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Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)

Part 4 of 5 · Muratori, Lodovico Antonio · Public domain text

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Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)

Erano già venute in potere d'esso Totila, per attestato del Continuatore di Marcellino conte, Cesena, Urbino, Montefeltro e Pietra Pertusa. Essendo egli dipoi passato in Toscana, niuna di quelle città se gli volle rendere; però continuato il viaggio, senza toccar Roma, arrivò nella Campania e nel Sannio, e quivi impadronitosi di Benevento, città riguardevole, vi fece spianar le mura, per levar ai Greci il ricovero in quelle parti. Tentò colle buone e con grandi promesse i Napolitani, se gli voleano rendere la città; ma essendovi dentro Conone capitano dell'imperadore con mille Isauri alla difesa, i cittadini aveano legate le mani. Il perchè Totila in persona colla maggior parte dell'oste sua vi pose lo assedio, e fece scorrere l'altre sue schiere per la Puglia, Calabria ed altre provincie ora componenti il regno di Napoli, che tutte vennero alla sua ubbidienza[2696]. In questi suoi progressi arrivato a Monte Casino, volle visitar san Benedetto, celebre allora abate del monistero, il quale molte cose gli predisse avvenire, e l'esortò alla clemenza. Prese di poi Totila il castello di Cuma, dove trovò una gran somma di danaro, e le mogli d'alcuni senatori romani; ma queste onorevolmente furono rimandate ai loro mariti; azione che acquistò a Totila il credito di principe savio e benigno. Così slargato il suo dominio, cominciò Totila a ricavar tributi da que' paesi e a rinforzare il suo erario ed esercito, e, per lo contrario, a calare la voglia di combattere nell'armata di Giustiniano, perchè non correvano le paghe, ed ognuno de' capitani pensava solo a sè stesso, guardando la città dove era di governo. Costanziano stava in Ravenna, Giustino in Firenze, Cipriano in Perugia, Bessa avea la guardia di Spoleti, e così altri d'altre città: il che cagionava un lamento universale de' popoli, mentre si vedevano spopolare e tornare di nuovo ne' pericoli e danni della guerra. Giunte a Costantinopoli queste cattive nuove d'Italia, se ne afflisse non poco Giustiniano Augusto; ma, senza perdersi d'animo, tosto prese a provvedere al bisogno, quantunque gli stessero forte a cuore i Persiani, che seguitavano tuttavia la guerra con furore e buona fortuna contro di lui. Creò prefetto del pretorio d'Italia Massimino, e seco mandò una flotta piena di Traci, e d'Armeni. Costui, siccome persona poca pratica del mestier della guerra, pigro inoltre e timoroso, arrivato che fu nell'Epiro, quivi fermatosi, vi consumò il tempo. Dietro a lui poscia Giustiniano inviò Demetrio con titolo di generale, e un battaglione di fanti. Costui sollecitamente arrivò in Sicilia, ed inteso l'assedio di Napoli e la penuria dei viveri, fatta tosto raunare una quantità grande di navi, e caricatele di vettovaglie, s'incamminò alla volta di Napoli. Ma perchè non aveva scorta tale di soldatesche da poter difendere i legni, caso che fosse assalito, giudicò meglio di tirar innanzi fino ai porti di Roma con isperanza di quivi trovarne, e d'imbarcarne quanto occorresse al bisogno. S'ingannò: niuno volle accompagnarsi con lui. Perciò determinò in fine di tentar la fortuna con quei pochi soldati che seco avea condotto, e si presentò davanti a Napoli. Ma informato Totila che non troverebbe resistenza in quei legni, spinse loro addosso alcuni dromoni carichi di soldati, che presero a man salva quelle navi con tutti i viveri; e a riserva di Demetrio e di pochi altri, che, saltati nei battelli, si salvarono, il resto fu o trucidato o preso. Pervenne finalmente in Sicilia Massimino prefetto del pretorio, da dove, stimolato, dalle istanze di Conone e de' Napoletani, verso il fine dell'anno spedì in loro soccorso la flotta seco venuta con tutte le truppe. Ma non sì tosto arrivarono le navi in Napoli, che furono sorprese da una fiera burrasca, e la forza del vento le spinse al lido in que' siti appunto, dove erano accampati i Goti. Non istettero questi colle mani alla cintola; saltarono nelle navi, uccisero chiunque volle mettersi alla difesa, presero vivi gli altri, e fra essi il suddetto generale Demetrio, che era ritornato su questa flotta. Pochi altri ebbero la fortuna di salvarsi. E tale fu il successo degli sforzi fatti in quest'anno da Giustiniano per sostenere gl'interessi d'Italia. Poco meno infelici furono gli altri avvenimenti della guerra coi Persiani. La sola accortezza di Belisario impedì che non facessero maggiori progressi; e, ciò non ostante, fu egli incolpato di avere trascurati alcuni vantaggi che si poteano riportare in quelle parti dall'armi dell'imperadore; e però, caduto dalla grazia di lui, fu richiamato a Costantinopoli, dove, essendo privato della carica di generale, per qualche tempo menò una vita ritirata, con temer sempre insidie e il fine de' suoi giorni. In questo anno ancora, per quanto s'ha da santo Isidoro[2697] e dalla Cronichetta[2698] inserita in quella di Vittor Tunonense, Childeberto e Clotario re dei Franchi con un potentissimo esercito entrati per Pamplona in Ispagna, saccheggiarono la provincia Tarraconese, assediarono Saragozza, e si credevano di conquistar quei paesi. Ma i Visigoti, de' quali era in quei tempi re Teode, e generale Teodisclo, occupati i passi, vennero ad un fatto d'armi colla totale sconfitta de' Franchi. Incredibile fu, se crediamo ai suddetti storici, la strage fatta de' medesimi. E i rimasti in vita bisognò che a forza d'oro comperassero la licenza di potersene ritornar nelle Gallie. Gregorio Turonense[2699] e Sigeberto[2700] parlano di questa guerra, ma non già della rotta data ai Franchi. Anzi dicono che essi ritornarono carichi di preda e con trionfo. Come accordar insieme questi scrittori, ciascun de' quali vuol mantener l'onore della sua nazione?

NOTE:

[2693] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 3.

[2694] Jordan., de Regnor. Success.

[2695] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

[2696] Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 2, cap. 14.

[2697] Isidor., in Chron. Gothor.

[2698] Victor Turon., in Chron., edit. Canisii.

[2699] Gregor. Turonensis, lib. 3.

[2700] Sigebertus, in Chronico.

Anno di CRISTO DXLIII. Indizione VI.

VIGILIO papa 6. GIUSTINIANO imperadore 17. TOTILA re 3.

L'anno II dopo il consolato di Basilio.

Sostennero i Napoletani con gran vigore e pazienza l'assedio della loro città, finchè poterono. Ma venendo ogni dì più a mancare i viveri e a crescere i patimenti, prestarono orecchio a Totila[2701], che offeriva un buon trattamento, e la libertà a Conone uffiziale di potersene andare col presidio cesareo. Però fu capitolata la resa della città, se in termine di trenta giorni non veniva soccorso. Anzi tre mesi di tempo (aggiugne Totila) vi concedo per aspettare questo sospirato soccorso, essendo io ben certo che non verrà giammai. Ma prima ancora del tempo accordato, perchè non v'era più da mangiare, si renderono i Napolitani. Fu mirabile verso di loro in tal congiuntura l'umanità e provvidenza di Totila. Per la fame patita pareano piuttosto un popolo di scheletri che d'uomini. Ora, affinchè con troppa ingordigia, e con pericolo poi di morire, non si cibassero dei viveri ch'egli abbondantemente avea introdotto, fece serrar le porte della città, senza lasciar uscire alcuno, ed a tutti fece dispensare con gran parsimonia sulle prime il cibo, e poscia a poco a poco andò slargando la mano, finchè, veggendoli rimessi in forze, ordinò che s'aprissero le porte, e lasciò che ognuno andasse a suo talento ovunque gli piacesse. E perciocchè il mare per molti dì fu grosso, talmentechè non permise a Conone di partire, secondo i patti, colla sua guarnigione (ritardo che l'affliggeva non poco, per timore che Totila pentito nol ritenesse prigione), Totila stesso il rincorò e il provvide di carrette e giumenti, e di quanto occorreva per fare il viaggio per terra sino a Roma, insieme con una buona scorta per sua sicurezza. In questi medesimi tempi fece ricorso a Totila un Calabrese, con lamentarsi d'una delle sue guardie che aveva usata violenza ad una sua figliuola zitella. Ordinò Totila che il delinquente, il quale non negava il fatto, fosse carcerato; e perchè i principali de' Goti, conoscendo che costui era persona di gran bravura, non avrebbono voluto la sua morte, ricorsero a Totila per ottenergli il perdono. Allora Totila con saggio ragionamento fece loro intendere che il permettere simili delitti era un irritar l'ira di Dio contra di tutta la nazione; e però elegessero, se più loro premeva la conservazione dell'università, oppur quella di un solo uomo cattivo. Non sepper che rispondere; ed egli, fatto morire il reo, donò alla fanciulla offesa tutti i di lui beni. Questi atti di rara prudenza, umanità e giustizia del re Totila gli abbiamo dalla penna dello stesso Procopio autore greco. Aggiugne egli inoltre che in questi tempi i capitani e soldati dell'imperadore in Italia ad altro non attendevano che a divorar le sostanze dei sudditi, a sfogare la lor lussuria e a commettere ogni sorta d'insolenze; di maniera che i più degl'Italiani, malcontenti del governo d'essi Greci, si auguravano l'antecedente meglio regolato dei Goti. Fece dipoi Totila spianar tutte le mura di Napoli, perchè se mai venissero con grande sforzo i Greci, e tornassero a ricuperar quella città, per mancanza di fortificazioni non vi potessero fermare i piedi. Il suo disegno era, occorrendo, di provar la sua fortuna con qualche battaglia a campo aperto, e non di consumare il tempo in assedii, sottoposti a troppe lunghezze ed inganni.

Egli è nondimeno da osservare che il Continuatore di Marcellino conte[2702] riferisce nell'anno susseguente 544 la desolazione di Napoli. Forse vuol dire che nel presente se ne impadronì, e solamente nell'anno appresso spogliò quella città delle sue mura. Tuttavia convien confessare che nella cronologia di questi tempi si trova un non lieve imbroglio, perchè non abbiamo se non Procopio che diffusamente tratta degli affari d'Italia, e il Continuatore suddetto, che ne va accennando alcune picciole cose. Ora Procopio distingue i tempi correnti con parole, quanto a noi, alquanto tenebrose; perchè, mancando la notizia de' consoli, che serviva in addietro a contrassegnare e distinguere gli anni, egli si vale della formola dell'anno primo, anno secondo, e così discorrendo, della guerra gotica. Il cardinal Baronio[2703], che prese il primo anno di questa guerra dall'entrata di Belisario in Italia, rapporta di mano in mano le azioni occorrenti, con adattarsi a questo principio. Il Sigonio, all'incontro, e il padre Pagi, che legano il primo anno di tal guerra coll'occupazione fatta da Belisario della Sicilia, anticipano un anno la serie dell'imprese. Quel ch'è più, pretende il padre Pagi che sia guasto nei testi di Procopio l'ordine di questi anni, e il cardinal Noris[2704] immagina anche egli dell'imbroglio ne' racconti di Procopio, perchè con esso lui non s'accorda il Continuatore suddetto di Marcellino. Però in mezzo a questo buio convien camminare il meglio che si può. Al presente anno riferiscono il Continuatore suddetto e Vittor Tunonense[2705] una terribil peste che devastò l'Italia tutta. Questa, secondochè esso Continuatore osserva, era prima insorta nell'Oriente, dove, non meno che nell'Illirico, avea fatta un'incredibile strage. Procopio[2706] anch'egli ne parla, con dire che tal malore (secondo il solito) cominciò in Egitto, e poi si diffuse per tutto l'Oriente, ed essere mancato poco che non ne restasse disfatto tutto il genere umano. Evagrio[2707] racconta di più, che questo spaventoso flagello andò scorrendo per quasi tutto il mondo allora conosciuto, e durò anni cinquantadue: calamità, simile a cui non si legge nelle antiche istorie. Probabilmente il furore di questa peste frastornò nel presente anno i progressi dell'armi gotiche in Italia, e indebolì anche le loro armate. Abbiamo dal sopraddetto Continuatore che Totila fece diroccar le mura di altre città forti nella Campania, e ordinò alle sue genti di formare l'assedio di Tivoli. Ricavasi eziandio da una annotazione fatta al libro di Aratore, di cui parlerò fra poco, che nel presente anno Totila s'incamminò coll'esercito alla volta di Roma. Abbiamo parimente da Teofane[2708] che nell'anno 17 di Giustiniano capitò dalle parti d'Italia a Costantinopoli un cantambanco, per nome Andrea, conducendo seco un cane orbo e di pel giallo, che facea delle strane maraviglie. In mezzo alla piazza, con gran concorso di gente, si faceva il cerretano dare dagli spettatori varii anelli d'oro, d'argento, di ferro, senza che il cane vedesse, e li nascondea sotterra. Poscia, per ordine suo, il cane li trovava, e da sè restituiva a ciascheduno il suo. Essendo anche richiesto di qual imperadore fossero diverse monete, le distingueva. Inoltre interrogato, quali donne fossero gravide, quali uomini puttanieri, adulteri, avari, o liberali, con verità sapeva indicarli. Fu creduto che fosse un negromante.

NOTE:

[2701] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 7 et seq.

[2702] Continuator Marcellini, in Chron.

[2703] Baron., Annal. Eccl.

[2704] Noris, in Dissert. de V Synod.

[2705] Victor Turonensis, in Chron.

[2706] Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 22.

[2707] Evagr., in Hist.

[2708] Theoph., in Chron.

Anno di CRISTO DXLIV. Indizione VII.

VIGILIO papa 7. GIUSTINIANO imperadore 18. TOTILA re 4.

L'anno III dopo il consolato di Basilio.

Aveva il re Totila inviato un distaccamento delle sue schiere ad assediare Otranto, ed egli poi colla sua armata era passato sino alle vicinanze di Roma. Sapendo che i Romani erano poco soddisfatti dei Greci, scrisse loro più lettere; fece anche spargere ed attaccare in Roma varii biglietti, per tentar pure, se potea muover quel popolo a far qualche novità; ma il presidio imperiale, comandato da Giovanni generale dell'armi, tenne tutti in dovere, diede solamente occasione di cacciar fuori di Roma tutti i preti ariani. In tal maniera passavano le faccende, quando l'imperador Giustiniano, avvisato da più bande e da più di uno, e massimamente da Costanziano, che comandava in Ravenna, del pessimo stato de' suoi affari in Italia, ancorchè gli pesasse forte addosso l'arrabbiata guerra dei Persiani, pure determinò di mandare in Italia Belisario, già ritornato in sua grazia per opera di Teodora Augusta. Ma pochi combattenti seco condusse Belisario, se non che nel viaggio con danari ingaggiò quanti giovani scapestrati potè, e con essi arrivò a Salona in Dalmazia. Di là spedì Valentino con alcune navi cariche di vettovaglie, per soccorrere Otranto assediato, dove la guarnigione affamata avea già capitolato la resa, se non compariva soccorso fino a un determinato giorno. Fu a tempo Valentino, ed i Goti delusi giudicarono meglio di levar quell'assedio. Si studiò intanto Belisario, dopo essere passato a Pola, di metter in ordine la sua, per altro assai tenue, armata; e finalmente con buon vento si condusse a Ravenna. Ma non si dee tacere che il Continuatore di Marcellino conte[2709] riferisce solamente all'anno seguente 545 la venuta in Italia di Belisario, come ancora credette il cardinal Baronio. Ebbe maniera Totila di risapere quali fossero le forze che il generale cesareo avea menato seco; e gli riuscì in questi tempi di impadronirsi dell'assediata città di Tivoli per tradimento di alcuni pazzi cittadini, che furono la rovina della lor patria: perchè entrati i Goti, crudelmente trucidarono tutti quegli abitanti, e fino il loro vescovo. Si mise poi l'esercito suo a cavallo del Tevere, con che cominciò ad impedire il passaggio dei viveri dalla Toscana a Roma. Dall'altra parte Belisario inviò Vitalio, uno dei suoi capitani, a Bologna, per cui cura quella città ritornò alla divozione di Cesare. Mandò parimente Torimuto, Recila e Sabiniano con mille soldati a soccorrere Osimo, assediato da Totila; e questi felicemente entrarono nella città. Ma conosciuto dipoi ch'erano d'aggravio al presidio, una notte se ne tornarono via, non già con quella fortuna con cui erano venuti, essendochè avvertitone Totila da una spia, mise in aguato due mila dei suoi, che coltili all'improvviso, ne uccisero dugento, sbandarono il resto, e rimasero padroni di tutto il loro bagaglio. Aveva, secondo il suo costume, Totila fatto abbattere le porte, ed anche una parte delle mura di Pesaro e di Fano, perchè non vi si annidassero i Greci. Belisario stando in Ravenna, fatta segretamente prendere la misura delle porte di Pesaro, e fabbricatene delle simili ben armate di ferro, diede ordine a Sabiniano e Torimuto di condurle seco sopra alcune barchette, e sbarcatele in terra, di applicarle al sito loro, e poscia di riparare il meglio che potessero le mura, e di fortificarsi in quella città colla guarnigione che con esso loro inviò. Fu diligentemente eseguita la di lui intenzione: il che inteso da Totila, v'accorse con un buon corpo di gente per isloggiarli, ma senza frutto, dimanierachè, dopo avervi consumato non poco tempo intorno, prese il partito di ritornarsene all'assedio da tanto tempo intrapreso di Osimo. Fece egli ancora nei medesimi giorni stringere con un forte blocco le città di Fermo e di Ascoli. Terminò in quest'anno a dì 26 di marzo la sua vita in terra l'insigne patriarca san Benedetto[2710], istitutore, ossia ristauratore in Occidente dell'ordine monastico, ordine celebratissimo, il quale non tardò a diffondersi non solo per tutta l'Italia, ma anche per tutta la Gallia e per altri paesi del rito latino, dimanierachè a poco a poco la sua regola fu accettata anche nei monisteri che dianzi erano stati fondati con altro istituto. Diede parimente in quest'anno compimento al suo poema eroico, dove son raccontati gli Atti degli Apostoli, Aratore, nobile romano, che da papa Vigilio fu promosso al grado di suddiacono della Chiesa romana. Fu letta pubblicamente e con grandi applausi questa sua fatica in varii giorni nella chiesa di san Pietro in Vincula.

NOTE:

[2709] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

[2710] Faust., in Vit. S. Mauri. Chronicon S. Medardi apud Dacherium.

Anno di CRISTO DXLV. Indizione VIII.

VIGILIO papa 8. GIUSTINIANO imperadore 19. TOTILA re 5.

L'anno IV dopo il consolato di Basilio.

Trovavasi Belisario in Ravenna con poche milizie, e queste ancora creditrici da gran tempo del soldo loro dovuto; ed essendo la maggior parte dell'Italia in potere di Totila, non restava maniera al generale cesareo, non dirò di rimettere in piedi gli affari, ma neppur di sostener quel che restava in dominio de' Greci[2711]. Perciò spedì a Costantinopoli Giovanni nipote di Vitaliano, con vive istanze, a Giustiniano Augusto, per ottenere un gagliardo rinforzo di gente e di danaro, e con pregarlo specialmente di mandargli le guardie ch'esso Belisario era solito a condur seco nelle guerre. Andò Giovanni; ma intento ai proprii affari, attese a concertare il suo matrimonio con Giustina, figliuola di Germano, nipote dell'imperador Giustiniano. In questo mentre a Totila si renderono le città di Fermo e di Ascoli; dopo di che egli si trasferì all'assedio di Spoleti e di Assisi. Erodiano, che comandava nella prima di queste città, portato dall'odio ch'egli professava a Belisario, promise di rendere la città col presidio, se nello spazio di trenta giorni non gli veniva soccorso; e questo non essendosi mai veduto comparire, fu eseguita la capitolazione. Siffrido, ch'era alla difesa d'Assisi, in varie sortite troppo animosamente fatte restò finalmente ucciso egli colla maggior parte dei suoi, e però i cittadini si renderono anch'essi ai Goti. Portatosi dipoi Totila all'assedio di Perugia, usò quante minaccie e promesse mai seppe, per indurre Cipriano governatore della città ad arrendersi; ma si parlò ad un sordo. Ebbe maniera di farlo assassinare da una delle di lui guardie, che si salvò poi nel campo de' Goti; ma, ciò non ostante, i soldati di quel presidio s'ostinarono alla difesa della città, e Totila fu costretto ad abbandonar l'impresa. Si rivolse egli dunque verso Roma, e formò il blocco alla medesima. E qui convien osservare la saggia condotta di questo re italianizzato. Per ordine suo rigoroso, dai soldati non era inferita molestia o danno alcuno agli agricoltori, i quali perciò in tutta l'Italia attendevano alle lor fatiche, senza essere inquietati perchè pagassero i tributi consueti al re, e le pensioni dovute ai lor padroni usciti di Roma. S'accostarono i Goti a Roma, e non potendolo sofferire Artasire e Barbazio, due capitani fra' Greci, ancorchè contro la volontà di Bessa, allora comandante in Roma, uscirono loro addosso con una buona brigata, e li misero in fuga; ma caduti in un'imboscata, vi lasciarono quasi tutti la vita, il che fu cagione che niun ardisse di uscir fuori della città da lì innanzi. Nulla potevano ricavare i Romani dalle lor campagne, nulla neppure poteva loro venire per mare, perchè dopo la presa di Napoli i Goti aveano messa insieme una piccola flotta di legni armati che aggraffava quante navi osavano di passare dalla Sicilia a Roma. Fu anche per sospetto mandato in esilio a Centocelle, oggidì Civitavecchia, Cetego patrizio, capo del senato romano.

Totila, che, mentre attendeva ad un affare, pensava a molt'altri, mandò in questi tempi un corpo di truppe per tentare di ridurre alla sua ubbidienza o colle buone o colle brusche Piacenza, città principale dell'Emilia, che sola restava in quelle parti in potere de' Greci. Fecero i Goti la chiamata, ma buttarono le parole al vento, e però si accinsero all'assedio. Non sapeva Belisario in Ravenna qual rimedio o partito prendere in tanta decadenza degli affari di Cesare in Italia, perchè privo dei due più importanti nervi della guerra, cioè di soldatesche e di danaro. Però per mare passò a Durazzo, e di là seguitò a tempestare Giustiniano Augusto, per far venire de' pronti soccorsi. Mandò egli in fatti un buon rinforzo di gente condotto da Giovanni nipote di Vitaliano, e da Isacco fratello di Narsete. Comandò ancora che Narsete andasse a trattar coi capi degli Eruli, per condurre al suo soldo una buona mano di quei Barbari. Molti in fatti ne arrolò Narsete, e li condusse a svernar nella Tracia con disegno di spignerli nella prossima ventura primavera in Italia. Riuscì a costoro, nell'andar a quartiere, di dare una rotta agli Sclavi, che, passato il Danubio, eran venuti a bottinare in quelle parti. Premendo poscia a Belisario di recar qualche soccorso ai Romani, spedì per mare Valentino e Foca con una brigata d'armati al castello di Porto, situato alla sboccatura del Tevere, dove era governatore Innocenzo, affinchè non solamente custodissero quel posto, ma eziandio di là infestassero i Goti che erano sotto Roma. Fecero costoro sapere a Bessa, comandante dell'armi in Roma, il dì che volevano assalire il campo nemico; ma Bessa non istimò bene di mettere a rischio i suoi. Persistendo nondimeno essi nella voglia di farsi onore, uscirono un giorno da Porto, e trovarono quel che non aspettavano; perchè Totila, informato da un disertore, prese così ben le sue misure, che fattili cadere in un aguato, quasi tutti gli ebbe morti o prigioni. Papa Vigilio in quest'anno, perchè chiamato in Oriente da Giustiniano Augusto, siccome vedremo, e fors'anche prima, scorgendo avvicinarsi l'assedio dei Goti, giudicò che per lui, creatura de' Greci, non fosse buona in que' tempi l'aria di Roma, era passato in Sicilia. Sapendo le strettezze, nelle quali si trovava ridotto il popolo romano per la scarsezza dei viveri, e dai medesimi cittadini ancora, come si può credere, sollecitato, fece caricar molte navi di grano, figurandosi che potrebbero arrivar fino a Roma. I Goti postati all'imboccatura del Tevere, al vedere avvicinarsi questa flotta, si tennero nascosi dietro alle muraglie delle case, aspettando a bocca aperta questo regalo della buona fortuna. Vennero le navi, e quantunque i Greci posti nel castello di Porto corressero ai merli, e, con isventolar le vesti, facessero loro segno di retrocedere, tuttavia credendo i marinari che quel fosse un segno d'allegrezza, continuarono il viaggio, e tutte a man salva furono prese dai Goti. V'eran dentro molti Romani, e fra essi un vescovo per nome Valentino. Condotto questi alla presenza di Totila, perchè, interrogato di varie cose, fu convinto di bugia, Totila gli fece tagliar le mani, e lasciollo andar con Dio. Anastasio bibliotecario[2712] nella vita di Vigilio spropositatamente confonde i tempi delle azioni di questo papa. Scrive inoltre che egli per ordine di Teodora Augusta fu preso, posto in nave e condotto in Sicilia; e che, nell'uscir di Roma, una parte del popolo gli dimandò la benedizione, un'altra gli gittò dietro sassi e bastoni, e gli sonò la mattinata con gridare: Teco venga la tua fame, teco la tua moria. Male hai fatto ai Romani, male abbi ovunque vai. Aggiungne, ch'egli fece un'ordinazione in Sicilia, e fra gli altri ordinò vescovo di santa Rufina, ossia di Selva Candida, il suddetto Valentino, con inviarlo dipoi a Roma per suo vicario, dove gl'incontrò la disgrazia poco fa narrata. Non si accordano ben queste cose colla gran cura che Vigilio, stando in Sicilia, si prese per soccorrere il popolo romano, nè la violenza e prigionia descritta da Anastasio, coll'esser dipoi stato accolto Vigilio con sommo onore in Costantinopoli: il che viene asserito da Teofane[2713] e confessato da Anastasio medesimo. Procopio, scrittore il più informato di questi tempi, scrive che Vigilio papa fu chiamato a Costantinopoli da Giustiniano, e non già preso per forza per ordine di Teodora Augusta. Da altri documenti nondimeno, che son citati dal cardinal Baronio e dal padre Pagi, si ha ch'egli mal volentieri andò a Costantinopoli, e v'andò solamente per non disgustar l'imperadore che gli faceva tanta premura.

NOTE:

[2711] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 12.

[2712] Anastas. Biblioth., in Vita Vigilii.

[2713] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DXLVI. Indizione IX.

VIGILIO papa 9. GIUSTINIANO imperadore 20. TOTILA re 6.

L'anno V dopo il consolato di Basilio.

Dopo avere i cittadini di Piacenza sostenuti i morsi più fieri della fame, con ridursi a cibarsi dei più sozzi alimenti, e fin di carne umana, nell'assedio posto alla loro città, finalmente si arrenderono ai Goti. Non men fiera si provava la fame in Roma, dimodochè que' cittadini pregarono Pelagio diacono di voler portarsi a trattare con Totila di una tregua d'alcuni giorni. Era lungamente stato questo Pelagio in Costantinopoli apocrisario, ossia nunzio di papa Vigilio, e tornato a Roma, avea portato seco delle grosse somme d'oro, e se ne servì egregiamente in mezzo alle calamità della sua patria per le insigni limosine da lui fatte ai poveri. L'accolse onorevolmente Totila, ma il prevenne con dirgli che non gli parlasse di tre punti, cioè di far grazia ai Siciliani, nè di perdonare alle mura di Roma, che erano cagione di non poter combattere alla larga coi nemici, nè di restituire gli schiavi romani che si erano arrolati nell'esercito suo. Da questo ragionamento scomposto Pelagio si sbrigò con poche parole, e se ne tornò a Roma, senza recar consolazione alcuna al suo popolo. Disperati i Romani ricorsero a Bessa e Conone, capitani dei Greci, scongiurandoli di rendersi; ma ne riportarono solamente delle vane parole di vicino soccorso; ed intanto crebbe all'eccesso la fame, che da Procopio descritta fa orrore. Finalmente chi potè con danari comperare dagli uffiziali cesarei la licenza di poter uscire di città, se n'andò. Ma non pochi morirono dietro alla strada, o nelle barche; e altri furono presi ed uccisi dai nemici. Ecco dove era ridotto il senato e popolo romano. Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo[2714], con giungere in fine al porto romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che, ito per terra, s'impadronì di Brindisi e poi della Calabria, de' Bruzii e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch'erano in quelle parti. Ma non attentandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi avea inviato trecento dei suoi più valorosi guerrieri: Belisario determinò di soccorrere come poteva il meglio i Romani oramai sfiniti per la fame. Fece caricar le vettovaglie sopra barche ben difese da parapetti di tavole ben munite di soldati, ed egli fu il primo a salire in una, e ad incamminarsi pel Tevere. Aveva Totila con lunghe travi a guisa di ponte serrato il passo in quel fiume colla giunta di due torri nell'una e nell'altra riva. Riuscì a Belisario d'incendiarne una colla morte di circa dugento Goti, e già si preparava per rompere il ponte, quando gli giunse avviso che Isacco, lasciato alla difesa del castello di Porto, dov'era anche Antonina moglie d'esso Belisario, contra gli ordini precisi a lui dati, aveva assalito il campo de' Goti vicini con isbaragliarlo; ma che perdutasi la sua gente a svaligiare le lor tende, era poi stata disfatta dai medesimi di bel nuovo attruppati, con rimanere egli stesso prigione. Restò da tal nuova troppo sconcertato Belisario, per paura di aver perduta la moglie, l'equipaggio e l'unico luogo della ritirata (il che vero non era); e però tornossene indietro, per l'afflizione cadde malato, e fu in pericolo di soccombere alla gravezza del male.

Quattro degl'Isauri[2715], che faceano la sentinella alle mura di Roma, più volte di notte s'erano calati giù con funi, per trattare con Totila dell'entrata nella città, e il tradimento fu conchiuso. Saliti quattro de' suoi più animosi Goti in tempo di notte, insieme con gl'Isauri suddetti ruppero la porta Asinaria, e diedero il comodo a tutta l'armata di occupar la città. Totila, che non volea far del male ai cittadini, per attestato di Anastasio[2716], trattenne i suoi soldati, e tutta la notte fece suonar le trombe, acciocchè il popolo potesse fuggire, o nascondersi nei sacri templi. Bessa con tutti quasi i suoi se ne fuggì, e seco andarono Decio e Basilio patrizii con alcuni altri che poterono aver cavalli. Massimo, Olibrio, Oreste ed altri si rifugiarono in san Pietro. Fatto giorno, i Goti fecero man bassa contro molti che incontravano nelle strade, e vennero morti ventisei soldati greci e sessanta della plebe. Tosto se ne andò Totila al Vaticano per venerare i corpi degli Apostoli, e quivi se gli affacciò Pelagio diacono, implorando misericordia pel popolo che restava, ridotto nondimeno a pochissimo numero, e l'ottenne. Si trovò nel palazzo di Bessa una gran quantità d'oro, ammassato dall'infame uffiziale col vendere ad esorbitante prezzo il grano agl'infelici Romani. Trovossi Rusticiana, già moglie di Boezio e figliuola di Simmaco, con varii senatori, che avendo impiegate le loro sostanze per alimentare i poveri in quelle estreme miserie, si erano ridotti a mendicar essi il pane, battendo alle porte dei benestanti. Avrebbono ben voluto i Greci levar di vita Rusticiana, perchè ad istanza di lei erano state gittate a terra in Roma le statue del re Teoderico; ma il saggio Totila nol comportò; anzi tanta attenzione adoperò, che a niuna delle donne fu fatta menoma violenza. Nel dì seguente raunati i Goti, ricordò loro Totila come di ducento mila combattenti ch'erano prima si fosse ridotta a sì poco la loro milizia, e come da sette sole migliaia di Greci erano essi stati vinti e spogliati del regno. Tutto ciò avvenuto per gastigo di Dio, a cagione delle iniquità dianzi commesse contro i sudditi dell'imperio romano dai Goti stessi. Però, se loro premeva di conservar l'acquistato, si studiassero di farsi amici di Dio, con esercitar la giustizia, e non nuocere indebitamente a veruno. Convocato dipoi il senato romano, rinfacciò loro l'ingratitudine, perchè, dopo aver ricevuti tanti benefizii da Teoderico e da Atalarico, che aveano lasciato loro tutti i magistrati e la libertà della religione, e rendutili sommamente ricchi, si erano poi rivoltati contra dei Goti e dati in preda ai Greci, da' quali niun bene aveano finora ricevuto, anzi aveano riscosso ogni male: laonde meritavano d'esser ridotti nella condizione di schiavi. Ma alzatosi Pelagio, con buone parole il placò, e ne riportò promesse di tutta clemenza. In fatti Anastasio bibliotecario[2717] e l'autore della Miscella[2718] scrivono che entrato Totila in Roma, abitò coi Romani, come un padre coi figliuoli. Mandò egli dipoi lo stesso Pelagio e Teodoro avvocato romano a Costantinopoli per trattar di pace. Altra risposta non ebbe da Giustiniano, se non che Belisario suo generale dimorava in Italia, e che era in suo potere l'accomodar le cose. Intanto i Goti ebbero una percossa dai Greci nella Lucania; e questa fu cagione che Totila determinò di levarsi da Roma; ma perchè non si fidava dei Romani, nè voleva che i Greci vi si tornassero ad annidare, fece abbattere in più luoghi le mura della città. Corse anche voce, ch'egli volesse diroccar le più belle fabbriche di Roma; ma pervenuto ciò a notizia di Belisario, che tuttavia si fermava in Porto, gli scrisse una lettera ben sensata per dissuaderlo; laonde gli passò la barbara voglia, se pure mai l'ebbe. Lasciata Roma vota, col menar seco i senatori, e mandare il popolo nella Campania, si portò nella Lucania e Calabria, e fece tornar quei popoli, a riserva d'Otranto, alla sua divozione. Da lì a poco s'impadronirono i Greci di Taranto e di Spoleti. Fu questo l'anno in cui papa Vigilio, dopo essersi fermato lungo tempo in Sicilia, non potendo più resistere alle istanze di Giustiniano Augusto, s'incamminò alla volta di Costantinopoli, dove bolliva forte fra i cattolici la controversia dei tre capitoli, cioè di condannare o non condannare Teodoro mopsuesteno, una lettera d'Iba edesseno e gli scritti di Teodoreto, tutte persone gran tempo fa defunte. Perchè questa condanna pareva pregiudiziale al concilio calcedonese, però i più de' cattolici, e fra gli altri lo stesso Vigilio papa, l'abborrivano forte. Ma era non poco impegnato e riscaldato per essa Giustiniano Augusto, principe che, non contento dell'uffizio suo d'imperadore, voleva anche farla da dottore, da vescovo e da papa, dimenticando che l'autorità nelle cose e dottrine sacre era stata conferita da Dio, non già ai principi secolari, ma sì bene a san Pietro e a' suoi successori, e ai vescovi della Chiesa cattolica. Quanto in questa lite accadde, potrà il lettore raccoglierlo dalle opere dei cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi, dal Fleury, e dagli atti del concilio generale quinto.

NOTE:

[2714] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 18.

[2715] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 20.

[2716] Anastas. Bibliothec., in Vita Vigilii.

[2717] Anastas. Bibl., in Vit. Silverii.

[2718] Hist. Miscella, lib. 16.

Anno di CRISTO DXLVII. Indizione X.

VIGILIO papa 10. GIUSTINIANO imperadore 21. TOTILA re 7.

L'anno VI dopo il consolato di Basilio.

Veramente il Continuatore di Marcellino conte[2719] Mario Aventicense[2720] e Teofane[2721] mettono sotto quest'anno la presa di Roma fatta dai Goti, e di tale opinione furono i cardinali Baronio e Noris. Ma ho io creduto di doverla riferire al precedente anno come han fatto il Sigonio e il Pagi, perchè si conforma più colla serie degli avvenimenti narrati da Procopio; nè si può fidarsi del Continuatore suddetto, nè di Mario, perchè nelle Croniche d'amendue s'incontrarono non pochi anacronismi. Per altro scrive esso Continuatore che i Goti nel dì 17 di dicembre entrarono in Roma correndo l'Indizione X, il che dovrebbe convenire all'anno precedente, nel cui settembre la decima indizione cominciò il suo corso. Aggiugne che Totila, dopo aver atterrata parte delle mura, condusse seco, come prigionieri, i Romani nella Campania; e che essendo restata Roma per quaranta giorni senza popolo, Belisario animosamente ne ripigliò il possesso. Se ciò è vero, posta da noi nell'antecedente anno la presa di Roma, dee appartenere al presente il ritorno di Belisario in essa. Mario Aventicense, che sotto il presente anno racconta l'uno e l'altro fatto, discorda dal Continuatore suddetto. Ora attenendomi io al filo di Procopio, che va descrivendo questa lunga e pericolosa guerra col primo, secondo e terzo anno, e così successivamente; avvertendo nondimeno col Pagi, che cadauno dei suoi anni comincia dalla primavera, e finisce nella primavera del seguente: dico che Belisario, il quale tuttavia si tratteneva a Porto, vedendo così abbandonata Roma, concepì il pensiero di ripigliarla, e felicemente l'eseguì[2722], forse nel mese di febbraio. Lasciati dunque in Porto alcuni pochi soldati, menando seco il resto delle sue genti, entrò in Roma, e con pronto e saggio ripiego quivi si diede a fortificarsi. Perchè non v'era maniera di rifabbricare in poco tempo le mura in que' siti, ove erano diroccate, fece raccogliere i marmi e le pietre sparse per terra, e di questi materiali, senza aver calce da legarli insieme, per modo di provvisione formò, come potè, una grossa muraglia posticcia, con aggiungervi al di fuori una buona quantità di pali. Larga inoltre e profonda era la fossa che girava intorno a tutte le mura. In venticinque dì, lavorando tutti i soldati, fu serrata, a riserva delle porte, la città, e vi concorsero ad abitarla i dianzi esuli cittadini. Questa novità non se l'aspettava Totila. Appena informatone, da Ravenna, dove egli si trovava, a gran giornate col suo esercito corse colà. Per mancanza di falegnami e di fabbri ferrai, Belisario non avea per anche potuto far mettere alla città le porte, avendo Totila asportate quelle che v'erano. In vece di far almeno chiudere con travi le aperture, prese il solo ripiego di mettervi di quegli ordigni che nella milizia moderna si chiamano cavalli di Frisia, creduti invenzioni degli ultimi tempi, ma usati anche negli antichi presso a poco come oggidì. Postò parimente alle imboccature d'esse porte i più bravi dei suoi. Si credevano i Goti sul principio di prendere Roma appena arrivati, e venivano con gran fracasso all'assalto; ma ritrovarono chi non era figliuolo della paura. Fu asprissima la battaglia, perchè i Goti per lo sdegno, e i Greci nel pericolo imminente delle lor vite combattevano alla disperata. In fine furono costretti i Goti a ritirarsi, con lasciar sulle fosse estinta una gran quantità de' loro, e riportarne dei feriti assai più. Tornarono nel seguente dì, ed in altri appresso all'assalto, e furono nella stessa guisa ben accolti e ributtati dai Greci. Totila prese in fine la risoluzion di ritirarsi a Tivoli, che egli prima avea fatto distruggere, e bisognò riedificare.

Ma siccome l'entrata di Belisario in Roma e la difesa d'essa conseguì un applauso universale, così fu biasimata e rinfacciata agramente dai Goti a Totila l'imprudenza d'avere abbandonata Roma; o, se pur voleva abandonarla, di non averla interamente spianata. Prima lodavano forte l'uso suo di atterrar le mura de' luoghi forti; essendo poi passata male in questa congiuntura, ne sparlarono a più non posso. E così son fatti gli uomini: d'ordinario dal solo avvenimento o felice o sinistro delle risoluzioni prese, essi prendono la misura delle lodi o de' biasimi. Era da molto tempo stretta d'assedio Perugia, ed in essa già cominciavano a venir meno le vettovaglie. Colà fu chiamato Totila coll'esercito per la speranza di ridurre alla resa colla di lui forza e presenza quella città. E v'andò egli bensì, ma fu in breve sconcertato non poco, perchè Giovanni generale cesareo, ch'era all'assedio di Acerenza nella Lucania, mossosi con tutta la sua cavalleria, all'improvviso arrivò nella Campania, e diede una rotta ad un corpo di truppe colà inviate da esso Totila: la qual vittoria fu cagione che rimasero liberati alcuni senatori romani e le mogli di molti altri ch'erano confinate in quelle parti. Irritato da questo avviso Totila, per le montagne spedì contra d'esso Giovanni varie partite dei suoi, che il raggiunsero nella Lucania, e gli diedero una buona percossa. Vennero circa questi tempi in Italia alcuni piccioli rinforzi inviati da Giustiniano Augusto, cioè sorsi d'acqua a chi pativa gran sete. Trecento Eruli fra gli altri erano condotti da Vero. Costui azzardatosi di prender quartiere vicino a Brindisi, fu in breve visitato da gente inviata colà da Totila. Duecento di quegli Eruli rimasero estinti sul campo, e Vero ebbe la fortuna di salvarsi. All'avviso, venuto da Costantinopoli de' soccorsi che doveano arrivare in Italia, Belisario giudicò bene di trasferirsi a Taranto, e seco condusse novecento cavalli scelti e duecento fanti. Entrato in nave, fu da una burrasca trasportato a Crotone. Mandò la cavalleria per terra a procacciarsi i foraggi, e questa, incontratasi per istrada con una brigata di Goti, la disfece. Alloggiossi dipoi in quelle contrade, come se fossero lontani mille miglia i pericoli; ma il re Totila, sempre vegliando, spinse loro addosso tre mila cavalli de' suoi, i quali menarono sì ben le mani, che pochi poterono salvarsi colla fuga. Di gran danno agli affari de' Greci fu questa rotta, e portatane la disgustosa nuova a Belisario, e fattogli credere che a momenti poteano i Goti arrivare a Crotone, egli perciò non perdè tempo ad imbarcarsi con Antonina sua moglie, e in un giorno di felice navigazione pervenuto in Sicilia, sbarcò a Messina. Totila intanto intraprese l'assedio di Rossano castello della Calabria. E con tali racconti termina Procopio l'anno XIII della guerra gotica. Aggiungne solamente che gli Sclavi, popoli barbari, passato il Danubio, devastarono tutto l'Illirico fino a Durazzo, uccidendo o facendo schiavi tutti quei che trovavano: costoro col tempo si piantarono in quelle contrade, e diedero ad esse il nome di Schiavonia. Arrivò poi sul principio di quest'anno papa Vigilio a Costantinopoli, ed entrò nel grande imbroglio della controversia dei tre capitoli: sopra di che è da leggere la storia ecclesiastica. Troppo tempo richiederebbe il racconto di quel negoziato e degli affanni che vi patì lo sventurato papa, trovandosi egli fra il calcio e il muro, tra il timore di fare una ferita al concilio generale calcedonense, o pure di tirarsi addosso lo sdegno dell'imperadore. Andò egli perciò barcheggiando, finchè potè.

NOTE:

[2719] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

[2720] Marius Aventicensis, in Chron.

[2721] Theoph., in Chronogr.

[2722] Procop., de Bell. Goth.

Anno di CRISTO DXLVIII. Indizione XI.

VIGILIO papa 11. GIUSTINIANO imperadore 22. TOTILA re 8.

L'anno VII dopo il consolato di Basilio.

Venne in quest'anno a morte nel mese di giugno, consumata da una terribil cancrena, Teodora Augusta moglie di Giustiniano imperadore, donna per varii suoi vizii, e soprattutto per la protezion degli eretici, concordemente diffamata nella storia segreta di Procopio e negli Annali ecclesiastici. Si leggono nondimeno di grandi limosine da lei fatte e sacri templi da lei fabbricati; nè lasciano di dire Teofane[2723] e Cedreno[2724], ch'essa piamente diede fine ai suoi giorni, forse perchè si ravvide e pentì dei tanti suoi falli. Se è vero tutto ciò che di lei racconta Procopio, dovette ella trovare un gran processo al tribunale di Dio. Belisario in questi tempi riflettendo alla scarsezza delle sue forze, tuttochè Giustiniano Augusto gli avesse inviati di fresco due mila pedoni per mare; e conoscendo che di male in peggio erano per andare gli affari dell'imperio in Italia, se non venivano più gagliardi soccorsi, si appigliò al partito di mandare Antonina sua moglie a Costantinopoli, acciocchè ella, per mezzo della suddetta imperadrice, ottenesse da Giustiniano un potente rinforzo all'armata di Italia. Andò essa, ma trovò l'imperadrice già mancata di vita. Ora narrando Procopio[2725] sotto quest'anno la morte d'essa Augusta, e concorrendo nella medesima sentenza Teofane, Cedreno e i cardinali Baronio e Noris, si vien chiaramente a conoscere che finora camminano bene i conti circa la division degli anni della guerra gotica, descritta da esso Procopio, e non sussistere gli altri di chi o prima o più tardi han registrato que' fatti. In questi tempi il presidio dei Greci, lasciati da Belisario in Roma trucidò Conone suo comandante, pretendendo ch'egli in danno loro facesse il mercatante dei grani e dell'altre vettovaglie. Spedirono poi sacerdoti a Costantinopoli, per far sapere a Giustiniano, che se non era loro accordato il perdono e date le paghe da gran tempo loro dovute passerebbono al soldo di Totila. Giustiniano, per non poter di meno, accordò loro tutto. Seguitava intanto l'assedio mosso da Totila al castello di Rossano in Calabria, entro il quale era una guarnigione di trecento cavalli e cento fanti. Perchè cominciarono a venir meno i foraggi e i viveri, promisero que' Greci di arrendersi, se, passati alquanti giorni, loro non fosse stato dato soccorso. Belisario, a cui premeva la conservazion di quel sito, chiamò ad Otranto quante truppe potè raunare, e tutte postele in navi, s'incamminò con esse alla volta di Rossano. Spirava già il dì promesso alla resa. I Greci, mirando da lungi il soccorso che veniva, mancarono alla parola data; ma eccoti sollevarsi una tempesta che disperse tutta quella flotta, senza che vi fosse un porto in que' lidi da ricoverarsi. Unitesi poi le navi nel porto di Crotone, tornò di nuovo Belisario con esse verso Rossano; ma ritrovò al lido tutte le forze de' Goti ben preparate ad accoglierlo, sicchè gli convenne retrocedere a Crotone, da dove spedì colla maggior parte dei suoi Giovanni e Valeriano nel Piceno, sperando che Totila, abbandonato Rossano, correrebbe colà. Ma questo inviò bensì due mila cavalli anch'egli nel Piceno per far fronte a' nemici, ma col rimanente dell'armata tenne forte l'assedio di quel castello. Veggendo i Rossanesi disperato il caso, mandarono due deputati a Totila, per implorare il perdono esibendosi pronti alla resa, salve le loro vite. Accettò egli l'offerta, ma con eccettuare dal perdono Calazare lor capitano, siccome mancator di parola. A costui in fatti fu tolta la vita, agli altri fu permesso d'andarsene ove voleano, in camicia, quando lor non piacesse di restare al soldo di Totila. Ottanta andarono; gli altri si arrolarono fra i Goti. Era arrivata a Costantinopoli Antonina moglie di Belisario, e, quantunque fosse venuto a lei meno il suo principale appoggio, cioè Teodora Augusta già morta, pure trovò facilità in Giustiniano per richiamare il marito in Oriente, perchè stringendo forte la guerra di Persia, vi era bisogno di un bravo generale per quella impresa. Pertanto andò Belisario a Costantinopoli, ma senza portarvi in questo secondo viaggio splendore alcuno di nuova gloria, giacchè in cinque anni che avea dovuto fermarsi in Italia, per mancanza di forze, era come fuggitivo stato ora in uno, ora in altro paese, ed inoltre senza avere operato cosa alcuna di rilevante, lasciava l'Italia esposta alla discrezione dei Goti. Ma se non andò seco molto onore, portò ben egli con lui molto danaro, perchè seppe mai sempre farsi fruttare il suo generalato; e le sue grandi ricchezze il misero talvolta in pericolo di cadere, se l'imperadore non avesse avuta necessità della sua sperimentata perizia in comandare armate. Nel mentre poi ch'egli era in viaggio la città di Perugia, dopo aver sostenuto un lunghissimo assedio, venne in potere dei Goti. Il dirsi da san Gregorio Magno[2726] che questa città per sette anni continui tenuta fu assediata dai Goti, e che non per anche finito esso anno settimo, per la fame si arrendè, par troppo difficile a credersi. In vece d'anni avrà egli scritto mesi. Ad Ercolano, santo vescovo di quella città, d'ordine di Totila fu barbaramente tagliato il capo.

Fece Totila anche in Dalmazia una spedizione di soldati sotto il comando d'Ilauso, già una delle guardie di Belisario, che avea preso partito fra i Goti. Costui prese in quelle parti due luoghi appellati Muicoro e Laureata non lungi da Salona, e mise a fil di spada chiunque ivi si trovò. A questo avviso Claudiano ufficiale cesareo, che comandava in quelle parti, imbarcate le sue soldatesche, andò a trovare a Laureata Ilauso, e venne seco alle mani; ma restò sconfitto, e le sue navi con altre piene di grani rimasero preda de' Goti, i quali dipoi, senza tentar altro, se ne tornarono a Totila. Circa questi tempi, o poco prima per attestato di Procopio[2727], Totila inviati degli ambasciatori al re dei Franchi, cioè, secondo tutte le verisimiglianze, a Teodeberto, il più potente senza paragone di quei re, gli avea fatto chiedere in moglie una sua figliuola. La risposta fu ch'esso re non riconosceva Totila per re d'Italia, e che tale anzi egli non sarebbe giammai, dacchè dopo aver presa Roma non l'aveva saputa ritenere in suo dominio, ed atterrate le mura, l'avea lasciata cadere in dominio de' suoi nemici. Ma questi erano pretesti. Teodeberto, principe meditante tutto di nuove conquiste, voleva pescare nei torbidi dell'Italia, veggendo sì infievolite le forze non meno de' Goti che dell'imperadore. In fatti abbiamo assai lume da Procopio[2728] ch'egli in quest'anno fatta calare in Italia un'armata, s'impadronì dell'Alpi Cozie, di alcuni luoghi della Liguria, e della maggior parte della provincia della Venezia, senza che si sappia quali città precisamente fossero da lui occupate, giacchè fra poco vedremo che Verona seguitò ad essere in potere dei Goti. Tutto camminava a seconda de' suoi voti, perchè non aveano i Goti assai possanza da opporsi nello stesso tempo ai Greci ed all'armi dei Franchi. Bisogna nondimeno immaginare ch'eglino facessero qualche resistenza, scrivendo Mario Aventicense[2729] sotto il presente anno, che Lantocario condottiere de' Franchi nella guerra romana, trafitto da una freccia e da una lancia, rimase morto. Nè contento di questi progressi il re Teodeberto, macchinava in suo cuore imprese più grandi, per quanto s'ha dallo storico Agatia[2730]. Cioè non poteva egli sofferire che Giustiniano Augusto, principe assai dominato dalla passione della vanità, fra i suoi titoli mettesse quelli di alamannico e francico, quasi lor vincitore, quando egli in effetto non avea mai fatta pruova del valore di queste nazioni; o pure volea significar sè stesso loro sovrano, quando i Franchi pretendevano di non aver dipendenza alcuna da lui, e Teodeberto aveva soggiogati e uniti al dominio suo gli Alamanni. Però esso Teodeberto, descritto da Agatia per principe ardito, inquieto, feroce, che andava a caccia di pericoli, e dava nome di fortezze ai tentativi anche più disperati, determinò di muover guerra a Giustiniano, e di andarlo a trovare fino a Costantinopoli. E perciocchè esso Augusto si intitolava ancora gepido e longobardico, sollecitò le nazioni de' Gepidi e de' Longobardi ad imprendere unitamente con esso lui la guerra contra del medesimo imperadore, per vendicare l'affronto che pretendeva fatto a tutte le lor nazioni. Ma in questo gran bollore di pensieri guerrieri la morte senza rispetto alcuno venne a trovar Teodeberto, e mise fine alle sue grandiose imprese. Mario Aventicense riferisce la morte sua un anno dopo la ricupera di Roma fatta da Belisario, e però nel presente anno, il che s'accorda con quanto si dirà all'anno 554 del re Teodebaldo suo figliuolo e successore. Il padre Pagi[2731] la vuol succeduta nell'anno precedente 547, appoggiato sopra il dirsi da Gregorio Turonense, che dalla morte di esso re sino a quella del re Sigeberto passarono anni XXIX. Ma noi abbiamo troppi esempli d'anni guasti dai copisti. Sigeberto storico[2732] fa giugnere la vita di questo principe fino all'anno 550. Scrive Agatia, autore di questi tempi, essere mancato di vita esso Teodeberto nella caccia per cagione di un bufalo selvaggio, mentre Narsete era occupato nella guerra d'Italia. Siccome vedremo, Narsete venne in Italia solamente nell'anno 552. La scarsezza degli storici d'allora fa che non si possano schiarire abbastanza alcuni fatti e i loro tempi precisi. Ma certo Agatia qui prese abbaglio, chiaramente ricavandosi da Procopio che era molto prima succeduta la morte del re Teodeberto.

NOTE:

[2723] Theoph., in Chronogr.

[2724] Cedren., in Annalib.

[2725] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 30.

[2726] Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 13.

[2727] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 37.

[2728] Idem, ibid., cap. 33, et lib. 4, cap. 34.

[2729] Marius Aventicensis, in Chron.

[2730] Agath., lib. 1 de Bell. Goth.

[2731] Pagius, Crit. Baron., ad ann. 552, n. 21.

[2732] Sigebertus, in Chronico.

Anno di CRISTO DXLIX. Indizione XII.

VIGILIO papa 12. GIUSTINIANO imperadore 23. TOTILA re 9.

L'anno VIII dopo il consolato di Basilio.

Andavano di male in peggio gli affari dell'imperador Giustiniano. Imperciocchè i Gepidi, che avevano occupata la Dacia Ripense e il Sirmio[2733], e vi si erano poi stabiliti con permissione di Giustiniano, mercè di una lega stabilita con lui, fecero in quest'anno delle scorrerie e prede in altri circonvicini paesi. Più pesante ancora si sentiva il flagello de' Longobardi, i quali, divenuti padroni del Norico e della Pannonia, avevano impetrata da esso Augusto la licenza di fermarsi quivi in vicinanza de' Gepidi; dimentichi de' benefizii ricevuti, saccheggiarono la Dalmazia e l'Illirico, col menar seco una gran quantità di schiavi. Vennero poi alle mani fra loro queste due barbare nazioni per cagion de' confini, ed ambedue spedirono ambasciatori a Giustiniano Augusto per averlo dalla sua. Egli prese la difesa de' Longobardi. Finalmente gli Sclavi, passati di qua dal Danubio e dall'Ebro, apportarono incredibili stragi e danni alla Tracia. Durava poi tuttavia in Oriente la guerra coi Persiani; ed in Italia sempre più pareva inclinata la fortuna in favore dei Goti. L'infaticabile Totila, dopo la presa di Perugia, guidò nel presente anno tutta l'armata sotto Roma, ed assediolla da varie parti. Dentro v'era con tre mila combattenti Diogene valoroso e prudente capitano, deputato alla difesa di essa città da Belisario prima della sua partenza, il quale con sommo vigore sostenne sempre gli assalti frequenti dei nemici. Ma avendo i Goti occupato il castello di Porto, Roma cominciò a penuriare di viveri. Tuttavia non perderono punto di coraggio i difensori, e l'assedio andò in lungo; e più ancora sarebbe andato se alcuni soldati isauri di quella guarnigione, che custodivano la porta di san Paolo, non avessero tradita la città. Costoro dall'un canto mal soddisfatti pel soldo loro da molti anni non mai pagato, e dall'altro consapevoli del magnifico premio dato ai lor compagni Isauri che dianzi aveano tradita Roma trattarono segretamente con Totila di fare il medesimo giuoco. Venuta la notte, la porta suddetta fu spalancata ai Goti, che tagliarono a pezzi quanti dei Greci vennero loro incontro. Gli altri Greci chi per una porta e chi per l'altra fuggirono alla volta di Civitavecchia; ma avendo raccolto Totila disposte prima in quel cammino varie schiere dei suoi, pochi scamparono dalle lor mani, fra' quali il soprammentovato Diogene, ma ferito. Paolo di Cilicia, restato con quattrocento cavalli nella città, si rifugiò nella mole d'Andriano, oggidì castello Santangelo, ed occupò quel ponte. La mattina seguente, inutilmente e con loro strage tentarono i Goti di sloggiar questo corpo; ma non avendo i Greci di che mangiare nè per loro, nè per gli cavalli, determinarono di uscire addosso ai nemici, e di vendere ben cara la vita: con che s'abbracciarono tutti, e si diedero l'ultimo addio, come gente risoluta di morire. Intesa dal re Totila la disperata loro risoluzione, mandò loro ad esibire che scegliessero o di depor l'armi e lasciare i cavalli, e di obbligarsi con giuramento di non militar più contro dei Goti, e di andarsene con Dio in libertà; o pure tener tutte le robe loro, con arrolarsi fra i Goti. Ognuno, udita cotal proposta, elesse la prima condizione; ma poi per vergogna di andarsene senz'armi, e per timore di essere uccisi in cammino, si appigliarono all'ultimo partito, a riserva di due che aveano moglie e figliuoli in Costantinopoli. Totila a questi due fatto dar danaro pel viaggio, e scorte, li licenziò. Quattrocento altri soldati greci che s'erano rifugiati nelle chiese, assicurati della vita, anch'essi a lui si renderono. Non fece già provar questa volta il re vincitore a Roma nè ai Romani il trattamento usato nella prima conquista d'essa città[2734]. Ricordevole de' rimproveri a lui fatti da Teodeberto re de' Franchi e dagli stessi suoi Goti, mostrò buona ciera a tutti i cittadini che ivi si trovarono; richiamò dalla Campania tutti gli altri, e spezialmente i senatori; diede loro il piacere de' giuochi equestri. Poscia spedì a Costantinopoli Stefano di nazione romano, suo ambasciatore, a pregar Giustiniano di voler metter fine a tanti guai dell'Italia con una buona pace, rappresentando la desolazione delle città e i progressi de' Franchi, che doveano far paura anche ad esso Augusto, ed offerendo l'armi sue in difesa da lui. Ma Giustiniano risoluto di sterminar i Gotti, neppur volle ammettere alla sua udienza il legato. Questa durezza dell'imperadore fece risolvere Totila a tentar anche l'impresa della Sicilia, la quale se gli fosse felicemente riuscita, avrebbe forse assodato il suo dominio in Italia.

Preparò dunque una flotta numerosa di navi grosse, che i Goti di tanto in tanto aveano prese ai Greci, e ve ne aggiunse altre quattrocento minori, con pensiero di fare uno sbarco in quell'isola. Prima nondimeno di mettersi in viaggio a quella volta, provò se poteva sloggiare i Greci da Civitavecchia. Diogene fuggito da Roma, s'era colà ritirato, e vi aveva un presidio sufficiente alla difesa. Fu formato l'assedio, e fatte varie chiamate a Diogene, ed esibitegli delle vantaggiose condizioni, finalmente si capitolò la resa, se entro il pattuito termine l'imperadore non gli mandava soccorso; e furono dati trenta ostaggi dall'una parte e dall'altra. Dopo di che i Goti diedero le vele al vento, e s'incamminarono verso la Sicilia. Giunti che furono a Reggio di Calabria, Totila intimò la resa a quel presidio di Greci, al comando de' quali erano Torimuto ed Imerio. Ma trovatili costanti nel loro dovere, lasciò quivi un buon corpo di gente, con ordine di tener bene stretto quel presidio, affinchè non v'entrassero viveri, assai informato che quel castello, ossia quella città, ne penuriava non poco. Inviò un altro corpo de' suoi a Taranto, che senza fatica s'impadronì di quella terra. Nello stesso tempo i Goti da lui lasciati nel Piceno per tradimento entrarono nella città di Rimini. Avvicinandosi poi costoro a Ravenna, Vero, che allora era comandante delle armi in quella città, uscì in campagna col nerbo maggiore delle sue truppe, e venne con loro a battaglia; ma ebbe la sfortuna d'essere disfatto con gran perdita de' suoi, e con lasciare egli stesso la vita sul campo. Totila intanto passò con lo stuolo delle sue navi in Sicilia, ed accampossi intorno a Messina, alla cui difesa bravamente s'accinse Donnenziolo, uffiziale dell'imperadore, colla sua guarnigione. A riserva di quei che erano necessarii per quell'assedio, tutte le altre masnade dei Goti si sparsero per la Sicilia, e quasi tutta la misero a sacco, con occupare ancora qualche fortezza. Contra de' Siciliani erano forte in collera i Goti, perchè fino ne' tempi del re Teoderico supplicarono per essere esenti da grosse guarnigioni, per ischivarne l'aggravio, promettendo essi di ben difendere l'isola. Ma appena vi si lasciò veder Belisario, che tutti si ribellarono, acclamando l'imperadore. Mentre si faceva il brutto ballo in quelle contrade, la guarnigione di Reggio di Calabria, dopo aver consumati tutti i viveri, finalmente venne a rendersi con restar prigioniera di guerra. Portate a Costantinopoli sì triste nuove, determinò Giustiniano d'inviare in Italia Germano patrizio, che dal padre Pagi[2735], forse per errore di stampa è chiamato patruus, cioè zio paterno d'esso imperadore, ma che in fatti era figliuolo d'un fratello, ossia nipote del medesimo Augusto; personaggio di gran senno, gravità e coraggio, e di non minore sperienza nell'arte militare, la cui riputazione era in onore dappertutto, sì per esser sì strettamente congiunto di sangue coll'imperadore, e sì perchè molto prima avea data una famosa rotta agli Anti, popoli barbari, ed inoltre col suo valore e colla prudenza sua avea, per così dire, riacquistata all'imperio l'Africa, con torla dalle mani de' tiranni insorti in quelle parti dopo la conquista fattane da Belisario. Venne in Italia l'avviso di questa elezione, e rincorò quanti ci restavano o soldati, o ben affetti al nome dell'imperadore. Ma non si sa il perchè Giustiniano, mutato pensiero, diede il comando dell'armi d'Italia a Liberio cittadino romano: benchè poco appresso pentito anche della scelta da lui fatta, non lo lasciasse venire, considerandolo per troppo avanzato in età e poco pratico del mestier della guerra. Trovavasi allora in Costantinopoli papa Vigilio con assaissimi altri Italiani de' più nobili, che continuamente faceano premura ad esso Augusto, acciocchè un grande sforzo si facesse per ricuperar l'Italia dalle mani de' Goti. E specialmente erano inculcate tali istanze da Gotico (così viene appellato nel testo di Procopio, ma probabilmente è Cetego) patrizio, stato gran tempo fa console. Un Cetego nell'anno 504 fu ornato di questa dignità; ma par molto indietro un tal tempo. Giustiniano prometteva tutto, ed intanto spendeva la maggior parte del tempo nella spinosa controversia dei tre capitoli, che allora bolliva forte in Oriente, e fu cagione di scisma e di non pochi ammazzamenti. Vigilio papa fece varie figure, contrariato dal clero romano, e massimamente dai vescovi dell'Africa e dell'Illirico, siccome può vedersi nella Storia ecclesiastica. Se Giustiniano Augusto non fosse stato fazionario in questa lite, e non avesse usato della prepotenza contro di esso papa, non sarebbero seguiti tanti sconcerti, che pur troppo turbarono forte la Chiesa di Dio.

NOTE:

[2733] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 34.

[2734] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 37.

[2735] Pagius, Crit. Baron., ad ann. 551, n. 2.

Anno di CRISTO DL. Indizione XIII.

VIGILIO papa 13. GIUSTINIANO imperadore 24. TOTILA re 10.

L'anno IX dopo il consolato di Basilio.

Leggesi una lettera di papa Vigilio scritta in Costantinopoli nel dì 29 di aprile nell'anno XXIV dell'imperio di Giustiniano, e nono dopo il consolato di Basilio, cioè nell'anno presente, ad Aureliano vescovo d'Arles, dove il prega che, essendosi udita l'entrata dei Goti in Roma, voglia muovere Childeberto re de' Franchi a scrivere al re Totila, per raccomandargli la Chiesa Romana, acciocchè niun danno o pregiudizio venga inferito alla medesima, nè alla religion cattolica. Le istanze degl'Italiani rifugiati in Costantinopoli, e più l'impegno della riputazione, ebbero in fine tanta possa, che Giustiniano si applicò daddovero agli affari d'Italia. Dichiarò dunque capitan generale il suddetto Giustino suo nipote, e gli comandò di marciare[2736]. Poche erano le milizie a lui assegnate per l'impresa d'Italia; ma gli fu sborsata una gran somma d'oro, con ordine di assoldare quanta gente potesse nella Tracia e nell'Illirico, e di condur seco Filemuto principe degli Eruli colle sue barbariche brigate, e Giovanni suo genero, ch'era figliuolo di una sorella di Vitaliano, e generale allora dell'armi dell'Illirico. Era morta ad esso Germano Passara, sua prima moglie, che gli avea partorito due figliuoli, cioè Giustino stato console nell'anno 540, e Giustiniano, che riuscì un valentissimo generale di armata, ambedue preparati per venire col padre in Italia. Passò poi, siccome altrove dicemmo, alle seconde nozze con Matasunta, figliuola di Amalasunta, e moglie in primo luogo di Vitige re dei Goti. Questa ancora volle egli menar seco in Italia, con isperanza che i Goti per riverenza al nome di sua madre e del re Teoderico suo avolo, umilierebbero l'armi all'arrivo di lei. Datosi dunque a spendere largamente non solo il danaro a lui dato dall'Augusto Giustiniano suo zio, ma il proprio ancora, ammassò in breve un fioritissimo esercito, concorrendo a militare sotto di lui gli uffiziali più segnalati ed assaissima gente della Tracia e dell'Illirico e inoltre i Barbari stessi, tirati dalla fama del suo nome, e molto più dal danaro che puntualmente veniva sborsato. In Italia ancora, appena s'intese essere stato scelto per generalissimo dell'armi cesaree questo principe, che tutti i Greci ed Italiani militanti o per amore, o per forza nelle armate de' Goti, segretamente fecero intendere a Germano, qualmente arrivato ch'egli fosse in Italia, tutti, senza perder tempo, verrebbono ad unirsi con lui. All'incontro cotal nuova stordì forte i Goti, con restar anche divisi di parere, se avevano a prendere l'armi contro la stirpe di Teoderico, cioè contro Matasunta. In questi tempi essendo spirato il tempo che Diogene, uffizial greco, s'era preso per rendere Civitavecchia, ed avendo il re Totila inviato colà deputati per l'esecuzion della promessa, egli si scusò di non poter mantenere la parola data, perchè Germano coll'esercito suo era vicino a dargli soccorso. Perciò l'una parte e l'altra restituì gli ostaggi, restando Diogene alla difesa di quella città, e Totila sommamente burlato e in collera per questo.

Ora mentre il valoroso Germano patrizio in Sardica, o Serdica, città dell'Illirico, ossia della Mesia o della Dacia, ammassava ed esercitava le raunate genti, disposto a passare in Italia, ecco gli Slavi, che, valicato il Danubio, fanno una irruzione nella Mesia, arrivano fino alla città di Naisso, con iscoprirsi il disegno loro di penetrar fino a Salonichi. Venne subito un ordine dall'imperador a Germano di lasciar per allora la spedizion d'Italia e di accorrere in aiuto di Salonichi. Ma avuto ch'ebbero gli Sclavi contezza, come era in quelle parti Germano con un'armata, tal terrore li prese, che, mutato cammino, s'istradarono altrove. Pertanto Germano, liberato dall'apprensione di que' Barbari, era già dietro ad imbarcar la sua gente per venir in Italia, quando all'improvviso si infermò d'una malattia che in pochi dì il condusse al sepolcro, desiderato e compianto da tutti. N'ebbe gran dispiacere anche l'imperador Giustiniano, che dipoi diede ordine a Giovanni e a Giustiniano, figliuolo di esso Germano, di passar colla flotta in Italia. Aveva dianzi il medesimo Augusto inviato Liberio con un'altra flotta carica di buone fanterie per soccorrere la Sicilia. Poscia, avendo egli rimesso in sua grazia Artabane, e creatolo generale della Tracia, aveva spedito ancor questo con alcune navi alla volta d'essa Sicilia, con ordine di prendere il comando delle truppe condotte da Liberio. Il primo a giungere in quell'isola fu Liberio, il quale a dirittura passò a Siracusa, allora assediata dai Goti, e felicemente entrò coi suoi legni nel porto. Artabane, all'incontro, sorpreso non lungi dalla Calabria da una fiera tempesta, vide dissipate tutte le sue navi, alcune trasportate nella Morea, altre perite; egli colla sua, che avea perduto l'albero maestro, fu spinto dal vento all'isola di Malta, e quivi si salvò. Liberio, non avendo forze bastanti in Siracusa da far sortite sopra i nemici, e trovata ivi non poca scarsezza di viveri, giudicò meglio di continuare il viaggio fino a Palermo. Sarebbe passata male a quella città, e forse ad altre, se essendo stato preso dai Goti in Catania Spino da Spoleti, questore di Totila, e a lui carissimo, non avesse costui ottenuta la libertà, con promessa d'indurre i Goti a ritirarsi dalla Sicilia. Tante cagioni in fatti egli addusse a Totila, massimamente con fargli credere imminente l'arrivo di una poderosa armata imperiale, pervenuta già in Dalmazia, che fu risoluto nel consiglio de' Goti di lasciar in pace quell'isola. Poste dunque nelle lor navi le immense ricchezze raunate con tanti saccheggi de' miseri Siciliani, e una prodigiosa copia di grani e d'armenti rapiti, con lasciar qui dei presidii solamente in quattro luoghi, Totila menò le sue milizie in Italia. Non così fecero Giovanni e Giustiniano, arrivati in Dalmazia colla flotta e coll'esercito maggiore spedito da Giustiniano. Perchè trovando quella provincia infestata dagli Sclavi, con dubbio che que' Barbari fossero stati mossi da segreto maneggio del re Totila, determinarono di svernare in quel paese, per mettersi poi in viaggio nella seguente primavera. Ma non si fermarono quivi gli Sclavi. Scorsero fino ad Adrianopoli, commettendo innumerabili mali, e portavano le minaccie fino ai contorni di Costantinopoli. Contro di loro fu spedito un esercito da Giustiniano, ch'ebbe la disavventura di essere sbaragliato da que' Barbari, e costoro s'avanzarono dipoi fino ai Muri Lunghi, luogo una giornata distante da Costantinopoli, dove una parte di essi fu disfatta. Gli altri carichi di preda se ne tornarono alle lor case. Fiorì in questi tempi Vittore vescovo di Capoa, dotto non meno nelle latine che nelle greche lettere. Fabbricò un ciclo pasquale, e compose altri libri, de' quali parla la storia letteraria.

NOTE:

[2736] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 3.

Anno di CRISTO DLI. Indizione XIV.

VIGILIO papa 14. GIUSTINIANO imperadore 25. TOTILA re 11.

L'anno X dopo il consolato di Basilio.

Circa questi tempi, durando tuttavia la guerra tra Giustiniano Augusto e i Persiani, venne in pensiero all'imperadore di proibire a' suoi che non comperassero da lì innanzi le sete dai Persiani; perchè una tal merce era allora al maggior segno cara, e portava fuori degli stati dell'imperio delle grandi somme d'oro con profitto de' Persiani, i quali soli la traevano dall'India, e la vendevano poscia agli Europei con eccessivo guadagno. Questo editto fu cagione che alcuni monaci tornati dall'India si esibissero d'introdurre in Europa la fabbrica della seta, e ne descrissero la maniera all'imperadore, che molto se ne maravigliò, e gl'incoraggì, con promessa di gran premio, ad eseguire l'impresa. Per tanto quei monaci ritornarono nell'India, e di colà portarono a Costantinopoli molte uova di vermi da seta, che fatti poi nascere, e nutriti colle foglie di gelsi mori, cominciarono a dar seta, e ne introdussero l'arte o fabbrica nel romano imperio, dove poi si propagò ed è giunta a quel segno che ora si vede. Giù si preparava Giovanni, nipote di Vitaliano, alla partenza da Salona coll'armata navale cesarea destinata contra i Goti, quando arrivò ordine dell'imperadore che non si movesse, ed aspettasse l'arrivo di Narsete eunuco, già destinato capitan generale dell'armi di Cesare in Italia. Si partì da Costantinopoli esso Narsete con un bell'accompagnamento di truppe, e colla cassa di guerra ben provveduta di danaro. Gli convenne fermarsi per qualche tempo in Filippopoli, perchè gli Unni, cioè i Tartari, aveano fatto una irruzion nella Tracia, saccheggiando il paese (disgrazia famigliare in que' tempi a tutti i confini settentrionali dell'imperio d'Oriente), ed impedivano i cammini. Finalmente, sbrigato da quella canaglia, proseguì il suo viaggio. Intanto il re Totila, presentita la venuta di Narsete, richiamò in Roma alcuni de' senatori, ed ordinò loro di aver cura della città, con lasciar gli altri nella Campania. Ma li teneva come schiavi, nè essi poterono riavere porzione alcuna de' beni sì del pubblico che dei privati. Poscia, allestite circa trecento navi lunghe, e caricatele di Goti, le spinse verso le spiagge della Grecia. Fecero costoro uno sbarco in Corfù, e devastarono quell'isola colle altre appresso; passarono in terra ferma, e diedero il sacco a varie terre; e costeggiando per quelle riviere, presero varii legni che conducevano vettovaglie per servigio dell'armata di Narsete. Era già gran tempo che i Goti tenevano assediata per terra e per mare la città d'Ancona; laonde quel presidio si trovava ridotto a gravi angustie per la penuria di viveri. Valeriano, che comandava in Ravenna per l'imperadore, non avendo altro ripiego per soccorrerli, scrisse lettera a Salona, pregando Giovanni, giacchè tante milizie avea condotte colà, di accorrere a salvar quella città dall'imminente pericolo di rendersi. Giovanni, benchè avesse ordini in contrario dalla corte, pure credendo meglio fatto di non ubbidire in circostanze tali, con trecento navi lunghe, piene di sue milizie, venne a trovar Valeriano, che seco unì altre dodici navi, ed amendue passarono a Sinigaglia. Ciò saputo dai Goti, vennero loro incontro con quarantasette navi cariche del fiore della lor gente, ed attaccarono la zuffa. Ma non erano da mettere in confronto dei Greci, bene addottrinati nelle battaglie navali, i Goti affatto novizii in quel mestiere. Perciò rimasero facilmente disfatti, con salvarsi appena undici dei loro legni. Il resto venne in poter dei Greci. Portata dai fuggitivi la nuova di questa disavventura agli altri ch'erano all'assedio di Ancona, fu cagione che sgombrassero in fretta il paese, e scappassero ad Osimo, lasciando in preda de' Greci le loro tende e bagagli. Questa percossa indebolì non poco le forze e il coraggio de' Goti. Tornò dipoi Valeriano a Ravenna, e Giovanni a Salona.

In questo medesimo tempo Artabane giunto in Sicilia[2737], e preso il comando dell'armi cesaree, costrinse alla resa que' pochi presidii che Totila avea quivi lasciati ne' luoghi forti: cose tutte che accrebbero la costernazione de' Goti. Nè già restava speranza alcuna d'indurre Giustiniano Augusto a qualche ragionevol accomodamento. S'erano ben essi più volte esibiti di cedergli ogni lor pretensione sopra la Sicilia e Dalmazia, e di pagargli un annuo tributo, e di unir seco l'armi loro ad ogni sua requisizione come sudditi. Neppure fu data risposta alle lor proposizioni. Nondimeno Totila, principe di animo grande, punto non si sgomentava per tali contrarietà. Egli in quest'anno, raunata una possente flotta, la spedì in Corsica e Sardegna, dipendenti allora dal governo cesareo dell'Africa, e, senza trovarvi contrasto, sottopose quelle illustri isole al suo dominio. Tardi v'accorse Giovanni, generale dell'armi imperiali in Africa, colla sua flotta. Sbarcate le sue schiere in Sardegna, si pose a bloccare la città di Cagliari. E non l'avesse mai fatto; perchè dal presidio gotico, uscito fuori, fu con tal empito assalito, ch'ebbe bisogno di buone gambe per salvarsi con quei che poterono seguitarlo nelle navi, e seco se ne tornarono malcontenti a Cartagine. La città di Crotone in questi giorni era strettamente assediata dai Goti, e ogni dì più venendo meno i viveri, ebbe maniera di spedire un messo ad Artabane in Sicilia, per chiedergli soccorso. Sappiamo ancora da Procopio, che uditasi in Costantinopoli la morte poco dinanzi seguita di Teodeberto, potentissimo re dei Franchi, Giustiniano mandò per ambasciatore Leonzio senatore a Teodebaldo suo figliuolo e successore, per domandargli la restituzion dei luoghi occupati dai Franchi nella Liguria e Venezia, ed insieme per intavolare una lega con esso lui contra de' Goti. Teodebaldo rispose, che nulla era stato occupato da suo padre ai Greci in Italia, e che quanto vi possedeano i Franchi, l'aveano amichevolmente ricevuto da Totila che n'era padrone. Si scusò poi di non potere entrare in lega, perchè durava un accordo stabilito dal padre coi Goti con queste condizioni, che amendue le nazioni desistessero dal farsi guerra, e quietamente possedessero quanto aveano in Italia. Che se riuscisse a Totila di prevalere contra dell'imperadore, allora verrebbono ad una transazione che fosse la più utile e decorosa. Inviò poi Teodebaldo anch'egli a Costantinopoli i suoi ambasciatori, e, senza volere dare aiuto ai Greci, tenne forte le conquiste fatte da suo padre in Italia. Quali queste fossero, non bene apparisce. Se vogliam credere al padre Pagi, in quest'anno ebbe fine il regno de' Gepidi, i quali da molto tempo possedevano la Dacia, e signoreggiavano ancora nel Sirmio. Erano confinanti ad essi i popoli longobardi, siccome possessori della Pannonia, e non poche liti bollivano fra queste due potenti nazioni, siccome fu accennato di sopra. Per attestato di Procopio[2738], il re de' Gepidi, voglioso di vendicarsi coi Longobardi, mosse lor guerra in questi tempi. Reggeva allora la nazion longobardica il re Audoino. Questi subito ricorse a Giustiniano Augusto, con fare istanze di soccorso in vigore de' patti della lega che passava fra loro. Mandò veramente lo imperadore in suo aiuto non poche squadre d'armati, comandate da Giustino e Giustiniano, figliuoli di Germano, e da altri capitani; ma queste si fermarono in Ulpia città dell'Illirico per una sedizione (vera o finta che fosse) insorta fra i cittadini a cagione delle controversie allora bollenti in materia di religione. Proseguì il viaggio solamente Amalafrido, figliuolo di Amalberga, figlia di Amalafrida, sorella del re Teoderico, e di Ermenfrido già re della Turingia. Io non so perchè Procopio il chiami Goto, dopo averci indicato suo padre ch'era Turingio. La parentela spronò Amalafrida al soccorso del re Audoino, perciocchè una sua sorella, verisimilmente quella che presso Paolo Diacono porta il nome di Rodelinda, fu moglie d'esso re Audoino. Giordano storico[2739] chiama la moglie d'Audoino figlia di una sorella di Teodato re dei Longobardi; e veramente Teodato ebbe per moglie Amalafrida sorella del re Teoderico. Ora, per attestato dì Procopio, si venne ad un'atroce battaglia fra i Gepidi e Longobardi, in cui con tanta bravura e fortuna menarono le mani i Longobardi, che ne fu rotto e quasi tutto estinto sul campo l'esercito dei Gepidi.

Qui il padre Pagi pretende che a tutti i patti si sia ingannato Procopio, con dire succeduto questo gran fatto d'armi sotto Audoino re de' Longobardi, perchè, per attestato di Paolo Diacono[2740] e dell'abate Biclariense[2741], a' tempi del re Alboino, figliuolo di esso Audoino, accadde la terribil rotta dei Gepidi; e si ha da Sigeberto[2742] che Alboino cominciò a regnare nell'anno 543. Racconta in fatti Paolo Diacono che si fece giornata campale fra que' Barbari, in cui restarono interamente sconfitti i Gepidi, e tanta fu la rabbia de' Longobardi vincitori, che non diedero quartiere ad alcuno, di modo che la potente nazione dei Gepidi rimase disfatta, nè ebbe più re da lì innanzi. E perciocchè Procopio, in raccontando i fatti dell'anno susseguente 553, mette tuttavia vivo Toresino, ossia Turisendo, re de' Gepidi, vuole esso Pagi che ancor qui lo stesso Procopio prendesse abbaglio, attestando del pari Paolo Diacono e l'abate Biclariense che nel tempo di quel memorabil conflitto regnava fra i Gepidi non Toresino, ma Cunimondo suo figliuolo, che restò anch'egli vittima del furor de' Longobardi. Ma il Pagi non usò qui la sua solita diligenza ed attenzione; cioè confuse in una due diverse battaglie, altra essendo quella che accadde in quest'anno, regnando Toresino fra i Gepidi, e Audoino fra i Longobardi, di cui appunto conservò memoria Paolo Diacono al primo libro della storia longobardica al capitolo ventesimoterzo, e in cui restò morto Turismondo figliuolo del re Toresino; e di questa prima battaglia fa menzione anche l'autore della Miscella[2743]. L'altra si vede narrata dal medesimo Paolo Diacono al capitolo vigesimosettimo di esso libro primo, e dall'abate Biclariense, allorchè Cunimondo era re de' Gepidi, ed Alboino de' Longobardi. Procopio narra cose avvenute a' suoi giorni, e ch'egli poteva ben sapere; e nominando egli più volte il re Audoino, vivente in quest'anno, indarno si vuol produrre contra la di lui autorità Sigeberto, scrittore che fiorì dopo l'anno 1100, il quale fa morto Audoino nel 543, con error manifesto, siccome vedremo. Mette anche Sigeberto da lì a poco con altro errore la morte di Totila, e il fine del regno de' Goti nell'anno 546. Procopio, dico, nell'anno seguente 553, ci assicura che Toresino, o Turisendo, re de' Gepidi, era tuttavia vivente e regnante fra i Gepidi. Scrive inoltre che un certo Ildisgo si ricoverò presso i Gepidi, ed un certo Ustrigoto presso i Longobardi, ed essersi accordati i re di quelle due nazioni per uccidere entrambi que' rifugiati. Adunque durava tuttavia il regno dei Gepidi. Ma quel che decide la presente quistione, si è la chiara testimonianza di Menandro protettore, storico di questo medesimo secolo, e continuatore della storia di Agatia, non osservato dal padre Pagi. Alcuni pezzi della sua opera si leggono negli Estratti delle legazioni[2744]. Egli dunque narra, che mentre era imperadore Giustino, il successore di Giustiniano, bolliva una fiera inimicizia fra Alboino re dei Longobardi e Cunimondo re de' Gepidi, ed avere il primo fatto ricorso agli Abari, ossieno Avari, cioè agli Unni, che noi chiamiamo Tartari, e stabilita lega con loro, come accenna anche Paolo Diacono; dopo di che fece la guerra ai Gepidi. Cunimondo ricorse all'imperadore Giustino; ma questi non volle mischiarsi nelle loro liti. Però non sotto Giustiniano Augusto, ma sotto il suo successore Giustino succedette il secondo fatto di armi, che portò seco la distruzione del regno de' Gepidi, narrato da Paolo Diacono, e diverso dal primo, di cui parla Procopio. Serviranno tali notizie pel proseguimento della storia d'Italia. Intanto merita di esser fatta menzione, che Giordano storico, appellato indebitamente fin qui Giornande, a cagione di qualche testo scorretto, dopo aver accennata la prima sanguinosa battaglia fra i Gepidi e i Longobardi, narrata anche da Procopio, diede fine al suo Trattato istorico de regnorum successione, terminato perciò nel corrente anno. Dalla prefazione di esso libro si scorge ch'egli avea prima composto l'altro libro de Rebus Geticis, cioè nell'anno 550, perchè ivi fa menzione nella nascita di Germano, figliuolo postumo di Germano patrizio, di cui poco fa parlammo, e di Matasunta figliuola di Amalasunta. Era questo Giordano di nazione Goto. Sigeberto[2745] il fa anche vescovo, ed alcuni perciò l'han creduto troppo buonamente vescovo di Ravenna. Quanto a me, siccome dissi nella prefazione alle sue opere[2746], tengo ch'egli fosse monaco; e non sarebbe gran cosa che avesse avuta la sua stanza in Ravenna, allora sottoposta a Giustiniano Augusto, al vedere come egli parli d'esso imperadore e dei Greci. In quest'anno seguì un gran dibattimento in Costantinopoli per cagione di tre capitoli che Vigilio papa, Dazio arcivescovo di Milano, ed altri di Italia sosteneano contro la pretensione e prepotenza di Giustiniano Augusto, che s'era ostinato a volerli condannati, lasciandosi indurre da Teodoro vescovo di Cesarea in Cappadocia, capo degli eretici acefali. Pubblicò esso Augusto un editto intorno a questa controversia, con abusarsi della sua autorità e con discapito del suo nome. Perchè se gli oppose Vigilio, nè volle consentire, fu maltrattato; e temendo di peggio, come potè il meglio, scappò a Calcedone, con rifugiarsi nella chiesa di santa Eufemia di quella città, che era il più riverito asilo sacro dell'Oriente in questi tempi.

NOTE:

[2737] Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 24.

[2738] Procop., de Bell. Pers., lib. 4, cap. 25.

[2739] Jordan., de Regnor. Success.

[2740] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 27.

[2741] Abbas Biclariensis, in Chron.

[2742] Sigebertus, in Chron.

[2743] Hist. Miscella, lib. 16.

[2744] Hist. Byz., tom. 1, pag. 110.

[2745] Sigebertus, in Chronico.

[2746] Rer. Italicar. Scriptor., tom. 1.

Anno di CRISTO DLII. Indizione XV.

VIGILIO papa 15. GIUSTINIANO imperadore 26. TEIA re 1.

L'anno XI dopo il consolato di Basilio.

Avea finora l'imperador Giustiniano atteso con gran negligenza agli affari di Italia. Finalmente, come se si fosse svegliato da un grave sonno, tutto si diede a preparare i mezzi per distruggere il regno dei Goti. Eletto Narsete capitan generale delle sue armi in Italia, soprattutto si studiò di provvederlo del maggior nerbo di chi prende a guerreggiare, cioè del denaro, acciocchè con questo assoldasse un fioritissimo esercito, soddisfacesse alle milizie esistenti in Italia, prive da gran tempo di paga, e potesse ancora sedurre i seguaci di Totila. Era Narsete piccolo di statura e gracile, non sapeva di lettere; mai non aveva studiato eloquenza; ma la felicità del suo ingegno, la sua attività e prudenza supplivano a tutto, e compariva mirabile la grandezza dell'animo in quest'uomo, che pur era eunuco[2747]. Adunque così bene assistito Narsete, trasse seco a Salona un'armata, secondo que' tempi, ben poderosa. Imperocchè molta gente aveva egli raccolto da Costantinopoli, dalla Tracia e dall'Illirico, correndo a folla le persone alla fama dei tesori imperiali ch'egli generosamente impiegava. Trovò in Salona le soldatesche già raunate da Germano patrizio e da Giovanni genero d'esso Germano. Seco ancora si unì un corpo di due mila e dugento de' migliori e più scelti Longobardi, che il re Alboino, ad istanza di Giustiniano Augusto, spedì all'impresa d'Italia, colla giunta ancora di tre mila combattenti per servigio de' primi; così che sembrano simili agli uomini d'arme usati nei secoli posteriori in Italia. Inoltre ebbe Narsete tre mila cavalli Eruli, molti Unni, molti Persiani e quattrocento Gepidi con altre non poche truppe d'altri paesi. Restava di trovar la via di condurre in Italia tutto questo esercito. Per mare non appariva, perchè sarebbe stato necessario un immenso stuolo di navi. Per terra bisognava passare per luoghi, dove i Franchi tenevano dei presidii. Narsete senz'altro mandò a dimandare il passaggio ai Franchi, che lo negarono, col pretesto ch'egli menava seco dei Longobardi lor capitali nemici. Segno è questo che i Franchi dovevano aver occupato le città di Trivigi, Padova e Vicenza, o almeno dei luoghi in quelle parti. Certo non erano padroni di Verona. Trovavasi Narsete in grande agitazione per questo, e tanto più perchè si venne a sapere, aver Totila inviato Teia suo capitano col fiore de' Goti alla suddetta Verona per contrastare il passo all'armata nemica, la qual pure, quand'anche i Franchi avessero conceduto il passaggio, non potea tenere altra strada che quella di Verona, essendochè il Po in questi tempi formava delle sterminate paludi dove ora è il Ferrarese con altri paesi circonvicini. Avea inoltre Teia fatti incredibili lavorieri alle rive del Po, acciocchè non restasse aperto adito alcuno per quelle parti ai nemici. Prevalse dunque il parere di Giovanni nipote di Vitaliano, assai pratico de' cammini, il quale consigliò d'istradare l'armata per i lidi del mare Adriatico fino a Ravenna, col condurre seco un sufficiente numero di barche atte a far ponti per valicare i molti fiumi che vanno a sboccare nel mare. Così fu fatto, e felicemente con tutto il suo numeroso oste Narsete pervenne a Ravenna; cosa che non si erano mai aspettata i Goti. Fermatosi quivi nove giorni per rinfrescare e rimettere in lena le truppe, con esse poi s'inviò alla volta di Rimini, al cui fiume e ad uno stretto passo ebbe all'incontro Usdrila capitano di quel presidio, uomo valoroso[2748]. La morte di costui fece ritirare i suoi nella città; laonde Narsete continuò il suo viaggio. Ma perchè nella via Flaminia, andando innanzi, si trovava Pietra Pertusa, fortezza quasi inespugnabile, che impediva il passo, voltò Narsete a man destra per valicar l'Apennino. Totila dimorava in questi tempi in Roma, aspettando che da Verona venissero a congiungersi seco le squadre comandate da Teia. Venute queste, ancorchè fossero restati indietro due mila cavalli, mosse l'armata sua, e per la Toscana s'inoltrò sino all'Apennino in un luogo appellato Tagina, alquante miglia lungi dal campo di Narsete postato ad un luogo chiamato i Sepolcri dei Galli. Crede il Cluverio[2749] che que' siti fossero tra Matelica e Gubbio, e verso l'antica, ora desolata, terra di Sentino.

Quivi si accinsero amendue le nemiche armate a decidere con un generale conflitto della sorte d'Italia. Procopio, secondo il costume di varii storici greci e latini, ci fa intendere le belle parlate che i due generali avrebbono dovuto fare ai lor soldati per animargli al combattimento. Ma quando, già schierati gli eserciti, si credeva inevitabile il fatto d'armi, Totila si ritirò indietro, per attender due mila combattenti che a momenti doveano arrivare. Arrivati poi questi, si venne alla giornata campale, che fu formidabile, sanguinosa e piena di morti, ma specialmente dalla parte dei Goti. Tacciato fu d'inescusabile imprudenza Totila, perchè ordinò ai suoi di non valersi nella zuffa nè di saette, nè di spade, ma solamente di picche e lance, servendosi all'incontro l'armata di Narsete di tutte le sue armi, fece tal guasto in quelle de' Goti, che finalmente la rovesciò e mise in fuga. Rimasero estinti sul campo circa sei mila Goti; altri si arrenderono, che furono poco appresso tagliati a pezzi dai Greci. Gli altri, coll'aiuto delle loro gambe o de' cavalli, si studiarono di salvare la vita. Sopraggiunse la notte, e Totila fuggendo anche egli cercava di mettersi in salvo. Ma, o sia che nel calore della battaglia fosse stato trafitto da una saetta, mentre al pari dei soldati valorosamente combatteva; o sia che nella fuga da un Gepida appellato Asbabo fosse ferito con una lancia nella schiena (che questo non si sa bene), giunto ch'egli fu ad un luogo chiamato Capra, fu bensì curata la sua ferita, ma da lì a poco di quella morì, e al corpo suo tumultariamente data fu sepoltura. Principe, benchè barbaro di nazione, pure degno d'essere registrato fra gli eroi dell'antichità; tanto era stato il suo valore nelle azioni, la sua prudenza nel governo, la sua vigilanza ed attività nella decadenza d'un regno, che, trovato da lui sfasciato, s'era per sua cura rimesso in assai buono stato. Era eziandio lodata da tutti la sua continenza, e da molti la sua giustizia e clemenza, con altre virtù che meritavano bene un fine diverso. Questa vittoria, quantunque non isterminasse affatto la potenza dei Goti, pure le diede un gran crollo. Narsete, siccome persona ammaestrata nella vera pietà, la riconobbe dal favore e voler di Dio, e non già dalle mani degli uomini. Evagrio[2750] l'attribuisce alla divozione professata dal medesimo Narsete alla beata Vergine madre di Dio, e il cardinal Baronio[2751] all'avere in questi tempi Giustiniano, dappoichè avea fatti varii strapazzi e violenze a papa Vigilio, rallentato il suo rigore, con dimostrare di voler pur rimettere in lui le controversie della religione. Ed in tanto il papa se ne stava come esiliato in Calcedone, e ritirato nel tempio di santa Eufemia. Dopo questo felice successo dell'armi cesaree in Italia, attese Narsete a cacciar via i Longobardi seco condotti, perchè costoro barbaramente incendiavano le case, e facevano violenza alle donne, anche rifugiate nei sacri templi. Caricatili dunque di doni, gl'inviò al lor paese, cioè nella Pannonia, ossia nell'Ungheria, facendoli accompagnare da Valeriano e da Damiano suo nipote con un corpo di milizie, affinchè que' Barbari non commettessero disordini nel viaggio. Sbrigato Valeriano da costoro, condusse le sue brigate sotto Verona con pensiero di formarne l'assedio, se il presidio gotico non s'induceva a rendersi. Trovò in essi buona disposizione; ma ciò risaputo dai Franchi acquartierati in quel territorio, tanto si adoperarono, che il trattato andò a monte, e Valeriano si ritirò altrove.

Intanto i Goti scampati dalla battaglia suddetta si ridussero a Pavia, e quivi crearono per loro re Teia figliuolo di Fridigerne, il più valoroso de' loro uffiziali. Trovò egli in quella città parte di quel tesoro che per sicurezza v'avea mandato Totila, e con esso tentò di tirare in lega i Franchi; e nello stesso tempo rimise in piedi un competente esercito. Narsete in questo mentre, dopo aver ordinato a Valeriano che si portasse al Po, per impedire i progressi dei Goti, col suo esercito prese Spoleti, Narni e Perugia, e quindi voglioso di mettere il piè in Roma, colà si portò. Per non tenere occupata tanta gente nella difesa di quell'ampia città, avea il re Totila fatta cingere di mura una picciola parte intorno alla mole d'Adriano, oggidì castello Sant'Angelo, formandovi una specie di fortezza. In essa riposero i Goti il meglio de' loro averi, con farvi buona guardia; del resto della città si prendevano poca cura. Non fu però difficile a Narsete il dare la scalata ad un sito delle mura, dove niuno si trovava alla difesa: con che s'impadronì di Roma. E strettosi dipoi intorno al castello, tal terrore diede a quella guarnigione, che in poco tempo essa capitolò la resa, salve le persone. Racconta qui Procopio, senza saper intendere i giudizii di Dio, come la presa di Roma fatta dai Greci riempiè di giubilo i Romani banditi, subito che l'intesero, e pur questa fu la loro rovina. Perciocchè i senatori, ed altri che erano nella Campania, si mossero tosto per rimpatriare; ma colti dai Goti che tenevano varie fortezze in quelle parti, furono messi a fil di spada. Altri, incontrandosi ne' Barbari che militavano nell'esercito di Narsete, ebbero la medesima sorte. Dianzi ancora aveva il re Totila, allorchè marciava contro a Narsete, scelti da varie città trecento figliuoli dei nobili Romani, sotto pretesto di tenerli come suoi familiari, ma veramente perchè gli servissero d'ostaggio, e gli avea mandati di là dal Po. Trovatili il nuovo re Teia, tutti barbaramente li fece uccidere. Studiossi dipoi questo re, quanto potè, per muovere contra i Greci anche Teodebaldo re dei Franchi, offerendogli una gran somma di danaro; ma non gli venne fatto, perchè non volevano i Franchi spendere il loro sangue in servigio de' Goti, nè de' Greci, e solamente pensavano a far eglino soli la guerra per conquistare ed unire, se avessero potuto, ai lor dominii anche l'Italia. Vennero intanto in poter di Narsete il castello di Porto, Nepi e Pietra Pertusa. Mandò egli dipoi Pacurio, all'assedio di Taranto, altri a quello di Civitavecchia ed a quello di Cuma, nel cui castello Totila avea riposta parte del suo tesoro, e messovi per governatore Aligerno suo minor fratello.

NOTE:

[2747] Agath., lib. 1 de Bell. Gothic.

[2748] Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 29.

[2749] Cluverius, Ital., lib. 2, cap. 6.

[2750] Evagr., lib. 4, cap. 23.

[2751] Baron., Annal. Eccl.

Anno di CRISTO DLIII. Indizione I.

VIGILIO papa 16. GIUSTINIANO imperadore 27.

L'anno XII dopo il consolato di Basilio.

Ho io rapportato all'anno precedente 552 la morte del re Totila e l'elezione di Teia, uniformandomi col Sigonio e col padre Pagi, ancorchè Mario Aventicense, seguitato dai cardinali Baronio e Noris, la riferisca all'anno presente. Certamente Procopio assiste alla prima sentenza, e si veggono altri fatti posticipati d'un anno nella Cronica d'esso Mario. Peggio fa Vittor Tunonense[2752], che mette nell'anno susseguente 554 la battaglia in cui Totila fu ucciso. Ma certo coi conti del Pagi[2753] e i miei si accorda Teofane[2754], il quale scrive che nell'anno medesimo in cui morì Menna patriarca di Costantinopoli, correndo l'Indizione XV (la qual morte tutti gli eruditi concedono seguita nell'anno 552 senza dissentirne i cardinali suddetti): in esso anno, dico, nel mese d'agosto arrivarono a Costantinopoli i corrieri trionfali, portando la nuova della gran vittoria ottenuta da Narsete colla morte di Totila, le cui vesti insanguinate e la sua berretta carica di gemme fu presentata a Giustiniano Augusto. Sia nondimeno lecito a me di seguitar Mario Aventicense in un fatto, cioè in rapportare all'anno presente la morte del re Teia, giacchè egli in un anno rapporta la di lui elezione, e nel susseguente la di lui caduta. Teia dunque, a cui premeva forte di conservar Cuma, per non perdere il tesoro quivi rinchiuso, uscito di Pavia, arditamente passando per molti luoghi stretti e per le rive dell'Adriatico, all'improvviso comparve nella Campania. Colà del pari col suo esercito si trasferì Narsete, e giunto verso Nocera alle falde del monte Vesuvio, si trovò a fronte de' Goti, i quali s'erano fortificati alle rive del fiume Dragone. Due mesi stettero quivi le armate, senza che l'una potesse o volesse assalir l'altra. Ma dacchè un Goto, per tradimento, vendè a Narsete tutta la flotta delle navi, onde Teia riceveva, secondo il bisogno, i viveri, allora i Goti attaccarono la battaglia, e combatterono da disperati. Vi rimase morto Teia, dopo aver fatto delle incredibili prodezze; e ciò non ostante seguitarono furiosamente i suoi a combattere. La notte servì a far cessare il conflitto. Ma, fatto giorno, ricominciarono la zuffa, e con tanto vigore menarono le mani, che non si potè mai romperli. Ritiratisi finalmente, e ragunato il consiglio, mandarono a dire a Narsete, che ormai conoscevano essersi Iddio dichiarato contra di loro, e che deporrebbono l'armi, chiedendo solamente di potersene andare per vivere secondo le loro leggi, giacchè intendeano di non servire all'imperadore; siccome ancora di poter portar seco il danaro che cadaun avea riposto in varii presidii d'Italia. Penava Narsete ad accordare queste condizioni, ma Giovanni nipote di Vitaliano, con rappresentargli che non era bene il cimentarsi di nuovo con gente disperata, e che bastava ai prudenti e moderati il vincere, senza esporsi a nuovi pericoli, tanto disse, ch'egli acconsentì. Fu dunque convenuto che quei soldati goti coi loro bagagli speditamente uscissero d'Italia, nè più prendessero l'armi contra dell'imperadore. Mille di essi andarono a Pavia ed oltre Po, e gli altri Goti confermarono quei patti, in guisa che Narsete s'impadronì di Cuma e degli altri presidii. Con che Procopio dà fine all'anno XVIII della guerra de' Goti, terminato nella primavera presente, ed insieme alla sua storia, continuata poi da Agatia, scrittore anch'esso di questi tempi. Ma io dubito forte che sieno state aggiunte al testo di Procopio queste ultime parole, confrontandole con ciò che il suddetto Agatia ci verrà dicendo[2755]. Scrive egli adunque, che dopo la convenzione stabilita con Narsete, i Goti parte andarono nella Toscana e Liguria, parte nella Venezia e in altri luoghi, dov'erano soliti di abitare. Si aspettava che adempiessero le promesse fatte, e contenti dei lor beni schivassero da lì innanzi i pericoli, con respirare da tante calamità. Ma poco appresso si diedero a macchinar altre novità e ad intraprendere un'altra guerra. Conoscendo di non poterla far soli, spedirono ai Franchi, per indurli a muoversi contra de' Greci. Qui Agatia fa un bell'elogio de' Franchi, rappresentandoceli, benchè Barbari, pure diversi troppo dagli altri Barbari nella pulizia e nella maniere di vivere, per cui somigliavano piuttosto ai Romani, e massimamente per la religione cattolica da essi ancora professata, e per la giustizia e per la singolare bravura, con cui aveano largamente dilatato il loro dominio, e per la concordia che regnava fra loro. Patisce eccezione quest'ultima lode; e se Agatia fosse vivuto un poco più, forse avrebbe tenuto un differente linguaggio. Regnava allora Teodebaldo, il più potente di quei re, giovinetto dappoco, perchè di sanità meschina. A lui ricorsero i Goti transpadani, ma nol trovarono disposto a voler brighe di guerra.

Gli Alamanni, una delle nazioni germaniche, già tributarii del re Teoderico, e tuttavia idolatri, s'erano dopo la di lui morte soggettati per forza al re Teodeberto, padre d'esso Teodebaldo, e fra essi erano due fratelli, duci di quella nazione, Leutari e Butilino. Da Paolo Diacono[2756] questi è chiamato Buccellino, ed ha questo nome presso Gregorio Turonense[2757], e nelle Croniche di Mario Aventicense[2758] e del Continuatore di Marcellino conte[2759]. Costoro, veggendo che il re Teodebaldo preferiva il gusto della pace ad ogni guadagno, presero essi l'assunto di far la guerra in Italia ai Greci, invaniti della speranza di grandi conquiste e d'immenso bottino, sprezzando soprattutto Narsete, per essere eunuco ed allevato solamente fra le delizie della corte. Certo nol doveano ben conoscere. Però adunato un esercito di ben sessantacinque mila tra Alamanni e Franchi, calarono in Italia. Narsete, benchè non abbastanza informato di questi movimenti, ai quali probabilmente fu dato impulso dai Goti, vivente ancora il re Teia, piuttosto che dopo la sua morte, come credette Agatia, pure, per prevenir gli sforzi altrui, attese a conquistar le fortezze che nella Toscana erano tuttavia in mano dei Goti: segno che la convenzione fatta tra essi dopo la vittoria riportata contro Teia, o non era stata seguita, o riguardò solamente i soldati goti che intervennero al fatto d'armi con Teia. Ma premendogli maggiormente l'acquisto di Cuma, perchè in quel forte castello aveano i Goti ricoverate le loro più preziose cose, colà passò con tutto l'esercito, e l'assediò. V'era alla difesa Aligerno, fratello del defunto Teia, uomo di mirabil forza, che in tirar d'arco non avea pari. Furono fatte più mine per far cadere le mura; furono dati varii assalti: tutto riuscì inutile. Pertanto Narsete, avendo ormai intesa da sicuri avvisi la calata di Leutari e di Butilino con sì grossa armata, e l'arrivo d'essi di qua dal Po, non volle più perdere tempo intorno a Cuma; lasciato quivi un corpo di truppe bastevole per tener bloccata quella fortezza, passò in Toscana col resto dell'armata. Di colà spedì la maggior parte de' suoi sotto il comando di Fulcari, capitano degli Eruli, di Giovanni nipote di Vitaliano, di Artabano e d'altri condottieri verso il Po, con ordine d'impedire, per quanto permettevano le loro forze, i progressi dei Franchi ed Alamanni. Attese egli intanto ad altri vantaggi in Toscana. A lui si sottoposero Civitavecchia, Firenze, Volterra, Pisa e gli Alsiensi, creduti oggidì quei di Palo. I soli Lucchesi vollero far fronte, e quantunque avessero capitolato di arrendersi, qualora nello spazio di trenta dì non venisse loro un tal soccorso che fosse capace di combattere in campagna aperta, ed avessero dati gli ostaggi; pure, spirato il termine, mancarono di parola, sperando che di dì in dì arrivassero i Franchi. Fu consigliato Narsete di uccidere gli ostaggi in faccia agli assediati spergiuri. Egli inclinato alla misericordia, e riguardando come iniquità il punir gl'innocenti in luogo dei colpevoli, fece condurre gli ostaggi presso alle mura, ed intimò ai cittadini l'esecuzione delle promesse, minacciando di morte i lor parenti. Ricusando essi di farlo, ordinò che si decollassero, quei miseri, il carnefice diede colla spada i colpi, ma Narsete avea fatto metter loro un collare di legno coperto dai panni, per cui niun nocumento ebbero eglino, e, secondo il concerto fatto, finsero di stramazzar come morti. Allora un gran pianto e grido s'alzò per la città. Narsete promise di risuscitar quegli uomini, se si arrendevano, e fu accettata la proposizione. Ma dappoichè videro in salvo i suoi, nè pur vollero questa fiata mantener la parola. Narsete, in vece di pensare alla vendetta, mise in libertà gli ostaggi, i quali poscia tanto esaltarono l'affabilità e rettitudine del generale cesareo, che quel popolo cominciò a deporre tanta durezza. Erano già entrati i Franchi in Parma. Si avanzò spropositatamente e senza ordine verso quella città Fulcari condottiere degli Eruli, inviato colà da Narsete. Nascosi i Franchi nell'anfiteatro ch'era fuori della città, gli furono addosso, e per quanta difesa egli facesse, rimase morto sul campo con quei che non poterono fuggire. Intanto i Goti abitanti nella Liguria ed Emilia, che aveano poc'anzi fatta pace ed amistà, ma finta, coi Greci, udendo gli avanzamenti de' Franchi, ruppero i patti e si gittarono nel loro partito. Per lo contrario i capitani di Narsete, scorgendo sè stessi inferiori di forze, e che i Goti spalancavano le porte delle terre subitochè arrivavano i Franchi, credettero ben fatto di ritirarsi nelle vicinanze di Ravenna. Mandò Narsete a rimproverarli di codardia, e tanta forza ebbero le di lui riprensioni, che ritornarono alla volta di Parma, e lì presso s'accamparono. Allora Narsete maggiormente affrettò l'assedio di Lucca, dov'erano entrati dei comandanti franzesi, e tuttochè con assalti, mangani e fuochi offendeva la città, tantochè finalmente la guarnigione, dopo d'essersi sostenuta per tre mesi, trattò di rendersi, ed ottenne il perdono del passato, con allegria ammise entro la città i Greci. Dopo di che Narsete si trasferì a Ravenna, e trovandosi nella vicina Classe, ebbe il contento di veder comparire Aligerno, fratello del morto re Teia, che saggiamente pensando all'avvenire, e nulla di bene sperando dalla parte dei Franchi, intenti solamente al proprio interesse e vantaggio, venne a proporgli la resa di Cuma da tanto tempo assediata, con farla valere in suo pro. Senza difficoltà si conchiuse presto l'affare, e venne quella forte rocca in poter delle sue genti con tutto o quasi tutto il tesoro, che ivi si conservava sì della corona, come de' particolari Goti. Riuscì ancora a Narsete di mettere il piede in Rimini per amichevol accordo coi Varni, che v'erano di presidio, e presero partito nell'armata imperiale. Disfece inoltre un corpo di due mila Franchi, i quali sbandati erano giunti fino ai contorni di Ravenna, mettendo tutto a sacco. E perciocchè il verno chiamava ognuno a quartiere, egli da Ravenna passò a Roma, dove si trattenne tutto quel tempo, addestrando intanto in continui esercizii il suo esercito per averlo pronto alla primavera ventura. Fu in quest'anno tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, per terminare la fastidiosa controversia dei tre capitoli. Perchè non consentì papa Vigilio alla condanna dei medesimi, Giustiniano Augusto con iscandalosa prepotenza il cacciò in esilio con altri vescovi ch'erano del suo parere. Ciò non ostante, vedremo prosperate l'armi sue in Italia: il che dovea fare accorto il cardinal Baronio, che i giudizii di Dio sono occulti, e questo non essere il paese, dov'egli faccia sempre giustizia col punire i cattivi e premiare i buoni, ma riserbarlo egli al mondo di là.

NOTE:

[2752] Victor Turonen., in Chron.

[2753] Pagius, Crit. Baron.

[2754] Theoph., in Chronogr.

[2755] Agat., de Bell. Goth., lib. 1.

[2756] Paulus Diaconus, de Gestis Longob., lib. 2, cap. 2.

[2757] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 32.

[2758] Marius Aventicens., in Chron.

[2759] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

Anno di CRISTO DLIV. Indizione II.

VIGILIO papa 17. GIUSTINIANO imperadore 28.

L'anno XIII dopo il consolato di Basilio.

Nulla si opponeva al poderoso esercito dei due duci alamanni e franchi, essendo assai debili a petto di queste, e troppo ancora divise in tanti presidii le forze imperiali d'Italia. Però costoro a man salva dalla Liguria passarono fin verso Roma[2760], lasciando dappertutto funestissimi segni della loro barbarie e rapacità. I Franchi, siccome gente cattolica, portavano rispetto ai sacri templi; ma gli Alamanni, che erano i più, facevano alla peggio dappertutto, asportando i vasi sacri, e spogliando d'ogni loro ornamento la chiese, con ispianarne ancora non poche, e con trucidar senza compassione i miseri contadini. Passarono oltre Roma, e giunti al Sannio, divisero l'armata in due. Buccellino, ossia Butilino, col maggior nerbo di quelle masnade tirò a man destra, con devastare la Campania, la Lucania, i Pruzii, e giugnere fino allo stretto di Sicilia. Leutari marciò alla sinistra lungo il mare Adriatico, mettendo a sacco tutto quel tratto di paese sino ad Otranto. Era già avanzata la state, quando Leutari e il suo esercito, pieni di prede, pensarono di tornarsene alle lor case. Fattolo sapere a Buccellino, non volle costui imitarli, perchè i Goti gli davano ad intendere di volerlo per re loro. Venne Leutari, e giunto a Fano, mandò innanzi tre mila de' suoi per osservar se sicure erano le strade. Artabano uffiziale cesareo, che avea rannata della gente in Pesaro, postosi in aguato, piombò loro addosso, ne uccise molti e fu' cagione che gli altri fuggendo misero in conquasso tutto l'esercito de' suoi, i quali mentre in quella confusione si armano, diedero campo alla maggior parte dei loro prigioni di scappare e di portar seco quanto poterono del ricco bottino. Finalmente Leutari, passato con gran fatica il Po, condusse la sua gente a Cenesa, allora posseduta dai Franchi. Così la chiama Agatia. Io la crederei Ceneda, terra della Venezia, se Paolo Diacono nol dicesse ritirato fra Verona e Trento vicino al lago di Garda. Quivi non men egli che tutti i suoi furono colti da una terribile e sì feroce peste, che coi denti si strappavano a brani la carne propria, e tutti o quasi tutti per esso malore finirono di vivere: giusto giudizio e castigo di Dio, per le enormità incredibili da loro commesse, come osservò lo storico Agatia. Nè già permise la stessa divina giustizia che avesse miglior mercato l'altra armata di Buccellino. Gregorio Turonense[2761] racconta in un fiato una man di fole di costui: cioè che egli riportò molte vittorie combattendo contra Belisario: il che diede motivo all'imperadore di richiamar Belisario e di mandare in Italia Narsete. Che esso Buccellino prese tutta l'Italia, diede una rotta a Narsete, e dipoi occupò la Sicilia, i cui tributi inviò al re Teodeberto: tutte fandonie, senza che sia un filo di verità. Il vero si è, che Buccellino, dopo aver dato il sacco a quante terre trovò per via fino a Reggio di Calabria, tornossene indietro, e giunto vicino a Capua, si accampò alla riva del fiume Casilino, cioè del Volturno, in un luogo che Paolo Diacono chiama Tanneto. Postosi all'incontro sull'altra riva Narsete con quanta gente di suo seguito potè. Descrive Agatia l'armatura de' Franchi, se pure non vuol dire degli Alamanni: cioè, che quasi tutti erano fanteria. Non usavano archi, frecce, dardi o fionde. Al lato destro portavano lo scudo, al sinistro la spada. Presso di loro non era in uso l'usbergo, ossia la lorica; pochissimi portavano celata in testa; nudi fino alla cintura, da cui poscia scendeano calzoni fino a' piedi, fatti di tela di lino, oppure di cuoio. Portavano anche accette con ferro da due parti aguzzo, e degli angoni, specie di alabarde coll'asta di legno, ma quasi tutta coperta di ferro e non molto lunga, nella cui punta era un acuto ferro con varie punte, ossieno uncini, che guardavano al basso, e simili agli ami. Di questi angoni si servivano per lanciarli contra il nemico, quando erano a tiro. Se colpivano il corpo, ancorchè il colpo non fosse mortale, non se ne potea sbrigar l'uomo ferito per cagion degli uncini. Se li ficcavano negli scudi, non ci era verso di staccarli, nè di valersi più di essi scudi, ed intanto trovandosi disarmato il corpo del nimico, o colla scure o con altra asta il uccidevano. Vennesi finalmente un dì ad un generale fatto d'armi. Alla ferocia di que' Barbari, benchè superiori di numero, prevalse il buon ordine, accompagnato dal valore delle milizie di Narsete. Restò morto nel conflitto Buccellino, e non solo sconfitti i suoi, ma messi a fil di spada tutti, coll'esserne appena salvati cinque, laddove soli ottanta in circa dell'esercito di Narsete perirono in quella giornata: di modo che ancor qui si potè ravvisare la mano di Dio. Immensa fu la preda che ne ebbero i vincitori, composta dello spoglio di tante provincie: e però tutti allegri ricondussero Narsete a Roma.

Il cardinal Baronio riferì all'anno 555 i fatti e la morte di questi due barbari capitani. Il Continuatore di Marcellino conte, all'anno 552. Il padre Pagi finalmente sostiene che senza dubbio avvennero nell'anno 553, allegando per la sua sentenza Agatia. Ma io tengo che sieno da riferire all'anno presente 554, e che evidentemente s'inganni il Pagi. Per confessione ancora di lui, nel mese di luglio dell'anno 552 seguì la battaglia, in cui morì il re Totila. Si raccolsero poi i Goti in Pavia, crearono re Teia. Questi mandò suoi ambasciadori a Teodebaldo re de' Franchi, per muoverlo contra de' Greci, e nulla ottenne. Costò questa spedizione del tempo. Appresso il medesimo Teia da Pavia col suo esercito si portò fin di là da Napoli: molto più tempo occorse a questo viaggio. Ciò saputo da Narsete, chiama dalla Toscana e dall'Umbria tutte le sue truppe, e con esse poi va a mettersi a fronte di Teia. Non si fanno volando quelle marcie. Stettero per due mesi[2762] guardandosi le due armate, finchè vennero alle mani, e nella zuffa rimase morto Teia. Sicchè la morte di questo re va sul fine dell'anno 552, o pure, come ho creduto io, fondato sopra Mario Aventicense[2763], ne' primi mesi dell'anno 553. Ora chiaramente si vede che Agatia narra nel primo libro gli avvenimenti succeduti dopo la morte di Teia: cioè l'avere i Goti istigata la nazion de' Franchi e degli Alamanni contra di Narsete; avere Leutari e Buccellino dovuto mettere insieme l'armata per calare in Italia, e che essi calarono ben tardi. Aggiugne che l'assedio di Cuma durò più di un anno, che Narsete spese tre mesi a quello di Lucca, e poi passò a Ravenna, e di là a Roma, e vi stette nel verno. Ecco dunque terminato l'anno 553, e per necessità doversi riporre nell'anno presente 554 (come saggiamente ancor fece il Sigonio) le altre azioni, narrate da Agatia e da me, dei suddetti due generali alamanni o franzesi, sino alla lor morte[2764]. Così ancora ha fatto il suddetto Mario, col mettere un anno dopo la morte di Teia quelle di Leutari e di Buccellino. Crede parimente il suddetto padre Pagi che Teodebaldo re dei Franchi terminasse il corso di sua vita nell'anno precedente 553. In prova di che egli cita il Continuatore di Marcellino conte, la cui testimonianza non può sembrar sicura da che egli sotto l'anno 552 mette la venuta in Italia di Narsete e le morti di Totila e di Buccellino, senza aver parlato di Teia: cose tutte contrarie alla cronologia di quei tempi. Mario Aventicense, nello stesso anno, in cui Leutari e Buccellino pagarono il fio delle tante iniquità da lor commesse in Italia, rapporta ancora la morte del re Teodebaldo. E ciò s'accorda con Agatia, il quale sul fine del secondo libro, dopo aver esposti i fatti e la caduta di quei due barbari capitani, scrive che in questo mentre fu rapito dalla morte esso re Teodebaldo senza prole, e che, venuti a contesa i due suoi zii Childeberto e Clotario per quella grande eredità, furono vicini a deciderla colle spade e coll'esterminio dei paesi. Ma Clotario, provveduto di cinque valorosi e bravi figliuoli, profittò della buona congiuntura di trovarsi Childeberto assai vecchio, e però entrò in possesso del vasto regno di Teodebaldo; ed essendo poi mancato di vita anche lo stesso Childeberto senza figliuoli, s'impadronì nella stessa guisa del regno di lui; con che venne ad unirsi tutta la monarchia franzese nel solo Clotario. Ma se, per quanto abbiam veduto nel presente anno 554, Leutari e Buccellino diedero fine alla lor tragedia; per conseguente, anche secondo Agatia, cadde in questo medesimo anno la morte del re Teodebaldo. E dicendo Gregorio Turonense[2765] che questo principe pagò il tributo alla natura nell'anno settimo del suo regno, veniamo ad intendere che il re Teodeberto suo padre cessò di vivere nell'anno 548. Strano è poi il voler inferire esso Pagi che al precedente anno appartenga la morte del re Teodebaldo e di Buccellino, perchè Agatia, dopo aver fatto il racconto suddetto, immediatamente soggiugne: che in questi tempi, correndo la state, Costantinopoli restò da un terribil tremuoto fracassata. Se in questi tempi, adunque nell'anno, in cui accadde la morte del re Teodebaldo, e però nel corrente anno 554, nel quale appunto riferisce Teofane lo stesso tremuoto, succeduto, secondo lui, nel dì 15 di agosto, correndo l'Indizione II, che vuol dire nell'anno presente.

NOTE:

[2760] Agath., lib. 2 de Bell. Goth.

[2761] Gregor. Turonens., lib. 3, cap. 32.

[2762] Procop., lib. 4, cap. 35.

[2763] Marius Aventicensis, in Chron.

[2764] Sigon., de Regn. Occident., lib. 20.

[2765] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 9.

Anno di CRISTO DLV. Indizione III.

PELAGIO I papa 1. GIUSTINIANO imperadore 29.

L'anno XIV dopo il consolato di Basilio.

Abbiamo da Agatia[2766] che dopo la morte di Leutari e di Buccellino, accaduta, come dicemmo, nell'anno precedente, circa sei mila Goti, i quali aveano prestato aiuto a que' generali masnadieri, temendo, anzi prevedendo che Narsete non gli avrebbe lasciati senza gastigo, si ritirarono in un fortissimo castello appellato Campsa. Probabilmente questo è Compsa, oggidì Consa, luogo picciolo sì, ma la cui chiesa gode l'onore di essere arcivescovato. Loro capo era un certo Ragnari, di nazione Unno o sia Tartaro, uomo arditissimo e scaltro. Narsete stette sotto quella fortezza tutto il verno. Venuta la primavera, colto fortunatamente da una saetta, Ragnari finì di vivere; ed allora i Goti capitolarono la resa, salve le loro vite. Fu loro mantenuta la parola. Ma Narsete, affinchè non tornassero a ribellarsi, tutti li mandò per mare a Costantinopoli. E qui finisce Agatia di parlare de' Goti, ossia degli Ostrogoti d'Italia, perchè con questa azione ebbe fine la guerra e il regno d'essi: regno ch'era durato circa sessantaquattro anni; regno non usurpato, perchè conquistato colla permissione dell'imperadore, e regno glorioso finchè visse il re Teoderico, ma che in fine fu l'esterminio d'Italia, non già per colpa dei soli Goti, ma perchè chi volle privarli del lor diritto ed abbatterli, fece loro una sì lenta e lunga guerra. Al nominarsi ora i Goti in Italia raccapricciano alcuni del volgo, ed anche i mezzo letterati, quasi si parli di Barbari inumani e privi affatto di legge e di gusto. Così le fabbriche antiche malfatte si chiamano d'architettura gotica, e gotici i caratteri rozzi di molte stampe fatte sul fine del secolo quintodecimo o sul principio del susseguente. Tutti giudizii figliuoli dell'ignoranza. Teoderico e Totila, amendue re di quelle nazione, certo non andarono esenti da molti nei; tuttavia tanto fu in essi l'amore della giustizia, la temperanza, l'attenzione nella scelta dei ministri ed uffiziali, la continenza, la fede ne' contratti, con altre virtù, che potrebbono servir di esemplare pel buon governo de' popoli anche oggidì. Basta leggere le lettere di Cassiodoro, e in fin le storie di Procopio, nemico per altro dei Goti. Nè quei regnanti variarono punto i magistrati, le leggi o i costumi de' Romani; ed è una fanciullaggine ciò che taluno immagina del loro pessimo gusto. Lo stesso Giustiniano Augusto ebbe bensì più fortuna che i re goti; ma, se è vero, almeno per metà, quanto di lui lasciò scritto Procopio, fu di gran lunga superato da essi Goti nelle virtù. Credo io nulladimeno che influisse non poco alla rovina dei Goti, l'esser eglino stati infetti dell'eresia ariana. Perchè, quantunque lasciassero agl'Italiani libero l'esercizio dell'antica loro religione cattolica, e rispettassero i vescovi, il clero e le chiese, e nè pur castigassero chi della lor nazione passava al cattolicismo, tuttavia nel cuor de' popoli, e massimamente de' Romani, stava fitta una segreta avversione contro d'essi, mal sofferendo di essere signoreggiati da una barbara nazione, e tanto più perchè diversa di religione, dimodochè i più bramavano di mutar padrone. Lo mutarono in fatti, ma con pagare ben caro l'adempimento de' loro desiderii, per gl'immensi danni che seco portò una guerra di tanti anni; e, quel ch'è peggio, perchè questa mutazione si tirò dietro la total rovina dell'Italia da lì a pochi anni, con precipitarla in un abisso di miserie, siccome vedremo andando innanzi. Abbiamo da Agnello storico[2767], vivente nell'anno 830, che Giustiniano imperadore donò alla chiesa di Ravenna tutte le sostanze che possedevano i Goti in quella città e nelle circonvicine, e le lor chiese, quali tutte furono consecrate da Agnello arcivescovo, e dal rito ariano ridotte al cattolico romano. Spezialmente loda egli la chiesa di san Martino, fondata dal re Teoderico, mirabile per la sua bellezza.

Aveva l'imperadore Giustiniano nell'anno avanti, per le istanze del clero romano e di Narsete, richiamato dall'esilio papa Vigilio, coll'aver nondimeno esatto ch'egli prima approvasse il concilio generale tenuto in Costantinopoli, il che egli fece. Ad istanza sua ancora pubblicò un editto, indrizzato a Narsete duce e ad Antioco prefetto d'Italia, per dar qualche sesto agl'incredibili disordini dell'infelice Italia, confermando in essa gli atti dei re goti, fuorchè di Totila. Una particolarità poi v'aggiunge Anastasio bibliotecario[2768], per la quale, e con ragione, il cardinal Baronio non potè contenersi di non esclamare contra Giustiniano che voleva parer sì pio, e non si guardava dalle più visibili empietà. Cioè, chiamati ch'egli ebbe a Costantinopoli i vescovi e cherici romani, che dianzi eran stati relegati in esilio, dimandò loro, se voleano ricevere per papa Vigilio, che ne avrebbe piacere. Se no, che quivi aveano Pelagio arcidiacono dalla Chiesa romana, e consentirebbe che il facessero papa. Riposero che volevano Vigilio; e quando poi Dio l'avesse chiamato a sè, allora, secondo il suo comandamento, sarebbe pontefice Pelagio. Questi furono i primi frutti del governo di Giustiniano in Italia, cioè il rendere schiava la Chiesa apostolica romana, coll'attribuirsi non dirò di confermare i papi eletti dal clero e popolo (abuso dipoi praticato), ma di deporre infino gli eletti consacrati. Abbiam anche veduto come egli praticasse con papa Silverio, antecessor di Vigilio. Permise poi l'imperador ch'esso Vigilio se ne ritornasse in Italia. Ma, giunto in Sicilia, mentre era in Siracusa gli crebbero tanto i dolori pel male della pietra, a cui era suggetto, che si morì: pontefice entrato con male arti nella sedia di Pietro, balzato qua e là finchè visse, e miseramente morto in fine lungi da Roma, e compianto da pochi. Crede il padre Pagi che la sua morte succedesse sul principio di questo anno. Il Continuatore di Marcellino conte[2769] la riporta all'anno precedente. Tuttochè sia scorretto il testo di Vittoro Tunonense[2770] nel ragguaglio degli anni, pure facendolo egli mancato di vita l'anno avanti all'elezion di Pelagio suo successore, s'accorda col Continuatore suddetto. Comunque sia, credesi dal cardinal Baronio[2771] e dal padre Pagi[2772] che nel presente anno circa il mese d'aprile in Roma venisse eletto papa Pelagio, primo di questo nome, cioè quel medesimo arcidiacono della Chiesa romana, di cui si è parlato più volte di sopra. Ma l'elezione sua procedette piuttosto dal comandamento dell'imperador Giustiniano, comunicato a Narsete, che dal libero volere del clero e popolo romano. L'essersi tardato cotanto dopo la morte di Vigilio a dare un nuovo pontefice alla Chiesa di Dio, indica abbastanza che si vollero aspettare gli oracoli di Costantinopoli. Ed Anastasio bibliotecario[2773] attesta che una gran moltitudine di Romani ricusava di comunicar con Pelagio, per sospetto nato che egli avesse cooperato alla morte di papa Vigilio; e si penò a trovar chi il consacrasse vescovo. Fatta poi, per ordine suo e di Narsete, una processione del popolo da san Pancrazio a san Pietro, quivi Pelagio salito sul pulpito col Vangelo in mano e colla croce in capo, avendo giurato di non aver avuto mano nella morte dell'antecessore, quetò il popolo ed approvò anch'egli il quinto concilio generale, così richiedendo la pace delle Chiese: giacchè restava intatta la dottrina del quarto calcedonense. In questa maniera l'abuso introdotto dai re goti per cagione degli scismi che non si consecrasse il romano pontefice senza l'approvazione e confermazione loro, fu continuato da Giustiniano, che non volle essere da meno di quei re; e i successori suoi non vollero essere da meno di lui. Quel che è peggio, bisognò col tempo comperare questa approvazione collo sborso di buona quantità di danaro che si pagava ai greci imperadori, il che non si ricava già sicuramente dal Comento attribuito a san Gregorio Magno sopra i Salmi, come stimò il cardinal Baronio, perchè non convengono già a quel mansuetissimo pontefice, nè a' suoi tempi, certe espressioni pungenti contra dell'imperadore; ma si raccoglie manifestamente da Anastasio bibliotecario nella vita di papa Agatone. Impariamo ancora dal Diurno antico de' romani pontefici, pubblicato dal padre Garnieri della compagnia di Gesù, che dopo la morte del papa, e dopo un digiuno di tre giorni, si raunavano il clero e senato romano, i nobili, i soldati e il popolo, e venivano all'elezione del successore. Fatta questa, se ne inviava il decreto a Costantinopoli agli Augusti, per ottenerne la confermazione. Se ne scriveva anche all'esarca di Ravenna, all'arcivescovo e ai giudici di quella città, e all'aprocrisario, o sia al nunzio della Chiesa romana, quivi esistente, acciocchè dessero mano alla già fatta elezione. Venuta l'approvazione imperiale, si consacrava il nuovo papa. Altrettanto si praticava per gli altri vescovi nei paesi sottoposti all'imperio di Oriente.

Dopo quello che abbiam riferito del greco storico Agatia, egli più non parla dei fatti d'Italia, con lasciarci conseguentemente nel buio per i tempi susseguenti. Tuttavia abbiamo da Mario Aventicense[2774] che un anno dopo la morte di Buccellino, e perciò nel presente, l'esercito de' Franchi diede una rotta a quel de' Romani, cioè degl'imperiali, e devastò un tratto di paese, con asportarne di molte ricchezze. Ci danno queste parole indizio che contra dei Franchi, stabiliti in varii siti della Liguria e Venezia, Narsete avea spedito un corpo d'armata per isloggiarli da quelle parti, giacchè l'irruzione fatta da Leutari o Buccellino dovette esser creduta tacitamente comandata ed approvata dai re franchi; e perciò Narsete guardò come rotti i patti e la pace con loro. Venuta poi alle mani coi Franchi, la sua gente voltò le spalle, e il paese pagò le spese della sinistra loro fortuna. Ma poco durò il trionfo dei Franchi. Raunate maggiori forze Narsete, per testimonianza del medesimo Mario, si spinse addosso ai Franchi, e gli obbligò ad abbandonare tutto quanto essi avevano occupato in Italia. Se ciò è vero, ecco finalmente ridotta sotto il comando di Giustiniano Augusto l'Italia tutta; spinti fuori d'essa i Franchi, e il resto della nazion gotica, sparso per varie terre e città d'Italia, oramai quieto sotto il novello padrone, senza più alzare un dito contra la di lui potenza. Abbiamo solamente da Paolo Diacono[2775] che Amingo generale dei Franchi, avendo voluto dare aiuto a Guidino conte dei Goti, che si era ribellato contra di Narsete, fu ucciso in una battaglia dalle genti di esso general cesareo, e Guidino preso fu inviato a Costantinopoli. Non si sa il tempo preciso di questo fatto. Da Paolo vien riferito nell'anno stesso in cui Narsete mise a morte Buccellino con tutto il suo esercito. Ma non è circa questi tempi in tutto sicura ed esatta la cronologia di Paolo Diacono, benchè i fatti sieno certi. Menandro Protettore[2776], storico di questo secolo, scrive che Amingo franzese ai tempi di Giustiniano Augusto s'accampò colle sue brigate al fiume Adige allorchè i Romani volevano passarlo. Ciò conosciuto da Narsete, mandò Panfronio patrizio, e Buono conte del patrimonio privato dell'imperadore, suoi legati ad Amingo, ad esortarlo di non opporsi agli interessi dell'Augusto suo padrone, e che non gli piacesse far guerra di nuovo coi Romani, perchè durava la tregua tra i Romani e i Franchi. Altra risposta non venne da Amingo, se non ch'egli non gli darebbe un dardo, finchè avesse salva la mano, con cui potesse lanciarlo. Quando ciò succedesse, è a noi tutto oscuro. Ma se sussiste un passo di Teofane, che riferirò qui sotto all'anno 563, si potrà dubitare che non tutta l'Italia venisse sì tosto in poter di Narsete.

NOTE:

[2766] Agath., de Bell. Goth., lib. 2.

[2767] Agnel., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Italicar.

[2768] Anast. Bibl., in Vita Vigilii.

[2769] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

[2770] Victor Turonensis, in Chron.

[2771] Baron., Annal. Eccl., ad hunc ann.

[2772] Pagius, Crit. Baron., ad hunc ann.

[2773] Anastas. Bibl., in Vit. Pelagii I.

[2774] Marius Aventicens., in Chron.

[2775] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 2.

[2776] Histor. Byzant., tom. 1, pag. 133.

Anno di CRISTO DLVI. Indizione IV.

PELAGIO I papa 2. GIUSTINIANO imperadore 30.

L'anno XV dopo il consolato di Basilio.

O sia perchè la storia d'Italia cominci qui a scarseggiare di lumi, anzi d'autori che trattino de' fatti in essa occorsi; o perchè la pace succeduta non partorisse da qui innanzi fatti degni di memoria: nulla mi si presenta di riguardevole accaduto in Italia, fuorchè la guerra della religione, narrata dai cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi. Erasi tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, col disegno di pacificare i tumulti e le dissensioni delle Chiese cattoliche intorno ai tre capitoli. Vigilio papa, dianzi ripugnante, avea finalmente acconsentito; ed altrettanto fece dipoi papa Pelagio suo successore, con protestar tutti salva la dottrina del precedente concilio calcedonense. Ma perchè a molti vescovi italiani, africani, franzesi e dell'Illirico pareva pregiudicato dal quinto concilio al calcedonense, però seguitarono non pochi d'essi a disapprovarlo e a non voler comunione con chi l'accettava. Pelagio papa con varie lettere si studiò di sgannarli; ne guadagnò alcuni, ma altri più che mai ricalcitrarono. Fra questi specialmente si distinsero l'arcivescovo d'Aquileia e i suoi suffraganei. Reggeva allora la Chiesa aquileiense Paolino novellamente eletto, che non solamente in un sinodo provinciale alzò bandiera contro del quinto concilio suddetto, ma eziandio formò scisma, ricusando di comunicar con papa Pelagio, riguardato da lui come trasgressore della fede, perchè avea condannati i tre capitoli. Pelagio, non dovendo, nè volendo sofferire tanta animosità, risentitamente ne scrisse più lettere[2777] a Narsete, con pregarlo massimamente di voler far mettere le mani addosso, non solo a Paolino, non riconosciuto da esso Pelagio per legittimo vescovo d'Aquileia, ma anche all'arcivescovo di Milano (senza dirci il suo nome), perchè, trascurata la approvazione della Sede apostolica, avea consecrato vescovo il suddetto Paolino. Voleva Pelagio che colle guardie questi due fossero inviati a Costantinopoli. Ma Narsete, considerando non molto convenevoli alle congiunture de' tempi sì fatte violenze, andò temporeggiando, sopra tutto per isperanza che questi pertinaci si ridurrebbono colle buone a riconoscere il loro dovere. Giunsero essi a scomunicare anche lo stesso Narsete. Per altro si sa che i romani pontefici usarono per alcun tempo della tolleranza ed indulgenza verso i ripugnanti al concilio quinto, concilio neppur da molti uomini dotti e santi riguardato allora con quella venerazione che ogni cattolico professava ai quattro primi concilii generali. Ma intorno a tale scisma, e se di là avesse principio il titolo di patriarca, di cui son in possesso da tanti secoli gli arcivescovi di Aquileia, è da vedere una dissertazione e i monumenti della Chiesa aquileiense pubblicati dal padre Bernardo de Rubeis dell'ordine de' Predicatori. Fra coloro poi che compariscono poco favorevoli al concilio quinto suddetto, merita specialmente d'essere annoverato Cassiodoro, ossia Cassiodorio, già senatore, già console, ed uno de' più insigni personaggi della corte dei re goti, finchè durò la loro potenza, ed uno de' più riguardevoli scrittori italiani del secolo presente. Questi, dopo la caduta del re Vitige, chiarito oramai della vanità delle grandezze umane, diede un calcio al secolo, e ritiratosi nel fondo della Calabria, quivi professò la vita monastica, seguendo, secondo tutte le verisimiglianze, l'istituto e la regola di san Benedetto. Fondò egli il monastero appellato Vivariense, presso di Squillaci, e quivi attese a scrivere libri sacri, e ad istruire non meno nella pietà che nelle lettere i suoi discepoli. Alla di lui attenzione è obbligata di molto anche per questo l'Italia tutta. Ora egli ne' suoi scritti accetta bensì con somma venerazione i quattro primi concilii generali, ma non già il quinto. Erasi ingrandito a dismisura Clotario re dei Franchi, coll'aver giunto al suo dominio gli stati ben vasti del defunto Teodebaldo. Ed essendosi a lui ribellati i Sassoni, gli avea sconfitti in una battaglia, con devastare dipoi la Turingia, perchè quel popolo s'era dichiarato in favore dei Sassoni. Tornarono nel precedente anno a far delle novità contra di lui i medesimi Sassoni, e egli, mossosi con un potente esercito per castigarli, li ridusse in istato di chiedergli misericordia, e di offerire la metà de' lor beni in soddisfazione del commesso misfatto. Clotario era tutto disposto a far loro grazia; ma i suoi capitani ostinati quasi il violentarono a rigettare ogni esibizione di quei popoli. Gli costò caro l'aver lasciate le vie della clemenza, perchè, venuto ad un secondo combattimento, ebbe la peggio con grande strage de' suoi, e gli convenne fuggire e chiedere appresso per grazia la pace. Abbiamo queste notizie da Gregorio Turonense[2778], da Fredegario[2779] e dal Continuatore di Marcellino conte[2780].

NOTE:

[2777] Pelag. I, ep. 3 et 5.

[2778] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 14.

[2779] Fredegarius, in Chron.

[2780] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

Anno di CRISTO DLVII. Indizione V.

PELAGIO I papa 3. GIUSTINIANO imperadore 31.

L'anno XVI dopo il consolato di Basilio.

L'antica storia ci fa pur sentire frequenti i tremuoti, e tremuoti orribili, nella città di Costantinopoli. Due in quest'anno, per testimonianza di Agatia[2781] e di Teofane[2782], ne succederono, l'uno a dì 6 di ottobre, e l'altro a dì 14 di dicembre, amendue de' più spaventosi che mai si fossero uditi. Rovinarono a terra moltissimi palagi e case, e non poche chiese, e sotto quelle rovine perirono assaissimi del popolo. L'imperador Giustiniano, cessato questo gran flagello, attese a ristorar gli edifizii che aveano patito, e spezialmente a proseguir la fabbrica dell'insigne tempio di santa Sofia, che riuscì poi una maraviglia del mondo. Se ne legge la descrizione esattamente e minutamente tessuta dal celebre Du-Cange nella sua Costantinopoli cristiana. Circa questi tempi, e forse prima, divampò la ribellione di Cranno, figliuolo di Clotario re de' Franchi, contra dello stesso suo padre[2783]. Era questo giovine principe dotato di belle fattezze di corpo, spiritoso ed accorto; e suo padre gli avea dato il governo dalla provincia dell'Auvergne. Ma abbandonatosi ai vizii e ad iniqui consiglieri, cominciò ad esercitar delle violenze con grave lamento de' popoli. Chiamato dal padre, che volea rimediare a questi disordini, piuttosto elesse di prendere l'armi contra di lui, che di ubbidirlo, ormai sedotto, al pari d'Assalonne, dalla voglia di regnare prima del tempo. Ciò che maggiormente gli faceva animo ad imprendere questa malvagia risoluzione, era l'assistenza segretamente a lui promessa da Childeberto suo zio re di Parigi, troppo disgustato perchè Clotario di lui padre avesse assorbito tutto il regno d'Austrasia, cioè il posseduto dal già re Teodebaldo, senza farne parte a lui, come era di giustizia. Pertanto si venne ad una guerra scandalosa, che durò molto tempo, essendosi veramente dichiarato in favore di Cranno il suddetto re Childeberto. L'Italia intanto si godeva una buona pace. Narsete n'era governatore, e a Narsete non mancava pietà, giustizia e prudenza per governare i popoli alla sua cura commessi. Secondochè abbiamo da Andrea Dandolo[2784], la tradizione in Venezia era ch'egli, ito colà, fabbricasse nell'isola di Rialto due chiese, l'una in onore di san Teodoro martire, e l'altra di san Menna e di san Geminiano vescovo di Modena.

NOTE:

[2781] Agath., lib. 5 Histor.

[2782] Theoph., in Chronogr.

[2783] Gregor. Turonensis, lib. 4.

[2784] Andreas Dandulus, Chron. Venet., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DLVIII. Indizione VI.

PELAGIO I papa 4. GIUSTINIANO imperadore 32.

L'anno XVII dopo il consolato di Basilio.

Per relazione di Teofane[2785] e dell'autore della Miscella[2786], in quest'anno cominciò a vedersi in Costantinopoli una nazione, che non s'era dianzi mai veduta. Si chiamavano Abari o Avari, e corse tutto il popolo a contemplar quelle brutte ciere. Portavano i capelli lunghi, raccolti con un nastro, e cadenti giù per le spalle. Nel resto degli abiti comparivano somigliantissimi agli Unni. Ed in fatti erano anch'essi, non men che gli Unni, Tartari di nazione. Costoro, spediti dalla loro tribù, chiedevano all'imperador Giustiniano di potersi stabilire nella Mesia, offerendosi pronti a servirlo in tutte le occorrenze colle lor armi. Forse nulla per allora ottennero. Torneremo a parlarne fra poco; e lo richiede la storia d'Italia, perchè costoro misero poi piede nella Pannonia, ossia nell'Ungheria, e si fecero pur troppo conoscere col tempo crudelissimi arnesi anche agl'Italiani. Ai tremuoti, che sul fine dell'anno addietro afflissero cotanto la città di Costantinopoli, si aggiunse da lì a poco, cioè nel febbraio dell'anno corrente, una terribil peste, che inferocì specialmente contro i giovani, e, secondochè attesta anche Agatia[2787], portò sotterra un'infinita moltitudine di popolo. A questo malore, il più micidiale degli altri, è tuttavia, e sarà sempre soggetta quella città finch'essa trascurerà quelle precauzioni, colle quali si vuol ora preservata l'Italia. Nè qui si fermò l'infelicità di quelle contrade. Sul principio del verno, essendo gelato il Danubio, passati di qua con facilità gli Unni sotto il comando di Zaberga lor capo, vennero saccheggiando tutto il paese, disonorando le femmine, e menando in ischiavitù chi loro aggradiva. Giunsero fin sotto le mura di Costantinopoli, nè trovavano chi loro si opponesse. Osservò Agatia, che, secondo le regole dell'imperio e giusta la misura degli aggravii, si aveano da tenere in piedi secento quarantacinque mila combattenti. In questi tempi non ve n'era che cento cinquanta mila; e questi divisi parte in Italia, parte in Africa, in Ispagna (perchè, oltre all'isole adiacenti alla Spagna, tuttavia nel continente si conservava qualche città fedele al romano imperio, come si raccoglie da sant'Isidoro), in Egitto, in Colco e ai confini della Persia. Giustiniano, invecchiato forte, non era più quello di prima. Lasciava andare in malora i paesi; e se i Barbari o minacciavano guerra, o la facevano, comperava da essi a forza d'oro la pace. Il denaro, che s'aveva da impiegare in mantener dei reggimenti di soldati, serviva ad alimentar meretrici, ragazzi, sgherri. E in Costantinopoli, ancorchè durassero le scuole militari, alle quali una volta erano ascritti i più valorosi e pratici dell'arte militare, ben pagati perciò, allora queste erano composte di gente che comperava que' posti, nè altro merito avea che di andar bene vestiti. Così governava in questi tempi Giustiniano, di cui anche è memorabile la cecità e stupidità in portar tanto affetto ai seguaci della fazione prasina, che loro era permesso d'uccidere di bel mezzo giorno nella città quei della fazione veneta loro emuli, e di entrar per forza nelle case, e di rubare, senza che temessero della giustizia. E guai a quei giudici che trattavano di castigargli. Se crediamo a Mario Aventicense[2788], venne a morte in quest'anno Childeberto, uno dei re franchi, giunto già ad un'avanzata vecchiaia, nel mentre ch'egli sostenendo la ribellione di Cranno, figliuolo del re Clotario, cercava di vendicarsi del fratello che aveva occupato tutto il regno d'Austrasia. Portò questa morte al re Clotario il possesso anche degli stati ch'erano goduti da esso re Childeberto, e così venne ad unirsi in lui tutta la vasta monarchia de' Franchi, che abbracciava tutta la Gallia (a riserva della Linguadoca dominata da Visigoti, e della Bretagna minore governata dai suoi sovrani) e buona parte della Germania, compresavi la Sassonia, la Turingia, l'Alemagna e la Baviera, la qual ultima provincia circa questi tempi cominciò ad aver il suo duca. E questi fu Garibaldo, a cui il re Clotario diede per moglie Valderada, chiamata da altri Valdetrada, ossia Valdrada, vedova del fu re Teodebaldo.

NOTE:

[2785] Theoph., in Chronogr.

[2786] Histor. Miscella, lib. 16.

[2787] Agat., lib. 5 Hist.

[2788] Marius Aventicensis, in Chron.

Anno di CRISTO DLIX. Indizione VII.

PELAGIO I papa 5. GIUSTINIANO imperadore 33.

L'anno XVIII dopo il consolato di Basilio.

Per relazione di san Gregorio Magno[2789], Sabino vescovo di Canosa ragionando con san Benedetto, patriarca de' monaci in Occidente, dei fatti di Totila re dei Goti, entrato già in possesso di Roma, gli palesò il suo timore che questo re avrebbe distrutta e renduta inabitabile Roma. Rispose san Benedetto: Roma sarà sterminata, non già dagli uomini, ma sì bene da fieri temporali e da orribili tremuoti. Soggiugne san Gregorio, scrittore di questo secolo, ch'era chiaramente verificata la profezia del santo abate, perchè a' suoi dì si miravano in Roma le mura della città scompaginate, case diroccate, chiese atterrate dai turbini, e gli edifizii per la vecchiaia andar tutto di rovinando. È di parere il padre Mabillone[2790] che nel luglio ed agosto del presente anno tutto quasi l'Oriente e l'Occidente fosse stranamente afflitto dalle inondazioni del mare, dalle tempeste, dai tremuoti e dalla pestilenza; e che da tanti flagelli patisse più Roma che dalla fierezza de' Barbari, con adempiersi allora quanto avea predetto san Benedetto. Onde egli abbia tratta questa notizia, non l'ho potuto scoprire. Trovavasi in gran confusione la corte e città di Costantinopoli, per aver vicini alle porte gli Unni, i quali devastavano la campagna, e minacciavano anche la stessa città. Per attestato di Agatia[2791] e di Teofane[2792], altro ripiego non ebbe Giustiniano Augusto, che di ordinare a Belisario patrizio di procedere contra di quegl'insolenti Barbari. Era già venuta la vecchiaia a trovare questo eccellente generale; tuttavia, così esigendo il bisogno, diede di mano alle sue armi, e con quelle poche truppe che potè adunare, consistenti in alcune sole centinaia di cavalli e di alcune altre di pedoni, uscì coraggiosamente in campagna, e raunato un grande stuolo di contadini, si fortificò fuori della città. Poscia più coll'industria e con gli stratagemmi, che colla forza, tanto seppe fare, che obbligò i Barbari a ritirarsi. Giustiniano dipoi per liberarsi da costoro, e mandarli contenti al loro paese, valendosi dell'apparenza di riscattare gli schiavi, votò loro in seno una buona quantità di oro, e n'ebbe la pace.

NOTE:

[2789] Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 2, cap. 15.

[2790] Mabillonius, Annal. Benedictin., lib. 5.

[2791] Agath., lib. 5 Hist.

[2792] Theophan., in Chron.

Anno di CRISTO DLX. Indizione VIII.

GIOVANNI III papa 1. GIUSTINIANO imperadore 34.

L'anno XIX dopo il consolato di Basilio.

Secondo i conti del cardinal Baronio, diede fine nell'anno precedente alla vita e al pontificato papa Pelagio primo di questo nome. Ma supponendo esso Baronio che il medesimo fosse fatto papa nell'anno 555, e riportando di poi il suo epitafio, da cui apparisce ch'egli tenne il pontificato anni quattro, mesi dieci e giorni dieciotto, e che fu seppellito IV nonas martias, ha ragione il padre Pagi di conchiudere che questo papa mancò di vita nel presente anno, ma non già nel dì primo di marzo, coll'essere stato portato nel dì seguente alla sepoltura, ma sì bene ch'egli nel dì 3 di marzo di esso anno 560 terminò i suoi giorni, e nel dì 4 del mese suddetto fu chiuso nell'avello, venendo le none di quel mese nel dì settimo. Tuttavia, non sapendo noi indubitatamente se papa Vigilio suo antecessore morisse nell'anno 554, o pure nel 555, nè in qual giorno precisamente seguisse la consacrazione di esso papa Pelagio, però non è qui assai sicura la cronologia pontificia. Certo è bensì che succedette a Pelagio nella cattedra di san Pietro Giovanni, terzo di questo nome, dopo tre o quattro mesi di sede vacante. Dappoichè Childeberto re di Parigi passò all'altra vita, venne a mancare il principale suo appoggio a Cranno figliuolo rubello del re Clotario. La necessità il consigliò ad implorare la misericordia del padre, e, per quanto si può intendere dalle parole di Gregorio Turonense[2793], l'ottenne. Ma questo inquieto e torbido giovane da lì a non molto incorse di nuovo nella disgrazia del padre, in guisa che scappò nella Bretagna minore, dove essendo stato per qualche tempo nascoso, tanto si seppe adoperare, che Conoboro, ossia Conoberto, conte e signore di quella provincia, imprese la sua protezione, ed allestì una potente armata in difesa di lui. Clotario con tutte le sue forze e con Childerico suo figliuolo entrò nella Bretagna; si venne ad un fatto d'arme, in cui restarono sconfitti i Bretoni, ucciso il loro conte, e Cranno, colla moglie e colle figliuole, abbruciato per ordine del padre, con lasciare una funesta memoria non meno de' suoi misfatti che della sua morte. Mario Aventinese[2794] riferisce all'anno presente questa brutta tragedia. In Costantinopoli poi a dì 9 di settembre, per relazione di Teofane[2795], essendo tornato dalla Tracia infermo Giustiniano Augusto, senza lasciarsi vedere e senza dare udienza ad alcuno, corse voce per la città ch'egli era morto. Ne seguì uno non lieve tumulto nel popolo, e si chiusero tutte le botteghe. Ma guarito esso imperadore per intercessione de' santi Cosma e Damiano, mandò l'ordine che si facesse festa ed illuminazione per tutta la città, e ritornò la quiete primiera.

NOTE:

[2793] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 20.

[2794] Marius Aventicensis, in Chron.

[2795] Theoph., in Chron.

Anno di CRISTO DLXI. Indizione IX.

GIOVANNI III papa 2. GIUSTINIANO imperadore 35.

L'anno XX dopo il consolato di Basilio.

Era omai giunto Clotario re de' Franchi all'auge delle sue contentezze, perchè divenuto signore di una vasta monarchia. Era anche quietato ogni turbine dianzi commosso, quando gli convenne sloggiare dal mondo. Colpito da una febbre, mentre era alla caccia (famigliare divertimento ed esercizio di quei regnanti), passò a render conto a Dio de' suoi adulterii, della sua crudeltà e di altri suoi vizii, con dar luogo a succedergli ai quattro suoi figliuoli. Toccò il regno di Parigi a Cariberto; a Guntranno quello d'Orleans colla Borgogna; Soissons a Chilperico: il regno di Austria a Sigeberto; e però in quattro regni fu di nuovo divisa la monarchia franzese. Restò eziandio del re Clotario una figliuola per nome Clodosuinda, ossia Clotsuinda. Ebbe questa per marito Alboino re de' longobardi, del quale avremo troppa occasion di parlare andando innanzi. Per ora mi sia lecito di accennare ciò che ci han conservato i frammenti di Menandro Protettore[2796], storico di questo secolo, rapportati fra gli squarci delle Legazioni. Racconta egli che gli Abari, o Avari, mentovati di sopra all'anno 558, una delle numerose tribù e schiatte degli Unni e della Tartaria, spedirono ambasciatori a Giustiniano Augusto, i quali esposero come la lor gente era la più forte e numerosa fra le settentrionali, e si gloriava di essere invincibile. Offerivansi di stringere lega con lui, e di esser a' suoi servigi, purchè loro fosse dato un buon paese da abitarvi, e una annua pensione o regalo. Giustiniano era allora assai vecchio; amava la pace e l'ozio. Si sbrigò di costoro con inviare ed essi Valentino suo legato, il quale, portando seco catene d'oro, letti e vesti di seta ed altri regali, fece così ben valere questi doni, che gl'indusse per qualche tempo a far guerra agli Ongori, o Ungheri, appellati dipoi Ungari, abitanti anch'essi allora nella Tartaria, e ai Sabiri. Tornarono questi Avari, o Unni, che li vogliam dire (che appunto con questi due nomi si trovano mentovati dagli antichi scrittori), tornarono, dico, fra qualche tempo a dimandare all'imperadore un paese da potervi abitare. Mentre egli consulta, costoro si avanzarono fino al Danubio, e s'impossessarono di quel paese probabilmente della Moldavia e Valacchia, minacciando anche di passare di qua. In tal maniera vennero ad accostarsi ai Gepidi, che signoreggiavano nella Dacia ripense, nel Sirmio e in quella che oggidì vien chiamata Servia di qua dal Danubio, confinanti perciò ai Longobordi, i quali aveano la lor sede nella Pannonia e nel Norico. Non è improbabile che circa questi tempi succedesse un tale avanzamento degli Unni, ossia degli Avari, verso i paesi dominati dai Gepidi e Longobardi. Paolo Diacono[2797], favellando degli Avari, dice: Qui primum Hunni, postea a rege proprie nominis Avares appellati sunt. Nell'ottobre ancora dell'anno presente, secondo l'attestato di Teofane[2798], la fazione prasina, divenuta sempre più insolente col favore dell'imperadore, nei giuochi circensi assalì sotto i suoi occhi la fazione veneta. Seguitarono morti e incendii, e furono messi a sacco tutti i beni de' Veneti. Scappati i delinquenti a Calcedone nel tempio di santa Eufemia, Giustiniano non potè più contenersi dal farne gastigare assaissimi. Nè pure mancarono a quest'anno altre disgrazie, accennate tutte dal medesimo istorico, cioè incendii, pestilenze e sedizioni in Oriente, che io tralascio.

NOTE:

[2796] Hist. Byz., tom. 1, pag. 99.

[2797] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 1, cap. 27.

[2798] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DLXII. Indizione X.

GIOVANNI III papa 3. GIUSTINIANO imperadore 36.

L'anno XXI dopo il consolato di Basilio.

Circa questi tempi fu fatta pace tra l'imperadore Giustiniano e Cosroe re di Persia, come si raccoglie da Teofane[2799] e da Menandro Protettore[2800]. Ma, secondo la misera condizione di quei tempi, bisognò che l'imperadore vilmente la comperasse: cioè si obbligò di pagare ai Persiani trentamila scudi d'oro ogni anno, finchè essa pace durasse, e di sborsare il contante per i primi sette anni avvenire. Altrettanto si praticava bene spesso, allorchè gli Unni, Bulgari ed altri popoli barbari facevano irruzioni nell'imperio d'Oriente. Avrebbe fatto meglio l'imperador Giustiniano ad impiegar quel danaro, e tant'altro oro malamente gittato dietro a persone inutili ed infami, in mantener delle legioni e dei reggimenti di soldati, abili a far fronte a chiunque volea turbar la quiete de' suoi popoli, come usarono i saggi imperadori de' secoli precedenti.

NOTE:

[2799] Idem, ibid.

[2800] Tom. 1 Hist. Byz., pag. 133.

Anno di CRISTO DLXIII. Indizione XI.

GIOVANNI III papa 4. GIUSTINIANO imperadore 37.

L'anno XXII dopo il consolato di Basilio.

Degno è assai di riflessione ciò che sotto il presente anno vien raccontato da Teofane: cioè che da Roma giunsero a Costantinopoli laureati corrieri, portanti la lieta nuova che Narsete patrizio avea tolto ai Goti due fortissime città, cioè, come vo io credendo, Verona e Brescia. Presso Cedreno[2801], copiatore di Teofane, si trovano malamente storpiati i nomi di queste due città, chiamandole egli Viriam et Brincas. Mancano alla storia d'Italia lumi per dicifrar questi fatti. Contuttociò a me sembra verisimile che al presente anno si possa riferire quanto fu da me notato di sopra all'anno 555, cioè che, per testimonianza di Paolo Diacono[2802], avendo voluto Amingo generale franzese prestar aiuto a Guidino conte de' Goti, autore di una ribellione contra dell'imperadore, ne pagò il fio, con restar vinto ed ucciso in una battaglia da Narsete. Fatto prigione lo stesso Guidino, fu inviato a Costantinopoli coi ceppi. Siccome fu detto di sopra, anche Menandro Protettore parla della opposizione fatta da questo Amingo e Narsete al passaggio dell'Adige, appunto allorchè si trattò della pace coi Persiani, narrata nell'anno precedente. Quello che è certo, secondo la testimonianza di Teofane, dovettero in quest'anno ribellarsi i Goti che abitavano in Verona e Brescia, perchè non sembra verisimile che Narsete avesse differito finora l'acquisto di quelle due importanti città, nè che i Franchi possedessero paese in Italia. Narsete, adoperata la forza, le ricuperò, a mio credere, e ne spedì la lieta nuova a Costantinopoli. Però non sussiste, come taluno ha creduto, che Narsete cacciasse fuor d'Italia tutti i Goti. Li soggiogò bensì, e promessa da loro la fedeltà dovuta, seguitarono essi a vivere ne' luoghi, dove avevano abitazioni e beni. Ciò apparisce da questo fatto, da Agatia e da altre antiche memorie. E se Amingo Franco diede assistenza in quella occasione ai Goti, dovette venire dalla Suevia e dagli Svizzeri, paesi allora sottoposti ai Franchi. Molto meno può sussistere, perchè Agnello storico ravennate scrive[2803] che pugnaverunt contra veronenses cives, et capta est civitas a militibus vigesima die mensis julii, il figurarsi che i Veronesi fino a quest'anno si fossero mantenuti in libertà, senza essere sottoposti nè ai Goti, nè all'imperadore. Mancava forse a Narsete forza e voglia di sottomettere dopo tante altre queste due città? Scoppiò prima del tempo nel presente anno, a dì 25 di novembre, in Costantinopoli una congiura contra dell'imperadore Giustiniano, di cui fanno menzione Teofane[2804] e l'autore della Miscella[2805] all'anno 35 dell'imperio d'esso Augusto. Ablavio e Marcello banchieri, e Sergio menavano un trattato di ucciderlo. Fu scoperta la secreta trama. Sergio, cavato fuor di un luogo sacrato, accusò come complice Vito, banchiere, e Paolo, curatore di Belisario patrizio. Presi questi due, furono esortati a confessare ch'era mischiato in essa cospirazione Belisario, ed infatti per tale lo incolparono. Nel dì 5 di dicembre raunata la gran curia davanti l'imperadore, e fattovi intervenire il patriarca Eutichio, colà chiamato ancora Belisario, gli fu letto sul volto la deposizione fatta contra di lui dai due suddetti. Se ne dolse egli forte: e tutte le apparenze sono ch'egli negasse il fatto, e chiamasse mentitori coloro. Contuttociò l'imperador, altamente sdegnato contra di lui, fece incarcerare tutti i di lui domestici, e diede a lui per carcere la casa sotto buone guardie, con restar sospese o pur tolte a lui tutte le sue cariche e dignità. Ne' susseguenti secoli prese anche piede un racconto popolare, cioè che Giustiniano facesse cavar gli occhi a questo gran capitano, e lo spogliasse di tutto, dimodochè, ridotto alla mendicità, andasse limosinando il vitto. Pietro Crinito, il Volterrano, il Pontano ed altri hanno sostenuta questa opinione, che ha avuta origine da Giovanni Tzetze, uno di quei greculi che fiorirono circa l'anno 1080. E quantunque il celebre Andrea Alciato si studiasse di far comparire questa per una solenne favola ed impostura, pure il cardinal Baronio[2806] non solamente giudicò vero il fatto, ma ne volle anche addurre la segreta cagione, cioè il castigo di Dio, per avere Belisario nell'anno 537, cioè tanti anni prima, cacciato in esilio papa Silverio, e sostituito in suo luogo papa Vigilio a requisizione di Teodora Augusta. Senza fallo fu sacrilega l'azione di Belisario: e pure miglior consiglio sarebbe, se noi misere creature ci guardassimo dal volere sì facilmente entrare nei gabinetti di Dio, per interpretare gli alti suoi, e spesso inscrutabili, giudizii. È un gran libro quello dei giudizii di Dio, e il leggere in esso non è facile a noi altri mortali, chiara cosa essendo, come ho tante volte detto, che la divina provvidenza non dispensa sempre in questa vita i beni e i mali a misura dei meriti o demeriti dei mortali, nè paga ogni sabbato sera. Ha Iddio un altro paese in cui uguaglierà le partite. Però il cardinal Baronio (sia detto colla riverenza dovuta a quel grande uomo ed incomparabile storico) più saggiamente avrebbe operato, se, a riserva da certi casi, nei quali pare che visibilmente si vegga e senta la mano di Dio, si fosse ritenuto dall'interporre sì sovente il suo giudizio negli avvenimenti felici od infelici dei principi e degli altri uomini. E in questa occasione specialmente mi sembra di poter qui applicare la riflession suddetta, perchè, senza voler considerare che Belisario, dopo il fatto di papa Silverio, godè tanti anni di felicità, e prosperarono gli affari di Giustiniano Augusto, il qual pure, se non comandò, permise quell'eccesso; nè Teodora Augusta ne patì per questo nella presente vita; certo è, che non sussiste quel terribile abbassamento di Belisario, che qui vien supposto dal Baronio, e per conseguente neppure il visibile castigo e la vendetta di Dio sopra di lui. Di ciò parleremo all'anno seguente. Circa questi tempi, come diligentemente osservò il Pagi, fu scritta da Nicezio vescovo di Treveri una lettera[2807] a Clotsuinda moglie piissima di Alboino re dei Longobardi, per esortarla a fare in maniera che il marito, abiurando l'arianismo, abbracciasse la religione cattolica, siccome per le persuasioni di santa Clotilde avea fatto sul principio di quel secolo Clodoveo re dei Franchi, avolo di essa Clotsuinda. In qual concetto fosse allora Alboino, si può raccogliere dalle seguenti parole: Stupentes sumus, quum gentes illum tremunt, quum reges venerationem impendunt, quum potestates sine cessatione laudant, quum etiam ipse imperator ipsum praeponit, quod animae remedium non festinus requirit. Qui sic, quemadmodum ille, fulget fama, miror quod de regno Dei et animae suae salute nihil investigare studet. E deesi anche avvertire che Nicezio chiama Goti, e non già Longobardi, il popolo soggetto ad esso re Alboino, non per altro, per quanto si crede, se non perchè fama era che fossero venuti i Longobardi dalla medesima Scandinavia, onde uscirono i Goti, ed eran perciò riputati una stessa nazione, benchè di nome diverso, come avvenne anco degli Unni, oggidì appellati da noi Tartari, divisi in varie numerosissime tribù. Per altro si sa che Procopio ed Agatia, storici di questi tempi, li chiamano Longobardi, e per questo nome erano conosciuti fin dai tempi di Cornelio Tacito, il quale fa menzione d'essi come d'un popolo particolare della Germania, e ne parlarono prima di Tacito anche Velleio Patercolo e Strabone, e poi Svetonio ed altri scrittori, nominandoli cadauno Langobardi o Longobardi, e non già Goti. Ma Alboino, senza profittar delle prediche della cattolica sua consorte, finchè visse, stette attaccato all'eresia degli ariani.

NOTE:

[2801] Cedren., in Annal.

[2802] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 2 et 3.

[2803] Agnell., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Italicar.

[2804] Theoph., in Chronogr.

[2805] Histor. Miscella, lib. 16.

[2806] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 561.

[2807] Du-Chesne, in Appendice tom. 1 Rer. Franc.

Anno di CRISTO DLXIV. Indizione XII.

GIOVANNI III papa 5. GIUSTINIANO imperadore 38.

L'anno XXIII dopo il consolato di Basilio.

Fidatosi il cardinal Baronio di uno scrittorello non molto antico delle cose greche, e di alcuni pochi moderni, credette vero l'accecamento di Belisario, e l'esser egli stato astretto ad accattar per limosina il pane negli ultimi dì di sua vita. Ma nè Zonara, nè Glica, nè Costantino Manasse, citati da lui, rapportano sì gran peripezia di quel celebre generale d'armata. Or questa favola si dilegua per la testimonianza di Teofane[2808], il quale sotto quest'anno scrive che nel dì 19 di luglio Belisario ricuperò tutte le sue dignità, e fu rimesso in grazia dell'imperadore. Era egli stato fin allora sequestrato in casa. Ben esaminati tutti i suoi domestici, e terminato il processo, dovette comparire la di lui innocenza. Fors'anche si trovò che gli accusatori erano stati sovvertiti dalle suggestioni altrui, eccitate dall'invidia, a cui son soggetti tutti gli uomini grandi. Però gli furono restituiti gli onori e la grazia dell'imperadore. Non era a' tempi del Baronio uscita alla luce la storia di Teofane. Ma v'era ben quella di Cedreno (e lo stesso cardinale la cita), dove scrive[2809], che presi gli autori della congiura, falsamente fu da essi incolpato Belisario, e gli fu dato il sequestro in casa. Il quale, dopo di essersi conosciuta la sua innocenza, a' dì 19 di luglio uscì in pubblico e ricuperò tutto il suo. Viene asserito lo stesso dall'autore della Miscella[2810], più antico di Giorgio Cedreno, con riferire il sorgimento di Belisario al dì 19 di marzo, e non già di luglio. Ancora di questo scrittore fa menzione il cardinal Baronio; e pure egli volle piuttosto attenersi alle fole di Giovanni Tzetze, perchè gli premeva di far vedere puniti nel mondo di qua i peccati di Belisario. Circa questi tempi Venanzio Fortunato, nato in Italia in una villa posta fra Ceneda e Trevigi, dopo aver fatti i suoi studii in Ravenna, dove tuttavia erano in onore le buone lettere, sentendosi liberato da un fierissimo mal di occhi per intercessione di san Martino vescovo di Tours, passò dall'Italia nella Gallia a venerare il sepolcro di quel celebratissimo santo. Fissò dipoi il suo soggiorno nella città di Poitiers, carissimo alla santa regina e monaca Radegonda, amato dai vescovi di quelle parti, e riverito da tutti per la sua abilità nella retorica e poesia. Le opere da lui lasciate in prosa e versi sono di gran lume per la storia delle Gallie in questi tempi. Si accese in questo medesimo anno un gran fuoco nella città di Costantinopoli, per quanto abbiam da Teofane, che fra gli altri edifizii arse lo spedale dei pellegrini di san Sansone e molte chiese e monasteri: il che viene attributo dal cardinal Baronio a vendetta di Dio contra di Giustiniano per un suo errore in materia di fede, di cui parlerò all'anno susseguente. Ma che Dio, per vindicarsi di un principe caduto in fallo, distrugga i luoghi pii e le chiese sue proprie, non appaga l'intelletto. E tanto meno, perchè Giustiniano non avea peranche fatto conoscere questo suo errore, come si figura esso Baronio all'anno precedente 563.

NOTE:

[2808] Theoph., in Chron.

[2809] Cedren., in Hist. ad ann. 36 Justiniani.

[2810] Histor. Miscel., lib. 16.

Anno di CRISTO DLXV. Indizione XIII.

GIOVANNI III papa 6. GIUSTINO II imperadore 1.

L'anno XXIV dopo il consolato di Basilio.

Era già pervenuto Giustiniano Augusto all'età di circa ottantatrè anni, tempo in cui dovea più che mai pensare ad assicurarsi quella vera e beatissima gloria che i buoni cristiani aspettano dopo la morte, e non la vana e fugace di questa vita. Pure, amando tuttavia di comparire maestro di teologia, e sedotto da qualche eretico suo favorito, volle ingerirsi di nuovo in decider quistioni riguardanti la dottrina della fede, con formare, per attestato di Teofane[2811], sul principio del corrente anno, un editto, in cui dichiarava incorruttibile e non soggetto alle naturali passioni il corpo del nostro Signor Gesù Cristo avanti la sua resurrezione; la qual sentenza era, ed è, opposta alla credenza della Chiesa cattolica. Perchè Eutichio, piissimo e santo patriarca di Costantinopoli, non volle sottoscrivere quest'empia decisione, sacrilegamente il fece deporre, e cacciollo in esilio. Quindi mosse una persecuzione contra tutti gli altri vescovi che ricusavano di consentire con lui, fra' quali specialmente fu Anastasio patriarca di Antiochia. Era l'ingannato imperadore in procinto di bandirli tutti, e di pubblicare un così scandaloso editto, quando stanca la pazienza di Dio il chiamò a render conto dell'amministrazione sua, siccome abbiamo da Evagrio[2812], da Teofane, dall'autore della Miscella e da altri storici. Accadde la sua morte nel dì 13 o pure nel 14 di novembre del presente anno; e quantunque l'autore della Cronica Alessandrina, Mario Aventicense, Vittor Tunonense ed altri antichi la mettano nell'anno seguente 566, tuttavia, per le ragioni addotte dai cardinali Baronio e Noris, dal padre Pagi e da altri, siamo astretti ad abbracciar l'opinione che ascrive al presente anno il fine della di lui vita. Lasciò questo imperadore dopo di sè una memoria che non verrà mai meno, finchè dureranno fra i professori delle leggi i libri da lui pubblicati della giurisprudenza romana, e finchè la storia parlerà delle sue grandi imprese. Unironsi in lui molte virtù, ma contrappesate, anzi superate, da varii vizii e difetti, che, vivente lui, afflissero non poco i suoi sudditi, massimamente per gli eccessi suoi in materia di religione, e per gli aggravii e per le incredibili estorsioni lor fatte, e che non sono dissimulate dai vecchi scrittori. Chi prestasse fede alla Storia secreta di Procopio, uscita alla luce dopo gli Annali ecclesiastici del Baronio, Giustiniano sarebbe stato un mostro. Ma quella, per vero dire, è un'invettiva dettata da una strabocchevol passione, e in molti capi indegna di credenza, arrivando egli fino a scrivere che Giustiniano fosse un negromante, che non dormisse, che passeggiasse col busto senza capo, che fosse figliuolo del diavolo, e veduto sedere in maestà in forma di Satanasso: tutte scioccherie sconvenevoli ad un Procopio, cioè ad uno dei più nobili e saggi storici che ci abbia dati la Grecia. Racconta ancora cose nefandissime di Teodora Augusta prima ch'ella giugnesse alle nozze con Giustiniano, ed anche dipoi, le quali, procedendo da penna cotanto appassionata, non si debbono con tanta facilità tener per vere. Alcuni mesi prima che Giustiniano mancasse di vita, cioè nel mese di marzo, secondochè abbiamo da Teofane[2813], diede fine a' suoi giorni anche Belisario patrizio. Giustiniano, che nel prendere la roba altrui non badava a scrupoli, occupò tutte le di lui facoltà, e le fece riporre nel suo erario, che si conservava nel palazzo di Marina, già figliuola dell'imperadore Arcadio. Benchè Giustiniano lasciasse dopo di sè due suoi pronipoti dal lato paterno, cioè Giustino e Giustiniano, figliuoli di Germano patrizio, nipote d'esso imperadore; tuttavia, o perchè egli altrimenti dispose nel suo testamento, o perchè così piacque al senato, ebbe nel dì 14 di novembre per successore nel trono imperiale Giustino juniore, ossia secondo di questo nome, figliuolo di Dolcissimo e di Vigilanzia sua sorella, al quale egli dianzi avea conferita la dignità cospicua di curopalate, cioè di soprantendente al palazzo cesareo. Questi sul principio parve principe d'animo generoso, e che non gli mancasse destrezza ed abilità per gli affari; ma, andando innanzi, tradì l'espettazione comune. Godeva soprattutto di fabbricare; in tutto e per tutto professò sempre la religione cattolica; ornò e dotò riccamente molte chiese edificate da Giustiniano, e massimamente il mirabil tempio di santa Sofia. Le lodi si veggono cantate in un poema latino da Corippo poeta africano di questi tempi. Solennemente coronato imperadore, dichiarò imperadrice Augusta Sofia sua moglie, e fecela coronare anch'essa. Una delle sue più gloriose imprese, narrata da esso poeta, fu quella di pagar tutti i debiti di Giustiniano, e di restituire il mal tolto da lui. Innumerabili concorsero i creditori e gl'ingiustamente aggravati. A tutti in pubblico fu fatta giustizia e restituito il suo, di maniera che il circo risplendeva per l'oro che in tal congiuntura si distribuì. Non ci vuol di più per accertarsi dell'immensa avarizia e rapacità di sì glorioso imperadore, quale è tenuto Giustiniano, facendo anche fede, dopo Evagrio, Giovanni Zonara[2814], con dire ch'egli per fas et nefas non cessò mai di succiare il sangue de' suoi popoli, per far poi delle chiese e delle altre fabbriche coll'altrui danaro, e per appagare ogni suo capriccio colla rapina della roba altrui.

NOTE:

[2811] Theoph., in Chronogr.

[2812] Evagr., lib. 4, cap. 40.

[2813] Theoph., in Chronogr.

[2814] Zonar., in Chron.

Anno di CRISTO DLXVI. Indizione XIV.

GIOVANNI III papa 7. GIUSTINO II imperadore 2.

Console

GIUSTINO AUGUSTO, senza collega.

Seguito io qui il cardinal Baronio, da cui vien posto Giustino Augusto console nelle calende di gennaio dell'anno presente, e non già il padre Pagi, che mette il consolato preso da esso imperadore nell'anno susseguente 567. I motivi di così credere gli addurrò appunto nel seguente anno. Sotto l'Indizione XIV corrente nell'anno presente racconta Mario Aventicense[2815] che Sinduvala, erulo, cominciò ad esercitare la tirannia, e che fu ucciso da Narsete patrizio. Potrebbe essere che questo fatto appartenesse all'anno precedente, perchè Mario all'anno medesimo rapporta la morte di Giustiniano Augusto. Comunque sia, di questo avvenimento fa anche menzione Paolo Diacono[2816], con iscrivere che Sindualdo re de' Bretti (probabilmente è scorretto questo nome), discendente da quegli Eruli che Odoacre avea menato seco in Italia, e qui si erano accasati, dopo aver fedelmente servito per gran tempo a Narsete governator dell'Italia, e ricevutane la ricompensa di molti onori e benefizii, superbamente in fine gli si ribellò per voglia di regnare. Bisognò condurre contra di lui l'armata, e venire a battaglia. In essa egli restò sconfitto e preso. Narsete, per maggiormente esaltarlo, il fece impiccare per la gola ad un'alta trave. Dove costui comandasse, e dove seguisse questa battaglia, è a noi ignoto. Continua poscia Paolo Diacono a dire che in quel tempo Narsete patrizio per mezzo di Dagisteo generale dell'armi, uomo bellicoso e forte, divenne padrone di tutti i confini d'Italia, probabilmente verso i monti che dividono l'Italia dalla Gallia, o dall'Alemagna, dove Sindualdo pare che avesse comando in questi tempi sopra i suoi Eruli. Dopo questo fatto mi sia lecito il far qui menzione della terribilissima peste che afflisse, e poco mancò che non desertasse l'Italia tutta. L'anno preciso non si sa. Paolo Diacono[2817] la mette circa questi tempi, nei quali mancò di vita Giustiniano imperadore. Infierì essa spezialmente nella Liguria; e san Gregorio Magno[2818] anch'egli attesta che questo malore recò del gran danno a Roma. Tanta fu la strage de' popoli, che restarono in molti luoghi disabitate affatto le campagne, nè vi era chi mietesse, nè chi raccogliesse le uve. Venuto poi il verno, si sentiva per l'aria di notte e di dì un suono di trombe, e a molti pareva d'udire il mormorio d'un esercito. Questa fiera pestilenza si provò solamente in Italia, nè passò in Alemagna nè in Baviera, e servì di preludio alle calamità che Dio preparava per l'Italia. Dissi di sopra all'anno 551 che il padre Pagi non prese ben le sue misure, mettendo in quell'anno il fine del regno dei Gepidi, mercè della gran rotta loro data da Alboino re de' Longobardi. In quest'anno ripongo io quello avvenimento, avendone mallevadore Menandro Protettore[2819], storico del presente secolo, al cui racconto non fece mente esso Pagi. Racconta dunque Menandro ne' suoi frammenti, che assunto all'imperio Giustino juniore, gli Avari, cioè gli Unni, che aveano posto il lor nido in quella che oggidì appelliamo Moldavia, gli spedirono ambasciatori per dimandargli i regali annui che Giustiniano imperadore per pusillanimità solea loro inviare, e per far pruova se poteano guadagnare di più; e veramente parlarono con insolenza a Giustino. Questa ambasceria è narrata medesimamente da Corippo; anzi da lui intendiamo che seguì sette giorni dopo la coronazione di esso Augusto, e però nel novembre del precedente anno. Giustino rispose con maggiore altura di non voler loro pagar un soldo, nè donar cosa alcuna; che se si arrischiassero di fare i begli umori contra dell'imperio romano, farebbe lor vedere chi era un imperador de' Romani; e che si contentassero, se li sopportava nel suo paese, perchè questo era il più gran regalo che potesse lor fare. Se n'andarono costoro con coda bassa, credendo forse che Giustino fosse da tanto da accompagnar la bravata coi fatti, e si voltarono verso il paese de' Franchi. Soggiugne il medesimo autore, cioè Menandro, ch'era pace e lega fra essi Avari e i Franchi[2820]. Ora Boiano, duca, ossia re degli Avari, appellato ancora Cagano (cognome di dignità, perchè usato dagli altri re di questa schiatta d'Unni, che vennero poi padroni dell'Ungheria), fece sapere a Sigeberto, re de' Franchi, che il suo esercito abbisognava di viveri, e però il pregava di soccorso, promettendogli di ritirarsi fra tre giorni, se gli faceva questa grazia. Sigeberto non tardò a mandargli una buona quantità di buoi, pecore e grani. Certo è che il regno d'Austrasia posseduto da Sigeberto comprendeva la Svevia, parte della Sassonia e la Turingia e la Baviera. Di là dal Danubio senza fallo andarono gli Avari a trovare i Franchi.

Seguita a dire Menandro che in questi tempi Alboino re de' Longobardi, sempre meditando come potesse abbattere Cunimondo re de' Gepidi, con cui aveva una capitale dichiarata nimicizia, mandò ambasciatori a Boiano re degli Avari, per istabilire seco una lega contra dei Gepidi. Fra le altre ragioni gli addusse questa, cioè non muoversi egli sì ardentemente alla guerra contro dei Gepidi, se non per dannificare Giustino imperadore, cioè il maggior nemico che s'avessero gli Avari, dappoichè egli poco prima, niun conto facendo dei patti stabiliti con Giustiniano Augusto suo zio, avea privato gli Avari de' consueti regali. Per conseguente, se si sterminavano i Gepidi, sarebbe facile l'occupar la Tracia e scorrere fino a Costantinopoli. Non dispiacque a Boiano la proposizione, e fu chiusa la lega con condizione che vincendo, tutto il paese de' Gepidi passar dovesse in dominio ad essi Avari; laonde questi collegati si prepararono alla guerra. Il re de' Gepidi Cunimondo, penetrata che ebbe questa macchina, ricorse all'imperadore Giustino, ma non potè indurlo a prestargli aiuto. S'è perduta la storia del suddetto Menandro Protettore, con restarne solamente de' frammenti, rapportati nel primo tomo della Storia bizantina, e però non si vede il proseguimento della gara suddetta fra i Gepidi e Longobardi, nè dello sterminio de' primi. Ma ne abbiamo abbastanza per intendere che non già nell'anno 551, come pretese il padre Pagi, ma sì bene nel presente 566 succedette il memorabil fatto d'armi tra loro, che viene accennato da Paolo Diacono[2821]. Narra anche egli la lega di Alboino con gli Unni, chiamati Avari, i quali furono i primi ad entrare ostilmente nel paese de' Gepidi. Da tal nuova costernato Cunimondo, si avvisò di dar prima battaglia ai Longobardi, perchè, se gli riusciva di averla favorevole, si prometteva poi facile il superare anche gli Unni. Gli fallirono i conti. Con tal ardire combatterono i Longobardi, che la fortuna si dichiarò in loro favore; e sì grande fu la rabbia loro, che non diedero quartiere ad alcuno, e fra gli altri vi lasciò la vita lo stesso re Cunimondo. Però la dianzi sì potente nazione de' Gepidi rimase disfatta; nè ebbe più re da lì innanzi, in guisa che a' tempi d'esso Paolo Diacono il resto dei Gepidi era sottoposto ai Longobardi, o pure agli Unni, cioè a' Tartari Avari, che occuparono in tal congiuntura il loro paese di là dal Danubio (ma non già il Sirmio, che si trova da lì innanzi posseduto dai Greci), e susseguentemente si stesero per la Pannonia, allorchè i Longobardi vennero in Italia. Aggiungne esso Paolo Diacono che della preda immensa toccata in sì prosperoso conflitto ai Longobardi tutti arricchirono. Oltre ancora ad una gran moltitudine d'ogni sesso ed età, che fu fatta schiava, venne alle mani del re Alboino Rosmonda, figliuola dell'ucciso re Cunimondo; e perchè era già mancata di vita Clotsuinda, figliuola di Clotario re de' Franchi, sua prima moglie, passò egli alle seconde nozze con quest'altra principessa, ma per sua grande sventura, siccome vedremo. Giovanni abbate biclariense[2822] mette anche egli sotto l'imperadore Giustino II la disfatta de' Gepidi, benchè fuor di sito, e troppo tardi, con aggiungnere che i tesori del re Cunicmondo (così egli lo chiama) furono interamente portati a Costantinopoli al suddetto imperadore da Trasarico vescovo ariano, e da Rettilane nipote d'esso re ucciso. Evagrio anch'egli scrive che i Gepidi consegnarono il Sirmio all'imperadore. Di sopra abbiam detto che gli Unni Avari andarono a far una visita ai Franchi, probabilmente verso la Turingia. Di questo fatto, ma con altre più importanti circostanze, ci lasciò memoria anche Gregorio Turonense[2823]. Narra egli che nell'anno 561, o pure nel susseguente, gli Unni fecero un'irruzione nelle Gallie, sotto il qual nome, abusivamente adoperato, è probabile ch'egli intendesse il dominio dei re franchi, steso per buona parte ancora della Germania. Contra di questi Barbari procedette colla sua armata il re Sigeberto, e fatta giornata con loro, li ruppe e mise in fuga. Non andò molto che per mezzo d'ambasciatori seguì fra loro pace ed amicizia. Secondo il medesimo autore[2824], tornarono dipoi gli Unni (cioè nell'anno presente, come ci avvertì Menandro Protettore) con pensiero di passar nelle Gallie, cioè ne' paesi di Germania sottoposti al re d'Austrasia Sigeberto. Questi andò loro incontro con un esercito composto di una gran moltitudine d'uomini forti. Ma nel voler attaccar battaglia, saltò addosso ai Franchi tal paura, parendo lor di vedere delle fantasime, che diedero alle gambe. Il buon Gregorio Turonense attribuisce ciò alle arti magiche degli Unni. Mentre fuggiva la sua armata, il re Sigeberto ritiratosi in un luogo forte, fu quivi serrato dagli Unni. Ma siccome egli era persona galante ed astuta, con dei regali si cavò fuori d'impaccio; anzi trattò e conchiuse in tale occasione con quei Barbari una pace perpetua; e il re degli Unni, chiamato Cagano, anch'egli inviò dipoi parecchi doni ad esso re Sigeberto. Il padre Daniello[2825], elegantissimo scrittore della Storia franzese, supplendo col suo ingegno ciò che tacquero gli antichi storici della Francia, qui rappresenta lo stesso re Sigeberto preso dagli Unni e condotto alla tenda del vincitore, dove, facendo comparire la costanza del suo spirito, mirabilmente incantò quel barbaro, ma insieme generoso principe. Questi impedì che non fosse messo a sacco il di lui equipaggio, e gliel fece rendere. Sigeberto, avendo trovato in esso di che fare i presenti al re degli Unni, seppe così ben guadagnarlo, che ne ebbe la libertà e una pace giurata per sempre. Queste particolarità io le cerco in Gregorio Turonense, in Fredegario, e non le ritrovo. Richiamò Giustino Augusto in quest'anno dall'esilio Eutichio patriarca di Costantinopoli con sua lode. Ma fu ben egli altamente biasimato da ognuno per aver levata la vita a Giustino figliuolo di Germano patrizio, pronipote, come già dissi, di Giustiniano Augusto dal lato paterno. Il valore e il credito di questo personaggio, tutto che quieto e fedele, faceva ombra e paura a Giustino e a Sofia Augusta sua moglie. Veggasi Evagrio[2826], da cui sappiamo che questo imperadore si diede alle delizie anche più oscene, e cominciò sordidamente a vendere le cariche e gli uffizii, e fino i vescovati a persone indegne. Fece anche morire Eterio e Addeo, chiarissimi senatori, ma con giusta condanna, se fu vero che avessero tramato contro la di lui vita. Credesi ancora pubblicata da lui in quest'anno la novella 140 riferita nel Codice di Giustiniano, in cui concede che di comun consenso si possa sciogliere il matrimonio fra i coniugati: legge contraria agli insegnamenti della religione cattolica.

NOTE:

[2815] Marius Aventicensis, in Chron.

[2816] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 3.

[2817] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 4.

[2818] Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 4, cap. 26.

[2819] Histor. Byzant., tom. 1, pag. 101.

[2820] Hist. Byzant., tom. 1, pag. 110.

[2821] Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 1, cap. 27.

[2822] Abbas Biclariensis, in Chron.

[2823] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 23.

[2824] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 29.

[2825] Daniel, Histoire de France, tom. 1.

[2826] Evagr., lib. 5, cap. 1 et 2.

Anno di CRISTO DLXVII. Indizione XV.

GIOVANNI III papa 8. GIUSTINO II imperadore 3.

L'anno I dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Mette il padre Pagi console nel presente anno GIUSTINO Augusto. Si fonda egli ne' Fasti de' Maffei romani, da lui non veduti, ma citati dal Panvinio; siccome ancora sull'autorità di Mario Aventicense, che congiunge col consolato di Giustino la Indizione XV. Cita anche in suo favore Teofane. All'incontro i cardinali Baronio e Noris riferirono all'anno precedente 566 il consolato di Giustino Augusto, e la loro opinione sembra a me che sia da preferire a quella del p. Pagi. Corippo nel panegirico di Giustino imperadore ci fa sapere ch'egli, appena salito sul trono, disse di voler rinnovare la dignità del consolato:

. . . . . . . . . . . . . nomenque negatum Consulibus consul post tempora cuncta novabo.

Perchè dunque, secondo il solito dei precedenti novelli imperadori, non prese egli il consolato nel primo dì di gennaio dell'anno precedente, ed aspettò a prenderlo un anno dopo? Nè Mario Aventicense discorda dal Baronio, perchè nell'anno susseguente alla morte di Giustiniano, accaduta nel 565, rapporta il consolato di Giustino, e lo stesso padre Pagi confessa ch'egli pospone un anno i fatti d'esso Augusto. Quanto a Teofane, anch'egli sembra convenire nella medesima sentenza, mettendo la elezion di Giustino a dì 14 di novembre, correndo l'Indizione XIV, cominciata nel settembre. Poscia nell'anno susseguente scrive ch'egli procedette console, diede spettacoli, e sparse gran copia di danaro al pubblico. Io credo poi decisa una tal quistione da un'iscrizione che riferirò all'anno 569, di maniera che ho creduto di non poter qui per conto alcuno aderire al Panvinio e al Pagi. Del resto da lì innanzi gl'imperadori greci solevano eglino soli procedere consoli, e per una volta sola, contandosi poi i susseguenti anni colla formula del post consulatum, finchè essi viveano. Quali fossero i costumi di Giustino Augusto, l'ho poco fa accennato. Aggiungo ora che sua moglie, cioè Sofia, era donna superba, che, non contenta di voler anche ella comandare ai popoli, cercava anche la gloria di comandare al marito. Da questa ambiziosa principessa l'antichissima tradizione degl'Italiani tiene che procedesse la rovina della misera Italia. Seguitava Narsete patrizio a governar quello regno, facendo in esso fiorir la pace. Per attestato di Mario Aventicense[2827], egli avea lodevolmente fatto risorgere Milano con varie altre città distrutte dai Goti. Ultimamente, ad istanza di papa Giovanni, gli era riuscito di aver nelle mani Vitale vescovo di Altino[2828], uno degli scismatici, che fuggito a Magonza, città signoreggiata allora dai re de' Franchi, s'era quivi per molti anni trattenuto. Il rilegò in Sicilia, affinchè non nudrisse nel suo popolo la disubbidienza alla santa Sede. Ora Narsete aveva accumulate immense ricchezze in sedici anni del suo governo d'Italia. Queste gli faceano guerra, perchè troppo esposte all'invidia degl'Italiani, o forse anche perchè non tutte giustamente acquistate. Però in quest'anno egli fu richiamato a Costantinopoli, per dargli un successore. Tertio anno Justini minoris imperatoris Narsis patricius de Ravenna evocitatus est: son parole d'Agnello[2829], che circa l'anno 830 scrivea le Vite degli arcivescovi di Ravenna. Attesta anch'egli i tesori raunati da Narsete, con soggiungere: Egressus est cum divitiis omnibus Italiae, et fuit rector XVI annis. Anche Mario Aventicense mette la chiamata di Narsete, ma all'anno seguente.

Paolo Diacono ci fa sapere onde venisse la spinta data a Narsete, con dire che avendo egli ammassate tante ricchezze, mossi da invidia i Romani, scrissero a Giustino Augusto e Sofia sua moglie, rappresentando d'essere sì maltratti ed oppressi da Narsete, che meglio stavano sotto i Goti che sotto di lui. Perciò pregavano l'imperadore di liberarli da questo cattivo ministro, altrimenti minacciavano di cercarsi altro padrone. Montò in collera Giustino all'avviso di questi lamenti, e subito destinò, o pure spedì in Italia Longino, acciocchè nè assumesse il governo, con richiamar Narsete in Oriente. Ma Narsete, informato di quanto da Roma era stato scritto alla corte contra di lui, e dello sdegno dell'imperadore, si levò bensì di Roma, e andossene a Napoli, ma non si attentò di proseguire il viaggio alla volta di Costantinopoli. E tanto più perchè o Sofia Augusta gli avea fatto intendere, essere ormai tempo che un eunuco par suo andasse a filar nel serraglio delle donne in Costantinopoli; o pure, essendo scappate queste parole di bocca ad essa Augusta, furono esse riferite a Narsete. Dicono, aver egli risposto: Saprò ben io ordire una tela sì fatta, che in sua vita non potrà essa imperadrice giammai svilupparla o disfarla. E che egli poscia segretamente inviasse messi a consigliare Alboino, re de' Longobardi, che, abbandonato il povero paese della Pannonia, venisse nel ricco ed abbondante d'Italia. Era egli suo amico, e si era servito delle sue truppe per distruggere il regno de' Goti. Ora Anastasio bibliotecario[2830] conferma anche egli il ricorso fatto dai Romani alla corte, e l'andata sua a Napoli, e l'invito mandato ai Longobardi; soggiugnendo appresso, che papa Giovanni frettolosamente passò a Napoli, per pregare Narsete che volesse tornarsene a Roma. Rispose egli: Che male ho io mai fatto ai Romani? ditemelo, o santissimo papa. Mia intenzione è di andare alla corte per giustificarmi, e far conoscere a tutti s'io abbia fatto loro del bene o del male. Papa Giovanni, piuttosto v'andrò io, gli replicò; e tanto disse, che il fece ritornare a Roma, dove da lì a non molto tempo terminò i suoi giorni. Il corpo suo chiuso in una cassa di piombo con tutte le sue ricchezze fu inviato a Costantinopoli. Anche Agnello ravennate[2831] lasciò scritto che Narsete arrivò al fin di sua vita in Roma in età di novantacinque anni. Fu messa in dubbio dal cardinal Baronio la morte di Narsete in Roma, quasi che Gregorio Turonense avesse scritto[2832] ch'egli andò a Costantinopoli, e nascose in una cisterna tutti i suoi tesori, scoperti poi sotto Tiberio Augusto successore di Giustino: il che non sussiste. L'autore della Miscella[2833] e Paolo Diacono, che presero questa favola da esso Gregorio, anch'essi accennano che non già in Costantinopoli, ma in una città d'Italia Narsete seppellì quei tesori. Aggiugne il cardinale suddetto, che Corippo[2834] ci fa vedere Narsete in Costantinopoli, più che mai in grazia dell'imperadore. Anzi di qui egli credette di poter dedurre che non sussista la voce sparsa del tradimento ordito, con chiamare in Italia i Longobardi. Ma il padre Pagi ha eruditamente osservato, essere differente da Narsete patrizio e governatore d'Italia quel Narsete, di cui fece menzione Corippo. E giudica poi fondata abbastanza l'opinione del tradimento di Narsete patrizio, dacchè ne fa menzione anche Mellito, autore spagnuolo, che, secondo lui, terminò nell'anno 614 una Cronichetta, che si conserva manoscritta in Parigi. Per altro ogni disgrazia vuol qualche cagione, e nelle grandi specialmente il popolo è facile figurarsi per vero quello che taluno comincia a dire. Non s'ha certo da dubitare dei passi fatti dal senato romano contra di Narsete. Anastasio ne parla con circostanze pregnanti di verità. Giuste conseguenze sono dipoi la collera dell'imperadore e dello stesso Narsete. Ma ch'egli giugnesse anche a tanta iniquità d'inviare i Barbari in Italia, non è già evidente. Senza che Narsete facesse lor sapere che buon paese fosse l'Italia, l'aveano essi imparato a conoscere di vista, allorchè l'aiutarono a disfare Totila re de' Goti. Era tuttavia in vigore la memoria di quanto avevano operato Odoacre e Teoderico. Ed, oltre a ciò, la voce sparsa che finiva il governo di Narsete, valente generale, e che la peste avea fatta terribile strage in Italia, potè somministrare un sufficiente motivo al re Alboino di applicarsi alla conquista di queste contrade. Finalmente l'essere Narsete, ad istanza di papa Giovanni, ritornato a Roma, non ben s'accorda col supporlo richiamato alla corte, nè colla pronta spedizione del successore Longino, che forse non gli fu destinato ed inviato se non dappoichè s'intese la morte d'esso Narsete, accaduta non molto dopo, e però probabilmente prima che terminasse l'anno presente. In esso anno ancora, per attestato di san Gregorio Magno[2835], che dà per testimonii i suoi occhi, furono vedute in aria figure infocate, rappresentanti schiere d'armati dalla parte di settentrione, creduti preludii delle incredibili calamità che sopravennero all'Italia: il che io rapporto istoricamente, lasciando la libertà ad ognuno di credere immaginazioni, e non cifre dell'avvenire que' segni, ossia quegli effetti naturali dell'aria. Ne fa menzione anche Paolo Diacono. E l'antico storico ravennate Agnello[2836] aggiugne che la città di Fano e il castello di Cesena furono consumati dalle fiamme colla morte di molte persone.

NOTE:

[2827] Marius Aventicensis, in Chron.

[2828] Paulus Diaconus, de Gest. Langob., lib. 2, cap. 4 et seq.

[2829] Agnell., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Ital.

[2830] Anast. Biblioth., in Vita Joannis III.

[2831] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.

[2832] Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 20.

[2833] Hist. Miscell., lib. 16.

[2834] Corippus, de laudibus Justini II.

[2835] Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 38. Homil. 1 in Evangel.

[2836] Agnel., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DLXVIII. Indizione I.

GIOVANNI III papa 9. GIUSTINO II imperadore 4.

L'anno II dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Per quanto ho notato nel mio Tesoro nuovo delle vecchie iscrizioni, sul fine dei fasti consolari non pare mal fondata la opinione del cardinal Baronio, da cui fu creduto che in quest'anno Giustino Augusto procedesse console la seconda volta, benchè il padre Pagi vi ripugni a tutto potere. Il marchese Scipione Maffei[2837] nella sua Storia diplomatica pubblicò uno strumento fatto in Ravenna Imp. D. N. Justino P. P. Augusto, anno septimo, et post consulatum ejus secundo anno quarto, sub die tertio nonarum juniarum, indictione quarta. Qui v'ha dell'imbroglio, e, siccome osservò esso marchese, non sarà stata ben avvertita l'indizione, perchè l'anno settimo di Giustino II cominciò nel novembre dell'anno 571; laonde cade questo strumento nel dì 3 di giugno dell'anno 572, in cui correva l'indizione quinta. Però sembra che di qui abbiamo il consolato secondo d'esso Augusto. Ma perciocchè fu più in uso di contar gli anni dal suo primo consolato, però anch'io userò lo stile medesimo. Ed ecco che siam giunti ad uno de' più funesti anni che s'abbia mai provato l'Italia, perchè, secondo Paolo Diacono, e giusta il più comun parere degli eruditi, in esso venne Alboino re dei Longobardi a mettere e a fissare con sue genti il piede in Italia con farla divenir teatro di lunghe e deplorabili tragedie. Dappoichè era riuscito ad Alboino di sconfiggere la possente nazion de' Gepidi, dovette crescere l'orgoglio suo, e la persuasione che tutto dovea cedere alla forza dell'armi sue. Vero è ch'egli possedeva un vastissimo tratto di paese, cioè la Pannonia e il Norico, se pur tutte erano in suo potere, provincie che allora abbracciavano la maggior parte dell'Ungheria, l'Austria di qua dal Danubio, la Stiria, la Carintia, la Carniola, il Tirolo e forse qualche parte della Baviera, nei quali paesi per quarantadue anni la nazion de' Longobardi era abitata, dappoichè il re Audoino ve l'introdusse, e vi si stabilì per concessione di Giustiniano Augusto. Tuttavia riputando Alboino, e con ragione, miglior paese l'Italia, a cui si avvicinavano i suoi stati, determinò di abbandonare affatto la Pannonia, risoluto d'acquistare quest'altro più felice regno. Talmente si tenne egli in pugno un tal conquisto che, sull'esempio di Teoderico re de' Goti, determinò di condurre seco, non solamente gli uomini atti all'armi, ma le donne ancora, i vecchi e i fanciulli, in una parola tutta la schiatta dei Longobardi; dell'antica origine germanica de' quali ha trattato il Cluverio nella sua Germania, ed io ancora nella parte I delle Antichità Estensi. Attese egli adunque nel precedente anno a preparar così grande impresa, nè contento delle sole sue forze, invitò ad unirsi seco i Sassoni suoi vecchi amici[2838]. Più di venti mila combattenti trasse egli dalla Sassonia, ed ancor questi menarono con seco tutte le lor mogli e figliuoli, di maniera che restò spopolato un tratto di quel paese, e Sigeberto re d'Austrasia prese poi il ripiego, per ripopolarlo, d'inviare in que' siti un buon numero di famiglie cavate dalla Svevia. Divulgatasi inoltre la spedizione meditata da Alboino verso l'Italia, vi concorse un'altra moltitudine di persone di varii paesi. Ed è certo (son parole del suddetto Paolo Diacono volgarizzate) che Alboino, venendo in Italia, seco condusse molti di diverse nazioni, che egli ed altri dei re barbari aveano presi, come Gepidi, Bulgari, Sarmati, Pannoni, Soavi (cioè Svevi), Norici ed altre simili genti, i nomi de quali tuttavia durano nelle ville d'Italia, dove essi abitano[2839]. La speranza del guadagno mise in moto tutti coloro. E, siccome avvertii nelle mie Antichità Italiche[2840], porto io opinione che, dai Bavari, anticamente appellati Baioari, prendesse il nome una villa del Modenese, chiamata oggidì Bazovara, e nei secoli addietro Raioaria, allorchè essa aveva un forte castello. Fors'anche Carpi, città del ducato di Modena, dai popoli Carpi dee riconoscere la sua denominazione. Così nel territorio di Milano, per attestato di Galvano Fiamma[2841], fu rinomato il contado di Burgaria, che, a mio credere, prese la denominazione dai Bulgari, ivi abitanti. E forse la bella terra di Soave nel Veronese trasse il suo nome dagli Svevi, popolo della Germania, molti de' quali calarono in Italia con Alboino. Dagl'Italiani la Svevia era nei vecchi tempi appellata Soavia, come si può vedere nelle storie di Giovanni Villani e presso altri autori. E Suavia si legge ancora ne' testi più antichi di Paolo Diacono.

Ora l'autorità d'esso Paolo Diacono, figliuolo di Varnefrido, che con chiare note cronologiche disegna il presente anno 568 pel primo dell'entrata de' Longobardi in Italia, avvalorata anche da altre pruove, è seguitata dai più saggi letterati dei nostri tempi. Che se Mario Aventicense[2842], autore più antico, la mette nell'anno seguente (il che bastò ad alcuni per abbandonar qui Paolo Diacono) non dee già muovere noi altri, dacchè si vede che per errore dei copisti nella sua storia sono posticipati d'un anno gli avvenimenti di questi tempi. Merita bensì riflessione ciò che troviamo scritto dall'autore della Miscella[2843]. Hujus imperatoris (dic'egli parlando di Giustino) anno undecimo (senza fallo qui v'ha sbaglio) qui est annus Divinae Incarnationis DLXVIII, indictione prima, in ipsis calendis aprilis egressi sunt Longobardi de Pannonia. Fin qui va bene, perchè son parole prese da Paolo Diacono. Seguita a dire: Et secunda indictione coepere praedari. Tertia vero Indictione dominare coeperunt in Italia. Il Sigonio[2844], chiarissimo scrittore modenese, seguendo questo autore, ha distinta l'epoca dell'entrata dei Longobardi in Italia da quella del principio del regno italico di Alboino. Fu ripreso per questo da Camillo Pellegrino e dal padre Pagi; ma due letterati di buon polso, cioè il padre abbate Benedetto Bacchini[2845] e il dottor Giuseppe Sassi[2846], bibliotecario dell'Ambrosiana, hanno egregiamente difesa la sentenza del Sigonio. Nè dal testo suddetto si dee dedurre che i Longobardi impiegassero tutto quest'anno in venir dalla Pannonia, nè che si stessero colle mani alla cintola giunti che furono in Italia. Fece Alboino molto ben delle conquiste nel presente anno, altre nel susseguente, ma non tali che credesse di potersi dire padrone d'Italia. Ciò solamente, siccome vedremo, succedette nell'anno 570. Venendo adunque alla feroce nazione de' Longobardi, Paolo Diacono la vuol così nominata, per la lunghezza delle barbe che portavano, perchè, dic'egli[2847], lang nella loro lingua significa lungo, e baert barba. Vien riprovata questa opinione da alcuni che li credono chiamati così per le aste lunghe, o pel paese, dove abitavano; ma il Cluverio, il Grozio ed altri aderiscono a Paolo. Nelle più antiche memorie portano il nome di Langobardi come si può veder presso Strabone, Tacito, Tolomeo e Procopio. Leggesi parimente così ne' testi più antichi di Paolo Diacono, e nei diplomi dei re longobardi e dei primi imperadori franchi. Presso i susseguenti scrittori si incontrano più spesso col nome di Longobardi. Tuttavia, siccome osservai nelle Antichità Italiche, ho io trovato marmi del secolo ottavo, ne' quali chiaramente Longobardi ancora si vedono appellati. Ora il re Alboino, con tutta questa nazione, uomini, donne, vecchi e fanciulli e colle loro suppellettili, secondochè scrive il suddetto Paolo[2848], uscì dalla Pannonia, correndo la indizione prima, nell'anno di Cristo 568, nel dì dopo la Pasqua, la qual cadde quell'anno nel dì primo di aprile, e s'inviò alla volta d'Italia. Non dice, che egli in quel dì entrasse in Italia: dice che uscì dalla Pannonia. Cedette agli Avari, ossia agli Unni tartari, la Pannonia suddetta con patto, se gli fosse occorso il bisogno, di poter ritornare in quelle contrade: patto ben difficile ad attenersi, troppo grande essendo l'incanto di chi possiede per qualsivoglia titolo gli stati altrui. S'egli abbandonasse anche tutto il Norico, non è pervenuto a nostra notizia. Leggesi presso lo stesso Paolo Diacono[2849] che Tasone e Caccone, duchi del Friuli, possederono il paese di Cilicia, abitato allora dagli Sclavi; e però sembrano stati possessori anche della Carniola. Abbiamo, all'incontro, dal medesimo storico[2850] più sotto, che gli Sclavi dominarono nella Carintia. Sicchè almen poco si dovette stendere nella Germania da lì innanzi la signoria de' Longobardi. Giunto Alboino con quel gran seguito ai confini dell'Italia, salì sopra un alto monte di que' luoghi per vagheggiare fin dove potea il bel paese ch'egli già contava per suo. Era fama a' tempi di Paolo Diacono che da lì innanzi quel monte prendesse il nome di monte del re, ossia Monreale. Allo strepitoso avvicinamento di questo gran temporale, Paolino arcivescovo scismatico di Aquileia si ritirò nell'isola di Grado con tutto il tesoro della sua chiesa: isola che col tempo giunse a far guerra alla stessa chiesa d'Aquileia. Non trovando Alboino ostacolo alcuno alla sua entrata in Italia, s'impadronì della città del Foro di Giulio, capo allora della provincia, che da essa città prese dipoi il nome di Friuli, e chiamata oggidì Cividal di Friuli. Pensò tosto a mettere un governatore col titolo di duca in quel paese, ed elesse Gisolfo suo nipote, che gli serviva in grado di cavallerizzo maggiore. Eidem strator erat, dice Paolo, quem lingua propria marphais appellant. Non prima accettò questi il governo, che Alboino gli avesse accordato molte nobili famiglie di Longobardi, acciocchè abitassero in quel paese. Gli domandò ancor alcune razze di generose cavalle, e le ottenne. Paolo Diacono, il cui bisavolo o trisavolo venne con Alboino, e piantò casa in essa città del Friuli, è diligentissimo nel progresso della storia in raccontare i fatti di questo ducato, che fu il primo ad essere istituito dal re Alboino.

Allorchè arrivò l'esercito longobardo al fiume Piave, Felice, vescovo di Trevigi, coraggiosamente si presentò ad Alboino, con raccomandargli il popolo della sua città e i beni della sua chiesa. Ordinò tosto il re con molta cortesia che gli fosse spedito un diploma di confermazione di tutto quanto possedeva la chiesa trivisana. Intanto Longino patrizio, spedito dall'imperador Giustino con titolo di Esarco di Italia, verisimilmente era giunto a Ravenna, dove fissò il suo soggiorno per essere più alla portata di opporsi al torrente che veniva ad inondare l'Italia. Non si sa ch'egli conducesse seco rinforzo alcuno di milizie. Quelle poche ch'egli trovò qui le compartì nelle città più forti, e diedesi, per quanto si può credere, a far di grand'istanze a Giustino Augusto per aver dei soccorsi. Solamente sappiamo da Agnello Ravennate[2851], che egli fortificò Cesarea con cignerla di pali: oggidì diciamo palizzare. Era questa Cesarea, secondochè avvertì Girolamo Rossi[2852], un borgo fuori di Ravenna a guisa di città posto fra essa Ravenna e Classe. Giordano storico[2853] scrive appunto così: Trino urbs ipsa (Ravenna) vocabulo gloriatur, trigeminaque positione exultat: idest, prima Ravenna, ultima Classis, media Caesarea. Vennero poscia pacificamente in poter de' Longobardi Vicenza, Verona, e gli altri luoghi della provincia della Venezia, a riserva di Padova e di Monselice, che guernite di sufficiente presidio si misero alla difesa. Queste fortezze arrestarono i passi di Alboino, e tanto più perchè essendo scorsi fin sotto Mantova, trovarono che anche quella città s'era accinta a far testa. Per tanto determinò di non procedere più oltre e di prendere il quartiere del verno in quella provincia, per vedere se gli riuscisse, con bloccare in quel tempo esse città resistenti, di forzarle alla resa. Racconta il sopraccitato Agnello, che Pietro seniore Arcivescovo di Ravenna secunda indictione consecratus est Romae absque jejunio, XVII kalendas octobris. Soggiunge appresso: Eo anno occupata Venetia a Longobardis est, et invasa, absque bello expulsi sunt: forse potiti sunt. Nell'anno presente l'Indizione seconda cominciò a correre nel settembre; e però non più che la provincia della Venezia conquistarono in quest'anno i Longobardi, e senza contrasto. Nota in fine Paolo Diacono che ne' primi mesi dell'anno presente cadde tanta neve nelle pianure d'Italia, quanta ne suol venire ne' più alti luoghi delle Alpi, e che, ciò non ostante, si ebbe poi tanta abbondanza di raccolto, che non v'era memoria d'altra simile.

NOTE:

[2837] Maffei, Istoria Diplomatica, pag. 103.

[2838] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 6.

[2839] Idem, ibid., cap. 26.

[2840] Antiq. Italic., tom. 1, Dissert. I.

[2841] Galvaneus de Flamma, Manipul. Flor., cap. 211 Rer. Ital., tom. XI.

[2842] Marius Aventicens., in Chron.

[2843] Histor. Miscell., lib. 16 in fin.

[2844] Sigon., de Regno Italiae, lib. 1.

[2845] Bachinnius, in Notis ad Agnelum, tom. 2. Rer. Ital.

[2846] Saxius in Notis ad Sigonium, de Regn. Italiae.

[2847] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 4.

[2848] Idem, lib. 2, cap. 7.

[2849] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 40.

[2850] Idem, lib. 5, cap. 22.

[2851] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Ital.

[2852] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 3.

[2853] Jordan., de Reb. Get., cap. 29.

Anno di CRISTO DLXIX. Indizione II.

GIOVANNI III papa 10. GIUSTINO II imperadore 5. ALBOINO re 1.

L'anno III dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Appartiene all'anno presente una iscrizione scoperta in Capoa nel dì 5 di novembre dell'anno 1689, nel giardino de' padri di san Pietro d'Alcantara, del monistero di san Bonaventura.

HIC REQUIESCIT IN SOMNO PACIS IUSTINA ABBATISSA FUNDATRIX SANCTI LOCI HUIUS QUAE VIXIT PLUS MINUS ANNOS LXXXV DEPOSITA SUB DIE KALENDARUM NOVEMBRIUM IMP. D. N. N. IUSTINO P. P. AUG. ANN. III P. C. EIUSDEM INDICTIONE TERTIA.

Nel settembre di quest'anno cominciò a correr l'Indizione III, e per conseguenza nel novembre susseguente fu posta questa iscrizione. Ora dicendosi ivi che quest'anno è il terzo dopo il consolato di Giustino Augusto, necessariamente il consolato stesso, secondo l'uso degli antichi, s'ha da mettere nell'anno 566, come immaginò il cardinal Baronio, e non già nell'anno 567, come pretese il padre Pagi. Di qui ancora impariamo, come già s'erano introdotti in Italia i monisteri delle sacre vergini, e che aveano le loro badesse sotto la regola di san Benedetto. Di questo monistero non ebbe notizia il padre Mabillone. Venendo ora ai fatti d'Italia, dico, con dispiacere, che non abbiamo un filo sicuro per ben distinguere i tempi dell'imperio dei Longobardi in Italia, perchè Paolo Diacono neppur egli l'ebbe, e a lui parimente mancarono molte notizie di questi tempi. Tuttavia, benchè il Sigonio differisca fino all'anno presente la conquista della provincia veneta, a me nulladimeno è sembrato più probabile, per le ragioni addotte, che si abbia essa a riferire all'anno precedente. Nel presente attese, a mio credere, il barbaro re a tor di mezzo l'impedimento ai suoi passi di Mantova. Non ne parla il suddetto storico; ma andando innanzi, scorgeremo che quella città venne in suo potere, e verisimilmente quest'anno, al contrario di Cremona che si sostenne. Trento ancora, colla sua provincia, o in questo o nel precedente, si sottomise all'armi de' Longobardi, e la stessa disavventura provarono le città di Brescia e di Bergamo, senza apparire se la forza dell'armi o il solo timore le inducesse ad aprire le porte. Altrettanto è da dire di Milano. Sappiamo solamente di certo, attestandolo Paolo Diacono[2854], che Alboino entrò in questa città (già rimessa in piedi per cura di Narsete) nel dì 3 settembre indictione ingrediente tertia, e per conseguente nel presente anno 569, in cui nel dì primo di esso mese cominciava a correre l'indizione terza. Dal conquisto di questa nobil città vo in conghietturando che Paolo Diacono cominciasse a numerar gli anni del regno di Alboino. Ora Onorato arcivescovo di essa città, o prima che v'entrassero i Longobardi, o dappoichè vi furono entrati, se ne fuggì a Genova. Non c'è sufficiente autorità per credere ch'egli, dopo aver consigliata la resa della città, oppresso dal dolore di vederla saccheggiata contro i patti, se ne partisse, come ha creduto taluno. Landolfo seniore[2855], storico milanese del secolo undecimo, descrive questo saccheggio con tanti anacronismi e spropositi, che neppur nella sostanza merita fede. Questa disgrazia di Milano, se fosse vera, l'avrebbe saputa e notata Paolo Diacono, tanto più antico di Landolfo. Quando poi si ammetta ciò che gli antichi cataloghi degli arcivescovi di Milano, pubblicati dal padre Papebrochio e Mabillone, e da me nella seconda parte del tomo primo Rerum Italicarum, scrivono di esso Onorato, cioè ch'egli solamente due anni governasse la Chiesa milanese: converrà dire che egli poco dopo la sua andata a Genova mancasse di vita come osservò il Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana[2856]. Quello poi che specialmente è degno d'osservazione, e risulta da una lettera di san Gregorio Magno[2857], scritta a Costanzo arcivescovo parimente di Milano, si è che Lorenzo juniore fu eletto successore di Onorato in Genova dal clero e da molti nobili e cittadini milanesi, i quali per timore de' Barbari s'erano colà ritirati, come lo stesso san Gregorio attesta in un'altra lettera[2858]. Dall'antica tradizione de' Milanesi si ha che in Milano dagli scismatici fosse eletto nello stesso tempo arcivescovo un Frontone, intorno al quale abbiamo un favoloso racconto del suddetto Landolfo storico di quella città. Ma Lorenzo legittimo pastore, affine d'essere approvato dal papa, fu obbligato ad inviare a Roma una carta di assicurazione, in cui accettava il concilio quinto generale, e condannava i tre capitoli. Questa carta fu sottoscritta dai più nobili fra i Romani, inter quos ego quoque (aggiugne il santo pontefice) tunc urbanam praeturam (praefecturam ha un altro testo) gerens, pariter subscripsi: importante notizia che comincia a farci conoscere questo insigne pontefice, da cui tanto splendore s'accrebbe dipoi alla santa Chiesa romana, e che circa questi tempi in abito secolare esercitava la pretura o prefettura di Roma.

Dappoichè Alboino fu divenuto padron di Milano, le soldatesche longobarde si stesero per tutta la Liguria, e la ridussero quasi tutta alla loro ubbidienza. Secondo l'uso di questi tempi, diverso da quel de' Romani, questa provincia portava il nome di Liguria, ed abbracciava allora Milano, Pavia, Novara, Vercelli, quello che oggidì chiamiamo Monferrato, il Piemonte e tutta la riviera di Genova. Ed appunto abbiamo da Paolo Diacono che le città marittime, come Genova, Albenga, Savona (se pur questa è delle antiche città), Monaco ed altre per allora tennero saldo contra l'empito de' Longobardi. Ma soprattutto la città di Ticino, ossia di Pavia, sì per le buone sue fortificazioni, come pel numeroso presidio romano e pel coraggio de' cittadini, si mostrò alienissima dall'accettare il giogo dei Longobardi. Però Alboino, a cui sopra ogni altra cosa premeva il conquisto di quella città, ne intraprese l'assedio, portandosi con parte dell'esercito dal lato occidentale, dov'è ora il monastero di san Salvatore. L'altra parte passò a saccheggiar varii paesi, con penetrare anche di là dall'Apennino verso il Genovesato, ma senza poter mettere piede in quelle città, siccome abbiam detto. A queste calamità della Liguria, nel presente anno, s'aggiunse una terribil carestia, succeduta all'abbondanza dell'anno precedente. Intanto non resta memoria che Giustino imperadore, principe riuscito alla pruova troppo debole per sostenere il peso d'un grande imperio, soccorresse a bisogno dell'opressa Italia. Abbiamo bensì da Menandro Protettore[2859] una notizia che non si dee ommettere: cioè che esso Augusto circa il fine del quarto anno del suo imperio (e però nel presente anno, perchè il quarto ebbe principio nel dì 14 di novembre dell'anno precedente) ne' primi giorni d'agosto, inviò un'ambasciata ai Turchi, che una volta erano chiamati Saci. Era allora principe di quella nazione Disabolo, portante anch'egli il titolo di Cagano, titolo parimente usato, siccome dicemmo, dal principe degli Avari, con intendersi perciò che questo era nome non proprio, ma di dignità. Ora i Turchi si contavano anch'essi fra le nazioni della Tartaria. Hunni, quos Turcos nucupamus, dice Teofane[2860] all'anno 571. Plino[2861], se pure non è guasta ne' suoi testi quella lezione, mostra che anche a' suoi dì erano conosciuti i Turchi. E v'ha taluno che sospetta avere infino Erodoto avuta notizia di questo popolo. Comunque sia, certo è che nel secolo, di cui ora trattiamo, era esso celebre nella Tartaria, e, per testimonianza di Menandro, potentissimo. E ciò vien confermato da Evagrio[2862], là dove scrive che gli Unni Avari, non potendo resistere alla possanza e fierezza de' Turchi lor confinanti, furono obbligati a mutar paese; eppure parla di quegli stessi Avari che abbiam già veduti divenir padroni del Sirmio, della Dacia e della Pannonia, con giugnere dipoi a tanta possanza, che fecero tremar l'Italia tutta, siccome vedremo. Ho voluto far menzione dell'antichità e della forza e nazion de' Turchi, perchè costoro in fine son quegli stessi che, dopo il mille, fondarono nell'Asia e poscia dilatarono per l'Europa e per l'Africa quella sterminata monarchia, nemica del nome cristiano, che da tanti secoli si sostiene in piedi, ma pareva che negli anni addietro si andasse accostando secondo l'uso delle umane cose, alla sua rovina: e pure non è così.

NOTE:

[2854] Paulus Diaconus, de Gest. Langob., lib. 2, cap. 25.

[2855] Landulphus Senior, in Chron., tom. 4 Rer. Ital.

[2856] Saxius, in Notis ad Sigonium de Regno Italiae.

[2857] Gregor. M., lib. 4, ep. Edition Benedictin.

[2858] Greg. M., lib. 2, ep. 30.

[2859] Hist. Byz., tom. 1, pag. 151.

[2860] Theoph., in Chronogr.

[2861] Plin., lib. 6, cap. 7.

[2862] Evagr., l. 5, cap. 1 et 2.

Anno di CRISTO DLXX. Indizione III.

GIOVANNI III papa 11. GIUSTINO II imperadore 6. ALBOINO re 2.

L'anno IV dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Seguitò in quest'anno il re Alboino ad assediare la città di Pavia. Intanto la maggior parte de' suoi si stese a conquistar quanto paese potè e a saccheggiar quanto loro veniva alle mani. In questi tempi, se non prima, s'impadronirono essi della maggior parte dell'Emilia, cioè di Tortona, Piacenza, Parma, Reggio e Modena. Si avanzarono questi Barbari per la Toscana; presero Spoleti, e tutta o quasi tutta l'Umbria, e forse alcuna delle città oggidì costituenti la Marca d'Ancona[2863]. Roma con alcune città circonvicine, si conservò all'ubbidienza dell'imperadore; e Longino esarco difese anch'egli Ravenna con alcune o con tutte le città della Flaminia. Tanto avanzamento dell'armi longobardiche viene attribuito da Paolo Diacono all'aver que' Barbari trovata l'Italia in una somma debolezza a cagion della peste precedente che avea spogliato di tanti abitatori le città e campagne, e dell'orribil carestia che tuttavia si facea sentire per tutta l'Italia. Perciò non vi era chi potesse resistere, massimamente contra sì gran moltitudine di Barbari, e tanto più perchè da Costantinopoli non veniva soccorso alcuno. Mancò di vita circa questi tempi, per quanto crede il cardinal Baronio, nell'anno antecedente, com'è più probabile, Paolino I, arcivescovo di Aquileia, cioè quegli che cominciò lo scisma della sua Chiesa e de' vescovi suoi suffraganei contro la sede apostolica, opponendosi al sentimento della Chiesa universale, coll'impugnare dei decreti del concilio quinto generale. Egli è chiamato patriarca da Paolo Diacono; ma non sappiam di certo che egli fosse il primo ad arrogarsi questo titolo grandioso. Certo si trova dai suoi successori usato un tal distintivo dagli altri arcivescovi d'Occidente. Ed è ben vero che, siccome osservammo nell'anno 532[2864], Atalarico re dei Goti col nome di patriarchi disegnò i metropolitani, e si trovava dato questo titolo anche ad altri arcivescovi; ciò non ostante, è sembrato ad alcuni[2865] che gli arcivescovi aquileiensi scismatici assumessero ambiziosamente questo titolo per mostrare un'indipendenza dai romani pontefici: titolo continuato dipoi per connivenza anche ne' successori cattolici, e non solo ne' vescovi di Aquileia oggidì abitanti in Udine, ma in quelli ancora di Grado, che furono una sezione della chiesa aquileiense, la dignità de' quali ultimi fu poi nel secolo decimoquinto, trasferita nei vescovi di Venezia. Ma intorno a questa disputa è da vedere quanto ha scritto il padre de Rubeis[2866] dell'ordine dei Predicatori. Ed ancor qui può parere che il cardinal Baronio, fuor di tempo, faccia da interprete dei giudizii di Dio, quasichè Dio in vendetta di questi scismatici (parla di Aquileia e di Milano) chiamasse in Italia la gente fiera de' Longobardi, e consumasse e divorasse le loro diocesi colle spade di que' Barbari crudeli, quando all'incontro Roma restò intatta dal furor di costoro. Ma per disgrazia tutto il contrario avvenne. Non si sa che i vescovi e popoli scismatici patissero tante calamità, quante ne immagina il padre degli Annali ecclesiastici. Anzi, siccome osservò il cardinal Noris[2867], più orgogliosi divennero da lì innanzi, e si fortificarono maggiormente nel lor scisma i vescovi prevaricatori sottoposti al dominio longobardico, perchè non più temevano del braccio secolare di chi comandava in Roma. E, per lo contrario, furono messi a sacco tanti altri paesi d'Italia e disfatte tante città, ch'erano ubbidientissime al romano pontefice. Nè fu già presa Roma dai Longobardi, pure patì anche essa innumerabili insulti e danni da que' Barbari, come abbiamo da san Gregorio Magno e da altre memorie di questi tempi. Oltre di che lo stesso Baronio[2868] riconosce gl'imperadori d'Oriente, allora padroni di Roma, quibusvis Barbaris adversus Romanos truciores. Or veggasi, come ben cammini il volere con tanta facilità entrare ne' gabinetti di Dio. Abbiamo poi da Agnello Ravennate[2869], che nell'anno V di Giustino secondo, principalmente spettante all'anno presente, fu spaventosamente afflitta l'Italia tutta dalla pestilenza dei buoi. Il che vien confermato da Mario Aventicense[2870], con aggiungnere che perì anche una gran quantità di persone da dissenterie e vaiuoli.

NOTE:

[2863] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 26.

[2864] Cassiod., lib. 9, epist. 15.

[2865] Du-Chesne Scriptor. Rer. Franc., tom. 1, pag. 874.

[2866] De Rubeis, Dissert. et Monum. Ecclesiae Acquilejensis.

[2867] Noris, Dissertat. de Synodo V cap. 9, §. 3.

[2868] Baron., Annal. Eccl. ad ann. seq. 571.

[2869] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.

[2870] Marius Aventicensis, in Chron.

Anno di CRISTO DLXXI. Indizione IV.

GIOVANNI III papa 12. GIUSTINO II imperadore 7. ALBOINO re 3.

L'anno V dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Continuò ancora nell'anno presente il re Alboino l'assedio di Pavia. Potrebbe poi essere che circa questi tempi seguisse ciò che narra il suddetto Agnello[2871], con dire, che dopo avere i Longobardi fatte delle scorrerie in Toscana fino a Roma, diedero alle fiamme Pietra Pertusa, fortezza inespugnabile, in questi tempi, e nominata più volte da Procopio. Era situata questa presso il fiume Metauro di sotto da Urbino sopra un sasso scosceso. Aggiugne il medesimo autore, che impadronitisi i Barbari anche del Foro di Cornelio, città detta Flamina, la fortificarono a tutto lor potere. Questa dal castello ivi fabbricato, che per testimonianza di Paolo Diacono, fu appellato Imola, prese poi il nome che, ha tuttavia. Ma s'è così, par ben difficile a credere che i Longobardi si lasciassero addietro la città di Bologna senza impadronirsene. Alcuni scrittori moderni rapportano la suddetta edificazion d'Imola ai tempi di Clefo successor d'Alboino; ma neppur essi hanno pruove sicure di questo tempo. Non è improbabile (e pare che Leone Ostiense ve lo additi) che circa questi medesimi tempi i Longobardi, conquistato Benevento colla maggior parte di quel che ora si chiama regno di Napoli, quivi fondassero l'insigne e vasto ducato di Benevento, con esserne creato primo duca Zottone. Questa opinione piacque a Scipione Ammirato, e fu insinuata dal padre Antonio Caracciolo, fondandola eglino sull'aver detto Paolo Diacono, che questo Zottone tenne quel ducato per lo spazio di vent'anni, combinando poi tal asserzione colla cronologia de' susseguenti duchi. Nondimeno il vero è che neppur Paolo Diacono ben conobbe il principio del ducato beneventano. E però tanto meno è a noi permesso di scoprirlo con certezza, mancandoci tante storie ed aiuti, che pure restavano a' tempi di Paolo. Che se Camillo Pellegrino[2872] credette e volle far credere che i Longobardi, venuti in aiuto di Narsete contra de' Goti, avessero piantate le fondamenta di questo ducato, a me non sembra degna una tal opinione di quel cospicuo letterato, sì occhiuto in tanti altri punti di storia quale egli fu. Si sa che Narsete cacciò tosto fuori d'Italia gli ausiliarii Longobardi, perchè troppo maneschi e rapaci. Godeva in questi tempi una tollerabil pace l'imperio d'Oriente, benchè governato da Giustino, principe di poca levatura, e che sembra aver troppo negligentate le cose d'Italia. Per poca avvertenza di lui, o de' ministri suoi, come s'ha da Evagrio[2873] e da Teofilatto[2874] istorici, si ruppe la pace fra i Greci e i Persiani, con insorgere una guerra funestissima, la quale per venti anni durò, e riuscì un seminario di calamità per le provincie poste fra i due avversarii imperii.

NOTE:

[2871] Agnell., ibidem.

[2872] Peregrinus, in Dissert. de origin. Ducat. Beneventani.

[2873] Evagr., lib. 5, cap. 7.

[2874] Theophilactus, lib. 3, cap. 8.

Anno di CRISTO DLXXII. Indizione V.

GIOVANNI III papa 13. GIUSTINO II imperadore 8. ALBOINO re 4.

L'anno VI dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

L'assediata città di Pavia si sosteneva tuttavia contra del furore de' Longobardi; ma potrebbe essere ch'ella si rendesse ai medesimi verso il fine del presente anno, perchè ignoriamo il tempo in cui fu dato principio a quell'assedio. Paolo Diacono[2875] attesta ch'esso durò per tre anni ed alquanti mesi. Se nel settembre dell'anno 569 avessero cominciato i Longobardi a stringerla, verisimil sarebbe la sua caduta nel cadere di questo anno. Sia ad altri lecito il differirla ai primi mesi del seguente. Abbiamo dunque dal suddetto Paolo che quella città, dopo sì lunga ed ostinata difesa, finalmente per mancanza di viveri aprì le porte ad Alboino. Nel voler egli entrare per la porta orientale di san Giovanni, sotto d'essa gli cadde il cavallo; nè questo si voleva rizzare, per quanto il re adoperasse gli sproni, e il suo cavallerizzo colla frusta il percotesse. Allora uno dei suoi uffiziali, persona timorata di Dio, gli disse: Ah, signore, vi sovvenga che giuramento abbiate fatto. Guastatelo, ed entrerete nella città. Questo povero popolo è popolo cristiano. Il giuramento, dianzi fatto da Alboino in collera, era di mettere a fil di spada tutti i Pavesi, perchè non s'erano in tanto tempo voluti mai rendere. Ritrattollo Alboino, ben conoscendo che all'adempimento d'esso non era tenuto; ed allora, balzando tosto in piedi da sè il destriero, entrò il re nella città senza far male ad alcuno, e andò a stanziare nel palazzo già fabbricato dal re Teoderico. Tornato intanto il cuore in corpo ai cittadini, concorsero tutti a ringraziarlo e a riconoscerlo per loro principe. Ancor qui merita d'esser osservata la clemenza d'Alboino, tuttochè barbaro. Se si avesse a prestar fede a Mario Aventicense[2876] poco avrebbe goduto il re Alboino della sua terrena felicità, scrivendo egli che nell'anno presente, correndo la indizione quinta, seguì la sua morte. Anche l'abbate Biclariense[2877] sembra del medesimo parere. Ma il cardinal Baronio, anticipando ancora questo tempo, fa terminare la vita di Alboino nell'anno precedente 571, fondandosi sulle parole di Paolo, che scrive essere durato il regno d'Alboino per tre anni e sei mesi, e deducendo questi tre anni e mesi sei dall'ingresso de' Longobardi in Italia, cioè dall'anno 568. Perchè noi tutti ci troviamo qui nel buio, ed in ogni sentenza occorrono delle difficoltà; però è permesso a ciascun di seguitar l'opinione che gli sembra più verisimile. Quanto a me, rapporterò all'anno seguente la morte d'esso re, che certo non può essere accaduta nell'anno 571, come si figurò il Baronio, quantunque paia assistere alla di lui opinione il suddetto Mario, che posticipa d'un anno altri avvenimenti, d'allora, e sia per lui Agnello Ravennate, le cui parole riferirò fra poco.

NOTE:

[2875] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 27.

[2876] Marius Aventicensis, in Chron.

[2877] Abbas Biclariensis, in Chron.

Anno di CRISTO DLXXIII. Indizione VI.

GIOVANNI III papa 14. GIUSTINO II imperadore 9. CLEFO re 1.

L'anno VII dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Mette il cardinal Baronio nell'anno precedente la morte di papa Giovanni III, per avere anticipato di un anno la sua creazione. Pretende il padre Pagi[2878], a cui tengo dietro anch'io, ch'egli compiesse la carriera del suo pontificato e della sua vita nell'anno presente a dì 13 di luglio. Dopo la di lui morte restò vacante gran tempo la cattedra di san Pietro, nè in quest'anno fu eletto altro papa; o, se fu eletto, non venne consecrato: segno che Roma dovea trovarsi in grandi angustie e confusioni, a cagione de' Longobardi, i quali infestavano i suoi contorni, ed arrivarono talvolta fino alle porte di essa città. Ma troppo scarse son pervenute a noi le notizie degli avvenimenti funesti di questi tempi. Paolo Diacono ne seppe poco anch'egli: eppure non abbiam se non lui che ci abbia conservata qualche memoria d'allora, ma senza distinguere gli anni, di maniera che per istabilire il tempo preciso di que' pochi fatti che restano, bisogna camminare a tentone. Ora dico che verisimilmente nell'anno presente, oppure nel susseguente, succedette la morte del re Alboino. Non abbiamo altro lume per assegnar questo tempo, se non le poche parole di Paolo Diacono, che scrive aver egli regnato in Italia tre anni e sei mesi. Dopo aver noi veduto ch'egli solamente nel settembre dall'anno 569 entrò in Milano, e spese tre anni e qualche mese per ridurre alla sua ubbidienza Pavia, non resta luogo a credere ch'egli fosse levato di vita nell'anno 571, come s'avvisò di dire il cardinal Baronio, perchè sarebbe morto prima d'aver preso Pavia. Difficilmente ancora per la medesima ragione si può fissar la sua morte nell'anno 572. Mario Aventicense e l'abbate Biclariense, citati dal padre Pagi per tale opinione, han troppo slogate l'ossa in questi tempi. Di Mario lo confessa lo stesso Pagi. E il Biclariense, mettendo la morte di Cunimondo re dei Gepidi un anno prima della morte del re Alboino, fa conoscere quanto poco sia da fidarsi di lui ne' fatti de' Longobardi. Il Sigonio poi lo rapporta all'anno 574, e concorre nel medesimo parere il padre Pagi, con allegare Ermanno Contratto[2879] e Sigeberto[2880], che appunto ne parlano a quell'anno. Anzi dic'egli che niuno meglio d'esso Ermanno ha inteso quello che volle dir Paolo Diacono, notando all'anno 571 la resa di Pavia, ed aggiugnendo che Alboino sedem ibi regni statuens tres annos et sex menses in Italia regnavit. Ma questo non può sussistere, cioè che dalla presa di Pavia cominciasse l'epoca del regno di Alboino, essendo per le cose dette chiaro che non potè quella città venire alle mani de' Longobardi nell'anno 571, e su tal supposto sarebbe morto Alboino nel 575, o nel 576. Ermanno ci dà anche la morte di Sigeberto re de' Franchi in esso anno 574; eppure il padre Pagi, e la corrente de' letterati il fa morto nell'anno 575. Quanto allo storico Sigeberto, a cui dà tanta autorità il padre Pagi, che vuole s'abbiano a correggere gli errori di Paolo Diacono con quanto lasciò scritto esso Sigeberto, strana è questa pretensione. Nè Sigeberto nè Ermanno Contratto ebbero davanti agli occhi, in iscrivendo de' Longobardi, se non l'unico Paolo Diacono. E di sopra all'anno 551 vedemmo rapportata, con solenne errore, da esso Sigeberto la morte di Alboino re de' Longobardi all'anno 543.

Quanto a me dunque crederei più probabile (come ancora la credette il padre Bacchini) che seguisse la morte violenta del re Alboino nell'anno presente 573. Essendo in questi tempi Milano metropoli e capo della Liguria, da che riuscì ad Alboino di entrarne in possesso, verisimilmente fu egli allora acclamato re. E contando dal dì 4 di settembre dell'anno 569, in cui succedette la presa di Milano, tre anni e sei mesi ch'egli regnò, viene a cader la sua morte nell'anno presente 573, correndo tuttavia l'anno quarto del suo regno. Agnello Ravennate[2881] scrive che Alboino fu levato dal mondo imperante Justino II, anno VI jussu uxoris suae Rosmundae IV kalendas julias. Secondo i conti nostri, l'anno sesto di Giustino II imperadore correva nell'anno 571. Però, a tenore delle ragioni addotte, non si può abbracciare la di lui opinione. Probabilmente quel testo è scorretto, e in vece di anno VI, Agnello avea scritto anno VIII. Notissima è la cagione e la maniera della morte di Alboino; tuttavia il corso della storia richiede che ancor io ne faccia menzione[2882]. Trovavasi questo re vittorioso in Verona, dove un giorno fece un solenne banchetto ai suoi uffiziali. Aveva egli fatto legare in oro il cranio del nemico Cunimondo re dei Gepidi, da lui ucciso in battaglia, e in quello beveva: barbarica galanteria ed invenzione, di cui è buon testimonio Paolo Diacono, che giura d'aver veduto il medesimo teschio, mostratogli dal re Ratchis. Riscaldato il re barbaro dal vino, bestialmente invitò Rosmonda sua moglie a bere allegramente in quella funesta tazza, perchè berrebbe in compagnia di suo padre. Era ella, siccome altrove dicemmo, figliuola del medesimo estinto re Cunimondo. Fu questa una stoccata al cuore della misera principessa, laonde inviperita cominciò tosto a macchinarne la vendetta: e comunicato il suo pensiero ad Elmigiso, scudiere, e fratello di latte d'Alboino, fu consigliata ad adoperar Perideo, uomo di gran forza, per levar di vita il marito. Ma non bastando le parole ad indurre Perideo a tentare un tal misfatto, la regina prese un altro spediente. Sapeva ella qual amicizia passasse fra una sua cameriera e Perideo; perciò concertò con essa di prendere segretamente il di lei luogo, allorchè Perideo venisse a giacere con lei. Credendosi Perideo d'essersi trovato colla solita amica, restò ben sorpreso, quando la regina gli si scoprì qual era con soggiugnere, che dopo un tal delitto altro non restava, se non che o egli ammazzasse Alboino, od Alboino, avvisato del fatto, levasse lui di vita. Elesse Perideo il primo partito. Or mentre Alboino nel dì 28 di giugno era il dopo pranzo ito a dormire, Rosmonda, levate prima l'armi dalla camera e legata ben bene la spada del marito, acciocchè non potesse nè adoperarla nè sguainarla, e chiuse l'altre porte, affinchè non si sentisse il rumore, introdusse Perideo nella stanza. Al primo colpo svegliatosi Alboino corse alla spada; ma ritrovandola sequestrata prese uno scabello e fece quanta difesa potè; ma in fine alle tante ferite stramazzò privo di vita. Divolgatasi la di lui morte, infiniti furono i lamenti e i pianti de' Longobardi, veggendosi tolto un sì bellicoso principe, universalmente amato e riverito dalla sua nazione. Fu data sepoltura al suo corpo, e racconta Paolo Diacono che a' suoi dì, circa l'anno 770, Giselberto duca di Verona, fatto aprir quell'avello, ne estrasse la spada e gli ornamenti regali, con andarsi poi vanamente vantando d'aver veduto il re Alboino.

In ricompensa di così nera azione Rosmonda prese per marito Elmigiso, e tentò anche di farlo re. Ma insospettiti, o pure chiariti i Longobardi che dalla mano loro fosse venuto l'assassinio di Alboino, non solamente si opposero all'innalzamento di costui, ma ancora pensavano di levargli la vita. Allora Rosmonda segretamente mandò a Ravenna a pregare l'esarco Longino, che le inviasse una barca con uomini fedeli; il che egli puntualmente eseguì. In essa dunque di notte nel mese d'agosto entrata Rosmonda, se ne fuggì a Ravenna, conducendo seco il nuovo marito Elmigiso e tutto il tesoro dei re longobardi. Furono essi ben accolti da Longino. Ma non andò molto, che l'astuto Greco invaghitosi di Rosmonda, giovane avvenente, e più delle sue ricchezze, cominciò ad esortarla di voler prendere lui per marito, con liberarsi da Elmigiso, dandole ad intendere che così diverrebbe regina d'Italia. Non isparse in vano le sue parole. Aspettò l'ambiziosa Rosmonda che Elmigiso un dì stato al bagno, ne uscisse, e sotto pretesto di ristorarlo gli porse una tazza di vino, ma vino avvelenato. Appena ne ebbe egli tracannata la metà, che s'avvide di aver bevuta la morte. Però sfoderata la spada, e messale la punta alla gola, l'obbligò anch'essa a bere il resto: con che amendue caddero morti. È da maravigliarsi come Gregorio Turonense[2883], scrittore di questi tempi, e poco fa eletto vescovo scriva che Rosmonda facesse morir di veleno il re marito, e che fuggendo essa con un suo famiglio amendue furono presi ed uccisi. Merita qui ben più fede Paolo Diacono, che si servì delle storie di Secondo vescovo di Trento. Longino inviò poscia a Costantinopoli all'imperadore il tesoro de' Longobardi, insieme con Albsuinda figliuola del re Alboino, che Rosmonda sua madre avea menata con seco a Ravenna. Ne ebbe non poco piacere l'imperadore, e, per attestato di Agnello[2884], accrebbe all'esarco l'autorità e i salarii. Paolo diacono scrive che quelle ricchezze furono mandate a Tiberio Augusto. Ma l'ordine dei tempi richiede che fossero inviate all'imperadore Giustino; e così in fatti lasciò scritto il suddetto Agnello Ravennate, che pochi anni dopo la morte di Paolo Diacono compilò le vite degli arcivescovi di Ravenna, che in questo fatto parla solo d'Elmigiso, e nulla dice di Perideo. Raunandosi più probabilmente nel mese d'agosto i principali capi della nazione longobarda in Pavia, e quivi elessero per loro re Clefo, ossia Clefone, uno de' più nobili fra loro. Non si sa ch'egli fosse coronato. Paolo Diacono[2885] scrive che nella funzione di creare i re longobardi si presentava un'asta al re nuovo, ma senza far parola di corona o di diadema. Questo re ebbe per moglie Massana; e, a riserva delle sue crudeltà accennate in due parole dal sudetto storico, niuna altra impresa di lui è giunta a nostra notizia.

NOTE:

[2878] Pagius, Critic. Baron.

[2879] Hermannus Contractus, in Chron.

[2880] Sigebertus, in Chronico.

[2881] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.

[2882] Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 2, cap. 28.

[2883] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 41.

[2884] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.

[2885] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 55.

Anno di CRISTO DLXXIV. Indizione VII.

BENEDETTO I papa 1. GIUSTINO II imperadore 10. TIBERIO COSTANTINO cesare 1. CLEFO re 2.

L'anno VIII dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Dopo essere stato per dieci mesi e tre giorni vacante il pontificato romano, per quanto ne scrive Anastasio bibliotecario[2886], fu finalmente consecrato papa Benedetto, primo di questo nome, cognominato dai Greci Bonoso. Crede il padre Pagi che ciò seguisse nel dì 3 di giugno. Dal cardinal Baronio è riferito all'anno precedente l'ingresso di questo papa nella sedia di san Pietro. Ad altro poi non si può attribuire sì gran dilazione in dare a Roma un nuovo pontefice, se non alle fiere turbolenze di questi tempi per l'invasione de' Longobardi, e all'abuso introdotto di non poter consacrare il papa eletto senza l'approvazione degli imperadori, dimoranti allora in Costantinopoli. In quest'anno appunto, per attestato di Evagrio[2887], di Teofane[2888] e della Cronica Alessandrina[2889], Giustino Augusto talmente si conturbò all'udire i progressi de' Persiani, che gli aveano prese le città di Apamea e Daras, che gli diede alquanto volta il cervello. Riavutosi dopo qualche tempo, e trovandosi malconcio di sanità, così persuaso da Sofia Augusta sua moglie, volle provvedersi di chi l'aiutasse nel governo. E fu questo Tiberio, nato nella Tracia, uomo di bellissimo aspetto, di alta statura, ma, quel che più importa, dotato di rare virtù. Giustino gli diede il titolo di Cesare, e in una maniera (dice Evagrio) che si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno. Congregati tutti i magistrati e le persone di corte davanti al palazzo imperiale, dove intervenne ancora Giovanni patriarca col suo clero, Giustino, dappoichè ebbe vestito Tiberio colla tonaca cesarea e col manto di porpora, ad alta voce gli disse: Guarda, Tiberio, di non lasciarti ingannare dalla magnificenza di questa veste, nè dalla pompa delle cose visibili. Io scioccamente incantato da questo splendore, mi son renduto degno dell'ultimo supplizio. Tocca a te a correggere i miei falli, servendoti specialmente della mansuetudine e benignità nel governo de' popoli. Poi mostrandogli col dito i magistrati, soggiunse: Guardati dal creder loro, perchè essi mi hanno condotto nello stato che vedi. Aggiunse altre simili parole che trassero le lagrime dagli occhi di tutti. Teofane scrive aver Giustino dati questi documenti a Tiberio, non allorchè il dichiarò Cesare (il che si crede fatto nell'anno presente), ma sì bene allorchè il creò Augusto e collega nell'imperio. E forse che Evagrio non è discorde da Teofane. Intanto il re Clefo regnava sopra i Longobardi. Abbiamo da Paolo Diacono che costui specialmente se la prese contro i Romani potenti, cioè contra gli antichi abitatori dell'Italia, sudditi del romano imperio, con ucciderne molti, e mandarne molti altri in esilio fuori di Italia. Non ispiega lo storico s'egli esercitasse questa crudeltà solamente verso i potenti delle città che andava conquistando, oppur se anco verso gli altri nobili delle città già conquistate da Alboino. Sappiamo da Gregorio Turonense, storico allora vivente, che i Longobardi entrati in Italia, specialmente nei primi sette anni, scorrendola, con spogliar le chiese ed uccidere i sacerdoti, la ridussero in loro potere. Paolo Diacono[2890], che, tessendo la storia de' Longobardi, chiaramente si protesta d'essersi servito di quella de' Franchi, scritta da esso Turonense, cedette che questa crudeltà e la conquista della maggior parte d'Italia seguissero nel settimo anno dalla venuta d'Alboino in Italia. E ciò notando egli dopo aver narrata la morte del re Clefo, v'ha alcuno che si è servito di quel passo di Paolo per istabilire la cronologia delle azioni de' Longobardi. Ma, per vero dire, sono assai chiare le parole di Gregorio Turonense: oppur Paolo non ne intese bene il senso; laonde indarno si può far qui fondamento per dare un buon ordine alle azioni de' Longobardi. Possiamo bensì dedurne che nello spazio de' primi sette anni riuscisse ai Longobardi di occupare la maggior parte dell'Italia, e che, per conseguente stendessero le lor conquiste in quelle contrade ancora che oggidì formano il regno di Napoli.

NOTE:

[2886] Anast. Biblioth., in Benedicto I.

[2887] Evagr., lib. 5, cap. 13.

[2888] Theoph., in Chronogr.

[2889] Chronicon Alexandrinum.

[2890] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 32.

Anno di CRISTO DLXXV. Indizione VIII.

BENEDETTO I papa 2. GIUSTINO II imperadore 11. TIBERIO COSTANTINO cesare 2.

L'anno IX dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Secondochè scrive Paolo Diacono, non più che un anno e sei mesi regnò Clefo re dei Longobardi; e però o sul fine del precedente o pure sul principio del presente è da credere ch'egli fosse tolto dal mondo. Principe a noi solamente noto per la sua crudeltà, e non indegno della morte che gli toccò[2891]. Fu egli ucciso da un suo paggio o famiglio, senza che a nostra notizia sia giunta la cagione o la maniera di quest'altro regicidio. Per dieci anni dipoi restò senza re il regno de' Longobardi, non so se perchè discordassero nell'elezione i primati, ovvero perchè per allora amassero di non avere un capo che regolasse il corpo loro, o pure perchè Autari figliuolo del re Clefo paresse loro, a cagion della sua età, non per anche atto al governo dei popoli, siccome poi fu creduto da lì a dieci anni. Sappiamo bensì da Paolo Diacono che in questo decennio la nazion longobarda fu governata da trentasei duchi, formando essi una repubblica, concordemente regolata da tante teste, ma comandando cadaun di essi come sovrano a quella città che gli era stata data in governo, e coll'indipendenza dagli altri. Zabano signoreggiava in Pavia, Alboino in Milano, Vallari in Bergamo, Alachiso in Brescia, Evino in Trento, Gisolfo in Cividale di Friuli, e così altri in altre città. Non si può ben decidere se i ducati del Friuli e di Spoleti fossero allora formati con quella ampiezza che certamente ebbero dipoi; nè se fosse per anche nato il ducato insigne di Benevento. Contuttociò fondatamente si può credere che si fossero già introdotti alcuni duchi, i quali comandassero a più d'una città. Parleremo tra poco di Faroaldo primo duca di Spoleti. Per altro in somma confusione era per questi tempi lo stato dell'Italia. Restavano tuttavia in potere dell'imperadore Ravenna con alcune città circonvicine; Roma col suo ducato, che abbracciava altre città: Padova, Monselice e Cremona; e nella Liguria Genova con altri luoghi marittimi. Ritenevano ancora gli uffiziali cesarei alcuni luoghi nell'Alpi Cozzie, come Susa ed altri siti. Ed è fuor di dubbio che Napoli con altre città marittime seguitava ad esser fedele all'imperadore. Possedevano all'incontro i Longobardi le provincie del Friuli e della Venezia, la Liguria quasi tutta la Toscana e l'Umbria di qua e di là dall'Apennino, e penetravano nella Puglia e Campania. Sicchè la misera Italia era divisa e lacerata in varie parti, e per le offese e difese piena di guai. Attesta ancora Paolo Diacono[2892] che sotto questi duchi per la loro ingordigia di robe furono uccisi molti nobili romani, cioè italiani, e che i popoli furono tassati a pagar ogni anno per tributo la terza parte delle rendite delle lor terre ai Longobardi. Io so che v'ha taluno, a cui per cagion di questo tributo è sembrata ben deplorabile la condizion dell'Italia dopo la venuta de' Longobardi; quasi che non vi abbia de' popoli anche oggidì in Italia che, computati gli aggravii tutti pagano al principe loro eguali, anzi più gravi tributi. Oltre di che, chi esalta cotanto il governo dei Romani antichi in paragone di questi Barbari, dovrebbe ricordarsi quanti terreni si contribuissero una volta per fondar le colonie romane, e quanto maggior copia parimenti di terreni si sia in que' tempi tolta alle città per premiare i soldati, e a quanti aggravii fossero anche sotto i Romani sottoposti i popoli. Ora scrivendo Paolo Diacono che per hos Langobardorum duces, septimo anno ab adventu Alboini, Italia in maxima parte capta est; e venendo a cadere nell'anno presente il settimo dopo la venuta d'Alboino, pare che il comando sovrano d'essi duchi avesse principio di qui.

Ho differito fin qui di parlare delle irruzioni fatte dai Longobardi nelle Gallie, perchè Gregorio Turonense, che ce ne conservò le notizie, e da cui le prese anche Paolo Diacono, secondo il suo solito, non ne indica gli anni. Mario Aventicense[2893] ne riferisce una all'anno 568, cioè a quel medesimo, in cui Alboino entrò colla sua nazione in Italia; il che difficilmente si può credere. Almen pare che le medesime succedessero parte sotto Alboino e parte sotto il regno di Clefo, vivente ancora Sigeberto re dei Franchi, il quale nell'anno presente tolto fu dal mondo. Raccogliesi dunque da esso Turonense (copiato dipoi da Paolo Diacono) che[2894] santo Ospizio, romito chiuso appresso Nizza di Provenza, predisse la venuta de' Longobardi nelle Gallie, e che devasterebbono sette città. Giunsero questi Barbari in quelle parti, e veduto il santo romito al fenestrino della torre, dove era chiuso, nè trovando porta alcuna, salirono sul tetto, e tolto via le tegole, videro il servo di Dio cinto di catene e vestito di cilicio. Il riputarono malfattore, ed egli per mezzo d'un interprete interrogato, rispose d'esser tale. Allora uno di quei Longobardi, sfoderata le spada, volle ucciderlo, ma se gl'intirizzì il braccio: dal che intesero ch'egli era un santo penitente. Entrarono dunque, non so se questi, o pur altri nelle Gallie[2895], e si diedero a saccheggiare il paese della Borgogna, che allora si stendeva pel Delfinato e per la Savoia. Arnato patrizio de' Franchi, cioè ornato della più illustre dignità che allora conferissero gli imperadori e i re, accorse contra di costoro con quante forze potè; ma, venuto a battaglia con essi, vi lasciò la vita e la sua armata prese la fuga. Tanta fu la strage fatta de' Borgognoni in quella infelice giornata, che non si potè ben raccogliere il numero dei morti. Se ne tornarono appresso in Italia i Longobardi tutti carichi di bottino. Era tuttavia vivo il re Alboino. Vollero poi nell'anno appresso visitar di nuovo le Gallie, credendo di avere sì buon mercato, come era avvenuto la prima volta; e pervennero fin verso la città d'Ambrun. Ma ebbero all'incontro Eunio, soprannominato Mummolo, patrizio generale del re Guntranno, uomo di gran valore e di rara accortezza militare. Lasciò egli inoltrare i Longobardi per quelle montagne, e fatte tagliar le strade e baricare i passi, gl'imbrogliò in maniera, che molti ne uccise e fece gli altri prigioni, a riserva di pochi che, salvatisi colla fuga, poterono portarne la nuova in Italia. Come cosa scandalosa osservò il Turonense che intervennero a questa impresa contra de' Longobardi Salonio vescovo di Ambrun, e Segittario vescovo di Gap, amendue fratelli, guerniti di tutt'armi, e, quel ch'è peggio, di lor mano ancora uccisero alcuni di quei Barbari. Furono questi vescovi condannati dipoi nel concilio di Lione, e finalmente deposti in quello di Scialon; ma pur troppo servirono di esempio ad altri vescovi nell'avvenire per comparir nelle armate vestiti di celata e di usbergo, per far da bravi nelle battaglie, senza rispettare i sacri canoni, dai quali son detestati e puniti somiglianti eccessi.

Venne ancor voglia ai Sassoni, già calati in Italia con Alboino, di cercare la lor buona ventura nelle Gallie, ed entrati nella Provenza, si piantarono nel territorio di Riez, e di là facendo scorrerie, mettevano a sacco tutte le ville delle città circonvicine. Non fu lento a farsene rendere conto il generale de' Franchi Mummolo, che trovandoli sbandati, ne uccise alcune migliaia, a più ne avrebbe tagliato a pezzi, se non sopraggiungeva la notte. La mattina seguente raggruppatisi i restanti Sassoni, si disposero ad un nuovo cimento; ma andando innanzi e indietro dei messi, si venne ad un aggiustamento, per cui essi regalarono Mummolo, rilasciarono tutta la preda coi prigioni, e promisero di tornare all'ubbidienza del re Sigeberto. Ed, in fatti, venuti che furono in Italia, raccolsero le lor mogli e figliuoli, e se ne ritornarono nella Gallia, e poscia in Sassonia, dov'ebbero di male percosse dagli Svevi, che s'erano annidati nella patria di essi Sassoni, nè se ne voleano partire. Voce costante fu che costoro abbandonassero l'Italia, perchè non piacea loro di star sotto i Longobardi, che li trattavano da sudditi. Racconta parimente Mario Aventicense, che dopo essere stato ucciso il re Clefo, nel medesimo anno (e però nel presente) i Longobardi di nuovo tornarono nella Valle dei Vallesi; presero le Chiuse, ed abitarono molti giorni nel celebre monistero di Agauno. Aggiugne che vennero ad un conflitto coi Franchi, e quasi tutti rimasero morti sul campo. Ma se in questi anni era l'Italia immersa nelle miserie per cagione de' Longobardi, non godea già maggior felicità la Gallia stessa[2896]. Le guerre civili, insorte fra i due re Chilperico e Sigeberto, si riaccesero più volte. Seguirono battaglie, stragi, saccheggi e incendii, colla desolazion delle campagne, delle chiese e de' monisteri, in guisa che Gregorio Turonense ebbe a chiamar più terribil quella persecuzione, che le sofferte ai tempi di Diocleziano. Sigeberto infine più potente dell'altro, dopo avergli prese varie città, era alla vigilia di spogliarlo di tutto, quando da Fredegonda moglie del re Chilperico, donna, a cui nulla costavano le iniquità, furono inviati due animosi sicarii, che, trovata maniera d'essere introdotti all'udienza di esso re Sigeberto, gli cacciarono nei fianchi due coltelli avvelenati, da' quali colpi egli tra poco morì. Credesi che a quest'anno appartenga il prospero successo delle armi Cesaree in Oriente contro Cosroe re di Persia. Costui avendo che fare con Giustino debolissimo imperadore, sempre più insuperbiva e faceva dei nuovi acquisti. Ma da che Tiberio fu creato Cesare, mutarono faccia gli affari[2897]. Sapendo egli usar meglio del danaro che dianzi si gettava in ispese vanissime, mise in piedi una poderosa armata di circa centocinquantamila soldati scelti, e ne diede il comando a Giustiniano pronipote di Giustiniano Augusto, e figliuolo di Germano patrizio. Questi valorosamente ito a fronte di Cosroe, gli diede di molte busse, il costrinse a ritirarsi in Persia, e nella Persia entrò anch'egli, da dove riportò un ricco bottino ed una gran moltitudine di prigioni. Circa questi tempi ancora, se si vuol credere al padre Mabillon[2898], san Gregorio il grande, abbandonato il secolo e la pretura di Roma, abbracciò la vita monastica nel monistero romano di san Andrea sotto la regola di san Benedetto.

NOTE:

[2891] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard. lib. 2, cap. 31 et seq.

[2892] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 32.

[2893] Marius Aventicensis, in Chron.

[2894] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 6. Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 1.

[2895] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 42.

[2896] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 44.

[2897] Evagr., lib. 5, cap. 14.

[2898] Mabillon, Annal. Benedictin.

Anno di CRISTO DLXXVI. Indizione IX.

BENEDETTO I papa 3. GIUSTINO II imperadore 12. TIBERIO COSTANTINO cesare 3.

L'anno X dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Può non inverisimilmente riferirsi all'anno presente ciò che vien raccontato da Gregorio Turonense[2899] e da Paolo Diacono[2900]: cioè che tre duchi dei Longobardi, Amone, Zabane e Rodano, il secondo dei quali era duca di Pavia, trovando gusto nel mestiere del bottinare, si avvisarono di far buon colpo con passare anch'essi nella Gallia. Amone per la via di Ambrun arrivò fino a Macovilla, luogo donato dal re Guntranno a Mummolo patrizio suo generale, e quivi mise il campo. Diede il sacco a tutta la provincia d'Arles e alle città circonvicine. Arrivato anche in vicinanza di Marsilia, condusse via quanti armenti e persone potè, e minacciò di mettere l'assedio alla città d'Aix, che con un regalo di danari se ne liberò. Zabane, tenuta la via della città di Die, si portò sotto Valenza, ed assediolla. Rodano anch'egli fece altrettanto a quella di Granoble. A questo avviso il valoroso generale de' Franchi Mummolo uscì in campagna coll'esercito suo, e passato quasi miracolosamente il fiume Isere, perchè un animale in passandolo insegnò alla sua gente il guado, arrivò addosso a Rodano, che assediava Granoble. Messisi in battaglia i Longobardi, combatterono bensì con tutto coraggio, ma in fine restarono sconfitti, e Rodano ferito da un colpo di lancia, appena con cinquecento de' suoi salvatosi, portò la nuova delle sue disgrazie a Zabane che assediava Valenza. Allora amendue dato un saccheggio al paese, sen vennero ad Ambrun, dove di nuovo si presentò lor all'incontro Mummolo con uno innumerabil esercito, e diede loro un'altra rotta, di maniera che questi due duchi con poca gente presero la via d'Italia. Arrivati a Susa, furono aspramente accolti dagli abitanti del paese; perchè quella città si teneva tuttavia alla divozion dell'imperadore, e v'era dentro Sisinnio, generale di Giustino Augusto. Dal che s'intende la balordaggine dei Longobardi, i quali in vece di attendere a sbrigarsi dei nemici che restavano loro in Italia, e confinavan con gli stati da loro presi, piuttosto vollero tentar più d'una volta di far delle conquiste nella Gallia. Balordi ancora, perchè con dividersi in tre corpi facilitarono ai Borgognoni la maniera di vincerli tutti. Ora Sisinnio accortamente fece cader nelle mani di Zabane una lettera ch'egli finse scritta a sè da Mummolo, in cui gli dicea che fra poco verrebbe a trovarlo. Altro non vi volle, perchè Zabane s'affrettasse a levarsi da quelle contrade. Amone dall'altro canto avendo inteso le male giornate de' suoi compagni, raccolto tutto il suo bottino, s'incamminò anch'egli alla volta d'Italia. Ma ritrovata grossa neve nell'Alpi, bisognò lasciar quivi la preda, e aver per grazia di poter mettere in salvo le persone. Questi fatti de' Longobardi son da me riferiti al presente anno, non già con sicura cronologia, perchè sì Gregorio Turonense, come Paolo Diacono, che qui il seguita, raccontano gli avvenimenti di questi tempi senza ordine, ora anticipando, ora posponendo le cose. Ma poco in fine importa in fatti tali lo stabilir l'anno preciso in cui accaddero. Certo non si può aderire a Sigeberto[2901], che riferisce agli anni 581 e 582 le incursioni dei Longobardi e il passaggio dei Sassoni nella Gallia, benchè il padre Pagi il tenga per uno scrittore esatto in distinguere i tempi delle imprese dei Longobardi. Nè si dee tacere avere scritto Fredegario[2902] che i duchi longobardi venuti ad un aggiustamento con Guntranno re della Borgogna, in emendazione delle insolenze da lor fatte nel regno di lui, gli cederono le due città d'Aosta e Susa nell'Alpi del Piemonte, che da lì innanzi furono incorporate nel regno stesso della Borgogna. Come si accordi questo racconto con ciò che poco fa abbiam detto di Susa, io nol so dire. Aggiugne inoltre ch'essi duchi inviarono degli ambasciatori ai re Guntranno e Childeberto per ottenere il loro patrocinio, e si obbligarono di pagar loro da lì innanzi dodicimila soldi d'oro ogni anno, e che cederanno anche la valle di Ametegi ad esso re Guntranno. Noi non possiam chiarire se tutte queste notizie contengano verità. Bensì fra poco vedremo se i re franchi avessero sì o no la protezione de' Longobardi.

NOTE:

[2899] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 45.

[2900] Paulus Diaconus, de Gestis Lang., lib. 3, cap. 8.

[2901] Sigebertus, in Chron.

[2902] Fredegarius, in Chron., cap. 45.

Anno di CRISTO DLXXVII. Indizione X.

BENEDETTO I papa 4. GIUSTINO II imperadore 13. TIBERIO COSTANTINO cesare 4.

L'anno XI dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Potrebbe essere che in quest'anno fosse succeduto un fatto, di cui ci conservò la memoria Paolo Diacono[2903]. Calarono i Franchi nel territorio di Trento, posseduto allora dai Longobardi, e presero il castello d'Anagni. Crede il Cluverio[2904] che questo oggidì sia il castello appellato Nan nella valle di Non, presso il fiume Noce che va a scaricarsi nell'Adige. Ciò udito, accorse per ricuperarlo Ragilone conte dei Longobardi di Lagare; ma non essendogli riuscito, sfogò la sua collera contro il paese con saccheggiarlo. Tornandosene poi indietro col bottino, fu sorpreso nel cammino da Crannichi capitano de' Franchi, e tagliato a pezzi con molti de' suoi. Se vogliam credere al suddetto Cluverio, quel conte di Lagare comandava nella città di Garda nel lago Benaco, oggidì Lago di Garda; e il padre don Gaspero Beretti benedettino[2905] pretende che Paolo scrivesse Comes Langobardorum, de Lacu Gardae, e non già de Lagare. È lodevole la conghiettura, restando solamente da cercare perchè non il duca di Trento, a cui pare che fosse sottoposto quel castello, ma il conte di Garda, territorio diverso, si sbracciasse per ritorlo dalle mani dei Franchi. Come poi i Franchi sì lontani dal Trentino venissero ad impadronirsi di quel sito, s'intenderà tosto al ricordarsi che allora il dominio de' Franchi per conto del regno d'Austrasia abbracciava le Rezie, cioè i Grigioni, l'Alemagna, ossia la Svevia, e l'Elvezia, cioè gli Svizzeri; e però probabilmente anche il Tirolo. Per essere questi diversi popoli allora sudditi dei re franchi, perciò talvolta dagli scrittori sono appellati Franchi. Non andò poi molto che quel Crannichi capitano franzese, di cui pur ora parlammo, venne a dare il guasto al Trentino. Ma nel tornarsene addietro, raggiunto da Evino duca di Trento in un luogo tuttavia appellato Salorno sulla riva dell'Adige, quivi lasciò la vita co' suoi seguaci, ed insieme tutto il bottino. In tal congiuntura Evino cacciò i Franchi da tutto il suo territorio. Questo Evino duca di Trento (seguita poi a scrivere Paolo Diacono) prese per moglie una figliuola di Garibaldo duca, oppure, come egli il chiama, re della Baviera. Fu, siccome accennai all'anno 558, questo Garibaldo il primo duca di essa Baviera, il quale fondatamente sia da noi conosciuto. L'Aventino[2906] si figura che egli fosse anche il primo a non voler riconoscere la sovranità del re dei Franchi, regnante nell'Austrasia, e prendesse il titolo di re. Di ciò non abbiamo sicure memorie. Sappiamo bensì che i duchi della Baviera (provincia allora assai più vasta che negli ultimi secoli) affrettarono il nome di re, come eziandio fecero nelle Gallie i duchi della minor Bretagna. Intanto Paolo Diacono tenne conto di queste picciole notizie riguardanti il ducato di Trento, perchè avea davanti agli occhi la storia di Secondo vescovo di Trento, vivuto in questi tempi, che ne dovette far menzione. Ma a notizia di lui non dovettero pervenire tante altre azioni più importanti e strepitose de' Longobardi, e di questi medesimi tempi, che restano seppellite nell'obblio. Giovanni abbate biclariense[2907] all'anno che precedette la morte di Giustino imperadore, cioè nel presente, racconta che Bandario, ossia Baudario, o Baduario, genero d'esso Augusto, fu sconfitto in una battaglia dai Longobardi, e non molto dappoi, o per qualche ferita, o per passione d'animo, diede fine ai suoi giorni. Di questa vittoria dei Longobardi, che probabilmente fu ben considerabile, stante il personaggio cospicuo che comandava l'armata de' Greci, nulla ne seppe Paolo Diacono, e niuna altra circostanza di essa ci rimane presso gli altri scrittori.

NOTE:

[2903] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 9.

[2904] Cluverius, Ital. lib. 1, cap. 15.

[2905] Berett., Dissertat. Chronogr. tom. 10. Rer. Ital.

[2906] Aventinus, Annal. Bajor.

[2907] Biclariensis, in Chron. apud Canis.

Anno di CRISTO DLXXVIII. Indizione XI.

PELAGIO II papa 1. TIBERIO COSTANTINO imp. 5 e 1.

L'anno XII dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Terminò in quest'anno la carriera de' suoi giorni Giustino II, imperadore, nel dì 5 di ottobre, per quanto abbiamo dalla Cronica Alessandrina[2908]. Strano è che il cardinal Baronio differisca la di lui morte sino all'anno 582. Il Sigonio il suppone mancato di vita due anni prima di questo, cioè nell'anno 576. E v'ha delle contraddizioni intorno a questo punto di storia infino fra gli storici antichi. Il più sicuro è attenersi qui alla sentenza e alle ragioni del cardinal Noris[2909] e del padre Pagi[2910], che al presente anno riferiscono la sua morte. Era egli oramai dagl'inveterati suoi mali condotto ad un pessimo stato di salute, e sentendosi già vicino a sloggiare da questo mondo, nel dì 26 di settembre avea dichiarato e fatto coronare imperadore Tiberio, a cui, come dicemmo, avea conferito negli anni avanti il titolo e l'autorità di Cesare. Teofane[2911] scrive che in tal occasione Giustino diede dei bellissimi avvertimenti a Tiberio per ben governare sè stesso e gli altri; e son gli stessi, ma più diffusi, che Evagrio ci narrò di sopra, allorchè Giustino il proclamò Cesare. Vedi, gli disse, questo imperiale e questa dignità? Non io, ma Dio te gli ha donati. Onora tua madre (cioè Sofia Augusta), che finora è stata tua padrona. Ricordati che prima le eri servo, ora le sei figlio. Non rallegrarti mai d'avere sparso il sangue altrui, nè rendi male per male. Guardati dall'imitar me in prendere delle nimicizie. Come uomo in ciò io ho peccato, e come peccatore ho portata la pena dei miei trascorsi. Coloro però che mi han fatto commettere questi mali, meco compariranno davanti al tribunale di Dio. Non t'insuperbire, come io una volta faceva, di questo abito. Abbi tanta cura de' tuoi sudditi, quanta n'hai di te stesso. E ricordati bene chi tu fosti prima, e chi sei di presente. Tutti questi (accennando l'assemblea) ti sono ben servi, ma trattali da figliuoli. Ti sieno a cuore le milizie, ma non le amar troppo: so per pruova quel che dico. Lascia che ognun goda dei proprii beni, e verso i poveri fatti conoscere liberale. Sarebbe desiderabile che a lettere maiuscole stessero scritti questi documenti ne' gabinetti di tutti i regnanti. Dappoichè il patriarca ebbe recitate le orazioni, e tutti ebbero intonato l'Amen, Tiberio nuovo Augusto s'inginocchiò a' suoi piedi, ed allora Giustino gli disse queste pesantissime parole: Io seguiterò a vivere, se tu vorrai; ed anche, se vorrai, son morto. Dio ti metta in mente ciò che io ho tralasciato di dirti. Tiberio dipoi sparse denari nel popolo, e fece altre solennità usate nella creazion degl'imperadori. E mentre si celebravano i giuochi circensi, le fazioni gridarono di voler vedere la nuova imperadrice, e proclamarono Anastasia, che si scoprì moglie d'esso Tiberio con alto dispiacere di Sofia, la quale si pensava di sposarlo dopo la morte di Giustino. Per altro Teofane imbroglia non poco la serie de fatti di Tiberio. Fu di parere il cardinal Baronio che nell'anno precedente accadesse la morte di papa Benedetto I di questo nome, perchè anticipò di un anno la creazione di lui. L'abbate Biclariense anch'egli la mette un anno prima di quella di Giustino Augusto. Ma è senza fallo da preferire la sentenza del padre Pagi e di monsignor Francesco Bianchini[2912], che per varie ragioni uniscono coll'anno presente la morte di esso papa, e la creazione di papa Pelagio II. Quegli mancò di vita nel dì 30 di luglio, e questi fu ordinato papa nel dì 30 di novembre, se crediamo ad esso padre Pagi, che ciò discorda da Anastasio.

È degno di considerazione che esso papa Pelagio, per attestato del medesimo Anastasio[2913], fu consecrato senza il comandamento del principe. Vuol dire che non s'aspettò a consecrarlo che fosse venuto da Costantinopoli l'assenso e la licenza dell'imperadore. E questo perchè in quel tempo Roma era assediata dai Longobardi, ed essi facevano un gran guasto per tutta l'Italia. Avea dianzi detto lo stesso Anastasio, che vivente ancora papa Benedetto i suddetti Longobardi scorrean per tutta l'Italia; e che a questi fieri malanni portati dalla guerra si aggiunse anche una terribile carestia, a cagione della quale molte fortezze si renderono ad essi Longobardi, per poter avere di che cibarsi. Però conosciuto da Giustino Augusto il pericolo in cui si trovava Roma per cagione della fame e della mortalità che l'affliggeva, spedì ordini in Egitto, affinchè conducessero colà molte navi cariche di grani, che bastarono appunto a rincorare i cittadini, e a renderli animosi per sostenere gl'insulti de' Longobardi. Nell'edizione d'Ermanno Contratto fatta dal Canisio, questo fatto vien riferito all'anno 581. Ora in mezzo a queste afflizioni terminò la sua vita papa Benedetto I; e troppo importando alla salute di Roma l'avere un papa in mezzo a tante turbolenze, il clero e il popolo si credettero per questa volta dispensati dall'aspettare gli oracoli della corte imperiale per consecrar papa il nuovo eletto, cioè Pelagio II, romano di patria. Siccome osservò il cardinal Baronio[2914], le crudeltà usate verso i popoli d'Italia dai Longobardi, non solamente procederono dall'esser eglino barbari di nazione e gente feroce, ma ancora dalla diversità della religione. Certo è che la maggior parte d'essi professava la religione cristiana, ma non già la cattolica, seguendo essi, al pari dei Goti, de' Vandali e degli Svevi, la setta d'Ario. Oltre a ciò, alcuni fra essi e molti degli ausilarii, che con esso loro erano calati in Italia, tenevano tuttavia la credenza e i riti de' Gentili. Perciò non è da stupire se costoro infierissero anche contra delle chiese e de' sacerdoti cattolici. Nondimeno le principali calamità dell'Italia in questi tempi provennero dalla guerra, madre d'incredibili guai, massimamente ne' secoli d'allora, e dalla resistenza che fecero le città e i luoghi forti degl'Italiani, i quali non amavano di passar sotto la signoria di questi barbari forestieri. E in cotali disavventure principalmente restò immersa Roma colle città e paesi circonvicini, i quali, per quanto poterono, stettero costanti nella divozione del romano imperio. Descrive san Gregorio Magno[2915] papa, parlando di cose de' suoi dì, lo stato miserabile di quelle contrade, con dire, che dopo essersi veduti varii segni che predicevano le sventure d'Italia, vennero i Longobardi, i quali fecero man bassa sopra il genere umano, già cresciuto in questa terra a guisa di campi ricchi di spesse spiche. Già si veggono spopolate città, fortezze abbattute, chiese incendiate, monasteri d'uomini e di donne abbattuti, intere campagne abbandonate dagli agricoltori, di maniera che la terra resta in solitudine, nè v'ha chi la abiti, ed ora osserviamo occupati dalle fiere tanti luoghi che prima contenevano una copiosa moltitudine di persone. Questa è la pittura che fa de' suoi tempi, e massimamente dei contorni di Roma, il santo pontefice. La medesima si mira ricopiata e ripetuta da Paolo Diacono[2916], il quale, ciò non ostante, osserva che dai paesi involti in tante miserie conviene eccettuare quelli che Alboino avea preso, come la Venezia, la Liguria, la Toscana, l'Umbria, ed altre simili provincie. In queste, siccome ubbidienti e divenute sue proprie, non esercitavano i Longobardi le poco fa narrate crudeltà, ma sì ben sopra l'altre che faceano contrasto alla lor potenza e voglia di dominare; il che sempre più fa conoscere se il cardinal Baronio fosse buon interprete dei giudizii di Dio all'anno 570.

Benchè gli Estratti di Menandro Protettore sieno squarci senz'ordine di anni, l'uno dietro all'altro infilzati, pure sembra che a questi tempi possa appartener un fatto da lui raccontato[2917]: cioè che nell'anno quarto dell'imperio di Tiberio Costantino (verisimilmente vuol dire del suo imperio cesareo, cominciato sul fine dell'anno 574,) circa centomila Sclavi fecero un'irruzione nella Tracia. Dopo le quali parole seguita a darci una notizia, che nondimeno è staccata dalla precedente: cioè che Tiberio Costantino. Cesare mandò in Italia molto oro usque ad centum triginta pondo, come tradusse il Cantoclaro; il che se per avventura significasse solamente cento trenta libbre, sarebbe una bagattella. Secondo me, il testo greco ha fino a trenta centinaja, cioè tremila libbre d'oro, che Panfronio patrizio avea portato da Roma all'imperadore. Costui era ito alla corte di Costantinopoli per trovar maniera da poter liberare l'Italia oppressa dalle incursioni de' Longobardi. Ma Tiberio Cesare, a cui più che ogni altra cosa stava sulle spalle la guerra coi Persiani, e dietro a quella impiegava tutte le sue forze e pensieri, non potè mandar gente in Italia, nè prendere a far guerra in Oriente e in Occidente. Il perchè diede quel danaro a Panfronio, acciocchè si studiasse di ben impiegarlo con procurar di guadagnare alcuni capitani de' Longobardi, che andassero a militare in Oriente per l'imperadore, e lasciassero in pace l'Italia. E qualora ciò non gli venisse fatto, si studiasse di comperar dai re franchi un buon corpo di gente capace di rompere la potenza de' Longobardi. Di più non s'ha da Menandro Protettore, che salta appresso alle cose dei Persiani, contra de' quali era in campagna Maurizio generale della greca armata, il quale, secondochè abbiamo da Evagrio[2918], fu assunto da Tiberio Costantino Augusto a quella dignità solamente dopo la morte dell'imperadore Giustino.

NOTE:

[2908] Chron. Alex.

[2909] Noris, de Synodo V, §. 3.

[2910] Pagius, Crit. Baron.

[2911] Theoph., in Chronogr.

[2912] Blanchinius, ad Vit. Anast. Biblioth.

[2913] Anastas., in Vita Pelagii II.

[2914] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 573.

[2915] Greg. Magnus, Dialog., lib. 3, cap. 38.

[2916] Paulus Diaconus, lib. 2, cap. 32.

[2917] Menander Protector, tom. 1, Histor. Byz., pag. 124.

[2918] Evagr., lib. 5, cap. 9.

Anno di CRISTO DLXXIX. Indizione XII.

PELAGIO II papa 2. TIBERIO COSTANTINO imp. 6 e 2.

Console

TIBERIO AUGUSTO.

Fu splendido il primo giorno del presente anno, perchè Tiberio Augusto procedette console, e celebrò questa solennità colla magnificenza usata. Intanto gli affari d'Italia andavano di male in peggio; e forse parlò di questi tempi in uno de' suoi squarci Menandro Protettore[2919], là dove scrive che quasi tutta l'Italia fu devastata e rovinata dai Longobardi. Anche l'abate Biclariense[2920] all'anno secondo di Tiberio nota che i Romani facevano in Italia una lagrimevol guerra contra dei Longobardi. E vuol dire che andava lor male per tutti i versi. Per questo comparvero di nuovo a Costantinopoli non so quanti senatori romani, inviati dal papa con alcuni sacerdoti per implorar soccorso dall'imperadore. Ma era troppo grande l'impegno in cui si trovava Tiberio Augusto per la guerra che più che mai bolliva in Armenia e in Oriente fra l'imperio e i Persiani. Venne bensì a morte in quest'anno Cosroe re della Persia, ma Ormisda suo figliuolo, più fiero ancora e superbo del padre, continuò le ostilità contra de' Greci, nè volle intendere proposizioni di pace. Tiberio non avea soldatesche da spedire in Italia: contuttociò fatto uno sforzo, ordinò che si arrolasse un corpo di gente, e l'inviò a questa volta. Ma il suo maggiore studio consistè in adoperar regali, come di sopra fu detto, coi capitani dei Longobardi, e prometterne assai più; di maniera che molti d'essi presero partito nelle truppe romane. Così Menandro Protettore. Tuttavia a poco dovette ridursi questo vantaggio, perchè non apparisce che punto migliorassero le cose d'Italia, se per avventura non fu che a forza di doni che i Longobardi s'indussero a levare l'assedio da Roma. Ora la menzione fatta da Menandro de' sacerdoti inviati dal romano pontefice a Costantinopoli, a me fa credere che sia da riferire a questi tempi l'andata di san Gregorio Magno a risiedere in Costantinopoli col titolo ed impiego di apocrisario pontificio. Oggidì chiamiamo nunzii apostolici questi riguardevoli ministri della santa Sede. Soleano allora i papi tenerne sempre uno presso dell'imperadore in Costantinopoli, e un altro ancora in Ravenna presso dell'esarco, affinchè nell'una e nell'altra corte accudissero agl'interessi e bisogni della Chiesa romana. Certo è che Pelagio II papa quegli fu che, avuta considerazione alla nobiltà della nascita, alla prudenza e sperienza negli affari, e al sapere e alla rara pietà di san Gregorio, conobbe di non poter scegliere miglior mobile di lui per valersene in quell'uffizio. Cavatolo dunque fuori del monistero, come fu di opinione il cardinal Baronio, e creatolo uno de' sette diaconi della Chiesa romana, l'inviò apocrisario alla corte imperiale. Giovanni diacono nondimeno nella vita di questo gran pontefice scrive[2921] che Benedetto papa il fece diacono, poscia Pelagio II suo successore non molto dopo lo spedì a Costantinopoli. Questa opinione vien creduta più fondata dai padri Benedettini di san Mauro nella vita del medesimo papa; ma in un'altra antichissima vita di san Gregorio pubblicata dal padre Bollando, abbiamo un forte fondamento per la sentenza del Baronio.

In quest'anno, imperante serenissimo Tiberio Costantino Augusto, anno imperii ejus quinto, eodem consule, sub die III nonarum novembrium, indictione XIII, che aveva avuto il suo principio nel settembre, fu celebrato un concilio nell'isola di Grado da Elia arcivescovo, ossia patriarca d'Aquileja, e dai vescovi suoi suffraganei, nel quale fu determinato che la sedia metropolitana di Aquileja da lì innanzi fosse fermata nella stessa isola di Grado, giacchè i Longobardi occuparono la città di Aquileja. Ubbidivano[2922] tuttavia all'imperadore le isole della Venezia e della Istria; e però parte dei suffraganei della chiesa di Aquileja era sotto il dominio imperiale, e parte sotto quello de' Longobardi. Elesse piuttosto il patriarca d'essere sotto gl'imperadori che sotto i Barbari, e trasferì per questo la cattedra metropolitana in Grado. Nella Cronica del Dandolo[2923] è stampato il suddetto concilio, e quivi non solamente si legge un breve di papa Pelagio II, che approva quella traslazione, ma vi si mira anche intervenuto Lorenzo prete, legato della sede apostolica. Ne ha parlato a lungo il cardinal Noris[2924]. È da maravigliarsene non poco, perchè que' vescovi erano scismatici, non voleano ammettere il concilio quinto generale, e nel medesimo loro sinodo confermarono talmente il concilio quarto calcedonense, che fecero ben conoscere ch'escludevano e riprovavano il quinto. Nè il legato del papa vi dice una parola in contrario; e il papa, benchè uomo di petto, nulla scrive in quel suo breve per esortare Elia alla pace e all'unità della Chiesa. Certo io ho talvolta dubitato se mai quella lettera di papa Pelagio e quel legato potessero a noi esser venuti da qualche giunta fatta col tempo a quel sinodo, per autenticare la traslazion della sedia di Aquileja. Ma ultimamente non solo ha dubitato di questo il padre Bernardo de Rubeis[2925] dell'ordine de' Predicatori, ma ha anche sostenuto che da capo a' piedi sia stato finto quel concilio per legittimare la traslazione suddetta. Tali son le ragioni da lui addotte; che non si potrà far capitale di un tal sinodo in avvenire. Credesi che san Gregorio il grande nell'anno 593 si applicasse a scrivere i suoi Dialoghi. In essi egli racconta[2926] che quindici anni prima (e per conseguente sotto quest'anno) alcuni Longobardi avendo immolato al diavolo un capo di capra, e adorandolo, vollero costringere a far lo stesso quaranta prigioni italiani. Ricusando questi di aderire al rito sacrilego, furono tagliati a pezzi da quei Barbari infedeli. E una simil gloriosa morte fecero altri quaranta contadini presi da altri Longobardi, perchè non vollero mangiar carni sacrificate ai loro falsi dii. Ma, siccome fu avvertito di sopra, i più dei Longobardi, benchè Ariani, tenevano per sua la religione di Cristo; e però i suddetti eccessi sono da attribuire a quei pochi o molti gentili ch'erano mischiati con loro. Lo stesso san Gregorio, in una lettera[2927] scritta a Brunechilde regina de' Franchi, è a noi testimonio che tra i Franchi (la maggior parte cristiani e cattolici) si trovavano tuttavia di quelli che immolavano agl'idoli, adoravano gli alberi e faceano sacrifizii ai capi degli animali. Per altro confessa il medesimo pontefice nel sopraccitato Dialogo, aver Iddio così temperata la crudeltà de' sacerdoti longobardi ariani, che non perseguitavano punto la religione cattolica.

NOTE:

[2919] Menander Protect., tom. 1, Hist. Byz. p. 126.

[2920] Johan. Biclariensis, in Chron.

[2921] Johannes Diaconus, in Vita Gregorii M., lib. 1, cap. 25.

[2922] Non intende il dottissimo Autore, in questo ed in altri simili luoghi, delle isole di Rialto, poichè la nascente repubblica godeva della sua libertà.

[2923] Dandulus, Chron. Venet. Tom. 12 Rer. Italic.

[2924] Noris, Dissertat. de Synodo V, cap. 9, §. 4.

[2925] De Rubeis, Dissert. de Schismate Aquilejen.

[2926] Greg. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 27 et 28.

[2927] Idem, lib. 7, ep. 7; nunc lib. 9, epist. 11.

Anno di CRISTO DLXXX. Indizione XIII.

PELAGIO II papa 3. TIBERIO Costantino imperadore 7 e 3.

L'anno I dopo il consolato di TIBERIO AUGUSTO.

Non ci somministra Paolo Diacono ordine sicuro di tempi nel riferire i fatti d'Italia; e però indarno si vuol adoperar la di lui autorità per istabilir gli anni precisi delle avventure ch'egli racconta. Chieggo io licenza di poter riportar sotto il presente un fatto di Faroaldo, primo duca di Spoleti[2928]. Questi con un buon esercito di Longobardi portatosi a Classe, s'impadronì di quella ricca città, con ispogliarla di tutte le sue ricchezze. Era Classe, come di sopra accennai, una picciola città, come borgo di Ravenna, da cui era lontana tre miglia. Così fu appellata, perchè quivi i saggi Romani teneano continuamente una classe, cioè una armata navale per difesa e sicurezza del mare Adriatico. La sua situazione anche oggidì si vede fra il mezzogiorno e levante rispetto alla città di Ravenna. Colà faceano scala i legni mercantili, e però abbondava di ricchezze. Girolamo Rossi[2929] pretende che Faroaldo mettesse lo assedio a Classe nell'anno 576, e che finalmente nell'anno 578 ne divenisse padrone. Di questo lungo assedio non apparisce pruova alcuna presso gli antichi. Ben si ricava dai susseguenti racconti di Paolo Diacono, che Faroaldo lasciò quivi un buon presidio, perchè solamente sotto l'esarco Snaragdo i Greci ricuperarono quella città. Siamo poscia condotti da questa azione del duca Faroaldo ad intendere che già era formato il riguardevole ducato di Spoleti, di cui primo duca fu egli stesso. In questo ducato si compresero dipoi la capitale Spoleti, Norcia, Rieti, Ameria, città di Castello, Gubbio, Nocera, Fuligno, Assisi, Terni, Todi, Narni. Mi fo io a credere che passasse anche allora il dominio di esso Faroaldo di qua dall'Apennino; e certo da lì a qualche tempo tutta l'Umbria settentrionale con Camerino capo della medesima, si trova unita al ducato di Spoleti, e signoreggiata dai Longobardi. Ed appunto circa questi tempi è d'avviso il Sigonio[2930] che venissero in potere di essi Longobardi varie città e castella di quei contorni, cioè Sutri, Polimarzo, oggidì Bomarzo, Orta, Todi, Ameria, Perugia, Luciuolo (vien creduto oggidì Ponte Ricciolo) ed altri luoghi, perchè mancavano le forze all'esarco Longino da difendere que' paesi, quando egli stesso penava a sostenersi in Ravenna. Non da altro m'immagino io che il Sigonio deducesse un tal fatto, se non dall'aver trovato presso Paolo Diacono[2931] che da lì ad alcuni anni, regnando il re Agilulfo, Romano esarco ricuperò questi medesimi luoghi con ritorli dalle mani de' Longobardi. Ma da ciò non apparisce che tali conquiste fossero fatte dalla nazion longobardica in questi tempi. Molto era già ch'essi scorreano a man salva per l'Italia, sottomettendo tutti que' luoghi che si trovavano in istato di non poter fare resistenza. Può parimente accennarsi, come seguito verso questi tempi, l'acquisto del Sirmio, fatto dagli Avari, ossia dagli Unni dominanti nella Pannonia, dopo un lungo assedio[2932]. Tiberio Costantino Augusto, non avendo potere di soccorrerlo, ne ordinò la resa, e gli convenne pagare per giunta una gran somma d'oro a costoro, perchè deponessero le armi, e lasciassero in pace l'imperio, maltrattato dai Persiani in Oriente, e peggio in Italia dai Longobardi.

NOTE:

[2928] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 13.

[2929] Rubeus, Histor. Rav.

[2930] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 1.

[2931] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard. lib. 4, cap. 8.

[2932] Menander Protect., tom. 1. Histor. Byz., pag. 175.

Anno di CRISTO DLXXXI. Indizione XIV.

PELAGIO II, papa 4. TIBERIO Costantino imperadore 8 e 4.

L'anno II dopo il consolato di TIBERIO AUGUSTO.

Scrivo io la nota consolare secondo il rito usato ne' secoli precedenti, qualor veniva notato l'anno col post consulatum. Per altro si osserva in alcuni degli autori antichi una strana maniera di disegnar gli anni dopo la morte di Giustiniano Augusto, avvertita più volte dal padre Pagi; cioè in vece di dire il primo anno dopo il consolato, preso nell'anno precedente dall'imperadore, diceano l'anno secondo dopo il consolato. Altrove ho in rapportato un marmo ravennate, buon testimonio di questa usanza, leggendosi ivi seppellito Giorgio uomo chiarissimo banchiere[2933] sub die pridie Nonarum augustarum, indictione XIV, imperante domino nostro Tiberio Constantino perpetuo Augusto anno VIII, et post consulatum ejusdem anno III. Queste note cronologiche, se pur non v'ha error ne' copisti, indicano l'anno presente, e ci confermano la elezione di Tiberio Costantino Cesare seguita dopo il dì 6 d'agosto dell'anno 574. Eppure quest'anno, che era il secondo dopo il consolato, vien qui chiamato il terzo. Nella Cronica Alessandrina[2934], a tenore di quanto anche io ho scritto, è segnato il presente anno coll'anno II post consulatum. E però potrebbe nascer sospetto di qualche sbaglio, e che si avesse da anticipare il consolato di Tiberio Costantino. Certo non si sa intendere il perchè d'una formola tanto diversa dal costume degli antichi, al quale ho io creduto di dovermi attenere. Ho io poi detto più di una volta che Paolo Diacono scrive quel che potè sapere delle imprese de' Longobardi, ma che gli mancarono troppe memorie per tessere una storia compiuta di questi tempi. Ecco che non da lui, ma da una annotazione trovata dal padre Mabillon[2935] in fondo ad un codice manoscritto del Tesoro di santo Agostino, compilato da Eugipio abate, si raccoglie la seguente notizia. Ivi si legge emendato il libro di Pietro notaio della santa cattolica chiesa napoletana, d'ordine di Reduce vescovo di quella città sub die iduum decembrium, imperatore domino nostro Tiberio Costantinopolis (ha da dire Constantino) Augusti (vuol dire Augusto) anno septimo, post consulatum ejusdem Augusti anno tertio, indictione quintadecima, obsidentibus Langobardis neapolitanam civitatem. Credette il padre Mabillon che tal nota ci desse a conoscere l'anno 582. Ma, siccome avvertì il padre Pagi, qui è disegnato l'anno presente 581, perchè l'Indizione XV ebbe principio nel settembre di questo medesimo anno. Da altre parole d'essa annotazione apparisce che Eugipio abate fiorì molto prima di questi tempi, siccome ancor io[2936] osservai nelle annotazioni alle Vite de' vescovi di Napoli, scritte da Giovanni Diacono. Ricavasi inoltre dalla stessa nota che Reduce fu ordinato vescovo da papa Pelagio II, e però fioriva in questi tempi. In quelle annotazioni non avvertii io che Sigeberto si era ingannato in rappresentarci il vescovo Reduce contemporaneo dell'abate Eugipio; il che in cagione che il riputassi vescovo molto prima de' tempi di Pelagio II papa. Quel che più importa, impariamo di qui, che nell'anno presente la città di Napoli fu assediata dai Longobardi, senza che si sappiano altre particolarità di questo fatto. Certo è nondimeno che quella città nè allora, nè poi non venne in potere de' Longobardi. E possiam solo comprendere di qui che la maggior parte della Campania dovea già essere stata presa da loro con altri paesi, e perciò formato in qualche maniera l'insigne ducato beneventano, di cui fu primo duca Zottone. Credette il cardinal Baronio che in questo anno fosse creato arcivescovo di Milano Lorenzo juniore dopo la morte di Frontone scismatico. Ma, siccome fu di sopra avvertito all'anno 569, molti anni prima egli succedette ad Onorato arcivescovo, eletto in Genova dal clero cattolico e dai nobili milanesi colà rifugiati, siccome Frontone fu eletto in Milano da quei che non accettavano il concilio quinto generale. Nel Catalogo degli arcivescovi di Milano, pubblicato dal padre Mabillon[2937], e poi dal padre Papebrochio[2938], si legge: Frontus sedit annos XI depositus in Genua ad S... Perciò dal padre Pagi[2939] fu creduto che egli non meno di Lorenzo fosse eletto in Genova, e quivi ancora avesse sepoltura. Ma nel catalogo più antico d'essi arcivescovi, da me dato alla luce fra gli Scrittori delle cose d'Italia[2940], non si legge che Frontone fosse seppellito in Genova. Nè Genova era per anche venuta in poter de' Longobardi. Anzi per paura di questi s'era colà rifugiato l'arcivescovo Onorato con assai altri nobili. E però questa ed altre ragioni concorrono ad indicare che seguisse in Milano la elezione e la morte di questo arcivescovo scismatico. Leggonsi presso gli scrittori milanesi varie semplicità intorno al fine del simoniaco, o scismatico Frontone, derise dal dottore Giuseppe Antonio Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana di Milano nelle sue erudite annotazioni al regno d'Italia del Sigonio[2941]. Mario vescovo aventicense finì in questo anno di scrivere la sua Storia, di cui sarebbe da desiderare che fosse restata qualche copia men difettosa di quelle che han servito alla sua edizione.

NOTE:

[2933] Thesaur. Novus Inscription., pag. 430.

[2934] Chron. Alexandr.

[2935] Mabillon., Analect., pag. 67., edit. noviss.

[2936] Rer. Ital. Scriptor., part. II, tom. 1.

[2937] Mabill., Mus. Italic.

[2938] Papebrochius tom. 7. Maji in Act. Sanct.

[2939] Pagius, Crit. Baron.

[2940] Rer. Italic. Script. part. II, tom. 1.

[2941] Sigonii Opera, tom. 2. Edit. Mediolanens.

Anno di CRISTO DLXXXII. Indizione XV.

PELAGIO II papa 5. MAURIZIO imperadore 1.

L'anno III dopo il consolato di TIBERIO AUGUSTO.

Passò in quest'anno a miglior vita sant'Eutichio patriarca di Costantinopoli, che prima di morire predisse a Tiberio Augusto il viaggio istesso. Venne infatti a morte nel dì 14 d'agosto questo imperadore, siccome abbiamo da Eustazio[2942], dalla Cronica Alessandrina[2943], da Teofane[2944] e da altri. E ben s'accordano tutti gli scrittori in esaltar le di lui virtù. Era, per attestato di Evagrio[2945], che fioriva in questi tempi, principe di dolci costumi, di rara clemenza, di somma affabilità. Amava tutti, e però era amato da tutti. Stimava sè stesso ricco allorchè potea donare, e specialmente per sollevare le indigenze altrui, di maniera che niuno degli Augusti gli andò innanzi nella gloria d'essere limosiniere. In questo proposito racconta Gregorio Turonense[2946], allora vivente, molte cose che allora si dicevano, cioè di aver egli trovato più d'un tesoro in premio dell'insigne sua carità. Riputava questo buon principe oro falso quello che si fosse raccolto colle lagrime de' sudditi. Abolì ancora il perverso abuso di comperare i posti de' magistrati nelle provincie, conoscendo che questo era un vendere i sudditi ad essi magistrati. Nel dì quinto di agosto aveva egli dichiarato Cesare, secondochè s'ha da Teofilatto Simocatta[2947] e da altri autori, Maurizio generale d'armi in Oriente, che già s'era segnalato in varie battaglie con riportarne vittoria: nella qual occasione Giovanni questore a nome di esso Tiberio Augusto infermo fece una bella parlata agli astanti. Leggesi fra le novelle aggiunte al Codice, secondo l'edizion del Gotofredo, una costituzion d'esso Tiberio, rapportata da Giuliano Antecessore colle seguenti note: Data III Idus Augusti Constantinopoli, imperii domini nostri Tiberii P. P. Augusti anno octavo, et post consulatum ejus anno tertio, et Tiberii Mauricii felicissimi Caesaris anno primo: cioè nel presente anno nel dì 15 d'agosto, nel quale è da osservare l'anno III dopo il consolato, conforme a quanto anch'io ho scritto, e come esige il costume degli antichi, e non già il quarto, come altri amarono di scrivere.

Non passò il medesimo dì 13 di agosto, che Tiberio Augusto proclamò imperadore il suddetto Maurizio, con far seguire gli sponsali fra lui e Costantina sua figlia; e nel giorno appresso, cessando di vivere, lasciò libero il trono al suo successore. Era Maurizio allora in età di quarantatrè anni, nato in Arabisso città della Cappadocia, ed avea tuttavia vivo Paolo suo padre, e parimente la madre, che, chiamati a Costantinopoli, furono sempre in grande onore presso di lui. La sua temperanza, la sua prudenza ed altre virtù hanno la testimonianza di Evagrio, di Teofilatto e d'altri; confessando anche Menandro Protettore[2948] d'essersi mosso a scrivere la sua storia, perchè Maurizio si dilettava assaissimo della poesia e delle storie, e regalava generosamente i begl'ingegni, che certo non saranno stati pigri in dire assai bene di lui. Il cardinal Baronio in questi tempi imbroglia forte la sua cronologia, ingannato da un testo guasto di Evagrio, con aver differito il principio dell'imperio di Maurizio fino all'anno 586. Ma nell'appendice del tomo XII corresse un sì gran salto, riferendo la elezion di esso Maurizio all'anno 583. Ma è fuor dubbio che nell'agosto del presente anno Maurizio Tiberio succedette nell'imperio a Tiberio Costantino suo suocero, siccome anche il Sigonio diligentemente avea avvertito prima del cardinal Baronio, e prima ancora notarono Mariano Scoto ed Ermanno Contratto. Pensa il padre Mabillon[2949] che circa questi tempi s'abbia da riferire la distruzione dell'insigne monistero di Monte Casino, quantunque Paolo Diacono lo rapporti molto più tardi. Sopra ciò han disputato varii eruditi. La verità si è, che i Longobardi arrivati al sacro luogo, lo presero, ma senza poter mettere le mani addosso ad alcuno di que' monaci, che tutti fuggendo ebbero la maniera di salvarsi, verificandosi la predizione fatta da san Benedetto, e registrata da san Gregorio papa ne' suoi Dialoghi[2950]. Se ne andarono i fuggitivi monaci a Roma, seco portando l'originale della regola lasciata loro dal santo patriarca, e la misura del vino e il peso del pane che giornalmente si dispensava ai monaci, secondo il prescritto da esso san Benedetto. Benignamente accolti dal pontefice Pelagio, ottennero da lui un luogo presso la basilica lateranense per fabbricar ivi un monistero. Moltissimi anni dipoi restò disabitato e deserto quello di Monte Casino, e senza che mai i monaci si prendessero pensiero alcuno di trasportare di là i corpi di san Benedetto e di santa Scolastica, lasciati ivi in abbandono. È di parere il medesimo padre Mabillon[2951] che poco dopo la morte di Tiberio Augusto, san Gregorio, apocrisario pontificio allora in Costantinopoli, fosse richiamato a Roma da papa Pelagio, al quale il novello imperadore mandò un nuovo suo apocrisario, cioè Lorenzo diacono. Ma se non son fallate le note di una lettera scritta da esso papa al medesimo san Gregorio, mentr'era alla corte imperiale, convien credere che molto più tardi egli se ne tornasse in Italia. Essa lettera, riportata da Giovanni Diacono[2952] nella vita del santo pontefice e dal cardinal Baronio, si vede data quarto nonarum octobrium, Indictione tertia. Cominciò ad aver corso nel settembre dell'anno 584 l'indizione terza, e però almen fino all'anno 585 convien differire il ritorno di san Gregorio in Italia.

NOTE:

[2942] Eustathius, in Vita Sancti Eutychii.

[2943] Chron. Alexandr.

[2944] Theoph., in Chron.

[2945] Evagr., lib. 5, cap. 13.

[2946] Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 20.

[2947] Theophilactus, lib. 1, cap. 1.

[2948] Menander Protect., tom. 1 Histor. Byzant. in Excerptis Suidae.

[2949] Mabill. in Annal. Benedict. ad ann. 580.

[2950] Greg. M., Dialog., lib. 2, cap. 7.

[2951] Mabill. ib. ad ann. 582.

[2952] Johann Diacon., in Vit. s. Gregor. lib. 1, cap. 32.

Anno di CRISTO DLXXXIII. Indizione I.

PELAGIO II papa 6. MAURIZIO imperadore 2.

Console

MAURIZIO AUGUSTO.

Fondato il padre Pagi sulla fede della Cronica Alessandrina, di Cedreno, e specialmente di Teofilatto, crede che Maurizio Augusto prendesse il consolato solamente nell'anno seguente, e non già nel presente, com'erano una volta soliti i novelli imperadori. Perchè io il rapporti all'anno presente, ne addurrò i motivi nel susseguente. Furono, secondochè abbiamo da Teofane[2953] funestati i principii del governo di Maurizio Augusto da un tremuoto spaventoso, che a dì 10 di maggio si fece sentire in Costantinopoli, per cui tutto il popolo ricorse alle chiese. Gli Unni, o, vogliam dire, gli Avari, cioè i Tartari che signoreggiavano nella Pannonia, oggidì Ungheria, ed erano divenuti padroni del Sirmio, sempre inquieti ed avarissimi, e però sempre ansanti dietro a nuovi guadagni, ben veggendo la debolezza dell'imperio d'Oriente, spedirono circa questi tempi ambasciatori a Maurizio Augusto, con dimandargli la somma di ottantamila scudi d'oro, che pretendevano dovuti loro pel regalo annuo che l'imperadore, secondo i patti precedenti, era tenuto a pagare. E ne dimandarono anche ventimila di più. Lasciossi indurre Maurizio Augusto per aver la pace, e fu forzato a far tale esborso, e loro mandò ancora in dono un elefante e un letto d'oro, che richiedevano. Ma nè pur questo bastò a quietarli. Tornarono a chieder sotto varii pretesti ventimila scudi; e perchè l'imperadore non si sentì voglia di pagarli, questa insaziabil gente prese l'armi, s'impadronì delle città di Singidone, d'Augusta e di Viminacio nella Mesia, allora sottoposta alla prefettura dell'Illirico. Assediarono dipoi la città di Anchialo, fecero altre conquiste, e giunse il principe loro, appellato come gli altri Cagano, infino a strapazzare i legati a lui inviati da Maurizio. Queste dure lezioni davano i Barbari allora all'imperio d'Oriente, il quale nel medesimo tempo era involto nella guerra dei Persiani, infelicemente sostenuta da Giovanni, chiamato Mustacchione per gli lunghi mustacchi che portava, generale dell'armi in Oriente. Però non è da marivigliarsi, se gli affari d'Italia passavano male, non potendo Maurizio accudire con forza a tante parti e a tanti nemici. Pensò nulladimeno Girolamo Rossi[2954], che informato esso Augusto intorno a questi tempi del sommo bisogno che avea la Italia d'un buon generale d'armata, richiamasse a Costantinopoli l'esarco Longino, e mandasse in suo luogo Smaragdo, ossia Smeraldo a Ravenna. Ma non resta nell'antica storia vestigio alcuno per determinare quando Longino desse luogo a Smaragdo. Nè la lettera di papa Pelagio, da cui il Rossi prese motivo d'immaginar questo cambiamento, serve al proposito, per nulla dire ch'essa anche appartiene all'anno 584 seguente.

NOTE:

[2953] Theoph., in Chronogr. Theophilactus, lib. 1, cap. 3.

[2954] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 4.

Anno di CRISTO DLXXXIV. Indizione II.

PELAGIO II papa 7. MAURIZIO imperadore 3. AUTARI re 1.

L'anno I dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Veramente non mancano ragioni al padre Pagi per pretendere che solamente in quest'anno Maurizio Augusto prendesse il consolato. Teofilatto, autore contemporaneo, Teofane, Cedreno e l'autore della Miscella asseriscono ch'egli entrò console nell'anno secondo del suo imperio, il quale cominciato nel precedente agosto correva nel gennajo dell'anno presente, con fare dei gran regali al popolo. I fatti narrati dagli autori suddetti prima di questo consolato pare ch'esigano un anno intero, dappoichè Maurizio salì sul trono imperiale sino al consolato. Ma non lascia questa dilazione di essere contraria al costume degli altri imperadori. La Cronica Alessandrina è qui imbrogliata, notando l'anno presente con queste parole: post consulatum Mauricii Tiberii Augusti I solius. Vuole il padre Pagi che quel post sia stato aggiunto dai copisti. Ma procedendo col medesimo ordine i seguenti anni col secondo, terzo e quarto anno dopo il consolato, non credo io già questo un errore. Rapporta lo stesso padre Pagi[2955] una iscrizione posta a Candida chiarissima donna, seppellita IV id. septemb. imper. D. N. Mauritio P. P. Aug. ann. IV post cons. ejusdem anno II, Indic. quarta. L'indizione quarta ebbe principio nel settembre dell'anno seguente 585, e però nel dì 10 d'esso mese nel medesimo anno correva l'anno secondo dopo il consolato di Maurizio Augusto. Però mi son io fatto lecito di riferire il di lui consolato al precedente, e non già al presente anno. Vedrassi confermata la mia conghiettura da un altro documento, di cui farò menzione all'anno 596. In quest'anno, secondo i miei conti, dovette seguire l'elezione d'Autari in re de' Longobardi. Già mettemmo sul fine dell'anno 574, o sul principio del 575, la morte del re Clefo. Paolo Diacono[2956] scrive, che dopo essere stati i Longobardi per dieci anni senza re, e sotto il governo dei duchi, finalmente di comun consenso elessero re il suddetto Autari figliuolo del medesimo re Clefo. Ma a costituir qui il principio del regno di Autari, si oppone l'autorità di Giovanni abbate biclariense, autore che in questi tempi fioriva in Ispagna. Scrive egli[2957] che nell'anno quinto di Tiberio, ch'è il tredicesimo di Leovigildo re dei Goti in Ispagna, i Longobardi in Italia si elessero un re della loro nazione per nome Antarich (s'ha da scrivere Autarich), nel cui tempo i soldati romani furono tagliati a pezzi, ed occupati dai Longobardi i paesi d'Italia. L'anno quinto di Tiberio Augusto caderebbe nell'anno di Cristo 582, e però sembra che due anni prima di quel ch'io stimo, s'avesse a metter l'elezion d'Autari. Ma non possiam fidarci in conto alcuno della cronologia dell'abate biclariense per i fatti d'Italia, perchè o i copisti avran confusi i tempi, o qualche giunta vi sarà stata fatta dai posteriori poco attenti. Fa egli che Tiberio Costantino Augusto giugnesse all'anno VI del suo imperio, cosa che non sussiste. Mette all'anno V di Maurizio, cioè nel 586 e nel 587, la morte di papa Pelagio e l'elezione di san Gregorio il grande: eppure sappiamo che questi due fatti accaddero nell'anno 590, siccome vedremo. Però non può qui aver forza l'asserzione del Biclariense; e quando pur si volesse far valere, converrebbe allora abbandonare Paolo Diacono in questo particolare: il che non è sì facilmente da ammettere. E tanto meno possiam qui seguitare il Biclariense, perchè egli riferisce all'anno VI di Giustino II Augusto la morte di Cunimondo re de' Gepidi, e nel VII susseguente quella d'Alboino: che sono errori insoffribili; con aggiugnere ancora che i Longobardi dopo la morte d'Alboino sine rege et thesauro remansere: il che vuol dire ch'egli non conobbe il re Clefo, succeduto ad esso Alboino. Per altro sembra che lo stesso storico possa convenire nella opinione mia; perchè, dopo aver narrata l'assunzione al trono di Autari, soggiugne che gli Sclavi, oggidì Schiavoni, diedero il guasto all'Illirico e alla Tracia: il che appunto, per testimonianza di Teofane, accadde nell'anno presente.

Ora giacchè i duchi s'erano avvezzati ad assorbire tutti i tributi de' popoli, sarebbe rimasto il novello re Autari un re da scena, se non si fosse provveduto al decoroso sostenimento suo, e della corte convenevole al suo grado. Però fu conchiuso nella dieta de' Longobardi, che i duchi contribuissero pel mantenimento del re la metà delle loro sostanze. Non è poi chiaro ciò che Paolo Diacono significhi appresso con dire: Populi tamen aggravati per Langobardos hospites partiuntur. Pare che accenni che ai popoli italiani fu addossato il peso di mantenere i soldati longobardi; e però li compartirono fra di loro. Cominciò Autari ad usare il prenome di Flavio, che era venuto alla moda fin dai tempi di Costantino il Grande, e questo passò dipoi nei re suoi successori. L'usarono anche i re goti in Ispagna. Per altro aggiunge Paolo Diacono che i Longobardi osservavano una singolar disciplina, e che nel regno loro vi era questo di mirabile, che non succedevano violenze, nè alcuno tendeva insidie all'altro; niuno ingiustamente angariava o spogliava il compagno; non vi erano latrocinii nè assassinii; ognuno andava alla lunga e alla larga dovunque voleva, senza timore da essere insultato da alcuno. Rapporta queste parole di Paolo il cardinal Baronio, e le reputa un'adulazione, cioè una falsa lode data da questo storico ai Longobardi, siccome discendente anch'esso dalla stessa nazione. Imperocchè gli scrittori che vissero in questi tempi, e massimamente san Gregorio papa, raccontano tante iniquità commesse dai Longobardi, e parlano un linguaggio tutto diverso da quello di Paolo Diacono. Ma non avvertì il Baronio che Paolo mette questa invidiabil tranquillità in regno Langobardorum, cioè in casa propria de' Longobardi. Poichè per altro so ancor io che fuori di là, cioè contra de' Greci lor nemici, e contra chiunque teneva il loro partito, come fecero contro Roma. Ravenna ed altre città, esercitarono la rabbia loro con uccisioni e saccheggi. Ma queste son misere pensioni della guerra, che tutti i secoli, anche fra' cattolici, son provate e si pruovano. Però non è maraviglia se san Gregorio presente ai danni che ne pativa il territorio romano, e i Greci ed altri simili scrittori nemici dei Longobardi ne sparlavano ogni qualvolta gli aveano da nominare. E tanto più perchè i Longobardi erano allora di credenza ariani. Se i Franchi, i quali pur seguitavano la religion cattolica, fossero migliori dei Longobardi in questi tempi si può cercare nelle storie di Gregorio Turonense. Intanto è qui tempo di indagare il motivo per cui i Longobardi rimisero in piedi l'elezione d'un re. Dopo la morte del re Clefo si studiarono essi di mantenere una buona pace ed armonia coi re franchi; e ne abbiamo una chiara testimonianza nella lettera scritta da papa Pelagio II ad Aunacario, ossia Aunario vescovo di Auxerres[2958], III nonas octobris imperante domno Tiberio Constantinopoli (si dee scrivere Constantino) Augusto VII, cioè nell'anno 581, in cui il prega di rimuovere i re della Francia dall'amicizia ed unione dei nefandissimi Longobardi, nemici de' Romani, affinchè venendo il tempo della vendetta che si aspettava in breve dalla divina misericordia, non ne tocchi anche a quei re la loro parte. Ma creato imperadore Maurizio nel dì 13 d'agosto dell'anno 582, egli cominciò da lì innanzi a meditar le maniere di provvedere ai bisogni dell'Italia oppressa dai Longobardi. Mandar qua armate non gli era permesso: ne aveva egli necessità in Oriente per difesa di quell'imperio. Altro ripiego non ebbe che di muovere Childeberto re de' Franchi contra de' Longobardi, sperando col di lui braccio di cacciarli d'Italia. Gli spedì a quest'effetto degli ambasciatori[2959]: e perchè le lor parole riuscissero più efficaci, volle che portassero seco cinquantamila scudi d'oro, quasi equivalenti agli scudi degli ultimi secoli. Questa aurea eloquenza fece il desiderato colpo.

Pertanto, secondo che s'ha da Gregorio Turonense[2960], correndo l'anno nono di Childeberto, cioè nell'anno presente di Cristo 584, lo stesso re in persona calò con un potente esercito in Italia. Non si vollero arrischiare i Longobardi a battaglia alcuna campale, e credettero più sicuro ripiego il lavorar sotto mano con dei grossi regali. In fatti per mezzo di questi placarono sì forte il re Childeberto, che lo indussero a tornarsene indietro. Il Turonense scrive che i Longobardi allora si sottoposero alla signoria di lui, con promettere d'essergli fedeli e sudditi. Chi ne dubitasse, non avrebbe con che convincere Gregorio Turonense d'aver narrata una particolarità sì importante di quella guerra. Paolo Diacono, che copiò qui il Turonense, non parla di questa suggezione. Arrivato poi agli orecchii di Maurizio Augusto che Childeberto, con far la pace coi Longobardi, l'aveva burlato, pretese che gli tornassero indietro i cinquantamila soldi, o scudi d'oro, e scrivendo a Childeberto ne fece doglianza. Childeberto se ne rise, e neppure il degnò di risposta. Si può credere scorretto il testo del Turonense là dove: Ab imperatore autem Mauricio ante hos annos quiquaginta millia solidorum acceperat, ut Langobardos de Italia extruderet; perchè non era molto che Maurizio era giunto al trono, nè potea essere preceduto lo sborso. Lo stesso storico[2961] narrando dipoi i fatti dell'anno seguente 583, con iscrivere che l'imperadore per mezzo de' suoi legati faceva istanza presso Childeberto di riavere aurum, quod anno superiore datum fuerat, fa abbastanza intendere che lo sborso seguì all'anno presente, e non già qualche anno prima. Leggesi presso il Du-Chesne[2962] una lettera scritta da non so chi a nome di Childeberto re dei Franchi a Lorenzo patriarca, cioè metropolitano non so di quale città; mi si rende però probabile che a Lorenzo arcivescovo di Milano, il quale risedeva allora in Genova, città tuttavia ubbidiente all'imperadore. Gli fa sapere d'essere già in marcia l'esercito franzese contra dei Longobardi, con raccomandargli di far sapere tale spedizione a Smaragdo esarco in Ravenna, acciocchè anch'egli accorra dal canto suo a far guerra ad essi Longobardi. Dovrebbe essa lettera appartenere all'anno presente. Ora questa irruzione dei Franchi in Italia, preveduta dai Longobardi, ci porge un giusto fondamento per intendere i motivi che gli indussero ad eleggere un nuovo re, cioè Flavio Autari. Essendo allora spartito il regno de' Longobardi in tanti duchi e governi, cadauno indipendente dall'altro, e perciò divisi gl'interessi e le forze, conobbe quella nazione la necessità di avere un capo, dal quale si regolasse tutto il corpo; e per conseguente crearono un re nuovo. Se poi questa elezione seguisse allorchè s'udì che Childeberto re de' Franchi moveva l'armi verso l'Italia, per potergli resistere, oppure se dappoichè egli si fu ritirato, con avere appreso i Longobardi il pericolo, in cui s'erano trovati per la lor divisione, non si può decidere. Il Sigonio e il cardinal Baronio credono creato re Autari nell'anno 585; il padre Pagi, seguendo Sigeberto ed Ermanno Contratto, differisce la creazione di lui fino all'anno 586. Secondo i conti finora fatti, si può credere eletto nel presente; e tanto più, perchè Paolo Diacono registrò prima la elezione del re Autari, e poscia la calata in Italia del re Childeberto, succeduta senza fallo in quest'anno. So che a Paolo furono ignote molte azioni de' Longobardi, e ch'egli non è autore esatto, e molto meno irrefragabile nella serie dei tempi. Contuttociò par giusto il non dipartirsi da lui, se non quando cel persuadono delle chiare ragioni prese da altri più vecchi scrittori. Parimente lo abate Biclariense[2963] scrive all'anno secondo di Maurizio Augusto, che durò fino alla metà d'agosto dell'anno presente, avere esso imperadore per danari commossa la nazion dei Franchi contra de' Longobardi: il che, dice egli, riuscì di gran danno all'una e all'altra nazione. Ora abbiam veduto ch'esso storico molto prima di questa spedizione dei Franchi pose la esaltazione d'Autari in re de' Longobardi, e però non pare essa da differire oltre all'anno presente. Sul principio d'ottobre di questo medesimo anno Pelagio II papa scrisse una lettera a san Gregorio, allora suo nunzio alla corte imperiale[2964], incaricandolo di rappresentare a Maurizio Augusto le grandi angustie di Roma per cagione dei Longobardi, i pericoli di peggio, e il bisogno di truppe, di un duca, o di un generale d'armata, perchè Roma si trovava sprovveduta di tutto. Ma è probabile che non finisse l'anno senza che seguisse fra il re Autari e Smaragdo esarco quella tregua di tre anni, di cui parla Paolo Diacono[2965], e di cui tratterò anch'io all'anno 586.

NOTE:

[2955] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 585.

[2956] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 16

[2957] Abbas Biclariensis, in Chron.

[2958] Labbe, Concilior, tom. 5, pag. 939.

[2959] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 17.

[2960] Gregor. Turonensis, lib. 6, cap. 42.

[2961] Idem, lib. 8, cap. 18.

[2962] Du-Cange, Script. Rer. Franc. T. 1, p. 874.

[2963] Abbas Biclariensis, in Chron. apud Canisium.

[2964] Labbe, Concilior., tom. 5.

[2965] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 18.

Anno di CRISTO DLXXXV. Indizione III.

PELAGIO II papa 8. MAURIZIO imperadore 4. AUTARI re 2.

L'anno II dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Con gli affari d'Italia va congiunto in quest'anno un fatto spettante alla Spagna. Erano ariani i Goti, ossieno i Visigoti, che nella maggior parte di quel regno signoreggiavano. Ermenegildo figliuolo maggiore di Leovigildo re di quella nazione, dappoichè ebbe presa per moglie Ingonda figliuola di Sigeberto re dei Franchi, a persuasione di lei abbracciò la religion cattolica. Perciò nacquero dissensioni fra lui e il padre ariano; ed egli in fine si ribellò, e ne seguì fra loro guerra. Per attestato di Gregorio Turonense[2966], Ermenegildo stando in Siviglia, ricorse per ajuto al generale dell'imperadore, che allora facea guerra in Ispagna; mandò anche san Leandro vescovo di quella città a Tiberio Costantino imperadore, per avere il suo patrocinio. Ma il re Leovigildo suo padre con un regalo di trentamila soldi d'oro fece in maniera, che il generale dell'imperadore abbandonò quel povero principe, astretto dipoi a mettersi nelle mani del padre. Fu mandato in esilio, e finalmente messo in prigione, dove perchè non volle mai acconsentire di abbandonar la religion cattolica, d'ordine del re suo padre tolto fu di vita nell'anno presente. Quantunque l'abate Biclariense[2967] e sant'Isidoro[2968] non abbiano avuta difficoltà di chiamarlo tiranno, perchè si rivoltò contro il padre; tuttavia essendo certo ch'egli, piuttosto che abiurar la vera fede, rinunziò alla speranza del regno e sostenne la morte, perciò è onorato come martire dalla Chiesa di Dio: intorno a che si può vedere il bel racconto che ne fa san Gregorio il grande[2969], suo contemporaneo. Ingonda sua moglie dagli uffiziali greci fu inviata a Costantinopoli; ma nel viaggio avendo fatta scala nell'Africa, quivi diede fine a' suoi giorni. Dal che vegniamo a conoscere che tuttavia restava in Ispagna qualche città di dominio degl'imperadori, dove tenevano governatori e milizie di qualche polso: se pur non si volesse dire che dalle isole Baleari, o dalla vicina Africa, posseduta allora dagl'imperadori, passassero le soldatesche cesaree in ajuto di Ermenegildo. Ora accadde, secondochè abbiam dal suddetto Turonense[2970] e da Paolo Diacono[2971], che furono inviati in quest'anno medesimo dei legati da Maurizio imperadore al re Childeberto, per ripetere da lui l'oro che gli era stato pagato per far la guerra ai Longobardi. Questo re, perchè correa voce che la suddetta Ingonda sua sorella fosse stata trasportata a Costantinopoli, e gli premeva o di riaverla o di vederla ben trattata, s'indusse di nuovo a spedire l'esercito suo in Italia ai danni de' Longobardi. Ma ossia che trovassero qui più duro il terreno di quel che si pensavano, oppure, come vuole esso Turonense, che nascesse discordia fra i capitani franchi ed alamanni di quell'armata, se ne tornarono tutti indietro senza aver fatto un menomo guadagno. Non ben apparisce a quali anni s'abbiano da riferire le imprese di un certo Drottulfo, di cui tenne conto il suddetto Paolo Diacono. Mi sia permesso il farne qui menzione, ancorchè io supponga che in questi tempi fosse tregua fra i Greci e Longobardi. Costui era di nazione svevo, ossia alamanno. Fu fatto prigione dai Longobardi; ma pel suo valore andò tanto innanzi, che da' medesimi fu alzato al grado di duca, o pure di capitano. Ribellatosi poi dai medesimi, passò a Ravenna, e in servigio de' Greci fece molte prodezze. La prima fu di prendere la città di Brescello, posta alla riva del Po tra Parma e Reggio, dove stando con un buon presidio infestava forte le vicine città de' Longobardi. E perciocchè Faroaldo, duca di Spoleti, siccome dicemmo, avea presa la città di Classe, con lasciarvi una buona guarnigione che formava come un blocco alla città di Ravenna, Drottulfo, o Drottolfo, messa insieme una flotta di picciole barche nel fiume Badrino (creduto dal Baudrand[2972] per errore il Santerno), e riempiutala di valorosi fanti, con quella assalì il presidio longobardo di Classe, e l'astrinse alla resa. Ma il re Autari, a cui pareva una spina sul cuore la città di Brescello, perchè posta in mezzo alle sue città, ne intraprese l'assedio: è ignoto in qual anno. V'era dentro il suddetto Drottolfo, che fece una gagliarda difesa. Veggendo egli finalmente di non poter più sostenerla, o in vigore di una capitolazione, o pure per via del Po, si ritirò a Ravenna, lasciando quella città in poter d'Autari, che ne fece spianar tutte le mura. Da lì innanzi Brescello, già città episcopale, andò perdendo la sua dignità, ritenendo nondimeno anche oggidì il credito di una riguardevol terra, sotto il dominio degli estensi duchi di Modena. Venne poi a morte Drottolfo in Ravenna, e fu seppellito presso la chiesa di san Vitale con un'iscrizione in versi, rapportata da Paolo Diacono, da Girolamo Rossi e da altri. In quest'anno ragionevolmente si può credere richiamato san Gregorio da Pelagio papa a Roma, dove, benchè si ritirasse di nuovo a vivere nel monistero di sant'Andrea, pure era molto adoperato nel sacro ministero dal medesimo pontefice. Invece di lui fu inviato a Costantinopoli per apocrisario Lorenzo arcidiacono della santa romana Chiesa.

NOTE:

[2966] Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 39.

[2967] Abbas Biclariensis, in Chron.

[2968] Isidor., in Chron. Gothor.

[2969] Gregor. Magnus, Dialog.

[2970] Gregor. Turonensis, lib. 8, cap. 18.

[2971] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.

[2972] Baudr. Geograph., tom. 1.

Anno di CRISTO DLXXXVI. Indizione IV.

PELAGIO II papa 9. MAURIZIO imperadore 5. AUTARI re 3.

L'anno III dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Racconta Paolo Diacono[2973] che dopo la presa di Brescello il re Autari conchiuse una tregua di tre anni coll'esarco di Ravenna Smaragdo. Io per me inclino a credere che nell'anno 584 questa tregua possa essere succeduta. La crede fatta il cardinal Noris[2974] nell'anno presente, e però stima parimente scritta nel medesimo una lettera di papa Pelagio ad Elia arcivescovo d'Aquileia, e ai vescovi suoi suffraganei, per rimuoverli dallo scisma[2975]. Comincia essa lettera con queste parole: Quod ad dilectionem vestram, ec., e fra l'altre cose dice il papa di non aver loro scritto prima per cagion delle guerre. Postea ergo quam Deus omnipotens pro felicitate christianorum principum per labores atque solicitudinem filii nostri excellentissimi Smaragdi exarchi, et chartularii sacri palatii, pacem nobis interim, vel quietem donare dignatus est, cum omni solicitudine festinamus praesentia ad vos scripta dirigere. Ma se poi non sappiam di certo l'anno della tregua, neppure possiam francamente asserir quello della lettera di papa Pelagio. Il padre Pagi, mettendo nel presente anno la lettera suddetta, dubita poi se la stessa tregua fosse stabilita nell'anno 584, o pure in questo anno, senza por mente ch'egli pretende eletto re solamente nell'anno presente Autari, ed attribuendo Paolo Diacono essa tregua al medesimo Autari, conseguentemente, secondo i conti del padre Pagi, non potè essa succedere nell'anno 584, ma può ben essere succeduta, secondo i miei conti, perchè in esso anno 584, a mio parere, Autari cominciò a regnare. Quello ch'è certo, nulla profittò con questa lettera il pontefice Pelagio. Elia arcivescovo coi suoi suffraganei dell'Istria, al vedere che il papa s'addirizzava a lui con preghiere, maggiormente alzò la testa; e a Roma bensì mandò la risposta per alcuni suoi messi, ma con ordine di nulla aggiugnere in voce a quanto si conteneva nella lettera di risposta. Tornò di nuovo papa Pelagio, senza perdersi d'animo, a scrivere delle lettere a que' vescovi scismatici, ma con trovarli sempre più indurati nella loro opinione. Allorchè Paolo Diacono scrisse[2976]: Hic Pelagius Heliae Aquilejensi episcopo, nolenti tria capitula chalcedonensis synodi suscipere, epistolam satis utilem misit, quam beatus Gregorius, quum esset adhuc diaconus, conscripsit: ci fa intendere che Elia non volle accettare i tre capitoli del concilio calcedonense, come condannati nel quinto concilio. Ed in fatti esso autore[2977] riconosce di sotto che gli arcivescovi di Aquileja non voleano comunicare coi condannatori dei tre capitoli.

NOTE:

[2973] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 18.

[2974] Noris, de Synod. V, cap. 9, §. 4.

[2975] Labbe, Concilior., tom. 5.

[2976] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 20.

[2977] Idem, ibid., cap. 26.

Anno di CRISTO DLXXXVII. Indizione V.

PELAGIO II papa 10. MAURIZIO imperadore 6. AUTARI re 4.

L'anno IV dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Fu anche mosso da papa Pelagio l'esarco di Ravenna Smaragdo per mettere in dovere Elia arcivescovo d'Aquileja, capo degli scismatici in Italia. Da un memoriale presentato alcuni anni dopo dai vescovi d'Istria all'imperadore Maurizio, apparisce che Smaragdo diede ad esso ostinato arcivescovo per questa cagione molti disgusti, e il minacciò di peggio. Ma ricorse egli all'imperadore[2978] con supplicarlo di aspettare che, ritolte ai Longobardi le città dov'erano alcuni de' suoi suffraganei, come Trivigi, Vicenza e simili, andrebbono poi tutti a Costantinopoli, per metter fine alla divisione, secondo il giudizio di sua maestà: quasichè toccasse al tribunale secolaresco il decidere le cause della religione. Maurizio Augusto mandò allora ordine a Smaragdo di non inquietare alcun di que' vescovi per questo motivo, perchè quello non gli pareva tempo di disgustare i popoli che avrebbono potuto gittarsi in braccio ai Longobardi nemici. In tale stato era l'affare dello scisma d'Aquileja, quando venne a morte l'arcivescovo, ossia patriarca Elia. Dal padre de Rubeis[2979] si fa mancato di vita nell'anno precedente. Ebbe egli per successore Severo, il quale, al pari dell'antecessore, mise la sua sedia nell'isola di Grado. O sia che il papa avesse rimosso l'imperadore dal proteggere quei vescovi pertinaci nello scisma, o che essendo contro la mente dell'esarco stato eletto Severo, esso Smaragdo si credette di aver le mani slegate, un dì egli arrivò improvvisamente da Ravenna a Grado con molta gente armata, prese il novello patriarca[2980], e con esso lui Severo vescovo di Trieste, Giovanni vescovo di Parenzo, e Vindemio vescovo di Ceneda, e violentemente li condusse a Ravenna, dove li tenne sequestrati per un anno. Nel memoriale suddetto dicono i vescovi che l'esarco adoperò ingiurie e bastonate, allorchè per forza levò da Grado que' vescovi. Abbiamo da Teofane[2981] che nell'anno sesto di Maurizio imperadore, nel mese di settembre, correndo l'indizione sesta (tutti indizii dell'anno presente, perchè appunto nel mese di settembre cominciò a correre l'indizione sesta), i Longobardi mossero guerra ai Romani. Adunque ragion vuole che la tregua accennata da Paolo Diacono fra i Longobardi e Smaragdo esarco avesse principio, come io congetturai, nell'anno 584, e terminasse nel presente. E dicendo esso storico che di quella tregua fu autore il re Autari, si vien anche ad intendere che l'elezione di questo re non si può differire con Sigeberto e col padre Pagi all'anno 586. Certo è da stupire, com'esso Pagi pretendesse così accurato nelle cose di Italia esso Sigeberto istorico, quando in questi medesimi tempi si scuopre sì abbondante di anacronismi la di lui istoria. Ma qual fatto degno di memoria operassero i Longobardi, dopo avere ripigliata la guerra coi Romani, non ne ebbe notizia Paolo Diacono, e molto meno ne possiam noi rendere conto. Mi sia lecito avvertire, che fra gli altri malanni recati all'Italia dalla venuta de' Longobardi, non fu già il più picciolo quello d'essersi introdotta una fiera ignoranza fra i popoli, e l'essere andato in disuso lo studio delle lettere, perchè, oltre all'aver que' Barbari prezzate solamente l'armi, le gente italiane fra i rumori e guai delle continuate guerre altra voglia aveano che di applicarsi agli studii, oltre all'essere loro ancora mancati i buoni maestri. Però o niuno s'applicò allora a scrivere la storia de' suoi tempi; o se pur vi fu qualche storico, le sue fatiche si sono perdute. Paolo Diacono non fa menzione se non di Secondo vescovo di Trento, che in questi tempi fioriva, et aliqua de Langobardorum gestis scripsit: il che vuol dire che neppur egli scrisse se non poche cose dei Longobardi. Tuttavia potrebbe essere che appartenesse a questo anno lo scriversi da Giovanni abbate Biclariense[2982], che correndo l'anno IV di Maurizio, Antane (vuol dire Autari) re dei Longobardi, venuto alle mani coi Romani, diede loro una rotta, e molti n'uccise, con occupar dipoi i confini dell'Italia. L'anno quarto di Maurizio durò sino all'agosto dell'anno precedente 586, e però a que' tempi dovrebbe appartener questo fatto. Ma non è ben sicura per gli affari d'Italia la cronologia del Biclariense. Egli mette nell'anno appresso l'elezion di papa Gregorio, cioè il Grande, che pur cadde nel 591. Perciò potrebbe essere che quel fatto d'Autari contra i Romani anch'esso succedesse più tardi. E quando sussista la tregua accennata, non potè certo accadere nell'anno 586.

NOTE:

[2978] Libell. apud Baronium in Append. ad tom. 9 Annal.

[2979] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejeus.

[2980] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 26.

[2981] Theoph., in Chron.

[2982] Abbas Biclariensis, in Chron.

Anno di CRISTO DLXXXVIII. Indizione VI.

PELAGIO II papa 11. MAURIZIO imperadore 7. AUTARI re 5.

L'anno V dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Stette l'arcivescovo d'Aquileja Severo coi due suoi suffraganei in Ravenna per un anno, detenuto sotto buone guardie e con molti disagii. Tante minaccie di esilio e d'altri incomodi furono adoperate[2983], che finalmente s'indussero que' prigionieri ad accettare il concilio quinto generale e a comunicar con Giovanni arcivescovo cattolico di Ravenna. Dopo di che furono messi in libertà. Tornarono questi a Grado; ma nè il popolo, nè gli altri vescovi vollero riceverli. Perciò Severo, pentito di quanto aveva operato in Ravenna, fece raunare un conciliabolo nella terra di Marano, dove esibì la confusione e la detestazione dell'errore da sè commesso: così chiamava egli l'aver avuta comunione in Ravenna coi condannatori dei tre capitoli. Queste parole di Paolo indicano ch'egli assai conosceva sopra che fosse fondato lo scisma della provincia d'Aquileja, nè essere certo che egli ignorasse lo stato di quella lite, come talun suppone. Ma l'altre parole di Paolo non lasciano ben intendere se si accordarono i vescovi di quel concilio. Pare che abiurassero lo scisma i seguenti, cioè Pietro, vescovo d'Altino, Chiarissimo di Concordia, Ingenuino di Sabione, Agnello di Trento, Juniore di Verona, Oronzio di Vicenza, Rustico di Trivigi, Fontejo di Feltri, Agnello di Asolo, e Lorenzo di Belluno: e che con Severo patriarca, il quale difendeva i tre capitoli del concilio calcedonense, avessero comunione Severo, vescovo di Trieste, Giovanni di Parenzo, e Vindemio di Ceneda. Ma ciò non sussiste, perchè miriamo poi nel memoriale di sopra accennato più che mai pertinaci nello scisma i vescovi di Sabione, Belluno, Concordia, Trento, Verona, Vincenza e Trivigi. Fu sparsa voce fra la plebe che Smaragdo patrizio ed esarco di Ravenna per la violenza usata contra di quei vescovi, era stato invasato dal demonio; e Paolo Diacono prese una tal diceria per buoni danari contanti, con aggiugnere ciò giustamente accaduto, perch'egli dovea considerare come un eccesso lo strapazzo fatto a que' vescovi, tuttochè scismatici. Credesi appunto che circa questi tempi, cioè o nell'anno precedente o nel presente, esso Smaragdo fosse richiamato da Maurizio Augusto a Costantinopoli, con essere succeduto nel suo posto Romano patrizio, terzo fra gli esarchi di Ravenna. Abbiamo poi da Gregorio Turonense[2984] che in quest'anno il re Autari spedì degli ambasciatori a Childeberto re de' Franchi, per chiedere in moglie Clotsuinda sua sorella. Non dispiacque al re d'Austrasia questa proposizione, ed accettò i ricchi regali inviati a tal fine, con promettere ad Autari quella principessa. Ma arrivati alla corte di Childeberto qualche tempo dopo gli ambasciatori di Recaredo re dei Visigoti, distrussero tutto ciò che aveano fatto i Longobardi. Era il re Recaredo principe di gran possanza, perchè dopo avere il re Leovigildo suo padre defunto acquistata la Gallizia con estinguere il regno degli Svevi, egli signoreggiava oramai quasi tutta la Spagna, e stendeva anche il suo dominio nella Gallia col possesso della provincia narbonese, oggidì appellata la Linguadoca.

Aveva egli inoltre il merito e la gloria d'avere il primo fra i re Goti abbandonato l'arianismo per le persuasioni di san Leandro arcivescovo di Siviglia, e condotta già col suo esempio, se non l'intera nazione de' suoi, certo la maggior parte ad abbracciare la religione cattolica. Ora, o fosse che i ministri del papa e dell'imperadore, a' quali non potea piacere questa alleanza dei Longobardi coi Franchi, disturbassero l'affare, oppure che fosse creduto più proprio di dar quella principessa ad un re cattolico, come era Recaredo, che ad Autari principe ariano: certo è che il trattato di quel matrimonio per Autari andò per terra, senza che apparisca dipoi s'esso veramente s'effettuasse col re Recaredo: intorno a che disputano tuttavia gli scrittori franzesi. Forse di qui sorse qualche amarezza fra i Longobardi ed i Franchi. In fatti seguita poi a scrivere il Turonense, copiato ancor qui da Paolo Diacono[2985], aver fatto intendere Childeberto a Maurizio imperadore, come egli era pronto a far guerra ai Longobardi per cacciarli d'Italia: al qual fine spedì appresso un poderoso esercito in Italia. Il prode re Autari non ispaventato da si gran temporale, unite le sue forze, andò ad incontrare l'armata franco-alamanna. Fu ivi fatto un tal macello de' Franchi, che non ve n'era memoria d'altro simile. Molti furono i prigioni, e gli altri fuggendo pervennero con fatica al loro paese. Queste son parole di Gregorio Turonense, autore contemporaneo e franzese, da cui Paolo Diacono imparò questo avvenimento, giacchè egli troppo scarseggiava di notizie intorno ai fatti d'Italia d'allora. Nè altra particolarità a noi resta di questo sì memorabil fatto. Sicchè andiam sempre più scorgendo qual fosse la protezione dei re franchi, che pure Fredegario ci fa credere comperata dai Longobardi coll'annuo tributo di dodicimila soldi d'oro. A quest'anno ancora crede il padre Pagi che s'abbiano da riferir le parole di Teofilatto[2986], là dove scrisse, che Roma vecchia (così chiamata a distinzione di Costantinopoli, che portava il nome di Roma nuova) rintuzzò gli empiti de' Longobardi. In qual maniera non si sa; siccome neppur sappiamo a qual anno precisamente s'abbiano da riportar due imprese d'Autari raccontate da Paolo Diacono[2987]. Mi si permetta il farne qui menzione. Fin circa questi tempi s'era mantenuta alla divozione degl'imperadori l'isola Comacina, cioè un'isola posta nel lago di Como, appellato il Lario, luogo assai forte, e che fece anche nel secolo duodecimo gran figura nelle guerre tra i Milanesi e Comaschi. Quivi dimorava per governatore Francione, generale cesareo d'armi, e vi si era mantenuto per ben venti anni contro le forze de' Longobardi. Questo numero d'anni, preso dall'arrivo dei Longobardi in quelle parti, viene a cadere ne' tempi presenti. Un buon corpo di Longobardi formò l'assedio di quella isola, e dopo sei mesi ne costrinse alla resa Francione, a cui nelle capitolazioni fu accordato di potersene andare colla moglie e col suo equipaggio a Ravenna; e la parola gli fu mantenuta. Di grandi ricchezze furono trovate in quell'isola, colà ricoverate, come in luogo sicuro, dagli abitanti di varie città. Si dimenticarono probabilmente gl'ingordi Longobardi di farne la restituzione ai legittimi padroni. Similmente spedì Autari un altro corpo d'armata, di cui fu generale Evino duca di Trento, contro dell'Istria, provincia sempre fedele all'imperadore. Fecero costoro un gran bottino, incendiarono molte case e terre con tal terrore degl'Istriani, che furono obbligati, per liberarsi da questo flagello, di cacciarlo via a forza d'oro. E però i Longobardi, accordata loro la pace, ossia una tregua d'un anno, si ritirarono con portare al re una riguardevol somma di danaro.

NOTE:

[2983] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 3, cap. 26.

[2984] Gregor. Turonensis, lib. 9, cap. 25.

[2985] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 28.

[2986] Theophilact., lib. 3, cap. 4.

[2987] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 27.

Anno di CRISTO DLXXXIX. Indizione VII.

PELAGIO II papa 12. MAURIZIO imperadore 8. AUTARI re 6.

L'anno VI dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Giacchè non era riuscito al re Autari di ottenere in moglie la principessa del sangue reale di Francia, rivolse egli le sue mire ad avere Teodelinda, figliuola di Garibaldo duca di Baviera, a cui Paolo Diacono dà il titolo di re, secondo il costume di altri scrittori. Abbiamo da Fredegario[2988] che tra questa principessa e Childeberto re de' Franchi erano seguiti gli sponsali di futuro matrimonio. Ma la regina Brunichilde, madre d'esso re, una delle grandi faccendiere e sconvolgitrici delle corti dei re franchi, disturbò quelle nozze. Rotto questo trattato, Autari inviò colà un'ambasceria a far la dimanda di Teodelinda[2989], e Garibaldo molto volentieri vi acconsentì. Ricevuta questa risposta, e desiderando egli di veder co' suoi occhi la novella sua sposa, prese occasione di mandar dei nuovi ambasciatori colà, e fingendo d'esser anche egli uno d'essi, travestito s'accompagnò con loro. Il capo dell'ambasceria era un vecchio, che ammesso con gli altri all'udienza del duca Garibaldo, espose quanto gli occorreva per parte del suo signore. Dopo di lui si fece avanti l'incognito Autari, e disse che a lui in particolare era stata data dal suo re l'incumbenza di vedere la principessa Teodelinda per potergli riferire le di lei belle qualità, già intese per fama. Fece Garibaldo venir la figliuola; ed Autari ben guatatala da capo a piedi, se ne compiacque forte, e disse che certamente il re de' Longobardi sarebbe ben contento d'avere una tale sposa, e il popolo una tale regina. Poscia il pregò che fosse loro permesso di riconoscerla per tale con ricevere da lei il vino, secondo l'uso della nazion longobarda. Fece Garibaldo portar da bere, e dappoichè Teodelinda ebbe data la coppa al capo degli ambasciatori, la porse all'ignoto Autari; ma questi, in renderla alla principessa, senza che alcun vi facesse mente, le toccò gentilmente la mano, e nel baciare il bicchiere, fece in maniera ch'essa mano della principessa gli toccò la fronte, il naso e la faccia. Raccontò poi Teodelinda questo fatto alla sua balia, e non senza rossore. Rispose la donna accorta: Signora, niun altro avrebbe osato toccarvi, se non chi ha da essere vostro marito. Ma zitto, che il duca vostro padre nol sappia. Soggiunse dipoi: Voi siete ben fortunata di aver per isposo un principe sì degno e cotanto leggiadro. Era in fatti allora il re Autari nel fiore della sua età, di bella statura, con chioma bionda, e di grazioso aspetto. Se n'andarono gli ambasciatori, ed Autari nell'uscir dei confini della Baviera, appena fatti i complimenti a que' Bavaresi che lo aveano accompagnato, s'alzò sulle staffe quanto potè, e scagliò con tutta forza una picciola scure ch'egli teneva in mano, verso dell'albero più vicino; ed essendo questa andata a conficcarsi profondamente in esso, allora disse: Autari sa fare di queste ferite; e ciò detto, spronò il cavallo, e se ne andò con Dio, lasciando i Bavaresi assai persuasi che questo galante ambasciatore era il principe stesso.

Potrebbe essere che queste ambasciate fossero andate nel precedente anno. Egli è ben da credere che nel presente si effettuasse il matrimonio suddetto. Racconta lo storico longobardo, che dopo qualche tempo arrivarono dei torbidi in Baviera al duca Garibaldo a cagione dell'arrivo de' Franchi: il che ha dato motivo ai moderni scrittori franzesi[2990] di credere che il re d'Austrasia Childeberto, mirando di mal occhio l'amistà e congiunzione di sangue e d'interessi, che s'andava a stabilire fra il duca Garibaldo, suo vassallo, e il re dei Longobardi, all'improvviso facesse marciare un'armata in Baviera, che vi recò dei gravi danni, e tentò di sorprendere Teodelinda. Paolo Diacono altro non racconta se non quel poco che ho riferito di sopra, con aggiugnere appresso che questa principessa se ne fuggì verso l'Italia con Gundoaldo suo fratello, e fece sapere al re Autari la sua venuta. È ignoto ciò che accadesse al duca Garibaldo suo padre, e nulla di più se n'ha da Gregorio Turonense e da Fredegario. Vedremo bensì fra qualche tempo che a lui succedette Tassilone nel ducato della Baviera. Andò il re Autari incontro a Teodelinda con un grande apparato, e celebrò dipoi con universale allegrezza le nozze nella campagna di Sardi di sopra a Verona nel dì 13 di maggio. In quella occasione scrive Paolo che un fulmine cadde sopra un legno nel recinto, dove era la corte, e che uno degli indovini Gentili che Agilulfo duca di Turino avea seco condotto, gli predisse non dover passare gran tempo che la donna poco fa sposata dal re Autari diverrebbe moglie di esso Agilulfo. A costui minacciò Agilulfo di tagliargli la testa, se mai più gli scappava detta parola di questo; ma l'indovino insistè che si avvererebbe la sua predizione, siccome in fatti seguì. Ma non è se non bene l'andare adagio in prestar fede a cotali dicerie, che non rade volte nascono dopo il fatto. Fu ucciso in Verona nel tempo d'esse nozze Ansullo parente del re Autari, e Paolo Diacono non potè penetrarne la cagione. A' tempi ancora d'esso Paolo correa voce[2991] che circa questi tempi il re Autari, passando pel ducato di Spoleti, arrivasse fino a Benevento, con impadronirsi di quel paese: e poscia arrivasse fino a Reggio di Calabria, dove, avendo osservata una colonna posta alquanto nel mare, spinto innanzi il cavallo, la toccò colla punta della spada con dire: Fin qua arriverà il confine dei Longobardi. Ed era fama che tuttavia quella colonna fosse chiamata la colonna d'Autari. Ma di questi fatti Paolo altro mallevadore non ebbe se non la tradizione del volgo, fondamento molte volte fallace per farci conoscere il vero. Però varii letterati hanno disputato intorno all'origine dell'insigne ducato di Benevento, il quale non si può credere che avesse principio in quest'anno, quando si ammetta col medesimo Paolo[2992] che Zottone primo duca governasse quel ducato per anni venti. Neppur sembra verisimile ciò che Camillo Pellegrino immaginò, cioè che il ducato suddetto nascesse anche prima della venuta del re Alboino in Italia. Probabilmente ne' primi sette anni dopo la lor calata i Longobardi s'impadronirono di buona parte della Campania e della Puglia, e vi fondarono un ducato di cui fu capo Benevento, e che s'andò a poco a poco dilatando, fino ad abbracciar il regno, appellato ora di Napoli, a riserva della città medesima di Napoli e di alquante altre marittime, che si tennero forti nella divozion dell'imperio. Reggio di Calabria era di queste; e però quantunque Autari fuori di essa città potesse veder quella colonna, pure è più probabile ch'egli non arrivasse fin là. Fu quest'anno funesto all'Italia per un terribil diluvio d'acque, a cui un simile da più secoli non s'era veduto. Il Tevere crebbe nel mese di novembre ad una sterminata altezza in Roma, vi diroccò molte case, empiè i magazzini dei grani con perdita di molte migliaia di moggia d'essi, e fece altri malanni. Ne abbiamo per testimoni i due santi Gregorii[2993], allora viventi, cioè il Grande e il Turonense. Dal primo de' quali, siccome ancora da Paolo Diacono[2994], sappiamo che per le provincie della Venezia e Liguria, anzi per tutte l'altre d'Italia, si provò questo flagello. Portò esso con seco le lavine d'assaissimi poderi, e ville intere nelle montagne, una gran mortalità d'uomini e di bestie, e ne rimasero disfatte le strade. Racconta san Gregorio Magno un miracolo succeduto in Verona, dove il fiume Adige tanto si gonfiò, che l'acque sue giunsero sino alle finestre superiori della basilica di san Zenone martire, la quale era allora fuori di quella città. Ma quantunque fossero aperte le porte d'essa basilica, le acque non entrarono dentro, e servirono come di muro alla stessa basilica. Si trovava allora in quella città il re Autari, e questa inondazione si tirò dietro in qualche parte la rovina delle mura di Verona, la qual città da lì a due mesi restò per la maggior parte disfatta da un furioso incendio. Alle inondazioni suddette venne poi dietro la peste, di cui parlerò nell'anno seguente.

NOTE:

[2988] Fredegarius, in Chron., cap. 34.

[2989] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 29.

[2990] Daniel, Histoire de France tom. 1.

[2991] Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 3, cap. 31.

[2992] Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 3, cap. 32.

[2993] Greg. Magnus, Dialog. lib. 3, cap. 19. Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 1.

[2994] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.

Anno di CRISTO DXC. Indizione VIII.

GREGORIO I papa 1. MAURIZIO imperadore 9.

L'anno VII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Crebbero dunque nell'anno presente le calamità dell'Italia per una fierissima pestilenza che privò di vita una innumerabil moltitudine di gente. Specialmente infierì essa nella città di Roma[2995], e colto da questo medesimo malore papa Pelagio II, passò a miglior vita nel dì 8 di febbrajo. Si venne all'elezione del successore, e i voti concordi del clero, senato e popolo concorsero a voler papa Gregorio, diacono della Chiesa romana, che santamente vivea nel monistero di sant'Andrea, dappoichè fu richiamato da Costantinopoli. Piacque sommamente a tutti una tale elezione, fuorchè ad un solo, e questi fu lo stesso Gregorio, il quale per ischivar questo peso ed onore, secondo che attestano il suddetto Turonense e Giovanni Diacono[2996], spedì segretamente delle lettere a Maurizio imperadore, supplicandolo, con quante ragioni potè, di non confermare la sua elezione. Era già passato in uso l'abuso, come altrove s'è detto, che restasse libera al clero, senato e popolo romano l'elezione del papa; ma non si potea venire alla di lui consecrazione senza il consenso e l'approvazione degl'imperadori. Crede il cardinal Baronio che san Gregorio altamente detestasse, come una eresia, l'introduzion di questo legame, perchè suppone opera d'esso pontefice una sposizione de' Salmi Penitenziali, che è alle stampe. Ma gli eruditi oggidì pretendono che quell'opera uscisse dalla penna di san Gregorio VII papa, a cui certamente convien quel linguaggio; nè avrebbe san Gregorio Magno voluto valersi di questo ripiego per sottrarsi al pontificato, se l'avesse creduto un tirannico sacrilegio, ed avesse tenuto Maurizio Augusto uguale a Nerone e a Diocleziano, come tenne l'autore della sposizione suddetta. Ma scoperto il disegno dell'umile servo di Dio Gregorio, il prefetto di Roma, suo fratello, oppure Germano di nome, fece prendere per istrada le di lui lettere, e ne scrisse egli dell'altre all'imperadore, con addurre tutte le ragioni di dover confermare in tempi sì scabrosi il pontificato nella persona di Gregorio, nobile, perchè di sangue senatorio, e tale per la pietà, per lo sapere e per altre sue rare doti, che pari a lui non si trovava in questi tempi. Mentre si aspettavano le risposte della corte, il santo pontefice si applicò tutto a placar l'ira di Dio in mezzo al gran flagello della pestilenza. A tal fine instituì una general litania, ossia processione di penitenza, con dividere in varie schiere il popolo che vi dovea intervenire, cioè il clero secolare, gli uomini, i monaci, le sacre vergini, le maritate, le vedove, i poveri e i fanciulli. Venne dipoi l'assenso dell'imperadore, e cercò ben Gregorio di fuggire, ma preso, fu per forza condotto alla chiesa, e quivi consecrato nel dì 5 di settembre. Così la Chiesa di Dio venne ad aver un pontefice, esemplare d'ogni virtù, le cui gloriose azioni, la vita santissima, i libri eccellenti sono tuttavia e saranno sempre oggetto dei nostri encomii.

Intanto non rallentava l'Augusto Maurizio i suoi maneggi presso Childeberto re d'Austrasia, il più potente dei re franchi, per esterminare i Longobardi dall'Italia. Era succeduto dianzi un affare che poteva intorbidar la buona intelligenza fra questi monarchi, se la prudenza di Maurizio non vi avesse trovato rimedio[2997]. Spediti da Childeberto tre ambasciatori a Costantinopoli, fecero scala in Africa a Cartagine. Uno de' lor famigli avendo presa non so qual roba ad una bottega, e differendo di restituirla, fu colto un dì nella piazza dal mercatante, e preso; nè questi voleva lasciarlo, se non restituiva il mal tolto. Il Franco, messa mano alla spada, pagò il povero mercatante con levargli la vita. Ciò udito, il governatore della città con una truppa d'armati e col popolo tumultuante andò all'abitazion dei legati. Usciti fuori due d'essi, furono trucidati dall'infuriata gente. Grippone capo dell'ambasceria ne fece di gravi doglianze, e Costantinopoli, maggiormente quivi espose le sue querele. Maurizio Augusto irritato per l'insolenza de' suoi, ne promise una strepitosa vendetta; e regalato ben bene Grippone, il rimandò a casa assai contento, e con forti istanze, perchè Childeberto movesse l'armi contra de' Longobardi. Premeva a quel regnante di riaver dalle mani dell'imperadore il suo nipote Atanagildo, figliuolo d'Ingonda sua sorella, morta in Africa, e santo Ermenegildo che era stato condotto a Costantinopoli; perciò mise insieme una grande armata, composta di venti duchi, ciascuno de' quali conduceva la gente della sua provincia. Racconta il vescovo turonense, che Audoaldo duca, venendo alla testa del popolo di Sciampagna, arrivato a Metz, vi commise tanti saccheggi ed omicidii, come se fosse stato un nemico della propria terra; e che altrettanto fecero gli altri duchi, con rovinare il proprio paese, prima di riportare vittoria alcuna de' loro nemici. Questo era uno dei brutti costumi de' Franchi d'allora, e se ne lamentò anche il buon re della Borgogna Guntranno, con avere attribuito a tanta iniquità delle sue genti le rotte ch'egli ebbe dai Goti nella Linguadoca. Ne fo io menzione anche per ricordare che de' Longobardi lontani dal commettere tali eccessi coi sudditi propri, pure dicono tanto male gli scrittori loro nemici, e all'incontro i Franchi, non certo migliori de' Longobardi, si veggono cotanto esaltati da alcuni scrittori. Calò dunque in Italia dalla parte della Rezia, ossia de' Grigioni, e da quella di Trento, lo sterminato esercito dei Franchi, e de' varii popoli della Germania sudditi del re Childeberto divisi in varie colonne. Audoaldo con sei altri duchi passò a dirittura verso Milano, e in quelle vicinanze si accampò. Olone duca arrivato a Bellinzona, terra del distretto di Milano, dove comincia il lago Verbano, ossia Maggiore, quivi lasciò la vita, colpito da un dardo nemico. Ed essendosi queste genti sbandate per andar a cercar di che vivere, dovunque arrivavano, aveano addosso i Longobardi che gli accoppavano senza remissione. Fecero nondimeno i Franchi una prodezza nel territorio di Milano. Eransi portati i Longobardi lungo le sponde di un laghetto, da cui esce un fiumicello a noi ignoto. Giunti colà i Franchi, videro un Longobardo sulla riva opposta armato di tutto punto, che disse loro: È venuto il dì, in cui si vedrà a chi Dio voglia più bene. Passarono di qua dal fiume alcuni pochi Franchi, e messisi addosso a costui, tante gliene diedero, che lo stesero morto a terra. Allora i Longobardi, raccolte le lor bagaglie, si ritirarono tutti, di modo che i Franchi non trovarono in quel sito se non i segni che vi erano stati nemici. Tornarono poscia al loro accampamento, e colà giunsero i legati dell'imperadore per avvisarli che era in marcia per venire ad unirsi con loro l'esercito cesareo fra tre giorni, e se ne accorgerebbono allorchè vedessero data alle fiamme una villa ch'era sul monte. Aspettarono i Franchi per sei giorni, e mai non videro comparire alcuno. Cedino, ossia Ghedino, duca con tredici altri duchi entrato dalla parte di Trento in Italia, prese cinque castella, e si fece giurare ubbidienza da que' popoli.

Il re Autari da due parti assalito con tante forze, prese in questa congiuntura il saggio partito di tener ben guardati i luoghi forti e le città, dove s'erano rifugiate le genti col loro meglio, lasciando la campagna alla discrezione, ossia indiscrezion de' nemici. S'era specialmente ben fortificato egli e provveduto in Pavia. Ma ciò che non poterono far le spade, lo fece l'aria della state, a cui non erano usati i Franchi e gli Alamanni: cioè s'introdusse la dissenteria in quelle armate, e ne fece una grande strage. Vi si aggiunse anche la fame per la mancanza de' viveri, in guisa che essendo oramai troppo sminuito l'esercito, determinarono que' capitani, dopo tre mesi di scorrerie fatte per la Liguria e per i contorni, di tornarsene al loro paese. Ma nel ritorno la fame li maltrattò cotanto, che furono obbligati a vendere infin l'armi e il vestito per aver da mangiare e per poter giugnere vivi a casa. Nel passare ancora per alcuni paesi (forse de' Grigioni o del Trentino) che erano stati una volta sotto il dominio del re Sigeberto, padre del re Childeberto, diedervi il sacco, e fecero schiavi quanti caddero nelle loro mani. Con tali particolarità racconta Gregorio Turonense questa guerra de' Franchi, i quali o non vollero per politica far danno maggiore ai Longobardi, o non poterono per debolezza; perchè allora non si facea la guerra, come oggidì si pratica, con tanti attrecci, provvisioni di buoni magazzini e maniere di forzar anche le città più forti. Son di parere alcuni scrittori pavesi, che in questa occasione la città di Ticino fosse presa da Papio, uno de' duchi franchi, e cominciasse da lì innanzi a chiamarsi Papia, oggidì Pavia. Son questo favole prive d'apparenza, non che di fondamento di verità. Era anticamente quella città ascritta alla tribù papia. Di là conghietturo io che possa essere venuta la mutazion del suo nome.

Paolo Diacono[2998], secondo il solito, copiò qui fedelmente il racconto di Gregorio Turonense, con solamente aggiugnere che l'esercito franzese giunse nel territorio di Piacenza, e di là arrivò fino a Verona, con ispianar molte castella, non ostante i giuramenti di salvar quei luoghi, allorchè spontaneamente loro si renderono gli abitanti, credendo i Franchi gente da mantener parola. Nel territorio di Trento specialmente diroccarono Tesana, Maleto, Semiana, Appiano, Fagitana, Cimbra, Vizzano, Brentonico, Volene, Ernemase e due altre castella in Alsuca, ed uno nel veronese. Tutti gli abitanti d'esse castella furono condotti in ischiavitù. Quei soli del castello della Verruca, in numero di secento, per l'interposizione d'Ingenuino vescovo di Sabione (il cui vescovato fu poi trasferito a Brixen) e di Agnello vescovo di Trento, ebbero la fortuna di potersi riscattare con pagare un soldo di oro per cadauno. Ma questa guerra fu di maggior conseguenza di quel che apparisca dal racconto del Turonense e di Paolo Diacono, il quale si accinse a scrivere la storia de' Longobardi con poche notizie. Noi abbiam delle lettere pubblicate dal Freero e dal Du-Chesne[2999], e scritte parte dal re Childeberto a Maurizio Augusto, a Giovanni patriarca di Costantinopoli, ad Onorato aprocrisario del papa, a Domiziano vescovo di Melitina e consigliere cesareo, a Paolo padre dell'imperadore e ad altri ufficiali della corte imperiale, dove si fa menzione dei legati inviati a Costantinopoli, e della lega che si manipolava fra questi principi contra de' Longobardi. Ve n'ha dell'altre della regina Brunichilde a Costantina Augusta moglie dell'imperador Maurizio, in cui le raccomanda forte Atanagildo suo nipote, e ad Anastasia Augusta vedova di Tiberio Costantino imperadore, al suddetto Atanagildo e allo stesso Maurizio Augusto. Ma specialmente son degne di attenzione due lettere, la prima delle quali è scritta al re Childeberto da esso imperadore, in cui gli fa sapere che prima ancora dell'arrivo in Italia dei duchi franzesi, era riuscito all'armata cesarea di prendere per battaglia le città di Modena, d'Altino e di Mantova, venendo in questa maniera ad impedir l'unione delle soldatesche longobarde. Essersi poi inteso che uno dei duchi franzesi, per nome Cheno, aveva trattato di pace con Autari, il quale s'era chiuso in Pavia, essendosi anche gli altri suoi capitani colle lor milizie ritirati in diverse castella. Che trovandosi il suddetto Cheno duca presso Verona con ventimila combattenti, erano andati a trovarlo i messi cesarei per concertar seco l'assedio di Pavia, la presa della qual città avrebbe dato l'ultimo tracollo alla nazion longobarda. Ma che i duchi franchi, dopo aver fatta una tregua di dieci mesi coi Longobardi, se n'erano iti con Dio, senza farne parola con gli uffiziali di Cesare: il che era da credere che sarebbe dispiaciuto non poco ad esso Childeberto, perchè se si fosse ito di accordo, si era sull'orlo di veder libera l'Italia dai Longobardi. Il perchè vivamente il prega di spedire per tempo nel prossimo anno le sue armate in Italia, prima che i Longobardi possano fare la raccolta de' grani, giacchè l'armata cesarea non solamente s'era impadronita delle città suddette, ma erano anche tornate alla divozion dell'imperio quelle di Reggio, Parma e Piacenza coi loro duchi e con assaissimi Longobardi. Finalmente egli raccomanda di ordinare che sieno messi in libertà i poveri Italiani menati schiavi di là dai monti, perchè questa obbligazione era espressa nei patti della lega. L'altra lettera è di Romano patrizio ed esarco di Ravenna, scritta al medesimo re Childeberto, con significargli la presa delle suddette città di Modena, Altino e Mantova. E che mentre egli era in procinto di portarsi all'assedio di Parma, Reggio e Piacenza, i duchi longobardi di quelle città erano venuti in fretta a trovar esso esarco in Mantova, e s'erano messi all'ubbidienza della santa repubblica (nome usato molto in que' tempi per significare ciò che oggi chiamiamo sacro romano imperio) con dargli per ostaggi i loro figliuoli. Tornato esso esarco a Ravenna, s'era dipoi portato in Istria, per far guerra a Grasolfo nemico. Giunto colà, se gli era presentato Gisolfo magnifico duca, figliuolo di Grasolfo, che nella sua giovanile età avea ciera di voler essere migliore del padre, con offerirgli di sottomettere sè stesso con tutto il suo esercito alla santa repubblica. E che era arrivato in Italia Nordolfo patrizio col suo esercito in servigio dell'imperadore, il quale in compagnia di Ossone, uomo glorioso, avea ricuperate varie città. Il perchè esso Romano, persuaso che il re stia saldissimo nel pensiero di eseguire i patti della lega, e massimamente sapendo ch'egli è in collera contra dei suoi duchi, perchè erano tornati indietro senza aver soddisfatto agli ordini di sua maestà, vorrà ben rispedire l'armata al primo tempo; ed avanti che si faccia il raccolto de' grani, con dei capitani meglio intenzionati; raccomandandosi soprattutto che gli faccia opportunamente sapere qual via terranno in venendo, e a qual preciso tempo si moveranno. In fine il supplica di dar buon ordine alle sue genti, acciocchè non mettano a sacco, nè incendino le case degl'Italiani, in favore e difesa de' quali sono inviate, e niuno d'essi menino in ischiavitù, e allo incontro rilascino i già fatti schiavi.

Queste particolarità fanno abbastanza intendere che la guerra mossa in quest'anno dall'imperadore e dal re Childeberto contra de' Longobardi, più di quel che ne seppero i due sovrallodati storici, portò dei vantaggi all'armi cesaree, e di pericolo al regno de' Longobardi. E se i Franchi avessero operato di concerto e più daddovero, forse si dava l'ultimo crollo alla signoria d'essi Longobardi in Italia. Anzi mi nasce qui sospetto di qualche abbaglio in Paolo Diacono[3000], il quale, siccome accennai, ci rappresentò per primo duca del Friuli Gisolfo, e tale creato nell'anno 568 dal re Alboino. Ora dalla lettera apparisce che Romano esarco era andato in Istria per far guerra a Grasolfo padre di Gisolfo. Forse questo Grasolfo fu egli il primo duca in quelle contrade, e, venuto a morte in quei tempi, ebbe per successore nel ducato Gisolfo suo figliuolo, il quale andò in questi tempi a sottomettersi all'esarco. Se nell'anno 568 Gisolfo avesse avuto il ducato del Friuli, bisognerebbe supporlo fin d'allora capace di governar popoli. Anzi Paolo dice che il re Alboino Gisulfum, UT FERTUR, suum nepotem, VIRUM per omnia idoneum, qui eidem (regi) Strator erat, quem lingua propria Marpahis appellante Forojulianae civitati, et toti regioni illi praeficere statuit. Ma ciò non può sussistere, perchè, per attestato di Romano esarco, che lo aveva veduto co' propri occhi, era assai giovinetto esso Gisolfo nell'anno 590, in juvenili aetate. Adunque giusto sospetto ci è che Paolo non avesse in questo racconto altro fondamento che la tradizion popolare, e sinceramente lo confessa egli stesso con dire ut fertur; e che il primo duca del Friuli fosse Grasolfo, e successivamente lo stesso Gisolfo in quest'anno 590. Dappoichè si furono ritirate dall'Italia le genti del re Childeberto, sapendo il re Autari[3001] quanta autorità avesse in tutto l'imperio franzese, specialmente sopra il cuore d'esso Childeberto suo nipote, Guntranno re della Borgogna, uno dei tre re della Francia, allora regnanti, principe pacifico e di tutta bontà; gli spedì degli ambasciatori per pregarlo della sua mediazione ad ottener la pace. Gli rappresentarono questi la divozione professata in addietro dalla nazion longobarda ai re franchi, co' quali aveano mantenuta sempre una buona intelligenza, senza aver meritato di essere perseguitati da loro: però pregavano che si rimettesse buona amicizia e concordia fra le due nazioni, esibendosi pronti, in qualunque tempo, alla difesa dei Franchi, e che desistessero dall'ajutare un comune nemico, il quale, atterrata l'una nazione, si sarebbe aperto il passo a minacciare e distruggere ancor l'altra. Furono benignamente ascoltati dal re Guntranno, e poscia inviati con qualche sua commendatizia al re Childeberto, al quale con tutta sommessione fecero la medesima rappresentanza. Passò qualche giorno senza che i legati avessero concludenti risposte, quando eccoti arrivarne degli altri, spediti dalla regina Teodelinda colla nuova che il re Autari era morto; i quali pregarono similmente Childeberto di voler concedere la pace ai Longobardi. Childeberto li congedò tutti con delle buone parole e speranze. Fu poi da lì a non molto conchiusa questa pace col successore d'Autari, e da lì innanzi non ebbero molestia alcuna i Longobardi dalla parte dei Franchi: il che servì a renderli animosi, con ridersi eglino dipoi della potenza dei greci imperadori.

In fatti diede fine in quest'anno alla sua vita il re Autari, mentre era in Pavia, nel dì 5 di settembre, per attestato di Paolo Diacono, e corse voce ch'egli morisse di veleno. Ebbe principio in esso mese di settembre l'indizione nona, ed appunto si ha una lettera scritta da s. Gregorio papa[3002] sotto la medesima Indizione, e indirizzata a tutti i vescovi d'Italia, con far lor sapere che il nefandissimo Autarit (questo è il titolo, di cui sono frequentemente ornati i re longobardi e la lor nazione dai Romani, perchè troppe offese ne avevano ricevuto, e tuttavia ne ricevevano. Anche i Goti erano ariani, ma di loro parlavano in altra maniera i Romani, perchè erano sudditi di essi): che Autari, dissi, avea nella prossima passata pasqua vietato il battezzar nella fede cattolica i figliuoli dei Longobardi (ariani), per la qual colpa Iddio lo aveva tolto dal mondo. Paolo Diacono scrive che Autari regnò sei anni; ed essere egli morto nel principio di settembre di quest'anno, adunque dovette egli essere eletto re verso il fine dell'anno 584, come già dicemmo, e non già nello anno 586, come pretese il padre Pagi, che volle seguitar Sigeberto, certamente ingannato sì nel principio che nel fine del governo di Autari. Lo stesso Pagi accordò che in quest'anno esso Autari lasciasse di vivere, nè poi s'avvide che i suoi conti non batteano intorno all'epoca di questo re. Ora bisogna ben che fossero rare le doti e le virtù della regina Teodelinda, benchè di nazion bavarese, perchè non solamente seguitarono i primati longobardi a venerarla ed ubbidirla qual padrona, ma anche le permisero di eleggersi un nuovo marito che fosse degno di reggere il loro regno. Nè diede loro fastidio che Teodelinda professasse la religione cattolica: tanta doveva essere la saviezza, la pietà e la prudenza di questa principessa. Avrebbe ella, credo io, scelto volentieri un principe longobardo cattolico di credenza, se lo avesse trovato, ma niun ve n'era. Però, seguendo il consiglio de' più assennati, mise li occhi sopra Agilolfo duca a di Torino, principe bellicoso, parente del defunto re Autari, di bell'aspetto, di mente attissima a ben governar dei popoli. Fattolo chiamare alla corte, gli andò incontro fino alla terra di Lomello, onde prese il nome il paese della Lomellina, alcune miglia lungi da Pavia. Colà giunto Agilolfo, fece Teodelinda portar da bere, e dopo aver essa bevuta la metà d'una tazza, porse il resto ad Agilolfo, il quale, nel restituirle la tazza, riverentemente le baciò la mano. Allora la regina sorridendo, ma con onesto rossore, gli disse, non essere di dovere ch'egli baciasse la mano a chi dovea baciare la bocca. Ed ammessolo all'altro bacio, gli significò la intenzione sua d'averlo per marito e di farlo re. Che più? Le nozze si celebrarono con gran solennità ed allegria sul principio di novembre, ed Agilolfo cominciò bene ad ajutar la regina consorte nel governo del regno, ma per allora non assunse il titolo di re. Non si sa intendere come Gregorio Turonense[3003] scrivesse, che mentre stavano presso del re Childeberto i legati del re Autari, arrivò la morte d'esso Autari, e che in suo luogo era succeduto Paolo. Di questo Paolo non v'ha memoria alcuna; nè esso è nome longobardico. Molto meno può esso convenire ad Agilolfo, che solamente due mesi, dappoichè era morto Autari, sposò Teodelinda, in guisachè non potè mai, coll'avviso della morte d'Autari, giugnere alla corte di Childeberto la nuova del successore eletto. Meglio informato degli affari de' Longobardi non fu Fredegario[3004] colà, dove scrive che Agone re de' Longobardi, figliuolo del re Autari, prese per moglie Teodelinda di nazione franzese: cioè non seppe che questa principessa in prime nozze era stata moglie del re Autari, e fallò in credere Agone figliuolo d'Autari. Per altro Agilolfo fu anche nomato, per testimonianza di Paolo Diacono, Ago o Agone: il che si vede praticato in questi tempi per altri nomi. In quest'anno Maurizio imperadore dichiarò Augusto e collega nell'imperio Teodosio suo primogenito, nato nell'anno 585. Ciò apparisce dal racconto che fa degli atti di s. Gregorio il Grande Giovanni Diacono[3005].

NOTE:

[2995] Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 1. Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.

[2996] Johannes Diaconus, in Vit. S. Gregor., lib. 1, cap. 40.

[2997] Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 2.

[2998] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 30.

[2999] Du-Chesne, Scriptor. Rer. Franc., tom. 1.

[3000] Paulus Diaconus, lib. 2, cap. 4.

[3001] Greg. Turonensis, lib. 10, cap. 3. Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 34.

[3002] Gregor. Magnus, lib. 1, epist. 17.

[3003] Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 3.

[3004] Fredegarius, in Chron. cap. 34.

[3005] Johann. Diacon., in Vit. S. Greg. M., lib. 1, cap. 40.

Anno di CRISTO DXCI. Indizione IX.

GREGORIO I papa 2. MAURIZIO imperadore 10. AGILOLFO re 1.

L'anno VIII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Egregiamente serve a comprovare che non, come s'ha ne' testi della cronica Alessandrina, si hanno a notare gli anni del consolato di Maurizio Augusto, uno strumento pubblicato dal chiarissimo marchese Scipione Maffei[3006], ed esistente presso di lui. Esso fu scritto in Classe ravennate imp. DN. N. Mauricio Tiberio P. P. Aug. anno nono, post consulatum ejusdem anno octavo, sub die sexto nonarum martiarum, Indictione nona: cioè nell'anno presente. Benchè poi fossero seguite le nozze tra la regina Teodelinda e il duca Agilolfo nel novembre dell'anno precedente, pure la dignità regale non fu conferita ad esso Agilolfo se non nel maggio di quest'anno alla dieta generale de' Longobardi, che si raunò in Milano. Chi scrive ch'egli fu coronato in Milano colla corona ferrea non è assistito da documento, o testimonianza alcuna dell'antichità. Però da questo tempo io comincio a numerar gli anni del suo regno. Fredegario[3007] anche egli mette sotto il presente anno l'assunzione al trono di Agilolfo. La prima applicazione di questo novello re[3008] fu quella di spedire Agnello vescovo di Trento in Francia, ossia in Germania, al re Childeberto, per liberare gl'Italiani condotti colà schiavi dai Franchi: pensiero degno di un re che dee essere padre del suo popolo. Trovò il vescovo che la regina Brunechilde, madre d'esso re, principessa famosa non meno per gli suoi vizii che per le sue virtù, avea riscattato col proprio danaro molti di quegli sventurati, e molti altri, col danaro del re Agilolfo, ne riscattò il vescovo, e tutti li ricondusse in Italia. Fu eziandio mandato dal re Agilolfo per suo ambasciatore alle Gallie Evino duca di Trento, cioè, come si può credere, a Guntranno, re della Borgogna, e a Clotario II suo nipote, re della Neustria, ossia della Francia occidentale, affinchè unitamente s'interponessero per condurre alla pace Childeberto re della Francia orientale, ossia dell'Austrasia, che comandava ad una parte delle Gallie e a buona parte ancora della Germania. Probabilmente venne in questi tempi a morte Atanagildo nipote d'esso Childeberto, già condotto a Costantinopoli, in riguardo del quale, cioè per riaverlo dalle mani de' Greci, avea Childeberto fatta guerra ai Longobardi. Certo non si truova più da lì innanzi memoria di lui nelle storie. Questo impegno dunque cessato, e riflettendosi da Childeberto che non gli tornava il conto ad ingrandire colla rovina dei Longobardi l'imperadore, la cui potenza avrebbe potuto un dì nuocere ai Franchi stessi, con isvegliar le antiche pretensioni, non fu difficile lo stabilir finalmente la pace tra i Franchi e Longobardi: il che servì a maggiormente stabilire il regno longobardico in Italia. Nell'anno addietro, allorchè i Franchi calati in Italia fecero sì aspra guerra, non dirò ai Longobardi, ma alle campagne degl'Italiani, Minolfo duca[3009], cioè governatore della isola di s. Giuliano, s'era gittato in braccio a questi nuovi venuti. In vece di san Giuliano, si ha da leggere s. Giulio, la cui isola tuttavia ritien questo nome nella diocesi di Novara e nel lago d'Omegna. Perchè quel sito era inespugnabile, qualora si fossero ritirate tutte le barche del lago, perciò parve al re Agilolfo che Minolfo non per necessità, ma per codardia o per tradimento si fosse gittato nel partito dei Franchi: perciò gli fece tagliar la testa ad esempio degli altri. Ossia poi che a Gaidolfo, appellato da altri Gandolfo, duca di Bergamo, non fosse piaciuta l'elezione del re Agilolfo, o ch'egli non volesse ubbidirlo, costui si ribellò contra di lui, e fortificossi gagliardamente in essa città. Accorse colà il re, e gli mise tal paura, che l'indusse a chiedere misericordia. Nè la chiese indarno; gli perdonò Agilolfo: ma per sicurezza della di lui fedeltà volle avere e condur seco degli ostaggi. Bisogna poi che costui fosse un cervello ben inquieto, perchè tornò poscia a ribellarsi, e si fortificò nell'isola posta nel lago di Como. Non tardò il re Agilolfo a cavalcare di nuovo per reprimere costui, ed ebbe la fortuna di cacciarlo di colà. Gli furono pagate le spese del viaggio, perchè avendo ivi trovate molte ricchezze, rifugiate dagl'Italiani in quel forte sito, vi mise le mani addosso, e se le portò, senza farsene scrupolo, a Pavia. Ma avendo noi veduto di sopra un simil racconto dell'isola Comacina, ch'è la stessa, può nascere dubbio intorno alle ricchezze ivi trovate, o in quella o pure in questa volta. Seguitò, ciò non ostante, Gaidolfo ad alzare le corna contra del re, confidato nella fortezza di Bergamo; ma Agilolfo il costrinse di nuovo ad umiliarsi: con che tornò, mercè della sua clemenza, a rimetterlo in sua grazia. Anche Ulfari duca di Trivigi uno fu di quelli che si ribellarono al re Agilolfo; ma, assediato in quella città, fu forzato a rendersi prigione. Racconta Paolo che in quest'anno non piovve nel mese di gennajo fino al settembre, e però si fece una misera raccolta. Diedero ancora un gran guasto al territorio di Trento le locuste, cioè le cavallette più grosse delle ordinarie, con divorar le foglie degli alberi e l'erbe dei prati. Ma non toccarono i grani, e nell'anno seguente si provò questo medesimo flagello. A questi mali s'aggiunse una terribil peste, che afflisse specialmente Ravenna e l'Istria; e da una lettera di s. Gregorio Magno[3010] apparisce che questo malore infestava anche la città di Narni.

NOTE:

[3006] Maffei, Ist. Diplom., pag. 165.

[3007] Fredegar., in Chron., cap. 13.

[3008] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 1.

[3009] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 1.

[3010] Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 2.

Anno di CRISTO DXCII. Indizione X.

GREGORIO I papa 3. MAURIZIO imperadore 11. AGILOLFO re 2.

L'anno IX dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Assicurato il suo regno dalla parte dei Franchi colla pace con esso loro stabilita, e depressi gl'interni nemici, volle ancora il re Agilolfo provvedere alla sicurezza sua dalla parte degli Avari, ossia degli Unni o Tartari che dominavano nella Pannonia, e stendevano la lor signoria sopra gli Sclavi, che diedero il nome alla Schiavonia. Era formidabile anche la potenza di quella nazione, e non andrà molto che cominceremo a vederne le funeste pruove in Italia. Con costoro fu conchiuso un trattato di pace e di amistà. Ma non erano terminati i mali umori interni. Romano esarco lavorava sott'acqua, e tanto seppe fare, che con promesse e danari guadagnò Maurizio, ossia Mauricione o Mauritione duca di Perugia[3011], che accettò presidio greco in quella città. Si trovava allora l'esarco in Roma, ed ansioso di mettere il piede in sì riguardevol città, che poteva servirgli di frontiera contra de' Longobardi, si mosse di colà, conducendo seco quanti armati potè; e nel viaggio non solamente se gli diede Perugia, ma egli prese inoltre alcune delle città frapposte, cioè Sutri, Polimarzo, oggidì Bomarzo, Orta, Todi, Ameria, Luceolo, ed altre, di cui lo storico non seppe il nome. Giunsero queste disgustose nuove ad Agilolfo dimorante in Pavia, che ne dovette prontamente scrivere al duca di Spoleti, intanto che egli preparava l'esercito per accorrere in persona a quelle parti. A Faroaldo primo duca di Spoleti, morto, non si sa in qual anno, era succeduto Ariolfo, uomo di gran valore. Io non so come, a chi compilò la vita di s. Gregorio Magno, scappò detto che questo Ariolfo fu duca di Benevento. Dal Baronio poi fu creduto duca de' Longobardi nella Toscana. Certo è ch'egli era duca di Spoleti, e lo attestano Paolo Diacono e l'autore della Cronica Farfense. In questi tempi l'Umbria da alcuni fu riguardata come parte della Toscana. Ora trovandosi egli il più vicino ai paesi caduti in mano del nemico esarco, si mise tosto in armi ed entrò in campagna. Fu preveduto questo colpo dal santo papa Gregorio; e siccome sulla sua vigilanza e prudenza specialmente posava la salute di Roma, ed era alla saggia sua direzione raccomandato il maneggio anche degli affari temporali in tempi sì scabrosi, egli perciò scrisse[3012] a Veloce maestro della milizia, ossia generale d'armata, che intendendosi con Maurilio e Vitaliano, a' quali ancora fece intendere la sua mente, stessero bene attenti ai movimenti del duca di Spoleti, e caso che si inviasse verso Roma o verso Ravenna, gli dessero alla coda. Ciò fu nel mese di giugno, e voce correva che Ariolfo fosse per essere sotto Roma nella festa di san Pietro. Nell'epistola trentesima notifica esso papa ai suddetti Maurilio e Vitaliano, che nel dì 11 quel mese (e non già di gennajo, come hanno alcune edizioni) esso duca Ariolfo gli avea scritta una lettera, di cui loro manda copia, con raccomandare ai medesimi di tenere all'ubbidienza dell'imperadore la città di Soana posta nella Toscana, se pure Ariolfo non gli ha prevenuti, con portar via di là gli ostaggi. Costa poi da un'altra lettera di s. Gregorio[3013], scritta a Giovanni arcivescovo di Ravenna, che Ariolfo arrivò colle sue genti fin sotto Roma, e quivi tagliò a pezzi alcuni, ad altri diede delle ferite: cosa che afflisse cotanto il placido animo dell'ottimo pontefice, che ne cadde malato, assalito da dolori colici. Quel nondimeno che maggiormente pareva a lui intollerabile, era, ch'egli avrebbe avuta maniera d'indurre alla pace i nemici (probabilmente impiegando del danaro, com'era solito in simili frangenti di fare), ma l'esarco Romano non gliel voleva permettere: del che si duol egli forte coll'arcivescovo suddetto. E tanto più, perchè essendo stato rinforzato Ariolfo dalle soldatesche di due altri condottieri di armi, Autari e Nordolfo, difficilmente volea più dar orecchio a trattati di pace. Pertanto il prega che se ha luogo di parlar di tali affari con sì strambo ministro, cerchi di condurlo alla pace, con ricordargli specialmente che s'era levato di Roma il nerbo maggiore delle milizie, per sostenere l'occupata Perugia, come egli deplora altrove[3014], nè vi era restata altra guarnigione che il reggimento teodosiano, così appellato da Teodosio Augusto, figliuolo di Maurizio imperadore, il quale ancora, per essere privo delle sue paghe, stentava ad accomodarsi alla guardia delle mura. Aggiugne che anche Arichi, ossia Arigiso duca di Benevento, il quale era succeduto a Zottone primo duca di quella contrada, instigato da Ariolfo, rotte le capitolazioni precedenti, avea mosse le sue armi contra de' Napoletani, e minacciava quella città.

Non si doveano credere i Longobardi obbligati ad alcun trattato precedente, da che l'esarco sotto la buona fede aveva occupato ad essi Perugia con altre città. Paolo Diacono[3015] parla della morte di Zottone suddetto dopo venti anni di ducato, con dire che in suo luogo succedette Arigiso, mandato colà dal re Agilolfo, e per conseguente o in questo o nel precedente anno, con intendersi da ciò che il ducato beneventano dovette aver principio circa l'anno 571, come pensò il padre Antonio Caracciolo. Era Arigiso nato nel Friuli, avea servito d'ajo a' figliuoli di Gisolfo duca del Friuli, ed era parente del medesimo Gisolfo. Risulta poi dalla suddetta lettera di san Gregorio all'arcivescovo di Ravenna, che la città di Fano era posseduta allora dai Longobardi, e vi si trovavano molti fatti schiavi, per la liberazion de' quali aveva il caritativo papa voluto inviare nel precedente anno una persona con danaro; ma questa non si era arrischiata di passare pel ducato di Spoleti, che divideva Roma da quella città ed era sotto il dominio de' Longobardi. Tuttavia non lasciò Fortunato, vescovo d'essa città, di riscattarli, con aggravarsi di molti debiti per questa santa azione[3016]; e san Gregorio gli concedette dipoi che potesse vendere i vasi sacri delle chiese per pagare i creditori. Quel Severo vescovo scismatico, la cui città era stata bruciata, e per cui l'arcivescovo di Ravenna chiedeva delle limosine a san Gregorio, vien creduto vescovo di Aquileja dal cardinal Baronio[3017] e dal padre Mabillone[3018]. Io il tengo per Severo vescovo d'Ancona, nominato altrove da san Gregorio, giacchè egli dice: Juxta quippe est civitas Fanum: il che non conviene nè a Grado nè ad Aquileja. Nell'edizione di san Gregorio fatta da' padri Benedettini, la lettera sedicesima del libro nono[3019] è ad Serenum anconitanum episcopum. Si ha da leggere ad Severum, apparendo ciò dalla susseguente lettera ottantesima nona[3020]. Dovea questo vescovo, addottrinato dalle disgrazie della sua città, avere abbandonato lo scisma e meritata la grazia di san Gregorio.

NOTE:

[3011] Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 8.

[3012] Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 3, 29 et 30.

[3013] Idem, lib. 2, ep. 46.

[3014] Gregorius M., lib. 5, ep. 40.

[3015] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 19.

[3016] Greg. Magnus, lib. 7, epist. 13.

[3017] Baron., Annal. Eccl.

[3018] Mabill., in Annal. Bened., lib. 8, cap. 37.

[3019] Greg. M., lib. 9, ep. 16, edition. Bened.

[3020] Idem, ibid. epist. 89.

Anno di CRISTO DXCIII. Indizione XI.

GREGORIO I papa 4. MAURIZIO imperadore 12. AGILOLFO re 3.

L'anno X dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Ci fa sapere Paolo Diacono, che irritato forte il re Agilolfo per la perdita di Perugia e dell'altre suddette città, si mosse immediatamente da Pavia con un possente esercito per riacquistare quella città. E però potrebbe essere che appartenesse al precedente anno questo suo sforzo. Ma non parlando punto san Gregorio di Agilolfo nelle lettere scritte in quell'anno, nè essendo molto esatto nell'ordine dei tempi lo storico suddetto, chieggo licenza di poter riferire al presente anno l'avvenimento suddetto. Venne dunque il bellicoso re con grandi forze all'assedio di Perugia, e con tal vigore sollecitò quell'impresa, che tornò alle sue mani essa città, e Maurizio preso pagò colla sua testa il tradimento fatto. Come poi e quando Perugia tornasse in poter dei Romani, nol so. Certo è che vi tornò. Par ben credibile che Agilolfo ricuperasse ancora l'altre città a lui tolte dall'esarco. Nè questo gli bastò. Volle anche tentare Roma stessa: al che non fece mente Paolo Diacono, allorchè scrisse, che dopo la presa di Perugia Agilolfo se ne tornò a Pavia. Racconta il santo pontefice[3021] ch'egli era dietro a spiegare al popolo il capitolo quarantesimo di Ezechiello, allorchè s'intese jam Agilulphum Longobardorum regem, ad obsidionem nostram summopere festinantem, Padum transisse. E che seguissero dipoi dei gran travagli e danni al popolo romano, si raccoglie da quanto seguita appresso a dire il medesimo san Gregorio[3022]: Ubique luctus aspicimus. Ubique gemitus audivimus; destructae urbes, eversa sunt castra, depopulati sunt agri, in solitudinem terra redacta est. Alios in captivitatem duci, alios detruncari, alios interfici videmus. Aggiugne più sotto[3023]: Nemo autem me reprehendat, si post hanc locutionem cessavero, quia, sicut omnes cernitis, nostrae tribulationes excreverunt. Undique gladio circumfusi sumus, undique imminens mortis periculum timemus. Alti detruncatis ad nos manibus redeunt; alii captivi, alii interemti ad nos nuntiantur. Jam cogor linguam ab expositione retinere. E queste parole son quelle che fecero dire a Paolo Diacono[3024], il qual sembra discorde da sè medesimo, essere rimasto sì atterrito il beato Gregorio papa dall'arrivo del re Agilolfo, che cessò dal proseguire la spiegazion del testo di Ezechiello. Crede il cardinal Baronio che questi guai di Roma succedessero nell'anno 595, quando tutte le apparenze sono che molto prima arrivasse un sì atroce flagello addosso a quella città. Ed è fuor di dubbio che Roma, tuttochè guernita d'un debolissimo presidio, valorosamente si difese in quelle strettezze, di modo che il re Agilolfo, scorgendo la difficoltà dell'impresa, fors'anche segretamente commosso dalle preghiere e dai regali, che a tempo opportuno soleva impiegare per bene del suo popolo il generoso papa Gregorio, si ritirò da quei contorni, e dopo tanti danni inferiti lasciò in pace i Romani. Mancò di vita in quest'anno uno dei re franchi, cioè Guntranno re della Borgogna, principe per la pietà e per altre virtù assai commendato. Perchè in questi tempi non si durava gran fatica a canonizzare gli uomini, e specialmente i principi dabbene per santi, però anche a lui toccò d'essere messo in quel ruolo. Morì senza figliuoli, e lasciò tutti i suoi stati al re di Austrasia Childeberto, la cui potenza con una sì gran giunta divenne formidabile. E buon pei Longobardi che neppur egli sopravvivesse di molto a questo suo zio.

NOTE:

[3021] Gregor. M., Praefat. lib. 2, in Ezechi.

[3022] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 8.

[3023] Greg. M., Homil. 6, lib. 2.

[3024] Idem, lib. 2, Homil. ultim.

Anno di CRISTO DXCIV. Indizione XII.

GREGORIO I papa 5. MAURIZIO imperadore 13. AGILOLFO re 4.

L'anno XI dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Credesi che nell'anno precedente san Gregorio papa prendesse a scrivere i suoi Dialoghi; ma c'è anche motivo di giudicare che ciò succedesse nell'anno presente, scrivendo egli[3025] che cinque anni prima era seguita la fiera innondazione del Tevere. Manteneva intanto il santo pontefice buona corrispondenza con Teodelinda regina dei Longobardi, principessa piissima e bene attaccata alla religione cattolica: il che giovò non poco per rendere il re Agilolfo suo consorte, benchè ariano, ben affetto e favorevole ai Cattolici stessi, e servì in fine, siccome diremo, ad abbracciare la stessa fede cattolica, se pur sussiste ciò che ne lasciò scritto Paolo Diacono. Era stato eletto arcivescovo di Milano Costanzo; e perchè si sparse voce ch'egli avesse condannati i tre capitoli del concilio calcedonense, ed accettato il concilio quinto, tre vescovi suoi suffraganei, fra' quali specialmente quello di Brescia, non solamente si separarono dalla di lui comunione, ma eziandio indussero la regina a fare lo stesso. Restano due lettere scritte da san Gregorio[3026] alla medesima regina, nelle quali si duole ch'ella si sia lasciata sedurre, quasi la dottrina del concilio calcedonense, principalmente sostenuta dalla Chiesa romana, avesse patito alcun detrimento per le persone condannate dipoi nel quinto concilio generale. Da altre lettere del medesimo papa pare che si raccolga essersi Teodelinda umilmente accomodata alle di lui esortazioni. Ma veggasi all'anno 604. Abbiamo anche da Paolo Diacono[3027] che a questa buona principessa san Gregorio, non si sa quando, inviò in dono i Dialoghi suddetti. Una delle maggiori premure, che circa questi tempi nudriva l'infaticabil pontefice, era quella di stabilir la pace coi Longobardi. A così lodevol pensiero chi s'opponesse lo vedremo nell'anno seguente, contuttochè io non lasci di sospettare che possa tal pace appartenere all'anno presente, non essendo noi certi che tutte le lettere di san Gregorio papa sieno disposte con ordine esattissimo di tempo. Comunque sia, in una lettera scritta da esso papa sotto l'indizione duodecima, cioè sotto quest'anno, al sopra citato Costanzo arcivescovo di Milano, si vede che il ringrazia delle nuove dategli del re Agone (così ancora veniva chiamato, siccome già accennai, il re Agilolfo) e dei re de' Franchi, e desidera d'essere informato di tutto altro che possa accadere. Dice in fine una particolarità degna d'attenzione nelle seguenti parole, cioè: Se vedrete che Agone re de' Longobardi non possa accordarsi col patrizio (ossia con Romano esarco), fategli sapere che si prometta meglio di me, perchè son pronto a spendere, s'egli vorrà consentire in qualche partito vantaggioso al romano imperio. Desiderava Gregorio che seguisse la pace generale, e perchè ciò venisse effettuato, si esibiva a pagare; e quando poi non si potesse concludere questa general pace, proponeva di farla almeno col ducato romano, per non vedere più esposto alle miserie della guerra il popolo, ch'egli più degli altri era tenuto ad amare. Sono di parere i padri Benedettini, nella edizione di san Gregorio, che a quest'anno appartenga una lettera del medesimo santo papa[3028] scritta a Sabiniano suo apocrisario, ossia nunzio alla corte di Costantinopoli, con ordinargli di dire ai serenissimi nostri padroni, che se Gregorio lor servo si fosse voluto mischiare nella morte dei Longobardi, oggidì la nazione longobarda non avrebbe nè re, nè duchi, nè conti, e si troverebbe in una somma confusione. Ma perchè egli ha timore di Dio, teme di mischiarsi nella morte di chicchessia. Parole degne d'attenzione, per conoscere sempre più la santità di Gregorio, e qual fosse il governo de' Longobardi, del quale parleremo in altro luogo. Era imputato il santo pontefice d'aver fatto morire in carcere Malco vescovo longobardo, oppure di qualche città suggetta ai Longobardi; e però si giustificò colle suddette espressioni.

NOTE:

[3025] Gregor. Magnus, Dialog., lib. 3, cap. 19.

[3026] Idem, lib. 4, ep. 4, et 38.

[3027] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 5.

[3028] Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 47.

Anno di CRISTO DXCV. Indizione XIII.

GREGORIO I papa 6. MAURIZIO imperadore 14. AGILOLFO re 5.

L'anno XII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Non cessava il santo pontefice Gregorio di far delle premure perchè si venisse ad una pace fra l'imperio e i Longobardi, sì perchè avea troppo in orrore gl'infiniti disordini prodotti dalla guerra, e sì perchè toccava con mano la debolezza dell'imperio stesso, che non poteva se non perdere continuando la discordia. Ora egli a tal fine scrisse in questo anno a Severo, scolastico (cioè consultore) dell'esarco[3029], con fargli sapere che Agilolfo re de' Longobardi non ricusava di fare una pace generale, purchè l'esarco volesse emendare i danni a lui dati, prima che fosse venuta l'ultima rottura, esibendosi anch'egli pronto a fare lo stesso, se i suoi nel tempo della pace aveano danneggiato le terre dell'imperio. Però il prega di adoperarsi, acciocchè l'esarco acconsenta alla pace; che per altro Agilolfo si mostrava anche disposto a stabilirla coi soli Romani. Oltre a ciò, avvertisce l'esarco che varii luoghi ed isole erano in pericolo manifesto di perdersi; e però s'affrettasse ad abbracciar la proposta concordia, per poter avere un po' di quiete, e mettersi intanto in forze da poter meglio resistere. Ma l'esarco Romano era della razza di coloro che antepongono il proprio vantaggio a quello del pubblico. Se la guerra recava immensi mali alla misera Italia, fruttava ben di molti guadagni alla borsa sua. E perciò non solamente abborriva la pace, ma giunse infino a caricar di calunnie il santo pontefice alla corte, in maniera che circa il mese di giugno Maurizio Augusto scrivendo ad esso papa e ad altri delle lettere, il trattò da uomo semplice e poco accorto, quasichè si lasciasse burlare da Ariolfo duca di Spoleti con varie lusinghe di pace, ed avesse rappresentato alla corte o all'esarco delle cose insussistenti. Chi legge la lettera scritta in questo proposito dall'incomparabil pontefice, non può di meno di non ammirare e benedire la singolar sua umiltà e la destrezza, con cui seppe sostenere il suo decoro, e nello stesso tempo non mancar di rispetto a chi era principe temporale di Roma. Duolsi egli, fra l'altre cose, che sia stata rotta dagli uffiziali cesarei la pace da lui stabilita coi Longobardi della Toscana, mercè dell'occupazion di Perugia: poscia dopo la rottura, che sieno stati levati di Roma i soldati ivi soliti a stare di presidio, per guernire Narni e Perugia, lasciando in tal guisa abbandonata ed esposta a pericoli di perdersi quell'augusta città. Aggiugne essere stata la piaga maggiore l'arrivo di Agilolfo, perchè si videro tanti miseri Romani legati con funi al collo a guisa di cani, e condotti a vendere in Francia, dove dovea praticarsi un gran mercato di schiavi, benchè cristiani. Tali parole fecero credere al Sigonio[3030] che l'assedio di Roma fatto da Agilolfo s'abbia da riferire all'anno precedente 594, e non è dispregevole la di lui conghiettura, quantunque a me sembri più probabile che quel fatto succedesse prima. Si lagna ancora il buon papa che dopo essere i Romani scampati da quel fiero turbine, si voglia ancora crederli colpevoli per la scarsezza del frumento, in cui si trovava allora la città, quando s'era già rappresentato alla corte che non si potea lungo tempo conservare in Roma una gran provvisione di grano. E sofferiva bene esso papa con pazienza tante contrarietà; ma non sapeva già digerire che gli Augusti padroni fossero in collera contra di Gregorio prefetto di Roma, e di Castorio generale delle milizie, che pure aveano fatto de' miracoli nella difesa della città.

Di questo passo andavano allora gli affari d'Italia con un principe che vendeva le cariche, che credeva più ai cattivi che ai buoni consiglieri, e sceglieva ministri malvagi, i quali venivano in Italia, non per far del bene ai popoli, ma per ismugnere il loro sangue. Di questo ne abbiam la testimonianza dello stesso san Gregorio in una lettera scritta a Costantina Augusta moglie dell'imperadore Maurizio[3031], dove le significa d'aver convertito alla fede molti gentili che erano nell'isola di Sardegna, e scoperto in tal congiuntura che costoro pagavano dianzi un tanto al governatore per aver licenza di sagrificare agl'idoli; e che anche dopo la lor conversione seguitava il governatore a voler che pagassero. Ripreso dal vescovo per tale avania, avea risposto d'aver promesso alla corte tanto danaro per ottener quella carica, e che neppur questo bastava per soddisfare al suo impegno. Nella Corsica poi tante erano le gravezze, che gli abitanti per pagarle erano costretti fino a vendere i proprii figliuoli, di maniera che moltissimi, i quali possedevano beni in quell'isola, erano forzati a ricoverarsi sotto il dominio della nefandissima nazion dei Longobardi, la quale dovea trattar meglio i sudditi suoi, e superava nel buon governo i Greci. Così in Sicilia eravi un esattore imperiale per nome Stefano, che senza processo confiscava a più non posso i beni di que' possidenti. Peggio nondimeno che gli altri operava Romano patrizio, esarco di Ravenna. Con tutta la sua umiltà e pazienza il santo pontefice Gregorio non potè di meno di non accennare a Sebastiano vescovo del Sirmio[3032], amico d'esso esarco, le oppressioni che Roma pativa per l'iniquità di costui. Breviter dico (sono sue parole) quia ejus in nos malitia gladios Longobardorum vicit, ita ut benigniores videantur hostes, qui nos interimunt, quam reipublicae judices, qui nos malitia sua, rapinis atque fallaciis in cogitatione consumunt. Eppure i soli Longobardi erano trattati da nefandissimi. Venne a morte in quest'anno Giovanni arcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu eletto Mariniano, a cui papa Gregorio concedette il pallio. Rapporta eziandio Girolamo Rossi[3033] una bolla di papa Gregorio, confirmatoria de' privilegii della chiesa ravennate; ma che contien troppe difficultà per crederla vera. Il cardinal Baronio[3034] ne ha mostrata la falsità. Passò ancora a miglior vita san Gregorio vescovo Turonense, insigne storico delle Gallie. Circa questi tempi fu creato duca di Baviera Tassilone da Childeberto re dell'Austrasia. Egli è chiamato re della Baviera da Paolo Diacono[3035] e da Sigeberto[3036] copiatore d'esso Paolo. Ma niun d'essi e niuna delle memorie antiche ci fa sapere cosa divenisse di Garibaldo duca o re d'essa Baviera, padre, siccome dicemmo, di Teodelinda regina de' Longobardi. Credesi che egli terminasse il corso de' suoi giorni, oppure che Childeberto sovrano della Baviera, a cagion dell'alleanza da lui contratta per via del matrimonio suddetto coi re longobardi, e da lui mal veduta, gli movesse guerra e il deponesse. Si sa ch'egli ebbe un figliuolo per nome Gundoaldo, che venne in Italia colla sorella Teodelinda, e questi, per attestato di Fredegario[3037], si accasò con una donna nobile di nazion longobarda, e n'ebbe de' figliuoli. Avremo occasione di parlare di questi principi più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che in questi tempi l'umile pontefice romano ebbe da combattere colla superbia di Giovanni il Digiunatore, patriarca di Costantinopoli, il quale voleva attribuirsi il titolo di vescovo ecumenico ossia universale. A questa usurpazione egli si oppose con tutta forza e mansuetudine. Ne scrisse a lui[3038], all'imperadore, e a Costantina imperadrice, dolendosi specialmente con quest'ultima, perchè si permettesse che fosse maltrattata la Chiesa romana, capo di tutte. Dice, fra le altre cose, in essa lettera, essere già ventisett'anni che i Romani viveano fra le spade dei Longobardi (prendendo le afflizioni dell'Italia dall'anno 568, in cui i Longobardi vi entrarono), e che la Chiesa romana avea fatto e faceva di grandi spese della propria borsa per regalare essi Longobardi, e salvare con tal mezzo il suo popolo: di modo che siccome l'imperadore teneva in Ravenna il suo tesoriere e spenditore per pagare l'esercito, così esso papa era divenuto spenditore in Roma, con impiegar nello stesso tempo le sue rendite in mantenimento del clero, de' monisteri e de' poveri, e in placare essi Longobardi. Contuttociò si vedeva questa deformità, che la Chiesa romana era astretta a sofferir tali strapazzi dall'ambizion del vescovo di Costantinopoli. Ma Giovanni digiunatore finì in quest'anno medesimo la lite col fine della sua vita: uomo per altro dipinto dai Greci per prelato di virtù cospicue, per le quali fu poi da essi messo nel ruolo dei santi.

NOTE:

[3029] Gregor. Magnus, lib. 5, ep. 36.

[3030] Sigon., de Regn. Ital., lib. 1.

[3031] Greg. Magnus, lib. 5, ep. 41.

[3032] Greg. Magnus, ep. 42.

[3033] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 4.

[3034] Baronal. An. Eccl.

[3035] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 7.

[3036] Sigebertus, in Chron.

[3037] Fredegar., in Chron., cap. 34.

[3038] Gregor. Magnus, lib. 5, epist. 21.

Anno di CRISTO DXCVI. Indizione XIV.

GREGORIO I papa 7. MAURIZIO imperadore 15. AGILOLFO re 6.

L'anno XIII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Si andava tuttavia maneggiando l'affare della pace tra il re Agilolfo e l'esarco di Ravenna. Ma perciocchè non mancavano persone che per privati riguardi attraversavano il pubblico bene, s. Gregorio[3039] diede incumbenza a Castorio suo notaio residente in Ravenna di sollecitar questo aggiustamento, senza il quale soprastavano dei gravi pericoli a Roma stessa e a diverse isole. Ma in Ravenna da gente maligna fu di notte attaccato alle colonne un cartello in discredito, non solo del suddetto Castorio, ma del medesimo papa, quasichè per fini storti amendue promovessero l'affare di essa pace. S. Gregorio ne scrisse a Mariniano arcivescovo, al clero, ai nobili, ai soldati e al popolo di quella città, con ordinare che pubblicassero la scomunica contra gli autori d'esso cartello. Nella Campania dovette esser guerra in questo anno, ed in essa furono presi molti Napoletani dai Longobardi. Non fu pigro il pietoso cuore del pontefice romano a scrivere tosto ad Antemio suddiacono, suo agente in Napoli[3040], con inviargli una buona somma di danaro per riscattare chiunque non avea tanto da potere ricuperare la libertà. In quest'anno ancora l'infaticabil papa prese la gloriosa risoluzione di spedire in Inghilterra s. Agostino monaco del monistero di s. Andrea di Roma, con altri compagni, a fin di convertire alla fede di Cristo gli Anglo-Sassoni, Barbari che da gran tempo aveano occupata la maggior parte della Bretagna maggiore. Questa memorabil impresa è una di quelle, per le quali il santo pontefice specialmente si acquistò il titolo di grande, e quello ancora di apostolo dell'Inghilterra, titolo parimente dato al medesimo Agostino, che fu creato primo arcivescovo di Cantuaria, e fece delle maraviglie per ridurre que' popoli alla greggia di Cristo. Riferisce Beda[3041] una lettera di s. Gregorio papa, rapportata anche da Gotselino[3042] nella vita del suddetto s. Agostino, e scritta die X kalendas augusti, imperante D. N. Mauricio Tiberio piissimo Augusto, anno XIV post consulatum ejusdem domini nostri anno XIII, Indictione XIV. Leggonsi le medesime note cronologiche in un'altra lettera del medesimo papa ad Eterio vescovo, oppure a Virgilio vescovo, o ad altri (il che poco importa), riferita dal medesimo Gotselino. Ora queste indicano precisamente il presente anno, perchè nel dì 25 luglio dell'anno 596 correva tuttavia l'anno quattordicesimo dell'imperio di Maurizio, e l'indizione quattordicesima. E perciocchè in questo tempo concorre l'anno decimoterzo dopo il consolato di esso Augusto, si viene a conoscere aver io fondatamente messo il consolato di Maurizio nell'anno 583, contro il parere del padre Pagi. Seguì nell'anno presente la morte ben frettolosa di Childeberto II, potentissimo re dell'Austrasia e della Borgogna, che avea recato tanti fastidii ai Longobardi e tanti danni alla Italia. Non avea più di venticinque o ventisei anni d'età; ed essendo pur morta nello stesso giorno, o poco dopo, la regina Faileuba sua moglie, fu creduto che amendue fossero portati via dal veleno; ed alcuni scrittori moderni ne han fatto cadere il sospetto sopra la regina Brunechilde sua madre, principessa che nulla trascurò per regnare. Ma nulla di ciò dicendone gli antichi, niun fondamento v'ha di questa diceria. Lasciò due figliuoli piccioli, Teodeberto re dell'Austrasia, e Teoderico re della Borgogna. Abbiamo da Paolo Diacono[3043] che il re Agilolfo mandò, non si sa in qual anno, ambasciatori ad esso re Teoderico, o, per dir meglio, alla suddetta regina Brunechilde, che come tutrice de' nipoti governava gli stati, e stabilì una pace perpetua con esso. Racconta il medesimo storico che circa questi tempi si videro per la prima volta in Italia de' cavalli selvatici e de' bufali, che erano riguardati per maraviglia dagl'Italiani. E perciocchè Romano esarco era pertinace in non voler la pace, apprendiamo da una lettera di san Gregorio[3044] ad Eulogio patriarca d'Alessandria, che i Romani pagavano la pena dell'iniquità di costui, scrivendo egli con sommo dolore, che non passava giorno senza qualche saccheggio, o morti, o ferite di quel popolo a cagion della guerra coi Longobardi. Da un'altra lettera del medesimo santo pontefice, scritta a Teottista patrizia[3045], ricaviamo che in questo anno essi Longobardi condotti o spediti da Arichi, ossia da Arigiso duca di Benevento, presero la città di Crotone, oggidì Cotrone nella Calabria ulteriore, e condussero via schiavi molti uomini e donne, pel riscatto dei quali si affaticò la non mai stanca carità di questo inclito papa. Non apparisce che i Longobardi si mantenessero in quella città, troppo esposta alle forze marittime de' Greci.

NOTE:

[3039] Gregor. Magnus, lib. 6, ep. 30 et 31.

[3040] Idem, ib., ep. 35.

[3041] Beda, Hist. Angl., lib. I, cap 23.

[3042] Gotselinus, in Vita S. August. Cantuar. n. 7 et 8.

[3043] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 11 et 14.

[3044] Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 60.

[3045] Idem, lib. 7, ep. 26.

Anno di CRISTO DXCVII. Indizione XV.

GREGORIO I papa 8. MAURIZIO imperadore 16. AGILOLFO re 7.

L'anno XIV dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Siam qui abbandonati dalla storia, senza sapere qual fatto rilevante accadesse in quest'anno in Italia, a riserva delle azioni di s. Gregorio magno papa nel governo della Chiesa di Dio, che si possono leggere presso il cardinal Baronio e nella vita scrittane dai monaci Benedettini di s. Mauro. Certo durava tuttavia la guerra fra i Longobardi e i sudditi del romano imperio; ed essendo sì confusi i confini delle due diverse giurisdizioni, facile è che succedessero delle ostilità fra le due parti. Avevano i Greci mantenuto fin qui il loro dominio, non solamente nell'esarcato di Ravenna e nel ducato romano, ma ancora in Cremona, in Padova ed in altre città, massimamente marittime, ed anche Mantova era tornata alle loro mani. Non si sa intendere come i Longobardi più poderosi de' Greci non formassero l'assedio o il blocco di tali città che cotanto s'internavano ne' loro stati. Ma forse non istettero colle mani alla cintola, e noi solamente per mancanza di memorie, delle quali era privo anche Paolo Diacono, non abbiam contezza degli avvenimenti d'allora. Si crede nondimeno che san Gregorio papa in inscrivendo a Gennadio patrizio ed esarco dell'Africa[3046], gli raccomandasse in quest'anno di vegliare alla sicurezza dell'isola di Corsica, sottoposta al governatore dell'Africa, perchè temeva di uno sbarco dei Longobardi in quell'isola e nella vicina Sardegna, come in fatti da lì a non molto accadde. Abbiamo poi da Teofilatto[3047] che verisimilmente nell'anno presente caduto infermo Maurizio Augusto, fece testamento, in cui lasciò l'imperio d'Oriente a Teodosio Augusto, il maggiore de' suoi figliuoli, e l'Italia colle isole adiacenti a Tiberio suo figliuolo minore. Egli poi si riebbe da quel malore. Quanto meglio avrebbe egli operato se avesse inviato in Italia questo suo secondogenito! Sarebbe stata in salvo la di lui vita: e forse la presenza di questo principe avrebbe rimesso in migliore stato gli affari d'Italia. Non so dire se intorno a questi tempi terminasse i suoi giorni in Ravenna Romano patrizio ed esarco, uomo nemico della pace, e che pescava meglio nel torbido. Pare che si possa ricavare da un'epistola di s. Gregorio[3048], che venisse in quest'anno a Ravenna Callinico suo successore, personaggio di massime più diritte e più riverente verso il santo pontefice Gregorio. Certo è solamente che esso esarco si trova in Ravenna nell'anno 599. Negli Atti de' santi[3049], raccolti ed illustrati dal padre Bollando e da' suoi successori della Compagnia di Gesù, abbiamo la vita di s. Ceteo vescovo di Amiterno, città florida una volta, ed oggidì distrutta, dalle cui rovine nacque la moderna città dell'Aquila, distante cinque miglia di là. Ivi è detto ch'egli era vescovo di quella città ai tempi di s. Gregorio il grande e di Faroaldo duca di Spoleti, nel cui ducato era compreso Amiterno. Furono deputati al governo di essa terra due Longobardi ariani, come erano i più di questa nazione, chiamati Alais ed Umbolo. Per la lor crudeltà Ceteo vescovo se ne fuggì a Roma, e fu a trovare il santo papa Gregorio. Richiamato dal popolo alla sua residenza, godeva egli quiete e pace, quando Alais inviperito contro del compagno, mandò segretamente a Veriliano conte d'Orta, città che doveva essere allora in poter dei Greci, acciocchè venisse una notte alla distruzion di Amiterno. Andarono gli Ortani; ma scoperto a tempo il lor tentativo, furono ripulsati. Alais restò convinto del tradimento, e perchè il vescovo Ceteo volle salvargli la vita, fu preteso complice, e però barbaramente gittato nel fiume Pescara ivi si annegò, e ne fu poi fatto un martire. In quella leggenda v'ha delle frottole: contuttociò non è da disprezzare il racconto suddetto.

NOTE:

[3046] Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 3.

[3047] Theophilact. l. 8, cap. 11.

[3048] Greg. Magnus, lib. 7, ep. 29.

[3049] Acta Sanctorum Bolland. ad diem 13 junii.

Anno di CRISTO DXCVIII. Indizione I.

GREGORIO I papa 9. MAURIZIO imperadore 17. AGILOLFO re 8.

L'anno XV dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Da una lettera[3050] scritta in questo anno da s. Gregorio ad Agnello vescovo di Terracina, si ricava, che tuttavia restavano in quella città delle reliquie del paganesimo, le quali il santo papa procurò di schiantare. A questo fine si raccomandò ancora a Mauro visconte d'essa città, acciocchè assistesse col braccio secolare alle diligenze del vescovo. Ordinò nello stesso tempo che niuno fosse esentato dal far le guardie alla città: al che ne' bisogni erano tenuti anche gli ecclesiastici; e che neppure i monaci godessero esenzione da questo peso, si raccoglie da un'altra lettera dello stesso pontefice[3051]. Questo ci fa vedere che continuasse la guerra, e fin dove arrivassero in questi tempi le scorrerie dei Longobardi. Riconosce egli dipoi[3052] l'essersi da tanto tempo preservata essa città dal cadere in mano de' nemici suddetti dalla protezion del principe degli apostoli s. Pietro, giacchè quella città si trovava allora senza gran popolo e senza guarnigione, almen sufficiente, di soldati. Il nome di visconte, che abbiam veduto poco fa, vuol che io ricordi qui come in questi secoli era in uso, e questo durò molti secoli dipoi, che i governatori d'una città erano appellati comites, conti. Aveano questi il loro luogotenente, chiamato perciò vicecomes, che nella lingua volgare italiana passò in viceconte, e finalmente in visconte. Dalle parole di s. Gregorio sovraccitate si raccoglie che nelle città tuttavia soggette all'imperio vi doveva essere il visconte, e per conseguenza il conte. Lo stesso si praticava in Francia. Veramente i Longobardi soleano chiamar giudici i governatori delle loro città, come consta dalle lor leggi. Contuttociò talvolta ancora questi giudici portano il nome di conte. L'ordinario poi significato del titolo di duca competeva a quei solamente che comandavano a qualche provincia, ed avevano sotto di sè più conti. Trovansi nondimeno duchi d'una sola città. Ma di queste cose ho io abbastanza trattato nelle Antichità estensi[3053] e nelle Antichità italiane[3054]. Quello ancora ch'è da notare, non era per anche nato in questi tempi il titolo di marchese; e però la bolla che il Rossi, per quanto accennai di sopra, riferisce data da s. Gregorio a Mariniano arcivescovo in Ravenna, si scuopre falsa al vedere fatta ivi menzione dei marchesi, nome nato circa due secoli dipoi. Penso io che al presente anno appartenga la notizia di uno sbarco fatto dai Longobardi nell'isola di Sardegna, di cui siam debitori ad una lettera di san Gregorio[3055], scritta ne' primi mesi della Indizione seconda, cominciata nel settembre di quest'anno. L'aveva già preveduto il buon pontefice, senza lasciare di portarne per tempo colà l'avviso, acciocchè si facesse buona guardia, ma non gli fu creduto nè ubbidito. Ora colla presente lettera, scritta a Gennaro vescovo di Cagliari, significa che finalmente era riuscito all'abbate Probo, inviato da esso papa al re Agilolfo, d'intavolar la pace. Ma perchè ci voleva del tempo, prima che ne fossero sottoscritte le capitolazioni da tutte e due le parti, perciò lo esorta ad ordinar una miglior guardia delle mura e ne' siti pericolosi, affinchè non venga voglia ai nemici di tornare in questo mentre a visitarli. Convien poi credere che nascesse qualche difficoltà, per cui paresse intorbidata la speranza d'essa pace; perciocchè da lì a poco (se pure non v'ha sbaglio nell'ordine e nella distribuzion delle lettere di s. Gregorio) torna egli a scriver al medesimo vescovo[3056], che finita questa pace Agilolfo re de' Longobardi non farà la pace: parole scure all'intendimento nostro. Forse era seguita una tregua, e si temeva che terminata questa non vi avesse da essere pace. Pertanto gl'inculca la necessità di stare all'erta, e di fortificare e provvedere di viveri più che mai la città di Cagliari e gli altri luoghi della Sardegna, per deludere gl'insulti de' nemici. Così il santo pontefice, indefesso in accudire anche alla difesa delle terre lontane dello imperio romano pel suo nobil genio, ed eziandio, come si può credere, perchè Maurizio Augusto gli avea data la incumbenza di vegliare e soprintendere ai suoi affari per tutta l'Italia.

NOTE:

[3050] Greg. Magnus, lib. 8, ep. 18.

[3051] Idem, lib. 9, ep. 73.

[3052] Idem, lib. 8, ep. 22.

[3053] Antichità Estensi, cap. 1, part. 1.

[3054] Antiq. Italic., Dissert. VIII.

[3055] Greg. Magnus, lib. 9, ep. 4.

[3056] Gregor. Magnus, lib. 9, ep. 6.

Anno di CRISTO DXCIX. Indizione II.

GREGORIO I papa 10. MAURIZIO imperadore 18. AGILOLFO re 9.

L'anno XVI dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Finalmente in quest'anno fu conchiusa la pace fra il re Agilolfo e Callinico, esarco di Ravenna. Ne fa menzione Paolo Diacono[3057], e l'anno si ricava dalle lettere scritte sotto la presente indizione seconda da san Gregorio papa[3058], non solo alla cattolica regina Teodelinda, ma anco ad esso re Agilolfo, forse tuttavia ariano; non apparendo ch'egli avesse peranche abbracciata la religion cattolica. Ringrazia dunque Agilolfo della pace fatta, il prega di ordinare ai suoi duchi che la osservino e non cerchino dei pretesti per guastarla. Il saluta ancora con paterna carità: parole che paiono indirizzate ad un re cattolico, ma che sembrano poi non accordarsi coll'altre che egli soggiugne alla regina. Perciocchè dopo averla ringraziata dell'efficace mano che ella aveva avuta per condurre alla pace il regal consorte, l'esorta, ut apud excellentissimum conjugem vestrum ita agatis, quatenus christianae reipublicae societatem non rejiciat. Nam sicut ei vos scire credimus, multis modis est utile, si se ad ejus amicitias conferre voluerit. Queste parole paiono significare, desiderarsi dal papa una lega dei Longobardi coll'imperadore; ma può anche sospettarsi desiderio nel pontefice che la regina s'ingegni di tirare il marito al cattolicismo: il che per molte cagioni gli sarebbe riuscito di profitto, perchè certo tanti Cattolici suoi sudditi non miravano di buon occhio un principe ariano, e molto meno i Cattolici non suoi sudditi. Anche secondo l'umana politica sarebbe tornato il conto ad Agilolfo l'unirsi colla Chiesa cattolica; e questo punto l'intese bene Clodoveo il grande re de' Franchi e Recaredo re dei Visigoti, principi che abbracciarono la fede cattolica romana, e meglio con ciò si stabilirono nei loro regni. E che così facesse anche il re Agilolfo l'abbiamo da Paolo Diacono[3059], là dove scrive ch'egli mosso dalle salutevoli preghiere della regina Teodelinda, catholicam fidem tenuit, et multas possessiones Ecclesiae Christi largitus est, atque episcopos, qui in depressione et abjectione erant, ad dignitatis solitae honorem reduxit. Ma ciò dovette seguire più tardi, siccome vedremo più abbasso. Intanto certa cosa è che il re Agilolfo, cattolico o ariano che si fosse in questi tempi, non inquietava punto per conto della religione i Cattolici, e lasciava tutta la convenevole libertà ai vescovi di esercitare il sacro lor ministero, di comunicare colla santa sede, e di passare, occorrendo bisogni ecclesiastici, a Roma e a Ravenna, tuttochè città nemiche. In somma s'egli non avea per anche abjurato l'arianismo, almeno per le premure di Teodelinda piissima e cattolica regina, amorevolmente trattava i professori del cattolicismo. Non so io poi intendere come san Gregorio dopo avere scritte le lettere suddette, in una altra indirizzata ad Eulogio patriarca[3060], sotto la stessa Indizione II, gli dica di trovarsi oppresso dai dolori della podagra e dalle spade dei Longobardi. Se la pace era fatta, come poi lagnarsi della guerra che suppone fatta dai Longobardi ai Romani? Ciò mi fa dubitare se a questa lettera sia stato assegnato il suo convenevol sito. Ma è ben degna di attenzione un'altra lettera scritta da questo glorioso pontefice a Teodoro curator di Ravenna[3061], ministro che cooperato avea non poco alla conclusion della pace. Gli fa dunque sapere che Ariolfo duca di Spoleti non avea voluto sottoscrivere la pace puramente, come il re Agilolfo avea fatto, con avervi apposto due condizioni, cioè ch'egli l'accettava, purchè dalla parte dei Romani non si commettesse in avvenire eccesso alcuno contra de' Longobardi, nè potessero i Romani far guerra ad Arichi, ossia Arigiso duca di Benevento, confinante col ducato di Spoleti e collegato di esso Ariolfo. Nell'edizione di san Gregorio è scritto Arogis, ma si ha da scrivere Arigis.

Questa maniera di giurar la pace con tali riserve comparve a san Gregorio insidiosa e furbesca, affinchè restasse aperto l'adito a nuove rotture, non mancando mai pretesti per far guerra a chi ha in odio la pace. E tanto più trovava egli delle magagne in questo aggiustamento, perchè Varnilfrida (forse moglie d'esso Ariolfo, non parendo questo un nome di maschio, che sarebbe stato Varnilfrido) non l'avea voluto sottoscrivere. Aggiunge che gli uomini mandati dal re Agilolfo a Roma esigevano che dal medesimo papa fossero sottoscritti i capitoli della suddetta pace: segno della considerazione e stima che quel re avea del romano pontefice, oppure che, non fidandosi dei Romani, esigesse per sigurtà lo stesso pontefice. Ma san Gregorio abborriva di farlo, sì perchè gli erano state riferite da Basilio, uomo chiarissimo, delle parole ingiuriose proferite da esso re contra della sede apostolica, e dello stesso papa Gregorio, benchè Agilolfo negasse a spada tratta di averle dette; e sì ancora, perchè se mai si fosse mancato da lì innanzi contro i patti, egli non voleva averne da render conto, premendogli di non disgustare un principe, di cui avea troppo bisogno pel governo di tante chiese poste sotto il di lui dominio. Però si raccomanda affin d'essere esentato da quella sottoscrizione. Stendeva in addietro il vescovo di Torino la sua giurisdizione nella valle di Morienna e di Susa. Furono occupati questi paesi da Guntranno re di Borgogna, allorchè i Longobardi fecero le irruzioni nelle Gallie, come raccontammo di sopra, ed uniti al suo regno della Borgogna. Ciò fatto, non piacendo ad esso re che que' popoli neppure pel governo spirituale fossero sottoposti al vescovo di Torino, cioè di una città sottoposta ai Longobardi, fece creare un nuovo vescovo della Morienna. Se ne dolse Ursicino vescovo di Torino con san Gregorio, il quale sopra ciò scrisse due lettere[3062], l'una a Siagrio vescovo d'Autun, e l'altra a Teoderico e Teodeberto re de' Franchi, con pregarli che non fosse recato pregiudizio ai diritti del vescovo torinese. Ma egli cantò a gente sorda; il vescovato di Morienna sussistè, e tuttavia sussiste. E da una d'esse lettere apparisce che il vescovo di Torino avea patito dei saccheggi nelle sue parrocchie, e che il popolo era stato condotto (certamente dai Franchi) in ischiavitù negli anni addietro. Rapporta l'Ughelli[3063] una carta d'oblazione fatta da san Colombano abate del monistero di Bobio a san Gregorio papa anno pontificatus domni Gregorii summi pontificis et universalis papae IV, Indictione III sub die III mensis novembris. L'indizione terza cominciata nel settembre mostra appartener quella carta all'anno presente. Ma il lettore osservando che non correva in quest'anno l'anno quarto di san Gregorio, e che non fu in uso di que' tempi il chiamare il romano pontefice, benchè capo della Chiesa di Dio, papa universale: (titolo che lo stesso san Gregorio impugnò cotanto nel patriarca di Costantinopoli); e che questa carta discorda dall'altre antiche memorie che fanno, siccome diremo più abbasso, fondato molto più tardi il monistero di Bobio; e che non si fa menzione degli anni dell'imperadore, come era il costume, benchè la carta si supponga scritta in Roma: non saprà, dissi, il lettore prestar fede ad un sì fatto documento.

NOTE:

[3057] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 13.

[3058] Greg. Magnus, lib. 9, ep. 42 et 43.

[3059] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 6.

[3060] Greg. Magnus, lib. 9, ep. 78.

[3061] Idem, ibid., ep. 98.

[3062] Gregor. Magnus, lib. 9, ep. 95 et 96.

[3063] Ughellius Italia Sacr., tom. 4, in Episcop. Bobiens.

Anno di CRISTO DC. Indizione III.

GREGORIO I papa 11. MAURIZIO imperadore 19. AGILOLFO re 10.

L'anno XVII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Da una lettera scritta in quest'anno da san Gregorio[3064] ad Innocenzo prefetto dell'Africa veniamo a conoscere la decantata pace, di cui s'è parlato finora, conchiusa fra l'esarco di Ravenna e il re Agilolfo. Le parole del santo pontefice portano che essa pace avea da durare fino al mese di marzo della futura quarta indizione: il che vuol dire fino al marzo dell'anno seguente 601; e perciò essa non fu una pace, ma bensì una tregua. E questa dubitava egli ancora se dovesse aver sussistenza, perchè correa voce che Agilolfo fosse mancato di vita: il che si trovò poi falso. Si vuol anche osservare ciò che scrisse il medesimo papa a Teodoro curator di Ravenna[3065], non so se sul fine del precedente, o sul principio del presente anno. Desiderava Giovanni gloriosissimo prefetto di Roma di riaver sua moglie da Ravenna; però Gregorio raccomanda al suddetto Teodoro di metterla in viaggio; ed affinchè possa venire con più sicurezza, di farla scortare da un distaccamento di soldati sino a Perugia. Se non si opponesse l'autorità di Paolo Diacono, che ci fece già sapere che Agilolfo aveva ricuperata Perugia colla morte del duca Maurizione, potrebbono farci sospettar tali parole che Perugia fosse tuttavia in mano dei Greci. Perchè se era quella città in potere dei Longobardi, come poteva essere sicura questa dama in arrivando colà, e tornandosene indietro la scorta? E come i soldati greci passavano ad una città che era dei loro nemici? Certamente può restar qualche dubbio che Agilolfo tornasse padrone di quella città più tardi di quel che si credette Paolo Diacono, scrittore non assai esatto nella distribuzion de' tempi; oppure che la medesima gli fosse ritolta dai Greci. Ricavasi parimente da un'altra lettera di san Gregorio[3066], scritta in questi tempi a Massimo, vescovo di Salona in Istria, che gli Sclavi, ossia gli Schiavi o Schiavoni, minacciavano quella città, ed aveano anche cominciato ad entrare in Italia. Il cardinal Baronio cita per testimonio di ciò Paolo Diacono, che nel capitolo quattordicesimo del libro quarto scrisse, che gli Sclavi misero a sacco l'Istria e vi ammazzarono i soldati dell'imperadore. Ma queste parole di Paolo si leggono nel capitolo quarantesimo secondo del quarto libro, e appartengono a tempi molto posteriori. Fuor di sito ancora, perchè a quest'anno rapporta il suddetto annalista la presa fatta della città del Friuli da Cacano re degli Avari. Essendo ciò avvenuto molti anni dopo, mi riserbo io a parlarne in luogo più proprio. In questi tempi bensì, o poco prima, si può credere, per attestato di Paolo Diacono[3067], conchiusa la pace in Milano tra il re Agilolfo e gli ambasciatori di Cacano, ossia del re degli Avari suddetti, di nazione Unni, dominanti nella Pannonia. Gli Slavi, o Schiavi, o Schiavoni, che vogliam dire, Barbari anche essi, che s'erano impadroniti di buona parte dell'Illirico, riconoscevano per loro signore il suddetto Cacano, o almeno dipendevano molto da lui. Però è probabile che Agilolfo, sentendo avvicinarsi que' Barbari all'Italia, si maneggiasse per aver pace da chi li signoreggiava. Assicurato poi con questi trattati di pace dai nemici esterni il re Agilolfo si rivolse con più franchezza a liberarsi dagl'interni. Se gli era ribellato Zangrulfo duca di Verona. Gli fu addosso, e avutolo nelle mani, gli diede il gastigo meritato dai suoi pari. Lo stesso giuoco fece a Gaidolfo duca di Bergamo, al quale due volte avea dianzi perdonato; e parimente levò dal mondo Vernecausio in Pavia, di cui non sappiamo nè la carica nè il delitto. Racconta poi Paolo Diacono[3068] che Ravenna e la spiaggia dell'Adriatico fu maltrattata dalla peste, flagello che più crudelmente si fece sentire l'anno appresso in Verona. Io conto in un fiato questi avvenimenti che possono appartenere a questi tempi, perchè ci manca un filo sicuro per poterli distribuire ne' loro anni precisi. Seguita poi a dire il medesimo storico, che seguì una terribil battaglia tra i due re franchi, cioè fra Teodeberto II re potentissimo dell'Austrasia e Teoderico re della Borgogna dall'un canto, e Clotario II re di Soissons, ossia della Neustria dall'altro. Toccò al più debole l'andar di sotto. Grande fu la sconfitta di Clotario, rapportata da Fredegario[3069], per quanto si crede, all'anno presente: e gli costò questa disgrazia la perdita della maggior parte de' suoi stati. Finì di vivere in quest'anno Costanzo arcivescovo di Milano. Il clero e i nobili ch'erano in Genova, elessero per suo successore Deusdedit diacono. Ma il re Agilolfo, padrone di Milano, scrisse loro che ne desiderava o voleva un altro. Avvisato di ciò san Gregorio, fece intendere al popolo e clero milanese abitante in Genova, che non consentirebbe giammai in un uomo[3070], qui non a catholicis, et maxime a Longobardis, eligitur. Adunque il re Agilolfo non dovea per anche essere cattolico. Si sa che Agilolfo desistè da questa pretensione, probabilmente alle persuasioni della piissima regina Teodelinda, e che Deusdedit, chiamato anche Diodato, fu consecrato arcivescovo, forse nell'anno susseguente. Intorno a questi tempi Agilolfo mandò a Cacano re degli Unni, padrone della Pannonia, degli artefici atti a fabbricar navi, delle quali egli poi si servì per espugnare un'isola della Tracia. Credesi ancora che fino a quest'anno essendo vivuto Venanzio Fortunato vescovo di Poitiers in Francia, e celebre scrittore e poeta, nato in Italia, compiesse la carriera de' suoi giorni.

NOTE:

[3064] Gregor. Magnus, lib. 10, ep. 37.

[3065] Idem, ibid., ep. 6.

[3066] Gregor. Magnus, lib. 10, ep. 36.

[3067] Paul. Diac., lib. 4, cap. 13, et 14.

[3068] Idem, ibid., cap. 15 et 16.

[3069] Fredeg., in Chron. cap. 20.

[3070] Greg. Magnus, lib. 11, ep. 4.

Anno di CRISTO DCI. Indizione IV.

GREGORIO I papa 12. MAURIZIO imperadore 20. AGILOLFO re 11.

L'anno XVIII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

È da notare la data di una lettera di san Gregorio papa a Virgilio vescovo d'Arles, come è riferita da Beda[3071], cioè[3072]: X kalend. juliarum, imperante domino nostro Mauricio Tiberio piissimo Augusto anno XIX: post consulatum ejusdem D. N. anno XVIII, Indictione IV. Correva tuttavia nel dì 22 di giugno del presente anno il diciannovesimo anno dell'imperio di Maurizio; e cadendo in questo l'anno decimottavo dopo il consolato, si vien sempre a conoscere con che fondamento io mi sia scostato dal padre Pagi, nell'assegnar l'anno del consolato di Maurizio Augusto. Benchè Paolo Diacono sia, come ho detto più volte, storico poco accurato nell'assegnare il tempo de' fatti ch'egli racconta, perchè, a mio credere, neppur egli n'ebbe bastevole informazione; pure comunemente vien creduto che al presente anno s'abbia da riferire la rinnovazion della guerra tra i Longobardi e l'imperio romano[3073]. Callinico esarco di Ravenna, non so se perchè fosse terminata la tregua, oppure perchè essa durante se la vedesse bella di fare un buon colpo, spedì una banda di soldati a Parma, a' quali riuscì di sorprendere Godescalco, genero del re Agilolfo, e, secondo tutte le verisimiglianze, duca di quella città, insieme colla moglie, figliuola d'esso re; i quali probabilmente senza sospetto alcuno si divertivano in villa. Signoreggiavano i Greci in Cremona, e di là facilmente potè venire l'insulto fatto a due sì cospicue persone, che furono condotte prigioniere a Ravenna. Restò sommamente amareggiato per questo colpo il re Agilolfo, ed oramai chiarito che pace non vi poteva essere con gl'infidi e spergiuri ministri dell'imperadore, si applicò con tutto fervore alla guerra. Ma in vece di procedere contro Cremona e Mantova, le quali doveano essere ben guernite di presidio cesareo, andò a mettere l'assedio a Padova, città che forse non si aspettava una somigliante visita. Era stata finora quell'illustre città in mezzo a tante tempeste costante nella divozione verso il romano imperio, e fece anche in tal congiuntura una gagliarda difesa, sostenendo lungamente l'assedio, al dispetto delle minacce di Agilolfo. Ma in fine le convenne soccombere. Nelle capitolazioni fu salvata alla guarnigione imperiale la facoltà di andarsene, ed in fatti se ne passò a Ravenna. Allora Agilolfo barbaramente sfogò la conceputa sua collera contra di una città sì pertinace, ma innocente, con darla alle fiamme e spianarne le mura, forse intendendo di far con ciò vendetta dell'esarco, da cui troppo offeso si riputava. Tornarono in questi tempi dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, gli ambasciatori longobardi, che aveano confermata la pace col re degli Unni, chiamati Avari. Con esso loro ancora venne un ambasciatore di Cacano re di que' Barbari, incaricato di passare in Francia per indurre quei re a mantener la pace coi Longobardi, stante la lega difensiva fatta da esso re colla nazion longobarda. La forza di Cacano era tale, che facea paura all'imperadore, ed esigeva rispetto anche dai re di Francia. E gli uni e gli altri ne aveano avute di brutte lezioni.

Potrebbe essere che in questi medesimi tempi fosse succeduto un altro fatto narrato parimente da Paolo Diacono[3074]. Avendo il re Agilolfo, siccome stuzzicato dall'esarco Callinico, ripigliate l'armi, probabile è ch'egli comandasse ancora ad Ariolfo duca di Spoleti di travagliare Roma e Ravenna, affinchè niun soccorso si potesse inviare all'assediata città di Padova. Comunque sia, perchè il tempo non si può accertare, sappiamo che Ariolfo uscì in campagna, e trovandosi a fronte dell'esercito romano appresso la città di Camerino, venne con esso alle mani, e ne riportò vittoria. Dopo di ciò dimandò egli ai suoi che uomo era quello che avea combattuto sì valorosamente in suo favore in quella battaglia; ma niuno gli seppe rispondere. Tornato a Spoleti, e vedendo la basilica di san Savino martire, interrogò gli astanti che casa era quella? Gli fu risposto dai Cristiani, essere quivi seppellito san Savino martire, che i Cristiani solevano invocare in loro aiuto, allorchè andavano alla guerra contra de' nemici. Come può stare (replicò allora Ariolfo, gentile tuttavia di professione) che un uomo morto possa dar qualche aiuto ad un vivo? E smontato da cavallo, entrò in essa basilica per vederla. Or mentre stava osservando le pitture, si avvenne in una figura rappresentante san Savino, ed allora riconobbe esser egli lo stesso che gli avea prestato aiuto nel conflitto. Come poi sia credibile che questo santo militasse in favore di un pagano contra de' Cristiani, lascerò io disaminarlo ai saggi lettori. Forse le milizie sue erano composte di Cattolici che si raccomandarono a quel santo martire. Credono Camillo Lilii[3075] e Bernardino de' conti di Campello[3076], che dopo questa vittoria Ariolfo s'impadronisse di Camerino. Ma non si ricava punto da Paolo storico, unico a raccontar questo fatto, se Camerino fosse caduto prima, o solamente in questa congiuntura cadesse nelle mani dei Longobardi. Certo è che quella città si vede nei secoli susseguenti unita col ducato di Spoleti, ma non so io precisamente dire, se ora, o più tardi se ne impadronissero i Longobardi. Racconta parimente il medesimo Paolo che nell'anno susseguente alla vittoria riportata da Teodeberto e Teoderico re de' Franchi sopra del re Clotario, accadde la morte del suddetto Ariolfo duca di Spoleti; e questa per conseguente sarebbe seguita nell'anno presente, e non già nell'anno 602, come si pensò il cardinal Baronio, e molto meno nel 613, come fu di avviso il Lilii suddetto, e più tardi ancora, come altri hanno pensato. Ma convien ripetere che per la cronologia non si può sempre fidare dell'autorità di Paolo Diacono. Egli stesso, dopo aver narrata la morte di Ariolfo, passa nel capitolo seguente[3077] a parlare de praedicatione (s'ha da scrivere de praedatione) facta a Longobarda in Coenobio sancti Benedicti; con dire accaduta la desolazione di quel sacro luogo circa haec tempora; eppur questa da altre memorie si prova succeduta alcuni anni prima. Quel che è certo, dopo la morte di Ariolfo, disputavano coll'armi il dominio di quel ducato due figliuoli del primo duca Faroaldo. Una battaglia decise la lite, e Teodelapio vincitore fu quegli che da lì innanzi possedette e governò quel ducato. Abbiamo poi confermata da san Gregorio[3078] la guerra dell'anno presente in una lettera da lui scritta a tutti i vescovi della Sicilia, in cui espone il suo rammarico per gl'insulti e danni di bel nuovo inferiti a Roma dai nemici longobardi. Soggiugne appresso, trovarsi egli maggiormente afflitto, perchè avea inteso che i medesimi si preparavano per passare con un grande sforzo sopra la Sicilia. Perciò gli esorta ad implorare l'aiuto di Dio con processioni e preghiere pubbliche. Bisogna che queste minacce venissero da Arigiso duca di Benevento, padrone della maggior parte di quello che è oggidì regno di Napoli. Ma non s'ha riscontro alcuno che questo fulmine andasse poi a cadere sopra la Sicilia.

NOTE:

[3071] Beda, Hist. Eccl. lib. 1, cap. 28.

[3072] Greg. Magnus, lib. 11, ep. 68.

[3073] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 21.

[3074] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 17.

[3075] Lilii Istoria di Camerino, part. 1, lib. 4.

[3076] Campello Istoria di Spoleti, lib. 11.

[3077] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 18.

[3078] Greg. Magnus., lib. 11, ep. 51.

Anno di CRISTO DCII. Indizione V.

GREGORIO I papa 13. FOCA imperatore 1. AGILOLFO re 12.

L'anno XIX dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

A quest'anno mi sia lecito di riferir la invasione fatta dai Longobardi nell'Istria, provincia che si mantenne sempre fedele all'imperio[3079]. Unironsi costoro con gli Avari venuti dalla Pannonia, e con gli Sclavi calati dall'Illirico, e riempierono tutte quelle contrade di saccheggi e d'incendii. Erasi sostenuto fino a questi tempi nell'ubbidienza all'imperio il forte castello di Monselice, posto nel distretto di Padova. Finalmente esso venne in potere dei Longobardi, probabilmente dopo un ostinato blocco. Non apparisce altro fatto succeduto negli altri paesi in occasione della ricominciata guerra. Forse i Romani aveano fatta qualche tregua particolare coi duchi di Benevento e di Spoleti, da' quali erano attorniati. Ed appunto sotto quest'anno s. Gregorio scrisse una lettera[3080] Arogi duci (lo credo error de' copisti antichi in vece di scrivere Arigi duci), in cui il prega di voler cooperare, acciocchè egli possa avere dalle parti de' Bruzii, oggidì Calabria, delle lunghe travi per servigio delle chiese de' ss. Pietro e Paolo, promettendo di regalarlo a suo tempo. Ciò fa conoscere che Arigiso longobardo, duca di Benevento, di cui qui si parla, dovea professar la religione cattolica, e però con tanta confidenza tratta con esso lui il santo pontefice. Pare eziandio che in quelle parti non fosse rottura di guerra. Nacque nell'anno presente un figliuolo al re Agilolfo dalla regina Teodelinda nel palazzo di Monza, del quale parleremo fra poco. Rapporto io qui la nascita di questo principe, perchè Paolo[3081] la mette prima della morte di Maurizio Augusto. Dovrebbe ancora appartenere a quest'anno la mutazione seguita in Ravenna dell'esarco. Erano malcontenti i Ravennati del governo di Callinico, specialmente, credo io, perchè egli aveva colla rottura della pace irritato lo sdegno de' Longobardi; e però tanto s'ingegnarono alla corte imperiale, ch'egli fu richiamato in Oriente, e venne rivestito di nuovo della dignità di esarco Smaragdo, o Smeraldo, che negli anni addietro vedemmo comandare con questo titolo in Italia. Potrebbe nondimeno essere che le peripezie in questi tempi accadute in Costantinopoli avessero data occasione di mutare ancora l'esarco di Ravenna, e che si avesse a differir la sua venuta in Italia sotto il governo di Foca all'anno seguente. Egli è dunque da sapere che in quest'anno succedette l'orribil tragedia dell'imperador Maurizio. Aveva egli sostenuto con varia fortuna per più anni la guerra coi Persiani, e poi con Cacano re degli Unni padroni dell'Ungheria e di altri paesi. Pregiudicò non poco al di lui credito l'azione veramente scandalosa di non aver voluto riscattare dalle mani del suddetto Cacano dodicimila de' suoi, restati prigionieri in una battaglia, quantunque Cacano glieli esibisse per un prezzo vilissimo: il che fu cagione che quel barbaro re crudelissimamente fece tagliare a pezzi tutti quegl'infelici. Di qui principalmente nacque l'odio delle armate e del popolo contra d'esso Augusto. E se ne prevalse a suo tempo Foca, uno dei bassi uffiziali dell'esercito, uomo di terribil aspetto, non meno ardito che crudele, e dipinto da Cedreno[3082] con tutti i vizii[3083]. Si rivoltarono in quest'anno i soldati contra di Pietro, fratello dell'imperadore, che comandava l'armata, e proclamarono esarco, o, vogliam dire, generale, lo stesso Foca, con inviarsi dipoi alla volta di Costantinopoli, per deporre Maurizio, e fare un altro imperadore. Non finì la faccenda, che Foca fu egli da que' malcontenti dichiarato imperadore, e coronato poi da Ciriaco patriarca nel dì 23 di novembre. Costantinopoli gli aprì le porte. Già ne era fuggito con tutta la sua famiglia Maurizio, e ritiratosi a Calcedone; ma quivi preso nel dì 27 del suddetto mese diede fine alla tragedia che neppure oggidì si può udir senza orrore. Su gli occhi dello sventurato Augusto, per ordine del tiranno, furono scannati i suoi figliuoli maschi, cioè Teodosio già dichiarato imperadore, Tiberio destinato imperador d'Occidente, Pietro, Giustino e Giustiniano. Con forte animo fu spettatore il misero padre di sì spietata carnificina, nè altre parole si sentirono uscirgli della bocca, che di umiliazione ai sovrani giudizii di Dio, con dire il versetto del salmo: Justus es, domine, et rectum judicium tuum. Dopo i figliuoli a lui pure tolta fu la vita, e parimente a Pietro suo fratello, e ad altri uffiziali de' primi della corte. I lor cadaveri nudi gittati in mare servirono anche dipoi di spettacolo al matto popolo. Racconta Teofilatto[3084] che dopo la morte di Foca, leggendo egli il pezzo della sua storia, dove descrive questa lagrimevole scena, ad una grande udienza, proruppero tutti quegli ascoltanti in sì dirotto pianto, e in tanti gemiti e singhiozzi, che non potè andar più innanzi nella lettura. Da lì a tre anni anche la moglie di Maurizio Costantina Augusta con tre figliuole sue e di esso imperadore, cioè Anastasia, Teottista e Cleopatra, furono levate dal mondo per sospetti del crudele tiranno.

Non mancarono certamente difetti e vizii in Maurizio imperadore, e specialmente diede negli occhi a tutti la sua avarizia, e il non pagare i soldati, permettendo che si pagassero essi coi rubamenti e colle rapine fatte addosso ai sudditi. Lo stesso s. Gregorio papa[3085] in iscrivendo a Foca, non ebbe difficoltà di dirgli: Quiescat felicissimis temporibus vestris universa respublica, prolata sub causarum imagine praeda pacis (parole molto scure, e fors'anche difettose). Cessent testamentorum insidiae, donationum gratiae violenter extractae. Redeat cunctis in rebus propriis secura possessio, ut sine timore habere se gaudeant, quae non sunt eis fraudibus acquisita. Reformetur jam singulis sub jugo imperii pii libertas sua. Poscia soggiunge questa nobilissima sentenza, da lui ripetuta anche in un'altra lettera[3086] a Leonzio già console, e che sarebbe da desiderare impressa in cuore di tutti principi cristiani: Hoc namque inter reges gentium (cioè dei Gentili), et reipublicae Imperatores distat: quod reges gentium domini servorum sunt (cioè comandano a degli schiavi); imperatores vero reipublicae, domini liberorum. Ecco qui ancora il nome di respublica per significare l'imperio romano. In un'altra lettera da lui scritta a Leonzia imperadrice[3087], moglie di Foca, ringrazia a mani levate Iddio, quod tam dura longi temporis pondera cervicibus nostris amota sunt, et imperialis culminis lene jugum rediit, quod libeat portare subjectis. Questo parlare di un pontefice di tanto giudizio e di sì rara santità ci danno abbastanza a conoscere che il governo di questo imperadore avea di grandi magagne, e ch'egli invece dello amore s'era conciliato l'odio de' popoli. Ma che? Sono ben rari i principi che non lascino dopo di sè varie occasioni di lamenti ai sudditi loro. Per altro si sa che Maurizio fu un principe attaccatissimo alla religion cattolica, che diede di gran prove della sua pietà e munificenza con frequenti limosine e fabbriche sì sacre che profane. Per attestato ancora di Teofilatto[3088] e di Suida[3089], bandì dal suo animo la superbia, fece sempre risplendere la sua clemenza e una lodevol umanità verso tutti, ancorchè fosse alquanto riservato in dare le udienze. Amò i letterati, e li premiò; scaricò i sudditi della terza parte dei tributi, forse allorchè salì sul trono; poichè non pare che durasse questo alleviamento nell'andare innanzi, per cagion delle aspre guerre che gli convenne sostenere. Altre sue lodi si possono raccogliere da Evagrio[3090], di maniera che si può ben conchiudere che principe tale non era già degno d'un sì lagrimevol fine, e che l'usurpatore Foca potè ben portare la corona e il manto imperiale, ma non già rimuovere da sè il titolo di crudelissimo tiranno. Nè vo' lasciar di aggiugnere un'altra lagrimevol circostanza, di cui parla Teofilatto[3091], scrittore contemporaneo, cioè che in quella gran tragedia fu cercato un figliuolino lattante del medesimo Maurizio Augusto, per trucidarlo anch'esso. La balia, mossa a compassione, in vece di lui diede nelle mani di que' sicarii il proprio figliuolo. Ma accortosene Maurizio, scoprì l'affare, dicendo non essere giusto che quell'innocente pargoletto morisse per altri, e permise che ancora quest'altro suo figliuolo perisse. È azione facile da contarsi, ma non sì facile da essere creduta. Nè si sa intendere perchè egli non mettesse almeno essi figliuoli in salvo colla fuga, anzi richiamasse indietro Teodosio il maggior d'essi, che era già arrivato a Nicea in Bitinia, per andare a chiedere il soccorso a Cosroe re della Persia. Se non poteva egli viaggiare, perchè sorpreso da doglie articolari, potevano ben montare a cavallo i giovanetti figliuoli suoi, nè mancavano carrette per gl'inabili a cavalcare. A noi qui tocca di chinare il capo davanti agli occulti giudizii di Dio.

NOTE:

[3079] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 25 et 26.

[3080] Gregor. Magnus, lib. 12, ep. 21.

[3081] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 26.

[3082] Cedren. in Annal.

[3083] Chron. Alex. Teophil. lib. 8, cap. 10 et seq. Theoph., in Chron.

[3084] Theoph., lib. 8, cap. 12.

[3085] Greg. Magnus, lib. 13, ep. 31.

[3086] Idem, lib. 10, ep. 51.

[3087] Gregor. M., lib. 13, ep. 39.

[3088] Theophylactus, lib. 8, cap. 13.

[3089] Suidas, in verbo Mauricius, tom. 1 Hist. Byz.

[3090] Evagr., lib. 5, cap. 19.

[3091] Theophylact., lib. 8, cap. 11.

Anno di CRISTO DCIII. Indizione VI.

GREGORIO I papa 14. FOCA imperadore 2. AGILOLFO re 13.

Console

FOCA AUGUSTO.

Secondo il rito degli altri imperadori greci, che nelle prime calende di gennaio dopo l'assunzione al trono prendevano il consolato, tengo io che anche l'imperadore, o, per meglio dire, il tiranno Foca prendesse la dignità consolare, con far le solennità consuete in tal funzione, e spargere danaro al popolo. Certamente quest'anno è notato nella Cronica Alessandrina[3092] Phoca Augusto solo consule. Il padre Pagi, che all'anno susseguente riferì il consolato di Foca, pretende che sia guasto questo passo, e che si corregga colle note croniche de' seguenti anni. Aggiugne di più, scriversi da Teofane[3093] sotto il presente anno: Mensis decembris die septimo Indictione septima (Phocas) sparsis pro consulum more nummis processit. Ma lo stesso padre Pagi confessa all'anno 610 che la cronologia di Teofane, ne' testi che abbiamo, è difettosa. Nè esso storico dice che Foca fosse disegnato console per l'anno 604. Anzi pare che dica ch'egli allora procedesse console. Io per me credo corrotto dai copisti il luogo di Teofane, avendo essi confuso il settimo dì del mese colla settima indizione, in vece di scrivere nell'indizione sesta, cominciata nel settembre dell'anno precedente 602. E in fatti combinando gli avvenimenti narrati nella Cronica Alessandrina sotto l'anno 605 coll'anno in cui li racconta Teofane, si vede un divario non lieve tra questi due cronografi; e il fallo, a mio credere, sta nel testo di esso Teofane. Fu in quest'anno solennemente portato al sacro fonte in Monza il figliuolo nato al re Agilolfo. Per così magnifica funzione fu scelto il giorno santo di Pasqua, che per attestato di Paolo Diacono[3094], cadde nel dì 7 d'aprile, e però con indizio chiaro dell'anno presente. Ottenne la piissima regina Teodelinda dal marito che esso figliuolo, a cui fu posto il nome di Adaloaldo, fosse battezzato da Secondo abbate, nativo di Trento, uomo che era allora in concetto di gran santità, e carissimo ad essa regina. La città oggidì di Monza, situata dieci, o dodici miglia lungi da Milano, fu un luogo eletto da Teoderico re de' Goti, secondochè attesta il suddetto Paolo istorico[3095], per villeggiarvi, a cagione della bontà dell'aria in tempo di state. Modicia e Modoetia è il suo nome nelle memorie dei vecchi secoli. Si conta anche una favolosa origine di questo nome Modoetia. Affezionossi dipoi la regina Teodelinda a questo medesimo luogo, e perciò quivi fabbricò un'insigne basilica, dedicata a Dio, in onore di s. Giovanni Battista, eletto per protettore della nazion longobarda, con arricchirla di molti poderi e di varii preziosi doni d'oro e d'argento. Parte d'essi tuttavia si conserva (cosa troppo rara e quasi miracolosa) nel tesoro d'essa basilica, e ne parla ai suoi tempi Bonincontro Morigia[3096], scrittore di Monza nella sua Cronica scritta nel secolo decimoquarto, e poscia Baldassar Fedele[3097], arciprete mitrato d'essa basilica in un libro stampato nell'anno 1514. Scrive, fra le altre cose, esso Morigia, che si leggeva ai suoi dì la scrittura fatta da essa regina nel giorno della coronazion del figliuolo con queste parole: Offert gloriosissima Theodelinda regina una cum filio suo Adoaldo rege ipsa die, in qua in praesentia patris coronatus est ibi, sancto Joanni patrono suo de dono (forse de donis) Dei, et de dotibus suis. Aggiugne che san Gregorio Magno papa mandò infinite reliquie sacre ad essa regina per mezzo di Giovanni Diacono, e tuttavia se ne leggeva il catalogo colle seguenti parole: Haec sunt olea sancta, quae temporibus domini Gregorii papae ad duxit Johannes indignus et peccator domnae reginae Theodelindae de Roma in Modoetia. Resta tuttavia questo catalogo originale, scritto in papiro egiziaca, che il volgo chiama corteccia di alberi, nella galleria Settala di Milano, ed io lo pubblicai colle stampe[3098]. Questi olii furono presi dalle lampane accese ai sepolcri di que' santi, oppure avevano toccato i sepolcri medesimi. Dice il Morigia che furono posti, e si conservavano tuttavia in s. Giovanni Battista di Monza in una bellissima arca di marmo dietro all'altar maggiore. Noi dobbiamo alla diligenza ed erudizione del dottore Orazio Bianchi[3099], nelle annotazioni alla Cronica di Paolo Diacono, la figura delle tre corone d'oro, che tuttavia si conservano nel tesoro di Monza. La prima è la celebre ferrea, così appellata per un cerchio di ferro ch'è inserito nella parte interiore, con cui si sogliono coronare gl'imperadori, come re d'Italia. L'opinione de' cittadini di Monza di questi ultimi tempi è, che quel cerchio sia formato da uno de' chiodi della croce del Signor nostro Gesù Cristo. Ma che gli antichi non conoscessero punto questa rarità, credo di averlo dimostrato nel mio Trattato della Corona Ferrea. La seconda corona d'oro è chiamata per antica tradizione la corona della regina Teodelinda, ornata di smeraldi e pesante once 14 e denari 19, dalla quale pende una croce d'oro gemmata di peso d'once 15 e denari 7. La terza è la corona di oro del re Agilolfo, il cui peso ascende ad once 21 e denari 12, dalla quale parimente si mira pendere una croce di oro, anche essa gemmata, pesante once 24 e denari 14. La rarità maggiore di questa consiste nel ritener l'iscrizione fatta dal medesimo re, consistente in queste parole:

✠ AGILVLF. GRAT. DI VIR. GLOR. REX. TOTIVS ITAL. OFFERET.

SCO. IOHANNI. BAPTISTÆ. IN ECLA. MODICIA.

Non era certo padrone di tutta l'Italia il re Agilolfo; ma possedendone la maggior parte, credette di potersene attribuire l'intero dominio. Il dono poi di questa corona (non si sa quando, da lui fatto a s. Giovanni Battista di Monza) verisimilmente appartiene a qual tempo, in cui, secondo l'attestato di Paolo Diacono, egli aveva abbracciato il cattolicismo, per le persuasioni della piissima regina Teodelinda sua moglie.

Oltre alla basilica di s. Giovanni Battista, fece fabbricar essa regina in Monza il suo palagio, nel quale eziandio ordinò che si dipingesse alcuna delle imprese dei Longobardi. Paolo Diacono[3100], che ai suoi dì osservò quelle pitture, raccolse dalle medesime qual fosse anticamente l'aspetto e la forma del vestire de' Longobardi: cioè si radevano la parte deretana del capo; e gli altri capelli li dividevano sulla fronte, lasciandoli cadere dall'una parte e dall'altra del volto sino alla dirittura della bocca. Nulla dice Paolo delle loro barbe, ma queste è da credere che le portassero, e ben lunghe, tenendo egli che da esse prendessero il nome di Longobardi. Portavano poi le vesti larghe, e massimamente fatte di tela di lino, come solevano in questi tempi anche gli Anglo-Sassoni, e adornavano esse vesti con delle liste o livree larghe, tessute di varii colori. Le loro scarpe erano nella parte di sopra aperte fino all'estremità delle dita, e queste si serravano al piede con delle stringhe di pelle allacciate. Aggiugne il suddetto storico che i Longobardi cominciarono dipoi a portar degli stivali di cuoio, usando ancora, qualora aveano da cavalcare, di tirar sopra essi stivali altri stivaletti o borzacchini di panno o di tela di colore rossiccio: il che essi aveano appreso dagl'Italiani. Seguitava intanto la guerra fra i Longobardi e i Greci in Italia, perchè sdegnato forte Agilolfo per la prigionia della figliuola e del genero, non voleva ascoltar parola di pace. Ottenne egli pertanto in quest'anno un rinforzo di soldati sclavi, ossia schiavoni, che Cacano re degli Avari in virtù della lega gli mandò; e con tutto il suo sforzo intraprese l'assedio di Cremona, città che s'era mantenuta finora alla divozion dell'imperadore. Nel dì 21 d'agosto ne divenne egli padrone; e forse perchè da quella città era venuta la gente che fece prigion la figliuola; oppure perchè essa città, posta nel cuore degli stati longobardi, avea loro in addietro recate molte molestie: con barbarica vendetta la spianò sino ai fondamenti. Quindi passò sotto Mantova, città ripresa dagli imperiali al tempo di Romano esarco; e con arieti fece tal breccia nelle mura, che la guarnigione cesarea fu necessitata a capitolar la resa a patti di buona guerra, cioè colla facoltà di potersene andar libera a Ravenna: il che fu eseguito. Seguì la presa di questa città nel dì 13 di settembre. Venne anche in potere dei Longobardi un castello forte, appellato Vulturina; intorno al quale hanno il Biondo, il Cluverio, il padre Beretti ed altri disputato per assegnarne il sito, immaginandolo alcuni nella Valtellina ed altri vicino al Po, ma senza che alcun d'essi rechi alcun buon fondamento della loro opinione. Se mai la presa di questo luogo quella fosse stata che inducesse il presidio imperiale esistente in Brescello a fuggirsene, col dare alle fiamme quella città posta alle rive del Po, come narra Paolo Diacono, si potrebbe credere che Vulturina fosse in quelle vicinanze. Ma ci mancano lumi per la conoscenza sicura del sito suo. Arrivarono in questo anno a Roma le immagini di Foca e di Leonzia Augusti e secondo il solito si fece gran solennità in riceverle, perchè in quest'atto consisteva la ricognizione del nuovo sovrano[3101]. Furono esse riposte nell'oratorio di s. Cesario; nè i Romani mostrarono difficoltà alcuna a riconoscere per loro signore quell'usurpatore del trono imperiale.

Abbiamo poi da s. Gregorio che la guerra si faceva in altri siti d'Italia, giacchè scrive a Smeraldo esarco[3102] d'avere inviata lettera a Cillane (senza che apparisca dove questo longobardo comandasse) per vedere, s'egli voleva osservar la tregua di trenta giorni, già conchiusa da esso esarco; ed aver egli risposto di sì, purchè dalla parte dell'imperadore la medesima fosse osservata, e ch'egli si doleva forte dei suoi uomini uccisi dai Greci (per quanto si può conghietturare nel tempo stesso della tregua), e ciò non ostante aveva rilasciato i soldati cesarei fatti da lui prigioni ne' giorni innanzi. Aggiunge il santo papa di aver egli bensì mandato un suo uomo a Pisa per trattar co' Pisani di pace o tregua, ma che nulla s'era ottenuto; e che già essi Pisani aveano preparate le lor navi per uscire fra poco in corso, cioè contra de' sudditi dell'imperadore. S'era maravigliato Foca Augusto di non aver trovato in Costantinopoli alcun ministro del romano pontefice, perchè probabilmente s'erano essi ritirati, allorchè succedette la lagrimevol tragedia di Maurizio Augusto, nè parve lor bene di presentarsi senza ordine del papa a quel tiranno. S. Gregorio[3103] gli scrive d'avere inviato a quella residenza Bonifazio diacono, e in tal congiuntura il prega d'inviar de' soccorsi in Italia, essendo già trentacinque anni che il popolo romano vive fra le scorrerie e le spade de' Longobardi. Ma Foca aveva altro da pensare. Si mosse tosto contra di lui Cosroe re della Persia, per vendicare la morte dell'imperador Maurizio, e recò infiniti danni all'oriente cristiano. Conosceva inoltre Foca che non era stabile un trono acquistato con tanta fellonia e crudeltà, ed era perciò astretto a guardarsi dagl'interni nemici. Il perchè riflettendo Smeraldo esarco di Ravenna alla poca speranza de' soccorsi, e che non potea se non andar peggio continuando la guerra, si appigliò al partito di chieder pace o tregua al re Agilolfo. Questi consentì colla condizione di riaver sua figliuola e il genero Godescalco, che furono in fine rimessi in libertà. Ma la figliuola appena giunta a Parma, quivi morì di parto. Pace non già, ma tregua si conchiuse nel novembre fino alle calende di aprile dell'anno seguente. Dicendo poi Paolo Diacono[3104] che in quest'anno seguì un'altra gran battaglia fra Teodeberto II e Teoderico re de' Franchi dall'una parte, e Clotario II re di Soissons dall'altra, con gran mortalità di persone: o egli falla, o si debbono riferir le sue parole all'anno seguente 604, perchè ad esso appartiene quel fatto d'armi per consenso degli storici francesi. Intanto una lettera di s. