Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)
Abbiam veduto poco fa rimesso in grazia di papa Eugenio il conte Francesco Sforza, e stabilito accordo fra loro. Pure questo pontefice, quasi che i patti durar dovessero finchè gli tornava a conto il non romperli, appena si vide animato ed assistito dal duca di Milano, che ripigliò le armi contra di lui, e seco fu anche il re Alfonso. Ora il conte[2858], giacchè Sigismondo signor di Rimini s'era dichiarato nemico suo, dopo avere ricevuto da' Fiorentini soccorso di danaro, andò a mettere l'assedio alla ricca terra di Meldola, che gli costò molto tempo e fatica. L'ebbe a forza di armi nel dì 17 oppure 22 di luglio[2859], e col sacco, crudelmente ad essa dato, si arricchirono tutti i suoi soldati. Ma nel dì 10 d'agosto[2860] la città d'Ascoli nella Marca gli si ribellò, e tagliato a pezzi Rinaldo Fogliano, fratello uterino del conte Francesco, si diede al pontefice. Così, per le forti istanze di Sigismondo, comparvero dipoi in suo aiuto Taliano Furlano, Malatesta signor di Cesena ed altri capitani con ischiere numerose di cavalleria e fanteria, che seco si unirono. Finalmente anche il papa e il re Alfonso mandarono le lor genti nella Marca per impadronirsene affatto. In mezzo a questi due fuochi si trovava il conte, e con forze troppo disuguali. Tuttavia, conoscendo in maggior pericolo la Marca, lasciata parte delle sue milizie sotto il comando di Federigo conte d'Urbino, coll'altra marciò colà; e all'arrivo suo si ritirarono tosto Lodovico patriarca di Aquileia cardinale legato del papa, e Giovanni da Ventimiglia generale del re Alfonso. Ed eccoti arrivare in essa Marca anche Taliano, creato generale dal duca di Milano, con Sigismondo Malatesta, con Malatesta signor di Cesena ed altri capitani, che cominciò a strignere dall'una parte lo Sforza, e cercava le vie di unirsi dall'altra alle soldatesche del papa e del re. Intanto nel dì 15 d'ottobre Rocca Contrada, una delle migliori fortezze che si avesse il conte in quelle contrade, ribellatasi, venne in mano di Sigismondo, ossia del pontefice. Il perchè, peggiorando ogni dì più gl'interessi del conte, prese questi il partito di salvar la gente con ridursi di nuovo a Pesaro, dove avea lasciata Bianca Visconte sua moglie. Raccomandate adunque ad Alessandro suo fratello le città di Fermo e di Jesi, che restavano a lui ubbidienti, sen venne sul territorio d'Urbino, da dove col conte Federigo fece guerra a Sigismondo Malatesta, togliendo a lui alcune castella. Ma nel dì 26 di novembre il popolo di Fermo, avendo prese l'armi, ne cacciò il presidio del conte, e si sottomise alle armi del papa; e da lì a qualche tempo si rendè loro anche la rocca appellata il Girofalco venduta da Alessandro Sforza, per non poterla sostenere. Sicchè la sola città di Jesi restò in potere del conte, con essersi perdute tutte le altre terre. Nel dì 12 di marzo di quest'anno passò all'altra vita[2861] Gian-Giacomo marchese di Monferrato, e i suoi Stati pervennero al marchese Giovanni suo primogenito. Un altro suo figliuolo appellato Guglielmo, condottier d'armi in questi tempi, era al servigio del duca di Milano.
NOTE:
[2850] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2851] Giustiniani, Istor. di Genova. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2852] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
[2853] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2854] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2855] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2856] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.
[2857] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2858] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.
[2859] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2860] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2861] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXLVI. Indiz. IX.
EUGENIO IV papa 16. FEDERIGO III re de' Romani 7.
Fulminò di nuovo in quest'anno nei mesi di aprile e di luglio le scomuniche papa Eugenio contra del conte Francesco Sforza e di tutti i suoi seguaci[2862]. E per vendicarsi de' Fiorentini, che colla profusione di molto danaro cagione erano che esso conte non andasse a gambe levate, intavolò un trattato col re Alfonso per muoverlo contra di loro, siccome poi fece nell'anno seguente. Intanto il conte era confortato da Cosimo de Medici, e da alcuni cardinali e baroni romani a marciare alla volta di Roma coll'armi sue, perchè avrebbe facilmente indotto per forza il pontefice ad un buon accordo[2863]. Gli promettevano ancora la ribellione di Todi, Narni e di Orvieto, con altri aderenti. Ma egli pensò a mettersi in viaggio, ed ancorchè si movesse sul fine di maggio per passare colà, ed arrivasse fino a Montefiascone e a Viterbo, pure per mancanza di vettovaglie, e perchè Todi ed Orvieto non corrisposero alle speranze dategli, gli convenne tornare indietro. Intanto il papa si provvide di gente, avendo chiamato in suo aiuto un corpo di quelle del re Alfonso, e Taliano Furlano ed altri condottieri, ch'erano nella Marca. Queste truppe dipoi, tornato che fu indietro il conte Francesco, se ne andarono addosso ad Ancona, città che dianzi avea fatta lega co' Veneziani, per non venir nelle mani del papa, e la costrinsero a sottomettersi. Passarono di poi alla terra della Pergola, dove era guarnigione di Federigo conte d'Urbino, e in pochi giorni l'ebbero ubbidiente ai loro voleri. Andarono poscia a postarsi solamente circa cinque miglia lungi dal campo, in cui colle poche sue truppe si era fortificato il conte Francesco su quel di Fossombrone. Trovavasi allora in Pesaro il conte Alessandro Sforza fratello del conte Francesco, e signore di quella città[2864], e, veggendosi cinto da ogni intorno dalle armi nemiche, giudicò meglio, nel dì 25 di luglio, di venire ad un accordo col cardinale Lodovico legato del papa: risoluzione, di cui sommamente il conte Francesco si dolse, come di fiera ingratitudine, dacchè egli col suo proprio danaro avea acquistata quella città al fratello. Ma Alessandro si scusò colla necessità, assicurando il conte della sua non interrotta fedeltà ed amore: in segno di che mandò Bianca Visconte di lui moglie ad Urbino, contuttochè se gli opponesse non poco il cardinale. Fu ridotto in questi tempi così alle strette il conte Francesco Sforza, che si vide forzato a ritirarsi fino alle mura d'Urbino, mancandogli forze da poter fermare i progressi delle armi pontificie e duchesche, che gran guasto davano a quel territorio, e presero varie terre. Non contento Filippo Maria duca di Milano della guerra ch'egli facea nello Stato della Chiesa contra del conte Francesco suo genero, si lasciò così trasportare dalla pazza passione, che, credendo venuto il tempo di potergli anche togliere Cremona[2865], quantunque città a lui ceduta con titolo di dote, si mise in punto per eseguir questa impresa. Era ciò espressamente contro i capitoli della pace fatta co' Veneziani e Fiorentini: non importa; sopra ogni altra riflessione andava lo sregolato empito dell'odio suo. Però, messo in piedi un esercito di cinque mila cavalli e mille fanti sotto il comando di Francesco Piccinino e di Luigi del Verme, lo spedì, sul principio di maggio, contro Cremona, di cui Orlando Pallavicino gli avea fatto sperar l'acquisto per una segreta cloaca. Impiegò questa gente alquanto tempo in prendere Soncino ed altre terre del Cremonese: nel qual mentre i Veneziani, veduta rotta la pace dal non mai quieto duca, ebbero tempo di potere spignere qualche soccorso d'armati in Cremona. Arrivato colà il Piccinino, vi trovò, più di quel che credeva, gente disposta alla difesa; laonde si accampò intorno ad essa città, sperando di costringerla colla fame alla resa. In questo tempo i Veneziani, giacchè con un'ambasciata non aveano potuto rimuovere il duca da questo disegno, ordinarono a Michele Attendolo da Cotignola, lor generale, di mettere insieme tutta l'armata, e di marciar contro ai ducheschi. Avea inoltre spedito il duca, per voglia di togliere anche Pontremoli al conte suo genero, Luigi da San Severino e Pietro Maria Rossi; ma altro non poterono far questi, che mettere a sacco il paese, perchè i Fiorentini, coll'inviare per tempo a quella terra un rinforzo di milizie, la salvarono. Ridotto a tali termini stava intanto il conte Francesco nel territorio d'Urbino, quando avvenne novità che il fece assai respirare.
Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato dimorava in Castelfranco del Bolognese con Alberto Pio da Carpi, e con una brigata di quattrocento cavalli e di cento fanti in servigio del duca di Milano[2866]. Perchè passavano fra lui e Carlo Gonzaga de' disgusti a motivo di precedenza, si lasciò egli guadagnare dalle proferte di più lucrosa condotta che gli fecero i Veneziani e Bolognesi, e se l'intese con Taddeo marchese e con Tiberio Brandolino capitani de' primi. Perciò nella notte del dì 5 di luglio diede la tenuta di Castelfranco ai Bolognesi, ed unito con essi e co' Veneziani nel dì seguente cavalcò a San Giovanni in Persiceto, nella cui rocca egli teneva presidio, mentre nella terra alloggiava Carlo da Gonzaga con un grosso corpo di gente duchesca. Venuto alle mani con esso Gonzaga, lo sconfisse, e mise a saccomano tutta quella gente di armi, e prese anche la terra: per la qual vittoria tornarono poco appresso all'ubbidienza di Bologna quasi tutte le altre castella e terre di quel distretto. Parimente avvenne che i Fiorentini fecero largo partito a Taliano Furlano generale del duca di Milano contra di Francesco Sforza, offerendogli il generalato dell'esercito loro[2867]. Fosse accidente, o un tiro malizioso di essi Fiorentini, si riseppe il trattato, nè ci volle di più, perchè Taliano, d'ordine del duca e del cardinale legato, fosse preso nel mese d'agosto, e condotto a Rocca Contrada, dove gli fu recisa la testa. Pel medesimo motivo ebbe dipoi mozzato il capo anche Jacopo da Gaibana, altro condottiere d'armi. Nacquero forti sospetti al duca di Milano che anche Bartolomeo Coleone suo condottier d'armi tenesse delle intelligenze co' Veneziani; e furono questi cagione ch'egli venisse preso ed inviato nelle carceri di Monza. Sì fatti accidenti sconcertarono alquanto i felici andamenti dell'armata pontificia e duchesca, la quale intanto faceva alla peggio nel territorio d'Urbino. Unironsi poi colla armata veneta le genti d'armi di Taddeo marchese d'Este, di Tiberto Brandolino e di Guglielmo di Monferrato[2868]; ed allora fu che Michele da Cotignola generale dei Veneziani marciò contro l'armata duchesca accampala intorno a Cremona. Fece questo esercito non solamente ritornar molte terre alla divozione del conte Francesco, ma anche ritirare Francesco Piccinino dall'assedio di Cremona, con portarsi a Casalmaggiore, dove fece fabbricare un Ponte sul Po per aver viveri e strame dal Parmigiano. Era ivi nel fiume un mezzano ossia un'isola, dove la di lui armata si stese, e fortificossi con bastioni e bombarde. Ora Micheletto Attendolo colle sue genti arrivò colà con pensiero di dar loro la mala Pasqua. Il Simonetta scrive che ciò avvenne tertio kalendas octobris, cioè nel dì 29 di settembre. L'autore degli Annali di Forlì[2869], nel dì primo di ottobre. Ma Cristoforo da Soldo[2870] e le Croniche di Rimini[2871] e di Bologna[2872], e il Rivalta negli Annali di Piacenza[2873] ci danno quel fatto di armi nel dì 28 di settembre. Non potendo le genti venete penetrare i trincieramenti fatti alla testa del ponte, trovarono per avventura non essere tanto alta l'acqua del Po, che non potessero arrivare al mezzano suddetto, dove, come in una città, si erano fatti forti i ducheschi. A quella volta dunque animosamente s'inviò la cavalleria veneta con fanti in groppa per l'acqua che arrivava sino alle selle dei cavalli, ed attaccarono la mischia con tal bravura, che misero in poco d'ora i nemici in iscompiglio. Se ne fuggirono i capitani ducheschi di là dal Po; ma perchè non v'era se non il ponte, per cui potesse salvarsi la sconfitta gente, e questo ancora, per paura d'essere inseguiti, fu rotto d'ordine di essi capitani; però la maggior parte di que' soldati rimase prigioniera colla perdita di tutto il bagaglio, munizioni e carriaggi, che fu d'immenso valore. Scrive Marino Sanuto[2874] che in sua parte toccarono a Micheletto generale cavalli ottocento, a Guglielmo di Monferrato cento, a Taddeo marchese secento, a Gentile figliuolo di Gattamelata ottocento, a Tiberio Brandolino quattrocento, a Guido Rangone quattrocento, a Cristoforo da Tolentino e ad altri altra parte, di maniera che più di quattro mila cavalli vennero alle lor mani. Gran festa si fece per così segnalata vittoria in Venezia e per tutte le terre della repubblica.
Or questa gran percossa fece rientrare in sè stesso il poco saggio duca di Milano, che nel dì 5 d'ottobre spedì per un suo messo segreta lettera alla repubblica veneta chiedendo pace, ed esibendosi pronto a cedere tutto quanto egli avea preso nel Cremonese colla giunta di Crema. Tardò poco a comprendere, essere bensì in mano d'ognuno il cominciare una guerra, ma non essere poi così il finirla. I Veneziani, che avevano il vento in poppa, e ben conosceano la debolezza, a cui era ridotto il duca, sprezzata ogni proposizione d'accordo, ordinarono al loro generale di proseguire innanzi. Pertanto egli, dopo aver ricuperato Soncino, Caravaggio e tutte le castella del Cremonese, passò il fiume Adda, e ruppe di nuovo nel dì 6 di novembre[2875] le milizie del duca, che gli si vollero opporre, con prendere circa secento cavalli, e far prigioni circa mille e ducento fanti. Corse dipoi sul Milanese, saccomanando il paese; ebbe Cassano colla rocca, e mirabilmente fortificò quella terra; finalmente andò a quartiere di inverno. Se stesse bene allora lo sconsigliato duca, non occorre ch'io ne avvisi il lettore. Dacchè egli ebbe la fiera sconfitta di Casalmaggiore, spedì al papa e al re Alfonso le più calde preghiere per ottener soccorso. Cominciò ancora con più e più lettere a pregare il prima tanto odiato e perseguitato suo genero, cioè il conte Francesco Sforza, acciocchè non l'abbandonasse in sì pericolosa congiuntura. Era sul principio d'ottobre arrivato ad esso conte un buon rinforzo di milizie, a lui inviate da' Fiorentini, e ciò bastò a farlo uscire in campagna contro le genti pontificie comandate da Lodovico cardinale e patriarca. Ma, non potendo mai tirarle a battaglia, imprese lo assedio di Gradara in quel di Pesaro, terra forte occupata già da Sigismondo signore di Rimini. Nello stesso tempo Alessandro Sforza signor di Pesaro, per opera di Federigo conte d'Urbino, rimesso in grazia del conte Francesco suo fratello, voltata casacca, ripigliò le armi contra di Sigismondo e de' pontifizii. Per mancanza di polvere da fuoco non potè il conte insignorirsi di Gradara; e perchè niun soccorso di danaro gli veniva con tutte le sue istanze nè da Venezia nè da Firenze, si ritirò in fine a Pesaro a dar riposo alle sue troppo stanche genti. Intanto papa Eugenio, il re Alfonso e Sigismondo Malatesta, avendo consentito il conte ad una tregua (per cui entrarono in grande sospetto di lui i Veneziani), spedirono circa quattromila cavalli in aiuto del duca di Milano nel mese di dicembre. Cesare da Martinengo, uno dei caporali di questa gente posta a svernare sul Parmigiano[2876], abbagliato dalla fortuna de' Veneziani, passò dipoi nel febbraio susseguente, se non prima, colle sue schiere al loro servigio. Altrettanto fece colle sue anche Rinaldo da Montalbotto.
NOTE:
[2862] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2863] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.
[2864] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2865] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2866] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.
[2867] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 22.
[2868] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.
[2869] Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
[2870] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2871] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2872] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2873] Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2874] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2875] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCCXLVII. Indiz. X.
NICCOLÒ V papa 1. FEDERIGO III re de' Romani 8.
Avea fin qui menata sua vita, pien di pensieri di guerra, e tormentato da affanni per cagion dello scisma di Basilea, il pontefice Eugenio IV, quando Iddio il chiamò a sè nel dì 23 di febbraio in Roma[2877], città da lui beneficata dopo il suo ritorno colà, perchè vi ristorò le principali chiese che erano in rovina, vi mantenne buona pace e giustizia, e la sua mano era sempre aperta alle indigenze de' poveri. Fu pontefice di rare qualità; e benchè alquanto sfortunato negli affari sì spirituali che temporali, pure di gran cose operò sì nell'una che nell'altra parte. Memorabile restò la sua ricordanza, per aver uniti alla Chiesa cattolica i Greci, i Maroniti ed altre nazioni cristiane d'Oriente, e tentato di unire insino gli Etiopi. Eppure ebbe la disgrazia di lasciar la Chiesa latina in disordine per lo scisma nato in Basilea. Fu uomo di testa dura e di raggiri politici; nè alcun menomo eccesso si mirò in lui per ingrandire i suoi parenti, come ebbero in uso altri suoi predecessori. Tutto il suo studio era in conservare o ricuperare gli Stati della Chiesa romana: nel che impiegò molti tesori; ed ebbe anche singolar premura per reprimere la sempre più crescente baldanza e potenza dei Turchi: nel che profittò poco per la disunione e guerre delle potenze cristiane. Entrati i cardinali nel conclave, ed accordatisi nel dì 5 di marzo, elessero Tommaso da Sarzana, vescovo di Bologna, creato cardinale da Eugenio nell'anno precedente. Di bassa nascita era egli; ma questo immaginario difetto era senza paragone compensato dalle mirabili sue belle doti sì d'animo che d'ingegno, e dal suo universal sapere; di modo che personaggio non si potea scegliere più degno e più atto al pontificato di lui. Prese egli il nome di Niccolò V, e nel dì 18 d'esso mese fu solennemente coronato. Appena era mancato di vita papa Eugenio, che il re Alfonso, sotto pretesto di vegliare alla sicurezza di Roma, sen venne a Tivoli[2878], e quivi si piantò. Una delle prime cure del novello pontefice fu quella di fare sloggiare di là il re, e di estinguere lo scisma dell'antipapa Amedeo di Savoia: al qual fine impegnò Carlo re di Francia, promettendogli di confiscare tutti gli Stati d'esso Amedeo, se non ubbidiva, per concederli al medesimo re. Adoperossi per ricuperare affatto la marca di Ancona[2879]. Quivi non riteneva più il conte Francesco Sforza, se non la città di Jesi, che gli era sempre stata fedele. Le premure del duca di Milano, angustiato in questi tempi fieramente dai Veneziani, fecero mutar massime al medesimo conte e al re Alfonso, perchè il duca, trovandosi in grave pericolo, implorava quotidianamente il soccorso del genero. Però non fu difficile il tirare in fine ad un accordo il conte, che in sì urgente congiuntura si trovava necessitoso di pecunia. Trentacinque mila fiorini d'oro, ben pagati al conte, l'indussero a rilasciar quella città al pontefice, e a richiamarne la sua guarnigione. Similmente non tardò esso papa, siccome di genio pacifico, ad interporsi tosto per ismorzare il terribile incendio di guerra nato in Lombardia fra i Veneziani e il duca di Milano; ma cotali accidenti occorsero dipoi, che restarono vani tutti i paterni desiderii e disegni del buon pontefice.
La prosperità delle armi venete, che, dopo aver fabbricato un ponte sull'Adda, non trovavano ritegno alcuno, e portavano le desolazione sino ai borghi di Milano, avea messo in tal costernazione lo animo del poco saggio duca Filippo Maria, che a mani giunte non cessava di raccomandarsi al re Alfonso, a papa Eugenio allora vivente e a' Fiorentini. Ricorse fino al re di Francia, con esibirsi di restituire al duca d'Orleans la città d'Asti. Ma le sue maggiori speranze erano riposte nel credito e nel valore del conte Francesco Sforza, cioè in quel medesimo ch'egli sì lungamente avea perseguitato, e ridotto, co' suoi maligni maneggi, e colle armi e co' danari, a perdere l'intera marca d'Ancona, e con volerlo anche spogliare di Cremona. A lui lettere, a lui messi andavano di tanto in tanto, pregandolo e scongiurandolo di soccorso, e sollecitandolo a venire, senza lasciar indietro offerta e promessa alcuna che il potesse muovere, e soprattutto mettendogli davanti la succession de' suoi Stati. Perchè a questi andamenti teneano ben l'occhio aperto i Veneziani, anch'essi gli inviarono Pasquale Malipieri per tenerlo saldo nella lor lega, con fargli anche essi delle larghe esibizioni. E perciocchè il conte non dava categoriche risposte, si avvidero ben per tempo que' saggi signori ch'egli era per anteporre alla loro antica amicizia la nuova riconciliazione col suocero[2880]. Presero dunque la risoluzione di non aspettare ch'egli si dichiarasse, e di torgli intanto Cremona, se veniva lor fatto. Ordinato prima un trattato con alcuni Guelfi di quella città. Michele Attendolo lor generale nel dì 4 di marzo si presentò segretamente con quattromila cavalli e grossa fanteria alla porta d'Ognisanti di Cremona, credendosi di trovarla aperta. Gli andò fallito il colpo. Foschino Attendolo da Cotignola governatore, e Giacomazzo da Salerno capitano de' soldati del conte Francesco furono tosto in armi, raddoppiarono le guardie alle porte, alle mura, alle torri, cosicchè nè i cittadini osarono di far movimento; e i Veneziani, dopo avere scoperto il loro buon animo, si ritirarono colla bocca asciutta. Questo tentativo, oltre ad altri motivi che aveva il conte Francesco d'essere poco contento dei Veneziani, per averlo essi abbandonato nelle passate sue disavventure, e la segreta inclinazione da lui ben capita dei Fiorentini[2881], a' quali non piaceva che i Veneziani s'ingrandissero di troppo col mettere il duca in camicia, servì a lui di scusa per istrignere il trattato col suocero, a condizione che gli fosse pagato annualmente tanto di salario, quanto gli davano i Veneziani, ascendente a ducento quattro mila fiorini d'oro; e che gli fosse dato col titolo l'autorità di generale d'armata per tutti i di lui Stati. Pertanto alcune somme di danaro gli furono mandate da Milano, altre pagate in Roma: col quale rinforzo cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue truppe. Ma mentre si crede di marciare a dirittura a Milano, alcuni de' cortigiani del duca, e i due Piccinini Francesco e Jacopo, invidiosi dell'innalzamento del conte, sparsero tai semi di diffidenza nel debolissimo duca, che più danaro non corse; e il duca andava ordinando al conte di passare o nel Padovano o nel Veronese, a motivo di fare una diversione, dando con ciò assai a conoscere di non volerlo in sua casa: tutti imbrogli che ritardarono la mossa del conte, e maravigliosamente giovarono ai Veneziani per tentar cose maggiori contra del duca. Venne l'armata loro pel ponte di Cassano nel cuore del Milanese, scorse tutta la Martesana, e andò finalmente ad accamparsi sotto a Milano, per le speranze date da alcuni di que' cittadini al general veneziano d'introdurlo a tradimento in quella città. Chiarito Micheletto, esser quelle parole vane, passò alle parti del monte di Brianza[2882], dove sconfisse Francesco Piccinino, ed altri capitani milanesi e le loro brigate. Mise dipoi l'assedio al forte castello di Lecco, dove spese circa quaranta giorni, con istrage e grave incomodo di sua gente, senza poterlo far piegare alla resa.
Conosceva intanto ogni di più il duca l'infelice suo stato, e l'imminente pericolo suo, ma ricercato e voluto; nè esservi altra speranza che l'aiuto del genero Sforza. Pertanto gli spedì affrettandolo a venire, e pregò il papa e il re Alfonso di provvederlo di danaro. Altro non fecero essi, se non ciò che s'è detto di sopra, dell'avere carpito dalle mani del conte la città di Jesi per la somma già accennata di danaro, con cui egli allestì la sua armata, e da Pesaro si mise in viaggio nel dì 9 d'agosto[2883]. Aveva egli dianzi, nel dì 11 di marzo, insieme col conte Federigo d'Urbino fatto tregua con Sigismondo signor di Rimini, e con Malatesta Novello da Cesena di lui fratello. Consisteva l'esercito del conte in quattro mila cavalli e due mila fanti, co' quali venne a riposarsi alquanto a Cotignola. Ma eccoti un improvviso cambiamento di scena. Circa il dì 7 d'esso mese d'agosto cadde infermo Filippo Maria Visconte duca di Milano, e nel dì 13 diede compimento alla vita presente nel castello di porta Zobbia, senza lasciar dopo di sè prole maschile. Portato il suo corpo con poca pompa al duomo, potè allora quel popolo mirarlo morto, dopo averlo potuto vedere sì poco quando era in vita. Fu creduto che gli affanni e pericoli ne' quali si trovava involto, e ch'egli s'era colla sua balordaggine tirati addosso, il conducessero al sepolcro. S'egli avesse saputo prevalersi del regalo che la fortuna gli avea fatto di un genero, qual era il conte Francesco Sforza, cioè del miglior capitano che fosse allora in Italia, e fors'anche in Europa, poteva egli sperare di atterrar tutti i suoi nemici. Con fare sì scioccamente tutto il contrario, s'era ridotto alla vigilia di perdere colla riputazione anche tutti i suoi Stati. E qual fosse l'animo suo verso Bianca sua figliuola e verso il conte Francesco suo genero, che solo veniva per assistergli in sì grave urgenza, si diede ancora a conoscere nel fine di sua vita, se pure è vero ch'egli dichiarasse erede de' suoi Stati non già il conte Francesco Sforza, ma bensì Alfonso re d'Aragona e delle Due Sicilie[2884], i cui uffiziali certo è che presero tosto il possesso del castello di Milano e della rocchetta. Dimorava il conte in Cotignola, quando nel dì 15 di agosto da Lionello d'Este marchese di Ferrara gli giunse segreto avviso della morte del duca: colpo che stranamente sconcertò le sue misure. Crebbe molto più la costernazione sua dacchè intese che il popolo di Milano, troppo stanco e disgustato del gravoso governo del duca defunto, avea gridato: Viva la libertà, e presa la risoluzione di reggersi a repubblica. Oltre a ciò, poteano pretendere quegli Stati il re Alfonso in vigore del testamento suddetto, se pur fu vero; e Carlo duca d'Orleans, per ragione di Valentina Visconte. Quel che era più, con tante forze si trovavano i Veneziani addosso allo Stato di Milano, senza che egli avesse nè danaro nè gente bastante a far grandi imprese. Oh qui sì che v'era bisogno d'ingegno. Contuttociò nel dì seguente marciò alla volta del Parmigiano, per quivi meglio considerare qual piega prendessero le cose, e qual volto mostrasse la fortuna a' suoi interessi in una sì strepitosa mutazion di cose.
