Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)
[2141] Gatari, Istor. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.
[2142] Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.
[2143] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2144] Tronci, Annal. Pisani.
[2145] Matth. de Griffon. Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Delayto, Chron., tom. eod.
[2146] Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.
[2147] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2148] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXCIX. Indiz. VII.
BONIFAZIO IX papa 11. VENCESLAO re de' Romani 22.
Sino al dì 14 d'aprile l'antipapa Benedetto, assediato dal maresciallo Bucicaldo nel castello d'Avignone, si sostenne[2149]; ma non venendo i soccorsi ch'egli aspettava dal re d'Aragona, e cominciando a mancare il legno da bruciare con altre provvisioni, finalmente capitolò coll'interposizione degli ambasciatori aragonesi, promettendo di deporre la pontificia tiara, ogni qual volta papa Bonifazio anch'egli cedesse, oppure mancasse di vita, e di non ritardare in conto alcuno l'union della Chiesa. Promise e giurò quanto si volle, ma risoluto di nulla attendere dipoi. Gran partigiano degli scismatici ai confini dello Stato ecclesiastico era Onorato Gaetano conte di Fondi. Più mene avea tenuto con alcuni nobili romani per abbassare il dominio di papa Bonifazio IX; fors'anche avea tramato contro la di lui vita. Il pontefice in quest'anno a dì 2 di maggio pubblicò contra di lui tutte le censure, ed altre barbariche pene solite a fulminarsi in simili casi; e poscia addosso a lui spinse l'armi temporali con tal successo, che, secondo Gobelino[2150], arrivò a sterminarlo affatto col braccio del re Ladislao. Ma non avvenne già tutto questo nell'anno presente, siccome vedremo. Per altro verso ancora maggiormente andavano prosperando gli affari d'esso re Ladislao, tanto per li suoi maneggi, che per quelli dell'amico pontefice. Fra i più potenti baroni del regno di Napoli si contava Raimondo del Balzo di casa Orsina, conte di Lecce e d'altre città. S'era egli tenuto in addietro neutrale fra i due re contendenti, facendosi credere amico non men dell'uno che dell'altro. Ma in fine, guadagnato dal papa, prese le armi contro a Lodovico d'Angiò; e giacchè era mancato di vita senza figliuoli Ottone di Brunsvich principe di Taranto, egli s'impadronì del meglio di quel principato. Accorse bensì colà il re Lodovico, ma non solamente nulla vi guadagnò, vi fu anche assediato da Raimondo per terra e per mare. Mossosi per questo anche il re Ladislao da Gaeta col suo esercito, passò a quella parte, e, venutogli incontro l'Orsino con prestargli omaggio, l'investì immediatamente di quel principato. Noi vedemmo di sopra riferito dal Rinaldi all'anno 1391 l'avere esso Raimondo Orsino abbracciato il partito di papa Bonifazio. Potrebbe dubitarsi ch'egli aspettasse a farlo in questo anno. Fin qui la possente casa de' Sanseverini avea sostenuta in capo a Lodovico d'Angiò la corona di Napoli. Cominciò anch'essa a titubare e a tener trattati col re Ladislao, e tanto fece che il rendè padrone di Napoli. Sono discordi gli autori in dire di qual anno preciso Ladislao tornasse in possesso di quella nobilissima città. Il Bonincontro[2151] fa ciò succeduto nell'anno 1397. Ma, secondo gli Annali di Giovenale Orsini citati dal Rinaldi, e secondo altri autori, appartien questo avvenimento all'anno presente, e però più sotto ne parlerò. Leggesi ne' Giornali Napoletani[2152] differito il ritorno di Ladislao in possesso di Napoli sino all'anno seguente, e così ancora l'acquisto fatto del principato di Taranto da Raimondo Orsino; come pure, che nel dì 12 d'aprile di quest'anno i Sanseverineschi colle forze loro andarono all'assedio della città d'Aversa, e che nel dì 4 di maggio se ne tornarono quali erano venuti. Ma ciò è piuttosto da riferire all'anno precedente. Veggiamo parimente scritto che il re Ladislao spossessò del dominio di Capoa il conte di Alife; ma sembra questo fatto lo stesso che di sopra fu narrato all'anno 1397. La storia di Napoli si scorge in questi tempi mancante di qualche autentico e contemporaneo scrittore de' suoi avvenimenti, riuscendo perciò molto intralciata e confusa.
Gherardo d'Appiano, divenuto signore di Pisa, era uomo di mente ristretta, di poco coraggio. Lasciossi egli tanto aggirare ora da spaventi, ed ora da lusinghe di Antonio Porro ministro del duca di Milano, che persuadendosi di non poter durare in quel dominio, e all'incontro di fare il bene della patria, s'indusse nel mese di febbraio a vendere quella città colle sue dipendenze ad esso Gian-Galeazzo pel prezzo di ducento mila fiorini d'oro[2153], e con riserbarsi la signoria di Piombino, dell'isola d'Elba, e di qualche altro castello. Conchiuso il trattato, mandò il duca a Pisa circa mille lancie, ed alcune compagnie di fanteria con pretesto di mutar le altre ch'egli prima aveva in quella città[2154]. Con questi ed altri armati Gherardo corse la città senza resistenza; laonde con facilità diede il possesso di Pisa all'uffiziale del Visconte. Ne furono ben malcontenti quei cittadini; più ne rimasero turbati i Fiorentini, che s'erano lasciati avviluppar dalle belle parole, cioè dalle finte promesse dell'Appiano, e vedeano sempre più crescere i ceppi alla loro libertà. Andò l'Appiano a mettere la sua stanza a Piombino, terra che ne' suoi discendenti durò sino dopo l'anno 1600; e rimase Antonio Porro governator di Pisa pel duca di Milano, con far credere ai Fiorentini il miglior vicinato del mondo. Ossia che i Sanesi non si fossero prima d'ora dati al medesimo duca, e l'avessero preso solamente per protettore, oppure che aspettassero fino a quest'anno a mettersegli in braccio: certo è, che, angustiati da Broglio capitano d'una compagnia di masnadieri, forse a sommossa del duca di Milano, anch'essi nell'agosto o settembre dell'anno presente[2155] si spogliarono della lor libertà, concedendo al medesimo duca la signoria della lor città: il che fu un altro colpo, onde restò trafitto il cuore alla repubblica di Firenze. Si dichiararono ancora aderenti al medesimo duca in Toscana i conti di Poppi e di Bagni, e gli Ubaldini tutti; e già Francesco Gonzaga signor di Mantova s'era messo ai servigi di lui. Però d'altro allora non si parlava che del grande ascendente e della fortunata politica del duca di Milano; ma con rammarico non ordinario di que' potentati, che miravano nell'esaltazione di lui il pericolo della propria rovina. S'aggiunse di più, che il duca co' suoi maneggi staccò dall'amicizia de' Fiorentini i Bolognesi. Cercò ancora d'indurre i Perugini, stanchi per la guerra col papa, ad accettarlo per loro signore, ma non gli riuscì se non nello anno seguente. Lucca inoltre parea del pari vicina a seguir l'esempio delle altre. Per tali successi in Firenze di gran consigli si fecero, affine di difendersi da così dilatata potenza, ma senza far movimento palese per non turbare la pace.
Passarono gli affari di Bologna nella seguente forma[2156]. Nel dì 22 d'aprile Giovanni de' Bentivogli e Nanne de' Gozzadini, già fuorusciti, entrarono in quella città, con prendere la porta di Stra' San Donato, disegnando d'introdurre il conte Giovanni da Barbiano co' suoi armati, e di abbattere la fazion dominante dei Maltraversi. Carlo degli Zambeccari e gli altri del suo partito, che non dormivano, furono tosto in armi, e fecero prigioni i già entrati. Benchè molti li volessero morti, Carlo, più magnanimo degli altri, si contentò che fossero mandati a' confini, chi a Carpi, chi a Zara e chi a Genova. Ma che? Entrata la peste in Bologna, grande strage fece, e fra gli altri levò dal mondo lo Zambeccari ed altri capi dei Maltraversi ne' mesi di settembre, ottobre e novembre. Avvenne[2157] che nell'agosto il conte Giovanni di Barbiano colle sue genti passò sul Bolognese, commettendo molte ruberie e gravi insolenze alle donne nobili che erano in villa. Andava costui alla terra di Vignola, già da lui occupata nel territorio di Modena al marchese di Ferrara. Per tali insulti irritato non meno esso marchese, che i magistrati di Bologna, spedirono le loro milizie a Vignola; e trovato il conte che coi suoi dormiva senza far buona guardia, li condussero tutti prigionieri a Bologna. Andò sì innanzi l'ira del popolo, attizzata anche da Astorre de' Manfredi signor di Faenza, che volle liberarsi da così mal arnese, e però nel dì 27 di settembre furono decapitati nella pubblica piazza esso conte Giovanni, il conte Lippazzo suo nipote e il conte Bandezato suo parente. Un figliuolo d'esso conte Giovanni morì nelle carceri, e a Conselice ad altro suo parente era già stato mozzato il capo. Costò ben caro dipoi ai Bolognesi questa rigorosa giustizia. Ricuperò il marchese Niccolò di Ferrara, con tal congiuntura, Vignola, dopo quattro mesi d'assedio, e fece buon trattamento al conte Manfredi di Barbiano, rimasto prigione delle sue genti nella sconfitta di Vignola. Essendo mancati, come dicemmo, i principali de' Maltraversi, furono nel mese di novembre richiamati dall'esilio Giovanni de' Bentivogli, Nanne de' Gozzadini, e gli altri che manteneano buona corrispondenza col duca di Milano, e presero poi per forza il governo di quella città nel dicembre.
Celebre fu quest'anno per la pia commozione de' Bianchi, somigliante ad altre, che s'erano vedute nel precedente secolo, ed anche nel presente, se non che non s'ode in questa il fracasso della disciplina che si praticò nelle prime. Portavano essi cappe bianche, ed ivano incappucciati uomini e donne, cantando a cori l'inno Stabat mater dolorosa, che allora uscì alla luce. Entravano in processione nelle città, e con somma divozione andando alle cattedrali, intonavano di tanto in tanto pace e misericordia. Passati quei d'una città all'altra, se ne tornavano poi la maggior parte alle lor case; e quei della città visitata portavano ad un'altra in processione il medesimo istituto. A chi avea bisogno di vitto, benchè fossero migliaia di persone, ogni città caritatevolmente lo contribuiva; essi nondimeno altro non richiedevano se non pane ed acqua[2158]. Fu cosa mirabile il mirar tanta commozione di popoli, tanta divozione, senzachè vi si osservassero scandali, come scrivono alcuni. Più mirabil fu il frutto che se ne ricavò; perciocchè dovunque giugneano, cessavano tutte le brighe; si riconciliavano i nemici con infinite paci: e i più indurati peccatori ricorrevano alla penitenza, in guisa che le confessioni e comunioni con gran frequenza e fervore si videro allora praticate. Le strade erano sicure, si restituiva il mal tolto, e furono contati o vantati non pochi miracoli come succeduti in questo pio movimento. Siccome nei precedenti aveano avuta origine le scuole, ossia le confraternite de' Battuti, così nel presente ebbero principio altre confraternite appellate de' Bianchi, le quali tuttavia durano nelle città d'Italia, del che ho io altrove favellato[2159]. Tutte le storie italiane parlano sotto l'anno corrente di questa divozione, la quale, secondo il Delaito, venne fin da Granata, oppure, per sentimento di Giorgio Stella, nacque in Provenza, o almeno da quella parte penetrò in Italia, e, per la riviera d'occidente nel dì 5 di luglio giunse a Genova, imprimendo negli animi di quel popolo il timore santo di Dio, la penitenza e la pace. Di là passò poi in Toscana e Lombardia. Nel mese d'agosto i Modenesi vestiti di bianco in numero, chi dice di quindici, e chi di venticinque mila persone, andarono a Bologna[2160]; e susseguentemente i Bolognesi si trasferirono ad Imola. Nella stessa maniera i Lucchesi portarono cosiffatta divozione a Pistoia[2161], e di là questa passò a Firenze; e poscia circa venti mila Fiorentini processionalmente, avendo per loro guida il vescovo di Fiesole, marciarono ad Arezzo. I signori veneziani sempre circospetti non vollero nelle lor terre questa unione di gente; e il duca di Milano anch'egli non la permise in alcuna delle sue città per sospetto di sedizioni. Peggio abbiamo da Teodorico di Niem[2162]. Dice egli (non so se con verità) che alcuni impostori, fingendo miracoli, portarono dalla Scozia in Italia questa novità; ma che, dormendo le notti nelle chiese e ne' monisteri uomini e donne insieme sulla nuda terra, ne seguivano non pochi disordini, e la cosa andò a terminar male, siccome dirò all'anno seguente.
Torniamo ora alle novità del regno di Napoli, le quali tengo io per fermo succedute in questo, e non già in altro anno. Jacopo Delaito[2163], Sozomeno[2164] e Giorgio Stella[2165], scrittori contemporanei, m'assicurano abbastanza ch'io non m'abbaglio in questo. Essendo riuscito al re Ladislao di tirar con segreti maneggi alla sua divozione i Sanseverineschi, stati in addietro il braccio destro del re Lodovico d'Angiò: cominciarono questi a divisar la maniera di sbrigarsi di esso re Lodovico, al quale non il solo nemico Ladislao facea paura, ma anche la povertà. Il consigliarono di passare a Taranto per assicurarsi che quel paese non cadesse nelle mani di Ladislao. Andò egli nel dì 8 di febbraio, e vi fu ricevuto sotto il pallio. Sfumò da lì a poco questa allegrezza, perchè Raimondo del Balzo Orsino, secondo le cose narrate di sopra, l'assediò in quella città. Venne in questi tempi a Napoli Carlo d'Angiò fratello del re Lodovico, e restò ivi. Ma eccoti arrivare nel dì 9 di luglio a quella città il re Ladislao con sue galere, e trattare col popolo napoletano per entrare. Furono d'accordo, e Ladislao vi entrò; perlochè Carlo d'Angiò coi Provenzali si ritirò in Castello Nuovo, il quale fu immantenente cinto d'assedio. Ora trovandosi il re Lodovico confinato in Taranto, perseguitato da Raimondo Orsino, e abbandonato dalla casa Sanseverina, o, per meglio dire, da tutti, disperato s'imbarcò nelle sue galere, e venne alla volta di Napoli, credendosi di rientrarvi; ma ritrovò che la città avea mutato padrone. Il perchè mandò a trattare col re Ladislao, e fu stabilito di fargli rendere il Castello Nuovo, con che Carlo d'Angiò suo fratello fosse messo in libertà. Ciò fatto, diede le vele al vento, e se ne ritornò a' suoi Stati di Provenza confuso, con lasciar Ladislao trionfante. Gran peste fu in questo anno per la maggior parte d'Italia con fiera strage de' popoli. Poca diligenza per guardarsene usavano allora le città, e neppur lasciavano usarla le guerre e le sedizioni troppo frequenti in sì grande ondeggiamento dell'Italia. Quel gran male che faceva una volta la pestilenza, si proverebbe anche oggidì, se venissero meno le precauzioni e diligenze introdotte dipoi.
NOTE:
[2149] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2150] Gobelinus, in Cosmodr.
[2151] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2152] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2153] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2154] Corio, Istoria di Milano. Tronci, Istor. di Pisa. Ammirati, Istoria di Firenze.
[2155] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[2156] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2157] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2158] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2159] Antiquit. Ital. tom. I, Dissert. II.
[2160] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2161] Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.
[2162] Theodoric. de Niem, lib. 2, cap. 26.
[2163] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2164] Sozomenus, Histor., tom. 16 Rer. Ital.
[2165] Giorgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCC. Indizione VIII.
BONIFAZIO IX papa 12. ROBERTO re de' Romani 1.
Avea papa Bonifazio restituito all'anno centesimo il giubileo romano, il quale perciò fu con gran solennità e concorso di gente celebrato nell'anno presente. Scrive Bonincontro[2166], che avvicinandosi il tempo d'aprire esso giubileo, i Romani spedirono ambasciatori al papa, che dovea essere fuori di Roma, pregandolo di venire alla gran città. Rispose che verrebbe, purchè eleggessero in senatore Malatesta figliuolo di Pandolfo Malatesta, e cassassero il magistrato de' Banderesi. Tutto fecero i Romani, perchè lo richiedeva il loro interesse: laonde Bonifazio riacquistò il pieno dominio di Roma: e fortificato castello Sant'Angelo, vi mise un buon presidio[2167]. Fu, dissi, gran concorso di gente a Roma da molte parti della cristianità, e fin dalla Francia, benchè lo vietasse quel re ai suoi sudditi, sapendo essi che solamente in Roma si poteano guadagnar le indulgenze concedute dal vero pontefice Bonifazio IX. Ma durante la guerra del papa contra del conte di Fondi, male passava per li pellegrini, battendo le genti di esso conte le strade, e svaligiando chiunque in lor si incontrava. Entrò inoltre la peste in Roma, mietendo le vite non solo dei divoti stranieri, ma anche dei cittadini. Non si volle muovere di Roma papa Bonifazio[2168] per timore di perdere quel dominio. Nè già gli mancavano de' nemici. Fra gli altri Giovanni e Niccolò dalla Colonna signori di Palestrina, avendo intelligenza con molti Romani malcontenti, entrarono una notte nel gennaio di quest'anno in Roma con un corpo di cavalleria e fanteria, gridando: Viva il popolo, e muoia papa Bonifazio IX tiranno. Penetrati sino alla piazza del Campidoglio, tentarono di espugnare quel palazzo ben fortificato; ma veggendo non farsi movimento alcuno da que' Romani[2169] che erano di concerto con loro, per la paura che la congiura fosse stata scoperta, venuto il giorno, si ritirarono. De' loro uomini trentuno caddero in mano degli uffiziali del papa, e caldi caldi furono impiccati per la gola. Formato il processo contro d'essi Colonnesi e loro seguaci, fulminò poi Bonifazio le scomuniche ed altre pene nel dì 14 del seguente maggio. E messi insieme due mila cavalli, mandò il popolo romano a dare il guasto alle terre d'essi Colonnesi.
A quest'anno (ma pare spettante al precedente) riferisce il Rinaldi[2170] l'avere il pontefice proibito l'accesso a Roma, o almeno la permanenza in essa, alle compagnie divote de' Bianchi, con riprovare eziandio il loro movimento, come non istituito colle dovute licenze de' superiori ecclesiastici; e molto più perchè fra i buoni si trovavano mischiati degl'impostori e degli ipocriti, che fingevano dei miracoli. Ma chi degli scrittori portava affezione a quella pia novità, fu d'avviso che Bonifazio si servisse di sì fatti pretesti per non volere in Roma tante migliaia di persone, che aveano cominciato il moto loro dalla Provenza, per sospetto dì qualche mina fabbricata sotto colore di pietà dall'avversario antipapa. Per conto de' miracoli, che si dicono allora accaduti, certamente in simili bollori facile è che la malizia inventi o la semplicità si figuri delle soprannaturali avventure, che ben esaminate si truovino poscia insussistenti. Sicchè cessò la correria de' Bianchi, restandone solo nelle città l'istituto. E perciocchè la misera natura umana ha troppo pendio al male, colla stessa facilità, con cui tanti e tanti all'aspetto d'essi abbracciata aveano la penitenza, e data a' nemici la pace, colla medesima tornarono ben tosto ai vizii e peccati primieri, e seguitò il secolo ad essere pieno d'iniquità, d'abusi, di risse e guerre, come prima. Nè la peste, che in quest'anno ancora portò l'eccidio a moltissime città, e massimamente nella Toscana, fu bastante a far migliorare i costumi sregolati dei popoli. In quest'anno il re Ladislao, divenuto pacifico possessore di Napoli[2171], mosse anch'egli le armi sue contra di Onorato Gaetano conte di Fondi, e gli tolse alcune castella. Da tale sbigottimento e doglia fu preso il conte, uomo dianzi sì potente e temuto, che se ne morì, e tutto il suo Stato pervenne alle mani del re. Per questo guadagno, e per gli altri suoi vantaggi, tornato Ladislao a Napoli, ordinò giostre e tenne corte bandita.
Non cessava Gian-Galeazzo duca di Milano di lavorar con doni e promesse per mezzo de' suoi ambasciatori affine di indurre i Perugini ad accettarlo per loro signore[2172]. Ne guadagnò molti, e massimamente il principal d'essi, cioè Ceccolino de' Michelotti fratello del già ucciso Biordo; in guisa che nel dì 30 di gennaio dell'anno presente dalla maggior parte di quel popolo gli fu data la signoria della città, ed egli vi mise il suo vicario. Da lì a non molto, cioè d'aprile, le genti sue, sotto il comando di Ottone de' Terzi Parmigiano, occuparono anche Assisi, pretendendolo come dipendenza di Perugia. Con questi passi di fortuna politica ogni dì più andava crescendo la potenza del duca. Aveva egli prima oppressi i marchesi Malaspina coll'armi, e tolta loro tutta la Lunigiana. E, secondo il Corio[2173], nell'anno presente s'impossessarono le di lui milizie di Nocera e di Spoleti, del che sommamente s'alterò papa Bonifazio, e spavento sempre più s'accrebbe a' Fiorentini. Facino Cane, allora capitano d'esso duca, non so se a nome di lui, oppure di Teodoro marchese di Monferrato, che era in guerra con Amedeo di Savoia principe d'Acaia, tolse ad esso principe alcune castella, e diede il guasto alle di lui terre sino ai borghi d'Ivrea. Da per tutto stendea le mani l'ingordo Visconte[2174]; e giacchè non potè ridurre alla sua ubbidienza la città di Lucca, diede almeno appoggio a Paolo Guinigi nobile della medesima, che con truppe a lui inviate da esso duca, e raccolte nella Garfagnana, mosse per forza quel popolo a dichiararlo capitano delle armi, e da lì a poco anche signore della città, dove per sua sicurezza diede principio ad una rocca. Temendo intanto, e con ragione, i Fiorentini dell'insaziabil ambizione di questo principe, condussero al loro soldo cinquecento lancie. Trattavasi in questi tempi in Venezia di convertire in una pace la tregua dianzi stabilita fra esso duca e i collegati suoi avversarii. Il duca, mostrandosi sempre voglioso della medesima, condusse nondimeno sì destramente i suoi affari, che con buone condizioni la conchiuse nel dì 21 di marzo, e fu questa poi pubblicata nel dì 11 d'aprile[2175]. Svantaggiose furono le condizioni d'essa per li Fiorentini; ma convenne loro accettarla qual era, per non potere di più. E fin qui era stato detenuto prigione in Faenza il marchese Azzo Estense, già preso nella rotta di Porto. Faceva Astorre de' Manfredi signore di quella città costar ben caro a Niccolò marchese la custodia di questo importante prigioniere, non cessando mai di domandar danari e di minacciare. Stanchi i Ferraresi di questa musica, allorchè Gian-Galeazzo figliuolo d'esso Astorre in compagnia della moglie di Carlo Malatesta passava travestito in nave per Po, il presero nel dì 3 di giugno, e il condussero nel castello di Ferrara[2176]. Grandi smanie e lamenti fece per questo a Milano e a Venezia Astorre. Interpostisi finalmente i signori veneziani, fu pattuito che Astorre consegnasse al senato veneto il marchese Azzo da mandarsi a' confini in Candia, pel cui sostentamento il marchese pagasse annualmente tre mila fiorini d'oro. Con ciò il figliuolo d'Astorre, menato a Venezia, fu rimesso in libertà nel dì 23 di agosto. Mancò di vita in quest'anno Antonio Veniero doge di Venezia nel giorno 23 di novembre[2177], e in luogo suo fu sublimato a quella dignità Michele Steno.
Per la morte data dai Bolognesi nel precedente anno a Giovanni conte di Barbiano e ad altri di quella casa, non potea darsi pace il vecchio conte Alberico da Barbiano, soprannominato il gran contestabile, e celebre condottier d'armi in questi tempi[2178]. Era egli ai servigi del duca di Milano, e da lui impetrò un corpo di armati per voglia di vendicarsi. Ma contra de' Bolognesi ragion volea che no, perchè era stata abbattuta la fazione, da cui furono condannati alla morte i signori da Barbiano, e dominava allora la contraria. Lo sdegno dunque d'Alberico si rivolse contra di Astorre de' Manfredi signor di Faenza, ad istigazione di cui i suoi parenti lasciarono il capo sul palco. Gli stessi Bolognesi, che aveano preso per loro generale Pino degli Ordelaffi signor di Forlì, si collegarono col conte Alberico, e fecero viva guerra ad Astorre per tutto quest'anno, e tennero bloccata la città di Faenza, avendo ivi piantata una bastia. Un bel che fare avrebbe chi prendesse a descrivere tutte le rivoluzioni seguite in quest'anno nella troppo facilmente tumultuante città di Genova. A me basterà di accennare[2179], che, mossa sedizione da una parte di quel popolo contra di Colardo governatore pel re di Francia nel dì 12 di gennaio, tal paura gli fecero, che se ne fuggì a Savona. Fu eletto per governatore Batista Boccanegra con titolo di capitan delle guardie del re di Francia; eppure egli si diede a far guerra al castelletto presidiato da' Franzesi. Presero per questo le armi gli Adorni ed altri nobili; e, prevalendo la loro fazione e possanza, dopo molti combattimenti, rimase abbattuto il Boccanegra, e a lui fu sostituito Battista de' Franchi Lusiardo nel grado di capitano. Non cessarono per questo le risse e sedizioni fra quei di Guarco, di Montaldo, gli Adorni e Campofregosi. Tuttavia tenne saldo il suo grado il suddetto Batista fino al fine dell'anno presente. Videsi intanto comparire a Venezia Manuello Paleologo imperador de' Greci, che fu ivi con rara magnificenza accolto. Passò a Padova[2180], dove con grande onore incontrato da Francesco da Carrara e da Niccolò marchese di Ferrara, che s'era apposta portato colà, se n'andò poscia a Pavia[2181] a trovare Gian-Galeazzo Visconte duca di Milano, e di là poi si trasferì in Francia. Il motivo del suo viaggio era per chiedere soccorso ai principi cristiani d'Occidente contro la potenza dei Turchi, la quale minacciava oramai lo sterminio totale all'imperio de' Greci. Poco profitto ne ricavò egli. Sua fortuna fu che il gran Tamerlano imperador dei Tartari il liberò dall'oppressione di Baiazette imperador de' Turchi. L'anno ancora fu questo[2182], in cui contra di Venceslao re de' Romani si sollevò buona parte degli elettori e de' principi dell'imperio. Era egli venuto in disprezzo a tutti, non avendo mai atteso ad altro che ad imbriacarsi fra continui banchetti, perduto nell'amore d'una mulinaia, sprezzatore d'ogni legge, e solito per leggeri motivi a far morire persone di merito, e fin dei vescovi. Perciò fu presa la risoluzion di deporlo come persona inetta al governo. Si pretendeva ch'egli avesse pregiudicato all'imperio col creare duca di Milano Gian-Galeazzo Visconte, e molto più per avere abbandonata l'Italia, permettendo che esso duca l'andasse a poco a poco ingoiando. Papa Bonifazio IX anch'egli si dichiarò contra di lui, perchè non si dava pensiero alcuno, come protettor della Chiesa, per estinguere lo scisma. Fattene anche varie doglianze dagli elettori al papa, l'avea questi più volte paternamente ammonito a mutar vita; ma, vedendo che predicava al deserto, finalmente lasciò in libertà gli elettori di provvedere, come avessero creduto il meglio. Pertanto, dopo le citazioni, nel dì 20 d'agosto raunati i principi, esposero la dappocaggine e tutti gli altri di lui reati, e poscia vennero alla sentenza della deposizione, con eleggere in sua vece re de' Romani Federico duca di Brunsvich, il quale non giunse alla corona germanica, perchè da una congiura gli venne tolta la vita. Si passò all'elezione d'un altro, e questa cadde in Roberto conte Palatino del Reno e duca di Baviera, principe valoroso e ben degno di quella carica. Era egli nipote di Lodovico il Bavaro. Venceslao, saputa la sua deposizione, come era d'animo abbietto, benchè molti seguitassero a tenere per lui, e massimamente in Italia il duca di Milano, pure si ritirò nel suo regno di Boemia, continuando a menar la vita di prima. Per le sue tirannie fu dipoi posto dai Boemi in prigione nel 1403. Fuggito di là, ebbe maniera di ricuperare il regno, in cui commise nuove crudeltà, finchè nell'anno 1418 morì d'apoplessia, da niuno compianto, e abborrito da ognuno.
NOTE:
[2166] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2167] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2168] Theodoricus de Niem., Hist.
[2169] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[2170] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2171] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2172] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2173] Corio, Istor. di Milano.
[2174] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2175] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2176] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2177] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2178] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.
[2179] Georg. Stella, Annal. Gen., tom. 17 Rer. Ital.
[2180] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[2181] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[2182] Gobelinus. Theodericus de Niem. S. Antonin., et alii.
Anno di CRISTO MCCCCI. Indizione IX.
BONIFAZIO IX papa 13. ROBERTO re de' Romani 2.
Il secolo quintodecimo, a cui do ora principio, noi lo vedremo non meno agitato dalle guerre e rivoluzioni, che i barbarici precedenti. Tuttavia per due capi, cioè per le lettere e per la milizia, lo troveremo differente dai finora scorsi, e molto superiore ai medesimi. Non v'ha dubbio che nell'antecedente secolo cominciarono le buone lettere, troppo depresse in addietro, ad alzare il capo, e massimamente si ravvivò la lingua latina. Contribuì allora a ciò non poco Francesco Petrarca, uomo singolare, colle sue opere latine. Ho io parimente dato alla luce le Storie di Ferreto Vicentino, e di Albertino Mussato Padovano, che non aspettarono il Petrarca a lavorar con istile non disprezzabile le loro storie. Sopra tutti meritano attenzione le opere di Pietro Paolo Vergerio Justinopolitano, il seniore, che per l'eloquenza son tuttavia assaissimo da prezzare. Ma in questo secolo quintodecimo si dilatò sì fattamente lo studio delle lettere in Italia, che n'uscirono uomini per letteratura famosi, dei quali anche oggidì ammiriamo il sapere. Tanta è la copia d'essi, ch'io non mi metto a rammentarne neppur uno. Quello che specialmente cominciò a spronar gl'Italiani fu la venuta a Venezia sul fine del precedente secolo, e il passaggio dipoi a Firenze di Manuello Crisolora fuggito da Costantinopoli, il quale ben salariato si diede ad insegnare alla gioventù la lingua greca; e questa maggiormente accese lo studio della latina. Dagli Italiani susseguentemente impararono gli altri regni cristiani. Similmente nacquero nel presente secolo molti insigni uomini, che poscia ristorarono e perfezionarono la pittura, cioè Leonardo da Vinci, Pietro Perugino, Michel Angelo Buonarroti, Tiziano, Andrea del Sarto, Antonio Allegri detto il Correggio, Rafaello d'Urbino, ec. Per conto della milizia abbiam veduto che nel precedente secolo gl'Italiani costituirono il nerbo maggiore delle lor forze ed armate nella cavalleria straniera. Calavano allora a truppe i Tedeschi ed altri oltramontani, chiamati, o spontanei, in Italia, ben sicuri di trovar soldo o dai principi o dalle città libere. Ma s'è anche veduto quanto grande fosse l'avarizia loro, quanto poca la fede; e il maggiore di tutti i mali, fu lo aver essi introdotte le maledette compagnie di masnadieri, che sì lungamente afflissero le nostre contrade. Conobbero infine gl'Italiani di avere anch'essi mani, coraggio ed armi; e, lasciati andar gli stranieri, divennero agguerriti, ed ebbero capitani e generali di rara maestria e valore nel mestiere delle armi. Spezialmente in questi tempi fioriva Alberico conte di Barbiano, dianzi gran contestabile del regno di Napoli, dalla cui scuola uscirono altri insigni capitani. Così abbiam veduto Jacopo del Verme, Biordo e Broglia e Carlo Malatesta, che morì di peste nel precedente anno in Empoli. E qui conviene far menzione di Sforza degli Attendoli, nato in Cotignola della Romagna[2183] nell'anno 1369 a dì 10 di giugno. Il Bonincontro[2184], il padre Bonoli[2185] ed altri non pochi scrivono, essere stata nobile la casa degli Attendoli onde egli uscì. Ma può restar del sospetto, che se gli attribuisse questa nobiltà, dappoichè egli, fu col suo valore salito in alto, e tanto più dappoichè Francesco suo figliuolo, anche più insigne nelle armi del padre, giunse a conquistare il ducato di Milano. Antica tradizion certo fu, ch'egli, zappando la terra, ed invitato da alcuni al mestiere delle armi, gittasse la zappa sopra una quercia, per prenderne augurio; se calava, di seguitar nel suo esercizio, e se restava nell'albero, di abbracciar la milizia. Non cadde la zappa, ed egli marciò alla guerra, dove per le sue violenze gli fu posto il soprannome di Sforza; e già in questi tempi avea cominciato ad acquistarsi il nome di valente guerriero, e comandava ad una squadra d'armati. Per testimonianza del Giovio, i suoi posteri Sforzi duchi di Milano non credeano falsa tal tradizione; e da qui a non molto noi vedremo esso Sforza nominato dai Romani villano da Cotignola. In questo medesimo anno, trovandosi esso Sforza al servigio dei Fiorentini con cento cinquanta uomini d'armi in San Miniato, Lucia Trezania, tenuta da lui per moglie di coscienza, ma poi ripudiata, partorì a' dì 23 di luglio Francesco figliuolo di lui, che col tempo fu gloriosissimo duca di Milano. Questo basti per ora.
Abbiamo dal Rinaldi[2186] che circa questi tempi papa Bonifazio, portato alla clemenza, ricevette in sua grazia Giovanni e Niccolò dalla Colonna, che colla corda al collo gli chiesero perdono. Lo stesso fece con Giacobello Gaetano figliuolo del defunto Onorato conte di Fondi, cioè di un gran nemico di esso papa, confermandogli alcuni feudi già spettanti alla sua casa nello Stato pontifizio. Ma l'avversario suo, cioè l'antipapa Benedetto, che tuttavia era sequestrato nel palazzo, ossia castello di Avignone, ebbe maniera in quest'anno di guadagnare Lodovico duca d'Orleans reggente del regno. Questi riconciliò con lui i cardinali del suo partito, che l'aveano dianzi abbandonato per le sue crudeltà contro la città d'Avignone. Ratificò in tal congiuntura Benedetto le promesse fatte già di deporre il preteso papato, se così richiedeva il bisogno della Chiesa; e con ciò pare ch'egli riacquistasse la libertà. Ma, secondo altri atti, la sua liberazione succedette nell'anno 1403. Attese in questi medesimi tempi[2187] Ladislao re di Napoli a domar que' baroni che restavano ribelli alla sua corona. All'uscita d'aprile cavalcò coll'esercito in Calabria, e ridusse all'ubbidienza sua tutte quelle terre, a riserva di Cotrone e di Reggio, che Niccolò Ruffo conte di Catanzaro consegnò alle genti di Lodovico d'Angiò, con andarsene dipoi in Provenza. Ma Ladislao tanto poi fece, che espugnò i Franzesi, ed ebbe tutto. E perciocchè morì l'almirante di casa Marzano, stato in addietro suo nemico, si volse con gl'inganni a distruggere quella casa, e sotto colore di un matrimonio trasse nella rete Goffredo figliuolo di esso almirante, con torgli Tiano, Alife e il ducato di Sessa. Aggiugne il Bonincontro[2188] che in questo medesimo anno Ladislao cacciò da Amalfi Ruggieri Britanno, che avea occupato quel paese; ricuperò tutto l'Abruzzo; e poi, dimentico de' benefizii a lui compartiti da Dio, quantunque i Sanseverini si fossero uniti con lui, ed avessero mirabilmente contribuito a rimetterlo in Napoli, pure perchè gli erano stati contro in addietro, prese Tommaso ed alcuni altri di essi, e li cacciò in prigione. Un pari trattamento fece al duca di Venosa e al vescovo di Biseglia. Che mal verme fosse Ladislao, di qui si può cominciar a comprendere. Ma negli Annali di Forlì[2189] l'oppressione de' Sanseverineschi vien rapportata all'anno 1404. E conviene aver pazienza se non si possono con ordinata cronologia riferire i fatti del regno di Napoli. Appena s'udì l'elezione di Roberto di Baviera re dei Romani, coronato in quest'anno, correndo la festa dell'Epifania, in Colonia da quell'arcivescovo Federigo, e traspirò l'inclinazione sua di calare in Italia contra di Gian-Galeazzo duca di Milano[2190], che i Fiorentini gli spedirono ambasciatori a confortarlo e sollecitarlo a questa impresa. Al pari di loro, anche papa Bonifazio si studiò di muoverlo, siccome irritato contro il duca per l'occupazione da lui fatta di Perugia, Assisi ed altre terre della Chiesa. Si accordarono i Fiorentini di pagargli ducento mila fiorini d'oro, cioè cento mila allorchè fosse sboccato in Italia l'esercito di lui, e il resto in altre rate. Ben volentieri, ed apertamente, Francesco da Carrara signore di Padova, e segretamente i Veneziani aderirono a questa lega. Ma Niccolò Estense marchese di Ferrara, lungi dall'entrare in questo ballo, nel mese di settembre, accompagnato da molta nobiltà e genti d'armi in numero di quattrocento cinquanta cavalli, andò a Pavia a visitare il duca di Milano, che l'accolse con molto onore e finezze: cosa che ingelosì non poco i Veneziani, e fu cagione che parlassero alto coi ministri dell'Estense, il quale seppe tenersi neutrale in quelle scabrose contingenze. Sul principio d'ottobre fu a Trento Roberto re de' Romani con bella gente di armi, e andò ad unirsi seco colle sue ancora Francesco da Carrara, il quale fu creato capitan generale di tutta l'armata. Avea già spedito Roberto le lettere circolari, significando a' principi la sua venuta per prendere la corona d'Italia, e intimando al duca di Milano di dimettere tutte le città dell'imperio indebitamente da lui possedute. Gian-Galeazzo gli mandò per risposta, che nol conoscea per nulla, essendo Venceslao legittimo re de' Romani, ed esso Roberto un usurpatore. Intanto accrebbe l'esercito suo, e lo spedì ai confini de' suoi Stati, col mettere specialmente un grosso presidio in Brescia, comandato da Facino Cane e da Ottobon Terzo.
A quella volta appunto per disastrosi cammini calò, dopo la metà d'ottobre, l'armata di Roberto, con cui erano ancora il burgravio di Norimberga e Leopoldo duca d'Austria. Già si erano ribellate al Visconte alcune valli del territorio bresciano. Nell'esercito del Visconte, oltre ai suddetti due capitani, si contavano Teodoro marchese di Monferrato, il conte Alberico di Barbiano, Carlo Malatesta, Galeazzo da Mantova, Taddeo del Verme ed altri capitani. Molte scaramuccie si fecero con danno per lo più de' Tedeschi; ma nel dì 21 d'ottobre si venne quasi ad un general fatto d'armi, in cui restò scavalcato e prigione il duca d'Austria, colla morte e prigionia di molte centinaia di Tedeschi, comparendo superiore ad essi la bravura ed arte della milizia italiana. E se non era Jacopo da Carrara figliuolo di Francesco signor di Padova, in piena rotta andava tutto il campo di Roberto. L'essere stato rilasciato il duca d'Austria da lì a tre giorni, fece insorgere sospetti ch'egli avesse maneggiato cogli uffiziali del Visconte qualche trattato contra de' Carraresi; di modo che questi si ritirarono colle lor genti, e nel dì 6 di novembre giunsero in salvo a Padova. Roberto anch'egli marciò alla volta di Trento, dove si partì da lui in discordia il suddetto duca coll'arcivescovo di Colonia[2191]. Son di parere altri storici che la ritirata di Roberto procedesse da timore per la fiera spelazzata che gli era toccata nel precedente conflitto. Certamente non mostrò egli gran perizia nell'arte della guerra, nè seppe profittar punto delle forze sue, benchè superiori a quelle del Visconte. Da Trento venne poscia Roberto a Padova, e vi entrò con tutta la sua baronia nel dì 18 di novembre. Trasferissi di là a Venezia nel dì 10 di dicembre, accompagnato dal signore di Padova. Di grandi consigli si tennero quivi coll'intervento degli ambasciatori fiorentini, per continuar la lega e la guerra contro il duca di Milano. Ma Roberto dimandava danari, e i danari ostinati non voleano venire[2192]: però non si trovava maniera d'accordo fra essi contraenti. Sino al fine dell'anno si fermò in Venezia Roberto. Regnò ancora in quest'anno la confusione in Genova, troppo essendo avvezzi que' cittadini e i distrettuali ancora alle gare e sedizioni[2193]: finchè nel dì ultimo d'ottobre colà arrivò_ Giovanni il Meingle_, soprannominato Bucicaldo, maresciallo del re di Francia, personaggio di mirabil vivacità e franchezza, a ripigliar le redini di quel governo. Seco condusse circa mille uomini d'armi, e fu accolto con grande onore. Fattesi egli tosto consegnar quelle fortezze che erano in mano de' Genovesi, nel dì 2 di novembre chiamò a sè Batista Boccanegra e Batista dei Franchi Lusiardo e dopo averli messi sotto guardia, li sentenziò a morte, perchè avessero usurpata la rettorìa della città senza licenza del re ne' passati tumulti. La sentenza fu eseguita ad un'ora di notte nella piazza del pretorio contra del Boccanegra, a cui fu mozzato il capo. Dovea farsi lo stesso del Lusiardo, già spogliato e colle mani legate; ma perchè si vide qualche movimento nel popolo accorso, e a ciò teneano gli occhi i soldati franzesi, il Lusiardo, che se la vide bella, alzatosi e cacciatosi nella folla, ebbe la fortuna di salvarsi. Bucicaldo in collera fece subito tagliar la testa a quell'ufficiale che ne dovea aver cura. E questo buon cavallerizzo seppe in breve domar così bene quegli sbrigliati cavalli, che tornò in Genova e nel territorio la pace, ed ogni terra ubbidì, eccettochè Monaco posseduto da Lodovico Grimoaldo, ma che vedremo ricuperato da esso Bucicaldo nell'anno seguente, nel quale ancora sappiamo aver egli tolte le armi a tutti i cittadini di Genova, senza che si udisse tumulto alcuno: tanta paura si avea di lui.
Prima di questi avvenimenti fu in Bologna gran mutazione[2194]. Gareggiavano fra loro in quella città Giovanni Bentivoglio e Nanne de' Gozzadini, cadaun d'essi aspirando alla signoria della città. L'accorto Bentivoglio, per rinforzare il suo partito, fece nel mese di febbraio entrare in città tutti gli amici del fu Carlo Zambeccari della fazion maltraversa, che erano confinati. Segretamente ancora si procacciò il favore del duca di Milano e de' suoi parziali. Con tal disposizione levato rumore nel dì 14 di marzo, si fece proclamar signore di Bologna. Allora fu che il duca si credette di aver da lì innanzi un fedele amico in esso Bentivoglio, e gli spedì ambasciatori per far lega con lui, ed egli acconsentì. Ma seppero dipoi tanto picchiargli in testa gli ambasciatori de' Fiorentini, rappresentandogli il pericolo d'essere divorato dal non mai contento duca, ch'egli si gittò nelle loro braccia e strinse lega con essi. Di questo si offese non poco il Visconte, ma siccome volpe vecchia dissimulò lo sdegno, con ordinar nondimeno al conte Alberico di Barbiano e ad Ottobuon Terzo che andassero in Romagna, e trovassero pretesti di guerra contra dei Bolognesi. Il pretesto fu, che il Bentivoglio si fosse accordato con Astorre signor di Faenza e nemico del conte Alberico. Fecero dunque essi delle scorrerie sul territorio bolognese nel giugno, menando via gran quantità di bestiame e prigioni. Poscia, sbrigato che fu dalla guerra col re Roberto, ritornò esso conte Alberico sul Bolognese, e ripigliate le ostilità, s'impadronì del castello e della rocca di Dozza. Nanne e Bonifazio de' Gozzadini, per sospetto della lor vita, si ritirarono a Ferrara, e furono banditi. In Pistoia nell'anno presente[2195] Ricciardo de' Cancellieri, ribellatosi alla patria, prese il castello della Sambuca; ed assistito dal duca di Milano, a cui facea sperare il dominio di quella città, diede il guasto a tutta quella contrada. Ma i Fiorentini colle lor forze sturbarono i progressi del medesimo Ricciardo. Abbiamo dagli Annali di Milano[2196] che in questi tempi Gian-Galeazzo duca, per sostener la guerra poco fa descritta, caricò sì spietatamente i suoi sudditi di taglie e prestiti, che molti, non potendo sostener tanti pesi, andarono raminghi pel mondo, oppure venivano imprigionati, e dai soldati erano occupati i lor beni. Perciò gemiti ed urli s'udivano fra tutti quei popoli. E tali per lo più son le glorie dei principi conquistatori.
NOTE:
[2183] Corio, Istoria di Milano.
[2184] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2185] Bonoli, Istoria di Lugo.
[2186] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2187] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2188] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2189] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2190] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Amm., Ist. Fior., lib. 16.
[2191] Sozomenus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2192] Mutius, Histor. Germ., lib. 26.
[2193] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2194] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Delayto, Annal., tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCCII. Indizione X.
BONIFAZIO IX papa 14. ROBERTO re de' Romani 3.
Nulla di particolare abbiamo in questo anno delle azioni di papa Bonifazio IX, sennonchè egli fece lega coi Fiorentini contra dello Stato di Milano[2197], e Giannello suo fratello con mille e cinquecento lancie andò all'assedio di Perugia; ma Ottobuon Terzo colle soldatesche del duca di Milano il fece tornar indietro con poco suo gusto. Nè altro sappiamo del re Ladislao[2198], fuorchè l'aver egli contratto matrimonio con una sorella del re di Cipri appellata Maria, gentile e savia signora, che giunse a Napoli nel dì 12 di febbraio con accompagnamento nobile di Cipriotti. Furono perciò fatte solenni giostre ed altre magnificenze in quella regal città. Dimorò per qualche tempo il re de' Romani Roberto in Venezia, disputando co' Fiorentini del danaro ch'egli si doleva di non avere ricevuto secondo i patti, ed esigendone dell'altro, se dovea continuare a tener le sue armi in Italia[2199]. Perchè non andavano a suo verso gli affari, e gli ambasciatori fiorentini s'erano ritirati, anch'egli, imbarcatosi sopra una galea sottile, se n'andò colla sua famiglia a Tisana. Assai nondimeno premeva alla signoria di Venezia di tener in Italia questo principe per contrapporlo alla smoderata potenza del duca di Milano. Fattolo perciò ritornare a Venezia nel dì 9 di gennaio, ottennero che i Fiorentini pagassero nuovi danari; laonde, parendo già fissata la sua permanenza in Italia, nel dì 29 del suddetto mese venne a Padova, e volle, per maggior sua sicurezza, prendere alloggio nel castello. Ma perciocchè i Fiorentini per loro imbrogli in Toscana, e per li bisogni del signor di Bologna, che era più che mai infestato da Alberico conte di Barbiano, non poteano unir con lui le proprie forze, nè si sentivano di voler sostenere colla sola lor borsa il peso di un sì dispendioso aiuto, e perchè neppure in Germania erano quiete le cose: il re Roberto in fine a dì 13 d'aprile congedatosi in Padova, e ritornato a Venezia, dopo qualche giorno s'imbarcò, e tornossene al suo paese, lasciando in Italia un misero concetto del suo nome e valore. Allora si slargò forte il cuore a Gian-Galeazzo Visconte, vedendosi tolto d'attorno un tal contradittore, e tosto s'applicò ad eseguire i disegni già conceputi contra di Giovanni Bentivoglio signor di Bologna, a cui dava il nome d'ingrato. Fin sul bel principio di quest'anno aveano cominciato gli affari d'esso Bentivoglio a prendere cattiva piega[2200]. Era entrato nel dì 29 di gennaio in quel territorio il conte Alberico con cinquecento lancie; altre schiere condotte da Marcoardo dalla Rocca si aggiunsero alle sue, e con loro parimente si unirono Bonifazio e Nanne de' Gozzadini. S'impadronirono essi per trattato nel dì 31 della Pieve di Cento, e poscia della rocca. Fu seguitato l'esempio di questa terra da Massumatico, San Prospero, Galiera, Vergà ed altre terre. Anche San Giovanni in Persiceto nel dì 3 di febbraio si ribellò gridando: Viva la libertà. Questo popolo dipoi nel dì 8 di marzo chiamò il Bentivoglio a parlamento, mostrando disposizione di far patti con lui. V'andò egli con due suoi capitani. I patti furono, che contra di lui spararono due bombarde, l'una delle quali uccise il cavallo a lui, e l'altra Scorpione suo capitano. Acclamò poscia esso popolo per loro signori Pandolfo e Malatesta de' Malatesti. Fortuna ebbe bene esso Bentivoglio nel dì 15 di febbraio di rompere il corpo di gente comandato da Marcoardo dalla Rocca e da Alberto Pio, e di far prigioni que' due capitani; ma un nulla fu questo al suo bisogno.
Avendo egli intanto implorato l'aiuto de' Fiorentini, questi gli mandarono Bernardone lor capitano con alcune centinaia di fanti e cavalli. Francesco da Carrara[2201] anch'egli inviò loro cinquecento fanti, bella gente e ben armata, ed anche trecento cavalieri condotti da Francesco Terzo e Jacopo suoi figliuoli. Andrea Gataro[2202] scrive, avere il signore di Padova spedito colà mille e cinquecento cavalli e trecento fanti; ma è ben più probabile il primo racconto. Comunque sia, poco era questo in paragon delle forze del duca di Milano, nel cui poderosissimo esercito, composto di otto mila cavalli e cinque mila fanti, ed altri dicono molto più, comparvero Francesco Gonzaga signor di Mantova, Carlo, Pandolfo e Malatesta de' Malatesti, Antonio del Verme, il conte Alberico da Barbiano, Jacopo e Taddeo del Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane, ed altri rinomati capitani, i quali tutti concorsero a dare il generalato al vecchio conte Alberico, che potea essere maestro di ognuno nell'arte della guerra. Nel dì 22 di maggio entrò sul Bolognese l'armata duchesca, inferendo quei danni che suol fare la militar licenza anche senza l'ordine de' comandanti, facendo vista il Gonzaga e i Malatesti di far eglino quella guerra a nome proprio, e non già del duca di Milano. Avea postato Giovanni Bentivoglio le sue genti a Casalecchio, affinchè non fosse tolta l'acqua del canale di Reno alla città. Trasse colà anche l'esercito nemico, e nel dì 26 di giugno seguì fra loro un terribil fatto d'armi colla sconfitta de' Bolognesi, restando prigione di Facino Cane Bernardone generale de' Fiorentini e Francesco Terzo da Carrara, e del signore di Mantova Jacopo altro legittimo figliuolo del signore di Padova, oltre a Sforza Attendolo, Tartaglia e moltissimi altri. Per questa rotta il popolo di Bologna prese le armi contra del Bentivoglio, ed, occupate le porte[2203], lasciò entrare non solamente i fuorusciti nemici di lui, ma anche i capitani del Visconte con alcune brigate d'armati. Essendo nascosto Giovanni Bentivoglio, fu nel dì 28 scoperto, e condotto alla piazza, restò vittima del furore di quel popolo, il quale non tardò ad acclamare per suo signore il duca di Milano, perchè non potea di meno; e fu poi questa elezione solennemente confermata a dì 10 di luglio nel general consiglio di quella città. Poco stette il duca ad ordinare che ivi si fabbricasse una cittadella. Gran danno e scontento n'ebbero i Bolognesi. Se a questa nuova restassero storditi i Fiorentini, facile è l'immaginarselo. Già si vedeano quasi da ogni lato circondati dal Biscione, padrone della Lunigiana, di Pisa, Siena, Perugia e Bologna. Scrive il Corio[2204] che dopo la presa di questa città inviò il duca in Toscana il conte Alberico con dodici mila cavalli e diciotto mila fanti, che strinsero d'assedio la città di Firenze. Aggiugne l'autore della Cronica di Bologna[2205] che nel dì 23 d'agosto fu sconfitta la gente d'esso duca dai Fiorentini. Ma di ciò nulla parlando il Delaito, il Poggio, l'Ammirato ed altri scrittori; anzi scrivendo essi che lo scaltro duca, per mostrar la sua moderazione, tosto trattò di pace e lega con Firenze, non è da prestar fede in ciò allo storico milanese. Nè si vuol tacere, che, condotto prigione da Facino Cane Francesco Terzo da Carrara[2206], allorchè fu in Parma, aiutato da un suo conoscente, ebbe la fortuna di fuggire, calandosi giù per le mura. Jacopo suo fratello prigioniere di Francesco Gonzaga fu menato a Mantova. Quantunque suo padre offerisse di riscatto cinquanta mila fiorini d'oro, il Gonzaga, dimentico dei servigi a lui prestati dalla casa di Carrara nella precedente guerra, stava saldo in volerne cento mila. Molto meno costò al Carrarese la liberazion del figliuolo; perciocchè concertato tutto con genti fidate, allorchè Jacopo un dì giocava alla palla in sito diviso dal lago da un muro, siccome era suo costume, uscì per un portello a pigliarla. Quivi, entrato in una barca preparata, che velocemente il condusse fuori del lago, trovò al lido dodici cavalle corridore, tenute da dodici uomini a cavallo, che l'aspettavano. Con queste arrivò egli sano e salvo nel dì 23 di novembre a Padova, e recò un'incredibil allegrezza al padre.
In questo auge di gloria e potenza ora si trovava Gian-Galeazzo Visconte duca di Milano; ma siccome nulla è di stabile nelle umane cose, venuta la peste a Pavia, egli si ritirò a Marignano sul Lambro. Quivi, preso da malattia, nel dì 3 di settembre in età di cinquantacinque anni pagò il debito della natura; nè mancò chi sospettasse i Fiorentini autori di sua morte col veleno. Fu questo principe di gran mente ed astuzia, amatore della vita ritirata, magnanimo, clemente e glorioso agli occhi del mondo per le sue tante conquiste. Altre sue belle qualità sono riferite negli Annali di Forlì[2207]. S'egli maggiormente fosse vivuto, le disposizioni certamente erano ch'egli avrebbe steso molto più oltre i confini del suo dominio, giacchè cotanto era cresciuta la di lui potenza; e la febbre dei conquistatori, così pregiudiziale a' propri ed altrui sudditi, gli stava troppo fitta nel cuore. Dal testamento e da' codicilli suoi, il compendio de' quali vien riferito dal Corio[2208], si raccoglie, aver egli lasciato col titolo di duca a Gian-Maria suo primogenito Milano, Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Siena, Perugia e Bologna. A Filippo Maria secondogenito legittimo lasciò con titolo di conte Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano colla riviera di Trento[2209]. A Gabriello suo bastardo, ma legittimato, lasciò Pisa e Crema. Andrea Biglia[2210] non parla di Crema, e dice lasciatagli Pisa colla Lunigiana e Sarzana. Tralascio i suoi legati a cause pie. La solennità del funerale fatto al di lui cadavero nel dì 20 d'ottobre in Milano fu uno spettacolo de' più magnifici che mai si vedesse l'Italia. Vien descritto esso funerale da Andrea Gataro, dal Corio, ma specialmente da un opuscolo da me dato alla luce nel tomo decimosesto della Raccolta degli scrittori d'Italia. Alla morte di questo principe era preceduta una gran cometa visibile per tutta Italia; e chi si dilettava del vano e fallace mestiere d'indovinare l'avvenire, forse avea fatti i conti sulla di lui vita. Anzi scrivono che lo stesso duca da ciò intese vicina la sua chiamata per l'altro mondo. Certo, dappoichè fu morto, i più si fecero buonamente a credere che quel fenomeno celeste avesse indicata la di lui morte. Pretesero altri predetta la formidabil rotta data in questo anno da Timur Bech, da noi appellato Tamerlano, imperador dei Tartari, al ferocissimo Baiazette sultano de' Turchi, gran flagello della cristianità in Oriente, il quale, restato prigioniere del barbaro vincitore, fra le catene terminò poi la vita. Tutte visioni della buona gente, che fa de' somiglianti lunarii, mentre io scrivo, per una cometa che si vide nel febbraio di quest'anno 1744. Per quanto abbiamo dagli Annali di Forlì[2211], cessò di vivere in quest'anno a dì 20 di luglio Pino degli Ordelaffi, signore di Forlì, di Forlimpopoli e d'altre terre, e a lui succedette nel dominio Cecco suo fratello. Vien lodato esso Pino per molte sue belle doti, ed universalmente fu dai sudditi compianta la sua morte. In quest'anno ancora morì Scarpetta degli Ordelaffi.
NOTE:
[2195] Sozomen., Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[2196] Annales Mediolan., tom. eod.
[2197] Sozomenus, Chron., tom. eod.
[2198] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2199] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2200] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.
[2201] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2202] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2203] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2204] Corio, Istoria di Milano.
[2205] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2206] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2207] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2208] Corio, Istoria di Milano.
[2209] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2210] Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCIII. Indizione XI.
BONIFAZIO IX papa 15. ROBERTO re de' Romani 4.
Cominciaronsi in quest'anno a provar gli effetti della morte di _Gian-Galeazzo _duca di Milano, cioè si cominciò a sfasciar la monarchia con tante guerre e fatiche da lui stabilita. Già fra i suoi figliuoli si era questa divisa; ma passò più oltre la malattia, con giugnere sino al cuore dello stesso dominio. Erano tuttavia i due figliuoli suoi, cioè Gian-Maria e Filippo, in età incapace di governo; e però il padre nel suo testamento, se crediamo al Corio[2212], avea lasciata la reggenza a Caterina sua moglie, a Francesco Gonzaga signore di Mantova, al conte Antonio d'Urbino, a Jacopo del Verme, a Pandolfo Malatesta, al conte Alberico da Barbiano, e a Francesco Barbavara Novarese. Andrea Biglia, autore di questi tempi, scrive[2213] essere stati i principali tutori Pietro di Candia arcivescovo di Milano, Carlo Malatesta e Jacopo del Verme. Entrò ben presto la discordia fra i reggenti. La troppa autorità, che si attribuiva il Barbavara, unitissimo colla duchessa, suscitò l'invidia e l'ambizione nei colleghi; crebbero i disgusti, e i migliori consigli erano ben di rado abbracciati. Il peggio fu in questi primi tempi l'odio e lo spirito della vendetta di chi era rimasto nemico della casa de' Visconti[2214]. Si procurò di trattar pace co' Fiorentini; nulla si potè ottenere. Papa Bonifazio IX per le città dello Stato ecclesiastico usurpate, dopo aver pazientato in addietro per paura del potentissimo Biscione, ora determinò daddovero di ricuperare il suo. Il primo colpo ch'egli fece, fu di staccar da Milano e di prendere al suo servigio il conte Alberico, soprannominato il gran contestabile, tassato d'ingratitudine dagli storici milanesi perchè dimentico di tanti benefizii che gli aveva compartiti Gian-Galeazzo, e molto più perchè contra dei di lui figliuoli impugnò la spada in questo anno. Già era il papa collegato co' Fiorentini, ed ora con esortazioni e comandamenti trasse ancora nella stessa lega[2215] Niccolò marchese d'Este signor di Ferrara, creandolo capitan generale dell'esercito della Chiesa. Dai reggenti di Milano furono spediti ambasciatori a Padova per quetare Francesco da Carrara, e si conchiuse che il Visconte l'assolverebbe da ogni debito, e inoltre cederebbe a lui Feltro e Cividal di Belluno. Mancò a tali promesse il governo di Milano, e perciò il Carrarese si cominciò ad armare per far guerra ai due fratelli Visconti. Molto più di lui si preparavano i Fiorentini per la medesima danza. Spedì il papa a Ferrara Baldassare Cossa cardinale con titolo di legato di Bologna, acciocchè accudisse col marchese estense alla riduzion di Bologna. Sul fine dunque di maggio l'esercito pontifizio, comandato dal marchese e da Uguccion de' Contrarii, premessa la sfida, entrò nel Bolognese ostilmente. Col marchese erano il gran contestabile, Carlo e Malatesta de' Malatesti, Pietro da Polenta, Paolo Orsino ed altri capitani di grido. Dopo aver preso alcuni luoghi del Bolognese, improvvisamente marciò quell'armata pel Modenese e Reggiano ai danni del Parmigiano, e grosso bottino vi fece. Indi, ritornata sul Bolognese, attese ad altre conquiste.
Intanto in Milano contro la superbia di Francesco Barbavara si eccitò nel dì 25 di giugno una fiera sedizione da Antonio Visconte, dagli Aliprandi e da altri malcontenti; di modo che la duchessa col figliuolo Gian-Maria e col Barbavara si ritirò nel castello. Sopraggiunto poi Antonio Porro, crebbe il tumulto del popolo; seguirono moltissimi ammazzamenti; e il Barbavara prese il partito di fuggirsene a Pavia, e più lungi ancora. Il giovinetto Filippo Maria conte di Pavia si trasferì anch'egli a quella città per custodirla dalle rivoluzioni. Mirabil cosa fu il vedere scatenarsi in questi tempi per quasi tutte le città del ducato di Milano le dianzi addormentate fazioni de' Guelfi e Ghibellini, con fama che gl'industriosi Fiorentini spargessero sì gran fuoco dappertutto coi loro emissarii, e colle promesse d'aiuto a chiunque si ribellasse. Rolando Rosso coi Correggeschi ed altri Guelfi un gran turbine sollevò nel Parmigiano. Nel dì primo di luglio il marchese Ugo Cavalcabò occupò Cremona e poi Crema, ed ebbe soccorso da essi Fiorentini; Franchino Rusca si fece padron di Como; la fazion guelfa s'impadronì di buona parte di Brescia; in Bergamo si scannarono senza pietà le due nemiche fazioni; Lodi, la Martesana, Soncino, Bellinzona, e moltissime altre terre, chi si ribellò al duca, e chi fu sottoposta a gravi omicidii e saccheggi[2216]. Nè andò molto che anche gli Scotti, i Landi ed altri nobili di Piacenza, cacciati gli Anguissoli, presero in sè il governo di quella città. Tutto in somma era in rivolta. In mezzo a tanto incendio pareano incantati i reggenti di Milano, sennonchè Ottobuon Terzo sostenne Parma, e Facino Cane con Galeazzo da Mantova difese bravamente Bologna dagl'insulti dell'esercito pontificio, il qual di nuovo fece una irruzione nel Parmigiano[2217]. Pur presero essi Reggenti un buon consiglio, e fu di pacificare il papa. Datane la commissione a Francesco Gonzaga signore di Mantova, questi segretamente ne trattò col cardinal Cossa legato apostolico, per mezzo di Carlo Malatesta suo cognato, sì felicemente, che all'improvviso saltò fuori la pace fra loro nel dì 25 d'agosto, per cui furono restituite al papa le città di Bologna, Perugia ed Assisi, senza che il pontefice si prendesse in quella pace cura alcuna de' Fiorentini: del che fecero eglino molte doglianze. A questa pace si oppose, per quanto potè, Facino Cane, e fece gran danno alla città di Bologna; pure in fine se ne andò[2218], e nel dì 2 di settembre entrò il cardinal Cossa trionfante in quella città, di cui gli fu confermata la legazione dal papa. Nell'ottobre Nanne de' Gozzadini, che aveva ordito un tradimento per farsi signore di Bologna, mandò i suoi ad occupare una porta; ma il cardinale, che sapeva già e dissimulava tutto, non si lasciò trovare a letto. Fu preso Bonifazio fratello di Nanne, e questi lasciò la testa sul pubblico palco. Imprigionato ancora Gabbione figliuolo di Nanne, di questo si servì il cardinal legato nell'anno seguente per indurre suo padre a restituir la terra di Cento e la Pieve, minacciando la morte al figliuolo. Nanne promise; ma, non attenendo la parola, tolta fu la vita anche ad esso Gabbione. Parimente in Siena[2219] si sollevarono sul fin di novembre le fazioni, l'una per sottrarsi al duca di Milano, e l'altra per sostenerlo; laonde il vicario duchesco fu in gran pericolo.
Era attaccato il fuoco al bosco; anche Francesco da Carrara signor di Padova pensò a scaldarsi[2220]. La speranza di fare in suo pro qualche bel colpo in mezzo a sì grande sconvolgimento del ducato di Milano, parea fondatissima; e tanto più perchè una delle fazioni di Brescia gli facea sperar l'entrata in quella potente città. Il perchè, ottenuta permissione dai signori veneziani, che nondimeno il dissuasero non poco da imprendere quella guerra, nel dì 16 di agosto s'inviò colle sue armi unite a quelle di Niccolò marchese di Ferrara suo genero alla volta di Brescia, dove entrò nel dì 18 d'esso mese, e gliene fu dato il dominio. Ma essendo la cittadella costante nell'ubbidienza a Milano, e venuti colà con gran corpo di gente Jacopo del Verme, Ottobuon Terzo e Galeazzo da Mantova, non finì la faccenda, che ebbero per grazia le armi padovane e ferraresi di potersi ritirar illese alle lor case. Fece dipoi il Carrarese varie scorrerie sul Veronese, prese alcuni luoghi, vi piantò qualche bastia; ma Ugolotto Biancardo governator di Verona il tenne corto, e il signore di Mantova gli ritolse le torri di Legnago che egli avea preso. Tornando dai principi oltramontani Manuello imperador de' Greci con poco profitto de' suoi interessi, arrivò nel dì 22 di gennaio del presente anno a Genova[2221]. Ricevette grande onore da quel popolo, e dal regio governatore Bucicaldo, e se ne andò poscia al suo viaggio, malcontento dei cristiani occidentali. Intanto perchè i Genovesi erano in rotta con Giano re di Cipri, armarono nove galee, sette navi e un galeone contra de' Cipriotti. Lo stesso Bucicaldo volle essere in persona capitano della flotta a quella impresa, e sciolse le vele verso Cipri. Questo armamento fu cagione che quel re, dopo avere ricevuto alcuni danni, chiedesse accordo collo sborso di molta pecunia, e colla promessa d'altra ad altro tempo. Il vittorioso Bucicaldo si figurò di poter fare qualche bel colpo in Soria contro gl'infedeli, ma nulla gli riuscì, siccome neppure di ottener pace per li Genovesi dal soldano di Egitto. Contuttociò navigava egli con gran fasto per que' mari, non si sa se per tornarsene a Genova, oppure pel fare qualche tentativo ed insulto contro le terre de' Veneziani nell'Adriatico; quando eccoti uscir di Modone Carlo Zeno generale de' Veneziani, rinomato per molto suo valore non meno in terra che in mare, che con undici galee e due uscieri, cioè navi grosse, teneva d'occhio e seguitava la flotta genovese[2222]. Sulle prime parve amico; ma nel dì 7 d'ottobre scopertosi nemico, venne a battaglia con essi Genovesi. Si combattè con assai bravura dall'una parte e dall'altra; ma in fine Bucicaldo ebbe la peggio, e fu costretto a fuggirsene, con lasciar tre delle sue galee in potere de' Veneziani, i quali insieme colla gente le menarono a Modone. Il Sanuto scrive[2223] che gran sangue si sparse in quel conflitto, e conferma la presa delle tre galee. Nel tornarsene a casa gli sconfitti Genovesi, incontratisi in due galee veneziane, anch'essi se ne impadronirono. Diede molto da parlare per Italia questo fatto, ed incredibile schiamazzo ne fece il borioso Bucicaldo, di maniera che quantunque nell'anno appresso seguisse pace fra i Veneziani e Genovesi colla restituzion de' prigioni, pure Bucicaldo non come governator di Genova, ma come persona privata sparse un manifesto, in cui trattava Carlo Zeno da traditore, sfidandolo a duello in terra ferma, oppure con una galea per parte di cadauno in mare. Se ne rise Carlo Zeno, e il lasciò tempestar quanto volle.
Nè si vuol tacere che sul principio di settembre, sollevatisi i Guelfi d'Alessandria, si ribellarono ai Visconti, ed implorarono aiuto da Genova per sottomettersi al re di Francia. Non fu pigro il vice-governatore di Genova a spedir gente in loro aiuto, con poca fortuna nondimeno; perchè, oltre all'essersi ritirati i Ghibellini nelle fortezze, arrivò colà Facino Cane con molte squadre, che ricuperò quella città, e mise in desolazione tutta la parte guelfa. Un simile orrido giuoco fece Pandolfo Malatesta a Como, dove fu egli spedito per ricuperar quella città. Bolliva in questi tempi gran discordia fra i magnati della Ungheria[2224]. Coloro che non voleano per loro re Sigismondo fratello di Venceslao già re de' Romani, si avvisarono di chiamare a quella corona Ladislao re di Napoli, siccome principe che vi pretendea per le ragioni del re Carlo suo padre e per altri titoli, promettendogli sicuro per lui quel vasto regno. Ladislao non perdè tempo ad imbarcarsi, ed arrivò a Zara. In essa città, correndo il dì cinque d'agosto, fu egli coronato dall'arcivescovo di Strigonia, oppure da Angelo Acciaiuoli cardinal di Firenze[2225], spedito dal papa per dar braccio all'impresa. Ma avendo egli inviato i suoi deputati a prendere il possesso del rimanente del regno, trovò risorto più che mai il partito di Sigismondo, mutati d'opinione que' grandi e se stesso deluso. Il perchè adirato se ne ritornò a Napoli. Ne' Giornali Napoletani[2226] vien riferito questo avvenimento agli anni seguenti; ma, per gli atti che rapporta il Rinaldi e per l'attestato di varii altri scrittori, esso appartiene al presente. Sigismondo, siccome dissi, figliuolo di Carlo IV Augusto, si stabilì poscia sul trono dell'Ungheria, ma non senza crudeltà, e divenne col tempo imperador de' Romani.
NOTE:
[2211] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2212] Corio, Istoria di Milano.
[2213] Billius, in Histor., tom. 19 Rer. Ital.
[2214] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 17.
[2215] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2216] Billius, Hist., tom. 19 Rer. Ital.
[2217] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Italic.
[2218] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2219] Histor. Senensis, tom. 20 Rer. Ital.
[2220] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2221] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.
[2222] Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2223] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2224] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2225] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2226] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCIV. Indiz. XII.
INNOCENZO VII papa 1. ROBERTO re de' Romani 5.
