fondo, e certamente si affondarono diecisette galee cristiane.

L'avviso di sì segnalata vittoria, portato da uffiziali e corrieri alle corti, non si può esprimere qual giubilo spargesse nel cuore di ogni cattolico, e con quante feste e trasporti d'allegria fossero dipoi rendute grazie all'Altissimo. In Venezia tanta fu la gioia, che quel popolo diede in eccessi. Giunse a Madrid la lieta nuova, seguitata fra poco da altra felicità, cioè dalla nascita di un figlio maschio del re Cattolico, a cui fu posto il nome di Ferdinando, accaduta nel dì 4 di dicembre. Da Venezia in due giorni arrivò a Roma questo avviso, che riempiè di inesplicabil consolazione il pontefice e il popolo romano. Scritto è che al santo padre Dio rivelò la riportata vittoria nell'ora stessa in cui questa si dichiarò a favor de' cristiani. Crebbe dipoi l'universal gioia in Roma stessa al comparir colà nel dì 16 di dicembre il generoso generale dell'armi pontificie Marcantonio Colonna, il quale cotanto avea contribuito al buon esito di quella impresa. Il ricevimento suo rinovellò in qualche maniera la memoria degli antichi trionfi romani: tal fu la pompa con cui venne incontrato dal senato e dai magistrati della città, ed accompagnato al Campidoglio, alla udienza del papa e al sacro tempio di Santa Maria d'Araceli, dove con suntuosi doni riconobbe dal favore divino quanto era avvenuto in quel terribil cimento. Ma chi lo crederebbe? Una sì insigne vittoria, di cui volle il buon pontefice che si conservasse eterna la memoria coll'istituire la Festa di Santa Maria della Vittoria, che oggidì si celebra nella prima domenica di ottobre; una, dico, sì strepitosa vittoria non fu poi seguitata da alcun rilevante frutto e vantaggio della repubblica cristiana, e solamente servì a far conoscere che il Turco non è una potenza invincibile. Perchè ciò avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Si divisero poi le flotte cristiane per ritirarsi ai quartieri d'inverno, stante l'avanzata stagione; e benchè i Veneziani ricuperassero qualche luogo tolto loro dai Turchi in Albania, furono nondimeno anch'essi forzati a riposare.

Anno di CRISTO MDLXXII. Indizione XV.

PIO V papa 7. GREGORIO XIII papa 1. MASSIMILIANO II imperad. 9.

Fu chiamato in quest'anno da Dio il buon pontefice Pio V a ricevere in cielo il premio della santa sua vita, e delle tante degne sue azioni in pro della repubblica cristiana. Le astinenze, le orazioni e le fatiche sue indicibili per ben esercitare l'uffizio pastorale, e per la difesa del cristianesimo, aveano forte indebolita la di lui sanità. Si aumentarono nel marzo i suoi malori; laonde nel dì primo di maggio passò a miglior vita, lasciando dopo di sè un odore di sì rara santità, che fu poi registrato dopo molti anni nel ruolo dei beati, e ai dì nostri si è celebrata la solenne di lui canonizzazione. La mancanza di questo insigne pontefice quella fu che troncò il filo ai progressi dell'armi cristiane contro il comune nemico. Aveva egli, per sostener la guerra santa, negli anni addietro impiegato un gran tesoro. Maniera inoltre non gli era mancata di raunarne assai più per continuarla nell'anno presente, di modo che si trovò in castello Santo Angelo dopo la sua morte un milione e mezzo di scudi d'oro destinato a quel fine. Teneva egli come in pugno la maggior parte dei re e principi cristiani: tanta era la venerazione che ognun professava al complesso delle sue virtù, e al suo indefesso zelo pel bene della cristianità: e però potevansi sperare per mezzo suo maggiori vantaggi alla causa comune. Non mancò, è vero, il suo successore di sposare le medesime massime, siccome vedremo; ma non passò in lui col pontificato anche il gran credito di papa Pio V. Entrati i cardinali in conclave, da lì a due o tre giorni, cioè nel dì 15 di maggio, con mirabil concordia elessero papa il cardinale Ugo Boncompagno, creatura di papa Pio IV, personaggio ben degno di sì eccelsa dignità. Era egli di famiglia antica e nobile bolognese, discendente, secondo le mie congetture, da quel Boncompagno nativo di Firenze, che circa il 1200 si truova pubblico lettore nell'università di Bologna, e lasciò un libro intitolato De obsidione Anconae dell'anno 1172, da me dato alla luce[468], e di cui tuttavia resta inedito in Francia un trattato De Arte Dictaminis, citato dal Du-Cange nel Glossario latino. Di lui probabilmente fu nipote quel Dragone Boncompagni, che, per attestato del Ghirardacci[469], nell'anno 1293 con alcuni altri andò inviato dal senato bolognese per ambasciatore al vescovo di Bologna.

Prese il novello papa il nome di Gregorio XIII, dicono per la venerazione che egli professava a san Gregorio Magno, se pur non fu a san Gregorio Nazianzeno. Volle che invece di gittare al popolo, secondochè si usava nella coronazione dei papi, la somma di quindici mila scudi di oro, questa si distribuisse ai poveri. Parimente in favor d'essi ordinò che s'impiegassero altri venti mila scudi, soliti a darsi ai conclavisti, perchè niuna molestia o fatica aveano patito in sì poco tempo che era durato il conclave. Era non so come saltato in capo al pontefice Pio V di fabbricare oppur di tirare innanzi una fortezza nel territorio di Bologna. Il primo favore che papa Gregorio compartì alla sua patria, fu quello di ordinarne la demolizione nei primi giorni del suo pontificato. Ad inchinare il nuovo pontefice si portò in persona Alfonso II duca di Ferrara con accompagnamento magnifico di molta nobiltà, e vi concorsero ancora gli ambasciatori di tutti i potentati cattolici. Mostrò dipoi questo pontefice il medesimo desiderio ed ardore, che aveva già avuto il suo predecessore, per proseguir la guerra contro la potenza ottomana; e però spedì tosto nunzii e legati ai monarchi e principi della cristianità, per pregarli ed esortarli a così lodevole impresa. Confermò generale delle galee pontificie Marcantonio Colonna, già mandato innanzi dal sacro collegio ad imbarcarsi. Ma non vi fu che il re Cattolico _Filippo I_I, il quale contribuisce soccorsi, e questi anche lievi a paragon dell'anno precedente; perchè gravi sospetti correano che il re di Francia macchinasse guerra contro la Spagna e con qualche certezza si prevedevano perniciosi movimenti nei Paesi Bassi. Ventitrè sole galee con sei mila fanti ottenne il pontefice da don Giovanni d'Austria, senza che questi si volesse muovere da Messina col restante di sua armata, affin d'essere pronto ai bisogni occorrenti del Cattolico monarca. Contuttociò unite che furono, dopo gran ritardo, queste forze con quelle de' Veneziani, comandate dal nuovo generale Jacopo Foscarino, trovossi la flotta cristiana gagliarda di centocinquanta galee, ventitrè navi, sei galeazze e trenta altri legni minori. Ad onta della gran rotta dell'anno addietro, avea potuto la Porta ottomana formare una flotta di ducento sessanta tra galee, galeotte e fuste, con cinque galeazze: flotta nondimeno inferiore di nerbo e di coraggio alla cristiana. In traccia di costoro fecero vela i due generali Colonna e Foscarino. Ma il generale turchesco Uluccialì, uomo di sopraffina accortezza, benchè sempre mostrasse voglia di azzuffarsi, pure fuggì sempre ogni incontro, e sì artifiziosamente andò trattenendo i cristiani, che lor fece perdere il resto della campagna; laonde, appressandosi il verno, non altra gloria riportarono questi a casa, che quella di aver fatto paura ai nemici. Per altro a sì infelice successo contribuì non poco don Giovanni d'Austria, il quale ora facendo vista di voler passare al comando dell'armata, senza poi mantener la parola, ed ora facendo doglianze perchè senza di lui gli altri due generali tentassero di dar battaglia, imbrogliò non poco i disegni; e neppur si trovò grande armonia fra il Colonnese e il Foscarino: cose tutte che sommamente afflissero papa Gregorio.

L'anno fu questo in cui propriamente ebbe principio la ribellione de' Paesi Bassi contra del re Cattolico. Avea ben esso monarca mandato colà un general perdono, che fu pomposamente pubblicato in Anversa dal duca d'Alva nel 1570, ma con poco frutto, perchè cotali riserve ed uncini conteneva l'indulto, che pochi ne mostrarono stima, e niuno ne fece allegrezza. E fin qui era andato fluttuando l'odioso affare delle gravezze imposte da esso duca tra le di lui minaccie e la disubbidienza e costanza di buona parte di que' popoli di non voler pagare: quando si avvisò il superbo reggente di mettere mano alla forza per conciliare rispetto alle sue leggi col gastigo dei renitenti. Allora apparve qual odio, quali mali umori covassero le genti di quelle provincie, soffiando spezialmente nel segreto fuoco con esortazioni e promesse di soccorsi il principe d'Oranges, animato dai protestanti di Germania e dagli ugonotti di Francia. Pertanto nell'Olanda, Zelanda e Frisia si diede fuoco ad un aperto ammutinamento e rivolta di molte città, dove principalmente avea preso radici la eresia, restando nulladimeno alla Chiesa ed al re ubbidiente la principal fra esse, cioè Amsterdam. Collegaronsi queste, prestarono una spezie di ubbidienza all'Oranges, da lui riceverono governatori e leggi. Ed ecco il principio della repubblica delle Provincie Unite, volgarmente appellata la repubblica Olandese, che andò poi a poco a poco crescendo pel concorso dei vicini Tedeschi, Franzesi ed Inglesi, tanto nella profession dell'eresia, quanto nella mercatura e nelle forze di mare, che arrivò a divenire una delle potenze più ricche dell'Europa, quale oggidì la miriamo. Il di più dee prenderlo il lettore da altre storie. Sia a me lecito di accennare anche un altro non men sonoro avvenimento della Francia, spettante all'anno presente. Durava la pace fra il re Carlo IX e gli ugonotti; ma perciocchè il re, tenendo davanti agli occhi le tante infedeltà ed insolenze passate di quegli eretici, e temendone sempre delle nuove, tuttodì cercava la via di vendicarsene e di opprimerli; finalmente si fermò nella risoluzion seguente. In occasione ch'era concorsa a Parigi copia di coloro, e spezialmente di nobili, per le nozze di Arrigo re di Navarra (eretico che a suo tempo vedremo re di Francia) con Margherita di Valois sorella cattolica del suddetto re Carlo, segretamente fu dato ordine dal re che nella notte precedente al dì 24 di agosto, ossia alla festa di san Bartolomeo, si uccidessero tutti gli ugonotti. Grande strage fu fatta di loro in Parigi, unitosi il popolo ai soldati del re contro gli odiati nemici della religion cattolica; e quivi ne perirono circa due o tre mila, come scrissero l'Adriani e lo Spondano, e non già dieci mila, come altri hanno scritto, fra' quali si contarono quasi quattrocento gentiluomini che godeano gradi onorati di milizia: esecuzione, in cui restarono involti anche molti innocenti cattolici, perchè ricchi. Andò poi un regio bando, che più non s'incrudelisse contro gli Ugonotti, ma non fu a tempo per trattenere i cattolici di Lione, Tolosa, Roano ed altre città, dal mettere a fil di spada quanti di quella setta caddero nelle lor mani. Famoso perciò divenne in Francia questo macello col nome delle Nozze parigine e della Notte di San Bartolomeo. Lascerò io disputare ai gran dottori intorno al giustificare o riprovare quel sì strepitoso fatto, bastando a me di dire che per cagion d'esso immense esagerazioni fece il partito degli ugonotti, e loro servi di stimolo e scusa per ripigliar l'armi contra del re. Nel settembre di questo anno terminò i suoi giorni Barbara d'Austria duchessa di Ferrara, in cui fra le molte virtù spezialmente si distinse la pietà, ereditaria dote della nobilissima casa d'Austria.

NOTE:

[468] Rerum Italicarum, tom. 6.

[469] Ghirardacci, Storie di Bologna.

Anno di CRISTO MDLXXIII. Indizione I.

GREGORIO XIII papa 2. MASSIMILIANO II imperad. 10.

Molte e grandi consulte, per gl'impulsi spezialmente di papa Gregorio, fatte furono nella corte di Madrid, in Roma e Venezia, per formare un armamento più formidabile dei precedenti contro l'imperio ottomano. Si calcolò che il re Cattolico armerebbe centocinquanta galee, cento i Veneziani e cinquanta il pontefice. Ma con tutti questi bei consigli, assai chiarita la repubblica veneta che in fare i conti sugli aiuti altrui, e sulla buona sinfonia delle leghe, sovente si falla; e che dopo l'insigne vittoria di Lepanto comparivano vigorose come prima le forze de' Musulmani; e che niun conquisto si era fatto finora, e sol gravissimi danni aveano patito i suoi littorali: trattò di pace col gran signore, e la conchiuse per mezzo di un suo ministro nel mese di marzo, e la ratificò nel seguente aprile, con promettere, dopo tanti milioni inutilmente spesi nella passata guerra, di pagare per tre anni cento mila scudi di oro annualmente al superbo sultano. Chi in bene e chi in male parlò di questa pace; ma sopra gli altri se ne risentì vivamente il pontefice, per veder fatto un passo di tanta importanza senza saputa sua; e maltrattato con acerbe parole Paolo Tiepolo mandato apposta ambasciatore, che gliene diede la nuova, ordinò che questo gli si levasse davanti. Andò tanto innanzi lo sdegno e lo sparlare del popolo romano contra de' Veneziani, che il Tiepolo, temendo di qualche insulto, fu forzato ad armar di gente il suo palazzo e ad uscirne con molta cautela. Vi volle del tempo a quetare l'adirato pontefice, ma infine si quetò. Con tranquillità di animo, all'incontro, accolse il re _Filippo II _questa nuova, anzi lodò la prudenza veneta, siccome quegli che da molto tempo meditava un'altra impresa, ed avrebbe anche desiderato che nel precedente anno a quella sola avessero accudito l'armi de' collegati. Essendo stato cacciato da Tunisi nell'anno 1571 il bey o dey Amida per le sue crudeltà, il famoso corsaro Uluccialì re d'Algeri s'impadronì ancora di quella città. Conservavasi tuttavia in potere del re di Spagna la Goletta, fortezza posta in faccia al porto di Tunisi; fece Amida ricorso al re Cattolico, rappresentandogli la facilità di riacquistar quella città, e il re, che ardeva di voglia di dar qualche gastigo ad Uluccialì per le insolenze e per li danni che colui recava ai lidi cristiani, segretamente ordinò a don Giovanni d'Austria, soggiornante coll'armata navale in Sicilia, di far quella impresa. Non si aspettava Uluccialì una tal visita, e però colla flotta turchesca andava rondando per le riviere di Albania, dove tuttavia altro non fece che saccheggiar la città di Castro. Con sole cento sei galee sottili fece vela dai porti della Sicilia don Giovanni, non avendo potuto le navi cariche di gente pel vento contrario uscire dal porto di Trapani. Giunto egli nel dì 8 di ottobre alla Goletta, lo spavento entrò siffattamente nella città di Tunisi, che la maggior parte degli abitanti col loro meglio se ne fuggì. Però senza pericolo o fatica vi entrarono l'armi cristiane, le quali poco tardarono ad impadronirsi anche di Biserta, lontana da Tunisi dieci miglia. Ma perchè si trovò essere troppo odiato Amida in quelle contrade, e nacque pensiero agli Spagnuoli di poter conservare quella gran città sotto il dominio del loro monarca, don Giovanni vi lasciò con titolo di vicerè o governatore Maometto cugino di Amida, ed ordinò che quivi si fabbricasse una fortezza atta a signoreggiar la città dalla parte della Goletta. Alla fabbrica d'essa fu lasciato Gabrio Serbellone con tre mila Spagnuoli; altrettanti Italiani sotto Pagano Doria ivi restarono: il che fatto, si restituì don Giovanni con gloria a Messina, e indi a Napoli, da dove si mise poi in viaggio alla volta di Spagna, chiamatovi dal re per altri bisogni.

Continuò in quest'anno la guerra in Francia fra il re Carlo IX e gli ugonotti; e in Fiandra fra que' ribelli e il duca d'Alva. Al trovarsi quel duca assai vecchio e mal concio per la podagra, e più al vedersi cotanto odiato dai popoli, avea più volte chiesta licenza di tornarsene in Ispagna. La impetrò in quest'anno, e forse con discapito degli affari del re in Fiandra; perchè s'egli col suo crudele e sempre detestabile governo avea eccitato sì lagrimevole incendio in quelle contrade, il credito non di meno e la sua maestria nell'arte della guerra tenea in somma apprensione il principe di Oranges e i sollevati: il perchè motivo per loro di allegrezza fu la di lui partenza. Andò alla corte, e fu ben ricevuto; da lì nondimeno a qualche tempo restò confinato in Uceda; ma meritava ben altro un uomo sì inumano. Fama correa che dieciotto mila Fiamminghi di ordine suo per mano del carnefice avessero perduta la vita. Era vacato per la morte di Sigismondo Augusto il trono di Polonia, e molti competitori si affacciarono aspiranti a quella corona. Tanti maneggi (consistenti per l'ordinario nel buon uso dell'oro) furono fatti da Carlo IX re di Francia, che gli riuscì di far cadere l'elezione in Arrigo duca d'Angiò, suo minor fratello: elezione nulladimeno aggravata da molte dure condizioni, delle quali parla la storia. Passò in Francia una bella ambasceria di Polacchi per sollecitar questo principe a consolar colla sua presenza chi l'aspettava con singolar divozione. Sul fine di settembre si mosse il re novello verso la Polonia, e non giunse colà se non sul fine del seguente. Attentissimo sempre al bene della religione papa Gregorio XIII, istituì nell'anno presente in Roma il collegio germanico coll'annua dote di dieci mila scudi d'oro, affinchè almen cento giovinetti quivi si educassero, e nelle scienze e lingue si addottrinassero. Ne diede la cura ai padri della compagnia di Gesù sì da lui amati e favoriti, che qualunque grazia e privilegio a lui chiesero, tutto ottennero. Dimorava in questi tempi Cosimo gran duca di Toscana in Pisa, lasciando a don Francesco suo primogenito le cure del governo. Poca era la sua sanità; sopraggiunse ancora un sì pernicioso accidente al corpo suo, che ogni suo membro restò impotente al suo uffizio. Nulladimeno la mente ritenne sempre il suo vigore, se non che si cominciò a preveder vicina la sua morte.

Anno di CRISTO MDLXXIV. Indizione II.

GREGORIO XIII papa 3. MASSIMILIANO I imperad. 11.

Mancò infatti di vita nel dì 21 di aprile Cosimo I gran duca di Toscana, principe degno d'immortale memoria, quantunque non privo di nei, secondo l'umano costume; ad esaltare il quale da stato civile privato cooperò la fortuna; e ad assodarlo e a farlo crescere in potenza contribuì il raro suo senno. Di donna Leonarda di Toledo sua prima moglie lasciò don Francesco, che fu il secondo gran duca, e Ferdinando cardinale, che fu poi terzo gran duca. Dopo la morte di donna Leonora s'invaghì di una povera giovinetta, per nome Camilla Martelli, e un pezzo la tenne ai suoi piaceri. Ma infine, per le forti istanze di papa Pio V, che un parzial genio professò sempre a questo principe, la sposò, e di essa ancora ebbe prole. Sopravvissero parimente a lui due altri figli, cioè don Pietro e don Giovanni, che si segnalarono nel mestier della guerra. A Cosimo dunque succedette il primogenito don Francesco, che in ingegno non cedeva al padre, ma che non corrispose dipoi alla espettazion de' suoi sudditi colla saviezza del viver suo. Morì anche nell'anno presente Guidubaldo della Rovere duca di Urbino, principe rinomato pel suo valore, ma che nel precedente anno, per aver voluto imporre delle nuove gravezze ai suoi sudditi, avea dato motivo ad una ribellione, che fu quetata per opera del pontefice, ma che si tirò dietro la morte e l'esilio di molti. Ebbe per successore Francesco Maria suo figlio, il quale diede buon principio al suo governo, con richiamare i banditi dal padre, e chiunque era fuggito, e con restituire ad ognuno i beni confiscati. In questi tempi Guglielmo duca di Mantova ottenne da Massimiliano Augusto il titolo di duca del Monferrato. Riuscì poi l'anno presente assai funesto alla cristianità per più di un lagrimevol accidente. Già dicemmo presa in Africa la città di Tunisi dall'armi del re Cattolico. Uluccialì per questa perdita altamente adirato, seppe così ben adoperare il credito, che egli godeva alla Porta ottomana, siccome ammiraglio di quella potenza, che ottenne dal gran signore Selim un potente esercito per mare e per terra, affine di ricuperarla. Se vogliam credere alle relazioni d'allora, quattrocento legni tra galee, galeotte e navi da carico con circa cinquanta mila Turchi (numero forse alterato) condusse egli come generale di mare a quella volta: nel qual mentre anche Sinan bassà, genero del gran signore, e generale di terra, comparve colà con quindici mila Mori ed Arabi a cavallo. Non era peranche perfezionato il forte già disegnato in Tunisi, mancandovi la fossa, ed essendo i bastioni appena alzati alla statura d'un uomo, perchè non vennero somministrati a tempo i necessarii aiuti. Contuttociò Gabrio Serbellone, lasciato ivi per fabbricarlo, si preparò per una gagliarda difesa. Nella fortezza della Goletta, che potea far più resistenza, e veniva creduta inespugnabile, si trovò don Pietro Portocarrero, governatore di poca perizia, e insieme provveduto di molta albagia, che ricusò sulle prime di colà ammettere un rinforzo d'Italiani, perchè, secondo lui, dovea essere dei soli Spagnuoli la gloria di rintuzzare l'orgoglio turchesco. Ma i fatti riuscirono ben diversi dalle parole e speranze. Nello stesso tempo Sinan strinse d'assedio la Goletta ed il forte, e sì vigorosamente affrettò i lavori, che nel dì 25 d'agosto a forza d'armi mise il piede entro la Goletta, con tagliare a pezzi la maggior parte di que' difensori. Il Portocarrero, il figlio del re Amida e circa trecento soldati rimasti vivi, furono condotti in ischiavitù, e smantellata quella fortezza. Dicono che vi si trovarono cinquecento pezzi d'artiglieria tra grossi e minuti. Costò la vita anche ad alcune migliaia di Turchi l'ostinato assedio dell'altro forte, sostenuto con somma bravura dal Serbellone contro più assalti datigli dal feroce nemico. Ma finalmente, mai non comparendo i promessi soccorsi, anch'esso nel dì 12 di settembre si vide soccombere all'empito delle forze turchesche colla morte di quasi tutti i cristiani, e fra gli altri di Pagano Doria, trovato ivi gravemente malato. Il Serbellone, trattato barbaramente da Sinan, fu menato schiavo e in trionfo a Costantinopoli. Questa grave perdita, queste continuate prosperità della potenza ottomana faceano venir freddo agl'Italiani. I Veneziani per sì gran movimento dell'armi turchesche, sapendo il poco capitale, che può farsi della fede di que' Barbari, e delle paci stabilite con essi, furono obbligati ad un nuovo gagliardo armamento, e ad implorar gli aiuti del papa e del re Cattolico. E veramente il sultano Selim, gonfio per la fresca vittoria, già macchinava di portar la guerra in Candia, e forse avrebbe eseguito il mal pensiero, se la sua morte accaduta sul principio dell'anno seguente oppure verso il fine del presente, con succedergli il figlio Ammurat, non avesse fatto abortir le meditate sue idee.

Provossi in Francia un'altra disavventura, per aver quivi terminata la carriera del suo vivere il re Carlo IX, in età di ventiquattro anni nel dì 30 di maggio. Troppo appassionato era per la caccia, e fu creduto che per gli eccessi di essa egli si guadagnasse una mortal febbre con isputo di sangue, per cui passò all'altra vita. S'egli campava, siccome zelantissimo per la religione cattolica, e dotato di spiriti guerrieri, potea sperarsi che avrebbe purgato il suo regno dalla gramigna ereticale. In male stato restò per la sua morte la Francia, perchè si trovava in Polonia Arrigo III suo fratello e successore; e la regina Caterina de Medici sua madre, lasciata reggente, tali forze e consiglio non aveva da frenare i sempre inquieti ugonotti, i quali si diedero tosto a far maneggi coi protestanti della Germania, per turbare la pace. Pertanto ella sollecitò il figlio Arrigo, che appena era stato coronato re dai Polacchi, a tornarsene al suo regno, più di lunga mano desiderabile che quello di Polonia. Avendo Arrigo trovato delle difficoltà nei magnati polacchi alla sua rinunzia e partenza, con allegar essi la necessità di raunar per questo la dieta di tutto il regno, stimò egli meglio di mettersi in viaggio alla sordina, ossia di fuggire. Lo inseguirono i Polacchi, ma nol poterono raggiugnere. Passata felicemente la Germania, arrivò in Italia, e nel dì 17 di luglio entrò in Venezia, dove concorsero personalmente ad attestargli il loro ossequio Emmanuel Filiberto duca di Savoia, Alfonso II duca di Ferrara e Guglielmo duca di Mantova; Andrea Morosino, non so come, il chiama Francesco. La suntuosità degli apparati, dell'accompagnamento e dei divertimenti dati dalla sempre magnifica repubblica veneta a questo giovane monarca, esigerebbe più fogli da chi prendesse a descriverla. Nel dì 29 di luglio, accompagnato dal suddetto duca di Savoia e dal duca Alfonso, fece il re la solenne sua entrata in Ferrara, dove fermatosi per due soli giorni (tanta era la sua fretta), ricevè suntuosi passatempi e superba accoglienza. Volò poscia a Torino, accompagnato sempre da essi duchi, e quivi fu forzato a fermarsi per dodici giorni, affine di preparargli una possente scorta di alcune migliaia di fanti e di circa mille cavalli, con cui potesse andar sicuro dalle insidie degli eretici ribelli del Delfinato. Ma contuttociò non gli passò netta, avendogli coloro tolta nel passaggio una parte del suo equipaggio: il che fu cagione ch'egli, inclinato prima alla pace, prendesse poi la risoluzione di far loro guerra. Si servì di questa buona occasione il duca di Savoia per far gustare al re le ragioni sue sopra le terre a lui occupate dal re suo padre. E con frutto; perciocchè quantunque Lodovico Gonzaga, duca di Nevers e governator di Saluzzo, mettesse quanti ostacoli mai potè alla buona intenzione del re Arrigo: pure appena giunto esso re a Parigi, spedì ordine che fossero restituiti al duca Pinerolo e Savigliano, luoghi che lo stesso duca diceva essere le chiavi di sua casa. Semi di gran rottura e di guerra civile si videro in Genova per gara di comando insorta fra i nobili vecchi e nuovi di quella città. Crebbe poi questa discordia nell'anno seguente, siccome diremo.

Anno di CRISTO MDLXXV. Indizione III.

GREGORIO XIII papa 4. MASSIMILIANO II imperad. 12.

Non poteano i nobili nuovi di Genova digerire, che nel governo della repubblica la nobiltà vecchia godesse più autorità di quel che conveniva, e che i principali uffizii a lei si dessero. Chiunque ha letto nei precedenti secoli a quante guerre civili e rivoluzioni sia stata esposta quella nobilissima e potente città, e come facilmente ivi si accendesse il fuoco della discordia, nulla si stupirà che per questi tempi ancora in quel popolo dotato di gran vivacità si ravvivassero le gare, non volendo gli uni essere da meno degli altri. Sollevossi inoltre una terza fazione, cioè la popolare, perchè, trovandosi da molti anni in qua escluso il basso popolo da tutti gli onori e magistrati del governo, al quale anticamente era ammesso, con esser anche talvolta giunto ad usurparselo tutto, non cessava di mormorare della nobiltà, e di aspirare almeno a parte dell'autorità perduta. Fu appunto commosso il popolo dai nobili nuovi a sollevarsi, per abbattere i vecchi. Andò tanto innanzi la gara, e il pericolo di una fiera sedizione, massimamente allorchè fu per eleggersi un nuovo doge, che i nobili vecchi per minor male della patria giudicarono meglio di ritirarsi fuori della città, e di cedere al tempo. Dall'una e dall'altra parte furono spediti ambasciatori a tutti i principi della cristianità per guadagnarli cadauno in suo favore. Ora tanto il papa quanto l'imperadore e il re Cattolico, per la premura che aveano di conservar la pace in Italia, spedirono colà i lor ministri, con incaricarli di fare il possibile per quetar quelle turbolenze; e massimamente per parte del pontefice vi fu spedito il cardinal Morone, uomo di mirabil destrezza nel maneggio degli umani affari. Ma si trovarono sì dure le teste dell'una e dell'altra fazione, che gran tempo restò inutile la diligenza dei pacieri. Fecero buon armamento tanto i rimasti in città che gli usciti, e si venne alle ostilità, con avere i nobili vecchi occupate le terre di Porto Venere, Chiavari, Rapallo, Sestri e Novi. In favore di questi maggiormente inclinava il re Cattolico Filippo II. Anzi gran gelosia recò ai cittadini l'essersi fermato in que' mari don Giovanni d Austria, nel mentre che passava a Napoli con cinquanta galee: laonde fu in armi tutta la città. Voce corse ch'esso don Giovanni, se gli veniva fatta, meditasse d'insignorirsi di quella città, mosso da privato desiderio di acquistare un bel dominio per sè: del che poi ne fece risentimento il re Cattolico. Altri poi dissero che d'ordine dello stesso re si fermò in quelle parti per dare maggior polso ai trattati di pace, o per impedire che alcun principe non entrasse in quel ballo. Certo è che il buon pontefice scrisse per questo lettere di fuoco a don Giovanni, minacciandolo di collegar contra di lui tutti i principi d'Italia, se nulla avesse tentato contro la libertà de' Genovesi. Intanto dall'una parte _Arrigo III _re di Francia avea spinte le sue armi a quei confini; e il gran duca Francesco avea fatto lo stesso dal canto suo, con aver ammassati dieci mila fanti. Dio volle che infine, per opera spezialmente di Matteo Senarega, uno dei nobili nuovi, uomo savissimo, fu fatto da amendue le parti un libero compromesso nel papa, nell'imperadore e nel re di Spagna, con deporre l'armi e licenziar le soldatesche forestiere. Si prolungò poi l'accomodamento sino al marzo dell'anno seguente, in cui, fissate le regole di quel governo, tornò a rifiorir la pace in quella insigne città e repubblica.

Fu quest'anno riguardevole pel giubileo romano, di cui molto per tempo fece il pontefice Gregorio XIII precorrere l'avviso e l'invito per tutta la cristianità. Tale fu il concorso della gente a Roma, allorchè sul fine del precedente anno si aprì la porta santa, che fu creduto ascendere a non meno di trecento mila persone. Continuò questo concorso nell'anno presente, di modo che pochi giorni furono, nei quali non si contassero in quella gran città circa cento mila forestieri, venuti per divozione da tutte le parti dell'Europa. Tenuto fu per mirabil cosa, che essendo già penetrata in Trento, e in alcun'altra città d'Italia la peste, e facendo essa una terribil strage in qualche luogo della Sicilia, pure, non ostante la folla di tanta gente venuta al giubileo, niun caso accadde in Roma. Gran cura ebbe il pontefice che quivi abbondasse in tal occasione la grascia, e di copiose limosine dispensò egli anche ai poveri. Altrettanto fecero varii di que' ricchi cardinali e baroni, ed alcune pie congregazioni. Fra gli altri luoghi pii si distinse quello della santissima Trinità, il quale dai 25 del precedente dicembre sino al dì 22 di maggio diede l'ospizio e il vitto per più d'un giorno a novantasei mila ed ottocento quarantotto pellegrini. Compiè parimente il papa in questi tempi l'insigne fabbrica del ponte senatorio, ossia di Santa Maria sopra il Tevere. Ruzzavano intanto fra loro i principi d'Italia per pretensioni di maggioranza e per la vanità dei titoli. Quello di gran duca, dato da Pio V al fu Cosimo I, avea spezialmente alterati gli spiriti, perchè il duca di Savoia per varii titoli si tenea da più del fiorentino. Quel di Ferrara gran tempo era che combatteva per questo anch'egli coi gran duchi; nè quel di Mantova volea cedere all'estense. Anche in Roma insorse la discordia per la precedenza, che il papa volle dare ad un principe sopra gli ambasciatori regi. Ma Francesco gran duca fece tanto in quest'anno e nel seguente, che l'imperador Massimiliano II conferì a lui, come cosa nuova, il titolo di gran duca, siccome costa dai documenti rapportati dal Lunigo. Similmente nell'anno 1582 gli elettori dell'imperio riconobbero la preminenza dei duchi di Savoia sopra dei gran duchi. Tal decreto vien riferito dal Guichenone e dal suddetto Lunigo. Ai principii del regno di Arrigo III re di Francia non mancarono gravi turbolenze, perchè Francesco duca d'Alanson suo fratello si gittò nel partito dei malcontenti e degli eretici, e si fecero dei gran preparamenti per una nuova guerra. In Fiandra prosperarono gli affari dei cattolici contra dei ribelli eretici; ma altro vi volea che la ricuperazione d'alquanti luoghi per domar coloro, assistiti dalle potenze della Germania. Si congregò poi la gran dieta di Polonia per eleggere un re nuovo. Concorrevano a quella corona Massimiliano imperadore, Giovanni re di Svezia, Giovanni Bosiliovitz gran duca di Moscovia, ed Alfonso II duca di Ferrara. Maggior merito per l'ordinario suol ivi avere chi più spende a guadagnare i voti. Dopo molti contrasti da gran parte de' magnati, restò eletto Massimiliano; un'altra elesse Anna sorella del re Sigismondo defunto, con destinarle in marito Stefano Batori principe di Transilvania, il quale infatti corse colà, e si fece coronare nell'anno seguente. Avea Rodolfo figlio dell'Augusto Massimiliano già conseguite le corone dell'Ungheria e Boemia. Nell'anno presente, a dì 27 di ottobre, nella dieta di Ratisbona venne egli ancora eletto, e da lì a cinque giorni coronato re de' Romani. Era già salita in gran credito la congregazion dell'oratorio istituita in Roma da Filippo Neri, prete di santa vita. Ne ottenne egli in questo anno la confermazione da papa Gregorio.

Anno di CRISTO MDLXXVI. Indizione IV.

GREGORIO XIII papa 5. RODOLFO II imperadore 1.

Funestissimo si fece sentire l'anno presente alla Lombardia per la fierissima peste che si dilatò e fece stragi immense per varie città. Cominciò essa nell'anno addietro specialmente a spopolare la città di Trento, e a poco a poco andò serpeggiando per altre terre lombarde. Il suo maggior furore si provò in questi tempi. Portata a Venezia, fu disputato non poco se fosse vera peste passata dal Levante in Italia, oppure un'epidemia cagionata dalla strana siccità e dallo straordinario caldo del precedente anno. Chiamati colà da Padova Girolamo Mercuriale e Girolamo Capodivacca, pubblici lettori e grandi barbassori dell'arte medica, a spada tratta sostennero, quella essere influenza epidemica, e non vero contagio, contro il parere de' medici veneziani. Cagion fu il credito di amendue che non si prendessero le più rigorose precauzioni contra di così orrendo malore, finchè si giunse a vedere tutta piena di morti quella gran città. Se scornati non fuggivano que' satrapi della medicina, fu creduto che il popolo li avrebbe sacrificati al loro furore. Incredibil dunque fu in Venezia la mortalità, nè minore in Padova, Vicenza, Verona, Milano, Pavia e Genova. Mirabili pruove della sua incomparabil pietà e carità diede nella città di Milano in sì lugubre occasione il santo cardinale ed arcivescovo Carlo Borromeo. In Venezia per un tempo morirono settecento persone per giorno. Terminato il male, si trovò esser morti ventidue mila uomini, trentasette mila donne, e circa undici mila fanciulli dell'uno e dell'altro sesso. Fra gli altri in quel terribile conflitto lasciò la vita Tiziano Vecelli da Cadore, celebratissimo dipintore: se non che dalla morte fu burlato di poco, perchè già decrepito di novantanove anni, siccome abbiamo da più d'uno scrittore delle vite dei pittori. Non fece la peste a proporzion della popolazione tanta strage in Milano. Da una galeotta venuta da Levante fu essa portata anche a Messina, dove fama corse che perissero sessanta mila persone. Di là passò a Reggio e ad altri luoghi di Calabria, con fare dappertutto una miserabil desolazione di que' popoli. All'incontro, quelle città e terre che con buone e rigorose guardie fecero fronte a questo fiero nemico, ne rimasero preservate.

A far peggiorare gli affari della religione e del re di Spagna ne' Paesi Bassi assaissimo contribuirono i mali portamenti degli stessi Spagnuoli nell'anno presente. Imperciocchè essendo mancato di vita il gran commendatore Requesens, regio governatore di quelle contrade, si ammutinarono i soldati spagnuoli col motivo delle paghe da gran tempo non ricevute, e tal terrore misero anche negli amici e in chi dianzi era fedele al re, che quasi tutte quelle provincie formarono una confederazione tendente a cacciar di Fiandra l'odiata razza degli Spagnuoli. Maggiormente crebbe quest'odio dacchè quegli ammutinati pieni di ferocia, dopo aver dato il sacco a Mastrich e ad altri luoghi, si unirono nella cittadella di Anversa; e contuttochè quella città avesse ricevuto un gran rinforzo d'armati per sua sicurezza, pure usciti gli Spagnuoli, cotanto furiosamente si scagliarono contra di que' cittadini, che, superato ogni riparo, s'impadronirono della città. Fu creduto che sette mila di quegli abitanti ed ausiliarii fossero messi a filo di spada. Era allora Anversa città sommamente ricca, perchè colà approdavano in gran copia le merci e ricchezze dell'Indie Occidentali ed Orientali: commercio che poi passò ad Amsterdam con gran depressione d'essa Anversa. Per tre giorni fu dato alla misera città un orribil sacco. Dell'esorbitante preda, benchè venduta a vil prezzo, ricavarono que' masnadieri due milioni d'oro. Furono anche in sì funesta congiuntura bruciati alcuni superbi edifizii del pubblico, e da ottocento case di essa città. Se azioni di tanta crudeltà meritassero l'amore o l'odio de' Fiamminghi, non occorre che io lo dica. Quindi venne che molte terre e città state fin qui fedeli al re si ribellarono; e il principe d'Oranges ne seppe ben profittare, per maggiormente ingrossare il suo partito, e infiammar gli animi d'ognuno ad ostinarsi nella ribellione. Portato molto prima di questi fatti al re Filippo II in Ispagna lo avviso di sì gravi disordini, se ne risentì allo scorgere che principalmente cresceano per colpa di chi avea l'incombenza di guarire que' mali. Spedì pertanto per le poste e per la Francia don Giovanni d'Austria suo fratello in Fiandra col titolo e coll'autorità di governatore, lusingandosi che più il senno e la riputazione sua, che il suo valore, potessero sostenere quel troppo vacillante dominio. Arrivò egli colà sul principio di novembre, e tosto si applicò a cercar le vie più dolci per tirare a sè gli animi sconcertati di que' popoli. Anche papa Gregorio, all'intendere che don Giovanni cominciò a trattar di pace, colà spedì monsignor Castagna, affinchè non ne venisse detrimento alla religione. Accadde in questi tempi che mentre l'imperador Massimiliano iva cercando aiuti per sostener le pretensioni sue sopra il regno di Polonia, trovandosi alla dieta di Ratisbona, fu più che mai sorpreso dalla palpitazion di cuore, male suo familiare, e quivi in età di soli anni trentanove pagò il debito della natura nel dì 12 di ottobre: principe per le sue belle doti e virtù degno di più lunga vita. A lui succedette il re de' Romani Rodolfo suo figlio, non meno in tutti gli Stati della linea austriaca di Germania, che nella dignità imperiale. Si fece egli chiamare Rodolfo II Augusto, tuttochè l'antenato suo Rodolfo I fosse bensì re de' Romani, ma non mai godesse il titolo d'imperadore.

Anno di CRISTO MDLXXVII. Indizione V.

GREGORIO XIII papa 6. RODOLFO II imperadore 2.

I maggiori pensieri del pontefice Gregorio erano sempre rivolti o alla difesa o all'accrescimento della religione cattolica, e ad opere, delle quali durasse anche ne' secoli avvenire l'utilità. Nel presente anno fondò egli in Roma il collegio de' Greci, affinchè quivi si ricevessero ed istruissero i giovanetti di quella nazione, insegnando loro spezialmente la antica lingua greca, le scienze e l'erudizione, onde tornati alle lor case potessero promuovere l'unione di quegli scismatici colla Chiesa cattolica romana. Cessò finalmente in Venezia la peste, e si restituì il commercio, ed allora fu che quel pio senato in rendimento di grazie a Dio per questo benefizio fece fabbricare la magnifica chiesa del Redentore, secondo l'architettura di Andrea Palladio. Diede qui fine ai suoi giorni nel dì 4 di giugno Luigi Mocenigo doge di quella repubblica, e nel dì 11 d'esso mese in luogo suo fu eletto Sebastiano Veniero, quegli che fu generale nella gloriosa vittoria di Lepanto. Ma non terminò questo anno senza un terribile incendio, che nel dì 20 di dicembre consumò tutto il magnifico palazzo pubblico di Venezia, e massimamente la sala del gran consiglio, dove perirono i ritratti dei dogi, e molte altre insigni dipinture fatte da Gian-Bellino, da Tiziano, dal Pordenone e da altri valenti pittori, colle storie della pace seguita fra papa Alessandro III e Federigo I imperadore. Intanto di male in peggio andavano gli affari della religione in Francia e in Fiandra. Svegliossi di nuovo la guerra degli ugonotti o calvinisti contra del re Arrigo III, e quantunque l'armi dei cattolici prevalessero in molti luoghi, e il papa non mancasse di mandar buona somma di contanti in aiuto loro; pure il re, perchè scoprì fatta lega da quegli eretici con Elisabetta regina d'Inghilterra, col Palatino, col principe d'Oranges e con altri protestanti di Germania, si lasciò indurre a far pace con loro. Fu questa conchiusa nel parlamento della città di Blois, e ordinato che per tutto il regno pubblicamente si esercitasse la sola religione cattolica, ma con permettere la libertà delle coscienze ad essi ugonotti, e l'esercizio della falsa loro credenza nelle loro case, nei luoghi posseduti dai baroni, e in un borgo almeno di cadauna provincia, con altri vantaggi di quella setta: il che non si può dire qual gran dispiacere recasse al pontefice ed a tutti i buoni cattolici. E soprattutto se ne risentì molto il re di Spagna, ben prevedendo le perniciose conseguenze che produr potrebbe nei Paesi Bassi questo esempio, e come da lì innanzi sarebbe facile agli ugonotti il dar calore e braccio alla ribellione fiamminga.

