← Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)

Part 2 of 5 · Muratori, Lodovico Antonio · Public domain text

About this edition

Source: Project Gutenberg e-text #52377, public domain in the United States · text not rewritten or summarized · How RedLectern is built

 

Contents (5)

Continue:

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)

Rivocò in quest'anno papa Clemente le esorbitanti costituzioni di papa Bonifazio VIII, colle quali aveva asserito il re e regno di Francia dipendenti e soggetti anche nel temporale ai romani pontefici[729]. E intanto, sì entro che fuori d'Italia, emanavano ordini di pagar decime ai re, specialmente di Francia, Napoli e Sicilia, collo spezioso pretesto di conquistar l'imperio greco e la Terra santa; al quale effetto si dicea farsi dei preparamenti da Carlo di Valois. A tali imprese esortò il papa anche i Genovesi e Veneziani con belle lettere. Certo è che furono pagate le decime, e in borsa dei principi colò quel danaro, ma senza che ne sentissero dolor di capo Greci, Turchi e Saraceni: se non che i cavalieri dello Spedale, oggidì di Malta, colle lor forze impresero l'assedio di Rodi, occupato dai Turchi, e continuando la guerra per lo spazio di quattro anni, finalmente se ne impadronirono. Ma pelando con tal pretesto il papa e i cardinali le chiese di Francia, sì gagliardi furono i lamenti di quel clero, che lo stesso re, benchè tanto amico del pontefice, s'interpose per metter freno agli abusi. Riuscì in quest'anno[730] ai segreti maneggi de' Bolognesi e di Giberto da Correggio signor di Parma, di dare una fiera percossa ad Azzo Estense signor di Ferrara, con ordire tradimenti in Modena e Reggio, i quali ebbero il desiato effetto. Nella notte precedente al dì 26 di gennaio si levò a rumore il popolo di Modena, incitato specialmente da Manfredino da Sassuolo (cioè da chi era costituito capitano della milizia dal marchese, il quale più di lui che d'altri si fidava) e da Sassuolo suo figliuolo, e da Rinaldo da Marcheria altro capitano del marchese. Ferreto Vicentino[731] si stende molto nella narrativa del fatto. A me basterà di dire, che quantunque Fresco, bastardo del marchese, cogli stipendiati, venuto il giorno, facesse ogni possibil resistenza, pure fu costretto a ritirarsi nel castello, e il castello fece poca difesa, perchè non era provveduto di viveri, e convenne cederlo a patti di buona guerra. In quello stesso giorno i Rangoni, Savignani, Boschetti ed altri fuorusciti rientrarono nella città, e si fece gran festa e galloria per avere ricuperata la libertà, ma libertà che costò ben cara ai Modenesi, perchè tornò la discordia, e mali infiniti si scaricarono da lì innanzi sopra questa città, che, credendo di star meglio, stette peggio dipoi, finchè tornò sotto il dominio degli Estensi. La mutazion di governo in Modena fu cagione che nel dì seguente anche i Reggiani, animati da questo esempio, si ribellassero al marchese Azzo, e ne cacciassero a forza il suo presidio colla morte di molti. Corse tosto colà Giberto da Correggio con un grosso corpo d'armati; e forse perchè andò poi tessendo delle reti, per ottener la signoria di quella città, da lì a pochi giorni vi fu gran rumore, e Giberto prese la piazza e il palazzo del comune. Ma infine, contentandosi che i Reggiani prendessero per loro podestà Matteo suo fratello, se ne tornò a Parma, e strinse in questo tempo parentela con Alboino dalla Scala signor di Verona, dandogli in moglie una sua figliuola. Diedene un'altra ancora a Francesco figliuolo di Passerino de' Bonacossi, cioè di colui che fu dipoi signore di Mantova. Presero i Mantovani in queste rivoluzioni il castello di Reggiuolo ai Reggiani, nè più lo renderono, con grave danno e doglia del popolo di Reggio. Nel mese di febbraio[732] si strinsero in lega le città di Parma, Modena, Reggio, Mantova, Verona e Brescia, tutte a' danni del marchese Azzo, con disegno di cacciarlo anche fuori di Ferrara, ma con tutti i loro sforzi non venne lor fatto il colpo.

Accaddero in quest'anno anche in Bologna delle fiere rivoluzioni[733]. Fu creduto o provato che la fazion de' Lambertazzi e Bianchi, cioè quella de' Ghibellini, volesse far delle novità: però fu in armi il popolo gridando: Muoiano i Ghibellini, vivano i Guelfi. Per testimonianza di Dino Compagni, fu questa una mena de' Fiorentini, nemicissimi de' Ghibellini. Molti d'essi Lambertazzi furono morti, il resto prese la fuga, e ne seguirono saccheggi e abbattimenti di parecchie case. In queste turbolenze Romeo de Pepoli con altri nobili preso, fu posto in quelle carceri, ma poi rilasciato. Tornò quella città a parte guelfa. Molte altre guerre seguirono per questo sconcerto nel contado di Bologna, ch'io tralascio. Ora, l'essere divenuta la parte guelfa trionfante in Bologna, servì a rimettere la buona armonia fra quel comune ed il marchese Azzo d'Este, capo dei Guelfi; e perciò non solamente pace, ma anche lega fu stabilita fra loro; e tanto essi Bolognesi che i Fiorentini, caporali anche essi della fazione guelfa, mandarono soccorsi di gente al marchese, contra del quale Bottesella dei Bonacossi signor di Mantova, Alboino dalla Scala signor di Verona coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Piacentini ed altri della lor lega fecero grande oste nel mese di luglio[734]. Presero essi nel distretto di Ferrara Massa, Melara, Figheruolo e la Stellata, con arrivar anche sino alle porte di Ferrara, ma con ritrovarvi quel popolo ben disposto alla difesa; e però se ne tornarono a casa. Vennero poi di nuovo essi collegati nel mese di ottobre nel distretto di Ferrara, ed ebbero a tradimento il forte castello di Bregantino, nè poterono far di più. Continuava tuttavia l'assedio di Pistoia, sostenuto con gran vigore e disagi per tutto il verno dai Fiorentini[735] e Lucchesi, quando s'udì che veniva in Italia il cardinal Napoleone degli Orsini, ghibellino di genio, spedito da papa Clemente V per legato in Italia, affin di pacificare le città troppo divise nell'interno loro, o in rotta coi vicini. I Fiorentini, gente che sapeva far la punta agli aghi, s'avvisarono tosto che egli verrebbe per intorbidare il conquisto di Pistoia, giacchè sapeano disgustato il pontefice per la già mostrata disubbidienza: provvidero al bisogno con un tradimento. Cioè fecero entrare un frate in Pistoia, il quale per parte loro promise le più belle cose del mondo a quel popolo, di maniera che parte per la fame, giunta quasi all'estremo, e parte pel dolce suono delle esibite vantaggiose condizioni, renderono infine la terra nel dì 10 d'aprile[736]. Niuna promessa fu loro attenuta; anzi un terribile strazio si fece di quell'infelice città. Divisero i Fiorentini e Lucchesi fra loro il contado, atterrarono tutte le mura e fortezze della città, e ne spianarono le fosse. Infierirono ancora contro i palagi e le case dei Ghibellini e Bianchi, diroccandole: in una parola, restò Pistoia uno scheletro, e sotto l'aspro governo de' vincitori. Venne in Italia il cardinal Napoleone, e, udita la resa di Pistoia, ne fu molto dolente. Andossene a Bologna per rimetter quivi la pace e gli usciti. Anche ivi lavorarono sottomano i Fiorentini[737], con far giocare danaro, e indussero que' maggiorenti ad opporgli un trattato pregiudiziale allo stato loro. Perciò nel dì 22 di maggio commosso il popolo a rumore, colle armi in mano corse al palazzo del legato con tal furore e minaccie, che gli convenne sloggiare, e furono morti alcuni di sua famiglia, e rubata, nell'andarsene, buona parte de' suoi ricchi arnesi. Pien di vergogna e rabbia si ritirò il cardinale ad Imola, e, quivi stando, nel dì 24 di giugno[738] scomunicò i rettori ed anziani di Bologna, mise l'interdetto alla città, la privò dello Studio, con dichiarare scomunicato chi v'andasse a studiare: il che fu la fortuna di Padova, perchè tutti gli scolari passarono allo Studio di quella città. Aveva egli fatto sapere anche a' Fiorentini di voler visitare la lor città, per liberarla dall'interdetto e dalle censure. Gli fu fatto intendere che non s'incomodasse, perchè per allora non aveano bisogno di sue benedizioni: con che restò egli nemico ancora di Firenze, e riconfermò l'interdetto e l'altre pene spirituali, delle quali erano già aggravati. Signori di Bertinoro in questi tempi erano i Calboli, e faceano mal governo. Alberguccio dei Mainardi, aiutato da' Forlivesi e Faentini, nel dì 6 di giugno prese la terra; ed essendosi ritirati i Calboli nel Girone, por mancanza di vettovaglia, furono astretti a renderlo, salve le robe e le persone. Secondo la Cronica Forlivese[739], passò quella nobil terra in potere del comune di Forlì. Una somigliante disgrazia accadde a Pandolfo Malatesta, che era podestà e quasi signore di Fano. Ne fu egli scacciato nel luglio di quest'anno, ancorchè avesse per sua guardia cinquecento cavalieri e trecento pedoni. Poscia nel seguente agosto anche il popolo di Pesaro, di cui era podestà, il fece con mala grazia uscire della lor città. Perdè egli finalmente anche Sinigaglia, di cui era quasi signore. Per attestato del Corio[740], Matteo Visconte venne con un buon corpo di soldatesche in quest'anno per prendere Vavro sul fiume Adda; ma, accorsi i Milanesi coi lor collegati, fecero restar vani i di lui attentati. Però, conoscendo egli troppo contraria a sè la presente fortuna, si ritirò finalmente in solitario luogo a far vita privata e nascosa, aspettando tempi più propizii a' suoi desiderii. Ferreto Vicentino[741] scrive che egli si ricoverò prima al lago d'Iseo, e poscia andò ad abitare nella villa di Nogarola, che era di Bailardino da Nogarola, nei confini di Mantova, dove da povero signore dimorò circa cinque anni. Galeazzo suo figliuolo fu in questi tempi podestà di Trivigi.

In Genova[742] per la festa dell'Epifania i Doria (a riserva di Bernabò Doria) con altri grandi della fazion mascherata, cioè ghibellina, presero l'armi per abbassargli Spinoli e la parte popolare. Furono vinti dalla forza del popolo, e se n'andarono in esilio. Allora il popolo costituì capitani e governatori della città il suddetto Bernabò ed Obizzone Spinola da Lucolo. Anche il popolo piacentino[743] diviso in due fazioni fu in armi nel dì 16 di maggio. Restarono superiori nel conflitto i Laudi, i Fulgosi e Visconte Pelavicino, e fu cacciata dalla città la famiglia de' Fontana con tutti i suoi seguaci. Approdò in quest'anno a Genova Teodoro figliuolo di Andronico Comneno imperador de' Greci, venuto per entrare in dominio del Monferrato[744], lasciatogli in eredità dal fu marchese Giovanni suo zio. Ma trovò quegli Stati per la maggior parte occupati da Manfredi marchese di Saluzzo e dai fuorusciti d'Asti. Si prevalse di quella occasione Obizzino Spinola, uno de' capitani e come signori di Genova, per fargli prendere in moglie Argentina sua figliuola, al che condiscese Teodoro per isperanza d'essere assistito ne' correnti suoi bisogni dal potente suocero, e in considerazione ancora di un'altra figliuola d'esso Obizzino Spinola, maritata con Filippone conte di Langusco e signor di Pavia, la cui parentela potea molto giovargli. Ciò fatto, venne a Casale di Sant'Evasio, accolto con gran festa da quel popolo e da altre terre del Monferrato, che s'erano conservate fedeli, e si gloriavano di aver per loro padrone il figliuolo d'un imperadore. Qual fosse lo stato allora del Monferrato e del Piemonte, l'abbiamo da Guglielmo Ventura, chiamato Ruffino da Benvenuto da San Giorgio[745]. Avea il suddetto marchese di Saluzzo occupate molte terre che erano in Piemonte, già possedute da Carlo I re di Sicilia. Nell'anno precedente mandò il re Carlo II, nel mese di marzo, Rinaldo da Leto Pugliese suo siniscalco con cento uomini d'armi ed altrettanti balestrieri in Piemonte. La città d'Alba e le terre di Cherasco, Savigliano e Montevico giurarono nelle di lui mani di nuovo fedeltà al re. Dopo di che egli, coll'aiuto degli Astigiani, tolse Cuneo ed altri luoghi al marchese di Saluzzo, il quale tra per levarsi di dosso questo possente nemico, e per poter tenere le molte terre già occupate nel Monferrato, venne ad un accordo col re Carlo II nel dì 7 di febbraio dell'anno presente, con riconoscere da lui in feudo il marchesato del Monferrato, e cedergli Nizza della Paglia e Castagnole, terre del medesimo marchesato. Niuna ragione avea il re Carlo sopra del Monferrato; ma il marchese venne a questo atto per sostener la preda colla protezione ed aiuto del re contra del greco Teodoro. Quanto agli Astigiani, essendo capitato ad Asti Filippo di Savoia principe della Morea, che tornava di Levante con due soli compagni, e trovandosi quel popolo assai stretto per le molte terre del loro contado occupate dalla fazion dei Gottuari fuorusciti, venne in parere di prendere questo principe per suo capitano per tre anni avvenire, dandogli ventisette mila lire ogni anno: con che egli dovesse tenere cento uomini d'armi al loro servigio. A man baciata accettò il principe questo impiego, sperando fra qualche tempo di piantar quivi le radici con divenir signore di quella allora assai ricca città. Nè passarono mesi, ch'egli imperiosamente ne richiese il dominio a que' cittadini, la metà per lui, e l'altra per Amedeo conte di Savoia suo parente. Fu in pericolo della vita per questo, tanto se ne sdegnarono gli Astigiani; ma si disdisse, e cessò il rumore. Avendo poi desiderato il marchese Teodoro d'abboccarsi con esso principe e coi deputati d'Asti al ponte della Rotta, si videro insieme, e, per attestato del Ventura, Filippo corse ad abbracciare e baciare, con bacio poco corrispondente al cuore, il marchese; e, poi trattatosi di lega, promise quanto l'altro desiderò. Ma appena fu ritornato ad Asti, che scoprì il suo mal animo contra di Teodoro, ed aspramente comandò agli Astigiani di astenersi dal far lega con lui, non senza maraviglia di chi era intervenuto al suddetto abboccamento. Anche un uffiziale del re Carlo avea voluto indurlo con vantaggiose condizioni a far lega col suo signore contra del marchese di Saluzzo; e il principe ricusò tutto. Ne fu informato il re con esagerazion dell'uffiziale, e andò così in collera, che giurò di vendicarsene; e gli attenne la parola, perchè spedì Filippo principe di Taranto suo figliuolo con una armata che gli occupò il principato della Morea. Allora Filippo di Savoia quasi per forza contrasse lega in Piemonte col re Carlo, e perchè gli Astigiani presero la villa di Cavalerio senza sua saputa, si ritirò da Asti; e favorendo poscia i fuorusciti di quella città, seguitò a guerreggiare unito co' Provenzali contra di Teodoro marchese di Monferrato. Tale era allora lo stato di quelle contrade.

NOTE:

[728] Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[729] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[730] Annal. Estenses, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens, tom. 11 Rer. Ital

[731] Ferretus Vicentinus, Hist., tom. 9 Rer. Ital.

[732] Chron. Parmense, tom. 19 Rer. Ital.

[733] Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[734] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[735] Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82.

[736] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[737] Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[738] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[739] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[740] Corio, Istor. di Milano.

[741] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[742] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[743] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[744] Guillelmus Ventura, Chron. Astens., cap. 42 tom. 11 Rer. Ital.

[745] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCVII. Indizione V.

CLEMENTE V papa 3. ALBERTO Austriaco re de' Romani 10.

Desiderando Filippo re di Francia di fare un abboccamento col papa, fu scelta a questo effetto la città di Poitiers[746]. Quivi il re, non contento dell'avere dianzi il pontefice abolite le costituzioni di papa Bonifazio VIII pregiudiziali ai diritti dei re franzesi, tuttavia, pieno di livore, fece di forti istanze al papa perchè condannasse la memoria di papa Bonifazio, con ispacciarlo per simoniaco ed eretico. In prova di che, dicea d'aver testimonii degni di fede. Volle Dio che Niccolò cardinale da Prato eludesse il mal talento del re[747] con suggerire al papa un ripiego atto a dilungare ed imbrogliar la faccenda. E fu quello di rispondere, che cosa di tanto momento, riguardante tutta la Chiesa, non si potea trattare e risolvere se non in un concilio generale. Al che non potendo di meno, acconsentì il re; e fu determinato di tenerlo in Vienna del Delfinato. Propose ancora il re in quel congresso di processare i cavalieri del Tempio, che, possedendo di grandi ricchezze e beni per tutta la cristianità, si erano dati forte al lusso e al libertinaggio, pretendendo giunta la depravazione dei lor costumi ai più abbominevoli ed enormi vizii, e sino a rinnegar la fede di Gesù Cristo. Altro io non dirò intorno a questa materia, se non che con mano forte si procedè contra d'essi Templari, imprigionati per tutta la Francia, e poscia per gli altri regni, il numero de' quali si fa ascendere da Ferreto Vicentino[748] a quindici mila. Costoro, se crediamo ai processi fatti in questo e nei susseguenti anni, furono trovati rei e convinti d'enormità inudite, d'apostasia e d'idolatria. Si sa che nel concilio di Vienna fu poscia abolito l'ordine, e confiscati gl'immensi lor beni a profitto del papa e dei re; la maggior parte de' quali fu venduta ai cavalieri dello Spedale, oggidì di Malta, con grande loro svantaggio nondimeno, perchè si caricarono di tanti debiti per denari presi ad usura affin di far sì grossi acquisti, che gran tempo ne languì l'ordine loro. Da molti fu quella sentenza tenuta per giustissima. Ma non si potè levar di capo ai più di que' tempi (e lo confessa il Villani[749] con altri Italiani, e sopra ciò s'è veduto anche ai dì nostri un libro di autore franzese) che quella non fosse un'iniqua invenzione di Filippo il Bello re di Francia per arricchirsi colle spoglie loro, siccome dianzi avea fatto delle tante ricchezze degli Ebrei che egli scacciò dal regno suo. Dicevano essi che non ci voleva molto ai re il far comparire con dei processi e tormenti colpevole chi era in loro disgrazia, o per vendicarsi di loro o per assorbire i loro beni; e che se fosse toccato al re Filippo di formar anche il processo a papa Bonifazio, egli sarebbe apparuto simile ai Templari, quando pure ognun sapeva essere false le imputazioni a lui date dal medesimo re. Noto è altresì che il gran maestro e tanti altri cavalieri del Tempio bruciati vivi, o in altra guisa giustiziati, protestaronsi sempre innocenti de' falli loro apposti, e però da molti furono creduti martiri della cupidigia di quel re, principe diffamato per altri suoi gravi eccessi. Il perchè le disavventure occorse a lui, e la mancanza della sua linea furono attribuite dagli speculativi de' giudizii di Dio a questi ed altri atti della prepotenza sua. Guglielmo Ventura[750] scrittore contemporaneo, santo Antonino[751] ed altri son da vedere intorno a questo argomento. Intanto a noi conviene il sospendere qui i giudizii nostri, lasciando a Dio solo, che non può ingannarsi, la cognizione della verità, bastando a noi d'avere inteso il fatto e le varie opinioni d'allora.

Vidersi ancora nell'anno presente di grandi rivoluzioni in Italia. Cominciarono i Modenesi a provare il frutto della lor ribellione alla casa d'Este[752]. A tradimento tolsero loro i Bolognesi la terra di Nonantola; e l'arciprete de' Guidoni (dal Morani è detto de' Guidotti, siccome ancora dal Gazata[753]) occupò l'altra del Finale. Inoltre menavano essi Bolognesi un trattato coi Guelfi modenesi d'impadronirsi della città di Modena, e vennero coll'esercito fino a Spilamberto. Ma scoperto il macchinato tradimento verso la festa di Pasqua, furono in armi le due interne fazioni, e riuscì a quei di Sassuolo, da Livizzano, da Ganaceto e ai Grassoni, tutti Ghibellini, di superare e cacciar fuori di città i Savignani, Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pedrezzani ed altri Guelfi. L'autore della Cronica di Parma, vivente in questi tempi, fa qui un brutto elogio di Modena, con dire che essa[754] semper fuit in his partibus Lombardiae exordium motionum, et novitatum origo, ex antiguis odiis partium, scilicet guelfae et ghibellinae: quasi che anche tant'altre città di Lombardia, Toscana, Romagna, ec. non fossero infette del medesimo morbo. Furono parimente non pochi rumori nel mese di marzo in Parma, dove s'era tramata una congiura per torre la signoria a Giberto da Correggio. Molti perciò furono presi e tormentati, ed altri, sì nobili che plebei, mandati ai confini. Scoprissi ancora nel mese di giugno un nuovo trattato contra d'esso Giberto; ed altri ne fuggirono, o furono confinati. Più strepito ancora fecero in questi tempi le rivoluzioni di Piacenza. Alberto Scotto cogli altri usciti di quella città, e con gli usciti di Parma ed altri amici[755], dopo aver data una rotta ai Piacentini a Roncaruolo, entrò in castello Arquato, e in Fiorenzuola nella vigilia di san Jacopo. Nel dì seguente cavalcò alla volta di Piacenza, e gli fu data una porta, e però con tutti i suoi liberamente v'entrò. Ne fuggirono tutti i suoi avversarii, cioè Ubertino Lando, i Pelavicini, Anguissoli ed altre nobili famiglie ghibelline, e si ridussero in Bobbio. In tali occasioni compassionevole spettacolo era il veder anche le nobili donne coi loro figliuolini andarsene raminghe in esilio, e il mirar saccheggiate ed atterrate le case loro. Diedero poi essi fuorusciti una rotta ai Piacentini dominanti al luogo di Pigazzano. Questo avvenimento, secondo la Cronica di Piacenza, fece risolvere, sul fine dell'anno, quel popolo a prendere per due anni in suo capitano, difensore e signore Guido dalla Torre, poco prima divenuto signor di Milano, il quale mandò colà per podestà Passerino dalla Torre. Guerra grande fatta fu in quest'anno dai Mantovani, Veronesi, Bresciani e Parmigiani[756] al comune di Cremona. Perchè tanti si unissero contra de' Cremonesi, non l'accennano le storie. Probabilmente fu perchè essi si governavano a parte ghibellina, e Guelfi erano i cremonesi. In aiuto di Cremona mandò il comune di Milano[757] due mila fanti con molta cavalleria nel dì 24 d'agosto: nel qual tempo i Mantovani con grosso naviglio per Po, secondati da tutte le forze de' Parmigiani, entrati nel distretto cremonese, presero e diedero alle fiamme il ponte di Dosolo, Montesoro, Viadana, Portiolo, Casalmaggiore, Rivaruolo, Luzzara, Pomponesco ed altri luoghi. A Giberto da Correggio signor di Parma si arrendè Guastalla, ed egli ne fece spianar le fosse ed atterrar tutte le fortificazioni. Da gran tempo era Guastalla de' Cremonesi, e di qua apparisce fin dove si stendeva allora la giurisdizion di Cremona. I Veronesi dal canto loro presero e distrussero la terra di Piadena. Ed i Bresciani andarono a Rebecco, ed arrivarono sino alle porte di Cremona saccheggiando e bruciando dappertutto. Chi non dirà forsennati gli Italiani d'allora sempre inquieti, sempre torbidi, sempre rivolti a distruggersi l'un l'altro, disuniti in casa, e talvolta uniti co' vicini solamente per portare ad altri la rovina e la morte? Si rinnovò poi questo flagello anche nel settembre, con essere ritornati questi popoli ai danni del Cremonese. Vennero anche i Milanesi, Piacentini, Lodigiani e Pavesi con tutte le lor forze sino a Borgo San Donnino, e diedero il guasto a quei contorni, a e Soragna e ad altri luoghi. In favor di Cremona uscì ancora _Azzo marchese _d'Este co' Ferraresi[758], e con un buon corpo di Catalani a lui inviati dal re Carlo II suocero suo, menando un copioso e possente naviglio per Po, col disegno di mettere l'assedio ad Ostiglia, terra allora de' Veronesi; ma quel presidio, senza volerlo aspettare, attaccò il fuoco alla terra, e se n'andò. Di là passò il marchese estense ad assalir Serravalle dei Mantovani; lo prese per forza, e ne tagliò il ponte, con poscia dirupare il castello, le torri e fortezze di quella terra. Ed allora fu ch'egli soggiogò tutte le navi armate de' Mantovani e Veronesi; fra le quali erano sei grosse galee, ed altre barche incastellate con battifredi da due ponti; e tutte con gran bottino le condusse a Ferrara.

Teodoro marchese di Monferrato coll'aiuto di Filippone conte di Langusco e signor di Pavia, suo cognato[759], ricuperò in quest'anno la terra di Luy. Ma Rinaldo da Leto, siniscalco del re Carlo II, con Filippo di Savoia e Giorgio marchese di Ceva, ammassato un buon esercito, uscì in campo nel mese d'agosto contra di lui. Il conte di Langusco, dopo aver fatto ritirare Teodoro in luogo sicuro, andò, benchè inferiore di forze, arditamente ad azzuffarsi coi nemici, ed aspra fu la battaglia. Ma sbaragliati rimasero i Monferrini e Pavesi; e Filippone, fatto prigione, fu inviato al re Carlo, dimorante in Marsilia, che gli diede per carcere un castello della Provenza. Obizzino Spinola, capitano allora di Genova, e suocero d'esso Filippone e del marchese Teodoro, con promettere ad esso re il soccorso di un grande stuolo di galee genovesi per ricuperar la Sicilia, ottenne, dopo sei mesi, la libertà di esso suo genero. Fece anche cedere a sè stesso ogni pretensione che potesse avere il re sopra il Monferrato. Inoltre impetrò la restituzion delle terre di Moncalvo e Vignale, occupate al Monferrato, le quali egli ritenne per sè senza renderle al genero marchese Teodoro. Mancarono di vita in quest'anno nella città di Milano[760] Mosca e Martino dalla Torre. Capo di quella casa restò Guido figliuolo di Francesco. Questi nel dì 17 di settembre nel pieno consiglio fu eletto capitano del popolo per un anno: il che vuol dire signore. E in questa cronologia sembra più fedele ed esatto il Corio storico milanese, che Galvano Fiamma e l'autor degli Annali di Milano. Consultò il primo migliori memorie che gli altri. Da lì a non molto, siccome ho detto, anche i Piacentini presero esso Guido per lor capitano. Passò in quest'anno dalla Romagna ad Arezzo il cardinal Napoleone degli Orsini, legato pontificio[761], e siccome disgustato dei Fiorentini che non voleano prestargli ubbidienza alcuna, cominciò a fare una gran raunata di gente, tanto di terra di Roma, del ducato di Spoleti, della marca d'Ancona, quanto della Romagna e dei Ghibellini di Toscana. I Fiorentini, che vedeano prepararsi questo nuvolo contra di loro, nol vollero aspettare; e richiesti gli amici, misero insieme un'armata dì quindici mila fanti e tre mila cavalli, e con essa entrarono nel contado d'Arezzo, facendo ivi que' buoni trattamenti che solea far la guerra di que' tempi. Per consiglio dei saggi, uscì d'Arezzo il cardinale, facendo vista di andar pel Casentino alla volta di Firenze. Allora i Fiorentini, per timore che egli avesse delle intelligenze nella loro città, disordinatamente alzarono il campo, e chi più potea si affrettò per correre a Firenze. Se il cardinale era ben avvertito, li potea con facilità mettere in isconfitta. Andò egli poscia a Chiusi, e mandò innanzi e indietro ambasciate a' Fiorentini per ridurre gli usciti in Firenze[762]; ma nulla potè ottenere; di modo che, vedendo scemato il suo credito e potere, e sè stesso anche dileggiato, se ne tornò assai malcontento di là da' monti ad informar la corte pontificia della sua fallita legazione, che gli fu anche levata: tante furono le segrete cabale de' Fiorentini nella corte papale. Volle in quest'anno Malatestino dei Malatesti tentare di ricuperar Bertinoro[763], e ne avea già ordito il tradimento con Alberguccio de' Mainardi. V'andò nel dì 6 d'agosto con parte della milizia di Rimini e con tutta quella di Cesena, ed ebbe una parte della terra, ma non il girone e la torre. Portatone l'avviso a Forlì, Scarpetta degli Ordelaffi, capitano di quella città, marciò in fretta con tutta la soldatesca, diede loro battaglia e li sconfisse. Si rifugiò parte de' Riminesi e Cesenati nel castello; ma da lì a due giorni, per difetto di vettovaglia, furono costretti a rendersi. Quasi due mila persone restarono prigioniere, e andarono a far penitenza nelle carceri di Forlì. Anche i Bolognesi fecero guerra a Faenza ed Imola[764], e s'impadronirono del castello di Lugo. In Roma si attaccò il fuoco alla sacra basilica lateranense, e tutta la bruciò, insieme colle case dei canonici: disgrazia che recò sommo dolore al popolo romano, e fu presa per presagio delle calamità che avvennero. Ma non passarono molti anni, che unitisi i buoni di Roma, uomini e donne, ed aiutati anche dal papa, la rifecero come prima[765]. Erano già più anni che Dulcino, nato in Val d'Ossela, diocesi di Novara, eretico della setta de' Catari ossieno Gazzeri, specie di Manichei[766], andava infettando la Lombardia co' suoi perversi errori. Si ridusse costui in una montagna del Vercellese co' suoi seguaci in numero di circa mille e trecento, dove, per mantenersi quella canaglia, altro ripiego non avea che di saccheggiare le ville vicine. Predicata contra di essi la crociata, furono essi assediati in quel monte, e finalmente nel dì 23 di marzo dell'anno presente obbligati per la fame a rendersi. Dulcino colla moglie Margherita ed altri pochi, senza volersi mai ravvedere, furono bruciati vivi: con che estirpata rimase la pestilente sua setta.

NOTE:

[746] Raynald., in Annal. Eccl.

[747] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 91.

[748] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[749] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 92.

[750] Guillel. Ventura, Chron. Astense, cap. 27, tom. 11 Rer. Ital.

[751] S. Anton., P. III, tit. 21, Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital., pag. 518.

[752] Annales Veteres Mutinenses, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Italic.

[753] Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.

[754] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[755] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[756] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[757] Corio, Istor. di Milano.

[758] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[759] Chron. Astense, cap. 44, tom. 11 Rer. Ital.

[760] Corio, Istoria di Milano.

[761] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 89.

[762] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[763] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCVIII. Indizione VI.

CLEMENTE V papa 4. ARRIGO VI, detto VII, re dei Romani 1.

Succedette nel primo dì di maggio di quest'anno la morte funesta di Alberto Austriaco re de' Romani[767]. Grande odio gli portava Giovanni figliuolo di un suo fratello primogenito, pretendendosi gravato da lui, perchè gli negava una parte, nonchè il tutto, degli Stati dovuti a lui per le ragioni del padre. Partitosi da Baden il re Alberto, nel passare il fiume Orsa, fu assalito dal nipote con una mano di sicarii, e trafitto da più spade, quivi lasciò la vita. Restarono di lui più figliuoli, il primogenito de' quali Federigo fu duca d'Austria e signore d'altri Stati spettanti a quella nobilissima casa. Trattossi dipoi di eleggere il successore; ed uno di quei che più vi aspiravano, fu lo stesso duca Federigo. Ma insorta gran discordia fra gli elettori, si mise allora in pensiero Filippo il Bello re di Francia di far cadere quella corona in capo a Carlo di Valois suo fratello, che ne avea già avuto promessa da papa Bonifazio VIII[768]. Fu perciò risoluto nel suo consiglio di preparar un'armata per entrare in Germania, e dar calore alla dimanda coll'efficace raccomandazione dell'armi, e intanto di procurar anche i premurosi ufficii pel papa. Penetrò la corte pontificia questi disegni non senza affanno del pontefice, il quale, se s'ha a credere a Giovanni Villani, richiese del suo parere l'accortissimo cardinale Niccolò da Prato. Questi il consigliò di scrivere immediatamente agli elettori dell'imperio, ordinando che senza dilazione procedessero all'elezione, con suggerir loro ancora che Arrigo conte di Lucemburgo, principe pio, savio e ornato d'altre belle doti, pareva a lui il più a proposito pel romano imperio. Camminò la faccenda come avea divisato il papa col cardinale. Arrigo fu eletto quasi a voti pieni re dei Romani nel dì di santa Caterina[769], e poi pubblicata l'elezion sua nel dì 27 di novembre, e non già nell'Ognissanti, o in altro giorno, come alcuni lasciarono scritto. Meraviglia recò ad ognuno l'udire preferito a tanti altri potenti principi Arrigo, principe di nobile schiatta bensì, ma di pochi Stati provveduto. Secondo il Villani, corse subito la nuova di questa inaspettata elezione alla corte del re di Francia, mentre egli si apparecchiava per andare al papa, affine di averlo favorevole in questo affare; ed accortosi che Clemente V vi aveva avuta mano per escludere Carlo suo fratello, da lì innanzi non fu più suo amico. Ma non si sa intendere come il re Filippo dal dì primo di maggio, in cui tolto fu dal mondo il re Alberto, sino al dì 25 o 27 di novembre, giorno nel quale si pubblicò L'elezione di Arrigo, tardasse tanto, giacchè ardea di voglia di quella corona, ad impegnare gli uffizii del pontefice in favor del fratello. Sembra ben più probabile che se li procacciasse per tempo, ma che restasse burlato con altre segrete insinuazioni fatte fare dal medesimo Clemente. Furono poi spediti da esso Arrigo solenni ambasciatori al papa, cioè i vescovi di Basilea e di Coira, Amedeo conte di Savoia Guido conte di Fiandra, Giovanni Delfino di Vienna, ed altri baroni[770], per ottenere il consenso pontificio: il che fu facilmente conceduto. Tale ambasceria vien dai più riferita all'anno seguente, ma dovette precederne un'altra almeno, certo essendo che Arrigo fu coronato in Aquisgrana nell'Epifania dell'anno seguente, e ciò non par fatto senza la precedente approvazione del papa. Fu questo Arrigo il sesto fra gl'imperadori, ma comunemente vien chiamato Arrigo settimo, perchè tale nell'ordine dei re di Germania di tal nome.

Cadde infermo in quest'anno ancora Azzo VIII marchese d'Este, signor di Ferrara, Rovigo e d'altri Stati, ed anche conte d'Andria nel regno di Napoli[771]. Fecesi portare ad Este, sperando miglioramento da quell'aria salubre; e furono a visitarlo, e a far pace con lui i suoi due fratelli Francesco e Aldrovandino marchesi. Ma quivi nell'ultimo dì di gennaio finì di vivere. Questo principe d'alte idee, ma d'idee mal condotte, dopo aver vivente recati notabili danni alla sua casa coll'aver perdute le città di Modena e di Reggio, ben peggio fece morendo, perchè lasciò suo successore nel dominio di Ferrara e degli altri suoi Stati Folco, figliuolo legittimo di Fresco suo figliuolo bastardo, con escludere i Suoi legittimi fratelli Francesco ed Aldrovandino, e i figliuoli di quest'ultimo. La Cronica Estense[772] ha, ch'egli ritrattò un sì fatto testamento; ma certamente gli effetti si videro in contrario, e di qua venne un gran crollo alla famiglia estense. Fresco, aiutato dai Bolognesi, giacchè il figliuolo non era giunto ad età capace di governo, prese le redini della signoria di Ferrara, che gli fu confermata, benchè mal volentieri, dal popolo. Ma nel medesimo tempo il marchese Francesco d'Este co' suoi nipoti si mise in possesso d'Este, di Rovigo e d'altre terre, e in quella della Fratta diede una rotta alle genti di Fresco. Così cominciò la guerra fra loro. Stabilì Fresco pace coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Reggiani e Modenesi. Il popolo di Ferrara, essendo molto portato a voler i principi estensi legittimi, cominciò a fare delle congiure contra di lui, le quali svanirono colla morte di molti. Ricorsero gli Estensi legittimi al papa in Francia per implorar il suo patrocinio ed aiuto; ed oh con che benignità furono ascoltati! Promise quella corte mari e monti, purchè riconoscessero Ferrara per città della Chiesa romana; dal che s'erano nel secolo addietro guardati gli altri Estensi. Dacchè questo fu ottenuto, allora furono spediti uffiziali e milizie in Italia per prendere il possesso di Ferrara coll'assistenza del marchese Francesco; e per questo i Ferraresi cominciarono a tumultuar più che mai contra di Fresco[773]. Veggendo la mal parata, fece anch'egli ricorso ai Veneziani, e propose di ceder loro con varii patti quella città. Niuna fatica si durò perchè essi accettassero la proposizione, e non tardarono ad inviar colà gran copia di soldatesche, le quali entrarono e si fortificarono in castel Tealdo; cosa che maggiormente accese l'ira de' Ferraresi, popolo già avvezzo ad avere il suo principe, e alieno dall'ubbidire agli stranieri. Per altro, anche i Bolognesi, Mantovani e Veronesi amoreggiavano in queste occasioni Ferrara, e mossero l'armi per tentarne l'acquisto. Anzi Bernardino da Polenta co' Ravegnani e Cerviesi proditoriamente v'entrò una notte, e si fece eleggere signore d'essa città per cinque anni avvenire. Ma non vi si fermò che otto giorni, saccheggiando tutto quel che potè. I Veneziani quei furono che riportarono il pallio. Li fece ben ammonire il papa[774] di desistere e ritirarsi da quella impresa, perchè Ferrara era terra della Chiesa romana; ma si parlò ai sordi. Un dì poscia le milizie pontificie con Francesco marchese d'Este ed altri fuorusciti, e con Lamberto da Polenta condottiere de' Ravegnani entrarono in quella città, gridando invano il popolo: Viva il marchese Francesco; e ne presero il possesso a nome del papa, senza più poi pensare a rimetterla in mano degli Estensi. Succederono poi varie battaglie tra i Ferraresi e Veneziani, e talmente prevalsero gli ultimi, che nel dì 27 di novembre convenne ai Ferraresi d'implorare pace o tregua, e di prendere quel podestà che piacque ai Veneziani. Allora furono ammesse in città le famiglie de' Torelli, Ramberti, Fontanesi, Turchi, Pagani ed altri sbanditi dalla città, perchè Ghibellini e nemici degli Estensi.

In Parma non furono minori le rivoluzioni[775]. Nel dì 24 di marzo cominciarono una rissa fra loro i Ghibellini ed i Guelfi; e nel dì seguente passò questa in una fiera guerra civile, in cui rimasero morte molte persone, rubate ed incendiate moltissime case. Maggiormente si rinforzò nel dì 26 la tempesta dell'armi, stando sempre Giberto da Correggio signore della città colle sue genti in possesso della piazza. Ma udito che i Rossi e i Lupi di Soragna con altri banditi erano venuti alla porta di Santa Croce, colà si portò, ed uscì ancora per mettergli in fuga; ma toccò a lui di fuggire in città, perchè contra di lui si rivoltarono non pochi de' suoi. V'entrarono anche i suddetti sbanditi, in favor dei quali essendosi dichiarati molti del popolo, andò si fattamente crescendo la forza de' Guelfi, che Giberto e Matteo fratelli da Correggio coi loro aderenti dovettero cercar colla fuga di salvarsi a Castelnuovo. Però tutti gli altri usciti guelfi tornarono alla patria. Infinite furono le ruberie fatte in questa occasione per la città; molte le case bruciate; e i contadini entrati corsero al palazzo pubblico, e vi stracciarono tutti i libri dei bandi e maleficii, e diedero il sacco ad ogni mobile e scrittura di Giberto. Seguitarono poi anche per molti giorni i saccheggi e gl'incendii, e i bandi di chi era creduto Ghibellino; e intanto i fuorusciti faceano guerra alla città. Contra d'essi nel mese di giugno uscì in campagna tutto l'esercito de' Parmigiani dominanti. Giberto da Correggio anch'egli, fatto forte dai Modenesi, che v'andarono tutti col loro capitano, e dai banditi di Bologna, e dal marchese Francesco Malaspina co' suoi di Lunigiana, e da copiose schiere d'altri Ghibellini, nel dì 19 di giugno andò a ritrovare i Parmigiani, ed attaccò la mischia. Vigorosamente si combattè sul principio da amendue le parti; ma poco stettero ad essere sbaragliati i Parmigiani, de' quali assaissimi restarono morti con più di dugento Lucchesi, ch'erano al loro soldo, e quasi dissi innumerabili restarono prigioni colla perdita di tutto il bagaglio[776]. Dopo la vittoria corse Giberto alla città, ma non potè entrarvi allora. V'entrò nel dì 28, perchè, colla mediazione di Anselmo abbate di San Giovanni, fu fatta una pace generale, e permesso a tutti gli usciti di ripatriare. Secondo il diabolico costume di que' tempi, andò presto per terra questa pace. Giberto da Correggio, che prometteva e giurava a misura del bisogno, senza credersi poi tenuto a giuramenti e promesse, ben disposti i suoi pezzi, nel dì 3 d'agosto levò rumore, e colla forza de' suoi scacciò dalla città i Rossi e Lupi, con tutti i loro amici guelfi, i quali si ridussero a Borgo San Donnino e ad altri luoghi, e continuò poi la guerra fra loro. Essendo passato al paese dei più in quest'anno, e non già nel precedente, come ha il testo di Galvano Fiamma[777], Francesco da Parma arcivescovo di Milano, fu in suo luogo eletto Castone ossia Gastone, comunemente appellato Cassone dalla Torre, figliuolo di Mosca[778], e la sua elezione fu approvata dal cardinal Napoleone legato apostolico. Poscia nel dì 24 di settembre, tenutosi un general parlamento in Milano, quivi concordemente fu eletto perpetuo signor di Milano Guido dalla Torre. Ebbero in quest'anno guerra i Milanesi co' Bresciani, ma ne seguì anche pace. Mancò di vita in essa città di Brescia nell'ottobre del presente anno Berardo de' Maggi, vescovo d'essa città, dopo esserne stato anche per anni parecchi signore nel temporale, con governarla a parte dell'imperio, ossia ghibellina. Molti benefizii da lui fatti a quella città indussero quel popolo ad eleggere per suo successor nella chiesa Federigo de' Maggi[779]. Inoltre Maffeo, ossia Matteo de' Maggi, fratello d'esso Berardo, fu proclamato signore della città. Guido dalla Torre, siccome signor di Piacenza, nell'anno presente stabilì pace fra quei cittadini e i lor fuorusciti[780], che lieti rientrarono nella lor patria. Nella Romagna[781] il conte di Cunio con altri suoi partigiani occupò, contro il voler de' Faentini ed Imolesi, la terra di Bagnacavallo nel dì 24 di luglio. Poscia nel dì 28 di agosto fu fatta pace fra i Bolognesi, Riminesi e Cesenati dall'una parte, e i Forlivesi, Faentini, Imolesi e Bertinoresi dall'altra, colla liberazion di tutti i prigioni. Ma in Firenze fu una gran commozione di popolo[782]. Perchè Corso de' Donati, a cui la parte nera, ossia guelfa, era obbligata dal presente suo stato dominante, voleva soprastare di troppo agli altri nobili, l'ambizione e l'invidia fecero dividere in due fazioni i grandi stessi. Rosso dalla Tosa, capo dell'una, seppe tanto screditar esso Corso, che gli tagliò infine le gambe; facendo soprattutto valere contra di lui la parentela da esso contratta con Uguccion dalla Faggiuola gran ghibellino. Levossi dunque a rumore contra di lui il popolo tutto; ed essendosi esso Corso ben asserragliato, assistito anche da molti suoi amici, fece gran difesa; infine gli convenne prendere la fuga, ma, raggiunto da certi Catalani a cavallo, fu ucciso: con che tornò la quiete in Firenze.

NOTE:

[764] Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[765] Bernard. Guid., in Vit. Clementis V.

[766] Historia Dulcini, tom. 9 Rer. Ital. Bernardus Guid., Giovanni Villani, et alii.

[767] Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucens. Ferretus Vicent. et alii.

[768] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 95.

[769] Henric. Stero, in Chron. Albert. Argentinens., in Chron. Bernard. Guid. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus, et alii.

[770] Joannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic. Franciscius Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[771] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Peregrinus Priscianus. Annal. MSS. et alii.

[772] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

[773] Raynaldus, Annal. Eccles.

[774] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[775] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[776] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[777] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 346.

[778] Corio, Istor. di Milano. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[779] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[780] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[781] Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCIX. Indizione VII.

CLEMENTE V papa 5. ARRIGO VII re de' Romani 2.

Alla prepotenza di Filippo il Bello re di Francia riuscì in quest'anno e nel seguente d'indurre papa Clemente a ricevere le accuse contro la memoria di papa Bonifazio[783]; il che cagionò orrore a tutta la cristianità, ben consapevole dell'iniquità e falsità di quanto a lui veniva opposto in materia di fede. Frutti erano questi dell'essere divenuta schiava di un re possente e malvagio la Sede Apostolica; del che fu in colpa il pontefice stesso, il quale intanto andava lusingando i Romani con far loro credere di voler venire in Italia, mentre, inceppato dalle delizie della Francia, a tutt'altro pensava che ad abbandonarla. Ma non permise Iddio che andasse molto innanzi questa maligna persecuzione, e la vedremo finita in breve. Nel dì 27 di marzo dell'anno presente, trovandosi esso papa in Avignone, pubblicò contra de' Veneziani, come occupatori della città di Ferrara, la più terribile ed ingiusta bolla che si sia mai udita. Oltre alle scomuniche ed agl'interdetti, dichiarò infami tutti i Veneziani, e incapaci i lor figliuoli sino alla quarta generazione d'alcuna dignità ecclesiastica e secolare; confiscati in ogni parte del mondo tutti i lor beni; data facoltà a ciaschedun di fare schiavo qualunque Veneziano che lor capitasse alle mani nell'universa terra, senza distinzione alcuna tra innocenti e rei: il che fa orrore, eppure fu eseguito in vari paesi. Poscia aggiunse alle armi spirituali le temporali contra di loro, inviando in Italia il cardinale Arnaldo di Pelagrua suo parente, con titolo di legato, il qual fece dappertutto predicar la crociata contra d'essi Veneziani, come se si trattasse contra de' Turchi. Copioso fu il concorso delle genti della Lombardia, marca di Verona, Romagna e Toscana. Ferreto Vicentino[784] scrive che v'andarono de' soli Bolognesi circa otto mila combattenti. Premeva a quel popolo di riacquistar la grazia perduta del pontefice per lo scorno fatto al cardinal Napoleone. Pel medesimo fine anche i Fiorentini colà inviarono molte schiere d'armati. Nel dì 10 d'aprile di quest'anno si disciolse la pace e l'accordo già fatto dal popolo di Ferrara coi Veneziani, e si ricominciò la guerra. Di grossi rinforzi di gente e di navi furono spediti da Venezia ai suoi; e nel mese di giugno, usciti di Castel Tealdo i Veneziani, mentre i Ferraresi erano a cena, fecero contra di essi un feroce insulto. Tutta fu in armi la città. Francesco marchese d'Este con Galeazzo visconte marito di Beatrice Estense, alla testa di tutti andò ad assalirli, e ne fece aspro macello. Per consiglio ancora di lui, fu fabbricato un ponte sopra Po, non ostante la gagliarda opposizion de' Veneziani, i quali un giorno diedero una fiera rotta ai Bolognesi. Ma nel dì 28 d'agosto, cioè nella festa di santo Agostino, per ordine del cardinal Pelagrua, si venne ad una general battaglia contro la flotta veneziana esistente in Po, la quale restò interamente disfatta e in potere dei Ferraresi con tutte le macchine e l'armamento. Tra uccisi ed annegati nel fiume si contarono circa sei mila Veneziani. Questa insigne vittoria, accompagnata da un immenso bottino, decise la controversia; perciocchè non istette molto a rendersi Castello Tealdo al legato, il quale, dimenticandosi d'essere uomo di Chiesa, fece impiccare quanti Ferraresi trovò complici de' Veneziani. Fu anche spedito Lamberto da Polenta con Bernardino suo fratello, e coi Ravegnani e parte dei Ferraresi ad espugnare il castello di Marcamò, fabbricato da essi Veneti nel distretto di Ravenna; e l'ebbe a patti di buona guerra nel dì 23 di settembre, nè vi lasciò pietra sopra pietra. Così venne liberamente Ferrara in potere del pontificio legato, il quale, d'ordine della corte, ne diede da lì a non molto il vicariato a Roberto re di Napoli, niuna considerazione avendo degli Estensi, che aveano suggettata quella città alla Chiesa, e massimamente del marchese Francesco, che tanto s'era affaticato per riacquistarla. Quivi esso re Roberto mise per governatore Dalmasio con un corpo di Catalani, la maggior parte capestri da forca, che fecero ben provare al popolo di Ferrara la differenza che passa fra l'avere il proprio principe e l'essere governati da gente straniera.

Giacchè abbiam fatta menzione del re Roberto, convien ora dire che in questo anno nel dì cinque di maggio arrivò al fine di sua vita Carlo II re di Napoli e conte di Provenza[785], principe che per la sua liberalità, dabbenaggine e clemenza non ebbe pari; e perciò amaramente pianto da' suoi sudditi, ma più dai Napoletani, a lui molto tenuti pei tanti benefizii ed ornamenti accresciuti alla loro città. Per la successione in quel regno nacque disputa fra Roberto duca di Calabria suo secondogenito e Carlo Uberto divenuto re d'Ungheria, che si pretendeva anteriore nel diritto a Roberto, perchè figliuolo di Carlo Martello, primogenito di esso re Carlo II. Fu acremente dibattuta fra i legisti la quistione; ma buon fu per Roberto l'esser egli passato in persona alla corte pontificia di Avignone, dove seppe ben far da avvocato a sè stesso, e muovere colle macchine più gagliarde gli animi de' giudici in suo favore. Fu creduto che più la ragion politica che la legale facesse sentenziare in favor di Roberto, principe riputato allora di gran saviezza e valore, ed atto e tener l'Italia in freno nella lontananza dei papi. Tuttavia, se è vero che Carlo II suo padre nell'ultimo suo testamento (il qual si dice fatto nel dì 16 di marzo dell'anno precedente, e fu dato alla luce dal Leibnizio[786]) lasciasse Roberto erede di tutti i suoi Stati, giacchè dovea considerare assai provveduta la linea del re d'Ungheria, par bene che fosse ben appoggiata la pretension del medesimo Roberto. Per attestato di Bernardo Guidone, fu egli coronato in Avignone re di Sicilia (benchè solamente comandasse al regno di Napoli) nella prima domenica d'agosto dell'anno presente, e non già nella festa della Natività della Vergine, come scrive Giovanni Villani. Ed il papa liberalmente gli condonò le somme immense d'oro, delle quali il re Carlo suo padre andava debitore alla santa Sede. Quel che è strano, secondo i documenti accennati dal Rinaldi[787], seguì una segreta convenzione fra papa Clemente e Giacomo re di Aragona, ch'esso re, oltre alla Sardegna e Corsica, delle quali era stato investito da papa Bonifazio VIII, conquistasse ancora Pisa coll'isola dell'Elba, e la riconoscesse poi in feudo dai romani pontefici: vergognosa concessione, trattandosi di spogliare senza ragione alcuna il romano imperio d'una sì cospicua città, e quel popolo della sua libertà. Se fossero ancora assai ragionevolmente concedute al medesimo re le decime del clero, per impiegarle in levar la Sardegna e Corsica ai Pisani e ad altri principi cristiani, io non mi metterò a ricercarlo. Fin qui l'innata saviezza dei nobili Veneziani avea saputo così ben regolare e tenere unita la lor città, che quando tante altre libere città d'Italia bollivano per le discordie cittadinesche, ed erano divise in Guelfi e Ghibellini, sola essa era felice e gloriosa per la sua mirabil unione, ancorchè non fosse esente da diversità di genii e fazioni: del che fu anche lodata dallo storico Rolandino nel precedente secolo. Ma in quest'anno patì anch'essa un'eclissi. Baiamonte Tiepolo, capo della fazione guelfa, fece una congiura con altri di casa Querina e Badoera contra di Pietro Gradenigo doge[788], e nel dì 15 di giugno scoppiò questo incendio. Vi fu gran combattimento, ma infine dopo la morte di molti restò sconfitto Baiamonte, il quale scampò colla fuga. Simili sedizioni le abbiamo vedute familiari in altre città; fu questa considerata come stravagante cosa in Venezia, e ne dura quivi anche oggidì con orrore la memoria. A cagion d'essa furono mandati ai confini assaissimi nobili e popolari di quella insigne città. Era in questi tempi Guido dalla Torre in auge di fortuna, siccome signore perpetuo di Milano e di Piacenza, con assai amici e collegati d'intorno. Scrivono[789], che, volendo saper nuove di Matteo Visconte, il quale privatamente vivea nella villa di Nogaruola, diede incumbenza ad un accorto uomo di andarlo a trovare per ispiare i fatti suoi, promettendogli un palafreno e una veste di vaio, se gli portava la risposta a due quesiti da fargli. Andò costui, e trovò il Visconte in abito dimesso, che passeggiava; e, dopo varii discorsi, quando fu per andarsene, il pregò di fargli guadagnare un palafreno e una veste col rispondere a due sue interrogazioni. La prima: Come gli parea di stare, e qual vita era la sua; la seconda: Quando egli si credea di poter tornare a Milano. Molto ben s'avvide l'accorto Matteo onde procedevano queste dimande, e che erano fatte per ischernire il suo povero stato. Adunque rispose alla prima: Egli mi par di star bene, perchè so vivere secondo il tempo. Alla seconda: Dirai al tuo signor Guidotto, che quando i suoi peccati soperchieranno i miei, allora io tornerò a Milano. Portate queste risposte a Guido, le lodò come d'uomo savio, e regalò quel messo.

In quest'anno appunto cominciò a declinar la fortuna del Torriano. Nel principio di maggio si alzò a poco a poco una nebbia di vicina sollevazione in Piacenza[790], veggendosi il vescovo Leone da Fontana colla fazion guelfa macchinar delle novità contra dei Landi, Fulgosi ed altri di parte ghibellina. Mandò ben Guido dalla Torre un corpo di gente da Milano per vegliare alla quiete di quella città; ma nel dì cinque d'esso mese Alberto Scotto, avendo con belle parole addormentato lo sciocco podestà, nella notte raunata tutta la sua fazione, e impadronitosi della piazza, diede addosso agli avversarii sprovveduti, e li fece fuggir fuori di città. Racconta il Corio, che, tolta in questa forma la signoria di Piacenza al Torriano, Alberto Scotto ne fu egli proclamato di nuovo signore. La Cronica di Piacenza ha, che la signoria fu data allora al vescovo Fontana suddetto; ma si contraddice poi all'anno seguente, dove confessa che lo Scotto era stato signor di Piacenza un anno e quattro mesi. Anche dalla Cronica Estense apparisce[791] che esso Scotto tornò in signoria, e fece lega coi Parmigiani, Mantovani, Veronesi, Reggiani, Modenesi e Bresciani, tutti di parte ghibellina. Inimicatosi per questo contra de' Piacentini Guido dalla Torre, con tutto lo sforzo de' suoi Milanesi, de' Pavesi, Novaresi, Vercellesi e fuorusciti piacentini, venne, sul principio di giugno, e di nuovo nel settembre, ai danni del distretto di Piacenza, con prendere alcune castella, e dare il guasto fino alle porte di quella città. Presero anche il ponte de' Piacentini sul Po; ma, uscito Alberto co' suoi, così virilmente assalì i nemici, che li ruppe, colla morte di circa secento d'essi. Peggio nondimeno avvenne allo stesso Guido Torriano per altro fatto che servì di principio alla total sua rovina. Nel primo dì di ottobre egli fece prendere Gaston dalla Torre ossia Cassone, arcivescovo di Milano, parente suo, ed il mandò nella rocca d'Anghiera con altri suoi tre fratelli, figliuoli del fu Mosca, pretendendo che avessero formata una congiura contra di lui, per torgli non solamente lo Stato, ma anche la vita. Fu egli scomunicato per questa violenza dal cardinale Pelagrua legato, dimorante allora in Bologna, e sottoposta la città all'interdetto. Venne apposta a Milano Pagano dalla Torre vescovo di Padova, per rimediare a così scandalosa scissura fra i suoi consorti. Vi concorsero ancora Filippone da Langusco signor di Pavia, Antonio da Fissiraga signor di Lodi, Guglielmo Brusato signor di Novara, Simone da Colobiano signor di Crema, cogli ambasciatori di Bergamo e di Como. Costoro, in un gran parlamento tenuto nel dì 28 d'ottobre nella metropolitana di Milano, conchiusero un accordo, per cui Gastone arcivescovo ed altri Torriani riebbero la libertà, ma con obbligo di andare ai confini; e questi poi si ridussero a Padova. L'arcivescovo non ebbe più buon cuore per Guido, e sollecitò la venuta di Arrigo VII in Italia: il che, se fosse utile a Guido, lo scorgeremo fra poco. Nel dì 16 di settembre i Parmigiani, rinforzati da gran quantità di cavalleria e fanteria di Verona, Mantova, Brescia, Modena e Reggio, fecero oste a Borgo San Donnino[792], dove s'erano fortificati i Rossi, Lupi ed altri usciti della loro città, e vi stettero sotto ben tre mesi con dei trabucchi che incessantemente gittavano pietre, e con una forte circonvallazione intorno alla terra. Mandò Guido dalla Torre secento uomini d'armi e trecento fanti a Cremona con ordine di soccorrere gli assediati; ma questa gente non osò mai d'inoltrarsi, perchè i Parmigiani gli aspettavano a piè fermo per dar loro battaglia. S'interpose dipoi il vescovo di Parma per l'accordo, e fu fatto compromesso con ostaggi in Guglielmino da Canossa e Matteo da Fogliano, nobili reggiani, che fecero cessar quell'assedio; ed eletti amendue podestà di Parma, proferirono sul principio dell'anno seguente il loro laudo, al quale niuna delle parti volle ubbidire. Nel dì 28 di maggio dell'anno presente il popolo d'Asti[793] coll'aiuto di quei di Chieri, uscito in campagna contra de' suoi fuorusciti, ebbe una rotta nella villa di Quatordo. Restarono gli Astigiani sì intimiditi per questa disgrazia, che diedero balia ad Amedeo conte di Savoia e a Filippo di Savoia, principe della Morea suo nipote, per trattar di pace fra i cittadini e fuorusciti. Fu poi proferita da questi principi la sentenza della pace, per cui i Gottuari cogli altri usciti nella festa di santa Caterina di novembre rientrarono in Asti. Fra gli altri capitoli vi fu, che il suddetto principe dovesse restar governatore della pace in Asti col salario di diciassette mila lire l'anno: del che si dolsero non poco gli Astigiani.

Abbiamo in quest'anno da Guglielmo Ventura, dal Villani e dalle Croniche Estense e Parmigiana[794] che seguirono delle novità in Genova. Scopertasi molta amicizia fra Bernabò Doria, uno de' due capitani di Genova, e i Grimaldi fuorusciti, Obizzino Spinola, cioè l'altro capitano, fece imprigionare il Doria. Questi ebbe la fortuna di fuggirsene dalla carcere, e con tutti quei di sua casa si ritirò al castello della Stella, che fu preso da Obizzino. Venuti poscia i fuorusciti, cioè i suddetti Grimaldi, Doria, Fieschi ed altri in Genova con assai forze, andò ad assalirli lo Spinola; e benchè fosse superiore di gente armata, pure ne rimase sconfitto, e vi morì il podestà di Genova. Allora i fuorusciti entrarono pacificamente in Genova, e tolsero ad Obizzino Ventimiglia, Porto Venere e Lerice, con passar anche al guasto di Gavi, dove s'era ritirato il suddetto Obizzino, le cui case in Genova furono date alle fiamme. Giorgio Stella riferisce[795] questo fatto all'anno seguente; ma dee prevalere l'autorità degli storici sovraccitati, e spezialmente dell'autore contemporaneo della Cronica di Parma, che finì di scrivere in quest'anno. Confessa il medesimo Stella d'aver vedute storie che ne parlano all'anno presente. Mette egli la battaglia nel dì 10 di giugno. La Cronica di Parma ha, ch'essa accadde nella festa di san Gervasio, cioè nel dì 19 d'esso mese. Il Villani la riferisce al dì 11. Io sto colla Cronica Parmigiana. In Toscana a' dì 10 di febbraio i Fiorentini si mossero con sei mila pedoni e quattrocento cinquanta cavalieri, per dare il guasto ad Arezzo. Quei cavalieri la maggior parte erano Catalani, mandati in loro aiuto dal re Roberto[796], giacchè più fede avea questo re in quella gente, e ne teneva anche in Ferrara, siccome abbiam detto. Arditamente vennero loro incontro gli Aretini con Uguccion dalla Faggiuola lor capitano, ma andarono in isconfitta, e più che di galoppo se ne fuggirono ad Arezzo. Con più possente esercito nel dì 8 di giugno tornarono i Fiorentini fin sotto quella città, devastando tutti i contorni; ed ancorchè venissero ordini di Arrigo VII re dei Romani di non molestare Arezzo, se ne rise il popolo allora superbo di Firenze. Anzi, essendo giunto Luigi di Savoia con altri ambasciatori per parte di esso Arrigo a Firenze a notificar la di lui venuta per la corona, ne riportarono risposte villane, che assai diedero a conoscere ciò che poscia avvenne. Aspro governo intanto faceano essi Fiorentini e Lucchesi di Pistoia[797], ma gli ultimi specialmente, attendendo i loro uffiziali più a rubare che a governare, e non era sicuro l'onor delle donne[798]. Condotto dalla disperazione quel popolo, levò rumore nel dì primo di giugno, e tutti a furia uomini e donne, fanciulli, preti e frati, con tavole, legnami e pietre si diedero a fare uno steccato posticcio alla lor città, e a cavar le fosse, giacchè ogni sua fortificazione era negli anni addietro stata spianata. A questo avviso, s'inviò a quella volta tutto sdegno il popolo di Lucca. Risoluti i poveri Pistoiesi di lasciar la vita l'un presso all'altro, piuttostochè di sofferir più lungamente sì duro giogo, si animarono alla difesa; ma non avrebbono potuto reggere alla superiorità dei Lucchesi. Per buona ventura certi Fiorentini fecero fermar l'esercito di Lucca a Pontelungo: con che lasciarono tempo a' Pistoiesi di maggiormente afforzarsi, e di spedire a Siena, pregando quel comune che s'interponesse per la pace. Vennero infatti gli ambasciatori di Siena, ed ottennero buoni patti. Pistoia si fortificò, e si governò da lì innanzi a comune, con solamente prendere i podestà e capitani da Firenze e da Lucca. Nello stesso giorno primo di giugno fu anche in Cesena[799] una sollevazione della fazion guelfa, alla quale venne fatto di abbattere e mettere in fuga i Ghibellini; ma questo movimento costò a quella città delle grandi ruberie ed altri malanni. In questi tempi, secondo la Cronica di Cesena, era capitano per la Chiesa romana in Jesi ed in altre terre della marca d'Ancona Federigo conte di Montefeltro, figliuolo del fu conte Guido. Fecero oste gli Anconitani sopra il contado di Jesi[800]; ma esso conte Federigo per attestato del Villani, colla gente di Jesi, Osimo e d'altri marchigiani ghibellini andò ad assalirli, e diede loro una gran rotta, di modo che più di cinque mila Anconitani vi restarono tra morti e presi.

NOTE:

[782] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital Giovanni Villani, lib. 8, cap. 96.

[783] Raynaldus, Annal. Eccles.

[784] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[785] Bernardus Guido, in Vit. Clementis V. Giovanni Villani, lib. 8, cap. 108.

[786] Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 31.

[787] Raynald., Annal. Eccl., ad hunc ann., §. 24.

[788] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.

[789] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 61. Corio, Istoria di Milano.

[790] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.

[791] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[792] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[793] Chron. Astense, tom. 9 Rer. Ital.

[794] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 114. Chronic. Estense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[795] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[796] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 105.

[797] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[798] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 111. Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.

Anno di CRISTO MCCCX. Indizione VIII.

CLEMENTE V papa 6. ARRIGO VII re de' Romani 3.

Nel dì 26 di luglio dell'anno presente que' fuorusciti che erano entrati in Ferrara dopo la caduta dei principi estensi[801], cioè Salingerra de' Torrelli, Ramberto de' Ramberti e Francesco Menabò colla fazion ghibellina, nemica degli Estensi guelfi, diede all'armi con disegno di levar quella città dalle mani della Chiesa. Vi furono ammazzamenti, massimamente di Catalani, e ruberie senza fine; e i palagi dei marchesi furono da que' ribaldi dati alle fiamme. Già tutta la città era in lor potere; ma, avvertito di ciò il cardinal Pelagrua, soggiornante allora in Bologna, cavalcò a quella volta con copiosa milizia di Bolognesi, ed entrò in Castello Tealdo, dove s'erano ritirati que' pochi de' suoi che poterono sottrarsi alle spade de' sollevati. In aiuto suo accorsero ancora da Rovigo con buon numero d'armati il_ marchese Francesco, Rinaldo_ ed Obizzo Estensi. Allora i Ferraresi, veggendosi come perduti, altro ripiego non ebbero che di ricorrere alla misericordia del legato; ma questi, dopo aver voluto prima in mano circa ottanta (altri dicono meno) de' migliori della città, non altra misericordia usò loro che di lasciar la briglia alle sue truppe, le quali, unite coi Guelfi, si spinsero contra de' Ghibellini, e li forzarono alla fuga. In tal occasione seguirono molte uccisioni e saccheggi di monisteri e chiese, certo non con lode di esso legato, il qual poscia affaticò per molti dì il boia in far impiccare i colpevoli di quella sedizione. Anche la città di Piacenza fu in gran moto[802]. Alberto Scotto ivi signore, tra perchè si trovava incalzato dalla forza de' fuorusciti, cioè di Leone degli Arcelli, Ubertino Lando ed altri Ghibellini, che erano spalleggiati da Guido dalla Torre signor di Milano; e perchè inoltre sentiva essere in procinto Arrigo VII di calare in Italia, prese il partito di far pace cogli usciti, e di cedere il dominio della città, con che i pubblici uffizii da lì innanzi fossero comuni fra le parti. Entrarono in Piacenza quasi in trionfo i fuorusciti; ma siccome non si davano mai posa gli animi troppo allora turbolenti degl'Italiani, appena entrati i fuorusciti, svegliarono delle contese, e nel dì seguente a forza d'armi ne scacciarono Alberto Scotto, il quale co' suoi aderenti si ridusse a Castello Arquato, ed, impadronitosi di Fiorenzuola e Bobbio, cominciò di nuovo a recar frequenti molestie al popolo dominante di Piacenza. Obizzino Spinola cogli altri suoi consorti, anche essi fuorusciti di Genova[803] e padroni di Monaco, s'impadronì in quest'anno delle terre di Montaldo e Votaggio, e le distrusse da' fondamenti. La decantata venuta del re de' Romani è credibile che movesse tanto essi Spinoli e i lor partigiani, quanto il governo di Genova a far poco appresso pace. Quaranta mila lire furono pagate agli Spinoli, che restituirono al comune di Genova tutti i luoghi presi, ed ebbero accesso libero alla città, eccettochè Obizzino, obbligato per due anni a starsene nelle sue castella. Nell'Umbria i Perugini, rinforzati dal maliscalco del re Roberto abitante in Firenze, fecero guerra nel mese di luglio alla città di Todi[804]. Volle provarsi quel popolo ad una battaglia; ma non l'avesse fatto, perchè ne andò malamente sconfitto. Nello stesso mese furono cacciali i Guelfi da Spoleti, restando la signoria ai Ghibellini. Ma per più tempo i Perugini talmente guerreggiarono contra di quella città, che nell'anno seguente la forzarono a rimettere in casa i Guelfi; ed altrettanto fece la città di Todi.

Dava molto da pensare a Roberto re di Napoli la disposizione di Arrigo VII re de' Romani, di calar in Italia, ben prevedendo ch'egli sosterrebbe il partito dei Ghibellini amici dell'imperio con depressione de' Guelfi, de' quali egli era il capo. Gli parve dunque di non dovere maggiormente differire il suo ritorno dalla Provenza in Italia per dar sesto a' suoi affari. Coll'avere indotto il papa a fermare la sua residenza in Avignone, città della Provenza, e perciò di suo dominio, egli era divenuto come arbitro della corte pontificia. E fu in quest'anno[805] ch'egli ottenne il vicariato della Romagna e di Ferrara, ed inviò colà i suoi ministri a comandar le feste. Il pontefice Clemente intanto barcheggiava. Mostravasi egli tutto favorevole ad Arrigo VII, con approvar la sua venuta a prendere la corona imperiale; avea anche destinati i cardinali, che gliela dessero in Roma, e scrisse per lui lettere ai vescovi, principi e città d'Italia. Tuttavia gran cura avea di non disgustare il re Roberto, e non gli doveano dispiacere gli avanzamenti della fazione guelfa. Ora esso re Roberto nel dì 10 di giugno arrivò a Cuneo in Piemonte[806]. Visitò Montevico, Fossano, Savigliano, Cherasco ed Alba, terre di sua giurisdizione, Filippo di Savoia, che si trovava allora in Asti, fece un'imperiosa intimazione agli Astigiani di guardarsi dall'amicizia di quel re. Altrettanto fecero il vescovo di Basilea, Luigi di Savoia, ed altri ambasciatori del re Arrigo, ch'erano pervenuti in quella città, e passarono dipoi a Savona, Genova e Pisa, annunziando dappertutto, la venuta d'esso Arrigo alla corona. Di belle parole dissero gli Astigiani, ma poi, spediti ambasciatori ad Alba, fecero una specie di lega col suddetto re Roberto; e questi dipoi nel dì 9 di agosto venne ad Asti, ed ebbe ad un gran convito i grandi di quella città. Si fece allora le maraviglie Guglielmo Ventura, il quale vi si trovò presente, al vedere che tutti mangiarono e bebbero solamente in vasi d'argento, perchè un lusso tale era tuttavia incognito agl'Italiani. Passò Roberto nel dì 10 d'agosto ad Alessandria, e ne scacciò gl'Inviziati e i Lanzavecchi ghibellini, e si fece dar la signoria di quella città dai Guelfi. Ecco come il buon re andava stendendo l'ali alle spese del romano imperio. Ito poscia a Lucca e a Firenze, dove indarno si studiò di pacificare insieme i Guelfi disuniti, inviò al governo della Romagna Niccolò Caracciolo[807], il quale, arrivato colà nel mese d'ottobre, ebbe ubbidienza da quasi tutte quelle città, e procurò di mettere pace dappertutto con ridurre nelle lor patrie i fuorusciti. Su due piedi egli ascoltava le liti, e senza strepito di giudizio le decideva. Di uno di questi abbisognerebbe ogni città. Dovette trovare ne' Forlivesi qualche durezza[808], perchè ne fece spianar le fosse, e mise in prigione Scarpetta, Pino e Bartolommeo degli Ordelaffi, e alcuni dei Calboli e degli Argogliosi. Lasciò poi in libertà i Guelfi, e ritenne i Ghibellini. Ora, avendo Arrigo re de Romani stabilita la sua venuta in Italia, mandò varii ambasciatori a notificarlo alle città. Venne a Milano il vescovo di Costanza[809], e con bella orazione espose come il re era per prendere la corona del ferro dall'arcivescovo di Milano. Mostraronsi pronti i Milanesi a ricevere con tutto onore il sovrano; il solo Guido dalla Torre signor della città buffava, nè volea che si parlasse di questo grande affare. Chiamò poi ad un parlamento il conte Filippone da Langusco signor di Pavia, Antonio da Fissiraga signor di Lodi, Guglielmo Cavalcabò principal cittadino o signore di Cremona, e Simone degli Avvocati da Colobiano cittadin primario o signore di Vercelli, per udir il loro parere. Tutti erano di fazion guelfa. Schiettamente disse Filippone fra i primi ch'egli non voleva essere ribello al re suo signore. Gli altri dissero che bisognava prendere consiglio sul fatto, ma che allora non si potea. Guido dalla Torre era di parere che tutti si unissero contra di questo Tedesco; e smanioso girava per le camere, borbottando e parlando da sè solo. Finì il parlamento senza conchiusione alcuna.

