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Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)

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Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)

Gran confusione si trova nella storia greca di questi tempi, discordando non poco fra loro Teofane e Niceforo. Esporrò ciò che a me par più verisimile. Spese Eraclio Augusto il resto dell'anno precedente, e parte ancora del presente in dar sesto alle provincie d'Oriente, in ricuperar l'Egitto, la Palestina ed altri paesi già occupati dai Persiani, e in procurar che le guarnigioni nemiche fossero condotte con tutta quiete e sicurezza al loro paese: al che deputò Teodoro suo fratello. Una delle maggiori sue premure quella fu di riaver dalle mani de' Persiani la vera Croce del Signore. Questa la riportò egli seco a Costantinopoli, dove in quest'anno egli fece la sua solenne entrata, essendogli uscito incontro fuori della città il patriarca, il clero, e quasi tutto il popolo, con incredibil festa ed acclamazioni, portando rami d'ulivo e fiaccole accese, e la maggior parte lasciando cader lagrime di allegrezza in veder ritornare sano e salvo il loro principe con tanta gloria e sì gran bene fatto al romano imperio. Ma neppur lo stesso imperadore potè frenar le lagrime al vedere tanto affetto del suo popolo, e apparirgli Eraclio Costantino Augusto che se gl'inginocchiò davanti, e s'abbracciarono amendue piangendo. Fra gl'inni, i canti e i viva entrò il felicissimo imperadore nella città, in un carro condotto da quattro elefanti. Si fecero dipoi varie solennità e spettacoli d'allegrezza; di molto danaro ancora fu sparso al popolo; ed Eraclio ne fece pagare una buona somma alle chiese, dalle quali avea preso i sacri vasi, per valersene ne' bisogni della guerra. Secondochè si ha da Fredegario[3209], Dagoberto re dei Franchi mandò i suoi ambasciatori ad Eraclio, per congratularsi delle riportate vittorie, e confermar la pace con lui. Non è ben chiaro se in quest'anno esso imperadore riportasse a Gerusalemme la vera Croce ricuperata dalle mani dei Persiani. Teofane[3210] racconta questo fatto all'anno seguente, e così Cedreno[3211]. All'incontro Niceforo[3212] scrive ch'egli andò prima a Gerusalemme, ed ivi fece vedere quel sacro legno, e poi lo portò seco a Costantinopoli, dove nella cattedrale fu esposto, e ciò avvenne sotto l'Indizione II, corrente per tutto l'agosto di quest'anno. Ma Zonara[3213] vuole che Eraclio nel precedente anno se ne tornasse a Costantinopoli, e non già nel presente: tanto van d'accordo fra loro i greci autori. Comunque sia, sappiam di certo che l'Augusto Eraclio andò a Gerusalemme, seco portando il venerato legno della santa Croce, e in quella sacra basilica lo ripose, ma senza che gli storici suddetti parlino di certo miracolo che si dice succeduto in quell'occasione. Comunemente si crede che quindi prendesse origine la festa dell'esaltazion della Croce. Ma, siccome avvertì il cardinal Baronio[3214], essa è molto più antica. Sia a me permesso di riferir qui un fatto spettante ad Arioaldo re dei Longobardi, di cui Fredegario[3215] fa menzione, dopo aver narrata l'assunzione al trono di questo re all'anno 625, il che non può sussistere secondo i nostri conti, con restare perciò libero a noi di raccontar questo fatto per conto del tempo ad arbitrio nostro. Gundeberga sua moglie, figliuola, come dicemmo, del re Agilolfo e di Teodelinda, ci vien descritta da esso storico per donna di bellissimo aspetto, di somma benignità verso tutti, ornata sopra tutto di pietà, perchè cristiana; il che, a mio credere, vuol dire buona cattolica, a differenza del suo consorte ariano. Le sue limosine ai poveri erano frequenti e grandi, la sua bontà risplendeva in tutte le sue operazioni: motivi tutti che le guadagnarono l'universale amore de' popoli. Trovavasi allora nella corte del re longobardo un certo Adalolfo, confidente di esso re. Costui faceva delle visite anche alla regina; e un dì trovandosi alla di lei udienza, scappò detto alla medesima, che egli era uomo di bella statura. Allora lo insolente cortigiano, presa la parola, soggiunse, che dacchè ella s'era degnata di lodare la di lui statura, si degnasse ancora di farlo partecipe del suo letto. Allora Gundeberga, accesasi di rossore sgridò la di lui temerità, e gli sputò sul volto. Andatosene Adalolfo, e pensando all'errore commesso, e che ci andava la vita, se il re veniva a saperlo, per prevenir questo colpo, corse tosto al re Arioaldo, e lo pregò di volerlo ascoltare in disparte, perchè aveva cosa importante da confidargli. Ritiratisi, Adalolfo gli disse, che la regina Gundeberga per tre giorni avea parlato con Tasone duca, e trattato di avvelenar esso re, per poscia sposare esso Tasone e dargli la corona. Prestò fede Arioaldo a questa calunnia, e mandò prigione la regina nel castello di Lomello, onde prese il nome la Lomellina, territorio fertilissimo, posto fra il Po e il Tesino. Quel Tasone duca vien di sopra appellato dallo stesso Fredegario duca della Toscana, con aggiungere che egli per la sua superbia avea già cominciato a ribellarsi contra del re, e verisimilmente non aveva egli approvato che Arioaldo avesse tolto il regno al re Adaloaldo. Ma noi sappiamo da Paolo Diacono, la cui autorità in ciò merita più fede, che Tasone fu duca del Friuli, e figliuolo di Gisolfo duca di quella contrada, avendo nondimeno esso Paolo riconosciuto anche egli la ribellion dello stesso Tasone contro del re Arioaldo. Ciò che avvenisse della regina Gundeberga, lo diremo più abbasso.

NOTE:

[3209] Fredegar., in Chronic., cap. 65.

[3210] Theoph., in Chronogr.

[3211] Cedren., in Annal.

[3212] Niceph., in Brev.

[3213] Zonar., in Annal.

[3214] Baron., in Not. ad Martyrol.

[3215] Fredeg., in Chron., cap. 51.

Anno di CRISTO DCXXX. Indizione III.

ONORIO I papa 6. ERACLIO imperadore 21. ARIOALDO re 6.

L'anno XIX dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Nacque nell'anno presente[3216] nel dì 7 di novembre un figliuolo ad Eraclio Costantino. Augusto, e per conseguente un nipote d'Eraclio il grande imperadore, e gli fu posto il nome di Eraclio, ma dopo la morte del padre egli assunse quello di Costante, o, come altri vogliono, di Costantino, sebbene par più probabile che nel battesimo fosse nominato Eraclio Costante. Allo stesso Eraclio imperadore, mentre era in Oriente, Martina Augusta partorì un figliuolo che fu appellato David, e giunse ad avere il titolo di Cesare, ma ebbe corta vita. Parimente a Dagoberto[3217] re de' Franchi nacque fuor di matrimonio da una giovine chiamata Ragnetruda un figliuolo che ebbe nome Sigeberto, o Sigoberto, che poi fu re. In questi tempi i re franchi non distinguevano i figliuoli bastardi dai legittimi, e nel medesimo tempo teneano più d'una moglie e molte concubine. Fredegario lo attesta dello stesso re Dagoberto, e ve ne ha degli altri esempli. Però quei re non aveano per anche dismessi tutti i riti e disordini della gentilità; e in paragon loro si può dire che fossero meglio costumati i re longobardi, benchè non tutti cattolici. Sotto quest'anno mise Andrea Dandolo[3218], e dopo lui il cardinal Baronio[3219], l'assunzione di Primigenio patriarca gradense. Per maneggio dei Longobardi era stato eletto patriarca di Grado (tuttochè quell'isola fosse suggetta all'imperadore) Fortunato, il quale, non meno del patriarca di Aquileia, rispettava il concilio quinto generale. Scoperto che fu il suo cuore scismatico, il clero di Grado e i vescovi dell'Istria, fedeli ed uniti colla Chiesa romana, si sollevarono contro di costui, di maniera che non veggendosi egli sicuro, e temendo che l'esarco di Ravenna non mandasse un dì a farlo prigione, dopo avere svaligiata quella chiesa di tutti i suoi vasi ed arredi più preziosi, e fatto lo stesso a varie chiese parrocchiali e spedali dell'Istria, se ne scappò con tutto quel tesoro a Gormona, castello del Friuli sotto il dominio de' Longobardi. Portatone l'avviso a papa Onorio, immediatamente elesse vescovo di Grado Primigenio suddiacono e regionario della santa Chiesa romana, e lo spedì colà ornato del pallio archiepiscopale, e con una lettera che è interamente riferita dal Dandolo e dal cardinal Baronio. Ma nell'edizione da me[3220] fatta del Dandolo, quella lettera, secondo il testo della Biblioteca ambrosiana, è data XII kalendas martias, Heraclii anno XVIII. E però se questa data si ha da attendere, l'elezione di Primigenio dee appartenere all'anno 628, in cui appunto la referì il Sigonio[3221], e dopo il padre de Rudeis[3222]. In essa lettera parla della Cristianissima repubblica. Immaginò il cardinal Baronio che volesse dir della veneta. Chiaro è che tal nome significava allora il romano imperio, ed io altrove l'ho dimostrato. Soggiunse poscia il Dandolo, che Primigenio si studiò, per quanto potè, di muovere il re de' Longobardi a far restituire alla sua chiesa il tesoro involato, ma tutto indarno, probabilmente perchè passava poca intelligenza fra il re Arioaldo e Tasone duca del Friuli, ne' cui stati si era rifugiato lo scismatico ladrone. Però il patriarca Primigenio spedì un suo apocrisario ad Eraclio Augusto, con rappresentargli il rubamento fatto alla sua chiesa, e che i Longobardi aveano sottratto e cercato di sottrarre dalla sua ubbidienza i vescovi suffraganei. Allora il piissimo imperadore, non potendo far altro, gli mandò tanto oro ed argento, che valeva assai più di quel ch'era stato tolto alla di lui chiesa. In questi tempi il patriarca di Grado era anche vescovo delle isole circonvicine, coll'union delle quali a poco a poco si componeva e si andava aumentando la nobilissima città di Venezia. Al suddetto Primigenio vien attribuita dal Dandolo la traslazione dei corpi de' santi Ermagora e Fortunato dai confini d'Aquileia all'isola di Grado.

NOTE:

[3216] Theoph., in Chronogr.

[3217] Fredegar., in Chron., cap. 59.

[3218] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[3219] Baron., Annal. Eccl.

[3220] Antiq. Ital., Dissert. XVIII.

[3221] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.

[3222] De Rudeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 34.

Anno di CRISTO DCXXXI. Indizione IV.

ONORIO I papa 7. ERACLIO imperadore 22. ARIOALDO re 7.

L'anno XX dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

In quest'anno, per quanto si può ricavar da Niceforo[3223], Eraclio imperadore dichiarò Cesare Eraclio, nato da Martina Augusta ed appellato da altri Eracleona, il quale poscia col tempo divenne imperadore e regnò. Ma intanto si andava, non dirò fabbricando, ma bensì accrescendo una nuova e già fabbricata tentazione alla Chiesa di Dio in Oriente, stante l'eresia dei monoteliti, che mettevano in Cristo Signor nostro una sola volontà, e mentre professavano colle parole di condannar gli errori di Nestorio e d'Eutichete, coi fatti erano dietro a canonizzar l'eresia dell'ultimo, oppure i sentimenti riprovati di Apollinare. Gli autori e le balie della falsa opinione dei monoteliti furono Sergio patriarca di Costantinopoli e Ciro vescovo di Faside, il quale ultimo nel precedente anno passò ad essere patriarca di Alessandria, e cominciò nell'anno presente a disseminar la sua falsa dottrina. Credesi che Sergio costantinopolitano, interrogato sopra questa materia da esso Ciro nell'anno 626, rispondesse conformemente alla sentenza di Ciro. E veramente era assai dilicata la materia, perchè sapendosi che la volontà di Cristo in quanto uomo era sì unita e subordinata alla volontà di lui in quanto era Dio, che non vi poteva essere vera discordia fra esse: perciò sembrava che potesse dirsi una sola volontà in Cristo Dio ed uomo. Ma la verità è, che siccome in Gesù Cristo sono due nature diverse, ipostaticamente, insieme unite e non confuse, così in lui conviene ammettere due volontà diverse, corrispondenti alle due nature; volontà benchè libere, non però mai discordi fra loro. Il peggio fu che lo stesso imperadore Eraclio non solo disavvedutamente abbracciò anche egli l'errore de' monoteliti, ma cominciò a fomentarlo: il che denigrò poi la sua fama, e diede occasione ai posteri di fargli un processo. Che disordini partorisse col tempo sì fatta controversia, l'andrò accennando più abbasso. Se vogliam credere a Costantino Porfirogenneta[3224], citato dal padre Pagi, circa questi tempi i Croati, dianzi gentili, si convertirono alla santa religione di Cristo. Questo popolo trasse l'origine sua dalla Polonia e dalla Lituania. Ed allorchè regnava l'imperadore Eraclio, al quale ebbero ricorso, fu loro assegnato quel paese che oggidì si chiama Croazia, poco lontano dai confini della Italia. Aggiugne che a forza di armi ne scacciarono gli Abari, cioè gli Avari, Unni di nazione, e poscia essendo lor principe Porga, ricorsero a Roma, che mandò loro un arcivescovo, preti e diaconi, che battezzarono quel popolo e l'istruirono secondo i riti della Chiesa romana, con farli giurare di non invadere le terre altrui, ma solamente di difender le proprie occorrendo. Nella sostanza di questo racconto noi possiam credere a Costantino Porfirogenneta, che scrivea circa l'anno 950; ma si può dubitar forte del tempo, in cui succedette la conversione di questi Barbari alla fede di Cristo. Non parla il suddetto scrittore degli Sclavi o Schiavoni; e se per avventura sotto nome d'Abari, o Avari, volle disegnarli, s'inganna; perchè gli Schiavoni e gli Avari furono diverse nazioni. Ed in questi tempi par quasi certo che essi Schiavoni dominassero tuttavia nella Carintia, nella quale anche oggidì è in uso la loro lingua matrice usata del pari nella Russia e Polonia, da dove discesero gli Sclavi venuti nell'Illirico, e della stessa nazione che gli Sclavi abitanti verso il Baltico. Perciò Giovanni Lucido[3225], che esaminò questa materia, è di parere anch'egli che i Croati, i quali io non avrei difficoltà a crederli una tribù di Sclavi, molto più tardi ricevessero il battesimo, e ciò avvenisse ai tempi di Eraclio juniore imperadore.

NOTE:

[3223] Niceph., in Chron.

[3224] Constantinus Porphyrogenneta, de admin. Imper., cap. 31.

[3225] Lucidus, de Regno Dalmat., lib. 1, cap. 11.

Anno di CRISTO DCXXXII. Indizione V.

ONORIO I papa 8. ERACLIO imperadore 23. ARIOALDO re 8.

L'anno XXI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Sul supposto che nell'anno 629 possa essere accaduta la disgrazia di Gundeberga regina, di cui parlammo, s'ha nel presente da mettere la di lei liberazione. Correva già il terzo anno ch'essa stava rinchiusa in una torre della terra di Lomello, quando, per attestato di Fredegario[3226], furono spediti degli ambasciatori da Clotario II re de' Franchi al re dei Longobardi Arioaldo, per chiedergli conto del mal trattamento fatto ad essa regina sua moglie, parente dei re franchi, perchè figliuola di Teodelinda, la quale ebbe per padre Garibaldo I duca di Baviera, e per madre Gualdrada vedova di Teodebaldo re dei Franchi. Quando veramente sussista che questi ambasciatori venissero mandati dal re Clotario, converrà mettere nell'anno 625 la prigionia di Gundeberga, cioè appena dappoichè Arioaldo fu divenuto re; perciocchè Clotario mancò di vita nell'anno 628, e Fredegario scrive che per cagione d'essi ambasciadori Gundeberga, dopo tre anni d'esilio, fu rimessa in libertà e sul trono. Ma probabilmente gli ambasciatori suddetti furono spediti dal re Dagoberto successor di Clotario, non essendo sì esatto Fredegario nelle circostanze dei fatti e dei tempi, che si sia obbligato a seguitarlo dappertutto a occhi chiusi. Ad ognuno è qui lecito il sentir come a lui piace. Comunque però sia del tempo, ci vien dicendo Fredegario, che udito il motivo di quella prigionia, uno degli ambasciatori per nome Ansoaldo, ossia Ansaldo, propose il giudizio di Dio, per indagare la innocenza, o la reità di Gundeberga. Cioè propose un duello fra Adalolfo accusatore e un campione della reina. In que' tempi di ignoranza erano pur troppo in uso non solamente i duelli, ma anche le pruove dell'acqua fredda o calda, e della croce, o de' vomeri infocati, ed altre simili (riprovate dalla Chiesa), con persuasione che Dio protettore dell'innocenza dichiarerebbe se le imputazioni fossero vere o false, senza por mente che questo era un tentar Dio, e un volere ch'egli, secondo il capriccio degli uomini, e quando loro piacesse, facesse de' miracoli. Fu accettata la proposizione dal re Arioaldo. Si venne al combattimento fra il calunniatore Adalolfo e il campione di Gundeberga chiamato per sopprannome Pittone. Il primo restò morto sul campo, e l'altro vincitore; perlochè fu giudicata innocente la regina, e restituita nell'onore e grado primiero. Veggasi all'anno 641 un altro simile racconto di questa medesima regina, con restarmi qualche sospetto che Fredegario possa aver narrato lo stesso avvenimento in due luoghi, benchè con circostanze diverse. Secondo la Cronica Saracenica di Elmacino[3227], il falso profeta Moammed, da noi appellato Maometto, nel giorno 17 di giugno di quest'anno, dopo avere infettata de' suoi errori l'Arabia tutta, finì di vivere, ed ebbe per successore e principe degli Arabi Abubacar. Importa assaissimo anche alla storia d'Italia il conoscere i fatti di quell'empia setta e nazione, perchè staremo poco ad intendere come questa si dilatasse con immensa rovina dell'imperio romano, e con incredibil danno della religion cristiana, e come essa stendesse le sue conquiste col tempo fino in Italia.

NOTE:

[3226] Fredegar., in Chronic., cap. 51.

[3227] Elmacinus, Histor. Saracen., lib. 1, pag. 9.

Anno di CRISTO DCXXXIII. Indizione VI.

ONORIO I papa 9. ERACLIO imperadore 24. ARIOALDO re 9.