Era stato rimesso in libertà nel precedente anno l'antipapa Benedetto, e dacchè fu rientrato in pacifico possesso di Avignone, tanto seppe girar gli affari col far credere a chi non per anche assai il conosceva la sua prontezza a dimettere il papato[2227], se si fosse convenuto con papa Bonifazio, dipinto da lui come ostinato in mantenere lo scisma, che gli fu restituita l'ubbidienza da' Franzesi. Ora il furbo Spagnuolo, per maggiormente accreditarsi fra quei del suo partito, e dar ad intendere la sua buona volontà per la riunion della Chiesa, spedì in quest'anno verso il fin di settembre due vescovi con tre altri suoi ambasciatori a Roma per proporre a papa Bonifazio, non già, come andò spacciando, la vicendevol cessione del pontificato, ma bensì un abboccamento fra loro in un luogo determinato. Teodorico da Niem, autore molto sospetto agli annalisti pontifizii, scrive[2228] che Bonifazio ricusò ogni partito, con sostenere ch'egli era vero papa, nè dover egli mettere in dubbio la legittima sua dignità. Al che risposero gli ambasciatori che il loro papa non era simoniaco, quasi tacitamente accusando Bonifazio di questo reato: del che egli molto si offese, ed eccessivamente montò in collera. Tale agitazion d'animo, e il mal di pietra, per cui era gravemente da qualche tempo afflitto esso pontefice, accrebbe sì fattamente i suoi incomodi, che nel dì primo d'ottobre diede fine alla sua vita. Non mancavano a Bonifazio delle belle doti, che il faceano degno del sublime suo ministero; ma i tempi disastrosi, ne' quali egli si trovò, cagion furono ch'egli piuttosto distrusse, che edificò. Il bisogno di far fronte all'antipapa, e di difendersi dagli aderenti di lui avversarli suoi, e di ricuperar le terre della Chiesa, l'obbligò a cercar danaro per tutte le vie. Ne' primi anni del suo pontificato, perchè vi erano cardinali zelanti e nemici delle cose mal fatte, andò con qualche riguardo; ma infine si diede a vendere tutte le grazie, tornò in campo, dilatò e stabilì maggiormente il pagamento delle annate per chi voleva vescovati ed altri benefizii. Allora furono in corso le espettative, date talvolta a più persone dello stesso benefizio, e talvolta rivocate per cavar danaro da altri; allora si videro in grande uso le unioni de' benefizii, le dispense anche per li regolari, ed altre invenzioni per raccoglier moneta, delle quali parla Teodorico da Niem, accordandosi con lui anche gli autori della Vita di questo pontefice[2229]. Ebbe madre, fratelli e nipoti. Gli esaltò ed arricchì per quanto potè. L'uno de' fratelli, cioè Giannello, creò marchese della marca d'Ancona, l'altro duca di Spoleti. Ad uno di questi fece anche dare dal re Ladislao la contea di Sora con altri Stati. Ma questi, dopo la di lui morte, andarono tutti in fumo; e Giannello non tardò a consegnar Perugia e la marca al nuovo papa. Soprattutto è da dolere che Bonifazio amasse più sè stesso che la Chiesa di Dio. Fece ben egli premura per un concilio, ma non mai s'indusse ad esibirsi per ben della Chiesa pronto a rinunziare la sua dignità. Se fatto l'avesse, avrebbe ognuno abbandonato l'antipapa, qualora anche egli non avesse fatto altrettanto, e si sarebbe venuto alla riunion della Chiesa. Congregaronsi poi in Roma nel conclave i nove cardinali che v'erano, con giurar prima tutti, che chiunque di essi fosse eletto papa, darebbe sinceramente mano ad abolire lo scisma, ed occorrendo, rinunzierebbe il papato. Cadde l'elezione nel dì 17 di ottobre in Cosmo de' Migliorati da Solmona cardinale e vescovo di Bologna, personaggio molto perito nella scienza legale, pratichissimo degli affari della sacra corte[2230], di maniere dolci, ed affabile con tutti, e in gran riputazione presso tutti i principi. Prese il nome d'Innocenzo VII e nel secondo giorno di novembre fu solennemente coronato. Ma prima ancora della sua coronazione cominciarono i suoi guai, che non ebbero mai fine; e questi specialmente per colpa e prepotenza del re Ladislao, ingrato ai benefizii ricevuti della santa Sede, e che non vide mai misura alcuna nell'avidità del conquistare[2231]. Corse questo re a Roma con gran copia d'armati, parte per maneggiar ivi in persona i suoi interessi, affinchè non gli venisse pregiudizio nel trattare l'union della Chiesa, e parte per difendere, secondo le apparenze, il papa novello dalle insolenze del popolo romano, il quale sotto Bonifazio IX, pontefice di gran cuore, stette basso, e morto lui, col favore de' Colonnesi, rialzò la testa, movendosi a rumore, con seguirne varii omicidii fra essi e le genti del papa. Ma Ladislao, invece di pacificarlo col pontefice[2232], sotto mano maggiormente l'incitò contra di lui, per rendere se stesso più necessario a trattar dell'accordo. Seguì un tale accordo nel dì 27 d'ottobre, ed è rapportato intero dal Rinaldi, con patti molto vantaggiosi ai Romani (il che fece crescere la loro alterigia), e con aver ottenuto Ladislao di mettere una zampa nella creazione de' loro uffiziali. Aggiunge il Delaito[2233] che nel dì 20 d'esso ottobre Ladislao occupò castello Sant'Angelo, e vi mise sua guarnigione. Dovette fingere di farlo per bene del papa, a cui, secondo Sozomeno, fu riservato San Pietro con esso castello. Tuttociò non di meno fu un nulla rispetto a quello che andremo vedendo.
Nel gennaio dell'anno presente[2234] la duchessa di Milano, che si era ritirata in quel castello, fatti a sè venire con belle parole Antonio e Galeazzo Porri con Galeazzo Aliprandi, autori della passata sedizione, fece lor mozzare il capo. Ottenne ancora che si richiamasse il fuggito Francesco Barbavara, e tornasse a seder nel consiglio; ma poco vi durò costui, perchè di nuovo sbalzato si sottrasse colla fuga al pericolo della vita. Nel dì 28 di marzo seguì pace fra i Guelfi e Ghibellini di Milano, senza però vedersene quel buon frutto che si sperava, essendo continuate le gare in quella città e nel suo territorio. Peggio avvenne nel rimanente dello Stato[2235]. I principali condottieri d'armi che aveano servito al defunto duca, e doveano sostenere il novello, cominciarono cadauno a voler profittare nell'universale tempesta e naufragio. Questi erano Pandolfo Malatesta, Ottobuono de' Terzi da Parma e Facino Cane. Tutti dimandavano paghe e ricompense Vedeano[2236] che Giorgio Benzone avea occupato Crema; Giovanni Picciolo, Bergamo, città che poi venne in potere de' Soardi e de' Coleoni. Ugo ossia Ugolino Cavalcabò, siccome già dissi, abbattuti i Ponzoni, s'era solo fatto padrone di Cremona. E perciocchè egli dipoi, nell'andare a Brescia, fu preso e carcerato da Astorre Visconte, Carlo Cavalcabò suo nipote nel dì 18 di dicembre prese la signoria di quella città. In quest'anno medesimo, se pur non fu nel precedente, Giovanni da Vignate s'era impossessato di Lodi. Tutto insomma andava a ruba, e da per tutto regnava la confusione. Si credeano quei condottieri di meritar molto più. Per ciò anche Facino Cane prese la signoria d'Alessandria e d'altre terre, facendo nondimeno vista di tenerle a nome del conte di Pavia. Pandolfo Malatesta insistè così forte, che la duchessa condiscese a cedergli Brescia in guiderdone de' suoi servigi, ed egli ne entrò in possesso. Scrivono altri che anch'esso colla forza ne occupò il dominio. Ottobuono de' Terzi neppur egli stette colle mani alla cintola. Collegatosi con Pietro de' Rossi, proditoriamente nel dì 8 di marzo entrò in Parma, e ne partì poi il dominio col Rossi. Ma di lì a poco, avendo escluso il collega, ne usurpò tutta la signoria per sè con gran dolore della fazion guelfa, che teneva per suo capo il Rossi. E perciocchè nel dì 16 uno di questa fazione uccise uno dei provvisionati di Ottobuono, questo fiero serpente co' suoi soldati sfogò il suo sdegno contro gli amici de' Rossi, senza neppure perdonare a donne, vecchi e fanciulli. Trecento e quattordici di quella fazione rimasero vittima del suo barbarico furore, e poi mandò que' cadaveri sopra delle carra ad una terra de' Rossi. Erasi già ribellata Piacenza al duca di Milano, e n'erano divenuti padroni gli Scotti. Portossi colà Ottobuono colle sue milizie, e con iscacciarne gli Scotti, ebbe in suo potere ancor quella città, eccettochè le fortezze, le quali tuttavia si tenevano pel duca di Milano. Fu invitato nel seguente aprile anche il marchese Niccolò Estense signor di Ferrara e Modena dai cittadini di Reggio, desiderosi di sottomettersi al placido di lui governo. Vi spedì egli le soldatesche sue sotto il comando di Uguccion de' Contrarii, di Sforza Attendolo, ch'egli avea preso ai suoi servigi, e d'altri valorosi capitani. Nel primo giorno di maggio quel popolo assediato levò rumore, e, prese le armi, si diede al marchese. Entrarono le sue genti in Reggio, formarono anche l'assedio della cittadella; ma ciò saputosi da Ottobuon Terzo, si dispose per soccorrer quella città, mostrando di farlo a nome del duca di Milano; e sotto questo colore s'impadronì ancora di quella città, dalla quale si ritirarono per tempo le milizie estensi. Nè tardò costui a far delle irruzioni e de' fieri saccheggi nel territorio di Modena. Ma fra gli altri gravissimi sconcerti del ducato milanese, orrido fu quello della discordia nata fra il giovinetto duca Giovanni Maria e Caterina duchessa sua madre, già figliuola di Bernabò Visconte. Ritiratasi questa a Monza, Francesco Visconte, allora prepotente, segretamente inviò colà gente armata, che introdotta nella notte del dì 15 d'agosto in quella nobil terra, prese la duchessa, la condusse nel castello di Milano, dove da lì a poco tempo diede fine alla vita, e comunemente fu creduto per veleno. Se v'ebbe parte il duca suo figliuolo, come alcuni vogliono, Dio non aspettò a punir questo gran misfatto nell'altra vita. Poco mancò che Pandolfo Malatesta, trovandosi colla duchessa in essa terra di Monza, non fosse anch'egli preso. Ebbe la fortuna di salvarsi scalzo sino a Trezzo, da dove poi si ridusse a Brescia. Forse la cessione a lui fatta di Brescia fu uno de' reati della duchessa medesima. Abbiamo da Sozomeno[2237] che anche il giovinetto Filippo Maria Visconte, che già vedemmo conte di Pavia, fu in questo anno carcerato da Zacheria potente cittadino di quella città. Prevalendosi di questo buon tempo anche Teodoro marchese di Monferrato, occupò ad esso Filippo Maria le città di Vercelli e Novara con altre terre del Piemonte. Alcune terre ancora vennero in potere del marchese di Saluzzo. Ecco dunque tutto in conquasso, anzi quasi affatto per terra la dianzi sì formidabil signoria de' Visconti.
Durava tuttavia l'odio di Alberico conte di Barbiano contra di Astorre dei Manfredi signor di Faenza, nulla men volendo che lo sterminio di lui[2238]. Egli era divenuto più poderoso per l'acquisto di Castel Bolognese e d'altri luoghi di Romagna dopo la guerra di Bologna; e però, continuando le ostilità contra di lui, il ridusse a tale, che per non cadere in mano di questo inesorabil nimico, ceduta Faenza al cardinal Cassa legato di Bologna per venticinque mila fiorini d'oro, colle lagrime agli occhi si ritirò a Forlì sotto la protezione di Carlo Malatesta suo parente; poscia ad Urbino, dove abitò in molta povertà, perchè non colse il danaro promessogli dal legato, uomo per altri conti di poca fede. In Toscana[2239] i Fiorentini, veggendo in sì fiero scompiglio lo Stato de' Visconti, entrarono in isperanza di conquistar Pisa, massimamente per un secreto trattato che ivi aveano manipolato con alcuno di que' potenti cittadini. Signore allora di Pisa era Gabriello Maria Visconte figliuolo del defunto duca, ma uomo di poco senno, il quale, in vece di conciliarsi sul principio l'affetto del popolo, se ne tirò addosso l'odio a cagion delle sue estorsioni. L'armata de' Fiorentini andò fin sotto Pisa, ma, non essendosi fatto movimento alcuno in quella città, sfogò il suo sdegno contra del contado. Mirava, ciò non ostante, Gabriello Maria vacillante il suo dominio, senonchè gli facea coraggio Bucicaldo spinto da' Genovesi, anzi l'indusse a rendersi tributario del re di Francia, e a cedergli Livorno per godere della di lui protezione. E perciocchè i Fiorentini, di tal cessione avvisati da Bucicaldo, pareano farsi beffe delle sue minaccie, fece questi sequestrar tutte le loro mercatanzie esistenti in Genova, ed ascendenti al valore di cento cinquanta mila fiorini d'oro. Servì questo buon ripiego a far sì che i Fiorentini conchiusero una tregua col signore di Pisa. Aveano già i Sanesi[2240] ricuperata in parte la lor libertà; ma solo in quest'anno pienamente se ne misero in possesso con licenziare Giorgio del Carretto governatore in addietro di quella città, e stabilirono pace coi Fiorentini. Ricuperarono dipoi molte delle loro castella, restando solamente guerra fra loro e i Salimbeni potenti cittadini e padroni di varie altre terre. Tanto poi fece in quest'anno il suddetto Bucicaldo governatore di Genova[2241], che indusse buona parte di quel popolo a dare ubbidienza all'antipapa Benedetto; e se ne fece il pubblico atto nel dì 26 d'ottobre coll'intervento dell'arcivescovo, clero e popolo. Ma alcuni de' più timorati di Dio si assentarono per questo da Genova. Finì i suoi giorni nell'aprile dell'anno presente[2242] Antonio conte d'Urbino, di Cagli e di Gubbio, signore di molta saviezza e valore. Ebbe per successore Guido Antonio suo figliuolo. Ma il più strepitoso avvenimento di quest'anno, tanto imbrogliato in Italia, fu la guerra mossa da Francesco da Carrara signore di Padova alle città del ducato di Milano, cioè a Vicenza e Verona. Moltissimi furono i fatti che esigerebbono un lungo filo di storia. Ne darò io solamente un breve compendio[2243]. Nel mese di gennaio i Vicentini condotti da Taddeo del Verme fecero un'irruzione sul Padovano fino a Tencaruolo. Ma uscito il Carrarese col suo popolo, li mise in rotta con farne prigione mille e ducento. Con sei mila cavalli dopo la metà di febbraio fu spedito contra di lui Facino Cane. Andatogli a fronte Francesco da Carrara, coi serragli e colle buone guardie il tenne a bada, tanto che, ottenuto di potersi abboccare con lui, seppe tanto dirgli colla giunta di un mulo carico di fiaschi di vino, ma creduti dai più ripieni di fiorini d'oro, mandatogli in dono, che Facino, mosso ancora dal fiero sconvolgimento delle altre città dello Stato di Milano, nel dì 20 di marzo se ne tornò indietro, per tentare anch'egli in suo pro qualche buona preda, siccome abbiam detto che succedette.
Preparossi dunque il Carrarese a portare negli Stati nemici la guerra, senza voler badare ad un'ambasceria dei Veneziani, che venne per trattare di pace.
A questo uffizio era mosso il senato veneto dagl'impulsi della duchessa di Milano, e insieme dal proprio interesse di Stato, non potendogli piacere che s'ingrandisse la casa di Carrara, in addietro sì nemica e nociva al suo dominio. Avea il signore di Padova seco Guglielmo bastardo della casa dalla Scala co' suoi figliuoli Brunoro ed Antonio, i quali teneano corrispondenze segrete co' Veronesi, non mai dimentichi e tuttavia amanti della casa Scaligera. Vuole Andrea Gataro che convenissero insieme intorno alle conquiste. Vicenza doveva essere del Carrarese, Verona dello Scaligero. Comunque sia, nel dì 30 di marzo mosse Francesco da Carrara l'esercito suo, con cui il genero suo Niccolò Estense marchese di Ferrara andò ad unir le sue milizie; e dopo aver tentato alquanti giorni l'acquisto del castello di Cologna, che fece gagliarda resistenza, e col tempo capitolò, nella notte precedente il dì 8 di aprile, si presentò alle mura di Verona, e parte per le scale, parte per due rotture introdusse le genti sue in quella città, gridando: Scala, Scala, viva messer Guglielmo dalla Scala. Ugolotto Biancardo e Bartolomeo da Gonzaga capitani del duca di Milano colla lor guarnigione si ritirarono nella cittadella, a cui fu immantinente posto l'assedio. Guglielmo dalla Scala, benchè fosse, se crediamo al Gatari, da molto tempo indisposto di salute, fu proclamato signor di Verona. Perchè non era ben fornita di viveri la cittadella, Ugolotto Biancardo capitolò poi la resa, se per tutto il dì 27 d'aprile non gli fosse venuto soccorso. Intanto nel dì 21 d'esso mese Guglielmo dalla Scala finì di vivere. Il Gatari scrive di morte naturale; ma i più credettero che il veleno datogli dal Carrarese gli abbreviasse la vita. In luogo suo furono eletti signori di Verona Brunoro ed Antonio suoi figliuoli. Nel qual tempo Francesco Gonzaga signor di Mantova occupò Ostiglia e Peschiera, terre del Veronese. Mentre queste cose accadevano in Verona, Francesco III primogenito del Carrarese andò col popolo di Padova a stringere d'assedio la città di Vicenza, sotto di cui seguirono tosto alcuni combattimenti con isvantaggio de' Vicentini. Ma sul più bello arrivò impensato accidente che disturbò tutta l'impresa. A nome della duchessa di Milano, che tuttavia comandava in questo tempo, era andato Jacopo del Verme a Venezia, per implorare il braccio di quella potente repubblica contra del Carrarese. La conclusione del trattato fu, che il Verme per aver gran somma di danaro da' Veneziani, ed affinchè Vicenza non venisse alle mani del Carrarese, fece una cessione di quella città ai signori veneziani. Vogliono altri che loro cedesse anche Verona, Feltro e Belluno. Per questa cagione, nel dì 25 di aprile ducento e cinquanta balestrieri veneziani, condotti da Giacomo da Tiene, ebbero maniera d'entrare nell'assediata Vicenza, dove inalberarono la bandiera di San Marco. Indi spedirono un trombetta a Francesco Terzo, per notificargli che Vicenza era data alla signoria di Venezia. Lasciò il Carrarese tornare costui nella città, con dirgli che non osasse più di venire senza salvocondotto: ma venuto egli di nuovo, senza essere munito di salvocondotto, fu, nel ritornare ch'egli faceva in Vicenza, ucciso: azione per cui si esacerbarono forte i Veneziani, e servì loro per titolo di far aspra guerra dipoi al signore di Padova. Nel dì 27 di aprile la cittadella di Verona si rendè a Francesco da Carrara, che vi mise dentro guarnigione sua, e non già degli Scaligeri, siccome disgustato con essi, perchè niun di loro avea voluto cavalcare a Vicenza, secondochè era ne' patti. Andossene dopo il Carrarese colle sue genti a trovare il figliuolo sotto Vicenza, con aver lasciato Jacopo, altro suo figliuolo, nella cittadella di Verona assistito da buon presidio. E già si preparava a dare un generale assalto a Vicenza, quando gli fu portata lettera della signoria di Venezia, in cui gli comandava di levare il campo di sotto a quella città, siccome dominio di San Marco. Benchè mal volentieri, anzi con rabbia immensa, egli ubbidì, e si ritirò colle sue genti a Padova. Mandò poscia a Venezia il marchese Niccolò d'Este per intendere in che disposizione fosse quella signoria contra di lui. Non ebbe il marchese per risposta se non delle amare parole, e delle minaccie contra del Carrarese, e a lui fu ordinato di ritornarsene a Ferrara. Scoprì intanto esso Carrarese, che i due fratelli Scaligeri aveano spediti ambasciatori a Venezia per far maneggi contra di lui in proprio favore. Scrisse a Jacopo suo figliuolo, lasciato a Verona, che glieli mandasse prigioni a Padova: comando che fu senza ritardo eseguito, ma che diede molto da dire entro e fuori di Venezia. Poscia verso il fine di maggio con accompagnamento magnifico passò a Verona, dove per amore e per forza si fece eleggere signore di quella nobil città. Nè volendo Francesco Gonzaga restituirgli Ostiglia e Peschiera, dicono che il Cararese tramò contro la vita di lui: la qual trama scoperta, incitò il Gonzaga a collegarsi dipoi coi Veneziani contra di lui.
Si trattò poi di pace, vi s'interposero anche i Fiorentini; ma nulla si potè conchiudere: così alte e scure erano le pretensioni de' Veneziani. Il perchè Francesco da Carrara, sapendo che Venezia da tutte parti assoldava genti, si determinò alla guerra e difesa con gran coraggio. Fu preso per generale dai Veneziani Malatesta de' Malatesti signore di Pesaro, che seco menò mille lancie; secento altre ne condusse Paolo Savello, oltre ad altri condottieri, e si diede principio ad una arrabbiata guerra[2244]. Grande era lo sforzo di gente d'armi che fece il senato veneto, tentando con tutte le sue forze di penetrar ne' serragli del Padovano. Mirabil era all'incontro la resistenza del signore di Padova, il quale, facendo conoscere a Niccolò marchese di Ferrara e al popolo ferrarese che la rovina sua si tirerebbe dietro quella de' vicini, tanto si adoperò che il trasse seco in lega; laonde anch'egli, preso al suo soldo il gran contestabile e Manfredi conte di Barbiano con quattrocento lancie, e messe in marcia le soldatesche sue proprie, andò in aiuto del suocero. La prima impresa che fece, fu di togliere ai Veneziani le terre del Polesine di Rovigo, loro impegnate negli anni addietro. Ma eccoti in armi anche il marchese di Mantova per fargli guerra, siccome collegato de' Veneziani. Funesto colpo fu questo al Carrarese, perchè l'obbligò a distraere le sue forze sul Veronese. Aveano le genti del Padovano racquistata Peschiera; ma il Gonzaga nel dì 30 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella terra. Saputosi in Verona che quella gente stavasene sprovveduta e con poca buona guardia, le milizie carraresi, condotte da Cecco di San Severino, all'improvviso giunsero colà, e sbarattarono quel campo colla presa di trecento uomini d'armi e di tutti i carriaggi. Ciò non ostante, esso Gonzaga coi rinforzi venutigli da Venezia cominciò a prendere le castella del Veronese; nè forze v'erano da impedirlo. Seguirono poi nel decorso di quest'anno varii sanguinosi incontri fra le armi venete e carraresi sul Padovano. Avendo Malatesta de' Malatesti generale de' Veneziani, non so se di sua o d'altrui volontà, rinunziato il baston del comando, se ne tornò a Pesaro, e in luogo suo eletto fu Paolo Savello. Assalirono poscia i Veneziani con grossa armata di navi le bastie che il marchese di Ferrara avea piantato a Santo Alberto, e le presero: locchè cominciò a far paura alla stessa Ferrara. Nè minor affanno diede la loro armata grande di terra alla città di Padova; perchè nel dì 17 di novembre, superati i serragli, entrò nel ricco Piovado di Sacco, e fece immensi bottini, con essere ancora rimasto ferito lo stesso Francesco da Carrara nel caldo di una zuffa[2245]. Spedirono poscia i Veneziani sei mila tra cavalli e fanti verso Verona, i quali dopo una crudel battaglia furono disfatti da Jacopo da Carrara, colla prigionia di due mila e secento persone. Il Delaito, autore più esatto[2246] del Gataro, fa molto minore di gente e di prigioni questo fatto. Così terminò l'anno presente, foriere al certo di maggiori disavventure a Francesco II da Carrara, per la esorbitante potenza de' suoi nemici.
NOTE:
[2227] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2228] Theodoricus de Niem, Hist.
[2229] Vita Bonifacii IX, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2230] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2231] Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2232] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2233] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2234] Corio, Istoria di Milano.
[2235] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2236] Redus., Chronic., tom. eod.
[2237] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Italic. Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2238] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2239] Ammirat, Istor. di Firenze, lib. 166. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2240] Bandin., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Ital.
[2241] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2242] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2243] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2244] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2245] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCV. Indizione XIII.
INNOCENZO VII papa 2, ROBERTO re de' Romani 6.
Non fu men gravida di funeste guerre e rivoluzioni l'Italia in quest'anno che nel precedente[2247]. Stavasene assai quieto papa Innocenzo nel palazzo vaticano, dove nel dì 12 di giugno fece la promozione di undici cardinali, tutte persone di merito. Ma non erano già quieti i Romani, irritati spezialmente da Giovanni dalla Colonna nemico del papa, e, quel che fu peggio, fomentati ancora da Ladislao re di Napoli, principe ambizioso, che ardea di voglia di ghermire la stessa città di Roma, con disegno di farsi strada alla corona imperiale. Mandò egli un corpo di cavalleria in aiuto di essi Romani[2248], che tentarono di occupar Ponte Molle, dove era presidio pontifizio, e dipoi misero campo sotto castello Sant'Angelo. Gli Orsini tenevano la parte del papa. Seguirono alquanti combattimenti, e si progettò poi di far concordia. Andarono undici de' principali Romani a trattarne col papa, il quale, siccome uomo mansueto ed amator della pace, favorevolmente gli ascoltò e licenziò[2249]. Ma ritornandosene costoro a casa, e passando davanti allo spedale di Santo Spirito, dove era alloggiato Lodovico dei Migliorati nipote del pontefice, ed uomo bestiale, colle soldatesche di Mostarda condottier d'armi, fece a sè venirli esso Lodovico, e con orrida crudeltà li fece tutti tagliar a pezzi, e gittar giù dalle finestre i loro corpi. Questo barbaro scempio avvenne nel dì 6 d'agosto. Siamo accertati da Leonardo Aretino[2250], scrittore insigne, che si trovava allora nella corte di Roma, da Teodorico di Niem[2251], dal Bonincontro[2252], da Sozomeno[2253] e da altri che quest'atto d'inumanità fu fatto senza menoma saputa, nonchè senza consenso del buon pontefice, placido e lontanissimo dal far sangue, e molto più da sì fatti eccessi. Allora il popolo romano diede campana a martello, ed infuriato si mise a perseguitar gli aderenti del papa, saccheggiò le lor case; e crebbe talmente il furore e la sollevazione, che il papa coi cardinali, per timor di sua vita, fu costretto a prendere nel dì 6 d'agosto la fuga, con ritirarsi a Viterbo. S'impadronirono affatto di Roma i cittadini, non volendo riconoscere Innocenzo per papa; diedero il sacco al palazzo pontificio, ed uccisero anche molte persone, massimamente dei cortigiani non fuggiti. Fu in questa occasione sollecito il re Ladislao a mandar gente a prendere il possesso di Roma[2254]; e però nel dì 20 d'agosto ecco comparire nel portico di San Pietro il conte di Troia e conte da Carrara con molte squadre di Ladislao. Se l'ebbero a male i Romani, e misero tosto le sbarre al ponte di Sant'Angelo. Tutti poscia in armi impedirono valorosamente ai regnicoli il passare il ponte. Allora fu che Mostarda da Forlì bravo condottier di armi restò ucciso da Paolo ossia da Antonio Orsino. Finalmente con iscorno e danno se ne tornarono a Napoli quelle soldatesche; furono cacciati i Colonnesi e Savelli, e Roma restò in possesso del popolo. Ma castello Sant'Angelo, di cui era governatore Antonello Tomacello, si tenne all'ubbidienza d'esso re. Intanto Baldassare Cossa cardinale legato di Bologna tutto dì andava studiando le maniere di ricuperare le terre perdute della Chiesa[2255]. Mosse primieramente guerra al conte Alberico gran contestabile, e al conte Manfredi da Barbiano. Gli addormentò con una tregua o pace fatta a dì 11 di marzo in castello San Pietro; ma perchè uomo pieno di cabale, prometteva molto ed attendeva poco, nel principio di giugno ripigliò la guerra contra di essi, e tolse loro alquante castella. Fece decapitare Cecco da San Severino, valente condottier d'armi, perchè non aveva eseguito un suo comandamento. Fatto anche venir con inganno a Faenza Astorre de' Manfredi, già signor di quella città, gli appose, oppure fece costare ch'egli menava trattati per rientrare in essa città, e gli fece nel dì 28 di novembre spiccar la testa dal busto. Morì in quest'anno[2256] dopo lunga malattia a' dì 8 di settembre Cecco, cioè Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, di Sarsina e d'altre terre, lodato da alcuni per suo valore e per l'amore della giustizia. Ma il Delaito[2257] scrive che Cecco malato fu ucciso dal popolo, il quale s'era levato a rumore, e tolse di vita anche un giovinetto figliuolo di lui. Segno non è questo ch'egli godesse il concetto di molte virtù. Gli succedette nel dominio Antonio suo picciolo figliuolo; ma da lì a poco saltò in testa a quel popolo di governarsi a repubblica, ed eseguì il suo disegno. Corse colà nel seguente mese il cardinal Cossa col suo esercito, pretendendo d'ordine del papa la signoria di quella città. Virilmente gli fecero fronte i Forlivesi; laonde egli addormentò ancor questi con un trattato[2258], permettendo loro il governo coll'obbligo di pagare l'annuo censo alla camera apostolica.
Dacchè riuscì al prepotente regio governator di Genova Bucicaldo d'indurre quel popolo a levar l'ubbidienza a papa Innocenzo VII, per sottomettersi a Pietro di Luna, cioè all'antipapa Benedetto XIII, ardeva esso antipapa di voglia di far la sua comparsa in Italia[2259]. Venne con questa intenzione a Nizza, dove si fermò finchè la stagione migliore gli assicurasse il viaggio, e finalmente per mare nel dì 26 di maggio arrivò a Genova. Un solenne accoglimento gli fu fatto da quel popolo per paura del governatore; poichè per altro i più teneano in lor cuore per vero papa il solo Innocenzo. Grandi cose volgeva in sua mente esso antipapa, soprattutto per iscreditare ed atterrare il suo avversario, spacciando sè stesso pronto alla cession del papato per riunire la Chiesa, ed Innocenzo all'incontro alieno dall'udir parlare di rinunzia. La verità si è, che nè l'uno nè l'altro aveano voglia di dimettere si gran dignità, e andavano giocando fra loro senza mai nulla conchiudere, facendo anche gli scrupolosi con dire di temer di fare un gran peccato rinunziando. In questo mentre ecco la peste entrar in Genova, morirvi uno dei suoi cardinali, infettarsi alcuni de' suoi cortigiani. Affine di sottrarsi a questo pericolo, nel dì 8 d'ottobre l'antipapa si ritirò da Genova, e andò a mettere la sua residenza in Savona. Intanto i Fiorentini vagheggiavano Pisa, ben conoscendo che Gabriello Maria Visconte non avea nè forze nè testa per sostenersi in quel dominio[2260]. Nulladimeno, in vece di adoperar la via delle armi, si gittarono al maneggio per indurre Gabriello a cedere quella città, con ricevere in contraccambio grossa somma di danaro. Ma Bucicaldo guastava ogni lor macchina. Vinsero questo oppositore con rappresentargli che, data loro Pisa, potrebbono tutti accudire a salvar dalla rovina il signore di Padova, il quale con calde istanze loro si raccomandava. Probabilmente per la speranza o promessa del soccorso de' Fiorentini e Genovesi egli era entrato in quel pericoloso ballo. Si convenne in fine che Gabriello vendesse Pisa a' Fiorentini; il che penetrato dai Pisani, la città si levò a rumore, e fu costretto il Visconte a rifugiarsi nella cittadella, dove Bucicaldo inviò tanta gente e vettovaglia da potersi difendere. Fu poi conchiusa la consegna d'essa cittadella, e la cession d'ogni ragione di Pisa ai Fiorentini, i quali si obbligarono di pagare a Gabriello ducento sei mila fiorini d'oro. Gino Capponi[2261], che ci lasciò una diffusa descrizione di tutta la tragedia di Pisa, quegli fu che maneggiò l'affare, e prese il possesso della cittadella suddetta nel dì 31 d'agosto, pagata parte del pattuito danaro. Morivano di rabbia i Pisani al vedersi venduti come pecore, e tanto più ai Fiorentini, antichi loro emuli e nemici. Perciò nel dì 6 di settembre furiosamente si scatenarono contra d'essa cittadella, e venne lor fatto di ripigliarla più per azzardo o per poltroneria dell'uffizial fiorentino, lasciato ivi dal Capponi, che per loro insigne bravura. Il che fatto, spedirono ambasciatori a Firenze, chiedendo Librafatta ed altre terre consegnate a quel comune, con esibire il rifacimento delle spese. Non l'intesero per questo verso i Fiorentini; vollero guerra, e vi si prepararono con assoldar gente da varie parti, ed eleggere per lor generale il conte Bertoldo degli Orsini. Fra gli altri andò al loro soldo Sforza da Cotignola colle sue genti d'armi[2262], e non tardò a far ivi sempre più conoscere la sua prodezza; imperciocchè, spedito con secento oppur con mille cavalli ad impedire che Gasparo de' Pazzi ed Angelo dalla Pergola non conducessero un corpo di gente al servigio de' Pisani, in una imboscata gli assalì, sbaragliò, e quasi tutti li fece prigioni. Il Bonincontro, con cui vanno d'accordo Sozomeno ed altri, distingue tali azioni con dire che la gente d'Angelo dalla Pergola era mille e cinquecento cavalli, ed essere stato Lodovico de' Migliorati, nipote di papa Innocenzo, che a requisizion de' Fiorentini diede lor la sconfitta; ed aver poi Sforza messi in rotta cinquecento cavalli di Gasparo Pazzi, che già erano entrati sul Pisano. In sì cattiva positura di cose i Pisani ridussero in città i Gambacorti e la fazion de' Bergolini pria fuorusciti, con dar loro la pace quella de' Raspanti che dominavano[2263]. Ma nel dì 22 d'ottobre Giovanni de' Gambacorti, levato rumore coi suoi, si fece per forza crear capitano del popolo; indi perseguitò i Raspanti, saccheggiò le lor case, molti ne mise a filo di spada, e fra gli altri Giovanni dall'Agnello, nipote del fu Giovanni doge di Pisa. Gabriello Visconte restò padrone di Sarzana, ma per poco tempo, siccome appresso diremo.
Il maggior fuoco in quest'anno fu nelle contrade di Verona e di Padova[2264]. Aumentavansi ogni dì più le forze de' Veneziani, calavano quelle del signore di Padova. Il crollo maggior nondimeno a lui venne dall'essersi staccato da lui suo genero, cioè Niccolò marchese di Ferrara. Aveano le armi venete, per così dire, bloccata da lontano la città di Ferrara, di modo che, trovandosi essa molto scarsa di grano, nè potendone ricevere a cagion delle armi nemiche, que' cittadini cominciarono a consigliare il marchese che si accordasse colla repubblica. Se ne trattò, e la pace fu conchiusa nel dì 27 di marzo, ma con delle condizioni svantaggiose al marchese, il quale, fra le altre cose, dovette rimettere come era prima Rovigo e le terre dipendenti in mano de' Veneziani. Rimase trafitto da immenso dolore a questa nuova Francesco da Carrara; ma come uomo di gran cuore, corse subito colle sue genti sul Polesine di Rovigo, prese alcune di quelle castella, mise l'assedio allo stesso Rovigo. Il marchese, per far conoscere ai Veneziani che contra del suo volere veniva fatta quell'irruzione, fu necessitato a prender l'armi contra del suocero, tanto che il fece sloggiar da quelle parti, ed eseguì puntualmente i patti della pace. Era in questi tempi sommamente angustiato il territorio padovano dalle armi venete, e nello stesso tempo un altro loro esercito con Francesco signore di Mantova tenea strettamente assediata Verona. Essendo cresciuta a dismisura in quest'ultima città la fame, nel dì 22 di giugno si levò a rumore il popolo veronese, ed aprì la porta del Vescovo al signore di Mantova e a Jacopo del Verme. Fu necessitato Jacopo da Carrara figliuolo del signor di Padova a ricoverarsi nella fortezza di Castel Vecchio; ma non si credendo quivi sicuro, travestito ne uscì per portarsi a Padova. Giunto a Cereta nel dì 26 di giugno, e o per tradimento della guida, oppure perchè venne riconosciuto, fu preso e condotto a Verona, e di là alle carceri di Venezia. Si rendè col tempo la cittadella di Verona ai Veneziani, i quali intanto spedirono a Padova Galeazzo da Mantova con quelle genti d'armi che non occorrevano più sul Veronese. Paolo Savello lor generale, che già avea occupati altri luoghi nel Padovano, ricevuto questo rinforzo, spinse l'esercito suo fin sotto Padova, dandole molti assalti. A poco a poco nel mese di agosto si renderono ai Veneziani le terre d'Este, Montagnana ed altre, di modo che ogni dì più scemava il dominio di Padova. Fece bensì Francesco Terzo figliuolo di quel signore con tutte le sue genti una sortita nel dì 21 d'esso mese addosso al campo nemico, che vivea con troppa confidenza. Il macello della gente fu grande, moltissimi i prigionieri, fra' quali lo stesso generale Paolo Savello; ma, accorso Galeazzo da Mantova colle sue squadre, percosse i vincitori sì fieramente, che ricuperò il Savello, e fece retrocedere i Padovani con molta loro strage. Nel settembre Monselice, Legnago, Cittadella, Castelbaldo ed altre castella vennero all'ubbidienza de' Veneziani.
Tante disgrazie e il timore di peggio indussero finalmente Francesco da Carrara a cercar pace dal senato veneto per mezzo di Carlo Zeno; ed erano già come d'accordo ch'egli cedesse Padova, e ne ricevesse sessanta mila fiorini d'oro, colla libertà d'andare ovunque gli piacesse, e di asportare le suppellettili sue. Si pentì egli poco dappoi, e si ostinò a giocar l'ultima carta, tradito dalle speranze che gli davano i Fiorentini e Bucicaldo di soccorso; ma soccorso che mai non venne, per le mutazioni seguite in Pisa, ed accennate di sopra. Trovavasi allora la città di Padova sommamente afflitta dalla fame, e più ancora dalla peste, la quale si fa conto che in quella funesta congiuntura portasse al sepolcro ventotto mila persone. Però quel popolo, anche per timore del sacco, sospirava ripiego a' suoi guai. Gliel trovò un traditore capitano della porta di Santa Croce, cioè Giovanni di Beltramino, il quale ordì un trattato con Galeazzo da Mantova, rimasto comandante dell'esercito veneto, perchè Paolo Savello avrà dato fine alla vita e al comando. Nella notte adunque precedente al dì 17 di novembre, costui introdusse per le mura un corpo di gente nemica, e, fatto giorno, Galeazzo entrò con più forze nel borgo di Santa Croce. Si ritirò per questa improvvisata il Carrarese con Francesco Terzo suo figliuolo nel castello, e tenne poi parlamento con esso Galeazzo e coi provveditori veneti, di rendere loro esso castello e la città con buoni patti, facendogli ognuno sperare buon trattamento dal senato di Venezia. Ebbe salvocondotto per potere spedire a Venezia ambasciatori, e li spedì, ma non poterono impetrare udienza. Andato poi il Carrarese nel campo dei nemici col figliuolo, fu ivi tenuto a bada, tanto che il popolo padovano, maneggiati i proprii interessi, fece entrare nella città le bandiere di San Marco, e diede a' Veneziani il possesso della città. Altrettanto fece Giacomo da Panego, con aprir loro le porte del castello. Ora trovandosi l'infelice Carrarese in mezzo a sì fiero naufragio, non sapea a qual partito appigliarsi, se non che Galeazzo da Mantova il confortò e consigliò di passare a Venezia per gittarsi a' piedi di quel senato, promettendogli perdono e buoni effetti della benignità de' signori veneziani. Si portarono i due Carresi colà in un ganzaruolo nel dì 30 di novembre, ed ammessi all'udienza del doge Michele Steno, si prostrarono a' suoi piedi, confessando la loro temerità, e addimandando misericordia e grazia. Altra risposta non ebbero che rimproveri all'ingratitudine loro e furono mandati nelle prigioni, dove era anche Jacopo altro figliuolo d'esso Francesco da Carrara, dove stettero sino al gennaio dell'anno seguente nel continuo martirio della considerazione del precedente felice loro stato, e dell'infelicissimo presente. Inclinava la clemenza veneta a lasciar loro la vita; ma giunto a Venezia Jacopo dal Verme, antico nemico della casa di Carrara, il quale dal servigio de' Visconti era passato a quello de' Veneziani, aggiunse olio al fuoco, ricordando a que' signori: Che uomo morto non fa guerra. Il perchè nel consiglio dei dieci fu risoluta la lor morte, ed eseguita senza dimora la sentenza contra di Francesco II padre nel dì 17 del suddetto mese, che fu strangolato in prigione; nè gli mancarono peccati degni dell'ira di Dio; e poscia nel dì 19 furono i suoi figliuoli Francesco III e Jacopo tolti anch'essi di vita col laccio. Restarono altri due figliuoli di Francesco II, cioè Ubertino e Marsilio, da lui mandati a Firenze, contra de' quali fu posta taglia. Il primo, infermatosi non so di qual male in quella città, finì di vivere nel dì 7 di dicembre del 1407. Marsilio, avendo nell'anno 1455 un trattato in Padova, si portò a quella volta; ma scoperto nella villa di Carturo del territorio padovano nel dì 17 di marzo[2265], preso e condotto a Venezia, lasciò la testa sopra un palco nel dì 28 d'esso mese. Ed ecco dove andò a terminare la tela degli ambiziosi disegni di Francesco Carrarese, con ingrandimento notabile in terra ferma dell'inclita repubblica di Venezia, che stese la sua signoria sopra le riguardevoli città di Padova, Verona e Vicenza, ed anche sopra Feltro e Belluno, cedutele dal duca di Milano, e collo sterminio della nobil casa da Carrara. Fu un gran dire per tutta l'Italia del fine di questa tragedia. Occupate poi le scritture del Carrarese, si scoprì che alcuni nobili veneti il favorivano, e n'ebbero il dovuto gastigo. Lo stesso Carlo Zeno, che pur tanto avea operato contra di lui, ebbe per questo non poche vessazioni.
NOTE:
[2246] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2247] Raynaldus, Annal. Eccles. Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2248] Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.
[2249] Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2250] Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.
[2251] Theodoricus de Niem, Hist.
[2252] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2253] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2254] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2255] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2256] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2257] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2258] S. Antonin., Par. III, tit. 22, cap. 4.
[2259] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2260] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 16. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist, tom. 16 Rer. Ital.
[2261] Gino Capponi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.
[2262] Corio, Istoria di Milano.
[2263] Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.
[2264] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCVI. Indizione XIV.
GREGORIO XII papa 1. ROBERTO re de' Romani 7.
Benchè dopo la fuga di papa Innocenzo VII da Roma quel popolo tenesse il pieno possesso e dominio di quella città, pure la pazza discordia quivi più che mai imperversava[2266]. Temevano inoltre dell'insaziabil ambizione del re Ladislao, dal cui presidio era occupato castello Sant'Angelo. Ma avendo Paolo Orsino messe in rotta le genti d'esso re, e restando accertati i Romani che il buon papa non solamente niuna mano avea avuta nella crudel bestialità di Lodovico suo nipote, ma l'avea al maggior segno detestata, pentiti delle insolenze usate contra del papa medesimo, il mandarono a chiamar da Viterbo. Senza farsi molto pregare, nel dì 15 di marzo si trasferì il pontefice a Roma[2267], ed incredibil onore gli fu fatto. Formò poscia processo contra del re Ladislao siccome perturbatore di Roma e dello Stato ecclesiastico; il dichiarò decaduto dal regno, e privato di ogni privilegio. Strinse parimente d'assedio castello Sant'Angelo. Per le quali cose Ladislao giudicò meglio di pacificare il papa con un accordo, ch'egli poi pensava di non mantenere, e mediatore ne fu Paolo Orsino. In tal congiuntura fu restituito ad esso pontefice il castello suddetto nel dì 9 d'agosto con giubilo universal de' Romani, e Ladislao venne creato gonfaloniere della Chiesa. Ma poco potè poi godere di questo buono stato Innocenzo, perciocchè fu rapito dalla morte nel dì 6 di novembre: pontefice da tutti commendato per la sua mansuetudine, per l'abborrimento alla simonia, e desideroso di far del bene a tutti. Solamente l'aver egli alzato l'immeritevol suo nipote Lodovico de' Migliorati al grado di marchese della marca d'Ancona, che noi vedremo poi signor di Fermo, e il non aver data mano all'estinzion dello scisma, sminuirono non poco la gloria del suo pontificato. Non mancò chi sparse sospetti d'averlo fatto avvelenare il cardinal Cossa per timore di perdere la legazion di Bologna[2268]. Ma in que' tempi era suggetta a simili dicerie la morte di cadauno de' gran signori. Radunatisi nel conclave quattordici cardinali che si trovavano allora in Roma, per desiderio di riunir la Chiesa divisa, e per secondar le istanze di molti re e principi, che faceano premura di levar quello scandalo[2269], tutti a gara si obbligarono con giuramento e voto, che chiunque fossa eletto papa, rinunzierebbe la dignità, qualunque volta anche l'antipapa facesse altrettanto, per devenire unitamente col partito contrario all'elezion d'un indubitato pontefice[2270]: con altri bei capitoli e restrizion di tempo, tutto per ben della Chiesa. Restò dunque eletto nel dì 30 di novembre Angelo Corrano, cardinale di santa Maria, di patria Veneziano, già vescovo di Venezia, ed allora patriarca di Costantinopoli, persona dottissima nella teologia, e tenuta in concetto di santa vita[2271], che prese il nome di Gregorio XII. Fu egli creduto più d'ogni altro a proposito per togliere lo scisma, e venne dipoi coronato nel dì 19 di dicembre. Non solamente, fatto che fu papa, confermò il voto e la promessa di promuovere a tutto potere l'union della Chiesa, ma ne scrisse ancora calde lettere ed esortazioni all'antipapa e ai di lui cardinali, affinchè si mettesse fine alla lor deplorabil divisione. Senza far caso dell'accordo fatto nel precedente anno col popolo di Forlì[2272], Baldassare Cossa cardinale legato di Bologna mandò il suo esercito nel gennaio di quest'anno ai danni di quella città. Replicò poi la cosa nel dì 23 d'aprile, tanto che gli riuscì nel dì 19 ossia 29 di maggio[2273] di sottomettere quella città ai suoi voleri, e tosto ordinò che quivi si fabbricasse una cittadella.
Oltre a Parma e Reggio, siccome dicemmo, avea Ottabuono de' Terzi occupata la città di Piacenza, mostrandosi, ciò non ostante, amico di_ Gian-Maria Visconte_ duca di Milano. Anche Facino Cane s'era impadronito d'Alessandria, ma non perciò lasciava di mostrarsi aderente ed unito con Filippo Maria Visconte conte di Pavia. Per ordine di Filippo, a mio credere, prese egli a liberar Piacenza dalla tirannia d'Ottobuono, e a questo fine si mosse egli a quella volta con poderoso esercito nel mese di maggio[2274]. Perchè Ottobuono non credea di aver forze bastanti a resistergli, abbandonò Piacenza, ma col lasciar ivi lunga memoria della sua crudeltà, perchè le fece dar, prima di partirsi, un orrido universal sacco dalle sue genti d'armi, rapportato all'anno seguente dalla Cronica di Bologna[2275], colla morte di molti cittadini e col rubamento di molte zitelle. Giunto colà Facino[2276], dacchè ebbe colla forza costrette alla sua resa tutte le fortezze, si fece proclamar signore di quella città. Brutta scena si vide ancora in Cremona nel dì 31 di luglio. Da Gabrino Fondolo Cremonese restò tradito Carlo Cavalcabò signore di quella città; e fatto prigione egli, Andrea e quattro altri di quella nobil casa, tutti furono crudelmente privati di vita nelle carceri, impadronendosi in tal guisa il tiranno del dominio di quella città. Fu in quest'anno[2277] afflitta di molto la città di Genova dalla peste. Predicava nello stesso tempo in quella città fra Vincenzo Ferreri dell'ordine de' Predicatori, che poi fu aggiunto al catalogo dei santi. Arrivò la moria anche a Savona, e cagion fu che Benedetto antipapa ivi dimorante scappasse a Monaco, indi a Nizza, e finalmente a Marsilia. Abbiamo il suo Itinerario, da me dato alla luce[2278]. Erasi intanto partito, perchè disgustato, dal servigio de' Veneziani Galeazzo da Mantova, uno de' più prodi condottieri d'armi che si avesse allora l'Italia, e che già vedemmo aver terminata la guerra di Padova in favor d'essi Veneziani[2279]. Acconciatosi col duca di Milano, fu spedito a soggiogare i villani di una valle di Bergamo, oppur della Riva di Trento, che s'erano ribellati. Vi lasciò la vita ucciso da quella gente; e i Padovani credettero ciò vendetta di Dio, per aver egli, come diceano, sotto la parola tradito Francesco da Carrara già loro signore. Secondochè abbiamo dagli Annali di Lorenzo Bonincontri[2280], essendo morto Raimondo Orsino potente principe di Taranto, con lasciar dopo di sè Gian-Antonio e Gabriello figliuoli di tenera età e una figliuola, il re Ladislao nella primavera di questo anno volle profittar di tale occasione, e andò a mettere il campo intorno a Taranto. Prese tutte le castella di quel territorio. Impadronissi ancora di Conversano e di Sant'Angelo. Dopo lunga difesa entrò per tradimento anche nella città di Taranto. Si ritirò allora co' figliuoli nel castello Maria vedova del suddetto Raimondo. Possedeva ella un gran tesoro, ed anche era dotata di rara bellezza e di distinta nobiltà. Perciò Ladislao, volonteroso di dar fine a quella guerra, e di mettere le mani in quell'oro, si esibì di prenderla per moglie. Accettata la proposizione, egli la sposò, e da lì a due mesi la condusse a Napoli, dove con grande onore fu ricevuta. Da Sozomeno[2281], dall'autore de' Giornali Napoletani[2282] e dalla Cronica di Bologna[2283] tali nozze son differite all'anno seguente. Il testo del Bonincontro è slogato in questi tempi.
Dappoichè i Fiorentini ebbero fatto un copioso ammasso di genti d'armi e provvigione di viveri per l'impresa di Pisa[2284], nel dì 4 di marzo andarono a piantar l'assedio intorno a quella città, città mal preparata, perchè per varii sinistri avvenimenti le erano mancati i soccorsi di gente per terra, e quelli della vettovaglia per mare. Tuttavia i cittadini per l'inveterato odio verso de' Fiorentini si accinsero ad una valorosa difesa. Luca del Fiesco era generale de' Fiorentini. Sforza da Cotignola con Micheletto suo parente, e Tartaglia, condottieri di gente, erano anch'essi al loro servigio. Un dì che i Pisani aveano fatta una sortita, esso Sforza e Tartaglia con tal vigore, benchè inferiori di gente, gli assalirono e sbaragliarono, che non venne lor voglia da lì a molto tempo di uscire dalla città. Insorse poi discordia, anzi implacabil nemicizia fra questi due capitani, e convenne separarli. Mandò intanto il duca di Borgogna ad intimare a' Fiorentini che Pisa era sua; ma questi se ne risero, nè lasciarono per questo di continuar le offese e gli assalti. Cresceva di dì in dì maggiormente la fame nella misera città, e giunse a tal segno, che per difetto di cibo mancava di vita la povera gente per le strade. Ora Giovanni Gambacorta, doge ossia capitano del popolo, pensò allora a profittar per sè stesso nella rovina della patria; e segretamente inviata persona a trattar coi Fiorentini, vendè lor Pisa per cinquanta mila fiorini d'oro, oltre ad alcune castella, che doveano restare in suo dominio, con altri suoi vantaggi[2285]. Pertanto nel dì 9 d'ottobre aperta una porta di Pisa, quel popolo, senza essere prima informato del contratto, vide entrare a bandiere spiegate l'esercito fiorentino, e prendere il possesso della città con sì buona disciplina, che niuno sconcerto ne seguì; ed arrivate poi carrette di pane, attesero tutti a cavarsi la fame, per cui la maggior parte erano divenuti scheletri. In questa maniera l'antica e già sì possente città di Pisa giunse a perdere la sua libertà, ma col guadagno di veder cessate le tante sue gare civili, e con accrescimento grande di gloria e potenza dalla parte dei Fiorentini. Da orribil pestilenza fu in quest'anno afflitta la città di Milano[2286]. Quivi, oltre a ciò, tutto era in disordine per la discordia de' Guelfi e Ghibellini.
NOTE:
[2265] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2266] Raynaldus, Annal. Eccles. Aretinus, Histor. sui temp., tom. 19 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Histor.
[2267] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2268] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2269] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Theodor. de Niem, Histor. Gobelinus.
[2270] Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2271] Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.
[2272] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic. Delayto, Annal., tom. eod.
[2273] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2274] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2275] Cronica di Bologna, tom. eod.
[2276] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2277] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2278] Itinerar. Benedicti Antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2279] Annal. Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital.
[2280] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2281] Sozomen., Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2282] Giornal Napolet., tom. 23 Rer. Ital.
[2283] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2284] Gino Capponi, Istor., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Poggius et alii.
Anno di CRISTO MCCCCVII. Indizione XV.
GREGORIO XII papa 2. ROBERTO re de' Romani 8.
Una speciosa apparenza di vedere in quest'anno il termine dello scisma diedero amendue i contendenti del papato[2287]. A udir le loro parole, lettere ed ambascerie, si scorgevano pronti cadauno a spogliarsi del manto pontificio. Papa Gregorio XII, per ben accertare il pubblico della sua buona intenzione, spedì Antonio vescovo di Modena suo nipote con altri due ambasciatori a Marsilia[2288] per convenire coll'antipapa Benedetto del luogo, dove s'avea a tenere il congresso fra loro. Si stabilì che amendue venissero alla città di Savona; e Teodorico da Niem[2289] rapporta i capitoli formati per la maniera con cui doveano gli emuli venire, stare e regolarsi nel progettato loro abboccamento. Furono accettati e confermati da papa Gregorio, il bello fu che questo futuro viaggio a Savona servì ad esso pontefice di colore e pretesto per intimar le decime a tutto il clero d'Italia, Sicilia, Dalmazia, Ungheria ed altri paesi, come costa dai documenti rapportati dal Rinaldi. E perciocchè i prelati per le lunghe passate guerre trovandosi impoveriti, allegavano l'impotenza di pagare, non erano ascoltate le lor querele e ragioni; la pena della privazion degli uffizii, intimata a chiunque fosse renitente, obbligò ciascuno a soddisfare. Moltissimi perciò venderono i vasi e paramenti sacri delle lor chiese, come attesta l'autore della Vita d'esso pontefice. Teodorico da Niem aggiugne che le chiese e i monisteri di Roma furono obbligati ad impegnare od alienare le lor sacre suppellettili e molti dei loro poderi. Servì poi questo ammassamento di danaro a far vivere lautamente e splendidamente esso papa, la comitiva de' suoi nipoti, e la sua gran famiglia, di modo che consumava egli più in zucchero che non aveano fatto i suoi predecessori in vitto e vestito. E da lì a pochi mesi si videro i di lui nipoti secolari abbandonarsi ad ogni forma di lusso con pompa di numerosa servitù e di cavalli. Ingrato ancora verso Innocenzo VII suo predecessore, che lo avea esaltato, cacciò di corte la di lui famiglia e il nipote. Privò della marca di Ancona Lodovico de' Migliorati altro di lui nipote, il quale, con raccomandarsi alla protezione del re Ladislao, occupò Ascoli e Fermo. Tolse ancora la camerlengheria ad un altro nipote d'esso Innocenzo, e la conferì ad Antonio suo nipote. Bene è che il lettore sappia tutte queste particolarità, acciocchè, vedendo poi deposto questo papa dai cardinali zelanti, comprenda che fu abbassato uno, il quale in apparenza era uomo santo, ma senza che i fatti corrispondessero a sì vantaggioso concetto.
Non piacque ad esso re Ladislao la convenzion fatta da Gregorio XII di passare a Savona per trattare coll'antipapa, perchè temeva che i Franzesi carpissero in quel congresso, qualche capitolo in favore della casa d'Angiò, pregiudiziale a' suoi diritti. Ora, per fargli paura ed imbrogliar le carte, fece che nel dì 17 di giugno[2290] i Colonnesi ed altri nobili romani entrassero per un pezzo di muro rotto nella città di Roma. Diedero alle armi i Romani; il papa si ritirò in castello Sant'Angelo. Nel dì seguente Paolo Orsino, ch'era al soldo del medesimo papa, andò ad attaccar battaglia co' nemici, li mise in rotta e fece prigioni Giovanni, Niccolò e Corradino Colonnesi, Antonio Savello, Jacopo Orsino ed altri baroni romani, ad alcuni de' quali fu tagliata la testa, ad altri restituita per danari la libertà. Credettero alcuni che questo badalucco fosse seguito di concerto fra il papa e Ladislao; ma Leonardo Aretino[2291], che si trovava in Roma, attribuisce la trama ai soli parenti del papa, senza che egli ne avesse contezza. Vennero poi gli ambasciatori del re di Francia nel mese di luglio a sollecitar Gregorio pel divisato congresso, giacchè Antonio Corrario suo nipote avea largamente spacciata a Parigi la prontezza di suo zio alla cessione; ma Gregorio cominciò a mettere in campo delle difficoltà, e a produr diffidenze di Savona, proponendo altri luoghi. E perciocchè Paolo Orsino l'inquietava non poco pel soldo non pagato della sua condotta, ascendente a sessanta mila fiorini d'oro, nel dì 9 di agosto co' suoi cardinali se n'andò a Viterbo, e di là nel settembre passò a Siena, ove fermò la sua residenza. Colà furono a trovarlo di nuovo gli ambasciatori dell'antipapa e del re di Francia, a' quali rispose ad aperta ciera di non voler Savona. Fu proposto d'andare a Lucca, o a Pietra Santa, e si convenne che papa Gregorio si trasferirebbe all'ultimo d'essi luoghi, e Benedetto antipapa a Porto Venere; ma si consumarono più mesi in pretensioni, perchè Gregorio voleva prima in sua mano tutte le fortezze di Lucca: al che Paolo Guinigi signore di quella città non si sapeva accomodare. Nè bastarono i suddetti ambasciatori, co' quali s'unirono anche quelli di Venezia, per muovere Gregorio a partirsi di Siena. Intanto passarono i termini già accordati pel congresso di Savona[2292], dove s'era portato l'astuto antipapa circa il principio d'ottobre, sparlando forte dell'avversario, quantunque neppur egli si sentisse voglia alcuna di rinunziare il papato, menando a mano chi forse gli credea. Certo nel cuore di tutti e due più poteva l'ambizione che la religione. Lasciossi ben intendere papa Gregorio, stando in Siena, che avrebbe rinunziato[2293], purchè fossero a lui riservati i vescovati di Modone e Corone, e l'arcivescovato di Jorch in Inghilterra creduto allora vacante, benchè tal non fosse, con altre rendite; o purchè a' suoi nipoti fossero concedute in vicariato le città di Faenza, Forti, Orvieto, Corneto ed altri luoghi. Ma i saggi cardinali non crederono di aver tanta autorità da poter promettere ed eseguir le promesse. L'amor de' parenti, siccome vediamo, facea perdere a questo pontefice di mira il buon cammino; e si sa che eglino tutto dì gli mettevano davanti agli occhi pericoli e rovine, s'egli dimetteva la sacra tiara[2294]. Ora l'antipapa per far bene credere quanto contrario l'animo di Gregorio, altrettanto disposto il suo alla riunione, giacchè l'altro non si volea ridurre in Savona, venne maggiormente ad avvicinarsi a lui[2295]; cioè servito da sei galee passò a Genova, e nel dì 20 di dicembre vi fece la sua solenne entrata.
Paolo Orsino in quest'anno con due mila lancie andò a Toscanella, dove fu ben ricevuto da quel popolo[2296]. Ma da lì a qualche tempo, col pretesto che quei cittadini avessero tramata contra di lui una congiura, mise a sacco tutta quella nobil terra, e se ne fece padrone. Luigi de' Casali nel mese d'ottobre[2297] uccise Francesco suo zio, oppur cugino, signore di Cortona, e ne usurpò egli il dominio. Lodovico de' Migliorati, siccome già accennai, divenuto signore d'Ascoli, in premio d'aver ceduta quella città al re Ladislao, fu creato conte di Monopello; ma poco ne godè, perchè Ladislao, a cui il mancar fede poco costava, gli ritolse quello Stato. Altre terre della marca d'Ancona furono prese da esso re; e Berardo Varano, signore di Camerino, collegatosi con lui, e ribellatosi al papa, s'impossessò anch'egli di varii luoghi. Dopo la perdita di Pisa era venuto a Milano Gabriello Maria Visconte, e, raccomandatosi al duca Giovanni-Maria suo fratello, fu creato suo consigliere, e crebbe molto in autorità. Si prevalsero della di lui lontananza i Genovesi[2298], e Bucicaldo lor governatore, per impadronirsi di Sarzana, città rimasta in potere d'esso Gabriello. Il danaro fece tutto; e i governatori di quelle fortezze l'un dietro all'altro nel mese d'agosto, ricevuto il contante, le consegnarono ai Genovesi, i quali ne presero il possesso a nome proprio e del re di Francia. Durava la confusione, anzi più che mai cresceva in Milano per le opposte fazioni de' Guelfi e Ghibellini[2299], mancando maniere al giovinetto duca di calmare i loro tumulti. Lo stesso castello fortissimo di porta Zobia a lui non ubbidiva. Mostravano tutti in apparenza qualche rispetto a lui, e che i loro fossero movimenti privati per atterrar cadauno la parte contraria. Intanto Facino Cane gran guerriero di questi tempi, che, per attestato di Andrea Redusio[2300], si potea appellare un altro Alessandro, venne a Milano in soccorso de' Ghibellini con ischiere numerose di armati. Allora fu[2301] che, veggendosi a mal partito, i Guelfi, ricorsero per aiuto a Jacopo del Verme, e questi con ingorde promesse trasse colà Ottobuono de' Terzi con altre brigate di combattenti. Trovandosi Ottobuono in vicinanza di Binasco, terra occupata da Facino e da Gabriello Maria Visconte[2302], nel dì 21 di febbraio si mosse in ordinanza di battaglia per assalire il nemico Facino; e per accidente anche Facino era in armi co' suoi per fare lo stesso. Incontratisi dunque gli eserciti, ne seguì un crudel fatto di armi con istrage e prigionia di moltissimi. La notte sola cessar fece il combattimento. Era toccata la peggio ad Ottobuono, ed, irritato per questo, dopo aver ricevuto un rinforzo da Jacopo del Verme, andò con gran furore, non so se in quella oppure in altra notte, ad assalir di nuovo il campo di Facino sul primo sonno. Non si aspettava Facino questa scortese visita; e però furono ben tosto messe in rotta le sue genti. Vi restarono prigionieri circa mille uomini d'armi; Facino si ricoverò in Binasco; Marquardo dalla Rocca, valoroso condottiere d'armi, fatto prigione, ed interrogato da Ottobuono, ove fosse Facino, rispose di non saperlo, e quand'anche lo sapesse, che non l'avrebbe rivelato. L'infuriato Ottobuono allora gli passò colla spada la gola, e il lasciò morto. Ritirossi Facino ad Alessandria; Ottobuono per opera del Verme fu introdotto in Milano. Di che peso fosse costui, non tardò quel popolo a sentirlo. Si studiarono i cittadini di farlo partire, ma non partì senza aver prima cavato dalle borse più di cento mila fiorini d'oro; e poi si unì a Monza con Astorre Visconte bastardo di Bernabò, per far guerra a Milano. Racconto io in poche parole tutti questi fatti, perchè l'assunto mio non mi permette di più. Nè si dee tacere che Jacopo del Verme, già passato al soldo de' Veneziani, e spedito in Levante contro de' Turchi, quivi lasciò poi gloriosamente la vita. In questo anno a dì 17 di marzo Francesco da Gonzaga signore di Mantova, principe assai rinomato pel suo valore, terminò la sua vita, con succedere a lui Gian-Francesco suo figliuolo in età di circa quindici anni[2303]. Corse subito a Mantova Carlo Malatesta, siccome zio materno d'esso novello principe, per dare buon sesto a quel governo. Erasi intanto ritirato a Parma Ottobuono, e perchè il costume suo era di vivere di rapine, passò con più di due mila cavalli, benchè nemicizia dichiarata non vi fosse, sul territorio della Mirandola e di San Felice, fermandosi quivi più d'un mese. Immenso fu il saccheggio ch'egli diede non solamente a quella contrada, ma anche a tutto il basso Modenese. Nè bastò questo alla crudel prepotenza. Sette navi grosse di mercatanti milanesi e veneziani, cariche di mercatanzie per valore di più di cento cinquanta mila fiorini d'oro, andavano giù per Po alla volta di Venezia. Aveano passaporto dello stesso Ottobuono, e a nulla servì; tutto fu preso dall'insaziabile ed infedel tiranno.
NOTE:
[2285] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2286] Corio, Istoria di Milano.
[2287] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2288] vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2289] Theodoricus de Niem, Hist.
[2290] Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.
[2291] Leonardus Aretinus, tom. 19 Rer. Ital.
[2292] Bonincontrus, Annal., tom, 21 Rer. Ital.
[2293] Theodoric. de Niem, lib. 3, cap. 23.
[2294] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2295] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2296] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2297] Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 17.
[2298] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2299] Corio, Istor. di Milano.
[2300] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2301] Billius, Hist., lib. 2, tom. 19 Rer. Ital.
[2302] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCVIII. Indizione I.
GREGORIO XII papa 3. ROBERTO re de' Romani 9.
Tanto tempestarono i cardinali zelanti del ben della Chiesa, e gli ambasciatori di varii principi, che papa Gregorio contro suo genio deliberò di muoversi da Siena per passare a Lucca[2304], affine di maggiormente avvicinarsi all'avversario antipapa Benedetto, il quale sul fine dell'anno precedente co' suoi cardinali era venuto a Porto Venere. Fu quel verno dei più rigorosi che mai si fossero provati, perchè tutta la riviera di Genova (cosa ben pellegrina) era coperta di ghiaccio e neve; e nel territorio di Siena, affinchè potesse passare il papa[2305], bisognò rompere coi picconi il ghiaccio. Giunse egli a Lucca nel dì 26 di gennaio, e durante questa tal quale vicinanza i due contendenti del papato giocavano a chi sapea più di scherma per iscreditar l'avversario, e ributtar sopra di lui la non seguita concordia. Gregorio si copriva col mantello della paura, allegando che non v'era sicurezza per lui in luoghi marittimi, dove comandava Bucicaldo; e l'antipapa teneva al suo servigio molte galee: e in parte non aveva il torto[2306]. Vicendevolmente l'antipapa, che, più astuto dell'altro, era venuto a Sarzana, ricusava ciò che Gregorio voleva, accettava ciò che era ricusato dall'altro. E proposto per luoghi di abboccamento Pietra Santa, Carrara, Lavenza, Motrone, Livorno e Pisa, gran tempo s'andò disputando, senza che mai si potessero accordar fra loro. Facevano essi un passo innanzi e due indietro, perchè sempre veniva in campo qualche sutterfugio. Per non poter di meglio, fu preso il ripiego di trattare anche in lontananza de' punti principali dell'accordo; ma data oggi una parola, domani si mutava, di modo che fu conchiuso di dar tutto in iscritto. Indarno ancor questo. Erano amendue risoluti d'ingannare l'un l'altro, e in fine il pubblico, perchè niun d'essi volea spogliarsi di quella splendida tiara, e neppure un d'essi mai si ridusse a dir chiaramente che rinunzierebbe. Durante questo conflitto, i buoni cardinali e gli ambasciatori non si davano posa per muovere due colonne fitte sulla base dell'ambizione, e si affliggevano al veder buttati al vento tanti lor passi, preghiere ed insinuazioni. Giunse anche un predicator lucchese sul pulpito alla presenza del papa fino a riprenderlo in maniera intelligibile di spergiuro, di fede mentita e di voto trasgredito. Se l'ebbe tanto a male Gregorio, che fece carcerar l'oratore ardito, e per più giorni appena il tenne vivo con un tozzo di pane e di acqua; anzi, se non era Paolo Guinigi signor di Lucca, che s'interpose, fu creduto che l'avrebbe fatto morire: cosa che alterò e stomacò forte tutta la corte pontificia. Ciò che finalmente fece sciogliere in nulla tutto questo grande apparato, l'intenderanno ora i lettori.
Dalla parte dell'antipapa Benedetto il re di Francia co' più assennati suoi consiglieri trovarono la via di scoprire il di lui finto cuore[2307]. Nel gennaio di quest'anno pubblicarono un editto, in cui era ordinato di negar l'ubbidienza all'uno e all'altro de' papi, se prima dell'Ascension del Signore, cioè del dì 24 di maggio, non era seguita l'unione. Di ciò informato Benedetto, fece nel dì 14 d'esso maggio presentare al re un breve, in cui scomunicava chi avesse rigettata la conferenza, ed approvata quella della cessione, e sottratta a lui l'ubbidienza. Di più non vi volle perchè il re col parlamento e colla Sorbona dichiarasse l'antipapa come scismatico ostinato, eretico, perturbator della pace della Chiesa, e perciò nol riconoscessero da lì innanzi per papa. Dall'altro canto avvenne che esso Benedetto, assistito da Bucicaldo governatore di Genova, spedì undici galee alla volta di Roma con disegno di sorprendere quella città, e di torla all'avversario. Il colpo andò fallito, perchè poco prima altri l'aveva occupata. E questi fu Ladislao re di Napoli, il quale, dopo aver presa per forza Ostia nel dì 16 di aprile, con possente armata di cavalleria e fanteria, e alquante galee pel Tevere, andò a mettere il campo sotto Roma[2308]. Era la città difesa da Paolo Orsino: ma, lasciatosi egli guadagnar dal danaro e dalle offerte di Ladislao, ne spalancò le porte nel dì 21 d'esso mese alle milizie di lui. V'entrò poscia lo stesso re solennemente nel dì 25 sotto il baldacchino portato da' nobili romani, e gran festa ne fece il popolo. Era dianzi fuggito di Roma il cardinale di Sant'Angelo vicario del papa; ma in mano de' suoi uffiziali restò castello Sant'Angelo. Fermossi il re in Roma sino al dì 23 di giugno, nel qual tempo creò nuovi conservatori della città, e, disposto a sua voglia quel governo, se ne tornò a Napoli. Un gran dire per tal novità fu dappertutto. Papa Gregorio, per la spedizion fatta dall'avversario Benedetto delle galee a Roma, pubblicamente gliene fece un reato[2309], con licenziare per questo i di lui ambasciatori, e senza voler più udire parola d'unione. All'incontro Benedetto rispondeva d'avere in ciò aderito alle istanze di Paolo Orsino, ossia de' Romani, che aveano implorato il suo aiuto, vedendo venire armato Ladislao contro della città. Il bello fu che corse sospetto[2310] avere il re Ladislao, di concerto col pontefice Gregorio, occupata Roma a fin di disturbare il congresso fra i due papi. Almen sembra certo, per testimonianza di Teodorico da Niem[2311], che i parenti di Gregorio, i quali raggiravano il povero vecchio papa, e frastornavano ogni buona di lui intenzione, mostrarono non poco giubilo dell'occupazion di Roma fatta da Ladislao; e questi ancora si mostrò per qualche tempo protettore di Gregorio. Nè qui si fermarono i passi del medesimo re. Le città di Perugia, Orta, Amelia, Terni, Todi e Rieti se gli diedero senza sfoderare la spada.
Per le cose suddette già s'era spenta ogni speranza dell'union della Chiesa. Un altro avvenimento si aggiunse che maggiormente sconcertò gli affari. Verso la metà di quaresima papa Gregorio si lasciò intendere di voler creare de' nuovi cardinali. Perchè ciò dava assai a conoscere quanto egli fosse alieno dalla cession del papato, e molto più perchè ciò era contrario alle promesse e al giuramento da lui fatto di non crearne, i vecchi cardinali se ne sdegnarono forte, e ricusarono d'intervenire al concistoro. Differì il papa l'esecuzion del disegno fin dopo l'ottava di Pasqua; ed allora, intimato sotto altro pretesto il concistoro, cominciò a nominar quattro nuovi cardinali. S'alzarono tosto i vecchi porporati per uscirne, e trovarono serrate le porte. Finalmente dopo gran rumore uscirono, e il papa da lì a pochi giorni preconizzò i suddetti nuovi cardinali senza l'assistenza ed approvazione dei vecchi. Da ciò prese motivo il cardinal di Liegi di ritirarsi da Lucca a Librafatta sul Pisano[2312], dove corsero le genti del nipote del papa per fermarlo, e spogliarono parte della sua famiglia, e poi la sua casa in Lucca. Paolo Guinigi, che non voleva liti co' Fiorentini per la turbata giurisdizione, fece carcerare i famigliari del nipote pontificio, e permise che sei altri de' vecchi cardinali uscissero di Lucca. Si ricoverarono tutti a Pisa, spalleggiati da' Fiorentini, e pubblicamente fecero un'appellazione al concilio e papa futuro. Contra di questo appello e delle ragioni addotte da quei porporati uscirono scritture, rapportate dal Rinaldi[2313], per giustificar papa Gregorio, ed anch'egli dal suo canto pubblicò varii monitorii contra de' fuggiti cardinali. Al vedersi in tale stato esso papa, giudicò che non gli convenisse l'ulterior soggiorno in Lucca, e scrisse al re Ladislao[2314] che gli mandasse una convenevole scorta d'armati per guardia nel suo cammino. Si opposero i Fiorentini, e spedirono essi un corpo di gente con ostaggi per iscortarlo. Intanto si seppe che il suo avversario Benedetto, dappoichè intese come i Franzesi gli aveano sottratta l'ubbidienza, non fidandosi più di tornare ad Avignone, s'era imbarcato, ed avea[2315] nel dì 17 di giugno fatto vela, senza toccar Genova, alla volta di Perpignano. Da lui parimente, d'ordine del re di Francia, si ritirarono tutti i cardinali franzesi del suo seguito, e, passati a Pisa, si unirono qui coi cardinali ribellati a papa Gregorio. Finalmente si mosse da Lucca anche esso papa nel dì 14 di luglio, e senza inviarsi per la Romagna verso la Marca, come pareva sua intenzione, perchè da Carlo Malatesta gli venne avviso che Baldassare Cossa legato di Bologna gli tendeva insidie, andò a dirittura a Siena, dove entrato nel dì 19 d'esso mese, ricevette molti onori e finezze da quel popolo. Quivi nel settembre pubblicò una bolla contra dell'ambizioso cardinal Cossa[2316], raccontando le varie di lui iniquità, con privarlo della legazione di Bologna, e dichiararlo ribello e nemico suo. Se ne rise il Cossa, fece levar da Bologna le armi del papa, strinse in questi medesimi tempi lega co' Fiorentini per opporsi ad ogni tentativo del re Ladislao, e per sostener sè stesso nel dominio, ossia nella tirannia di Bologna, Faenza e Forlì. Dopo aver dipoi ricusato papa Gregorio[2317] di voler assistere al concilio intimato in Pisa dai cardinali dell'una e dell'altra ubbidienza, ne pubblicò egli uno da tenersi o in Aquileia o in Romagna; fulminò ancora la scomunica e la privazion del cappello contra de' suoi nel dì 11 d'ottobre. A questi aveva egli sostituiti altri nove cardinali. Invitato poscia Gregorio a Rimini da Carlo Malatesta, colà si portò nel dì 3 di novembre, perchè non si credeva abbastanza sicuro in Siena.
Portossi in quest'anno a Genova Gabriello Maria Visconte cacciato da Milano, per fare istanza a quel governatore di ottanta mila fiorini d'oro a lui dovuti da' Fiorentini per la cession di Pisa, dei quali era mallevadore lo stesso Bucicaldo, e per dimandarne rappresaglia. Tenuto fu a mano alquanti dì, finchè Bucicaldo, che non era allora in Genova, restò informato di tutto, e mandò al suo luogotenente le risoluzioni sue[2318]. Fu dunque per ordine di lui preso Gabriello nel dì 16 di novembre; ed essendogli apposto, che fosse ito a Genova a petizion di Facino Cane per togliere quella città ai Guelfi, e darla ai Ghibellini, messo alla corda, con belle promesse fu indotto a confessare il fatto, di cui era affatto innocente[2319]. Gli fu poi tagliata la testa nel dì 25 di dicembre; tutto il suo avere fu occupato, e Bucicaldo pretese poi dai Fiorentini la gran somma da loro dovuta a quell'infelice giovane. Non più di ventidue anni avea egli allora, e ben conobbe ognuno che non era cosa da lui il trattato che gli fu apposto; laonde per tanta ingordigia ed iniquità crebbe il discredito di Bucicaldo, il quale nell'anno presente, inerendo agli ordini del re di Francia, levò l'ubbidienza all'antipapa Benedetto. Giurò ben di farne vendetta Facino Cane, e mantenne poi la promessa. In mezzo alle guerre civili si trovava intanto _Giovanni Maria Visconte _duca di Milano, e specialmente odio grande nudriva contra di lui il suddetto Facino, perchè, chiamato a Milano, corse pericolo d'essere tradito e di lasciarvi la vita. La fuga il salvò, e da lì innanzi si dichiarò nemico non solamente del duca, ma anche di Filippo Maria conte di Pavia, suo fratello. Se l'intendeva egli con Castellino Beccaria, prepotente cittadino di Pavia, ed amendue tramarono quanti inganni poterono per mettere le mani addosso al prefato Filippo Maria giovane inesperto. Ma il governator del castello, in cui stava ristretto esso Visconte, nol volle mai lasciar uscire di là; e perchè alla salvezza di questo principe contribuì non poco Francesco Carmagnuola, allora soldato di lui, col tempo ascese poi a grandi onori, siccome vedremo[2320]. Ora Facino Cane, unito con Teodoro marchese di Monferrato, con Astorre Visconte occupator di Monza, con Francesco Visconte ed altri nobili milanesi Ghibellini fuorusciti, gran guerra fece in quest'anno al duca Giovanni Maria e ai Guelfi allora dominanti in Milano, de' quali era capo Antonio Visconte. In tali angustie fu consigliato il duca di appoggiarsi alla potente casa de' Malatesti, cioè a Carlo signor di Rimini, uno de' più saggi e prodi signori che si avesse allora l'Italia, e a Pandolfo Malatesta signore di Brescia, il quale nell'anno presente entrò ancora in possesso della città di Bergamo, a lui venduta da Giovanni de' Soardi[2321]. Per istrignere poi maggiormente questa lega ed amicizia, il duca nel dì 8 di luglio prese per moglie Antonia, figliuola di Malatesta de' Malatesti signor di Cesena, la quale dimorava allora in Brescia presso Pandolfo suo zio. Avendo egli in fatti eletto per suo governatore e difensore Carlo Malatesta, questi senza perdere tempo pose l'assedio al castello di Milano, detenuto allora da Gabriello Visconte menzionato di sopra e da Antonio Visconte. Furono costoro obbligati alla resa. Il Corio scrive nel mese di novembre, ma il Delaito, scrittore contemporaneo, mette ciò nel mese di febbraio. Gabriello fu inviato a' confini in Piemonte, e fece poi la morte che abbiam detto. Antonio Visconte fu inviato a Ferrara, ma poi, richiamato a Milano, ivi perdè la vita. Con tutta nondimeno l'assistenza dei Malatesti, il duca di Milano si trovò per tutto quest'anno in gravissime angustie per la smoderata carestia che affliggeva la città di Milano e il resto de' suoi Stati, e per le forze de' nemici suoi, cioè di Facino Cane, che, impadronitosi di Novara, da quella parte gli era addosso con potente esercito, e di Astorre Visconte, che con altra armata scorreva di tanto in tanto sino alle porte di Milano. Anche Giovanni da Vignate tiranno di Lodi gli mosse guerra. Monza indarno fu assediata, e finì l'anno senza che alcun alleviamento si provasse a tante discordie e guai.
In questi tempi Ottobuono de' Terzi tiranno di Parma e di Reggio, non volendo stare in ozio, fece nel mese d'aprile una irruzione nuova nel territorio di Modena[2322] mettendo tutto a sacco, senza riguardo alla pace che durava col marchese Niccolò di Ferrara, e senza disfida alcuna. S'interposero i Veneziani per acconciar questa briga, ma Ottobuono, sentendosi forte di gente, e voglioso di vivere alle spese altrui, rendè inutili i lor buoni uffizii, e continuò col suo mal talento contra dell'Estense, a ciò attizzato ancora da Carlo da Fogliano signore di molte terre del Reggiano. Tirò ancora nel suo partito Francesco signore di Sassuolo. Il perchè, determinatosi il marchese Niccolò di opporre forza a forza, cominciò ad armarsi, e fra gli altri condusse al suo soldo dalla Toscana Sforza da Cotignuola con ducento cinquanta uomini d'armi (il Corio dice con settecento cavalli) e il dichiarò suo capitan generale. Fece Ottobuono quanto potè per coglierlo nel venire ch'egli faceva da Bologna a Modena; ma Sforza, uomo accorto, prevenuto lo aguato, arrivò felicemente in Modena, e poscia uscito per la porta di Bazovara, attaccò una mischia col tiranno, obbligandolo, dopo due ore di combattimento, a ritirarsi come in isconfitta. Anche in Romagna furono de' movimenti di guerra. Baldassarre Cossa cardinale legato di Bologna, in tempo che il conte Alberico di Barbiano, gran contestabile, era in Roma a' servigi del re Ladislao, mosse guerra alle di lui terre della Romagna; gli tolse Tosignano, Orivolo e Castel Bolognese. Per istigazione sua ancora e col braccio suo Lodovico conte di Zagonara occupò al conte Manfredi di Barbiano, benchè suo parente, le terre di Lugo, Conselice e Sant'Agata. Parimente Guido-Antonio conte d'Urbino s'impossessò nel mese di luglio della città d'Assisi per volontaria dedizione di que' cittadini, che si trovavano infestati dalle armi del re Ladislao. Nel maggio ancora di quest'anno, perchè non si potea più durare alle insolenze di Ottobuon de' Terzi, fecero insieme lega in Mantova contra di lui Giovanni Maria duca di Milano, Gian-Francesco Gonzaga signore di Mantova, Niccolò d'Este marchese di Ferrara, Pandolfo Malatesta signor di Brescia e Bergamo, e Gabrino Fondolo signor di Cremona; le cui genti nel dì 19 di giugno presso il Castelletto nel territorio di Cremona diedero la rotta ad un corpo di gente del medesimo Ottobuono, con far prigioni trecento tra cavalli e fanti. Uscì poscia in campagna nel mese di luglio Niccolò marchese coll'esercito suo contra del tiranno, e alla sua comparsa Francesco da Sassuolo, Azzo da Rodeglia e i Canossa di Reggio voltarono mantello, e si diedero ad esso marchese. Dopo di che egli passò a Rubbiera posseduta dai Boiardi, e cominciò le ostilità contra di Ottobuono, il quale, nel dì 8 di agosto, fece tagliar la testa a settantacinque uomini di Parma e Borgo San Donnino, imputati di sedizione contra di lui: il che maggiormente fece riguardarlo come un mostro di crudeltà per tutta Italia. Ma nel novembre Sforza Attendolo generale del marchese, avendo fatta una scorreria sul Parmigiano, cadde in un agguato di Ottobuono, e ne seguì un duro combattimento colla peggio d'esso Sforza. In quest'anno Martino re d'Aragona diede una terribile sconfitta ai popoli della Sardegna[2323]; ma nel dicembre morì in Cagliari Martino il giovane suo figliuolo re di Sicilia.
NOTE:
[2303] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2304] Ser Cambi, Cronica di Lucca, tom. 18 Rer. Italic.
[2305] Annali di Siena, tom. 19 Rer. Ital.
[2306] Vita Gregorii Papae XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2307] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2308] Theod. de Niem, Hist. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2309] Vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2310] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2311] Theodor. de Niem, lib. 3. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2312] Vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2313] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2314] Ser Cambi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.
[2315] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2316] Raynald., Annal. Eccles.
[2317] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2318] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2319] Ser Cambi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.
[2320] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2321] Corio, Istor. di Milano.
[2322] Delayto, Annal.
Anno di CRISTO MCCCCIX. Indizione II.
ALESSANDRO V papa 1. ROBERTO RE de' Romani 10.
La principal novità di quest'anno fu il concilio tenuto in Pisa dai cardinali dell'una e l'altra ubbidienza, quivi raunati contra dei due contendenti del papato, cioè di Gregorio e Benedetto[2324]. Giacchè si vide disperato il caso dell'unione di questi due personaggi, più innamorati dello splendore della lor dignità che della Chiesa di Dio, fu creduto spediente di abbatterli tutti e due, e di creare un pontefice che fosse accettato da tutte le corone e potentati cristiani. A quel concilio intervennero, oltre ai cardinali suddetti, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, ottantasette abbati, i procuratori di molte università, e gli ambasciatori di Francia, Inghilterra, Polonia, Cipri, e di moltissimi duchi e principi cristiani. Quei di Roberto re de' Romani vi concorsero, ma per sostenere i diritti di papa Gregorio, e quei d'Aragona per difendere l'antipapa Benedetto. Furono tenute molte sessioni ne' mesi d'aprile, maggio e giugno, citati i due pretendenti; e infine, dopo avere esposto varii capi d'accusa contra di amendue per la loro pertinacia in lasciar divisa la Chiesa con sì lungo e deplorabile scisma, e dopo avere formato decreto che quello era concilio generale: nel dì 5 di giugno furono dichiarati eretici, scomunicati e deposti da ogni dignità ecclesiastica tanto Gregorio che Benedetto[2325]. Finalmente nel dì 15 d'esso mese, giacchè Baldassare Cossa cardinale, principal motore di quella macchina, perchè nemico di papa Gregorio, ricusò (non si sa il perchè) d'essere eletto, e propose piuttosto il cardinal Pietro Filargo da Candia, concorse appunto il concilio ad eleggere questo personaggio papa. Era egli di nazione Greco, nativo dell'isola di Candia, e non già di una terra del Novarese, come taluno ha preteso. Per molti anni militò egli nell'ordine de' frati minori; dopo i vescovati di Vicenza e Novara, fu creato arcivescovo di Milano, e poi cardinale, finalmente papa; uomo di gran dottrina, di molta dolcezza e di non minore liberalità, che prese il nome di Alessandro V, e fu coronato nel dì 17 di giugno. Si credettero i padri del concilio pisano di aver somministrato un efficace rimedio alle piaghe della Chiesa di Dio con tale elezione, ed in fatti molto si tagliò della cancrena; ma non perciò la cancrena si sradicò, anzi per altro verso essa crebbe. Prima si miravano nella Chiesa due papi, da lì innanzi tre se ne videro nel medesimo tempo. Si sa che Alessandro ebbe ubbidienza da buona parte dell'Italia, dalla Francia, Inghilterra, Polonia e da altri paesi del cristianesimo. Tuttavia seguitò papa Gregorio ad avere i suoi fautori negli Stati de' Malatesti, nel regno di Napoli, nel Friuli, in Baviera ed in altre contrade. E l'antipapa Benedetto continuò ad essere riconosciuto papa nella Aragona e in altri luoghi della Spagna. Inoltre papa Gregorio si trasferì nel maggio dell'anno presente nel Friuli, e tenne in Cividale un concilio, ma di pochi prelati, perchè i Veneziani da lui, benchè Veneto, si dipartirono, e diedero ubbidienza ad Alessandro V. In esso concilio furono da lui riprovati tutti gli atti di Pietro di Luna, ossia di Benedetto, e quei d'Alessandro, condannate le loro persone, e intimato a tutti i fedeli di non ubbidire se non allo stesso Gregorio. Altrettanto fece in Perpignano l'antipapa. Ed ecco di nuovo flagellata da continuate gravi calamità la vigna del Signore. Papa Gregorio fuggì dalle mani de' Veneziani con gran fatica, e colle galee del re Ladislao si ritirò nel regno di Napoli. Scrive Sozomeno ch'egli concedette a Ladislao Roma, la Marca, Bologna, Faenza, Forlì ed altre terre della Chiesa, e ne ricavò venticinque mila fiorini d'oro. Se ciò è vero, gran tradimento fece costui alla Chiesa.
Non era ignoto a Lodovico II duca di Angiò, portante allora il titolo di re di Sicilia, che il novello papa e tutto il sacro collegio detestavano l'insolenza del re Ladislao, dappoichè avea usurpato il dominio di Roma e d'altre terre della Chiesa romana[2326]. Per ciò spontaneamente, o piuttosto chiamato, sen venne a Pisa, sperando col braccio del papa nuovo di rientrare nel regno di Napoli, e di abbattere la potenza di Ladislao. E veramente non mancò papa Alessandro di processare esso Ladislao, e di pubblicar monitorii contra di lui; anzi, dato di piglio alle armi temporali, le spedì alla ricuperazion delle terre della Chiesa. Ora per conto d'esso Ladislao è da sapere ch'egli ne' mesi innanzi, cioè nel giorno 12 di marzo era arrivato a Roma con poderoso esercito di fanti e cavalli; poscia nel mese d'aprile con Paolo Orsino e col gran contestabile Alberico da Barbiano s'inviò alla volta della Toscana. Ma il gran contestabile nel dì 26 aprile finì i suoi giorni nel territorio di Perugia; e da ciò il cardinal Cossa prese occasione d'impadronirsi di Barbiano e d'altre terre, siccome abbiam detto. Per trattato de' cittadini anche il re Ladislao s'insignorì di Cortona, il cui signore Luigi dei Casali fu mandato prigione a Napoli. Inoltrossi poi sul Sanese, commettendo ogni maggiore ostilità, e portò il terrore sino alle porte di quella città e di Arezzo. Usava egli per sua divisa il molo: AVT CAESAR, AVT NIHIL. Eransi ben preparati i Sanesi e Fiorentini per la difesa. Malatesta de' Malatesti signor di Pesaro fu il generale eletto da essi Fiorentini. Ma in quelle parti niun fatto d'armi rilevante accadde che sia degno di memoria, perchè Ladislao, sentendo che Baldassar Cossa legato di Bologna, e braccio diritto del nuovamente eletto pontefice, avea spedito genti di armi per la Marca alla volta di Abruzzo, con parte de' suoi tornò ad accudire a' proprii affari nel regno di Napoli, ne' quali tempi per far danari vendè la città di Zara a' Veneziani per cento mila fiorini. Ora nel settembre il re Luigi, cioè il duca d'Angiò, con cinquecento lancie condotte dalla Provenza, e con quanta gente potè unir seco il cardinal Cossa e la repubblica fiorentina[2327], si incamminò con esso cardinale verso lo Stato pontificio. Si trovò ad Orvieto Paolo Orsino disposto ad impedire il passo; ma siccome questi era uno di que' condottieri d'armi che usavano di cangiar mantello, secondochè esigeva il tempo e il guadagno, essendo a lui esibito dai Fiorentini molto danaro e più vantaggiosa condotta, lasciò il servigio del re Ladislao, e si acconciò col re Luigi. Braccio da Montone Perugino, che riuscì poi sì gran capitano, militò anche egli nell'armata d'essi collegati. Si arrenderono al cardinale legato Orvieto, Montefiascone, Corneto, Sutri, Viterbo ed altri luoghi. Con questo prospero vento l'esercito vittorioso senz'altra opposizione arrivò fin sotto Roma[2328]; e nel dì primo d'ottobre il re Luigi e il cardinal suddetto con Malatesta, con Paolo, Jacopo, Francesco ed altri di casa Orsina, s'impadronirono di San Pietro e del palazzo papale; ed appresso castello Santo Angelo, custodito finora a nome del sacro collegio, prestò ubbidienza a papa Alessandro V. Era alla guardia di Roma pel re Ladislao il conte di Troia coi Colonnesi. Varii tentativi furono fatti, varii assalti dati a quella gran città dall'armi de' collegati, ch'erano passate di là dal Tevere, ma senza trovare maniera di entrarvi; e in questi badalucchi si consumarono i mesi di ottobre, novembre e quasi tutto dicembre; di modo che come disperati il re Luigi e il cardinal Cossa se ne tornarono a Pisa, lasciando il Malatesta con un corpo di gente intorno a Roma, assistito da Paolo e dagli altri baroni di casa Orsina. Ciò che non poterono far le armi, creduto fu che lo facesse l'oro. Nella notte precedente al dì ultimo di dicembre, festa di San Silvestro, si levò a rumore il popolo romano, fu aperta una porta a Paolo Orsino, e le genti pontificie entrate, andarono a poco a poco espugnando il Campidoglio e le altre fortezze tenute da quei del re Ladislao, a riserva di porta Maggiore e di quella di San Lorenzo.
Più che mai si trovò confuso in questo anno il governo di Milano[2329]. Lega fu fatta da quel duca col re di Francia per mezzo di Bucicaldo, coi principi di Savoia, col conte di Pavia, e con Bernardone governator d'Asti pel duca d'Orleans. Già si vedea che Bucicaldo e i Franzesi aveano delle mire sullo Stato di Milano. Per cagion di questa lega adirato Facino Cane si diede a bloccar Milano. Pandolfo e Carlo de' Malatesti, che regolavano dianzi quegli affari, prevalendo presso il viziosissimo duca gli adulatori e il partito de' Guelfi, l'un dietro l'altro disgustati si ritirarono anch'essi da Milano. E però Pandolfo in Brescia sua città, fatta una gran massa di gente, per vendicarsi di chi l'avea forzato ad abbandonar Milano, e passato il fiume Adda, s'inoltrò ne' monti di Brianza e nella Martesana. Ma ecco venir contra di lui Facino Cane, già dichiarato conte di Biandrate, Teodoro marchese di Monferrato ed Astorre Visconte con esercito poderoso. Fecesi un caldo fatto d'armi fra loro nel dì 7 d'aprile, giorno di Pasqua, nella valle di Ravagnate, senza che la vittoria si dichiarasse per alcun d'essi[2330]. Trattatosi poi di concordia, fu conchiuso che unitamente attendessero a scacciare i consiglieri del duca, e a mettere due governatori in Milano, l'uno per Facino e l'altro per Pandolfo. Fu dunque assediato da amendue Milano, e si venne dipoi ad una capitolazione, per cui Facino e Pandolfo si accordarono col duca, e i consiglieri fuggirono. Ma poco durò questo accordo, perchè Facino pretendea dal duca cinquanta mila fiorini d'oro con altre sconcie dimande, e si partì sdegnato da lui. Allora fu che Bucicaldo governatore di Genova, mirando sì sconvolto lo Stato di Milano, sì giovani e deboli i due fratelli Visconti, e figurandosi, siccome uom pieno di ambizione e di grandi idee, non difficile lo insignorirsi di Milano, procurò d'essere ammesso al governo di quella città dal duca, con impiegar sotto mano gran somma di danaro, presa ad usura dai Genovesi[2331]. Partitosi da Genova nell'ultimo dì di luglio, andò a prendere il possesso dell'ottenuta carica in Milano[2332]. Seco menò circa cinque mila cavalli, oltre a molti balestrieri e fanti, e, secondo il suo costume, cominciò a fare delle novità. Nulla diffidava egli de' Genovesi, ridotti, a suo credere, colla forza ed altura sua come tanti conigli; ma il popolo di Genova, benchè mostrasse una piena suggezione, manteneva nondimeno vivi gli antichi suoi spiriti, ed odiava a morte il di lui borioso governo. Ora, trovandosi alcuni Genovesi fuorusciti con Facino Cane e con Teodoro marchese di Monferrato, persuasero loro di levare a Bucicaldo la; città di Genova; e perciò sul fine d'agosto mossero le lor genti a quella volta. L'avvicinamento di queste armi diede impulso ai cittadini di Genova tanto guelfi che ghibellini nel dì 3 di settembre dì levarsi a rumore contra del luogotenente di Bucicaldo, che restò ucciso nel volersi ritirar nel castelletto. Molti parimente de' Franzesi rimasero vittima del furor popolare. Levossi dunque Genova dalla signoria del re di Francia, e Facino Cane, contento d'essersi vendicato di Bucicaldo suo nemico, e di un regalo di trenta mila genovine, se ne tornò in Lombardia per assistere a' proprii interessi, ed occupò nel ritorno Novi, ch'era d'essi Genovesi. Ma per conto del marchese di Monferrato, in ricompensa del servigio prestato, fu egli eletto capitano di Genova cogli emolumenti soliti a darsi una volta ai dogi. Il castelletto colle altre fortezze a forza d'armi venne poi tolto ai Franzesi; laonde Genova restò in pace e in somma allegria. Questo fu il guadagno fatto da Bucicaldo; egli non solamente perdè Genova, ma anche il governo di Milano. Perciocchè, quantunque, all'avviso della sollevazion di Genova, corresse con alcune migliaia di cavalli e fanti sino a Gavi, pure, conoscendo l'impossibilità di ritornare nella perduta città, si ritirò in Piemonte, giacchè temeva di sua vita, se compariva in Milano. Tentò poscia di torre Novi a Facino; ma ne rimase sconfitto, di modo che svergognato si ridusse in Francia a raccontar le sue tante prodezze.
Fece ancora grande strepito in questo anno il fine di Ottobuono de' Terzi, tiranno di Parma e Reggio[2333]. Andava continuando contra di lui la guerra Niccolò Estense marchese di Ferrara, collegato col cardinal Cossa e coi Malatesti. Il suo infaticabile e valoroso generale Sforza da Cotignuola con una irruzione dietro all'altra sul Reggiano e Parmigiano teneva il nemico assai ristretto. Il perchè Ottobuono mosse parola di pace. Si convenne che presso a Rubiera seguisse un abboccamento fra lui e il marchese d'Este. Infatti si portò esso Ottobuono con cavalli novanta a quel congresso. Vi giunse ancora il marchese Niccolò con cento cavalli, seco avendo il suddetto Sforza ed Uguccion de' Contrarii suo favorito. Dopo i complimenti e gli abbracciamenti, fattosi avanti Sforza, con uno stocco passò da banda a banda Ottobuono. Altri scrivono[2334] che fu Michele Attendolo, parente dello Sforza, che fece il colpo in vendetta de' crudeli strazii da lui contra le leggi della guerra patiti nelle carceri di esso Ottobuono. Il Delaito vuole che per essersi scoperto il disegno di Ottobuono di levar di vita il marchese d'Este, Sforza prevenisse l'iniqua di lui risoluzione. Comunque sia, quand'anche si creda (il che pare più verisimile) che contro la pubblica fede seguisse la morte di quel tiranno, certo è tanto essere stato l'odio universale contra di lui per le sue crudeltà ed infami azioni, che ognun benedisse la mano di chi avea liberato il mondo da quel mostro, senza far caso della maniera con cui s'era ottenuto questo gran bene. Accadde il fatto nel dì 27 di maggio. Condotto a Modena il cadavere dell'estinto Ottobuono, dal popolo in furia fu messo in brani, e trovossi insino chi mangiò delle carni di costui, come se si trattasse d'una fiera. Successivamente poi il marchese Niccolò, ottenuto soccorso dal cardinal Cossa, uscì in campagna sul principio di giugno, e dopo aver preso le castella d'Arceto, Casalgrande, Dinazzano e Salvaterra, che erano di Carlo Fogliano, ostilmente passò sul Parmigiano. Dopo varii acquisti e piccioli fatti d'armi, nel dì 26 di giugno il popolo di Parma, commosso dai nobili Sanvitali, si sollevò contra de' Terzi, ed, acclamato per suo signore il marchese d'Este, uscì fuori con gran festa a riceverlo. Fu egli introdotto fra gl'immensi viva della città, e datogli il dominio d'essa, fuorchè della cittadella, che assediata finalmente si rendè nel dì 27 di luglio. Parimente nel dì 28 di giugno si levò a rumore il popolo di Reggio, e fatto intender al marchese che il sospiravano per loro signore, Uguccion de' Contrarli volò a prenderne il possesso, e questi sforzò dipoi a rendersi quella cittadella nel dì 22 di luglio. Per così prosperosi successi il marchese, dopo aver donato al prode Sforza Attendolo la bella terra di Montecchio, gli permise di passare al servigio de' Fiorentini con secento lancie ed alcune schiere di fanteria; di modo che anch'egli si trovò nell'esercito inviato da essi, siccome vedemmo, alla volta di Roma. Restò poi quasi messa in camicia la famiglia de' Terzi, che tuttavia occupava Borgo San Donnino, Castelnuovo, Fiorenzuola, la rocca di Guardasone ed altri luoghi. Da Orlando Pallavicino fu loro tolto Borgo, e da Alberto Scotti Fiorenzuola. Anche i Veneziani[2335], benchè protettori de' Terzi, si impadronirono di Casal Maggiore, Brescello, Guastalla e Colorno. Resta nondimeno anche oggidì essa famiglia in Parma con isplendore e comodi di nobiltà.
NOTE:
[2323] Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2324] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2325] Theodoricus de Niem, Hist. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2326] Theodor. de Niem, Hist. S. Antonin., P. III, tit. 22.
[2327] Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2328] Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.
[2329] Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[2330] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, tom. eod.
[2331] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2332] Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
[2333] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Italic.
[2334] Corio, Istoria di Milano. Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCX. Indizione III.
GIOVANNI XXIII papa 1. SIGISMONDO re de' Romani 1.
Fu cagione la peste entrata in Pisa che papa Alessandro V si ritirasse a Prato verso il fine dell'anno precedente, e poscia a Pistoia[2336]. Quivi ricevette la lieta nuova che Roma era liberata dalle armi del re Ladislao. Fecero quanto poterono i Fiorentini per indurlo a portarsi colà, rappresentando che sarebbe più vicino alla guerra che si meditava di fare contra del re Ladislao nel regno di Napoli; ma più forza ebbe l'eloquenza di Baldassare Cossa cardinale legato di Bologna, ai cui cenni ubbidiva il buon papa, quasi come schiavo, perchè da lui principalmente riconosceva il pontificato. Volle il Cossa che Alessandro seco venisse a Bologna, e gli convenne nel furore del verno per montagne piene di ghiaccio e di neve passare a quella città[2337], dove fece entrata nel giorno 12 di gennaio con incredibil gioia del popolo bolognese, per vedere piantata nella lor città la residenza d'un romano pontefice. Quivi nel giovedì santo pubblicò un'ampia bolla contra ai due pretensori del papato Gregorio e Benedetto. Quivi ancora ricevette nel dì 12 di febbraio una solenne ambasceria de' Romani; che gli portarono le chiavi della città, e fecero grandi istanze, affinchè egli se ne andasse colà. Ma al cardinal Cossa non parve bene ch'egli si partisse da Bologna. In questo mentre, cioè nel giorno 18 di gennaio[2338], Giorgio degli Ordelaffi, essendosi ribellato il popolo di Forlimpopoli al papa, fu chiamato alla signoria di quella città, e nel dì 25 di esso mese furtivamente ancora entrò in quella di Forlì; ma ne fu scacciato da quel presidio. Andò poscia nel dì 8 d'aprile il cardinal Cossa a mettere l'assedio a Forlimpopoli. Essendosi intanto infermato papa Alessandro, ritornò esso cardinale a Bologna nel dì 28 di esso mese. Sino al dì 3 di maggio durò la malattia del pontefice, e di essa morì egli in quel giorno. Fu poi sparsa voce dai nemici del cardinal Cossa, che per veleno fattogli dare da esso cardinale fosse abbreviata la vita a quel degno pontefice; e tal voce maggiormente prese piede, allorchè, siccome vedremo, questo cardinale divenuto papa restò abbattuto dal concilio di Costanza. Dio solo può essere buon giudice di questi fatti. Solea questo buon papa dire, che egli era stato ricco vescovo, povero cardinale e mendico papa[2339]. Unironsi dunque in conclave sedici cardinali, che si trovavano allora in Bologna, e per le raccomandazioni fervorose fatte dagli ambasciatori del re Lodovico duca d'Angiò, fu nel dì 17 di maggio eletto papa lo stesso cardinale di Santo Eustachio Baldassare Cossa, che prese il nome di Giovanni XXIII. Venne poscia a Bologna a baciargli i piedi il suddetto re Lodovico nel dì 6 di giugno, e seco concertò la guerra, giù destinata contra di Ladislao re di Napoli. Dopo di che, nel dì 23 di esso mese s'inviò alla volta di Firenze. Circa questi tempi Paolo Orsino e Malatesta capitano de' Fiorentini ridussero all'ubbidienza del pontefice le città di Tivoli e d'Ostia[2340]. Fece poi papa Giovanni XXIII nel dì 6 di giugno una promozione di quattordici cardinali, tutti persone di merito o per la loro nobiltà o per lo sapere. Fulminò le censure contro papa Gregorio e contro l'antipapa Benedetto; e Gregorio, che s'era ridotto a Gaeta, non mancò di fare altrettanto contra di lui. Ma si cominciarono ad imbrogliar gli affari di papa Giovanni in Romagna; perciocchè Giorgio degli Ordelaffi nel dì 12 di giugno occupò il castello d'Oriolo, e Gian-Galeazzo de' Manfredi, figliuolo del fu Astorre, nel dì 18 di esso mese s'impadronì di Faenza[2341]. Varii altri tentativi fatti dall'Ordelaffo per entrare in Forlì andarono tutti in fumo.
Grande sforzo di gente e di navi avea parimente in questi tempi fatto in Provenza il suddetto re Lodovico duca d'Angiò per passare ai danni del re Ladislao. Ma ancor questi pensò al riparo[2342]. Trovati i Genovesi, che per essersi sottratti al dominio franzese, si erano inimicati con quella nazione, assai disposti ad assisterlo contro del re Lodovico, fece armare in Genova cinque navi con suo danaro, comandate da Ottobuon Giustiniani. Spedì ancora a quella volta nove delle sue galee per vegliare agli andamenti de' Provenzali. Comparvero infatti sette navi grosse con assai altre minori del re Lodovico in quei mari nel dì 16 di maggio, conducendo circa otto mila persone; e i Genovesi, senza aspettar le galee di Ladislao che erano indietro, non tardò ad essere ricuperata; e i Genovesi appresso s'impadronirono di cinque delle navi grosse nemiche. Delle restanti due, l'una fuggì, l'altra andò a fondo con tutti gli uomini. Questo colpo sconcertò di molto le misure del re Lodovico. Tuttavia tredici sue galee si lasciarono vedere nel mese d'agosto sulla riviera di Genova, e seguì anche battaglia fra esse e quelle di Genova e di Napoli, ma con restare indecisa la vittoria. Secondati intanto i Genovesi dalla flotta napoletana, fecero tornare alla loro ubbidienza la città di Ventimiglia, che pagò col saccheggio la resistenza sua. Presero anche il porto di Telamone ai Sanesi per tradimento del castellano[2343], ma questo fu ricuperato nel dì 6 di ottobre. Si trasferì a Roma il re Lodovico, e vi fu ricevuto con grande onore nel dì 20 di settembre[2344]. Perchè era scarso di danari, non trovò maniera di danneggiar le terre del re Ladislao; sicchè, dopo essersi trattenuto sino all'ultimo giorno dell'anno, allora prese il cammino alla volta di Bologna, acciocchè la sua presenza desse più calore alle meditate imprese. Mancò di vita in quest'anno sul fine di maggio[2345] Roberto di Baviera re de' Romani, principe eminente nella pietà e clemenza; ma non altrettanto nel valore. Era tuttavia vivente l'inetto Venceslao; pure gli elettori, senza far conto di lui, si unirono in Francoforte per dargli un successore. Entrata fra loro la discordia, alcuni elessero nel mese di settembre Sigismondo re d'Ungheria fratello d'esso Venceslao, ed altri Giodoco marchese di Moravia, principe, che, per essere in età di novant'anni, poco godè di questo onore, perchè da lì a tre mesi, senza essere stato coronato, terminò la sua vita, ed aprì la strada a Sigismondo, per esser nel seguente anno ricevuto e riconosciuto da tutti per re de' Romani e di Germania. Era ben egli per le sue singolari virtù dignissimo di sì alto grado. Questi, abbandonato il partito di papa Gregorio XII, dianzi avea abbracciato quello di papa Giovanni XXIII, il quale volentieri l'accolse, e il favorì per farlo promuovere dagli elettori suddetti.
Per la ritirata di Bucicaldo da Milano e per avere i Genovesi scosso il di lui giogo nell'anno precedente, il credito e la forza di Facino Cane era cresciuta a dismisura[2346]. Parve dunque ai consiglieri di Giovanni Maria Visconte duca di Milano che il braccio di costui quel solo potesse essere che mettesse a terra i di lui nemici e ribelli, e restituisse la tranquillità alla città di Milano afflitta da tutte le bande. Si conchiuse dunque con esso una tregua nell'antecedente settembre, e questa diventò poi pace nel dì 3 di novembre: del che gran festa fu fatta in Milano, e Facino dipoi colle sue genti d'armi entrò in Milano. Ma nell'aprile di quest'anno si rivoltarono contra di lui le genti dello sconsigliato duca, di maniera che Facino ebbe fatica a salvarsi alla terra di Rosate. Di nuovo seguì concordia fra loro, e nel dì 7 di maggio rientrò egli in Milano, e gli fu accordato il titolo di governatore per tre anni avvenire con plauso di quel popolo. E perciocchè il duca e Facino erano disgustati forte di Filippo Maria conte di Pavia, contra di lui mossero le armi; ed avendo intelligenza con Castellino ed altri signori della casa Beccaria, il costrinsero a cedere la rocchetta del ponte di Ticino. Fu in questa occasione che, rotto il muro della città di Pavia, v'entrarono le milizie di Facino, ed avendo facoltà di dare il sacco alle case de' Guelfi, menarono del pari ancor quelle de' Ghibellini con grave sterminio di essa città. Che inquieto, che misero stato fosse allora quel dell'Italia, ognun sel vede. Filippo Maria si tenne ristretto in quel fortissimo castello. Questo fatto, secondo il Diario Ferrarese[2347], succedette nel principio dell'anno seguente. Per la morte di Martino re d'Aragona padre di Martino re di Sicilia premorto[2348], si cominciarono dei rumori in Sicilia, perchè Bernardo da Caprera s'impadronì della città di Catania. E non fu quieto il regno di Napoli[2349], essendosi ribellati contra del re Ladislao Gentile da Monterano e il conte di Tagliacozzo di casa Orsina. Mandò il re gente ad assediar la Padula, che era di Gentile, e questo esercito vi stette lungo tempo a campo, tanto che Gentile fu cacciato dal regno. Quanto al suddetto conte di Tagliacozzo, egli andò ad unirsi con Lodovico d'Angiò. Fece anche Ladislao incarcerare in Napoli i fratelli di papa Giovanni della famiglia Cossa.
NOTE:
[2335] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2336] Theodericus de Niem, in Johanne XXIII Papa. Raynaldus, Annal. Eccles.
[2337] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2338] Annal. Mediolan., tom. 22 Rer. Ital.
[2339] Vita Melandri V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2340] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2341] Diar. Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
[2342] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
[2343] Cronica di Siena, tom. 19 Rer. Ital.
[2344] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2345] Gobelinus, Lang. Cuspinian., et alii.
[2346] Corio, Istoria di Milano.
[2347] Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXI. Indizione IV.
GIOVANNI XXIII papa 2. SIGISMONDO re de' Romani 2.
Giunto a Bologna nel dì 16 di gennaio il re Lodovico d'Angiò[2350], non lasciò indietro esortazioni e ragioni per condurre a Roma il pontefice Giovanni XXIII. Dopo averlo disposto a questo viaggio, sul principio di marzo s'inviò egli innanzi a quella volta. Nel dì ultimo di esso mese gli tenne dietro il papa, con lasciare al governo di Bologna il cardinal di Napoli. Nel dì 11 d'aprile giunse nelle vicinanze di Roma[2351], e fece dipoi la sua solenne entrata in San Pietro col re Lodovico, che l'addestrava, nel sabbato santo. La festa del popolo romano fu grande. Fatti i preparamenti dell'armata, e benedette le bandiere, uscì il re Lodovico in campagna, incamminandosi nel dì 28 d'aprile verso il regno di Napoli, accompagnato da insigni condottieri d'armi, cioè da Paolo Orsino, Sforza Attendolo, Braccio da Montone Perugino, Gentile da Monterano, dal conte di Tagliacozzo e da una fiorita nobiltà. Circa dodici mila cavalli e numerosa fanteria seco condusse[2352]. Sul principio del maggio venne a mettersi a fronte di lui il re Ladislao con esercito quasi eguale a Roccasecca. Stettero guardandosi le due armate sino al dì 19 d'esso mese[2353], in cui, avendo innanzi il re Ladislao mandato il guanto della disfida, si azzuffarono. Crudele fu la battaglia, e piena in fine la sconfitta di Ladislao colla perdita delle bandiere, tende e bagaglio, e con restar prigionieri il legato del deposto papa Gregorio XII, conte da Carrara, i conti d'Aquino, di Celano, d'Alvito, e molti altri de' principali baroni di Napoli. Si salvò Ladislao, e con fatica, a piedi a Roccasecca, e come potè il meglio attese a fortificarsi per impedire i progressi dell'armata vincitrice: il che gli venne fatto. Fu creduto[2354] che l'aver egli guadagnato sotto mano Paolo Orsino, questi andasse tanto tergiversando, che il re si rimise in forze, e fece poi testa a' nemici. S'aggiunse un altro fatto, per cui maggiormente venne calando la bella apparenza di detronizzar Ladislao. Lo scrivo sulla fede di Bonincontro[2355], perchè a me resta dubbio essere lo stesso che quel dell'anno antecedente. Avea spedito il re Lodovico otto navi grosse e venti galee verso il regno di Napoli, acciocchè per mare secondassero l'impresa della sua armata di terra. Quasi nello stesso tempo che seguì la battaglia poco fa narrata, furono anche assalite le dette navi angioine dalla flotta di Ladislao, consistente in sette galee e sei navi, e furono prese. Giunto questo doloroso avviso alle galee di Lodovico, se n'andarono in Calabria per assistere a Niccolò Ruffo, che s'era in quelle parti insignorito di varie castella, e nel cammino espugnarono Policastro. A nulla poi si ridussero tali conquiste, perchè il re Ladislao, tornato che fu in forze, mandò le sue genti in Calabria, che ricuperarono Crotone e Catanzaro, con obbligare Niccolò Ruffo a salvarsi in Provenza, da dove era venuto. Intanto il re Lodovico, trovati chiusi i passi per inoltrarsi nel regno di Napoli, e mancandogli danaro e viveri per mantenere l'armata, dolente la ricondusse a Roma nel dì 12 di luglio[2356], e poscia nel dì 5 d'agosto imbarcatosi, spiegò le vele verso la Provenza. Fortunato senza dubbio fu in sì disastrosi tempi il re Ladislao; ma molto contribuì a sostenersi contra di quel minaccioso torrente, l'aver egli nell'anno precedente procurato di staccare dalla lega del papa i Fiorentini, i quali stanchi erano omai di tante spese[2357]. Infatti, nel gennaio del presente anno furono sottoscritti i capitoli della pace fra loro, il più importante de' quali fu, ch'egli per sessanta mila fiorini d'oro vendè a' Fiorentini la città di Cortona: del che grande allegrezza fu fatta in Firenze per questo accrescimento di potenza. Dopo aver papa Giovanni nel dì 5 di giugno creati tredici cardinali, tutte persone di merito, grandi processi fabbricò dipoi contra del re Ladislao[2358]; e nel dì 9 di settembre il dichiarò scomunicato e privato di tutti i suoi titoli e dominii: armi che contra d'un principe tale, poco curante della religione, si trovarono affatto spuntate.
Dacchè il popolo di Bologna vide partito il papa, da cui in addietro, quando era solamente cardinale, era stato governato con mano assai pesante, sentì risorgere il desiderio dell'antica sua libertà. Scoppiò questo tumore nel dì 12 di maggio[2359]. Corsero que' cittadini all'armi, gridando: Viva il popolo e le arti; e il cardinale legato si ritirò nel castello, oppur nella casa d'un mercatante, e fu dato il sacco al suo palazzo. Assediato il castello, si tenne saldo sino al dì 28 del mese suddetto, in cui si rendè ai cittadini, salva la roba e le persone, e fu poi disfatto. Sul principio di giugno Carlo Malatesta, gran protettore di papa Gregorio XII, arrivò colle sue genti d'armi a San Giovanni in Persiceto, terra da lui posseduta, ed assediata inutilmente nel precedente aprile dai Bolognesi: il che inteso da essi, tornarono nel dì 11 d'esso giugno a mettervi il campo. Ritrovato l'osso duro, fu giudicato meglio di far pace col Malatesta, il quale non solo restò padrone di San Giovanni, ma ancora si fece pagar trenta mila lire da essi Bolognesi. Anche il popolo della città di Forlì, udita la rivoluzion di Bologna, si levò a rumore, e, scacciati gli uffiziali del papa, acclamò per suo signore Niccolò marchese di Ferrara[2360], il cui capitano Guido Torello ivi si trovava con un corpo d'armati. Ma entrati in essa città Giorgio ed Antonio degli Ordelaffi nel dì 7 di giugno con due mila pedoni, ne presero il possesso, e dopo qualche tempo costrinsero alla loro ubbidienza la rocca e la cittadella. Poco profittò Antonio di tal acquisto, perchè macchinando di levare il comando, e fors'anche la vita a Giorgio, scoperto il trattato (se pur fu vero), nel dì 30 di agosto venne preso e confinato in prigione da esso Giorgio, il quale restò solo padrone. Allora i Forlivesi per opera di Carlo Malatesta si partirono dall'ubbidienza di papa Giovanni, e aderirono a papa Gregorio. Nel dicembre ancora di quest'anno[2361] si accese guerra fra Sigismondo re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, e i Veneziani, pretendendo il re che gli fosse restituita Zara colla Dalmazia. Entrati gli Ungheri nel Friuli, presero Udine, Marano e Porto Gruaro, talmente che il patriarca d'Aquileia scappò a Venezia. Impadronitisi ancora di Cividal di Belluno, Feltro e Serravalle, minacciavano di peggio; se non che i Veneziani, con incredibil diligenza formato un copioso armamento, e tolto al loro servigio per generale Carlo Malatesta, ruppero il corso alle conquiste di que' Barbari. Nella state di quest'anno[2362] Niccolò marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Reggio e Parma, essendo molestato da Orlando Pallavicino, che tenea occupato Borgo San Donnino, spedì colà il valoroso suo capitan Uguccion de' Contrarii con due mila cavalli e molta fanteria. Varie castella tolse Uguccione ad Orlando, e il ridusse a tale che fu obbligato a cedere la nobil terra di Borgo San Donnino al marchese, il qual, fattolo venire a Ferrara, il prese al suo servigio con decorosa provvisione. Era già entrato Facino Cane in Pavia[2363], nè altro più restava a Filippo Maria Visconte che quel fortissimo castello, dove s'era chiuso. Ma postovi l'assedio da Facino, gli convenne capitolare e rendersi. Fra i capitoli vi fu che Filippo Maria ritenesse il titolo di conte di Pavia, ma conte solo di nome, perciocchè Facino mise sua gente nel castello, ed era padron di tutto, dando al misero principe quanto gli bastava per vivere e mantenere una scarsa corte. Dopo questo andò Facino a far guerra a Pandolfo Malatesta signore di Brescia, ma senza apparir sulle prime se fosse guerra vera o da burla.
NOTE:
[2348] Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2349] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2350] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rerum Italic.
[2351] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2352] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2353] Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. S. Antonin., et alii.
[2354] Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2355] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2356] Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.
[2357] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 18.
[2358] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.
[2359] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic. Cronica di Bologna, tom. eod. Diario Ferrar., ubi supra.
[2360] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital. Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2361] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXII. Indizione V.
GIOVANNI XXIII papa 3. SIGISMONDO re de' Romani 3.
Tenne papa Giovanni nell'aprile di quest'anno un concilio nella basilica vaticana[2364], e nel dì 19 di giugno si partì dal di lui servigio colle sue genti d'armi Sforza da Cotignuola, divenuto già uno de' più prodi condottieri che s'avesse allora l'Italia; e a nulla servì l'avergli il papa donata o venduta la terra stessa di Cotignuola. I danari e le promesse del re Ladislao privarono il papa di questo campione. Allegava egli per iscusa di non vedersi sicuro con Paolo Orsino, suo nemico ed uomo di buono stomaco. Di tal fuga, a cui fu dato nome di tradimento, e massimamente per esser egli passato al soldo di un nemico della Chiesa, si chiamò tanto offeso il papa[2365], che fece in varii luoghi dipignere Sforza impiccato pel piede destro, con sotto un cartello, in cui Sforza fu pubblicato reo di dodici tradimenti, con tre rozzi versi, il cui primo fu:
IO SONO SFORZA VILLANO DALLA COTIGNUOLA.
Venne dipoi il medesimo Sforza col conte di Troia, conte da Carrara ed altri capitani, e con assai squadre d'armati verso Ostia, e quivi si accampò, ma senza che male alcuno ne seguisse Intanto papa Giovanni colla nemicizia di Ladislao, fomentatore dell'avversario Gregorio, mirava il suo stato non assai fermo; e dall'altra parte anche Ladislao paventava de' nuovi insulti da papa Giovanni, che proteggeva il di lui emulo Lodovico di Angiò. O l'un dunque o l'altro fecero muover parola di aggiustamento, e trovarono amendue il loro conto a conchiuderlo. Tanto più agevolmente vi concorse il pontefice, perchè intese che s'era maneggiata, fors'anche stabilita, da Ladislao una lega co' signori della Marca e Romagna contra di lui. Per attestato di Teodorico da Niem[2366], comperò papa Giovanni quella pace con isborso di cento mila fiorini, segretamente pagati a Ladislao. Altre più vantaggiose condizioni, e maggior somma di danaro accordata a quel re ne' capitoli della concordia, si leggono presso il Rinaldi[2367]. Ora Ladislao, per dar più colore al cangiamento che giù destinava di fare, chiamata a sè una congregazion di vescovi e d'altri dotti ecclesiastici, loro espose gli scrupoli della sua solamente in questa occasione delicata coscienza, per aver finora aderito a papa Gregorio XII, quando quasi tutta la cristianità riconosceva per vero papa il solo Giovanni XXIII. La disputa andò a finire in favor d'esso papa Giovanni. Ciò fatto, si portò Ladislao a Gaeta a visitar papa Gregorio. De' di lui trattati segreti non era allo scuro Gregorio, e però immantenente gliene dimandò conto. Negò Ladislao, ma nel dì seguente gli fece intendere che si levasse da' suoi Stati in un determinato tempo, perchè non potea più sostenerlo. Trovossi allora in grandi affanni Gregorio e la corte sua; ma per buona ventura capitate colà due navi mercantili veneziane, in una d'esse s'imbarcò, e girando pel mare Adriatico fra molti pericoli e timori d'essere colto dalle insidie di papa Giovanni, arrivò in fine nel mese di marzo a Rimini, dove con ossequio e festa ben ricevuto dai Malatesti pose la sua residenza[2368]. Fu assai che Ladislao nol sagrificasse alla politica sua e ai desiderii del pontefice Giovanni di lui avversario. Si pubblicò questa pace nel mese d'ottobre.
Vide in quest'anno la città di Milano un orrido spettacolo[2369]. Giovanni Maria Visconte duca s'era già tirato addosso l'odio universale del popolo, non tanto per le gravezze imposte, quanto per la sua inaudita crudeltà. Teneva egli de' fieri cani al suo servigio, e con essi facea sbranar le persone, alle quali volea male; talvolta ancora per ispasso li lasciava contra delle innocenti persone. Il Corio[2370] ne racconta varii casi. Fecesi pertanto una congiura contra di lui da varii nobili, alcuni de' quali della stessa sua corte; cioè quei da Bagio, Ottone Visconte, Giovanni da Posterla, quei del Maino, i Trivulzi, i Mantegazi ed altri. Ora mentre il duca nel dì 16 di maggio dalla corte passava alla Chiesa di San Gotardo, per udir messa, oppure mentre udiva messa, gli furono alla vita i congiurati, e con due ferite lo stesero morto a terra. Con questa facilità si sbrigarono essi dal duca, perchè in questi tempi non si trovava in Milano Facino Cane suo governatore e protettore. Si era egli dianzi con potente esercito portato all'assedio di Bergamo, posseduto da Pandolfo Malatesta, e dopo la presa de' borghi era vicino a veder anche la città ubbidiente a' suoi cenni. Ma, infermatosi gravemente, si fece portare a Pavia, dove tanto sopravvisse, che apprese la violenta morte data al duca da chi, per la lontananza, s'era arrischiato a fare quel colpo, e ne ordinò a' suoi la vendetta. Giovanni Stella[2371] scrive essere morto Facino nel giorno stesso in cui fu ucciso il duca. Egli era nativo di Santuà del Piemonte: altri dicono di Casale del Monferrato. Secondo la testimonianza del Biglia e del Corio, costui signoreggiava allora in Pavia, Alessandria, Vercelli, Tortona, Varese, Cassano, in tutto il lago Maggiore e in altre terre; ma spirò con lui tanta grandezza, perchè mancò senza prole. Dappoichè fu seguita la morte del duca Giovanni Maria, ed esposto il suo cadavero nel duomo, entrò in Milano con pochi Astorre, ossia Estorre, bastardo del fu Bernabò Visconte, chiamato il soldato senza paura[2372], che avea tenuta mano alla congiura, ed unito co' suoi partigiani, i quali, gridando: Viva Astorre duca, s'impadronirono del palazzo ducale, corse la città senza impedimento alcuno, ed assunse il titolo di duca. Ma il castello, di cui era governatore Vincenzo Marliano, per quante promesse e minaccie usasse Astorre, non gli volle prestare ubbidienza. La morte di Giovanni Maria duca, e forse più quella di Facino Cane, richiamò, per così dire, in vita Filippo Maria Visconte suo fratello, conte di Pavia, che, perduto ogni suo dominio, meschinamente vivea in Pavia alla discrezione d'esso Facino, mancandogli talvolta il vitto. Prese egli tosto il titolo di duca di Milano; e giacchè Facino in morte l'avea raccomandato vivamente alle sue milizie, parea che non fosse da dubitare della loro assistenza. Ma queste genti venali voleano danari, e si preparavano di passare, chi al servigio di Pandolfo Malatesta e chi di Astorre Visconte. Un ripiego a sì fatti bisogni fu allora trovato da Bartolomeo Capra eletto arcivescovo di Milano, e da Antonio Bozero Cremonese, governator della cittadella di Pavia. Questi, dopo aver ricoverato Filippo Maria in essa cittadella, per sottrarlo alla bestialità delle truppe e alle insidie de' nobili da Beccaria, proposero che Filippo sposasse Beatrice Tenda, vedova del suddetto Facino. Vi si accomodò Filippo; Beatrice non solamente vi acconsentì, ma sborsò quattro mila fiorini d'oro, e, dopo essere stata sposata, diede a Filippo in dote altri tesori e le città suddette, benchè tutte non venissero allora alle mani di lui. Rallegrato l'esercito colle paghe di Beatrice, tutto si diede a Filippo Maria, il quale s'inviò con esso alla volta di Milano, dove Astorre Visconte, nel medesimo tempo che tenea assediato il castello, attendeva a sollazzarsi in feste e giuochi. Nel dì 16 di giugno introdusse il novello duca delle provvisioni di viveri nel castello, ed entratovi anch'egli, ne uscì poi verso la città, che già s'era mossa a rumore ed acclamava lui per signore. Per questo avvenimento Astorre con Giovanni Picinino, figliuolo del già Carlo Visconte, uscì di Milano e si ritirò alla nobil terra di Monza, di cui era padrone. Presi alcuni uccisori del duca, ebbero dalla giustizia il premio che si meritavano. Fu dalle genti del duca Filippo Maria assediata Monza, e dopo quattro mesi presa e messa a saccomano. Si rifugiò Astorre nel castello; ma colto un dì da una pietra de' molti mangani che tempestavano quella fortezza, ebbe una gamba rotta, e di spasimo per essa ferita morì. Vidi io, nel 1698, in Monza il suo corpo per accidente disseppellito in quella basilica, tuttavia intero e coll'osso della gamba rotto. Certo che la sua santità non gli avea meritato questo privilegio. Valentina sorella d'Astorre sostenne poi quel castello sino al dì primo di maggio dell'anno seguente, in cui lo consegnò con buoni patti, riferiti dal Corio, a Francesco Busone, soprannominato il Carmagnuola, che di bassissimo stato pel suo valore e per la sua fedeltà era già salito al grado di consigliere e maresciallo del duca.
Nella città di Bologna, dacchè essa si ribellò a papa Giovanni XXIII, le arti e il popolo basso comandavano le feste[2373]. Avvenne che nel dì 25 di agosto i Pepoli, Guidotti, Isolani, Manzuoli, Alidosi, Bentivogli ed altri nobili si levarono a rumore, e, deposto il governo popolare, cominciarono essi a reggere la città. Poscia nel dì 22 di settembre acclamarono la Chiesa, avendo già stabilito accordo con papa Giovanni, le cui armi presero il possesso della città, e nel dì 30 di ottobre arrivò colà per legato il cardinale del Fiesco. Anche la terra di San Giovanni in Persiceto tornò in potere de' Bolognesi, con iscacciarne il dominio de' Malatesti. Ebbero in questi tempi i Genovesi gran guerra coi Catalani[2374], ed avendo spedito contra d'essi una flotta comandata da Antonio Doria, recarono loro dei gran danni Per cagione ancora di Porto Venere fu guerra fra essi e i Fiorentini; ma nell'anno seguente ne seguì accordo. Di maggior conseguenza fu la guerra che tuttavia durava tra Sigismondo re de' Romani e di Ungheria, e la signoria di Venezia[2375]. Vennero gli Ungheri sino a Trivigi, mettendo tutto quel territorio a sacco. Dacchè se ne furono ritirati, l'armata veneta marciò in Friuli per ricuperar le terre tolte al patriarca d'Aquileia. Carlo Malatesta loro generale vi fece di molte prodezze. Nel dì 9 di agosto venne alle mani l'armata veneta cogli Ungheri, e il combattimento fu duro e sanguinoso per l'una e per l'altra parte; ma in fine ebbero gli Ungheri la peggio, e ne restarono moltissimi prigioni. Tre ferite, ma non mortali, ne riportò esso Carlo Malatesta. Pandolfo suo fratello, chiamato al comando delle armi venete, fece altri progressi, e tutto quest'anno spese in varii incontri e badalucchi. Tal guerra diffusamente narrata si vede da Andrea Redusio[2376]. In questi tempi ancora Braccio da Montone, fuoruscito di Perugia, cominciò cogli altri della sua fazione a far guerra alla patria[2377]; ma ebbe una rotta da Nanne Piccolomini e da Ceccolino Perugino: il che gli servì di scuola per far meglio da lì innanzi il mestier della guerra, in cui divenne eccellente.
NOTE:
[2362] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.
[2363] Id., ibid. Corio, Istoria di Milano.
[2364] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2365] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2366] Theodericus de Niem, in Johanne XXIII.
[2367] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2368] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2369] Billius, Hist., lib. 2, tom. 19 Rer. Ital.
[2370] Corio, Istor. di Milano.
[2371] Johan. Stella, tom. 17 Rer. Ital.
[2372] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2373] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2374] Joahnnes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2375] Sanuto, Istoria di Venezia., tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCCXIII. Indizione VI.
GIOVANNI XXIII papa 4. SIGISMONDO re de' Romani 4.
Di che tenore fossero la fede e i giuramenti di Ladislao re di Napoli, era assai noto; eppure papa Giovanni si lasciò attrappolare da un principe così infedele col credere sincera la concordia dell'anno precedente. Dove andasse questa a terminare, se n'avvide egli nell'anno presente. Dimorava esso papa in Roma alla spedizione de' sacri e de' temporali affari; ma non gli mancavano affanni e liti per l'inquietudine de' Romani, e per l'infedeltà di non pochi d'essi. Quando ecco nel mese di maggio s'ode[2378] che il re Ladislao ha spedito l'esercito suo nella marca d'Ancona, e comincia ad impadronirsi di quelle terre. Speditogli contro Paolo Orsino, lungi dal reprimere le forze nemiche, restò assediato da Sforza suo nemico in Rocca Contrada. Da questo tradimento conobbe il papa che il malvagio re, voglioso del dominio di Roma, verso quella volta avrebbe indirizzate in breve l'armi sue. Così fu. Allorchè s'ebbe nuova ch'egli s'andava avvicinando, e fu nel dì 4 di giugno, papa Giovanni, dopo avere sgravato il popolo romano dalla terza parte della gabella del vino, chiamati i conservatori e principali romani a palazzo, dopo avergli esortati ad essere fedeli, e a non temere del re Ladislao, lasciò in mano loro il governo. Di magnifiche promesse fecero allora i Romani. Ritirossi nel dì 7 di esso mese il papa con tutta la corte in casa del conte di Monopello, e nella stessa notte, rotta una parte del muro di Roma, entrò Tartaglia condottier d'armi pel re Ladislao nella città, e nel dì seguente si mise senza contraddizione in possesso di Roma, giacchè niuno s'oppose, e non mancava chi tenea buona intelligenza col re. Allora papa Giovanni coi cardinali e con tutta la famiglia fu lesto a fuggire, inviandosi a Viterbo[2379]. Per istrada dai corridori nemici rimasero uccisi o svaligiati non pochi della corte sua. Il cardinale di Bari fu preso ed imprigionato; e in Roma la parte degli Orsini favorevole a papa Giovanni patì non poco danno in tal congiuntura. L'autore della Cronica di Forlì scrive[2380] che questo pontefice dai suoi avversarii era soprannominato per ischerno Buldrino, e ch'egli si ridusse a Radicofani: nel qual tempo corse voce che non si sapeva dove egli fosse. Ma nel dì 17 di giugno egli comparve a Siena, e dopo aver trattato della comune difesa con que' maestrati[2381], nel dì 21 s'inviò alla volta di Firenze. I Fiorentini, che non voleano tirarsi addosso l'indignazione di Ladislao[2382], non vollero per allora lasciar entrare nella città, contentandosi solamente di lasciargli prendere stanza in Santo Antonio del Vescovo fuori di essa città. Entrò il re Ladislao in Roma nel suddetto dì 8 di giugno, e da lì a due giorni si portò ad abitare nel palazzo vaticano, con ordinar poi l'assedio di castello Sant'Angelo, che tuttavia si tenea forte per papa Giovanni. Si sostenne quel castellano sino al dì 23 di ottobre, in cui finalmente rendè alle genti del re quella fortezza con gran festa e galloria de' Romani. Guadagnò egli dodici mila fiorini, co' quali si ritirò nel regno di Napoli. Intanto, inoltratesi le milizie del re Ladislao, ridussero, nel dì 24 del mese di giugno, alla di lui ubbidienza Ostia, e da lì a due giorni Viterbo, e successivamente tutte le altre terre sino ai confini del Sanese. Nel dì primo di luglio imbarcatosi il re in una galea, prese il viaggio alla volta di Napoli.
Dopo tre mesi fu ammesso in Firenze papa Giovanni, e quivi dispose con que' maestrati la maniera di far fronte agli ambiziosi pensieri del re Ladislao, principe che mostrava di voler la pace, ma guastandone nello stesso tempo ogni trattato colle esorbitanti sue pretensioni. Credette papa Giovanni, fin quando egli si tratteneva in Roma, che, ad assodare il suo stato e a frenare i passi dell'ingordo Ladislao, l'unico mezzo fosse l'intendersi con Sigismondo re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, le cui armi in Italia erano vittoriose contro la signoria di Venezia. Per far conoscere a questo principe il suo buon animo verso la pace della Chiesa, divisa allora da tre papi, determinò di proporgli la convocazion d'un concilio generale, e destinò a lui due cardinali legati. Narra Leonardo Aretino[2383], che era allora suo segretario di lettere, essere stata la sua idea che questo concilio si tenesse in luogo dove esso papa fosse il più forte. Ma allorchè fu per ispedire i legali con plenipotenza, lasciò questo punto raccomandato solamente alla loro prudenza. Andarono i legali a trovar Sigismondo; e Dio, che voleva confondere l'umana prudenza, e la fina politica di cui si pregiava papa Giovanni, permise che i medesimi legati convenissero con Sigismondo di raunar questo concilio nella città di Costanza, ubbidiente allora ad esso re, come sito il più comodo per l'intervento delle varie nazioni. Il che saputo da papa Giovanni, n'ebbe incredibil dispiacere, e fin d'allora cominciò a temere l'ultimo suo tracollo. Venne egli da Firenze a Bologna, dove entrò nel dì 12 di novembre[2384]; e, fermatosi quivi sino al dì 23 d'esso mese, s'inviò in quel giorno verso Lombardia, per abboccarsi col suddetto Sigismondo. Era calato questo principe in Italia, e concertato l'abboccamento col papa nella città di Lodi, si portò colà. Vi comparve anche lo stesso pontefice, e da quella città spedì le circolari[2385] per invitar tutti a concorrere ad esso concilio nell'anno seguente. Giovanni da Vignate, che era signore ossia tiranno di Lodi, grande onor fece a papa Giovanni e a Sigismondo; e perchè egli colla sua destrezza era divenuto padrone anche di Piacenza, in tal congiuntura, se crediamo al Corio[2386], fece di quella città un dono al re Sigismondo. Voce comune era che esso re de' Romani fosse venuto per prendere la corona ferrea d'Italia; ma odiando egli Filippo Maria Visconte duca di Milano, niun accordo potè seguir fra loro. E tanto meno dipoi, perchè il duca fece la lega contra di lui coi Genovesi, col marchese di Monferrato e con Pandolfo Malatesta. Da Lodi, ove celebrarono la festa del santo Natale, passarono dipoi Giovanni e Sigismondo a Cremona, quivi ben ricevuti da Gabrino Fondolo tiranno d'essa città. Si racconta di costui un fatto, di cui non oserei d'essere mallevadore, cioè aver egli detto, prima di morire, d'essere d'una sola cosa pentito. Ed era, che avendo egli condotto papa Giovanni e il re Sigismondo fin sulla cima dell'alta e nobil terra di Cremona[2387], non gli avesse precipitati amendue al basso, perchè la morte dei due principali capi della cristianità avrebbe portata dappertutto la fama del suo nome. Bestialità sì enorme difficilmente potè cadere in mente, se non per burla, ad un uomo si accorto, come egli fu. Tuttavia racconta il Redusio[2388] che tanto il papa che Sigismondo, entrati in sospetto della fede di costui, insalutato hospite, si partirono di Cremona. Continuò ancora per li primi mesi di questo anno la guerra fra il suddetto re Sigismondo e i Veneziani[2389]. Si sparsero le genti di lui pel Veronese e Vicentino; succederono ancora molti incontri di guerra colla peggio ora dell'uno ora degli altri; ma in fine, conoscendo Sigismondo che v'era poco da sperare contro la potenza e vigilanza della signoria di Venezia, diede ascolto a proposizioni di tregua. Nel dì 18 d'aprile giunse a Venezia la nuova che s'era conchiusa essa tregua per cinque anni avvenire. Pandolfo Malatesta, che con singolar valore e fedeltà aveva servito alla repubblica in questa guerra, dopo aver ricevuto considerabili premii e finezze dai signori veneti, se ne ritornò a Brescia, e cominciò guerra contra del suddetto Gabrino Fondolo tiranno di Cremona, a cui tolse circa diciotto castella, con giugnere fino alle mura di quella città; ma non potè fare di più. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 26 di dicembre, Michele Steno doge di Venezia[2390], e gli succedette poi in quella illustre carica Tommaso Mocenigo, nel dì 7 del prossimo gennaio. Questi si trovava allora ambasciatore in Cremona, ed avvisato sen venne segretamente a Venezia. Nel dì 2 di agosto di quest'anno[2391] Giorgio degli Ordelaffi signor di Forlì, per ispontanea dedizion de' cittadini di Forlimpopoli, divenne padrone di quella terra. Troppo fin qui erano stati su un piede i Genovesi, gente allora inclinata troppo alle mutazioni. Loro signore ossia capitano, come vedemmo, era divenuto Teodoro marchese di Monferrato, in ricompensa di averli liberati dal giogo dei Franzesi. Mentre egli si trovava a Savona, per dar sesto ad una sollevazione di quella città, levossi a rumore il popolo di Genova, gridando libertà, nel dì 20 di marzo. Fuggirono gli uffiziali del marchese, e venuto a Genova Giorgio Adorno, personaggio ben voluto da tutti, fu eletto doge di quella repubblica. Seguì poscia, nel dì 9 di aprile, un accordo col marchese di Monferrato, il quale, contentandosi di ventiquattro mila e cinquecento fiorini d'oro, fece lor fine delle sue pretensioni.
NOTE:
[2376] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2377] Johann. Baudin., Istor. Senens., tom. 20 Rer. Ital.
[2378] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2379] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Hist. S. Antonin., et alii.
[2380] Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.
[2381] Cronica di Siena, tom. eod.
[2382] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Ammirato, Istor. di Firenze, lib. 18.
[2383] Leonardus Aretin., ubi supra.
[2384] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2385] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2386] Corio, Istoria di Milano.
[2387] Campi, Istor. di Cremona.
[2388] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital., pag. 827.
[2389] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2390] Idem, ibidem.
Anno di CRISTO MCCCCXIV. Indiz. VII.
GIOVANNI XXIII papa 5. SIGISMONDO re de' Romani 5.
Dopo avere stabilito quanto occorreva pel concilio generale da tenersi in questo anno in Costanza[2392], si separarono papa Giovanni e il re Sigismondo. Da Cremona venne il pontefice a Mantova, e di là a Ferrara, dove fece la sua solenne entrata nel dì 18 di febbraio[2393]. In tale occasione tirò al suo partito, oppure maggiormente confermò in esso, Niccolò Estense marchese di Ferrara, il quale nell'anno precedente, per le persuasioni di Sforza Attendolo, s'era lasciato indurre a far lega col re Ladislao, e già ne avea ricevuto trenta mila fiorini d'oro, col bastone del generalato. Rinunziò poscia e restituì il danaro. E qui non vo' lasciar di dire che questo principe nell'anno presente, essendosi messo in viaggio per andar alla divozion di San Jacopo di Galizia (era egli stato anche nell'antecedente anno al santo Sepolcro), nel passare, verso i confini del Genovesato, un castello appellato Monte San Michele di uno de' marchesi del Carretto[2394], fu messo prigione da quel castellano per l'unico fine di ricavar danari dal suo riscatto: iniquità praticata non poco dai tirannetti di questi tempi contro il diritto delle genti. Per liberarsi fu il marchese obbligato a promettere gran somma di danaro, la quale non so se fosse poi pagata, e se ne tornò a Ferrara con incredibil consolazione di quel popolo, che quanto l'amava altrettanto aveva deplorata la disgrazia avvenutagli. Giunto a Bologna, nel dì 26 di febbraio, papa Giovanni[2395], quivi attese a rimettere in piedi il castello già smantellato da quel popolo, credendosi di quivi far le radici; ma altrimenti avea disposto la divina Provvidenza. Non mancavano intanto affanni ad esso pontefice, e timori a tutti i suoi cortigiani[2396], perchè Ladislao re di Napoli, e padrone di Roma e d'altre città pontifizie, informato dei negoziati fatti dal papa col re Sigismondo contra di lui, fremendo minacciava di venir fino a Bologna per iscacciarlo di là. A questo fine si portò egli da Napoli a Roma nel dì 14 di marzo[2397], per prepararsi alla spedizione suddetta. A' Fiorentini non piaceano questi andamenti del re per gelosia del loro Stato; e perciò tanto si adoperarono che strinsero pace e lega con lui nel dì 22 di giugno; e Ladislao promise di non molestar Bologna, nè il suo contado. Sul principio di luglio, trovandosi Ladislao in Perugia con Paolo Orsino, che sotto la buona fede era a lui venuto, e con Orso da Monte Rotondo ed altri baroni romani, non so per quali sospetti, li fece prender tutti e due, e condurli a Roma incatenati. In Paolo si univa la riputazion d'essere un prode condottier d'armi ed insieme il discredito d'uomo disleale; però la sua prigionia a molti dispiacque, e ad altri più fu gratissima. Ma peggio intervenne al medesimo re Ladislao. Mentre era a campo a Narni, s'infermò per male attaccatogli, per quanto corse la fama, da una bagascia perugina nelle parti oscene. Non era allora conosciuto il morbo gallico; ma, per attestato degli antichi medici, si provarono talvolta i medesimi mali influssi dell'incontinenza, ai quali si dava il nome di veleno. Tormentato Ladislao da atroci dolori, fu portato sopra una barella a San Paolo fuori di Roma; e venute due galee di Gaeta, s'imbarcò in una di esse, menando seco incatenato il suddetto Paolo Orsino, e s'inviò per andare a Napoli. Ma cresciuto il suo malore, e fattosi portare al lido, oppure in Castello Nuovo, come si ha dai Giornali Napoletani[2398], quivi, nel dì 6 d'agosto (altri dicono prima, altri dopo), diede fine alla vita, non meno che ai suoi grandiosi disegni di conquistar l'Italia. Di mondana politica era egli senza dubbio ben provveduto, ma più di desiderio di gloria e d'ingrandimento. Nel mestier della guerra pochi gli andavano innanzi: al che non gli mancava coraggio, pazienza e vigilanza. Parve in lui piuttosto ombra che sostanza di religione; minore tuttavia venne provata in lui l'osservanza delle promesse; e sfrenata poi la libidine, per cui, massimamente in Roma, commise molti eccessi, e da cui in fine fu condotto a morte nella metà della ordinaria vita degli uomini.