Sul fine d'ottobre arrivò a Susa, e poscia a Torino, il re Arrigo colla regina Margherita sua moglie, mille arcieri e mille uomini d'arme, dopo avere, mercè di un matrimonio, fatto divenir Giovanni suo figliuolo re di Boemia. Amedeo conte di Savoia, Filippo e Luigi parimente di Savoia erano tutti per lui, e seppero ben fare il lor negozio con questo attaccamento. Nella corte d'esso re si contavano l'arcivescovo di Treviri Baldovino suo fratello, Teobaldo vescovo di Liegi, Ugo delfino di Vienna, il duca di Brabante ed altri principi e baroni. Andarono colà a fargli riverenza Filippone conte di Langusco, Teodoro marchese di Monferrato, i vescovi, i signori e gli ambasciatori di varie città, e nominatamente i romani, che comparvero con gran fasto. Tutti condussero gente armata per accompagnarlo. Per attestato di Albertino Mussato[810], mise un suo vicario in Torino: segno che quella era allora città libera. Nel dì 10 di novembre venne ad Asti[811], e v'introdusse i fuorusciti ghibellini. Gli fu data (malvolentieri nondimeno) la signoria di quella città, ed egli pose quivi un vicario, che cominciò molto bene ad aggravar quel popolo. Usava in corte d'esso re, ed era ben veduto da lui Francesco da Garbagnate[812], giovane milanese assai disinvolto, che gli avea più volte detto gran bene di Matteo Visconte esiliato da Milano, con dipignerglielo pel più savio, attivo ed onorato uomo di Lombardia, e perciò capace di ben servirlo ne' correnti affari. Mostrò Arrigo voglia di vederlo. Il Garbagnate, che tenea buon filo col Visconte, gliel fece tosto sapere; e Matteo travestito per solitarii cammini si portò ad Asti, dove, datosi a conoscere, non vi fu cortesia che non ricevesse da quella corte, ed anche dal re. I soli magnati guelfi il guardarono con occhio bieco, e villanamente ancora parlarono di lui, ma senza ch'egli mostrasse di alterarsene punto. Il favorevole accoglimento a lui fatto da Arrigo cagionò bensì che molti Milanesi e Lombardi abbracciarono il suo partito. Ed essendo giunto colà anche l'arcivescovo di Milano Gaston dalla Torre, già esiliato, stabilì pace e lega con esso Matteo, a nome ancora de' suoi fratelli, alcuni dei quali erano tuttavia detenuti prigioni da Guido dalla Torre. Non si fidava molto Arrigo d'andare a Milano, siccome abbastanza informato delle cattive disposizioni di Guido dalla Torre; anzi diffidava non poco di tutti gl'Italiani, perchè sessant'anni correano che non aveano veduto imperadori o re de' Romani; ed avvezzati a vivere a lor modo, non amavano al certo di riconoscere superiore alcuno. Matteo Visconte, per conto di Milano, gli levò le apprensioni del cuore, ben conoscendo egli quanto se ne potea promettere. Il distornò ancora dal differir la sua entrata in Milano, al che l'andavano sotto varii pretesti esortando i capi de' Guelfi[813]. Passò dunque Arrigo a Casale, a Vercelli e a Novara, accolto con allegria da que' popoli. In Vercelli mise fine alla guerra civile fra i Tizzoni ed Avvocati, in Novara fra i Brusati e Tornielli. Ogni fuoruscito potè ritornare alla sua patria. Cavalcò poscia il re, ed, invece di andare a Pavia, dove il conte Filippone l'aspettava, per consiglio di Matteo Visconte, passato il Ticino, s'inviò alla volta di Milano, incontrato di mano in mano da varie schiere di nobili milanesi, tutti in festa e gala, che gli baciavano il piede: dal che s'avvide avergli il Visconte dato buon consiglio. L'ultimo a venirgli incontro fuori de' borghi di Milano fu Guido dalla Torre[814]. Lo sdegno e la superbia erano con lui. Laddove gli altri, all'appressarsi del re, abbassavano le loro insegne, Guido portava diritto la sua. Gl'insegnarono i Tedeschi le creanze ed il dovere, con buttargliela per terra. All'arrivo del re, smontò Guido da cavallo, e gli andò come incantato a baciare il piede. Arrigo, con volto umano riguardandolo, gli disse: Guido, riconosci il tuo re, perchè duro è il ricalcitrar contro lo stimolo. Entrò il re nel dì 23 di dicembre, e non già nel dì seguente, come scrivono alcuni[815], in Milano, e seco Gastone arcivescovo, Matteo Visconte ed ogni altro fuoruscito. Volle il dominio della città, che gli fu dato, e Guido dalla Torre andò a sedere: disgrazia per altro da lui preveduta, ma senza avere cercata, o, per meglio dire, trovata maniera di provvedervi. Fece poi far pace fra i Torriani e Visconti, e quetò le altre nemicizie, desiderando che tutti vivessero in pace e concordia. Attese dipoi a far le sue disposizioni per ricevere la corona del ferro, alla qual funzione fu destinato il dì dell'Epifania dell'anno seguente. Fece in quest'anno papa Clemente nelle quattro tempora del Natale una promozione di cinque cardinali, tutti Guasconi[816]: se con piacere degl'Italiani, Dio vel dica. Nè voglio tacere che i Ghibellini di Modena nel mese di luglio cacciarono fuori di città quei da Sassuolo, da Ganaceto e i Grassoni, tutti di fazione guelfa[817].

NOTE:

[799] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[800] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 113.

[801] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.

[802] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[803] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[804] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 5.

[805] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[806] Chron. Astens., cap. 53, tom. 11 Rer. Ital.

[807] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[808] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[809] Johannes de Cermenat., cap. 10, tom. 9 Rer. Ital.

[810] Albertinus Mussatus, lib. 1, cap. 6.

[811] Chron. Astense, cap. 58, tom. 11 Rer. Ital.

[812] Corio, Istor. di Milano. Bonincon. Morigia, Chron. tom. 12 Rer. Ital.

[813] Dino Compagni, tom. 9 Rer. Ital.

[814] Johan. de Cermenat., cap. 13, tom. 9 Rer. Ital.

[815] Gualvan. Flamma, cap. 349. Chron. Astense, cap. 39, tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXI. Indizione IX.

CLEMENTE V papa 7. ARRIGO VII re de' Romani 4.

Per la corona del regno d'Italia, che dovea darsi al re Arrigo, tutte le città di Lombardia e della marca di Verona inviarono i loro ambasciatori a Milano[818], a riserva di Alessandria, d'Alba e d'altri luoghi in Piemonte, che riguardavano per loro signore Roberto re di Napoli. Intanto s'erano già cominciati a veder preparamenti di guerra contra dello stesso Arrigo. I Fiorentini, Lucchesi ed altri di Toscana[819] aveano nell'anno precedente eletti gli ambasciatori, per mandar a protestare l'ossequio loro al novello sovrano; ma all'improvviso restò la spedizione, e, per lo contrario, si diede quel popolo a far gente, e contrasse lega col medesimo re e colle città guelfe, per opporsi a lui. Altrettanto fecero i Bolognesi, attendendo specialmente in questo anno a fortificare e ben provvedere la loro città. Non si potrà fallare, attribuendo queste risoluzioni ai maneggi del re Roberto e de' suoi ministri, che non voleano lasciar crescere la potenza di Arrigo, credendola di troppo pregiudizio ai loro interessi. Si aggiunse, essere ben venuto in Italia il novello re con belle proteste di voler mettere la pace dappertutto, ridurre nelle loro patrie gli usciti, non avere parzialità nè per Guelfi, nè per Ghibellini, e di voler conservare tutti i diritti e privilegii di qualsisia città. E, di vero, opinione fu che sul principio fosse pura tal sua intenzione. Non parve poi così nell'andare innanzi. In un general parlamento volle che ogni città avesse un vicario imperiale[820]. Già gli avea messi in Torino, Asti e Milano; ed essi in luogo dei podestà eletti dai cittadini: il che fu uno sminuire di molto la libertà di quei popoli. Ora nel dì 6 di gennaio esso re fu colla regina Margherita coronato in santo Ambrosio di Milano per le mani dell'arcivescovo milanese Gastone dalla Torre. Pretesero il popolo e i canonici della nobil terra di Monza che nella lor basilica di san Giovanni Batista dovesse egli prendere la corona del ferro, che essi per antico privilegio conservano nel loro sacrario, e nella quale hanno da un secolo e mezzo in qua immaginato che si conservi uno dei sacri chiodi della croce del Signore[821]: cosa ignorata ne' secoli precedenti. Ma dovettero tanto industriarsi i Milanesi, che nella suddetta basilica di santo Ambrosio seguì quella grandiosa funzione, siccome altre volte s'era fatto[822], coll'aver nondimeno Arrigo, mercè d'un suo diploma, preservato il diritto che potesse competere a Monza. In tal congiuntura egli creò cavalieri circa dugento nobili di varie città. Attese di poi a pacificare le città di Lombardia, e in molte di esse mise i suoi vicarii, volendo che in ciascuna d'esse rientrassero gli sbanditi, fossero guelfi o ghibellini. Mise in Modena[823] per vicario Guidaloste dei Vercellesi da Pistoia, che v'introdusse tutti i fuorusciti guelfi. L'ultimo a comparire alla corte fu Matteo Maggi signore di Brescia, di fazion ghibellina[824], non già per poco affetto al re, ma per timore di Tebaldo Brusato di fazion guelfa, bandito da Brescia negli anni addietro, che, venuto a Milano, avea già guadagnato nella corte di molti protettori. Il buon Arrigo, che mirava al sollievo e bene di tutti, propose al Maggi di ricevere in Brescia Tebaldo. Il Maggi allora disse quanto potè per far conoscere al re come Tebaldo era il maggior perfido e mancator di parola che fosse al mondo, e sfibbiò tutti i tradimenti da lui fatti, e le crudeltà da lui usate in varii tempi. A nulla servì; il re stette saldo in dire che bisognava perdonare, e convenne accomodarsi al di lui volere, con ricevere Tebaldo e i suoi seguaci in Brescia[825]. Seguì pertanto uno strumento di pace fra i Guelfi e Ghibellini di quella città; ed, avendo Matteo Maggi rinunziata quella signoria, Arrigo mandò colà per suo vicario Alberto da Castelbarco. Non andrà molto che ne vedremo gli effetti.

Diede esso re Arrigo per suo vicario a Milano Giovanni dalla Calcia Franzese, uomo inetto, che neppure un mese durò in quel posto. Gli sustituì Niccolò Bonsignore, un pezzo di mala carne, già bandito per le sue ribalderie da Siena sua patria, che cominciò a maltrattare quel popolo. Richiese il re un dono gratuito dai Milanesi, perchè era corto di moneta. Fu proposto nel consiglio della città il quanto, e rimesso in Guglielmo Posterla il tassarlo. Disse cinquanta mila fiorini d'oro. Tutti consentivano, se non che Matteo Visconte soggiunse che gli parea conveniente donarne anche dieci mila alla regina. Allora Guido dalla Torre s'alzò in collera, riprovando il far così da liberale colla roba altrui; e, nell'uscire del consiglio, disse: E perchè non se ne danno cento mila? questo numero è più perfetto. Perciò i ministri del re scrissero cento mila, e bisognò poi darli. E fin qui era durato il bel sereno; ed Arrigo si figurava di aver data da padre la pace a tutte le città di Lombardia, senza far distinzione tra Guelfo e Ghibellino; ma non tardò ad intorbidarsi il cielo. Perchè Arrigo, sotto spezie di onore, ma veramente per aver degli ostaggi, dimandò che cento figliuoli de' nobili milanesi lo accompagnassero a Roma, si trovarono molte difficoltà, ed insorsero sospetti di sedizione. Furono anche veduti fuor d'una porta Franceschino figliuolo di Guido dalla Torre, e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte, parlar lungamente insieme, e toccarsi la mano nel congedarsi[826]. Fu riferito ad Arrigo, e fatto credere che il Visconte ed il Torriano macchinassero contra la sua real persona, ed avessero già fatta massa di gente. Però nel dì 12 di febbraio egli mandò una squadra di cavalleria a visitar le case dei nobili. Matteo Visconte, avutone l'avviso, col mantello indosso avanti il suo palazzo li stette aspettando, ragionando intanto con alcuni amici. Arrivati i Tedeschi, come se nulla sapesse, invitolli a bere, e gl'introdusse in casa. Se n'andarono tutti contenti, e persuasi della sua fedeltà. Non così fu al palazzo di Guido dalla Torre. Quivi erano molti armati, quivi si cominciò un tumulto, e si venne alle mani coi tedeschi. Trassero colà i parziali de' Torriani, e dall'altro canto s'andarono ingrossando le truppe del re, il quale fu in gran pena per questo, massimamente dappoichè gli fu riferito che anche Matteo Visconte e Galeazzo suo figliuolo erano uniti coi Torriani. Ma eccoti comparir Matteo col mantello alla corte; ecco da lì un pezzo un messo, che assicurò Arrigo, come Galeazzo Visconte combatteva insieme coi Tedeschi contra de' Torriani: il che tranquillò l'animo di sua maestà. La conclusione fu, che i serragli e palagi dei Torriani furono superati, dato il sacco alle lor ricche suppellettili, spogliate anche tutte le case innocenti del vicinato. Guido dalla Torre e gli altri suoi parenti, chi qua chi là fuggendo, si sottrassero al furor dei Tedeschi, e se ne andarono in esilio, nè mai più ritornarono in Milano. Non si seppe mai bene la verità di questo fatto. Fu detto che i Torriani veramente aveano congiurato, e che nel dì seguente dovea scoppiar la mina[827]. Ma i più credettero, e con fondamento, che questa fosse una sottile orditura dello scaltro Matteo Visconte per atterrare i Torriani, siccome gli venne fatto, con fingersi prima unito ad essi, e con poscia abbandonarli nel bisogno. Nulladimeno, con tutto che egli si facesse conoscer fedele in tal congiuntura ad Arrigo, da lì ad alquanti dì l'invidia di molti grandi milanesi, ed il timore che Matteo tornasse al principato, e si vendicasse di chi l'avea tradito nell'anno 1302, cotanto poterono presso Arrigo, che Matteo fu mandato a' confini ad Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Poco nondimeno stette Matteo in esilio. Il suo fedele amico Francesco da Garbagnate, fatto conoscere al re che per fini torti aveano gl'invidiosi allontanato da lui un sì savio consigliere[828], cagion fu che Arrigo nel dì 7 d'aprile il richiamò e rimise in sua grazia.

Gran terrore diede alle città guelfe di Lombardia la caduta de' Torriani guelfi. Lodi, Cremona e Brescia per questo alzarono le bandiere contra d'Arrigo. Per confessione di Giovanni Villani, i Fiorentini e Bolognesi con loro maneggi e danari soffiarono in questo fuoco. Antonio da Fissiraga signore di Lodi corse colà; ma, ritrovata quivi dell'impotenza a sostenersi per la poca provvision di vettovaglia, tornò a Milano ad implorar la misericordia del re, e, per mezzo della regina e di Amedeo conte di Savoia, l'ottenne. Mandò Arrigo a prendere il possesso di quella città, e v'introdusse tutti i fuorusciti; poscia nel dì 17 d'aprile coll'armata s'inviò alla volta della ribellata Cremona. S'era imbarcato quel popolo senza biscotto; e ciò per la prepotenza di Guglielmo Cavalcabò capo della fazione guelfa, il quale avea fatto sconsigliatamente un trattato col fallito Guido dalla Torre. Sicchè, all'udire che il re veniva in persona con tutte le sue forze e con quelle de' Milanesi contra di Cremona, se ne fuggì. Sopramonte degli Amati, altro capo de' Ghibellini, uomo savio e amante della patria, allora consigliò di gittarsi alla misericordia del re. Venne egli coi principali della nobiltà e del popolo sino a Paderno, dieci miglia lungi da Cremona; e tutti colle corde al collo, inginocchiati sulla strada, allorchè arrivò Arrigo, con pietose voci e lagrime implorarono il perdono. Era la clemenza una delle virtù di questo re; ma se ne dimenticò egli questa volta, ed ebbe bene a pentirsene col tempo. Comandò che ognun di loro fosse imprigionato e mandato in varii luoghi, dove quasi tutti nelle carceri miseramente terminarono dipoi i lor giorni. Fu questo un nulla. Arrivato a Cremona, non volle entrarvi sotto il baldacchino preparato da' cittadini, fece smantellar le mura, spianar le fosse, abbassar le torri della città. Da lì ancora a qualche giorno impose una gravissima contribuzione di cento mila fiorini d'oro, e fu dato il sacco all'infelice città[829], che restò anche priva di tutti i suoi privilegii e diritti. Da qualsivoglia saggio fu creduto che questi atti di crudeltà, sconvenevoli ad un re fornito di tante virtù, pel terrore che diedero a tutti, rompessero affatto il corso alla pace d'Italia ed alla fortuna d'Arrigo, addosso a cui vennero poi le dure traversie che andremo accennando. Dacchè per benignità e favore d'esso re rientrò in Brescia Tebaldo Brusato cogli altri fuorusciti guelfi, andò costui pensando come esaltar la sua fazione[830]. Nel dì 24 di febbraio, levato rumore, prese Matteo Maggi, capo de' Ghibellini, con altri grandi di quella città, e si fece proclamar signore, o almen capo della fazion guelfa, che restò sola al dominio. Albertino Mussato[831] scrive che i Maggi furono i primi a rompere la concordia, e che poi rimasero al disotto. Jacopo Malvezzo[832] ed altri scrittori bresciani non la finiscono di esaltar con lodi la persona di Tebaldo Brusato. Ma gli autori contemporanei ed il fatto stesso ci vengono dicendo che egli fu un ingrato ai benefizii ricevuti dal re Arrigo, e un traditore, avendo egli scacciato il di lui vicario, e fatta ribellare contra di lui quella città, in cui la real clemenza, di bandito e ramingo ch'egli era, l'avea rimesso. Dopo avere il re tentato, col mandare innanzi Valerano suo fratello, se i Bresciani si voleano umiliare, e trovato che no[833], tutto sdegno nel mese di maggio mosse l'armata contra di quella città, e n'intraprese l'assedio. Fu parere del Villani, che s'egli, dopo la presa di Cremona, continuava il viaggio, Bologna, Firenze e la Toscana tutta veniva facilmente all'ubbidienza sua. A quell'assedio furono chiamate le milizie delle città lombarde. Spezialmente vi comparve la cavalleria e fanteria milanese. Giberto da Correggio, oltre all'aver condotto colà la milizia di Parma, donò ad Arrigo la corona di Federigo II Augusto, presa allorchè quell'imperadore fu rotto sotto Parma. Per questo egli, se crediamo al Corio[834], ottenne il vicariato di quella città. Albertino Mussato scrive che quivi fu messo per vicario un Malaspina. Nulla mi fermerò io a descrivere gli avvenimenti del famoso assedio di Brescia. Basterammi di dire che la città era forte per mura e per torri, ma più per la bravura de' cittadini, i quali per più di quattro mesi renderono inutili tutti gli assalti e le macchine dell'esercito nemico. Circa la metà di giugno, in una sortita restò prigion de' Tedeschi l'indefesso Tebaldo Brusato, e coll'essere strascinato e squartato pagò la pena dei suoi misfatti. Infierirono perciò i Bresciani contra dei prigioni tedeschi, e si accesero maggiormente ad un'ostinata difesa. In un incontro anche Valerano fratello del re, mortalmente ferito, cessò di vivere.

Per tali successi era forte scontento il re Arrigo. L'onor suo non gli permettea di ritirarsi; ed intanto maniera non si vedea di vincere la nemica città. Mancava il danaro per la sussistenza dell'armata; e il peggio fu, che in essa entrò una fiera epidemia, ossia la peste vera, che facea grande strage[835]. Dio portò al campo tre cardinali legati spediti dal papa per coronare in Roma, e sollecitar per questo il re Arrigo, cioè i vescovi d'Ostia e d'Albano, e Luca dal Fiesco. Questi mossero parola di perdono e di pace. Entrò il Fiesco col patriarca d'Aquileia in Brescia, e trovò delle durezze. Vi ritornò, e finalmente conchiuse l'accordo. Fu in salvo la vita e la roba dei cittadini, e si scaricò sopra le mura della città il gastigo della ribellione, le quali furono smantellate, e per esse entrò Arrigo nella città nel dì 24 di settembre, seco menando i fuorusciti. Oltre a ciò, settanta mila fiorini d'oro volle da quel popolo, con altri aggravii, per quanto scrive il Malvezzi, e lo conferma Ferreto Vicentino, contro le promesse fatte al cardinale dal Fiesco. Da Brescia passò a Cremona, indi a Piacenza, dove lasciò un vicario[836], rimanendo deluso Alberto Scotto, il quale poco dopo ricominciò le ostilità contro la patria. Trasferitosi a Pavia, quivi si trovarono per la peste calata a tal segno le sue soldatesche, che Filippone da Langusco, non più signore di quella città, avrebbe potuto assassinarlo, se il mal talento gliene fosse venuto. E ne corse anche il sospetto; perlochè portossi colà Matteo Visconte con possente corpo di Milanesi; ma Filippone gli chiuse le porte in faccia. Matteo, dico, il quale, stando Arrigo sotto Brescia, non tralasciò ossequio e diligenza veruna per assisterlo con gente, danari e vettovaglie; laonde meritò d'essere creato vicario di Milano, e di poter accudire da lì innanzi all'esaltazione della propria casa. In Pavia mancò di vita, per le malattie contratte all'assedio di Brescia, il valoroso Guido conte di Fiandra. E quivi, a persuasione di Amedeo conte di Savoia, Arrigo dichiarò vicario di Pavia, Vercelli, Novara e Piemonte Filippo di Savoia, principe allora solamente di titolo della Morea. Scrive Giovanni da Cermenate[837], e con lui va d'accordo Galvano Fiamma[838] col Malvezzi[839], che questo principe, unitosi dipoi con Filippone di Langusco e cogli altri Guelfi, fece ribellar quelle città, ed altre ancora al re suo benefattore. Nel dì 21 d'ottobre arrivò Arrigo a Genova, accolto da quel popolo con sommo onore; ed avuta che ebbe la signoria della città, si studiò di metter pace fra que' di lor natura alteri, ed allora troppo discordanti, cittadini, e rimise in città Obizzino Spinola con tutti i fuorusciti[840]. Ma quivi nel dì 13 di dicembre da immatura morte fu rapita la regal sua moglie Margherita di Brabante, principessa per le sue rare virtù degna di più lunga vita. Intanto si scoprirono suoi palesi nemici i Fiorentini, Lucchesi, Perugini, Sanesi ed altri popoli di Toscana, i quali, sommossi ed assistiti dal re Roberto, fatto grande armamento, presero i passi della Lunigiana, per impedirgli il viaggio per terra. Erano all'incontro per lui gli Aretini e Pisani; i quali ultimi mandarono a Genova una solenne ambasceria ad invitarlo, con fargli il dono di una sì magnifica tenda militare, che sotto vi poteano stare dieci mila persone. Lo scrive Albertino Mussato; e chi non vuol credere sì smisurata cosa dazio non pagherà. Per più di due mesi si fermò in Genova il re Arrigo, nè si può negare che tendeva il suo buon volere a ricuperare bensì i diritti molto scaduti del romano imperio; ma insieme, se avesse potuto, a rimettere la quiete in ogni città, e ad abolir le matte e sanguinarie fazioni de' Guelfi e Ghibellini. Tutto il contrario avvenne. La venuta sua mise in maggior moto gli animi alterati e divisi de' popoli.

Giberto da Correggio, guadagnato e soccorso da' Fiorentini e Bolognesi, mosse a ribellione Parma e Reggio. In Cremona fu una sedizione non picciola, e ne fu cacciato il ministro del re. Filippone da Langusco insorse in Pavia contra dei Beccheria ed altri Ghibellini, e, col favore di Filippo di Savoia, li scacciò. Lo stesso accadde ai Ghibellini d'Asti, Novara e Vercelli. Anche in Brescia ed in altre città furono tumulti e sedizioni. In Romagna altresì il vicario del re Roberto mise le mani addosso ai capi dei Ghibellini di Imola, Faenza, Forlì e d'altri luoghi, e sbandì la loro fazione[841]. Pesaro e Fano, città ribellate al papa, furono ricuperate dal marchese d'Ancona[842]. In Mantova volle il re Arrigo che tornassero gli sbanditi guelfi, e quivi pose per vicario Lappo Farinata degli liberti. Ma Passerino e Butirone de' Bonacossi, dianzi padroni della città, presero un giorno l'armi col popolo, e costrinsero que' miseri a tornarsene in esilio, senza rispetto alcuno al vicario regio. Era l'Augusto Arrigo in gran bisogno di moneta. Una buona offerta gli fu fatta da essi Bonacossi, ed ottennero con ciò il privilegio di vicarii imperiali di Mantova. Di questo potente strumento seppe ben valersi anche Ricciardo da Camino per impetrare il vicariato di Trivigi. E per la stessa via parimente giunsero Alboino e Cane dalla Scala fratelli ad ottener quello di Verona. Nè qui si fermò l'industria loro. In questi tempi la città di Padova per la goduta lunga pace[843], e perchè dominava anche in Vicenza, si trovava in un invidiabile stato per le ricchezze e per la cresciuta popolazione. Questa grassezza, secondo il solito, serviva di eccitamento e fomento all'alterigia de' cittadini, in guisa che, avendo il re Arrigo fatto lor sapere di voler inviare colà un vicario, e richiesti sessanta mila fiorini d'oro per la sua coronazione, quel popolo se ne irritò forte; e, a suggestione ancora de' Bolognesi e Fiorentini, negò di ubbidire, e proruppe inoltre in parole di ribellione. Cane dalla Scala, siccome quegli che già aspirava a gran cose, conosciuta anche la disposizion de' Vicentini, che pretendeano d'essere maltrattati dagli uffiziali padovani, e s'erano invogliati di mettersi in libertà, prese il tempo, e consigliò ad Arrigo di gastigar l'arroganza di Padova con levarle Vicenza. Ebbe effetto la mina. Cane accompagnato da Aimone vescovo di Genevra, e colle milizie di Verona e Mantova[844], nel dì 15 d'aprile (e non già di marzo, come ha lo scorretto testo di Ferreto Vicentino) entrò in quella città, e ne cacciò il presidio padovano. I Vicentini, che si credeano di ricoverar la libertà, non solamente caddero sotto un più pesante giogo, ma piansero il saccheggio della loro città per iniquità di Cane, che non attenne i patti. Calò allora l'albagia del popolo padovano; cercò poi accordo, e l'ottenne, ma con suo notabile svantaggio; perchè, oltre all'avere ricevuto per vicario imperiale Gherardo da Enzola da Parma, in vece di sessanta, dovette pagare cento mila fiorini d'oro alla cassa del re.

Morì in quest'anno Alboino dalla Scala, e restò solo Can Grande suo fratello nella signoria di Verona, con tener anche il piede in Vicenza. Tale era allora lo stato, ma fluttuante, della Lombardia e dell'Italia. I soli Veneziani si stavano in pace, osservando senza muoversi le commozioni altrui. Aveano spediti ad Arrigo, subito ch'egli fu giunto in Italia, i loro ambasciatori con regali, a titolo non già di suggezione, ma d'amicizia, e con ordine di non baciargli il piede[845]. Venne poscia in quest'anno a Venezia il vescovo di Genevra ambasciatore d'Arrigo; ma non dimandò a quel popolo nè fedeltà nè ubbidienza. Terminò i suoi giorni in quest'anno appunto[846] Pietro Gradenigo doge di Venezia, e nel dì 22 d'agosto (il Sanuto[847] scrive nel dì 13) fu surrogato in suo luogo Marino Giorgi, assai vecchio, che poco più di dieci mesi tenne quel governo. Sotto Brescia, siccome accennammo, cominciò ad infierir la peste nell'armata regale, e si diffuse poi per varie città. Ne restò spopolala Piacenza, Brescia, Pavia, ed altri popoli empierono i lor cimiterii. Portò il re Arrigo colle sue genti a Genova questo malore, e però quivi fu gran mortalità. Diede principio papa Clemente V[848] nell'ottobre di quest'anno al concilio generale in Vienna del Delfinato, al quale intervennero circa trecento vescovi. Era riuscito alla saggia destrezza d'esso pontefice e de' cardinali il far desistere Filippo il Bello re di Francia dal proseguir le calunniose accuse contro la memoria di papa Bonifazio VIII. Nel concilio si avea da trattare, ma poco si trattò de' tanti abusi che allora si osservavano nel clero e nella stessa corte pontificia, massimamente in riguardo alla collazion de' benefizii e alla simonia: intorno a che restano varie memorie e scritture di quei tempi, che io tralascio, rimettendo i lettori alla storia ecclesiastica, dove se ne parla ex professo.

NOTE:

[816] Ptolom. Lucensis, in Vita Clementis V.

[817] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[818] Albertinus Mussatus, lib. 1, tom. 8 Rer. Ital.

[819] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 7.

[820] Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.

[821] Murat., Anecdot. Latin., tom. 2.

[822] Bonincontrus Morigia, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[823] Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[824] Johann. de Cermenate, cap. 18, tom. 9 Rer. Italic.

[825] Malvec., Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[826] Bonicontrus Morigia, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[827] Johann. de Cermenate, cap. 22, tom. 9 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 11. Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.

[828] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[829] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[830] Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Italic.

[831] Albertinus Mussat., Hist. Aug., tom. 8 Rer. Ital.

[832] Malvecius, Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[833] Dino Compagni. Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[834] Corio, Istor. di Milano.

[835] Johannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic.

[836] Albertinus Mussat., lib. 4, tom. 8 Rer. Ital.

[837] Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital.

[838] Gualv. Flamma, Manipul. Flor.

[839] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

[840] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani. Albertinus Mussatus, et alii.

[841] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 18.

[842] Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.

[843] Albertinus Mussatus, lib. 2 et 3, rub. 3, tom. 8 Rer. Ital.

[844] Cortus, Histor., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.

[845] Albertinus Mussat., lib. 3, rub. 8, tom. 8 Rer. Ital.

[846] Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.

[847] Marino Sanuto, tom. 21 Rer. Ital.

[848] Raynaldus, Annal. Eccles. Baluzius, in Vita Pontific.

Anno di CRISTO MCCCXII. Indizione X.

CLEMENTE V papa 8. ARRIGO VII re 5, imperad. 1.

I lamenti de' Genovesi, e il non poter più l'Augusto Arrigo ricavar da essi alcun sussidio di moneta, di cui troppo egli scarseggiava, gli fecero prendere la risoluzion di passare durante il verno a Pisa. Per terra non si potea, essendo serrati i passi dalla lega di Toscana. Trenta galee adunque de' Genovesi e Pisani furono allestite affine di condurre per mare lui, e la corte e gente sua[849]. Nel dì 16 di febbraio imbarcatosi fu forzato dal mare grosso a fermarsi parecchi dì in Porto Venere. Finalmente nel dì 6 di marzo sbarcò a Porto Pisano, accolto con indicibil festa ed onore dal popolo di Pisa. Colà concorsero a furia i Ghibellini fuorusciti di Toscana e di Romagna, ed egli nella stessa città aspettò il rinforzo di gente che gli dovea venir di Germania. Intanto recò qualche molestia ai Lucchesi ribelli, con tor loro alcune castella. Ma quel che dava a lui più da pensare, era che il re Roberto, fingendo prima di volere amicizia con lui, gli avea anche spediti ambasciatori a Genova per intavolar seco un trattato di concordia e di matrimonio; ma furono sì alte ed ingorde le pretensioni di Roberto, che Arrigo non potè consentirvi. Dipoi mandò esso re Roberto a Roma Giovanni suo fratello con più di mille cavalli, il quale prese possesso della Basilica Vaticana e di altre fortezze di quella insigne non sua città. Volle intendere Arrigo le di lui intenzioni. Gli fu risposto (credo io per beffarsi di lui) esser egli venuto per onorar la coronazione d'Arrigo, e non per fine cattivo. Ma intanto s'andò esso Giovanni sempre più ingrossando di gente, e, fatto venire a Roma un rinforzo di soldati fiorentini, si unì cogli Orsini ed altri Guelfi di Roma, e cominciò la guerra contra de' Colonnesi ghibellini e fautori del futuro novello imperadore. Allora si accertò Arrigo che l'invidia ed ambizione del re Roberto, non offeso finora, nè minacciato da Arrigo, aveano mosse quelle armi contra di lui per impedirgli il conseguimento della imperial corona. Tuttavia, preso consiglio dal suo valore, ed, animato dai Colonnesi e da altri Romani suoi fedeli che teneano il Laterano, il Coliseo ed altre fortezze di Roma, nel dì 23 d'aprile s'inviò con due mila cavalieri e grosse brigate di fanteria a quella volta. Arrivò a Viterbo, e per più giorni quivi si fermò, perchè le genti del re Roberto aveano preso e fortificato Ponte Molle. Nel qual tempo avendo tentato i Ghibellini d'Orvieto di cacciare i Monaldeschi e gli altri Guelfi di quella città, senza voler aspettare il soccorso di Arrigo, ebbero essi la peggio, e furono spinti fuori di quella città. Finalmente rimessosi in viaggio e superati gli oppositori a Ponte Molle, nel dì 7 di maggio entrò in Roma con sue genti[850], e cominciò la guerra contro le milizie del re Roberto con varii incontri ora prosperosi ed ora funesti de' suoi. In uno d'essi lasciarono la vita Teobaldo vescovo di Liegi e Pietro di Savoia fratello di Lodovico senatore di Roma. Conoscendo poi l'impossibilità di snidare dalla città leonina e dal Vaticano gli armati spediti colà dal re Roberto, quasi per violenza a lui fatta dal popolo romano, determinò di farsi coronare imperadore nella basilica lateranense: funzione che fu solennemente eseguita nella festa de' santi Apostoli Pietro e Paolo[851], cioè nel dì 29 di giugno, e non già nella festa di san Pietro in Vincola al primo giorno d'agosto, come ha Giovanni Villani[852]. Nel qual giorno ancora si contrassero gli sponsali fra una figliuola del novello imperadore e Pietro figliuolo di Federigo re di Sicilia, con cui Arrigo, dacchè vide il mal animo del re Roberto, avea stabilita lega. Seguitò poi la guerra in Roma. E qui può chiedere taluno: come mai si attribuì il re Roberto tanta autorità di spedir le sue armi a Roma, con fare il padrone dove niun diritto egli avea, e con chiara offesa ed obbrobrio del papa, signore d'essa città? Non v'erano eglino più scomuniche per reprimere una si fatta violenza? In altri tempi che strepito non si sarebbe udito? Eppure niun risentimento non ne fu fatto, in maniera che avrebbe potuto talun credere delle segrete intelligenze fra il pontefice e il re Roberto. Ma il papa troppo s'era legate le mani, dappoichè antepose il soggiorno della Provenza e di stare fra i ceppi, per così dire, del re Roberto e del re di Francia, piuttosto che di portarsi alla sedia di Roma, destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà dei papi. Non potea egli ciò che volea, nè ciò che esigeva il debito suo. Ce ne avvedremo all'anno seguente.

Intanto cominciava a rincrescere di troppo questa musica al popolo romano. Era sminuita non poco l'armata cesarea; quella di Giovanni fratello di Roberto ogni di più s'andava rinforzando[853]. Però l'Augusto Arrigo nel dì 20 di luglio si ritirò a Tivoli; poscia perchè i fuorusciti toscani continue istanze gli faceano di volgere le sue armi contro la Toscana, si inviò a quella volta nel seguente agosto. Diede dei gravi danni ai Perugini, in passando pel loro distretto, ed arrivò ad Arezzo, dove si vide ben accolto. Straordinarii preparamenti fecero di armati e di viveri i Fiorentini[854], nè poco fu il loro terrore, dacchè, entrato l'imperadore nel territorio loro, prese Monte Varchi, San Giovanni, e Feghine, e fece fuggire dall'Ancisa l'esercito di essi Fiorentini, con dar loro una spelazzata, e poi si accampò intorno alla medesima città di Firenze nel dì 19 di settembre. Mandarono le città collegate gagliardi soccorsi di gente armata ai Fiorentini, i quali certo ne aveano almeno il doppio più che l'esercito imperiale; pure non osarono mai di uscire a battaglia. A sacco e fuoco era messo intanto il loro contado. Immenso fu il bottino che fecero i Tedeschi e i fuorusciti di Toscana. Veggendo poscia l'imperadore che perdeva il tempo intorno a Firenze, si ritirò a San Casciano, ed ivi celebrò la festa del santo Natale. Ma se la Toscana si trovava in gran moto, minor non era quello della Lombardia. I Padovani, siccome quelli che non poteano digerire la perdita di Vicenza, loro tolta da Cane dalla Scala, ribellatisi espressamente all'imperadore, diedero principio alla guerra contra di quella città, che divenne, e per lungo tempo fu, il teatro delle miserie. Saccheggiarono le ville del Veronese sino a Legnago e Tiene, Marostica ed altri luoghi del Vicentino. Ma non istette colle mani alla cintola lo Scaligero. Anch'egli entrò nel Padovano, distrusse colle fiamme varie terre, e fra l'altre quella di Montagnana, senza potere impadronirsi del castello. Avea l'imperadore Arrigo, all'udire gli sconcerti della Lombardia, inviato per suo vicario generale il conte Guarnieri di Oemburg[855], da altri appellato di Ottomburg, cavaliere tedesco. In una sua lettera al comune di Monza è scritto de Humbergh. Questi fu chiamato in suo aiuto da Cane dalla Scala; ma per poco tempo stette ai danni de' Padovani. Essi, rinforzati da Francesco marchese d'Este e dai Trivisani, fecero dipoi nuove scorrerie sul Vicentino e Veronese. In quest'anno Ricciardo da Camino, signore di Trivigi, Feltre e Belluno, fu ucciso con una ronca da un contadino[856], il quale fu subito messo in pezzi dalle guardie, senza sapersi chi fosse, nè da chi mandato. In quella signoria succedette Guecelo suo fratello. Anche il suddetto Francesco marchese d'Este[857] venuto a Ferrara, mentre tornava dalla caccia del falcone in città, alla porta del Lione fu assalito dai soldati catalani, e per ordine di Dalmasio, governatore di quella città pel re Roberto, fu barbaramente ucciso: cosa che fece orrore a tutta la Lombardia. Guglielmo Cavalcabò, gran fazionario della parte guelfa (e che avea poc'anzi nel mese di marzo fatto ribellare Cremona[858], con farne fuggire Galeazzo Visconte, che era ivi vicario imperiale), mentre, unito con Passerino dalla Torre, dopo essersi impadronito della ricca terra di Soncino, era intento ad espugnar quel castello, trovò anch'egli ciò che non s'aspettava. Veniva il conte Guarnieri vicario generale da Brescia per dar soccorso al castello suddetto; ed accoppiatesi con lui le soldatesche milanesi, inviategli da Matteo Visconte, prima sconfisse lo sforzo de' Cremonesi che andava in aiuto del Cavalcabò, poscia, entrato in Soncino, mise in fuga quegli assedianti. Condotto a lui preso Guglielmo Cavalcabò, gli disse: Io non vo' che da qui innanzi tu abbi a cavalcare nè bue nè cavallo; e con un colpo di mazza lo stese morto a terra. Per questa perdita saltò un gran terrore addosso ai Cremonesi, presso i quali in questi giorni diede fine alla sua vita Guido dalla Torre, già signor di Milano.

In Lodi la fazion guelfa de' Vistarini, coll'aiuto di Giberto da Correggio e degli altri Guelfi, cacciò fuori della città il vicario imperiale; ed, oppressa e dispersa la fazione de' Sommariva, si fece padrona di quella città. In Pavia Filippone conte di Langusco, e gran caporale de' Guelfi, pose in prigione Manfredi da Beccaria, e cacciò dalla città i grandi della fazion ghibellina: al che parve che consentisse Filippo di Savoia principe della Morea, vicario allora di quella città, e di Vercelli e Novara. La pendenza di questo principe verso i Guelfi rendè dubbiosa la sua fede all'imperadore. Ma l'astuto Matteo Visconte seppe indurlo ad inimicarsi con esso Filippone e con Simone da Colobiano, capo de' Guelfi in Vercelli. E in effetto quel principe con frode ritenne prigioniere Ricciardino primogenito di Filippone e il suddetto Simone con molti altri de' maggiori di Pavia: per la quale azione si screditò non poco in Lombardia. Allora il Visconte, chiamati a sè i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, spinse Galeazzo suo figliuolo nella Lomellina a' danni de' Pavesi, con rovinare i raccolti, saccheggiar le castella, e prendere Mortara e Garlasco. Prima di questo fatto si suscitò anche in Vercelli una fiera ed impetuosa guerra tra le fazioni degli Avvocati e de' Tizzoni[859]: guerra che dicono durata entro quella città circa quarantanove giorni. Fu essa cagione di aperta rottura fra il suddetto Filippo di Savoia e il conte Guarnieri vicario generale dell'imperadore. Accorsero amendue a Vercelli colle lor milizie, e si venne ad una zuffa fra loro, in cui restarono tutti e due feriti. Il principe dipoi, sentendo che veniva lo sforzo de' Milanesi, se ne tornò a Torino. Abbiamo da Giovanni da Cermenate[860], che essendo restato questo Filippo, appellato principe della Morea, in età pupillare sotto la tutela di Amedeo di Savoia suo zio, gli fu da lui usurpata la contea di Savoia, e che il conte Amedeo, per compensazione, gli cedette infine, oltre ad alcune castella del Piemonte, la città di Torino, ch'egli probabilmente avea conseguito dall'Augusto Arrigo in ricompensa del suo fedele attaccamento. Il bello fu che, essendo restata indecisa la question di Vercelli, perchè n'era stato fatto compromesso nella contessa di Savoia e nel marchese di Monferrato: Filippone da Langusco coi Pavesi ed altri amici guelfi corse colà nel mese di luglio[861], ben ricevuto da Oberto da Colobiano vescovo della città, chiamato con errore Simone dal Mussato; ed abbattuta affatto la parte dei Tizzoni ghibellini, ridusse in poter suo e degli Avvocati guelfi quella città. Nella Cronica di Piacenza[862] è distintamente narrato questo fatto; e come Filippone, dopo avere sconfitto un corpo di Milanesi inviato da Matteo Visconte a Vercelli, si portò colà col pennone d'esso Matteo, fingendosi Marco di lui figliuolo; e con questo avendo ingannato Teodoro marchese di Monferrato, ch'era rimasto alla guardia della città, con facilità se ne impadronì. Di molte novità furono ancora in Piacenza. Nel dì 18 di febbraio fu in armi quel popolo, e i Guelfi ne scacciarono il vicario imperiale e i Ghibellini. Unitisi questi fuorusciti con Alberto Scotto, ebbero maniera nel dì 18 di marzo di rientrare in Piacenza, e di dar la fuga ai Guelfi: con che tornò ivi a signoreggiar l'imperadore, che vi pose per vicario Lodrisio Visconte. Poscia nel dì 20 di settembre lo stesso Alberto Scotto, levato rumore, spinse fuori della città Ubertino Lando co' suoi seguaci ghibellini, e per la terza volta si fece proclamar signor di Piacenza.

Peggiori e più strepitosi furono in quest'anno gli avvenimenti di Modena[863]. Qui era per vicario dell'imperadore Francesco Pico della Mirandola. I Rangoni, Boschetti, Guidoni e da Rodeglia, cogli altri di fazione guelfa, segretamente tessevano un trattato coi Bolognesi. Non fu esso sì occulto che non traspirasse; e però queste famiglie, conosciuto il periglio, fuggendo dalla città, e ridottesi alle loro castella, cominciarono la guerra contro la patria, assistite da un buon nerbo di cavalleria e fanteria bolognese, e da quei di Sassuolo. Essendo essi Guelfi venuti a dare il sacco e il fuoco alla villa di Bazovara, Francesco dalla Mirandola coi Modenesi arditamente diede loro battaglia nel dì 9 di luglio, ma ne andò sconfitto. Restarono sul campo uccisi de' principali Prendiparte suo figliuolo, Tommasino da Gorzano, Uberto da Fredo, Niccolò degli Adelardi, con circa cento cinquanta altri de' migliori cittadini, e presi circa cento. Per questa rotta fu in somma costernazione Modena, e il popolo ricorse tosto per aiuto a Can Grande dalla Scala signor di Verona, a Rinaldo, appellato Passerino de' Bonacossi, signor di Mantova, e a Matteo Visconte signor di Milano; ben prevedendo che i Bolognesi nel caldo di questa vittoria sarebbono corsi con grande sforzo per impossessarsi della loro città, siccome infatti fu da essi tentato. Ma accorsi in persona Cane e Passerino con gente assai, frastornarono tutti i disegni dell'armata di Bologna, la quale, frettolosamente venuta, era fin giunta alle fosse della città, ed avea già dato principio all'assedio e agli assalti. Allora fu che Passerino seppe profittare del tempo propizio; perchè, trovandosi i Modenesi in tanto bisogno, si fece nel quarto, oppur quinto giorno d'ottobre, eleggere signor di Mantova, e governolla dipoi per anni parecchi da tiranno. Fiera eziandio continuò in questo anno la guerra fra i Padovani e Can Grande dalla Scala. Distrussero i primi una gran quantità di ville del Vicentino ne' mesi d'agosto e di settembre, e pervennero saccheggiando fin quasi alle porte di Vicenza, mancando allo Scaligero forze da poter loro resistere. Non finì quest'anno, che Guecelo da Camino, partendosi dalla lega de' Padovani, trattò di unirsi con Cane dalla Scala, col conte di Gorizia e coi Ghibellini. Essendosi ciò scoperto, e venendo riprovato dal popolo di Trivigi[864], congiurarono contra di lui Castellano vescovo della città, Rambaldo conte di Collalto, Biachino da Camino ed altri Guelfi; e poscia nel dì 15 di dicembre, gridato all'armi, per forza il privarono del dominio. Cacciato egli dalla città, si ritirò al suo castello di Serravalle; e Trivigi tornò all'essere di repubblica. Nella città d'Asti[865] regnava il partito de' Gottuari, ossia di quei da Castello ghibellini, e v'era per vicario dell'imperadore Tommasino da Enzola. I Solari cogli altri Guelfi fuorusciti si raccomandarono ad Ugo del Balzo Provenzale siniscalco del re Roberto, che diede loro assistenza colle sue genti. Nel dì 4 di aprile fu aspra battaglia fra loro e gli Astigiani, ed, essendo rimasti perditori gli ultimi, e fatti ben mille prigioni d'essi, i fuorusciti entrarono in Asti, e giurarono poi fedeltà al re Roberto nella maniera che aveano praticato gli Alessandrini. Il medesimo Ugo del Balzo, nel mentre che Teodoro marchese di Monferrato era nel mese di giugno al guasto delle ville del Pavese, entrò per forza in Casale di Monferrato, bandì molti di quei cittadini, ed obbligò gli altri a riconoscere per lor signore il suddetto re Roberto. Aggiugne il Ventura, da cui abbiam tali notizie, autore contemporaneo, che anche la città di Pavia prestò al medesimo re un simile giuramento, con iscusarsi Filippone conte di Langusco di essere stato tradito da Filippo di Savoia, principe della Morea, che avea sotto la buona fede fatto prigione, e tuttavia ritenea nelle carceri, Riccardino, ossia Ricciardino suo figliuolo, e dieci de' primarii cittadini di Pavia; con allegar eziandio d'essere stato troppo maltrattato dal conte Guarnieri, da Matteo Visconte e dai Milanesi, che aveano distrutte e prese tante ville e castella del Pavese. Dopo aver Marino Giorgi per poco più di dieci mesi tenuto il governo di Venezia, sbrigossi da questa vita, e in suo luogo fu eletto doge di quella repubblica Giovanni Soranzo nel dì 13 di giugno, secondo il Continuator del Dandolo[866]; ma, secondo il Sanuto[867] (e forse più fondatamente), nel dì 15 di luglio. Diede fine in quest'anno papa Clemente V al concilio generale di Vienna, in cui fu abolito l'ordine de' Templari, e posto fine alle ingiuriose procedure contro la memoria di papa Bonifazio VIII, la cui credenza fu dichiarata cattolica ed incorrotta[868]. Due cavalieri catalani si esibirono pronti a provarla in duello: il che confuse chiunque gli volea male. Fece anche il papa una promozione di nove cardinali tutti franzesi in grave danno della Sedia di san Pietro, che sempre più veniva a restare in mano degli oltramontani[869]. Allorchè l'Augusto Arrigo si partì dalla vinta città di Brescia, seco menò per ostaggi settanta de' migliori cittadini d'essa città sino a Genova[870]. Siccome erano tenuti senza guardia, di là se ne fuggirono tutti, e, tornati alla patria, fecero commozione nel popolo, e fu battaglia civile fra i Guelfi e Ghibellini. Gli ultimi ne furono cacciati, e contra l'imperadore si ribellò la città. Aiutarono parimente essi Bresciani guelfi i Guelfi di Cremona a rientrar nella loro città. Ma perciocchè i fuorusciti ghibellini bresciani occupavano di molte castella, e faceano gran guerra alla patria, fu mossa parola di concordia fra loro; e andò sì innanzi il trattato, che, per mezzo di Federigo vescovo di quella città, nel dì 13 di ottobre si conchiuse pace fra loro, ed ognuno potè ritornare alle proprie case: pace maggiormente poi fortificata da molti maritaggi che seguirono fra quelle fazioni. E tale fu l'anno presente, fecondo di tanti avvenimenti, funesto per tante rivoluzioni, e per uno quasi universale sconcerto di tutta quanta l'Italia, di modo che a voler minutamente riferire i fatti d'allora, moltissimi fogli non basterebbono. L'assunto mio, inclinato alla brevità, non mi permette di più. Il che dico ancora per quello che resta della presente storia, in cui piuttosto accennerò le avventure dell'Italia, lasciando, a chi più ne desidera, il ricorrere ai fonti, cioè agli scrittori che cominciano ad abbondare in questo secolo, e diffusamente trattano di questi affari.

NOTE:

[849] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 36.

[850] Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Ital.

[851] Albertus Mussatus. Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.

[852] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 42.

[853] Albertinus Mussatus, lib. 8, cap. 8.

[854] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 44.

[855] Bonincontrus Morigia, Chronic., tom. 12 Rer. Ital.

[856] Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.

[857] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[858] Albertinus Mussatus, lib. 6, rubr. 2. Johannes de Cermenat., cap. 46, tom. 9 Rer. Ital.

[859] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[860] Johannes de Cermenat., cap. 50, tom. 9 Rer. Italic.

[861] Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.

[862] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[863] Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Mussatus, lib. 7, rubr. 7.

[864] Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.

[865] Chron. Astense, cap. 69, tom. 11 Rer. Ital.

[866] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.

[867] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[868] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 22.

[869] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[870] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXIII. Indizione XI.

CLEMENTE V papa 9. ARRIGO VII re 6, imperad. 2.

Da San Casciano nel dì 6 di gennaio si ritirò l'Augusto Arrigo a Poggibonzi, dove fece fare un castello sul Poggio, dandogli il nome di castello imperiale[871]. Stette ivi sino al dì 6 di marzo; e perciocchè cominciò a patir difetto di vettovaglia, e per le infermità si assottigliò forte la sua armata, se ne tornò a Pisa. A Poggibonzi furono a trovarlo gli ambasciatori di Federigo re di Sicilia, che, oltre all'avergli portato un sussidio di venti mila doble d'oro (regalo opportuno al suo estremo bisogno), concertarono seco di portar la guerra contra del re Roberto nel regno di Napoli. Quantunque l'imperadore si vedesse in mal arnese per l'esercito tanto sminuito, e che maggiormente calò per la partenza di Roberto conte di Fiandra colle sue genti; pure, siccome principe di rara virtù, che per niuna avversità si turbava, per niuna prosperità si gonfiava, attese a rimettersi in buono stato, già risoluto di far pentire Roberto re di Napoli delle offese indebitamente a lui fatte finora. E, dimorando egli in Pisa, Arrigo di Fiandra suo maliscalco, ossia maresciallo, con ottocento cavalieri ed otto mila pedoni passò in Versiglia e Lunigiana a' danni de' Lucchesi. Fra le altre terre, prese per forza la ricca di Pietrasanta. Degna è di memoria la fondazione d'essa, fatta dopo la metà del secolo precedente da Guiscardo nobile milanese della famiglia Pietrasanta, allora podestà di Lucca, il quale dal suo cognome la nominò. Odasi Giovanni da Cermenate, autore di questi tempi, che così ne parla[872]: Henricum de Flandria expugnare Petram-Sanctam mittit oppidum, licet dives, novum. Ipsum namque construxerat quondam. Guiscardus de Petra-Sancta, nobilis civis Mediolani, urbe sua exulans, prima Turrianorum regnante tyrannide, in districtu aut prope confinia lucanae urbis, cujus rector erat, oppido sui cognominis imponens nomen. Aggiungasi Tolomeo da Lucca, istorico anche esso di questi tempi, che mette all'anno 1255[873] Guiscardo da Pietra Santa per podestà di Lucca, qui de Versilia duos burgos, unum ex suo nomine nominavit, alterum vero Campum majorem. Non ho voluto tacer questa notizia, affinchè si tocchi con mano la falsità del decantato editto di Desiderio re de' Longobardi, inciso in marmo in Viterbo, creduto vero dal Sigonio e da tanti eruditi, anche ultimamente spacciato per tale da un avvocato de' Viterbiesi. Quivi il re Desiderio dice d'aver fabbricato la terra di Pietra-santa. Ci vuol egli di più a conoscere l'impostura? Anche i marchesi Malaspina tolsero in tal occasione Sarzana, ch'era allora de' Lucchesi. In Pisa Arrigo Augusto, valendosi de' consigli e della penna de' suoi legati, fece i più strani ed orridi processi contra del re Roberto, dichiarandolo nemico pubblico, traditore ed usurpator delle terre del romano imperio, privandolo di tutti gli Stati, e d'ogni onore e privilegio, e proferendo la sentenza di morte contra di lui[874]. Altri processi e terribili condanne fece contra di Giberto da Correggio signor di Parma, e di Filippone da Langusco signor di Pavia, e contro le città di Firenze, Brescia, Cremona, Padova ed altre, che s'erano ribellate all'imperio[875]. Ma, siccome osserva il Cermenate, questi fulmini, benchè solo di carte, produssero piuttosto contrario effetto, perchè più s'indurò nella nemicizia chi già era nemico.

Fece inoltre delle vive istanze a papa Clemente, acciocchè, secondo l'uso d'altri suoi predecessori, scomunicasse i ribelli dell'imperio in Italia, e procedesse ancora contra del re Roberto per gli attentati da lui fatti in Roma in disprezzo della giurisdizione e degli ordini del papa, e insieme dell'imperador de' Romani. E il pontefice dovea aver preparato delle bolle in favor d'Arrigo, quando avvenne un fatto, la cui memoria ci è stata conservata dal suddetto Giovanni da Cermenate[876], ed è importante per la storia. Albertino Mussato differentemente ne parla. Filippo il Bello re di Francia, informato di questi affari dal re Roberto suo parente, e pregato d'aiuto, mandò alla corte pontificia que' medesimi sgherri che aveano fatta in Anagni la detestabile insolenza a papa Bonifazio VIII. Al vederseli comparire davanti con volto burbero, Clemente si tenne perduto. Interrogati che cercassero, risposero di voler vedere la cancelleria; e, senz'altre cerimonie andati colà, vi trovarono un converso dell'ordine cisterciense, che non sapea leggere, tenuto apposta per mettere il sigillo di piombo alle bolle papali, ed incapace per la sua ignoranza di lasciarsi corrompere coll'anteporre l'ultime alle prime. Presero costoro tutti que' brevi e bolle, e le portarono sotto gli occhi del papa, e senza rispetto alcuno il capo loro gli disse con orrida voce: Se conveniva ad un papa il provveder d'armi i nemici della casa di Francia, che tanto avea fatto e speso in servigio della Chiesa romana; e perchè non avesse egli per anche profittato di ciò che era accaduto a papa Bonifazio VIII. Che se egli non avea imparato dall'esempio altrui, insegnerebbe agli altri col propio. Poi se ne andarono. Oh da lì innanzi non si parlò più di prestar favore all'Augusto Arrigo; anzi contra di lui si fece quanto volle dipoi la corte di Francia. Ed ecco i deplorabili effetti della schiavitù, in cui si era messo il pontefice, col preferire il soggiorno della Provenza a quello d'Italia. Intanto i Fiorentini[877], parendo loro d'essere in cattivo stano, diedero la signoria della lor città al re Roberto per cinque anni. Ma l'imperadore Arrigo non la voleva più contra di loro. Tutti i suoi pensieri erano volti contra d'esso re Roberto per iscacciarlo, se gli veniva fatto, dal regno di Napoli. A questo fine chiamò dalla Germania quanta gente potè; molta ne raccolse dall'Italia; e collegatosi con Federigo re di Sicilia, ed assistito dai Genovesi, preparò anche una possente armata marittima per passare colà. Settanta galee si armarono in Genova e Pisa; il Mussato dice molto meno. Il re di Sicilia ne mise cinquanta in mare, e, trasportata in Calabria la sua cavalleria, diede principio alla guerra colla presa di Reggio. Comune credenza fu, che se andava innanzi questa impresa, era spedito il re Roberto; anzi fu detto ch'egli avea preparato delle navi per fuggirsene in Provenza. Ma l'uomo propone, e Dio dispone. Tutto in un momento andò per terra questo sì strepitoso apparato di guerra.

Nel dì quinto d'agosto si mosse l'imperadore da Pisa con più di quattro mila cavalieri, i più tedeschi, e con un fiorito esercito di fanteria; il concorso era stato grande, perchè grande era la speranza di far buon bottino. Passò nel territorio di Siena fino alle porte di quella città, la quale ben fornita dagli aiuti della lega, non tremò punto alla di lui comparsa. Vi era nondimeno trattato con alcuni di que' cittadini di rendersi; ma questo, per l'avvedutezza di quel governo, andò in fumo. Accampatosi a Monte Aperto, quivi fu sorpreso da alcune terzane, delle quali non fece conto sulle prime. S'inoltrò dodici miglia di là da Siena, ed, aggravatosi il male, si fece portare a Buonconvento, dove nel dì festivo di san Bartolommeo 24 d'agosto[878] con esemplare rassegnazione ai voleri di Dio spirò l'anima sua: principe, in cui anche i nemici guelfi riconobbero un complesso di tante virtù e di sì belle doti, che potè paragonarsi ai più gloriosi che abbiano retto il romano imperio. Io non mi fermerò punto ne' suoi elogi, e solamente dirò, che se i mali straordinarii dell'Italia erano allora capaci di rimedio, non si potea scegliere medico più a proposito di questo. Ma l'improvvisa sua morte guastò tutte le misure, e peggiorò sempre più da lì innanzi la malattia degl'Italiani. Sparsesi voce ch'egli fosse morto di veleno, e che un frate dell'ordine dei Predicatori, suo confessore, l'avesse attossicato nel dargli alcuni dì prima la sacra comunione; e tal voce, secondo il solito, si dilatò per tutta Europa, credendola chiunque è più disposto a persuadersi del male che del bene. Molti sono gli autori che ne parlano. Ma non ha essa punto del verisimile. Albertino Mussato, Guglielmo Ventura[879], Ferreto Vicentino[880], Giovanni da Cermenate e Tolomeo da Lucca, autori tutti contemporanei, scrissero che egli era mancato di morte naturale e di febbre, oppure di peste: segno che non si trovò allora vestigio alcuno di veleno, e che tal ciarla non avea fondamento, oltre all'essere narrata con gran diversità ancora nelle circostanze. Ferreto scrive, essere stato un Tedesco che la disseminò; e che infuriati molti suoi nazionali corsero al convento de' Predicatori di Pisa, ed alcuni ne uccisero. Nulladimeno perchè questa calunniosa accusa tornava in grave pregiudizio dell'ordine de' Predicatori, la fecero essi dopo alcuni anni, per quanto poterono, distruggere con una bolla del successore di papa Clemente[881], e con un autentico attestato di Giovanni re di Boemia, figliuolo del medesimo imperadore Arrigo. Alcuni scrittori protestanti, che di questo han parlato, danno bensì a conoscere il loro livore, ma non recano già buone pruove del preteso veleno. Ora è incomprensibile lo stordimento, la confusione, il dolore che così inaspettato funestissimo caso recò all'armata cesarea e a tutto il partito dei Ghibellini in Italia. In Pisa specialmente, città che avea speso immensi tesori per sostener gl'impegni di questo imperadore, e si figurava col braccio di lui di alzare in breve la testa sopra le altre città della Toscana, all'avviso di sua morte, più e allorchè fu portato colà il suo corpo per dargli sepoltura, i gemiti, gli urli, le lagrime furono un compassionevole spettacolo della miseria umana. Federigo re di Sicilia, che s'era già unito colla sua flotta ai Genovesi, udita nel viaggio la morte d'Arrigo, veleggiò fino a Pisa per intendere meglio in che stato rimanevano le cose. Trovò disperati i Pisani, e tutta sbandata l'armata cesarea. Dicono[882] che il popolo di Pisa esibisse a lui, e poscia ad Amedeo conte di Savoia e ad Arrigo di Fiandra, la signoria della città; ma niun d'essi si sentì voglia di entrare in una sì sdruscita nave. Tornossene perciò Federigo[883], dopo avere sofferta una lunga tempesta di mare, in Sicilia, per accudire alla propria difesa, ben prevedendo che non avrebbe mancato il re Roberto di cercar vendetta di quanto esso Federigo avea tramato alla rovina di lui. Nè trovando i Pisani altro compenso alla lor vacillante fortuna, elessero per loro signore Uguccion dalla Faggiuola, allora podestà di Genova, uomo di credito negli affari della guerra, e di rara attività ed accortezza. Assoldarono ancora da mille cavalieri tra tedeschi, brabanzoni e fiamminghi, ed altra gente per mettersi alla difesa.

Vegniamo ora ai fatti della Lombardia. Nel dì 18 di maggio, Galeazzo, figliuolo di Matteo Visconte vicario imperiale di Milano, fu dal vivente allora Arrigo creato vicario di Piacenza[884]. Questi nel dì 29 di luglio, per consiglio del padre, mostrando di farlo ad oggetto della pubblica quiete, fece prendere sette de' principali Guelfi, ed altrettanti de' Ghibellini, e li mandò a Milano. Matteo rilasciò i Ghibellini, e ritenne i Guelfi, uno de' quali era Alberto Scotto già signor di Piacenza. Narra Ferreto Vicentino[885] che Galeazzo fece guerra ad Arquato, castello ricco e fiorente d'esso Alberto. Ne scrisse questi a Matteo, il quale con sue lettere mandò ordine al figliuolo di non molestarlo, e segretamente con altre gli ordinò di seguitare innanzi. Mostrò Galeazzo d'essere in collera col padre, ed, abboccatosi con Alberto, gli fece le maggiori esibizioni del mondo, se gli rendeva la terra. Gliela rendè, e poi si portò a Milano, dove Matteo gli fece quante carezze desiderò, nutrendolo sempre di speranze di ristabilirlo in Piacenza nel possesso de' suoi beni. Ma non venne mai quel dì. Accortosi finalmente Alberto che non era uscita di mente a Matteo la frode fattagli allorchè gli fu levata la signoria di Milano, se ne fuggì a Cremona, dove, mal veduto da que' cittadini, poco si fermò. Albertino Mussato[886] scrive che Fiorenzuola e Castello Arquato si diedero ai Cremonesi. Comunque sia, mentre Alberto soggiornava in Milano, commosse i vecchi suoi amici, cioè Filippone conte di Langusco signor di Pavia, e Giberto da Correggio, contra di Piacenza. Vennero questi una notte con tutte le loro forze, e coi Torriani e coi banditi piacentini, l'uno dal ponente, e l'altro dal levante verso quella città, dove con intelligenza d'alcuni di que' cittadini speravano di furtivamente entrare[887]. Uscì valorosamente di Piacenza Galeazzo Visconte, e diede all'improvviso addosso alle milizie di Filippone, le sconfisse colla morte e prigionia di molti. Lo stesso Filippone, in fuggendo, fu preso e mandato a Milano. Quivi, serrato nelle carceri, trovò compagno delle sue sciagure Antonio da Fissiraga, già signor di Lodi, e durò la sua vita, finchè, giuntogli l'avviso che Ricciardino suo figliuolo era stato ucciso, per la doglia si accorò, e finì infelicemente i suoi giorni. Questo colpo sconcertò non poco i disegni de' Guelfi, e liberò Matteo Visconte da' gravi insulti che gli minacciavano le nemiche circonvicine città. Dopo la prigionia di Filippone, i Pavesi diedero la signoria al suddetto Ricciardino suo figliuolo, che scorrettamente nel testo di Albertino Mussato vien chiamato Gherardino. Non si sottrassero per questo i Pavesi dalla sovranità del re Roberto. Galeazzo Visconte, dappoichè si divulgò la morte dell'imperadore, nel dì 10 di settembre fu eletto signore perpetuo di Piacenza dalla fazion ghibellina quivi dominante[888].

Fecero in quest'anno nel dì quinto di novembre i Torriani e fuorusciti guelfi di Milano un accordo col re Roberto, dandogli, per quanto poterono, il dominio di Milano. Prima di ciò Tommaso Marzano conte di Squillaci, e marescalco d'esso re, coi suddetti e co' Pavesi ed altre amistà formato un potente esercito nel contado di Milano, diedero una rotta alle genti di Matteo Visconte, e giunsero sino ai borghi di Milano, credendosi di sentir quivi una sollevazione promessa[889]. Ma andò fallita la loro speranza, e confusi e pelati se ne tornarono a Pavia con gran perdita di gente, dove il popolo insorse contra il suddetto marescalco, e vergognosamente il discacciò, con voce sparsa nel volgo che l'oro del Visconte l'avesse accecato e corrotto. Corse certamente un gran pericolo Matteo; ma la sua industria, oppur la buona fortuna il salvò. Fu nel mese di marzo nella villa di Quatorda dell'Astigiano[890] un incontro e conflitto fra il conte Guarnieri vicario generale dell'imperio e Teodoro marchese di Monferrato dall'un canto, ed Ugo dal Balzo marescalco del re Roberto, assistito dagli Astigiani ed Alessandrini, dall'altro. Restò superiore il regio comandante. In quest'anno ancora continuò la guerra fra i Padovani e Cane dalla Scala[891]. Andarono i primi sul fine di giugno con tutte le lor forze saccheggiando e bruciando sino alle porte di Verona, e diedero anche un assalto, ma inutile, al borgo San Michele. Indicibile fu il danno che patì, in tal congiuntura, il territorio di Verona. I Cremonesi s'impadronirono di Soncino, e Galeazzo Visconte colle sue genti venne fino alle porte di Parma, facendo gran guasto, e diede da temere a Giberto da Correggio, signore di quella città. Più e più volte aveano i Veneziani spediti ambasciatori o preghiere a papa Clemente V, per ottener l'assoluzione dalle terribili censure fulminate contra di loro per l'occupazion di Ferrara[892]. L'ottennero solamente nel dì 14 di gennaio dell'anno presente[893], ma a caro prezzo, perchè dovettero pagare al papa cento mila fiorini d'oro. Nel medesimo mese il re Roberto, che era dietro ad assorbir tutta l'Italia, se non era impedito, ottenne da esso pontefice il dominio di Ferrara coll'annuo pagamento di un censo. Leggesi presso Albertino Mussato[894] la lettera con cui egli diede avviso di questo suo acquisto al comune di Padova. Inoltre operò egli tanto, coll'assistenza ancora degli uffizii del re di Francia Filippo, che esso Clemente procedesse contro la memoria del defunto Arrigo imperadore: del che favelleremo all'anno seguente. Succedette nel presente a' dì 12, oppure 13 di febbraio, un fatto empio e scandaloso nel territorio di Modena[895], Raimondo d'Aspello, marchese della marca d'Ancona, guascone di patria, e nipote del pontefice, venne con Francesco dalla Torre a Bologna, per condurre dall'Italia in Provenza il tesoro del papa, con grandi fatiche raunato da lui. Gran gola fece ai nobili malviventi di allora la vista di sì ricca salmeria. Paganino conte da Panico Bolognese se l'intese con alcuni Modenesi ghibellini, cioè con Guidinello da Montecuccolo e con Arriverio da Magreta, nobili amendue; e contuttochè il marchese suddetto avesse ottenuto un passaporto, allorchè egli giunse a Sant'Eusebio sul Modenese, l'assalirono costoro con una forte mano di sgherri. Nel conflitto restò ucciso esso marchese con quaranta dei cavalieri di sua scorta, e fu rubato l'intero tesoro, presi i cavalli, e tutti i ricchi arnesi di lui e de' suoi. Matteo Griffone[896] fa ascendere il valore di quel tesoro a più di settanta mila fiorini d'oro; Albertino Mussato a novanta mila[897]. Ma Bonifazio Morano, storico modenese di questi tempi, parla fino di dugento mila ducati, cioè fiorini d'oro. Per questo sacrilego eccesso, benchè commesso da' particolari, il papa sottomise Modena all'interdetto[898], con altre gravi pene e censure contro gli autori del misfatto, ed anche contra chi non vi avea avuta parte alcuna.

NOTE:

[871] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 47.

[872] Johann. de Cermenate, cap. 62, tom. 6 Rer. Ital.

[873] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[874] Albertinus Mussatus, lib. 13. rubr. 5, tom. 8 Rer. Ital.

[875] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 48.

[876] Johann. de Cermen., cap. 62, tom. 9 Rer. Ital.

[877] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 35.

[878] Albertinus Mussat. Johannes de Cermenat. Giovanni Villani. Ptolom. Lucens. et alii.

[879] Ventur., Chron. Astense, cap. 64, tom. 11 Rer. Ital.

[880] Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Italic.

[881] Raynaldus, Annal. Eccl. Baluzius, Miscellan., tom. 1. Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 87.

[882] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 53.

[883] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 2, tom. 10 Rer. Ital.

[884] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[885] Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.

[886] Albertinus Mussatus., lib. 15, tom. 6 Rer. Ital.

[887] Johann. de Cermen., cap. 64, tom. 9 Rer. Ital.

[888] Corio, Istor. di Milano. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus.

[889] Bonincontrus Morigia, Chron., cap. 17.

[890] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[891] Albertinus Mussat., lib. 14, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.

[892] Ptolomaeus Lucensis, in Vita Clementis V.

[893] Raynald,, in Annal. Eccles.

[894] Albertinus Mussatus, lib. 11, rubr. 6.

[895] Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[896] Matthaeus de Griffonibus, Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[897] Albertinus Mussat., lib. 11, rub. 6, tom. 8 Rer Ital.

[898] Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.

Anno di CRISTO MCCCXIV. Indizione XII.

CLEMENTE V papa 10. Imperio vacante.

Filippo il Bello re di Francia e Roberto re di Napoli e signor di Provenza, che in questi tempi raggiravano a lor piacere la corte pontificia, fecero pubblicar due costituzioni a papa Clemente V[899], colle quali annullò, ossia dichiarò nulla la sentenza dell'imperadore Arrigo VII contra del re Roberto. Nè veramente sussisteva essa in quella parte, dove il dichiarava decaduto e privato di tutte le Provincie e città da lui possedute, con assolvere tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà: perciocchè tali parole generali sembravano ferire anche il regno di Napoli, del quale da sì lungo tempo la sola Chiesa romana concedeva l'investitura, senza che gl'imperadori vi ritenessero o usassero sovranità alcuna. Ma qui non finì la faccenda[900]. Era stata nel 1512 in Roma qualche controversia fra i ministri pontificii e l'imperadore Arrigo, intorno ai giuramenti che fanno gl'imperadori ai papi nella coronazione, e all'autorità pretesa dal pontefice di comandare all'imperadore anche nel temporale. Ora Clemente dichiarò che tali giuramenti prestati dai papi sono giuramenti di fedeltà, volendo insinuare che gl'imperadori son vassalli del papa. E nella clementina Pastoralem, con cui abolisce la suddetta sentenza d'Arrigo, aggiugne queste parole: Nos tam ex superioritate, quam ad imperium non est dubium nos habere, quam ex potestate, in qua vacante imperio imperatori succedimus, ec. Parvero dure ed insoffribili novità queste espressioni, e cagionarono poi delle gravi discordie, pretendendole i Tedeschi affatto ripugnanti alla sentenza e pratica di tutti i secoli addietro; e che gl'imperadori, lungi dall'essere vassalli de' papi, fossero stati in passato sovrani di Roma stessa; e che sui regni d'Italia e di Germania niuna autorità temporale avessero mai avuta i papi, nè potessero pretenderla per varie ragioni; e che novità ancora fosse l'attribuirsi il governo d'esso regno d'Italia, vacante l'imperio. Ma a buon conto papa Clemente, piantate queste massime, delle quali per necessità convien qui fare menzione, ne procedette all'esecuzione nel dì 14 di marzo del presente anno[901], col sostituire vicario dell'imperio in tutte le parti dell'Italia sottoposte al medesimo imperio il re Roberto, a cui nulla si negava in questi tempi, e che inoltre fu creato senatore di Roma: tutti gradini per alzarsi al dominio di tutta l'Italia, se i popoli avessero facilmente ceduto ai di lui voleri e disegni. Ma si fermò il breve volo della sua fortuna per la morte sopravvenuta al medesimo papa Clemente V[902]. Trovavasi egli in Roccamora vicino al Rodano, malmesso di sanità da qualche tempo. Quivi terminò sua vita nel dì 20 d'aprile di quest'anno. Son brutti i colori lasciati alla memoria di questo pontefice da Giovanni Villani, da Albertino Mussato, da fra Francesco Pipino e da altri. Certo alcuni ne avrà inventati la malignità. Ma indubitato è ancora che un gran processo dovette questo pontefice trovar nel tribunale di Dio, per la maniera da lui tenuta in ottenere il pontificato, e per aver privata della sua residenza quella città, di cui Dio ha fatti pastori particolari i sommi pontefici, e con empiere il sacro collegio di oltramontani, per eternare in tale forma la permanenza della santa Sede di là dai monti. Fu anche accusato di non aver conosciuta misura nell'arricchire ed ingrandire i suoi parenti, nel ridur in commenda tanti monisteri, e nell'ammassar tesori anche per illecite vie: tesori che dopo la sua morte andarono tutti a sacco, colla giunta di quel deforme spettacolo che vien asserito dal suddetto frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[903] per relazione di chi v'era presente: cioè, che di tante sue ricchezze appena potè trovarsi uno straccio di veste da coprirlo; e morto, restò talmente abbandonato da tutti i suoi, intenti allo spoglio, che il fuoco caduto da un doppiere gli bruciò una parte del corpo. Raccontano ancora gli storici[904] che uno de' Templarii condotto fin da Napoli alla corte pontificia, e condannato al fuoco, benchè si protestasse innocente, citò al tribunale di Dio il papa e Filippo re di Francia entro lo spazio di un anno a rendere conto di quella ingiustizia: e che, finito l'anno, amendue mancarono di vita. Quand'anche fosse vera una tal citazione, noi non dobbiam per questo attribuire ad essa la morte del papa, perchè troppo scuri sono al guardo nostro i giudizii di Dio. Ma essendovi chi niega questo fatto, quasichè non si combinino i tempi, si vuole osservare che nel precedente anno due Templarii, ed altri nel presente, tutti costantissimi in asserir sè stessi innocenti di quei misfatti, de' quali erano incolpati[905], furono bruciati vivi in Parigi; e però poter forse sussistere un sì fatto racconto.

