Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 3 of 5)
Era già riuscito ai ministri o partigiani di Lodovico re d'Ungheria di muovere a ribellione contra della regina Giovanna l'Aquila, città benchè nata a tempi di Federigo II Augusto, pure pervenuta da lì non molto ad un'ampia popolazione e potenza[1433]. Erano in discordia i Reali di Napoli; ma cotante promesse furono fatte a Carlo duca di Durazzo, che s'indusse a prendere il baston del comando per procedere contro degli Aquilani. Tenne egli coll'esercito suo assediata per tre mesi, ma indarno, quella città. Intanto venuto in Italia il vescovo di Cinque Chiese con ducento nobili ungheri ben in arnese e con danaro assai, assoldò molta gente nella Romagna e nella Marca; ebbe non pochi aiuti da Ugolino de' Trinci signor di Foligno e dai Malatesti signori di Rimini, e con circa mille uomini d'armi e numerosa fanteria andò ad unirsi con altri mille cavalli e fanti, già assoldati nell'Abbruzzo per parte del re Lodovico d'Ungheria. Il timore di quest'armata fece sloggiare di sotto l'Aquila gli assediatori; e tanto più perchè succeduto nel medesimo tempo il matrimonio della regina con Luigi principe di Taranto, il duca di Durazzo deluso e mal soddisfatto non volle più guerreggiar contra degli Ungheri. Seppero ben prevalersi di tal discordia i capitani del re Lodovico; perchè, posto l'assedio alla città di Sulmona, senza che alcuno ne tentasse giammai il soccorso, se ne impadronirono nel mese di ottobre, continuando poi le lor conquiste sino a Venafro, Tiano e Sarno. Arrivò nel mese di novembre Lodovico re d'Ungheria nel Friuli ad Udine, senza che sicuramente si raccolga dagli scrittori ch'egli menasse con seco un esercito potente. Forse non avea più di mille cavalli. Perchè era in collera coi Veneziani, non accettò il loro invito[1434]. Onorevolmente ricevuto a Cittadella da Jacopo da Carrara signore di Padova, sul principio di dicembre passò a Vicenza e Verona, dove Alberto e Mastino dalla Scala splendidamente il trattarono, con dargli ancora trecento de' loro cavalieri, acciocchè lo accompagnassero a Napoli. Per Ostiglia venuto a Modena, fu incontrato con tutto onore da Obizzo marchese d'Este, che non fu da meno degli altri in fargli un nobile trattamento. Fuorchè in Imola e Faenza, dove il conte della Romagna pel papa nol lasciò entrare, ricevè somme finezze dappertutto dove passò, in Bologna dai Pepoli, in Forlì dagli Ordelaffi, in Rimini dai Malatesti, in Foligno dai Trinci. Con trecento cavalieri il seguitò pel viaggio Francesco degli Ordelaffi. Ma essendosegli presentato in Foligno il legato del papa per intimargli sotto pena di scomunica di non far da padrone nel regno di Napoli senza l'assenso del papa, il re, che già toccava con mano la pretension del pontefice in favore della regina Giovanna, gli rispose assai bruscamente che il regno era suo per successione dei suoi maggiori; che risponderebbe alla Chiesa pel feudo; e che della scomunica non curava, perchè sarebbe patentemente ingiusta. Arrivò poscia questo principe all'Aquila nella vigilia di Natale, e quivi attese ai preparamenti per condurre a fine l'incominciata impresa.
Nel ritornare nell'anno addietro Ostasio da Polenta signor di Ravenna da Milano in compagnia di Obizzo marchese d'Este, nella terra di Trezzo rimase come morto una notte a cagione del fumo di carbone acceso nella sua camera dai famigli, perchè facea freddo. Portato a Ravenna così malconcio, terminò i suoi giorni nel dì 14 di novembre[1435], e gli succederono nel dominio di Ravenna Bernardino suo figliuolo, e in quello di Cervia Pandolfo altro suo figliuolo. Lamberto, terzo de' figliuoli, nulla possedeva. Di questo partaggio non erano contenti i due ultimi fratelli, e però pensarono ad un tradimento. Nel dì 5 d'aprile spedirono a Ravenna un messo a Bernardino, notificandogli, che essendo caduto gravemente infermo Pandolfo, se volea vederlo vivo, non tardasse a venire. Venne Bernardino, e, preso, fu posto in una dura prigione. Nella notte cavalcò Pandolfo a Ravenna con molti armati, e fatto esporre alle guardie della porta da un cortigiano guadagnato di Bernardino, di essere venuto a prendere de' medicamenti necessarii al finto infermo, gli fu permessa l'entrata in città. S'impadronì Pandolfo di essa senza fatica; ma, interpostosi poi Malatesta signor di Rimini, nel dì 24 di giugno Bernardino fu liberato dalle prigioni di Cervia, e in Ravenna si conchiuse pace coi fratelli. Ma di questa si dimenticò ben presto esso Bernardino, e ricordevole solamente dell'oltraggio patito, sotto pretesto che Pandolfo e Lamberto macchinassero contro la sua vita, nel dì 7 di settembre[1436] fece loro mettere le mani addosso, e gl'imprigionò, prendendo in sè tutto il dominio di Ravenna e poi di Cervia. Lasciarono poscia la vita i suddetti col tempo nelle carceri d'essa Cervia. Nel dì 29 di settembre Taddeo de' Pepoli signor di Bologna compiè il corso di sua vita[1437], e concordemente da quel popolo fu data la signoria della città a Giovanni e Giacopo figliuoli di esso Taddeo. Poco durò il bizzarro governo di Cola di Rienzo in Roma. Dopo la vittoria riportata, di cui si è favellato di sopra, gli si erano maggiormente esaltati i fumi alla testa, e tiranneggiando cominciò a perdere l'amore del popolo. Contra di lui soffiava forte il legato del papa, e più i grandi fuorusciti. Mandò ben Cola le sue genti all'assedio del castello di Marino de' Colonnesi, ma nulla ne profittò[1438]. Ora nel dì 15 di dicembre di quest'anno (e non già nel marzo del susseguente, come ha il Gazata[1439]) Giovanni Pipino conte di Altamura e Minerbino, bandito dal regno di Napoli siccome uomo intrigante e masnadiere, o per suoi particolari disgusti o disegni, oppure a sommossa del legato apostolico e de' nobili, fece una sollevazione in Roma contra del tribuno, laonde si diede campana a martello, e si asserragliarono le strade. Quantunque non accorressero in aiuto del tribuno gli Orsini e il popolo, come egli sperava, pure egli era provveduto di tali forze che facilmente avrebbe potuto sconfiggere chiunque se gli opponeva. Ma appena fu messa in rotta una delle sue bandiere, che siccome uomo vile e codardo, senza fare ulterior resistenza, si ritirò in castello Sant'Angelo, e poi travestito da frate se ne fuggì, allorchè passò il re d'Ungheria alla volta dell'Aquila. Nel dì 17 entrò in Roma Stefanuccio dalla Colonna, ed, aboliti gli atti del tribuno, a riserva delle paci fatte, rimise quella città all'ubbidienza del papa, e furono poi creati tre senatori, un colonnese, un orsino e il legato pontificio. Cola di Rienzo, divenuto mendico e screditato, si ridusse poi alla corte di Carlo IV re de' Romani, e, col racconto di varie rivelazioni e promesse di gran cose, cominciò la tela di un'altra fortuna; ma informatone il papa, volle nelle mani questo ciarlatano, e il tenne poi per molto tempo incarcerato in Avignone. In due fazioni era ne' tempi correnti divisa la città di Pisa, cioè nei Raspanti e Bergolini[1440]. Nel dì 24 di dicembre si sollevarono i Bergolini, cioè i Gambacorti, gli Agitati ed altri contra dei Raspanti, che comandavano allora a bacchetta, e riuscì loro d'abbattere e scacciare Dino della Rocca, capo d'essa fazione, co' suoi aderenti, e di prendere il dominio della terra: e qui cominciò l'ascendente della famiglia Gambacorta. Secondo la Cronica Estense[1441], in quest'anno Luchino Visconte coll'aiuto di Giovanni marchese di Monferrato acquistò le città di Tortona e d'Alba. Anche il marchese guadagnò per sè la terra di Valenza[1442]. E perciocchè i continuati progressi di Luchino in Piemonte non potevano piacere al conte di Savoia Amedeo VI, nè a Jacopo di Savoia principe della Morea, questi si collegarono col duca di Borgogna e col conte di Ginevra contra di Luchino e del marchese di Monferrato. Guerra fu fatta, e nel mese di luglio si venne ad un crudele combattimento, in cui perì dall'una parte e dall'altra gran copia d'uomini e di cavalli; ma in fine se ne andò sconfitto il marchese di Monferrato. Di questo fatto d'armi non ebbero notizia nè Benvenuto da San Giorgio, nè il Guichenone nella Storia della real casa di Savoia.
NOTE:
[1422] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1423] Chron. Estense, tom. 15 Rer Italic. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 84.
[1424] Albert. Argentin., Chron. Rebdorf., Annal.
[1425] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1426] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 98.
[1427] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1428] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.
[1429] Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital., tom. 3.
[1430] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. eod.
[1431] Petrarca, Rime.
[1432] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 89. Johan. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1433] Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 88.
[1434] Johan. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eodem. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 106.
[1435] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1436] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1437] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1438] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 104.
[1439] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1440] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 118.
[1441] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1442] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXLVIII. Indizione I.
CLEMENTE VI papa 7. CARLO IV re de' Romani 3.
Di funestissima memoria fu e sarà sempre l'anno presente a cagion della furiosa peste che spogliò l'Italia, e a cui altra simile dianzi non si era veduta, nè si vide dappoi. Portata essa di Levante dalle galee genovesi nell'anno precedente[1443], fece di molta strage in Firenze ed altre terre di Toscana, e più in Bologna e nella Romagna, in Provenza ed in altre parti. Parve che nel novembre cessasse questo micidial malore; ma siccome i popoli d'allora viveano molto alla spartana, senza usar diligenza per tenerlo lungi, e venuto ch'era, per liberarsene: così tornò egli più rigoroso e feroce di prima nell'anno presente ad assalir il più delle città dell'Italia, e fu inesplicabile la mortalità della gente dappertutto, fuorchè in Milano e in Piemonte. Matteo Villani attesta[1444] che in Firenze e nel suo distretto dei cinque uomini di ogni sesso ed età ne morivano i tre e più. Fra gli altri vi lasciò la vita Giovanni Villani suo fratello, autore di una celebre storia, di cui han profittato finora gli Annali presenti. In Bologna[1445] delle tre parti del popolo due rimasero prive di vita; ed Agniolo di Tura scrive[1446] che nella città e borghi di Siena vi perirono ottanta mila persone: il che par troppo. Passò poi questo flagello in Francia, Alemagna, Inghilterra ed altri paesi, lasciando dappertutto una non mai più udita desolazione. Non v'ha scrittore che non ne parli con incredibil orrore: ed allora fu che i popoli rimasti in vita cominciarono ad usar qualche diligenza per guardarsi da lì innanzi da questo morbo distruggitore delle città: la qual cautela è maggiormente dipoi andata crescendo in guisa, che se la pestilenza è entrata in qualche contrada d'Italia, non ha fatto progresso nell'altre, come poco fa s'è provato in quella dell'infelice Messina, a cui si son posti buoni argini che durano tuttavia. Per tali precauzioni e rigori corrono già circa cento quattordici anni che la Lombardia non ha provata la terribile sferza di quel malore. Eransi postate al fiume Volturno verso Capua le milizie della regina Giovanna[1447], per contrastare il passo al re d'Ungheria, sotto il comando di Luigi principe di Taranto, e marito d'essa regina, che cogli altri Reali era accorsa colà. Ma il re unghero, senza voler mettersi a passar quivi il fiume, per la strada già tenuta dal re Carlo I tirò alla volta di Benevento, dove arrivò nel dì 11 di gennaio. Quivi, unito il suo esercito, si trovò avere più di sei mila cavalli e un'infinità di fanti; e concorsero a fargli riverenza ed omaggio tutti i baroni del paese e gli ambasciatori di Napoli. A questo avviso i Reali, che erano a Capoa, abbandonato Luigi principe di Taranto, si ritirarono a Napoli. La stessa regina Giovanna, che s'era ridotta in un de' castelli, udendo che già l'Unghero s'inviava a quella volta, nascostamente una notte[1448], con quel poco tesoro che potè raunare, s'imbarcò in una preparata galea, e fece dirizzar la prora verso Provenza. Arrivò poscia il principe suo marito, ed anch'egli con Niccolò Acciaiuoli Fiorentino, suo fidato consigliere, preso un picciolo legno, andò a sbarcare nella Maremma di Siena. Giunse il re Lodovico nel dì 17 di gennaio ad Aversa[1449]. Colà tutta la nobiltà di Napoli fu a fargli riverenza. In un fiero imbroglio si trovarono allora i principi reali, egualmente apprendendo il fuggire che il presentarsi al re. Furono assicurati con salvocondotto, purchè non avessero tenuta mano all'assassinio del duca Andrea. Pertanto vennero ad Aversa Carlo duca di Durazzo, Luigi e Roberto fratelli, e Roberto e Filippo principi di Taranto, fratelli di Lodovico marito della regina Giovanna. Furono accolti con allegrezza ed onore, e desinarono nella sala, dove era anche la tavola del re.
Dopo il desinare, messa il re in armi tutta la sua gente, mostrando di voler cavalcare a Napoli, volle vedere il verone, onde fu gittato nel giardino il corpo dello strangolalo suo fratello. Quivi rivolto al duca di Durazzo, l'accusò di quel misfatto, e dicono che il convinse con lettere; e quantunque il duca si scusasse ed implorasse misericordia[1450], gli Ungheri se gli avventarono addosso, e, feritolo di più colpi, lo stesero morto a terra, e dipoi nel giardino medesimo lanciarono il corpo suo. Gli altri Reali furono presi, messi nel castello d'Aversa, e poscia con buona scorta inviati in Ungheria, dove gran tempo dimorarono carcerati. Gran dire che vi fu per questa barbarica giustizia. Molti la biasimarono, perchè fatta senza ordine giudiciario, e perchè esso Carlo duca di Durazzo, oltre all'essere il più compiuto e valoroso di quei principi, veniva creduto innocente; altri poi giudicarono ben dovuta ai peccati di lui e degli altri Reali la morte e prigionia suddetta. Entrò poscia il re Lodovico in Napoli, ma senza volere il baldacchino preparatogli, e vestito di tutte armi colla barbuta in capo, attendendo dipoi a far processi, a mutar gli uffizii e a riformar la città, come a lui piacque. Avea la regina Giovanna partorito un figliuolo, per nome Carlo Martello, creduto, secondo le presunzioni, figliuolo del fu suo marito Andrea. Il re, fattoselo condurre davanti, graziosamente il vide, e creollo duca di Calabria, ma poi coi Reali prigioni l'inviò in Ungheria, acciocchè fosse ivi educato. Fece poi istanze alla corte pontificia per ottener la corona ed investitura di Napoli; ma papa Clemente VI se ne mostrò ben alieno, adducendo che non era provato per anche alcun reato nella regina Giovanna; e che in ogni caso il regno era dovuto al fanciullo Carlo Martello, con altre ragioni pubblicate dal Rinaldi[1451]. Tentò parimente il re unghero d'impetrare l'investitura della Sicilia, e su questo ancora riportò una bella negativa dal papa. Non si può negare, molta fu la felicità del re Lodovico in conquistare un sì bel regno in sì pochi giorni e senza colpo di spada; ma uguale non fu già la prudenza di lui. Si pensò egli d'aver fatto tutto, dacchè niuno vi era in quel regno che ricalcitrasse, e non gli avesse prestato omaggio; nè si avvisò che più difficile era il conservare che l'acquistare un paese, dove l'instabilità dei popoli e il desio continuo di cose nuove sono malattie abituali di quelle contrade. Però licenziò tosto buona parte dell'esercito suo; e perciocchè la pestilenza entrata in quel regno vi facea gran macello[1452], non fidandosi egli di stare in mezzo a sì fatti pericoli, determinò di ritornarsene in Ungheria. Appena dunque passati quattro mesi dopo l'arrivo suo andò ad imbarcarsi a Barletta, con aver deputato per suo vicario Corrado Lupo con altri uffiziali e gente che governasse e difendesse il regno. Lasciò il re mal soddisfatti i baroni napoletani colle sue asprezze e coll'aver tolto a moltissimi i loro lucrosi uffizii. Si aggiunse il duro comando e procedere dei ministri di lui, giacchè gli Ungheri ne' lor costumi allora spiravano troppa barbarie, benchè Matteo Villani asserisca[1453] che facevano buona giustizia, nè recavano danno o villania ad alcuno. Comunque sia, si risvegliò ben tosto in quella nobiltà e in molti il desiderio di riavere la regina Giovanna, sotto il cui governo, e colle corti di tanti Reali, l'allegria e l'opulenza mai non mancavano a quella insigne metropoli. Ne corsero le voci, e ne andarono anche gli inviti alla regina medesima in Provenza.
Ora è da sapere che questa principessa giunta che fu in Provenza, perchè insorse sospetto ch'ella era per vendere quella provincia ai Franzesi, fu detenuta come prigione da que' maggiorenti, e specialmente dai signori del Balzo. In questo mentre Lodovico principe di Taranto suo marito, senza che gli fosse permesso di entrare in Firenze, s'imbarcò a Porto Pisano[1454], e, non osando di metter piede in Provenza, andò con Niccolò Acciaiuoli per altra via ad Avignone. Quivi per mezzo del papa tanto si adoperò che fu rimessa in libertà la regina. Ricevuta questa qual sovrana in quella città, dopo aver guadagnati in suo favore i voti della corte pontificia, la quale convalidò colla dispensa il contratto matrimonio, impiegò da lì innanzi tutti i suoi pensieri per la ricupera del regno di Napoli. Le mancava il più importante mezzo, cioè il danaro; si trovò in necessità di vendere al papa e alla Chiesa romana la stessa città d'Avignone col suo distretto[1455], per cui nondimeno ricavò, se è vero, solamente trenta mila fiorini d'oro: il che pare piuttosto un prestito o un dono, che una vendita di sì nobil città con ampio territorio. E perchè quella città era feudo dell'imperio, siccome parte del regno arelatense, non durò gran fatica papa Clemente VI ad impetrare da Carlo IV sua creatura la cession di tutte le ragioni imperiali su quella città, di modo che essa restò ed è tuttavia della santa Sede apostolica. Leggesi lo strumento di tal vendita dato alla luce dal Leibnizio[1456], e fatto non già nell'anno 1358, come per errore è ivi scritto, ma bensì nell'anno presente 1348. In ricompensa di questo contratto diede il papa a Luigi marito di Giovanna il titolo di re.
Cotanto ancora esso Luigi e la regina sua moglie andarono limosinando dagli amici e dai sudditi, che unirono danaro da poter noleggiare dieci galee genovesi al loro servigio. E perciocchè Niccolò Acciaiuoli, spedito innanzi da essi, fece lor sapere d'aver ben disposti gli affari e gli animi de' baroni, e che avea preso al suo soldo il duca Guarnieri capo di mille e ducento barbute tedesche, cioè cavalieri; s'imbarcarono senza perdere tempo in Marsilia nelle galee genovesi, ed arrivati sul fine d'agosto a Napoli, con grande onore vi fecero la loro entrata. Ma i castelli d'essa città erano tuttavia in mano degli Ungheri, e convenne farne dipoi l'assedio. Abbiamo parlato all'anno 1342 del poco fa mentovato duca Guarnieri, e della sua compagnia. Questa si sciolse allora, ma egli colle reliquie di essa passò dipoi a' servigi del re d'Ungheria. Appena si trovò egli cassato di nuovo da esso re, che si diede a formare un'altra non men possente compagnia di quelle genti d'arme che non aveano più servigio. Venuto con questi masnadieri in Campagna di Roma, cominciò a saccheggiare quelle terre e castella che non si voleano riscattar col danaro[1457]. Perchè il popolo di Anagni si animò a difendere la terra, con disegno di non pagar tributo a quella mala gente, infuriati coloro con un generale assalto entrarono per forza in quella città, e, messi a filo di spada gli abitanti di ogni sesso, lasciarono quivi un orrido spettacolo della crudeltà degli uomini, più fieri talvolta delle fiere stesse. Siccome già accennai, benchè fosse preceduto qualche esempio di simili compagnie di assassini, pure questo duca Guarnieri fu considerato in questi tempi come principal autore e promotor delle medesime.
Abbiamo dalla Cronica Estense che nel mese di aprile l'esercito di Luchino Visconte andò sul Genovesato ad assediare non so quai luoghi. Secondo il Corio[1458], s'impadronì di Gavi e di Voltabio; ma Pietro Azario aggiugne[1459] che Luchino, voglioso di sottomettere la città di Genova al suo dominio, fece lega coi fuorusciti, cioè coi Doria, Spinoli, Fieschi e Grimaldi, e spedì un grosso esercito allo assedio di quella città sotto il comando di Bruzio suo figliuolo bastardo, e di Rinaldo degli Assandri di Mantova; e che sarebbe passata male per quella città, se la morte di Luchino, di cui parleremo all'anno seguente, non avesse interrotta quell'impresa. Giorgio Stella, storico genovese, sotto questi tempi si fa conoscere mancante di notizie intorno alla sua patria. Costume fu di Luchino di valersi dei collegati, finchè servivano ad ingrandirlo; poscia non gli era difficile il trovar motivi, o pretesti per volgere l'armi anche contra di loro. Giovanni marchese dì Monferrato gli avea fatto ottenere Alba, Tortona ed altri luoghi; ma perciocchè anche egli, senza dimenticare i proprii affari, avea ricuperato quasi tutte le terre del suo marchesato, perdute per la mala condotta del marchese Teodoro suo padre, anzi era dietro a stendere più oltre le sue conquiste, Luchino se ne ingelosì, e cominciò a mostrar del freddo verso di lui. Perciò il marchese un dì, inaspettatamente si fuggì da Milano a Pavia, lasciando indietro tutti i suoi famigli ed arnesi; e corse voce che, se tardava a farlo, correva pericolo di qualche grave disgrazia. Si è veduto[1460] che ancora i Gonzaghi, signori di Mantova e di Reggio, dianzi erano tutti suoi, e principali autori furono di fargli conseguire il dominio di Parma. Noi li troviamo nel presente anno non solo caduti dalla sua grazia, ma eziandio assaliti quai nemici. Per ordine di lui nel giorno 24 di maggio i sindaci e trombetti delle città di Brescia e Cremona comparvero nella piazza di Mantova, facendo istanza che i Gonzaghi restituissero alcune castella, appartenenti in addietro a quelle comunità, con tutte le rendite percette dal dì dell'occupazione, altrimenti intimavano loro la guerra. Perchè i Gonzaghi non si sentirono voglia di restituirle, Luchino mosse l'armi contra di loro, prese Casal Maggiore, Sabioneta, Piadena, Asolo, Montechiaro ed altre fortezze, e il suo esercito passò sotto Borgoforte.
Nel medesimo tempo Mastino dalla Scala colle sue genti dall'una parte, ed Obizzo marchese d'Este colle sue dall'altra, marciarono ai danni de' Mantovani. Filippino da Gonzaga[1461], che era ito con cento barbute e ducento fanti a Napoli in servigio del re d'Ungheria, tornato che fu a casa, unita quanta milizia potè, nel di 30 di settembre andò improvvisamente a visitar l'esercito di Luchino ch'era sotto Borgoforte[1462]; e, trovatolo senz'ordine, lo mise facilmente in rotta: il che fu cagione che anche le milizie dello Scaligero e dello Estense con gran fretta si ritirassero, lasciando indietro molti de' loro arnesi. Se si ha qui da credere al Corio[1463], riuscì ai maneggi del suddetto Luchino che in questo anno papa Clemente VI dichiarasse Bernabò e Galeazzo Visconti, nipoti odiati e banditi da esso Luchino, sospetti nella fede, spergiuri e detestandi, e che non potessero contrarre matrimonio, nè godessero morendo dell'ecclesiastica sepoltura: della qual nefanda dichiarazione appellarono quei due fratelli all'imperadore. Se ciò è vero, non andò senza vergogna la corte pontificia, con lasciarsi così travolgere dai privati odii di Luchino; ma più sicuro è il sospendere la credenza di un tal fatto, giacchè non se ne truova vestigio negli antichi storici. La fortuna fu in quest'anno propizia alla casa de' Malatesti[1464]; imperciocchè nel mese di maggio Galeotto, col consentimento dei cittadini, ebbe il dominio della città d'Ascoli. Ma nelle storie napoletane altrimenti si parla di questa città. Malatesta anch'egli con esso Galeotto suo fratello[1465] sconfisse nel dì 14 di novembre in un'imboscata l'esercito di Gentile da Mogliano signore di Fermo, ed ebbero prigione lui stesso; e, se volle ricuperar la libertà, gli convenne accordar loro quel che richiesero. Poscia nel dì 6 di dicembre, invitato, esso Malatesta da alcuni cittadini d'Ancona, s'impadronì amichevolmente dell'una parte di quella città, e colla forza dell'altra. Capo d'Istria si ribellò ai Veneziani[1466], ma accorsi questi con gagliarde forze, ricuperarono quella città colla prigionia degli autori della sedizione. Tolta fu a Carlo IV la città di Trento, e data al marchese di Brandeburgo figliuolo di Lodovico il Bavaro. Ma questo fatto in altre Croniche è raccontato sotto l'anno seguente.
NOTE:
[1443] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 83.
[1444] Matteo Villani, lib. 1, cap. 2. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.
[1445] Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.
[1446] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.
[1447] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 110.
[1448] Domin. de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1449] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.
[1450] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.
[1451] Raynald., Annal. Eccles.
[1452] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1453] Matteo Villani, lib. 1, cap. 16.
[1454] Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 114.
[1455] Vita Clementis VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 1.
[1456] Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 93.
[1457] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1458] Corio, Istoria di Milano.
[1459] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1460] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1461] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1462] Platina, Hist. Mant., tom. 12 Rer. Ital.
[1463] Corio, Istoria di Milano.
Anno di CRISTO MCCCXLIX. Indizione II.
CLEMENTE VI papa 8. CARLO IV re de' Romani 4.
Andò sossopra in quest'anno il regno di Napoli per la guerra insorta in quelle parti[1467]. Molto paese occupavano tuttavia gli Ungheri. Il re Luigi colla regina Giovanna sua moglie, ben assistito dai Napoletani, mentre si facea l'assedio de' castelli di quella città, uscì in campagna coll'esercito suo, ed intraprese l'assedio di Nocera, dove trovò de' bravi difensori. Domenico da Gravina, scrittore parziale del re d'Ungheria, descrive[1468] i varii avvenimenti di quella guerra. Dopo lunga difesa le fortezze di Napoli vennero in potere della regina; e intanto la maggior parte delle terre del regno inalberarono le bandiere della medesima, di modo che gli Ungheri non aveano più che Manfredonia, il Monte di Santo Angelo, Ortona, Guiglionese ed alcune castella in Calabria. La città di Nocera si arrendè al re Luigi, marito della regina, ma non già il castello che era fortissimo. Gli Ungheri, comandati da Corrado Lupo vicario del re Lodovico d'Ungheria, a forza d'armi presero e saccheggiarono la città di Foggia. Obbligarono inoltre il re Luigi ad abbandonar l'assedio d'esso castello di Nocera, per colpa specialmente del duca Guarnieri, uomo di niuna fede, il quale, nello stesso tempo che militava ai servigi di esso re Luigi, teneva intelligenza con Corrado Lupo, e guastava tutti i disegni: il che fece calar non poco di riputazione il medesimo re Luigi. Andò tanto innanzi la malvagità di costui, che stando egli a Corneto con quattrocento cavalieri alla guardia di quella terra, una notte si lasciò sorprender ivi con tutta la sua gente da Corrado, e fu ritenuto prigione. Comunemente fu creduto che fosse concertato fra loro il fatto. Misesi egli una taglia di trenta mila fiorini d'oro; e perchè il re Luigi negò di volerlo riscattare a sì alto prezzo, si servì egli di questo pretesto per prendere servigio nella armata degli Ungheri, e trasse a sè quanti Tedeschi potè; perlochè peggiorarono di molto gli affari del re Luigi, che si ritirò malconcio a Napoli. Crebbe ancora l'esercito degli Ungheri per la venuta di Stefano vaivoda di Transilvania con più di trecento nobili ungheri: laonde alla loro ubbidienza tornarono Baroli, Trani, Bitonto, Giovenazzo, Molfetta ed altri luoghi. Ma sopprattutto in lor vantaggio tornò l'acquisto della città d'Aversa, i cui abitanti volontariamente loro si sottomisero. S'inoltrò poi l'esercito ungarico del re Lodovico verso Napoli, e fatto correr voce falsa che fra i soldati ungheri e tedeschi fosse insorta gran discordia, s'invogliarono i Napoletani di venir con loro a battaglia. Adunque nel dì 6 di giugno, benchè il re Luigi contraddicesse[1469], i baroni napoletani con gran baldanza e pompa uscirono ed ordinarono le loro schiere contra gli Ungheri; ma furono così ben ricevuti, che presto andarono in rotta, e vi restarono prigionieri Roberto di San Severino, Raimondo del Balzo, il conte d'Armignacca e buona parte de' principali nobili della città di Napoli. Per tal vittoria scorrendo gli Ungheri sino alle porte della città, obbligarono que' cittadini a ricomperar la loro vendemmia collo sborso di venti mila fiorini d'oro. In questo piede erano gli affari di Napoli, mentre anche in altri luoghi del regno continuava la guerra, ora prospera per gli uni ed ora per gli altri.
Nel dì 24 di gennaio di quest'anno la morte troncò il corso alla vita e all'ingrandimento, che tutto dì si facea maggiore, di Luchino Visconte[1470]. La città di Milano gli era sommamente obbligata, perchè magnificata oltre modo da lui in potenza, ricchezze ed impieghi lucrosi, conservata in pace, e regolata non men essa che tutte l'altre città a lui soggette con incorrotta giustizia. Se vogliamo stare all'opinione di Giovanni da Bazzano[1471], egli morì di peste; ma da altra cagione credettero altri proceduta la sua morte. Siccome dicemmo all'anno 1347, Isabella del Fiesco sua moglie, donna di molta avvenenza, andò per cagion di voto, vero o finto, a San Marco di Venezia. Questa libertà le diede campo di soddisfare alle sue illecite voglie contra la fede maritale. Benvenuto Aliprando[1472] e dopo lui Bartolomeo Platina nelle Storie di Mantova[1473], chiaramente scrivono che essa invaghita di Ugolino Gonzaga, seco il condusse a Venezia con familiarità detestabile; e perchè le dame e donne di confidenza avrebbono potuto rivelare il segreto, ad esse ancora fu dato agio di procacciarsi quella pastura che vollero. I malanni di casa d'ordinario son gli ultimi a saperli i padroni e mariti, e Luchino finalmente scoprì i proprii. Fanno i suddetti storici mantovani autore dello scoprimento Mastino dalla Scala, il quale in questa maniera attizzò lo sdegno di Luchino contra dei Gonzaghi. E certo s'egli vivea più lungo tempo ne avrebbe procurato lo sterminio, come attesta il Gazata[1474]. Ma non sussiste già che Luchino facesse imprigionar la moglie, come asserisce il Platina. Secondo altri, accortasi ella essere venuto il marito in cognizione de' suoi falli, s'affrettò a dargli il veleno, per cui terminò i suoi giorni[1475]. Sembra nondimeno alquanto inverisimile che la cagion della guerra contro ai Gonzaghi procedesse da questo, perchè tanto tempo prima l'abbiam veduta incominciata, nè intanto si scorge che Luchino facesse risentimento alcuno contra della moglie. Pietro Azario[1476], scrittore contemporaneo, e ben informato di quegli affari, confessa gli scandali accaduti nel divoto pellegrinaggio d'Isabella del Fiesco e delle sue dame; ma perciocchè l'amore e la tosse non si possono occultare, n'ebbe in fine contezza il tradito Luchino. Gli scappò detto un dì di voler fare in breve la maggior giustizia che mai avesse fatto in Milano. Rapportata alla moglie questa parola, sospettò o s'accorse che la festa era preparata per lei. L'Azario non volle dire di più, e terminò il racconto con quel verso attribuito a Catone:
Nam nulli tacuisse nocet. Nocet esse locutum.
Secondo lo stesso Azario, l'arcivescovo Giovanni fece giurar fedeltà a Luchino Novello figliuolo del defunto suo fratello Luchino: il che par difficile a credersi. Bruzio, figliuolo bastardo di Luchino, che in addietro era stato il primo nobile della corte paterna, e come secondo padrone di Milano, avea tiranneggiato massimamente Lodi, della qual città era governatore (siccome persona, che dopo aver molto applicato alle lettere, d'esse unicamente s'era poi servito per commettere delle iniquità), se ne fuggì, e andò ramingo un pezzo, finchè in una città de' Veneziani meschinamente morì. Succedette, se pure non vogliam dire che continuò Giovanni Visconte arcivescovo di Milano nel dominio di Milano, Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli ed altri luoghi in Piemonte. E benchè gli Astigiani si fossero dati a Luchino solamente durante la di lui vita, pur volle anch'egli la signoria di quella città. Una delle prime sue azioni quella fu di richiamar dall'esilio i due suoi nipoti Bernabò e Galeazzo, figliuoli di Stefano suo fratello, che Luchino avea banditi propter opera ipsorum non bona, siccome scrive il Gazata[1477]. Liberò ancora esso arcivescovo dalle carceri Lodrisio Visconte suo cugino[1478], imprigionato, allorchè fu sconfitto a Parabiago da Azzo Visconte. Fece inoltre Giovanni arcivescovo sul fine d'aprile pace coi Gonzaghi; ma fra essi Gonzaghi e Mastino dalla Scala non cessò la guerra. Ne' mesi di aprile e giugno l'esercito veronese, condotto da Cane Scaligero figliuolo di Mastino, venne a dare il guasto al Mantovano, con lasciar dappertutto funesti segni dell'odio suo. Ed essendosi poi quelle genti ritirate nel dì 3 d'agosto, l'armata de' Mantovani, consistente in mille cavalli e gran quantità di fanteria, passò sul Veronese per rendere la pariglia agli Scaligeri. Per tradimento s'impadronirono del castello di Valezzo; ma sopraggiunto Alberto dalla Scala col suo sforzo, loro diede addosso, e li sconfisse. Per un trattato che era con alcuni cittadini di Jesi[1479], Malatesta Unghero, figliuolo di Malatesta de' Malatesti signore di Rimini, entrò con copia d'armati in quella città nel dì 10 di gennaio. Allora messer Uomo di santa Maria, che n'era signore, colle milizie sue e degli amici fece quanta difesa mai potè, e lungo fu il contrasto dell'armi fra loro; ma in fine prevalse il Malatesta, e rimase padrone della città. Nel dì primo di settembre[1480] (Matteo Villani scrive[1481] nel dì 4 d'esso mese) un fierissimo tremuoto si fece udire per la maggior parte d'Italia, e massimamente nella Puglia, dove le città dell'Aquila e d'Ascoli ed altre terre patirono immenso danno. Anche in Perugia precipitarono molte torri e case. E la terza parte del tetto della basilica di S. Paolo fuori di Roma cadde con assai altre chiese e fabbriche in Roma stessa. Dei danni patiti in Napoli, Aversa, Monte Casino, San Germano, Sora ed altri luoghi parla Matteo Villani. In questi tempi fiorivano Bartolo da Sassoferrato e Francesco Petrarca Fiorentino, l'uno gran legista, e l'altro poeta celebre; e cominciò anche a farsi conoscere Giovanni Boccaccio da Certaldo. La Sicilia era tutta sconvolta per due potenti fazioni insorte in quel regno, giacchè il re era tuttavia di poca età ed incapace di governo, e la morte gli avea rapito il valoroso suo zio, che col suo senno avea tenuto in addietro que' popoli in freno; laonde infelicissima divenne quell'isola, verificando il detto del Savio, che per lo più una pensione della minorità de' regnanti sono i disordini.
NOTE:
[1464] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1465] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1466] Rafain., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.
[1467] Matteo Villani, lib. 12, cap. 35.
[1468] Dominicus de Gravina, tom. 12 Rer. Ital.
[1469] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1470] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.
[1471] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.
[1472] Benven. Aliprando, Cronica di Mantova, tom. 5 Antiquit. Ital.
[1473] Platin., Hist. Mant., tom. 20 Rer. Ital.
[1474] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1475] Corio, Istoria di Milano.
[1476] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.
[1477] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1478] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1479] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cronica Bolognese, tom. 18 Rer. Ital.
[1480] Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.
[1481] Matteo Villani, lib. 1, cap. 45.
Anno di CRISTO MCCCL. Indizione III.
CLEMENTE VI papa 9. CARLO IV re de' Romani 5.
Gran celebrità diede all'anno presente il giubileo istituito in Roma da papa Clemente VI[1482], il quale per le istanze de' popoli, e massimamente de' Romani, ridusse a cinquant'anni questa piissima funzione, adducendo tutti che troppo lungo era Io spazio di cento anni decretato da papa Bonifazio VIII, perchè resterebbe da questo pio vantaggio esclusa almeno un'intera generazion di cristiani. L'avere il papa nell'anno precedente intimata a tutti i popoli cristiani la concessione di tanta indulgenza e perdono, fece muovere un'infinità di gente alla volta di Roma; e stimolo grande s'accrebbe alla lor divozione dal terribil ceffo della morte, che per cagion della pestilenza si era lasciato vedere per tutto, o quasi per tutte le Provincie cristiane ne' tre anni precedenti, e tuttavia durava in qualche paese. Maraviglia fu il vedere l'immensa quantità di gente che da tutte le parti della cristianità concorse a questo perdono. Piene continuamente erano le strade maestre dell'Italia di viandanti, come nelle fiere[1483]; e Matteo Villani calcolò che in Roma, durante la quaresima, si contasse (se pure è credibile) un milione e ducento mila pellegrini: di modo che troppo superiore fu il concorso di questa volta in paragone dell'altro dell'anno 1300. Tutta, per così dire, Roma era un'osteria, e la divozione altrui mirabilmente servì all'avidità de' Romani, che ricavarono tesori da tanta gente, guadagnando anche sfoggiatamente per la carezza degli alloggi e de' viveri, senza volere che i forestieri ne conducessero, per assorbir essi tutto il guadagno. E perciocchè questo loro ingordo contegno produsse talvolta mancanza di vettovaglia, ne nacquero tumulti, e il cardinale Annibaldo da Ceccano legato apostolico corse dei pericoli[1484]. Questi poi, prima che compiesse l'anno presente, attossicato con assai di sua famiglia, cessò di vivere. De' tanti tesori che colarono in questa congiuntura nelle chiese di Roma, l'una parte toccò alle chiese medesime, e l'altra al papa, il quale impiegò poi questo danaro in raunar milizie per far guerra in Romagna. Conte di quella provincia era Astorgio di Duraforte; e trovando egli tutte le città occupate da' signori che nella storia ecclesiastica son chiamati tiranni, si mise in cuore di ricuperar tutto il paese. Per questo fine richiese d'aiuto i principi di Lombardia e i comuni di Toscana, accompagnando le richieste sue con premurose lettere del papa. L'arcivescovo di Milano gl'inviò cinquecento barbute. Mastino dalla Scala, i Pepoli signori di Bologna ed Obizzo Estense signor di Ferrara e Modena gliene mandarono a proporzione. Non si vollero incomodare per lui i Toscani. La prima impresa, che tentò questo ministro pontificio, fu contra di Faenza, signoreggiata allora da Giovanni de' Manfredi, che dianzi ne avea cacciate le genti del conte[1485]. Nel dì 16 di maggio imprese l'assedio del castello di Solaruolo. Il Manfredi, che avea preveduto il colpo, vi aveva introdotta una buona guarnigione, e questa fece gagliarda difesa sino al dì 6, oppure 8 di luglio, in cui succedette una strepitosa novità. Trattava Giovanni de' Pepoli d'aggiustamento fra il conte della Romagna e Giovanni Manfredi, per far rendere alla Chiesa Faenza. Mostrò il conte desiderio di abboccarsi col Pepoli prima di conchiudere il trattato; e il Pepoli, benchè contro il parere di Jacopo suo fratello, che doveva essere più accorto di lui, andò a trovarlo nel campo di Solaruolo. Fu ricevuto con gran festa; ma andò questa a terminare in suo grave affanno, perchè fu fatto prigione con un suo nipote figliuolo di Jacopo: ducento cavalieri da lui mandati in aiuto del conte furono anche essi presi, rubati di tutto e ritenuti prigioni. Il Manfredi e Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, per resistere al conte Astorgio, aveano preso al lor soldo il duca Guarnieri condottiere di cinquecento barbute tedesche, il quale si era partito dal regno di Napoli, siccome dicemmo. Fece correr voce il conte ch'esso duca, per trattato di Giovanni de' Pepoli, era venuto a Faenza, e per questo egli avea fatto mettere le mani addosso al Pepoli. Se ciò sussistesse, nol so dire: ben so che questa prigionia fu universalmente tenuta per un gran tradimento, e che in que' tempi i ministri inviati dal papa in Italia furono per lo più in concetto d'uomini di poca lealtà e capaci di tutto, ma spezialmente attenti ad empiere le loro borse. Abbiamo dalla Cronica Estense che nel precedente giugno avea lo stesso conte della Romagna tenuto dei trattati segreti, con promessa di trenta mila fiorini d'oro ai traditori, per far uccidere Giovanni e Jacopo dei Pepoli; ma, scoperta la trama, ebbe fine colla morte di due nobili bolognesi. Condotto Giovanni de' Pepoli nelle carceri d'Imola, gli fu proposto, se amava la libertà, di cedere Bologna all'armi del papa: al che si mostrò egli o fintamente o veramente disposto, e cominciò a scriverne a Jacopo suo fratello. Intanto il conte s'impadronì di Castello San Pietro; ma perciocchè le sue soldatesche, per ritardo di paghe, si ammutinarono, pretendendo settanta mila fiorini d'oro, il conte, non avendo altro ripiego, mise in lor mano Giovanni de' Pepoli per pegno, con tassare il di lui riscatto ottanta mila fiorini d'oro. Oltre a ciò, lasciò loro in guardia Castello San Pietro, ed accrebbe poi le ostilità contra Bologna. Fece allora Jacopo de' Pepoli venire il duca Guarnieri con sua gente per difesa della città, e ricorse ancora per aiuto a Giovanni Visconte arcivescovo e signor di Milano. Bella occasione di pescar nel torbido parve questa al Visconte, personaggio pieno d'ambizione e di vaste idee non meno del fu suo fratello Luchino. Anch'egli perciò mandò un corpo di cavalleria in rinforzo ai Pepoli. Gliene spedì eziandio Ugolino Gonzaga, e vi andò in persona Malatesta signor di Rimini con assai gente: stomacati tutti del tradimento fatto dal ministro papale a Giovanni de' Pepoli. Per lo contrario, Mastino dalla Scala, ricordevole che i Pepoli erano stati in lega coi Gonzaghi contra di lui, inviò nuova gente in sussidio del conte della Romagna.
Trovandosi intanto Giovanni de' Pepoli in ostaggio de' soldati pontificii, venne ad un accordo, promettendo loro venti mila fiorini d'oro di presente, e il resto per tutto il dì 6 di settembre; e se ciò non eseguiva, di tornar nelle loro forze, con dare intanto per ostaggi i suoi figliuoli. Ebbero esecuzione i patti, ed egli rimesso in libertà, giacchè gli andò a vuoto un trattato di sorprendere il conte della Romagna, nel dì 9 di settembre cavalcò a Milano per trattare con Giovanni Visconte de' suoi affari. Trovavansi questi in male stato, perchè forze non c'erano per resistere alla guerra mossa dal conte di Romagna, e mancava la pecunia per riscattare i figliuoli. Parte dunque per necessità, e parte per vendicarsi del medesimo conte, segretamente vendè la città di Bologna all'arcivescovo Visconte per ducento mila fiorini, secondo Matteo Villani[1486]; laonde il Visconte spedì tosto a Bologna i due nipoti Bernabò e Galeazzo con gran gente d'armi come ausiliarii de' Pepoli. Allorchè essi Pepoli si avvisarono d'essere assai forti per poter eseguire il contratto[1487] fecero eleggere signor di Bologna Giovanni Visconte nel dì 25 d'ottobre, ma con rabbia e dispetto de' migliori e del popolo tutto, che andava gridando per le strade: Noi non vogliamo essere venduti. Tuttavia bisognò prendere il giogo. Era ne' tempi addietro Bologna considerata, non come una città, ma come una provincia: tanto lungi si stendeva il suo distretto, e tanta era la copia degli scolari, i quali talvolta arrivarono al numero di tredici mila. L'acquisto fattone dall'arcivescovo di Milano fu un principio di grandi sciagure per essa città, sì perchè il popolo guelfo di fazione non sapea sofferire il giogo dei Ghibellini, e sì perchè di ciò s'ingelosirono forte i Fiorentini ed altri principi di Lombardia, conoscendo abbastanza la sfrenata avidità del Biscione: che così si cominciò a soprannominar la casa dei Visconti per cagione della vipera, ossia del serpente dell'armi sue gentilizie. Nei patti suddetti Jacopo de' Pepoli si riserbò la signoria di San Giovanni in Persiceto e di Sant'Agata, e Giovanni quella di Crevalcuore e Nonantola: il che maggiormente accese l'odio de' Bolognesi contra dei Pepoli.
Fu in quest'anno[1488] che Giovanni Visconte, per meglio stabilire la sua casa, procurò a Bernabò suo nipote in moglie Regina figliuola di Mastino, e all'altro suo nipote Galeazzo Bianca sorella di Amedeo VI conte di Savoia. Sul fine di settembre in Verona fu sposata Regina, e alla nobil funzione intervennero Obizzo marchese d'Este e Jacopo da Carrara signor di Padova, i quali, secondo l'uso di que' tempi, non dimenticarono di fare degli splendidi regali alla sposa. Celebraronsi poscia con pompa maggiore in Milano nel giorno medesimo le nozze di amendue, e quelle ancora di Ambrosio figliuolo di Lodrisio Visconte. Successivamente nel mese di novembre Can Grande dalla Scala figliuolo di Mastino prese per moglie Isabella figliuola del già Lodovico il Bavaro, e sorella del marchese di Brandeburgo. Corte bandita e gran solennità fu fatta in Verona per questa occasione Nell'anno presente[1489] Lodovico degli Ordelaffi s'impadronì di Bertinoro, e Francesco degli Ordelaffi occupò Meldola. Erano essi collegati coi Manfredi di Faenza contro al conte di Romagna. Guerra in questi tempi bolliva tra il patriarca di Aquileia Beltrando, Guascone di patria, prelato di grandi virtù, e il conte di Gorizia, con cui si erano uniti molti castellani del Friuli ribelli del patriarca[1490]. Mentre con ducento uomini d'armi era esso patriarca in viaggio verso Udine, fu colto da' nemici; nè solamente andò sconfitta la sua gente, ma restò egli preso, e, trafitto da un colpo di spada, vi lasciò miseramente la vita. Ciò pervenuto all'orecchio del duca d'Austria, corse frettolosamente con poderosa copia di combattenti nel Friuli, e si mise in possesso d'Aquileia, d'Udine e degli altri luoghi, alla riserva di Sacile. Gran vendetta fu poi fatta di questo esecrando misfatto. Avea fin qui con assai prudenza governata la città di Padova Jacopo da Carrara, e s'era guadagnato l'amore del pubblico, ma non già di Guglielmo bastardo da Carrara, che per li suoi cattivi portamenti era sequestrato in Padova[1491]. Perchè costui non poteva ottener la licenza d'andarsene a suo piacimento, talmente s'inviperì, che nel dì 21 di dicembre, festa di san Tommaso, trovandosi con esso solo in una camera, sfoderato un coltello, gli tagliò il ventre, onde cadde morto a terra, Guglielmo dalle guardie fu messo in brani. Universale fu il pianto de' cittadini per questa perdita; e perciocchè non si trovava in città se non Marsilio fanciullo, figliuolo di esso Jacopo, fatto un gran concorso al palazzo, fu creduto bene di metterlo a cavallo e di condurlo per la città, acciocchè si tenesse in quiete il popolo, finchè venissero Jacopino fratello e Francesco primogenito dell'ucciso signore, i quali venuti nel dì 22 del suddetto mese, entrambi furono di comun concordia del popolo proclamati signori.
Terminò in quest'anno sul principio di gennaio o di febbraio i suoi giorni Giovanni da Murta doge di Genova, dopo aver con assai zelo e prudenza governata quella repubblica[1492]. In luogo suo fu eletto Giovanni di Valente. Ma in questo anno ebbe principio una nuova guerra fra i Genovesi e i Veneziani, nazioni emule da gran tempo per la mercatura che faceano in Levante. Erano i primi padroni di Gaffa nella Crimea[1493], e pretendendo che i Veneziani non navigassero nel mar Nero, ossia Maggiore, presero alcuni loro legni, e ne ritennero la mercatanzia. Essendo riuscite vane le istanze fatte per via di ambasciatori, affinchè restituissero il maltolto, adunarono i Veneziani una flotta di trentacinque galee sotto il comando di Marco Ruzino. Con questa avendo colte nel di 29 di agosto quattordici galee di mercatanti genovesi ad Alcastri, cinque ne presero, e all'altre fu messo fuoco da' Genovesi medesimi; oppure, secondo lo Stella, dieci vennero alle loro mani, e quattro si salvarono a Scio. Più di mille prigioni furono condotti a Negroponte. Ecco dunque dichiarata la guerra fra queste due nazioni, sì potenti allora in mare. Diede essa motivo dipoi a' Veneziani di collegarsi col re di Aragona, nemico anch'esso de' Genovesi; e di queste maledette divisioni e rivalità de' cristiani seppero ben profittare allora i Turchi con istendere la loro potenza nell'Asia. Benchè sembrassero gli affari del re d'Ungheria in assai buono stato dopo la rotta data ai Napoletani, pure cangiarono presto faccia per l'infedeltà ed ingordigia de' Tedeschi, comandati dal duca Guarnieri. Cominciarono essi a tumultuare in Aversa per cagion delle paghe che non correvano[1494]. Stefano vaivoda di Transilvania, generale dell'armata unghera, tentò di placarli col dar loro nelle mani i baroni napoletani prigioni, acciocchè col riscatto di essi si rimborsassero. Racconta il Gravina che que' crudi masnadieri, per indurre essi nobili a pagare cento mila fiorini d'oro, con varii tormenti li ridussero quasi a morte: laonde promisero di pagare quella somma, che Matteo Villani fa ascendere fino a ducento mila fiorini. Ma neppur questo bastando al compimento delle paghe da loro pretese, si scoprì una risoluzione da lor fatta di far prigione lo stesso vaivoda. Perlochè il vaivoda una notte con tutti i suoi Ungheri se ne andò alla volta di Manfredonia. Rimasti i Tedeschi padroni d'Aversa e d'altri luoghi, trattarono una tregua col re Luigi e coi Napoletani, ricavandone cento mila fiorini d'oro. Cento altri mila furono loro promessi, se cedevano Aversa, Capoa ed altri luoghi ad esso re Luigi. Ma in fine costoro, non avendo più sussistenza di viveri, si ritirarono da Aversa, e la depositarono in mano del cardinal di Ceccano[1495]. Il duca Guarnieri con settecento cavalieri, siccome dicemmo, venne dipoi a Forlì e Bologna, dove prese soldo. Corrado Lupo con altri Tedeschi si acconciò di nuovo ai servigi del vaivoda. Avendo poscia il re Luigi ripigliato Aversa, e fortificatala, parevano risorti i di lui affari, quando eccoti Lodovico re d'Ungheria, che con gran gente, mosso dalle sue contrade, viene a sbarcare in Manfredonia. Unite insieme le sue forze in Baroli, si trovò che ascendevano a quasi quattordici mila Ungheri a cavallo ed otto mila Tedeschi parimente cavalieri, e a quattro mila fanti lombardi. Il Villani, forse con più fondamento, la fa minore di qualche migliaio. Conquistò Bari, Bitonto, Baroli, Canosa, Melfi, Matalona, Trani ed altre terre. I Salernitani gli aprirono le porte: in una parola venne alle di lui mani, fuorchè Aversa e Napoli, tutta la Terra di Lavoro. Lungo tempo si trattenne dipoi il re d'Ungheria all'assedio di Aversa, nè, per quanti assalti desse alla terra con gran perdita di sua gente, potè vincerla. L'ebbe in fine per trattato da quei cittadini. Ma intanto papa Clemente VI non intermetteva diligenza alcuna per mettere fine a questo fiero sconvolgimento del regno di Napoli, facendo proporre, per mezzo di due cardinali, tregua o pace. Il re d'Ungheria, che gran voglia avea di ritornarsene al suo paese, vi diede orecchio; molto più il re Luigi e la regina Giovanna sua moglie, che erano giunti al verde, nè sapeano più come sostenersi. Fu dunque rimessa al pontefice la cognizion della differenza, con che intanto i due re e Giovanna uscissero del regno. Se si trovava colpevole la regina della morte del duca Andrea, dovea perdere il regno, e questo darsi al re unghero; se innocente, avea da tornarne in possesso, e pagare al re unghero per le spese della guerra trecento mila fiorini d'oro. Venne il re d'Ungheria per sua divozione a Roma, e poscia si ridusse ai suoi stati d'Ungheria. La sentenza della corte pontificia in fine fu favorevole alla regina Giovanna, come ogni saggio ben prevedeva; e il re di Ungheria per sua magnanimità neppur volle o pretese i trecento mila fiorini, che gli si doveano secondo i patti. In quest'anno Benedetto di Buonconte de' Monaldeschi, dopo avere ucciso due de' suoi consorti, si fece signore d'Orvieto. Giovanni de' Gabrielli anch'egli prese la signoria di Gubbio; e perciocchè i Perugini andarono all'assedio di quella città, il tiranno chiamò in suo aiuto Bernabò Visconte, che per l'arcivescovo suo zio vi mandò un rinforzo di cavalleria, e in questa guisa si difese.
NOTE:
[1482] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1483] Matteo Villani, lib. 1, cap. 56.
[1484] Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.
[1485] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1486] Matteo Villani, lib. 1. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1487] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1488] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1489] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[1490] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1491] Gatari, Histor. Padov., tom, 17 Rer. Ital. Cortus. Histor.
[1492] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1493] Marino Sanuto, Ist., tom. 22 Rer. Ital.
[1494] Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1495] Matteo Villani, lib. 1, cap. 87.
Anno di CRISTO MCCCLI. Indizione IV.
CLEMENTE VI papa 10. CARLO IV re de' Romani 6.
L'acquisto fatto da Giovanni Visconte arcivescovo di Milano della città di Bologna, con indignazione era stato inteso da papa Clemente VI[1496], sì per vedere occupata da un sì potente signore una sì riguardevol città della Chiesa, come ancora per conseguenze fastidiose che ne poteano avvenire. Però nel novembre dell'anno precedente gli avea scritto un breve fulminante, con ordine di restituire entro un termine prefisso quella città, e con intimazione delle censure contra di lui, di Galeazzo suo nipote e dei Pepoli, se non ubbidiva. Mandò anche in Italia nell'anno presente un suo nunzio per far leghe contra del Visconte. Se s'ha in ciò da prestar fede al Corio[1497], arrivato questo nunzio a Milano nel gennaio di quest'anno, rinnovò le istanze pontificie per la restituzion di Bologna, e disse per parte del papa al Visconte, che si eleggesse, o d'essere solamente arcivescovo, o solamente principe temporale, perchè l'uno e l'altro non volea che fosse. Aspettò l'arcivescovo a dargli la risposta la seguente mattina nel duomo, dopo aver celebrata solenne messa. Fatta ripetere l'istanza del nunzio in presenza del popolo, prese colla man manca la croce, e coll'altra una spada nuda, e disse al prelato: Monsignore, risponderete al papa da parte mia, ch'io con questa difenderò l'altra. Il pontefice, avuta questa risposta, sottopose all'interdetto tutte le città dell'arcivescovo, e citò lo stesso arcivescovo a comparire in Avignone: al che gli fece sapere d'essere pronto. Diede intanto ordine al suo ministro d'Avignone di far quivi de' preparamenti per dodici mila cavalli e sei mila fanti; e il ministro cominciò con furia a preparar fieno e case per li forestieri che il Visconte andava mandando colà. Avvisatone il papa, volle saperne da esso ministro la cagione: e uditala, e che la spesa già fatta ascendeva a quaranta mila fiorini, gli rimborsò quella somma, e comandogli di far sapere al suo padrone che non s'incomodasse per venir colà. Non farei sicurtà io che questo non fosse uno di que' racconti che vengono dal popolo per esaltar le cose del proprio paese. Quello che è fuor di dubbio, l'oro, sì potente in tante altre congiunture, qui ancora esercitò il suo potere. Cioè nel dì 24 di settembre dell'anno presente ebbe maniera il Visconte di riportar dal papa l'investitura di Bologna collo sborso di centomila fiorini d'oro in due rate; e così cessò tutta la collera della corte pontificia contra del Biscione. Ma da Matteo Villani[1498] questo accordo è riferito al dì 8 di maggio, e dal Gazata[1499] all'ottobre dell'anno seguente. Secondo lo stesso Villani, il Visconte diede da bere a tutti i maggiorenti d'essa corte, come dicono in Milano, nella tazza di santo Ambrosio. E perciocchè i Fiorentini, pensando ai casi loro, studiaronsi di far venire in Italia Carlo IV re de' Romani, seppe molto bene l'arcivescovo trattenere quest'altro principe con aurei regali, e con rappresentargli, qual indecenza sarebbe il venire contra chi sosteneva i diritti dell'imperio in Italia, laddove i Fiorentini e gli altri Guelfi non cercavano se non di abolirli.
Mentre queste cose passavano in corte del papa, Bernabò Visconte, il quale in vece del fratello Galeazzo era ito al comando di Bologna[1500], riscattò dalle mani de' Tedeschi i due figliuoli di Giovanni dei Pepoli, e da essi ricavò ancora il possesso di Castello San Pietro, e ricuperò Lugo, ed ogni altra fortezza e castello del Bolognese. Il duca Guarnieri soddisfatto delle sue paghe, e carico d'oro, andò ai servigi di Mastino dalla Scala; e il conte della Romagna[1501], cioè Astorgio di Duraforte, accortosi tardi della pazza sua condotta e dei mali effetti della sua dislealtà, screditato se ne tornò oltramonti. A dì 14 di aprile arrivò al governo di Bologna Giovanni Visconte da Oleggio. La parzialità e fidanza grande che aveva in costui l'arcivescovo, fecero credere a molti ch'egli fosse suo figliuolo. Nel dì 3 di maggio l'esercito del Visconte andò allo assedio d'Imola sotto il comando di Bernabò, con cui furono Francesco degli Ordelaffi signor di Forlì e Giovanni de' Manfredi signor di Faenza. Ma dentro v'era Guido degli Alidosi, che fece una gloriosa difesa, finchè l'arcivescovo mosse l'armi sue contro la Toscana. Intanto nel dì 21 di giugno si scoprì un trattato in Bologna; se vero o finto, io nol saprei dire. Andando la notte in ronda un uffiziale di Giovanni da Oleggio, trovò la porta di Strà Castiglione non serrata con chiave. Imprigionato il capitano e tormentato, accusò Jacopo de' Pepoli come congiurato coi Fiorentini, per ritorre quella città; e nominò alcuni complici, i quali tormentati confessarono lo stesso. Fu perciò preso Jacopo de' Pepoli ed Obizzo suo figliuolo, dimorante in San Giovanni in Persiceto, terra che, non men di Crevalcuore e di Sant'Agata, si diede poco appresso a Giovanni da Oleggio. Francamente se ne andò a Milano Giovanni dei Pepoli, che dimorava allora in Nonantola, a lamentarsi coll'arcivescovo di quanto avea operato il di lui uffiziale, pretendendolo un'iniquità e una mera calunnia. Gli fu permesso di stare in Milano coll'assegno d'una pensione mensuale, purchè facesse venir colà un suo figliuolo, e cedesse la terra di Nonantola: il che fu eseguito. Jacopo condannato ad una perpetua carcere, nell'ottobre fu condotto a Milano; ma alcuni de' suoi compagni come rei finirono la vita loro sopra un patibolo in Bologna. Dacchè Giovanni Visconte non potea, per li patti fatti col papa, stendere le sue conquiste verso la Romagna, rivolse i suoi pensieri alla Toscana. Sturbò le leghe che andavano maneggiando in Lombardia i Fiorentini, ed egli tirò al suo partito i Pisani e tutti i Ghibellini di quelle parti. Non isbigottiti per questo i Fiorentini[1502], attesero a premunirsi contra l'ingordo prete, che colla sua potenza già si scopriva disposto ad ingoiar tutti i vicini. La prima loro impresa fu di assicurarsi di Pistoia. V'erano dentro delle turbolenze per la nemicizia dei Panciatichi coi Cancellieri; e temendo che non ne approfittasse il Biscione, il quale tuttavia faceva dell'amico loro, nel dì 26 di marzo tentarono di sorprenderla con una scalata sul fare del giorno. Fallito il colpo, misero l'assedio a quella città, e la tennero stretta per qualche tempo, finchè, venuti gli ambasciatori di Siena a trattare d'accordo, ottennero sul fine d'aprile che quel popolo prendesse alla loro guardia i Fiorentini.
Era quasi spirato il mese di luglio, quando si fecero palesi i disegni dell'arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconte contra de' Guelfi toscani. Marciò il di lui esercito da Bologna alla volta di Pistoia, ed, impadronitisi della Sambuca, si accampò sul territorio di Pistoia. Ne era capitan generale il soprammentovato Giovanni da Oleggio. Nello stesso tempo si mossero contro ai Fiorentini gli Ubaldini, i Tarlati e i Pazzi di Valdarno. Cavalcarono dipoi le genti del Visconte sul distretto di Firenze sino a Campi e Peretola; ma quivi, cominciando a penuriar di viveri, poco si poterono fermare, e passarono in Mugello. Cinsero poscia d'assedio la terra di Scarperia[1503]; ma quegli abitanti col presidio de' Fiorentini fecero così valorosa difesa, che, per quanti assalti si dessero alla terra, non solo niun vantaggio ne riportarono gli assedianti, ma furono sempre respinti con loro danno e vergogna. Sicchè nel dì 16 di ottobre prese Giovanni da Oleggio il partito di valicar l'Apennino, e di tornarsene collo screditato suo esercito a Bologna, senza aver preso un castello di conto. Per sì felice avvenimento furono in gran gloria ed allegria i Fiorentini, e ne scapitò forte l'onore dell'arcivescovo di Milano. Nè si dee tacere che nel mese di settembre, mandando i Perugini in aiuto dei Fiorentini secento de' lor cavalieri, tutta bella gente d'armi Pier Saccone de' Tarlati, che avea ricevuto un sussidio di quattrocento cavalieri tedeschi dal capitano del Visconte, postosi in agguato, gli assalì; e, benchè sulle prime restasse egli prigione, pure riavuto sconfisse i Perugini con far prigioni trecento de' lor cavalieri, e prendere ventisette bandiere. Nel novembre seguente esso Pier Saccone per tradimento entrò in Borgo San Sepolcro, terra molto ricca, e se ne impadronì: nè i Perugini, con tutto il loro sforzo, poterono impedire ch'egli non acquistasse ancora le rocche, le quali si erano tenute forti per qualche tempo. Intanto per la guerra insorta fra i Veneziani e Genovesi, dall'una e dall'altra repubblica fatto fu un forte armamento[1504]; ma più in Genova, dove si allestirono sessantaquattro galee con gran copia d'armati, e massimamente di balestrieri, sotto il comando di Paganino Doria. Passata questa possente flotta nel mese di luglio nel golfo di Venezia, recò danno a varii luoghi, e poi dirizzò le prore verso Negroponte, dove erano i prigioni di lor nazione. Trovarono in quel porto tredici o più galee veneziane; v'ha chi scrive che le presero, e mandarono a Genova colle mercatanzie; e chi, avere il general de' Veneziani attaccato ad esse il fuoco. Tennero gran tempo i Genovesi assediata quella città, e l'assalirono in fine con tal empito, che v'entrarono per forza, e liberarono i lor prigioni; ma, conoscendo di non poter tenere quel luogo, dopo avergli dato fuoco in più siti, se ne andarono a Pera. Intanto i Veneziani collegatisi coi Catalani, o vogliam dire col re d'Aragona[1505], nemico spacciato de' Genovesi, gli spedirono ventitrè corpi di galee, perchè le armasse di sua gente, siccome egli fece. Altre ventisette ne armarono nobilmente gli stessi Veneziani. Unitisi questi legni in Sicilia, fecero vela nel novembre verso l'Arcipelago, e raccolti altri di lor bandiera che erano in Levante, si trovarono i Veneziani avere una flotta di sessanta galee, che svernò in quelle parti. Intanto i Genovesi s'erano impadroniti dell'isola di Tenedo, togliendola ai Greci, ed aveano dato il sacco ad altre loro terre: dopo di che passarono anch'essi il verno in quelle contrade. Nel dì 3 di giugno dell'anno presente passò all'altra vita Mastino dalla Scala signore di Verona e Vicenza, principe rinomato e temuto assaissimo in vita sua, e di cui, più che di altri, Giovanni Visconte cercò l'amicizia e paventò il valore. Lasciò, oltre a molti bastardi, dopo di sè tre figliuoli legittimi, cioè Can Grande secondo, Can Signore e Paolo Alboino. Era tuttavia vivente Alberto dalla Scala suo fratello, e questi si contentò che anche i nipoti fossero eletti e proclamati signori. Ma, o sia che al solo Can Grande fosse data la signoria con suo zio, oppure che gli altri suoi due minori fratelli cedessero: certo è che il governo restò in mano di Can Grande dopo la morte d'Alberto, la quale avvenne a dì 13 di settembre dell'anno seguente, senza che di lui restasse prole alcuna legittima. Riuscì nell'anno presente al pontefice Clemente VI, siccome già accennammo, di mettere pace fra il re Lodovico d'Ungheria e il re Luigi di Napoli: laonde gli affari di quest'ultimo cominciarono a prosperare, e i baroni a poco a poco vennero a riconoscerlo per loro signore.
NOTE:
[1496] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[1497] Corio, Istoria di Milano.
[1498] Matteo Villani, lib. 1.
[1499] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1500] Cronica di Bologna, tom. eod.
[1501] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1502] Matteo Villani, lib. 1, cap. 95.
[1503] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1504] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1505] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, ubi supra.
Anno di CRISTO MCCCLII. Indizione V.
INNOCENZO VI papa 1. CARLO IV re de' Romani 7.
Fu questo l'ultimo anno della vita di papa Clemente VI[1506]. Infermatosi egli in Avignone, passò all'altra vita nel dì 6 di dicembre. Lasciò dopo di sè la lode d'essere stato pontefice d'animo grande, liberale e limosiniere. Acquistò Avignone alla Chiesa, e in quella città fece di sontuose fabbriche, per eternar ivi il soggiorno de' papi, se avesse potuto, con grave mormorazion degl'Italiani, e specialmente di Roma. Non si guardò neppur egli d'impiegare il danaro della Chiesa in guerre. Attese, benchè con poco frutto, a seminar la pace fra tutti i principi cristiani, non avendo preso partito se non nella guerra di Filippo re di Francia contra dell'Inglese: nel che consumò molto tesoro. Il Baluzio[1507], che si sforza di difendere i suoi papi avignonesi dalle querele e censure degl'Italiani, i quali non si possono ritenere dal detestare la permanenza de' papi in Provenza, siccome cagione di tanti disordini della corte pontificia, di Roma ed anche dell'Italia; dovette credere picciola cosa l'essere divenuti que' pontefici schiavi delle voglie dei re di Francia e di Napoli; e la dissolutezza in cui cadde la lor corte fra le delizie d'Avignone. Sotto lo stesso Clemente VI non solamente essa non migliorò, ma peggiorò di molto, perchè, per attestato di Matteo Villani[1508], questo papa in ingrandire ed arricchire i suoi parenti, non conobbe limite, e la Chiesa rifornì di più cardinali suoi congiunti, e fecene di sì giovani e di sì disonesta e dissoluta vita, che ne uscirono cose di grande abbominazione. Nè il papa stesso fu in ciò esente da taccia, non essendosi, allorchè era arcivescovo, guardato dalle femmine: e neppur nel papato si seppe contenere, andando a lui le grandi donne, come i prelati; e specialmente la contessa di Turena tanto fu possente in cuore di lui, che per lei facea gran parte delle grazie. Giunse poi l'avidità di far danaro ad innumerabili riserve ed espettative di benefizii, e a conferire a molti lo stesso benefizio, che in fine toccava a chi avea la fortuna di carpire il breve dell'Anteferri. Lascio gli altri disordini della corte avignonese, onde nacquero non pochi scandali, in guisa che taluno diede il nome di Babilonia, non già alla santa Chiesa romana, sempre salda nelle vere dottrine, ma al dissoluto vivere di quella corte, nel mentre che Roma, legittima sede e vescovato proprio de' romani pontefici, andava di male in peggio per la lontananza de' suoi pastori, e tutte le sue città erano ormai cadute in mano de' tiranni. Nel dì 18 del suddetto dicembre s'affrettarono i cardinali di eleggere un papa a lor modo, per prevenire il re di Francia, che veniva in fretta ad Avignone per farne uno a beneplacito suo[1509]. Cadde l'elezione nel cardinale Stefano di Alberto, nato nella diocesi di Limoges, vescovo allora d'Ostia, personaggio provveduto di molta scienza, zelo e giustizia, che prese il nome d'Innocenzo VI. Non tardò egli a riformare alcuno de' più gravi abusi che correvano sotto il suo antecessore, annullando le riserve di tanti benefizii e tante commende, delle quali non erano mai sazii i porporati e prelati d'allora, ordinando ancora la residenza ai vescovi e agli altri benefiziati, che dianzi correvano a darsi bel tempo alla corte pontificia, e ad uccellar nuovi benefizii. Riformò ancora il lusso della sua corte e de' cardinali, che era giunto all'eccesso; e cominciò a conferire i benefizii a persone di merito, laddove prima si davano per raccomandazione de' favoriti senza esame di dottrina e di costumi.
Nel dì 13 di febbraio dell'anno presente vennero in vicinanza di Costantinopoli i Veneziani e Genovesi, tutti pieni d'odio e d'invidia gli uni contra degli altri[1510]. Menavano i primi un'armata di settantacinque galee tra le proprie e le armate da' Catalani, e quelle di Giovanni Cantacuzeno imperador de' Greci loro confederato. Ne era generale Nicoletto Pisani. La flotta de' Genovesi, comandata da Paganino Doria, ascendeva a sessantaquattro galee. Terribil fu quella battaglia, fatta in più parti e con più rimesse. Vi si sparse gran sangue, e in fine parve che la vittoria fosse de' Genovesi. Imperciocchè il generale de' Catalani, e molti nobili e più di due mila persone dalla parte dei Veneziani e Catalani vi rimasero uccise; e furono prese da' nemici quattordici galee venete, dieci de' Catalani e due de' Greci, e circa mille e ottocento uomini. Ma avendo anche i Genovesi perdute tredici loro galee, oltre a sei che erano fuggite, ed essendo morti nel conflitto più di settecento della lor gente, fra' quali non pochi de' principali cittadini di Genova, neppur essi cantarono il trionfo. Si ritirarono i Veneziani, perchè più malconci degli altri, e si accinsero a riparare il danno, per tentare miglior fortuna in un altro combattimento. I Genovesi all'incontro, per vendicarsi del Cantacuzeno, chiamati in loro aiuto i Turchi, che vi andarono con sessanta legni armati, e ricevute da Genova dieci altre galee, si misero ad assediar Costantinopoli, e ridussero a tale quella città, che nel dì 6 di maggio obbligarono l'imperadore greco a dimandar la pace, che fu stabilita con molto loro vantaggio pel commercio, e coll'espulsione de' Veneziani e Catalani da Costantinopoli, ma con vergogna del nome cristiano. Seguì nell'anno presente in Napoli la coronazione del re Luigi e della regina Giovanna per mano di un legato apostolico, correndo la festa della Pentecoste nel dì 27 di maggio. Con gran solennità fu eseguita quella funzione[1511], essendovi intervenuti quasi tutti i baroni e vassalli del regno, a' quali fu conceduto un generale indulto di tutte le passate ribellioni: con che tornò a fiorir la pace in quelle contrade. Ma il papa permise al re Luigi la corona, a condizione che, se mai premorisse a lui la regina Giovanna senza figliuoli, il regno pervenisse a Maria di lei sorella, e Luigi dimettesse il titolo di re, con riassumere quello di principe di Taranto. Per cacciar poscia dal regno Corrado Lupo, il quale con grosso corpo di Tedeschi s'era afforzato a Nocera de' Pagani, altro mezzo non ebbe il re Luigi che di adoperar l'efficace ricetta dell'oro, ottenendo da lui quanto volle, collo sborso di trentacinque mila fiorini. Fece anche ritornare alla sua ubbidienza la città dell'Aquila. Ma perchè era rimasto nel regno fra Moriale, che cogli Ungheri teneva tuttavia il castello, ossia la città d'Aversa, mandò il re Luigi per Malatesta da Rimini con dargli il titolo di vicario del regno. Andò colà Malatesta con quattrocento cavalieri, e continuò a perseguitare i ladroni, a tener nette e sicure le strade, e a far pagare le colte. Finalmente si voltò contra di fra Moriale, ed assediò Aversa, tenendola talmente stretta per tutto il dicembre, che il costrinse a renderla, e insieme tutto il tesoro da lui adunato con tante ruberie, fuorchè mille fiorini d'oro che il re per sua bontà gli permise di asportare.
Furono guerre nell'anno presente in Toscana. Quivi sussistevano tuttavia sparse qua e là molte soldatesche di Giovanni Visconte[1512]. Francesco Castracani degli Interminelli, dopo aver tenuto l'assedio più di quattro mesi a Barga, terra de' Fiorentini in Garfagnana, sconfitto da essi Fiorentini, lasciò ivi gli arnesi e molti prigionieri nel mese di ottobre. Bettona, terra ricchissima, che non la cedeva alle città[1513], fu assediata dai Perugini, presa ed interamente disfatta. Pier Saccone dei Tarlati ebbe delle percosse da' Fiorentini. Gravissime scosse di tremuoto gran danno recarono in Toscana ed in altre parti. Spezialmente in Borgo Santo Sepolcro[1514] nel dì 26 di dicembre e ne' susseguenti si rovesciò la maggior parte degli edifizii, colla morte di circa due mila persone. Roma in questi tempi, per le civili discordie de' nobili e del popolo, provava anche essa non pochi affanni. Ne fu cacciato Luca Savelli da Rinaldo Orsino senatore. Fecero anche i Romani esercito contra Viterbo, ma vergognosamente se ne tornarono a casa. Nel dì 15 del mese di marzo infermatosi in Ferrara Obizzo marchese d'Este[1515], fatti a sè venire i cinque suoi figliuoli, cioè Aldrovandino, Niccolò, Folco, Ugo ed Alberto, a lui nati da Lippa dagli Ariosti, e poi legittimati col matrimonio, li fece cavalieri, e compartì lo stesso onore ad altri nobili ferraresi, modenesi, padovani e d'altre città. Poscia nel dì 19 o 20 d'esso mese compiè il corso di sua vita, lasciando nel popolo un gran desiderio di sè e un giusto motivo di lagrime. Il maggiore de' suoi figliuoli, cioè Aldrovandino, nel giorno seguente fu nel pieno consiglio di quella città, e così in quello di Modena, eletto signore. Se l'ebbe a male Francesco Estense, figliuolo del marchese Bertoldo, che fin allora era stato in isperanza di succedere in quel dominio; e però nel dì 2 d'aprile, fingendo di non vedersi sicuro in Ferrara, se ne absentò, e ritirossi a Padova, poscia in Milano, dove si diede ad ordir delle tele contra del marchese Aldrovandino, delle quali parlerò a suo luogo. Per testimonianza del Gazata[1516], storico di questi tempi, nè suddito della casa d'Este, Aldrovandino era signor buono, persona d'onore, giusto e savio.
NOTE:
[1506] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1507] Baluz., Praefation. ad Vit. Papar. Aven.
[1508] Matteo Villani, lib. 2, cap. 43.
[1509] Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1510] Caresin., Histor., tom. 12 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 2, cap. 59.
[1511] Raynaldus, Annal. Eccles. Matteo Villani, lib. 3, cap. 8.
[1512] Matteo Villani, lib. 3, cap. 35.
[1513] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1514] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLIII. Indizione VI.
INNOCENZO VI papa 2. CARLO IV re de' Romani 8.
Il poco profitto che faceano l'armi di Giovanni Visconte in Toscana l'indusse finalmente a cercare o ad ascoltare trattati di pace coi comuni di Firenze, Siena e Perugia[1517]. E tanto più vi condiscese egli, perchè ben seppe che quei comuni aveano fatto gagliardo ed efficace maneggio per far calare in Italia Carlo IV re de' Romani: il che a lui non piaceva. Tenutosi dunque un congresso fra gli ambasciatori in Sarzana, nel gennaio di quest'anno fu stabilita e poi pubblicata la pace con condizioni onorevoli per ambedue le parti. Seguitando più che mai l'izza de' Genovesi e Veneziani, i primi allestirono sessanta galee, e fecero lega con Lodovico re d'Ungheria, principe che non avea mai dimesso l'odio e le pretensioni sue contra de' Veneziani per le città della Dalmazia. Infestarono ancora l'Adriatico con alcuni loro legni, e fecero delle insolenze fino alla città di Venezia. Dal canto loro anche i Veneziani rinnovarono la lega con Pietro re di Aragona a danni de' Genovesi, essendosi convenuti che questo re armasse trenta galee al suo soldo, e venti al soldo de' Veneziani. Se ne armarono altre venti in Venezia, di modo che misero insieme una flotta di settanta galee. Vennero ad unirsi coi Catalani i legni veneti verso la Sardegna[1518], e i Genovesi affrettatisi con cinquantadue galee per trovarli separati, non ostante la loro unione, vennero a battaglia nel dì 29 di agosto verso Loiera, ossia alla Linghiera. La più ardita ed arrischiata gente che fosse allora in mare erano i Genovesi, e perciò sprezzatori d'ognuno. Quivi si fiaccò la loro alterigia. Per viltà d'Antonio Grimaldi loro ammiraglio, che con diecinove galee se ne fuggì, rimase il rimanente sconfitto. Di loro perirono circa due mila persone; trenta galee vennero in potere dei vincitori, e da tre mila e cinquecento furono i prigioni, fra' quali molti de' grandi e principali di Genova. Col calore di questa vittoria occuparono dipoi i Catalani varie terre suddite dei Genovesi in Sardegna; ma avendo anche voluto soggiogare il giudice d'Arborea, ne ebbero sì cattivo mercato, che perderono l'acquistato, e la maggior parte ancora di quel che possedevano prima. Avvilironsi talmente per la disavventura suddetta i Genovesi, che parea loro d'essere affatto perduti. Tutto era lamenti e pianto; trovavansi anche in gran penuria di viveri, senza poterne ricevere per mare, perchè i nemici ne erano padroni. Nè per terra ne poteano sperare, perchè Giovanni Visconte arcivescovo di Milano, che già avea l'occhio a profittar delle loro disgrazie, non ne lasciava passare. Crebbe dunque la confusione in Genova, e le fazioni dei Guelfi e Ghibellini risvegliate l'accrebbero a dismisura. Venne finalmente quel popolo, con istupore d'ognuno, alla risoluzione di darsi al medesimo Giovanni Visconte. Pietro Azario, non so come, scrive[1519] che Simonino Boccanegra allora doge ne fece il trattato, per ricavarne anche del vantaggio in suo pro, quando il Boccanegra tanto prima era stato deposto, ed in que' tempi Giovanni di Valente portava questo titolo. Adunque nel dì 10 di ottobre l'arcivescovo fece prendere il possesso di Genova con settecento cavalieri e mille e cinquecento fanti, diede loro per governatore Guglielmo marchese Pallavicino di Cassano; ampie provvisioni di grano v'inviò, e insieme di danaro: sicchè rifiorì quivi la pace, ogni discordia cessò, e il coraggio tornò in cuore a quell'ardito popolo. Lodansi gli storici genovesi del governo del Visconte, perchè li trattò con amore; fece fabbricar l'orologio del pubblico, fin qui cosa nuova fra loro, e slargare le strade da Genova a Nizza con grande utilità della mercatura; e rimise in credito le armi e la potenza de' Genovesi, siccome diremo all'anno seguente.
Fra Moriale, cavaliere di Rodi, e non già del Tempio, che fu cacciato da Aversa, s'era acconcio col prefetto di Vico, e con esso lui avea inutilmente assediato Todi. Perchè non correano le paghe, costui, siccome uomo avvezzo alle prede, staccossi da lui, e cominciò a formare una di quelle compagnie di soldati ladroni e masnadieri che abbiam di sopra veduto; nè questa fu già la prima, come stimò Matteo Villani. Fatto correr voce per l'Italia che darebbe soldo a tutti, mise insieme da mille e cinquecento barbute e più di due mila fanti, e cominciò le sue imprese dal vendicarsi di Malatesta signor di Rimini, che gli avea fatto sì brutto giuoco in Aversa. Era Malatesta all'assedio di Fermo, ed avea ridotta quasi all'estremo quella città, quando fra Moriale, ad istanza di Gentile da Mogliano, signore o tiranno di quella terra, costrinse Malatesta a ritirarsi. Cresciuto poi di gente, si diede a saccheggiar le terre della Marca e il contado di Fano. L'anno fu questo, in cui papa Innocenzo VI[1520], veggendo oramai tutte le città della Chiesa in Italia cadute in mano di tiranni; e massimamente dolendogli che il prefetto da Vico avesse ultimamente occupate quasi tutte le terre del Patrimonio e di Roma, ed anche Orvieto; spedì in Italia Egidio Albornoz cardinale spagnuolo, personaggio di gran petto e mente, che avvezzo nelle armi prima di portare la sacra porpora, sapea far non meno da generale d'armata che da legato apostolico. Con ampia facoltà venuto egli in Italia, magnificamente fu accolto e trattato in Lombardia per tutte le città dall'arcivescovo di Milano, fuorchè in Bologna, dove nol lasciò entrare. Nel dì 11 di ottobre arrivò a Firenze, e poscia ito a Montefiascone, ebbe sulle prime il contento di tirar con un accordo i Romani a riceverlo per protettore, e a seco unirsi contra di Giovanni da Vico prefetto di Roma, signor di Viterbo, ed usurpatore di tante terre della Chiesa romana. Di grandi dissensioni e guerre nell'agosto di quest'anno erano state in Roma per le fazioni degli Orsini, Colonnesi e Savelli. Il popolo a furore avea lapidato e morto Bertoldo degli Orsini senatore[1521]; ma finalmente, coll'eleggere loro tribuno Francesco Baroncelli, cioè il notaio del senatore, ridussero le cose in migliore stato; ma il rimedio fu di corta durata, e però si mise la città sotto la protezione del valente cardinale legato.
Per li buoni uffizii della corte pontificia, cioè del fu Clemente VI papa, erano stati da Lodovico re d'Ungheria rimessi in libertà sul fine dell'anno precedente i Reali di Napoli[1522], tenuti fino allora prigioni, cioè Roberto principe di Taranto e Luigi duca di Durazzo, coi lor fratelli. Nel gennaio di questo anno giunsero a Venezia, e furono ben accolti dipoi nei suoi Stati da Aldrovandino marchese di Este, e in fine giunsero a Napoli. Si udì poco fa menzione di Gentile da Mogliano signore di Fermo, e delle discordie fra lui e Malatesta padrone di Rimini. Non avea forse Gentile da contrastare con sì possente e valoroso nemico. Venuto in Lombardia, niun aiuto potè ricavar da Giovanni Visconte, nè dal marchese Aldrovandino. Da Francesco degli Ordelaffi signor di Forlì, e nemico de' Malatesti, ottenne dodici bandiere; ma nel viaggio furono disfatte, e quasi tutte prese in un'imboscata dal Malatesta, il quale, prevalendosi della vittoria, passò dipoi all'assedio di Fermo; ma, interpostosi l'arcivescovo Visconte, tregua fu fatta sino al dì 20 d'agosto. Finita questa, Galeotto de' Malatesti col fratello Malatesta tornò a stringere d'assedio la medesima città. Nel dì 26 d'agosto il marchese Francesco d'Este, che s'era ritirato da Ferrara, unito un poderoso esercito nella Romagna e Marca, in compagnia di Malatesta giovane, figliuolo del suddetto Malatesta, venne sul Ferrarese, credendosi d'ingoiare la città d'Argenta. Ma avendola il marchese Aldrovandino signor di Ferrara premunita con poderosa guarnigione, e vedendo il Malatesta vano il suo tentativo, passò ad impadronirsi di Porto Maggiore. Le forze di Aldrovandino e una malattia sopraggiunta ad esso Malatesta li fecero ritornar colle bandiere nel sacco a Rimini a dì 26 di agosto. Si erano nello stesso tempo mossi anche i Mantovani e Padovani ai danni d'Aldrovandino. In sua difesa uscì in campagna Can Grande dalla Scala: il che bastò a dissipar questi nuvoli, e a far conoscere al marchese chi dovea egli tener per amico e chi per nemico.
NOTE:
[1515] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortus, Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1516] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1517] Matteo Villani, lib. 3, cap. 59.
[1518] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1519] Petrus Azarius, Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1520] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1521] Vita di Cola di Rienzo, Antiquitat. Ital.
[1522] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLIV. Indizione VII.
INNOCENZO VI papa 3. CARLO IV re de' Romani 9.
Diedesi con vigore in quest'anno il cardinale Egidio Albornoz legato apostolico a ricuperar dalle mani de' tiranni le terre della Chiesa[1523]. Mirando Roma sempre in confusione, si avvisò di adoperare uno strumento alquanto strano per mettere al dovere le teste sempre inquiete e divise dei Romani, e per frenar la prepotenza de' grandi. Cioè avendo seco Niccolò di Lorenzo, ossia Cola da Rienzo, uomo benchè di cervello stravagante, pure ben provveduto di lingua e di vaste idee, il mandò colà, dopo averlo provato assai destro e fedele nelle azioni militari da esso cardinale intraprese. Essendo già stato ucciso il Baroncello, che era divenuto tiranno[1524], fu ricevuto Cola in Roma dal popolo con immenso onore. Chiamò egli tosto all'ubbidienza i baroni romani oppressori del popolo. Nulla ne vollero far i Colonnesi, anzi diedero principio a delle ostilità contro Roma. Allora Cola con bella armata andò all'assedio di Palestrina, terra di que' nobili. Altri che lui vi voleva a disfare quel forte nido; però tutto confuso se ne tornò a casa. Fra Moriale, quel gran masnadiere, di cui abbiam parlato di sopra, dopo avere messa in contribuzione la Marca e la Toscana, commesse innumerabili iniquità, e raunato gran tesoro, capitò a Roma, o per visitare due suoi fratelli, o perchè chiamato colà dal senatore, per valersene nei bisogni della guerra. Fu riferito a Cola di Rienzo, essere scappato di bocca a costui che voleva uccidere esso Cola. Il fece prendere e tormentare, e poi tagliargli la testa nel dì 29 d'agosto: pena degna de' suoi misfatti, e applaudita dagli Italiani, ma che tirò addosso a Cola una universale mormorazione de' Romani, perchè fu creduto un calunnioso pretesto per ispogliarlo delle ricchezze e prede fatte in tanti paesi. Una sola parte nondimeno ne ebbe; la maggiore toccò a Giovanni da Castello. L'aver poi Cola posta una gabella sopra il vino, che dispiacque forte, fatto troncare il capo a Pandolfuccio di Guido, uomo virtuoso ed amato da tutti, e varie sue capricciose pazzie che degeneravano in crudeltà, servirono a fargli perdere il concetto, e a guadagnarli l'odio della maggior parte del popolo. Pertanto nel dì 8 di settembre, levatosi a rumore esso popolo contra di lui, l'assediò in Campidoglio, ed attaccò fuoco al palazzo. Se ne fuggì egli travestito da facchino, ma riconosciuto, fu ucciso a forza di pugnalate dall'infuriata gente. Così in breve tempo ebbero fine due aborti della fortuna, che diedero molto da ragionar di sè in questi tempi, insegnando che non è mestier d'ognuno il fondare de' principati con fidarsi dell'incostanza de' popoli, e senza gran provvision di prudenza. Ora il cardinale Albornoz legato del papa avea già fatto pubblicar le scomuniche pontificie contra chiunque occupava in Italia gli Stati della Chiesa romana; ma perchè queste armi senza le temporali alla pruova si truovano spuntate, mosse l'esercito suo contra di loro[1525]. Il primo assalito fu Giovanni da Vico prefetto. Costui trattò tosto di pace, ma poco tardò a mancar di parola; e però il legato gli tolse Toscanella e l'assediò in Orvieto. Per paura di peggio, il prefetto andò a gittarsegli ai piedi, e gli consegnò quella città. Seppe far meglio i suoi affari Gentile da Mogliano signore di Fermo, perchè, senza voler aspettare la forza, andò spontaneamente a trovare il cardinal legato a Foligno, e gli diede la tenuta di Fermo: atto così gradito da esso legato, che dichiarò Gentile gonfalonier della Chiesa romana.
Strepitosa novità accadde in Verona. Can Grande dalla Scala, signore di quella città, era ito a Bolzano in compagnia di Can Signore suo fratello, per abboccarsi col marchese di Brandeburgo suo cognato[1526]. Fregnano dalla Scala suo fratello bastardo colse questo tempo per effettuare il disegno di torgli la signoria: intorno a che già passava intelligenza fra lui e i Gonzaghi signori di Mantova. Nella notte del dì 17 di febbraio, ossia ch'egli fosse d'accordo con Azzo da Correggio, lasciato da Can Grande per governatore di Verona, oppur, come vuole il Gazata[1527], che Fregnano fattolo, a sè venire, gli minacciasse la morte, se non acconsentiva, amendue sparsero voce, esser giunte lettere che portavano la morte improvvisa di Can Grande, e mossero la guarnigione ad uscir di Verona, con farle credere che Bernabò Visconte veniva con gente a quella volta. Nella seguente mattina Fregnano con Alboino, suo fratello minore e legittimo, cavalcò per la città, e si fece proclamar signore. In aiuto suo giunse ancora Feltrino ed altri da Gonzaga con assai nobiltà e milizia di Mantova. Nel dì 24 d'esso mese Bernabò Visconte, chiamato in soccorso da Fregnano, oppur mosso da speranza di pescare in quel torbido, comparve con ottocento, ovvero con tre mila barbute e con altra soldatesca, e dimandò di entrare in Verona. I Gonzaghi, per timore ch'egli occupasse la città, indussero Fregnano a negargli l'entrata, cosicchè Bernabò, vedendosi deluso, tentò per forza di voler superare una porta; ma, conoscendo l'impossibilità dell'impresa, giudicò meglio di ritornarsene a Milano. Per questo fu da alcuni creduto che anche l'arcivescovo di Milano avesse tenuta mano a questo fatto. Volarono intanto gli avvisi di tal tradimento a Can Grande, che non perdo tempo a tornarsene indietro. Assicuratosi di Vicenza, con quelle truppe che avea e che potè raunare, arrivò la notte stessa a Verona, dappoichè se ne era partito Bernabò. Dal custode della porta di Campo Marzo fu lasciato entrare in città, e tosto fece intonare: Viva Cane, e muoiano i traditori. Fatto giorno, Cane passò il ponte, ed ebbe all'incontro Fregnano coi suoi, che fece lunga battaglia, ma in fine vi lasciò la vita insieme con Paolo Pico dalla Mirandola, eletto da lui per podestà di Verona, ed altri suoi partigiani. Sollevatosi tutto il popolo in favor di Cane, fu preso Feltrino da Gonzaga co' suoi consorti e soldati, e corse pericolo della vita; ma in fine si riscattò con trenta mila fiorini d'oro. Dopo sì felice avvenimento nello stesso mese giunse a Verona il marchese di Brandeburgo con assai gente per aiutar Cane, ma non vi fu più bisogno di lui.
Per la troppo cresciuta potenza di Giovanni Visconte arcivescovo di Milano, e perchè l'ingordigia sua non era per far mai punto fermo, si collegarono insieme la repubblica di Venezia, il marchese Aldrovandino signor di Ferrara e Modena[1528], i Gonzaghi signori di Mantova e Reggio, e i Carraresi signori di Padova. In essa entrò dipoi anche Can Grande dalla Scala signor di Verona e Vicenza. L'avere il Visconte occupata Bologna, e il far tuttodì passar le sue genti pel Reggiano e Modenese, teneva in un continuo allarma questi popoli. Men male perciò fu creduto dall'Estense e dai Gonzaghi il far testa ad una potenza che andava a divorar tutto. Ora i Gonzaghi furono i primi a cominciar la festa, impossessandosi di alcune navi milanesi, vegnenti da Venezia col carico di mercatanzie, ascendenti al valore di settanta mila fiorini d'oro. Spedì tosto l'arcivescovo il suo esercito a' danni del Reggiano e Modenese, con prendere le castella di Fiorano, Spezzano e Guiglia, e piantar due forti bastie, oppur una al passo di Santo Ambrosio sul Panaro[1529]. Erasi unita tutta sotto il comando del conte Lando Tedesco di Suevia la gran compagnia, che dianzi ubbidiva a fra Moriale, accresciuta dipoi a dismisura pel concorso di chiunque aspirava alle prede. Queste masnade furono prese al loro soldo dai collegati, e con esse formato un esercito di più di trenta mila armati, combatterono le suddette due bastie, e voltatisi poi verso Guastalla, e passato il Po, nel settembre si diedero a guastare il territorio di Cremona.
In questo tempo una mortale infermità portò all'altra vita Giovanni Visconte arcivescovo e signor di Milano, e mise fine alle sue grandiose secolaresche idee. Discordi sono gli scrittori nell'assegnare il giorno della sua morte. Nel dì 11 di settembre scrive il Gazata[1530]; nel dì 4 di ottobre Matteo Villani[1531]; nel dì cinque di esso mese, giorno di domenica il Corio[1532]. Sto io con quest'ultimo, perchè il giorno quinto d'ottobre cadde in domenica; e Pietro Azario[1533], benchè il faccia morto nel dì 4 d'ottobre, pure confessa che fu giorno di domenica. Lo stesso abbiamo dalla Cronica di Matteo Griffone[1534], dalla Bolognese[1535], dalla Piacentina[1536] e da quella de' Cortusii[1537]; e però s'hanno da correggere l'altre storie, e massimamente gli Annali Milanesi[1538], che il dicono morto nel dì ultimo d'ottobre. A lui senza opposizione succederono i tre suoi nipoti, nati dal fu Stefano suo fratello, cioè Matteo, Bernabò e Galeazzo. Gli Stati furono divisi in tre parti. A Matteo toccarono Lodi, Piacenza, Parma, Bologna e Bobbio; a Bernabò Bergamo, Brescia, Cremona ed altre terre; a Galeazzo Como, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Alessandria, Tortona e molte terre del Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise, e tutti e tre vi comandavano, camminando fra loro con molta concordia. Si figurò la lega di Lombardia di poter più agevolmente ottenere l'intento suo contro la possanza di Giovanni Visconte, quando era vivente, col chiamare in Italia Carlo IV re di Boemia e de' Romani; e mandò a questo fine ambasciatori; ma nel medesimo tempo anche il Visconte facea per mezzo de' suoi delle belle offerte, promettendogli la corona ferrea, subito che fosse calato in Italia. Perciò Carlo, trovando ben disposti gli animi degl'Italiani, ed ottenuta licenza dal papa, si mise in viaggio nell'ottobre di quest'anno con poco accompagnamento di gente d'armi[1539], e nel dì 3 di novembre col patriarca d'Aquileia suo fratello arrivò a Padova, con grande onore accolto da Jacopino e Francesco da Carrara signori di quella città. Fu ad incontrarlo prima del suo arrivo colà Aldrovandino marchese d'Este, e da che fu partito da Padova, andò Can Grande dalla Scala a fargli riverenza a Legnago. Riposossi in Mantova per qualche settimana il re Carlo per trattare, se era possibile, di concordia fra i collegati e i Visconti. Gli spedirono i fratelli Visconti una nobile ambasciata con suntuosi regali, promesse d'aiuti e della corona ferrea. Si fece valere l'attaccamento loro agl'interessi dell'imperio, e quanto avesse operato Matteo lor avolo contro i ribelli della corona, cioè contro i Guelfi, di modo che Carlo restò soddisfattissimo di loro, e si dispose a passare a Milano. Così rimasero delusi i collegati, che a loro spese aveano tirato in Italia questo debole principe; e niun profitto ne ricavarono, essendosi egli convenuto coi Visconti di non molestarli, purchè gli dessero la corona d'Italia, e una buona scorta fino a Roma per prendere l'altra dell'imperio.
Non avea mancato Giovanni Visconte, quando era vivente, d'inviare ambasciatori a Venezia, per mettere pace fra quella repubblica e quella di Genova. Uno degli ambasciatori fu il celebre Francesco Petrarca, al quale nulla servì la sua eloquenza per condurre a buon fine questo negoziato. Andrea Dandolo doge e il suo consiglio, erano sì mal animati contra dei Genovesi, e malcontenti dell'arcivescovo per la signoria e protezion presa di quel popolo, che ricusarono ogni proposizion d'accomodamento. Colle lor forze e coll'aiuto dell'arcivescovo armarono essi Genovesi trentacinque galee[1540], e ne fu generale il prode Paganino Doria. Dopo essere state queste in corso contra dei Catalani, vennero in Levante in traccia de' Veneziani, abbruciarono Parenzo, e presero alcune ricchissime cocche veneziane. Trovarono poscia a Portolungo verso Modone, ossia nel porto della Sapienza, la maggior parte della flotta veneta, composta di trentacinque galee, sei grosse navi e venti altri legni minori sotto il comando di Niccolò Pisano. Nel dì 4 di novembre virilmente andò il general genovese ad assalir nel porto la nemica armata, e tal dovea essere in questi tempi in credito la bravura de' Genovesi in mare, oppur fosse altro accidente, che contra il solito sbigottiti i Veneziani, senza far molta difesa si diedero tutti per vinti. Furono condotti que' legni a Genova con più di cinque mila prigioni, fra' quali lo stesso general pisano, e poi bruciati. Per istrada fuggirono ben due mila de' prigioni fatti; e furono anche prese da altri legni veneziani due galee genovesi, che s'erano sbandate dallo stuolo. Abbiamo da Matteo Villani[1541] minutamente descritto questo avvenimento, sì funesto alla gloria e potenza de' Veneziani, e tale che in Venezia molto si temette che la vittoriosa armata volasse colà a fare del resto. Risparmiò Iddio l'avviso e il dolore di sì inusitata sconfitta ad Andrea Dandolo, virtuosissimo doge di Venezia e scrittore della famosa Cronica Veneta, da me data alla luce; imperocchè nel dì 7 di settembre di questo anno[1542] egli era passato a miglior vita, e in luogo suo nel dì 11 d'esso mese era stato surrogato Marino Valiero ossia Faliero. Nè si dee tacere che trovavasi in questi tempi l'isola di Sicilia disfatta e ridotta a gran carestia per la disunione di que' baroni e popoli, stante la minorità del re don Luigi figliuolo del re don Pietro[1543], e le due prepotenti fazioni, l'una de' Catalani, e l'altra de' conti di Chiaramonte. Per maneggio di Niccolò Acciaiuoli, gran siniscalco di Napoli[1544], si accordò il conte Simone di Chiaramonte con Luigi re di Napoli; e questi spedì immediatamente colà sei galee con poca gente d'armi, e molti legni carichi di grano e di vettovaglia; la qual oste bastò a fare che le città di Palermo, Trapani, Milazzo, Mazara, ed altre terre e castella al numero di cento dodici, alzassero le bandiere del re di Napoli. Questa era la congiuntura, in cui il re Luigi s'impadronisse di tutta la Sicilia; al che non era mai potuto arrivare in sua vita il re Roberto con tanti sforzi e possenti spedizioni da lui fatte per ricuperare quel regno. Ma in troppa debolezza si trovava allora il regno di Napoli a cagion delle guerre passate e di tanti Reali che conveniva mantenere, fra' quali anche vi fu Luigi duca di Durazzo, il quale si ribellò, e bisognò domarlo coll'armi. Gran guadagno nondimeno fu quello del re Luigi in Sicilia nell'anno presente, e questo crebbe anche nel seguente. Pure la Sicilia giunse a mutar padrone; e in questo anno i Messinesi occuparono tre galee ed altri legni pieni di vettovaglie, che il re Luigi mandava per rinforzo a Palermo.
In occasion della guerra insorta fra l'arcivescovo Visconte e i collegati, fu nel dì 10 di giugno alquanto di sollevazione in Bologna[1545], perchè da Giovanni da Oleggio governatore era uscito ordine che due quartieri della città cavalcassero armati alla volta di Modena, e il popolo, mal soddisfatto del governo milanese, non si sentiva di sacrificar le vite in servigio di così pesante padrone. Giovanni da Oleggio, che era un mal arnese, cacciò per questo in prigione gran copia di cittadini nobili e plebei; molti ne fece giustiziare, altri tormentare; e durò assai giorni questa tragedia. Tolse ancora l'armi agli abitanti, di modo che di terrore e confusione era ripiena quella città. Arrivò poi nel dì 21 d'agosto sul contado di Bologna parte dell'esercito de' collegati, di cui era capitan generale Francesco da Carrara, uno de' due signori di Padova, e si unì colla gran compagnia del conte Lando Tedesco. Saccheggiando e bruciando le ville di quei contorni, arrivarono fin presso alla città di Bologna. Secondo i Cortusii[1546], avrebbono potuto impadronirsene; ma il conte Lando, che, secondo il costume di quegl'iniqui masnadieri, mentre militava per l'una parte, sapea servire all'altra nemica, ne impedì l'acquisto, e dipoi ricusò di combattere le due bastie del passo di Sant'Ambrosio; e per questa cagione s'ebbe da lì innanzi gran sospetto della fede di costui; e Francesco da Carrara, temendone qualche tradimento, giudicò meglio di ritirarsi a Padova, e di lasciare il baston del comando in vece sua a Feltrino da Gonzaga.
NOTE:
[1523] Raynald., Annal. Eccles.
[1524] Vita di Cola di Rienzo, lib. 2, cap. 17.
[1525] Matteo Villani, lib. 4, cap. 10.
[1526] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1527] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1528] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1529] Petrus Azarius, Chron., cap. 11, tom. 18 Rer. Ital.
[1530] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1531] Matteo Villani, lib. 4, cap. 25.
[1532] Corio, Istoria di Milano.
[1533] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.
[1534] Matth. de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[1535] Chron. Bononiens., tom. eod.
[1536] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1537] Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1538] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1539] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1540] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Caresin. Chron. tom. 12 Rer. Ital.
[1541] Matteo Villani, lib. 4, cap. 32.
[1542] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.
[1543] Matteo Villani, lib. 4. cap. 3.
[1544] Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLV. Indiz. VIII.
INNOCENZO VI papa 4. CARLO IV imperadore 1.
Sul principio di quest'anno giunse a Milano Carlo IV re de' Romani, accompagnato da pochi dei suoi, ma con gran magnificenza ricevuto da Galeazzo e Bernabò Visconti, e suntuosamente regalato da essi[1547]. Gli fecero vedere in mostra tante migliaia di cavalieri e fanti che aveano, e parte finsero d'avere al loro soldo, facendo far varie comparse alle medesime loro truppe: tutto, come diceano, ai servigi di sua maestà. Nella festa dell'Epifania, cioè nel dì sei di gennaio, egli prese la corona ferrea dalle mani di Roberto arcivescovo di Milano. Se crediamo a Matteo Villani, scrittore di grande autorità, la di lui coronazione fu fatta in Monza; ma verisimilmente egli prese abbaglio, avendo noi una folla di scrittori, ed alcuni ancora di essi contemporanei, che l'asseriscono celebrata nella basilica di Sant'Ambrosio in Milano. Oltre agli storici da me citati altrove[1548], ci assicurano di questo gli Annali Milanesi[1549], le Croniche Piacentina[1550], Bolognese[1551], Sanese[1552] e Cesenate[1553], il Gazata[1554], il Rebdorfio[1555] ed altri. Volevasi veramente far questa funzione in Monza, ciò apparendo da un breve di papa Innocenzo VI rapportato dal Rinaldi[1556], ma dovette vincerla l'arcivescovo e il popolo di Milano, che la vollero in Sant'Ambrosio, secondo l'antico rito. Da Milano passò Carlo a Pisa. Bollivano fiere discordie in quella città per la fazione de' Bergolini, cioè de' Gambacorti e di Cecco Agliati, che dominava, e l'altra de' Raspanti, che si opponeva alla prima. Aprirono tali dissensioni la strada al re per assumere di concordia de' cittadini (sforzata nondimeno per conto de' Gambacorti) il dominio di quella città, e di mettervi le sue guardie. Dopo essere stato a Lucca, e dipoi a Siena, dove, a petizione del popolo commosso, annullò il reggimento dei Nove, divenuto troppo odioso alla città, s'inviò alla volta di Roma. Prima non avea seco più di mille cavalieri, la maggior parte datagli dai fratelli Visconti. Ne arrivarono in Toscana dalla Germania ben quattro altre migliaia, tutta bella gente, con gran baronia e colla regina Anna moglie del medesimo re. Con questa sì poderosa scorta se n'andò egli a Roma, dove nel dì quinto d'aprile, giorno solenne di Pasqua di Risurrezione, fu conferita a lui e alla regina moglie nella vaticana basilica la corona imperiale dal cardinal Pietro di Beltrando vescovo d'Ostia, deputato a ciò dal sommo pontefice. Con qual ordine e magnificenza il popolo romano in questi tempi incontrasse gl'imperadori e i legati apostolici, si raccoglie da una memoria da me prodotta nelle Antichità Italiane[1557]. Lo stesso dì (che così era ne' patti) il nuovo imperador Carlo IV, senza potersi fermare di più in Roma, si mise in viaggio alla volta della Toscana, dove tutti i popoli l'aveano riconosciuto per sovrano[1558], e gli stessi Fiorentini collo sborso di cento mila fiorini d'oro aveano da lui impetrato degli ampli privilegii. In Siena[1559] volle maggiormente mutar quel governo, con far signore della città Niccolò patriarca di Aquileia suo fratello naturale; ma poco durò questa novità. Fu vergognosamente deposto e cacciato il buon prelato. Attendeva questo imperadore più a far danaro che a guarir le piaghe dell'Italia; e perchè i Lucchesi, allora sottoposti al comune di Pisa, gli esibirono gran somma d'oro, parve a lui che sarebbe stato un peccato il lasciar cadere in terra così vistosa offerta. Traspirato in Pisa questo troppo disgustoso trattato, mosse il popolo a sollevarsi nel dì 21 di maggio. Furono creduti autori di questo furor popolare i Gambacorti, perchè i più de' grandi e del popolo traevano alle loro case; e di questa congiuntura si prevalsero i Raspanti loro nemici per atterrarli. Gran battaglia fu nella città fra i soldati dell'imperadore e del popolo; ma in fine rimasero rotti i cittadini, e si quetò il rumore. A sette dei Gambacorti per tal cagione fu troncato il capo. La commozion di Pisa animò il popolo di Lucca a tentar la sua liberazione dal giogo de' Pisani, e giacchè l'imperadore, fattosi dare il castello dell'Agosta, vi avea messo presidio de' suoi Tedeschi, altro non restava che di cacciar dalla città i soldati pisani. Adunque nel dì 22 di maggio, fatte entrare in Lucca molte masnade di contadini, levarono la terra a rumore; ma, afforzatisi i Pisani in alcune case, diedero tempo al comune di Pisa di spedire colà un grande sforzo di gente, che non solamente sostenne la città, ma costrinse ancora i Tedeschi a consegnar loro il castello dell'Agosta. Veggendosi dunque l'imperadore mal sicuro in Pisa, per quanto era avvenuto, ed insieme oltraggiato dai Sanesi e malveduto dai Fiorentini, non volle far più lunga dimora in Pisa, e si ritirò a Pietrasanta, dove con gran gelosia si fermò più giorni. Quindi passò per gli Stati dei fratelli Visconti, ma senza che fosse lasciato entrare in città alcuna, fuorchè in Cremona, dove fu ammesso coll'accompagnamento di poca gente e disarmata. Di là poi passò in Boemia, seco portando molto oro, ma molta vergogna ancora.
Gli affari del cardinale Egidio legato apostolico parve che sul principio dell'anno prendessero cattiva piega; imperciocchè Gentile da Mogliano, creato da lui gonfaloniere di santa Chiesa, fellonescamente gli ritolse la città di Fermo[1560]. Questo avvenne per maneggio di Malatesta signor di Rimini suocero suo, che, rappacificatosi con lui, l'indusse a ribellarsi, e gli diede soccorso di gente. Passava ancora nemicizia tra Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì e il suddetto Malatesta. Al vedersi ambedue esposti alla forza del cardinale legato, personaggio risoluto di voler ricuperare gli Stati della Chiesa, ed anche scomunicati e fin dichiarati eretici dal medesimo (perocchè allora ci volea poco a sfoderare ancora questa arma), fecero pace insieme, e si collegarono con Gentile, per resistere unitamente tutti e tre al valente cardinale. Nell'aprile di quest'anno riuscì al suddetto signore di Forlì con ducento cavalieri di metterne in rotta quattrocento del legato, che si erano posti in agguato, credendosi di farlo prigione. Diversa fu la fortuna di Galeotto de' Malatesti, fratello del poco fa mentovato Malatesta. Era egli gran maestro di guerra, e si trovava all'assedio di un castello di Recanati, dove si era ben fortificato. Ma più di lui ne seppe Ridolfo da Camerino, capitano della gente della Chiesa, che vigorosamente l'assalì in quel sito, e, dopo ostinata battaglia, sbarattò le di lui genti, e fece prigione lo stesso Galeotto ferito in più parti. Per questa vittoria l'esercito pontificio cavalcò fino alle porte di Rimini, prese Santo Arcangelo, Verrucchio e due altre castella vicino a Rimini, e, fabbricate alcune bastie intorno a quella città, ne formò un blocco. Non vi volle di più, perchè Malatesta cominciasse nel mese di maggio a maneggiare un accordo col legato, il quale da uomo saggio non ebbe difficoltà di accettarlo, e di accordargli assai oneste condizioni, contentandosi ch'egli restituisse Ancona ed alcune altre terre alla Chiesa, e ritenesse il dominio di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone, riconoscendole nondimeno dalla Sede apostolica, e pagando l'annuo censo. Ciò fatto, i fratelli Malatesti giurarono fedeltà, e prestarono da lì innanzi onoratamente braccio al cardinale per l'altre sue imprese. Per questo accordo intimidito il popolo di Fermo, e per non provare il meritato gastigo della sua ribellione, nel mese di giugno levò rumore nella città contra Gentile da Mogliano, e il costrinse a ritirarsi nella rocca, dove restò poi assediato dalla gente del legato, e costretto a capitolare. Gli lasciò il legato tre castella, ma, non contentandosene colui, gliele ritolse dipoi: laonde andò ramingo a finir malamente i suoi giorni in altri paesi. Anche i Polentani signori di Ravenna e Cervia si ridussero all'ubbidienza del legato, se pur non fu nell'anno seguente.
Governava intanto tirannicamente Giovanni Visconte da Oleggio la città di Bologna a nome di Matteo Visconte[1561]. Perchè Galeazzo Visconte fratello di Matteo gli occupò nel contado di Como un buon castello colla valle di Belegno a lui spettante, se ne lamentò; ma per quanto se ne dolesse, non gli fu mai fatta giustizia. Mandò ancora Matteo Visconte a Bologna delle persone con ordine di fare il sindacato al medesimo Giovanni. Uomo di gran coraggio e di maggiore astuzia era l'Oleggio, e, chiamandosi offeso per tal trattamento, determinò di farne tal vendetta che tornasse anche in suo pro. Pertanto ben disposte le cose, nel dì 18 di aprile mise in armi tutti i suoi parziali, cioè i Maltraversi e Ghibellini; fece prigioni gli uffiziali di Matteo Visconte; in breve tempo tirò alla sua ubbidienza tutte le castella forti del contado, a riserva di Bazzano, che si sostenne fedele ai Visconti; e si fece proclamar protettore, o, come altri scrivono, signore di Bologna. Una contribuzione da lui fra poco imposta di venti mila fiorini d'oro ai cittadini, cagionò di gravi lamenti, ma convenne pagarla. Ad istanza ancora dei Maltraversi, cioè de' Ghibellini, fece prendere quattrocento cittadini guelfi, sospetti d'essere a lui contrarii, e li mandò ai confini; tali nondimeno e tante furono le doglianze del popolo, che stette poco a richiamarli. Di questo colpo sì pregiudiziale ai Visconti si rallegrarono forte i collegati lombardi: nè tardò il marchese Aldrovandino d'Este a spedir dei buoni aiuti all'Oleggio, per tenerlo saldo nell'usurpato dominio. All'incontro, ne furono turbatissimi i Visconti, e tosto inviarono il marchese Francesco d'Este con un esercito sul Bolognese, che recò molti danni a quelle ville e tentò anche di prendere Bologna, ma ne fu bravamente respinto.
Intanto nel dì 26 di settembre venne a morte Matteo Visconte, personaggio di molta avvenenza, che non avea pari nella facondia, e superava anche i suoi fratelli nelle virtù, se non ch'era stranamente guasto dalla lussuria. Comune fama fu ch'egli morisse di veleno datogli da' suoi due fratelli Bernabò e Galeazzo[1562]; chi immaginò perchè gli fosse scappato di bocca, essere bella cosa il dominar senza compagni; e chi perchè, essendo egli bestialmente perduto nella libidine, e facendo incetta di belle donne nobili, ad onta ancora de' lor genitori o mariti, temerono che ne seguisse un dì qualche sollevazione. Fors'anche la sfrenata lussuria sua il consumò. Certo è ch'egli, quasi all'improvviso, mancò di vita. Giacchè non lasciò dopo di sè maschi, divisero i due fratelli la di lui eredità. A Bernabò toccarono Lodi, Parma e la perduta Bologna, colle castella di Marignano, Pandino e Vavrio; a Galeazzo Piacenza, Bobbio, Monza, Vigevano ed Abbiate. Milano fu diviso in due parti, e Genova restò indivisa. Non passarono due mesi che lo scaltro Giovanni da Oleggio intavolò un trattato di pace con Bernabò Visconte; e seguì infatti, credendosi per tal via Bernabò di poter meglio ottenere il suo intento, cioè di atterrarlo, essendosi convenuto ch'egli metterebbe i podestà in Bologna: Giovanni da Oleggio ne godrebbe il dominio sua vita natural durante; e questo dopo morte ritornerebbe a Bernabò. Con gran festa e solenni bagordi fu pubblicata questa pace in Bologna nel dì 7 di dicembre. Signoreggiavano in Padova Jacopino da Carrara e Francesco da Carrara nipote suo; e sembrava fra loro un'invidiabil concordia[1563]. Era Francesco generale della lega di Lombardia contro ai Visconti. Preso un pretesto, cavalcò a Padova, e nel dì 18 di luglio nell'ora di cena fece mettere le mani addosso allo zio, e il mandò prigione in una fortezza, dove con suo comodo finì quello che gli restò di vita. Sua moglie Margherita da Gonzaga con un figliuolino d'un anno fu rimandata a Mantova, e Francesco prese tutta la signoria di Padova. Secondo i Cortusi[1564], Jacopino tramava insidie alla vita di Francesco per mezzo di Zambone Dotti, che convinto fu messo in una gabbia di ferro, e poscia ucciso da' suoi stessi parenti. Altrettanto dicono i Gatari[1565], con aggiugnere che fra le mogli d'essi due signori era insorta emulazione, e quindi essere venuto il trattato di avvelenare Francesco. Comunque sia, per attestato del Villani, non si potè levar di testa a molti, che unicamente per la malnata cupidigia di dominare, abborrente ogni compagnia sul trono, Francesco da Carrara inventasse quelle accuse, affine di sbrigarsi di suo zio, e di regnar solo. Un'altra più funesta scena si fece vedere quest'anno in Venezia[1566]. Sulla cadrega di legno di Marino Faliero doge di Venezia una mattina si trovò scritto: Marin Faliero dalla bella moglie: altri la gode, ed egli la mantiene. Perchè, scoperto il malfattore, cioè Michele Steno, non ne fu fatta aspra giustizia dagli avogadori, cotanto se ne sdegnò il doge, che si diede a macchinar una congiura coi popolari, per far tagliare a pezzi i nobili, e farsi egli signore di Venezia. Dovea scoppiar la mina nel dì 15 d'aprile; ma prima di quel tempo, traspirato un sì nero disegno, poste le mani addosso al doge, nel luogo stesso, dove avea fatto il giuramento nell'assunzione al ducato, fu a lui tagliata la testa nel dì 17 d'aprile, e a molti de' congiurati il capestro abbreviò la vita. Fu poscia eletto doge nel dì 21 d'esso mese Giovanni Gradenigo.
Fecero in quest'anno all'uscita di maggio essi Veneziani una svantaggiosa pace col popolo di Genova[1567]. Per lo contrario, alcune navi de' Genovesi fieri corsari nel mese di giugno s'impadronirono a tradimento della città di Tripoli in Barberia. La preda quivi fatta in danari e mobili preziosi ascese ad un milione ed ottocento mila fiorini d'oro. Circa sette mila furono i prigioni fra uomini e donne. E quantunque il loro comune non approvasse, o facesse vista di disapprovar quel fatto, pure si mantennero in quella città, finchè trovarono un ricco saraceno, a cui la venderono per cinquanta mila doble d'oro, e se ne tornarono in fine a Genova con infinite ricchezze, le quali fecero lor poco pro, perchè quasi tutti in breve tempo capitarono male, o tornarono in povero stato. Dai collegati di Lombardia, dappoichè si furono accorti delle ribalderie e della corrotta fede del conte Lando Tedesco, fu licenziata la gran compagnia de' suoi masnadieri; e sentendo costoro che v'era guerra in Puglia contro Luigi re di Napoli, come gli avvoltoi alle carogne, così trassero anche essi a quella volta; nè trovando contraddizione, andarono malmenando il paese, e poi passarono in Terra di Lavoro, accostandosi anche alla stessa città di Napoli. Avea raccolto da varie parti Niccolò degli Acciaiuoli siniscalco circa mille barbute di gente tedesca, e pareva che il re Luigi volesse uscire in campo contra di que' ribaldi. Nulla se ne fece, anzi, perchè non correano le paghe, molti di que' mille uomini d'armi si andarono ad unire alla gran compagnia del conte Lando, che sguazzava alla barba de' regnicoli. In fine il re Luigi, per levarsi d'addosso un sì grave fardello, s'accordò di pagare a quegli assassini cento cinque mila fiorini d'oro, trentacinque mila in contanti, e il resto in due rate, purchè se ne andassero. Bisognò per questo torchiar le borse de' Napoletani e dei mercatanti, non senza gravi lamenti di que' popoli, i quali fecero per questo anche una sedizione popolare, che non ebbe conseguenza. Intanto don Luigi d'Aragona re di Sicilia coll'aiuto dei Catalani avea ripigliate alcune delle terre occupate dal re di Napoli; ma non potè proseguire il corso della vittoria, perchè la morte il rapì nel mese di novembre nella sua verde età. Gli succedette don Federigo suo minor fratello, di cui presero cura i Catalani, restando più che mai l'isola lacerata e sconvolta per la fazion contraria de' Chiaramontesi.
NOTE:
[1545] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1546] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1547] Matteo Villani, lib. 4, cap. 39.
[1548] Muratorius, de Coron. Ferrea, tom. 2, Anecdot. Latin.
[1549] Annales de Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1550] Chronic. Placentin., tom. eod.
[1551] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1552] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.
[1553] Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[1554] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1555] Rebdorfius, Annal.
[1556] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1557] Antiquit. Italicar., Dissert. XXIX, pag. 855.
[1558] Matteo Villani, lib. 5, cap. 20.
[1559] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.
[1560] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 4, cap. 52.
[1561] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[1562] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1563] Matteo Villani, lib. 5.
[1564] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1565] Gatari, Cron. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.
[1566] Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1567] Matteo Villani, lib. 5, cap. 48.
Anno di CRISTO MCCCLVI. Indizione IX.
INNOCENZO VI papa 5. CARLO IV imperadore 2.
La pace conceduta da Bernabò Visconte a Giovanni da Oleggio si scoprì in fine fatta per tradirlo[1568]. Certamente l'Oleggio la conservò con tutta onoratezza; ma Bernabò, fingendo di volere far guerra al marchese di Ferrara, mandò sul Bolognese con assai combattenti Arrigo figliuolo di Castruccio, già signore di Lucca, il quale, entrato in Bologna, cominciò a manipolare una congiura contra dell'Oleggio. La buona fortuna e insieme l'avvedutezza di Giovanni gli fecero scoprir la trama. Arrigo di Castruccio, due conti da Panigo ed altri non pochi ebbero tagliata la testa per questo; e per tal tradimento non sapendosi più l'Oleggio indurre a fidarsi de' Visconti, si collegò con Aldrovandino d'Este marchese di Ferrara, e cogli altri alleati contra de' medesimi Visconti, e fedelmente proseguì da lì innanzi in questa lega. Tale fu il frutto che riportò Bernabò dalla scoperta sua infedeltà. Avea intanto Galeazzo Visconte suo fratello disgustato Giovanni Paleologo marchese di Monferrato, principe per valore, per potenza ed accortezza molto riguardevole[1569]. Bastava anche ad alienar l'animo d'ogni vicino dai Visconti la smoderata loro superbia ed insaziabilità, per cui niuno dei principi si credea più sicuro in casa sua. Era il marchese di Monferrato unito coi Beccheria di Pavia, anzi, come vicario generale costituito da Carlo IV Augusto, teneva un buon piede in quella città. Perciò mandò la sfida a Galeazzo, le cui città confinavano col suo marchesato. Se l'intese cogli Astigiani, signoreggiati allora dai Visconti contro i patti ch'essi aveano stabilito col fu Luchino Visconte. Ora il marchese Giovanni s'impadronì della medesima, allora possente e buona, città di Asti, con un giudizioso stratagemma; e tuttochè i fratelli Visconti inviassero gran gente in aiuto al castello, che tuttavia si tenea per loro, ebbe tal vigore il marchese, che quella fortezza venne alle sue mani. Tolse anche a Galeazzo la città di Alba[1570], e gli fece ribellare Cherasco, Chieri e tutte le terre del Piemonte, e si strinse dipoi in lega con Amedeo conte di Savoia, appellato il conte verde. Rivolsero i due fratelli Visconti il loro sdegno contra di Pavia, e con grandi forze nel mese di maggio andarono ad assediar quella città da ogni parte, risoluti di non levare il campo, se prima non la riducevano alle loro voglie. Ma, per non impiegar ivi troppa gente, la strinsero dipoi con tre bastie, e ne seguirono varii combattimenti coi Pavesi. Intanto Bernabò, intento ad altre imprese, spedì due mila cavalieri, grossa fanteria ed un copioso naviglio per Po all'assedio di Borgoforte sul Mantovano. Ma di là furono fatti sloggiare; nè andò molto che i Pavesi, animati da un soccorso loro inviato dal marchese di Monferrato, e più dalle prediche di frate Jacopo Bussolari dell'ordine agostiniano, a cui aveano gran divozione e fede[1571], usciti di città nel dì 27 di maggio, presero valorosamente quelle bastie, abbruciarono il naviglio che i Visconti teneano sul Ticino, e con gran guadagno di munizioni ed arnesi rimasero liberi affatto per ora dai loro artigli. Oltre a ciò, Filippo ed Ugolino da Gonzaga, signori di Mantova e Reggio, venuti a Modena[1572], ed uniti con Ugolino da Savignano capitano delle genti di Aldrovandino marchese d'Este, nel dì 6 di febbraio andarono per assalire l'esercito de' Visconti, che, venuto sul Reggiano, avea quivi fabbricata una bastia, cioè una di quelle fortezze di legno che si piantavano allora, e ben munite faceano e sosteneano gran guerra. Ritirossi l'armata nemica, e, dato l'assalto alla bastia, fu presa colla strage di molti, e col far prigioni circa quattrocento soldati. Poscia nel dì 10 d'esso mese marciarono a San Polo, che era assediato da' nemici, e li misero in fuga, con prendere ducento uomini e trecento cavalli. Un'altra buona percossa ebbero le genti del Biscione, cioè da Bernabò, a Castiglione delle Stiviere, sul finire d'agosto. Dopo aver lungamente assediata quella terra, ne furono con loro vergogna e danno cacciati dalle milizie de' Gonzaghi e del marchese di Ferrara.
Intanto, capitata in queste parti la gran compagnia del conte Lando, quantunque poco capitale potesse farsi della fede di costui e della sua gente, pure l'Estense e i Gonzaghi la presero al loro soldo. Formata in questa maniera una poderosa armata di cavalieri e fanti, si inviarono alla volta di Parma e Piacenza, ed arrivarono fin sul distretto di Milano, mettendo a sacco quelle contrade, e commettendo le enormità tutte che soleano praticarsi dagli Oltramontani d'allora. Andò poscia la gran compagnia di quei masnadieri ai servigio di Giovanni marchese di Monferrato, contro cui aspramente guerreggiavano i Visconti. Ma qui non finirono le disgrazie di essi Visconti[1573]. Il marchese di Monferrato tolse loro Novara; e se il conte Lando, uomo di corrotta fede, avesse secondato i di lui disegni, avrebbe fatto delle maggiori conquiste. Il peggio fu che Genova in questo anno a dì 14 di novembre levatasi a rumore[1574], si sottrasse all'ubbidienza de' Visconti, dimenticandosi ben presto que' cittadini che coll'appoggio dell'arcivescovo Giovanni da un basso stato erano risaliti ben alto. Dacchè quel popolo vide i due fratelli Visconti, Bernabò e Galeazzo, impegnati in una guerra sì viva in Lombardia, e tolte loro varie città dal marchese di Monferrato, cominciarono a scoprire la lor voglia di rimettersi in libertà, e non ne faceano mistero. Trovavasi in Milano a guisa d'ostaggio Simonino Boccanegra, che negli anni addietro era stato doge di Genova. Sapea ben parlare, e diedesi a far credere ai Visconti, che se gli avessero permesso di tornare a Genova, per la pratica ch'egli avea di quel popolo, gli dava cuore di pienamente calmarlo. Gli fu creduto, ed andò. Ma giunto colà, fece tutto il rovescio, ed egli fu che commosse i cittadini a ribellarsi, cioè i popoli, perchè i nobili non furono con lui. Nel dì seguente 15 di novembre si fece egli proclamar doge di Genova, e ridusse il governo affatto popolare, con escluderne i nobili, e mandare ai confini alcuni de' più potenti. Dopo di che entrò in lega col marchese di Monferrato contra de' Visconti. Ma questo marchese, dacchè si fu impadronito di Novara, attendendo a conservare un sì bell'acquisto e ad assediare il castello, benchè ricercato dalla lega lombarda[1575], ricusò di marciare sul Milanese. Perciò il conte Lando e i collegati ch'erano a Mazenta, Casorate e Castano, terre da loro spogliate d'ogni sostanza, al vedere che ogni dì più s'ingrossava l'armata de' Visconti, giudicarono meglio di ritirarsi a Pavia. Quando eccoti nel dì 13 di novembre il marchese Francesco d'Este e Lodovico Visconte, capitani de' fratelli Visconti, che vengono coll'esercito milanese ad assalirli alla coda. Se il conte avesse voluto uscir di strada, e mettersi al largo, avrebbe forse vinta la pugna; ma siccome egli non istimava un frullo le genti di Milano, così non si mise gran pensiero di loro. Il fatto andò diverso da quello ch'egli pensava; fu messo in fuga e sbandato l'esercito suo; molti nobili signori rimasero prigionieri; e lo stesso conte Lando ebbe bisogno degli speroni per ritirarsi a salvamento in Pavia. Fra gli altri vi fu preso il vescovo d'Augusta, chiamato Marcuardo, che s'intitolava vicario. All'anno presente e giorno suddetto vien riferito questo fatto dall'Annalista Piacentino e dal Corio; ma, secondo Pietro Azario, pare che appartenga all'anno seguente, scrivendo egli che esso conte svernò nel Novarese, e fece in quel tempo continua guerra alle ville del distretto di Vercelli; e che, tornato nella primavera a Mazenta, sentendo che l'esercito milanese avea riacquistato Casorate, volle ritirarsi in aria sprezzante a Pavia, ma ne riportò la percossa suddetta.
Al cardinale Egidio Albornoz legato apostolico, dopo avere ricuperato il Patrimonio, il ducato di Spoleti, la marca di Ancona e buona parte della Romagna, altro non restava da fare che di sottomettere Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, Forlimpopoli e Cesena, siccome ancora Giovanni e Rinieri de' Manfredi signori di Faenza. Contra di loro fece predicar la crociata, e profuse immense indulgenze: il che, per attestato di Matteo Villani[1576], servì a ricavar danaro da tutte le parti, perchè non vi era voto, o peccato che spendendo non si rimettesse ed assolvesse: il che fu un saccheggio alle borse di molti paesi, e servì ad ingrassare i banditori di essa crociata. Andò il cardinale all'assedio di Faenza, e nello stesso tempo, cioè nel mese di giugno, perchè udì che la gran compagnia del conte Lando veniva di Puglia per entrar nella Marca, si accostò con altro corpo di gente alla città d'Ascoli. Quel popolo, temendo della venuta di quegli assassini, prese il miglior partito di darsi al legato, che n'entrò ben volentieri in possesso. Anche il signore di Fabriano di casa Trinci, che fin qui s'era tenuto saldo senza cedere agli ordini del legato, venne in questi tempi all'ubbidienza sua, e da lui riconobbe quella signoria. Faenza si arrendè al legato per patti fatti coi Manfredi signori di quella terra, a' quali egli lasciò godere alcune castella[1577]. V'entrò il cardinale nel dì 17 di novembre. Fu anche dato il guasto a Cesena, che ubbidiva allora al signore di Forlì. Era questa città difesa da Cia moglie di Francesco, donna di raro valore e di spiriti virili, la quale, vestendo l'armi a guisa degli uomini, fece di molte prodezze, e lungamente difese quella terra. Una più grave tempesta si scaricò in quest'anno addosso ai Veneziani[1578]. Lodovico potentissimo re d'Ungheria da gran tempo nudriva mal animo contra di quella repubblica, non tanto per Zara ed altre città ch'egli pretendeva[1579], quanto perchè gli avevano negata qualsivoglia assistenza di navi e di gente per la guerra fatta al regno di Napoli. Benchè durasse la tregua di otto anni con quella repubblica, più non volle aspettare a tentarne la vendetta. Due poderosissimi eserciti mise egli insieme; e presi de' pretesti di rottura, l'uno spinse in Dalmazia, e l'altro inviò alla volta d'Italia. Richiese ai Veneziani la Dalmazia e l'Istria; si sarebbe anche contentato d'un annuo censo; ma sembrando ingiuste e dure tali dimande ai Veneziani, che da tanto tempo signoreggiavano quelle contrade, elessero piuttosto di difendersi con pericolo, che di cedere con vergogna. Venne in persona il re Lodovico coll'esercito unghero in Italia nel mese di giugno, e i Cortusi[1580] (probabilmente con della iperbole) scrivono che la sua armata fu creduta di cento mila cavalli. Unironsi con lui i conti di Collalto, chiamati conti di Trevigi, perchè tali erano stati i lor maggiori, e quei di Vonigo ed altri castellani di quelle parti. Strinse d'assedio la città di Trivigi, e si impadronì d'Asolo, Ceneda e Conegliano. Frattanto nel dì 8 d'agosto giunse al fine di sua vita Giovanni Gradenigo doge di Venezia, e fu in suo luogo eletto Giovanni Delfino a dì 14 d'esso mese. Era questi capitano ossia governator delle armi venete chiuso in Trivigi, città allora assediata dal re unghero. Spedì il senato veneto ambasciatori al re, pregandolo di lasciarne liberamente uscire il loro doge. Secondo i Cortusi e i Gatari, Lodovico cortesemente accordò lor questa grazia; ma, per attestato del Caresino, la negò loro, gloriandosi di tenere assediato un doge di Venezia. Da lì nondimeno a qualche tempo ne uscì il Delfino, e felicemente condotto a Venezia salì sul trono, ma in tempo in cui si trovava sopraffatta da troppo gravi calamità la sua repubblica. Per maneggio di Niccolò Acciaiuoli gran siniscalco riuscì in quest'anno nel mese di novembre a Luigi re di Napoli di occupar il fortissimo castello di Mattagriffone sopra Messina[1581]: per la cui presa e pel bisogno ancora che aveano di vettovaglia i Messinesi, anche la città alzò le di lui bandiere: acquisto che fu creduto dover decidere la controversia del dominio della Sicilia. In quella importante città fecero la loro entrata nel dì 24 di dicembre il re Luigi e la regina Giovanna, e grande allegrezza e gala nel loro accoglimento fece tutta quella cittadinanza.
NOTE:
[1568] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod. Matteo Villani, lib. 6, cap. 6.
[1569] Petrus Azarius, Chron., cap. 12, tom. 16 Rer. Ital.
[1570] Matteo Villani, lib. 6, cap. 3.
[1571] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Italic.
[1572] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.
[1573] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1574] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1575] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[1576] Matteo Villani, lib. 6, cap. 14.
[1577] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1578] Gatari, Ist. Padov., tom. 17 Rer. Ital.
[1579] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1580] Cortus. Histor., lib. 11, cap. 8, tom. 12 Rer. Ital.
[1581] Matteo Villani, lib. 8, cap. 39.
Anno di CRISTO MCCCLVII. Indizione X.
INNOCENZO VI papa 6. CARLO IV imperadore 3.
Quantunque il cardinale Egidio Albornoz legato del papa tante prodezze avesse fatto negli Stati della Chiesa, dove altro non gli restava da sottomettere, se non l'ostinato Francesco degli Ordelaffi signor di Forlì e Cesena[1582]; pure, per uno di quei colpi segreti che facilmente accadono nelle gran corti, fu egli richiamato dal papa ad Avignone, e mandato in sua vece al governo dell'armi con molta autorità Androino abbate di Clugnì, che s'intendeva più di dire il breviario che di trattar affari di guerra. Tenne il cardinale nel dì 27 d'aprile un gran parlamento in Fano, dove si licenziò, e raccomandò a tutti la fedeltà verso la santa Sede; ma, conoscendo ognuno di che errore e pericolo fosse il lasciar partire in sì fatte contingenze un uomo di tanto senno, tutti, ed anche lo stesso abbate di Clugnì, cotanto lo scongiurarono di differir almeno sino al settembre la sua andata, che si fermò. Teneva il cardinale un trattato coi cittadini di Cesena[1583], e questo scoppiò nel dì 29 di esso mese d'aprile. Levò rumore il popolo, gridando: Viva la Chiesa; e, prese l'armi, con tal possanza combatterono contro ai provvisionati di Francesco degli Ordelaffi, che gli astrinsero a ritirarsi nella Murata; che così si appellava quella fortezza. Non potè riparare all'improvviso colpo la valorosa Cia, moglie d'esso Ordelaffo; fece bensì ella tagliar la testa a due suoi consiglieri sospetti del tradimento, e poi si accinse disperatamente alla difesa della Murata. Un gran sacco ed incendio di case fu il regalo che per tal mutazione toccò a quella misera città. A questo avviso, il cardinale coi Malatesti e con Roberto degli Alidosi da Imola corse a Cesena con tutte le sue forze, ascendenti tra fanti e cavalli a cento ottanta bandiere. Vinta fu la murata, e Cia si ritirò nella rocca[1584]. Col continuo cavare, fu messa sui pontelli la torre maestra che dava l'entrata in quella rocca; nè volendosi mai rendere la feroce donna all'aspetto del pericolo, nè alle esortazioni di Vanni degli Ubaldini suo padre, che corse apposta colà, attaccato il fuoco ai pontelli, fu fatta in fine cadere la torre, di modo che nel di 21 di giugno restò presa la rocca, e Cia ritenuta prigione coi figliuoli e nipoti. A tale conquista succedette quella di Bertinoro; e, ciò fatto, rivolse il legato le sue genti contro a Forlì. Ma convenne interrompere il corso della vittoria, perchè avendo Francesco degli Ordelaffi implorato soccorso da Bernabò Visconte, questi, per non iscoprirsi nemico della Chiesa, segretamente indusse il conte Lando con danari (esca sola ricercata da lui) a condurre nel mese di giugno la gran compagnia verso la Romagna. Potrebbe nondimeno essere che senza istigazione di Bernabò, e alle istanze dell'Ordelaffi si movesse il conte. Vennero questi masnadieri nelle vicinanze di Forlì. Erano quattro mila cavalieri, mille e cinquecento balestrieri, oltre ad una smisurata folla di ribaldi e femmine che correvano alla carogna. La Cronica di Piacenza ha[1585] che fu solamente una parte della gran compagnia, consistente in soli tre mila combattenti. Bandì il legato[1586] il perdon generale de' peccati a chi prendea la croce contra di costoro. Chi non potea o non volea procedere colle armi, e massimamente le donne, guadagnavano, ciò non ostante, il perdono con pagare; nè passava dì che il legato con questa buona mercatanzia non ricavasse mille e mille ducento fiorini d'oro. Benchè si trovasse egli più forte di gente che la compagnia; pure, temendo di azzardare una battaglia, meglio amò di far tornare in Lombardia quegl'iniqui collo sborso di cinquanta mila fiorini. Pertanto sul fine d'agosto, dopo aver messo l'assedio alla città di Forlì, lasciato il governo dell'armata all'abbate di Clugnì, se ne tornò accompagnato da Malatesta di Rimini ad Avignone, glorioso, benchè maltrattato da quella corte. Nè si dee tacere che, conoscendo egli che la sorgente di tanti guai, a' quali era allora sottoposta buona parte dell'Italia, veniva dalla soverchia avidità e potenza dei due fratelli Visconti, stabilì lega offensiva e difensiva nel dì 28 di giugno con Aldrovandino marchese d'Este, vicario di Ferrara per la santa Sede, e di Modena per l'imperio, coi Gonzaghi signori di Mantova e Reggio, con Giovanni Visconte da Oleggio signore di Bologna, con Giovanni marchese di Monferrato vicario di Pavia, con Simone Boccanegra doge di Genova, e coi Beccheria da Pavia. Lo strumento fu da me dato alla luce[1587]. Parve fatta quella lega contro alla compagnia del conte Lando, ma esso mirava più oltre.
Due mila barbute e gran moltitudine di fanti inviò in quest'anno sul principio di giugno Bernabò Visconte, sotto il comando di Galasso Pio, nel territorio di Modena, dove fece di gran danno[1588]. Venuto il luglio, s'inoltrò quest'armata fino a Piumazzo sul Bolognese[1589], parendo che avesse qualche intelligenza (e fu anche vero) in Bologna. Nel dì 11 d'esso mese le milizie de' Gonzaghi, dell'Estense e dell'Oleggio, comandate da Feltrino Gonzaga, andarono virilmente ad assalire l'armata nemica, e le diedero una buona spelazzata, tanto che la costrinsero a ritirarsi per la via di Nonantola a Carpi, e poscia al loro paese. Fu ben costretto alla resa sul fine di gennaio dell'anno presente da Giovanni marchese di Monferrato il castello di Novara, nè fu possibile ai Visconti con tutti i loro sforzi di dargli soccorso; ma perciocchè il conte Lando, che tuttavia era in quelle parti colla sua gran compagnia, non si accordava con Ugolino da Gonzaga capitano della lega, di più non migliorarono gl'interessi della stessa lega. Anzi verso il fine d'agosto peggiorarono[1590]; imperciocchè riuscì ai Visconti di torre per tradimento ai signori da Gonzaga il castello di Governolo: il che fu cagione, per cui i medesimi Visconti, volte a quella parte la possanza delle lor armi, assediarono Borgoforte, e se ne impadronirono. E così trovandosi sciolte le mani a maggiori imprese, passarono sul Serraglio di Mantova, e posero l'assedio alla stessa città di Mantova. Per questo i collegati, benchè tante volte traditi dal conte Lando, pure, necessitati da così strane vicende, tornarono a chiamarlo in Lombardia al loro soldo. Colà si portò egli nel mese di ottobre colle sue masnade, ed unitosi con Ugolino Gonzaga e coll'altra gente della lega, tutti entrarono nel distretto di Milano, saccheggiando e bruciando[1591]. Lasciati in Castro, castello del Milanese, mille barbute (le barbute erano allora uomini d'armi con due cavalli) e cinquecento fanti, affinchè il nemico fosse distratto in quelle parti, s'inoltrò l'armata sul Bresciano. Giovanni Bizozero, capitan generale di Bernabò, si levò per questo di sotto a Mantova, e, andato loro incontro nel mese di dicembre al passo dell'Oglio, venne a battaglia. Ostinatamente fu combattuto; ma restò sconfitto l'esercito del Visconte, e fatto prigione lo stesso suo capitano con venti conestabili ed altra gente. Poco differente fortuna provò un'altra parte dell'armata d'essi Visconti, la quale, avendo assediato in Castro i soldati suddetti della lega, si credeva d'ingoiarli; ma fu virilmente rispinta ed obbligata a ritirarsi. Seguito io qui l'ordine delle cose e dei tempi tenuto da Matteo Villani, autore molto accurato, e che scrivea gli avvenimenti d'allora, il cui racconto vien confermato dalla Cronica di Piacenza; perciocchè le storie di Pietro Azario e del Corio sembrano a me imbrogliar qui i tempi e le imprese.
Nel maggio di quest'anno Luigi re di Napoli, dimorante in Messina, facendo credere a quel popolo di voler quivi tener la sua corte per sei anni, si avvisò di far l'assedio di Cattania[1592]. Con mille e cinquecento cavalieri ed assai fanteria Niccolò degli Acciaiuoli Fiorentino gran siniscalco formò quell'assedio. Ma da due galee catalane essendo state prese due del re Luigi, destinate a portar la vettovaglia al campo, talmente rimasero sbigottiti gli assedianti, prima sì baldanzosi, che si diedero ad una precipitosa fuga sul fine del suddetto mese, lasciando indietro tende e bagaglio. Furono inseguiti dalla guarnigion di Cattania, e maltrattati dai villani, con restar prigione il conte Camarlingo. Le storie di Napoli aggiungono che anche Niccolò Acciaiuoli fu preso, e riscattato col cambio di due sorelle del re di Sicilia Federigo, soprannominato il Semplice. Ma abbiamo da Matteo Villani, ch'egli per valore d'un buon destriere si salvò, con aver nondimeno perduto gran tesoro di gioielli e di arnesi. Questa disgrazia e la ribellione molto prima cominciata nel regno di Napoli da Luigi duca di Durazzo, il quale s'era unito con Giovanni Pipino conte di Minerbino, furono cagione che il re Luigi se ne tornasse a Napoli, per attendere a quello che più gl'importava nelle congiunture presenti. Intanto continuava la guerra di Lodovico re d'Ungheria contra de' Veneziani nel Trevisano e in Dalmazia. Sostennero con vigore questo gran peso i Veneziani in questa parte, ed altrettanto andavano facendo in Dalmazia[1593]. Ma nel settembre di quest'anno accadde che, per tradimento dell'abbate di San Grisogono, ossia di San Michele di Zara, una notte furono introdotte con iscale per le mura le milizie unghere: laonde quella riguardevol città fu presa, e non passò l'anno che anche il castello d'essa fu obbligato a rendersi: disavventure che in fine fecero prendere al senato veneto la risoluzion di chiedere pace, e di ottenerla, siccome diremo all'anno seguente. Ma intanto penetrato alle città di Traù e di Spalatro l'avviso che i Veneziani esibivano al re quelle due città, il popolo d'esse, per farsi merito con esso re, a lui si diedero prima del tempo, senza voler dipendere dall'altrui volontà. Anche Simone Boccanegra doge di Genova tanto s'industriò in questo anno, che ridusse all'ubbidienza sua Ventimiglia, Savona e Monaco: con che assai crebbe in riputazione il governo suo. Era in questi tempi frate Jacopo Bussolari dell'ordine de' Romitani di santo Agostino in gran credito in Pavia per la sua pietà ed astinenza, e più per le sue ferventi prediche[1594]. Perciò, divenuto arbitro del popolo, il menava a suo piacere. Non contento egli d'impiegare il suo talento negli affari spirituali, cominciò a mischiarsi nel governo temporale. Tenevasi forte con lui Giovanni marchese di Monferrato, siccome quegli che aspirava al dominio di Pavia, città allora di gran potenza e ricchezze. Un dì (e fu creduto a suggestion del marchese) perorò così bene frate Jacopo contro i signori di Beccheria, signori da gran tempo di quella città, ma discordi fra loro e poco timorati di Dio, che indusse il popolo a scuotere il loro giogo, e a governarsi a comune. Castellino, Fiorello e Milano, i primi della suddetta famiglia, essendone fuggiti, intavolarono segretamente un trattato coi signori di Milano, pensando col braccio loro di ritornare in Pavia. Scoperto il negoziato, furono cacciati della città gli altri da Beccheria, e presi da cento cittadini loro amici, dodici de' quali ebbero mozzato il capo. Quindi venuto a Pavia il marchese di Monferrato con mille e ducento cavalieri e quattro mila fanti, mosse il frate tutto quel popolo, ed egli alla testa loro marciò sul Milanese, da dove asportò una sterminata copia d'uve, di cui Pavia pativa troppa penuria.
NOTE:
[1582] Matteo Villani, lib. 7, cap. 56.
[1583] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[1584] Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.
[1585] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1586] Matteo Villani, lib. 7, cap. 84.
[1587] Piena Esposizione, Append., num. 14.
[1588] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.
[1589] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1590] Matteo Villani, lib. 7, cap. 98.
[1591] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 18. Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1592] Matteo Villani, lib. 7, cap. 72.
[1593] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Italic.
[1594] Petr. Azar., Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 2.
Anno di CRISTO MCCCLVIII. Indizione XI.
INNOCENZO VI papa 7. CARLO IV imperatore 4.
La gran potenza e i fortunati successi di Lodovico re d'Ungheria nella guerra da lui mossa alla repubblica veneta indussero quel saggio senato a pregarlo di pace, con rimettere a lui, sapendo quanto fosse magnanimo, le condizioni dell'accordo[1595]. Gradì il re così manierosa offerta, accettò i loro ambasciatori, e rispose di non voler danari, perchè niun bisogno avea dell'altrui moneta, ma bensì che pretendea quello che anticamente era della sua corona. Però fu convenuto che a lui restassero le città dell'Istria, Dalmazia e Schiavonia; e laddove da tanto tempo indietro il doge di Venezia si intitolava dux Venetiarum, Dalmatiae, Croatiae, et quartae partis totius imperii Romaniae, bisognò ridurre quel titolario al solo dux Venetiarum. Per altro il re restituì loro tutte le castella prese sul Trevisano, con obbligare i Veneziani a dar pace a tutti que' castellani, e a fornirgli nelle occorrenze ventiquattro galee alle spese del medesimo re. In questa dolorosa maniera terminò la guerra del re unghero, terrore allora di tutti i vicini, colla repubblica veneta. Restò un'amarezza grande di quel senato contra di Francesco da Carrara signore di Padova, perchè egli avea usato di molte finezze al re Lodovico e alle sue genti durante la guerra suddetta di Trivigi; con lamentarsi inoltre, perchè egli continuamente avesse somministrato vettovaglie al campo nemico, senza di che sarebbe stata presto terminata la guerra in quelle parti per mancanza di sussistenza. Rispondeva il Carrarese d'aver ciò fatto per necessità della vicinanza, e per salvare il proprio paese, mentre avrebbono que' Barbari preso per forza e senza pagamento ciò che si fosse loro negato. Ma nè queste nè altre ragioni ritennero i Veneziani dal farne vendetta, allorchè il tempo propizio loro si presentò. Era anche stata guerra in regno di Napoli per la ribellione del duca di Durazzo: laonde s'erano riempiute d'assassini e di mala gente tutte quelle contrade. Ma dacchè il conte di Minerbino, grande autore e fomentatore di sedizioni, fu, secondo il suo merito, impiccato, ebbe campo Niccolò Acciaiuoli gran siniscalco con altri baroni di metter pace fra il re Luigi e il suddetto duca, e gli altri Reali nel maggio di quest'anno. Gran festa se ne fece, e dacchè furono banditi dal regno gli uomini d'arme forestieri, si restituì la tranquillità a quel regno.
Tornò nell'aprile di quest'anno Galeazzo Visconte all'assedio di Pavia per terra e per acqua[1596]. Perchè fu creduto che i signori da Beccheria, che erano col Visconte, fossero gl'istigatori di questa guerra, fra Jacopo Bussolaro, di cui s'è parlato di sopra, tanto strepito fece colle sue prediche, piene in apparenza di zelo, per la lor distruzione, che il popolo, uomini, donne e fanciulli corsero a diroccare e spianare da cima a fondo tutti i loro bei palagi: impresa veramente nobile di quel religioso cappuccio, quasi che peccassero le case, onde meritassero un sì barbaro gastigo. Grande fu lo sforzo de' Pavesi per la difesa della città, e fecero anch'essi un nobile armamento di navi sul Ticino per resistere al copioso naviglio di Galeazzo, formato in Piacenza[1597], di cui era capitano Fiorello da Beccheria. Fra queste due armate navali succedette un giorno un fiero combattimento ad uno steccato fabbricato da' Pavesi in quel fiume. Restarono morti e feriti assaissimi dall'una parte e dall'altra; ma ne andarono infine sconfitti i Pavesi; fu distrutto lo steccato, e quattro lor galeoni con altre barche vennero in potere de' Piacentini. Durava nello stesso tempo la guerra di Bernabò Visconte contro ai Gonzaghi, Estensi e Bolognesi[1598]. Nel dì 20 di marzo s'affrontarono le loro armate a Monte Chiaro, che era allora del distretto di Cremona, e tutti menarono ben le mani. La vittoria si dichiarò in favore de' collegati. Ma neppur questo servì a vantaggiar gl'interessi di Ugolino da Gonzaga, perchè i Visconti dopo una perdita pareva sempre che comparissero più forti di prima; e il contado di Mantova, per la perdita di Governolo e Borgoforte e del Serraglio, si trovava in gravi angustie e in pericolo di peggio. Perciò cominciò egli a muovere parola di pace, e trasse nel sentimento suo anche Aldrovandino Estense signore di Ferrara, e Giovanni da Oleggio, giacchè tutti si consumavano in questa guerra senza profitto alcuno. Prestò volentieri orecchio a questa proposizione anche Bernabò Visconte per desiderio di rompere il nodo di quella lega, e perchè a lui nulla costava di far oggi una pace, e domani il romperla, se gli tornava il conto[1599]. Spedirono i collegati a Milano i loro plenipotenziarii, ed in essa città fu conchiusa e pubblicata la pace nel dì 8 di giugno. A quel trattato intervennero anche gli ambasciatori di Carlo IV imperadore, di Giovanni marchese di Monferrato, di Venezia e d'altri signori. E perciocchè Galeazzo Visconte pretendea la restituzion di Novara e di Alba, a lui tolte dal suddetto marchese, fu rimessa la decisione di questa pendenza all'imperadore, il qual poscia decise che fossero restituite a Galeazzo quelle due città, e che questi restituisse al marchese la terra di Novi sul confine del Genovesato. Per quello che vedremo, pare che nulla fosse determinato per conto di Pavia[1600]. Essendo poi nato nel settembre un figliuolo a Bernabò Visconte, ne vollero essere compari al battesimo Aldrovandino marchese d'Este, Ugolino da Gonzaga e Giovanni da Oleggio. V'andarono in persona i due primi coll'accompagnamento di copiosa nobiltà. L'Oleggio, volpe vecchia, vi mandò per suo ambasciatore un suo nipote. Di ricchi presenti, secondo il costume d'allora, fecero questi signori a Regina dalla Scala moglie di Bernabò, e al figliuolo Lodovico. L'Estense donò una coppa d'oro piena di perle, anelli e pietre preziose di valore di circa dieci mila fiorini d'oro; il Gonzaga sei coppe di argento dorato, e l'Oleggio molte pezze di panno d'oro e gran quantità di zibellini. Sotto questo bel colore comperarono i men forti l'amicizia dei più forti. Furono anche celebrate in Milano le nozze di Caterina, figliuola del fu Matteo Visconte, con Ugolino da Gonzaga, e si fecero per tal occasione bellissime giostre e torneamenti in quella città. Ma Feltrino da Gonzaga, insospettito che il nipote Ugolino coll'alleanza contratta coi Visconti l'escludesse dal dominio di Mantova, prima che egli tornasse a Mantova, cavalcò a Reggio, e prese l'intero possesso di quella città, e provvide di molta gente Suzara, Reggiuolo e Gonzaga, per impedir gli attentati del nipote. Ugolino, venuto anch'egli a Mantova, ad esclusion dello zio prese in sè tutta la signoria di quella città, e tra loro da lì innanzi sempre fu un grosso sangue.
Per la pace seguita in Lombardia restò licenziata la gran compagnia del conte Lando[1601], e questa sen venne sul Bolognese nel mese di giugno, e si accampò a Budrio. Era ito in Germania il conte, portando seco gl'immensi tesori raccolti da tante ruberie in Italia, co' quali fece acquisto di terre e castella. Seppe costui così ben dipignere a Carlo IV imperadore i vantaggi che potea portare a lui e allo imperio la sua gente in Toscana, che Carlo il dichiarò suo vicario in Pisa, e forse per la Toscana. Tornato questo capo di assassini in Italia, allorchè fu sul Bolognese, intese come i suoi caporali aveano presa condotta dai Sanesi, e n'ebbe piacere, perchè al precedente motivo si aggiugnea quest'altro di passare in Toscana. Aveano i Perugini assediata Cortona. Ora i Sanesi, che di mal occhio vedevano l'ingrandimento de' vicini Perugini, ed erano anche pulsati per aiuto dai Cortonesi, non solamente mandarono gente alla difesa di quella città, ma anche presero al loro soldo Anichino di Bongardo, anch'esso Tedesco, che avea messa insieme una compagnia di circa mille e ducento barbute. Con tali rinforzi sul fine di marzo usciti in campagna, fecero levar l'assedio di Cortona con perdita non lieve e molta vergogna de' Perugini. Per cancellar tale onta, più che mai feroci ed ingrossati di gente se ne tornarono i Perugini sotto Cortona. Vennero poscia i Sanesi a battaglia, e ne furono malamente sconfitti, con veder poi gli stessi nemici alle lor porte: dal che irritati chiamarono al loro soldo la gran compagnia. In tale stato di cose avvenne che il conte Lando, giacchè intese l'invito accettato dalla sua gente di passare sul Sanese, ed egli stesso pel nuovo suo vicariato bramava di portarsi colà, si mise in viaggio nel dì 24 di luglio per uno scosceso ed aspro cammino dell'Apennino, a lui prescritto dai Fiorentini. Ma non potendosi contenere i suoi soldati dal rubare e maltrattare i montanari, costoro in numero solamente di ottanta si postarono ne' siti superiori della via, e rotolando giù grossi sassi, senza che potessero quegli sgherri nè offendere, nè difendersi, li misero in fuga. Vi furono morti circa trecento di essi, oltre a molti presi, e più di mille cavalli e trecento ronzini con assai roba rimasta in preda ai vincitori. Lo stesso conte Lando malamente ferito fu condotto prigione, ma con promessa di molti danari trafugato si condusse a Bologna, dove ben accolto da Giovanni da Oleggio, per la sua poca cura fu in pericolo della vita. Il resto di quella mala gente si ridusse nel contado d'Imola. Francesco degli Ordelaffi, che vedea mal volentieri stretta la sua città di Forlì da due bastie poste dal legato pontificio, tirò al suo soldo quei masnadieri per isperanza che smantellassero le due nemiche fortezze. Costoro fecero di grandi crudeltà e saccheggi in Romagna nel restante dell'anno. Ma avendo la corte pontificia d'Avignone riconosciuta la balordaggine commessa nel richiamar d'Italia l'assennato e valoroso cardinale Egidio, il rimandò in quest'anno con titolo di legato ed ampia autorità negli Stati della Chiesa. Passata la metà di dicembre, arrivò egli in Romagna, e si diede a studiare i mezzi per vincere la pugna contro l'ostinato signore ossia tiranno di Forlì. I Sanesi intanto[1602] e i Perugini, che erano in guerra, e si trovavano stanchi ed esausti per le perdite vicendevolmente fatte di genti e di avere, vennero a pace. Restò ai Sanesi una specie di dominio in Cortona. Montepulciano venne in poter dei Perugini.
NOTE:
[1595] Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 30.
[1596] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Italic.
[1597] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1598] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1599] Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.
[1600] Corio, Istor. di Milano.
[1601] Matteo Villani, lib. 8, cap. 60.
Anno di CRISTO MCCCLIX. Indizione XII.
INNOCENZO VI papa 8. CARLO IV imperadore 5.
Dacchè Bernabò Visconte ebbe sciolta la lega lombarda, che tanto gli avea dato da fare, benchè avesse fatta pace ancora con Giovanni da Oleggio signor di Bologna, nè questi occasione alcuna gli avesse dato di romperla; pure si preparò in quest'anno per fargli guerra, tenendo per fermo che fosse giunto il giorno beato di ricuperar Bologna[1603]. Unita dunque una armata di quattro mila cavalli e di molta fanteria, di cui fece capitano il marchese Francesco Estense fuoruscito di Ferrara, nel dì 6 di dicembre questa arrivò nelle vicinanze di Modena. Avea l'Oleggio ben preveduto questo nembo, e a tal fine spediti i suoi soldati con parte del popolo di Bologna alla guardia del fiumicello Muzza, e fatto anche fortificar quelle ripe; ma appena giunse la voce dell'avvicinamento di un sì poderoso esercito nemico, che tutti diedero volta e si ritirarono a Bologna. Nel dì 8 del suddetto mese avendo l'armata milanese passato in due guadi il fiume Panaro, andò a mettere l'assedio a Crevalcuore, e per accordo entrò in quella terra nel dì 17. Poscia nella festa del santo Natale arrivò ne' contorni di Bologna; levò a quella città il canale dell'acqua del Reno, e per conseguente l'uso de' mulini, e fabbricò una bastia a Casalecchio. Allora fu che Giovanni da Oleggio cominciò a prevedere di non poter sostenere a lungo tante forze venutegli addosso, massimamente perchè neppure uno alzava un dito per lui.
Prima che queste cose avvenissero[1604], Galeazzo Visconte, aiutato da Bernabò suo fratello, spedì un poderoso esercito sotto il comando di Luchino dal Verme all'assedio di Pavia. Moriva di voglia di quella sì riguardevol città; e seco erano i signori da Beccheria, i quali aveano già prese tutte le castella della Lomellina e del distretto pavese. Frate Jacopo Bussolari, di cui abbiam parlato altre volte, dell'ordine di santo Agostino, e non già degli Umiliati, come ha il Corio[1605], non cessava colle sue prediche di animar quel popolo alla difesa, promettendo loro continuamente vittorie. E perciocchè era venuto meno il danaro, con persuadere alle donne l'abbandonare il lusso e le pompe, cavò loro di mano tutti gli anelli, e gioielli e vesti preziose, e da' cittadini tutti i vasi d'oro e d'argento, colla vendita dei quali fatta in Venezia ricavò assai pecunia per supplire a' bisogni della guerra. Ma questo a nulla giovò. Cominciò la città a penuriar di grano. Il buon frate ne cacciò tutti i poveri, gl'inabili e le donne di mala vita. Pure di dì in dì cresceva la carestia[1606], e a questi malanni s'aggiunse una grave epidemia, che portò gran gente all'altro mondo. Secondochè scrisse il Corio, i Pavesi durante questo assedio fecero una sortita con tal bravura, che misero in isconfitta l'esercito del Visconte, uccidendone e prendendone assaissimi. Dal che nondimeno non punto sbigottito Galeazzo, in breve rifece l'armata, e più forte di prima tornò a strignere d'assedio Pavia. Nulla di ciò s'ha da Pietro Azario storico di questi tempi. Ma siamo assicurati da Matteo Villani[1607] e dagli Annali di Piacenza[1608] che Giovanni marchese di Monferrato, vedendosi tolta la maniera di soccorrere quella città, non meno per terra che per acqua, prese al suo soldo la compagnia del conte Lando, e fattala venire per la riviera di Genova, andò con essa gente a postarsi verso Bassignana. Non poterono i Visconti impedire un dì lo sforzo di costoro, che non introducessero in Pavia un convoglio di vettovaglia; ed allora accadde, a mio credere, il conflitto poco fa accennato dal Corio. Ma nel mese di settembre peggiorò la febbre di Pavia, con aver Galeazzo Visconte tirata al suo soldo buona parte della suddetta compagnia del conte Lando, gente senza legge e fede, pronta a vendersi ogni dì a chi più le offeriva. Restò solamente al servigio del marchese di Monferrato Anichino di Bongardo Tedesco con circa due mila persone tra cavalieri e fanti. Perciò veggendo fra Jacopo Bussolari e i principali di Pavia disperato ii lor caso, nel mese di novembre cominciarono a trattare con Galeazzo della resa della città, e a procurar dei vantaggiosi patti. Impetrarono tutto, e il Visconte anch'egli ottenne il possesso e dominio di Pavia. Gran confidenza mostrò il Visconte al Bussolari in quel trattato, ed anche dopo essere entrato padrone in Pavia; ma giacchè il superbo frate, nel procacciare agli altri una buona capitolazione, scioccamente avea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio per la propria persona, da lì a pochi giorni fu preso, e condannato dal suo generale ad una perpetua prigionia nella città di Vercelli: gastigo a cui non si oppose il Visconte, o, per dir meglio, gastigo a lui procurato segretamente dal Visconte medesimo, e d'istruzione ad altri d'attendere al loro breviario, e di non mischiarsi ne' secolareschi affari, e molto meno in quei di guerra. Fece poi Galeazzo fabbricar un forte castello in Pavia per tenere in briglia quel popolo, che da tanto tempo manteneva una grave antipatia con Milano e co' signori di Milano. Grande accrescimento di potenza fu questo a Galeazzo Visconte.
Fu ben presa, siccome dicemmo, al suo soldo da Francesco degli Ordelaffi la compagnia del conte Lando; ma parte perchè egli non potea mantenerla, e parte per li prudenti maneggi del cardinale Egidio legato, questa si voltò verso il contado di Firenze, cercando da sfamarsi e da trovar buon bottino. Non si lasciarono far paura in questa occasione i Fiorentini, ed usciti in campagna con quanta gente d'armi poterono adunare anche delle loro amistà, mostrarono a que' masnadieri i denti in maniera, che a guisa di sconfitti si partirono dal loro distretto, passando dipoi a' servigi del marchese di Monferrato. Restato perciò in asse il bestiale signor di Forlì, e sempre più stretta la sua città, si ridusse in fine come disperato a quella risoluzione che mai non volle prendere in addietro, benchè con patti di molto vantaggio. Interpostosi adunque Giovanni da Oleggio[1609], andò l'Ordelaffo a rendersi liberamente al cardinale legato, il quale nel dì 4 di luglio prese il possesso di quella città e di tutte le fortezze, con gran festa di que' cittadini che si videro liberati da un aspro giogo. All'Ordelaffo il prode cardinale diede l'assoluzione, e lasciò la signoria di Forlimpopoli e di Castrocaro. Così la Romagna restò in pace, e tutta all'ubbidienza della Chiesa romana. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 10 oppure 13 di marzo[1610] Bernardino da Polenta signore, o piuttosto tiranno di Ravenna, uomo perduto nella lussuria, uomo crudele, che enormi aggravii avea imposto a quel popolo, di modo che in Ravenna non abitavano più se non dei contadini e de' poveri artigiani. Erede suo fu Guido da Polenta, suo figliuolo, proclamato signore da quei cittadini, tutto diverso dal padre, che, richiamato alla patria ogni fuggito e bandito, si diede a governar con placidezza ed amore il suo popolo, e dal cardinale legato riportò la conferma di quel dominio. Can Grande signor di Verona, anche egli per la sua vita dissoluta e crudele[1611] s'era guadagnato l'odio del popolo suo. Maltrattava del pari i suoi due fratelli, cioè Can Signore e Paolo Alboino, e non men la moglie, benchè bella e savia donna, perchè perduto dietro a due meretrici. E perciocchè Can Signore udì un giorno certe minaccie che il fecero temere della vita, scelse il dì 14 di dicembre per vendicarsene. Trovato dunque per istrada in Verona Can Grande, che a cavallo se ne andava a diporto, avventandosi, con uno stocco il passò da parte a parte, e morto il lasciò. Se ne fuggì egli a Padova, benchè niuno in Verona si movesse contra di lui. Il perchè nel dì 17 d'esso mese tornato colà con gente datagli da Francesco da Carrara signore di Padova, dappoichè Paolo Alboino suo fratello era stato eletto signore, non trovò difficoltà veruna a farsi proclamar suo collega nella signoria. Degna di memoria è la forse non mai veduta strabocchevol quantità ed altezza delle nevi cadute in quest'anno in Lombardia. In Modena, Bologna ed altre città fu alta due ed anche tre braccia, laonde rovinarono molte case; e scaricata dai tetti, arrivava sino alle gronde delle case, nè per contrada alcuna si potea passare, nè buoi o carra mettersi in viaggio.
NOTE:
[1602] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.
[1603] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Italic.
[1604] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. eod.
[1605] Corio, Istor. di Milano.
[1606] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1607] Matteo Villani, lib. 9, cap. 35.
[1608] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1609] Matteo Villani, lib. 9, cap. 36.
[1610] Rubeus, Hist. Ravenn., lib 9. Matteo Villani, lib. 9, cap 13.
[1611] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 420.
Anno di CRISTO MCCCLX. Indizione XIII.
INNOCENZO VI papa 9. CARLO IV re de' Romani 6.
Per qualche tempo si andò sostenendo Giovanni da Oleggio contro le forze di Bernabò Visconte, perchè dal cardinale Egidio legato apostolico fu sovvenuto di qualche soldatesca, e l'accortezza sua provvedeva a molti pericoli e bisogni. Ma vedendo troppo chiaro l'impotenza sua di resistere a sì gagliardo nemico, il quale avea anche avuto a tradimento Castelfranco e Serravalle, e non sapendo a qual partito volgersi per tener salda la città di Bologna, così strettamente bloccata ed angustiata da varie bastie[1612], cominciò a trattare col cardinale di cedere a lui Bologna. Ne trattò ancora co' Fiorentini, e lo stesso Bernabò, dopo aver penetrati i di lui maneggi, entrò anche egli al mercato. Ma il pallio toccò all'avveduto cardinale Egidio, il quale in contraccambio assegnò all'Oleggio il dominio della città di Fermo sua vita naturale durante, e ne diede il possesso ai di lui stipendiati[1613]. Uscì nascostamente fuor di Bologna nella notte antecedente al primo giorno d'aprile Giovanni da Oleggio, senza che il popolo potesse fargli oltraggio alcuno in vendetta delle tante tirannie loro usate; e ne presero la tenuta Blasco Gomez nipote del cardinale, e Pietro da Farnese capitano della gente di esso legato, con giubilo immenso di que' cittadini. Poco nondimeno durò la loro allegrezza; perchè inviato dal capitano suddetto ordine alle milizie di Bernabò di levarsi dal contado di Bologna, siccome città della Chiesa, loro venne un ordine in contrario da esso Bernabò di continuare il blocco, e di far peggio di prima. Però seguitando per molti mesi ancora le genti del Visconte a vivere in quelle contrade e a saccheggiar tutte le ville, incredibil danno ne seguì a que' popoli, e Bologna più che prima si trovò in gravissime angustie. Al cardinale Albornoz mancava la possanza per fare sloggiar il nemico; pertanto ricorse al re Lodovico di Ungheria, pregandolo d'un soccorso di sua gente al soldo della Chiesa. Nè lo chiese invano[1614]. Mandò il re in Italia un corpo di più di quattro, e v'ha chi dice più di sei mila arcieri a cavallo al cardinale, crescendo con ciò i cani a divorar le viscere de' miseri Italiani. La gente di Bernabò, senza voler aspettare l'arrivo di questi barbari, nel dì primo di ottobre si ritirò pel Modenese alla volta di Parma, con lasciar ben provvedute le bastie intorno a Bologna. Arrivati gli Ungheri, non volle il cardinale lasciarli stare in ozio, ma li spinse, insieme colle genti di Malatesta signor di Rimini, a' danni de' Parmigiani[1615]. Commisero costoro nel passaggio pel Modenese crudeltà enormi contro uomini, donne e fanciulli, saccheggiando dappertutto. Più nefanda ancora fu la loro barbarie nel distretto di Parma, dove maggiormente attesero a saziar la loro ingordigia ed avarizia, che a vincere l'assediata città e a debellare i nemici. Se ne tornarono di dicembre, e fu creduto che Bernabò gli avesse addolciti con qualche prezioso liquore. In questo mentre i Bolognesi con tutto il loro sforzo espugnarono le bastie di Bernabò poste a Castenaso, a Casalecchio e in altri siti, e se ne impadronirono: con che restò quieta quella città.
Intanto Bernabò, pertinace nel proposito suo, s'applicò a provvedersi sempre più di gente e di danaro per continuar la guerra contro Bologna. Senza curarsi delle censure ecclesiastiche, ed anche per far dispetto al legato, smisuratamente aggravò di contribuzioni il clero secolare e regolare delle sue città, con ricavarne più di trecento mila fiorini d'oro. Prese al suo soldo il conte Lando, lo spedì in Germania per trarre in Italia un nuovo rinforzo di ladri e ribaldi, ridendosi intanto del legato, e minacciandolo più che mai pel primo tempo. In questo mentre Galeazzo suo fratello dopo l'acquisto di Pavia pensò maggiormente a nobilitar la sua casa con un illustre parentado[1616]. Sapendo che Giovanni re di Francia si trovava in necessità di danaro per pagare il riscatto della sua persona promesso al re d'Inghilterra, da cui aveva ottenuto di potere ritornare in Francia, con lasciare in Londra buoni ostaggi per questo, trattò di ottenere Isabella figliuola d'esso re in moglie per Galeazzo suo figliuolo, assai giovinetto, perchè nato nel 1354, che fu poi nominato Gian-Galeazzo. Fu conchiuso il trattato[1617] per mezzo di Amedeo VI conte di Savoia, fratello di Bianca moglie del suddetto Galeazzo. Cento mila fiorini d'oro scrive il Corio[1618] pagati da Galeazzo al re per impetrar sì nobil nuora; nomine mutui, sive doni, dice l'autore della Vita d'Innocenzo VI[1619]. Soggiugne esso Corio, essere stata pubblica voce che questa alleanza gliene costasse ben cinquecento mila. Matteo Villani[1620] fa giugnere la spesa fino a secento mila; e ciò con sommo aggravio de' suoi sudditi, forse per la giunta del viaggio e delle suntuosissime nozze che si fecero in tal occasione. Arrivò la real principessa a Milano nell'ottobre con accompagnamento mirabile di Franzesi e Lombardi, e quivi le feste e i bagordi furono senza fine. Pietro Azario rende testimonianza di quella straordinaria magnificenza e delle smoderate spese che fecero piagnere i popoli suoi. Date furono dal re in dote alla figliuola alcune terre nella Sciampagna, che, erette in contea, portarono al genero Gian-Galeazzo il titolo di conte di Virtù, sotto il qual nome per molti anni dipoi fu egli conosciuto, siccome vedremo. Erano state donate da Carlo IV imperadore a Lodovico re d'Ungheria le città di Feltro e Cividal di Belluno[1621]. Il re, che professava non poche obbligazioni e molto amore a Francesco da Carrara signore di Padova, a lui ne fece un regalo nell'anno presente. Nel mese di novembre ne mandò il Carrarese ben volentieri a prendere il possesso. Intanto la Sicilia si trovava in grandi affanni, e lacerata per la guerra ch'era fra i Catalani, difensori del giovinetto re don Federigo, e le genti di Luigi re di Napoli, con cui teneano i Chiaramontesi. Ma il re Luigi non vi potea accudire, perchè, oltre al ritrovarsi smunto di gente e di pecunia, e il duca di Durazzo ed alcuni baroni di dubbiosa fede, venne anche ad infestare il suo regno Anichino di Mongardo con una poderosa compagnia di masnadieri tedeschi ed ungheri. Costui, dopo aver succiato quanto danaro potè da Giovanni marchese di Monferrato, secondo il costume di que' malvagi, l'abbandonò, e sen venne in Romagna a cercar migliore ventura. Quattordici mila fiorini d'oro cavò dalla borsa del cardinale legato Albornoz, con patto di uscir degli Stati della Chiesa romana. Se n'andò egli dunque verso il regno di Napoli con circa due mila e cinquecento cavalieri tra tedeschi ed ungheri, e gran ciurma di fanti; ed, entratovi, cominciò ad assassinar le ville di quelle contrade, e a prendere alcune terre; e quivi passò il verno fra le abbondanti maledizioni di que' popoli.
NOTE:
[1612] Matteo Villani, lib. 9, cap. 65.
[1613] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1614] Additam. ad Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1615] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1616] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1617] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1618] Corio, Istor. di Milano.
[1619] Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1620] Matteo Villani, lib. 9.
[1621] Additamenta ad Cortusior. Hist., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXI. Indizione XIV.
INNOCENZO VI papa 10. CARLO IV imperatore 7.
Teneva tuttavia la gente di Bernabò Visconte nel Bolognese Castelfranco, ed alcune altre castella[1622], e a poco a poco ingrossandosi, ricominciò per tempo la guerra in quelle parti. Il cardinal Egidio Albornoz, veggendo mal parate le cose, e che penerebbe a resistere a sì potente avversario, siccome personaggio di gran cuore e senno, nel dì 15 di marzo si mise in viaggio, risoluto di passare personalmente in Ungheria per mare ad implorar più gagliardi soccorsi dal re Lodovico, giacchè gli Ungheri precedentemente inviati in aiuto del legato, parte s'erano arrolati nell'armata di Bernabò e parte nella compagnia di Anichino di Mongardo. Avea lo stesso re fatto sperare al papa d'essere pronto a venire in persona in Italia colle sue forze, per metter fine all'insaziabilità di Bernabò, uomo nato solamente per rovinare i propri sudditi e gli altrui con tante guerre. Ma, ossia che i regali fatti a tempo correre dallo stesso Bernabò nella corte del re unghero facessero buon effetto, ovvero che non si accordassero le pive fra la corte pontificia e lui, certo è che il cardinale gittò via i passi, e se ne tornò qual era ito, senza ottener soccorso veruno. In questo mentre a dì primo di aprile ebbero le genti di Bernabò a tradimento il castello di Monteveglio. Nel dì 15 d'esso mese passò il medesimo Bernabò con poderoso esercito in vicinanza di Modena, e andò a posarsi a Castelfranco. Messo dipoi l'assedio a Pimaccio ossia Piumazzo, nel dì 10 di maggio s'impadronì di quel castello, e fra cinque giorni anche del girone: il che fatto, se ne tornò per Modena a Parma, accompagnato da pochi, lasciato nel Bolognese l'esercito suo sotto il comando di Giovanni Bizozero. Tre bastie furono piantate dalle genti sue due miglia lungi da Bologna in tre siti, cioè una al ponte di Reno, una a Corticella, e la terza a San Ruffillo. Con queste briglie intorno male stava Bologna. Nuovi guai ancora si suscitarono in Romagna, perchè Francesco degli Ordelaffi, già signore di Forlì[1623], dacchè vide acceso sì gran fuoco, si mise a' servigi di Bernabò, e seco ebbe Giovanni de' Manfredi già signore di Faenza. Ora amendue coll'armi del Visconte e de' lor parziali cominciarono guerra or contra Forlì, or contra Rimini. Per mancanza di vettovaglia insorsero in Bologna non pochi lamenti e sospetti di congiure, parendo al popolo di non poter lungamente durarla così. Ma il saggio cardinale Albornoz e il vecchio Malatesta signore di Rimini col senno provvidero al bisogno[1624]. Finsero una lettera scritta a Francesco degli Ordelaffi per parte di un suo amico, che gli promettea l'entrata in Forlì, s'egli con corpo di gente si fosse presentato a un determinato tempo colà. A questo fine si mosse egli con ottocento barbute, lasciando per conseguente smagrito l'esercito del Bizozero. Matteo Villani racconta in altra guisa lo stratagemma fatto da Malatesta al generale del Visconte. Oltre a ciò, una notte, senza che alcuno se ne accorgesse, arrivò in Bologna Galeotto de' Malatesti con cinquecento barbute e trecento Ungheri. Era il dì 20 di giugno, in cui il cardinale ordinò che tutta la miglior gente di Bologna fosse in armi a un tocco di campana. Più di quattro mila ben guarniti e vogliosi di battaglia, unitisi colle genti d'armi, a dirittura marciarono alla bastia di S. Ruffillo, ed assalirono con tal vigore il campo nemico, che, dopo lunga difesa, rimase buona parte della gente di Bernabò od estinta sul campo, o presa, e pochi si salvarono colla fuga. Lo stesso generale del Visconte, cioè Giovanni da Bizozero, con circa mille armati fu condotto prigioniere a Bologna. La bastia di S. Ruffillo fu presa, e per tale sconfitta le guarnigioni di Bernabò che erano nelle altre due bastie, dopo avere attaccato fuoco, precipitosamente si ritirarono a Castelfranco.
Nè questa fu la sola avversità di Bernabò. Perch'egli teneva Lugo in Romagna, mille e ducento de' suoi cavalieri nel novembre inviati a quella volta vollero passare il ponte di Reno[1625]. Uscì il popolo di Bologna, li perseguitò, e buona parte di essi fece prigionieri. Nella Cronica di Bologna[1626] questo fatto è narrato all'anno seguente. Così nel mese di giugno[1627] avendo egli un segreto trattato in Correggio per prendere quella terra, Giberto da Correggio lo penetrò, ed ottenute da Ugolino da Gonzaga signor di Mantova quindici bandiere di cavalieri, fece vista di lasciar entrare le diciassette bandiere di cavalieri colà inviate da Bernabò, ed aperta la porta, gli ebbe tutti prigioni. Parimente nel settembre[1628] essendosi portata a Revere sul Mantovano una parte dell'esercito di Bernabò, mettendo tutto a sacco, Ugolino da Gonzaga col popolo di Mantova andò valorosamente ad assalir quella gente, e totalmente la sconfisse colla strage e prigionia di molti. Ma non era in que' tempi molto difficile il rimettere in piedi le armate, per quel che riguarda la gente perchè l'uso portava che i vincitori, riunendo tutti i conestabili, uffiziali, ed altre persone capaci di taglia, lasciavano andar con Dio i prigioni gregarii, con spogliarli solamente dell'armi e de' cavalli. In questo mentre Galeazzo Visconte fratello di Bernabò attendeva a fabbricar la cittadella di Pavia, e per desiderio di ristorar quella città afflitta dalle guerre passate, con privilegio imperiale fondò quivi nell'anno presente un'illustre università, conducendo colà valenti lettori di leggi e dell'altre scienze[1629], ed obbligando tutti gli scolari degli Stati sudditi suoi e del fratello a portarsi a quelle scuole. Ma neppur egli fu senza avversità. L'esempio delle scellerate compagnie de' soldati masnadieri che cominciarono in Italia, servì di norma a suscitarne delle nuove anche in Francia in occasion della tregua o pace stabilita fra i re di Francia e d'Inghilterra. Erano composte d'Inglesi, Franzesi, Normanni, Spagnuoli, Borgognoni. Tutta la gente di mal affare concorreva a queste scomunicate leghe per isperanza di bottinare, e sicurezza di vivere alle spese di chi non avea forza maggior di loro. In grandi affanni e pericoli fu per questo la stessa corte sacra di Avignone, perchè quella mala gente, senza religione, entrò in Provenza, e se non otteneva danari, minacciava lo sterminio a tutti. Ci mancava ancor questa, che dopo essere calpestata l'Italia da tanti masnadieri tedeschi ed ungheri, venissero fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla. Ora portò l'accidente che Giovanni marchese di Monferrato, sentendosi solo ed esposto alle forze troppo superiori di Galeazzo Visconte suo nemico, altro ripiego non sapendo trovare al suo bisogno, benchè burlato più volte dalle infide compagnie dei Tedeschi, passò in Provenza, per condurre in Italia alcune di quelle che soggiornavano nei contorni di Avignone. Una ne incaparrò, chiamata la compagnia bianca[1630], e il papa, per levarsi di dosso quella bestial canaglia, e per iscaricare il mal tempo addosso ai contumaci Visconti, vi contribuì da cento mila fiorini d'oro. Il marchese con sì sfrenata gente, la quale, secondo la Cronica Piacentina[1631], ascendeva a dieci mila tra cavalieri e fanti, venne in Piemonte.
Questa fu la prima volta e l'occasione che misero il piede in Italia soldatesche inglesi, le quali poi recarono tanti guai a varii paesi, e andarono crescendo, perchè questi ne chiamavano degli altri, e la voce del gran guadagno bastava a muovere i lontani anche senza pregarli. Ricominciò dunque il marchese con sì poderoso rinforzo in Piemonte la guerra contra di Galeazzo, e gli tolse alcune castella, commettendo orribili crudeltà, spezialmente nel Novarese. Per buona giunta Galeazzo, affine di levar loro il nido, finì di bruciare e distruggere molte terre e ville di quel distretto, non per anche rovinate dai nemici. Pietro Azario[1632] ce ne ha conservato il funesto catalogo. Ma non tentò il marchese impresa alcuna contro le città, perchè dianzi le aveva il Visconte ben guernite di genti d'armi e di munizioni. Accadde che Amedeo conte di Savoia venne in questi medesimi tempi ad una sua terra di Piemonte. Ne ebbe contezza la compagnia bianca de' suddetti masnadieri, e con una marcia sforzata quivi sorprese il conte e la sua baronia. Rifugiossi bensì il conte nel castello, ma assediato, gli fu forza di venire ad un accordo, e di liberarsi con cento ottanta mila fiorini d'oro, parte pagati allora, parte promessi con buone cauzioni. Perchè il Guichenone non parla di ciò nella Storia della real casa di Savoia, non so dire il nome di quella terra. Adunque per tali guerre tutta era in affanni la Lombardia; e i Visconti, per sostenerla, indicibili aggravii metteano non solamente ai secolari, ma al clero ancora; ed in quest'anno Galeazzo occupò tutti i frutti e le rendite degli ecclesiastici di Piacenza. Gravissimi flagelli erano questi, e pure se ne provò un maggiore nell'anno presente; cioè una fierissima inesorabil pestilenza[1633]. Infierì essa in Francia, in Inghilterra ed in altri paesi, con levare dal mondo le centinaia di migliaia di persone. Entrò in Avignone, e vi fece una strage immensa di quel popolo, e privò di vita anche otto o nove cardinali, con assaissimi altri uffiziali della corte pontificia. Per questo motivo ancora, cioè per timor di cadere vittima d'essa peste, la compagnia suddetta de' soldati masnadieri si acconciò volentieri col marchese di Monferrato, sperando in Italia il godimento della sanità. Ma ossia che gli stessi portassero il malore in Italia, o ch'esso vi entrasse per altra porta, certa cosa è che in quest'anno nel mese di giugno, e poscia nell'anno seguente, si diffuse la peste nel Piemonte, Genova, Novara, Piacenza, Parma ed altre città. Milano, preservato nella terribilissima peste del 1348, non potè guardarsi da questa, e ne rimase desolato per la gran perdita di gente. In tempi di guerra la peste sguazza, e va senz'argini dovunque vuole. Galeazzo Visconte si ritirò a Monza, Bernabò a Marignano, e vi si tenne con tal guardia e ritiratezza, che corse dappertutto, e durò lungo tempo, la voce che fosse morto. Esenti da questa calamità ne andarono in quest'anno[1634] Modena, Bologna e la Toscana; ma in Venezia incredibil fu la moria di quel popolo, e fra gli altri vi lasciò la vita nel dì 12 di luglio[1635] Giovanni Delfino doge di quella repubblica, in cui luogo fu eletto Lorenzo Celso, giovane quanto all'età, ma vecchio per la sua saviezza e prudenza. In quest'anno nella notte del dì secondo di novembre venendo il dì terzo, passò al paese dei più Aldrovandino marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Comacchio e Rovigo[1636]. Benchè lasciasse un figliuolo legittimo, cioè Obizzo IV, pure il marchese Niccolò suo fratello prese le redini del governo di tutti gli Stati senza contraddizione alcuna. Per discordie nate nell'agosto di quest'anno[1637] fra Bocchino signore o tiranno di Volterra, e Francesco de' Belfredotti suo parente, si sconvolse tutta quella città. Corsero immediatamente al rumore i lesti Fiorentini, e tanto seppero fare, ch'essi di volontà del popolo occuparono la signoria di quella città con gran dispetto de' Pisani e Sanesi. Nel mese di ottobre anche ai Sanesi riuscì di sottoporre al loro comando Monte Alcino.
NOTE:
[1622] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Italic.
[1623] Matteo Villani, lib. 12, cap. 53.
[1624] Matth. de Griffonibus, Chronic. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.
[1625] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ita.
[1626] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1627] Matteo Villani, lib. 10, cap. 61.
[1628] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.
[1629] Corio, Istor. di Milano.
[1630] Matteo Villani, lib. 10, cap. 64.
[1631] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1632] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Italic. pag. 370.
[1633] Matteo Villani, lib. 10, cap. 71. Rebdorfius, Annal. Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1634] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.
[1635] Caresin., Chron., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXII. Indizione XV.
URBANO V papa 1. CARLO IV imperadore 8.
Fu chiamato in quest'anno da Dio a miglior vita Innocenzo VI sommo pontefice in Avignone[1638], essendo succeduta la di lui morte nella notte del dì 12 venendo il 13 del mese di settembre, dopo il contento d'aver inteso che i Romani, prima ribelli, gli aveano data la libera signoria della città, con patto che il cardinale Albornoz non vi avesse uffizio o giurisdizione alcuna. Se men amore avesse egli avuto per li suoi parenti, ossia men cura d'ingrassarli, così lodevoli furono le altre sue operazioni, che fra gli ottimi pontefici avrebbe potuto prendere qualche sito. Poichè, quanto al dirsi da Pietro Azario[1639] che devastò la Chiesa romana, nè fece grazia ad alcuno; e che chiunque volle benefizii, bisognò che li comperasse da lui e da' suoi cortigiani, con pagare poscia le rendite del primo anno al tesoriere del signor di Milano: si può dubitare se tal racconto in tutto sia assistito dalla verità. Certo è nondimeno che i Visconti allora aggravavano forte i beni delle chiese, senza alcun timor di Dio. Non accordandosi i cardinali in eleggere papa alcuno dell'ordine loro[1640], finalmente diedero i lor voti a Guglielmo di Grimoaldo, abbate di San Vittore di Marsilia, dell'ordine di San Benedetto, uomo di sessanta anni, scienziato, di vita sommamente onesta e religiosa, che odiava la pompa della corte d'allora. Non era egli in Avignone, perchè dianzi inviato con titolo di nunzio alla regina Giovanna, e trovandosi in Firenze, gli fu segretamente portata la nuova, giacchè si tenne occulta l'elezione, finchè egli arrivasse ad Avignone. Racconta Giorgio Stella[1641], tanta essere stata la di lui umiltà, che, in passando per Genova, avvegnachè sapesse d'essere papa, pure andò a visitare il doge Boccanegra, accompagnato da un solo notaio. Nella notte nel dì 30 d'ottobre giunse egli ad Avignone, e nel dì seguente, pubblicato papa, prese il nome di Urbano V, con essere poi seguita nel dì 6 di novembre la sua coronazione. Cessato lo spavento della peste, saltò fuori de' nascondigli Bernabò Visconte, e venne a Parma, dove cominciò un trattato per avere a tradimento la città di Reggio. Matteo Villani scrive[1642] che cinque mila de' suoi masnadieri (numero, a mio credere, eccessivo) entrarono in quella città; ed avere Feltrino da Gonzaga signor della terra con gran valore, benchè con poca gente, assaliti e messi in fuga gli entrati, e fattine molti prigioni. Parevano in poco buono stato gli affari del cardinal Egidio Albornoz, legato per la potenza di Bernabò, il quale pien di superbia moveva esorbitanti pretensioni alla corte pontificia in un trattato incominciato di pace. Ma in breve cangiò aspetto la forma, perchè l'industrioso porporato cotanto s'affaticò che strinse seco in lega[1643] verso il fine di aprile Niccolò marchese di Ferrara, Francesco da Carrara signor di Padova, e Feltrino da Gonzaga signore di Reggio, tutti interessati nell'impedire l'accrescimento di potenza di Bernabò, che di niun facea conto e tutti conculcava. Per questa lega ricuperò il marchese Niccolò dal cardinale le due terre di Nonantola e Bazzano, già tolte al distretto di Modena dai Bolognesi: il che loro molto dispiacque. Nel dì 19 di maggio strinse il marchese Niccolò maggiormente l'alleanza sua col signor di Verona[1644], avendo presa per moglie Verde dalla Scala, sorella d'esso Can Signore. Fu notificata per mezzo degli ambasciatori loro da questi principi a Bernabò la lega contratta, con pregarlo di dar orecchio ad una buona pace. Furono essi dileggiati da quel bestione, e la Cronica Padovana[1645] ha che egli mandò tre abiti bianchi a quei del Carrarese, e li forzò a prendere l'udienza pubblica in quella forma. Donò loro de' vasi d'argento, ma con figure derisorie di tutti, e si vantava che tratterebbe da putti ognun di questi suoi nemici.
Nè tardò il Visconte a dar principio alla guerra, facendo scorrere sul Modenese le genti sue ch'erano a Castelfranco sul Bolognese. Anichino di Mongardo, dopo essere stato in Puglia colla sua compagnia, ed essersene partito con poco onore, era venuto a' servigi di Bernabò. Costui circa il dì 20 di maggio con tre mila cavalli ed altrettanti fanti venne sul Modenese a Massa e Solara, distruggendo il paese, e piantò una bastia a Solara sul canale, ossia sul Panaro; e, ciò fatto, se ne tornò in Lombardia. Sul fine dello stesso mese il vecchio Malatesta signor di Rimini capitano della lega[1646] raunò la sua armata in Modena, e venuto sul basso Modenese a Massa, quivi piantò anche egli una bastia. Poscia marciò sul Parmigiano a' danni di Bernabò, alle cui genti verso Peschiera fu data una rotta sul principio di giugno. Teneva esso Bernabò l'importante fortezza di Rubiera, posta sulla Via Claudia al fiume Secchia, che gli serviva d'asilo per far passare le sue armi alla volta del Bolognese. Salvatico de' Boiardi, che gliela avea data con ritenersi il Cassero, la ribellò, e consegnò quella terra al marchese di Ferrara[1647]. Per tale acquisto in Modena e Bologna gran festa si fece, e si accesero molti falò. Ribellaronsi in questi tempi molte nobili casate guelfe di Brescia a Bernabò[1648], e dopo aver prese alcune castella di quel territorio, si collegarono con Cane Signore dalla Scala. Fu in pericolo la stessa città di Brescia[1649], e l'esercito della lega essendovi accorso, vi mise l'assedio, e ne fece scappare Bernabò che dentro v'era. Ma, sopraggiunta la peste, sconcertò tutta l'impresa, con essere forzata quell'armata a ritirarsi[1650]. Modena in quest'anno e Bologna[1651] furono sommamente afflitte da essa pestilenza, siccome ancora varie parti della Toscana e del regno di Napoli provarono il medesimo flagello. Scritto è che in Modena e ne' suoi borghi perirono trentasei mila persone. Fra le varie vicende della guerra sul Bresciano riuscì a Bernabò di ritorre ai collegati Ponte Vico sull'Oglio, con far prigione quel presidio, consistente in dieciotto bandiere tra cavalieri e fanti. Anche nel novembre riportò la sua gente sul Reggiano alquanto di vittoria sopra i collegati. Contuttociò poco ben passava ad esso Bernabò la guerra in queste parti, e più favorevole non era la fortuna a Galeazzo suo fratello nella guerra con Giovanni marchese di Monferrato. Trovandosi questo principe assai forte per la gran compagnia d'Inglesi, Franzesi e Normandi ch'egli avea tratta di Provenza, s'impadronì di Voghera, Sala, Garlasco, Romagnana, Castelnuovo di Tortona, e di altre terre su quel di Novara, di Tortona e di Pavia. Avea Galeazzo al suo soldo il conte Lando colla sua compagnia di Tedeschi; ma costui poco si curava di spargere il sangue per altrui[1652]. L'unico suo intento e dei suoi era di spremere il sangue dalle borse altrui, e di vendersi, a chi più dava. Con più fedeltà servirono gl'Inglesi al marchese di Monferrato, sotto il comando di Albaret Sterz capitano di quella gente, e di nazione Tedesco. La lor bravura, i lor costumi, le loro scelleraggini si veggono descritte da Pietro Azario, siccome ancora da lui abbiamo il filo della guerra fatta in quelle parti colla distruzione di tutti que' paesi. Col marchese teneva Simonino Boccanegra doge di Genova, ed in rinforzo suo inviò colà molta gente insieme con Luchinetto, figliuolo del fu Luchino Visconte signor di Milano, a cui avea data in moglie una sua figliuola. Tentò questa gente la città di Tortona, ma invano. Furono devastate o spogliate assaissime terre dagli armati, e nello stesso tempo la pestilenza facea del resto.
Per giunta a tanti scompigli della misera Italia insorse in quest'anno guerra fra le repubbliche di Firenze e di Pisa[1653], città rivali fin da' vecchi tempi. Gran preparamento d'armi e d'armati fece l'uno e l'altro popolo. Nel dì 19 di luglio giunse l'armata de' Fiorentini, passato il fosso Arnonico, ardendo e saccheggiando, sino in vicinanza di Pisa, dove, a scorno dei Pisani, fece correre un ricco palio di velluto. Presero i Fiorentini le terre di Pecciole, Montecchio, Aiatico e Toano, e ne arsero molte altre. Anche per mare fecero guerra a' Pisani, avendo preso al soldo loro quattro galee genovesi, colle quali occuparono l'isola del Giglio e Porto Pisano. Però l'anno presente riuscì molto funesto al popolo di Pisa. Nelle nobilissime ed antichissime case di Savoia e d'Este non si leggono tradimenti ed omicidii dimestici. Non così fu nelle meno antiche e meno nobili dei Carraresi, degli Scaligeri ed altre d'Italia, siccome abbiam veduto. Entrò nell'anno presente questo diabolico pensiero, figliuolo della troppa voglia di dominare, in Lodovico e Francesco figliuoli di Guido da Gonzaga[1654]. Nel dì 13 di ottobre (il Platina[1655] scrive nel dì 2 di esso mese) amendue congiurati contra di Ugolino signore di Mantova, lor fratello maggiore, ed uomo di gran senno e valore, il privarono proditoriamente di vita, e presero in sè la signoria della città con grande affanno di Guido lor padre tuttavia vivente, benchè altri scriva ch'egli stesso n'ebbe la colpa. Un grosso anacronismo è quello del Corio[1656], che riferisce questa detestabile uccisione all'anno 1376. Venne a morte in questo anno a' dì 26 di maggio Luigi re di Napoli, marito della reina Giovanna, in età d'anni quarantadue. Il ritratto che di lui lasciò Matteo Villani[1657], è assai svantaggioso, rappresentandolo uomo di vita assai sconcia e dissoluta, poco amico del suo sangue, vile nelle avversità, che appresso di sè mai non volle uomini virtuosi, che formò il suo consiglio di sola gente malvagia, e maltrattò la reina sua consorte, con giugnere alcune volte a batterla. Ora trovandosi la reina Giovanna vedova, e conoscendo di non poter senza appoggio governar le teste calde de' Napoletani, e tener in freno i principi reali, pensò di accasarsi di nuovo. Fece premura Giovanni re di Francia alla corte di Avignone, per darle in marito Filippo duca di Tours suo figliuolo cadetto; ma Giovanna, volendo piuttosto chi le ubbidisse, che chi le comandasse, antepose Giacomo d'Aragona, figliuolo del re di Maiorica, giovane bello e valoroso, con patto che non assumesse il titolo di re, e si contentasse di quello di duca di Calabria; e nascendo figliuoli, giacchè Giovanna era anche in età capace di farne, ad essi, e non al padre, si devolvesse il regno. Il contratto stabilito nel dì 14 di dicembre dell'anno presente si legge intero presso il Rinaldi[1658].
NOTE:
[1636] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.
[1637] Matteo Villani, lib. 10, cap. 67.
[1638] Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 11, cap. 26.
[1639] Petrus Azarius, Chron., tom, 16 Rer. Ital., pag. 370.
[1640] Vita Innocentii VI.
[1641] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1642] Matteo Villani, lib. 10, cap. 90.
[1643] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.
[1644] Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eod.
[1645] Additamenta ad Cortus. Hist., tom 12 Rer. Italic.
[1646] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1647] Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.
[1648] Corio, Istor. di Milano.
[1649] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 392.
[1650] Matteo Villani, lib. 11, cap. 4.
[1651] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[1652] Petrus Azarius, Chronic., tom. 16 Rer. Ital., pag. 380.
[1653] Matteo Villani, lib. 11, cap. 2.
[1654] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1655] Platin., Histor. Mant., tom. 20 Rer. Ital.
[1656] Corio, Istor. di Milano.
[1657] Matteo Villani, lib. 10, cap. 100.
Anno di CRISTO MCCCLXIII. Indizione I.
URBANO V papa 2. CARLO IV imperadore 9.
Fu solennemente scomunicato nel marzo di quest'anno da papa Urbano, e dichiarato eretico, Bernabò Visconte, con tutte le maledizioni e pene che si usavano in quei tempi, non ostante che il re di Francia pontasse assaissimo in favore di lui[1659]. Inferocì maggiormente per questo il Visconte, ed inteso che le genti del marchese di Ferrara coll'altre dei collegati aveano assediato, o si disponevano ad assediar la bastia di Solara sul Modenese, in persona, con due mila e cinquecento cavalieri e molta fanteria, cavalcò nel principio d'aprile a quella volta, ed ebbe tal possanza, che introdusse trentasei carra di munizioni da bocca e da guerra in essa bastia. Vi entrò egli stesso, e visitò tutto; ma colpito da un verrettone in una mano, si condusse a Crevalcuore per farsi curare, lasciando l'oste in que' contorni. Allora Feltrino da Gonzaga, che pochi giorni prima avea ricevuto il bastone da comando di tutta l'armata collegata, valorosamente uscì ad assalire i nemici. Durò sino al vespro l'ostinata battaglia con gran prodezza degli uni e degli altri[1660]; ma in fine fu rovesciato e disfatto interamente l'esercito del Visconte. Vi restarono prigionieri assaissimi signori della prima nobiltà[1661], fra' quali Ambrosio Visconte bastardo di Bernabò, e generale della sua armata, Lionardo dalla Rocca Pisano, Andrea dei Pepoli da Bologna, Marsilio e Guglielmo Cavalcabò da Cremona, Guido Savina da Fogliano Reggiano, Giberto e Pietro signori di Correggio, Giovanni Ponzone da Cremona, Sinibaldo figliuolo di Francesco degli Ordelaffi, Beltramo Rosso da Parma, Antonio figliuolo di Giberto San Vitale da Parma, Giovanni dalla Mirandola, Giberto Pio, Niccolò Pelavicino da Piacenza, oppure da Parma, ed altri, dei quali fa menzione anche Matteo Villani[1662]. Scrive questo autore che nel dì 16 d'aprile succedette esso fatto d'armi. La Cronica di Bologna la mette nel dì 6. Parmi più sicuro l'attenersi alla Cronica Modenese di Giovanni da Bazzano, terminata appunto in questo anno, dove è detto che die dominico IX aprilis venne Bernabò a fornir la bastia di Solara, e che, nell'andarsene, fu sconfitto dalle genti del marchese d'Este e della lega. Dopo sì gloriosa vittoria fu continuato l'assedio della bastia di Solara, la quale nel dì 31 di maggio si trovò obbligata a rendersi al marchese Niccolò d'Este. E i signori della Mirandola, che dianzi tenevano la parte di Bernabò, lasciarono entrare in quella terra la guarnigion della lega[1663]. Ma sul principio di giugno eccoti comparire un nuovo esercito di Bernabò sul Modenese, che si accampò alla villa de' Cesi, e quivi fabbricò una nuova bastia. Ribellossi ancora al marchese Niccolò Galasso de Pii signore di Carpi. La politica di Bernabò era di sciogliere il più presto che potea le leghe fatte contro di lui. Però, veggendo che questa già s'era messa a dargli delle dure lezioni, prestò subito orecchio ad un trattato di pace; e laddove egli in Milano e i suoi ambasciatori in corte del papa parlavano alto per l'addietro, cominciarono a favellare più dolce. Il perchè nel settembre fu fatta una tregua fra lui e la lega, acciocchè fra tanto si smaltissero le difficoltà della pace, di cui si trattò nel verno seguente[1664]. Di questo riposo si servì Bernabò, per ben munire le castella da lui occupate, e la bastia de' Cesi, con grave incomodo e danno dei Modenesi.
Nei medesimi tempi più che mai dura fu la guerra fra Galeazzo Visconte e Giovanni marchese di Monferrato. Venuto in Italia Ottone della nobilissima casa di Brunsvich, principe di gran senno e valore[1665], entrò anch'egli al servigio del marchese, ed unitosi con Albaret capo della compagnia degl'Inglesi, di fiere ostilità fece contra del Visconte. Giacchè andò in fumo un trattato di pace promosso dallo stesso Galeazzo, la compagnia degli Inglesi nel dì 4 di gennaio di quest'anno, valicato a guazzo il Ticino, entrò furibonda nel contado di Milano. Prese Mazenta, Corbetta; arrivò a Legnano, Nerviano, Castano, e giunse fin cinque o sei miglia in vicinanza di Milano. Più di secento nobili fecero prigioni, e carichi d'immense spoglie se ne tornarono sani e salvi a Romagnano. Avvenne che nel dì 22 d'aprile essi Inglesi cavalcarono per vettovaglia a Briona sul Novarese. Trovavasi allora in Novara a' servigi di Galeazzo il conte Corrado Lando, capitano, tante volte di sopra nominato, della compagnia de' masnadieri tedeschi. Costui, benchè poco gl'importassero gli andamenti e saccheggi de' nemici[1666], pure tanto fu tempestato, che, dato di piglio alle armi, co' suoi cavalcò per iscacciare gl'Inglesi. Venne con loro alle mani, ma, percosso con una lancia, lasciò ivi la vita, pagando con un sol colpo tante iniquità da lui commesse per più anni in varie contrade d'Italia. Ma perciocchè non potea il marchese di Monferrato supplire alle tante spese che occorrevano per pagare la suddetta copiosa compagnia bianca degl'Inglesi, pensò a scaricarsi della maggior parte d'essi. Per buona fortuna erano capitati colà gli ambasciatori de' Pisani, offerendosi di prenderli al loro soldo, e si stabilì il contratto: del che fu ben contento Galeazzo Visconte, che d'accordo permise loro di passare pel Piacentino alla volta di Pisa. Erano circa tre mila cavalieri, tutti brava gente. Ottone di Brunsvich col resto di quella compagnia stette saldo al servigio del marchese. Sminuite in questa maniera le forze nemiche, Galeazzo da lì innanzi ricuperò molte terre a lui tolte ne' contadi di Pavia e Tortona: al che molto contribuì il senno e valore di Luchino del Verme suo capitan generale.
In quest'anno essendo gravemente malato Simone Boccanegra doge di Genova[1667], il popolo prese l'armi, e messe le guardie al palagio ducale, creò, vivente ancora il Boccanegra, un nuovo doge, cioè Gabriello Adorno, mercatante di molta saviezza e buona fama, senza che fosse permesso ai nobili e grandi d'intervenire all'elezione. O sia che al Boccanegra avesse alcuno dato dianzi il veleno, oppur che ciò succedesse dipoi, certamente pubblica voce corse ch'egli fosse aiutato a sbrigarsi dal mondo. Obbrobriosamente più per li Genovesi che per lui, fu portato il suo cadavero alla sepoltura da due facchini e da un famiglio. Seguitò in quest'anno ancora la guerra de' Fiorentini contro i Pisani[1668], con vicendevol perdita ora degli uni ed ora degli altri. Ma in una battaglia, che fu assai aspra sul Pisano, restò rotta dai Fiorentini, e dal prode lor capitano Pietro da Farnese l'oste de' Pisani, e vi fu fatto prigione Rinieri da' Baschi capitano dell'armata. Poscia nel mese di maggio cavalcò l'esercito fiorentino di nuovo sino alle porte di Pisa, e quivi fece battere moneta d'oro e d'argento in dispetto dei Pisani: che di queste inezie si pasceva allora la vanità de' nostri Italiani. Essendo mancato di vita nel seguente giugno il valoroso Pietro di Farnese, in suo luogo fu eletto capitano della guerra Ranuccio suo fratello, uomo di molta lealtà, ma poco sperto nel mestier della guerra. Arrivò intanto la compagnia degl'Inglesi, comandata da Albaret, in Toscana[1669], ed allora i Pisani cavalcarono senza opposizione alcuna sul contado di Firenze, con rendere il sacco a misura colma ai Fiorentini. Saccheggiando e bruciando giunsero fin sotto le porte di Firenze, e quivi impiccarono tre asini, per far onta a quegli abitanti, e li caricarono di villanie. Per questa mutazion di fortuna i Fiorentini elessero per lor capitano Pandolfo Malatesta, che si portò colà, menando seco cento uomini d'arme e cento fanti. Tardarono poco ad esserne scontenti, perchè assai segni diede egli di volerli ridurre a dargli la signoria della città: dal che erano essi ben lontani. Preso che ebbero gl'Inglesi e Pisani nel dì 6 di settembre il borgo di Feghine, andò verso quella parte tutta la gente d'armi de' Fiorentini[1670]; ma sul principio d'ottobre spintisi loro addosso gl'Inglesi, li misero in rotta, facendo prigione Ranuccio da Farnese e molti altri nobili, oltre la ciurma de' soldati. Fu anche disfatta da' Sanesi nel dì 8 d'ottobre la compagnia del Cappello di gente tedesca, la qual veniva al servigio del comune di Firenze. Cagion furono poco appresso i mali portamenti di Pandolfo Malatesta, che i Fiorentini il cassassero, e chiamassero per lor capitano Galeotto Malatesta, uomo di gran credito, ma vecchio. Se ne ritornarono poi a Pisa sul venire del verno gl'Inglesi carichi di prede e di prigioni, e si risero de' Pisani che li vedeano mal volentieri entro la città. Venne in quest'anno a Napoli Giacomo infante di Maiorica, nuovo marito della regina Giovanna[1671], nè tardarono ad insorgere dissensioni fra loro, parendo a lui cosa vergognosa l'avere per moglie una regina, senza partecipar del titolo e degli onori del trono, e senza poter mettere presidio neppure in una sola fortezza. Il papa con sue lettere lo esortò all'osservanza de' patti; ma egli non fu mai per l'avvenire contento d'un matrimonio che il facea comparire servo e non padrone in quel regno, anzi se ne tornò presto in Ispagna. Nel giugno di questo anno[1672] Can Signore dalla Scala menò moglie Agnese figliuola del duca di Durazzo, e per molti giorni tenne in Verona corte bandita, alla quale intervennero Niccolò marchese di Ferrara, Francesco da Gonzaga signore di Mantova, Regina moglie di Bernabò Visconte, e gli ambasciatori d'altri signori.
NOTE:
[1658] Raynald., Annal. Eccles.
[1659] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.
[1660] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Mutinens., tom. eod.
[1661] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic. Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Additamenta ad Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1662] Matteo Villani, lib. 12.
[1663] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1664] Additamenta ad Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1665] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 408.
[1666] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1667] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 11, cap. 42.
[1668] Idem, cap. 45.
[1669] Filippo Villani, lib. 11, cap. 63.
[1670] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCLXIV. Indizione II.
URBANO V papa 3. CARLO IV imperadore 10.
Cotanto s'adoperarono co' lor buoni uffizii Carlo IV imperadore e i re di Francia e d'Ungheria[1673], che fu conchiuso il trattato di pace fra la Chiesa romana, il marchese Niccolò d'Este signor di Ferrara[1674], Francesco da Carrara signor di Padova, i Gonzaghi e gli Scaligeri dall'un canto, e Bernabò Visconte dall'altro, nel dì 3 di marzo. In vigore di questa pace rinunziò il Visconte a tutte le sue pretensioni sopra Bologna, e restituì Lugo, Crevalcuore e qualunque altro luogo occupato da lui negli Stati della Chiesa; e parimente al marchese di Ferrara qualsivoglia fortezza o bastia ch'egli tenesse nel distretto di Modena. Obbligossi il papa[1675] di pagare a Bernabò cinquecento mila fiorini d'oro in otto rate; e furono rilasciati tutti i prigioni. Per l'esecuzion di essa pace essendo venuto a Milano il cardinale Andreino legato apostolico, Bernabò gli fece grande onore, e poscia sul principio d'aprile in segno di sua allegrezza volle che si facesse un solenne torneo, a cui invitò tutti i principi e baroni italiani. In questa occasione[1676] il suddetto cardinale legato trattò e stabilì pace anche fra Giovanni marchese di Monferrato e Galeazzo Visconte: con che cessò in quelle parti ancora il furor della guerra, e ne partirono gli Inglesi quivi restati, coll'andarsi ad unire agli altri che erano in Toscana. Fecero dipoi[1677] questi due principi una permuta di terre che l'uno avea occupato all'altro. E quanto a Galeazzo, egli seguitò ad affliggere i suoi popoli, e specialmente il clero con nuove taglie e contribuzioni. Pubblicò ancora contra dei traditori de' suoi Stati la lista delle pene e dei tormenti che si doveano dar loro. La rapporta l'Azario, e fa orrore. Inoltre tanto egli, come Bernabò fecero smantellar assaissime castella e fortezze ne' loro Stati che appartenevano ai nobili guelfi, per tor loro la comodità e voglia di ribellarsi in avvenire. Se con tal maniera di governo si facessero amare i due fratelli Visconti, ognuno può immaginarselo. Fu quasi[1678] tutta la Lombardia, Romagna e Marca in quest'anno sommamente afflitte da un diluvio di cavallette ossia di locuste volatili, venute, per quanto fu creduto, dall'Ungheria. Oscuravano il sole, quando, alzatesi a volo, passavano da un luogo all'altro, e durava il passar loro due ore continue, tanto era lungo, ampio e sterminato l'esercito loro per aria. Consumavano l'erbe e tutta l'ortaglia dovunque si posavano. Pare che Filippo Villani[1679] dia il nome di grilli a queste locuste, giacchè scrive che un vento li portò per mare. Io l'avrei chiamato uno sproposito, se nella Vita di Urbano V[1680] non si vedessero distinti i grilli dalle locuste. Nel maggior rigore del verno non lasciarono gl'Inglesi, confermati al loro soldo dai Pisani, di fare di quando in quando delle cavalcate sul territorio di Firenze, portando a varie terre la desolazione. Anche il suddetto Villani descrive i lor costumi, e l'arte e l'ordine da essi tenuto nella guerra con bravura e sprezzo dei patimenti: al che le milizie italiane non erano allora molto usate. Non bastò ai Pisani la gran brigata degl'Inglesi da loro assoldati, capo de' quali si comincia in questi tempi ad udire Giovanni Aucud, in inglese Kauchouod, dai Toscani chiamato Aguto, uomo che s'acquistò dipoi gran rinomanza in Italia. Presero anche al loro soldo Anichino di Bongardo, capitano di tremila barbute tedesche, licenziato da Galeazzo Visconte dopo la pace suddetta: con che erano di molto superiori di forze ai Fiorentini. Contuttociò pregarono il papa d'interporsi per la pace, e a questo fine spedì il santo padre a Pisa e Firenze frate Marco da Viterbo, generale de' frati minori. Ma i Fiorentini, pregni di superbia e d'odio, rigettate le proposizioni, vollero piuttosto guerra che pace; tanto più perchè il conte Arrigo di Monforte condusse in loro aiuto un bel corpo di cavalleria tedesca.
Pertanto l'armata pisana, forte di sei mila uomini a cavallo, oltre alla fanteria, tornò sul distretto di Firenze, giugnendo fino alle porte della città, distruggendo, secondo il costume, tutto il paese. Varii badalucchi succederono in questi tempi fra le nemiche squadre; e il valoroso conte di Monforte arrivò sino a Porto Pisano e a Livorno, ed arse quei luoghi. Non risparmiarono i Fiorentini in tal congiuntura il danaro per far desertare dal campo pisano gran quantità di Tedeschi e d'Inglesi. Avendo essi già preso per loro capitano Galeotto Malatesta, insigne mastro di guerra[1681], arditamente nel dì 29 di luglio mossero la loro armata alla volta di Pisa. Sei miglia lungi da quella città a Cascina erano accampati, quando Giovanni Aucud[1682], presa ogni precauzione, andò con tutte le sue forze ad assalirli. Atroce e lunga fu la battaglia, e in fine i Pisani ed Inglesi rotti presero la fuga, restandone morti circa mille, e prigionieri circa due mila, che trionfalmente furono poi menati a Firenze. Tra per questa disgrazia, e perchè passò al soldo de' Fiorentini buona parte degl'Inglesi, i Pisani si trovarono in gran tremore e spavento. Spedirono Giovanni dell'Agnello, uomo popolare, ma astutissimo, a Bernabò Visconte per aiuto, e ne ebbero a prestanza trenta mila fiorini di oro. Ma il furbo ambasciatore, tornato a Pisa, seppe ben prevalersi dello scompiglio, in cui era la sua patria; imperciocchè spalleggiato da Giovanni Aucud si fece eleggere doge di Pisa per un anno. Intanto colla mediazione dell'arcivescovo di Ravenna e del generale de' frati minori si trattava di pace. Vi acconsentirono finalmente nel dì 30 d'agosto i Fiorentini, perchè si seppe, o fu fatto credere, che i Pisani avessero indotto Bernabò Visconte a prendere la lor protezione con dargli Pietrasanta. Decorosa e di molto vantaggio fu cotal pace ai Fiorentini, avendo i Pisani restituite loro tutte le franchigie ed esenzioni in Pisa e suo distretto, e ceduta Pietrabuona, e promesso di pagare per dieci anni dieci mila fiorini d'oro al comune di Firenze nella festa di s. Giovanni Battista. Così dopo essersi disfatti questi due comuni, ed avere ingrassati colla rovina loro gli oltramontani masnadieri, si quotarono, e diedero commiato alle lor soldatesche. Anichino di Bongardo, avvezzo a vivere di rapina, passò su quel di Perugia, e gli altri andarono a dare il malanno ad altri popoli. Durante questa guerra aveano fatto più cavalcate su quel di Siena le compagnie de' masnadieri inglesi e tedeschi, e sempre convenne che i Sanesi con danari si liberassero da quella mala gente. Ma allorchè furono costoro licenziati dai Pisani e Fiorentini, la compagnia de' Tedeschi appellata di San Giorgio, di cui erano capitani Ambrosio, figliuolo bastardo di Bernabò Visconte, e il conte Giovanni di Auspurgo[1683], accozzatasi con quella degl'Inglesi, governata da Giovanni Aucud, andò a solazzarsi sul Sanese, spogliando, bruciando ed uccidendo. E perchè i Sanesi disperati uscirono con tutto il loro sforzo nel dì 28 di novembre, passarono quei malandrini a Sarzana, e poscia se n'andarono su quel di Perugia e Todi. Infelice quel paese, dove arrivavano queste ingorde e fiere locuste. Nel mese di luglio dell'anno presente si ammalò il vecchio Malatesta signor di Rimini, Fano, Pesaro e Fossombrone[1684], rinomato signore per tante sue imprese di guerra e per la molta sua saviezza. Per attestato della Cronica di Rimini, in tutto il tempo della sua infermità attese ad opere di molta virtù e di grande edificazione, sì per la sua compunzione, come per le grazie e limosine ch'egli fece. Finalmente nel dì 27 d'agosto dell'anno presente[1685], e non già dell'anno seguente, come ha la Cronica di Filippo Villani, passò all'altra vita, restando signore di quegli Stati Galeotto Malatesta suo fratello, impegnato allora in servigio de' Fiorentini. Lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè Pandolfo e Malatesta Novello, soprannominato Unghero, che parteciparono del governo col suddetto loro zio.
NOTE:
[1671] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1672] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[1673] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[1674] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1675] Corio, Istoria di Milano.
[1676] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1677] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 18 Rer. Ital.
[1678] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1679] Filippo Villani, lib. 11, cap. 60.
[1680] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1681] Filippo Villani, lib. 1, cap. 97.
[1682] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Italic.
[1683] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1684] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1685] Chron. Estense, tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCLXV. Indizione III.
URBANO V papa 4. CARLO IV imperadore 11.