La mancanza di questo re senza figliuoli aprì la strada a Giovanna di lui sorella per succedergli nel regno di Napoli. Giovanna Seconda si truova essa chiamata nelle storie. Era vedova di Guglielmo figliuolo di Leopoldo III duca d'Austria, dopo la cui morte senza figliuoli se n'era tornata alla casa paterna. Non tardò essa ad essere riconosciuta da tutti per regina. Alzavano quasi tutti le mani al cielo per la gioia in Roma, Firenze ed altri luoghi, al vedersi liberati da questo re sì manesco e perfido; ma più d'ogni altro ne fece festa papa Giovanni XXIII, il quale sempre era in pena per così potente avversario[2399]. Jacopo degl'Isolani, creato cardinale per guiderdone d'avergli fatto ricuperar Bologna, fu poscia spedito da lui alla volta di Roma a fine di ricuperar quegli Stati. Ed appunto nell'ottobre se gli diedero Monte Fiascone e Viterbo. Per conto poi di Roma, quella nobiltà e popolo nel sopraddetto mese d'agosto, dato le armi, si levarono dall'ubbidienza della regina Giovanna; e quantunque Sforza con altri capitani di essa regina entrassero in quella città, non vi si poterono sostenere contra le forze de' Romani. Non di meno castello Sant'Angelo si conservò fedele ad essa regina. Entrò poscia in Roma il cardinale di Sant'Eustachio, cioè l'Isolano, legato di papa Giovanni, nel dì 19 d'ottobre, e prese il governo di quella città. Nel cuore intanto di esso pontefice stava fitto il desiderio di portarsi a Roma, e non già all'incominciato concilio di Costanza. L'abborriva egli per timor di cadere, nè s'ingannò nel presagio. Tanto dissero, tanto fecero i cardinali, che lo smossero; laonde nel dì primo d'ottobre, come biscia all'incanto, da Bologna s'inviò a quella volta. Credesi ch'egli si fosse prima assicurato della protezion di Federigo duca d'Austria. Giunto a Costanza, fece l'apertura del concilio generale, rappresentante la Chiesa universale, nel dì 5 di novembre. Da tutte le parti della Chiesa latina concorsero colà vescovi, abbati, teologi e gli ambasciatori dei principi cristiani, e innumerabile nobiltà, che andò poscia di mano in mano crescendo[2400].
Non si potea vedere senza meraviglia la sterminata unione di tanti riguardevoli ecclesiastici e secolari. E tutti ardevano di desiderio di vedere oramai tolto via lo scisma, e pacificata la Chiesa. Invitati ancora colà gli altri due papi, cioè Gregorio XII e Benedetto XIII, il primo si scusò con apparenti ragioni, e solamente inviò uno de' suoi cardinali, cioè quel di Ragusi, e Giovanni Contareno patriarca di Costantinopoli, che assistessero per lui. L'altro poi spedì alcuni prelati, che da lì a qualche tempo se ne andarono con Dio, vedendo mal incamminati gli affari pel loro principale[2401]. Comparve ancora nella vigilia del Natale al sacro concilio il re Sigismondo colla regina Barbara sua consorte ad accrescere la magnificenza della funzione, e ad accalorare l'importantissimo negozio della pace della Chiesa. Si era egli fatto coronare re di Germania nel dì 8 dell'antecedente novembre in Aquisgrana. Nulla poi di riguardevole succedette nell'anno presente in Lombardia[2402], se non che il re Sigismondo, tornando in queste parti, e facendo il nemico di Filippo Maria duca di Milano, mosse contra di lui Gabrino Fondolo tiranno di Cremona, Giovanni da Vignate tiranno di Lodi, e Teodoro marchese di Monferrato. Ma in nulla si ridussero i loro tentativi, perchè le forze del duca si andavano ogni giorno più aumentando. Fermossi per due mesi in Piacenza Sigismondo, divisando le maniere di nuocergli. Passò ad Asti, dove contra di lui insorse una sedizione, ed in fine, senza aver altro operato, se ne tornò in Germania. Fiera commozione fu nel dicembre di quest'anno in Genova[2403], essendosi sollevati contra di Giorgio Adorno novello doge i popolari ghibellini, con avere per capo Batista da Montaldo. Durò per tutto quel mese il tumulto con varie civili battaglie, nelle quali nondimeno non si osservò la crudeltà praticata da altre città in simili funeste congiunture. Se non falla il Sanuto[2404], dacchè il suddetto re Sigismondo fu slontanato da Piacenza, Filippo Maria duca spedì colà le sue genti d'armi, e ricuperò quella città nel dì 20 di marzo, e poscia il castello nel dì 6 di giugno. Nel novembre di quest'anno[2405] Malatesta signore di Pesaro mosse guerra agli Anconitani, e diede varie battaglie alla stessa città, credendosi di averla per intelligenza con alcuni di quei cittadini; ma non gli venne fatto. Molti dei suoi restarono in quell'occasione estinti o presi. Pure circa ventinove castella di essi Anconitani vennero in potere di lui. Fu poi rimessa la lor lite nel senato veneto.
NOTE:
[2391] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2392] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2393] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.
[2394] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.
[2395] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2396] Theodoric. de Niem, in Johanne XXIII.
[2397] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2398] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2399] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2400] S. Antonin., Par. III, tit. 22.
[2401] Vita Johannis XXIII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2402] Corio, Istor. di Milano.
[2403] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXV. Indiz. VIII.
Sede di San Pietro vacante 1. SIGISMONDO re de' Romani 6.
Chiunque mirava Giovanni XXIII papa nel maestosissimo concilio di Costanza, come romano pontefice, riverito da Sigismondo re, ossequiato da tanti cardinali, vescovi, prelati e nobili, e assiso sul trono alla testa di quella grande assemblea[2406], l'avrebbe chiamato il più felice e glorioso uomo del mondo. Ma non credea già così sè stesso papa Giovanni, perchè tormentato da un continuo batticuore di dover scendere da quella beata cattedra, in cui era seduto finora. In effetto da che si videro ostinati gli altri due papi in anteporre la loro ambizione al desiderato ben della Chiesa, quei padri cominciarono in disparte a scappar fuori con proposizioni di astrignerli colla forza alla cessione. Non vi mancarono Italiani che diedero ad essi padri in segreto nota di tutte le crudeltà, simonie ed altre iniquità dello stesso Giovanni. Ma non mancavano a lui spioni, perchè in abbondanza ne avea condotto seco; e questi gli andavano rivelando tutti i segreti de' cardinali e de' vescovi. Lasciossi egli indurre a promettere la cessione del pontificato, purchè anche Angelo Corrario e Pietro di Luna, cioè gli altri due pretendenti al papato, facessero la stessa rinunzia. Ne fu fatta gran festa nel concilio. Ma perchè una tal condizionata promessa sarebbe rimasta senza effetto, stante la già conosciuta durezza degli altri due; cotante istanze furono fatte a papa Giovanni, che giunse insino ad obbligarsi alla cessione, quando altra maniera non vi fosse di unire la Chiesa. Oh, allora sì, che ottenuto questo importante punto, s'empierono di giubilo i padri del concilio. Ma, fatto ciò, se ne pentì ben presto Giovanni; ed avendo segretamente trattato con Federigo duca di Austria, nella notte del dì 29 di marzo prese così ben le sue misure, che se ne fuggì vestito da villano, e si ridusse a Sciafusa negli Svizzeri, dove ritrattò le promesse fatte. Gran rumore fu per questo nel concilio. Tralascio io i lor decreti, le loro istanze per farlo tornare, e le cabale di Giovanni per sottrarsi al fulmine che gli soprastava, bastandomi di dire, avere il re Sigismondo, unito con altri principi, usate le preghiere, le minaccie, e in fin le armi, per indurre il suddetto duca Federigo a prendere e consegnare il suddetto papa Giovanni, che si era ritirato a Brisacco. Tanto egli fece[2407], che il duca, da rigorosi editti costretto, e già spogliato di moltissime sue terre e città, si ridusse a consegnarlo nel mese di maggio, e il fece condurre nelle vicinanze di Costanza, dove fu ritenuto sotto buona guardia[2408]. Gli furono intimati i capi delle accuse, e nel dì 29 di maggio si procedette contra di lui alla sentenza della deposizion dal papato, e alla prigionia, per far ivi penitenza. Portato a lui questo decreto, vi si acquetò, e promise di non appellarsene mai. Nella stessa maniera fu pubblicata la sentenza di deposizione contra di Gregorio XII e Benedetto XIII, siccome papi anch'essi dubbiosi e perturbatori della Chiesa. A questo avviso esso papa Gregorio, che avea buon fondo di virtù, nè finora si era mai indotto a rimediare al bene della Chiesa, perchè troppo assediato e ritenuto dalle contrarie insinuazioni de' suoi parenti, allorchè ebbe intesa la caduta di Baldassare Cossa, appellato finora papa Giovanni XXIII, conoscendo oramai disperato il caso anche per sè, e ricevuto buon lume da Dio, spedì a Costanza Carlo de' Malatesti con plenipotenza e con autentica cessione del papato. Arrivato colà il Malatesta nel dì 4 di luglio, con giubilo universale dei padri del concilio lesse e pubblicò la solenne rinunzia fatta da esso Angelo Corrario, al quale per questo lodevole spontaneo atto fu lasciata la porpora cardinalizia, e conceduto, sua vita natural durante, il governo della marca d'Ancona. Ed egli dacchè ebbe intesa la cessione sua accettata nel concilio, trovandosi in Rimini, fatto un solenne concistoro, generosamente la confermò, e depose la sacra tiara e tutti gli ornamenti pontificali, ripigliando il titolo di cardinale vescovo di Porto.
Vi restava da vincere Pietro di Luna, chiamato Benedetto XIII. Ritirato costui a Perpignano, quivi se ne stava esercitando la sua autorità sopra coloro che seguitavano a tenerlo per papa, come gli Aragonesi e Castigliani. Tanto egli, quanto Ferdinando re di Aragona e di Sicilia, pregarono con loro lettere il re Sigismondo di voler portarsi a Nizza, dove anch'essi si troverebbono, per tener ivi un congresso e trattar della maniera di pacificar la Chiesa. Sigismondo, principe piissimo, e principal promotore di questa grand'opera, assunse il carico di passare colà, non badando al suo grado, nè a spese, a disastri e pericoli, purchè ne venisse del bene alla Chiesa di Dio. Menando seco alquanti prelati e teologi, come ambasciatori del concilio, passò per la Francia, e giacchè era svanita la proposizione dell'abboccamento in Nizza, andò sino a Narbona, dove il venne a trovare il re Ferdinando, benchè infermo. Non si potè trar fuori di Perpignano il malizioso Pietro di Luna; e però furono a trovarlo colà i due re nel dì 18 di settembre[2409]. Ma Pietro (tanto può la forza dell'ambizione e della vanità) mostrava bensì di voler cedere il papato, ma sfoderava nello stesso tempo esorbitanti condizioni e proposizioni tendenti a guadagnar tempo, che davano abbastanza a conoscere non si accordar le di lui parole col cuore. Le preghiere e le minaccie a nulla servirono. Scappò anche segretamente da Perpignano, e si ritirò a Colliure; ma fu quivi assediato; e perciocchè i suoi cardinali l'abbandonarono, trovò la maniera di fuggirsene e di ritirarsi a Paniscola, cioè ad un fortissimo suo castello sul mare, non molto lungi da Tortosa, dove si rinserrò, risoluto di morire senza dimettere le insegne del preteso suo pontificato. Allora fu che i re Sigismondo e Ferdinando, irritati dall'ambiziosa ostinazione di questo mal uomo, l'abbandonarono, sottraendogli ogni ubbidienza[2410], e nel dì 15 di dicembre stabilirono nella città di Narbona alcuni articoli, affinchè unitamente coi prelati della Spagna si procedesse poi contra di Pietro di Luna. Nel suo passaggio per la Francia Sigismondo s'interpose per mettere pace fra i re di Francia ed Inghilterra, ch'erano alle mani fra loro, e solamente ritornò nell'anno seguente al concilio di Costanza.
Di novità e peripezie non poche abbondò in quest'anno il regno di Napoli[2411]. Avea la regina Giovanna Seconda, appena salita sul trono, alzato al grado di conte camerlengo Pandolfo Alopo, uomo di vil prosapia, e talmente da lei favorito, che corsero sospetti d'amicizia poco onesta fra loro. Costui con ismoderata autorità girava a suo talento gli affari della corte e del regno. Fece anche imprigionare Sforza Attendolo, il più valente condottier d'armi, che la regina avesse allora al suo servigio; e solamente dopo quattro mesi per le istanze di varii baroni il rimise in libertà con patto ch'egli sposasse la di lui sorella Caterina Alopa. Data esecuzione a questo trattato, Sforza fu poi creato gran contestabile del regno. Non mancavano torbidi in quel regno, e baroni ribelli e città sollevate. Persuase dunque il consiglio alla regina di eleggere un marito, col cui braccio potesse più sicuramente tener le redini del governo; ed ella fra molti scelse Jacopo conte della Marca del real sangue di Francia, che accettò ben volentieri l'esibizion di quelle nozze. Sul fine di luglio arrivato questo principe nel regno di Napoli, la regina gli mandò incontro gran copia di baroni, e fra gli altri il suddetto Sforza gran contestabile, con ordine di non gli dare altro titolo che quello di principe di Taranto e duca di Calabria: che così s'era convenuto negli articoli del contratto matrimoniale, già eseguito per via di un mandato colle cerimonie della Chiesa, come io vo credendo. Ma Jacopo, a' cui fianchi si misero tosto dei baroni desiderosi d'abbattere Sforza e Pandolfello, il consigliarono di levarsi d'attorno questi due potenti ostacoli, perchè in tal guisa si sarebbe aperta la strada ad essere re. In fatti nella città di Benevento fu preso Sforza, e cacciato in una dura prigione; nè andò esente da questa disavventura Francesco suo figliuolo con altri parenti del medesimo Sforza. Arrivato Jacopo a Napoli nel dì 10 d'agosto, consumato che ebbe il matrimonio, usurpò il titolo di re, oppure, come vogliono alcuni, ciò eseguì con consenso della medesima regina. Fece poi nel dì 8 di settembre mettere le mani addosso a Pandolfello; e l'infelice processato e condannato lasciò la testa sul palco nel dì primo d'ottobre. Passando poi più oltre, cominciò a tenere ristretta e come prigioniera la regina, con attribuire a sè stesso tutta l'autorità, e senza lasciarne a lei un menomo uso, e neppur permettendole che fosse visitata da alcuno dei nobili. Paolo Orsino uscì in questi tempi di prigione per grazia del re Jacopo, da cui fu mandato a Roma, per imbrogliar quella città, mentre castello Sant'Angelo stava tuttavia alla divozione di Napoli, e colle bombarde facea guerra e danno al popolo romano[2412]. Arrivò egli colà nel dì 28 di novembre, e cominciò ad inquietare il cardinale di Sant'Eustachio, legato, e fece prigione Francesco degli Orsini con altre novità.
Ebbe Filippo Maria duca di Milano molte faccende in quest'anno[2413], cioè guerra con Pandolfo Malatesta signore di Brescia, nel qual tempo la fazion dei Ghibellini di Alessandria, che, essendo fuoruscita, avea impetrata poco prima la grazia di ripatriare, si mosse a rumore, e diede quella città in mano a Teodoro marchese di Monferrato. Per buona fortuna del duca, in quel medesimo giorno Francesco Carmagnuola suo generale avea stabilita col Malatesta, per interposizion de' Veneziani, una tregua di due anni: laonde le armi sue ebbero la comodità d'accorrere ad essa città d'Alessandria, e di entrare per una porta nella fortezza, che tuttavia si mantenea, e di ricuperar la città. Per questo fatto il Carmagnuola fu dal duca Filippo creato conte di Castelnuovo[2414]. Non andò così per Piacenza. Filippo degli Arcelli, nobile di quella città, nel dì 25 di ottobre usurpò il dominio con trucidar la guarnigione del Visconte. Pretende il Rivalta[2415], storico piacentino, ch'egli le desse il sacco, e commettesse grandi crudeltà contra dei cittadini, e massimamente contra di Alberto Scotto conte di Vigoleno. Fece egli lega dipoi col marchese Niccolò di Ferrara, e coi signori di Brescia, Cremona e Lodi, in maniera che cominciò a dar da fare al duca di Milano. Per attestato del Bonincontro[2416], in quest'anno Malatesta signor di Cesena fece viva guerra a Lodovico de' Migliorati signore di Fermo, e lo spogliò di molte castella. Di peggio sarebbe intervenuto a Lodovico, se non fosse giunto avviso a Malatesta che Braccio da Montone, capitano insigne di questi tempi, metteva a ferro e fuoco il contado di Cesena[2417]. Perciò, fatta tregua fra loro, corse alla difesa della propria casa. Guerra eziandio mosse in quest'anno il medesimo Malatesta a Ridolfo Varano signore di Camerino; ma non gli andò fatta, come s'era egli figurato. Genova, per la sollevazione cominciata nell'anno addietro, era tuttavia in armi[2418], continuando le battaglie fra i cittadini, il bruciamento o smantellamento delle case. Per quanto si studiasse il clero con divote processioni, gridando misericordia e pace, di frenar sì pazzo bollor delle fazioni, stettero gl'inferociti animi saldi nelle risse fino al dì 6 di marzo, in cui, essendo stati eletti nove arbitri, proferirono l'accordo, consistente in permettere che Giorgio Adorno sino al dì 27 di quel mese ritenesse la sua dignità, e poi la dimettesse, con goder da lì innanzi di molte esenzioni e sicurezze. Furono deposte le armi, cessò tutto il rumore; e dappoichè l'Adorno lasciò vacante la sedia, nel dì seguente, giorno 28 d'esso mese, fu eletto doge Barnaba da Goano. Coll'elezione di cotesto prudente personaggio parea che s'avesse a godere quiete in Genova; ma troppo erano in quei tempi facili a scomporsi gli animi di quella focosa gente. Nel dì 29 di giugno gli Adorni e Campofregosi presero le armi contro del duca novello per deporlo. Perciò si fu di nuovo alle mani fra gli emuli e i loro aderenti; nè potendo resistere il Goano alla potenza degli avversarii, rinunziò la bacchetta del comando. In luogo suo nel dì 4 di luglio di comune consenso del popolo restò eletto doge Tommaso da Campofregoso: con che si restituì la pace alla scompigliata città.
NOTE:
[2404] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2405] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2406] Theodor. de Niem, in Johan. XXIII. Raynaldus, Annal. Eccles.
[2407] Gobelinus, in Cosmodr.
[2408] Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII.
[2409] Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. Raynaldus, Annal. Eccles.
[2410] Labbe, Concilior., tom. 12.
[2411] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[2412] Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.
[2413] Corio, Istoria di Milano.
[2414] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2415] Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2416] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2417] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2418] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXVI. Indizione IX.
Sede di San Pietro vacante 2. SIGISMONDO re de' Romani 7.
Spesero i Padri del concilio di Costanza questo anno in varii regolamenti spettanti alla disciplina ecclesiastica, in trattati per istaccar la Castiglia dall'antipapa Benedetto, e in citare lui stesso al concilio, e in processar gli eretici ussiti, senza parlare dell'elezion d'un nuovo romano pontefice, premendo loro, se mai si potea, di riportar la cessione d'esso antipapa, per procedere poi più francamente a dare un indubitato papa alla Chiesa di Dio. Ma l'ambizioso Pietro di Luna, che sì belle sparate avea talvolta fatto d'essere pronto alla cessione, quanto più mirava abbattuti i due suoi competitori, tanto più si confermava nella risoluzione di voler morire papa. Intanto non mancavano all'Italia guerre e rivoluzioni. Braccio da Montone, capitano del già papa Giovanni XXIII, avea tenuta fin qui a freno la città di Bologna colle armi sue[2419]. Ma dacchè s'intese la caduta d'esso pontefice, ripigliarono i Bolognesi l'innato desiderio della lor libertà. Nel dì 5 di gennaio dell'anno presente diedero esecuzione ai loro disegni, coll'avere Antonio e Batista de' Bentivogli, e Matteo da Canedolo levato rumore, per cui tutto il popolo corse all'armi. Fu lasciato uscire il vescovo di Siena, che v'era governatore per la Chiesa; ma andò tutto il suo avere a saccomano. Udita questa nuova, Braccio, che si trovava a castello San Pietro, s'avviò tosto alla volta di Bologna colle sue genti, credendosi di ingoiarla, e d'arricchir colla preda i suoi. Trovati i cittadini bene in punto, e risoluti di difendere il ricuperato libero stato, capitolò con essi, e forse anche prima era d'accordo con loro; e dopo aver da essi ricevuto in termine di tre mesi un donativo di ottantadue mila fiorini d'oro, li lasciò in pace, e andossene a portar la guerra contro la sua patria Perugia, di cui con altri nobili era fuoruscito. Allora fu che rientrò in Bologna una gran copia di nobili cacciati in esilio sotto il rigoroso pontificio governo precedente, e cessarono le gran faccende che in addietro avea il carnefice in quella città. Nel dì 6 d'aprile ebbero il castello della porta di Galiera per dieci mila fiorini, dati a messer Bisetto da Napoli parente del fu papa Giovanni XXIII, e non perderono tempo a smantellarlo. Furono loro restituite anche le castella che teneva Braccio. Gran festa ed allegria si fece per più dì in Bologna per questa mutazione di stato.
Marciò intanto il valoroso Braccio alla volta di Perugia sua patria con quattromila cavalli e molta fanteria, per rientrar colla forza in quella città. Molte battaglie, molti assalti succederono, avendo i Perugini della fazion contraria fatto ogni sforzo per la loro difesa. Gian-Antonio Campano vescovo di Teramo diffusamente, ma non senza adulazione, lasciò scritte tutte le imprese di questo celebre capitano[2420], col difetto ancora comune a molti altri storici di quel secolo, cioè di non accennar gli anni: cosa di molta importanza per la storia. Si trovavano alle strette i Perugini; e conoscendo di non poter oramai più resistere a sì feroce nemico, misero le loro speranze in Carlo Malatesta signor di Rimini, accreditato condottier d'armi di questi tempi. L'offerta di molto danaro, e molto più l'avergli fatto credere che il prenderebbono per loro signore, cagion fu che egli s'impegnò a sostenerli contro del loro concittadino. Raunata dunque la maggior copia di cavalli e fanti che potè, si mosse a quella volta, avendo seco Angelo dalla Pergola con altri capitani, ed aspettando ancora che Paolo Orsino con altra gente venisse ad unirsi con lui. Era giunto su quel d'Assisi, e in vicinanza del Tevere, quando Braccio, sotto di cui militava Tartaglia, rinomato condottier d'armi, premendogli non poco che il Malatesta non arrivasse a darsi mano coi Perugini, gli andò incontro a bandiere spiegate, e nel dì 7 di luglio (il Bonincontro scrive[2421] nel dì 15) gli presentò la battaglia. Durò questa sette ore con bravura memorabile d'entrambe le parti; ma perchè, secondo alcuni, era inferiore, non già di coraggio, ma di gente l'armata di Carlo Malatesta, ad essa toccò di soccombere. Rimase prigione lo stesso Carlo, con Galeazzo suo nipote e molti altri nobili[2422]. Il Campano scrive che circa tre mila cavalieri prigionieri vennero alle mani di Braccio. Dio sa se neppure tanti ne avea condotti in campo il Malatesta, al quale fu imposta la taglia di cento mila fiorini d'oro, e trenta mila a suo nipote. Dopo molti mesi, a nulla avendo servito le raccomandazioni dei Veneziani, si riscattò Carlo con pagarne settanta mila. Il Sanuto scrive solamente trenta mila[2423]. Ma egli trovò la maniera di far danaro, con apporre a Martino da Faenza, uomo ricchissimo e che militava per lui, un reato di tradimento, per cui lo spogliò non solo del contante, ma anche della vita. Pandolfo Malatesta signor di Brescia suo fratello, giacchè era seguita tregua fra lui e il duca di Milano, con quattro mila cavalli e molti pedoni si portò a Rimini; ma a nulla giovò il suo arrivo colà, se non ad impedire che Braccio non occupasse più castella ai Malatesti di quel che fece.
Imperciocchè Braccio dopo questa vittoria maggiormente s'ingagliardì; e i Perugini, presi da somma costernazione, altro ripiego non ebbero che quello di spedire a lui ambasciatori per offerirgli la signoria della città, e pregarlo di usar la clemenza verso de' concittadini suoi. Nel dì 19 di luglio fece egli armato la sua solenne entrata in quella città, trattò amorevolmente i nuovi sudditi, e cominciò un plausibil governo in quel popolo. Avea testa da far tutto. E perciocchè seppe che Paolo Orsino colle sue truppe era giunto a Colle Fiorito, mandò innanzi Tartaglia con un corpo d'armati, e con un altro gli tenne dietro[2424]. L'Orsino nel dì 5 d'agosto attorniato, quando men sel pensava, dai nemici, lasciò la vita sotto le spade di Lodovico Colonna, di Tartaglia e di altri, che gli voleano gran male. Pure ne avrebbono fatta aspra vendetta i suoi soldati, che corsero alle armi, ed aveano già ridotto Tartaglia in male stato, se non fosse sopravvenuto il rinforzo di Braccio, per cui rimasero disfatti e quasi tutti presi. S'impadronì poscia Braccio di Rieti, di Narni e di alcune castella dei Malatesti: tutte imprese che consolarono non poco i Perugini, per avere acquistato, benchè loro malgrado, un signore che accresceva lo splendore e dominio della loro città. Venne a morte nel dì 20 di settembre Malatesta signor di Cesena, e fratello di Carlo e di Pandolfo. E circa lo stesso tempo, se abbiamo da credere agli Annali di Forlì[2425], terminò i suoi giorni Gian-Galeazzo de' Manfredi signor di Faenza, a cui nella signoria succedette Guidazzo suo figliuolo. Ma, secondo altra Cronica, egli mancò di vita solamente nell'anno seguente. Benchè il Corio[2426], siccome accennai, metta nell'anno precedente la tregua maneggiata dagli oratori veneti fra il duca di Milano e i collegati, cioè Pandolfo e Carlo Malatesti, il marchese di Ferrara e i signori ossia tiranni di Lodi, Cremona, Piacenza e Como; pure il Sanuto[2427] la riferisce all'anno presente. L'anno poi fu questo che Filippo Maria duca suddetto, avendo con belle parole fatto venire a Milano Giovanni da Vignate signor di Lodi, ordinò, nel dì 19 d'agosto, che fosse preso e messo in una gabbia di ferro nella città di Pavia, dove nel dì 28 d'esso mese fu ritrovato morto, e si fece spargere voce che, percotendo il capo nei ferri, si era ucciso, senza averne obbligazione al boia. Intanto, spedito l'esercito a Lodi, tornò quella città all'ubbidienza del duca. La morte di costui mise a partito il cervello di Lottieri Rusca occupator di Como, in maniera che mandò a trattare di rendere al duca quest'altra città, purchè gli lasciasse Lugano con titolo di contea, e ne ricevesse quindici mila fiorini d'oro in dono. Così fu fatto, e Como ubbidì da lì innanzi al duca. Aggiugne il Sanuto che nel novembre di questo medesimo anno esso duca spedì le sue genti all'assedio di Trezzo: per le quali novità i Veneziani, mediatori della tregua fatta, pretesero ch'egli l'avesse rotta, e fosse incorso nella pena di trenta mila fiorini d'oro; e per questo gli spedirono ambasciatori. Ma il duca non lasciò di continuar la sua impresa. Nè sussiste, come scrive il Sanuto, che egli occupasse Bergamo in quest'anno. Ciò succedette nel 1419.
Pagò in quest'anno Jacopo dalla Marca re di Napoli la pena dell'ingratitudine sua verso la regina Giovanna sua moglie[2428]. L'avea ella posto sul trono, ed egli la trattava come una fantesca, con averla privata non solo di ogni autorità, ma anche della libertà, tenendola ristretta nel palazzo. Ne fecero rispettose doglianze i Napoletani, ma senza frutto. Giulio Cesare di Capua, uno dei primi baroni, si esibì alla regina di uccidere il re[2429]. Credendo ella d'acquistarsi la grazia del marito, gli rivelò il fatto, per cui l'infelice barone fu decapitato. Dovea quest'atto di amore ispirare al re sentimenti di più umanità verso della consorte; pure non si mutò registro con lei. Parve ai Napoletani che fosse oramai tempo d'insegnar le leggi dell'onore e le creanze a questo ambizioso ed ingrato principe. Avendo dunque la regina ottenuto per grazia speciale di potere, nel dì 13 di settembre, uscire per andare a pranzo ad un giardino di un Fiorentino, allorchè si fu condotta colà, fu levato rumore, e il popolo in armi cominciò a gridare: Viva la regina Giovanna. Ottino Caracciolo, che era il maggior favorito d'essa regina, con altri baroni, la menò al castello di Capuana. Il re Jacopo si trovava allora senza le sue genti d'armi, perchè le aveva inviate in Abbruzzo contro ai ribelli; e però se ne fuggì nel castello dell'Uovo. Fece la regina assediar questo castello, e parimente Castello nuovo. Si interposero persone per accordo, e questo seguì con restare obbligato il re a deporre il titolo di re, contentandosi di quello di principe di Taranto e di vicario del regno; e ch'egli mandasse fuori d'esso regno tutti i Franzesi, soldati o cortigiani, a riserva di quaranta; e che liberasse Sforza dalla prigione. Si eseguì il trattato. Sforza, messo in libertà, ripigliò il grado di gran contestabile; e Ser-Gianni Caracciolo dipoi ottenne quello di gran siniscalco. Universal credenza fu che a Sforza salvasse la vita un atto coraggioso di Margherita sua sorella, maritata con Michele da Cotignola. Trovavasi essa a Tricarico col marito, e con varii altri parenti di Sforza, che tutti militavano con gran riputazione nel corpo delle di lui truppe, e cominciarono a far guerra al regno, dacchè ebbero intesa la prigionia di Sforza amato loro capo. Mandò il re Jacopo alcuni nobili a trattar con essi d'accordo, minacciando di far morire Sforza, se non rendeano Tricarico. Margherita comandò che s'imprigionassero gli ambasciatori: il che cagionò che i lor parenti facessero istanza al re di non incrudelir contro di Sforza, per non vedere condannati alla pena del taglione i loro congiunti. Furono ancora liberati dalle carceri alcuni altri parenti di Sforza, ma non già per allora Francesco di lui figliuolo, che Jacopo volle ritener come ostaggio della fede del padre. Era stato questo valoroso giovane paggio in corte di Niccolò marchese di Ferrara, ed allorchè Sforza suo padre passò al servigio del re Ladislao, fu chiamato colà, dove attese a fare il noviziato della milizia, ed avea già conseguite in dono alcune castella. Non si fermò qui la fortuna di Sforza; perchè la regina, affine di maggiormente unirlo ai di lei interessi, gli donò Troia con assai altre terre, e a Francesco suo figliuolo, in vece di Tricarico, concedette Ariano ed altri luoghi. Nel dì primo di aprile dell'anno presente mancò di vita Ferdinando re d'Aragona, Sardegna e Sicilia[2430], ed ebbe per successore Alfonso suo figliuolo, le cui imprese occuperanno da qui innanzi molti anni di questa storia. Mostrò egli non minore zelo del padre per rendere la pace ed unione alla Chiesa di Dio. Nel dì 26 di febbraio di quest'anno[2431], passando Sigismondo re de' Romani per Sciamberì, eresse in ducato la contea di Savoia; laonde Amedeo, signor di quelle contrade e di parte del Piemonte, cominciò ad usare il titolo di duca, che s'è poi continuato nei successori suoi colla giunta ai dì nostri del regale.
NOTE:
[2419] Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2420] Campanus, in Vita Brachii, tom. 19 Rer. Italic.
[2421] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2422] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2423] Sanuto, Istor. Venet., tom. eod.
[2424] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2425] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2426] Corio, Istoria di Milano.
[2427] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2428] Giornal. Napolit., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. eod.
[2429] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2430] Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. Surita, Marian., et alii.
[2431] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
Anno di CRISTO MCCCCXVII. Indizione X.
MARTINO V papa 1. SIGISMONDO re de' Romani 8.
Dopo avere il concilio di Costanza compiuti tutti gli atti del processo contro di Pietro di Luna, che appellato Benedetto XIII s'era ostinato in voler sostenere il suo preteso pontificato, benchè l'Aragona, Castiglia ed altri popoli della Spagna si fossero sottratti dalla di lui ubbidienza[2432]: finalmente nel dì 26 di luglio que' padri fulminarono contra di lui la sentenza, dichiarandolo spergiuro, decaduto da ogni dignità ed uffizio, scismatico ed eretico. Trattossi dipoi dell'elezione di un legittimo ed indubitato pontefice, e l'affare fu condotto sino al dì 11 di novembre, festa di san Martino vescovo, in cui concorsero i voti de' cardinali nella persona di Ottone cardinal diacono di San Giorgio al velo d'Oro, di nazione Romano, e di una delle più illustri famiglie d'Italia, cioè di casa Colonna. A cagion della festa che correa, egli prese il nome di Martino V, con portare al pontificato delle eccellenti doti d'animo e d'ingegno, e nel dì 21 d'esso mese fu coronato. Portata questa nuova in Italia, e per tutte le altre parti della cristianità d'Occidente, riempiè ognuno di consolazione ed allegrezza, per vedere dopo tanti anni estinto lo scandaloso e lagrimevole scisma, onde era stata sì malamente lacerata la Chiesa di Dio. Mancò eziandio in quest'anno nel dì 18 ossia 19 d'ottobre in Recanati il cardinale Angelo Corrario[2433], da noi veduto in addietro papa Gregorio XII, a cui nel dì 26 di novembre furono celebrate nel concilio di Costanza solenni esequie. Era in questi tempi governata la città di Roma a nome della Chiesa da Jacopo Isolani cardinale di Sant'Eustachio legato, assistito anche da Pietro degli Stefanacci Romano cardinale di Sant'Angelo. Quantunque castello Sant'Angelo tuttavia fosse all'ubbidienza di Giovanna regina di Napoli, non apparisce che facesse guerra alla città, anzi, secondo alcuni, ne era divenuto padrone il suddetto cardinale legato. Ma eccoti nel dì 3 di giugno venir Braccio da Montone con tutte le sue genti d'armi a turbar la pace dei Romani. L'ambizione di questo prode capitano dopo l'acquisto di Perugia e di altre piccole città, e dopo la vittoria riportata contra Carlo de' Malatesti, non conosceva più limite, e però gli venne in pensiero di conquistare la stessa Roma[2434]. E non mancava qualche Romano traditor della patria d'animarlo all'impresa e di promettergli assistenza. Restò bensì sbigottito il popolo romano alla comparsa di questo inaspettato nemico; pure unito col cardinale legato si preparò alla difesa. Andarono gli stessi porporati a trovar Braccio per sapere la di lui intenzione; ed egli francamente rispose loro di voler entrare in Roma, solamente per conservarla al pontefice che si dovea creare. Stavasene egli accampato a Sant'Agnese, e conoscendo che i Romani non erano d'umore d'aprirgli le porte, cominciò a fare scorrere per li contorni le sue genti, che ben tosto condussero centinaia di prigioni. Tale ostilità, e il timore di non poter fare l'imminente raccolta de' grani, indusse i Romani a capitolare e a ricever Braccio come lor signore in città. Con detestazione de' buoni si scoprì che lo stesso cardinale di Sant'Angelo tenea mano ai disegni di Braccio, il quale nel dì 16 di giugno entrò in Roma trionfalmente, e preso solamente il nome di difensore della città, vi creò un nuovo senatore, essendosi ritirato il cardinale legato in castello Sant'Angelo. Diede poi principio nel dì 16 di luglio all'assedio d'esso castello, e venne a rinforzare la sua armata con grosso corpo di cavalleria e fanteria Tartaglia.
Allorchè si fu accertato il cardinale legato delle ambiziose idee di Braccio contra di Roma, avea già spedito a Napoli, pregando la regina Giovanna di soccorso di gente[2435]. Non andò a voto la richiesta, perchè la regina, bramosa di acquistarsi merito col papa futuro, assunse volentieri la difesa di Roma. Scelto fu per tale impresa il gran contestabile Sforza. Nè migliore si potea scegliere, perocchè egli sospirava le occasioni di vendicarsi di Braccio, il quale dianzi, per tirare al soldo suo Tartaglia da Lavello, l'avea aiutato ad occupar molte castella che appartenevano al medesimo Sforza nel Patrimonio. Trovandosi uniti, siccome dicemmo, Braccio e Tartaglia, contra d'amendue con grande ardore procedeva Sforza, seco conducendo il conte da Carrara, Gian-Antonio Orsino conte di Tagliacozzo, ed altri baroni romani. Giunto nel dì 10 d'agosto sino alle mura di Roma, mandò il guanto sanguinoso a Braccio in segno di sfida della battaglia[2436]. Ma Braccio, che non si volea azzardare con un sì potente nemico, massimamente perchè non si vedea sicure le spalle dai Romani stessi, elesse il partito di battere la ritirata; e però nel dì 26 del suddetto mese uscì di Roma, e si inviò alla volta di Perugia. Nel giorno seguente Sforza co' suoi entrò nel palazzo del Vaticano colle bandiere della Chiesa e della regina; creò, di consenso del cardinale legato, nuovi uffiziali in Roma, e nel dì 3 di settembre fece condur prigione in castello il cardinale di Sant'Angelo, colpevole d'intelligenza con Braccio. Questi non vide più la luce, nè altro si seppe di lui. Niccolò Piccinino da Perugia, che, militando nell'armata di Braccio, avea già incominciato ad acquistarsi nome di valente capitano, e divenne poi sì celebre col tempo, era rimasto a Palestrina e a Zagaruolo con quattrocento cavalli. Le scorrerie e i saccheggi, ch'egli andava facendo sino alle porte di Roma, incitarono Sforza a liberar la città anche da questo nemico. Fu sconfitto il Piccinino e fatto prigione con altri de' suoi, e solamente dopo quattro mesi rilasciato col cambio d'altri prigionieri di Braccio e di Tartaglia. Erasi fermato a Toscanella lo stesso Tartaglia con un grosso corpo d'armati. Moriva di voglia Sforza di fare a questo suo nemico un brutto giuoco: all'improvviso si portò colà con isquadre scelte d'armati, mandò innanzi assai saccomani per tirarlo fuori della terra, nè andò fallito il suo pensiero. Tartaglia uscì co' suoi, e si mise ad inseguire i fuggitivi, quando ecco si vide venire incontro le schiere di Sforza. Caldo fu il combattimento, in cui Francesco figliuolo di Sforza, giovane allora di dodici anni, diede il primo saggio del suo valore, come se fosse stato veterano nel mestiere dell'armi. La peggio toccò a Tartaglia, che corse pericolo di essere preso, ed ebbe la fortuna di salvarsi nella terra. Svernò poscia l'invitto Sforza in Roma, e, lasciato un buon presidio sotto il comando di Foschino suo parente, nella primavera se ne tornò a Napoli. Intanto Braccio, ritornato a Perugia[2437], attese a conquistare o a rendere tributarie varie terre della Chiesa, cioè Todi, Orvieto, Terni, Jesi, Spello, oltre a Narni e Rieti, dianzi occupate: il che sempre più gli conciliò l'affetto e la stima de' Perugini, che miravano crescere per opera di lui ogni dì più la lor potenza e riputazione. Obbligò ancora Lodovico Migliorati signor di Fermo[2438], a redimersi dalle di lui vessazioni con una somma d'oro.
Per quanto abbiamo dal Corio[2439] avendo il conte Carmagnola, generale di Filippo Maria duca di Milano, continuato anche pel verno l'assedio del forte castello di Trezzo sull'Adda, occupato dai Coleoni di Bergamo, finalmente nel dì 11 di gennaio se ne rendè padrone. Se crediamo al Sanuto[2440], quattordici mila fiorini quelli furono che finalmente espugnarono quella fortezza. Rivolse dipoi le armi sue il vittorioso Carmagnola, secondochè scrivono il Rivalta[2441] e il Sanuto, contra Piacenza. Era questa occupata da Filippo Arcelli, personaggio valoroso sì nelle armi, ma insieme crudele. Andò il Carmagnola ad accamparsi alla porta di Borgo Nuovo, e gli riuscì con un aguato di far prigione Bartolomeo Arcelli fratello d'esso Filippo, nel mentre che passava a Genova per chiedere soccorso a quella repubblica. Seco si trovò Giovanni figliuolo del medesimo Filippo, giovane di mirabil espettazione. Tutti e due questi miseri furono un dì guidati davanti a quella porta coll'intimazion della morte, se la città non si rendeva. Volle piuttosto l'Arcelli vedere eseguita così barbara e da tutti detestata sentenza, che cedere il possesso di Piacenza. Pure non corse gran tempo che la città fu presa, ed egli si ridusse nel castello. Ma, convinto dell'impossibilità di sostenersi, se ne fuggì; oppur, fatto accordo per alcune migliaia di fiorini, se ne andò con Dio, lasciando interamente in potere del Carmagnola col castello quella nobil città che per le passate sciagure era divenuta un deserto. Manca la città di Piacenza di autori di questi tempi che abbiano accuratamente descritte le sue calamità: anzi discordano gli storici nell'anno, in cui questa tornò alle mani del duca. Il Rivalta di ciò parla all'anno presente; il Corio e Giovanni Stella[2442] al seguente; e neppure il Campi[2443], storico piacentino, sa decidere la quistione, con rapportar nondimeno il fatto a quest'anno. Tuttavia parmi che dal Sanuto[2444] e dal Biglia[2445] si possa ricavar tanto lume da diradar queste tenebre: cioè avere Filippo Arcelli ne' tempi addietro occupata Piacenza. Gliela ritolse il Carmagnola, ma senza poter espugnare il castello. E perchè Pandolfo Malatesta uscì in campagna per liberar quel castello dall'assedio, trovandosi allora il duca senza forze da potersegli opporre, ordinò che la città fosse evacuata da tutti gli abitanti, i quali piagnendo si ridussero parte a Pavia, parte a Lodi. Rimase Piacenza disabitata, ed, entrativi l'Arcelli e il Malatesta, non vi trovarono se non le mura delle case. In quest'anno poi il Carmagnola tornò ad impossessarsi di Piacenza, e mise l'assedio al castello: questo poi solamente nell'anno seguente, o per la fuga dell'Arcelli, o per patto fatto con lui, venne alle sue mani. Passò dipoi l'Arcelli al servigio de' Veneziani, per li quali fece di molte prodezze, e conquistò il Friuli, siccome andremo dicendo.
Tentò ancora nell'anno presente il Carmagnola Pizzeghettone e Castiglione di Giaradadda, ma senza frutto. Si rivolse dunque a Cremona, e vi mise il campo, risoluto di sterminare il tiranno Gabrino Fondolo. In questi progressi del Visconte, Pandolfo Malatesta signor di Brescia già mirava i preludii della sua caduta; e però, avendo il duca rotte le tregue, anch'egli prese l'armi per soccorrere Cremona, senza che apparisca dipoi che facesse impresa alcuna degna di menzione. Abbiamo in oltre da Benvenuto da San Giorgio[2446] che nel dì 20 di marzo dell'anno presente esso duca acconciò le differenze che passavano tra lui e Teodoro marchese di Monferrato, avendo in tal congiuntura il duca ricuperata dalle mani di lui la città di Vercelli, e il marchese ottenute varie castella colla cession d'ogni ragione sopra Casale di Sant'Evasio. Tornossi in questo anno a sconcertare la quiete di Genova[2447] per cagion de' Guarchi, de' Montaldi, di Teramo Adorno, e d'altri fuorusciti, che ricorsero a Filippo Maria Visconte per impetrar soccorso contro la patria, vogliosi di deporre Tommaso da Campofregoso doge. Sperando il duca di pescare in questo torbido, diede volentieri orecchio al trattato, e somministrò loro un corpo di soldatesche. Ma di ciò all'anno seguente. Mancò di vita per la peste nel presente anno, e non già nel precedente, siccome dicemmo, Gian-Galeazzo de' Manfredi signor di Faenza[2448]; e in questi tempi appunto faceva la pestilenza grande strage in Firenze e Toscana. Nè poca era la balordaggine delle genti d'allora, perchè fuggendo i benestanti dalle città infette, senza opposizione trovavano ricovero nelle città sane; maniera facile di maggiormente dilatare l'eccidio. Fecero guerra in questo anno[2449] i Bolognesi alla terra di San Giovanni in Persiceto, che era raccomandata a Niccolò Estense marchese di Ferrara. Ma questi ne diede loro la tenuta per ventisette mila fiorini d'oro, nè volle mettersi all'impegno di sostenerla. Nell'anno presente[2450] ancora ebbe principio la guerra dei Veneziani contra di Udine e del Friuli. Lodovico patriarca d'Aquileia, signore di quel paese, era in lega con Sigismondo re de' Romani e di Ungheria; ma non gli venivano i soccorsi occorrenti al bisogno: il perchè vedremo andar peggiorando i di lui interessi negli anni seguenti.
NOTE:
[2432] Labbe, Concil., tom. 12.
[2433] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2434] Campanus, Vit. Brachii, lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.
[2435] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2436] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2437] Campanus, Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.
[2438] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2439] Corio, Istoria di Milano.
[2440] Sanuto, Istor. Ven., tom 22 Rer. Ital.
[2441] Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2442] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2443] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 3.
[2444] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2445] Billius, Hist., tom. 19 Rer. Ital.
[2446] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2447] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXVIII. Indiz. XI.
MARTINO V papa 2. SIGISMONDO re de' Romani 9.
Dopo avere papa Martino V imposto fine al concilio di Costanza[2451], nel dì 16 di maggio si mise in cammino alla volta di Sciafusa per calare in Italia, accompagnato dal re Sigismondo, da varii principi e da gran folla di gente per un tratto di strada. Arrivò nel dì 11 di luglio a Ginevra, dove gli ambasciatori d'Avignone gli prestarono ubbidienza. Partitosi di là solamente nel dì 3 di settembre per Susa, Torino e Pavia, passò a Milano nel dì 12 d'ottobre, dove il duca Filippo Maria l'avea invitato con gran premura. La magnifica sua entrata in quella città vien descritta dal Corio[2452]. Messosi poi nel dì 17 d'esso mese in viaggio, si trasferì a Brescia, ricevuto con sommo onore da Pandolfo Malatesta, e di là marciò a Mantova. Quivi si riposò il resto dell'anno, con attendere in lontananza a rimediare ai disordini dello Stato ecclesiastico, nel quale trovò vacillante la sua autorità. Bologna s'era già rimessa in libertà; Perugia con altre città ubbidiva a Braccio da Montone; in Roma tuttavia regnava la discordia, e vi teneva il piede la guarnigione della regina Giovanna; in mano finalmente di varii signori era la Romagna e parte della Marca. Per cagione di questo sì sconcertato sistema i vigilanti Fiorentini gli esibirono per istanza di sua sicurezza la stessa città di Firenze o Pisa; ed egli si mostrò disposto ad accettare l'offerta. Inviò ambasciatori a Bologna, richiedendo il dominio temporale di quella città[2453]. Altri ne inviarono a lui i Bolognesi, pregandolo di non s'impicciare nel civile loro governo, e tanto seppero fare, che egli si contentò di lasciarli come erano, con obbligo di pagare annualmente alla camera apostolica il censo di otto mila fiorini d'oro. Non volle per allora sentirsi parlare di Braccio, che pregava di ottenere in vicariato le città da lui possedute. Fu questo l'anno ultimo della vita di Teodoro II marchese di Monferrato, principe rinomato. È riferita dal Corio la sua morte all'anno precedente; ma Benvenuto da San Giorgio[2454] la rapporta al presente; e, siccome più informato degli avvenimenti della sua patria, merita qui maggior fede. Restò signore di quegli Stati Gian-Jacopo suo figliuolo. Diede molto da dire in quest'anno agl'Italiani la morte violenta[2455] che Filippo Maria duca di Milano nel mese d'agosto inferì a Beatrice Tenda, già moglie di Facino Cane, e poscia sua. Fu essa imputata di amicizia disonesta con un certo suo familiare, epperò processata e tormentata. Ancorchè ne' tormenti confessasse il fallo, lo negava dipoi al confessore. Ciò non ostante, tagliata le fu la testa. Non si potè cavar di capo alla gente ch'ella altro reato non avesse, se non quello d'aver preso per marito il duca giovinetto, quando essa era d'età troppo disuguale, ed incapace di dar figliuoli. Però universalmente venne detestata, oltre alla crudeltà, l'ingratitudine del duca[2456], a cui questo matrimonio avea portato immensi tesori ed era stato il principio d'ogni sua fortuna. Fece in quest'anno gran guerra esso duca di Milano alla città di Genova[2457], con avere inviato un potente soccorso di gente d'armi agli Adorni, Montaldi, Guarchi ed altri fuorusciti di quella città, tutti rivolti a detronizzare il doge Tommaso da Campofregoso. Passò l'esercito loro fin sotto Genova; succederono moltissime zuffe coi cittadini; e furono presi e ripresi varii luoghi forti e castella, ma senza punto prevalere contro la possanza de' Campofregosi. Fu in questa occasione che le armi del duca di Milano s'impadronirono di Gavi, e di quasi tutte le terre e castella de' Genovesi situate di qua dal Giogo. Durò in tutto quest'anno sì fatta guerra sul Genovesato. Se l'intendeva coi Genovesi Pandolfo Malatesta signore di Brescia, e per fare una diversione, uscì in campagna colle sue genti; ma essendosi arrischiato a voler passare l'Adda, quivi restò spelazzato dalle squadre del duca di Milano. In questi tempi Giovanna regina di Napoli procurò di guadagnarsi la grazia del pontefice Martino, e strinse lega con lui per mantenerlo nel dominio di Roma, e delle altre terre della Chiesa[2458]. In ricompensa il papa promise di darle la corona del regno.
Ma perciocchè gran discordia insorse fra i ministri d'essa regina[2459], aspirando ciascuno al primato, di grandi turbolenze patì in quest'anno la città di Napoli. Il gran siniscalco Ser-Gianni Caracciolo, che era allora il primo nobile di quella corte e regno[2460], quantunque Chiara, sorella di Foschino e di Marco Attendoli parenti di Sforza, fosse promessa in moglie a Marino conte di Santo Angelo suo fratello, pure cominciò a mirar di mal occhio l'esaltazione di Sforza gran contestabile, massimamente dopo avergli la regina dato in feudo Benevento, non posseduto allora dalla Chiesa romana, e la terza parte delle rendite di Manfredonia. Maritò inoltre esso Sforza il figliuolo Francesco con Polissena della Ruffa, che gli portò in dote la città di Montalto, Cariate e molte altre belle terre in Calabria. Di altri nobili parentadi fecero parimente in quel regno gli altri Cotignolesi parenti di Sforza, che in copia erano già iti a militare sotto sì gran capitano, e tutti godevano distinti gradi nella milizia. Ora crescendo la nemicizia di Ser-Gianni verso del medesimo Sforza, e non potendo questi ottener giustizia di molti torti a lui fatti, anzi udendo che la regina l'avea dichiarato nemico, perduta la pazienza, mise in armi tutti i suoi; ed alzate le insegne, marciò a dirittura alla volta di Napoli, con accamparsi nel borgo delle Corregge, credendosi di riportar colla forza ciò ch'era negato alle giuste istanze sue. Si lasciò egli addormentare dalle lusinghe di Francesco Orsino, a lui spedito dal Caracciolo, perchè promise a bocca larga un amichevol accordo; ma mentre, su queste speranze, se ne sta Sforza poco in guardia, il popolo di Napoli, incitato dal Caracciolo alle armi, furiosamente nel dì 28 di settembre uscì di una porta, e diede addosso alle di lui genti, che disordinate non si aspettavano un tale incontro. Fecero, come poterono, testa, e il combattimento fu aspro, ed in fine fu obbligato Sforza a ritirarsi colla peggio e in rotta a Chiaia, perduto l'equipaggio e gran quantità di cavalli. Servì questa superchieria degli emuli, e il suo sfregio e la perdita patita, a maggiormente attizzarlo contra di che aggirava a suo modo la regina e la città; e però unito coi conti di Caiazzo e della Cerra, si diede a far correre le sue genti sino a Napoli con gravissimo danno e grida dei cittadini. Il perchè tanto i nobili che il popolo, preso il governo della città, nel dì 9 d'ottobre trattarono di pace col nemico Sforza. Egli ottenne la restituzion della roba a lui tolta, la liberazion dei prigioni, e che il gran siniscalco Caracciolo si partisse da Napoli. Il che eseguito, pace vi fu, e Sforza tornò a servir la regina. Braccio da Montone signor di Perugia, che, non diverso da quei capitani de' masnadieri da noi veduti nel precedente secolo, sapea mantener alle spese altrui l'esercito suo[2461], arrivò all'improvviso in quest'anno sul Sanese, e tale paura fece alle castella de' Salimbeni, che ne smunse quattro mila fiorini. Non avrebbono mai sognato i Lucchesi di vedere sul loro territorio Braccio, con cui niuna nemicizia aveano[2462]; ma nel dì 10 di maggio, eccolo comparire colà, mettere a sacco tutta la campagna, con prendere un'infinità di bestiame. Era fuori di quella città Paolo Guinigi signore o tiranno di essa. Giunse a tempo per prepararsi a qualche difesa; nulladimeno, giudicando meglio di chiedere accordo, spedì ambasciatori a Braccio, e fu convenuto di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro, parte in contanti, e parte in lettere di cambio ai banchieri fiorentini. Se queste sieno gloriose prodezze di Braccio, lo diranno i lettori. Portatosi anche a Norcia, e minacciata quella città d'assedio, fu d'uopo che quel popolo si riscattasse con quattordici mila fiorini d'oro. Finalmente, dopo avere presa la terra della Pergola, condusse la sua armata ai quartieri d'inverno.
NOTE:
[2448] Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.
[2449] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2450] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.
[2451] Raynald., Annal. Eccles.
[2452] Corio, Istoria di Milano.
[2453] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2454] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2455] Corio, Istor. di Milano.
[2456] Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.
[2457] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2458] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2459] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2460] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2461] Campanus, in Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.
[2462] Annali Sanesi, tom. eod. Histor. Sanensis, tom. 20 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCCXIX. Indiz. XII.
MARTINO V papa 3. SIGISMONDO re de' Romani 10.
Ottennero l'intento loro i saggi Fiorentini con indurre papa Martino V ad andarsene nell'anno presente alla lor città, e a fissar ivi la sua residenza[2463]. Mossosi egli adunque da Mantova, arrivò a Ferrara nel dì 8 di febbraio, e con sommo onore vi fu introdotto dal marchese Niccolò Estense. Quivi accordò la libertà e molti privilegii ai Bolognesi; ma non si sa il perchè non volle poi passar per Bologna. Probabilmente nudriva fin allora de' pensieri diversi contro quella città; nè tarderemo a vederne gli effetti. Fece egli il viaggio per la Romagna, e nel dì 18 del suddetto mese di febbraio entrò con gran pompa in Forlì[2464], da dove poi si trasferì a Firenze. Nel dì 26 d'esso mese fece egli la sua entrata in quella città. La magnificenza fu grande, suntuosi i regali, tenendosi ben caro i Fiorentini, dopo tante rotture colla santa Sede, d'avere in lor casa un papa, e papa che parea risoluto di far quivi una lunga posata. E certamente non tardarono a provare i buoni influssi di questo gran pianeta; perciocchè, nel dì 2 di maggio[2465], il papa onorò della dignità archiepiscopale la chiesa di Firenze. Era fuggito dalle carceri di Germania Baldassare Cossa, già papa Giovanni XXIII. Gli facea la caccia papa Martino, credendo egli non mai sicuro il suo pontificato, finchè questo uomo si trovava in libertà e in istato di far nuovi imbrogli[2466]. Scrivono altri che per le raccomandazioni di papa Martino, e col danaro d'alcuni mercatanti fiorentini, egli fu liberato. Ora il Cossa, o per consiglio di saggia politica, o per ispirazione di Dio, oppure per concerto già fatto, prese la risoluzione di umiliarsi al legittimo pontefice, e di metter fine per conto suo ai guai della Chiesa. Ottenne per mezzo de' Fiorentini, amici suoi, salvocondotto, e nel dì 13 di maggio venuto a Firenze, si gittò a' piedi di Martino, riconoscendolo per vero ed unico papa, e rinunziando liberamente ad ogni sua pretensione sul papato. Questo atto, di cui mirabilmente si rallegrò il pontefice, servì a lui di motivo per crear di nuovo cardinale, e primo tra' cardinali, esso Cossa. Ma non terminò l'anno che anche venne meno la vita di questo personaggio, famoso per la varietà della sua industria e fortuna, essendo egli morto nel dì 22 di dicembre. Nè sussiste, per attestato dell'Ammirati[2467], che Giovanni de' Medici, padre di Cosimo il Magnifico, si arricchisse coi di lui tesori, perchè il suo testamento chiaramente pruova esser egli morto piuttosto povero che ricco. Ebbe in quest'anno[2468] esecuzione l'accordo e la lega, già conchiusa fra esso papa Martino e Giovanna Seconda regina di Napoli. Promise la regina ai ministri pontificii di consegnare al papa castello Sant'Angelo, Ostia e le altre fortezze di Roma, città in cui regnavano tuttavia molte discordie fra i Savelli e gli Orsini. E nell'accordo suddetto non dimenticò già il papa l'esaltazione della propria casa, secondo l'uso de' suoi tempi. Avendo egli spedito a Napoli Giordano Colonna suo fratello, ed Antonio suo nipote, si vide la regina profondere le sue grazie sopra d'esso Antonio, con crearlo duca d'Amalfi e di Castello a mare, e con donargli poscia il principato di Salerno: di modo che pubblica credenza fu che vi fosse stato maneggio di far succedere questo nipote del papa nel regno di Napoli, allorchè mancasse di vita la regina.
Dacchè restò depresso Jacopo di Borbone conte della Marca, marito d'essa regina, se ne stette egli sempre malcontento. Ossia che fin d'allora fosse custodito sempre dalle guardie, oppure che, volendo fare delle novità, fosse messo in prigione: certo è che furono fatti premurosi uffizii per la liberazione di lui da alcuni re e principi, ma sempre indarno. All'autorità del pontefice riuscì di fargli ricuperare la libertà, nel dì 15 di febbraio dell'anno presente, con varii patti per la sicurezza e pel decoro suo. Parve rimessa la buona armonia fra lui e la moglie regina; ma perchè ella non cacciava di corte alcuni tristi, indispettito per vedersi poco prezzato, sul fine di maggio[2469], imbarcatosi in una nave, all'improvviso se ne andò a Taranto. Fu ivi assediato da Maria regina, già moglie di Ladislao, che per Gian-Antonio Orsino acquistò quel principato. Laonde Jacopo per disperazione fuggì, e di là si ridusse a Trivigi, e poscia in Francia, portando seco un immortale sdegno contro la regina e i Napoletani. Fecesi poi frate francescano, e i Sammartani scrivono[2470] ch'egli morì nel 1438. Spediti dal papa, nel mese di gennaio a Napoli il cardinal Morosino vescovo d'Arezzo ed Angelo vescovo di Anagni, questi solamente nel dì 28 di ottobre eseguirono la coronazion della regina Giovanna; per la qual funzione due mesi continui il popolo di Napoli fece feste e bagordi senza fine. Come possa stare che dopo tali atti lo stesso papa sul fine di quest'anno[2471], per quanto vogliono alcuni, con sua bolla riconoscesse i diritti di Lodovico duca d'Angiò sul regno di Napoli, non si sa bene intendere. Certo è che Ser-Gianni Caracciolo, come esiliato, spedito dalla regina a Firenze, maneggiò con vigore i di lei interessi, ed ottenne quanto dimandò. Ma il Caracciolo era l'anima della regina Giovanna, di modo che i suoi nemici sparlavano, attribuendo ad amendue un illecito commercio. Nè potendo essa sofferire la di lui lontananza, voluta dallo Sforza, tanto s'industriò, che, placato lo Sforza, fece ritornare il suo caro, e riconciliollo con lui. Oltre al grado di gran contestabile del regno, ebbe in quest'anno Sforza da papa Martino quello di gonfaloniere della Chiesa, giacchè di lui si volea il pontefice servire per far guerra a Braccio, sommamente da lui odiato, perchè occupator di tante terre dello Stato ecclesiastico. E volentieri la regina e i Caracciolo diedero mano all'impresa, per allontanare Sforza da Napoli e dal regno[2472]. Troppo mi dilungherei se volessi tener dietro ai passi di questo valoroso capitano. Brevemente dirò ch'egli andò coll'esercito suo ad accamparsi fra Viterbo e Montefiascone. Gli venne incontro il non men prode Braccio, che poco prima s'era impadronito d'Assisi e della città, ma non della rocca di Spoleti[2473]. Vennero alle mani nel dì 20 di giugno, quando il conte Niccolò Orsino, il quale fu poi imputato di segreta intelligenza con Braccio, essendo tenente della cavalleria di Sforza, dato di sprone al cavallo, si ritirò in Viterbo. L'esempio suo si trasse dietro il resto del campo sforzesco, il quale, inseguito da Braccio sino alle porte della città, diede a lui campo di far prigioni mille de' cavalli sforzeschi[2474]. Stando in Viterbo Sforza, benchè mal ubbidito dai traditori, e colla peste entrata fra i suoi, non lasciò per questo di far molte prodezze contro al nemico Braccio, finchè giunse Francesco suo figliuolo con un buon rinforzo di gente. Allora, teso un aguato, fece assaltar dal figliuolo i Bracceschi, e nel combattimento ebbe prigionieri più di cinquecento cavalli. Per questo si ritirò Braccio indietro, e benchè seguissero varii altri incontri, poco vantaggio ognuno d'essi ne riportò. Ma singolar guadagno fece Sforza per altro verso, perchè riuscì alla di lui industria, o piuttosto ai segreti maneggi e all'oro del papa, di staccare Tartaglia da Braccio; da Braccio, dissi, pel cui ingrandimento tanto s'era fin qui affaticato esso Tartaglia. Mosse il pontefice contra di lui anche Guido Antonio da Montefeltro, signore d'Urbino e di Gubbio. Tolse questi bensì a Braccio la città d'Assisi, ma non già il castello. Accorsevi Braccio, e colla morte e prigionia di molti Urbinati la ricuperò. Non andò così pel castello di Spoleti assediato da un corpo di gente di Braccio, già divenuto padrone della città. Essendovi stato spedito da Sforza un rinforzo, che si unì colla guarnigion del castello, restarono sconfitti i Bracciani, e quella città tornò all'ubbidienza del papa. Intanto Braccio, per vendicarsi di Tartaglia, fece che gli Orvietani trattassero con lui di dargli quella città. Portossi colà Tartaglia con trecento cavalli ed altrettanti fanti, credendosi di avere fra le unghie la preda; ma, assalito da Braccio, vi lasciò quasi tutti i suoi prigioni, ed egli con pochi appena si salvò mercè del buon cavallo e degli sproni.
Niuna memoria ci resta sotto questo anno degli affari di Genova negli Annali di quella città. Ma si raccoglie abbastanza dal Sanuto[2475] e dal Corio[2476] che Tommaso da Campofregoso doge altra maniera non seppe trovare per liberarsi dalla persecuzion del duca di Milano e de' suoi emuli, che di comperare a caro prezzo la pace dal medesimo duca nel mese di febbraio. Si convenne dunque di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro presentemente, e nel termine di anni quattro altri cento cinquanta mila; siccome ancora di deporre il titolo di doge, assumendo quello di governatore; e di lasciar entrare in città i fuorusciti, eccettochè tre casate. Ciò fatto, Filippo Maria ordinò al Carmagnola di rivolgere l'armi contra di Gabrino Fondolo tiranno di Cremona. V'andò, e prese la maggior parte delle castella di quel territorio. Avea il pontefice Martino, fin quando era in Mantova, conchiuso un accordo fra il duca di Milano e Pandolfo Malatesta, signore di Brescia e di Bergamo, in vigore del quale doveano ricadere al duca quelle due città dopo la morte d'esso Pandolfo, che non avea figliuoli, con altri patti, e con lega offensiva e difensiva fra loro. Ma Pandolfo, al vedere l'amico Gabrino in pericolo, e temendo dopo la rovina di lui la propria, fingendo che Gabrino avesse a lui venduta Cremona, prese le armi per aiutarlo; con che impedì la caduta di Cremona. Allora il Carmagnola marciò coll'esercito suo a Martinengo nel dì 20 di giugno, e collo sborso di dodici mila fiorini vi mise dentro il piede, e poscia imprese l'assedio di Bergamo. Si sostenne quella città sino alla notte precedente al dì 24 di luglio, festa di san Jacopo apostolo. Quei che poterono, della guarnigion di Pandolfo, si salvarono nella cittadella; ma con poco frutto, perchè nel dì 26 si renderono a discrezione. Cita il padre Celestino[2477] la conferma fatta in quest'anno dal duca della capitolazione e de' privilegii della città di Bergamo. Dopo tale acquisto l'infaticabil Carmagnola continuò il corso della vittoria sul distretto di Brescia, portando seco il terrore, ma più il credito d'essere uomo osservator della parola, e di tenere in freno la licenza dei suoi soldati. Occupò gli Orci nuovi e vecchi, Palazzuolo, Pontoglio, Rovatto e molte altre castella: colle quali imprese gloriosamente terminò la campagna. Anche i Veneziani continuarono in quest'anno[2478] la guerra nel Friuli contra di Lodovico patriarca d'Aquileia, senza lasciarsi muovere dal loro proponimento per l'interposizione del papa che mandò apposta a Venezia il cardinale di Spagna con titolo di legato per trattare d'accordo. Aveano il vento in poppa. Filippo Arcelli, già signor di Piacenza, creato lor generale, sapea eccellentemente il mestier della guerra; ogni dì più facea progressi nel paese nemico. Tanto egli operò che Cividal di Belluno si arrendè alla reppublica nel dì 7 d'aprile. Anche Sacile venne all'ubbidienza de' Veneziani verso la metà di agosto. Così fecero anche Prata, Serravalle ed altri luoghi. Nel medesimo tempo faceano i Veneziani guerra in Dalmazia alle città di Traù e di Spalatro, che erano occupate da Sigismondo re dei Romani e d'Ungheria, il quale, per la morte di Venceslao suo fratello, già re de' Romani, era divenuto padrone anche della Boemia, e per mezzo di Pippo, ossia Filippo degli Scolari Fiorentino, suo generale, riportò in quest'anno una mirabil vittoria contra di trecento mila Turchi.
NOTE:
[2463] Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
[2464] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2465] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 18.
[2466] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Vita Martin. V, P. III, tom. 3 Rer. Ital.
[2467] Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2468] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. eod.
[2469] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2470] Sammarthan., Généal. de France, tom. 2.
[2471] Raynaldus, Annal. Eccles. ad ann. 1420.
[2472] Cribell., Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.
[2473] Campanus, Vita Brachii, lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.
[2474] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2475] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2476] Corio, Istor. di Milano.
[2477] Celestino, Istor. di Bergamo.
Anno di CRISTO MCCCCXX. Indiz XIII.
MARTINO V papa 4. SIGISMONDO re de' Romani 11.
Le azioni fatte in quest'anno dal pontefice Martino danno assai a conoscere, che non era tanto difficile a mutar pensiero e sistema[2479]. Odiava a morte Braccio signor di Perugia; pure, per maneggio de' Fiorentini, stretti amici di Braccio, s'indusse a riceverlo in grazia, e a lasciargli in vicariato le città di Perugia, Assisi, Jesi e Todi con altre non poche terre da lui occupate, purchè restituisse al pontefice Narni, Terni, Orvieto ed Orta. Sul fine di febbraio comparve a Firenze lo stesso Braccio con accompagnamento magnifico, e fu accolto dal popolo fiorentino con tal plauso e pompa, come se fosse stato un re ed imperadore. Prostrato a' piedi del papa, non solamente riportò l'assoluzion delle censure e il vicariato suddetto, ma divenne ancora campion dello stesso pontefice per riacquistargli Bologna. Già dicemmo che esso papa avea con bei capitoli e privilegii accordata la libertà ai Bolognesi. Nell'anno precedente[2480] era stata in quella città una sedizione e rissa fra Antonio de' Bentivogli e la sua fazione, e Matteo da Canedolo capo di un'altra fazione. Perchè toccò di soccombere all'ultima, fu questa cacciata di città e mandata a' confini, restando il Bentivoglio come padrone della città. Forse le preghiere di questi fuorusciti, e l'udire le divisioni che tuttavia duravano in Bologna, fecero nascer voglia e speranza al papa di sottomettere quella città. Braccio fu scelto per tale impresa. Spedì il pontefice innanzi un arcivescovo ed un abbate per suoi ambasciatori, che, nel dì 28 di febbraio entrati in Bologna, esposero con ornate parole il desiderio di sua santità d'aver egli il governo della città. La risposta poco favorevole fu portata a Firenze dagli ambasciatori bolognesi spediti colà. Però si venne all'interdetto, e poscia alla guerra contra di quel popolo. Anche Lodovico degli Alidosi signor d'Imola mandò la disfida a Bologna. Scrive Matteo Griffoni[2481] che nel dì 5 di maggio venne in quella città Gabrino Fondolo, olim dominus Cremonae, per generale delle armi d'essi Bolognesi. Ciò è da notare, siccome dirò più abbasso, perchè, secondo il Corio[2482], Gabrino non era per anche stato spogliato di Cremona. Ci assicura anche il Campano[2483] che il Fondolo venne al servigio de' Bolognesi. Ora nel dì 17 dello stesso maggio comparve esso Braccio colle sue milizie sul territorio di Bologna, avendo seco Lodovico de' Migliorati signore di Fermo, ed Angelo dalla Pergola, capitani al soldo del papa. A poco a poco si andarono rendendo le castella de' Bolognesi; di modo che conoscendo quel popolo, benchè provveduto di molta soldatesca, dopo alcune piccole svantaggiose battaglie, l'impotenza a sostenersi, nel dì 15 di luglio vennero nel consiglio generale di quella città alla risoluzione di darsi liberamente al papa. Il che con patti onorevoli eseguito, vi entrò, e ne prese il possesso Gabriello Condolmieri cardinale di Siena, e poscia vi venne per legato Alfonso cardinale di Spagna.
Abbiam veduto nel precedente anno papa Martino d'accordo colla regina Giovanna: si mutò scena nel presente. Contra di lei cominciò il papa a favorire gl'interessi di Lodovico III duca d'Angiò e conte di Provenza, giovane ch'era poco prima succeduto a Lodovico II suo padre defunto, che avea spediti i suoi ambasciatori a Firenze per prestare ubbidienza a papa Martino[2484]. La cagione, per cui il papa era disgustato colla regina, fu perchè tornato Ser-Gianni Caracciolo gran seniscalco a Napoli, pien di veleno contra di Sforza gran contestabile, cominciò a nimicargli la regina, e la trattenne dall'inviar soccorsi di gente e di danaro a Sforza nella guerra che abbiam veduta poco fortunatamente da lui fatta a Braccio nell'anno antecedente, ancorchè il papa ne facesse calde e frequenti premure. Chiamato a Firenze Sforza, il pontefice Martino gli comunicò in segreto il suo disegno contra della regina; fors'anche vi fu maggiormente acceso da Sforza per vendicarsi del Caracciolo. Venuta dunque la state, si mosse Sforza con quanta gente potè raccogliere; e, passato nel regno di Napoli[2485], andò, nel dì 18 di giugno, ad unirsi col figliuolo Francesco, e con Michele e Foschino suoi parenti, che lo aspettavano alla Cerra col resto de' suoi combattenti; ed, inalberate le bandiere di Lodovico d'Angiò, si scoprì nemico della regina. Niun danno fece, finchè, avvicinato a Napoli, non le ebbe inviato per due trombetti il bastone e le insegne del contestabilato, e fatto esporre che o trattasse d'accordo coll'Angioino, oppure che si aspettasse la guerra. Manca il verisimile a ciò che scrive il vescovo Campano[2486], cioè che Sforza entrasse in Napoli, e, fatta chiamare la regina ad una finestra di Castello Nuovo, le rinunziasse le insegne, e caricato di villanie da essa, l'obbligasse, con farle tirar contro alcune freccie, a ritirarsi. Accampossi col suo esercito Sforza presso a Napoli nel luogo del Formello, aspettando che giugnesse per mare la flotta di Lodovico d'Angiò, per operar seco di concerto. Intanto precorsa la fama di questo principe, il quale avea assunto il titolo di re di Sicilia, che così continuavano ad intitolarsi i re di Napoli, chiunque era della fazione angioina diede principio alle novità, e si ribellarono non poche terre del regno. Ma prima che venisse Sforza, e si trovassero in questa brutta apparenza di cose, e con timore di peggio, la regina ed il Caracciolo, siccome informati de' preparamenti dell'Angioino, aveano preso lo spediente d'inviar ambasciatori al papa per pregarlo d'interporsi in questa briga, e d'impedire gl'ingiusti insulti che si ammannivano contra di lei dal duca d'Angiò. Non avea peranche il papa alzata la visiera, mostrandosi neutrale in sì fatta turbolenza; ma l'ambasciatore, che fu Antonio Caraffa, soprannominato Malizia, uomo accortissimo, non tardò a scandagliar ben l'animo pontificio, e a scorgere che da quella parte non era da sperare alcun sussidio ai bisogni della regina; e in fatti era menato a spasso con sole belle parole. Ossia dunque che nascesse a lui in mente, come alcuni vogliono, un altro ripiego[2487]; oppure che egli ne portasse seco da Napoli l'ordine e la plenipotenza: certo è, che, avendo fatta vista di tornarsene a Napoli, allorchè fu a Piombino, imbarcatosi in una galea, andò a trovare il giovanetto Alfonso re d'Aragona, Sardegna e Sicilia, per implorare l'aiuto suo in favore della regina.
Qui è da sapere che il re Alfonso, in cui non so se maggior fosse l'elevatezza della mente o il desiderio della gloria, un gran valore e una mirabile attività, avea già pensato a segnalarsi per tempo coll'acquisto della Corsica. Perciò nel precedente anno con una flotta di trenta galee e quattordici navi passò nel suo regno di Sardegna[2488], e finalmente piombò sopra il porto di Bonifazio, luogo fortissimo e il più caro che si avessero i Genovesi. Stupendo, ostinato fu quell'assedio, di cui ci lasciò una descrizione Pietro Cirneo[2489], e durò ben nove mesi. Era già ridotto quel castello all'agonia, quando Tommaso da Campofregoso doge o governatore di Genova, armate sette navi sotto il comando di Batista suo fratello, le spinse in Corsica, per salvare un sito di tanta importanza. Fecero delle maraviglie i valorosi Genovesi, e dopo fiero combattimento riuscì loro, non ostante la terribile resistenza de' Catalani, d'introdurre, sul principio di gennaio, un bastevol soccorso in Bonifazio, in guisa che fu costretto il re Alfonso a ritirarsi da quell'assedio. Non so dire s'egli fosse tuttavia in Corsica, oppure altrove, allorchè se gli presentò il Caraffa per impegnarlo al soccorso della regina, qualora il duca d'Angiò movesse l'armi contra di lei. Fece sulle prime Alfonso lo schivo; ma pensando che il regno di Napoli sarebbe una bella giunta al suo regno di Sicilia e agli altri suoi Stati, per consiglio ancora de' suoi cortigiani si lasciò vincere, e diede mano al trattato. Passò qualche mese per digerirlo in lontananza, e per istabilir le condizioni, non essendosi dimenticato Alfonso di richiederle ben vantaggiose alla sua corona. Restò dunque convenuto che egli fosse adottato per figliuolo dalla regina Giovanna, affine di succedere dopo la di lei morte; e che intanto egli fosse dichiarato duca di Calabria, e per sicurtà de' patti mettesse presidio in Castello Nuovo e Castello dell'Uovo. Ora mentre queste cose si trattavano, Lodovico d'Angiò, fatte armare in Genova sei navi comandate da Batista da Campofregoso, unì con esse sette sue galee, e ben provveduto di viveri e di gente, nel dì 15 d'agosto, felicemente arrivò al porto di Napoli[2490]; pagò circa quaranta mila fiorini d'oro alle truppe di Sforza, al quale si diede, in questi tempi, la città d'Aversa, conquista di gran momento per la guerra. Maggiormente allora fu da lui e da Sforza stretta d'assedio Napoli, ed in essa furono anche una notte vicini ad entrare per tradimento; ma eccoti comparire al lido, nel dì 6 di settembre[2491], dodici galee e tre galeotte del re Alfonso; dicono altri che egli si trasferì colà in persona. Per trovarsi inferiori i legni de' Genovesi, prima che egli giugnesse, se n'erano tornati a casa. Sforza col duca d'Angiò gran battaglia diede per impedire lo sbarco de' Catalani; ma in fine fu astretto a battere la ritirata e condursi ad Aversa. Sbarcato Alfonso, la regina il riconobbe per suo figliuolo adottivo, gli consegnò Castello Nuovo, il creò duca di Calabria. Così terminò l'anno presente nel regno di Napoli, ma con essersi molte terre e baroni levati dall'ubbidienza della regina.
Quali imprese facesse in quest'anno Filippo Maria Visconte duca di Milano, non bisogna chiederlo al Corio. Egli poco ne seppe. Differisce questo scrittore all'anno 1422 la conquista di Cremona; ed essa succedette nel presente anno, ciò ricavandosi da Matteo Griffonio[2492], e insieme da Andrea Biglia[2493] e da Marino Sanuto[2494]. Gabrino Fondolo tiranno di quella città, veduta già perduta la maggior parte delle sue castella, e che poco capitale potea farsi del soccorso degli alleati, non si volle aspettare addosso, all'aprirsi della campagna, l'esercito del Carmagnola. Perciò nel gennaio di quest'anno prese accordo col duca di Milano, lasciandogli Cremona per trentacinque mila fiorini d'oro, e con patto di ritenere per sè Castiglione, e di poter godere di quanti beni egli possedea. Non gli mancavano dei tesori, e certo li vagheggiava con gran cupidità il duca; pur questi la fece per ora da galantuomo, e gli osservò la parola della franchigia a lui accordata, aspettando di fare il resto ad altro tempo. Andò poscia costui, siccome dicemmo, al servigio de' Bolognesi. Era in collera esso duca con Pandolfo Malatesta per l'aiuto dato in addietro a Gabrino, pretendendo rotta ingiustamente da lui la tregua o pace stabilita da papa Martino. Infatti, essendo ricorso Pandolfo al papa per aiuto, non ne riportò se non de' rimproveri, per avere mancato ai patti. Nè i Fiorentini si vollero mischiare ne' fatti di lui. Vi restavano i Veneziani, creduti protettori del Malatesta. Ma, oltre al trovarsi eglino impegnati in questi tempi nella guerra del Friuli, erano essi disgustati per la morte data dai Malatesti a Martino da Faenza lor capitano, come accennammo all'anno 1416. Laonde l'accorto duca seppe così ben fare, che gl'indusse nel febbraio dell'anno seguente ad una tregua vicendevole per anni dieci, con promettere i Veneziani di non impacciarsi negli affari di Pandolfo. Altro dunque non vi fu che Carlo Malatesta signor di Rimini, e fratello d'esso Pandolfo, che gl'inviò in quest'anno un poderoso aiuto di tre mila cavalli e di molta fanteria, sotto la condotta di Lodovico Migliorati signore di Fermo; cosicchè Pandolfo giunse a formare un'armata di circa otto mila combattenti. Già il conte Francesco Carmagnola colle milizie duchesche era in campagna sul territorio di Brescia, quando nel dì 8 di ottobre si azzuffarono gli eserciti nemici. Il valore e la fortuna del Carmagnola furono superiori, e vi restò con altri nobili di conto prigioniere lo stesso signor di Fermo, al quale poco appresso il duca non solamente restituì la libertà, ma vi aggiunse ancora di molti regali. Fu particolare in Filippo Maria Visconte una tal magnanimità, e ne vedremo degli altri esempli. Questa vittoria e la tanto cresciuta potenza del duca fecero oramai conoscere al marchese Niccolò d'Este signor di Ferrara, Modena, Reggio e Parma che il duca, voglioso di ricuperar tutto ciò che aveano posseduto i suoi maggiori, e massimamente il duca Gian-Galeazzo suo padre, per le due ultime città gli avrebbe mossa guerra[2495]. Per ischivarla mosse da saggio un trattato di accordo, per cui si convenne nel mese di novembre che il marchese, cedendo al duca per sette mila fiorini d'oro Parma, riterrebbe in suo dominio la città di Reggio; e fu eseguita questa convenzione. Durarono poi le ostilità del Carmagnola sul Bresciano, e restò maggiormente bloccata Brescia dalle armi del Visconte; ma niuna importante impresa ne seguì nell'anno presente.
Intanto più che mai felicemente procedeva la guerra de' Veneziani in Dalmazia, in Friuli e nelle vicinanze[2496]. Conquistarono essi Cataro, Traù, Spalatro ed altri luoghi in Dalmazia; si rendè loro la città di Feltro, Spilimbergo, Valvasone ed altre terre in Friuli. Ma ciò che maggiore risalto diede all'armi loro fu l'acquisto della città d'Udine, dove il valoroso lor generale Filippo degli Arcelli fece la sua entrata nel dì 7 di giugno. Tralascio altri progressi dei Veneziani, che in così poco tempo ricuperarono quasi tutta la Dalmazia, e divennero per la prima volta padroni della bella provincia del Friuli. Allora il patriarca Lodovico, trovandosi per le sue sconsigliate bravure spogliato di quel nobile Stato, ricorse a papa Martino, il quale spedì a Venezia legati per sostenere gl'interessi del patriarcato. Ma quei legati non erano cannoni, e però non fecero breccia alcuna nello animo de' veneti vittoriosi, che si teneano ben cara un'estensione sì rilevante della loro signoria. Fin qui era dimorato in Firenze il romano pontefice, onorato e servito da tutti[2497]. Accadde, che quando Braccio venne in quella città, alcuni suoi fautori attaccarono in diversi canti delle strade alcuni versi in lode di Braccio e disprezzo del papa. V'era fra le altre cose:
PAPA MARTINO NON VALE UN QUATTRINO.
E i ragazzi l'andavano cantando per le strade. Il papa, in vece di sprezzare, come fanno i principi di animo grande, questi latrati plebei, o di cercarne provvedimento proprio, talmente se ne indispettì, che fin d'allora determinò di mutare stanza; e per quanto gli fosse poi detto, non si potè tenere. Adunque nel dì 9 di settembre[2498] si partì di Firenze con grande onore, e nel dì 20 fu in Siena. Di là passò a Viterbo, e giunse nel dì 28 a Roma, dove nel dì 30 fece magnificamente la sua entrata con plauso di tutto il popolo romano.
NOTE:
[2478] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2479] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 18. Campan., Vita Brachii., tom. 19 Rer. Ital. Cribellus, Vita Sfortiae, tom. eod.
[2480] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2481] Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2482] Corio, Istoria di Milano.
[2483] Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.
[2484] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2485] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2486] Campanus, Vita Brachii, tom. 19 Rer. Ital.
[2487] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2488] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2489] Petrus Cyrnaeus, Histor. Corsic., tom. 24 Rer. Ital.
[2490] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2491] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2492] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2493] Billius, in Histor., tom. 19 Rer. Ital.
[2494] Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2495] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.
[2496] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2497] Leonardus Aretinus, Hist., tom. 19 Rer. Ital.
[2498] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.
Anno di CRISTO MCCCCXXI. Indiz. XIV.
MARTINO V papa 5. SIGISMONDO re de' Romani 12.
Gran copia di aderenti avea Lodovico III duca d'Angiò nel regno di Napoli[2499]. Spezialmente prevaleva la sua autorità nella Calabria, dove pendevano dai suoi cenni le città di Cosenza, Bisignano, Rossano, Santa Severina, San Marco, Crotone, Policastro ed altre terre, al governo delle quali inviò Francesco figliuolo di Sforza. Non erano molte le forze della regina Giovanna e del re Alfonso per resistere a questo avversario, sostenuto dal papa e dall'invitto Sforza. E quand'anche avessero potuto resistere, ne mancavano loro per cacciarlo fuori del regno. Durante dunque il verno fra le maniere di fortificare la lor fazione, fu creduta la migliore e più spedita di chiamare in loro aiuto Braccio, la cui riputazion nel mestier delle armi era celebre in questi tempi per tutta l'Italia. Pertanto gli spedirono l'invito con ingorde promesse di ricompensa[2500]. Braccio, dopo aver fatto il ritroso per maggiormente avvantaggiar le sue cose, finalmente condiscese a condizione che la regina lo investisse e metesse in possesso della città di Capoa e del suo principato, boccone da principe; e che il creasse contestabile del regno[2501]. Tutto gli fu accordato; e dacchè egli ebbe spedita gente a prendere il possesso di Capoa, (benchè il Campano sembri credere ciò seguito più tardi) tutto allegro cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue genti, colle quali in fine si inviò in persona alla volta del regno di Napoli, avendo prima voluto sicurezza dalla regina di ducento mila fiorini d'oro per pagare le truppe. Essa parte ne fece sborsare, parte diede per mallevadori i mercatanti fiorentini[2502]. Mentre queste cose si trattavano, il re Alfonso, nel mese di febbraio diede una scorsa al suo regno di Sicilia, ch'egli non avea peranche veduto. Sbarcò a Palermo, e poscia andò visitando Messina e le altre città di quel fiorito regno: il che fatto, se ne tornò a Napoli per assistere alla regina contro gli sforzi di Lodovico d'Angiò e di Sforza. Entrò ancora nel regno colle sue forze il prode Braccio, e sulle prime s'impadronì di Solmona, di Sangro e d'altre terre. Poscia speditamente marciò ad Aversa per sorprender ivi, se potea, l'Angioino, sapendo che Sforza col meglio dei suoi era lungi di là. Ma non gli andò fatta. Sforza corse ad Aversa, ed, assicurata con buon presidio la città, rendè inutili i disegni dell'avversario. In questi tempi Jacopo Caldora, uno di quei baroni che avea prese l'armi contro la regina Giovanna, ed abbondava di coraggio e di soldatesche, allorchè Sforza si credeva di avere in lui il più fedel collegato, venne a scoprirsi di fede instabile, guadagnato da Braccio, con cui unì in fine le forze sue: colpo che sconcertò non poco gl'interessi di Lodovico d'Angiò e di Sforza. Braccio intanto col Caldora se n'andò a Napoli, e vi giunse nel punto che anche il re Alfonso con bella flotta e buon rinforzo d'armati nel dì 26 di giugno sbarcò in quel porto. Incredibile fu in Napoli l'allegrezza per la venuta di questi campioni, e favoritissimo fu l'accoglimento fatto a Braccio dalla regina e dal re.
Attendeva in questi tempi papa Martino V, già restituito a Roma, a dar sesto a quella città. Ma non sapeva egli digerire, che la regina Giovanna, senza farne consapevole il romano pontefice suo sovrano, non che senza chiederne il consenso, avesse adottato in figliuolo il re Alfonso, la cui mente e potenza già gli facea paura. Molto più si accese di sdegno allorchè vide Braccio suo vassallo impugnar le armi contra del duca d'Angiò da sè favorito, e cominciar la fabbrica di maggiore ingrandimento, che potea essere un dì troppo pregiudiziale agli Stati della Chiesa. In questi tempi venne il duca di Angiò a Roma, per rappresentare al papa lo stato assai dubbioso, se non anche pericoloso, de' suoi affari, e per chiedere aiuto. Gli diede il pontefice quel rinforzo che potè di denaro; ed ordinò a Tartaglia, che era al suo soldo, di andarsi ad unire a Sforza con cinquecento cavalli e qualche fanteria di sua condotta. Scrisse ancora un breve nel dì 29 di giugno[2503] ai signori sì ecclesiastici che secolari del regno di Napoli, comandando loro di non pagare alla regina i tributi, e di non ubbidire ai di lei ministri; ma non tralasciò intanto di procurare aggiustamento fra le parti[2504]. A questo fine inviò a Napoli nel settembre i cardinali di Sant'Angelo e del Fiesco, che trovarono l'osso troppo duro; e pare che se ne andassero senza aver nulla fatto. Il bello era che ne' medesimi tempi cominciò la regina a pentirsi di aver chiamato ed adottato il re Alfonso[2505], e per via di Bernardo Arcamone cominciò a trattar segretamente con Lodovico d'Angiò e Sforza: il che penetrato dal re Alfonso, gli diede un'incredibil gelosia. Per questa dubbietà di animi nulla di riguardevole succedette nel resto dell'anno fra le due nemiche armate, le quali, dopo varii movimenti, saccheggi e scaramuccie, si ridussero ai quartieri d'inverno. Si credeva ognuno di goder ivi la quiete[2506], quando all'improvviso il re Alfonso e Braccio, per levarsi l'impaccio della Cerra, luogo già occupato da Sforza, otto miglia lungi da Napoli, vi andarono a mettere l'assedio, e cominciarono colle bombarde ed altre macchine a bersagliar quella terra. Accorsovi Sforza con cinquecento cavalli, vi spinse dentro Santoparente ed altri dei suoi bravi parenti Cotignolesi con ottanta cavalli, i quali fecero tal difesa, che, disperando il re di vincere la pugna, ascoltò volentieri proposizioni d'accordo. Per onor suo fu ritrovato il ripiego che gli assediati esponessero la bandiera del papa, per la cui riverenza il re mostrò di ritirarsi. Scrive bensì il Campano[2507] che Cerra gli si rendè, ma verisimilmente in ciò egli prese abbaglio. Soggiornando intanto il duca d'Angiò e Sforza in Aversa, e trovandosi con esso loro Tartaglia, antico nemico, e poco fa divenuto amico di Sforza, insorsero sospetti di mala fede contro di lui, e che egli avesse tenuto intelligenza di un tradimento con Braccio. Se fossero veri o falsi cotali sospetti, nol saprei dire. Sappiamo di certo ch'egli fu preso, e posto ai tormenti, nei quali dicono che confessò il delitto; laonde gli fu tagliata la testa. Confessa il Campano che Braccio trattava male qualunque dei soldati di Sforza che restasse prigioniere; regalava all'incontro e rimandava quei di Tartaglia: stratagemma forse usato da lui per metterlo in diffidenza col duca d'Angiò e con Sforza, siccome infatti avvenne. Ma costò caro al duca, perchè la maggior parte de' soldati di Tartaglia, credendo ucciso a torto il lor condottiere, a poco a poco desertando, si andarono ad arrolare nel campo di Braccio.
Così andavano gli affari di Napoli; nel qual tempo Filippo Maria duca di Milano andava stendendo le ali. La prima sua impresa nell'anno presente fu contra di Pandolfo Malatesta signore di Brescia. Già molte castella di quel distretto erano in mano del duca, e il conte Carmagnola con oste poderosa si preparava a fare del resto. Però, trovandosi troppo inferiore di forze il Malatesta, e stando come bloccato e privo di vettovaglie, capitolò col duca la cessione di quella potente città[2508] per trentaquattro mila fiorini d'oro, che gli furono sborsati. Entrò in Brescia il vittorioso Carmagnola nel dì 16 di marzo, e Pandolfo colla testa bassa se ne tornò a casa sua. Aveano i maggiori del Visconte signoreggiata la città di Genova. A Filippo Maria premeva di non essere da meno; e però in quest'anno si diede più che mai a far pratiche per mettervi il piede; e soprattutto l'animavano all'impresa i fuorusciti che erano ricorsi a lui. Tra le speranze dategli da questi, e il trovarsi non pochi degli stessi abitanti in Genova o per malevolenza o per invidia contrarii al governo di Tommaso da Campofregoso, buona disposizione apparve per ottenere l'intento. Ordinato dunque un convenevol esercito sotto il comando del Carmagnola, venuta la state[2509], lo spedì nel Genovesato, premessa la sfida contra del Campofregoso. Non tardò Albenga con altre terre a rendersi. Passò dipoi l'armata sotto Genova, e ne formò da ogni parte l'assedio; ed affinchè non le venisse soccorso per mare, condusse il duca al suo soldo sette galee di Catalani[2510]. Il Campofregoso, che per l'imminente bisogno nel dì 27 di giugno, col consenso de' Genovesi, avea venduto Livorno ai Fiorentini per cento mila fiorini d'oro, non omise diligenza per difendere il suo Stato. Armate ancora sette galee, comandate da Batista suo fratello, le spedì incontro ai Catalani. Ma venuti a battaglia questi legni, ne rimasero sconfitti i Genovesi, e prigione lo stesso Batista: colpo che mise la falce alla radice, e condusse Tommaso a trattar di composizione col Carmagnola, e per mezzo suo col duca. Non ebbe difficoltà il duca di lasciare al Campofregoso il dominio di Sarzana, purchè consegnasse Genova alle sue mani, perchè col tempo non mancano ragioni o pretesti ai conquistatori di ritorsi quello che per misericordia han lasciato sul principio. Promise ancora il duca a Tommaso trenta mila fiorini d'oro, e quindici mila a Spineta Campofregoso altro di lui fratello, acciocchè rendesse la città di Savona, di cui era in possesso. Così nel dì 2 di novembre il Campofregoso non senza lagrime uscì di Genova, e vi fece la sua entrata il conte Carmagnola, che ne prese il possesso a nome del duca, e rimise in casa tutti i fuorusciti e banditi. Di questo passo camminava la fortuna del duca di Milano. Men prosperosa non era quella de' Veneziani[2511]. Essi in quest'anno ricuperarono Drivasto, Antivari, Dulcigno, e quasi tutto il resto dell'Albania. Presero ancora nel Friuli alcune poche castella che avevano resistito fin ora: nella qual congiuntura Filippo degli Arcelli Piacentino, valente lor generale, restò colpito da un verrettone, per cui diede fine ai suoi giorni. E perciocchè il papa fece nuove istanze in favore del patriarca d'Aquileia per la restituzione del Friuli, quel saggio senato rispose che lo renderebbe ogni qual volta fosse rimborsato delle spese della guerra, a cui erano stati forzati dall'inquieto patriarca. Ascendevano queste spese a milioni. Però si venne ad un accordo, per cui fu solamente lasciata allo stesso patriarca la città di Aquileia colle castella di San Daniello e di San Vito. Tutto il rimanente fu, ed è tuttavia, della repubblica veneta, con essere cessata tutta la potenza temporale del patriarca d'Aquileia, il quale in addietro, dopo il romano pontefice, era il più ricco prelato d'Italia.
NOTE:
[2499] Cribell., Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital.
[2500] Campanus, Vit. Brachii, tom. 18 Rer. Ital.
[2501] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2502] Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2503] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2504] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2505] Bonincontrus, Annal., tom. eod.
[2506] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2507] Campanus, Vita Brachii, tom. 19 Rer. Ital.
[2508] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[2509] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2510] Ammirato, Istoria Fiorentina, lib. 18.
Anno di CRISTO MCCCCXXII. Indiz. XV.
MARTINO V papa 6. SIGISMONDO re de' Romani 13.
Anno di pace per l'Italia fu questo, e però niuno importante avvenimento viene somministrato alla storia. Veggendo il pontefice in gran declinazione gli affari del re Lodovico d'Angiò, e rincrescendogli ormai di gittar tanto danaro per voler sostenere un edifizio che da troppe parti minacciava rovina, prese il partito di trattare un accordo[2512]. Pertanto di nuovo spedì a Napoli i due cardinali legati, se pure n'erano essi partiti, con istruzioni nuove, affinchè trovassero temperamento all'emulazione e guerra dei due re. Alfonso, oltre alla sua naturale accortezza, avea in mano di che far guerra al papa: cioè minacciava tuttodì di far risorgere il tuttavia vivente Pietro di Luna, già Benedetto XIII, condannato dal concilio di Costanza, e di farlo riconoscere di bel nuovo per papa nell'Aragona, Sardegna, Sicilia e regno di Napoli. Perciò fu d'uopo che papa Martino facesse il latino come volle Alfonso. Indusse dunque Lodovico d'Angiò nel mese di marzo a rimettere in mano de' legati Aversa e Castello-a-mare: luoghi che poi da lì a qualche tempo furono da essi cardinali consegnati alla regina Giovanna. Se ne tornò Lodovico a Roma senza danari, senza credito, a vivere, come potè, di ciò che il papa gli diede. Venuto l'aprile, il re Alfonso andò sotto Sorrento e Massa, e gli ebbe a patti, volendo che si rendessero a lui, e non alla regina: azione che alla medesima dispiacque non poco, cominciandosi a conoscere che il figliuolo adottivo s'istradava a far da padrone e ad occupar la signoria. Ma più se ne alterò il suo favorito, cioè Ser Gianni Caracciolo gran senescalco, il quale già mirava in aria il precipizio dalla sua autorità, qualora il re Alfonso crescesse nella potenza e nel comando. Il perchè tanto egli quanto la regina si diedero sotto mano a tirare nel loro partito Sforza Attendolo[2513]; anzi persuasero al medesimo re che util cosa sarebbe il guadagnare questo insigne capitano, perchè tuttavia molti conti e baroni del regno tenevano la fazione angioina, alla quale, con levarle Sforza, si sarebbono tagliate le penne maestre[2514]. Braccio fu quegli che ebbe l'incombenza di trattarne, proponendo un colloquio con esso Sforza. In fatti, confidato Sforza nell'onoratezza di Braccio, animosamente l'andò nella state a trovar nel suo campo. Rinnovarono allora questi due valorosi emuli l'interrotta amicizia, e per due ore ebbero insieme una conferenza, in cui dicono che Braccio sinceramente rivelò all'altro le trame da lui fatte col conte Niccolò Orsino e con Tartaglia contra di lui. Quivi ancora fu conchiuso che Sforza fosse rimesso in grazia di Giovanni e d'Alfonso, cedendo loro l'importante luogo della Cerra. Ciò fatto, si restituì Braccio sollecitamente a Perugia, invogliato di sottoporre al suo impero Città di Castello, dove era invitato dai fuorusciti. Comparve d'avanti a quella città colle sue milizie, e giacchè i Fiorentini, suoi singolari amici, chiudevano gli occhi alle di lui conquiste, ne imprese l'assedio. Si sostennero que' cittadini finchè videro tutto preparato per un generale assalto, ed allora esposero bandiera bianca; e così Braccio n'entrò senza maggiore sforzo in possesso. Scrive il Buonincontro, ed è seco Leodrisio Crivello, che in tal congiuntura Braccio fece un'irruzione in quel di Norcia, e poi del Lucchese, ricavandone grandi somme d'oro. Ma, per conto del tempo, può essere che s'ingannino. Abbiamo già veduto appartenere agli anni addietro il danno da lui recato a que' due territorii. Intanto perchè la peste era entrata in Napoli, e la regina col re Alfonso ritiratasi a Gaeta, quivi soggiornava colla sua corte, Sforza si portò colà, e fu ben ricevuto sì da lei, come dal gran senescalco Caracciolo. Non così dal re Alfonso, che in questo prode uomo trovava un impedimento ai disegni della sua ambizione. Le apparenze dell'accoglimento fattogli da esso re furono belle, ma si stette poco a scoprire ch'egli il mirava di mal occhio; e però tanto più la regina e il Caracciolo si strinsero collo stesso Sforza. Andavano pertanto ogni giorno più crescendo le loro gelosie, ed erano da amendue le parti gli animi turbati; laonde fu di mestieri venire ad una composizione, per cui si dichiarò che Sforza servisse di difensore del regno non meno alla regina, che al re, ed egli fosse tenuto a prendere le armi pel primo d'essi che il chiamasse in suo aiuto. Dopo di che Sforza colle sue genti andò a passare il verno a Villafranca presso Benevento, e poscia alla città di Troia.
Altro non si sa che facesse in questo anno Filippo Maria duca di Milano, se non empiere di sospetti i rettori di Firenze[2515] sì per l'acquisto fatto di Genova, come per gli altri patti stabiliti con Tommaso da Campofregoso, che non potesse vendere se non ai Genovesi Sarzana. Teneva inoltre al suo soldo Angelo dalla Pergola, rinomato condottier di armi, che stanziava in questi tempi col suo corpo di gente su quel di Bologna. Crebbero perciò le gelosie de' Fiorentini, gente che sapea adoperare il microscopio negli affari del mondo. Venuto in oltre a morte nel dì 25 di gennaio[2516] Giorgio Ordelaffi signore di Forlì, con lasciar successore nel dominio Tebaldo suo figliuolo in età d'anni nove, la cui tutela fu assunta da Lucrezia sua madre, figliuola di Lodovico Alidosio signore d'Imola; corse a mischiarsi negli interessi di quella città il duca di Milano. Di più non ci volle per accrescere sempre più le gelosie de' Fiorentini; e però, quantunque il duca spedisse a Firenze ambasciatori per dissipare queste ombre, e proporre una lega, nulla ne seguì. Rincrebbe ancora ai Fiorentini l'aver esso duca trattata e conchiusa lega col cardinale legato di Bologna. Nel dicembre di quest'anno inviò il medesimo duca per governatore di Genova[2517] il valoroso suo generale conte Carmagnola, ed intanto attendeva a far gente: lo che mise in sospetto anche i Veneziani. Scrive il Sanuto[2518] che Asti, non so come, venne in quest'anno in potere di esso duca. Merita eziandio di esser fatta menzione che nell'anno presente si cominciarono per la prima volta a vedere in Italia i cingani o cingari, gente sporca ed orrida di aspetto, che contava di molte favole della sua origine, fingeva di andare a Roma a trovare il papa, e che intanto viveva di ladronecci. Capitarono costoro a Bologna[2519] nel dì 18 di luglio, e poscia a Forlì[2520] col loro capo, a cui davano il titolo di duca. Motivo oggidì potrà essere di ridere, se dirò che costoro diceano d'avere per patria l'Egitto, che il re d'Ungheria, dopo aver presa la lor terra, volle che andassero nello spazio di sette anni pellegrinando pel mondo. Spacciavano le lor donne l'arte d'indovinare; e chiunque si dimesticava di farsi strologar da esse, vi lasciava il pelo. Sappiamo altronde che questa canaglia si sparse per la Germania, e andò fino in Inghilterra, e tuttavia ne dura la semenza in Italia. Furono in quest'anno travagliate dalla peste molte città d'Italia. Niuna buona guardia, come ho detto altrove, si faceva allora dai disattenti Italiani per impedire l'ingresso o tagliare il corso a questo morbo micidiale; e però, entrato in un luogo, agevolmente si dilatava per gli altri.
NOTE:
[2511] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2512] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2513] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2514] Cribell., Vita Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Vita Brachii, tom. eod.
[2515] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 18.
[2516] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Ammirat., ubi supra. Poggius, Hist., lib. 5, tom. 20 Rer. Ital.
[2517] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXIII. Indiz. I.
MARTINO V papa 7. SIGISMONDO re de' Romani 14.
Se crediamo al Rinaldi[2521], terminò i suoi giorni in quest'anno Pietro di Luna, già antipapa Benedetto XIII, ostinato nello scisma, e sprezzatore dei decreti e delle censure della Chiesa universale raunata nel concilio di Costanza. Morì nella fortezza di Paniscola nel regno di Valenza; e l'avviso di sua morte avrebbe recata somma allegrezza a papa Martino e alla corte romana, se non fosse soppraggiunta un'altra nuova, che i due soli restanti cardinali di lui aveano osato di eleggere un nuovo antipapa, cioè Egidio Mugnos o Mugnone, canonico di Barcellona, a cui diedero il nome di Clemente VIII. Ma il Rinaldi anticipò di un anno la morte di costui, e però dirò il resto all'anno seguente. Basterà per ora sapere che Alfonso re d'Aragona quegli fu che per suoi politici motivi tenne sempre vivo l'antipapato di Pietro di Luna per avere uno spauracchio da valersene contra di papa Martino, a cui non cessava di chiedere esenzioni e grazie. Anche nell'anno presente fece egli istanza per l'investitura del regno di Napoli, giacchè la regina Giovanna l'avea adottato per figliuolo. Ma non mancò fermezza al pontefice per negargliela, asserendo egli di non poter far questo torto a Lodovico d'Angiò, a cui competevano giusti titoli sopra quel regno. Avea esso pontefice, per adempiere i decreti del concilio di Costanza, intimato il concilio generale da tenersi in questo anno a Pavia. E in effetto si diede principio a quella sacra assemblea in essa città, ma con meschino concorso di prelati. Entrata colà la peste, fu il concilio trasferito a Siena. Neppur quivi andò innanzi, siccome diremo, perchè il suddetto re volea mettere in campo le pretensioni di Pietro di Luna per far dispetto al papa: lo che obbligò papa Martino a differire a miglior tempo la tenuta del destinato concilio. Di questa sua perversa politica s'ebbe ben presto a pentire Alfonso. Quanto più in questo principe cresceva l'avidità d'impadronirsi del regno di Napoli, tanto più egli scorgeva crescere la diffidenza della regina, ed essergli contrario il gran senescalco Caracciolo. Ora, giacchè buona parte del regno per valore di Braccio era venuta alla di lui divozione, determinò di fare il resto col mezzo della violenza, e di ridurre la regina Giovanna nello stato in cui già la vedemmo sotto Jacopo conte della Marca. Gli storici a lui parziali attribuiscono la risoluzione alle insolenze e ai maligni consigli del suddetto gran senescalco Caracciolo, che ruppe ogni buona armonia fra lui e la regina[2522]. Fatto dunque chiamare a sè il medesimo Caracciolo, benchè vi andasse armato di salvocondotto, pure il trattenne prigione nel dì 22 di maggio, ed immediatamente cavalcò al castello di Capuana per far lo stesso giuoco alla regina, che ivi dimorava. Per buona fortuna prevenuta essa da un segreto avviso di un suo familiare dell'imminente pericolo, ebbe tempo di far chiudere la porta del castello in faccia ad Alfonso, e non tardò a spedir più messi l'un dietro all'altro, a Sforza, allora dimorante fuor di Napoli a Mirabello, implorando il suo aiuto. Diede alle armi Sforza, e, raunati quanti potè de' suoi, si mise in viaggio alla volta di Napoli, e, giunto al Formello, trovò circa quattro mila tra cavalli e fanti del re Alfonso, inviati per impedirgli il passo. Erano gli Aragonesi tutti ben a cavallo, tutti superbamente vestiti, e superiori troppo di numero, perchè quei di Sforza si trovavano mal vestiti, e con cavalli magrissimi, e poco più di mille tra fanti e cavalli. Pure egli animosamente si spinse innanzi, ed attaccò la zuffa nel dì 30 di maggio. Fu atroce, fu lungo il combattimento; ma finalmente essendo sbaragliati gli Aragonesi, circa cento venti dei più nobili, oltre a moltissimi ordinarii soldati, rimasero prigionieri; di modo che quei di Sforza si rimisero bene in arnese sì di abiti che di cavalli e d'armi.
Dopo sì lieto successo Sforza si presentò alla regina, che l'accolse come suo angelo tutelare, e nel castello rassegnò tutti i prigioni. Poscia, senza perdere tempo, marciò colle sue genti alla volta d'Aversa, dove trovò quel vice-castellano catalano[2523], il quale, sbigottito per la nuova della rotta data al re suo padrone, oppure guadagnato con quattro mila fiorini, da lì a non molto capitolò la resa di quella città. Ora, mentre Sforza stava a quell'assedio, giunsero nel dì 11 di giugno a Napoli otto navi grosse e ventidue galee di Alfonso, nelle quali destinava il re di mandar la regina Giovanna prigioniera in Catalogna[2524]. Ne fu avvertito Sforza, e spedì tosto Foschino Attendolo con cinquecento cavalli a fin d'impedire lo sbarco; ma non bastò la resistenza di così piccolo numero di gente a sostener la forza troppo superiore dei Catalani, i quali entrarono nella città. Neppur lo stesso Sforza, che colà arrivò il giorno seguente, contuttochè bravamente combattesse più ore, potò respignerli; anzi toccò a lui d'abbandonar Napoli, e di ritirarsi nei borghi, dove si accampò. In questa occasione il re Alfonso, per intimorire ed occupare i Napoletani, temendo che si sollevassero, bruciò quella parte della città che è contigua al Castello Nuovo. Allora Sforza, veggendo in istato sì pericoloso gli affari, tratta fuori del castello di Capuana la regina, la condusse alla Cerra, e di là ad Aversa. Col cambio poi di varii dei suoi prigionieri riscattò Ser-Gianni Caracciolo, il quale non lasciò per questo il suo mal animo verso del benefattore Sforza; al contrario della regina, la quale per ricompensa donò a Sforza Trani e Barletta, due città della Puglia. Tornato che fu il gran senescalco alla corte in Aversa, la regina Giovanna, preso consiglio da lui, da Sforza e da varii giurisconsulti, dichiarò il re Alfonso decaduto dal diritto della figliuolanza per colpa della sua ingratitudine, ed elesse per suo figliuolo Lodovico duca d'Angiò, il quale usava anche il titolo di re, allora abitante in Roma. Venne il duca ad Aversa a trovar la regina, che l'accolse con buon cuore; ma intanto il castello di Capuana si rendè al re Alfonso; con che egli restò interamente padrone di Napoli. Con tutto ciò, perchè l'adozione del suo avversario, pubblicata per tutta l'Europa, facea gran rumore, e chiaro appariva che vi avea avuta mano papa Martino, Alfonso, diffidando del popolo di Napoli, pensò di tornarsene in Catalogna; e tanto più, perchè era minacciato di guerra in quelle parti per la nemicizia dei Castigliani, e in oltre s'udiva allestirsi in Genova un gagliardo stuolo di legni contra di lui per ordine di Filippo Maria duca di Milano, che dianzi s'era collegato colla regina Giovanna e con papa Martino. Pertanto mandò lettere a Braccio, ch'era allora all'assedio dell'Aquila, pregandolo di venir colle sue forze a Napoli; ma Braccio, che avea altri disegni, sperando di far sua la ricca città dell'Aquila, muovere non si volle, e solamente gl'inviò Jacopo Caldora con un corpo di gente che parve bastante unito coi Catalani a tenere in freno i Napoletani[2525]. Ora il re Alfonso nel dì 15 d'ottobre, avendo lasciato per governatore di Napoli l'infante don Pietro suo fratello, con dieciotto galee si mise in mare, e nel viaggio prese e saccheggiò l'isola d'Ischia. Fece ancora di peggio. Nel passare avanti a Marsilia, città allora del duca d'Angiò nemico suo, per vendicarsi di lui, all'improvviso tentò un'impresa che parve temeraria, eppure gli riuscì: tanto era egli ardito e sprezzator de' pericoli. Se ne stavano i Marsiliesi senza guardia, perchè senza apprension di nemici all'intorno, quando ecco Alfonso sopravvenir colla sua flotta, rompere la catena del porto, sorprendere quanti legni ivi si trovarono, ed attaccato il fuoco a parte della città, mettere tal terrore in essa, che il popolo corso all'armi non potè durarla contro di lui. Per tre giorni andò tutta a sacco quella ricca città; immensa fu la preda, e fra le altre cose tutti i vasi preziosi delle chiese, e tutte le reliquie del corpo di san Lodovico vescovo furono asportate a Barcellona e Valenza, verso dove Alfonso continuò il suo viaggio, perchè conobbe di non poter tenere quella città.
Vegniamo ora a Braccio da Montone[2526]. Dacchè egli si vide in pieno possesso della nobil città di Capoa e del suo riguardevol principato, siccome uomo pien di grandi idee, e che, appena salito un gradino, pensava a montare più allo, rivolse gli occhi, siccome dicemmo, alla ricca città dell'Aquila; e perchè questa si dichiarò del partito della regina contra del re Alfonso, bella occasione parve a lui questa d'impadronirsene, con isperanza, avuta che l'avesse, di non dimetterla sì presto, anzi di aggiugnerla al suo principato. Ne imprese dunque l'assedio, ma con trovare quel popolo risoluto di difendersi. E perchè egli per soggiogare una terra si ritirò di là per alquanti dì, lasciò campo a quei cittadini di premunirsi ben di viveri, e di rimettere in buono stato le fortificazioni della loro città. Però, tornatovi sotto, con più ardore la strinse; e trovando inutili, anzi dannosi, gli assalti, si preparò in fine a vincerla colla fame. Intanto gli Aquilani con varie lettere e messi imploravano aiuto dalla regina Giovanna. La commiserazione di quel popolo fedele, e più la conservazione di sì importante città per proprio interesse, furono pungenti sproni alla regina per accudir con vigore a preparare il soccorso. Fu mosso Sforza a questa impresa non meno dalle di lei premure, che dalla antica sua emulazione verso di Braccio. Però, quantunque il verno imminente invitasse le milizie al riposo, egli chiamò il figliuol Francesco dalla Calabria, Foschino, Michele e gli altri suoi fidi Cotignolesi colle loro truppe, e si mise in marcia alla volta dell'Aquila con quel successo che si vedrà all'anno seguente. Scrive il Crivelli[2527] avere Filippo Maria duca di Milano già fatto negozio per tirare lo stesso Sforza al suo servigio, e sostituirlo nel generalato al conte Carmagnola, il quale già vacillava nella grazia del duca; e che Sforza avea accettato l'impiego di consenso del papa e della regina, pensando di portarsi a Milano, dacchè avesse liberata l'Aquila. Non so io immaginare ch'egli volesse abbandonare il servigio della regina per altra cagione che per vedersi tuttavia malvoluto e perseguitato dal gran senescalco Caracciolo. Erasi, come già dissi, collegato esso duca di Milano col papa e colla regina Giovanna[2528]. Alle istanze loro fece egli allestire in Genova una poderosa flotta di tredici galee, e di altrettante navi con altri legni, non senza querele de' Genovesi, perchè questo armamento costò a quella comunità ducento mila genovine. Con questa flotta, nel dì 14 di novembre, si unirono sei galee e una galeotta del re Lodovico di Angiò, armate di Provenzali, e due altre alle di lui spese si armarono in Genova. Quando si credeva che ammiraglio di essa flotta avesse da essere l'invitto conte Francesco Carmagnola governatore allora di Genova, arrivò colà, spedito dal duca per comandarla il conte Guido Torello: del che ognuno si stupì e dolse non poco. A noi sono ignoti i motivi per li quali s'era raffreddato l'amore del duca verso del Carmagnola, mirabile condottier d'armi, a cui principalmente dovea esso duca l'esaltazione sua. Certo è che di questa diffidenza e di tal trattamento si dolse e sdegnò oltre misura il Carmagnola, nè tarderemo molto a vederne gli effetti. Non si dee tacere che prima di questi tempi lo stesso duca, siccome principe che macinava sempre pensieri di maggiore ingrandimento, cominciò ad imbrogliar la quiete della Romagna. Già vedemmo dopo la morte di Giorgio Ordelaffo signore di Forlì preso il comando di quella città da Lugrezia figliuola del signor d'Imola a nome di Tebaldo suo picciolo figliuolo[2529]. S'aveano a male i Forlivesi che gl'Imolesi concorsi colà in folla facessero addosso a loro i padroni. S'ebbe anche a male il duca di Milano, che Lugrezia non si volesse dipartire dall'amicizia de' Fiorentini, e passar nella sua lega. Laonde, nel dì 14 di maggio, il popolo di Forlì si mosse a rumore, prese le porte e le fortezze della città, e mise sotto buona guardia la suddetta Lugrezia, la qual poi ebbe la maniera di ritirarsi a Forlimpopoli, con aver fatto credere di voler consegnare quella terra alle genti del duca di Milano. Allora i Forlivesi chiamarono in aiuto le genti d'esso duca, comandate da Angelo dalla Pergola, le quali, entrate in quella città, fecero finta d'andarvi a nome del papa, oppure di Niccolò marchese di Ferrara, e di guardarla pel fanciullo Tebaldo. Certo è che allora il papa e il duca passavano di buona intelligenza fra loro. Diedero perciò all'armi i Fiorentini[2530]; e preso per loro generale, nel dì 23 d'agosto, Pandolfo Malatesta signore di Rimini, lo spedirono in Romagna con assai forze per sostenere il partito di Lucrezia. Tacque l'Ammirati, ma non tacquero già gli Annali di Forlì, nè Andrea Biglia[2531], che nel dì 6 di settembre il popolo di Forlì con presidio duchesco mise in rotta le genti dei Fiorentini, con farne prigioniera la metà d'esse: lo che fece maggiormente divampar la guerra tra il duca e i Fiorentini, i quali cercarono allora di collegarsi coi Veneziani[2532]. Spedirono per questo ambasciatori a Venezia; ma non trovarono favorevole alle lor dimande Tommaso Mocenigo doge, uomo vecchio ed amante della pace. Curiosissime sono le aringhe di questo doge, rapportate dal Sanuto, perchè ci fan tra le altre cose vedere qual fosse allora l'opulenza dell'inclita città di Venezia, e quali le forze di cadauno dei principi che allora signoreggiavano in Italia. Ma poco stette a terminare la gloriosa sua vita il doge suddetto, essendo venuto a morte nell'aprile di quest'anno, e in suo luogo fu eletto Francesco Foscaro, personaggio inclinato alla guerra.
NOTE:
[2518] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2519] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2520] Chronic. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2521] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2522] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribell. Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital.
[2523] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2524] Cronica di Sicilia, tom. 24 Rer. Ital.
[2525] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribellus, Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2526] Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.
[2527] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2528] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2529] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2530] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2531] Billius, Hist., pag. 63, tom. 19 Rer. Ital.
[2532] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXIV. Indizione II.
MARTINO V papa 8. SIGISMONDO re de' Romani 15.
Si sciolse in quest'anno il concilio generale, cominciato con poco concorso in Siena, per varie difficoltà quivi insorte[2533]; laonde papa Martino determinò che il medesimo si avesse a celebrare da lì a sette anni in Basilea. Nell'anno presente[2534] diede veramente fine al suo vivere l'ostinato Pietro di Luna, cioè l'antipapa Benedetto XIII. L'età di novant'anni, a cui era giunto, ci porge motivo di credere che non da veleno, come corse voce, ma dai troppi anni procedesse la morte sua. A lui fu da due soli anticardinali dato per successore Egidio Mugnos o Mugnone, canonico; e costui, tutto che ridicolo pontefice, non lasciò di crear nuovi cardinali, e di esercitar le funzioni da papa: tutto per suggestione di Alfonso re d'Aragona, il quale, col mantener quest'idolo, volea tenere in apprensione il pontefice Martino V, e ricavarne a suo tempo dei vantaggi. Ma fra le cose che maggiormente angustiavano l'animo d'esso pontefice, era il duro assedio della città dell'Aquila, continuato già per più mesi da Braccio suo nemico, temendosi oramai la caduta di quella città nelle di lui mani. Se ciò succedeva, Roma sarebbe venuta a restar come bloccata da Braccio, uomo non mai sazio d'acquisti, e padrone dall'una parte di Perugia e d'altre città, e dall'altra di Capoa, dell'Aquila e di altri luoghi. Pertanto papa Martino, oltre al sollecitare continuamente la regina Giovanna e Sforza al soccorso, inviò anche ad esso Sforza tutti gli aiuti di gente armata che egli potè raunare. Erasi dunque mosso questo prode capitano coll'esercito suo verso la metà di dicembre dell'anno precedente con ferma speranza di giugnere a tempo alla liberazion dell'Aquila[2535]; e nel cammino avea sottoposti al suo volere Lanzano ed Ortona, dove celebrò la festa del santo Natale. Quivi, dato riposo alla armata, nel dì 4 del gennaio dell'anno presente al dispetto del verno marciò con tutta la gente innanzi per passare il fiume Pescara, là dove sbocca nel mare. Valicò egli intrepidamente quelle acque insieme con Francesco suo figliuolo, seguitato da quattrocento cavalli, coi quali esso Francesco mise in rotta un corpo di nemici posto alla riva opposta. Intanto, essendosi ingrossato il fiume pel flusso del mare vicino, il resto dell'armata si fermò, non osando passare. L'impaziente Sforza, dopo averli colla voce e colla mano indarno chiamati, di nuovo spinse il cavallo nel fiume per tornare di là, ed animar col suo esempio gli altri al passaggio. Ma ritrovandosi in mezzo all'acqua, e veggendo uno dei suoi uomini di armi, oppure un suo caro paggio, che nel voler passare s'affogava, si indirizzò per dargli aiuto. E già l'avea preso colla man destra per sollevarlo, quando al suo cavallo vennero meno i piedi di dietro, se pur non cadde in un gorgo; e Sforza armato, come era, piombò al basso, e quivi lasciò la vita, senza che mai più si trovasse il cadavero suo, che probabilmente fu rotolato nel mare. E questo miserabil fine fece Sforza Attendolo da Cotignola, che da basso stato era salito pel suo raro valore ad un'insigne potenza, e al credito d'uno dei primi generali d'armi che s'avesse allora l'Italia. Lasciò dopo di sè molti figliuoli, bastardi la maggior parte, fra' quali Francesco superò col tempo di gran lunga la gloria del padre. Per la morte sua restò scompigliato ogni disegno di quell'esercito. Braccio stesso, che si trovava allora a Chieti, e, inteso il passaggio di Sforza, già s'era posto in viaggio senza volerlo aspettare, dacchè ricevè la nuova della morte di lui, più che mai vigoroso tornò a strignere d'assedio la città dell'Aquila.
Ora Francesco figliuolo di Sforza dopo la perdita del padre volle accorrere alla guardia delle città e terre già possedute da esso suo genitore, e, lasciato un sufficiente presidio in Ortona, frettolosamente col resto dell'esercito si portò a Benevento; e, trovato che non v'era novità, andò ad Aversa. Quivi con tenerezza e distinzione fu accolto dalla regina Giovanna, la quale, per tener vivo il nome del padre, al cui valore ella era tanto obbligata, ordinò ch'egli da lì innanzi s'intitolasse Francesco Sforza; e dopo avergli confermati i dominii del padre, e datagli buona somma di danaro da pagar le milizie, l'animò a proseguir le cominciate imprese in difesa della sua corona. Intanto era giunta in quelle vicinanze in favore d'essa regina la poderosa flotta genovese, ben provveduta di gente brava e guerriera, che il Crivello[2536] fa consistere in quattordici vascelli, ventitrè galee, tre galeotte, oltre ad altri legni minori. La prima impresa[2537] fu di impadronirsi di Gaeta città ricchissima in quei tempi, dove fecero gran bottino. Ebbero dipoi Procida, Castello-a-mare, Vico, Sorrento, Massa ed altri luoghi. Ciò fatto, si presentarono per mare davanti a Napoli; nel qual tempo anche Francesco Sforza col duca di Sessa e Luigi da San Severino, e con parte delle soldatesche già militanti sotto Sforza suo padre, che volentieri si ridussero sotto le bandiere del figliuolo, si accampò sotto la medesima città. Jacopo Caldora, Berardino dalla Corda degli Ubaldini, Orso Orsino ed altri capitani sotto l'infante don Pietro, fratello del re Alfonso, valorosamente difendeano la città. Ma Berardino, preso il pretesto che non correano le paghe, con licenza dell'infante se ne ritornò a Braccio. La ritirata di questo condottier d'armi, e il vedere che gli altri Italiani erano spesso a parlamento con quei di fuori, fecero talmente montare in collera l'infante, che determinò di bruciar Napoli. E l'avrebbe fatto, se Jacopo Caldora e Cola Sottile non se gli fossero opposti colle buone e colle brusche, tanto che depose quella crudel risoluzione. Da lì innanzi don Pietro non si fidò più del Caldora, e questi, accortosi di essere in pericolo, segretamente trattò accordo col conte Guido Torello. Perciò nel dì 12 d'aprile, aperta una porta di Napoli, vi entrarono le schiere genovesi e quelle della regina Giovanna, facendo prigionieri non pochi Aragonesi e Catalani, ma senza inferir danno ai Napoletani. Ciò fatto, misero l'assedio al castello di Capuana, che pochi giorni si tenne e si rendè con buoni patti. Passarono poi sotto Castello Nuovo, dove si era ritirato l'infante don Pietro. Gran festa fu fatta per tale acquisto da chiunque amava la regina; ed allora il giovine Lodovico duca d'Angiò a nome di essa entrò in Napoli. Ma Guido Torello colla flotta genovese, perchè la regina si trovava troppo sprovveduta di danaro da soddisfare al soldo e mantenimento di essi Genovesi, se ne partì[2538], e nel dì 26 di maggio con gran gloria pervenuto a Genova, quivi disarmò. Fu nella suddetta occasione, che avendo il Torello conosciuto di vista Francesco Sforza, giovane, che per tempo mostrava tutte le disposizioni a riuscir quello che poscia divenne col darne vantaggiosa relazione a Filippo Maria duca di Milano, l'invogliò di prenderlo ai suoi servigi, siccome più innanzi vedremo.
Correva già il tredicesimo mese che durava l'assedio dell'Aquila, assedio famoso e minutamente descritto da un rozzo sì, ma veridico poeta di quella città, ch'io ho dato alla luce nel tomo VI delle mie Antichità Italiane, sostenendosi con valore e costanza memoranda, non ostante la fame, da que' cittadini contro tutti gli sforzi di Braccio da Montone. Il conte Antoniuccio dall'Aquila fece delle maraviglie in difesa della patria. Tanto il pontefice Martino, quanto la regina premevano forte per soccorrere quell'afflitta città; ed amendue, avendo unite quante forze poterono, le spedirono alla volta dell'Aquila. Generale di questa armata fu scelto Jacopo Caldora; sotto di lui militavano Francesco Sforza colle milizie sforzesche, Lodovico Colonna colle pontificie, Luigi da San Severino, Niccolò da Tolentino ed altri capitani assai rinomati. Arrivò il Caldora con tutti i suoi alla cima della montagna, da dove si scopriva l'assediata città dell'Aquila e il campo nemico. Braccio, a cui era giunto con grosso rinforzo di gente Niccolò Piccinino, o perchè superbo si facesse beffe dell'esercito nemico, oppure perchè si figurasse, lasciandoli calar tutti al piano, d'averli come in pugno, non volle che si facesse un passo per assalirli nella scesa del monte, ancorchè i suoi capitani gli rappresentassero la facilità di sbaragliarli nelle vie strette di essa montagna. A chi Dio vuol male gli leva il senno. Disposta la fanteria in certi siti con ordine di non muoversi, s'egli non ne dava il segno, colla cavalleria si fece incontro all'armata nemica, già pervenuta al piano[2539]. Attaccatasi la terribil battaglia nel dì 2 di giugno, per più ore si combattè con vicendevole strage di uomini e cavalli. Era stato lasciato il Piccinino con alcune squadre alla guardia della città, affinchè gli Aquilani non uscissero; ma veggendo egli i suoi o piegare o stanchi pel tanto menar delle mani, non si potè contenere, ed, abbandonato il posto, entrò anch'egli colla sua gente nel fiero conflitto. Fu questo la rovina dell'esercito di Braccio; imperocchè il popolo dell'Aquila (e fin le donne, se dice vero il Campano), scorgendo libero il varco, e il soccorso vicino, furiosamente uscì della città, e girando per le colline, si scagliò anche esso addosso al nemico con immense grida, che atterrirono i Bracceschi ed accrebbero il coraggio agli amici. Queste grida e il polverio alzato furono cagione che la fanteria di Braccio, la quale anche s'era perduta in parte a bottinare, non vide e non intese il segnale per muoversi; e però andò in rotta la di lui cavalleria, e Braccio stesso, mortalmente ferito, fu preso con gran copia dei suoi. Andò tutto il bagaglio in preda ai vincitori; la città restò liberata, e Braccio portato mezzo morto nell'Aquila, tardò poco a spirar l'anima, scomunicato com'era[2540]. Fu creduto che la sua ferita venisse dai fuorusciti Perugini, che la volevano sol contra di lui. In questa maniera terminò la vita e la potenza di Braccio Fortebraccio Perugino, personaggio diffamato da alcuni scrittori[2541] per uomo di poca religione, di molta crudeltà e di ambizione smoderata, che in questi ultimi tempi era anche peggiorato nei costumi, col divenire più aspro del solito e sprezzatore d'ogni consiglio. Ma certo non gli si può negar la gloria di essere stato insigne nel mestier della guerra, e forse il maggior generale di armata che allora avesse l'Italia. Da Lodovico Colonna fu portato a Roma il cadavero suo, e vilmente seppellito fuori di luogo sacro. Nè si può esprimere la festa che di tal vittoria fecero i Romani, e massimamente il pontefice, che non solamente si vide libero da un formidabil nemico, ma anche nel giorno 29 di luglio ricuperò Perugia, Assisi e le altre città da lui usurpate, con essere anche tornato in potere della regina Giovanna il principato di Capoa. Giunse poi nel dì 20 di giugno a Napoli la flotta di 25 galee del re d'Aragona, che con alte grida si andò accostando alle mura, e diede in più volte molti assalti al molo picciolo, che bravamente fu difeso dai Napoletani colla morte di assaissimi Catalani. Altro dunque far non potendo quel comandante, nel secondo giorno di agosto cavò di Castello Nuovo l'infante don Pietro fratello del re Alfonso, lasciando in sua vece alla custodia di quella fortezza messer Dalmeo[2542]; e, dopo aver danneggiata la marina, arrivò circa la metà di esso mese insieme coll'infante a Messina. Vi ha chi riferisce all'anno seguente questo fatto. Venuto poi il settembre, esso don Pietro e don Federigo suo fratello fecero vela colla flotta verso l'Africa, per bottinare addosso ai Mori. In una rotta che diedero ad essi ne fecero prigioni più di tre mila.
Mentre queste cose si faceano nel regno di Napoli, si andò sempre più riscaldando la guerra in Romagna tra Filippo Maria Visconte e i Fiorentini[2543]. Troppo di mal occhio miravano questi entrate le armi duchesche in Forlì; perchè l'avere ai confini un principe di tanta potenza, giusta gelosia facea nascere nel cuore di quel molto avveduto popolo. Crebbero maggiormente i dissapori e sospetti, dappoichè le armi del medesimo duca per tradimento misero nel dì primo di febbraio il piede in Imola, e fecero prigione Lodovico degli Alidosi signore di essa città[2544], che fu mandato a Milano. Questi, dopo essere stato parecchi mesi nelle carceri, rilasciato, si fece frate dell'osservanza di San Francesco. Spedirono perciò i Fiorentini Carlo e Pandolfo Malatesti signori di Rimini[2545], e circa dieci mila tra cavalli e fanti in Romagna. Dopo avere l'esercito duchesco, comandato da Angelo dalla Pergola, ridotto in angustia il castello di Zagonara[2546], Carlo de' Malatesti per soccorrerlo s'inviò verso quelle parti. Però si venne ad un fatto di armi nel dì 27 oppure 28 di luglio, in cui sbaragliato restò prigioniere lo stesso Carlo Malatesta, e lasciaronvi la vita Lodovico degli Obizzi da Lucca, Orso degli Orsini da Monte Ritondo ed altri assaissimi. Tre mila e ducento cavalli furono presi, oltre alla perdita del bagaglio. Dopo questo prosperoso avvenimento passò l'armata duchesca all'assedio di Forlimpopoli, e nel dì 13 d'agosto se ne impadronì. Lo stesso fece di Bertinoro, Savignano e d'altre castella di que' contorni. Tolse anche ai Fiorentini Bagno, Dovadola e d'altre terre, e quattro castella nel territorio di Pesaro, ed altre in quello di Rimini. Leggesi minutamente descritta questa guerra da Andrea Biglia scrittore di questi tempi. Fu condotto prigioniere a Milano Carlo Malatesta; ma in vece di trovare nel duca un nemico, vi trovò un magnanimo amico. Tosto fu messo in libertà, accolto con onore ed amorevolezza dal duca, e dopo essere stato ben trattato, nel gennaio dell'anno seguente, caricato anche di regali, se ne tornò libero a casa. Fecegli inoltre restituire il duca tutte le castella a lui prese, con grave danno non di meno di coloro che le aveano rendute, perchè come colpevoli furono ben pelati da esso Malatesta. Con questa generosità trasse il duca nel suo partito i Malatesti. Voce comune fu, che se nel bollore di questa fortuna il duca spigneva le sue armi in Toscana, avrebbe ridotto a mal termine i Fiorentini, perchè Cortona, Arezzo ed altre terre stavano colle mani giunte aspettando chi loro porgesse aiuto per sottrarsi al dominio di Firenze. Ma nulla di più si tentò nell'anno presente, e nel susseguente mutarono faccia le cose. Mandò il duca Filippo Maria nel novembre di quest'anno per governatore di Genova il cardinal Jacopo Isolani[2547]: dal che si avvide il conte Francesco Carmagnola di essere chiaramente decaduto dalla grazia del duca. Portatosi ad Abbiate per avere udienza dal duca, non potè averla, e però indispettito si ritirò ad Ivrea in Piemonte[2548]. Ebbe il duca fra non molto tempo a far gran penitenza di questa sua sconsigliata risoluzione. Perdè egli un gran capitano, ed uno ne provvide ai nemici suoi per propria rovina. Occupò bensì il duca i beni sì feudali che allodiali di esso Carmagnola, i quali il Biglia fa ascendere a quaranta mila fiorini di rendita: guadagno nondimeno da nulla, dacchè in breve vedremo ciò che gli costasse l'aver per nemico un generale di sì gran vaglia. I motivi poi dell'alienato animo del duca a me sono ignoti. Forse l'incontentabilità dei generali d'allora, fattasi conoscere nel Carmagnola, stancò il duca; se pur non volesse talun sospettare che le stesse facoltà sì abbondantemente a lui donate gli facessero guerra nell'animo del duca, siccome fecero una volta a Seneca in quel di Nerone.
NOTE:
[2533] Raynald., Annal. Eccles.
[2534] Vita Martini V, P. II, tom. 3 Rer Ital. Mariana, Histor., et alii.
[2535] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2536] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2537] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2538] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2539] Corio, Istor. di Milano.
[2540] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital. Leonardus Aretin., Hist., tom. eod. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2541] Raynaldus, Annal. Eccles. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. S. Antoninus, et alii.
[2542] Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2543] Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 18. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2544] Billius, Hist., lib. 4, tom. eod.
[2545] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2546] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXV. Indiz. III.
MARTINO V papa 9. SIGISMONDO re de' Romani 16.
Degli affari di Napoli in questi tempi non ho scrittore antico che ne parli; e certo nulla di rilevante occorse in quelle parti. Nè il pontefice Martino mi porge motivo di parlare d'alcuna azione sua appartenente all'Italia. La sola guerra de' Fiorentini col duca di Milano quella è che diede allora pascolo agli amatori delle novelle[2549]. Aveano essi Fiorentini condotto al loro soldo Oddo Fortebraccio figliuolo del già defunto Braccio, e Niccolò Piccinino, che aveano, col radunar le disperse milizie braccesche, messa insieme una picciola armata. Correva il mese di gennaio, quando fu ordinato a questi due condottieri di passar l'Apennino per venire in Romagna ad unirsi colle altre soldatesche fiorentine. Eglino, benchè mal volentieri, in tempo sì aspro si misero in viaggio; ma, giunti in Val di Lamone nel dì primo di febbraio, parte dai paesani di Maradi che presero le armi, e parte dalla gente del duca posta in aguati, furono assaliti, sconfitti e i più fatti prigioni. Vi lasciò la vita il suddetto figliuolo di Braccio valorosamente combattendo[2550], e fra gli altri rimasero prigionieri il suddetto Niccolò Piccinino con Francesco suo figliuolo, Niccolò da Tolentino e il conte Niccola Orsino, che furono condotti a Faenza[2551], giacchè Guidazzo de' Manfredi signore di quella città era allora in buona armonia col duca di Milano. Ma o sia, come alcuni vogliono[2552], che il Piccinino si prevalesse di questa sua disgrazia in favore de' Fiorentini, oppure che il conte Guidantonio da Urbino, o, come vuole il Poggio[2553], lo stesso Carlo Malatesta gli facesse mutar animo: fuor di dubbio è che il signor di Faenza in quest'anno, nel dì 29 di marzo, ripudiata l'amicizia del duca di Milano, ed ottenute vantaggiose condizioni, entrò in lega co' Fiorentini, che mandarono tosto a lui un rinforzo di due mila persone. Mossero nello stesso tempo i Fiorentini contra del duca di Milano Tommaso da Campofregoso già doge di Genova, e signore allora di Sarzana, ed inoltre lo stesso Alfonso re di Aragona, il quale, disgustato di lui e dei Genovesi per la guerra fattagli in Napoli, comandò che la sua flotta ostilmente procedesse contra di Genova[2554]. Comparvero dunque ventiquattro galee catalane nel dì 24 di aprile davanti a Genova, ad alta voce gridando le ciurme: Vivano i Campo Campofregosi, credendo forse che la fazion de' Fregosi facesse movimento. Nulla di ciò seguì; anzi fu in armi tutto il popolo per la difesa, perchè il solo nome de' Catalani, troppo odiati in essa città, bastava a concitar ciascuno contro di quella nazione. Però fecero vela i Catalani alla volta di Porto-Fino, e, saccheggiato quel luogo, andarono poi girando per quelle riviere affin di secondare ed avvalorare i tentativi che nello stesso tempo fece Tommaso da Campofregoso unito con altri fuorusciti di Genova, a' quali riuscì di prendere Rapallo, Recco, Sestri, Moneglia, Castiglione, Chiavari ed altri luoghi. Fece il duca armare in Genova dieciotto galee ed otto grosse navi per opporle ai Catalani, e queste nulla operarono. Gli convenne anche d'inviare cinque mila fanti, comandati da Niccolò Terzo a Sestri, per impedire i progressi del Campofregoso aiutato da' Fiorentini. Ma questa gente, venuta alle mani co' nemici, rimase sconfitta colla prigionia di più di mille persone, e morte di circa settecento. Per tale disgrazia concepì il duca dei sospetti contra di alcuni Genovesi, e li mandò a' confini. Intanto Guido Torello generale dell'armata ducale, ch'era in Romagna, passò in Toscana su quello d'Arezzo, e portò la guerra in casa altrui. Furono in campagna anche le milizie fiorentine; e, passato, nel dì 9 d'ottobre, in vicinanza della terra d'Anghiari, quivi ebbero una gran rotta con perdita o prigionia di moltissimi cavalli e fanti[2555]. Successivamente presso alla Faggiuola rimase disfatto un altro lor corpo d'armati con lasciarvi prigioni più di mille fanti. A queste disavventure s'aggiunse la terza. Rimesso in libertà Niccolò Piccinino, era ritornato al loro servigio; e perchè il tiravano in lungo senza accordargli la sua riferma, come egli ne faceva istanza, perduta la pazienza, all'improvviso si partì da loro colle sue truppe, e si ritirò a Perugia sua patria (forse nella primavera dell'anno seguente), e fu ingaggiato al suo servigio dal duca di Milano[2556]. Per questo, secondo l'uso di questi tempi, si vide dipinto esso Piccinino nel palazzo pubblico di Firenze qual traditore appiccato per un piede. La stessa pena, qualunque sia, patirono[2557] Alberico conte di Cunio, Ardizzone da Carrara, Cristoforo da Lavello ed altri capitani, che in quest'anno si ritirarono dal servigio dei Fiorentini.
Non però fra queste sciagure si avvilì punto l'animo grande di quel popolo. Attesero essi a provvedersi altronde di gente; ma la maggior loro speranza la misero nel soccorso de' Veneziani[2558]. Spedirono dunque a Venezia nel novembre per ambasciatore Lorenzo Ridolfi, oppure, come scrive il Poggio, Palla Strozzi e Giovanni de Medici, che rappresentarono lo stato vacillante della repubblica fiorentina: caduta la quale, anche la Terra ferma de' Veneziani restava in pericolo di perdersi. Pervennero anche colà gli ambasciatori del duca a sostener le ragioni di lui[2559], e ad impedire il negoziato de' Fiorentini. Mostrò quel saggio senato desiderio che il duca s'acconciasse co' Fiorentini; e il duca non mancò di propor loro pace o tregua; ma nè l'uno nè l'altro piacque ai Fiorentini, i quali co' Veneziani pretendeano che il duca lasciasse Genova in libertà, nè s'impacciasse negli affari della Romagna: al che il duca non seppe acconsentire. Sicchè nell'anno appresso strinsero insieme lega Venezia e Firenze, con obbligazione imposta a' Fiorentini di pagare la metà della spesa, facendosi guerra col duca di Milano. Indubitata cosa è poi che il principal promotore di questa guerra fu il conte Francesco Carmagnola, insigne capitano di questi tempi: tanto seppe egli soffiar nel fuoco, ed accendere l'animo de' Veneti contra del Visconte, i quali già apprendevano che il duca senza freno era dietro ad ingoiare chiunque gli era vicino. Disgustato, siccome dissi, del duca, per colpa nondimeno de' mali arnesi ch'egli teneva in sua corte, arrivò il Carmagnola per gli Svizzeri a Venezia nel dì 23 dì febbraio, travestito con venti famigli e gran tesoro. Ebbe subito da' Veneziani la condotta di trecento cavalli, e l'annua pensione di sei mila ducati. Si sa ancora ch'egli rivelò a quella signoria non pochi segreti del duca: lo che servì ad incoraggirli alla guerra. Mancò di vita per la pestilenza nel luglio di quest'anno[2560] il fanciullo Tebaldo Ordelaffi signore di Forlì, per cagione di cui era insorta la guerra in Romagna. Dimorava in questi tempi[2561] Gabrino Fondolo, già tiranno di Cremona, in Castiglione, forte castello, poche miglia distante da quella città. Entrò in sospetto il duca della sua fede per certi di lui andamenti, e per aver trattato con de' Veneziani. Troppo difficil cosa era il prendere questa volpe nella tana. Ne assunse la cura l'Oldrado suo compadre e caro amico, il quale, condotti seco alquanti armati, passando fuori di Castiglione e fingendo che si fosse sferrato un cavallo, mandò a prendere un marescalco nella terra. Avvisato di ciò Gabrino, mandò ad invitare il compadre, che mostrò d'avere gran fretta e dispiacere di non poterlo vedere. Uscì fuori allora lo stesso Gabrino, e mentre parla all'amico, attorniato dagli armati vien preso. Entrò immantenente l'Oldrado nel castello, imprigionò due figliuoli di Gabrino con tutta la sua famiglia, e s'impossessò, a nome del duca, de' tesori di costui, che erano molti. Condotto Gabrino a Pavia, e processato, fu poi trasferito a Milano, dove sopra un pubblico palco lasciò la testa. Venne in quest'anno al soldo del duca suddetto il giovane Francesco Sforza con mille e cinquecento cavalli, gente valorosa, che avea servito sotto Sforza suo padre. Altrettanto fece anche Giovanni da Camerino, Ardiccion da Carrara ed altri capitani, che aveano abbandonato il servigio de' Fiorentini. E nel settembre[2562] fu assediata la città di Faenza dalle armi del duca, ma senza profitto alcuno.
NOTE:
[2547] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2548] Billius, Hist., lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.
[2549] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 19.
[2550] Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2551] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2552] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2553] Poggius, Hist., lib. 5, tom. 20 Rer. Ital.
[2554] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2555] Billius, Hist., lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.
[2556] Gino Capponi, Coment., tom. 18 Rer. Ital.
[2557] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2558] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.
[2559] Billius, Histor., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.
[2560] Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
[2561] Billius, lib. 4 Hist., tom. 19 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXVI. Indiz. IV.
MARTINO V papa 10. SIGISMONDO re de' Romani 17.
Siamo ora ad un gran fuoco, fuoco acceso nel presente anno in Lombardia contra di Filippo Maria duca di Milano dai Veneziani e Fiorentini collegati ai di lui danni. Dimorava in Venezia Francesco Carmagnola, dimentico affatto delle liberalità a lui usate da esso duca, e del cognome di Visconte a lui conferito, solamente pensando alle maniere di vendicarsi dei torti a lui fatti[2563]. La fama del suo valore e della sua maestria nell'arte della guerra perorava in suo favore. Si aggiunsero i progetti vantaggiosi ch'egli fece a quell'illustre senato, di modo che nel dì 11 di febbraio fu presa la risoluzione di crearlo capitan generale dell'armata di terra con provvigione di mille ducati d'oro al mese per la sua persona. Era egli assai pratico di Brescia, siccome città da lui già conquistata; dentro anche vi avea non pochi nobili amici e dei più potenti Guelfi, fra' quali spezialmente si distinsero gli Avogadri. Dispose egli tutto per involar questa città al duca di Milano, e gliene fu anche facilitata l'impresa dai ministri, che malamente servivano il duca, perchè si lasciava quella città, benchè frontiera, con iscarsa guarnigione, e poco provveduta di vettovaglie, e fin mancando di strame per soli trecento cavalli. All'improvviso dunque con otto mila persone si presentò il Carmagnola davanti a Brescia nel dì 17 di marzo dell'anno presente[2564], ed, essendogli aperta una porta, v'entrò con tre mila e cinquecento cavalli. Ritirossi nella cittadella la gente del duca. Grande fu la letizia del popolo bresciano, perchè era mal soddisfatto del governo e delle gravezze del duca di Milano. Maggior festa di tale acquisto fu fatta in Venezia: nel qual tempo anche Gian-Francesco da Gonzaga marchese di Mantova si dichiarò collegato co' Veneziani, e con circa tre mila cavalli entrò anch'egli nel Bresciano per sottomettere quelle castella. Non andò molto che la maggior parte del territorio di Brescia o spontaneamente inalberò le bandiere di Venezia, o per forza le ricevè. Oltre a ciò, sul fine di marzo spinsero i Veneziani un'armata navale per Po fino a Cremona, dove bruciarono il ponte, e recarono altri danni, per impegnare in quelle parti le milizie duchesche, alle quali ancora diedero una rotta presso la suddetta città di Cremona.