L'anno XXII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Fino a questi tempi la nazione degli Arabi, che Saraceni ancora si nominavano, e per tali verranno anche da me nominati da qui innanzi, non avea recato grande incomodo all'imperio romano, perchè contenta de' suoi paesi non pensava ad ingoiare l'altrui. Nell'anno 613 avea fatto delle scorrerie nella Soria cristiana, ma non fu movimento di conseguenza. Da lì innanzi ancora troviamo che Eraclio si servì di alcune bande di Saraceni nella guerra contra de' Persiani. Ma cominciarono costoro a mutar massime, dappoichè Maometto non solamente di divisi che erano, gli unì insieme mercè della professione della medesima credenza e setta; ma eziandio lasciò loro per eredità un obbligo, o consiglio di dilatare, il più che poteano, la lor santissima religione, cioè la sua pestilente e ridicola dottrina. Ora avvenne, secondochè s'ha da Teofane[3228], che mentre uno degli uffiziali dell'imperadore era dietro a dar le paghe alle milizie greche, apparvero anche i Saraceni che erano al servigio del medesimo Augusto, e fecero istanza per ottener anch'essi le loro. L'uffiziale in collera alzò la voce, dicendo: Non c'è tanto da poter soddisfare ai soldati: e ce ne sarà poi da darne anche a questi cani? Non l'avesse mai detto. Costoro arrabbiati se n'andarono, e sollevarono tutta la lor nazione contra dell'imperadore Eraclio. Niceforo[3229] all'incontro scrive, aver esso Augusto dato ordine che non si pagassero più le trenta libbre d'oro, solite a sborsarsi ogni anno ai Saraceni, per cagione della crudeltà da loro usata contra uno dei ministri imperiali; e che di qui ebbe origine la terribil nimicizia di quella nazione contra del romano imperio. Però nel presente anno essi cominciarono le ostilità contro i sudditi dell'imperadore. Prese maggior fuoco in quest'anno l'eresia dei monoteliti per un conciliabolo tenuto in Alessandria da quel patriarca Ciro, il quale passava di buona intelligenza con Sergio patriarca di Costantinopoli intorno a questa disputa. Il solo Sofronio monaco quegli fu che si oppose alle pretensioni erronee di Ciro, ed essendo tornato a Gerusalemme, succedette in quella cattedra a Modesto patriarca, e tenne dipoi, cioè nell'anno seguente, un concilio, in cui condannò chi negava in Cristo due volontà.

NOTE:

[3228] Theoph., in Chronogr.

[3229] Niceph., in Chron.

Anno di CRISTO DCXXXIV. Indizione VII.

ONORIO I papa 10. ERACLIO imperatore 25. ARIOALDO re 10.

L'anno XXIII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Venne in quest'anno a morte Abubacare califa, ossia principe de' Saraceni. Costui aveva fatta la guerra[3230] contro l'imperadore Eraclio nella Palestina, ed occupato nel presente anno tutto il paese di Gaza verso il monte Sina. Perchè contra di que' masnadieri uscì in campagna con poca gente Sergio governatore di Cesarea di Palestina, egli restò con tutti i suoi tagliato a pezzi. Però i Saraceni presero anche la città di Bostra, messa da alcuni nella Soria, e da altri nella Palestina, e poscia conquistarono altre città, dalle quali condussero via un gran bottino ed assaissimi prigioni. Viene attribuito a questo Abubacare l'aver messo insieme il libro dell'Alcorano, che dianzi era disperso a pezzi e bocconi. Ebbe costui per successore Omaro, terzo de' califi, il quale non tardò a far guerra anche a' Persiani, profittando delle lor divisioni. L'imperadore Eraclio trovandosi in questo mentre nella città di Edessa, spedì Teodoro suo fratello con un'armata contra de' Saraceni; ma avendo questi attaccata battaglia, fu da loro sconfitto, e tornossene col capo basso ad Edessa. Eraclio inviò un altro corpo di gente sotto il comando di Baane e di Teodoro sacellario. Riuscì loro di dare una rotta ai Saraceni verso la città di Emesa, e di seguitarli fino a quella di Damasco. Tuttavia l'imperadore, conoscendo la forza dei nemici e il pericolo in cui si trovava Gerusalemme, asportò di colà il legno della Croce santa, e condottolo a Costantinopoli, quivi lo ripose nella metropolitana. Bollendo più che mai la nuova eresia de' monoteliti, in quest'anno Sergio, patriarca di Costantinopoli, fautore della medesima, ne scrisse a papa Onorio per sapere il suo sentimento. Il papa propose dei ripieghi con due lettere rapportate dal cardinal Baronio[3231]. E perciocchè udì che Ciro patriarca alessandrino seguitava a predicare una sola volontà in Cristo, mandò lettere anche a lui, imponendogli silenzio. Col tempo andò sì innanzi il calore di questa controversia, che a cagione delle suddette lettere fu mossa guerra anche alla memoria di papa Onorio, moltissimi anni dopo la sua morte, quasichè egli, se non aveva abbracciati gli errori de' monoteliti, gli avesse almeno colla sua connivenza fomentati. Ma i cardinali Baronio e Bellarmino, il De-Marca, Natale Alessandro, il padre Pagi ed altri valentuomini hanno così ben difesa l'innocenza e retta credenza di questo papa, che è superfluo il più disputarne. Sofronio patriarca di Gerusalemme fu in questi tempi il più prode campione della Chiesa, e fece costare con assaissimi passi de' santi padri che conveniva ammettere in Cristo due volontà e due operazioni, corrispondenti alle due nature divina ed umana.

NOTE:

[3230] Theoph., in Chronogr.

[3231] Baron., Annal. Eccl.

Anno di CRISTO DCXXXV. Indizione VIII.

ONORIO I papa 11. ERACLIO imperadore 26. ARIOALDO re 11.

L'anno XXIV dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Fredegario all'anno 630 racconta[3232] due fatti, che, secondo la Cronologia longobardica, debbono essere succeduti più tardi; perciocchè li mette nell'anno penultimo od ultimo della vita del re Arioaldo; e questi, per le ragioni che addurremo in parlando del re Rotari suo successore, si dee credere vivuto fino all'anno seguente 636. Confinavano gli Sclavi, da noi chiamati Schiavoni, colle provincie della Germania sottoposte a Dagoberto re de' Franchi. Si sa che arrivava il loro dominio fino ai confini della Baviera dipendente da esso re. Forse ancora possedevano il Tirolo e il paese oggidì di Saltzburg; anzi pare che si accostassero all'Alemagna, oggidì la Svevia. Fu da una tribù di questi Sclavi per soprannome chiamati Vinidi, o Guinidi, uccisa una quantità di mercatanti sudditi del re Dagoberto, e spogliata dei loro averi. Per mezzo di Sicario suo ambasciatore Dagoberto ne fece domandar l'emenda a Samone, che già dicemmo divenuto re degli Sclavi. Ma non avea Samone tal possesso sopra de' suoi sudditi, tuttavia pagani, da potergli astringere a restituire il maltolto; e però, con buone parole, pregò l'ambasciatore di fare in maniera che il re Dagoberto non rompesse per questo accidente l'amicizia con gli Schiavoni. Che amicizia? rispose allora Sicario. I Cristiani servi di Dio non è possibile che abbiano amicizia con dei cani. Allora Samone assai informato della vita poco cristiana del re Dagoberto e de' suoi sudditi, replicò: Se voi siete servi di Dio, ancor noi siam cani di Dio; e però commettendo voi tante azioni contra di Dio, abbiamo licenza da lui di morsicarvi. Portate queste parole al re Dagoberto, dichiarò la guerra agli Sclavi. Crodoberto duca degli Alamanni gli assalì dal suo canto; altrettanto fecero i Longobardi dalla parte della Carniola e Carintia, e riuscì ad entrambi gli eserciti di dare una rotta agli Sclavi, e di condur via una gran copia di prigioni. Ma nel progresso della guerra toccò la peggio all'armata del re Dagoberto, nè altro di più dice Fredegario che succedesse dalla parte dei Longobardi. Probabilmente allora avvenne ciò che abbiamo da Paolo Diacono[3233]. Narra egli che Tasone e Caccone, fratelli e duchi amendue del Friuli (di Tasone io lo credo ben certo, ma con dubbio se tale ancor fosse Caccone) fecero guerra agli Schiavoni, e s'impadronirono della città di Cilley, che fu una volta colonia de' Romani, ed oggidì è parte del ducato della Stiria, con arrivar sino ad un luogo appellato Medaria, di cui forse non resta più il nome. Perciò, secondo l'attestato dello storico suddetto, gli Schiavoni di quella contrada cominciarono a pagare, e pagarono dipoi tributo ai duchi del Friuli fino ai tempi del duca Ratchis. Nel medesimo anno pretende il medesimo Fredegario[3234] che accadesse la morte di Tasone duca, narrata parimente da Paolo Diacono con qualche diversità di circostanze. Dacchè Arioaldo, siccome già avvertimmo, salì sul trono dei Longobardi, egli ebbe per contradditore il suddetto duca del Friuli Tasone. Riesce a me verisimile che Arioaldo non ricorresse all'armi per mettere in dovere Tasone, che gli fu sempre disubbidiente e ribello, perchè questi dovea star bene in grazia dei re franchi e forse in lega con loro; nè tornava il conto ad Arioaldo di maggiormente stuzzicare il vespaio. Ma volendo egli pure liberarsi da questo interno nemico, ricorse ad una furberia. Pagavano in que' tempi, per attestato d'esso Fredegario, gli esarchi di Ravenna trecento libbre d'oro annualmente al re dei Longobardi, per avere la pace da lui. Ora il re Arioaldo segretamente s'intese con Isacco allora esarco, promettendogli, se gli veniva fatto di levare dal mondo Tasone duca, di rilasciare in avvenire cento libbre di oro, cioè la terza parte del regalo annuo che si faceva alla sua camera. Non cadde in terra la proposizione. Cominciò l'astuto esarco a cercar le vie di compiere questo brutto contratto, e fece segretamente proporre a Tasone, non già duca della Toscana, come lo stesso Fredegario scrisse, ma bensì del Friuli, come ce ne assicura Paolo Diacono, di unir le sue armi con lui contra del re Arioaldo, e l'invitò a Ravenna. Tasone, che non si sarebbe mai avvisato della rete a lui tesa, venne, accompagnato da alcune squadre d'armati, a Ravenna. L'esarco mandò ad incontrarlo con gran festa, ma il pregò di fare restar fuori della città le sue genti, non attentandosi d'introdurle per timor dell'imperadore. Entrò dunque nella città Tasone con poco seguito, ed appena entrato, miseramente venne tagliato a pezzi co' suoi dai Greci.

In questa maniera finì Tasone i suoi giorni. Paolo Diacono racconta anche egli questo fatto, con dire che Gregorio patrizio dei Romani (creduto da Adriano Valesio[3235] e dal Fontanini, esarco di Ravenna, quando è certo che in questi tempi Isacco era tuttavia esarco) invitò esso Tasone duca alla città di Opitergio, oggidì Oderzo, con dichiararlo suo figliuolo; onore che, come di sopra abbiam detto, si praticava molto in questi tempi, e di tosargli la barba nella maniera che portavano allora i Romani, affinchè si conoscesse aver egli abbracciato il partito dell'imperadore. Andò alla buona esso Tasone con Caccone suo fratello ad Oderzo; e non sì tosto fu dentro coi suoi, che vide serrar le porte e uscire contra di lui gente armata. Conosciuto l'inganno dai due fratelli e dal loro seguito, si disposero a vendere almen cara la vita; e datosi l'uno all'altro l'ultimo addio, cominciarono disperatamente a combattere, e dopo una grande strage dei Romani, caddero infine anch'essi trafitti da più spade a terra. Questo Gregorio patrizio dovea comandare in quelle parti per l'imperadore, ed eseguì probabilmente ciò che gli fu ordinato dall'esarco Isacco. Seguita poi a dire Paolo Diacono[3236], che nel ducato del Friuli succedette Grasolfo fratello di Gisolfo già duca di quel paese. E che Radoaldo e Grimoaldo non sapendo accomodarsi a stare sotto la potestà del zio paterno, essendo già cresciuti in età, si misero in una barchetta, e con essa per mare giunsero ai lidi del ducato di Benevento, e furono a trovar Arichi o vogliam dire Arigiso, duca di quella contrada, che era stato lor aio, e li raccolse come se fossero stati propri figliuoli. In questi tempi sempre più arridendo la fortuna agli Arabi ossia ai Saraceni, con uno smisurato esercito passaron essi alla volta di Damasco[3237]. Fu ad incontrarli l'esercito cesareo composto di quarantamila combattenti, e condotto da Baane; ma non potè resistere alla forza di que' Barbari, e quasi tutto restò o trucidato dalle spade nemiche, o affogato nel fiume Jermocta. Dopo di che essi Barbari assediarono e presero la città di Damasco e tutta la provincia della Fenicia, dove si fecero un buon nido. Quindi passarono in Egitto con tutte le lor forze. Ciro, patriarca di Alessandria, per ischivar questo pericolo, aveva dianzi accordata un'annual somma di danaro a quella mala gente. Se l'ebbe a male l'imperador Eraclio, e mandò in Egitto Giovanni duca di Barcena[3238] con ordine di non pagare un soldo, e gli diede un'armata che fu appresso disfatta dai Barbari vittoriosi. Susseguentemente inviò colà Mariano suo cameriere per comandante dell'armi, e con commissione d'intendersi col patriarca Ciro, per trovare rimedio a sì scabrose contingenze. Ciro, che era ben veduto da Omaro califa, e da tutto l'esercito de' Saraceni, consigliò all'imperadore che si accordasse un tributo annuo a quegl'infedeli, il quale, senza scomodo dell'erario, si ricaverebbe dalle mercatanzie; e che l'imperadore desse per moglie ad esso Omaro una delle sue figliuole, perchè teneva quasi per certo che costui si farebbe cristiano. Non piacque il parere ad Eraclio, e piuttosto volle avventurare un'altra battaglia. Ancor questa terminò colla total disfatta dell'esercito di Mariano. Allora fu scritto a Ciro, che trattasse per far accettare ai Saraceni le condizioni proposte; ma non fu più a tempo. Gli Arabi aveano preso l'Egitto, e sel vollero ritenere; anzi quivi posero la sede principale del loro imperio, con cominciarsi da lì innanzi ad udire i califi e i soldani d'Egitto di razza araba, ossia saracena. Elmacino, siccome vedremo, mette più tardi la total conquista dell'Egitto fatta da essi Saraceni.

NOTE:

[3232] Fredegarius, in Chron., cap. 68.

[3233] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 40.

[3234] Fredegar., cap. 69.

[3235] Hadrianus, Valesius in Not. ad Panegyr. Barengarii.

[3236] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 41.

[3237] Theoph., in Chronogr.

[3238] Niceph., in Brev. Hist., pag. 17.

Anno di CRISTO DCXXXVI. Indizione IX.

ONORIO I papa 12. ERACLIO imperadore 27. ROTARI re 1.

L'anno XXV dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Dopo avere lo storico Fredegario narrata la morte di Tasone duca del Friuli, aggiugne che pervenne poco dopo al fine dei suoi giorni Arioaldo re dei Longobardi. Secondo i di lui conti, la morte di questo re accadde nell'anno 630. Ma ciò non può sussistere, per quanto si è veduto al primo anno del suo regno, e massimamente per quello che si vedrà di Rotari suo successore. Regnò esso Arioaldo, per attestato di Paolo Diacono[3239], dodici anni, e però dovrebbe cadere nel presente il fine della sua vita; se non che in un'antichissima cronichetta, da me data alla luce nelle antichità italiche, dieci anni solamente gli son dati di regno. Seguita poi a scrivere Fredegario, che la regina Gundeberga, vedova di Arioaldo, avendo in pugno i voti de' Longobardi, disposti a crear re chi da lei fosse eletto, chiamò a sè Crotario duca di Brescia, che Rotari sarà detto da noi, perchè così appellato da Paolo Diacono, e così chiama egli sè stesso nelle leggi longobardiche. Gli propose dunque il suo matrimonio, purchè egli lasciasse la moglie che aveva, attesochè queste nozze porterebbono con seco la corona del regno dei Longobardi. Non ci vollero molte parole ad ottenere il suo consenso. Esigè eziandio la medesima regina, che Rotari in varie chiese si obbligasse con giuramento di non pregiudicare giammai al grado ed onor suo di regina e moglie; e Rotari tutto puntualmente promise. Nè andò molto che Gundeberga fece riconoscere per re da tutti i Longobardi esso Rotari. Ma questo re, secondochè abbiamo dal suddetto Paolo Diacono, era infetto dell'eresia ariana, ed in questi tempi per quasi tutte le città del regno de' Longobardi si trovavano due vescovi, l'uno cattolico, e l'altro ariano per quei Longobardi che tuttavia stavano pertinaci in quella setta. E nominatamente in Pavia a' tempi ancora di Paolo diacono si mostrava la basilica di sant'Eusebio, dove Anastasio vescovo ariano teneva il suo battisterio, e ministrava i sacramenti a quei della sua credenza. Ma in fine questo medesimo vescovo abbracciò il cattolicismo, e solo governò poi santamente la chiesa pavese. Per altro era Rotari principe di gran valore ed amatore della giustizia. Attesta egli nella prefazione alle sue leggi di essere della nobil prosapia di Arado, ed accenna varii suoi antenati, perchè una cura particolare teneano i Longobardi di quella che chiamasi nobiltà di sangue. Crebbero in questo anno le calamità del cristianesimo per la prepotenza de' Saraceni, a' quali l'imperadore Eraclio non sapea come resistere; già aveano fissato il dominio nell'Egitto, già erano devenuti padroni di Damasco e di buona parte della Palestina; altro più non vi restava che la santa città di Gerusalemme, la qual fosse d'impedimento alla felice carriera delle loro conquiste. Però in quest'anno con un formidabil esercito passarono ad assediarla. Noi siam tenuti a venerare gli alti decreti di Dio, ancorchè a noi siano occulti i motivi e i fini, per cui l'infinita sua Sapienza ora deprime, ora lascia prosperare i nemici della sua vera e santa religione. Qui il cardinal Baronio si crede d'aver trovata l'origine di tanti guai, cioè perchè Eraclio imperadore, dopo tanti benefizii ricevuti da Dio, per i quali dovea essere più pronto e sollecito a difendere e propagare la pietà cattolica, divenuto in questi tempi ribello della Chiesa cattolica, cominciò a farle guerra e a sostenere gli eretici: con che si tirò addosso lo sdegno di Dio, che suscitò i Barbari Saraceni contra del romano imperio. Ma se quell'insigne porporato avesse preso a scusar questo imperadore, siccome egli gagliardamente fece in favore d'Onorio papa, avrebbe potuto dire che anche Eraclio fu da compatire se aderì al partito dei monoteliti, perchè dalla Chiesa non era per anche dichiarato ereticale quel sentimento. Lo vedeva sostenuto da tre patriarchi dell'Oriente, cioè di Costantinopoli, di Alessandria e di Antiochia. Lo stesso Onorio papa non avea condannata per anche quella falsa dottrina, e comunicava tuttavia con esso imperadore e coi suddetti patriarchi. Però in tali circostanze non par giusto trattarlo da nemico dichiarato della Chiesa cattolica, nè da eretico, siccome certamente tale neppur fu Onorio pontefice, benchè il padre Pagi[3240] ed altri scrittori trovino in lui troppa facilità, e non poca negligenza nell'occasione di tal controversia. In somma, prima che la Chiesa decida intorno a certe scabrose dottrine non prima decise, o almen prima che si sappia che la santa sede romana disapprova tali dottrine, possono intervenir ragioni che scusino da peccato chi ha tenuta opinion contraria. Dopo la cognizione, o decisione suddetta, allora sì che è certo il reato di chi vuole opporsi, benchè sappia di andar contro alla mente de' sommi pontefici e de' concilii, infallibili giudici dei dogmi della Chiesa cattolica.

NOTE:

[3239] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 44.

[3240] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 633.

Anno di CRISTO DCXXXVII. Indizione X.

ONORIO I papa 13. ERACLIO imperadore 28. ROTARI re 2.