Incredibile allora fu la rivoluzion dello Stato di Milano; tutto si riempiè di sedizioni, ed ognuno prese l'armi[2885]. Como, Alessandria e Novara aderirono alla repubblica milanese. Pavia si rimise in libertà senza voler dipendere da Milano. Parma si mostrò anch'essa inclinata al medesimo partito, e diede sol buone parole al conte Francesco, che tentò di averla. Anche Tortona negò ubbidienza ai Milanesi. All'incontro i Veneziani seppero così ben profittare di quell'universal disordine, che la città di Lodi loro si diede. Ebbero poscia il forte castello di San Colombano, situato tra Lodi e Pavia. Regnava allora gran discordia fra i cittadini di Piacenza[2886]. Nel loro consiglio la fazion più potente la vinse, ed avendo spedito ai Veneziani per sottomettersi al loro imperio, non durarono fatica ad ottener quanto desideravano, e con patti i più vantaggiosi del mondo; per la qual cosa fecero poi gran festa e falò. Nel dì 20 d'agosto Taddeo marchese d'Este con mille e cinquecento cavalli veneti prese il possesso di Piacenza, e nel dì 22 arrivò colà con più gente Jacopo Antonio Marcello provveditore de' Veneziani. Intanto i Milanesi tutti d'accordo, con avere per loro capi Antonio Trivulzio, Teodoro Bossio, Giorgio Lampugnano ed Innocenzo Cotta[2887], la prima cosa che fecero, fu di cavar dalle mani degli uffiziali del re Alfonso il castello e la rocchetta. Col regalo di diciassette mila fiorini d'oro ebbero queste fortezze, e tosto le spianarono da' fondamenti. L'ambasciata da essi inviata al campo veneto per ottener pace e far lega, fu accolta quasi con riso. Si tenevano allora i Veneziani quasi in pugno tutta la Lombardia. E però si rivolsero i Milanesi al conte Francesco Sforza, che era passato alla sua città di Cremona, pregandolo di voler assumere la difesa della lor libertà nella guisa ch'egli era per servire al defunto duca, offerendogli il comando della lor armata col titolo e con gli onori di generale. Non era lo Sforza solamente insigne per la sua perizia e bravura nell'armi; possedeva anche un'ammirabil accortezza nei politici affari; e però, quantunque gli potesse parere strano di doversi sottomettere ad un popolo, per comandare al quale egli era venuto; pure accettò l'offerta, e si accordarono le condizioni del suo generalato. Ebbe anche forza la sua lingua di trarre nella sua amicizia Francesco e Jacopo Piccinini, non ostante l'antico odio che passava fra le loro case e persone. Ciò fatto, uscì egli in campagna, ed, unite le sue truppe con quelle de' Milanesi, alle quali aggiunse ancora Bartolomeo Coleone fuggito dalle carceri di Monza dopo la morte del duca, avendolo affidato e guadagnato al suo servigio, andò all'assedio del castello di San Colombano. Mentr'egli quivi dimorava, erano in continua dissensione i Pavesi, aspirando alcuni a prendere per loro principe Lodovico duca di Savoia, altri Giovanni marchese di Monferrato, ed altri Lionello d'Este marchese di Ferrara. Ma non vi mancava il partito di coloro che anteponevano il darsi al conte Francesco, padrone di Cremona e sì celebre nel mestier della guerra, ossia al di lui figliuolo Galeazzo Maria[2888]. Volle la fortuna del conte che si trovasse castellano in Pavia Matteo Bolognini Bolognese, e ch'egli per le istanze di Agnese dal Maino, parente di Bianca Visconte, trattasse segretamente di cedere al conte quella fortezza. Perciò al conte da lì a poco si diedero la città e cittadella di Pavia, con che egli assumesse il titolo di conte di Pavia, nè quel popolo fosse più suggetto a Milano. Ed ancorchè, presentita cotal intenzione de' Pavesi, fossero venuti gli ambasciatori milanesi per lamentarsene, e per esigere, secondo i patti, che le città prese dal conte si sottomettessero non a lui ma alla loro repubblica: tali scuse, belle parole e promesse sfoderò il conte, che eglino, benchè mal contenti, se ne tornarono a Milano, nè credettero ben fatto il litigar oltre, e molto meno il rompere la buona armonia col loro generale, giacchè non riuscì loro con nuova spedizione ai Veneziani d'indurli a verun accordo. Trovò lo Sforza nella cittadella di Pavia danari, gioie, assaissimo grano e sale, e gran copia d'attrezzi militari, tutto con gran fedeltà a lui consegnato dal Bolognini. Nè perdè egli punto di tempo ad ordinar la fabbrica di quattro galeoni e di altri legni, col disegno già conceputo di formar l'assedio di Piacenza. Intanto il castello di San Colombano, non potendo più reggere, e disperando il soccorso, se gli rendè.
Sul principio d'ottobre imprese il conte Francesco l'assedio di Piacenza per terra[2889], assistito nel Po dall'armata navale, ben provveduta di cannoni e d'altre macchine militari, e condotta da Bernardo e Filippo Eustachi da Pavia. Nell'esercito suo si contavano i due fratelli Piccinini Francesco e Jacopo, Guidantonio ossia Guidazzo signor di Faenza, Carlo da Gonzaga, Alessandro Sforza suo fratello, il conte Luigi del Verme, il conte Dolce dall'Anguillara, ed altri valenti capitani. Alla difesa di Piacenza stavano Gherardo Dandolo provveditore de' Veneziani, e Taddeo marchese d'Este lor capitano con un numeroso presidio. Molti assalti furono dati a quella città, giocavano incessantemente le artiglierie; ma niuna apparenza v'era di superare così grande, così popolata e ben difesa città. I Veneziani, poichè mancava loro maniera di fare un ponte sul Po, per recar soccorso alla città suddetta, si accinsero a fabbricare una potente flotta di galeoni e d'altri legni da condursi per Po a quella volta. E intanto Michele Attendolo lor generale coll'esercito suo dava il guasto al territorio di Milano, prendendo anche varie castella, per veder pure di distorre lo Sforza da quell'assedio. Ma questi, dopo essere stato circa sei settimane sotto Piacenza, ed aver fatto coi suoi grossi cannoni una larga breccia nelle mura, e fatto cader due torri, determinò di dare un generale assalto alla città; e tanto più perchè udiva che si era già posta in cammino l'armata navale de' Veneziani per venire a sturbarlo. Scrive il Simonetta[2890] che il giorno di sì fiera azione fu ad sextumdecimum kalendas decembris, cioè nel dì 16 di novembre. Così pure ha la Cronica Piacentina del Rivalta[2891]. Cristoforo da Soldo dice nel dì 15 di novembre[2892]; ma, soggiugnendo che fu in giovedì, si vede che quel numero è scorretto, e vuol dire anch'egli nel dì 16, che cadde in giovedì. Fierissimo fu quell'assalto, crudelissima la battaglia, e durò molte ore, avendo anche i galeoni del conte dalla parte del Po, che era allora grossissimo, fatta gran guerra alla città. Finalmente verso le ore venti il vittorioso esercito del conte Francesco entrò nella misera, anzi sopra ogni credere infelicissima città; imperocchè fu lasciata in preda ai soldati, e dato il sacco a tutte le case e chiese; non vi fu salvo l'onore delle vergini e delle matrone: di modo che non parvero cristiani, ma turchi coloro che tante iniquità commisero, colla desolazione di quella nobil città. E durò questa barbarie, se crediamo al Ripalta, molto tempo, senza che il conte vi mettesse freno, per quell'empia massima di tener contente le soldatesche, e di animarle ad altri simili fatti d'armi. Dieci mila cittadini rimasero prigionieri, e convenne riscattarsi a chiunque fu creduto capace di pagare. Il Simonetta, parziale del conte, confessa, è vero, le immense iniquità in tal occasione commesse; ma aggiugne avere il conte Francesco inviate persone a salvare i monisteri delle sacre vergini, ed aver comandato sotto pena della vita la restituzion delle donne, e fatto impiccare chi non ubbidì. E veramente Antonio Ripalta, che si trovò in mezzo a quell'orrida tragedia, e restò prigione, neppur egli parla de' monisteri. Perciò resto io dubbioso se s'abbia a prestar fede a Cristoforo da Soldo, allorchè scrive che le monache tutte furono svergognate, stracciate e malmenate. Con esso scrittore bresciano non di meno s'accordano l'autore della Cronica di Bologna[2893] e lo storico di Rimini[2894]. Si rifugiarono nella cittadella Gherardo Dandolo provveditor veneto, Taddeo marchese ed Alberto Scotto conte di Vigoleno, con assai loro gente; ma non trovandovi provvisione di viveri che per due giorni, non tardarono a rendersi prigionieri, essendo non di meno riuscito ad Alberto di fuggirsene, e di arrivar salvo sul Reggiano. Perchè poi di questa gran perdita fu incolpato (non so se a ragione o a torto) esso marchese, rimesso che fu in libertà, e tornato al campo veneto, nel dì 21 di giugno dell'anno seguente, d'improvviso cadde morto, non senza sospetto che gli fosse stata abbreviata la vita. Scrive santo Antonino[2895], essersi nell'espugnazione della città di Piacenza il conte Francesco trovato in mezzo alla grandine delle palle e dei sassi nemici, di maniera che parve prodigioso l'aver egli salvata la vita. Con questa impresa, che gli fece grande onore presso i rettori della repubblica milanese, terminò egli la campagna presente, e si ritirò a Cremona, angustiata non poco sì per terra, come per Po dalle armi venete.
Nè si vuol tacere, che avendo Carlo duca d'Orleans dopo la morte del duca Filippo Maria, ricuperata la città d'Asti, mandò un gran corpo di cavalleria e fanteria, forse tre mila persone, concedutegli dal re di Francia sotto il comando di Rinaldo di Dudresnay. E perch'egli pretendeva all'eredità del duca defunto, siccome figliuolo di Valentina Visconti, perciò questo suo governatore portò la guerra sull'Alessandrino, prese molte castella, e si diede ad assediar la terra del Bosco. Verso la metà d'ottobre fu colà inviato dai reggenti di Milano Bartolomeo Coleone, che con circa mille cinquecento cavalli diede battaglia a quei Franzesi[2896], e li mise, nel dì 14 d'ottobre, in isconfitta, con far prigione lo stesso lor condottiere Rinaldo; vittoria non di meno che costò ben cara anche ai vincitori[2897]. E gli Alessandrini, perchè i Franzesi non aveano dato quartiere alla lor gente, trucidarono poi quanti d'essi aveano fatti prigioni. Passò dipoi Bartolomeo a Tortona, e costrinse quel popolo a prestare ubbidienza a Milano. Non fu esente in quest'anno da novità la sempre inquieta città di Genova[2898]. V'era doge Raffaello Adorno. Ad istanza di molti suoi emuli rinunziò egli il governo nel dì 4 di gennaio. Venne sostituito a lui Barnaba Adorno, ma per pochi giorni, perchè nel dì 30 d'esso mese entrato in Genova Giano da Campofregoso, benchè con poca gente, ebbe tal senno e forza, che, detronizzato Barnaba, si fece proclamar doge di quella città. L'aiutarono a questa impresa i Franzesi, con aver egli fatto credere loro di rimettere Genova sotto il loro dominio, ma si trovarono poi beffati. Soggiacque alla guerra in questo anno anche la Toscana. S'era, mentre vivea il duca Filippo Maria, trattato non poco di pace in Ferrara colla mediazione del marchese Lionello d'Este fra i ministri d'esso duca e del re Alfonso, e i Veneziani e Fiorentini. Parea condotto a buon segno il negoziato, quando, per la morte del duca, avendo i Veneziani cangiata massima, andò per terra ogni speranza d'accordo[2899]. Ora il re Alfonso, dacchè vide impegnati i Veneziani nella guerra contro lo Stato di Milano, ossia per disegno di fare una potente diversione con assalire i Fiorentini lor collegati, oppure per voglia d'insignorirsi della Toscana, all'uscita d'ottobre con circa quindici mila tra fanti e cavalli venne in persona contra d'essi Fiorentini, in aiuto de' quali accorse il conte Federigo d'Urbino con secento cavalli e mille fanti[2900]. Per quanto facesse il re affine di smuovere i Sanesi dalla lor libertà, o dall'amicizia de' Fiorentini, altro non potè ottenere che provvisione di vettovaglie. Entrato in quel di Volterra, vi prese alcune castella, ed altre nel Pisano. Simonetto, che dal soldo de' Fiorentini era passato a quello del re, per terza ebbe Castiglione della Pescaia, luogo forte: dopo le quali poche prodezze il re Alfonso ridusse le sue genti a quartiere, alloggiandone la maggior parte nel Patrimonio, ossia negli Stati pontificii. Tornò Bologna in quest'anno[2901] all'ubbidienza della Chiesa, perchè i Bolognesi amavano molto papa Niccolò, che poco anzi era stato lor vescovo. Ne riportarono vantaggiosi capitoli. Siccome già accennai, avea il conte Federigo d'Urbino comperata la città di Fossombrone, e pacifico possessor d'essa quivi signoreggiava[2902]. Per tradimento d'alcuni di que' cittadini Sigismondo Malatesta signor di Rimini verso il principio di settembre v'entrò dentro, e cominciò l'assedio della rocca. Ma eccoti giugnere, nel dì 3 di quel mese, il conte Federigo con tutte le sue forze, ed attaccar la battaglia. Fu rotto il signor di Rimini, e Federigo, per castigo de' traditori, mise a sacco tutta la città ravvolgendo nel medesimo eccidio tanto i rei che gl'innocenti. Nella state dell'anno presente la peste fece non poca strage nella città di Venezia[2903]. Mirabil cosa pare che con tanto bollore e miscuglio di guerre non si diffondesse questo malore per tutta la Lombardia. Ma ne vedremo gli effetti nell'anno seguente.
NOTE:
[2876] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2877] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2878] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2879] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2880] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic. Corio, Istor. di Milano.
[2881] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.
[2882] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2883] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2884] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2885] Platina, Histor. Mant., lib. 6.
[2886] Ripalta, Hist. Placentin., tom. 20 Rer. Ital.
[2887] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.
[2888] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2889] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2890] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.
[2891] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2892] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2893] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2894] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2895] S. Antonin., P. III, tit. 22.
[2896] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2897] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.
[2898] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.
[2899] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.
[2900] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Poggius, Histor., lib. 8.
[2901] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2902] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXLVIII. Indiz. XI.
NICCOLÒ V papa 2. FEDERIGO III re de' Romani 9.
Abbondò più che mai di strepitosi avvenimenti l'anno presente per la guerra de' Veneziani contra dello Stato di Milano. Avea quella potente repubblica sommamente accresciuta di gente la sua armata di terra, e specialmente colla giunta di Lodovico da Gonzaga marchese di Mantova, che in loro aiuto condusse mille e secento cavalli[2904]. Teneva inoltre a Casalmaggiore una formidabil flotta sul Po, da cui veniva stretta e continuamente infestata la città di Cremona. Riuscì ai lor maneggi di staccare da' Milanesi Bartolomeo Coleone di Bergamo. Se ne fuggì egli nel dì 15 di giugno con circa mille e cinquecento cavalli, e andò a rinforzare l'esercito veneto. Dall'altra parte il conte Francesco Sforza provava non pochi affanni, perchè dovea dipendere dal provvedimento e dalle risoluzioni del governo repubblicano de' Milanesi, che erano fra loro discordi. Sotto mano ancora i due figliuoli di Niccolò Piccinino Francesco e Jacopo, sì per l'odio antico, come per l'invidia presente, attraversavano tutti i suoi disegni, consigliando specialmente il governo di Milano di accordarsi co' Veneziani e di far pace. Infatti più e più ambasciatori furono spediti da Milano a tentar di questo i Veneziani. Ma in Venezia il medesimo chiedere pace facea crescere la altura e le pretensioni di quel senato. Tuttavia si sarebbono indotti i Milanesi ad ingoiar delle pillole amare, purchè seguisse accordo; tanta paura e diffidenza cacciavano loro addosso i malevoli del conte Francesco, con far credere ch'egli facesse la guerra col danaro di Milano, per sottomettere poi Milano a sè stesso. In somma si sarebbe probabilmente conchiusa pace (benchè Cristoforo da Soldo[2905] creda che tutte queste fossero finzioni), se un dì gli abitanti di porta Comasina in Milano non avessero fatta una sollevazione contra chi la proponeva: laonde fu ripigliata la risoluzione di continuare la guerra. Uscito in campagna sul principio di maggio il conte Francesco, tolse ai nemici Monzanega, Vallate e Triviglio; e soprattutto fu considerabile l'acquisto da lui fatto di Cassano, perchè luogo di molta importanza pel passaggio dell'Adda. Vennero alle sue mani anche Melzo e Pandino; e quantunque Cremona si trovasse in molte angustie e pericoli per le continue molestie dell'armata navale de' Veneziani; pure, premendo più a' Milanesi Lodi che Cremona, gli convenne passare coll'esercito sotto quella città. Nulla quivi avendo fatto, andò a Casalmaggiore, dove s'era ritirata e fortificata la suddetta flotta veneta comandata da Andrea Querino e da Niccolò Trivisano. Nè perchè venisse a postarsi in quelle vicinanze Michele Attendolo general veneto dell'armata di terra, lasciò egli di assalir la loro flotta. Fece a questo fine discendere per Po l'armata de' galeoni pavesi, e dopo aver la notte fatto piantare dieci cannoni sulla riva del Po, nel dì 16 di luglio cominciò a far giocare le artiglierie, che faceano grande strage dei Veneziani. Non poteano andar innanzi, nè retrocedere i galeoni veneti, ed, essendo durata quella tempesta tutto il dì, nella notte il Querino, dopo aver fatto trasportare in Casalmaggiore le armi e le robe delle navi, con sette galeoni e una galea se ne fuggì, avendo prima fatto attaccare il fuoco al resto delle navi: il che fu una perdita e danno immenso per li Veneziani. Arrivato a Venezia, fu messo a riposar ne' camerotti, e condannato a tre anni di prigionia.
Andò poscia, nel dì 29 di luglio, il conte Francesco all'assedio di Caravaggio, e furono a vista le due armate nemiche; anzi vennero a caldissime mischie nei dì 15 e 30 d'agosto, che costarono molto sangue all'una e all'altra parte. Stava forte a cuore a' Veneziani la conservazione di Caravaggio, oltre al parer loro di perdere la riputazione, se lo lasciavano cadere sotto gli occhi della loro armata, che tra fanti, cavalli e cernide ascendeva a circa ventiquattro mila persone. Benchè fossero diversi i pareri de' capitani, pure, appigliatisi a quello del conte Tiberto Brandolino, comandarono al lor generale di venir ad un fatto di armi. All'alba dunque del dì 15 di settembre ordinate le schiere, improvvisamente diedero principio alla zuffa in tempo che il conte Francesco ascoltava messa, oppure pranzava. Passata per una palude molta cavalleria veneta, cioè per dove non aspettava il conte alcuna molestia, arrivò sino al di lui padiglione, e quasi mise in rotta la di lui gente. Ma si cangiò, dopo gran combattimento, il viso della fortuna. Due mila cavalli spediti dal conte per un bosco, nè scoperti, arrivarono addosso alla retroguardia del campo veneto, e la sbaragliarono: il che servì a mettere in fuga il restante delle loro brigate[2906]. Fu spaventosa quella sconfitta, e delle più memorabili di questo secolo. Di circa dodici mila cavalli veneti, secondo l'attestato di Cristoforo da Soldo[2907], appena ne scamparono mille e cinquecento; gli altri furono presi. Molto meno è scritto da altri. Vi rimasero prigionieri Roberto da Montalbotto condottiere di mille e ducento cavalli; il conte Guido Rangone da Modena capitano di settecento cavalli; Gentile da Lionesso capitano di mille e settecento cavalli, e i due provveditori veneti Almorò Donato e Gherardo Dandolo, dopo la perdita di Piacenza rimesso in libertà, con una gran torma d'altri uffiziali, oltre all'acquisto del ricchissimo bagaglio, per cui arricchì ogni menomo fantaccino. Questa insigne vittoria portò lo spavento a tutto il territorio di Brescia e di Bergamo, di modo che il conte Francesco, dopo aver preso Caravaggio, ed essere passato nel dì 20 di settembre oltre al fiume Oglio, vide portarsi le chiavi di quasi tutte le castella di que' due contadi. Perchè ne' patti da lui stabiliti colla comunità di Milano v'era che fosse sua Brescia, se per avventura l'avesse presa, a quella volta marciò egli, ben sapendo quanto essa fosse mal provveduta di guarnigione, di viveri e di fortificazioni. Ma ecco attaccar seco lite gli ambasciatori di Milano, che volevano vincere Lodi, e non Brescia. Non potè egli impedire che i due fratelli Piccinini con quattro mila cavalli, secondando le istanze de' Milanesi, e partendosi da lui, passassero all'assedio di Lodi. Questa discordia co' Milanesi, i quali sospettavano, e non a torto, che il conte pensasse a farsi signor di Milano; e l'aver egli scoperto ch'essi erano tornati a trattar di pace co' Veneziani; coll'aggiugnersi ancora che gli stessi Veneziani con incredibil prontezza e spese rimettevano in ordine la loro armata, ed aveano rinforzati i luoghi forti, ed aspettavano da' Fiorentini due mila cavalli condotti da Sigismondo signor di Rimini, e mille fanti comandati da Gregorio da Anghiari: tutto ciò mise a partito il cervello del conte, uomo di somma avvedutezza e di rari ripieghi. Mandò segretamente a proporre accordo a' Veneziani, e fu non solo ascoltato, perchè ad essi parea di star male non poco, dacchè aveano perduto tante terre e castella del Bresciano e Bergamasco; ma si concertò anche nel dì 18 di ottobre (seppur non fu nel dì 19) concordia e lega fra loro. Doveva il conte restituir tutti i prigioni e le terre prese nel Bresciano e Bergamasco. Crema si doveva cedere ad essi. Tutto il rimanente dello Stato di Milano avea da essere dello Sforza, con obbligarsi i Veneziani d'aiutarlo con gente e danaro a tale acquisto. La pubblicazione di questo accordo fece rimaner estatico ognuno. Ma quando il conte si credea di cominciar a goderne i primi frutti colla consegna di Lodi che gli si dovea dare da' Veneziani, trovò che nel dì innanzi, cioè nel dì 17 di ottobre, quella città s'era renduta a Francesco Piccinino per ordine della reggenza di Milano. Se i Veneziani giocassero netto in tal congiuntura non si sa. Eseguì bensì prontamente il conte tutto quanto egli avea promesso, col restituire ogni terra e prigione. Fuggì da lui in questi tempi Carlo da Gonzaga con circa mille e ducento cavalli, e cinquecento fanti; ma nel dì primo di novembre[2908] tirò il conte al suo servigio Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato, che si obbligò di servirlo con sette cento lancie da cavalli tre per lancia, in tutto cavalli due mila e cento, e con cinque cento fanti per otto mesi. Nella capitolazione seguita fra loro Francesco Sforza, secondo l'uso di coloro che promettono molto per eseguire poscia poco e nulla, non vi fu condizione che non accordasse a Guglielmo: cioè di dargli la città d'Alessandria, e in oltre quelle di Torino e d'Ivrea con una gran copia d'altre terre specificate, se pur venissero alle mani d'esso conte. Lodovico duca di Savoia anch'egli in questi tempi facea guerra allo Stato di Milano, ed avea occupato varie castella.