Per l'importante ed impensata perdita della città di Brescia restò sbalordito il duca Filippo Maria, accorgendosi allora, ma troppo tardi, dello sconcio errore commesso in dar occasione al Carmagnola di diventargli nemico. Tuttavia, giacchè in mano de' suoi restava la cittadella nuova e la vecchia di Brescia coi borghi e con altri luoghi forti, si diede al riparo. Vuole il Sanuto che Francesco Sforza si trovasse in Brescia allorchè essa fu presa. Il Corio ed altri fanno in questi tempi lui in Milano, e le sue genti a Monte Chiaro e in altri luoghi del Bresciano. Quel che è certo, egli corse coi suoi e con Niccolò Piccinino a sostenere le preservate cittadelle, e fece quanta guerra potè all'armata veneta, che ogni giorno più andò crescendo nella città, la quale dalla parte del monte restò in potere dei Milanesi, e il resto di essa in mano de' Veneziani, laonde furono fatte di molte barricate e tagliate. Allora fu che il duca richiamò dalla Romagna Angelo dalla Pergola colle sue milizie, e consegnò nel dì 12 di maggio[2565] al legato pontificio le città di Forlì, d'Imola e di Forlimpopoli. Secondo il concerto fatto dai Veneziani col marchese Niccolò di Ferrara, dovea questi impedire il passaggio delle soldatesche ducali, siccome unito in lega coi Fiorentini e Veneziani; e fece in fatti non poca opposizione alle medesime al fiume Panaro. Ma perchè esse in fine trovarono maniera di passare a Vignola, fu creduto ch'egli tenesse segreta intelligenza col duca di Milano. Per lo contrario, liberati i Fiorentini dalla guerra in Toscana, non tardarono ad inviare Niccolò da Tolentino con quattro mila cavalli e tre mila fanti a Brescia[2566]; con che s'ingrossò forte l'esercito del Carmagnola. Credesi che fosse parere d'esso Niccolò che si facesse un profondo fosso intorno alle cittadelle di Brescia, affinchè non vi potessero penetrare altri aiuti del duca di Milano; e il pensiero fu eseguito. Però andò bensì, sul fine di maggio, Guido Torello, spedito dal duca con quattro mila cavalli, tre mila e cinquecento pedoni, ed assaissimi balestrieri genovesi, menando gran copia di vettovaglie per provvedere al bisogno delle cittadelle. Ma se gli fecero incontro il Carmagnola e il marchese di Mantova con isforzo non inferiore di gente, talmentechè egli, non osando di tentare il passo, si ridusse a Monte Chiaro. Crebbero intanto le forze de' Veneziani, perchè in loro aiuto marciò il signor di Faenza con mille e ducento cavalli, Lorenzo da Cotignola con novecento cavalli, e Giorgio Benzone signor di Crema con quattrocento lance e trecento fanti. In oltre condussero i Veneziani nella lor lega, sul principio di luglio, Amedeo duca di Savoia, al quale, secondo il Guichenone[2567], accordarono tutte le conquiste ch'egli facesse dalla parte sua dello Stato di Milano. Che anche Gian-Giacomo marchese di Monferrato si collegasse contra del duca, l'abbiamo dal Corio e da Benvenuto da San Giorgio. Sicchè da tutte le parti restò assediato e battuto dai nemici il duca di Milano. Chi vuol vedere l'Italia provveduta d'insigni capitani e condottieri d'armi, non ha che da fissar l'occhio nel secolo di cui ora trattiamo.
Intanto ogni di più andavano guadagnando in Brescia le armi venete. Nell'agosto ebbero la porta delle Pile[2568]; nel settembre quella della Garzetta con altri serragli e borghi. Dopo di che si diedero a bersagliar colle bombarde le cittadelle. Nel dì 21 d'esso settembre comparvero circa otto mila combattenti del duca per tentare il soccorso, ma furono con loro non lieve perdita respinti. Si rendè poi la cittadella nuova di Brescia; ed essendosi sostenuta la vecchia sino al dì 10 di novembre, capitolò anch'essa la resa, qualora per tutto il dì 20 d'esso mese non fosse soccorsa. Però, venuto quel giorno, entrarono in possesso d'essa l'armi venete, dopo una espugnazione delle più memorande che succedessero in Italia, minutamente descritta da Andrea Biglia e dal Redusio[2569]. Era in pena il pontefice Martino[2570] per questa rabbiosa guerra, non tanto pel suo paterno amore per tutti i cristiani, quanto per benevolenza particolare che egli professava al duca, da cui riconosceva molti benefizii, e massimamente la liberazione di Napoli. Il perchè, secondo il Sanuto, mandò per suo legato a Venezia Giordano Orsino cardinale e vescovo d'Albano, con ordine di maneggiar pace fra i potenti nemici. Ma il Sanuto falla. Niccolò Albergati cardinale di Santa Croce, e vescovo di Bologna, quegli fu che, spedito dal papa, vi andò[2571]. Trattossi per più mesi di questa pace[2572], e finalmente fu essa conchiusa nel dì 30 di dicembre dell'anno presente con varii capitoli favorevoli ad ognuno de' principi collegati; e spezialmente fu accordato che Brescia con tutto il suo territorio restasse in potere e dominio della repubblica veneta. Abbiamo da Giovanni Stella[2573] che nel dì 9 d'aprile dell'anno presente il duca di Milano stabilì pace con Alfonso re d'Aragona, e gli diede in deposito, ossia pegno per sicurezza di sua parola, le castella di Porto Venere e di Lerice; il che dispiacque non poco al popolo di Genova nemicissimo de' Catalani. Ebbero ancora essi Genovesi guerra in mare coi Fiorentini; ed, essendo entrati nel mese di settembre in quella città i fuorusciti coll'eccitare una sedizione, furono valorosamente respinti e ricacciati fuori da quei cittadini. Quiete si godè in quest'anno nel regno di Napoli[2574]; se non che la regina Giovanna con dei pretesti mandò il campo addosso al conte di Sarno, e gli tolse Sarno, Palma ed altri luoghi: tutto ciò per compiacere al papa, che desiderava di accomodar di quelle terre Alberto conte di Nola di casa Orsina, acciocchè egli rilasciasse Nettuno ed Astura ad Antonio Colonna suo nipote, principe di Salerno, siccome avvenne. Procurò in oltre esso pontefice una maggior fortuna ad esso suo nipote, accasandolo con Polissena Ruffa, la quale doveva ereditare il marchesato di Crotone e la contea di Catanzaro, con assai altre terre. Fece il medesimo papa in quest'anno, a dì 24 di maggio, una promozione di dodici cardinali[2575], persone tutte degne della sacra porpora.
NOTE:
[2562] Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.
[2563] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2564] Corio, Istor. di Milano.
[2565] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2566] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 19. Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.
[2567] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2568] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2569] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2570] Poggius, Hist., tom. 20 Rer. Ital.
[2571] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2572] Billius, Histor., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.
[2573] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2574] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. eod.
[2575] Raynaldus, Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCCXXVII. Indiz. V.
MARTINO V papa 11. SIGISMONDO re de' Romani 18.
Nudriva ben Filippo Maria Visconte duca di Milano le stesse idee d'ingrandimento che ebbe Gian-Galeazzo suo padre; ma non accoppiava egli co' desiderii quella prudenza ed accortezza che in suo padre si osservò. Tenea appresso di sè cattivi ministri,[2576] che non gli permetteano di dar udienze, e gli faceano sapere solamente quel tanto che lor piacea. Il peggio era, che, senza sapersi accomodare ai rovesci della fortuna, andava continuamente macinando pensieri di vendetta, cioè cercando le vie di rovinarsi sempre. Ancorchè egli sul principio di quest'anno avesse confermati gli articoli della pace, pure pien di sdegno ad altro non pensava che alla guerra. Ad assodarlo in questo proponimento servì non poco la nobiltà di Milano, la quale, mal sofferendo una pace sì svantaggiosa, fece delle esibizioni per continuar la pugna, purchè il duca desse lor la balia di operare. Accettò egli l'offerta, e volle che questa gli fosse mantenuta; ma non mantenne già egli la condizione proposta: del che mormorò e si lagnò forte quel popolo aggravato oltre misura dal duca, e disgustato dal mal governo. Pertanto allorchè le potenze, collegate contra di lui, in vigor della pace stabilita furono per ricevere la tenuta delle terre ch'egli dovea dimettere nel Bresciano e nel Piemonte, si scoprì che l'incostante duca avea mutato pensiero, nè volea mantenere i patti. Per questa mancanza di fede i Veneziani e Fiorentini, tuttavia ben armati, determinarono di ricominciar la guerra, nè il cardinale Albergati legato della santa Sede, mediator d'essa pace, e personaggio di molta santità, potè impedirlo; anzi, stomacato della leggerezza del duca, si congedò da Venezia, e tornossene al suo vescovato di Bologna. Ricominciossi dunque la guerra per Po, dove il senato veneto inviò un'armata di ventisette galeoni e molti rediguardi[2577], incontro alla quale anche il duca ne spedì un'altra di venti galeoni, tre ganzare grandi incastellate e dodici rediguardi. Avendo questa flotta duchesca ripigliate le Torricelle, s'accostò a Casal Maggiore, che allora era in mano dei Veneziani; e venuto colà per terra _Angelo dalla Pergola _insieme con Niccolò Piccinino conducendo seco sette mila cavalli ed otto mila fanti, nel dì 28 di marzo assediò la stessa terra di Casal Maggiore. Se grandi furono le offese, non minor fu la difesa. Tuttavia fu costretta la terra a rendersi. Passarono i ducheschi sotto Brescello, occupato già dai Veneziani. Ma eccoti, nel dì 21 di maggio, la flotta veneta comparire, ed attaccare colla nemica una battaglia che fu ben aspra. Andò in fine rotta la flotta e gente del duca[2578]. Dopo questa vittoria trovandosi le armate di terra sul Bresciano[2579], nel dì dell'Ascensione succedette un altro fiero fatto d'armi presso Gottolengo con isvantaggio dei Veneziani, perchè vi restarono prigionieri circa mille e cinquecento persone. Nel mese poi di luglio marciò il Carmagnola sul Cremonese, minacciando d'assedio quella città, di modo che lo stesso duca di Milano si portò colà per animare i suoi ad ogni maggior resistenza. Secondo i conti d'Andrea Biglia[2580] storico milanese di questi tempi, circa settanta mila combattenti fra l'una parte e l'altra si videro allora sul Cremonese, fra i quali più di venti mila cavalli: il che fa conoscere come gagliarde fossero allora le forze dell'Italia, benchè a queste armate non concorressero tanti altri principi italiani. Ora nel dì 12 di luglio, benchè l'esercito duchesco fosse sempre inferiore all'altro, pur venne di nuovo alle mani, ma non generalmente coi nemici. Incerto ne fu l'esito, essendovi restati tanto dall'una che dall'altra parte assaissimi prigionieri, e scavalcato nella zuffa lo stesso Carmagnola, il quale dopo il fatto si spinse addosso a Casal Maggiore, e fece così ben giocare le artiglierie, che lo ricuperò con far prigione il presidio.
Gran diversità intanto passava fra i due contrarii eserciti. In quello del duca tutto era discordia, non volendo i capitani cedere l'uno all'altro; e questi erano Angelo dalla Pergola, Guido Torello, il conte Francesco Sforza e Niccolò Piccinino. All'incontro nell'armata veneta il Carmagnola comandava a tutti, e sapea farsi ubbidire non meno dal signor di Faenza, da Giovanni da Varano signor di Camerino, da Micheletto e Lorenzo da Cotignola parenti di Francesco Sforza, e da altri capitani, annoverati da Andrea Redusio[2581], che dallo stesso Gian-Francesco marchese di Mantova: cosa di grande importanza nel mestier della guerra. Il perchè venne il duca in determinazion di creare un capitan generale persona di credito, sotto cui non isdegnassero di stare gli altri suoi condottieri d'armi. Fu scelto per questo grado Carlo Malatesta, esperto, ma poco fortunato, maestro di guerra. Venuto questi al campo, nulla fece di riguardevole per più settimane, finchè, aggirato dagli stratagemmi del Carmagnola, a Macalò nel dì 11 dì ottobre inaspettatamente fu assalito, e trovato coll'esercito mal ordinato, e in parte disarmato (se è vero ciò che hanno il Simonetta e il Corio, ma diversamente è narrato dal Biglia e dal Redusio), fu astretto ad una giornata campale. Interamente disfatti in essa rimasero i ducheschi colla prigionia di cinque mila cavalli e d'attrettanti fanti, e colla perdita di tutto il bagaglio. Lo stesso Carlo Malalesta si contò fra i prigionieri, ma ben trattato dai nemici, perchè cognato del marchese di Mantova; perlochè non andò esente da sospetti di perfidia. Ora questa terribil disgrazia, e l'avere il duca nei medesimi tempi addosso verso il Vercellese Amedeo duca di Savoia, e verso Alessandria Gian Giacomo marchese di Monferrato, e nel Genovesato i fuorusciti, e nel Parmigiano Orlando Pallavicino, tutti confederati ai danni di lui co' Veneziani e Fiorentini, gli mise il cervello a partito, in guisa che ricorse supplichevolmente per aiuto a Sigismondo re de' Romani, e al papa per la pace. Trovavasi allora la potente città di Milano sì ben provveduta d'armaruoli, che, per attestato del Biglia[2582], due soli d'essi presero a fornire in pochi giorni d'usbergo, celata e del resto delle armi quattro mila cavalieri e due mila pedoni. E perciocchè era allora in uso che, a riserva degli uomini di taglia, si mettevano in libertà i prigionieri, dappoichè loro s'erano tolte armi e cavalli (benchè l'aver ciò fatto il Carmagnola, gli pregiudicò non poco dipoi nell'animo dei Veneziani); perciò il duca raunò tosto quanto bastava per impedire il precipizio dei proprii affari. Seppe ben profittare intanto il Carmagnola del calore della vittoria con prendere Monte Chiaro, gli Orci, Pontoglio ed altre terre sino al numero di ottanta nel Bresciano e Bergamasco.
In questi giorni il duca di Milano, per liberarsi dalle forze di Amedeo duca di Savoia collegato co' suoi nemici, comprò la pace da lui con un trattato conchiuso in Torino nel dì 2 di dicembre dell'anno corrente[2583], per cui il duca di Milano cedette all'altro la città di Vercelli, e prese per moglie Maria di Savoia figliuola del medesimo duca. Non piaceva al pontefice Martino, molto meno a Niccolò marchese d'Este signor di Ferrara, che il duca di Milano precipitasse; e però amendue si scaldarono per trattare di pace. Scelta fu per luogo del congresso la città di Ferrara, dove, giunto il piissimo cardinale di Santa Croce Niccolò degli Albergati, legato spedito dal papa, e gli ambasciatori di tutte le potenze interessate in questa guerra, si cominciò a trattare e si trattò per tutto il verno di pace. Nel mese di settembre dell'anno presente, secondo gli Annali di Forlì[2584], oppure nel dì 4 d'ottobre, secondo la Cronica di Rimini[2585], giunse al fine di sua vita Pandolfo Malatesta signore di Rimini, personaggio rinomato per le sue imprese guerriere, e per essere stato padrone di Brescia e Bergamo, per quanto abbiamo veduto di sopra. Non lasciò figliuoli legittimi dopo di sè. Fecero guerra in questo anno i Fiorentini al duca di Milano anche nel Genovesato per mezzo di Tommaso da Campofregoso signore di Sarzana, e dianzi doge di Genova[2586]. Nel mese di agosto condusse questi la sua gente e i fuorusciti fin sotto le mura di Genova; ma non andò molto che fu ributtato da' cittadini, colla perdita delle scale e prigionia di molti. Nel dì 14 di dicembre vi tornò egli con altro sforzo di gente; ma nel dì 28, uscito il popolo di Genova, rimasero prigioniere quasi tutte le di lui schiere, ed egli durò fatica a ritirarsi in salvo.
NOTE:
[2576] Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.
[2577] Sanuto, Istor. Ven., tom. 23 Rer. Ital.
[2578] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2579] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[2580] Billius, Hist., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.
[2581] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.
[2582] Billius, Histor., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.
[2583] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.
Anno di CRISTO MCCCCXXVIII. Indiz. VI.
MARTINO V papa 12. SIGISMONDO re de' Romani 19.
Non so se nel principio di questo anno, come pare che il Simonetta abbia creduto[2587], oppure sul fine del precedente, fosse inviato il conte Francesco Sforza da Filippo Maria duca di Milano alla volta di Genova con alcune schiere d'uomini d'armi per li bisogni di quella città, infestata da Tommaso da Campofregoso e dagli altri fuorusciti. Appena ebbe egli passato il giogo dell'Apennino, che si trovò in certi siti stretti assalito dai contadini di quel paese; fors'anche vi era con loro qualche gente d'essi fuorusciti. Fioccavano i verettoni in maniera, che molti de' suoi vi furono morti o feriti, ed egli costretto a retrocedere, finchè arrivato al castello di Ronco, ed, accolto da Eliana Spinola, potè salvarsi. Si servirono di questa sua disgrazia gli emuli alla corte del duca per iscreditarlo, e far nascere sospetti nella sua fede; sicchè, secondo alcuni, fu messo in castello. Almeno è certo[2588] che fu come relegato a Mortara, dove quasi per due anni soggiornò con gravissimo patimento, perchè non correano le paghe, nè gli mancavano altri aggravii, senza ch'egli potesse mai persuadere al duca la sua innocenza. Dicono che se non era il conte Guido Torello, da cui venne protetto sempre, due volte la vita corse pericolo. La sua pazienza vinse poi tutto, perchè fece conoscere non aver egli mai avuto animo di passare al servigio de' Veneziani o Fiorentini. Continuò la guerra anche nei primi mesi di quest'anno, con avere il vittorioso conte Carmagnola prese non poche castella nel Bergamasco, e portato il terrore sino a quella città. Intanto in Ferrara il marchese Niccolò unito col buon cardinale Albergati vescovo di Bologna, si studiava a tutto potere di condurre alla pace le potenze guerreggianti. Erano alte le pretensioni del senato veneto, siccome quello che avea favorevole il vento; e mostrandosi inesorabile, esigeva che il duca cedesse, oltre alla già perduta città di Brescia, ancor quelle di Bergamo e Cremona. Sì caldamente e fortunatamente il cardinale e il marchese maneggiarono l'affare, che finalmente nel dì 18 d'aprile (l'Ammirati[2589] dice nel dì 16) si conchiuse la pace. Il principale articolo d'essa fu la cessione della città di Bergamo col suo distretto, e di alcune terre e castella del Cremonese alla repubblica veneta. I Fiorentini, che tanto aveano speso in questa guerra, non guadagnarono un palmo di terra. Fu anche accordata la restituzione di tutti i beni tolti dal duca al Carmagnola, con altri articoli e patti, distesamente riferiti da Marino Sanuto nella sua Storia[2590]. E tale fu il guadagno che ricavò in questa seconda guerra lo sconsigliato duca di Milano. Egli ratificò ed eseguì puntualmente così fatto accordo, e ritornò per un poco la quiete in Lombardia.
Ebbe in quest'anno papa Martino V delle inquietudini[2591]. Nella notte precedente al dì 2 di agosto gl'instabili Bolognesi, che s'erano ingrossati forte in occasion della vicina guerra, sotto pretesto d'essere mal governati e molto aggravati dai ministri pontificii, si levarono a rumore, cioè la fazion di Batista da Canedolo, unita cogli Zambeccari, Pepoli, Griffoni, Guidotti ed altri. Prese l'armi anche la fazione di Antonio Bentivoglio, che allora dimorava in Roma, per opporsi all'altra in favore della Chiesa; ma rinculata lasciò il campo agli avversarii. Fu messo a sacco il palazzo del cardinale legato, il quale se ne andò poi con Dio; e la città tornò ad essere governata dagli anziani e confalonieri del popolo. Salvo castello San Pietro, castello Bolognese, Cento e la Pieve, tutte le altre terre e castella seguitarono o per amore o per forza l'esempio della città; e Luigi da San Severino venne per capitano de' Bolognesi. A questo avviso Carlo Malatesta signor di Rimini corse a sostenere castello San Pietro e castello Bolognese. Niccolò da Tolentino capitano di genti d'armi, che in questi tempi, passando pel Bolognese, volle lasciar la briglia ai suoi per saccheggiare il paese, restò sconfitto a Medicina dai Bolognesi, con perdita di quattrocento cavalli e di molti carriaggi, facendosi ascendere il danno suo a sessanta mila fiorini d'oro. Per cagione di tal novità papa Martino condusse al suo soldo Ladislao figliuolo di Paolo Guinigi signore di Lucca con settecento cavalli, i quali, giunti nel dì 15 di settembre sul Bolognese, si diedero immantinente al saccheggio del territorio. Ma, perchè era troppo poco al bisogno, il papa, con permissione della regina Giovanna, ottenne che Jacopo Caldora, uno dei più sperti capitani del regno di Napoli, venisse a quella danza con un grosso corpo di soldatesche. Però nel dicembre arrivò l'esercito pontificio ad accamparsi in vicinanza di Bologna, e, rotto il muro dalla parte del barbacane di San Giacomo, tentò anche l'entrata nella città; ma ne fu respinto. In questi tempi[2592] venuta a Napoli la regina Giovanna, conducendo seco l'adottato suo figliuolo, cioè il re Lodovico d'Angiò, perchè Ser-Gianni gran senescalco nol vedea volentieri in Napoli, tanto fece che il mandò in Calabria, dove ridusse quasi tutte quelle contrade all'ubbidienza della regina Giovanna. Oltre a ciò, esso senescalco, perchè temeva della potenza di Jacopo Caldora, cercò la maniera di obbligarselo, con dare per moglie ad Antonio figliuolo di lui una sua figliuola, siccome ancora nell'anno seguente una altra ne diede a Gabriello Orsino fratello di Gian-Antonio Orsino principe di Taranto, cioè dell'altro signore più potente nel regno di Napoli: coi quali parentadi egli seguitò a sostenersi nella sua autorità, benchè odiato quasi da tutti. Fecero nel dì 9 di maggio dell'anno presente[2593] i Genovesi pace col re d'Aragona e Sicilia, per cura del duca di Milano loro signore, il quale mandò al governo di quella città Bartolomeo Capra arcivescovo di Milano. Ma poco stette ad entrar colà ancora la peste, che infierì non poco nel basso popolo. Fu essa anche in Venezia. Nell'ottobre il duca di Milano celebrò le sue nozze con Maria di Savoia, ma nozze che nol doveano arricchire di prole alcuna.
NOTE:
[2584] Annal. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
[2585] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2586] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2587] Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.
[2588] Corio, Istoria di Milano.
[2589] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2590] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2591] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod.
[2592] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2593] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXIX. Indiz. VII.
MARTINO V papa 13. SIGISMONDO re de' Romani 20.
Felice riuscì quest'anno alla Chiesa di Dio, perchè in fine si schiantarono affatto le radici del non mai ben estinto in addietro scisma d'Occidente[2594]. Dopo tante difficoltà incontrate fin qui con Alfonso re d'Aragona, il quale volea vendere con proprio vantaggio l'antipapa Egidio Mugnos ossia Mugnone, che tuttavia ostinato risedeva nel castello di Paniscola, riuscì al buon papa Martino, per mezzo del cardinale di Fox suo legato, di vincere l'animo del re, e d'indurlo ad abbandonare quell'idolo. Perciò Egidio, deposte le usurpate insegne del papato, venne, sul fine di luglio, ad una solenne rinunzia, ed ebbe per grazia di essere creato vescovo di Maiorica. Portatane la nuova a Roma, riempiè di giubilo quella sacra corte, e tutti i buoni del cristianesimo. Durava intanto la ribellione di Bologna[2595], e Jacopo Caldora generale del papa, con cui era unito Antonio de' Bentivogli, la teneva ristretta, badaluccando e dando varii assalti, ma in vano tutti. Seco ancora fu Niccolò da Tolentino, che cercava le maniere di rifarsi contra de' Bolognesi dell'affronto e danno patito nell'anno antecedente, e prese loro Castelfranco. Buona parte del presente anno seguitò questa guerra, e varii tentativi furono fatti in Bologna dai parziali della Chiesa e del Bentivoglio per darsi al papa, ma che costarono la vita a chi gli ordì o ne fu complice. Finalmente, dopo essere stati a parlamento più volte gli ambasciatori di Bologna coi ministri del pontefice, nel dì 30 d'agosto si venne ad un accordo, per cui Bologna ritornò alla ubbidienza del papa con alcuni capitoli vantaggiosi a quel popolo. A tenore di questo aggiustamento, nel dì 25 di settembre entrò in quella città il cardinal Conti legato, che ne levò l'interdetto, e ristabilì quivi il governo pontificio. Secondo gli Annali di Forlì[2596], nel dì 12 di dicembre anche la città di Fermo colla rocca tornò in potere di papa Martino V per dedizione di que' cittadini. Altrettanto fece anche Città di Castello in Toscana. Giunse al fine di sua vita in questo anno a dì 14 di settembre[2597] Carlo Malatesta signore di Rimini, mentre si trovava in Longiano, lasciando dopo di sè il credito di essere stato signor savio in pace, ma sventurato in guerra. Gli succederono Roberto, Sigismondo e Malatesta Novello, figliuoli tutti bastardi di Pandolfo Malatesta suo fratello, il primo in Rimini, un altro in Fano ed un altro in Cesena. Passò anche all'altra vita nel dì 19 di dicembre[2598] Malatesta signore di Pesaro, altro suo fratello. Avea questi dopo la morte di Carlo preteso, siccome legittimo, d'escludere i nipoti bastardi dalla di lui eredità, con far anche ricorso per questo a papa Martino. In sua parte nulla ottenne, e solamente servirono le istanze sue a fare che il papa, inviate colà l'armi sue, s'impadronisse d'alcune terre, siccome dirò all'anno seguente.
Ebbero in quest'anno non poche faccende i Fiorentini[2599], perchè volendo imporre la gravezza del catasto a tutti i loro distrettuali, che erano smunti di troppo per la passata guerra, e pretendendo il popolo di Volterra di doverne essere esente, si sollevò e ribellossi. Fecero i priori di Firenze marciare a quella volta Niccolò Fortebraccio, nipote del famoso Braccio, che colle sue genti, dopo la pace del duca di Milano, era tornato in Toscana, ed egli pose il campo intorno alla rivoltata città. Poco tempo potè resistere quel popolo, e, venuto a composizione colla corda al collo, perdè in tal congiuntura molti suoi privilegii, con divenire più pesante di prima il loro giogo. Erano da molto tempo sdegnati essi Fiorentini contra di Paolo Guinigi signore ossia tiranno di Lucca, perchè, dopo aver preso impegno di dare ai lor servigi nella guerra di Lombardia Ladislao suo figliuolo con settecento cavalli, l'avea poi trasmesso al soldo del duca di Milano contra di loro. Venne l'occasione di vendicarsene. Dopo l'impresa di Volterra, per loro segreta istigazione, come fu creduto, si portò il suddetto Niccolò Fortebraccio coi suoi combattenti sul territorio di Lucca, e cominciò a prendere alcune castella, e a mettere a sacco quelle contrade. Spedì il Guinigi a Firenze per pregar quei signori di comandare a Fortebraccio loro soldato che cessasse da tali ostilità; e n'ebbe per risposta, che di loro volontà non s'era fatto quel movimento, e che potevano ben pregare, ma non comandar che cessasse. Intanto il Fortebraccio andava scrivendo a Firenze, dargli l'animo di sottomettere Lucca, e che questo era il tempo di fare un acquisto per tanto tempo desiderato, e non mai eseguito da essi Fiorentini. Proposto nel gran consiglio questo affare, ancorchè non mancassero molti che dissuadessero tale impresa, pure prevalse la gelosia dei più, perchè già si tenevano in pugno Lucca, il cui possesso sarebbe riuscito di mirabil vantaggio ed accrescimento alla loro potenza. Adunque nel dì 15 di dicembre fu determinata la guerra contra di Lucca, e si diedero gli ordini al Fortebraccio d'imprenderla a nome della repubblica: al qual fine il rinforzarono di gente da tutte le bande. Ma, venuto il verno, convenne differir lo sforzo delle ostilità alla stagion migliore. In Genova furono ancora in quest'anno dei disturbi per cagione di Barnaba Adorno[2600], il quale tentò di occupare il castelletto di quella città con un corpo di gente delle ville circonvicine. Andò a voto il suo disegno; e per questa cagione il duca di Milano inviò colà con una man d'armati Niccolò Piccinino valente capitano, che già a gran passi s'introduceva nella grazia e stima di quel principe. Negli stessi tempi[2601] Jacopo Caldora, tornato dalla spedizion di Bologna in regno di Napoli, fu creato dalla regina Giovanna duca di Bari, crescendo talmente la sua potenza, che già comandava a tutto l'Abbruzzo.
NOTE:
[2594] Raynaldus, Annal. Eccles. Bzovius.
[2595] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2596] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2597] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2598] Billius, Hist., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.
[2599] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 19. Billius, Histor., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXX. Indiz. VIII.
MARTINO V papa 14. SIGISMONDO re de' Romani 21.
Intento più che mai papa Martino a ricuperare gli Stati della Chiesa romana, giacchè erano mancati di vita Carlo e Malatesta fratelli de i Malatesti, procurò di profittar della discordia insorta fra i consorti di quella famiglia, con ispedire in quelle parti le sue genti d'armi. Secondo il Biglia[2602], restò egli padrone della ricca e popolata terra di Borgo San Sepolcro, tanto apprezzata da Carlo Malatesta, che dianzi n'era in possesso. Conquistò ancora Bertinoro; e perchè Guidantonio conte d'Urbino secondò l'armi pontifizie in tale occasione, impadronitosi di alcune castella del Riminese, le ritenne poi per sè. Lorenzo Bonincontro aggiugne[2603] che i Malatesti restituirono al papa, oltre al suddetto Borgo San Sepolcro, anche Osimo, Cervia, Fano, la Pergola e Sinigaglia: la qual ultima città fu data dipoi da esso pontefice a Malatesta signore di Pesaro. Nella primavera passarono sul Lucchese le forze de' Fiorentini con gran voglia e speranza di aggiugnere quella città al loro dominio, e la strinsero d'assedio[2604]. Ma non tardarono a conoscere, che gran tempo si richiedea all'impresa, giacchè Paolo Guinigi s'era, il meglio che avesse potuto, preparato a sostenersi[2605], e a vendere caro la propria rovina; oltre di che quei cittadini, benchè mal contenti del di lui governo, pure maggiormente ancora abborrivano quello de' Fiorentini. Filippo Brunelleschi, architetto allora ossia ingegnere di gran credito in Firenze, fece credere ai suoi di avere in saccoccia il segreto per ridurre in breve ai lor voleri i Lucchesi. Consisteva esso in voltare addosso a Lucca la corrente del Serchio, fiume che passa non lungi alle mura di quella città: proposizione impugnata da Neri Capponi e da altri[2606], convinti che gli ingegneri, per conto di dar legge alle acque, sovente formano di bei disegni in carta, che vani poi riescono alla sperienza. Fu nondimeno accettata, e dato principio al lavoro con gran copia di guastatori. Ma i Lucchesi, conosciuta tale intenzione, si premunirono con argini, in guisa tale, che in vece di nuocere alla città, si rivolse il fiume ad allagare il campo de' Fiorentini. Intanto Paolo Guinigi tempestava con lettere e messi gli amici, perchè il sovvenissero in tanto rischio, e massimamente fece ricorso a Filippo Maria duca di Milano e alla repubblica di Siena. Vedevano i Sanesi di mal occhio che i Fiorentini s'insignorissero di Lucca, e spedirono per questo ambasciatori a Firenze; tanto nulla di meno seppero adoperarsi i Fiorentini, che in Siena si ratificò la lor lega, e parve quieto quel popolo. Ma ritrovandosi in essa città di Siena mal soddisfatto de' Fiorentini Antonio Petrucci, ebbe egli delle segrete commessioni di aiutare il Guinigi per quanto potesse; e a tal fine si portò a Milano, dove coi messi del Guinigi attese a muovere quel duca in favore di Lucca. Ne avea gran voglia Filippo Maria. Ma perchè nei capitoli dell'ultima pace v'era ch'egli non si dovesse impacciare negli affari della Romagna e Toscana, gli conveniva stare zitto per non riaccendere la guerra. Tuttavia ricorse ad un ripiego.
Il conte Francesco Sforza, fatta già conoscere colla pazienza sua la sua fede ed innocenza, gli era rientrato in grazia[2607]. A lui fu data l'incombenza di soccorrere Lucca, e gran somma di danaro contata in segreto dal Petrucci, dal ministro del Guinigi e, come fu creduto, anche dal duca, il quale mostrò di licenziarlo dal suo servigio, siccome capitano venturiere, la cui condotta era finita. Con quel danaro il conte Francesco rimise ben in arnese le sue veterane fedeli truppe, e ne assoldò delle altre, e poscia inviatosi alla volta della Lunigiana, come condotto al soldo del signore di Lucca, andò a piantarsi a Borgo a Buggiano. Per la venuta di questo campione sciolsero i Fiorentini l'assedio di Lucca, e si ritirarono coll'armata a Ripafratta[2608], ed intanto crearono lor generale Guidantonio conte d'Urbino. Di questa congiuntura si prevalsero i Lucchesi per riacquistare la lor libertà, giacchè s'intese, o fu finto, che il Guinigi trattava di vendere a' Fiorentini quella città. Intorno a ciò intesisi prima col conte Francesco, misero un dì le mani addosso al medesimo Paolo Guinigi, ed appresso svaligiarono tutto il suo palazzo, nel qual mentre Ladislao suo figliuolo fu anche egli detenuto prigione dal conte Francesco. Il Guinigi con tutti i suoi figliuoli, per le istanze de' Lucchesi, fu condotto al duca di Milano, nelle cui carceri terminò dopo due anni i suoi giorni. Attese intanto la Sforza a ricuperare varie terre del territorio lucchese; ed è ben lecito il credere che gran somma d'oro ricavasse dai Lucchesi per averli doppiamente beneficati, liberandoli dalle unghie de' Fiorentini e dall'interno giogo tirannico del Guinigi. Il bello fu, che anche i Fiorentini, per levar di Toscana questo noioso ostacolo ai loro disegni, ricorsero alla spada d'oro, capace di tagliare ogni nodo. Per coonestare il fatto, si trovò che essendo restato creditore di settanta mila fiorini d'oro Sforza padre del conte Francesco, se gli pagherebbe questo danaro, purchè uscisse di Toscana, e si obbligasse per alcuni mesi di non andare ai servigi del duca di Milano. Pagato il contante, egli passò in Lombardia, e colle sue genti venne ad accamparsi su quello della Mirandola. Minutamente si trova descritta questa guerra da Andrea Biglia[2609]. Indarno mandarono i Lucchesi a Firenze per placare quella signoria. Non sapeano i Fiorentini digerire di aver fatta tanta spesa contra de' Lucchesi, e che in bene de' soli Lucchesi si fosse convertito tutto il loro sforzo. Perciò partito che fu Francesco Sforza, tornarono, come prima, all'assedio di Lucca[2610], e i Lucchesi tornarono a pulsare il duca di Milano per soccorso. Perchè Filippo Maria volea pure aiutarli, e nello stesso tempo parere di non intricarsi in que' fatti, permise che i Genovesi formassero una particolar lega coi Lucchesi, allegando che, secondo i lor privilegii, poteano farla[2611]. Niccolò Piccinino in questi tempi attendeva a sottomettere le terre de' Fieschi e della Lunigiana al duca di Milano. Si mostrò che i Genovesi l'avessero eletto per lor capitano; e questi in fatti colle sue genti d'armi s'inviò verso Lucca, e fu a fronte del campo fiorentino, restando solamente frapposto il fiume Serchio fra le armate. Era di parere il conte di Urbino che non si togliesse battaglia. Venuto di Firenze ordine in contrario, seguì a dì 2 di dicembre un fatto d'armi funesto all'esercito fiorentino, il quale interamente fu rotto con prigionia di mille e cinquecento cavalieri, con perdita di bagaglio e di attrecci, e con altri danni. Il conte Urbino, Niccolò Fortebraccio e gli altri capitani, ben serviti dai lor cavalli, si salvarono chi a Librafatta e chi a Pisa[2612]. Intanto la peste era in Lucca, e non ne era esente Genova, Roma ed altre città, fra le quali anche Firenze. Ora i Fiorentini, avendo spediti i loro ambasciatori a Venezia, faceano gran fuoco per rinnovar la guerra contra del duca di Milano, pretendendo che egli avesse contravvenuto ai patti della pace. Per attestato del Sanuto[2613], nel dì 22 d'agosto fu confermata la lega dei Veneziani e Fiorentini contra del duca di Milano. Nè si dee tacere che in questo anno la città di Bologna, sempre inquieta, perchè divisa dalle fazioni bentivoglia e de' Canedoli, tumultuò[2614], e da Baldassare Canedolo, unito coll'abbate de' Zambeccari, nel dì 17 di febbraio furono barbaramente uccisi nello stesso palazzo degli anziani Egano de' Lambertini, Niccolò de' Malvezzi, ed altri aderenti de' Bentivogli. Per cagione di queste turbolenze il cardinale legato uscì della città e si ritirò a Cento. Arrivò poi nel dì 25 di giugno il vescovo di Turpia colle bolle della legazion di Bologna; e questi, raunate le milizie della Chiesa con Antonio Bentivoglio e con gli altri fuorusciti, cominciò la guerra contro a quella città. Continuarono tutto quest'anno le ostilità, e intanto si trattava d'accordo col papa; ma questo non fu conchiuso se non nell'anno seguente.
NOTE:
[2600] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2601] Istor. Napolet., tom. 23 Rer. Ital.
[2602] Billius, Hist., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.
[2603] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2604] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2605] Billius, Hist., lib. 8, tom. 19 Rer. Ital.
[2606] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[2607] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.
[2608] Chron. Senense, tom. 20 Rer. Ital.
[2609] Billius, Hist., lib. 8, tom. 19 Rer. Ital.
[2610] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.
[2611] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXXI. Indiz. IX.
EUGENIO IV papa 1. SIGISMONDO re de' Romani 22.
Chiamò Dio in quest'anno a miglior vita papa Martino V, essendo succeduta la morte sua nella notte del dì 19 venendo al dì 20 di febbraio, per apoplessia a lui sopravvenuta[2615]. Fu buon pontefice; saviamente governò la Chiesa, e la lasciò libera da un ostinato scisma. Grande obbligazione per conto dell'impero temporale ebbe a lui la santa Sede, perchè era non men amato che temuto. La dianzi sì inquieta e divisa Roma fu per opera sua ridotta ad un'invidiabil pace. Era, a cagion de' torbidi passati, quasi tutto lo Stato ecclesiastico passato in mano di tirannetti; ne ricuperò egli buona parte, ed assodò l'autorità pontificia in quelle città che restarono in mano di varii signori. Nel dì 3 di marzo a lui succedette nella cattedra di san Pietro il cardinal di San Clemente Gabriello de' Condolmieri, di patria Veneziano, volgarmente appellato il cardinal di Siena, perchè fu vescovo di quella città, e prese il nome di Eugenio IV[2616]. Seguì la coronazione sua nel dì 11 d'esso mese, e non già nel dì 12, come vuole il Rinaldi. Poco poi stette a vedersi una di quelle mutazioni che non fu la prima, ed ebbe molti altri esempli dipoi: cioè si scoprì il papa parziale degli Orsini, perchè per opera loro era giunto al pontificato, e, nemico de' Colonnesi nipoti del defunto pontefice. Veramente non fu senza censura in questi tempi la straordinaria cura ch'ebbe papa Martino d'ingrandire ed arricchire la per altro nobilissima sua casa. E papa Eugenio provò, che i nipoti di lui, cioè Prospero Colonna cardinale, Antonio principe di Salerno ed Edoardo conte di Celano[2617], aveano fatto lo spoglio del tesoro ammassato dal loro zio per valersene contra dei Turchi, ed asportata ancora una buona quantità di gioielli e d'altri preziosi mobili spettanti al palazzo apostolico e ad altri luoghi sacri Pertanto cominciò papa Eugenio a procedere contro del tesoriere Ottone e contra del vescovo di Tivoli, già camerieri d'onore di papa Martino; e più di ducento persone adoperate in varii ministeri da esso Martino furono private di vita. Allora fu che il cardinal Colonna uscì di Roma senza licenza del papa nè andò molto che Antonio e Stefano Colonnesi con gran gente armata entrarono nel dì 23 d'aprile in Roma stessa, e presero due porte[2618], figurandosi che la lor fazione si moverebbe a rumore. Volle Dio, che niuno prendesse l'armi per loro; e però, venuti al papa dei soccorsi, fu spinto fuori di città Stefano Colonna, e messo a sacco il di lui palazzo, siccome ancor quelli del cardinal Colonna, del cardinal Capranica e d'altri loro aderenti. Avendo intanto papa Eugenio fatto ricorso alla regina Giovanna[2619], questa gl'inviò Jacopo Caldora con tre mila cavalli, e mille e secento fanti. Era costui la stessa avarizia e molto più della fede e dell'onore gli stava a cuore il danaro. Non passò dunque gran tempo che in vece di far guerra ai Colonnesi, lasciatosi corrompere dai grossi regali d'Antonio principe di Taranto, divenne lor protettore ed amico. Pretende Neri Capponi[2620] ch'egli toccasse cento tredici mila fiorini di quei di papa Martino. Ma perchè seppe anche papa Eugenio giocar di danaro, il Caldora tornò ad assisterlo. Oltre a ciò, i Veneziani e Fiorentini spedirono in aiuto del pontefice Niccolò da Tolentino con un corpo di gente, di maniera che egli potè dar la legge ai Colonnesi ribelli. Trattossi dunque di accordo[2621]; e questo conchiuso, fu solennemente proclamato nel dì 22 di settembre. In vigor d'esso il principe di Salerno rilasciò al papa settantacinque mila fiorini d'oro: salasso che, unito col resto da lui speso in guadagnare il Caldora, gli votò affatto di sangue gli scrigni. Nè qui finì la sua disgrazia. Per attestato di Biondo[2622], teneva egli presidio, non senza biasimo del defunto suo zio, in Orta, Narni, Soriano, Gualdo, Nocera, Assisi, Ascoli, Imola, Forlì e Forlimpopoli. Fu obbligato a dimettere tutto. Diede in oltre occasione questo torbido alla regina Giovanna[2623] di togliere al suddetto Antonio il principato di Salerno, e tutto quanto ella avea dianzi donato, per le continue istanze di papa Martino, ai di lui nipoti nel regno di Napoli: risoluzione non di meno, che non dovette andare esente da taccia d'ingratitudine, perchè quella corona ch'ella portava in capo si potea chiamare un dono d'esso papa Martino. Abbiam già veduto quanto egli avea fatto per lei. Attese ancora il pontefice Eugenio in questi medesimi tempi ad estinguere il fuoco che tuttavia durava per la ribellion di Bologna, giacchè quel popolo concorreva a ritornar alla sua ubbidienza[2624], purchè ottenesse buone condizioni. Ed in fatti le ottenne, perchè il papa, vedendo risorta la guerra fra il duca di Milano dall'una parte, e i Veneziani e Fiorentini dall'altra, giudicò meglio di contentarsi di quel che potè, e di far cessare quel rumore. Adunque nel dì 24 d'aprile si pubblicò in Bologna la pace stabilita da quel popolo col papa, e successivamente v'entrarono i commessarii del papa a prenderne il possesso e dominio.
Erano irritati forte i Fiorentini contra di Filippo Maria duca di Milano, perchè loro avea tolto di mano l'acquisto di Lucca, e perciò di gran premura faceano in Venezia perchè s'aprisse un nuovo teatro di guerra. I Veneziani anch'essi, al vedere il duca sì inquieto e sempre armato, inclinavano a sfoderar di nuovo la spada; e tanto più perchè le esortazioni del Carmagnola e le conquiste fatte nelle precedenti due guerre faceano loro sperare di accrescerle collo imprenderne un'altra[2625]. Mandò bensì il duca ambasciatori a Venezia per giustificare il fin qui operato da lui, e per trattare d'aggiustamento; ma vedendosi i saggi Veneziani menare a spasso con sole parole disgiunte da fatti, finalmente diedero all'armi. Forse il duca non desiderava che questo: cotanto gli stava sul cuore la perdita di Brescia e di Bergamo, e la speranza che la fortuna potesse cangiar faccia per lui. Aveva egli al suo servigio Niccolò Piccinino, ardito e valoroso capitano. Per opera ancora del fu papa Martino V s'era di nuovo acconciato al suo servigio il conte Francesco Sforza[2626], il quale avea assaporata la speranza a lui data delle nozze di Bianca figliuola legittima del duca, in età allora non ancor atta al matrimonio. La prima impresa che tentò il conte Francesco Carmagnola, fu quella di Soncino. Gli fu promessa da quel castellano l'entrata in quella terra, mercè di un grosso regalo di contanti; ma il trattato era doppio. Presentatosi dunque colà il Carmagnola nella mattina del dì 17 di maggio con tre mila cavalli e più di due mila fanti, in vece della porta aperta di Soncino, trovò Francesco Sforza ed altri capitani ducheschi colle loro squadre che gli fecero il che va là. Attaccossi la mischia, e fu un maraviglioso fatto di armi che durò sino alla notte colla totale sconfitta del Carmagnola, il qual forse con soli sette cavalli si ridusse a Brescia. Restaronvi prigionieri circa mille e cinquecento cavalieri, oltre alla fanteria. Il Sanuto[2627] Veneziano sminuisce non poco questa vittoria. Comunque sia, e posto ancora che grande fosse il danno patito in questa lagrimevol giornata dai Veneziani, pure alla lor potenza e borsa non fu difficile l'accrescere in breve, non che il ristorare l'armata loro di terra, con ispedire nello stesso tempo un'altra possente armata navale per Po alla volta di Cremona, comandata da Niccolò Trivisano: alcuni la fanno ascendere a cento legni tra grossi e sottili. Più di dodici mila cavalli militavano allora in Lombardia sotto le insegne venete. Avea anche il duca di Milano preparata la sua flotta navale, il cui capitano era Pacino Eustachio da Pavia. Sen venne questa nel dì 22 di maggio[2628] (il Simonetta dice[2629] nel dì 23) contro la nemica, e cominciò all'ore ventidue, tre miglia lungi da Cremona, la battaglia, che durò sino alla notte, con restar presi cinque galeoni ducheschi. Ma essendo nell'alba del giorno seguente Francesco Sforza, Niccolò Piccinino (il Sanuto nol nomina). Guido Torello ed altri capitani entrati con gran numero di genti d'armi negli stessi galeoni, la mattina suddetta sì bruscamente assalirono i Veneziani[2630], che tutta la lor flotta rimase sterminata, e vennero in potere de' vincitori ventotto galeoni con altre barche, armi e munizioni senza numero, e circa otto mila prigioni. Avea il general Trivisano mandato a chiedere soccorso al Carmagnola, che stava accampato in quelle vicinanze coll'esercito di terra; ma egli punto non si mosse, dicono per avviso furbescamente fattogli dare che l'armata terrestre del duca si metteva in ordine per dargli battaglia. L'autore della Cronica di Bologna[2631], che si trovò presente a questo fatto d'armi, asserisce essere stato quello uno dei più formidabili e mortali che mai si fossero veduti in Po, ed essere stati maggiori i fatti di quel che fu scritto. Certamente incredibile fu il danno patito in tal congiuntura dalla repubblica veneta[2632]. Nè il Carmagnola nel resto dell'anno si attentò a far altra impresa, se non che nel dì 15 d'ottobre, avendo inteso che si facea poca guardia in Cremona, spedì colà un corpo de' suoi, ai quali riuscì di dare una scalata alla picciola fortezza di San Luca e di prenderla. Quivi si mantennero costoro per due dì, senza che il Carmagnola dipoi, tuttochè avvisato, volesse marciare a quella volta, allegando per iscusa di temer degli aguati de' nemici. Parte di quella gente da' Cremonesi fedeli al duca fu presa, e gli altri se ne tornarono al campo. E qui ebbero principio le diffidenze de' Veneziani contra del medesimo Carmagnola.
Nè solamente guerra fu in quest'anno in Lombardia. La sua parte n'ebbe anche la Toscana[2633]. Erano entrati i Sanesi e i Lucchesi in lega col duca di Milano contra de' Fiorentini. In Pisa stessa quel popolo, bramoso di ricuperare la perduta libertà, non era quieto. Ora trovandosi tuttavia nella primavera di quest'anno, cioè prima della guerra veneta, Niccolò Piccinino in Lunigiana[2634], dopo aver tolto Pontremoli a Gian-Luigi del Fiesco, nel dì 22 di marzo comparve sul Lucchese, ed, inoltratosi sul Pisano, cominciò a prendere varie di quelle castella. Passò anche sul Volterrano, siccome uomo speditissimo nelle sue imprese: nel qual tempo anche i Sanesi apertamente mossero guerra a Firenze, ed altrettanto ancora fece Jacopo, ossia Lodisio Appiano signor di Piombino. Erano a mal partito i Fiorentini allora, perchè sprovveduti di esercito e di capitano, e malmenati dal Piccinino, che ogni dì andava prendendo nuove terre, e lor conveniva tener buon presidio in Pisa, Arezzo ed altre città minacciate. Presero pertanto al loro servigio Niccolò da Tolentino e Micheletto Attendolo da Cotignola colle lor genti d'armi. Frequenti erano in questo secolo i condottieri d'armi italiani, annoverati nelle Croniche di Marino Sanuto. Cadaun di questi venturieri conduceva la truppa de' suoi combattenti, chi più chi meno, e prendeva poi soldo dove migliore trovava il mercato. Ma la salute de' Fiorentini altronde venne. Da che i Veneziani con tante forze ebbero aperto il teatro della guerra contro lo Stato di Milano, abbisognando il duca del Piccinino e delle sue truppe, il richiamò in Lombardia, e ne ricevè poi buon servigio, per quanto abbiamo veduto. Aveano essi Veneziani, a fine di far maggior diversione all'armi del duca[2635], e di sovvenire ancora al bisogno de' Fiorentini, inviata nel Mediterraneo a Porto Pisano una flotta di galee e d'altri legni comandata da Pier Loredano, dove si congiunse con altri legni de' Fiorentini. S'incontrò questa nel dì 27 d'agosto in vicinanza di Portofino colla genovese, inferiore di forze, di cui era capitano Francesco Spinola[2636]. Attaccata la battaglia, per tre ore continue rabbiosamente si combattè fra quelle due nazioni ab antiquo nemiche, finchè, superata la capitana di Genova, si dichiarò la vittoria in favore de' Veneziani, colla presa di sette o otto galee[2637], e dello stesso ammiraglio Spinola. Dalla parte ancora del Monferrato fecero guerra al duca di Milano i Veneziani e Fiorentini, avendo tirato nella lor lega Gian-Giacomo marchese di quella contrada, e Bernabò Adorno ribello di Genova e padrone di alcune castella nel Genovesato, il quale nel mese di settembre infestò non poco la Riviera occidentale de' Genovesi. Spedito dal duca a quella volta Niccolò Piccinino nell'ottobre, ebbe la maniera di sconfiggerlo e farlo prigione nel dì 9 di quel mese. Dopo di che, per attestato di Giovanni Stella e del Sanuto, egli rivolse l'armi contra del Monferrato, e durante il verno ridusse quasi in camicia quel marchese[2638] con torgli la maggior parte delle di lui terre, annoverate da Benvenuto da San Giorgio[2639]. Non gli restava più se non Casale di Sant'Evasio con pochi altri luoghi, quando Amedeo duca di Savoia, parente suo e del duca di Milano, s'interpose per aggiustamento. Restò conchiuso che il marchese depositasse quelle poche terre, che restavano in mano sua, in quelle di Amedeo duca di Savoia; il che fu eseguito. Egli poi pieno d'inutili pentimenti incognitamente per gli Svizzeri si portò a Venezia ad implorar l'aiuto di quel senato, e a vivere alle spese dei Veneziani. Il Simonetta[2640] e il Corio[2641] suo copiatore, e, quel che è più, il Biglia attribuiscono l'impresa del Monferrato al conte Francesco Sforza. Potrebbe essere che anche egli intervenisse a quella festa; s'egli poi fosse, o il Piccinino, come pretende il Poggio e Giovanni Stella, autore anch'esso contemporaneo, il principal mobile di quell'impresa, nol saprei dire. Aggiungono bensì tali autori, avere le soldatesche del duca in tal congiuntura commesse tali enormità, sfoghi, incendii e crudeltà contra dei Monferrini, che il raccontarle farebbe orrore.
Era negli anni addietro stato occupato Sigismondo re de' Romani, d'Ungheria e Boemia nelle terribili guerre degli ostinati eretici Ussiti, che sconvolsero lungamente la Boemia, e costarono sangue senza fine[2642]. In quest'anno, giacchè erano in qualche calma i suoi affari della Germania, determinò di venire in Italia per prendere le corone. Arrivò, non so dire se nell'ottobre, oppure nel novembre, a Milano, con seguito di poca gente, accolto con gran solennità da quel popolo, e lautamente spesato dal duca. Curiosa cosa fu il vedere che esso duca Filippo Maria, il quale soggiornava allora a Biagrasso per cagion della peste, quantunque praticasse tutte le maggiori finezze a questo gran principe sovrano suo, pure non si lasciò mai vedere a Milano, finchè vi dimorò Sigismondo, non so se per diffidenza, o per qualch'altro motivo. Certo è che non gli volle mai permettere l'entrata nel castello di Milano[2643]. Egli era una testa particolare. Nel dì 25 del suddetto novembre, festa di santa Caterina[2644], seguì nella basilica di Sant'Ambrosio di Milano la coronazione di Sigismondo, avendogli Bartolomeo Capra arcivescovo posta in capo la corona ferrea. Fermossi poi in Milano nel verno, disponendo intanto il suo viaggio alla volta di Roma. Nei dì 5 di maggio dell'anno presente[2645] i tre Malatesti, che dominavano in Rimini, Fano e Cesena, essendo di poca età, furono in pericolo di perdere la lor signoria per una sollevazione, non so se ordinata da Malatesta signore di Pesaro, oppure dagli uffiziali di papa Eugenio. Solamente apparisce che in questi tempi in Forlì dominava il pontefice. Ne' medesimi tempi Città di Castello assediata da Niccolò Fortebraccio[2646] ebbe soccorso da Guidantonio conte d'Urbino, e restò libera dalle unghie di lui. Furono infestati nell'autunno di quest'anno i Veneziani[2647] nel Friuli dagli Ungheri per ordine del re Sigismondo a petizione del duca di Milano, fra cui ed esso re passava buona corrispondenza ed amicizia. D'uopo fu che il senato inviasse al riparo Taddeo marchese d'Este con altri condottieri d'armi, i quali non perderono tempo a sconfiggere quei barbari, e a farli tornar di galoppo alle lor case. Si diede principio in questo anno al concilio generale di Basilea, presidente del quale fu a nome del papa Giuliano Cesarino, cardinale di gran credito in questi tempi.
NOTE:
[2612] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2613] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2614] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2615] Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Martini V, P. II. tom. 3 Rer. Ital.
[2616] Vita Eugenii IV, tom. eod.
[2617] Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Italic.
[2618] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.
[2619] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2620] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[2621] Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2622] Blondus, Dec. 11, lib. 4.
[2623] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2624] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2625] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2626] Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, cap. 21 Rer. Ital.
[2627] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2628] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.
[2629] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.
[2630] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2631] Cronica di Bologna, ubi supra.
[2632] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2633] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20. Histor. Senens., tom. 20 Rer. Ital.
[2634] Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.
[2635] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.
[2636] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2637] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2638] Poggius, Histor., lib. 6, tom. 20 Rer. Ital.
[2639] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2640] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.
[2641] Corio, Istor. di Milano.
[2642] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2643] Billius, Histor., cap. 9, tom. 19 Rer. Ital.
[2644] Corio, Istor. di Milano. Muratorius, Comm. de Corona Ferrea.
[2645] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2646] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2647] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXXII. Indiz. X.
EUGENIO IV papa 2. SIGISMONDO re de' Romani 23.
Erasi già cominciato in Basilea il concilio generale, ed ogni dì più andava crescendo il concorso de' Padri[2648]; ma poco stette papa Eugenio a pentirsi di averlo permesso in luogo, dove non poteva egli quel che voleva, perchè que' Padri diedero per tempo a conoscere voglia di limitare l'autorità del papa, e di attribuirsi una specie di superiorità sopra di lui. Per questo il pontefice determinò di chiamare a Bologna quel concilio, e ne mandò l'ordine al cardinal Giuliano legato. Ma quei Padri, assistiti dal re dei Romani e da varii altri potentati, furono di sentimento diverso, e vollero continuar le loro sessioni in Basilea; dal che nacque dissensione fra essi e il papa. Di più non ne dico, rimettendo il lettore in questo proposito alla storia ecclesiastica e agli atti di quel concilio. Era calato, siccome già accennai, il re Sigismondo per portarsi anche a Roma a prendere la corona imperiale; ma ritrovò anch'egli degli ostacoli a' suoi disegni. Il papa, oltre all'essere Veneziano, cioè di nazione allora nemica di Filippo Maria duca di Milano, avea de' particolari motivi di sdegno contra di lui, perchè o credea o sapea di certo che nella guerra fattagli nell'anno precedente dai Colonnesi esso duca avea avuta mano. E veggendo ora Sigismondo sì attaccato ad esso duca di Milano, non sapea escludere i sospetti della di lui venuta a Roma. Incagliossi per questo il viaggio di Sigismondo[2649], il quale da Milano passò a Piacenza, e quindi a Parma, con far delle lunghe posate in quelle città. Nè sussiste, come si pensò Benvenuto da San Giorgio, che egli portatosi nel Monferrato, vi soggiornasse gran tempo. Andossene dipoi a Lucca, menando seco ottocento cavalli ungheri e secento del duca di Milano. Il Poggio[2650] gli dà due mila tra cavalieri e fanti di suo seguito. Una delle maggiori premure di questo buon principe era quella di quetare i rumori dell'Italia, e si era anche esibito con calde lettere a trattar la pace fra il duca di Milano e i collegati avversarii. Ma egli ritrovò molto sconcertate le cose in Toscana. Militavano allora contra de' Fiorentini le milizie del duca suddetto e dei Sanesi sotto il comando di Alberico conte di Lugo[2651], con cui erano Bernardino dalla Carda degli Ubaldini, Lodovico Colonna, Antonio Petrucci, Ardizzon da Carrara ed altri capitani, ma discordi fra loro. Michele Attendolo da Cotignola generale de' Fiorentini, e Niccolò da Tolentino lor capitano seppero ben profittare della lor disunione; imperocchè nel dì primo di giugno[2652] venuti con loro alle mani, li sbaragliarono, e fecero prigionieri più di mille cavalli. Io non so come tutto al rovescio è raccontato questo fatto d'armi da Pietro Rosso nella Storia di Siena[2653]. Secondo lui, vincitori furono i Sanesi, e Niccolò da Tolentino vi fu fatto prigione. Comunque sia, nel giorno innanzi era giunto a Lucca Sigismondo, ed ebbe il dispiacere d'intendere che quasi sotto i suoi occhi passarono dopo quella vittoria i capitani de' Fiorentini a dare il guasto al territorio lucchese. Ancorchè essi Fiorentini colle parole mostrassero rispetto alla sacra di lui persona e dignità, pure coi fatti si scoprivano suoi nemici, perchè egli era tenuto per parziale del duca di Milano, e de' Sanesi e Lucchesi loro nemici. Andavano perciò meditando d'impedirgli il passo alla volta di Siena. Ma mentre van consultando, Sigismondo scortato dalle milizie sue, del duca e di Siena, si mise in viaggio, e felicemente arrivò nel dì 11 di luglio ad essa città di Siena, dove fu accolto con incredibil onore e magnificenza da quel popolo, che l'aspettava a braccia aperte. Fermossi Sigismondo tutto il resto dell'anno in quella città, perchè non s'accordavano le pive del papa, con aggravio e doglianze non poche del popolo sanese, a cui costava troppo la sì lunga visita di questo principe, trattando egli intanto di pace, ed ascoltando gli ambasciatori de' Fiorentini, ma senza cavarne alcun sugo. Altri avvenimenti di guerra spettanti a quest'anno in Toscana riferisce il Rossi sopra mentovato nella Storia di Siena, che non occorre rapportar nella mia.
Quanto alla guerra di Lombardia, incredibile strepito fece in Italia ciò che in quest'anno accade al conte Francesco Carmagnola generale della veneta armata, il più accreditato capitano che si avesse allora l'Italia, ma famoso ancora per la sua superbia, onde era probabilmente proceduta anche la sua caduta dalla grazia del duca di Milano. Le ommissioni da lui commesse negli infausti avvenimenti dell'armi venete dell'anno precedente fecero nascere così gagliardi sospetti della sua lealtà nell'animo di chi reggeva quella repubblica, che nel dì 8 d'aprile[2654] fu risoluto nel loro consiglio di levargli non solamente il comando, ma, per maggior sicurezza, anche la vita. In questi tempi era in Venezia ordinariamente una specie di reato il perdere una battaglia, e gli sventurati capitani si doveano aspettare qualche gastigo. Mandato a chiamare il Carmagnola che venisse a Venezia col pretesto di voler udire il di lui parere intorno alla pace che se gli rappresentava vicina, andò egli francamente colà, onorato per tutto il cammino; ma vi trovò la prigione che l'aspettava. Fu messo ai tormenti, cioè a quella crudele e dubbiosa via di ricavar la verità dei delitti; e scrivono che egli in fine confessò il fallo della sua corrotta fede, senza che si dica se avessero sicure pruove in mano per convincerlo di questo reato. Può essere che le facessero. Il perchè collo sbadaglio in bocca condotto fra le colonne della piazza di San Marco, quivi lasciò egli miseramente la testa sopra un palco nel dì 5 di maggio[2655]. Grandi furono le dicerie per questo, credendo molti che non sarebbe venuto a tal determinazione quel saggio senato senza buone ragioni; ed altri, che per soli sospetti e per paura di sua possanza si sbrigassero di questo eccellente capitano; e pretendendo altri che almeno meritasse di finir la sua vita in una prigione chi avea prestato sì rilevanti servigi a quella signoria. Di sua morte al certo pare che avesse occasione di rallegrarsi non poco il duca di Milano, per veder tolto a sè un sì pericoloso nemico, e a' Veneziani un capitano sì prode. Fu poscia eletto generale dell'esercito Gian-Francesco da Gonzaga signore di Mantova, il quale nell'anno presente collo sborso di dodici mila fiorini d'oro conseguì dal re de' Romani il titolo di marchese di Mantova. Giunto questo nuovo generale all'esercito della repubblica, vi trovò cavalli nove mila e secento, fanti otto mila, balestrieri ottocento, cernide sei mila, ed infiniti partigiani; ma niuna rilevante impresa fece egli in tutto quest'anno, fuorchè la presa di Soncino e d'alcune picciole terre. Nè dal canto del duca di Milano s'udì veruna bravura, eccettochè una vittoria riportata da Niccolò Piccinino in Valtellina, provincia spettante in addietro ad esso duca, ed occupata allora dall'armi venete. Vi era Giorgio Cornaro provveditore della repubblica con grosso corpo di gente. Colà portatosi il Piccinino attaccò la mischia, ma fu costretto a ritirarsi[2656]. Vi tornò con intelligenza de' Ghibellini, ed, assaliti i Veneti, li sconfisse con tal fortuna, che pochi ne scamparono, e vi restarono presi lo stesso Cornaro provveditore, Taddeo marchese d'Este, Taliano Furiano, Cesare da Martinengo e molti altri condottieri d'armi. Il rumore di tal vittoria andò crescendo per via di sì fatta maniera, che l'autore della Cronica di Ferrara[2657] ebbe a scrivere, aver in essa i Veneziani perduto tra morti e prigioni circa nove mila persone. Anche l'Ammirati[2658] fa ascendere il danno loro a tre mila cavalli e quattro mila fanti. Fu anche guerra in Val Camonica, la quale, secondo il Sanuto, venne in potere de' Veneziani, scrivendo all'incontro l'autore degli Annali di Forlì[2659] che vi furono presi e morti dalle genti del duca di Milano moltissimi de' nemici. Se crediamo al medesimo Sanuto, Gian-Giacomo marchese di Monferrato, già spogliato de' suoi Stati dal duca, fu in quest'anno rimesso in sua grazia colla restituzione di quanto avea perduto. All'interposizione di Sigismondo re dei Romani venne attribuita questa concordia. Ma ciò non sussiste, ed è da vedere il Guichenon[2660], che mostra tal restituzione effettuala solamente in vigor della pace, di cui parleremo all'anno seguente, e con varie difficoltà ancora in contrario nell'esecuzione della medesima.
Ebbero non poche molestie nell'anno presente i Genovesi[2661] da una poderosa flotta di galee spedite da Venezia contra di loro, che andarono scorrendo per quelle riviere, e mettendo i luoghi men forti a sacco coll'assistenza dei Fregosi e d'altri fuorusciti di Genova. Talmente si difesero quei cittadini, che neppure riuscì ai nemici di prendere la assediata terra di Sestri di Levante, e diedero ancora delle busse ai fuorusciti che erano assai forti in terra. Nel dì 9 di ottobre[2662] venne a morte Galeotto Roberto Malatesta signore di Rimini, principe riguardevole per la sua piissima vita. E perchè in questi tempi ci volea poco a conseguir dai popoli il titolo di beato, gli fu esso accordato dai Forlivesi. Al Malatesta signore di Pesaro tolta fu nel dì 18 d'agosto quella città dalle genti della Chiesa: laonde i Malatesti si ritirarono a Fossombrone. Quanto al regno di Napoli, l'avea fin qui dispoticamente governato Ser-Gianni Caracciolo gran senescalco, tenendo come schiava la regina Giovanna[2663]. Non contento di averne ricevuto in dono Capoa e molte altre terre, s'invogliò ancora del principato di Salerno; e perchè la regina non condiscese a concederglielo, siccome uomo superbo, usò parole disoneste contra di lei. Coloro che l'odiavano, ed erano la maggior parte dei nobili napoletani, e massimamente Ottino de' Caraccioli Rossi e la duchessa di Sessa, si servirono di questa congiuntura per atterrarlo; e tanto menarono, che la regina s'indusse a rilasciar l'ordine di farlo prigione. Ciò bastò ai congiurati per andare una notte a svegliarlo, e a trucidarlo a colpi di stocco, con rappresentar poi alla regina, la quale sommamente se ne afflisse, ciò essere succeduto perch'egli s'era messo in difesa. Furono poscia imprigionati Troiano suo figliuolo, e molti altri Caraccioli suoi attinenti, e saccheggiate le lor case. La Vita di Ser-Gianni scritta da Tristano Caracciolo fu da me pubblicata nella mia Raccolta Rer. Ital. Allora l'ambiziosa duchessa di Sessa cominciò a padroneggiar nella corte, nè permise che più venisse a Napoli il re Lodovico d'Angiò tuttavia dimorante in Calabria, ma in basso stato, con tutto che egli si figurasse venuto per lui il buon tempo, e si fosse messo in punto per trasferirsi a Napoli[2664]. Era intanto approdato a Messina nel dì 6 di giugno dell'anno presente Alfonso re d'Aragona con ventidue galee e con alcune navi grosse. Sul principio d'agosto, rinforzata che ebbe con altri legni e con gran concorso di Siciliani quella flotta, fece vela verso Malta, e andò poscia a piombare addosso all'isola delle Gerbe in Africa. Ossia ch'egli non trovasse i suoi conti coi Mori padroni dell'isola, oppure che all'avviso delle mutazioni accadute in Napoli si risvegliassero le speranze sue di riacquistar ivi il dominio perduto, e tanto più perchè segretamente era favorito dalla duchessa di Sessa: se ne tornò in Sicilia nel mese d'ottobre, e dispose i suoi affari per passare in regno di Napoli. Nel dì 20 di dicembre arrivò ad Ischia, e quivi si fermò, aspettando d'udire se alla prefata duchessa riusciva di farlo adottar di nuovo per figliuolo della regina. Ma Urbano Cimino, che stava sempre all'orecchio d'essa regina, ed era tutto per Lodovico d'Angiò, ebbe maniera di sventar ogni mina della duchessa.
NOTE:
[2648] Raynald., Annal. Eccles.
[2649] Blondus, lib. 5, Dec. 3. Sabellicus, Platina, et alii.
[2650] Poggius, Hist., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.
[2651] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic. Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[2652] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 20.
[2653] Petrus Russ., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Italic.
[2654] Sanuto, Istor. Venet., tom. 23 Rer. Ital.
[2655] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2656] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2657] Cronica di Ferrara, tom. 25 Rer. Ital.
[2658] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.
[2659] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2660] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2661] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2662] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2663] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2664] Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXXIII. Indiz. XI.
EUGENIO IV papa 3. SIGISMONDO imperatore 1.
Coll'essersi fermato in Siena quasi un anno Sigismondo re de' Romani, convertì le brevi benedizioni di quel popolo in maledizioni senza fine, stante lo strabocchevol aggravio che lor dava la sì lunga permanenza non meno di questo principe, che della sua corte e gente di armi[2665]. Maneggiava egli intanto i suoi interessi con papa Eugenio IV per ottener la corona imperiale; e finalmente dopo essersi spianate tutte le difficoltà che il sospettoso pontefice avea frapposto, e dopo essersi conchiusa la pace fra le potenze guerreggianti, egli da Siena si mosse alla volta di Roma. Seguì, dissi, la pace fra i Veneziani e Fiorentini dall'una, e Filippo Maria Visconte duca di Milano dall'altra, e i lor collegati, per opera spezialmente dì Niccolò marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio. Erasi questo principe acquistato già il credito di paciere d'Italia colla sua onoratezza e destrezza: e siccome amico d'ognuno, e neutrale nell'ultima guerra, cotante istanze fece, che ognuno de' principi interessati in essa discordia spedì a Ferrara i suoi ambasciatori per trattare d'accordo sotto la sua mediazione[2666]. Quivi si trovava ancora Luigi marchese di Saluzzo, suocero dello stesso marchese Niccolò, che unì i suoi uffizii a sì lodevole impresa. Dopo essersi dunque digeriti tutti i punti della controversia dai due marchesi arbitri, finalmente nel dì 26 d'aprile furono sottoscritti gli articoli della pace. Marino Sanuto[2667] e il Corio[2668] la fanno conchiusa alcuni giorni prima. In vigor di essa tanto il duca di Milano, quanto i Veneziani, Fiorentini, Sanesi, Lucchesi ed altri collegati restituirono le terre occupate nella ultima guerra. Il solo Gian-Giacomo marchese di Monferrato ebbe molto a penare a vedersi rimesso interamente in possesso di tutte le terre a lui tolte dal duca di Milano, e delle altre raccomandate ad Amedeo duca di Savoia. Promossero amendue varie difficoltà, e tirarono in lungo il più che poterono la restituzione, con essere stata obbligata per questo la repubblica veneta a spedire più ambasciatori a fin di sostenere questo suo malconcio collegato. Intorno a ciò son da vedere Benvenuto da San Giorgio storico monferrino[2669] e il Guichenone storico della real casa di Savoia[2670], che son ben discordi nella lor relazione. Ora dappoichè fu ritornata la calma in Toscana e Lombardia[2671], Sigismondo re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia si mise in cammino verso Roma, dove pervenne nel dì 21 di maggio, accolto con gran magnificenza dal popolo romano, e con affetto paterno da papa Eugenio. Nel giorno ultimo dello stesso mese, festa della Pentecoste, seguì nella basilica vaticana la solenne di lui coronazione secondo il rito consueto; laonde cominciò egli ad usare ne' suoi diplomi il titolo d'imperador de' Romani, non usato fin qui dagli eletti se non dopo aver ricevuta la corona romana[2672]. Partito di Roma nel mese d'agosto, venne per Perugia, e poscia a Rimini, e per la Romagna, dove fece varii cavalieri; e nel dì 9 di settembre pervenne a Ferrara[2673], dove fu magnificamente ricevuto ed alloggiato dal marchese Niccolò, e diede l'ordine della cavalleria ad Ercole e Sigismondo figliuoli legittimi di esso marchese, e a Lionello, Borso e Folco bastardi del medesimo. Passò poscia a Mantova, e quivi, oltre all'aver dato, siccome accennai poco fa, a Gian-Francesco signore di quella città il titolo di marchese, stabilì ancora le nozze di Lodovico di lui figliuolo con Barbara figliuola del marchese di Brandeburgo. Osserva il Corio[2674] con altri che Sigismondo entrò in Italia amico del duca di Milano, e ne partì nemico. Per lo contrario, al suo arrivo parea mal soddisfatto di papa Eugenio e de' Veneziani, ma loro amico se ne ritornò in Germania. Andossene dipoi a Basilea, dove quel concilio avea già mosse delle insolite pretensioni contra di papa Eugenio, con aver anche tirato nel loro parere il cardinal Giuliano legato presidente di quella sacra assemblea. Sostenne esso imperadore la dignità pontificia contra di que' sediziosi. Ma di queste controversie non è mio assunto il trattare, rimettendone la conoscenza alla storia ecclesiastica.