Presero infatti nell'anno presente in Fiandra una pessima piega quegli affari. Troppo erano esacerbati gli animi di que' popoli contro gli Spagnuoli; però si accordarono tutte le diecisette provincie in non voler riconoscere don Giovanni d'Austria per loro governatore, s'egli non cacciava da' lor paesi le soldatesche spagnuole, con protestar nondimeno di voler sempre salda l'ubbidienza al re Cattolico, e la conservazione della religione cattolica romana. Tal protesta veniva dal cuore di molti di que' popoli; ma non pochi altri coi desiderii e coi disegni interni smentivano ciò che dicea la voce, null'altro aspettando, se non che fossero licenziati gli Spagnuoli, per poter fare peggio di prima. Stette perplesso un pezzo don Giovanni, s'egli dovea cedere a così dure condizioni. Tale era nondimeno la premura sua di calmar quell'incendio, che si lusingò di venirne a fine con darsi per vinto. Ebbe maniera d'indurre gli ammutinati spagnuoli a passare in Italia; entrò poi fra gli strepitosi viva in Brusselles; gli fu prestato il giuramento; parve cessata affatto tutta la passata burrasca. Ma che? chiunque avea il cuor guasto dall'eresia, e massimamente gli Olandesi e Zelandesi cominciarono a mostrarsi renitenti a sottoscrivere l'editto che obbligava a ritener la sola fede romana. Il principe di Oranges movea quante macchine potea per alienar gli animi dall'ubbidienza, e per attizzare il fuoco. Fu infine creduto ch'egli tentasse di fur prigione don Giovanni, il quale certo è che oramai accortosi del passo falso da lui fatto, e che ogni giorno più veniva scemando la sua autorità, fu costretto a ritirarsi a Namur, e a richiamar d'Italia gli Spagnuoli. Sicchè si venne a nuova rottura. L'Oranges fu chiamato come per dittatore dell'unione di tutte le provincie; e perciocchè egli cominciò ad operare con gran despotismo, quegli Stati passarono alla risoluzione di eleggere un nuovo governatore, e con istupore d'ognuno scelto fu l'arciduca Mattias, il quale senza saputa e consenso dell'Augusto suo fratello Rodolfo (almeno questi così protestava) passò in Fiandra, e fu, con quelle condizioni che vollero gli elettori, proclamato governatore, ed obbligato a prendere per luogotenente il principe d'Oranges. Oh allora sì che maggiormente s'imbrogliarono le carte in que' paesi, e l'eresia sguazzò.

Anno di CRISTO MDLXXVIII. Indiz. VI.

GREGORIO XIII papa 7. RODOLFO II imperadore 3.

Alessandro Farnese, figlio primogenito di Ottavio duca di Parma e Piacenza e di Margherita d'Austria figlia di Carlo V imperadore, portò dall'utero materno un genio bellicoso, ch'egli poi maggiormente andò accrescendo colla pratica dell'armate e con l'esercizio dell'arti cavalleresche. Al valor dell'animo, che prometteva un eroe, corrispondeva anche il vigore del corpo; ed era perciò tenuto per una delle valorose spade che allora si contassero in Italia. Avea già fatto il noviziato della milizia nella flotta di don Giovanni d'Austria suo zio, ed allorchè riportarono i cristiani l'insigne vittoria di Lepanto contra de' Turchi, fece maraviglie di sua persona. Trovavasi egli in Abbruzzo colla madre, quando venne ordine da Filippo II re di Spagna che tornassero di Italia in Fiandra le milizie spagnuole già licenziate dal suddetto don Giovanni. Desiderò esso monarca che in tal congiuntura anche Alessandro passasse colà. Fu egli parimente invitato con più lettere dallo stesso don Giovanni; ed il pontefice Gregorio col cardinal Farnese assaissimo approvò la di lui andata. Nulla più che questo sospirava il principe di Parma, e però, senza che il trattenessero le lagrime della madre, colà s'inviò. Giunto in Fiandra sul fine del precedente anno, trovò quivi in pessimo stato gli affari del re, e decaduta non poco la sanità di don Giovanni. Unironsi intanto le milizie venute d'Italia, parte spagnuole e parte italiane, con altre raccolte in Borgogna e Germania, tutta gente scelta, con cui si formò un corpo di diciotto mila soldati. Varii capitani italiani di gran nome fra essi militavano. Ottavio Gonzaga generale della cavalleria, Annibale Gonzaga, Vicenzo Caraffa, Pirro Malvezzi, Giambatista e Camillo del Monte, ed assaissimi altri. Accadde che i Fiamminghi confederati, avendo unita un'armata di venti mila combattenti, si erano messi in capo di cacciar don Giovanni da Namur, e colà a questo fine a bandiere spiegate s'inviò l'esercito loro. Ma appena furono a vista di quella città i lor capitani, che, probabilmente informati delle forze di don Giovanni, batterono la ritirata, e s'incamminarono per ricoverarsi a Gemblù ossia Geblurs. Avea don Giovanni già ordinate le sue schiere, credendo venuti i nemici per un fatto d'armi; udito poi ch'ebbe come retrocedevano, spinse loro dietro la sua cavalleria, alla testa di cui volle essere il principe di Parma. Intenzione di don Giovanni era che si andasse pizzicando la coda de' nemici, e si frastornasse la lor marcia, tantochè avesse tempo da poterli raggiugnere colla fanteria. Ma il Farnese nelle vicinanze di Geblurs animosamente andò a ferire nella cavalleria nemica, la qual non fece gran resistenza, e poi piombò addosso alla fanteria con tal prestezza, che appena sul fin della danza potè arrivar don Giovanni con parte de' suoi fanti a compiere la strage de' vinti. Famiano Strada, intento sempre ad esaltar il suo eroe, fa ascendere il numero de' Fiamminghi morti e prigioni a dieci mila. Il cardinal Bentivoglio più moderato scrive, essersi sparsa la fama che ne restassero uccisi intorno a tre mila, oltre a un gran numero di prigioni. Questa vittoria mise tal paura all'arciduca Mattias e all'Oranges, che scapparono ad Anversa. Arrenderonsi poscia Lovanio ed altre terre a don Giovanni, ed altre, fra le quali Limburgo, furono sottomesse colla forza dal principe di Parma. Riuscì, all'incontro, anche a' nemici di mettere il piede nella riguardevol città d'Amsterdam, e di quivi piantar la scuola di Calvino.

Intanto, non senza sospetto di veleno, mancò di vita don Giovanni d'Austria, principe che lasciò dopo di sè una illustre memoria del suo valore, della sua saviezza e della sua pietà. Dichiarò egli, per quanto poteva, governatore nei Paesi Bassi Alessandro Farnese: risoluzione che fu poi approvata dalla corte di Spagna. Non poteva il re Cattolico metter in mani migliori la sì torbida e titubante signoria di quegli Stati. In questi tempi l'indefesso pontefice Gregorio, tenendo l'occhio a tutto ciò che poteva influire ai vantaggi della cristianità, all'udire che il giovane don Sebastiano re di Portogallo risoluto era di muover guerra ai Mori africani, se crediamo al Cicarelli[470], fece una leva di cinque mila fanti italiani, e li spedì in rinforzo di esso re sotto il comando di un Inglese, che per la cognizione de' paesi promise la conquista di varie città. Ma ciò non sussiste. Mandò bensì il pontefice secento fanti per mare in aiuto dei cattolici d'Irlanda; ma fu accidente che nel passaggio servissero il re Sebastiano. Era questo re assai ricco di pensieri bellicosi, ma povero di prudenza, badando egli più agli adulatori che a' savii suoi consiglieri. Lo stesso re Filippo II l'avea dianzi dissuaso da sì pericolosa impresa, siccome consapevole delle forze tanto più poderose del re di Fez e di Marocco. Ciò non ostante, Sebastiano nell'anno presente, raunati circa tre mila combattenti, passò baldanzosamente con essi lo Stretto in varii tragitti verso il fine di giugno, e cominciò la guerra contra di quegl'infedeli. Venne poi nel dì 4 d'agosto ad un terribil fatto d'armi con essi, senza punto sgomentarsi benchè, coloro lo sfidassero alla zuffa con esercito quattro volte maggiore del suo. Andò in rotta l'armata cristiana, e vi restò ucciso lo stesso re don Sebastiano colla principal nobiltà di Portogallo: disavventura che non solamente recò grande affanno alla cristianità, ma si tirò dietro ancora una considerabil alterazione nel Portogallo. Perchè Sebastiano non ebbe moglie nè figli, il cardinal Arrigo suo gran zio, assai vecchio, fu proclamato re, ed incaricato di dichiarare il suo successore alla corona. Compiè il corso del suo vivere in quest'anno a dì 3 di marzo il glorioso doge di Venezia Sebastiano Veniero, a cui nel dì 18 d'esso mese succedette Niccolò da Ponte in età d'anni ottantasette. Anche in Firenze terminò i suoi giorni Giovanna d'Austria gran duchessa di Toscana, principessa per le sue singolari virtù amata sommamente dal gran duca Francesco suo consorte e da tutti quei popoli. Nell'ottavo mese di sua gravidanza morì, e seco lei un principino, che si sperava col tempo successore del padre in quel dominio. Si scoprì anche nel presente anno in Firenze una congiura di alcuni nobili contro la persona del medesimo gran duca e de' fratelli. A molti costò la vita un tale attentato. Principii di guerra insorsero fra Alfonso II duca di Ferrara e i Bolognesi a cagione del fiume Reno. Avea permesso il duca Alfonso I avolo suo a' Bolognesi l'introduzione di quel fiume, o gran torrente, nel ramo del Po che scorreva presso Ferrara: concessione, che il tempo fece conoscere troppo pregiudiziale al Ferrarese, perchè quel torbidissimo fiume cagionava frequenti rotte nel Po, e giunse infine ad interrarne l'alveo di tal maniera, che cessò quel ramo, e si voltarono tutte l'acque all'altro maggiore ramo del Po che ora miriamo. Si venne per questo all'armi e alle offese fra i due popoli. Ma papa Gregorio XIII, che sempre fu un insigne conservatore della pace in Italia, s'interpose, e fatte depor l'armi, avocò a sè la decision di quelle liti. Nacque nell'anno presente a dì 27 di aprile a Filippo II re di Spagna un figlio, a cui fu posto il nome paterno. Succedette egli col tempo al padre; giacchè in questo medesimo anno la morte rapì ad esso monarca l'altro maggior figlio don Ferdinando; e don Diego, allora maggiore d'età, non sopravvisse al padre, essendo mancato di vita da lì a cinque anni.

NOTE:

[470] Cicarelli, Vita di Gregorio XIII.

Anno di CRISTO MDLXXIX. Indiz. VII.

GREGORIO XIII papa 8. RODOLFO II imperadore 4.

Andavano ben d'accordo il pontefice Gregorio e Filippo re di Spagna in conservar la quiete d'Italia; e però qui si godeva una somma tranquillità, e solamente aveano luogo le arti e i divertimenti della pace. In quest'anno ancora esso pontefice, siccome quegli che ogni dì pensava a lodevolmente impiegare i beni e le rendite del sacrario e dei suoi Stati, instituì in Roma un nobile collegio per gl'Inglesi, volendo che ivi si allevassero cinquanta giovani di quella nazione, e loro s'insegnassero le scienze. A tal fine assegnò a quel luogo l'annua rendita di tre mila scudi d'oro. Fece ancora fabbricare un ponte a Forlì sul fiume Montone per comodo de' viandanti. Passarono alle seconde nozze in quest'anno due dei primarii principi dell'Italia, cioè Alfonso II duca di Ferrara, con cui si accoppiò Margherita figlia di Guglielmo duca di Mantova. Questo principe, che in tutte le occasioni inclinava alla magnificenza, ad anche di troppo, perchè a sostener le tante sue spese gli conveniva poi accrescere i dazii e le gabelle con doglianze dei sudditi, solennizzò con archi trionfali, con feste, giostre ed altri suntuosi sollazzi la venuta di quella principessa a Ferrara. Arrivò essa nel dì 25 di gennaio al delizioso luogo di Belvedere fuori di essa città, e da lì a due giorni fece la sua grandiosa entrata con incredibil concorso di nobiltà straniera. Ma soprattutto rendè riguardevole quella funzione la presenza di molti gran principi, giunti colà nel suddetto giorno 25 di gennaio, cioè di Ferdinando d'Austria arciduca, del cardinale Andrea e di Carlo suoi figliuoli, di Massimiliano figlio dell'imperadore, di Ferdinando principe di Baviera, di Arrigo principe di Brunswich, e di Vincenzo principe di Mantova. Fu spezialmente ammirata la nave che il duca fece fabbricar da più artefici nello spazio di due mesi, destinata a condurre da Mantova a Ferrara per Po la suddetta principessa. Sembrava per la grandezza un comodo palazzo, tutto messo ad oro con pitture e tappezzerie di rara valuta. Passò anche il gran duca di Toscana Francesco alle seconde nozze con Bianca figlia di Bartolommeo Cappello, nobile veneziano. Fuggita questa dalla casa paterna per que' motivi che si leggono presso Traiano Boccalino ed altri autori, si ricoverò in Firenze. Venuta curiosità al gran duca di vederla, non gli mancarono mezzi per appagar questo suo desio. Trovò egli una giovine, in cui non si sa se maggior fosse la beltà del corpo o la vivacità dello spirito. Però talmente se ne invaghì, che, provvedutala di un palazzo, la mantenne da lì innanzi in forma magnifica, con ricavarne anche prole, non senza amare doglianze della gran duchessa sua moglie, a cui fu creduto che siffatti disgusti abbreviassero la vita. Morta poi questa, il gran duca, consigliato dalla passion sua, e vinto dalle lagrime di Bianca Cappello, determinò di sposarla. Il saggio senato veneto, per condecorare un sì nobil matrimonio, dichiarò essa Bianca figlia della repubblica, e coll'inviare ambasciatori a Firenze maggiormente aumentò l'onore e l'allegria di quelle nozze, che poi riuscirono poco felici.

Grande armamento per ordine di Filippo II re di Spagna fu fatto in Italia nel presente anno. Ebbe don Pietro, fratello del gran duca di Toscana, l'incombenza di assoldare dieci mila fanti in Napoli, Roma e Lombardia. Sotto il comando ancora di Fabrizio Colonna e di Giovanni Cardona si raunò una possente flotta, composta di cento galee, quaranta navi, due galeazze, un galeone ed altri legni minori. Di questa armata fu creato capitan generale il marchese di Santa Croce. Non pochi lunarii faceano i politici sopra questo poderoso apparato di guerra, chi immaginandone un motivo e chi un altro. Il tempo decifrò l'arcano, e si vennero a scoprir le mire del re Cattolico sopra il regno di Portogallo. In effetto saltarono fuori in questi tempi le pretensioni di parecchi principi a quella corona, che si prevedeva vicina ad esser vacante per la troppo avanzata età del re Arrigo già cardinale. Erano questi concorrenti Emmanuel Filiberto duca di Savoia, Ranuccio Farnese figlio di Alessandro principe di Parma, don Antonio figlio di un principe della casa di Portogallo, pretendente sè stesso legittimo, e preteso da altri bastardo; e Caterina moglie del duca di Braganza. Ma Filippo II re di Spagna, perchè nato da Isabella di Portogallo, e per la maggior potenza, parve assistito da più vigorose ragioni. A lui riuscì ancora di trarre dalla sua il re Arrigo. Per dare maggior polso alla sua pretensione, giudicò egli molto efficaci l'armi, mentre gli altri suoi rivali non altro metteano in campo che ragioni comperate dalle penne dei più rinomati legisti di questo tempo, senza badare che le carte per l'ordinario non conquistano i regni. Si interpose papa Gregorio XIII, desideroso di comporre quel litigio; e sul principio restò accettata la sua mediazione; ma nel progresso ne fu egli escluso. Come fosse poi sciolto questo nodo, lo vedremo all'anno seguente. La prudenza e il valore di Alessandro Farnese in Fiandra produssero nel presente anno buoni effetti; perciocchè a lui riuscì di prendere, dopo lungo e faticoso assedio, l'importante piazza di Mastrich ed altri luoghi. Grande strage, furioso saccheggio fu ivi fatto. Nel medesimo tempo si studiò egli di guadagnar gli animi dei malcontenti cattolici. Trattossi dunque di pace con alcune provincie, dove prevaleva la vera religione; e fu questa conchiusa, principalmente colla condizione che il principe governatore licenziasse tutte le milizie forestiere, cioè spagnuole, italiane e tedesche, e si valesse solamente di quelle del paese. Così fece egli dopo la presa di Mastrich. Però fin d'allora si cominciò a sempre più conoscere inevitabile il taglio delle provincie de' Paesi Bassi, essendo restate più che mai pertinaci nella ribellione quelle di Olanda, Zelanda, Utrecht ed altre, chiamate le sette provincie unite. Nella Fiandra stessa alzavano tuttavia bandiera contro il re le città di Cambrai, Anversa, Brusselles, Gante e Tournai.

Anno di CRISTO MDLXXX. Indizione VIII.

GREGORIO XIII papa 9. RODOLFO II imperadore 5.

Tempo non v'era in cui il buon pontefice Gregorio non pensasse a lasciar dopo di sè memorie illustri o per ben della religione, o per utilità, o per ornamento di Roma. Circa questi tempi prese egli ad abbellire la galleria del palazzo Vaticano, lunga quasi un miglio, facendo dipignere tutto il volto, e ornando le pareti colla descrizion delle provincie di Italia, e il pavimento con varietà di marmi. Dopo alcuni anni terminata fu questa opera. Inoltre, alle terme di Diocleziano fece fabbricare un ampio granaio, capace di gran copia di frumento per le occorrenze delle carestie. Compiè ancora una superba cappella con ispesa di cento mila scudi nella basilica Vaticana, dove nel dì 4 di giugno fece con gran pompa e divozione trasferire il corpo di san Gregorio Nazianzeno, di cui era devotissimo. Parimente approvò l'istituto dei frati Carmelitani Scalzi e delle monache, di cui era stata fondatrice la santa vergine Teresa in Ispagna. Tornò quest'anno ad infestar buona parte dell'Europa, e massimamente l'Italia, passando d'una in altra città, il male appellato del castrone o montone, il quale fu creduto che dalla Francia penetrasse nelle contrade italiane, con febbre gagliarda e tosse. Ma per chiunque osservava una buona dieta, per lo più non si trovava mortale. All'incontro, l'uso dei purganti e il salasso portavano facilmente gl'infermi al sepolcro. In alcuni luoghi appena di cento ne restavano sani quattro. Nella sola Ferrara nello stesso tempo si trovarono prese da questo malore più di dodici mila persone, e molte ne morirono. Quivi fu il colmo del male nel mese di giugno, e in Venezia in quello di luglio. Avea prima fatto il suo sfogo in Milano, dove si contarono più di quaranta mila malati. Nè sesso, nè età andava esente. Fu creduto che Anna regina di Spagna morisse di questo male. Mancò essa nel dì 26 di ottobre, e il re Filippo suo consorte poco prima infermo per la stessa febbre aveva fatto dubitar di sua vita. Certo è che per l'influenza medesima molto si risentì la sanità di papa Gregorio XIII, il cui indefesso zelo fece nell'anno presente fabbricare un bel ponte di marmo di sei archi sul fiume Pelia ad Acquapendente. Non già del male suddetto, ma per idropisia accadde ancora in quest'anno la morte di Emmanuel Filiberto duca di Savoia, a cui fecero gran guerra le umane vicende. Superiore ad esse comparve infine il suo senno, con essere restati quasi tutti i suoi Stati senza quei ceppi che l'altrui prepotenza vi aveva messi. Del suo valore, della sua affabilità, giustizia e pietà, non la sola Italia, ma anche la Germania e la Fiandra serbarono lunga memoria. Rimase di lui un solo figlio legittimo e naturale, cioè Carlo Emmanuele primo di questo nome, che a lui succedette nel dominio in età di diecinove anni, che cominciò di buon'ora il corso di quella insigne gloria con cui superò tutti i suoi antenati.

Mentre Arrigo re di Portogallo era intento a provveder pacificamente quel regno di un successore, la troppo sua inoltrata età il liberò dalle cure del mondo, essendo mancato di vita nell'ultimo giorno di febbraio. Per quanto si era potuto conoscere, le inclinazioni sue erano già state in favore di Filippo II re di Spagna, perchè poco ci volea a presagire che questi avrebbe potuto ottenere colla forza ciò ch'era meglio il concedergli con amore. Ma diversi ben erano i desiderii ed i sentimenti dei Portoghesi, antichi emuli della Castiglia, abborrendo essi troppo il restar senza re, e l'acquistarne uno che comandasse loro in lontananza. Filippo intanto, mentre qui si perderono in consulte e in dispute, raunò, per attestato del Mariana, un esercito di dodici mila fanti e di mille e cinquecento cavalli; picciolo sì di numero, ma grande pel valore, perchè composto del fiore della milizia di Spagna e d'Italia, cioè di soldati veterani nel mestier della guerra. Altri gli diedero venti mila combattenti in circa, fra i quali cinque mila italiani, sotto il comando di don Pietro de Medici, di Prospero Colonna, Carlo Spinelli, e di altri generosi condottieri italiani. Chiamò egli dall'esilio il vecchio duca di Alva, perchè ne fosse capitan generale. Colà arrivò anche la flotta già preparata in Napoli e Sicilia. Non si tardò dunque a dar principio alle ostilità colla presa di Elvas, Olivenza e Campo maggiore. Nel qual tempo la plebe di Lisbona proclamò re di Portogallo don Antonio, tuttochè dichiarato illegittimo ed incapace del regno dal defunto re Arrigo. Unì questo principe un'armata, ma di gente collettizia ed inesperta, che in vicinanza di Lisbona, avendo osato di far giornata col duca d'Alva maestro di guerra, si trovò incontanente sbaragliata, e si raccomandò alle gambe. Entrò il vittorioso duca in Lisbona con buona capitolazione, ma che non esentò parte di essa e le navi, che erano in porto, dal sacco. Seguì poscia un'altra battaglia, dove parimente essendo rimasto disfatto don Antonio, fu obbligato a nascondersi, e a passare ramingo da un luogo all'altro. Intanto riavutosi il re Filippo dalla malattia sofferta in Badacòs, passò nel mese di dicembre ad Elvas di Portogallo, e salutato ivi e riconosciuto, ma non di buon cuore, per re dai grandi di quel regno, non fu avaro di carezze e promesse verso di loro, e levò anche via alcuni dazii, con ordinar nondimeno che si desse principio ad una cittadella in Lisbona. Per trattener la via dell'armi, s'era dianzi maneggiato non poco papa Gregorio XIII, con aver dipoi inviato il cardinal Riario come paciere in Ispagna. Il re l'andò nutrendo di belle speranze, e nel medesimo tempo spinse il suddetto duca d'Alva all'acquisto del regno, pel quale sì felicemente succeduto gran gelosia e rabbia sorse in cuore degli altri monarchi. Giudicò spediente esso re Filippo in quest'anno d'inviare in Fiandra la duchessa Margherita madre del principe Alessandro Farnese, e sorella sua, lusingandosi che l'amore e la stima nei tempi addietro professata da que' popoli a questa savia principessa potrebbe giovar non poco ai pubblici interessi. La spedì pertanto colà col titolo di governatrice dei Paesi Bassi, lasciato ad Alessandro il comando dell'armi. Ma non piacendo al principe questa divisione di autorità, d'accordo colla madre tanto picchiò alla corte di Spagna, che gli fu restituito il titolo primiero nell'anno appresso. Tornossene dipoi la duchessa in Italia a goder la quiete in Abbruzzo. Furono varie azioni di guerra nella Fiandra, ma non tali che importi il farne menzione. Da papa Gregorio e dal re di Spagna fu nel presente anno inviato un soccorso di soldati e di danaro ai cattolici d'Irlanda; ma con poca fortuna; perchè, prevalendo ivi le forze della regina Elisabetta, si sciolse in nulla il tentativo di que' popoli. Un forte ivi fabbricato dai soldati, che colà giunsero sotto nome del pontefice, ben munito d'artiglieria e di viveri, vergognosamente si arrendè agli eretici. Fra la principessa Margherita Farnese, figlia di Alessandro principe di Parma e governator di Fiandra, e don Vincenzo Gonzaga, unico figlio di Guglielmo duca di Mantova, seguì matrimonio nell'anno presente, e le nozze furono celebrate in Parma, dove per alquanti mesi si fermò lo sposo.

Anno di CRISTO MDLXXXI. Indizione IX.

GREGORIO XIII papa 10. RODOLFO II imperadore 6.

Videsi in quest'anno, non senza maraviglia della gente, giugnere a Roma un oratore di Giovanni Basiliovitz gran duca di Moscovia, per implorare i buoni uffizii di papa Gregorio in suo favore. Avea colui mossa guerra a Stefano Batori re di Polonia; ma ritrovò il giuoco ben diverso dall'espettazione sua. Il valoroso Batori gli diè tali percosse, che l'obbligò a chiedere pace; ma non potendola ottenere, stimò bene esso Moscovita di ricorrere al papa, acciocchè interponesse l'autorità sua per far cessare la mal incominciata guerra, con esibirsi pronto a far lega coi cattolici contro la potenza de' Turchi. Avvegnachè il pontefice assai scorgesse quanto poco per ben della religione cattolica si potesse sperare da quel monarca, che co' suoi popoli professava la credenza e i riti de' Greci scismatici; pure siccome padre comune, e trattandosi di un principe che finalmente era cristiano, e la cui affezione verso i cattolici non s'avea a trascurare, benignamente ascoltò le di lui preghiere; con lautezza trattò il di lui oratore, e, caricatolo di doni, il rimandò a casa, accompagnato da Antonio Possevino della compagnia di Gesù, uomo di gran dottrina e di non minore destrezza, affinchè trattasse di pace. A questa si trovarono non pochi intoppi; e intanto il re Stefano s'impadronì della Livonia, dove restituì la religion cattolica. Pace infine seguì con gran decoro della nazion polacca. A' giorni nostri si è ben cangiato l'aspetto delle cose in quelle parti. Imperciocchè quanto è declinata per le continue interne discordie la potenza della vastissima repubblica di Polonia, capace pur di cose grandi, se con altra più lodevol forma di governo si regolasse; altrettanto è cresciuta quella de' Moscoviti, ossia de' Russiani, per opera del czar Pietro Alexiovitz, eroe degno d'immortale memoria. Fu sul principio di maggio del presente anno condotta a Mantova da don Vincenzo Gonzaga, figlio del duca Guglielmo, la nuova sua consorte Margherita Farnese, accompagnata dall'avolo suo Ottavio duca di Parma, dal cardinale Alessandro Farnese suo zio, dal principe Ranuccio suo fratello, e da altri nobilissimi signori. Le feste e gli spettacoli fatti in Mantova per tale occasione costarono spese immense, e riempierono di stupore il concorso incredibile degli spettatori. V'intervenne ancora Alfonso II duca di Ferrara colla duchessa Margherita sua consorte, e sorella del suddetto don Vincenzo. Ma infauste riuscirono queste nozze per difetto corporale di quella principessa, per cui restò poi giustificata la dissoluzione del matrimonio fra essi.

Strepitoso scandalo fu nell'anno presente per la discordia di molti potenti cavalieri della sacra religion di Malta contro il loro gran maestro Giovanni della Cassiera di nazion Franzese, vecchio di ottanta anni, ma vegeto. Andò sì innanzi la loro animosità, che il cacciarono prigione nella fortezza di Sant'Angelo, imputandogli troppa negligenza negli affari dell'ordine, e che ne scialacquasse i beni, e fino a pretendere che tenesse segreti trattati co' nemici della fede cristiana. Sommamente dispiacque al pontefice Gregorio siffatta violenza, e, uditi i ricorsi di amendue le parti, spedì tosto a Malta Gasparo Visconte auditor di ruota, il quale, dopo avere rimesso in libertà e nel suo primiero grado il gran maestro, sfoderò un breve del papa, che citava tanto lui quanto gli accusatori suoi a comparire quanto prima in Roma a dir le loro ragioni. A ciò ancora fu spinto il pontefice dal re di Francia, minacciante di torre a tutti i cavalieri di Malta le commende del suo regno, e di applicarle al nuovo suo ordine dello Spirito Santo. Venne a Roma nel dì 26 d'ottobre il gran maestro, accompagnato da trecento cavalieri, ai quali tutti e alla loro servitù il cardinal Luigi d'Este, principe che nella magnificenza non avea pari, diede alloggio e fece le spese per tutto il tempo che quivi si fermarono. Mancò poi di vita esso gran maestro nel dì 23 di dicembre. Il suo gran competitore Romagano Guascone per malinconia l'avea preceduto all'altra vita nel dì 4 di novembre, e così amendue andarono a litigare al tribunale di Dio, più incorrotto e perspicace che quel della terra. Passò in quest'anno nel mese di settembre per Italia la vedova imperatrice Maria, madre di Rodolfo II Augusto, e sorella di Filippo II re di Spagna, desiderosa di terminare i suoi giorni in un monistero di Spagna, ad imitazione del glorioso suo padre Carlo V. Era accompagnata dall'arciduca Massimiliano suo figlio e da una splendida corte. I signori veneziani, secondo il loro costume, le fecero un sontuoso trattamento per tutti i loro Stati, essendo venuta a Trivigi, Padova e poi sino a Brescia. Con pompa incredibile fu ricevuta in Milano, e poscia in Genova, dove imbarcatasi, arrivò poi in Ispagna a compiere la sua piissima risoluzione.

Trattandosi di un principe italiano, a noi non disconverrà l'andar passando in Fiandra, per accennar brevemente le gloriose azioni di Alessandro Farnese governatore di que' paesi. In questi tempi i Fiamminghi confederati contro il re Cattolico, mal soddisfatti del giovane arciduca Mattias, dopo aver dichiarato esso principe decaduto da ogni diritto sopra le loro contrade, presero per difensore della Fiandra Francesco già dichiarato duca d'Angiò, fratello di Arrigo III re di Francia. Con buon esercito passò questo principe a Cambrai, città indarno assediata dall'armi spagnuole, e trionfalmente vi fu ricevuto. Fece poi pochi altri acquisti, perchè a poco a poco i suoi Franzesi se ne tornarono alle delizie della patria, ed egli passò in Inghilterra, dove la regina Elisabetta tanta disposizione mostrò ad accettarlo per marito, che già tutti il felicitavano, tenendosi egli come gli altri la cosa per fatta. Ma non andò molto che si trovò solennemente beffato dall'astuta e simulatrice regina, non men di quello che era succeduto prima a tanti altri. S'impadronì in quest'anno il principe Alessandro di Bredà, che fu messa a sacco. Ricuperò Sangislan, e poscia imprese l'assedio di Tournai, che fu ben lungo e costò di molto sangue e fatiche, ma con terminare nella resa di quella importante città, obbligata a pagare ducento mila fiorini per esimersi dal sacco. Colò tutta questa rugiada in mano dei vittoriosi soldati. Con gran solennità nei medesimi tempi ricevette il re Cattolico il giuramento di fedeltà dalla bocca, ma non dal cuore, degli Stati di Portogallo, e fece riconoscere per erede di quel regno don Diego suo maggior figliuolo. Quindi sul fine di giugno si trasferì a Lisbona, accolto colla maggior magnificenza e con segni di somma allegrezza da quel popolo, a cui confermò gli antichi privilegii e ne aggiunse de' nuovi, nulla ommettendo per guadagnarsi la benevolenza di quella gente, che internamente fremeva per vedersi ridotta sotto il giogo d'una nazione tanto da essi odiata.

Anno di CRISTO MDLXXXII. Indizione X.

GREGORIO XIII papa 11. RODOLFO II imperadore 7.

Quand'anche non fossero concorse tante memorabili azioni a rendere gloriosissimo il pontificato di papa Gregorio XIII, basterebbe bene ad assicurar l'immortalità al suo nome la correzione da lui fatta in quest'anno del calendario romano. Gran tempo era che si lagnavano gl'intendenti astronomi dello sconcerto avvenuto nel ciclo solare fissato ai tempi di Giulio Cesare e di Augusto imperadori, perchè allora non fu ben conosciuto l'esatto corso annuale del sole. Era passato questo disordine nel tempo della Pasqua, stabilito dai padri del primo concilio niceno, perchè chiaramente si scorgevano troppo slontanati dal sito allora prefisso alla celebrazion della Pasqua gli equinozii della primavera, e fuor di sito le feste principali della Chiesa. Ora il generoso pontefice con tutto vigore si applicò ad emendare i trascorsi passati, e ad impedirli per l'avvenire. Consultò dunque i più valenti astronomi d'allora, e molti ne chiamò a Roma, facendo ben ventilare la miglior forma di stabilire un cielo di epatte che non fosse da lì innanzi soggetto a mutazioni. Meritò sopra gli altri applauso un ciclo già inventato da Luigi Lilio Veronese, nel quale furono fatte alcune lievi mutazioni, se con ragione e frutto, a me non appartiene il cercarlo. Pertanto fu determinato di levar via dieci giorni dall'ottobre dell'anno presente, affinchè l'equinozio della primavera tornasse al dì 21 di marzo, secondo la determinazione del concilio niceno. Per mantenerlo poscia in quel sito, e schivar nuovi sconcerti da lì innanzi, si stabilì che ogni tre centesimi anni si tralasciasse il bissesto, ma che corresse nel quarto centesimo, con altre regole che io tralascio. Comunicato questo insigne progetto a tutte le potenze cattoliche, acciocchè fosse ben esaminato, riportò l'approvazion d'ognuno. Il perchè nel dì 24 di febbraio dell'anno presente si vide con solenne bolla pubblicato dal pontefice, e ne fu ordinata l'esecuzione. Non si può dire che plauso per questa sì faticosa e riguardevole impresa conseguisse il buon papa Gregorio presso tutti i cattolici, contando noi per nulla il ridicolo schiamazzo, che per ciò fece lo spirito contraddittorio de' protestanti, ai quali il bello e buono procedente da Roma non suol aver la fortuna di piacere. Ma non si vuol dissimulare che sul fine del secolo decimosettimo e sul principio del presente insorsero delle difficoltà intorno alla stessa correzion gregoriana, e si disputò non poco da alcuni valenti astronomi, specialmente italiani, con pretendere che il celebre Cristoforo Clavio non avesse ben corrisposto all'intenzione di questo saggio pontefice, e che quella correzione tuttavia abbisogni di emenda, stante l'essere intervenuto dipoi, e poter intervenire, che, seguitando noi il ciclo dell'epatte, o troppo presto o troppo tardi si celebri la Pasqua, per non corrispondere essa ai veri calcoli astronomici del sole e della luna. Oltre di che, secondo essi, non fu ben preso a' tempi del pontefice Gregorio il preciso annuo corso del sole, essendosi trascurati almeno alcuni secondi, i quali col tempo possono produrre qualche sconcerto. Con tutto ciò tali non parvero quelle obbiezioni, che fosse creduta necessaria allora una nuova riforma del calendario. Tale forse la crederà alcuno dei secoli avvenire.

Oltre a questa insigne azione riguardante tutto il cattolicismo, fece il medesimo papa un'opera particolare per ornamento ed utilità di Roma; e fu il collegio romano della compagnia di Gesù, fabbrica sontuosissima, di cui si vede la pianta rapportata dal padre Bonanni. Al mantenimento di que' religiosi assegnò ancora delle grandi rendite. In questi tempi avendo don Antonio di Portogallo coll'aiuto de' Franzesi ed Inglesi messa insieme una buona flotta, andò per impadronirsi dell'isole Terziere, come dipendenti dalla corona di Portogallo. Non dormiva il re Filippo II, ed anch'egli spedì a quella volta il marchese di Santacroce nel mese di luglio con ventotto navi ed altri legni. Vennero alle mani le due nemiche armate, e restò sconfitta quella di don Antonio, con rimaner prigioni venticinque baroni franzesi, cinquanta altri nobili di quella nazione, e circa secento tra Franzesi ed Inglesi soldati ordinarii. Fu commessa allora una crudeltà più che turchesca, onde risultò ignominia grave, e non facile a cancellarsi, della nazione spagnuola. Il Santacroce, estratti da luogo sacro tutti quei franzesi, condannò ognun di essi, parte al taglio della testa, e parte al capestro, e la sentenza fu eseguita. All'avviso di tanta barbarie, recato dall'ambasciator franzese con altre doglianze, inorridì il buon papa Gregorio, nè potè contenere le lagrime, non sapendo darsi pace che gente cristiana più delle fiere stesse arrivasse ad infierire. Ne rigettò egli la colpa sul Santacroce; ma non si potè levar di testa alla gente che l'ordine si spiccasse previamente dalla corte dello stesso re Filippo, e spezialmente non avendone fatto alcun risentimento contra del Santacroce. Fu creduto che il consiglio venisse dal duca d'Alva, quel Silla novello che metteva la gloria e il sostentamento della monarchia spagnuola, non già nel farsi amare, ma nel farsi temere dai popoli. Questo crudel uomo finì appunto di vivere nel dicembre di quest'anno. Se trovasse nell'altra vita quell'indulgenza e misericordia ch'egli mai non esercitò, nè conobbe in terra, non l'ha rivelato Iddio. Tornò in Fiandra nel mese di febbraio Francesco duca d'Angiò, e in Anversa con sommo applauso fu proclamato duca del Brabante, conte di Fiandra, d'Olanda, Zelanda, ec. Con tutti questi bei titoli niun progresso fece egli in quelle parti. Alessandro Farnese, allo incontro, s'impossessò di Oudenarde, dell'Esclusa, di Cambresì, di Ninoven e d'altri luoghi. Cominciò in quest'anno il giovane Carlo Emmanuello duca di Savoia a scoprir le sue idee guerriere col segreto disegno di sorprendere Ginevra, sentina di tutte le eresie, alle porte, per così dire, d'Italia. Avendo egli ben disposti i pezzi per quell'impresa, e comunicata la sua idea al pontefice Gregorio e al re Cattolico, da amendue avea riportate promesse di gagliardi aiuti, se gli veniva fatto il negozio. Ma avendone anche ricercato il consenso dal re di Francia Arrigo III, n'ebbe una negativa, allegando quel monarca che Ginevra era sotto la protezion della sua corona. Gli convenne per questo di desistere; ma concepì un odio tale contra de' Franzesi, che mai più nol depose.

Anno di CRISTO MDLXXXIII. Indiz. XI.

GREGORIO XIII papa 12. RODOLFO II imperadore 8.

Circa questi tempi il pontefice Gregorio, nato per pensar sempre a cose grandi pel pubblico bene, e, dopo averle ideate, costante in eseguirle, presentò alla luce il decreto di Graziano con abbigliamenti nuovi, per aver dianzi deputata una congregazion di letterati per la correzione e per l'ornamento di quella raccolta di canoni, molto allora accreditata nelle scuole. Prese ancora a migliorar la edizione della sacra Bibbia; al qual fine procurò da ogni parte antichi codici e deputò un'altra congregazione. Questa impresa non fu poi condotta a fine se non sotto i papi susseguenti Sisto V e Clemente VIII. Gran carestia fu in Roma per due mesi, e ciò per colpa de' ministri che aveano con troppo larga mano conceduta l'estrazion de' grani. Toccò al generoso animo del papa di emendar con grave spesa la lor trascuratezza. Avvenne, oltre a ciò, in Roma un accidente che recò non lieve rammarico e disturbo al pontefice; perciocchè ito il bargello con gran copia di birri per prendere un bandito in casa degli Orsini, capitati colà Raimondo Orsino, Silla Savello ed Ottavio de' Rustici, baroni romani, per aver voluto impedir la cattura per pretension di franchigia, restarono miseramente uccisi da quella canaglia. Sollevossi perciò il popolo romano, ed anche la nobiltà, e quanti birri potè cogliere, senza rimissione ammazzò. Essendo concorsi a questo rumore molti banditi, seguirono altre uccisioni, e sarebbe succeduto peggio, se la prudenza del pontefice non avesse rimediato. Tanta caccia fece egli fare al bargello suddetto, che fu in fine preso e giustiziato: il che nondimeno non bastò a quetar gli animi pregni di desiderio di vendetta, talmente che non finì sì presto quella tragedia. Ora il papa, per rallegrare il popolo, nel dì 12 di dicembre fece la promozione di diecinove cardinali, tutti persone di gran merito, fra i quali spezialmente si distinsero Niccolò Sfondrati, che fu poi papa Gregorio XIV, Francesco di Gioiosa Franzese, Agostino Valerio vescovo di Verona, e Vincenzo Lauro vescovo di Monreale.

Avea la morte rapito al re Filippo II nell'anno precedente il suo figlio maggiore don Diego; però fece egli nel presente prestar giuramento dai Portoghesi a don Filippo, restato unico di lui figlio. Gli riuscì ancora di finir di ricuperare le isole Terziere. In Fiandra accaddero delle novità, delle quali ben seppe profittare il principe Alessandro Farnese. Quantunque fossero stati conferiti gloriosi titoli, dei quali sopra si parlò, a Francesco duca d'Angiò; pure, perchè da alcune condizioni alquanto dure veniva ristretta la sua autorità, si avvisò egli, spinto principalmente dagli alteri suoi consiglieri franzesi, di voler dar egli la legge a' Fiamminghi, parendogli vergogna il riceverla da loro. Volle dunque adoperar la forza, e destinò il giorno 16 o 17 di gennaio del presente anno per farsi libero signore di quelle contrade. L'ordine andò a tutti i presidii franzesi d'insignorirsi dei luoghi dove si trovavano, ed egli prese a sottomettere l'insigne città di Anversa, in cui erano di guarnigione quattrocento de' suoi; ma con incontrar egli ciò che non si aspettava, cioè quello a che si espone chiunque de' principi che, volontariamente chiamato da un popolo alla signoria, si mette sotto i piedi con tanta facilità i patti della dedizione. Prese pretesti da una rassegna per accostarsi colle sue truppe ad Anversa, ed allorchè usciva di città con gran corteggio de' suoi soldati, diede il segno della macchinata trama. Furono uccise le guardie della porta, ed entrarono secento cavalli e tre mila pedoni franzesi, che montati sui baloardi voltarono i cannoni contro la città, e si diedero a saccheggiar le case, e ad uccidere chiunque si opponeva. Ossia che gli Anversani stessero dianzi con gli occhi aperti, o che solamente li svegliasse quell'improvviso assalto, il vero è che tosto fecero sonar le campane a martello, tirarono le catene alle strade, e, dato di piglio all'armi, animosamente fecero fronte a chi non più amico, ma nemico e traditore lor si mostrava. Con tal gagliardia dai feroci cittadini furono assaliti e respinti i Franzesi, che lor convenne rinculare sino alla porta, dove, per voler eglino uscire, e nello stesso tempo entrare gli Svizzeri del duca d'Angiò, si fece una calca e miscuglio che costò la vita a moltissimi o uccisi o caduti nella fossa. Vi fu chi fece ascendere sino a due mila i Franzesi morti; la città restò liberata, e il duca pien di vergogna, e rampognato dalla propria coscienza per tanta infedeltà, si ritirò. Agli altri Franzesi venne fatto di occupar Doncherche ed alcun altro luogo, ma non già Ostenda, Bruges e Neoporto. Arrivò a tempo questa discordia de' Fiamminghi col duca d'Angiò per rinvigorire Alessandro Farnese, a cui soprastava la rovina, se a' Franzesi riusciva quel colpo, e se di Francia fossero venuti nuovi rinforzi. Mosse dunque il Farnese l'armi sue, e colla metà d'esse diede una rotta al maresciallo franzese Biron, dove fu creduto che perissero de' vinti circa due mila persone, e de' vincitori solamente otto, se vogliam prestar fede a chi non è mai intervenuto a battaglie. Assediò il Farnese intanto Doncherche, e lo costrinse alla resa, e prima dell'agosto ebbe ai suoi voleri Neoporto, Berga, Furnes, Dismuda e Menin, e poi Zutfen col paese di Vaes, Middelburgo, Rupelmonda, Alost ed altri luoghi: tutte vittorie ed acquisti che sommamente accrebbero il credito alla parte regia ne' Paesi Bassi e la gloria al principe di Parma.

Anno di CRISTO MDLXXXIV. Indiz. XII.

GREGORIO XIII papa 13. RODOLFO II imperadore 9.