Quanto alla Toscana, infestata in quest'anno dall'armi del re Alfonso[2909], i Fiorentini si studiarono di rinforzarsi col prendere quanta gente poterono al loro soldo. Fra gli altri a sè tirarono Sigismondo Malatesta signor di Rimini, uomo abbondante di valore, ma più di vizii. Costui s'era acconciato col re Alfonso, menando seco secento lancie da tre cavalli per lancia, e quattrocento fanti. N'avea anche ricavato trenta mila scudi. Ma, fattegli più vantaggiose offerte dai Fiorentini, lasciando burlato il re, si ridusse al loro servigio, e per opera loro si pacificò col conte Federigo d'Urbino nemico suo. Fu preso anche al loro soldo Taddeo de' Manfredi da Faenza con mille e ducento fanti. Morì appunto in quest'anno, a dì 18 oppure 22 di giugno[2910], Guidantonio ossia Guidazzo suo padre ai bagni di Petriolo sul Sanese, con lasciare esso Taddeo ed Astorre ossia Astorgio figliuoli suoi successori nel dominio. Faenza pervenne ad Astorgio; Imola a Taddeo. Ora il re Alfonso andò a mettere l'assedio alla riguardevole terra di Piombino, posseduta allora da Rinaldo Orsino per le ragioni di Caterina da Appiano sua moglie. Era egli raccomandato da' Fiorentini, e questi non mancarono di spedirgli per mare qualche rinforzo di gente, e di munizioni da bocca e da guerra. Consumò il re tutta la state intorno a Piombino[2911], con incredibil valore difeso da Rinaldo, che specialmente sostenne un furioso assalto dato nel settembre a quella terra: finchè la cattiva aria di quel paese fece tal guerra colle malattie alla gente d'esso re, che fu forzato a levare il campo, e a ritornarsene a casa; minacciando nondimeno i Fiorentini di vendicarsi di loro all'anno nuovo. Attese in quest'anno il pontefice Niccolò V a rimetter la pace nella Chiesa di Dio[2912], e ad estinguere lo scisma d'Amedeo ossia di Felice V antipapa. La Germania, lasciata andare la neutralità, rendè ubbidienza al legittimo pastore della greggia di Cristo; e Carlo VII re di Francia, vigorosamente entrato nell'affare della pace della Chiesa, ridusse a buon termine le cose; tanto che nell'anno seguente vedremo composte le differenze tutte. Nel presente, a dì 4 di agosto,[2913] Antonio degli Ordelaffi signore di Forlì compiè il corso di sua vita, e gli succederono nella signoria Cecco e Pino suoi figliuoli. Era afflitta in questi tempi la loro città dalla peste, che portò al sepolcro circa sei mila persone. In altre città d'Italia lo stesso malore si provò con grande mortalità di persone. Ci richiama di nuovo il conte Francesco Sforza, colle cui imprese voglio terminar l'anno presente. Non volea egli mai perdere tempo, e sapea secondare il buon volto della fortuna. Dacchè dunque fu accordato co' Veneziani, ed ebbe fatta una spedizione a Firenze, a Venezia e a Lionello Estense per aver soccorso di danari, s'inviò verso Piacenza, con far calare per Po nello stesso tempo i galeoni di Pavia. Avvegnachè i Piacentini fossero ben ricordevoli dell'infinito danno recalo loro nel precedente anno, pure non mancò fra loro chi consigliò di prenderlo per padrone; e a questo consiglio diede maggior peso la di lui armata di terra e del Po[2914]. Gli spedirono dunque di concorde volere ambasciatori; ed egli, nel dì 23 d'ottobre, v'entrò, con far grandi carezze a quel popolo, esentarlo per quattro anni da ogni tributo e gravezza, e concedere a chiunque era bandito il ritorno alla patria, fra' quali fu Alberto Scotto conte di Vigoleno. Passò dipoi la Sforza a Novara, e, nel dì 20 di dicembre, quella città gli presentò le chiavi[2915]. Nè terminò il presente anno che anche Alessandria se gli diede con tutte le sue castella. L'acquisto di Piacenza, dove il conte Luigi del Verme possedeva molte castella e beni, servì a maggiormente assodarlo colle sue truppe nel servigio del conte. E in vigore poi della convenzione stabilita da Guglielmo di Monferrato, lo Sforza, benchè contro cuore, gli diede il possesso d'Alessandria, a titolo nondimeno di feudo. Benvenuto da San Giorgio[2916] riferisce lo strumento fatto da quel popolo con esso Guglielmo. Vennero ancora al servigio dello Sforza da Milano tre fratelli da San Severino con circa ottocento cavalli. Per isvernar le sue milizie, il conte Francesco le ripartì nel territorio della città di Milano, dove egli s'era impadronito di Binasco, Biagrasso, Busto, Legnano, Cantù e di altre terre. Mancò di vita nel dicembre di quest'anno[2917] Giano da Campofregoso doge di Genova, in cui luogo fu sostituito Lodovico suo fratello.
NOTE:
[2903] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2904] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. II, tom. 21 Rer. Ital.
[2905] Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.
[2906] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 13, tom. 21 Rer. Ital.
[2907] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2908] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2909] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Ist. di Firenze, lib. 22.
[2910] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2911] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2912] Labbe, Concil., tom. 13.
[2913] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.
[2914] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCCXLIX. Indiz. XII.
NICCOLÒ V papa 3. FEDERIGO III re de' Romani 10.
Ebbe in quest'anno il buon papa Niccolò V la consolazione di veder estinto lo scisma, formato già dai sediziosi prelati del concilio di Basilea[2918]. Per finir questa scandalosa briga, la di lui prudenza non ebbe difficoltà di accordar vantaggiosa capitolazione all'antipapa Felice V, concedendogli il cappello cardinalizio, il grado di legato e vicario in tutte le terre del duca di Savoia, e la preminenza sopra gli altri porporati. Conservò ancora la lor dignità ad alcuni cardinali creati da lui, e rimise ne' primieri onori chiunque nel concilio suddetto avea offesa la santa Sede romana. Essendo poi ritornato il non più antipapa Amedeo al ritiro di Ripaglia, quivi attese a passare il resto dei suoi giorni in opere di pietà, finchè, secondo il Guichenone[2919], nel dì 7 di gennaio dell'anno 1451 Dio il chiamò all'altra vita, mentre egli si trovava in Ginevra[2920]. Già vivente lui era succeduto nel ducato di Savoia e principato del Piemonte Lodovico unico suo maschio figliuolo. Avea questo novello duca nelle turbolenze dello Stato di Milano occupato Romagnano, buona terra del Novarese[2921]; nè avendolo voluto restituire, il conte Francesco inviò colà il conte Luigi del Verme con parte del suo esercito, il quale così ben condusse la faccenda, che fece prigionieri tutti i Savoiardi e gli abitanti della terra. Se vollero la libertà, convenne loro riscattarsi, e se ne ricavò tal somma di danaro, che giovò non poco all'armata del conte. Negli Annali di Piacenza[2922] è attribuita questa impresa a Bartolomeo Coleone, inviato con altri capitani e con molte squadre d'armati in aiuto del conte Francesco dai Veneziani. Era lacerata in questi tempi da gravi dissensioni la città di Milano per le fazioni contrarie de' Guelfi e Ghibellini. Coi primi s'era unito Carlo da Gonzaga, e questi non lasciò indietro arte e trama alcuna per indurre il popolo a dargli il principato della città. Ma non mancavano fautori del conte Francesco, e n'erano i caporali il conte Vitaliano Borromeo, Teodoro Bosio e Giorgio Lampugnano. In sì fatti torbidi, vedendosi Francesco Piccinino decaduto dalla primiera autorità, prese la risoluzione di passare al servigio di Francesco Sforza, e di condurvi anche Jacopo suo fratello, il quale poco prima avea impedito ad Alessandro Sforza l'acquisto di Parma, il conte, quantunque, sapesse quanto questi due fratelli in addietro avessero operato contra di lui, e che non per elezione, ma per necessità si gittavano nelle sue braccia, e qual fosse l'odio antico della lor casa contro la propria, pure, siccome uomo che sapea ben maneggiar le carte, pensando che per qualche tempo gli potevano esser utili, colle più vistose carezze gli accettò, promettendo di tenerli come figliuoli, e promise in moglie a Jacopo Drusiana sua figliuola naturale, rimasta poco fa vedova di Giano da Campofregoso doge di Genova. Gli Annali Piacentini dicono che i due Piccinini vennero a lui nel dì 15 di gennaio con tre mila cavalli e due mila fanti, gagliardo rinforzo alla di lui armata. Cristoforo da Soldo[2923] ci dà questo fatto al dì 19 di dicembre. Ma non tarderemo a conoscere qual fosse la loro fede. Sul principio del suddetto mese di gennaio anche la città di Tortona con tutto il suo distretto inalberò le insegne del conte Francesco. La Storia del Simonetta è difettosa perchè di rado assegna i tempi delle imprese.
Succederono in questi tempi in Milano non poche crudeltà di Carlo da Gonzaga e de' Guelfi suoi aderenti, contra di chi procurava o desiderava di dare la città allo Sforza. Tagliato fu il capo ad alcuni nobili, depresso il governo de' Ghibellini, molti de' quali furono mandati a' confini; ed altri chi qua e chi là fuggendo si misero in salvo. Andò tant'oltre l'odio di costoro contra d'esso Sforza, che pubblicamente diceano doversi spendere tutto per non averlo per loro signore; e che in fine meglio era darsi al demonio o al Turco, che a lui[2924]. Aveano fin qui sostenuta i Parmigiani la loro libertà, e contuttochè Alessandro Sforza fratello del conte Francesco, unito con Pier-Maria de Rossi conte di San Secondo, gl'inquietasse forte con un corpo di milizie, e tentasse anche un dì di prendere la lor città per tradimento (il che costò la vita a molti di que' cittadini autori del trattato); nondimeno dacchè il conte Francesco ebbe invialo colà Bartolomeo Coleone con due mila cavalli e cinquecento fanti, cominciarono a sbigottirsi. Si vollero dare al marchese di Ferrara Lionello d'Este; ma perchè questi ne fu dissuaso dai Veneziani, non accudì alla esibizione. Perciò in fine si diedero nel mese di febbraio ad Alessandro Sforza, che ne prese il possesso a nome del fratello. Per tutto il mese di gennaio avea il conte Francesco già presa la maggior parte delle castella del distretto di Milano. Per isperanza dunque che anche la città di Milano gli si dovesse rendere, giacchè non mancavano a lui delle persone benevole in quella città, determinò di accostarsi alla medesima e di bloccarla, acciocchè, se non valeva l'amore e il buon consiglio, la forza riducesse i suoi avversarli. Pose a questo fine il campo in più siti lungi dalla città, per impedire che non v'entrassero vettovaglie. Nel qual tempo anche i Veneziani, de' quali dovea essere la Geradadda e Crema[2925], uscirono in campagna di buon'ora, cioè nel gennaio dell'anno presente, con sommo aggravio de' Bresciani, e loro disagio per la cattiva stagione. Ebbero nel febbraio Caravaggio ed altri luoghi, e messo poscia il campo intorno a Crema, dirizzarono le batterie contra di quella nobil terra. Avea il conte Francesco anch'egli durante il verno inviati Francesco Piccinino, Luigi del Verme ed altri capitani con un buon corpo d'armati ad assediare l'insigne terra di Monza. Carlo da Gonzaga, che faceva allora il generale dei Milanesi, fu spedito con soldatesche al soccorso. Entrò egli una notte senza essere osservato in Monza, e la mattina seguente diede loro addosso, in maniera che li sconfisse, con prendere almen trecento cavalli, i cannoni e tutto il loro bagaglio. Fu osservato che Francesco Piccinino non si volle muovere colle sue truppe per soccorrere gli assaliti, segno che egli già ordiva un tradimento. Per tal vittoria alzarono forte la testa i Milanesi; e molto più perchè, essendosi collegati con Lodovico duca di Savoia, era loro data speranza che calerebbe dalle Alpi un nuvolo di cavalleria contra dello Sforza. Venne in fatti l'armata savoiarda, ma non mirabile, come s'era creduto, contra Novara[2926]; nè avendo potuto sorprendere quella città, s'impadronì di quasi tutte le castella del distretto, commettendo immense crudeltà e saccheggi. Erano circa sei mila cavalli. Cristoforo da Soldo li fa il doppio, secondo le voci spesso favolose de' tempi di guerra. Contra di loro il conte Francesco spedì Bartolomeo Coleone, e si andò badaluccando fra loro per molti giorni, finchè, passati i Savoiardi con più di tre mila cavalli ad assediare Borgo Mainero, Bartolomeo, benchè inferiore di gente, fu forzato nel dì 20 d'aprile a prendere battaglia. Fu questa assai sanguinosa sì per l'una che per l'altra parte; tuttavia rimasero in fine sconfitti i Savoiardi con prigionia di mille cavalli e presa del bagaglio. Bastò questa vittoria, perchè il duca Lodovico desistesse dal dar più molestia allo Stato di Milano.
Circa questi tempi il conte Francesco, venuta già la primavera, era uscito in campagna, ed avea ordinato a Francesco Piccinino e a Guglielmo di Monferrato di tornare all'assedio di Monza. Allora fu che si palesò l'infedeltà del Piccinino e di Jacopo suo fratello, perchè amendue, nel dì 14 oppure 15 di aprile, fatto prima segreto accordo colla reggenza di Milano[2927], ed aperte loro le porte di Monza, con tutte le lor truppe v'entrarono. Ciò saputo, Guglielmo non tardò a ritirarsi di là con buon ordine, e a ridursi all'armata sforzesca. Con tre mila cavalli e mille fanti passarono dipoi i Piccinini a Milano con gran festa di quel popolo; e perchè Crema, assediata dai Veneziani, era oramai ridotta all'agonia, ebbero ordine di soccorrerla. Colà s'inviarono essi insieme con Carlo da Gonzaga, e con tali forze, che Sigismondo Malatesta, capitano de' Veneziani a quell'impresa, giudicò meglio di non aspettarli, e sciolse l'assedio nel dì 17 oppure 18 d'aprile. Andò intanto il conte Francesco all'assedio di Marignano, ed ebbe la terra. Capitolò dipoi anche la rocca di rendersi nel dì primo di maggio, se non le fosse venuto soccorso. Per darglielo uscirono sul fine di aprile di Milano i due Piccinini e Carlo da Gonzaga. Oltre alle loro truppe, conducevano seco venti mila giovani del popolo milanese, armati di schioppi, armi per la lor novità allora molto temute. Ma queste tante migliaia di giovani milanesi in armi si possono ben credere una spampanata degli storici adulatori o poco cauti. Certamente grande era la baldanza di quest'armata, e si sparse voce che ascendeva il numero di quelle milizie a sessanta mila persone. Gli aspettò nondimeno di piè fermo il conte Francesco, ed ordinò le sue schiere per ben riceverli, se aveano voglia di combattere. Ma quelli non s'inoltrarono, e intanto la rocca di Marignano venne in potere del conte. Perchè poi i Vigevaneschi, rinforzati da mille soldati inviati loro da Milano, mettevano a sacco e fuoco la Lomellina ed altre parti del territorio pavese, a quella volta marciò tosto il conte coll'esercito suo. Nel viaggio, avvertito che Guglielmo di Monferrato meditava di abbandonarlo, siccome disgustato per sospetti che ad istigazione segreta di esso conte la terra del Bosco non si volesse rendere a lui secondo i patti, il fece ritener prigione in Pavia, dove per avventura avea chiesta egli licenza d'andare. Per attestato di Benvenuto[2928], ciò avvenne nel dì primo di maggio, o piuttosto, come vuole il Ripalta[2929], nel dì 13 d'esso mese. Fu egli poscia tenuto nelle carceri di Pavia un anno e dieci giorni, senza che il conte facesse per allora novità alcuna per conto d'Alessandria, anzi egli esortò quei del Bosco a rendersi a Giovanni marchese di Monferrato (non so come chiamato Bonifazio dal Simonetta) fratello d'esso Guglielmo[2930]. Durò qualche tempo l'assedio di Vigevano, valorosamente difeso dal presidio e da que' cittadini; ma finalmente si renderono, dopo aver corso un gran rischio di essere messi a sacco, nel dì 3 di giugno. Avea inoltre il conte inviato Alessandro suo fratello ad occupare castello Arquato, Fiorenzuola ed altri luoghi che erano de' Piccinini; il che fu eseguito; ed egli tornò nel territorio di Milano, e dopo aver preso Varese e la valle di Lugano nel Comasco, andò sotto a Lodi cioè nel fine d'agosto. Nel qual tempo Antonio Crivello castellano di Pizzighittone, importante fortezza sull'Adda, gliela diede, somministrandogli anche il comodo di prendere cinquecento cavalli e trecento fanti de' Piccinini, che erano ivi di guarnigione. Ebbe dipoi anche Cassano. Mancarono di vita per un'epidemia entrata nell'esercito sforzesco, o per altre cagioni, in quest'anno varii insigni condottieri d'armi, cioè Manno Barile, il conte Luigi del Verme, Roberto da Montealbotto, Cristoforo da Tolentino, Jacopo Catalano e il conte Dolce dall'Aguillara.
Era sul principio di settembre, quando Carlo da Gonzaga, uomo di fede sempre istabile, dopo aver fatto il padrone di Milano, per disgusto insorto fra lui e i Piccinini, e molto più per motivo di interesse, segretamente trattò accordo col conte Francesco, promettendo di dargli la città di Lodi e di Crema. All'incontro lo Sforza a lui promise Tortona con altri vantaggi[2931]. Fu eseguito il trattato nel dì 11 di settembre, con essere entrate in Lodi le soldatesche del conte. Fin qui erano camminati i Veneziani con ottima fede verso lo Sforza, aiutandolo d'armati e di danaro[2932]. Ma avendo avuto ordini replicati Arrigo Panigarola Milanese mercatante in Venezia di proporre un aggiustamento, ed avendo alcuni ministri insinuato a quella repubblica, che se lasciavano prendere a questo incomparabil capitano tutto lo Stato di Milano, andava a rischio l'antica loro libertà, perchè egli avrebbe anche voluta dipoi la lor Terra ferma, e niuno gli avrebbe potuto fare resistenza: andò tanto inanzi l'istanza de' Milanesi, e l'apprensione di que' savii signori, che in questi medesimi tempi spedirono Pasquale Malipiero ed Orsato Giustiniano ad intimare al conte che desistesse dall'impresa di Milano. Ma avendo udito questi ambasciatori per istrada che il conte si era impossessato di Lodi, si fermarono, senza più portarsi ad esporre quell'ambasciata, per quanto narra Cristoforo da Soldo. Il Simonetta[2933] scrive che andarono prima ancora ch'egli s'impadronisse di Lodi: il che non sembra credibile. Si può al certo dedurre ch'egli nulla sapesse dell'intenzione de' Veneziani, al sapere che trattò onoratamente coi lor provveditori, affinchè venisse in lor potere, secondo i patti, Crema, che Carlo da Gonzaga gli fece avere. Non sarebbe già egli verisimilmente stato sì cortese, se mai avesse penetrato ciò che si tramava contra di lui in Venezia. Stabilito dunque che ebbero i Veneziani un accordo co' Milanesi, inviarono al conte, facendogli sapere d'essere in concordia col popolo di Milano, volendo che il conte ritenesse Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Parma e Cremona, e che Milano, restando libero, ritenesse Lodi, Como e tutto il di qua dall'Adda. In somma l'interesse fa le leghe, e l'interesse anche le guasta. Il Simonetta vuole che molto più tardi i Veneziani si levassero la maschera. Certo è che il conte, senza punto sgomentarsi per questo, marciò con tutte le sue forze da Lodi, e andò ad accamparsi intorno a Milano, benchè poi, ad istanza dell'ambasciator veneto, facesse una tregua di venti giorni, e si allontanasse di là. Mostrò ancora di voler pace collo parole, ma il contrario apparve ne' fatti. Perchè, quantunque avesse inviato a Venezia Alessandro suo fratello, e questi, per le minaccie de' Veneziani, avesse sottoscritta una capitolazione, egli non la volle ratificare. Passato dunque un certo tempo, volendo egli piuttosto esporsi ad ogni pericolo, che cedere al concerto fatto dai Veneziani e Milanesi già uniti contra di lui, attese ad affamar Milano, città allora mal provveduta di viveri, e trattò di pace con Lodovico duca di Savoia, cedendogli molle terre e castella da lui occupate in quel di Pavia, Alessandria e Novara. Lo strumento d'essa pace fu stipulato nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. In questo mentre, avendo Francesco Piccinino terminata sua vita in Milano, nel dì 16 d'ottobre, Jacopo suo fratello, che col tempo si meritò il titolo di Fulmine della guerra, fu accettato da' Milanesi, per comandare alle lor armi. Non finì l'anno presente, che nel dì 28 di dicembre lo Sforza mise in fuga il medesimo Jacopo e Sigismondo Malatesta generale de' Veneziani ne' monti di Brianza[2934], e fece prigione non poca gente e molti loro uffiziali. Ebbe anche nel dì 13 di dicembre per danari la fortezza di Trezzo, acquisto di somma importanza per lui. Insorse guerra nell'anno presente[2935] fra il re Alfonso e la repubblica di Venezia. La cagion fu che il re era in collera co' Veneziani per la guerra da lor fatta allo Stato di Milano, e bandì da' suoi regni la loro nazione. Perciò, formata da' Veneziani un'armata di trenta galee e di sei navi, questa recò non pochi danni ai legni d'Alfonso nel porto di Messina e in Siracusa. Intanto pareva disposto esso re a venire con un'armata verso Milano. Entrò nell'anno presente la moria in Roma[2936], e cominciò a farvi strage. Per paura d'essa nel mese di giugno il pontefice Niccolò V sen venne a Spoleti, dove diedero fine alla lor vita molti dei suoi cortigiani. Andò poscia a Tolentino, e quindi alla santa casa di Loreto, e finalmente a San Severino. Nel dicembre ancora di quest'anno si sollevò il popolo di Camerino diviso in due fazioni. Chi voleva la Chiesa, chi la casa Varana. In fine gli ultimi prevalsero.
NOTE:
[2915] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.
[2916] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2917] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.
[2918] Raynaldus, Annal. Eccl. Labbe, Concil., tom. 13.
[2919] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2920] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2921] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.
[2922] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.
[2923] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2924] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 17, tom. 21 Rer. Ital.
[2925] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2926] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 18, tom. 21 Rer. Ital.
[2927] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2928] Benvenuto da S. Giorgio. Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2929] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2930] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2931] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2932] Ripalta, Histor. Placen., tom. 20 Rer. Ital.
[2933] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.
[2934] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2935] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCL. Indizione XIII.
NICCOLÒ V papa 4. FEDERIGO III re de' Romani 11.
Avea già il pontefice Niccolò V invitati i fedeli al sacro giubileo, che in quest'anno s'avea da tenere in Roma, e che fu in fatti celebrato con insigne divozione e concorso di persone da tutti i regni cristiani, al dispetto della pestilenza che regnava in Italia[2937]. Dopo il primo giubileo dell'anno 1300, forse non fu mai veduto sì gran flusso e riflusso di gente in Roma, di modo che le strade maestre d'Italia pareano tante fiere. Accadde solamente una disavventura, che in un certo giorno (l'Infessura dice[2938] nel dì 19 di dicembre, e seco s'accorda l'autore della Cronica di Rimini[2939]) tornando l'innumerabil popolo dalla benedizione del papa data in San Pietro, nel passare per ponte Santo Angelo, a cagion dello strepito fatto da una mula, divenne sì grande la calca, che quivi perirono più di ducento persone, parte soffocate dalla folla, e parte cadute nel Tevere: del che sommamente si afflisse il buon pontefice, il quale canonizzò in quest'anno Bernardino da Siena. Di gran tesori lasciò la pietà de' fedeli in Roma per l'occasione di questo giubileo, e d'essi poi si servì il saggio papa, non già a far guerre, ma bensì a ristorar le chiese, ad aiutare i poverelli, ed abbellir sempre più la bella città di Roma. Adoperossi egli ancora con premura degna del suo sublime e sacro carattere, affinchè si terminasse la guerra viva tra il re Alfonso e la repubblica fiorentina[2940]. Nè andarono a vuoto i suoi maneggi, essendosi conchiusa la pace fra loro nel dì 29 di giugno, per cui fu obbligato Rinaldo Orsino signor di Piombino, che poi morì in questo anno di peste, a pagar da lì innanzi l'annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro ad esso Alfonso. Nel dì 2 di luglio ebbe anche fine la discordia del medesimo re coi Veneziani[2941], essendosi, per opera del marchese Lionello signor di Ferrara, sottoscritta la pace fra loro dai comuni ambasciatori concorsi alla medesima città di Ferrara. Contribuirono molto a farla i cangiamenti delle cose di Milano, de' quali parlerò fra poco. Sciolto così il re Alfonso dai pensieri di guerra, si diede poi tutto ai piaceri, e ad una vita poco convenevole alla sua saviezza. Fu questo l'ultimo anno della vita del suddetto marchese Lionello, essendo egli stato rapito dalla morte nel dì primo di ottobre nel suo delizioso palagio di Belriguardo; principe d'immortale memoria, perchè, secondo la Cronica di Ferrara, fu amatore della pace, della giustizia e della pietà, di vita onestissima, studioso delle divine Scritture, liberale massimamente verso i poveri, nelle avversità paziente, nelle prosperità moderato, e che con gran sapienza governò e mantenne sempre quieti i suoi popoli, di modo che si meritò il pregiatissimo nome di Padre della patria. A lui succedette nel dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio il marchese Borso suo fratello, che, quantunque illegittimo, fu anteposto ad Ercole e Sigismondo suoi fratelli legittimi. Era generale de' Veneziani Sigismondo Malatesta signor di Rimini. Fu cassato in quest'anno pei suoi demeriti. Fra le altre cose a lui fu attribuito il rapimento seguito in Verona di bellissima donna nobile tedesca, che con accompagnamento degno della sua condizione passava per quella città andando al giubileo di Roma. Piuttostochè consentire alle voglie libidinose di chi la rapì, si lasciò ella uccidere: caso che fece gran rumore per tutta Italia. S'egli veramente fosse reo di tale eccesso non saprei dirlo, perchè, per quanta inquisizione ne facessero i savii Veneziani, non si potè scoprirne l'autore. Certo è che la voce comune addossò ad esso Malatesta questa iniquità, e ne parlano fino i Giornali di Napoli. In sì cattivo concetto era esso Malatesta, che se non fu, certamente degno era d'essere creduto reo di tanta scelleraggine.