Non bollivano intanto in cuor di Filippo Maria duca di Milano se non sospetti e pensieri di vendette. Fra gli altri gli venne in diffidenza il conte Francesco Sforza, ed avea presa la risoluzione di farlo uccidere; ma, informato il conte di così perverso disegno, fondato nella sua innocenza[2675], a dirittura se n'andò a Milano, ed ebbe coll'aiuto degli amici maniera di giustificarsi e di dileguar tutte le ombre concepute del duca; il quale, mutato l'odio in amore e carezze, cominciò a riguardarlo come suo figliuolo. Era parimenti in collera esso duca contra di papa Eugenio, perchè nell'antecedente guerra avea congiunte l'armi sue con quelle de' Fiorentini ai danni del medesimo duca. Segretamente adunque s'intese col predetto Francesco Sforza, il quale, con prendere il pretesto di accorrere alla difesa degli Stati a lui spettanti in regno di Napoli, ed allora infestati da Jacopo Caldora, licenziato dal duca, direttamente se ne andò verso il regno per la Romagna. Nel mese di novembre passò pel Bolognese[2676], e, giunto nella marca d'Ancona, ossia perchè invitato da que' popoli, oppure per effettuar le occulte commessioni e trame del duca, cominciò colle sue genti ad insignorirsi di quella provincia, essendosi unito a lui Lorenzo Attendolo da Cotignola con altre milizie. Con lettere finte mostrava egli di far quelle conquiste a nome del concilio di Basilea[2677], che l'avea rotta col papa. Alle mani di lui volontariamente venne Jesi, e per forza il Monte dell'Olmo, e quindi Osimo e Fermo colla Rocca, Recanati ed Ascoli, essendo fuggito Giovanni Vitellesco governatore d'essa provincia. Anche la città d'Ancona si rendè a lui, e divenne sua tributaria. Si credeano quei popoli di darsi al duca di Milano, ma il conte chiaramente protestava di voler esserne egli signore[2678]. Udite queste nuove il duca, confortollo segretamente a continuar l'impresa. Nello stesso tempo con altre soldatesche entrarono nel ducato di Spoleti Taliano Furlano, Antonello da Siena e Jacopo da Lunato, condottieri d'armi, allegando anch'essi, cioè fingendo, d'essere colà inviati dal concilio suddetto. Nè qui finì tutta la scena. Anche Niccolò Fortebraccio, soprannominato dalla Stella, dianzi capitano del papa medesimo, rivolse l'armi contra di lui, e, dopo la presa di Tivoli, cominciò ad infestare la stessa Roma. In grandi angustie ed affanni era per tali movimenti il pontefice. Rimasta in questi tempi libera dalle guerre esterne la repubblica fiorentina, ne soffrì un'interna[2679]. Rinaldo degli Albizi con altri potenti, voglioso di abbattere la fazione di Cosimo de' Medici, il più ricco e saggio di que' cittadini, tanto fece, che Bernardo de' Guadagni gonfalonier di giustizia, chiamato a palazzo esso Cosimo, il trattenne prigione. Fu in pericolo la vita di lui. Tuttavia andò a finir la tempesta in relegar lui per dieci anni a Padova, Lorenzo suo fratello per due anni a Venezia, e gli altri Medici in altre città. Fermossi, come già dicemmo, Alfonso re d'Aragona ad Ischia colla sua flotta, aspettando mutazioni a sè favorevoli nella corte della regina di Napoli[2680]. Ridusse intanto alla sua divozione Jacopo duca di Sessa; ma questo servì appunto a rovinare gl'interessi suoi[2681]; perciocchè Gabella Ruffa duchessa di Sessa, da cui, siccome favorita della regina, dovea venire il buon vento, essendo nemica del duca suo marito, voltato mantello, impiegò tutti i suoi uffizii contra d'Alfonso. Egli dunque trovando deluse le sue speranze, fatta una tregua di dieci anni colla regina, se ne tornò schernito in Sicilia. Nel mese di dicembre[2682] Antonio degli Ordelaffi, chiamato dal popolo, entrò in Forlì, e se ne fece signore, con iscacciarne la guarnigion pontificia. E Sigismondo Malatesta signore di Rimini, unito con Malatesta suo fratello, occupò la città di Cervia.
NOTE:
[2665] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2666] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2667] Sanuto, Istor. Ven., tom. eod.
[2668] Corio, Istoria di Milano.
[2669] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2670] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2671] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital.
[2672] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2673] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2674] Corio, Istoria di Milano.
[2675] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2676] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2677] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2678] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[2679] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 20.
[2680] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2681] Bonincontrus, Annal., tom. eod.
[2682] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXXIV. Indiz. XII.
EUGENIO IV papa 4. SIGISMONDO imperadore 2.
Crebbero in quest'anno gli affanni di papa Eugenio[2683]. Dall'un canto l'affliggevano i Padri del concilio di Basilea, che insuperbiti faceano di mani e di piedi per abbassare l'autorità del papa, e far conoscere superiore ad essa quella del concilio generale. Andò tanto innanzi la briga, che Eugenio, colla mira di schivare uno scisma, contro sua voglia cedette ad alcune pretensioni di quei Padri: il che diede poi motivi a molte dispute fra i teologi. Dall'altra parte cresceva la persecuzione fatta agli Stati della Chiesa dal conte Francesco Sforza[2684]. Coll'acquisto della Marca avea questi rallegrata non poco ed accresciuta la sua armata, e però durante il verno passò nell'Umbria, con occupar Todi, Amelia, Toscanella, Otricoli, Mogliano, Soriano ed altre terre. Atterrito da questo fiero temporale il papa, altro mezzo non seppe trovare per quetarlo, che quello di trattare un accordo[2685]. Spedì pertanto allo Sforza il suo segretario Biondo da Forlì, storico rinomato; e la conchiusione del trattato fu, che Eugenio concedette al conte Francesco in vicariato, sua vita natural durante, la marca d'Ancona, nel dì 25 di marzo; e per maggiormente impegnarlo alla propria difesa, il creò gonfaloniere della Chiesa romana. Si accinse in fatti lo Sforza a sostenere gl'interessi del papa; e perchè Niccolò Fortebraccio tenea stretta Roma, inviò due mila cavalli sotto il comando di Lorenzo Attendolo e di Leone Sforza suo proprio fratello in soccorso a Micheletto Attendolo, generale in questi tempi del papa. Andarono queste genti all'assedio di Tivoli, dove s'era fortificato il Fortebraccio, il quale da lì a non molto attaccò una battaglia, e n'ebbe la peggio. Portossi lo stesso conte Francesco all'assedio di Montefiascone, e l'avrebbe astretto alla resa, qualora Filippo Maria Visconte non avesse imbrogliate le scritture. S'ebbe questi forte a male che il conte Francesco avesse abbracciato contro la sua mente il partito del papa. Per quanto dunque fu creduto, ricorse ad un altro ripiego a fin di salvare le apparenze, e di far del male, secondochè sospirava, all'odiato pontefice. Cioè operò che i Perugini, ossia che avessero, oppure che fingessero d'aver paura del conte Francesco Sforza, chiamassero in loro aiuto Niccolò Piccinino lor concittadino[2686], il quale, mostrando di voler trasferirsi per bisogno di sua sanità ai bagni di Petriuolo, ottenne da' Fiorentini il passaggio di secento cavalli, ed altri cinquecento ne fece marciare per la Romagna. Giunto che fu il Piccinino, correndo il mese di maggio, in quelle parti, arrestò i disegni dello Sforza, e cominciò a camminar d'intelligenza con Niccolò Fortebraccio, il quale, ricevuto un rinforzo di gente da Viterbo, più che mai si diede ad inquietare ed angustiare i Romani. Ordiva egli nello stesso tempo delle trame co' Ghibellini di quell'augusta città, di modo che, sollevatosi il popolo romano nel dì 29 del mese suddetto, ed attizzato spezialmente da' Colonnesi[2687], andò furiosamente a lamentarsi al papa delle vessazioni che lor conveniva di sofferire pel suo mal governo, e a far istanza che egli concedesse loro il reggimento temporale della città. Tanto il duca di Milano, quanto il concilio di Basilea fu creduto che segretamente soffiassero in questo fuoco. Andò tanto innanzi l'ardire de' Romani, che non solamente fecero prigione Francesco Condolmieri cardinale, e nipote d'esso papa, ma anche misero le guardie al palazzo del pontefice medesimo, abitante allora a' Santi Apostoli, ritenendolo anch'esso come prigioniere[2688]. Ebbe la fortuna papa Eugenio nel dì 18 di maggio di potersene fuggire travestito con due soli compagni da monaco Benedettino, ossia de' minori osservanti, e di potersi imbarcare in uno schifo, oppur brigantino. Accortisi di sua fuga i Romani, il perseguitarono e balestrarono molto per le rive del Tevere; ma volle Dio che sano e salvo egli pervenisse ad una galea che l'aspettava in mare di là da Ostia[2689]. Adagiatosi in essa pervenne egli nel dì 12 di giugno a Livorno, da dove passò poi a Firenze nel dì 25, accolto con grande onore da quel popolo.
Restò dunque Roma in potere di Niccolò Fortebraccio, ma con poco gusto di que' cittadini[2690]; imperocchè dall'una parte Micheletto e Lorenzo da Cotignola con Leone Sforza, e dall'altra il castellano di Sant'Angelo li tormentarono sì fattamente con saccheggi e morti, che cominciarono dopo alcun mese a desiderare e a parlar d'accordo. Pertanto nel dì 26 d'ottobre Giovanni de' Vitelleschi Vescovo di Recanati e il vescovo di Turpia[2691] ripigliarono, di consenso de' Romani, il possesso e dominio di Roma a nome del papa. Furono assai vicine in questi tempi l'armata del conte Francesco Sforza unito con Micheletto Attendolo dall'una parte, e dall'altra quella di Niccolò Piccinino congiunto con Niccolò Fortebraccio, a venire alle mani fra loro[2692]; e succederono anche molti movimenti delle lor armi; ma, interpostisi gli ambasciatori del duca di Milano, seguì fra loro una specie di concordia, per cui si obbligò il Piccinino di non impacciarsi nelle cose di Roma. Mentre da quella parte erano sotto il peso dell'armi gli Stati della Chiesa, si accese un altro incendio in Romagna[2693]. Nel dì 21 di gennaio, essendosi sollevato il popolo minuto d'Imola, tolse quella città alle genti del papa, e chiamò colà le milizie del duca di Milano, che stanziavano a Lugo: il che diede motivo a Guidantonio dei Manfredi signor di Faenza di far guerra a quella città, e di occupar quasi tutte le castella del di lei contado. Per questa novità non meno i Veneziani che i Fiorentini, spinti massimamente dalle istanze del papa, strepitarono forte, lamentandosi che l'incontentabil duca di Milano avea chiaramente contravvenuto ai capitoli dell'ultima pace. E perchè anche in Bologna vi erano dei cattivi umori per cagion della fazione allora dominante dei Canedoli, spedirono i Veneziani sul territorio bolognese Gattamelata lor capitano con mille lancie, acciocchè tenesse l'occhio addosso a Bologna, intendendosi col governatore di quella città, che era allora il vescovo d'Avignone. Gattamelata senz'altre cerimonie s'impadronì di Castelfranco, di Manzolino e della rocca di San Giovanni in Persiceto; ed, essendo capitato nel dì 13 di giugno ad essa terra di San Giovanni Gasparo fratello di Batista da Canedolo con cinquecento cavalli, venendo dai servigi della repubblica veneta, il Gattamelata il fece prigione con tutta quella gente. Si sollevarono per questo i Canedoli in Bologna; e, dopo aver preso il governator pontifizio, introdussero in città ducento cavalli del duca di Milano. Trattossi poi d'accordo cogli ambasciatori del papa; ma perchè non fu rilasciato Gasparo di Canedolo, non ebbe effetto il trattato. Intanto nuova gente venne da Venezia a Gattamelata sul Bolognese e in Romagna, che occupò Castel Bolognese, Castello San Pietro ed altri luoghi. I Fiorentini vi spedirono anch'essi Niccolò da Tolentino colle lor soldatesche; e nel medesimo tempo il duca di Milano, oltre all'avervi inviata gente dal canto suo, richiamò anche Niccolò Piccinino colle sue squadre dalle terre del Patrimonio[2694]. Venne il Piccinino a postarsi ad Imola, e dopo varii piccioli fatti, nel dì 28 di agosto, siccome capitano accortissimo e maestro di guerra, avendo con falsi assalti tirata di qua da un ponte fra Imola a Castel Bolognese parte dell'esercito collegato de' Veneziani co' capitani stessi; e fatto da' suoi occupare quel medesimo ponte, non durò gran fatica a sbaragliar questo corpo. Dopo di che marciò di là dal ponte, e sconfisse il resto dell'armata nemica. Segnalatissima fu questa vittoria, minutamente descritta dall'Ammirati[2695], perchè il campo dei Veneziani e Fiorentini era composto di sei mila cavalli e tre mila fanti; e, secondo la Cronica di Bologna[2696], fu creduto che appena ne scampassero mille cavalli, restando gli altri prigionieri; e fra questi ultimi si contarono[2697] lo stesso Niccolò da Tolentino generale de' Fiorentini, che morì poi, o fu fatto morire, Pietro Gian Paolo degli Orsini, Astorre de' Manfredi di Faenza, Cesare da Martinengo, ed altri condottieri d'armi. Ebbero la fortuna di salvarsi Gattamelata, Guidantonio de' Manfredi signor di Faenza e Taddeo marchese. Spese poscia il Piccinino i due seguenti mesi in liberar da' nemici varie castella del Bolognese.
In Firenze nel dì 26 di settembre gran tumulto fece quel popolo[2698], e fu richiamato dall'esilio Cosimo de Medici con altri confinati. E perocchè la rotta data dal Piccinino in Romagna avea di molto esaltato il duca di Milano[2699], i Fiorentini cercarono di condurre al servigio loro e della lega il conte Francesco Sforza, già divenuto marchese della marca d'Ancona. Questi si trovava allora di stanza a Todi, e, quantunque gli stessero davanti agli occhi i vantaggi che sperava dal duca di Milano coll'accasamento di Bianca di lui figliuola, pure, considerando che il Piccinino gli andava avanti nella grazia del duca, e che a lui, e non a sè, verrebbe raccomandato il comando dell'armata, antepose all'incertezza delle speranze dell'avvenire la certezza dei presenti vantaggi: e tanto più perchè gli premeva di conservare l'acquistato dominio della Marca, di tenersi amico il papa co' Fiorentini, e di conservare il grado di gonfalonier della Chiesa[2700]. Pertanto si acconciò al servigio loro con ottocento cavalli e cinquecento fanti. Il Simonetta[2701] parla di tre mila cavalli e di mille fanti, e che ad esso conte Francesco fu promesso il generalato dell'armata de' collegati. Da molto tempo signoreggiava la famiglia de' Varani in Camerino. Per opera di Giovanni de Vitelleschi da Corneto vescovo di Recanati, e poi patriarca d'Alessandria, personaggio che per la sua superbia e crudeltà sfregiò di molto il pastorale e la mitra, fu ucciso Giovanni Varano da due suoi fratelli, e a Pietro Gentile altro lor fratello dallo stesso Vitellesco tolta fu la vita. Non passò molto che i due fratelli uccisori, cioè Gentile Pandolfo e Berardo, furono trucidati dal popolo di Camerino: con che i Varani perderono quella signoria, e i Camerinesi si fecero tributarii del conte Francesco Sforza con permissione di governarsi colle loro leggi. V'ha chi mette questo fatto sotto il precedente anno. Per alcun tempo avea Amedeo VIII duca primo di Savoia e principe di Piemonte[2702] gloriosamente e saviamente governati i suoi Stati, quand'ecco che nel novembre dell'anno presente, dato un calcio alle grandezze terrene, e rinunziato il governo ai due suoi figliuoli Luigi e Filippo, si ritirò in un romitaggio a Ripaglia presso il lago di Ginevra, ed ivi istituì l'ordine di San Maurizio. Fra poco vedremo questo principe in una positura ben diversa. Guerra intanto era nel regno di Napoli[2703]. Sovvertita la regina Giovanna da' suoi consiglieri, cioè da gente invidiosa del potere e delle ricchezze di Gian Antonio Orsino principe di Taranto, ch'era allora il primo barone del regno, gli mosse guerra. Il re Lodovico d'Angiò, dimorante allora in Calabria, per ordine della regina menò contra di lui mille e cinquecento cavalli ed altrettanti pedoni. Tre altri mila cavalli condusse a questa impresa Jacopo Caldora, allora duca di Bari e signor dell'Abbruzzo; e la regina vi mandò cinque altri mila cavalli. Contra di questo torrente fece quanta difesa potè il principe di Taranto, aiutato da Gabriello Orsino duca di Venosa suo fratello; pure passavano male i suoi affari, ed era, dopo aver perduto alcune città, in pericolo di rimanere spogliato di tutto, essendo anche stato assediato in Taranto. Ma venuto il novembre, fu sorpreso da gagliarde febbri il re Lodovico, ed, essendo passato al castello di Cosenza in Calabria, verso la metà di quel mese passò a miglior vita: principe per le sue rare qualità compianto da tutti, e spezialmente dalla regina, ben pentita d'averlo trattato sì male per tanto tempo, con tenerlo lungi da sè. Aveva egli sposata in questo o nel precedente anno Margherita figliuola del suddetto Amedeo duca di Savoia, e sorella di Maria duchessa di Milano, ed avea anche impiegata o gittata buona parte della dote nella spedizione suddetta[2704]. Divenne poi questa principessa in seconde nozze moglie di Lodovico duca di Baviera, conte palatino del Reno. Per la morte di questo principe, e perchè Jacopo Caldora, sazio sino alla gola di prede, s'era ritirato a Bari, respirò alquanto il principe di Taranto; e con quelle poche genti che avea, uscito in campagna nel verno, in meno d'un mese ricuperò tutte le terre perdute: frutto massimamente delle sue amabili maniere, e della sua onoratezza e giustizia.
NOTE:
[2683] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2684] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2685] Blondus, Dec. II, lib. 5.
[2686] Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 20.
[2687] Raynaldus, Annal. Eccl. Blondus, et alii.
[2688] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2689] Anonimo, Ist. di Firenze, tom. 19 Rer. Ital.
[2690] Stephan. Infessuta Diar.
[2691] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.
[2692] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2693] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2694] Poggius, Histor., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2695] Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 20.
[2696] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2697] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2698] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Italic.
[2699] Ammirati, Istor. di Fir., lib. 20.
[2700] Sanuto, Istor. di Venez., tom. 22 Rer. Ital.
[2701] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2702] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2703] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Bonincont. Annal., tom. eod.
[2704] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoje, tom. 1.
Anno di CRISTO MCCCCXXXV. Indiz. XIII.
EUGENIO IV papa 5. SIGISMONDO imperadore 3.
Confermarono in quest'anno i Veneziani e Fiorentini la lega loro per dieci anni avvenire, per opporsi allora e dipoi agl'inquieti pensieri del duca di Milano[2705]. Ma il manieroso Niccolò marchese d'Este e signor di Ferrara, eletto dalla provvidenza per dare ne' tempi addietro la pace all'Italia, questa volta ancora si sbracciò per ismorzar la nuova insorta guerra. Il credito della sua onoratezza in sì fatti maneggi animò il papa e tutte le altre potenze guerreggianti a compromettere in lui le lor differenze[2706]: laonde nel dì 10 d'agosto furono segnati gli articoli della pace, vantaggiosi al papa, come si può vedere nella Storia del Biondo[2707]; per li quali cessò la guerra di Romagna, Imola fu restituita al papa, e Bologna anch'essa si ridusse alla di lui ubbidienza. Tornò allora in essa città Antonio de' Bentivogli capo di sua fazione con altri fuorusciti, e quantunque non ribello del papa, anzi in addietro sempre a lui aderente, pure nel dì 23 di dicembre, per ordine di Baldassare di Offida ministro pontificio essendo stato preso, gli fu iniquamente e senza misericordia tagliata la testa. Per questo fatto tirannico fu vicina a ribellarsi di nuovo la città di Bologna. Gran festa nel gennaio del presente anno[2708] fu fatta in Ferrara per le nozze di Lionello, figliuolo del marchese Niccolò d'Este, con Margherita figliuola di Gian-Francesco da Gonzaga marchese di Mantova. Marsilio da Carrara, unico figliuolo legittimo di Francesco II già signore di Padova[2709], fin qui avea menata vita privata e quieta, guardandosi dall'insidie di chi potea desiderar la sua morte. L'andò a cercare egli stesso nel marzo di quest'anno coll'avere ordito in Padova un trattato con alcuni di que' cittadini, che gli doveano aprire una porta e far ribellare la città. Nell'andare colà, ossia che fosse tradito da un suo compadre, oppure che i villani del Vicentino il riconoscessero, fu preso, e pagò colla testa l'infelice esito de' suoi disegni: alla qual pena soggiacquero ancora non pochi de' congiurati padovani. Prima poi che seguisse la sopra mentovata pace[2710], il conte Francesco Sforza generale della lega era venuto in Romagna colle sue genti con disegno di opporsi a Niccolò Piccinino spedito colà dal duca di Milano. Per la di lui lontananza incoraggito Niccolò Fortebraccio nemico del papa, con una marcia sforzata arrivò addosso a Leone Sforza, lasciato dal conte Francesco suo fratello a Todi con mille cavalli e cinquecento fanti per guardia de' suoi Stati, e il fece prigione coi più del suo seguito. Dopo di che stese le conquiste e i saccheggi nel territorio di Camerino, minacciando anche il resto della Marca. Fu da ciò obbligato il conte Francesco a volare colà. Spedito Alessandro Sforza suo fratello con Taliano Furlano contra d'esso Fortebraccio, che assediava allora Capo del Monte, su quel di Camerino attaccò la battaglia. Andò in rotta l'armata di Fortebraccio, ed egli stesso mortalmente ferito finì da lì a poco di vivere. Rallegrate le milizie vincitrici del conte col ricchissimo bottino, furono appresso condotte ad Assisi, già occupato dal suddetto Fortebraccio. Si rendè al papa quella città, e Leone fratello del conte fu rimesso in libertà.
Ma quello che più strepitoso riuscì nell'anno presente ci vien suggerito dalla Storia di Napoli[2711]. Poco stette la regina di Napoli Giovanna II, inferma da qualche tempo, a tener dietro al defunto suo figliuolo adottivo Lodovico d'Angiò. Mancò ella di vita nel febbraio, con lasciar erede Renato ossia _Rinieri d'Angiò _fratello di Lodovico. Vi fu chi pretese ingiusto quel suo testamento. Dimorando allora in Sicilia Alfonso re d'Aragona, teneva sempre gli occhi aperti sopra i fatti del regno di Napoli, e già era nel suo partito Gian-Antonio degli Orsini principe di Taranto col duca di Sessa e con altri baroni. Trovossi allora diviso il regno in varie fazioni. Papa Eugenio IV, pretendendolo devoluto alla santa Sede, non solamente spedì colà i monitorii, ma diede ordine a Giovanni Vitellesco di entrarvi coll'armi pontificie; nè gli mancava il suo partito. La città di Napoli con assai altre città e baroni teneva quello degli Angioini. E in terzo luogo, siccome ho detto, facendo il re Alfonso valere l'adozione già di lui fatta, benchè ritrattata dalla regina, ed assistito da molti di sua fazione, si mise in punto per ottener colla forza ciò che gli era contrastato dalle altre contrarie fazioni. Unita dunque una possente flotta, andò a sbarcare nel regno di Napoli, e a congiugnersi col duca di Sessa: nel qual tempo Jacopo Caldora e Michele Attendolo assediavano Capoa, occupata dalle genti del principe di Taranto. Gran peso avrebbe dato alle armi del re Alfonso l'acquisto di Gaeta città forte e mercantile: però la strinse d'assedio per mare e per terra, e cominciò a bersagliarla colle bombarde. Non sapendo i Gaetani, mal preparati alla difesa, a chi ricorrere, spedirono per aiuto a Genova. Nemici capitali dei Catalani erano da gran tempo i Genovesi; e questo motivo aggiunto alle esortazioni del duca di Milano loro signore, che si dichiarava malcontento del re Alfonso, bastò per muoverli[2712]. Dopo aver dunque spedite due galee in soccorso di quella città, fecero un armamento di tredici grosse navi sotto il comando di Luca Asereto, valente maestro di guerra nelle armate di mare, e quello inviarono nel dì 22 di luglio alla volta di Gaeta. Appena ebbe l'animoso re Alfonso inteso l'avvicinamento di questa flotta, che in persona salì sulla propria, e si dispose per incontrare i nemici. Era essa composta di quattordici grosse navi e di undici galee, sopra le quali lo stesso re con tutta la nobiltà sua e dei baroni regnicoli, e con circa undici mila combattenti andarono come ad un sicuro trionfo, stante la troppa loro superiorità di forze. Le grida e le ingiurie, colle quali assalirono l'armata genovese, diedero, nel dì cinque d'agosto verso l'Isola di Ponza il principio alla terribil battaglia che quasi dal nascere del sole durò sino al suo tramontare. In essa fecero di grandi prodezze le milizie del re Alfonso; ma non si può abbastanza descrivere la bravura de' Genovesi, a' quali venne fatto di pienamente sconfiggere la contraria armata[2713], e di far prigione lo stesso re Alfonso, Giovanni re di Navarra ed Arrigo gran mastro di San Jacopo suoi fratelli, Gian-Antonio Orsino principe di Taranto, Jacopo Marzano duca di Sessa, Angelo Gambatesa conte di Campobasso, Onorato Gaetano conte di Morcone, ed altri non pochi signori, de' quali tralascio il nome. Delle quattordici navi del re una sola si salvò, in cui era l'infante don Pietro suo fratello.
Questa insigne vittoria di mare animò Francesco Spinola ed Ottolino Zoppo, che pel duca di Milano difendeano Gaeta, a tentare anch'essi la lor fortuna; ed usciti colle lor genti contra degli assedianti, vi diedero dentro, e li misero in rotta: con che restò interamente libera quella città. Ciò fatto, i vittoriosi Genovesi, bruciate le navi prese, e ritenuti i soli gran signori, fecero vela alla volta di Genova, senza volersi mettere ad altra impresa. Colà giunti, ed informato Filippo Maria duca di Milano di quel prospero avvenimento, volle che si conducessero a Milano tutti i prigioni. Ossia che i consigli del Piccinino od altri motivi politici avessero forza nell'animo del duca; oppure che il re Alfonso, principe di mirabil senno ed eloquenza, sapesse ben valersi della sua lingua e delle sue proferte in tal congiuntura, certo è che il duca il trattò come amico, e magnificamente l'alloggiò; e, fatta lega con lui, da lì a poco tempo il rimise in libertà con tutti i suoi. Portata questa nuova a Genova, se ne alterò sì forte quel popolo tra per l'odio loro a' Catalani, e per vedere sì miseramente perduto il frutto della lor vittoria, giacchè senza alcun riscatto, senza alcun vantaggioso patto per loro fu rilasciato Alfonso con tanta baronia, che fin d'allora cominciò a macchinar la risoluzione di sottrarsi al dominio del duca, di cui peraltro erano malsoddisfatti, perchè loro non avea mantenuti i patti[2714]. Pertanto, nel dì 12 di dicembre, prese le armi, e gridando: Viva la libertà, si sollevarono, ed uccisero Obizzino ossia Pacino da Alzate ossia Alciato, governator della città, e scossero affatto il giogo duchesco. Questo guadagno fece colla sua generosità il duca di Milano. Aveano intanto i Napoletani[2715] spediti messi per chiamare a Napoli Renato d'Angiò conte di Provenza, a cui diedero il titolo di re. Ma accadde ch'egli era stato fatto prigione in una battaglia da Filippo duca di Borgogna; nè potendo venire, spedì la regina Isabella sua moglie, erede del ducato di Lorena e principessa di gran saviezza, con Luigi suo secondogenito, chiamato principe di Piemonte. Venne essa; fu ricevuta con onore in Gaeta, e molto più in Napoli; ed avuta ubbidienza da molte altre città, spedì Micheletto Attendolo col figliuolo Luigi in Calabria, provincia che in breve fu ridotta alla divozione di lei. Ma don Pietro infante, avuto ordine dal re Alfonso suo fratello, dopo la sua liberazione, di venirlo a prendere, passando con undici galee davanti a Gaeta nel dì di Natale, e saputo che per la peste vi era restata poca guarnigione, se ne impadronì; e fermatosi quivi, inviò i legni a levare il fratello. Nè si dee tacere[2716] che il patriarca Vitellesco, trovandosi nel dì 31 d'agosto a campo contra del prefetto a Vetralla, l'ebbe per tradimento in mano, e gli fece tosto mozzare il capo nella piazza di Soriano. Continuava intanto il concilio di Basilea, col consenso bensì del papa, ma non senza quotidiani disgusti del medesimo pontefice, che specialmente s'ebbe a male nell'anno presente che que' Padri avessero abolite le annate de' benefizii, pretendendo essi che puzzassero di simonia, e data con ciò una fiera stoccata all'erario pontificio, il popolo di Fabriano si sollevò in questo anno[2717] contro a Tommaso Chiavelli tiranno della lor città, e dopo fatto un orrido macello di lui e di tutta la sua famiglia, si diedero al conte Francesco Sforza, che vi mise presidio.
NOTE:
[2705] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2706] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2707] Blondus, Dec. II, lib. 7.
[2708] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2709] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2710] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2711] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2712] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2713] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.
[2714] Corio, Istoria di Milano.
[2715] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXXVI. Indiz. XIV.
EUGENIO IV papa 6. SIGISMONDO imperadore 4.
Fin qui avea papa Eugenio tenuta la sua residenza in Firenze, onorato e rispettato da quel popolo, a cui non poco tornava il conto d'aver presso di sè la corte pontificia. I Romani, all'incontro, che dopo la fuga del medesimo papa, oltre al provare un cattivo governo, miravano crescere ogni di più la lor povertà[2718], perchè privi delle rugiade papali, gli spedirono nel gennaio di quest'anno ambasciatori, pregandolo con tutta la sommessione a ritornarsene alla sua sede. Ma il pontefice, troppo ricordevole del recente affronto a lui fatto, li mandò in pace senza volerli consolare. All'incontro, considerando più convenevole alla sua dignità l'abitare in una città propria, che in casa altrui, prese la risoluzione di trasferirsi a Bologna. Si mosse dunque da Firenze nel dì 18 d'aprile[2719], e nel dì 22 fece la sua solenne entrata in essa città di Bologna. Qualche dissapore poi dovette insorgere fra esso pontefice e il conte Francesco Sforza, il quale colle sue genti era in Romagna. Per ordine del medesimo Eugenio[2720] avea questi fatto l'assedio di Forlì, e costretto Antonio degli Ordelaffi a dimettere quella città, che tornò all'ubbidienza pontificia nel dì 24 di luglio. Perciò andavano tutte le cose a seconda dei desiderii d'Eugenio, se non che gli stava sul cuore la marca d'Ancona posseduta da esso conte, e cominciò a pentirsi d'avergliene conceduto il vicariato. Questo fu creduto il motivo per cui si diede a cercar da lì innanzi le vie di abbatterlo. Fece in questo mentre guerra ai conti di Cunio, e, tolta loro la nobil terra di Lugo, la donò a Lionello figliuolo di Niccolò Estense marchese di Ferrara. Baldassare da Offida podestà di Bologna, uomo scelleratissimo, fu il suo generale oppur commessario a tale impresa; nè il conte vi fu invitato. Solamente egli vi mandò parte delle sue truppe senza poi poterle riavere. Se l'intendeva costui con Niccolò Piccinino, generale del duca di Milano, emulo, anzi nemico del conte, il quale si trovava allora a Parma con gran gente, sollecitandolo affinchè venisse contra del medesimo conte. Andava allora anche il papa d'accordo col duca di Milano. Nè questo gli bastò. Avendo saputo che esso conte dimorava senza sospetto e guardie a Ponte Polledrano, perchè gli erano ignoti i pensieri del papa, si mise in procinto di sorprenderlo quivi, e di farlo prigione nel dì 24 di settembre[2721]. Fu per buona ventura segretamente avvisato il conte da Niccolò cardinale di Capoa di quel che si tramava contra di lui; nè tardò a muoversi di là, e a deludere il disegno di chi gli volea male. Ma intercette poi lettere dell'Offida al Piccinino, tendenti alla propria rovina, senza potersi più contenere, segretamente messe in marcia le sue truppe, gli fu all'improvviso addosso, lo sconfisse, e spogliò quanti erano con lui. Se ne fuggì l'Offida a Budria; ma, colà portatosi il conte, l'ebbe nelle mani, e il mandò poi prigione nel girone di Fermo, dove lo scellerato fece quel fine che avea meritata la sua vita. Non mancò papa Eugenio di mandar persone al conte per certificarlo che senza sua contezza l'Offida gli avea tramute quelle insidie; ma Francesco credette quello che a lui parve.
Per la perdita di Genova non si sapea dar pace Filippo Maria duca di Milano[2722]. Subito che la stagion lo permise, spedì Niccolò Piccinino a quella volta coll'armata, sperando di ricuperar la città, giacchè si sosteneva tuttavia in mano delle sue genti il Castelletto. Ma Niccolò non giunse a tempo; il Castelletto assediato, e con più assalti tentato dal popolo di Genova, prima ch'egli giugnesse, capitolò la resa, con che svanirono tutte le speranze del duca. Voltò il Piccinino le armi contro la riviera d'occidente, con saccheggiar tutto il paese; assediò la città d'Albenga, ma non gli riuscì di mettervi dentro i piedi. In questo mentre i Genovesi aveano creato loro doge Isnardo Guarco, che non durò se non sette giorni in quella dignità, perchè Tommaso da Campofregoso il cacciò di sedia, e si fece di nuovo proclamar doge. Entrarono poscia i Genovesi in lega co' Veneziani e Fiorentini. Veduto che ebbe Niccolò Piccinino che nulla di sodo si potea conquistare nel Genovesato, passò, d'ordine del duca, in Toscana, giacchè i fuorusciti di Firenze con lusinghiere speranze gli faceano credere sicuri molti vantaggi. Ma non dormivano i Fiorentini[2723]. Presero essi al loro soldo, e con titolo di generale, il conte Francesco Sforza, il quale non tardò a comparire colà colle sue soldatesche, e andò a postarsi a Santa Gonda per impedire il passaggio dell'Arno al Piccinino, arrivato sul Lucchese. Niun tentativo fu fatto da esso Piccinino, eccettochè contro la terra di Barga, che egli assediò durante il verno. Ma avendo i Fiorentini dato ordine al conte Francesco di darle soccorso[2724], egli spedì colà Niccolò da Pisa, Pietro Brunoro e Ciarpellione con due mila e cinquecento uomini, che nel dì 8 di febbraio dell'anno seguente misero in rotta Piccinino, e fra gli altri fecero prigione Lodovico Gonzaga, figliuolo di Gian-Francesco marchese di Mantova, il qual poscia volle militare sotto le bandiere sforzesche. Imbarcatosi intanto il re Alfonso nelle galee speditegli da don Pietro suo fratello, con esse giunse nel dì 2 di febbraio a Gaeta[2725]. Quivi s'andò disponendo per far guerra nel regno. Jacopo Caldora duca di Bari era il solo, in cui avessero speranza i Napoletani. Ma costui, avvezzo a pensare più a' proprii che agli altrui vantaggi, ito in Abbruzzo per raunar gente, sì fattamente disgustò quei popoli, che Sulmona, Cività di Penna ed altre terre alzarono le insegne del re di Aragona. Tornò poi Sulmona all'ubbidienza del re Renato, e Cività di Penna presa dal Caldora fu messa a sacco. Portò esso Caldora la guerra dipoi in Puglia contro del principe di Taranto, con assediar Barletta e Venosa, ma senza profitto. Menicuccio dall'Aquila, che avea preso soldo nell'esercito del re d'Aragona, prese Pescara: lo che fu cagione che anche la città di Chieti si ribellasse; e, quantunque il Caldora mettesse il campo a questa città, pure altro non potè fare che saccheggiar il paese d'intorno. Giovanni dei Vitelleschi patriarca di Alessandria in questi tempi, dimentico della cherica, la facea da generale d'armata pel sommo pontefice. Essendochè i Colonnesi e Savelli inquietavano forte Roma[2726], portò loro addosso nel mese di marzo la guerra, con prendere e disfare Savello, Albano ed altre loro terre. Assediò Palestrina; nè di quella sola s'impadronì, ma anche di Zagarolo, e d'altre terre di Lorenzo Colonna, costringendolo a ricoverarsi a Terracina. Quel che è più, il conte Antonio da Pontadera, condottier d'armi, che teneva in ischiavitù la Campagna di Roma, nel dì 15 di maggio restò dalle genti d'esso patriarca sbaragliato e preso. Fu condotto a Piperno, dove, per ordine del patriarca, gli fu mozzato il capo. Queste prodezze del Vitellesco, e molte altre terre da lui prese e saccomanate, tuttochè non molto convenevoli a persona di chiesa, pure portarono la pace e quiete a Roma, e ai suoi contorni; di modo che, essendo egli andato a Roma nel dì 29 d'agosto, dal popolo romano fu ricevuto come in trionfo, e gli furono anche donati mille e ducento fiorini in una coppa d'oro. Per questo andò crescendo la di lui superbia, con divenir non di meno maggiore la sua crudeltà.
NOTE:
[2716] Petroni, Istoria, tom. 24 Rer. Ital.
[2717] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2718] Petroni, Istor., ubi supra.
[2719] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2720] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2721] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2722] Giustiniani, Istor. di Genova.
[2723] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 20.
[2724] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.
[2725] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXXVII. Indiz. XV.
EUGENIO IV papa 7. SIGISMONDO imperadore 5.
S'andarono sempre più imbrogliando gli affari del papa col concilio di Basilea. Pretendeano que' Padri non solamente di riformar la Chiesa, che ne abbisognava allora non poco, e i papi medesimi, ma voleano in tutto e per tutto farla da papi, anzi da più dei papi: cosa che Eugenio non volea sofferire. Andò sì innanzi il riscaldamento degli animi, che il concilio giunse a citare il papa a rispondere a varie accuse proposte contra di lui per cagion delle riserve dei benefizii, delle annate, del non ammettere le elezioni, di praticare apertamente, come essi diceano, la simonia, e sopra altri punti[2727]. Dal che irritato Eugenio pubblicò una bolla, con cui dichiarò sciolto il concilio in Basilea, e determinò Ferrara pel luogo, dove si avea da tenere da lì innanzi il concilio, al quale ancora invitò i Greci. Intanto il patriarca Vitellesco, che nel precedente anno avea tolto Palestrina a Lorenzo Colonna, nel dì 20 di marzo mandò colà guastatori che interamente la diroccarono e spianarono, sicchè rimase affatto disabitata e un mucchio di pietre. E di questo ancora, perchè creduto ordinato dal papa, fu fatto a lui un reato dai Padri del suddetto concilio. Tenea mano a questa discordia Alfonso re d'Aragona. Non avendo papa Eugenio voluto accordargli l'investitura del regno di Napoli, richiesta da lui parte colle preghiere e parte colle minaccie, siccome quegli che già favoriva il partito del re Renato d'Angiò: Alfonso si voltò apertamente contra d'esso Eugenio, e fece di grandi offerte al concilio per torre Roma al pontefice. Parea intanto che prosperassero gli affari d'esso Alfonso nel regno di Napoli[2728], perchè i conti di Nola e di Caserta seguirono le di lui bandiere. Il perchè la regina Isabella, conosciuta vana per allora la speranza di veder liberato il re Renato suo marito dalla prigionia, ricorse per aiuto al papa; e questi ordinò al patriarca di passar colà con tutte le sue forze. Nel mese d'agosto entrò egli nel regno, e, dopo avere preso Capperano, s'impadronì di Venafro, di Santo Angelo, Rupecanina e Piedimonte, e poscia se ne andò a Napoli a visitar la regina, da cui ricevette grande onore e danaro per pagar le truppe. Partitosi di colà senza perdere tempo, ridusse all'ubbidienza della regina il conte di Caserta, e poi prese Montesarchio. Alle istanze del re Alfonso si mosse in questi tempi Gian Antonio Orsino principe di Taranto con un corpo di truppe, e il concerto era di prendere in mezzo il patriarca; ma questi, più astuto di loro, andò a trovare il principe a Monte Fuscolo, gli diede una rotta, e il fece prigione con assai altri baroni. L'onore e le carezze usate dal papa all'Orsino prestarono motivo a molti di credere che prima d'allora fossero d'accordo insieme[2729]. Si staccò il principe infatti dal re Alfonso, e si unì col patriarca, il quale in premio della sua bravura meritò in quest'anno la porpora cardinalizia da papa Eugenio. Ma non andò molto, che nacquero disgusti fra esso patriarca e la regina; nè fra il principe di Taranto e Jacopo Caldora si rimise buona amicizia, di maniera che niun d'essi si fidava dell'altro; e fu anzi creduto che il patriarca e il Caldora apertamente fossero divenuti nemici. Ma avendo il re Alfonso assediata e quasi ridotta all'agonia la città d'Aversa, la regina scrisse lettere calde al patriarca e al Caldora, acciocchè la soccorressero. Allora fu che questi due personaggi comparvero anima e corpo insieme, e tutti e due nella vigilia di Natale mossero le lor armi alla volta d'Aversa. Tuttochè il re Alfonso da più di uno fosse avvertito che frettolosamente costoro marciavano contra di lui, nol sapea credere; e tanto indugiò, che quasi il sorpresero a tavola. Ebbe tempo da fuggire a Capua; ma andò in rotta tutta la sua gente; molti ne furono presi, ed interamente il bagaglio restò preda dei ben venuti e degli Aversani. Contuttociò essendo divampata la nemicizia fra il principe di Taranto e il Caldora, e non potendo il patriarca ricevere rinforzo nè dall'uno nè dall'altro, fu ridotto a mal partito, in guisa che, presa una picciola barca, in quella s'imbarcò e passò a Venezia, e di là poi a Ferrara, dove vedremo che si trasferì anche papa Eugenio. Quasi tutta la sua gente abbandonata prese soldo nell'armata di Jacopo Caldora, grande imbroglione, e di fede sempre incerta in quello sconvolgimento del regno.
Nel verno dell'anno presente[2730] Niccolò Piccinino s'era impadronito di Sarzana e d'altre terre della Lunigiana; ma uscito in campagna nell'aprile il conte Francesco Sforza generale de' Fiorentini con cinque mila cavalli e tre mila fanti, poco stette a ricuperar que' luoghi. Mossero in quest'anno anche i Veneziani guerra al duca di Milano, e cominciarono a far delle istanze ai Fiorentini per avere al comando della loro armata il suddetto conte Francesco, giacchè Gian-Francesco (e non già Lodovico, come vuole il Sanuto) marchese di Mantova lor generale, sdegnato perchè s'avvide d'essere in sospetto la sua fedeltà presso quel senato, proponeva di rinunziare il bastone. Ma anche ai Fiorentini premeva di ritenere in Toscana questo gran capitano per la voglia e speranza che nudrivano dell'acquisto di Lucca, città come abbandonata, per essere stato richiamato dal duca in Lombardia il Piccinino[2731]. Cominciò per questo ad alterarsi la buona armonia fra essi Veneziani e Fiorentini. Presa non di meno che ebbe il conte Francesco la maggior parte delle castella del Lucchese[2732], e piantate alcune bastie intorno a Lucca, sen venne di qua dall'Apennino sul Reggiano colle sue truppe per accudire al servigio de' Veneziani; ma perchè essi nol poterono smuovere dal suo proponimento di non voler passare oltre Po, così portando i capitoli della sua condotta, disgustato di loro, perchè nol voleano pagare, se ne tornò in Toscana, dove passò il rimanente dell'anno. Poca felicità ebbero in quest'anno l'armi venete contra del duca di Milano. Niccolò Piccinino li travagliò assaissimo sul Bergamasco, dove prese alcune castella. E nel dì 20 di marzo diede una fiera spelazzata all'esercito loro presso il fiume Adda, dove, secondo gli Annali di Forlì[2733], circa tre mila soldati veneziani restarono o annegati o presi. Similmente nel dì 20 di settembre[2734] riuscì ad esso Piccinino di sconfiggere la loro armata con prendere molti uomini di taglia, e buona parte del bagaglio e delle artiglierie. Questi furono i motivi per li quali il senato veneto mise in dubbio la fede del marchese di Mantova. Ma non fu per ora accettata la rinunzia del marchese di Mantova; e perch'egli se ne andò a casa, fu eletto da' Veneziani per vicegenerale il Gattamelata. Mancò di vita nel dì 8 di dicembre dell'anno presente[2735] Sigismondo imperadore, lasciando dopo di sè una gloriosa memoria d'essere stato principe piissimo, prudentissimo, e di liberalità che s'accostava all'eccesso, massimamente verso de' poveri. Fu non di meno notata da Enea Silvio[2736] la di lui incontinenza; del qual vizio macchiò sopra modo la propria fama anche Barbara Augusta di lui moglie. Lasciò erede de' suoi regni di Boemia ed Ungheria Alberto duca d'Austria genero suo. Se crediamo al Rinaldi[2737], ribellatosi in quest'anno a papa Eugenio Pirro abbate casinense, castellano della fortezza di Spoleti, fu quivi assediato dagli Spoletini. In aiuto di lui chiamato nel mese di maggio Francesco figliuolo di Niccolò Piccinino, costui, a tradimento entrato nella città, la mise a sacco, colla morte ancora di molti di que' cittadini. Ma il Simonetta[2738] riferisce questo fatto all'anno seguente, e con più ragione.
NOTE:
[2726] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2727] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2728] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2729] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2730] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.
[2731] Poggius, Histor., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.
[2732] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2733] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2734] Sanuto, Istor. Ven., tom. eod. Cron. di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2735] Bonincontrus, Annal., tom. eod.
[2736] Æneas Sylvius, Histor. Bohem. Krantzius, Thrithem., et alii.
[2737] Raynaldus, Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCCXXXVIII. Indiz. I.
EUGENIO IV papa 8. ALBERTO re de' Romani 1.
Diedesi principio nel dì 8 di questo anno al concilio generale intimato da papa Eugenio IV in Ferrara, di cui fu presidente il piissimo cardinale Niccolò Albergati[2739]. Nella prima sessione, tenuta da pochi prelati, si dichiarò terminato il concilio di Basilea, e furono annullati assai decreti da esso fatti senza l'approvazione del papa. Per maggiormente accreditar questa sacra raunanza il pontefice Eugenio volle intervenirvi in persona, e però, partito da Bologna, fece nel dì 27 d'esso mese la sua solenne entrata in Ferrara, addestrato dal marchese Niccolò d'Este; e poscia continuò le sessioni, per distruggere ciò che andavano tessendo i vescovi tuttavia ostinati nel concilio di Basilea. Invitati avea Eugenio a Ferrara i Greci, che già si mostravano propensi all'unione colla Chiesa latina, perchè ne speravano soccorsi contra de' Turchi, i quali già minacciavano l'ultimo sterminio all'imperio cristiano di Oriente[2740]. In fatti nel dì 4 di marzo giunse a Ferrara Giovanni Paleologo imperadore de' Greci, che fu accolto con sommo onore dai cardinali e dal marchese. Magnifico ancora era dianzi stato l'accoglimento fatto a lui in Venezia da quella repubblica. Comparve poscia a Ferrara anche il patriarca di Costantinopoli nel dì 8 di marzo, trattato anch'egli con grande onorificenza. Questi menò seco molti vescovi ed arcivescovi greci. Si cominciarono dunque le conferenze intorno agli articoli di domma e di disciplina, per li quali erano discordi le Chiese greca e latina; e furono tenute molte sessioni con dispute calde fra le due nazioni. Nel qual tempo al dispetto del sommo pontefice continuando i vescovi di Basilea il loro concilio, giunsero sino a formare un decreto, in cui si attribuirono l'autorità di sospendere l'autorità e giurisdizione di papa Eugenio, ed anche di processarlo. Alberto duca d'Austria, siccome erede del defunto imperador Sigismondo, per essere marito di Isabella di lui figliuola, nel dì primo di quest'anno fu coronato re d'Ungheria insieme colla moglie[2741]. Susseguentemente dagli elettori nella città di Francoforte nel dì 20 di marzo fu concordemente eletto re de' Romani, e poco dappoi coronato in Aquisgrana. Ebbe dei contrasti per la corona di Boemia, di cui non di meno restò pacifico possessore: con che la già grande potenza dei duchi d'Austria crebbe di molto, ma per poco tempo a cagione della corta vita di questo principe. Mal soddisfatti si trovavano i Fiorentini della lor lega co' Veneziani, parendo loro che quelli pensassero unicamente al loro vantaggio, come era succeduto in addietro, e neppure avessero caro che Lucca venisse alle lor mani[2742]. Spedirono a Venezia Cosimo de Medici; nè spediente vi fu per una buona concordia; sicchè raffreddossi forte la loro lega. Anzi il Sanuto[2743] scrive che questa andò per terra. Intanto il duca Filippo Maria inviò lettere e messi in Toscana al conte Francesco Sforza per ritrarlo al suo servigio: al qual fine principalmente fu adoperata la possente batteria delle nozze con lui di Bianca unica figliuola del duca medesimo, non però atta per anche al matrimonio, che gli si faceano credere immancabili. Inoltre il pregò d'interporsi coi Fiorentini, acciocchè lasciassero in pace la città di Lucca, raccomandata ad esso duca: altrimenti non poteva dispensarsi dall'inviare colà l'armi sue per liberarla dai loro insulti. Accordossi il conte col duca, e i Fiorentini, che di buon'ora s'erano accorti del maneggio, e lo riseppero anche dal conte, che era signor saggio e d'onore, presero anch'essi il partito di levar le offese da Lucca nel dì 28 di marzo, e di trattar accordo coi Lucchesi. In fatti, essendo intervenuti gli ambasciatori del duca, ne seguì pace, con restare a Lucca il solo piano di sei miglia, e il resto delle castella prese in potere de' Fiorentini: pace perciò molto disgustosa ai Lucchesi, ma necessaria in sì scabrose contingenze alla lor salvezza.
Filippo Maria Visconte fu principe professore d'una strana politica. Prometteva oggi per mancar di fede domani. Le vampe della vendetta e dell'ambizione tali erano in lui, che per qualunque pace non mai si estinguevano in suo cuore. Perciò familiari a lui erano le finzioni e le cabale per offendere altrui, e per mostrarsi innocente di quelle offese. S'era egli pacificato con papa Eugenio; ma si vide ben presto sollecitare ed animare per mezzo de' suoi ambasciatori il concilio di Basilea contra di lui. Peggio poi fece, siccome fra poco dirò. Avea tirato dalla sua di nuovo il conte Francesco Sforza con tale apparenza di voler effettuare il matrimonio di sua figliuola con lui, ch'era fin giunto a far tagliare le vesti e a pubblicar l'invito per quelle nozze; eppure era dietro a burlarlo. Si mostrava eziandio in apparenza amicissimo del re Alfonso; ma perchè il re non avea eseguito quanto largamente gli avea promesso in Milano, l'odiava, e sembrava sospirare la di lui rovina. Adunque per soddisfare a queste segrete passioni, facendo vista che Francesco Sforza fosse in sua libertà, gl'insinuò occultamente di passare con pretesti nel regno di Napoli a sostenere il partito del re Renato d'Angiò, e pubblicamente il pregò nel medesimo tempo[2744] di non offendere il re d'Aragona, come considerato da lui pel maggiore amico ch'egli avesse al mondo. Fece nello stesso tempo credere ad Alfonso d'essere con lui[2745], coll'inviare Francesco figliuolo di Niccolò Piccinino con un corpo di truppe, in aiuto del re medesimo. Ma costui giunto che fu ad Ascoli, unito coi fuorusciti di quella città, si perdè a saccheggiar quel paese, e, se non era il conte Francesco che inviasse soccorso a quei cittadini, Ascoli si perdeva. Tentò il giovane Piccinino anche Fermo; ma, essendo stato spedito dal conte Francesco colà Taliano Furlano, desistè dall'impresa. Quello onde si dolse non poco il conte Francesco, fu che per ordine del duca di Milano il Piccinino suddetto esibì sì vantaggiose condizioni ad esso Taliano, che lo staccò dal suo servigio e il trasse a quello del duca. Unito poscia con esso Taliano e coi Camerinesi, fece guerra alle terre del conte Francesco. E in tale occasione fu, secondo Simonetta, e per attestato ancora della Cronica di Rimini[2746], che Francesco Piccinino col suddetto Taliano, chiamato in aiuto dell'abbate di Monte Casino, ch'era assediato nella fortezza di Spoleti, entrò in quella città e la mise barbaramente a sacco, senza perdonare neppur ai luoghi sacri, come all'anno precedente ci fece sapere il Rinaldi. Passò intanto dalla Toscana nell'Umbria colle sue valorose milizie il conte Francesco Sforza. Venne alle sue mani Assisi. Erano i Norcini allora addosso ai Cerelani; li mise in rotta un corpo di gente ch'esso conte spedì contra di loro, e forzogli ancora ad implorar misericordia. Era parimente ribello del papa Corrado dei Trinci signor di Foligno. Tal terrore gli misero l'armi del conte, che mandò immantenente a raccomandarsi, e si sottomise agli ordini del sommo pontefice. Marciò poscia il conte nel regno di Napoli, e fece guerra a Josia Acquaviva aderente del re Alfonso, con impadronirsi di varie di lui terre sino al fiume Pescara, e insieme della città di Teramo. Gran confusione si mirava allora nel regno di Napoli[2747]. Era riuscito all'assennato re Alfonso di attaccar di nuovo al suo partito il principe di Taranto, il conte di Caserta ed altri baroni, e in bella positura si trovavano i suoi affari. Ripigliarono poi migliore aspetto quei del re Renato, perch'egli sciolto dalle prigioni del duca di Borgogna col riscatto di ducento mila dobble d'oro, per la qual somma fu necessitato ad impegnare Stati ed amici, finalmente nel dì 19 di maggio arrivò a Napoli con dodici galee ed altri pochi legni, e fu con somma allegrezza accolto da quel popolo. Ma egli era povero; nè uscendo dalla sua borsa le aspettate rugiade, si raffreddò in breve la stima e l'amore de' Napoletani verso di lui. Ai suoi servigi si esibì pronto con tutte lo sue soldatesche Jacopo Caldora; e Micheletto Attendolo suo generale anch'egli si accinse vigorosamente alla di lui difesa. Ora il re Alfonso, per indebolire i suoi avversarii, calde lettere in primo luogo scrisse al duca di Milano, pregandolo di interporre i suoi uffizii presso il conte Francesco, acciocchè non gli fosse nemico. E il duca intenerito non mancò di farlo, anzi per questo scrisse anche ai Fiorentini che pagavano il conte, pregandoli di richiamarlo, usando eziandio minaccie, se nol faceano. Intervennero appresso altre mutazioni, per le quali infatti il conte ebbe da ritirarsi dal regno di Napoli. Secondariamente il re Alfonso, affine di allontanare il Caldora dal re Renato, marciò con tutte le sue forze in Abbruzzo; ebbe Sulmona, e mise il terrore per tutta quella provincia. Accorso colà Jacopo Caldora, fu a fronte del re; e, benchè egli fosse inferiore di forze, il tenne a bada con fargli credere di volersi accordar seco; tanto che il re Renato con Michele Attendolo venne ad unirsi seco nel dì 19 d'agosto. Era la loro armata di dieciotto mila persone; e però mandarono il guanto della disfida al re Alfonso, che lietamente l'accettò; ma per risposta mandò che gli aspettava in Terra di Lavoro, e quivi sarebbe venuto al fatto d'armi. Dopo di che, sapendo che poca gente d'armi si trovava in Napoli, passò colà, e nel dì 27 di settembre l'assediò per mare e per terra, facendo ben giocare le artiglierie. Vi stette sotto trentasei giorni; nel qual tempo una palla di bombarda sparata dai Napoletani percosse di balzo in testa l'infante don Pietro, fratello d'esso Alfonso, e il fece cader morto con incredibil cordoglio del medesimo re e di tutti i suoi. Perdute perciò le speranze di vincere quella città, Alfonso se ne tornò a Capoa; e il re Renato nel dì 9 di dicembre rientrò in Napoli.
Diede maggiormente a divedere in quest'anno il sempre inquieto duca di Milano qual fosse l'animo suo verso papa Eugenio IV[2748]. Imperciocchè, mentre esso pontefice era intento in Ferrara al concilio, spedì nel dì 24 di marzo sul Bolognese Niccolò Piccinino suo generale con gran corpo d'armati. Andò costui girando per quei contorni, finchè ebbe, con gli Zambeccari ed altri amici de' Bentivogli ben concertato d'insignorirsi della stessa città di Bologna. In fatti nella notte antecedente al dì 21 di maggio, rotta la porta di San Donato, egli v'entrò colle sue genti, e ne prese il dominio per sè, con aver ben trattati que' cittadini. Fu cagione questo avvenimento che anche Imola e Forlì si ribellassero alla Chiesa[2749], e il simile fecero tutte le castella di que' contadi. Entrò in Forlì Antonio degli Ordelaffi, e ne ripigliò la signoria; ma nel castello fu posto presidio dal Piccinino. Prima di questi fatti Astorre ossia Astorgio de' Manfredi signor di Faenza, unitosi colle sue genti ad esso Piccinino[2750], avea occupato Bagnacavallo ed altre castella del territorio ravegnano; nel qual tempo, cioè nel dì 16 d'aprile, il Piccinino strinse d'assedio la stessa città di Ravenna; e, quantunque i Veneziani vi mandassero soccorso[2751], pure Ostasio da Polenta, signore di quella città, fu costretto da lì a poco, cioè nel dì 21 d'esso mese, a dimandar accordo, per cui cacciò di Ravenna i Veneziani, e si dichiarò aderente al duca di Milano. Se di tali novità fosse malcontento il pontefice Eugenio, sel può ciascuno immaginare. Per quanto s'ha dagli Annali di Forlì[2752], anche la bella terra ossia Borgo Santo Sepolcro fu proditoriamente tolta in quest'anno nel dì 26 d'agosto alla Chiesa romana. Per tali e tante turbolenze e movimenti di guerra, che il duca di Milano fingeva fatti dal Piccinino senza ordine suo, e mostrava anzi di lamentarsene, i Fiorentini richiamarono dal regno di Napoli il conte Francesco Sforza, che già s'era accorto d'essere beffato dal duca di Milano. Se ne tornò egli nella Marca, e volendo, secondo l'iniquo costume dei guerrieri d'allora, rallegrar le sue truppe con qualche saccheggio, trovati dei pretesti, che non mancano mai a chi vuol far del male, andò addosso alla ricca e popolata terra di Sassoferrato, patria di Bartolo celebre giurisconsulto, nelle vicinanze di Fabriano[2753]; e senza cercar accordo, in tre ore d'assalto v'entrò dentro. Quivi ancora fu commessa ogni sorta di crudeltà e disonestà nel terribil saccomano dato a quei cittadini e alle lor chiese. Ciò fatto, ridusse parimente colla forza Tolentino già ribellato a ritornare alla sua ubbidienza. Anche il popolo di Camerino si ridusse a chiedergli perdono e pace; dopo di che, messe a quartier d'inverno le sue soldatesche, attese a reclutarle per poter nella seguente primavera comparir forte in campagna. Terminò i suoi giorni nel dì 14 di novembre Malatesta signore di Pesaro.
Sole non furono in quest'anno le imprese di sopra narrate di Niccolò Piccinino. Siccome egli era un infaticabil capitano, nè si dava mai posa, appena sbrigato dalla Romagna, corse nel mese di giugno a Casal Maggiore, e mise il campo a quella nobil terra posseduta dai Veneziani[2754]. Non finì il mese, che si renderono que' cittadini con buoni patti. Passò poi l'Oglio fiume, mise il terrore per tutto il Bresciano, ed, arrivato al lago di Garda, s'impadronì di Rivoltella e dell'isola di Sermione. Minutamente son descritti questi ed altri fatti da Cristoforo da Soldo Bresciano nella sua Storia[2755], e dal Platina[2756] in quella di Mantova. Gian-Francesco da Gonzaga, stato finora generale dei Veneziani, non fidandosi di loro, giacchè era terminata la sua condotta, non solamente nel dì 3 di luglio si licenziò dal loro servigio, ma si accordò anche col duca di Milano, per militare in favore di lui; ed in oltre, fatte correre le sue genti sul Veronese, presa Nogarola ed altri luoghi, vi fece molti prigioni. Di questo, come se fosse un grave tradimento, si lagnarono forte i Veneziani: intorno a che son da vedere le ragioni del Gonzaga addotte dal Platina. Prepararono dunque un'armata navale, e nel dì 28 d'agosto la spedirono su per Po ai danni del duca e del marchese di Mantova. Ed affinchè Niccolò marchese di Este signor di Ferrara non prendesse partito col duca, il quetarono con rilasciargli liberamente Rovigo con tutto il suo Polesine, tanti anni prima dato loro in pegno da esso marchese, quando era in verde età, per sessanta mila fiorini di oro. Continuò in questo mentre i suoi progressi Niccolò Piccinino, con insignorirsi di Gavardo, Garda, Salò, Lacise. E colla medesima prestezza, saltando or qua or là, ridusse in suo potere Chiari, Pontoglio, Soncino ed altri luoghi, tutti menzionati da Cristoforo da Soldo. Ma ritrovandosi egli a Roado, all'improvviso gli arrivò addosso Stefano detto il Gattamelata, che nel dì 10 d'agosto gli diede un pelata con prendere circa quattrocento cavalli de' suoi, ed ucciderne altrettanti. Prese all'incontro il Piccinino cento cavalli veneziani e cento fanti, ed in oltre ebbe Roado e Palazzuolo. Trovossi allora il Gattamelata come bloccato in Brescia; e perchè il senato veneto non avea esercito dalla parte di Verona (cosa che molto gli premea), il Gattamelata per quel di Lodrone e di Trento con tre mila cavalli e due mila fanti passò sino a Verona, e per ricompensa ebbe il bastone di generale. Tentò l'armata veneta navale sul Po Sermido, terra del marchese di Mantova, ma con poca fortuna, e se ne tornò indietro. Pietro Loredano comandante d'essa, giunto a Venezia, tardò poco a sbrigarsi da questa vita, e fu detto per malinconia della sua sfortunata spedizione. Intanto Niccolò Piccinino pose l'assedio alla città di Brescia, e intorno ad essa fabbricò alquante bastie. Fu gran peste nell'anno presente in Genova, e portò al sepolcro migliaia di persone.
NOTE:
[2738] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2739] Raynaldus, Annal. Eccles. Labbe, Concil., tom. 12.
[2740] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2741] Naucler., Gen. 48. Æneas Sylvius, Hist. Bohem.
[2742] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 21.
[2743] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2744] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[2745] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 4, tom. 21 Rer. Italic.
[2746] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2747] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2748] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.
[2749] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2750] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2751] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2752] Annal. Foroliviens., tom. eod.
[2753] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Italic.
[2754] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2755] Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2756] Platin., Hist. Mant., lib. 5.
Anno di CRISTO MCCCCXXXIX. Indiz. II.
EUGENIO IV papa 9. ALBERTO II re de' Romani 2.
Era entrata la peste anche nella città di Ferrara. Tra per questo disordine e pericolo, e perchè il pontefice Eugenio non si trovava assai quieto in quella città, da che Niccolò Piccinino avea presa Bologna, Imola e Ravenna[2757], determinò egli coi Padri di trasferire il concilio generale a Firenze. A questo cangiamento si accomodarono ancora l'imperadore e il patriarca de' Greci. E però nel dì 16 di gennaio[2758] il papa imbarcato in una peota, servito dal marchese Niccolò di Este, sen venne a Modena co' cardinali, e per le montagne fu condotto sicuro sino a Firenze da esso marchese; giacchè niun d'essi si attentava di passare per Bologna, e suo distretto, perchè occupato dal Piccinino. L'imperador Giovanni Paleologo e il patriarca greco cogli altri vescovi orientali sul fine del medesimo mese s'inviarono anch'essi a quella volta, avendo loro conceduto il passo per la valle di Lamone il signor di Faenza. Fu dunque continuato in Firenze il suddetto concilio con gloria immortale di papa Eugenio IV, perciocchè ivi seguì la tanto sospirata unione delle Chiese latina e greca, benchè col tempo non meno pegli spaventosi progressi de' Maomettani, che per la perfidia de' Greci, poco frutto ne risultasse alla Chiesa di Dio. Questa santa opera, che dovea calmare gli spiriti sediziosi dei pochi vescovi tuttavia raunati in Basilea, servì forse a maggiormente inasprirgli. E però la sfrenata loro ambizione si lasciò trasportare nel dì 25 di giugno a formare il decreto della deposizione di Eugenio papa legittimo, con orrore di tutti i buoni, e disapprovazione della maggior parte del cristianesimo. Ma non tardò ad entrare nella stessa città di Basilea la peste[2759], che fece gran paura a quei prelati, ed alcuni ancora ne portò al tribunale di Dio; tuttavia gli altri, benchè pochi, animati dal cardinale d'Arles, stettero saldi, e nel dì 5 di novembre giunsero ad eleggere un antipapa. Questi fu Amedeo duca di Savoia, che vedemmo dianzi ritirato in sua vecchiaia a Ripaglia nella diocesi di Ginevra, per far ivi vita eremitica, benchè non lasciasse sotto quell'abito di far anche da duca. Sotta la sua lunga barba non di meno e sotto quel rozzo abito alloggiava tuttavia l'antica voglia di comandare; e però, presentatagli l'elezione, si contorse bensì, e versò anche delle lagrime, ma in fine l'accettò. Prese il nome di Felice V, senza molto ponderare l'empietà di quell'atto, che non era mai scusabile nè presso Dio, nè presso gli uomini, avendo egli rinnovato nella Chiesa di Dio lo scisma, tanto detestato dalle leggi divine ed umane, e riprovato allora insino dal duca di Milano, quantunque genero d'esso Amedeo. Dacchè papa Eugenio con tutte le sue diligenze non avea potuto impedire questo scisma, informato che fu dell'esecrabile attentato de' prelati di Basilea, fulminò, ma solamente nell'anno seguente, contra d'essi la scomunica, e dichiarò eretico e scismatico lo stesso Amedeo; e per fortificare il suo partito, nel dì 18 di dicembre dell'anno presente fece in Firenze una promozione di diecisette cardinali di tutte le nazioni cattoliche.
Nel dì 27 d'ottobre di quest'anno[2760] fu da immatura morte rapito, e non senza sospetto di veleno, Alberto II duca d'Austria, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, e principe lodatissimo da tutti gli storici. Lasciò gravida la regina Isabella sua moglie, che poi diede alla luce Ladislao, riconosciuto per loro re dai popoli dell'Ungheria[2761]. Continuò in questo anno ancora nel regno di Napoli la guerra fra i due nemici re Alfonso d'Aragona e Renato d'Angiò. Mantenevasi tuttavia in Napoli Castello Nuovo con guarnigione dell'Aragonese. Fu esso assediato per terra e per mare dalle genti di Renato, e non ostante lo sforzo fatto da Alfonso per soccorrerlo di gente e di vettovaglia, con aver anche messo il campo intorno alla stessa città di Napoli, quel castello nel dì di san Bortolomeo d'agosto capitolò la resa, e fu consegnato agli ambasciatori del re di Francia, i quali poi, maltrattati dal re Alfonso, lo diedero al re Renato. Dopo questa perdita Alfonso, impadronitosi di Salerno, ne investì Raimondo Orsino cugino del principe di Taranto, e creollo anche duca d'Amalfi. Ridusse del pari alla sua divozione Americo Sanseverino conte di Caiazza, e tutti gli altri baroni di quella casa. Sul fine di settembre essendosi mosso Jacopo Caldora duca di Bari colle sue genti dall'Abbruzzo per andarsi ad unire col re Renato, corse ad opporsegli il re Alfonso, e il tenne un pezzo a bada, finchè esso Jacopo nel dì 18 di novembre, sorpreso da mortale accidente, finì i suoi giorni con fama d'essere stato prode capitano, ma colla macchia di poca fede e di molta avarizia. Antonio Caldora suo figliuolo prese allora il comando di quell'armata, e fu confermato duca di Bari, siccome Raimondo suo fratello creato gran camerlengo. Erano i Caldoreschi la maggiore speranza di Renato. In questi tempi il re Alfonso, che era padrone di tutta la Terra di Lavoro, e continuamente angustiava Napoli, mise anche l'assedio al castello d'Aversa: il che cagionò di grandi affanni al re suo avversario.
Maggiormente fece strepito in questo anno la guerra di Lombardia[2762]. Avea Niccolò Piccinino, siccome già accennai, nell'ottobre dell'anno precedente bloccata e stretta con alcune bastie la città di Brescia, con isperanza di vincerla nel verno colla fame. Poco più di due mila difensori v'erano dentro, perchè gran gente a cagion della peste n'era uscita. Contuttociò que' cittadini fedelissimi alla repubblica veneta, che odiavano il governo del duca di Milano, fecero delle maraviglie in difesa della lor patria. Più e più assalti diede loro il Piccinino, facendo anche incessantemente giocar le artiglierie contro le loro mura; ma gl'intrepidi Bresciani sostenevano tutto, provvedevano a tutto, e fino i preti e i frati menarono allora le mani. Son diffusamente descritti questi fatti da Cristoforo da Soldo e dal Platina. Ora in tali angustie i Veneziani, che nell'anno precedente si erano mostrati quasi sprezzatori della lega co' Fiorentini, e dell'aiuto del conte Francesco Sforza, mutarono ben massima e linguaggio[2763]. Inviati a Firenze i loro ambasciatori, in tempo che Cosimo de Medici, uomo saggio, era gonfaloniere, nel dì 18 di febbraio riconfermarono la lega, alla quale s'aggiunsero ancora papa Eugenio e i Genovesi. A niun d'essi tornava il conto che prevalessero l'armi del Visconte, concordemente poi cominciarono a sollecitare il conte Francesco, acciocchè portasse soccorso in Lombardia agli affari sconcertati de' Veneziani. In questo mentre, raccomandandosi forte i Bresciani a Venezia per ottenere aiuto, perchè aveano tre nemici addosso, cioè l'armi del duca, la pestilenza e la fame; ebbe ordine il Gattamelata di passar colle sue truppe pel Trentino, e per Lodrone ed Arco, a quella volta. Andò; ma nel dì 12 di gennaio ebbe uno svantaggioso incontro colle soldatesche del Piccinino, che teneano i passi, e gli convenne retrocedere. Inoltratosi all'incontro in quelle parti Taliano Furlano con altre milizie duchesche[2764], ebbe anch'egli nel dì 22 d'esso mese una rotta da Taddeo marchese d'Este e da Parisio conte di Lodrone. Irritato da questo fatto il Piccinino, marciò in persona a Lodrone; e, dopo averlo preso, tornò sul lago di Garda per vegliare ad un'armata di circa ottanta legni fra grandi e piccioli, che la repubblica veneta fece con immense spese portare per terra sino a Torbola sul lago suddetto. Tuttavia, perchè era troppo nemico dell'ozio, nel mese di marzo si spinse sul Veronese, passò in faccia ai nemici l'Adige, assediò e prese Legnago, Lonigo ed altre terre. In una parola non passò il mese di maggio che quasi tutto il territorio di Verona e Vicenza, sì il piano che il monte, si sottomise all'armi di lui e del marchese di Mantova, di cui doveano essere Verona e Vicenza, qualora se ne fossero impossessati. Ritirossi intanto il Gattamelata nel serraglio di Padova, premendogli di non avventurare ad una giornata la salute della repubblica. Intanto fu rallentato l'assedio di Brescia con somma consolazione di que' cittadini, che non ne poteano più. Questo inoltrarsi cotanto del Piccinino era per opporsi al conte Francesco Sforza, il quale, per le tante ragioni, preghiere e promesse a lui recate dagli ambasciatori di Venezia e Firenze, s'era messo in viaggio in soccorso dei Veneziani, giacchè scorgeva non potersi far capitale delle speranze a lui date dal duca.