Pareva che questo dovesse essere anno di pace, dacchè i fratelli Visconti s'erano quetati coll'aggiustamento dell'anno precedente. Ma le maledette compagnie dei masnadieri inglesi e tedeschi, accresciute dagli Ungheri e da tutti i ribaldi italiani, non lasciarono goder il frutto della pace fatta. In Lombardia si posarono l'armi, ma non cessarono gli aggravii dei popoli ne' paesi sottoposti ai Visconti. Galeazzo in questi tempi, essendo gravemente molestato dalla podagra[1686], non si vedea più volentieri in Milano, perchè Bianca di Savoia sua moglie, Giovanni de' Pepoli ed altri suoi consiglieri gli metteano in testa dei sospetti di Bernabò suo fratello, la cui brutalità e ingordigia di dominare facea paura a tutti. Ritirossi dunque a Pavia, dove avea già terminato un fortissimo castello e un suntuosissimo palagio. Scoprissi nel dì 25 di gennaio dell'anno presente[1687] in Verona una congiura che andava ordendo Paolo Alboino dalla Scala contra di Can Signore suo fratello maggiore, per privarlo del dominio. Fu preso esso Paolo, e mandato prigione a Peschiera. A molti de' suoi complici ed istigatori fu mozzato il capo, e tutta quella città fu in conquasso per questo. Secondo le Croniche di Siena[1688] e di Piacenza[1689], la compagnia degl'Inglesi condotta da Giovanni Aucud era entrata in Perugia, commettendo ivi i disordini consueti. Ossia che Anichino di Bongardo colla sua compagnia di Tedeschi si trovasse nel medesimo paese, o che i Perugini il facessero venire in loro aiuto, certo è che si servirono essi di questo chiodo per cacciar l'altro. Un fiero e crudel combattimento seguì tra essi Inglesi e Tedeschi uniti coi Perugini nel dì ultimo di luglio, e durò fino alla sera, con fama che restassero sul campo fra l'una e l'altra parte circa tre mila persone estinte. La peggio toccò agl'Inglesi, de' quali più di mille e cinquecento furono condotti prigionieri a Perugia. Allora fu che Giovanni Aucud fuggendo se ne tornò col resto di sua gente sul contado di Siena. Implorarono i Sanesi l'aiuto di Anichino di Bongardo e di Albaret Tedesco; e questo bastò per far ritirare l'Aucud. Ma nel dì 15 di ottobre eccoti comparire su quel medesimo territorio Ambrosio figliuolo bastardo di Bernabò Visconte, condottiere anch'egli di un'altra possente compagnia di masnadieri tedeschi ed italiani. Fecero i Sanesi ammasso di gente, e il costrinsero a prendere altra via. Tutte queste visite costarono a quel popolo gravissime somme di danaro per iscacciare quei cani con accordo o per forza. Smunse Ambrosio anche dai Fiorentini sei mila fiorini d'oro, mostrando di volersene tornare in Lombardia. Andò poscia costui a dare la mala pasqua alla riviera orientale di Genova.
Erano state circa questi tempi gravi discordie e principii di guerra fra la repubblica di Venezia e Francesco da Carrara signore di Padova[1690]. Per l'amicizia già contratta e tuttavia vigorosa del Carrarese con Lodovico re d'Ungheria, i Veneziani erano forte disgustati, e cercavano le vie di nuocere al primo. Attaccarono liti con pretesto di confini, ed ancorchè gli ambasciatori del re d'Ungheria, del legato del papa, de' Fiorentini, Pisani e del marchese d'Este s'interponessero, i Veneziani più che mai comparivano renitenti alla pace. Tuttavia questa in fine si conchiuse, e il Carrarese, per non poter di meno, accettò quelle condizioni che vollero i più forti: perlochè all'odio antico contra de' Veneti s'aggiunsero motivi nuovi. Era anche il Carrarese in rotta con Leopoldo duca di Austria per cagione di Feltro e Belluno, già donati a lui dal re d'Ungheria. Unissi per tanto col patriarca d'Aquileia per fargli guerra, e succedettero anche molte ostilità. Maneggiossi intanto l'accasamento di esso duca d'Austria con Verde figliuola di Bernabò Visconte[1691]. Per effettuar queste nozze, e condurre la sposa in Germania, venne a Milano nel mese di luglio Ridolfo fratello d'esso duca[1692]; ma quivi infermatosi (e fu creduto di veleno) terminò i suoi giorni. Ciò non ostante, seguì il matrimonio suddetto. Per la morte di questo principe, e per altre cagioni, cessò il preparamento di guerra fra lui e Francesco da Carrara. Ma per conto di tale avvenimento sembra meritar più fede la Cronica di Verona[1693]. Da essa impariamo che nel dì 12 di febbraio Leopoldo fratello del duca d'Austria con cinquecento cavalli arrivò a Verona, e nel dì seguente andò a sposar la figliuola di Bernabò. Tornossene egli nel dì 8 di marzo a Verona, e immediatamente ripassò in Germania, carico di regali a lui fatti da' Visconti e dallo Scaligero. Poscia nel dì 14 di giugno giunse a Verona il duca Ridolfo, fratello d'esso Leopoldo, con trecento cavalli, e, passato a Milano, quivi terminò i suoi giorni nel dì 20 di luglio. Fu rapito in quest'anno dalla morte nel dì 18 di luglio[1694] anche Lorenzo Celso doge di Venezia, principe glorioso, per avere ricuperata l'isola di Candia, che s'era ribellata, ed ebbe per successore in quella illustre dignità, nel dì 25 d'esso mese, Marco Cornaro, uomo di gran sapere e di maggiore prudenza[1695]. Nel dì 28 di maggio di quest'anno Carlo IV imperadore con gran comitiva di principi e baroni tedeschi si portò ad Avignone[1696], dove dai cardinali e dal papa Urbano V fu accolto con sommo onore. Lunghi e segreti ragionamenti passarono fra il pontefice e lui; il tempo rivelò che aveano concertata una lega, e disposto di venire in Italia per desiderio di metterla in pace, siccome vedremo andando innanzi.
Scura è in questi tempi la storia di Napoli e quella di Sicilia, per un biasimevole difetto del Fazello, che non assegna i tempi delle cose quivi avvenute, con togliere a me il campo di riferirle a' suoi anni precisi. Quel che è certo, nel novembre di quest'anno finì i suoi giorni Niccolò degli Acciaiuoli Fiorentino, gran siniscalco del regno di Napoli[1697], pel cui senno la reina Giovanna e il re Luigi si erano sostenuti in mezzo alle gravi loro tempeste. Ma Giovanna dimenticò ben presto i di lui rilevanti servigi, con aver bensì alzato, ma in breve depresso, un figliuolo di lui. In Sicilia (non ne so io determinare il tempo) don Federigo re di quell'isola ricuperò Palermo, e in fine ritolse anche Messina alla reina Giovanna: laonde andarono in fumo tutte le conquiste da lei fatte in quelle contrade. Avvenne ancora che Giacomo infante di Maiorica e duca di Calabria, che già vedemmo marito d'essa reina, ma disgustato di lei, all'udire insorta guerra in Ispagna, colà si portò, e vi rimase prigione. La reina dipoi il riscattò collo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Se ne tornò egli nell'anno seguente in Italia, ma poveramente. La Cronica di Bologna ha[1698] che la reina Giovanna, donna di gran coraggio, e che sapea montare a cavallo, quando occorrea, l'avea tenuto in prigione più di sei mesi, per levargli di testa la voglia d'essere re; ma io non saprei assicurar la verità di questo fatto.
NOTE:
[1686] Corio, Istoria di Milano.
[1687] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[1688] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1689] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1690] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1691] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.
[1692] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1693] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[1694] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.
[1695] Chron. Veron., ubi sup.
[1696] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1697] Matth. Palmerius, Vit. Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.
[1698] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXVI. Indizione IV.
URBANO V papa 5. CARLO IV imperadore 12.
Nacque nel maggio dell'anno presente a Galeazzo Visconte in Pavia una figliuola da Bianca di Savoia, a cui fu posto il nome di Valentina[1699], e col tempo passò in Francia, maritata in un principe di quella real casa. Per questa nascita si fecero mirabili feste in quella città. Ed essendo in tal congiuntura capitati colà Niccolò marchese d'Este e Malatesta Unghero, che andavano per loro affari alla corte del papa, tennero insieme con Amedeo conte di Savoia al sacro fonte la fanciullina. Passarono dipoi i due primi principi a Milano, dove ricevettero di grandi finezze da Bernabò, quando il lor viaggio ad Avignone avea per iscopo la rovina di lui, se la fortuna gli avesse assistiti. Giunti questi due principi al papa, il mossero a maneggiare una lega, in cui avessero luogo non solamente il papa stesso[1700], i suddetti due signori, Francesco da Carrara, Lodovico e Francesco da Gonzaga, ma anche lo stesso Carlo imperadore, a cui fu d'essa lega dato il baston da comando, e Lodovico re d'Ungheria. Questa poi fu conchiusa nel dì 7 d'agosto dell'anno seguente. Le apparenze erano che la volessero unicamente contro le compagnie de' soldati masnadieri, flagello insopportabil allora dell'Italia; ma creduto fu che segretamente si trattasse della depression de' Visconti, la potenza de' quali dava da gran tempo troppa gelosia a cadauno de' principi d'Italia. Appena l'accorto Bernabò ebbe sentore di questo maneggio, che per chiarirsi delle lor intenzioni diede ordine a' suoi ambasciatori di far istanza per essere ammesso in quella lega. Il papa li rimise allo imperadore, e l'imperadore gli andò menando a mano un pezzo, tanto che Bernabò si assicurò de' lor disegni. Il perchè comandò ad Ambrosio suo figliuolo, il quale si trovava allora nel Genovesato, di assoldar sempre più gente. Fu ubbidito. Pagava profumatamente, nè di più ci volea perchè tutti i ribaldi e malcontenti ed Inglesi e Tedeschi corressero a lui: laonde raunò un formidabile esercito[1701]. Passò questa gente alla Spezia, e ad altri luoghi della riviera di Genova, saccheggiando dappertutto. Arrivarono a Levanto, andarono a Chiavari. Tutti fuggivano per quelle parti, e in Genova stessa era sommo lo spavento.
E pur crebbero gli affanni nel dì 13 di marzo, perchè Galeazzo Visconte mandò ad intimar la guerra a quel popolo. Si dubitò forte che bollissero intelligenze per deporre Gabriello Adorno doge, dacchè fu manifesto essersi unito coi nemici Lionardo di Montaldo, rivale dell'Adorno, e bandito in Genova. Fu dunque preso il partito dal consiglio di Genova di trattar accordo coi signori di Milano, e restò dipoi nell'anno seguente convenuto che i Genovesi pagassero loro ogni anno quattro mila fiorini d'oro, e mantenessero quattrocento balestrieri al loro servigio, e in tal guisa cessò quel rumore. Per questo accordo Ambrosio Visconte colle sue masnade si ritirò da que' contorni, e tornò con Giovanni Aucud a salassare i miseri Sanesi[1702]. Se vollero essi levarsi d'addosso queste sanguisughe, dappoichè varii loro luoghi aveano patito il sacco e l'incendio, fu d'uopo pagare a' dì 23 di aprile dieci mila e cinquecento fiorini di oro e molte carra di armadure, oltre a varii altri regali di commestibili. Se ne andarono costoro col malanno alla volta di Roma. Al servigio dei Perugini dimorava allora Albaret Tedesco, capitano della compagnia della Stella. Perchè costui trattava un tradimento in danno di quella città, nel novembre tagliata gli fu la testa. D'ordinario andavano a finir male questi capi d'assassini. Colla morte naturale, che seguì nell'anno presente, di Giovanni da Oleggio, stato già tiranno di Bologna, la città di Fermo ritornò sotto il pieno dominio della santa Sede. Più istanze aveano fatte i Romani affinchè papa Urbano V riportasse la sedia pontificale e la residenza in Roma. Veggonsi ancora lettere esortatorie del Petrarca per questo. Forse niun bisogno avea egli di tali sproni, perchè, prima anche d'essere alzato al trono pontificale, attribuiva i disordini dello Stato della Chiesa, anzi dell'Italia tutta, alla lontananza dei papi, ed avea già mostrata la sua disposizione a levarsi dalla Provenza. Pertanto, avendo presa la risoluzion di venire a Roma, scrisse in questo anno al cardinale Egidio Albornoz che gli preparasse il palagio in Roma, ed un altro in Viterbo, dove pensava di passar la state dell'anno prossimo venturo.
NOTE:
[1699] Corio, Istoria di Milano.
[1700] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1701] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.
[1702] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXVII. Indiz. V.
URBANO V papa 6. CARLO IV imperadore 13.
Finalmente volle Urbano V papa dar compimento alla risoluzion sua di trasferirsi in Italia, al dispetto de' cardinali franzesi che fecero di mani e di piedi per frastornare questo lodevol disegno. Da Venezia, da Genova, da Pisa e dalla reina Giovanna gli furono a gara esibite galee per condurlo, e servirgli di sicurezza e scorta[1703]. Ne accettò egli venticinque, e con queste nel dì 23 di maggio arrivò a Genova, accolto con immensa allegrezza da quel popolo. Più di mille persone per fargli onore si vestirono di drappo bianco, che così era allora il rito. Volle alloggiar fuori di città; ma, fattagli paura di qualche possibil sorpresa dalla parte de' Visconti, co' quali non si erano peranche acconci i Genovesi, elesse un luogo più sicuro. Pontificalmente vestito, e addestrato da Gabriello Adorno doge e da Deliano de' Panciatichi da Pistoia podestà, cavalcò per la città, e nel dì 28 sopra le galee imbarcatosi di nuovo, passò nelle vicinanze di Pisa, ma senza volere smontare in terra[1704]. Giunto a Corneto, quivi trovò il cardinale legato Egidio Albornoz, e con lui andò a fermare in Viterbo nel dì 9 di giugno i suoi passi[1705]. Indicibil fu in tutta Italia il giubilo per questa venuta del pontefice. Non tardarono i Romani a spedirgli una solenne ambasciata colle chiavi della città; e Niccolò Estense marchese di Ferrara[1706], dopo aver magnificamente accolti in Modena que' cardinali che vennero per terra, e dopo essere ito apposta a Venezia a prendere Jacopo conte di Savoia, ed averlo condotto a Rovigo nel dì 3 di ottobre, si partì da Ferrara con settecento uomini d'armi e duecento fanti riccamente vestiti, ed arrivò nel dì 12 a Viterbo, dove era stata una sedizion del popolo che mise gran paura a tutta la corte papale. Non altro che lui aspettava il pontefice per muoversi alla volta di Roma; e però sotto la guardia del marchese e delle sue genti nel dì 14 s'inviò colà, accompagnato da Amedeo VI conte di Savoia, da Malatesta Unghero signor di Rimini, da Ridolfo signore di Camerino, e da copiosissima nobiltà di tutti gli Stati della Chiesa e di Toscana, e dagli ambasciatori dell'imperadore, del re di Ungheria, della reina Giovanna, e d'altri principi e città. Sperava egli di far quella solenne entrata in compagnia dello stesso imperadore Carlo IV (che questo era il concerto); ma sopraggiunti varii affari a quell'Augusto, differì egli sino all'anno venturo la sua venuta. Accolto con incontro magnifico dal clero e popolo romano, fra gli strepitosi viva andò il papa a smontare alla basilica vaticana. Sulle scalinate, o per ordine o con licenza di lui, il marchese Niccolò conferì l'ordine della cavalleria a sei nobili italiani e ad altrettanti tedeschi. Andò poscia il papa ad alloggiar nel palazzo vaticano[1707].
Mancò di vita in quest'anno nella città di Viterbo, a dì 24 d'agosto, un lume del sacro collegio, cioè il cardinal Egidio Albornoz, personaggio, la cui memoria fu e sarà sempre celebre nella storia ecclesiastica per le tante imprese da lui fatte in servigio temporale della Chiesa romana, e per la sua mirabil attività e saviezza. Nel dì 5 d'aprile di quest'anno avea egli tolta a' Perugini la città d'Assisi. Per questa perdita fu sommamente afflitto il papa, perchè più che mai abbisognava de' consigli e dell'appoggio di questo insigne porporato. Trovò esso pontefice al suo arrivo la famosa città di Roma ridotta in pessimo stato, cadute le maestose fabbriche degli antichi Romani, chiese rovinate, palagi abbandonati, case vote o diroccate, e con mano toccò gli amari effetti della sì lunga assenza de' pontefici. Cominciò ben egli a medicar queste piaghe; ma, siccome vedremo, le concepute speranze da lì a non molto svanirono. Era divenuta la Toscana un misero teatro delle insolenze e della crudeltà de' soldati masnadieri. Spezialmente Siena e Perugia ne provarono in questi tempi un nuovo scempio[1708]. Correndo il mese di gennaio, tornò sul Sanese Giovanni Aucud colla compagnia degl'Inglesi, desertando, secondo il solito, quel paese. Succederono varie battaglie di poco momento. Passarono costoro sul Pisano a dar la sua a quel territorio; ma sul principio di marzo eccoli di nuovo ad infestare il distretto di Siena. Allora i Sanesi, unito quanto poterono di gente massimamente unghera, e ricevuto dai Perugini un buon rinforzo, vollero tentar la fortuna con una giornata campale nel dì 6 di marzo a Montalcinello. Male per loro, perciocchè furono rotti colla morte o prigionia di moltissimi. Fra i presi si contò Ugolino da Savignano nobile modenese, loro conservatore e capitano di guerra, a cui fu messa taglia di dieci mila fiorini d'oro. Cavalcò poscia l'Aucud sul contado di Perugia. Anche quel bravo popolo si appigliò all'uso del ferro, piuttosto che a quello dell'oro, per allontanar questi divorati da' suoi confini; ma, venuto a battaglia al ponte di San Gianni, ne andò sconfitto colla morte, per quanto portò la fama, di circa mille e cinquecento persone.
Grandi feste si fecero nel dì 3 di giugno in Milano[1709], perchè vi si celebrarono le nozze di Marco figliuolo di Bernabò Visconte con Isabella figliuola di Stefano (ossia di Federigo) conte palatino e duca di Baviera. Parimente Bernabò diede per moglie a Stefano duca di Baviera Taddea sua figliuola. A questo anno ancora riferiscono gli Annali di Milano e il Corio[1710] le disavventure di Ambrosio Visconte, bastardo di Bernabò. Era egli colla sua campagnia di masnadieri passato in regno di Napoli verso l'Aquila, mettendo in contribuzione e saccheggiando quelle contrade. La reina Giovanna, raccolte tutte le sue milizie sotto il comando di Giovanni Malatacca Reggiano, le spedì contra d'Ambrosio. Si venne ad una battaglia, l'armata d'Ambrosio fu disfatta, ed egli con altri conestabili condotto nelle carceri di Napoli, dove gran tempo fece penitenza, ma sforzato, delle rapine e dell'altre molte sue iniquità. Io non so se questo fatto appartenga all'anno presente. Ne' Giornali Napoletani[1711] e da Sozomeno se ne parla all'anno 1370. Tuttavia sembra che più fede meriti la Cronica di Siena[1712], dove all'anno seguente viene raccontata questa battaglia, succeduta a Sacco del Tronto in Puglia. Erano circa dieci mila tra fanti e cavalli quei d'Ambrosio; così fiera fu la rotta, che pochi ne camparono, essendo rimasti o sul campo, o presi in paese tutto irritato contra sì bestiale canaglia. Ambrosio, ferito e preso, andò a riposar nelle prigioni. Secento di costoro furono menati prigioni a Roma, giacchè anche le milizie del papa aveano avuta parte alla vittoria. Trecento ne fece impiccare il papa; gli altri condotti a Montefiascone, perchè vollero fuggire, furono anche essi col laccio tolti dal mondo. Questa parve una crudeltà al Corio[1713]. Nell'anno presente[1714] a' dì 13 di gennaio compiè il corso di sua vita Marco Cornaro doge di Venezia, e fu alzato a quella dignità Andrea Contareno nel dì 20 di esso mese. Intanto Bernabò Visconte, pieno di fiele con tra di Lodovico e Francesco da Gonzaga signori di Mantova, si collegò con Can Signore dalla Scala, padrone di Verona e Vicenza, disegnando di assediar Mantova, e facendo credere, se gli riusciva, di farne un dono allo stesso signor di Verona.
NOTE:
[1703] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1704] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1705] Raynald., Annal. Ecclesiast.
[1706] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1707] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1708] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1709] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1710] Corio, Istoria di Milano.
[1711] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontr., tom. eod.
[1712] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXVIII. Indiz. VI.
URBANO V papa 7. CARLO IV imperadore 14.
Continuò papa Urbano il suo soggiorno nel palazzo del Vaticano anche nella primavera di quest'anno, e nel mese di marzo Giovanna regina di Napoli e Pietro re di Cipri vennero a Roma per baciargli i piedi, e per trattar dei loro affari[1715]. Ad essa regina in segno d'onore fu donata dal pontefice la rosa d'oro. Venuta la state, andò il santo Padre a villeggiare a Montefiascone, della cui buon'aria e situazione si compiacque assaissimo. Eresse quivi un vescovato e un capitolo di canonici. Insigni parentadi si studiò sempre Bernabò Visconte di fare; ma Galeazzo suo fratello gli andò innanzi anche in questo. Bianca sua moglie era sorella di Amedeo VI conte di Savoia; Isabella, moglie di Gian Galeazzo suo figliuolo avea per padre il re di Francia. Contrasse egli parentela in quest'anno anche col re d'Inghilterra[1716], con dare in moglie a Lionello ossia Lionetto, figlio d'esso re e duca di Chiarenza, Violante sua figliuola. La dote fu magnifica, perchè, oltre a ducento mila fiorini d'oro[1717], concedette al genero la città d'Alba e molte castella in Piemonte, come Montevico, Cuneo, Cherasco e Demonte. Nel dì 27 di maggio venne il reale sposo a Milano[1718], accolto con ismisurata pompa e regali senza fine dai Visconti fratelli, e da gran nobiltà dell'uno e dell'altro sesso. Celebraronsi le nozze nel dì cinque di giugno, nel qual giorno si fecero nobilissimi conviti, che si veggono descritti dall'autore degli Annali Milanesi e dal Corio. Alla prima mensa, dove sedeano i principi, fu ammesso anche Francesco Petrarca insigne poeta: tanta era la di lui riputazione. Ma infausto fine ebbe questo matrimonio; imperciocchè il suddetto principe inglese, divenuto padrone d'Alba e delle suddette castella in Piemonte, per intemperanza, o per altre cagioni, finì di vivere in Pavia nell'anno presente (altri dicono nel seguente) con incredibil rammarico e gravissimo danno di Galeazzo, il quale non solamente perdè il genero, e seco le speranze di appoggio dalla parte del re d'Inghilterra, ma neppur potè ricuperar Alba e l'altre terre dotali del Piemonte, delle quali si fece padrone Odoardo il Dispensiere inglese, siccome andremo vedendo.
Stava in questo mentre Bernabò Visconte suo fratello attento agli andamenti e preparamenti de' principi collegati, ben prevedendo che l'aveano giurata contra di lui; sapea eziandio che Carlo IV imperadore, capo della lega, si disponea a passar in Italia con formidabili forze. Però da tutte le parti cercò al suo soldo gente, e determinò di prevenire i nemici colle sue armi e con quelle di Can Signore dalla Scala suo collegato. Erano allora le armate di Italia, siccome osservò il Corio, composte di varie nazioni. In quelle di Bernabò e di Galeazzo si contavano Italiani, Tedeschi, Ungheri e Borgognoni; e lo stesso succedea in quelle degli Estensi, Gonzaghi e Scaligeri. Il papa nell'esercito suo avea gran copia di Franzesi, Spagnoli, Bretoni, Provenzali e Pugliesi. Fra poco vedremo comparire anche l'imperadore con Boemi, Schiavoni, Polacchi ed altre nazioni. Se l'Italia stesse bene fra tanti e sì varii, quasi dissi, cani e ladroni, ognun può immaginarselo. Avvenne[1719] che nel dì 9 di marzo, trovandosi in Parma una grossa guarnigione di Bernabò, vennero alle mani i soldati italiani coi tedeschi ed ungheri, e degli ultimi ne rimasero uccisi trentadue. Fecero gli uffiziali del Visconte far tregua di tre mesi fra loro, e si quetò per allora il tumulto. Ora Bernabò, unite le sue armi con quelle del fratello Galeazzo e dello Scaligero, all'improvviso nel dì cinque d'aprile portò la guerra sul Mantovano per terra e per acqua[1720], avendo fatto calare per Po una copiosa flotta di galeoni armati. Entrò nel serraglio di Mantova da due parti, mettendo a sacco e fuoco tutto il paese, e quivi fabbricò una bastia fortissima. Anche dalla parte di Guastalla mandò un esercito verso Borgoforte, e se ne impadronì. Non tardò Niccolò marchese d'Este a spedire in soccorso de' collegati Gonzaghi i suoi galeoni armati per Po. Giunta a Borgoforte questa flotta, attaccò battaglia con quella del Visconte. Dieci ore durò il combattimento; in fine la peggio toccò ai legni estensi; e quelli che non si poterono salvar colla fuga, rimasero in potere dei vincitori. Ciò fatto, l'esercito di Bernabò si accostò maggiormente a Mantova. Intanto andarono covando i Tedeschi l'odio conceputo contra de' soldati italiani per la rissa succeduta in Parma, finchè se la videro bella. Essendo un dì sul Mantovano, senza far caso della tregua giurata, assalirono i fanti italiani. Lunghissimo fu il combattimento, e molti furono trucidati dall'una e dall'altra parte; ma perchè gl'Italiani erano in minor numero, toccò loro la peggio; e circa settecento d'essi si gittarono nel Po. Bernabò, ch'era in Parma, corse a Guastalla tutto dolente, e tanto si maneggiò, che fecero pace insieme. Anche in Bergamo, giunta la nuova dell'assassinio fatto agl'Italiani dai Tedeschi ed Ungheri, quarantacinque di quei Tedeschi, i quali erano ivi in presidio, furono spogliati ed uccisi.
Si mosse, nell'aprile di quest'anno, dalla Boemia Carlo IV imperadore[1721] con un possente esercito, accompagnato dai duchi di Sassonia, d'Austria, di Baviera, da' marchesi di Moravia e di Misnia, e da varii altri vescovi e gran signori. Giunse nel dì 5 di maggio a Conegliano, dove fu a rendergli i suoi ossequii Niccolò marchese di Ferrara. Nel dì 12 di giugno arrivò a Figheruolo sul Ferrarese, e seco si congiunsero, le milizie di papa Urbano, governate dal cardinale Anglico, vescovo d'Albano, fratello d'esso pontefice, con quelle della reina Giovanna. L'anonimo autore degli Annali Milanesi[1722] (se pur non è guasto il suo testo), per ingrandir la gloria de' Visconti, si lasciò scappar dalla penna che questa armata ascendeva a cinquanta mila cavalieri, senza la fanteria. L'autore della Cronica di Rimini[1723] narra che Carlo venne in Italia con trenta mila cavalieri. E all'incontro il Corio[1724] scrive essere stata l'armata dei collegati di venti mila persone. Tuttavia, qualunque fosse l'esercito di lui, pareva che l'imperadore avesse da ingoiare i Visconti. Ma Carlo IV, principe debole di consiglio in quasi tutte le imprese sue, nulla fece di rilevante in questo anno. Mise l'assedio ad Ostiglia, terra allora del Veronese: non potè averla. Andò sotto alla bastia fabbricata da Bernabò nel serraglio di Mantova, e con tutti i suoi assalti e con tante forze non potè vincerla. Il peggio fu che, ingrossato il Po, li suoi vollero tagliar l'argine del fiume per inondar la bastia; e quei della bastia voltarono le acque addosso al campo dell'imperatore, di modo che si trovò tutta la sua gente in pericolo, e convenne sloggiare in fretta, lasciando anche indietro buona parte del bagaglio. Del pari Can Signore fece tagliar l'Adige, e lo spinse addosso al Padovano. Andarono poi l'armi collegate a saccheggiare il Veronese. L'autore della Vita di papa Urbano V lasciò scritto[1725] che Carlo si accomodò collo Scaligero, e lo staccò dalla lega del Visconte. Null'altro di rilevante fece l'imperadore con tanta potenza; e ciò che ridondò in suo non lieve disonore, fu l'essersi egli fermato tanto colle sue genti in Mantova, città amica e fedele, che quasi la ridusse all'ultimo esterminio. Ora, dopo aver Carlo procurato una tregua, e, per quanto fu creduto, ricevuta sotto mano buona somma di danaro dai Visconti, e dopo aver licenziato molte delle sue milizie, a guisa di vinto si partì da Mantova, e nel dì 24 d'agosto arrivò a Modena, dove il marchese gli fece molto onore. Poscia pel territorio di Bologna passò in Toscana, e nel dì cinque di settembre entrò nella città di Lucca.
Giovanni dell'Agnello doge di Pisa, perchè temeva assai di perdere suo stato per la venuta dell'imperadore, gli avea per tempo inviati suoi ambasciatori e regali, ed erasi accordato con lui, con permettergli l'entrare in Lucca, e cedergli il castello dell'Agosta. Carlo inviò innanzi il patriarca d'Aquileia suo fratello a prendere il possesso d'essa città, e dipoi vi si trasferì egli in persona. Quivi si trovò anche l'Agnello a riceverlo, oppure, come altri scrissero, v'andò egli dipoi con assai nobile accompagnamento a pagargli il tributo della sua divozione. Ma un dopo desinare stando egli con altri nobili in un ballatoio, ossia sporto, o verone, o ringhiera, a veder le buffonerie d'un giocoliere[1726], cadde quel ballatoio, e con esso lui Giovanni dell'Agnello, il quale, per tal caduta, si ruppe una coscia. Altri vogliono che, rottosegli sotto per istrada un ponte di legno, ne ricevesse quella rottura; ma è più sicura la prima opinione. Portata a Pisa questa nuova, come se il doge, persona odiata e tenuta come tiranno, fosse morto, si levò a rumore tutto il popolo, gridando libertà; e quantunque i figliuoli dell'Agnello fossero corsi colà per sostenere l'autorità del padre, o farsi esaltare eglino stessi[1727], bisognò che in fretta scappassero per non restar vittime del furore de' cittadini, i quali cominciarono a reggersi a comune. Nel dì 3 di ottobre arrivò ad essa Pisa l'imperadore coll'imperadrice. Impose una contribuzione a quel popolo, e prese in prestito da alcuni di que' mercatanti dodici mila fiorini d'oro. Minacciava intanto i Fiorentini, richiedendo da essi Volterra ed alcune castella tolte a' Lucchesi. La risposta fu, che gli risponderebbono per le rime, s'egli avea voglia di guerra. In questi tempi una strepitosa disunione fu in Siena fra i nobili e il popolo[1728]. Spedirono i Salimbeni all'imperadore, perchè mandasse un corpo dei suoi armati. Egli vi spedì Malatesta Unghero signore di Rimini con ottocento cavalli, il quale, entrato in Siena, ed unitosi col popolo, atterrò il governo dei nobili. Colà poi da Pisa si trasferì anche l'imperadore nel dì 12 di ottobre, ed ebbe il dominio di quella città, dove dichiarò suo luogotenente Malatesta. Suo vicario avea anche lasciato in Pisa e Lucca Gualtieri vescovo d'Augusta. Per fiorini mille e secento venti in Firenze era in pegno la corona imperiale d'oro, perchè Carlo sempre si trovava sbrollo, tuttochè ruspasse danari da ogni parte. I Sanesi gliela disimpegnarono, e inoltre a lui pagarono e prestarono altri danari. Dopo la dimora di pochi giorni in Siena l'Augusto Carlo cavalcò alla volta di Viterbo, dove l'aspettava papa Urbano[1729]. Quivi, trattato che ebbero dei loro interessi, Carlo s'avviò verso Roma, e gli tenne dietro il papa. Vicino alla porta del castello Sant'Angelo s'incontrarono, e l'imperadore a piedi addestrò il pontefice, che veniva a cavallo, sino a San Pietro. Arrivata da lì ad alcuni giorni l'imperadrice Isabella, quarta sua moglie, con gran solennità fu coronata dal papa nella basilica vaticana correndo la festa degli Ognissanti. Sbrigato poi dagli affari che l'aveano condotto a Roma, sen venne di nuovo l'imperadore a Siena, dove trovò più che mai in confusione quella città e territorio; imperciocchè i nobili ridottisi alla campagna e alle lor castella, venivano di tanto in tanto sino alle porte della città saccheggiando e bruciando, di modo che i cittadini si morivano di fame. Fu dunque fatta una tregua, e si raffrenarono per un poco quei barbari movimenti.
NOTE:
[1713] Corio, Istoria di Milano.
[1714] Caresinus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1715] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1716] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1717] Corio, Istor. di Milano.
[1718] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1719] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.
[1720] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[1721] Chron. Estense., tom. 15 Rer. Ital.
[1722] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[1723] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1724] Corio, Istoria di Milano.
[1725] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1726] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1727] Tronci, Memor. di Pisa.
[1728] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXIX. Indizione VII.
URBANO V papa 8. CARLO IV imperatore 15.
Venne sul principio di novembre dell'anno presente a Roma Giovanni Paleologo imperador de' Greci[1730]. Il bisogno in cui egli si trovava del soccorso dei Latini per resistere alla sempre più crescente potenza de' Turchi, fatta ancor questa volta tacere la greca superbia, l'indusse a venire a' piedi del romano pontefice, dove, senza farsi molto pregare, abiurò gli errori de' suoi nazionali, e riconobbe la superiore autorità del papa nella Chiesa di Dio. Poco giovò al greco Augusto questo suo viaggio, e poco la di lui professione della fede alla Chiesa latina. Non era in questi tempi men valente Bernabò Visconte negli affari della guerra che nei maneggi di gabinetto. Fin l'anno addietro, parte col segreto favore dei duchi d'Austria e di Baviera suoi generi, e parte, come corse la voce, e confessa il Corio[1731], con regali disturbò tutti i disegni e gli sforzi di Carlo IV imperadore contra di lui, e riportò una tregua coll'armata de' collegati. Andò poscia egli destramente trattando con esso Augusto e col papa di pace, tanto che questa si stabilì fra esso lui, Galeazzo suo fratello, Can Signore dalla Scala, ed aderenti dall'un canto[1732], e dall'altro il pontefice, l'imperadore, la reina Giovanna, il marchese d'Este, i Gonzaghi, Francesco da Carrara, i Malatesti e i comuni di Siena e Perugia. Nel dì 13 di febbraio fu pubblicata questa pace, e demolita la bastia già fabbricata da Bernabò nel serraglio di Mantova. A questo gran guadagno si ridusse tanto sforzo d'un imperadore e di tanti suoi collegati. Fermavasi tuttavia in Siena esso imperador Carlo, dove facea da padrone assoluto con rabbia grande de' nobili, perchè esclusi, e non minore del popolo, che più non comandava le feste. I Salimbeni soli e Malatesta erano quelli che giravano le ruote del governo[1733]. Ma nel dì 18 di gennaio cominciò il popolo a rumoreggiare; e, prese le armi, si attruppò, perchè erano stati deposti i suoi difensori. Uscì l'imperadore di palazzo, e colla barbuta in capo, e con circa tre mila cavalieri, accompagnato da Malatesta Unghero, trasse al rumore per isbandar quella gente. Ma i Sanesi coraggiosamente gli vennero contro, ed attaccarono battaglia al campo; battaglia che durò ben sette ore colla morte di molti baroni e di più di quattrocento uomini dell'imperadore. Rimase il popolo padrone del campo, e prese circa mille e ducento cavalli, e molte armi ed arnesi. Malatesta cotanto si raccomandò, che fu lasciato uscire di città con ducento cavalieri. Altrettanto fecero i Salimbeni. L'imperadore si rifugiò nel palazzo, e restò quivi assediato. In tale stato altro scampo non ebbe che di venire ad un accordo con ricavar danari in compenso del danno e vergogna a lui fatta. Cinque mila fiorini ricevè in contanti allora, quindici altri mila furono promessi in tre paghe: con che perdonò ai Sanesi, e, confermati tutti i lor privilegii, assai malcontento se n'andò a Lucca. Forte gli batteva tuttavia il cuore. Fu in rotta coi Pisani; ma poi tra l'aggiustamento che fece con loro, e l'aver fatto ripatriare Pietro Gambacorta[1734], ne ricavò un regalo di cinquanta mila fiorini. Per altrettanta somma fece accordo coi Fiorentini. Sottrasse Lucca dal dominio de' Pisani per le tante istanze di quel popolo, che gli promisero altri venticinque mila fiorini, e quivi lasciò per governatore il cardinal Guido di Monforte. Poscia nel mese di luglio s'inviò coll'imperadrice alla volta di Bologna[1735], dove fu a riceverlo Niccolò marchese di Este, e, condottolo a Ferrara con grande onore, andò poi accompagnandolo sino ai confini del suo Stato. Imbarcossi Carlo colla moglie, e passò in Germania, seco portando grosse somme d'oro, di cui era stato diligente cacciatore, con empiere l'Italia di carte pecore, ma seco molto più di vergogna portando per essere venuto in Italia a pacificarla, ed avendola più che mai scompigliata, e per avere prostituita in varie maniere la sublime dignità imperatoria.
Guerra fu in quest'anno fra papa Urbano V e i Perugini[1736]. Perchè alla lor signoria erano state tolte le città d'Assisi e di Città di Castello, sdegnossi forte quel popolo contro il pontefice, e gli negava ubbidienza; anzi fece delle scorrerie fin sotto Viterbo, dove soggiornava lo stesso Urbano. Perciò contra di loro fu inviato un esercito con tali forze[1737], che nel presente anno, dopo molto contrasto, Perugia abbassò l'ali, e si sottomise al legittimo suo sovrano. Più strepito fece in Toscana un'altra guerra. Erasi dianzi ribellata ai Fiorentini la riguardevol terra di San Miniato. Dacchè fu uscito di Toscana l'imperadore, il comune di Firenze spedì l'esercito suo ad assediarla; ma Bernabò Visconte, che sempre andava in traccia di nuove brighe, si fece avanti, allegando di essere stato creato vicario di San Miniato dall'imperadore, e che, se non dismettevano quella danza, vi sarebbe entrato anch'egli colle sue armi. Non se ne misero pensiero i Fiorentini. Bernabò, condotta al suo soldo la compagnia degl'Inglesi di Giovanni Aucud, di cui s'era servito per dare soccorso a' Perugini contro le genti del papa[1738], la spinse in Toscana per far levar quell'assedio. Generale dei Fiorentini era allora Giovanni Malatacca Reggiano, per attestato della Cronica Estense[1739], non sussistendo, come scrive l'Ammirati[1740], ch'egli avesse finita la sua condotta, e in suo luogo fosse subentrato Bartolino de Losco ossia de Bosco. Il Malatacca, siccome personaggio pratico del suo mestiere, non volea battaglia, tenendosi assai sicuro nelle sue bastie o trincee; ma i baldanzosi uffiziali di Firenze col comando e con pungenti parole il costrinsero al combattimento a Ponteadera. Fu disfatto il suo esercito nel dì 8 di dicembre dall'Aucud, ed esso Malatacca fatto prigione. Non cessò per questo l'assedio, perchè vi restavano le bastie, e colà i Fiorentini mandarono nuova gente. L'Aucud, dopo la vittoria, diede il guasto al distretto di Firenze sino alle porte.
Erasi ribellata ai Veneziani la città di Trieste[1741]. Quest'anno valorosamente la ripigliarono. Di nuovo ancora si risvegliò la guerra fra Galeazzo Visconte e Giovanni marchese di Monferrato[1742]. Dopo la morte di Lionello ossia Lionetto, figliuolo del re d'Inghilterra e genero di Galeazzo, la città d'Alba ed assai altre castella in Piemonte, date in dote alla figliuola, rimasero in potere di Odoardo il Dispensiere, che co' suoi Inglesi le tenne forte senza volerle restituire, ed anche per tradimento disfece un esercito inviato contra di lui. Ma gli mancava la pecunia. Il marchese di Monferrato corse al mercato, e collo sborso di ventisei mila fiorini d'oro ottenne in pegno dal Dispensiere quello Stato, come apparisce dallo strumento stipulato nel dì 27 d'ottobre, e rapportato da Benvenuto da San Giorgio[1743]. Per questa cagione da Galeazzo fu intimata la guerra al marchese, e le sue milizie passarono a dare il guasto al Monferrato. Vicendevolmente il marchese, che avea preso ai suoi stipendii il Dispensiere e gl'Inglesi, entrò nel Novarese, con saccheggiar il paese, e bruciar le terre di Biandrate e Garlasco. La città di Sarzana in quest'anno spontaneamente si diede a Bernabò Visconte, ed egli tentò anche l'acquisto di Lucca, che non gli venne fatto[1744]. Nacque nell'anno presente a' dì 10 di giugno in Cotignuola Sforza Attendolo, che vedremo celebre nel proseguimento della storia, e padre di Francesco Sforza duca di Milano. Negli Annali Milanesi[1745] (forse con più fondamento) vien riferita la di lui nascita al dì 29 d'esso mese, giorno di martedì. Turbolenze grandi furono in Pisa, e Pietro Gambacorta tanto seppe fare, che fu eletto capitano delle masnade, grado di molta considerazione in quella città. Per la quale elezione rimasero sconcertate le macchine di Bernabò Visconte, che amoreggiava quella città, o almeno si studiava di rimettere nel suo primiero posto il decaduto Giovanni dell'Agnello.
NOTE:
[1729] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1730] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[1731] Corio, Istor. di Milano.
[1732] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[1733] Cronica di Siena, tom. eod.
[1734] Tronci, Annal. Pisan.
[1735] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1736] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1737] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1738] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[1739] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[1740] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 13.
[1741] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.
[1742] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.
[1743] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[1744] Corio, Istor. di Milano.
[1745] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCLXX. Indizione VIII.
GREGORIO XI papa 1. CARLO IV imperadore 16.
Rimase in quest'anno sommamente afflitta Roma, anzi l'Italia tutta, per la risoluzione presa da papa Urbano V di ritornarsene ad Avignone[1746]. Giusto motivo di questo divorzio punto non appariva, perchè Roma tutta gli ubbidiva, e il rispettava nelle forme dovute ad un sovrano e ad un vicario di Cristo. Lo Stato ecclesiastico già quasi tutto cominciava a godere i frutti di quella pace che egli vi avea portata. Per quanto si raccoglie dalla sua Vita[1747], prese egli per pretesto di tornarsene in Francia, il potere più da vicino applicarsi a metter pace fra i re di Francia e d'Inghilterra, che si andavano allora divorando l'un l'altro. Ma il Petrarca forse toccò[1748] il punto, attribuendo ai cardinali franzesi l'aver commosso il buon papa a far questo salto. Avvezzi alle delizie della Provenza, e alla vita dissoluta che si tenea in quelle parti, non si poteano vedere in Italia. Per essere venuto il papa alla sua propria residenza, sparlarono sempre di lui finchè visse, e più ancora dappoichè la morte l'ebbe rapito. Tanto dunque si può credere ch'essi tempestassero, rappresentandogli il gran bene che ne verrebbe per quetar l'aspra guerra dei suddetti due re, ch'egli nella state di questo anno, partitosi da Roma per andare a villeggiare a Montefiascone, mentre riposò in Viterbo, scoprì la sua intenzione di riveder la Francia, con ordinare a tutti i cortigiani di prepararsi al viaggio. Per quanto gli fosse detto contro, e predetta la morte e lo sdegno di Dio, se andava, non si lasciò smuovere dal suo proponimento. Perciò nel dì 5 di settembre ito a Corneto, quivi si imbarcò, avendogli provveduto un suntuoso stuolo di galee i re di Francia e d'Aragona, la reina Giovanna, i Pisani e i Provenzali. Ebbe a pentirsi da lì a non molto d'avere abbandonata la sua particolar greggia, e insieme l'Italia; perciocchè, giunto ad Avignone, stette poche settimane a cadere infermo; e questa infermità nel dì 19 di dicembre il trasse di vita. Pontefice dotato di tutte le più belle virtù convenienti al suo sublime santo ministero, umile sprezzator delle pompe, limosiniere, zelante del culto di Dio, e tale in somma che tenuto fu per santo dopo sua morte, si narravano grazie ottenute da Dio per intercessione di lui. Oltre a varie Croniche[1749], ne fa fede anche il Petrarca nelle sue lettere; e l'autore della Cronica Bolognese[1750] attesta che in quella città fu con indicibil duolo compianta la perdita di questo buon pontefice per li tanti benefizii ch'egli e il cardinale Anglico, suo fratello, aveano compartiti ad essa città, e per la fama de' suoi miracoli si cominciò a dipignere per le chiese la di lui effigie. Altrettanto abbiamo dagli Annali di Genova di Giorgio Stella[1751]. Fu poi nel dì 30 di dicembre eletto sommo pontefice Pietro Ruggieri, figliuolo di Guglielmo conte di Belforte, e nipote di Clemente VI, che era cardinale di Santa Maria Nuova, giovane di età, ma vecchio di costumi, scienziato nelle leggi, ne' canoni e nella teologia, modesto, liberale, e amato da tutti per le sue oneste e cortesi maniere. Prese il nome di Gregorio XI. Dicono ch'egli fu scolare di Baldo gran legista in Perugia.
Secondochè scrive Matteo Griffoni[1752], riuscì a Giovanni Aucud d'introdurre in San Miniato, assediato da' Fiorentini, un convoglio di vettovaglia e di munizioni. Ciò non ostante, per tradimento di uno di quei terrazzani, appellato Luparello, i Fiorentini entrarono nella terra nel dì 9 di gennaio dell'anno presente. Il presidio di Bernabò Visconte si ritirò nella rocca, la quale al fine venne anch'essa nelle lor mani. Ad alcuni di que' nobili cittadini ribelli fu mozzo il capo. Se ne fuggirono gli altri, cioè parte de' Mangiadori, conti di Collegalli e Ciccioni, e con essi Filippo Borromeo, da cui discende la chiarissima famiglia de' conti Borromei di Milano. Tolto dunque a Bernabò quel nido in Toscana, egli richiamò l'Aucud in Lombardia. Passò la sua compagnia d'Inglesi, calcolata circa due mila barbute, nel dì primo d'agosto sul Bolognese[1753], commettendo nelle vicinanze di quella città le consuete sue crudeltà, e dipoi se ne andò sul Parmigiano. Le paci che facea Bernabò duravano sempre quel solo tempo che a lui piaceva, perchè non gli mancavano mai pretesti di romperle, e sempre maneggiava ribellioni e tradimenti in casa de' vicini. Mosse egli guerra nell'anno presente a Feltrino Gonzaga signor di Reggio. Affinchè egli non s'impadronisse di quella città, accorsero in aiuto di lui le armi della Chiesa, de' marchesi estensi[1754] e de' Fiorentini, che manteneano lega insieme per sospetto sempre di quel non mai quieto bestione. Nel dì 20 d'agosto succedette una battaglia tre miglia lungi da Reggio, in cui fu sconfitta parte del di lui esercito, e presa una bastia da lui fabbricata a San Rafaello. Avea Bernabò sovvertiti i principali della terra di Vignola nel Modenese, e massimamente i nobili Grassoni, per ribellarla al marchese Niccolò. Scoperto il trattato, ebbero que' traditori il meritato gastigo. Inoltre i signori di Sassuolo, dopo aver ucciso a tradimento sul Bolognese Gherardo de' Rangoni, uno de' nobili principali di Modena, e carissimo a Niccolò marchese d'Este, si ribellarono, ponendosi sotto la protezion di Bernabò. Questa ribellione fece tornare sul Modenese le genti della lega, che, passate sul Parmigiano, aveano dato ivi un gran guasto. Assediarono esse la Mirandola, senza poterla avere; e nel ritorno furono colte in un agguato dall'Aucud spedito da Bernabò. Per questo colpo diedero i collegati orecchio a proposizioni di pace, la quale nel prossimo novembre a dì 12 fu pubblicata tra essi e Bernabò. Ma perchè non vi fu compreso Manfredino da Sassuolo, continuò la guerra del marchese Niccolò contra di lui, e ciò servì di pretesto a Bernabò per non osservare dipoi i capitoli d'essa pace.
Oltre misura fumava di collera Galeazzo Visconte contra di Giovanni marchese di Monferrato per l'occupazione della città d'Alba e di molte castella del Piemonte, siccome abbiam di sopra accennato. Però con un possente esercito andò nell'anno presente a farne vendetta[1755]. Diede il guasto alle di lui castella verso Po, e pacificamente s'impadronì di Valenza nel mese di settembre. Condusse poi l'armata sotto Casale di Santo Evasio, e strinse quella terra con vigoroso assedio, e talmente l'angustiò, che per difetto di viveri que' cittadini nel dì 14 di novembre capitolarono la resa. Lo strumento di essa dedizione vien rapportato da Benvenuto da San Giorgio[1756]. Per questa perdita presero brutta piega gli affari del marchese Giovanni. Secondo il Corio[1757], in questo medesimo anno esso Galeazzo ricuperò la città di Como, che colla Valtellina se gli era ribellata. Bernabò diede principio ad un mirabil ponte d'un arco solo sopra l'Adda a Trezzo, e fece fabbricar cittadelle a Brescia, Bergamo, Cremona, Pizzighettone, Crema, Pontremoli, Lodi, Sarzana ed altri luoghi. E perciocchè Galeazzo suo fratello[1758] avea cominciato in Milano il castello di Porta Zobbia, anch'egli si mise a fabbricarne un altro nel sito dove ora è lo spedal maggiore. Quanto a Genova, se la pace entrava talvolta in quella città[1759], bisognava ben che s'aspettasse d'uscirne in breve per l'instabilità e bollore di quelle teste. Gabriello Adorno, allora doge di quella città, benchè persona esente da ogni taccia di tirannia, anzi lodevole in tutte le azioni sue, pure non giugneva a contentare un popolo che troppo amava le novità, diviso per le fazioni guelfa e ghibellina. Nel 13 d'agosto contra di lui insorse coll'armi una parte del popolo. Fece egli sonar campana a martello per aver soccorso, e niuno si mosse per lui. Fu preso per forza il palazzo ducale, ed allora molti de' mercatanti e del popolo si ridussero alla chiesa de' frati minori, dove proclamarono doge Domenico da Campofregoso, mercatante ghibellino di molta prudenza e ricchezze. Per maggior sua sicurezza fece egli ritenere il deposto Adorno, e mandollo prigione a Voltabio, facendolo custodire da buone guardie. L'anno fu questo[1760], in cui la città di Lucca, dopo tanti anni di servitù, ricuperò la sua libertà, per maneggio specialmente de' Fiorentini, assai informati de' movimenti di Bernabò Visconte, per ottenerla o con danari o colla forza. Venticinque mila fiorini sborsati al cardinal Guido, che n'era governatore, il fecero andar con Dio, e lasciar libero quel popolo, il quale fra le allegrezze della ricuperata libertà non dimenticò di atterrare l'odiata cittadella dell'Agosta, siccome quella che avea tenuto sempre in addietro il giogo addosso alla città.
NOTE:
[1746] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1747] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1748] Petrarcha, lib. 13 Rer. Sen., epistol. 13.
[1749] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1750] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1751] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1752] Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1753] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1754] Chronic. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[1755] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.
[1756] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[1757] Corio, Istor. di Milano.
[1758] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXI. Indiz. IX.
GREGORIO XI papa 2. CARLO IV imperadore 17.
Fecero gran rumore in Italia nel presente anno le calamità della città di Reggio[1761]. Padrone d'essa Feltrino da Gonzaga tirannescamente opprimeva quel popolo, che perciò nulla più desiderava che di passar sotto altro signore. I Boiardi, Roberti, Manfredi, principali d'essa città, ne fecero parola al marchese Niccolò d'Este signor di Ferrara e Modena, rappresentandogli facile l'acquisto per la disposizion favorevole di que' cittadini. La voglia di slargare i confini, da cui non va esente alcuno de' principi; l'aver Feltrino usati in addietro varii tradimenti ed insolenze al marchese; e le pretensioni che tuttavia nudriva la casa d'Este sopra di Reggio, posseduto già da essa anche nel principio del corrente secolo, gli fecero dare il consenso a questa tentazione. Richiedeva l'impresa delle forze, e perciò prese egli al suo soldo la compagnia di masnadieri di varie nazioni, messa insieme dal conte Lucio di Suevia, non so se fratello del già ucciso conte Lucio Corrado, uomo che anche egli col prendere il soldo altrui, o pur colle rapine e coi saccheggi manteneva le truppe sue. Sul Sanese aveano costoro bruciate circa due mila case[1762], e spremuto da quel comune per accordo otto mila fiorini d'oro a' dì 22 di marzo. Vennero pel Bolognese a guisa di nemici; e il marchese, per coprire i suoi disegni, gl'inviò sotto Sassuolo, mostrando di voler quivi piantare una bastia, giacchè durava la guerra contra di Manfredino signor di quella terra. Poscia nel dì 7 d'aprile segretamente cavalcò la gente del marchese a Reggio, sotto il comando di Bechino da Marano; e presa la porta di San Pietro per forza, entrò vittoriosa nella città. Feltrino da Gonzaga si rifugiò nella cittadella, e tenne forte anche due porte della stessa città. Arrivò intanto lo scellerato conte Lucio colle sue sfrenate masnade. L'ordine era, ch'egli non entrasse nella città, per ischivare i disordini; ma costui trovò la maniera di introdurvisi con promessa di non danneggiare i cittadini. Ma appena quelle inique milizie furono dentro, che diedero un orrido sacco alle case, ai sacri templi, con tutte le più detestabili conseguenze di sì fatte inumanità. Nè ciò bastando allo iniquo condottiere, dacchè intese che Feltrino trattava con Bernabò Visconte di vendergli Reggio, anch'egli concorse al mercato. Venne per questo a Parma Bernabò, dopo avere spedito a Feltrino Ambrosio suo figliuolo (già liberato per danari dalle carceri di Napoli) con aiuto di gente. Fu conchiuso il contratto fra lui e il Gonzaga nel dì 17 di maggio, come apparisce dallo strumento, per cui comperò Bernabò la città di Reggio pel prezzo di cinquanta mila fiorini d'oro, con lasciare a Feltrino il dominio di Novellara e Bagnolo, che erano del distretto di Reggio. Altri venticinque mila fiorini (quaranta mila dicono gli Annali Milanesi[1763]) pagò il Visconte al conte Lucio, affinchè gli desse libera la città. Dopo di che tanto il Gonzaga, che il conte Lucio si ritirarono, comandando costui alle genti del marchese d'andarsene, altrimenti avrebbe contra di loro adoperata la forza.
Enorme fu il tradimento; e pur con tanti esempi della mala fede di questi iniqui masnadieri, i principi d'Italia li conducevano al loro servigio; e il conte Lucio appunto passò da Reggio al soldo di Giovanni marchese di Monferrato, contro al quale aspramente guerreggiava Galeazzo Visconte. Scrisse il Corio[1764], e prima di lui l'autore degli Annali Milanesi, essere state le milizie di Bernabò che diedero l'esecrabil sacco alla città di Reggio. La Cronica Estense[1765], siccome ho detto, e Matteo Griffone[1766] attribuiscono tanta iniquità alle soldatesche del conte Lucio. Ebbe bene a rodersi le dita per sì infelice impresa il marchese Niccolò. Non solamente non acquistò egli Reggio, ma servì lo sforzo suo a farla cadere in mano del maggiore e più potente nemico ch'egli avesse; e fu la rovina di quella sfortunata città, la quale rimase desolata, essendosene ritirata buona parte de' cittadini o per le miserie sofferte, o per non restare sotto il duro dominio del crudele Bernabò Visconte. Poco stette ancora l'Estense a pagarne il fio, perchè Ambrosio Visconte nel dì 14 d'agosto con ischiere copiose d'armati diede il guasto al territorio di Modena, arrivò sul Ferrarese, assediò il Bondeno, e fece inestimabil preda di persone e bestiami. Le mire di Bernabò andavano oramai sopra Modena stessa: del che sommamente furono scontenti e in pena papa Gregorio e tutti i collegati, veggendo crescere sempre più la potenza del possente Biscione. Contro le forze di Galeazzo Visconte non potea intanto reggere Giovanni marchese di Monferrato, ed avea già perduta parte del suo paese. Appigliossi dunque al partito, siccome dicemmo, di condurre al suo soldo l'infedel conte Lucio, la cui compagnia si faceva ascendere a circa cinque mila uomini d'armi, oltre a gran quantità di balestrieri ed arcieri a piedi[1767]. Venne Galeazzo Visconte a Piacenza, e quivi ammassò l'esercito suo, composto di diverse nazioni, Italiani, Tedeschi, Ungheri, Spagnuoli, Guasconi e Bretoni, con disegno d'impedire il passo a questi masnadieri. Ma alle pruove giudicò meglio di non far loro resistenza. Passarono dunque in Monferrato sul principio di giugno, e l'arrivo loro impedì che Galeazzo non facesse alcun altro progresso nell'anno corrente. Nel dicembre di quest'anno l'odio inveterato, che l'un contra l'altro covavano i Veneziani[1768] e Francesco da Carrara signor di Padova, finalmente scoppiò in un'aperta dissensione e in preparamenti di guerra. Gli autori veneti ne attribuiscono, e più probabilmente, la colpa a Francesco da Carrara, che, alzato in superbia per la protezione di Lodovico potentissimo re d'Ungheria, avea fabbricato varie castella, argini e chiuse oltre la palude d'Oriago, e in altri siti che il comune di Venezia pretendea suoi. All'incontro, gli storici padovani[1769] scrivono avere i Veneziani per odio ed invidia, e senza ragione, mossi cotali pretesti per vendicarsi del Carrarese a cagion della assistenza già data al re d'Ungheria, allorchè venne all'assedio di Trivigi; giacchè non altrove avea Francesco fabbricato quelle ville e fatte le fortificazioni, se non sul distretto di Padova.
NOTE:
[1759] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1760] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 13.
[1761] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1762] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1763] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1764] Corio, Istoria di Milano.
[1765] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1766] Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1767] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1768] Caresin., Chronic., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Cron., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXII. Indizione X.
GREGORIO XI papa 3. CARLO IV imperadore 18.
Secondo il Guichenone[1770], Giovanni marchese di Monferrato, principe glorioso, forse per gli affanni patiti ne' sinistri successi della sua guerra con Galeazzo Visconte, gravemente s'infermò e terminò i suoi giorni. Nella Cronica di Piacenza[1771] è scritto che la sua morte accadde nel dì 13 di marzo del 1371. Ma il testamento e i codicilli di questo principe dati alla luce da Benvenuto da San Giorgio[1772], benchè non assai esatti nelle note cronologiche, abbastanza ci assicurano esser egli passato all'altra vita dopo il dì 14 di marzo dell'anno presente, e prima del dì 20 d'esso mese. Sotto la protezion del papa lasciò suo erede nel Monferrato Secondotto suo primogenito; e la città d'Asti volle che fosse per indiviso di esso Secondotto, e di GIOVANNI, TEODORO e Guglielmo altri suoi figliuoli, e di Ottone duca di Brunsvich suo parente, al quale avea anche donato varie altre castella, deputandolo per tutore e curatore de' suddetti suoi figliuoli insieme con Amedeo conte di Savoia. Aveva egli tenuto Ottone di Brunsvich in addietro per suo principal consigliere, e quasi secondo padrone di quegli Stati: cotanta era la sua onoratezza, fedeltà e prudenza. Maggiormente si applicò esso duca da lì innanzi a sostener gl'interessi di quei principi giovinetti. Ma si trovava egli in gravi pericoli, perchè Galeazzo Visconte minacciava la città d'Asti, e in fatti passò ad assediarla nell'anno presente. Trattò di pace il duca di Brunsvich, ma ritrovate troppo alte le pretensioni di Galeazzo, che a tutte le maniere voleva Asti, se ne ritornò alla difesa di quella città e del Monferrato, con implorar l'aiuto del suddetto Amedeo conte di Savoia, valoroso principe di questi tempi. Era il conte cognato di Galeazzo, cugino de' figliuoli del fu marchese Teodoro, e perciò sembrava irresoluto; ma l'essersi Federigo marchese di Saluzzo collegato coi Visconti, e il timore che il crescere di Galeazzo non ridondasse in proprio danno, gli persuasero di entrare in lega col Monferrato. Inoltre seppe così ben rappresentare al papa la necessità di reprimere i Visconti[1773], siccome gente vogliosa di assorbir tutta l'Italia, che il trasse seco in lega, e n'ebbe gran rinforzo di gente e danari. Erano unite anche le altre milizie pontificie con quelle del marchese Niccolò Estense, di Francesco da Carrara e de' Fiorentini, per resistere in altre parti alle forze di Bernabò Visconte. Quanto al Monferrato, durò lungo tempo l'assedio d'Asti: v'andò un potente soccorso del conte di Savoia; seguirono varii combattimenti colla peggio de' Visconti[1774]; e in fine sì vigorosa difesa fecero di quella città il conte ed Ottone duca di Brunsvich, con aver anche prese le bastie del Visconte, che Galeazzo fu forzato a ritirarsi colle mani vote.
Altro destino ebbe la guerra di Bernabò col marchese estense. Ambrosio suo figliuolo bastardo, scelto per capitano colla sua armata, collegato con Manfredino signor di Sassuolo, venne da Reggio a dare il guasto al territorio di Modena[1775]. Gli furono a fronte le genti del marchese, del legato pontificio, del Carrarese e de' Fiorentini, e corsero anche esse a' danni del Sassolese. Poscia nel dì 2 di giugno vennero alle mani le due nemiche armate. La sanguinosa battaglia durò ore quattro continue; voltò in fine la spalle quella de' collegati, con essere rimasti prigionieri Francesco e Guglielmo da Fogliano, nobili reggiani, capitani dell'Estense e della Chiesa, e Giovanni Rod Tedesco capitano de' Fiorentini, e circa mille soldati. Nè si dee tacere una delle tante crudeltà di Bernabò. Nel dicembre di quest'anno fece intimar la morte al suddetto Francesco da Fogliano, se non gli consegnava tutte le castella esistenti nel Reggiano. Ma non era in sua mano il darle, perchè v'era guarnigione del papa e del marchese Niccolò; e Guido Savina suo fratello, che in esse castella soggiornava, benchè scongiurato, sempre ricusò di consegnarle. Fece Bernabò ignominiosamente impiccare quel prode cavaliere: barbarie divolgata e detestata per tutta l'Italia. La perdita della battaglia suddetta, che si tirò dietro la presa di Correggio, venne da lì a non molto riparata coll'arrivo di numerose squadre d'armati, spedite dal cardinal Pietro Bituricense, venuto nel gennaio a Bologna legato apostolico, e da Giovanna regina di Napoli. Queste impedirono a Bernabò il piantare intorno a Modena due bastie, che gli erano costate sessanta mila fiorini d'oro. Ma perciocchè esso Bernabò, volendo prestar soccorso al fratello Galeazzo[1776], contra di cui era marciato con molte forze Amedeo conte di Savoia, spedì verso Asti il figliuolo Ambrosio, e buona parte dell'esercito suo[1777]: l'armata de' collegati s'inoltrò sul Reggiano e Parmigiano, dove fece immenso bottino, e rovinò il paese per otto giorni. Oltre a ciò, la compagnia degl'Inglesi, sotto il comando di Giovanni Aucud, che militava per Bernabò Visconte, terminata la sua ferma, e disgustata, perchè non le fu permesso di venire a battaglia col conte di Savoia, passò ai servigi del papa e de' collegati; e giunta sul Piacentino, dopo aver prese parecchie castella di quel contado, quivi dolcemente si riposò nel verno alle spese de' miseri popoli. Verso lo stesso territorio di Piacenza si inviò nel novembre il conte di Savoia col disegno di entrar sul Milanese; ma i fiumi grossi e le buone difese fatte dai Visconti fecero abortir le sue idee[1778]. Eransi già ritirate ai quartieri le milizie de' collegati, ed era seguita una tregua con Bernabò per mezzo del re di Francia, quando Ambrosio Visconti, senza saputa del padre (per quanto si fece credere), cavalcò con tutte le sue genti di armi sul Bolognese[1779] nel dì 18 di novembre, dove diede un terribil guasto, e bruciò case e palagi. Arrivò fino alle porte di Bologna all'improvviso, niuno aspettando tal visita in vigor della tregua. Ne menò via ben tre mila buoi, e il danno recato si fece ascendere fino a secento mila fiorini d'oro. In Pavia nel dì 3 di settembre di quest'anno finì di vivere Isabella moglie del giovane Galeazzo Visconte conte di Virtù, e figliuola di Giovanni re di Francia, principessa che per le sue rare virtù si truova sommamente encomiata negli Annali di Milano e di Piacenza.
Non ostante che s'interponessero gli ambasciatori del legato pontificio, dei Fiorentini e Pisani, per impedir la guerra che s'andava preparando fra i Veneziani e Francesco da Carrara signor di Padova, maniera non si trovò per quetar le differenze[1780]. Severamente furono gastigati alcuni nobili veneti amici del Carrarese, che gli rivelavano i segreti del consiglio. Ma ciò che maggiormente irritò il senato veneto, fu l'avere scoperta un'indignità del Carrarese, il quale segretamente avea spediti a Venezia alcuni suoi sgherri per levar di vita certi altri nobili suoi nemici, perchè attraversavano i trattati della concordia. A molti di quegli assassini costò la vita lo scoprimento del disegno; e per questo si venne all'armi. Gli avvenimenti di essa guerra, in cui fu assistito il Carrarese da Lodovico re d'Ungheria, furono varii, e veggonsi diffusamente descritti dal Caresino, dal Redusio e dai Gatari. Fino poi a questo anno erano durate le fiere nemicizie e guerre fra i re di Napoli Angioini e i re di Sicilia Aragonesi[1781]. Dacchè il re Pietro tolse al re Carlo I la Sicilia, non mai durevol pace seguì fra loro; nel presente anno finalmente stabilirono un accordo Giovanna regina di Napoli e don Federigo d'Aragona re di Sicilia, essendosi indotto l'ultimo a riconoscere dalla regina in feudo quell'isola, e di pagarle annualmente a titolo di censo tre mila once d'oro, cadauna delle quali valeva cinque fiorini d'oro, e per conseguente quindici mila fiorini d'oro per anno: somma veramente pesante; e di usare il titolo di re di Trinacria, e non già di Sicilia, riserbato alla regina Giovanna. Il Fazello[1782] con error grave fa mancato di vita il re Federigo nell'anno 1368. Gli Atti pubblicati dal Rinaldi il comprovano vivo in quest'anno, ed autore della suddetta concordia, la quale fu approvata dal papa. Diede bensì fine al suo vivere nel dì 11 di luglio dell'anno presente[1783] Malatesta Unghero signore di Rimini, e, secondo la Cronica di Bologna[1784], della sua morte fu gran danno, perchè era prode uomo, come sono stati sempre i Malatesti. Il dominio degli Stati rimase a Galeotto suo zio e a Pandolfo suo fratello, il quale nell'anno appresso fece anch'egli fine a' suoi giorni. Facendosi in quest'anno la coronazione di Pietro re di Cipri, a cagion della precedenza fra i balii o consoli, insorse gran rissa fra i Veneziani e Genovesi[1785]. In favore de' primi furono i Cipriotti: laonde alquanti Genovesi vennero uccisi, oppure precipitati dai balconi. Portata questa disgustosa nuova a Genova, si sollevò gran rabbia e tumulto in quel popolo, nè tardò quel doge Domenico da Campofregoso a mettere in ordine una possente armata marittima, di cui fu ammiraglio Pietro da Campofregoso, fratello del doge, per passare in Cipri a farne vendetta. Questo accidente risvegliò l'antica gara ed odio fra le due nazioni veneta e genovese, onde ne seguirono poi sconcerti e guerre implacabili.
NOTE:
[1769] Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1770] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.
[1771] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1772] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria di Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[1773] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1774] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1775] Annales Mediolan., tom. 16 Rerum Italic. Chronic. Placentin., tom. eod. Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1776] Corio, Istor. di Milano.
[1777] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1778] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1779] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1780] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital. Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Andreas de Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1781] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1782] Fazell., de Reb. Sic., lib. 9, cap. 6.
[1783] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1784] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXIII. Indiz. XI.
GREGORIO XI papa 4. CARLO IV imperadore 19.
Per continuare la guerra contro i Visconti papa Gregorio XI, come si usava in questi sì sconcertati tempi, impose le decime nell'Ungheria, Polonia, Dania, Svezia, Norvegia ed Inghilterra. L'oro indi raccolto servì ad accrescere le due armate, destinate l'una in Piemonte contra di Galeazzo Visconte, e l'altra sul Modenese contra di Bernabò, di lui fratello; i quali Visconti erano stati di nuovo scomunicati nella pubblicazion della bolla In Coena Domini. La vendetta che ne fece Galeazzo[1786], fu di spogliar gli ecclesiastici sottoposti al suo dominio, e di esiliarli. Più discreto in questo fu Bernabò, quantunque opprimesse i suoi anche egli con esorbitanti gravezze. Ora giacchè era finita la tregua, senza che si fosse potuto intavolar pace fra i Visconti e i collegati, Bernabò nel dì 5 di gennaio spedì parte del suo esercito ai danni del Bolognese[1787], cioè mille uomini d'armi da tre cavalli l'uno, e trecento arcieri. Questa masnada pervenne sino a Cesena saccheggiando tutto il paese. Ma mentre carichi di preda se ne tornavano indietro, venne con loro alle mani, nel passare verso San Giovanni il fiume Panaro[1788], Giovanni Aucud coi suoi Inglesi e coi Bolognesi, e li mise in rotta, con far prigioni circa mille persone. Secondo la Cronica di Piacenza[1789], la maggior parte degli sconfitti si salvò colla fuga; ma non è da credere, perchè erano in paese nemico. Poscia nel dì 20 di febbraio il legato della Chiesa coll'esercito marciò verso Piacenza e Pavia, e si impadronì del castello San Giovanni. Quasi tutte le altre castella del Piacentino ed alcune del Pavese, prevalendo in esse i Guelfi, si ribellarono a Galeazzo, dandosi al legato; il che poi fu la loro rovina. Nello stesso tempo Amedeo conte di Savoia con un'altra poderosa armata passò il Po e il Ticino, e giunse sino alle porte di Pavia, dove distrusse i giardini di Galeazzo Visconte. Poscia, venuto sul territorio di Milano, si accampò a Vicomercato, dove si fermò alquanti mesi, facendo scorrerie, e mettendo in contribuzione tutto il paese. Seco erano Ottone duca di Brunsvich e Luchinetto Visconte. S'inoltrò poscia sul Bresciano a cagion di un trattato di tradimento che avea in Bergamo. Colà penetrò colle sue genti anche il legato pontificio, chiamato in aiuto; e le sue masnade in saccheggi ed incendii si studiarono di non essere da meno degli altri. Affinchè non si unissero col conte di Savoia, accorse l'armata de' Visconti, e presso Monte Chiaro disfece buona parte di esso esercito pontificio, colla morte di circa settecento uomini, e coll'acquisto di cinquecento cavalli. Ma nel dì 8 di maggio comparendo colle loro squadre inglesi e franzesi Giovanni Aucud e il signore di Cussì, benchè inferiori di gente, diedero una gran rotta all'esercito de' Visconti nel luogo di Gavardo, ossia al ponte del fiume Chiesi, dove rimasero prigionieri moltissimi nobili italiani e tedeschi, distesamente annoverati dall'autore della Cronica Estense[1790]. Fra i principali si contarono Francesco marchese d'Este fuoruscito di Ferrara; Ugolino e Galeazzo marchesi di Saluzzo, Castellino da Beccheria, Romeo de' Pepoli, Gabriotto da Canossa, Federigo da Gonzaga, Beltramo Rosso da Parma, e Francesco da Sassuolo, quel medesimo che, per avere ucciso il nobil uomo Gherardo de' Rangoni da Modena, occasionò la presente guerra. Gian-Galeazzo conte di Virtù, figliuolo di Galeazzo, che si trovò in quel frangente, per miracolo si salvò.