Per tutto il mese di gennaio e di buona parte del febbraio dell'anno presente[2942] consisterono le diligenze dello invitto conte Francesco Sforza in sempre più angustiare la bloccata città di Milano, e in ben disporre le cose, acciocchè l'armata veneta, da cui continuamente i Milanesi imploravano soccorso, non giugnesse a condurvi vettovaglie. Crebbe perciò a dismisura la fame in quella gran città, con essersi ridotti i poveri a mangiar cavalli, cani, gatti, sorci, e in fin l'erbe, cioè ad ingoiare per un altro verso la morte, che cercavano dì fuggire. Se usciva gente per ricoverarsi altrove, ordine v'era ai capitani dello Sforza di ricacciar ognuno in città. Intanto i rettori, con belle speranze di presto aiuto, lusingavano il languente popolo, e veramente Sigismondo, generale allora de' Veneziani, era in qualche movimento alla volta di Milano. Ma questo soccorso dovea venire, e mai non veniva. Però nel dì 23 di febbraio Gasparo da Vimercato mosse a rumore qualche cinquecento uomini della plebe, che con alte grida andarono al pubblico palazzo, da dove furono respinti. Tornati colà in maggior numero, ed uscito Leonardo Veniero ambasciatore de' Veneziani, che finora avea confortati i Milanesi a star saldi, con mettersi a sgridare e minacciare i sediziosi, immediatamente fu dal furioso popolo tagliato a pezzi[2943]. A questo spettacolo fuggirono tosto i reggenti; ed essendo restati padroni del palazzo gli ammutinati, che a vista d'occhio andavano crescendo, corsero ad impadronirsi delle porte. Nel seguente dì 26 di febbraio, raunato in Santa Maria della Scala il popolo, fu presa la determinazione di chiamar per loro signore il conte Francesco Sforza, e gliene fu incontanente spedito l'avviso a Vimercato, da dove egli stava in procinto di muoversi contro l'armata veneta, la quale era in moto. Jacopo Piccinino colla sua gente avea preso servigio in quell'esercito, dacchè vide la rivolta di Milano. Volevano i primarii cittadini che si stabilisse prima una capitolazione; ma il conte animato da' suoi benevoli, senza perdere tempo, marciò alla volta della città; e benchè con qualche fatica, pure v'entrò, incontrato fuori d'essa da copiosissimo popolo, ed accolto dentro dagli altri, tutti gridando: Sforza, Sforza, viva il conte Francesco. Andò prima a ringraziar Dio nella metropolitana, prese il possesso delle fortezze e delle porte, e, lasciato Carlo da Gonzaga al governo della città con buoni regolamenti per la quiete del popolo se ne tornò tosto a Vicomercato per vegliare agli andamenti dell'esercito veneto. Nello stesso tempo spedì ordini a tutte le città circonvicine, affinchè provvedessero di viveri l'affamato popolo di Milano: il che fu sì puntualmente eseguito, che in meno di tre dì abbondò la grascia in Milano, come se mai non vi fosse stato assedio, Sigismondo Malatesta appena ebbe intesa questa mutazion di cose, che se ne tornò di là dall'Adda, e fece tosto rompere il ponte. Da lì a due giorni Como, Monza e Bellinzona, terre state fin qui forti nel partito della repubblica di Milano, mandarono a prestar ubbidienza allo Sforza. Venuta poi la festa dell'Annunziazion della Vergine, cioè il dì 25 di marzo (che non so come vien detto dal Simonetta[2944] sexto kalendas aprilis, e Cristoforo da Soldo[2945] scrive che fu nel dì 22 di marzo), fece questo gran capitano insieme colla consorte Bianca Visconte, e co' figliuoli Galeazzo Maria ed Alessandro, la sua magnifica entrata nella città di Milano, e fu acclamato duca di Milano. Per molti giorni durarono le giostre, le danze, i conviti e le altre feste per la di lui assunzione; e da tutti i principi d'Italia vennero a lui ambascerie per congratularsi, fuorchè dal re Alfonso e da' Veneziani. Rallegraronsi principalmente del di lui innalzamento i Fiorentini, perchè vedeano di mal occhio il tentativo fatto dai Veneziani per assorbire la Lombardia. Ed allora spirò ogni loro amistà con essi Veneziani, tanto più che in Venezia furono posti nuovi aggravii ai mercanti fiorentini, e si venne dipoi a sapere che essi Veneziani erano entrati in lega col re Alfonso, il cui odio contra de' Fiorentini non mai si estinse.
Poco indugiò Francesco duca di Milano ad ordinare che si rimettesse in piedi il castello di porta Zobbia, già demolito dal popolo milanese, e teneva continuamente quattro mila persone impiegate in quel lavoro. Stava tuttavia prigione in Pavia Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato. Se volle riavere la libertà, gli convenne, nel dì 26 di maggio, venire ad una capitolazione, rapportata da Benvenuto da San Giorgio[2946], in cui cedette alle sue ragioni sopra la città d'Alessandria e suo territorio, a riserva del Bosco e d'alcune altre castella pervenute alle mani di suo fratello. Di queste poche avea egli da essere padrone, con obbligarsi ancora lo Sforza di pagargli annualmente due mila ducati, ossieno fiorini d'oro, in contraccambio dell'entrate ch'egli perdeva di Alessandria. Uscito di prigione, andò a Lodi, dove ratificò la convenzione; ma non sì tosto fu in libertà, che, giunto in Monferrato a dì 7 di giugno, giuridicamente protestò contro quello accordo, fatto, secondo lui, per minaccie e paura. Similmente nel dì 15 di novembre il duca Francesco ordinò che fosse ritenuto prigione Carlo da Gonzaga, altro condottier d'armi, dal quale era stato assistito non poco nella conquista di Milano. Il Simonetta[2947], che sa dare, secondo l'uso degli storici parziali, un bel colore a tutte le azioni del suo eroe, scrive che per avere lo Sforza fermata lega con Lodovico marchese di Mantova, e stabilito il matrimonio del suo primogenito Galeazzo Maria con una figliuola d'esso marchese, Carlo, siccome nemico del fratello, se l'ebbe tanto a male, che cominciò a sollecitare i Veneziani alla guerra, con intenzione di passare nella loro armata. Accertato di ciò il duca, lo imprigionò; ma che fra pochi giorni, per le preghiere del marchese suo fratello, il rilasciò, con obbligarlo nondimeno a cedere Tortona, di cui dianzi avea avuto il dominio. Verisimilmente si dovette allora sospettare che lo Sforza, allorchè ebbe bisogno pe' suoi affari de' suddetti due capitani, accordasse loro tutto quel che richiesero, per toglierlo poi loro, cessato il bisogno. Comunque sia, tace il Simonetta che Carlo, se volle la libertà, fu, oltre alla cession di Tortona[2948], costretto a pagare sessanta mila fiorini di oro (del che ho io addotte altrove le pruove[2949]), e fu confinato in Lomellina. Certo è poi ch'egli ruppe i confini, e, passato a Venezia, si acconciò con quella repubblica contra del marchese suo fratello, di cui seguitò ad essere nemico. Forse anche lo Sforza e il marchese andaron d'accordo in abbatterlo e ridurlo alla disperazione. Alla fame poi patita dal popolo di Milano, secondo il solito, tenne dietro la pestilenza in quest'anno; e questa gravissima, perchè, se crediamo al Sanuto[2950], nella sola città di Milano perirono sessanta mila persone. In Piacenza pochi restarono in vita. Si stese ancora questo malore per quasi tutta la Italia: cosa troppo facile, dacchè tanta gente era in moto per cagion del giubileo. Fu anche in Roma; laonde il pontefice, per isfuggirne la rabbia, fu di nuovo forzato a ritirarsi, nel dì 18 di giugno[2951], e venne a Spoleti, poscia a Foligno e Fabriano. Colà nel dì 26 d'agosto ito a trovarlo Sigismondo Malatesta signore di Rimini[2952], fu onorato e regalato dal papa, ed ottenne che fossero legittimati i due suoi figliuoli bastardi Roberto e Malatesta. Tante volte s'è parlato dell'instabilità di Genova, città allora troppo amante di mutar padrone. In quest'anno ancora, correndo il mese di luglio, fu deposto dal governo il doge Lodovico da Campofregoso[2953]. Spedì il popolo a Sarzana a richiamare Tommaso da Campofregoso, già stato doge; ma, scusatosi egli per la troppa avanzata età, consigliò che eleggessero doge Pietro suo nipote: lo che fu eseguito nel dì 8 di dicembre. Del resto non fu in quest'anno nè pace nè guerra fra la repubblica di Venezia e Francesco duca di Milano. Ognuno d'essi avea paura dell'altro. Temeva il duca la potenza e ricchezza maggiore de' Veneziani; e i Veneziani stavano in riguardo pel singolar credito dello Sforza nel mestier della guerra. Tuttavia, giacchè il duca non era ben assodato nel nuovo dominio, i Veneziani andavano disponendo le cose per fargli guerra.
NOTE:
[2936] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2937] Raynaldus, Annal. Eccles. S. Anton., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2938] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2939] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2940] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2941] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.
[2942] Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.
[2943] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.
[2944] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.
[2945] Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. eod.
[2946] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2947] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 22, tom. 21 Rer. Ital.
[2948] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2949] Antichità Estensi, P. II.
[2950] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2951] Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2952] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2953] Giustiniani, Istor. di Genova, tom. 15.
Anno di CRISTO MCCCCLI. Indizione XIV.
NICCOLÒ V papa 5. FEDERIGO III re de' Romani 12.
Abbiamo veduto per tanti anni lacerata l'Italia, ora in una, ora in altra parte, dalla guerra. Parve miracoloso l'anno presente, perchè dappertutto fu, se non concordia d'animi, almeno pace. Di tempi così sereni si prevalse il pontefice Niccolò V, siccome dotato di gran mente e d'un animo regale, per lasciar di belle memorie alla città di Roma[2954]. Sua cura fu di rimettere maggiormente in fiore le buone lettere, che già erano cominciate a risorgere in Italia, sì con richiamar a sè e premiar le persone dotte, sì ancora col radunare da tutta l'Europa e dall'Oriente manuscritti di tutte le arti e scienze, perchè la stampa de' libri non era peranche nata, o, se nata, era segreta. Formò con questo tesoro un'insigne biblioteca. Ordinò che si cominciassero a tradurre dal greco i santi Padri, ed anche gli storici e poeti di quella lingua. Fabbriche parimente insigni intraprese in Roma, tanto di sacri templi, come di ornamenti o fortificazioni alle rare memorie di quella e d'altre città, con avere specialmente stese queste sue grandiose idee alla Basilica Lateranense, e all'altra di Santa Maria Maggiore, e de' Santi Paolo, Lorenzo e Stefano. Tutte queste ed altre sue magnanime imprese si veggono diligentemente descritte nella di lui Vita da me data alla luce, e composta da Gianozzo Manetti Fiorentino, letterato insigne, perito delle lingue ebraica, greca e latina. Stefano Infessura anch'egli attesta[2955], avere questo pontefice nell'anno presente ristorate le mura, le torri e le porte di Roma, acconciato il Campidoglio, accresciuto il torrione di castello Santo Angelo con altre fortificazioni, fatto un palazzo a Santa Maria maggiore, e la canonica di San Pietro e la chiesa di S. Teodoro, con altre fabbriche, ch'io tralascio. Di questo passo camminava il buon Niccolò papa, non cercando la dubbiosa gloria de' papi che profusero tanti tesori in guerre, ma bensì procurando di mantenere i suoi popoli in pace, e di far loro goder quelle rugiade, che Dio gli avea mandato in congiuntura del giubileo.
Non fu, siccome dissi, in quest'anno guerra in Lombardia; nondimeno la repubblica veneta mirava con occhio bieco il nuovo duca di Milano[2956], e macchinava pensieri di guerra, essendosi collegata per questo con Alfonso re d'Aragona e delle Due Sicilie, con Lodovico duca di Savoia, con Giovanni marchese di Monferrato e co' Sanesi. La maggior loro speranza era che, trovandosi lo Sforza non peranche ben assodato sul trono, difficile non fosse il rovesciarlo. Per lo contrario non desiderava guerra il duca, siccome bisognoso di quiete per rimettere in buono stato il conquistato paese, troppo smunto e maltrattato dalle passate rivoluzioni. Oltre di che, egli non godeva quelle fontane di danari, delle quali abbondava allora Venezia, sì per l'estensione degli Stati a lei spettanti non meno in Italia che in Dalmazia e in altre contrade del Levante, come ancora perchè Venezia si riputava allora il più ricco emporio dell'Italia, anzi dell'Occidente. Il Sanuto[2957] ci fa vedere una parte di que' tesori che il traffico portava in questi secoli alla piazza di Venezia. Ora il duca attendeva a premunirsi, e fece lega co' Fiorentini disgustati forte de' Veneziani; siccome ancora co' Genovesi e con Lodovico marchese di Mantova. Condussero i Veneziani al loro soldo Carlo da Gonzaga, e nell'anno seguente anche Guglielmo di Monferrato, cioè due capitani divenuti amendue per le ragioni sopraddette nemici del duca di Milano. Nel mese d'aprile dell'anno presente crearono capitan generale delle lor armi Gentile da Lionessa, uomo saggio e prode. Ma perchè Bartolomeo Coleone, che militava al loro servigio con mille e cinquecento cavalli e quattrocento fanti, pretendeva come dovuta a sè quella dignità, se ne adirò non poco, ed oltre al chiedere licenza col pretesto delle paghe che non correano, mostrò assai la sua disposizione di passare all'armata duchesca: fu presa la risoluzione di mettergli le mani addosso, e di tagliargli il capo. Data questa commessione a Jacopo Piccinino, egli con una marcia sforzata di notte arrivò addosso al Coleone, sorprese tutte le di lui genti, e poco mancò che non restasse prigione anche esso Bartolomeo. Ebbe egli la fortuna di salvarsi a Mantova, e restò in potere e al soldo dei Veneziani tutto il corpo de' suoi cavalli e fanti. Prese egli poi soldo nell'esercito duchesco, con aver promesso di grandi vantaggi allo Sforza. Lo spoglio fatto a lui e alle sue truppe si fa ascendere dal Sanuto ad ottanta in cento mila fiorini di oro. Fu anche pubblicamente decretato in Venezia, nel dì primo di giugno, che tutti i Fiorentini non privilegiati uscissero dagli Stati della repubblica[2958], ed altrettanto fece anche il re Alfonso in tutte le sue terre: il che maggiormente irritò i Fiorentini, e li confermò nell'unione col duca di Milano. Premeva non poco ai Veneziani di tirar nella loro lega anche i Bolognesi, e molte furono le loro istanze, e caldi i loro maneggi[2959], ma senza trovare in quel popolo voglia d'impacciarsi nelle brighe altrui. Tentarono dunque per altra via d'ottenere l'intento con dar braccio alle fazioni de' Canedoli fuorusciti. Assistiti questi dalle brigate dei signori di Carpi e di Coreggio, nel dì 8 di giugno venuti a Bologna, presero la porta di Galiera, e una parte d'essi giunse fino alla piazza. Sante de' Bentivogli, che i Bolognesi, benchè fosse creduto bastardo, aveano fatto venire per l'amore che portavano alla casa de' Bentivogli, giacchè Giovanni de Bentivogli figliuolo dello ucciso Ercole era in età non sufficiente a sostenere la sua fazione, allora fu in armi coi Malvezzi, Marescotti ed altri suoi aderenti. Seguì un combattimento, in cui furono costretti alla fuga i Canedoli, con lasciar ivi molti del loro seguito morti o prigioni.
NOTE:
[2954] Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2955] Infessur., Diar., tom. 3 Rer. Ital.
[2956] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2957] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital., pag. 963.
[2958] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 22. Poggius, lib. 8. Sanuto ed altri.
Anno di CRISTO MCCCCLII. Indizione XV.
NICCOLÒ V papa 6. FEDERIGO III imperadore 1.
Avendo nell'anno precedente Federigo III re de' Romani risoluto di calare in Italia per prendere la corona imperiale in Roma, e mandati innanzi i suoi ambasciatori per disporre il pontefice Niccolò e i principi italiani al suo ricevimento[2960], sul principio di gennaio dell'anno presente entrò in Italia, conducendo seco Ladislao suo nipote, eletto re d'Ungheria e di Boemia, che allora era in età di dodici anni, ventidue vescovi, molt'altra baronia, e circa due mila cavalli, tutti ben montati, ma mal vestiti. Passando pel Friuli e per altri Stati della repubblica veneta, ricevè distinti onori. Allorchè entrò nel Polesine di Rovigo[2961], fu incontrato da Borso d'Este signor di Ferrara con accompagnamento magnifico, e con lui, nel dì 17 del mese di gennaio, entrò in essa Ferrara. Quivi si riposò otto giorni in nobili solazzi e divertimenti; e regalato di quaranta corsieri e di cinquanta falconi ben ammaestrati alla caccia, continuò poscia il suo viaggio alla volta di Bologna[2962], dove arrivò nel dì 25 con gran festa e solennità di quel popolo. Non fu meno magnifico l'accoglimento a lui fatto nel dì 30 del suddetto mese[2963] dalla repubblica di Firenze, allorchè entrò in quella città, da dove poi passò a Siena, e quivi si fermò per qualche tempo. Seco era Enea Silvio de' Piccolomini Sanese, vescovo di quella città, e segretario suo, uomo di mirabil ingegno e di gran letteratura, che fu poi papa Pio II. Nel dì 9 di marzo con incredibil magnificenza fece la sua solenne entrata in Roma[2964], dove il saggio pontefice Niccolò per ogni buona precauzione avea rannate tutte le sue milizie, e ben munite le fortezze. Ossia perchè Federigo non avea voluto riconoscere per duca di Milano Francesco Sforza, oppure perchè in Milano durava tuttavia la peste, certo è ch'egli non andò a Milano, per prender ivi la corona ferrea. Inviò bensì lo Sforza il suo primogenito Galeazzo Maria a Ferrara con gran comitiva ad attestargli il suo ossequio e la sua ubbidienza, ma punto non si cangiò per questo l'animo d'esso Augusto verso di lui. Ora, giunto a Roma Federigo, fece istanza al pontefice di ricevere dalle mani di lui la corona del regno longobardico. Per testimonianza di Enea Silvio[2965], fu questo punto messo in consulta, e tuttochè reclamassero non poco gli ambasciatori di Milano, il papa procedè oltre, e nel dì 15 di marzo in San Pietro il coronò come re di Lombardia, dichiarando nulla di meno essere sua intenzione che tal atto non pregiudicasse al diritto dell'arcivescovo di Milano[2966]. Nello stesso giorno avea egli prima congiunta in matrimonio con esso Augusto Federigo Leonora figliuola del re di Portogallo, ed anche essa fu per conseguente coronata. Poscia nel dì 18 del medesimo mese riceverono amendue dalle mani di esso pontefice la corona imperiale coi soliti riti e con incredibil festa del popolo romano, essendo passata tutta la gran funzione e permanenza dell'imperatore in Roma senza disturbo e con somma pace. Voglioso poscia l'Augusto Federigo di vedere il re Alfonso, principe celebratissimo di questi tempi, e zio dell'imperadrice, se n'andò con lei a Napoli. Gli onori quivi a lui compartiti dal re, splendidissimo signore, non ebbero fine. Di colà se ne tornò egli per mare nel dì 23 di aprile, ed alloggiò in San Paolo fuori di Roma, laddove poi partito nel dì 26, arrivò nel dì 8 di maggio a Bologna.
Nel giorno seguente pervenne a Ferrara[2967], ed, accolto con ogni maggior onore dal marchese Borso, prese ivi riposo. Comparvero colà gli ambasciatori de' Veneziani, di Francesco duca di Milano e de' Fiorentini, per pregare esso marchese d'interporsi appresso l'imperadore, acciocchè trattasse di pace fra loro, giacchè era imminente la guerra. Ne dovette, come è credibile, trattar l'imperadore, ma con poca fortuna. Ebbe, specialmente in questi viaggi, occasione Federigo di meglio conoscere i meriti singolari d'esso Borso Estense signor di Ferrara[2968], e volendo lasciargli una perenne memoria della generosa sua gratitudine, determinò di crearlo duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio, città che gli Estensi riconoscevano dal sacro romano imperio. Questa insigne funzione fu fatta nella festa dell'Ascensione, giorno 18 d'aprile, con incredibil concorso di popolo, ed incessante plauso de' Ferraresi e degli altri sudditi della casa d'Este. Era l'aquila bianca l'antica arme della casa estense. Carlo VII re di Francia le avea dati i tre gigli d'oro. Borso cominciò allora per privilegio dell'Augusto Federigo ad inquartare essi gigli coll'aquila nera imperiale da due teste. Nel giorno seguente Federigo, superbamente regalato e servito dal novello duca, si rimise in viaggio, e andossene a Venezia[2969], dove quell'inclita repubblica fece mirabili sfoggi per onorarlo. Di là poi passò in Germania. Lo stesso giorno che Federigo si mosse da Ferrara fu quello in cui la repubblica di Venezia fece dar fiato alle trombe, con intimare e ricominciar la guerra contra di Francesco Sforza duca di Milano. Furono, dico, essi i primi a principiar la danza; ma nello stesso tempo anche Lodovico duca di Savoia, e Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato, dalla lor parte mossero l'armi addosso agli Stati del medesimo duca. Similmente il re Alfonso spinse in Toscana contro i Fiorentini Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con otto mila cavalli e quattro mila fanti. Per quel che riguarda i Veneziani, la guerra da lor fatta si legge minutamente descritta da Porcello Napoletano nella Storia da me data alla luce[2970]; autore a cui non manca l'adulazione, e che si truova sempre coll'incensiere in mano per esaltare i fatti anche menomi di Jacopo Piccinino, da lui appellato Scipione, e del conte Tiberto Brandolino, capitani allora della repubblica, e valenti senza dubbio nell'arte della guerra. Perchè niuna strepitosa impresa fu fatta in questa guerra, dirò io in breve che l'armata veneta, consistente in quindici mila cavalli e sei mila fanti, sotto il comando di Gentile da Lionessa, passato l'Oglio, entrò in Geradadda, con prender ivi varie castella, e fra gli altri Soncino, facendo scorrerie dappertutto. Per levarli di là, il duca col marchese di Mantova entrò coll'esercito suo nel Bresciano, e s'impadronì d'alcuni luoghi, il più importante de' quali fu Pontevico. E perciocchè i Veneziani, fatto un ponte sull'Adda, spedirono il conte Carlo da Montone con due mila cavalli per danneggiare il Lodigiano e Milanese, anche il duca spedì colà Alessandro Sforza signor di Pesaro suo fratello con un buon corpo d'armati per difendere il paese. Ma venuto egli alle mani con esso conte Carlo nel dì 25, oppure 20 di luglio[2971], fu messo in rotta, e, perduti circa ottocento cavalli, se ne fuggì a Lodi. Seguirono ancora varie scaramuccie ed incontri fra le due nemiche armate che campeggiavano sul Bresciano[2972], ma senza impegno o conseguenza degna di memoria. Per conto poi di Guglielmo di Monferrato, con circa quattro mila cavalli e due mila fanti entrato nell'Alessandrino, mosse anch'egli guerra al duca di Milano, ed occupò la maggior parte di quel territorio. Ma nel suddetto dì 25, oppure 26 di luglio, essendo stato spedito contra di lui Sagramoro da Parma con due mila cavalli, e verisimilmente anche con assai fanteria, gli diede tal rotta con prigionia di molti e presa del bagaglio, che gran tempo stette Guglielmo a rifar le penne. Fu anche in Toscana, siccome dissi, guerra per la venuta di Ferdinando duca di Calabria, inviato dal re Alfonso suo padre contra de' Fiorentini[2973]; ma neppure in essa tali fatti si fecero che meritino luogo nella presente storia. Di alcuni soli piccioli luoghi s'impadronì Ferdinando. Dall'altra parte i Fiorentini, che aveano preso per lor generale Sigismondo Malatesta signor di Rimini, e al lor soldo il signor di Cesena fratello di esso Sigismondo, e Taddeo de' Manfredi signore d'Imola, e Michele da Cotignola con altri capitani: i Fiorentini, dissi, misero insieme tale armata, e la fecero così accortamente campeggiare, che tennero forte contra l'armata napoletana, costringendola infine a cercar quartiere d'inverno altrove, senza aver fatta conquista o combattimento di qualche rilievo. Altrettanto fecero dal canto loro due nemiche armate ch'erano sul Bresciano, giacchè i Veneziani, sfidati dal duca Francesco sul principio di novembre ad una giornata campale, accettarono bensì la sfida, e furono in ordinanza di battaglia; ma poi si ritirarono, senza far altro, spargendo voce ch'esso duca non volle il giuoco. Confessa Porcello ne' suoi Commentarli[2974], benchè parziale de' Veneziani, che questi, e non già il duca di Milano, quei furono che schivarono l'azzardo del fatto d'armi. Sapeano che la fortuna andava troppo d'accordo col valore e colla militar maestria di Francesco Sforza. In questi tempi il conte Tiberto Brandolino valoroso condottier d'armi, essendo terminata la sua condotta co' Veneziani, passò colla sua gente, cioè con mille e ducento cavalli e cinquecento fanti, al servigio del medesimo Sforza. Poco esatto si scorge Lorenzo Bonincontro in iscrivendo[2975] sotto il presente anno, che venuti a battaglia i Veneziani collo Sforza e con Lodovico marchese di Mantova, rimasero sconfitti, ed essere restati prigioni in quel conflitto sette mila cavalli, Giovanni de' Conti e molti altri capitani. Appartien questo fatto all'anno seguente, e fu di gran lunga meno il danno de' Veneziani.