Dopo aver preso Forlimpopoli, il conte Francesco sen venne pel Ferrarese con sette mila cavalli e quattro mila fanti ben in punto, e sul principio di luglio giunse sul Padovano[2765]. Unitosi poi coll'esercito del Gattamelata, in pochi giorni ebbe tutto il Vicentino in sua balia. Avea fatto in questo mentre il Piccinino a Soave e ad altri luoghi scavare di grandi fosse e tagliate; laonde fu forzato il conte a tenersi per la montagna, se volle andare innanzi, e gli convenne ancora urtar più d'una volta nei nemici. S'andò ritirando il Piccinino, e passò anche di qua dall'Adige: con che diede campo al conte di ricuperar tutto il di là. Pertanto si ridusse la guerra sul lago di Garda, dove a Torbola era la flotta veneta, contra la quale anche il duca di Milano si premunì con un'altra fabbricata a Desenzano. Trovavasi la veneta a Maderno sul lago con Taddeo marchese d'Este e con altri capitani, e parte delle soldatesche era in terra[2766]. Arrivò loro addosso nel dì 26 di settembre Niccolò Piccinino tanto coi legni milanesi fabbricati sullo stesso lago di Garda, quanto colle soldatesche per terra, avendo seco il marchese di Mantova e Taliano Furlano; e tutta quella flotta pose in rotta colla presa de' legni, e con far prigione Taddeo marchese, i provveditori veneti ed altre persone da taglia. Inestimabile fu il danno che ne riportarono i Veneziani. Ma senza punto sgomentarsi s'accinse tosto la potenza veneta a formare una nuova flotta, non perdonando a spesa veruna. Respirava bensì Brescia, perchè ne era levato l'assedio; ma sprovveduta di vettovaglie, ne facea continue istanze alla repubblica veneta. Prese dunque il conte Francesco la risoluzione d'incamminarsi colà per le montagne e per la valle di Lodrone. Con disegno d'impedirgli il passo, si postarono il Piccinino e il marchese di Mantova al castello di Ten; ma eccoti nel dì 9 di novembre si veggono assaliti in quei passi stretti dal conte, e sono astretti alla fuga. Vi restarono prigionieri Carlo figliuolo del marchese di Mantova, Cesare da Martinengo, ed altri condottieri con cento uomini d'armi, e molti fanti e cernide. Ebbe fatica lo stesso Piccinino a salvarsi, e sulle spalle d'uomini si fece portare (fu detto in un sacco) a riva di Lago. Ma non mai comparve l'arditezza di esso Piccinino, come questa volta. Dopo la rotta suddetta non si sapea dove egli fosse. Da lì a pochi giorni giugne avviso al conte Francesco, come egli col marchese di Mantova avea data la scalata a Verona; ed, entratovi, se n'era quasi interamente impadronito, non restando più in mano de' Veneziani se non il Castel Vecchio e quello di San Felice, ed una delle porte. Parve cosa da non credere un sì inaspettato colpo. Era il conte all'assedio del soprannominato castello di Ten, e, ricevuta questa così stravagante nuova, non tardò nel dì 17 del predetto mese di novembre a mettersi frettolosamente colla sua armata in viaggio alla volta di Verona. Nella notte precedente al dì 20 essendo passato per le vie scabrose della montagna, entrò egli nel castello di San Felice, contra di cui già s'erano alzate le batterie, e che poco potea durare, perchè sprovveduto di gente e di viveri[2767]. Fatto dì, piombò il conte colle sue valorose squadre addosso agli assedianti, e, trovandoli in parte attenti a bottinare, gli sbaragliò. Tal fu la calca de' fuggitivi sul ponte dell'Adige, che questo si ruppe, laonde moltissimi si annegarono, e da due mila persone rimasero prigioniere. Con sì fatta velocità liberò il conte la città di Verona. Venne poscia il Piccinino sul Bresciano, dove diede gran sacco e danno, e maggiormente affamò quella città. Andò il conte Francesco all'assedio d'Arco, ma nol potè avere; e però, tornato sul Veronese, mise quivi a quartiere pel verno le sue affaticate schiere. Con tali prodezze terminò la campagna di quest'anno in Lombardia, avendo il conte Francesco lasciata a' Veneziani una perenne memoria del suo valore e della sua fedeltà. E di qui potè conoscere Filippo Maria duca di Milano il bel frutto delle sregolate sue risoluzioni. S'egli avesse avuto dalla sua, e non già nemico, lo Sforza, correa manifesto pericolo la repubblica veneta di perdere tutta la terra ferma, giacchè al solo Sforza si potè attribuire l'averla conservata, e con tanto decoro. In quest'anno[2768] il patriarca Vitellesco capitano del papa mise il campo a Foligno, ed entratovi per tradimento sul fine dell'anno, fece prigione Corrado de' Trinci signore di quella città con due suoi figliuoli; e condottolo a Soriano, da quell'uomo crudele che era, gli fece mozzare il capo: con che la famiglia dei Trinci, che per più d'un secolo avea tenuta la signoria di Foligno, ne restò priva, e se n'andò dispersa. Nè si dee tacere che il duca di Milano, per tirare nel suo partito Guidantonio de' Manfredi signore di Faenza[2769], gli donò, nell'aprile dell'anno presente, Imola, Bagnacavallo e la Massa de' Lombardi.
NOTE:
[2757] Raynald., Annal. Eccles. Labbe, Concilior., tom. 12.
[2758] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2759] Æneas Sylvius, de Gest. Concil. Basil.
[2760] Duhravius, Nauclerus. Cuspinian., Æneas Sylv., et alii.
[2761] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2762] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2763] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.
[2764] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2765] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.
[2766] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2767] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.
[2768] S. Antonin., Par. III, tit. 22. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2769] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXL. Indizione III.
EUGENIO IV papa 10. FEDERIGO III re de' Romani 1.
Dopo la morte di Alberto II duca di Austria e re de' Romani, Federigo Austriaco, figliuolo duca Ernesto e conte del Tirolo[2770], prese il governo del ducato dell'Austria e degli altri Stati della sua potente casa, e poscia nella festa della Purificazione della beata Vergine fu eletto in Francoforte re de' Romani di comune consenso degli elettori: principe piissimo, mansueto ed amator della pace. Il resto delle sue azioni lo lascio alla storia germanica. Fu sul principio disapprovato il suo contegno, perchè nello scisma cominciato dai pochi prelati di Basilea, egli insinuò alla nazione germanica la neutralità ed indifferenza, quando quasi tutti gli altri monarchi e principi[2771] tenevano, come ragion voleva, la parte del vero e legittimo papa Eugenio IV. Fin qui Giovanni Vitellesco da Corneto, patriarca d'Alessandria e cardinale, s'era acquistato credito di gran capitano di guerra presso gli uomini, ma non già presso a Dio, siccome uomo più di mondo che di Chiesa. Più saggi avea egli dato della sua smoderata ambizione, crudeltà e lussuria nel corso delle sue bravure, ed ultimamente avea ricuperata la rocca di Spoleti, con far prigione l'abbate di Monte Casino[2772]. Da sì fatto uomo volle Dio liberare gli stati della Chiesa, e permise che papa Eugenio (non ben sappiamo se con veri o falsi fondamenti) prendesse gagliardo sospetto di lui, quasichè egli macchinasse d'impadronirsi delle città pontificie, e tenesse segreta intelligenza col duca di Milano e con Niccolò Piccinino, dicendosi che furono intercette alcune sue lettere scritte in cifra[2773]. Andò dunque ordine del papa ad Antonio Redo, castellano di castello Sant'Angelo, di farlo prigione, per poscia formare il suo processo. Ma diversamente passò la faccenda, perchè, volendo esso cardinale nel dì 18 di marzo partirsi da Roma, nel passare in vicinanza del suddetto castello, allorchè vide chi volea fermarlo, si mise alla difesa, e guadagnate alcune mortali ferite, fu portato là entro[2774], dove nel dì 2 di aprile finì i suoi giorni o per veleno o in altra guisa, e vilmente venne dipoi seppellito. Ostia, Soriano, Cività Vecchia ed altri luoghi ch'egli teneva, tornarono senza gran fatica in potere del papa.
Pensava seriamente Filippo Maria duca di Milano a levarsi di dosso il suo gran flagello, cioè il conte Francesco Sforza; e perchè sapea che i Fiorentini si trovavano allora mal provveduti per la guerra, determinò di portarla colà, immaginandosi che essi richiamerebbono incontanente in Toscana il conte alla loro difesa[2775]. Gli andarono per la maggior parte falliti i suoi disegni. Spedì egli adunque nel febbraio Niccolò Piccinino in Romagna con sei mila cavalli, che, giunto a Bologna nel dì 4 di marzo[2776], continuò poi il suo viaggio, e fece tal paura a Sigismondo Malatesta signor di Rimini, e agli altri suoi consorti, già stipendiati da' Veneziani, che presero accordo con lui. Impadronitosi poscia di Oriolo e di Modigliana, per la via di Maradi passò in Toscana, e penetrò nel Casentino, dove ebbe Romena e Bibbiena. Con tutta diligenza fecero i Fiorentini quella massa di gente d'armi che poterono, e soprattutto ebbero Micheletto Attendolo lor generale, e Pietro Giampaolo Orsino con altri condottieri d'armi. Ordinò anche il papa che marciassero in loro aiuto tre mila e cinquecento fanti di sua gente. Ma, per quanto i Fiorentini desiderassero e pregassero, non poterono impetrar da' Veneziani il conte Francesco Sforza, perchè troppo ne abbisognava quel senato per dar soccorso a Brescia. Andossene dipoi il Piccinino fino a Perugia sua patria con soli quattrocento cavalli, con pensiero di farsi signore di quella città. Avea, oltre a ciò, de' trattati in Cortona; ma si sciolsero in fumo tutti i suoi disegni. Ritornato perciò indietro, venne colla sua armata al già da lui occupato Borgo di Santo Sepolcro, mettendosi a fronte dell'esercito fiorentino, il quale s'era posto ad Anghiari[2777]. Poca stima faceva egli delle soldatesche nemiche, molta delle sue; e, venendo a battaglia, si tenea la vittoria in pugno. Volle farne la pruova nel dì 29 di giugno, festa solenne de' principi degli Apostoli, con attaccar la zuffa. Valorosamente si combattè da ambe le parti per quattro ore, e finalmente toccò al prode Piccinino d'andare in rotta, perchè i suoi vennero stanchi alla pugna, e si perderono anche a bottinare. Poco umano sangue vi si sparse; contuttociò gli scrittori fiorentini fanno ascendere a circa tre mila i cavalli presi, e si contarono fra i prigioni Astorre de' Manfredi, Sagramoro Visconte ed altri capitani del Piccinino. Di questa vittoria nondimeno poco seppero profittare i Fiorentini; il papa solo ricuperò in tal congiuntura Borgo Santo Sepolcro, ch'egli vendè poscia a' Fiorentini per bisogno di danaro. Andato intanto il Piccinino verso Perugia, sen venne poi pel paese d'Urbino alla volta della Lombardia, e però anche buona parte dell'armata Fiorentina calò di qua dall'Apennino in Romagna. Nel dì 15 di settembre tentò con breve assedio e con alcuni assalti la città di Forlì, nè potè averla. Prese bensì Bagnacavallo e Massa de' Lombardi, terre che per bisogno di pecunia il papa poco appresso vendè a Niccolò Estense marchese di Ferrara.
Non si stette colle mani alla cintola neppure la Lombardia. Per la somma carestia si trovava tuttavia in pericolo la città di Brescia, nè cessavano le premure ed istanze de' Veneziani per portarle soccorso[2778]. Perchè il passaggio del Mincio era guardato dal nemico marchese di Mantova, pativa molte difficoltà. Il solo lago di Garda parea piuttosto il varco per cui potesse passare un grosso convoglio di genti e di vettovaglie. A questo fine avea il senato veneto preparata una flotta di varie navi a Torbole, con far condurre colà per terra infin le galere: il che costò immense spese[2779]. In fatti nel dì 10 di aprile riuscì ad essa flotta di sconfiggere quella del duca di Milano, comandata da Taliano Furlano, e poscia di assediare e prendere Riva di Trento. Allora, senza badare a difficoltà, nel dì 3 di giugno[2780] passò il conte Francesco animosamente colle sue genti il Mincio, ricuperò Rivoltella, Lonato, Salò, Calcinato ed assaissimi altri luoghi. Più non militava con esso lui il Gattamelata da Narni, perchè, colpito da un accidente apopletico, diede poi fine alla sua vita nell'anno 1445 in Padova, dove tuttavia sulla piazza del Santo si mira la di lui statua equestre di bronzo alzatagli dalla repubblica veneta. Quanto più poi s'inoltrava l'armata veneta, tanto più si ritirava indietro la duchesca, siccome inferiore di forze, talchè le convenne ridursi al fiume Oglio. Ma anche lo Sforza comparve colà nel dì 14 di giugno[2781], e, venuto alle mani coll'esercito del duca tra gli Orci e Soncino, ne riportò vittoria con prendere tutto il carriaggio, e circa mille e cinquecento cavalli ducheschi. Buona parte d'essi era di Borso Estense figliuolo di Niccolò marchese di Este, il qual con mille cavalli era passato come venturiere al servigio del duca di Milano. Non solamente restò allora liberata Brescia da' nemici e dalla fame con ricco trasporto di biade, ma in poco tempo tornò alla divozione della veneta repubblica la maggior parte delle sue terre e castella colle altre perdute nel distretto di Bergamo: tutto per la valorosa condotta del conte Francesco Sforza. Nè queste furono le sole azioni sue. Si spinse egli più innanzi, e s'impadronì di Caravaggio e, in una parola, di tutta Geradadda, prima che terminasse il mese di giugno. Nei seguenti mesi continuò egli le sue conquiste sì in ricuperar le restanti terre perdute nel Bresciano e Veronese, che in prenderne altre sul Cremonese, e in togliere Peschiera ed altri luoghi al marchese di Mantova: tanto che, giunte le pioggie autunnali, ed accostandosi il verno, le soldatesche piene di bottino se l'andarono a goder ne' quartieri. In somma nuove occasioni al certo ebbe il duca di Milano di pentirsi di aver beffato ed abbandonato Francesco Sforza, che sarebbe stato, s'egli avesse voluto, il suo braccio diritto.
Neppure in quest'anno andò esente il regno di Napoli dalle dure pensioni della discordia, a cagion della guerra continuata fra i due re, cioè fra Alfonso re d'Aragona e Renato d'Angiò. Povero era Renato, e, mancandogli gente e pecunia[2782], cioè i due maggiori requisiti a fare e sostenere la guerra, altra speranza non avea se non in Antonio Caldora duca di Bari. Ma questi a quanti messi gli mandava il re, affinchè cavalcasse in suo aiuto, adduceva per iscusa la mancanza del danaro, e il timore che in sua lontananza si ribellassero i popoli dell'Abbruzzo. Prese Renato allora l'ardita risoluzione di portarsi incognito in persona in quelle contrade, e l'eseguì con maraviglia d'ognuno. Raccolse in esso viaggio donativi, danaro e gente, e massimamente dagli Aquilani. Trovavasi egli nel dì 29 di giugno in faccia all'esercito aragonese, e mandò ad Alfonso la disfida della battaglia. La risposta dell'Aragonese fu, che, trovandosi egli padrone della maggior parte del regno, non si sentiva voglia di mettere a repentaglio tutta la sua fortuna in una giornata. Avrebbe nondimeno Renato assalito il campo nemico, e probabilmente con isperanza di vincerlo, perchè già si ritirava; ma l'infedele Caldora co' suoi ricusò di muoversi. Per questo esacerbato Renato il fece ritenere, e prese al suo soldo buona parte delle di lui milizie, lasciandolo poscia tornare in Abbruzzo con titolo di vicerè. Ma in vece di tornar colà il Caldora, cominciò a trattare accordo col re Alfonso. Dio punì la sua infedeltà, perchè in questo mentre Gian-Antonio Orsino principe di Taranto, già tornato alla divozione del re Alfonso, tenne trattato con Marino da Norcia governatore di Bari pel Caldora, ed entrò in possesso non solo di quella città, ma anche di Conversano e di tutte le altre terre dei Caldoreschi. Tornò poscia il re Alfonso colle sue genti all'assedio di Napoli, e però il re Renato, quantunque avesse ricuperato castello Sant'Ermo, tornò ad essere in disagio come prima, e ricorse a papa Eugenio per aiuto. Fin qui erano state rispettate le città e terre degli Sforzeschi in regno di Napoli, cioè quelle del conte Francesco e de' suoi fratelli. Il re Alfonso, secondo i Giornali di Napoli, le prese nell'anno presente, ancorchè fosse pace tra lui e il conte; e trovolle ricchissime per aver esse goduto finora e profittato della loro neutralità. Erano queste Benevento, Manfredonia, Bitonto ed altre non poche[2783]: danno grave provenuto al conte Francesco per la sua lontananza, avendo egli perduto il proprio per sostenere l'altrui. Verisimilmente fu questo un sottomano del Visconte, che, per vendicarsi d'esso Sforza, segretamente attizzò contra di lui il re Alfonso. Il Simonetta[2784] differisce sino all'anno 1442 lo spoglio di tali città fatto al conte. In mano d'esso re venne anche la città d'Aversa col sua castello. Sigismondo Malatesta signore di Rimini[2785], per interposizione di Niccolò marchese di Ferrara, si ritirò dall'amicizia del duca di Milano, e tornò a quella de' Veneziani: il che fu cagione[2786] che anche Ravenna e i Polentani facessero lo stesso nel dì 14 d'agosto.
NOTE:
[2770] Nauclerus, Cuspinian., et alii.
[2771] Blondus Stefanus Infessura, P. II, tom. 3 Rer. Ital. S. Antoninus, et alii.
[2772] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.
[2773] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 21.
[2774] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2775] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[2776] Cronica di Bologna, tom. eod.
[2777] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21. S. Antoninus, Poggius, Blondus, et alii.
[2778] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.
[2779] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2780] Cristoforo da Soldo, Istor., tom. 21 Rer. Italic.
[2781] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.
[2782] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2783] Istor. Napolit., tom. 23 Rer. Ital.
[2784] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXLI. Indiz. IV.
EUGENIO IV papa 11. FEDERIGO III re de' Romani 2.
Non mancarono affari neppure in quest'anno a papa Eugenio[2787], perciocchè tuttavia lo scismatico concilio di Basilea, benchè composto di poche teste, continuava le sue sessioni, e l'antipapa Felice V, cioè Amedeo di Savoia, nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, con gran solennità si fece coronare colla pontificia tiara nella città di Basilea, dove fu gran concorso di gente, e creò anche quattro cardinali. E benchè il re Alfonso non lasciasse riconoscere per papa nei suoi regni il suddetto Amedeo, pure andava trattando col concilio di Basilea, siccome sdegnato con papa Eugenio, perchè questi ricusava di dargli l'investitura del regno di Napoli. Anzi nel mese di ottobre, per far paura ad esso pontefice, procurò che i prelati basiliensi inviassero a sè una ambasciata, mostrando ancora di voler ottenere dall'antipapa ciò che il papa gli andava negando. Ora Eugenio, non meno per queste ostilità d'Alfonso, che per le preghiere del re Renato, si volse a raccogliere quanti armati potè, e li spedì in regno di Napoli contra di Alfonso. Prima non di meno che giugnessero tali soccorsi, erano succedute alcune azioni vantaggiose al medesimo re d'Aragona[2788]: cioè, accordatisi con lui i Caldoreschi, aveano inalberate le di lui bandiere. Cassano, Biccari, Caiazza, la Padula ed altre terre erano venute a sua divozione[2789]. Ora da che il conte Francesco Sforza ebbe ragguaglio della guerra mossa da esso Alfonso alle sue terre del regno di Napoli, inviò colà Cesare Martinengo con Vittore Rangone, e con un grosso corpo di cavalleria, il quale, unitosi con altre soldatesche della Marca, col conte di Celano, con Francesco da San Severino ed altri Napoletani[2790], andò ad opporsi ai progressi del re Alfonso. Si trovava allora esso re all'assedio della città di Troia. Vennero le genti del conte Francesco alle mani con lui nel dì 10 di giugno, e, dopo un crudel fatto d'armi, n'ebbero la peggio con loro vergogna, ma senza gran danno, perchè la maggior parte d'essi fuggendo si salvò nella suddetta città di Troia, di maniera che fu forzato Alfonso dipoi a levarsi col campo di sotto a quella città. Nel seguente luglio Alessandro Sforza, governatore della Marca pel conte Francesco suo fratello, entrò anch'egli nel regno con mille e cinquecento cavalli. Per trattato ebbe il castello di Pescara; poscia all'improvviso arrivò addosso a Raimondo Caldora, che assediava Ortona, e il fece prigione insieme con cinquecento cavalli. Poco mancò che non pigliasse anche Riccio e Giosia di casa Acqua viva. Ebbero questi la fortuna di salvarsi a città di Chieti. Comparve poscia nel regno l'esercito pontifizio sotto il comando del cardinale di Taranto legato, e del conte di Tagliacozzo, consistente in circa dieci mila persone; ma non fece prodezza alcuna degna di menzione. Anzi il cardinale da lì a qualche tempo fece tregua col re Alfonso, e se ne tornò in Campagna di Roma. Questa fu la rovina del re Renato[2791], perchè Alfonso mandò tosto don Ferdinando suo figliuolo con grosso corpo di combattenti a strignere d'assedio di bel nuovo Napoli, città che scarseggiava allora e maggiormente seguitò a scarseggiare di viveri. Avea certamente il papa a forza di danari fatto anche un armamento di alcuni legni in Genova, per inviarli contra d'Alfonso; ma spese malamente la pecunia, avendo mostrato i Genovesi voglia di far molto, con poi far nulla.
Per conto della Lombardia, veggendosi Filippo Maria duca di Milano in cattiva positura, per avere non solo perduti gli acquisti fatti, ma parte ancora del suo nella guerra co' Veneziani, avea fin dall'anno antecedente pregato Niccolò Estense marchese di Ferrara ad interporsi per la pace, siccome principe neutrale, e che avea sì buona mano in somiglianti affari[2792]. Andò il marchese per tal effetto a Venezia, passò anche a Mantova per trattarne con quel marchese; nè solamente tenne filo di lettere col conte Francesco Sforza, ma, con licenza de' Veneziani, andò anche a trovarlo a Marmirolo. Una gran remora a questo affare era lo stesso conte; laonde per guadagnarlo tornò il duca di Milano ad esibirgli in moglie Bianca, unica naturale sua figlia, che seco portava le speranze di tutta la sua eredità. E perchè non poteva il conte prestar fede a chi più di una volta l'avea dianzi burlato, si trovò il ripiego di mandar Bianca a Ferrara in deposito presso il marchese Niccolò. Fu essa dunque condotta a Ferrara, dove come gran principessa fece la sua entrata nel dì 26 di settembre[2793] sotto baldacchino di panno d'oro, e stelle poi ad aspettare l'esito di sua ventura. Non so ben dire se per difetto del duca, principe incostante nelle sue risoluzioni, e che per la venuta di Niccolò Piccinino tornò ad alzare il capo, oppure per le pretensioni de' Veneziani, vogliosi di qualche buon boccone, anche in questa occasione andasse a terra la pratica della pace. Certo è che nel verno di quest'anno si ricominciò la guerra, e del dì 5 d'aprile il marchese Niccolò ricondusse Bianca a Milano, dopo aver perduta ogni speranza di comporre le cose. Era già tornato nell'anno precedente a Milano il suddetto Piccinino, ma quasi in farsetto; i suoi soldati veterani il seguitarono quasi tutti a piedi, perchè ogni lor sostanza avean perduto nella rotta d'Anghiari, essendo, come si è detto altrove, secondo la disciplina militare degl'Italiani d'allora, in uso di spogliar d'armi i soldati presi, e di lasciarli andare, con ritener solamente le persone da taglia[2794]. Ancorchè la borsa del duca fosse estenuata affatto, pure si trovarono gravezze e maniere di spremere quelle dei particolari, tanto che il Piccinino si rimise in arnese, ed incoraggì il duca a nuove militari imprese. Eccolo dunque in campagna nel dì 13 di febbraio dell'anno presente passare il fiume Oglio con circa otto mila cavalli, e tre mila fanti. Questo passaggio mise il terrore nelle milizie venete, che svernavano nel Bresciano, e tutte si ritirarono alle fortezze[2795]. Mille cavalli del conte Francesco si ridussero a Chiari. Fu loro addosso il Piccinino, e li prese insieme colla terra; e ritenuti i capi di squadra, lasciò andare il resto in bel giuppone. Non passò gran tempo che ricuperò tutta la Geradadda, prese Palazzuolo, tutta la valle d'Iseo, il piano del Bergamasco e gran parte del Bresciano: tanta era la sua velocità in simili azioni. Minutamente si veggono narrati questi fatti da Cristoforo da Soldo, storico bresciano. Solamente nel mese di giugno uscì in campagna Francesco Sforza, e passò sul Bresciano in cerca del Piccinino. Nel dì 25 d'esso mese seguì fra le sue genti e quelle d'esso Piccinino un incontro assai caldo, colla peggio degli Sforzeschi; e da lì innanzi andarono poi girando e come giocando le armate, senza volontà di provar la loro fortuna. Il motivo era, perchè si trattava forte di pace in segreto, e il conte Francesco, che onoratamente comunicava tutte le proposizioni ai commessarii veneziani, era il principale in questo dibattimento.
Ciò che diede impulso a ripigliarne il trattato, fu l'insolenza de' capitani del duca di Milano, i quali, mirando esso duca già avanzato in età, e senza figliuoli maschi, tutti d'accordo pensavano ad assicurar la loro fortuna con chiedergli qualche porzione dello Stato di lui. Faceva istanza il Piccinino par avere Piacenza in sua parte; Lodovico da San Severino per Novara; Lodovico dal Verme per Tortona; Taliano Furlano dimandava il Bosco e Fragaruolo nel distretto d'Alessandria. Dispiacque talmente questa sinfonia al duca, che, chiamato a sè Antonio Guidobuono da Tortona suo uomo fidato, ed amico ancora del conte Francesco Sforza, segretamente il mandò a far proposizioni d'accordo ad esso conte, offerendogli la figliuola Bianca, e la città di Cremona con Pontremoli in dote, e con altre esibizioni per appagar anche i Veneziani e Fiorentini. Andò tanto innanzi questa pratica, che, essendo conchiusi i principali articoli[2796], nel dì primo d'agosto, mentre il conte Francesco assediava e batteva colle bombarde Martinengo, dove s'erano chiusi circa mille dei migliori cavalli del Piccinino, all'improvviso saltò fuori la tregua fra le parti guerreggianti, e cessò quell'assedio. Nel 3 d'esso mese Niccolò Piccinino, che coll'esercito suo era accampato in que' contorni, con tutti i suoi uffiziali andò a visitare il conte Francesco. Allora si abbracciarono e baciarono questi due gran capitani, e il conte, oltre all'onore e alle carezze che fece a tutti quei condottieri d'armi, perdonò anche a Taliano Furlano, che piagnendo gli dimandò perdono. Eletto dalle parti arbitro per conchiudere la suddetta pace, esso conte portossi alla Cauriana sul Mantovano, dove si raunarono ancora gli ambasciatori del papa, de' Veneziani e Fiorentini, del duca di Milano, e de' marchesi di Ferrara e di Mantova. Fra le condizioni accordate dal duca vi fu il matrimonio di Bianca sua figliuola, in età allora di sedici anni, col conte Francesco; e però prima di pubblicar la pace andò egli nel dì 25 d'ottobre[2797] (il Simonetta[2798] dice il dì 24) con due mila cavalli presso a Cremona; e giunta colà anche Bianca con gran compagnia, la sposò in San Sigismondo, e prese il possesso di Cremona; per le quali nozze si fece mirabil festa in quella città con bagordi, giostre ed altre allegrie[2799]. Fu poi nel dì 20 di novembre pubblicata la pace, in cui Gian-Francesco marchese di Mantova, secondo la disgrazia de' più debili nelle leghe, lasciò il pelo, avendo dovuto restituire a' Veneziani Porto, Legnago, Nogarola, ed altri luoghi da lui presi, e rimettervi del proprio Valeggio, Asola, Lunato e Peschiera, a lui tolti da' Veneziani. Grande allegrezza fu quella di tutta Lombardia per questa pace.
Mutazione accadde nell'anno presente in Ravenna[2800]. Vi era signore Ostasio da Polenta, che col suo governo parea andare a caccia delle maniere di farsi odiare da' sudditi suoi. Se l'intesero questi col senato veneto, il quale chiamò a Venezia esso Ostasio colla moglie e col figliuolo, mostrando di voler far loro grande onore. Venne egli a Ferrara, e quantunque il marchese Niccolò il consigliasse di non andare, volle proseguire il suo viaggio. Giunto ch'egli fu colà, il popolo di Ravenna, dato di piglio all'armi nel dì 24 di febbraio, si suggettò a' Veneziani, che presero il dominio e possesso di quella città. Ostasio fu inviato in Candia, dove trovò non men egli che il figliuolo la morte col tempo: con che in esso mancò la nobil famiglia, o almen la signoria de' Polentani, che da lungo tempo dominarono in Ravenna. A papa Eugenio dispiacque non poco di veder passare quella sua città in mani sì potenti. Talmente s'era in questi tempi affezionato il duca di Milano a Niccolò Estense marchese di Ferrara, principe di sommo credito, che, chiamatolo a Milano, non solo si cominciò a reggere col suo consiglio, ma in certa guisa depositò in lui il governo de' suoi Stati. Corse anche voce che meditasse di farlo suo successore dopo la sua morte. Tanta parzialità del duca gli tirò tosto addosso l'invidia di chi era solito a comandare in quella corte, e di chi già pensava a veder succedere in quel ducato il conte Francesco Sforza. Cadde egli infermo nel dì 26 di dicembre, e in poche ore, con fama di veleno a lui dato, si sbrigò da questo mondo, con essere poi portato a Ferrara il cadavere suo, e datagli sepoltura nel dì primo dei seguente gennaio. Lionello suo figliuolo bastardo, ancorchè vi fossero Ercole e Sigismondo suoi figliuoli legittimi, a lui nati da Ricciarda figlia del marchese di Saluzzo, ma allora piccioli di età, per disposizione del padre e del papa, succedette nei dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio. Fu anche guerra in quest'anno[2801] fra Sigismondo Pandolfo de' Malatesti signore di Rimini e il conte d'Urbino; ma per opera di Alessandro Sforza, fratello del conte Francesco, seguì pace fra loro. E nel mese di agosto i Sanesi[2802] ebbero gravi molestie da Simonetta capitano di papa Eugenio; ma in fine lo sconfissero, e il fecero fuggire ferito alla di lui patria. I Veneziani dopo la pace cassarono gran copia delle lor soldatesche; e il bello fu, che quante ne potè tirar dalla sua il Piccinino, tutte le prese al suo soldo, ossia a quello del duca di Milano.
NOTE:
[2785] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2786] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2787] Raynaldus, Annal. Eccles. Spondanus, in Annal. Eccles. Æneas Sylvius, in Epist.
[2788] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2789] Istoria di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.
[2790] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
[2791] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2792] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2793] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2794] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2795] Simonetta, Vit. Francis. Sfortiae, tom. eod.
[2796] Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2797] Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2798] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2799] Annales Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital. Platina, Istor. di Mantova, lib. 5.
[2800] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2801] Cronica di Rimini, tom. 20 Rer. Ital.
[2802] Chronic. Senense, tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCCXLII. Indizione V.
EUGENIO IV papa 12. FEDERIGO III re de' Romani 3.
Già si godeva buona quiete in Lombardia, e la guerra tutta s'era ridotta nel regno di Napoli, dove la capitale, stretta d'assedio da Alfonso re d'Aragona, era valorosamente, ma con gran disagio, difesa dal re Renato d'Angiò e dai Napoletani, che molto lo amavano[2803]. Essendo nulladimeno in grave tracollo gli affari di esso Renato, questi nel verno non lasciò addietro preghiere e promesse al conte Francesco Sforza per condurlo nel regno alla propria difesa. E non trovò in questo molte difficoltà, perchè il conte era amareggiato forte a cagion dell'occupazione delle sue città già fatta dal re Alfonso nel regno. Misesi dunque in punto colle maggiori forze ch'egli potò raunare ed assoldare nei mesi del freddo, ed ebbe fra gli altri unito a' suoi disegni Sigismondo Pandolfo Malatesta signor di Rimini, e genero suo per cagione di Polissena sua figliuola con lui maritala in quest'anno. Mandato innanzi Giovanni suo fratello con parte dell'esercito, gli diede ordine d'unirsi nel regno di Napoli con Antonio Caldora, il quale già s'era partito dalla divozione del re Alfonso. Poscia il conte nel principio di maggio[2804] imprese il viaggio anche egli a quella volta col rimanente dell'esercito. Ma mentre egli rivolgea i suoi passi e disegni contra d'un lontano nemico, con bene strana scena trovò di averne un altro assai vicino, a cui non avrebbe mai pensato. Per quanto attesta il Simonetta, dacchè il re Alfonso conobbe i preparamenti dello Sforza contra di lui, si diede a tempestar con calde lettere Filippo Maria duca di Milano, acciocchè ritenesse il conte da quella spedizione. Da questo ancora si può scorgere che irregolar testa fosse quella del duca. Non erano, per così dire, quattro giorni che egli nel valoroso conte si era fatto un genero, e come un figliuolo; eppure non tardò ad operar contra di lui alla peggio, sia perchè gli dispiacesse di vederlo tuttavia protetto da' Veneziani e Fiorentini, ed unito con loro, ovvero che si fosse pentito di un accasamento fatto quasi per forza e suo malgrado. Però questo sì instabile principe suscitò contra del conte papa Eugenio, con rappresentargli d'essere venuto il tempo di ricuperar la Marca, e con offerirgli anche le sue forze sotto il comando del Piccinino. Infatti, fingendo egli di aver licenziato dal suo servigio Niccolò Piccinino, questi nel dì 3 di marzo arrivò con molta gente d'armi a Bologna[2805], città a lui sottoposta, facendo vista d'andarsene a Perugia patria sua. Fu egli poi dichiarato gonfaloniere della Chiesa romana da papa Eugenio[2806]; e giunto a Todi, posseduta allora dal conte Francesco, con un trattato se ne impadronì. Questa novità fece fermare il conte nella Marca, per accudire ai proprii interessi, e prese con Bianca sua moglie per sua residenza Jesi.
Mentre queste cose succedeano, Alfonso re d'Aragona, principe di gran mente e sagacità, e di non minore fortuna, continuava l'assedio della città di Napoli, con averla ridotta a gran penuria di vettovaglie[2807]. Da due mastri muratori napoletani, che furono presi, gli fu insegnata la maniera d'entrare in Napoli, cioè per quello stesso acquedotto per cui tanti secoli prima Belisario s'era nella città medesima introdotto. Era esso strettissimo; il re Renato vi avea fatto mettere dei cancelli di ferro ed altri ripari, e fattavi fare la guardia; ma non fu continuata quest'ultima cautela. Perciò nel venerdì notte, vegnendo il sabbato, dì 2 di giugno, per quel condotto sotterraneo il re Alfonso spinse, chi dice quaranta, e chi più verisimilmente trecento o quattrocento de' suoi soldati entro la città; e questi fino all'apparir del giorno si tennero nascosi in una casa. Fatto giorno, ordinò il re che si desse un fiero assalto alle mura di Napoli alla parte opposta: nel qual tempo i soldati entrati, impossessatisi d'una porta, v'inalberarono la bandiera aragonese. Nello stesso tempo que' di fuori cominciarono colle scale a salir su per le mura; e quantunque il re Renato come un lione accorresse e facesse molte prodezze per trattenere questo torrente, pure fu in fine forzato a ritirarsi, per timore d'essere preso, in Castello Nuovo. Entrati dunque gli Aragonesi, per quattro ore diedero il sacco alla città, finchè arrivato anche Alfonso, mandò bando, pena la vita, che desistessero dalle offese. Grandi carezze fece ai Napoletani, e la città s'empiè in breve di vettovaglia. Giunsero in quel tempo due navi genovesi[2808], che misero provvisioni in Castello Nuovo; e sopra d'esse imbarcatosi il re Renato, se n'andò a Firenze a raccontar le sue disavventure al papa, e a lamentarsi di lui, perchè avesse impedito al conte Francesco il recargli aiuto. Fu consolato con una bella investitura del regno di Napoli, che veramente venne a tempo al suo bisogno; e però se ne tornò da lì a qualche tempo in Provenza, assai chiarito della volubilità delle cose umane. Seppe ben prevalersi della sua fortuna il re Alfonso. Da lì a pochi giorni si rendè il castello di Capuana, e il Nuovo fu assediato. Nel dì 21 di giugno marciò coll'esercito suo contro ad Antonio Caldora, il quale nel dì 28, unito con Giovanni Sforza fratello del conte, animosamente andò ad attaccar battaglia col re. Se non era esso Caldora tradito da' suoi, forse gli dava una mala giornata; ma restò sbaragliato e preso. Secondo il Simonetta[2809], grave sospetto di tradimento diede il medesimo Antonio. Poscia perchè egli rivelò al re le intelligenze di molti signori del regno col conte Francesco, ebbe salva la vita, e con quattro bicocche a lui concedute in Abbruzzo fu rimesso in libertà, essendo passate le sue genti al servigio di Alfonso. Giovanni Sforza, venuto colà con due mila cavalli, se ne tornò con soli quindici a trovare il conte suo fratello nella Marca. Non finì l'anno che, a riserva di Tropea e di Reggio di Calabria, tutto il regno venne alla divozione del re Alfonso, principe liberale verso gli amici, clemente verso i nemici, e che facea buona giustizia ad ognuno. Ebbe anche le due fortezze di Castello Nuovo e castello Sant'Ermo, de' quali il re Renato volle piuttosto fare mercato con Alfonso, che difenderli senza frutto alcuno.
Il papa, stato in addietro sì saldo contra del re Alfonso, dacchè il vide cotanto esaltato, cominciò ad addolcirsi con lui, e forse fin d'allora si diede ad intavolar seco un segreto trattato per abbattere il conte Francesco Sforza, e spogliarlo della marca d'Ancona[2810]. Non si ricordava egli più dei servigi a lui prestati da questo insigne capitano di guerra, nè delle investiture a lui date, e confermate nell'anno presente, non credendosi tenuto ad osservar patti stabiliti in danno della Chiesa romana, dovendo valer solamente ciò che le è di utile. Trovò che il conte avea prese alcune terre della stessa Chiesa non comprese nella sua investitura. Era anche mal soddisfatto di lui, e con ragione, se è vero ciò che porta Neri Capponi[2811]; perchè nella pace non gli avea fatto immediatamente restituir Bologna, detenuta dal Piccinino, benchè ciò si dovesse effettuar solamente due anni appresso. Ed intanto il Piccinino non era tenuto reo, anzi era a' servigi del medesimo papa. Per attestato del Poggio[2812], avea fatto lo Sforza il suo dovere per fargli restituire Bologna, ma il duca non volle. Pubblicò dunque il papa sul principio di agosto una bolla contra di Francesco Sforza, dichiarandolo privato del grado di gonfalonier della Chiesa, ribello e nemico. Dispiacque ciò forte ai Fiorentini e Veneziani, che proteggevano il conte, e i primi diedero anche ordine a Bernardo de Medici di metter pace fra esso conte e il Piccinino[2813]: il che si effettuò, con essersi veduti insieme ed abbracciati di nuovo questi due valorosi guerrieri. Ma che? non passò molto che il Piccinino occupò al conte la terra ossia città di Tolentino, e tornò alle ostilità. Il Medici di nuovo s'interpose, e racconciò gli affari; ma per poco tempo, perchè appena lo Sforza si fu mosso per passare nel regno contra del re Alfonso, con dare un fiero sacco a Ripa Transona, che il Piccinino alle istanze dei legati del papa gli tolse Gualdo, ed imprese dipoi l'assedio della città d'Assisi. Alla difesa vi fu inviato dal conte con della fanteria Alessandro Sforza suo fratello, ma indarno[2814]. L'avventura o disavventura stessa che dianzi provò Napoli, tornò a vedersi sotto Assisi. Cioè per un acquedotto, insegnatogli da un frate, il Piccinino una notte introdusse entro quella città un migliaio di fanti, colle spalle de' quali anche il resto delle sue genti v'entrò nel dì 30 di novembre[2815]. Fu posta a sacco tutta l'infelice città, nè si lasciò indietro iniquità che non fosse commessa, senza neppure portare rispetto alcuno al venerabil tempio di San Francesco. Gran discredito venne a Niccolò Piccinino per questa barbarie, aggiunta all'aver due volte rotti i patti e giuramenti della pace fatta col conte. Ne' medesimi tempi il re Alfonso finì di prendere tutte le terre spettanti nel regno ad esso conte, e furono, secondo l'asserzione del Simonetta[2816], Ariano, Manfredonia, Troia e Monte Sant'Angelo. Mandò bensì il conte Francesco uno de' suoi primi uffiziali, cioè Troilo, al re, per trattar d'accordo; ma Alfonso l'andò menando a spasso con belle parole, senza mai voler conchiudere cosa alcuna; anzi indusse con vantaggiose promesse Troilo stesso ad abbandonare il servigio del conte: il che, siccome vedremo, fu eseguito a suo tempo. Intanto, se crediamo al Sanuto[2817], nel dì 16 d'ottobre fu conchiusa una lega fra esso re Alfonso, il duca di Milano e Niccolò Piccinino contro la lega de' Veneziani, Fiorentini e conte Francesco. Fin qui avea Tommaso da Campofregoso doge di Genova lodevolmente governata quella città[2818]; ma essendo mancato di vita in quest'anno Batista suo fratello, ch'era il suo principale appoggio, ed avendo i Genovesi per loro nemici il re Alfonso e il duca di Milano, si manipolò una congiura contra di questo doge. Gian Antonio del Fiesco, che n'era il capo, entrò nella città con una frotta d'armati nella notte precedente al dì 18 di dicembre, e mosse a rumore il popolo. Fatto giorno, perchè Tommaso non si sentiva voglia di cedere, fu dato l'assalto al palazzo ducale, in maniera ch'esso doge si rifugiò nella torre dello Orologio, e si diede poscia a Raffaello Adorno. Furono creati gli anziani e capitani del popolo pel governo della città, la quale tornò ben tosto alla quiete primiera.
NOTE:
[2803] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
[2804] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2805] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2806] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.
[2807] Giornal. Napol., tom. 22 Rer. Ital. Istor. Napoletana, tom. 23 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2808] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2809] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
[2810] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2811] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.
[2812] Poggius, Hist., lib. 6.
[2813] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.
[2814] Blondus, Dec. IV, lib. 1.
[2815] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2816] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2817] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2818] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.
Anno di CRISTO MCCCCXLIII. Indiz. VI.
EUGENIO IV papa 13. FEDERIGO III re de' Romani 4.
Perchè papa Eugenio avea trasferito a Roma il concilio, ed inoltre perchè colla fervente voglia di riacquistare la marca d'Ancona, conoscea che non potea andare d'accordo co' Fiorentini, impegnati in favore del conte Francesco Sforza, determinò di lasciar Firenze per passare a Roma[2819]. Misesi dunque in viaggio nel dì 7 di marzo, e giunse nel dì seguente a Siena, dove immensi onori ricevette da quel popolo. Fermossi in quella città sino al dì 5 di settembre, nel qual tempo venne a tributargli il suo ossequio Niccolò Piccinino gonfaloniere della Chiesa, a cui fu fatto un magnifico incontro. Stando quivi Eugenio, cominciò (seppure non avea cominciato molto prima) a tener pratica di pace e di lega col re Alfonso, per valersi del braccio di lui a cacciar dalla Marca Francesco Sforza. Era Alfonso esperto trafficante ne' suoi politici affari. Nel medesimo tempo avea tenuto trattato col conte Francesco e col Piccinino suo avversario, e finalmente conchiuse con chi più vantaggio gli promettea, cioè col Piccinino. Similmente, nel mentre che maneggiava concordia con papa Eugenio, facea di grandi esibizioni all'antipapa Felice, ossia ad Amedeo, e al concilio di Costanza, affin di ottenere l'investitura del regno di Napoli per sè e per don Ferdinando suo figliuol bastardo, già dichiarato duca di Calabria. Molto ancora a lui prometteva sì di privilegii come di danaro il suddetto Amedeo. Così facea finezze e paura nello stesso tempo non meno al papa che all'antipapa. Finalmente il pontefice Eugenio, dopo aver fatto il ritroso un pezzo, si acconciò con Alfonso, e gli accordò tutto quanto egli seppe dimandare, purchè egli impiegasse le forze sue per liberar la Marca dalle mani del conte Francesco. Nel dì 14 di giugno da Lodovico patriarca d'Aquileia e cardinale furono sottoscritti a nome del papa gli articoli di quella concordia, rapportati con altri atti dal Rinaldi[2820]. Partito poi da Siena il papa, arrivò felicemente a Roma nel dì 28 di settembre[2821], e nel dì 13 di ottobre diede principio nel Laterano al concilio. Guidantonio conte di Montefeltro e d'Urbino venne a morte nell'anno presente nel dì 21 di febbraio, e gli succedette, secondo la Cronica di Ferrara[2822], nel dominio il conte Antonio suo figliuolo, oppure, secondo gli Annali di Forlì[2823], Taddeo parimente chiamato suo figlio. Oddo Antonio egli è appellato, e credo con più fondamento, dall'Ammirati[2824] e da altri. Grande novità succedette quest'anno in Bologna[2825]. Nel precedente era venuto in quella città Francesco Piccinino per governarla a nome di Niccolò suo padre. Essendo infermo, si fece portare a castello San Giovanni, ed accompagnare da Annibale Bentivoglio e da Gasparo ed Achille dei Malvezzi. Giunto là, fece prendere questi tre nobili bolognesi, e mandò Annibale nella rocca di Varano su quel di Parma, Achille nella rocca di Mompiano sul Genovesato, e Gasparo nella rocca di Pellegrino nel Piacentino. Per quante premure facessero i Bolognesi presso il duca di Milano e presso Niccolò Piccinino per la liberazione di questi loro concittadini, altro non ne riportarono che belle parole e promesse. Si mossero perciò segretamente da Bologna due valorosi giovani, cioè Galeazzo e Taddeo de' Marescotti con tre altri amici d'Annibale Bentivoglio per cercare le vie di liberarlo. Giunti alla rocca di Varano, ebbero tal industria e fortuna, che una notte scalarono il muro, e misero le mani addosso al castellano e al suo famiglio; sicchè, entrati nella prigione, e limati i ceppi di Annibale, poterono poi nella notte seguente fuggirsene, menando seco il castellano, finchè furono in salvo. Vennero a Spilamberto sul Modenese, dove dal conte Gherardo Rangone ebbero consiglio ed aiuto; e, mandato innanzi l'avviso della lor venuta nel dì 5 di giugno[2826], nella seguente notte furono dai loro amici tirati su per le mura con delle corde. Poscia senza perdere tempo, raunati i lor partigiani, e facendo sonare campana a martello a San Giacomo, col popolo in armi corsero furiosamente al palazzo del pubblico, dove abitava Francesco Piccinino, che indarno fece resistenza colle sue genti d'armi. Entrarono nel palazzo, vi fu preso il medesimo Piccinino colla sua brigata; e diedesi subito principio all'assedio del castello di Galiera, che teneva in freno la città.
Accadde che in quel tempo passava il conte Lodovico del Verme pel Bolognese, incamminato alla volta della Marca con molta gente a cavallo e a piedi, per unirsi a Niccolò Piccinino. Per questa novità egli si fermò, ed unito con Guidantonio de' Manfredi signor di Faenza, tenne saldo, e presidiò molte castella del Bolognese, e cominciò guerra colla città. Non tardarono i Bolognesi a spedir messi a Venezia e Firenze per soccorso, e nel dì 6 di luglio fecero lega con quelle due repubbliche. In loro aiuto furono spediti da Venezia il conte Tiberto Brandolino da Forlì e il conte Guido Rangone da Modena, valenti capitani di questi tempi, con mille cavalli e ducento fanti. Anche i Fiorentini v'inviarono Simonetto da Castello di Piero con ottocento cavalli e ducento pedoni. Nel dì 14 d'agosto venuto a Bologna l'avviso che il conte Lodovico del Verme s'era levato dalla Riccardina per passare alla Pieve e a San Giovanni con tre mila cavalli; Annibale de' Bentivogli, messi in armi i Bolognesi, andò a trovarlo a Ponte Polledrano, e con tal furia l'assalì, che, dopo breve combattimento, il mise in rotta. Vi rimasero presi da due mila cavalli, undici capi di squadra e tutto il carriaggio. La miglior arma che adoperarono il Verme e gli altri capitani furono gli speroni. Per questa importante vittoria tornarono alla divozion di Bologna tutte le terre e castella di quel distretto; e nel dì 21 si rendè la cittadella di Galiera, a spianar la quale immediatamente si accinse il popolo. Fu cambiato Francesco Piccinino con Gasparo ed Achille Malvezzi condotti dalle rocche dove erano prigioni. Così tornò in sua libertà la città di Bologna. Grandi poi furono in questo anno le applicazioni del papa e del re Alfonso per togliere la marca d'Ancona al conte Francesco[2827]. Era già entrato esso re in Napoli su carro trionfale nel dì 26 di febbraio, precedendo tutta la fiorita nobiltà di quel regno. Andato da lì a qualche tempo Niccolò Piccinino a Terracina, oppure a Gaeta, a trovarlo, fu ricevuto con gran distinzione, ed onorato col cognome della casa d'Aragona (avea già quello della casa de' Visconti), e con lui concertò l'impresa della Marca. Aveva il conte Francesco presa e saccheggiata Santa Natolia nel territorio di Camerino, e ricuperato Tolentino; ed allorchè s'avvide del nembo che gli soprastava dalla parte del re d'Aragona e di Napoli, cominciò a sollecitare gli aiuti de' Veneziani e Fiorentini, che tardarono di troppo. Intanto il re, fatta da tutte le parti gran massa di gente d'armi, venne nel mese d'agosto in persona verso Norcia, ed andò ad unirsi con Niccolò Piccinino, il quale, assediando la terra di Visso nell'Umbria, la costrinse alla resa. Se vogliamo prestar fede agli Annali di Forlì[2828], ascendeva l'armata del re e del Piccinino a trenta mila tra cavalli e fanti. Forze da resistere a sì grosso torrente non avea il conte Francesco[2829]; però, poste buone guarnigioni nelle piazze più importanti (cioè Alessandro suo fratello in Fermo, Giovanni altro suo fratello in Ascoli, Rinaldo Fogliano suo fratello uterino in Cività, Pietro Brunoro in Fabriano, Fioravante da Perugia in Cingoli, Giovanni da Tolentino suo genero in Osimo, Troilo da Rossano in Jesi, e Roberto da San Severino in Rocca Contrada), si ritirò egli con parte del suo esercito a Fano, città ben forte di Sigismondo Malatesta suo genero, per quivi aspettare i sospirati soccorsi de' collegati, coi quali potesse far fronte, occorrendo ai nemici.
Ma volle la sua disavventura che, oltre a Manno Barile, il quale sul principio di quest'anno l'avea abbandonato, anche altri suoi principali condottieri di armi in sì grave congiuntura il tradissero. Entrato dunque Alfonso col Piccinino nella Marca, ed inalberate le bandiere della Chiesa, tosto si volsero alla di lui ubbidienza San Severino, Matelica, Tolentino e Macerata. Pietro Brunoro gli diede Fabriano, ed acconciossi con lui[2830]. Altrettanto fece Troilo, benchè cognato del conte Francesco, dandogli Jesi, e passando al suo servigio colle sue truppe. Con ciò vennero meno al conte Francesco più di due mila dei suoi cavalli, e molte schiere di fanteria, che andarono ad ingrossar maggiormente l'esercito nemico. Poscia anche Cingoli si rendè ad Alfonso, e il popolo d'Osimo, levato a rumore, ebbe forza di spogliare Giovanni da Tolentino ed Antonio Trivulzio col presidio[2831]. Toscanella ed Acquapendente alzarono anch'esse le insegne della Chiesa. In somma non passò gran tempo che tutta la Marca, a riserva di Fermo, d'Ascoli e di Rocca Contrada, venne in potere del re e del Piccinino, che ne prese il possesso a nome del papa. Sbrigato dalla Marca il re Alfonso, nel dì 12 di settembre venne a mettere il campo alla città di Fano, dove si trovava il conte Francesco con gran gente; ma, conosciuto che poco onore potea guadagnare sotto sì forte città, nel dì 18 se ne tornò indietro, e portò le sue armi contro quella di Fermo, alla cui difesa si trovava Alessandro Sforza con buon presidio. Fu in questa occasione che rimasero puniti dei lor tradimenti Pietro Brunoro e Troilo cognato del conte Francesco[2832]. Furono intercette, cioè fatte cadere in mano del re, lettere scritte loro da esso Alessandro con ordine d'eseguire quanto era stato ordinato. Confessa il Simonetta[2833], essere stato questo uno stratagemma del medesimo conte Francesco, che scrisse al fratello di così operare, per mettere in diffidenza presso il re que' due condottieri, dai quali egli era stato tradito. E ne seguì l'effetto. Fu dunque costantemente creduto che costoro con intelligenza del conte fossero passati nella regale armata, per poi assassinare il re. E perciò il re, messe in armi le sue truppe, li fece prendere amendue, e legati gl'inviò a Napoli, e di là li mandò in una fortezza del regno di Valenza, dove stettero per dieci anni. Secondo il Simonetta, furono anche spogliate tutte le genti d'armi dei suddetti due; ma l'autore de' Giornali Napoletani vuole che il re le prendesse tutte al suo soldo. Nè è da tacere una curiosa particolarità, di cui non io, ma Cristoforo da Costa negli Elogii delle donne illustri sarà mallevadore. Cioè che Pietro Brunoro da Parma, trovata una fanciulla, per nome Bona, nativa della Valtellina, di spirito non ordinario, seco la conduceva vestita da uomo, con avvezzarla al mestier della guerra. Dappoichè Brunoro fu messo prigione, ella andò a tutti i principi d'Italia e di Francia, e ne portò lettere di raccomandazione al re Alfonso per la liberazione di questo suo padrone, di maniera che egli uscì dalle carceri. Gli procurò essa in oltre una condotta di milizie dai Veneziani coll'assegno annuo di venti mila ducati; per li quali benefizii egli poi la sposò. Militò ella finalmente col marito, fece di molte prodezze, e con esso fu inviata contro i Turchi alla difesa di Negroponte. Quivi terminò i suoi giorni Brunoro, ed ella, tornando in Italia nel 1466, per viaggio ammalatasi, diede fine alla sua vita. Dopo avere il re Alfonso tentato invano Ascoli, e preso Teramo e Civitella con altri luoghi, ch'erano del conte Francesco, menò a quartiere le sue soldatesche nel regno di Napoli.
Era intanto restato tra Pesaro e Rimini Niccolò Piccinino insieme con Federigo conte d'Urbino, e con Malatesta signor di Cesena, e facea guerra or qua or là alle terre di Rimini, con ridursi in fine a Monteloro. Intanto in soccorso del conte Francesco arrivarono il conte Guido Rangone, Simonetto, Taddeo marchese di Este ed altri capitani con cavalleria e fanteria, spediti da' Veneziani e Fiorentini. Con sì fatti rinforzi il valoroso conte, menando seco Sigismondo Malatesta signore di Rimini e genero suo (della cui fede si dubitò non poco, allorchè il re Alfonso fu sotto a Fano), andò nel dì 8 di novembre insieme con Alessandro suo fratello e con gli altri capitani a trovare il Piccinino, e fu con lui alle mani, ancorchè il vedesse postato in un sito assai difficile e vantaggioso. Per molte ore durò l'atroce battaglia; e quantunque il Piccinino facesse delle maraviglie, più ne fece il conte Francesco, con dargli una gran rotta, prendere circa due mila cavalli, e tutto il ricchissimo bagaglio de' nemici. Col favor della notte si salvò con pochi esso Piccinino a Monte Ficardo, pieno di confusione e di dolore. Spese poi il conte qualche tempo, per le importune istanze di Sigismondo Malatesta, intorno a Pesaro, signoreggiato allora da Galeazzo Malatesta. Di là passò nella Marca, dove trovò che il Piccinino avea rinforzato di gente le principali città; e però, dopo aver ridotte alla sua divozione alcune poche castella, se n'andò a Fermo, e quivi svernò con parte delle sue milizie. Or mentre queste cose succedeano, e dacchè vide Filippo Maria duca di Milano che gli affari del genero suo, cioè del conte Francesco, andavano alla peggio nella Marca, siccome principe non mai fermo ne' suoi proponimenti, cominciò a pentirsi delle sregolate o balorde sue risoluzioni, e a desiderare ch'egli non perdesse il suo Stato. Perciò nel dì 8 di settembre spedì suoi ambasciatori a Venezia[2834] per collegarsi con quella repubblica e co' Fiorentini in favore del conte, e fece anche sapere al re Alfonso di desistere dall'offenderlo. Si maravigliò forte il re di questa inaspettata mutazion di volere del duca; inviò a lui ed anche a Venezia ambasciatori; ma niuna grata risposta ne ricevette. Servirono questi passi del duca, e il trattato di lega fra lui, Venezia e Firenze, a fare[2835] ch'egli poi si ritirasse da Fano, e se ne tornasse nelle sue contrade. Ed intanto nel dì 24 di settembre fu conchiusa la lega suddetta in Venezia, in cui ancora entrò Sigismondo Malatesta signore di Rimini. Elessero in quest'anno a dì 28 di gennaio[2836] i Genovesi pacificamente per loro doge Raffaello Adorno, di famiglia altre volte salita a quella dignità.
NOTE:
[2819] Hist. Senensis, tom. 20 Rer. Ital.
[2820] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2821] Petroni, Hist., tom. 24 Rer. Ital.
[2822] Cronica di Ferrara, tom. eod.
[2823] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2824] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.
[2825] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2826] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2827] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2828] Annal. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
[2829] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
[2830] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2831] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2832] Giornal. Napolet., tom. 22 Rer. Ital.
[2833] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXLIV. Indiz. VII.
EUGENIO IV papa 14. FEDERIGO III re de' Romani 5.
Trovandosi in Fermo Bianca Visconte moglie del conte Francesco Sforza, quivi nel dì 24 di gennaio diede alla luce un figliuolo[2837]; del qual parto fu immantenente spedita la nuova al duca di Milano, padre di lei, per sapere qual nome si dovesse porre al nato figliuolo. Gli fu posto quello di Galeazzo Maria. Fra le sue disavventure ebbe almeno il conte Francesco questa consolazione. Ma, trovandosi senza danari, spedì per ottenerne Sigismondo Malatesta suo genero a Venezia, e ne ricavò questi buona somma, e la maggior parte ancora ne ritenne per sè a conto delle sue paghe. All'incontro Niccolò Piccinino fu ben rinforzato di gente e danaro dal papa e dal re Alfonso; laonde entrò in campagna per tempo, e cominciò le scorrerie pel territorio di Fermo. Dall'altra parte anche le milizie del re Alfonso ricominciarono la guerra. A Monte Milone si portò il Piccinino, ed, avendo passato il fiume Potenza, fu quivi colto da Ciarpellione, uno de' più valenti condottieri d'armi che si avesse il conte Francesco, e ne riportò una buona pelata colla prigionia di molti de' suoi. Si salvò egli miracolosamente, ritirandosi in una torricella, che rimase intatta, per non avervi fatto mente Ciarpellione. Perchè poi gli venne ordine dal duca di portarsi a Milano, e di fare intanto tregua col conte Francesco, eseguì Niccolò il primo comandamento, ma non già il secondo, avendoglielo impedito il legato del papa. Però, lasciato il comando dell'armata a Francesco Piccinino suo figliuolo, volò in Lombardia. Trovossi intanto il conte Francesco in gravi angustie, perchè Sigismondo Malatesta l'avea tradito con essersi messo in viaggio colle sue truppe, per andare ad unirsi con lui, ma con aver poi trovati de' pretesti per tornarsene a Rimini. Dall'altro canto, se Francesco Piccinino univa la sua armata coll'aragonese, non vedea modo da poter sostenere la città di Fermo contra di tante forze. Ora per impedir siffatta unione con quella gente che avea, prese lo spediente di andare a visitar esso Francesco Piccinino, che s'era ben postato a Monte Olmo. Secondo il Simonetta, era il dì di venerdì 23 d'agosto, quando gli fu a fronte, e colle schiere in battaglia l'assalì. Ma non battono i conti secondo il calendario. Negli Annali di Forlì è scritto che fu il dì 19 d'esso mese[2838], e lo stesso vien confermato dalla Cronica di Rimini[2839], e dal Sanuto[2840], che per errore dice di maggio. Nè di ciò si può dubitare, stante una lettera scritta nel medesimo dì 19 d'agosto dal conte Francesco a Bologna, come s'ha dalla Cronica d'essa città[2841]. In quel conflitto certo è che segni di gran valore diede Francesco Piccinino colle sue squadre; ma egli combatteva con un capitano che in fatti d'armi fu maraviglioso, nè sapea esser vinto. Mentre si combatteva, Alessandro Sforza occupò le tende e il bagaglio de' nemici; poscia seguitò ad incalzarli dal suo canto; nel qual tempo il conte Francesco suo fratello con eguale attenzion ed ardore facea lo stesso dall'altro. In somma restò sbaragliato l'esercito di Francesco Piccinino colla perdita di quasi tre mila cavalli, ed egli col rifugiarsi in una palude cercò di salvarsi, ma da un suo fante tradito fu condotto prigione al conte Francesco. Ebbero fatica a ridursi in salvo il cardinal Domenico Capranica legato del papa, e Malatesta a Cesena. Nel dì seguente Monte Olmo si rendè al conte Francesco, ed ivi fu ritrovata gran copia d'uffiziali e soldati del Piccinino, che vi si erano rifugiati con assai cavalli e robe preziose. Ciò fatto, marciò il vittorioso Sforza a Macerata, e senza fatica se ne impossessò, siccome ancora di San Severino. Cingoli volle aspettar la forza prima di rendersi, e dopo otto giorni se gli sottomise con altri piccioli luoghi. Intanto esso conte fece tentar di pace papa Eugenio, che si trovava allora a Perugia, conturbato non poco per le di lui vittorie, dopo aver fulminate le scomuniche nel precedente maggio contra di lui e di Sigismondo Malatesta. Alle istanze del conte diedero maggior polso gli ambasciatori di Venezia e Firenze, di maniera che l'accordo seguì nel dì 10 d'ottobre, con avere il papa lasciate al medesimo conte in feudo con titolo di marchese tutte le terre da lui possedute e ricuperate prima del dì 15 oppure 18 del mese suddetto. A riserva d'Osimo, Recanati, Fabriano ed Ancona, il resto della Marca ubbidiva ai suoi cenni.
Era venuto a Milano Niccolò Piccinino, chiamatovi, come dissi (non si sa bene il motivo) dal duca. Non gli si partiva dal cuore l'affanno per la perdita di Bologna[2842], e per la sconfitta a lui data dal conte Francesco Sforza. A questi pensieri, che il laceravano di dentro, si aggiunse l'altra dolorosa nuova non solo della rotta di Francesco suo figliuolo, ma d'esser egli anche caduto prigione nelle mani dell'emulo ossia nemico Sforza. Soccombè in fine alla malinconia, ed, infermatosi, terminò il corso del suo vivere nel dì 15 oppure 16 d'ottobre[2843]: con che mancò uno de' più insigni generali d'armata che s'avesse l'Italia, a cui niun altro si potea anteporre, se non Francesco Sforza. Nelle spedizioni la sua attività e prestezza non ebbe pari; ma egli si prometteva molto della fortuna, e però azzardava bene spesso nelle sue imprese: laddove lo Sforza sempre operava con saviezza, e sapea cedere e temporeggiare, quando lo richiedeva il bisogno, nè temerariamente mai procedeva in ciò che imprendeva. Per la morte del Piccinino sommamente si afflisse il duca Filippo Maria, rimasto privo di sì valente, onorato e fedele capitano; nè potendo far altro, si rivolse a beneficare i di lui figliuoli Francesco e Jacopo, con aver ottenuta la libertà del primo dal conte Francesco, e con chiamarli amendue a Milano. Accadde ancora nell'anno presente[2844] la morte di Oddo-Antonio conte di Montefeltro e d'Urbino, personaggio di costumi sfrenati e d'insoffribil lussuria. Per cagione di questi suoi vizii fu egli nella notte del dì 22 di luglio da molti congiurati ucciso, e in luogo suo proclamato signore Federigo suo fratello, e figliuolo bastardo di Guidantonio già conte, ancorchè comunemente creduto fosse figliuolo di Bernardino dalla Carda degli Ubaldini. Questi, essendo ito a Fermo per visitare il conte Francesco, stabilì tosto con esso lui lega difensiva ed offensiva. Venne a morte anche in quest'anno[2845], nel dì 8 o pure 24 di settembre, Gian-Francesco da Gonzaga marchese di Mantova, assai invecchiato, ed ebbe per successore Lodovico suo figliuolo. Fu parimente chiamato da Dio a miglior vita nella città dell'Aquila a dì 20 di maggio[2846] frate Bernardino da Siena dell'ordine de' Minori, celebre missionario di questi tempi, che per le sue luminose virtù venne poi aggregato al ruolo de' santi. Similmente finì di vivere[2847] Leonardo Aretino, segretario della repubblica fiorentina, uomo celebre allora per la sua letteratura e perizia della lingua greca. Si ammalò nel dì 5 d'aprile[2848] di sì pericolosa malattia Alfonso re di Aragona e delle Due Sicilie, che corse in fin voce che era morto. Gran bisbiglio e movimento fu nei baroni del regno, di modo tale che guarito il re, ben s'avvide del poco capitale che potea farsi della fede de' regnicoli. Diede egli in questo anno[2849] per moglie a don Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo Isabella di Chiaramonte, nipote di Gian Antonio Orsino principe di Taranto. Maritò eziandio Maria sua figliuola col marchese Lionello d'Este signor di Ferrara, Modena e Reggio. Fu pertanto spedito Borso d'Este fratello d'esso marchese con due galee veneziane a levar questa principessa che, accompagnata dal principe di Salerno, arrivò a Ferrara nel dì 24 d'aprile[2850]. Memorabil fu la magnificenza di queste nozze per la quantità delle feste e dei varii solazzi, che durarono quindici giorni coll'intervento degli ambasciatori di tutti i principi d'Italia. Fece guerra in quest'anno il re Alfonso ad Antonio Santiglia signore di Cotrone, Catanzaro ed altri luoghi in Calabria, e gli tolse tutti quegli Stati. Condiscese anche a far pace coi Genovesi[2851], co' quali era in guerra da gran tempo, e gli obbligò a pagargli ogni anno a titolo di censo un bacile d'argento, con accordar loro varii privilegii.
NOTE:
[2834] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2835] Annal. Foroliviens., tom. eod.
[2836] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.
[2837] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Italic.
[2838] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2839] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2840] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2841] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2842] Corio, Istor. di Milano.
[2843] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2844] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2845] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2846] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2847] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2848] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2849] Istoria Napol., tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXLV. Indiz. VIII.
EUGENIO IV papa 15. FEDERIGO III re de' Romani 6.
Fra il duca di Milano e Francesco Sforza suo genero parve nel precedente anno restituita buona armonia, per quanto abbiamo veduto. Ma intervenne accidente che affatto la guastò. Dappoichè mancò, colla morte di Niccolò Piccinino, ad esso duca un raro generale delle sue armi, mise egli il guardo sopra Ciarpellione, cioè sopra il più accreditato capitano che si avesse allora Francesco[2852], e segretamente cominciò a trattare con lui, per torlo al conte e farlo venire a Milano. Trapelò questo trattato, e se ne crucciò forte il conte, il quale, fidandosi poco del suocero duca, perchè assai ne conosceva l'umore, temeva anche dei malanni, se lasciava partire chi era stato partecipe di tutti i suoi segreti. Fece pertanto mettere prigione nella fortezza di Fermo Ciarpellione, e processarlo per varie sue iniquità[2853]. Dopo di che nel dì 29 di novembre dell'antecedente anno il fece impiccare, con ispargere voce d'aver egli macchinato contro la vita del medesimo conte. Altamente si chiamò offeso per questo fatto il duca, e protestò di volersene vendicare. Francesco di tutto informò i Veneziani e Fiorentini, a' quali piacea più di vederlo nemico che amico del suocero. Si partì ancora dall'amicizia di esso conte Sigismondo Malatesta signore di Rimini, tuttochè genero del medesimo. Vagheggiava egli da gran tempo Pesaro e Fossombrone, goduti da Galeazzo Malatesta, cioè da chi era privo di figliuoli; anzi s'era già provato colla forza, ma indarno, d'impadronirsene[2854]. Avvenne che, per interposizione di Federigo conte d'Urbino, vendè Galeazzo al conte Francesco essa città di Pesaro per venti mila fiorini d'oro, con che Alessandro Sforza fratello del conte sposasse Costanza sua nipote, e divenisse padrone di quella città. Fossombrone eziandio fu venduto al conte Federigo per tredici altri mila fiorini. Era già per varii motivi mal soddisfatto lo Sforza di Sigismondo suo genero, uomo anche per altro conto di coscienza guasta; e però senza alcun riguardo verso di lui fece il suo negozio. Che disdegno e rabbia per questo provasse Sigismondo, non si può assai dire. Mosse da lì innanzi cielo e terra contra del conte Francesco, tanto presso il pontefice, quanto presso il re Alfonso e il duca di Milano. Spezialmente questo suo sdegno piacque al duca, per potere valersi di lui contra dello Sforza. Ora Filippo Maria co' suoi maneggi tanto fece, che papa Eugenio IV prese Sigismondo al suo soldo, e facendo sperare coll'aiuto proprio e d'esso signore di Rimini assai facile al papa il riacquistare Bologna, a poco a poco accese il fuoco d'una nuova guerra. Nè penò molto a tirarvi anche il re Alfonso, perchè la città di Teramo s'era data al conte Francesco; e Giosia Acquaviva ed altri del suo regno, ribellatisi a lui, si erano uniti col medesimo conte. Mentre questi concerti di guerra si andavano facendo, uno strepitoso accidente avvenne in Bologna[2855]. Era in quella città in alta stima Annibale de' Bentivogli, perchè riguardato come glorioso liberatore della sua patria. Ma la invidia, nata, per così dire, col mondo, il facea mirar con occhio bieco da Baldassare da Canedolo, da' Ghiselieri e da alcuni altri cittadini. Andò tanto innanzi questa cieca passione, che costoro determinarono di levargli la vita. Fu invitato il Bentivoglio nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, da Francesco Ghiselieri, a tenergli un suo figliuolo al sacro fonte. Finita la funzione, ed usciti che furono di chiesa, Baldassare e gli altri congiurati, avventatisi addosso al Bentivoglio, con varie ferite lo stesero morto a terra[2856]. Poscia andarono in traccia d'alcuni altri amici di lui, e gli uccisero. Per questa enorme indegnità si levò a rumore tutto il popolo contro i micidiarii; diede il sacco alle lor case e le bruciò. Batista da Canedolo, benchè non intervenuto a quell'orrido fatto, indarno fece resistenza all'infuriato popolo, che trovatolo il tagliò a pezzi[2857]; e quanti amici de' Canedoli vennero in mano d'esso popolo, rimasero vittima del loro furore. Che tal novità fosse fatta con intelligenza del duca di Milano, si conobbe tosto, perch'egli si dichiarò protettore de' Canedoli, e nel dì 26 di giugno Taliano Furlano capitano d'esso duca, che stanziava in Romagna con mille e cinquecento cavalli e cinquecento fanti ducheschi, entrò tosto nel Bolognese in aiuto de' Canedoli; ma ritrovatili o morti o sbandati, da lì a poco cominciò la guerra al Bolognese, e prese varii luoghi. Altrettanto ancora fecero Luigi da San Severino e Carlo da Gonzaga, altri capitani del medesimo duca. Ora i Fiorentini, siccome collegati de' Bolognesi, nel dì 27 di luglio spedirono in loro aiuto Simonetto con cinquecento cavalli e ducento fanti. Anche i Veneziani inviarono colà Taddeo marchese d'Este con altra gente. S'ingrossarono intanto sempre più le milizie del duca di Milano sul Bolognese, e corsero sino alle porte della città; ma null'altro di considerabile accadde in quelle parti nell'anno presente, fuorchè la presa di alcuni castelli, fra i quali il più importante fu San Giovanni in Persiceto, occupato nel dì 9 di settembre da Luigi da San Severino.