In quest'anno ancora papa Gregorio lasciò una bella memoria in Roma colla erezione del collegio dei Maroniti, cristiani cattolici, abitanti nel monte Libano sotto la tirannia de' Turchi; ma non ebbe tempo da assegnargli tutta la convenevol dote: al che fu poi soddisfatto dal suo successore. Fu chiamato in quest'anno a miglior paese nella notte precedente al dì 4 di novembre il santo cardinale ed arcivescovo di Milano Carlo Borromeo in età di soli quarantasei anni, un mese ed un giorno: vita ben corta, ma con tante azioni di pietà e zelo pastorale da lui menata, che non si possono leggere senza ammirazione. Fu egli allora e sempre sarà considerato per un luminoso prototipo de' veri pastori della Chiesa di Dio, in cui si sono specchiati tanti altri insigni vescovi che in Italia e fuori d'Italia son camminati per le vie della santità; e i suoi concilii ed istruzioni sono e saranno sempre in somma venerazione, siccome fonti perenni di tutta l'ecclesiastica disciplina. Per le tante memorabili sue virtù venne poi questo incomparabil porporato messo nel ruolo de' santi. Eransi già provati giuridicamente i difetti corporali di Margherita principessa Farnese, maritata in don Vincenzo Gonzaga principe ereditario di Mantova; laonde restò disciolto quel matrimonio, ed egli nell'anno presente prese per moglie Leonora figlia di Francesco gran duca di Toscana. Le nozze furono celebrate in Mantova sul fine di aprile con incredibil pompa e magnificenza. Era vicerè di Sicilia Marcantonio Colonna, il più valoroso e gentil cavaliere che avesse l'Italia, e sempre glorioso per la vittoria riportata a Lepanto ossia alle Curzolari contra de' Turchi. Passò egli in Ispagna, chiamatovi dal re Cattolico con dieci galee. Ma appena giunto a Medinaceli nel dì 2 d'agosto fu portato all'altra vita da un sì precipitoso e violento male, che fece dubitar di veleno. Lo stesso sospetto corse nella morte di Francesco duca d'Angiò, fratello di Arrigo III re di Francia, da noi poco fa veduto duca del Brabante e conte di Fiandra. Era egli tornato in Francia, e trattava di riaccomodarsi coi Fiamminghi, quando fu preso sul principio di maggio da un malore, per cui gli usciva il sangue da tutti i meati del corpo, di modo che terminò il suo vivere nel dì 10 di giugno. Il titolo di liberator della Fiandra, ch'egli s'era attribuito, non fu certamente scritto sulla sua tomba. A Guglielmo ancora principe d'Oranges, cioè al principal motore e fomentatore della ribellion de' Paesi Bassi, toccò in quest'anno nel dì 10 di luglio la morte, e morte violenta, perchè proditoriamente ucciso da Baldassare Gherardo nato presso Lione, il quale non sedotto da alcuno, ma unicamente mosso da odio verso un principe eretico, autore di tanti mali, tolse a lui la vita colla perdita della propria. A lui succedette il principe Maurizio suo secondogenito, che, dichiarato ammiraglio dalle Provincie Unite, riuscì poi un valoroso lor protettore.

Queste morti quanto sconcertarono gli animi dei ribelli Fiamminghi, altrettanto incoraggirono il prode principe di Parma Alessandro. Aveva egli molto prima occupati varii posti, e fabbricato un forte che angustiava non poco l'importante città d'Ipri, e l'affamava. Quei di Bruges vollero soccorrerla con un grosso convoglio di viveri, scortato da cinquecento fanti e da ducento cinquanta cavalli. Fu questo preso dai cattolici, colla morte di circa cinquecento nemici: colpo che indusse poi la cittadinanza d'Ipri a capitolare la resa. La stessa fame consigliò quei di Bruges a seguitar l'esempio d'Ipri. Animato da così prosperi successi il Farnese, prese una risoluzione che a molti parve ardita, e fin temeraria ad altri: cioè di assediare la città d'Anversa, non men per l'ampiezza e popolazione, che per la situazione, da tutti tenuta per fortissima. Benchè dissuaso da' suoi consiglieri, pur diede egli principio all'assedio, con occupar varii siti e forti intorno ad essa. Nel medesimo tempo colla forza obbligò Tenremonda a rendersi; e i Gantesi domati dalla fame vennero a dimandar perdono e ad esibire ubbidienza. Furono accettati coll'obbligazione di pagar ducento mila fiorini, e di rifabbricar la cittadella. La maggior città della Fiandra era allora Gante. Intanto mirabili cose facea l'indefesso principe per maggiormente strignere la superba città d'Anversa con chiuse nuove, canali nuovi, trincieramenti, e sopra tutto con un ponte lunghissimo, ch'egli arrivò a compiere solamente nell'anno seguente. Pressato da' suoi sudditi Carlo Emmanuello duca di Savoia a prendere moglie, la ricercò ed ottenne nel presente anno, e in Sciamberì nel dì 18 d'agosto fu pubblicato il suo matrimonio con donna Caterina d'Austria figlia minore del regnante re di Spagna Filippo II. Molte feste perciò furono fatte ne' suoi Stati; ed avendo il duca o per ambasciatori o per lettere significato a Roma, all'imperadore, al re di Francia e agli altri principi questo suo nobile accasamento, concorsero a Torino varie ambascierie per seco rallegrarsi. Tuttavia solamente nell'anno appresso si diede il compimento a questo affare.

Anno di CRISTO MDLXXXV. Indiz. XIII.

SISTO V papa 1. RODOLFO II imperadore 10.

Uno spettacolo insolito, che si tirò dietro gli occhi di tutti, ebbe Roma nel presente anno per l'arrivo colà degli ambasciatori cristiani giapponesi. Nelle ricchissime e popolatissime isole del Giappone, regno o imperio situato di là dalla China con popoli sommamente ingegnosi e bellicosi, il primo ad introdurre la religione di Cristo era stato san Francesco Saverio apostolo dell'Indie. Coltivata quella vigna da altri susseguenti religiosi della compagnia di Gesù, sempre più andò fiorendo, di maniera che non solamente le migliaia del basso popolo, ma anche assaissimi nobili, ed alcuni dei principi, appellati re, per nostro modo d'intendere, a cagion della lor grande autorità e potenza, aveano ricevuto il battesimo, alzati sacri templi, e piantata ivi un'amplissima università di fervorosi cristiani. Non han saputo negare la verità, l'ampiezza e i pregi di quella cristianità i nemici stessi della Chiesa romana, i quali, più mercatanti che cristiani, nulla poi tralasciarono di trame ed inganni per opprimerla e sradicarla, siccome nel seguente secolo, per l'infame loro iniquità, avvenne. Per rendere dunque ubbidienza al sommo pontefice furono spediti due giovani ambasciatori da tre di que' gran signori, chiamati re dai nostri; i quali accompagnati da alcuni gesuiti, dopo aver ricevuto in Portogallo, in Ispagna e in Toscana grandi onori e finezze, giunsero nel dì 22 di marzo a Roma. Con solennità ammessi nel sacro concistoro al bacio de' piedi, presentarono al pontefice le lettere dei loro principali, e furono poi trattati con ogni sorta di onorevolezza e di amore tanto da esso papa, che da tutti i cardinali e dalla nobiltà romana. Per la comparsa di questi nuovi germi della religione cristiana, venuti da sì remote parti del mondo, incredibil fu la consolazione ed allegrezza che ne provò il buon pontefice Gregorio, nè potè contener le lagrime tanto egli che gli altri zelanti dell'accrescimento della vera Chiesa di Dio. Ma a questo giubilo poco tardò a succedere il lutto. Mentre i Giapponesi andavano visitando le cose rare di Roma, eccoti cadere infermo il pontefice, e in due giorni di malattia, cioè nel dì 10 d'aprile, passare a miglior vita, essendo pervenuto all'età di ottantaquattro anni: età, ad atterrar la quale basta un soffio solo. Che questo pontefice meriti luogo fra i più insigni pastori della Chiesa di Dio, non ne lascia dubitare quanto si è finora detto di lui. Eppur questo è poco rispetto a quel di più che dir se ne potrebbe; e che infatti hanno più e più scrittori tramandato ai posteri. Perciocchè eminente si trovò in lui l'amore della pace in Italia, lo zelo per la conservazione ed aumento della fede Cattolica, e l'attenzione ad eseguire i decreti del concilio di Trento: il che specialmente dimostrò nel promuovere ed aiutare con grandi somme di denaro l'erezione di tanti seminarii per le provincie Cattoliche, e nella fondazione in Roma di collegii sì riguardevoli. Le sue limosine in sollievo dei poveri, per attestato del popolo romano nell'iscrizione a lui posta, ascesero a due milioni di scudi di oro; un altro ancora ne impiegò in maritar povere zitelle. Lungi dall'imporre nuove gabelle e dazii, ne levò alcuni già messi, e specialmente l'assai grave della farina, ed ornò Roma di templi, e di altre opere magnifiche: per le quali cose, e pel suo placido governo, e per la sua amorevolezza verso ognuno, il suddetto popolo romano alzò la sua statua nel campidoglio, e l'alzò dopo la sua morte, cioè in tempo che l'adulazione cessa, e il vero merito è riconosciuto. Amò i suoi, ma con lodevol moderazione. Era a lui nato un figlio da donna libera prima di ascendere agli ordini sacri, per nome Jacopo Boncompagno il quale per ingegno, probità di costumi, e saviezza nei politici affari riuscì poscia un valente e generoso signore. A lui bensì conferì il papa i gradi soliti a darsi ai nipoti dei pontefici, cioè di generale della Chiesa, di governatore di castello Sant'Angelo e di capitano delle sue guardie; ma non fabbricò già la di lui fortuna con gli Stati della Chiesa. Solamente gli procurò nel ducato di Modena il marchesato di Vignola, consistente in ventidue comunità; e dal re Cattolico ottenne per lui il ducato di Sora, Arpino, Aquino, Arce, ed altri luoghi nel regno di Napoli. Propagata poi la di lui discendenza con uomini illustri, oggidì più che mai risplende in don Gaetano Boncompagno benignissimo e savissimo principe, maggiorduomo maggiore del re delle Due Sicilie, che ai suoi titoli e Stati ha ultimamente aggiunto l'importante e dovizioso principato di Piombino, e in don Pietro suo fratello duca di Fiano.

Non più di quattordici giorni stette vacante la sedia di San Pietro, essendo Stato concordemente nel conclave eletto papa il cardinale Felice Peretti, già frate dell'ordine conventuale di san Francesco, uomo di petto, sommo amatore della giustizia, ed ornato di molta dottrina. Era egli bassamente nato nelle grotte di Montalto, terra della marca anconitana, da un povero contadino, ma pel suo felice ingegno, pel suo sapere e merito salito a poco a poco ai primi gradi dell'ordine francescano, nel 1570 da Pio V fu promosso alla sacra porpora, e nominato il cardinal di Montalto. Per errore di stampa presso il Ciaconio è riferita al dì 12 d'aprile l'esaltazione sua al pontificato: errore non emendato neppure dal Vittorello, nè dall'Oldoino, e che parimente s'incontra nel Bollario romano e in altri libri. Certo è che l'elezione sua seguì nel dì 24 di aprile, giorno di mercordì. Prese il nome di Sisto V per rinovar la memoria di Sisto IV, che parimente fu dell'ordine di San Francesco. Veramente bizzarra è quella che noi chiamiamo natura, facendo essa talvolta nascere da un povero rozzo bifolco figli di sì raro talento, e cotanto dalla fortuna favoriti, che giungono ad essere o gran politici, o gran guerrieri, o gran letterati; laddove altre volte da uomini grandi nascono figliuoli zotici e di cervello stravolto, ai quali sembrava piuttosto riservata una zappa. Ora Sisto, benchè sì poveri e bassi natali avesse sortito, pure fuor di dubbio è che portò seco un animo grande, qual si converrebbe al più eccelso monarca. Antonio Cicarelli, che continuò le Vite de' papi del Panvinio, ed altri storici non ebbero difficoltà di scrivere che il suddetto cardinale di Montalto coll'accortezza o simulazione sua cooperò anch'egli non poco a far inchinare i voti degli elettori in favor suo. Perciocchè gran cura ebbe di nascondere in varie maniere il genio suo rigido ed imperioso, e l'ansietà di pervenire al papato. Quieta era la vita sua, ritirato stava nella sua vigna, mai non contendeva con gli altri cardinali, cedendo ad ognuno, e guardandosi da ogni parzialità verso le nazioni. Benchè ingiuriato, niun risentimento mostrava, e, quantunque talvolta chiamato asino della Marca dai confratelli porporati, o mostrava di non udire, oppure rideva. Essendogli stato ucciso un nipote, neppur volle far ricorso per questo alla giustizia. Se ne ricordò bene creato che fu papa. Cardinale ebbe in uso di accrescere di sette anni la sua età per parere più vecchio; e mostravasi soprattutto così mal concio di sanità, che non vi era cardinale che nol credesse sull'orlo del sepolcro. A chi nel conclave gli parlava del papato, esagerava la sua inabilità: e quando pure per miracolo ciò avvenisse, gli scappava detto di non poter senza buoni coadiutori portare quel peso. In una parola, si crederono i cardinali di avere eletto un papa mansuetissimo, un papa decrepito, fatto per lasciarsi menar pel naso; e trovarono tutto il rovescio. Nè tardarono ad avvedersene, perchè, appena chiariti i voti, e confermata l'elezion sua, gittò via il bastoncello, su cui si appoggiava, e si alzò ritto; laddove dianzi camminava gobbo e con gli occhi bassi a terra: avendo poi egli detto scherzando, oppure avendo taluno detto per lui, che dianzi cercava col volto chino le chiavi della terra, ed ora col volto alto le chiavi da aprire il cielo. Per la sua coronazione dipoi salì molto snello a cavallo, guardandosi l'un l'altro storditi i cardinali.

Pontefice pieno di buon cuore, spirante solo clemenza era stato il predecessore Gregorio. Desideroso di farsi amare da tutti, e specialmente dal popolo romano, difficilmente eleggeva le vie del rigore; e forse tanta benignità gli venne attribuita a difetto. Era perciò cresciuta la licenza e prepotenza in Roma; abbondavano e crescevano dappertutto i banditi, gli sgherri, i sicarii; e per quanto il buon papa Gregorio, che non era già un uomo indolente e dimentico del dovere principesco, si adoperasse per metter freno a questi disordini, anzi per estirparli, non gli venne mai fatto, perchè sempre voleva accordar la clemenza colla giustizia. Venne Sisto V di massime ben diverse provveduto, voglioso di acquistarsi gran nome coll'uso della sola giustizia, e col far tacere la clemenza, quasi virtù fomentatrice dei cattivi. Rigido ed inesorabile si diede tosto ad esercitar la suddetta giustizia, e fu creduto fino all'eccesso. Non volle che si aprissero le carceri com'era il solito, per la sua coronazione, con dire che assai malvagi vi erano senza bisogno di accrescerli. E mentre la città si trovava in quell'allegria fece giustiziar quattro rei, senza voler far grazia agli ambasciatori giapponesi, mossi dai parenti a dimandarla. Da lì a due giorni fece tagliar la testa ad un nobile spoletano per aver messa mano alla spada contro un suo nemico: il che era vietato dalle leggi. Non so io se sia diverso da questo il caso di un giovanetto fiorentino preso in quel tempo per aver fatta una semplice resistenza ai birri, che pur s'erano ingannati in prendere lui per un altro, e che fu impiccato: il che per la compassione diede molto di che dire a tutta Roma, e sparse il terrore anche fuor d'essa. Quanto ai suddetti Giapponesi, il pontefice compartì loro ogni possibile onore nella sua coronazione, li tenne seco a pranzo nella sua vigna, li creò cavalieri, e regalatili dipoi di mille doble e di altre cose preziose, e specialmente di due o tre spade gioiellate per li principi loro, li licenziò. Se n'andarono caricati d'altri doni dai cardinali Farnese, d'Este, Medici, Alessandrino e San Sisto; e condotti a Venezia, con gran magnificenza furono ivi accolti, siccome per le altre città, dove passarono, finchè imbarcati a Genova s'inviarono verso le loro tanto lontane contrade. Giunti colà, trovarono già dato principio a una crudelissima persecuzione contra i cristiani, della quale altro a me non occorre di dire. Pubblicò il novello papa un giubileo per implorar da Dio assistenza al suo governo; e credasi ch'egli fosse il primo a conceder esso giubileo fuori degli anni santi. Per ordine suo sei delle principali strade di Roma lunghissime furono in quest'anno o aperte o continuate, e tutte selciate pel comodo e divozione de' Romani. Con suo danaro ancor provvide una comodissima casa al monte della pietà. La strologia giudicaria al dispetto di tante proibizioni seguitava a far delle gran faccende. Fulminò Sisto una terribil bolla contra da' suoi professori e libri. Ma di quest'arte vanissima si può ben desiderare, ma non è da sperare la total rovina, come fin dei suoi tempi Tacito osservò, perchè pur troppo non mancano stolti ed ignoranti che le dan fede, massimamente fuori d'Italia.

Già dicemmo conchiuse le nozze tra l'infanta donna Caterina, figlia di Filippo II, re di Spagna, e Carlo Emmanuele duca di Savoia. Verso il fine di gennaio dell'anno presente s'imbarcò questo principe, accompagnato da copiosa nobiltà tutta in gala per, passare in Ispagna. Trovò il re con tutta la real corte a Saragozza, e quivi nel dì 25 di marzo con grandiosa solennità seguì il suo sposalizio, condecorato dipoi da varie feste e tornei, ed altri sontuosi divertimenti. Vennero poi per mare i due nobilissimi sposi a Savona, e di là proseguendo il viaggio, nel dì 10 d'agosto fecero l'entrata in Torino, dove per molti giorni durò la pompa e l'allegria degli spettacoli. Nel dì 30 di luglio terminò i suoi giorni Niccolò da Ponte doge di Venezia, e nel dì 18 d'agosto ebbe per successore Pasquale Cigogna. Da un fierissimo tumulto della plebe restò nel maggio di quest'anno gravemente sconcertata la città di Napoli. Per la carestia di grano, che si pativa in Ispagna, aveva il re Filippo fatto venir colà dal regno di Napoli buona quantità del grano soprabbondante. Si prevalsero di questa occasione i mercatanti e i contrabbandieri, conoscendo il guadagno, per inviarne dell'altro in gran copia; talmente che, venuto il mese di maggio, assaissimo se ne scarseggiò in Napoli, e si alterò forte il prezzo del pane. Le grida di quel facilmente turbolento popolaccio andarono a finire in una universale sollevazione, per cui Gian-Vincenzo Starace eletto del popolo fu dall'inferocita plebe messo in brani, e strascinato per la città, e dato il sacco alla sua casa. Fu assai, che quivi terminasse la foga del matto popolo. Il duca d'Ossuna, allora vicerè, biasimo riportò pel suo soverchio timore, essendosi creduto che avrebbe sulle prime potuto colla forza reprimere quella canaglia. Maggiormente ancora fu di poi biasimato, perchè, tornata la quiete, fece segretamente in più notti carcerare cinquecento di coloro, e formar rigorosi processi, in vigor de' quali tolta fu a molti la vita, ed assai più furono tormentati e mandati in galera. Sarebbe anche proceduta più oltre quella crudel giustizia, se gli amatori della patria non avessero impetrato dal re Filippo un generale indulto e perdono. Fin qui nella cittadella di Piacenza avea il re Cattolico tenuta sua guarnigione, aggravio sommamente molesto al duca Ottavio Farnese, cui non pareva mai di essere stabile padrone della città finchè durava quel giogo. Dopo aver tanto pazientato, prese la risoluzione in questo anno di spedire alla corte Cattolica il conte Pomponio Torello a chiederne la restituzione, saggiamente avvisando, essere questo il tempo più opportuno, stante il merito grande che s'era acquistato il principe Alessandro suo figlio presso il re Cattolico con tante sue prodezze in Fiandra in servigio della corona di Spagna. Si trovò l'animo del re disposto alla gratitudine, ma avrebbe voluto far passare per una grazia compartita ad esso principe la cessione di quella fortezza: al che il principe modestamente ripugnava, non già che negasse di riconoscere quella per una grazia, ma perchè desiderava che fosse dichiarata la restituzione per fatta, ed anche dovuta per giustizia al duca Ottavio suo padre. Temperamenti si trovarono in quel maneggio, e però il re accordò la cessione con varie condizioni, e sopra tutto con salvare le ragioni sue e dell'imperio sopra quello Stato. Gli atti segreti, e non pubblicati allora per non irritare il romano pontefice, son venuti alla luce in questi ultimi tempi nell'Apologia del senatore Cola, per le controversie di Parma e Piacenza.

Fin qui successione non si vedeva di Arrigo III re di Francia, ed apparenza nè pur v'era di vederne. Però mancando egli senza maschi, secondo le leggi e la consuetudine di quel regno, avrebbe dovuto succedere Arrigo re di Navarra, come il più prossimo: il che cagionava orrore ai buoni cattolici per la manifesta professione ch'egli faceva del calvinismo. Da questo pericolo commossi i principi di Guisa, il cardinal di Borbone ed assaissimi altri maggiorenti, formarono una lega in difesa della religion cattolica, senza consenso del re, anzi con far apparire non lieve diffidenza di lui; sebben poi indussero ancor lui ad approvarla e ad entrarvi. Teneva mano ad essa lega il pontefice Sisto per puro zelo di conservar la religione, il re Filippo ed altri per lo stesso motivo, ma con altre segrete intenzioni politiche, per far cadere quella corona in alcun principe cattolico, ad esclusione del re di Navarra e di Arrigo principe di Condè eretici. Aveano i confederati fatta istanza a Gregorio XIII perchè o scomunicasse o dichiarasse decaduti que' due principi da ogni loro diritto; ma il prudente pontefice andava temporeggiando per isperanza di guadagnarli colle buone. Mancato lui, il fervido papa Sisto nel settembre di questo anno fulminò contra di loro tutte le maggiori censure: il che vie più servì a riaccendere in Francia il fuoco delle guerre civili, nè a quella sua bolla fu permesso di essere pubblicamente promulgata in quel regno. Continuava intanto l'assedio della insigne città d'Anversa, già formato dal prode principe di Parma Alessandro, e già s'era perfezionato il mirabile ponte lungo circa due miglia sopra la Schelda; con che restava precluso ogni adito ai soccorsi per quella città. In questo mentre, vinta dalla fame l'altra non men nobile ed importante di Brusselles, capitolò la resa, con rimettersi ivi la religion cattolica. Da lì ad un mese altrettanto fece la città di Nimega, principale della Gheldria, e poi quella di Malines. Gli sforzi fatti dal principe di Parma per sottomettere la città di Anversa, e quelli degli Anversani per la loro difesa, vivamente descritti dalla penna di Famiano Strada, del cardinal Bentivoglio, del Campana e di altri, formano un pezzo di storia di questi tempi sommamente curioso e dilettevole. A me basterà di dire che finalmente all'eroe Farnese, dopo una onesta capitolazione, riuscì nel dì 27 di agosto di entrare trionfante in quella splendida città, dove tornò a rifiorire la fede cattolica, e si rifabbricò la cittadella. Per sì fatte vittorie il nome e la gloria del Farnese era il principal ragionamento de' politici e de' curiosi dell'Europa. E in quelle imprese gran parte ancora ebbero i capitani e soldati italiani, che io per brevità tralascio. Per le osservazioni fatte da più d'uno, migliori soldati riescono gl'Italiani fuori che entro d'Italia: il che eziandio suol avvenire degli Spagnuoli. Qui non è il luogo di cercarne la ragione.

Anno di CRISTO MDLXXXVI. Indiz. XIV.

SISTO V papa 2. RODOLFO II imperadore 11.

Una delle principali applicazioni dell'animoso pontefice Sisto V fu nel precedente anno quella di schiantare la mala razza de' banditi e de' malviventi, che spezialmente passati dal regno di Napoli nello Stato ecclesiastico, ed attruppati infestavano non solamente le vie, ma le ville stesse, con rubamenti, stupri, incendii ed assassinii. Molte storielle si contavano allora delle lor crudeltà e furberie, e si spacciano anche oggidì per cose nuove dai cantambanchi. Pubblicò il papa una terribil bolla nel giorno primo di luglio d'esso anno contra di costoro e di chiunque desse loro favore o ricetto. Poscia mandò il cardinale Colonna in campagna di Roma, lo Spinola nel ducato di Spoleti, il Gesualdo nella Marca, il Salviati a Bologna e il Carcano in Romagna con titolo di legati, e con piena autorità e commissione di rigorosa giustizia, affinchè si rimettesse la pubblica quiete. Diedesi perciò allora principio alla caccia di coloro, proposti spezialmente premii a chi portasse le loro teste, e si continuò nell'anno presente: e quantunque molto si guadagnasse, perchè alcuni capi di gente sì malvagia uscirono dello Stato della Chiesa, e massimamente Curtieto e Marco Sciarra, due de' più rinomati assassini, ed altri furono uccisi in campagna, o presi e giustiziati; pure non si potè svellere talmente quella gramigna, che non ripullulasse di tanto in tanto, e molto più dopo la morte del papa. Fu nondimeno con tal rigore eseguita in alcuni luoghi la buona intenzione del pontefice, che si convertì in manifesta crudeltà, con essersi fatte pubblicamente morire madri, solamente per avere ricettati una sola notte in casa figli o altri stretti parenti, o per aver dato loro da mangiare. Ma quel che più di ogni altro caso fece strepito, fu la morte del conte Giovanni Pepoli, il quale, secondo l'attestato dello Spondano, del Cicarelli e di altri, per aver negato di consegnare alcuni banditi, ch'egli ricettava fuori dello Stato della Chiesa, fu fatto prendere in Bologna, e strangolare in prigione: il che non si può dire quanto terrore spargesse fra tutti i sudditi dello Stato ecclesiastico. Ma perciocchè potrebbe restar molto denigrata presso i posteri la memoria di questo nobil uomo, uno dei primarii, più ricchi e riguardevoli della città di Bologna, quasi ch'egli fosse stato uno scellerato fomentatore di sicarii e banditi, non avrà discaro il lettore d'intendere più precisamente lo stato della sua disavventura da Antonio Isnardi Ferrarese, contemporaneo, e non parziale. Così scrive egli nei suoi Annali manoscritti all'anno precedente: Circa il fine di agosto il papa fece strangolare il signor Giovanni de' Pepoli, ch'era prigione in Bologna, gentiluomo principale di quella città, e il primo del suo parentato, e padre dei poveri di essa città, che si figurava che desse ogni anno delle sue facoltà più di cinque mila scudi romani per elemosina. La cagione fu che sua santità lo imputò di aver fatto fuggire un capo di banditi ch'era prigione in un castello del detto signor Giovanni (cioè in Castiglione de' Gatti, feudo imperiale della nobil casa de' Pepoli), e gli era stato dimandato da sua santità, alla quale aveva risposto che il detto castello era giurisdizione dell'imperadore, e che senza licenza di sua maestà non lo daria. E mentre si maneggiava tal negozio, entrarono di notte genti nel detto castello, fecero prigione il commissario di quello, si fecero dar le chiavi della prigione, tolsero il prigione, e lo condussero via insieme col detto commissario, sino che furono fuori dello Stato della Chiesa, che poi liberarono il commissario. Fu pianto da tutti que' cittadini, e particolarmente dai poveri. Lascerò io che i lettori senza di me facciano qui le loro riflessioni, volendo io passare a raccontar cose allegre, e sicuramente gloriose al pontefice Sisto.

Dicemmo aver egli aver avuto un animo da re. Le sue grandi idee, e queste eseguite senza che mai lo spaventasse alcuna difficoltà, compruovano una tal verità. Aveano i suoi predecessori lasciato posare in terra lo smisurato Obelisco (guglia chiamato da' Romani) che antichissimamente Sesostri re d'Egitto dedicò al sole, che Caligola imperadore menò a Roma, ed alzò in onore di Augusto e Tiberio e che i Barbari (per quanto si credeva) gittarono poi per terra. O maniera di rialzarlo non si trovava, o la spesa atterriva, o nulla essi curavano questo mirabil pezzo della più remota antichità. Sisto il volle riporre nella piazza del Vaticano, ed ebbe in Domenico Fontana Comasco un insigne ingegnere, che nel presente anno con una maravigliosa macchina felicemente rialzò quella gran pietra. Applicossi ancora esso pontefice ad un acquedotto, che gareggiò coi più famosi degli antichi romani, lungo ben venti miglia, per cui trasse a Roma l'acqua ch'egli volle nominata Felice dal suo primiero nome della religion francescana. Terminò questa bella opera solamente nell'anno 1588. A comune benefizio ancora fece fabbricare una magnifica gualchiera per l'arte della lana presso la fontana dell'acqua Vergine, con promuovere anche in altre maniere il lanificio in quella città. Oltre a ciò, in capo alla piazza Giulia da un lato di ponte Sisto per ordine suo fu edificato un insigne spedale, capace di due mila poveri, con assegnargli una rendita annua di quindici mila scudi d'oro. Per maggior sicurezza dell'augusto tempio della beata Vergine di Loreto, e degli abitanti di quella terra, cingere fece di mura Loreto, e dichiarollo città, con dargli anche un proprio vescovo. Fu poi unita quella chiesa colle altre di Macerata e di Tolentino. Creò eziandio città, ed onorò del vescovato San Severino e Montalto sua patria. Inoltre pubblicò una bellissima prammatica e riforma delle vesti, delle doti, degli ornamenti, dei conviti, in una parola del lusso di Roma: medicina, di cui abbisognano, ma non sanno valersi anche i tempi nostri ed altre città. Dimorava con tutta quiete nei suoi Stati di Abruzzo _Margherita d'Austri_a duchessa di Parma, con godere nondimeno per lo più della buon'aria della ricca e deliziosa città dell'Aquila, quando nel febbraio del presente anno venne la morte a privar di lei la terra; principessa che colla sua mirabil saviezza e pietà compensò i difetti della nascita, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria. Le tenne dietro nel viaggio della eternità a' dì 18 del susseguente settembre il duca Ottavio Farnese suo consorte, che nei verdi anni si acquistò nome di valoroso capitano, e nei maturi di principe savissimo, giusto e pieno di clemenza. Al senno suo dovette la casa Farnese il vero suo stabilimento, e in somma sua gloria tornò l'aver egli prodotto Alessandro Farnese suo primogenito, generale d'armate, che si potè uguagliare ai più celebri dell'antichità. Il conte Loschi ed altri, che riferirono la morte del duca Ottavio all'anno seguente o ad altri anni, mancarono di buone notizie.

Restò dunque, colla morte del genitore, Alessandro Farnese duca di Parma e Piacenza, e di tale occasione si servì egli per chiedere congedo al re Cattolico, a fin di accudire al governo de' proprii Stati, e alla cura de' suoi piccioli figliuoli; ma nol potè ottenere. Le imprese di questo principe ne' Paesi Bassi e nell'elettorato di Colonia durante il presente anno ancora furono memorabili. Espugnò Grave e Venlò in Fiandra; ricuperò la città di Nuis occupata dai calvinisti, dove rimase tagliata a pezzi quella guarnigione, e la città saccheggiata, e dipoi quasi annientata da un fierissimo incendio, di cui non si seppe l'autore. Con tutto che la regina d'Inghilterra Elisabetta avesse presa la protezion de' Fiamminghi eretici, e spedito in lor soccorso il conte di Lincestre con buoni rinforzi e con titolo di governatore delle Provincie Unite; pure il Farnese frastornò col suo valore tutte le di lui misure; laonde fu egli richiamato in Inghilterra. Continuarono similmente in Francia le guerre tra i cattolici e gli ugonotti, comparendo sempre il re ben animato per li primi; ed egli in questo anno ancora pubblicò un grave editto contra de' secondi. E perciocchè i principi protestanti della Germania s'interessarono nella protezion d'essi eretici, e gli spedirono ambasciatori per questo, egli fece loro conoscere la costanza sua in sostener la religione de' suoi maggiori coll'onore della sua corona, e li rimandò mal soddisfatti.

Anno di CRISTO MDLXXXVII. Indiz. XV.

SISTO V papa 3. RODOLFO II imperadore 12.

Anno fu questo di grave carestia per molte parti d'Italia, e massimamente in Roma; ma il provvido governo di papa Sisto sovvenne alla necessità de' suoi popoli senza risparmiare spesa e diligenza alcuna in pro di essi. E per provvedere ancora al bisogno dei tempi avvenire in aiuto della povertà, assegnò nell'anno seguente un capitale di ducento mila scudi romani, coi quali si fondasse una frumentaria: degno pensiero di chi è ottimo principe, e attende al bene de' sudditi suoi; se non che provvisioni tali non sogliono avere lunga vita. A Carlo Emmanuele duca di Savoia era nato nel precedente anno a dì 3 di aprile il suo primogenito. Volle egli nel presente solennizzarne il suo battesimo, e padrini furono il cardinal Sfondrato pel papa, madama di Carnevaletto per Caterina regina di Francia, Gianandrea Doria pel principe di Spagna, la marchesa di Garres per_ l'infanta di Spagna, Agostino Nani_ per la_ repubblica di Venezia, il vescovo di Malta_ pel gran maestro de' cavalieri. Giostre, tornei, macchine di fuochi artificiali, ed altri magnifici divertimenti furono dati in Torino a sì nobil brigata, e nel dì 12 di maggio seguì la festosa funzione del battesimo. Fu posto all'infante il nome di Filippo Emmanuele; ma questo principe premorì al padre nel 1605, con restare la primogenitura a Vittorio Amedeo, principe nato in mezzo alle suddette allegrezze nel dì 9 dello stesso mese di maggio. Rapì la morte in quest'anno a dì 13 d'agosto, dopo breve infermità di renella, Guglielmo Gonzaga duca di Mantova, mentre si trovava in Bozzolo, a cui succedette don Vincenzo unico suo figlio maschio. Mandò egli a prendere a Mantova venticinque mila scudi per distribuirli prima di morire a' suoi servidori, affinchè non avessero a litigar coll'erede. Non giunsero questi a tempo; con tutto ciò il nuovo duca Vincenzo fedelmente eseguì la mente del padre, ed altri atti di liberalità esercitò verso de' suoi popoli. Terminò del pari la carriera del suo vivere in età solamente di circa quarantasette anni Francesco gran duca di Toscana di una infermità creduta non pericolosa, nel dì 19 di ottobre alle ore cinque di notte. Nel giorno seguente, quindici ore dopo la morte del marito, mancò di vita anche la gran duchessa Bianca Cappello. Molte furono le dicerie per questo avvenimento funesto. Per attestato del vivente allora Traiano Boccalino, molti credettero ch'esso gran duca Francesco svaghito d'essa Bianca, per cieca passione da lui già sposata, si perdesse poscia in altri amori, e che la gran duchessa, donna di altero spirito, per vendetta gli desse il veleno; ma che, scoperto il delitto, anch'ella per la stessa via fosse fatta morire. Diversamente altri pensarono, credendo che il cardinal Ferdinando, fratello d'esso gran duca, non avesse mai potuto digerire quel matrimonio. Ma quanto è facile al popolo il voler entrare nei segreti laberinti dei principi, altrettanto facile è in casi tali l'ingannarsi. Comunque ciò fosse, non avendo esso gran duca lasciata prole maschile legittima, prese tosto le redini del governo il suddetto cardinal Ferdinando, principe più provveduto di senno e di altre virtù, che il defunto fratello, il quale non tardò a farsi riconoscere per padrone; perciocchè, avendo mostrato il castellano di Livorno alquanto di renitenza a consegnare quella fortezza ad un gentiluomo da lui inviato colà col contrassegno, il fece impiccare. Per altro restarono due figlie di esso principe, l'una Leonora che vedemmo maritata col suddetto don Vincenzo duca di Mantova, e Maria, che a suo tempo vedremo regina di Francia. Amendue erano nate dalla sua prima moglie Giovanna d'Austria. Nè si dee tacere che nel dì 13 dicembre un gran temporale succeduto a Napoli conquassò molti legni in quel molo, con perdita di non pochi uomini; e un folgore, figlio della terra o delle nuvole, accese il fuoco nel maschio di Sant'Ermo, dove era la polve da artiglieria, e lo fece saltare con tal forza, che rovesciò tutte le fabbriche circonvicine, ed uccise più di cento e cinquanta persone. Notabile offesa anche ne riceverono le chiese e case poste alle falde di quel monte. Crebbe in quest'anno smisuratamente la febbre della Francia, e fu soggetta a varii pessimi parossismi. Non comporta l'istituto mio ch'io prenda a descrivere quelle fiere civili discordie. Solamente accennerò che Arrigo re di Navarra, il Condè e gli altri ugonotti tirarono dei possenti aiuti dalla Germania protestante; e che, all'incontro, la lega appellata santa di Carlo cardinal di Borbone, del duca di Lorena, dei principi di Guisa e del maresciallo di Birone, fece dei copiosi armamenti dal canto suo, favorita in questi tempi dal re Arrigo III. Venne il cattolico duca di Gioiosa a battaglia nel dì 10 di ottobre col re di Navarra; lasciò egli la vita sul campo, e l'esercito suo andò tutto in isconfitta. Ma in breve si rifece quel danno, essendo riuscito al duca di Guisa e agli altri principi della lega di disfare l'esercito tedesco e svizzero guidato dal duca di Buglione, che marciava per unirsi al re di Navarra. Impadronissi in quest'anno in Fiandra il valoroso duca Alessandro Farnese di Deventer, città di molta importanza per essere capo della provincia di Overissel. Memorabile dipoi fu l'assedio da lui posto all'Esclusa, che immense fatiche costò, ma in fine obbligò quel presidio alla resa. L'anno fu poi questo in cui Elisabetta regina eretica d'Inghilterra con eterna sua infamia condannò alla morte Maria regina cattolica di Scozia non suddita sua, dopo la prigionia di moltissimi anni. Fu ella e prima e dipoi oppressa da infinite calunnie dei suoi nemici, per tentar pure di giustificar l'atto barbaro e tirannico d'Elisabetta, riprovato da chiunque portava il titolo di principe. Un'ammirabil costanza mostrò fino agli ultimi momenti di sua vita la povera regina, e al suo funerale pagarono un tributo di lagrime tutti i cattolici. Restò di essa un figlio, re di Scozia, cioè Giacomo, che giunse poi ad essere anche re d'Inghilterra, ma senza conservar la religione dei suoi maggiori: cosa che principalmente fece a lui raccomandare prima di morire la sfortunata sua madre. Di quella lagrimevol tragedia a me non convien dirne di più. Certo è che il pontefice Sisto non si potea dar pace per tanta barbarie; e però, oltre all'aver confermate, per quanto potè, ed accresciute le inutili censure contro quella inumana principessa, segretamente ancora e con promesse di aiuti commosse Filippo re di Spagna a fare un maraviglioso preparamento d'armi a danni della medesima, giacchè ella continuamente infieriva contro i cattolici, ed anche nell'anno presente sostenne colle sue armi i ribelli eretici dei Paesi Bassi contra dello stesso re Cattolico. Finalmente fra tante altre grandiose cose che tutto dì andava meditando ed eseguendo in bene del pubblico o in ornamento di Roma esso magnanimo papa Sisto, si dee annoverare in quest'anno l'istituzione da lui fatta in Roma di quattordici congregazioni di cardinali, coll'aver confermata nello stesso tempo quella dell'inquisizione. In esse compartì egli tutte le varie materie spettanti non meno alla religione che al governo civile, acciocchè tutto ivi fosse con ordine e nelle dovute forme esaminato, e riferito poscia ai sommi pontefici, dall'approvazion de' quali venissero sigillate le risoluzioni prese in cadauna di quelle assemblee. La bolla sua intorno a tali congregazioni fu pubblicata nel dì 22 di gennaio dell'anno presente. Fece egli parimente racconciare un antichissimo obelisco egiziano rotto in più pezzi, e dirizzarlo davanti alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma soprattutto glorioso fu il risarcimento della maravigliosa colonna istoriata che il senato e popolo romano dedicò a Traiano Augusto, e che papa Sisto nel dì 28 di novembre di quest'anno dedicò solennemente in onore di san Pietro principe degli Apostoli. L'iscrizione nondimeno parla dell'anno seguente.

Anno di CRISTO MDLXXXVIII. Indiz. I.

SISTO V papa 4. RODOLFO II imperadore 13.

Meritò somma lode in quest'anno la costituzione di papa Sisto emanata nel dì primo di agosto, in cui ordinò che per tutte le città e terre dello Stato ecclesiastico, a riserva di Bologna, si formasse un pubblico archivio, dove si avessero a registrare e conservare tutti gli atti dei pubblici notai: il che di quanto bisogno ed utile sia a cadaun paese, la pratica lo fa tutto dì conoscere. Biasimevol negligenza dee ben dirsi quella di quei paesi, dove si pensa a vivere solamente il dì presente, senza curarsi punto dell'avvenire. Compiè ancora l'indefesso papa una grande idea cominciata già negli anni addietro. Cioè, considerando i bisogni, ai quali potrebbe essere un dì esposto lo Stato ecclesiastico per le invasioni della potenza ottomana, ed anche dei principi cristiani, determinò di ragunare e mettere in serbo un tesoro, a cui si potesse ricorrere nella necessità per sua difesa. Aveva dunque nei passati anni messa in castello Sant'Angelo la somma di due milioni di scudi d'oro, e nel presente vi ripose tre altri simili milioni, obbligando poi con giuramento gli allora viventi ed anche i futuri porporati di non valersi di quel danaro, se non nei casi prescritti dalle bolle ch'egli intorno a ciò promulgò. Ma per mettere insieme tant'oro gli convenne imporre insolite gravezze a tutti i suoi sudditi, e tagliar l'unghie a diversi magistrati, e far altre riforme: il che non si potè eseguire senza gravi lamenti e grida dei popoli. Qual pro abbia poi fatto alla santa Sede quel tesoro, e in quale Stato esso di presente si truovi, non a me poco informato lo chiegga il curioso lettore, ma bensì a quei romani che san penetrare negli arcani di quella sacra corte. Bensì dirò io che i politici d'allora, al riflettere di quai magnifici disegni fosse capace la testa di papa Sisto, si figurarono fatta da lui sì gran massa di danaro per ricuperare il regno di Napoli, qualora fosse accaduta la morte di Filippo II, giacchè non meno nella bolla sua, che in alcuni motti a lui talvolta scappati di bocca, apparivano segni di una tal voglia: e tanto più perchè aveva fatto fabbricare ed armare dieci galee con imporre per la fabbrica di esse, e per la lor manutenzione in avvenire, un annuo taglione di sessantotto mila scudi a' sudditi suoi. Restavano intanto altri obelischi o, vogliam dire, guglie, già nobili ornamenti di Roma antica, stesi a terra, che sembravano raccomandarsi al regio animo del pontefice Sisto per essere rimessi nel pristino loro decoro. Fra gli altri uno ve ne era di smisurata grandezza, più di due mila anni prima dedicato dai re di Egitto al sole, e pieno di gieroglifici egiziani, che poi diedero campo all'ingegnoso padre Atanasio Kirchero di produrre sì bei sogni. Fu questo levato da Costantino Magno dal suo sito e trasportato pel Nilo ad Alessandria, con disegno di trarlo alla sua nuova Roma, cioè a Costantinopoli. Fecelo poi l'imperador Costanzo suo figlio condurre a Roma vera con una mirabil nave, mossa da trecento remiganti, ed alzarlo nel circo massimo. Da più secoli atterrato o dai Barbari, o da tremuoti, giacque quel nobilissimo monumento rotto in tre pezzi, e in parte seppellito nelle rovine d'esso circo: quando l'animoso Sisto fece maestrevolmente acconciarlo, e trasferirlo nella piazza lateranense, dove alzato tuttavia si ammira. Oltre a ciò trovandosi la biblioteca vaticana, dove si conserva un immenso tesoro di libri scritti a penna, mirabilmente accresciuto anche dai pontefici de' nostri tempi, in un sito basso, scuro e poco salutevole, Sisto fece fabbricar per essa un nobilissimo edificio nuovo con assaissime pitture, che restò compiuto nell'anno presente. Appresso alla stessa biblioteca in Belvedere istituì lo stesso pontefice una insigne stamperia con caratteri ebraici, greci, latini e di altre lingue orientali, affinchè spezialmente vi si stampassero le opere de' santi padri.