Non so io dire se a qualche troppo delicata persona potesse parere non ben fatto il parlar dei difetti dei capi visibili della Chiesa di Dio, senza por mente all'esempio delle divine Scritture e dei santi, e dei migliori storici, che ugualmente per istruzione de' posteri han lodato i buoni e biasimati i cattivi; e senza riflettere che i difetti delle persone non son difetti della cattedra, la qual sempre fu santa e sempre sarà finchè il mondo avrà vita. L'adulare i principi, non è scrivere istoria, ma un dar loro animo, che facciano ogni male, confidati che di loro sarà scritto ogni bene: perciò l'istoria non è da ingegno servile. Così diceva Alessandro Tassoni, chiaro scrittore fra i Modenesi. Ma sappiano i lettori, aver io detto nulla di questo papa in paragon di quello che ne scrissero ai lor giorni gli afflitti cardinali italiani, delusi troppo da questo volpino pontefice. Abbiamo una lettera scritta dal cardinal Napoleone degli Orsini al re di Francia dopo la morte di Clemente V[906], in cui accenna gl'immensi mali avvenuti a Roma e a tutta l'Italia per cagion dell'inganno fatto ai cardinali dal papa, col mettere la Sedia in Francia; e le simonie continue da lui fatte, e le rovine delle chiese per colpa sua succedute affine di accumular danari. Peggiorarono questi affari dipoi. Ventitrè erano i cardinali, fra' quali solamente sei italiani, il resto franzesi, che nella città di Carpentrasso entrarono nel conclave per eleggere il successore[907]. Nel dì 24 di luglio Bertrando del Gotto e Raimondo Guglielmo, parenti del defunto Clemente, con una gran frotta di armati entrati in Carpentrasso[908], volendo un papa guascone, attaccarono il fuoco a più parti della città e alle case de' cardinali italiani, giacchè contra di questi soli era indirizzato il loro furore; uccisero e ferirono molti delle lor famiglie, oppure italiani; e correndo anche al conclave, tentarono di sforzarlo, gridando intanto: Muoiano i cardinali italiani. Sarebbe forse avvenuto di peggio, se essi cardinali tutti spaventati, col far rompere un muro di dietro d'esso conclave, non fossero chi qua chi là segretamente scampati fuori di quella città. Questi scandali fecero poi differire di molto l'elezion del nuovo pontefice. Intanto nel dì 9 di novembre anche Filippo il Bello, principe pieno di peccati, fu chiamato da Dio al rendimento dei conti. Si accordano Giovanni Villani[909], Ferreto Vicentino[910] e Guglielmo Ventura[911] in dire, essere succeduta la morte sua da un cignale, che nella caccia il fece cader da cavallo con tal ferita, che incurabile il condusse infine al sepolcro. Questa particolarità viene taciuta da alcuni storici franzesi, e negata dal Mezeray e dal Sammartani. Ma noi l'abbiamo da tre autori contemporanei, che ce ne assicurano con parole assai chiare. L'essersi trovate in adulterio, mentre egli vivea, le tre sue nuore, mogli de' tre suoi figliuoli; l'essere questi figliuoli re l'un dietro all'altro, morti in meno di undici anni senza successione, con passare la corona di Francia nella linea di Carlo di Valois nell'anno 1328, diedero molto da parlare a coloro che vogliono entrare nei gabinetti del cielo, e crederono tutto ciò gastigo di Dio. Anche in Germania accadde un altro scabroso accidente, cagione poi di gravi sconcerti in Germania ed Italia[912]. Nel dì 20 d'ottobre di questo anno cinque elettori, cioè Pietro arcivescovo di Magonza, Baldovino arcivescovo di Treveri, Giovanni re di Boemia, suo nipote, e figliuolo del fu imperadore Arrigo, Valdemaro marchese di Brandeburgo e Giovanni duca di Sassonia, dopo avere indarno chiamati ed aspettati gli altri due elettori, elessero in Francoforte re dei Romani Lodovico conte palatino del Reno, e duca di Baviera, famoso poi nella storia ecclesiastica col nome di Lodovico il Bavaro. Egli fu poi solennemente coronato in Aquisgrana, ma non dall'arcivescovo di Colonia, come portava il rituale. Gli altri due elettori, cioè Arrigo arcivescovo di Colonia e Ridolfo conte palatino del Reno e duca di Baviera, elessero re dei Romani Federigo duca d'Austria, figliuolo del fu imperadore Alberto, che fu coronato in Bonna dal suddetto arcivescovo di Colonia, e non già in Aquisgrana, dove, secondo il rito, dovea farsi la funzione. Parea chiaro il diritto del Bavaro, e Giovan-Giorgio Ervarto[913], che nel secolo prossimo passato acremente scrisse contra del Bzovio in difesa d'esso Bavaro, pretende che, secondo le leggi e gli usi dell'impero, legittima ed incontrastabile fosse la sua elezione. Ma ciò non si potè persuadere all'emulo Federigo, e a chi era per lui: però si venne all'armi, e ne ebbe per molto tempo a piangere la Germania.

Dappoichè mancò di vita l'imperadore Arrigo, parea che avesse da fiorire il mondo per la fazion ghibellina d'Italia, stante il gran potere del re Roberto, che signoreggiava non solamente nel regno di Napoli e in Provenza, ma anche in Roma, in Firenze, in Lucca, in Ferrara, nella Romagna, in Pavia, Alessandria, Bergamo e in varii luoghi del Piemonte. Giberto da Correggio gli avea anche suggettata Parma. Tuttavia diversi dall'opinion del volgo furono gli avvenimenti. Aveano, siccome abbiamo detto, i Pisani ghibellini preso per loro signore Uguccion dalla Faggiuola[914]. Questo accorto e vigilante capitano non perdè tempo a muover guerra ai Lucchesi con ispesse cavalcate e fieri saccheggi sino alle porte della loro città, dove nel dì 14 di novembre del precedente anno fu vicino ad entrarvi con loro gran paura e danno. Rinnovò nel presente le scorrerie, retrocedendo quando venivano in lor soccorso i Fiorentini; e subito, dappoichè s'erano ritirati, tornando al medesimo giuoco. Seguitò tanto questo doloroso flagello, che i Lucchesi discordi fra loro s'indussero a stabilir pace coi Pisani, a rimettere in città gl'Interminelli e gli altri fuorusciti ghibellini, e restituir Ripafratta con altri luoghi ai Pisani[915]. Ma che? non andò molto che n'ebbero un mal pagamento. Nel dì 14 di giugno essi Ghibellini mossero a rumore Lucca, e cominciarono battaglia coi Guelfi. Arrivò Uguccione coi Pisani, che erano di intelligenza, e fu ammesso per la Posterla del Prato in città. Andò a ruba l'infelice Lucca, e durò per otto dì il barbaro saccheggio. Ne fuggì Gherardo da San Lupidio, vicario del re Roberto, coi Guelfi; laonde i Pisani, sì dianzi abbattuti, crebbero di credito e potenza per l'acquisto di quella città. In così funesta congiuntura perì ancora il tesoro d'immenso prezzo, riposto in San Frediano, che papa Clemente V vi aveva fatto portar da Roma e da altri Stati, avanti che Arrigo Augusto facesse guerra in Roma stessa colle genti del re Roberto. Non v'era memoria d'un così grosso bottino fatto in una sola città, come fu quello di Lucca. Per questo atroce colpo grande spasimo prese il cuor de' Fiorentini, massimamente perchè Uguccione cominciò a far guerra al loro distretto e a quel di Pistoia. Scrissero perciò efficaci lettere al re Roberto, ed egli mandò tosto in aiuto loro Pietro suo fratello minore con trecento uomini d'armi, ricevuto a grande onore in Firenze nel dì 18 di agosto. Nello stesso mese, volendo il medesimo re oramai vendicarsi di Federigo re di Sicilia, co' principi suoi fratelli Filippo e Giovanni (Raimondo Berengario è chiamato da Niccolò Speciale[916]) e con un'armata di centoventi galee, e quasi altrettanti legni grossi da trasportar cavalli e munizioni, conducendo seco due mila cavalieri e fanteria senza fine, veleggiò verso la Sicilia[917]. Impadronissi a tutta prima di Castellamare; e, credendosi di mettere il piede in Trapani per un precedente trattato, si trovò deluso. Lo stesso Federigo quegli era stato che avea ordita la trama, per fermar quivi le forze del re Roberto, siccome avvenne; perchè Roberto imprese l'assedio di quella città con sommo vigore. Ma questa era ben provveduta di viveri e di gente, che nulla tralasciò per una gagliarda difesa. Lo stesso Federigo, col corseggiar ne' contorni, andava pizzicando i nemici. Ora per le infermità e per la mortalità venne a scemarsi di molto l'armata del re Roberto. Sopraggiunse ancora un'orrida burrasca che mise in conquasso tutti i suoi legni, e impedì parimente che non seguisse un fatto d'armi con quei del re Federigo, giù usciti in mare, e battuti anch'essi dalla medesima tempesta. Veggendosi dunque Roberto a mal partito per la perdita di trenta galee, e per la mancanza delle vettovaglie, s'appigliò alla risoluzione di trattar qualche accordo; sicchè fu conchiusa tra loro una tregua di tre anni e due mesi e mezzo, e col favor d'essa nel finire dell'anno Roberto, malcontento di tante spese inutilmente fatte e della perdita di molta gente e di molte navi, se ne tornò a Napoli a macchinar degli altri disegni.

In Ferrara, che gli Annali Estensi[918] dicono donata da Clemente V a Sancia moglie del re Roberto, fu un trattato fra alcuni cittadini e fuorusciti ghibellini per levarla di mano ad esso re. Vennero costoro nel mese di giugno pel Po col naviglio de' Mantovani alla volta di quella città; ma, alzatasi una fortuna in esso fiume, andò a male il lor disegno. Molti ne furono presi e fatti giustiziare da Pino dalla Tosa, vicario ivi del re Roberto. Aspra guerra intanto seguitava fra i Padovani e Cane dalla Scala[919]; ma Padova, la quale più che mai abbisognava di concordia in sì pericoloso impegno, non la nudriva nel suo seno a cagion delle fazioni e prepotenze, frutti consueti delle repubbliche italiane d'allora. Quivi nel dì 24 d'aprile nata rissa fra la nobil famiglia da Carrara, terra sul Padovano, capi della quale erano allora Jacopo ed Ubertino, e quelle di Pietro Alticlino e Ronco Agolante, due potenti plebee di quella città: tutto il popolo vi si interessò. Vi fu della mortalità, e non pochi saccheggi, ma prevalsero i Carraresi. La casa di Albertino Mussato istorico andò anch'essa allora a sacco[920]. Continuò dipoi la guerra contro Cane dalla Scala, e nel settembre i Padovani con tutte le lor forze improvvisamente arrivarono sino alle porte di Vicenza[921] con tale baldanza, come se andassero a diporto ed avessero in pugno quella città. Presero il borgo di San Pietro, e gli diedero il sacco, con tutte le scelleraggini che accompagnano simili congiunture. Incredibile fu il terrore nella città, quando ecco inaspettatamente arrivar Cane da Verona. Al primo avviso dell'insulto de' Padovani, saltato a cavallo il furibondo Scaligero con un sol famiglio, si avviò alla volta di Vicenza[922]. Entrato nella confusa città, rimise il cuore in petto a quei cittadini; e, senza perdere tempo, nel dì 17 di settembre, fatto lor prendere l'armi[923], unitamente coi Tedeschi della guarnigione uscì per una porta addosso ai Padovani, con alle grida intonando tutti: Viva Cane[924]. Se ne stavano i buoni Padovani sparsi e senza guardie. Il nome temuto di Cane e l'ardire de' Vicentini furono fulmini che bastarono a mettergli in fuga. La strage d'essi fu grande, maggiore la copia de' prigionieri, che si fanno montare a mille e cinquecento, il bottino inestimabile. Jacopo e Marsilio da Carrara (che da Ferreto viene appellato dei Rossi, per errore del testo) ed Albertino Mussato restarono, oltre a tant'altri, in poter de' nemici. Questi, mentre Padova si trovava in una fiera costernazione, e Cane raunava da tutte le parti gente per passar sotto quella città, mossero parola di pace con esso Scaligero, che vi diede ascolto. Tanto finalmente si trattò coll'andare e venir corrieri da Padova, che questa fu conchiusa nel dì 20 d'ottobre, per cui fu ceduta da' Padovani a Cane ogni lor pretensione sopra Vicenza.

Ebbero i Piacentini[925] nel maggio di quest'anno una rotta da Leone degli Arcelli, e dagli altri loro fuorusciti in Vico Giustino. Poscia nel mese di settembre Ugo Delfino di Vienna, che si facea parente dei Torriani, venuto a Pavia in loro aiuto con alcune schiere d'armati, formata una grande unione di Pavesi, Cremonesi, Parmigiani, Alessandrini, Vercellesi e d'altri Guelfi, insieme coi suddetti fuorusciti ostilmente venne sul Piacentino per terra e per acqua. Bruciò questa armata il ponte de' Piacentini sul Po, ed entrò nel borgo di San Leonardo, dove si fermò nove giorni, disponendo le macchine per espugnar la città. Al governo d'essa era Galeazzo Visconte, già eletto signore della medesima, il quale si preparò per una valida difesa. Ma, insorta discordia nel campo di essi collegati, senza far altro maggior tentativo, e con perdita di gente, tutti se ne andarono alle lor case[926]. Se crediamo a Galvano Fiamma[927], Galeazzo Visconte gl'inseguì fino a Tortona. In Genova[928], per la gara continua di quelle possenti case, cadauna delle quali voleva la maggioranza negli uffizii, ed anche la signoria della terra, nacquero varie contese fra i Boria e gli Spinoli. Pace fu fatta, ma di corta durata. Si venne all'armi, e per ventiquattro giorni si combattè fra essi e i lor fazionarii, con interessarsi la maggior parte del popolo in sì fatta querela, che costò la vita a molti e l'incendio a non poche case. Finalmente, per l'interposizione di alcuni saggi neutrali, si quetò la guerra; ma stettero poco gli Spinoli a rinnovarla con loro svantaggio nondimeno, perchè sconfitti, furono necessitati ad abbandonar la città e a ritirarsi nelle lor terre. I Doria e i Grimaldi rimasero uniti, e seguitò Genova a reggersi a popolo. Nella Romagna[929] Francesco de' Manfredi, correndo il dì 9 del mese di novembre, mosse a ribellione le città di Faenza e d'Imola contra il_ conte Giliberto_ de' Sintilli, vicario della Romagna pel re Roberto. Tentò ancora dipoi con Lamberto e Banino da Polenta, e con un esercito di cinquecento cavalli e diecimila fanti, la conquista di Forlì; anzi v'entrò col favore dei Calboli; ma prevalendo gli Argogliosi coi lor Catalani, ch'erano ivi di presidio pel re Roberto, furono costretti gli entrati e i Caiboli coi loro fautori alla fuga. Cesena restò dipoi quasi presa da essi Catalani; se non che Malatestino da Rimini, accorso, li cacciò, e prese il governo di quella città.

NOTE:

[899] Raynald., Annal. Eccl.

[900] Nicolaus Botront., Relat. Itiner. Henrici VII tom. 9 Rer. Ital.

[901] Raynaldus, Annal. Eccles.

[902] Bernardus Guid. Ptolom. Lucens. Amalricus Auger. Giovanni Villani, et alii.

[903] Franciscus Pipin., in Chron., tom. 9 Rer. Italic.

[904] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[905] Bernardus Guid. Raynaldus, in Annal. Eccl. Johann. Canon., in Vita Clementis V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[906] Baluz., Collec. Act. vet., pag. 289.

[907] Raynaldus, Annal. Eccles.

[908] Baluz., Collect. Act. vet., pag. 288.

[909] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 65.

[910] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[911] Ventura, Chron. Astens., cap. 28, tom. 11 Rer. Ital.

[912] Albert. Argentin., Chron. Giovanni Villani. Ferretus Vicentinus, lib. 7.

[913] Hervartus, in Lud. IX imp.

[914] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 57. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

[915] Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 2, rubr. 9. Istor Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[916] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.

[917] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 61. Ferretus Vicentinus, lib. 6, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 76, tom. 11 Rer. Ital.

[918] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

[919] Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 4, rubr. 1, tom. 8 Rer. Ital.

[920] Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[921] Annal. Estenses. Ferretus Vicentinus. Chron. Bononiens., et alii.

[922] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[923] Johannes de Bazano, Chronicon Mutinense, tom. 15 Rer. Ital.

[924] Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.

[925] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[926] Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[927] Gualvanus Flamma, cap. 353.

[928] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 56.

Anno di CRISTO MCCCXV. Indizione XIII.

Sede romana vacante. Imperio vacante.

Seguitò ancora in quest'anno la discordia fra i cardinali, di modo che neppur fu dato un successore alla cattedra di san Pietro. In Germania continuò la guerra fra Lodovico il Bavaro e Federigo Austriaco, re eletti. Leopoldo, fratello di Federigo, fece di molte prodezze, ma restò più che mai imbrogliato e diviso il regno. In Italia prosperamente camminarono gli affari dei Ghibellini. Avea Uguccione dalla Faggiuola[930], signor di Pisa e Lucca, assediato con gran vigore la forte terra di Montecatino, e tentata ancora, ma indarno, la presa di Pistoia. Risoluto di voler la terra suddetta, ne continuò ostinatamente l'assedio. Stavano per questo in gran pena i Fiorentini. Già era venuto nell'anno precedente in loro aiuto Pietro, fratello del re Roberto; ma il re, intendendo come cresceva sempre più l'ardire e la forza d'Uguccione e de' Pisani, e degli altri Ghibellini di Toscana, ad istanza di essi Fiorentini, benchè contro il suo volere, vi mandò Filippo principe di Taranto altro suo fratello. Questi, conducendo seco cinquecento uomini d'armi e il principe Carlo suo figliuolo, arrivò a Firenze nel dì 11 di luglio dell'anno presente. Aveano intanto i Fiorentini preparata una bella armata coll'aiuto dei Bolognesi, Sanesi, Perugini e d'altri Guelfi di Toscana e Romagna, il cui numero fu detto ascendere (se pur si può credere) a circa sessanta mila persone; ed, unito che fu con loro il rinforzo del suddetto principe di Taranto, uscirono in campagna per isnidar Uguccione da Montecatino nel dì 6 d'agosto, e vennero in Val di Nievole. Benchè di gran lunga inferior di forze, pure assai forte era Uguccione, trovandosi con lui i Pisani, Lucchesi, e gran copia di Ghibellini toscani, ed alcune schiere inviategli da Matteo Visconte. Suppliva il suo senno a quel che gli mancava d'armati. Più dì stettero a vista i due eserciti, e finalmente Uguccione, perchè gli veniva tolta la vettovaglia mandata da Lucca, fu forzato a levare il campo; ma con tal maestria lo levò, che, prevedendo battaglia coi nemici, si trovò in statodi ben riceverla[931]. Vennero infatti le due armate alle mani nel dì 29 di agosto, festa della Decollazione di san Giovanni Batista; il combattimento fu duro e sanguinoso, e la vittoria infine si dichiarò in favor d'Uguccione[932]: vittoria delle più memorabili di questi tempi, per la quantità degli uccisi e per l'incredibil bottino. Vi restò morto Carlo figliuolo del principe Filippo e Pietro fratello del re Roberto restò sommerso in una palude fuggendo, senza che il suo corpo mai si trovasse. Molti altri baroni e contestabili vi lasciarono la vita, oltre a più di due mila soldati uccisi ed altri assai annegati, e più di due mille e cinquecento prigioni, fra' quali cento quattordici delle migliori case di Firenze, e moltissimi delle altre città, annoverati dall'autore della Cronica di Siena. Perdè anche Uguccione in questa giornata Francesco suo figliuolo, ma senza punto scomporsi all'avviso di sua morte. Se gli arrendè poi Montecatino, ed egli mise per signore in Lucca Neri, altro suo figliuolo. Per sì grave disgrazia non si avvilirono punto i Fiorentini; e tanto più fecero coraggio, perchè il re Roberto, sempre più impegnandosi a sostenerli, inviò tosto in loro aiuto il conte d'Andria e di Monte Scaglioso, appellato il conte Novello, con dugento cavalieri. Maggiormente ancora risorse la loro fortuna nell'anno seguente, per quel che diremo.

Non ebbero minor felicità in Lombardia l'armi di Matteo Visconte, capo del ghibellinismo. Volle egli fondare, oppur rifabbricare, dove la Scrivia mette capo nel Po, un castello, a cui diede il nome di Ghibellino, per frenar le scorrerie dei Pavesi contra de' Tortonesi suoi sudditi[933]. Ugo del Balzo, vicario del re Roberto in Piemonte, coi Pavesi, Vercellesi, Alessandrini ed Astigiani, e coi Torriani, per terra e per acqua nel dì 4 di luglio andò a frastornar quel lavoro; ma dalle milizie del Visconte fu rotto. Vi fu ucciso Zonfredo dalla Torre, fratello di Pagano vescovo di Padova. Edoardo dalla Torre con ottanta altri nobili di parte guelfa rimase prigione. Guglielmo Ventura[934] scrive che fra i prigionieri si contarono il genero e il nipote di Ugo del Balzo, e più di mille Alessandrini e Valentini. Inoltre nel dì 6 venendo il dì 7 di ottobre, Stefano figliuolo di Matteo Visconte furtivamente circa l'aurora entrò in Pavia, e s'impadronì di quella città. Accorse Ricciardino ossia Riccardino, figliuolo dell'imprigionato Filippone conte di Langusco, per opporsi; ma nella mischia restò ucciso. Con che Matteo restò padrone di sì importante città, con liberar tutti i prigioni, fra' quali Manfredi da Beccaria, e rimettere in città tutti i fuorusciti. Furono in tal congiuntura presi Amorato e Guidotto figliuoli del fu Guido dalla Torre, e commesse di gravi ruberie ed iniquità, ma colla morte di pochi. Così Pavia, con esserne scacciati i Guelfi, tornò ad essere ghibellina; e Matteo Visconte vi fece fabbricare una fortezza per maggiormente assicurarsi di quel popolo. Era in que' tempi il Visconte signor di Milano, Pavia, Piacenza, Como e Bergamo. Provveduto di molti bellicosi figliuoli, al governo di cadauna teneva egli un di essi: il che gliene assodava l'acquisto. Non passò l'anno che anche il popolo di Alessandria[935], per opera di Tommaso del Pozzo, si ribellò al re Roberto, e si diede al medesimo Visconte. Ciò fu nel mese di dicembre. Anche Tortona era stata molto prima presa con armata mano da Marco Visconte figliuolo d'esso Matteo. Bonincontro Morigia racconta[936], essere avvenuto quell'acquisto nel dì primo di dicembre, giorno di domenica: il che indica l'anno precedente. Fecero in quest'anno guerra viva a Cremona Cane dalla Scala signor di Verona e Vicenza, e Passerino de' Bonacossi signore di Mantova e Modena[937]. Dopo la presa di alcune castella guidarono lo esercito sino alle porte di quella città, aspettando che si facesse qualche commozione nell'atterrito popolo. Giberto da Correggio, accorso colà da Parma, tanto animo diede ai Cremonesi, che i nemici, vedendo di perdere quivi il tempo, si ritirarono. Ma Cane in tal occasione (se pur non fu nell'anno seguente) occupò la ricca e popolata terra di Casal Maggiore, e vi lasciò una buona guarnigione. Da queste avversità commossi i Cremonesi si appigliarono al partito di proclamar loro signore Jacopo marchese Cavalcabò, ma con dispiacere della contraria fazione, di cui era capo Ponzino de' Ponzoni. Però tutti questi adirati uscirono della città, e si afforzarono in Soncino, Pizzighettone, e in altre castella di quel territorio. Tolta fu in quest'anno a Matteo Visconte da Maranzio Guinzone, e poi da Soncino Benzone, Crema. Lodrisio Visconte podestà di Bergamo diede una gran rotta al ponte di San Pietro ai Guelfi fuorusciti, colla morte di più di mille d'essi. Furono anche delle novità in Forlì[938]; perciocchè i Calboli con Cecco e Sinibaldo degli Ordelaffi vi rientrarono per forza, e ne scacciarono gli Argogliosi, e le genti del re Roberto, nel dì 2, oppure 12 di settembre. Questo medesimo fatto vien descritto da Ferreto Vicentino[939], con dire che il suddetto Cecco, cioè Francesco degli Ordelaffi, chiuso in una botte, si fece introdurre in Forlì, e quivi, segretamente incitati gli amici alla sollevazione contra del re Roberto, s'impadronì della città, dalla qual poscia cacciati i Calboli, restò egli signore. Ne parla ancora Albertino Mussato[940]. Così quella città abbracciò la fazion ghibellina, e seppe sostenersi dipoi contro gli sforzi di Diego vicario del re Roberto. Stando nella terra di Buzzala gli Spinoli ed altri fuorusciti di Genova, faceano guerra alla lor patria[941]. In Genova si preparò un possente esercito di mille e cinquecento cavalli e di circa dieci mila pedoni sotto il comando di Manfredino marchese del Carretto, e si marciò contra degli usciti. Furono ben tre volte respinti i Genovesi, colla morte di più di cinquecento d'essi; infine soperchiando col numero gli avversarii, li misero in fuga; presero, saccheggiarono e distrussero dai fondamenti Buzzala. Ma nel dì seguente eccoli i fuorusciti di nuovo comparire con ducento cavalieri tedeschi, venuti al loro soldo, con tal empito, che n'andò sconfitta l'armata genovese, restandovi uccisi più di mille d'essi, e prigioni fra gli altri il lor capitano e Lamba Doria con due suoi figliuoli[942], i quali collo sborso di diecisette mila fiorini d'oro ricuperarono dipoi la libertà.

NOTE:

[929] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Albertinus Mussat., de Gest. Ital., lib. 5, rubr. 5.

[930] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 70. Storie Pistolesi. Cortus, Hist. Albertinus Mussat., et alii.

[931] Johan. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[932] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

[933] Gualvan. Flamma., cap. 354. Bonincontr Morigia, cap. 19, tom. 12 Rer. Italic. Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 10, tom. 8 Rer. Ital.

[934] Ventura, Chron. Astense, cap. 79, tom. 11 Rer. Ital. Bonincontr. Morigia. Albertinus Mussatus, et alii.

[935] Chron. Astense, cap. 81, tom. 11 Rer. Ital.

[936] Bonincontrus Morigia, Chron., cap. 19, tom. 12 Rer. Ital.

[937] Albertinus Mussatus, lib. 7, rub. 19, tom. 8 Rer. Ital.

[938] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[939] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Italic.

[940] Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 12.

[941] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXVI. Indiz. XIV.

GIOVANNI XXII papa 1. Imperio vacante.

Essendosi finalmente accordati i cardinali di trattar dell'elezione di un nuovo pontefice nella città di Lione, quivi nel dì 28 di giugno entrarono nel conclave[943], e poscia nel dì 7 d'agosto promossero al pontificato Jacopo d'Ossa da Cahors, già vescovo di Freius, poi d'Avignone, e infine cardinale vescovo di Porto, personaggio di bassissimi natali, di piccola statura, ma scaltro e di gran sapere, massimamente ne' canoni e nelle leggi. Molte notizie di sua vita prima del pontificato si hanno da Ferreto Vicentino[944] e da Giovanni Villani[945]. Prese il nome di Giovanni XXII. Da lì a un mese, cioè nel dì quinto di settembre fu coronato in essa città di Lione, e nel seguente mese andò a mettere la sua residenza in Avignone, città del suddetto re Roberto, dove, nelle quattro tempora dell'Avvento, fece la promozion di otto cardinali tutti franzesi, eccettochè Giovan-Gaetano degli Orsini di Roma, unico italiano, con grave mormorazione, per quanto si può credere, di chi amava l'Italia, e piagneva i mali originati dalla lontananza della santa Sede. Insuperbito Uguccion dalla Faggiuola per li prosperosi successi delle sue armi[946], governava Pisa e Lucca più da tiranno che da signore. Per aver fatto tagliar la testa a Banduccio Buonconti e a suo figliuolo, uomini di gran credito e senno in Pisa, perchè trattavano di sottomettere la città al re Roberto, crebbe l'odio de' Pisani contra di lui. Parimente in Lucca fece imprigionar Castruccio ed altri degl'Interminelli, per certe ruberie ed omicidii fatti in Lunigiana, che processati doveano perdere la testa. Ma perciocchè Neri suo figliuolo dominante in Lucca non si attentava di eseguir la condanna pel seguito grande della famiglia d'essi Interminelli, Uguccione si mosse da Pisa nel dì 5 d'aprile per dar sesto agli affari de' Lucchesi. Appena fu al monte di San Giuliano, che Coscetto da Colle, popolano arditissimo, mosse a rumore la città di Pisa, gridando tutti: Muoia il tiranno Uguccione. Uccisero la di lui famiglia, diedero il sacco al di lui palagio, e poi crearono lor signore il conte Gaddo dei Gherardeschi, uomo savio, e di gran valore e podere. Con questa mala nuova in corpo arrivò Uguccione a Lucca, oppure gli fu portata in quella città; e quivi ancora avendo trovato tutto in tumulto, accresciuto poi dalla voce di quanto era avvenuto in Pisa, determinò di mettere in salvo la vita, ritirandosi di colà col figliuolo e colle sue genti: rovescio esemplare dell'instabil fortuna delle umane grandezze. Castruccio liberato dalla carcere e dal pericolo della testa (alcuni dicono per ordine dello stesso Uguccione prima di sua partenza), da lì a qualche tempo fu proclamato per un anno signore di Lucca: tempo bastante a chi era provveduto di mirabil ardire ed accortezza, per non dimettere più le redini di quel governo. Uguccione se n'andò al marchese Spinetta Malaspina, poscia venne a Modena[947] nel dì 25 d'aprile, e finalmente si ricoverò presso Cane dalla Scala, che, a riguardo del ghibellinismo e del credito suo nell'arte della guerra, il fece suo capitan generale. Furono biasimati i Pisani da molti, come ingrati ad un uomo che dal basso stato, in cui si trovavano, gli avea alzati tanto alto, e dietro era a farli più grandi.

L'ordinario mestier delle città italiane di questi tempi, divise nelle maladette sette de' Ghibellini e Guelfi, era di andar macchinando, come l'una fazione potesse abbattere l'altra. In Brescia[948] la signoria stava in mano de' Ghibellini, capo d'essi la famiglia de' Maggi. I Guelfi rimessi in quella città rodevano il freno, veggendosi da meno, e fors'anche poco ben trattati dagli altri. Fecero essi un segreto trattato con Jacopo Cavalcabò marchese, signor di Cremona, città guelfa; e questi con alcune migliaia d'armati nell'ultimo dì di gennaio comparve colà, e fu ammesso per la porta di San Giovanni: nel qual tempo anche altre schiere di Guelfi arrivarono dalla riviera del lago di Garda e da altri luoghi. Il podestà di Brescia marchigiano, postovi dai Maggi, quei fu che li tradì per quattro mila fiorini, ed aprì la porta ai nemici. Gran combattimento seguì fra essi e i Ghibellini; e questi ultimi infine sconfitti sloggiarono, riducendosi alle castella di Iseo, Palazzuolo, Chiari, Pompiano, gli Orci, Quinzano ed altri luoghi, ne' quali si fecero forti, cominciando appresso una dura guerra contro alla lor città, sostenuti ancora da Cane dalla Scala. Ma poco durarono le contentezze del suddetto marchese Cavalcabò. I Ponzoni, gli Amati ed altri fuorusciti di Cremona colle lor forze il tenevano corto. Giberto da Correggio signor di Parma, gran caporale de' Guelfi, andò a Cremona per trattar l'accordo fra loro. Ponzino dei Ponzoni non volea pace, se il Cavalcabò non rinunziava la signoria. Andò a finir la faccenda che quella volpe di Giberto l'indusse a rinunziare, e poi fece proclamar sè stesso signor di Cremona. A questo avviso gliela giurarono Matteo Visconte, Can dalla Scala e Passerino signor di Mantova capi de' Ghibellini. Segretamente pertanto ordirono un trattato in Parma con Gianquillico di San Vitale genero di Giberto stesso, con Rolando Rosso suo cognato, e con altri nobili, ne' quali egli maggiormente confidava. Questi nella festa di san Jacopo Apostolo, nel dì 25 di luglio, mossero a rumore la città, gridando tutti: Popolo, popolo. Accortosi Giberto che troppo grossa era la tempesta, si ritirò a Castelnuovo, Campigine e Guardasone, dove si fortificò ed implorò l'aiuto de' Bolognesi, Padovani e Fiorentini. Andò poscia fino a Napoli a trovare il re Roberto, ed ottenne ottocento cavalieri da lui e dalla lega guelfa, co' quali, venuto a Castelnuovo, fece aspra guerra a Parma. Anche i Parmigiani entrarono in lega col Visconte, collo Scaligero e con Passerino di Mantova. Nel mese d'agosto dell'anno presente[949], Ugo del Balzo e Ricciardo Gambatesa, vicarii in Piemonte del re Roberto, entrati nel territorio di Alessandria, vi presero le castella d'Iviglie, Solerio, Quargnento, Bosco e Castellaccio. Allora Matteo Visconte inviò ad Alessandria più di mille uomini d'armi, coi quali e colle sue genti Marco suo figliuolo non solamente ripigliò quei luoghi e diedegli alle fiamme, ma fece anche molti prigioni de' nemici. Guerra ancora in quest'anno fu nel territorio di Cremona, portatavi da Cane e da Passerino. Giberto da Correggio, non trovandosi quivi sicuro, con Jacopo Cavalcabò si ritirò a Parma, da dove poi fu cacciato, siccome abbiam detto. Fecero allora i Cremonesi lor capitano Egidio Piperata. In soccorso d'essa città di Cremona volle passare pel Modenese un corpo di fanti e cavalli, raunato in Bologna[950]; ma Francesco Menabò podestà per Passerino nel dì 17 di febbraio coi Modenesi ito ad assalirli nella villa di San Michele, molti ne uccise, e più ne fece prigioni. La città di Cervia[951] nel dì 6 d'aprile dell'anno presente si diede sotto il dominio di Ostasio da Polenta signor di Ravenna. E Guecelo da Camino nel mese di giugno occupò la città di Feltre nella marca di Trivigi, con iscacciarne il vescovo, che n'era padrone[952]. Poscia s'imparentò con Cane dalla Scala, ottenendo in moglie d'un suo figliuolo Verde figliuola di Alboino Scaligero.

NOTE:

[942] Chron. Astense, cap. 90, tom. 11 Rer. Ital.

[943] Raynaldus, in Annal. Eccles. Bernardus Guid., Append. Ptolom. Lucensis.

[944] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.

[945] Giovanni Villani.

[946] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 76. Istor. Pistol. Ferretus Vicentinus, et alii.

[947] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Italic.

[948] Malvec., Chron. Brixian., lib. 9, cap. 29, tom. 14 Rer. Ital. Annales Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[949] Chron. Astense, cap. 83, tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXVII. Indizione XV.

GIOVANNI XXII papa 2. Imperio vacante.

Attese in quest'anno papa Giovanni XXII a fondar nuovi vescovati in Francia[953], trinciando specialmente la vasta diocesi di Tolosa, la cui chiesa eresse in arcivescovato. Essendo oramai terminata la tregua già fatta fra Roberto re di Napoli e Federigo re di Sicilia[954], Roberto, più che d'altra cosa voglioso di ricuperar la Sicilia, spedì colà Tommaso da Marzano conte di Squillaci con una gran flotta e con un potente esercito. Sbarcò egli in Sicilia nel mese d'agosto; niun conquisto vi fece, ma diede un tal guasto al paese fin sotto alle porte di Messina, senza che Federigo ardisse mai d'affrontarsi con lui, che comune opinione fu che, s'egli ritornava l'anno seguente al medesimo funesto giuoco, la Sicilia non potea reggere a questo flagello. Susseguentemente mandò papa Giovanni i suoi nunzii a Federigo, con esibirsi mediatore di pace, ordinando che intanto egli depositasse in mano degli uffiziali pontificii la città di Reggio cogli altri luoghi occupati in Calabria. Federigo condiscese ai voleri del papa col deposito delle terre di Calabria; ma si trovò poi ingannato, perchè il papa le consegnò al re Roberto, che le ritenne per sè. Stabilì intanto fra loro esso pontefice una tregua di tre anni, non già per far servigio a Federigo, ma perchè gl'imbrogli di Genova, de' quali parleremo, occuparono di troppo il re Roberto. Inviò Federigo ad Avignone i suoi ambasciatori per la progettata pace; ma Roberto se ne rise, nè alcuno v'inviò, contento d'avere con tanta facilità ricuperati que' luoghi, e di mantener tuttavia le sue speranze di riavere anche un dì la Sicilia tutta. Nella torbida sempre città di Genova crebbe in quest'anno sì fieramente la diffidenza e discordia fra i cittadini[955], che si diede principio ad una memorabil guerra, in cui prese impegno buona parte dell'Italia, e che fu seminario d'infiniti mali. Nel dì 15 di settembre v'entrarono senz'armi gli Spinoli fuorusciti col consenso de' Fieschi e Grimaldi, cercando pace. Non si fidando gli uni degli altri, uscirono di città i Doria. Tennero poi loro dietro gli Spinoli, e queste due forti famiglie, dianzi nemiche, divenute amiche, s'impadronirono (non so se nel presente o nel susseguente anno) di Savona e d'Albenga, con ribellarsi al comune di Genova, e far lega con Matteo Visconte e cogli altri Ghibellini di Lombardia. Rimasero i Guelfi padroni di Genova, e per questa divisione nell'anno seguente cominciò una fiera e sanguinosa tragedia, che fu delle più strepitose di questi tempi. Giovanni Villani[956] racconta essere tutto ciò proceduto da segreto monopolio del re Roberto, che voleva esclusi i Ghibellini da quella città; perché, ridotta essa a parte guelfa, sperava egli d'acquistarne il dominio, siccome infatti gli riuscì. A questo fine volle ancora che fra i Pisani ed altri Ghibellini di Toscana dall'una parte, i Fiorentini, Lucchesi, Sanesi ed altri Guelfi di Toscana dall'altra, seguisse pace: il che a' Fiorentini, pieni tuttavia d'odio e di rabbia per la sconfitta di Montecatino, rincrebbe forte. Ma perciocchè si mostravano renitenti i Pisani ad accordare a' Fiorentini l'esenzion delle loro gabelle, la sottile accortezza d'essi Fiorentini trovò un'invenzione per guadagnare il punto. Finsero di raddoppiare i pubblici aggravii per avere ogni anno d'entrata cinquecento mila fiorini d'oro, e ne sparsero la voce. Poscia spedirono corriere in Francia con lettere finte a quel re e al papa, acciocchè mandasse loro uno dei principi della casa con mille uomini d'armi e con lettere di cambio per sessanta mila fiorini. Per via di Pisa fu inviato il corriere; seco era una spia fidata, che, quando egli fu in Pisa, andò a rivelarlo al conte Gaddo ed agli anziani, i quali gli fecero mettere le mani addosso. Trovate e lette quelle lettere, ne restarono ammirati, e conoscendo che per loro non facea di mantener la guerra, si arrenderono alle proposizioni di pace, ritenendo quanto aveano preso.

Tentò in quest'anno nel mese d'agosto Uguccion dalla Faggiuola, coll'aiuto di Cane dalla Scala, di rientrare in Lucca, dove avea dei trattati. Venne in Lunigiana al marchese Spinetta Malaspina per questo. Ma, scoperti i suoi andamenti, fu rumor popolare in Pisa; la famiglia dei Lanfranchi n'ebbe gran danno, ed Uguccione, fallito il colpo, se ne tornò a Verona. Allora Castruccio signor di Lucca, nemico anch'egli d'Uguccione, fece lega coi Pisani, e poi guerra al marchese Spinetta, togliendogli Fosdinuovo ed altre castella: perlochè Spinetta si ritirò anch'esso colla sua famiglia a Verona. In Parma[957] nel mese di settembre Manno dalla Branca di Gubbio, podestà di quella città, uomo dabbene, trattò di pace fra que' cittadini e Giberto da Correggio fuoruscito, che infestava molto la patria. Ne seguì la concordia. Giberto riebbe i suoi beni, e fu rimesso in città, con promessa di menar vita privata. Parimente nel mese d'aprile i fuorusciti guelfi di Piacenza[958] consegnarono le lor castella a Galeazzo Visconte signore di quella città, e riebbero i lor beni col ritorno alla patria, il solo Alberto Scotto fu mandalo ai confini a Crema, dove nel dì 23 di gennaio dell'anno seguente diede fine ai suoi giorni, lasciando dopo di sè la brutta memoria di molte frodi e di gravi danni recati alla patria sua. Questo medesimo spirito di concordia si stese a Modena[959], dove nel dì 5 d'agosto, per cura di Federigo dalla Scala podestà, furono reintegrati nel possesso dei lor beni Francesco dalla Mirandola, i Pii, i Gorzani e gli altri usciti, e tutti vennero alla patria, ricevuti con amore dagli altri cittadini nel dì 2 d'agosto. Fece oste in quest'anno nel mese di maggio Cane dalla Scala contra de' Bresciani in favore de' fuorusciti ghibellini; prese Castiglione e Montechiaro, e recò loro degli altri danni[960]. Mentre egli si tratteneva in quelle parti, assediando Lunato, i Padovani[961], giacchè se la videro bella, fingendo che questa fosse risoluzion di particolari, e non del comune, corsero a valersi del tempo propizio per ricuperare la perduta città di Vicenza. Aveano essi menato un trattato con certi Vicentini, e ricevutine anche gli ostaggi per questo. Ma il trattato era doppio, e di tutto veniva di mano in mano informato lo Scaligero. Ferreto Vicentino[962] pretende che Cane ne avesse l'avviso dai Carraresi stessi Padovani. Ora nella notte del dì 22 vegnente del mese suddetto i Padovani colle genti comandate da Vinciguerra conte di San Bonifazio giunsero sotto Vicenza, e, trovate le porte chiuse, si applicarono a dare la scalata a quella città, e molti ancora v'entrarono. Avvisato dai traditori, oppur dai Carraresi, Cane, eccolo comparire con Uguccione, e con que' pochi che per la sua gran fretta poterono seguitarlo. Fece egli tosto aprire una porta, e i Padovani, credendola aperta per introdurli, si videro all'improvviso piombare addosso l'adirato Cane. Parvero pecore all'arrivo del lupo. Tutti allora a gambe; molti d'essi furono uccisi, molti presi, fra i quali lo stesso conte di San Bonifazio capitano, che morì fra pochi giorni per le ferite ricevute; e restò in preda de' Vicentini tutto il loro equipaggio. Qui però non finì la disavventura de' Padovani. Trovò Cane un tavernaio della fortissima terra di Monselice, per nome o soprannome Maometto[963], che promise di dargli adito in quella importante fortezza. Disposte le cose nella vigilia della festa di San Tommaso Apostolo, Cane, senza badare alla stagione orrida pel freddo, ito colà con Uguccione e con grosse brigate, s'impadronì della terra, e da lì a cinque giorni della rocca di Monselice. Incredibil fu il terrore de' Padovani per questa perdita; già s'aspettavano Cane alle porte, ed egli intanto colla forza prese la nobil terra d'Este, che poi barbaramente diede alle fiamme, e quindi obbligò alla resa la ricca e riguardevol terra di Montagnana. Animato da così felici successi lo Scaligero[964], dopo aver preso al suo soldo da Arrigo conte del Tirolo cento lance, passò dipoi nel Pievato di Sacco, territorio allora il più abbondante e pingue nel Padovano, dove indicibil fu la preda di tutti i beni. Andò anche ai borghi di Padova, e distrusse quello di Santo Stefano. Non vi volle di più perchè i Padovani nell'anno seguente chiedessero pace; e, adoperati per mediatori i Veneziani, la ottennero da Cane, col cedergli i lor diritti sopra le occupate terre, e dargli ancora quella di Castelbaldo in pegno. I Carraresi, secondo Ferreto, segretamente se l'intendeano con esso Cane.

Fin qui i Ferraresi aveano provato il duro giogo de' Guasconi, ossia de' Catalani, cioè della guarnigione posta in quella città dal re Roberto[965]. Le avanie ed insolenze di costoro erano il pane d'ogni giorno di quell'angustiato popolo, di modo che ho io sempre sospettato che la giustizia catalana, passata in proverbio per questi paesi, avesse origine dai lor perversi portamenti[966]. Giunti oramai all'orlo della disperazione que' cittadini, chiariti della differenza che passa fra l'essere governati dal principe proprio, e il vivere all'ubbidienza di gente straniera, ordinariamente venuta solo per succiare il sangue de' popoli; e vogliosi di ritornare sotto l'amorevol dominio de' principi estensi, nel dì 4 d'agosto del presente anno mossero a rumore la terra, e colle armi incominciarono aspra battaglia con essi Guasconi. Ritiraronsi costoro in Castel Tealdo, e tutte l'altre fortezze della città vennero alle mani dei Ferraresi, i quali spedirono tosto a Rinaldo ed Obizzo marchesi d'Este, figliuoli del marchese Aldrovandino, acciocchè venissero. Vennero questi senza perdere tempo; e quel popolo, confortato dalla loro presenza e valore, tosto si diede ad espugnare Castel Tealdo per terra e pel Po con delle barbotte e con un lupo, cioè con un castello posto sopra due navi. Studiaronsi nello stesso tempo i marchesi estensi coi Pepoli ed altri amici di Bologna di far differire la venuta dell'esercito bolognese in aiuto dei Guasconi; e camminò così felicemente il concerto e l'indefessa espugnazion del castello, che prima dell'arrivo de' Bolognesi l'ebbero in mano colla morte di tutto quel presidio, con poscia darlo alle fiamme e diruparlo. Liberati in questa guisa i Ferraresi dal giogo straniero, con immenso giubilo diedero, ossia restituirono, la signoria della città ai marchesi d'Este suddetti nel dì 15 d'agosto. In quest'anno ancora nel mese di settembre Cane dalla Scala, Passerino signor di Mantova e di Modena, e Luchino figliuolo di Marco Visconte[967] fecero oste di nuovo contra di Cremona. S'era quella città poco dianzi più che mai scompigliata, perchè, rientratovi il marchese Jacopo Cavalcabò, avea sotto la buona fede ucciso Egidio Piperata capitano del popolo con cinquanta de' migliori cittadini. Ne fuggì Ponzino de' Ponzoni co' suoi seguaci, e fatto ricorso ai capi della lega ghibellina, li condusse all'assedio di Cremona. Ma, per quanto operassero, nulla poterono guadagnare: tale e tanta fu la difesa di quel popolo aiutato dai Bresciani. In questo mentre i Bolognesi[968], per distorre Passerino da quell'impresa, nel dì 19 d'ottobre ostilmente vennero sul territorio di Modena sino alla villa d'Albareto, commettendo in tutte quelle vicinanze ogni male in danno de' Modenesi. Varie guerre eziandio furono in questi tempi nell'Astigiano e nel Piemonte[969], che per essere di poco momento io le tralascio. Altre ne furono in Romagna[970], dove Diego di Larae, conte di quella provincia pel re Roberto, andò all'assedio di Forlì nel dì 28 di giugno, ma con poco profitto. Poscia nel settembre seguì pace fra lui e i Cesenati dall'una parte e i Forlivesi dall'altra.

Spedì nel gennaio di quest'anno[971] papa Giovanni XXII lettere esortatorie di pace, e nunzii ancora ai principi e alle città d'Italia, insinuando loro che, deposti gli odii, e dato fine alle fazioni, abbracciassero tutti la concordia. Questo appunto era, ed è, l'uffizio de' sommi pontefici; ed abbiam già veduto di sopra che tali esortazioni fecero frutto in Piacenza, Parma e Modena. Ma altro ci volea che parole a guarir le cancrene d'allora. Si aumentò poi questa terribil malattia, dacchè papa Giovanni, cessando d'essere padre comune, sposò gl'interessi del re Roberto, e divenne aperto protettore de' soli Guelfi. Era questo pontefice, per attestato di Ferreto[972] e del Villani[973], creatura d'esso re. Da lui riconosceva tutto il suo essere, perchè in sua corte era dal nulla salito in alto, e coll'aver finte lettere (se pure è vero) a nome d'esso re, avea ottenuto dal papa il vescovato di Freius; e poi per opera di lui era giunto alla sacra porpora e al pontificato. Chi ben rifletterà al sistema di questi tempi, non avrà difficoltà ad immaginare che il suddetto re Roberto tendeva al dominio di tutta l'Italia; odiava i Ghibellini fautori dell'imperio, perchè contrarii a' suoi disegni; nè volentieri vedeva in Italia imperadore alcuno, standogli davanti agli occhi i pericoli corsi sotto Arrigo VII. Cadde pure in acconcio dei suoi affari che in Germania fossero eletti in discordia due re de' Romani, cioè Lodovico il Bavaro e Federigo d'Austria. Gran cura ebbe sempre Roberto che papa Giovanni non decidesse mai la contesa; e dacchè, siccome vedremo. L'ebbe il Bavaro decisa coll'armi, Roberto procurò che seguitasse la ripugnanza della corte pontificia a non voler mai riconoscere per re dei Romani esso Bavaro: dal che provennero sconcerti e scandali gravissimi. Stuzzicò inoltre esso re papa Clemente V, e poi lo stesso papa Giovanni XXII, a far da padrone nel regno d'Italia, vacante l'imperio, per quanto allora si pretendea. Motivo di stupore, siccome già accennai, può esser oggidì, come si giugnesse in quei tempi a dichiarar vassalli della santa Sede gl'imperadori, e spettante al papa l'assoluto comando in esso regno italico nella vacanza dell'imperio. Ma non è da stupire, considerando che il re Roberto faceva allora da papa; nè i pontefici operavano se non quello che a lui piaceva. Per questa via si studiava Roberto di stendere le ali per l'Italia tutta colla depression de' Ghibellini, ed innalzamento de' Guelfi suoi partigiani. Il peggio fu che sopra questa base dell'autorità temporale e del governo dei papi nel regno d'Italia si fondarono le scomuniche e gl'interdetti contra chi non era ubbidiente ai voleri pontifizii. Abbiamo dagli Annali Milanesi[974] che nell'anno precedente, ma più probabilmente nel presente, avea papa Giovanni comandato che niuno in Italia s'intitolasse vicario imperiale, nè si mischiasse nel governo delle terre dell'imperio senza licenza della Sede Apostolica. Perciò Matteo Visconte, lasciato quel titolo, si fece proclamar dal popolo signor generale di Milano. E perch'egli non mise in libertà i Torriani prigioni, come pretendeva il papa, nè volle dipendere da lui nel dominio di Milano, fu sottomessa quella città all'interdetto, e poi scomunicato esso Matteo. All'incontro Cane dalla Scala[975] nel dì 16 di marzo del presente anno riconobbe per re de' Romani l'eletto Federigo d'Austria, gli giurò fedeltà, e da lui prese il titolo di vicario dell'imperio in Verona e Vicenza. Intimò in quest'anno papa Giovanni[976] ai Ferraresi di rilasciare il dominio di quella città in mano de' vescovi di Bologna e d'Arras suoi deputati, sotto pena delle scomuniche. Ma i Ferraresi, che troppo malconci s'erano ritrovati dacchè passò la lor città sotto il governo pontificio, diedero di belle parole, ma si guardarono di venire a' fatti, sentendosi troppo bene sotto il governo de' marchesi estensi.

NOTE:

[950] Bonifacius de Morano, Chron., tom. 11 Rer. Italic.

[951] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[952] Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[953] Raynaldus, Annal. Eccles.

[954] Nicol. Special., Histor., lib. 7, cap. 8, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 65.

[955] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[956] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 85.

[957] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[958] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[959] Moran., Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[960] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, ubi sopra.

[961] Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Cortus, Chron., et alii.

[962] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.

[963] Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.

[964] Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[965] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[966] Chron. Estense, tom. 14 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital. Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[967] Corio, Istor. di Milano.

[968] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[969] Chron. Astense, cap. 94, tom. 11 Rer. Ital.

[970] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[971] Raynaldus, Annal. Eccl.

[972] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Italic.

[973] Giovanni Villani, lib. 9.

[974] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontr., Chron., lib. 2, cap. 22, tom. 12 Rer. Ital.

[975] Cortus, Chronic., tom. 12 Rer. Ital.

[976] Raynaldus, Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCXVIII. Indizione I.

GIOVANNI XXII papa 3. Imperio vacante.

Diedesi nel dì 25 di marzo di questo anno principio ad una memorabile dolorosa scena in Genova[977], per l'implacabil discordia di que' cittadini. I Doria e gli Spinoli fuorusciti ghibellini, pieni di astio contra de' Fieschi, Grimaldi e degli altri Guelfi dominanti nella patria, fecero venir di Lombardia con un possente esercito di cavalleria e fanteria Marco Visconte figliuolo di Matteo, il quale, unito colle forze d'essi fuorusciti, cinse d'assedio la città di Genova, città ben provveduta prima dai Guelfi, e con impareggiabil coraggio da loro difesa. La torre del Faro per due mesi si tenne salda contro tutti gli sforzi degli assedianti. Infine fu presa; preso ancora fu il borgo di Prea e quel di Sant'Agnese nel dì 27 di giugno, e si cominciò a tormentare colle macchine la città medesima. Trovandosi in questa maniera molto allo stretto i Genovesi dominanti, spedirono ambasciatori al re Roberto, esponendogli quel che loro avveniva per avere aderito alle di lui insinuazioni, ed offerendogli la signoria della città, purchè in tanto bisogno recasse loro soccorso. Non altro che questo desiderava ed aspettava Roberto. Però, messa insieme una flotta di ventisette galee e di quaranta uscieri, cioè navi grosse da trasporto, e di altri legni, dove imbarcò mille e dugento cavalieri, sei mila fanti e copiosa vettovaglia[978], in persona egli stesso colla regina sua moglie, e con Filippo principe di Taranto e Giovanni principe della Morea, suoi fratelli, venne a Genova nel dì 20 di luglio, e vi fece nel dì seguente la sua solenne entrata. Poscia nel dì 27 d'esso mese fu data a lui, e insieme a papa Giovanni, la signoria assoluta di Genova per dieci anni avvenire. Era un'apparenza quella compagnia del papa. Roberto se ne serviva per fare paura ai Ghibellini, e maggiormente assodare la sua fazione e signoria in quella città. Non cessò per questo l'armata ghibellina di far guerra viva alla città, molestandola continuamente coi trabucchi e colle altre macchine da guerra e con varii assalti; e, tuttochè Roberto avesse un poderoso esercito, superiore di molto a quel de' nemici, per gli aiuti a lui venuti dalla Toscana, pure, tenendo i nemici le fortezze d'intorno, campeggiar non poteva, e gli conveniva dimorare stretto nella città. Di grandi prodezze si fecero in tal occasione da amendue le parti; ma troppo io mi dilungherei se volessi narrarle. Arrivò a tanta audacia Marco Visconte, che mandò a sfidare lo stesso re di combattere con lui a corpo a corpo per terminar quella contesa: del che molto si offese, e grande sdegno ne prese Roberto.

Secondo il pessimo costume di questi sì sconvolti tempi, turbossi nell'anno presente la quiete di Modena[979], dove era signore Passerino de' Bonacossi, signore ancora di Mantova. Zaccheria de' Tosabecchi gli tolse la nobil terra di Carpi nel dì 17 di gennaio. Nella mezza notte dello stesso giorno Francesco dalla Mirandola con Prendiparte suo figliuolo e Guido de' Pii, nobili e potenti di questa città, che nel precedente anno aveano ricevuto per grazia di rientrarci, mossero a rumore il popolo modenese, e coll'armi costrinsero i provvisionati di Passerino a ritirarsi nelle case de' nobili di Fredo, dove assediati, impetrarono poi l'uscita libera fuori della città. Così Francesco Pico dalla Mirandola si fece proclamar signore di Modena. Niccolò da Fredo gli consegnò dipoi Spilamberto, per liberar Giovanni suo fratello dalle carceri, e similmente Arrivieri da Magreta gli rassegnò il suo castello. Nel dì primo di marzo tutti gli sbanditi da Modena rientrarono nella città con gran festa; ma nel dì 2 d'aprile il suddetto Francesco bandì le famiglie dei nobili da Fredo, da Magreta e de' Buzzalini; le quali, ricorse a Passerino, fecero che egli con Cane dalla Scala e molte schiere d'armati nel dì 27 di luglio venisse ad assediar Modena. Vedendo poi che niuna commozione si facea nella città, e dato in darno un assalto dai fuorusciti, se ne andarono tutti dopo sette dì, malcontenti. Più felicemente riuscì ai collegati Ghibellini l'impresa di Cremona, dove signoreggiava il marchese Jacopo Cavalcabò di fazione guelfa. Diedero essi nuovo aiuto a Ponzino de' Ponzoni[980]; e questi, con intelligenza d'alcuni cittadini, entrò la mattina per tempo nel dì 9 d'aprile (il Corio[981] scrive di febbraio, ma credo con errore) in quella città, e prese la piazza. Allora il Cavalcabò in fretta coi suoi seguaci scappò fuori della città[982]. Il Ponzone dipoi fu proclamato dal popolo signore di Cremona, ma di Cremona città oramai spopolata ed impoverita per le tante passate sciagure. Giovanni da Bazano scrive[983] che Passerino dei Bonacossi fu dipoi creato signor di quella città. Anche in Padova accadde mutazion di governo[984]. Dacchè riuscì alla accortezza e potenza di Jacopo da Carrara e de' suoi consorti di far ritirare da quella città la ricca ed emula casa de' Macaruffi con altre potenti famiglie, e con Albertino Mussato istorico, facile fu a lui di ottenere ancora il principato di quella città. Fece pertanto esso Carrarese raunare il consiglio generale dei Padovani, dove espose la necessità di quei tempi d'eleggere un signore perpetuo, in cui stesse la balia e la cura del pubblico governo per cagion de' correnti bisogni. Il concerto era fatto; senza venire allo scrutinio, tutti i Guelfi e i Ghibellini ancora, con segreto contento di Cane dalla Scala, gridarono lor signore Jacopo da Carrara, che fu il primo di sua casa a signoreggiar quella terra. Questi poi, per quanto potè, cercò l'amicizia di Cane: al qual fine promise ancora di dar per moglie Taddea sua figliuola di età puerile a Mastino nipote d'esso Cane. In un parlamento tenuto a dì 16 di dicembre in Soncino, fu nel presente anno[985] dichiarato il suddetto Cane dalla Scala capitan generale della lega dei Ghibellini collo stipendio di mille fiorini d'oro per mese. Se crediamo a Galvano Fiamma, fu questo un ripiego preso dalla sagacità di Matteo Visconte, perchè il re Roberto facea di grandi esibizioni a Cane per istaccarlo dagli altri Ghibellini. Aveva esso Cane[986] dei trattati con alcuni cittadini di Trivigi, e vogliosissimo di quell'acquisto, nel dì primo d'ottobre spedì colà Uguccion dalla Faggiuola suo capitan generale coll'esercito suo. Non ebbe effetto la congiura. Tuttavia in suo potere vennero le principali terre di quel contado, cioè Noale, Asolo, Monte di Belluna, e fu cominciato un blocco a quella città.

NOTE:

[977] Georgius Stella, Annales Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 68.

[978] Chron. Astense, cap. 99, tom. 9 Rer. Ital.

[979] Moranus, Chron. Mutinens., tom 11 Rer. Ital. Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[980] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[981] Corio, Istor. di Milano.

[982] Giovanni Villani, lib. 9. cap. 89.

[983] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.

[984] Cortus. Chron., tom. 9 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXIX. Indizione II.

GIOVANNI XXII papa 4. Imperio vacante.

Ostinatamente continuarono anche nel verno i Lombardi e i Genovesi fuorusciti l'assedio di Genova[987]. Rincresceva non poco al re Roberto di trovarsi così chiuso in quella città, e senza poter fare impresa alcuna luminosa e degna di un par suo. Finalmente gli fu suggerita la maniera propria di vincere quella pugna. Fece egli imbarcare nelle sue navi quattordici mila combattenti con ordine di sbarcare a Sestri di Ponente, per aver campo di far battaglia coi nemici in quella pianura. Corsero per impedire lo sbarco i Ghibellini; ma finalmente nel dì cinque di febbraio la fanteria guelfa saltò in terra, e, benchè tre volte rispinta, fece ritirare i Ghibellini a Castiglione, e di là ancora li fece poco appresso sloggiare. Allora Marco Visconte, trovandosi fra due fuochi, e temendo anche della fede dei fuorusciti genovesi, perchè era insorta discordia fra i Doria e gli Spinoli, levò precipitosamente il campo, lasciando indietro parte ancora dell'armi e del bagaglio, e con gran fretta si ritirò a Buzzala, a Gavi e ad altri luoghi. Tutto contento allora il re Roberto d'aver liberata Genova, e lasciato ivi per suo vicario Ricciardo Gambatesa, nel dì 29 d'aprile, colla regina, co' fratelli e molti suoi nobili e genti d'armi s'imbarcò in sette galee (il Villani scrive, e con più verisimiglianza[988], in quaranta), e fece vela per andare alla corte pontificia dimorante in Avignone. Credevansi oramai i Genovesi di riposare, quando nel dì 25 di maggio si videro i Ghibellini di Savona entrare con sei galee ben armate nel porto di Genova, e rapire una grossa galea carica di merci, destinata per Fiandra. Poscia nel dì 27 di luglio eccoti arrivar l'esercito de' fuorusciti e dei Lombardi ghibellini, che di nuovo strinsero d'assedio la città medesima di Genova. Aveano essi armato in Savona vent'otto galee, colle quali fecero gran danno alle riviere e alla stessa città. Nulla dirò io degli assalti e delle frequenti battaglie succedute in questo insigne assedio. Se grandi furono le offese, non minor fu la difesa, gareggiando in valore ambedue le parti; e per tutto l'anno seguitò dipoi questa brutta musica con istrage di moltissimi combattenti. Fu continuato per tutto il verno l'assedio, ossia blocco di Trivigi, fatto dall'armi di Cane dalla Scala[989]. Trovandosi in così pericoloso stato Rambaldo conte di Collalto, gli Avvocati, Azzoni ed altri nobili di quella città, spedirono ambasciatori a Federigo duca di Austria, eletto re de' Romani, pregandolo di prendere la signoria di Trivigi e di soccorrerli. Accettata volentieri tale esibizione, Federigo inviò tosto il conte di Gorizia con un grosso corpo di milizie tedesche a prendere il possesso di quella città. Allora Cane si ritirò da que' contorni, e cercò l'amicizia d'esso conte, con cui ancora stabilì pace nel mese di giugno. Ma l'inquieto Cane non finiva mai un'impresa, che nello stesso tempo non ne macchinasse un'altra. Ancorchè fossero freschi i capitoli della pace fermata coi Padovani, pure cominciò a cercar de' pretesti per romperla. Fatta lega con Rinaldo ed Obizzo marchesi di Este, dominanti in Ferrara, Rovigo ed altri paesi, pretese che Jacopo da Carrara signor di Padova rimettesse in città tutti i fuorusciti: altrimenti vi avrebbe egli provveduto. Era disposto il Carrarese a farlo; ma Cane, trovati degli altri uncini, non si mostrò contento delle condizioni, e poi nel dì quinto d'agosto andò all'assedio di Padova. Cercò allora Jacopo da Carrara soccorso dal conte di Gorizia. S'interposero anche i Veneziani per la pace, ma senza effetto, perchè troppo ingorde erano le dimande di Cane. Jacopo da Carrara, che non volea veder perire così miseramente la patria sua, fece esibire al conte di Gorizia la signoria di Padova, da darsi a Federigo duca d'Austria. Vi acconsentì il conte con far di larghe promesse ai Padovani nel dì quattro di novembre. E Federigo mandò nuove genti in aiuto loro. Non era ancora palese questo trattato, quando il conte di Gorizia, mostrandosi tuttavia in favore di Cane, spedì al di lui campo cento de' suoi cavalieri, con ordine segreto che, uscendo i Padovani, tentassero con loro di far prigione Cane. Più scaltro Cane, al vedere esposta bandiera rossa nelle mura di Padova, immaginò tosto quel ch'era, e disarmati quei Tedeschi, li fece tutti prigioni. Sotto quella città terminò sua vita Uguccion dalla Faggiuola, che tanto avea fatto parlare di sè in Italia, e fu onorevolmente seppellito in Verona.

Guerra eziandio fu in Piemonte[990]. Nella vigilia di san Giovanni Batista di giugno Marco Visconte figliuolo di Matteo con gli usciti d'Asti, e più di mille cavalli ed altrettanti fanti, andò sotto la città di Asti, dirupò gli spalti, e diede un assalto, in cui circa cinquanta soldati entrarono nella città, ma furono anche vigorosamente respinti. Scorgendo più difficile di quel che si pensavano l'impresa, se ne andarono con Dio. All'incontro Ugo del Balzo, vicario del re Roberto in Piemonte, uno de' più prodi capitani di quel tempo[991], si portò con tutte le sue forze e con quelle degli Astigiani sul fine di novembre all'assedio d'Alessandria, città allora soggetta ai Visconti, e per tradimento entrò nel borgo di Bergolio. Ma, andando nella seconda domenica di dicembre a Monte Castello con un corpo di sua gente, si scontrò con Luchino Visconte mandato da Matteo suo padre con quattrocento cavalli in soccorso di Alessandria. Subito furono le lancie in resta; gran combattimento si fece: rimasero sconfitti i Provenzali, e lo stesso Ugo del Balzo con più di venti ferite perdè ivi la vita. Nel dì 16 di maggio Manfredi de' Pii prese la nobil terra di Campi colla morte e prigionia d'alcuni de' Tosabecchi[992], che se n'erano impadroniti. Poscia Francesco dalla Mirandola, signore allora di Modena, nel dì 28 di settembre colla milizia de' Modenesi andò all'assedio di Carpi. Tanto fecero con danari i fuorusciti, che Giberto da Correggio, nell'andare con gran quantità di cavalli verso il Bresciano, si portò colà e fece levar quell'assedio. Il perchè Francesco dalla Mirandola, trovandosi attorniato da' nemici, mentre anche i signori di Sassuolo, ad istanza di Passerino de' Bonacossi, gli faceano guerra viva, venne alla risoluzione di trattar accordo con esso Passerino signore di Mantova, e di restituirgli il dominio di Modena. La concordia fu fatta, e nel dì ultimo di novembre ritornarono i Bonacossi in possesso di questa città. Furono mandati a' confini i Guelfi, ma con lasciar godere i beni alle loro famiglie. A tutti faceva paura in questi tempi l'infaticabil Cane dalla Scala: ma spezialmente ne temevano i Bresciani, perchè li teneva in un continuo allarme per le molte castella che stavano in mano dei lor fuorusciti ghibellini, protetti dal medesimo Cane e da Passerino signor di Mantova. Fatto dunque consiglio generale in Brescia, determinò quel popolo di dar la signoria della lor città al re Roberto, capo e protettor de' Guelfi, sperando sotto le ali sue di sostenersi meglio in mezzo a tanti nemici[993]. Non era il re partito per anche da Genova, quando arrivarono colà i Bresciani coll'offerta suddetta, che fu di buon cuore accettata nel dì 28 di gennaio, siccome apparisce dalle lettere d'esso re scritte a' Bresciani, e rapportate dal Malvezzi. Poscia, giunto Roberto ad Avignone, di colà spedì a Brescia per suo vicario Giovanni da Acquabianca nel mese di giugno. Risentirono ben tosto i buoni influssi della loro risoluzione i Bresciani; imperocchè Roberto ordinò ai Fiorentini, Bolognesi ed altri della lega guelfa di somministrar loro un abbondante soccorso.

Fecesi in Bologna[994] una taglia di mille cavalieri; capitano d'essa Giberto da Correggio, che vi unì altra sua gente e i fuorusciti di Cremona, e marciò alla volta di Brescia. Quivi col popolo bresciano fece gran guerra ai lor fuorusciti, e quasi tutte le castella da loro occupate ritornarono alla divozione della città. Fece di più il Correggiesco. Alle istanze di Jacobo Cavalcabò, che seco militava coi fuorusciti guelfi di Cremona, venne coll'esercito e collo stesso regio vicario per isnidar da Cremona i Ghibellini. Era divenuta oramai quella smunta città il giuoco della fortuna[995]. Una notte del mese d'ottobre per tradimento v'entrò Giberto da Correggio colla sua armata, la qual vi commise crudeltà ed iniquità senza fine; uccise o discacciò i Ghibellini ed il presidio ivi posto da Cane e da Passerino. Se crediamo al Corio[996], il Cavalcabò tornò ad esserne signore; ma le Croniche più vecchie asseriscono che ne restò padrone Giberto, il quale non vi dovette far le radici, per quanto vedremo. Ma mentre il suddetto vicario regio era in Cremona (il perchè non si sa), il popolo di Brescia corse al palagio della sua residenza, e diede il sacco a tutto quanto il suo arnese. Elessero dipoi per vicario un Simone Tempesta oltramontano, che fu poscia confermato dal re Roberto, ma non senza suo sdegno, avendo egli digerita la insolenza di quel feroce popolo per non potere di meno. Fu mandato in quest'anno da papa Giovanni per conte della Romagna[997] Aimerico da Castello Lucio, gran dottore di legge. Questi fabbricò poi una fortissima rocca in Bertinoro ed un buon castello in Cesena. L'ubbidivano i Romagnuoli in pagar le taglie e il tributo de' Fumanti, ma per sè ritennero le città e terre collo stesso dominio o governo di prima. Secondo la Cronica di Cesena, una fiera pestilenza fu in quest'anno in Italia, e specialmente afflisse la Romagna. Nella marca d'Ancona, non so se per gli demeriti degli uffiziali pontifizii, oppure per le iniquità dei popoli, seguirono delle funeste novità[998]. I popoli di Recanati e d'Osimo presero l'armi contra di Amelio marchese di quella marca, e trucidarono ben trecento de' suoi parziali, non la perdonando il loro furore neppure agl'innocenti figliuoli; scacciarono ancora il vescovo ed il clero, con altre enormità che son da tacere. Chiamarono essi al loro governo Federigo conte di Montefeltro, gran caporale dei Ghibellini in quelle contrade[999]. L'esempio di costoro servì ai Ghibellini di Spoleti, spalleggiati dal medesimo conte Federigo, per prender nel novembre l'armi contro ai Guelfi concittadini, e per cacciarne ducento in prigione, e mettere in fuga il resto. Quivi ancora seguirono omicidii, incendii ed altre scelleraggini, compagne fedeli dei saccheggi. Per questo eccesso i Perugini, guelfi allora di fazione, che non erano potuti accorrere a tempo in aiuto degli oppressi, impresero poi l'assedio di Spoleti. E il papa mandò in Italia Beltrando dal Poggetto cardinale di San Marcello, il quale dai malevoli veniva creduto figliuolo del medesimo papa[1000], per provvedere ai disordini dello Stato ecclesiastico, originati principalmente dal volere stare i papi a darsi bel tempo in Provenza, abbandonata la sedia loro data da Dio e i sudditi proprii. Fece in quest'anno[1001] Matteo Visconte un'azion degna di lode, e fu quella di ricuperare il tesoro della chiesa di Monza, che già fu impegnato dai Torriani quarantasei anni prima, consistente in corone d'oro, calici ed altri vasi ornati di pietre preziose, di valore di ventisei mila fiorini di oro. Disimpegnato che l'ebbe, portollo in persona a Monza nella vigilia del santo Natale, e colle sue mani lo pose nell'altare, raccomandandolo efficacemente a quei canonici.