Narra il Gazata[1791] che in questi tempi passò per Milano e per Pavia un vescovo nipote del papa con seguito di cinquanta persone, il quale si esibì ai fratelli Visconti di trattar di pace col papa. Fu ben veduto, e gli fu dato salvocondotto per passare al campo del conte di Savoia, che si trovava allora sul Milanese. Ma Galeazzo, tenendogli buone spie alla vita, scoprì ch'egli portava seco cento venti mila fiorini d'oro per le paghe del conte. Buon boccone fu questo per lui; tutto sel prese, facendo poi dire al prelato che con sicurezza se n'andasse, ma che non dovea portar sussidii ai suoi nemici. Partissi nel dì 13 di maggio da Sassuolo Manfredino signor di quella terra per andare a Firenze. Appena fu fuori, che quegli abitanti gli serrarono le porte dietro. Volle rientrare, ma non potè. Fu appresso data la terra al marchese Niccolò Estense; e così andarono dispersi da lì innanzi i signori di Sassuolo con gastigo meritato da essi per la ribellione al loro signore, e per l'ingiusto ammazzamento del Rangone. All'incontro Guido Savina da Fogliano, staccatosi dalla lega, s'accordò con Bernabò Visconte, sottomettendo a lui ventiquattro castella ch'egli possedeva nel Reggiano, e ne riportò dei vantaggiosi patti. Giovanni vescovo di Vercelli della casa del Fiesco in quest'anno colle milizie della Chiesa e colla fazion de' Brusati proditoriamente tolse a Galeazzo Visconte quella città, ma non già la cittadella, che si sostenne. In tale occasione barbaricamente essa città tutta fu posta a sacco, non men di quello che era succeduto alla città di Reggio. Era stato cagione l'avvicinamento del conte di Savoia[1792] che alcune valli del Bergamasco, per commozione de' Guelfi, s'erano ribellate a Bernabò Visconte. Egli perciò spedì colà, nel mese d'agosto, il prode suo figliuolo Ambrosio con copia grande di gente d'armi per mettere in dovere que' popoli. Trovavasi Ambrosio nella valle di San Martino ad un luogo appellato Caprino, quando gl'infuriati rustici il sorpresero con tal empito, che restò non solamente preso, ma anche vituperosamente ucciso nel dì 17 d'agosto. Da questo colpo fu anche aspramente trafitto il cuore di Bernabò suo padre; e però nel prossimo settembre cavalcò egli in persona con grosso esercito in quella valle, fece grande scempio di quelle genti, le quali in fine umiliatesi ritornarono alla di lui ubbidienza. Orrido e lagrimevole accidente fu l'occorso in quest'anno nella città di Pavia[1793]. Mentre dal castello si portava alla sepoltura il corpo del defunto giovinetto Carlo Visconte, figliuolo di Gian-Galeazzo, nel passare sul ponte, questo pel peso si ruppe, e caddero nell'acque profonde della fossa murata da amendue i lati più di ottanta persone nobili di varie città di Lombardia, e massimamente di Milano e di Pavia, che tutte rimasero miseramente annegate. Vi si aggiunse un altro caso strano; cioè, appena rotto il ponte, cominciò un diluvio di pioggia e gragnuola, che durò più di due ore: il che servì ancora ad impedire ii soccorso di scale e corde agl'infelici caduti. Il Gazata, autore degno, in questi tempi di maggior fede, riferisce[1794] questo infortunio al dì 3 d'aprile dell'anno seguente, e vuole che vi perissero cento e dieci persone nobili. Dopo la vittoria riportata dall'esercito collegato contra di Bernabò al fiume Chiesi, Giovanni Aucud, trovando che molti dei suoi Inglesi erano o rimasti estinti nel conflitto o feriti, e veggendosi in paese nemico senza vettovaglia, oltre all'andare le genti de' Visconti sempre più crescendo, ritirandosi bel bello, si ridusse a Bologna. Gli tenne dietro con gran fretta anche il conte di Savoia coll'esercito suo, e venuto sul Bolognese, quivi si fermò, aspettando indarno le paghe promesse, con desolar intanto quel territorio amico. Finalmente esso conte, non osando passare pel Piacentino e Pavese, fu obbligato, se volle tornare in Piemonte, a prendere la strada del Genovesato: il che gli costò molte fatiche, e perdita di gente e cavalli, terminando con ciò la campagna, senza aver preso che poche castella in Piemonte, e con aver solamente rovinati varii paesi.
Galeazzo Visconte gran guerra fece sul Piacentino, e ricuperò gran parte delle castella ribellate. Si trattò di pace; ma, non fidandosi il papa de' Visconti, i suoi ministri ritrovando più conto in seguitar la guerra, per cui arricchivano molto succiando la pecunia pontificia, e profittando de' saccheggi, andò per terra ogni trattato, e continuò la rovina di quasi tutta la Lombardia. Non era minor fuoco in questi tempi fra i Veneziani e Francesco da Carrara signor di Padova[1795]. La superiorità delle forze de' primi tale era, che il Carrarese, diffidando di potere resistere, cercò di tirar in lega Alberto e Leopoldo duchi di Austria, comperando nondimeno il loro aiuto con cedere ad essi le città di Feltre e di Cividal di Belluno. Perciò quei principi spedirono molte soldatesche contra de' Veneziani sul Trivisano. Più altre ne inviò Lodovico re d'Ungheria e di Polonia, comandate da Stefano vaivoda. Intanto Uguccione da Tiene, nunzio di papa Gregorio XI, perorava presso i Veneziani per indurli alla pace. Condiscesero essi, ma, conoscendo la lor potenza, diedero varii capitoli contenenti eccessive dimande per parte loro, che il Carrarese sparse dipoi dappertutto per far conoscere l'ingordigia de' suoi avversarii. Fra varii incontri e piccioli fatti d'armi, uno spezialmente fu considerabile nel mese di maggio ad una fossa fatta dai Veneziani verso Pieve di Sacco. Sì vigorosamente combatterono allora gli Ungheri, che disfecero l'armata veneta, con far prigioni assaissimi nobili veneti. Ma in un altro fiero conflitto a dì primo di luglio, che riuscì favorevole a' Veneziani, restò prigione lo stesso Stefano vaivoda generale degli Ungheri con altri nobili di sua nazione ed italiani: il che fu d'infinito danno al Carrarese. Imperocchè gli Ungheri protestarono da lì innanzi di non voler più guerra, se non veniva posto in libertà il loro generale. A questo mal tempo se ne aggiunse un altro; e fu, che i Veneziani sollevarono segretamente Marsilio da Carrara contro di Francesco suo fratello signore di Padova. Si scoprì la congiura, e Marsilio ebbe tempo da fuggirsene a Venezia nel dì 3 d'agosto. Per tali disavventure, e perchè il popolo di Padova, disfatto da questa guerra, forte se ne lagnava, si trovava in grandi affanni Francesco da Carrara. Il perchè per mezzo del patriarca di Grado cercò colla corda al collo pace da' Veneziani: pace vergognosa e gravosa a lui, perchè data da chi era al disopra di lui, ma che servì a liberarlo dai pericoli maggiori, a' quali si vedeva esposto.
Scrive Andrea Redusio[1796] che il celebre Francesco Petrarca, allora abitante sul Padovano, fu spedito dal Carrarese a Venezia per ottener questa pace, e che alla presenza dell'augusto senato veneto lo stupore gli tolse di mente l'orazion preparata. Secondo il Caresino[1797], si obbligò il Carrarese a pagar cento mila fiorini d'oro per le spese della guerra. I Gatari[1798] dicono trecento cinquanta mila ducati ossia fiorini d'oro. Il Sanuto[1799] scrisse ducento quaranta mila; con pagarne di presente i quaranta mila. Fu inoltre forzato a mandare al senato veneto Francesco Novello suo figliuolo a chiedere perdono, e a dirupar varie castella sui confini, e a cederne delle altre ai Veneziani: i quali piantarono i confini dove lor parve, senza che il Padovano osasse reclamare. In somma, per non poter di meno, ebbe una lezion sì dura, che pregno d'odio e di rabbia ad altro non pensò per l'avvenire che a farne vendetta. Fu pubblicata questa pace in Venezia nel dì 21 di settembre. Anche i Genovesi[1800] nell'anno presente diedero gran pascolo ai novellisti. Vogliosi essi di vendicarsi de' Cipriotti per l'affronto lor fatto nell'anno precedente, indirizzarono alla volta di Cipri la poderosa loro armata, composta di quarantatrè galee e d'altri legni minori, con circa quattordici mila combattenti. Presero nel dì 10 d'ottobre senza molto contrasto la capitale di quell'isola, cioè Famagosta; e quivi piantarono il piede con farsi rendere ubbidienza dalle altre città e terre dell'isola. Al giovinetto re Pietro Lusignano, con cui fecero la pace, lasciarono il titolo di re, obbligandolo a pagare loro ogni anno quaranta mila fiorini d'oro. Da queste dissensioni dei cristiani non lieve profitto intanto ricavarono i Turchi, la potenza de' quali ogni dì più andava crescendo in Asia, calando nello stesso tempo quella de' Greci. Essendosi in questo mentre[1801] ribellato alla regina Giovanna il duca d'Andria della casa del Balzo, essa spedì contra di lui coll'esercito Giovanni Malatacca da Reggio, che assediò e prese Teano. Se ne fuggì il duca ad Avignone, spogliato di tutti i suoi Stati, i quali la regina vendè tosto ad altri baroni. Cosa strana vien raccontata dall'autore della Cronica di Siena[1802]: cioè che in quest'anno (quasi fosse forza di maligno pianeta) i frati di varii ordini religiosi ebbero brighe e dissensioni, e ne seguirono varii ammazzamenti fra loro. E le calunnie ed oppressioni furono frequenti ne' lor monisteri. Frutti erano questi della general corruzion de' costumi che regnava allora in Italia, per colpa spezialmente della lontananza de' papi e delle guerre continue. Certo non v'ha scrittore di questi tempi che non tocchi il depravamento in cui si trovavano quasi tutti gli ordini religiosi.
NOTE:
[1785] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1786] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1787] Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.
[1788] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1789] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1790] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[1791] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1792] Corio, Istoria di Milano. Gazata, Chron.
[1793] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.
[1794] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1795] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1796] Andreas de Redusio, Chron. Tarvis., tom. 19 Rer. Ital.
[1797] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.
[1798] Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1799] Sanuto, Chron. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[1800] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1801] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXIV. Indiz. XII.
GREGORIO XI papa 5. CARLO IV imperadore 20.
Continuò bensì la guerra in Lombardia, ma assai melensamente, perchè era in piedi un vigoroso trattato di pace[1803]. Nel dì 26 d'aprile l'esercito della Chiesa e di Niccolò marchese d'Este passò su quel di Parma e Piacenza a' danni di quei paesi, e vi stette a bottinare sino al dì 3 di giugno. Copiosamente ancora fornì di gente e di munizioni le castella già ivi conquistate dal papa, e restate in suo potere. Nel ritorno diede il guasto intorno alle castella de' Fogliani di Reggio, perchè Guido Savina da Fogliano, senza curar i nipoti, figliuoli del giustiziato Francesco, le avea sottomesse a Bernabò Visconte. Fu anche dato il sacco ai contorni di Carpi, per gastigare Giberto Pio che s'era collegato con Bernabò. Nello stesso tempo Marsilio Pio suo fratello stava attaccato al marchese d'Este. Ciò che impedì altre militari imprese fu la pioggia continuata per più settimane, che guastò le biade in erba, nè lasciò fare la raccolta de' fieni. Succedette perciò una gravissima carestia per quasi tutta l'Italia. E con questo malanno si collegò anche la pestilenza, che mirabili stragi fece in Milano, Piacenza, Parma, Reggio, Modena e Bologna, o, per dir meglio, in quasi tutta la Lombardia[1804]. Si provò lo stesso flagello di carestia e moria in Roma, Firenze, Pisa ed altre città della Toscana, Romagna e Marca, siccome ancora in Avignone ed altri luoghi della Francia; per lo che rimasero spopolate alcune città. Finalmente, giacchè non si potè per ora conchiudere la pace fra la Chiesa e i Visconti, si stabilì almeno, per interposizione dei duchi di Austria, la tregua d'un anno, la quale fu bandita nel dì 6 di giugno. Probabilmente prima di questo tempo le milizie pontificie, che col vescovo di Vercelli assediavano la cittadella di Vercelli, dopo aver impedito i soccorsi che v'inviò Galeazzo Visconte, se ne impadronirono: con che tutta quella città restò all'ubbidienza della Chiesa. Se si vuol credere al Rinaldi[1805], in quest'anno i Vigevanaschi, i Piacentini e Pavesi si ribellarono a Galeazzo Visconte, e si diedero alla Chiesa: cosa, a mio credere, lontana dal vero, perchè niuna di queste città nel temporale truovo io che facesse mutazione alcuna. Secondo il Corio[1806], Amedeo conte di Savoia non solamente si staccò dalla lega del papa, ma eziandio si collegò con Gian-Galeazzo conte di Virtù, figliuolo di Galeazzo Visconte. Ma non appartiene all'anno presente un tal fatto. Solamente nell'anno seguente, per attestato del medesimo storico, Gian-Galeazzo fu emancipato dal padre, ed autorizzato a potere far guerra e pace, con avergli assegnato il governo di Novara, Vercelli, Alessandria e Casale di Santo Evasio. Quanto poi alla concordia col conte di Savoia, il Guichenone[1807] ne rapporta lo strumento, e la fa vedere stipulata nel dì 29 d'agosto del 1378.
Ma Bernabò, che durante la tregua non potea impiegare i suoi pensieri in imprese di guerra, li rivolse tutti alla caccia. Questo era il suo più favorito divertimento[1808], e per cagion d'esso ancora commise infinite crudeltà: mestiere per altro sempre a lui familiare. Sotto pena della vita e perdita di tutti i beni proibì a chi che sia l'uccidere cignali ed altre fiere; e questa barbarica legge fece eseguire a puntino, anzi stese i suoi processi a chi nei quattro precedenti anni ne avesse ucciso o ne avesse mangiato. In servigio della caccia parimente tenea circa cinque mila cani, e questi distribuiva ai contadini con obbligo di ben nutrirli e condurli ogni mese alla revista. Guai se si trovavano magri, peggio se morti: v'era la pena del confisco dei beni, oltre ad altre pene. Più temuti erano i canetieri di Bernabò che i podestà delle terre. E, quantunque per le guerre, per la carestia e moria fossero i suoi sudditi affatto smunti, accrebbe smisuratamente le taglie e i tributi, per adunar tesori da far nuove guerre. Alla vista e al rimbombo di queste ed altre tirannie di sì disumanato principe tutti tremavano, nè alcuno ardiva di zittire. Due frati minori, che osarono di muover parola a lui stesso di tante estorsioni, li fece bruciar vivi[1809]. Merita ora Francesco Petrarca che si faccia menzione della sua morte, accaduta nel dì 18 di luglio dell'anno presente nella deliziosa villa d'Arquà del Padovano[1810]. Tale era il credito di questo insigne poeta a' suoi tempi, che Francesco da Carrara signor di Padova e copiosa nobiltà vollero colla lor presenza onorare il di lui funerale. Ad esso Petrarca grande obbligazione hanno le lettere, perchè egli fu uno de' principali a farle risorgere in Italia. In questi tempi gran guerra ebbero i Sanesi[1811] coi Salimbeni loro ribelli. E tornato il duca d'Andria nel regno di Napoli con un'armata di Franzesi, Guasconi ed Italiani, in numero di più di quindici mila combattenti, si condusse verso Capoa ed Aversa[1812]. Non dormiva la regina Giovanna; anch'ella mise in campo un esercito numeroso. Ma per le esortazioni del conte camerlengo suo zio, il duca lasciò l'impresa, e se ne tornò di nuovo in Provenza. Veggendosi così abbandonate le sue truppe, formarono una compagnia sotto varii capitani, e s'impadronirono di una terra della duchessa di Durazzo. La regina, col regalo lor fatto di dieci mila fiorini, si sgravò di costoro, e rivolse il mal tempo addosso ad altri paesi.
NOTE:
[1802] Cron. Sanese, tom. 15 Rer. Ital.
[1803] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1804] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer, Ital.
[1805] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1806] Corio, Istor. di Milano.
[1807] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.
[1808] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1809] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[1810] Tomasini, Petrarca rediviv.
Anno di CRISTO MCCCLXXV. Indiz. XIII.
GREGORIO XI papa 6. CARLO IV imperadore 21.
Per la tregua fatta coi Visconti, e per la disposizione ancora ad una pace, pareva che omai si dovesse sperar la quiete in Italia. Ma eccoti dalla Lombardia passare l'incendio della guerra negli Stati della Chiesa. Gregorio XI era buon papa, ma buoni non erano gli uffiziali oltramontani da lui mandati al governo d'Italia[1813]. Tutti attendevano a divorar le rendite della camera pontificia, e tutti a cavar danari per ogni verso, nè giustizia era fatta da loro: di maniera che i pastori della Chiesa (così erano chiamati), oltre al discredito, aveano guadagnato l'odio e la disapprovazione di tutti. Trascorre in questo argomento con molte esagerazioni l'autore della Cronica di Piacenza[1814], assai ghibellino, per quanto si vede, di cuore. Guglielmo cardinale legato di Bologna ebbe, in questi tempi, un trattato segreto per occupar la bella terra di Prato ai Fiorentini, e, mostrando di non poter più mantenere le soldatesche, delle quali s'era servito contro i Visconti, le spinse alla volta di Toscana. Ne fu gran mormorio e sdegno in Firenze; e que' maggiorenti, i più allora inclinati al ghibellinismo, dal desiderio della vendetta si lasciarono trasportare ad esorbitanti risoluzioni contra del buon pontefice, tradito da' suoi ministri. Perciò si fornirono di gente d'armi, e a forza di danaro seppero ritenere Giovanni Aucud, che, entrando nel loro distretto co' suoi Inglesi, non facesse acquisto alcuno. La Cronica di Siena[1815] ha, che gli pagarono centotrenta mila fiorini d'oro, de' quali gravarono i cherici loro per settantacinque mila. Qui non finì la faccenda. Cominciarono ancora con segrete congiure a sommuovere le città della Chiesa a ribellione, promettendo a cadauna favore ed aiuto, acciocchè ricuperassero la perduta libertà. Nello stesso tempo fecero lega con Bernabò Visconte. Anzi abbiamo dal suddetto cronista sanese che lega fu fatta fra Bernabò Visconte, la reina Giovanna, i Fiorentini, Sanesi, Pisani, Lucchesi ed Aretini, per riparare agl'iniqui cherici. La prima città che alzò la bandiera della libertà colle spalle de' Fiorentini, nel mese di novembre fu la città di Castello oppure Viterbo, Monte Fiascone e Narni. Il prefetto da Vico, avuto Viterbo, in pochi dì s'impadronì anche della rocca[1816]. Successivamente nel dicembre si ribellarono Perugia, Assisi, Spoleti, Gubbio ed Urbino: della qual ultima città s'impadronì Antonio conte di Montefeltro, siccome ancora di Cagli. Rinaldino da Monteverde si fece signore di Fermo. Ecco già un grande squarcio fatto agli Stati della Chiesa romana. Verso quelle parti inviò il legato Giovanni Aucud colla sua forte compagnia d'Inglesi, che era al soldo della Chiesa. Ma quel furbo maestro di guerra nulla fece di rilevante, e lasciò che i Perugini tutti in armi divenissero padroni anche delle due fortezze della loro città. Mangiava costui a due ganascie, perchè segretamente tirava una pensione da' Fiorentini. In somma in pochi giorni si sottrassero al dominio della Chiesa ottanta fra città, castella e fortezze, nè si trovò chi facesse riparo a sì gran piena.
Giunse in quest'anno nel dì 17 oppure 19 d'ottobre al fine de' suoi giorni Can Signore dalla Scala signore di Verona e Vicenza[1817]. Suo fratello Paolo Alboino, siccome legittimo, avrebbe dovuto succedere in quella signoria, ma egli era detenuto prigione in Peschiera, e Cane, pensando più al mondo da cui si partiva, che all'altro a cui s'incamminava, prima di morire, il fece barbaramente strangolare, affinchè, senza contrasto, succedessero nel dominio i due suoi figliuoli bastardi Bartolomeo ed Antonio, i quali già avea fatto proclamar signori, dappoichè vide disperata la sua salute. Fu pubblicamente esposto il cadavero d'Alboino, e per questo cessò ogni pericolo di commozione. Ma, essendo i suddetti suoi figliuoli in età meno di sedici anni, corse Galeotto Malatesta, lasciato insieme con Niccolò marchese di Ferrara per loro curatore; ed esso marchese e Francesco da Carrara vi spedirono gente per lor sicurezza. In questi tempi trovandosi vedova Giovanna regina di Napoli per la morte già seguita dell'infante suo terzo marito, pensò di passare a nuove nozze[1818], consigliata a questo o da' suoi ministri, o dal timore di Lodovico re d'Ungheria e Polonia, che tuttavia andava mantenendo, anzi producendo le sue pretensioni sopra quel regno, o sopra il principato di Salerno e la contea di Provenza. Dava ancora molto da sospettare alla regina Carlo di Durazzo, figliuolo del già Luigi suo zio, il quale allora si trovava a' servigi del suddetto re Lodovico in Ungheria. Ancor questi aspirava al regno pel diritto del sangue. Mise dunque Giovanna gli occhi, benchè in lontananza, addosso ad Ottone duca di Brunsvich, e a lui diede la preminenza nella scelta d'un marito[1819]. Per nobiltà, se si eccettuavano i re della schiatta franzese, niuno gli andava innanzi, perchè discendeva dall'antica e nobilissima linea estense guelfa di Germania, che avea prodotto illustri duchi e un imperadore. Pochi poi il pareggiavano nel valore e nella saviezza. Da alcuni anni in qua egli dimorava in Monferrato, lancia e scudo ai teneri figliuoli del fu marchese Teodoro suo parente. Per li suoi importanti servigi unitamente con essi figliuoli era investito delle città d'Asti e d'Alba, e della terra di Montevico, e non men d'essi dichiarato vicario generale dell'imperio in quelle parti da Carlo IV Augusto. Accettò questo principe l'offerta del regal matrimonio, e nell'anno seguente si diede compimento al contratto, ma colla condizion che la reina gli farebbe comune il letto, ma non il trono.
NOTE:
[1811] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1812] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1813] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. eod.
[1814] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1815] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1816] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1817] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1818] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXVI. Indiz. XIV.
GREGORIO XI papa 7. CARLO IV imperadore 22.
Sempre più andarono peggiorando in quest'anno gli affari temporali della Chiesa romana in Italia. Pareva che tutti i popoli, anche delle più minute terre, andassero a guadagnar indulgenza, ribellandosi al papa loro legittimo signore. Ascoli si rivoltò; Civita Vecchia, Ravenna ed altre città non vollero essere da meno. Guglielmo cardinale legato apostolico tenne colla sua presenza per quanto potè in ubbidienza la città di Bologna[1820]; ma quel popolo al vederne tanti altri, che, scosso il giogo, aveano ripigliata la libertà, segretamente ancora stuzzicato da' Fiorentini, autori di tutte queste sedizioni, finalmente nella mattina del dì 20 di marzo, mostrando sospetto che il cardinale fosse dietro a vendere Bologna a Niccolò marchese di Ferrara[1821] per mancanza di danari (che neppur un soldo veniva da Avignone), levarono rumore, e presero il palazzo. Fuggì travestito il legato, e poscia se ne andò a Ferrara. Fu dato il sacco a tutto il suo avere e a tutta la famiglia sua. Poscia, dacchè si furono que' cittadini impadroniti del castello di San Felice, che furiosamente fu smantellato, formarono governo popolare, e mandarono a Firenze per aver soccorso. Prima di questo avvenimento, cioè sul fine di dicembre, anche la città di Forlì[1822], dopo avere scacciata la fazione guelfa, si sottrasse alla signoria della Chiesa, e nel dì dell'Epifania dell'anno presente acclamò per suo signore Sinibaldo, figliuolo di Francesco degli Ordelaffi, il quale nell'anno 1373 era mancato di vita in servigio de' Veneziani.
A sì fatti sconcerti vennero dietro in breve innumerabili mali in Italia. Soggiornava in Faenza il vescovo d'Ostia, conte della Romagna; e perciocchè Astorre ossia Astorgio de' Manfredi teneva pratiche per far ribellare ancor quella città, nè mancavano ivi risse e tumulti, chiamò colà Giovanni Aucud, che co' suoi Inglesi era all'assedio di Granaruolo[1823]. Entrato che fu l'Aucud colla sua gente, cominciò a fare istanza per le sue paghe. Perchè era vota la borsa del ministro pontificio, trovò l'iniquo inglese la maniera di pagarsi alle spese dell'infelice città[1824], oppur ciò fu a lui ordinato, come fama corse, dallo stesso conte della Romagna, ch'era il peggior uomo del mondo. Col pretesto dunque che meditassero ribellione, trecento de' principali cittadini cacciò in prigione; spinse fuor di città gli altri (erano circa undici mila persone dell'uno e dell'altro sesso), con ritener solamente quelle donne che piacquero a lui ed ai suoi. Tutta la città con inudita crudeltà fu interamente data a sacco, e vi restarono trucidate circa trecento persone, massimamente fanciulli. Ecco quai cani tenessero allora al suo servigio in Italia i ministri pontificii. Nel mese d'aprile anche Imola si sottrasse all'ubbidienza del papa, e ne divenne poco appresso padrone Beltrame degli Alidosi. Di Camerino parimente e di Macerata in queste rivoluzioni s'impadronì Ridolfo da Varano, personaggio di gran valore. Chiaramente conobbe allora _papa Gregorio XI _a quanti malanni avessero non men egli che i suoi predecessori esposta l'Italia, e soprattutto gli Stati della Chiesa colla lor lontananza. Perciò allora fu che prese la risoluzione di trasportar la corte di qua da' monti per timore di perdere tutto, giacchè Roma stessa tutta era in confusione, e buona parte de' baroni romani in rivolta. Ma conoscendo che la presenza sua sarebbe riuscita un inutile spauracchio, se non veniva fiancheggiata dall'armi, assoldò in breve tempo un esercito di Bretoni sì poderoso, che, secondo il comune uso d'ingrandir sempre il numero de' combattenti e i successi delle battaglie, fama fu che ascendesse a quattordici mila cavalli. Alcuni dicono dodici mila. Buonincontro[1825] non li fa più di sei mila cavalli, ed altri non più di quattro. Certo non furono solamente ottocento, come ha il Corio[1826]. Diede il pontefice il comando di quest'armata a Roberto cardinale della basilica de' dodici Apostoli, fratello del conte di Genevra, cioè ad un mal arnese, che zoppicava d'un piede, e maggiori vizii nascondeva nel petto.
Costui, dichiarato legato apostolico, calò in Italia, e sul principio di luglio arrivò con quella perfida e bestial gente sul Bolognese[1827]. Dopo essersi impadronito di Crespellano, Monteveglio ed altri luoghi, cominciò delle fiere ostilità contra de' Bolognesi; ma più si applicò a dei trattati segreti per ricuperar Bologna. Ridolfo da Camerino, generale de' Fiorentini, che ivi si trovava, uomo accorto, non mai volle uscire a battaglia. Proverbiato per questo, rispondeva: Io non voglio uscire, perchè altri entri. Nel dì 11 di settembre scoperte le mine tenute da esso cardinale in Bologna, ne pagarono il fio alcuni nobili che teneano mano alla congiura, coll'esserne stati alcuni decapitati, ed altri banditi. Continuò poi per tutto l'autunno la guerra sul Bolognese, commettendo i Bretoni ogni maggior crudeltà, con desolar tutto, e incendiar molte migliaia di case. Il Cronista Bolognese[1828] ce ne lasciò una lagrimevol descrizione, accompagnato da gravi doglianze contro i pastori della Chiesa. I Fiorentini e Bernabò Visconte non dimenticarono di dar soccorso in questi pericoli a Bologna. Ma Niccolò marchese di Ferrara favoriva la parte del papa, e fu creduto che il cardinale gli volesse vendere quella città. Intanto il papa conchiuse pace con Galeazzo Visconte[1829], rilasciando a lui la città di Vercelli, Castello San Giovanni, e circa cento altre castella sul Piacentino, Pavese e Novarese: con che Galeazzo sborsasse in varie rate ducento mila fiorini d'oro. Ma ripugnando il vescovo di Vercelli a restituire Vercelli, Galeazzo ne entrò in possesso solamente nell'anno seguente, essendo stato tradito il vescovo da' suoi, e fatto prigione. Allo sdegno del papa contra de' Fiorentini, i quali aveano eccitato sì grave incendio negli Stati della Chiesa, parve poco il mettere l'interdetto a Firenze, il fulminare contra di quei magistrati le più terribili scomuniche ed altre pene. Stese ancora il gastigo contra di qualunque Fiorentino che si trovasse in Europa, dando facoltà a cadauno di farli schiavi, e di occupar le loro mercatanzie ed ogni loro avere; e però in qualche luogo di Francia ed Inghilterra[1830], quasi fosse un enorme delitto l'essere Fiorentino, fu mirabilmente eseguita la concession papale, benchè si trattasse di tante persone innocenti, le quali niuna relazion aveano colle risoluzioni prese in Firenze: cosa che può far orrore ai nostri giorni, e dovea farlo anche allora. Furono cacciati da Avignone, e ne fuggirono da altri paesi per paura di tali pene tanti Fiorentini, che, venuti in Italia, poteano formare un'altra città. Fu posto l'interdetto a Pisa e a Genova, perchè que' popoli non aveano scacciato i Fiorentini.
La speranza intanto di rimediare a tanti sconvolgimenti di cose parea riposta nella venuta del pontefice; nè mancarono persone pie, e, fra l'altre, santa Caterina da Siena, che con lettere calde il sollecitarono a tal risoluzione, promettendogli cose grandi, se si lasciava vedere in Italia[1831]. Perciò, venuto egli a Marsiglia nel dì 22 di settembre, e servito dipoi dalle galee della regina Giovanna, de' Genovesi e Pisani, s'imbarcò nel dì 2 d'ottobre, e nel dì 18 arrivò a Genova, dove si fermò alquanti giorni, a cagion del mare grosso, che per tutto il viaggio gli fu contrario, di modo che per quella fortuna si affogò il vescovo di Luni, e si ruppero molti legni. Finalmente giunse a Corneto, e, quivi sbarcato, celebrò poi le feste del santo Natale. Accorsero gli ambasciatori romani[1832] a complimentarlo, e gli diedero con uno strumento il pieno ed assoluto dominio di Roma, conservando nondimeno varii loro usi e privilegii. Guerra fu in questo anno fra Leopoldo duca d'Austria e i Veneziani per segreti impulsi, come fu creduto, di Francesco da Carrara[1833]. Possedeva il duca le città di Feltro e di Belluno. Di colà a dì 15 di maggio spedì egli senza disfida alcuna tre mila cavalli addosso al territorio di Trevigi, che fecero in quelle parti un gran guasto, e piantarono dipoi due bastie a Quero. Forniti che si furono di gente i Veneziani, espugnarono quelle bastie, e il lor generale Jacopo de' Cavalli Veronese passò fin sotto Feltro, e vi mise l'assedio, ma poi se ne ritirò. Succedette anche un fatto d'armi colla peggio de' Veneziani. Interpostosi finalmente mediatore _Lodovico re d'Ungheria, seguì fra loro una tregua di due anni, che fece depor l'armi ad amendue le parti. Arrivato a Napoli[1834] nel dì 25 di marzo dell'anno presente Ottone duca di Brunsvich_, solennemente sposò la regina Giovanna. Riuscì parimente in quest'anno[1835] a Carlo IV imperadore di far eleggere Venceslao suo figliuolo re de' Romani: il che seguì nelle feste di Pentecoste; ma gli convenne comperar questa elezione dagli elettori con esorbitante somma di danaro; cioè con promettere a cadaun di essi venti mila fiorini. Ne scarseggiava egli assaissimo, e però impegnò loro i dazii e le rendite dell'imperio.
NOTE:
[1819] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria di Monferrato, tom. 22 Rer. Ital.
[1820] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffon., Chron., tom. eod.
[1821] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1822] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.
[1823] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[1824] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1825] Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.
[1826] Corio, Istoria di Milano.
[1827] Matth. de Griffon., Chronic., tom. 18 Rer. Ital.
[1828] Cronica di Bologna, tom. eod.
[1829] Gazata, Chron., tom. eod.
[1830] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.
[1831] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1832] Raynaldus, Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCLXXVII. Indiz. XV.
GREGORIO XI papa 8. CARLO IV imperadore 23.
Disposte in Roma tutte le cose pel solenne ricevimento di papa Gregorio XI, si mosse egli da Corneto, e per mare e pel Tevere arrivò colà nel dì 17 di gennaio[1836]. Magnifico fu l'apparato, con cui l'accolse quel popolo, incredibile il plauso e l'allegrezza d'ognuno, tutti sperando finiti i pubblici guai, guarite le piaghe dell'Italia, dappoichè al vero suo sito si vedea ritornato il vicario di Cristo con tutta la sacra sua corte. La piena descrizione dell'itinerario di questo papa, e del suo felice ingresso in Roma, l'abbiamo da Pietro Amelio agostiniano[1837]. Ma questo sereno non durò molto. Troppo in secoli tali erano avvezzi i baroni e i popoli tutti alle rivoluzioni. Non sono men difficili ad estinguere i mali abiti del corpo politico, che quei del corpo naturale e dell'animo umano. In fatti dal popolo di Roma non gli fu mantenuto se non pochissimo di quello che aveano promesso[1838], con seguitar massimamente i dodici caporioni a voler comandare, e a tenere in piedi i Banderesi. Francesco da Vico, tiranno di Viterbo e d'altri luoghi, soffiava nel fuoco; fors'anche i Fiorentini vi teneano pratiche per questo. Cercò dunque il buon papa di acconciar colle buone questi rumori. Andò poscia a villeggiare ad Anagni, e gli riuscì nel mese di novembre di pacificar il prefetto da Vico con accordo onorevole. Altrettanto bramava di fare coi Fiorentini, e loro apposta mandò ambasciatori; ma cotanto erano que' magistrati immersi nel loro vendicativo impegno, lusingandosi di sostenerlo con facilità dacchè aveano mossa sì gran tempesta, che rifiutarono ogni ragionevol concordia, benchè del non seguito accordo dessero eglino la colpa al papa, che a chiare note protestava di volersi vendicare de' Fiorentini. Più ancora si figuravano essi facile l'abbassamento della corte romana, perchè aveano saputo staccare a forza di danaro dall'armata pontificia Giovanni Aucud colla sua compagnia d'Inglesi. Scrive l'Ammirati[1839] che gli assegnarono ducento cinquanta mila fiorini l'anno: tanta era la lor forza ed izza contra del pontefice. Ma per la condotta di costui, o per altri motivi, disgustato Ridolfo Varano signore di Camerino, e generale dell'armi loro, inaspettatamente passò alla banda del papa. Il gastigarono i Fiorentini con far dipignere l'effigie di lui impiccato pe' piedi nel loro palazzo: del che egli si rise; e una pittura più sconcia degli Otto, che allora governavano Firenze, fece anch'egli fare in Camerino. Ma prima di questi avvenimenti, un troppo orribile fatto succedette nella città di Cesena, che gran discredito diede all'armi pontificie[1840]. Avea quivi messa la sua residenza il sanguinario cardinal di Ginevra Roberto; la sua guardia era di Bretoni. Nel dì primo di febbraio[1841], perchè uno di questa mala gente volle per forza della carne da un beccaio, si attaccò una rissa. La disperazione avea preso quel popolo, perchè i Bretoni, dopo aver consumato tutto il distretto, erano dietro a divorar anche la città[1842]. Trassero a questo rumore i cittadini in aiuto del lor compatriotto, e gli altri Bretoni a sostener il loro compagno. Divenne perciò generale la mischia, e più di trecento di quegli stranieri rimasero uccisi. Il cardinale pien di furore si chiuse nella Murata, e mandò per gl'Inglesi dimoranti in Faenza, che tosto corsero a Cesena, ed ebbero ordine di mettere a fil di spada quel misero popolo. Con ducento lance vi arrivò ancora Alberico conte Barbiano, che era al servigio della Chiesa. Corsero costoro per la terra, e fecero ben que' cittadini disperati quanta difesa poterono; ma soperchiati dall'eccessivo numero di que' barbari, non poterono lungo tempo reggere all'empito loro. Non vi fu allora crudeltà che non commettessero i vincitori; fecero un universal macello di quanti vennero loro alle mani, senza risparmiare vecchi decrepiti, fanciulli, religiosi, ed anche donne pregnanti. Dalla loro sfrenata libidine niun monistero di sacre vergini andò esente; tutto in fine fu messo a sacco, chiese e case. Fu creduto che circa quattro mila persone rimanessero vittima del barbarico furore; fuggirono quei che poterono; e l'Aucud, per isgravarsi alquanto da sì grave infamia, mandò un migliaio di donne scortato fino a Rimini, ritenendo quelle che più furono di soddisfazion di que' cani. Circa otto mila di que' miseri fuggiti si ridussero a Cervia e Rimini limosinando, perchè spogliati di tutto. Grande sparlare che fu per questo de' ministri della Chiesa.
Ma neppur collo spoglio di Faenza e Cesena si saziò l'ingordigia di questi diabolici masnadieri. Andavano essi chiedendo paghe[1843], e paghe non venivano. Il perchè, nel giorno primo di marzo il cardinale legato portatosi a Ferrara, quivi per aver danaro vendè la desolata città di Faenza a Niccolò marchese d'Este, da cui nel dì 6 d'aprile fu mandato Selvatico Boiardo suo capitan generale con alquante schiere d'armati a prenderne il possesso. Ma troppo male impiegata fu quella somma d'oro (e fu di quaranta mila fiorini d'oro); imperciocchè essendosi nell'ultimo dì d'agosto partito da Ferrara il cardinal suddetto[1844], Astorre dei Manfredi, assistito da Bernabò Visconte, dai Fiorentini e Forlivesi, per una chiavica entrò di notte in Faenza, e se ne insignorì nel dì 25 di luglio, con restar sommamente beffato il marchese. Celebraronsi con pomposa solennità in quest'anno nel giorno ultimo di maggio le nozze di Francesco Novello figliuolo di Francesco da Carrara signor di Padova con Taddea figliuola d'esso marchese Niccolò. Trattarono in quest'anno i Bolognesi di pace col papa[1845], e nel settembre la conchiusero, avendo ottenuta facoltà per cinque anni avvenire di reggersi a comune, con pagare annualmente alla santa Sede dieci mila fiorini d'oro. In quest'anno[1846], dacchè Ridolfo da Camerino ebbe volte le spalle ai Fiorentini, fece lor guerra colle forze del papa; ma ne riportò solamente danno, e gli fu anche data una rotta dal conte Lucio capitano de' Fiorentini. Reggevasi in questi tempi a comune la terra di Bolsena. Cadde in pensiero ad alcuni frati minori di sottometterli alla Chiesa, figurandosi forse di fare un'opera santa e meritevole[1847]; ed essendo il convento loro presso alle mura, v'introdussero una notte i Bretoni. Il bel guadagno fu, che questi Barbari misero tutta la terra a sacco, e vi tagliarono a pezzi forse cinquecento tra uomini e donne. Anche in Foligno fu novità. Sollevatosi parte di quel popolo nel dì 11 d'agosto, uccise Trincio de' Trinci signore di quella città, ed imprigionò un suo figliuolo; ma nel dì 22 di dicembre Corrado de' Trinci, fratello dell'ucciso, di volere di un'altra parte di esso popolo ricuperò la terra, e cavò di prigione il nipote. Era ogni cosa in conquasso in questi tempi negli Stati della Chiesa e nel vicinato; e i Fiorentini e Pisani fecero per forza dir le messe, senza volere rispettar l'interdetto. Il papa per questo fulminò maggiori scomuniche, ma senza far mutare cervello a' suoi nemici. Bernabò Visconte[1848], per maggiormente assodare nel partito suo e de' Fiorentini Giovanni Aucud e il conte Lucio Tedesco da Costanza, diede a cadaun di loro in moglie due sue figliuole bastarde. Furono composte in quest'anno nel dì 15 di giugno[1849] le differenze che vertivano fra Gian-Galeazzo Visconte conte di Virtù, e Secondotto marchese di Monferrato, con avere Gian-Galeazzo accoppiata in moglie al marchese sua sorella Violante, vedova di Lionetto d'Inghilterra, e con promessa di restituirgli Casale di Santo Evasio, ogni qualvolta fosse mancato di vita Galeazzo suo padre. Altre promesse fece dipoi Gian Galeazzo al marchese e ad Ottone duca di Brunsvich, venuto apposta da Napoli per assistere al giovinetto marchese. Ma, siccome vedremo, Gian-Galeazzo non dovea credere che il promettere seco portasse l'obbligo di mantener la parola.
NOTE:
[1833] Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1834] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1835] Albert. Argentinensis, Chron. Magdeburgense.
[1836] Raynald., Annales Eccles.
[1837] Itinerar. Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1838] Vita Gregorii XI, tom. eod.
[1839] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 13.
[1840] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[1841] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1842] Cron. di Rimini, tom. eod. Cron. di Siena, tom. eod.
[1843] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1844] Cronica di Rimini, tom. eod. Annal. Forolivien., tom. 21 Rer. Ital.
[1845] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1846] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 13.
[1847] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Cronica di Siena, tom. eod.
[1848] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.
[1849] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXVIII. Indiz. I.
URBANO VI papa 1. VENCESLAO re de' Romani 1.
Dell'anno presente funestissima sempre fu e sarà la memoria nella Chiesa pel deplorabile scisma che accadde. Attendeva il pontefice Gregorio XI a risarcir le chiese di Roma, divenute nido di gufi, perchè abbandonate per più di settanta anni da' cardinali, che, immersi nelle delizie di Provenza, niun pensiero si metteano de' loro titoli, e tutto lasciavano andare in rovina. Scorgendo ancora, che sminuendosi ogni dì più la forza delle sue armi, più giovevole gli sarebbe riuscita la pace che la guerra co' Fiorentini e coi lor collegati, adoperò la mediazione del re di Francia per trattare d'un aggiustamento, nè poco vi contribuiva santa Caterina da Siena. S'interpose ancora Bernabò Visconte[1850]; e però in Sarzana si tenne un congresso, dove spedì il papa per suo plenipotenziario Giovanni cardinale della Grangia, vescovo d'Amiens, e v'intervennero quattro ambasciatori fiorentini, quei della regina Giovanna, e de' Veneziani e Genovesi. In persona ancora vi fu lo stesso Bernabò Visconte, mostrandosi più degli altri portato alla concordia[1851]. Il dibattimento fu grande; ma ciò che arenava l'affare consisteva nella pretensione del papa, che voleva essere rifatto di ottocento mila fiorini, spesi, come egli dicea, in questa guerra per colpa de' Fiorentini; laddove i Fiorentini non si sentivano voglia neppur di pagare un soldo, essendo stati i cattivi ministri del papa i primi ad offendere. Mentre si agitavano questi punti, eccoti arrivare la morte di esso papa[1852]. Lo aveano di nuovo sovvertito i cardinali franzesi per farlo ritornare in Francia, e si figurò la buona gente che Dio per questo tagliasse il filo de' suoi giorni, acciocchè si fermasse in Italia la corte pontificia, senza por mente agli innumerabili disordini e scandali che tennero dietro alla mancanza di questo pontefice. Succedette la di lui morte nel dì 27 venendo il dì 28 di marzo, e gli fu data sepoltura nella chiesa di Santa Maria Nuova[1853]. Per tale avvenimento restò sospeso il trattato della pace; e i ministri adunati in Sarzana se ne ritornarono alle lor case per aspettar la creazione di un nuovo pontefice. Congregaronsi a' dì 7 d'aprile a questo fine in conclave i cardinali che si trovavano allora in Roma[1854]. Quattro soli erano i porporati italiani, dodici i franzesi. Per cattivo augurio fu preso che in quello stesso giorno un fulmine entrò nel conclave, e, bruciati alquanti arnesi, uscì per una finestra. Cominciò tosto la discordia ad imperversare fra loro. I primi volevano un papa di lor nazione, acciocchè si fermasse in Italia la sacra corte. Da' Franzesi, che sospiravano di ricondurla di là da' monti, se ne voleva un franzese[1855]; e fra essi Franzesi quei di Limoges, che erano i più, particolarmente il desideravano della loro città. Non fu difficile al popolo romano il conoscere l'intenzion de' cardinali oltramontani; e però si svegliarono dei tumulti nella plebe, che gridava: Romano lo volemo, romano. Dagli stessi magistrati furono inviati ambasciatori al sacro collegio, con pregarlo di dare per questa volta alla Chiesa di Dio un papa romano oppure italiano; e in fine si venne ad esigerne solamente un romano; e intorno al conclave si udivano le voci minacciose del popolo che richiedevano lo stesso. In grande imbroglio ed anche paura si trovavano per questo i cardinali: laonde, perchè non era creduto alcuno de' quattro porporati italiani atto a sì sublime ministero, finalmente di concorde volere elessero nel dì 8 di aprile Bartolomeo Prignano arcivescovo di Bari, di nazione Napoletano, che si abbattè allora in corte, sul riflesso che non potendo avere papa un nazionale i Franzesi, avrebbono almeno un suddito della casa di Francia, cioè della regina Giovanna. Accettò egli, dopo qualche renitenza, o vera o finta, la gran dignità. Ma non si attentavano i cardinali a pubblicar l'eletto, per timore che, non essendo romano, rimanessero esposte le lor vite al furore del popolo, il quale, subodorato che era seguita qualche elezione, più che mai insolentiva, e dimandava chi era l'eletto.
Ora accadde che venuto ad una finestra il vecchio cardinale di San Pietro, Francesco Tebaldeschi Romano, per acquetar quel tumulto, corse voce che egli era eletto papa. Tutti allora a gran voce gridando: Viva San Pietro, corsero alla casa del cardinale, e le diedero il sacco; tornati poscia al conclave, giacchè era ancor chiuso, rotte le porte, entrarono dentro, volendo vedere il novello pontefice, e si diedero a venerare il cardinal di San Pietro, che in fine espressamente lor disse di non esser egli papa, ma bensì l'arcivescovo di Bari, personaggio ben più meritevole del triregno. Intanto se ne fuggirono alcuni de' cardinali, chi in castello Sant'Angelo, e chi nelle fortezze di Roma. Venuta la mattina del dì 9 di aprile, fece l'arcivescovo di Bari notificar l'elezione sua ai magistrati della città, che ne furono contenti, e corsero tosto a rendergli i tributi del loro ossequio. Non volle egli che si procedesse innanzi, se non venivano i sei cardinali rifugiati in castello Sant'Angelo, i quali assicurati dal senatore vennero, ed uniti con cinque altri, rinnovarono l'elezione, che fu di nuovo accettata. Si cantò dipoi il Te Deum, ed intronizzato il papa, prese il nome di Urbano VI. Seguì poi la sua coronazione nel dì 18 di aprile, giorno solenne, e a tutte le funzioni assisterono per alcune settimane i sedici cardinali che si ritrovavano allora in Roma; anzi col consiglio ed assenso de' medesimi furono spedite a tutti i re, principi e repubbliche le circolari, per notificar loro la canonica elezione del nuovo papa. Lo stesso scrissero questi porporati ai sei che erano rimasti in Avignone, di modo che pubblicamente e chiaramente tanto questi come quelli riconobbero per vero e legittimo pontefice Urbano VI. Ma non si può abbastanza deplorare il tradimento tanti anni prima fatto da Clemente V, con fissare la Sede apostolica di là dai monti. Quanti disordini da ciò provenissero, l'abbiam finora veduto. Il massimo forse è quello che ora son per dire. Aveano ben volontariamente consentito i cardinali franzesi all'elezion di Urbano; ma non sapeano darsi pace che si fosse guasto il nido delle lor delizie in Provenza, e che fosse ritornata in Italia la cattedra pontificia. Falso è quello che si legge presso d'alcuni storici, cioè che avessero eletto l'arcivescovo di Bari[1856] solamente per liberarsi dalle violenze de' Romani, facendosi promettere da lui, che qualor fossero tutti in luogo libero, egli rinunzierebbe il papato. All'interno lor mal animo e dispiacere s'aggiunsero i disgusti che in poco tempo riceverono da Urbano[1857]. Era egli in concetto di menar vita austera, e di nudrir molto zelo per la religione; ma non abbondava di prudenza, perchè l'alterigia e il credere troppo a sè stesso e agli adulatori gli toglieva la mano. Dicono ch'egli possedeva gran probità e molte altre virtù; ma o di queste non aveva egli se non la superficie, od almeno scomparvero tutte, dacchè fu salito al pontificato. In vece di usar l'umiltà, che sta bene anche ne' romani pontefici, per non dire di più; invece di guadagnarsi almeno sui principii l'affetto de' cardinali, e di lavorare a poco a poco la riforma della corte pontificia, che veramente gran bisogno avea di correzione, cominciò egli tosto a trattar con aspre maniere que' porporati, a detestar la loro dissolutezza, l'avarizia, la simonia, i conviti, ad esigere la residenza dei vescovi, ed a minacciar varie novità, tutte bensì lodevoli, ma che toccavano sul vivo chi era usato alla libertà ed anche al libertinaggio. Di più non ci volle, perchè i cardinali franzesi concepissero disegni di scisma, per liberarsi da un pontefice sì contrario ai loro interessi e alle concepute speranze; e massimamente perchè con rotonde parole disse loro di voler creare tanti cardinali italiani, che pareggiassero od anche superassero il numero de' franzesi.
Col pretesto dunque del caldo, i cardinali oltramontani l'un dietro all'altro usciti di Roma si raunarono nella città d'Anagni, e quivi diedero principio alle lor conventicole, invitando colà nel dì 20 di luglio i tre cardinali italiani che erano rimasti col papa, uno de' quali, cioè Francesco cardinale di San Pietro, mancò poi di vita nel seguente agosto, con protesta che Urbano era stato legittimamente eletto, e ch'egli il riconosceva per vero successor di San Pietro. Comunicati a Carlo V re di Francia i lor disegni, il trovarono quei cardinali disposto a secondarli per la voglia di riavere un papa franzese, e di tirar di nuovo oltramonti la corte pontificia. Alla regina Giovanna di sommo piacere era riuscita (se pur fu vero) l'elezione d'un papa napoletano[1858], ed avea anche inviato Ottone duca di Brunsvich suo marito con suntuoso accompagnamento e ricchi donativi a prestargli ubbidienza. Ma essendo ritornati esso duca e gli altri uffiziali per alcune cagioni non ben conosciute disgustati del papa, la regina anch'ella si diede a proteggere l'empie mene de' cardinali franzesi. Il focoso pontefice si lasciò anche scappar di bocca, che avrebbe mandata quella regina a filare nel monistero di Santa Chiara. Gran fuoco partorirono queste parole[1859]. Conobbe allora, ma troppo tardi, papa Urbano VI, assai informato di queste macchine, gli amari frutti dell'imprudenza sua nell'essersi scoperto sì rigido sul principio del suo governo, e ne tentò anche il rimedio coll'inviare ad Anagni i tre cardinali italiani per placare gli ammutinati, oppure per propor loro un concilio generale[1860]. Non fu accettata l'offerta, perchè que' porporati aveano già fisso il chiodo di ribellarsi. Per sicurezza chiamarono alla lor guardia la compagnia de' Bretoni comandata da Bernardo da Sala, contra di cui si oppose parte del popolo romano in armi per impedirgli il passaggio. Bisognò venire ad una battaglia. Fu questa infausta ai Romani; più di cinquecento rimasero sul campo, moltissimi altri furono fatti prigioni; e per questo in Roma seguì una fiera sedizione contra di tutti gli oltramontani, massimamente franzesi, che furono spogliati e messi nelle carceri. Venne il dì 9 d'agosto, e i dodici cardinali che erano in Anagni, undici franzesi, e Pietro di Luna spagnuolo, pronunziarono papa Urbano usurpatore della Sede apostolica e scomunicato. Ciò che fu più strano, i tre cardinali italiani, cioè quel di Firenze Pietro Corsini vescovo di Porto, quel di Milano, cioè Simone da Borzano e Jacopo Orsino, uomo di somma ambizione, lasciato Urbano, andarono a trovar gli altri, che erano passati a Fondi, sotto la protezione di Onorato conte di quella città, divenuto nimico del papa. Tuttavia, per testimonianza di Tommaso da Acerno[1861], essi non consentirono all'empie loro risoluzioni.
Quivi nel dì 20 di settembre i suddetti quindici cardinali elessero un antipapa; e questo infame onore toccò allo zoppo Roberto cardinale di Genova, che già abbiam veduto sì screditato per la sua crudeltà. Costui prese il nome di Clemente VII. Non ad altro motivo appoggiarono essi la loro sacrilega risoluzione, se non alla violenza loro usata dai Romani, per cui pretendeano nulla l'elezion precedente, per difetto di libertà. Il pontefice Urbano VI, trovandosi abbandonato da tutti i cardinali, nel dì 19 di dicembre (gli Annali Milanesi[1862] riferiscono ciò al dì 28 d'ottobre; altri anche prima del dì 20 di settembre) fece una promozione di ventinove cardinali, tutti persone di merito, che, a riserva di tre, accettarono. Negli stessi Annali sono descritti uno per uno. Dichiarò parimente privati della porpora e scomunicati i cardinali ribelli col loro capo. Ed ecco formato un lagrimevole e terribile scisma, per cui restò dipoi lungamente sconvolta e lacerata l'occidental Chiesa di Dio, ne seguirono infiniti scandali, e crebbe a dismisura la depravazion de' costumi non meno ne' secolari che negli ecclesiastici. Tanto papa Urbano, quanto l'antipapa Clemente sostennero le loro ragioni alle corti dei re e principi cristiani. Tennero il partito dell'antipapa il re di Francia, la regina Giovanna di Napoli, la Savoia, ed altri paesi confinanti alla Francia. Pel legittimo pontefice si dichiararono il resto dell'Italia, l'Inghilterra, la Germania, la Boemia, l'Ungheria, la Polonia e il Portogallo. Papa Urbano, perchè il bisogno premeva, nel dì 24 di luglio dell'anno presente fece pace con Bernabò Visconte. Anche i Fiorentini aveano spedita a Roma un'ambasceria onorevole per riconoscere esso pontefice. Neppur essi stentarono ad ottener pace da lui, e a condizioni ben diverse dalle pretese dal precedente papa.
Gravido fu d'altri funesti avvenimenti questo infelice anno. Nel dì 29 di novembre diede fine alla sua vita in Praga Carlo IV imperadore, principe di molta pietà e buona intenzione, ma di poco valore, che tuttavia fu un eroe a petto del suo successore, cioè di Venceslao suo figliuolo[1863], già eletto re de' Romani, ed approvato poi anche da papa Urbano. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 4 di agosto Galeazzo Visconte signor di Pavia, di molte altre città e della metà di Milano. Poco si dolsero di sua morte i sudditi suoi, perchè troppo aggravati da lui in occasion delle guerre passate. Se gli era attaccato ancora nel crescere degli anni il male de' vecchi, cioè l'avarizia; e non pagando egli i suoi soldati, cagione era che seguissero continui furti e rapine. In somma fu uomo cattivo, e considerato piuttosto come tiranno che come signore. Nel dominio de' suoi Stati succedette Galeazzo suo figliuolo, soprannominato conte di Virtù, che da lì innanzi fu appellato Giovan-Galeazzo[1864]. La doppiezza ed ingordigia di questo novello principe cominciò tosto a scoprirsi nell'anno presente. Imperocchè il popolo d'Asti, malcontento del governo di Secondotto marchese di Monferrato[1865], accordatosi con un fratello del marchese medesimo, che era governatore della città, negò ad esso marchese l'ingresso, allorchè egli ritornava da Pavia colla moglie Violante. Gian-Galeazzo, essendo ricorso a lui come cognato, il marchese non mancò d'unire con lui le sue armi; e fatte poi di belle promesse per quetare quel popolo, prese il possesso della città, e mediante una capitolazione cominciò a mettervi il podestà e gli uffiziali a nome del marchese. Ma fu questa una mascherata; per tal via Gian-Galeazzo s'impadronì d'Asti, nè più volle renderlo al cognato; mostrando bene quanto più poderosa sia l'ambizione che la parentela fra i principi. Era Secondotto un umor bestiale e quasi furioso. Per minimi accidenti uccideva di sua mano uomini e fanciulli. Con animo di passare in Monferrato, venne egli nel mese di dicembre a Cremona; ed arrivato a Langirano sul distretto di Parma, mentre era in una stalla, preso dal suo furore, strangolar volle un ragazzo di suo seguito. Allora un Tedesco, per salvar la vita al compagno, sguainata la spada, tal colpo diede sulla testa al marchese, che da lì a quattro giorni miseramente spirò l'anima sua, e fu seppellito in Parma[1866]. Succedette nella signoria di Monferrato Giovanni Terzo suo fratello, tuttavia incapace di governo, il quale nel gennaio seguente costituì governatore de' suoi Stati il duca Ottone di Brunsvich tornato di nuovo apposta da Napoli, siccome fedel tutore di quella casa, per accudire agl'interessi del pupillo principe, e per ricuperare la città d'Asti: il che non gli venne mai fatto. Mosse in quest'anno Bernabò Visconte le pretensioni di Regina dalla Scala sua moglie contra di Bartolommeo ed Antonio dalla Scala signori di Verona e Vicenza. Cioè pretendeva ella, per essere bastardi i fratelli, di dover succedere, siccome legittima e naturale, in quel dominio. Nel dì 18 d'aprile, giorno solenne di Pasqua, entrò all'improvviso il grande sforzo dell'armi di Bernabò sul Veronese, e quivi fabbricate due bastie, diede un gran sacco al paese[1867]. Voce comune fu che a Bernabò non potea mancare la conquista di quelle due città; ma egli avea al suo soldo Giovanni Aucud co' suoi Inglesi, e il conte Lucio co' suoi Tedeschi, cioè due personaggi avvezzi ai tradimenti, perchè troppo facili a lasciarsi corrompere dal danaro. Di questo onnipotente mezzo si servirono gli Scaligeri. Accortosi perciò della trama Bernabò, licenziati e banditi questi due capitani colla lor gente, diede luogo ad un trattato d'accordo. Si convenne che gli Scaligeri pagassero a lui di presente cento sessanta mila fiorini d'oro, e poscia quaranta mila altri ogni anno per lo spazio di sei anni, in tutto quattrocento mila fiorini d'oro. Ma questa pace, siccome dirò, solamente seguì nell'anno susseguente, e diversamente ancora viene raccontato questo fatto dagli Annali Milanesi e da Daniello Chinazzi[1868]. Secondo essi, Francesco da Carrara mandò gagliardi soccorsi agli Scaligeri, e i Veronesi non solamente scorsero tutto il Bresciano, ma anche alzarono quattro bastie intorno a Brescia, di modo che Bernabò conchiuse nel settembre una tregua fino al principio di gennaio.
Di maggiore importanza e strepito fu un'altra guerra che si accese in questo anno: cioè contra dei Veneziani fecero lega insieme i Genovesi, Francesco da Carrara signor di Padova, Lodovico re di Ungheria e il patriarca d'Aquileia. Tutti aveano motivi o pretesti contra di quella repubblica, la quale in tanto bisogno non contrasse lega se non coi Visconti e col re di Cipri, ma poco o niun soccorso ne ricavò dipoi. Non si dee tacere che la scintilla di questa atroce guerra venne dall'Oriente. Nell'agosto dell'anno 1376 i Genovesi, presa la protezione di Andronico Paleologo, figliuolo accecato per ordine di Caloianni suo padre imperadore vivente, l'alzarono al trono, con deporre lo stesso suo padre amicissimo de' Veneziani. Per questa scelleraggine Andronico promise loro il castello e l'isola di Tenedo. Era quella una fortezza importantissima a cagione del passo nel mar Maggiore. Ma non ebbero effetto le promesse, perchè quel governatore, fedele a Caloianni, negò di consegnarla ai Genovesi, anzi la diede dipoi a' Veneziani. Montarono in furia per questo i Genovesi, e cominciarono le ostilità per mare contra di loro. Daniello Chinazzi e Andrea Redusio[1869], scrittori esattissimi e minuti di tutti gli avvenimenti di questa rabbiosa guerra, narrano i diversi incontri delle nemiche armate. Favorevole fu in quest'anno ai Veneti la fortuna, e fra le altre imprese Vittor Pisani general di essi diede una rotta a Luigi del Fiesco generale de' Genovesi, costringendolo alla fuga, dopo aver prese cinque loro galee. Maritò Bernabò in quest'anno Valentina sua figliuola a Pietro Lusignano re di Cipri[1870], e nell'aprile coll'accompagnamento di secento quarantasei cavalli per Modena e Ferrara la mandò a Venezia, da dove, scortata da una squadra di navi veneziane, arrivò in Cipri. Ma non riuscì ad essi Veneti di ritorre a' Genovesi Famagosta capitale di quell'isola. Loro bensì venne fatto di obbligare a ritirarsi Francesco da Carrara, che avea stretto d'assedio la terra di Mestre. Fu in quest'anno, correndo il mese di luglio, in Firenze la congiura de' Ciompi[1871], cioè della più vil plebe, che saccheggiò e bruciò molti palagi de' nobili. Capo d'essi fu Silvestro de' Medici; ma poco durò la sua autorità, e fu dispersa quella canaglia. Ampia descrizione ce ne lasciò Gino Capponi, da me dato alla luce. Stesesi la pessima influenza di questo funestissimo anno anche a Genova. Benchè Domenico da Campofregoso doge di quella repubblica tenesse sempre ai fianchi la prudenza nel governo suo, pure il genio sempre tumultuoso di que' cittadini si mosse a rumore contra di lui, e nel dì 17 di giugno, in concorrenza di Antonio Adorno[1872], fu eletto doge Niccolò di Guarco, uomo manieroso, ed amico anche de' nobili, che, per assicurarsi della sua signoria, rinserrò tosto in dure carceri il Campofregoso suo predecessore, e Pietro di lui fratello.
NOTE:
[1850] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1851] Leonardus Aretin., Hist., lib. 9.
[1852] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1853] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1854] Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Gregorii XI, ubi supra.
[1855] Acta apud Papebrochium.
[1856] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. eod.
[1857] Thomas de Acerno, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1858] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[1859] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1860] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1861] Thomas de Acerno, Part. II, tom. eod.
[1862] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1863] Albert. Argent., Chronic., Trithem. et alii.
[1864] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[1865] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.
[1866] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[1867] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1868] Chinazzi, Istoria, tom. 15 Rer. Ital.
[1869] Andreas de Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Italic.
[1870] Cronica Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1871] Gino Capponi, del tumulto de' Ciompi, tom. 18 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 14. Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1872] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXIX. Indiz. II.
URBANO VI papa 2. VENCESLAO re de' Romani 2.
Erasi, come abbiam detto, dichiarata in favore dell'antipapa Clemente Giovanna regina di Napoli, a ciò animata dal re di Francia, per li motivi politici, ma non cristiani, che abbiamo accennato di sopra. Però Clemente, affin di confermare nel suo partito i Napoletani, si portò per mare a quella città[1873]. Fu accolto dalla regina colle maggiori dimostrazioni d'ossequio, come se fosse stato legittimo papa; ma non l'intese così il popolo, siccome quello che per Urbano, creduto da essi vero papa, e riguardato come compatrioto, nudriva più affetto, mirando per lo contrario in Clemente un assassino della Chiesa di Dio. Fecesi perciò una gran sollevazione contra di lui, di maniera che la regina Giovanna, temendo anche di sè stessa, il fece sloggiare ben presto, e ritornare a Fondi. Perch'egli non si teneva quivi sicuro, nel mese di maggio s'imbarcò co' suoi scomunicati cardinali, a riserva di due, che lasciò in Italia ad accudire a' suoi interessi; e, dopo aver corso varii pericoli per le tempeste di mare, nel dì 10 di giugno arrivò a Marsiglia, e poscia andò a piantare la sua residenza in Avignone. Fece anch'egli de' nuovi cardinali, fece de' processi contra di papa Urbano VI, scomunicò i di lui cardinali; e siccome Urbano non men colle armi spirituali che colle temporali avea mossa guerra a lui e a' suoi aderenti, anch'egli altrettanto praticò, con inviar quei soccorsi di gente e di danaro che potè alla regina Giovanna, al conte di Fondi e al prefetto da Vico, ch'erano della sua fazione. E qui cominciò a vedersi un mostruoso sconvolgimento nella Chiesa di Dio, con darsi dall'uno e dall'altro i medesimi vescovati e benefizii[1874]: dal che nacquero private e pubbliche guerre e stragi. E i grandi, secondochè l'ambizione o l'interesse consigliava, aderivano a chi dei due contendenti più loro offeriva, sposando ora l'uno ora l'altro partito, e prevalendo quasi sempre i cattivi sopra i buoni, e toccando le chiese a persone indegne con sommo esterminio della disciplina ecclesiastica tanto ne' secolari che ne' regolari. Molti ancora dei prelati e preti aderenti ad Urbano furono presi, uccisi od annegati dai Clementini; e saccheggi, incendii ed ammazzamenti furono parimente fatti dall'altra parte[1875]. Gran noia e danno recava intanto ai Romani fedeli di papa Urbano castello Sant'Angelo, perchè tuttavia detenuto da un uffiziale dell'antipapa; e per questo il papa non potea abitare al Vaticano. L'assedio vi fu posto, e nel dì 29 d'aprile venne costretta quella fortezza alla resa colla fame, o piuttosto con danaro. N'ebbe non poca gioia il pontefice, il quale nello stesso mese fece predicare la crociata contra dell'antipapa e della regina Giovanna, e prese al suo soldo la compagnia di San Giorgio, composta di masnadieri italiani e tedeschi. Spese bene il suo danaro, perchè costoro diedero una fiera rotta alla compagnia de' Bretoni, che era a' servigi dell'antipapa, facendone grande strage, e prigioni quasi tutti i caporali della medesima[1876]. Succedette questo fatto sotto Marino nel dì 28 d'aprile. Alberto conte di Barbiano, ossia di Cuneo, era il condottiere d'essa compagnia di San Giorgio, a cui si unirono anche le soldatesche romane. Questo fu il colpo che maggiormente affrettò l'antipapa a fuggirsene d'Italia. Dopo questi fatti la regina Giovanna, per placare il popolo, si mostrò inclinata ad abbandonar l'antipapa, e mandò anche suoi ambasciatori a Roma. Per colpa di chi avvenisse, nol so dire; ben so che nulla ne seguì; e tornati gli ambasciatori, continuarono le ostilità fra essa e papa Urbano, il quale intanto inviperito cercava le vie di torle il regno, siccome in fatti avvenne dipoi, per quanto vedremo. I Bolognesi[1877], prevalendosi, di tali sconcerti, si rimisero maggiormente in libertà; e, per meglio sostenersi, fecero lega coi comuni di Firenze, Perugia e Siena, sempre nondimeno aderendo ad Urbano VI, papa legittimo.
Strepitosa fu nell'anno presente la guerra de' Veneziani e Genovesi. Il racconto di essa esigerebbe più carte ma io, seguitando la brevità, ne accennerò solamente i fatti più importanti, rimettendo per gli altri men riguardevoli il lettore a Daniello Chinazzi[1878], al Caresino[1879], ai Gatari[1880] e al Redusio[1881]. Di molte prodezze avea fatto Vittor Pisani coll'armata navale veneta nell'Adriatico; ma questa armata si trovò molto sminuita e snervata per li patimenti del verno e per mancanza delle vettovaglie, indarno richieste e indarno aspettate da Venezia. Tuttavia, essendo sopraggiunta a Pola, dove egli si trovava, l'armata navale de' Genovesi, comandata dal valoroso Luciano Doria, il Pisani, sopraffatto dalle istanze de' suoi, benchè alcune delle sue galee gli mancassero, perchè non peranche spalmate, andò ad assalirla. Crudelissima fu la battaglia nel dì 5 oppure 6 di maggio; sul principio vi restò morto da un colpo de' nemici il Doria generale de' Genovesi, e presa la capitana. Ma sopraggiunte dieci altre galee genovesi, poste dianzi in aguato, non potè reggere la flotta veneta. Quindici galee rimasero in potere de' vincitori con più di due mila prigioni, parte dei quali fu decapitata dagli inumani Genovesi in vendetta dell'ucciso generale. Vittor Pisani con sette altre galee salvatosi, andò a presentarsi al consiglio in Venezia; e quasichè la sfortuna e l'evento sinistro di un fatto d'arme fosse un delitto, fu, senza ascoltar sue scuse, cacciato in prigione. Ora per tal vittoria insuperbiti i Genovesi, si misero in pensiero di procedere innanzi per espugnar, se poteano, l'inespugnabil città di Venezia. Gran coraggio facea loro a tale impresa anche Francesco da Carrara signor di Padova lor collegato, ed implacabil nemico dei Veneziani. Venne anche loro un abbondante rinforzo di legni, d'armati e di munizioni da Genova, condotto da Pietro Doria, nuovo generale di tutta l'armata. Pertanto nel dì di Pentecoste comparvero i Genovesi al porto di San Niccolò di Lido; entrarono in Chiozza picciola, ed unitisi con loro i ganzaruoli, legni sottili inviati dal Carrarese, nel dì 16 d'agosto diedero un furioso assalto di molte ore alla stessa città di Chiozza grande, e se ne impadronirono colla morte di circa ottocento sessanta Veneziani, e prigionia di circa tre mila e ottocento. Fu data a sacco la misera città. A tale conquista tenne dietro quella di Loreo, della torre delle Bebbe e d'altri siti; e la vittoriosa armata scorreva sino a Malamocco, abbandonato da' Veneziani. Non si può esprimere la costernazione che tal perdita e il brutto aspetto di peggiori conseguenze cagionarono nell'animo dei Veneziani, gente in tante altre disavventure sempre coraggiosa e costante. Andrea Contareno doge non lasciò di far cuore ad ognuno, e fu risoluto nel consiglio d'inviare ambasciatori a Pietro Doria per trattar di pace, con un foglio in bianco, per accettar le condizioni anche più dure, purchè fosse in salvo la libertà di Venezia. Il signor di Padova, siccome uomo saggio, consigliò di accettar la pace. Ma il Doria non altra risposta diede agli ambasciatori, se non la seguente: Alla fè di Dio, signori Veneziani, non avrete mai pace da noi, se prima non mettiamo la briglia a quei vostri cavalli sfrenati che stanno sopra la porta della chiesa di san Marco. Imbrigliati che sieno, vi faremo stare in buona pace. E ricusati i prigioni genovesi, con dire, che sperava di venir presto in persona a liberarli, con sì aspre maniere li licenziò. L'alterigia genovese fu la salute di Venezia[1882]. Molto ancora a salvarla contribuì l'ambizione ed avarizia loro; perciocchè se avessero rilasciata Chiozza al Carrarese, che ne faceva istanza, per attender essi colla loro armata a maggiori imprese, forse diverso esito avrebbe avuta la presente guerra. Ma si può credere che Iddio volesse salva in mezzo a tanti pericoli la nobilissima città di Venezia.
Spirata la speranza della pace, ad altro non pensarono i saggi Veneziani che a prepararsi per una gagliarda difesa. Ma ritrovarono il popolo mal disposto, perchè tutti bramavano per capitano di mare il valoroso ed innocente Vittor Pisani, e questi era nelle carceri[1883]. Fu dunque presa la determinazione di metterlo in libertà, con pregarlo di dimenticar le ingiurie, e di avere per raccomandata la patria: il che non solo promise egli di fare, ma fece in effetto da lì innanzi con una gloriosa intrepidezza e costanza. L'allegria e il coraggio per questo si diffuse nel popolo tutto; ed essendo stato proposto di armare quaranta nuove galee, con promettere la nobiltà a chi maggiormente impiegasse uomini e denari in soccorso del pubblico, mirabil cosa fu il vedere la gara de' benestanti che andavano ad offerir sè stessi, i lor figliuoli, oppur somme rilevanti di danaro; di modo che in breve tempo fu rimessa in piedi una fiorita armata di legni e di gente, tutta pronta a dare il suo sangue in aiuto della patria. Leggesi nelle Storie del Chinazzi e dei Gatari il ruolo di coloro che generosamente contribuirono ad armare la suddetta flotta. Capitan generale di essa volle essere lo stesso doge Andrea Contareno; ammiraglio ne fu dichiarato Vittor Pisani. Intanto avendo Lodovico re d'Ungheria inviati a Francesco da Carrara dieci mila de' suoi combattenti[1884], sotto il comando di Carlo figliuolo del già duca di Durazzo, spedì esso Carrarese Francesco Novello suo figliuolo colle altre sue forze all'assedio di Trivigi, lasciando che i Genovesi a lor talento si regolassero nella guerra. Trivigi fece bella difesa, e deluse tutti gli attentati de' nemici. Moltissimi fatti d'armi, parte favorevoli, parte contrarii, accaddero dipoi fra i Veneziani e Genovesi, ch'io tralascio, ristringendomi a dire, che accidentalmente attaccato il fuoco ad una cocca all'imboccatura del porto di Chiozza, questi si affondò, e chiuse la bocca di esso porto, con serrare nello stesso tempo in quella città i Genovesi. Fecero ben questi delle incredibili prodezze; ma non minori furono quelle de' Veneziani, i quali finalmente misero il formale assedio alla città di Chiozza. Prima di questi tempi, cioè nel giugno di quest'anno, era stato spedito Carlo Zeno valente capitano dai Veneziani in corso per infestare i Genovesi con nove galee. Diede egli il sacco alla riviera di Genova; fece di ricchissime prede; e sopra tutto nel dì 17 di ottobre prese una cocca de' Genovesi appellata la Bichignona, la maggiore e più ricca che allora solcasse il mare, in cui trovò merci di valore immenso, ascendente, per quanto fu detto, a più di cinquecento mila fiorini d'oro. Ma avvisato finalmente il Zeno de' bisogni della patria, lasciò il gustoso mestiere di corsaro, e se ne tornò a Venezia, conducendo seco quattordici galee, perchè in viaggio s'era accresciuto il suo stuolo. Con gran giubilo de' suoi concittadini arrivò nel dì primo di gennaio, e ritrovò che seguitava l'assedio di Chiozza non senza gran mortalità dall'una e dall'altra parte. Anch'egli fatto condottiere dell'armata, s'applicò ad obbligar quella città alla resa.