NOTE:
[2959] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2960] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic. Nauclerus, Platina, et alii.
[2961] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2962] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2963] S. Antonin., P. III, tit. 22.
[2964] Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2965] Æneas Sylvius, Hist., lib. 4.
[2966] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2967] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2968] Nauclerus, Histor. Æneas Sylvius, Hist. Austr.
[2969] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2970] Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.
[2971] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. eod.
[2972] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2973] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 22.
[2974] Porcelli, Comment., lib. 8, tom. 20 Rer. Italic.
[2975] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLIII. Indiz. I.
NICCOLÒ V papa 7. FEDERIGO III imperadore 2.
Tuttochè Francesco Sforza fosse quel grande eroe che convien confessarlo, e già signoreggiasse tutto il ducato di Milano, pure si trovava in istato da non poter competere nè durarla lungo tempo colla superior potenza della repubblica veneta, sì perchè troppo indebolito a lui pervenne lo Stato di Milano, e sì perchè nel medesimo tempo gli conveniva sostener la guerra anche contra Lodovico duca di Savoia, e contra di Guglielmo di Monferrato. Anche i signori di Correggio dal canto loro faceano guerra agli Stati di Parma e di Mantova. Unitamente dunque tanto egli come i Fiorentini[2976] si rivolsero a Carlo VII re di Francia, pregandolo d'aiuto, e fecero gli occorrenti maneggi per tirare in Italia Renato duca di Angiò e di Lorena, che tuttavia usava il titolo di re di Sicilia, facendogli credere che, sbrigati dalla guerra co' Veneziani, l'aiuterebbono colle loro armi a conquistare il regno, ed intanto annualmente gli pagherebbono cento venti mila fiorini d'oro. Accettò egli il partito, obbligandosi di calare in Italia con due mila e quattrocento cavalli. Mentre si trattava di questo affare, sul principio di gennaio[2977], vollero i Veneziani, non ostante il rigore del verno, fare una spedizione contro il marchese di Mantova, per torgli Castiglione delle Stiviere. E in effetto essendo deputato a questa impresa Jacopo Piccinino, dopo varii assalti che costarono la vita a parecchie centinaia di persone, costrinsero quella terra a rendersi, salva la roba e le persone. Ma non fu a quel misero popolo mantenuta la fede. Andò a sacco tutta la terra; gran bottino vi fu fatto, e niun riguardo fu avuto all'onore delle donne, con vituperio grave di chi permise tanta infedeltà e barbarie. Venuto il marzo, acquistarono essi Veneziani alcune castella; ma sotto Manerbe toccò a Gentile da Lionessa loro generale una ferita, per cui nel dì 15 d'aprile cessò di vivere. Fu dato il bastone del comando di quella armata a Jacopo Piccinino, personaggio che dopo Francesco Sforza era in questi tempi il più prode, attivo ed accorto condottieri d'armi. S'impadronirono le armi venete di alcune altre castella, con ricuperar anche Pontevico. Per l'uscita in campagna del duca di Milano, che tornò sul Bresciano, cessarono le lor conquiste. Intanto i Veneziani, per aderire alle brame di Carlo da Gonzaga, voglioso di ricuperar alcune sue castella toltegli dal marchese di Mantova suo fratello, gli diedero tre mila cavalli con cinquecento fanti. Dalla parte del Veronese entrò egli nel Mantovano, e faceva già dei progressi, quando nel dì 15 di giugno il marchese, assistito da Tiberto Brandolino, il venne a trovare, e fu con lui alle mani. L'aspra e dura battaglia durò cinque ore, e finì colla sconfitta di Carlo e de' Veneziani, che vi lasciarono più di mille cavalli ed alcuni capi di squadre. Andò in questo mentre il duca di Milano all'assedio di Gedo ossia Gaido, e tanto vi stette sotto, che se ne impadronì. Diedero anche le sue genti sotto Castiglione una buona percossa a quattro mila nemici nel dì 15 d'agosto. Avea ne' medesimi tempi Ferdinando duca di Calabria, per ordine del re Alfonso suo padre, riaccesa la guerra in Toscana, ma con far pochi fatti[2978]. I Fiorentini colle loro genti il teneano corto, e ripigliarono alcuni lor luoghi ancora. Perchè il duca di Milano abbisognava forte di danaro, avea mandato in loro aiuto il conte Alessandro suo fratello con due mila persone, e da loro avea ricavato ottanta mila fiorini d'oro.
Ma eccoti la dolorosa nuova che Maometto II imperador de' Turchi, il quale nell'anno precedente avea messo l'assedio all'imperiale città di Costantinopoli, nel presente con un furioso assalto dato nel dì 29 di maggio[2979] se ne era impadronito, con tagliare a pezzi Costantino Paleologo ultimo imperadore dei Greci, e più di quaranta mila cristiani, con profanar tutte le chiese, e commettere i più orridi eccessi che si usano in tali congiunture, e massimamente dai Barbari. Tutto con perpetua infamia del nome cristiano e de' principi del cristianesimo d'allora, solamente applicati a scannarsi l'un l'altro: del qual fatto parvero nella opinione del mondo spezialmente rei il re Alfonso e i Veneziani, che, più degli altri a portata di soccorrere i miseri Greci, amarono piuttosto di far guerra in Italia a chi desiderava la pace. Ed ebbero bene a pentirsene gli stessi Veneziani, perchè molti lor nobili e mercatanti rimasero involti in quella sì deplorabil rovina, e peggio dipoi loro avvenne. Ora trafisse il cuore d'ognuno, e principalmente di papa Niccolò V, questa al maggior segno funesta e lagrimevole nuova, sì per la perdita di così nobile e importante città, come ancora per le sue pessime conseguenze, le quali poco si stette a provarle; perchè i Turchi tolsero Pera a' Genovesi, e cominciarono a stendere le lor conquiste pel mare Egeo con danno gravissimo ed incredibil terrore degli altri popoli cristiani. Allora fu che il pontefice[2980] piucchè mai accese il suo zelo per ismorzare in Italia, Germania ed Ungheria l'incendio delle guerre; e spedì a Venezia, a Milano, a Genova e a Firenze, acciocchè ognuno inviasse ambasciatori a Roma per trattar della pace, minacciando la scomunica a chiunque ripugnasse ad opera di tanto bisogno per la cristianità. Allo stesso fine scrisse caldissime lettere agli altri re e principi cristiani, sollecitando tutti a prestar aiuti per ricuperar Costantinopoli (cosa per altro oramai disperata), o per impedire gl'imminenti progressi de' Maomettani.
Spedirono bensì i principi d'Italia i lor ministri alla corte pontifizia; ma intanto si continuò a guerreggiare fra loro. S'era provato il re Renato di passar le Alpi con circa tre mila e cinquecento cavalli; gli si oppose Lodovico duca di Savoia[2981]. Costretto a passar egli per mare a Ventimiglia, e poscia ad Asti, tanto fece, che Lodovico delfino di Francia prese l'armi in suo favore, ed obbligò il duca di Savoia, benchè suocero suo, a lasciar passare la di lui gente nel mese di settembre. Giunto il re Renato in Monferrato, la prima impresa che fece, fu quella di pacificare Guglielmo, fratello di quel marchese, col duca Francesco: nel qual tempo Bartolomeo Coleone spedito dal duca occupò il borgo e la rocca di San Martino nel cuore del Monferrato. S'interpose dunque Renato, ed operò che Giovanni marchese e Guglielmo suo fratello compromettessero in lui tutte le differenze fra loro e Francesco duca di Milano. Il compromesso del dì 15 di settembre è rapportato da Benvenuto da San Giorgio[2982]. Così cessò in quelle parti la guerra, e lo Sforza richiamò di là quattro mila combattenti, che vennero a rinforzar la sua armata sul Bresciano. Giunse colà dipoi anche lo stesso Renato co' suoi; e ingagliardito colla giunta di tante brigate l'esercito sforzesco, nel dì 16 d'ottobre andò all'assedio di Pontevico[2983]. Per forza fu presa quella terra nel dì 19 dagl'Italiani, che le diedero tosto il sacco. V'entrarono susseguentemente anche le genti del re Renato, e vedendo già sparecchiata la tavola, cominciarono ad infierir contra di que' poveri abitanti, ammazzando uomini, donne e fanciulli. Erano i Franzesi d'allora gli stessi che quei d'oggidì per quel che riguarda l'amore dei piaceri, divertimenti e gozzoviglie; e però, giunte a Milano le squadre di Renato, dove trovarono delizie, non sapeano più partirsene. Ma diversi per altro conto da quei d'oggidì erano i Franzesi d'allora, perchè crudeli oltre modo e di maniere turchesche nel far la guerra, non volendo dar quartiere ai vinti che lo chiedevano, e commettendo altre simili barbarie: laddove gl'Italiani di questi tempi non solamente davano quartiere, ma, spogliati che aveano i prigionieri, siccome altrove ho detto, li lasciavano andar con Dio. Della cristiana moderazion de' Franzesi d'oggidì l'Italia e la Germania ha veduto frequenti gli esempli anche a' dì nostri. Ma così orrida crudeltà usata dai Franzesi suddetti, la maggior parte Piccardi, sparse un tal terrore per le terre ubbidienti ai Veneziani[2984], che mandavano innanzi le chiavi senza voler aspettare l'arrivo dell'esercito sforzesco. Caravaggio, Triviglio e tutta la Geradadda, a riserva di Soncino e Romanengo, tornarono in potere dello Sforza. Così in poco tempo quasi tutta la pianura del Bresciano si sottomise alle di lui armi. Roado, Palazzuolo, Chiari, Pontoglio, Martinengo, Manerbe, ed assaissime altre terre e molta parte della pianura di Bergamo vennero alla divozion del duca di Milano. Posto poi l'assedio agli Orci Nuovi, nel dì 12 di novembre, lo sforzò egli nel dì 22 alla resa, e Soncino anch'esso tornò alle sue mani. A tanti progressi contribuì non poco l'essersi precipitosamente ritirata a Brescia l'armata veneta per trovarsi troppo inferiore di forze alla nemica. Così terminò la campagna dell'anno presente, e le soldatesche furono distribuite a' quartieri d'inverno. Avea il pontefice Niccolò mandato a' confini in Bologna Stefano Porcaro nobile romano per sospetti del suo umor torbido[2985]. Tramò costui una congiura con alcuni Romani contro la vita e lo Stato dello stesso papa; e nella festa di santo Stefano dell'anno precedente si partì all'improvviso da Bologna senza licenza del cardinal Bessarione legato di quella città. Con tutta fretta ne spedì il cardinale per un corriere l'avviso al papa, il quale, avendo tosto messe buone spie in campo[2986], fece, nella vigilia dell'Epifania, prendere esso Porcaro in casa sua con alquanti de' suoi partigiani che già erano in armi. Formato il suo processo, fu, nel dì 9 di gennaio, impiccato per la gola. Soggiacquero alla medesima pena altri de' suoi congiurati, ed altri furono banditi. Intenzion di costoro era di ridurre Roma all'antica sua libertà. Ma per un papa che facea tanto di bene a Roma, fa tanto più orrore un così nero attentato.
NOTE:
[2976] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital. Poggius, et alii.
[2977] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.
[2978] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.
[2979] Naucler. Chalcondyla, Phrantz. Æneas Sylvius et alii.
[2980] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2981] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.
[2982] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2983] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2984] Sanuto, Istor. Ven., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLIV. Indiz. II.
NICCOLÒ V papa 8. FEDERIGO III imperadore 3.
Sul principio di quest'anno il vecchio re Renato, impazientatosi (non ne sappiamo bene la vera cagione) della sua dimora in Italia, si congedò dal duca di Milano[2987], e senza che si trovasse maniera di ritenerlo, volle tornarsene colle sue genti in Francia, datogli il passo da Lodovico duca di Savoia. Lasciò in Italia Giovanni suo figliuolo, che portava il titolo vano di duca di Calabria, giacchè i Fiorentini il voleano per loro capitano, affin di opporre questo principe angioino ad Alfonso re di Napoli. Con tutti poi gli uffizii premurosi adoperati dal papa per intavolar la pace fra le potenze guerreggianti in Italia, niun buon successo fin qui avea avuto il suo zelo per colpa d'esso re Alfonso, il quale guastava tutto e si opponeva ad ogni onesta proposizione. Ma Iddio dispose che un semplice frate divenisse lo strumento di sì bella impresa, e la conducesse a fine[2988]. Fu questi fra Simonetto da Camerino dell'ordine di Sant'Agostino, religioso dabbene, abitante allora e ben voluto in Venezia, che, mosso dal suo buon genio, o piuttosto da segreta insinuazione dei saggi Veneziani, andò più d'una volta a Milano, proponendo la pace a quel duca, e riferendo a Venezia quel che occorreva. Erano stanchi di quella guerra i Veneziani, e maggiormente poi per la perdita di tanto paese nel Bresciano e Bergamasco: nel qual tempo ancora, per attestato di Cristoforo da Soldo, il conte Jacopo Piccinino lor generale, alloggiato con grosso corpo di gente in Salò, lasciò divorar dalle sue soldatesche tutta quella Riviera e Lonado, e commettere ruberie e disonestà senza numero. Si aggiugneva la paura della potenza turchesca, accresciuta a dismisura dopo la presa di Costantinopoli e d'altri paesi cristiani. Dall'altro canto Francesco Sforza duca di Milano si sentiva troppo smunto per la guerra suddetta, penuriando spezialmente di pecunia, cioè dall'alimento più necessario a chi vuol mantener armate. Gli pungeva anche il cuore l'essere sul principio di marzo passato dal suo servigio a quel de' Veneziani Bartolomeo Coleone, insigne capitano di questi tempi, colle sue squadre. Però, trovata questa buona disposizione in amendue le parti, il religioso predetto con segretezza e prudenza dispose un buon concerto per la concordia. Il duca di Milano onoratamente confidò ai Fiorentini suoi collegati ogni progetto, i quali, inviato colà Diotisalvi Neroni, accudirono anch'essi al trattato. Ma i Veneziani, irritati contra del re Alfonso, per aver egli colle sue ripugnanze ad ogni accordo ridotti gli ambasciatori a partirsi di Roma senza conchiusione, non gli vollero far confidenza alcuna de' loro particolari maneggi. Perchè non pareva allo Sforza fra Simonetto bastante a sì grande affare (forse non doveva egli avere per sì grande opera mandato autentico), la repubblica veneta spedì con esso lui Paolo Barbo cavaliere[2989], che, travestito da frate minore, si portò a Lodi a trattarne colle facoltà occorrenti. Fu dunque nel dì 9 d'aprile in essa città di Lodi sottoscritta la pace fra i Veneziani e il duca di Milano, con lasciar luogo ad entrarvi al re, a' Genovesi, al marchese di Mantova e ad altri collegati[2990]. Ritenne in questa pace il duca la Geradadda, e restituì a' Veneziani tutto quanto avea preso nel Bresciano e Bergamasco. Il marchese rendè a Carlo Gonzaga suo fratello le castella che gli avea tolto. Per un articolo segreto restò in libertà il duca di ricuperar per amore o per forza le castella a lui occupate durante la suddetta guerra da Lodovico duca di Savoia, da Giovanni marchese di Monferrato e da Guglielmo suo fratello, e le tolte dai Correggeschi al marchese di Mantova.
Sdegnato il re Alfonso contro de' Veneziani, perchè, senza curar di lui, si fossero accordati collo Sforza, ricusò per un pezzo d'accettar quella pace. Vi si accomodò, come la necessità portava, il marchese di Mantova. Ma perchè era succeduto ai Correggeschi, al Monferrino e al Savoiardo quello ch'è intervenuto in altri tempi; cioè che i Veneziani aveano pensato più ai proprii che agli altrui interessi[2991]; lo Sforza, poco dopo la pace, spedì Tiberto Brandolino colle sue armi contra di loro, e gli obbligò a rendere il mal tolto: cioè passò Tiberio contra de' Monferrini, e si fece rendere varie terre pervenute alle lor mani. La concordia stabilita fra loro nel dì 17 di luglio si legge nel Corpo Diplomatico del signore Du Mont. Contro al duca di Savoia furono medesimamente inviati da una parte esso Brandolino, e da un'altra Roberto da San Severino, i quali cominciarono a stendere le loro scorrerie sino a Vercelli. Nel termine di tre giorni fece sì buon effetto il terrore delle lor armi, che tornarono alla divozion del duca Bassignana, Biandrate, Valenza, Bremide e tutti gli altri luoghi occupati nel Pavese e Novarese. Borgo di Sesia fu assediato, e costretto alla resa. Pertanto si sollecitò Lodovico duca di Savoia ad inviar ambasciatori per chiedere accordo. Questo fu stabilito, e il fiume Sesia fu da lì innanzi il confine dei loro Stati. Il Guichenone[2992] (io non so come) non ha avuta difficoltà a negare, che Francesco Sforza facesse per questo guerra al duca di Savoia, e giugne a chiamare adulazione del Corio il dirsi da lui[2993] che colla forza furono ricuperate quelle terre, adducendone per ragione l'essere stato compreso il duca di Savoia nella pace di Lodi, come collegato de' Veneziani e del re Alfonso. Però, secondo lui, il duca Francesco riebbe le terre suddette solamente per un trattato amichevole di accomodamento, sottoscritto nel dì 30 d'agosto di quest'anno, e pubblicato dal suddetto signore Du Mont. Ma il Corio altro non fa ne' racconti di questi tempi se non copiare il Simonetta, il quale ne sapeva ben più del Guichenone, e scriveva ciò che accadeva a' suoi giorni, e chiaramente parla della guerra suddetta: il che viene ancora confermato, da Cristoforo da Soldo[2994], autore non parziale e vivente in questi tempi. E però non è da dubitar d'essa guerra, a cui fu posto fine coll'accordo sopraccennato. Intanto perciocchè il re Alfonso stava renitente ad accettar la pace di Lodi, i Fiorentini e il duca di Milano trattarono e conchiusero lega co' Veneziani nel dì 30 d'agosto dell'anno presente, come apparisce dallo strumento riferito dal suddetto signore Du Mont[2995]. Alla qual lega aderirono dipoi Borso d'Este duca di Modena e Reggio e signor di Ferrara, e i Bolognesi. Fecero anche pace i Veneziani nell'aprile di quest'anno con Maometto imperadore dei Turchi. Fu poi spedita la suddetta lega de' Veneziani e principi menzionati, e portata dai respettivi ambasciatori alla corte romana, acciocchè il pontefice Niccolò si adoperasse per ridurre alla pace anche il re Alfonso, e farlo entrare nella lega medesima[2996]. Nè egli mancò dì inviare a Napoli con essi ambasciatori il cardinal Domenico Capranica, uomo di gran destrezza ed abilità per somiglianti affari.
NOTE:
[2985] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Manett., Vit. Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2986] Infessura, Diar., tom. eod. Raynaldus, Annal. Eccl.
[2987] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.
[2988] S. Antonin., Simonetta, Poggius, Cristoforo da Soldo ed altri.
[2989] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic.
[2990] Du Mont, Corp. Diplomat., tom. 3.
[2991] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.
[2992] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.
[2993] Corio, Istor. di Milano.
[2994] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLV. Indiz. III.
CALLISTO III papa 1. FEDERIGO III imperadore 4.
Era già da gran tempo malconcio per la podagra e chiragra il buon pontefice Niccolò V, e da qualche tempo ancora s'era familiarizzata con questi malori la febbre[2997]. Non la durò egli in mezzo a tanti nemici. Prima nondimeno di passare alla vera patria de' giusti, ebbe la consolazione d'intendere ch'era riuscito al cardinal Capranica d'indurre il re Alfonso nel dì 26 di gennaio dell'anno presente a ratificar la pace fatta in Lodi fra i Veneziani e il duca di Milano: cosa tanto bramata e procurata da esso pontefice. Motivo di maggiore allegrezza fu appresso l'avviso che lo stesso re era entrato nella lega de' Veneziani, Fiorentini e duca di Milano: per la quale si potea sperare unione di volontà e di forze per opporsi al torrente delle armi turchesche, minaccianti oramai l'Italia. In essa lega ebbe luogo il medesimo pontefice, ma dalla stessa Alfonso volle esclusi i Genovesi, Sigismondo de' Malatesti e Astorre dei Manfredi. Di questi suoi maneggi non potè poi cogliere alcun frutto il pontefice[2998], perchè nel dì 24 di marzo la morte il rapì, mentre egli facea dei preparamenti di gente e di navi per inviarle in soccorso de' cristiani contra del Turco. Sarà sempre in benedizione la memoria di questo insigne sommo pastore della Chiesa di Dio, per averla egli governata con prudenza, per essere stato pontefice disinteressato, lontano dal nepotismo, limosiniere, amatore e promotor della pace e delle buone lettere, e per le sue magnanime idee in tanti ornamenti accresciuti alle chiese e alla città di Roma, de' quali così il Manetti che il Platina[2999] ci han lasciata onorevol memoria; siccome ancora ultimamente l'abbate Giorgi nella di lui Vita. Molto di più era egli per fare, e soprattutto avea già disegnata la magnifica fabbrica della basilica vaticana; ma venne la morte ad interrompere il filo de' suoi giorni e de' suoi pensieri. Entrati i cardinali nel conclave, nel dì 8 d'aprile elessero papa Alfonso Borgia Valenziano, vescovo della sua patria, uomo attempato, e dottissimo nelle leggi civili e canoniche, il quale prese il nome di_ Callisto III_[3000]; nè tardò a mostrare un ardente zelo per far guerra al Turco, con ispedire legati a tutti i regni della cristianità, sì per movere i monarchi e principi a cotanto necessaria impresa, come ancora per raccogliere danari e predicar dappertutto la crociata. Ma a così bel mattino del novello pontefice vedremo che non corrispose la sera.
Dopo la pace e lega di sopra accennate s'avea oramai da godere un'invidiabil quiete; nè questa sarebbe mancata, se Jacopo Piccinino non l'avesse in qualche parte turbata[3001]. Era egli generale de' Veneziani, che gli pagavano cento mila ducati l'anno. Non abbisognando più il senato veneto di tanta spesa, ed essendo terminata la sua condotta nel fine di febbraio, il cassarono, e ben volentieri, per le innumerabili ribalderie de' suoi soldati, che ugualmente trattavano nemici ed amici[3002]. In suo luogo fu creato generale de' Veneziani Bartolomeo Coleone. Abbiamo scrittori, e massimamente Porcello Napoletano[3003], che esaltano alle stelle questo Piccinino, chiamandolo specialmente Fulmine della guerra. Nè può già mettersi in dubbio che egli fosse uno dei più prodi guerrieri e condottieri d'armi che s'avesse allora l'Italia; ma vero è altresì ch'egli fu poco diverso dai capitani delle compagnie de' masnadieri, da noi veduti nel precedente secolo. Viveva egli alle spese di chi non era suddito, e si guadagnava l'amore de' soldati suoi con dare l'impunità a tutte le ruberie e furfanterie, e a qualsivoglia altro loro eccesso. Ora il Piccinino, licenziato dai Veneziani, si partì dai loro Stati, ed avendo preso in sua compagnia Matteo da Capoa, formato un corpo di più di tre mila cavalli e di mille fanti[3004], venne a Ferrara, dove grande onore gli fu fatto dal duca Borso, perchè la politica insegnava di non disgustare, anzi di aver per amici personaggi di tal fatta, che andavano in traccia della buona ventura con forze da non isprezzare. Nudriva Jacopo Piccinino speranza di far rivoltar Bologna[3005], città già signoreggiata da Niccolò suo padre. Ma, preveduti per tempo i di lui movimenti, il pontefice Niccolò, allora vivente, avea pregato Francesco Sforza duca di Milano che inviasse gente colà per isventare qualunque tentativo che potesse far questo venturiere. Vi spedì egli Corrado Fogliano suo fratello uterino, e Roberto da San Severino con un corpo di gente poco inferiore a quello del Piccinino: lo che fu cagione che questi non osasse di far novità, e che i Malatesti e Manfredi, i quali dianzi per paura erano in segreto accordo con lui, si ritirassero da ogni promessa a lui fatta. Perciò il Piccinino continuò il suo viaggio verso la Toscana, e andò a fermarsi su quello di Siena. Avea egli de' conti particolari co' Sanesi. Oltre a ciò, Porcello Napoletano avea intronata la testa del re Alfonso con tanti elogi della bravura e mirabil prudenza militare del Piccinino, che il re cominciò segretamente e poi pubblicamente a favorirlo, e a desiderare d'averlo a' suoi servigi. Era anche il re disgustato de' Sanesi, perchè nella guerra co' Fiorentini l'avevano beffato; e però non gli dispiaceva che il Piccinino facesse loro del male. Infatti egli mosse lor guerra, ed avendoli trovati sprovveduti[3006], s'impadronì di Cetona, di Sartiane e d'altri castelletti, con istendere dappertutto le scorrerie. Raccomandaronsi i Sanesi al papa, a Venezia, a Firenze, a Milano. Tutti mandarono gente in loro aiuto, e si venne poi ad un fatto d'armi, senzachè alcuna delle parti cantasse la vittoria. Tuttavia il Piccinino, siccome inferior di gente[3007], si ritirò a Castiglion della Pescaia, che era del re Alfonso, ed ebbe anche a tradimento Orbitello. In questa picciola guerra non men le sue milizie che quelle dei collegati rimasero disfatte, ed egli si ridusse avere non più che mille persone. Se non era il re Alfonso che gli mandasse vettovaglie per mare, questo sì manesco guerriero non poteva più sussistere. Sul principio di luglio[3008] Giovanni d'Angiò, duca di Calabria di solo nome, e figliuolo del re Renato, veggendo estinta ogni sua speranza di entrare nel regno di Napoli per cagion della pace fatta da' Fiorentini col re Alfonso, rinunziò al generalato di quella repubblica, e, splendidamente regalato da essi Fiorentini, se ne tornò in Francia, e passò per Bologna. Giberto da Correggio, che con cinquecento cavalli era ito al servigio de' Sanesi, e preso da loro per generale, scoperto che teneva segreta intelligenza col Piccinino, qual traditore fu in Siena ucciso. In quest'anno ancora il re Alfonso, per l'odio che portava a' Genovesi, fece loro gran guerra per mare[3009] con una grossa flotta spedita sotto il comando di Bernardo Villamarino, ed anche per terra co' fuorusciti Adorni e del Fiesco. Pietro da Campofregoso doge di quella repubblica contra di tutte queste forze si seppe così ben sostenere, che andarono in fumo tutti gli sforzi de' suoi nemici.