L'anno XXVI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

L'assediata città di Gerusalemme in quest'anno cadde in potere de' Saraceni[3241]. Vedesi una bella e patetica omilia di Sofronio santo vescovo di quella città, recitata nel dì di Natale, mentre durava l'assedio, e rapportata dal cardinal Baronio[3242]. Omaro califa e principe di quei Barbari, e discepolo di Maometto, a patti di buona guerra entrò in quella santa città da bravo ipocrita, cioè coperto di cilicio, e mostrando di piangere la distruzione del tempio di Salomone. Non tardò costui a fabbricare una moschea alla superstizione maomettana; ed Elmacino[3243] attesta ch'egli concedette a quel popolo la sicurezza per le loro persone, chiese e beni. L'afflizione che provò in tanta disavventura il suddetto piissimo servo di Dio san Sofronio vescovo, quella fu che il condusse a morte: vescovo di gloriosa memoria, perchè quasi solo sostenne intrepidamente la vera sentenza della Chiesa di Dio nelle dispute d'allora, e lasciò dei discepoli che seguitarono a sostenerla. S'aggiunse a questi malanni, che la cattedra di Gerusalemme col favore de' Saraceni fu occupata da Sergio vescovo di Joppe, uomo di costumi e di dottrina diverso dal suo predecessore. Nè qui finirono le conquiste degli Arabi Saraceni. Per quanto scrive sotto quest'anno il soprammentovato Elmacino, tolsero ai Persiani la città di Medaina, dove trovarono il tesoro del re Cosroe, consistente in tre milioni di scudi d'oro, in una gran copia di vasi d'oro e d'argento, di canfora, di tappeti, e vesti d'infinito valore. Doveano ben costoro prendere gusto alla guerra. Diedero poi battaglia ai Persiani presso la città di Gialula, e li disfecero colla fuga del re Jasdegirge, chiamato Ormisda da Teofane, ultimo fra i re della Persia. Però Omaro califa, ossia principe d'essi Saraceni, a cagione di così grande estension di dominio, si cominciò a chiamare Amirol-Muminina, ossia Amiral-Mumnin, che gli storici nostri appellarono col tempo Miramolino, e significa padre de' credenti. Dappoichè Rotari fu salito sul trono de' Longobardi, per quanto ne scrive Fredegario[3244], si diede a sfogare il suo sdegno contra di que' nobili della sua nazione, i quali o aveano contrastata la di lui elezione, oppure si scoprirono pertinaci in non volerlo riconoscere per re. Molti dunque ne levò dal mondo; e con questo rigore e crudeltà si rendè temuto e rimise in piedi la disciplina militare scaduta, benchè anch'egli inclinasse alla pace. Ma riuscì ben detestabile l'ingratitudine sua verso della regina Gundeberga, dalle cui mani avea ricevuta la corona, e a cui si era obbligato col vincolo di tanti giuramenti. La cagione non si sa: ma forse la diversità della religione occasionò questi disturbi. Solamente narra quello storico, che Rotari la fece confinare in una camera del palazzo di Pavia, con averla ridotta in abito privato. Diedesi poi egli a mantener delle concubine; e intanto la buona principessa cattolica mangiava il pane della tribulazione con somma pazienza, benedicendo Iddio, e attendendo continuamente alle orazioni e ai digiuni. Circa questi tempi ancora Dagoberto re de' Franchi deputò uomini dotti, che compilassero e mettessero in buon ordine le leggi dei Franchi, degli Alamanni e de' Baioarii, cioè della Baviera, perchè a tutti que' popoli ei comandava. Queste leggi avevano avuto principio da Teoderico figliuolo di Clodoveo il grande, e poscia le migliorarono i re Childeberto II e Clotario II; ma in fine la perfezion delle medesime venne da esso re Dagoberto, e noi le abbiamo stampate dal Lindenbrogio e dal Baluzio. È cosa da notare, perchè troveremo a suo tempo l'uso di queste leggi anche in Italia.

NOTE:

[3241] Theoph., in Chronogr.

[3242] Baron., Annal. Eccl.

[3243] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, cap. 3.

[3244] Fredegar., in Chron., cap. 70.

Anno di CRISTO DCXXXVIII. Indizione XI.

ONORIO I papa 14. ERACLIO imperadore 29. ROTARI re 3.

L'anno XXVII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Terminò i suoi giorni in quest'anno il sommo pontefice Onorio, e, secondochè s'ha da Anastasio[3245], fu seppellito nel dì 12 di ottobre; pontefice che lasciò in Roma insigni memorie della sua pietà e munificenza per tante chiese fabbricate e ristorate, e per tanti preziosi ornamenti donati a varii sacri templi, ascendenti ad alcune migliaia di libbre d'argento, senza mettere in conto tant'altri d'oro. Anastasio ne ha fatta menzione, ma con aggiugnere che troppo lungo sarebbe il volerli registrar tutti. Pontefice, al cui zelo è dovuta la conversione alla fede di Cristo dei Sassoni occidentali nell'Inghilterra, siccome attesta Beda[3246]. Pontefice infine di dottrina ortodossa, la cui memoria non meritava di essere sì maltrattata dopo la morte a cagione dell'eresia de' monoteliti, dall'approvar la quale egli fu ben lontano, come han dimostrato uomini dottissimi. E qui si vuol rammentare che a questo pontefice è dovuta la gloria di avere estinto per qualche tempo lo scisma della chiesa d'Aquileia, almeno nell'Istria, con avere finalmente que' vescovi accettata la condanna dei tre capitoli e il concilio quinto generale, ed essere tornati all'ubbidienza della sede apostolica. Di ciò non fece menzione l'insigne cardinal Noris nel suo Trattato del concilio suddetto, perchè non si avvisò di cercarne le chiare pruove, rapportate fuor di sito dal cardinal Baronio, cioè nell'Appendice al tomo duodecimo degli Annali ecclesiastici. Ma ciò chiaramente si riceva dall'epitaffio d'esso papa Onorio. Certo è nondimeno che non durò questa unione, perchè al concilio romano dell'anno 679 non intervenne co' suoi suffraganei il vescovo d'Aquileia, ma solamente Agatone vescovo di Grado, che s'intitola vescovo d'Aquileja: il che servì di confusione all'Ughelli nell'Italia sacra. Fu lungo tempo dipoi vacante la santa sede, perchè non tardò già il clero, senato e popolo di Roma a procedere all'elezion del suo successore, che fu Severino, ma bensì tardò a venire l'assenso dell'imperadore più di un anno e sette mesi. Proseguiva intanto a dilatarsi in Oriente colla forza dell'armi la falsa legge di Maometto e il dominio de' Saraceni. Teofane[3247] prima d'ora racconta che Giovanni Carea, procuratore della provincia osroena di là dall'Eufrate, era stato a trovare Jasdo, generale del califa Omaro, in Calcedone, per trattar seco d'aggiustamento. Il suo testo è qui fallato, e in vece di Calcedone ha da dire Calcide, cioè il paese di Calcide. Si convenne di pagare agli Arabi centomila nummi ogni anno, e all'incontro gli Arabi non passerebbono di là dall'Eufrate. Fu pagato questo tributo. Se l'ebbe a male Eraclio, perchè senza sua saputa ed assenso fosse seguita quella convenzione. Ne portò la pena Giovanni con essere cacciato in esilio. Ma in quest'anno si avanzarono gli avventurosi Saraceni fino alla gran città d'Antiochia, capitale della Soria, e a forza d'armi la presero; con che tutta la provincia della Soria venne in lor potere. Scrive in quest'anno il cardinal Baronio che santo Ingenuino, vescovo sabionense, fu mandato in esilio dal re Rotari, a Brixen ossia alla città di Bressanone nel Tirolo: il che giudica egli accaduto per cagion della religione sotto questo re ariano. Trasse il porporato annalista una tal notizia dalla chiesa di Bressanone; ma il Pagi ha delle difficoltà a credere il fatto; anzi osserva che nell'uffizio che si recita ad onore di questo santo vescovo nella chiesa suddetta, vien detto ch'egli fu mandato in esilio dal re Autari: il che non può sussistere, perchè Ingenuino intervenne dipoi al conciliabolo di Marano, e tenne il partito del patriarca scismatico di Aquileia. Però stima esso Pagi che l'esilio di santo Ingenuino succedesse sotto il re Arioaldo. Tutte immaginazioni, al creder mio, fondate sopra tradizioni volgari, e non già sopra storia o documento alcuno autentico. Sabione nel Tirolo, ossia Savione o Sublavione presso gli antichi, non era per la diocesi diverso da Bressanone; ed allorchè fu distrutta quella città, i vescovi cominciarono a risiedere nella terra di Bressanone, divenuta poi città dove tuttavia risiedono. Però, che esilio sarebbe mai stato questo? Oltre di che, non abbiam pruova alcuna che il dominio de' Longobardi si estendesse nel Tirolo, anzi ne abbiamo il contrario, cioè non passava oltre ai confini del ducato di Trento. Nè si ha altra memoria che i re longobardi, quand'anche erano ariani, inquietassero i vescovi cattolici, nè il popolo cattolico per cagion della religione. Per conseguente, troppe difficoltà patisce il fatto di santo Ingenuino, onde meglio fia il sospenderne la credenza. Intorno a questo santo vescovo è da vedere il Bollando negli Atti de' santi[3248]. Fu in quest'anno rapito dalla morte Dagoberto re de' Franchi, e la monarchia francese venne di nuovo a dividersi ne' due suoi figliuoli Sigeberto e Clodoveo II. Al primo toccò l'Austrasia, al secondo la Neustria colla Borgogna.

NOTE:

[3245] Anastas. Bibliothec., in Vit. Honorii L.

[3246] Beda, Hist. Angl. lib. 3, cap. 7.

[3247] Theoph., in Chronogr.

[3248] Bollandus Act. Sanctor, ad diem V februarii.

Anno di CRISTO DCXXXIX. Indizione XII.

SEDE vacante. ERACLIO imperadore 30. ROTARI re 4.

L'anno XXVIII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Restò vacante in tutto quest'anno la cattedra di san Pietro, non essendo mai venuta dalla corte imperiale la licenza di consacrare l'eletto papa Severino. Congettura il cardinale annalista, che procedesse sì gran ritardo dal maneggio di Eraclio Augusto e dall'esarco, perchè volevano prima indurre Severino ad accettare l'ectesi, ossia l'istruzione pubblicata da Sergio patriarca di Costantinopoli intorno alla controversia del monotelismo, al che Severino non volea per conto alcuno acconsentire. In fatti, verso il fine del precedente anno il suddetto Sergio avea esposta al pubblico quell'istruzione, o esposizion di fede, e per darle più credito, s'era servito del nome dell'imperadore Eraclio. Certo è ch'esso Augusto chiaramente dipoi protestò di non aver avuta parte in essa, e ne fece una pubblica dichiarazione. In essa dunque Sergio proibiva il dire una o due operazioni in Cristo, con asserir poi chiaramente una sola volontà nel medesimo Dio-Uomo. Finì poi di vivere Sergio nel gennaio dell'anno presente, ed ebbe per successore Pirro, il quale non tardò ad approvare l'ectesi, o, vogliam dire, l'istruzion perniciosa del suo predecessore. Il padre Combefis pretese che da altri motivi derivasse la soverchia dilazione del pontificato di Severino; ma è sostenuta anche dal padre Pagi con buone ragioni. Ora accadde in questo anno una scandalosa prepotenza usata dai ministri imperiali in Italia. Il fatto è raccontato da Anastasio bibliotecario[3249]. Le truppe dell'imperadore in queste parti non erano pagate. Un brutto ripiego a questo bisogno venne in mente ad Isacco patrizio esarco di Ravenna, cioè di pagarle col tesoro della basilica lateranense, dove si trovavano tanti preziosi arredi e vasi sacri d'oro e d'argento, donati a quell'augusta patriarcale da molti pontefici, imperadori e patrizii, come anche dalla gente pia. Se la intese con Maurizio cartulario dell'imperadore in Roma, il quale un dì che la guarnigione di Roma domandava il soldo, disse di non poter darlo; e poi soggiunse che nel tesoro lateranense v'era una prodigiosa quantità di danaro, raunato da papa Onorio, che a nulla serviva, e che sarebbe stata ben impiegata in soddisfare alle milizie, dalle quali dipendeva la difesa e sicurezza della città. Anzi fece loro sacrilegamente credere che l'imperadore avea mandate le paghe varie volte, e il buon papa le avea quivi riposte. Di più non ci volle per muover tutti i soldati abitanti in Roma a volersi pagar da sè stessi. Volarono al palazzo lateranense, ma non poterono entrar nel tesoro, perchè la famiglia dell'eletto papa Severino fece fronte. Si fermarono le soldatesche per tre dì nel palazzo, e finalmente Maurizio entrò nel tesoro, e fatto sigillare il vestiario e tutti gli arredi, avvisò poi lo esarco del suo operato. Se n'andò tosto a Roma Isacco, e per non aver chi gli facesse resistenza, sotto varii pretesti mandò i principali del clero in esilio in varie città circonvicine. Di là a qualche dì entrò nel tesoro, e per otto giorni attese a svaligiarlo. Crede il Pagi che lo imperadore Eraclio non fosse prima consapevole di questa sacrilega violenza, nè l'approvasse dipoi, e potrebbe essere. Abbiam nondimeno dal medesimo storico che Isacco l'esarco mandò a Costantinopoli allo stesso Augusto una parte di questa preda. Certo non resta memoria che i re longobardi ne facessero di queste ne' paesi al loro dominio suggetti.

Sotto il presente anno viene scritto da Teofane[3250] che Jasdo generale dei Saraceni, passato coll'esercito di là dall'Eufrate, occupò la città di Edessa e di Costanza, e poscia ebbe a forza d'armi la città di Daras, dove mise tutto quel popolo cristiano a fil di spada. In tal maniera la provincia osroena, anzi tutta la Mesopotamia, tolta all'imperio romano, venne in potere di quella barbarica nazione. Elmacino[3251] differisce più tardi la conquista di quel paese, e nel presente mette l'ingresso de' Saraceni nell'Egitto, e la pressa di Misra, creduta la città di Menfi. Aggiugne che intrapresero l'assedio di Alessandria, il quale durò quattordici mesi colla perdita di ventitremila Muslemi, cioè Maomettani, ed infine se ne impadronirono nell'anno ventesimo dell'egira, ch'ebbe principio nel dì 16 di luglio dell'anno di Cristo 640. Scrisse allora Amro generale al califa Omaro di aver fatta quell'impresa, con trovare in essa città quattromila bagni, ventimila ortolani che vendevano erbaggi, quattromila Giudei che pagavano tributo, e quattrocento mimi, cioè commedianti. Ma che molto prima accadesse la perdita dell'Egitto, se non è fallato il testo di Niceforo[3252], si può dedurre dal di lui racconto. Narra egli dunque sotto l'Indizione XII corrente in quest'anno fino al settembre, che verso il fine dell'anno precedente Ciro patriarca alessandrino, uno de' maggiori atleti del monotelismo, fu chiamato a Costantinopoli dall'imperadore Eraclio, il quale era nelle furie contro di lui, quasi che egli avesse proditoriamente fatto cadere in mano de' Saraceni tutto l'Egitto. Ciro addusse in pubblico concistoro le sue discolpe, e rigettò sopra i ministri imperiali l'origine di quelle disavventure. Ma non lasciò per questo l'imperadore Eraclio di chiamarlo un gentile e un nemico di Dio, che aveva tradito il popolo cristiano, e consigliato di dare una figliuola di esso Augusto ad Omaro principe de' Saraceni. Però minacciatolo di morte, il diede in mano al prefetto della città, acciocchè a forza di tormenti scoprisse la verità del preteso tradimento.

NOTE:

[3249] Anastas., in Vita Severini.

[3250] Theoph., in Chronogr.

[3251] Elmacinus, Histor. Saracen., lib. 1, pag. 29.

[3252] Niceph., in Chron., ep. 18.

Anno di CRISTO DCXL. Indizione XIII.

SEVERINO papa 1. GIOVANNI IV papa 1. ERACLIO imperadore 31. ROTARI re 5.

L'anno XXIX dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Finalmente in quest'anni fu consacrato papa nel dì 28 di maggio Severino di nazione romano. Ci è motivo di dubitare che il clero di Roma, stanco di tanto aspettare l'assenso dell'imperadore, passasse all'ordinazione del medesimo. Tuttavia dicendo Anastasio[3253] che l'esarco di Ravenna Isacco si fermò in Roma fin dopo la consecrazione di questo pontefice, non si dee facilmente immaginare che al dispetto di lui e dell'imperadore seguisse l'ordinazione suddetta. Quello che è certo, papa Severino non volle punto accettar l'ectesi, ossia la sposizion della fede, pubblicata da Sergio patriarca di Costantinopoli. Anzi si hanno prove ch'egli la detestò e condannò con pieni voti del clero romano in un concilio. Ma il buon pontefice Severino non campò che due mesi e quattro giorni, e lasciò di vivere nel dì primo d'agosto: papa di gran pietà, di egual zelo, e commendato da tutti per le sue molte limosine. Dopo quasi cinque mesi di sede vacante, in luogo di lui fu consecrato e posto nella cattedra di san Pietro Giovanni quarto, di nazione dalmatino. Terminò ancora in quest'anno il corso di sua vita san Bertolfo abate di Bobbio, la cui vita, scritta da Giona monaco contemporaneo, si legge nel tomo secondo de' Secoli benedettini del padre Mabillone. Ebbe per successore Bobuleno abate, borgognone di nazione. Allora cento quaranta monaci vivevano in quel monistero. Sotto quest'anno riferisce Teofane[3254] la presa della Persia fatta dai Saraceni, dopo varie sconfitte date a que' popoli. Il padre Pagi[3255] pretende che ciò succedesse nell'anno 637; ma Elmacino[3256] anche egli parla di queste conquiste all'anno 21 dell'egira, cioè all'anno nostro 641. Impadroniti di quel regno gli Arabi, v'introdussero il maomettismo, che v'è sempre regnato da lì innanzi, e regna tuttavia, ma con sentimenti diversi dal maomettismo dei Turchi, i quali perciò riguardano i Persiani come eretici. Deesi nondimeno avvertire che sì presto non venne tutta la Persia in potere de' Saraceni, perchè il re Jasdedirge, ossia Ormisda, tenne per alcuni anni ancora una parte di quel regno, e mancò di vita solamente nell'anno 651. E in questi tempi ancora Omaro califa d'essi Saraceni fece descrivere tutto il suo dominio, e tante provincie sì rapidamente da lui conquistate. Volle non solamente la lista dei paesi e delle persone, ma il registro ancora di tutte le bestie e di tutti gli alberi sottoposti alla sua signoria.

NOTE:

[3253] Anast. Bibliothec., in Severino.

[3254] Theoph., in Chronogr.

[3255] Pagius, Crit. Baron.

[3256] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, cap. 3, pag. 25.

Anno di CRISTO DCXLI. Indizione XIV.

GIOVANNI IV papa 2. ERACLIO Costantino imp. 1. ERACLEONA imperadore 1. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 1. ROTARI re 6.