NOTE:

[985] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom, 9 Rer. Ital. Gualv. Flamma, cap. 357, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[986] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[987] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[988] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 96.

[989] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[990] Chron. Astense, cap. 99, tom. 11 Rer. Ital. Bonincontrus, Chron. Mod., cap. 23, tom. 12 Rer. Italic.

[991] Gualvaneus Flamma, cap. 358, tom. 11 Rer. Italic.

[992] Bonifacius Moranus, Chron., tom. 11 Rer. Ital. Johan. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[993] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[994] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 99.

[995] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[996] Corio, Istor. di Milano.

[997] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[998] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[999] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.

[1000] Petrarca, epist. 7 sine titulo. Giovanni Villani, et alii.

[1001] Bonincontrus, Chron. Mod., lib. 2, cap. 25, tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXX. Indizione III.

GIOVANNI XXII papa 5. Imperio vacante.

Arrivato nell'anno precedente ad Avignone il re Roberto per chiedere a papa Giovanni aiuto contra de' Lombardi assediatori di Genova, allora fu che espresse il suo sdegno e desio di vendicarsi; giacchè a lui pareva un enorme affronto quell'averlo i Lombardi assediato e ristretto in Genova, perchè doveano quegl'insolenti, dacchè seppero essere ivi in persona un re, colla testa bassa andarsene con Dio. Giovanni canonico di San Vittore, scrittor di questi tempi, confessa[1002], avere Roberto anche egli così assedialo il papa, suo, per così dire, schiavo, che niuna spedizione si faceva allora nella curia pontificia. Dictus autem rex cum papa moram faciens ita eum suis negotiis occupabat, quod nihil, aut parum expediebatur in Curia, immo etiam negotia personalia papae totaliter infecta remanebant. Ma che si trattava con tanti colloquii in que' gabinetti? Di annientare il ghibellinismo in Italia, e di aprir la strada al re Roberto di divenir padrone d'essa Italia, con escludere i due litiganti eletti re de' Romani in Germania[1003]. A questo fine Roberto si fece creare o conformare vicario d'Italia, vacante l'imperio, e subordinato a lui con questo titolo Filippo di Valois, del quale fra poco parleremo. Se riusciva a Roberto di abbassare i Ghibellini, e di ottenere il dominio o governo delle città tenute da loro, siccome avea fatto di tante città guelfe, avrebbe poi pensato se conveniva restituir tutto a chi avesse voluto venir di Germania a cercar la corona di Italia. Niuno intanto dei due principi litiganti osava di calare in Italia, perchè Roberto seppe ben instruire papa Giovanni XXII per impedirlo. Ora la maniera di distruggere il velenoso serpente del ghibellinismo era quella di schiacciarne il capo, cioè Matteo Visconte, padrone allora di Milano, Pavia, Piacenza, Novara, Alessandria, Tortona, Como, Lodi, Bergamo e d'altre terre. Vinto questo, andava il resto. Operò dunque Roberto, che se Matteo non ubbidiva co' suoi figliuoli ai comandamenti del papa, fosse scomunicato, e posto l'interdetto a tutte le città da lui possedute; e che anche il papa gli facesse guerra, ed impiegasse i tesori della Chiesa in questa creduta probabilmente santa impresa. A buon conto, dieci galee, preparate ed armate dal papa per mandarle in Terra santa, furono cedute al re per valersene in aiuto de' Genovesi. Ma perciocchè si sarebbe potuto dire, siccome infatti si disse[1004], che al pontefice sconveniva il mischiarsi in guerre per invadere gli Stati altrui, e poco ben sonare il far servire la religione a fini politici; mentre non appariva che i romani pontefici avessero diritto alcuno temporale sopra Milano e sopra le altre città di Lombardia, marca di Verona e Toscana, mentre essi principi tenevano quelle città dall'imperio e le conservavano per l'imperio[1005]: fu anche trovato il ripiego di dar colore di religione a questa guerra. Andò pertanto ordine agli inquisitori di fare un processo di eresia a Matteo Visconte e a' suoi figliuoli[1006]; e lo stesso dipoi fu fatto contro Cane dalla Scala, Passerino signor di Mantova, i marchesi estensi signori di Ferrara, ed altri capi de' Ghibellini d'allora: i quali tutti, benchè protestassero d'essere buoni cattolici e ubbidienti alla Chiesa nello spirituale, pure si trovarono dichiarati eretici, e fu predicata contro di loro la croce. In somma abusossi il re Roberto, per quanto potè, della smoderata sua autorità nella corte pontificia, facendo far quanti passi a lui piacquero a papa Giovanni, con porgere ora motivo a noi di deplorare i tempi d'allora. Che i re e principi della terra facciano guerre, è una pension dura, ma inevitabile, di questo misero mondo. Inoltre, che il re Roberto tendesse a conquistar l'Italia, può aver qualche scusa. Altrettanto ancora faceano dal canto loro i Ghibellini; nè questi certo nelle iniquità la cedevano ai Guelfi. Ma sempre sarà da desiderare che il sacerdozio, istituito da Dio per bene dell'anime e per seminar la pace, non entri ad aiutare e fomentar la ambiziose voglie de' principi terreni, e molto più guardi dall'ambizione sè stesso.

Ora il papa e il re Roberto, a fin di compiere la meditata impresa, sommossero il giovane principe Filippo di Valois della casa di Francia, figliuolo di quel Carlo, tuttavia vivente, che già vedemmo in Italia a' tempi di Bonifazio VIII[1007], e il mandarono in Lombardia con bella armata di baroni ed uomini d'armi. A lui si unì con altra gente, e coi fuorusciti guelfi di varie città, Beltrando dal Poggetto cardinale legato. Fecero amendue capo alla città d'Asti, che ubbidiva al re Roberto, nel giorno cinque di luglio. Già un mese correva che con viva guerra si disputava fra le due potenti case de' Tizzoni e degli Avvocati il possesso e dominio della città di Vercelli. I cavalieri tedeschi di Matteo Visconte erano a quell'assedio in favore de' Tizzoni ghibellini. Udito questo rumore, Filippo di Valois, senza voler aspettare i rinforzi d'altri combattenti, che gli doveano venir di Francia, parte dal papa, parte dal re Roberto, dal re di Francia e dal principe Carlo suo padre, ed anche da Bologna e Toscana, corse a Vercelli per desio di liberar gli Avvocati guelfi assediati dai Ghibellini. Ma non perdè tempo Matteo Visconte[1008] ad inviare a quella medesima danza Galeazzo e Marco suoi figliuoli con più di tre mila cavalli (altri dicono cinque mila) e circa trenta mila pedoni, raccolti da tutte le città sue suddite o amiche di Lombardia. A questo formidabile sforzo d'armi venne incontro l'esercito franzese con apparenza di voler battaglia; ma battaglia non seguì. Bensì avvenne che Filippo di Valois, qual era venuto, se ne tornò con sue genti in Francia, maledetto e vituperato dagli aderenti suoi rimasti in Italia colle mani piene solamente di mosche. Molte per questa cagione furono le dicerie d'allora[1009]. Chi attribuì la di lui ritirata a' danari ben impiegati dai Visconti, per guadagnar lui, o Bernardo da Mangolio o Mercolio, suo maresciallo; e chi all'essersi trovato quel principe come assediato, senza poter avere sussistenza per gli uomini e per li cavalli; e chi all'avergli Galeazzo Visconte, o in persona o per mediatori[1010], fatto conoscere lo svantaggio in cui egli si trovava, per essere l'armata, de' Milanesi e collegati più di due cotanti che quella della Chiesa; e che esso Galeazzo, per la riverenza professata da lui a quel principe, al conte di Valois suo padre, da cui era stato fatto cavaliere, nol volea offendere, come potea. E questo è ben più probabile, considerato il valore e l'onoratezza di quel principe, e confessando il Villani, essersi scusato Filippo col pontefice e col padre d'aver così operato, perchè esso papa e il re Roberto non l'aveano fornito a tempo della moneta e gente promessa. Quel che è certo, regalato dai Visconti e, in buona armonia con loro, se ne tornò Filippo di Valois in Francia, principe, che, siccome vedremo nell'anno 1328, per la mancanza de' figliuoli di Filippo il Bello, succedette in quel fioritissimo regno.

Continuò ancora in quest'anno lo ostinato assedio di Genova, e l'aspra guerra fra i Genovesi sostenuti dal re Roberto, e gli usciti loro, collegati coi Ghibellini lombardi, sì per terra che per mare. S'empierebbono molte carte, se si volesse riferir tutte le varie prodezze ed azioni militari sì dell'una che dell'altra parte. Scrive Giovanni Villani[1011], aver creduto i savii che, in comparazione dell'assedio di Troia, non fosse da meno quello di Genova, per le tante battaglie che ivi succederono. Presero i Genovesi guelfi dominanti molte galee degli usciti Ghibellini, che s'erano ritirate in Lerice[1012]. Andarono ad Albenga, e tolsero quella città ai nemici nel dì 22 di giugno, con darle un orrido saccheggio senza rispetto alcuno ai sacri templi, e con altre simili iniquità. Al grosso borgo di Chiavari toccò la medesima sventura più d'una volta, ora dai Guelfi ed ora dai Ghibellini. In questi tempi collegatosi coi suddetti usciti ghibellini, e con Matteo Visconte, Federigo re di Sicilia[1013], mandò in loro aiuto quarantadue tra galee e legni grossi da trasporto. Allora fu così stretta per mare la città di Genova, che, non potendo ricevere più vettovaglia da quella parte, cominciò quasi a disperare. Ma il papa e il re Roberto, fatto un armamento di cinquantacinque galee in Napoli e Provenza, spedirono a tempo quella flotta, alla cui vista i Siciliani veleggiarono alla volta di Napoli, e diedero il sacco all'isola d'Ischia. Inseguiti indarno dalla flotta provenzale e napoletana, di cui era ammiraglio Raimondo da Cardona, che poco o nulla fece in quest'anno, tornarono dipoi ai danni di Genova.

Mosse guerra Castruccio signor di Lucca in quest'anno nel mese d'aprile a' Fiorentini, e tolse loro Cappiano, Monte Falcone e Santa Maria al Monte. Tornato poscia a Lucca senza vedere movimento dei Fiorentini, che non si aspettavano questo insulto, con cinquecento cavalli e dodici mila fanti[1014] cavalcò contra de' Genovesi guelfi nel mese d'agosto. Entrato nella Riviera di Levante, se gli arrenderono varie castella; e già si preparava egli a fare di più, quando gli fu recata la nuova che i Fiorentini con grande sforzo erano entrati nel territorio di Lucca nelle contrade di Valdinievole, mettendo tutto a ferro e fuoco. Più che di fretta se ne tornò Castruccio indietro, e vigorosamente venne a Cappiano in sulla Gusciana a fronte de' Fiorentini. Quivi stettero le due armate solamente badaluccando sino al verno, che tutti li fece tornare a casa. Essendo morto in quest'anno nel dì primo di maggio Gherardo della Gherardesca, chiamato Gaddo, conte di Donoratico e signore di Pisa, dal popolo pisano in luogo suo fu eletto signore il conte Rinieri suo zio paterno, appellato Neri, il quale amò e favorì forte i Ghibellini e chi era stato parziale di Uguccione; e, per meglio sostenersi, fece lega con Castruccio signore di Lucca, dandogli occultamente favore contro de' Fiorentini. S'ebbe tanto a male Cane dalla Scala signor di Verona che Federigo duca d'Austria avesse preso il dominio di Padova, che, come se punto non curasse di lui, continuò la guerra con quella città[1015]. Tentò furtivamente di entrarvi nel dì 3 di giugno, e ne fu rispinto. Diede il guasto al raccolto dei Padovani, e talmente li ristrinse, che niuno ardiva d'uscire fuor delle porte. Male stava quel popolo; tutte le sue castella, fuorchè Bassano e Pendisio, erano in poter di Cane, che neppure lasciava venir l'acque alla città per macinare, ed avea fabbricata una forte bastia al ponte del Bassanello. Perciò i Padovani con lettere e messi tempestavano il conte Arrigo di Gorizia, vicario del duca d'Austria, che portasse loro soccorso, altrimenti erano spediti. Giunse infatti esso conte con ottocento elmi, cioè cavalieri, la notte del dì 25 d'agosto, ed entrò, senza essere sentito dall'oste nemica, in Padova. Nel dì seguente uscirono i Padovani e Tedeschi per visitar la fossa tirata da Cane intorno alla città. Cane anch'egli usci della bastia con pochi per osservar quella novità, cioè come i Padovani fossero divenuti sì arditi. Venne una freccia a ferirlo in una coscia. Tornossene dunque indietro e mise in armi la sua gente. Ma essendosi inoltrata la cavalleria tedesca, l'esercito di Cane prese tosto la fuga, lasciando indietro armi e bagaglio, e abbandonando la lor forte bastia. Cane stesso, inseguito da' Tedeschi, spronò forte alla volta di Monselice. Per buona fortuna trovò un contadino, il quale con una cavalla andando al mulino, e veggendo Cane col suo cavallo sì stanco, gli esibì la sua giumenta. Con questa egli giunse a Monselice; e di là poi per Este si ridusse a Verona. Questa fu la prima volta che Cane, imparò a conoscere cosa è la paura. Andarono poscia i Tedeschi e Padovani, ma lentamente, a Monselice, e l'assediarono, battendo quella terra coi mangani; e intanto i bravi Tedeschi davano il guasto alla campagna, come quel non fosse paese dei Padovani amici. In questo tempo spedì Cane il marchese Malaspina ed Aldrighetto conte di Castelbarco al conte di Gorizia, che era passato ad Este. Quel che trattassero, non si sa. Solamente è noto che il conte, lasciato l'esercito, se ne tornò a Padova: il che inteso da' Padovani, che erano sotto Monselice, come se avessero veduto coi lor occhi dati da Cane al conte di Gorizia dei sacchetti d'oro, tutti in collera e furia se ne tornarono anch'essi a Padova, lasciando indietro le macchine da guerra, nel dì 24 di settembre. Cominciossi da lì innanzi a trattar di pace, e fu data di nuovo alle fiamme in queste turbolenze la bella terra d'Este. Erasi trattato aggiustamento fra i marchesi Estensi signori di Ferrara e papa Giovanni XXII. Volevano essi riconoscere Ferrara dalla Chiesa romana; esibivano censo e di sposare gl'interessi del papa nelle congiunture presenti[1016]. Ma il papa persisteva in voler libero quel dominio, e che gli Estensi sloggiassero. Questa dura pretensione mandò a monte ogni trattato; la città fu sottoposta all'interdetto[1017], scomunicati i marchesi Rinaldo ed Obizzo, e contra di loro si diede principio ad un processo d'inquisizione, per cui que' principi, benchè zelanti cattolici, e per antica inclinazione Guelfi, si videro con lor maraviglia cangiati in eretici e nemici del papa. L'assedio di Spoleti, fatto da' Perugini[1018], durava ancora nell'anno presente; ma cessò, perchè Federigo conte di Montefeltro fece ribellare ad essi Perugini la città d'Assisi, ad assediar la quale, lasciato Spoleti, volarono gli adirati Perugini. Restati liberi gli Spoletini, commisero poco appresso una troppo nera scelleraggine, col correre a far vendetta dei danni ricevuti da quei di Perugia contra ducento buoni lor concittadini di parte guelfa, che erano carcerati, con attaccar fuoco alla prigione, dove tutti perirono. Circa questi tempi, se pur non fu prima, la città d'Urbino passò sotto il dominio del suddetto Federigo conte di Montefeltro[1019]. Recanati, Osimo e Fano si ribellarono al papa[1020]. Nel mese d'agosto i Guelfi di Rieti, coll'aiuto delle genti del re Roberto, presero l'armi contra de' Ghibellini, e ne uccisero più di mille. Ma da lì a quattro mesi i Ghibellini usciti, assistiti dalle forze di Sciarra dalla Colonna, mentre i Guelfi erano all'assedio di un castello, rientrarono in quella città, da cui rimasero esclusi i loro avversarii. Ripetiamolo pure: maledette fazioni, quanti mali recarono mai alle lor patrie e all'Italia tutta, la quale oggidì, trovandosi così quieta e guarita da quelle pazzie, dovrebbe ben rallegrarsi e restarne tenuta a Dio.

NOTE:

[1002] Johannes Canonicus S. Victoris, in Vita Johannis XXII.

[1003] Raynald., in Annal. Eccles, ad hunc ann., num. 9. Annal. Mediolan., cap. 92, tom. 16 Rer. Italic.

[1004] Annal. Mediolan., cap. 91, tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano, all'an. 1318.

[1005] Raynaldus in Annal. Eccles., num. 10.

[1006] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer. Ital.

[1007] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107. Gualvaneus Flamma, cap. 359, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 101, tom. eod.

[1008] Bonincontrus Morigia, lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer. Ital.

[1009] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107. Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1010] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1011] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 115.

[1012] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1013] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 15, tom. 10 Rer. Ital.

[1014] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107.

[1015] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

[1016] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1017] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1018] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.

[1019] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1020] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 122.

Anno di CRISTO MCCCXXI. Indizione IV.

GIOVANNI XXII papa 6. Imperio vacante.

Dacchè Filippo conte di Valois si fu ritornato in Francia co' suoi guerrieri, Matteo Visconte continuò l'assedio a quella parte di Vercelli che era occupata dalla famiglia degli Avvocati[1021], con istar ivi la sua gente dalla metà di settembre fino alla metà d'aprile dell'anno presente. Giacchè gli assediati non poteano più tenersi per la mancanza dei viveri, gli Astigiani allestirono una gran quantità di carra di vettovaglie per inviarle all'affamata città. Più di trecento cavalieri catalani, uniti con assaissimi fuorusciti guelfi lombardi, andarono per iscorta a questo convoglio; ma, venute all'incontro d'essi le soldatesche del Visconte, gli sbaragliarono colla morte e prigionia di più di ducento, e colla presa di tutto il convoglio. Veggendosi allora privi d'ogni speranza gli Avvocati, capitolarono, come poterono, la resa in numero di mille e cinquecento persone. Simone degli Avvocati da Colobiano, nei tempi addietro signor di Vercelli e gran nimico di Matteo Visconte, con dodici de' principali della sua fazione fu condotto alle carceri di Milano; le sue case e fortezze spianate dagli emuli Tizzoni. UBERTO, VESCOVO di quella città e fratello del suddetto Simone, sotto buona guardia fu ritenuto in Vercelli, ma seppe trovar la via di deludere le guardie, e di salvarsi. Così tutto Vercelli rimase in potere del Visconte. Avea già inviato il legato apostolico Beltrando dal Poggetto[1022] alcuni suoi ufficiali a Matteo Visconte, domandando ch'egli rinunziasse il dominio di Milano, che i cittadini riconoscessero per loro signore Roberto re di Napoli, e che fossero messi in libertà i Torriani ed altri carcerati, a' quali fosse lecito di rientrare in Milano e di godere i lor beni; perchè in tal maniera tutti vivrebbono in pace sotto il dominio dei re suddetto. Per varie ragioni risposero i Milanesi e il Visconte di non volerne far altro. Rimandò il legato un suo cappellano per trattare. Matteo il fece prendere e metterlo in prigione. Però v'ha chi crede che solamente nell'anno presente egli co' figliuoli e fautori fosse scomunicato, dichiarato eretico e negromante, e sottoposta all'interdetto la città di Milano con tutte le altre dipendenti dai Visconti. Certo è che tutte le suddette censure nell'anno seguente furono scagliate contra di lui. Non cessava la ostinata guerra fra i Genovesi e i lor fuorusciti uniti coi Lombardi[1023], e tuttavia si faceano di grandi battaglie sotto quella città. In mare ancora gli uni agli altri andavano prendendo le navi e guastando quelle riviere. In aiuto de' Genovesi mandò il re Roberto più di venti galee provenzali e dieci altre de' Calabresi, le quali, unite con quattordici di Genova, veleggiarono tutte ai danni di Savona posseduta da' Ghibellini. Discesero in terra ad Andoria, ed eccoti lo esercito copioso de' Ghibellini che venne ad attaccar battaglia. V'era alla testa Manuello Spinola vescovo d'Albenga, che, dimentico del suo carattere, in vece del pastorale, volle tutto armato maneggiar la spada. Ne fu gastigato da Dio, perchè sulle prime, cadutogli il cavallo, e restatovi egli sotto, venne ucciso. Il fine di quel conflitto favorevole fu ai Ghibellini. Di altre zuffe accadute in quelle contrade io non fo menzione, per non dilungarmi di troppo. Giacchè l'armi spirituali si trovarono di poco nerbo per ismuovere Matteo Visconte, i suoi figliuoli e i Milanesi, e per renderli sottomessi alle politiche pretensioni di papa Giovanni XXII e del re Roberto, si pensò a provare se avessero più efficacia l'armi temporali. Però esso pontefice ed il re suddetto[1024] nella primavera di quest'anno inviarono in Lombardia, con titolo di vicario d'esso re Roberto, Raimondo da Cardona Aragonese, ossia Catalano, uomo di gran vaglia e credito nel mestier della guerra. Un grosso corpo di cavalleria venne con lui, ed arrivò nel dì 11 di maggio ad Asti. Due giorni dopo Marco Visconte entrò di concordia nella villa di Quargnento, e diede il guasto ad altre ville dell'Astigiano. Il Cardona anch'egli prese e bruciò quelle di Moncastello, Quargnento ed Occimiano. Mise ancora per cinque giorni a sacco i contorni d'Alessandria, e poi marciò alla volta di Tortona, credendosi di mettervi il piede; ma a fronte suo comparve Marco Visconte con più copioso esercito, che fermò i di lui passi, senza nondimeno azzardarsi a combattimento alcuno. Ognuno si ritirò, e il Cardona guadagnò il borgo, ma non il castello di Bassignana e di Pezzeto.

Venne in quest'anno, nel dì 25 di novembre a Modena Passerino de' Bonacossi signor di Mantova[1025], e mise qui per capitani Francesco suo figliuolo, e Guido e Pinamonte figliuoli di Butirone suo fratello, e tornossene a Mantova. Stavasene quieto in essa città di Modena Francesco dalla Mirandola, già signore della medesima città, con Prendiparte e Tommasino suoi figliuoli, senza aver per anche imparato quanto poco s'abbia a fidar de' tiranni. Scoppiò finalmente contra d'essi l'odio de' Bonacossi. Francesco figliuolo di Passerino li fece prendere, e carichi di catene li mandò al Castellaro, fortezza del Modenese, dove, chiusi nel fondo di una torre, li fece morir di fame: crudeltà che fa e farà sempre orrore a chiunque legge i fatti barbarici di quei tempi sciagurati. Nello stesso tempo si portò Francesco all'assedio della Mirandola, e tanto la strinse e battagliò, che i difensori nell'ultimo di dicembre con buoni patti ne capitolarono la resa. Ma il Bonacossa, calpestando poi quei patti, mise a sacco quella terra, e tutta la distrusse. Guidinello da Montecuccolo in questi tempi fece ribellare ai Bonacossi la rocca di Medolla ed altre castella della montagna; ed essendosi fatta una spedizione di gran gente contra di lui, capitani d'essa Sassuolo signor di Sassuolo, e Manfredino da Gorzano, Guidinello coi conti di Gomola diede loro una rotta, in cui restò prigioniere lo stesso Manfredino. Avea il legato apostolico Bertrando fatto venire da Aquileia il patriarca Pagano dalla Torre[1026] con quanta forza potesse, giacchè il mestier dell'armi, cotanto da' sacri canoni abborrito nelle persone di Chiesa, non dovea credersi in quei corrotti secoli cosa spiacente a Dio. Venne Pagano a Crema, e cominciò a molestar le vicine contrade, e massimamente Lodi. Galeazzo Visconte signor di Piacenza passò a Crema coll'esercito suo, diede il guasto ai contorni, assediò anche per lo spazio d'un mese quella terra; ma, nulla profittando, se ne tornò a Piacenza, e nel viaggio s'impadronì di Soresina. Venuta la state, si portò all'assedio di Cremona, nel qual tempo i suoi riportarono due vittorie, l'una contra de' Cremaschi, e l'altra contra del conte di Sartirana. Jacopo Cavalcabò, trovandosi così stretto in Cremona, andossene per cercar aiuto a Bologna e Firenze. Con secento uomini d'armi se ne tornò; e non potendo passare il Po[1027], si ridusse alla terra di Bardi sul Piacentino, e, v'entrò, ma non già nella rocca. Nell'ultimo dì di novembre eccoti Galeazzo Visconte; si viene al combattimento; resta disfatto con molta strage dei suoi il Cavalcabò, e vi lascia anche la vita. Leone degli Arcelli, gran nimico di Galeazzo, fu allora condotto prigione nelle carceri di Piacenza. Ciò fatto se ne ritornò Galeazzo a maggiormente angustiare l'afflitta città di Cremona, sperandone ora più facile la conquista, dacchè era rimasta senza signore. Nel dì 25 di luglio di morte naturale passò al paese dei più Giberto da Correggio[1028], già signore di Parma, ed allora bandito di Parma, nel suo castello di Castelnuovo. Da quanto abbiam detto si può argomentare ch'egli non ebbe il dominio di Cremona, o se l'ebbe, dovette abbandonarlo, e ridursi alle sue castella. Ai suoi figliuoli dipoi fu permesso di rientrare ed abitare in Parma.

Nel mese di luglio di quest'anno in Bologna s'alzò una fiera sedizione[1029] contra di Romeo de' Pepoli. Per testimonianza del Villani[1030], egli era riputato il più ricco cittadino privato d'Italia, facendosi conto che avesse centoventimila fiorini d'oro più di rendita ogni anno. La fama probabilmente ingrandì di troppo il di lui avere. Quel che è certo, queste sue immense ricchezze, e l'esser egli come signore di quella terra, gli fecero guerra, siccome persona di troppo esposta all'invidia de' suoi concittadini. Però nel dì 17 del suddetto, mese i Beccadelli ed altri nobili mossero il popolo a rumore contra di lui. Si rifugiò egli occultamente in casa di Alberto de' Sabbatini, tuttochè contrario alla sua parte; e questi per tre mesi onoratamente il tenne nascoso, tanto che trafugato se ne scappò a Ferrara a trovare i marchesi d'Este suoi parenti. Per la sua partita molto si turbò in Bologna la parte guelfa. Collegaronsi in questo anno i Fiorentini col marchese Spinetta Malaspina, ancorchè ghibellino[1031]; ed egli dall'un canto ripigliò molte delle terre toltegli in Lunigiana da Castruccio, e i Fiorentini dall'altro posero l'assedio a Monte Vettolino. Castruccio, rinforzato da molta gente venuta in suo aiuto dalla Lombardia, andò contro l'oste de' Fiorentini, e li fece ritirar ben presto. Per quindici dì ancora senza alcun contrasto diede il sacco a molte ville d'essi Fiorentini, con lor grande vergogna. Ricavalcò poi in Lunigiana, dove riacquistò tutte le terre rioccupate dal marchese Spinetta, e prese anche Pontremoli, con obbligare il marchese a tornar di nuovo come in camicia a Verona ai servigi di Cane dalla Scala. Perchè Federigo re di Sicilia si teneva per ingannato da papa Giovanni XXII e da Roberto re di Napoli, che, con dargli belle parole di pace, gli aveano cavato di mano Reggio di Calabria ed altre terre, senza più voler intendere parola di pace; neppur egli volle stare alla tregua di tre anni già fissata dal papa. Sfidò dunque il re Roberto. Papa Giovanni per questo lo scomunicò[1032]. Fece anche Federigo (non so se prima o dappoi) coronare re di Sicilia don Pietro suo figliuolo, senza voler attendere i capitoli della pace degli anni addietro, per cui dopo sua morte avea da restituirsi al re Roberto il regno di Sicilia. Da lì a due anni diede a questo suo figliuolo per moglie Isabella figliuola del duca di Carintia. Nel gennaio di questo anno[1033] Cane dalla Scala conchiuse pace coi Padovani, e con suo vantaggio; perchè, a riserva di Cittadella, ritenne quanto egli avea occupato nel loro territorio. Restituì Asolo e Monte di Belluna sul Trivisano al conte di Gorizia; e le altre pendenze furono compromesse in Federigo d'Austria eletto re de' Romani. Guecelo da Camino, essendo morto il vescovo di Feltro, occupò quella città, ma non il castello, che si difese. Noi vedemmo all'anno 1316 ch'egli s'era impadronito di quella città, ma dovette poi perderla. Gli avvenne anche ora lo stesso perchè da lì a tre dì arrivato Cane dalla Scala, con iscacciarne esso Guecelo, ne divenne padrone. Morì in quest'anno nel dì 13 di settembre, oppur nel mese di luglio, Dante Alighieri Fiorentino, celebratissimo poeta, nella città di Ravenna[1034], in età d'anni cinquantasei. Bandito dalla patria, si ricoverò in quella città, sommamente caro a Guido Novello da Polenta signor di Ravenna. Nel suo poema, ossia nella Commedia sua, dà continuamente a conoscere il suo ghibellinismo, ma specialmente lo scoprì in un libro intitolato Monarchia, dove, per quanto seppe, dimostrò non essere gli imperadori dipendenti nel temporale dal papa, non che suoi vassalli. Questo libro, pubblicato da Simone Scardio eretico nell'anno 1556, fu poi proibito in Roma.

NOTE:

[1021] Chron. Astense, cap. 102, tom. 11 Rer. Ital.

[1022] Annal. Mediol., cap. 92 et seq., tom. 16 Rer. Ital.

[1023] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1024] Chron. Astense, cap. 104, tom. 11 Rer. Ital.

[1025] Johan. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Bonifacius Moranus, Chron., tom. 11 Rer. Ital.

[1026] Corio, Istoria di Milano.

[1027] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1028] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1029] Chron. Bononiense, tom. 18 Rerum Italic. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1030] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 129.

[1031] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 128.

[1032] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 16, tom. 10 Rer. Ital.

[1033] Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXII. Indizione V.

GIOVANNI XXII papa 7. Imperio vacante.

Benchè sul principio di quest'anno un bell'aspetto prendesse la fortuna dei Visconti, pure, andando innanzi, cominciò forte a vacillare, e parve vicino alla rovina. Avendo Galeazzo Visconte continuato l'assedio alla città di Cremona[1035], nel dì 17 di gennaio dell'anno presente n'entrò in possesso; e, fattosi eleggere signore di quella città, v'introdusse tutti i fuorusciti, eccettochè i Cavalcabò: dopo di che se ne tornò a Piacenza, dove si dichiarò nemico suo Verzusio Lando, per aver egli, secondochè allora fu detto, mostrate voglie impure verso Bianchina, bellissima ed insieme onesta moglie d'esso Verzusio[1036]. Galeazzo tolse al Lando il castello di Rivalta; ma costogli ben caro l'aver perduta l'amicizia di questo nobile, siccome fra poco vedremo. Nel febbraio il legato pontificio, cioè il cardinale Beltrando dal Poggetto, nel luogo di Burgolio dell'Alessandrino, con gran solennità fulminò tutte le maledizioni di Dio, e pubblicò e confermò tutte le scomuniche e gl'interdetti contro la persona di Matteo Visconte, de' suoi figliuoli e fautori, e delle di lui città, col confisco de' beni, schiavitù delle persone, come se si trattasse di Saraceni. Furono ancora aperti tutti i tesori delle indulgenze e del perdono de' peccati a chi prendeva la croce e l'armi contra di questi pretesi eretici. Nello stesso mese in Genova[1037] con grande allegria di quel popolo si fece la pubblicazione di quelle scomuniche e della medesima crociata. Dopo aver fatto Raimondo da Cardona, generale del papa e del re Roberto, molti danni all'Alessandrino[1038] e Tortonese, andò colle macchine militari per espugnare il castello di Bassignana. Nel dì 6 di luglio Marco Visconte con due mila cavalli e dieci mila fanti andò a trovarlo[1039]. Tuttochè Raimondo fosse inferior di gente, pure temerariamente andò ad assalirlo, e gran sangue si sparse. Ma egli ne rimase sconfitto, e più di cinquecento cavalieri e circa ducento balestrieri e pedoni de' suoi furono menati prigioni. Poco nondimeno servì ai Visconti questo vantaggio, perchè di tanto in tanto venivano spediti nuovi rinforzi al Cardona da papa Giovanni e dal re Roberto, ed erano in aria altri nuvoli. E qui convien prima accennare un altro spediente preso da esso papa e re, per mettere a terra i Ghibellini. Fecero essi maneggio, acciocchè Federigo d'Austria eletto re de' Romani venisse colle sue forze in Italia alla distruzion de' Visconti, dandogli a credere di voler decidere la lite dell'imperio in suo favore, e mettere a lui in capo la corona[1040]. Non si attentò già Federigo di venire in persona per timore del Bavaro, ma bensì, dopo aver ricevuto dal papa un aiuto di cento mila fiorini d'oro, fece calare in Italia Arrigo suo fratello, il quale con due mila cavalli arrivò a Brescia[1041], accolto con sommo onore da quel popolo. Quivi era ancora Pagano dalla Torre patriarca d'Aquileia, che, pubblicata contra de' Visconti e degli altri Ghibellini, chiamati ribelli della Chiesa, la terribil bolla delle scomuniche, predicò la crociata, e mise in armi quattro o cinque mila persone pronte a' suoi cenni. L'arrivo di Arrigo d'Austria sbalordì i principi de' Ghibellini, che non si sentivano voglia di cedere a' suoi comandamenti, e resistendo parea loro d'alzar bandiera contro all'imperio, per essere il di lui fratello eletto re de' Romani. Fatto un parlamento, spedirono a lui ambasciatori, rappresentandogli che solenne pazzia sarebbe quella di procedere contra dei Ghibellini, unici fedeli dell'imperio in Italia; essere quella una trama del re Roberto per annientare la fazion ghibellina ed innalzar la guelfa: il che se gli veniva fatto, restava egli padron dell'Italia, e metteva un buon catenaccio alle porte di essa, di modo che nè il re Federigo, nè altro principe di Germania avrebbe più potuto goderne la signoria. Trovò Arrigo co' suoi consiglieri fondate queste ragioni; e comunicatele al fratello, gli fece mutar parere; laonde, allorchè era in viaggio per andare a rimettere in Bergamo i fuorusciti guelfi, che gli aveano promesso venti mila fiorini, non volle passar oltre, schiettamente dicendo: Son io venuto qua per abbattere i fedeli dell'imperio? Signor no. Piuttosto ad innalzarli. E fattagli istanza da' Bresciani, perchè li liberasse dalla molestia de' fuorusciti, disse di farlo, purchè gli dessero le porte della città in guardia e due mila fiorini. Il danaro, ma non le porte, vollero dargli i Bresciani, ed egli sdegnato passò con sue genti a Verona, dove magnificamente ricevuto da Cane Scaligero, gli furono contati a nome della lega ghibellina sessanta mila fiorini, coi quali se ne ritornò assai contento in Germania.

Ancorchè passasse questo minaccioso turbine, pure avea esso dianzi recato gran pregiudizio agli affari di Matteo Visconte. Imperciocchè molti nobili milanesi fin dal mese di febbraio si diedero a macchinare la di lui depressione; parte per vedere che si preparavano in Italia, in Francia e fino in Germania tante armi contra di lui e della loro città; parte per terror delle scomuniche; e parte perchè segretamente guadagnati dal disinvolto legato del papa, che prometteva i secoli d'oro ai Milanesi, e particolari ricompense a certe persone, se si davano al papa e al re Roberto. Secondo alcuni scrittori[1042], pare che lo stesso Matteo si mostrasse inclinato a cedere; ma, secondo altri[1043], fra il suo cuore e le sue parole passava poca armonia, ed egli si trovò in grandi affanni allo scorgere che titubavano nella fede i primati milanesi. Ne scrisse ai collegati ghibellini; fece venir di Piacenza Galeazzo suo primogenito, in cui mano rassegnò il governo; e poi si diede alla visita de' sacri templi, con professar dappertutto la fede cattolica. Probabilmente questi fieri sconcerti d'animo, aggiunti all'età d'anni settantadue, quei furono che il fecero cader malato nel monistero di Crescenzago, dove finì di vivere circa il dì 27 di giugno dell'anno presente. Dagli scrittori milanesi egli vien chiamato Matteo il Magno per cagion del suo gran senno che il condusse a sì alto grado di principato; ma non si sa che alcuno il piagnesse morto, perchè vivo avea forte aggravati i popoli, nè era esente da vizii. Lasciò dopo di sè cinque figliuoli, Galeazzo, Marco, Luchino, Stefano, tutti e quattro ammogliati, e Giovanni cherico, già eletto arcivescovo di Milano, ma rifiutato dal papa. Tennero questi celata la morte del padre per lo spazio di quattordici dì; e fecero seppellire il di lui corpo in luogo ignoto per cagion delle scomuniche e dell'interdetto: dopo il qual tempo Galeazzo ebbe maniera di farsi proclamare signor di Milano. Ma non gli mancarono de' nemici in casa. Fra gli altri si contò Francesco da Garbagnate, quel medesimo che avea sotto Arrigo VII aiutato con tanta attenzione Matteo Visconte a salire, e che poi riempiuto di benefizii e di roba da lui, era divenuto uno de' più benestanti ed autorevoli di Milano. Del pari Lodrisio Visconte figliuolo d'un fratello d'esso Matteo, per tacere degli altri, palesò il suo mal talento contra di Galeazzo. Accadde in questi tempi la vittoria, che già abbiam detto, riportata da Marco Visconte in Bassignana, il cui borgo venne ancora alle sue mani; ma ciò non trattenne punto il pendio della fortuna avversa ad esso Galeazzo. Aveva egli lasciata in Piacenza Beatrice Estense sua moglie col giovinetto Azzo suo figliuolo alla custodia della città[1044]. Intanto Verzusio Lando, che era presso il legato pontificio, manipulò una congiura con alcuni cittadini di Piacenza; ed ottenuto da esso legato un buon corpo di cavalleria, nella notte precedente al dì 9 di ottobre arrivò a quella città. Per un'apertura fatta dai traditori (fra' quali Buonincontro[1045] mette anche Manfredi Lando, benchè la Cronica di Piacenza[1046] dica il contrario) entrò Verzusio nella città. Ebbe il giovane Azzo Visconte la sorte di potersi salvare per senno della marchesa Beatrice sua madre e donna virile, la quale, gittando dalle finestre gran copia di moneta, fermò i soldati papalini, e fece attaccar lite fra loro, e in questo mentre diede tempo al figliuolo di scappare a Fiorenzuola con dodici cavalli. Patì ella dipoi delle gravi molestie; pure fu onorevolmente accompagnata fuori di Piacenza. Nel dì 27 di novembre fece la sua entrata in quella città il legato pontificio, e i Piacentini si diedero al papa, eleggendolo per loro signor temporale, secondo la Cronica di Piacenza, toto tempore vitae suae. Intorno a questo punto, cioè del dominio allora acquistato da papa Giovanni nella città di Piacenza, s'è disputato negli anni addietro fra gli avvocati della Chiesa romana e quei dell'imperadore, pretendendo i primi che il popolo di Piacenza, dopo alcuni anni, con pubblico atto riconoscessero che Piacenza col suo distretto immediate subjecta sit et fuerit ab antiquo sanctae romanae Ecclesiae; e pretendendo gli altri, con addurre pubblico documento, che quella sia un'impostura, e che la signoria di Piacenza, data a quel pontefice, fosse chiaramente ristretta al tempo della vacanza dell'imperio, come fu fatto circa questi tempi da Parma, Modena ed altri simili città non mai suggette in addietro al temporal dominio de' romani pontefici.

Anche i Rossi co' figliuoli di Giberto da Correggio[1047] nel dì 19 del mese di settembre occuparono la città di Parma, e ne scacciarono Giamquillico di San-Vitale con tutti i suoi aderenti ghibellini. Scrivono altri[1048] che fecero prigione il San-Vitale, e il misero in una gabbia di ferro. Abbiamo negli Annali Ecclesiastici[1049] l'atto in cui quel popolo si mise anch'esso sotto il dominio del papa, ma vacante imperio, sicut nunc vacare dignoscitur. Certamente può quest'atto far dubitare d'interpolazione nel troppo diverso spettante a Piacenza. I Reggiani anch'essi dimandarono ed ebbero dal legato pontificio un vicario del papa al loro governo. Ma eccoti un'altra peripezia. Andarono tanto innanzi le mine interne ed esterne in Milano, che quei primati, avendo guadagnato il presidio tedesco di quella città[1050], nel dì 8 di novembre mossero a rumore la terra contro a Galeazzo Visconte, il quale, dopo aver sostenuto con gran vigore più battaglie, finalmente fu costretto a prendere la fuga. Si ritirò egli a Lodi, dove amorevolmente venne accollo dai Vestarini, caporali della fazion ghibellina di quella città. Qualche accordo, ma non so ben dir quale, pare che succedesse, o almen si trattasse, fra il legato del papa e i reggenti allora di Milano, che tuttavia si tenevano a parte ghibellina, e fecero lor capitano un tal Giovanni dalla Torre Borgognone. Ma che? Nella Martesana cominciarono i Guelfi a muovere delle sedizioni, e s'impadronirono della città di Monza coll'espulsion de' Ghibellini. Corsero allora a Monza assaissimi ribaldi di Bergamo e di Crema; ma vi accorsero ancora Lodrisio Visconte e Francesco da Garbagnate coll'esercito milanese, per gastigar questa ribellione, benchè fatta da pochi malviventi, e per forza v'entrarono. Quivi le crudeltà e la lussuria si sfogarono per tre dì, e andò ogni cosa a sacco, senza distinguere Guelfi da Ghibellini. Poco andò che, trovandosi in confusione il governo di Milano, nè mantenendosi dal legato ai Milanesi, nè da' Milanesi alla guarnigion tedesca le promesse, i Tedeschi, pentiti di aver cacciato Galeazzo Visconte, che li teneva dianzi nella bambagia, spedirono a Lodi ad invitarlo. Fece egli segretamente trattar con Lodrisio Visconte, e si convenne con lui[1051]; laonde nel dì 9 di dicembre rientrò, e fu confermato capitano e signore della città. Se n'andò a spasso il Borgognone, e per paura di Galeazzo, Francesco da Garbagnate, Simon Crivello ed altri nobili, già congiurati contra di lui, si ridussero a Piacenza, dove si diedero a muovere cielo e terra contra de' Visconti. Nel dì 3 di settembre di quest'anno Cane dalla Scala e Passerino signor di Mantova e Modena[1052], con grosso esercito, a cui intervennero anche i Modenesi, andarono sotto Reggio in favore de' Sessi e degli altri fuorusciti ghibellini. Cinque bei borghi avea quella città; tutti furono dati alle fiamme, parte da' cittadini e parte dagli assedianti. La nuova della mutazion seguita in Parma li fece tornare in fretta alle lor case. Nel dì 9 di maggio[1053] Romeo de' Pepoli con Testa de' Gozzadini e cogli altri usciti di Bologna, rinforzato da assaissimi Ferraresi e Romagnuoli, avendo intelligenza con alcuni de' suoi parziali in Bologna, andò colà una notte, sperando di rientrare nella città. E già aveano rotti i catenacci e le serrature d'una porta; ma andò loro fallito il colpo, perchè dal popolo mosso all'armi fu impedito loro l'ingresso. Furono perciò mandati a' confini i Gozzadini e molti altri nobili di quella città; alcuni ancora finirono la vita col capestro, e la città restò tutta sossopra. Morì poscia Romeo de' Pepoli nel dì primo di ottobre in Avignone, dove si era portato per ottenere il favor del papa.

Tenevano la signoria di Ravenna in questi tempi Guido e Rinaldo fratelli da Polenta[1054]. Dimorava il primo in Bologna, capitano di quel popolo; l'altro se ne stava in Ravenna, arcidiacono di quella chiesa, e d'essa già eletto arcivescovo dopo la morte accaduta in quest'anno di un altro Rinaldo arcivescovo di santa vita. Ostasio da Polenta signore di Cervia, in cui la smoderata voglia di dominare avea estinto ogni riflesso di parentela e sentimento d'umanità, ito a Ravenna come amico, barbaramente tolse di vita esso Rinaldo arcivescovo eletto, ed occupò il dominio di quella città. Dopo un lunghissimo assedio i Perugini[1055] riacquistarono nel dì 2 d'aprile la città d'Assisi, ma con loro infamia, perchè contro i patti corsero la terra, ed uccisero a furore più di cento di que' cittadini, e smantellarono dipoi tutte le mura e fortezze di quella città, con altri aggravii. Pareva in questi tempi Federigo conte di Montefeltro in un bell'ascendente di fortuna, perchè padrone d'Urbino e d'altre città ghibelline, che il riguardavano come lor capo in quelle contrade, bench'egli fosse scomunicato dal papa, e dichiarato, secondo l'uso d'allora, eretico ed idolatra. Per gl'impegni della guerra aveva egli caricato di taglie ed imposte gli Urbinati. Quel popolo in furia nel dì 22 d'aprile (il Villani dice 26) si mosse contra di lui. Rifugiossi egli nella sua fortezza della Torre. Ma ritrovandosi ivi sprovveduto di gente e di viveri, col capestro al collo chiedendo misericordia, si diede nelle mani dell'inferocito popolo. La misericordia che usarono a lui e ad un suo figliuolo, fu di metterli in pezzi, e di seppellirli come scomunicati a guisa di cavalli morti. Nel dì primo di gennaio dell'anno presente i Fiorentini[1056] si liberarono dalla signoria del re Roberto. V'ha chi scrive, averla spontaneamente rinunziata esso re. Si può crede un'immaginazione. Le città allora avvezze alla libertà trovavano pesanti i padroni, ancorchè buoni; nè Roberto era principe da disprezzar così nobil boccone. Tornarono in quest'anno alle mani degli uffiziali pontificii le città di Recanati, di Fano e d'Urbino. Anche Osimo loro si diede nel mese di maggio; ma nell'agosto si tornò a ribellare; ed unito il popolo d'essa città con quei di Fermo e Fabriano, e coi Ghibellini di quelle parti, fece guerra al marchese della marca d'Ancona. Castruccio signor di Lucca cotanto molestò i Pistoiesi, che quel popolo fece, contro la volontà dei Fiorentini, tregua con lui, obbligandosi di pagargli ogni anno quattro mila fiorini d'oro. Continuò in quest'anno ancora l'aspra guerra fra i Genovesi[1057] i e loro usciti ghibellini; e quantunque il re Roberto mandasse in aiuto dei primi una buona flotta, pure non potè impedire che i fuorusciti non ripigliassero per forza la città d'Albenga. Di gran sangue fu sparso in quest'anno in Germania; imperocchè i due eletti re de' Romani, cioè Federigo duca d'Austria e Lodovico duca di Baviera, vennero con due possenti eserciti alle mani, per decidere le lor contese col ferro nel dì 28 o 29 di settembre[1058]. In quella terribil giornata, che costò la vita a molte migliaia di persone, rimase sconfitto e prigioniere del Bavaro il re Federigo con Arrigo suo fratello. Scrittore c'è che sembra attribuire la disavventura di questi principi a gastigo di Dio, perchè, chiamati dal papa in Italia contro ai tiranni ed eretici di Lombardia, aveano tradita la causa pontificia con ritirarsi. Idea strana che vuole far Dio sì interessato ne' politici disegni e nell'ingrandimento temporale dei papi, come certamente egli è nella conservazione della sua vera religione e Chiesa; e quasi fosse peccato grave l'essere desistito un re de' Romani, futuro imperadore, dall'assassinar sè stesso col procurar la rovina de' Ghibellini amanti dell'imperio, e l'esaltazione de' Guelfi nemici d'esso imperio.

NOTE:

[1034] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 133.

[1035] Corio, Istor. di Milano.

[1036] Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 2, tom. 12 Rer. Ital.

[1037] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom, 17 Rer. Ital.

[1038] Chronic. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[1039] Bonincontr. Morigia, lib. 3, cap. 27, tom. 12 Rer. Ital.

[1040] Corio, Istor. di Milano.

[1041] Malvec., Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[1042] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 3, cap. 2, tom. 12 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 105, tom. 11 Rer. Ital.

[1043] Corio, Istoria di Milano. Gualvan. Flamma, cap. 361, tom. 11 Rer. Ital.

[1044] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic. Chron. Astense, tom. 11 Rer. Italic.

[1045] Boninc. Morigia, lib. 3, cap. 4, tom. 12 Rer. Italic.

[1046] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1047] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1048] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1049] Raynald., in Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 13.

[1050] Bonincontrus, Chron. Mod., lib. 3, cap. 7, tom. 12 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 109, tom. 11 Rer. Ital.

[1051] Boninc. Morigia, lib. 3, cap. 14. Corio, Istoria di Milano. Gualvaneus Flamma, cap. 361, tom. 11 Rer. Ital.

[1052] Moranus, Chronic., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1053] Chron. Bononiens., tom. eodem.

[1054] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.

[1055] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 137.

[1056] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 139.

Anno di CRISTO MCCCXXIII. Indiz. VI.

GIOVANNI XXII papa 8. Imperio vacante.

Piena di guai fu in quest'anno la Lombardia per l'ostinata guerra continuata da papa Giovanni e dal re Roberto ai Visconti[1059]. Fece il legato pontificio Beltrando massa grande di gente. N'ebbe da' Bolognesi, Fiorentini, Reggiani, Parmigiani, Piacentini ed altri Lombardi. Venne Arrigo di Fiandra con un corpo d'armati a trovarlo per desiderio di riaver Lodi, di cui il fu imperadore Arrigo VII lo avea investito. Accorse Pagano dalla Torre patriarca con Francesco, Simone, Moschino ed altri Torriani, conducendo seco molte schiere di combattenti furlani. In somma si contarono alla mostra del suo esercito otto mila cavalli e trenta mila pedoni. Galeazzo coi fratelli Visconti procurò anch'egli quanti aiuti potè da Como, Novara, Vercelli, Pavia, Lodi, Bergamo, e da altri amici suoi; e, benchè di troppo gli fossero superiori di forze i nemici, pure si preparò ad una gagliarda difesa. Già era succeduto un conflitto nel dì 25 di febbraio al fiume Adda[1060]. Avea Galeazzo inviati i suoi due fratelli Marco e Luchino con sei mila fanti e mille cavalli a guardare il passo di quel fiume. Nel dì suddetto in vicinanza di Trezzo lo passarono Simone Crivello e Francesco da Garbagnate nemici fieri de' Visconti, con assaissime squadre d'armati. Marco Visconte, che si trovava a quel passo con cinquecento soli cavalli, gli assalì, e fece strage di molti, fra' quali essendo stati presi i suddetti due capi de' fuorusciti milanesi, non potè contenersi dall'ucciderli di sua mano. Crescendo poi la piena de' nemici, perchè ne passò un altro gran corpo, Marco con perdita di pochi de' suoi si ritirò a Milano. Entrò poi il formidabil esercito del legato nel territorio di Milano sotto il comando di Raimondo da Cardona, di Arrigo di Fiandra, di Castrone nipote del legato, e d'altri tenenti generali[1061]. Dopo l'acquisto di Monza, di Caravaggio e di Vimercato, un altro fatto d'armi succedette nel dì 19 d'aprile al luogo della Trezella (Garazzuola vien chiamato dal Villani) fra i suddetti due fratelli Visconti e parte dell'esercito pontificio, in cui restò indecisa la vittoria. Maggiore nondimeno, secondo alcuni, fu la perdita dal canto di quei della Chiesa. Secondo il Villani, n'ebbero la peggio i Visconti. Passò dipoi nel dì 13 di giugno tutta la armata papale sotto Milano, ed accampossi ne' borghi di Porta Comasina, di Porta Tosa, Ticinese e Vercellina. Quasi due mesi durò quell'assedio, ma con poco frutto. Molti erano i Tedeschi che militavano in questi tempi in Italia, al soldo specialmente de' principi ghibellini: gente di gran valore, ma di niuna fede e venale. Si lasciarono corrompere dal danaro quei ch'erano in Milano al servigio di Galeazzo Visconte; e un dì presero l'armi contra di lui per ucciderlo od imprigionarlo. Si salvò egli nel suo palazzo, dove l'assediarono; ma Giovanni Visconte suo fratello, allora cherico, mosse all'armi tutte le soldatesche italiane, obbligò quei ribaldi a chiedere pace e misericordia, che loro fu conceduta, perchè il tempo così esigeva[1062]. Anzi i medesimi fecero che dieci bandiere d'altri Tedeschi, che erano al soldo della Chiesa nel campo, si partirono di là ed entrarono in Milano. L'essere andato fallito questo colpo agli uffiziali del papa, e il venire ogni dì scemando la loro gente per le sortite de' nemici e per le grandi malattie che condussero al sepolcro anche lo stesso Castrone generale dell'armata, e l'essere giunti ottocento uomini d'armi spediti da Lodovico il Bavaro in aiuto di Galeazzo Visconte: questi motivi, congiunti colla mancanza delle vettovaglie, furono cagione che una notte tutte quelle gran brigate levarono precipitosamente il campo, e si ritirarono a Monza sul fine di luglio, con separarsi dipoi la loro armata. Nel mese susseguente i Milanesi andarono all'assedio di Monza, e vi stettero sotto quasi due mesi; ma, avendo il legato inviata gran quantità di cavalli e fanti in aiuto di quella terra, se ne tornarono gli assedianti a guisa di sconfitti a Milano. Molti altri fatti di guerra succederono, prima che terminasse l'anno che io per brevità tralascio[1063]. Ma non si dee tacere che in quest'anno Raimondo da Cardona nel dì 19 di febbraio ebbe a buoni patti la città di Tortona, e da lì a pochi giorni dalla guarnigione a forza di oro ebbe anche il castello. E nel dì 2 di aprile parimente la città d'Alessandria, per paura di assedio, venne in suo potere.

Nel dì 17 di febbraio dell'anno presente, riuscì ai Genovesi[1064], dopo tanti affanni e dopo un sì lungo e sanguinoso assedio, di cacciar dai borghi della loro città i fuorusciti, con farne prigioni molti, e guadagnare un grosso bottino. Castruccio signor di Lucca, sempre indefesso, riacquistò molte terre nella Garfagnana, e mise l'assedio a Prato, perchè quel popolo non gli volea pagar tributo, come faceano i Pistoiesi. Ma, accorsi con grande oste i Fiorentini, il fecero ritirare in fretta, senza operare di più, perchè la discordia, febbre ordinaria di quella città, scompigliò il parere di chi avea più senno. Era signore di Città di Castello in questi tempi Branca Guelfucci, che tiranneggiava forte quel popolo. Fecero trattato segreto alcuni di que' cittadini con Guido de' Tarlati da Pietramala, vescovo d'Arezzo, il quale spedì loro Tarlatino suo nipote con trecento cavalli. Entrati nel dì 2 d'ottobre costoro in tempo di notte, e corsa la terra, per forza ne cacciarono Branca e tutti i Guelfi, riducendo quella città a parte ghibellina: avvenimento sì sensibile alle città guelfe, che Firenze, Siena, Perugia, Orvieto, Gubbio e Bologna fecero dipoi grossa taglia insieme per far mutare stato a quella città. Fu poscia scomunicato per questo dal papa il vescovo d'Arezzo. Anche il popolo d'Urbino nel mese di aprile, a cagion de' soverchi aggravii, si ribellò ai ministri della Chiesa[1065]. Cominciò in quest'anno la rottura grande fra papa Giovanni XXII e Lodovico il Bavaro. Era Lodovico rimasto senza chi gli contrastasse la corona dell'imperio, perchè teneva nelle sue prigioni l'emulo Federigo duca d'Austria, con aggiugnere alcuno scrittore ch'esso Federigo infin l'anno presente rinunziò in favore di lui le sue ragioni: il che non so se sia vero. Il papa e il re Roberto, a' quali premeva che durasse in quelle parti la discordia, nè l'Italia avesse imperadore, o alcuno imperador tedesco, per arrivar intanto al fine de' lor disegni, non solo animarono Leopoldo, valoroso fratello di Federigo, a sostener la guerra contra del Bavaro, ma indussero anche il re di Francia a somministrargli de' gagliardi aiuti. Intanto Galeazzo Visconte e gli altri principi ghibellini, al vedersi venire addosso un sì fiero temporale dell'armi del papa, caldamente si raccomandarono con lettere e messi a Lodovico per ottener soccorso, rappresentandogli, che se riusciva al pontefice e a Roberto di aggiugnere a tante altre conquiste quella di Milano, era sbrigata pel regno d'Italia; perciocchè da che fosse giunta a trionfare la fazion guelfa nemica dell'imperio, poco o nulla sarebbe mancato a Roberto per mutare il titolo di vicario in quello di re d'Italia e d'imperadore; giacchè il papa mostrava abbastanza di non voler più Tedeschi a comandar le feste in queste contrade, e ognun sapeva ch'egli era lo zimbello delle voglie d'esso Roberto. Perciò Lodovico nell'aprile di questo anno inviò i suoi ambasciatori al legato cardinale, dimorante in Piacenza, con pregarlo di astenersi dal molestar Milano, ch'era dello imperio[1066]. Rispose l'accorto cardinale, non pretendere il papa di levare allo imperio alcuno de' suoi diritti, ma bensì di conservarli tutti; e ch'egli si maravigliava come il loro signore volesse prender la protezione degli eretici. Fece anche istanza d'una copia del loro mandato, ch'essi cautamente negarono di avere su questo. Lodovico, informato che a nulla avea servito l'ambasciata, e che Milano era stretto d'assedio, mandò colà, come abbiam detto, ottocento (se pur furono tanti) uomini d'armi, che furono l'opportuno preservativo della caduta di quella città, inevitabile senza di questo soccorso. Dio vi dica l'ira di papa Giovanni, attizzata specialmente dal re Roberto[1067]. Nel dì 9 d'ottobre pubblicò egli un monitorio contra del Bavaro, accusandolo d'aver preso il titolo di re de' Romani senza venir prima approvato dal papa; e d'essersi mischiato nel governo degli Stati dell'imperio, spettante ai romani pontefici, durante la vacanza di esso; e di aver dato aiuto ai Visconti, benchè condannati come nemici della Chiesa romana ed eretici. Poscia nel luglio del seguente anno lo scomunicò[1068]. Lodovico di Baviera, intesa questa sinfonia, in un parlamento tenuto nell'anno seguente in Norimberga, fece un'autentica protesta, allegando che il papa faceva delle novità, ed era dietro ad usurpare i diritti dell'imperio, con toccar altre corde ch'io tralascio; ed appellò al concilio generale. Ecco dunque aperto il teatro della guerra fra esso Lodovico e il papa: guerra che si tirò dietro de' gravissimi scandali, per quanto vedremo.

NOTE:

[1057] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani.

[1058] Rebdorf. Cortus. Histor, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9. Continuat. Albert. Argentin., et alii.

[1059] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 3, cap. 19, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano, et alii.

[1060] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 189.

[1061] Gualvan. Flamma, cap. 362, tom. 11 Rer. Italic.

[1062] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 211.

[1063] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Georgius Stella, Annales Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1064] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 186.

[1065] Raynaldus, Annal. Eccl.

[1066] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 194.

Anno di CRISTO MCCCXXIV. Indizione VII.

GIOVANNI XXII papa 9. Imperio vacante.

Continuando la guerra della Chiesa contra de' Visconti, Raimondo da Cardona generale del papa, con Arrigo di Fiandra e Simone dalla Torre[1069], condusse lo esercito suo verso Vavrio, borgo da lui posseduto, per isloggiare i nemici venuti per infestare il ponte ch'egli avea sopra l'Adda. Galeazzo e Marco Visconti colà accorsero anch'essi. Secondo il costume degli scrittori parziali al loro partito, Bonincontro Morigia scrive che i Milanesi erano molto inferiori di gente agli altri; il Villani dice il contrario. Certo è che nel dì 16 di febbraio si venne ad un fatto d'armi. Il Villani lo fa succeduto nel dì ultimo di quel mese. Probabilmente fu nel penultimo d'esso mese allora bissestile, scrivendo l'autore degli Annali Milanesi[1070] in die Carnisprivii (cioè del carnovale) die Martis penultimo februarii. Avea dato ordine Galeazzo ad alcuni dei suoi più arditi soldati che, all'udire attaccata la zuffa, entrassero in Vavrio, e mettessero fuoco dappertutto. Diedesi fiato alle trombe, e un duro ed ostinato combattimento si fece. Tra per la forza de' Milanesi, e per la funesta scena del borgo che era tutto in fiamme, l'esercito pontificio si mise in rotta. Moltissimi ne furono uccisi, fra' quali Simone Torriano; più ancora se ne annegarono nel fiume, e alle mani de' vincitori fra gli altri assaissimi prigioni vennero Raimondo da Cardona ed Arrigo di Fiandra. Questo ultimo, secondo il Villani, si riscattò dai Tedeschi che l'aveano preso, e con essi tratti al suo partito venne a Monza. Il Morigia, autore che ne prese migliore informazione, asserisce non essere egli restato prigione, e che fuggendo, per miracolo di san Giovanni Batista, arrivò salvo a Monza. Il Cardona dipoi nel mese di novembre, fatto negozio colle guardie a lui poste in Milano, se ne fuggì, e a Monza anche egli si restituì. Monza, dico, la qual fu susseguentemente assediata da Galeazzo Visconte e dalle sue genti. Mandò il legato due mila soldati alla difesa di quella città, intorno a cui furono fatte varie bastie e battifolli. Nel settembre fecero una sortita gli assediati, avendo alla testa Verzusio Lando con ottocento cavalli e mille e cinquecento fanti. Ben li ricevette con soli cinquecento cavalli Marco Visconte, e li sconfisse, colla morte di trecento ottanta d'essi, il che mise in somma costernazione quel presidio di crocesignati, i quali altro mestier non faceano, se non di rubar le zitelle e mogli altrui, di ammazzar uomini e fanciulli, e saccheggiare e incendiar le case. Entrarono anche di consenso dello stesso cardinal legato nella chiesa maggiore di Monza, ne presero quanti vasi d'oro e d'argento e reliquiarii v'erano; il che non so come ben s'accordi coll'avere precedentemente scritto il medesimo Morigia che i canonici, prevedendo le disgrazie che avvennero, aveano nascoso in segretissimo luogo il ricco tesoro di quella chiesa. Secondo il suddetto Morigia[1071], la fuga di Raimondo da Cardona fu di consenso segreto dello stesso Galeazzo Visconte, perchè gli fece egli sperare di adoperarsi per la restituzion di Monza, e di ottenergli anche buon accordo col papa. Infatti andò esso Raimondo ad Avignone, ed espose l'impossibilità di vincere i Visconti, e che Galeazzo intendeva di conservare per sè il dominio di Milano, e di mantenere a sue spese cinquecento uomini d'armi al servigio del papa, dovunque egli volesse. Non dispiacquero al papa i patti; ma siccome egli non ardiva di muovere un dito, se non gliene dava licenza il re Roberto, così ordinò che se ne parlasse al medesimo re. Ne parlò Raimondo al re, e ne ebbe per risposta che accetterebbe così fatta proposizione, purchè Galeazzo giurasse di adoperar tutte le sue forze in servigio d'esso re contra l'imperiale potenza. Ed ecco come l'ambizion di Roberto si cavò il cappuccio; ecco svelati i motivi di tanti processi contra del Bavaro, de' Visconti e degli altri Ghibellini di Italia, sotto pretesto di disubbidienze e d'eresie. Tutto tendeva per diritto o per traverso a distruggere l'imperio, e ad esaltare chi s'abusava dell'autorità e della penna del pontefice, divenuto suo schiavo, per arrivare all'intera signoria d'Italia. Ma Galeazzo Visconte protestò di voler sofferire piuttosto ogni male, che andar contro al giuramento da lui prestato a chi reggeva l'imperio. Trattò egli dipoi col cardinale Beltrando legato la restituzione di Monza; e già era accordato tutto, quando il legato, coll'esibizione di otto mila fiorini d'oro ad alcuni traditori, si credette di occupar la città di Lodi: il che se veniva fatto, Monza non si rendeva più. Il tentativo di Lodi andò a voto, e molti de' traditori furono presi[1072]: il che cagionò che nel dì 10 di dicembre si rendesse la città di Monza a Galeazzo. Colà egli richiamò chiunque era fuggito, e mise tra loro la pace; poi nel marzo dell'anno seguente cominciò a fortificare il castello d'essa città in mirabil forma, con farvi anche delle orride prigioni. Vi fu chi disse[1073] che Galeazzo faceva far ivi quelle carceri per sè e per li suoi fratelli, e che potrebbono esser eglino i primi a provarle. Col tempo il detto si verificò; ma forse dopo il fatto nacque tal predizione.

Correvano già due anni e più che i Perugini col ministro del papa, governatore del ducato spoletino, tenevano assediata la città di Spoleti con bastie e battifolli fabbricati all'intorno[1074]. La fame finalmente costrinse quel popolo ad arrendersi, salve le persone, nel dì 9 di aprile. Per buona cautela de' Fiorentini e Sanesi, che v'erano colla lor taglia ad oste, non seguì maleficio alcuno nell'entrare in essa città, la quale fu ridotta a parte guelfa, e rimase distrittuale di Perugia. Fecero dipoi essi Perugini l'assedio della Città di Castello occupata dal vescovo d'Arezzo coll'aiuto dell'altre città della lega guelfa. Nel dì 22 d'aprile[1075] il re Roberto colla regina sua moglie e Carlo duca di Calabria suo figliuolo, e colla moglie figliuola di Carlo di Valois, dalla Provenza incamminati per mare a Napoli, con quarantacinque vele arrivarono a Genova. Fece ivi un gran broglio, affinchè il limitato dominio di dieci anni di quella città, a lui già dato nell'anno 1318, divenisse perpetuo. Ne nacque discordia fra i cittadini: chi volea tutto, chi meno, chi nulla. Finalmente si acconciò l'affare con prorogargli la signoria anche per sei anni avvenire. Fece egli alquante mutazioni in quel governo, ristringendo la libertà del popolo. Nel suo passaggio ebbe grandi presenti ed onori dai Pisani, i quali in questi tempi si trovano in gravi affanni, essendo che don Alfonso figliuolo di Giacomo re d'Aragona e Catalogna, passato con buona armata in Sardegna, andava loro togliendo a poco a poco tutti i luoghi posseduti da essi in quell'isola, e diedero loro anche nel mese di maggio dell'anno presente una rotta a Castello di Castro. Per concerto fatto nel dì 3 di marzo[1076] veniva il vicario del re Roberto a ripigliare il possesso di Pistoia; ma fu forzato a tornarsene vergognosamente indietro, perchè, assalito per istrada dalle genti di Filippo de' Tedici, il quale in questo anno appunto tolse la signoria di Pistoia nel dì 24 di luglio ad Ormanno Tedici abbate di Pacciana suo zio, e se ne fece egli signore, e conchiuse una tregua con Castruccio signore di Lucca, pagandogli ogni anno tre mila fiorini d'oro di tributo. Adirati i nobili padovani[1077], spezialmente i Carraresi, contra di Cane dalla Scala, tanto fecero, che trassero in Italia il duca di Carintia, e Ottone fratello del duca d'Austria, per isperanza di mettere un buon collare al collo d'esso messer Cane. Vennero questi principi con ismisurato esercito di cavalleria tedesca ed unghera, che si fece ascendere al numero di quindici mila cavalli. Diedero costoro il sacco al Friuli per dove passarono. Arrivati nel dì 3 di giugno a Trivigi, vi consumarono tutto. Prima ancora che arrivassero sul Padovano, a furia fuggivano i miseri contadini di quel paese, perchè informati che coloro, dovunque giugnevano, facevano un netto, bruciavano, nè rispettavano donne, nè monache. Nel dì 21 d'esso mese con questa diabolica armata arrivò il duca di Carintia a Padova, e nel dì seguente cavalcò a Monselice. Oh qui sì che c'era bisogno di senno a Cane dalla Scala. Non gli mancò in effetto. Unì quante genti potè[1078]. Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara con gran copia di cavalli e fanti ferraresi corse a Verona in suo aiuto. Milanesi, Mantovani, Modenesi, anch'essi volarono colà, e tutti si posero a guardar le fortezze. Ma Cane non ripose già la sua speranza in questi combattenti. Persuaso egli della verità di quel proverbio: Miglior punta ha l'oro che il ferro, non tardò a spedire Bailardino da Nogarola ed altri ambasciatori, allorchè il duca fu giunto a Trivigi, e susseguentemente in altri luoghi, tenendolo a bada con proposizioni d'accordo e con altri raggiri; e finalmente, esibite grossissime somme di danaro, ottenne tregua da lui sino al venturo Natale. Si vide allora quella bella scena, che il duca, dappoichè la sua gente ebbe rovinata coi saccheggi buona parte del Padovano, in cui sollievo era venuta, e ricavati trentamila fiorini d'oro da quella città, senza far danno alcuno alle terre dello Scaligero, contra di cui era stato chiamato, se ne tornò nel dì 26 di luglio in Carintia: gridando i confusi ed impoveriti Padovani, essere peggior l'amicizia di quella gente, che la nemicizia con Cane. Nel dì 23 di novembre morì Jacopo da Carrara, già signore di Padova, lasciando sotto la cura di Marsilio da Carrara le sue figliuole e i suoi bastardi. Abbiamo dalla Cronica di Cesena[1079] che nel luglio di quest'anno Speranza conte di Montefeltro coi figliuoli del già ucciso conte Federigo ritornò in Urbino; dal che pare restituita quella famiglia nel dominio d'essa città; ma di ciò non ne so il come. Nel dì 3 di giugno in Rimini Pandolfo Malatesta e Galeotto suo figliuolo, con altri Malatesti e nobili, furono fatti cavalieri[1080]. Magnifiche feste e giostre per tal occasione si fecero, col concorso di gran nobiltà di Firenze, Perugia, Siena, Bologna e di tutta la Toscana, marca d'Ancona, Romagna e Lombardia. Quivi si contarono più di mille e cinquecento cantambanchi, giocolieri, commedianti e buffoni: il che ho voluto notare, acciocchè s'intendano i costumi e il genio di questi secoli. Il conte Speranza e il conte Nolfo, figliuoli del fu conte Federigo di Montefeltro, nel dì 9 d'agosto vennero coll'esercito di Urbino contro alcune castella di Ferrantino Malatesta, dove s'erano rifugiati gli uccisori del suddetto conte Federigo, e, presi que' luoghi, fecero crudel vendetta di que' traditori. Anche i marchesi estensi Rinaldo ed Obizzo, signori di Ferrara[1081], nel dì primo di novembre ritolsero all'arcivescovo di Ravenna la grossa terra, appellata anche città, d'Argenta col suo castello. Intanto, contuttochè Lodovico il Bavaro deducesse le sue buone ragioni, pure non potè impedire che in questo anno papa Giovanni, subornato dal re Roberto[1082], non fulminasse contra di esso Lodovico le censure, e facesse predicar la crociata, secondo il deplorabil uso di que' tempi, contra di lui, siccome accennammo all'anno precedente. Però si diede egli con più vigore ad accudire agli affari d'Italia; e cotanto s'ingegnò in Germania, che frastornò i disegni di Carlo re di Francia, il quale, prevalendosi anch'egli del favore del papa, macchinava di farsi eleggere re ed imperador de' Romani. Di più non dico di queste controversie, lasciandone volentieri ad altri la discussione.

NOTE:

[1067] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.

[1068] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1069] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 13 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 138.

[1070] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1071] Morigia, lib. 3, cap. 27, tom. 12 Rer. Ital.

[1072] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 270.

[1073] Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 31, tom. 11 Rer. Ital.

[1074] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 243.

[1075] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1076] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 239. Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1077] Cortus. Histor., lib. 3, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9. Chronic. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

[1078] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1079] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1080] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1081] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1082] Raynaldus, Annal. Eccles., num. 6.

Anno di CRISTO MCCCXXV. Indizione VIII.

GIOVANNI XXII papa 10. Imperio vacante.