Per dar qualche aiuto a' Veneziani suoi collegati, Bernabò Visconte in quest'anno condusse al suo soldo[1885] la compagnia della Stella, composta di masnadieri. Capo di essi era Astorre de' Manfredi signor di Faenza, che indarno avea tentato di penetrar nel Modenese e Bolognese. Spinse il Visconte costoro all'improvviso nel dì 2 di luglio addosso ai Genovesi. Si fermarono essi a San Pier d'Arena in numero di circa quattro mila armati, buona parte cavalleria, e fecero un netto del paese. Perchè in Genova si dubitava di discordia e di cattive intelligenze, Niccolò di Guarco doge col suo consiglio giudicò meglio di adoperare l'esorcismo dell'oro per dissipare il mal tempo. Con diciannove mila fiorini d'oro gl'indusse ad andarsene con Dio. Andarono; ma che? Siccome gente di niuna fede, nel dì 22 di settembre eccoli comparir di nuovo nella villa d'Albaro presso alla città. Allora i Genovesi irritati da questo tradimento, presero le balestre e l'altre armi, e nel dì 24 usciti della città sul far del giorno, coraggiosamente gli assalirono, li ruppero, e ne fecero prigionieri assaissimi, con prendere tre bandiere di Venezia e Milano. Astorre Manfredi fatto prigione, con aver promessa buona somma di danaro a due Genovesi, in abito da contadino ebbe la fortuna di salvarsi. Fu intrapreso in quest'anno, siccome dissi, l'assedio di Trivigi da Francesco da Carrara signor di Padova[1886], e colà arrivò Carlo, soprannominato dalla Pace, figliuolo del fu duca di Durazzo, della prosapia di Carlo II re di Napoli, che seco, per ordine del re d'Ungheria, condusse dieci mila cavalli. Nella Cronica Estense[1887] non si parla se non di otto cento cavalli. Da Venezia gli furono spediti ambasciatori per trattare di pace. Nulla si conchiuse di questo; ciò non ostante, si lasciò egli corrompere dalla sete del denaro, e permise che i Veneziani introducessero quanta vettovaglia lor piacque in quella città e in varie castella: il che fu cagione che i Padovani, trovandosi traditi da chi men lo dovea, sciogliessero lo assedio di Trivigi. Intanto papa Urbano VI maneggiava un segreto trattato per condurre esso principe Carlo alla conquista del regno di Napoli: impresa molto desiderata da Lodovico re d'Ungheria, il cui odio contro la reina Giovanna non mai s'era rallentato. Per dispor meglio le cose, se ne tornò Carlo in Ungheria, risoluto di procedere nell'anno vegnente alla volta di Napoli. Bench'io abbia raccontata nel precedente anno la discordia di Bernabò Visconte coi fratelli Scaligeri signori di Verona e Vicenza, pure[1888] vien creduto che solamente in quest'anno nel dì 13 di maggio seguisse, se non la guerra, almen la pace fra loro. Vi s'indusse Bernabò, perchè avendo spedito Giovanni Aucud co' suoi Inglesi, e il conte Lucio Lando co' suoi Tedeschi ai danni del Veronese, se ne ritirarono dopo venti giorni con loro perdita: il che fu preso per un tradimento da Bernabò[1889]. Nè volendo egli per questo pagarli, que' masnadieri fecero di gran saccheggio e bottino sul Bresciano e Cremonese. Li bandì Bernabò, e pubblicò una taglia contra di loro, ma ciò fu creduto una finzione. Andarono poi costoro in Romagna, e di là in Toscana.
NOTE:
[1873] Clementis VII Vita, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[1874] Theodoricus de Niem., Histor.
[1875] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Vita di santa Caterina da Siena.
[1876] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1877] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1878] Chinazzi, Istor., tom. 15 Rer. Ital.
[1879] Caresin., Chron., tom. 13 Rer. Ital.
[1880] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[1881] De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1882] Caresin., Chron., tom. 12 Rer Ital.
[1883] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[1884] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1885] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.
[1886] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1887] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXX. Indiz. III.
URBANO VI papa 3. VENCESLAO re de' Romani 3.
Andava sempre più avvalorandosi lo incendio dello scisma. Papa Urbano pien di bile contro di Giovanna regina di Napoli[1890], principal promotrice, o almeno fomentatrice della deplorabil divisione insorta nella Chiesa di Dio, nel dì 21 d'aprile la dichiarò con bolla solenne scismatica, eretica, rea di lesa maestà, privata di tutti i suoi dominii, confiscati tutti i di lei beni, assoluto ogni suo suddito dal giuramento di fedeltà. Fulminò ancora le censure e la sentenza di deposizione contro Bernardo da Caors arcivescovo di Napoli, per aver egli prestata ubbidienza all'antipapa Clemente. E diede per pastore a quella chiesa Luigi Bozzuto nobile napoletano, che fu per questo aspramente perseguitato dalla regina Giovanna. Ma i suoi principali maneggi furono con Lodovico re d'Ungheria e Polonia, offerendogli il regno di Napoli, acciocchè colle sue armi calasse in Italia. Lodovico, siccome quegli che da gran tempo temea che Giovanna chiamasse alla successione di quel regno qualche straniero, ed insieme amava Carlo dalla Pace sopra mentovato, principe suo nipote; non volle già egli, per essere vecchio, accudire in persona a quell'acquisto, ma bensì condiscese che esso Carlo, sbrigato che fosse della guerra co' Veneziani, marciasse alla volta di Napoli colle sue armi, per detronizzar la regina. Ora papa Urbano, per effettuar questo disegno, trovandosi scarso di danaro, e conoscendo la necessità di averne, giacchè la pubblicazion della crociata poco fruttava, non lasciò indietro mezzo alcuno per raunarne alle spese della Chiesa romana e delle altre ancora[1891]. Perciò riservò a sè stesso le rendite di tutti i beneficii vacanti; vendè a' cittadini romani assaissimi stabili e diritti delle chiese e dei monisteri di Roma, con ricavar da tali alienazioni più di ottanta mila fiorini di oro. Passando anche più innanzi, a misura dei bisogni, vendè poscia o convertì in moneta insino i calici d'oro e d'argento, le croci, le immagini de' santi, e gli altri mobili preziosi d'esse chiese[1892]. Diede inoltre nel dì 30 di maggio di quest'anno facoltà a due cardinali d'impegnare o alienare i beni mobili ed immobili delle altre chiese, ancorchè contraddicessero i prelati, i capitoli e i titolari de' benefizii. Poco meno faceva in Francia l'antipapa Clemente. Tutto era ben impiegato per sostenere il loro impegno. La causa di Dio si allegava da entrambi, ma ognuno teneva per consigliera anche l'ambizione. Intanto in Napoli non s'ignorava il disegno del papa e di Carlo dalla Pace, anzi dappertutto se ne discorreva senza riguardo alcuno[1893]. Però la regina Giovanna pensando alla propria difesa, e sperando assai nell'aiuto della Francia, dappoichè Dio non le avea data successione, e il figliuolo suo già condotto in Ungheria dovea essere mancato di vita; nel dì 29 di giugno dell'anno presente adottò per suo figliuolo Lodovico duca di Angiò, fratello di Carlo V re di Francia, soprannominato il Saggio, e ciò fece con partecipazione ed assenso dell'antipapa Clemente; affrettando quel principe ad accorrere in aiuto suo, prima che arrivasse il turbine che la minacciava dalla parte dell'Ungheria. Ma perchè nel settembre terminò il suddetto re Carlo i suoi giorni, cotal mutazione ritardò poi di troppo la venuta di esso Lodovico d'Angiò in Italia.
Continuarono i Veneziani con gran vigore per alcuni mesi ancora ad assediare la città e il porto di Chiozza, dove erano rinserrati i Genovesi[1894]; nel qual tempo seguirono molti fatti d'armi e di singolar bravura dall'una e dall'altra parte. Ma sempre più veniva mancando agli assediati la provianda; e quantunque da Genova fosse venuta un'armata nuova di ventitrè galee e di alcuni altri legni minori per dar loro soccorso, niuna via trovò questa per mettere gente in terra e sovvenire al bisogno de' suoi nazionali; tante erano le guardie e i passi presi dai Veneziani. Finalmente, vinti dalla fame, i Genovesi, nel dì 21 di giugno mandarono ambasciatori al doge Contareno, e si renderono a discrezione. Circa quattro mila d'essi e di altri loro ausiliarii rimasero prigioni, e furono condotti alle carceri di Venezia. Nel dì 24 il doge trionfante entrò in Chiozza. Vennero alle mani dei vincitori diciannove galee, assaissimi burchi e barche colle lor munizioni, e copiosa quantità di sale. Tutto il rimanente, secondo le promesse, fu lasciato in preda alle soldatesche. Ed ecco dove andò a terminare il grave pericolo della nobilissima città di Venezia e la albagia de' Genovesi. Erasi intanto l'armata navale d'essi Genovesi, che navigava nell'Adriatico, accresciuta sino a trentanove galee, e sei galladelle. Con queste forze essi nel dì primo di luglio presero la città di Capo d'Istria, e la donarono al patriarca d'Aquileia, a cui i Veneziani la ritolsero nel dì primo di agosto per valore di Vittor Pisani, il quale con quarantasette galee ben armate fu inviato colà. Ma nel calore di queste imprese caduto infermo esso Pisani, nel dì 13 del mese suddetto gloriosamente diede fine alla sua vita[1895]. Impadronironsi poscia i Genovesi della città di Pola, e la consegnarono alle fiamme. Ribellossi ancora alla signoria di Venezia Trieste nel dì 26 di giugno, e si sottomise al patriarca d'Aquileia. Tralascio altri fatti; ma non debbo tacere che Francesco da Carrara nel maggio e nei seguenti mesi tornò a stringere d'assedio la città di Trivigi, e l'avea ridotta quasi agli estremi per mancanza di vettovaglie. Fecero sforzi grandi i Veneziani per soccorrerla di viveri, e riuscì loro di introdurvene, ma non tanto da assicurarla per l'avvenire; e massimamente peggiorò lo stato di quella città, dacchè il Carrarese nel novembre e dicembre s'impossessò di Porto Buffaledo e di Castelfranco. Perciò anche dopo la liberazion di Chiozza, seguitò la repubblica veneta ad essere in mezzo a gravissime burrasche.
Intanto Carlo dalla Pace, nipote del re d'Ungheria, con consentimento, oppure coll'ordine d'esso re, sul principio d'agosto si mosse da Verona con mille lancie di buoni combattenti ungheri, e cinquecento arcieri (negli Annali di Milano[1896] è scritto che avea seco nove mila Ungheri), premendo più a lui il suo disegno per la conquista del regno di Napoli, che i vantaggi della lega contra de' Veneziani; e per gli Stati del marchese d'Este arrivò sul Bolognese[1897], dove la sua gente, benchè amica, trattò il paese da nemico. Andò sino a Rimini, ed era per continuare il viaggio da quella parte, quando i fuorusciti fiorentini, che erano molti e potenti in questi tempi, l'indussero a cangiar cammino[1898]. Aveano essi fatto prima venire la compagnia di San Giorgio, comandata da Alberico conte di Barbiano, sul Pisano, Sanese e Fiorentino, sperando di obbligare i cittadini dominanti a rimettergli in città. Ma Giovanni Aucud, preso per loro generale dai Fiorentini, e il conte Averardo di Lando lor capitano gli aveano fatti tornare indietro con poco lor gusto. In Toscana parimente era capitata la compagnia scemata di molto de' Bretoni, ma fece anche essa poche faccende. Le speranze dunque date da essi fuorusciti a Carlo dalla Pace gli fecero prendere il viaggio per la Toscana, figurandosi egli, se non potea conquistar terre, almeno di esigere ricche contribuzioni da quelle contrade. Gubbio se gli diede. Città di Castello fu vicina a far lo stesso, se non che, scoperto a tempo ch'egli veniva non per bene altrui, ma solo per pagar la sua gente colla libertà dei saccheggi, restò rotto il contratto. Arrivò egli nel settembre alla città d'Arezzo. I Bostoli ed Albergotti, dopo aver cacciati i loro avversarii, signoreggiavano dianzi in quella città, e vi aveano già ricevuto gli uffiziali di esso principe Carlo, ma con provar ben tosto gli effetti della lor balordaggine in aver messa la città e la fortezza in mano di gente barbara e senza fede, perch'essa da lì a non molto fece balzar le teste agli stessi Bostoli suoi benefattori ed amici. Siccome padrone assoluto di quella città, Carlo dalla Pace fece ivi battere sua moneta, e cominciò a martellare i Sanesi per aver danaro. Ne smunse due mila fiorini d'oro e molta vettovaglia. A sommossa poi de' banditi fiorentini minacciava la città di Firenze, ed uscì anche in campagna co' suoi Ungheri e colla compagnia dei Bretoni; ma essendosi postato a' confini Giovanni Aucud, generale de' Fiorentini e gran maestro di guerra, con un bell'esercito, gli fece tosto perdere la voglia di passar oltre. Mise dunque, pel suo meglio, in trattato d'accomodamento le controversie, e, lasciando burlati i fuorusciti, stabilì un accordo co' Fiorentini, da' quali ricavò, sotto lo specioso titolo di prestito, quaranta mila fiorini d'oro, e promessa di non dar aiuto alla regina Giovanna, con altri patti. Non gli era mai d'avviso di levarsi di Toscana: tal paura gli era saltata addosso. Però, lasciata la città di Arezzo in cattivo stato, cavalcò alla volta di Roma, dove giunse prima che terminasse l'anno corrente, ricevuto con gran festa da papa Urbano VI[1899], che il dichiarò senatore di Roma, e seco andò facendo le disposizioni per assalire nell'anno vegnente il regno di Napoli.
Due matrimonii seguirono nell'anno presente in Milano[1900], amendue colla dispensa di papa Urbano, cioè quello di Violante, sorella di Gian-Galeazzo conte di Virtù, e già vedova di due mariti, con Lodovico Visconte, suo cugino carnale, perchè figliuolo di Bernabò. Anche lo stesso Gian-Galeazzo nel dì 2 d'ottobre prese per moglie Caterina figliuola del medesimo Bernabò, sua cugina carnale. Nè si dee tacere che due anni prima, trovandosi il regno di Sicilia diviso fra due fazioni, ed essendo la principessa Maria, erede di quel regno, come in prigione[1901], aspirò Gian-Galeazzo alle nozze della medesima, e ne seguirono anche gli sponsali, con patto che il Visconte spedisse colà un corpo di combattenti per mettere in libertà quella principessa, e ricuperar le terre occupate dai baroni; e similmente, ch'egli nel termine di un anno passasse in persona in Sicilia. Ma, scoperto questo trattato, il re d'Aragona, che, oltre all'avere in quell'isola il suo partito assai forte, non sapea digerire che un sì bel regno uscisse fuori della sua real casa: inviò nel precedente anno tre galee nel mare di Pisa ad aspettare che gli uomini d'armi del Visconte uscissero di Porto Pisano in navi, per andare in Sicilia. Seguì battaglia fra loro, e rimasero fracassati i Lombardi. Per questo accidente sinistro andò a monte il divisato matrimonio colla principessa, ossia regina di Sicilia[1902], la qual prese dipoi per marito Martino della schiatta dei re aragonesi. Conseguentemente anche Gian-Galeazzo si accoppiò con Caterina sua cugina, sperando col mezzo di tale unione di allontanare il suocero e zio Bernabò da pensieri maligni contra di lui e de' suoi stati.
NOTE:
[1888] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1889] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1890] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1891] Theodericus de Niem., lib. 1, cap. 22.
[1892] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1893] Vita Clementis Antipap., P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1894] Chinazzi Istor., tom. 15 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[1895] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1896] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1897] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1898] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 15.
[1899] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1900] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.
[1901] Corio, Istor. di Milano.
Anno di CRISTO MCCCLXXXI. Indizione IV.
URBANO VI papa 4. VENCESLAO re de' Romani 4.
In quest'anno ancora seguitò la guerra fra i Veneziani e Genovesi per mare[1903]; e Carlo Zeno, valente generale de' primi, fatti quanti danni potè agli altri, conservò l'onor della patria colle sue navi in corso. Ma per la guerra di terra non fu già propizia la sorte ai Veneziani. Francesco da Carrara continuava l'assedio o blocco di Trivigi, ed avendo occupate varie castella e paesi d'intorno, impediva ai Veneziani il recar soccorso a quell'afflitta città. Però il senato, che per le passate disgrazie si trovava esausto di denaro e scarso di combattenti, pensò ad abbandonar la terra, per attendere unicamente al mare, dove tuttavia erano assai forti i maggiori loro avversarii, cioè i Genovesi. Trivigi non si potea lungo tempo sostenere: ma piuttosto che lasciarlo cadere in mano del Carrarese, determinarono i Veneziani di donare ad altri quella città: tanto era l'odio che gli portavano, e sì forte il riguardo ch'egli maggiormente non s'ingrandisse. Spedirono dunque Pantaleon Barbo a Leopoldo duca d'Austria, offerendogli Trivigi, purchè egli prendesse a far guerra contra del Carrarese. Nel dì 2 di maggio diedero essi al duca il possesso di quella città: il che fu una stoccata al cuore di Francesco da Carrara, il quale, dopo aver ridotto Trivigi alle estremità, si vide sul più bello tolto il boccone di bocca. Pertanto ordinò egli nel dì 6 di maggio che il suo campo, giacchè il duca era in viaggio, si levasse di sotto a quella città. Ma venendo Pantaleon Barbo suddetto colà con due carrette cariche di panno d'oro e d'argento, per regalare il duca d'Austria alla sua entrata in Trivigi, inciampato nelle truppe padovane, fu preso con tutto il suo equipaggio, e condotto a Padova sotto buona guardia. Era egli il maggior nemico che si avesse il Carrarese; e tuttochè graziosamente fosse rimesso in libertà, con promessa di non essergli contro, pure operò peggio di prima. Nel dì 7 del mese suddetto arrivò il duca Leopoldo con circa dieci mila cavalli nei contorni di Trivigi, e nel dì 9 fece la sua solenne entrata in essa città. Poco si fermò egli, e, lasciato quivi un copioso presidio, se ne tornò in Germania. Ed intanto il Carrarese seguitava a prendere le castella del Trivisano con istupor d'ognuno, e vi faceva inalberar le bandiere del re d'Ungheria, con dire di essere suo servitore. Di pace intanto si trattava alla gagliarda fra i Veneziani e la lega. Erasi interposto Amedeo conte di Savoia, duca di Chablais, e marchese d'Italia, principe allora di sommo credito, per quetar tanti turbini; e per la fede che ebbero in lui tutti gl'interessati, fu egli appunto accettato come mediatore e compromessario di sì gloriosa impresa. A questo fine concorsero a Torino le ambascerie del re d'Ungheria, de' Veneziani, de' Genovesi, del signore di Padova, e del patriarcato d'Aquileia, che, per la morte del patriarca Marquardo, succeduta in quest'anno, si trovava allora mancante di pastore. Proferì il conte di Savoia il suo laudo nel dì 8 d'agosto in Torino[1904], in cui decretò che il castello di Tenedo fosse rimesso in sua mano per due anni, dopo i quali lo dovesse spianare; che al Carrarese si restituissero alcuni luoghi, ed egli fosse disobbligato dai patti della pace dell'anno 1372, con altre condizioni ch'io tralascio. Da questa concordia restò escluso Bernabò Visconte. Non si può abbastanza esprimere l'universale allegria che questa pace produsse, massimamente nei popoli ch'erano mischiati nella guerra. E allora fu che il senato veneto mantenne la data parola a chi più degli altri si era segnalato in aiuto della patria, con avere specialmente alzate alla nobiltà veneta trenta famiglie popolari.
Era già pervenuto a Roma Carlo dalla Pace colla sua armata, siccome avvertimmo di sopra[1905]. Il pontefice Urbano non solamente l'investì del regno di Napoli con sua bolla data nel dì primo di giugno, ma solennemente ancora di sua mano il coronò nel giorno seguente in tal congiuntura; e giacchè questo pontefice era tutto pieno di pensieri temporali, si obbligò ancora esso Carlo di conferire il principato di Capoa a Francesco Prignano nipote di lui, cioè la miglior parte del regno, conquistato ch'egli l'avesse. L'ardore con cui Urbano procedeva in questo affare, più che mai comparve; perciocchè allora fu specialmente[1906], che spogliò chiese ed altari per fornir di moneta questo suo favorito campione. Seco inoltre unì quante truppe potè, e colla sua benedizione l'inviò contro la regina Giovanna. Avea questa riposte le sue speranze nel valore di Ottone duca di Brunsvich suo consorte, e nelle fallaci promesse de' baroni napoletani[1907]. Ma era troppo divisa la cittadinanza di Napoli. Volevano alcuni la regina, altri papa Urbano, altri il re Carlo. Si oppose Ottone sulle frontiere all'esercito nemico; ma gli convenne ritirarsi[1908]. Inoltratosi il re Carlo fin sotto a Napoli, dove s'era afforzato il duca Ottone, fu creduto che si verrebbe a battaglia; ma trovaronsi traditori che nel dì 16 di luglio aprirono una porta della città al re Carlo. Entrato ch'egli fu, Ottone, dopo aver trucidato cinquecento de' nemici, si ridusse ad Aversa, e la regina in Castel Nuovo, dove restò assediata e in gravi angustie, perchè per balordaggine de' suoi ministri si trovò sfornita di vettovaglia. Fu dunque obbligata a capitolare, che se nel termine di alquanti giorni non veniva tal forza che la liberasse, ella si renderebbe al re Carlo, il quale nello stesso tempo mostrava delle buone intenzioni per lei. Perciò il duca Ottone nel dì 25 d'agosto, ultimo della capitolazione fatta, calato da castello Sant'Ermo, andò con sue genti a tentar la fortuna, ed attaccò un fiero combattimento coll'esercito del re Carlo. Ma essendo stato ucciso Giovanni marchese di Monferrato, che militava con lui (ed ebbe perciò successore nel dominio dei suoi stati Teodoro II suo minor fratello), e lo stesso duca Ottone nel calor della battaglia essendo restato gravemente ferito (non si sa se da' suoi o da' nemici) e poi fatto prigione, si mise in rotta e fuga tutto l'esercito suo. Questa vittoria decise del resto. La regina Giovanna rendè sè stessa e i castelli nel giorno seguente al re vincitore, e fu poi mandata prigioniera al castello di San Felice. La maggior parte delle terre a lui parimente prestò ubbidienza. Nel dì primo di settembre arrivò a Napoli il conte di Caserta con dieci galee di Provenza, credendo di soccorrere la regina; ma ritrovò cielo nuovo in quelle parti. All'incontro giunse a Napoli Margherita, moglie del re Carlo, con Ladislao e Giovanni suoi figliuoli nel dì 11 di novembre, e nel dì 25 fu coronata regina dal cardinale legato apostolico con gran festa ed allegrezza di quel popolo, che per suo costume ogni dì vorrebbe dei re nuovi.
Accaddero in quest'anno le calamità della città di Arezzo[1909]. Avea il re Carlo inviato colà per suo vicario Giovanni Caracciolo. I mali suoi portamenti, oppur la giustizia severa ch'egli esercitava[1910], cagion furono che la fazion guelfa, avendo prese le armi, il costrinse a ritirarsi nella fortezza. Era il mese di novembre, e trovavasi allora nel territorio di Todi colla compagnia di San Giorgio il conte Alberico da Barbiano, cioè, come già dissi, il più valente condottier d'armi che s'avesse allora l'Italia. Era egli in questi tempi ai servigi del re Carlo, e forse principalmente per la di lui buona condotta e bravura erano procedute con tanta felicità le battaglie e la conquista del regno di Napoli. Fu il conte chiamato con premurose lettere dal Caracciolo; ed egli, andato colà, ed entrato nel castello, senza che gli Aretini avessero punto provveduto alle difese, nel dì 18 di novembre piombò co' suoi masnadieri nella città, e diede un orrido ed universal sacco alle case non meno dei Guelfi che de' Ghibellini, senza risparmiar le chiese, i monisteri e l'onor delle donne. Ser Gorelli poeta aretino d'allora vien descrivendo tutte le enormità di quella tragedia. Boniforte Villanuccio, mandato dipoi colà dal re Carlo, fece del resto, e finì di pelare l'infelice città. Rimase perciò essa affatto desolata, e gli abitatori suoi per la maggior parte si sbandarono chi qua chi là, accattando il pane per sostenersi in vita. Un'altra funesta scena succedette in quest'anno in Verona[1911]. Signoreggiavano quivi i due fratelli bastardi Bartolomeo ed Antonio dalla Scala. La matta voglia di non aver compagni sul trono instigò il minore, cioè Antonio, a levar di vita il fratello. Non era a lui ignoto che Bartolomeo andava di notte con un solo compagno a solazzarsi con una sua amica: il che diede a lui campo di levarlo senza fatica e tumulto dal mondo. Nella mattina adunque del dì 13 di luglio fu ritrovato morto esso Bartolomeo con ventisei ferite nel corpo, e trentasei in quello del suo compagno, davanti alla porta d'un certo Antonio Veronese. Finse il malvagio fratello d'esserne estremamente conturbato, e fece martoriare e poi morire la donna ed alcuni suoi parenti innocenti, come se fossero stati autori dell'omicidio; ma ben conobbero i saggi, e più lo conobbe Francesco da Carrara, da qual mano era venuto il colpo; e perchè ciò gli scappò di bocca, e fu riferito ad Antonio, questi non gliela perdonò mai più. Fin qui la Provenza s'era mantenuta sotto l'ubbidienza dei re di Napoli con altre terre del Piemonte[1912]. Clemente VII antipapa, dacchè intese conquistato dal re Carlo il regno di Napoli, ed imprigionata la regina Giovanna, investì d'esso regno Lodovico duca d'Angiò, zio del re di Francia, perchè già adottato da essa regina; e questi si mise anche in possesso della felice contrada della Provenza, benchè non senza molte opposizioni e contrasti d'alcuni di que' popoli.
NOTE:
[1902] Fazellus de Reb. Siculis.
[1903] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1904] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1905] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1906] Theodoric. de Niem., Gobelinus, et alii.
[1907] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[1908] Bonincontrus Morigia, Annal., tom. 21 Rer. Italic.
[1909] Gorelli, Chron., tom. 15 Rer. Ital.
[1910] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXII. Indiz. V.
URBANO VI papa 5. VENCESLAO re de' Romani 5.
Lodovico duca d'Angiò, che a tempo non era potuto venire in Italia per impedir la caduta e prigionia della regina Giovanna, si mise in quest'anno in cuore di liberarla dalle mani del re Carlo. A tale effetto raunò un formidabile esercito di Franzesi e d'altre nazioni. Costume è de' popoli, ed anche de' principi, siccome abbiam detto più volte, d'ingrandire a dismisura il ruolo delle armate. Oltre all'autore della Cronica di Forlì[1913], il Gazata[1914], vivente allora, giugne a dire che il di lui esercito ascendeva a sessantacinque mila cavalieri. L'autore degli Annali Milanesi[1915] gliene dà quarantacinque mila. Ma il Cronista Estense[1916] e Matteo Griffoni[1917] con più giudizio scrissero ch'egli entrò in Italia con quindici mila cavalli, e tre mila e cinquecento balestrieri; ed avea seco Amedeo conte di Savoia, principe di gran riputazione. Era questo duca d'Angiò, se si ha da credere al Gazata, uomo crudelissimo, e da tutti odiato in Francia. Vantavasi egli di venire in Italia per abbattere papa Urbano, giacchè egli riconosceva l'antipapa Clemente per vero papa. Rapporta il Leibnizio[1918] un atto curioso d'esso Clemente, cioè una bolla di lui, colla quale instituisce e dona al suddetto duca d'Angiò e a' suoi discendenti il regno dell'Adria, formandolo colle provincie della marca di Ancona e Romagna, col ducato di Spoleti, colle città di Bologna, Ferrara, Ravenna, Perugia, Todi, e con tutti gli altri Stati della Chiesa romana, a riserva di Roma, Patrimonio, Campania, Marittima e Sabina. Dio non permise poi un sì grave assassinio allo stato temporale de' romani pontefici. Quell'atto vien riferito da esso Leibnizio nell'anno presente 1382. Ma ivi si legge: Datum Spelunga Cajetanae Dioecesis XV kalendas maji, pontificatus nostri anno primo: note indicanti l'anno 1379. Ma non par molto verisimile che, stando allora l'antipapa nel territorio di Gaeta, ideasse così di buon'ora uno smembramento tale degli Stati della Chiesa. Comunque sia, affine di potere sicuramente passare per gli Stati de' Visconti, Lodovico cercò l'amicizia di Bernabò, e si convenne che il Visconte darebbe in moglie Lucia sua figliuola ad un figliuolo d'esso duca, e gli presterebbe quaranta mila fiorini d'oro, con altri patti d'assistenza per la conquista del regno di Napoli[1919]. Negli Annali Milanesi[1920] è scritto avergli Bernabò promesso ducento mila fiorini d'oro a titolo di dote: e lo stesso autore, siccome il giornalista napoletano[1921], ci conservarono il registro dell'insigne nobiltà e baronia che accompagnò esso duca d'Angiò a questa spedizione. Fece Bernabò quante finezze potè all'Angioino nel suo passaggio; passaggio ben greve ai territorii, che tanta cavalleria ebbero a mantenere, e sofferir anche lo spoglio delle case. Furono ben trattati i Bolognesi; e Guido da Polenta signor di Ravenna alzò le bandiere d'esso duca di Angiò[1922].
Aveva il re Carlo spedito il conte Alberico da Barbiano con trecento uomini d'armi per opporsi a questo passaggio. Per tale, benchè picciolo, aiuto Forlì e Cesena tentate dal duca si sostennero, e vi furono solamente bruciate alcune ville. Anche Galeotto Malatesta negò la vettovaglia. Ciò non ostante, e quantunque Alberico avesse dato il guasto a tutto il foraggio del paese di là da Forlì, pure l'armata angioina nel mese d'agosto passò oltre, ed essendosegli data Ancona, arrivò finalmente nel regno di Napoli. L'autore della Cronica di Rimini scrive[1923] d'aver veduto passar quest'armata, e parve a lui e ad altri vecchi pratici della guerra di non essersene mai veduta una sì grossa, nè di più bella gente, di modo che comunemente si credeva che fossero più di quaranta mila cavalli. Intanto il re Carlo, sentendo qual turbine terribile romoreggiasse contra di lui, secondo la mondana politica credette non essere più da lasciare in vita l'imprigionata regina Giovanna. Sui principii la trattò egli con assai umanità, le fece anche delle carezze, sperando d'indurla a cedere in suo favore non solo il regno di Napoli, ma anche la Provenza[1924]. Tale nondimeno era l'odio che in suo cuore covava essa regina contra di questo ladrone (così ella il chiamava), che mai non volle consentire. Arrivate le galee di Marsiglia, siccome dissi, troppo tardi in aiuto suo, allora il re Carlo rinforzò le batterie, acciocchè essa confessasse d'essere trattata da madre, e comandasse ai Provenzali di ricevere esso re Carlo per signore. Finse ella di acconsentire, ma come furono condotti alla presenza sua gli uffiziali di quelle galee, da donna magnanima disse loro quanto potè di male del re Carlo, ordinando che si sottomettessero, non mai a quell'assassino, ma bensì a Lodovico duca d'Angiò, eletto da lei per suo erede; e che per conto di lei ad altro non pensassero se non a farle il funerale, e a pregar Dio per l'anima sua. Da ciò venne che il re Carlo la fece chiudere in dura prigione; ed allorchè intese che con tante forze era per venire il duca d'Angiò per liberarla, nel dì 12 di maggio, siccome hanno i Giornali di Napoli[1925], oppure nel dì 22, come ha il testo di Teodorico di Niem[1926], o col veleno, oppure, come fu voce e credenza più accertata, con laccio di seta la fece privar di vita, e poscia esporre il suo cadavero, acciocchè fosse veduto da tutti. Tal fine ebbe la misera regina, la cui fama di molto restò annerita per la morte del suo primo marito Andrea, in cui certo è che ebbe mano. Tristano Caracciolo, scrittore di gran senno ed onoratezza, da lì a cent'anni fece assai conoscere che nel resto delle azioni sue fu principessa giusta, saggia e degna di lode, benchè con fine sì ignominioso miseramente terminasse la vita.
Entrato il duca d'Angiò per la parte d'Abruzzo nel regno di Napoli, fu messo in possesso dell'importante città dell'Aquila, datagli da Ramondaccio Caldora. Ebbe Nola, Matalona, ed altre città e terre. Seco fu una gran frotta di baroni napoletani, che aveano tutti sposato il partito di lui e dell'infelice regina. Veggonsi essi ad uno ad uno annoverati dal Buonincontri ne' suoi Annali[1927]. E quindi nacque la fazione angioina, che lungo tempo durò poi, e tenne diviso quel regno. Per mediazione di papa Urbano condusse il re Carlo al suo soldo Giovanni Aucud con due mila e ducento cavalli[1928], che nel dì 22 d'ottobre giunse a seco unirsi. Così venne egli ad avere quattordici mila cavalli al suo servigio; ma il duca d'Angiò ne contava molte migliaia di più. Avrebbe il re potuto venire ad un fatto d'armi, siccome bramavano gli avversarii franzesi; ma, per consiglio del saggio conte Alberico da Barbiano, volle star sempre alla difesa, sperando che vedrebbe a poco a poco dissiparsi e venir meno le soldatesche del principe nemico, siccome in fatti avvenne. Portata al duca d'Angiò la nuova che l'Aucud era venuto a militare contra di lui, considerandolo tuttavia come capitano dei Fiorentini, ordinò che in Provenza fossero prese tutte le merci de' Fiorentini: ordine che fu puntualmente eseguito con grave danno di quella nazione[1929]. Verità o finzione fosse, certo è che i Fiorentini l'aveano casso. Nel mese d'ottobre del presente anno mancò di vita Lodovico da Gonzaga signor di Mantova[1930], e andò a rendere conto a Dio dei due suoi fratelli Ugolino e Francesco uccisi per ordine suo. Aveva atteso a mettere insieme gran danaro. Gli succedette nel dominio Francesco suo figliuolo, che avea per moglie una figliuola di Bernabò Visconte. L'ultimo anno ancora della vita di Lodovico re d'Ungheria e di Polonia fu questo, cioè di un principe che abbiam veduto mischiato non poco negli affari d'Italia, e che lasciò dopo di sè una memoria gloriosa per la sua pietà e per le sue memorabili imprese[1931]. Di lui non restò prole maschile. Solamente ebbe due figliuole, cioè Maria, che ereditò il regno d'Ungheria, e coronata prese il nome di re, e non di regina. Ad Edvige, altra sua figliuola, toccò il regno di Polonia. A questa grande eredità aspirava Carlo di Durazzo re di Napoli, pretendendo dovuti quei regni a sè, come maschio e parente stretto; ma per ora, trovandosi egli troppo occupato dalla guerra col duca d'Angiò, con dissimulazione se la passò. In vigor della pace fra i Veneziani e Genovesi, dovea essere consegnato ad Amedeo conte di Savoia l'importante castello di Tenedo[1932]. Spedirono essi l'ordine, ma Zanachi Mudazzo capitano di quella fortezza si ostinò in non volerla consegnare. Creduto ciò un'invenzione de' Veneziani, fu fatta in Genova gran rappresaglia e sequestro delle merci che erano ivi de' Fiorentini, perchè questi erano entrati mallevadori della consegna e distruzione di Tenedo. I Veneziani, che operavano con sincerità, furono obbligati a spedire uno stuolo di galee e d'altri legni colà, che, assediato quel castello, l'astrinsero nell'anno seguente alla resa, e dipoi lo smantellarono, portando altrove tutti gli abitanti. Venne a morte nel dì 5 di giugno Andrea Contareno doge di Venezia[1933], principe glorioso per aver salvata la patria in mezzo a tanti pericoli. Ebbe per successore Michele Morosino, eletto doge nel dì 10 d'esso mese. Ma poco potè egli godere di quell'eccelsa dignità, di cui era sì meritevole per le sue rare virtù, perchè Dio il chiamò a sè nel dì 15 d'ottobre. Però l'elezione di un altro doge, fatta nel dì 24 di novembre, cadde nella persona di Antonio Veniero.
NOTE:
[1911] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1912] Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.
[1913] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[1914] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1915] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.
[1916] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1917] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1918] Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, n. 106.
[1919] Corio, Istoria di Milano.
[1920] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1921] Giornal. Napolet., tom. 15 Rer. Ital.
[1922] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.
[1923] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1924] Tristanus Caracciolus, Opusc., tom. 22 Rer. Ital.
[1925] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1926] Theodoricus de Niem, Histor.
[1927] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[1928] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1929] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1930] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1931] Cromerus et Bonfinius, de Reb. Hungar.
[1932] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[1933] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXIII. Indiz. VI.
URBANO VI papa 6. VENCESLAO re de' Romani 6.
La guerra del regno di Napoli tuttavia durava, ma fiaccamente era condotta non meno dal re Carlo che da Lodovico duca d'Angiò. Ora papa Urbano VI, uomo focoso, non potendo sofferire così gran lentezza, determinò di passare alla volta di Napoli[1934]. Più nondimeno lo spigneva a quel viaggio la brama d'indurre il re Carlo all'osservanza delle promesse, giacchè questi s'era obbligato di conferire il ducato di Capoa e d'Amalfi con altre terre a Francesco da Prignano suo nipote, soprannominato Butillo[1935]. A questa sua risoluzione s'opposero sei o sette de' cardinali; ma questo papa, sì pieno di pensieri secolareschi, era uomo cocciuto, nè volea consigli, nè chi gli contraddicesse. Fu a Ferentino nel settembre, e mandò ordine a que' cardinali che venissero a trovarlo, perchè volea continuare il viaggio a Napoli. Se ne scusarono con allegare la lor povertà, e la poca sicurezza delle strade infestate dai Bretoni, soldati dell'antipapa. Urbano, sempre pieno di diffidenza, prese questo rifiuto per un disegno di ribellione, e con una scandalosa bolla li minacciò di deporli, se non ubbidivano tosto. Portatosi ad Aversa, fu a fargli riverenza il re Carlo, il quale mal volentieri vide questa visita fatta a' suoi Stati, nè però mancò di onorarlo in tutte le maniere convenienti all'alta di lui dignità e sovranità. In quella stanza poco gusto ebbe il papa. Contuttociò unito col re entrò nel dì 9 d'ottobre in Napoli, ricevuto dal clero e popolo con gran solennità ed ossequio. Gli fu dato l'alloggio in Castel Nuovo, e sotto specie di onore gli furono posti molti corpi di guardia, acciocchè poco potesse trattar co' Napoletani, giacchè il re Carlo, conoscendo il di lui umore, poco se ne fidava. Tuttavia scrive l'autore de' giornali napoletani che il re promise allora, o confermò la dianzi fatta promessa di dare a Butillo nipote del papa il principato di Capoa, il ducato di Amalfi, Nocera, Scafato ed altre terre. Pareva al papa di star male e come in prigione in quel castello. Tanto si maneggiò, che gli fu permesso di passare all'arcivescovato. Avvenne dipoi che Butillo suo nipote, uomo perduto nella sensualità, e dato unicamente ai piaceri, rapì di monistero di Santa Chiara una nobil monaca professa, e seco la tenne per alquanti giorni. Fu processato, e citato d'ordine del re Carlo; e perchè non si presentò, uscì contra di lui la condannagion della testa. Il papa, che scusava il nipote per la sua giovanezza, tuttochè egli fosse in età di quarant'anni, ne fece gran doglianza. Andò perciò in nulla il processo. Butillo fu messo in possesso degli Stati suddetti, e il papa conchiuse ancora il maritaggio di due sue nipoti con due de' primi baroni. Queste erano le grandi occupazioni del pontefice!
Per conto della guerra poco sangue si sparse in quest'anno. Ma un'altra guerra si facea dalla peste, la quale nel precedente anno risvegliata in Italia, inferocì nel Friuli[1936], e portò al sepolcro nella sola Venezia circa cinquantasei mila persone. Provossi questo terribil flagello nell'anno presente in Padova, Verona, Bologna, Ferrara, Mantova e nella Romagna. Passò a Firenze, Siena e ad altri luoghi della Toscana, spopolando le terre; e strage non poca fece anche nel Piemonte, in Genova e nel regno di Napoli. Ne patì a dismisura l'armata del duca d'Angiò. Fra i più riguardevoli gran signori che perirono allora, non so se per la peste o per altro malore, si contò ancora Amedeo VI conte di Savoia, che militava in favor d'esso duca: il che sommamente conturbò l'Angioino, perchè egli era il principal suo campione in quella gara, principe per molte sue belle doti ed imprese stimatissimo dappertutto, ed uno de' più illustri di quella nobilissima casa[1937]. Accadde la sua morte nel dì primo ovvero nel dì secondo di marzo, con aver egli prima riconosciuto per vero papa Urbano VI. Ebbe per successore Amedeo VII suo figliuolo; e il corpo suo fu portato in Savoia. Gli tennero dietro le soldatesche sue. Per tali disavventure restò il duca d'Angiò smunto di forze; quel suo fioritissimo esercito era calato di troppo. Spedì dunque suoi messi a Carlo VI re di Francia suo nipote, pregandolo istantemente d'aiuto; e in vano non furono le sue preghiere[1938]. Avendo la peste ridotta a mal termine la città di Ravenna, Galeotto Malatesta, signor di Rimini, Cesena ed altre città, valendosi del pretesto che Guido da Polenta avesse assistito il _duca d'Angiò _contra di Urbano papa, si avvisò di far buona caccia. Non ebbe già Ravenna, alla cui difesa accorse Guido signor della terra, ma bensì occupò al medesimo la città di Cervia. Pareva che dopo essere caduta in mano di Leopoldo duca d'Austria, principe potentissimo, la città di Trivigi, dovesse oramai essere sicura dagl'insulti di Francesco da Carrara signor di Padova[1939]. Ma il Carrarese, oltre l'essersi impadronito delle castella del Trivisano, e all'avere in varii siti di quel distretto fabbricate delle forti bastie, era uomo di petto e di mirabil accortezza. Messosi in testa di volere stancare il duca, nell'aprile spedì le sue genti sino alle porte di Trivigi, e queste entrate nel borgo di Santi Quaranta, vi attaccarono il fuoco. Teneva il Carrarese occupata una torre in vicinanza di quella città, e di là recava ad essa continuamente molestia, ed impediva l'introdurvi vettovaglie. Venne in persona lo stesso duca Leopoldo con circa otto mila cavalli verso il fine di maggio, e condusse molte carra di viveri in Trivigi; prese la bastia di Nervesa, ma non potè espugnar la torre suddetta. Si trattò più volte di pace, e nulla in quest'anno si conchiuse. Il Carrarese troppo era innamorato di quella città, e la volea a tutti i patti. Se ne tornò il duca in Germania, lasciando più che mai Trivigi in cattivo stato. Le conseguenze di questa pugna le vedremo ben presto. Lungo tempo non potea durar la pace nell'inquieta città di Genova[1940]. Nel marzo di quest'anno, perchè si volea mettere l'aggravio d'un denaro per libbra di carne, si sollevarono i beccai contra di Niccolò di Guarco lor doge, e contra del governo. Per più giorni tutta fu in tumulto la città. Parte del popolo, dopo aver preso il palazzo, e fatto fuggire il Guarco, acclamava per doge Antoniotto Adorno, che era corso a Genova. L'altra parte volea Leonardo da Montaldo legista. Prevalsero questi ultimi nel dì 7 di aprile, e, creato doge esso Leonardo, cessò tutto lo strepito popolare.
NOTE:
[1934] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Raynald., Annal. Ecclesiast.
[1935] Theodoric. de Niem, Histor.
[1936] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1937] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.
[1938] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Rubeus, Hist. Ravenn.
[1939] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXIV. Indiz. VII.
URBANO VI papa 7. VENCESLAO re dei Romani 7.
Il guasto grande che la peste avea fatto nell'armata del duca d'Angiò accrebbe l'animo a Carlo re di Napoli per finalmente uscire in campagna con tutte le sue forze: al che nello stesso tempo l'incitava papa Urbano, a cui troppo stava a cuore l'abbattere questo potente protettore dell'antipapa[1941]. Maggiore impulso venne ancora dalle nuove che era in moto un altro esercito di cavalleria, che il re di Francia spediva in rinforzo del duca suo zio. Ascendeva l'armata del re Carlo a sedici mila cavalli e a molta fanteria; e seco erano assaissimi baroni napoletani, la lista de' quali si legge ne' Giornali da me dati alla luce. Nel dì 12 d'aprile arrivò il re Carlo con queste genti a Barletta, e fece prigione Raimondello Orsino, uno dianzi de' suoi più potenti e più prodi partigiani, probabilmente per sospetti di sua fede, ma non finì il mese stesso che questi ebbe la fortuna di fuggirsene e di passare all'armata del duca d'Angiò, il quale con grandi carezze il ricevette, e diedegli, mercè d'un matrimonio, il contado di Lecce. Ora trovandosi il re Carlo in Barletta, mandò nello stesso dì 12 al duca d'Angiò il guanto della disfida. Accettollo il duca di buon cuore, e diede per risposta, che fra cinque dì sarebbe alle porte di Barletta. Nulla più desiderava egli che di decidere la contesa con una battaglia. Ma il re Carlo, apprendendo poscia il rischio, a cui con quella disfida avea esposto sè stesso e la corona, fece venire al campo Ottone duca di Brunsvich, già marito della regina Giovanna, fin qui stato prigione nel castello di Molfetta, per consigliarsi seco, ben conoscendolo un capitano di rara sperienza e saviezza. Ottone, ben pesate le cose, fu di parere che il re tenesse a bada per alquanti giorni il nemico, e si guardasse da battaglia, perchè il duca d'Angiò non potea tener la campagna, e da per sè si andrebbe disfacendo. Però, a riserva di qualche scaramuccia vantaggiosa pel re Carlo, fatto di armi non seguì, e l'Angioino deluso e malcontento se ne ritornò indietro. Allora il re, per ricompensa del buon servigio, mise in libertà il duca di Brunsvich, e questi lieto se n'andò a trovare il papa.
Era passato da Napoli esso pontefice a Nocera, città di suo nipote, nel dì 16 di maggio, dove la sua corte patì di molti disagi. Nel giugno s'infermò di peste, o d'altro pericoloso male, il re Carlo, e con gran fatica la scampò. Ma per lo stesso malore essendo morto il contestabile del regno, conferì questa carica al conte Alberico da Cunio, ossia da Barbiano. Diversa ben fu la sorte del suo avversario, cioè di Lodovico duca d'Angiò, principe già intitolato re di Napoli. O sia che egli fosse attossicato, o preso dalla peste, oppure, come abbiamo dai giornali suddetti, ch'egli si riscaldasse troppo nel voler impedire il sacco già incominciato da' suoi soldati nella città di Biseglio, che spontaneamente se gli era data: certo è, aver egli terminata in Bari la carriera del suo vivere[1942] nel dì 10 d'ottobre. Nella Cronica di Forlì[1943] è riferita la di lui morte a' dì 11 di settembre. Tramandò egli a Lodovico suo figliuolo di tenera età in questi tempi la signoria della Provenza e degli altri suoi Stati di Francia, e le sue pretensioni sul regno di Napoli. Per questo colpo d'inaspettata fortuna rimase senza maggior fatica il re Carlo vincitore, perchè le milizie angioine a poco a poco andarono sfumando per ridursi al loro paese, e non ne restò che una parte, la quale si mise sotto gli stendardi di Raimondello Orsino, valoroso continuator della guerra in quel turbatissimo regno. Erasi partito nella state dell'anno presente, siccome dianzi accennammo, per ordine del re di Francia Engerame sire di Cussì, ossia Coucy, con copiosa moltitudine d'uomini d'armi, per venire in aiuto del duca d'Angiò Lorenzo. Buonincontro[1944] li fa ascendere a quindici mila cavalli; ma l'autore della Cronica Estense[1945] ed altri[1946] neppure contano la metà. Fecero costoro gran danno al Piacentino in passando, con avervi bruciate e saccheggiate varie ville. Per la via di Pontremoli passarono a Lucca. In gran timore ed affanno furono per questo i Fiorentini; ma il buon uso de' regali e di una ambasceria li difese. Altrettanto fecero i Sanesi[1947]. I nobili Tarlati da Pietramala cogli altri Ghibellini usciti d'Arezzo di tal congiuntura si prevalsero per levar la signoria di quella città a Carlo re di Napoli. Nella notte del dì 29 di settembre il sire di Cussì colle sue brigate, avendo scalate le mura d'Arezzo, v'entrò, e restò di nuovo messa a sacco quell'infelice città. Si ridussero bensì nel castello le genti del re Carlo e i Guelfi, ma immantenente furono quivi assediati dai Franzesi. Allora i Fiorentini, che non poteano mirar di buon occhio gli oltramontani in quel nido, trattarono di far lega co' Sanesi, Perugini e Lucchesi, e intanto spedirono l'esercito loro ad assediare la città di Arezzo. Ma eccoti giugnere la nuova che Lodovico duca d'Angiò avea chiusi gli occhi a questa vita: il che fece risolvere il sire di Cussì a vendere quella spopolata città, per ritornarsene alle sue contrade. Data l'avrebbe ai Sanesi par venti mila fiorini d'oro[1948]. Non seppero questi abbracciare così buon partito. I Fiorentini, più presti e sagaci, conchiusero essi il contratto colla spesa di cinquanta mila fiorini, e con far paura di guerra ai Sanesi, se non lasciavano quel maneggio. Così la città d'Arezzo, ma desolata, venne, ossia ritornò per suo meglio alle mani de' Fiorentini nel dì 20 di novembre, e da lì a pochi giorni anche il cassero, ossia la fortezza, fu loro consegnata da Jacopo Caracciolo vicario del re Carlo. Gran festa si fece per tale acquisto a Firenze[1949]. I Tarlati con un manifesto spedito a tutti i principi d'Europa pubblicarono per traditore il sire di Cussì, perchè contro ai patti e giuramenti avea venduta quella città.
Dimorava tuttavia in Nocera papa Urbano VI, e questa sua lunga permanenza nel regno dispiacea forte alla real corte di Napoli[1950], che temea (se pur non ne avea anche delle pruove) che un cervello sì ambizioso e fantastico facesse degl'intrighi per torre il regno al re, e darlo al suo caro nipote Butillo. Per farlo tornare a Roma, anche la regina Margherita gli avea usato delle insolenze, con impedire il passaggio delle vettovaglie a Nocera. Ora guarito che fu il re Carlo dalla sua lunga e pericolosa malattia[1951], e tornato a Napoli nel dì 10 di novembre, informato del dimorar tuttavia il pontefice in Nocera, e de' sospetti che correvano, orgogliosamente gli mandò a dimandar la cagione perchè si fosse partito da Napoli, e a dirgli che vi tornasse. Doveva egli tener per meglio di averlo sotto i suoi occhi[1952]. La risposta d'Urbano fu, essere il costume dei re d'andare a' piedi del papa, e non già che il papa andasse ai re. A questo tuono aggiunse, che se Carlo desiderava di averlo per amico, liberasse il regno da tante gabelle. Replicò allora il re con più ardenza, ch'egli ne imporrebbe delle nuove; quello essere regno suo, conquistato coll'armi; e che il papa s'impacciasse de' suoi preti. Di qui ebbe principio una guerra scoperta fra il papa e il re Carlo. Rapporta il Rinaldi[1953] una bolla di questo pontefice, data in Napoli nell'ultimo dì di novembre dell'anno presente, in cui, perchè era in collera con tutti gli ordini religiosi, proibì loro il poter confessare e predicare senza licenza de' parrochi. Suppone tal bolla tornato il papa a Napoli: il che non s'accorda coi giornali suddetti. Fece in quest'anno la peste molta strage in Genova[1954], ed ogni settimana circa novecento persone erano portate al sepolcro. Nel mese di giugno fu da essa colpito e poi rapito Leonardo da Montaldo doge di quella repubblica, per le sue virtù ed abilità degno di più lunga vita; e in luogo suo fu eletto doge Antoniotto Adorno, dianzi bandito da quella città. Avea nel precedente anno Francesco da Carrara[1955] talmente angustiata la città di Trivigi, con prendere tutto all'intorno le castella e fortezze, che Leopoldo duca d'Austria cominciò a gustar le proposizioni di pace, e di vendere quella città al Carrarese. In fatti seguì fra loro il contratto, e parimente per quello di Ceneda, Feltre e Cividal di Belluno, secondo il Gataro iuniore, Francesco da Carrara pagò sessanta mila fiorini d'oro al duca. Ma il vecchio Gataro parla di cento mila, aggiugnendo di più, che sì gran somma fu ricavata sotto nome di prestito dalle borse de' cittadini padovani: e però laddove quel popolo avrebbe dovuto rallegrarsi non poco per l'accrescimento della potenza, altro non s'udì che mormorazioni, altro non si vide che malinconia, rari ben essendo que' popoli che non paghino caro le conquiste fatte dai loro signori. Nel dì 4 di febbraio fu dato il possesso di quella città al Carrarese, il quale magnificamente lo prese, e attese da lì innanzi a procacciarsi l'amore di quel popolo, che tanto avea patito, con donar loro grani da seminare, coll'esentarli da molte gravezze, con prestar danari ai marcatanti[1956], acciocchè tornasse a fiorire quella città; e in fine col conferir posti lucrosi ai Trivisani si studiò di amicarseli tutti. Mancò di vita in quest'anno nel dì 18 di giugno Beatrice, comunemente appellata Regina dalla Scala, moglie di Bernabò Visconte. Era, secondo il Corio[1957], donna empia, superba e insaziabile in raunar tesori, e per ingrandire i figliuoli fu creduto che essa macchinasse contro la vita di Gian-Galeazzo Visconte signor di Pavia e d'altre città.
NOTE:
[1940] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1941] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1942] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1943] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.
[1944] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[1945] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1946] Chron. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1947] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1948] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 15.
[1949] Gazata, Chron. Regiens., tom. 19 Rer. Ital.
[1950] Theodor. de Niem, Hist. Raynald., Annal. Eccles.
[1951] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1952] Bonincontrus, Annal., tom. eod.
[1953] Raynald., Annales Eccles.
[1954] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1955] Gatari, Istoria di Padova, tom. 21 Rer. Ital.
[1956] De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1957] Corio, Istoria di Milano.
Anno di CRISTO MCCCLXXXV. Indiz. VIII.
URBANO VI papa 8. VENCESLAO re de' Romani 8.
Due strepitosi avvenimenti d'Italia apprestarono in quest'anno copiosa materia da discorrere all'Europa tutta. Appartiene il primo a papa Urbano. Ostinatamente continuava egli la sua residenza in Nocera al dispetto del re Carlo e dei cardinali di suo seguito[1958], che adoperarono indarno esortazioni, preghiere e ragioni, perchè vi pativano essi, e vi pativa più la dignità della santa Sede per varii riguardi, ma specialmente per la rottura seguita col re Carlo. Un certo Bartolino da Piacenza, ardito legista, divolgò in questi tempi una scrittura di alquante quistioni, cercando, qualora il papa si trovasse troppo negligente o inutile al governo, o talmente operasse di suo capriccio, senza voler ascoltare il consiglio de' cardinali, che fosse in pericolo la Chiesa: se in tal caso potessero i cardinali dargli uno o più curatori, col parere de' quali egli fosse tenuto a spedir gli affari d'essa Chiesa. Sosteneva che sì, adducendone varie ragioni. Dal cardinale di Manupello di casa Orsina fu segretamente avvisato il papa che sei cardinali (cinque solamente ne riferiscono Teodorico di Niem e l'autore de' Giornali Napoletani[1959]), cioè gli arcivescovi di Taranto e di Corfù, e i cardinali di Genova, di Londra, di San Marco e di Santo Adriano, personaggi tutti de' più dotti e cospicui del sacro collegio, aveano veduta quella scrittura, e tener essi quella sentenza. Fu inoltre supposto al papa che essi avessero tramata una congiura per prenderlo nel dì 13 di gennaio, e di condannarlo poscia come eretico. Andò nelle furie Urbano VI, li fece caricar di catene, e cacciarli in dure prigioni nel dì 12 di esso mese; ed ordinò a Francesco Butillo suo nipote che gli esaminasse per ricavarne la verità. La maniera di ricavarla, giacchè si protestavano innocenti, fu quella de' tormenti. A forza d'essi il vescovo dell'Aquila, accusato per complice, disse tutto ciò che vollero i giudici. Si legge che gli stessi cardinali, crudelmente tormentati, confessarono la congiura; ma, siccome diremo appresso, ciò non sussiste; e quand'anche fosse succeduto, ognun sa che mirabil virtù abbiano i tormenti per far dire anche ciò che non è e non fu; e a buon conto i miseri sempre da lì innanzi costantemente sostennero d'essere innocenti. Inutili furono stati gli uffizii del re Carlo e de' cardinali restati in Napoli in favore di quegl'infelici porporati, i quali dall'inesorabil pontefice furono poscia dichiarati privi della porpora e d'ogni dignità. E perciocchè ebbe egli sospetto, oppur seppe che tutte queste mene erano procedute con partecipazione e forte impulso del re Carlo, pubblicamente in Nocera scomunicò lui e la regina Margherita, privolli anche del regno; e, posto l'interdetto a Napoli, citò il re Carlo a dir le sue ragioni. Questi gagliardi passi servirono a maggiormente sconcertar gli animi. Carlo, udito anche il parere del clero, ordinò che non si osservasse l'interdetto, e perseguitò chi volea osservarlo, sino a farne annegare alcuni. Molto più poi irritato per la scomunica e sentenza suddetta, sul principio di febbraio spedì il gran contestabile, cioè il conte Alberico di Barbiano, collo esercito all'assedio di Nocera. Narra l'autore degli Annali Napoletani che il pontefice assediato, tre o quattro volte il dì s'affacciava ad una finestra, e colla campanella e torcia accesa andava scomunicando l'esercito del re; e l'esercito non per questo si moveva di là. Durante questo assedio furono altre volte crudelmente martoriati i cardinali prigioni per farli confessare. Teodorico da Niem presente non potè reggere a quell'orrendo spettacolo. Niun d'essi, secondo lui, confessò. Furono rimessi nelle carceri coll'ossa slogate a patir fame e sete, e gli altri malori della prigionia. Nel dì 5 di luglio arrivò a Nocera con un corpo di valorosi combattenti Raimondello Orsino, e fatta aspra battaglia colle genti del re, quantunque ne restasse ferito al piede, pure entrò co' suoi nella città in aiuto del papa. Guarito che fu, ricevuti dieci mila fiorini d'oro, passò in Calabria, e mosse Tommaso Sanseverino ed un Lottario di Suevia a venir con tre mila cavalli a liberare il papa. L'impresa ebbe effetto, e nel dì 8 d'agosto il pontefice uscì del castello, menando seco i cardinali e il vescovo d'Aquila prigioni, e il suo tesoro; e da quegli armati per montagne e vie scoscese fu condotto verso Salerno sino al mare, ma non senza rischio d'essere detenuto dagli stessi ausiliarii, i quali convenne placar coll'oro. Perchè il vescovo suddetto, malconcio per gli sofferti tormenti e pel cattivo cavallo, era lento nel viaggio, Urbano, sospettando malizioso il suo ritardo, riscaldossi così forte per la collera, che il fece uccidere, lasciandolo senza sepoltura nella via. Oh tempi, oh costumi! non si può far di meno di non esclamare. Erasi dianzi accordato il papa con Antoniotto Adorno doge di Genova per avere soccorso da lui, promettendogli d'andar a fissar la sua residenza in Genova stessa[1960]. Essendo ciò sembrato un bel guadagno al doge, spedì egli dieci galere nel mare di Napoli, che furono pronte al bisogno d'Urbano. Salito esso pontefice in galea, dopo aver toccata Messina, felicemente arrivò in Genova nel dì 23 di settembre, e quivi prese alloggio in San Giovanni, e vi si fermò poi tutto il resto dell'anno. Nocera fu presa. Francesco Butillo nipote del papa restò prigioniere.
L'altra avventura che in quest'anno fece gran rumore per tutta la cristianità, fu la caduta di Bernabò Visconte. Era egli signore della metà di Milano, e delle città di Lodi, Bergamo, Crema, Cremona, Brescia, Parma e Reggio. Quattro figliuoli legittimi avea, oltre ai bastardi, tutti e quattro valorosi, ambiziosi, capaci ognuno di gran cose[1961]. Ad essi avea già distribuite le sue città, cioè a Lodovico Lodi e Cremona; a Carlo Parma, Borgo San Donnino e Crema; a Ridolfo Bergamo, Soncino e Chiara d'Adda; a Mastino minor di tutti Brescia, la Riviera e Val-Camonica. Gli altri suoi figliuoli sono annoverati nella Cronica Veneta del Sanuto[1962]. Godeva allora Bernabò, contra il suo solito, la pace, ma non la godeano già i suoi sudditi a cagion delle intollerabili estorsioni e gravezze loro imposte, e per l'insolenza e libidine dei suoi figliuoli. La sua bestial fierezza, i trasporti della sua collera e le violente sue esecuzioni sopra la vita de' sudditi, anche per cagioni leggere, e sopra tutto per la caccia, faceano tremar ognuno; laonde un sì aspro e crudo governo era ben contraccambiato coll'odio universale de' popoli. Della sua strabocchevol libidine altro non dirò, se non che vi fu un tempo in cui si contarono trentasei figliuoli suoi viventi tra legittimi e bastardi, e dieciotto femmine gravide di lui. Stava intanto Gian-Galeazzo Visconte, conte di Virtù e suo nipote, in Pavia, della qual città, siccome ancora di Piacenza, Novara, Alessandria, Bobbio, Alba, Asti, Como, Casale di Santo Evasio, Valenza, Vigevano, e di varie altre terre in Piemonte, era padrone. Perchè dalla moglie Caterina niuna prole maschile aveva egli ricavato fin qui, già faceano i lor conti sopra dei di lui Stati i figliuoli di Bernabò, anzi neppure si vedeva egli sicuro in vita: sì smoderata era l'ambizione di Bernabò, tuttochè suo zio e suocero, e quella de' suoi figliuoli. Fu anche detto che Bernabò avesse fatti de' tentativi contro la vita di lui, con istudiarsi di sedurre la figliuola, moglie d'esso Gian-Galeazzo, la qual rivelasse tutto al marito. Comunque sia, l'arte tenuta da Gian-Galeazzo per difendersi dalle sue insidie era quella di non arrischiarsi mai di capitar in essa città di Milano, ancorchè a lui spettasse il dominio della metà di quella città[1963]. Sopportava anche in pace tutte le superchierie che gli facea di quando in quando Bernabò; nè usciva mai senza un copioso accompagnamento di guardie. Diedesi inoltre ad una maniera di vivere che è la più efficace per ingannare altrui, cioè ad una vita divota[1964], conversando sempre con religiosi, frequentando le chiese, facendo abbondanti limosine, e mostrandosi alieno da ogni disegno di maggiormente ingrandirsi. Per questo suo bigottismo Bernabò il tenea per uomo dappoco e da nulla.
Si cavò Gian-Galeazzo la maschera in quest'anno. Fece egli prima sapere a Bernabò di voler passare alla visita della miracolosa immagine della Madonna di Varese per adempiere un suo voto, e che il pregava di scusarlo, se non entrava in Milano, quantunque sommamente desiderasse d'abbracciare il suo carissimo zio e suocero. Poscia partitosi da Pavia con grosso accompagnamento di gente, cioè delle sue guardie e di assaissimi altri guerniti d'armi di sotto (nella Cronica Estense[1965] è scritto, aver egli menato seco cinquecento lance), nella sera del dì 5 di maggio si fermò a Binasco[1966], e nel dì seguente cavalcò nelle vicinanze di Milano. Bernabò gli mandò incontro due de' suoi figliuoli Lodovico e Ridolfo lungi due miglia, i quali furono ben accolti e trattenuti con assai carezze. Allorchè fu egli non molto distante dalla città, dove era allora lo spedale di Santo Ambrosio, uscì anche Bernabò per porta Vercellina, affine di fargli una visita con poche guardie, cavalcando una mula, tuttochè avvertito prima da un certo Medicina suo cortigiano di non fidarsi, perchè egli avea poco prima osservato l'andamento, le vesti ed il contegno di quella gran truppa, che non pareva apparato da divozione. Ma era giunto il tempo che Dio voleva chiamare ai conti quell'uomo spietato, reo di tanti peccati. Si abbracciarono, si baciarono lo zio ed il nipote; e dopo sì bella festa Gian-Galeazzo, voltatosi a Jacopo dal Verme e ad Antonio Porro, disse loro in tedesco stinchier. Allora fu circondato Bernabò da tutti quegli armati; Jacopo gli tolse la bacchetta; Otto da Mandello gli tirò di mano e fuor della testa della mula la briglia, Guglielmo Bevilacqua gli tagliò il pendon della spada, gridando egli indarno al nipote che non fosse traditor del suo sangue. Furono anche presi e disarmati i suddetti due suoi figliuoli. Con questa preda Gian-Galeazzo entrò per la porta di fuori nel castello di porta Zobbia, che era suo. E di là poi, divolgato il caso, cavalcò per la città, udendo le gioiose acclamazioni del popolo, che gridava: Viva il conte, e muoiano le gabelle e le colte. Non vi fu chi alzasse un dito in favore di Bernabò; anzi l'accorto Gian-Galeazzo per ben attaccare esso popolo a' suoi interessi, gli permise di dare il sacco ai palagi del medesimo Bernabò e de' suoi figliuoli, dove erano raccolte di grandi ricchezze. Fu egli dichiarato signor generale di Milano, e la mattina seguente se gli arrendè il castello di San Nazaro, fabbricato da Bernabò, colla rocca di porta Romana. Quivi, secondo il Corio[1967], vennero alle sue mani sei carra d'argento lavorato con altro prezioso mobile, e settecento mila fiorini d'oro in contante. Il Gazata, storico vivente allora, scrive[1968] che nella sola torre si trovò un milione e settecento mila ducati o sia fiorini d'oro, oltre ai mobili preziosi d'oro e d'argento. In pochi giorni vennero in potere di Gian-Galeazzo Lodi, Bergamo, Crema, Soncino, Ghiara d'Adda, Cremona, Parma e Reggio, a riserva de' castelli d'esse città, che ressero per qualche giorno, ma in fine si diedero. Carlo figliuolo di Bernabò, allorchè seguì la prigionia del padre, udita tal nuova, corse a Cremona, poscia a Parma, e di là a Reggio. Dappertutto trovò i popoli in sedizione contra di lui per l'odiosa memoria di Bernabò; e però gli convenne ritirarsi a Mantova, con passare dipoi in Germania ad implorare aiuto dai duchi di Baviera e d'Austria suoi cognati. Il solo Mastino, altro figliuolo di esso Bernabò, ma assai giovinetto, perchè di soli dieci anni[1969], corso a Brescia sua città con un buon nerbo di combattenti, sostenne per alquanti giorni l'assedio di quella cittadella aiutato dai Gonzaghi e da Antonio dalla Scala. Ma in fine capitolò la resa, con promettergli Gian-Galeazzo dodici mila fiorini d'oro l'anno sino a certo tempo, ma probabilmente con animo di nulla eseguire; che questo era il suo costume.
Così in poco tempo quella volpe di Gian-Galeazzo, dopo aver atterrato l'orso, giunse a formare una gran potenza in Lombardia, la qual cominciò a dar gelosia e timore a tutti i vicini. Ardita e pericolosa parve ai più sensati l'impresa da lui fatta; ma egli assai informato quanto si potesse promettere de' popoli, tutti disgustati per le bestialità, crudeltà ed estorsioni di Bernabò, si animò a tentarla, e gli venne fatta. E perchè un gran dire fu dappertutto, trattandosi di uno zio, egli pubblicò e mandò a tutti i principi un manifesto, in cui, coll'esporre in parte le iniquità di Bernabò e de' suoi figliuoli, cercò di giustificarsi come potè il meglio. Leggesi questo manifesto negli Annali Milanesi da me dati alla luce; ma non si può digerire ch'egli fingesse di essere stato assalito presso a Milano da Bernabò, e che per difesa il facesse prigione. Fu poi condotto Bernabò con Donnina sua amica nelle carceri del castello di Trezzo, edificato da lui stesso, dove per più di sette mesi ebbe agio di riconoscere l'instabilità delle grandezze umane, e di chiamare ai conti la coscienza sua. Fugli poi dato il tossico, e nel dì 17 oppure 18 di dicembre, contrito de' suoi molti peccati, terminò i suoi giorni in età di sessantasei anni. Fece Gian-Galeazzo, per chiarir ben la sua morte, portare a Milano il di lui cadavero, dove gli furono fatte sì solenni esequie, come se fosse morto signore di Milano, se non che non avea lo scettro in mano. Gli fu poi data sepoltura in San Giovanni in Conca, dove tuttavia si mira la statua sua a cavallo. Potrebbe taluno maravigliarsi come di tanti principi, a' quali avea maritate Bernabò le sue figliuole, niuno alzasse mai un dito per aiutar lui o i suoi figliuoli. Ma così potente quasi in un momento divenne Gian-Galeazzo, che non osò alcuno d'affacciarsi; e poi a debil canna d'ordinario s'attiene chi si fida delle parentele. Per altro Galeazzo sapea l'arte di governar popoli. Consolò ogni città col diminuir le loro contribuzioni e gabelle, accordar que' privilegii che gli erano chiesti, levar gli abusi passati, e far ministrare buona giustizia ad ognuno. Il Gazata[1970], che fioriva in questi tempi, racconta aver egli ridotto l'aggravio di mille e ducento fiorini d'oro, che pagava il popolo di Reggio ogni mese, a soli quattrocento: conchiudendo ch'egli trasse dall'inferno le città già suddite di Bernabò, e le mise in paradiso. La tirannia, la crudeltà e il troppo salassare i popoli non furono mai il vero mezzo per continuare o propagare i dominii.
Fu in quest'anno guerra nel Friuli. Avea papa Urbano conferito il patriarcato d'Aquileia in commenda a Filippo d'Alanzone della real casa di Francia, cardinale vescovo di Sabina, e sua creatura[1971]. S'ebbero a male quei d'Udine, perchè chiesa cotanto insigne e fornita di sì nobil principato fosse ridotta alla condizion di tante badie, allora date in commenda, cioè in preda ai cacciatori di beni ecclesiastici, senza dar loro un vero patriarca. Però nol vollero accettar per signore, e pochi furono que' luoghi che a lui si sottomettessero. Si venne perciò all'armi. Ricorse il cardinale a Francesco da Carrara signor di Padova, siccome confinante per la tenuta di Trivigi, Ceneda, Belluno e Feltre; anzi fece a lui raccomandare da papa Urbano la protezione de' suoi affari. Perchè la brama o avidità di accrescere i proprii Stati è una febbre innata in tutti i dominanti, ma in chi più, in chi meno gagliarda a misura delle forze; il Carrarese vi saltò dentro a piè pari. Non è se non probabile che egli meditasse di procacciarsi una parte almeno di que' dominii. Ma i Veneziani, a' quali stava sul cuore ogni movimento del Carrarese odiato, si misero segretamente a dar aiuti di gente e danaro al comune di Udine. Nè ciò bastando, mossero contra di Francesco da Carrara il signor di Verona e Vicenza, cioè il giovane Antonio dalla Scala, pagandogli sotto mano ogni mese quindici mila fiorini d'oro. Invanitosi lo Scaligero per aver dalla sua la possente repubblica di Venezia, per quante preghiere e ragioni adoperassero gli ambasciatori padovani, non si volle mai rimuovere dal contratto impegno; e, fatta massa di gente, dimandò il passo per mandarla in Friuli in aiuto di Udine. Questo gli fu negato; e però cominciò a far delle scorrerie sul Padovano. Il Carrarese anch'egli per rendergli la pariglia, e a più doppii, fece cavalcar le sue genti con quelle del patriarca d'Aquileia sul Veronese e Vicentino, che ne riportarono inestimabil bottino. Mandò Antonio dalla Scala a dolersene col Carrarese, e gli fece con alterigia sapere di volerne vendetta, quand'anche dovesse perdere Verona e Vicenza; e che forse riuscirebbe ad un can giovine di prendere una volpe vecchia. Francesco da Carrara rigettò sulle genti del patriarca quell'insulto, e saggiamente si offerì di far pace, e di rifare i danni dati. Ma lo Scaligero, sempre più alzando la testa, persistè nel suo proposito, ed attese più che prima a fornirsi di soldati. Nell'anno presente[1972] cessò di vivere in Rimini Galeotto Malatesta signore di quella città, rinomato per la sua prodezza e saviezza. Pandolfo e Carlo suoi figliuoli unitamente succederono ne' suoi Stati. Furono ancora novità a' dì 13 di dicembre nella città di Forlì[1973]. Quivi signoreggiava Sinibaldo degli Ordelaffi. Gli vollero risparmiar la fatica di comandare due suoi nipoti Pino e Cecco degli Ordelaffi; e però il presero e cacciarono in prigione, assumendo essi l'intero dominio di quella città.