Diede fine quest'anno alla carriera dei suoi giorni l'imperadore Eraclio. Teofane e Cedreno scrivono nel mese di marzo; e il Pagi pretende ciò succeduto nel dì undecimo di febbraio. Gli affanni ch'egli patì nel veder tante provincie rapite al romano imperio dall'innondazione de' Saraceni, servirono non poco a sconcertargli la sanità. Sopraggiunse poi l'idropisia che il portò all'altra vita. Nell'ultimo suo testamento dichiarò egualmente suoi successori nell'imperio Eraclio, appellato nuovo Costantino, a lui nato da Eudocia Augusta, moglie prima; ed Eracleona, chiamato Eraclio da altri, a lui partorito da Martina Augusta, moglie in seconde nozze, con ordine ad amendue di onorare essa Martina qual madre ed imperatrice. Appena seppe Giovanni papa l'assunzione al trono di questi due Augusti[3257], che scrisse ad Eraclio Costantino una lunga lettera, in cui gli fece conoscere i cattolici sentimenti di papa Onorio, e riprovò la sposizione della fede pubblicata dal patriarca Sergio, con pregarlo di voler adoperare la sua autorità per abolirla. Era Eraclio Costantino, per attestato di Zonara[3258], attaccato alla dottrina della chiesa cattolica, e fu perciò creduto che Pirro patriarca di Costantinopoli, gran difensore degli errori e del monotelismo di Sergio suo antecessore, cospirasse coll'imperadrice Martina alla morte di questo principe. Infatti neppur quattro mesi sopravvisse Eraclio Costantino a suo padre. Teofane[3259] scrive che fu levato di vita nel mese di maggio, o di giugno, per veleno, comunemente creduto a lui dato da essa matrigna, la qual volea solo sul trono Eracleona suo figlio, e dal patriarca Pirro, che mirava con occhio bieco un imperadore contrario ai suoi sentimenti. Ma questo assassinio non tardò Iddio a punirlo[3260]. Sollevossi contro di Eracleona Valentino, una delle guardie di Filagrio già conte delle cose private; e messo insieme un esercito, cominciò a bloccare Costantinopoli, con esigere che Eraclio, figliuolo del defunto Eraclio Costantino, fosse dichiarato imperadore. Il popolo di Costantinopoli per liberarsi da quella vessazione si mosse con tumulto e grida, ed obbligò Eracleona a crear Augusto il suddetto Eraclio, figliuolo di suo fratello. Pirro patriarca il coronò, ed egli prese il nome di Costantino, che Costante vien chiamato da Teofane e da altri, e per tale il chiamerò anch'io in avvenire. Ma qui non terminò la faccenda. Quetossi il rumore per qualche tempo, ed in fine gli umori che erano in moto di nuovo si esaltarono. Per attestato di Teofane, irritato il senato e popolo contro di Eracleona e di Martina, probabilmente per la morte data ad Eraclio Costantino, li deposero. Ad Eracleona tagliato fu il naso, la lingua a Martina, ed amendue furono cacciati in esilio: con che venne a restar solo sul trono il giovane Costante. Pirro patriarca, nel mese d'ottobre, anch'egli spaventato dalla sollevazion di popolo, deposte le sacre vesti, e rinunziata la sua dignità, se ne fuggì; e perciò fu eletto in suo luogo Paolo patriarca di Costantinopoli. Abbiamo da Eutichio[3261] che Costante imperadore rispose alla lettera già scritta da Giovanni papa ad Eraclio Costantino suo padre, ed in essa gli fa sapere di aver fatta bruciare la sposizion della fede di Sergio. Ma a questo buon principio non corrispose il proseguimento della vita di questo imperadore; e noi lo troveremo nemico aperto della santa dottrina della Chiesa romana.

A questi medesimi tempi stimo io probabile che appartenga la guerra mossa in Italia dal re Rotari al romano imperio; perchè niun tempo più acconcio di questo ci si presenta per immaginare ch'egli desse di piglio all'armi. Lo stato miserabile degli affari dell'imperio in Oriente, le rivoluzioni poco fa accennate di Costantinopoli, e il discredito, in cui probabilmente si trovava Isacco esarco di Ravenna dopo le iniquità commesse in Roma, paiono motivi che l'inducessero nell'anno presente a rompere la pace coi Greci. Dissi la pace, e volli dir la tregua, che Rotari verisimilmente non si sentì voglia di confermare più oltre; oppure egli non era sì delicato come i suoi predecessori. Ora abbiamo da Fredegario[3262] che correva già il quinto anno, dacchè la regina Gundeberga stava rinchiusa in una camera del regal palazzo di Pavia, quando capitò colà un ambasciatore di Clodoveo II re de' Franchi, succeduto a Dagoberto re suo padre nella Neustria e nella Borgogna. Il suo nome era Aubedo. Avendo egli intesa la disgrazia della regina, da cui in occasione d'altre ambascerie era stato benignamente accolto, da sè si mosse a rappresentare al re Rotari, che quella principessa era parente dei re franchi, e che farebbe cosa grata a quel re rimettendola in libertà e nel suo grado d'onore; e tanto più convenir questo al decoro di esso re Rotari, perchè dalle mani di lei egli avea ricevuto il regno. Ottimo effetto produsse questa rappresentanza. Gundeberga ricuperò la sua libertà, fu rimessa sul trono, e le furono restituite le ville e rendite che dianzi ella godeva. E buon per Aubedo, che ne fu largamente rimunerato dalla regina. All'anno 632 abbiam veduto un somigliante avvenimento di questa regina: laonde si potrebbe quasi dubitare di qualche abbaglio in Fredegario. Fino a questi tempi le città del lido ligustico erano state costanti nella fedeltà al romano imperio, nè i re longobardi aveano loro data molestia, in vigor della tregua che lungo tempo era durata fra essi e gl'imperadori. O per i motivi addotti, o per altri, che la storia ha taciuto, in quest'anno credo io, che Rotari dasse di piglio all'armi. Fredegario, dopo aver narrata l'ambasceria suddetta, seguita a far questo racconto. Nè dia fastidio ch'egli tratti di ciò all'anno 630, perchè quello storico negli avvenimenti stranieri non osserva la cronologia, e talvolta in un fiato mette insieme i fatti accaduti sotto anni diversi. Osservasi che all'anno precedente 629 egli narra la morte dell'imperadore Eraclio; eppure questi finì di vivere nell'anno presente 641. Racconta nel suddetto anno 630 l'ambasciata mandata a Pavia dal re Clodoveo II, il quale pure succedette a Dagoberto suo padre nell'anno 658. Dice dunque Fredegario che il re Rotari (da lui appellato Crotario) portatosi coll'esercito nel litorale ligustico, prese le città di Genova, d'Albenga, di Varicotti (oggidì Varigotti presso la città di Noli, la quale verisimilmente sorse dalle rovine di quella città), di Savona, di Oderzo e di Luni. Ma lo storico fa quivi un brutto salto, mischiando Opitergio, ossia Oderzo (città una volta, ed ora terra del Friuli) coi luoghi del litorale ligustico. Di esso si parlerà fra poco. Aggiunge ch'egli saccheggiò, devastò e smantellò le suddette città, conducendo prigionieri quegli abitanti: segno che doveva essere ben forte in collera contro d'essi. Di tali conquiste fatte da Rotari si trova menzione anche presso Paolo Diacono, raccontando egli che questo re prese tutte le città de' Romani, che sono da Luni, città della Toscana, sino ai confini del regno della Francia. E qui merita d'esser osservato che, dacchè vennero in Italia i Longobardi, l'arcivescovo di Milano si ritirò a Genova, e quivi seguitarono a stare fino a questo tempo anche gli altri suoi successori, trovandosi negli antichi cataloghi dei medesimi arcivescovi, pubblicati dai padri Mabillone e Papebrochio, e da me ancora[3263], che Lorenzo II, Costanzo, Deusdedit ed Austerio, arcivescovi di Milano, ebbero la sepoltura in Genova. Dal che si può argomentar la moderazione dei re longobardi, che padroni della nobilissima città di Milano, si contentavano che quegli arcivescovi avessero la lor permanenza in Genova città nemica, perchè ubbidiente all'imperadore. Ma dacchè Genova venne alle mani del re Rotari, non veggiamo i susseguenti arcivescovi seppelliti se non nelle chiese di Milano.

Seguita a dire Paolo Diacono, che Rotari dipoi s'impadronì a forza d'armi di Oderzo, città posta fra Cividal del Friuli e Trivigi, che fin allora in quelle parti s'era mantenuta esente dall'unghie de' Longobardi. Abbiamo da Andrea Dandolo[3264] che in questa occasione Magno vescovo di Oderzo, uomo santo, col suo popolo si ritirò in una delle isole della Venezia, e quivi fondò una città che dal nome dell'imperadore Eraclio appellò Eraclea, e quivi coll'autorità di papa Severino e del patriarca gradense Primigenio fissò la sua sedia. Se il Dandolo, che scrisse circa l'anno 1330 la sua Cronica, fosse autore più antico, si potrebbe dedurre da questo racconto che la presa di Oderzo fosse seguita prima di quest'anno. Ma in fatti tanto lontani dai suoi tempi non è molto sicura l'asserzione di questo scrittore. E tanto più che vedremo dopo alcuni anni la distruzione di Oderzo, per cui veramente il popolo di quella città fu costretto a sloggiare. Però tengo io per fabbricata prima di questo la città eracleense. Che poi la traslazion di quella sedia fosse fatta coll'approvazione di papa Severino, se l'immaginò il Dandolo, perchè a' tempi di lui la credette succeduta, e stimò ancora che questo papa campasse due anni, quattro mesi e otto giorni: il che s'è veduto che non sussiste. Aggiunge esso Dandolo che anche Paolo, vescovo di Altino, in questi tempi passò col suo popolo e colle reliquie in Torcello e nelle isole adiacenti, dove anch'egli pose la sua residenza, e che gli succedette Maurizio, il quale, col consenso del patriarca gradense e del popolo, ottenne un privilegio dal suddetto papa Severino. Ma finchè non si producano documenti che comprovino tante azioni fatte da questo papa nel pontificato di due soli mesi, sarà a noi lecito di sospendere qui la credenza non già del fatto, ma del tempo di questo fatto. S'egli è poi vero ciò che Paolo Diacono racconta di Arichi, ossia di Arigiso duca di Benevento, cioè ch'egli, dopo cinquant'anni di governo, lasciò di vivere, bisogna ben dire che morisse vecchio[3265]. Restò suo successore e duca Ajone suo figliuolo, ma di testa poco atta a regger popoli. Perciocchè avendolo Arigiso suo padre molto dianzi inviato a Pavia, per inchinare il re Rotari, egli nel viaggio volle visitar l'esarco, e vedere le grandezze di Ravenna. Ora comunemente fu creduto che i Greci in tale occasione gli dessero una bevanda, per cui talora andava fuori di sè, e da lì innanzi non fu mai sano di mente. Arigiso prima di morire raccomandò al popolo Radoaldo e Grimoaldo figliuoli di Gisolfo già duca del Friuli, rifuggiti presso di lui, con aggiugnere ch'erano anche più idonei al governo che non era suo figliuolo: segno che l'elezion di quei duchi dipendeva dal popolo, e la confermazione apparteneva al re de' Longobardi.

NOTE:

[3257] Anastas. Bibliothec., in Collectaneis.

[3258] Zonar., in Annal.

[3259] Theoph., in Chronogr.

[3260] Niceph., in Chron., pag. 19.

[3261] Eutych., in Annalib.

[3262] Fredegar., in Chronic., cap. 71.

[3263] Rer. Italic. Scriptor., part. 2, tom. 1, pag. 228.

[3264] Andreas Dandolus, in Chronicon., tom. 12, Rer. Ital.

[3265] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 45.

Anno di CRISTO DCXLII. Indizione XV.

TEODORO papa 1. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 2. ROTARI re 7.

Dovrei qui io notare il consolato di Costantino, ossia Costante Augusto, preso nell'anno presente, e proseguire distinguendo i susseguenti col post consulatum. Ma perchè si scorge oramai di niuna conseguenza un tal rito, me ne dispenserò in avvenire. Essendo rotta la tregua fra i Romani e Longobardi, siccome abbiamo detto, e continuando il re Rotari le sue conquiste, Isacco esarco di Ravenna, unì quante soldatesche potè per assalire il dominio de' Longobardi, e farli desistere da ulteriori progressi. Venne dunque a dirittura alla volta di Modena, ch'era allora frontiera del paese longobardo, verso le città dell'esarcato di Ravenna. Ma trovò l'armata del re Rotari, che s'era postata al fiume Scultenna, appellato oggidì da noi Panaro, ma che ritiene nella montagna l'antico suo nome. Si venne dunque ad una giornata campale, in cui, per attestato di Paolo Diacono[3266], ebbero la peggio i Romani. Ottomila di essi rimasero estinti sul campo; agli altri le gambe salvarono la vita. Di ciò che succedesse dopo questa vittoria, a noi non resta memoria alcuna. Cessò di vivere nel presente anno Giovanni IV papa, degno di gran lode per la sua singolar carità, la quale penetrò fino in Istria e Dalmazia. Avevano gli Schiavoni Gentili fatto di varie scorrerie in quelle provincie cristiane, e menata via gran quantità di schiavi. Stese il piissimo pontefice le mani della misericordia a quella povera gente, e mandata colà per mezzo di Martino abate una buona somma di denaro, si studiò di riscattarne quanti mai ne potè. Questo Martino abate viene chiamato santissimo e fedelissimo da Anastasio bibliotecario, senza che noi sappiamo di qual monistero egli avesse il governo. Ma la storia d'Italia in questi tempi è troppo mancante, ommettendo essa i grandi, non che i minuti avvenimenti d'allora. Succedette nella cattedra di san Pietro Teodoro di nazione greco, nel dì 24 di novembre, secondo i conti del Pagi. E fino al presente anno condusse Fredegario la storia sua dei Franchi. Abbiamo poi da Paolo Diacono[3267] che Aione duca di Benevento governò solamente un anno e cinque mesi, assistito da Radoaldo e Grimoaldo, dei quali abbiam parlato di sopra. Accadde che gli Sclavi, o Schiavoni, i quali è da credere che avessero presa se non tutta la Dalmazia, almeno parte d'essa, vennero con una gran parte di navi per bottinare vicino alla città di Siponto. Essendosi accampati in quelle parti, ed avendo fatte delle fosse, coperte intorno ai loro alloggiamenti, il duca Aione andato contra d'essi per isloggiarli, cadde col cavallo in una di quelle fosse, ed accorrendo gli Schiavoni, fu con alquanti dei suoi quivi miseramente ammazzato. Radoaldo, che non era ito col duca, avuto avviso della di lui sventura, accorse tosto colà, e parlando agli Schiavoni come un d'essi nella lor lingua, gli addormentò, con fare loro credere che non v'era più pericolo. Dopo di che con tutti i suoi si scagliò loro addosso, ne fece una gran strage, e forzò quei che vi restarono alla fuga. Venne appresso il medesimo Radoaldo figliuolo di Gisolfo già duca del Friuli, proclamato duca di Benevento.

NOTE:

[3266] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 47.

[3267] Idem, ibid., cap. 46.

Anno di CRISTO DCXLIII. Indizione I.

TEODORO papa 2. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 3. ROTARI re 8.

Fino a questi tempi il regno de' Longobardi s'era governato con leggi non iscritte, il che vuol dire piuttosto con usi e consuetudini che non leggi. Ora il re Rotari[3268], principe non men bellicoso che amante della giustizia, veggendo le oppressioni che i più forti faceano ai deboli, prese la risoluzione di ridurre in un corpo le leggi longobardiche col consiglio e consenso dei grandi del regno, de' giudici e dell'esercito, levando le cose superflue, e mandando le malfatte, e supplendo a quel che mancava. Diede il nome di Editto a questo corpo di leggi, e d'esso codice si servì poi da lì innanzi la nazion longobarda. Riesce probabile che a questa lodevol impresa egli fosse mosso anche dall'esempio fresco di Dagoberto, che avea compilato le leggi de' Franchi, degli Alamanni e della Baviera. L'anno in cui fu pubblicato questo editto, si trova espresso in vari testi, e specialmente in quello della Biblioteca ambrosiana, pubblicato dal dottor Bianchi[3269], e nel Codice della Biblioteca estense, di cui mi son servito io per l'edizion d'esse leggi[3270], colle seguenti note cronologiche: Anno Deo propitiante regni mei octavo, aetatisque trigesimo octavo, Indictione secunda, et post adventum in provinciam Italiae Longobardorum anno septuagesimo sexto, Ticini in palatio. Nel fine di esse leggi viene ordinato che per le cause già terminate non si ammetta revisione: Quae autem non sunt finitae ad praesentem vigesimam secundam diem mensis hujus novembris indictione secunda inchoatae, per hoc nostrum edictum finiantur. Manifesta cosa è che l'Indizione seconda cominciò nel settembre dell'anno presente. Similmente computati settantasei anni dall'ingresso dei Longobardi in Italia, succeduto nell'anno 568, si giugne al presente anno 643. Per conseguente, in quest'anno il re Rotari pubblicò le leggi longobardiche, e in questo ancora correva l'anno ottavo del suo regno: da che si scorge essere stato con tutta ragione fissato il principio del suo regno nell'anno 636. Io so che il padre Pagi[3271] pretende che Rotari fosse creato re nell'anno 630, perchè s'era messo in testa che Sigeberto istorico fosse fin più di Paolo Diacono informato degli affari de' Longobardi. Ma le note cronologiche suddette abbattono affatto questa pretensione; e se il Pagi vuol a suo talento correggerle e mutarle per sostenere l'opinion di Sigeberto, autore, il quale, oltre all'essere vivuto circa l'anno 1100, cioè tanto lungi da questi tempi, non ebbe altro scrittore delle cose longobardiche da seguitare, fuorchè lo stesso Paolo Diacono: sanno gli eruditi che dai documenti contemporanei si han da emendare gli storici posteriori, e non già fare al rovescio. E tanto meno possiam qui seguitar Sigeberto, perchè egli mette nell'anno 630 l'assunzione al trono di Rotari, con dire ch'egli succedette al re Adaloaldo: errore massiccio, essendo evidente che fra Adaloaldo e Rotari regnò il re Arioaldo. Vien riferita a questo anno dal suddetto Pagi una bolla di papa Teodoro in favore di Bobuleno abbate di Bobbio, pubblicata dall'Ughelli[3272] o dal Margarino[3273]. Le note cronologiche son queste: Data IV nonas maji, imperii domini piissimi Augusti Constantini anno secundo, consulatus primo, Indictione I; anno Domini DCXLIII. L'Ughelli tralasciò l'anno dell'Incarnazione, perchè ben sapeva che non era per anche in uso nella Chiesa romana l'era nostra volgare; e veramente, tolto questo, le note suddette han tutta l'aria di una veneranda antichità. Ma è da vedere se il papa potesse chiamar figlio nostro il re Rotari, che, siccome ariano, non era figliuolo della Chiesa cattolica. E se abbia dell'affettazion il dirsi in essa Bolla, che nel monistero di Bobbio si contavano cento cinquanta monaci. Oltre di che, in una storia citata dall'Ughelli son detti cento quaranta. Ma certo non può sussistere quel concedersi dal sommo pontefice Teodoro, ut liceat abbati ejusdem venerabilis loci mitra et aliis pontificalibus uti. Passarono dei secoli dipoi prima che fosse accordata dalla santa Sede la mitra con gli altri ornamenti pontificali agli abbati. Merita ancora riflessione il concedersi quivi, che l'abbate d'esso monistero infra sacra mysteria constitutus, signacula sanctae Crucis valeat praemuniri. Il Margarino legge: Infra sacra ministeria, ec, populum valeat praemunire. Se s'intende della benedizione che davano i vescovi, non era per anche esteso agli abbati un sì fatto privilegio. Tralascio altre parole, che tutte unite mi fan dubitare della legittimità di quella bolla; e probabilmente ne dubitò anche il padre Mabillone, non avendo io trovato che ne faccia menzione negli Annali benedettini, ancorchè risponda all'Ughelli, al quale parve strano il dirsi quivi dal papa, che i monaci di Bobbio erano sub regula sanctae memoriae Benedicti, reverendissimi Columbani.

NOTE:

[3268] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 4.

[3269] Blancus, in Not. ad Paul. Diacon., lib. 1, cap. 14.

[3270] Rerum. Italicar. Scriptor., part. 2, tom. 1.

[3271] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 638, n. 7.

[3272] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in episc. Bob.

[3273] Margarin., Bullar. Casinens., tom. 1, constitut. 3.

Anno di CRISTO DCXLIV. Indizione II.

TEODORO papa 3. COSTANTINO detto COSTANTE, imperadore 4. ROTARI re 9.