NOTE:
[2995] Du Mont, Corp. Diplom., tom. 3.
[2996] Raynaldus, Annal. Eccles. Manetti, Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2997] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2998] Manetti, Vit. Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2999] Platina, in Vita Nicolai V.
[3000] Gobelin., Comment. Pii II, lib. 2. S. Antonin., Platina, Æneas Sylvius, et alii.
[3001] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[3002] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[3003] Porcelli, Comment., tom. 20 Rer. Ital.
[3004] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3005] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.
[3006] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.
[3007] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[3008] Cronica di Bologna, tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCCLVI. Indiz. IV.
CALLISTO III papa 2. FEDERIGO III imperadore 5.
Fu questo finalmente anno di pace. Restava tuttavia lo Stato di Siena involto nella guerra per cagion di Jacopo Piccinino, che s'era afforzato ad Orbitello[3010]. Inviarono bensì i Sanesi le lor milizie colle poche de' collegati rimaste in aiuto loro all'assedio di quella terra; ma apparenza non v'era di poterlo cacciare di là. Pertanto i Sanesi inviarono Enea Silvio celebre lor vescovo a Roma a pregare il papa che interponesse gli uffizii suoi paterni presso il re Alfonso, acciocchè si mettesse fine a questa briga, che troppo li smugneva e pesava lor sulle spalle. Accompagnato dunque dai ministri pontificii passò Enea a Napoli, e con tale eloquenza e destrezza si maneggiò, che il re si accordò e comandò al Piccinino di lasciare in pace i Sanesi[3011]. Venti mila fiorini pagati ad esso Piccinino servirono a fare ch'egli restituisse ai Sanesi le lor terre; dopo di che se ne andò egli in regno di Napoli a' servigi del re Alfonso nel dì 8 di ottobre, da cui fu posto a quartiere in Cività di Chieti in Abbruzzo colla paga di mille e ducento cavalli e secento fanti. Attesta inoltre Neri Capponi[3012] aver avuto esso Piccinino certa provvisione dal papa e dai Sanesi: tanto vi voleva per quetar questo masnadiere. Maggiormente poi si strinse nell'anno presente l'amicizia ed unione del suddetto re Alfonso con Francesco Sforza duca di Milano[3013], stante l'avere il duca promessa Ippolita Maria sua figliuola in moglie ad Alfonso primogenito di Ferdinando duca di Calabria, e nipote dello stesso re. Similmente si conchiusero gli sponsali d'Isabella (ossia, come vuole il Simonetta[3014] col Corio[3015], Leonora) d'Aragona, figliuola d'esso duca di Calabria, con Sforza Maria terzogenito del duca Francesco. Imperciocchè Galeazzo Maria suo primogenito avea già contratti altri sponsali con Susanna, da altri appellata Dorotea, figliuola di Lodovico marchese di Mantova, e al secondogenito, cioè a Filippo Maria, era stata obbligata in moglie Maria figliuola di Lodovico duca di Savoia. Così Francesco Sforza pensava a moltiplicare ed assodar la sua stirpe con tanti maritaggi.
Armò in quest'anno il pontefice Callisto III alquante galee per la sospirata spedizione contra de' Turchi[3016]; ma a lui vennero a poco a poco mancando gli aiuti degli altri principi cristiani. Il re di Francia neppur volle che si predicasse la crociata nel suo regno. I Veneziani, essendo in pace col Turco, si scusarono. Avrebbono i Genovesi vigorosamente accudito a questa impresa, se il re Alfonso non avesse proseguita contra di loro la guerra. Avea sulle prime esso re fatto credere di voler egli in persona andar contro ai Turchi, ed essere ammiraglio delle forze cristiane. Si ridusse infine tutta questa sparata a rivolgere contra de' Genovesi la flotta da lui preparata in Catalogna e Valenza, con protestare di voler prima domar l'alterigia de' Genovesi; il che fatto, volterebbe le prore verso la Turchia. E per quanto s'adoperasse papa Callisto, non potè rimuoverlo da questo proponimento. Diedero poi le sue navi il guasto alla riviera di Genova, senza nondimeno far paura per questo alla città. Provvide Iddio in altra maniera al bisogno della cristianità, perchè, trovandosi l'Ungheria in evidente pericolo d'essere ingoiata da' Turchi, in quest'anno gli Ungheri riportarono una insigne e miracolosa vittoria contra dell'immenso loro esercito verso Belgrado. Spedito anche Lodovico Scarampo cardinale di San Lorenzo in Damasco colle galee pontificie nell'Arcipelago, ricuperò tre isole dalle mani de' Turchi, e recò loro altri danni. Nel febbraio di quest'anno papa Callisto promosse alla sacra porpora Rodrigo Borgia suo nipote, che poi fu Alessandro VI papa. E nel dicembre fece un'altra promozione di cardinali, fra i quali si distinse Enea Silvio de' Piccolomini Sanese, vescovo della sua patria, uno de' più felici ingegni che si avesse allora l'Italia. Dall'Infessura[3017] è riferita tal promozione all'anno seguente. Parve che Iddio mostrasse il suo sdegno in quest'anno contra del re Alfonso, seppure è lecito a noi di facilmente interpretare così i giudizii divini, allorchè non sopra i delinquenti re, ma sopra gl'innocenti popoli si scarica il flagello, delle calamità[3018]. Nel dì 5 di dicembre e in altri susseguenti giorni un sì terribil tremuoto scosse la terra nel regno di Napoli, che fu creduto non essersi da più secoli indietro provato un somigliante eccidio in quelle contrade. Caddero in Napoli molte chiese, torri e case colla morte di molte persone. Benevento, Sant'Agata, Brindisi, Ariano, Ascoli, Campobasso, Avellino, Cuma ed altre terre rimasero affatto diroccate e distrutte. Ad Aversa cadde il castello e la chiesa di San Paolo, il campanile e varie case, e le torri del Passo. Nocera di Puglia, Gaeta e Canosa per la metà furono rovesciate[3019]. Tralascio i danni di tante altre terre e luoghi. Le persone morte sotto le rovine chi le fece ascendere sino a cento mila, con esserne perite nella sola città di Napoli, per attestato d'alcuni, venti o trenta mila. Probabilmente non vi perì tanta gente; contuttociò fu questa una delle maggiori calamità che mai toccassero a quel regno. Nè si dee tacere che nei precedenti mesi di giugno e di luglio[3020] si era veduta in Italia una gran cometa, che fu creduta dalla buona gente foriera della suddetta spaventosa disgrazia. Anche in Toscana tra Firenze e Siena, nel dì 22 d'agosto[3021], un terribile sconcerto nell'aria avvenne. Nuvoli neri, dieci sole braccia alti da terra, si raunarono, e poscia, scoppiando in baleni e fulmini, mossero vento sì impetuoso, che portò via i tetti delle case e chiese; molte ancora ne abbattè, sbarbicò dalle radici gran copia d'alberi, uccise animali, e trasportò uomini e carra colle bestie ben lontano da un luogo all'altro per aria: lagrimevole spettacolo, inferiore nulladimeno allo spaventoso che a' giorni nostri accadde nella stessa guisa, ma colla giunta del fuoco, al territorio di Trecenta sul Ferrarese, e a' luoghi circonvicini.
NOTE:
[3009] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 15. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[3010] Gobelin., Comment. Pii II Papae.
[3011] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.
[3012] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[3013] Giornal. Napoletani, tom. 21 Rer. Ital.
[3014] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.
[3015] Corio, Istoria di Milano.
[3016] Raynaldus, Annal. Eccles.
[3017] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[3018] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Æneas Sylvius, in Epist. 207. S. Antonin., et alii.
Anno di CRISTO MCCCCLVII. Indiz. V.
CALLISTO III papa 3. FEDERIGO III imperadore 6.
Non lasciò il re Alfonso passare questo anno senza tenere in esercizio l'armi sue. Accanito contra Pietro da Campofregoso doge di Genova, a tutte le maniere il volea atterrare, e rimettere in Genova gli Adorni, co' quali probabilmente era in concerto di divenir poi egli padrone di quella sì importante città. Seguitò dunque a danneggiare i Genovesi; e questi, senza perdere il coraggio, armarono anch'essi molti legni per ripulsare la forza. Nè, per quanto dicesse o facesse il papa, volle Alfonso desistere, allegando sempre che n'erano in colpa i Genovesi medesimi. Ma in questi tempi la storia di Genova è mancante di scrittori: laonde poco si sa di quegli avvenimenti. Nè questo gli bastò. Era egli in collera anche contra di Sigismondo Malatesta signore di Rimini e Fano[3022], perchè questi, siccome già accennai, preso al suo soldo nella guerra co' Fiorentini, lo avea burlato con passare al servigio degli stessi Fiorentini, e truffargli trenta ossieno quaranta mila fiorini d'oro. Ordinò dunque Alfonso a Federigo duca di Urbino, soldato suo, che attaccasse lite con esso Sigismondo. Fu ubbidito. Il re poi gli mandò in aiuto Jacopo Piccinino colla sua brigata di cavalleria e fanteria. Cominciarono essi le offese nel mese di novembre, tolsero al Malatesta alcune castella, e gli recarono molti altri danni. Non poca apprensione agli altri principi d'Italia diedero questi movimenti d'Alfonso, temendo ch'egli avesse delle mire più vaste. Francesco Foscari doge di Venezia era già pervenuto all'età decrepita[3023]. Prima ancora di questi tempi avea dovuto inghiottire varie amare pillole di disgusti a lui dati dalla nobiltà sua compagna nel governo, a cagione di Jacopo suo figliuolo, cervello torbido, e che si metteva sotto i piedi le leggi della patria. Più d'una volta per questo egli avea chiesta licenza di rinunziare la sua dignità, ma senza essere esaudito, in considerazione de' molti meriti suoi colla repubblica. Tempo arrivò ch'egli, lontano dall'abbandonar il trono, fu forzato ad abbandonarlo. Sotto pretesto ch'egli a cagion della sua età non fosse più atto al governo, gl'intimarono di rinunziare. Ricusò ben egli di farlo; ma, ciò non ostante, il consiglio procedette innanzi, e, dichiaratolo deposto, nel dì 23 d'ottobre il rimandarono per forza alla sua casa, non senza grave mormorio del popolo, con assegno fattogli di due mila ducati d'oro l'anno finchè vivesse[3024]. Visse nondimeno pochissimo, perchè, all'udire il lieto suono delle campane per la creazion del nuovo doge, tale affanno di cuore il prese, che gli crepò una vena nel petto, oppure per altro malore terminò i suoi giorni. Fu dunque in sua vece eletto doge Pasquale Malipiero, procuratore di San Marco, che colla gravità e bella presenza, e coll'amore della giustizia accoppiava non poca carnalità e lascivia. Per la di lui creazione di grandi feste furono fatte in Venezia.
Le maggiori applicazioni del vecchio papa Callisto III erano in questi tempi per commovere i principi cristiani ed anche i Persiani contro del Turco, che sempre più andava stendendo le ali[3025]. Il cardinale Lodovico suo legato colla sua picciola flotta diede in quest'anno delle busse sotto Metelino a que' Barbari; picciolo rimedio a male sì grande. Ma poco o nulla si sbracciavano i re e principi della cristianità per secondare le idee e preghiere del papa; ed essendo morto Ladislao re d'Ungheria e di Boemia, que' popoli e l'imperador Federigo, in vece di accudire alla guerra contra il comune nemico, la cominciarono fra loro. Intanto andava ogni dì più crescendo la discordia fra papa Callisto e il re Alfonso. Si credeva il re di poter fare il padrone addosso a questo pontefice, perchè nato suo suddito, e sparlava anche di lui. Callisto, all'incontro, non voleva essere signoreggiato, nè potea sofferire che Alfonso, dopo il preso impegno della crociata contro de' Turchi, si burlasse di lui, con avere piuttosto rivolte le sue armi contra de' Genovesi e de' Malatesti. Però gli negò l'investitura del regno di Napoli per don Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo bastardo, benchè legittimato da' papi precedenti: il che irritò forte Alfonso. I tremuoti dell'anno antecedente ed altri provati in Calabria anche nel presente, e il turbine già accennato della Toscana, e la peste che tuttavia andava girando per l'Italia e mietendo le vite degli uomini, dovettero essere i motivi, per li quali un frate Gian Batista dell'ordine de' Predicatori, che portava una barba lunghissima, e camminava a piè nudi, pubblicamente predicò in Piacenza nel dì 6 di luglio[3026], che s'avvicinava la venuta dell'Anticristo e il fine del mondo, allegando una simil predizione fatta da san Vicenzo Ferrerio. Alla più lunga si dovea verificar questa predizione nell'anno 1460. Se si sia verificata, ognuno può renderne buona testimonianza.
NOTE:
[3019] Platina, in Vita Callisti III.
[3020] Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[3021] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.
[3022] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3023] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[3024] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[3025] Raynaldus, Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCCLVIII. Indiz. VI.
PIO II papa 1. FEDERIGO III imperadore 7.
Talmente avea il re Alfonso angustiata la città di Genova, pretendendo sempre che Pietro da Campofregoso doge dimettesse il governo, e che a' fuorusciti Adorni fosse restituita ogni loro libertà e diritto[3027]; che esso doge, non trovando chi tra' principi volesse alzare un dito in sua difesa, nel febbraio di quest'anno per disperazione si appigliò alla risoluzion di dare piuttosto ad altri, che al re Alfonso suo nimico, la città di Genova. Trattò dunque per qualche tempo con Carlo VII re di Francia, e finalmente conchiuse, col consenso de' principali cittadini, di dar essa città a quel re con varii patti e privilegii del popolo genovese. Pertanto dopo aver eglino spediti ambasciatori al re Carlo, arrivò a Genova Giovanni d'Angiò figliuolo del re Renato, quello stesso che poco fa abbiam veduto in Italia generale de' Fiorentini. A lui fu consegnata Genova insieme col castelletto e colle altre fortezze di Genova e del Genovesato, nel dì 11 di maggio. Con questo contratto s'era immaginato quel popolo d'aver comperata la quiete, giacchè non si sapea persuadere che il re Alfonso volesse da lì innanzi cozzare con un re sì possente, qual era il re di Francia loro signore. Tutto il contrario avvenne. Alfonso maggiormente irritato, perchè s'avvide essersi quel popolo privato della libertà, per non cedere punto ai di lui voleri, e per fargli dispetto, più che mai s'accese di voglia di soggiogar quella città: al che continuamente ancora l'incitavano i fuorusciti Adorni, Fieschi e Spinoli. Avendo perciò inviate venti navi cariche di soldatesche e d'ogni sorta di munizione, ed inoltre dieci galee ben armate, al suo ammiraglio, cioè a Bernardo Villamarino, che con altre venti galee era svernato a Porto Delfino, ordinò di procedere contro la città di Genova. Nello stesso tempo, unite altre sue milizie a quelle che poterono mettere insieme gli Adorni e gli altri fuorusciti, volle che anche per terra se ne formasse l'assedio. Per la lunga passata guerra si trovavano allora non poco infievoliti i Genovesi: tuttavia animati dalla natia loro bravura, e dall'antico odio contra de' Catalani, si accinsero validamente alla difesa. Nè il duca Giovanni regio lor governatore, nè Pietro Fregoso ommisero diligenza e riparo alcuno per resistere a tanta tempesta. Dio sa nondimeno come sarebbe terminata quella tempesta. Onde meno se l'aspettavano venne loro il soccorso; e questo fu la morte dello stesso re Alfonso. Appena ne fu giunto l'avviso, che la nemica flotta si sciolse, chi come fuggendo a Napoli, e chi tornando a Barcellona. Nè fu men presto a ritirarsi l'esercito di terra; ed essendo da lì a qualche tempo mancati Barnaba e Rafaello Adorni, fu creduto che l'eccessiva doglia di aver perduto nell'amico re un gran protettore, ed insieme il vedere andata in fumo la speranza di conseguir una vittoria ch'essi si tenevano in pugno, servisse ad abbreviare i lor giorni. Tuttavia la città di Genova, ancorchè liberata dall'assedio, rimase in cattivissimo stato, perchè le fatiche sofferte e la carestia patita dal popolo in quell'assedio, furono seguitate da una grave epidemia, ossia peste, che fece strage di assaissime persone.
Giunse dunque al fine di sua vita Alfonso re d'Aragona, Valenza, Sicilia e Napoli, nel dì 27 di giugno dell'anno presente[3028], principe di gran fama ai suoi tempi non meno per la felicità della sua mente e della sua rara prudenza, che pel valore, per la liberalità e per l'amore delle lettere e de' letterati, che non mancarono di esaltar le sue lodi, e fra gli altri Enea Silvio, Antonio Palermitano suo segretario, Bartolomeo Fazio, che scrisse la sua Vita, Giorgio da Trabisonda e Lorenzo Valla. Ma cotante sue belle doti non andarono disgiunte da una sfrenata ambizione, da una scandalosa lascivia, e da una smoderata indiscretezza in aggravar di taglie, e gabelle i suoi popoli, oltre al voler fare da papa ne' suoi regni, con vender anche i benefizii ecclesiastici, se pure è vero ciò che narrano alcuni. Racconta il vivente allora santo Antonino[3029], ch'egli prima di morire consigliasse Ferdinando suo figliuolo a tenere un governo opposto al suo, cioè a levar tutti i dazii ed aggravii da lui aggiunti agli antichi, e che onorasse più i regnicoli e gl'Italiani, che gli Aragonesi e Catalani; e che in fine mantenesse la pace da lui fatta col papa e colle altre potenze. Perchè era privo di figliuoli legittimi, lasciò il regno di Napoli, come sua conquista, a don Ferdinando ossia Ferrante suo figliuolo spurio, ma legittimato dai papi; gli altri suoi regni di Sicilia, Aragona e Valenza, secondo la disposizion di Ferdinando suo padre, a Giovanni re di Navarra, suo fratello. Per la morte di lui, e per la successione del re Ferdinando, niun movimento, niuna novità seguì nel regno di Napoli. Ne avvenne bensì in Roma. Papa Callisto III, nel cui animo si crede che allignasse un vecchio odio contra d'Alfonso, benchè nato egli fosse in Valenza, città d'esso re, ma che in vita di lui non osò di prorompere in forma pubblica, si dichiarò tosto contrario a Ferdinando, con pretendere devoluto quel regno alla santa Sede, e con vietare a Ferdinando il prendere titolo di re. Cominciò inoltre a muovere cielo e terra, e a tener pratiche nel regno e co' principi d'Italia per fargli guerra. Spezialmente di larghe offerte inviò a Francesco Sforza duca di Milano per averlo dalla sua, ma ritrovollo tutto favorevole a Ferdinando. E qui combattono gli scrittori secondo le loro parzialità, cercando alcuni di giustificare e far comparire buono zelo la risoluzion di Callisto in voler suscitare nuove guerre in Italia, ed altri aggravando forte la memoria di lui pel preparamento di questa guerra. Quando fosse vero che Callisto ad altro non pensasse che all'ingrandimento de' suoi nipoti, nell'amor de' quali, dicono ch'egli era perduto[3030], avendo anche promosso alla sacra porpora due d'essi non degni di sì riguardevole dignità, e creato Pietro, altro suo nipote, duca di Spoleti, generale delle armi pontifizie, prefetto di Roma e castellano di Sant'Angelo, uomo anch'esso pieno di vizii, come anche furono altri suoi nipoti, per attestato d'Enea Silvio[3031]: quando, dico io, fosse ciò vero, e le mire sue andassero a far passare la corona di Napoli in esso Pietro suo nipote, come scrisse il Simonetta; lodi chi può un sì fatto pontefice. E il dire che egli potè pensare a sostener le ragioni del re Giovanni, fratello del defunto Alfonso, oppur quelle di Renato d'Angiò, è un dir nulla, perchè Callisto nulla mai parlò di loro; nè il re Giovanni si prese cura alcuna di Napoli, e neppur vi potea pretendere; e l'avere il papa esibita al duca di Milano una parte di quel regno, toglie il luogo di credere ch'egli pensasse all'esaltazione degli Angioini.
Irritato Ferdinando da quanto pubblicamente e segretamente operava Callisto contro di lui, fu vicino a dar di piglio alle armi. Tuttavia si ritenne, e cercò solamente di placare il papa con ambascierie e lettere, che tuttavia niun buon effetto produssero in un pontefice, benchè vecchio, pieno di fuoco, il quale solea dire[3032]: Essere proprio solamente degli uomini dappoco l'aver paura de' pericoli; e che i pericoli sono il campo onde si raccoglie la gloria. Ma venne la morte a dissipar tutti questi nuvoli. Cioè nel dì 8 di agosto (l'Infessura[3033] dice nel dì 6) mancò di vita papa Callisto III, lodato dal Poggio, dal Platina e da altri, massimamente per la sua gran liberalità verso de' poveri: con che Ferdinando restò libero dal pericolo di una grave tempesta. Dai cardinali entrati in conclave restò poscia eletto papa il cardinale Enea Silvio, nato in Corsignano, distretto di Siena, alla qual terra diede, col tempo il titolo di città e il nome di Pienza. Era egli vescovo della città suddetta sanese, e prese il nome di Pio II, personaggio d'eminente letteratura, e già celebre, non solamente per li suoi scritti, per la sua eloquenza, erudizione e vivacità d'ingegno, ma anche per la sua abilità negli affari del mondo, ne' quali da gran tempo fu impiegato: intorno a che si può vedere Giovanni Gobellino ne' Commentarii di Pio II (seppur d'essi non fu autore lo stesso Pio II), il Platina e Gian Antonio Campano nella di lui Vita. Sommamente applaudita fu l'elezione di quest'insigne uomo, succeduta, secondo il Platina[3034], nel dì 20 d'agosto, ovvero, come ha la storia di Siena[3035], nel dì 21; oppure come scrivono l'Infessura e l'autore della Cronica di Bologna[3036], nel dì 19 d'agosto, e non già nel dì 3 di settembre, come pare che voglia il Rinaldi[3037], nel qual giorno bensì fu egli coronato nella basilica lateranense. Altri hanno scritto[3038] nel dì 23 ovvero 27 d'agosto; intorno a che io lascerò disputar ad altri, essendo non di meno mirabile questa discordia in un fatto sì cospicuo degli ultimi secoli. Le prime e maggiori applicazioni di questo pontefice furono la guerra contro al tiranno di Oriente: al qual fine intimò tosto una dieta, da tenersi in Mantova nell'anno prossimo dagli ambasciatori di tutta la repubblica cristiana[3039]. Per disporre a ciò anche Ferdinando re di Napoli, condiscese nel mese di ottobre ad annullar tutti gli atti fatti dal suo predecessore contra di lui, e formare con esso re una capitolazione ad esso lui vantaggiosa. Avea Jacopo Piccinino capitano di Ferdinando occupate, dopo la morte di papa Callisto, le città di Assisi e Nocera, Gualdo ed altre terre. In vigore di esso accordo furono queste dipoi restituite alla Chiesa romana, siccome ancora la città di Benevento, già occupata dal re Alfonso.
NOTE:
[3026] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.
[3027] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[3028] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Blondus, Surita, Fazellus, et alii.
[3029] S. Antoninus, P. III, tit. 22.
[3030] Raynald., Annal. Eccles. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic. Surita, Pontanus, et alii.
[3031] Æneas Sylvius, Epist. 269.
[3032] Gobellin., Comment., lib. I. S. Antonin., Par. III, lib. 22, cap. 16.
[3033] Infessur., Diar. P. XI, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLIX. Indiz. VII.
PIO II papa 2. FEDERIGO III imperadore 8.