Cominciò in quest'anno gara e discordia fra Galeazzo Visconte signor di Milano e Marco suo fratello, che col tempo quasi condusse a precipizio la casa de' Visconti[1083]. Pretendeva Marco parte nel dominio; altrettanto Lodrisio Visconte lor cugino, allegando le tante fatiche da lor sofferte per tenere in piedi la vacillante fortuna della lor casa. Ma Galeazzo, eletto solo signore dal popolo, non volea compagni nel governo. Diedersi perciò Marco e Lodrisio a far delle combricole e congiure con altri nobili contra di Galeazzo; e perchè scoprirono ch'egli andava maneggiando qualche onorevol accordo con papa Giovanni, cominciarono a scrivere lettere a Lodovico il Bavaro, sollecitandolo a calare in Italia[1084]. Intanto Galeazzo nel dì 21 di febbraio mosse guerra ai Parmigiani, coll'inviare contra loro il valoroso giovine Azzo suo figliuolo, il quale s'impadronì del castello di Castiglione. Ma, assediato il medesimo castello dai Parmigiani, lo riebbero nel dì 15 di marzo colla libera uscita de' soldati del Visconte. Nel dì seguente si diede allo stesso Azzo Borgo San Donnino: perdita che cagionò sommo affanno ai Parmigiani e Piacentini; tanto più perchè Azzo non tardò a mettere sossopra i loro contadi con saccheggiar ed incendiar molte terre. Perciò nel dì 14 di giugno uniti essi Parmigiani coll'esercito spedito loro da Piacenza dal cardinal legato, impresero l'assedio di Borgo San Donnino. Durante questo assedio nel mese di luglio i marchesi estensi[1085] signori di Ferrara, _Passerino _ signor di Mantova e Modena, e Cane dalla Scala, con grosso naviglio per Po andarono ai danni del Piacentino. Più gravi sconcerti seguirono in questi tempi in Toscana[1086]. Filippo Tedici signor di Pistoia, dopo aver fatta un'ingannevol pace e lega co' Fiorentini, che non gli vollero mai dare un soldo per acquistar essi quella città, come avrebbono potuto, nel dì cinque di maggio per dieci mila fiorini d'oro, e per altri vantaggiosi patti avuti da Castruccio signor di Lucca, il lasciò entrare con sue genti in Pistoia, dove prese e disarmò il picciolo presidio che vi aveano inviato i Fiorentini, e fece subito dar principio ad un forte castello in essa città. Incredibile fu il dispetto e rabbia de' Fiorentini, che, più del diavolo, aveano paura di Castruccio. Gran consolazione nondimeno e coraggio recò loro il sospirato arrivo di Raimondo da Cardona, richiesto da essi al papa per lor capitano, che nel dì 6 del suddetto mese entrò in Firenze. Al pontefice, che volea mandarlo in Toscana, allegò egli[1087] il giuramento fatto a Galeazzo Visconte di non militar per un anno in Italia contra de' Ghibellini; ma il papa se ne rise, con dire che per li capitoli della resa di Monza i prigioni tutti si aveano a rilasciare; e però gli diede l'assoluzione dal giuramento. Venne egli dunque francamente a prendere il comando dell'armata de' Fiorentini con assai Borgognoni e Catalani seco condotti.

Presero i Fiorentini per assedio nel dì 22 di maggio il castello d'Artimino[1088], e poscia nel dì 12 di giugno fecero uscire in campagna il loro capitano Raimondo con un fiorito esercito di circa due mila e cinquecento cavalli, la maggior parte Francesi, borgognoni e Fiamminghi, e di quindici mila fanti, col carroccio, con somieri più di sei mila, e con mille e trecento trabacche e padiglioni, senza i rinforzi delle amistà che vennero dipoi, ed accrebbero quella gente con più di cinquecento cavalieri e cinque mila pedoni. A Pistoia, Castruccio non si trovava allora che con mille e cinquecento cavalli, e la metà di fanteria rispetto a' nemici. Fecero i Fiorentini nella festa di san Giovanni Batista correre il pallio presso alla porta di Pistoia; presero il passo della Gusciana, e la rocca e il ponte di Cappiano[1089]; poscia strettamente assediarono Altopascio, e lo costrinsero alla resa. Vinse nel consiglio il parere di chi volle che l'armata s'inoltrasse verso Lucca. Al Poggio fra Montechiaro e Porcari trecento cavalieri de' migliori dello esercito fiorentino furono alle mani con quei di Castruccio, e n'ebbero la peggio, quantunque Castruccio vi restasse scavallato e ferito. Era l'armata dei Fiorentini accampata in sito svantaggioso, e Castruccio ardea di voglia di assalirla; ma troppo era scarso di gente, ed aspettava soccorsi da Galeazzo Visconte e da Passerino de' Bonacossi[1090]. Vi mandò il Visconte Azzo suo figliuolo con ottocento cavalieri tedeschi, il quale, dopo introdotto un buon soccorso nel Borgo di San Donnino assediato dalle genti della Chiesa, marciò a quella volta. Anche Passerino v'inviò ducento altri cavalieri. All'avviso di questo grosso rinforzo giunto a Castruccio, Raimondo da Cardona si ritirò ad Altopascio. Castruccio, che non dormiva, con dei badalucchi tenne tanto a bada la loro armata, che nel dì 23 di settembre arrivato Azzo Visconte coi suoi cavalieri, e formate le schiere, attaccò la battaglia. In poco d'ora furono rotti e sbaragliati i Fiorentini con vittoria segnalata e compiuta; perciocchè, nel tempo stesso che si combattea, l'accorto Castruccio mandò a prendere il ponte a Cappiano, e tagliò il passo a' fuggitivi. Molti ne furono uccisi, molti più ne restarono presi, fra' quali lo stesso Raimondo da Cardona generale con assai baroni franzesi. Tutta la gran salmeria di tende ed arnesi venne alle mani de' vincitori; e si arrenderono poi a Castruccio le castella di Cappiano, Montefalcone ed Altopascio, nel qual ultimo luogo fece prigioni cinquecento soldati. Così in un momento la ridente fortuna de' Fiorentini si cambiò in sospiri e pianti.

Nel giugno e luglio di quest'anno[1091] Francesco de' Bonacossi, figliuolo di Passerino signor di Mantova e Modena, fece guerra a Giovanni ed Azzo signori di Sassuolo; tolse loro Fiorano ed assediò la terra di Sassuolo, essendosi uniti al suo esercito in persona Cane dalla Scala e i marchesi d'Este. Ebbe quella terra e Monte Zibbio. I Bolognesi, oltre alla protezione da lor professata ai signori di Sassuolo, riceverono anche lettera ed ordine dal papa di procedere ostilmente contra di Passerino, e che si predicasse la crociata contra di lui, siccome dichiarato eretico per l'eresia del ghibellinismo, a fine di frastornar gli aiuti ch'esso Passerino e Cane potessero dare a Castruccio e a Borgo San Donnino assediato. Perciò i Bolognesi con tutte le lor forze nel luglio e ne' seguenti mesi altro mestier non fecero che di saccheggiar le ville di Albareto, Sorbara, Roncaglia, Solara, Camurana, ed assaissime altre, con danno inestimabile dei cittadini e distrittuali di Modena. Nel dì 29 di settembre riuscì a Passerino di avere per tradimento Monte Veglio, castello de' Bolognesi. Corse tosto il popolo di Bologna all'assedio di quel castello, e vi stette sotto un mese e mezzo. Attese intanto Passerino a raunar gente per rimuoverli di là. Venne con assai fanteria e cavalleria Rinaldo marchese d'Este e signor di Ferrara. Cane dalla Scala con molte forze vi giunse anch'egli; ma inteso che Passerino volea aspettare Azzo Visconte, il quale, dopo la vittoria di Castruccio ad Altopascio, dovea restituirsi in Lombardia, se ne tornò a Verona, perchè fra lui e Galeazzo, padre d'esso Azzo, erano nate delle amarezze. Rinaldo Estense fu dichiarato capitan generale dell'armata, ed, arrivate le squadre di Azzo Visconte, passarono tutti il Panaro, la Muzza e la Samoggia, e presentarono la battaglia ai Bolognesi nel luogo di Zappolino, nel dì 15 di novembre. Al primo assalto furono rovesciati i Bolognesi; e però essi attesero a menar non le mani, ma i piedi. Fanno le storie modenesi[1092] l'esercito di Bologna consistente in trenta mila fanti e mille e cinquecento cavalli, e quello de' Modenesi in otto mila pedoni e due mila cavalli[1093]. Dicono uccisi più di due mila Bolognesi, e presi più di mille e cinquecento, fra i quali Angelo da San Lupidio podestà di Bologna, Malatestino de' Malatesti, Sassuolo da Sassuolo, Jacopino e Gherardo Rangoni fuorusciti di Modena, Filippo de' Pepoli ed altri nobili. Oltre a mille cavalli, acquistarono i vincitori immensa copia d'armi, tende e bagaglio, che si calcolò ducento mila fiorini d'oro. Nel giorno seguente marciò innanzi il vittorioso esercito; ebbe e saccheggiò il castello di Crespellano; poscia nel dì 17 continuò il viaggio sino al borgo di Panigale e alle porte di Bologna, dove, per far onta a quel popolo, furono corsi tre pallii, uno in onore di Azzo Visconte signor di Cremona; un altro per li marchesi estensi, ed uno per Passerino signor di Mantova e Modena. Fu dato il sacco e il fuoco ai palazzi e contorni di Bologna, alle ville di Unzola, Rastellino, Argelata, San Giovanni in Persiceto, Castelfranco ed altre. Nel dì 24 si rendè a Passerino il castello di Bazzano; ed in tal maniera terminò in queste parti la campagna. Cosa dicessero i facili interpreti de' giudizii di Dio, al vedere cotanti sinistri avvenimenti delle crociate di papa Giovanni XXII, io nol so dire.

Sul principio di quest'anno, essendo finite le tregue co' Padovani[1094], Cane dalla Scala non tardò a vendicarsi degli affanni a lui dati da quel popolo nell'anno precedente; prese varii luoghi del Padovano, e portò gl'incendii e saccheggi fino alle porte di Padova. S'interpose Lodovico il Bavaro, e fece rinnovar la tregua fino alla festa di san Martino; e compromesso fu fatto in lui di quelle differenze. Ma Padova, oltre alla guerra esterna, ne ebbe in quest'anno anche un'interna. Ubertino da Carrara e Tartaro da Lendenara, perchè insolentivano nella città, ed uccisero Guglielmo Dente, furono banditi e ricorsero a Cane Scaligero. Paolo fratello di esso Guglielmo rivolse i pensieri della vendetta contra degli altri Carraresi innocenti, e nel dì 22 di settembre, assistito copertamente dal podestà e dal presidio tedesco, mosse a rumore il popolo contra di essi. Per un'ora si fece aspro combattimento nelle piazze, e così nobilmente si sostennero i valorosi Carraresi, che Paolo Dente fu forzato alla fuga, ma con riportarne essi di molte ferite. Per cagione d'esse Marsilio maggiore picchiò alla porta della morte; Niccolò, Obizzo e Marsilio minore n'ebbero anch'essi la lor parte. Tornarono poscia in Padova Ubertino da Carrara e Tartaro da Lendenara, amendue giovinastri scapestrati. Numero non c'è delle loro insolenze; giustizia più non si faceva in Padova; tutto andava alla peggio. Ne dovea ben ridere Cane, che facea continuamente l'amore a quella nobil città. Dopo la vittoria di Altopascio stette poco in riposo il prode Castruccio signor di Lucca e di Pistoia. Prese Segna, ed ivi si afforzò nel dì 30 di settembre[1095], e poscia cominciò le sue scorrerie fino alle porte di Firenze, saccheggiando, bruciando e guastando tutto quel paese. Nella festa di san Francesco, a dì 4 d'ottobre, fece sotto quella città correre tre pallii, uno da uomini a cavallo, un altro da fanti a piè, ed il terzo da meretrici: il tutto in dispetto e vergogna de' Fiorentini, i quali, quantunque avessero dentro gran cavalleria e gente a piè innumerabile, pure non osarono mai d'uscire a fargli contrasto. Tornò Castruccio nel dì 26 d'ottobre a dar loro un altro rinfresco; ed Azzo Visconte, che tuttavia era con lui, volendo rendere la pariglia a' Fiorentini, i quali aveano fatto correre il pallio sotto Milano, ne fece correre anche egli uno alla lor vista, e poi s'inviò verso Modena, siccome abbiam detto. Prese Castruccio la Rocca di Carmignano, il castello degli Strozzi ed altri luoghi, e con sua oste andò scorrendo infino a Prato. Gran costernazione era in Firenze per tali disastri, a' quali ancora s'aggiunse un'epidemia per la tanta gente rifuggita nella città. Ben cento mila fiorini d'oro ricavò Castruccio dal riscatto de' prigioni fatti in quest'anno, col qual rinforzo gagliardamente sostenne la guerra. Per altro era anch'egli scomunicato e condannato dal papa qual nemico della Chiesa ed eretico. Per essere diffamato per tale, niente più vi voleva che l'essere ghibellino. Fu nell'ottobre di quest'anno[1096] che Lodovico il Bavaro rimise in libertà Federigo duca d'Austria, il quale, vinto dagli affanni della prigionia, fece a lui una cessione di tutti i suoi diritti sopra la corona. Ma, secondo alcuni scrittori, non è ben chiaro in che consistesse l'accordo seguito fra loro. I documenti portati dal Rinaldi[1097] abbastanza confermano che Federigo fece quella rinunzia, benchè forse se ne pentisse dipoi, e che il papa la dichiarò nulla; e che Leopoldo suo fratello, il quale non vi acconsentì, nell'anno seguente terminò colla morte tutte le sue contese. Spedì nel maggio di quest'anno il re Roberto ai danni della Sicilia Carlo duca di Calabria suo figliuolo con una formidabile flotta di galee e di legni grossi da trasporto, fra' quali si contarono venti galee di Genovesi[1098]. Oltre alla gran fanteria, menò egli circa due mila e cinquecento cavalli. Sbarcata presso a Palermo questa potente armata, imprese l'assedio di quella città, e vi stette sotto più di cinque mesi, con guastare intanto ed incendiar molte parti di quell'isola, e poi se ne tornò con Dio. Non altra gloria che questa riportò egli nel suo ritorno a Napoli. Leggesi questa guerra descritta da Niccolò Speciale[1099]. Erano gli Aragonesi e Catalani all'assedio di Cagliari in Sardegna, città che forse sola restava ai Pisani in quell'isola. Nel dicembre fecero essi Pisani armare venti galee ai fuorusciti genovesi, padroni di Savona, e con queste ed altre loro navi fecero vela per soccorrere quella città. Ma i Catalani, con prendere otto di quelle galee, obbligarono l'altre a ritornarsene indietro con poco loro piacere. Nell'anno 1297 s'era data la città di Comacchio ad Azzo marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio[1100]. Le disgrazie poi sopravvenute alla casa d'Este nel 1308 la fecero passare in altre mani. Nel dì 6 di febbraio dell'anno presente tornò essa spontaneamente sotto la dolce signoria de' marchesi d'Este Rinaldo ed Obizzo, dominanti in Ferrara.

NOTE:

[1083] Bonincon., Chron., lib. 3, cap. 35, tom. 12 Rer. Ital.

[1084] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1085] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1086] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 294. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1087] Bonincontrus, lib. 3, cap. 32, tom. 12 Rer. Italic.

[1088] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 300 e seg.

[1089] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.

[1090] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1091] Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[1092] Johan. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[1093] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 321.

[1094] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

[1095] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 315.

[1096] Henric., Rebdorf. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, et alii.

[1097] Raynal., in Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCXXVI. Indizione IX.

GIOVANNI XXII papa 11. Imperio vacante.

Non si sa che Galeazzo Visconte in questi tempi cosa alcuna di rilievo operasse, forse perchè trattava qualche aggiustamento col papa, o perchè non si fidava de' suoi parenti e de' nobili di Milano. Perciò Passerino, restato quasi solo in ballo, nel dì 28 di gennaio[1101] fece una pace svantaggiosa coi Bolognesi, come se avesse ricevuta egli, e non data una rotta nell'anno antecedente; imperocchè restituì loro Bazzano e Monteveglio, con tutti i prigioni[1102], a riserva di Sassuolo da Sassuolo, che condusse a Mantova, e di cui poscia si sbrigò col veleno. A lui restituirono i Bolognesi Nonantola e la torre di Canoli. Ma nulla giovò a Passerino questa pace. Venne in questi tempi il cardinal Beltrando a Parma, e quel popolo nel dì 27 di settembre si diede a lui, vacante imperio. Altrettanto fece nel dì 4 di ottobre la città di Reggio[1103]. Avea già esso legato mosse le sue armi contra del medesimo Passerino dominante in Mantova e Modena. Verzusio Lando capitano della Chiesa, colla armata pontificia venuto nel marzo sul Modenese, pose l'assedio a Sassuolo, ed in pochi dì s'impadronì del borgo e della rocca. Prese dipoi Gorzano, Spezzano e Marano. Per forza ebbe Castelvetro, con mettere a filo di spada quel presidio, eccettochè i due podestà. Nel dì 3 di luglio lo stesso Verzusio, coi fuorusciti di Modena, cioè Rangoni, Pichi dalla Mirandola, Sassuoli, Savignani, Guidoni, Grassoni, Boschetti, ed altri, venne sotto Modena, mettendo a ferro e fuoco tutti i contorni. Bruciò due borghi della città, cioè quei di Bazovara e Cittanuova; e i cittadini stessi diedero poscia alle fiamme gli altri due di Ganaceto e d'Albareto. Si sottopose a Verzusio il castello di Formigine, e così a poco a poco venne in suo potere tutto il contado, se si eccettuano Campo Galliano, il Finale, San Felice e Spilamberto. Passò egli dipoi a' danni di Carpi, e bruciò in quelle parti più di secento case. Anche i Bolognesi[1104], dimentichi ben tosto della pace fatta, corsero ai danni del Modenese. Un'altra parte dell'esercito pontificio inviata a Borgoforte, tolse a Passerino parte del suo territorio di qua da Po, e gli diede anche una rotta su quel di Suzara. Tentarono bensì Obizzo marchese d'Este[1105] ed Azzo Visconte, uniti con Passerino, di fare una diversione all'armi pontificie, venendo con grosso naviglio per Po a Viadana e Cremona, ma senza operar cosa alcuna di riguardo. Non si sa che Cane dalla Scala in quest'anno facesse veruna impresa. Probabilmente era anche egli in qualche trattato col pontefice; e sappiamo dalla Cronica Veronese[1106], che nel dì 9 di luglio comparvero a Verona gli ambasciatori di papa Giovanni XXII e del re Roberto, ed ebbero molti ragionamenti con esso Cane, ma senza penetrarsi i lor segreti. Si tenne ancora un parlamento in San Zenone di Verona nel dì suddetto, dove intervennero Passerino, i marchesi estensi, e Galeazzo Visconte, per trattare dei fatti loro.

Sbigottiti intanto i Fiorentini per li continui progressi di Castruccio, misero bensì nuove gabelle per adunar danaro, e spedirono in Germania ed altrove per assoldar gente[1107]; ma il migliore scampo e ripiego fu creduto quello di raccomandarsi ai capi primarii de' Guelfi, cioè a papa Giovanni e al re Roberto. Si servì Roberto di questa congiuntura per suggerire ai suoi ben affetti di Firenze che prendessero per loro signore Carlo duca di Calabria suo figliuolo. Il negozio si fece. Gli fu data la signoria di Firenze per dieci anni, con obbligo di mantenere in servigio di quel popolo mille cavalieri coll'assegno di ducento mila fiorini d'oro per anno. Nel dì 13 di gennaio in Napoli accettarono il re ed il duca questa elezione. Castruccio, sentendo sì fatte nuove, ne fu ben malcontento, e però, dato il fuoco a Segna, si ritirò a Carmignano, dove fece di molte fortificazioni. Il generale de' Fiorentini Pietro di Narsi nel dì 14 di maggio avea ordito un tradimento per torgli quella terra, e con ducento cavalieri de' migliori e cinquecento fanti andò a quella volta. Informatone Castruccio (forse questo trattato era doppio), il colse in un agguato, lo sconfisse e l'ebbe prigione con altri assai. Fecegli tagliar la testa, perciocchè avea contravvenuto al giuramento fatto di non essere contra di lui, allorché un'altra volta fu suo prigione. Mandò il papa per suo legato in Toscana il cardinal Giovanni degli Orsini, che seco condusse quattrocento cavalieri provenzali, ed entrò in Firenze nel dì 30 di giugno. Colà prima, cioè nel dì 17 di maggio, era pervenuto Gualtieri duca d'Atene e conte di Brenna con quattrocento cavalieri, inviatovi per suo vicario dal duca di Calabria, il quale da lì a cinque giorni pubblicò lettere papali, come il pontefice avea creato il re Roberto vicario d'imperio in Italia, vacante imperio. Poscia nel dì 12 di luglio arrivò a Siena[1108] Carlo duca di Calabria con copiosa gente d'armi. Seco era la moglie e Giovanni principe della Morea, suo zio paterno, e gran baronia. Dimandò la signoria di quella città, e per questo vi fu non poco rumore; ma in fine consentì quel popolo di dargliela per cinque anni avvenire. Fatto far pace fra i Tolomei e Salimboni, se ne partì, e nel dì 30 di luglio arrivò a Firenze, ricevuto ivi con processione ed immenso onore. L'accompagnavano mille e cinquecento lance; e, richieste le amistà, ebbe da' Sanesi trecentocinquanta cavalieri, trecento da' Perugini, ducento da' Bolognesi, cento dagli Orvietani, cento dai Manfredi signori di Faenza, oltre a molti altri: di maniera che, congiunta questa gente con i quattrocento cavalieri già venuti col duca d'Atene, e colla fanteria e cavalleria dei Fiorentini, fu al suo comando una fioritissima armata. Tuttavia nulla di rilevante operò egli in quest'anno per la diligenza e prodezza di Castruccio, il quale ridusse a nulla gli sforzi del marchese Spinetta Malaspina collegato col duca di Calabria, e fece tornare a Firenze l'armata di esso duca senza aver conquistata veruna fortezza, e però con onta e vergogna. Cominciarono ben tosto i Fiorentini a provare il peso del novello loro signore, perchè non mantenne loro i patti, e mandò per terra l'autorità de' loro priori, e in un anno costò il suo governo a quella città più di quattrocento migliaia di fiorini d'oro. Ma il riccio era entrato nella tana, e i Fiorentini non trovarono miglior riparo contro al temuto ed odiato Castruccio, il quale tenne dipoi gran tempo a bada il legato ed il duca con lusinghe di pace e d'accordo.

Altra maniera non seppe pensare il re Roberto per ridurre a' suoi voleri Federigo re di Sicilia, che di spedir ogni anno l'armata sua a dare il guasto a quell'isola, tanto che, stanchi quegli abitanti, si gittassero nelle sue braccia[1109]. Però in quest'anno ancora sul fine di maggio inviò colà una flotta di ottanta vele col conte Novello della casa del Balzo, che puntualmente eseguì gli ordini del re con guastar le contrade di Patti, Milazzo, Cattania, Agosta e Siracusa. Il che fatto, senza aver provato contrasto alcuno, se ne venne in Toscana, dove prese due castella ai conti di Santa Fiora. Trattando la città di Fermo nella marca in quest'anno accordo colla Chiesa, quei di Osimo con altri Ghibellini vi entrarono, e, messo il fuoco al palagio del comune, vi arsero o magagnarono molta buona gente, e sturbarono tutta la concordia. In Rimini la matta voglia di dominare fece vedere in quest'anno una brutta scena[1110]. Essendo mancato di vita nell'aprile Pandolfo Malatesta signore di quella città, gli succedette nel dominio Ferrantino figliuolo di Malatestino, e nipote di esso Pandolfo. Nel dì 9 di luglio Ramberto figliuolo del fu Giovanni Malatesta invitò esso Ferrantino con altri Malatesti ad un convito, dove fece prigione lui e Malatestino di lui figliuolo, e Frarino e Galeotto de' Malatesti. Fu a rumore tutta la città. Polentesa moglie di Malatestino, coraggiosa donna, corse colla spada sguainata in piazza, e, presa la bandiera, cercò di muovere in suo favore il popolo; ma perchè fu creduto che i presi fossero stati uccisi, non ebbe seguito. Da lì a tre dì Malatesta figliuolo del fu Pandolfo, che era a Pesaro, entrò in tempo di notte in Rimini, e, venuto il dì, fu obbligato Ramberto a fuggirsene alle sue terre di Ceola e Castiglione; e nel viaggio da quei di Santo Arcangelo gli furon tolti i prigioni, che se ne tornarono ben allegri a Rimini. Fece poi Ferrantino guerra alle terre d'esso Ramberto, il quale (mi sia lecito riferirlo qui fuor di sito) cercò da lì innanzi tutte le vie di rimettersi in grazia di lui. Erano corsi regali innanzi e indietro, e tutto parea ben disposto, quando nell'anno 1329 oppure 1330, Ferrantino (Girolamo Rossi[1111] dice Malatestino figliuolo di Ferrantino, e così la Cronica di Cesena[1112]) fece ordinare una caccia: di tale occasione si servì Ramberto per presentarsegli davanti, e dimandargli colle ginocchia a terra perdono delle passate offese. La risposta che gli diede Ferrantino, ossia Malatestino, fu di cacciar mano ad un coltello, e scannarlo. Dominando in Cesena Ghello da Calisidio, nel dì 20 di giugno Rinaldo de' Cinci, fattolo prigione, occupò la signoria di quella città. Nel dì 12 di luglio Aimerigone, maresciallo delle genti del papa in Romagna, e Amblardo Visconte, nipoti d'Aimerigo arcivescovo di Ravenna e conte della Romagna, entrati con poca gente in Cesena, ed, alzato rumore nel popolo, presero il suddetto Rinaldo, al qual poscia fu mozzato il capo, e quella città restò pienamente in potere degli uffiziali pontificii. Nel marzo ancora di questo anno Azzo Visconte, signore di Cremona, coi fuorusciti di Brescia[1113] e coi rinforzi di Passerino signor di Mantova, ostilmente entrò sul Bresciano, e prese le castella di Trenzano, Roado, Coccai, Erbusco, Cazzago ed altri luoghi, dando un gran guasto a quel paese.

NOTE:

[1098] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1099] Nicolaus Specialis, lib. 7, cart. 17, tom. 10 Rer. Ital.

[1100] Piena Esposizione, cart. 268 e 365.

[1101] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1102] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.

[1103] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1104] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[1105] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1106] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1107] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 328. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1108] Chron. Sanense, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. ultim.

[1109] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 19, tom. 10 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 347.

[1110] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 350. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.

[1111] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.

[1112] Chron. Caesen. Cronica Riminese.

Anno di CRISTO MCCCXXVII. Indizione X.

GIOVANNI XXII papa 12. Imperio vacante.

Fece negozio in questi tempi il cardinale legato di Lombardia Beltrando dal Poggetto per aver la signoria di Bologna[1114]; e quel popolo, avendo consentito ai di lui voleri sotto certi patti, spedì ambasciatori a Parma, invitandolo a venire a prenderne il possesso. Nel dì 5 di febbraio arrivò egli colà, incontrato con gran solennità e col carroccio dal popolo, che fece incredibil festa e bagordi per più giorni, come se fosse calato un angelo dal cielo. Trovavasi la città di Modena in gravi angustie, perchè circondata all'intorno da città che s'erano date ai capitani del papa; la maggior parte ancora delle sue castella ubbidivano ai nemici; nè Passerino si sentiva forze per darle sufficiente soccorso. Però cominciarono alcuni nobili a meditar la maniera di scuotere il giogo[1115]. Il legato anch'egli coi fuorusciti con segrete ambasciate loro aggiugneva sproni. Nel dì 2 d'aprile si scoprì una congiura fatta da Tommasino da Gorzano, unito con altri nobili e plebei. Furono presi, e la pagarono colla testa. Intanto il legato co' Bolognesi mise a sacco e fuoco il basso Modenese, ebbe il castello di Solara, e a maggiori angustie ridusse il popolo di Modena. Veggendo il vicario di Passerino di non essere sicuro in mezzo a tanta turbazione de' cittadini, si ritirò fuori della città. Allora i Pii, i Gorzani e i Fredi commossero all'armi il popolo, e nel dì cinque di giugno con amichevol forza e senza spargimento di sangue ne fecero uscire la guarnigion di Passerino, che per tanti anni avea smunta e tiranneggiata questa città col suo territorio. Trattarono poscia accordo col cardinale legato, e si sottomisero al di lui governo, vacante imperio, con varii patti e riserve, registrate nella Cronica del Morano. Così questa afflitta città cominciò a respirare, ma senza che la fazion dominante permettesse l'entrarci a molti nobili fuorusciti, con lasciar nondimeno ad essi goder le rendite loro. Per questi ed altri progressi del legato pontificio, e, molto più, per la venuta in Toscana di Carlo duca di Calabria con tante forze, i caporali ghibellini si vedeano in poco buono stato, e temevano di lor rovina. Avvisaronsi adunque di chiamare in Italia Lodovico il Bavaro, per opporre forza a forza[1116]. Venne egli a Trento nel mese di febbraio, e quivi tenuto fu un gran parlamento, a cui intervennero Marco Visconte, Passerino de' Bonacossi, Obizzo marchese d'Este, Guido Tarlati vescovo d'Arezzo, gli ambasciatori di Castruccio, de' Pisani e di Federigo re di Sicilia. Vi andò ancora Cane dalla Scala, ma accompagnato da settecento cavalli, perchè non si fidava del duca di Carintia, a cagion della guerra ch'egli avea co' Padovani, de' quali era allora signore quel duca. Richiese Cane il dominio di Padova con esibire al Bavaro gran somma di danaro; e perchè non ebbe l'intento, se ne partì disgustato, minacciando d'accordarsi tosto col legato del papa. Tanto fecero gli amici, che tornò indietro, e seguì poi una tregua fra lui e i Padovani. In quel parlamento fu conchiuso che il Bavaro calasse in Italia, e venisse a prendere la corona del regno, promettendogli i capi de' Ghibellini cento cinquanta mila fiorini d'oro. Se vero è ciò che scrive il Villani, in quel parlamento Lodovico pubblicò che papa Giovani XXII era eretico, e non degno papa, opponendogli varii articoli, secondochè a lui era stato suggerito da due dotti ribaldi, cioè da Marsilio da Padova e da Giovanni Giandone, ossia di Gant, che coi loro velenosi scritti condussero il Bavaro a varie empietà e pazzie. Era egli veramente irritato forte contra del papa, parendogli una fiera ingiustizia quel non volerlo riconoscere per re dei Romani, e ciò per fini politici; ma egli tenne una via obbrobriosa ed indegna per vendicarsene.

Nel dì 13 di marzo si partì da Trento esso Lodovico Bavaro, e poscia sul principio di maggio venne per le montagne, arrivò a Como, menando seco appena seicento cavalli, ed era bene scarso di moneta. Venne poi di Germania molta cavalleria, allorchè fu giunto a Milano[1117], dove nel dì 16 di maggio con grande onore il ricevette Galeazzo Visconte. Quantunque Marco fratello e Lodrisio zio d'esso Galeazzo con altri nobili avessero declamato forte contra del medesimo Galeazzo, pure il Bavaro gli confermò il vicariato, ossia la signoria di Milano, Pavia, Lodi e Vercelli. Quindi fu intimato il dì della Pentecoste per la sua coronazione[1118]. Concorse ad onorare questa funzione Cane dalla Scala con mille e cinquecento cavalli ed altrettanti fanti (scrivono solamente cinquecento altri storici); e venne anche, per quanto fu creduto, con qualche speranza di procacciarsi la signoria di Milano, ben sapendo il mal animo che nudriva contra di Galeazzo la nobiltà milanese; ma gli andò fallito il colpo. Già gli avea esso Galeazzo preparato l'ospizio nel monistero di Santo Ambrosio, fuor di Milano. Fece Cane fabbricare in una notte un ponte sulla fossa della Posterla, per entrare a suo piacimento nella città. Galeazzo l'altra notte gliel fece disfare; tal contesa fu poi rimessa nel Bavaro. Seguì la coronazione d'esso Lodovico colla corona ferrea[1119], e di Margherita sua consorte con corona d'oro, nel dì 31 di maggio (v'ha chi dice nel dì primo di giugno) nella basilica di Santo Ambrosio; e giacchè era bandito da Milano frate Aicardo arcivescovo, fecero quella funzione tre vescovi scomunicati e interdetti dal papa, cioè Federigo de' Maggi di Brescia, Guido Tarlati di Arezzo ed Arrigo di Trento. Vi intervennero ancora Rinaldo marchese di Este e signor di Ferrara con trecento cavalieri, e Francesco figliuolo di Passerino signor di Mantova con trecento, ed altri popoli ghibellini. Non passò gran tempo che s'imbrogliarono gli affari di Galeazzo Visconte col Bavaro. Ossia, come vuole il Villani, che richiedendo il Bavaro una contribuzion di danari, Galeazzo superbamente gli rispondesse; oppure, come altri vogliono, che Marco e Lodrisio Visconti coll'altra nobiltà di Milano pontassero tanto appresso il Bavaro per far deporre Galeazzo, e ritornare a repubblica la loro città: certo è che nel dì 20 di luglio il Bavaro fece mettere le mani addosso ad esso Galeazzo, a Luchino e Giovanni cherico suoi fratelli (Stefano lor fratello morì all'improvviso in quel giorno stesso, e fu creduto di veleno) e ad Azzo suo figliuolo. Poscia intimò a Galeazzo la pena della testa, se fra il termine di tre dì non gli consegnava il forte castello da lui fabbricato nella terra di Monza. Mandò l'ordine Galeazzo, ma indarno, perchè quel castellano un altro ordine innanzi avea avuto di non darlo ad alcuno, se personalmente non gliel comandava lo stesso Galeazzo. Corsero colà la marchesana Beatrice Estense sua consorte e Ricciarda sua figliuola, tutte affannate, e colle man giunte scongiurarono il castellano a cedere la fortezza; e trovatolo più duro che mai, se ne tornarono piene di doglia a Milano. Finalmente, ben certificato quel castellano che v'andava la testa del suo signore[1120], consegnò quel castello alle genti del vescovo d'Arezzo, e nelle prigioni del medesimo castello, fabbricate dallo stesso Galeazzo, fu egli ristretto co' due suoi fratelli e col figliuolo, verificandosi quanto per accidente era stato predetto, se pur sussiste quella predizione. Non gli mancavano peccati da farne penitenza. Di questo fatto gran piacere ebbero i nobili di Milano e le città guelfe, ma il Bavaro si tirò addosso una grande infamia per tanta ingratitudine verso i Visconti; e di qui si può dire ch'ebbe principio la meritata sua rovina. Furono poi eletti ventiquattro nobili, che reggessero a comune la città di Milano; sopra lor nondimeno istituì il Bavaro un suo vicario, che fu Guglielmo da Monteforte.

Cavò esso Bavaro, in questi tempi, ben ducento mila fiorini d'oro dalle borse dei Ghibellini, e specialmente de' Milanesi; poscia nel dì quinto, oppure nel dodicesimo giorno d'agosto quasi alla sordina uscì di Milano, e agli Orci del Bresciano tenne un parlamento con Cane dalla Scala, Rinaldo Estense, Passerino ed altri capi ghibellini. Vuole il Villani[1121] che il Bavaro conducesse colà Marco, Luchino ed Azzo Visconti, i quali poscia fuggirono, e cominciarono guerra a Milano. Anche il Fiamma[1122] scrive che Giovanni, Luchino ed Azzo fra poco tempo furono rilasciati, e ritenuto il solo Galeazzo. Ma più fede merita Buonincontro Morigia, vivente allora in Monza, che ci assicura essere stati i suddetti Visconti rimessi in libertà solamente nell'anno seguente; ed è certissimo che Marco seguitò il Bavaro in Toscana. Venne esso Bavaro colle sue genti a Cremona, e pel contado di Parma e per la via di Pontremoli passò alla volta di Lucca, senza che il legato del papa, che avea forze non poco grandi, gli facesse contrasto alcuno per le montagne, siccome avrebbe potuto. Fu accolto con sommo onore da Castruccio, che si fece, o allora, o nel dì 4 di novembre, dichiarare ed investire da lui duca di Lucca e Pistoia, ed anche di Prato, San Gemignano, Colle e Volterra[1123], tuttochè non ne fosse padrone, per isperanza di acquistar que' luoghi, i quali aveano già preso per lor signore Carlo duca di Calabria. Credevasi Lodovico di entrar quetamente in Pisa, città sempre stata camera dell'imperio, e perciò, senza entrare in Lucca, cavalcò tosto colà. Ma quei che governavano la città, per timore di perdere il loro stato, e per odio a Castruccio, gli serrarono le porte in faccia, e si accinsero alla difesa. Castruccio colle sue forze fu chiamato colà; v'andarono anche assai balestrieri della riviera di Genova, e si diede principio all'assedio di quella città nel dì 6 di settembre. Durò questo un mese; e, nata poi discordia fra quei cittadini, capitolata la resa, gli aprirono le porte. Pose il Bavaro ai Pisani una colta di sessanta mila fiorini d'oro, e dietro a questa un'altra di cento altri mila; e bisognò pagarli. A tante estorsioni si vide come morto quel popolo. Altri cinquanta mila si crede che raccogliesse da Castruccio per li suddetti privilegii, e per averlo parimente creato suo vicario in Pisa[1124]. Succedette in questi tempi davanti allo stesso Bavaro una villana contesa di parole fra Guido vescovo d'Arezzo ed esso Castruccio, in cui l'un l'altro chiamò traditore. Il vescovo arrabbiato si partì per tornarsene alla sua signoria di Arezzo; ma, caduto infermo al castello di Monte Nero in Maremma, quivi scomunicato, pentito nondimeno, secondo alcuni, terminò i suoi giorni. Pier Saccone da Pietramala divenne poi signore d'Arezzo e di Città di Castello. Lodovico nel dì 21 di dicembre con tre mila cavalieri e grossa fanteria s'inviò per Maremma alla volta di Roma; il che udito dal duca di Calabria, anch'egli si mosse da Firenze colla moglie, con tutti i suoi baroni e con mille e cinquecento cavalli nel dì 28 del mese suddetto, per accorrere alla difesa del regno di Napoli.

In quest'anno[1125] nel mese di luglio il re Roberto tornò a spedire in Sicilia Rogieri da Sanguineto conte di Catanzaro con settanta galee, fra le quali diecisette de' Genovesi, a dare il solito guasto a quell'isola; ma poco profitto ne ricavò. Nel tempo stesso, affin di prevenire i disegni del Bavaro calato in Lombardia, mandò Giovanni principe della Morea suo fratello con mille cavalli ad afforzar le terre del ducato di Spoleti e di Campagna. Questi volle entrare in Roma; non gliel permisero i Romani. Andò a Viterbo; e, trovato quel popolo contrario a' suoi voleri, guastò il paese. Intanto cinque galee di Genovesi al servigio d'esso re Roberto presero la città d'Ostia, e la diedero alle fiamme; del che i Romani concepirono grande odio contra d'esso re, nè vollero ammettere il cardinale Orsino legato, che da Firenze passò colà per mettere pace. Nel dì 28 di settembre esso legato col principe suddetto della Morea s'impadronì di San Pietro e della città Leonina, con tagliar a pezzi que' Romani che v'erano in guardia, ma nel dì seguente tutto in armi l'infuriato popolo di Roma ripigliò quel luogo. Nella notte del dì quinto di luglio, vegnente il dì sesto[1126]. Alberghettino figliuolo di Francesco dei Manfredi signor di Faenza, ad istigazione, per quanto fu creduto, di Ostasio da Polenta, scacciò da Faenza la guarnigione del padre, che era allora fuori della città, e se ne fece signore. Ecco se mancava in secoli sì sconvolti ogni specie d'iniquità. Cecco de' Manfredi, che l'aveva aiutato a questo tradimento, proditoriamente ne fu anch'egli dipoi scacciato con altri della casa de' Manfredi. Era in questi tempi signore d'Imola Ricciardo de' Manfredi: perchè quel popolo scoprì ch'egli voleva dar la città al cardinal Beltrando dal Poggetto legato pontificio, nel primo dì, oppure nell'ottavo di settembre, si mosse a rumore, e sulla piazza venne alle mani con lui e colla gente della Chiesa. Rimasero soperchiati que' cittadini; ve ne furono morti più di quattrocento, e la città andò a sacco; laonde rimase tutta desolata. Fece poi guerra il legato a Faenza, unito col suddetto Ricciardo; ma Alberghettino de' Manfredi valorosamente si difese. Borgo San Donnino in Lombardia nel dicembre di quest'anno, per trattato fatto con que' terrazzani, si arrendè al figliuolo di Giberto da Correggio. V'entrò egli a nome del legato pontificio, che per averlo spese buona somma di danaro. Gli Spinoli ghibellini tolsero alla città di Genova[1127] l'importante castello di Monaco. E nel dì 30 di maggio i Piacentini con grosso naviglio per Po andarono a Cremona[1128], sperando di conquistar quella città; ma i Cremonesi virilmente si difesero, e infine diedero una sconfitta ai mal venuti. Leggonsi nella Storia Ecclesiastica sotto questo anno[1129] le lettere del popolo romano a papa Giovanni XXII, pregandolo istantemente di venire a Roma alla sua sedia. Con belle parole e varii pretesti si scusò il pontefice di non poter per ora esaudirli, e raccomandò forte ai Romani di andar d'accordo col re Roberto, e di non ammettere il Bavaro. Ma Sciarra Colonna, capo de' Ghibellini, avea già preso delle contrarie misure. Nel dì 23 d'ottobre il suddetto pontefice fulminò contra del Bavaro, come eretico, tutte le censure, ed ogni altra pena spirituale e temporale che si possa mai immaginare. Poscia nelle tempora dell'Avvento fece la promozion di dieci cardinali, tre de' quali italiani, sei franzesi ed uno spagnuolo.

NOTE:

[1113] Malvec., Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[1114] Matthaeus de Griffonibus. Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1115] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.

[1116] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 15.

[1117] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.

[1118] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 18. Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.

[1119] Annal. Mediol., cap. 16 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 18. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, cap. 366.

[1120] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1121] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.

[1122] Gualv. Flamma, cap. 365.

[1123] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 36.

[1124] Istorie Pistolesi. Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 34.

[1125] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.

[1126] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1127] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1128] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1129] Raynaldus, in Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCXXVIII. Indiz. XI.

GIOVANNI XXII papa 13. Imperio vacante.

Strepitosi avvenimenti e grandi mutazioni furono in quest'anno in Italia[1130]. Nel dì due di gennaio pervenne Lodovico il Bavaro a Viterbo, dove da Silvestro dei Gatti, che dominava in quella città, fu accolto a grande onore. Costui, per ricompensa, sotto varii pretesti fu poi da lì a qualche tempo fatto prendere dal Bavaro, e martoriato per sapere dov'era il suo tesoro; sicchè perdè trentamila fiorini e la signoria di Viterbo. A quella città nello stesso tempo arrivò Castruccio con trecento cavalieri de' suoi migliori, e mille balestrieri. Non erano ben d'accordo i Romani intorno all'accettare il Bavaro, e gli spedirono ambasciatori a Viterbo per patteggiar seco. Ma segretamente animato egli da Sciarra dalla Colonna, e da altri di parte ghibellina, trattenendo in ciance gli ambasciatori, diede la marcia all'esercito, e nel dì 7 del medesimo mese giunse alla città Leonina, e smontò al palagio di San Pietro, e vi dimorò quattro giorni. Entrò poscia in Roma, e, salito in Campidoglio, fece fare un'aringa al popolo romano con una sparata di ringraziamenti, di lodi e di promesse di esaltar Roma alle stelle. Piacquero tanto queste melate parole ai Romani, che il dichiararono senatore e capitano di Roma per un anno. Poscia nel dì 17 d'esso mese, giorno di domenica (e non già in altro dì), si fece con somma solennità e magnificenza la coronazion di Lodovico in San Pietro, non già per le mani del romano pontefice, o de' suoi delegati, come conveniva, ma per quello di Jacopo Alberti vescovo di Venezia, e di Gherardo vescovo d'Aleria, anch'esso scomunicato. Perchè alla funzione mancava il conte del sacro palazzo, secondo il vecchio rituale, Lodovico, dopo aver fatto cavaliere di sua mano Castruccio duca di Lucca, conferì a lui questa dignità. Fu coronata eziandio Margherita sua moglie; e in tal congiuntura il novello preteso imperadore pubblicò tre decreti, uno per la conservazione della fede cattolica, uno per la riverenza dovuta agli ecclesiastici, ed uno per la difesa delle vedove e dei pupili: con che si fece non poco onore presso i Romani. Creò ancora senatore e suo vicario in Roma Castruccio, il quale portò in quelle funzioni una veste di seta cremesi con queste parole ricamate d'oro dinanzi al petto: È quello che Dio vuole. E nel di dietro quest'altre: Sarà quello che Dio vorrà. Continuò il Bavaro la sua dimora in Roma, e nel dì 14 d'aprile pubblicò varie leggi contra chi fosse trovato in eresia, o in reato di lesa maestà contra dell'imperadore. Poscia nel dì 18 d'esso mese nella piazza di San Pietro tenne un gran parlamento[1131], dove fece citare, se alcuno v'era che prendesse a difendere prete Jacopo da Caorsa, il quale si faceva chiamare papa Giovanni XXII. Niuno rispose. Saltò su bensì il sindaco di quella parte del clero di Roma, che antepose lo amore dell'oro a quello della religione, e pregò Lodovico di procedere contra il detto Jacopo di Caorsa. Si sfoderarono dunque varii articoli di pretesa eresia e di lesa maestà d'esso pontefice, pretendendo ch'esso avesse anche bandita la croce contro ai Romani: per le quali cagioni il Bavaro dichiarò decaduto papa Giovanni dal pontificato, e reo di eresia e lesa maestà, con varie pene ch'io tralascio. Nel dì 23 d'aprile col consenso del popolo romano fu pubblicata una legge, che ogni papa in avvenire dovesse tener la sua sedia in Roma, e non istarne absente che tre mesi l'anno: altrimenti s'intendesse casso dal papato. Finalmente nel dì 12 di maggio, nella piazza di San Pietro, Lodovico colla corona in capo propose al numeroso popolo di Roma di fare un nuovo papa. Fu proposto fra Pietro da Corvara, nativo d'Abbruzzo, dell'ordine de' Minori, grande ipocrita; e il popolo, perchè la maggior parte odiava papa Giovanni per la sua permanenza di là dai monti, l'accettò. Costui prese il nome di Niccolò quinto; fece anche prima della consecrazione la promozion di sette falsi cardinali, e nel dì 22 di maggio fu consecrato vescovo da uno di essi, con prendere dipoi la corona dalle mani del medesimo Lodovico, il quale di nuovo si fece coronar imperadore da questo suo idolo.

Tante bestialità di Lodovico il Bavaro in arrogarsi l'autorità di deporre un papa, legittimo papa, nè giammai caduto in eresia, come egli pretese, e di eleggerne un altro contro i riti e canoni della Chiesa cattolica[1132], stomacarono forte allora chiunque portava buona coscienza e lume di ragione; e solamente piacquero a molti eretici e scismatici tanto religiosi che secolari, de' quali era piena la corte d'esso Bavaro, e coi consigli de' quali soli egli si regolava. Mostruosità ed empietà enorme non ha bisogno di essere maggiormente dichiarata e detestata. Questa poi fu quella che finì di dare il tracollo agl'interessi di lui in Italia. Ma qui convien interrompere il corso delle azioni di Lodovico per venire in Toscana. Mentre Castruccio se ne stava in Roma, facendola da grande in quella corte e città, e molto prima dell'empia tragedia che abbiamo riferito[1133], Filippo da Sanguineto, vicario del duca di Calabria in Firenze, cominciò a tessere certo trattato per torgli la città di Pistoia. Fatti i preparamenti, la mattina innanzi giorno del dì 28 di gennaio si presentò egli alle fosse di quella città, con ponti, scale ed altri edifizii, due mila fanti e settecento cavalli. Data alle mura la scalata, v'entrò, e dopo lunga battaglia colla guarnigion di Castruccio, s'impadronì della terra, con fuggirsene Arrigo e Valerano, figliuoli del medesimo Castruccio, e i lor soldati a Serravalle. La misera città andò tutta a sacco, e durò ben dieci giorni la crudel ruberia: il che trattenne que' soldati dal far altre conquiste nel territorio. Per mare e per terra fu spedito a Castruccio il funesto avviso di questa perdita. Egli, dopo tre dì, avutolo, si congedò ben tosto dal Bavaro, ed immediatamente nel primo giorno di febbraio s'avviò alla volta di Pisa colla sua gente. Lasciata poi questa in cammino, marciò egli innanzi colla maggior sollecitudine possibile, ed arrivò a Pisa con soli dodici cavalli nel dì 9 del mese suddetto. Da lì a qualche giorno vi giunse anche la sua milizia. Prese egli nel mese d'aprile al tutto la signoria di essa città di Pisa, ed impose colte e gabelle per fornirsi di danaro, risoluto di riacquistare Pistoia, e ciò senza riguardo alcuno al Bavaro, che ne era padrone, e al conte d'Ottinghe inviato colà per governar la città. Si volle egli rifare, perchè dava la colpa al Bavaro della perdita di Pistoia, per averlo forzato ad andar seco a Roma. Poscia nel dì 15 di maggio col popolo di Lucca e di Pisa cinse d'assedio essa città di Pistoia[1134]. Per sua buona ventura era innanzi nata gara tra i Fiorentini e Filippo da Sanguineto, a chi dovesse toccar la spesa di provvedere Pistoia, città fornita di viveri appena per due mesi. Nè l'un nè gli altri volendo cedere, ed informato Castruccio di questo litigio e dello stato di Pistoia, tanto più s'animò ad assediarla. Di grandi battifolli, steccati e fosse fece egli fare all'intorno, acciocchè niuno potesse recarle soccorso, e cominciò a tormentar la città colle macchine e con frequenti assalti. In questo mentre anche i Fiorentini fecero un gagliardo apparecchio di gente, colla giunta d'altra che lor venne dal cardinal Beltrando legato, da Bologna, Siena, Volterra ed altre terre. Con queste forze, superiori di molto a quelle di Castruccio, almeno nella cavalleria, l'esercito fiorentino nel dì 20 di luglio andò a postarsi in faccia dei trinceramenti di Castruccio sotto Pistoia. Mostrò ben egli di voler battaglia; ma siccome cauto capitano si tenne forte nel suo campo; e maggiormente afforzandolo con forti ripari, lasciò che i Fiorentini, non veggendo maniera di snidarlo di là colla forza, marciassero verso Pisa, credendosi eglino che Castruccio si moverebbe per timore di perdere quella città. Nulla si mosse egli; un terribil sacco fu dato al territorio pisano sino alle porte; e intanto Simone dalla Tosa capitano di Pistoia, perduta la speranza del soccorso per l'allontanamento de' suoi, e perchè gli era oramai fallita la vettovaglia, nel dì 3 d'agosto (salve le persone col loro equipaggio) rendè a Castruccio quella città con grande vergogna e rabbia de' Fiorentini, i quali, udita la perdita di Pistoia, si ritirarono tosto a casa. V'ha chi scrive, aver Castruccio, dappoichè esso ottenne Pistoia, preso Prato, e dato verso Fucecchio una rotta all'armata fiorentina; ma di ciò non parlando le più vecchie storie, passerò a dire che egli, per paura del Bavaro, cominciò una tela co' Fiorentini e col papa; ma per tante fatiche ed affanni cadde da lì a non molti giorni infermo in Lucca; e, chiamati i suoi tre figliuoli Arrigo, Giovanni e Valerano, lasciò gli Stati al maggior di età, ordinando loro e ai consiglieri di ben fornire le città di Pisa, Lucca e Pistoia, e di stare uniti insieme. Poscia nel dì 3 di settembre nel colmo di sua grandezza e fortuna, in età di soli quarantasette anni, diede fine alla sua vita colla temporal gloria d'essere stato il più accorto, prode e belicoso principe de' suoi tempi e tale, che, se la morte non gli troncava il volo, pericolo v'era che Firenze e la Toscana tutta soccombessero alla di lui somma sagacità e bravura. Leggesi la di lui vita scritta da Niccolò Tegrimi nobile lucchese[1135], dove i suoi costumi e le sue massime si trovano pienamente descritte. I suoi figliuoli corsero Lucca, Pistoia e Pisa, e se n'impossessarono, con aver tenuta celata sette giorni la di lui morte: per la quale non si può esprimer quanta festa e tripudio si facesse in Firenze. Pareva a quel popolo di essere rinato.

Non avea cessato Castruccio, dacchè il Bavaro giunse a Lucca e Pisa[1136], di far tutti i più premurosi uffizii appresso di lui per ottenere la libertà a Galeazzo Visconte, e ai di lui fratelli e figliuoli. Lo stesso Marco Visconte, autor principale della lor rovina, che avea seguitato il Bavaro in Toscana, conoscendo l'eccessivo error commesso in danno della propria casa, e pentito del fallo, tuttodì si raccomandava per questo a Castruccio. Stette duro il Bavaro. Appresso in Roma tanto esso Castruccio, quanto altri principi ghibellini interposero la loro intercessione per la liberazion loro, e alle preghiere succederono le minaccie di abbandonarlo, se non concedeva loro tal grazia. Finalmente si lasciò vincere il Bavaro, e l'ordine andò che fossero rimessi in libertà. Scrive il Villani[1137] che Lodovico condannò Luchino ed Azzo a pagare venticinque mila fiorini d'oro, e che ne pagarono sedici mila. Comunque sia, ci assicura Buonincontro che li rimise in sua grazia, comandando che venissero in Toscana. Nel dì 25 di marzo furono liberati dalle carceri di Monza; quel popolo segretamente diede loro molti regali; ed essi andarono a Lucca a trovar Castruccio, il quale teneramente abbracciò Galeazzo, ed il creò suo generale all'assedio di Pistoia. Quivi per li crepacuori passati e per le fatiche presenti, gravemente s'infermò Galeazzo; e portato per ordine di Castruccio a Pescia, nel mese d'agosto, prima della resa di Pistoia, in età di cinquantun anni meschinamente morì, lasciando un grande esempio della volubilità delle grandezze terrene. Torniamo ora al Bavaro, i cui disegni in Roma erano di assalire il regno di Napoli; ma l'essersi partito da lui Castruccio con sue genti, e il non comparir mai, secondo il concerto, la flotta di Federigo re di Sicilia, che s'era collegato con lui ai danni del re Roberto, arenò tutta l'impresa. Fece bensì unito coi Romani a lui qualche guerra, ma di poco momento, perchè troppo penuriava di moneta, e vi era discordia nell'esercito suo. All'incontro, il re Roberto[1138] prese Ostia, Anagni ed altri luoghi. Per questi ed altri motivi il Bavaro, non veggendosi più sicuro in Roma, se ne partì col suo antipapa nel dì 4 d'agosto, con fargli le fischiate dietro quel popolo romano che dianzi tanta festa avea mostrato per lui, e venne a Viterbo. Nel dì seguente entrarono in Roma Bertoldo Orsino e Stefano dalla Colonna, prendendone possesso a nome di papa Giovanni, e colà ancora successivamente arrivarono il cardinal legato ed ottocento cavalieri del re Roberto, con esserne fuggiti Sciarra dalla Colonna, che da lì a non molto mancò di vita, Jacopo Savello e gli altri Ghibellini. Venuto il Bavaro a Todi, dalla qual città cavò quattordici mila fiorini, pensava di passare a dirittura ad Arezzo, istigato dai Ghibellini di marciare addosso a Firenze, quando gli giunse nuova che don Pietro, figliuolo di Federigo re di Sicilia, con una potente flotta andava in traccia di lui, e desiderava di seco abboccarsi a Corneto. Andò colà, e dopo molti contrasti e rimproveri, per essere egli tardato tanto a venire, si trattò di nuovo di far guerra al re Roberto. Ma troppo era in collera Lodovico, perchè Castruccio gli avea tolta Pisa, e però volle prima portarsi colà. Nel viaggio colla sua gente e co' Siciliani prese Grosseto; e, giuntagli colà la nuova della morte di Castruccio, affrettò i passi, e nel dì 21 di settembre arrivò a Pisa, ricevuto con somma allegrezza da quel popolo. Se ne fuggirono a Lucca i figliuoli di Castruccio, conoscendo d'essere troppo in odio ai Pisani. L'armata siciliana in tornando a casa, assalita da una fiera tempesta, colla perdita di quindici galee e con altri danni, arrivò molto sconciata e scemata in Sicilia. Andò poscia il Bavaro a Lucca ad istanza di quei cittadini, e tolse la signoria di quella città ai suddetti figliuoli di Castruccio con giubilo di quel popolo. Ma finì presto la lor festa, perchè il Bavaro impose loro una colta di cento cinquanta mila fiorini d'oro; stoccata che arrivò loro al cuore. Parimente per danari riconfermò il dominio di quella città agli stessi figliuoli di Castruccio. Anche l'allegrezza dei Pisani si convertì ben tosto in lutto, avendo essi dovuto pagare altri cento mila fiorini d'oro. Questi erano i benefizii, co' quali Lodovico il Bavaro si rendeva amabile ai popoli di Italia. Pure, con tutti questi fieri salassi alle borse altrui, non correano le paghe ai suoi soldati, e, per tal motivo, fatta congiura, ottocento dei suoi migliori cavalieri tedeschi nel dì 29 d'ottobre disertarono da Pisa, e corsero a Lucca per impadronirsene; ma, trovate le porte chiuse per avviso precorso della lor venuta, diedero il sacco ai borghi di quella città, e poi ridottisi sul Ceruglio nella montagna di Vivinaia, quivi si fortificarono, con vivere da lì innanzi di rapine e di tributi di tutti i contorni. E perciocchè il Bavaro, non avendo attenuta la promessa di pagar loro sessanta mila fiorini, inviò ad essi Marco Visconte per trattar di concordia, il ritennero prigione: dal che poi nacquero altre novità che andremo vedendo.

Già di sopra accennammo che Cane dalla Scala, tuttochè ghibellino, andò poco d'accordo coi Visconti. Era anche disgustato di Passerino de' Bonacossi signor di Mantova. Perciò diede mano e braccio ad una congiura formata contra di lui[1139] dai figliuoli di Luigi da Gonzaga, cioè Guido, Filippino e Feltrino, nobili antichi di Mantova, che si truovano registrati vassalli della contessa Matilda. Ebbero essi dallo Scaligero e da Guglielmo di Castelbarco ottocento fanti e trecento cavalli, co' quali inaspettatamente entrati in Mantova la mattina del dì 16 d'agosto, correndo quivi la festa di san Leonardo, s'impadronirono della piazza. Il Platina scrive[1140] ciò succeduto nel dì 17 di luglio. Accorso Passerino, vi restò trucidato[1141]. Furono presi Francesco e l'abbate di Sant'Andrea suoi figliuoli, e Guido e Pinamonte figliuoli di Botirone già suo fratello, e consegnati a Niccolò Pico ed agli altri nobili della Mirandola, i quali li condussero al castello del Castellaro della diocesi di Modena, e, in vendetta della morte di Francesco lor padre, quivi nelle prigioni barbaricamente li lasciarono morir di fame. In tal congiuntura si sfogò lo sdegno de' congiurati anche contro molti de' parziali e soldati di Passerino, che non poterono fuggire, e massimamente contra de' suoi crudeli uffiziali. Inestimabili ruberie furono fatte in quella rivoluzion di Stato, e la maggior parte del bottino toccata a Cane dalla Scala fu creduta da alcuni ascendere alla somma di cento mila fiorini d'oro. Questo miserabil fine ebbe Passerino, che pel suo aspro governo di tant'anni si guadagnò da' Mantovani e Modenesi il titolo di tiranno. Venne appresso dal popolo di Mantova proclamato lor signore di nome Luigi da Gonzaga; ma l'esercizio del dominio restò nei suoi valorosi figliuoli, i quali coi lor discendenti renderono poi gloriosa in Italia la famiglia Gonzaga, e continuarono la signoria in Mantova sino al principio del presente secolo decimo ottavo di Cristo, in cui io scrivo. In quest'anno ancora Carlo duca di Calabria, unico figliuolo di Roberto re di Napoli[1142], infermatosi, giunse al fine di sua vita nel dì 9 ovvero 10 di novembre, con dolore inesplicabile del padre e di que' popoli, perchè era buon principe, amatore della giustizia, pio ed amorevole verso tutti. Non lasciò dopo di sè alcun maschio, ma bensì due femmine, Giovanna già nata, e Maria, che nacque dopo la morte del padre da Maria di Valois, sorella di Filippo di Valois, il quale in questo anno, venuta meno la figliuolanza di Filippo il Bello, diventò re di Francia. Col tempo il regno di Napoli ebbe da piagnere maggiormente la perdita di questo principe senza eredi maschi, siccome andremo vedendo. In Firenze fu gran duolo per la sua morte; ma molti ancora internamente se ne rallegrarono, perchè finì il suo dominio in quella città, ed ivi si tornò alla libertà primiera. Erano in questi tempi signori della città di Lodi Sozzo e Jacopo de' Vestarini, ed aveano esaltato di molto un lor famiglio, già mugnaio, uomo fiero, nominato Pietro Tremacoldo, per soprannome il Vecchio, con farlo capo delle lor guardie, e lasciargli in mano le chiavi di una porta della città[1143]. Molte scelleraggini e crudeltà commise costui in servigio de' padroni, ma seppe anche guadagnarsi l'amicizia di molti. Perchè Sozzino giovine della casa dei Vestarini gli stuprò una nipote, e, fattane doglianza, ebbe in risposta solamente delle minaccie, talmente s'inviperì, che ne volle far alta vendetta. Però, introdotta una notte in Lodi una gran masnada di fanti, mise la terra a rumore, e presi i suddetti due signori, con quattro altri di quella casa (se ne fuggì Sozzino con altri), rinserrolli in uno scrigno, e quivi di fame li lasciò perire. Agl'indagatori de' gabinetti celesti dovette allora sembrar questo un giusto giudizio di Dio; perchè i Vestarini, dacchè aveano imprigionato alcuni, li dimenticavano nelle carceri, e permisero che molti d'essi morissero di fame, ridendo allorchè udivano che i miseri urlavano per non aver che mangiare. Fecesi per forza questo ribaldo vecchio proclamare signor di Lodi, e spedì subito a Guglielmo di Monteforte vicario di Milano, assicurandolo che terrebbe la città a parte ghibellina, e di aver tolto di vita i Vestarini, perchè voleano dar Lodi al legato del papa.

Sempre più andava peggiorando lo stato di Padova[1144]. Niccolò da Carrara, con gli altri fuorusciti, nell'anno precedente avea fatta gran guerra a quella città, maggiore la fece nell'anno presente con venir sino alle porte, e togliere ai Padovani buona parte de' loro raccolti. Entro di Padova Ubertino da Carrara con Tartaro da Lendenara teneva in continua inquietudine i miseri cittadini; nè giustizia si facea, nè modo si trovava da frenar le di lui insolenze. Corrado da Ovestagno, vicario del duca di Carintia in essa città, ad altro non attendeva co' suoi Tedeschi che ad ammassar danaro con ispogliar case e chiese, biasciando intanto de' Pater nostri, e facendo colle spoglie de' Padovani fabbricar chiese e monisteri nel suo paese. Mostrava bensì, secondo la sua politica, Cane dalla Scala di voler conservare le tregue con Padova, ma sotto mano porgeva aiuto ai fuorusciti, acciocchè facessero quanto di male potessero alla lor patria. Nè per quanti ricorsi fossero fatti al duca di Carintia, al legato del papa e a' marchesi estensi, per ottener aiuto, alcuno volea muovere un dito in lor favore. Marsilio da Carrara, uno de' più accorti uomini del suo tempo, veggendo andar così in malora la città, finalmente si appigliò al partito di fare il proprio negozio, con dar Padova a Cane dalla Scala, ed averne egli solo il merito tutto[1145]. Segretamente adunque spedì Filippo da Peraga a Cane, offerendogli il dominio della città, purchè Mastino dalla Scala di lui nipote sposasse Taddea da Carrara (che Alda è chiamata dal Mussato) figliuola di Jacopo già signore di Padova, e Marsilio conseguisse i beni di alcune ricche famiglie fuoruscite e il vicariato della città, ma solamente di nome, dovendovi Cane mettere tutti gli uffiziali, con altri patti vantaggiosi per lui. Altro non cercava che questo Cane, il quale da tanti anni ansava dietro a sì nobile acquisto, e tante guerre avea fatto e tanto danaro speso, senza mai poter ottenere il suo intento. Andò Mastino a Venezia, ed occultamente sposò Taddea da Carrara, che ivi si allevava, e compiè il matrimonio. Ciò fatto, Marsilio, dopo avere introdotto con varii pretesti molte centinaia di contadini armati in Padova, nel dì 3 di settembre, per avere più sciolte le mani e più balia ad eseguire il trattato, fece destramente insinuare al popolo di dare a lui la signoria della città; e ciò fu fatto. Poscia licenziò i Tedeschi, che erano ivi di presidio, soddisfatti delle lor paghe. Finalmente nel maggior consiglio della città spiegò la risoluzione da lui presa di cedere a Cane dalla Scala il dominio di Padova, giacchè altra maniera non v'era di salvarsi in mezzo a tante tempeste[1146]. Niuno osò di contraddire; e però, eletto il sindaco, nel dì 7 di settembre lo stesso Marsilio da Carrara con esso e con molti de' principali cittadini cavalcò a Vicenza, e presentò le chiavi della città a Cane, il quale appena si trattenne dal baciare un dono sì caro. Fece la sua magnifica entrata Cane in Padova nel dì 10 del suddetto mese, ricevuto con plauso e benedizioni da quel popolo, oramai convinto che altro rimedio non v'era a' suoi mali, fuorchè questo. La liberalità del novello principe si diffuse sopra i suoi più cari, e massimamente sopra Marsilio da Carrara, alle spese nondimeno de' fuorusciti, appellati ribelli; di modo che Marsilio divenne, di ricco che era, sommamente ricchissimo. Toccò ad essi fuorusciti lo starsene in esilio; e perchè Albertino Mussato, celebre storico, il quale ampiamente racconta questi fatti, osò di rientrare in Padova senza licenza, fu mandato a' confini a Chioggia, dove nell'anno seguente finì di vivere e scrivere. Solennemente ancora fu di nuovo sposata Taddea Carrarese da Mastino dalla Scala.

Tornato Cane a Verona, volle solennizzar questa importante conquista con una magnifica festa. Tenne dunque corte bandita in quella città nel dì ultimo di novembre. La Cronica di Verona[1147] dice nell'ultimo d'ottobre. Forse cominciò allora la festa, ed essendo durata un mese, terminò nel fine di novembre. Concordano gli autori in dire[1148] che incredibil ne fu la magnificenza per la varietà dei tornei, delle giostre, delle illuminazioni e d'altri pubblici suntuosi solazzi; pel concorso smisurato de' nobili di tutte le circonvicine città, essendovi stati cinque mila cavalli forestieri, ed intervenuti anche Obizzo marchese d'Este signor di Ferrara[1149], e Luigi da Gonzaga signore di Mantova; e finalmente per li gran regali fatti dallo Scaligero, che tenne sempre tavola aperta a tutta la nobiltà sì del paese che forestiera. La maggior solennità fu nel giorno in cui egli di sua mano creò cavalieri trentotto nobili delle prime case di Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Mantova, Bergamo, Como, Reggio di Lombardia e Vercelli. Simili funzioni in Italia si faceano in que' secoli pieni di guerre, e chiamati da noi barbari, ma che più non si mirano in Italia, tanto ingentilita, per essersi perduta la voglia delle corti bandite, e del giostrare e torneare, dacchè tante armate straniere fan qui dei torneamenti d'altra fatta. Aggiungasi la descrizione che il padre del Gazata, storico reggiano di questi tempi[1150], a noi lasciò del nobilissimo genio d'esso Scaligero. Gran copia teneva egli di cortigiani; ed, oltre a ciò, non v'era uomo di qualche grido o per le lettere, o pel mestiere dell'armi, o per singolarità in qualche arte, il quale, sbattuto dalla fortuna o dalle rivoluzioni della patria, sì frequenti in questi tempi, ricorresse a lui, che non fosse ben veduto e provveduto di abitazione e tavola nella sua corte. Venivano essi con tutta proprietà e lautezza serviti, e, secondo le lor professioni, erano distribuiti. Quivi i poeti, lì i filosofi, in altre camere gli artefici, i predicatori e simili. Sopra la porta di quelle camere si mirava qualche pittura che alludeva alla lor professione. Eranvi musici di canto e suono, e buffoni per rallegrar di tanto in tanto le cene ed i pranzi: ben addobbato il palazzo di arazzi e pitture. Talvolta ancora Cane voleva alla sua tavola or questo or quello di que' valenti uomini; ed uno fra gli altri fu Dante Alighieri, celebre poeta, che, bandito da Firenze, provò quanta fosse la generosità di questo principe, degno perciò di maggior vita e di comandare a più popoli. Funesto riuscì quest'anno a Venezia, perchè la morte rapì il loro doge, cioè Giovanni Soranzo[1151], a cui nel dì 8 di gennaio succedette in quella dignità Francesco Dandolo. Nè si dee tacere che, all'entrare di luglio[1152], venendo da Avignone la paga per li soldati del legato di Italia, consistente in sessanta mila fiorini d'oro, e scortata da cento cinquanta cavalieri, usciti fuor d'un agguato i Pavesi, ne presero almeno la metà con assai arnesi, somieri e prigioni. Ed ecco dove andavano le decime raccolte pel papa dall'aggravato clero. Anche negli anni addietro Jacopo re d'Aragona occupò da ducento mila fiorini d'oro, che gli uffiziali di papa Giovanni XXII aveano ricavato dagli ecclesiastici del suo regno, e se ne servì per torre la Sardegna ai Genovesi. Furono in quest'anno ancora novità in Reggio di Lombardia e in Parma. Nel mese di giugno Guiduccio e Giovanni de' Manfredi, e Giovanni Riccio da Fogliano, nobili reggiani[1153], uccisero Angelo da San Lupidio governatore di quella città per la Chiesa, ed uomo di molta pietà ornato, e poi se ne andarono alle lor castella. Era anche in Parma[1154] governatore pontificio Passerino dalla Torre; ma perchè con imposte ed altri aggravii opprimeva quel popolo, Marsilio de' Rossi ed Azzo da Correggio, nobili di quella città, nel dì primo di agosto scacciarono lui e il presidio papalino, e si fecero padroni di Parma. Nel dì seguente unitisi coi Fogliani e Manfredi suddetti, entrarono parimente in Reggio, e posero in fuga Arnaldo Vachera nuovo governatore inviatovi dal legato: con che amendue queste città tornarono a parte ghibellina, e que' nobili fecero lega con Cane dalla Scala, e con gli altri di sua fazione: avvenimento che atterrì forte il partito de' Guelfi. Ma il cardinal Beltrando legato tanto fece in Romagna[1155], che Alberghettino de' Manfredi signor di Faenza s'accordò con lui, parendo nondimeno che esso Alberghettino non gli lasciasse mettere il piede in quella città. In quest'anno un orribil tremuoto, oltre ad altri luoghi, sì fieramente conquassò la città di Norcia, che vi perirono da quattro mila persone.

NOTE:

[1130] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 47 e 53.

[1131] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 71. Raynald., Annal. Eccl. Baluz., Vit. Pap.

[1132] Albert. Mussatus, in Lud. Bavar. Bernard. Guid. Cont. Ptolom. Lucens.

[1133] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 57. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1134] Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.

[1135] Tegrim., Vita Castruccii, tom. 11 Rer. Ital.

[1136] Bonincontr. Morigia, Chronic. Mod., cap. 37, tom. 12 Rer. Ital.

[1137] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.

[1138] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 96.

[1139] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1140] Platina, Hist. Mantuan., lib. 2, tom. 20 Rer. Italic.

[1141] Moran., Chron. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1142] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 109.

[1143] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., cap. 38, tom. 12 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.

[1144] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 12, tom. 8 Rer. Italic.

[1145] Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital. Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital.

[1146] Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital.

[1147] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1148] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, lib. 12, tom. 18 Rer. Ital.

[1149] Gazata, Chron. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[1150] Gazata, in Praefat. ad ejus Histor., tom. 18 Rer. Ital.

[1151] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.

[1152] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 90. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1153] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1154] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 95.

[1155] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 94. Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

Anno di CRISTO MCCCXXIX. Indizione XII.

GIOVANNI XXII papa 14. Imperio vacante.