NOTE:
[1958] Theod. de Niem, Hist. Gobelin. in Cosmod.
[1959] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[1960] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1961] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[1962] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[1963] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1964] Gatari, Istor. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.
[1965] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[1966] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1967] Corio, Istoria di Milano.
[1968] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1969] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[1970] Gazata, Chronic., tom. 18 Rer. Ital.
[1971] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXVI. Indiz. IX.
URBANO VI papa 9. VENCESLAO re de' Romani 9.
Dimorava tuttavia papa Urbano in Genova. Per soddisfare a quella repubblica[1974], che dicea d'avere speso sessanta mila fiorini nell'armamento delle dieci galee inviate per trasportarlo colà, pagò colla roba altrui, cioè diede loro sotto l'apparente titolo di pegno tre terre che erano del vescovo d'Albenga. Intanto teneva in dure prigioni rinchiusi i sei cardinali seco condotti. Racconta Lorenzo Bonincontro[1975], che essendosi, nel venire esso papa a Genova, fermato colle galee genovesi in Porto Pisano, Pietro Gambacorta, signore allora di Pisa, fu ad onorarlo, e insieme a pregarlo di mettere in libertà quegl'infelici porporati. Se li fece Urbano venire davanti: cadeano loro le vesti di dosso, erano squallidi e con barba lunga. Con aspre parole rinfacciò loro il delitto commesso; ma eglino protestarono d'essere innocenti, e il chiamarono al giudizio di Dio, cioè a rendere conto della crudeltà che loro usava. Diede nelle smanie il pontefice, e li rimandò in galera, con rispondere poscia al Gambacorta, non meritar costoro compassione, dacchè non voleano chieder perdono del loro reato. In Genova[1976] alle forti istanze del re d'Inghilterra liberò il cardinale Adamo Eston Inglese. Gli amici degli altri cardinali, uno de' quali era genovese, fecero più istanze ed anche delle congiure per liberarli. A nulla servì. Stette saldo il papa, e in fine, sempre diffidando di tutti quei che entravano nel suo palazzo, arrivò a farli morire. Chi disse che furono affogati in mare entro dei sacchi; ma Gobelino scrisse[1977] che furono strangolati in prigione. Senza orrore non si possono leggere azioni tali, che pregiudicarono troppo alla fama di questo pontefice. E perciocchè la congiura poco fa accennata per mettere in libertà quei miseri fece sospettare al papa che ne fossero autori due de' suoi cardinali, cioè Pileo da Prata arcivescovo di Ravenna, e Galeotto Tarlato da Pietramala; amendue, conoscendo a che pericolo fosse esposto chi solamente cadeva in sospetto presso un pontefice sì violento, se ne fuggirono da Genova, e andarono da lì a qualche tempo ad unirsi coll'antipapa Clemente. Intanto i Genovesi poco rispetto portavano a lui, e gli usarono anche delle insolenze, tanto col non fare giustizia dei congiurati suddetti, quanto col mandare i birri a far prigioni alcuni della famiglia d'esso papa nello stesso suo palazzo[1978]. Il perchè Urbano, veggendosi strapazzato, determinò di mutar residenza; e nel mese di dicembre imbarcatosi, passò nella città di Lucca, dove nella vigilia del Natale con gran solennità, e coll'ossequio dovuto al vicario di Cristo, fu accolto.
Per la morte del re Lodovico d'Ungheria pretendea, siccome dicemmo, Carlo re di Napoli a quel regno. Appena dunque si fu allontanato dalle sue contrade papa Urbano, ancorchè restassero molti baroni e città in ribellione, pur volle accudire a quella conquista, sperando poscia colle forze degli Ungheri di poter più facilmente sbrigarsi da quei ribelli. E non gli mancavano frequenti e pressanti inviti dei principali baroni dell'Ungheria, dove egli stesso era stato allevato, e conservava non pochi amici. Fidatosi di così grandi promesse[1979], nel dì 4 di settembre dell'anno precedente s'imbarcò, e con sole quattro galee e poca gente d'armi animosamente navigò verso il litorale dell'Ungheria. Quantunque la regina Maria, divenuta moglie di Sigismondo, fratello di Venceslao re de' Romani, possedesse quel regno, pure si trovava esso lacerato da diverse animose fazioni, volendo ognuna d'esse superiorizzare[1980]. Quivi dunque fu ricevuto il re Carlo con grande allegrezza e colle possibili dimostrazioni d'ossequio da ognuno, e nominatamente dalla regina Maria, e dalla regina Elisabetta sua madre, con passar fra di loro vicendevoli carezze. Andò tanto innanzi il maneggio, che di consentimento della maggior parte de' baroni Carlo fu coronato in Alba Reale re d'Ungheria. Portata questa nuova a Napoli nel dì 2 di febbraio, se ne fece gran festa; ma non tardò molto a seguirne il pianto. Le regine d'Ungheria, che aveano fin qui dissimulato il lor odio contra del re Carlo, sperando che andassero a voto i di lui disegni, allorchè si videro spossessate affatto del dominio, e passata in capo di lui la corona[1981], tramarono col conte Niccolò da Zara, col vescovo di Cinque Chiese e con altri baroni di lor seguito la morte del re novello. Mentre egli dunque si trovava con esse in una camera, entrò un Unghero che mortalmente il ferì nel capo a dì 7 di febbraio, e poi se ne fuggì, mostrando intanto le regine grande smania per tal tradimento. Forse sarebbe egli guarito dalla mortal ferita; ma il veleno fece del resto, di maniera che nel dì 24 d'esso mese con sentimenti cristiani terminò il suo vivere. Seguirono poi terribili rivoluzioni in Ungheria per cagione di questo eccesso, e ne furono aspramente perseguitate le regine, e tolta anche la vita alla madre; ma non appartenendo alla storia nostra quegli affari, li tralascio. Di esso Carlo restarono due figliuoli, Ladislao e Giovanna, amendue, perchè d'età incapace al governo, sotto la tutela della regina Margherita lor madre. Ma, uditasi la morte del re, allora sì che il partito degli Angioini si rinvigorì, e tutti i ribelli alzarono il capo. Non tardò ad accendersi più che mai la guerra. Tutta la casa Sanseverina, i conti di Cupersano, quei d'Ariano, di Caserta ed altri baroni vennero fin sotto Napoli con quattro mila e settecento cavalli; castello Sant'Ermo si ribellò; Napoli stessa, senza voler ubbidire alla regina, volle governarsi coi proprii uffiziali. Ed intanto i Sanseverini spedirono Ugo della lor casa in Francia, per far venire il giovinetto duca d'Angiò, e signor di Provenza, cioè Lodovico figliuolo dell'altro Lodovico d'Angiò, morto nell'anno antecedente, come s'è detto, in Bari[1982]. Perchè una nave veneta carica di preziose merci, ma conquassata da una tempesta, era giunta a Napoli, e ne fu occupato tutto il carico della regina Margherita, se ne seppero ben vendicare i Veneziani: cioè le tolsero l'isola di Corfù e la città di Durazzo, incorporandole col loro dominio.
Sempre più s'andava riscaldando la guerra insorta tra Antonio dalla Scala signor di Verona e Vicenza, e Francesco da Carrara signor di Padova e Trivigi. Dopo varie ostilità riuscì nel dì 23 di giugno[1983] a Cortesia da Sarego, generale dell'armata veronese, e cognato dello stesso Scaligero, di superare i passi, e di entrar vittorioso sul Padovano, con far di molti prigioni, e stendere poi le scorrerie e i saccheggi sino alle porte di Padova. Quanto si ringalluzzì per questo felice colpo lo Scaligero, altrettanto restò piena d'affanni la città di Padova. Ma Francesco da Carrara, dopo aver confortato il popolo suo, ed animatolo a rifarsi del danno, mosse l'esercito suo contra dei nemici, che s'erano accampati alle Brentelle. Suo capitan generale era Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, maestro di guerra. Il vecchio Gataro vi mette anche Giovanni Aucud, Ugolotto Biancardo, Antonio Balestrazzo, Brogia, Biordo, Giacomo da Carrara, il conte da Carrara, fratelli naturali di Francesco. Ma il testo di quell'autore è qui difettoso; e s'ha da attendere l'altro del Gataro giovine, senza confondere le imprese dell'anno seguente col presente. Incontratesi dunque le due armate nel dì 25 di giugno, come ha anche il Gazata[1984], vennero ad una general battaglia; e sul primo incontro furono rovesciate le schiere de' contadini padovani, e messe in fuga. Ma l'accorto Giovanni d'Azzo colle milizie veterane sì fieramente assalì le squadre nemiche, benchè molto superiori di numero, che le ruppe, e ne riportò un'intera vittoria. Restarono prigionieri lo stesso Cortesia da Sarego generale dei Veronesi, Ostasio da Polenta, ed un gran numero di altri nobili o conestabili, tutti registrati dai Gatari e dall'autore della Cronica Estense[1985]. Diconsi ancora fatti prigionieri quattro mila e quattrocento sessanta soldati da piè e da cavallo, e tre mila quattrocento cinquanta di bassa condizione. Gran lunga meno ne dice il suddetto Cronista Estense, che merita in ciò, a mio credere, più fede. Degli uccisi o annegati ottocento ventuno se ne contarono; scrive il Gazata mille e ottocento, e che il fatto d'armi durò quindici ore. Tutto allegro veniva al campo Antonio dalla Scala, perchè sul principio volò a lui l'avviso che i Padovani erano già in rotta. Sopraggiuntagli dipoi la nuova della totale sconfitta de' suoi, in fretta se ne tornò a Verona, malcontento sicuramente di sè stesso e dei suoi. Dopo questa vittoria, la quale non so come viene posta dal sopraddetto Cronista Estense circa il dì 12 di maggio, spedì Francesco da Carrara ambasciatori a Verona per esortar lo Scaligero ad una buona pace, con offerir anche onesti patti. Non ne riportarono essi se non delle orgogliose risposte. Anzi si diede lo Scaligero ad assoldare più che mai gente, e condusse il conte Lucio Lando al suo servigio con cinquecento lancie e quattrocento fanti. Riscattò ancora con danari i nobili prigioni. All'incontro, il Carrarese spinse le vittoriose sue milizie sul Veronese, che vi recarono immensi danni, e presero la bastia di Revolone. Trasse egli ancora al suo soldo il famoso capitan di guerra Giovanni Aucud, e maggiormente rinforzò l'esercito suo. Per lo contrario, rimesso in forze lo Scaligero, e creato suo capitan generale il suddetto conte Lucio, portò la guerra sul Trivisano, e fece di molti progressi e danni. Continuarono dunque le ostilità con gran vigore, finchè il verno consigliò tutti a prendere riposo. Ebbero guerra nella primavera dell'anno presente[1986] i Bolognesi contra de' conti di Barbiano, ed assediarono quel castello. Al loro soldo si trovava il conte Lucio suddetto, che, secondo sua usanza, li tradì, e però nel dì 8 d'aprile si aggiustarono quelle differenze, restando il conte Giovanni padrone come prima di quel castello. Fecero i Bolognesi dipignere nel loro palazzo il suddetto conte Lucio, come traditore, impiccato per un piede. S'era costui ritirato a Faenza, ed, unitosi con Astorre dei Manfredi signor di quella città, tornò ad infestare ii territorio bolognese, e a tener mano coi Pepoli banditi per farli ritornare in Bologna: il che costò la vita o il bando a molti. Oltre a ciò, nel dì 15 di giugno cavalcarono con tutte le lor forze i Bolognesi fino alle porte di Faenza, ardendo e saccheggiando. Seguì poscia accordo fra essi ed Astorre de' Manfredi. Ma nel dicembre di nuovo il conte Lucio colla sua compagnia venne sul Bolognese per vendicarsi dell'affronto a lui fatto, e grandi ruberie ed incendii ne seguirono.
NOTE:
[1972] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1973] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic. Annales Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital.
[1974] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1975] Bonincontrus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Sozomenus, Histor., tom. eod.
[1976] Theodoricus de Niem, Hist.
[1977] Gobelinus, in Cosmod.
[1978] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1979] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[1980] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Bonfin., de Reb. Hung.
[1981] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1982] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[1983] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Italic.
[1984] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Italic.
[1985] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1986] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Gazata, Chron. Regiens., tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCLXXXVII. Indiz. X.
URBANO VI papa 10. VENCESLAO re de' Romani 10.
Era tutto sconvolto, siccome dicemmo, per la morte del re Carlo il regno di Napoli; crebbero nell'anno presente i guai in quelle contrade. Perciocchè avendo i Sanseverini ed altri baroni del partito angioino commosso il giovinetto Lodovico duca d'Angiò, che s'era già intitolato re di Sicilia, cioè di Napoli, a venire in Italia, promettendogli la conquista di quel regno, egli mandò innanzi Ottone, duca di Brunsvich e principe di Taranto, con grandi forze. Ottone, siccome pratico del paese, prese quell'assunto, meditando vendetta della morte data alla regina Giovanna già sua moglie dal re Carlo contra dei di lui figliuoli[1987]. Nel dì primo di giugno, unito egli coi Sanseverini e cogli altri baroni della sua lega, e con un copioso esercito, marciò alla volta di Napoli, incoraggito dalle dissensioni che bollivano fra la regina Margherita e i governatori della città eletti da quella nobiltà e popolo. Fu permesso a' suoi soldati di entrare nella città a cinquanta e sessanta per volta per fornirsi del bisognevole. Ciò dispiacendo alla fazion del re Ladislao e della regina sua madre, si venne un giorno a battaglia, acclamando gli uni il re Ladislao e papa Urbano, ed altri il re Lodovico. S'inoltrò sì forte la briga, che la regina, temendo di sè e de' suoi figliuoli, nel dì 8 di luglio, dal castello dell'Uovo si trasferì a Gaeta, dove poi si fermò per anni parecchi. Venne Raimondo Orsino conte di Nola per sostenere la signoria della regina e la divozione a papa Urbano; ma essendo riuscito ad Ottone duca di Brunsvich d'entrare in Napoli nel dì 20 del suddetto luglio[1988], non passò quel mese che prevalse affatto il partito angioino. Furono spediti ambasciatori al re Lodovico e all'antipapa Clemente, di modo che fu obbligato in quella città chi teneva per papa Urbano e pel re Ladislao a tacere. Vendetta allora fu fatta contra di coloro che si credeano aver avuta parte nella morte data alla regina Giovanna. Dimorava intanto papa Urbano in Lucca, mirando con dispetto le rivoluzioni di Napoli, tutte contrarie a' suoi interessi[1989]. Detestava egli Lodovico d'Angiò suo nemico e protettore del falso pontefice; ma non per questo aderiva punto al re Ladislao e alla regina Margherita sua madre. Avendo egli già fulminata la sentenza contra del re Carlo, e dichiarato devoluto il regno, non sapea fare un passo indietro. Gli mandò bensì la regina Margherita a Genova ambasciatori, pregandolo d'avere misericordia de' suoi figliuoli, e di permettere che all'ucciso re suo consorte fosse data l'ecclesiastica sepoltura. Anzi, sperando maggiormente di placarlo, liberò dalle carceri Francesco Butillo nipote di lui, e gliel'inviò fino a Genova. Nulla si potè per questo ammollire il duro cuore d'Urbano, che più che mai seguitò a far processi, e ad aggiugnere condanne a condanne contra della regina e de' suoi figliuoli; levò anche loro il principato d'Acaia. Gli cadde poscia in pensiero di poter conquistare per la santa Sede il regno di Napoli in mezzo ai rivali partiti; e giacchè era stato ucciso in Viterbo dai Romani Angelo prefetto di Roma, ed era tornata quella città alla sua ubbidienza, da Lucca nel dì 23 di settembre si mosse egli, e trasferissi a Perugia, per essere più a portata dell'esecuzione de' suoi disegni.
Poichè non aveva potuto Francesco da Carrara indurre alla pace lo sconsigliato Antonio dalla Scala, non lasciò da lì innanzi via alcuna per atterrarlo affatto[1990]. Ebbe maniera di staccare da lui il conte Lucio, con promettergli dieci mila fiorini d'oro per regalo; e costui se n'andò. Quindi nello stesso mese di gennaio inviò l'esercito a' danni del Veronese sotto il comando di Giovanni d'Azzo e di Giovanni Aucud, due valenti e insieme accortissimi capitani, i quali per miracolo andavano ben d'accordo nel maneggio di questa guerra. Era con loro Francesco Novello da Carrara, primogenito del medesimo signor di Padova, con altri valorosi condottieri d'armi. Per lo spazio di quarantacinque giorni, dacchè furono entrati nel Veronese, continuarono a dare il guasto e saccheggio al paese. Ma usciti in questo mentre in campagna anche Giovanni degli Ordelaffi di Forlì e Ostasio da Polenta signor di Ravenna, capitani dello Scaligero, con armata più numerosa, cominciarono ad angustiar quella di Padova, con impedir le vettovaglie e levarle i foraggi; di maniera che furono obbligate le genti carraresi a ritirarsi a poco a poco per tornarsene sul Padovano. Grandi furono i disagi che patirono nel retrocedere, e si fu più volte vicino ad un fatto d'armi; ma gli avveduti generali de' Carraresi lo schivarono sempre per la debolezza in cui si trovavano le affamate loro milizie, tutto dì inseguite e molestate da' nemici. Allorchè furono essi giunti verso Castelbaldo al Castagnaro, talmente si videro incalzati e stretti dall'esercito veronese, che nel dì 11 di marzo convenne prendere battaglia. Vantaggiosamente si postarono i Padovani a un largo fosso, e quivi sostennero, anzi ributtarono più volte i nemici, essendo già da qualche tempo introdotto l'uso delle bombarde da fuoco, le quali faceano grande strepito e strage. Dacchè ebbero i saggi capitani de' Carraresi fatto calar la baldanza all'oste contraria, Giovanni Aucud passò il fosso co' suoi, e con tal empito e forza assalì i Veronesi, che andarono a terra le lor bandiere, e in rotta tutto il campo loro. Secondo la lista che ne lasciarono i Gatari, restarono prigionieri circa quattro mila secento venti uomini d'armi a cavallo, fanti ottocento quaranta, e i due generali dello Scaligero, cioè Giovanni degli Ordelaffi ed Ostasio da Polenta[1991], con altri assai nobili capitani, che furono poi tutti trionfalmente introdotti in Padova. Ma neppure per questa sì grave sconfitta prese miglior consiglio Antonio dalla Scala. Nel suo maltalento il mantennero i Veneziani, che gli mandarono tosto quaranta mila fiorini d'oro, promettendone anche più. E però quantunque il Carrarese di nuovo mandasse ambasciatori ad offerirgli pace, più testardo e adirato che mai contra del Carrarese, serrò gli orecchi ad ogni aggiustamento, e deluse ancora le pratiche fatte da Venceslao re de' Romani per riunir gli animi loro. Costò caro ai Veronesi e Vicentini questa pazza ritrosia del loro signore, perchè entrata ne' lor territorii l'armata dei Padovani, portò il sacco e la desolazione sino alle porte di Verona.
Stava intanto con occhio cerviere mirando queste rotture Gian-Galeazzo signor di Milano, e da quell'astuto che era pensò tosto a rivolgerle in profitto suo. Avea già nel precedente anno spediti ambasciatori tanto allo Scaligero che al Carrarese, offerendo lega nello stesso tempo ad amendue. Molto più continuò questo giuoco nell'anno presente. Francesco da Carrara, tra perchè gli premeva di non aver per nemico il potentissimo Visconte, con cui lo Scaligero era come d'accordo, e perchè vantaggiose esibizioni erano a lui fatte dal Visconte, strinse in fine lega nel dì 19 d'aprile dell'anno corrente con lui. I patti erano, che vincendo toccasse a Gian-Galeazzo Verona[1992], e al Carrarese Vicenza. Nel giorno stesso mandò il Visconte la disfida ad Antonio dalla Scala, allegando que' pretesti di muovergli guerra che non mancarono mai a chi colla voglia di conquistare può congiugnere le forze. Fu permesso a Giovanni d'Azzo di passare ai servigi del conte di Virtù, cioè dello stesso Gian-Galeazzo, che continuava a farsi chiamare così; e Giovanni Aucud anch'egli prese congedo dal signore di Padova. Restò nondimeno il Carrarese ben fornito di gente, e mentre il conte di Virtù mosse le sue armi contro lo Scaligero, e s'impadronì del castello di Garda, anch'egli spedì Francesco Novello suo figliuolo ed Ugolotto Biancardo suo generale sotto Vicenza. Fu molto bersagliata quella città, ma fu anche ben difesa, senza mai voler ascoltare proposizioni di resa. Di belle, ma simulate parole non di meno diedero que' cittadini, tanto che indussero l'esercito padovano a levar l'assedio, per attendere all'acquisto di varie terre tanto di quel territorio che del Friuli, giacchè Francesco da Carrara nello stesso tempo attendeva a quelle contrade[1993]. Nel venerdì santo, d'aprile, entrarono per forza in Aquileia le genti sue, uccisero quegli abitanti, orridamente saccheggiarono fin le chiese, con asportarne i vasi sacri e le reliquie. E nella stessa maniera s'impossessarono nel settembre di Sacile e d'altri luoghi. Trovandosi Antonio dalla Scala in mezzo a questi due fuochi, e senza soccorso de' Veneziani, ch'erano dietro a ricuperar la Dalmazia; allora fu che conobbe gl'irremediabili falli delle sue malnate passioni, e che l'ira di Dio era sopra di lui. Mosse il re de' Romani Venceslao a ripigliare i negoziati di pace, e vennero in fatti nuovi ambasciatori a trattare col conte di Virtù, il quale colle sue arti li tenne a bada, tanto che eseguì i segreti suoi maneggi. Erano questi un trattato tenuto da Guglielmo Bevilacqua nella città di Verona, che scoppiò nella notte del dì 18 d'ottobre. Troppo era stanco di quella guerra, e delle gravezze e de' saccheggi il popolo di Verona. Coll'aiuto d'alcuni cittadini traditori, dopo un fiero assalto dato alla porta di San Massimo, riuscì all'armi del conte di Virtù d'entrare in quella città. Antonio dalla Scala, consegnato il castello in mano a Corrado Cangier ambasciatore cesareo, se ne fuggì colla sua famiglia in barca per l'Adige a Venezia. Poco stette l'ambasciatore a far mercato del medesimo castello, e, ricevuta gran somma di danaro, se ne tornò col buon giorno in Germania.
Trovatisi poi quivi i segnali di tutte le fortezze, e di Vicenza stessa, il Bevilacqua tosto cavalcò a Vicenza con essi nel dì 21 del suddetto ottobre; e quel popolo fu ben istruito a rendersi a Caterina moglie del conte di Virtù, la quale, siccome figliuola di Regina dalla Scala, pretendeva al dominio di quella città; e con patto di non essere mai dati in mano del signore di Padova, troppo da loro odiato. Antonio dalla Scala dipoi rifugiatosi a Venezia, ma non sovvenuto dai Veneziani, e disprezzato dai Fiorentini e dal papa, per qualche tempo se n'andò ramingo. Finalmente, venendo con molti armati dalla Toscana nel mese d'agosto, sorpreso da malore (e fu detto per veleno) nelle montagne di Forlì, ossia di Faenza, miseramente terminò nell'anno seguente i suoi giorni, e tutto l'arnese suo andò a sacco[1994]. Lasciò un figliuolo maschio, tre figliuole e la moglie in istato poverissimo, a' quali fu assegnato il vitto dalla signoria di Venezia. Così quasi in un momento venne a mancare la signoria della famosa e potente famiglia dalla Scala per la pazza condotta di Antonio, nella cui caduta e morte parve al pubblico di riconoscere i giudizii di Dio per l'assassinio da lui fatto al fratello. Si credeva poi Francesco da Carrara di cogliere anch'egli il frutto della guerra con Vicenza, a tenore delle capitolazioni della lega; ma ebbe che fare con un più furbo di lui. Scusandosi Gian-Galeazzo di non voler pregiudicare alle ragioni della moglie, alla quale, e non a lui, s'era data Vicenza, ritenne ancor quella per sè, facendo dipoi intimazione al Carrarese di non molestar da lì innanzi quel territorio[1995]. Che confusione, che rabbia allora rodesse il cuore di Francesco da Carrara, si può facilmente intendere. Per isbrigarsi da un debile nemico, se n'era tirato addosso un più potente, e il principio della sua rovina. Non dovea egli avere mai letto cosa fosse la società leonina. La regina Margherita tenne in quest'anno la città di Napoli ristretta per mare. Era quel popolo senza vettovaglia[1996]. L'industria e il valore di Ottone duca di Brunsvich e principe di Taranto sostenne quella città in maniera che fu provveduta, e schivò il pericolo di rendersi. Ma inviato dal r_e Lodovico monsignor di Mongioia_ per vicerè e governatore di quella città, Ottone, di ciò disgustato, si ritirò colle sue genti a Sant'Agata, e passò ai servigi del re Ladislao. Il castello dell'Uovo restava tuttavia in potere della regina Margherita madre d'esso Ladislao. Voglioso intanto Gian-Galeazzo Visconte di conservare ed accrescere la sua parentela colla real casa di Francia[1997], diede nell'anno presente in moglie Valentina sua unica figliuola a Lodovico duca di Turena conte di Valois e fratello del re di Francia; parentado che egli piuttosto comperò, perchè diede in dote al genero ed immediatamente consegnò la città d'Asti con varie castella del Piemonte. Dicesi che ne furono malcontenti gli Astigiani. Se ne ricordi il lettore, perchè vedremo questo matrimonio origine di gravi sconvolgimenti nello Stato di Milano. Presso Benvenuto da San Giorgio[1998] si legge lo strumento dotale d'essa Valentina coll'enumerazione di tutti i luoghi ceduti dal Visconte ad esso Lodovico suo genero.
NOTE:
[1987] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1988] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1989] Theodericus de Niem, lib. 1, cap. 63.
[1990] Gatari, Istoria di Padova, tom. 18 Rer. Ital.
[1991] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1992] Corio, Istor. di Milano.
[1993] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1994] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Matth. de Griffon., Chronic., tom. 18 Rer. Ital.
[1995] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 18 Rer. Ital.
[1996] Giornal. Napolit., tom. 21 Rer. Ital.
[1997] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCLXXXVIII. Indiz. XI.
URBANO VI papa 11. VENCESLAO re de' Romani 11.
Fisso stava papa Urbano nel proponimento suo d'essere nemico a tutti e due i re litiganti pel regno di Napoli, cioè a Ladislao di Durazzo e a Lodovico II d'Angiò, lusingandosi egli di poter conquistare quel regno (per suo nipote, come fu creduto), dicendo d'esserne egli solo il padrone[1999]. Cercò aiuti da Martino e Maria re di Sicilia; assoldò ancora molte soldatesche in Toscana e nel Patrimonio; mossesi in fine da Perugia per accostarsi maggiormente ai confini di Napoli. Ma, precipitato a terra nel viaggio dal mulo ch'egli cavalcava, e ferito in più parti, si fece condurre a Ferentino, senza voler badare alle preghiere di molti Romani accorsi per invitarlo a Roma. Tuttavia, perchè s'ammutinarono le milizie sue e l'abbandonarono, egli, vedendo fallite le sue speranze guerriere, nel novembre s'appigliò alla risoluzione di restituirsi a Roma, dove con poco onore entrò. Fu maggiormente assediato in quest'anno dal Mongioia e da' Napoletani angioini il castello di Capuana, che tuttavia ubbidiva al re Ladislao. Si difese per quanto potè il castellano; ma da che non venne fatto ad Ottone duca di Brunsvich e al conte Alberico gran contestabile di dargli soccorso, tuttochè vi fossero accorsi con quattro mila e cinquecento cavalli, il castellano, non potendo più reggere, capitolò la resa nel dì 22 di aprile. Portò poscia il Mongioia l'assedio a Castel Nuovo; ma non potè mettervi il piede, perchè, venuti da Gaeta aiuti agli assediati, questi non si lasciarono più far paura da lì innanzi. Altri vedrà se questi fatti piuttosto appartenessero all'anno seguente. Di grandi mali faceano in questi tempi i corsari[2000] Mori di Tunisi ai lidi de' cristiani nel Mediterraneo. Spezialmente n'erano in pena Martino e Maria re di Sicilia. Adunque, per reprimere la baldanza di que' Barbari, s'accordarono co' Genovesi e Pisani, e composero una flotta di venti galee. Quindici d'esse furono di Genovesi sotto il comando di Raffaello Adorno. Ammiraglio dello stuolo fu Manfredi di Chiaramonte. Presero questi combattenti cristiani a forza d'armi l'isola di Zerbi, e quivi si fortificarono. Diede fine in quest'anno al suo vivere[2001] Niccolò II marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Comacchio e Rovigo, nel dì 26 di marzo. Il magnifico suo, funerale fu accompagnalo dalle lagrime di molti. Passò la signoria al marchese Alberto suo fratello, contra del quale fu nel prossimo maggio scoperta una congiura[2002], maneggiata dal signore di Padova e da' Fiorentini, che mal sofferivano di vederlo divenuto amico del conte di Virtù. Il disegno era di ucciderlo, e di trasferire il dominio in Obizzo Estense suo nipote, figliuolo del già marchese Aldrovandino. Vi teneva mano anche la madre d'esso Obizzo. Fecesi rigorosa giustizia per questo. In fatti, se il defunto marchese Niccolò fu in addietro nemico dichiarato de' Visconti, non volle già imitarlo in questo il marchese Alberto. Anzi andò egli in persona con accompagnamento nobile nel dì 25 d'aprile a visitare Gian-Galeazzo conte di Virtù, che tuttavia tenea la sua residenza in Pavia, e seco entrò in lega per le imprese che quell'astuto principe andava tutto dì macchinando.
Quanto più Francesco da Carrara signor di Padova ruminava il grande inganno fattogli dal suddetto Gian-Galeazzo, occupatore di Vicenza contro i patti della lega, tanto meno poteva egli astenersi dal chiamarlo spergiuro e traditore. E per tale il pubblicò anche nelle lettere scritte a tutti i principi. Durerà fatica il lettore a credere ciò che i Gatari[2003] lasciarono scritto; cioè che lo stesso Visconte il fece consigliare di lagnarsi di lui, per aver campo di vincere nel suo consiglio che fosse consegnata Vicenza al Carrarese. Più verisimile sembra che il dispetto naturalmente facesse prorompere Francesco da Carrara in invettive contra di chi l'avea burlato col mancare sì patentemente all'obbligo e ai patti. Ma ciò fece un bel giuoco al conte di Virtù, perchè gli servì di pretesto per intraprendere una nuova guerra contro alla casa di Carrara. Per effettuar questo disegno, ed impedire che alcuno non imprendesse la difesa del Carrarese, trattò e conchiuse lega nel dì 19 di maggio colla repubblica di Venezia[2004], promettendole la signoria di Ceneda, di Trivigi e d'altri luoghi; con Alberto marchese di Ferrara, accordandogli la restituzione di Este e d'altre terre anticamente spettanti alla casa estense; con Francesco Gonzaga signore di Mantova, e colla comunità di Udine. Mai non si avvisò Francesco da Carrara, benchè uomo di somma avvedutezza, che i saggi Veneziani potessero condiscendere alla maggiore esaltazione del conte di Virtù, e ad avere per confinante un sì potente signore che già facea paura a tutti. Ma s'ingannò, e non mancavano a lui peccati da farne penitenza anche in questa vita. Pertanto, ritrovandosi egli attorniato da tanti nemici, e malveduto ancora da' Padovani, che mal sofferivano le tante nuove gravezze loro imposte, prese per necessità la risoluzione a lui suggerita di rinunziar Padova a Francesco Novello suo figliuolo e di ritirarsi a Trivigi, dove sperava più amore e fedeltà in quel popolo, tanto da lui beneficato. Nel dì 29 di giugno seguì la rinunzia, e nel dì seguente la partenza di Francesco il vecchio alla volta d'esso Trivigi. Fatta poi la disfida dal conte di Virtù, cominciò il suo possente esercito, guidato da Giacomo dal Verme, ad inondare il territorio di Padova. Altrettanto fecero dal canto loro i Veneziani. E quantunque Francesco Novello da Carrara animosamente colle sue troppo disuguali forze si opponesse, pure i nemici ora un luogo ora un altro andavano occupando; e passati, i serragli, sempre più si avvicinavano a Padova. A queste sue disavventure si aggiunse più d'una sollevazione fatta contra di lui dal popolo di Padova, sì per la troppo disgustosa visita della guerra in casa, come pel desiderio di mutar padrone, sperandone, secondo il costume delle umane lusinghe, migliore stato. In tal maniera crescendo ogni dì più il turbine esterno ed interno, Francesco Novello si ridusse a trattare d'aggiustamento. Mandò suoi ambasciatori al campo nemico, e finalmente si convenne con Giacomo dal Verme e coi provveditori veneziani che sarebbe permesso a lui d'andare in persona a trattare gli affari suoi col conte di Virtù, giacchè s'era egli figurato di poter ottenere buoni patti dalla magnanimità di quel principe; ma che intanto il castello di Padova verrebbe consegnato a titolo di deposito in mano del medesimo Giacomo dal Verme, da restituirsi, qualora non succedesse l'accordo, con altri patti, registrati nelle Storie dei Gatari. Fecesi la consegna del castello nel dì 23 di novembre, e in quello stesso giorno si mosse Francesco Novello da Padova con Taddea Estense sua moglie, co' figliuoli, e col meglio di sua roba in oro, argento, gioie e danari, ascendente al valore di trecento mila fiorini d'oro, senza i panni; e s'inviò colla testa bassa alla volta di Verona per passare a Pavia. Già la città di Trivigi per sollevazion del popolo, che odiava il dominio de' Carraresi, s'era data alle armi del Visconte[2005]. Erasi ritirato nel castello Francesco il vecchio. Gli fu spedito il marchese Spineta Malaspina a consigliarlo di rimettersi alla generosità del conte di Virtù. Di larghe promesse gli furono fatte, tanto ch'egli nel dicembre, consegnata quella fortezza agli uffiziali del Visconte, s'incamminò alla volta di Pavia. Ed ecco in poco tempo a terra la magnifica casa da Carrara, la quale non tardò a provare in che debili fondamenti ella avesse poste le sue speranze, e qual capitale s'avesse a fare del genio conquistatore del conte di Virtù. Intanto Padova, contro i patti, si diede ad esso conte, a cui nel dì 28 di dicembre fu spedita solenne ambasciata da quel popolo, con detestare il precedente governo dei Carraresi. Lo stesso fecero tutte le terre e fortezze, e Feltro e Cividal di Belluno. Oltre all'ingrandimento degli Stati, ebbe il conte di Virtù la consolazione ancora di veder nato un figlio maschio da Caterina Visconte sua moglie nel dì 7 di settembre dell'anno presente[2006], a cui fu posto il nome di Giovanni Maria.
NOTE:
[1998] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[1999] Raynaldus, Annal. Eccles. Theodoric. de Niem, Histor. Gobel., in Cosmod.
[2000] Bonincontrus, Annales, tom. 21 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2001] Chronic. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[2002] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2003] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2004] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXIX. Indiz. XII.
BONIFAZIO IX papa 1. VENCESLAO re de' Romani 12.
Dimorando in Roma papa Urbano VI, andava meditando d'aprir egli il giubileo romano per l'anno 1390, giacchè desiderava questa gloria e contento[2007], con aver insieme ordinato che da lì innanzi ogni trentatrè anni si celebrasse esso giubileo. Ma verso la metà d'agosto cominciò a decadere la sua sanità, in maniera che alcuni sospettarono cagionata da veleno la sua infermità[2008]. Continuò peggiorando sino al dì 18 di ottobre, in cui Dio il chiamò all'altra vita[2009]. Lasciò di sè stesso una memoria infausta appresso gli storici, perchè colla sua imprudenza ed alterigia diede non picciola occasione al deplorabile scisma suscitato dall'altrui malignità ed ambizione, e perchè uomo rotto, implacabile, crudele, e volto più che ad altro ad ingrandire i proprii nipoti, che tardarono poco a svanire con tutte le lor grandezze e ricchezze. Per questo fu chiamato dall'autore degli Annali di Forlì[2010]: Vir pessimus, crudelis, et scandalosus, absque Consilio cardinalium, cujus dolis schismata incepere in Ecclesia Christi. Io so che la sua memoria è difesa dall'Ammirato[2011]; e pure è da pregar Dio che di simili teste calde, sprezzatrici del consiglio dei fratelli, ed atte a rovinar sè stesse ed altrui, niuna più sia posta al governo della Chiesa sua santa. Dai cardinali raunati in Roma al numero di quattordici fu poscia eletto papa nel dì 2 di novembre il cardinal Pietro Tomacelli Napoletano, benchè assai giovine, perchè uomo di petto, che assunse il nome di Bonifazio IX, e ricevette la corona nel dì 11 di esso mese. Eransi lusingati i Franzesi di veder finito lo scisma colla morte di papa Urbano VI, e che il loro antipapa Clemente verrebbe invitato a Roma. Poco stettero a disingannarsi, udita la creazion del novello pontefice, il quale non tardò a rimettere nei lor gradi quattro de' cardinali che per la acerbità del suo predecessore si erano ritirati dalla Chiesa romana. Continuava intanto la guerra nel regno di Napoli[2012]; e perciocchè il re Ladislao, dimorante in Gaeta colla regina Margherita sua madre, era giunto ad età tollerabile per contraere matrimonio, fu conchiuso l'accasamento di lui con Costanza figliuola di Manfredi potentissimo conte di Chiaramonte in Sicilia[2013]; e questa nel dì 5 di settembre giunse a Gaeta, condottavi da quattro galee siciliane. Si accomodò a queste nozze il giovinetto principe per cogliere una ricca dote in danaro, di cui era egli allora sommamente necessitoso; ma col tempo vedremo qual conto egli facesse di questa moglie e degli altrui benefizii. L'acquisto fatto nell'anno precedente dell'isola di Zerbi verso le coste dell'Africa[2014] animò maggiormente in quest'anno i cristiani a tentar nuove imprese contra de' corsari tunesini. Quaranta furono le galee armate da' Genovesi, comandate da Giovanni Centurione, con venti altri legni grossi. Loro si unirono ancora alcune navi inglesi, e in questa flotta andò a militare con un corpo di bella gente il duca di Borbone della casa di Francia. Sbarcarono i cristiani verso Tunisi, fecero più battaglie, ma con isvantaggio, contro quei Barbari; laonde se ne tornarono indietro non sol senza guadagno, ma con grave danno e vergogna loro.
La potenza di Gian-Galeazzo Visconte, appellato conte di Virtù, la quale a passi di gigante andava crescendo, cominciò a mettere in apprensione non solamente i Bolognesi, ma anche i Fiorentini. I primi, perchè temeano ch'egli risvegliasse le pretensioni passate della casa sua sopra la loro città; e il timore passò presto in certezza[2015]. Essendosi scoperto nel dì 21 di novembre un trattato di alcuni cittadini di Bologna di dar quella città al conte di Virtù, costò loro la testa, e molti altri furono confinati. Per conto poi dei Fiorentini, vedeano essi che il conte di Virtù facea leva di gente in Romagna[2016]; eravi principio di rotture coi Sanesi, malcontenti de' Fiorentini a cagione di Montepulciano, e già inclinati a chiamare per lor protettore il Visconte, istigati dal desiderio di far calar l'alterigia a' lor vicini; e già ne aveano impetrato ducento lance. Ma che? il Visconte colla sua fina politica tanto in voce, che per mezzo de' suoi ambasciatori, non d'altro parlava che di pace, e si esibiva ancora a metterla in Toscana. Anzi, per meglio addormentare i potentati d'Italia, si mostrò ben pronto alla buona volontà di Pietro Gambacorta signore di Pisa, che facea premura di stabilire una lega per quiete d'ognuno. In Pisa dunque si trovarono gli ambasciatori del Visconte, di Ferrara, Mantova, Bologna, Perugia, Siena, Lucca e Firenze, degli Ordelaffi, dei Malatesti e d'altri signori; e si stipulò una lega fra loro; con qual frutto, non tarderemo a vederlo. Fino al dì 16 di febbraio restò la città di Trevigi[2017] in mano degli uffiziali del conte di Virtù. Forse anche di più vi sarebbe restata; ma l'apprensione della potenza veneta, e il sapere che il popolo di quella città acclamò solamente San Marco, e sospirava di passare sotto il saggio governo de' Veneziani, indussero finalmente il Visconte a consegnar quella città colle fortezze, e insieme Ceneda col suo distretto ad essa repubblica in esecuzion de' capitoli della lega. Parimente nel dì 17 di ottobre mise Alberto marchese di Ferrara[2018] in possesso della nobil terra d'Este cogli altri luoghi a lui destinati nella lega suddetta. Nel dì 25 di giugno (e non già nel dì 15 di novembre, come ha il Corio[2019]) esso conte di Virtù inviò a Parigi Valentina sua figliuola, maritata a Lodovico di Valois, che già dicemmo duca di Turena e fratello del re di Francia. Negli Annali Milanesi[2020] e nella Storia del Corio si legge l'ampia nota dei gioielli, vasi d'oro e di argento, ed altri ricchi arnesi che seco portò questa principessa in Francia. Nel mese di novembre[2021] era stato gravemente infermo Guido da Polenta signor di Ravenna, e i suoi figliuoli Obizzo, Ostasio e Pietro già si credeano colla morte di lui di assumere il sospirato comando. Si riebbe egli dall'infermità; ma ciò che questa non fece, gli scellerati figliuoli fecero poco appresso, con prendere il padre, e confinarlo in una prigione, dove (il quando non si sa) infelicemente egli terminò la sua vita. Il Rossi e l'autor degli Annali di Forlì[2022] scrivono ciò avvenuto nel dì 28 di gennaio dell'anno seguente; ma l'autore della Cronica Estense, allora vivente[2023], mette questo orrido fatto nel dicembre del presente. In Perugia ancora sorse fiera discordia fra i nobili e il popolo[2024]. Furono uccisi da esso popolo venti persone di quei che si appellavano i Beccarini, e più di cinquecento esiliati, con occupar tutti i loro beni, in guisa che restò come desolata quella città.
Dimoravano Francesco il vecchio da Carrara in Cremona, e Francesco Novello suo figliuolo in Milano[2025], continuamente menati a spasso con belle parole dai ministri di Gian-Galeazzo conte di Virtù, ma senza mai poter muoversi di colà, e molto men di vedere la faccia del conte, che risedeva in Pavia. La rabbia di Francesco il giovane era immensa contra di lui, perchè contra de' patti gli avea preso il dominio di Padova senza prima seco accordarsi, e senza finora avergli assegnato alcun onorevol compenso. Tutto dì il chiamava traditore co' suoi famigliari; gli cadde anche in pensiero di ammazzarlo, e ne divisò anche la maniera; ma avendo confidato l'affare ad Artuso conte, nobile padovano, a lui spedito dal padre, questi non per malizia, ma imprudentemente si lasciò uscir di bocca il segreto, tanto che la notizia ne pervenne a Gian-Galeazzo. Nulla di meno (e ciò sia detto in sua lode) Gian-Galeazzo, senza voler imitare i crudi tiranni, lo scusò, e dopo qualche tempo assegnò al Carrarese il possesso e dominio del castello di Cortesone nell'Astigiano, abitato da gente micidiaria, e inoltre cinquecento fiorini d'oro il mese. Mostrò Francesco Novello d'esserne contento, e solamente chiese licenza di poter abitare per quattro mesi in Asti, città ceduta dal Visconte al genero suo duca di Turena, finchè potesse far acconciare la casa dirupata che dovea servirgli di stanza. Accordatagli tal grazia, e preso il possesso del castello, andò con Taddea Estense sua moglie ad Asti. Quivi stando, ossia, come vuole l'Ammirati[2026], che segreto impulso gli fosse dato dai Fiorentini; oppure, come scrivono gli storici padovani, che lo sdegno suo incredibile contra del conte di Virtù, e insieme la speranza di ricuperare la perduta città di Padova, il movessero: determinò di fuggirsene. Fingendo dunque di voler andare a Vienna del Delfinato per adempiere un suo voto a santo Antonio, senza chiedere licenza, imprese il viaggio colla moglie nel mese di marzo di quest'anno, per quanto io credo, e passò l'Alpi. Nè sì tosto fu uscito de' confini del conte di Virtù, che fece anche uscir d'Asti tutti i suoi figliuoli, con ordine di passare a Firenze, dove anch'egli avea stabilito di portarsi. Andato ad Avignone, trattò coll'antipapa Clemente; poscia, imbarcatosi a Marsiglia, venne verso Genova, e parte per mare, parte per terra arrivò a Pisa, e finalmente a Firenze, dove si riposò. I pericoli da lui passati nel viaggio, e i patimenti sofferti furono ben molti. Bella è la dipintura che ne fa il Gatari iuniore nella sua Cronica. L'inaspettata fuga del Carrarese sommamente dispiacque a Gian-Galeazzo Visconte, e fu poi cagione che sul fine di luglio facesse passare il vecchio Francesco di lui padre da Cremona nel castello di Como sotto buone guardie, senza dargli qualche libertà di trattare co' suoi, e con avergli occupato tutti i danari, gioie ed argenti per la somma di trecento mila fiorini d'oro. Avea lo scaltro vecchio mostrato, ed anche fatto intendere al conte di Virtù il singolar suo dispiacere per la fuga del figliuolo, e si esibì anche di farlo ritornare: al qual fine scrisse anche lettere assai calde al medesimo. Ma internamente giubilò per la coraggiosa risoluzione da lui presa; e a chi portava quelle lettere diede segreto ordine di maggiormente confortarlo a ricuperare il suo, senza apprendere i pericoli del padre, e di non mettersi mai più in mano del conte del Virtù con tutte le magnifiche sue esibizioni. Fermossi Francesco Novello in Firenze non poco tempo. Parve sulle prime grande il freddo di quei magistrati verso di lui, per non dar gelosia a Gian-Galeazzo; ma probabilmente in segreto trattavano con lui; e certo nell'andare innanzi gli mostrarono più affetto; giacchè quegli accorti cittadini tenevano per inevitabile la guerra coll'insaziabile signor di Milano. Un pezzo curioso e gustoso di istoria (torno a dirlo) è quello dei Gatari Padovani[2027] nella descrizion minuta delle avventure del suddetto Francesco Novello. Io appena le ho accennate, di più non permettendo l'assunto mio. Essendo ito in quest'anno Carlo VI re di Francia ad Avignone a visitar l'antipapa Clemente[2028], per opera sua fu coronato nella festa dell'Ognissanti re delle due Sicilie Lodovico iuniore d'Angiò, che già meditava di venire in Italia. L'atto di quella funzione si legge nella raccolta del Leibnizio[2029].
NOTE:
[2005] Redus., Chronic., tom. 19 Rer. Ital.
[2006] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[2007] Theodoric. de Niem, Hist. Gobelinus, in Cosmod.
[2008] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[2009] Raynaldus, Annal. Eccles. Platina, Vit. Roman. Pontif.
[2010] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2011] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.
[2012] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2013] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2014] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2015] Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2016] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 15.
[2017] Gatari, Istor. di Pad., tom, 17 Rer. Ital. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2018] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2019] Corio, Istor. di Milano.
[2020] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.
[2021] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 7.
[2022] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2023] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2024] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2025] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[2026] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.
[2027] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2028] Vita Clementis antipap., P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2029] Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, n. 107.
Anno di CRISTO MCCCXC. Indizione XIII.
BONIFAZIO IX papa 2. VENCESLAO re de' Romani 13.
Creato che fu papa Bonifazio IX, non perdè tempo la regina Margherita a spedirgli da Gaeta ambasciatori[2030], per prestargli ubbidienza, e pregarlo di rimettere in sua grazia l'innocente suo figliuolo Ladislao, che era allora in età di circa quattordici anni. Bonifazio, meglio di quel che avesse fatto il suo predecessore, riflettendo alla necessità di proteggere gli affari di Ladislao, affine di opporlo al re Lodovico d'Angiò, creatura dell'antipapa, non solamente aveva assoluta la regina suddetta coi figliuoli nell'anno precedente da tutte le censure, ma nel presente ordinò ai popoli del regno di Napoli di ubbidire ad esso Ladislao, e mandò anche a coronarlo re in Gaeta per le mani di Angelo Acciaiuoli cardinale legato. Tanto maggior premura ebbe il pontefice di sostener gl'interessi di Ladislao[2031], perchè era già noto che il giovane Lodovico di Angiò s'affrettava per venire a Napoli[2032]. Mossesi egli in fatti da Marsiglia nel dì 20 di luglio con ventuna tra galee e fuste, ed altri legni ben armati e forniti di copiose vettovaglie. Fu sbattuta da fiera tempesta la sua flotta; ciò non ostante, arrivò e sbarcò a Napoli nel dì 14 d'agosto. Per mal augurio fu preso che un Catalano, nell'inalberar la bandiera reale nella torre del Carmine, da un fulmine restò ucciso, e cadde con parte della torre la bandiera per terra. Risonò pel viva universale la città di Napoli; tutti i seggi gli giurarono fedeltà, e varie città e terre spedirono a riconoscerlo per loro signore. Sette mila fiorini d'oro applicati a Renzo Pagano castellano di castello Sant'Ermo operarono, ch'egli rimettesse in mano del re Lodovico nel dì 19 d'ottobre quella fortezza. Capitolò ancora Pozzuolo, dopo aver sostenuto per lungo tempo l'assedio[2033]. Celebrossi nell'anno presente il giubileo in Roma, col concorso d'innumerabili pellegrini, venuti particolarmente dalla Germania, Polonia, Ungheria, Boemia, Inghilterra ed altri paesi dell'ubbidienza di papa Bonifazio IX, ma non già dalla Francia e Spagna, che tenevano la parte dello antipapa. Di gran danaro raunò il pontefice con tal occasione, destinandolo al risarcimento delle chiese desolate di Roma, con impiegarne nondimeno buona parte in assoldar gente per dar soccorso al re Ladislao. Sul principio d'ottobre gl'inviò secento cavalli, e poscia condusse a' suoi servigi il conte Alberico da Barbiano, valente capitano, colle sue genti d'armi. Per tali spese occorreva gran somma di danaro; diede perciò facoltà a due cardinali di ricavarne coll'impegnare i beni delle chiese e de' monisteri; infeudò molte terre della Chiesa romana; e confermò i vicariati delle lor città ad Alberto d'Este marchese di Ferrara, ai Malatesti, agli Ordelaffi, agli Alidosi, ai Manfredi, ed altri signorotti della Romagna, imponendo loro l'annuo censo. Scomunicò eziandio l'antipapa Clemente, e Clemente dal canto suo[2034] non mancò di fare lo stesso contra di lui. Essendo stato ucciso Rinaldo Orsino signore dell'Aquila, si diede quella città al sommo pontefice Bonifazio.
Già trasparivano i vasti pensieri di Gian-Galeazzo Visconte signor di Milano, inclinati alla monarchia d'Italia. Forze non gli mancavano, e meno molto l'ingegno e l'industria, potendosi egli contare pel più fino politico di questi tempi. Teneva egli corrispondenze e facea maneggi dappertutto, e massimamente in Toscana, dove avea già tratte all'aderenza sua le città di Siena e Perugia, disgustate de' Fiorentini[2035]. Avea anche delle tele segrete in Pisa. Le parole sue e i suoi manifesti altro non sonavano che desiderii di pace; ma il contrario risultava dai fatti. Vegliavano intanto gli accorti Fiorentini, e veggendo ch'egli era dietro ad accendere il fuoco in Toscana, dacchè avea spedito a Siena Giovanni d'Azzo degli Ubaldini con assai squadre d'uomini d'armi, non tralasciarono diligenza e spesa veruna per mettersi in istato di fargli fronte. Certamente a quella repubblica soprattutto si dee, se il Visconte non assorbì allora la maggior parte d'Italia. Più d'ogni altra città era minacciata Bologna dalle armi di lui; e però, fatta lega con quel popolo, inviarono alla difesa d'essa il valoroso Giovanni Aucud lor generale con un corpo di combattenti. I Bolognesi[2036], che nell'aprile stavano in feste, ed aveano fatto un sontuoso torneamento, non lasciarono per questo, giacchè riconosceano il pericolo in cui si trovavano, di assoldar gente. Fecero venire per lor generale il conte Giovanni di Barbiano colla sua brigata d'uomini d'armi; ma nel passar egli pel distretto de' Malatesti, fu sconfitta la sua gente, ed insieme trecento lancie inviategli incontro da' Bolognesi. Pure egli arrivò a Bologna; ma nel dì primo di maggio colà giunsero ancora tre trombetti a sfidar quel comune. Uno era di Gian-Galeazzo, e gli altri due di Alberto marchese di Ferrara e di Francesco Gonzaga signore di Mantova; principi, ai quali conveniva allora far quello che voleva il Visconte, per non tirare la guerra addosso a sè stessi. Nel dì 4 d'esso mese entrò l'oste milanese, sotto il comando di Giacomo dal Verme, nel territorio di Bologna; andò all'assedio di Crevalcuore, e poco mancò che non se ne impadronisse. Ma uscito animosamente il popolo di Bologna, e fatta massa a castello San Giovanni in Persiceto, l'armata nemica levò il campo, e se n'andò con Dio. Ma eccola comparir di nuovo a' dì 20 di giugno, e pareva tutto disposto per venire ad un fatto d'armi, quando all'improvviso arrivò ordine a Giacomo del Verme di tornarsene indietro. Il motivo di questo cangiamento di cose fu il seguente.
Dopo essersi fermato lungo tempo in Firenze Francesco Novello da Carrara[2037], ed aver concertato con que' pubblici magistrati il come si avesse da far guerra al conte di Virtù, travestito avea impresi varii viaggi nell'anno precedente a Perugia, a Pisa e ad altri luoghi. Finalmente, passato in Germania, andò a trovare Stefano duca di Baviera per impegnarlo, secondo le istruzioni avute dai Fiorentini e Bolognesi, nella guerra contra del conte di Virtù. Trovò disposto quel principe a calare in Italia con un corpo d'armata. Passò ancora a Madrussa a visitar quel conte suo cognato, e ritrovato Michele da Rabatta onorato cavaliere, che tutto si offerì a' suoi servigi, fece quella leva che potè di alcune centinaia di lance tanto in Germania che nel Friuli. Ora Francesco Novello, come ebbe nuova che Gian-Galeazzo avea impegnate le sue armi contra de' Bolognesi, coraggiosamente con quel poco di gente se ne tornò in Italia con disegno di tentare il suo ritorno in Padova. Era egli assai informato che il popolo padovano, dianzi sì disgustato del governo carrarese, lungi d'aver trovato quel dolce che si figurava sotto il Visconte, ne provava l'amaro, e sarebbe volentieri ritornato all'ubbidienza primiera; rari essendo que' popoli che, perduto il proprio principe, e ridotta la lor città in provincia, non ne sentano eccessivo danno, tanto che giungono a desiderare un principe, quand'anche non fosse il migliore del mondo, piuttosto che essere governati, cioè desolati da mercenarii governatori. E già molti dei nobili padovani erano stati o carcerati o confinati a Milano, oppure se n'erano fuggiti.
Gran conforto fu questa cognizione al Carrarese, e molto più gli era stata la promessa a lui fatta dal duca di Baviera di condurre le sue armi in Italia contra del signor di Milano. Passò egli pel Friuli col suo picciolo esercito, che nondimeno s'andò aumentando per istrada, concorrendo a lui massimamente i banditi da Padova. Appena giunto sul Padovano, a migliaia furono al suo seguito i villani armati, di modo che nel dì 19 di giugno si presentò alle mura del primo recinto di Padova, e diede un generale assalto[2038]. La maggior parte di que' cittadini, all'udir Carro, Carro, e al veder le bandiere dell'antica casa da Carrara, e al sapere che v'era in persona Francesco Novello, non solo abbandonò la difesa delle mura, ma facilitò l'ingresso al Carrarese, che, entrato vittorioso, fece buona ciera a quanti si mostrarono allegri per la sua venuta. Nel dì seguente colla stessa facilità, aiutato da' cittadini, s'impadronì dell'interiore città, con essersi Luchino Rusca, Berretto Visconte e il marchese Spineta Malaspina ritirati nel castello insieme colla guarnigion milanese, continuando poi la guerra contra della città. Vennero in poco tempo alla divozion del Carrarese le terre e castella del distretto, ed egli non tardò a spedire ambasciatori a Venezia, Ferrara, Bologna e Firenze colla nuova della ricuperata città, per cui si fecero pubbliche feste nelle due ultime città. Anche i signori veneziani, dimenticate le ingiurie e gli odii passati, con più riguardo sì, ma con egual piacere, gustarono l'impresa del Carrarese, perchè mal volentieri si vedeano sì vicini al potente signor di Milano. L'aiutarono ancora con vettovaglie e munizioni da guerra. Quanto ad Alberto marchese di Ferrara, interamente anch'egli se ne rallegrò, ma il contrario mostrò in apparenza. Per la non mai aspettata perdita di Padova rimasero non poco sconcertate le misure del conte di Virtù, di modo che immediatamente, cioè nel dì 24 di giugno, richiamò dal Bolognese l'armata sua. Avvenne, che uditasi in Verona la novella del cambiamento seguito in Padova, ed essere venuto con Francesco da Carrara il giovinetto Can Francesco dalla Scala, figliuolo del già Antonio signore di quella città, risvegliossi l'amore di molti di quel popolo verso la casa dalla Scala, e correndo colle armi alla piazza, contro il parere dei saggi e de' nobili, ribellarono la città, costrignendo il presidio milanese a ritirarsi nel castello, senza poi affossarsi e fortificarsi contra del medesimo. Eravi anche discordia fra i nobili e la plebe. Passò in quello stante Ugolotto Biancardo capitano del conte di Virtù, già spedito da lui con cinquecento lance all'assedio di Bologna, o, come è più probabile, al soccorso del castello di Padova, che vigorosamente si difendea. Giuntogli all'orecchio l'avviso della ribellion di Verona, mutato pensiero, tacitamente entrò di notte nel castello[2039]. Poscia nella mattina seguente giorno 26 di giugno uscì furibondo contro gl'incauti Veronesi, uccidendo chiunque s'incontrava, senza trovarvi resistenza alcuna. Miserabil tragedia fu quella di sì nobile e ricca città. Tutta fu crudelmente messa a sacco senza distinzione d'innocenti e di rei, e senza risparmiare i luoghi sacri e l'onor delle donne, che furono in buona parte ritenute, quando il resto del popolo prese volontaria fuga, o ne fu cacciato, o imprigionato sì fieramente, che per qualche tempo restò desolata l'infelice Verona con orrore di ognuno.
Passò dipoi colle sue genti, e con alquante schiere di villani vicentini, Ugolotto Biancardo alla volta di Padova con voglia e speranza di fare un simile brutto giuoco a quella città, ed anche entrò nel castello, e si provò dipoi a dar battaglia a quei della città. Ma così ben ordinati trincieramenti avea fatto il Carrarese, e tal fu la difesa de' suoi, che il Biancardo, lasciato ben fornito quel castello, se ne ritornò indietro a Vicenza. Disponevasi intanto il conte di Virtù per ispedire gran gente contro di Padova, quando i Bolognesi e Fiorentini interruppero i suoi disegni, coll'inviare le loro armi addosso al distretto di Parma. S'aggiunse che, sollecitato Stefano duca di Baviera da Francesco Novello per li soccorsi promessi, mandò innanzi secento cavalli, che nel dì 27 di giugno pervennero a Padova. Vi arrivò egli stesso dipoi in persona nel dì primo di luglio. Andrea Gataro scrive con sei mila cavalli ben in ordine; altri dicono con mille lance, cadauna di quelle, a mio credere, di tre o quattro cavalli. Con questo gagliardo rinforzo cessò il timore nel petto ai Padovani, e riuscì loro di costringere alla resa il castello di Padova, nel dì 25 ossia 27 d'agosto[2040]; giacchè Ugolotto Biancardo, che ne' giorni addietro s'era mosso per tornare a rinforzarlo, rimase sconfitto dal conte da Carrara, fratello bastardo del medesimo Francesco Novello. Dopo tale acquisto non istette esso Carrarese in ozio; perocchè nel dì 19 di settembre, mosso l'esercito suo contro Alberto d'Este marchese di Ferrara, occupò nel Polesine la Badia e Lendenara, e passò all'assedio di Rovigo. Erano queste apparenze di nimistà fatte, per quanto si può credere, con intelligenza dell'Estense, affinchè egli si ritirasse con ragionevol motivo dalla lega contratta col signor di Milano. In fatti, essendosi interposto il duca di Baviera, con venir egli in persona a Ferrara nel dì 3 d'ottobre, seguì pace fra loro. Il Gataro iuniore[2041] scrive trattato questo accordo dalla signoria di Venezia, colla spedizion de' suoi ambasciatori a Padova. Certo è che il marchese abbandonò il conte di Virtù, amicossi col Carrarese, e colle comunità di Firenze e Bologna, ma colla neutralità verso il conte suddetto. Fin qui Antoniotto Adorno doge di Genova con sua lode e con vantaggio del pubblico avea retta quella repubblica[2042]. Nulladimeno, conoscendo egli cresciuta di molto l'invidia contra di lui, nel giorno 3 d'agosto imbarcatosi all'improvviso, si ritirò dalla sconoscente e sempre fluttuante città; perlochè fu in armi il popolo, ed elesse per successore di lui Jacopo da Campofregoso, figliuolo di Domenico, già doge della medesima città. In quest'anno ancora fu guerra in Toscana[2043]. I Sanesi col grosso corpo di gente, loro inviato dal conte di Virtù, sotto il comando di Giovanni di Azzo degli Ubaldini, e coll'aiuto de' Perugini lor collegati, diedero molto da fare ai Fiorentini, e presero alcune castella. Ma si raffreddò fra poco il loro ardire per la morte del medesimo Azzo, valoroso condottier d'armi, ed antico nemico de' Fiorentini[2044], procurata, per quanto fu comunemente creduto, in Siena dai Fiorentini medesimi. Il Cataro, che il fa vivo nell'anno seguente, e intervenuto alle battaglie, a mio credere, s'ingannò. Anzi, per non potere il Visconte accudire alle cose di Toscana, a cagion delle mutazioni occorse in Lombardia, soffrirono i Sanesi non pochi danni per le scorrerie fatte dai provisionanti di Firenze nel loro territorio.
NOTE:
[2030] Raynald., Annal. Eccles. Theodor. de Niem, Histor.
[2031] Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2032] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2033] Gobelinus, in Cosmodr.
[2034] Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 5 Rer. Ital. Annal. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.
[2035] Ammirato, Istor. di Firenze, lib. 15.
[2036] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2037] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2038] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Italic.
[2039] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2040] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2041] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXCI. Indizione XIV.
BONIFAZIO IX papa 3. VENCESLAO re de' Romani 14.
Poca materia degna d'osservazione ci viene in quest'anno somministrata dal regno di Napoli, dove la guerra lentamente procedeva fra i due emuli re Ladislao e Lodovico[2045]. All'ultimo venne fatto di costrignere alla resa il Castello Nuovo di Napoli, che per la fame non potè più lungamente resistere. Ma nel dì 2 di giugno se gli ribellò Pozzuolo, e tornò alla divozione del re Ladislao, che vien corrottamente, secondo l'uso del volgo di allora, appellato Lancislao nella storia di Napoli. Molti de' baroni napoletani barcheggiavano in questi tempi, aspettando dove più inclinasse la fortuna. Il più potente fra essi era Raimondo soprannominato del Balzo, ma di casa Orsina, di cui si è parlato di sopra. Secondo il Rinaldi[2046], si studiò papa Bonifazio IX nell'anno presente di tirarlo nel partito del re Ladislao, con dichiararlo gonfaloniere della santa romana Chiesa. Altri, siccome vedremo, riferiscono questo fatto all'anno 1399. Inoltre esso papa[2047] ricuperò la città di Spoleti dalle mani de' figliuoli di Rinaldo Orsino. Nel dì primo di novembre Amedeo VII conte di Savoia in età giovanile diede fine alla sua vita. Se vogliam credere al Guichenon[2048], cadutogli sotto il cavallo, mentre era alla caccia, di quella caduta morì. Merita però più fede l'autore contemporaneo della vita di Clemente VII antipapa, da cui sappiamo[2049] ch'egli mancò all'improvviso, e per veleno datogli, come fu creduto. Ebbe per successore Amedeo VIII non giunto per anche all'età di sette anni. Terminò ancora i suoi giorni il conte di Genevra, e senza prole. Per questo l'antipapa suo fratello prese il possesso e dominio di quella città, e tennelo fino alla morte. Erasi, come dicemmo, ritirato da Genova Antoniotto Adorno, e in suo luogo era stato eletto doge Jacopo da Campofregoso[2050]. Nel dì 5 d'aprile rientrò l'Adorno in Genova, scortato da un corpo d'uomini d'armi de' marchesi del Carretto. Voltò subito mantello quel non mai quieto popolo, e, fatto smontare il Campofregoso, di nuovo acclamò doge l'Adorno, sotto il cui governo da lì a non molto la città di Savona si ribellò ai Genovesi. Nell'agosto di quest'anno insorse fiera guerra fra i Malatesti ed Antonio conte d'Urbino[2051]. Pace fra loro fu poi conchiusa nel febbraio dell'anno seguente. Giacchè Alberto marchese di Ferrara godeva della pace, dopo avere abbracciata la neutralità in mezzo ai torbidi correnti allora[2052], si mosse da Ferrara nel dì 8 di febbraio con superbo accompagnamento di nobili e cortigiani, tutti, al pari di lui, vestiti da pellegrini, e se n'andò a Roma a visitar papa Bonifazio IX, da cui, oltre all'assoluzione de' suoi peccati, conseguì molte grazie per la sua città di Ferrara, che tuttavia ne gode. Grande onore a lui fecero i Fiorentini, i Bolognesi e gli altri signori, per gli Stati de' quali passò.
Più che mai fecero in quest'anno i Fiorentini conoscere la loro risoluzione contra di Gian-Galeazzo signor di Milano. Non credevano salva la lor libertà, se non abbassavano sì gran potenza, e per abbassarla non perdonarono a spese[2053]. Erano essi malcontenti di Stefano duca di Baviera, pretendendo che venuto al soldo loro e de' Bolognesi in aiuto di Francesco Novello da Carrara, mai non avesse voluto guastar le sue belle truppe con esporle a qualche cimento contro gli Stati del Visconte. Il perchè, nata discordia, egli se ne ritornò colle sue genti in Baviera. Aveano essi, non tanto per difesa del Carrarese, quanto per allontanar dal loro paese la guerra, e tenerla in Lombardia, spedito a Padova il prode lor capitano inglese Giovanni Aucud con grosso corpo di genti d'armi. Poco fu questo. Aveano anche, a forza di danari e di promesse, mosso in Francia Giovanni conte d'Armagnacco a venire in Italia colla sua gran compagnia d'armati, per battere da più parti gli Stati del conte di Virtù. La prima impresa de' collegati fu di passare nello stesso gennaio sul territorio di Vicenza[2054], e molto più su quel di Verona, dove si lasciò la briglia ai saccheggi. Entrò questo esercito, venuto il febbraio, sul Mantovano, affine di obbligare Francesco Gonzaga, signore di quella città, a rinunziare alla lega col Visconte[2055]. Vi era intelligenza con lui, giacchè neppur egli si vedea sicuro da lì innanzi da chi era dietro ad ingoiar tutto. In fatti si staccò da quella lega, mostrando voglia per ora di starsene neutrale. Da lì a qualche tempo lo stesso Gonzaga, fatta processare come adultera Agnese, figliuola del già Bernabò Visconte, la privò di vita, dando con ciò motivo di molte ciarle ai curiosi politici. Fu infin creduto che il Gonzaga, per artificiosa trama del conte di Virtù, togliesse dal mondo la moglie. Il concerto intanto era che il conte di Armagnacco calasse in Italia di maggio colle sue genti, e dalla parte d'Alessandria assalisse gli Stati del conte di Virtù. Nello stesso tempo si dovea muovere Giovanni Aucud coll'armata de' collegati dal Padovano, e inoltrarsi sul Milanese, per isperanza d'unirsi coll'Armagnacco, e portar poi la guerra sino alle porte di Milano. Brutte erano senza dubbio le apparenze pel Visconte. A questo fine cavalcò Giovanni Aucud nel dì 10 di maggio colle forze de' collegati, ed entrò nel Bresciano, dando il sacco a quel paese e al Bergamasco. Penetrò ancora un buon corpo d'armati da Bologna sul Reggiano e Parmigiano[2056], per tenere maggiormente distratte le armi nemiche. Ma nuova alcuna non s'udì nel mese suddetto, e neppur nel giugno seguente, dell'arrivo del conte d'Armagnacco; di modo che trovandosi intanto l'Aucud mancante di viveri, e insieme di qua e di là ristretto dalle guarnigioni ben disposte da Ugolotto Biancardo, oppure da Jacopo del Verme, capitani del Visconte, nel mese di luglio levò il campo. Inseguito da' nemici, diede loro una rotta, e poi con ordine maraviglioso per mezzo al paese nemico si ridusse di nuovo sui confini del Padovano, carico d'onore e di bottino. Sulla fede di Andrea Gatari[2057] ho io scritta questa ritirata.
Ma eccoti avviso che l'Armagnacco è in Italia, e che viene furioso addosso al conte di Virtù. Tornò in campagna colle sue genti l'Aucud, e s'innoltrò fino sul Cremonese, per darsi mano co' Franzesi, se questi più si appressavano. Era il conte di Armagnacco in gran credito nel mestier della guerra; era parente della real casa di Francia, e seco conducea[2058], chi dice quindici mila, chi dieci mila cavalli, e chi meno, con alcune migliaia di fanti. Venne egli baldanzoso, niun conto facendo de' Lombardi, anzi parlandone dappertutto con vilipendio. Fu il suo primo sforzo contro del Castellazzo, dove Jacopo del Verme generale di Gian-Galeazzo avea messo buon presidio. Usciti un giorno i difensori, diedero ad esso conte delle busse: il che fu cagione che egli s'ostinasse maggiormente a voler per forza quel castello. Come seguisse il resto delle sue imprese, v'ha discordia fra gli scrittori. A me sembra più da attendersi il racconto del Corio[2059]. Venne un dì pensiero all'Armagnacco di riconoscere in persona la città di Alessandria, e con cinquecento de' suoi nobili e migliori cavalieri andò sino alle porte di quella città: e, smontato co' suoi, che andavano gridando: Fuori, o vilissimi Lombardi, stava aspettando, se uscivano. Irritato da tali ingiurie Jacopo dal Verme, colà inviato dal Visconte, spinse fuori cinquecento de' suoi più scelti combattenti, che attaccarono una cruda battaglia. Sostennero i Franzesi gran tempo, ma in fine sconfitti presero la fuga; indarno nondimeno, perchè quasi tutti rimasero prigioni. Lo stesso conte venne in poter dei nemici vincitori, e, condotto in Alessandria, tardò poco a dar fine alla sua baldanza e a' suoi giorni, o per ferite, o per troppo essersi riscaldato ed avere bevuto[2060], oppure, come alcuni sospettarono, per veleno. Per questa perdita spaventato il resto delle sue genti, si levò in fretta dall'assedio del Castellazzo; ma inseguiti alla coda dal valoroso Jacopo del Verme, e fra Nizza dalla Paglia ed Ancisa messi in rotta, buona parte d'essi fu uccisa o presa. Gran bottino fu fatto; e, presi gli ambasciatori fiorentini, si riscattarono a caro prezzo, non meno che gli altri nobili. Scrivono altri[2061] che seguì un general fatto d'armi tra i Lombardi e i Franzesi colla sconfitta degli ultimi. Comunque sia, indubitata cosa è che nel dì 25 di luglio una piena e mirabil vittoria ne riportò l'esercito del conte di Virtù, il quale perciò fece dappertutto fare gran festa.