Gran pascolo ebbero in quest'anno i curiosi cacciatori degli avvenimenti del mondo. Imperciocchè Filippo II re di Spagna da gran tempo faceva una stupenda raunanza di armati e di vele, senza sapersi dove tendessero le mire sue. Sospettavano i più ch'egli la volesse contro l'Olanda; ma venne a scoprirsi che i disegni suoi erano contro Elisabetta regina d'Inghilterra, siccome quella che fin qui aveva dato gran braccio agli eretici ribelli nei Paesi Bassi, e già appariva che senza depressione di lei non si potea sperare di calmar giammai quella ribellione. Non ha mai veduto la Spagna un sì grandioso apparato di flotta navale, come fu questo, contandosi in esso cento trentacinque legni grossi tra galee, galeazze e vascelli tondi, allora chiamati galeoni, oltre ad altri minori e navi da carico, con immensa quantità di artiglierie, attrecci militari e munizioni, dove s'imbarcarono circa venti mila bravi combattenti. Immense spese costò un sì poderoso armamento. Aveva nello stesso tempo ricevuto ordine il duca Alessandro Farnese di allestire in Fiandra un'oste poderosa con legni da trasporto per traghettarla in Inghilterra al primo avviso che vi fosse approdata la flotta di Spagna. Cinque mila fanti trasse egli da Milano, quattro altri mila da Napoli, ed altri dalla Borgogna e Germania, oltre ai venturieri che da tutte le parti comparvero al servigio di sì rinomato principe. Si trovò il Farnese avere un esercito di circa quaranta mila fanti e di quasi tre mila cavalli. Il pontefice Sisto aveva anch'egli promesso di concorrere a quella grande impresa con un milione di scudi, ma non prima che gli Spagnuoli avessero posto piede in Inghilterra. Sospettando intanto di questo minaccioso turbine la regina inglese, non lasciò di ben premunirsi colle forze del regno, e coll'implorar soccorso dagli amici. Mise insieme anche ella una copiosa flotta di vascelli, creandone ammiraglio milord Carlo Howard, e viceammiraglio il corsaro Francesco Drago, famoso per tante percosse date in America ed altrove agli Spagnuoli. Fu creduto che ella assoldasse quaranta mila fanti, e poco inferior numero di cavalleria.

Nel mese di giugno fece vela la formidabil flotta di Spagna comandata dal duca di Medina Sidonia poco sperto nei combattenti navali, ma con cattivo augurio, perchè dissipata in breve da una fiera burrasca. Si raccolse essa in fine alla Corogna, e di là poi continuò il viaggio alla volta d'Inghilterra, finchè arrivò a vista della nemica armata navale. Si aspettavano tutti che si venisse a un terribil fatto d'armi, e tale era il consiglio de' capitani; ma il duca non poteva darla se non quando il consiglio di Spagna l'ordinava, o quando la collera altrui o la sua il levava dall'indifferenza. Intanto voltò egli le prode, con tempestare intanto il duca di Parma che uscisse in mare colle sue navi da trasporto, ma senza poterlo egli fare per varii riflessi, e spezialmente per non esporre navi disarmate alle artiglierie nemiche. Furono prese dal Drago alcune navi spagnuole sbandate: quand'ecco, mentre la flotta ispana solamente pensava a ritirarsi per non combattere co' nemici, vien forzata a combattere con una spietata tempesta di mare che all'improvviso si sollevò. Restò essa tutta spinta qua e là, parte in Iscozia ed Irlanda, e parte verso altre contrade. Molte di quelle navi rimasero ingoiate dall'infuriato elemento, altre caddero in mano degl'Inglesi; quelle infine che si ridussero salve in Ispagna, si videro tutte malconcie e sdruscite. Secondo gli scrittori spagnuoli, vi perirono solamente trentadue legni da guerra, oltre a quei da carico, e circa dieci mila soldati. Dai nemici si fece ascendere la perdita di essi Spagnuoli oltre a venti mila uomini e ad ottanta navi. Quel che è certo, inesplicabile fu il danno degli Spagnuoli, e in quella fortuna di mare naufragò ogni speranza di rintuzzar l'orgoglio della regina inglese e di saldar le piaghe dei popoli fiamminghi. Ma se grande, anzi massima fu quella disavventura, più grande ancora, per attestato d'ognuno, si trovò l'animo e il coraggio del re Filippo II, che niun segno di perturbazione mostrò, e placido come prima fece conoscere che il suo coraggio era superiore ad ogni scossa dell'avversa fortuna. Il suo sdegno nondimeno contro il Medina Sidonia non tardò a farsi conoscere; nè mancarono dicerie ed accuse contra di Alessandro Farnese, quasi che potendo non avesse voluto accorrere in soccorso dell'altro. Alcune imprese fece nel resto di quest'anno esso duca Alessandro; ma io mi dispenso dal raccontarle. Non vo' già tacere, aver molti creduto invenzione di questi ultimi tempi l'uso delle bombe, quando c'insegna Famiano Strada, che, inventate esse da un Italiano, oppure da altro ingegnere di Ventò con poca diversità dalle moderne, furono in quest'anno adoperate nell'assedio di Vactendon picciola fortezza della Gheldria, e molto cooperarono per costringerla alla resa.

Non minore strepito fece parimente nell'anno presente una scena succeduta in Francia, che esigerebbe molte parole, ma che io in poche spedirò. Mal soddisfatto era il re Arrigo III del duca di Guisa e de' suoi seguaci cattolici confederati, perchè la potenza d'essi faceva troppo ombra alla regal sua autorità. Furono a lui insinuati sospetti che il duca amoreggiasse la corona di Francia, senza neppure aspettarla dopo la morte sua. Furono infatti proposte da essi confederati al re alcune dure condizioni, e il Guisa volle venire a Parigi, con tutto che il re glie lo avesse vietato. Tanto più crebbe allora il sospetto e la paura di esso monarca; ed essendosi egli voluto premunire coll'introdurre in Parigi alcune compagnie di Svizzeri e Franzesi, ecco, nel dì 12 di maggio, appellato il dì delle Barricade, il cattolico popolo parigino, affezionato ai principi di Guisa, prender l'armi contro quella guarnigione: per la qual ribellione il re non si giudicando sicuro, si ritirò a Sciartres. Furono poi fatti dei gran maneggi per la concordia, e il re finalmente ricevette in grazia il duca di Guisa e tutti i suoi aderenti, anzi li colmò di onori, ma covando nell'animo un dispetto ed odio implacabile contra di loro. Non passò quest'anno senza farlo conoscere; imperciocchè nel dì 23 di dicembre, chiamato il duca nella camera del re, fu dalle guardie trucidato. Preso anche il cardinale di Guisa suo fratello, da lì a poco restò privato di vita. Vidersi inoltre imprigionati il cardinal di Borbone, l'arcivescovo di Lione, i _duchi di Nemours _ e d'Elboeuf con altri: dopo di che Arrigo tutto glorioso proruppe in queste parole: Ora sì ch'io son re. Intanto il duca di Nemours fuggito di prigione, Carlo di Lorena duca d'Umala, il popolo di Parigi e gli altri cattolici più che mai rinforzarono la ribellione, declamando da per tutto contro il re, massimamente per la morte inferita alla sacra persona del cardinal di Guisa, e per la prigionia dell'altro di Borbone. Però in somma confusione restò quel regno, e grandi risentimenti ne fece la corte di Roma.

Fu detto che, preso il segretario del duca di Guisa, con tutte le scritture, si venisse a scoprire l'intelligenza che passava ai danni del re fra Filippo re di Spagna, Carlo Emmanuele duca di Savoia e il duca di Guisa. Può dubitarsi che fossero pretesti inventati per far comparire giusta la risoluzione presa dal re. Per altro, esso duca di Savoia si servì in questi tempi degli sconcerti della Francia in suo vantaggio. Possedeva da molti anni la corona di Francia il marchesato di Saluzzo in Italia, decaduto per la linea finita di que' marchesi. Sopra quello Stato avea la casa di Savoia delle giuste pretensioni, ma inutili fin qui per la troppo superior potenza della Francia. Accadde che il duca di Lesdiguieres, generale dell'eretico re di Navarra, possedendo le migliori fortezze del Delfinato, minacciava quel marchesato, e prese ancora Castel Delfino. Allora il duca, siccome quegli a cui premeva che l'eresia non penetrasse in Italia, e che i nemici del re di Francia non s'impadronissero di Saluzzo, giudicò meglio di prevenirli con impossessarsene egli. Adunque sul fin di settembre uscito in campagna prese Carmagnola, dove trovò circa quattrocento cannoni (se pur si può credere) e dei grossi magazzini di ogni sorta di provvisione. Poscia aiutato anche dal governatore di Milano, soggiogò Cental e Revel, entrò in Saluzzo, ripigliò Castel Delfino: in una parola, tutto quel marchesato venne alle sue mani. Ebbe un bel dire il duca Carlo Emmanuele: il re di Francia restò mal soddisfatto di quella occupazione, commosse i Genevrini e gli Svizzeri contra di lui, e di là da' monti si diede principio ad una molto pericolosa guerra: giacchè spedito dal re il signor di Pugnì al duca, nol potè muovere a rilasciar quel paese. Con queste sì fiere turbolenze di Stati terminò l'anno presente.

Anno di CRISTO MDLXXXIX. Indizione II.

SISTO V papa 5. RODOLFO II imperadore 14.

Neppure lasciò il pontefice Sisto quest'anno senza qualche magnifica impresa per sempre più abbellire la città di Roma. Restava tuttavia fra le rovine del circo massimo un altro nobilissimo obelisco egiziano, tutto tempestato di gieroglifici, rotto in più pezzi, già condotto a Roma da Cesare Augusto. Fattolo racconciare da periti maestri, volle Sisto che fosse rialzato davanti alla chiesa di Santa Maria del Popolo. Oltre a ciò, aggiunse ornamenti all'insigne colonna antonina istoriata, alla cui cima per una interna scala si sale, e solennemente la dedicò a san Paolo apostolo, ponendovi sopra l'immagine d'esso apostolo di bronzo. E perciocchè il porto di Cività Vecchia scarseggiava d'acque buone, provvide al bisogno di quel popolo e dei naviganti, con farne venir colà, mercè degli acquedotti fabbricati per sei miglia, dove portava il bisogno. Aveano tentato, e non senza frutto, gli antichi Romani e i succeduti imperadori di seccar le paludi pontine, acciocchè tante miglia di paese inondato dall'acque servissero da lì innanzi alla coltivazione, e cessassero ancora i danni dell'aria cattiva. Per le calamità de' secoli barbarici tornarono quelle paludi a ripigliare l'antico lor dominio in quelle campagne. Un bell'oggetto appunto all'animo grande di papa Sisto era il provvedere per sempre a quel disordine sì pernicioso al pubblico, e vi si applicò col suo solito ardore, facendo cavare una larga e lunghissima fossa, appellata anche oggidì il fiume di Sisto, con ispesa di ducento mila scudi, per cui si guadagnò un gran tratto di paese. Pensava egli di condurre questa fossa fino al mare, ma, rapito poi dalla morte, ne lasciò la cura ai suoi successori. Con ragione ancora si può dire ch'egli rinnovasse il palazzo Lateranense colla giunta di tante fabbriche, portici, sale e camere dipinte da valenti pittori, delle quali poi fece la solenne dedicazione a' dì 30 di maggio dell'anno presente. Erano sformate e quasi lacere le grandi statue dei due cavalli attribuite (benchè molto se ne dubiti) agli antichi eccellenti scultori Fidia e Prassitele. Il buon Sisto le rimise nell'antico loro decoro, e le fece collocare nella piazza del Quirinale. Al medesimo pontefice ancora si dee la fabbrica di un ponte dal suo nome chiamato Felice, posto sopra il Tevere ad Otricoli.

Ma in mezzo a queste bell'opere il cuor di papa Sisto era tormentato non poco per quanto era avvenuto in Francia nel precedente anno, parte pel timore che la religion cattolica ne patisse (timore maggiormente accresciuto nell'anno presente, in cui Arrigo III re si riconciliò ed unì coll'eretico Arrigo re di Navarra), e parte per l'enorme scandalo commesso da esso re di Francia colla morte data al cardinale di Guisa, e per la prigionia di quel di Borbone, e dell'arcivescovo di Lione. Dall'un canto non mancò Arrigo III d'inviare ambasciatori a Roma per giustificare o scusare l'operato da lui; ma dall'altro il buon pontefice veniva tutto dì pulsato dai ministri della lega, e incitato a procedere con forte braccio contra del re cui la Sorbona stessa avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto sopra la corona. Maraviglia fu che il focoso pontefice andasse barcheggiando un pezzo, finchè assicurato che un poderoso armamento si facea dagli eretici in Francia, e vedendo che, per quante istanze si fossero fatte, il re non s'induceva a rimettere in libertà il cardinal di Borbone e l'arcivescovo: finalmente nel dì 24 di maggio pubblicò un monitorio, in cui esortava, e poi comandava che il re nel termine di dieci giorni dopo la pubblicazione da farsi in Francia rilasciasse i suddetti carcerati, e dopo sessanta giorni comparisse egli in persona, o per procuratore, a rendere ragione della morte del cardinal di Guisa e della prigionia dell'altro: il che non facendo, incorresse nelle scomuniche. Intanto in Francia la regina Caterina de Medici madre del re, che prima della morte dei Guisi era stata presa da una lenta febbretta, tal affanno concepì per quella tragedia, che nel dì 5 di gennaio del presente anno terminò il suo vivere: principessa di grande ingegno, ma che presso alcuni scrittori franzesi vien dipinta come donna di grandi raggiri per mantener sempre sè stessa nell'autorità del comando; il che, secondo essi, tornò in non lieve pregiudizio del regno. Altri, per lo contrario, lasciarono un bell'elogio della sua pietà e saviezza, per cui spezialmente la corte di Francia fu non poco preservata dal libertinaggio, ch'era allora alla moda; e certamente ella sempre si dimostrò lancia e scudo al cattolicismo.

Dacchè il re Arrigo III, credendosi poco sicuro dalla parte della lega, si accordò col re di Navarra seguace del calvinismo, maggiormente s'irritarono contra di lui i cattolici, quasichè egli fosse per tradir la religione in cui era nato; e però scossero ogni riverenza verso di lui, trattandolo col solo nome di tiranno, e declamando fin dai pulpiti contra di lui. Questa universal detestazione quella verisimilmente fu che mosse Jacopo Clemente, giovinetto di ventitrè anni, già ammesso nell'ordine dei Predicatori, a voler liberare la Francia da questo principe con una troppo detestabile iniquità. Cioè, entrò in testa a questo fanatico giovane, che un bel sacrificio si farebbe a Dio, un gran vantaggio si recherebbe alla religion cattolica con togliere dal mondo, a spese anche della propria vita, Arrigo III, senza riflettere che la legge di Dio comanda l'ossequio nel governo civile al principe legittimo, ancorchè divenuto tiranno o eretico o infedele. Pertanto finse lettere, e mostrando di aver segreti di importanza da comunicare al re solo, ebbe maniera di farsi introdurre alla sua udienza nel dì primo di agosto. Mentre il re leggeva le lettere da lui portate, il diabolico giovane, cavato dalla manica un coltello avvelenato, gliel cacciò profondamente nella pancia. Gridò il re, e, preso lo stesso coltello, ferì Clemente sopra un occhio; ed accorse le guardie, con più colpi lo stesero morto a terra, senza che si potesse poi ricavare onde costui fosse stato spinto a sì enorme scelleratezza. Il re nel seguente giorno con sentimenti sempre cattolici di credenza, di pentimento dei suoi falli e di perdono agli altrui, spirò l'anima in età di trentanove anni, con rimanere estinta in lui la linea dei re di Francia della casa di Valois. Maggiormente crebbero per questa morte le turbolenze di quel regno. Fu il valoroso re di Navarra della linea di Borbone dai suoi parziali, come più prossimo al regno, proclamato re, e prese il nome di Arrigo IV, con giuramento di conservare la fede cattolica nel regno, ma rigettato a cagion della sua eresia dalla lega cattolica, la quale dichiarò re Carlo cardinal di Borbone, ancorchè tuttavia prigione. Diedesi quindi principio ad un'arrabbiata guerra fra esso Arrigo IV (che saccheggiò i borghi di Parigi con acquistar ancora varii luoghi) e la lega appellata santa, in favore di cui apertamente si dichiarò Filippo II re di Spagna, e si preparava anche a far molto il pontefice Sisto, se la morte non avesse troncati gli alti suoi disegni.

Non erano in questo tempo men grandi i pensieri di Carlo Emmanuele duca di Savoia, sì pei proprii vantaggi, che per secondar le massime del re Cattolico suocero suo, rivolte, non so se in sostanza, oppure in apparenza, a favor della Francia, per essere anch'egli stato uno de' pretendenti a quella corona. I Genevrini e i Bernesi aveano mossa guerra contra la Savoia; laonde il duca fece leva di genti in varie parti d'Italia, dichiarando, con permissione del duca di Ferrara, capitan generale delle sue armi Filippo d'Este marchese di San Martino, cognato suo. Ebbe ancora soccorsi di gente dallo Stato di Milano; e con queste forze ricuperò i luoghi a lui presi dagli eretici; indusse i Bernesi a far seco pace, e poi lasciò come bloccata Genevra. Avvenuta poi la morte di Arrigo III, avendo promosse le pretensioni sue sopra il regno di Francia, mosse guerra in Provenza, dove se gli diedero alcuni di quei popoli. Tentò anche il parlamento del Delfinato, ma non riportò se non buone parole. Aveva in questi tempi Ferdinando de Medici deposta la sacra porpora, ed assunto il titolo di gran duca di Toscana; però pensò all'accasamento suo. Fu da lui scelta per moglie Cristiana figlia di Carlo duca di Lorena, allevata fin dalla tenera età nella corte di Francia sotto la regina Caterina. Condotta per mare questa principessa, fece poi la solenne sua entrata in Firenze nel dì ultimo d'aprile: siccome esso gran duca Ferdinando era principe sommamente magnifico, e che si trattava alla reale, così celebrò con sontuose feste e divertimenti quelle nozze, alle quali intervennero il duca e la duchessa di Mantova, i cardinali Colonna vecchio, Gonzaga vecchio, Alessandrino e Gioiosa con don Cesare d'Este cognato d'esso gran duca. Papa Sisto anch'egli maritò in quest'anno due sue pronipoti, l'una con Virginio Orsino duca di Bracciano, l'altra col duca di Tagliacozzo e contestabile del regno, di casa Colonna, con dote per cadauna di cento mila scudi.

Anno di CRISTO MDXC. Indizione III.

URBANO VII papa 1. GREGORIO XIV papa 1. RODOLFO II imperadore 15.

Fu in quest'anno pubblicata la sacra Bibbia, che l'infaticabil papa Sisto, in esecuzione del prescritto dal concilio di Trento, avea fatto collazionare con gli antichi manoscritti, ed emendare. Ma perchè non riuscì perfetta quella fatica, nè assai corretta l'edizione, un'altra più esatta ne fece poi fare Clemente VIII. Ora, mentre si aggiravano in mente ad esso papa Sisto V imprese sempre nuove o in vantaggio della cristianità, o in utile dei suoi Stati, o in ornamento di Roma, ed impiegava anche moltissimi pensieri per le guerre civili che laceravano la Francia con gravissimo pericolo della religione, eccoti la morte bussare alla porta, e portarlo all'altra vita nel dì 27 di agosto dell'anno presente. Era egli nato nel dì 13 di dicembre del 1521. Dopo il già detto non ci sarebbe bisogno che io qui ricordassi qual fosse la grandezza dell'animo di questo pontefice, quale il suo zelo per la fede cattolica, quale la religiosità de' suoi costumi, e la sua moderazione verso i nipoti, i quali restarono ben ricchi, ma senza avere espilato l'erario di San Pietro. Niun più di lui seppe farla da principe; ma vi fu chi desiderò che meno lo facesse. Sotto di lui tutti tremavano: tanto era il rigore della sua giustizia, quasichè egli nulla curasse di farsi amare dai sudditi suoi. Dicono che anche oggidì si fa paura ai fanciulli col suo nome. La verità nondimeno è che a lui non mancò l'amore di molti, e massimamente dei saggi. Grandiose furono le di lui idee, nè io tutte le ho riferite, tutte nondimeno animosamente eseguite, ma comperate colle lagrime dei suoi popoli, per aver egli imposto di nuovo, come scrive il Cicarelli, più di trentacinque dazii e gabelle: ortiche, le quali, una volta nate, non si seccano mai più; e quelle anche rigidissimamente riscosse dai suoi commissarii. Venali ancora rendè molti uffizii: del che certo non riportò lode. A questo pontefice vivente avea il senato e popolo romano alzata una statua con bella iscrizione. Ma dacchè egli cessò di vivere, molti nobili, disgustati per la di lui asprezza, e per avere levato alcuni uffizii al senato romano; moltissimi ancora della plebe in vendetta delle gravezze imposte si sollevarono, e bene fu che s'interponessero dei saggi magnati: altrimenti su quella statua si sfogava la lor collera e vendetta. Quetossi il tumulto; con tutto ciò servì quest'esempio perchè i Romani formassero uno stabile decreto di non alzar più statue ad alcun pontefice vivente. Tempo in fatti pericoloso per l'adulazione è la vita de' principi; il giusto giudizio del merito delle persone si ha da aspettar dalla morte.

Ora entrati in conclave i porporati, nel dì 15 di settembre elessero con somma concordia papa il cardinale Giambatista Castagna nato in Roma da padre genovese nel 1521, e sempre in essa allevato, e considerato come Romano. Tali virtù e belle doti d'animo e d'ingegno, e spezialmente di amorevolezza, saviezza e sperienza degli affari del mondo, concorrevano in questo personaggio, che si può dire ch'egli entrò papa in conclave, c tale anche ne uscì. Lo stesso papa Sisto, che ben s'intendeva del valore delle persone, più d'una volta scherzando diede a conoscere di riguardar lui, come suo successore. Prese egli il nome di Urbano VII, ed era ben degno di lunga vita, perchè nulla a lui mancava di buono per fare un ottimo reggimento. Ordinò tosto che niuno de' parenti suoi prendesse altro maggior titolo di quel che aveano innanzi. Nè pur volle promuoverne alcuno ai supremi uffizii, dicendo esser meglio di valersi di altri, per potere, se fallassero, senza impedimento del naturale affetto, o rimuoverli o gastigarli. Fece subito descrivere tutti i poveri della città, con animo di esercitar verso di loro l'innata sua liberalità, di cui, appena creato papa, diede un bei saggio verso i cardinali poveri. Immantenente ancora ordinò la riforma della dateria e la continuazione delle fabbriche di papa Sisto, volendo che del medesimo quivi si ponessero l'armi, e non già le sue. Pensava eziandio a levar le gabelle poste da papa Sisto, a provvedere alla carestia allora corrente e ad altre lodevoli azioni. Ma che? nel secondo giorno del suo pontificato cominciò a sentirsi poco bene; sopraggiunse la febbre, e questa nel dì 27 di settembre, il rapì dalla presente vita con incredibil dispiacere del popolo romano, che per lui eletto somma allegrezza mostrò, per lui infermo offerì a Dio ferventi preghiere, e lui morto onorò col pianto quasi di ognuno.

Convenne dunque che il sacro collegio passare ad una nuova elezione, e questa cadde, dopo molte dispute pel concorso di altri degnissimi porporati, correndo il dì 5 di dicembre, nel cardinale Niccolò Sfondrati nobile milanese, chiamato il Cardinal di Cremona, perchè vescovo di quella città, e di famiglia anche oriunda di là. Suo padre fu Francesco già senatore di Milano, e dopo la morte di Anna Visconte sua moglie, pel suo sapere creato cardinale da Paolo III, vescovo fu anch'egli di Cremona. Era Niccolò suo figlio personaggio di maschia pietà, dottissimo, di costumi sempre incorrotti, di somma umiltà, e sì alieno dal desiderio della sacra tiara, che, trovandosi all'improvviso eletto papa, rivolto ai capi delle fazioni disse: Dio ve lo perdoni: che avete voi mai fatto? Prese il nome di Gregorio XIV. Perchè infermiccia era la sua sanità, e abbisognava di persona fedele a sostenere il gran peso a lui addossato, creò tosto cardinale Paolo suo nipote, figlio di suo fratello e di Sigismonda Estense, che riuscì un insigne porporato. Chi scrisse schiantata sotto Sisto V la razza de' banditi, volle piuttosto dire frenata la loro insolenza. Imperocchè buona parte d'essi si ritirò nei confini di Napoli e della Toscana, e un'altra continuò ad infestar la Romagna; nè tutti gli sforzi di quel sì temuto pontefice poterono apprestare una vera medicina al male. Crebbe poi questo dopo la morte di esso Sisto, e massimamente perchè Alfonso Piccolomini duca di Monte Marciano, caduto in disgrazia del gran duca Ferdinando, e con grossa taglia sulla sua testa perseguitato dappertutto, si fece capo di que' masnadieri in Romagna; ed arrivato a mettere insieme alquante squadre di cavalli, commettea frequenti assassinii. Altrettanto facea Marco Sciarra, altro capo di banditi e scellerati in Abbruzzo con iscorrere fino alle porte di Roma, bruciar casali, ed esigere contribuzioni. Unironsi poi insieme queste due esecrabili fazioni, ed aumentandosi di giorno in giorno la loro truppa, incredibili danni recavano, talmente che il terror di essi si stendeva ben lungi. Perchè il vicerè di Napoli spedì contra di loro circa quattro mila soldati, passarono tutti in Campagna di Roma sul principio di dicembre. Il gran duca inviò Camillo del Monte con ottocento fanti e ducento cavalli in traccia di costoro. Da Roma ancora andò Virginio Orsino con quattrocento cavalli. Fu assediato lo Sciarra coi suoi in un casale; sopraggiunse il Piccolomini con circa secento cavalli, e si venne a battaglia, in cui ben cento di quei malvagi uomini furono uccisi o presi. Contuttociò gli altri la notte ebbero la fortuna di mettersi in salvo. Oltre a questo flagello, un altro di lunga mano maggiore si provò ne' presenti tempi quasi per tutta l'Italia, e massimamente nello Stato della Chiesa, cioè la carestia, per cui la povera gente si ridusse a mangiar erbe, cioè a pascersi d'un cibo che solo basta a recar la morte agli uomini. Se a' tempi nostri o son rare le carestie, o ad esse si provvede, è proceduto questo dall'introduzione e dilatata coltura del grano turco, che melgone o frumentone vien chiamato in alcuni paesi, supplendo esso alla mancanza dei frumenti e di altri grani. Si applicò tosto il novello pontefice al soccorso de' suoi popoli, nè tralasciò diligenza e spesa per aiutarli.

Ma quello che maggiormente teneva in tempesta l'animo di esso papa Gregorio, era il lagrimevole stato della Francia, dove in quest'anno si fece guerra alla disperata fra Arrigo IV re, sostenuto principalmente dagli ugonotti, e la lega de' cattolici, capo di cui era il duca di Umena della casa di Guisa. Brevemente accennerò io che nel dì 14 di marzo fra i due nemici eserciti si venne ad una giornata campale presso d'Ivrì, in cui Arrigo principe di singolar valore, quantunque inferiore di forze, diede una gran rotta all'Umena con istrage di non poca della di lui fanteria, e colla presa delle bandiere, artiglierie e bagaglio. Se Arrigo era più sollecito a marciare alla volta di Parigi, fu creduto che quel popolo, trovandosi sprovveduto, avrebbe capitolata la resa. Allorchè v'andò, trovò fatti assaissimi preparamenti, e prese molte precauzioni; ciò non ostante, ne imprese l'assedio. La costanza de' Parigini nella difesa della città sotto il comando di Carlo duca di Nemours, e le calamità incredibili da loro sofferte per l'estrema penuria di vettovaglia, furono cose memorabili che empierebbono un lungo campo di storia. Nel qual tempo mancò di vita in prigione il cardinal Carlo di Borbone, vanamente proclamato re dai collegati cattolici, e il duca d'Umena altro ripiego non avea che di ricorrere con ispessi corrieri e fervorose preghiere al papa e al re Cattolico per ottenere soccorsi. Non potea certamente Parigi resistere più lungo tempo, dacchè il re Arrigo IV avea occupato qualunque sito all'intorno, per cui potessero penetrar viveri nella città. Ma vennero a tempo ordini del re Cattolico al duca Alessandro Farnese di passar colle sue forze di Fiandra in aiuto degli assediati parigini. Con dieci mila pedoni, tre mila cavalli ed accompagnamento di copiosa nobiltà fiamminga all'improvviso arrivò il generoso duca a Meau nel dì 21 di agosto, e si unì col duca d'Umena. Non potea durarla più di quattro giorni Parigi, quando cominciò ad avvicinarsi un sì potente soccorso; e perciocchè il re Arrigo, coll'aver divisa la sua armata intorno a quella città, a troppi pericoli restava esposto, nell'ultimo del mese suddetto giudicò miglior consiglio di levare il campo e ritirarsi. Esibì poscia al Farnese la battaglia, ma questi, che sapeva il suo mestiere, e si trovava inferiore di gente, con saggia risposta si sottrasse all'impegno. Succederono poi alcuni altri fatti di guerra, che non importa di qui riferire. Ritirossi intanto con parte dell'esercito il duca Alessandro Farnese, sempre inseguito dal re Arrigo, in Fiandra, per accudire ai bisogni di quel paese e prepararsi, occorrendo, a tornare in Francia l'anno seguente. In questi tempi ancora, sì per proprio interesse che per le premure del re Cattolico, Carlo Emmanuele duca di Savoia portò la guerra in Francia. Essendo stato invitato dai popoli della Provenza a prendere la lor protezione contra degli ugonotti, i quali sotto i signori di Lesdiguieres e della Valletta occupavano molti luoghi in essa Provenza, e particolarmente del Delfinato, s'impadronì di Barcelonetta, e di Frejus, di Antibo e d'altri luoghi. E tuttochè in qualche fazione ricevesse delle percosse dai nemici, e massimamente verso Ginevra, dove nello stesso tempo bolliva la guerra, pure nel dì 18 di novembre fece la magnifica sua entrata nella città di Aix capitale della Provenza, accolto con grandi feste e molte benedizioni da quel popolo, il che fatto, altri luoghi vennero alla di lui ubbidienza.

Anno di CRISTO MDXCI. Indizione IV.

INNOCENZO IX papa 1. RODOLFO II imperadore 16.

Più che mai e in maniera disusata si provarono nel verno e nei mesi susseguenti di quest'anno i terribili morsi della fame in Italia, ed anche fuori d'Italia, di maniera che non altro che pianti e grida s'udivano in ogni parte. I duchi di Firenze, Ferrara, Urbino ed altri principi, e spezialmente la saggia repubblica di Venezia, non perdonarono a spesa veruna per tirar grani da lontanissime contrade, a fin di soccorrere al bisogno de' loro popoli. Sopra tutto fu afflitta Roma da questo flagello per la sua gran popolazione, e certamente non mancò il buon papa Gregorio XIV di far quanto era in sua mano per rimediarvi, avendo impiegato almeno cento mila scudi d'oro per far venire frumenti stranieri, oltre alle pubbliche e private limosine che continuamente andò facendo ai poveri. I venti contrarii non lasciavano approdar le navi che conducevano quel soccorso. A questo malore s'aggiunse una perniciosa epidemia, probabilmente originata o dalla mancanza o dalla mala qualità dei cibi, per cui gran copia di gente sorpresa da deliquii, o da acute febbri, perì. E la mortalità fu sì grande in Abbruzzo, Marca, Umbria e Romagna, che per mancamento di chi lavorasse i terreni, la penuria continuò anche da lì innanzi. Per questo flagello, come raccontano il Ciaconio e il Cicarelli, mancarono di vita in Roma sessanta mila persone: il che quasi non par credibile. Medesimamente in quest'anno più che mai infierirono i banditi in Campagna di Roma e in Romagna. Per conto di questa ultima provincia, mosso dal pontefice, Alfonso duca di Ferrara seppe trovar la maniera di purgarla da quei tanti masnadieri, inviando il conte Enea Montecuccoli con assai squadre di cavalli e fanti, e certe carrette conducenti artiglierie colle loro troniere, le quali nello spazio di due mesi parte uccisero, parte dissiparono quella canaglia, di modo che rifiorì ivi la quiete, e si potè da lì innanzi portar l'oro in palma di mano per quei paesi. Nel Cesenatico restò anche preso Alfonso Piccolomini gran caporione di quelle masnade, e condotto a Firenze, quivi trovò quel fine che conveniva ai meriti suoi. Non passarono già con eguale felicità gli affari nei contorni di Roma, dove Marco Sciarra con grosse bande di quella mala razza, imponendo grosse taglie a quanti ricchi, ed anche vescovi, gli cadeano nelle mani, saccheggiando le terre, bruciando la biade mature, e commettendo altri mali, ogni dì più s'ingagliardiva. Per reprimere costui Onorato Gaetano duca di Sermoneta, Virginio Orsino, Carlo Spinello venuti con molte schiere da Napoli ed altri nobili baroni, uscirono in campagna, fecero varie zuffe; ma in fine, trovando poco onore e men profitto contra di tal gente brava e disperata, furono costretti a lasciare ad altri l'impresa.

Bastava lo zelo della religione, di cui sommamente era acceso papa Gregorio, perchè egli tutto s'interessasse nella difesa dei cattolici di Francia, ma vi s'aggiunsero le forti istanze di Filippo II re di Spagna, divenuto manifesto fautore dell'unione o sia lega chiamata santa, per motivo anch'egli di religione, tuttochè fosse creduto che altre ragioni di politica, e di profittare per sè in quelle turbolenze, si mischiassero in quel suo impegno. Pertanto il pontefice s'obbligò di pagare ogni mese alla lega suddetta quindici mila scudi d'oro; inviò anche lettere fulminanti in Francia contra del re Arrigo e de' suoi seguaci, le quali, se crediamo agli scrittori franzesi, cagionarono piuttosto male che bene, perchè esacerbarono forte quel re in tempo che egli dava speranza di ricevere istruzioni intorno alla religione, e mostrava disposizioni favorevoli al cattolicismo. Oltre a ciò, il papa ordinò che si assoldassero a sue spese sei mila Svizzeri, due mila fanti italiani e mille cavalli. Avea egli creato duca di Monte Marciano (giacchè quel feudo nella Marca era stato confiscato per la ribellione di Alfonso Piccolomini) il conte Ercole Sfondrati suo nipote, con avergli anche conferito il grado di generale della santa Chiesa ed altri onori. Volle egli che questo suo nipote avesse il generalato delle sue milizie destinate in aiuto della Francia; ma queste si andarono lentamente adunando, ed arrivò il mese di luglio che non erano per anche partite dallo Stato di Milano. Si mossero in fine, e con grandi stenti passando in Lorena, e patendo una grave diserzione, ben tardi fecero la loro comparsa in Francia. Dicono che esso papa spendesse per quella guerra più di un mezzo milione di scudi d'oro della camera apostolica, oltre a quaranta mila altri di borsa propria. Anzi il Campana scrive, essersi fatto conto che nei pochi mesi di vita di questo pontefice fosse speso vicino a tre milioni di ducati, o sia scudi d'oro (altri dicono anche più), la maggior parte per l'occasione della carestia e delle guerre di Francia. Aggiunge egli nulladimeno, essere stata comune opinione che da' suoi ministri fosse in ciò non ben servito, prevalendosi eglino del troppo buon naturale del pontefice, il quale non figurava in altrui le male qualità che non trovava in sè stesso. Volete udirne una bella? Per attestato del medesimo storico, nell'ultima malattia del papa per parecchi giorni fu egli sostenuto in vita dalla virtù dell'oro macinato e di alcune gioie, che gli si diedero pel valore di quindici mila scudi. Convien ben conchiudere che questo buon papa avesse attorno sè o degli sciocchi medici o dei molto accorti ladri.

Portossi sul principio d'agosto dell'anno presente a Roma Alfonso duca di Ferrara con seguito di secento persone per ottenere dal pontefice, che gli compartì distintissimi onori, la facoltà di potere alla sua morte aver per suo successore nel ducato chi a lui fosse piaciuto, come lasciò veridicamente scritto Bartolomeo Dionigi da Fano storico, e non già come altri mal informati parlarono di quella faccenda. Non aveva egli figli proprii, e desiderava la libertà di eleggere alla successione uno delle due linee allora esistenti della casa d'Este. Si trovarono a ciò delle difficoltà; ma queste si sarebbono probabilmente superate, se non fosse sopraggiunta la morte dello stesso papa Gregorio XIV, il quale, essendo stato sempre infermiccio, finalmente nel dì 15 d'ottobre fu chiamato da Dio a miglior vita: pontefice piissimo e di ottima volontà, il cui governo, oltre alla brevità, si trovò sempre in tempesta per le pubbliche sciagure.

Riaperto il conclave nel dì 29 del suddetto mese, concorsero i voti de' porporati nella persona di Gianantonio Facchinetti, chiamato il cardinale Santi Quattro, Bolognese di patria, personaggio di sperimentata bontà e di molta letteratura, ma che per l'età d'anni settantatrè e per l'afflitta sua complessione ben si conosceva di dover essere di brevissima vita, siccome avvenne. Si fece egli chiamare Innocenzo IX. Perchè fossero eletti questi tre ultimi papi quai depositi che la morte in breve ripeterebbe, sarà ciò proceduto da que' medesimi motivi per li quali si son fatti in altri tempi altre simili elezioni. In persona si portò Vincenzo duca di Mantova a Roma a rendere ubbidienza a questo papa, e ne ricevè molte dimostrazioni di stima ed affetto. Quale intanto s'era preveduto, tale si provò l'animo del novello pontefice, cioè tutto rivolto a soccorrere Roma e gli altri Stati della Chiesa nella grave carestia che tuttavia faceva guerra alla povera gente, e a sostenere la lega di Francia contra del re Arrigo. Delle tante gabelle imposte al popolo romano, massimamente da papa Sisto, egli immantenente ne levò non so quante, e compartì ad esso popolo altre grazie. E perciocchè s'era inteso che passassero male gli affari della lega suddetta in Francia, le promise cinquanta mila scudi al mese, con sollecitar anche Alessandro duca di Parma a recarle aiuto. In somma, disposizioni in lui si miravano per fare un ottimo governo, perchè, sebben pel suo naturale era tardo nelle risoluzioni e nell'accordar le grazie, pure riuscivano poi queste maggiormente maturate dalla prudenza. Ma non tardò la morte a privar la cristianità di sì buon pastore. Nel dì 21 di dicembre si trovò egli indisposto, e sopraggiunta poi la febbre con flusso nel dì 29 d'esso mese, secondo alcuni, rendè l'anima al creatore, o piuttosto nel dì 30, secondo altri, per essere succeduta la sua morte nella notte avanzata precedente ad esso dì 30. L'elezione dunque d'un nuovo pontefice fu riserbata all'anno seguente.

Con varia fortuna continuò ancora in quest'anno Carlo Emmanuele duca di Savoia la guerra di là dai monti. Erano stati da gran tempo i Marsiliesi in dubbio se avessero a mettersi anch'eglino sotto la di lui proiezione, come aveano fatto quei di Aix e d'altri luoghi della Provenza; ma finalmente prevalse il partito di chi era a lui favorevole. Entrò dunque in essa città il duca nel dì 2 di marzo, accolto con gran solennità e festa da quel popolo. Ma cotali acquisti del duca, benchè fatti con belle proteste di sola protezione, e non già di dominio, pur venivano mirati di mal occhio non solamente dal re Arrigo, ma anche dalla stessa lega cattolica, temendo essi che il re di Spagna meditasse di mettere il medesimo duca suo genero sul trono di Francia. Fu in questi tempi preso Granoble nel Delfinato dagli ugonotti; e perciocchè il duca scarseggiava di gente, e più di denaro per soddisfare ai presenti bisogni, e la Provenza si scansava dal darne, con allegare la sua impotenza; passò il medesimo duca in Ispagna per implorar soccorsi dal re, ed impetrò danaro, pensioni per li suoi figli e molti altri donativi. Tornò poscia in Provenza sul principio di luglio con tredici galee cariche di fanteria spagnuola. Entrò in Arles, prese altri luoghi; ma a Pontecarrate ebbe una fiera sconfitta dal Lesdiguieres, il qual poscia s'impadronì di Barcelonetta, e diede altre percosse ai Savoiardi. In Francia fu di nuovo in pericolo la città di Parigi di esser sorpresa dall'armi del re Arrigo, il quale nell'anno presente s'impossessò di Ciartres, di Noion e di altri luoghi. All'incontro, la città di Bordeos si diede alla lega. Poi verso il principio di novembre venne pensiero ad esso re, assistito dagli Inglesi, di mettere l'assedio alla vasta e forte città di Roano, ancorchè sapesse che gran provvisione di soldati, vettovaglie e munizioni ivi si trovava. Peggio passò per li cattolici in Fiandra, perciocchè il conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, ossia eretiche, raunava di grandi forze; e il duca di Parma Alessandro comandava a soldatesche ben sovente ammutinate per la mancanza delle paghe, le quali tutto dì erano promesse dal re Cattolico, e mai non si vedeano comparire; oltre di che, da esso re era egli di tanto in tanto premurosamente incitato a portar soccorsi alla lega franzese. Mirabil fu la prestezza del suddetto conte Maurizio, per cui vennero alle sue mani Vesterlò, Zutfen, Deventer ed altre minori piazze. Una brutta percossa toccò ancora alla cavalleria del Farnese, nel mentre che egli era accampato ad un forte opposto a Nimega. Il peggio fu che anche la stessa Nimega, per tumulto ivi nato, si rendè alle armi d'esso Maurizio. Con tutto questo dai replicati comandamenti venuti da Madrid fu sforzato il Farnese a mettersi in ordine per dar soccorso all'assediata città di Roano.

Anno di CRISTO MDXCII. Indizione V.

CLEMENTE VIII papa 1. RODOLFO II imperadore 17.