Riferì Ermanno Contratto, e poscia il cardinal Baronio, all'anno precedente la ribellion di Maurizio Cartulario e la morte d'Isacco esarco. Ma perciocchè non ben si sa l'anno preciso di tali avvenimenti, non altro scrivendo Anastasio bibliotecario[3274], se non che accadde quel fatto ai tempi di papa Teodoro, chieggo io licenza di poterne far qui menzione. Quel medesimo Maurizio, di cui, siccome vedemmo nell'anno 639, si servì Isacco esarco di Ravenna per isvaligiare il tesoro della basilica lateranense, circa questi tempi ebbe il suo gastigo da Dio anche nel mondo di qua. Cominciò costui a cozzare coll'esarco medesimo; e sparsa voce in Roma che Isacco macchinava di farsi imperadore, raunò quanti soldati si trovavano in essa Roma e nelle castella dipendenti da Roma, ed anche i giudici e grandi romani, i quali tutti con giuramento si obbligarono di non prestar più ubbidienza al medesimo esarco. Portata ad Isacco questa notizia, non fu lento ad inviar Dono general d'armi con quante truppe egli potè verso Roma: segno che doveva allora essere qualche tregua fra i Romani e Longobardi. Giunto colà Dono, tal fu la paura, che tutti magistrati e soldati romani abbandonarono Maurizio, e tennero dalla parte di Dono. Fuggito Maurizio in santa Maria del Presepio (oggidì santa Maria Maggiore), fu di là levato per forza, e ben incatenato, e con un collare di ferro al collo, insieme con gli altri che aveano tenuta mano a questa sollevazione, fu inviato verso Ravenna. Ma non si tosto arrivò a Ficocle (oggidì Cervia città), che d'ordine dell'esarco gli fu staccata la testa dal busto, e questa poi esposta sopra un palo nel circo di Ravenna. Gli altri condotti con esso furono posti in prigione e ben serrati ne' ceppi. Ma mentre Isacco pensava a gastigare anche questi colla scure, venne a trovar lui la morte, per presentarlo al tribunale di Dio: colpo felice per quei ch'erano carcerati, perchè tutti ebbero maniera d'uscire e di tornarsene alle loro case. Leggesi presso il Rossi[3275] nella storia di Ravenna l'epitaffio greco posto da Susanna sua moglie a questo esarco, con varie lodi del suo valore, mostrato non meno in Oriente che in Occidente, e massimamente in aver mantenuta salva Roma. Manco male che non vi si parla della sua pietà, di cui certo diede bene a conoscere d'essere privo, allorchè stese l'empie mani a rubare i tesori del tempio lateranense. Anastasio aggiunge che egli ebbe per successore nella dignità esarcale Teodoro patrizio eunuco, chiamato per soprannome Calliopa. Fu d'avviso il cardinal Baronio che Anastasio in ciò s'ingannasse, constando dagli Atti di san Martino papa, che quando Pirro, già patriarca di Costantinopoli, convinto da san Massimo abbate, venne, siccome diremo, a Roma (il che si crede succeduto dopo il mese di luglio dell'anno seguente 645), Platone patrizio era esarco dell'Italia. Ma il padre Pagi pretende che Teodoro Calliopa veramente succedesse ad Isacco in quel ministero, e che essendo durato poco tempo nell'uffizio, desse poi luogo al suddetto Platone esarco. Quanto a me, trovo qui del buio. Nell'epitaffio d'Isacco si legge ch'egli governò ter sex annis lo Occidente. S'egli succedette nell'anno 619 ad Eleuterio esarco, numerando da quell'anno diciotto anni, molto prima d'ora egli dovrebbe essere mancato di vita. Se poi si fu nel precedente o nel presente anno, dovrebbe fra Eleuterio e lui esserci stato un altro esarco. Ed è ben certo che seguì la disputa di san Massimo con Pirro nell'anno susseguente; ma non mi par già certo che nell'anno medesimo venisse Pirro a Roma.

NOTE:

[3274] Anastas. Bibliothec., in Teodoro.

[3275] Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.

Anno di CRISTO DCXLV. Indizione III.

TEODORO papa 4. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 5. ROTARI re 10.

Intanto gli errori de' monoteliti turbavano a dismisura la Chiesa di Dio, Paolo, succeduto a Pirro nella cattedra di Costantinopoli, era uno de' più gagliardi campioni di questa eresia, benchè il volpone con delle belle lettere a papa Teodoro andasse alquanto coprendo il suo cuor guasto. Il peggio era, che lo imperador Costante, o vogliam dirlo Costantino, s'era imbevuto di quella falsa opinione, e proteggeva a spada tratta chi combatteva per essa. La Sede apostolica, all'incontro, costantemente tenea per la vera dottrina, e con essa lei si univano i vescovi dell'Africa, di Cipri e dell'Occidente tutto. Avvenne in questi tempi che Pirro, dopo aver deposto il pastorale di Costantinopoli, ritiratosi in Africa, quivi ebbe una disputa celebre con san Massimo abbate, gran difensore delle due volontà in Cristo, alla presenza di molti vescovi africani e di Gregorio prefetto del pretorio dell'Africa, nel mese di luglio, correndo la terza indizione. Tante ragioni addusse il dotto e santo abbate, che Pirro si diede per vinto. La disputa suddetta si legge stampata negli Annali ecclesiastici del Baronio e nelle raccolte dai concilii. Si sa dipoi dagli Atti di san Martino papa e dalla storia Miscella[3276], che Pirro, consigliato dai vescovi dell'Africa, sen venne a Roma, e presentò a papa Teodoro la profession della sua fede, dove condannava chiunque ammetteva una sola volontà nel Signor nostro Gesù Cristo. Le accoglienze a lui benignamente fatte dal papa furono molte, e suntuoso il trattamento; non credo già certa la sua venuta nell'anno presente a Roma. Teofane[3277] mette circa questi tempi la morte di Omaro califfo, ossia principe de' Saraceni, gran conquistatore della Persia, dell'Egitto, della Palestina, della Soria e di altri paesi. Un disertore persiano quegli fu che, appostatolo quando facea orazione, gli ficcò uno stocco nel ventre. Ebbe per successore Ulmano, chiamato da altri Osmano. Elmacino il fa morto prima. Godeva in questo mentre l'Italia una mirabil quiete, stante la pace o tregua stabilita fra i Romani e Longobardi. Il credito del re Rotari teneva in dovere gli Unni Avari e gli Schiavoni. Dalla parte poi dei re franchi non v'era da temere, perchè regnavano allora Clodoveo II e Sigeberto II, principi per l'animo e per l'età spossati, sotto de' quali cominciò a declinare la regale autorità, e a crescere quelle de' maggiordomi, anzi a crescere tanto, che giunse in fine a detronizzare il medesimo re. Circa questi tempi, per attestata del suddetto Elmacino[3278], Muavia saraceno, governatore della Siria, continuava in quelle parti la guerra contro al romano impero, e prese molte città, delle quali non si sa il nome.

NOTE:

[3276] Miscell., lib. 18, pag. 132, tom. 1 Rer. Ital.

[3277] Theoph., in Chronogr.

[3278] Elmacin., Hist. Saracen., lib. 1, cap. 4.

Anno di CRISTO DCXLVI. Indizione IV.

TEODORO papa 5. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 6. ROTARI re 11.

In quest'anno, siccome s'ha dalla Storia ecclesiastica, furono tenuti varii concilii in Africa da quei vescovi, in proposito dell'eresia de' monoteliti, detestata in quelle parti al maggior segno. Scrissero all'imperadore e a Paolo patriarca di Costantinopoli, con pregarli di reprimere i seminatori di quella abominevol dottrina, non sapendo, o mostrando di non sapere, che da esso Augusto e da quel patriarca veniva il principal fomento della medesima eresia. Leggonsi ancora le loro lettere a papa Teodoro. Ma in questi tempi l'Africa stessa cominciò ad essere lacerata da interni mali. Ribellossi contra dell'imperador Costante Gregorio prefetto del pretorio in quelle provincie[3279], senza che se ne sappia il perchè, ed ebbe dalla sua quei popoli. Pensavano i vescovi di spedire all'imperadore un'ambasceria per li correnti affari della Chiesa; ma non si attentarono ad eseguire il disegno, dacchè venne loro notizia di essere caduti in sospetto di tener mano anch'essi alla ribellione suddetta. Avendo poi scritto papa Teodoro delle lettere assai forti a Paolo patriarca di Costantinopoli, affine d'intendere chiaramente i di lui sentimenti intorno alle controversie presenti che turbavano la Chiesa, costui finalmente si cavò la maschera, ed apertamente gli fece sapere ch'egli non riconosceva se non una volontà in Cristo: dopo di che il papa cominciò a pensare a procedere contro di lui per iscomunicarlo.

NOTE:

[3279] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCXLVII. Indizione V.

TEODORO papa 6. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 7. ROTARI re 12.

Nuove piaghe in quest'anno si aggiunsero alla cristianità, perciocchè i Saraceni, padroni dell'Egitto, intesa la ribellione e division commossa nell'Africa da Gregorio prefetto del pretorio, seppero ben profittare di un siffatto disordine. Abbiamo da Teofane ch'essi con una poderosa armata ostilmente entrarono nell'Africa sotto il comando di Abdala generale d'Osmano. Non mancò già di farsi loro incontro con quante forze potè il suddetto Gregorio, ma in una battaglia sconfitto con gran perdita di gente, fu obbligato alla fuga. Elmacino aggiugne ch'egli vi lasciò la vita, e gli dà il titolo di re, non disconvenevole, dacchè egli s'era sottratto all'ubbidienza del sovrano Augusto. Secondo quello storico, sembra che gli Arabi d'allora s'impadronissero almeno di una parte dell'Africa. Ma per quanto, andando innanzi vedremo, Cartagine, capitale dell'Africa colle provincie occidentali restò in potere degli Augusti. Le sole provincie orientali dovettero allora soccombere al giogo, o almeno obbligarsi a pagar dei tributi. Dopo cinque anni di governo venne in quest'anno a morte Radoaldo duca di Benevento, a cui, per elezione del popolo longobardo fu sostituito Grimoaldo suo fratello, e figliuolo anch'esso di Gisolfo già duca del Friuli. Era Grimoaldo uomo di gran senno e bellicoso. Vedremo a suo tempo, come egli si servì di queste sue qualità per accrescere la sua fortuna.

Anno di CRISTO DCXLVIII. Indizione VI.

TEODORO papa 7. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 8. ROTARI re 13.

Probabilmente a quest'anno si dee riferire l'ordine che il cardinal Baronio immagina dato dall'imperadore ad Olimpio esarco d'Italia, di tener gli occhi addosso a Pirro già patriarca di Costantinopoli, e di guadagnarlo in favore del monotelismo, per cui l'infelice principe s'era troppo impegnato, sedotto da Paolo, che teneva allora la cattedra d'essa città di Costantinopoli. In esecuzione di questi ordini, l'esarco con buone parole trasse da Roma a Ravenna esso Pirro, e lo indusse a ritrattar l'abiura, da lui fatta davanti al sommo pontefice, degli errori de' monoteliti. Ma Platone, e non Olimpio, era tuttavia esarco, ed egli fu che accolse Pirro in Ravenna. S'egli poi avesse que' pretesi ordini in favore del monotelismo, si può dubitarne per quel che diremo all'anno seguente. Appena si ebbe a Roma l'iniquità di Pirro, forse per qualche dichiarazione da lui insolentemente pubblicata, che Teodoro papa raunò un concilio, in cui, per attestato di Teofane[3280], d'Anastasio bibliotecario[3281] e di altri, egli fu solennemente deposto e condannato, e con un rito non più udito, per cui si svegliò un sacro orrore in tutto quel venerando consesso. Cioè portatosi il pontefice al sepolcro di san Pietro apostolo nel Vaticano, e fattosi dare il sacrosanto calice consecrato, stillò nel calamaio alcune gocce del sangue del Signore, e con quell'inchiostro sottoscrisse di propria mano la deposizione e condanna di Pirro, traditor della fede. Trovasi questo rito (suggetto per altro a molte riflessioni) praticato dipoi dal concilio ottavo universale di Costantinopoli, allorchè fu condannato Fozio intruso in quel patriarcato. Sappiamo parimente da Anastasio e dagli atti del concilio lateranense, che papa Teodoro, veggendo pertinace ne' suoi errori Paolo patriarca di Costantinopoli, proferì anche contro di lui la scomunica; ma non sappiamo ch'egli condannasse ancora il Tipo di Costante Augusto, siccome accuratamente dimostra il Pagi. Ora intorno a questo tipo è da dire, consistere esso in un editto pubblicato verso il fine di quest'anno da esso imperadore[3282], in cui, sotto pretesto di quietar le turbolenze insorte nella Chiesa di Dio per cagione della controversia intorno alle due volontà di Cristo Signor nostro, comandò che a niuno da lì innanzi fosse lecito il disputar di questo argomento, nè sostenere una o due volontà ed operazioni, sotto pena ai vescovi, chierici, monaci e laici di perdere le lor dignità, se non ubbidivano. Parve a tutta prima ad alcuni plausibile questo ripiego, ma non così parve alla santa Sede romana ed a chiunque nudriva un vero zelo per l'indennità della vera dottrina della Chiesa. Ciò che ne avvenne si accennerà fra poco. Intanto poco ci volle a conoscere che l'imperadore, ad istigazione di Paolo patriarca di Costantinopoli, si lasciò condurre alla pubblicazione di questo editto: e però contra di esso Paolo andò dipoi, siccome abbiam detto, a scaricarsi il giusto sdegno della Sede apostolica e de' vescovi cattolici. Ma mentre l'imperadore impiegava così il suo tempo e i suoi pensieri intorno alle liti ecclesiastiche con offesa di Dio e pregiudizio della fede ortodossa, seguitavano a perdersi le provincie cristiane del romano imperio. Scrive Teofane[3283], e seco va d'accordo Elmacino[3284], che in quest'anno Muavia generale di Osmano principe de' Saraceni, con una flotta di mille e settecento legni, tra piccoli e grandi, fece una discesa nell'isola di Cipri, occupò la città di Costanza, sottomise tutta l'isola, e la devastò. Udito poi che Cacorizo, cameriere e capitano dell'imperadore, veniva con una potente armata di Greci, condusse la sua flotta verso Arado, isola della Soria, e si pose all'assedio di quella terra, adoperando tutte le macchine da guerra per espugnarla. S'avvisò di mandare un vescovo, appellato Romarico, per esortarli alla resa con patti assai vantaggiosi, altrimenti a far loro di grandi minacce. Entrò quel vescovo nella terra; ma que' cittadini nol lasciarono più uscir fuori. Arrivato poi che fu il verno, Muavia si ritirò, e se ne andò colla sua gente a Damasco. Scrive Elmacino che Muavia per due anni tirò tributo dall'isola di Cipri; segno probabilmente ch'essa non restò poi in potere de' Saraceni. Seguita a dire il medesimo storico che Osmano inviò Abdala suo generale nella Corasana, dove si impadronirono i Saraceni di varie città, come Naisaburo, Arata, Tusa, Abrima, ed altre, con arrivar fino a bere acqua del fiume Balca. Questo fiume mette nell'Eufrate, e pare che qui si parli di qualche provincia della Mesopotamia, non per anche presa almen tutta in addietro dai Saraceni.

NOTE:

[3280] Theoph., in Chronogr.

[3281] Anastas., in Theodor.

[3282] Acta Concilii Lateranens. sub S. Martino.

[3283] Theoph., in Chronogr.

[3284] Elmac., lib. 1, cap. 4.

Anno di CRISTO DCXLIX. Indizione VII.

MARTINO papa 1. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 9. ROTARI re 14.

Fu quest'anno l'ultimo della vita di papa Teodoro, il quale, dopo aver sostenuta con tutto vigore e decoro la dottrina della Chiesa, passò a ricevere il premio delle sue fatiche nel dì 13 di maggio. Cadde la elezione del successore in Martino da Todi, che si crede consacrato nel giorno quinto di luglio. Dalla lettera XV d'esso papa abbastanza si conosce che il clero romano non volle aspettar lo assenso dell'imperadore per consacrarlo, e però col tempo pretesero i Greci ch'egli irregulariter et sine lege episcopatum subripuisset, e gli fecero la fiera persecuzione che a suo tempo vedremo. Questo pontefice, uno de' più riguardevoli e vigorosi che s'abbia mai avuto la sedia di san Pietro, ancorchè sapesse la pena intimata da Costante Augusto nel suo Tipo, pure nulla intimidito, anzi maggiormente acceso di zelo, intimò tosto un concilio di vescovi d'Italia, al quale fu dato principio nel dì 5 di ottobre dell'anno presente, nella sagrestia della basilica lateranense[3285]. V'intervennero cento e cinque vescovi dell'Italia, Sicilia e Sardegna. Al non vedere fra essi l'arcivescovo di Milano e niuno de' suoi suffraganei immaginò il cardinal Baronio che il re Rotari ariano impedisse loro l'intervenirvi. Risponde il Pagi, che essendo morto tre anni prima Rotari, questi non potè vietar loro l'andarvi; e che la cagione è tuttavia occulta dell'esser eglino mancati a quel concilio. Ma Rotari era molto ben vivo in questi tempi. Veggendosi poi tanti altri vescovi de' ducati di Benevento, Spoleti e Toscana, sudditi de' Longobardi, che assisterono liberamente a quel concilio, parrebbe piuttosto da dire che per qualche altra cagione non fossero venuti que' vescovi, e non per divieto del re Rotari. Mauro arcivescovo di Ravenna, perchè era impedito, vi mandò, oltre ai suoi deputati, anche i vescovi suoi suffraganei con una bella lettera, portante la condanna de' monoteliti. Il che è ben da notare, perchè vedremo questo medesimo arcivescovo dopo alcun tempo ribello alla santa sede, e si perchè non si sa intendere, come venga supposto che l'esarco di Ravenna patrocinasse il monotelismo, e poi permettesse che quell'arcivescovo co' prelati della sua dipendenza concorresse a condannarlo. V'intervenne anche Massimo patriarca aquileiense, cioè il gradense, ma non già l'aquileiense, ossia foro-iuliense, perchè era risorto lo scisma per la lite dei tre capitoli. Ora nel suddetto celebre concilio lateranense fu a pieni voti condannato l'errore de' monoteliti, l'Ectesi dell'imperadore Eraclio e il Tipo dell'imperadore Costante (chiamato ivi Costantino), e proferita scomunica contro a chi non iscomunicava e rigettava Ciro alessandrino, Sergio, Pirro e Paolo costantinopolitani. Fu in questi tempi inviato esarco nuovo in Italia, cioè Olimpio, cameriere dell'imperadore, attestandolo chiaramente Anastasio bibliotecario[3286]. Gli fu data commissione da esso Costante Augusto a tenore de' consigli di Paolo patriarca, di portar seco il Tipo già pubblicato, per farlo approvare e sottoscrivere dai vescovi d'Italia e dagli altri Italiani sudditi suoi. Che se gli riusciva di persuadere all'esercito imperiale di Italia di accettare esso Tipo, allora, secondo il consiglio a lui dato da Platone glorioso patrizio (che cessò di essere esarco), mettesse le mani addosso a Martino (cioè al papa), che era stato apocrisario della sede apostolica in Costantinopoli. Se poi si trovavano opposizioni all'accettazione del Tipo, creduto ortodosso dall'imperadore, allora Olimpio dissimulasse, finchè potesse avere un sufficiente esercito di Romani e Ravennati da poter eseguire colla forza ciò che non si poteva ottener colle buone e colle minacce. Venne dunque l'esarco Olimpio a Roma, e trovò appunto che si celebrava da papa Martino il concilio lateranense; e studiossi ben egli di dare esecuzion a quanto gli avea comandato l'imperadore, con tentar anche uno scisma ma non mancò vigore nei ministri di Dio e nel loro capo, nè unione del popolo fedele romano col pontefice, di maniera che, per quante arti e maneggi costui usasse, non solamente niuno sottoscrisse l'imperial Tipo, ma continuò l'anatema proferito contra di esso dal papa e dai padri. In quest'anno poi abbiam da Teofane[3287] che Muavia, generale de' Saraceni, tornò colle sue masnade all'isola di Arado contigua alla Soria, e costrinse gli abitanti di quella città, dopo un fiero assedio, a rendersi, salve le persone. Rovesciò a terra quel Barbaro la città, devastò tutta l'isola, con ridurla disabitata: nel quale stato era tuttavia ai tempi di Teofane, che fiorì nell'anno 790.

NOTE:

[3285] Labbe, Concilior. tom. 4.

[3286] Anast. Bibliothec., in S. Martino.

[3287] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCL. Indizione VIII.

MARTINO papa 2. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 10. ROTARI re 15.

Giacchè non si sa l'anno preciso di un fatto di Grimoaldo duca di Benevento, sarà lecito a me il riferirlo sotto il presente. Vennero (dice Paolo Diacono) i Greci per ispogliare de' suoi tesori la basilica di san Michele, posta nel monte Gargano nella Puglia, ed oggidì nella Capitanata[3288]. Era quel paese dipendenza del ducato di Benevento: però il duca Grimoaldo, al primo avviso del loro tentativo, salì a cavallo, e con quanti armati potè in fretta raccogliere, fu loro addosso, di maniera che invece di portar via il tesoro lasciarono essi quivi le loro vite. Mi maraviglio io di Camillo Pellegrino[3289] che metta qui in dubbio l'autorità di Paolo Diacono, per la troppa buona opinione ch'egli aveva de' Greci, credendoli incapaci di questo attentato, siccome cattolici, e stimando che piuttosto i Longobardi ariani, i quali saccheggiarono tempo fa il monistero casinense, avranno dato il sacco al tempio di san Michele nel monte Gargano. Ma non dovea ignorar questo valentuomo di che tempra fossero allora i Greci. Se poco fa abbiam veduto che spogliarono il gran tesoro della patriarcale lateranense in Roma stessa, loro sottoposta; se vedremo che enormi iniquità commisero fra poco contro dello stesso romano pontefice, capo visibile della Chiesa di Dio; e finalmente se intenderemo gli orridi saccheggi fatti dal medesimo Costante imperatore in Italia e Sicilia ai suoi popoli e alle chiese del suo dominio, potremo poi credere incapaci i Greci di svaligiare una basilica del paese nemico? Che se i Longobardi nei primi anni dopo la lor venuta in Italia, cioè prima di umanizzarsi e incivilirsi nel dolce clima d'Italia, arrivati a monte Casino, desertarono quel sacro luogo, vanamente si può inferire che da lì a moltissimi anni seguitassero ad operar del medesimo tenore. Benchè alcuni di quei re e moltissimi di quella nazione tuttavia professassero lo arianismo, pure anch'essi veneravano i santi e rispettavano i luoghi sacri non meno suoi che de' cattolici, posti sotto il loro dominio. Anzi si dee notare che essi ebbero una special divozione all'arcangelo san Michele, e al pari de' re franchi il presero per protettor della loro nazione. Però nelle monete dei re longobardi e dei duchi di Benevento nell'uno de' lati si vede l'immagine di esso arcangelo, al quale eziandio la pietà dei re longobardi (e non già Costantino il grande, come buonamente si figurano alcuni storici pavesi) eresse in Pavia la magnifica basilica, appellata oggidì di san Michele maggiore. Sotto a quest'anno, oppure nel seguente, Teofane[3290] racconta che i saraceni entrarono nella provincia d'Isauria, fecero quivi un grande macello di cristiani, e cinquemila ne condussero schiavi.

NOTE:

[3288] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 4, cap. 47.

[3289] Peregrinus, de Finib. Ducat. Benevent.

[3290] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCLI. Indizione IX.

MARTINO papa 3. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 11. ROTARI re 16.

Non si sa in qual anno accadessero le mutazioni di governo dei ducati del Friuli e di Spoleti. Solamente abbiamo da Paolo Diacono, che regnando Costante imperadore, da lui appellato Costantino, nipote di Eraclio Augusto, venne a morte Grasolfo duca del Friuli, zio paterno di Grimoaldo duca di Benevento, e che in quel ducato succedette Agone. Similmente terminò i suoi giorni Teodelapio duca di Spoleti, e fu conferito quel ducato ad Attone. Questo nome di Attone è il medesimo che Azzo, o Azzone, celebratissimo negli antichissimi antenati della serenissima casa d'Este. Bernardino de' Conti di Campello[3291] nelle sue storie di Spoleti crede che ad Ariolfo duca di quella provincia succedesse Teodelapio I, circa l'anno 653. Poscia circa l'anno 655 fosse creato duca di Spoleti Grimoaldo, e che circa l'anno 659 Teodelapio II cominciasse a reggere quel ducato. Ma ci vuole altro che Volfango Lazio, autore del secolo decimosesto, per provare che sieno stati al mondo, e duchi di Spoleti quel Grimoaldo e quel Teodelapio secondo. Paolo Diacono, che ne sapea ben più del Lazio, altro Teodelapio non conobbe, se non il succeduto ad Ariolfo, nè ebbe contezza alcuna di quel Grimoaldo. E va d'accordo con Paolo Diacono l'antico Catalogo, da me[3292] pubblicato avanti alla Cronica del monistero farfense. Però quando non compariscono documenti migliori, si hanno da levare i suddetti due personaggi dal ruolo dei duchi di Spoleti. Lo stesso è da dire di Camillo Lilii[3293], che nelle storie di Camerino ci fa veder Zotone duca di Spoleti e di Camerino succeduto a Teodelapio. Attone, e non Zotone, fu il nome del successore di Teodelapio. È ignoto per altro il tempo, in cui sì il suddetto Agone diede principio al suo governo del Friuli, che Attone al suo di Spoleti. Ma giacchè nol seppe Paolo Diacono, neppur si può esigere che io lo sappia. Riuscì in quest'anno ai Saraceni di occupare interamente il regno della Persia, perchè il re Jasdegirde, appellato Ormisda, ultimo dei re persiani, che s'era finora preservato nelle provincie settentrionali di quel regno dalla loro inondazione, terminò la carriera dei suoi giorni: il che diede campo ai Monsulmani saraceni d'ingoiare il resto. Racconta Paolo Diacono[3294] che ne' tempi di Costante, detto Costantino, imperadore, Cesara regina de' Persiani in abito privato fuggì a Costantinopoli e si fece battezzare. Che il re suo marito ne mandò in traccia, e che fu scoperta in Costantinopoli da' suoi ambasciatori; ma ch'ella non volle tornare in Persia, se il re suo consorte non abbracciava la fede di Cristo. Venne il re a Costantinopoli con sessantamila de' suoi, e tutti presero il battesimo, avendo l'imperadore tenuto esso re al sacro fonte: dopo di che carichi di regali se ne tornarono al loro paese. Le circostanze di un tal fatto hanno tutta la cera di una favola popolare, bevuta da Paolo Diacono; e tanto più che di una sì riguardevole avventura non parlano gli autori greci; e Fredegario[3295] la rapporta bensì anche egli, ma la mette nell'anno 588, e ai tempi di Maurizio imperadore. Perciò il cardinal Baronio, il Pagi ed altri la hanno tenuta per una fola: per tale la tengo anch'io. Tuttavia, se mai briciolo di verità si potesse qui immaginare, a questi tempi non disdirebbe la conversione del re e della regina de' Persiani alla religione di Cristo, perchè essi allora si trovavano in una somma depressione, e potrebbe essere che si unissero per via di stretti nodi coll'imperador Costante, contro dei comuni lor nemici, voglio dire de' Saraceni usurpatori di tante provincie sì de' Cristiani che dei Persiani. Par difficile che di peso fosse inventata questa favola, e scritta da autori antichi senza qualche principio di verità.

NOTE:

[3291] Campell., Istor. Spolet., lib. 12.

[3292] Rerum Italic. Scriptor., part. 2, tom. 2.

[3293] Lilii, Stor. di Camerino, lib. 4.

[3294] Paulus Diaconus, lib. 4.

[3295] Fredegar., in Chronic., cap. 9.

Anno di CRISTO DCLII. Indizione X.

MARTINO papa 4. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 12. RODOALDO re 1.

Sigeberto istorico[3296] rapporta all'anno 646 la morte di Rotari re dei Longobardi. Ermanno Contratto[3297] la riferisce all'anno 647. Ma se è vero, come Paolo Diacono racconta, ch'egli regnò anni sedici e mesi quattro, e se nell'anno 643, per quanto s'è veduto, correva l'anno ottavo del suo regno, viene a cader la sua morte nell'anno presente. Tuttochè ariano, fu seppellito il suo cadavere presso la basilica di san Giovanni Batista in Monza. Ma dopo molto tempo aperto da uno scellerato il suo avello, fu spogliato di tutti i suoi ornamenti. A costui apparve san Giovanni sgridandolo per questo misfatto, perchè sebbene Rotari non tenea la vera fede, pure era raccomandato a lui, e in pena gl'intimò che non sarebbe mai più entrato nella sua basilica. E così avvenne. Quando tentava d'entrarvi quasi che uno gli mettesse la spada alla gola gli bisognava retrocedere. Paolo Diacono è quegli che racconta il fatto e giura d'averlo inteso da chi lo aveva veduto. Noi siam dispensati dal crederlo; e pare anche strano che san Giovanni Batista, beato in cielo, si prendesse tal cura del sepolcro di un principe eretico, condannato da Dio alle pene infernali. Intanto Rotari ebbe per successore nel regno Rodoaldo suo figliuolo, delle cui azioni nulla è a noi pervenuto, perchè poco o nulla ne seppe anche Paolo Diacono[3298]. Scrisse egli bensì, che Rodoaldo prese per moglie Gundeberga figliuola del re Agilolfo e della regina Teodelinda. Poscia aggiunge che Gundeberga, ad imitazione di sua madre, fondatrice della basilica di san Giovanni Batista in Monza, fondò anch'ella in Pavia una basilica in onore del medesimo precursore, e mirabilmente l'arricchì di ornamenti d'oro e d'argento, e di preziosi arredi, con essere poi stata seppellita ivi al tempo della sua morte. Finalmente scrive che questa regina venne accusata di adulterio al re suo consorte. In difesa della di lei castità uno de' di lei servi per nome Carello fece istanza al re, ed ottenne di poter fare duello coll'accusatore, il quale restò ucciso nel campo in faccia di tutto il popolo. Questo servì, secondo la sciocca opinione di quei tempi, a dichiarar innocente la regina, a cui perciò fu restituito il grado ed onore primiero. Ma bisogna qui che il buon Paolo Diacono si contenti di dire ch'egli si è ingannato all'ingrosso. Siccome prima d'ora fu diligentemente osservato dal cardinale Baronio[3299], e poscia dal Pagi[3300], non può sussistere che Gundeberga figliuola del re Agilolfo fosse presa per moglie dal re Rodoaldo, perchè, siccome s'è veduto di sopra coll'autorità di Fredegario scrittore più antico (ed anche contemporaneo di essa Gundeberga, se vogliam credere ai letterati francesi), questa principessa fu maritata in prime nozze con Arioaldo duca di Torino, creato poscia re dei Longobardi nell'anno 625. Passò dipoi, per attestato del medesimo storico, alle seconde nozze col re Rotari nell'anno 646, e, per conseguente, non potè essere moglie di Rodoaldo re, figliuolo di esso Rotari. Certo si può dubitar della età di Fredegario; ma non par già che si possa dubitare della di lui asserzione intorno ai matrimonii di Gundeberga. E per conto dell'accusa contro la di lei onestà, e del duello per cagion d'essa fatto, meglio è attenersi allo storico francese, che lo dice avvenuto a' tempi di Arioaldo, e non già per imputazione d'adulterio, ma per altro motivo siccome abbiam detto all'anno 629, 632 e 641.

Circa questi tempi (se pure non fu nell'anno susseguente), per attestato di Teofane[3301], Pasagnate patrizio dell'Armenia si ribellò all'imperadore Costante, e fece lega col figliuolo di Muavia generale dei Saraceni. Corse l'imperadore a Cesarea di Cappadocia, per essere più alla portata di soccorrere quel paese; ma veggendo disperato il caso, se ne tornò assai malcontento a Costantinopoli. Abbiamo ancora da Anastasio bibliotecario[3302] un fatto, taciuto dagli altri storici, ma assai importante per le cose di Italia. Cioè che i Saraceni prima d'ora aveano fatta una irruzione in Sicilia, ed ivi fissato il piede; perlochè fu spedito ordine ad Olimpio esarco d'Italia di passar con una flotta colà per iscacciarne que' ribaldi. Era tornato dianzi questo esarco a Roma con segreta incumbenza di mettere le mani addosso al buon papa Martino, e certo non tralasciò arte e diligenza alcuna per eseguire l'empio disegno. Ma conoscendo pericoloso questo attentato, a cagion dell'amore e rispetto professato ad esso vicario di Cristo non men dal popolo che dall'esercito romano, andarono a voto le sue trame, ancorchè lungo tempo si fermasse in Roma. Ricorse in fine al tradimento, e fingendo un divoto desiderio d'essere comunicato per mano del medesimo santo papa, si portò a tal fine alla messa solennemente celebrata da lui in santa Maria Maggiore. Avea commissione una delle guardie dell'esarco, allorchè il pontefice se gli accostava per dargli la sacra particola, di ammazzarlo. Ma Iddio non permise così orrendo eccesso; perciocchè miracolosamente quello sgherro non vide nè quando il pontefice diede la pace, nè quando porse la comunione all'esarco: cosa ch'egli dipoi attestò con giuramento a varie persone. Veggendo adunque Olimpio che la mano di Dio era in favore del santo pontefice, riconobbe il suo fallo, ed accordatosi seco, gli rivelò tutto quanto era stato ordinato a lui dall'imperadore, e da lui tentato fino a quel tempo. S'era con ciò rimessa la pace in Roma quando arrivò ordine a questo esarco di raunar l'esercito e di passare con esso in Sicilia per procurar di sloggiare i perfidi Saraceni. V'andò egli, ma per sua mala ventura vi andò, perchè lo esercito suo restò sconfitto, ed egli appresso per l'affanno e per una malattia sopraggiuntagli pagò l'indispensabil tributo della natura. E qui convien osservare, come si ha dalla relazione[3303] dell'empia persecuzione che vedremo fatta a papa Martino, fra gli altri falsi reati apposti a quel buon pontefice, esservi stato ancor questo, cioè ch'egli avea congiurata con Olimpio la rovina dell'imperadore, e però Doroteo patrizio della Cilicia gridò ch'esso papa Martino solus subvertit et perdidit universum Occidentem et delevit; et revera unius consilii fuit cum Olympio, et inimicos homicida imperatoris et romanae urbanitatis. Sicchè la pace fatta fra lui e l'esarco Olimpio, e la rotta dell'esercito imperiale in Sicilia diventarono delitti dell'ottimo papa: che per altro non si sa che alcuno in Italia in questi tempi si sollevasse contro dell'imperadore. Iniqui Greci, non si può qui non esclamare, e di lunga mano più iniqui per quello che racconteremo nell'anno susseguente. Dico così, acciocchè il lettore sempre più venga scorgendo che i Longobardi tanto villaneggiati da alcuni scrittori, erano ben divenuti padroni migliori e re più discreti che i Greci.

NOTE:

[3296] Sigebertus, in Chron.

[3297] Hermannus Contractus. in Chron.

[3298] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 49.

[3299] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 659.

[3300] Pagius, Crit. Baron.

[3301] Theoph., in Chronogr.

[3302] Anastas. Bibliothec., in Vita S. Martini.

[3303] Labbe, Concilior., tom. 6, pag. 68.

Anno di CRISTO DCLIII. Indizione XI.

MARTINO papa 5. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 13. ARIBERTO re 1.

Per le ragioni addotte dal padre Pagi[3304], succedette in quest'anno la lagrimevol scena di san Martino papa, e non già nell'anno 650, come si figurò il porporato annalista. O sul fine dell'anno precedente, o nel principio di questo, fu mandato a Ravenna il nuovo esarco di Italia, Giovanni Calliopa. Ch'egli prima avesse esercitata questa carica, si può tuttavia dubitare col suddetto cardinal Baronio, ancorchè Anastasio lo dica. Già covava l'imperador Costante non poco fiele contro del sommo pontefice Martino, perchè senza il suo consentimento era seguita la di lui consecrazione. Crebbe poi a dismisura l'odio, dacchè l'intrepido papa nel concilio lateranense avea proferita solenne sentenza contro il monotelismo, contro il Tipo dello stesso Costante imperadore, e contro i patriarchi di Costantinopoli, protettori di quella eresia. Paolo allora patriarca non lasciava di soffiar nel fuoco. Però venne il novello esarco, conducendo seco l'esercito ravennate, e con ordine risoluto di far prigione il papa. A questo effetto egli giunse a Roma nel dì 15 di giugno dell'anno presente. Ben sapeva il pontefice quel che si macchinava contro la di lui persona, ma egli s'era già disposto a soffrir tutto. Mandò ad incontrarlo alcuni del clero, giacchè non potè egli muoversi, per essere infermo fin dall'ottobre antecedente[3305]. Non trovando l'esarco fra essi il papa, disse loro che voleva ben esser egli ad adorarlo, cioè ad inchinarlo; ma che stanco del viaggio non potea per allora. Fu messo il concerto per la domenica seguente nella basilica costantiniana, ossia lateranense; l'esarco, per sospetto che vi concorresse troppo popolo, si astenne dall'andarvi. Mandò poi a dire nel seguente lunedì al papa, che avendo inteso come egli avea fatta adunanza di armi, di armati e di sassi nel palazzo lateranense, gli facea sapere ciò non essere nè necessario, nè bene. Allora il papa volle che que' medesimi messi andassero a chiarirsene con visitar tutto il palazzo; e nulla infatti vi trovarono. Avea fatto portare esso pontefice il suo letto davanti all'altare della basilica, ed ivi giaceva malato. Poco stette ad arrivar colà l'esarco Calliopa col suo esercito, armato di lance, spade e scudi, con archi tesi, facendo un terribil rumore. Quivi egli sfoderò un ordine dell'imperadore, in cui si facea sapere al clero, che Martino, siccome papa intruso, era deposto, e che però si venisse all'elezione d'un altro. Ciò non succedette per allora, e sperava anche il buon papa che non succederebbe; perchè, dice egli in una lettera a Teodoro, nella lontananza del pontefice tocca all'arcidiacono, all'arciprete e al primicerio di far le veci del papa. Avrebbe voluto il clero opporsi, ma il santo papa, che prima aveva abborrito ogni preparamento di difesa, ed avrebbe voluto morir dieci volte piuttosto che dar occasione ad omicidii, ordinò che niun si movesse. Fu condotto fuor di chiesa, e perchè il clero ben s'avvide che sì empia persecuzione veniva dalle controversie insorte per la fede, gridò alto: Sia scomunicato chi dirà o crederà che papa Martino abbia mutato, o sia per mutare un sol puntino nella fede, e chi fino alla morte non sarà costante nella fede ortodossa. Allora l'esarco, ben intendendo che mira avessero queste parole, immantinente rispose, che la stessa fede professata dai Romani la professava anch'egli.

Non ostante la licenza data al pontefice di condur seco chi gli era più a grado (al che molti s'erano esibiti, ed aveano già imbarcati i loro arnesi), egli fu segretamente la notte del dì 19 di luglio menato in barca, senza lasciargli prendere seco se non sei famigli e un bicchiere. S'incamminarono per mare a Miseno, indi in Calabria, dopo aver fatto scala in varie isole per tre mesi, arrivarono finalmente a quella di Nasso nell'Arcipelago, dove si fermarono per molti altri mesi. Una continua dissenteria, una somma debolezza e svogliatezza di stomaco affliggevano il santo pontefice, a cui non fu mai permesso di smontare in terra. La nave gli serviva di prigione. Venivano i sacerdoti ed altri fedeli di quella contrada a visitarlo e consolarlo; gli portavano anche regali di varie sorta; ma le sue guardie sul volto suo rapivano tutto, e strapazzavano quella gente pia, con dire che era nemico dell'imperadore chiunque portava amore a costui. Tale era lo stato dell'innocente e paziente pontefice, che non si può intendere senza fremere contro l'empietà e prepotenza di chi ordinò e di chi eseguì tanta crudeltà e vilipendio di un romano pontefice sì venerato da tutta la Chiesa di Dio. Per quanto s'ha da Paolo Diacono, Radoaldo re de' Longobardi regnò cinque anni e sette giorni. Per conseguente, dovrebbe prolungarsi la vita fino all'anno 657. Ma perchè Ariberto suo successore tenne il regno nove anni convien mettere, per le ragioni che diremo, il principio del regno di Grimoaldo all'anno 662, perciò convien dire, o che Paolo, il qual veramente poco o nulla seppe di Radoaldo, sbagliò, oppure che esso Radoaldo regnasse col padre la maggior parte di questo tempo, come sospettò il padre Bacchini[3306]; o, finalmente, che sia guasto il testo di Paolo, e che invece di quinque regnaverat annis, s'abbia quivi da leggere quinque regnaverat mensibus, come giudiziosamente immaginò il signor Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana. In fatti, nell'antichissima Cronichetta longobardica, da me data alla luce nelle mie Antichità Italiane, si legge: Rodoald regnavit mensibus VI. Perciò tengo io per verisimile che nell'anno presente egli terminasse la vita e il corto suo regno. Fu violenta la morte sua, perchè venne ucciso dal marito di una donna, alla quale egli aveva usata violenza. In luogo suo fu sostituito Ariberto, figliuolo di Gundoaldo duca, cioè di un fratello della buona regina Teodelinda; con che passò lo scettro de' Longobardi in un personaggio di nazion bavarese; il che è da notare. Era Ariberto buon cattolico, e però, dacchè i Longobardi non ebbero difficoltà ad eleggerlo per loro regnante, par ben credibile che la maggior parte d'essi avesse ormai abbracciata la religione cattolica.

NOTE:

[3304] Pagius, Crit. Baron.

[3305] Martin. PP. epist. 15 Concilior., tom. 6.

[3306] Bacchinius, in Notis ad Agnell., tom. 2 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCLIV. Indizione XII.

MARTINO papa 6. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 14. ARIBERTO re 2.

Dalla relazione[3307], che tuttavia esiste, dei travagli di san Martino papa, noi ricaviamo ch'egli fu condotto dall'isola di Nasso a Costantinopoli, dove giunse nel dì 17 di settembre dell'anno presente. Quivi fu messo in carcere, e vi stette tre mesi, senza poter parlare a chicchessia. Nel dì 19 di dicembre dal sacellario, ossia fiscale, ossia tesoriere di corte, fu posto all'esame, e prodotti gli accusatori suoi. A chi ha la forza e vuol fare una segreta vendetta, non mancano mai pretesti per palliare col manto della giustizia l'iniquo suo talento. Le vere cagioni di sì empia persecuzione contro del santo pontefice, già le abbiam vedute; ma si guardavano bene gli scaltri ministri imperiali di mettere in campo la di lui consecrazione e la condanna del monotelismo. Le calunniose accuse consistevano in dire, ch'egli avesse congiurato con Olimpio esarco contro dell'imperadore, e tenuta corrispondenza coi Saraceni in danno dello stato: il che ci fa conghietturare che a lui imputassero infin la calata di que' Barbari in Sicilia. Ridicole imputazioni. Se il buon papa avesse nudrito di questi disegni, non avea che da intendersi coi Longobardi confinanti nella Toscana, e nei ducati di Benevento e Spoleti. Avrebbono ben essi saputo profittar di sì bella occasione per sostenere il papa e nuocere all'imperadore. Rispose il papa, che se Olimpio avea mancato al suo dovere, non avea certo un romano pontefice forza da resistergli. E perchè egli volle far menzione del Tipo imperiale portato a Roma, Troilo prefetto lo interruppe, dicendo che qui non si trattava di fede, ma di delitti di stato; soggiugnendo: Noi siam tutti cristiani ed ortodossi, tanto noi, quanto i Romani. Replicò allora il pontefice: Piacesse a Dio; ma al tribunale di Dio ve ne dimanderò io conto un giorno. In quanto ai Saraceni, protestò di non aver mai scritte lettere a que' nemici del cristianesimo, nè lor mandato danaro: solamente avea data qualche limosina ai servi di Dio che venivano da quelle parti, ma non mai ai Saraceni. Gli fu parimente opposto di avere sparlato della beatissima Vergine Maria. Di questo misfatto gli eutichiani monoteliti soleano incolpare i cattolici, quasichè questi fossero nestoriani. Ma il papa pronunziò tosto scomunica contro chi non onorava la santissima Madre di Dio sopra ogni altra creatura, a riserva del suo divino Figliuolo. Poi veggendo che gli empii ministri seguitavano a mettere in campo sì mendicate e slombate accuse, li scongiurò di far presto quel che intendeano di fare, perchè così gli procurerebbono una gran ricompensa in cielo. Levossi il sacellario, e recò all'imperadore l'avviso dell'esame; poscia ritornato, fece portare nel pubblico cortile, dove era gran folla di popolo, il papa in una sedia perchè, a cagione della sua infermità, non potea camminare, e neppur tenersi ritto in piedi. Quivi dalle guardie gli fu levato il pallio archiepiscopale, il mantello con tutti gli altri abiti, in guisa che rimase quasi nudo. Poscia, postogli un collare di ferro al collo il trassero fuori del palazzo, menandolo per mezzo alla città, come condannato alla morte. Egli con volto sereno sofferiva tante ingiurie, e la maggior parte del popolo spettatore piangeva e gemeva a così indegno spettacolo. Fu condotto in prigione, e lasciato senza fuoco, benchè allora si facesse sentire un freddo intollerabile. Le donne nondimeno del guardiano mosse a compassione il posero in letto, e il coprirono bene con panni, acciocchè si riscaldasse; ma egli fino alla sera non potè parlare.

Nel giorno seguente l'imperadore fu a visitare il patriarca Paolo, che era gravemente malato, e gli raccontò quanto era avvenuto del papa. Allora Paolo, volgendosi verso la parete, disse: Oimè! questo ancora per accrescere la condanna! Interrogato da Costante, perchè parlasse così, rispose essere ben cosa deplorabile il trattare in tal forma chi era romano pontefice. E poscia scongiurollo di non farne di più, che troppo ancor s'era fatto. Morì da lì a poco il patriarca Paolo, e trattossi di dargli per successore Pirro, già deposto. Ma perciocchè da molti gli era opposto il memoriale da lui tempo fa esibito in Roma al papa, in cui condannava l'errore dei monoteliti, ed egli sparse voce che aveva ciò fatto per violenza usata con lui, dopo otto giorni Demostene notaio del sacellerio fu inviato alla prigione, per esaminar su questo punto il papa. Egli rispose con gran fermezza, e citò i testimonii che Pirro spontaneamente l'avea fatto, nè gli era stato usato alcun mal trattamento. Poi si raccomandò che sbrigassero l'affare della sua vita; ma che sapessero ch'egli non comunicava colla Chiesa di Costantinopoli. Fino al dì 8 del mese di settembre era stato costante il clero romano in non voler eleggere alcun papa, ancorchè l'imperadore tenesse per deposto Martino, e loro avesse intimata l'elezione di un altro. Ma ossia che le istanze e minacce de' ministri imperiali soperchiassero la loro costanza, oppure, come è più probabile, che temessero di veder comparire a Roma qualche eretico inviato dell'imperadore ad occupar la cattedra di san Pietro: finalmente nel dì suddetto elessero papa Eugenio di nazione romano personaggio di gran benignità e di santi costumi, il quale mandò tosto i suoi apocrisarii a Costantinopoli. Ma questi si lasciarono quasi imbrogliare dai ripieghi inventati dai monoteliti. In questo medesimo anno ancora fu condotto prigione a Costantinopoli san Massimo abate, quello stesso che disputò con Pirro già patriarca, e che ito a Roma era divenuto il braccio destro del santo pontefice Martino. Da Roma anch'egli fu nell'anno precedente tratto per forza, e perseguitato poscia per più anni non per altro delitto, se non perchè fu uno dei più forti atleti della Chiesa di Dio contro de' monoteliti, ancorchè ridicolosamente fosse imputata a lui la perdita dell'Egitto, della Pentapoli e dell'Africa, provincie prese dai Saraceni. Nel mese ancora di aprile di quest'anno Costante imperadore dichiarò Augusto e collega nell'imperio Costantino, chiamato per soprannome Pogonato, cioè barbato, suo figliuolo primogenito. Fu eziandio presa l'isola di Rodi da Muavia generale dei Saraceni[3308]. Dicesi che il suo mirabil colosso, che era durato in piedi per mille trecento e settanta anni, fu allora abbattuto; e che di quel bronzo un Giudeo di Edessa, che lo comperò, ne caricò novecento cammelli. L'andare adagio a credere certe maravigliose cose narrate dagli scrittori antichi, se lontane dai lor tempi, pare che sia in obbligo di chi desidera di non essere ingannato.

NOTE:

[3307] Labbe, Concilior., tom. 4, pag. 67.

[3308] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCLV. Indizione XIII.

EUGENIO papa 1. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 15. ARIBERTO re 3.

Stette in prigione il santo pontefice Martino sino al dì 15 di marzo del presente anno, e di là preso ed imbarcato, segretamente fu condotto alla città di Chersona, o Chersonesa, luogo destinato pel suo esilio nel Chersoneso, ossia nella penisola, oggidì appellata la Crimea. Dalle lettere ch'egli scrisse in questo anno si conoscono i gravi patimenti suoi, sì per le continue malattie, come per la mancanza di tutte le cose, anche di quelle che sono necessarie al vitto. Ma finalmente venne Iddio a visitarlo, cioè a trarlo dalle miserie del mondo presente, per coronare e ricompensare nell'altro l'ammirabile sua costanza nel sostenere le vera fede e l'egual sua pazienza in sopportar tanti travagli, per i quali la Chiesa latina l'ha sempre onorato ed onora qual glorioso martire, e la greca qual insigne confessore. Succedette la morte sua nel dì 16 di settembre del presente anno, benchè Teofane la rapporti più tardi; ma si celebra la festa sua nel dì 12 di novembre, giorno, in cui, trasferito il suo sacro corpo a Roma, ebbe onorata sepoltura. Crede il cardinal Baronio che dopo la sua morte fosse convalidata la elezion di Eugenio papa suo successore con un consenso nuovo del clero. Ma di ciò niun vestigio resta nella storia antica. Certo è che Eugenio fu eletto e riconosciuto per vero papa nell'anno precedente, e quantunque ragion voglia che finchè visse san Martino, s'abbia esso da tenere per non decaduto dal pontificato: pure fa stranezza e lo sconcerto di questi tempi fece passare per legittima l'elezione e consecrazione di papa Eugenio, anche vivente san Martino. A Paolo patriarca di Costantinopoli defunto fu finalmente sostituito in quella chiesa Pirro dianzi deposto. Ma costui non godè se non quattro mesi e ventitrè giorni della sua fortuna, perchè fu chiamato da Dio al rendimento de' conti. Dopo lui entrò in quella sedia patriarcale Pietro, prete della medesima chiesa, che la governò dodici anni e sette mesi. A quest'anno ancora può essere che appartenga ciò che narra Teofane dopo la morte di Paolo patriarca: cioè che Muavia general dei Saraceni fece un gran preparamento di navi e d'armati per procedere alla volta di Costantinopoli. L'imperador Costante, anch'egli con una buona flotta andò ne' porti della Licia, e quivi arrivato che fu il nemico, attaccò seco battaglia. Vi fu gran sangue; ma infine la peggio toccò ai cristiani; e l'imperadore, se non era l'accortezza di un valoroso cristiano, che trattolo fuori della capitana e messolo travestito in un'altra nave, gli diede campo di salvarsi colla fuga, egli cadeva nelle mani d'essi Saraceni, che a forza d'armi sottomisero poco appresso la medesima capitana.

Anno di CRISTO DCLVI. Indizione XIV.

EUGENIO papa 2. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 16. ARIBERTO re 4.

Abbiamo da Anastasio bibliotecario[3309] che il novello patriarca di Costantinopoli Pietro inviò in quest'anno a papa Eugenio, secondo il costume, lo avviso della sua assunzione a quella cattedra, ed insieme l'esposizion della sua credenza. Ma era questa conceputa con termini molto scuri, cioè colla condanna bensì di tutte le eresie e di tutti gli eretici, ma con ischivare furbescamente la controversia delle due volontà che la Chiesa romana maestra dell'altre riconosceva nel Signor nostro Gesù Cristo, ed avevano anche riconosciuto i santi padri. Non il solo clero, ma, quel che è più ad ammirare, anche il popolo romano, zelante per la conservazione della vera dottrina, fece una specie di sollevazione, con rigettare strepitosamente la lettera sinodica d'esso patriarca. Erano sì gli uni che gli altri disgustati forte contro de' patriarchi di Costantinopoli, ben conoscendo che loro si doveva attribuire, se non la nascita, almeno il fomento e l'ingrandimento dell'eresia de' monoteliti, e che dalla loro istigazione erano proceduti tutti gli strapazzi e le crudeltà usate dall'imperador Costante al santo degnissimo pontefice Martino. E se non fosse stata questa persuasione in Roma, è da credere che non avrebbe avuta la Sede apostolica tanta pazienza verso di un Augusto persecutore della Chiesa e del capo visibile di essa. Andò tanto innanzi la commozion del clero e popolo suddetto, che non permisero a papa Eugenio di celebrar messa nella basilica di santa Maria al Presepio, oggidì santa Maria Maggiore, finchè non si fu obbligato di non accettar la lettera suddetta del patriarca Pietro. Volle in quest'anno Iddio rintuzzare alquanto la superbia de' Saraceni e frenare il corso impetuoso delle conquiste, che oramai minacciavano l'Italia stessa e le provincie che restavano in Oriente del romano imperio. Perciocchè il loro califa, ossia principe Osmano ossia Otmano, per far la relazion di Teofane[3310] e di Elmacino[3311], fu ucciso dai suoi: per la qual morte nacque gran divisione fra quei Barbari. Alì, genero di Maometto, era sostenuto per succedere nel califato dai Monsulmani, cioè Arabi e Saraceni dell'Arabia e della Persia; e veramente dopo avere abbattuta la fazion dei parenti ed amici d'Otmano, ebbe il principato. Ma Muavia, col favore de' Saraceni della Soria e dell'Egitto, prese l'armi e disputò l'imperio all'altro con essere durata gran tempo quella guerra civile fra loro. Di questi fatti chi fosse curioso, non ha che a leggere l'antico Elmacino nella sua Storia saracenica, e massimamente il moderno Erbelot franzese nella sua Biblioteca orientale, che anche più diffusamente dell'altro ne tratta. Tali dissensioni fra quei popoli, divenuti ormai il terrore dell'Asia e dell'Europa, lasciarono per qualche tempo respirare il romano imperio, e può essere che i Greci e Romani si prevalessero di questa congiuntura per cacciarli fuori di Sicilia, giacchè non apparisce che da lì innanzi avessero signoria alcuna in quell'isola. Terminò in quest'anno il corso di sua vita Sigeberto, re de' Franchi, con lasciar dopo di sè un piccolo figliuolo appellato Dagoberto II, ch'egli raccomandò alla cura di Grimoaldo, suo maggiordomo, cioè ad un infedele e traditore, il quale usurpò al legittimo signore la corona per metterla in testa a Childeberto suo figliuolo. Ma Dio il pagò di buona moneta. Preso egli da Clodoveo II re di Parigi, finì nei tormenti la vita, e fu deposto il di lui figliuolo. Mancò di vita poco dipoi esso Clodoveo II, e pervenne il regno a Clotario III di lui figliuolo.

NOTE:

[3309] Anast. Bibliothec., in Eugen. I.

[3310] Theoph., in Chronog.

[3311] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1. cap. 4.

Anno di CRISTO DCLVII. Indizione XV.

VITALIANO papa 1. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 17. ARIBERTO re 5.

Nel primo giorno di giugno di questo anno venne a morte papa Eugenio, dopo aver governata la Chiesa romana per due anni, otto mesi e ventiquattro giorni. Stette vacante la sede pontificia un mese e ventinove giorni, e finalmente fu consecrato papa Vitaliano, nativo di Segna, città episcopale della Campania. Abbiamo da Anastasio bibliotecario[3312] ch'egli spedì tosto i suoi apocrisarii a Costantinopoli, per significare la sua assunzione al papato ai due imperadori Costante e Costantino. Siccome papa Eugenio non avea scritto a Paolo allora patriarca di Costantinopoli, così neppur egli pare che scrivesse a Pietro succeduto nel governo di quella Chiesa. Non ben apparisce come si contenessero il pontefice Vitaliano e i suoi nunzii, per conto delle controversie della fede coll'imperador Costante protettore de' monoteliti. Solamente sappiamo da Anastasio ch'esso pontefice regulam ecclesiasticam et vigorem, ut mos erat, omni modo conservavit; siccome ancora che il suddetto imperadore fece buona ciera ai ministri pontificii, confermò i privilegii alla santa Chiesa romana, e mandò per i medesimi a donare a san Pietro di Roma il libro dei Vangeli, legato con tavole d'oro tempestate di gemme bianche di mirabil grandezza. Contendevano intanto per l'imperio saracenico Alì e Muavia. I due loro nemici eserciti, come s'ha da Teofane[3313], furono a fronte presso l'Eufrate. Muavia generale veterano ebbe l'accortezza di occupar le rive di quel fiume; rimasto superiore in un conflitto, lasciò che per la sete si disfacesse il resto dall'armata nemica. Elmacino scrive[3314] che seguirono fra questi due rivali assaissime altre zuffe; che si trattò d'aggiustamento, e furono scelti gli arbitri; ma che in fine la spada fu quella che decise.

NOTE:

[3312] Anastas., in Vitalian.

[3313] Theoph., in Chronogr.

[3314] Elmac., lib. 1, cap 4.

Anno di CRISTO DCLVIII. Indizione I.

VITALIANO papa 2. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 18. ARIBERTO re 6.

Le dissensioni che bollivano fra i principi de' Saraceni, diedero campo in quest'anno all'imperadore Costante, per quanto vien raccontato da Teofane[3315], di passar coll'esercito suo ne' paesi posseduti degli Sclavi o vogliam dire Schiavoni, che negli anni addietro aveano danneggiato cotanto le provincie del romano imperio. Se si ha da prestar fede a quello storico, che solo ci dà lume per gli avvenimenti della Grecia in questi tempi, a lui riuscì di soggiogare il loro paese, e di condur via una gran copia di prigioni. Ma si stenterà a credere che egli sottomettesse al suo dominio quei Barbari, dacchè noi li troveremo più vigorosi che mai, andando innanzi. Forse tolse loro qualche parte delle loro contrade, ma non già tutto il regno loro. Lasciò scritto il medesimo storico che in quest'anno esso imperador Costante, ad istigazione de' monoteliti, fece tagliar la lingua a san Massimo abate, cioè a quell'infaticabile e glorioso campione, che in questi tempi fu il flagello dei monoteliti, e valentissimo difensore della vera dottrina della Chiesa. Ma il Pagi pretende che ciò succedesse molto più tardi. Elmacino poi[3316] ci fa sapere che fu disputato forte in quest'anno tra i due pretendenti Saraceni il possesso dell'Egitto, e che in fine riuscì a Muavia di abbattere in quelle parti gli uffiziali di Alì, e di diventarne padrone: il che si dee intendere fatto anche della Palestina. Nè si legge che l'imperador Costante fin qui profittasse punto del tempo propizio che gli offeriva la fortuna di poter ricuperare alcuno dei tanti paesi occupati al greco imperio dalla nazione arabica. Solamente nell'anno seguente l'addormentato principe si dovette svegliare.

NOTE:

[3315] Theoph., ibidem.

[3316] Elmacinus, lib. 1, cap. 4, pag. 38.

Anno di CRISTO DCLIX. Indizione II.

VITALIANO papa 3. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperatore 19. ARIBERTO re 7.

Ebbe timore in questi tempi Muavia, cioè uno de principi contendenti dell'imperio saracenico, e padron della Soria e dell'Egitto, che l'imperador Costante potesse assalirlo alle spalle, quando egli si trovava cotanto impegnato nella guerra col suo oppositore Alì; e però s'indusse a chieder pace da esso Augusto, con obbligarsi di pagargli ogni giorno dell'anno mille nummi, un cavallo ed un servo. Ma, se è vero ciò che scrive Cedreno[3317], questa pace non fu accettata da Costante. Abbiamo poi dagli atti del concilio sesto ecumenico[3318] che in quest'anno dal medesimo imperador Costante furono dichiarati Cesari i due suoi figliuoli Eraclio e Tiberio. Il cardinal Baronio[3319], che sotto quest'anno, cioè fuor di sito, rapporta la morte di Rodoaldo re de' Longobardi, con dire succeduto a lui nel trono il re Ariberto, fa sapere ai lettori, che i re longobardi essendo tuttavia ariani, davano molto da fare ai vescovi cattolici che difendeano la religione cattolica. Fra questi, dice egli, specialmente si distinsero Giovanni per soprannome chiamato il buono, arcivescovo di Milano, e Giovanni vescovo di Bergamo, che andavano concordi in sostener la fede cattolica. L'un d'essi, cioè il secondo, in sì fatto combattimento si guadagnò la gloria del martirio, come si ha dalle memorie di quella Chiesa, non restando però gli atti del suo martirio. L'altro, ancorchè non conseguisse la corona de' martiri, pur meritò d'essere scritto nel catalogo de' santi. Della santità di questi due vescovi siam d'accordo col cardinale annalista: il resto è tutto immaginazione. In questi tempi il re de' Longobardi Ariberto, al pari della buona regina Teodelinda sua zia paterna, professava la religion cattolica, nè si sa per documento alcuno autentico che dai re longobardi fosse fatta la menoma persecuzione ai vescovi o fedeli della Chiesa cattolica. San Giovanni buono tranquillamente governò il suo gregge ambrosiano, nè resta memoria che alcuno o l'inquietasse o gli torcesse un capello. Di Giovanni vescovo di Bergamo, siccome vedremo, come di un prelato santo, parla Paolo Diacono, ma niun altro riscontro degno di attenzione si ha per crederlo morto martire. Il Muzio, che ce ne diede la storia, fabbricolla col suo cervello, inventore di altre imposture. E chiunque legge la farragine delle storie di Bergamo di fra Celestino cappuccino[3320], truova non rade volte un miscuglio di favole e di cose solamente immaginate, ma non provate. Quel che è più, non s'accorse egli, nè s'accorsero altri scrittori di quella città, che il fondamento del martirio di quel santo vescovo fu preso dalla seguente iscrizione, che dicono trovata nell'antica cattedrale:

HIC REQVIESCIT IN PACE B. M. JOANNES EPS. QUI VIXIT ANN. M. I. XXII. DP. SV. K. D. IND. IIII. IMPER. IVSTINIANO.

Benchè v'abbia degli spropositi, e specialmente in quegli anni e mesi, pure si può credere che leggendo sub kalendis decembris (l'Ughelli[3321] legge XII kal. decembr.) si possa riferir la morte di san Giovanni vescovo bergamasco all'anno di Cristo 690, nel cui dicembre correva l'indizione quarta, e regnava Giustiniano II; e si sa da Paolo Diacono che appunto in que' tempi visse il vescovo suddetto. Fra Celestino di suo capriccio andò a sognare un altro san Giovanni vescovo a' tempi di Giustiniano I Augusto, per moltiplicare i santi alla sua Chiesa. E inoltre ricavò dalle due lettere B. M. ch'egli era stato beatus martyr. Ma, siccome osservò anche a' suoi tempi l'Ughelli, altro quelle parole non vogliono dire, se non bonae memoriae; e però santo sì, ma non martire è da dire quel glorioso vescovo, di cui tornerà occasion di parlare più abbasso, nè luogo resta ad imputare a questi re longobardi persecuzione alcuna della Chiesa cattolica.

NOTE:

[3317] Cedren, in Annalib.

[3318] Acta Synodi VI, Act. 15.

[3319] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 659.

[3320] Celest. in Istor. di Bergam., part. II, lib. 14.

[3321] Ughellius, tom. 4 Italia Sacr. in Episcop. Bergam.

Anno di CRISTO DCLX. Indizione III.

VITALIANO papa 4. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 20. ARIBERTO re 8.

Fin quando vivea Paolo patriarca di Costantinopoli, l'imperador Costante fece per forza ordinar diacono Teodosio suo fratello. In quest'anno poi (la cagione o pretesto non si sa), per attestato di Teofane[3322], di Cedreno[3323] e di Zonara[3324], esso imperadore barbaramente gli fece levar la vita. Scrive Cedreno che Costante più volte avea preso alla sacra mensa il calice del Sangue del Signore dalle mani d'esso suo fratello diacono. Dopo averlo fatto ammazzare, dormendo gli parea spesso di vedere il medesimo che gli porgeva un calice pieno di sangue, con dirgli: Bevi, fratello. Questa orrida immaginazione impresse tal terrore in capo all'imperadore, aggiuntovi ancora l'odio del popolo per l'empia tirannia usata verso il santo pontefice Martino, per la protezion dell'eresia dei monoteliti e per la morte iniquamente data al suddetto suo fratello, che s'indusse poi alla risoluzione che riferiremo di sotto all'anno 663. Abbiamo da Teofane e da Elmacino che sotto il presente anno, dopo essere seguita una specie di pace fra Alì califa de' Saraceni e Muavia suo competitore, esso Alì fu proditoriamente ucciso dai suoi. Fedeli specialmente a costui erano i Saraceni della Persia, e di qui ebbe origine lo scisma e l'odio che tuttavia dura dei Persiani seguaci della setta d'esso Alì contro gli altri Maomettani seguaci della setta di Omaro e di Muavia, quali oggidì sono i Turchi ed altri popoli delle Indie, professando ben tutte quelle nazioni la superstizione maomettana, ma trattando l'una l'altra col nome di eretici, secondo la diversità delle sette. Fu successore di Alì Aseno suo figliuolo, ma non durò che sei mesi il suo principato, perchè sopraffatto dalle forze di Muavia, rinunziò all'imperio: con che esso Muavia rimase interamente signore della vasta monarchia de' Saraceni con danno della cristianità, siccome vedremo. Diè perfezione in questi tempi Ariberto re cattolico dei Longobardi alla chiesa di san Salvatore[3325], da lui fabbricata fuori della porta occidentale di Pavia, appellata Marenga; l'arricchì di preziosi ornamenti, e nobilmente ancora la dotò. Quivi poi la santa imperadrice Adelaide nel secolo decimo edificò un insigne monistero di Benedettini. Credette il padre Mabillone[3326] diversa questa chiesa, fattura del re Ariberto, dall'altra, dove ora è il monistero suddetto. Ma certo è, per consenso anche degli storici pavesi, essere la stessa, ed io il mostrerò quivi seppellito. Quivi ancora si tiene che esistesse un palazzo dei re longobardi.

NOTE:

[3322] Theoph., in Chronogr.

[3323] Cedren., in Annal.

[3324] Zonar., in Histor.

[3325] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 50.

[3326] Mabill. Annal. Benedict. lib. 18, n. 26.

Anno di CRISTO DCLXI. Indizione IV.

VITALIANO papa 5. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 21. BERTARIDO e GODEBERTO re 1.

A quest'anno riferisce Teofane il principio dello scisma spettante alla superstizione maomettana, di cui abbiam parlato di sopra. Egli scrive che saltò fuori l'eresia degli Arabi, chiamata dei Carurgiti. Che Muavia si oppose e domò chiunque la professava, con aver maltrattato quei che abitavano nella Persia, e al contrario colmati d'onori e beneficii quei che abitavano nella Soria, come attaccati alla sua setta, cioè a quella di Omaro, contraria a quella d'Alì. Consistevano le dissensioni di costoro nelle diversità delle interpretazioni date all'Alcorano. Se crediamo agli scrittori ferraresi, circa questi tempi fu creato il primo vescovo di Ferrara Martino, da papa Vitaliano, essendo stata trasportata colà la sedia episcopale, che in addietro era nella terra di Vicohabentia, ossia Vicovenza. Il Sigonio[3327] accenna e l'Ughelli[3328] rapporta la bolla dell'istituzione d'esso vescovato, data da esso papa, coll'approvazione dell'imperador Costantino, da cui si raccoglie che già Ferrara portava il nome di città, e il suo territorio vien detto ducato di Ferrara. Leggonsi parimente ivi i privilegii conceduti non meno dal papa che dallo stesso imperadore sì alla Chiesa che al popolo di Ferrara. Ma non potè astenersi lo stesso Ughelli dal mettere in dubbio la legittimità di quel documento, privo delle sue note cronologiche; e doveva egli piuttosto dire esser quello una delle più ridicolose imposture de' secoli barbari, a dimostrare le di cui falsità sarebbe malamente impiegato il tempo e la parola. Per altro non è improbabile che in questi tempi Ferrara cominciasse a formare i primi lineamenti del suo corpo, perchè a poco a poco si andavano seccando e ristringendo le sterminate paludi che occupavano tutto quel che ora è territorio di Ferrara, cagionate dal Po e da altri fiumi allora sregolati e senz'argini. Ma, siccome vedremo verso il fine di questo secolo, in ragionando dell'esarcato di Ravenna, neppur allora Ferrara doveva fare figura alcuna. E nel concilio romano dell'anno 679 forse intervenne il vescovo di Vicovenza, ma non già di Ferrara. Correndo l'anno nono del regno di Ariberto re de' Longobardi, bavarese di nazione, venne la morte a levargli lo scettro di mano. Fu posto il suo cadavere nella chiesa di san Salvatore, da lui fabbricata fuori della porta occidentale di Pavia, siccome apparirà dall'iscrizione che porterò più abbasso[3329]. Lasciò dopo di sè due giovani figliuoli, Bertarido ossia Pertarito, e Godeberto ossia Gundeberto, che volle egualmente eredi e successori nel regno, con averlo diviso in due parti e assegnata a ciascuno la sua. Fece Godeberto la sua residenza in Pavia, Bertarido in Milano. Nè s'avvide il buon re ch'egli lasciava ai figliuoli un gran seminario di liti e d'odii. A Bertarido primogenito dovette dispiacere di mirar uguagliato a sè il fratello minore, nè mancavano persone maligne che accendevano il fuoco. Controversie ancora dovettero insorgere per i confini. Però la pazza discordia entrò tosto a sconvolgere gli animi dei due re fratelli, con istudiarsi cadaun d'essi d'occupare la parte dell'altro. Dove andasse a terminar questa funesta divisione, lo vedremo nell'anno venturo. Secondo i conti del Sigonio, sino a quest'anno condusse i giorni di sua vita Grasolfo duca del Friuli. Onde egli abbia presi i fondamenti di tal cronologia, nol so dire, perchè presso gli antichi non ne veggo vestigio. A me inoltre par difficile ch'esso Grasolfo, quando fosse vero che egli succedesse nell'anno 611, come pare che accenni Paolo Diacono, in quel ducato, prolungasse il suo vivere sino al presente anno 661. E tanto meno sarebbe ciò da credere, se questo Grasolfo fosse stato quel medesimo, di cui parlò Romano esarco in una lettera dai noi citata di sopra all'anno 590 come parve che stimasse il padre de Rubeis[3330]: al che io non so acconsentire, perchè in esso anno 590, quel Grasolfo avea già un figliuolo appellato Gisolfo, e questi era duca del Friuli. Quel che è certo, siccome abbiamo da Paolo, il duca Grasolfo ebbe per successore in quel ducato Agone, e verisimilmente molti anni prima del presente.

NOTE:

[3327] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.

[3328] Ughell. Ital. Sacr. tom. 2, in Episcop. Ferrar.

[3329] Paulus Diacon., lib. 4, cap. 53.

[3330] De Rubeis Monument. Eccl. Aquilejens. c. 34.

Anno di CRISTO DCLXII. Indizione V.

VITALIANO papa 6. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 22. GRIMOALDO re 1.

Era malcontento l'imperadore Costante del suo soggiorno in Costantinopoli, dove conosceva d'essere incorso per le indegne sue azioni nell'odio di tutti. Forse anche egli temeva che non fosse sicura la sua vita in quella dominante. Perciò prese la determinazione di ritirarsi altrove. Abbiamo da Teofane[3331] ch'egli in questo medesimo anno uscì di quella città, seco portando il meglio de' suoi arredi; e voce correva che egli venisse in Italia per passare il resto de' suoi giorni in Roma. Dacchè se ne fu partito, mandò gente a prender la moglie e i suoi tre figliuoli Costantino, Eraclio e Tiberio, con pensiero di condurli seco. Ma il senato di Costantinopoli e il popolo vi si oppose. Loro non dispiaceva già la lontananza d'un imperadore, in cui tanto possesso aveano preso i vizii, ma non potea già lor piacere il veder affatto priva di corte la regale loro città, con pericolo che in altro lontano paese si venisse a stabilir per sempre la residenza degli Augusti. Però non permisero che que' principi tenessero dietro al padre. In quest'anno fu chiamato da Dio a miglior vita il santo abate Massimo, di cui più volte s'è parlato di sopra, glorioso difensore della Chiesa cattolica non men colla voce che con gli scritti, e conseguì il titolo di martire per la fiera persecuzione a lui fatta dall'imperador Costante, per cui ordine dianzi gli era stata tagliata la lingua. Andarono poi tanto innanzi i dissapori e le nimicizie svegliate fra i due re novelli Bertarido e Godeberto, che si venne alle armi, ansanti amendue di detronizzare l'un l'altro. Può essere che Godeberto si sentisse men forte e in necessità di soccorso, ed in fatti sel procurò. Chiamato a sè Garibaldo duca di Torino, lo spedì a Grimoaldo duca di Benevento, principe di gran valore, per pregarlo di venire in aiuto suo contra del fratello Bertarido, con promettergli in moglie una sua sorella. Andò Garibaldo, ma l'infedeltà e l'ambizione si accordarono insieme per produrre un effetto tutto opposto all'espettazione di Godeberto: cioè l'iniquo ambasciatore in vece di eseguir fedelmente la commissione del suo signore, persuase a Grimoaldo di farsi egli re, giacchè il regno pativa ed era per patir troppo sotto due re giovanetti, inesperti e sì accaniti l'un contra dell'altro: laddove egli maturo di età e di senno, e principe bellicoso, era atto a ben governarlo e rimetterlo in buon sistema. Piacque il canto di questa sirena all'ambizioso Grimoaldo, e senza perdere tempo, lasciando Romoaldo suo figliuolo al governo di quel ducato, e messa insieme una forte armata, s'incamminò alla volta di Pavia. Grimoaldo è spropositatamente chiamato da Sigeberto[3332], storico tanto apprezzato dal Pagi, dux Taurinacium. La sua venuta a Pavia è da lui e dal Sigonio[3333] riferita all'anno 661; il che non può stare, discordando ciò dalle note cronologiche delle leggi d'esso Grimoaldo, delle quali parleremo all'anno 668. Crede esso Pagi che la mossa del medesimo Grimoaldo succedesse nell'anno precedente 660. Forse è più probabile nel presente, quando sussista la morte di Ariberto nell'anno precedente, e che dopo la di lui morte passasse un anno e tre mesi[3334] prima che Grimoaldo usurpasse il trono de' Longobardi.

Ora Grimoaldo mandò innanzi Trasimondo conte di Capua, dandogli ordine espresso di procurargli, in passando per le città del ducato di Spoleti e della Toscana, quanti amici e partigiani egli poteva, per effettuare il conceputo disegno. Non mancò di farlo Trasimondo, e messo anch'egli insieme un buon corpo di gente, tutto disposto a' suoi voleri, si presentò con questo rinforzo a Grimoaldo, allorchè dalla Toscana calò nella Via Emilia, probabilmente verso Modena o Reggio. Inoltratasi quest'armata a Piacenza, allora Grimoaldo mandò innanzi il traditor Garibaldo, per avvisare il re Godeberto, che a momenti anch'egli arriverebbe in Pavia per aiutarlo. Fu consigliato il re di dar alloggio nel suo proprio palazzo al ben venuto duca di Benevento; poscia prima che si abboccassero insieme, l'infedel Garibaldo susurrò nell'orecchio al re dei sospetti contra di Grimoaldo, e poi gli disse che non era se non bene ch'egli sotto panni portasse l'armatura per tutti i bisogni che potessero occorrere. Altrettanto fece con Grimoaldo, facendogli credere che il re voleva ammazzarlo: cosa nondimeno difficile a credere, perchè Grimoaldo già aveva ordita la trama, nè v'era bisogno di fingere questi sospetti per conto suo. Il fatto sta, che abboccatisi i due principi, Grimoaldo in abbracciare il re, sentendo ch'egli portava l'armatura indosso, e prevalendosi di questo pretesto, sguainò la spada e l'uccise. Dopo di che occupò la sua reggia. Restò dello svenato re Godeberto un figliuolo per nome Ragimberto, o Ragumberto, fanciullo di poca età, che i servidori fedeli a suo padre misero in salvo, e segretamente allevarono. Grimoaldo non ne fece caso dipoi, nè il perseguitò a cagione della sua tenera età. Bertarido re di Milano all'avviso di quanto era accaduto al fratello, preso da giusta paura, oppure da viltà d'animo, con tanta fretta si diede alla fuga, che lasciò indietro la regina Rodelinda sua consorte, e un picciolo figliuolo per nome Cuniberto, che caddero nelle mani di Grimoaldo, e furono mandati in esilio a Benevento. Dappoichè Grimoaldo fu divenuto padron di Milano, non ebbe difficoltà a farsi proclamare re de' Longobardi nella dieta di Pavia; e per maggiormente assodarsi nel regno, volle anche aver per moglie la sorella dell'ucciso Godeberto, a lui promessa ne' patti sì infedelmente da lui eseguiti. Quindi rimandò al suo paese le milizie beneventane, colla forza delle quali avea conseguito il regno, nè verso d'esse fu scarso di regali. Parte nondimeno seco ne ritenne per sua guardia e sicurezza, e a questi donò una gran copia di poderi per loro ricompensa. Intanto il fuggito re Bertarido si ricoverò presso Cacano re degli Avari, ossia degli Unni, signore della Pannonia.

NOTE:

[3331] Theoph., in Chronogr.

[3332] Sigebertus, in Chron.

[3333] Sigon., de Regno Italiae.

[3334] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.

FINE DEL SECONDO VOLUME.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (indirizzato/indrizzato, incoraggiato/incoraggito e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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