Ora veggendosi egli liberato da questo turbine, v'ha chi scrive, aver egli tosto pensato a rispignere Giovanni Aucud, che s'era accampato sul Cremonese, con ispedirgli contro tutta la sua armata. Una delle imprese più rinomate di esso Aucud fu la ritirata ch'egli fece in questa congiuntura con tale prudenza e stratagemmi, che meritò di essere uguagliato ai più gloriosi capitani romani; di modo che, ad onta dei nemici incomparabilmente superiori di numero, e non ostante l'impedimento dei fiumi, diede loro delle percosse, e sano e salvo finalmente si ritirò colle sue milizie a Castelbaldo sui confini del Padovano. Ma ho io accennato due diverse imprese, cioè due ritirate fatte in quest'anno dall'Aucud; pure, ritrovandosi chi ne mette una sola (e forse con più verisimiglianza), desidero io che sia il suo luogo alla verità. Essere può molto bene che l'Aucud, prima che comparisse in Italia l'Armagnacco, sloggiasse dal Cremonese, nè più ritornasse in quelle parti. Così ha specialmente la Cronica Estense[2062], che suol essere più fedele delle altre, perchè scritta da autori contemporanei. Ora il conte di Virtù, volendo vendicarsi de' Fiorentini, che coi lor maneggi e danari aveano messo a repentaglio il suo dominio[2063], spedì alla volta di Sarzana Jacopo del Verme, con ordine di assalire il distretto di Firenze, giunto che fosse sul Pisano, comandando nello stesso tempo alle altre sue genti alloggiate in Siena d'uscir anche elle coi Sanesi dall'altra parte a' danni de' Fiorentini. Preveduto questo colpo, fu richiamato frettolosamente da Padova in Toscana Giovanni Aucud colle sue soldatesche, e si provvidero i Fiorentini d'altre genti d'armi. Unitosi il Verme nel mese di settembre co' Sanesi, penetrò nel cuore del territorio fiorentino: ma gli fu sempre a fronte e a' fianchi l'accortissimo Aucud. Seguirono varii scontri fra loro, ora favorevoli ed ora sinistri, colla morte e prigionia di molti; ma niun riguardevole fatto d'armi accadde. Non si dee però tacere che la Cronica di Piacenza[2064] racconta che nel dì 16 di dicembre, conducendo i Fiorentini da Pisa un gran convoglio di mercatanzie e vettovaglie, questo cadde in mano delle genti del Visconte, restando prese circa due mila some, e da secento cavalieri, che servivano di scorta ad esso convoglio. Nel mese di settembre, credendo il Visconte di trovare indebolito Francesco da Carrara per la partenza del suddetto Giovanni Aucud[2065], inviò Ugolotto Biancardo con un altro esercito per infestare il Padovano. Piantò esso Ugolotto due bastie intorno a Castelbaldo. Ma il conte da Carrara, sopravvenuto col popolo di Padova, il fece, suo malgrado, ritirare, con dargli anche una pizzicata, e distrusse dipoi le inalzate bastie. Per testimonianza di Sozomeno[2066], in quest'anno i Sanesi, che già erano sotto il patrocinio di Gian-Galeazzo Visconte, per maggiormente impegnarlo a sostenerli contro la potenza dei Fiorentini, lo elessero per loro signore; e cassati gli anziani ed altri magistrati, riceverono per loro governatore Andrea Cavalcabò a nome d'esso Visconte. Entrò in quest'anno Giovanni Sciarra col braccio della sua fazione in Viterbo, e, fatta strage di ducento di que' cittadini, e, cacciata fuor di città la parte contraria, violentemente s'impadronì di quella città.
NOTE:
[2042] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2043] Ammirato, Istoria di Firenze, lib. 15.
[2044] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2045] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2046] Raynald., Annal. Eccles.
[2047] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[2048] Guichenon, Histoir. de la Maison de Savoye.
[2049] Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2050] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2051] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[2052] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2053] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.
[2054] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2055] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. eod. Chron. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
[2056] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2057] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2058] Idem, ibid., Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Annales Mediolanenses, tom. eod.
[2059] Corio, Istor. di Milano.
[2060] Poggius, Hist., lib. 3.
[2061] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2062] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2063] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.
[2064] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2065] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2066] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXCII. Indiz. XV.
BONIFAZIO IX papa 4. VENCESLAO re de' Romani 15.
Dispiaceva forte papa Bonifazio l'arrabbiata guerra che si facea tra il conte di Virtù e i Fiorentini collegati col Carrarese[2067]. Affine di smorzar questo fuoco, avea spedito Ricciardo Caracciolo, gran maestro dell'ordine di Rodi, a Firenze e Pavia per indurre le parti alla pace. E perciocchè anche Antoniotto Adorno doge di Genova con zelo avea fatte le medesime proposizioni, furono mandati a Genova gli ambasciatori delle potenze interessate; e, dopo grandi dibattimenti nel gennaio di quest'anno, si conchiuse una tregua di trent'anni fra loro[2068]. Rinunziò Gian-Galeazzo alle sue pretensioni sopra Padova, con che Francesco Novello pagasse cinquecento mila fiorini d'oro al Visconte in cinquanta anni, dieci mila per anno. Andrea Gataro scrive[2069], essere stati promessi solamente sette mila fiorini l'anno per anni trenta. Promesse sì lunghe sperava bene il Carrarese che non avrebbono effetto col tempo. Di Francesco il vecchio suo padre, che era prigione in Como (altri scrivono in Monza) nulla si parlò, figurandosi il figliuolo di poterne poi ottenere la liberazione dalla magnanimità di Gian-Galeazzo, se pure egli si curò molto di riaverlo vivo. Gli altri capitoli della tregua, che fu pubblicata nel dì due di febbraio, si leggono presso il Corio, e son anche riferiti negli Annali del Bonincontro[2070]. Disputandosi in quell'accordo, chi ne sarebbe garante, Guido Tomasi, ambasciator fiorentino, la finì con dire[2071]: La spada sarà mallevadrice per tutti. Ma poco fidandosi i potenti d'Italia del Visconte, principe che colle forze grandi univa poca fede per la cocente voglia di dilatar le fimbrie, vollero assicurarsi in avvenire contra i di lui tentativi. Francesco Gonzaga signore di Mantova quegli fu che più degli altri si mosse. Andò a Roma, Firenze, Pisa, Bologna e Ferrara, e fermò una segreta lega di tutte queste potenze, la qual conchiusa in Bologna nel dì 11 d'aprile, accresciuta nel progresso, finalmente nel dì 8 di settembre fu gridata in Mantova, e si scoprì che v'erano entrati anche Francesco Novello da Carrara, ed Astorre ossia Eustorgio de' Manfredi signore d'Imola. N'ebbe gran rabbia Gian-Galeazzo Visconte, il quale in questi tempi attese a fabbricare il fortissimo castello, che tuttavia sussiste nella città di Milano, ed ebbe nel dì 23 d'esso mese la consolazione di veder nato da Caterina sua moglie un secondogenito, a cui fu posto il nome di Filippo Maria[2072]. Nè si vuol tacere che di molte insidie furono tese al suddetto Gonzaga nel suo ritorno da Roma; il perchè fu necessitato a venir per mare in Toscana, e di là a Firenze e Bologna. Gli facea la caccia il conte di Virtù.
Cominciò in quest'anno il giovinetto re Ladislao a tentar sua fortuna contra dell'emulo suo re Lodovico[2073]. Nel dì 10 d'aprile spedì le sue genti allo sterminio della potente casa de' Sanseverini, che teneva gran signoria in Calabria. Andarono ben fallati i suoi conti; imperciocchè, sentendo questa mossa i Sanseverini, cavalcarono un dì e una notte con fare settanta miglia (se tanto si può fare), e sull'alba assalirono il campo nemico, che a tutt'altro pensava, con isbarattarlo, far molti prigioni e guadagnar buon bottino. Si contarono fra i prigioni Ottone duca di Brunsvich principe di Taranto, ed Alberico conte di Barbiano. Costò al primo il riscatto non più di duemila fiorini d'oro; non più di tre mila all'altro, ma colla promessa di non militare per dieci anni contra di loro. Assai danaro si ricavò dalle altre persone di taglia, se vollero conseguire la libertà. Lorenzo Bonincontro[2074] riferisce più tardi questo sinistro avvenimento, per cui il conte Alberico venne poi a militare in Lombardia. Andò il re Ladislao a Roma nel dì 30 di maggio, dove immensi onori gli furono fatti. E perciocchè la regina Costanza già era venuta in isprezzo ad esso re, ed era successivamente mancato di vita Manfredi di Chiaramonte Siciliano suo padre, Ladislao propose in Roma l'annientamento del suo matrimonio (secondo alcuni, non peranche consumato) con essa regina, allegando di avervi consentito senza la necessaria età, e come per forza, e ne riportò sentenza favorevole: perlochè la sfortunata principessa, deposti i titoli regali, e trattata qual privata femminuccia, fu poi collocata in matrimonio ad altri, siccome diremo. Tornato a Gaeta Ladislao, uscì finalmente per la prima volta in campagna coll'esercito de' suoi baroni, a' quali la regina Margherita teneramente colle lagrime sugli occhi il raccomandò. S'impadronì dell'Aquila, e fece prigione il conte di Monopoli. Fu attossicato in Capoa, e durò fatica a salvare la vita. Costrinse ad abbracciare il suo partito Tommaso Marzano duca di Sessa, ammiraglio del regno, e Stefano Sanseverino conte di Matera. Mise anche in rotta i nemici a Monte Corvino, luogo che in quella congiuntura andò a sacco.
Nell'anno presente[2075] Maria regina di Sicilia, condotta in addietro per forza in Aragona dalla fazione aragonese, e maritata a don Martino della real casa d'Aragona, venne col marito in Sicilia, correndo il mese di febbraio. Dopo avere oppressa, anzi spiantata la fazione contraria de' Chiaramontesi, Palermo, Catania ed altre città, vennero alla loro ubbidienza: al che si può credere che influisse non poco l'aver essi abbracciato il partito del vero pontefice Bonifazio IX. Ma essendo i medesimi da lì a qualche tempo tornati a riconoscere l'antipapa Clemente, si risvegliò una fiera ribellione in quell'isola, di modo che, a riserva di Messina, Siracusa e la rocca di Catania, tutto il rimanente si sottrasse al loro dominio. Non mancavano in tanto a papa Bonifazio turbolenze ne' suoi Stati, e cresceva l'impegno di sostener la guerra contra del nemico re Lodovico d'Angiò in favor dell'amico re Ladislao. Grande era il bisogno di danaro, ed egli per questo continuò ad impegnare i beni delle chiese di Roma, e ad erigere la metà delle annate per la collazion de' benefizii; del che furono universali le doglianze del clero, nè minori si sentirono per le decime imposte dall'antipapa al clero di Francia, e pur convenne pagarle. Grave discordia e guerra civile avea in addietro lacerata la città di Perugia per le fazioni de' Beccarini e Raspanti. S'invogliò quel popolo di chiamar colà papa Bonifazio, il quale, già disgustato delle insolenze a lui fatte dai Banderesi romani, non ebbe discaro di accettar quella città per sua residenza[2076], con esigere innanzi che in mano sua fossero rimesse le porte e le fortezze. Si portò egli colà nel dì 17 d'ottobre, e si studiò di rimettere la pace fra i cittadini, pace nondimeno che, secondo l'abuso di quei tempi, non fu di lunga durata.
Dominava in Pisa da gran tempo Pietro Gambacorta, governando, secondo varie Croniche, umanamente e saviamente quel popolo. Racconta all'incontro ne' suoi Annali il Tronci[2077], esser egli venuto in odio a tutti i cittadini di Pisa, non già per le azioni sue, ma per la prepotenza e per le insolenze de' suoi figliuoli, e d'altri della famiglia medesima. Somma confidenza aveva egli data a ser Jacopo d'Appiano, ossia da Pisano, uomo, benchè vile di nascita, benchè malvagio in eccesso, pure suo segretario favorito, di modo che per mano di costui passavano tutti gli affari più importanti di quell'illustre città. La bandita fazion de' Raspanti manteneva segrete corrispondenze con questo mal arnese; anzi lo stesso Gian-Galeazzo Visconte per fini suoi politici nascostamente fomentava stretta amicizia con lui; nè il Gambacorta seppe mai prestar fede ai Fiorentini e ad altri che gliel mettevano in sospetto. Per effettuare i suoi scellerati disegni l'Appiano, vecchio allora di settant'anni, occultamente introdusse in Pisa molte centinaia d'uomini suoi parziali, chiamati specialmente da Lucca e dalla Garfagnana[2078]. Venuto il dì 21 di ottobre, uccise Jacopo Rosso de' Lanfranchi, uno de' primarii cittadini: fatto, per cui tutta la città fu in armi. Ancorchè non apparisse disposizione alcuna dell'ingratissimo Appiano contra del suo signore, pure Pier Gambacorta si afforzò con Lorenzo e Benedetto suoi figliuoli, e co' suoi provisionati. Ma non cessando di fidarsi dell'Appiano, restò miseramente ucciso egli, feriti e presi i suoi figliuoli, anch'eglino furono tolti dal mondo. Dopo di che il traditore Appiano ebbe seguito e forza per farsi proclamare signor di Pisa: colpo che sommamente increbbe ai Fiorentini, i quali, perduto un buon amico, ebbero da lì innanzi un dichiarato nemico in costui, siccome creatura di Gian-Galeazzo Visconte, che all'aperta si diede poscia a conoscere gran protettore di lui. I fuorusciti allora rientrarono tutti in Pisa; ne uscirono i parziali de' Gambacorti, e non pochi altri de' migliori cittadini, e fra gli altri lo stesso arcivescovo Lotto Gambacorta. Di gravi molestie soffrì ancora in quest'anno la Toscana dalla compagnia di masnadieri raunata da Azzo da Castello e da Biordo de' Michelotti[2079]. Per liberarsene furono obbligati i Fiorentini a sborsare quaranta mila fiorini d'oro, sette mila i Sanesi, dodici mila i Pisani, otto mila i Lucchesi. Ecco se sapeano dare dei buoni salassi questi assassini. Altra via di cacciar costoro non ebbero i Perugini, che d'invitare alla lor città il papa, siccome abbiam già detto. In Genova gran commozione fu nell'anno presente contro ad Antoniotto Adorno doge di quella istabile repubblica[2080]. Antonio Viale vescovo di Savona nel dì 19 d'aprile fu il primo ad entrar coll'armi nella città; ma preso e cacciato in un'orrida prigione fu costretto per qualche tempo a far penitenza dell'attentato sconvenevole ad un pari suo. Altro sforzo fu fatto nel maggio, ma con poco successo, contra di esso doge. Finalmente nel dì 16 di giugno i Guelfi tutti, prese le armi, fecero battaglia cogli avversarii, costrignendoli alla fuga, di modo che anche l'Adorno segretamente si ritirò fuori della città, e in luogo suo fu creato doge Antonio di Montaldo, parente del medesimo Adorno, benchè in età di soli ventitrè anni.
NOTE:
[2067] Corio, Istoria di Milano.
[2068] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2069] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2070] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2071] Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.
[2072] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2073] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2074] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2075] Raynald., Annales Ecclesiast. Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2076] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2077] Tronci, Annal. Pisani.
[2078] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXCIII. Indizione I.
BONIFAZIO IX papa 5. VENCESLAO re de' Romani 16.
Mentre papa Bonifazio dimorava in Perugia[2081], co' suoi buoni maneggi trasse alla sua divozione il popolo d'Ancona, dianzi attaccato all'antipapa. Per guadagnarsi l'affetto de' Bolognesi[2082], accordò loro quanti privilegii e grazie seppero addimandare, confermando loro, fra le altre cose, il supposto privilegio di Teodosio imperadore. Acconciò ancora i suoi affari con altre città della Marca, lasciando ad esse la libertà, purchè pagassero un annuo censo. Viterbo, occupato da Giovanni Sciarra, gli era tuttavia contrario; ma i Romani, antichi nemici di quella città, ostilmente usciti contro alla medesima, obbligarono colla forza l'usurpatore a ricorrere alla clemenza del pontefice. Camerino, Jesi, Fabriano, Matelica ed altri luoghi occupati da varii signori, anch'essi gli ubbidirono, salva la signoria di que' potenti, che promisero censo anche essi. Ma nel mese d'agosto ebbe fine la quiete di Perugia, e la residenza del pontefice in quella città. Ne era esclusa la fazione de' Raspanti, ed, unitasi questa alla compagnia de' masnadieri di Biordo de' Michelotti, Perugino di patria, si portò sotto Perugia. Trattossi d'accordo, e, il papa, credendo alle promesse di que' fuorusciti, permise loro l'ingresso nella patria. Male per la fazion contraria de' Beccarini, contra dei quali non tardarono ad incrudelire col ferro i nuovi entrati; e non potendo il pontefice frenar così fatto furore, si ritirò ad Assisi. Entrò poscia Biordo in quella città, rimasta desolata, e tirannicamente ne prese il dominio. La partenza del papa da Perugia fu cagione che i Romani s'invogliarono di farlo ritornare a Roma. Spedirongli a questo fine ambasciatori; e giacchè non ebbero difficoltà a prendere quelle leggi che loro prescrisse il papa, il videro comparire a Roma, prima che terminasse l'anno presente. Ma non terminarono in quest'anno le violenze di Biordo[2083]. Avea papa Bonifazio, secondo l'uso del nepotismo d'allora, creato marchese della Marca Andrea suo fratello di casa Tomacelli. Biordo l'assediò in Macerata; per interposizione de' Fiorentini si salvò Andrea[2084], con avergli i Maceratesi pagata la somma di mille fiorini d'oro. Diversamente scrive Bonincontro, con dire che Biordo l'ebbe prigione, e ciò viene confermato da Teodorico di Niem[2085]. Fu poi riscattato con danari dal papa, e Biordo s'impadronì di varie città e castella della Marca. Anche i Malatesti, cioè Carlo e Pandolfo, nel mese d'agosto coll'oste loro andarono fin sotto Forlì saccheggiando il paese. Poco vi mancò che non facessero prigioni Francesco e Pino degli Ordelaffi, i quali poi colla valevole applicazion del danaro liberarono per ora dalle forze de' nemici il loro paese.
Guerra non fu in quest'anno in Lombardia, ma si videro bene i preludii di quella che nacque nel seguente[2086]. Penava Gian-Galeazzo Visconte a tenere in freno il rancore conceputo contra di Francesco Gonzaga signore di Mantova, perchè egli s'era staccato da lui, e molto più perchè avea manipolata una sì forte lega a' suoi danni, ed ultimamente ancora, unito ad Alberto marchese d'Este, era stato a Venezia a trattar con quella signoria. Intendeva ben egli a che fine esso Gonzaga, aiutato dai collegati, avesse piantato un ponte sul Po a Borgoforte, e ben afforzatolo ai due lati. Pertanto gli venne in pensiero di far anch'egli un brutto scherzo al Gonzaga con divertire dal loro letto le acque del Mincio. Fece a questo oggetto tagliare un monte presso a Valezzo; fece far di grandi chiuse ed altri lavorieri con incredibili fatiche e spese. Se riusciva il disegno, addio Mantova. Restava essa priva del lago, cioè della sua fortificazione, e vicina ad essere spopolata per l'aria fetente delle paludi. Ma più possanza ebbe l'escrescenza del fiume, che le invenzioni degli architetti, e andò a male tutto quel dispendioso lavoro: disgrazia, a cui soccombe facilmente chi vuol far da maestro alla forza de' fiumi. Se ne erano ingelositi forte i collegati, e tennero per questo i loro ambasciatori un parlamento in Ferrara; e veduto poi che il fiume da sè stesso avea provveduto al bisogno, altro non fecero per allora. Venne a morte nel dì 30 di luglio[2087] Alberto marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Rovigo e Comacchio, principe di sempre cara ricordanza; e a lui d'unanime consenso dei popoli succedette nel dominio Niccolò marchese d'Este suo figliuolo, già investito degli Stati dal papa e dall'imperadore[2088]. Era egli in età di nove anni e mesi, e però gli furono assegnati dal padre alcuni nobili per tutori, sotto la protezione dell'inclita repubblica di Venezia, la quale, unitamente co' Bolognesi, Fiorentini e Mantovani, inviò rinforzi di milizie a Ferrara e Modena[2089], per sicurezza del giovinetto principe, e per isventar le trame che potesse tentare il conte di Virtù. Fu ancora in questo anno un terribile sconvolgimento nella discorde città di Genova[2090] per li tentativi fatti più volte da Antoniotto Adorno affin di ricuperare la perduta dignità di doge. Troppo lontano mi condurrebbe l'argomento, se narrar volessi quegli avvenimenti, diffusamente descritti da Giorgio Stella. A me perciò basterà di accennare che il doge Antonio di Montaldo, cedendo alla forza, si ritirò. Pietro da Campofregoso fu assunto a quella dignità da alcuni; ma cadde anch'egli. Venne proclamato da altri Clemente di Promontorio; neppur egli durò. Con più bella apparenza fu esaltato Francesco Giustiniano del fu Garibaldo. Vi furono battaglie, e con tutti i suoi sforzi Antoniotto Adorno nulla potè ottenere. Finalmente, prevalendo la fazione d'Antonio di Montaldo, questi riacquistò nel dì primo di settembre il trono ducale, e tornò alla sua quiete la scompigliata città, con restar nulladimeno in moto i mali umori delle detestabili fazioni. Guerra fu in quest'anno[2091] fra Carlo e Pandolfo de' Malatesti signori di Rimini, Pesaro e d'altri luoghi dall'un canto, e Cecco e Pino degli Ordelaffi signori di Forlì. Si venne a battaglia fra loro nel dì 8 di agosto presso alla villa di Bosecchio, e ne andarono sconfitti gli ultimi, con lasciar molti prigionieri in mano de' nemici. Fin qui era stato ritenuto prigioniere nel castello di Monza[2092] Francesco il vecchio da Carrara, trattato nondimeno con umanità da Gian-Galeazzo Visconte, quando s'avvicinarono i giorni suoi al fine. Mancò egli di vita nel dì 6 d'ottobre dell'anno presente; e il Visconte, uomo di massime grandi, fattolo imbalsamare, con esequie magnifiche gli celebrò il funerale. Ottenne dipoi Francesco Novello il cadavero del padre, e, fattolo condurre a Padova, quivi con solennissima pompa gli diede sepoltura nel dì 20, oppure 21 di novembre. L'orazione funebre fatta in tale occasione da Pietro Paolo Vergerio, insigne oratore di questi tempi, colla descrizione del funerale, fu da me data alla luce[2093].
NOTE:
[2079] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 16.
[2080] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2081] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2082] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2083] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2084] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2085] Theodoricus de Niem, Hist.
[2086] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.
[2087] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2088] Delayto, Annal., tom. eod.
[2089] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2090] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCXCIV. Indizione II.
BONIFAZIO IX papa 6. VENCESLAO re de' Romani 17.
Terminò in quest'anno i suoi giorni l'ambizioso antipapa CLEMENTE VII, dimorante allora in Avignone, lodato da quei della sua fazione, detestato e abborrito dagli altri[2094]. Succedette la morte sua nel dì 16 di settembre, mentre l'Università della Sorbona e Carlo VI re di Francia si maneggiavano forte per trovar ripiego colla forza allo scandaloso scisma che, tuttavia durando, producea innumerabili sconcerti nella Chiesa di Dio, essendo specialmente divenuta troppo familiare la simonia. Forse questo maneggio accelerò la morte di lui. Ma nulla si guadagnò coll'esser egli mancato di vita; perciocchè i cardinali del seguito suo raunati, senza voler ascoltare ragioni, gli diedero per successore da lì a dodici giorni il cardinal Pietro di Luna, che prese il nome Benedetto XIII, uomo d'ingegno destro, molto eloquente e negoziator finissimo. Abbiamo da Teodorico di Niem[2095] che quest'uomo furbo, finchè fu cardinale, dappertutto parlando ai principi e predicando ai popoli, detestò sempre lo scisma, e fu inteso più volte dire, che s'egli arrivasse mai al papato, avrebbe ridotta la Chiesa alla sua prima unione. Fu questo uno de' motivi per cui i cardinali di Avignone concorsero ad eleggerlo. Mostrò egli anche dipoi la sua premura di metter fine a quella tragedia, in iscrivendo le lettere circolari della sua elezione ai principi: parole speziose per farsi credito, perchè i fatti gridarono dipoi sonoramente in contrario. Intanto papa Bonifazio IX non tralasciava diligenze per tirar nel suo partito gli aderenti in addietro all'antipapa Clemente, senza punto mostrar disposizione ai ripieghi che si proponevano per levare lo scisma. Nè già mancavano torbidi allo Stato ecclesiastico[2096]. Biordo Perugino proditoriamente s'impadronì d'Assisi nel dì 22 di maggio. Pandolfo Malatesta occupò Todi, poi Narni; diede il guasto ai territorii di Spoleti e di Terni, e introdusse in Orta i Bretoni ed altri soldati dell'antipapa. Fu perciò fulminata contra di lui la scomunica; ma questi fulmini in que' cattivi tempi poca paura faceano ai potenti di larga coscienza. Anzi abbiamo dalla Cronica di Forlì[2097] che Carlo e Pandolfo Malatesti comperarono nel dì 13 di luglio Bertinoro da papa Bonifazio per ventidue mila fiorini di oro: il che si dee credere fatto prima della scomunica. Grande applicazione davano intanto ad esso papa gli affari di Napoli[2098]. Si andava rinforzando il giovinetto re Ladislao per terra e per mare con disegno di tentare qualche impresa contra del nemico re Lodovico d'Angiò. Ma, giunta a Gaeta una fiera pestilenza, si ritirò esso re fuori della città con tutta la corte. Poco vi stette, perchè due galee di Mori fecero in quella marina più di cento schiavi; il che consigliò Ladislao a tornarsene in città. Fu circa questi tempi proposto da' mediatori ch'esso re desse in moglie all'Angioino Giovanna sua sorella, e cadaun d'essi tenesse quel che possedeva. Ladislao escluso da Napoli non vi trovò i suoi conti. Ma per lo sforzo che egli meditava di fare, troppo sfornita trovandosi la di lui borsa, nel dì 27 di ottobre con quattro galee si partì da Gaeta, e andossene a Roma. Per conto degli onori n'ebbe in eccesso, ma non così della pecunia. Tuttavia ricavato dal pontefice e da' cardinali quanto ne potè, nel dì 19 di novembre se nè tornò a Gaeta[2099]. Avvenne che mentre egli dimorava in Roma, gl'insolenti Banderesi romani, cioè i capurioni delle milizie urbane, si levarono a rumore contra del papa, talmente ch'egli corse anche pericolo della vita. Il re colle sue guardie si oppose, e gli riuscì poi di mettere la concordia fra loro. Scrive Sozomeno storico ciò succeduto nel mese di maggio. Abbiam veduto che, secondo gli Annali Napoletani, Ladislao di ottobre si trasferì a Roma.
Perderono i Fiorentini quest'anno, a dì 17 di marzo, oppure, come ha Matteo Griffoni[2100], nel mese d'agosto, il prode lor capitano, stato dianzi gran masnadiere d'Italia, cioè Giovanni Aucud, al quale fu data con sommo onore sepoltura in Santa Maria del Fiore, dove tuttavia si mira la di lui memoria. A forza di danari s'accordarono con Biordo Perugino. Costui, dopo avere smunto dai Sanesi venti mila fiorini d'oro, entrò nella Romagna, e diede il sacco a varie terre. Jacopo di Appiano, tiranno di Pisa, temendo di costui, impetrò da Gian-Galeazzo Visconte quattrocento lancie, ed egli ben volentieri le spedì colà, per meglio assicurarsi di quella città. Turbata fu più che mai, nell'anno presente, la città di Genova dalla discordia e dalle sedizioni de' Guelfi e de' Ghibellini[2101]. Il già doge Antoniotto Adorno con isforzi novi tentò di risalire sul trono, e deporre il doge Antonio di Montaldo. Furono in armi tutte le fazioni. Veggendo il Montaldo di non potere resistere alla possanza degli avversarii, nel dì 24 di maggio, deposte le redini del governo, si ritirò a Savona, indi a Gavi, per far guerra alla città. Niccolò di Zoaglio in luogo suo fu eletto doge; ma per poco tempo, perchè gli succedette colla forza Antonio di Guarco, proclamato doge da buona parte del popolo. Contra di questo nuovo doge essendo entrato in Genova Antoniotto Adorno, trovatosi abbandonato da' suoi, restò prigione; ma fu rilasciato con varii patti. Sino al dì ultimo d'agosto Antonio di Guarco tenne saldo il suo governo: ma, essendo rientrato in Genova l'Adorno, ed accolto con sonoro applauso da numeroso popolo, nella notte precedente al dì 3 di settembre esso Guarco prese la fuga, e si salvò anch'egli a Savona. Prevalendo allora i Ghibellini contra de' Guelfi, attaccarono il fuoco al palazzo dell'arcivescovo, cioè di Jacopo del Fiesco, e ad altre case dei nobili guelfi. Nello stesso dì 3 di settembre da' suoi parziali fu di nuovo eletto doge Antoniotto Adorno, ma con restare in armi i deposti Antonio di Montaldo, e Antonio di Guarco, i quali mossero le armi straniere contro la patria per sostenere la pugna. Infatti nell'anno presente, chiamato da essi il sire di Cossì Franzese, ed assistito da Carlo marchese del Carretto, e dai nobili Doria, entrò armato nella riviera occidentale di Genova, e prese Diano, con far correre voce di sottoporre quella contrada al re di Francia. Ma non avendo tali forze da poter compiere sì vasto disegno, non tardò molto a ritirarsi. Restò la città di Genova e tutto il suo territorio in gran confusione per tali discordie e per tanti pretendenti.
Era, siccome dicemmo, succeduto al padre nella signoria di Ferrara Niccolò II marchese d'Este[2102]. Contra di questo giovinetto principe insorse Azzo marchese Estense figliuolo di quel marchese Francesco che fuoruscito di Ferrara, e divenuto generale delle armi di Galeazzo Visconte, vedemmo far guerra agli Estensi allora dominanti. Ora anch'egli animato dall'età del marchese Niccolò incapace del governo e sotto mano fiancheggiato da Gian-Galeazzo signor di Milano[2103], cominciò più trame contro lo Stato di Ferrara, e trasse varii nobili e vassalli della casa d'Este nel suo partito. Obizzo da Monte-Garullo, castellano nelle montagne del Frignano, fu il primo ad alzar bandiera, con occupar varie castella di quelle contrade. Accorse l'esercito del marchese, ed unito coi Lucchesi nemici del medesimo Monte-Garullo, lo obbligò, dopo varie battaglie ed assedii, a chieder mercè. Venne con salvo condotto a Ferrara, ed ottenne da chi gli prestò fede più di quel che poteva sperare. Sollevossi ancora Francesco signor di Sassuolo, ed aiutato da Azzo signor di Rodea, prese Monte Baranzone ed altri luoghi in quelle parti. Era liberal di promesse il marchese Azzo verso chiunque gli aderiva[2104]; e, facendo loro sperare alcuno degli Stati che si doveano conquistare, od altri premii, sollevò altri vassalli della casa d'Este contro il marchese Niccolò, con giugnere a farsi de' partigiani in Ferrara stessa. Tuttavia, a riserva di alcune terre che si ribellarono, non potè Azzo far progressi, perchè da Venezia, Bologna e Firenze vennero nuovi soccorsi a Ferrara; ed Azzo da Castello, valoroso mastro di guerra, general del marchese Niccolò, non solamente fece svanir tutti i disegni dei nemici, ma anche assediò Castellarano, finchè tra la vicinanza del verno, e le genti che segretamente spediva in aiuto de' ribelli Gian-Galeazzo Visconte, gli convenne ritirarsi. Ribellatasi nel dì 7 di marzo di quest'anno[2105] la città di Catania a don Martino re di Sicilia, per mare e per terra fu da lui assediata, e colla fame forzata a rendersi nel dì 5 d'agosto. Cento mila fiorini d'oro dovettero pagar que' cittadini in pena della loro ribellione. Già pensava Carlo VI re di Francia allo acquisto di Genova[2106]; e, per non aver contrario Gian-Galeazzo Visconte, conchiuse seco una lega in quest'anno; ed allora fu[2107] che il Visconte cominciò ad inquartar coll'arme sue del biscione i gigli della real casa di Francia. Anche il sire di Cossì, a nome di Lodovico divenuto duca d'Orleans e signore di Asti, cioè del marito di Valentina Visconte[2108], nel dì 16 d'ottobre fece lega con Teodoro marchese di Monferrato, ed in questa entrò anche Amedeo di Savoia principe della Morea.
NOTE:
[2091] Chron. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
[2092] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2093] Verger., Orat., tom. 16 Rer. Ital.
[2094] Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2095] Theodoricus de Niem, Hist.
[2096] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[2097] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2098] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2099] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2100] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.
[2101] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2102] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2103] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[2104] Delayto, Annal., ubi sup.
Anno di CRISTO MCCCXCV. Indizione III.
BONIFAZIO IX papa 7. VENCESLAO re de' Romani 18.
Con sommo zelo si adoperò in questo anno[2109] Carlo VI re di Francia coll'Università di Parigi per estinguere il pernicioso scisma della Chiesa di Dio, e spedì ambasciatori all'antipapa Benedetto, con proporgli varie maniere per giugnere alla riunione. Cercò l'astuto ogni sutterfugio per sottrarsi alla cessione, e solamente si appigliò al ripiego di abboccarsi e di trattare con papa Bonifazio, ben riflettendo che mai per tal via non sarebbe seguito accordo alcuno. In questi tempi il pontefice Bonifazio attese a fortificarsi in Roma, con ridurre lo stesso Campidoglio in forma di fortezza: del che mormoravano non poco i Romani. Ma i maggiori suoi pensieri erano rivolti a dar vigore al re Ladislao, per desiderio di veder detronizzato il nemico re Lodovico d'Angiò, signoreggiante in Napoli. Spedì pertanto ad esso Ladislao un gran rinforzo di galee ed assai brigate di combattenti, acciocchè si portasse allo assedio di Napoli[2110]. In premio di tai soccorsi impetrò che il re investisse del ducato di Sora i pontificii nipoti. Ora Ladislao, uniti che ebbe tutti i suoi baroni e le forze sue, nell'aprile di quest'anno si portò all'assedio di Napoli[2111], strignendo quella nobil città per mare e per terra. Entro d'essa il re Lodovico, fornito di copiosa cavalleria niun timore, mostrava. Durò l'assedio sino al dì 15 di maggio, in cui, sopraggiunte quattro galee di Provenza, diedero la caccia alle pontificie, e furono cagione che Ladislao levasse il campo, e si ritirasse ad Aversa e poscia a Gaeta colle mani piene di mosche. Per maneggio de' Sanseverini l'almirante duca di Sessa di casa Marzano si staccò da lui, e si unì col re Lodovico. Nel dì 26 di dicembre Ladislao maritò con Andrea da Capoa Costanza di Chiaramonte, stata sua moglie, e ripudiata. Andando essa a marito, pubblicamente nella piazza di Gaeta piagnendo disse al novello sposo, doversi egli tenere per ben fortunato, dacchè avrebbe da lì innanzi per concubina la moglie del re Ladislao. Gran dispiacere e pietà recarono a tutti queste parole. Ma in tempi sì sconcertati le iniquità maggiori trovavano passaporto.
L'anno fu questo in cui Gian-Galeazzo, deposto il basso e miserabile titolo di conte di Virtù[2112], prese quello di duca di Milano. Si procacciò egli questa onorevol dignità da Venceslao re de' Romani, per quanto fu creduto, collo sborso di cento mila fiorini d'oro. Il privilegio a lui conceduto da esso Venceslao in Praga nel dì primo di maggio dell'anno presente, vien riferito negli Annali Milanesi. Quivi egli è dichiarato duca di Milano a titolo di feudo con tutti gli onori e l'autorità competente a sì sublime grado. Nell'anno seguente, con altro diploma dato in Praga nel dì 13 d'ottobre, lo stesso Venceslao confermò al medesimo Gian-Galeazzo il ducato di Milano, e insieme la_ contea di Pavia_, colle altre città e terre da lui possedute e dipendenti dall'imperio: cioè Brescia, Bergamo, Como, Novara, Vercelli, Alessandria, Tortona, Bobbio, Piacenza, Reggio, Parma, Cremona, Lodi, Crema, Soncino, Borgo San Donnino, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno, Bassano, Sarzana, Carrara, ed altre terre e ville con più ampia autorità. Non v'intervenne l'assenso degli elettori, i quali poscia fecero a Venceslao un reato di tal concessione. Ora nel dì 5 di settembre, o piuttosto, come ha il Delaito[2113], nel dì 8 d'esso mese, festa della Natività della Vergine, si diede, con ammirabil sontuosità in Milano esecuzione alla grazia, avendo Benesio Camsinich, deputato da Venceslao, conferito il manto e le altre insegne ducali al nuovo duca[2114]. Fu onorata questa magnifica funzione, di cui, oltre all'autore degli Annali di Milano, lasciò anche il Corio una copiosa relazione, da molti vescovi, dagli ambasciatori di quasi tutti i potentati d'Italia, e da innumerabil popolo, e festeggiata da suntuosissime giostre, tornei, conviti ed altri pubblici divertimenti; nè da gran tempo avea veduto l'Italia sì maestosi solazzi. Prese dunque il Visconte da lì innanzi il nome di Gian-Galeazzo duca di Milano e conte di Pavia[2115]. Maggiori sforzi fece in quest'anno il marchese Azzo Estense contra del marchese Niccolò signor di Ferrara. Con promettere Comacchio e la riviera di Filo ad Obizzo e Pietro da Polenta, signori di Ravenna e Cervia, li guadagnò al suo partito. Allettò ancora con danari ed altre promesse Cecco degli Ordelaffi signore di Forlì. Ma sopra tutti s'impegnò in favore di lui Giovanni conte di Barbiano, uomo solito a pescare nel torbido. Raunato un esercito di Romagnuoli, nel dì 20 di gennaio s'inviarono questi alla volta di Ferrara. Ma quando men sel pensavano, essendo venute loro incontro le milizie e il naviglio di Ferrara, nel passare che essi faceano il Po di Primaro, furono sconfitti e obbligati a tornarsene indietro. Ora giacchè il marchese Azzo tuttodì andava ordendo nuovi tradimenti contro la persona del picciolo marchese Niccolò, e dei suoi consiglieri e tutori, venne in mente a questi ultimi di valersi de' medesimi mezzi per isbrigarsi una volta da guerra sì dispendiosa, credendo lecito tutto contra di un indebito perturbator dello Stato, già processato e condannato con taglia.
Pertanto, trovandosi il marchese Azzo nelle terre di Giovanni conte di Barbiano[2116] trattarono, con esso conte di farlo uccidere, promettendogli in ricompensa la ricca e nobil terra di Lugo, e quella di Conselice, oltre ad una buona somma di danaro, che si dice ascendesse a trenta mila fiorini d'oro. Seguì l'accordo nel mese di marzo; fu mandato Giovanni da San Giorgio, come persona fidata, da Ferrara, che si accertasse della morte di Azzo. Ma memorabil sempre sarà la truffa che il conte di Barbiano fece in questa occasione[2117]. Dacchè il marchese Azzo fu ben riconosciuto dal deputato ferrarese, si ritirò esso Azzo in una vicina camera, dove immediatamente fece vestir de' suoi abiti e del suo cappuccio un tal Cervo da Modena, familiare del conte, che gli si rassomigliava non poco. Scagliatisi poi addosso a questo misero innocente gli sgherri, a forza di pugnalate il tolsero di vita, avendolo specialmente ferito nel volto. Le grida e gli urli erano uditi dall'incauto messo ferrarese, che, dipoi entrato, vide steso a terra, e conobbe morto il creduto marchese Azzo. Dopo avere spedita la nuova a Ferrara, andò egli tosto coi segnali a lui confidati a dare il possesso delle terre di Lugo e Conselice a Giovanni conte di Barbiano, che le tenne per sè, ed anche per giunta fece prigioni le guarnigioni estensi, le quali poi convenne riscattar con danaro. Grande strepito fece per tutta Italia questo avvenimento; ma Iddio, che non paga ogni sabbato sera, raggiunse a suo tempo questo manipolator di tradimenti. Ne furono sì irritati i Veneziani, Fiorentini, Bolognesi, e i signori di Mantova e di Padova, che tutti inviarono nuovi rinforzi di gente a Ferrara, co' quali gran guerra fu cominciata contro le terre d'esso conte di Barbiano, con dare il guasto a tutto il paese, e piantar bastie in più siti. Crebbero, ciò non ostante, le segrete cabale dei marchese Azzo; trovò in Ferrara non pochi disposti ad una gran congiura; passò nell'aprile con quanti armati potè ottenere dal conte di Barbiano sul Ferrarese; ed accorsero in servigio di lui a migliaia i villani, allettati da voce sparsa del secolo d'oro sotto di lui. Già egli s'inviava verso Ferrara, quando nel dì 16 d'aprile, arrivato alla villa di Porto, si vide in faccia l'esercito ferrarese, con cui volontariamente s'era venuto a congiungere Astorre de' Manfredi signor di Faenza seco menando secento uomini d'armi. Si attaccò una crudel battaglia; vi fu messo a fil di spada più d'un migliaio di que' villani; sterminata copia s'ebbe di prigioni, e contossi fra loro il marchese Azzo, preso dal conte Corrado di Altimberg Tedesco. Fecero il possibile i Ferraresi per averlo in mano, ma l'accorto Astorre il fece condurre nelle carceri di Faenza: con che respirò l'afflitta Ferrara. Si andava in questi tempi sempre più rinforzando di gente Gian-Galeazzo duca di Milano, con aver egli fra le altre provvisioni condotto al suo soldo il conte Alberico da Barbiano, famoso capitano, dopo averlo co' proprii danari riscattato dalla prigionia nel regno di Napoli. Continua gelosia davano questi ed altri segreti andamenti del duca ai collegati, e massimamente a Francesco signore di Mantova: il perchè neppur essi lasciavano di far preparamenti per difendersi dalle insidie di questo potente e industrioso avversario.
NOTE:
[2105] Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2106] Corio, Istor. di Milano.
[2107] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2108] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2109] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2110] Theodericus de Niem, Histor.
[2111] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2112] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[2113] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2114] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2115] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2116] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 16.
[2117] Chronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffon., tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCXCVI. Indiz. IV.
BONIFAZIO IX papa 8. VENCESLAO re de' Romani 19.
In quest'anno ancora molti passi furono fatti per tentare la riunion della Chiesa dai re di Francia, Inghilterra, Aragona e Castiglia. Il mezzo più proprio sembrava quello della cessione, cioè che amendue i pretendenti rinunziassero la dignità, per divenire all'elezione d'un solo. Ma abborrendo troppo l'oramai scoperto ambizioso antipapa Benedetto questo ripiego, l'università di Parigi appellò da lui al papa futuro legittimamente eletto[2118]. Furono anche spediti ambasciatori a papa Bonifazio per esortarlo alla cessione; trovarono anche lui più alieno dell'altro da questa risoluzione. Tornarono in quest'anno i Perugini all'ubbidienza d'esso pontefice, e in grazia di lui fu rimesso Biordo de' Michelotti, che avea occupata quella città, Orvieto ed altri luoghi. Vien ciò riferito da Sozomeno[2119], con aggiungere che Biordo ritenne Todi, Orvieto ed altre terre, con pagare l'annuo censo alla Chiesa romana. Seguitò nel regno di Napoli la guerra, ma senza impresa degna di menzione. In Sicilia il re don Martino giovane continuò ad abbassar la fazione contraria, che aderiva al partito di papa Bonifazio IX, giacchè quel re favoriva l'antipapa; ed essendo mancato di vita Giovanni re d'Aragona, Martino, padre d'esso Martino giovane, fu chiamato alla successione di quel regno; il che fu cagione che (non so se in questo o nel seguente anno) con quella corona di nuovo si riunisse la Sicilia. Giovanni dall'Aceto[2120] impadronitosi della città di Fermo, talmente colle sue crudeltà fece perdere la pazienza al popolo, che sul principio di giugno si mosse a rumore contra di lui. Rifugiatosi egli nel castello, chiamò aiuto dal conte di Carrara. Entrato questi nella fortezza, piombò poi addosso ai cittadini colle sue genti, e li mise in rotta, molti uccidendone. Il resto si sottrasse colla fuga al furore del tiranno: laonde quella città rimase desolata. Fu in quest'anno, nel dì 16 ovvero 17 di maggio, stabilita pace e lega in Firenze fra il duca di Milano, Fiorentini, Pisani, Sanesi, Perugini, Bolognesi, Lucchesi, il marchese di Ferrara, i signori di Padova, di Mantova, di Faenza e d'Imola, i Malatesti ed altri. Con questi artifizii Gian-Galeazzo cercava di tener a bada e addormentare chi poteva opporsi ai suoi segreti disegni; ma non gli venne fatto, come s'era figurato[2121]. Conchiusero i sempre vigilanti Fiorentini nel dì 24 ossia 29 di settembre una lega con Carlo VI re di Francia, in cui furono compresi gli altri lor collegati, cioè i Bolognesi, il marchese di Ferrara, e i signori di Mantova e di Padova. Pensarono con ciò di metter freno alle voglie di Gian-Galeazzo duca di Milano; e il re vi consentì volentieri, pel motivo che fra poco accennerò.
Neppure in quest'anno si provò quiete negli Stati del marchese di Ferrara[2122]. Francesco signor di Sassuolo, nemico di esso marchese, dopo essersi compromesso in Astorre de' Manfredi, e aver depositata in mano di lui quella nobil terra, per tradimento se la ripigliò. E Giovanni conte di Barbiano con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, assistito dai nobili Grassoni, venne fino a Vignola ed, essendosi impadronito di quella terra nel dì primo d'ottobre, coll'assedio forzò anche la rocca a rendersi a patti, senza però mantener egli la parola data a quella guarnigione. Maggiori furono le inquietudini in Toscana[2123], perchè fra i Lucchesi e Pisani seguirono varie ostilità. Erano i Lucchesi protetti ed aiutati dai Fiorentini, e stavano uniti con loro i Gambacorti banditi di Pisa. Laonde Jacopo d'Appiano signore ossia tiranno di Pisa, che stava attaccato forse al duca di Milano, gli dimandò soccorso. Fece vista il duca, colle sue solite arti, di licenziar il conte Alberico da Barbiano, e questi nel novembre con alcune migliaia di cavalli si portò nel territorio di Pisa[2124]. Colà ancora passò pel Sanese il conte Giovanni di Barbiano con altre genti, di maniera che, comprendendo vicina la guerra, i Fiorentini assoldarono nuovi armati, ne ottennero dai lor collegati, e crearono general dell'armata loro Bernardone Spagnuolo, oppur di Guascogna, che menò seco seicento cavalli e ducento fanti. I fatti di Genova diedero in quest'anno molto da parlare all'Italia[2125]. Antoniotto Adorno doge di quella repubblica, trovandosi in mezzo a varie fazioni e a molti avversarii, troppo ben vedea che traballava il suo trono. Teneva ben egli a' suoi servigi quattro mila fanti e mille cavalli, ma poco era questo al bisogno, stante il trovarsi egli mal sicuro in casa, ed essendo fuor di Genova continuamente in armi Antonio da Montaldo ed Antonio di Guarco, dogi deposti, e suoi fieri nemici. Il peggio fu che questi due ricorsero per avere aiuto a Gian-Galeazzo duca di Milano, principe che in ogni imbroglio d'Italia sapeva aver mano; e tanto più s'interessò in questo, perchè, sperando di arrivare all'acquisto di quella potente città, contribuì loro un grosso corpo di combattenti. Conobbe allora l'Adorno che a guarire i mali della patria sua occorreva un più potente rimedio; e questo altro non poteva essere che quel di sottomettere Genova a qualche gran principe, la cui possanza ed autorità, volere o non volere, riunisse i discordi animi de' cittadini. Co' suoi consiglieri dunque ed aderenti mise in consulta l'affare. Furono proposti Lodovico duca d'Orleans, padrone d'Asti, e il duca di Milano; anzi lo stesso duca, penetrato questo disegno, spedì colà i suoi ambasciatori per accudire al mercato. Ma le inclinazioni di Antoniotto Adorno erano verso il re di Francia Carlo VI, e la vinse in fine la di lui volontà.
Mandò egli a Parigi un suo deputato a farne l'offerta. Era Carlo VI principe dotato di bellissimi talenti, ma suggetto ad un deplorabil incomodo di sanità, perchè di tanto in tanto cadeva in alienazione di mente, anzi in frenesia, per cui, se non si fosse provveduto, avrebbe ucciso i suoi più cari. Godeva nondimeno degl'intervalli quieti, ne' quali si dava a conoscere savio ed amabilissimo principe. Fu accettata l'esibizione con patto segreto di pagare all'Adorno quaranta mila fiorini d'oro, e di dargli due castella in Francia, e con altri pubblici patti in favore della città, espressi nello strumento stipulato in Genova stessa nel dì 25 d'ottobre, che si leggono negli Annali Genovesi. Ora nel dì 27 di novembre Antoniotto Adorno, col rinunziare la sua dignità, lasciò entrare in possesso di quel dominio gli uffiziali del re di Francia, ritenendo nondimeno per qualche tempo ancora quel governo col titolo di governatore regio. Sommamente dispiacque a papa Bonifazio, e non meno increbbe al duca di Milano la risoluzion di quel popolo, al veder deluse le sue speranze, e di più a' suoi confini un sì potente monarca; ma gli convenne dissimular la rabbia con applicarsi a sfogarla altrove. Guerra fu in quest'anno[2126] fra Teodoro marchese di Monferrato ed Amedeo principe della Morea, assistito da Lodovico conte di Savoia. Durò essa un anno. Per tradimento fu occupata al Monferrato dal principe suddetto la bella terra di Montevico, oggidì appellata Monreale, città non più da lì innanzi restituita. All'incontro, Facino Cane Casalasco, che già avea cominciato ad acquistar grido nelle armi, tolse ai principi savoiardi due castella, ed inferì non pochi danni al Piemonte. Fecero poi questi principi nell'anno seguente un compromesso delle lor differenze nel duca di Milano, il quale differì molto, anzi non mai pronunziò alcun laudo, così esigendo la sua fina politica.
NOTE:
[2118] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2119] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Hist. Aretin. Hist. Florentin.
[2120] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2121] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.
[2122] Delayto, ut supra.
[2123] Bonincontrus, Annales, tom. 21 Rer. Ital.
[2124] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2125] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXCVII. Indizione V.
BONIFAZIO IX papa 9. VENCESLAO re de' Romani 20.
Nuovi tentativi in quest'anno ancora furono fatti dai re oltramontani per indurre papa Bonifazio alla cession del papato[2127]. Così bene seppe parlare un certo Roberto romito franzese, che l'avea tratto alla risoluzion di convocare un concilio, in cui si decidesse quell'importante controversia, facendogli credere che l'antipapa non s'attenterebbe ad intervenirvi. Ma da lì a due giorni la madre, i fratelli ed altri parenti del papa con varii mondani motivi gli fecero cambiar pensiero. Secondochè abbiamo dal Bonincontro[2128], in quest'anno tentarono i Romani di ribellarsi ad esso pontefice. Egli, che non era figliuolo della paura, fece prendere i delinquenti, e coll'ultimo loro supplizio si liberò dal soprastante pericolo. I Giornali Napoletani[2129], che raccontano questo ed altri fatti fuori del loro sito, dicono che tredici furono i giustiziati, in casa de' quali si trovarono le bandiere del conte di Fondi, autore di essa congiura. Cominciarono in questo anno a declinar gl'interessi di Lodovico d'Angiò re dimorante in Napoli. Terra di Lavoro già ubbidiva al re Ladislao, nè restavano in potere dell'Angioino se non le terre del Ponte di Capoa. Trovandosi all'assedio di esse Luigi di Capoa, d'un colpo di bombarda vi restò ucciso. Con tutto ciò furono quelle fortezze dipoi obbligate alla resa. Il Bonincontro narra altri avvenimenti del regno di Napoli, come spettanti all'anno presente. Perchè io dubito che possano appartenere al seguente, chieggo licenza di parlarne allora. Procurò Gian-Galeazzo duca di Milano di tirare al suo servigio tutti quanti potè gli uomini d'armi d'Italia, e raunato con ciò un poderoso esercito di cavalieri e fanti[2130], all'improvviso, parte per terra e parte colle navi per Po, lo spinse nel dì 5 d'aprile addosso a Francesco Gonzaga signore di Mantova, con far precedere le ragioni, che i potenti hanno sempre in saccoccia, di rompere la tregua che tuttavia durava. Consistevano queste specialmente nel rammemorare l'aver il Gonzaga data la morte a Caterina Visconte figliuola di Bernabò, quando egli medesimo avea dianzi tolta la vita e gli Stati allo stesso Bernabò, e a due suoi figliuoli, e tuttavia perseguitava gli altri figliuoli del medesimo suo zio. Ed acciocchè non potesse venir soccorso dalla Toscana al Gonzaga, ordinò al conte Alberico da Barbiano suo generale, la cui armata avea passato il verno sul Pisano, con gravissimo peso di que' popoli, di assalire i Fiorentini, mostrando d'essere capo di compagnia, e non già dipendente dagli ordini suoi.
Quanto a questa guerra della Toscana, aveano creduto i Fiorentini di poterla risparmiare, con essersi tanto maneggiati, che aveano condotto ad un'amichevol pace i Lucchesi e i Pisani, le gare de' quali aveano tirate in Toscana le armi lombarde[2131]. Ma si trovarono ingannati. Il duca volea la guerra anche in quelle parti; e Jacopo d'Appiano signor di Pisa, nemico fiero, benchè non aperto, de' Fiorentini, accendeva forte il fuoco; e tentò ancora di togliere loro San Miniato con una congiura che non fu ben condotta a fine. Entrò dunque il conte Alberico ostilmente nel dì 5 d'aprile colle sue forze nel territorio di Firenze, saccheggiando ora una ed ora un'altra parte, fin quasi alle porte di Firenze. Erano forti di gente anche i Fiorentini; e Bernardone lor generale con Paolo Orsino, Giovanni Colonna ed altri condottieri d'armi, siccome uomo ben pratico del suo mestiere, accorrendo ovunque richiedea il bisogno, tenne sempre i nemici in freno, nè loro permise di riportar vantaggio alcuno di rilievo. Riuscì anche alla sottile accortezza de' Fiorentini di staccare dal servigio del duca di Milano Biordo Perugino con cinquecento lancie del seguito suo. Comparì ancor qui qual fosse la fede del conte Giovanni da Barbiano. Era egli condotto dal duca, ma all'improvviso si partì da lui, e con cinquecento barbute passò al servigio dei Bolognesi, nemici del duca. Diversamente passava la guerra in Lombardia[2132]. Con potentissimo esercito di cavalli e fanti, siccome dicemmo, circa il principio d'aprile Jacopo del Verme generale del Visconte occupò Marcheria ai Mantovani, e quindi passò alla parte superiore di Borgoforte col disegno d'entrare nel serraglio di Mantova. Dalla banda ancora del Veronese con altro esercito si mosse a quella volta Ugolotto Biancardo, governator di Verona per esso duca.
Trovavasi mal preparato per questa visita il signor di Mantova. Implorò tosto aiuto dai collegati, e gliene inviarono i Fiorentini e Bolognesi, siccome ancora il signore di Padova, quei di Ravenna, di Rimini e di Faenza. Niccolò marchese di Ferrara, che era allora giunto all'età di anni tredici e di tre mesi, ed avea presa per moglie Gigliola, figliuola del signor di Padova, vi spedì per Po una flotta di galeoni armati. Fu dichiarato capitan generale dell'esercito della lega Carlo Malatesti, uomo prode e cognato dello stesso signore di Mantova. La mira particolare di Jacopo del Verme era di espugnare e rompere il ponte posto da' Mantovani sul Po a Borgoforte; ma così virilmente fu esso difeso dai collegati, benchè inferiori di gente, che per gran tempo rimasero inutili tutti i suoi sforzi; anzi un ponte da esso Verme fabbricato in Po venne fracassato dal valore degli avversarii. Fu anche impedito il passaggio del Mincio ad Ugolotto Biancardo, il quale poscia s'impadronì di Mellara, terra del Ferrarese, negli anni addietro impegnata per bisogno di danari dai tutori del marchese al signore di Mantova. Durò il fiero contrasto di queste armate sino al dì 14 di luglio col continuo esercizio delle bombarde e dei verrettoni, e colla strage di molti da ambedue le parti; ma in quel dì una scossa terribile riportarono i collegati. Aveva il duca di Milano anch'egli una poderosa flotta di galeoni armati in Po; ora Jacopo del Verme, spirando in quei dì un vento gagliardo a lui favorevole, spinse contro il ponte di Borgoforte alcune zatte piene di canne, oglio, pece ed altre materie combustibili, e, per quanta resistenza facessero i difensori, non poterono trattenerle dall'unirsi al ponte e di bruciarlo, colla morte di circa mille uomini d'arme che vi erano sopra. Nè qui terminò la rovina. Calata furiosamente l'armata navale milanese pel Po addosso alla ferrarese, prese molti di que' legni, mise il resto in fuga, lasciandovi la vita assai gente o annegata o uccisa. Ciò fatto, entrarono nel dì 25 di luglio vittoriosi nel serraglio di Mantova, dopo aver fatto un ponte sul fiume, e ripulsato il Gonzaga, che era ivi alla difesa con Malatesta de' Malatesti ed altri valorosi uffiziali. Stesero i Milanesi il saccheggio sino alla porta Cerese di Mantova, con fare immenso bottino di bestiame e di robe, perchè quegli abitanti si credeano ivi sicuri.
Per questo terribil colpo ebbe a disperarsi Francesco Gonzaga[2133]; e tanto più perchè non tardò Jacopo del Verme a mettere un forte assedio alla terra di Governolo, per serrare affatto il passo ai soccorsi stranieri. Concorse parimente a quell'assedio dalla parte di Verona coll'altro suo esercito Ugolotto Biancardo, e v'intervenne per Po anche la flotta navale del duca. Ma il generoso Carlo Malatesta, dopo aver incoraggito, colla speranza di gagliardi soccorsi, il Gonzaga, in persona passò a Venezia, Ferrara e Bologna, sollecitando ognuno a non lasciar perire il signore di Mantova, la cui perdita si sarebbe tirata addosso quella de' vicini. Per tanto si armarono in Venezia sette galee e molte barche; in Ferrara si fece gran preparamento di galeoni; i Bolognesi v'inviarono il conte Giovanni da Barbiano con cinquecento lancie, ed altre genti furono prese al soldo dal signore di Mantova. Già Governolo era quasi ridotto all'agonia, quando Carlo Malatesta, passato il Po verso il Bondeno coll'esercito suo nel dì 24 d'agosto festa di san Bartolomeo[2134], assalì l'armata d'Ugolotto Biancardo, e riuscì a lui di entrare in Governolo, e di vettovagliarlo, siccome ancora venne fatto alla flotta ferrarese, dopo un atroce combattimento, di obbligare alla ritirata la milanese al ponte fabbricato dal Verme. Arrivò dipoi a Governolo il signor di Mantova con quante soldatesche egli potè seco condurre, e calarono pel Mincio anche tutte le sue barche armate. Ora, senza perdere tempo, nel dì 28 d'agosto l'armata terrestre de' collegati diede una furiosa battaglia a quella del Biancardo, con metterla in rotta; e nel medesimo tempo la flotta navale dei Ferraresi e Mantovani colle galee suddette assalì la milanese con tal empito, che la sbaragliò e sconfisse. Queste due vittorie produssero con poca fatica la terza; perchè l'esercito grande di Jacopo del Verme, accampato nel serraglio contro a Governolo, al vedere la rovina dell'altro campo e delle lor navi, senza poter soccorrere nè agli unì nè agli altri, preso da panico spavento, ad altro non pensò che a salvarsi colla fuga, lasciando indietro buona parte delle tende e del bagaglio. Circa due mila cavalli vennero in potere de' vincitori, gran copia di vettovaglia e merci, e cinquanta navi armate, oltre ad altre settanta di negozianti venuti per provvedere l'armata milanese. Un giorno solo guastò tutta la tela sì felicemente condotta fin qui dal duca di Milano. È da vedere la Storia Padovana di Andrea Gataro, dove diffusamente si veggono descritti così stravaganti avvenimenti. Abbiamo dagli Annali Milanesi[2135] che il duca di Milano fece morir d'orrida morte Pasquino Capello suo segretario, imputato di avere scritta una lettera, senza contezza del padrone, che chiamava Jacopo del Verme a Pavia; il che fu cagione della rotta suddetta. Si venne poi in chiaro, che la lettera era stata finta da Francesco Gonzaga: del che molto s'afflisse il duca di Milano.
Solenni allegrezze per sì prosperosi successi furono fatte da tutte le città dei collegati. Venne anche assediata da essi la terra di Mellara, e nel dì 27 di settembre racquistata. Ma Gian-Galeazzo Visconte era un forte colosso, ad atterrar il quale altre scosse che le suddette, si ricercavano. Oltre il far ritornare dalla Toscana in Lombardia il conte Alberico da Barbiano col più della sua armata[2136], prese al suo soldo Facino Cane da Casale con cinquecento lancie; rifatta, anzi accresciuta di molto la sua flotta navale, ordinò nel dì 29 d'ottobre che essa tornasse sul territorio di Mantova. Trovò questa a Borgoforte le navi armate del signore di Mantova e del marchese di Ferrara; e messele in rotta, prese tre galee e venticinque galeoni con tutto l'armamento e gli uomini. Oltre a ciò, arrivato il conte Alberico colle sue genti, entrò di nuovo nel serraglio di Mantova, spianò tutte le fosse e fortezze mantovane, e portò la desolazione sino alle porte di Mantova. Ecco dunque di nuovo in peggiore stato di prima Francesco da Gonzaga, il quale avea già perduto Marcheria, Luzzara, Suzara, Solferino ed altri luoghi, e già temeva l'ultima rovina. Volle Dio che, accostandosi il verno, si ritirarono dal Mantovano le milizie del Visconte. Con tutto ciò il male stato, in cui egli si trovava, diede impulso alla repubblica di Venezia per entrar anch'essa nella lega contra del duca di Milano. Inoltre s'ingegnarono i Veneziani e Fiorentini di tirare al soldo loro il duca di Austria con alcune migliaia di soldati. Ma perchè il duca Gian-Galeazzo, avendo scoperto questo negoziato, nè volendo avere i Veneziani e quel duca, sì poderosi principi, addosso, propose partiti di tregua o pace; oppure perchè Francesco Gonzaga, stanco di questo brutto giuoco, si scoprì segretamente trattare col duca di Milano: lasciato andare l'Austriaco, i collegati diedero orecchio alla tregua, o pace proposta. Tutto il verno passò nel maneggio d'essa, siccome cosa desiderata da ognuno.
Contuttochè Genova si governasse a nome del re di Francia, e paresse che il rispetto di quel monarca dovesse tenerla in quiete[2137], pur, come prima, continuava ad essere in tempesta. Antonio di Montaldo, Antonio di Guarco non cessavano di farle guerra, nè mancavano altri nemici entro e fuori di casa. Perciò, o sia che Antoniotto Adorno, veggendosi poco sicuro, procurasse d'avere un successore nel governo, o che tali fossero i patti: Carlo re di Francia mandò colà a reggere quella città Valerando di Lucemburgo, conte di Lignì e di San Paolo. Arrivò questi a Genova nel dì 18 di marzo con ducento uomini d'armi e molti nobili, ed altre genti venute al suo soldo; e prese le redini del governo, con farsi ben rispettare e ubbidire, ed ebbe in suo potere il castelletto e le altre fortezze. Ridusse non solamente Savona e Porto Maurizio all'ubbidienza del re, ma anche il resto delle terre di quella repubblica, di modo che per opera di lui in poco tempo si vide rifiorir la pace: cosa da gran tempo insolita in quelle contrade. Ma eccoti la peste entrare in Genova, e scorrere per tutte quelle riviere. Per paura d'essa, ovvero per altri suoi affari, nel mese d'agosto esso conte di Lignì se ne andò a Parigi, lasciando per suo vicario in quella città Pietro vescovo di Meaux. Fu essa peste anche in altre città d'Italia. Abbiamo dagli Annali di Forlì[2138] che, trovandosi al soldo di papa Bonifazio Mostarda forlivese condottier d'armi, costui furtivamente prese Ascoli, città della Marca, colla strage d'alcuni di quei cittadini.
NOTE:
[2126] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital. Corio. Istor. di Milano.
[2127] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2128] Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.
[2129] Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.
[2130] Corio, Istor. di Milano.
[2131] Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.
[2132] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2133] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.
[2134] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2135] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[2136] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 16. Corio, Istor. di Milano.
[2137] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCXCVIII. Indiz. VI.
BONIFAZIO IX papa 10. VENCESLAO re de' Romani 21.
Operarono quest'anno con forza Venceslao re de' Romani e Carlo VI re di Francia, ed altri re e principi, per ridurre alla pace la Chiesa troppo sconvolta a cagion dello scisma[2139]. Stavano essi saldi in esigere che tanto papa Bonifazio IX, quanto il suo emulo Benedetto XIII antipapa rinunziassero; e a questo fine spedirono ambasciatori sì all'uno che all'altro. Ma ad ambedue troppo piacea questa sublime dignità, ed erano ben risoluti di non abbandonarla se non colla morte. Diede papa Bonifazio almen buone parole, ma nulla di preciso, tanto che si liberò da tali istanze. All'incontro l'antipapa, dimentico de' giuramenti e delle promesse fatte nella sua creazione e dipoi, apertamente protestò di non voler mai dimettere il suo papato. Da ciò presero motivo il re di Francia coll'Università e coi prelati franzesi di sottrarsi alla di lui ubbidienza, giacchè quel re non gradiva questo preteso papa spagnuolo, nè di lui si fidava. E perchè Benedetto ricalcitrava più che mai, il maresciallo di Boucicaut, ossia Bucicaldo, che vedremo a suo tempo governatore di Genova, d'ordine del re si portò all'assedio d'Avignone; nè volendo que' cittadini maggiormente sofferire i danni della guerra, capitolarono coll'uffiziale del re: laonde fuggì la maggior parte de' cardinali antipapali; e l'ostinato Benedetto rinserrato nel palazzo pontificio, ch'era fortificato a guisa di fortezza, e ben provveduto, per tutto il verno rimase assediato dalle milizie francesi. Non ometteva diligenza alcuna in questi tempi il pontefice Bonifazio per promuovere gl'interessi del re Ladislao, ed atterrare il nemico re Lodovico d'Angiò. Per mezzo di Giovanni Tomacello suo fratello si adoperò non poco per tirare nel partito di Ladislao Jacopo Marzano ammiraglio del regno, Goffredo Marzano, Jacopo Orsino e Jacopo Stantardo, baroni illustri. Leggesi negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi la concordia stabilita fra loro e il re Ladislao nel dì 14 di maggio dell'anno presente. Non poco abbassamento per questo venne al re Lodovico. Andò in lungo il trattato della pace o tregua fra i collegati e Gian-Galeazzo duca di Milano[2140]; ma finalmente fu conchiusa nel dì 11 di maggio una tregua di dieci anni con varii capitoli, e pubblicata nel dì 26 d'esso mese, giorno di Pentecoste. Per quanto scrive Andrea Gataro[2141], Francesco Gonzaga signore di Mantova quegli fu che forzò gli altri a farla; perciocchè, senza notizia dei confederati, chiamato a Mantova, travestito da frate minore, Jacopo del Verme, con esso lui trattò di riconciliarsi col duca: il che penetrato da Francesco da Carrara signore di Padova, senza che egli potesse far tornare indietro il Gonzaga, diede impulso a tutti di venire all'accordo suddetto. Ma Gian-Galeazzo, che avea il cuore troppo volto alle conquiste, soleva ben far paci e tregue, ma con animo di romperle al primo buon vento. Finse egli, giacchè facea l'amore a Pisa, di licenziare dal suo servigio Paolo Savello, ed altri condottieri d'armi, mandandoli in Toscana ad unirsi colle altre milizie quivi lasciate dal conte Alberico da Barbiano. Entrarono questi in Pisa[2142], e in tempo di notte furono a parlare con Jacopo d'Appiano signore di quella città, richiedendogli a nome del duca di Milano la guardia della cittadella di Pisa, Cascina, Livorno e Piombino. Restò attonito alla dimanda l'Appiano; e siccome scaltro vecchio, con rispettosa risposta prese tempo a risolvere. La risoluzione fu, che ordinò a Gherardo suo figliuolo (giacchè Vanni, altro suo maggior figliuolo, e giovine di grandi speranze, era mancato di vita nell'anno precedente) che unisse tutti i suoi soldati e parziali, e che gli avesse pronti in armi per la mattina seguente[2143]. Fatto giorno, assalì Gherardo le lancie di Paolo Savello, ne uccise buona parte, fece prigione il resto col medesimo Savello ferito di tre ferite. Per questo accidente cominciò a trattarsi di pace e lega fra i Pisani e Fiorentini; al che gli ultimi accudivano ben volentieri.
Ma l'accorto duca di Milano col fingere di non curare quanto era succeduto, e con avere spedito a Pisa Antonio Porro a disapprovare il fatto de' suoi, e a confermar l'Appiano nella sua amicizia[2144], tanto fece, che mostrando l'Appiano anch'esso di non credere venuto dal duca quell'ordine, ruppe ogni trattato co' Fiorentini, i quali si trovarono ben delusi. Rimise ancora in libertà il Savello e gli altri prigionieri. Ma che? infermatosi il medesimo Jacopo d'Appiano, nel dì 3 di settembre passò all'altra vita. Gherardo suo figliuolo, già sustituito in suo luogo nel dominio qualche tempo prima, corse tosto la città, nè ebbe opposizione alcuna. Tardò poco a correre voce che Gherardo volea vendere Pisa al duca di Milano: il che allarmò non poco i Fiorentini. Perciò s'affrettarono essi a spedir colà ambasciatori con facoltà di prometter molto per distornare quel mercato, e per indurre alla pace il giovane Appiano. Mostrossi egli molto alieno dal dimettere il dominio della città, e si esibì mediatore della pace fra loro e il duca di Milano. Fu nel dì 6 di maggio di quest'anno mutazione nella città di Bologna[2145]. Fin qui la fazione degli Scacchesi ossia de' Pepoli avea signoreggiato. Carlo de' Zambeccari dottore coll'altra de' Maltraversi fece una sollevazione, e, deposti gli anziani, ne elesse de' nuovi, e cominciò a reggere la città a suo talento. Non seguì uccisione nè altro male per questo, solamente ciò fu principio d'altre maggiori rivoluzioni. Prese licenza da' Fiorentini il lor generale Bernardone[2146], essendo terminata la sua ferma, e fatta la tregua suddetta. Passato in regno di Napoli ai servigi di Lodovico d'Angiò, a nome di lui s'impadronì della città dell'Aquila e di molte castella. Anche Broglio Trentino condottier d'armi, partito dal duca di Milano, fu assoldato da papa Bonifazio per un mese affine di far guerra ai Perugini. Finito il mese, il popolo d'Assisi, scacciato Ceccolino de' Michelotti loro signore, elessero il medesimo Broglio in luogo di lui. Nel dì 23 di luglio[2147] all'improvviso giunse a Ferrara Francesco II da Carrara signore di Padova con quattrocento uomini d'armi, ed altra gente; e, prevalendosi dell'età giovanile dell'inesperto suo genero Niccolò marchese, quivi e negli altri Stati della casa d'Este fece da padrone, mutando uffiziali e governatori, e mettendovi chi più era a lui in grado: il che diede non poca gelosia e molto da mormorare al popolo di Ferrara. In quest'anno a tradimento fu ucciso Biordo Perugino, che era come signore di Perugia, dall'abbate di San Pietro; e fu creduto per ordine del papa. Ma non per questo il papa ricuperò Perugia. Anzi quel popolo, alzatosi a rumore, prese le armi, sconfisse i di lui uccisori. In Genova non poteva aver luogo la quiete[2148]. Nel mese di luglio i Ghibellini del contado si sollevarono, e, crescendo la lor forza, nel dì 17 entrarono nella città, e quivi tutto fu in arme e furore fra essi e i Guelfi, di maniera che, atterrito il vescovo di Meaux governatore regio, se ne fuggì a Savona. Seguitarono in Genova le battaglie e i saccheggi sino al dì 29 del suddetto mese, in cui si fece pace; pace nondimeno che durò solamente sino al dì 11 d'agosto, con rinnovarsi i combattimenti e gl'incendii, che durarono molti giorni ancora. Poca gente perì in così fieri contrasti; ma si fe' conto che tra le case bruciate e i tanti saccheggi patisse allora Genova il danno di un milione di fiorini d'oro: frutto amaro della pazza discordia di que' cittadini. Essendo poi giunto colà nel dì 21 di settembre Colardo di Callevilla consiglier regio, mandato per governatore dal re di Francia, fu accolto con molto ossequio, e ritornò la quiete in essa città.
NOTE:
[2138] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2139] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2140] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.