Se mai fu scuola di scherma, anzi di battaglie il pontificio conclave, certamente ciò si verificò nel tenuto dopo la morte di papa Innocenzo IX. Gravi dispute furono per l'elezione del successore, ma finalmente rimasero sopite, per essersi accordati i cardinali nel dì 30 di gennaio nell'elezione del cardinale Ippolito Aldobrandino, personaggio di gran merito per l'illibatezza de' costumi, per l'elevato ingegno, per la rara letteratura e per la pratica de' mondani affari. Era egli nato nell'anno 1535 nella città di Fano, ma da padre nobile fiorentino, cioè da Silvestro insigne giureconsulto, il cui fratello Giovanni fu cardinale. Dopo la carriera di varii impieghi venne promosso alla sacra porpora nel 1585 da Sisto V, e spedito legato in Polonia: quivi accrebbe il credito della sua saviezza ed abilità. Creato papa, prese il nome di Clemente VIII, nè tardò a sposar anch'egli, come aveano fatto i suoi predecessori, gl'interessi de' cattolici in Francia, con promettere loro soccorsi di gente, occorrendo, e sopra tutto dì danari; anzi ordinò che que' fedeli procedessero alla dichiarazione di un re cattolico coll'esclusione dell'eretico re di Navarra Arrigo: cosa che alterò non poco gli animi d'esso re e di tutti i suoi partigiani, fra' quali si contavano anche moltissimi cattolici ed anche vescovi. Quindi si accinse ad una lodevol opera a cui non aveano pensato gli antecessori suoi, ma che il concilio di Trento avea raccomandato, cioè alla visita personale di tutte le chiese, monasteri collegi, spedali e confraternite di Roma, a fin di emendare ogni abuso e difetto, e di rimettere il culto di Dio, la pulizia e i buoni costumi in qualsivoglia di quei sacri luoghi. Inoltre per implorar la benedizioni di Dio, istituì in Roma il corso perpetuo delle quaranta ore, con altre azioni, che sempre più confermarono la comune espettazione del di lui zelo pel buon governo pastorale e civile. E perciocchè continuavano tuttavia le insolenze e gli assassinii de' banditi nella Campagna di Roma, con tutto vigore anch'egli si applicò a buoni espedienti per liberare i suoi Stati dai pertinaci loro insulti, avendo spezialmente inviato contra d'essi Flaminio Delfino con buon numero di cavalli e fanti, il quale non cessò di perseguitarli, senza perdonare a chiunque d'essi gli capitava alle mani. Questo valentuomo quegli fu che mise il cervello a partito a Marco Sciarra capo di quegli scellerati, a Luca suo fratello, e agli altri lor seguaci, i quali perciò presero il partito di mutar cielo. Nè stette molto a presentarsi l'occasione. Facea gente per la repubblica veneta il conte Pietro Gabuzio, e trasse a quel soldo lo Sciarra con cinquecento de' suoi, tutta gente intrepida, avvezza alle fatiche e alle schioppettate, e li condusse di là dal mare al servigio d'essa repubblica, che allora avea guerra con gli Uscocchi, e si armava per apprensione de' Turchi. Per questo fatto prese tal fuoco papa Clemente, siccome uomo imperioso, che usò minaccie contra de' Veneti se non davano in sua mano i capi di que' masnadieri. Non mancò il senato veneto di spedire apposta ambasciatore per placarlo, con rappresentargli quanto disdicesse allo onore e alla buona fede della repubblica il sacrificar gente che avea prestato ad essa il giuramento, nè potea più nuocere agli Stati della Chiesa, e solo potea giovare alla cristianità. A nulla servì: il pontefice tenne saldo, e bisognò in fine che si trovasse ripiego per contentarlo. Sciarra fu poscia ucciso, e la sua gente mandata in Candia a combattere colla peste, dove parte mancò di vita, e il resto si dissipò: laonde fu creduto, ma vanamente, che avesse avuto fine la tragedia de' banditi. Tal fatto da Andrea Morosino è raccontato all'anno presente, dal Campana al seguente.

Erano già corsi tre mesi che il re di Navarra ossia di Francia _Arrigo IV _teneva strettamente assediata la nobil città di Roano, difesa con gran coraggio e frequenti sortite non meno da quella guarnigione che dalla cittadinanza. Il duca di Parma Alessandro, tuttochè vedesse in quanto pericolo restasse la Fiandra, s'egli l'abbandonava, giacchè il conte Maurizio di Nassau andava facendo ogni dì nuovi progressi; pure ordini sì precisi ebbe da Madrid di recar soccorso alla suddetta assediata città, che gli fu forza ubbidire. Sul principio dunque dell'anno mosse verso colà l'oste sua, composta di dieci mila fanti e di tre mila cavalli, coi quali s'unì anche la gente mandata dal papa, e poscia i duchi d'Umena e di Guisa colle loro schiere. All'avvicinarsi di questo esercito, a cui accresceva il credito la maestria e fama del prode generale, il re Arrigo, lasciato sotto Roano il maresciallo di Birone, col resto della sua armata gli andò incontro sino ad Umala, dove seguì nel dì 5 di febbraio un fatto d'armi, in cui una buona percossa toccò ad esso re, che, anche leggermente ferito, non si recò a vergogna di fuggire. Negli stessi giorni, uscito il Villars comandante dell'armi in Roano, fieramente danneggiò gli assedianti e le loro trincee, con restarvi lo stesso Birone gravemente ferito in una gamba. Parere di tutti gl'intendenti fu, che se il duca di Parma passava senza dimora ad assalire il campo nemico, allora spaventato e confuso, siccome egli proponeva e desiderava, non gli potea mancar la vittoria. Ma l'Umena, o per gara con lui, o per non volere esporre i suoi a rischio alcuno, ricusò di secondarlo. Il perchè, dopo qualche soccorso di danaro e di polve introdotto in Roano, e dopo alcuni altri piccioli fatti, il Farnese si allontanò da quelle parti. Era già venuto il mese d'aprile, e più che mai stretto si trovava Roano dalle forze del re Arrigo, quando il Villars fece intendere al Farnese e all'Umena, che se in termine di pochi giorni non era sovvenuto, tratterebbe della resa col re. Fu risoluto allora di marciare a quella volta; ma Arrigo prima del loro arrivo levò il campo e si ritirò. Voleva inseguirlo il Farnese, e di nuovo trovò l'Umena di contrario parere. Restò intanto libera la città di Roano, se non che, per aprire il passo alle vettovaglie convenne prendere Caudebec, sotto la qual piazza fu malamente ferito il Farnese in un braccio. Seguirono poi varie altre fazioni di guerra; e perchè molto superiore di gente era l'esercito del re, fece il Farnese da gran maestro di guerra una mirabile ritirata di là dalla Senna.

Si prevalse in questi tempi della lontananza del duca di Parma e delle sue genti il conte Maurizio di Nassau generale delle Provincie Unite. Formò l'assedio di Steenvich, che dopo una gagliarda difesa venne alla sua ubbidienza. Altrettanto fece Coverder con altri luoghi. Ma il più terribil colpo che potesse avvenire agli affari del re di Spagna in Fiandra, fu la morte di Alessandro Farnese. Per tante fatiche da lui sofferte in guerra aveva egli contratta una lenta infermità, a cui si aggiunse la grave ferita nell'anno presente da lui riportata, per cui nulla potè più operar di rilevante nel resto dell'anno. Ritiratosi in Fiandra, e sempre più sentendosi venir meno, tuttochè nol volesse mai confessare o per l'innato suo coraggio, o per la vanità comune ad altri principi ed eroi di voler che prima si sappia la lor morte che la lor malattia: finalmente in età di soli quarantasette anni finì di vivere nella città di Arras (e non già d'Anversa, come alcuni lasciarono scritto) nel dì 2 di dicembre. Gran capitano in vero, per valermi delle parole del cardinal Bentivoglio, e di nome sì chiaro senza alcun dubbio, che la sua fama può collocarlo tra i più celebri dell'antichità, e farne in modo riverir la memoria all'età presente, che ne abbiano a restar con ammirazione ancora i posteri in tutto il corso delle future. Fu compianta da tutti i cattolici la morte di questo eroe, e massimamente in Roma, dove quel popolo riputò sempre sua gloria l'averlo per concittadino, e il giudicò per non inferiore agli antichi Fabii e Scipioni. Infatti il senato romano, non contento d'avere onorata nell'anno seguente la di lui memoria con solenni esequie nella chiesa di Araceli, fece anche fabbricar la sua statua da dotto artefice, e collocarla nel Campidoglio. Lasciò dopo di sè questo famoso principe due figli, cioè Odoardo, creato cardinale nel precedente anno da papa Gregorio XIV, e Ranuccio suo primogenito, che a lui succedette nel ducato di Parma e Piacenza. Si trovava egli allora in Fiandra con aver già dati segni di gran valore nel comando dell'armi, siccome luogotenente del padre infermo nelle azioni di guerra dell'anno presente. Fece quel principe dipoi trasferire a Parma l'ossa del genitore, e celebrar sontuoso funerale pel riposo dell'anima sua.

Al valore di Carlo Emmanuele duca di Savoia, che guerreggiava in Provenza, fu in quest'anno ancora parte avversa e parte propizia la fortuna. Riuscì al Lesdiguieres generale del re Arrigo di entrare per tradimento nella città d'Antibo, dove, oltre al sacco, furono commesse tutte le maggiori iniquità. Rinforzato che fu il duca di gente, andò a mettere l'assedio a quella città, e la ricuperò. Intanto il duca di Nemours, uno della lega cattolica, con aiuti ricevuti dal re di Spagna sopraggiunse in quelle parti, ed ebbe la sorte di prendere la città di Vienna, San Marcellino ed Eschelles. Ma mentre si fa guerra in Provenza e in Delfinato, ecco che Lesdiguieros s'impadronisce dei castelli di Ozasco, Ferusa, di Cavours e di altri luoghi: il che obbligò il duca a tornare di qua dai monti per opporsi a maggiori conquiste; e però il duca d'Espernon, altro generale del re Arrigo, potè con facilità ritorgli di nuovo la città di Antibo. Seguirono ancora varie scaramuccie, che non importa riferire. In grande apprensione si trovò nell'anno presente la repubblica di Venezia, e seco l'Italia, per la guerra mossa in Croazia dai Turchi contro la casa d'Austria, avendo que' Barbari occupati varii luoghi in quelle contrade. Ricorse l'Augusto Rodolfo per questo al papa, giacchè il senato veneto non si sentiva voglia di romper la pace colla Porta; e non lasciò il pontefice di promettergli aiuti per difesa di quella cristianità. Intanto dai vescovi di Francia fu spedito il cardinal Gondi per informare esso papa della vera situazione degli affari della Francia; ma giunto egli in Toscana, ricevè ordine da Roma di non passar oltre per essere considerato fautore di un re eretico e relapso. Gran fatica si trovò per superar gli ostacoli, e per ottenere, siccome poi avvenne, che potesse finalmente giugnere a Roma.

Anno di CRISTO MDXCIII. Indizione VI.

CLEMENTE VIII papa 2. RODOLFO II imperadore 18.

Furono quest'anno in una gran crisi le turbolenze della Francia. In Parigi per gl'impulsi del pontefice e del re Filippo di Spagna fu pubblicato un editto, per cui s'invitavano al parlamento generale del regno non solamente tutti gli aderenti della lega, ma i cattolici ancora che seguitavano il partito del re Arrigo IV. Lasciò esso re guidarsi dal consiglio de' savii, e permise che si venisse ad una conferenza fra i suoi e quei della lega. Nello stesso tempo il conte Gasparo Sconberg Tedesco, facendogli sempre più conoscere che la via propria di conseguir la corona e di quetar tanti sconvolgimenti, era quella di tornar di nuovo all'abbandonata religione cattolica, il mosse ad informarsi da' calvinisti stessi se i cattolici si possano salvare nella religion che professano. Nol poterono coloro negare. Similmente riflettendo che, secondo la sentenza de' cattolici, non possono sperar l'eterna salute i professori della eresia, poco stette a conchiudere che la più sicura, anzi l'unica via di appagar la propria coscienza, era l'abbracciare la religione cattolica romana. E però commise ai suoi delegati di protestare ch'egli era pronto a farsi istruire in essa religione. Portata questa dichiarazione al congresso, riempiè di giubilo chiunque altre mire non avea in quelle discordie, se non la conservazione della fede cattolica nella Francia. Ma a chi sotto l'ombra della religione covava degli altri segreti disegni, dispiacque assaissimo. Al duca d'Umena, siccome capo della lega, premeva forte di conservar la sua autorità e il comando dell'armi. Venne anche a scoprirsi, tendere le intenzioni del re Cattolico a far dichiarare regina di Francia l'infanta Chiara Eugenia sua figlia, a cui poscia si darebbe per marito l'arciduca Ernesto fratello dell'imperadore, o pure alcuno dei principi della casa di Lorena. Ma perciocchè il duca di Feria, ambasciatore d'esso re Filippo propose per re il duca di Guisa, l'Umena, anch'egli pretendente, trovò il ripiego di disturbar l'affare con proporre la necessità di accettar la tregua proposta dal re Arrigo. Intanto esso re con ascoltar più fiate alcuni dotti e zelanti prelati cattolici che gli spiegarono le controversie teologiche, e gli levarono di capo ogni difficoltà e scrupolo intorno alla religione, fra i quali spezialmente si distinse il celebre Jacopo Davy di Perrona, che fu poi cardinale, si dichiarò pronto a rifar di buon cuore la profession della fede cattolica. Divolgato questo suo pensiero, e che il cardinal di Borbone e varii vescovi meditavano di accettar la sua abiura, e di dargli l'assoluzione, avrebbe ognun creduto che avesse da esultarne il legato apostolico Filippo Sega, appellato il cardinal Piacentino. Tutto il contrario avvenne. Pubblicò egli un editto contenente, che per essere Arrigo eretico relapso, il solo romano pontefice potea conoscere e giudicar della sua causa, con dichiarar nullo tutto quanto in ciò operassero i prelati franzesi. E nello stesso tempo risonavano i pulpiti contra dello stesso Arrigo, quasichè la proposta conversione sua fosse figlia del solo interesse, e una finzione per procacciarsi la corona, e poi tradir la religione.

Ciò non ostante, nel dì 25 di luglio, festa di san Jacopo maggiore, il re Arrigo nella chiesa del monistero di San Dionigi presso Parigi, alla presenza del suddetto cardinale e di molti vescovi, abiurò pubblicamente l'eresia, professò la fede cattolica, ricevette l'assoluzion dalle scomuniche, e fatta poi la segreta confession dei suoi peccati, ne fu parimente assoluto, con restar coronata quella funzione da un solenne Te Deum. Seguì poi la tregua, per cui cessarono le guerre, e il re non lasciò di spedire Lodovico Gonzaga duca di Nevers in Italia, e il vescovo del Manso per suoi ambasciatori al papa, affine di notificargli la sua riconciliazione colla Chiesa: nel qual tempo anche il duca d'Umena spedì a Roma il cardinal di Gioiosa per trattenere il pontefice da accomodamento alcuno. Infatti Clemente VIII, che navigava allora coi venti di Spagna, sulle prime fece intendere al duca di Nevers di non poterlo ammettere in Roma come ambasciatore d'Arrigo. Poscia si contentò che venisse in Roma, ma con prescrivergli di fermarsi non più di dieci giorni, e di non trattare con alcuno de' cardinali per conto degli affari di Francia. Entrò egli in Roma nel dicembre come incognito; parlò vivamente col papa del re; ma nè le sue ragioni, nè una lettera piena di divote espressioni del re, nè un bel memoriale d'esso duca poterono punto smuovere il papa. E perciocchè non mancavano molti cardinali di dolersi che il pontefice lavorasse qui di sua testa, nè gli ammettesse a parte di un negozio di tanta importanza per la Chiesa di Dio, egli in un concistoro risentitamente parlò, dicendo di essere risoluto di non approvar quel fatto: contro la qual deliberazione (scrive Cesare Campana) se per innanzi alcuno osasse di dir parola, egli era per farne rigorosa dimostrazione. In tale stato rimasero per quest'anno gli imbrogli della Francia, con aver nulladimeno il re pubblicato nel dì 27 di dicembre un proclama, in cui faceva sapere ad ognuno la sincera sua riunione colla fede e Chiesa cattolica, e la spedizione fatta a Roma del duca di Nevers per riconoscer il papa e il vivo suo desiderio della pace, esortando i popoli all'ubbidienza e ad abbandonare i perturbatori della pubblica quiete.

Per ordine del re Cattolico era passato nel presente anno dalla Fiandra in Francia con sei mila fanti e mille cavalli il conte Carlo di Mansfeld, figlio del conte Pietro Ernesto, cioè di chi pro interim governava allora le provincie cattoliche fiamminghe. Unito egli col duca d'Umena, s'impadronì della città di Noion, e di altri luoghi in Picardia, finchè la tregua suddetta fece posar l'armi per tutta la Francia. Rimasta assai sguernita di forze la Fiandra, il conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, seppe ben profittarne. Imprese l'assedio di Gertrudemberga; ed avendo tentato in vano il vecchio conte di Mansfeld di rimuoverlo di là, costrinse quella piazza alla resa. Impossessossi dipoi di altri luoghi di nome oscuro. Ne' quali tempi una sopra modo fiera tempesta di mare danni immensi recò alla Olanda, dicendosi che restassero preda dell'Oceano circa cento e quaranta navi cariche di varie merci. Nè pure cessò in quest'anno Carlo Emmanuele duca di Savoia di far guerra in Piemonte, dove, per assicurare il passo della Savoia e di Susa, prese per forza il castello di Exiles, e il forte di Miradolo fabbricato da Lesdiguieres: azioni fatte a vista del nemico, il quale non osò mai di opporsi. Fabbricò ancora un forte nella valle di Perusa, e ricuperò il castello di Luserna e la terra di Cavours, ma non già la rocca. In Croazia ancora ed in Ungheria fecero guerra i Turchi all'imperadore Rodolfo, e ne riportarono in varii incontri delle buone busse. La vicinanza di que' rumori, e il sospetto ch'essi Turchi, benchè durasse la pace, potessero far qualche scorreria nella patria del Friuli, fece prendere a' signori veneziani la saggia risoluzione di fabbricar di pianta una città che insieme fosse fortezza. Fu dunque scelto un sito ai confini degli Stati Austriaci, lungi dieci miglia da Udine, e due da Strasoldo, ed ivi fabbricata una mirabil ampia fortezza, a cui fu posto il nome di Palma-Nuova, grande antemurale del Friuli e dell'Italia. Non andarono esenti in quest'anno dalle insolenze dei Turchi le spiaggie della Sicilia e del regno di Napoli, perchè sbarcati que' Barbari predarono migliaia di anime cristiane, arsero anche molti villaggi e qualche terra grossa in quelle parti, non trovandosi più nel Mediterraneo, eccettochè i cavalieri di Malta, chi pensasse a reprimere l'orgoglio loro. Accadde anche in Palermo l'incendio di quel castello, essendosi attaccato il fuoco al magazzino della polve, che saltò in aria con grande squarcio nelle altre fabbriche, e colla morte di circa trecento persone: disgrazia a cui facilmente son sottoposte le fortezze, allorchè succedono temporali nell'aria; perchè siccome per la fermentazione dei nitri e di altre esalazioni si accendono i lampi e le folgori nelle nuvole, così anche presso alla terra fermentandosi i nitri, e spezialmente i raunati nei conservatorii della polve da artiglieria, e concependo il fuoco, cagionano dipoi grandi sterminii. Noi questi incendii attribuiamo a' fulmini scendenti dalle nuvole; ma naturalmente succede anche nel basso ciò che noi sì sovente miriamo nella region delle nubi.

Anno di CRISTO MDXCIV. Indizione VII.

CLEMENTE VIII papa 3. RODOLFO II imperadore 19.

Gran materia di discorsi somministrò in quest'anno a' politici la renitenza ed inflessibilità di papa Clemente ad accettare in seno della Chiesa il convertito re Arrigo IV. Per quante ragioni sapesse addurre il duca di Nevers, non gli fu possibile smuovere punto l'animo di esso pontefice, cioè di chi non voleva consiglio se non da sè stesso; anzi fu come forzato a partirsi di Roma: il che seguì egli con protestare che di tutti i disordini che potessero da lì innanzi avvenire in Francia, si rifonderebbe la colpa sopra sì duro pontefice. Parea bene avere Clemente dei giusti motivi di procrastinare in questo negozio, sì per conservare la autorità della santa Sede, ch'egli chiamava lesa dai prelati di Francia, coll'aver eglino senza di lui assoluto il re Arrigo; sì ancora per non lasciar esposti alla vendetta di esso re que' principi e popoli della lega, la resistenza de' quali avea forzato Arrigo a meglio pensare all'elezion della religione; e finalmente per assicurarsi che sincera e non dolosa fosse la conversione d'esso re. Ma non si sapeva intendere nè in Roma, nè altrove, perchè un pontefice, obbligato ad essere padre comune, e clemente più di fatti che di nome, non ammettesse temperamenti e trattati di salvar la sua dignità, di conciliar la lega col re, e di ben assicurarsi del cuore d'Arrigo. Da ciò arguivano poi che non solo interesse della religione, ma altri ingredienti di umana politica intorbidassero la sospirata union della Francia. E che sarebbe poi succeduto se i prelati di Francia, che in addietro aveano proposto di creare un patriarca, irritati maggiormente ora dalle di lui durezze, avessero eseguito un sì fatto progetto? Il bello fu che al dispetto degli sforzi del cardinal legato in Francia, e delle declamazioni de frati, cominciò a poco a poco a sciogliersi la lega santa in quel regno. Imperciocchè sul principio di questo anno la città di Meaux riconobbe per suo legittimo re Arrigo. Il popolo di Parigi anch'egli nel dì 12 di gennaio fece delle novità, privando il duca d'Umena del titolo di luogotenente del regno, con ordinargli ancora di licenziare i presidiarii spagnuoli. Le città di Aix in Provenza, Lione, Orleans ed altre vennero all'ubbidienza del re. Nè credendosi necessaria in Reims la coronazione sua, fu questa fatta nel dì 27 di febbraio in Sciartres con gran solennità. Il che fatto, nel dì 22 di marzo, concertato prima segretamente l'affare col signore di Brissac, il re Arrigo pacificamente entrò nella città di Parigi, e però ne partirono senza offesa gli Spagnuoli e Fiamminghi. E perchè il cardinal Sega legato, benchè rispettato dal re, anzi invitato con tutto onore, più che mai si mostrò alieno dal re, in esecuzione, delle istruzioni di Roma, fu accompagnato a Montargis da Jacopo di Perrona insigne vescovo e letterato, che poi conseguì il cappello cardinalizio. L'esempio di Parigi si trasse poi dietro molte altre città, e il duca di Guisa si riconciliò col re. Coll'armi ancora furono sottomesse la Ciapella piazza forte e Noione. Se questi felici progressi di Arrigo piacessero al papa e al re Cattolico, non occorre ch'io lo dica.

Ora avvenne un caso in Parigi per cui gran rumore e diceria insorse. Trovavasi quel re nella sua camera nel dì 27 di dicembre, colà appena arrivato da San Germano, quando uno scellerato giovane parigino d'anni diciotto, per nome Giovanni Castello, cacciandosi per la folla de' cortigiani, e a lui appressatosi, gli tirò una coltellata, chi dice verso la gola, chi verso il ventre; ma essendosi accidentalmente chinato il re, il colpo altro non fece che tagliargli un labbro e cavargli un dente. Preso costui, confessò di aver commesso il delitto, credendo di acquistar merito presso Dio, avendo massimamente inteso ch'era lecito il levar la vita ad un tiranno. Perchè disse di avere studiato sotto i padri gesuiti, e furono dipoi trovati in camera del padre Giovanni Guignardo sacerdote della compagnia alcuni scritti contra del re, composti allorchè era nel suo maggior bollore la lega: ciò bastò perchè uscisse un editto, promosso da chi, per altri precedenti motivi, mirava di mal occhio i gesuiti, in cui fu ordinato ch'essi tutti sotto varie pene uscissero del regno: sentenza creduta ingiusta dai saggi, perchè a cagion del delitto di un solo, o di alcuni pochi, si veniva a punire tutta una grande università, benemerita per varii titoli della religione e del pubblico. Ancorchè prosperassero cotanto gli affari del re Arrigo, pure Filippo re di Spagna non ritirava le sue milizie dalla Francia, e continuava la guerra in Bretagna per mezzo del duca di Mercurio, e nel Delfinato e Provenza coll'armi del duca di Savoia e dello Stato di Milano. Fece esso duca l'assedio di Bricheràs; e quantunque Lesdiguieres avesse fatto il possibile per ben fortificare quella terra e la sua rocca, e costasse l'impresa più di un sanguinoso assalto, pure se ne impadronì. Riacquistò ancora il forte di San Benedetto, ed ebbe il contento di veder tornare alla sua divozione tre delle valli abitate dagli eretici Valdesi, cioè Luserna, Angrogna e Perusa. In Fiandra, al cui governo entrò in quest'anno l'arciduca Ernesto, non succederono fatti di gran conseguenza, se non che Groninga assediata dal conte Maurizio di Nassau fu obbligata a rendersi. Seguì eziandio in quelle parti un pertinace ammutinamento de' soldati italiani, e poi degli Spagnuoli, per mancanza delle paghe; cosa tante altre volle accaduta, e sempre con discredito della monarchia di Spagna, la qual pure tante ricchezze continuamente ritraeva dalle Indie Orientali ed Occidentali, giacchè il re allora comandava anche al regno di Portogallo. In Ungheria sì e nella Croazia furono molti fatti d'armi fra gli eserciti dell'imperadore e de' Turchi. Acquistarono i cristiani Novigrado ed altri luoghi, ma che non compensarono la perdita dell'importante fortezza di Giavarino, che dopo un ostinato assedio fatto dai Musulmani fu loro ceduto da quel comandante, senza aspettare il vicino soccorso. Provò in questo anno ancora la povera Italia gl'insulti della crudeltà turchesca. Sul principio di settembre comparve verso Reggio di Calabria il bassà Sinan, ossia Assane Cicala, rinegato appunto Calabrese, ed ammiraglio turchesco, con una flotta di ben cento legni; e sbarcata la gente sua, perchè il popolo col loro meglio s'era ritirato entro terra, per rabbia di non aver colpita la preda, se ne vendicò col fuoco, incendiando quella tante volte incendiata o rovinata città, e tagliando quanto v'era di fruttifero in que' contorni. Altrettanto poi fecero a varii villaggi e terre murate di quella riviera, con danno di centinaia di migliaia di scudi per quegl'infelici abitanti. Nel dì 5 di agosto in Mantova cessò di vivere Leonora d'Austria figlia di Ferdinando imperadore, e già moglie di Guglielmo duca di Mantova, principessa di singolar bontà di costumi, e d'una vita sì religiosa, che era, per così dire, adorata da quel popolo.

Anno di CRISTO MDXCV. Indizione VIII.

CLEMENTE VIII papa 4. RODOLFO II imperadore 20.

Finalmente nel presente anno facendo breccia nel cuore di papa Clemente que' riflessi che nel precedente aveano avuta sì poca fortuna, ebbe la cristianità la consolazione di veder calmate le turbolenze della Francia, e rimesso il re Arrigo IV in grazia della santa Sede. I prosperosi successi d'esso re, a cui pochi oramai palesemente ricalcitravano in Francia, e l'aver egli dichiarata la guerra al re di Spagna che fin qui avea alimentato quel fuoco, cagion furono che il pontefice non si lasciasse più regolar dalle massime spagnuole, ma che si consigliasse unicamente con chi, senza privati interessi, amava il ben della Chiesa. Fatte dunque segretamente penetrar le sue scuse e il buon animo al re per mezzo del celebre Arnoldo d'Ossat, che come prete privato stava allora in Roma e trattava gli affari di esso re, fu spedito da Parigi Jacopo Davy signor di Perrona, un dei più dotti cattolici della Francia, acciocchè maneggiasse così importante affare. Arrivò egli a Roma senza formalità nel dì 12 di luglio, informò il papa di quanto occorreva, e gli porse un'umile supplica a nome del re. Furono smaltite le condizioni colle quali il pontefice volea accordargli l'assoluzione; poscia nel concistoro del dì 2 di agosto propose la determinazione da lui presa di ricevere nel grembo della Chiesa cattolica esso Arrigo. Non vi furono fra i porporati, se non alcuni pochi parziali degli Spagnuoli, i quali, giacchè non poteano impedirlo, misero in campo delle stravaganti condizioni, secondo le quali mai non si sarebbe venuto allo scioglimento di quel nodo. Non così fece il cardinal Francesco Toledo, personaggio dottissimo della compagnia di Gesù, rapito di poi nell'anno seguente dalla morte, il quale quantunque Spagnuolo di nascita, pure, tenendo davanti agli occhi la sola gloria di Dio e il bene della Chiesa, mirabilmente s'adoperò per condurre a fine quella impresa di tanto rilievo. Altrettanto ancora operò Cesare Baronio confessore del papa, poscia cardinale, spezialmente a ciò spinto da san Filippo Neri, il quale in quest'anno appunto nel dì 26 di maggio passò a miglior vita. Scelta dunque la domenica corrente nel dì 17 di settembre, con tutta solennità e decoro si eseguì la funzione. Nel portico della basilica di San Pietro, le cui porte stavano chiuse, si presentarono al papa, attorniato dal sacro collegio e da infinito popolo, il Perrona e l'Ossat, come procuratori di Arrigo; esibirono il di lui memoriale e lo strumento della lor procura; quindi a nome del re abiurarono tutte le eresie, e fecero la profession della fede cattolica, riconoscendo per nulla l'assoluzione a lui data in Francia, ed accettando le già concordate condizioni e le penitenze imposte al re. Fu poi proferita la sentenza dell'assoluzion pontificia, spalancate le porte di San Pietro, intonato e cantato il Te Deum, cui fecero ecco i rimbombi delle artiglierie di castello Sant'Angelo, con assaissime altre feste del popolo romano. Di somma consolazione eziandio al pontefice e al cattolicismo riuscì nell'anno precedente l'arrivo a Roma di due oratori spediti dal patriarca d'Alessandria, e nel presente anno di due altri inviati da alcuni vescovi della Russia polacca per unir le loro chiese alla Chiesa e credenza romana, con abiurar gli errori delle lor sette. Non occorre che io dica qual frutto si ricavasse dalla comparsa dei primi, da che ognun sa che gli eutichiani d'Egitto continuano ad essere separati da noi.

Riportò ancora in quest'anno gran lode presso il popolo romano la costituzione, ossia bolla della congregazione sopra i baroni, pubblicata nel dì 30 di giugno da papa Clemente. Il far dei grossi debiti costava poco ai nobili romani, nè poi maniera si trovava di pagarli, essendo i lor beni sottoposti a fideicommissi e ad altri legami: dal che proveniva immenso danno tanto ai creditori che al pubblico commercio. Deputò dunque il pontefice una congregazione con facoltà di poter distraere i feudi e le castella, ed altri beni stabili di essi baroni, non ostante qualsivoglia vincolo di fideicommisso, affinchè venisse da lì innanzi soddisfatto ai creditori. A questa ordinazione diede poi miglior forma papa Urbano VIII. Grande apprensione intanto recavano al pontefice Clemente i progressi de' Turchi in Ungheria, divenuti più orgogliosi per la presa di Giavarino; e l'Augusto Rodolfo non cessava di chiedere aiuti. Per sovvenirlo impose il pontefice quattro decime agli ecclesiastici d'Italia, e si diede a far leva di soldatesche negli Stati della Chiesa, disegnando di spedir colà un corpo di dodici mila fanti e di mille cavalli. Il comando di questa gente, in cui si contarono assaissimi nobili uffiziali italiani, fu dato a Gian-Francesco Aldobrandino, nipote del papa, che, dopo avere con grandiosa solennità ricevuto il bastone di generale e le bandiere, marciò alla volta dell'Ungheria. Anche Ferdinando gran duca di Toscana vi avea dinanzi spedito altri soccorsi di gente. Don Giovanni, don Antonio de Medici, il duca di Bracciano ed altri signori con quelle truppe si segnalarono in varie imprese. Ma Vincenzo duca di Mantova, mosso dalla sua parentela coll'imperadore, volle passare in persona a quella guerra, menando seco un accompagnamento di circa mille e quattrocento uomini a cavallo tutti atti a guerreggiare. Questo principe sorpreso poi in Comora da una pericolosa malattia, fu forzato verso il fine d'ottobre di ritornarsene in Italia a cercar aria migliore per risanarsi. Aveano intanto l'armi dell'imperadore, comandate dal valoroso conte Carlo di Mansfeld, presa in Ungheria la città vecchia e nuova di Strigonia; ma nulla si potea dir fatto, se non s'impadronivano anche della cittadella; quando colà giunsero anche gl'Italiani suddetti, ai quali fu assegnato il lor posto per la espugnazione di quella fortezza. Diedersi varii assalti, ed in essi valorosamente combattendo, sacrificarono la lor vita molti di quegli uffiziali e soldati, di modo che in fine spezialmente alla bravura di essi Italiani fu attribuito l'essere stati forzati i Turchi a rendersi a patti. Giunto in appresso anche colà il duca di Mantova colle sue truppe, e bramoso di lasciar qualche memoria di sè, prese ad espugnare la città di Vicegrado, e la costrinse alla resa. Degli altri fatti di guerra in quelle contrade non permette l'assunto mio che maggiormente io ne parli.

Sempre più intanto si venne toccando con mano che Filippo II re di Spagna, già sì caldo protettore ed ausiliario della lega cattolica in Francia, col manto della religione copriva altre politiche intenzioni. Per la conversione del re Arrigo IV andava sempre più declinando essa lega. Si sapeva che in Roma gagliardamente si trattava della riconciliazione d'esso re; e pure Filippo, lungi dal pensare a rendere la quiete alla Francia, maggiormente si accendeva a farle guerra, e la continuò ancora dappoichè la pace data dal pontefice ad Arrigo tagliava le gambe a tutti i pretesti della lega. Dichiarò dunque Arrigo la guerra al re Cattolico con un pubblico manifesto, al quale con altro simile fu risposto. Giacchè era mancato di vita l'arciduca Ernesto governatore della Fiandra, e pro interim restava appoggiato quel governo al conte di Fuentes, a lui venne da Madrid ordine di proseguir le ostilità. Entrato pertanto egli nella Picardia coll'esercito suo, covando il disegno di ricuperar la città di Cambrai, assediò e prese il castelletto, fortezza d'importanza per l'intenzione sua. Di là passò all'assedio di Dorlac, al cui soccorso passati i Franzesi, ebbero la mala pasqua. Fu presa anche quella terra e saccheggiata: dopo di che il Fuentes arditamente cinse di assedio la riguardevol città di Cambrai, tuttochè si trovassero alla difesa di quella città circa due mila e cinquecento fanti e secento cavalli, oltre al presidio della cittadella, consistente in cinquecento fanti. Ma teneva egli delle intelligenze con alcuni di que' cittadini, fautori dell'arcivescovo; e in fatti, dappoichè furono ben inoltrate le trincee, ed ebbero le batterie alzate, non solamente diroccata buona parte del muro, ma anche bersagliato un buon numero delle case della città, quel popolo si mosse a manifesta sollevazione, ed aprì le porte agli Spagnuoli. Ritirati i Franzesi nella cittadella, non tardarono molto a trattare con tutte le più onorevoli condizioni che poterono desiderare. Per tale acquisto gran gloria riportò il Fuentes, e somma fu l'allegrezza delle provincie cattoliche della Fiandra, al cui governo arrivò dipoi il cardinale arciduca Alberto, fratello del defunto arciduca Ernesto. Dalla parte ancora della Borgogna e della Savoia faceano gli Spagnuoli guerra alla Francia. Lesdiguieres tolse al duca di Savoia Exiles, e il duca a lui il forte castello di Cavours ed altri luoghi. Ma non per questo lasciavano d'andare sempre prosperando gli affari del re Arrigo, perchè ricuperò Vienna nel Delfinato; la Provenza tornò quasi tutta alla sua ubbidienza; Digion e Sciallon in Borgogna a lui si diedero, per tacer di altri vantaggi suoi. Quel che più importa, la riconciliazione sua colla santa Sede operò che il duca d'Umena ed altri principi cominciarono segretamente a trattar seco di concordarsi e sottomettersi; e Carlo Emmanuele duca di Savoia, siccome saggio, intavolò tosto e conchiuse una tregua con lui.

Non andò esente nè pure in questo anno la Campagna di Roma dagl'insulti de' banditi, cioè spezialmente verso Anagni e Frosinone, dove commisero orrendi misfatti. Contra di costoro spedì il pontefice alcune compagnie di cavalli, ed altrettanto fece il conte di Olivarez vicerè di Napoli contra degli altri che maggiormente infestavano quel regno. Grandi lamenti erano per quella iniqua gente, che tutto dì svaligiava viandanti e corrieri, e talvolta anche levava loro la vita. Fecero prigioni Giambatista Conti nobile romano, ed Alessandro Mantica, e poscia l'arcivescovo di Taranto e il vescovo di Castellanetta, a' quali imposero di grosse taglie. Era in questi tempi generale delle galee di Napoli don Pietro di Toledo; e pensando egli come vendicarsi dell'insolenze fatte nei tempi addietro da' Turchi alle marine d'Italia, aggiunse alle sue quattordici galee otto altre di Sicilia, tutte ben armate; e colto il tempo che si facea da' Turchi nel mese di settembre la fiera di Patrasso, all'improvviso giunse colà, e messe le genti a terra diede un fiero sacco a tutti quei mercatanti ebrei, turchi e greci. Dicono che vi restarono uccise circa quattro mila persone, sapendo anche i cristiani essere turchi, quando hanno il vento in poppa. Il bottino si fece ascendere a quattrocento mila scudi romani, e parecchi mercatanti furono menati via ed obbligati al riscatto. Benchè l'ammiraglio de' Turchi Cicala si trovasse a Navarino lungi da Patrasso quaranta miglia, non si attentò a muoversi per voce precorsa essere cinquanta le galee cristiane, e quelle ben fornite di bravi combattenti e munizioni da guerra. Pasquale Cicogna doge di Venezia, personaggio di singolar probità, terminò in quest'anno a' dì 2 d'aprile la carriera del suo vivere. Sotto di lui fu fabbricato il sontuoso ponte di Rialto, una delle più insigni fabbriche di Venezia. Nel dì 22 oppure 26 d'esso mese venne sostituito in quella dignità Marino Grimani. Restò funestato l'anno presente dalla morte di altri illustri personaggi, cioè cardinali e capitani di gran nome, fra i quali io nominerò solamente Lodovico Gonzaga, zio paterno di Vincenzo duca di Mantova, il quale passato negli anni addietro in Francia, per le nozze contratte con Enrica figlia ed erede di Francesco duca di Nevers, acquistò quel ducato e lo tramandò a Carlo suo figlio, che a suo tempo vedremo duca di Mantova. Gran figura fece esso Lodovico nelle guerre civili di Francia. Merita ancora di essere accennata la morte di Torquato Tasso, accaduta nel presente anno a dì 26 di aprile in Roma, mentre si preparava la solenne di lui coronazione in Campidoglio. Insigne poeta e principe dei poeti epici italiani, e filosofo di alto sapere, come costa non men dai suoi versi che dalle sue prose, ma che per gl'insulti della soverchia sua malinconia fu gran tempo, per non dir sempre, zimbello della mala fortuna.

Anno di CRISTO MDXCVI. Indizione IX.

CLEMENTE VIII papa 5. RODOLFO II imperadore 21.

I pensieri del pontefice Clemente nel presente anno furono principalmente occupati in cercar le vie di estinguere la guerra che tuttavia in varie partì lacerava la Francia. Spedì a questo effetto il generale de' frati minori a spiar gli animi del re Arrigo e del cardinale Alberto governatore della Fiandra, e ad istillare in amendue pensieri di pace. Ma questa pace desiderata dal re franzese _Arrigo IV _non si accordava colle vaste idee del re di Spagna Filippo II; e tanto più perchè l'armi e raggiri suoi ebbero in più di un luogo felice successo. Primieramente avea saputo l'accortezza de' ministri spagnuoli talmente guadagnare Carlo Casale console, o piuttosto tiranno di Marsilia, che quel popolo parte per timore e parte per mari e monti di vantaggi lor fatti sperare dal re Cattolico, si misero sotto la di lui protezione, ed accettarono nel loro porto Carlo Doria colà inviato colle sue galee da esso re di Spagna: fatto che infinitamente dispiacque al re Arrigo. Era già tornato in grazia dello stesso re Cristianissimo il duca di Guisa. Mandato egli al governo della Provenza con quelle forze maggiori che potè riunire, s'impadronì di Cisteron, di Riez, di Grasse, di Hieres, di Santropè e di altri luoghi. Quindi si diede a manipolare un segreto trattato in Marsilia coi malcontenti del governo del Casali; e questo fu sì felicemente condotto, che nel dì 16 di febbraio il Casali restò ucciso da' congiurati; nel qual tempo si presentò esso duca di Guisa alle porte della città, e vi entrò, con acquistar dipoi le fortezze, ed obbligare il Doria a fuggirsene non senza perdita di molti de' suoi soldati sorpresi in terra fuori delle galee. Con più felicità succederono all'arciduca cardinale le imprese ch'egli tentò. Trovandosi impegnato il re Arrigo nell'assedio della fortezza della Fera, ed occorrendo troppe difficoltà a soccorrere quella piazza, s'avvisò il porporato di fare una potente diversione. Pertanto all'improvviso, nel dì 9 di aprile, piombò col suo esercito addosso alla riguardevol terra e fortezza di Cales, e con gran sollecitudine fece piantar le batterie, tanto per bersagliare la terra che per impedire i soccorsi per mare, i quali furono ben tentati, ma senza frutto alcuno. Era quella guarnigione di soli secento soldati impoltroniti nell'ozio, di mille e ducento borghesi e trecento villani, che intimoriti al primo feroce assalto degli Spagnuoli, dimandarono capitolazione, e l'ottennero, per potersi ritirar nel castello, promettendo di rendere ancor questo fra sei giorni, se non veniva soccorso. Venne infatti il soccorso, ed ebbe maniera di entrar nel castello. Adirato per questo il cardinale, fece giocar le artiglierie contra d'esso castello, ed appena formata la breccia, fu dato un sì furioso assalto, che avviliti i difensori non pensarono che alla fuga. Ne furono uccisi ottocento e tutto andò a sacco, con fama che il bottino ascendesse a un milione di scudi. Guines e Han si arrenderono anche essi dipoi al cardinale. E lo stesso fece nel dì 23 di maggio anche la picciola, ma forte città d'Ardres, e finalmente nell'agosto l'importante fortezza di Hulst.