Tale era l'ardore del pontefice Pio II per promuovere l'unione de' principi cristiani contro il nemico comune, che il rigore del verno nol potè impedire dal mettersi in viaggio nel dì 22 di gennaio[3040] alla volta di Mantova, scelta per luogo del congresso, a cui erano stati preventivamente invitati. Vedesi descritto il suo viaggio dal Gobellino e dall'autore della Cronica di Bologna[3041]. Fermossi a Perugia tre settimane, avendo quivi ricevuto onori immensi. Passò a Siena nel dì 24 di febbraio, accolto ivi ancora con somma magnificenza da' suoi concittadini, verso i quali volendo esercitare la sua gratitudine, eresse in arcivescovato la chiesa di Siena. Arrivò a Firenze nel dì 25 d'aprile con gran festa di quel popolo; nel qual tempo passò a miglior vita Antonino arcivescovo di quella città, riguardevole letterato del presente secolo, che per la santità de' suoi costumi e delle singolari sue virtù meritò di essere registrato nel ruolo de' santi[3042]. Prima ancora del papa era giunto a Firenze Galeazzo Maria Sforza, primogenito di Francesco duca di Milano, spedito con pomposo accompagnamento di nobiltà, guardie e famiglia, affin di baciare, a nome del padre, i piedi a sua Santità. Per onorar questo giovinetto principe non lasciarono indietro i Fiorentini alcun solazzo e spettacolo, anche di grande spesa: tanta era l'amicizia ed attaccamento che essi professavano al duca. Pervenne Pio II da Firenze a Bologna nel dì 9 di maggio, prevenuto colà dallo stesso giovane Sforza nel dì 6 d'esso mese. Fu ricevuto il papa con singolar pompa da quel popolo, e, presentategli le chiavi della città, le restituì agli anziani. Poscia nel dì 16 del mese suddetto, partito di là in barca, arrivò fuori di Ferrara al monistero di Sant'Antonio, dove prese riposo sino al dì 18, in cui fece la solenne sua entrata[3043] nella città, servito da innumerabil nobiltà, e massimamente dal signore, cioè da Borso d'Este duca, il quale procurò, colla varietà e magnificenza delle feste e degli apparati, di superar ogni altra città per dove era passato il pontefice; giacchè dal lato di sua madre si gloriava d'essere suo parente. Colà pervenne ancora il prelodato principe Galeazzo Maria. Fu nel dì 24 di maggio la festa del Corpo del Signore, e volle lo stesso pontefice far la funzione della sacra processione. Forse non s'era mai veduta Ferrara sì luminosa per l'immensa quantità di nobili e di popoli accorsi per vedere o per onorare il vicario di Cristo. Partitosi poi nel dì seguente il papa, fu accompagnato con vaghi bucentori sino ai confini del Mantovano, daddove passò a Mantova. In quella dieta cominciò a far uso della sua eloquenza per muovere l'assemblea ad una poderosissima spedizione contra dei Turchi, sollecitando intanto i re e principi ad inviare colà i loro ambasciatori, che tardavano molto a venire.
Non lieve remora a cotale impresa cominciò a provarsi per la guerra insorta fra il re Ferdinando e molti baroni del regno, i quali, quantunque, per ordine di papa Pio, Ferdinando fosse stato coronato re di Napoli dal cardinale Latino Orsino nel dì 11 di febbraio in Barletta[3044], pure avrebbono più volentieri veduto su quel trono Giovanni duca di Angiò, governatore allora di Genova a nome di Carlo VII re di Francia[3045]. Il primo a sfoderar la spada fu Gian-Antonio Orsino, principe di Taranto, il più potente e ricco principe allora del regno, a cagion di tante terre ch'egli possedeva, e di cento mila ducati d'oro che soleva pagargli la camera regia pel mantenimento delle sue truppe. Ossia che il re Ferdinando fosse il primo a lasciar trasparire un mal animo verso la di lui grandezza, ed occupasse alcune castella di lui; che il poco fa mentovato Giovanni duca d'Angiò figliuolo del re Renato movesse l'Orsino a ribellione; oppure che esso Gian-Antonio ed altri baroni regnicoli mirassero di mal occhio Ferdinando, principe di mente e d'animo, e più di nascita, dissomigliante dal re Alfonso suo padre: certo è che fra esso principe di Taranto e il re Ferdinando in quest'anno si diede qualche principio alla guerra distesamente narrata da Gioviano Pontano, celebre letterato napoletano di questi tempi, ma che da me vien sol toccata di passaggio. Cessò questa fra poco mercè di una convenzione, ma non cessò l'odio conceputo da Gian-Antonio contra del re. Era, siccome dissi, governatore di Genova pel re di Francia il suddetto Giovanni duca d'Angiò, e credendo egli venuto il tempo di tentare l'impresa di Napoli prima che Ferdinando si assodasse sul trono, e tanto più perchè teneva buona intelligenza con alcuni baroni del regno; cominciò a preparar gente e danaro[3046]. Avvertitone Ferdinando da Francesco duca di Milano, contra d'esso Giovanni suscitò Pietro da Campofregoso, già doge di Genova, che si trovava mal corrisposto, e perciò malcontento de' Franzesi, ai quali avea ceduta Genova. Questi per terra andò all'assedio di Genova accompagnato da quelle forze che potè raunar co' fuorusciti nel mese di febbraio. Ma dacchè si avvide andar ben d'accordo i cittadini coi Franzesi, si ritirò a Chiavari per aspettar tempo più propizio. E il Villamarino inviato nel mare dal re Ferdinando, accortosi anch'egli d'essersi armate dai Genovesi dieci galee per dargli addosso, se ne ritornò indietro. Verso il fine di agosto arrivarono a Genova dodici galee, mandate dal re Renato signor di Provenza al duca Giovanni suo figliuolo, colle quali unitesi le dieci de' Genovesi e tre loro vascelli, fecero vela, e andarono a Porto Pisano. Allora fu che a Pietro da Campofregoso parve più propria la occasione di assaltar Genova, rimasta alquanto sfornita di gente[3047]; e però nel dì 13 di settembre improvvisamente di notte s'accostò alla città, e, data la scalata alle mura, vi s'introdusse con alcune schiere de' suoi. Venuto il giorno, ancorchè si trovasse deluso dalla conceputa speranza che quei della sua fazione si sollevassero in aiuto suo, pur venne coraggiosamente alle mani co' Franzesi; ma vi lasciò la vita, e quei che erano entrati, furono o morti o presi; e al resto di sua gente, inseguita dai vincitori, toccò la stessa disavventura. Scrive Cristoforo da Soldo[3048] che il duca di Milano avea mandato in aiuto del Fregoso settecento cavalli sotto il comando di Tiberto Brandolino, e che anch'essi andarono via sconfitti. Il Simonetta seppe ben dissimular questo fatto. Sbrigato da questo nemico il duca Giovanni, volò a raggiugnere la sua flotta, con animo di trasferirsi in Calabria, dove tenea corrispondenza con Antonio Santiglia marchese di Cotrone, il quale gli avea fatto sperare lo acquisto di tutta la Calabria. Ma Ferdinando, scoperto l'affare, prevenne il colpo, con far prigione lo stesso marchese, ed essendo poi passato in Calabria a metter l'assedio a Catanzaro, ivi lasciò morti molti de' suoi senza potersene impadronire. Nel dì 5 d'ottobre arrivò colla sua armata navale il duca Giovanni a Napoli. La regina Isabella, donna prudente, essendo il re in Calabria, mosse il popolo alla difesa, di maniera che Giovanni, non vedendo movimento alcuno, se non nemico, nella città, se ne andò a Castello-a-mare del Volturno, dove fu ben ricevuto da Marino Marzano, principe di Rossano e duca di Sessa, che alzò le bandiere d'Angiò. De' suoi fatti meglio parleremo all'anno seguente.
Mentre questa briga era nel regno di Napoli, stando il pontefice Pio II in Mantova, arrivarono colà gli ambasciatori di varii principi e di molte teste coronate; e in persona vi comparve Francesco Sforza duca di Milano, menando seco un grandioso accompagnamento, e fu accolto con distinto amore ed onore dal pontefice e da Lodovico marchese di Mantova. Per lui recitò in quella pubblica assemblea un'orazione Francesco Filelfo, uno allora dei primi letterati d'Italia, che riscosse l'ammirazione d'ognuno, e fin dallo stesso papa, il quale nell'eloquenza latina non cedeva ad alcuno. In questi tempi tuttavia Federigo conte d'Urbino e Jacopo Piccinino erano addosso a Sigismondo Malatesta signore di Rimini colle male parole[3049]. Cinquantasette castella gli aveano tolto, delle quali ne misero a saccomano ed abbruciarono trentasette. Lo avrebbono fors'anche ridotto agli ultimi sospiri; ma fu creduto che il Piccinino, guadagnato sottomano con regali, non gli volesse far quel male che potea. Sigismondo, trovandosi a mal partito, altro rifugio non ebbe che di ricorrere a Mantova per pregare il papa d'interporsi affine di ottenergli pace. Ossia che Pio, come vuole il Gobellino[3050], arbitrasse egli; oppure, come ha la Cronica di Bologna, che fosse rimesso l'affare per ordine del pontefice al duca di Milano, suocero bensì di esso Malatesta, ma con ragione disgustato di lui: certo è che fu pronunciato il laudo, per cui restò obbligato Sigismondo a restituire al conte d'Urbino la Pergola ed altre terre a lui tolte, e a pagare in varie rate al re di Napoli quaranta mila ducati d'oro ch'egli avea truffato al re Alfonso, e di dare, per sicurezza di tal pace, al papa in deposito la città di Sinigaglia e il vicariato di Mondavio. Dura fu la legge, ma la necessità l'obbligò ad accomodarvisi. Così, ricuperate le sue castella, ebbe pace, ma pace comperata ben cara. Merita Poggio dei Bracciolini Fiorentino, segretario di quella repubblica, e letterato insigne di questi tempi, che si faccia menzione della sua morte, accaduta nell'anno presente a dì 30 di ottobre[3051], con lasciar dopo di sè molte opere e gran nome. Mancò pure di vita in Napoli Gianozzo Manetti, parimente Fiorentino, letterato non inferiore all'altro per la sua molta dottrina e cognizione delle lingue ebraica, greca e latina.
NOTE:
[3034] Platina, Vita Pii II.
[3035] Thomas, Histor. Senen., tom. 20 Rer. Ital.
[3036] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3037] Raynaldus, Annal. Eccles.
[3038] Ammirati, Istor. Fiorent.
[3039] Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Gobellinus, Comment. Platina, Vita Pii II.
[3040] Gobellin., Platina, et Raynaldus, Annal. Eccles.
[3041] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3042] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.
[3043] Gobellinus, Comment., lib. 2. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[3044] Istor. Napolet., tom 23 Rer. Ital.
[3045] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[3046] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital.
[3047] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3048] Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.
[3049] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3050] Gobel., Comment., lib. 3.
Anno di CRISTO MCCCCLX. Indiz. VIII.
PIO II papa 3. FEDERIGO III imperadore 9.
Continuando il buon papa Pio II il suo soggiorno in Mantova, impiegò tutto il suo zelo per l'esecuzione del suo disegno intorno all'unione dei principi cristiani, gli ambasciatori de' quali erano concorsi a quella dieta[3052]. Quei di Firenze, Siena, Genova e Bologna promisero soccorsi. Borso duca di Modena e signor di Ferrara chiaramente esibì trecento mila ducati d'oro. I Veneziani anche essi si mostrarono pronti a far guerra, ma voleano il comando dell'armata e delle genti degli altri principi. Più larghe erano le offerte del re Ferdinando, sennonchè egli si trovava involto in una pericolosa guerra col duca d'Angiò e coi suoi baroni. Nulla si potè ottener dalla Francia. Poco ancora potea sperarsi dalla Germania, perchè, per la morte di Ladislao re d'Ungheria e di Boemia, l'imperador Federigo, pretendendo a quei regni, pensava più a sè stesso che ai Turchi. Cosa promettesse Francesco duca di Milano non apparisce. I fatti fecero vedere che i suoi molti colloquii col papa furono di aiutare il re Ferdinando, e non già di guerreggiare in Levante. Furono nondimeno nella dieta di Mantova stabiliti varii punti intorno al formare una possente flotta per mare e un poderoso esercito per terra da inviare contro ai Turchi: tutte belle disposizioni, le quali dove andassero a terminare, non tarderemo a vederlo. Ciò fatto, senza badare al rigore del verno, mosse da Mantova il pontefice Pio nella metà di gennaio, ed arrivò a Ferrara nel giorno 17[3053], servito sempre nel viaggio per Po dal duca Borso con apparato di festa anche maggiore del precedente. Nel dì 22 arrivò a Bologna, e di là poi passò a Siena, dove si fermò sino al dì 1 di settembre: nel qual tempo andò ai bagni di Macerata e di Petriolo. Egli era maltrattato dalla gotta, e si facea portar dagli uomini in lettiga. Perchè vedea Sigismondo Malatesta, uomo torbido e malcontento della pace fatta, prese al suo soldo Lodovico Malvezzo[3054], condottiere di ottocento cavalli e ducento fanti. E non il prese indarno, perchè Sigismondo nel novembre ruppe la guerra alla Chiesa, e andò all'assedio di Castello Moro; ma ne fu cacciato con suo disonore da esso Malvezzo.
Cresceva intanto l'incendio della guerra nel regno di Napoli. Già Marino Marzano principe di Rossano e duca di Sessa vedemmo che s'era congiunto con Giovanni duca d'Angiò, ossia di Lorena[3055]. Altrettanto fecero Antonio Caldora e gli altri Caldoreschi molto potenti nello Abbruzzo, e Pier Giovanni Cantelmo duca di Sora, e Niccola conte di Campobasso. Penetrato poi il duca Giovanni in Abbruzzo, trovò ubbidiente a' suoi cenni la città dell'Aquila. Intanto dal servigio di Ferdinando si levò ancora Ercole Estense, fratello del duca Borso, e colla sua brigata si gettò nel partito dell'Angioino, aprendogli le porte la città di Nocera dei Pagani. Ma quello che maggiormente rinforzò l'esercito del duca Giovanni fu la venuta al suo soldo di Jacopo Piccinino, già staccato dal servigio degli Aragonesi, sì perchè egli era gran capitano d'armi, e sì ancora perchè seco trasse un buon corpo di soldatesche[3056]. Partitosi egli da Cesena sul fine di marzo, per la marca d'Ancona andò in Abbruzzo, accrescendo con ciò l'animo agli Angioini, in poter dei quali vennero dipoi Foggia, San Severo, Manfredonia e molte altre terre. Allora fu che Gian-Antonio Orsino principe di Taranto, levandosi la maschera, si dichiarò del partito angioino, ed unì col duca le sue forze, che erano ben molte. Con tale prosperità camminavano gli affari del duca; e già pareva ch'egli fosse per far balzare dal trono il re Ferdinando. Ricorse il re ai Veneziani e Fiorentini, ma niun di essi volle prendere impegno alcuno in favore di lui. Il solo papa e Francesco duca di Milano furono in suo aiuto. La maggior apprensione che si avesse lo Sforza dopo l'acquisto dello Stato di Milano, fu sempre quella dei Franzesi, per le pretensioni del duca d'Orleans al ducato di Milano, a cagione di Valentina Visconte. Mal volentieri si vedeva egli vicino esso duca di Orleans, padrone della città d'Asti. Gli stava anche sul cuore il dominio di Genova dato al re di Francia. Se fosse riuscito in oltre a Giovanni duca d'Angiò di conquistare il regno di Napoli, tanta potenza dei Franzesi in Italia potea far tremare un duca di Milano[3057]. Perciò Francesco Sforza diede circa due mila cavalli a Buoso Sforza suo fratello nel marzo di quest'anno, con ordine di andare ad unirsi con Alessandro Sforza signore di Pesaro suo fratello, e col conte Federigo d'Urbino, per impedire il passaggio del Piccinino alla volta del regno di Napoli. O non vollero, o non poterono essi tagliargli la strada; e però gli tennero dietro per la Marca, e, giunti anche essi in Abruzzo cominciarono a far guerra alle terre di Giosia Acquaviva. Non meno del duca di Milano avea i suoi motivi Pio II pontefice d'assistere al re Ferdinando in sì grave bisogno; nè egli potea sofferire i Franzesi, tanto più che negato gli aveano ogni sussidio contro dei Turchi. Pertanto inviò a Ferdinando in soccorso Simonetto da castello di Piero, e Rinaldo Orsino, con molte squadre di cavalleria. In questi tempi, volendo il re Ferdinando tirare nel suo partito Marino duca di Sessa, si lasciò condurre ad un abboccamento con lui, accompagnato da due soli compagni. Era venuto il duca con due altri per assassinarlo; ma egli così ben seppe difendersi colla spada, ch'ebbero tempo i suoi d'accorrere e di ripulsare i traditori.
Col pontifizio rinforzo esso re Ferdinando uscì dipoi in campagna, e giacchè il duca d'Angiò col principe di Taranto era coll'esercito suo pervenuto sino a Nola, andò a trovarlo, e fu a fronte dei nemici al fiume Sarno sul principio di luglio. Siccome superiore di forze, gli avea già ridotti a tale che li potea vincere colla fame. Ma da giovanile baldanza mosso, contuttochè Simonetto e gli altri saggi capitani il dissuadessero, volle dar loro battaglia nel dì 7 di luglio[3058]. Andò in isconfitta tutta l'armata sua; Simonetto vi lasciò la vita; moltissimi furono gli uccisi, più i prigioni. Ferdinando con soli venti cavalli si ritirò salvo a Napoli[3059]. Ma, ritrovandosi senza danari, non ebbe scrupolo la regina Isabella, sua moglie saggia, di andare colla bussola in mano per Napoli cercando come per limosina soccorso; e con ciò raccolse una somma d'oro, tanto che il re si rimise alquanto in arnese. Ma quella vittoria si tirò dietro favorevoli conseguenze pel duca di Angiò. Nola col circonvicino paese se gli diede. Roberto conte di San Severino, e il duca di San Marco, con gli altri della casa di San Severino, non potendo di meno, vennero alla di lui ubbidienza. Così parimente fece Cosenza in Calabria, a riserva della rocca; e Castellamare in Terra di Lavoro, e moltissime altre terre e baroni del regno, di modo che a poco oramai si stendeva la signoria del re Ferdinando. Se il duca d'Angiò marciava a dirittura a Napoli, fu comune credenza che vi avrebbe messo dentro il piede, perchè neppur ivi mancava a lui una grossa fazion d'Angioini. Ma il principe di Taranto, che non volea finir sì presto la guerra, si oppose, e condusse il duca contro d'alcune terre e baroni tuttavia disubbidienti[3060]. In Napoli poi col tempo fu detto che la regina Isabella, nipote di esso principe di Taranto, vestita da zoccolante, fosse ita a trovarlo, e, gittatasi a' di lui piedi, il pregasse, che giacchè l'avea fatta regina, la lasciasse anche morire regina; e che egli perciò menasse a spasso da lì innanzi il duca d'Angiò. Non andò molto che anche a San Fabiano in Abbruzzo Jacopo Piccinino venne alle mani con Alessandro Sforza e col conte d'Urbino nel dì 27 di luglio[3061]. Fu quella una sanguinosa ed ostinata battaglia, che durò dalle venti ore del giorno sino alle tre della notte, con gran perdita di cavalli da amendue le parti, ma maggiore da quella di Alessandro, il quale nella stessa notte tacitamente levò il suo campo, e si ridusse in salvo. Non restando dunque oppositore in quelle contrade, al Piccinino cadde in pensiero di far guerra al papa, per distorlo dalla lega col re Ferdinando. Calò dunque nell'autunno nel territorio di Rieti, dove prese alcune terre degli Orsini. Jacopo Savello, che molte altre ne possedeva nella Sabina, s'accordò tosto con lui. Per questa novità s'empiè di terrore Roma stessa. Di ciò avvisati Alessandro Sforza e Federigo conte d'Urbino, valicato l'Apennino, sen vennero su quel di Norcia; e l'arrivo loro servì a fare che ritornasse Jacopo Piccinino colle sue milizie a svernare in Abbruzzo. Tuttavia il papa pregò Francesco Sforza duca di Milano d'inviargli alquante delle sue truppe per maggior sua sicurezza. Aveva anche lo stesso duca spedito al re Ferdinando, dopo la rotta di Sarno, oltre a buona somma di denaro due mila cavalli ben in punto, e mille fanti, coi quali e colle sue truppe ricuperò molti luoghi intorno a Napoli, fece tornare alla sua divozione i Sanseverineschi, e riebbe la ricca città di Cosenza, capo della Calabria, che fu barbaricamente allora messa tutta a sacco. Per guadagnare alla parte sua Roberto da San Severino, il re Ferdinando gli diede il principato di Salerno, con ispogliarne Felice Orsino. Gran tribolazione patì in questo anno Venezia per cagion della peste, la quale, aiutata dalla negligenza degl'Italiani d'allora, troppo spesso s'introduceva nelle città, e dall'una passava alla altra con facilità mirabile. Nota parimente il Sanuto[3062] che in questi tempi la mirabil arte della stampa fu portata a Venezia, e cominciò a diffondersi a poco a poco anche per l'altre città italiane.
NOTE:
[3051] Vita Poggii, tom. 20 Rer. Ital.
[3052] Gobell., Comment., lib. 3. Raynaldus, Annal. Eccles.
[3053] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[3054] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3055] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital. Jovianus Pontanus. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Gobellinus, et alii.
[3056] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.
[3057] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 27, tom. 21 Rer. Ital.
[3058] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[3059] Tristan. Caracciol., Opusc., tom. 22 Rer. Ital.
[3060] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[3061] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLXI. Indiz. IX.
PIO II papa 4. FEDERIGO III imperadore 10.
Io non so come il Rinaldi[3063] ed altri storici riferiscano sotto il precedente anno la rivoluzione di Genova, che certamente avvenne nell'anno presente. Per le gravezze smoderate che andavano mettendo i Franzesi a quella città, erano essi venuti in odio a non pochi; oltre a ciò la plebe non sapea digerire che il peso principale delle contribuzioni fosse a lei addossato, con goderne intanto esenzione molti dei nobili e dei più ricchi. Forse anche un segreto vento spirava dalla parte dell'accorto duca di Milano, a cui dispiaceva quel nido di Franzesi. Ora nel dì 9 di marzo la plebe si levò a rumore, e crebbe nella notte il tumulto, con essersi fatta nel giorno seguente tal massa di gente armata, che il luogotenente regio, trovandosi senza forze da poter resistere alla moltitudine, si ritirò nel castelletto. Entrarono allora in Genova Paolo Fregoso arcivescovo e Prospero Adorno, amendue seguitati da una copiosa frotta di villani armati, i quali forzarono gli altri Franzesi a ritirarsi anche essi nel castelletto. Seguì poi gran discordia tra i Fregosi e gli Adorni. Furono spinti parecchi di essi fuor di città; ma, accordati fra loro, venne dipoi eletto doge di Genova Prospero Adorno. Dopo di che si diedero a vigorosamente assediare il castelletto, e ricorsero per soccorso a Francesco Sforza duca di Milano, il quale aspettava a mani giunte l'occasione di cacciare di colà i Franzesi; nè si fece molto pregare ad inviar loro più migliaia di fanti, ed insieme una grossa somma di danaro, nutrendo fin d'allora la speranza d'impadronirsi egli di quella città. L'arcivescovo Paolo fu, per sospetti insorti, obbligato a ritirarsi; ma perchè giunsero nuove che Carlo re di Francia inviava sei mila combattenti contra di Genova per terra, e il re Renato signor della Provenza incamminava anch'egli a quella volta sette galeazze piene di gente; il duca di Milano fece tornar l'arcivescovo a Genova, mandò rinforzo di nuova pecunia, ed operò che Marco Pio signor di Carpi con sua brigata marciasse in aiuto de' Genovesi. Arrivarono finalmente per terra e per mare i Franzesi, e v'era in persona lo stesso re Renato. Non seppero servirsi del tempo: altrimente potevano sulle prime entrare in Genova. Assediarono dunque la città, e seguirono varii assalti e molti combattimenti, con difendersi valorosamente il doge, l'arcivescovo e i cittadini, aiutati dagli Sforzeschi, finchè nel dì 17 di luglio[3064], mentre si faceva una general battaglia da ambe le parti, arrivati a Genova tre capitani dello Sforza, cioè _Carlo Cadamosto _da Lodi, Giorgio Dalmatino, soprannominato Targhetta, e Niccolò Epirota, i quali fecero credere imminente l'arrivo d'un gagliardo rinforzo di gente, inviato dal duca dì Milano; proruppero in sì alte voci d'allegrezza i Genovesi, gridando: Viva Sforza, viva il duca, che i Franzesi atterriti diedero tosto a gambe. Furono inseguiti dal furioso popolo di Genova, e parte da esso e parte dai contadini, fama fu che ne restassero uccisi più di due mila e cinquecento[3065], fra' quali circa cento cavalieri a speroni d'oro: il Filelfo ed altri dicono fin quattro mila; e ciò perchè i Franzesi, allora gente bestiale, non davano quartiere agli Italiani, e però dagl'Italiani furono pagati della stessa moneta. Vi restarono non di meno anche moltissimi d'essi prigioni. Dopo cotal vittoria insorse nuovamente lite tra gli Adorni e Fregosi. Prevalendo gli ultimi, toccò a Prospero Adorno d'uscir di città, e di perdere il governo. Col consentimento dell'arcivescovo fu eletto doge Spineta Fregoso suo cugino; ma da lì a poco entrato in Genova con molti armati Lodovico Fregoso, già stato doge di quella città, si fece eleggere di nuovo doge coll'abbassamento di Spineta. Questi ottenne il possesso del castelletto dal re Renato, il quale se ne tornò a Savona, tuttavia ubbidiente a lui, e poscia a Marsilia, portando seco una gran doglia per un'impresa così mal terminata. Venne poi a morte nel dì 22 di luglio Carlo VII, glorioso re di Francia, e però dalla di lui collera e vendetta rimasero liberi i Genovesi. Succedette in quel regno Lodovico XI, suo primogenito, principe d'umore strano, stato finora in discordia col padre.