Stando in Pisa Lodovico il Bavaro, si trovava più che mai fallito di moneta. Erano alla corte di lui Azzo figliuolo e Giovanni fratello del fu Galeazzo Visconte[1156], e forse erano forzati a starvi. Unitisi questi con Marco Visconte, stato sempre in grazia d'esso Bavaro, seppero così ben trattare i fatti loro, che coll'esibizione di settanta mila fiorini d'oro (il Villani dice cento venticinque mila), da pagarsegli parte in Milano e parte dappoi, ottennero quanto vollero: cioè Azzo impetrò il vicariato di Milano, e Giovanni dall'antipapa, che era venuto a Pisa, fu creato cardinale, e suo legato generale per tutta la Lombardia nel dì 18 di gennaio. Di questo danaro assegnò il Bavaro trenta mila fiorini d'oro ai Tedeschi ribellati che stavano nel Ceruglio, sperando di riavergli al suo servigio; ma, perchè non corse la moneta, Marco Visconte, siccome già accennai, fu ritenuto come ostaggio e mallevadore da essi. Andossene il valoroso giovane Azzo Visconte, accompagnato dal Porcaro (così è nominato dal Villani: io il credo Burgravio) uffiziale del Bavaro, per entrare in possesso di Milano, e giunse in Monza con giubilo di quel popolo. Quivi si fermò tredici dì, perchè Guglielmo conte di Monteforte governatore di Milano non volea cedere, se non era prima soddisfatto delle sue paghe. Azzo il soddisfece, e prese il dominio di Milano. Scrive il Villani che il Porcaro suddetto, a nome del Bavaro, ebbe da Azzo venticinque mila fiorini d'oro, coi quali marciò alla volta di Lamagna, senza mandare un soldo ad esso Bavaro, nè a' cavalieri del Ceruglio: del che il sitibondo Bavaro provò grande affanno. Anche Giovanni zio d'Azzo, e falso cardinale, dovette tornare in tal congiuntura a Milano; ed allora avvenne ciò che narra Galvano Fiamma[1157]: cioè che in quella città insorsero molti falsi religiosi, pubblicamente predicanti che papa Giovanni XXII era eretico scomunicato, deposto ed omicida, esaltando poi alle stelle l'antipapa Niccolò. Una gran fazione di frati minori col loro generale fra Michele da Cesena era allora troppo inviperita contra del papa per alcune ridicole questioni della lor povertà. Accadde ancora che nel dì 2 di febbraio il capitano pontificio del Patrimonio cogli Orvietani[1158] credendosi d'occupare la città di Viterbo, vi entrò ostilmente; ma vi rimase sconfitto. Oltre a ciò, il conte di Chiaramonte, creato marchese della marca d'Ancona dall'antipapa, con gente del Bavaro e cogli altri Ghibellini entrò nella città di Jesi; e presovi Tano, che la signoreggiava, o piuttosto la tiranneggiava, col credito d'essere uno de' primi caporali de' Guelfi, gli fece tagliare la testa. Albertino Mussato attesta[1159] che esso conte s'impadronì della maggior parte della marca. I Romani anche essi, perchè pativano gran carestia, nè Guglielmo da Ebole vicario del re Roberto, e senatore allora di Roma, provvedeva al loro bisogno, alzato rumore, il cacciarono vituperosamente dalla lor città, e crearono senatori Stefano dalla Colonna e Ponciello degli Orsini, che seppero provvedere di grano quella città. Finalmente i Tarlati di Pietramala, signori di Arezzo e di Città di Castello, possenti ghibellini, s'impadronirono di Borgo San Sepolcro, togliendolo alla Chiesa.

In tale stato di confusione si trovava l'Italia, quando a tutto un tempo si vide andare in depressione il Bavaro col suo antipapa, e risorgere gli affari di papa Giovanni[1160]. I primi ad abiurare l'uno e l'altro furono Rinaldo, Obizzo e Niccolò fratelli, marchesi estensi, signori di Ferrara, Rovigo, Comacchio ed altri luoghi. Non potendo essi accomodarsi più alle stravaganti ed empie azioni di Lodovico il Bavaro, massimamente dopo la detestabil creazione dell'antipapa, cercarono fin dall'anno precedente di mettersi in grazia del pontefice, e gli spedirono ambasciatori ad Avignone con espressioni di tutta umiltà, offerendosi a' suoi servigi[1161]. Il papa, duro finora con essi, al considerare il proprio pericoloso stato per le tante novità d'Italia, si ammollì facilmente verso di loro. Fecesi conoscere (e ci volea ben poco) che non erano quei miscredenti ed eretici che venivano spacciati ne' falsi processi fabbricati contra di loro. Però il papa, dopo ricevuta la confessione, che essi riconoscevano Ferrara per istato indubitato della Chiesa romana, annullò le scomuniche, e levò l'interdetto a Ferrara, nè più inquietò gli Estensi per conto del possesso e della signoria di quella città; anzi loro la confermò coll'obbligo del censo annuo di dieci mila fiorini d'oro. Fecero di più i marchesi[1162]. Servironsi della parentela che passava fra loro ed Azzo Visconte, e di Beatrice Estense madre di esso Azzo, e zia de' marchesi, per istaccare il medesimo Azzo dal Bavaro. Troppo era chiaro che niun potea fidarsi di questo principe, il quale, chiamato in Italia contra de' Guelfi, nulla finora avea operato di rilevante contra d'essi; con attendere solamente a rovinar gl'interessi de' principi e delle città ghibelline sue seguaci, avendole smunte tutte di danaro, e sì obbrobriosamente maltrattati i Visconti. Ultimamente ancora avea di nuovo nel dì 16 di marzo[1163] tolta la signoria di Lucca ai figliuoli di Castruccio, e datala a Francesco Castracane degli Interminelli per ventidue mila fiorini d'oro. Questi ed altri motivi, congiunti col riguardo della religione, sì malmenata dal Bavaro, fecero buona breccia nel cuore d'Azzo Visconte; e tanto più perchè gli stava tuttavia davanti agli occhi l'orrida prigionia patita in Monza, e gli altri indegni strapazzi fatti al padre e alla sua famiglia dallo sconoscente Bavaro. Cominciò pertanto a trattare segretamente ad Avignone per acconciarsi col papa, e si rimise in sua grazia, siccome dirò all'anno seguente; nè più mandò un soldo al Bavaro, che pure al sommo penuriava di moneta. Giudicò bene il Bavaro di calar egli in persona in Lombardia, giacchè assai chiaramente scorgeva che non più per lui, ma contra di lui era Azzo Visconte[1164]. Giunto al Po, secento suoi fanti balestrieri disertarono, e andarono a prendere soldo dal signor di Milano: colpo che sconcertò non poco l'animo del Bavaro. Tenne un parlamento a Marcheria sino al dì 21 d'aprile[1165], al quale si trovò Cane dalla Scala, accompagnato da più armati che non avea lo stesso Bavaro, perchè neppur egli si fidava molto di chi parea rivolto ad assassinar gli amici, e non a distruggere i nemici. Quivi si trattò di far oste contra di Milano. I fatti danno assai a conoscere che lo Scaligero non se ne volle impacciare. Aveva egli altre idee in capo. In questo mentre Azzo Visconte nel dì 17 d'aprile spinse a Monza cinquecento cavalli, che, entrati in quella città, se ne impadronirono. Lodovico duca di Tech, ivi governatore pel Bavaro, si ritirò co' suoi Tedeschi nel castello, dove con grandi fossi e steccati fu rinserrato. Arrivò sul principio di maggio il Bavaro a Lodi, e gli furono serrate le porte in faccia; poscia fu sotto Monza, ed entrò nel castello; ma ritrovò il presidio del Visconte ben preparato nella terra alla difesa[1166]. Nel dì 11 di giugno si portò colla sua gente sotto Milano, e ne cominciò l'assedio, alloggiando nel monistero di San Vittore. Azzo avea prese tutte le precauzioni necessarie, ed era per lui tutto il popolo, il quale andava facendo di tanto in tanto dei badalucchi con gli assedianti, villaneggiando i Tedeschi. Ma Azzo, da uomo prudente, non lasciava passar giorno che non mandasse mattina e sera qualche rinfresco e regalo di vini preziosi e di altri viveri al Bavaro. Si trattò d'accordo; ed Azzo, per ricuperar dalle mani di lui il forte castello di Monza, e per mandarlo via il meno malcontento che si potesse, gli pagò una somma di danaro: non si sa quanto.

Nel dì 19 di maggio andò il Bavaro a Pavia[1167], e quivi stette sino al principio d'ottobre; nel dì 25 settembre diede ad Azzo Visconte l'investitura del vicariato di Milano, rapportata dal Corio[1168]. Passò dipoi a Cremona, e di là a Parma, per certi trattati che avea di torre Bologna al cardinal Beltrando dal Poggetto. Ma, scoperta la trama, nel dì 9 di dicembre si portò a Trento per parlamentare con certi baroni di Germania, e affine di provveder gente, mostrandosi risoluto di tornare alla primavera contra di Bologna. Colà gli arrivò nuova della morte di Federigo duca d'Austria emulo suo, e che gran moto si faceva per eleggere un nuovo re de' Romani: però passò in Germania per attendere a' fatti suoi, nè mai più gli venne voglia di comparire in Italia, dove lasciò un'abbominevol memoria di sè medesimo presso i Guelfi, e forse non minore presso degli stessi Ghibellini. Maneggiossi in questi tempi Cane dalla Scala per introdurre accordo fra il Bavaro ed Azzo Visconte, nè volle mai dar braccio ad esso Bavaro per le sue meditate imprese. Solamente mandò e lasciò andare Marsilio da Carrara con gente in aiuto de' Rossi, mentre il legato del papa facea guerra a Parma[1169]. Marsilio fu quasi preso da Simone da Correggio in quella spedizione. Ora, dopo aver Cane tenute in esercizio le sue truppe senza far nulla per molto tempo[1170], finalmente nel dì 4 di luglio si mosse da Padova con potente esercito, e andò a mettere l'assedio a Trivigi. Guecelo Tempesta avvocato e signor di Trivigi si sostenne per quattordici giorni; ma veggendo che il duca di Carintia, in vece di inviare un gagliardo soccorso, animava solamente con delle grandiose promesse, nel dì 18 del detto mese capitolò con buoni patti la resa di quella città. Magnificamente v'entrò il vittorioso Scaligero; ma a sì bel giorno tenne dietro una bruttissima sera. Ecco sorpreso Cane da una mortal malattia, che nel dì 22 d'esso mese, in età solamente di quarantun anno, il fa sloggiare dal mondo, allora appunto ch'egli era giunto all'auge della grandezza: principe glorioso, amato e temuto non meno pel valore che pel senno, e per la sua magnificenza ed onoratezza. S'egli maggiormente campava, par bene che si sarebbe stesa la sua potenza molto più oltre. Era padrone di Verona, Vicenza, Padova, Trivigi, Feltre, Cividal di Friuli e d'altri luoghi, dei quali restarono eredi i due suoi nipoti Alberto e Mastino, legittimi figliuoli di Alboino, senza che v'abboccassero i suoi figliuoli bastardi. Marsilio da Carrara, che con Bailardo da Nogarola assistè alla morte d'esso Cane, corse tosto a portarne la nuova a Padova, ed onoratamente fece che quel popolo giurasse nelle sue mani fedeltà ai due fratelli Scaligeri. Alberto dalla Scala nel dì 27 di luglio[1171] prese il possesso di Padova, ed appresso vennero in potere di lui Conegliano, Asolo, e le restanti castella del Trevisano. Bartolomeo e Giliberto, figliuoli bastardi del predetto Cane, sul fine di quest'anno accusati d'aver macchinato contra la vita e lo stato de' due regnanti Scaligeri, furono presi e condannati ad una perpetua carcere. Francesco loro maestro fu strascinato a coda di cavallo, e poscia impiccato per la gola. Era in questi tempi Marco Visconte tuttavia per ostaggio coi Tedeschi nel Ceruglio, amato e riverito da loro, perchè il conoscevano personaggio di gran perizia nei fatti di guerra[1172]. Come fu partito di Toscana il Bavaro, s'intesero essi Tedeschi con altri che stavano di guarnigione nell'Agosto, cioè nel castello ossia nella fortezza di Lucca; e, fatto lor capitano il suddetto Marco Visconte, a dì 15 d'aprile cavalcarono di notte, e furono ricevuti nell'Agosta. Minacciando poi di correre la città, Francesco Castracane, signore ivi pel Bavaro e i Lucchesi, diedero loro d'accordo la signoria di Lucca; e, perciocchè tal fatto era succeduto con segreta intelligenza de' Fiorentini che aveano promessa buona somma di moneta, mandarono i Tedeschi a Firenze per l'adempimento della parola, offerendo anche di dar Lucca al comune stesso di Firenze per ottanta mila fiorini d'oro. Per le dissensioni che di leggeri intervenivano allora nei consigli delle repubbliche, non accettarono i Fiorentini il partito. Se n'ebbero ben a pentire andando innanzi.

Anche i Pisani, dacchè videro il Bavaro, impegnato in Lombardia, pensarono a scuotere il di lui giogo; e fatto venir da Lucca Marco Visconte con alcune masnade di Tedeschi ribellati al Bavaro, nel mese di giugno levarono la terra a rumore, e ne cacciarono Tarlatino da Pietramala, che vi era vicario per esso Bavaro, co' suoi soldati, e si tornarono a reggere a repubblica. Altrettanto fece anche Pistoia. Ossia che Marco Visconte trattasse occultamente co' Fiorentini per farli padroni di Lucca, e forse anche di Pisa, e che perciò i Pisani cominciassero a mostrar diffidenza di lui; oppure che egli, uso agl'imbrogli, spontaneamente volesse andare a trattar co' Fiorentini: certo è ch'egli si partì di Lucca, e venne a Firenze, dove, ben ricevuto dai priori[1173], dopo molti ragionamenti con loro, e da loro regalato, ma riconosciuto per uomo instabile, sen venne alla volta di Bologna, dove dicono che segretamente si abboccò col cardinal Beltrando, con voce che gli promettesse di fargli avere Milano. Portatosi poscia a Milano, nel dì 14 d'agosto, fu amorevolmente accolto dal nipote Azzo, signore della città, e dai suoi fratelli Luchino e Giovanni, ai quali fece di gravi rimproveri, perchè lo avessero lasciato tanto tempo per ostaggio, senza pagare il convenuto danaro. Quindi si diede a grandeggiare in Milano; avea più seguito che lo stesso nipote Azzo; e fu creduto che gli volesse anche torre la signoria. Scrivono alcuni, che essendo ben uniti Azzo, Luchino e Giovanni, tra che gli andamenti di Marco erano loro sospetti, e il non potersi eglino dimenticare della rovina e prigionia lor procurata da esso Marco due anni prima, determinarono di sbrigarsene. Pietro Azario pretende[1174] che Luchino non solamente niuna mano ebbe al fatto, ma ne restò fortemente irritato. Invitaronlo dunque ad un convito[1175], dopo il quale, chiamatolo in camera, fecero strangolar lui, e gittar giù dalle finestre il suo corpo nel dì 8 di settembre, oppure in altro giorno. Questo atto di gettarlo dalle finestre non par vero, stante l'onorevol sepoltura che i nipoti e i fratelli gli fecero dare. Altri dicono[1176] che egli da sè stesso, credendo di salvarsi, si gittò giù, e morì di quel salto. Almeno fu sparsa questa voce. Passò anche male all'antipapa Niccolò, bene nondimeno, secondo il suo merito[1177]. Partito che fu il Bavaro da Pisa, quel popolo, non vedendo volentieri in lor casa un sì abbominevol mostro, gli fecero intendere che se n'andasse. Raccomandossi costui al _conte Fazio _di Donoratico, che il tenne occulto per alquanti mesi in un suo castello; ma, per paura che i Fiorentini l'avessero scoperto, e gliel togliessero, segretamente il ridusse di nuovo a Pisa nell'anno seguente, e tennelo appiattato in sua casa fino al dì quarto d'agosto. In fine, essendo traspirato dove egli era, si cominciò a trattare di darlo in mano di papa Giovanni, che fu lietissimo di questo regalo, e fece perciò molte grazie a' Pisani[1178]. Abiurati i suoi errori in Pisa, e ricevutane l'assoluzione, fu condotto in una galea a Marsilia, e di là ad Avignone, con una salva di villanie e maledizioni dovunque egli passava. Quivi pubblicamente davanti al papa in pubblico concistoro rinnovò la sua abiura; poscia posto in carcere, trattato come familiare, ma custodito qual nemico, da lì a tre anni diede fine a' suoi giorni. Ed ecco dove andò a terminare la detestabil tragedia di Lodovico il Bavaro contro della Chiesa romana. S'erano già tolte di sotto il dominio pontificio le città di Parma e Reggio[1179]. Il cardinal Beltrando legato nel dì 19 di marzo fece oste contra queste città con ottocento cavalli e più di sedici mila fanti, dando il guasto a tutto il paese. I Correggieschi erano con lui. Orlando e Pietro de' Rossi teneano Parma, i Manfredi Reggio. Dovette seguire qualche accordo fra loro; imperciocchè nel dì 17 d'agosto chiamati a Bologna[1180] il suddetto Orlando ed Azzo de' Manfredi, il legato, che non manteneva patti, se non quando gli tornava il conto, perchè non gli vollero dare l'intero dominio di Parma e Reggio, li fece imprigionare. Nel settembre rinnovò la guerra contro di quelle città, e bruciò i borghi di Reggio e quante ville potè. Nel novembre Marsilio e Pietro de' Rossi, irritati contro al legato per la prigionia d'esso Orlando, condussero il Bavaro a Parma, e da lui ottennero il vicariato di quella città. Nel dì 27 d'esso mese mise il Bavaro un suo vicario in Reggio.

Fecero pruova anche i Modenesi dell'infedeltà del legato[1181], il quale non volendo stare a' patti precedenti, in occasion delle guerre suddette, nel dì ultimo di giugno fece assediar Modena per quattro giorni. Accordo poi seguì nel dì 4 di luglio, essendo stati obbligati i Modenesi a ricevere di presidio cinquanta uomini d'armi del legato, e di concedergli la quarta parte del dazio delle porte[1182]. Ma dacchè il popolo di Modena seppe che il Bavaro era venuto a Parma, ed avea posto presidio in Reggio, saltarono su molti amatori della parte dell'imperio, che cominciarono a consigliare che, giacchè Dio avea lor mandata la buona fortuna di potersi dare all'imperadore, non bisognava lasciarsi scappar dalle mani sì bella occasione. A piè pari vi saltò dentro il forsennato popolo; supplicò per aver presidio tedesco, ed ebbe la sospirata grazia, con inviar anche in dono al Bavaro tre mila fiorini d'oro: picciolo refrigerio alla sua sete. Il conte palatino di Turge, maresciallo del Bavaro, con ottocento cavalli la sera del dì 28 di novembre entrò in Modena, giorno felice, giorno beato. Non capivano in sè stessi i mal accorti Modenesi per l'allegrezza; corsero tutti a baciar l'armi e le vesti de' ben venuti Tedeschi; buona cena preparata per loro, e facevano ai pugni per averli cadauno in lor casa. Nel giorno seguente cominciarono questi onorati forestieri a visitar granai, cantine e fenili dei cittadini: tutto era roba loro, a sentirli parlare; e chi neppur intendeva il loro ferloccare, si accorgeva ai fatti che parlavano daddovero. Diedersi poi a spogliare il territorio, a mettere colte e taglie: ogni dì ce n'era una nuova; i poveri osti e bottegai perderono tutti la scherma: tante erano le avanie e maniere di rubare e di prendere tutto senza pagare, che adoperavano questi sottili ed inumani insidiatori delle sostanze altrui. Curiosa cosa e insieme compassionevole si è il racconto minuto che delle loro invenzioni e ribalderie fa Bonifazio Morano autore di veduta. Oh allora sì che proruppero i Modenesi in mirabili atti di pentimento; ma il fallo era fatto, e conveniva farne la penitenza. Anche lo spirituale di questa città andò tutto sossopra, perchè il Bavaro mandò a star qui nel dì undici di dicembre un certo Orlando vescovo tedesco, il quale, intitolandosi vicario dell'antipapa, afflisse in varie maniere il clero, e metteva all'incanto tutti i benefizii. Intanto nel dì 15 d'esso mese Guido e Manfredi de' Pii ottennero dal Bavaro il vicariato di Modena, e diedero principio alla lor signoria, ma senza poter mettere alcun freno all'indicibil ingordigia e disordine degli scapestrati Tedeschi. La Cronica Estense[1183] mette sotto l'anno precedente che Ricciardo de' Manfredi occupò Faenza, e poi la diede al cardinale legato. Ma, secondo il Villani[1184] avendola esso legato assediata nel dì 6 di luglio, l'ebbe a patti, dopo venticinque giorni, nell'anno presente da Alberghettino de' Manfredi, al quale fece di grandi promesse, e intanto il volle confinato in Bologna. Ma perchè si scoprì nell'ottobre di quest'anno[1185] in essa città di Bologna una congiura contra del legato per dar quella città al Bavaro, il medesimo Alberghettino con altri nobili primarii di Bologna ebbe tagliata la testa. Quando allora per semplici sospetti o per vendetta si volea torre taluno dal mondo, sempre era in pronto la voce e il processo d'una congiura. Può nondimeno essere che questa fosse vera; ma il legato era in poco buon concetto presso di tutti. Ucciso fu nel settembre di quest'anno Silvestro de' Gatti tiranno di Viterbo, e quella città coll'altre del Patrimonio e della Marca venne all'ubbidienza del cardinale Orsino legato del papa[1186]. Esibirono più volte i Tedeschi del Ceruglio, dominanti in Lucca, ai Fiorentini quella città per danari; e questi, o per diffidenza della fede di quell'aspra gente, o perchè sperassero miglior mercato, non vi vollero giammai acconsentire. Udendo poi che i Pisani erano in trattato di comperarla per sessanta mila fiorini d'oro, ne sturbarono il contratto col fare gran guerra a Pisa, ed obbligar quel popolo a chiedere pace. Fecesi innanzi in questo mezzo Gherardino Spinola Genovese, e collo sborso di trenta mila fiorini (Giorgio Stella scrive[1187] settantaquattro mila), comperata da' Tedeschi la signoria di quella città, v'entrò nel dì 2 settembre: il che rincrebbe forte ai Fiorentini, nè vollero perciò dare ascolto alcuno alle proposizioni di pace loro fatte da esso Spinola. La suberbia e avarizia di quel popolo la vedremo ben gastigata, andando innanzi.

NOTE:

[1156] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 117.

[1157] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.

[1158] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 118 e 122.

[1159] Albertinus Mussatus, in Ludov. Bavar.

[1160] Raynaldus, Annal. Eccles. ad ann. 1328, num. 54.

[1161] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1162] Raynaldus, Annal. Eccl. ad hunc annum, num. 20.

[1163] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 124.

[1164] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., cap. 40, tom. 12 Rer. Ital.

[1165] Albertinus Mussatus, in Ludov. Bavar.

[1166] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1167] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 146.

[1168] Corio, Istoria di Milano.

[1169] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1170] Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital.

[1171] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1172] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 129.

[1173] Bonincon. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.

[1174] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1175] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 133.

[1176] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1177] Bernardus Guid., in Vit. Johann. XXII.

[1178] Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330.

[1179] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1180] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 8 Rer. Ital.

[1181] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.

[1182] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1183] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1184] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 140.

[1185] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXX. Indizione XIII.

GIOVANNI XXII papa 15. Imperio vacante.

Maggiormente risorse in quest'anno in Italia l'autorità di papa Giovanni, dacchè, tornato Lodovico il Bavaro in Germania, non v'era apparenza che gli tornasse voglia di rivedere l'Italia, dacchè colle passate azioni e colle sue infedeltà ed estorsioni avea troppo alienato da sè gli animi degl'Italiani. L'antipapa, siccome abbiam detto, andò a far penitenza de' suoi reati nella prigione avignonese. I marchesi estensi signori di Ferrara già s'erano riconciliati col pontefice. I Romani anch'essi ravveduti, con avergli spediti ambasciatori, gli prestarono la dovuta ubbidienza. I Pisani, pel servigio a lui prestato di dargli nelle mani il desiderato antipapa, ottennero quel che vollero da lui. Azzo Visconte signor di Milano, e Luchino e Giovanni suoi zii nell'anno addietro aveano fatto negozio con esso papa per guadagnar la sua grazia, con aver inviati ambasciatori e chiesto perdono, ed aver Giovanni deposta la porpora cardinalizia ricevuta dall'antipapa, ed abiurata la sua amicizia[1188]. Ma pare che solamente nel febbraio di quest'anno, oppure più tardi, si desse compimento al loro trattato, giacchè gran merito s'era fatto esso Azzo col rivoltarsi contra del Bavaro. Fu perciò pienamente tolto l'interdetto a Milano, e Giovanni fu da lì a qualche tempo creato vescovo di Novara. Perciò la Dio mercè in Italia cessò lo scisma, e dappertutto Giovanni XXII era riconosciuto per vero e legittimo papa. Lo stesso Bavaro anch'egli si studiò di placarlo, con avere interposti alla corte pontificia i buoni ufizii di Giovanni re di Boemia, di Baldovino arcivescovo di Treveri e di Ottone duca d'Austria[1189]. Esibiva egli di abolire tutti gli atti passati, di confessarsi reo, di riceverne la penitenza, purchè se gli conservasse l'imperio. Oh quest'ultimo non piaceva al papa, e perciò tutto il resto fu sprezzato, e continuossi a tenerlo per iscomunicato ed eretico. Ma con tutta questa depressione del Bavaro, ed esaltazione di papa Giovanni, non cessavano già in Italia le pestilenti dissensioni de' Guelfi e Ghibellini; e chiunque avea forza, cercava di stendere le fimbrie del suo dominio. Continuò dunque la guerra anche nell'anno presente, ma con pochi considerabili avvenimenti. Il cardinal legato Beltrando dal Poggetto inviò le sue genti a' danni dei Reggiani[1190], le quali bruciarono molto di quel paese, con ridursi poi a Rubbiera. Ebbero i capitani d'essa armata un trattato, per cui a tradimento dovea essere loro data la terra di Formigine. Vennero essi perciò a quella volta nel dì 24 d'aprile con secento cavalli e quattrocento fanti[1191]; ma avutone sentor Guido e _Manfredi de' Pii _signori di Modena, arrivarono a tempo colle milizie per disturbar le faccende degli avversarii. Rimasero chiusi i papalini in un prato, circondato da fossi e paludi, di modo che, senza poter fare buona battaglia, nè fuggire, vi rimasero quasi tutti morti o prigionieri. Fra gli ultimi si contarono Beltramone e Raimondo del Balzo, e un fratello bastardo del re Roberto. Il primo era maresciallo dell'armata pontificia. Furono essi condotti prigioni a Modena[1192], poi comperati per sei mila fiorini d'oro dai Rossi signori di Parma; e, per attestato di Matteo Griffone[1193], servirono poi a liberar col cambio dalle carceri di Bologna Orlando Rosso ed Azzo Manfredi, iniquamente detenuti. Per questa perdita sbigottì molto il cardinal legato.

Ma giacchè abbiam parlato di Modena, convien ora aggiugnere, che continuando le innumerabili ruberie dei Tedeschi posti di guarnigione in questa città, con essere ridotti i cittadini a nulla avere che fosse suo, perchè quella bestial gente adoperava la mannaia (chiamata da essi la chiave dell'imperadore) per entrare dappertutto e prendere tutto, era ridotto il popolo alla disperazione, e gli pareva d'essere nel profondo dell'inferno. Trovò Manfredi de' Pii riparo a tanti guai, con fare che Marsilio de' Rossi vicario generale del Bavaro venisse in persona a Modena, e seco menasse via secento di questi manigoldi. Ce ne restarono trecento, i quali dipoi, il meglio che potè, tenne in freno la prudenza di Manfredi. Fece il legato capitan generale della sua armata Malatesta signore di Rimini, e nel dì 18 di giugno l'inviò a dare il guasto a Spilamberto. Dopo avere ricevuto soccorso di gente da Reggio e da Parma, andò la milizia di Modena[1194] nel dì 24 a Piumazzo con pensiero di dar battaglia; ma i nemici si ritirarono, e recarono poi altri danni al Modenese, con venir anche alle lor mani la terra di Formigine. Compiè in questo anno il suddetto cardinal Beltrando l'inespugnabil castello, da lui fabbricato in Bologna, con molte torri, alte mura ed immense fortificazioni[1195], e andò per la prima volta ad abitarvi. Dava egli ad intendere ai buoni Bolognesi che non avea quella fabbrica da servire per lui, ma bensì al papa, che era risoluto di venire in Italia, e di mettere la sua residenza in quella città: cosa che produrrebbe inesplicabil vantaggio ai cittadini, e farebbe correre fiumi d'oro e d'argento per le loro strade. La verità era, ch'egli solamente intendeva di assicurar sè stesso, e di mettere i ceppi a quella potente città. Si prevalsero di queste congiunture i marchesi estensi, divenuti amici del pontefice e del legato, per occupare ai Modenesi la terra del Finale nel dì 27 di luglio. Nel mese d'ottobre cavalcò il maresciallo della Chiesa colle sue genti sul Modenese, e prese le mercatanzie che venivano da Mantova a Modena. Ciò riferito a Modena, uscì armato il popolo, e mise il nemico in rotta, con ricuperar tutto, e condurlo trionfalmente in città. Sul principio di giugno riuscì ai Parmigiani di togliere al legato Borgo S. Donnino[1196]. Impadronironsi anche i Fiorentini di Monte Catino, castello de' Lucchesi, e corsero fino alle porte di Lucca, colla presa d'alcune altre castella di quei contorni. Videsi una scena nuova in Italia nell'anno presente. Dei due fratelli Alberto e Mastino dalla Scala signori di Verona, Padova e d'altre città, il primo, tenendo sua stanza in Padova, attendeva, siccome uomo pacifico, a darsi bel tempo. Mastino, persona bellicosa e feroce, tutto era applicato alla guerra. Ricorsero a lui per aiuto i Ghibellini usciti di Brescia[1197]; ed egli, presa la lor protezione, per isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quella città, entrò nel mese di settembre sul Bresciano, e dopo aver occupata a poco a poco una gran quantità di castella, finalmente imprese l'assedio della città stessa[1198]. Accadde che in questi tempi venne a Trento Giovanni conte di Lucemburgo e re di Boemia, figliuolo del già imperadore Arrigo VII, per alcuni suoi importanti affari, dicono del matrimonio di Giovanni suo picciolo figliuolo con una figlia del duca di Carintia[1199]. Trovandosi alle strette il popolo guelfo di Brescia, gli spedì ambasciatori, offerendogli il dominio della loro città, sua vita natural durante, e con patto di non introdurre in città i Ghibellini senza il consenso del loro consiglio generale, ch'egli non penò molto ad accettare. Rimandò intanto quegli ambasciatori a Brescia con trecento de' suoi cavalli, e fece intimare a Mastino di non molestar quella città, perchè era cosa sua. Mastino si ritirò, e Giovanni dipoi nell'ultimo dì di dicembre arrivò con più di quattrocento cavalli a Brescia, dove con eccessi di gioia e sommo onore fu ricevuto. Mastino non si fece poi pregar molto a rendergli le terre tolte ai Bresciani, ma con riceverne la promessa di rimettere in città gli usciti ghibellini. Quali conseguenze avesse un così inaspettato avvenimento, lo vedremo all'anno seguente. Secondo la Cronica di Giovanni da Bazzano[1200], nel dì primo di novembre fu dato il dominio della città di Cremona a Marsilio de' Rossi signore di Parma.

NOTE:

[1186] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 143. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1187] Georgius Stella, in Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1188] Gualvaneus Flamma, Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1189] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1190] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1191] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 154.

[1192] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1193] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1194] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1195] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1196] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 158 e 166.

[1197] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[1198] Cortus., tom. 12 Rer. Ital.

[1199] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Italic.

[1200] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXI. Indiz. XIV.

GIOVANNI XXII papa 16. Imperio vacante.

La venuta in Italia di Giovanni re di Boemia diede allora e dà tuttavia da astrologare ai politici ed agli storici. Pretende il Rinaldi[1201] ch'egli, siccome attaccato forte agli interessi di Lodovico il Bavaro, per consiglio e col consenso di lui venisse a sostenere il partito de' Ghibellini: cosa da lui meditata molto prima dell'acquisto di Brescia. V'ha ancora chi il pretende venuto come vicario d'Italia per esso Bavaro: il che nondimeno è falso, non apparendo ch'egli usasse giammai questo titolo. Altri poi pretendono[1202], che quantunque papa Giovanni con sue lettere pubblicasse che quel re di suo assenso non fosse entrato in Italia, e mostrasse di disapprovarlo, pure segretamente se l'intendesse con lui, e gradisse i suoi progressi. Questi misteri non è facile il dicifrarli. Sembra che sulle prime il Bavaro solamente si tenesse indifferente al veder Giovanni divenuto signor di Brescia, ma che poi gl'increscesse non poco il maggior innalzamento suo, e ne procurasse la rovina. All'incontro, può essere che sul principio il papa niuna mano avesse a farlo calare in Italia; ma, andando innanzi, si compiacesse della di lui grandezza, perchè sempre più veniva a tener lontano dall'Italia l'odiato Bavaro, benchè egli mostrasse il contrario, per non disgustare il re Roberto, aspirante anch'esso all'italico regno. Sia come essere si voglia, piantato che fu in Brescia il re Giovanni, senza badare alle promesse fatte a que' cittadini, richiamò colà tutti i Ghibellini fuorusciti, e volle che nella città fosse pace ed unione fra tutti, per quanto fu in sua mano: del che gli venne gran lode per tutta Lombardia. Azzo signor di Milano corse tosto a visitarlo per rinnovar la buona amicizia stata fra l'imperadore Arrigo VII di lui padre e la città de' Visconti, e gli portò anche di molti regali[1203]. Era la città di Bergamo in gran confusione e guerra civile per le fazioni. S'avvisò ancora quel popolo che questo principe, il quale niuna parzialità mostrava per le pazze sette degl'Italiani, sarebbe efficace medico alla grave sua malattia, e gli spedì ambasciatori, con sottomettersi al suo dominio, nel dì 12 di gennaio. Giovanni anche in quella città rimise la buona armonia e pace. Con questa paterna cura e fama di esatta giustizia tal credito s'acquistò egli, che Crema e Cremona da lì a poco il vollero per loro signore. Anche Ravizza Rusca signore di Como gli aveva promesso il dominio di Como, ma poscia il burlò[1204]. Se crediamo a Galvano Fiamma[1205], lo stesso Azzo Visconte nel dì 8 di febbraio per decreto del popolo milanese a lui sottopose Milano, e prese il titolo di suo vicario. Così nel mese di febbraio Pavia, Vercelli e Novara, senza ch'egli lo cercasse, inviarono ambasciatori a dargli la signoria delle loro città. Da' Reggiani[1206], Parmigiani, Modenesi, Mantovani e Veronesi gli vennero ambascerie, desiderando tutti di aver buona amicizia con lui. Nel dì 2 di marzo si portò egli a Parma, e da lì a tre dì nel pubblico consiglio fu proclamato signore di quella città: dopo di che fece rientrare in casa i Correggieschi e gli altri fuorusciti guelfi. Medesimamente essendo venuto nel dì 15 d'aprile a Reggio, quel popolo fece delle pazzie d'allegrezza, e gli conferì il dominio della città, sperando, anzi chiedendo ad alte voci, che deponesse i Manfredi e Fogliani, signoreggianti in essa. Giunto a Modena, qui ancora nel consiglio generale fu accettato per signore. Un incanto sembrò questa mutazione. Strana cosa tuttavia non dee parere, come per tutta Italia, senza altro esame, ognun prendesse inclinazione a questo principe e re straniero, imperocchè tutti si figuravano sotto il di lui governo di vedere estinte le fazioni, e di godere una dolce soavità di pace.

Crebbe poi la maraviglia, perchè avendo i Fiorentini[1207] continuato e maggiormente stretto l'assedio di Lucca mercè degli aiuti di gente loro inviata dal re Roberto, dai Sanesi e Perugini, quando erano sul più bello di conquistar quella città, ed aveano anche trattato segreto coi maggiori di Lucca; Gherardino Spinola signore di quella città, accortosi della mena, mandò tosto suoi ambasciatori al suddetto re di Boemia, pregandolo di accettar la signoria di Lucca con certi patti, fra' quali verisimilmente non mancò quello di restare vicario di lui in essa città. Non perdè tempo il re Giovanni ad inviare ambasciatori al campo de' Fiorentini, pregandoli di levarsi di là, perchè Lucca era sua città. Fu risposto che quell'impresa si faceva a petizione del re Roberto; e che perciò non poteano distorsene. Ma poscia, udito che Giovanni facea marciare ottocento cavalieri per dar soccorso a Lucca, e trovandosi discordia nell'esercito loro, si ritirarono nel dì 25 di febbraio da quell'assedio. Arrivarono poi nel dì primo di marzo gli ottocento cavalieri del re di Boemia a Lucca; e il primo a provare quanto fossero mal fondate le sue speranze nel Boemo, fu lo stesso Gherardino Spinola, perchè niun patto fu a lui mantenuto, e gli convenne uscir di quella città, piagnendo la perdita di essa e del tanto danaro impiegato per comperarsi un crepacuore. Anche i Modenesi e Reggiani tardarono poco a disingannarsi[1208]. Nè quelli voleano per padroni i Pii, nè questi i Fogliani e Manfredi; da tale speranza mossi s'erano dati al re di Boemia; ma il re per danari li confermò per suoi vicarii in queste città, e il più bello fu che il danaro pagato da essi per continuar nel dominio fu cavato con una colta messa alle borse del medesimo popolo, il quale li volea deposti. Accadde inoltre, che venuto esso re Giovanni a Modena[1209], si portò, accompagnato dal marchese di Monferrato e dal conte di Savoia, nel dì 16 d'aprile a Castelfranco ad un abboccamento col cardinale legato Beltrando dal Poggetto. Ebbero fra loro un lungo secreto colloquio; e perchè non bastò quel giorno a smaltire tutti i loro interessi, nel dì seguente tornarono a vedersi in Piumazzo, e non fu men lungo dell'altro il ragionamento loro. Non traspirò di che trattassero; ma seguirono tra loro molte finezze e un buon concerto; e furono osservati partirsi l'uno dall'altro molto allegri e contenti. Bastò questo, perchè allora i principi d'Italia aprissero gli occhi e prendessero in diffidenza non solo il Boemo, ma il papa stesso, deducendo da questi andamenti che fossero ben d'accordo e collegati insieme esso pontefice e il re; e che le lor mire fossero di assorbire, sotto lo specioso titolo di metter pace, l'Italia tutta. I primi dunque a far argine a questi occulti disegni, furono i marchesi estensi signori di Ferrara, Mastino dalla Scala signor di Verona e d'altre città, i Gonzaghi signori di Mantova, ed Azzo Visconte signor di Milano, tutti molto adombrati all'osservare quasi in un momento cresciuta cotanto la potenza del re Giovanni in Italia, e la sua unione col legato pontificio. A questo fine nel dì 8 d'agosto stabilirono fra loro in Castelbaldo una lega difensiva ed offensiva. Anche i Fiorentini adirati non solo per questo contra del Boemo, ma anche perchè era figliuolo d'Arrigo VII già lor fiero nemico, e perchè avea lor tolto, per così dire, di bocca il tanto sospirato acquisto di Lucca, s'accostarono nell'anno seguente a questa lega; anzi mossero tanti sospetti in cuore del re Roberto, che il trassero nella medesima alleanza. Sicchè, con istupore d'ognuno, si vide questa gran mutazione in Italia, cioè Guelfi e Ghibellini divenuti ad un tratto tutti uniti per abbassare il re di Boemia ed il frodolento legato. Diedero parimente nell'occhio a Lodovico il Bavaro questi rigiri ed ingrandimenti d'esso re in Italia; e però cominciò ad attizzar contra di lui i re di Polonia e d'Ungheria, e il duca d'Austria, i quali poi nel novembre dell'anno presente gli mossero guerra, e recarono immensi danni ai di lui Stati della Germania.

Fece intanto il re Giovanni venire in Italia Carlo suo figliuolo primogenito, che con un grosso corpo di combattenti arrivò a Parma, ed egli appresso nel mese di giugno, oppure sul principio di luglio, lasciato in Parma il giovinetto figliuolo sotto la cura di Lodovico di Savoia[1210], marciò ad Avignone per tessere col papa e col re di Francia grandi tele, cioè, secondo le apparenze, per soggiogar la Italia ed innalzar la sua casa, oppur quella di Francia, sulle rovine del Bavaro. Questi suoi passi maggiormente convinsero i principi d'avere un pericoloso nemico in casa; ed accertossene anche il re Roberto, perchè nel mese di settembre Teodoro marchese di Monferrato, collegato del re Giovanni, gli tolse la città di Tortona colle rocche, e ne cacciò la di lui guarnigione con suo danno e vergogna. La ricuperò poi Roberto nell'anno seguente. Prosperarono in quest'anno gli affari del cardinale legato in Romagna. Nel dì 3 di maggio, secondo la Cronica di Cesena[1211], Malatesta figliuolo di Pandolfo, anteponendo all'amore della sua casa i proprii vantaggi, si accordò con esso cardinale a' danni di Ferrantino Malatesta, signore di Rimini, e degli altri suoi parenti[1212], e l'aiutò a scacciarli da quella città. Egli in ricompensa fu creato capitan generale della armata pontificia, ed assediò le castella dove si erano ritirati i medesimi suoi parenti, trattandoli da nemici capitali. Si meritò per questo il soprannome di Guastafamiglia. Poscia il cardinale, giacchè, a riserva di Forlì, tutte le altre città della Romagna erano alla loro ubbidienza, raunò una possente oste della sua gente e di tutti i Romagnuoli, e mise l'assedio ad essa città di Forlì, devastando il territorio all'intorno. Erane signore Francesco degli Ordelaffi dopo la morte di Cecchino, accaduta in quest'anno. Quivi fabbricate alcune bastie, acciocchè tenessero bloccata quella città, tornò poscia l'armata a' suoi quartieri. Abbiamo dalle Croniche di Bologna[1213] che nel mese di novembre gli Ordelaffi fecero pace col legato; e, cedutogli Forlì, egli vi pose un governatore. Ma secondo le stesse ed altre Croniche[1214], pare che questa cessione si compiesse nel dì 26 di marzo dell'anno seguente, e che, in ricompensa di essa, il legato investisse Francesco degli Ordelaffi della città di Forlimpopoli. Cotante belle parole seppe poi dire il medesimo cardinale legato al popolo di Bologna, che l'indusse nel mese di novembre a dargli più ampio dominio nella loro città, e ad inviare ambasciatori a papa Giovanni, per dichiarare che Bologna perpetuamente sarebbe della Chiesa romana. Altrettanto fecero dal canto loro, se pure è vero, i Piacentini[1215]. Nel dì 26 di luglio del presente anno, trovandosi molto sconciata dalle discordie civili la città di Pistoia[1216], i Fiorentini, mossi da spirito di carità, ma non cristiana, spedirono colà cinquecento lancie e mille e cinquecento pedoni, che corsero la città, gridando: Vivano i Fiorentini. Si fecero dare la signoria d'essa città per un anno, e poi nell'anno seguente vi cominciarono un forte castello per più sicurtà della terra, diceano essi; e voleano dire, per seguitar sempre ad esserne padroni. Nuova guerra insorse quest'anno fra i Catalani e i Genovesi[1217]. Lamentavansi i primi che i Genovesi, i quali erano da gran tempo in credito di fare i corsari, quando se la vedeano bella, avessero recato di gravi danni ai loro legni. Il perchè con una flotta di quarantadue galee e di trenta navi armate, venuti alle due riviere di Genova, vi guastarono e bruciarono molti luoghi. Cagione fu questo loro insulto che i Guelfi dominanti in quella città, e i Ghibellini fuorusciti, padroni di Savona e d'altre terre, che già avevano fatta tregua fra loro, trattassero d'accordo e pace. A questo fine amendue le parti spedirono ambasciatori al re Roberto signore della città, che vi acconsentì nel dì 2, oppure 8 di settembre, ma di poco buona voglia; perchè fra le condizioni v'era che tutti i suddetti Ghibellini rientrassero in Genova e si accomunassero gli uffizii; e il re dubitava della lor forza, e più dell'animo loro.

NOTE:

[1201] Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330, num. 39.

[1202] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 173.

[1203] Bonincontr. Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1204] Gazata, Chronic. Regiens., tom. 18 Rerum Ital. Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1205] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon, tom. eod. Idem., in Manipul. Flor., cap. 369.

[1206] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1207] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 170.

[1208] Gazata, Chron. Regiens, tom. 18 Rer. Ital.

[1209] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1210] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 181. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Italic.

[1211] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1212] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 179. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.

[1213] Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1214] Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.

[1215] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXII. Indiz. XV.

GIOVANNI XXII papa 17. Imperio vacante.

Benchè i marchesi d'Este Rinaldo, Obizzo e Niccolò, signori di Ferrara, si fossero molto prima d'ora concordati con papa Giovanni, pure solamente in quest'anno fu dato compimento ad essa concordia. Nel mese di giugno vennero le bolle del vicariato di Ferrara, loro conceduto da esso pontefice[1218], con obbligo non di meno di rimettere in mano del cardinale legato la terra ossia la città d'Argenta. Diede esecuzione esso legato alle lettere papali, riebbe Argenta, e nel febbraio seguente fu levato l'interdetto dalla città di Ferrara[1219]. Che frutto ricavassero da questo accordo i marchesi, lo vedremo all'anno seguente; intanto abbiamo, che essi si spogliarono della suddetta Argenta; il legato promise loro gran cose, e nulla poi attenne. Parlano gli Annali Bolognesi delle feste e falò fatti in Bologna, perchè nello stesso mese di febbraio vennero lettere pontificie che assicuravano quel molto credulo popolo, come era risoluta la venuta del pontefice in Italia, e fissata la sua residenza in quella città[1220]: tutte cabale del cardinale Beltrando dal Poggetto, il quale creato conte della Romagna e marchese della marca d'Ancona, ad altro non attendeva che a stabilir bene in suo pro que' principati, anzi ad accrescerli, e macchinava tutto dì la rovina de' marchesi estensi e degli stessi Fiorentini, e di chiunque si mostrava contrario a Giovanni re di Boemia, seco collegato. Tenne poscia nel dì 18 di marzo un general parlamento in Faenza[1221], e nel dì 26 andò a prendere il possesso di Forlì, sicchè in Romagna non vi restò città o signore che non fosse ubbidiente a' suoi cenni. Ma perciocchè in Bologna i saggi si vedevano alla vigilia di perdere affatto l'antica libertà, e di divenire schiavi perpetui del legato, tra pel giogo imposto loro col fortissimo castello quivi fabbricato, e per la lega contratta da lui col re di Boemia, probabilmente loro scappò detta qualche parola non ben misurata, per cui, insospettitosi il cardinale, finse di voler parlare con Taddeo de' Pepoli, Bornio de' Samaritani, Andalò de' Griffoni e Brandalisio de' Gozzadini, cittadini potenti di quella città, e li trattenne prigioni. Se non li rilasciava presto, già il popolo avea cominciato a tumultuare, ed era imminente una gran sedizione. Abbiamo dal Villani[1222] che nel novembre il re Giovanni di Boemia andò ad Avignone per abboccarsi col papa: del che ebbe gran gelosia il re Roberto, e voleva impedire la di lui andata. Ma piacque il contrario al pontefice, il quale fece due diverse figure, mostrando di esser in collera col Boemo, e sgridandolo per gli acquisti fatti in Italia, quando nello stesso tempo per quindici dì era ciascun giorno a segreto consiglio con lui, e fece varie ordinazioni, che col tempo vennero alla luce. Tutto era allora simulazione e dissimulazione in quella corte; e di questa arte poi poteva leggere in cattedra il cardinale Beltrando legato di Bologna, Romagna e marca d'Ancona. Intanto i principi di Lombardia collegati contra del re di Boemia non istavano oziosi. Secondo i patti della lega, che la Cronica di Verona[1223] dice fatta, o confermata nel dì 22 di novembre di quest'anno, ad Azzo Visconte, pel partaggio fatto tra loro[1224], dovea toccare Bergamo e Cremona; ad Alberto e Mastino dalla Scala, Parma; ai Gonzaghi, Reggio; e Modena ai marchesi estensi. Mastino dalla Scala avea già ricevute segrete lettere dai primati guelfi di Brescia[1225], che l'invitavano all'acquisto di quella città, disgustati dal re di Boemia, per aver egli contra i patti fabbricata quivi una fortezza, ed impegnata la riviera di Garda ai nobili da Castelbarco; avea anche donate varie castella di quel distretto a' suoi uffiziali, e staccata la giurisdizione di Val Camonica dalla città. Ora Mastino, messi in campagna due mila scelti cavalli e gran corpo di fanteria, parte de' quali era di Obizzo marchese d'Este[1226], che accorse in persona ad aiutar Mastino, e fingendo che venissero da Asola, terra allora posseduta dal legato sui confini del Bresciano, sotto il comando di Marsilio da Carrara li fece la mattina del dì 15 di giugno arrivare alle porte di Brescia[1227]. Portavano finte bandiere della Chiesa, e gridavano: Viva la Chiesa. Furono tosto in armi i Guelfi della città, e corsero ad aprire per forza la porta di San Giovanni, per cui entrata la gente di Mastino, cominciò a gridare: Viva la Chiesa, e muoia il re. Allora si rifugiarono nel castello i soldati del re Giovanni; ma perchè non era esso ben provveduto, e si diede un feroce assalto a quegli uffiziali, non già coll'armi, ma coll'esibizion di danaro[1228], nel dì 4 di luglio lo renderono, e se n'andarono pei fatti loro. I Ghibellini di quella città, fuorchè pochi scappati nel castello, se ne stavano quieti; ed ancorchè sentissero gridare: Viva Mastino dalla Scala, si credevano assai sicuri al sapere che lo Scaligero era gran caporale della lor fazione, ma restarono ingannati. Mastino, che non ascoltava se non i consigli della propria ambizione, li sagrificò all'odio de' Guelfi (così d'accordo ne' patti); cioè permise che per tre giorni i Guelfi infierissero contra d'essi Ghibellini[1229], molti de' quali rimasero uccisi, e gli altri forzati a fuggire fuori della città. Una gran percossa ebbe in tal congiuntura la già sì potente famiglia de' Maggi. Così la nobil città di Brescia venne in potere dei signori dalla Scala.

Sconvolta era eziandio la città di Bergamo per le fazioni civili[1230]. Azzo Visconte signor di Milano nel mese di settembre si portò coll'esercito suo colà, e nel dì 27 di quel mese (non so se per assedio o per amichevol trattato) ne acquistò la signoria, togliendola alle genti del re di Boemia. Nella Cronica Estense[1231] è scritto che vi perirono molti dell'armata sua. Egli poi v'introdusse i Rivoli ed altri fuorusciti, e volle che fosse pace fra tutti: dal che gli venne gran lode. Erasi mosso da Parma Carlo figliuolo del re boemo, por dar soccorso a Bergamo; ma, per paura d'azzardar troppo, se ne tornò indietro. Nello stesso settembre[1232] il Visconte, gli Scaligeri, i marchesi estensi e i Gonzaghi strinsero la lega col comune di Firenze e col re Roberto: tutti contro al Bavaro e al re di Boemia, e a chi desse loro aiuto e favore, facendosi gl'Italiani segni di croce al mirare in lega potenze dianzi sì nemiche e di mire affatto opposte. Pensavano anche i marchesi estensi alla conquista di Modena, destinata ad essi in lor parte. Nè mancava la pazza discordia di malmenare ancora questa città. Già ne erano esclusi e fuorusciti i nobili Rangoni, Grassoni, Boschetti e signori da Sassuolo. Nel gennaio di questo anno erano stati mandati a' confini altri nobili[1233], ed altri verso il dì 22 di giugno malcontenti se ne fuggirono. Ritirossi Nicolò da Fredo a Spilamberto, e quei dalla Mirandola e da Magreta alle lor terre, che si ribellarono contra della città. Sul fine di settembre Rinaldo marchese d'Este con Alberto dalla Scala e Guido da Gonzaga entrò sul Modenese, guarnito d'un copioso esercito; mise l'assedio al castello di San Felice con sette mangani che continuamente flagellavano quella terra. Nello stesso tempo il grosso della loro armata venne sino ai borghi di Modena, prendendo varii luoghi fra la Secchia e il Panaro. Aggiugne il Villani che, dopo aver Azzo Visconte tentato di prendere Cremona[1234], ma con restarne cacciate le sue genti che in parte vi erano entrate, cavalcò anch'egli dipoi sotto Modena con mille e cinquecento cavalieri, e vi stette intorno per venti dì, guastando tutti i contorni: per la qual cosa il legato, che era in Romagna, corse tosto a Bologna per paura di perdere quella città. Manfredi de' Pii sì bravamente difese Modena[1235], che veggendo i collegati di buttare il tempo, se ne tornarono indietro[1236]. Si ridusse il marchese Rinaldo sotto San Felice, il cui assedio continuava. Erano i Ferraresi vicini ad impadronirsene, quando Alberto dalla Scala, per segrete preghiere di Manfredi de' Pii, se n'andò con sua gente. Ma, udita che ebbe Mastino la vergognosa ritirata del fratello, spedì altra fanteria e cavalleria in sussidio dell'Estense. Seguitò l'assedio sino al dì 25 di novembre, in cui ebbe un funesto fine per li Ferraresi. Imperciocchè Manfredi de' Pii, raccomandatosi al legato, e ad Orlando Rosso di Parma e ai Manfredi di Reggio, ebbe un possente soccorso di cavalleria da tutte le parti, e in persona venne in aiuto suo Carlo figliuolo del re Giovanni, e Pietro e Marsilio de' Rossi[1237]. Con questi rinforzi tutto il popolo di Modena atto all'armi marciò a San Felice. Andò il guanto della battaglia, che da Giovanni da Campo San Piero generale de' marchesi fu accettato; e nel dì suddetto, festa di santa Caterina, si azzuffarono le armate. Durò il fiero ed ostinato combattimento da terza fino alla sera, ora rinculando gli uni ed ora gli altri; in fine perchè le fanteria modenese attese a scannare i cavalli nemici, restò sconfitta l'oste de' marchesi, fatto prigione il Campo San Piero lor generale con assaissimi altri, e tutto il loro equipaggio co' militari attrezzi venne alle mani de' vincitori. Circa ottocento cavalieri fra l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e fu creduto che da gran tempo sì crudel battaglia non fosse succeduta[1238]. In così felice giornata il principe Carlo fu fatto cavaliere da un Tedesco, ed egli compartì lo stesso onore a Manfredi de' Pii, a Giberto da Fogliano, e a Nicolò e Pietro de' Rossi. S'impadronì in quest'anno Azzo Visconte dell'importante castello di Pizzighettone sull'Adda nel dì 22 di settembre, e verso il fine di novembre[1239] cavalcò colle sue milizie a Pavia, ed, assistito dai nobili da Beccheria, v'entrò e corse la città. Non potendo resistere alla di lui forza le masnade del re Giovanni, si ridussero nel castello già fabbricato da Matteo Visconte, e vi si sostennero sino al venturo marzo, siccome diremo. Parimente in quest'anno a' dì 22 di maggio Giovanni Visconte, zio di esso Azzo, già creato vescovo di Novara[1240], ebbe maniera di cacciar da quella città i Tornielli, che ne erano padroni, e si fece anche proclamar signore in temporale della città suddetta, dove richiamò tutti gli usciti, e rimise la pace da gran tempo perduta. Ma esser potrebbe che questo fatto appartenesse agli anni seguenti, siccome si ha dagli Annali Milanesi[1241]. Lo stesso Galvano Fiamma, che nel Manipolo dei Fiori racconta ciò all'anno presente, in altra sua opera[1242] ne favella al seguente. Aveano i Pisani tolta a' Sanesi la città di Massa in Maremma; ma essendo essi all'assedio di un castello[1243], i Sanesi coll'esercito loro nel giorno 16 di dicembre diedero loro una sconfitta con grave loro danno, e con far prigione Dino dalla Rocca lor capitano.

NOTE:

[1216] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 186.

[1217] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 188.

[1218] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1219] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1220] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 199.

[1221] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1222] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 211.

[1223] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1224] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1225] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 9 Rer. Italic. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

[1226] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1227] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 9 Rer. Ital.

[1228] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.

[1229] Chronic. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1230] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1231] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1232] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.

[1233] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1234] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 207.

[1235] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1236] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1237] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Hist. tom. 12 Rer. Ital.

[1238] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1239] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 210.

[1240] Corio, Istoria di Milano. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 370.

[1241] Annal. Mediol., tom. 15 Rer. Ital.

[1242] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1243] Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXIII. Indiz. I.

GIOVANNI XXII papa 18. Imperio vacante.

Per la vittoria riportata nel precedente novembre dal principe Carlo a San Felice colla sconfitta dell'esercito estense[1244], Beltrando cardinale legato, siccome persona di niuna fede, dimenticando l'investitura di Ferrara data agli Estensi, si figurò venuto il beato giorno di aggiugnere ancor quella città alle sue conquiste. Però fece muover guerra dagli Argentani a' Ferraresi nel mese di gennaio, e poco appresso, senza disfida alcuna, anche egli spedì le sue genti a dare il guasto al territorio di Ferrara. Avvenne che nel dì 6 di febbraio stando il marchese Niccolò a Consandolo[1245], facendo la guardia a quella Stellata, arrivarono colà le milizie del legato, e diedero battaglia. Accorse armato il marchese; ma, cadutogli il cavallo in un fosso, fu preso e condotto con altri nelle carceri di Bologna, e la Stellata venne in poter de' nemici. Questo felice colpo facilitò all'armata pontificia il passaggio del Po; e però senza contrasto giunse fin sotto Ferrara, e postatasi nel borgo di sotto e sul Polesine di Santo Antonio, cinse quella città d'assedio. Tutti i primati della Romagna colle genti di quella provincia e di Bologna, per ordine del legato, vennero a quell'impresa. Un grosso naviglio ancora fu spedito per Po a' danni di quella città, che venne bersagliata dalle macchine militari, e tentata con varii assalti per più di nove settimane. Implorarono in tante angustie i marchesi il soccorso de' principi confederati, i quali, perchè troppo premeva loro che non cadesse nelle mani dell'ambizioso legato così importante città, vi spedirono cadauno un corpo di cavalleria e fanteria. Ne mandò Azzo Visconte lor cugino, ne mandarono i Gonzaghi, i Fiorentini, ma più Mastino dalla Scala. Appena furono entrati in Ferrara questi rinforzi, che, tenuto consiglio di guerra, fu risoluto di dare nel dì seguente addosso a' nemici. Però nel felicissimo giorno 14 d'aprile il marchese Rinaldo, lasciato alla guardia della città il marchese Obizzo suo fratello, fu il primo ad uscire coi coraggiosi Ferraresi, e percosse nei nemici[1246]. Gli tennero dietro tutti gli altri campioni, e sì vigoroso fu l'assalto, che in breve andò in rotta tutto il potente campo pontificio con vittoria sì segnalata, che fu comparabile colle migliori di quel secolo. Alcune migliaia di persone vi restarono uccise od annegate, prese più di due mila, guadagnati duemila cavalli, con immenso bottino di bagaglio, armi ed arnesi da guerra, e gran quantità di navi. Fra i prigioni si contarono il conte d'Armignacca venuto di Francia per maresciallo dello esercito papale, due nipoti del legato, l'uno dei quali suo camerlengo, Malatesta e Galeotto da Rimini, Ricciardo e Cecchino de Manfredi da Faenza, Ostasio da Polenta da Ravenna, Francesco degli Ordelaffi da Forlì, i conti di Cunio e Bagnacavallo, Lippo degli Alidosi da Imola, tutti gran signori sotto l'ubbidienza del legato, ed altri nobili di Bologna e Romagna. L'avvocato di Trivigi conferì in sì felice giornata l'ordine della cavalleria al marchese Rinaldo, ed egli poi fece cavalieri il marchese Obizzo suo fratello ed altri suoi parenti. Paga doppia fu sborsata ai soldati, e nel dì 18 di giugno le genti dei marchesi diedero una rotta anche agli Argentani e ad altra gente del legato: del che fu gran rumore ed urli in Argenta.

Considerabil perdita fece nella sconfitta di Ferrara il cardinal legato; e pure peggiori ancora ne furono le conseguenze[1247]. De' prigioni fatti, e tutti ben trattati, ritennero i marchesi estensi il solo conte di Armignacca, che dopo trentatrè mesi di prigionia col pagamento di cinquanta mila fiorini d'oro si riscattò. I nipoti del legato con altri nobili guasconi furono cambiati col marchese Niccolò, che era prigione in Bologna. Tutti gli altri gran signori della Romagna ebbero da lì a non molto la libertà senza riscatto veruno, ma con segreti patti e promesse fatte ai marchesi, che vennero presto alla luce, benchè fingessero di essere liberati collo sborso di molta moneta, mostrandosi poi corrucciati contro al legato, che un soldo non volle spendere per la loro liberazione. Ora Malatesta e Galeotto dei Malatesti[1248], dacchè furono liberi, segretamente fecero pace e lega con Ferrantino e cogli altri della lor casa; e nel mese d'agosto diedero principio alla ribellione contra del cardinale legato, assistiti da varii rinforzi venuti loro da Arezzo, dalla Marca e da Ferrara. Presero tutto il contado di Rimini, e nel dì 17 di agosto assediarono la stessa città, dove entrarono vittoriosi nel dì 22 di settembre, con ispogliare e cacciarne il presidio del legato. Nello stesso tempo Francesco degli Ordelaffi[1249] penetrato occultamente entro un carro di fieno in Forlì, e, mossa a rumore la terra, se ne impadronì nel dì 12, oppure 19 dello stesso settembre, e pienamente ancora ebbe il dominio di Forlimpopoli. Parimente Ghello da Calisidio nel dì 25 del medesimo mese fece rivoltar Cesena. La guarnigion pontificia si rifuggì nel forte castello, e lo difese sino al giorno 4 del seguente gennaio, in cui a buoni patti lo rendè agli assedianti. E tuttochè, il legato con un esercito di due mila cavalli e sei mila pedoni entrasse nel territorio di Cesena, e vi prendesse molte castella, pure niun tentativo fece per ricuperar quella città. Poscia nel mese di ottobre Ostasio e Ramberto da Polenta occuparono Ravenna, Cervia e Bertinoro, ed apertamente si ribellarono al cardinale legato. Ecco i frutti della guerra da lui mossa contro la buona fede ai marchesi di Ferrara[1250]; i quali nel novembre di quest'anno mandarono un grosso esercito per terra e per Po addosso alla città d'Argenta. Perchè il ponte fabbricato da quel popolo non si potè rompere con tutte le pruove dell'armi, il marchese Rinaldo, fatta tagliare gran copia di salici, la lasciò andar giù per la corrente del fiume; e questa affollata al ponte, tenendo in collo l'acqua, lo ruppe in fine. Dopo di che si formò l'assedio di quella città, che durò sino all'anno seguente.

Si vide sconvolta Roma in questi tempi per le nemiche fazioni de' Colonnesi ed Orsini. Furono uccisi a tradimento Bernardo e Francesco Orsini da Stefano dalla Colonna figlio di Sciarra[1251]. Corse colà Giovanni cardinale Orsino, legato apostolico in Toscana, ed, abusandosi della sua autorità, fece colle forze della Chiesa, viva guerra ai Colonnesi, del che fu ripreso da papa Giovanni, con ordinargli di ritornare al suo uffizio. Una fierissima disavventura occorse nel giorno primo di novembre alla città di Firenze, creduta da alcuni gastigo di Dio, per l'enorme dissolutezza che regnava allora in quella città[1252]. Essendo caduto uno smisurato diluvio d'acque, l'Arno spaventosamente si gonfiò, ed, uscito degli argini, inondò gran tratto di paese. Seco trasse alberi e legnami in tal copia, che fatta rosta ai ponti di Firenze, li fracassò, ed altamente allagò la maggior parte della città e il territorio tutto fino a Pisa. Inestimabile fu il danno recato a quella città e a tanto paese, per la morte di molte centinaia di persone e d'infinito bestiame, guasto di case, palagi e magazzini; di maniera che que' popoli si crederono come giunti al giudizio finale. Se non eguali, grandi nondimeno furono i danni recati anche dal Tevere ai contadi di Borgo San Sepolcro, Perugia, Todi, Orvieto, Roma ed altri luoghi: il che diede occasion di disputare in Firenze, se tanti disordini venissero da cagion naturale, oppure miracolosamente dalla mano di Dio. Ma questo medesimo flagello ha patito Firenze con altri luoghi della Toscana nel principio di novembre dell'anno 1740. Le nevi cadute troppo di buon'ora ai monti, che per non essere dal freddo indurate, facilmente si squagliano al primo vento caldo, quelle sono che cagionano sì fatte stravaganze. Però guardati da nevi abbondanti fioccate sul fine d'ottobre, o sul principio di novembre.

Nel gennaio dell'anno presente[1253] Carlo figliuolo del re di Boemia andò a Lucca. Gran festa fecero i Lucchesi per la sua venuta; ma in breve lor venne freddo, perchè egli pose loro una colta di quaranta mila fiorini d'oro, e a gran fatica ne ricavò venticinque mila. Tornossene presto in Lombardia, perchè il re Giovanni suo padre calò di Francia in Piemonte con ottocento cavalieri scelti di oltramonte. Nel dì 26 di febbraio giunse il re a Parma, e di là si mosse nel dì 10 di marzo per dare soccorso al castello di Pavia, assediato da Azzo Visconte. V'introdusse egli bensì qualche vettovaglia, ma senza poter fare sloggiare il nemico esercito, ch'era fortemente affossato e trincierato intorno al castello[1254]. Partito ch'egli fu, seguitò l'assedio; e finalmente o per l'esca dell'oro, o per difetto di viveri, esso castello nel mese di giugno capitolò la resa al Visconte, salve le persone. Restarono padroni di quella città i Beccheria, e in parte lo stesso Visconte. Giovanni suo zio, vescovo e signor di Novara, circa questi tempi seppe così ben maneggiarsi alla corte pontificia, che ottenne l'amministrazione dell'arcivescovato di Milano, con pagare annualmente all'arcivescovo Aicardo bandito mille e cinquecento fiorini d'oro. Dopo di che si diede a ricuperare i diritti di quella chiesa, a rifare il palazzo archiepiscopale, a fabbricar nuovi palagi e case, e a tenere una magnifica corte in Milano: con che la fortuna e grandezza de' Visconti ogni dì saliva più in alto. Ora il re di Boemia col suo esercito, accresciuto da' Piacentini e dagli altri suoi fedeli, cavalcò sul distretto di Milano, distrusse Landriano, e diede il guasto a gran tratto di paese, sperando pure di tirar a battaglia Azzo Visconte; ma questi si guardò di dargli un tal gusto. Passò il re fino a Bergamo, dove trovò quel popolo e presidio ben preparato a difendersi. Fecesi poi una tregua fra lui e i collegati. Nel mese di giugno si portò a Bologna[1255], accompagnato da' suoi vicarii, cioè da Orlando Rosso di Parma, Manfredi Pio di Modena, Guglielmo Fogliano di Reggio, e Ponzino de' Ponzoni di Cremona, e quivi col cardinale legato strinsero lega contra tutti i nemici del papa e del re di Boemia. Due volte fu a Lucca, città che i figliuoli di Castruccio tentarono in quest'anno di torgli, ma non la poterono tenere. Un buon salasso ogni volta diede alle borse di quel popolo, ed ivi lasciò per signore, o vicario Marsilio (o piuttosto Pietro) dei Rossi, con ricavare da lui trentacinque mila fiorini d'oro. Così avea venduto agli altri il vicariato delle altre città. Suo costume fu ancora di alienare con gran franchezza i beni de' comuni, e d'infeudare le castella, perchè era liberalissimo verso i suoi uffiziali, e nello stesso tempo assai povero, e tutto dì lo strigneva il bisogno di moneta. Giacchè durava la tregua, nel dì 5, oppure 19 di ottobre andò a Verona[1256], dove con sommo onore, ma non senza meraviglia di molti, fu accolto da Alberto e Mastino fratelli dalla Scala, e magnificamente regalato da essi. Da lì a due giorni, accompagnato da Marsilio da Carrara sino alla Chiusa, passò in Germania, bastevolmente disingannato delle sue grandiose idee di farsi qui un altro regno. Dicea di volerci ritornare, ma non ne trovò mai più la via; e gl'Italiani non si curarono punto di lui, giacchè non aveano riportato da lui se non aggravii e danni. Carlo suo figliuolo l'avea preceduto nel medesimo viaggio, ed era anch'egli verso la metà d'agosto passato per Verona, con ricever ivi magnifici trattamenti e bei regali dagli Scaligeri. Grandi controversie erano state fin qui fra Carlo Uberto re d'Ungheria e Roberto re di Napoli[1257], pretendendo il primo come suo retaggio il regno napoletano, per essere figliuolo di Carlo Martello primogenito del re Carlo II, laddove Roberto era secondogenito di esso re Carlo II. Si composero tali differenze solamente nel presente anno, perchè Roberto non avendo di sua prole se non due nipoti, nate dal fu duca di Calabria Carlo suo figliuolo, promise in moglie la primogenita Giovanna ad Andrea primogenito del suddetto re Carlo Uberto. Venne perciò lo stesso re d'Ungheria per mare col figliuolo, di età allora di soli sette anni, nel regno di Napoli, e quivi con dispensa del papa seguì il magnifico loro sposalizio. Se ne tornò in Ungheria il padre, e Andrea rimase in Napoli nella corte del re Roberto, zio e suocero suo.

NOTE:

[1244] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1245] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1246] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital, Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1247] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1248] Chron. Caesen., tom. 14, Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1249] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 226.

[1250] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1251] Raynaldus, in Annal. Eccles., n. 25. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 220.

[1252] Giovanni Villani, lib. 11 cap. 1.

[1253] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 213.

[1254] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1255] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1256] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXIV. Indizione II.

BENEDETTO XII papa 1. Imperio vacante.

Fu quest'anno, in cui finalmente tracollarono affatto gli ambiziosi disegni del cardinale Beltrando dal Poggetto legato pontificio. Continuarono sì ostinatamente i marchesi d'Este[1258] anche nel verno l'assedio d'Argenta, che que' cittadini per mancanza di viveri si ridussero a capitolar la resa, se nel termine di otto giorni non venisse loro soccorso dal legato. Di ciò avvisato il cardinale, spedì quanta gente potè a quella volta; ma il marchese Rinaldo era così ben fornito d'uomini, di macchine e d'armi per terra, e di naviglio per Po, che non poterono i nemici accostarsi giammai ad Argenta, e disperati se ne tornarono indietro. Perciò Argenta nel dì 8 di marzo tornò sotto il dominio de' marchesi. Fece in quello stesso mese il legato una bastia alla torre di Portonaro. Allora i marchesi, infastiditi di tanta persecuzione, incominciarono un segreto trattato coi Gozzadini, Beccadelli ed altri loro amici bolognesi contra del legato[1259], ben consapevoli dell'odio universale ch'egli si era guadagnato in quella città per le tante estorsioni di danari, e per tener così spesso occupato quel popolo nelle sue spedizioni militari, e per le avanie ed insolenze continue de' suoi uffiziali e cortigiani, dai quali non era salvo neppure l'onor delle donne. Mentre era impegnato l'esercito d'esso cardinale nella fabbrica della detta bastia, mandarono i marchesi della fanteria e cavalleria a dare il guasto al Bolognese dalla parte di Cento (cosa non mai dianzi fatta da loro per rispetto che portavano alla Chiesa), e fecero correre il terrore più innanzi. Allora con simulate preghiere ricorsero i Bolognesi al legato, acciocchè spedisse alla difesa di que' luoghi le soldatesche sue rimaste in città, giacchè in essa città assai quieta niun bisogno ve n'era. Così fece il cardinale. Ma non sì tosto fu uscita ed allontanata quella gente, che nel dì 17 di marzo Brandaligi de' Gozzadini levò il rumore, gridando: Popolo, popolo; muoiano i traditori[1260]. Fu in armi tutto il popolo, e prese il palazzo della biada e il vescovato, dove era il maliscalco del legato, che fuggì con altri uffiziali. Quanti Franzesi si trovarono per la città, tutti furono messi a fil di spada; rotte le carceri, riacquistarono la libertà tutti i prigioni; e poscia fu assediato il legato nel suo castello. Non si tardò a spedirne L'avviso ai marchesi di Ferrara per averne aiuto, ed essi immantenente vi mandarono un buon corpo di fanteria e cavalleria. Nello stesso tempo il popolo di Ferrara corse alla bastia fabbricata dal legato, e dopo il saccheggio interamente la distrusse. Vennero ben verso Bologna i soldati del legato per soccorrerlo, ed uccisero anche molti Bolognesi; ma non poterono mutare il sistema delle cose. Durante questo fier movimento, benchè i Fiorentini ne sguazzassero[1261], siccome consapevoli del mal animo e dei disegni d'esso legato anche contra di loro; pure, credendo di farsi onore col papa, inviarono senza indugio a Bologna quattro ambasciatori con trecento cavalieri ed alcune schiere di fanti, i quali con preghiere e lusinghe indussero il popolo bolognese ed il legato alla concordia, con che egli se ne andasse libero con tutti i suoi e con tutto il suo avere. Nella seconda festa di Pasqua grande, cioè nel dì 28 di marzo, s'inviò il legato con gran tesoro nelle some e con sua famiglia, scortato da' Fiorentini, alla volta di Firenze; ma accompagnato ancora dalle fischiate e villanie sonore della plebe bolognese. In Firenze fu accolto coll'onore dovuto ad un pari suo; ma non accettò il regalo di due mila fiorini che volle fargli quel comune. Passò dipoi a Pisa, e per mare in Provenza, dove disse, per ricompensa del buon servigio, quanto male seppe de' Fiorentini, attribuendo loro il mal successo dell'impresa di Ferrara; dal che erano tutte procedute l'altre pessime conseguenze. Circa i medesimi tempi giunse ad Avignone anche Giovanni cardinale degli Orsini, altro legato del papa, il quale non raccontò se non guai della sua legazione. Intanto il popolo di Bologna, continuato l'assedio del castello del legato, lo ridusse alla resa nel mese di aprile, e corse a furore a smantellarlo, senza lasciarvi pietra sopra pietra. La Romagna tutta restò in ribellione, e in gran terrore le poche città che tenevano per la Chiesa e pel re Giovanni. Ed ecco dove andarono a terminar le tante guerre fatte da papa Giovanni XXII per servire alle politiche idee di Roberto re di Napoli, che mirava a stendere l'ali dappertutto: guerre sostenute colla spesa di più milioni, tutto sangue del clero dei regni cristiani, impiegato in che? in guerre che recarono per corso sì lungo la desolazione e infiniti affanni all'Italia tutta. Egli non conquistò l'altrui, e perdè molto del proprio, lasciando intanto in somma confusione Roma e il resto degli Stati della Chiesa, per la sua sempre deplorabil residenza di là da' monti, e lungi dalla particolar greggia a lui commessa da Dio.