Intanto dopo alquanti mesi di ostinato assedio giunse finalmente il re Arrigo nel precedente giorno, cioè nel dì 22 di maggio, ad obbligar gli Spagnuoli alla resa di Fera. E perciocchè la perdita di Cales era una continua puntura al suo cuore, non ebbe scrupolo a trattare e conchiudere un'alleanza con Elisabetta regina d'Inghilterra, assai per altri motivi disgustata degli Spagnuoli. Nè si dee tacere che, durante l'assedio della Fera, Arrigo di Savoia duca di Nemours, il duca di Gioiosa potente in Linguadoca, e, quel che più importò, il duca d'Umena della casa di Lorena, dopo molti segreti trattati, vennero all'ubbidienza e giurarono fedeltà al suddetto re Cristianissimo, il quale siccome principe magnanimo benignamente gli accolse, con loro concedere molti governi e vantaggi, ed obbliar generosamente le cose passate. Tornò infine alla divozion sua anche il duca di Mercurio, che più degli altri si era mostrato pertinace fautore della lega: tutti avvenimenti che servirono di maggiore ingrandimento e riputazione ad esso re. Ebbe in questi tempi una dura lezion dagl'Inglesi Filippo II re di Spagna. Fece la regina Elisabetta un formidabil armamento per mare, in cui concorsero anche gli Olandesi e molti particolari mercatanti; cioè una flotta di circa cento sessanta vele, dove s'imbarcarono sedici mila combattenti, fra' quali si contavano molti nobili venturieri. Comparve all'improvviso nel dì 21 (altri dicono nel dì 30) di giugno questa armata sotto il comando del giovane Roberto conte di Essech e dell'ammiraglio inglese Carlo conte di Howard, alla vista della tanto ricca e mercantile isola e città di Cadice in Ispagna, chiamata (non so il perchè) dal Campana e da altri Calice, e da lor posta ne' mari di Portogallo. Trovavansi in quell'isola cinquantasette grosse navi, fra le quali quattro dei galeoni, chiamati i dodici Apostolici, due galeazze di Andalusia, venti galee ed altri non pochi legni, tutti carichi di merci preziose, e destinati a passare alle Indie Orientali. Fu detto che ascendesse il valor d'esso carico a dodici milioni di ducati d'oro, spettante per la maggior parte a particolari mercatanti spagnuoli, napoletani, siciliani e genovesi. Prima di tentar altro gl'Inglesi arditamente si mossero contra le navi da guerra spagnuole, che sostennero per più ore il combattimento; ma accesosi il fuoco nel galeone San Filippo almirante dell'armata, si misero in confusion gli Spagnuoli; tre loro grosse navi ben fornite d'artiglieria rimasero in poter de' nemici; altre furono o arse o sommerse; gran bottino ancora fu fatto; e chi potè fuggire, si salvò. Ma il peggio fu che poco stettero i vincitori Inglesi ad assalire furiosamente la città, e a divenirne padroni, con essersi ritirati nel castello i difensori, i quali poco stettero a capitolare, per salvare le donne dal disonore e la città dall'incendio. Quanto di buono e bello ivi si trovò, fu messo a sacco. Vi restava gran quantità di legni sì del re che dei mercatanti, i quali stavano prima, o pur si erano rifugiati al passo del ponte che congiugne l'isola di Cadice colla terra ferma. Attesero i lor padroni la notte a scaricar le merci; e perchè il duca di Medina conobbe di non aver forza da difenderli, affinchè non cadessero in mano de' nemici, comandò che di tutti quei legni si facesse un gran falò; e l'ordine fu eseguito. Se ne andarono poscia pieni di preda gl'Inglesi. E tuttochè il re Cattolico, ansioso di farne vendetta, unisse nel porto di Lisbona una armata di più di ottanta vele, e la spignesse alla volta dell'Inghilterra; pure ancor questa sorpresa da un fiero temporale, parte perì nell'onde e parte maltrattata, non poco penò a ridursi in salvo. Gran danno che venne anche alla mercatura d'Italia da così fiero e strepitoso emergente.

La guerra d'Ungheria continuò vigorosa ancora in quest'anno. Tolsero le armi cristiane ai Turchi Vaccia. Presero ancora Clissa ne' confini della Dalmazia, ma poi la perderono. Essendo venuto lo stesso gran signore Maometto all'armata, la città d'Agria fu vilmente a lui renduta dal presidio imperiale, per ottener salve le vite: patto che non fu poi mantenuto dalla consueta infedeltà e barbarie de' Turchi. Furono poscia a fronte le due armate nemiche a Chereste, e si venne a giornata campale. Restò in poco tempo sbaragliata la turchesca, e ne fu fatta grande strage; ma perdutasi gran parte de' vincitori cristiani a dare il sacco ai padiglioni, le incontrò quella disavventura che tante altre volte è accaduta ed accadrà; cioè, che i Turchi raggruppati e ritirati dalla fuga diedero una piena sconfitta all'esercito imperiale. Torniamo ora in Italia, dove papa Clemente VIII, mirando con sommo dispiacere la continuata guerra del re di Spagna colla Francia, e la lega del re Arrigo IV coll'Inghilterra, determinò d'inviare in Francia Alessandro de Medici cardinale ed arcivescovo di Firenze, personaggio di raro ingegno e prudenza, acciocchè si studiasse di quetare il resto de' mali umori della Francia, e tentasse ancora di disporre gli animi alla pace. Con sommi onori fu ricevuto per tutta la Francia questo legato pontificio, ed ebbe il contento di vedersi incontrato da Arrigo di Borbone principe di Condè, fanciullo d'anni otto e primo del sangue reale dopo il re, il quale già istruito nella fede cattolica, secondo le promesse fatte al papa, avea abbandonata l'eresia di Calvino. Nel dì primo d'agosto ebbe esso legato la sua prima udienza dal re. Nè si dee tacere che, essendo cresciuto a dismisura in questi tempi lo scialacquamento dei titoli (del che gl'Italiani diedero la colpa alla superbia spagnuola), ne tentò la corte di Spagna qualche rimedio. Il titolo d'illustrissimo ed eccellentissimo, che già fu in uso per li soli principi sovrani, s'era tanto prostituto, che fino i nobili di basso affare lo pretendevano. L'illustre o molto illustre, che sul principio di questo secolo XVI, per quanto si può osservare, si soleva dare ai principi cadetti, era passato ad onorar la plebe. Da questo abuso nascevano poi contese, perchè i minori si volevano uguagliare ai maggiori, e i maggiori ai massimi, senza osservar distinzione alcuna di grado nella stessa nobiltà. Ora il conte di Olivares vicerè di Napoli pubblicò un editto, per cui venne vietato ogni titolo, per dir così, di cortesia, dovendosi unicamente scrivere nelle lettere al signor duca, al signor principe, marchese, conte, dottore, ec. Passò questo divieto a Milano, dove fu poco osservato. In Roma e in altri stati se ne risero. Quanto durasse questa prammatica, non occorre che io lo ricordi, e molto meno come passi oggidì in Italia l'abuso e la ridicola prostituzion de' titoli, perchè senza di me ognun lo vede a prova.

Anno di CRISTO MDXCVII. Indiz. X.

CLEMENTE VIII papa 6. RODOLFO II imperadore 22.

Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma Francesco di Lucemburgo duca di Penoy, ambasciatore di Arrigo IV re di Francia, a rendere ubbidienza al sommo pontefice Clemente VIII. Gran pericolo avea corso nel viaggio di essere fatto prigione da' soldati dello Stato di Milano, spediti in traccia di lui. Fu per lui nel sacro concistoro recitata una elegantissima orazione da Martino Bascia da Susa, o pur da Granoble, in cui a larga mano si profusero incensi in lode d'esso papa. Intanto per le disavventure occorse nel precedente anno in Ungheria, non per valore de' Turchi, ma per l'inconsiderato procedere de' capitani cristiani, si trovava l'imperadore Rodolfo II in gravi angustie, per timore specialmente che non restando più ostacolo alla potenza turchesca, avessero a comparir sotto Vienna l'armi ottomane. Fece perciò ricorso a tutti i principi d'Italia, e massimamente al pontefice, siccome padre del cristianesimo, il quale spedì per questo alla corte cesarea Gian-Francesco Aldobrandino suo nipote, e intanto con aggravio imposto al popolo romano, e in altre guise adunata l'occorrente pecunia, fece una leva di sette in otto mila fanti, e nel mese di giugno gli spedì in Ungheria. Con questo soccorso, ed altri che sopravvennero, mise insieme l'imperadore un'armata di dieciotto mila fanti e di cinque mila cavalli, de' quali fu dato il comando all'arciduca Massimiliano. Sorpresero i Cesarei, circa il fine di maggio, Tatta, e poi misero l'assedio a Pappà, che costò loro sangue, ma con venire in fine alle lor mani quella terra col suo castello. Era passato di nuovo in Ungheria Vincenzo duca di Mantova, a cui fu data la vanguardia dell'esercito. Or mentre egli con alquanti de' suoi va a riconoscere i contorni di Giavarino, giacchè si meditava di farne l'assedio, caduto in una imboscata di Turchi, fu preso, e miracolo fu ch'egli coll'aiuto di pochi si potesse liberare dalle lor mani. Accostaronsi i cristiani ad esso Giavarino; ma inteso l'avvicinamento dell'oste turchesca, in fretta levarono il campo, e tanto più perchè l'armata loro era di molto scemata. Riacquistarono dunque i Turchi Tatta, nè seguì poi altra rilevante azione in quelle contrade. Continuava intanto l'izza fra gli Spagnuoli ed Inglesi. Grande armamento navale si fece dall'una parte e dall'altra. Nella flotta di Spagna s'imbarcarono, oltre ad altre milizie, sei mila Italiani. Uscirono sul principio di settembre in mare le due armate nemiche, ma in vece di combattere fra loro, combatterono coi venti, essendo restate ambedue maltrattate e disperse da una terribil fortuna, e forzate, quando poterono, a salvarsi ne' loro porti, disputando fra esse chi maggior danno avesse riportato da quel duro conflitto.

Una percossa ebbero nel gennaio del presente anno i cattolici in Fiandra dal conte Maurizio di Nassau a Tornaut, perchè vi perderono la vita alcune centinaia d'essi, e restarono in potere dei vincitori trentotto bandiere di fanteria colla maggior parte delle bagaglie. Parve compensata questa perdita delle truppe spagnuole dalla felicità con cui riuscì a Ferdinando Portocarrero, governatore di Dorlans, che prima comunicò il suo disegno all'arciduca cardinale, di sorprendere all'improvviso nella mattina del dì 11 di marzo la città di Amiens capitale della Picardia, mal custodita, benchè dentro vi fossero più di quindici mila cittadini atti all'armi. Di grande importanza fu quell'acquisto sì per la grandezza e popolazion della città, come per la gran copia delle artiglierie e munizioni che vi si trovarono. Recata questa nuova al re Arrigo, dimorante allora in Parigi, al vederne sì afflitti i suoi cortigiani, magnanimamente dimandò loro se i nemici aveano portato Amiens in Ispagna. No, risposero; ed egli allora soggiunse: Buon per noi, che gli avremo tutti prigioni. E non tardò a dar ordine al maresciallo conte di Birone di accorrere colà, e di formar l'assedio della perduta città. Concorsero a quella impresa le maggiori forze del re colla giunta di quattro o cinque mila Inglesi; e lo stesso Arrigo in persona vi si portò per dar calore alle azioni. Durò per alquanti mesi il pertinace assedio, ed aveano i Franzesi già presa la strada coperta, e inoltrati i lavori sino alle mura, con che si vedea già vicina all'agonia quella città; quando l'arciduca Alberto si avvisò di recarle soccorso. A quella volta dunque s'inviò con diciotto mila fanti, mille e cinquecento uomini d'armi ed altrettanti cavalli leggieri. Il cardinal Bentivoglio fa ascendere quell'esercito a venti mila fanti e quattro mila cavalli. Trovossi questa armata nel dì 15 di settembre alla vista d'Amiens. Comunemente fu creduto che s'egli animosamente assaliva lo sparso campo franzese, non solamente potea soccorrere la città, ma anche mettere in rotta gli assedianti. Non ebbe tanto coraggio. Probabilmente la presenza d'un re sì valoroso, che tosto si mostrò pronto a ricevere i nemici, gli fece prendere la risoluzion di ritirarsi: il che eseguì con molti disagi e pericoli, perchè inseguito dai Franzesi. Laonde fu poi detto ch'egli, venuto come generale, era tornato come prete. Con patti dunque di tutto onore poco stettero gli Spagnuoli a rendere Amiens al re Arrigo nel dì 25 di settembre. Questo infelice impegno dell'arciduca cardinale lasciò intanto esposta la Fiandra agl'insulti degli Olandesi. Sicchè potè in quel tempo il conte Maurizio occupar varii luoghi, come Rembergh, Murs, Grol, Oldensel e Linghen, non senza aspre querele dei fiamminghi cattolici, che miravano negletti i loro interessi per attendere a quei della Francia. Gran guerra fu parimente in quest'anno tra i Franzesi e Carlo Emmanuele duca di Savoia, a cui la morte rapì nel dì 6 di novembre l'infanta Caterina sua moglie, figlia del re Filippo II, principessa non men feconda di virtù che di prole. Fu preso dal general franzese Lesdiguieres San Giovanni di Morienna. Il duca anch'egli acquistò degli altri luoghi, e seguirono alcuni combattimenti con varia fortuna, de' quali non importa qui il farne menzione.

All'anno presente appartiene la tragedia di Ferrara, ch'io leggermente toccherò, dopo averne abbastanza trattato nelle Antichità Estensi. Intorno ad essa può anche il lettore consultar la Storia stampata di Ferrara di Agostino Faustini, quella di Andrea Morosino e Cesare Campana, storico giudizioso e non parziale, il quale, quantunque non sapesse tutto, pure si mostrò sufficientemente informato di questo affare, al contrario di altri, che senza esame ne scrissero, ed anche offesero la verità in parlando delle qualità personali di don Cesare di Este, principale attore d'essa tragedia. Mancò di vita nel dì 27 d'ottobre Alfonso II duca di Ferrara, Modena, Reggio, ec. E giacchè non lasciò prole sua, avea poco dianzi dichiarato suo successore ed erede il suddetto don Cesare suo cugino, nato da don Alfonso figlio di Alfonso I duca di Ferrara, e da Giulia della Rovere figlia di Francesco Maria duca di Urbino. Pretesero i camerali romani che questo don Alfonso, procreato da Alfonso I duca di Ferrara e da Laura Eustochia, non fosse legittimato per susseguente matrimonio dal padre prima di morire. Le ragioni addotte nelle suddette Antichità Estensi per provare essa legittimazione, tali sono, che in qualsivoglia tribunal imparziale otterranno vittoria. Ma che sia giunto uno scritto in questi ultimi tempi colle pubbliche stampe, e in Roma stessa, a pubblicare che esso don Alfonso fu spurio, quando niuno mai dei camerali romani ha ciò preteso; e ne è evidente la falsità per essere nato esso principe da padre libero e madre libera, e tanti anni dopo la morte di Lugrezia Borgia moglie del suddetto duca Alfonso I; questa è un'insoffribil insolenza. A me non conviene dirne di più. Secondo l'antico costume, fu nello stesso giorno eletto e proclamato duca esso don Cesare dai magistrati di Ferrara, e nel dì 29 susseguente con gran solennità ed universale applauso ricevette nel duomo lo scettro e la corona ducale. Spedì tosto il novello duca il conte Girolamo Giglioli al sommo pontefice, ed altri cavalieri alle diverse corti de' principi, per dar loro parte dell'elezione sua. Ma appena intesasi in Roma la morte di Alfonso, e l'esaltazione d'esso duca Cesare, che pretendendo que' camerali devoluto il ducato di Ferrara ob lineam finitam, seu ob alias causas, papa Clemente VIII pubblicò un terribil monitorio contra d'esso don Cesare, assegnandogli il termine di soli quindici giorni a dedurre le sue ragioni in Roma. Arrivato colà il Giglioli, per quanto supplicasse per ottener proroghe, per impetrar arbitri, e perchè in amichevol congresso si conoscesse la giustizia, stante il pretendersi dal duca Cesare di essere chiamato al dominio di Ferrara dalle bolle di papa Alessandro VI, quand'anche suo padre fosse stato illegittimo; ma molto più competere a lui questo diritto, da che costava essere il suo genitore stato legittimato per susseguente matrimonio da Alfonso I duca con Laura Eustochia di lui madre, e si trattava non di feudo proprio, ma di un vicariato perpetuo: furono gittate le preghiere al vento. Sempre insistè il papa che don Cesare rilasciasse il possesso di Ferrara, e poi adducesse quante ragioni volesse e sapesse, che sarebbono ascoltate. Troppa ripugnanza sentiva il duca Cesare a questo partito, rappresentandogli il suo consiglio che in materia spezialmente di Stati il possesso in mano dei più forti si può chiamare un requiem alle ragioni e al petitorio.

Fu anche consigliato il duca Cesare da Roma stessa di non sottoporsi a giudizio formale del tribunale romano, perchè le ragioni sue in quel bollore non sarebbono considerate, e ne uscirebbe sentenza a lui pregiudiziale, quasichè con giusto esame si fosse conosciuto aver egli torto. Scrive nondimeno Andrea Morosino, che il pontefice si era indotto a far esaminar le ragioni dell'Estense amichevolmente, con deputar anche per questo quattro cardinali; ma che il cardinale Alessandrino (chiamato dipoi da lì a tre mesi all'altra vita) si scaldò sì forte contra di questo, che pur era atto di giustizia, che il fece desistere, e lo spinse a precipitar la sentenza. Avea intanto esso pontefice ordinata in fretta la leva di circa venticinque mila fanti e di qualche migliaio di cavalli, mettendoli tosto in marcia alla volta di Ferrara, per precludere ogni adito al duca Cesare di muovere in aiuto suo alcuna delle potenze cristiane, e di accrescere con truppe forestiere le proprie. Avea in oltre richiamato dall'Ungheria il nipote Gian-Francesco con tutte le sue truppe, premendogli più questo affare che la guerra co' Turchi. Furono anche spinti emissarii in Ferrara, che con ingorde promesse ispirassero a quel popolo, sì fedele in tutti i tempi alla casa di Este, la ribellione al nuovo principe loro. Quindi nel dì 23 di dicembre venne fulminata in Roma un'orrida bolla o sentenza contra di esso duca Cesare, e di chiunque a lui porgesse aiuto, specificando anche l'imperadore, ed ogni re e principe cristiano. Non avea già lasciato il duca di far quell'armamento che competeva alle sue poche forze, per opporsi in qualche maniera al torrente dell'armi, che sempre più se gli appressava. Ma in fine non sussisteva che il duca Alfonso gli avesse lasciati que' tesori che la fama decantava, e n'era ben consapevole la corte di Roma; e dall'altro canto per la riverenza al pontefice niuno de' principi di questi tempi osò di alzare un dito in favore di lui, contentandosi eglino solamente di adoperare inefficaci esortazioni e preghiere al papa, affinchè senza impegno d'armi si esaminasse quella controversia. Ma quello che maggiormente atterrì l'Estense, principe allevato solo nella pietà e nell'arti di pace, fu essergli stato rappresentato (se con vero o falso fondamento nol so) che non era sicura la di lui vita in Ferrara, per le trame che si andava ordendo contra di lui. Il perchè, essendo oramai giunto a Faenza il cardinal Pietro Aldobrandino nipote del papa con titolo di legato e generale dell'armata pontificia, la qual già s'era raunata in quelle parti, il duca Cesare cominciò ad inclinare alla concordia: e tanto più perchè venivano anche minacciati gli Stati imperiali della casa d'Este, e s'era trovato Marco Pio signore di Sassuolo e di molti altri feudi nel Modenese, che, dimentico del suo dovere come vassallo, teneva mano ad un tradimento. Lasciossi pertanto esso duca indurre a scegliere per paciera donna Lugrezia d'Este duchessa d'Urbino, ancorchè sapesse che quella principessa non avesse buon cuore per lui a cagion di disgusti passati fra don Alfonso suo padre e lei. Portossi dunque a Faenza la duchessa per trattare d'accordo nel dì 28 di dicembre, dove fu accolta dal cardinal legato con tutta gioia e con ogni dimostrazion di onore. La istruzione sua consisteva in dover procurare che si mettesse Ferrara in mano di qualche principe confidente, sino a ragion conosciuta. Come poi passasse questa faccenda ne è riserbata all'anno seguente la notizia.

Anno di CRISTO MDXCVIII. Indizione XI.

CLEMENTE VIII papa 7. RODOLFO II imperadore 23.

Ita Lugrezia d'Este duchessa d'Urbino a Faenza, trovò nel cardinale legato Aldobrandino chi potea e volea dar la legge, e stette sempre saldo in esigere il possesso di Ferrara in mano del papa, pronto nel resto a compartir grazie e favori. Convenne accomodarsi alla forza, che avrebbe potuto ottener ciò che si fosse negato coll'ostinazione. Seguì dunque la concordia nel dì 13 di gennaio, consistente in quindici articoli, ne' quali il punto principale fu, che don Cesare rilasciasse il possesso del ducato di Ferrara con tutte le sue pertinenze, e il possesso di Cento e della Pieve, e dei luoghi di Romagna; e che tutti gli allodiali di qualsivoglia sorte lasciati dal duca Alfonso restassero ad esso don Cesare con tutti i privilegii, immunità e libertà che godeva esso duca. Sicchè restarono in questo naufragio agli Estensi almen salve le ragioni loro sopra il ducato di Ferrara, le quali esposte in varii manifesti o libri, e massimamente nella parte seconda delle Antichità Estensi, furono ben dipoi promosse nell'anno 1643 da Francesco I duca di Modena, od anche si ventilarono in Roma, nel 1710, fra i ministri della santa Sede e quei dell'imperador Giuseppe, e di Rinaldo duca di Modena; ma con restar tuttavia pendente la lite, e senza che cessi la speranza, che quando Iddio preservi l'antichissima e nobilissima casa d'Este da quelle cattive influenze a cui sono state sottoposte tante altre di principi, e specialmente in Italia, abbia da venire un pontefice superiore ad ogni basso affetto che faccia più giustizia agli Estensi; giacchè in fine da quell'acquisto poca utilità è provenuta alla camera apostolica, ed ha solamente servito a cagionare in certa maniera la rovina di Ferrara. Questi moderati riflessi non si poterono ottener nè sperare dalla camera apostolica ai tempi del duca Cesare, dacchè si vide che essi camerali presero anche con gente armata il possesso della città di Comacchio, che pur non era dipendenza di Ferrara, e che gli Estensi godevano in vigor d'investiture imperiali fin dall'anno 1354, continuate poi sino al dì d'oggi: del che fece gravi richiami, ma indarno, il regnante Augusto Rodolfo. Presero ancora la città ossia terra d'Argenta, che pur dovea ricader alla chiesa di Ravenna, e Cento e la Pieve, che aveano da tornare alla chiesa di Bologna. Anzi giunsero essi camerali fino ad intimar monitorii alla repubblica di Venezia, pretendendo da essa anche il Polesine di Rovigo. Abbandonata dunque Ferrara, don Cesare contento da lì innanzi del titolo di duca di Modena, Reggio, ec., colla duchessa Virginia de Medici sua moglie, figlia di Cosimo I gran duca di Toscana, e co' figli, si ritirò a Modena, città, che per la residenza della corte profittò delle disavventure del principe suo. Entrò nel dì seguente il cardinale Aldobrandino con gran pompa in Ferrara, in cui poscia per benemerito di sì felice impresa fu dichiarato legato. In Roma si fecero di grandi feste per questo; e il pontefice Clemente, voglioso di vedere co' proprii occhi il fatto acquisto, cominciò a prepararsi per venire a Ferrara: risoluzione poco appresso eseguita.

Nel dì 12 d'aprile si mosse da Roma esso papa, accolto con sommo onore per dovunque passò, e massimamente dal duca d'Urbino, e in Rimini si portò a baciargli i piedi Cesare duca di Modena con don Alessandro suo fratello, a cui fu poscia conferita la sacra porpora nella promozione d'insigni personaggi fatta da esso pontefice a dì 3 di marzo del seguente anno e non già del presente, come per errore di stampa si legge presso l'Oldoino. Solennissima fu l'entrata del santo padre in Ferrara, nel dì 8 di maggio, per la magnificenza della sua corte e degli addobbi fatti da quel popolo; ma che nella notte del dì seguente restò funestata dall'incendio della torre Marchesana, cagionato da una girandola, che costò la vita a molti Ferraresi accorsi per estinguerlo. Portaronsi colà per tributare i loro ossequii al pontefice Vincenzo duca di Mantova e Ranuccio duca di Parma, e fu ammirata la grandiosità del loro accompagnamento, e spezialmente quello dell'ultimo. Dopo di che si applicò Clemente a regolare il governo di quella città. Quivi si fermò alcuni mesi, probabilmente per avere il contento di accogliere l'arciduchessa Margherita di Austria figlia dell'arciduca Carlo, che veniva di Germania accompagnata dall'arciduchessa sua madre con corteggio di circa sette mila persone. Essendo ella destinata in moglie a Filippo III, poco prima, per la morte di Filippo II suo padre, divenuto monarca delle Spagne, era già seguito concerto che il matrimonio si facesse alla presenza del medesimo santo padre. In così illustre brigata si trovava anche l'arciduca Alberto, da noi veduto poco fa governator della Fiandra, il quale, avendo già deposta la porpora cardinalizia, dovea sposare l'infanta Isabella figlia del suddetto re Filippo II colla dote della Fiandra ossia dei Paesi Bassi. I mandati per l'esecuzion di questi matrimonii erano portati dal duca di Sessa ambasciatore del re Cattolico. Pertanto nel dì 13 di novembre con incontro sommamente magnifico entrarono questi principi in Ferrara, e per le strade superbamente ornate giunsero a' piedi del pontefice, che assiso sul trono li aspettava nella gran sala del castello. Poscia nel dì 15 d'esso mese si fece dalla santità sua la solenne funzione dei due matrimonii. Nel dì 18 seguì la partenza della regina e di quella gran comitiva, che tutta passò a Mantova, dove da quel duca furono loro dati sì sontuosi divertimenti che riempierono di maraviglia lo sterminato concorso degli spettatori. In Milano ad inchinar essa regina comparve Carlo Emmanuele duca di Savoia. Perchè era passata la stagione propria a far viaggio per mare, convenne che questi principi si fermassero in Milano sino al febbraio dell'anno seguente.

Anche il pontefice Clemente, dopo aver lasciato ordine che si fabbricasse una cittadella in Ferrara, a cui si diede principio nell'anno seguente collo sterminio di migliaia di case, chiese e palazzi, e con incredibili lamenti di quel popolo, nel dì 26 di novembre s'inviò alla volta di Roma, dove pervenuto nel dì 20 di dicembre, per mezzo i sonori viva, apparati ed archi trionfali, e fra l'indicibil festa del popolo romano, andò a prendere riposo. Ma tre giorni appresso eccoti convertirsi tanta allegrezza in un comune dolore per una cotanto fiera ed orribil inondazione del Tevere, simile a cui non v'era memoria che fosse succeduta in addietro, avendo superata quella che nell'anno 1530 accadde sotto Clemente VII: flagelli per altro simili, perchè succeduti il primo dappoichè Clemente VII era tutto gioioso per aver sottomessa Firenze alla sua casa; e il secondo dopo tanto giubilo di Clemente VIII per aver tolta Ferrara agli Estensi. Spettacolo al maggior segno lagrimevole fu il diroccamento di tante case per la gran furia dell'onde, con avervi perduta la vita più di mille e cinquecento persone. Non si potè raccogliere il numero de' tanti cavalli o muli che restarono affogati nella città, e dei bestiami che perirono nella campagna, essendosi steso l'orgoglioso fiume per più miglia ne' contorni. Infiniti mobili, viveri e merci, colti ne' bassi piani delle case, fondachi e botteghe, o furono condotti via, o si guastarono. Tutto era lutto e tutto pianto e spavento. Il pontefice Clemente, che, per attestato del Vettorelli nella di lui Vita, riconobbe in questo flagello l'ira di Dio irritata pei peccati d'allora, non mancò a dovere alcuno di buon padre per soccorrere in sì terribil calamità il suo popolo, e d'impiegar grandi somme di danaro in limosine, e in provveder anche dipoi per molto tempo di pane i poveri rimasti privi di ogni sostanza.

Fra le altre allegrezze che provò in quest'anno esso pontefice, singolare certamente fu quella dell'avviso recatogli in Ferrara della pace conchiusa fra i re di Francia e di Spagna nel dì 2 di maggio del presente anno in Vervino, giacchè le di lui premure e i ministri suoi cotanto aveano contribuito a questo gran bene della cristianità. Vi si adoperarono infatti con tutto vigore il cardinale Alessandro de Medici legato apostolico, e frate Bonaventura Calatagirone generale dei francescani, uomo manieroso, anch'esso a questo fine inviato in Francia dal papa. Quantunque ogni dì andassero di bene in meglio gl'interessi del re Arrigo IV, ed egli ricuperasse in quest'anno quasi tutta la Bretagna, con accettar la sommessione del duca di Mercurio, tuttavia, trovando egli oramai esausto il regno per le tante passate guerre, e sè stesso bisognoso di prendere fiato, si fece conoscere inclinato alla pace, purchè dagli Spagnuoli venisse a lui restituito qualsivoglia luogo da essi occupato in Francia. Molto più v'era portato il re Filippo II, perchè non può dirsi in che miserabile stato fosse ridotta la Spagna, poco per altro feconda di gente, per le tante leve di milizie ivi fatte a fin di sostenere le sì lunghe guerre co gl'Inglesi, Olandesi e Franzesi, oltre al dover provvedere di tante soldatesche le sue flotte per difenderle da' corsari inglesi, ed oltre a quei tanti Spagnuoli che passavano a cercar loro fortuna alle Indie Occidentali. Queste si sa, che se arricchivano la Spagna co' lor tesori, l'impoverivano poi di abitatori, e quegli stessi tesori andavano a perdersi fuori del regno nelle guerre lontane. In questi tempi ancora la carestia e la peste non poco infestavano varie provincie d'esso regno. Quel che è più, giunto il re all'età di sessantun anni, cominciò a declinare il vigor del suo corpo, con ricordargli vivamente ciò che tutti dobbiamo alla mortalità. Però fu stabilita la pace, tenuta nondimeno per poco onorevole al re Cattolico, i cui capitoli si leggono in varii libri e nelle raccolte dei trattati pubblici. Non si può esprimere il giubilo che per questo felice accordo si sparse per tutti i regni e principati cattolici. Il solo duca di Savoia Cario Emmanuele quegli fu che n'ebbe a sospirare, avendo egli provata quella disavventura a cui sovente sono esposti i principi minori che si collegano coi maggiori, cioè di restar eglino, se non anche sacrificati, almeno con un pugno di mosche ne' trattati di pace. Fu ben egli compreso in quella pace, ma l'articolo del marchesato di Saluzzo, che tanto a lui premeva, restò indeciso, con esserne stata rimessa al papa come arbitro la decisione: il che tutti i saggi politici ben riconobbero essere un fermento di nuova guerra. Pure non potè esentarsi il duca dal sottoscrivere la pace tal quale era, sperando che i suoi maneggi e la prudenza del pontefice troverebbono proporzionati rimedii a questa piaga rimasta aperta. Trovavansi intanto i suoi Stati di là e di qua dai monti afflitti dalla peste.

Andarono dipoi crescendo gl'incomodi della sanità del re Cattolico, per cagion de' quali avea già rinunziato il governo degli Stati al principe don Filippo suo figlio. Si aggiunse anche una lenta febbre, di modo che scorgendo appressarsi il fine de' suoi giorni, si fece portare all'Escuriale, mirabil palazzo, monistero e chiesa, ch'egli con ispesa almeno di due milioni d'oro avea fabbricato. Giunto colà nel dì 2 di luglio, fu preso da una schifosa e penosa malattia, essendosi inverminite le sue ulcere, ma ch'egli con eroica imperturbabilità sofferì fino all'ultimo fiato. Ora, dopo aver lasciati nobilissimi avvertimenti al figlio, e passati que' giorni di tribulazione in continui esercizii di pietà, spirò finalmente l'anima nel dì 15 di settembre. La gloriosa memoria di questo monarca, il quale per l'union del Portogallo, fu allora considerato il maggiore o certamente uno de' maggiori dell'universo, tanta era l'estensione de' suoi dominii in tutte le quattro parti della terra, non ha bisogno che io mi fermi a rammentare il suo impareggiabil senno, la somma sua religione, la fermezza dell'animo, e tante altre sue lodevoli doti e virtù che in lui si univano, perchè negli elogi suoi si sono impiegate le penne di tutti gli scrittori cattolici. A lui succedette Filippo III suo figlio, principe inferiore di mente al padre, ma da preferirsi a lui nell'amore della pace, cioè di un gran bene de' poveri popoli, siccome all'incontro male grande suol essere la guerra desolatrice de' proprii e degli altrui paesi. Considerabil fu nel presente anno in Ungheria il riacquisto fatto dall'armi imperiali nel dì 29 di marzo dell'importante fortezza di Giavarino. Perchè i Turchi credeano inespugnabil quella piazza, non si metteano gran cura in custodirla. Informato della lor trascuratezza Adolfo barone di Swarzemberg, luogotenente in Ungheria dell'arciduca Massimiliano, con quattro mila soldati comparve colà di buon mattino, e con tal felicità condusse l'affare che sorprese la porta ed entrò. Gran conflitto seguì con quel presidio, che costò la vita a circa mille e settecento Musulmani e a cinquecento cristiani, restando in fine i cesarei padroni della terra e del castello. Dopo sì rilevante acquisto s'impadronirono essi anche di San Martino, Tatta, Vesprino e di altri luoghi. Poscia nel dì 9 di ottobre presero per assalto la città bassa di Buda, ma senza poter forzare il castello; per la cui resistenza, e per la voce di grosso esercito di Turchi ch'era in marcia, uopo fu di abbandonare la stessa città. Restò intanto assediato da' Turchi Varadino, ma sì ostinata fu la difesa de' cristiani, che furono infine coloro obbligati a levare il campo. Prese in quest'anno l'arciduca Alberto il possesso della Fiandra, conceduta in dote dal re Filippo II all'infanta Isabella sua figlia; moglie di lui, e in varii luoghi d'Italia furono celebrate solenni esequie d'esso defunto re Filippo. Non poca apprensione diede il bassà Sinan Cicala alla Sicilia, lasciandosi vedere con una potente flotta verso Messina; ma andò a risolversi tutto lo spavento in aver solamente desiderato quel famoso corsaro, di nazion Calabrese, di veder sua madre tuttavia vivente: la qual grazia gli fu accordata dal vicerè con tutta cortesia, ma con aver voluto per ostaggio il di lui figlio, affinchè fosse restituita la donna.

Anno di CRISTO MDXCIX. Indizione XII.

CLEMENTE VIII papa 8. RODOLFO II imperadore 24.

Nel dì 3 di marzo il pontefice Clemente fece la promozione di alcuni cardinali, tutti personaggi di gran merito, fra i quali spezialmente si distinsero Roberto Bellarmino della compagnia di Gesù, da Monte Pulciano, Arnaldo d'Ossat Franzese, e Silvio Antoniano Romano. E perciocchè nell'anno seguente si avea da celebrare il giubileo, nel dì 19 di maggio ne intimò a tutti i fedeli la futura solennità. Non potè poi nella vigilia del santo Natale, per ragion della podagra, aprire la porta santa; ma soddisfece a questa cerimonia nell'ultimo giorno dell'anno. Dopo essersi trattenuta in Milano per tutto il verno la nuova regina di Spagna Margherita coll'arciduchessa sua madre e coll'arciduca Alberto, per aspettar tempo propizio alla navigazione, finalmente nel febbraio s'inviò alla volta di Genova. Sommamente magnifici e riguardevoli furono gli apparati coi quali fu ivi accolta da quella repubblica. Quarantadue galee, comandate dal principe Doria, erano pronte per condurre in Ispagna la maestà sua con tutta la sua gran corte. Essendone seguito l'imbarco nel dì 18 d'esso mese, arrivò poi, benchè non senza grave contrarietà di venti, ai lidi di Valenza, nella qual città s'era portato il re Filippo III suo consorte. Seguì nel dì 18 di aprile la solenne entrata d'essa regina in quella città colla magnificenza convenevole a que' monarchi. Finite le feste, l'arciduca Alberto e l'infanta Isabella sua moglie e l'arciduchessa nel dì 7 di giugno si rimbarcarono, e pervennero nel dì 18 a Genova. Indi passarono a Milano, dove con sontuosità di nuove feste fu solennizzato il loro arrivo. Ad onorar questi principi colà comparvero gli ambasciatori de' principi d'Italia, e papa Clemente vi spedì con titolo di legato il cardinale Francesco di Dietrichsteim. Doveva egli, secondo le istruzioni romane, essere ricevuto sotto il baldacchino nell'entrare in Milano; ma vi si trovarono delle difficoltà che non si poterono superare, essendochè il contestabile governatore di quello Stato avea ricevuto ordine dal re di non compartire un sì fatto onore all'arciduca Alberto; e dovendo esso cardinale essere incontrato da esso arciduca, questi perciò sarebbe restato fuori del baldacchino; oltre all'allegarsi ancora che negli Stati di Spagna al solo re e alla regina era riserbata cotale onorificenza. Il cardinale, giacchè era imminente la partenza di quei principi, non volle per questo desistere dalla sua funzione: del che poi la corte di Roma mostrò non lieve disgusto di lui.

Arrivò dopo molto tempo in Fiandra, esso arciduca coll'infanta, ricevuto con giubilo universale da que' popoli lieti di aver ora principe proprio e presente con isperanza che dopo gl'infiniti passati travagli avessero una volta a migliorare i loro interessi. Gareggiarono insieme quelle città nella magnificenza delle feste pel suo ricevimento. L'arciduca Andrea cardinale, rinunziato il governo di essa Fiandra, se ne andò in pellegrinaggio, e nell'anno seguente in Roma terminò i suoi giorni. Ora il novello principe della Fiandra Alberto non perdè tempo a troncare il corso ad una guerra mossa da alcuni principi della Germania per cagion degli Spagnuoli che aveano non solamente preso quartiere d'inverno nel paese di Cleves, ma ancora occupati alquanti luoghi di quella contrada. Sicchè altri nemici non ebbe egli da lì innanzi che gli Olandesi. In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e ne riportarono molti vantaggi l'armi cristiane. Diedero gli Ungheri una rotta ad un bassà che con tre mila de' suoi andava a rinforzare il presidio di Buda, riportandone grosso bottino, danari, gioie e cavalli. Tentò anche il conte di Swarzembergh la stessa città di Buda. Essendogli convenuto ritirarsi, il bassà di quella città uscì fuori per andare incontro ad un gran convoglio di munizioni da bocca e da guerra che veniva a trovarlo; ma caduto in una imboscata d'Aiduchi, restò prigione, e sconfitta la sua truppa, siccome ancor quella del bassà di Bossina, accorsa in aiuto dell'altra. Riuscì parimente al conte suddetto d'impadronirsi della città di Alba Regale; ma ritrovata troppa resistenza nella guernigion del castello, diede il sacco ad essa città, e poi la consegnò alle fiamme. Di maggior conseguenza fu un altro fatto. S'intese che un grosso numero di barche turchesche, cariche di vettovaglie, artiglierie e munizioni da guerra, era pel Danubio indirizzato alla armata d'Ibraim bassà. Circa mille e secento imperiali, spediti all'improvviso, trovarono quella flotta al lido; e dopo aver tagliata a pezzi la maggior parte della scorta, tal bottino ne riportarono, che la fama, verisimilmente poco in ciò veritiera, lo fece ascendere ad un milione di ducati d'oro. Affondata parte di quelle barche, tutti allegri se ne tornarono i cristiani al loro campo, con aver anche dipoi data una percossa ai nemici sotto di Agria: azioni tutte che sconcertarono affatto ogni disegno de' Turchi nell'anno presente. Non provarono già egual felicità cinque galee del gran duca di Toscana, le quali, comandate da Virginio Orsino, corseggiavano nei mari di levante. Arrivate queste una notte all'isola di Chio o Scio, sbarcarono trecento uomini, i quali valorosamente assalirono quella città. Tal fu lo spavento degli abitanti, che, tutto abbandonato, si rifugiarono al monte, sull'opinione che un nuvolo di cristiani fosse venuto a visitarli. Ma, fatto giorno scorgendo che si trattava di sole poche galee, con gran furia scesero contra gli occupatori della città, de' quali, perchè a cagion del mare burrascoso stentarono a rimbarcarsi, tra uccisi e prigioni ve ne restarono più di cento col loro colonnello.

Grande strepito fece nell'anno presente in Roma e per tutta l'Italia un raro caso di ribalderia e insieme di giustizia. Abbondava Francesco Cenci nobile romano di ricchezze, perchè avea ereditato dal padre ottanta mila scudi di rendita annuale; ma più abbondava d'iniquità. Il minor vizio suo era quello di ogni più sozza e nefanda libidine; il maggiore quello di essere privo affatto di religione. Dal primo suo matrimonio ricavò cinque figli maschi e due femmine; niuno dal secondo. L'inumanità da lui usata coi primi fu indicibile; non men bestiale trattamento ne provarono le figlie. Avendo la maggiore di esse fatto ricorso con memoriale al papa, si levò d'impaccio, perchè fu forzato il padre a maritarla. Restò Beatrice la minore in casa, e fatta grande e bella, soggiacque alle disordinate voglie di chi l'avea procreata, giacchè le fece egli credere non peccaminoso un atto di tanta iniquità. Non si vergognava il perverso uomo di abusarsi della figlia sugli occhi della stessa sua moglie, matrigna di lei. Dacchè la fanciulla, avvertita della brutalità del padre, cominciò a ripugnare, si passò ad esigere colle battiture ciò che cogli inganni sulle prime si era ottenuto. A sì miserabil vita dunque non potendo reggere la figlia, dappoichè ebbe significato ai parenti i mali trattamenti del padre, senza ricavarne profitto, animata dallo esempio della sorella, mandò un ben composto memoriale al papa a nome ancor della matrigna. Fosse questo o non fosse presentato, certo è che non ebbe effetto, e nè pur fu ritrovato nella segreteria allorchè venne il bisogno. Intanto, ciò penetrato dal padre, cagion fu che si aumentasse la sua crudeltà contro la moglie e la figlia, sino a ritenerle chiuse in alcune camere sotto chiave. Portate allora queste dalla disperazione, congiurarono la morte di lui. Non riuscì difficile ad esse il trarre nel medesimo sentimento Giacomo il maggiore de' figli, che avea già moglie e figliuoli, perchè anche egli troppo si trovava tiranneggiato dal padre. Pertanto fu da due sicarii nella propria casa l'addormentato vecchio ucciso una notte, e congegnato sì fattamente il di lui cadavero in un ortaglio, che parve accidentale la di lui caduta e morte. Ma non permise Iddio che si vantasse di tanta felicità l'enorme delitto del parricidio. Scoperti e presi i rei, cederono alla forza dei tormenti; ed avendo il pontefice Clemente letto tutto il processo, tosto comandò che fossero strascinati a coda di cavallo. E perciocchè si mossero i principali avvocati di Roma in difesa dei rei, il papa alto alla mano negò loro di ascoltarli. Riuscì nulladimeno al celebre Farinaccio d'ottenere udienza, e in un colloquio di quattro ore tanto seppe dire delle scelleraggini dell'ucciso, e degl'insoffribili torti fatti ai figliuoli, non per levare la colpa loro, ma per isminuire la pena, che il santo padre si calmò non poco, e fermò il corso della giustizia. Già si sperava che fosse almeno in salvo la vita dei delinquenti, quando succedette in altra casa nobile un matricidio, per cui esacerbato il papa, ordinò che quanto prima si eseguisse la sentenza di morte contra di loro. Nel dì 11 di settembre del presente anno nella piazza di Ponte sopra eminente palco furono condotte le due donne con Giacomo e Bernardo fratelli. All'ultimo di essi, perchè di età di quindici anni, e perchè dichiarato non complice dal fratello prima di morire, fu salvata la vita, e restituita dipoi la libertà. Ebbero le donne reciso il capo; Giacomo a colpi di mazza restò conquiso. Tal compatimento svegliò in cuore di tutti gli astanti questo sì tragico spettacolo col riandare l'iniquità del padre, cagione di tanto disordine, e massimamente in considerare l'età, la bellezza e lo straordinario coraggio della giovinetta Beatrice, allorchè salì sul palco e si accomodò alla mannaia, che più e più persone caddero tramortite. Altre non poche rimasero per l'immensa folla del popolo soffocate, o stritolate o malconce dalle indiscrete carrozze. Corse la relazione di quest'orrido avvenimento per tutta l'Italia, e fu accolta con differenti giudizii. Ne lasciò anche il Farinaccio autentica memoria nella qu. CXX, n. 172, de homicidio, e nel lib. I, cons. LXVI dove scrive, che se si fosse potuto provare la violenza inferita da Francesco alla figlia, questa non si potea condannare alla morte, perchè cessa di essere padre chi si lascia trasportare a tanta brutalità. Ma come poter concludentemente provare atti tali, mancanti ordinariamente affatto di testimonii? Confessa nondimeno il Farinaccio che comunemente si tenea per verissima quell'infame azione del padre. E se fosse stata fatta giustizia di lui, allorchè per tre volte fu messo in prigione a cagion del vizio nefando, per cui si compose in ducento mila scudi, non sarebbero incorsi in così lagrimevol disavventura i figli suoi.

Anno di CRISTO MDC. Indizione XIII.

CLEMENTE VIII papa 9. RODOLFO II imperadore 25.

Celebrossi nel presente anno in Roma il giubileo, per cui la provvidenza di papa Clemente avea fatto ogni convenevole preparamento di vettovaglia e di alberghi, affinchè nulla mancasse ai pellegrini divoti, che ben si prevedeva avere da essere smisurata la copia d'essi. Tale infatti si provò, essendosi fatto il conto che presso a poco tre milioni di persone forestiere in tutto l'anno si portarono a Roma a partecipar il perdono e le consuete indulgenze dell'anno santo. Nel giorno di Pasqua si calcolò che si trovassero in quella gran città presso a ducento mila cristiani stranieri di varie nazioni. Ma laddove ne' primi tempi che fu istituita questa divozione, Roma senza molto scomodo raccoglieva le limosine de' tanti cristiani che concorrevano, e faceva gran guadagno delle sue derrate: in questi tempi la carità del romano pontefice, dei cardinali e di tutto il popolo romano mirabilmente sfavillò per le laute limosine fatte agli stessi pellegrini, e per l'ospitalità e carità loro usata. Imperciocchè il papa, preparato un palazzo in Borgo, quivi diede alloggio e vitto per dieci giorni a qualsivoglia vescovo, prelato, sacerdote e cherico che volle quivi albergare; e lo stesso santo padre sovente si portava a visitarli, a lavar loro i piedi, e a servirli alla tavola. Oltre a ciò, dispensò egli in altre limosine da trecento mila scudi, e fu in continuo moto per esercitar gli atti della sua carità e pietà a consolazione di tanti divoti cristiani. Maravigliose cose fece l'arciconfraternita della Santissima Trinità, istituita appunto per le opere di carità cristiana, perchè nel corso di quest'anno diede ricetto e vitto per tre giorni a circa ducentocinquanta mila pellegrini, e in oltre a ducento quarantotto compagnie forestiere, ascendenti a cinquanta quattro mila persone. A servire con umiltà e carità sì esorbitante copia di gente straniera non mancò mai tutta la nobiltà romana, sì ecclesiastici che secolari: il che cagionava non meno stupore che tenera edificazione a tante nazioni cristiane colà concorse. A proporzione poi delle lor forze altrettanto fecero l'altre arciconfraternite di Roma. In somma tali e tante furono le opere di misericordia e pietà esercitate in sì pia occasione dal papa e da' Romani; tale l'affluenza e il buon governo dei pellegrini, fra' quali si contarono anche dei principi e gran signori incogniti, come il duca di Baviera e il cardinale Andrea di Austria, oltre ai duchi di Parma e di Bar, che un simile giubileo da gran tempo non s'era veduto, e mai più non si vide dipoi. Vi concorsero ancora per curiosità sconosciuti molti eretici, i quali, pieni di ammirazione per sì grande apparato di cristiana pietà, e massimamente allo osservare tanta esemplarità del papa e dei sacri ministri, o abbracciarono la fede cattolica, o giunti a' lor paesi distrussero le calunnie solite a spacciarsi dai protestanti contro la santa Sede e contro la religion cattolica. Nè si dee tacere che avendo le acque, che scendono dalle colline di Rieti nel lago Velino, ossia nella fossa Curiana, la proprietà di pietrificare il fango ed altre materie, si era venuta stringendo in tal maniera quella fossa, che restavano inondate le fertili campagne all'intorno. Papa Clemente vi applicò il rimedio con far di nuovo maggiormente slargar essa fossa, e fabbricarvi anche un ponte: spesa che ascese a settantacinque mila scudi. Nel presente anno terminato fu quel lavoro, come apparisce da una sua medaglia.

Da Margherita di Valois regina sua moglie non avea, nè sperava più successione Arrigo IV re di Francia. Perciò si cercarono ragioni, e si trovarono nel precedente anno per disciogliere il loro sacro legume, consentendovi la stessa regina, che confessava d'averlo contratto per forza. Portata la controversia davanti al papa, dopo un serio esame restò dichiarato nullo esso matrimonio. Tutta questa festa era principalmente fatta dal re per desiderio e con disegno di sposare in appresso Gabriella d'Etrè cotanto favorita da esso Arrigo, principe incredibilmente perduto negli amori delle donne, che dal volgo veniva creduto ammaliato da essa. Gli avea la medesima già partoriti due figli, Cesare ed Alessandro, che il re si figurava di poter legittimare, benchè spurii, col susseguente matrimonio. Ma le umane vicende vi provvidero, perchè Gabriella vicina al parto nel dì 10 di aprile dell'anno antecedente presa da una fiera apoplessia terminò i suoi giorni con infinito dispiacere del re, e forse non senza dicerie del popolo. Si rivolse pertanto Arrigo a cercare una più convenevol moglie, e Ferdinando gran duca di Toscana seppe prevalersi della congiuntura per promuovere a quelle nozze regali Maria de Medici, figlia del già gran duca Francesco suo fratello. Condotto a fine questo trattato, nel dì 5 di ottobre fu sposata in Firenze questa principessa a nome del re dal signor di Bellegarde suo ambasciatore, eseguendo le funzioni della chiesa il cardinal Pietro Aldobrandino nipote del papa, colà spedito apposta con titolo di legato. In magnifici sollazzi si spesero poi i seguenti giorni, finchè nel dì 13 d'esso mese la regina accompagnata da Cristina di Lorena gran duchessa sua zia, da Leonora duchessa di Mantova, sua sorella maggiore, da Virginio Orsino duca di Bracciano, e da una fioritissima corte, andò ad imbarcarsi a Livorno nelle galee del papa, di Toscana e di Malta. Approdò essa a Marsilia nel dì 3 di novembre, e passata dipoi a Lione quivi aspettò il re, affaccendato nella guerra col duca di Savoia. Giunto egli alla stessa città nel dì 9, la regina ben istruita dal saggio suo zio gran duca, se gl'inginocchiò davanti. La sollevò il re con abbracciarla e baciarla; e perciocchè il cardinale Aldobrandino, a cagion della guerra suddetta, era ito a Sciambery, fu chiamato colà, ed assistè alla solennità di quelle nozze che furono benedette da Dio, con aver la regina da lì a dieci mesi partorito al re un delfino, che fu poi Lodovico XIII re di Francia.

Abbiano detto insorta guerra fra esso re Arrigo e Carlo Emmanuele duca di Savoia. Era stata rimessa nel pontefice la decisione della controversia sopra il marchesato di Saluzzo, che già vedemmo occupato dal duca, ma preteso dal re come dipendenza del delfinato. Spediti nell'anno precedente i ministri del re e del duca a Roma, sfoderò ciascuna delle parti le ragioni, credendo, giusta il solito, migliori le sue. Ed era veramente imbrogliato l'affare per varii atti dei passati marchesi in favore ora della Savoia ed ora della Francia. Fu proposto dal papa che si depositasse in sua mano quel marchesato; dopo di che egli giudicherebbe. Perchè spedito al re questo progetto fu accettato, il duca s'insospettì di essere preso in mezzo; e perchè lasciò traspirar questo suo sospetto, il pontefice, non sofferendo che fosse messa in dubbio la sua onoratezza, rinunziò al compromesso. Pensava il duca di poter egli riuscir meglio in questo affare, trattandone a dirittura col medesimo re, giacchè niun principe viveva allora che si potesse uguagliare nella perspicacia dell'ingegno e nella vivacità dello spirito a Carlo Emmanuele, siccome confessò chiunque il conobbe e praticò. Sul fine dunque dell'anno antecedente passò egli in persona a Parigi con accompagnamento nobilissimo; e quantunque il re avesse ordinato che gli fosse compartito ogni possibil onore, pure egli, superiore alle formalità, lasciati indietro i suoi, quasi solo e di notte a cavallo per le poste arrivò a trovare il re, da cui fu ricevuto con ogni sorta di stima. Sì da lui col re, come da' suoi ministri coi deputati del re, lungamente si trattò; ma con trovarsi inespugnabile il re, pretendente prima la purgazion dello spoglio, e che poi si conoscerebbono le ragioni. Tuttavia coll'interposizione del Calatagirona ministro del papa già dichiarato patriarca di Costantinopoli, si ottenne che il re accetterebbe una compensazion di Stati in vece di Saluzzo, cioè il principato chiamato di Bressa con altri luoghi, fra' quali Pinerolo. Fu dato al duca il tempo di tre mesi a risolvere.

Pretendono alcuni storici che il duca di Savoia in quella occasione proponesse al re l'acquisto del ducato di Milano (cosa da non credere sì facilmente), e tutti poi convengono in dire ch'egli intavolò delle trame col maresciallo di Birone contra del re. Infatti lo stesso Guichenone, storico della real casa di Savoia, non ha avuto difficoltà di confessarlo, stante l'aver il duca trovato in quel maresciallo un uomo superbo, che sparlava del re come di un grande ingrato ai rilevanti servigi suoi. Il cardinal Bentivoglio, fondato in una relazione del cardinale Aldobrandino, scrive essere andato il duca in Francia col fine principale di secretamente ordire e conchiudere quella congiura contra del re Arrigo. Tornato egli a' suoi Stati, dopo aver lasciato nel re e in tutta la corte di Francia un gran concetto del suo mirabil talento, della sua liberalità, della sua destrezza e affabilità, restò un pezzo irresoluto; e, o sia perchè non sapesse accomodarsi ad alcuna delle condizioni proposte, o perchè fosse dietro a tirare il re di Spagna e il conte di Fuentes governator di Milano alla propria difesa, o perchè manipolasse degli imbrogli, siccome principe di alte macchine e di vasti pensieri; lasciò spirare il tempo dei tre mesi convenuti. Allora il re Arrigo mosse l'armi sue sotto i marescialli di Lesdiguieres e Biron, che s'impadronirono di Monmeliano, Sciambery e di tutta la Savoia prima che terminasse l'anno. Intanto il pontefice, non men per proprio istinto che per le sollecitudini dell'ambasciatore di Spagna, s'interpose per la pace, e diede per questo pressanti ordini al cardinale Aldobrandino suo nipote, il quale già abbiam veduto passato alla corte del re Cristianissimo. Se ne trattò vivamente per tutto il verno; e ciò che ne avvenisse, è riserbato all'anno seguente. Un bel servigio fece il re Arrigo in questi tempi ai Ginevrini, per divozione probabilmente alla lor pecunia; perchè avendo egli preso in Savoia il forte di Santa Caterina, cioè una spina che stava negli occhi di quella città, patriarchessa degli eretici, ordinò o permise che si demolisse: risoluzione che sommamente alterò l'animo del legato apostolico, e poco mancò che non andasse per terra tutto il quasi compiuto negozio della concordia.

Mi darà licenza il lettore che io vada brevemente ora accennando gli affari della Fiandra e dell'Ungheria, perchè in fine assai condottieri, uffiziali e milizie italiane ebbero parte anch'essi in quelle guerre. Un bel regalo della buona fortuna parea all'arciduca Alberto l'acquisto fatto della Fiandra; ma gli restava una dura pensione, cioè la guerra tuttavia viva cogli Olandesi, assistiti dalla regina d'Inghilterra. Non ommise l'imperadore Rodolfo di spedire ambasciatori a fin di smorzare sì lungo incendio in quelle parti, e seguirono eziandio molte conferenze; ma in fine le cose restarono nel piede di prima. Trovavasi intanto l'arciduca sprovveduto di quell'importante ingrediente, senza di cui chi vuole far guerra contra di chi può resistere, può aspettarsi ogni sinistro evento. Per mancanza appunto di paghe si ammutinarono in parte le milizie spagnuole, e l'esempio loro si trasse dietro ancor quello delle italiane. Profittò il conte Maurizio di Nassau di questo disordine, e s'impadronì di Vacthendonch e del forte di Crevacuore, e poi di quello di Sant'Andrea. Uscito di nuovo in campagna nel mese di giugno, inaspettatamente andò a mettere l'assedio a Neoporto. Avendo l'arciduca trovata maniera di ammansar gli ammutinati, si mosse per dar battaglia al Nassau, che in questi tempi godeva, e con ragione, il concetto di essere uno dei più prodi e sperti generali di armata. Perchè la cavalleria dei cattolici sulle prime si disordinò e rovesciossi addosso alla fanteria, andò sconfitto tutto l'esercito dell'arciduca, con perdita della gente più fiorita e veterana. Vi perirono o restarono prigioni molti uffiziali di conto, e fra gli altri e Italiani morti il cardinal Bentivoglio vi conta un suo fratello e un nipote, giovani amendue di venti anni. Con tutta nondimeno questa gran percossa, essendo riuscito ai cattolici d'introdurre dipoi un soccorso di gente e di viveri in Neoporto, il Nassau fu obbligato a ritirarsi da quello assedio. Federigo Spinola che con quattro galee rondava per que' lidi, ed avea già recati non pochi danni all'armata olandese, continuò ad infestar la lor gente imbarcata, mentre si ritiravano.

In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e il pontefice mandò danari in soccorso de' cristiani. Fu anche chiamato colà da Mantova don Ferrante Gonzaga, siccome persona celebre pel suo valore e per la sua sperienza militare, e dichiarato governatore dell'Ungheria superiore. Perchè mille tra Valloni e Franzesi si trovavano di presidio in Pappà, nè poteano aver le paghe, giunsero a tanta viltà e perfidia, che venderono quel forte luogo ai Musulmani. Ciò riferito ai capitani imperiali, volarono a cignere d'assedio quella piazza, e con sì frequenti assalti la tempestarono, che ducento Franzesi ivi restati presero la fuga di notte; ma scoperti, furono tutti parte uccisi e parte fatti morire, dopo averli straziati con inuditi tormenti. Fu assediata da' Turchi la città di Canissa, e tentò bene il duca di Mercurio generale delle armi cesaree di soccorrerla; seguì ancora un caldo conflitto con essi; ma di più far non potè perchè poco era ubbidito dai capitani. Nel ritirarsi da que' contorni, ebbe egli nella retroguardia una fiera spelazzata dai Tartari, con perdita di molta gente, cannoni e carriaggi. Perciò Canissa, dianzi creduta fortezza inespugnabile, cadde nelle griffe degl'infedeli. Nel maggio di quest'anno seguì l'accasamento di Margherita Aldobrandina pronipote del papa, in età di tredici anni, con Ranuccio duca di Parma, venuto per questo a Roma. Non parve ad alcuni sì riguardevole alleanza assai conforme alla moderazione fin qui mostrata dal pontefice verso de' suoi, nè al decoro della casa Farnese. Certamente non riuscì felice, perchè non avendone ricavati que' vantaggi che sperava, ne seguirono disgusti, l'amore si convertì in odio, la stima in disprezzo, e finalmente la parentela in aperta nemicizia: accidente che, secondo il cardinale Bentivoglio, perturbò il papa stesso e in maniera che, per opinione comune, e tanto più presto e con tanto più lamentevol esito ne seguì alfin la sua morte.

Anno di CRISTO MDCI. Indizione XIV.

CLEMENTE VIII papa 10. RODOLFO II imperadore 26.

Tanto finalmente si adoperò il cardinal Aldobrandino, che nel dì 17 di gennaio del presente anno gli riuscì di far segnare la pace in Lione ai plenipotenziarii del re Cristianissimo e del duca di Savoia. Consistè la sostanza dell'accordo in questo, cioè che il re Arrigo rilasciava in pieno potere e libero da ogni pretension della Francia il marchesato di Saluzzo colle città e castella di Cental, Demont e Roccasparaviera; e all'incontro il duca rilasciava al re in proprietà il Bugey, Valromay e Gex colle rive del Rodano da Ginevra fino a Lione, alla riserva del ponte di Gresin, con rendergli anche la città Castellania e Torre del Ponte di Casteldelfino. Pretese dipoi il duca che i ministri suoi avessero oltrepassato le misure del mandato, e si mostrò per qualche tempo renitente alla ratificazione, probabilmente perchè pasciuto di speranze dal governator di Milano, che era dietro a mettere insieme una poderosa armata. Forse ancora il ritenevano certi maneggi per far ribellare la città di Marsilia, che poscia andarono in fumo. Ma in fine, trovandosi egli burlato dagli Spagnuoli, sottoscrisse l'accordo. Il bello fu che in esso il duca si pretese gravemente pregiudicato, perchè il paese da lui ceduto era di molto superiore in ampiezza e in rendite al marchesato di Saluzzo, e si dichiarò mal soddisfatto del cardinale che avea in certa maniera forzati i suoi ministri a sottoscrivere. All'incontro, non pochi dei politici franzesi, e massimamente il cardinale d'Ossat, non sapeano digerire che il re avesse per mira di un vil guadagno perduta la chiave ossia la porta d'Italia, quale appunto era Saluzzo: il che tornava in troppo vantaggio del duca e degli Spagnuoli. In somma si dicea: Che il re avea fatta una pace da duca, e il duca una pace da re. Che il re avea trattato da mercatante, e il duca di Savoia da principe. Scontentissimi ancora si mostrarono di questo accordo i Veneziani e il gran duca, al veder chiusi i passi da lì innanzi ai soccorsi della Francia; e fu detto che esibirono grosse somme di danaro per disfare il già fatto. Ma il re, che voleva oramai riposare e goder le delizie del suo regno, non ne volle sentir parlare. Ed, all'incontro, il duca, tuttochè declamasse contro di una pace comperata sì cara, pure ebbe di che consolarsi per aver cacciati di là dai monti i Franzesi, i quali in tanta vicinanza di Saluzzo non gli lasciavano mai godere, per così dire, un'ora di tranquillità nei suoi Stati d'Italia. A lui pareva sempre di udire il tamburo di Carmagnola, fortezza di quel marchesato, troppo vicina a Torino.

Non ostante la pace suddetta, parve strano ai principi d'Italia, spezialmente alla repubblica veneta, che nè il duca Carlo Emmanuele disarmasse, e molto meno lo facesse don Pietro Enriquez conte di Fuentes, governatore di Milano, il quale anzi ogni dì più facea massa di gente in quello Stato, credendosi che ascendesse quell'armata a trenta mila combattenti, cioè a quattro mila Svizzeri, otto mila Tedeschi, altrettanti tra Napoletani e Spagnuoli, sei mila Lombardi, due mila cavalli leggieri, oltre agli uomini d'arme, con gran preparamento di artiglierie, munizioni e carriaggi. Essendo in concetto il conte di Fuentes di cervello torbido ed inquieto, nacque gelosia in tutti i confinanti; e perciò i Veneziani fra gli altri fecero un non lieve armamento in terra ferma, e un preparamento di molte galee. Ma ossia che sventasse in Francia la mina fabbricata dal conte contro Marsilia con intelligenza del duca di Savoia, o che per l'impresa d'Algeri, e per dar soccorsi all'imperadore in Ungheria e all'arciduca in Fiandra, si fosse raunato quell'esercito, continuò dipoi la quiete in Italia. Furono inviati in Ungheria i fanti tedeschi, e spedito in Fiandra un terzo, ossia reggimento di Spagnuoli, con altri tre d'Italiani. Quanto ad Algeri, di cui poco fa dicemmo una parola, un certo capitan Rossi Franzese, ben pratico di quella città, nido nefando di corsari nemici del nome cristiano, dipinse a Giannandrea Doria, generale della squadra reale di Genova, così facile il sorprenderla ne' mesi caldi, che gli fece nascer voglia di sì bella impresa. Mandato lo stesso Rossi alla corte dei re Cattolico, ebbe dipoi il Doria ordine di accudirvi, e furono spediti ordini a Napoli, Sicilia e Malta, perchè tutti allestissero i lor legni senza sapersi per dove; e il conte di Fuentes inviò molta fanteria ai lidi di Genova per imbarcarla. A Maiorica nel dì 19 di agosto fu fatta la rassegna, e si trovarono galee settantuna, fra le quali ancor quelle di Spagna, del papa, di Genova, di Toscana e del duca di Savoia. Il numero dei soldati passava i dieci mila, senza i nobili venturieri che in gran copia vi accorsero, e fra essi, coll'accompagnamento di molti cavalieri e soldati, Ranuccio duca di Parma e Virginio Orsino duca di Bracciano. Così bell'apparato, ossia questo gravido monte andò poi a terminare nella nascita di un sorcio. Unitasi e mossasi per varii inconvenienti troppo tardi questa flotta, comparve nel dì 30 del mese suddetto alla vista d'Algeri. Ma eccoli sorgere un vento contrario da Levante che mise in conquasso le navi, e cacciandole a Ponente fu forza ritornare a Maiorica, dove pervennero nel dì 5 di settembre. Questa disavventura, e l'aver gli Algerini scoperto il disegno dei cristiani, fece prendere al Doria la risoluzione di sciogliere l'armata, e di desistere da ogni altro tentativo. Benchè non mancassero a lui buone ragioni di così operare, pure non ischivò le dicerie e i morsi di chi desiderava e sperava esito migliore di quell'impresa.

In Fiandra, da che furono pervenuti colà i soccorsi spediti dall'Italia, e fatte varie leve di Alemanni e Valloni, l'arciduca Alberto pensò ad uscire in campagna. Fu prevenuto dal conte Maurizio generale degli Olandesi, che andò ad accamparsi intorno alla città di Rembergh, e cominciò a batterla. Fu consigliato l'arciduca d'imprendere l'assedio di Ostenda, città marittima di somma importanza, per fare una diversione ai nemici, e fu eseguito il disegno. Ma non lasciò per questo il Nassau di proseguir gli approcci e le mine sotto Rembergh, e di obbligar quella piazza nel dì ultimo di luglio con patti onorevoli alla resa. Erasi intanto dato principio da' cattolici alle offese contra di Ostenda con un assedio che riuscì uno dei più ostinati e memorabili che si abbia la storia, descritto vivamente dalla felice penna del cardinal Guido Bentivoglio. Convenne fabbricar forti intorno a quella città, alzare argini, e disporre batterie per impedire i soccorsi di mare, i quali nondimeno mai non si poterono vietare. Sul fine di dicembre dato fu un generale assalto alla città; ma se gran bravura mostrarono gli assalitori, maggiore ancora si trovò la resistenza dei difensori, di modo che molto sangue sparsero i primi, ed altri rimasero seppelliti nell'acque per le cateratte aperte dai nemici. Assediò poscia il conte Maurizio Boisleduc; ma inteso avvicinarsi una grossa banda di fanti e cavalli, spedita dall'arciduca, giudicò poi sano partito il ritirarsi ai quartieri d'inverno. Durando più che mai la guerra turchesca in Ungheria, Transilvania, Stiria e Croazia, l'arciduca Ferdinando fece di calde istanze d'aiuto a papa Clemente, a Filippo III re di Spagna, e a tutti i principi d'Italia. Il pontefice, nel cui cuore lo zelo della religione era uno dei primi mobili, gli spedì un corpo di otto mila soldati italiani de' quali dichiarò capitan generale Gian Francesco Aldobrandino suo nipote. Sei mila Tedeschi vi mandò il re di Spagna. A quella danza ancora accorsero in gran copia nobili venturieri d'Italia. Sopra gli altri vi andò Vincenzo duca di Mantova con una magnifica comitiva, il quale fu dichiarato vicegerente del suddetto arciduca generalissimo. Ascese quell'esercito a ventitrè mila pedoni e quattro mila e cinquecento cavalli, che passarono all'assedio di Canissa, dove trovarono chi era disposto a perdere la vita più tosto che cedere quella fortezza. Si ridusse quel presidio sino a mangiare i cavalli, finchè, sopraggiunto il novembre con gravissimi freddi, convenne levar l'assedio e fare una ritirata, che parve più tosto una vergognosa fuga. Per tale sventura buona parte dei soldati italiani malconci se ne tornarono in Italia, colla magra scusa di essere mancato di vita per malattia l'Aldobrandino loro generale, la cui morte afflisse non poco il pontefice suo zio. Fu poi la di lui memoria onorata dal senato e popolo romano con una iscrizione posta in Campidoglio.

Non andò così in altra parte dell'Ungheria. Il duca di Mercurio quivi generale spinse le sue genti all'assedio d'Alba Regale, e a forza d'armi s'impadronì dei borghi e della città. Rifugiatisi nel castello i Turchi, poco v'ebbero di riposo, perchè da lì a quattro giorni furiosamente v'entrarono i cristiani, e misero a fil di spada chiunque si oppose, e poscia a sacco le case. Non aveva il duca più di otto mila soldati, ed ecco comparire l'esercito turchesco di trenta mila persone, già disposte per soccorrere quella città, che l'attorniarono con isperanza di ricuperarla. Uscì il valoroso duca, e diede loro una rotta coll'acquisto di quattordici pezzi d'artiglieria. Non cessarono per questo i Turchi di strignere quella città coi rinforzi venuti loro da varie parti; ma il duca, sempre vittorioso in altre susseguenti azioni, li costrinse in fine ad abbruciar gli alloggiamenti e a ritirarsi in fretta. Essendo ancora nell'anno presente uscito d'Agria quel bassà con dieci mila Musulmani, in vece d'impadronirsi di Toccai, come era il suo disegno, ebbe una rotta da Ferrante Gonzaga generale cesareo, e fu inseguito sino alle porte di Agria. Gravissime molestie e danni aveano patito negli anni addietro i Veneziani per le insolenze degli Uscochi, che tutti gente di mal affare ed abitanti in quel di Segna, con essere divenuti corsari nell'Adriatico, infestavano e spogliavano quanti legni cadeano in loro mani. Ne avea fatto gravi doglianze col senato veneto lo stesso gran signore, giacchè anche ai sudditi suoi si estendeva la rapacità di que' popoli; ed ancorchè a reprimere la lor baldanza esso senato avesse più volte spedite galee ed altri legni, pure que' malandrini mille vie trovarono per continuare l'infame lor mestiere. Poco potea stare a vedersi nascere un'aperta guerra fra la casa d'Austria, ne' cui Stati coloro albergavano, e la repubblica veneta, quando il pontefice e la corte di Spagna, che più volte aveano interposti i loro uffizii per indurre l'imperadore e l'arciduca Ferdinando acciocchè si rimediasse a questi disordini, rinforzarono le lor premure, di maniera che la corte dell'imperadore mandò ordini rigorosi a Segna, affinchè fossero puniti i capi di que' masnadieri, e le lor famiglie trasportate ad abitare lungi dal mare, per torre loro la comodità di ulteriormente esercitare la pirateria. Con ciò fu creduto in Venezia che fosse tornata la quiete dell'Adriatico. Ma non andò molto che si avvidero pullular troppo facilmente le male erbe, quando non sono sradicate. Anche i nostri stessi tempi han talvolta veduto essersi dagli Uscochi d'allora tramandata ai loro posteri l'inclinazione al dolce mestier di fabbricar la propria fortuna colle miserie degl'innocenti. Ma perchè nello stretto campo di questi Annali non capiscono sì minuti avvenimenti, io nulla di più ne dirò. Nel dì 27 di settembre la regina Maria partorì al re Arrigo IV un delfino, che fu poi Lodovico XIII re di Francia; per la qual nascita non si può esprimere l'allegrezza di tutto quel regno, anzi di tutta la cristianità. Il re, andando tosto alla chiesa per renderne grazie a Dio, si trovò in sì gran calca di gente, che vi perdè il cappello. Pochi dì prima, cioè nel dì 22 del mese suddetto, nacque in Ispagna al re Cattolico un'infanta, a cui fu posto il nome di Anna, principessa, che col tempo divenne regina di Francia per le sue nozze col prefato Lodovico XIII. Vennero in questo anno a Roma due ambasciatori del sofì, o sia re di Persia, Scia Abàs, principe di gran mente. L'uno era Persiano, l'altro Inglese, spediti per eccitare il papa e gli altri principi cristiani ad una lega e guerra contro il comune nemico non mai sazio di slargar le sue fimbrie; esibendo a questo effetto tutte le forze della Persia, e la libertà ai cristiani di commerciar nel loro paese, e di fabbricarvi anche delle chiese. Furono con ogni dimostrazione di onore accolti, magnificamente spesati e regalati dal papa. Fecero questi ambasciatori delle cose ridicole in Roma, disputando sempre fra loro, e venendo alle mani per la preminenza che ognun di essi pretendeva. Ma non si seppe qual risposta e risoluzione riportassero a casa. Il pontefice sapea qual poco capitale si possa fare di somiglianti progetti di leghe con gl'infedeli e co' cristiani stessi.

Anno di CRISTO MDCII. Indizione XV.

CLEMENTE VIII papa 11. RODOLFO II imperadore 27.

Somma pace si godè nell'anno presente in Italia, se non che nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, posta di là dall'Apennino, e contigua ai Lucchesi, per liti private di confinanti si venne alle armi. Era essa stata posseduta per qualche tempo da chi signoreggiava in Lucca, poi nell'anno 1429 passò sotto il dominio degli Estensi. Ancorchè fossero succedute chiare convenzioni dipoi fra i duchi di Ferrara e i Lucchesi per quelle terre, pure non s'era mai spento in essi Lucchesi il desiderio di ricuperarle. Trovato il pretesto suddetto, cominciarono le ostilità e i saccheggi. Fecero quanta resistenza poterono i Garfagnani, gente valorosa, finchè da Cesare duca di Modena fu spedito in loro aiuto il marchese Ippolito Bentivoglio suo generale con alquante migliaia di soldati lombardi, i quali a più doppii compensarono i danni sofferti col mettere a sacco non poche terre lucchesi. Quindi imprese il Bentivoglio l'assedio della forte terra di Castiglione, che avrebbe forse ceduto, se i Lucchesi, con ricorrere al conte di Fuentes governator di Milano, non l'avessero mosso a spedire colà il marchese Pirro Malvezzi, che fece deporre l'armi, e rimise al tribunale cesareo quella controversia. Sul fine poi dell'anno, e nella notte del dì 22 di dicembre, Carlo Emmanuele duca di Savoia fece un tentativo che diede molto da discorrere ai curiosi. Non aveva egli mai disarmato, nè se ne sapea il perchè. Il disegno suo era di ricuperar la città di Ginevra, già ribellata a' suoi maggiori. Fece lo industrioso principe fabbricare a questo effetto gran copia di scale sì artificiosamente composte, che si poteano allungare, raccorciare e portare a schiena di muli. Si erano accortamente scandagliati i siti, esaminata la poca vigilanza delle sentinelle e fatti con gran segreto marciar mille e ducento soldati scelti ai quali tenne egli dietro incognito. Data fu la scalata alla città, e vi entrarono felicemente trecento uomini; ma non essendosi potuto guadagnar porta alcuna, ed essendosi lungo tempo combattuto da quei di dentro e di fuori, necessario fu il ritirarsi con perdita di cinquecento persone dalla parte del duca. Motivo ancora di grandi ragionamenti tanto negli anni precedenti, che nel presente, fu la scena del finto Sebastiano re di Portogallo. Capitò a Venezia sul fine del 1598 un uomo che si spacciava per quello stesso principe che già vedemmo perduto nella guerra fatta in Africa contro i Mori nel 1578. Si assomigliava costui al vero Sebastiano nella statura, età e lineamenti del volto. Diceva di essere rimasto schiavo sconosciuto dei Mori: che miracolosamente s'era di poi salvato, e che per la vergogna di quella sì sconsigliata spedizione, costata tanto sangue ai Portoghesi, era andato vagando per varii paesi, ed ora solamente essersi dato a conoscere con pensiero di riavere il suo regno. Raccontava molti detti e fatti di quel tempo, e varii segreti maneggi tenuti col senato veneto: cose tutte che a primo aspetto accreditavano la sua persona, di modo che varii Portoghesi in Venezia il tennero francamente per quel desso. Per le istanze degli Spagnuoli fu costui messo prigione in Venezia, e vi stette per tre anni. Ma perchè a cagion di ciò in Portogallo nascevano ogni dì movimenti, e le dicerie erano senza fine, il senato veneto, senza voler decidere, il lasciò nel presente anno in libertà, con dargli il bando dai suoi Stati. Travestito da frate domenicano passò egli in Toscana con disegno di imbarcarsi per Lisbona; ma scoperto, venne per ordine del gran duca Ferdinando carcerato ed inviato a Napoli, dove come un impostore fu ignominiosamente sopra un asinello menato per le piazze e strade, e poi condannato al remo. Molti il crederono un ardito Calabrese che sapea ben rappresentare il personaggio. Poscia condotto in Ispagna (altri dicono a Lisbona), terminò, non si sa come, la sua vita in una prigione. Sparlarono forte del gran duca i Portoghesi, ed uscirono mordaci scritture che sempre più diedero a conoscere l'implacabil odio di quella nazione contra degli Spagnuoli. Altri esempli di somiglianti scene si leggono nelle vecchie storie, con essere nondimeno terminata sempre la fortuna di questi veri o finti risuscitati principi in un capestro.

In Fiandra continuò l'ostinato assedio di Ostenda, impreso dall'arciduca Alberto; e perciocchè il conte Maurizio non seppe trovar maniera di frastornarlo per terra, tuttochè vi si avvicinasse con grandi forze, voltò le sue armi contra la forte terra di Grave. Trincierò egli sì forte il suo campo, che indarno tentarono i cattolici di portarvi soccorso: il perchè fu costretto quel presidio alla resa con patti onorevoli. Passato intanto alla corte di Madrid Federigo Spinola, con rappresentare i bisogni della Fiandra, ottenne che alle sei galee da lui comandate se ne aggiugnessero otto altre; giacchè s'era alle pruove conosciuto quanto giovassero sì fatti legni per infestar gli Olandesi. Se ne cavò poi profitto. Ma riuscì bene di grande importanza e frutto l'avere in oltre impetrato che il marchese Ambrogio Spinola suo fratello maggiore, uomo di gran senno, facesse nello Stato di Milano la leva di otto mila fanti. Con questa gente in fatti sul principio di maggio s'inviò il marchese alla volta della Fiandra, e giunto a Gante, dove era l'arciduca, in tempo appunto di sommo bisogno cominciò a far conoscere quanto vagliano le teste italiane nel comando dell'armi. La Francia in quest'anno vide la tragedia di Carlo maresciallo duca di Birone, cotanto benemerito in addietro del re Arrigo IV pel suo valore, ma divenuto poi traditore per la sua incontentabil superbia. Si propalarono le sue intelligenze con gli Spagnuoli e col duca di Savoia in pregiudizio della corona di Francia; e però fu condannato a lasciare il capo sopra un palco. Di più non occorre che ne dica io. Sul principio ancora di quest'anno, mentre Filippo Emmanuele duca di Mercurio, della casa di Lorena, passava verso la Francia per far leva di gente in servigio dell'imperadore, colto da una malattia nella città di Norimberga, dopo avere ottenuto da que' protestanti il permesso di poter prendere il santissimo viatico de' cattolici, terminò il corso del suo vivere: perdita di gran conseguenza per gli affari dell'Ungheria, dove il solo suo credito si contava pel meglio di una armata. Male in fatti passarono gli affari nella guerra coi Turchi del presente anno; imperocchè assediata da que' Barbari la città di Alba Regale, infelicemente di nuovo tornò alle loro mani. Impadronironsi bensì i cesarei della città di Pest in faccia a Buda, con aver valorosamente preso e fracassato il ponte sul Danubio che congiungeva l'una all'altra città. Si applicarono ancora all'espugnazione di Buda stessa; ma accorso con forte esercito il bassà turchesco per soccorrere gli assediati, obbligò i cristiani a ritirarsi di là, e contentarsi del solo acquisto di Pest. Guai se il gran signore di questi tempi, cioè Maometto III, non fosse stato signoreggiato dalla lussuria, dappocaggine ed avidità de' piaceri; cose che il divertivano dall'attendere seriamente alla guerra: gli affari de' cristiani in Ungheria si sarebbono trovati in pessimo stato. Mancò poi di vita nell'anno seguente esso Maometto, ed ebbe per successore Acmet suo figlio.

Anno di CRISTO MDCIII. Indizione I.

CLEMENTE VIII papa 12. RODOLFO II imperadore 28.

Tornarono in quest'anno ancora i Lucchesi a muovere guerra alla Garfagnana del duca di Modena, col mettere a sacco un buon tratto di quel territorio. Però fu forzato il duca a rispedire colà il marchese Bentivoglio con forze maggiori dell'anno precedente. Indussero i Lucchesi il vile comandante della forte terra di Palleroso a renderla, spogliarono altari e chiese, menarono via fin le campane, e lasciarono la terra in balia delle fiamme. Per rifarsi di questo insulto il Bentivoglio si spinse nel Lucchese, vi fece di grandi prede, conducendone via spezialmente mille e cinquecento paia di bestie. Quindi imprese di nuovo l'assedio di Castiglione, terra ben munita di artiglierie e di mille e ducento soldati scelti. Furono ivi atterrate dall'artiglierie di Modena molte case, e massimamente un alto campanile, dalla cui cima con due cannoni veniva inferito gran danno al campo del Bentivoglio. Impadronironsi ancora i Modenesi a forza d'armi di un fortino fabbricato da' Lucchesi sopra una collina, daddove poi con piantarvi alcune bombarde, cominciarono maggiormente a bersagliare le mura. Ora i Lucchesi, allorchè videro sì mal incamminati i loro affari, tornarono al solito giuoco, facendo muovere di nuovo il conte di Fuentes, il quale, spedito a Modena il marchese Malvezzi, ottenne che si posassero l'armi e che il senato di Milano conoscesse la civil controversia in forma giudiziale. Questo era quello a che miravano essi Lucchesi. Furono appresso esaminate da quel senato le rancide lor pretensioni sopra la Garfagnana, e deciso in favore del duca di Modena, con dichiarare che ostava la prescrizione alle petizioni dei Lucchesi, i quali nè pur si quietarono, e portarono coll'appellazione la causa al tribunale di Cesare.

Finì di vivere in quest'anno a dì 4 d'aprile Elisabetta regina d'Inghilterra, donna di raro spirito e senno, ma gran flagello de' cattolici, e che di crudeltà non fu avara nè pure verso i suoi più cari. Opinione fu, che appunto pentita di aver tolto di vita il conte di Essec, suo gran favorito, si lasciasse per la rabbia morire. A lei succedette nel regno, in vigore ancora del di lei testamento, Giacomo re di Scozia, la cui madre regina Maria cattolica, per decreto del parlamento inglese e per iniquità d'Elisabetta già dicemmo privata di vita sopra di un palco. Fu creduto da molti, ed anche da papa Clemente VIII, che la religion cattolica avesse a montar sul trono con questo re. Si trovarono ben ingannati. Egli professò la credenza anglicana, e impugnò dipoi anche colla penna la cattolica. Fu allora che si cominciò ad usare il titolo di re della Gran Bretagna, perchè si unì il regno di Scozia con quello d'Inghilterra. In Fiandra, mentre proseguiva per parte dell'arciduca Alberto l'assedio di Ostenda, il conte Maurizio si portò a far quello di Boisleduc. Contuttochè dentro vi fosse un gagliardo presidio, pure la città, se non era rinforzata dall'arciduca, avrebbe corso gran pericolo. Vi stette accampato il Nassau sino al principio di novembre, e conoscendo oramai deluse le sue speranze, si ritirò per cercare miglior quartiere. Intanto sotto Ostenda continuavano sempre più gli approcci. Furono acquistati alcuni forti dai cattolici, e formata una piattaforma sì alta che sopravanzava le mura delle città, da dove con grossi cannoni venivano continuamente danneggiati nel di dentro gli assediati. Crebbero le forze dell'arciduca con tre mila Alemanni, e dall'Italia a lui vennero due terzi, l'uno di Spagnuoli e l'altro di Napoletani. Il motivo principale per cui il re di Spagna concorreva in assistere all'arciduca, era perchè già si prevedeva sterile il matrimonio di lui coll'infanta, e che perciò ricadrebbono quegli Stati alla corona di Spagna. Intanto esso arciduca, avendo oramai scorto quanto si potesse promettere del senno e della bravura del marchese Ambrosio Spinola Genovese, a lui appoggiò l'impresa dell'assedio di Ostenda: risoluzione che dagli effetti fu comprovata d'incredibil vantaggio. In Ungheria seguirono diversi fatti d'armi, ne' quali per lo più restarono superiori i cristiani. Specialmente nel mese di settembre invogliato Sardar bassà de' Turchi, comandante di un poderoso esercito di riacquistare Pest, gittato un ponte sul Danubio, fece passar sette mila cavalli e tre mila giannizzeri ben forniti di cannone. Ma assaliti da' cristiani, parte di essi o sul campo o nel fiume in ritirarsi lasciarono la vita. Cominciarono in questo anno i Veneziani a far lega coi Grigioni, sempre di poi mantenuta al dispetto del conte di Fuentes, che fece ogni sforzo per guastarla. Dichiararono ancora nobile della lor città Arrigo IV re di Francia, il quale mostrò gran contento di questo segno del loro amore, e mandò loro in dono la stessa armatura con cui s'era trovato in tante guerre degli anni addietro. Fu questa da' Veneziani riposta con tutto decoro nell'arsenale delle armi.

Anno di CRISTO MDCIV. Indizione II.

CLEMENTE VIII papa 13. RODOLFO II imperadore 29.