Per conto del regno di Napoli, appena coll'arrivo della primavera poterono uscire in campagna gli emuli principi, che tutti furono in armi. In quattro luoghi era nell'anno presente la guerra. Sigismondo Malatesta, acconciatosi con _Giovanni duca _d'Angiò, facea guerra al papa. Era questi tenuto in briglia da Lodovico Malvezzo e da Pier Paolo de' Nardini[3066]. Furono amendue assaliti nel dì 2 di luglio a Castello Leone dal Malatesta, e durò la zuffa ben cinque ore. Ebbero la peggio le truppe pontifizie, e vi morì il Nardini; il Malvezzo vi perdè tutto il credito, perchè non avea la gente che era obbligato a tenere, e Sigismondo rimase padrone del campo. Se non fuggiva Bartolomeo vescovo di Corneto, commissario del papa con quattro squadre di genti d'armi a Rocca Contrada, forse era differente il fine di quella battaglia. Misesi poi Sigismondo a' dì 19 di luglio in viaggio per passare in Abbruzzo ed unirsi col conte Jacopo Piccinino; ma, udito che il papa mandava Napolione Orsino con assai gente nella Marca, se ne tornò indietro alla difesa del proprio paese. Intanto non si può esprimere che sdegno ed odio concepisse il pontefice Pio contra d'esso Sigismondo; e però diede mano alle scomuniche, e sottopose all'interdetto tutte le di lui città e terre, e il fece dipignere qual traditore per gli Stati della Chiesa. Altra guerra fu nella Sabina, perchè s'erano ribellati i Savelli. Ma inviato ai loro danni Federigo conte d'Urbino colle milizie pontifizie, ridusse nel mese di luglio Jacopo Savello alla necessità di chiedere accordo, e l'ottenne. Guerreggiava nei medesimi tempi in Abbruzzo Jacopo Piccinino, ed avea messo il campo ad un castello. Accorsero in quelle parti Alessandro Sforza e Matteo da Capoa per dargli soccorso, e scontratisi per accidente in viaggio con Antonio Caldora, che colle sue genti andava ad unirsi al Piccinino gli diedero una rotta: lo che fu cagione, che esso Piccinino, levatosi da quell'assedio, cavalcasse verso il contado dell'Aquila. Ma tenendogli dietro Alessandro e Matteo, tanto fecero che il ridussero ad uscire d'Abbruzzo. Se n'andò egli a trovare il duca d'Angiò e il principe di Taranto, che allora si trovavano in Puglia. Poco mancò che non prendesse piede la discordia insorta fra il pontefice Pio e il re Ferdinando in questi tempi. La città di Terracina era allora sotto il dominio di Ferdinando. Fece rumore quel popolo, e Pio II mandò a prenderne il possesso. Acquistò ancora il conte d'Urbino molte terre nel regno di Napoli; e strano parve che le prendesse a nome del papa, il quale veramente le ritenne in suo potere. Fece il re Ferdinando molte doglianze per questi atti; ma sì grave era il bisogno che egli avea dell'assistenza papale nel lubrico suo stato, che gli convenne sagrificar questi piccioli interessi al maggiore. Infatti Pio II gl'inviò un possente soccorso di gente sotto il comando di Antonio suo nipote, figliuolo d'una sua sorella, adottato nella casa Piccolomini. E perciocchè esso Pio non volea essere da meno degli altri papi che aveano già cominciato, e seguitarono poi lungo tempo, a tenere per uno dei lor principali pensieri e desiderii quello d'ingrandire a dismisura i lor nipoti, dopo aver egli investito di varie terre della Chiesa questo suo nipote, procurò che anche il re Ferdinando il promovesse a gradi più alti[3067]. Ora, dopo avergli data esso re in moglie Maria sua figliuola bastarda, nel dì 27 di maggio il dichiarò ancora duca d'Amalfi e gran giustiziere del regno; e cavalcando per Napoli il tenne a' fianchi, con far portare davanti a lui un'insegna e un pennone. A lui parimente nell'anno 1465 donò la contea di Celano.
Coll'esercito suo uscì bensì Ferdinando in campagna, ma non avrebbe forse potuto resistere al duca d'Angiò e al principe di Taranto, che, colla giunta delle truppe del Piccinino, già erano superiori di forze, e il tennero anche come assediato in Barletta per alquanti giorni, se Alessandro Sforza non fosse anche egli arrivato colla sua gente a rinforzarlo. In oltre eccoti all'improvviso sbarcare a Trani, ed impadronirsi di quella città Giorgio Castriota appellato Scanderbech, potente signore in Albania, e celebre per le vittorie riportate contro ai Turchi, che con circa ottocento bravi cavalieri venne in aiuto del re Ferdinando. La venuta di questo principe, che lasciava la guerra contro il comune nemico, allora minacciante i suoi Stati, per correre a quella del regno di Napoli, diede occasione a molti di sparlare di papa Pio: quasi che tutti i suoi movimenti per incitare i cristiani a militare in Oriente, e per raccogliere tanta copia di danaro con decime ed indulgenze da tutta la cristianità, andassero poi a finire in una guerra contra dei Franzesi, per sostenere la corona sul capo a Ferdinando. Certamente l'autore della Cronica di Bologna[3068] con poco vantaggio parla del danaro ammassato per far guerra ai Turchi, che fu poi dissipato in altro uso. Coi rinforzi suddetti il re Ferdinando campeggiò per qualche tempo; assediò Gesualdo, e, dopo non so quanti giorni, in faccia ai nemici se ne impadronì; e andato anche sotto Nola, non solamente l'ebbe a patti, ma condusse anche ai suoi servigii il conte Orso Orsino, che v'era di guarnigione, e con esso lui la sua gente ancora, con che terminò la campagna[3069]. Avea il papa scomunicato chiunque seguitava il partito angioino. Nè si dee tacere che il medesimo pontefice, oltre all'aver canonizzata in quest'anno santa Caterina da Siena, fece anche nel dicembre una promozione di cardinali, tutti persone di merito, fra i quali merita d'essere menzionato Jacopo Ammanati Lucchese, appellato il cardinal di Pavia, perchè vescovo di quella città, uomo di rara letteratura e di singolar prudenza, come ne fan fede le sue lettere stampate.
NOTE:
[3062] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[3063] Raynaldus, Annal. Eccles. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. eod. Giustiniani, Istor. di Genova, ed altri.
[3064] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 5.
[3065] Cristoforo da Soldo, tom. 21 Rer. Ital.
[3066] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 5.
[3067] Istor. di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.
[3068] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3069] Raynald., Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCCLXII. Indizione X.
PIO II papa 5. FEDERIGO III imperadore 11.
S'era incominciato nell'anno precedente a scomporre la sanità di Francesco Sforza duca di Milano[3070], e i più dubitavano che già si fosse formata l'idropisia, da cui non potesse guarire. Andò, come suol avvenire, tanto innanzi la fama di sua malattia, che sul principio di questo anno si spacciò come accaduta la sua morte, o almeno che fosse vicino a quell'ultimo passo. Corse questa diceria per tutta l'Europa, e a distruggerla vi volle ben molto. Fu essa cagione che i contadini del Piacentino, pretendendosi smoderatamente aggravati di taglie e d'imposte dal duca, e credendolo già morto, si sollevarono nel dì 25 di gennaio[3071]. Circa sette mila d'essi nel dì 29 entrarono nella città, e con esso loro si unì la plebe della medesima Piacenza. Era ivi governator dell'armi Corrado Fogliano, fratello uterino del duca, il quale addormentò e burlò quei forsennati, con sottoscrivere tutti quanti i capitoli ch'essi addimandarono, cosicchè li fece desistere dal ribellare la città contro del duca. Venute poi alcune squadre di genti d'armi a Piacenza, maggiormente fermarono l'empito d'essi villani. Tuttavia, continuando essi nel loro ammutinamento, nel dì 5 di maggio giunse Donato Milanese colle genti del duca, e, data loro battaglia, li disfece, colla morte e prigionia di moltissimi, de' quali furono impiccati i più colpevoli. Fu preso il conte Onofrio Anguissola, che s'era fatto lor capo, e condannato a perpetua carcere. Per questa rivoluzione gran gente si partì da quel territorio, che perciò rimase in cattivissimo stato. Anche il conte Tiberto Brandolino, che era stato mandato a Piacenza per que' rumori nel dì 2 di febbraio, chiamato poi a Milano, fu messo in dura prigione per ordine del duca, imputato d'aver tenuta mano coi contadini sollevati, e che essendo già in accordo col duca d'Angiò e con Jacopo Piccinino, fosse per fuggirsene alla lor parte. Era valentissimo condottier d'armi, ma dicono ancora che non avea pari nella crudeltà. Questi poi nel dì 12 di settembre per disperazione si tagliò nelle carceri la gola, seppure altri non l'aiutò a terminare la vita. Intanto il duca Francesco per la sua buona complessione si riebbe dalla temuta idropisia, in maniera nondimeno che non riacquistò più il solito buon colore del volto, nè la primiera agilità delle membra. Si applicò poi col vigore di prima a sostener gl'interessi del re Ferdinando, che si trovavano tuttavia in mala positura, per mancanza spezialmente di pecunia, quantunque sì il papa che il duca pagassero puntualmente le rate pattuite.
Sul principio della state del presente anno[3072] il principe di Taranto e Jacopo Piccinino assediarono Giovenazzo, e colla artiglieria forzarono alla resa quella terra. Coll'uso della stessa forza conquistarono Trani e Barletta. Non poterono già vincere Ariano; e intanto s'impossessò il duca Giovanni di Manfredonia e de' luoghi circonvicini, per lo che le di lui genti continuarono le scorrerie e i saccheggi per la Puglia, finattantochè unitosi il re Ferdinando con Alessandro Sforza condottiere delle armi sforzesche, andò coll'esercito suo ad accamparsi un miglio lungi da Troia. Quivi ancora, stando a fronte le armate nemiche, nel dì 18 d'agosto si venne ad un general fatto d'armi. Dalle tredici ore sino alle diciannove durò l'aspro combattimento, e in fine, rovesciati, gli Angioini si diedero precipitosamente alla fuga. Per loro fu un gran sussidio la vicina città di Troia, dove i più si rifugiarono. Non si potè frenare la cupidigia dei vincitori soldati, che non si sbandassero e corressero a spogliare il campo e i tesori delle tende nemiche; lo che osservato dal Piccinino, che stava sulle mura di Troia, prese animo per uscir di nuovo contro i dispersi bottinatori, riuscendogli di ricuperar molti dei prigioni, e di uccidere o mettere in fuga assaissimi de' nemici. Più avrebbe fatto, se il re Ferdinando ed Alessandro, raunate alcune squadre di cavalleria, non l'avessero respinto entro la città. Tuttavia restò così indebolito per questa rotta l'esercito angioino, che Giovanni d'Angiò e il Piccinino nella seguente notte, lasciato un buon presidio in Troia, si ritirarono a Nocera, Manfredonia e Trani. Venne poscia in potere di Ferdinando Orsara; e la città di Troia per ripiego trovato si diede ad Ippolita, e non già ad Isotta, come ha il Gobellino[3073], figliuola del duca di Milano, destinata moglie d'Alfonso figlio del re. Trovossi in essa abbondante massa di roba, lasciata dai fuggitivi nemici, e furono presi cinquecento cavalli. Foggia, San Severo, Ascoli ed altre terre tornarono all'ubbidienza del re. Maggiormente ancora si abbassò da lì innanzi lo stato del duca d'Angiò[3074]; imperocchè l'accorto re Ferdinando poco stette a spedir messi al vecchio principe di Taranto suo zio, cioè a Gian-Antonio Orsino, che con umili parole e proteste di non mai interrotto affetto il pregarono di pace, ben conoscendo il re, che se si staccava dal duca d'Angiò, questo potente signore, il qual solo co' suoi danari tenea in buona lena il contrario partito, non poteano durarla lungo tempo i suoi nemici. Tanto seppero dire quei messi, che si ridusse il principe nel dì 13 di settembre[3075] ad abbracciare dal canto suo la pace col papa, col re e col duca di Milano. Rapportati si veggono dal Gobellino gli articoli di quella capitolazione. Per essa quanto migliorò la fortuna e crebbe l'allegrezza del re Ferdinando, altrettanto rimasero sbigottiti il duca d'Angiò, Jacopo Piccinino e Sigismondo Malatesta.
Ed appunto il Malatesta ci chiama ad accennar ciò che gli avvenne nell'anno corrente. Aveva egli raunato un bel corpo d'armata con pensiero di trasferirsi in Abbruzzo per le continue istanze del duca d'Angiò e del Piccinino[3076]. Si mise anche in viaggio, ed era pervenuto nella Marca a Monte Olmo, quando due nuove il fecero tornare indietro. L'una fu che Federigo conte di Montefeltro e d'Urbino, Napolione Orsino e Matteo da Capoa, capitani del papa, venivano con assai gente ai danni de' suoi Stati. L'altra che da alcuni traditori gli si prometteva l'acquisto di Sinigaglia, qualora si fosse presentato colla sua armata sotto quella città. In fatti corse egli a Sinigaglia[3077], e cominciò a batterla colle artiglierie; e quantunque colà giugnesse anche l'esercito pontificio, ed assicurasse que' cittadini del soccorso, pure per maneggio de' congiurati non meno la città che la rocca si diedero a Sigismondo. Ma non volendo egli essere quivi assediato, nella notte precedente al dì 14 d'agosto ne uscì colle sue genti per ridursi a Mondolfo sulle sue terre. Non fu sì occulto il suo movimento, che nol sapessero i capitani papalini, i quali, messe in armi le lor soldatesche, sul far del giorno gli diedero addosso e lo sconfissero, inseguendolo fin sulle porte di Mondolfo, e facendo prigionieri circa mille e cinquecento cavalli, e fra gli altri Gian-Francesco Pico dalla Mirandola, che era ito ad unirsi ad esso Malatesta con ottocento cavalli. Si prevalsero di questa vittoria i capitani del pontefice, perchè non passò il mese di settembre che presero l'intero vicariato di Fano, ossia Mondavio, Mondaino, Santo Arcangelo, Verucchio, ed altre assaissime terre; in una parola quasi tutto il contado di Rimini. Se ne andò Sigismondo per mare in Abbruzzo a chiedere soccorso al duca Giovanni e a Jacopo Piccinino; ma ritrovò che essi abbisognavano anche più di lui di soccorso; e però, beffato della espettazione sua, se ne ritornò a provvedere il meglio che potè ai proprii bisogni. In Venezia diede fine in quest'anno al vivere suo il doge Pasquale de' Malipieri nel dì 5 di maggio[3078], e venne da lì a pochi giorni, cioè nel dì 12, in sua vece eletto doge Cristoforo Moro, che era procurator di San Marco. Tra Corneto e Cività Vecchia in quest'anno nelle montagne della Tolfa fu scoperta una miniera di allume di rocca, da cui venne da lì innanzi un gran profitto alla camera pontificia. Vaghi sempre in addietro i Genovesi di mutar governo, e sempre fra loro discordi[3079], ebbero nell'anno presente delle novità. Lodovico da Campofregoso doge fu cacciato dal trono e dalla città, e nel dì 14 di maggio Paolo Fregoso, ambizioso arcivescovo di quella città, si fece proclamar doge; ma non giunse al fine d'esso mese, che fu detronizzato. Per la terza volta nel dì 8 di giugno tornò ad essere doge Lodovico Fregoso. A tutti questi movimenti stava attento Francesco Sforza duca di Milano, uomo di fina accortezza; e siccome egli amoreggiava da gran tempo quella ricca e potente città, cominciò di buon'ora a preparare i mezzi per ottenerne il fine. Il primo passo fu quello di non irritare Luigi XI re di Francia, che manteneva le sue pretensioni sopra Genova. Tanto maneggiò che ottenne da esso re la rinunzia di quelle ragioni in favor suo: nella qual occasione si esibì di far prendere in moglie a Galeazzo Maria suo primogenito una principessa di soddisfazione del re[3080]. Venuto a notizia di Lodovico Gonzaga marchese di Mantova questo trattato, se ne chiamò molto offeso, perchè, essendo già seguiti gli sponsali fra una sua figliuola ed esso Galeazzo Maria, si trovava aspramente burlato dal duca. Da ciò venne ch'egli s'unì co' Veneziani, dai quali fu preso per lor generale di Terra ferma.
NOTE:
[3070] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital.
[3071] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[3072] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 29, tom. 21 Rer. Ital.
[3073] Gobel., Comment., lib. 10.
[3074] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[3075] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3076] Gobellin., Simonetta, et alii.
[3077] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3078] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[3079] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.
[3080] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLXIII. Indiz. XI.
PIO II papa 6. FEDERIGO III imperadore 12.
Erasi ridotto, dopo la rotta ricevuta a Troia, il duca Giovanni d'Angiò in molte angustie per mancanza di danaro[3081], nè Jacopo Piccinino, che faceva bensì la figura di suo capitano, ma era infatti padrone del medesimo duca, sapea come fornire al bisogno. Insorse lite fra Rogerotto conte di Celano e Cobella sua madre. Ricorse il primo al Piccinino, che non tardò a passare colle sue armi colà. Il frutto che ne riportò lo sconsigliato Rogerotto, fu che il Piccinino prese Celano, e tutto lo mise a sacco, con far ivi grosso bottino di vasi d'oro e d'argento e di pietre preziose, e di gran quantità di grani e di pecore, con che ristorò la armata sua. Poscia, durante il verno, assediò Sulmona, e se ne impadronì, con farsi pagare da que' cittadini cinque mila ducati d'oro. Era anche andato il re Ferdinando a mettere l'assedio ad un castello di Marino principe di Rossano e duca di Sessa. Venne a quella volta il Piccinino, e il re fu obbligato a ritirarsi a Capoa: tutte azioni che fecero risorgere in alto il credito del Piccinino, che dianzi s'era molto abbassato. Si ridusse egli dipoi coi Caldoreschi in Abbruzzo, dove andò a trovarlo colle milizie Alessandro signor di Pesaro, fratello del duca di Milano, e in faccia di lui s'accampò. Trovavasi molto stretto il Piccinino, quando ecco nel dì 10 d'agosto[3082] mandò a chiedere salvocondotto ad Alessandro per potersi abboccare con lui. L'abboccamento fu di pace o tregua, e, dopo molto dibattimento, si conchiuse ch'egli, abbandonato il duca d'Angiò, passerebbe al servigio del re Ferdinando colla sua gente, riterrebbe Sulmona ed altre terre da lui occupate, e gli sarebbono per un anno pagati novanta mila ducati d'oro per la sua condotta, cioè trenta mila dal re, altrettanti dal papa ed altrettanti dal duca di Milano. Così cessò egli di far guerra a Ferdinando. Tardi uscito in campagna esso re Ferdinando colle sue genti, andò a far guerra all'ostinato duca di Sessa Marino Marzano. Diede il guasto al suo paese, ed avendolo trovato i soldati pieno di vettovaglie e di roba, tutti empierono le borse. Prese varie sue castella e torri; diede anche una rotta alle genti di lui; ma non potè per allora fare di più. Dopo la pace e tregua stabilita col Piccinino, passarono le armi sforzesche addosso agli Aquilani. Aveano essi la peste in casa, e questa facea strage. Venuto a trovarli l'altro flagello della guerra, presero la risoluzione di trattar d'accordo; e però con buona capitolazione tornarono all'ubbidienza del re Ferdinando. Intanto Marino duca di Sessa, mirando in che bell'ascendente oramai fossero gli affari di Ferdinando, si sollecitò ad implorar perdono ed accordo. Il re, a cui premeva di guadagnar questo possente barone, e tanto più perchè il duca d'Angiò s'era annidato nelle di lui terre, gli fece buoni patti, se non che volle in ostaggio alcune fortezze di lui. E, per maggiormente adescarlo, promise Beatrice sua figliuola per moglie a Giambatista Marzano figliuolo d'esso Marino. Fu dunque forzato Giovanni duca d'Angiò ad allontanarsi da Sessa; nè dopo la perdita di tanti aderenti, avendo egli luogo migliore da assicurarvisi, passò a dimorar nell'isola d'Ischia, mettendosi con fidanza in mano di Pietro Toriglia, famoso corsaro, che, quantunque Catalano, avea seguitato il di lui partito, ed occupava quell'isola. Riteneva l'Angioino pochi altri luoghi nel regno alla sua divozione; ma in questi tempi il governatore del castello dell'Uovo vicino a Napoli, Catalano anche esso e traditore, diede quella fortezza al medesimo duca d'Angiò.
La guerra, che Federigo conte d'Urbino facea a Sigismondo Malatesta signor di Rimini, e suo antico nemico, al primo buon tempo si risvegliò più vigorosa che mai[3083]. Andò egli a mettere il campo per terra intorno a Fano, e nello stesso tempo Jacopo cardinal di Tiano per mare con uno stuolo di navi concorse alla stessa impresa. Alla difesa di quella città stava Roberto figliuolo d'esso Sigismondo, che per lo spazio di quattro mesi si sostenne valorosamente contro gli assalti, le mine e le cannonate dell'esercito nemico, nè volea udir parola di rendersi. Eransi talmente inoltrati sotto le mura gli aggressori, che già imminente si scorgea la loro entrata e il sacco della città. Allora i cittadini segretamente spedirono al campo a trattar d'accordo, ed, ottenutolo, aprirono le porte al conte d'Urbino, da cui ebbero buon trattamento. Alla caduta di questa città, succeduta nel dì 26 di settembre[3084], tenne dietro quella di Sinigaglia, di Gradara, della Pergola e d'altre terre, di maniera che fu ridotto Sigismondo al possesso della sola città di Rimini e d'alcuni pochi castelletti. Messo così in camicia e disperato, si rivolse al patrocinio della signoria di Venezia, che già in segreto l'andava aiutando. Erano i Veneziani padroni di Ravenna, ed anche nel mese di maggio aveano comperata da Malatesta de' Malatesti la città di Cervia, acquisto d'importanza per le saline, dalle quali si ricava un utile non lieve; ma acquisto ch'era sommamente dispiaciuto al papa, perchè fatto senza licenza sua, e perchè troppo dannoso riusciva alla Chiesa l'andar le sue terre in mano d'una sì potente repubblica. Secondo il Sanuto[3085], la compera di Cervia accadde nel dì 4 di luglio dell'anno seguente: lo che, se vero fosse, non apparterrebbe ai tempi di Pio II. Comunque sia, convenne al papa di sofferir tutto sul riflesso del bisogno delle forze venete per la meditata guerra col Turco. Mandarono i Veneziani ad esso pontefice ambasciatori, pregandolo di perdonare a Sigismondo pentito de' suoi falli; ma seppe ben loro negarlo il papa, troppo mal soddisfatto di lui. Contuttociò, avendo lo stesso Sigismondo inviati alcuni de' suoi a supplicarlo di pace e di perdono colle maggiori umiliazioni, e con ampio mandato di accettar qualunque legge che la Santità sua gl'imponesse, Pio condiscese finalmente nel mese di ottobre a rimetterlo in sua grazia, ma con dure condizioni, cioè senza restituirgli un palmo di quanto gli avea tolto, e con permettere bensì ch'egli ritenesse la città di Rimini, ma con sole cinque miglia di contado, ed obbligazion di pagare annualmente il censo di mille ducati d'oro alla camera apostolica. Nel dì 4 di giugno, per attestato del Gobellino[3086], a cui si dee maggior fede che all'autore degli Annali di Forlì[3087], il quale scrive nel dì 24 di giugno, diede fine al suo vivere Biondo Flavio da Forlì, rinomato scrittore delle cose d'Italia, che lungo tempo avea faticato nella segreteria pontifizia. Mancò eziandio di vita Gian-Antonio Orsino principe di Taranto in età assai avanzata, e fu detto di morte naturale, nel dì 15 di novembre[3088]; ma non mancano storici che il dicono strangolato nel castello d'Altamura da due suoi servitori corrotti dal re Ferdinando. Non si può negare, Ferdinando in promettere e mancar di parola, e in far pace per tradire, non ebbe pari; del che troppe pruove ne somministra la storia. Qualunque nondimeno fosse la morte di questo principe, certo è che il re Ferdinando non solamente rimase libero da una pungente spina[3089] (ben sapendo egli che fra esso principe e il duca d'Angiò, anche dopo la pace, passava buona intelligenza), ma eziandio avvantaggiò mirabilmente il suo Stato. Si trovò (seppure non si fabbricò) un testamento, per cui l'Orsino avea istituito erede dei suoi Stati, ch'erano assaissimi, il re Ferdinando. Però questi corse ad impossessarsi di Bari, d'Otranto, di Taranto e degli altri paesi, e massimamente d'Altamura e di altri luoghi forti, dove un gran tesoro di pecunia, di gioie e d'altri ricchi arredi, ammassati in tanti anni dal principe suddetto, grande avaro insieme e gran mercatante. Fama fu che ascendessero al valor d'un milione: mirabil rugiada, che servì al re per divenire ricco di povero ch'era, e per ristorar le sue truppe, le quali da gran tempo morivano di sete, e, in una parola, per ristabilire affatto il suo dominio. Colpo mortale fu questo, per lo contrario, a Giovanni duca di Angiò, e la depression totale del suo partito. In questi tempi ancora avea il re Ferdinando, andando unito con Alessandro Sforza[3090], fatti ritornare alla sua divozione Pier Paolo Cantelmo duca di Sora e i Sanseverineschi, e presa la ricca città di Manfredonia, che miseramente andò tutta a sacco. Scorse ancora nell'anno presente la peste per varie città d'Italia, mietendo le vite degli uomini, dei quali nella sola città di Ferrara perirono quattordici mila[3091].
NOTE:
[3081] Gobellin., Comment., lib. 11.
[3082] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3083] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 12. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3084] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[3085] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.
[3086] Gobell., Comment., lib. 11.
[3087] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[3088] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[3089] Pontan., lib. 6. Gobellin., Comment., lib. 12. Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. It.
[3090] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital.
[3091] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
FINE DEL VOLUME V.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.