Restavano tuttavia fedeli al re Giovanni in Lombardia le città di Cremona, Parma, Reggio e Modena, perchè governate da chi si professava vicario di lui. Laonde i principi collegati si mossero per effettuare interamente il partaggio fatto fra loro di esse città[1262]. Già Mastino dalla Scala avea mossa guerra a Parma, che dovea essere sua. Erano confederati seco i Correggeschi fuorusciti di quella città, e questi, coll'aiuto delle genti di Mastino, presero Brescello, e lo fortificarono nel dì 18, oppure 20 di gennaio[1263]. Ma essendo essi nel dì 23 di febbraio venuti a danneggiare il Reggiano, i Fogliani, signori della città, usciti colle lor forze, li posero in rotta, con far bottino per più di dieci mila fiorini, e condurre prigionieri Gotifredo e Niccolò da Sesso, Ettore conte di Panigo, Giovanni de' Manfredi ed altri nobili, che poi furono riscattati da Mastino collo sborso di sei mila e secento fiorini d'oro. Nel dì 7 di marzo[1264] la città di Vercelli per ispontanea dedizione di quel popolo venne in potere di Azzo Visconte. Poscia nel dì 22 d'aprile esso Visconte unì le sue armi con quelle de' marchesi estensi[1265], de' signori dalla Scala e de' Gonzaghi, e formato un esercito di trenta mila combattenti tra cavalleria e fanteria, con sei mila carra, passò all'assedio di Cremona. Signore di quella città era Ponzino de' Ponzoni, che fece gagliarda difesa; ma veggendo egli oramai guastato tutto il paese, e crescendo le angustie della città, capitolò una tregua, per cui prometteva di rendere Cremona ad Azzo Visconte, se nello spazio di due mesi e mezzo non veniva esercito del re di Boemia, capace di rimuovere quell'assedio; e diede buoni ostaggi per questo. Finì poi il tempo della tregua, senza che comparisse aiuto alcuno del re Giovanni; e però Cremona pacificamente nel dì 15 di luglio si sottomise al dominio del Visconte. Mentre durava la tregua suddetta, nel dì 7 di maggio venne l'esercito de' collegati a dare il guasto al Reggiano sino alle porte della città, e stette in quelle contrade sino al dì 20, facendo immensi mali. Altrettanto poi fecero al contado di Modena. Nel dì primo di giugno tornarono sul Reggiano, e di là sul Parmigiano a dì 6 d'esso mese, desolando dappertutto con quella spietata forma di guerra che era in uso a quei tempi, e fa orrore oggidì al solo udirla. Intanto Marsilio dei Rossi sotto mano a forza d'oro avea tramato un tradimento colle brigate tedesche de' collegati[1266], gente senza fede: il che vien confermato da Giovanni Villani[1267], con aggiugnere che il trattato fu incominciato dal cardinal Beltrando, legato il quale avea depositati dieci mila fiorini d'oro da pagare, se que' ribaldi prendevano i capi della armata, e massimamente Mastino dalla Scala; del che fu egli avvertito a tempo. Ora certo è che nel dì 7 di giugno suddetto nacque gran rumore nel campo collegato, e di gravissimi sospetti insorsero: laonde si divise quell'esercito, ed ognuno tornò con paura alle sue case; e ventotto bandiere d'essi Tedeschi vennero allora in Parma al servigio de' Rossi. Poscia nel dì 12 d'agosto le genti dello Scaligero assediarono Colorno, terra del Parmigiano, e se ne impadronirono nel dì 25 d'ottobre; essendo ben usciti i Rossi con grande sforzo per soccorrerlo, ma senza poterlo effettuare, perchè v'era Mastino dalla Scala in persona con tutte le sue forze, che ben munito di fosse e steccati non volle azzardar la battaglia. Nè si dee tacere che la città di Bologna, la qual dopo la cacciata del legato si credea di dover godere giorni felici, perchè ridotta in libertà[1268], si trovò in istato peggiore di prima; e ciò per ambizione dei più potenti cittadini, e la rinata discordia fra quelle famiglie. Taddeo Pepoli e Brandaligi dei Gozzadini voleano dominar sopra gli altri. Però nel dì 8 d'aprile si venne all'armi in quella città, e molti furono confinati. Ma peggio accadde nel dì 2 di giugno, perchè le due fazioni principali, cioè la Scacchese dei Pepoli, e la Maltraversa de' Sabbattini, Beccadelli, Boatieri ed altri, vennero a battaglia fra loro, e gli ultimi rimasero sconfitti. Furono, secondo il Villani, mandate ai confini circa mille e cinquecento persone; ed era quella città in pericolo di disfarsi, se i Fiorentini non avessero mandato colà ambasciatori e genti d'arme che rimediarono alla loro vacillante fortuna.

Infermossi nell'autunno di questo anno papa Giovanni XXII in Avignone, ed arrivò al fine di sua vita nel dì 4 di dicembre, in età di circa novanta anni, con molta divozione e compunzion di cuore. Lasciò egli una memoria assai svantaggiosa di sè stesso presso i Tedeschi, ma più presso gl'Italiani. L'aver egli mostrata della pendenza a negare la vision beatifica de' santi prima del finale giudizio, fece molto sparlare di lui. La verità è, ch'egli prima di morire chiaramente protestò di non tener tale opinione, anzi dichiarò il contrario; siccome ancora è fuor di dubbio ch'egli non incorse in errore nella quistione della povertà de' frati minori, per la quale tanti d'essi, infatuati del loro scolastico sapere, si rivoltarono empiamente contra di lui insieme col loro generale Michele da Cesena. Ma per quel che riguarda il governo economico della Chiesa di Dio, dei gran conti egli ebbe da fare con chi giudica indispensabilmente ciascuno. Un papa sì dedito per tutta la sua vita alle guerre e alle conquiste di stati temporali, rallegrandosi oltre modo dell'uccision de' nemici, davanti a Cristo sì grande amator della pace, e che non cercò mai regni terreni, dovette far pure la brutta comparsa. E tanto più per la gran sete ch'egli ebbe di raunar tesori, e per vie che non possono mai lodarsi, ed è da desiderare che più non trovino degli imitatori. Giovanni Villani, informatissimo della corte pontificia, ci assicura[1269] ch'egli, se vacava pingue arcivescovato o benefizio, non badava ad elezione alcuna; ma promoveva ad esso un arcivescovo o vescovo men grasso, e a quest'altro vescovato un altro; in maniera che sovente la vacanza d'una chiesa si tirava dietro la permutazione di cinque o sei chiese: tutto per cavar danari da tante collazioni. Ed ha ben tuttavia l'Italia (per tacere degli altri paesi) di che lagnarsi di questo pontefice. Per lo spazio di mille e trecento anni il clero e popolo delle città, oppure il solo clero avea eletto ed eleggeva i sacri pastori. Quanto operasse san Gregorio VII papa nel secolo undecimo, per restituire ai medesimi questo diritto, l'abbiamo già veduto. Lo tolse loro papa Giovanni XXII, con riservare a sè tali elezioni, sotto pretesto di levar le simonie: laddove tanti altri pontefici, e pontefici santi, contenti di detestare e proibire quel vizio, non aveano nel resto voluto pregiudicare all'antichissima disciplina della Chiesa. Inoltre fu egli il primo ad inventar le annate, che tuttavia durano, e fecero allora gridar molto le ignoranti, ma più le dotte persone. Parve ancora che eccedesse nel ridurre in commende tanti monisteri e chiese. In somma tra per questi ed altri mezzi trasse e ragunò infinito tesoro; ed oltre alle tante somme da lui spese in guerre, per attestato del suddetto Villani, si trovarono nel suo erario diciotto milioni di fiorini d'oro in contanti; e sette altri milioni in tanti vasi e gioielli: di modo che esso Villani ebbe a dire: Ma non si ricordava il buon uomo del vangelo di Cristo, dicendo ai suoi discepoli: Il vostro tesoro sia in cielo, e non tesaurizzate in terra. Ma il detto tesoro diceva egli di ragunarlo per l'impresa di Terra santa, che Filippo re di Francia fingeva di voler fare, per divorar intanto le decime del clero. Se a lui giovasse sì fatta scusa nel tribunale di Dio, a me non tocca di dirlo. Raunatisi poi i cardinali, vennero nel dì 20 di dicembre all'elezione d'un nuovo pontefice[1270], e questi fu il cardinal Jacopo Furnier, ossia del Forno, da Saverduno diocesi di Pamiers, che dianzi era stato monaco cisterciense, personaggio assai dotto nella teologia, d'incorrotti costumi, di sante intenzioni. Prese il nome di Benedetto XII, nè tardò a rivocar le tante commende di vescovati e badie fatte dai suoi predecessori, salvo ai cardinali; e si applicò con zelo a riformare gli abusi introdotti, a rimettere in buono stato il monachismo, e a provveder di degni pastori le chiese. In quest'anno ancora, allorchè il legato si trovava confinato in castello dai rubellati Bolognesi[1271], Ricciardo de' Manfredi s'impadronì delle città e fortezze di Faenza ed Imola, e ne fu proclamato signore senza ingiuria ed offesa di que' cittadini. Anche i Malatesti nel dì 21 di marzo tolsero al marchese d'Ancona la città di Fossombrone. In quest'anno[1272] frate Venturino da Bergamo dell'ordine de' Predicatori, missionario, andò per le città di Lombardia e Toscana predicando la penitenza e la pace, ed ebbe gran seguito di persone, che vestite con cotta o cappa bianca, con una colomba di ricamo sul mantello, in numero di più di dieci mila arrivarono seco fino a Roma. Fece di gran bene; ma non gli mancarono persecuzioni ed accusatori alla corte pontificia. Per questo fu chiamato ad Avignone, dove giustificò la sua credenza; ma perchè egli avea pubblicamente disapprovata la lontananza de' papi da Roma, gli fu impedito il tornare al suo santo ministero. Ne parla ancora un anonimo scrittore delle cose di Roma, da me dato alla luce[1273].

NOTE:

[1257] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 224.

[1258] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1259] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1260] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1261] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 6.

[1262] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1263] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1264] Corio, Istoria di Milano.

[1265] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1266] Chron. Estense, ibid. Gazata, ibid.

[1267] Giovanni Villani, lib. 11 cap. 8.

[1268] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1269] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 19.

[1270] Anonym., Vit. Benedicti XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1271] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXV. Indiz. III.

BENEDETTO XII papa 2. Imperio vacante.

Furono in quest'anno fatte istanze dal popolo romano a Benedetto XII, perchè riconducesse in Italia la corte pontificia[1274]. Anche Lodovico il Bavaro gli fece penetrar le sue premure, per esser rimesso in grazia della Sede apostolica; anzi lo stesso pontefice il prevenne con amore paterno e con amorevoli esortazioni. Tutto era disposto a fare questo buon pontefice, perchè condotto da spirito non secolaresco, ma ecclesiastico, e non da ambizione ed interesse, ma dal vivo desiderio del ben della Chiesa e della pace de' fedeli. Per quanto osserva il Rinaldi, Filippo re di Francia, secondo i suoi fini politici, con aver dalla sua tanti cardinali franzesi, impedì la venuta del santo Padre in Italia; ed esso re poi, e seco il re Roberto, tante difficoltà trovarono, tanti rigiri fecero, che restò frastornata la concordia col Bavaro suddetto. Se di sua libertà fosse stato un pontefice di massime tanto diritte, gran vantaggio sarebbe venuto alla Chiesa di Dio. Continuarono in quest'anno le loro imprese i principi collegati di Lombardia, per partire fra loro le spoglie del re Giovanni[1275]: intorno a che cominciarono a nascere fra loro gare e discordie. Dovea essere Parma di Mastino e d'Alberto dalla Scala; ma Orlando e Marsilio de' Rossi, conoscendo quanto Azzo Visconte andasse innanzi agli Scaligeri in lealtà ed onoratezza, trattarono di cedere a lui Parma e Lucca. Per questo fu vicina a rompersi la lega. Interpostisi gli ambasciatori de' Fiorentini, perchè Mastino fece di gran promesse di far loro rendere Lucca da Pietro de' Rossi, stabilirono un accordo, per cui Parma toccasse a quei dalla Scala, e ad Azzo Visconte si desse aiuto per conquistare Piacenza e Borgo San Donnino. Fece Mastino di larghi patti ai Rossi[1276], e loro promise quanto seppero desiderare, con obbligarsi eglino di fargli aver Lucca; e però nel dì 4 di giugno dal consiglio generale di Parma fu dato il dominio di quella città a' signori dalla Scala; e nel dì 20 o 21 d'esso mese vi fece la sua entrata Alberto Scaligero con gran copia di cavalleria. Poscia nel dì 26 entrò lo stesso Scaligero con tutte le sue forze nel territorio di Reggio, saccheggiando e bruciando dappertutto. Riparo non aveano a questa rovina Guido e Roberto Fogliani signori della città[1277]; e per conseguente intavolarono anch'essi un accordo cogli Scaligeri, riportandone delle vantaggiose condizioni. Adunque nel dì 3 di luglio entrarono essi Scaligeri in Reggio, e poi nel dì 11 d'esso mese ne diedero il possesso e dominio a Guido, Filippino e Feltrino da Gonzaga. Ma qui non serbò l'insaziabil Mastino i patti della lega, perchè volle che i Gonzaghi riconoscessero da lui in feudo quella città, e gli pagassero ogni anno a titolo di ricognizione feudale un falcone pellegrino. Ne rimasero molto disgustati i Gonzaghi, ma lor convenne inghiottir la pillola. Tentarono del pari i marchesi d'Este di ridurre alla loro ubbidienza Modena[1278], assegnata loro in parte nella lega. Vennero perciò da Ferrara nel dì 15 di giugno con armata numerosa di fanti e cavalli Rinaldo e Niccolò fratelli estensi, e diedero il guasto a Fredo, Ramo, Campo Galliano ed altre ville. Giunsero poi sotto la città, e fabbricarono una larga e forte bastia con fosse, palancato e battifredi nel borgo di santa Caterina ossia di Albareto. Perchè cadde infermo in questa spedizione il prode marchese Rinaldo, si fece portare a Ferrara, dove nel dì ultimo di decembre diede fine alla sua vita. Intanto il marchese Niccolò s'impossessò di Formigine, Spezzano e Spilamberto; sicchè restò Modena da tutte le parti stretta e bloccata dalle armi degli Estensi.

Maggiori furono in quest'anno i progressi di Azzo Visconte. Nel dì 25 del mese di luglio[1279] cavalcò col suo esercito verso la città di Como, che era assediata dal vescovo fuoruscito di quella città. Ne era signore Franceschino Rusca ossia Ruscone, malveduto dal popolo per le sue quotidiane ingiustizie, delle quali fa menzione Buonincontro Morigia[1280]. Trovandosi egli alle strette, esibì quella città al Visconte, che v'entrò, e in ricompensa gli lasciò per suo patrimonio Bellinzona, con altri patti. Siccome fu detto di sopra all'anno 1328, signoreggiava in Lodi un uomo vile, già di professione mugnaio, cioè Pietro Tremacoldo, che colla strage de' Vestarini se n'era fatto padrone. I cittadini, che gli portavano odio immenso per le sue passate e presenti crudeltà, segretamente invitarono Azzo Visconte a liberarli da quel tiranno. Marciò egli a quella volta nel dì ultimo del mese d'agosto; da essi cittadini gli fu data una porta, e dipoi con gaudio grande la signoria della città. Galvano Fiamma[1281] scrive che con assedio e per forza l'ebbe. Il Tremacoldo fu condotto prigione a Milano. Ognuno si credeva che di mala morte sarebbe perito; ma il Visconte, non avendo mai dimenticato un servigio da lui fatto a Galeazzo suo padre, gli diede la libertà, con obbligarsi egli di non uscire mai più di Milano. Azzo ridusse in Lodi il vescovo e tutti gli altri usciti, che erano circa tre mila, e quivi fabbricò poi un forte castello, siccome ancora fece nella città di Como. Minacciò poscia esso Visconte l'assedio alla nobil terra di Crema; e questo bastò perchè quel popolo nel dì 18 di ottobre gli mandasse le chiavi. Nella stessa maniera se gli renderono le castella di Caravaggio e Cantù, e il borgo di Romano: ne' quali luoghi ancora fece fabbricar delle fortezze. Sottopose poi alla città di Milano l'isola di Lecco, che per quarant'anni era stata rubella a' Milanesi, e sopra il fiume Adda fece piantare un ponte di pietre tagliate. Di questo passo camminava la fortuna e l'industria d'Azzo Visconte, principe per le sue rare virtù sopra gli altri commendato in questi tempi, la cui madre, cioè Beatrice Estense, donna per senno, saviezza ed altre rare doti amatissima da tutti, finì sua vita nel dì primo di settembre, e fu con mirabil onore seppellita in una nobilissima cappella nella chiesa de' Minori di Milano, senza che si verificasse ciò che volle predire di lei Dante nel suo poema. Lasciò ella al figliuolo un valsente di più di quaranta mila fiorini d'oro, senza gli altri preziosi arredi. Restava solamente dinanzi agli occhi di Azzo Visconte la città di Piacenza, ch'era tuttavia occupata dal presidio pontificio[1282]. Non volle, egli a dirittura tentarne l'acquisto, ma diede braccio a Francesco Scotto, figliuolo del fu Alberto signore di quella città, per farne uscire quella guarnigione. Pertanto nel dì 25 di luglio divampò la congiura, ed, alzato rumore, si venne all'armi. I Fontana e Fulgosi colla lor fazione messi in fuga, andarono a fortificarsi in varie loro castella. In questa guisa cessò il dominio della Chiesa romana in quella città, e ne fu proclamato signore Francesco Scotto. Detto fu che ne' patti da lui fatti con Azzo Visconte era stabilito di dover egli poi cedere al medesimo Azzo quella città. Vero o falso che fosse, richiesto dal Visconte di consegnargliela, diede per risposta un bel no; e però il Visconte, tirati dalla sua i fuorusciti di quella città, somministrò loro forze tali, che ad essi fu facile, prima che terminasse l'anno, d'impadronirsi di tutte le castella del contado di Piacenza. Scrive il Villani[1283] che quella città nel dì 27 di luglio si rendè al Visconte; avergliela poi tolta gli Scotti, e che nel dì 15 di dicembre del presente anno Azzo la ricuperò. La Cronica di Piacenza[1284] ciò riferisce all'anno seguente, e con essa va d'accordo Galvano Fiamma[1285], e del medesimo parere sono altri storici piacentini e il Corio[1286]: laonde è da credere che sia scorretto il testo del Villani, o ch'egli abbia preso abbaglio. Ne riparleremo perciò all'anno seguente.

Ubbidiva tuttavia la città di Genova al re Roberto[1287]; ma siccome città che in così sconcertati tempi piena sempre era di mali umori, nè sapea governarsi in pace da sè, nè sapea sofferir lungamente governo straniero, nel dì 24 di febbraio proruppe in una general sollevazione e guerra civile, che durò sino al dì 28 di esso mese, in cui i Ghibellini, rinforzati dagli uomini di Savona e della Riviera occidentale, obbligarono i Fieschi ed altri Guelfi potenti ad uscire della città e a ritirarsi a Monaco. Il capitano e presidio del re Roberto senza alcun danno se ne partirono anch'essi. Raffaele Doria e Galeotto Spinola furono creati capitani del popolo, e guerra incominciò cogli usciti. In quest'anno nel dì 13 di giugno[1288] esso re Roberto mandò un'armata di sessanta galee e d'altri legni a' danni della Sicilia sotto il comando di Giovanni conte di Chiaramonte, rubello del re Federigo, e del conte di Corigliano. Altro non fecero che dare il guasto alla valle di Mazara e alle coste di Trapani, Marsala, Grigenti ed altri luoghi. Tante belle promesse fece in quest'anno Mastino dalla Scala ad Orlando e Marsilio dei Rossi esistenti in Verona (alcuni aggiungono[1289] aver egli adoperate anche le minaccie), che indussero Pietro de' Rossi lor fratello a cedergli la città di Lucca, con ritenere i Rossi Pontremoli e molte altre castella. Colà mandò egli un vicario con cinquecento cavalieri a prenderne il possesso nel dì 20 di dicembre, facendo intanto credere con lettere e parole finte d'aver presa quella città per darla ai Fiorentini, siccome per li patti della lega era tenuto. Ma era in Mastino la lealtà una cosa forestiera; regnava in suo cuore la sola ansietà di dominare e d'accrescere il suo stato: male nondimeno per lui; da ciò vedremo essere poi seguita la sua rovina. Rapporta il Leibnizio[1290] una cessione fatta nell'anno 1334 da Giovanni re di Boemia a Filippo re di Francia di tutte le sue ragioni sopra la città di Lucca. Ma i re franzesi d'allora non erano quei d'oggidì, nè l'Italia d'allora quella che è a' di nostri; e perciò a nulla servì quel pezzo di carta. Nata nel mese d'agosto discordia fra i conti di Montefeltro[1291], riuscì al conte Nolfo di torre il dominio d'Urbino al conte Speranza. Guerra eziandio fu fra i Tarlati da Pietramala signori d'Arezzo e i Perugini. Neri dalla Faggiuola levò ai primi Borgo San Sepolcro, e parimente i Perugini nel dì 30 di settembre tolsero loro la Città di Castello.

NOTE:

[1272] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 23.

[1273] Anonymus, Hist. Roman., tom. 3 Antiquit. Italic.

[1274] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[1275] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 30.

[1276] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1277] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1278] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annal. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1279] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1280] Bonincontrus, Chron. Mod., lib 3, cap. 46, tom. 12 Rer. Ital.

[1281] Gualvan. Flamma, Man. Flor., cap. 373. Idem, de Gestis Azon. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1282] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1283] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 31.

[1284] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1285] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1286] Corio, Istoria di Milano.

[1287] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1288] Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 6, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 29.

[1289] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Italic. Giovanni Villani, et alii.

[1290] Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 73.

Anno di CRISTO MCCCXXXVI. Indizione IV.

BENEDETTO XII papa 3. Imperio vacante.

Per essere oramai padroni i marchesi estensi di quasi tutte le castella del contado di Modena, Guido e Manfredi dei Pii finalmente conobbero l'impossibilità di sostener la città contro le forze d'essi marchesi[1292]. Però, affine d'ottener buoni patti in renderla, Manfredi cavalcò a Verona, con implorar la mediazione di Mastino dalla Scala. Colà ancora si portò dipoi il marchese Obizzo, e nel dì 17 di aprile alla presenza di Alberto e Mastino dalla Scala seguì fra loro lo strumento d'accordo, in cui s'obbligarono i Pii di cedere il possesso e dominio di Modena a' marchesi d'Este Obizzo e Niccolò e lor discendenti, con ritener in lor balìa la nobil terra di Carpi e il castello di San Felice, e con altri vicendevoli patti. Scrivono i Cortusi[1293] che Mastino diede Modena in feudo agli Estensi. Se fosse ciò vero, sarebbe questa da aggiugnere alle altre iniquità di Mastino, perchè liberalmente doveano gli Estensi avere questa città secondo i patti della lega. Ma io la tengo per un sogno de' Cortusi. Lo strumento della cessione suddetta, che io ho sotto gli occhi, non ha menoma parola di questo. I Pii cedono la città assolutamente ai marchesi, e non già agli Scaligeri; nè le armi di questi aveano presa Modena, siccome fecero di Reggio, da poter pretendere in essa qualche diritto. Ora, in esecuzion del trattato, Manfredi Pio, tornato a Modena, fece dal popolo eleggere per signori i marchesi estensi; e però nel dì 13 di maggio il marchese Obizzo, accompagnato da gran nobiltà e dalle sue genti d'armi, ed incontrato dai Pii e dal popolo tutto fuori della città, fra le universali acclamazioni entrò in Modena e ne prese il possesso. Ne' giorni seguenti, richiamati alla lor patria tutti i fuorusciti, cioè i signori di Sassuolo, i Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pichi dalla Mirandola, quei da Magreta, da Fredo, da Gorzano, da Savignano, rientrarono anch'essi nella città, accolti con lagrime d'allegrezza dagli altri cittadini; e la pace e concordia rifiorì da lì innanzi sotto sì amorevoli e giusti padroni in questa città. Attese nell'anno presente Azzo Visconte, per testimonianza de' Cortusi[1294], di Galvano Fiamma[1295] e d'altri storici, alla conquista di Piacenza. Per otto mesi con fosse, steccati e battifredi tenne l'esercito suo assediata quella città; nè potendo più reggere a tanta piena Francesco Scotto, finalmente ne capitolò la resa nel dì 15 di dicembre al Visconte, ritenendo per sè la terra di Fiorenzuola. Azzo introdusse colà la pace e tutti i banditi, e vi fece alzare un forte castello. In quest'anno ancora, essendosi nel mese di marzo data al medesimo Visconte la nobil terra di Borgo San Donnino fra Parma e Piacenza, nulla più vi restò in Lombardia delle terre già possedute da Giovanni re di Boemia, e svanì il suo nome in Italia.

Era cresciuta a dismisura l'alterigia di Mastino dalla Scala (non parlo d'Alberto, perchè era un buon uomo, e solamente attendeva a darsi bel tempo) al vedersi padrone di Verona, Brescia, Vicenza, Padova, Trivigi, Feltre, Belluno, Parma, Lucca ed altri luoghi[1296]. Piena era la sua corte di grandi della Lombardia e Toscana, ricorrendo ognuno a lui per protezione per grazie. Ma questa sua superbia, la fede da lui non osservata ai collegati nella passata lega, e la voce sparsa che egli si vantava di voler essere in breve re di Lombardia, e che avesse anche preparata a questo oggetto una corona d'oro, gli concitarono contra l'odio universale del Visconte, degli Estensi e de' Gonzaghi. Ma specialmente si rodevano di rabbia i Fiorentini, perchè troppo sconciamente delusi da lui nell'acquisto di Lucca, città loro dovuta in vigore de' patti della lega[1297]. Gli mandarono ambasciatori; mostrò egli di aver fatto di grandi spese per ottener quella città dai Rossi. Giunsero i Fiorentini a cercarla per mercato, esibendo fin trecento sessanta mila fiorini d'oro. Ne parve contento Mastino, ma poco appresso li burlò per isperanza di stendere maggiormente le fimbrie in Toscana. Erano già con lui gli Aretini. Ora avvenne che Mastino cominciò ad imbrogliarsi col comune di Venezia, col non voler osservare gli antichi lor patti coi Padovani. Irritati da ciò i Veneziani, non lasciavano venire a Padova mercatanzie da Venezia, e negavano il sale. Mastino, all'incontro, per far loro dispetto, si diede a far delle saline al lido del mare, e fece quivi fabbricar una torre per sicurezza di esse. Altre liti insorsero a cagion d'alcune castella che erano sotto la protezione del doge. Cominciò dunque la repubblica veneta un grande armamento. Fin qui Marsilio da Carrara, potentissimo e ricchissimo cittadino di Padova, era stato il braccio diritto de' signori dalla Scala, e coll'opere e coi consigli avea cooperato sempre alla loro esaltazione. Fidati nel suo zelo e nella sua sperimentata destrezza ed eloquenza, il mandarono a Venezia per trattar di pace. Ch'egli tutto il contrario operasse sotto mano, siccome volpe vecchia ch'era, si potrà argomentare da quanto vedremo andando innanzi. Perciò a guerra si venne. Più bella apertura di questa non poteva accadere ai Fiorentini per vendicarsi del disleale Mastino; perciò pigri non furono a stringere una forte lega coi Veneziani ai danni di lui. Nè qui si fermò la faccenda: studiaronsi gli unì e gli altri di suscitar tutta la Lombardia contra di essi Scaligeri. I primi a ribellarsi nel mese di giugno furono Orlando e Marsilio de' Rossi, che da Verona fuggirono a Venezia, e Pietro lor fratello si ritirò a Pontremoli, allegando d'essere maltrattati da Mastino, che esaltava i Correggeschi lor nemici, e di non essere sicuri della vita in mano di lui. Marsilio fu preso per lor capitano generale dal Veneziani, Pietro dai Fiorentini; ma siccome questo ultimo era personaggio di maggior valore e perizia militare, fu ceduto a' Veneziani, che gli diedero il bastone del comando della loro armata. Sul fine d'ottobre entrò questa sul Padovano, prese varii luoghi, e si postò a Bovolenta, ma senza succedere alcun riguardevole fatto. Parve nondimeno più favorevole la fortuna agli Scaligeri, che tolsero Pontremoli ai Rossi, e diedero qualche percossa ai Veneziani. Per la gran copia di gente che era in Padova, e massimamente di Tedeschi, i quali faceano rubamenti e insolenze a furia, fu quella città in gravi affanni e pericoli. Intanto l'esercito veneto prese le saline di Mastino, e disfece la torre o bastia quivi fabbricata. Si credette imminente un gran fatto d'armi, e nulla poi succedè.

NOTE:

[1291] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1292] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estens., tom. eod.

[1293] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1294] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1295] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. eod. Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1296] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1297] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 44.

Anno di CRISTO MCCCXXXVII. Indiz. V.

BENEDETTO XII papa 4. Imperio vacante.

Tardi conoscendo Mastino dalla Scala d'essersi per l'ingordigia ed orgoglio suo condotto ad un mal passo col nimicarsi la potente signoria di Venezia e il comune di Firenze, implorò lo aiuto de' suoi vecchi confederati[1298]. Obizzo marchese d'Este, unitosi con Guido da Gonzaga, Giovanni de' Pepoli, Manfredi de' Pii, ed altri ambasciatori, nel mese di gennaio si portò a Venezia per trattar dì pace. Trovò quei senatori troppo risoluti alla guerra, se Mastino non rilasciava Padova, Trivigi, Parma e Lucca[1299]. Anzi eglino con tante ragioni eccitarono il marchese a far lega con loro, ch'egli non seppe esentarsene. Un gran parlamento ancora si tenne nel mese d'aprile in Cremona, dove intervennero Mastino, Azzo Visconte, il marchese Obizzo, Guido da Gonzaga, ed altri signori di Lombardia. Volle Mastino muoverli a prestargli soccorso in quella sua urgenza. Non si trovò chi volesse muovere un dito per lui, perchè erano tutti disgustati della di lui poca fede e smoderata ambizione. Per lo contrario, da lì a qualche tempo si collegarono tutti contra di lui. Intanto venti bandiere di Tedeschi, che erano al soldo di Mastino, passarono nel campo veneto. Ribellaronsi ancora agli Scaligeri Cittadella, Asolo, Conigliano, ed altre terre del Padovano e Trevisano. Nel giugno si raunarono in Mantova le genti di Azzo Visconte, degli Estensi e de' Gonzaghi, e con esso loro venne ad accoppiarsi l'esercito de' Veneziani e Fiorentini, condotto da Marsilio Rosso, essendo rimasto in Bovolenta Pietro suo fratello con mille e cinquecento cavalli e molta fanteria. Luchino Visconte, zio d'Azzo, fu creato capitan generale dell'armata collegata, e tutti entrarono sul Veronese, facendo gran guasto. Mastino, che, oltre all'essere uomo prode in guerra, aveva anch'egli un poderoso esercito, arditamente venne loro incontro, e li sfidò a battaglia nel dì 26 dì giugno. Ossia che Luchino Visconte fosse un codardo, come alcun vuole; oppure, come altri scrivono[1300], che i Tedeschi dell'armata collegata avessero ordito un tradimento (e molti di essi in fatti, siccome persone venali e date a chi più loro offeriva, andarono a' servigi di Mastino): certo è che i collegati pieni di spavento sgarbatamente si ritirarono a Mantova, lasciando indietro tende ed arnesi da guerra, e si separarono. Allora Mastino corse colle sue genti sino alle porte di Mantova, mettendo tutto a sacco e fuoco. Tentò poscia d'impedir la riunione dell'armata di Marsilio Rosso con quella di Pietro suo fratello; ma non gli venne fatto, siccome neppur di tirare ad una battaglia i due fratelli Rossi, perchè furono d'avviso i Veneziani di stancare piuttosto Mastino, sul supposto ch'egli non potesse sostener lungo tempo l'eccessiva spesa del mantenimento di tante soldatesche, fra le quali erano quattro mila lancie tedesche. Dimorava intanto in Padova Alberto dalla Scala, fratello maggiore di Mastino, uomo di pace e non di guerra, quanto dedito ai piaceri, altrettanto nemico delle fatiche. I suoi due principali consiglieri erano Marsilio ed Ubertino da Carrara. Grande zelo, siccome dissi, aveva in addietro mostrato Marsilio per gl'interessi degli Scaligeri; ma più gli premevano i proprii. Non dimenticava egli di essere già stato signore di Padova; e siccome avea data quella città a Cane dalla Scala, così non si faceva scrupolo di ritorla ai di lui nipoti, essendo massimamente quel popolo ridotto alla disperazione per le tante contribuzioni e insolenze che giornalmente si faceano in quella città. Segretamente perciò Marsilio se l'intese coi Veneziani. Se è vero ciò che narrano i Gatari[1301], avendo Mastino avuto sentore del tradimento, scrisse più d'una volta ad Alberto che si assicurasse de' due Carraresi, e li levasse dal mondo. Alberto scioccamente loro mostrava gli ordini del fratello. Se n'ebbe bene a pentire. Veggendosi dunque Marsilio come scoperto, si affrettò a compiere il premeditato disegno. Due volte era venuto Pietro dei Rossi sino ai borghi di Padova, ma s'era poi ritirato. Vi tornò la terza volta nel dì 3 d'agosto[1302], e allora gli fu aperta la porta di Ponte Corvo da Marsilio. Vi entrò egli colle sue genti; fece prigione e mandò poi alle carceri di Venezia il mal accorto Alberto dalla Scala; spogliò d'armi e cavalli la guarnigion di Mastino, e cinquecento ne fece prigionieri. Nel dì 6 d'agosto fu data dal popolo la signoria di Padova a Marsilio da Carrara. Gran festa si fece in Venezia e Firenze per questo felice colpo, da cui, all'incontro, restò sommamente sbalordito Mastino. Non perdè tempo il valoroso Pietro de' Rossi a passar coll'armata sotto Monselice, e cominciò a dar dei furiosi assalti a quella forte terra. Ma nel dì 7 d'agosto colpito da una lancia manesca con ferita mortale, nel dì seguente morì, mostrando un'esemplare pietà e un'eroica intrepidezza nel prendere commiato dal mondo. Perderono i Veneziani un gran generale d'armata, e un personaggio di somma liberalità, che non passava l'età di anni trentaquattro, e dai più de' Lombardi fu compianta la sua morte. Erasi prima condotto a Venezia Marsilio de' Rossi suo fratello, uomo di non minor sapere e coraggio nelle cose di guerra; ma, preso da mortal malattia, anche egli finì di vivere in quella città nel dì 14 del suddetto agosto. Orlando Rosso fu scelto pel comando dell'armata.

Non fu men riguardevole l'altra perdita che fece Mastino nel dì 8 di ottobre[1303]. Ebbe Azzo Visconte un trattato con alcuni cittadini bresciani, che, forate le mura, introdussero nel dì suddetto le di lui genti nella città vecchia, e poi presero la nuova, di modo che tutta la città, da cui fuggì Bonetto de' Malvicini governatore ivi per Mastino col suo presidio, venne in potere del Visconte. Si difese il castello sino al dì 13 di novembre, ed allora capitolò la resa. Gran gioia parimente fu in quella nobil città per essere caduta in mano di un miglior signore, il quale richiamò colà tutti gli usciti, e vi fece fiorir la pace. Profittò ancora della decadenza, in cui si trovarono gli Scaligeri, Carlo figliuolo di Giovanni re di Boemia. Era egli divenuto signore della Carintia, ed entrato in lega coi Veneziani, nel mese di luglio o di agosto s'impossessò di Feltre, e nell'anno seguente di Belluno, smembrando ancor quelle città dalla signoria degli Scaligeri. Provarono medesimamente felice quest'anno in Toscana i Fiorentini[1304]. Unitisi essi coi Perugini, aveano fatta lunga guerra alla città d'Arezzo. Pier Saccone de' Tarlati da Pietramala, signore di quella città, coi suoi consorti, trovandosi oramai al verde e senza maniera di poter resistere a tante forze, badò alle proposizioni di accordo che segretamente gli fece fare il comune di Firenze, di pagargli venticinque mila fiorini d'oro, con altri privilegii e vantaggi facili allora a promettersi in tali occasioni, ma che facilmente ancora svanivano nel progresso del tempo. Compiuto il trattato, nel dì 10 di marzo presero i Fiorentini il possesso d'Arezzo; e Pier Saccone venuto a Firenze, non vi fu carezza ed onore che egli non ricevesse qual gran benefattore da que' cittadini. Ma i Fiorentini, che tanto rumore aveano alzato contra di Mastino, perchè, senza attendere i patti della lega, avea ritenuta per sè la città di Lucca, dimenticarono anch'essi che nella lega contratta co' Perugini ogni conquisto che si facesse sopra gli Aretini avea da esser comune. Eppur eglino vollero tutta per sè la città di Arezzo: del che gran querele fece, e restò forte amareggiato il comune di Perugia: tanto è vero che a noi sembrano sol giuste le bilance favorevoli ai nostri interessi, difettose quelle che sono ad essi contrarie. Fecero poscia i Fiorentini oste contra di Lucca, e un fiero guasto diedero a Pescia, Buggiano ed altri luoghi. Anche in Bologna nell'anno presente seguì mutazione[1305]. Pareano amicissimi Taddeo de' Pepoli e Brandaligi de' Gozzadini, amendue gran caporali e potenti giratori del governo di Bologna. Ma cadaun dal suo canto andava studiando la maniera di scavalcare il compagno. Nel dì 3 di luglio vennero alle mani Jacopo e Giovanni figliuoli di Taddeo Pepoli col suddetto Brandaligi; ed essendosi ingrossata la gente da ambe le parti, ne seguì gran battaglia. Sopraggiunse Taddeo dei Pepoli, che fece fermar la mischia, e seco prese Brandaligi, il menò a casa sua, dove con belle parole l'indusse a disarmarsi. Ma eccoti quei da Loiano, i Bentivogli, i Bianchi ed altri amici de' Pepoli con gran seguito, che violentemente entrati in casa di Brandaligi, la mettono a sacco, e le attaccano il fuoco. Se ne fuggì egli di Bologna, nè mai più vi tornò. Stette quella città fluttuante, venendo intanto mandati molti a' confini, sino al dì 28 d'agosto, in cui i soldati diedero alle armi in piazza, gridando: Viva messer Taddeo de' Pepoli. Per forza esso Taddeo fu creato capitan generale e signor di Bologna, città che era allora in lega co' Veneziani e Fiorentini. In quest'anno di lunga infermità nel dì 25 di giugno terminò i suoi giorni Federigo re di Sicilia[1306], principe di gran senno e valore, che per tanti anni seppe sostenersi in capo la corona contro tutti gli sforzi del re Roberto. Restarono di lui tre maschi, cioè Pietro II re, Guglielmo duca e Giovanni marchese. Ma non ereditò[1307] il re Pietro nè l'ingegno nè il coraggio del padre; e però cominciossi sotto di lui a scompigliare la buona armonia de' Siciliani, e si ribellarono i conti di Ventimiglia e di Lentino.

NOTE:

[1298] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1299] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1300] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eod. Gazata, Chron, Regiens., tom. 18 Rer. Ital., Bonincontrus Morigia, Chronic. Modoet., tom. 12 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, de Gest. Azonis, tom. eod.

[1301] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.

[1302] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. eod.

[1303] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1304] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 69.

[1305] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. eodem.

[1306] Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 8.

[1307] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 70.

Anno di CRISTO MCCCXXXVIII. Indiz. VI.

BENEDETTO XII papa 5. Imperio vacante.

Per le tante perdite dell'anno precedente in grandi affanni e sospiri si trovava Mastino dalla Scala, nè sapea a qual partito volgersi per ottenere soccorso[1308]. Avea nel dicembre scorso mosse proposizioni di pace a Venezia, e per trattarne colà si portarono Obizzo marchese d'Este, Marsilio da Carrara signore di Padova, Guido da Gonzaga, Giovanni figliuolo di Taddeo Pepoli, gli ambasciatori d'Azzo Visconte, de' Fiorentini e dello stesso Mastino. Sì alte erano tuttavia le pretensioni de' Veneziani, perchè esigevano che egli dimettesse Trivigi, Lucca e Parma, che andò a terra ogni speranza di aggiustamento. Vivamente si raccomandò poscia Mastino a Lodovico il Bavaro, per aver gente ed altri aiuti da lui, con dargli in ostaggio Francesco Cane suo figliuolo ed altri nobili per sicurezza de' pagamenti; ma restò burlato da lui. Poco poi potè godere del nuovo suo principato Marsilio da Carrara signore di Padova, perchè, infermatosi, nel dì 21 di marzo dell'anno presente mancò di vita. Non lasciando egli figliuoli proprii, prima di morire, coll'assenso della repubblica veneta, fece eleggere suo successore nella signoria di Padova Ubertino da Carrara suo cugino, che stato nella gioventù discolo e malvivente, cominciò a governare il suo popolo, più procurando di farsi temere che amare[1309]. Per altro fu uomo di gran senno, e tenne in molta riputazione il nome suo e di sua casa. La prima impresa di lui quella fu di portarsi all'assedio di Monselice, per affrettarne il più tosto possibile l'acquisto. Ma dentro vi era Pietro del Verme, la cui fedeltà verso Mastino, ed insieme la bravura ed accortezza rendea vani tutti i tradimenti e gli assalti d'Ubertino. Fecero fra loro una guerra arrabbiata. Intanto Orlando Rosso generale dell'armata veneta nel mese d'aprile mise in marcia le sue genti, e saccheggiando pervenne fino alle porte di Verona, dove fece correre un palio. Nel dì 8 di maggio se gli diede Montecchio maggiore, terra che da lì a non molto fu assediata da Mastino. Fu egli astretto a ritirarsene con mal ordine; e seguirono dipoi varii combattimenti, ma con isvantaggio sempre delle di lui milizie, che specialmente nel dì 29 di settembre furono sconfitte a Montagnana. Finalmente nel dì 19 di agosto[1310] la terra di Monselice si arrendè ad Ubertino da Carrara, ma non già la rocca, di cui si cominciò l'assedio. Uscì libero colla sua gente Pietro del Verme, e cavalcò a Verona. Per danari ebbe poscia il Carrarese anche la rocca di Monselice nel dì 18 di novembre. Tale doveva essere in questi tempi la rabbia di Mastino[1311], che cavalcando per Verona nel giorno 27 d'agosto insieme con Azzo da Correggio, incontratosi con Bartolomeo dalla Scala vescovo della città, per meri sospetti ch'egli tramasse congiura contra di lui, come avea fatto il vescovo di Vicenza, sguainata la spada, di propria mano l'uccise. Per questa scelleraggine contra di lui procedette papa Benedetto XII alle rigorose censure, e stette Mastino gran tempo in disgrazia della santa Sede. Nel dì 19 di ottobre le genti venete entrarono ne' borghi di Vicenza, e quivi si afforzarono; colpo che fece disperare Mastino, e più che mai applicarsi ad un trattato di pace, siccome diremo all'anno seguente.

Giacchè in Sicilia regnavano delle dissensioni, e al valente re Federigo era succeduto il re Pietro, persona di mente assai debole[1312], stimò Roberto re di Napoli che fosse giunto il sospirato giorno da poter ricuperar quell'isola. Nel mese dunque di maggio spedì colà una flotta di sessanta tra galee e legni da trasporto con mille e cinquecento cavalieri e molta fanteria. Un'altra parimente, ed anche maggiore, ne inviò a quella volta nel mese di giugno sotto il comando di Carlo duca di Durazzo suo nipote. Ognuno si credeva che tante forze ingoierebbero senza fallo la Sicilia tutta; ma appena, dopo lungo assedio, presero Termole, e intanto entrata la peste, ossia una forte epidemia, in quell'armata, bisognò sloggiare, e tornarsene con perdita di molta gente a Napoli. Riuscirono inutili tutti i tentativi, umiliazioni ed esibizioni fatte da Lodovico il Bavaro per riacquistare la grazia del papa[1313]. Colpa non fu del buon pontefice, che inclinava alla pace, e chiaramente dicea che compativa gli eccessi commessi dal Bavaro, perchè il suo predecessore Giovanni XXII, col non volergli fare giustizia, l'avea come spinto nel precipizio. Disse anche all'orecchio agli ambasciatori di Lodovico, quasi piangendo, d'essere dispostissimo a favorire il lor principe; ma aver lettere di Filippo re di Francia, colle quali il minacciava di trattarlo peggio di quel che Filippo il Bello avea trattato papa Bonifazio VIII, qualora assolvesse il Bavaro dalle scomuniche. Ecco se è vero che i romani pontefici furono in una babilonica schiavitù, finchè vollero tener ferma la loro residenza di là da' monti. So che questo è negato da alcuni; se poi con buone ragioni, nol so. Ora cotali durezze della corte pontificia, benchè cagionate dalla prepotenza altrui, diedero occasione al Bavaro e agli elettori dell'imperio (eccettuatone Giovanni re di Boemia) di unire una dieta nel territorio di Magonza, in cui nel dì quindici di luglio formarono un decreto[1314], che chiunque è eletto dai principi elettorali concordi, o dalla maggior parte di essi, re de' Romani, non ha bisogno d'approvazione e consenso della santa Sede per prendere il titolo di re e per amministrare i diritti dell'imperio: il che fu una gran ferita all'autorità e agli antichi diritti della santa Sede. Tanto è poi andata innanzi la faccenda, che laddove gli antichi principi eletti prendevano il titolo solamente di re di Germania e d'Italia, oppure de' Romani, senza giammai usar quello d'imperadori de' Romani, se non dopo la coronazione romana, cominciarono ad intitolarsi, anche senza essere coronati dal papa, imperadori de' Romani: il che è divenuto uso stabile. Intorno a questi punti disputano gli eruditi politici: lasciamoli noi disputare, e andiamo avanti. Venne in quest'anno a morte nel dì 21 d'aprile Teodoro marchese di Monferrato[1315], che avea portato in Italia il sangue de' greci imperadori, ed ebbe per successore Giovanni suo unico figliuolo, che superò in valore e fortuna il padre.

NOTE:

[1308] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1309] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.

[1310] Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1311] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1312] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 78.

[1313] Albertus Argent., Chron.

Anno di CRISTO MCCCXXXIX. Indiz. VII.

BENEDETTO XII papa 6. Imperio vacante.

A mal partito, e in gran pericolo di perdere il resto, oramai si trovava Mastino dalla Scala per la forza e superiorità di tanti suoi nemici; e però più che mai si diede all'ingegno per uscir fuori di questa troppo ostinata tempesta. Studiossi dunque di guadagnare (il Villani dice[1316] col potente segreto della moneta) alcuni maggiorenti di Venezia, e segretamente trattò di pace particolare co' Veneziani, rimettendosi tutto in loro, e pregandoli nello stesso tempo di non volerlo disfare. Fece anche correr voce che se non seguiva aggiustamento, sarebbe calato Lodovico il Bavaro in Italia con sei mila barbute: il che potè influire a far accettare le proposizioni d'accordo nel senato veneto. Non mancarono i Veneziani d'avvisare per tempo i Fiorentini ch'era in piedi questo trattato; ma perchè loro si esibivano solamente alcune castella, e non già la città di Lucca, che, secondo i patti della lega, si dovea cedere al loro comune, se ne sdegnarono forte, parendo lor questo un tradimento. Inviarono pertanto a Venezia i loro ambasciatori, acciocchè disturbassero l'accordo, oppure insistessero per la cessione di Lucca. Di più non poterono ottenere. Adunque nel dì 24 di gennaio del presente anno[1317] si conchiuse la pace in Venezia, le cui condizioni si veggono riferite dal Cortusi. In vigor di essa ai Veneziani fu ceduta la città di Trivigi; ad Ubertino da Carrara Bassano e Castelbaldo; ai Fiorentini Pescia, Buggiano ed Altopascio, oltre ad altre terre prese innanzi da loro al territorio di Lucca. Alberto dalla Scala coi Fogliani di Reggio ed altri prigioni fu liberato dalle carceri, e nel dì 14 di febbraio arrivò a Verona, incontrato da Mastino suo fratello a Legnago. Grandi schiamazzi fecero per questo accordo i Fiorentini; ma a che servirono? Certo fu mirabil cosa che Mastino in mezzo a sì fiero incendio potesse conservare le città di Verona, Vicenza, Parma e Lucca; la qual ultima andò egli a visitare nel primo giorno di aprile, con dar buon ordine alla guardia d'essa, ben persuaso che i Fiorentini, se si fosse presentata l'occasione, avrebbono dimenticata ben tosto la pace fatta con lui. Volle dal popolo di Lucca venti mila fiorini d'oro, perchè ne avea gran bisogno. In Parma lasciò a quel governo Azzo da Correggio suo zio materno, che il servì di proposito, per quanto vedremo. Un altro assai strepitoso avvenimento appartiene all'anno presente, che si vede riferito fuor di sito non solamente dal Corio[1318], ma anche da Bonincontro Morigia[1319] e da Galvano Fiamma[1320], autori contemporanei, narrandolo gli uni all'anno 1337, e l'altro al 1339. Forse son guasti i loro testi, o la diversità dell'era cristiana produsse questo imbroglio; certo essendo che il fatto, ch'io son per narrare, accadde in quest'anno, come s'ha da Giovanni Villani[1321], dal Gazata[1322], dai Cortusi[1323] e da altri storici[1324]. Appena fu stabilita la pace suddetta, che a Mastino parve un'ora mille anni di sgravarsi del troppo pesante fardello di tante milizie che erano al suo soldo, per esser egli restato co' suoi sudditi smunto affatto di moneta. Specialmente gli era a carico la cavalleria tedesca, che in gran numero era stata a' suoi servigi.

Usava in corte di Mastino Lodrisio Visconte, figliuolo di un fratello di Matteo Magno, cioè quel medesimo che nell'anno 1327 unito con Marco Visconte procurò più degli altri la depressione di Galeazzo Visconte, e la prigionia di lui, di Azzo, Luchino e Giovanni Visconti. Dacchè il giovane Azzo ricuperò il dominio di Milano, Lodrisio o spontaneamente se n'andò, o fu cacciato da quella città. Gli venne in pensiero di valersi di questa congiuntura per riavere il contado del Seprio, di cui fu ne' tempi addietro investito; anzi di occupar Milano, se gli veniva fatto. Ne trattò con Mastino. Bella occasione parve a lui questa di vendicarsi d'Azzo Visconte, che gli avea tolta Brescia. Diede lo Scaligero le paghe ai soldati, mostrando di licenziarli, e Lodrisio di assoldarli in servigio proprio. Circa tre mila e cinquecento uomini d'armi raunò egli, e gran copia di fanti: alla quale armata diede il nome di compagnia di s. Giorgio. S'ingrossò questa dipoi, perchè si trattava di andare a bottinare in paese grasso e ricco. E fu essa (il che è da notare) la prima compagnia di soldati masnadieri, e ladri che si formò in Italia, e servì poi d'esempio a tante altre, che vedremo insorgere a' danni degli Italiani, e vengono chiamate compagnie dagli storici fiorentini. S'inviò Lodrisio Visconte con quest'armata di ferrabuti pel Bresciano, dando il sacco dappertutto, e, passato il fiume Oglio, afflisse le campagne del Bergamasco. Nel dì 9 di febbraio valicò l'Adda, senza che potessero impedirgli il passo le soldatesche postate alle ripe; e andò a riposare a Legnano, mettendo intanto a sacco e fuoco quelle contrade. Colà convocò quanti amici potè[1325], e vi concorsero a furia i ribaldi, dimodochè già pensava di marciare a dirittura verso Milano. A questo non mai pensato accidente si trovava mal provveduto Azzo Visconte; affrettossi dunque di chiamare da tutte le sue città le milizie, e dimandò soccorso a tutte le sue amistà. Era allora la terra coperta d'alta neve e di ghiaccio: contuttociò i marchesi Estensi cugini d'Azzo[1326] immediatamente gl'inviarono alcune centinaia di cavalli sotto il comando di Brandaligi da Marano. Altri combattenti gli vennero da Tommaso marchese di Saluzzo suo cognato, da Lodovico di Savoja suocero suo, dal conte di Savoja, da Jacopo signor di Piemonte, da Taddeo de' Pepoli, dai Gonzaghi e da Genova. Altri aiuti ancora erano per viaggio, ma senza poter giugnere a tempo alla fiera danza che si fece. Fu commessa la guardia di Milano a Giovanni Visconte, zio d'Azzo e vescovo di Novara, con ottocento cavalli. Fu dato il comando dell'armata a Luchino Visconte, altro zio del medesimo Azzo. Uscito dunque Luchino con più di tre mila e cinquecento cavalli, duemila balestrieri, e quattordici mila fanti, andò ad accamparsi a Nerviano col grosso di sua gente, compartendo il restante in Parabiago e nelle ville circonvicine. Lodrisio, che già cominciava a penuriar di viveri e foraggi, non volle maggiormente differir la battaglia; e tanto più perchè sapeva che l'esercito de' Visconti di giorno in giorno s'andava più ingrossando per l'arrivo di nuove truppe. Era il dì 21 di febbraio, festa di s. Agnese, e fioccava la neve a furia. Uscito prima del far del giorno da Legnano, andò ad assalir quella parte dell'esercito milanese che era a Parabiago. Dormiva tuttavia la buona gente. Lodrisio li svegliò ben tosto, e cominciò a farne macello. Quei che poterono prendere l'armi e saltare a cavallo, bravamente si diedero anch'essi a menar le mani; ma molti ne perirono, e vi andava il resto, se non giugneva Luchino Visconte col suo corpo di gente. Allora si diede principio ad una terribile e sanguinosa battaglia, e si fecero di gran prodezze da ambe le parli, cedendo ora gli uni ed ora gli altri. La presa della città di Milano, che si faceva da Lodrisio sperar vicina alla sua gente, animava i suoi al forte combattimento, e sprone era agli altri la difesa della patria e l'amor della gloria. Prevalsero dopo molte ore di ostinata contesa cotanto l'armi di Lodrisio[1327], che Giovanni del Fiesco, cognato di Luchino, poco fa fatto cavaliere, fu ucciso, e lo stesso Luchino generale rimase prigione.

Già la vittoria parea dichiarata in favor di Lodrisio, quando arrivarono freschi alla battaglia trecento cavalieri savoiardi, ed Ettore conte di Panago o Panigo, con altra gente che, trovando i nemici pel sì lungo combattere stanchi e disordinati, attendendo allo spoglio, poca difficoltà incontrarono a sbaragliarli ed atterrarli. Fu riscosso Luchino; Lodrisio si diede per prigione a Giovannino Visconte figliuolo di Vercellino e nipote suo, dianzi fatto prigioniere da lui. Pochi de' suoi si salvarono, parte uccisi, parte presi[1328]. Più di quattromila combattenti fra l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e degli stessi vincitori pochi vi furono che non riportassero qualche ferita e segnale perpetuo d'essere stati a quel fatto: sì duro ed ostinato fu il loro conflitto. Il Villani scrive che de' soli Milanesi vi restarono morti settecento cavalieri e più di tremila a piedi[1329]; e che cinque furono i combattimenti e le sconfitte di quella giornata tra dall'una parte e dall'altra: del che fu egli informato da persone degne di fede, che vi si trovarono presenti. E, tornando il vittorioso Luchino a Milano, sconfisse ancora Malerba capitano di settecento cavalieri, che Lodrisio avea mandati al passo verso Milano, per dare addosso a chi scappasse a quella volta. Più di settecento cavalli vi furono uccisi, e di quei di Lodrisio ne furono presentati due mila e cento presi, senza gli altri rubati e trafugati. Insomma non v'era memoria di una battaglia sì fiera e pertinace, fatta in mezzo alla grossa neve, come fu questa. Corse voce, nata probabilmente dall'immaginazion della buona gente, che s'era veduto in aria s. Ambrosio col flagello percuotere i nemici, e perciò da lì innanzi si cominciò a dipignere quel santo arcivescovo, ed anche a coniarlo nelle monete, col flagello in mano, e non già per qualche vittoria riportata contro i Francesi, come crede il volgo. Perchè poi la clemenza fu una delle virtù principali d'Azzo Visconte, la fece ben egli risplendere anche in questa congiuntura. Quantunque degni di morte fossero que' masnadieri per tante ruberie ed incendii commessi, pure a tutti diede la libertà col sol giuramento di non più militare contra di lui. Neppur volle infierire contra dello stesso Lodrisio, autore di sì dolorosa tragedia. Contentossi di confinarlo insieme con due suoi figliuoli nella fortezza di San Colombano, dove sopravvisse alcuni anni, e fu poi rimesso in libertà. Restò dovunque Azzo Visconte pacifico signore di Milano, Como, Vercelli, Lodi, Piacenza, Cremona, Crema, Borgo S. Donnino, Bergamo, Brescia e di altri luoghi. Teneva parte di dominio in Pavia; essendo mancata di vita Giovanna figliuola del conte Nino pisano, sua sorella uterina, perchè nata da Beatrice Estense sua madre nel primo matrimonio, per testamento d'essa ebbe tutta la di lui pingue eredità in Pisa, e le ragioni d'essa sopra il giudicato di Gallura, cioè sopra la terza parte della Sardegna. Però nell'anno presente prese la cittadinanza di Pisa, e mosse le sue pretensioni contra del re d'Aragona, occupatore della Sardegna. Aggiugne Galvano Fiamma[1330], che dalle civili fazioni di Genova gli fu anche esibito il dominio di quella città, e che per la sua morte andò in nulla questo trattato. Giorgio Stella negli Annali di Genova di ciò non dice parola. Ma che? in tanta gloria, in si grande innalzamento della casa de' Visconti, ecco la morte che rapisce nel dì 14 o 16 d'agosto dell'anno presente Azzo Visconte in età di soli trentasette anni. Non si saziano Buonincontro Morigia[1331] e Galvano Fiamma, scrittori contemporanei, di descrivere le insigni doti e virtù di questo principe, che non avea allora pari in Italia, trattone il re Roberto. Era egli l'amore di Milano perchè pio, perchè giusto e clemente, perchè egualmente amava e favoriva Guelfi e Ghibellini, e per tutte le sue città voleva la pace fra i cittadini. Somma fu la sua magnificenza in fabbricar palagi, fortezze, ponti e delizie; grande la sua gloria per le vittorie ottenute, per tante città conquistate, e per avere risuscitata e cotanto accresciuta la potenza della sua casa. Nè è maraviglia se i popoli sì facilmente si accordassero in volerlo per padrone, perchè egli era padre de' religiosi, amator della concordia, affabilissimo, inclinato sempre a far grazie, geloso della castità, e ornato d'altre nobili virtù. Di Caterina figliuola di Lorenzo di Savoja non ebbe prole, e però l'eredità dei suoi Stati e beni, o per testamento, per succession legale, pervenne ai due suoi zii paterni Luchino e Giovanni, tuttavia solamente vescovo di Novara. Ossia che Giovanni spontaneamente lasciasse al fratello la sua parte del dominio, oppure, siccome io vo sospettando che Luchino maggior di età ed uomo fiero non volesse compagni nel governo: sappiam di certo che il solo Luchino da lì innanzi fu principe di Milano e dell'altre città, che prima ubbidivano al nipote Azzo.

Novità furono in Genova nell'anno presente[1332]. Parendo al popolo di quella città di non essere assai ben trattati dai nobili, nè dai capitani della terra, che in questi tempi erane Raffaello Doria e Galeotto Spinola, fecero istanza di avere un nuovo abbate, che così chiamavano quel magistrato che presso gli antichi Romani si appellava tribuno della plebe. Vi acconsentirono mal volentieri nondimeno i due capitani. Ora nel dì 25 di settembre unitosi il popolo e i mercatanti per crear l'abbate, non sapevano accordarsi. Capitato nell'adunanza Simone o Simonino Boccanegra (fu creduto per altri fini) fu proposto costui per abate da uno scimunito. I più gridarono di sì, e per forza gli misero in mano lo stocco. Ebbe egli un bel dire che i suoi maggiori, stante il lor essere nobili, non erano mai stati abbati, e che li pregava di eleggere un altro. Gran tumulto si fece, ed uscì una voce che dicea signore, e tutti a gara gridarono signore. Allora fu consigliato il Boccanegra da uno degli stessi capitani e dal vecchio abbate di accettare l'elezione per paura di peggio; e però rispose che era pronto ad essere abbate, signore, e tutto quel che loro piacesse. Allora si rinforzò la voce di signore, e non finì la lite, che il crearono loro doge ossia duce, o duca, con piena balìa e con alcuni del popolo per suoi consiglieri. Però i due capitani, l'un dopo l'altro, uscirono dalla città; e questo fu il primo doge che avesse quella città. Era Simone Boccanegra uomo di petto e di molto senno: laonde diede principio con molto vigore al suo dominio, ed ebbe ubbidienza dalla maggior parte delle terre delle due riviere. Per anni parecchi avea il re Roberto tenuta la signoria della città d'Asti[1333]. Giovanni marchese di Monferrato gliela tolse nel giorno 26 di settembre dell'anno presente, con iscacciarne i Solari e gli altri Guelfi, e introdurvi i Gottuari e i Rotari cogli altri Ghibellini. Niuna difesa fece il presidio di esso re, perchè si trovò aver impegnate armi e cavalli per difetto di paghe. Di gran danno fu questa perdita a Roberto a cagion delle altre sue terre di Piemonte, e ne esultò forte la fazion ghibellina di Lombardia. Leggesi nella storia di Benvenuto da San Giorgio[1334] lo strumento, con cui il popolo d'Asti prende per suo signore il marchese Giovanni. Fece ancora in quest'anno guerra alla Sicilia il re Roberto, e vi prese l'isola di Lipari. Era generale della sua flotta Giufredi di Marzano conte di Squillaci. Mentr'egli assediava il castello di quell'isola, venne il conte di Chiaramonte colla flotta de' Messinesi a dargli battaglia nel giorno 17 di novembre; ma sconfitto restò egli prigione. Per l'uccisione del vescovo di Verona era Mastino dalla Scala sotto le scomuniche[1335]. Per rimettersi in grazia del papa, e inoltre per aver la di lui protezione, e salvar le città sue attorniate da potenti avversarli, dopo aver fatto maneggio alla corte di Avignone, prese nel giorno primo di settembre il vicariato di Verona, Parma e Vicenza (Lucca non v'è nominata) dal pontefice, vacante imperio, con obbligo di pagare annualmente al papa cinque mila fiorini d'oro, e mantenere dugento cavalli e trecento pedoni al servigio della Chiesa. Ed ecco come il buon pontefice Benedetto XII amichevolmente ottenne ciò che il gran caporale de' Guelfi Giovanni XXII con tante guerre non avea mai potuto ottenere. Mancò di vita in questo anno nel giorno ultimo di ottobre Francesco Dandolo doge di Venezia[1336], ed ebbe per successore Bartolomeo Gradenigo, eletto nel dì 9 di novembre.

NOTE:

[1314] Rebdorf., Histor. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.

[1315] Benven. da S. Giorg., Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[1316] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 89.

[1317] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1318] Corio, Istor. di Milano.

[1319] Bonincont. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.

[1320] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.

[1321] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.

[1322] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1323] Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1324] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1325] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic. Bonincontrus Morigia, Chron., tom. eod.

[1326] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.

[1327] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1328] Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1329] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.

[1330] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1331] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1332] Georgius Stella, Annal. Genuens. tom. 17 Rer. Ital. Annal. Mediol., tom. 18 Rer. Italic.

[1333] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.

[1334] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrat., tom. 23 Rer. Italic.

[1335] Raynald., Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCXL. Indizione VIII.

BENEDETTO XII papa 7. Imperio vacante.

Cessata la guerra, sopravvennero in quest'anno all'Italia altre calamità, cioè la carestia e la peste, portate da oltramare[1337]. Vivevano allora alla buona gli Italiani; specialmente i Veneziani e Genovesi, per cagion della mercatura, frequentavano le coste dell'Egitto, della Soria e dell'imperio greco, trafficando fino al mar Nero. Erano anche in guerra queste due nazioni nei tempi presenti. Se in quei paesi regnava la peste (e va ella sempre saltellando dall'un paese all'altro), facilmente la portavano in Italia le navi cristiane. Siccome allora non vi erano lazaretti, nè si faceano spurghi, nè si usavano altre diligenze e cautele che inventò poi la saggia provvidenza de' posteri per impedire l'ingresso a questo terribil malore, o per estinguerlo venuto; così a man salva veniva esso a metter piede nelle nostre contrade. Cominciò dunque nell'anno presente ad infierire la pestilenza in Italia, e ci durò gran tempo, siccome diremo[1338]. Nella sola città di Firenze morirono dodici mila persone. Siena anch'essa perdè gran copia de' suoi migliori cittadini. Giunto poi all'eccesso il prezzo de' viveri, perchè o la gran neve caduta nel verno, che non si sciolse se non verso il fine di marzo, o altra cagione guastò i raccolti. E fu questo solo malanno bastante a generar malattie, e a popolar di cadaveri i sepolcri. Avea già dato principio Luchino Visconte al suo governo di Milano e degli altri suoi Stati con vigore[1339]; ma i Milanesi, avvezzi a quello del savio ed amorevol principe Azzo, si rattristavano al vedersi sotto Luchino di costumi ben diverso dal suo predecessore. Fin qui aveva menata una vita da prodigo, conversando più coi cattivi che coi buoni, dormendo il giorno e vegliando la notte; e dato alla sensualità in maniera, che quantunque prima avesse avuta per moglie una degli Spinoli, che giovane mancò di vita, ed avesse allora per moglie Isabella de' Fieschi, giovane di rara bellezza, pure da altre donne avea procreato varii bastardi, fra i quali Brusio, che per la sua bravura e magnificenza fece dipoi gran figura nel mondo. Leggevasi inoltre in faccia a Luchino l'austerità; cosa forestiera in lui era il perdonare; e fuorchè i proprii figliuoli, niun altro mai seppe amare, e neppure i parenti, de' quali anzi fu persecutore. Fra gli altri viveano allora Matteo, Bernabò e Galeazzo, figliuoli di suo fratello, giovani di molta avvenenza e cari al popolo. Mandolli tutti e tre a' confini Luchino, siccome uomo pien di sospetti, nè mai volle ascoltar preghiere in lor favore. Fors'anche n'ebbe qualche fondamento, per un avvenimento che appartiene all'anno presente[1340]. Odiava Luchino e trattava male chiunque era stato ministro, o uffiziale, o amico del suo nipote Azzo, perchè a' tempi di lui tenuto assai basso, quando i consiglieri e cortigiani d'Azzo tutti aveano gran potere, ed erano smisuratamente cresciuti in ricchezza. Fra gli altri Lombardi veniva riputato il più facoltoso Francesco da Posterla, già consigliere d'Azzo; e questi tra per lo sdegno di vedersi maltrattato da Luchino, e per la conoscenza dell'animo alterato de' Milanesi verso questo nuovo padrone, tramò con assaissimi nobili una congiura contra di lui, con pensiero di esaltare i tre nipoti suddetti dello stesso Luchino. S'eglino ne avessero contezza, non si sa. Fu scoperta la congiura; il Posterla co' suoi figliuoli ebbe tempo da fuggire in Avignone. Ma Luchino nol perdè mai di vista. Lettere finte sotto nome di Mastino dalla Scala l'invitarono a Verona con esibizioni larghe. Per questo venne egli in nave alla volta di Pisa, dove preso ad istanza di Luchino, e condotto nel 1341 a Milano, dopo avere rivelato varii complici, lasciò co' suoi figliuoli e con altri la testa sopra d'un palco. Non venne più voglia ad alcuno de' Milanesi di far trattato contra di Luchino: tal terrore mise in tutti la severità ed implacabilità di quest'orso. Ed egli da lì innanzi usò di tener due fieri cani corsi davanti alla camera dove dormiva. Ed uscendo per città, gli aveva sempre a lato. Guai se alcuno facea qualche cenno indiscreto verso di lui; se gli avventavano questi cani, e lo stendevano a terra. Per altro, non mancarono delle virtù e delle belle doti a Luchino: del che parleremo altrove.

Fu fatta in quest'anno una cospirazione di molti nobili di Genova contra di Simonetto Boccanegra, novello doge di quella città[1341]. Si scoprì essa nel dì cinque di settembre; e siccome il Boccanegra era uomo franco e valente, essendo caduti in sua mano due de' maggiori nobili di casa Spinola, formatone il processo, fece loro tagliare il capo: con che atterrì gli altri, e fortificò non poco il suo stato. Ottaviano di Belforte nel settembre di questo anno occupò il dominio della città di Volterra, e ne scacciò il vescovo, che era suo nipote. Anche in Firenze venne alla luce in quest'anno una congiura, per cui fu gran rumore in quella città, e si mandarono a' confini assaissimi nobili, massimamente della casa de' Bardi. Sul fine poi di giugno gli Spoletini diedero una sconfitta a quei di Rieti, che assediavano il castello di Luco. E nel luglio avendo Malatesta signore di Rimini assediato il castello di Mondaino e Verucchio, Ubertino da Carrara signore di Padova, e marito d'Anna Malatesta, vi mandò gente assai, che diede una rotta all'esercito del Malatesta. Era tuttavia in disgrazia del papa la città di Bologna per l'espulsione del legato pontificio[1342]. Diede mano il buon papa Benedetto XII ad un accomodamento, con cui nel dì 21 d'agosto dichiarò vicario di quella città per la santa Sede Taddeo de' Pepoli, impostogli l'obbligo di pagare ogni anno a titolo di censo otto mila fiorini d'oro. Tenuta fu in Mantova nel dì 8 di febbraio una solennissima corte bandita[1343], a cui intervennero Mastino dalla Scala, Obizzo marchese d'Este e Matteo Visconte. Il motivo di tale festa fu che il vecchio Luigi da Gonzaga signor di Mantova e Reggio fece promuovere all'ordine della cavalleria i tre suoi figliuoli Guido, Filippino e Feltrino, ed altri nobili; e seguirono in tal congiuntura alcuni maritaggi di quei principi, fra' quali Ugolino figliuolo di Guido sposò una sorella di Mastino. Nel settembre essendosi sollevato il popolo di Fermo contra di Mercenario tiranno di quella città, ed avendolo ucciso, tornò all'ubbidienza della Chiesa romana con altri luoghi della marca d'Ancona.

NOTE:

[1336] Marino Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[1337] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.

[1338] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1339] Petrus Azarius, Chron., cap, 9, tom. 16 Rer. Ital.

[1340] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1341] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 101.

Anno di CRISTO MCCCXLI. Indizione IX.

BENEDETTO XII papa 8. Imperio vacante.

Non s'era fin qui ben riconciliata colla santa Sede la casa de' Visconti e la città di Milano[1344]. Luchino signor d'essa e d'altre città, e Giovanni suo fratello, tuttavia vescovo e signor di Novara, tanto fecero che in quest'anno ebbero buona pace da papa Benedetto XII, con promettere di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro. Confermò loro in questa occasione il papa il vicariato di Milano e dell'altre città da loro possedute, finchè fosse vacante l'imperio, e gli obbligò ad alcune penitenze; ma senza apparire qual censo annuo fosse loro imposto. Che anche i Gonzaghi per Mantova e Reggio, e i marchesi estensi per Modena prendessero nella forma suddetta il vicariato dal papa abbiamo chi lo scrive[1345]. Signoreggiavano tuttavia in Parma Alberto e Mastino dalla Scala[1346], fidandosi specialmente di Guido, Azzo, Giovanni e Simone da Correggio, loro zii dal lato della madre, e che nelle loro disgrazie erano sempre stati sostenuti e beneficati dagli Scaligeri. Ma in questi barbari tempi la fede era cosa rara, e la voglia di dominare andava sopra a tutti i riguardi della società civile. Unironsi segretamente essi Correggeschi coi Gonzaghi signori di Mantova e di Reggio, da noi poco fa veduti sì amici e parenti di quei dalla Scala; ebbero anche intelligenza o lega col re Roberto, con Luchino Visconte signor di Milano, e con Ubertino da Carrara signor di Padova; coll'aiuto dei quali congiurarono di torre Parma ad essi Scaligeri. Era in Parma podestà e capitano delle genti d'armi Bonetto da Malvicina[1347], il quale, scoperte le mire de' Correggeschi, nel dì 21 di maggio diede all'armi, per affogar, se poteva, la nascente ribellione. Fece Guido da Correggio arrostar le strade della città; il popolo tutto fu per lui, e presero la porta di San Michele. Dura e lunga battaglia si fece, in cui molti dei Parmigiani patirono; ma per due volte furono respinti i soldati degli Scaligeri con tale mortalità d'essi, che in fine fu d'uopo prendere la fuga, e lasciar libera la città in mano del popolo e de' Correggeschi, a' quali fu poi, chi dice in quest'anno, e chi nel 1345, data la signoria. Per questo tradimento irritati forte gli Scaligeri contra de' Gonzaghi, giacchè non poteano contra dei Correggeschi, voltarono l'armi e la vendetta sopra di Mantova. Alberto dalla Scala corse con finte bandiere sino alle porte di quella città, e quasi v'entrò. Ito a voto il colpo, mise a ferro e fuoco nel dì 3 di giugno quel territorio, e menò via un gran bottino. Allora i Gonzaghi ricorsero a Luchino Visconte e ad Ubertino da Carrara per aiuto, ed, ottenuti gagliardi soccorsi, nel settembre cavalcarono sino alle porte di Verona, rendendo la pariglia de' danni sofferti a quel distretto, con bruciare palazzi e case, far prigioni più di mille uomini, e prendere più di due mila capi di buoi, cavalli ed altri animali. Inviarono anche il guanto della battaglia, ma Alberto dalla Scala non si sentì voglia di accettarlo, e con mal ordine si ritirò.