Avea il pontefice Clemente nel precedente anno, a dì 17 di settembre, creato cardinale Silvestro Aldobrandino suo pronipote, giovinetto di soli sedici anni. Nel presente a dì 9 di giugno fece una più solenne promozione, in cui ebbe luogo il celebre Jacopo Davy di Perrona vescovo di Eureux, celebre personaggio per la sua letteratura, e sommamente molto prima di questo tempo meritevole di quel grado. Ma perciocchè il santo padre si lasciava oramai governare dall'altro cardinale Aldobrandino Pietro, ad istanza sua conferì la sacra porpora a Jacopo Sannesio, fratello di Clemente, maestro di camera di esso cardinale. Azione, dice il cardinal Bentivoglio, che, a dire il vero, tornò in poco onore di Aldobrandino, perchè non poteva essere da lui portato a quel grado alcun soggetto, non solo più oscuro di sangue, ma nè più rozzo di aspetto, nè più rustico di maniere, nè più debole d'ingegno e d'ogni altro più comune talento. Andarono talmente avanzando a palmo a palmo i cattolici sotto Ostenda i loro approcci, durante anche il verno, continuamente animati dal marchese Spinola, che or qua or là accorrendo era il primo ad arrischiarsi in ogni impresa, che s'impadronirono, a forza sempre di sangue, di tutte le fortificazioni esteriori e presero in parte la contrascarpa. Ma appena in quel fiero assedio si arrivava ad occupare un riparo, che se ne trovava fabbricato ed opposto un altro dagli assediati, ai quali non mancarono mai in sì lungo tempo di difesa rinforzi di gente e di viveri dalla parte del mare. Ardeva di voglia il conte Maurizio di sloggiar di colà i pertinaci assedianti; ma così terribili erano i loro trincieramenti, tanti i fossi e i canali che conveniva superare, ch'egli, tuttochè provveduto di buon esercito, non si attentò mai di mettersi a sì pericolosa impresa. Perciò, affine di fare una potente diversione, elesse di passare all'assedio dell'Esclusa, piazza di mare di tal conseguenza, che pareggiava, se non anche vantaggiava, Ostenda. Colà si portò egli sul fine del mese di aprile, e, non ostante la gran copia dei canali ed acque stagnanti che circondano quel luogo, vi si accampò e trincierò con sicurezza d'impossessarsene, se non coll'armi sue, colla fame degli assediati, che scarseggiavano non men di munizioni da guerra che di viveri. Tentò il Velasco, generale della cavalleria dell'arciduca, d'introdurvi soccorso; ma, sconfitto, ebbe fatica a salvarsi con que' pochi che non restarono ivi uccisi o prigioni. Venne il principio d'agosto; e perchè s'intese agonizzante quella piazza, Ambrosio Spinola, benchè suo malgrado fu spinto dall'arciduca a tentar pure miglior fortuna per soccorrerla; ma anch'egli trovò insuperabili impedimenti, sicchè con perdita d'alcune centinaia de' suoi fu forzato a retrocedere. Perciò non potendo più reggere alla fame quel presidio di quasi quattro mila soldati, capitolò con patti onorevoli la resa. Uscirono essi portando piuttosto l'effigie di scheletri e cadaveri che di uomini viventi. Questa rilevante perdita tal rabbia cagionò, e così accrebbe lo spirito del valore nei cattolici assediatori di Ostenda, che a gara Italiani, Spagnuoli, Valloni e Tedeschi, superato il fosso, presero anche due baluardi; e benchè dietro ad essi trovassero nuovi tagli e ripari, erano pronti a far le ultime pruove; quando gli assediati esposero bandiera bianca, ed ottennero nel dì 21 di settembre onesta capitolazione. Se ne andò libera quella guarnigione di quattro mila soldati tutti sani e vegeti, perchè sempre era ivi stata abbondanza di viveri per li frequenti soccorsi. Vi si trovò infatti tanta copia d'artiglierie, vettovaglie, e munizioni, che fu una maraviglia. Così terminò l'assedio di Ostenda con somma gloria del marchese Spinola, e gaudio inesplicabile dell'arciduca Alberto: assedio memorando anche ai secoli venturi, sì per la sua lunga durata di trentanove mesi, che per l'incredibil varietà dei lavori, macchine, mine ed assalti, e, quel che è più, per la strage di più di cento mila persone, che (al dir della fama di quei tempi) costò l'offesa e difesa di sì forte piazza. Altri dicono di più, perchè entro Ostenda, o per le battaglie o per la peste, si tiene che ve ne perissero cinquanta mila. Ciò fatto, cercarono quelle armate riposo. Gran differenza di guerreggiare da cento quarantadue anni in qua! Tre anni e un quarto vi vollero allora per espugnare Ostenda; e otto giorni o poco più ve ne hanno impiegato i Franzesi dei nostri tempi per impadronirsene nell'anno 1745. Ma i difensori di oggidì non sono stati come quei d'allora.

Mentre bolliva sì forte quella guerra, trattarono del pari di pace Filippo III re di Spagna e l'arciduca Alberto con Jacopo re della Gran Bretagna, principe che, avendo già provate contraddizioni alla sua grandezza, ed anche congiure, bramoso di assodarsi la corona in capo, vi diede facilmente la mano. Fra le condizioni di questa nuova amistà vi fu che il re inglese non invierebbe in avvenire soccorsi agli Olandesi. Se poi l'eseguisse, nol so io dire. In Ungheria male passarono gli affari dell'imperadore, perchè sebbene avendo i Turchi stretta di assedio la città di Strigonia, furono con loro gran perdita cacciati di là; pure i cristiani abbandonarono Pest per viltà del loro comandante, il quale, appena udito che i Turchi fabbricavano di sotto da Buda un ponte per passare coll'esercito loro, preso da panico terrore, se ne ritirò colla sua gente, dopo avere attaccato il fuoco a molte parti di quella città. In questi tempi Ferdinando gran duca di Toscana attendeva a popolare l'insigne terra o città di Livorno. Perchè la fece divenire anche un asilo per le genti di mal affare, non durò fatica ad accrescerne la popolazione. V'introdusse ancora gran copia di Ebrei; ma avendo le sue galee fatto dipoi nel 1607 un disegno sopra Negroponte, si trovò precorso l'avviso colà di tale spedizione, e ne fu data la colpa ad essi Giudei, creduti spioni del Turco, per l'odio che professavano al cristianesimo. Accidente occorse nell'anno presente a Roma, che sopra modo turbò il pontefice, e creduto fu che contribuisse non poco ad accelerare da lì a due o tre mesi la morte sua. Scappando dai birri un certo uomo, cercato da essi non per alcun delitto, ma solamente per debito civile, si rifugiò nel palazzo del cardinale Odoardo Farnese. Continuando gli esecutori la lor caccia, vi entrarono anch'essi; ma trovatisi quivi alcuni gentiluomini cortigiani del cardinale, fecero testa, ed avendo maltrattati con parole i birri, diedero campo all'uomo di fuggirsene per la porta di dietro. A tale avviso montò forte in collera il papa, e ordinò che il governatore di Roma procedesse con tutto rigore contro di que' gentiluomini, fermamente risoluto di volerli in mano, e di farne anche aspro risentimento col cardinale. In difesa di questo porporato accorsero non solamente molti baroni romani, ma lo stesso ambasciatore di Spagna, e poco vi mancò che non ne seguisse qualche strepitoso tumulto. Ma il saggio cardinale, per ovviare a maggiori inconvenienti, giudicò meglio di ritirarsi fuor di Roma, con sì forte accompagnamento nondimeno de' suoi parziali, e di nobili e di popolo, che non paventò violenza alcuna in contrario. Del che maggiormente concepì sdegno e si chiamò offeso il papa. Ma appena giunta a Ranuccio duca di Parma, marito della nipote del papa, e fratello del porporato, la nuova di questo sconcerto, si portò egli per le poste a Roma, e presentatosi al papa, adoperò sì buone maniere, assistito sempre dal favore del suddetto ambasciatore del re Cattolico, che il placò. Non piacque dipoi al pontefice, che tornando esso duca da monte Cavallo, il popolo l'accompagnasse fino al suo palazzo, gridando: Viva la casa Farnese. Seguì poscia accomodamento; ma di esso e del perdono dato ai delinquenti niuno si fidò, di maniera che il cardinale, il duca Gaetano ed altri principali di Roma stettero da lì innanzi alla larga, aspettando maggior sicurezza dalla morte del papa, creduta vicina, e, secondo il solito, sospirata da molti. Fu cagione questo imbroglio che il pontefice, senza far caso dell'aggravio della camera, assoldasse e chiamasse a Roma secento Corsi e ducento archibugieri a cavallo, che facessero la guardia al palazzo pontificio, e ad altri luoghi di quella gran città. Furono in quest'anno rimessi in varie città della Francia i Gesuiti dal re Arrigo, che sempre più facea conoscere l'attaccamento suo alla religione cattolica.

Anno di CRISTO MDCV. Indizione III.

LEONE XI papa 1. PAOLO V papa 1. RODOLFO II imperadore 30.

In occasione di un libro pubblicato negli anni addietro dal padre Molina della compagnia di Gesù, in cui si trattava di concordare col libero arbitrio dell'uomo la necessità della divina grazia, era insorta in Ispagna una fierissima guerra di penne fra i Domenicani e i Gesuiti. Al tribunal primario della fede, cioè a quello del romano pontefice, fu portata questa sempre scabrosissima controversia, e deputata una congregazion di cardinali e di dottissimi teologi, assistendovi in persona lo stesso pontefice. Scelti i più valorosi campioni da amendue le parti, gran tempo si arringò e disputò; ed allorchè parea che il pontefice Clemente, inclinando alla parte dei domenicani, fosse per venire alla definizion della lite, gli fu forza di rimetterla indecisa al suo successore. Imperocchè, essendosi infievolita non solamente la sua sanità, ma anche la sua testa, di modo che non battea più a segno, nè egli era più atto agli affari, fu poi preso nel dì 10 di febbraio più aspramente che mai dalla podagra, la quale da gran tempo lo affliggeva, e crescendo ogni dì più il malore, finalmente nel dì 3 di marzo passò il santo padre a miglior vita, lasciando dopo di sè un gran nome non meno pel suo zelo nel pastorale impiego che per la sua severità ed attenzione al governo civile. Lasciò ancora in grande auge, e con illustri parentele, e con gradi lucrosi, e con fabbriche sontuose i suoi nipoti e pronipoti, tre dei quali fregiati della sacra porpora. Ma parve che Dio, i cui giudizii son troppo occulti, non volesse lasciar prendere le radici alla sua schiatta; perciocchè, siccome scrisse con esclamazione e maraviglia il cardinale Bentivoglio, da lì ad alquanti anni: Morì papa Clemente, morì il cardinale Aldobrandino (dopo aver provato sotto Paolo V de' disgustosi contrattempi), son morti i cinque nipoti che aveano due altri cardinali fra loro; mancarono tutti i maschi di quella casa, e mancò finalmente con essi ogni successione, ed insieme ogni grandezza del sangue lor proprio. Entrati poscia i cardinali in conclave nel dì 14 di marzo, fu per più giorni in predicamento e vicinanza al triregno il dignissimo Cardinal Baronio. Ma in fine nel primo dì di aprile concorsero i voti del sacro collegio nel cardinale Alessandro de Medici Fiorentino, vecchio di settanta anni, personaggio dotato di amabil gravità e prudenza, e pieno di sante intenzioni, che assunse il nome di Leone XI. Creato papa, senza dimora liberò le provincie da molte gravezze loro imposte da Clemente VIII. E perchè erano assai conosciute le nobili sue prerogative, straordinario fu il giubilo del popolo romano per la di lui esaltazione, universali le speranze di goder sotto di lui un felicissimo reggimento. Ma appena coronato nel dì 11 del suddetto mese nella basilica Lateranense, cadde infermo, e nel dì 27 seguente chiuse gli occhi alle umane grandezze, avendo goduto per soli ventisei giorni il pontificato. Durante la sua malattia, benchè importunato da molti a dare il suo cappello ad un suo pronipote, che per altro ne era degno, non vi si seppe indurre, nè più volle vedere il suo confessore stesso, che perorò per lui. Il cardinal di Perrona e il Doglioni scrivono che fu sospettata la sua morte di veleno per una rosa a lui data nella basilica Lateranense; ma, sparato il suo cadavero, si conobbe mancato di morte naturale.

Raunatosi dunque di nuovo il sacro collegio, dopo gran dibattimento, venuta la sera del dì 16 di maggio, cadde l'elezione nella persona del cardinal Camillo Borghese, di origine Sanese, ma nato in Roma nell'anno 1552, e promosso alla sacra porpora cardinalizia nel 1596 da Clemente VIII. Prese egli il nome di Paolo V. Perchè l'età sua non era che di anni cinquantatrè, o pure cinquantaquattro, l'esaltazione sua fu accolta con istupore, ma molto più con allegrezza, e spezialmente del popolo romano, che non crede mai sì ben collocata la tiara pontificia, che quando la vede in capo ai suoi cittadini. Confessano tutti gli scrittori aver egli portato seco a sì eccelsa dignità un complesso di tali virtù e prerogative sì di animo che d'ingegno, che luogo non restò alla giusta censura, nè bisogno di adulazione per tessere le sue lodi. Spezialmente campeggiava in lui l'illibatezza dei costumi, l'amore e la pratica della religione, la soavità del tratto, e un'altezza di pensieri desiderosa e capace di cose grandi. Differì egli la sua coronazione sino al dì 5 di novembre, nè volle nel bollore della sua creazione dispensar grazie, dicendo che troppo facile era allora il chiedere e concedere disavvedutamente cose ingiuste, e doversi con maturità accordar le giuste. Siccome questo pontefice era, sopra ogni altra cosa, animato forte per sostenere l'immunità e i privilegii del clero, così poco stette a far valere questo suo spirito contra di varii principi d'Italia. Ma il più strepitoso impegno suo fu quello ch'ei prese contro la repubblica di Venezia, sì per aver ella fatto carcerare un canonico di Vicenza e l'abbate di Nervesa, come ancora per avere rinnovato un antico decreto, che non potessero gli ecclesiastici acquistar da lì innanzi beni stabili, con obbligo, se loro ne fosse lasciato per testamento, di venderli, e finalmente per essere stata proibita la fabbrica di nuove chiese senza licenza del senato. Per questo concepì gran fuoco il pontefice, e nel dicembre spedì un breve al doge Marino Grimani con intimazione di scomunica, se non si rivocavano quelle leggi, e non si consegnavano quei prigioni al nunzio Mattei. Presentò esso nunzio nel dì di Natale dell'anno presente questo breve ai consiglieri, giacchè il doge suddetto si trovava agli estremi di sua vita; e in fatti cessò di vivere in quello stesso giorno. Fu poscia eletto doge in suo luogo nel dì 10 di gennaio dell'anno seguente Leonardo Donato.

Battaglia fu in quest'anno fra le armate navali spagnuola ed olandese verso Cales colla peggio della prima. In Fiandra, dove militavano il principe di Avellino, Francesco Colonna principe di Palestrina, Andrea Acquaviva principe di Caserta, Alessandro del Monte, con altri nobili e soldati d'Italia, si aprì la campagna dai cattolici, e il marchese Ambrogio Spinola generale dell'armi andò a mettere l'assedio ad Oldensee, e poscia a Linghen, ed amendue que' luoghi vennero alla sua ubbidienza. Di là passato a Vactendonch, vi trovò gran resistenza, e seguì anche una calda azione fra i soldati del conte Maurizio e dello Spinola, in cui colto da una cannonata, restò ucciso il conte Trivulzio Milanese, e prigione Niccolò Doria parente dello Spinola. Contuttociò, a forza di mine e di sanguinosi assalti fu parimente quella piazza ridotta alla necessità di rendersi con buoni patti per la guarnigione. Impadronissi lo Spinola anche di Cracove, piccolo sì, ma forte castello. All'incontro, in Ungheria andarono le cose alle peggio. Con un esercito di cinquanta mila combattenti impresero i Turchi l'assedio dell'insigne città di Strigonia. Continuò questo per un mese, sostenendo vigorosamente i cristiani ogni sforzo de' nemici a costo delle loro vite, essendone stati uccisi circa novecento dei più valorosi. Ma accesosi il fuoco nelle case de' soldati per cagion di alcune mine, che scoppiarono, si rallentò la loro difesa, nè altro da lì innanzi si udì, che istanze al comandante di rendere la città. Il perchè venne essa in potere dei nemici nel dì 3 d'ottobre, e ne uscirono salvi circa mille vili difensori cristiani: perdita di gran considerazione per l'imperadore e per la fede di Cristo. Era intanto incoraggito esso Augusto a proseguir la guerra dagli ambasciatori del re di Persia, le cui armi riportarono in questi tempi non lievi vantaggi sopra i Turchi.

Anno di CRISTO MDCVI. Indizione IV.

PAOLO V papa 2. RODOLFO II imperadore 31.

Andò in quest'anno maggiormente crescendo l'incendio suscitato contro la veneta repubblica dal pontefice Paolo. Si studiò ben quel senato di far rappresentare alla santità sua le ragioni militanti in favore delle proprie leggi ed antiche consuetudini, con ispecialmente allegare i gravissimi disordini che potrebbono avvenire e che avvengono allo stato secolare, qualora si lasci agli ecclesiastici senza limite alcuno la facoltà di acquistar gli stabili de' paesi. Si trovò sempre il pontefice più saldo che mai nelle sue determinazioni, fiancheggiate da lui con una folla di canoni. E perciocchè neppure dal canto loro mostravano i Veneziani voglia di piegare alle minaccie di parole, il pontefice, nel dì 17 d'aprile, volendo venire ai fatti, raunato il concistoro, pubblicò un terribile monitorio, in cui dichiarava incorso nelle scomuniche il doge col senato, e s'intimava l'interdetto a Venezia e a tutto lo Stato della repubblica, se entro il termine di ventiquattro giorni non si rivocavano i decreti ed atti fatti contro l'immunità e libertà ecclesiastica, e non si consegnavano al nunzio i prigioni, con tutte le altre pene che tengono dietro alle censure e all'interdetto. A questi fulmini si erano già preparati i Veneziani; e però al primo avviso spedirono tosto ordini rigorosi che niuno de' suoi lasciasse affiggere quel monitorio, che se ne portassero le copie ai pubblici rappresentanti, e che si continuassero come prima i divini uffizii, sotto gravi pene, e pena infin della vita. Non vi furono che i gesuiti, i teatini, e i cappuccini, i quali giudicassero dover preponderare l'osservanza dei decreti del romano pontefice al rispetto per altro da essi professato al principe secolare. Perciò tutti si partirono dagli Stati della repubblica, e, a distinzione degli altri, i gesuiti processionalmente si ritirarono. A riserva di alcuni altri particolari, il resto delle università religiose e gli altri ecclesiastici stettero costanti nell'ubbidienza agli ordini del senato; nè i cappuccini del territorio bresciano e bergamasco vollero seguitar l'esempio degli altri, e continuarono ad abitar ne' loro conventi. Intanto si cominciò una guerra di penne, avendo trovato la repubblica persone che sostennero l'operato da lei. Senza paragone maggior numero ne trovò il pontefice che entrarono in arringo per difesa dell'autorità di lui, e per accreditar le scomuniche e l'interdetto. Specialmente si distinsero in questo combattimento i due celebri porporati Baronio e Bellarmino. Forse ancora in alcune di quelle scritture non comparve il vero nome degli autori. Nè qui si fermò il corso di questo impegno. Il pontefice, o perchè veramente pensasse a volere dar braccio all'armi spirituali colle temporali, o perchè ne credesse bastante la sola apparenza, cominciò a far leva di gente, ed ebbe dalla corte di Spagna belle promesse d'aiuto. Perlochè i Veneziani si diedero anch'essi a formare un considerabile armamento, che nell'anno seguente, per quanto fu detto, arrivò a dodici mila fanti e quattro mila cavalli, oltre alle cernide. Intanto i ministri del re Cattolico, del gran duca Ferdinando e di altri principi, ma sopra gli altri quei del re di Francia Arrigo IV, che professava una particolare amicizia al senato veneto, si sbracciavano per trovar temperamento e fine a questo scandaloso litigio, che potea turbar la pace d'Italia. Seguì poi solamente nel seguente anno la concordia, siccome diremo.

Un insoffribil peso riuscì all'Augusto Rodolfo e all'arciduca Mattias la guerra d'Ungheria, perchè non solamente erano essi in discordia co' Turchi, ma ancora cogli stessi Ungheri e col Botschaio, principe o pure usurpatore della Transilvania. Perciò volentieri si sentì Rodolfo parlare di pace; e questa in fatti fu conchiusa cogli Ungheri e col Transilvano nel dì 14 di settembre. Ottenne con essa il Botschaio di ritenere la signoria della Transilvania per sè e per li suoi discendenti, salva nondimeno la dipendenza dell'alto dominio spettante alla corona d'Ungheria. Venne poi costui a morte per veleno nel fine dell'anno presente, senza figliuoli, e dovea quell'insigne principato ricadere all'imperadore come re d'Ungheria; ma quei popoli presero per loro principe Sigismondo Ragozzi calvinista di credenza. Nè si può dire quanto gran pregiudizio risultasse alla religion cattolica nel regno d'Ungheria e nella Transilvania da tante guerre passate, perchè colà s'introdussero a migliaia famiglie di luterani, calvinisti, Sociniani d'altre eresie, che vi si son poscia propagate, con ottener anche la libertà dei riti loro dagli Augusti, forzati a far quello che la lor pietà sommamente detestava. Trattossi parimente di pace co' Turchi, i quali, siccome snervati dalla guerra co' Persiani e da una fiera ribellione in Soria, vi acconsentirono. Non già pace, ma tregua di venti anni si stabilì fra l'imperadore e il gran signore Acmet, ritenendo cadauna delle parti ciò che restava in suo potere. Quanto alla Fiandra, il prode Ambrogio Spinola, che nel verno del presente anno era stato alla corte di Madrid per ottener soccorso di danaro, tornato a Brusselles, non lasciò di aumentare il patrimonio della sua gloria coll'espugnazione ed acquisto della fortezza di Groll, che gli si arrendè nel dì 14 d'agosto. Rivolse di poi i passi e le speranze all'altra di Rembergh, situata sulla riva del Reno, ancorchè alla difesa vi si trovassero quattro mila fanti e più di trecento cavalli con buon treno di artiglierie e di munizioni. Con sommo vigore fu impreso quell'assedio, in cui specialmente faticarono gl'Italiani. Fra gli altri si distinsero nelle fazioni il cavalier Melzi Milanese, luogotenente della cavalleria, il marchese Sigismondo d'Este, il marchese Ferrante e il cavalier Bentivoglio, quegli nipote e questi fratello del cardinal Bentivoglio. Per quanto si studiasse il conte Maurizio d'accostarsi coll'armi sue per soccorrere la piazza, o sloggiar gli assedianti, sempre si trovò troppo dura l'impresa; e però si ridusse il presidio di Rembergh a capitolare la resa. Scemossi poi l'esercito cattolico per l'ammutinamento di un grosso corpo di soldati, gente in quelle parti avvezza a simili scene, per lo più a cagion delle paghe ritardate: lo che incoraggì il conte Maurizio a mettere l'assedio intorno a Groll. Sarebbe ricaduta in sua mano quella piazza, se l'animoso Spinola, colle milizie che potè radunare, non fosse accorso con risoluzione di menar le mani; al qual fine avea già messe in ordinanza le schiere. A questa vista il Nassau restò pensieroso, poi, conoscendo che sì pericoloso giuoco era meglio il risparmiarlo, bravamente si ritirò, lasciando libera la piazza: con che anche lo Spinola ridusse ai quartieri i suoi. Ebbe fine in quest'anno la celebre controversia degli aiuti della divina grazia e del libero arbitrio, agitata in Roma con tante sessioni fra i domenicani e i gesuiti, rimanendo indecisa, con libertà alle parti di sostenere le loro diverse sentenze nelle scuole, senza condannar quelle degli avversarii.

Anno di CRISTO MDCVII. Indizione V.

PAOLO V papa 3. RODOLFO II imperadore 32.

Sul principio di quest'anno non altro si mirava in Italia che disposizioni del papa di prorompere in una più aperta rottura colla repubblica di Venezia, giacchè questa si mostrava bensì sempre costante nell'ossequio della fede e Chiesa cattolica, ma inflessibile ne' suoi decreti, e sprezzante delle censure adoperate dal romano pontefice. Fece dunque papa Paolo massa grande d'armati, con dichiararne generale Francesco Borghese suo fratello, e Mario Farnese suo luogotenente. Spedì a Genova per arrolare quattro mila Corsi, e agli Svizzeri per avere tre mila fanti di quella nazione. Accrebbe i presidii e le fortificazioni di Ferrara e delle città marittime. In somma avreste detto che Roma pensava daddovero a far delle prodezze. E tanto più corse voce, perchè Filippo III re di Spagna promise d'entrare in questo ballo per sostenere l'autorità pontificia, e andarono anche ordini di far gente al conte di Fuentes governator di Milano, ministro, che nulla più sospirava che il lucroso mestiere di comandare a un'armata. Ma non dormivano i Veneziani; perchè, oltre all'armamento da lor fatto in Italia, mossero Francesco conte di Vaudemonte figlio del duca di Lorena, lor generale, a far leva di molte migliaia di soldati alemanni. Altrettanto tentarono coi Grigioni lor collegati e cogli Svizzeri, avendo colà inviate a questo fine grosse rimesse di danaro. Allestirono medesimamente gran copia di navi in mare, nel Po e nel lago di Garda, facendo intanto sapere a tutti i principi d'essere pronti a sacrificar ogni cosa per nulla cedere in questa controversia, persuasi che la ragione e la giustizia fosse dal canto loro. Ma non pertanto non si lasciava di trattar di pace, gareggiando in questo nobil uffizio per ottener la gloria del primato i re di Francia e di Spagna, e i duchi di Savoia e di Firenze. Ma Arrigo IV re Cristianissimo, che andava innanzi agli altri nell'amore verso il senato veneto, quegli fu che più ardentemente si maneggiò per questo affare. Spedì egli in Italia Francesco cardinale di Gioiosa, che verso la metà di febbraio comparve a Venezia. Trattò il cardinale lungamente con quel senato, e, ben capita la lor mente, si mosse dipoi alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 22 di marzo, e cominciò a far gustare il bene della concordia e i mali grandi della discordia, rappresentando che se gli Spagnuoli, i quali non cessavano di contrariar la buona intenzione del re Cristianissimo, fossero venuti all'armi, non avrebbe potuto il suo re dispensarsi dall'opporsi ai loro disegni. Che il re d'Inghilterra prometteva aiuti a Venezia, ed avrebbe dichiarata la guerra alla Spagna. Che non erano più questi i secoli barbarici, ed essersi coi tempi mutate anche le massime, e sminuite di troppo le forze della camera apostolica. Ora il papa, che finalmente s'era accorto qual poco capitale si potesse far dei sussidii del re Cattolico, già titubante per timore di tirarsi addosso delle disgustose brighe, e conosceva di non poter reggere solo a sì grave impegno; concertate col Gioiosa le maniere di salvare il suo decoro, gli diede facoltà, con istruzione sottoscritta di suo pugno, di conchiudere l'accordo e di levar via l'interdetto.

Allegro il cardinale con prendere le poste arrivò di nuovo a Venezia nel dì 9 di aprile, ed espose nel giorno seguente le commessioni sue e le condizioni della concordia. A questa si trovò un grande intoppo, perchè una delle maggiori premure del pontefice era che i gesuiti fossero, come prima, rimessi nei primieri loro collegii in Venezia e nelle altre città della repubblica: al che il senato si scoprì sommamente renitente per varii motivi. Fece quanto potè il Gioiosa per superar questa loro avversione, e vi si adoperò anche don Francesco di Castro ambasciatore del re Cattolico, ma senza che alcuno potesse vincere quella pugna. Non per questo cessò di farsi l'accordo. Pertanto nella mattina del dì 21 di aprile furono consegnati all'ambasciatore di Francia l'abbate di Nervesa e il canonico Vicentino, già prigioni, dal segretario della repubblica, protestante di darli al re Cristianissimo in segno della lor gratitudine ed ossequio senza pregiudizio della autorità della repubblica. Questi poi vennero dati dal Gioiosa al commessario del papa, mandato a tale effetto. Eseguito questo preliminare, entrò il cardinale nel collegio, dove era il doge e i savii, e quivi a porte chiuse fu rivocato l'interdetto colle censure, e similmente rivocato dal senato ogni atto fatto in contrario. Furono anche rimessi in grazia, a riserva de' gesuiti, gli altri religiosi, e decretata la spedizion di un ambasciatore al pontefice, per rendergli grazie, e per confermare alla santità sua la filial riverenza della repubblica. Come passasse nel chiuso collegio la riconciliazione suddetta, non trovo chi me ne possa accertare. Si dee tenere per certo, che a Roma fu scritto, come il senato avea ricevuta l'assoluzione dalle censure; ma i Veneziani l'hanno sempre negato. Resta nondimeno una particolarità indubitata: cioè che quella repubblica continuò dipoi, e tuttavia continua, a mantenere i suoi decreti intorno ai beni stabili lasciati agli ecclesiastici, e alla fondazione di nuove chiese, siccome anche l'autorità sua consueta di giudicare gli ecclesiastici delinquenti. Fu data speranza al pontefice che quel senato rallenterebbe fra qualche tempo il suo rigore contro i religiosi della compagnia di Gesù; ma non seguì il ritorno loro in Venezia se non l'anno 1657, siccome diremo.

Troppo oramai rincresceva all'arciduca Alberto il peso della guerra colle Provincie Unite; anzi non ne poteva di più, perchè trovava come seccate le fontane dell'oro di Spagna, senza le quali a lui era impossibile di sostentarsi: laddove gli Olandesi sempre più venivano rinvigoriti dal loro commercio per mare, che ogni giorno andava crescendo, sino a mettere flotte in mare, le quali non temevano delle spagnuole, siccome in questo anno ancora avvenne, avendo nel dì 24 d'aprile verso il promontorio di San Vincenzo essi Olandesi data una rotta all'armata navale di Spagna, colla morte di circa due mila persone dalla parte dei vinti e colla perdita di alquante galee. Il perchè l'arciduca, ottenutane la permissione dalla corte di Madrid, fece muovere parola di pace colle Provincie suddette. Non negarono orecchio a qualche pratica di accomodamento gli Olandesi, con richiedere nondimeno per preliminare che il re di Spagna e l'arciduca li riconoscessero per popoli liberi. Si trovarono delle speciose ragioni per accordar questo punto colle parole, attribuendosi poi i monarchi il privilegio di poterle interpretare in varii sensi, allorchè si presentano più favorevoli occasioni. Quindi si pensò a trattar daddovero di sì importante negozio: al qual fine seguì una sospension d'armi per otto mesi. Ma perchè le ratificazioni e i mandati che venivano di Spagna, come troppo generali o intriganti, non soddisfaceano agli Olandesi, e il conte Maurizio sopra gli altri faceva di mano e di piedi per interrompere ogni pratica d'accordo, per timore che una pace desse troppo gran tracollo alla propria autorità: nulla si conchiuse di più nell'anno presente. Si provarono in questi tempi le galee di Ferdinando gran duca di Toscana di sorprendere con una improvvisata la città di Famagosta in Cipri, per l'avviso da buona parte venuto della smilza guarnigione che vi tenevano i Turchi. Ma giunte colà, vi trovarono maggior presidio di quel che credevano: del che, siccome già accennammo, furono incolpati i Giudei, quasichè avessero preventivamente avvisati di quella spedizione i Musulmani. Si trovarono le scale preparate non assai lunghe pel bisogno, e la porta destinata riempiuta di terra nel di dentro. Però furono rigettati i cristiani con perdita di cento di essi, e gli altri durarono fatica a rimbarcarsi. Se ne tornarono essi ben confusi alle lor case, con prendere solamente per viaggio tre fuste turchesche. Fu cagione nondimeno il lor tentativo che dei poveri Greci abitanti in Famagosta molti furono presi, e per lievi indizii che avessero avuta intelligenza coi Toscani, condannati a cruda morte. Fece gran rumore nell'anno presente tanto in Italia che fuori d'essa l'avvenimento di fra Paolo servita, famoso teologo della repubblica di Venezia, dopo aver egli sostenuto le di lei ragioni nella lite con Roma. Per quanto si ha da Vittorio Siri nelle memorie recondite, fu egli onoratamente avvertito dal cardinal Bellarmino di stare in guardia, perchè si macchinava contro la sua vita. Per questo, d'ordine dello Stato, andò egli per qualche tempo armato di giacco sotto la tonaca. Stanco di quel peso, lo depose. Assalito un giorno da appostati sicarii, fu steso come morto a terra con ventitrè pugnalate o ferite, salvandosi poi coloro in una peota ben armata, che il nunzio tenea da parecchi giorni preparata. Guarì poi fra Paolo, e il Siri scrive, essere stato innocente di quel fatto il papa, e che ne fu comunemente incolpato il cardinal Borghese suo nipote.

Anno di CRISTO MDCVIII. Indizione VI.

PAOLO V papa 4. RODOLFO II imperadore 33.

Se poco riportò il pontefice Paolo dalle precedenti liti colla repubblica veneta, provò ben gran gioia nel presente anno per la solenne comparsa di Carlo Gonzaga duca di Nevers, spedito alla santità sua da Arrigo IV re di Francia per suo ambasciatore, affine di attestare la filial sua ubbidienza e riverenza verso la santa Sede. Venne questo principe con gran pompa, e si presentò sul fine di novembre alla pubblica udienza del pontefice nel sacro concistoro: il che cagionò un giubilo universale al riconoscere sempre più quel principe geloso della religione cattolica. Parimente in quest'anno giunse a Roma don Antonio marchese di Funesta, Moro di nazione, ambasciatore del re del Congo, cioè di un regno situato nella costa occidentale dell'Africa di là dalla linea equinoziale. Introdotta la fede di Cristo per opera de' Portoghesi in quelle parti, maggiori progressi vi fece in questi tempi; laonde il re don Alvaro II professore di essa religione, volle in forma distinta farsi riconoscere per divoto figlio al capo visibile della medesima, con ordine insieme di supplicare il papa che inviasse colà de' pii operai per coltivare quella vigna del Signore, dove anche oggidì faticano gesuiti, cappuccini ed altri religiosi. Ma questo ambasciatore con un meschino accompagnamento appena giunto a Roma, senza che gli restasse tempo di andare all'udienza, s'infermò, e pietosamente visitato dal pontefice, diede poi fine al suo vivere, e gli fu fatto un magnifico monumento in santa Maria Maggiore. Insorse nel presente anno una gara non molto onorevole fra l'arciduca Mattias e Rodolfo II Augusto, per ismorzar la quale lo zelante papa Paolo spedì in Germania il cardinal Giovanni Mellini Romano. Cercò Mattias in una dieta di tirare i cristiani dell'Ungheria a riconoscerlo per lor capo e signore. Altrettanto fece ancora co' popoli dell'Austria. Dispiacque non poco all'imperadore Rodolfo un tale attentato, siccome troppo ingiurioso ai diritti e all'autorità sua. Però in Boemia, dove egli soggiornava, annullò quanto avea operato l'arciduca, e cominciò a far gente; quando ecco comparire colà il medesimo Mattias con un poderoso esercito di venti mila persone tra fanti e cavalli. Rodolfo, buon principe, che dovea aver fatto voto di vivere in santa pace, il più che potesse, pregò il legato pontificio d'interporsi per un convenevole accordo. Ottenne l'arciduca forse più di quel che pensava; perchè l'imperadore si contentò di rilasciargli il dominio del regno d'Ungheria e dell'arciducato di Austria con varii patti che non importa riferire. Con somma magnificenza ed incessanti viva del popolo entrò dipoi questo principe in Vienna nel dì 14 di luglio, ed ivi fu proclamato re d'Ungheria, e poi coronato in Possonia con indicibil contento di que' popoli, ma con grave pregiudizio della religion cattolica, perchè fu necessitato a permettere la libertà di coscienza a tante sette di eretici che aveano già infestata del pari l'Austria che l'Ungheria.

Continuarono in quest'anno ancora i trattati di pace fra i deputati del re di Spagna e dell'arciduca Alberto dall'un canto, e quei delle sette Provincie Unite dall'altro; al qual fine fu prorogata la precedente tregua. Pretesero gli Olandesi in primo luogo che il re Cattolico e l'arciduca non solamente riconoscessero le lor provincie per libere, ma che rinunziassero ed ogni ragione e pretensione che potessero aver sopra delle medesime, tanto per sè che per li lor successori. Parve insolente ai cattolici questa dimanda. Più duro ancora fu il nodo che si trovò pel commercio nelle Indie Orientali, pretendendo gli Spagnuoli che dagli Olandesi si rinunziasse affatto alla navigazione in quelle parti, quando, all'incontro, questa era la pupilla degli occhi degli Olandesi, i quali avendo già provato che immensi guadagni facessero i loro mercatanti in que' viaggi, fin d'allora prevedevano che la conservazione e l'accrescimento della lor potenza avea da provenire dalle Indie suddette. Però, quantunque s'interponessero anche i ministri di Francia e d'Inghilterra per la concordia, pure s'intralciò talmente l'affare, che andò per terra il trattato. Non si perderono perciò d'animo i ministri dell'arciduca, uno de' quali era il marchese Ambrosio Spinola, in cui non si sa se maggior fosse il senno o il valore. Giacchè, secondo le presenti disposizioni, speranza non restava di pace, proposero essi una tregua di alquanti anni, e perciò nel maneggio di questa si spese il rimanente dell'anno. Ebbe l'Italia nel presente anno più motivi d'allegrezza per li magnifici maritaggi de' suoi principi. Imperciocchè già progettati e conchiusi quei dell'infanta Margherita figlia di Carlo Emmanuele duca di Savoia col principe Francesco Gonzaga figlio primogenito di Vincenzo duca di Mantova, e dell'infanta Isabella, parimente figlia di esso duca di Savoia, col principe Alfonso d'Este primogenito di Cesare duca di Modena; fu risoluto il compimento di tali alleanze nel carnovale di quest'anno. Per attestato del Guichenone, si portò per questo in persona il duca di Mantova col figlio in Piemonte con isplendido accompagnamento di nobiltà. Magnifica sopra modo fu la loro entrata in Torino, essendo venuto a quella corte in sì lieta occasione anche il duca di Nemours Carlo Gonzaga, loro cugino, di ritorno da Roma. Scrive il medesimo Guichenon che esso duca di Nemours, come procuratore del principe Francesco, sposò, nel dì 20 di febbraio, la principessa Margherita; eppure il principe, secondo lui, era in Torino. Nel giorno seguente il duca di Savoia col cardinale e cogli altri principi suoi figli, e col duca di Nemours, andò a Chieri a visitare il cardinale Alessandro d'Este giunto colà col principe Alfonso suo nipote, i quali nel susseguente giorno entrarono anche essi in Torino colla medesima pompa con cui erano entrati i principi di Mantova. Scrive il suddetto Guichenon, che lo sposalizio dell'Estense seguì nel dì 16 di febbraio. Discorda egli da sè stesso. Oltre di che il Vedriani nella Storia di Modena scrive che il cardinal d'Este e il nipote si partirono da Modena per Torino nel dì 5 di marzo, e ci tornarono poi a dì 8 d'aprile. Ma poco importa l'accordar questi testi. Certo è che in Torino si fecero feste e divertimenti di gran magnificenza per questi sposalizii. In Mantova, allorchè vi giunsero i principi sposi, furono fatti spettacoli di tanta sontuosità e rara invenzione, che riempierono ognun di stupore. Nè inferiori divertimenti cavallereschi e splendide feste vide in tale congiuntura Modena, ai quali intervennero non solamente i principi di Savoia, ma anche i cardinali Pietro e Silvestro Aldobrandini, mentre erano in viaggio alla volta di Torino.

In questo anno ancora si effettuò il matrimonio di Cosimo de Medici, primogenito di Ferdinando gran duca di Toscana, con donna Maria Maddalena d'Austria, figliuola del fu Carlo arciduca, e sorella dell'arciduca Ferdinando. Fu questa principessa da Trieste condotta sul principio di novembre ad Ancona con grandioso equipaggio di nobiltà e di galee. Arrivata a Firenze, trovò tutta quella città in gran gala, ed ivi ancora più giorni si spesero in solennizzar le sue nozze con varii nobilissimi solazzi. Era ben felice allora l'Italia; godeva l'insigne benefizio della pace; aveva i suoi proprii principi, e questi nelle loro funzioni gareggiavano nella splendidezza. Si sono ben mutati i tempi; la fortuna d'Italia è ben declinata. Nè si dee tacere che nel verno dell'anno presente in Venezia, Modena ed altre città di Lombardia si provò sì aspro freddo, che memoria non v'era d'un somigliante rigore. Cadde anche tal copia di nevi, che arrivò all'altezza di ventiquattro oncie, e fece col peso cadere gran quantità di tetti, e rendè impraticabili le contrade e strade. Per l'impresa di Famagosta, sì infelicemente riuscita nell'anno precedente, era in collera il gran duca di Toscana, e volendo con qualche altra impresa risarcire il suo onore, rinforzò la squadra delle sue galee con cinque vascelli, tutti ben corredati e muniti di gente, e la spedì in Africa sotto il comando di Silvio Piccolomini, personaggio che nelle guerre di Fiandra avea acquistato gran nome. La città di Ippona, oggidì Bona, celebre pel vescovato di sant'Agostino, insigne dottor della Chiesa, fu l'oggetto delle lor prodezze. Con tal vigore restò essa assalita dalle armi cristiane, che nulla valse la resistenza de' Mori, dei quali assaissimi furono trucidati, molti più fatti prigioni. Dopo il sacco e l'incendio di essa città, se ne tornarono i cristiani a Livorno. Nel dì ultimo di giugno mancò di vita il grande annalista della Chiesa Cesare cardinal Baronio. Il merito insigne di questo porporato ha esatto da me il farne menzione.

Anno di CRISTO MDCIX. Indizione VII.

PAOLO V papa 5. RODOLFO II imperadore 34.

Grandi consulte si tennero alla corte di Madrid nel verno di quest'anno pel progettato accomodamento fra la Fiandra e le Provincie Unite. In Anversa ancora fra gli scambievoli deputati delle parti seguirono amichevoli e lunghi combattimenti per questo negozio. Consistevano le principali difficoltà a vederne il fine nel pretendere il re di Spagna che fosse libero ai cattolici nell'Olanda l'esercizio della religione; alla qual dimanda era specialmente spronato dallo zelo del pontefice, e che non fosse permessa agli Olandesi la navigazione all'Indie: punti ai quali troppa resistenza mostravano le provincie eretiche. Finalmente bisognò che l'altura degli Spagnuoli e i desiderii dell'arciduca Alberto cedessero alla mala situazione de' loro interessi, non sapendo essi come continuar la guerra con gli Olandesi, favoriti sempre sotto mano da' Franzesi ed Inglesi. Però infine si conchiuse, nel dì 9 d'aprile, una tregua di dodici anni, in cui fu dichiarato che l'arciduca trattava colle Provincie Unite come con provincie e Stati, sopra i quali non pretendeva cosa alcuna. Si lasciò andare la pretension della religione. Quella dell'Indie si acconciò con imbrogliate parole, restando vietato agli Olandesi l'entrare ne' paesi del re fuori dell'Europa, senza nominar le Indie. Conviene ben credere che la corte di Spagna e l'arciduca avessero gran bisogno e sete di questo accomodamento, perchè neppur poterono indurre le Provincie Unite, possedenti alcuni forti sulle rive della Schelda, a levar gli esorbitanti dazii imposti a chi volea navigare per quel fiume: il che finì di distruggere il commercio di Anversa, città che nei tempi addietro era stato il più ricco e celebre emporio de' Paesi Bassi, ed angustiata fece maggiormente volgere esso commercio ad Amsterdam e ad altri porti dell'Olanda e Zelanda. Per questa tregua non si può dir quanto fosse il giubilo delle provincie cattoliche della Fiandra, le quali dopo tante e sì lunghe tempeste sperarono di godere una volta il sereno. In Anversa per segno di eccessiva allegrezza, dopo tanti anni di silenzio, si fece udire lo strepitoso suono di quel campanone, a sonar il quale, secondo il Doglioni, vi si adoperano almeno ventiquattro uomini nerboruti. Per ordine di Filippo III re di Spagna nell'anno presente furono cacciati da Granata e molto molto più da Valenza i Mori, fin qui tollerati come sudditi della corona in quelle parti, perchè si scoprirono delle intelligenze e trame di essi coi Mori d'Africa e col gran signore, e fin coi re di Francia e d'Inghilterra, per una ribellione. Nel mese d'ottobre sino al fine di gennaio dell'anno seguente uscirono del regno di Valenza più di cento trentaquattro mila di costoro, imbarcati parte in legni proprii, e parte in somministrati dal re. Erano la maggior parte battezzati, molti nondimeno finti e non veri cristiani. Indarno esibirono al re tre milioni d'oro per potervi restare. Chi scrive che gli usciti di Spagna furono novecento mila, e chi li fa ascendere ad un milione, ed anche a due, pare che non meriti fede. Gran piaga che fu questa per la Spagna, sì pel salasso di tanta gente, come per lo trasporto d'immense somme d'oro, argento, gioie ed altre cose preziose fuori del regno. Molti di costoro passarono in Italia e Francia, e gli altri in Africa. Essendo restate incolte per questo moltissime terre, il re invitò a coltivarle i popoli stranieri, con privilegii ed esenzioni per dieci anni. Ve ne andarono non pochi dall'Italia, e fra gli altri cinquecento Genovesi, raccolti alla sordina dai ministri del re.

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