La perdita di Parma fece pensar tosto Mastino dalla Scala a metter la città di Lucca all'incanto, giacchè non gli era più possibile di fornirla e mantenerla sotto il suo dominio[1348]. Tanto i Pisani come i Fiorentini si fecero innanzi ed offerirono. Volle Luchino Visconte anche egli mettervi una zampa, offerendo mille cavalieri a' Fiorentini per assediare e conquistar quella città, ma non fu accettato il partito. Ora il marchese Obizzo signor di Ferrara fu eletto per mediatore del contratto fra Mastino e i Fiorentini; e questo si conchiuse, con promettere il primo agli altri la tenuta libera di Lucca, e gli altri di pagare a lui ducento cinquanta mila fiorini d'oro in certe paghe. Per sicurezza de' patti stabiliti Mastino inviò a Ferrara per ostaggi un suo figliuolo bastardo, e sessanta nobili di Verona e Vicenza; e cinquanta simili ne mandarono i Fiorentini, fra' quali era lo stesso Giovanni Villani scrittore della Cronica accreditata della patria sua. Riceverono gli uni e gli altri ogni maggior onore e finezza dal marchese Obizzo, e spesso li voleva alla sua mensa. In questa maniera era preparato il buon boccone per li Fiorentini, ed essi avevano aperta la bocca per prenderlo, quando la mala fortuna l'intraversò. Ai Pisani, informati del mercato fatto, rincresceva troppo il vedere che Lucca, città sì vicina, cadesse in mano dei Fiorentini; e però piuttosto che permettere un sì fatto acquisto, vollero arrischiar tutto. Ed eccoti che all'improvviso, con quante forze poterono, marciarono sul Lucchese, e impossessatisi del castello del Ceruglio e di Monte Chiaro, ossia Carlo, nel dì 22 d'agosto andarono a mettere l'assedio a Lucca. Avevano essi fatta lega con Luchino Visconte, allorchè gli diedero Francesco da Posterla dianzi imprigionato[1349]; e promessi a lui cinquanta mila fiorini d'oro, ne ottennero due mila cavalli, comandati da Giovanni Visconte da Oleggio, creduto suo nipote, di cui avremo assai da parlare andando innanzi. Ebbero ancora dai Gonzaghi, dai Correggeschi dominanti in Parma, da Ubertino Carrarese e da altre amistà non pochi rinforzi di cavalli e fanti; e con tale armata formarono in breve tempo una mirabil circonvallazione intorno a Lucca, e parimente un'altra intorno al loro campo con fosse, steccati e bertesche. Non poteano darsi pace i Fiorentini per questo incidente; e tosto, fatto ricorso ai Sanesi, Perugini, Bolognesi, a Mastino dalla Scala, ai marchesi di Ferrara e ad altri ancora, ebbero soccorso da tutte le parti, di maniera che misero insieme un esercito di tre mila ed ottocento cavalieri, e più di dieci mila pedoni al soldo loro, senza le masnade dei contadini. Con queste forze, eletto per generale Maffeo da Ponte Carale, nobile bresciano, entrarono ostilmente nel Lucchese, e presero varie castella. Intanto fece Mastino istanza per l'esecuzion del trattato, minacciando di dar Lucca ai Pisani; e contentatosi di detrarre dalla somma pattuita settanta mila fiorini di oro, volle che i Fiorentini prendessero il possesso di Lucca. Riuscì ad un corpo di lor gente e di Mastino di rompere le linee nemiche in un sito, ed entrare in quella città, che loro fu consegnata, sicchè cominciarono a far quivi i padroni. Poscia, nel dì 2 d'ottobre, si avvisarono di dare battaglia a' nemici[1350], che l'accettarono senza farsi pregare. Aspro e fiero fu il combattimento, e sulle prime fu rovesciata la schiera grossa de' Pisani, abbattuta l'insegna di Luchino Visconte, e fatto prigione Giovanni da Oleggio suo capitano; ma in fine rimasero rotti i Fiorentini, che conquassati si ritirarono il meglio che poterono. Lieve fu l'uccisione; circa mille restarono prigioni, fra' quali alcuni nobili di Firenze col loro generale, e varii contestabili di Mastino e de' marchesi di Ferrara, che si portarono valentemente in quel conflitto. Ma, secondo l'autore della Storia Pistoiese[1351], maggior fu la perdita de' vinti di quel che scriva il Villani. In gravi affanni per cotali disgrazie si trovarono i Fiorentini; ma rincorati da Mastino, dai marchesi d'Este e dal Pepoli signore di Bologna, che spedirono loro nuove milizie, si diedero a rifar l'armata e a fornirsi di gente, senza nondimeno poter ottenere dal re Roberto con tutte le lor fervorose istanze aiuto alcuno. Era invecchiato il re, e dal Villani viene imputato che, secondo il costume di quell'età, egli solamente attendesse a raunar moneta. Ma Roberto avea la Sicilia, dove impiegar le forze e il denaro, senza gittarlo in soccorso altrui.

Infatti non lasciava esso re Roberto di continuamente pensare alla Sicilia; ed avendo già conquistata l'isola di Lipari[1352], s'avvisò di potere in quest'anno impadronirsi di Milazzo. Pertanto nel dì 11 di giugno spedì verso colà una potente flotta con altra armata per terra, affine di rinfrescar quella di mare a misura del bisogno. Fu assediato Milazzo, e con un lungo trincieramento serrato; nè avendo con tutti i suoi tentativi potuto il re don Pietro dar soccorso alla terra, questa capitolò nel dì 15 di settembre la resa; e fu un bell'acquisto pel re Roberto. Secondochè s'ha da Galvano Fiamma[1353], studiò Luchino Visconte in questi tempi di pubblicar delle belle ed utili leggi per togliere gli abusi introdotti nelle passate rivoluzioni, volendo dappertutto la pace; e quantunque si desse ben a conoscere per ghibellinissimo di genio, pure egual protezione prendeva dei Guelfi, e vegliava alla sicurezza d'ognuno, ad impedire i mangiamenti degli uffiziali ed alla buona custodia della giustizia; di modo che Pietro Azario, allora vivente, ebbe a dire[1354] ch'egli sarebbe stato tenuto per santo, se fosse stato men aspro e severo nei gastighi, e non avesse così implacabilmente perseguitati i suoi nipoti. Fioriva in questi tempi Francesco Petrarca, uomo allora di mirabil credito nella poesia latina, e che dipoi fu solamente ammirato per la volgare. Essendo egli ito a Napoli, di molte dimostrazioni di stima e finezze ricevette dal re Roberto, principe amator delle lettere e dei letterati[1355]. Voleva esso re indurlo a ricevere in quella metropoli la laurea poetica; ma invitato il Petrarca a Roma, antepose ad ogni altra quell'augusta città; e però, nel dì 8 d'aprile, giorno di Pasqua dell'anno presente, nel Campidoglio con solennità magnifica gli fu conferita la corona d'alloro, dato ampio privilegio, e fatti dei bei regali. Servì poi cotale esempio per invogliar di simile onore altri poeti de' secoli susseguenti; e i più sel procacciarono dagl'imperadori con un pezzo di carta pecorina, pagata nondimeno assai caro da essi.

NOTE:

[1342] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 11 Rer. Ital.

[1343] Gazata, Chron. Regiens., tom. eod. Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1344] Raynaldus, in Annal. Eccles., num. 29. Gualv. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1345] Append. ad Ptolom. Lucens.

[1346] Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Ital.

[1347] Chron. Estense, tom. 16 Rer. Ital.

[1348] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 126.

[1349] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1350] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1351] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1352] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 137.

[1353] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1354] Petrus Azarius, Chron., cap. 9, tom. 16 Rer. Ital.

[1355] Muratori, Vit. del Petrarca, Rime.

Anno di CRISTO MCCCXLII. Indizione X.

CLEMENTE VI papa 1. Imperio vacante.

Nel dì 25 d'aprile di quest'anno, compiè la sua carriera in Avignone Benedetto XII sommo pontefice[1356]. Son d'accordo quasi tutti gli scrittori d'allora, che s'egli fosse vivuto in secoli meno sconvolti e ferrei, ed avesse goduta la libertà necessaria per operare, di cui era privo pel suo soggiorno negli Stati oltramontani del re Roberto, sarebbe riuscito uno dei più insigni ed utili pastori della Chiesa di Dio: tanto era il suo zelo per la religione, la purità de' costumi, e così buona e retta la sua intenzione in tutte le sue azioni. Per quanto potè, promosse la riforma del clero secolare e regolare, ed allontanò la simonia dalla corte pontificia, vegliando specialmente, acciocchè fossero provvedute le chiese e i benefizii di persone per la dottrina e per la bontà della vita accreditate. Nè si studiò punto d'ingrandire o ingrassare i proprii parenti, anzi volle che seguitassero nella bassezza del loro stato. L'altre sue belle doti e lodevoli operazioni si leggono nella Storia ecclesiastica. Però strano è il vedere come Galvano Fiamma[1357] così fieramente si scagli contro la memoria di questo pontefice, con dire che universale fu l'allegrezza di sua morte, perch'egli avea conturbato tutti gli ordini de' religiosi: il che è un rivolgere in suo biasimo ciò che gli si doveva attribuire a lode, non potendosi negare che in questi tempi il monachismo e fratismo giacesse in una deplorabil corruzion di costumi, ed inosservanza delle sue regole. Aggiugne che lasciò un immenso tesoro, consistente in mille e cinquecento cofani, cadaun de' quali conteneva trenta mila fiorini d'oro (il che darebbe una somma di quarantacinque milioni di fiorini), e gioie inoltre di valore di dugento mila fiorini. Se ciò è vero (ed è anche scritto da uno degli autori della sua Vita, che multum thesaurum Ecclesiae congregavit), non sono io per iscusarlo; ma certo non per vendere benefizii gli avrà accumulati; nè egli amò di scialacquarli in mantener delle armate, come avea praticato il suo predecessore Giovanni XXII. Giugne il Fiamma fino a dire che fu scritto contro di lui un libro per provare che questo papa fu eretico, e che tale era stato suo padre e il figliuolo di un suo fratello: tutte spropositate calunnie. Questo guadagno fece il buon papa coll'aver voluto guarir le piaghe de' frati, e coll'osar infino di riveder quelle de' Predicatori, del qual ordine fu lo stesso Galvano Fiamma. E probabilmente di qua venne l'avere sparlato di lui anche altri vecchi storici. Non istette più di dodici giorni vacante la santa Sede[1358], perciocchè nel giorno 7 di maggio fu eletto papa il cardinal Pietro Ruggieri, personaggio dotto, magnanimo e liberale, ma che in far da padrone non la cedeva ad alcuno. Era nobilmente nato nella diocesi di Limoges, già monaco benedettino, arcivescovo di Sens, e poi di Roano. Fu con gran solennità coronato col nome di Clemente VI nel giorno della Pentecoste, 19 del mese suddetto, e tardò poco a provveder di pastori le tante chiese che dicono lasciate vacanti da papa Benedetto XII per lo strano scrupolo e timore di mal provvederle, quasichè fosse seccata la sorgente de' buoni nel cristianesimo. All'avviso della creazione di questo novello pontefice, i Romani gli spedirono tosto una magnifica ambasceria[1359], in cui si trovò Cola di Rienzo, eloquentissimo, ma fantastico umore, di cui avremo a parlare fra poco. Le lor suppliche battevano in far premura al papa per la sua sospirata venuta. Anche il Petrarca[1360] con un suo poemetto latino tentò di spronarlo a sì bella e giusta impresa: passi tutti e parole gittate, perchè già era fitto il chiodo, nè si volea muovere di Francia la corte pontificia. A questo fine non solamente Benedetto XII avea cominciato in Avignone a far fabbricare un superbissimo palagio per la residenza de' papi, ma anche i cardinali vi aveano edificati dei bei palagi per loro stessi.

Continuarono tutto il verno ostinatamente i Pisani l'assedio di Lucca: nel qual tempo i Fiorentini[1361] niuna diligenza lasciarono indietro per mettere insieme una poderosissima armala, consistente in cinque mila cavalli e fanteria senza fine[1362]. Si mosse questa da Firenze nel giorno 25 di marzo con animo di soccorrere l'angustiata città. Capitan generale era Malatesta de' Malatesti signore di Rimini. Un mese e mezzo spese egli senza far nulla, perchè vanamente adescato di qualche accordo da Nolfo figliuolo del conte Federigo dà Montefeltro, capitano de' Pisani. Intanto una grave sciagura occorse alla città d'Arezzo[1363]. Trapelò che i Pisani erano dietro a far rubellare quella città ai Fiorentini. Vero o falso che fosse, preso fu Pier Saccone de' Tarlati, il quale dianzi avea ceduta loro quella città, con assai altri suoi consorti, e tutti andarono a riposar nelle carceri di Firenze. Furono inoltre cacciati da Arezzo tutti i fazionarii ghibellini, il numero de' quali, se crediamo a Giovanni da Bazano, ascese a più di quattro mila persone: con che quella città rimase come disfatta. Ribellaronsi ancora gli Ubaldini al comune di Firenze, e gli fecero guerra colla presa di varie castella. Ora il Malatesta, che vide svanite le speranze del progettato accordo, nel giorno primo di maggio andò ad accamparsi in faccia ai Pisani assediatori di Lucca, cercando tutte le vie o di tirare a battaglia i nemici, o di forzare i loro trincieramenti, per introdur gente e vettovaglie nella città. Si tennero stretti nel campo loro i Pisani, senza voler azzardare un fatto d'armi. Riuscì ad alcune squadre fiorentine di valicare il fiume Serchio, e di atterrar parte degli steccati con danno de' Pisani; ma furono respinte, e in questo mentre cominciò la pioggia, che fece ingrossare il fiume e tolse la speranza al Malatesta di più penetrar da quella parte. A tali disgrazie si aggiunse la penuria delle vettovaglie: laonde egli nel dì 19 di maggio levò il campo, e, passato al Ceruglio, gli diede battaglia, senza poterlo avere. Spedì poi gran gente nel territorio di Pisa, che vi recarono bensì de' gravissimi danni, ma non liberarono da vergogna e scorno lui e tutta l'oste de' Fiorentini, per aver così infelicemente tentato il soccorso di Lucca; i cui difensori, al vedere estinta ogni loro speranza per la ritirata dell'esercito amico, finalmente nel dì 6 di luglio capitolarono la resa della città, salve le persone col loro equipaggio. Così venne Lucca in poter de' Pisani; e il comune di Firenze, che avea spese centinaia di migliaia di fiorini d'oro per sostener quella guerra, non sapea darsi pace di un sì contrario avvenimento; e tanto più perchè non aveano accettato un partito di aggiustamento, per cui i Pisani aveano loro esibito cento ottanta mila fiorini d'oro per una sola volta, e inoltre dieci altri mila fiorini d'omaggio ogni anno in perpetuo. Ne erano contenti i saggi, ma dai meno assennati, che forse erano i più, rimase disturbato il contratto: difetto assai facile ne' governi, qualora dipendano da assaissimi, e massimamente da' giovani, le risoluzioni negli scabrosi affari.

Era in questi tempi capitano all'esercito de' Fiorentini[1364] con cento e venti uomini a cavallo Gualtieri duca di Atene, ma solo di titolo, e conte di Brenna, barone franzese, i cui maggiori già vedemmo re di Gerusalemme. Seco portava egli il credito di raro valore e maestria di guerra. I buoni Fiorentini, senza sapere che volpe fosse quella, e che con tutti quei bei titoli egli era poverissimo di moneta, anzi vagabondo e fallito, giacchè si trovavano mal soddisfatti di Malatesta lor capitano, gli esibirono la carica di capitano e conservatore del popolo. L'accettò egli con gran benignità, e tosto cominciò a far tagliare teste ad alcuni ricchi del popolo, ed a farsi rendere ragione dell'amministrazione del danaro del pubblico, con assai condanne in favor del fisco: rigore che dispiacque a moltissimi, attesochè alcuni di essi erano creduti innocenti; ma diede nel genio ai nobili, che voleano abbassata la potenza del popolo. Tanto poi seppe fare lo scaltrito duca, ben conoscente delle divisioni de Fiorentini, che nel generale parlamento tenuto nel giorno ottavo di settembre si fece proclamar signore a vita di Firenze e del suo distretto. Il lupo è nella mandra: suo danno, se non saprà sfamarsi. Abbassò egli tosto i priori ed altri uffiziali; prese al suo soldo circa ottocento cavalieri franzesi e borgognoni, oltre ad altri italiani; conchiuse pace coi Pisani con vantaggiose condizioni, ma al dispetto de' Fiorentini troppo irritati contro al comune di Pisa; nella qual occasione Giovanni Visconte da Oleggio cogli altri prigionieri fu rimesso in libertà. Poi mille altre novità fece il duca d'Atene in Firenze, tutte ad una ad una annoverate da Giovanni Villani, e tutte in oppressione della libertà di quel popolo, e de' grandi stessi che l'aveano aiutato a salire. Il peggio fu che cominciò a spremere le borse del popolo con estimi, prestanze ed altre gravezze, accumulando fuori dello Stato quanta moneta potè. Se di così buon signore fossero contenti i Fiorentini, poco ci vuole ad immaginarselo. In quest'anno nel dì 8 di agosto finì di vivere don Pietro re Aragona re di Sicilia, e gli succedette Lodovico suo figliuolo di età solamente di cinque anni e sette mesi[1365] sotto la tutela di Giovanni duca di Randazzo, suo zio paterno, il quale, essendosi ribellata Messina, e data al re Roberto, accorse a tempo, e la rimise sotto l'ubbidienza del nipote. Il Villani[1366] dà questa gloria a Guglielmo, altro zio del re novello.

Già s'è veduto come Lodrisio Visconte fu il primo a dar esempio ad altri di formar delle compagnie di soldati masnadieri e ladri. La composta da lui andò presto in fumo. Se ne formò un'altra picciola sotto il comando di Malerba capitano tedesco, il quale passò ai servigi di Giovanni marchese di Monferrato. Nell'anno presente avvenne di peggio. Correvano i Tedeschi al soldo degl'Italiani, ed ora a questo ora a quel principe servivano, ma con fede sempre incerta, non mantenendo essi le promesse, se capitava un maggiore offerente. Fu licenziata una gran frotta di costoro dal comune di Pisa. Guarnieri, duca di non so qual luogo di Germania, fecesi capo di questa gente; molto più ne raunò da altre contrade di Italia, e vi si unirono anche assaissimi Italiani: con che si formò una compagnia, dagli storici toscani appellata compagna, di più di tre mila cavalli, e di copiosa moltitudine di fanti, meretrici, ragazzi, ribaldi: gente tutta bestiale, senza legge, sol volta ai saccheggi, agl'incendii, agli stupri. Guai a quel paese dove giugnea questo flagello. Prima degli altri a farne pruova fu il territorio di Siena[1367]. Li mandò in pace quel popolo collo sborso di due mila e cinquecento fiorini d'oro. Portarono il malanno sopra il distretto della Città di Castello, d'Assisi e d'altri luoghi. Il duca d'Atene, i Perugini ed altri popoli coll'esorcismo d'alcune migliaia di fiorini fecero passare questo mal tempo in Romagna[1368]. Nel dì 7 di ottobre arrivò essa compagnia, chiamata dagli scrittori la gran compagna, a Rimini, e gran danno fece a quel distretto. Erasi ribellata la città di Fano a Malatesta signore d'esso Rimini[1369]; e benchè vi accorresse Pandolfo suo figliuolo, e pel castello, che si conservava tuttavia alla sua divozione, uscito a battaglia coi cittadini, molti ne uccidesse; pure non potè ricuperar la città. Il perchè Malatesta, avendo preso al suo servigio quella bestial compagnia, verso il dì 6 di dicembre andò all'assedio di Fano, la qual città se gli arrendè poscia nel dì 15 di esso mese. Di gran faccende ebbero e di molti parlamenti fecero in Ferrara Obizzo marchese d'Este, Mastino dalla Scala e Taddeo de' Pepoli signor di Bologna, o prevedendo o sentendo già le minaccie che quella spietata gente volea scaricarsi sopra de' loro Stati[1370]. Fecero essi lega insieme per questo, e v'entrarono i signori d'Imola e Faenza, Ostasio da Polenta signore di Ravenna e Cervia. Giovanni figliuolo di Taddeo Pepoli, assistito dalle suddette amistà, con una bell'oste cavalcò a Faenza per contrastare il passo al duca Guarnieri, se gli veniva talento di voltarsi a queste parti. Circa tre mila e cinquecento cavalli fu detto che il Pepoli conducesse a quell'impresa, oltre alla numerosa fanteria, ed oltre a due quartieri del popolo di Bologna. Ma, senza far pruova dell'armi, si trovò poi altro temperamento a questo bisogno, siccome vedremo all'anno seguente. Secondo Galvano Fiamma[1371], essendo già morto Aicardo arcivescovo di Milano, gli succedette in quell'insigne chiesa Giovanni Visconte, fratello di Luchino, già vescovo e signor temporale di Novara, nel dì 6 d'agosto dell'anno presente. A vele gonfie entra qui il suddetto Fiamma nelle lodi di questo prelato, esagerando le di lui belle doti, e specialmente la magnificenza, nel qual pregio superava tutti i prelati d'Italia. Ma dimenticò egli di accennar anche l'estrema di lui ambizione e i suoi troppo secolareschi pensieri, che noi vedremo saltar fuori, andando innanzi. Aggiugne il medesimo scrittore, che macchinando i Pavesi contra de' fratelli Visconti, cioè di Luchino e d'esso Giovanni, fecero questi un formidabil preparamento per terra e per acqua affine di mettere l'assedio a Pavia. Tal fu il terrore incusso a quel popolo, che trattarono tosto d'accordo con quelle condizioni che vollero i Visconti, salvando bensì la libertà, ma con dipendenza da essi. Morì nell'agosto di questo anno Carlo Uberto re d'Ungheria, e quella corona pervenne a Lodovico suo figliuolo. L'altro suo figliuolo Andrea era alla corte di Napoli, sposo di Giovanna nipote del re Roberto, coll'espettativa della successione in quel regno.

NOTE:

[1356] Raynaldus, Annal. Eccles. Vitae Pontificum Romanorum, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1357] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1358] Vitae Roman. Pontif., P. I et II, tom. 3 Rer. Ital.

[1359] Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Vit. Nicolai Laurentii, tom. 3 Antiquit. Ital.

[1360] Petrarcha, lib. 2 Epist.

[1361] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 138.

[1362] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1363] Giovanni Villani, lib. 11. Johannes de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1364] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 1.

[1365] Fazell., de Reb. Sic., dec. 2, lib. 9.

[1366] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 13.

[1367] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1368] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1369] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1370] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1371] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCXLIII. Indizione XI.

CLEMENTE VI papa 2. Imperio vacante.

Si videro in quest'anno da papa Clemente VI confermate contra di Lodovico il Bavaro tutte le censure di papa Giovanni XXII. Cercò questi di placarlo[1372], e, a persuasione del re di Francia, che gli facea dell'amico, spedì ad Avignone solenni ambasciatori con facoltà di accettare tutte le condizioni che al papa fosse piaciuto d'imporgli. Gli fu imposto di confessar tutte le eresie che gli venivano imputate, di deporre l'imperio, e di nol ricevere se non dalle mani del papa; di consegnar prima nelle mani d'esso pontefice la persona sua e de' suoi figliuoli; e finalmente di cedere alla Sede apostolica molte terre e diritti dell'imperio. Portate in Germania queste condizioni, nella dieta de' principi furono trovate sì esorbitanti ed ignominiose, che tutti protestarono non potersi elle accettare, e d'essere tutti pronti a sostenere le ragioni dell'imperio contra della prepotenza del papa, il quale intanto cavava buon profitto dalla vacanza di esso coi censi imposti ai vicarii del regno italico. Ma papa Clemente già tesseva una tela per creare un altro imperadore, siccome risoluto di non voler mai in quel grado il duca di Baviera. Presto ce ne avvedremo. Terminò il corso di sua vita in quest'anno nel giorno 19 di gennaio Roberto re di Napoli, e signore della Provenza e d'altri Stati in Piemonte, principe non men celebre per la sua pietà, che per la sua letteratura, per la giustizia, saviezza e per molte altre virtù. Dal Villani è scritto[1373] ch'egli in vecchiaia si lasciò guastare dall'avarizia, per cui restò erede di gran tesoro sua nipote. Nè vo' lasciar di accennare che la morte di questo re vien posta da Domenico da Gravina[1374], autore contemporaneo, anno domini MCCCXLII, mense januarii, decima Indictione, XIV die mensis ejusdem; e però sarebbe da riferire all'anno precedente, in cui correva l'indizione decima. La Cronica Estense[1375] e la Sanese[1376] vanno anch'esse d'accordo col Gravina. Tuttavia non si può dipartire dal Villani, il qual mette la morte di esso re nel 1542, seguendo l'era fiorentina, e che conduce l'anno 1542 sino al giorno 25 di marzo del nostro 1543. Con esso convengono Giorgio Stella negli Annali di Genova[1377], Giovanni da Bazano[1378] e gli storici napoletani. Però, in vece dell'Indictione X, si dee credere che il Gravina scrivesse Indictione XI. Non restò prole maschile del re Roberto, ma bensì due sue nipoti, figliuole del fu Carlo duca di Calabria, cioè Giovanna e Maria. Erede del regno fu la prima, già sposata col giovinetto Andrea fratello di Lodovico re d'Ungheria, la quale fu poi coronata per le mani del cardinale Aimerico legato pontificio, ma senza che al consorte Andrea fosse conferita la medesima corona. Si accorsero in breve i Napoletani del fulmine sopra di loro scagliato nella caduta del savio re Roberto, perchè non tardò a sconvolgersi il regno, e poscia ad andar tutto in rovina. Di circa sedici anni era Giovanna, che, posta in libertà, nè discernimento avea per guardarsi da chi cercava di sedurla, nè mettea guardia alle sue giovanili inclinazioni. Cominciò a disamare il marito, forse anche mai non l'avea amato, perchè non s'era egli per anche saputo spogliare della barbarie ungarica, nè mostrava abbondanza di prudenza e di senno. Insolentivano i suoi uffiziali e cortigiani ungheri; e, per accrescere maggiormente il fuoco della dissensione, si trovavano allora in Napoli molti principi della real casa, appellati perciò i Reali, cadauno de' quali aspirava al regno, o almeno al comando. Fra gli altri furbescamente, e al dispetto degli Ungheri, Carlo duca di Durazzo sposò Maria sorella della regina Giovanna: matrimonio che partorì molta discordia e peggiori conseguenze in avvenire. Io non mi dilungherò maggiormente in descrivere il disordine in cui restò la real corte di Napoli, perchè ciò esigerebbe una narrazion troppo diffusa. Ne andrò solamente accennando i principali avvenimenti, secondochè il filo della storia richiederà.

Nell'anno presente ancora a' dì 4 di gennaio, essendo già mancato di vita Bartolomeo Gradenigo doge di Venezia[1379], fu eletto per quella dignità Andrea Dandolo, quel medesimo a cui siam tenuti per la bella Storia veneta, da me data alla luce. Non avea egli che 36 anni, e pure, contra l'uso di quella saggia repubblica, ascese al trono: cotanto era in credito la di lui prudenza, onestà, sapere e cortesia. Vegniamo ora agli affari di Firenze. Lo studio continuo di Gualtieri duca d'Atene, signore di quella città, era di schiantare affatto la libertà de' Fiorentini[1380], e di assodar sè stesso in un'assoluta signoria: al qual fine avea contratta lega co' marchesi estensi, cogli Scaligeri, Pepoli ed altri signori, abbassando intanto in casa chi poteva opporsi a' suoi voleri, strapazzando la nobiltà, e valendosi di ministri crudeli ed ingiusti. A così fatto asprissimo governo non era avvezzo nè sapeva adattarsi il popolo di Firenze; e però si cominciarono a formar segretamente delle congiure contra di lui da varii cittadini di tutti gli ordini, senza che l'uno sapesse dell'altro. Della principale venne in conoscenza il duca; ma ritrovato che vi teneano mano tante grandi e potenti famiglie, servì questo solamente a mettere lui e il popolo in maggior gelosia e timore. Pure avea egli messi i suoi pezzi a segno per farne una memorabil vendetta nel giorno 20 di luglio, festa di sant'Anna, quando nel medesimo giorno si alzò universalmente a rumore la cittadinanza, risoluta di tutto mettere a repentaglio per liberarsi dall'odiato non signore, ma tiranno. Abbarrata e asserragliata ogni via della città per impedire il corso alla cavalleria del duca, corsero in furia a rompere le prigioni delle Stinche, presero e saccheggiarono il palazzo del podestà, ed assediarono il duca nello stesso palazzo. Gran soccorso venne loro da Siena[1381], da San Miniato e da altri luoghi; e maggiormente perciò animati strinsero tanto l'assedio, che obbligarono il duca e i suoi Borgognoni per la fame a chiedere misericordia, a dar loro nelle mani alcuni degli spietati suoi uffiziali della giustizia, nella strage de' quali si sfogò alquanto la rabbia del popolo. Consentirono in fine nel giorno terzo di agosto che il duca se ne potesse uscire, salva la vita di lui e de' suoi, e di poter seco condurre il bagaglio, con rinunziare giuridicamente ad ogni sua ragione e pretensione sopra quella città. In questa maniera ricuperarono la loro libertà, ma con gravissimo lor danno; imperciocchè Pistoia nel dì 27 di luglio[1382] si ribellò, disfece il castello e cominciò a reggersi a comune, tenendo nondimeno la parte guelfa. Arezzo, Volterra, Colle e San Geminiano fecero altrettanto: sicchè ben caro costò a Firenze la riacquistata sua libertà. A tali disavventure si aggiunse la discordia cittadinesca fra i nobili e il popolo. Pretendeano i primi, sì per la ragion comune della cittadinanza, come pel merito d'aver cooperato al riacquisto della libertà, d'entrare a parte degli onori e degli uffizii della città, e alcun di loro fu anche ammesso nel numero dei priori; ma il popolo, sempre timoroso della prepotenza de' grandi (e in fatti cominciò a provarne gli effetti), spronato da Giovanni dalla Tosa e da altri, diedero un dì all'armi, e cacciarono i priori nobili. Sdegnata perciò la nobiltà si preparava anch'essa a valersi della forza; e, nata perciò un'universal sollevazione del popolo, si venne a battaglia con alcune delle più potenti e ricche famiglie di Firenze, specialmente co' Bardi e Frescobaldi, i palagi de' quali, vinti colla forza e saccheggiati, furono dal fuoco distrutti. Si quetò in fine il rumore, e Firenze fu ridotta a governo popolare, e, quel ch'è più, al governo del popolo minuto.

Minacciando più che mai la gran compagnia masnadiera del duca Guarnieri di passar dalla Romagna su quel di Bologna[1383], Taddeo de' Popoli signore di quella città, invece di avventurare una battaglia con gente disperata, e che nulla avea da perdere, s'appigliò al saggio partito di difendersi coll'oro, e vi acconsentirono gli Estensi e Scaligeri suoi collegati. Passò dunque nel giorno 25 o 26 di gennaio quella barbarica armata pel contado di Bologna senza far danno. Nel dì 28 o 29 venne ad accamparsi nelle ville del Modenese[1384] al Colombaro, al Montale, a Mugnano, Formigine, Bazovara, e vi si fermò per otto giorni[1385]. Contuttochè da Modena fosse recata a costoro l'occorrente vettovaglia, pure fecero un netto di tutto il foraggio, vino e masserizie dei contadini, e molti ancora della povera gente si trovarono impiccati da razza cotanto spietata. Andarono poi nel dì 4 di febbraio su quel di Reggio, e di là sul Mantovano, commettendo dappertutto indicibili danni e violenze. Tornarono dipoi sul Modenese a Ganaceto, Soliera, Carpi, Campo Galliano, e ad altre ville. Tutto era pieno di desolazione. L'ultimo ripiego per allontanar sì grave tempesta fu di accordarsi con loro, pagando dieci mila fiorini d'oro: con che dessero buoni ostaggi d'andarsene con Dio alle case loro. Fu data esecuzione all'accordo; e quella mala gente piena d'oro e di spoglie, parte se ne tornò in Germania, e parte divisa entrò al soldo di varii principi d'Italia[1386]. Era in questi tempi guerra fra i marchesi estensi, Scaligeri e Pepoli dall'una parte, Luchino Visconte e i Gonzaghi dall'altra. Nel dì 21 di gennaio, avendo Obizzo marchese d'Este qualche trattato in Parma, colle sue genti e con quelle de' collegati, alle quali s'unirono Giberto da San Vitale, Vecchio de' Rossi, Ugolino Lupo ed altri Parmigiani, segretamente cavalcò alla volta di Parma. Perchè non ebbe effetto il trattato, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco, senza recar danno ad alcuno. Seguì poi nel giorno 25 di marzo una tregua di tre anni fra il Visconte, gli Estensi e gli altri alleati. Parimente nel maggio di quest'anno Mastino dalla Scala signor di Verona e Vicenza, ed Ubertino da Carrara signor di Padova[1387] giudicarono più spediente il dar fine alla vecchia lor nemicizia, ed, insieme abboccatisi a Montagnana, si abbracciarono e fecero pace fra loro: il che recò non poca gelosia ai Veneziani, signori allora di Trivigi.

NOTE:

[1372] Albertus Argentinus, Chron. Raynaldus, Annal. Eccles.

[1373] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 9.

[1374] Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1375] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1376] Cronica Sanese, tom. eod.

[1377] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1378] Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.

[1379] Raphael Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital.

[1380] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 15.

[1381] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1382] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1383] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eodem.

[1384] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1385] Chron. Estense, tom. eod.

[1386] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXLIV. Indizione XII.

CLEMENTE VI papa 3. Imperio vacante.

Nel dì 28 o 29 di maggio mancò di vita in Ferrara Niccolò marchese d'Este, e al corpo di lui con gran solennità fu data sepoltura[1388]. Restò perciò unico signore di Ferrara e Modena il marchese Obizzo, il quale in quest'anno appunto acconciò i suoi interessi con papa Clemente VI, ricevendo da lui la conferma del vicariato di Ferrara, con promettere l'annuo censo per quella città alla santa Sede, e un altro per Argenta all'arcivescovo di Ravenna. In molte angustie si trovavano in questi tempi Azzo e Guido da Correggio signori di Parma. Durava contra di loro la nemicizia di Mastino dalla Scala, collegato degli Estensi e de' Pepoli. Aveano anche sulle spalle i Sanvitali, Rossi, Lupi ed altre potenti famiglie fuoruscite di quella città, che faceano lor temere qualche occulta congiura fra gli stessi cittadini. Vennero dunque in parere di vendere Parma al suddetto marchese Obizzo per settanta mila fiorini d'oro. Non fu difficile al marchese di ottenere da Mastino dalla Scala il beneplacito di accudire a questo trattato, perchè così veniva lo Scaligero a vendicarsi de' Correggeschi, e s'impediva che Parma non cadesse nelle mani di Luchino Visconte, principe che più degli altri pensava a dilatare il suo dominio. Stabilito il contratto nel dì 23 d'ottobre[1389], fu spedito dal marchese con alcune squadre di cavalleria e fanteria Giberto da Fogliano a prendere il possesso di quella città, che gli fu dato dal suddetto Azzo da Correggio. Ma restò ben deluso Guido suo fratello, perchè Azzo, aggraffato tutto quell'oro, niuna parte a lui ne lasciò toccare; laonde Guido con Giberto ed Azzo suoi figliuoli disgustato si ritirò a Brescello e Correggio sue terre. Tenuto fu poscia un parlamento in Modena nel dì quarto di novembre, dove, intervenuti Mastino dalla Scala, e il suddetto Azzo con Giovanni suo fratello e Cagnolo nipote, cederono ogni lor ragione sopra Parma al marchese Obizzo. Disposte in questa maniera le cose, ed ottenuto un passaporto da Filippino da Gonzaga signore di Reggio, si mosse da Modena il marchese nel dì 10 di novembre con quantità numerosa di fanti e cavalli per andare a visitar l'acquistata città. Seco erano Malatesta signore di Rimini, Ostasio da Polenta signor di Ravenna e Cervia, Giovanni figlio di Alberghettino dei Manfredi signor d'Imola, ed altra fiorita nobiltà. Incontrato ed accolto con somma allegrezza dai Parmigiani, nel dì 24 di novembre fu da essi eletto e proclamato per loro signore. Fin qui il sereno non potea essere più bello, ma durò ben poco.

In questo mentre Filippino da Gonzaga, ito a Milano, congiurò con Luchino Visconte alla rovina dell'Estense, e niuna difficoltà trovò in lui, perchè gli fece sperar l'acquisto di Parma. Luchino, senza mettersi in pena per la tregua già stabilita coll'Estense, diede al Gonzaga ottocento cavalieri, e molte bande di fanti e balestrieri, che segretamente per varie vie s'inviarono a Reggio[1390]. Ora nel dì 6 di dicembre, dopo aver lasciato buon ordine in Parma, si mise in viaggio il marchese colle sue genti per tornarsene a Modena, e si fermò la notte a Montecchio. Nel giorno seguente, arrivate le sue milizie alla villa di Rivalta del distretto di Reggio di Lombardia, scoppiò il tradimento del Gonzaga, ch'era in agguato con tutte le sue forze, ed improvvisamente assalì i mal venuti. Marciavano senza alcuna ordinanza e con tutta pace le genti dell'Estense, e perciò furono ben tosto messe in isconfitta, restando prigioni settecento ventidue persone, e fra loro molti contestabili e nobili, cioè Giberto da Fogliano con un figliuolo e nipote, Giovanni de' Malatesti da Rimini, Sassuolo da Sassuolo, ed altri ch'io tralascio. Per la valida difesa de' Tedeschi fu riscosso dalle mani de' nemici il marchese Francesco Estense figliuolo del fu Bertoldo. Veniva dietro alle sue genti il marchese Obizzo cogli altri signori, e, udito l'inaspettato colpo, si ritirò a Montecchio, e di là a Parma. Gran rumore fece per tutta Lombardia la fellonia ed infame impresa di Filippino da Gonzaga[1391]; ed egli se ne scusava con dire d'aver bensì conceduto il passaporto per l'andare, ma non già pel ritornare: scusa da non adoperarsi se non da principi di mala fede e di poca onoratezza. Dopo avere il marchese Obizzo lasciato per suo vicario in Parma il marchese Francesco suddetto, nel dì 21 di dicembre venne a Piolo, poscia a Frassinoro e Monfestino, e nel dì del santo Natale fu in Modena. Mastino dalla Scala, il Pepoli e Francesco degli Ordelaffi, ognun di essi gli mandò rinforzi di gente. Erasi Luchino Visconte disgustato co' Pisani[1392] pel mal trattamento (diceva egli) da lor fatto a Giovanni da Oleggio suo capitano[1393], e per aver essi cacciati dalla città di Lucca i figliuoli di Castruccio. Ai potenti non mancano mai pretesti per isfoderar la spada contra chi è da meno, Mandò perciò in aiuto del vescovo di Luni mille e ducento cavalieri. Pietrasanta e Massa furono prese dal vescovo, e la gente di Luchino nel dì 5 d'aprile in una battaglia diede una fiera percossa ai Pisani, e passò anche sul loro contado, prendendo varie terre. Se non era la pestilenza ch'entrò nell'armata del Visconte, si trovava a mal partito il comune di Pisa. La instabile città di Genova cangiò di doge sul fine di quest'anno[1394]. Era malveduto Simone Boccanegra dalle quattro principali famiglie di quella città, cioè dai Doria, Spinoli, Fieschi e Grimaldi, in parte allora fuoruscite. Di gran partigiani aveano queste entro e fuori di Genova. Però venuti i fuorusciti ne' borghi della città, senza recar danno alcuno, il Boccanegra, accortosi di quel che si tramava, non volle aspettare di scendere per forza, ma occultamente nel dì 23 di dicembre si ritirò co' fratelli e colla famiglia, andando a Pisa. Entrarono gli usciti; la pace si ristabilì, e poi, non senza tumulto, fu nel giorno di Natale proclamato doge di quella città Giovanni da Murta dell'ordine de' nobili. Ma poco stette a sconvolgersi Genova per la divisione e discordia, troppo allora familiare in quell'altero popolo, siccome apparirà all'anno seguente.

NOTE:

[1387] Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1388] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron. Mutinense, tom. eod.

[1389] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1390] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1391] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 34. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1392] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 25.

[1393] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXLV. Indizione XIII.

CLEMENTE VI papa 4. Imperio vacante.

Fu memorabile quest'anno per l'orrida tragedia della morte d'Andrea fratello di Lodovico re d'Ungheria, e marito di Giovanna I regina di Napoli[1395]. Dolevasi egli di veder la corona sul capo alla moglie, e sè stesso privo di quell'onore, e, per conseguente, di poca autorità, contro i patti già stabiliti nel suo accasamento. Tanto maneggio si fece in Avignone, che papa Clemente VI finalmente ordinò la sua coronazione, e deputò un cardinale legato per la funzione. Allora fu che la regina, la quale non amava di aver compagni sul trono, e taluno dei Reali, aspiranti al trono medesimo, e i malvagi ministri, de' quali abbondava allora la corte di Napoli, determinarono di togliere di vita questo principe, prima ch'egli giugnesse a prendere in mano le redini del governo. Qui, secondo le passioni ordinarie degli storici, gran discordia si truova in assegnar le cagioni dell'avversione di Giovanna al principe marito. Alcuni ci rappresentano essa Giovanna innocente, ed Andrea per giovane di poco senno, barbaro ne' suoi costumi, circondato da ministri ungheri più barbari di lui e insolenti[1396]. Sognarono ancora ch'egli non era atto a soddisfare ai doveri del matrimonio. Altri poi cel dipingono[1397] per un agnello e principe dotato di molta virtù, ed essere solamente stato imprudente nel lasciarsi scappare di bocca che gastigherebbe chiunque allora si abusava della confidenza colla regina, in obbrobrio d'essa e in danno del pubblico. Aggiungono che Giovanna s'era data ad una vita libertina, e, vivendo in adulterio, e in una corte, dove trionfava il vizio, non potea sofferire che il marito giugnesse al comando, per cui anche a lei sarebbe toccata la briglia. Quel che è certissimo, nè osa negarlo Tristano Caracciolo[1398], il qual pure prese, un secolo e più dipoi, a difendere la fama di questa regina, essa fu consapevole dell'infame trattato contro il marito. Venuta quella corte a diporto ad Aversa, nella mezza notte del dì 18 di settembre i camerieri svegliarono Andrea, e col pretesto che in Napoli fosse tumulto, il fecero uscir di camera della regina. Ma non così tosto fu uscito, che i congiurati gli misero un laccio alla gola e lo strozzarono; poscia da una finestra gittarono il di lui corpo giù nel giardino, come se colà fosse caduto da sè stesso. Che orrore, che strepito facesse un sì barbaro assassinio in Aversa, in Napoli, anzi per tutta Europa, non si può dire. Nella Cronica Estense[1399] è narrato diffusamente il fatto. Piena allora di paura corse la regina Giovanna a Napoli, e, sentendo vicina una sollevazione, non potè di meno di non permettere che fosse formato processo: laonde aspra giustizia si fece d'alcuni, ma senza toccare Carlo duca di Durazzo, creduto manipolatore di tanta iniquità; e molto men contro la regina, la quale tanto al papa quanto al re d'Ungheria volle far credere d'essere innocente, senza nondimeno che ne restasse persuaso alcuno. Infiniti malanni produsse poi questo esecrando eccesso, che accenneremo fra poco.

Terminò sua vita in quest'anno nel dì 25, oppure in uno de' seguenti giorni di marzo, Ubertino da Carrara signore di Padova[1400], con lasciar dopo di sè la memoria d'essere stato uomo violento, perduto nella libidine, ed implacabil persecutore de' suoi ribelli. Dichiarò suo successore ed erede Marsilietto Pappafava della casa da Carrara, e suo parente, ma lontano. Era quest'uomo dabbene e giusto, prometteva perciò un buon governo al popolo suo; ma non seppe il misero ben guardarsi dall'ambizione altrui. Jacopo da Carrara, figliuolo di Niccolò e nipote del suddetto Ubertino, parendogli fatto gran torto nell'anteporre a lui Marsilietto, dopo aver guadagnato con belle promesse alcuni dei di lui familiari[1401], nella notte del di cinque, oppure nove di maggio introdotto con molti armati nella camera di esso Marsilietto, quivi a man salva l'uccise. Servitosi poi del di lui sigillo, prima che si divolgasse il micidiale eccesso, fece prendere la tenuta di Monselice e delle altre fortezze, si assicurò de' nipoti di Marsilietto, e dal popolo, che non potea di meno, venuto il dì, fu proclamato signore. Non bastò a Filippino Gonzaga d'aver fatto l'insulto ad Obizzo marchese d'Este, che narrai nell'anno precedente; mosse anche aperta guerra a lui, e a Mastino dalla Scala di lui collegato. Luchino Visconte era quegli che facea forte colle sue genti il Gonzaga, ridendosi della tregua non ancor finita coll'Estense. Nel dì 22 di gennaio marciò Filippino sul Veronese coll'esercito suo a' danni degli Scaligeri, e vi si fermò alquanti giorni. Capitò in questi tempi in Lombardia un legato del papa con far correre voce di voler mettere pace fra i principi; ordinò anche molti parlamenti, ma senza giovare ad alcuno. Ebbe nondimeno l'avvertenza di giovare a sè stesso, perchè fu ben regalato da tutti; e quasi che fosse venuto solamente per rallegrar la sua borsa, senza prendersi maggior briga, se ne andò con Dio.

Durando tuttavia la guerra del suddetto Luchino Visconte contra de' Pisani[1402], spedì egli in Toscana con gran gente il suddetto Filippino. In tali angustie si trovarono allora i Pisani, che cominciarono a trattare di comperar la pace; e buon per loro che allora il Visconte e il Gonzaga ebbero bisogno di accudire ai loro affari di Lombardia, e di richiamar di Toscana le loro milizie. Promisero i Pisani di pagare a Luchino ottanta mila fiorini d'oro (il Villani dice cento mila[1403]) per una volta sola, ed ogni anno un palafreno e due falconi, e di rendere i lor beni ai figliuoli di Castruccio. Ecco se sapeva il Visconte far ben profittare l'armi sue in questi tempi. Intanto Obizzo marchese d'Este avea stretta una buona lega con Mastino dalla Scala e con Taddeo de' Pepoli contra di Luchino e dei Gonzaghi, per difesa della sua città di Parma[1404]; e, quantunque il Pepoli promettesse molto, ed attendesse poco, pure colle sue forze e con quelle poche che potè ricavar da essi alleati, nel dì 16 di marzo cavalcò sul Reggiano, ed impadronissi di San Polo, delle quattro castella, di Covriago e d'altri luoghi. Nel dì 4 d'aprile i Rossi cogli altri Ghibellini di Parma, attizzati dal segreto favore di Luchino, fecero una sollevazione in Parma. Il marchese Francesco d'Este, vicario ivi per Obizzo, coi Sanvitali e coi Guelfi prevalse all'empito loro; laonde molti furono presi e decapitati. Venuto poscia un buon rinforzo di Tedeschi a Parma, inviato colà da Mastino, nel dì 26 di giugno si mosse da Parma l'esercito estense, e, all'improvviso presentatosi alla città di Reggio, diede la scalata alle mura, e gran gente v'entrò combattendo fino alla piazza[1405]. Quel popolo, trovandosi troppo tenagliato, nulla più desiderava che di rimettersi sotto gli Estensi. Ma perchè non giunse a tempo, per mancanza di scale, l'aiuto che occorreva, furono respinte da Filippino le genti dell'Estense, e molti vi rimasero presi, uccisi ed annegati nelle fosse. Tornate poi che furono in Lombardia le soldatesche di Luchino[1406], maggiormente si rinforzò la guerra. Grossissima era l'oste del Visconte e de' Gonzaghi; questa, dopo aver preso Soragna e Castelnuovo, si accampò a Colecchio. Uscì anche di Parma il marchese Francesco Estense, e si mise a fronte dell'esercito nemico. Andò il guanto della disfida per una giornata campale, che fu esibita ed accettata da esso marchese; ma quando pur si credea imminente il conflitto, le genti del Visconte si ritirarono, ed ebbero dipoi alcune spelazzate da quei dello Estense.

Ribellossi nel mese d'agosto di questo anno ai Veneziani la città di Zara[1407]. Un potente esercito per mare e per terra fu spedito colà affine di ricuperarla. Furono fatte molte bastie intorno alla terra, e dati de' furiosi assalti; ma quel popolo con gran vigore si sostenne, e soffrì l'assedio per tutto il verno seguente. Quando si credea rimessa la pace in Genova per l'elezione di Giovanni da Murta doge[1408], dovendovi rientrare senza armi i fuorusciti, si sconcertarono più che mai gli affari. Non fu permesso ai nobili il ritorno alla patria; anzi il popolo sollevossi, e li costrinse coll'armi a ritirarsi dai borghi della città; e dipoi, formato un esercito, marciò per ricuperar dalle mani d'essi nobili Porto Maurizio, Diano e Oneglia; e in fatti ritornarono in lor potere que' luoghi. Per mettere fine a questa confusione, fu rimessa a Luchino Visconte la decision delle loro liti; e questi, dopo avere nel dì 18 di giugno intimata la tregua fra essi, nel dì 6 di luglio proferì poi il laudo della pace, per cui fu permesso ai fuorusciti di tornare in Genova, a riserva d'alcuni degli Spinoli, Grimaldi e Fieschi, obbligati a stare dieci miglia lungi dalla città. Passò in questo anno per Genova e Bologna Umberto Delfino di Vienna[1409], spedito da papa Clemente VI per generale d'un esercito di crociati contra de' Turchi, facendo predicar dappertutto la medesima crociata. Giunto a Ferrara, fu ben ricevuto e ragalato dal marchese Obizzo, e di là passò in Levante, ma senza farvi alcuna prodezza: il perchè impoverito se ne tornò indietro, e gli affari dei cristiani in Oriente seguitarono ad andar peggio che prima. Scorretto dee essere il testo della Cronica Veronese, mentre scrive che in quest'anno[1410] Bernabò Visconte nipote di Luchino prese per moglie Beatrice, soprannominata Regina, figliuola di Mastino dalla Scala. Succederono tali nozze dopo la morte d'esso Luchino, e nell'anno 1550, siccome dirò andando innanzi.

NOTE:

[1394] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Ital.

[1395] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 50. Dominicus de Gravina, tom. 12 Rer. Ital.

[1396] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1397] Petrarcha, lib. 6, Epist. 5. Vita Clementis VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1398] Tristan. Caracciol., in Johann. I Vit., tom. 22 Rer. Ital.

[1399] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1400] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.

[1401] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[1402] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1403] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 37.

[1404] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1405] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1406] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1407] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[1408] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1409] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[1410] Idem, ibidem.

Anno di CRISTO MCCCXLVI. Indiz. XIV.

CLEMENTE VI papa 5. CARLO IV re de' Romani 1.

Mosse in quest'anno papa Clemente le macchine tutte per abbattere l'odiato Lodovico Bavaro, che s'intitolava re dei Romani ed imperadore. Un pezzo era che si maneggiava di mettere sul trono cesareo Carlo marchese di Moravia, figliuolo di Giovanni re di Boemia. Si effettuò in questo anno il negoziato. Il principe Carlo e il re suo padre vennero ad Avignone; concertarono col pontefice quanto occorreva; gli promisero quanto egli richiedeva. E però si videro fulminate nuove censure contra del Bavaro, e si ordinò agli elettori di venire ad una nuova elezione[1411], con avere il re di Francia comperati i voti di alcuni a caro prezzo. Verso il fine di luglio fu eletto dalla maggior parte d'essi elettori in re de' Romani il suddetto principe, che fu poi appellato Carlo IV fra gl'imperadori. E giacchè non gli fu permesso di ricevere la corona in Aquisgrana, la coronazione sua seguì nella città di Boemia nel dì 25 di novembre. Fiera discordia nacque in Germania per questa elezione. I più la tenevano per invalida, e chiamavano Carlo l'imperadore de' preti. E perciocchè in questi tempi a' dì 24 d'agosto[1412] nella sanguinosissima battaglia accaduta a Cresci fra le armate di Filippo re di Francia e di Odoardo re d'Inghilterra, colla totale sconfitta della prima, restò trucidato con altri gran signori Giovanni re di Boemia, che era ito in soccorso del re di Francia suo gran protettore, non mancarono gli aderenti del Bavaro, secondo l'uso dei ciechi mortali, di attribuire la di lui morte all'essersi egli ribellato contro il sovrano, cioè contro la casa di Baviera. Ma nell'anno venturo noi vedremo quetato lo scisma insorto fra questi due pretendenti alla corona imperiale. Per la morte da noi sopra narrata di Andrea, destinato re di Napoli, seguitò maggiormente a scompigliarsi quel regno. Chi teneva, siccome dissi, per innocente, e chi per colpevole la regina Giovanna di sì enorme assassinio, e chi era per lei, e chi contra di lei. Già si disponeva Lodovico re di Ungheria a calare in Italia, non tanto per desio di vendicare la morte obbrobriosa del fratello, quanto per isperanza di far suo il regno di Napoli. Non dormì già in tanto sconvolgimento di cose Lodovico giovane re di Sicilia, o, per dir meglio, il tutore suo zio. La città o terra di Milazzo, già occupata in quest'isola dal re Roberto, ubbidiva tuttavia alla regina Giovanna. Andò ad assediarla l'esercito siciliano; e perchè non correano le paghe, a cagione dei suddetti disordini, quel presidio con patti onorevoli rendè la terra. Tentò ancora il re unghero di far lega col siciliano contra della regina Giovanna; ma perchè l'Aragonese faceva istanza che restasse affatto libera la Sicilia dalle pretensioni dei re di Napoli, non seguì per ora accordo alcuno fra essi. Continuando i Veneziani l'assedio della ribellata Zara con istrage vicendevole di gente[1413], quel popolo, piuttostochè ricorrere alla misericordia, volle darsi a Lodovico re d'Ungheria, e gli spedì ambasciatori per questo. Di buon cuore accettò questi l'offerta, e con un formidabile esercito venne al loro soccorso nel mese di giugno. Molti furono gli assalti dati alle bastie de' Veneziani, ma senza frutto. Finalmente in campagna aperta nel di primo di luglio si venne ad un fatto d'armi, che riuscì glorioso per l'esercito veneto. Il perchè il re unghero, o perchè scorgesse l'impossibilità di vincere contro gente così valorosa ed ostinata nel proposito suo, oppure perchè maggiormente gli stesse a cuore l'impresa del regno di Napoli, con poco onore ricondusse a casa le immense sue soldatesche, molto nondimeno scemate. Allora fu che gli Zarattini, vedendo fallita ogni loro speranza, implorarono il perdono, che dai saggi Veneziani non fu loro negato; e così tornò quella città alla lor divozione, dopo avervi (dicono i Cortusi[1414]) impiegata la somma d'un milione per riacquistarla.

Sul fine del carnovale, essendo spirata la tregua fra i Gonzaghi signori di Mantova e Reggio, e gli Scaligeri signori di Verona e di Vicenza, Alberto dalla Scala coll'esercito suo corse depredando sino alle porte di Mantova[1415]. Obizzo marchese d'Este anche egli fece vigorosa guerra ad essi Gonzaghi dalla parte di Modena. Ma siccome egli trasse a ribellione i Manfredi e Roberti nobili di Reggio, così ancora i Gonzaghi ebbero maniera d'indurre a ribellarsi al marchese le castella di Gorzano e di San Felice. Presero ancora la terra di Cuvriago, e fecero gran danno al Parmigiano. Cogli aiuti di Mastino dalla Scala avea il marchese Obizzo unito un potente esercito di circa cinque mila cavalli, oltre alla numerosa fanteria, con disegno di vettovagliare la città di Parma, o di dar battaglia ai nemici, se si presentava l'occasione; e a questo fine fece marciar la sua gente nel dì 25 di luglio sul Reggiano. Ma da lì a pochi giorni Mastino dalla Scala richiamò dodici bandiere di gente d'armi tedesca dallo esercito del marchese, per mandarle in aiuto di Luchino Visconte. Venne con ciò a scoprirsi che era seguita una segreta concordia fra gli Scaligeri e il Visconte, contro ai patti della lega. Questo inaspettato colpo fece allora prendere altre misure al marchese, il quale, conoscendosi abbandonato e tradito dagli amici, e scorgendo la troppa difficoltà di poter sostenere Parma, città con cui non comunicavano i suoi Stati, ed attorniata da potenti nemici, cioè dal Visconte signore di Cremona, Borgo San Donnino e Piacenza, oltre ad altre città, e dai Gonzaghi signori di Mantova e Reggio: cominciò a trattar segretamente di una onorevol concordia collo stesso Luchino Visconte, giacchè egli era il sostenitor de' Gonzaghi, e facea l'amore a Parma, ma senza mostrare di farlo. Accadde che in questi tempi Isabella del Fiesco, moglie di esso Luchino, la quale finora niun maschio gli avea partorito, diede alla luce in un parto due figliuoli con indicibile allegrezza del marito e dei Milanesi[1416]. Si mosse dunque da Ferrara il marchese Obizzo, accompagnato da Ostasio da Polenta signore di Ravenna, e da molta nobiltà, nel dì 7 di settembre[1417], e per la strada di Verona arrivò alla terra di Novato sul Bresciano, dove furono ad incontrarlo Matteo Visconte e Bruzio figliuolo naturale di Luchino, che gli fecero molto onore. Fu ad incontrarlo a Cassano Giovanni Visconte arcivescovo di Milano, che l'accompagnò fino alla città, dove, alloggiato nel palazzo d'esso arcivescovo, ricevè da lui e da Luchino quante finezze e carezze egli seppe desiderare. Fecesi con gran pompa il battesimo dei due figliuoli di Luchino, al primo dei quali fu posto il nome di Luchino Novello: e li tennero al sacro fonte esso marchese Obizzo, Giovanni marchese di Monferrato, Castellano da Beccheria signor di Pavia, ed Ostasio da Polenta, onorevoli doni fecero ai fanciulli e alla madre. Allora fu che il marchese Obizzo cedette a Luchino Visconte la città di Parma[1418] con essere rimborsato da lui del danaro speso in acquistarla da Azzo da Correggio. Ebbero occasion di piagnere i Parmigiani, avendo cambiato un placido padrone in un asprissimo, che non tardò a spogliar di tutte le loro fortezze que' nobili. Partissi poi da Milano il marchese Obizzo nel dì 26 di settembre; e, giunto che fu a Ferrara, tanto si adoperò presso di lui Mastino dalla Scala assistito da un ambasciatore di Luchino Visconte, che lo indusse nel dì 27 d'ottobre a pacificarsi coi Gonzaghi, e la pace fu solennemente stipulata dipoi in Modena nel dì 12 di dicembre.

Colla giunta di Parma crebbe non poco la potenza dei due fratelli Visconti Luchino e Giovanni. Ma si dee aggiugnere ch'egli ebbe in varii tempi anche la signoria d'Asti, città potente ne' secoli andati[1419]. Perchè la nobil casa dei Soleri, di fazione guelfa, possedendo ventiquattro castella ed altre fortezze, voleva padroneggiar troppo in quella città, i Ghibellini, cioè i Gottuari, Isnardi e Turchi, chiamarono Giovanni marchese di Monferrato, e gli diedero il dominio della città sotto certi patti. Scacciati di colà i Soleri, gran guerra cominciarono contra dei cittadini coll'aiuto delle terre del Piemonte spettanti al re Roberto. Però quel popolo invitò a quella signoria (non so dirne l'anno preciso) Luchino Visconte, il qual poscia distrusse tutte le famiglie de' Soleri, con ridurli a non possedere un palmo di terreno sull'Astigiano. Nè qui si ristrinse l'industria e fortuna di Luchino. Acquistò anche Bobbio, Tortona nell'anno seguente, ed Alessandria, non so quando. Tolse al re Roberto, oppure alla regina Giovanna, nel seguente anno la città d'Alba, Cherasco, ed altre terre sino a Vinaglio e all'Alpi; e parimente nell'anno presente gli fu data la signoria, ossia l'alto dominio della Lunigiana[1420]. Se fosse sopravvivuto più, non restava probabilmente terra in Piemonte che non venisse alle sue mani. Di questo passo camminava ad un sì alto ingrandimento la casa dei Visconti, con far gran paura ad ogni vicino. Eppure andò essa dipoi tanto più oltre, siccome vedremo. A petizione di Lodovico re d'Ungheria in quest'anno[1421] Niccolò Gaetano conte di Fondi, nipote del fu papa Bonifazio VIII, cominciò la guerra contro la regina Giovanna nella Campania, coll'impadronirsi di Terracina e del castello d'Itri presso Gaeta. La stessa città di Gaeta sollevatasi, non volle più ubbidire alla regina. Io non so come Giorgio Stella racconti sì diversamente questa faccenda, con dire[1422] che, giunta a Terracina l'armata navale dei Genovesi, composta di ventinove galee, comandata da Simone Vignoso, a forza d'armi fece ritirare da quell'assedio il conte di Fondi; essersi il popolo di Terracina sottomesso al dominio del comune di Genova; ed aver essi Genovesi cacciato da Sessa il suddetto conte, il qual dianzi avea tolta quella città alla regina Giovanna. Scrive inoltre lo Stella, avere la flotta genovese continuato il suo viaggio in Levante, ed interrotti i disegni del delfino di Vienna, arrivato coi crocesignati in quelle parti, giacchè i Genovesi pensavano solamente al proprio vantaggio, e non a secondare i desiderii del papa e le mire della crociata. Poscia nel dì 16 di giugno, sbarcati nell'isola di Scio, impresero l'assedio di quel castello, e lo costrinsero alla resa nel dì 5 di settembre: con che tutta quell'isola cominciò ad ubbidire a' Genovesi. Impadronironsi ancora di Foglia vecchia e di Foglia nuova, e maggiori progressi ancora avrebbero fatto, se la ciurma delle galere, mossa a sedizione, non avesse fatto svanire altre loro idee. Fu in questo anno un'estrema carestia per quasi tutta l'Italia, e maggiormente questa inasprì nell'anno seguente, per essere andati a male i raccolti a cagion delle dirotte pioggie.

NOTE:

[1411] Albertus Argent., Chron.

[1412] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 66.

[1413] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Baiano, Chron. Mutinens., tom. eod.

[1414] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1415] Chron. Estense.

[1416] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1417] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1418] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1419] Petrus Azarius, Chron., cap. 9, tom. 16 Rer. Italic.

[1420] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1421] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 73.

Anno di CRISTO MCCCXLVII. Indiz. XV.

CLEMENTE VI papa 6. CARLO IV re de' Romani 2.

Divenuto già re de' Romani e re di Boemia Carlo figliuolo del fu re Giovanni, perchè pretendeva il contado del Tirolo, che gli era contrastato da Lodovico il Bavaro e da Lodovico marchese di Brandeburgo suo figliuolo, venne in abito di pellegrino a Trento con isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quel paese[1423]. Non gli mancò d'assistenza papa Clemente VI, perciocchè mosse con premurose lettere Luchino Visconte, Mastino dalla Scala, il patriarca d'Aquileia e i signori di Mantova a prestargli aiuto; ed ognuno in fatti spedì colà un gagliardo rinforzo di cavalleria e fanteria. Se gli diede il popolo di Trento, ed egli nel dì 27 di marzo assistè alla messa in quel duomo in abito imperiale. Impadronissi ancora di Feltro e di Belluno. Essendo poi passato all'assedio di Marano nel Tirolo, eccoli sopravvenire il marchese di Brandeburgo con forze superiori di armati, che gli diede una rotta, e il fece fuggire a Trento. Ma si mutò in questo anno faccia alle cose; imperciocchè trovandosi Lodovico il Bavaro alla caccia nel dì 11 di ottobre[1424], sorpreso da un colpo d'apoplessia e caduto da cavallo, spirò l'anima sua. V'ha chi dice esser egli morto con segni di penitenza, lo niegano altri; ma è fuor di dubbio che da niun sacerdote ebbe l'assoluzion de' peccati e delle censure[1425], portando al mondo di là una pesante soma di colpe principesche e private. La morte sua fu la vita di Carlo IV re dei Romani, perchè i suoi affari cominciarono immediatamente a prosperare, con riconoscerlo per re molti principi e non poche città della Germania, quantunque non mancassero altri che passarono all'elezione di Odoardo re d'Inghilterra, poi di Federigo marchese di Misnia, e poi di Guntero conte di Suarzemburgo. Con danari seppe il re Carlo indurre i due ultimi a non accettare, o a rinunziare l'esibita corona. Per lo contrario, in Italia si aprì un nuovo teatro di calamità a cagione di Lodovico re d'Ungheria, ansante di vendicar la morte ignominiosa del fratello Andrea, ma più di conquistare il regno di Napoli, al qual fine determinò di passare egli in persona in Italia. Spedì innanzi i suoi ambasciatori, per aver libero il passo da' principi italiani; e questi, giunti a Ferrara nel dì 24 d'aprile, ebbero buon accoglimento dal marchese Obizzo d'Este. Continuato poscia il lor viaggio, arrivarono ai confini del regno, e cominciarono dei maneggi per muovere a ribellione que' popoli. Certo è che, a papa Clemente VI non piaceva che un sì potente principe venisse a piantar il piede nel regno di Napoli. Oltre di che, a cagione del suo soggiorno in Provenza, terra della regina Giovanna, pendeva più a favorir questa che quello. Intanto essa regina nel dì 20 d'agosto sposò Luigi principe di Taranto, uno de' Reali[1426]: matrimonio in que' tempi disapprovato dagli zelanti cristiani. Alcuni credono ch'ella fin d'allora ne ottenesse la dispensa dal pontefice. Il Rinaldi meritamente la riferisce all'anno seguente. Accordossi ancora la regina Giovanna con Lodovico re di Sicilia, cedendo ad ogni pretensione sua sopra quell'isola, con patto che egli, in occasione di guerra, dovesse mantenere al di lei servigio quindici galee. Mancò ad un tale accordo l'approvazione del papa, diretto padrone della Sicilia.

Gran voglia aveva Isabella del Fiesco, moglie di Luchino Visconte, di veder la rara e magnifica città di Venezia. Però pubblicò in quest'anno un voto da lei fatto, allorchè fu per partorire nell'anno addietro i due suoi gemelli, di visitare la basilica di San Marco in quella città. L'addolciato marito non potè negarle il contento di adempiere così santa divozione, e le formò uno splendidissimo corteggio della primaria nobiltà delle sue città. Nella Cronica Estense[1427] si veggono annoverati tutti i nobili scelti da Milano, Tortona, Alessandria, Cremona, Brescia, Vercelli, Lodi, Novara, Asti, Como, Bergamo, Piacenza e Parma, ed anche da Pavia, siccome ancora le nobili donne destinate ad accompagnarla, oltre ai paggi, staffieri e alla prodigiosa minor famiglia[1428]. Per una regina non si poteva far di più. Si mosse ella da Milano nel giorno 29 d'aprile, e grandi onori ricevè in Verona da Alberto e Mastino dalla Scala; grandi in Padova da Jacopo da Carrara; maggiori poi in Venezia da quella splendida repubblica. Soddisfatto che ebbe in Venezia alla sua divozione, e veduta la celebre funzione dell'Ascensione, se ne tornò per Padova, Verona e Mantova a Milano. Dove andasse poi a terminare questo sì divoto pellegrinaggio, non istaremo molto a vederlo. Una scena curiosa, cominciata nell'anno addietro in Roma, maggiore comparsa fece nel presente[1429]. Per la lontananza de' papi era divenuta quella mirabil metropoli un bosco d'ingiustizia; ognun facea a suo modo; discordi erano i due senatori, l'uno di casa Colonna, e l'altro di casa Orsina, con due diverse fazioni; le entrate del papa e del pubblico divorate; le strade piene di ladri, di modo che più non s'attentavano i pellegrini di portarsi colà alla visita dei santi luoghi. Si alzò su un giorno, e fece popolo un certo della feccia del volgo, cioè Niccolò figliuolo di Lorenzo Tavernaro, appellato volgarmente Cola di Rienzo, giunto col suo studio ad essere notaio. Costui era uomo fantastico; dall'un canto facea la figura di eroe, dall'altro di pazzo. Soprattutto gli stava bene la lingua in bocca. Tanto declamò contro ai disordini di Roma e alle prepotenze de' grandi, che indusse di popolo a consentirgli il titolo e la balìa di tribuno. Ciò gli bastò per cacciare di Campidoglio i senatori, e per farsi signore di Roma[1430], con intitolarsi pomposamente: Nicola, severo e clemente, liberator di Roma, zelante del bene dell'Italia, amatore del mondo e tribuno augusto. Formò poscia de' magistrati, mettendovi degli uomini di merito; fece giustiziar varii capi di fazione, che mantenevano quantità di masnadieri, e assassinavano alle strade; intimò il bando ai grandi, che solevano farla da prepotenti, se non giuravano sommessione al buon governo, di maniera che, fuggiti i malviventi, in breve mise in quiete la città, e si potea portar per le strade l'oro in mano. Gli venne in testa il capriccioso disegno non solamente di riformare Roma, ma di rimettere anche in libertà l'Italia tutta, con formare una repubblica, di cui fosse capo Roma, come fu ne' secoli antichi. Scrisse perciò lettere di gran magniloquenza a tutti i principi e alle città italiane, e trovò chi prestò fede ai suoi vanti. Spedì loro degli ambasciatori, e rispose alle lettere dei principi con graziose esibizioni: cotanto credito s'era egli acquistato col rigore della giustizia. I Perugini, gli Aretini ed altri si diedero a lui. In somma chi facea plauso a queste novità, e chi ne rideva. Da Francesco Petrarca, insigne poeta d'allora, fra gli altri, fu scritta in sua lode una suntuosa canzone[1431], che tuttavia si legge, credendosi egli che veramente questo uomo avesse a risuscitar la gloria di Roma e dell'Italia. Ma altro ci volea a così vasta impresa che un cervello sì irregolare e mancante di forze. Perchè il popolo di Viterbo gli negava ubbidienza, si mise Cola in ordine nell'anno presente, per far guerra a quella città; e l'avrebbe fatta, se Giovanni da Vico prefetto e signor di Viterbo non si fosse sottomesso con rendergli varie rocche. Andò poi tanto innanzi la bestialità d'esso tribuno, che con gran solennità si fece far cavaliere[1432], e si bagnò nella conca di porfido, dove i secoli barbari s'immaginarono che fosse stato battezzato l'imperador Costantino il Grande, e si fece coronar con varie corone. Poscia citò papa Clemente VI e i cardinali che venissero a Roma. Citò anche Lodovico il Bavaro non per anche defunto, e Carlo di Boemia, e gli elettori a comparire e ad allegar le ragioni, per le quali pretendevano allo imperio. Finora avea egli rispettato il papa; si mise in fine sotto i piedi ogni riguardo anche verso di lui e de' suoi ministri; e però non potè più stare alle mosse il vicario pontificio, e proruppe in proteste, delle quali niun conto fu fatto, dicendo il vanaglorioso Cola di far tutto per ordine dello Spirito Santo, del quale pubblicamente s'intitolava candidato. Non potevano digerire i Colonnesi, gli Orsini, i Savelli ed altri grandi romani tanto sprezzo, o, per dir meglio, strapazzo che facea di loro il tribuno, giacchè avea fatto imprigionarne i principali, ed annunziata loro anche la morte; se non che si placò, e li rimise in libertà. Eglino dunque con grosse squadre di cavalli e fanti nel dì 20 di quest'anno vennero alla porta di San Lorenzo con disegno d'entrare in Roma, e d'insegnar le creanze al tribuno. Ma egli, messo in armi il popolo, con tal empito il fece uscire contra di loro, che li mise in isconfitta, colla morte di Stefano, Giovanni e Pietro dalla Colonna, e d'altri nobili e di molti delle loro masnade. Salì per questo in alto la gloria e la riputazione di Cola.

Spotted a typo or a problem in this chapter? Tell us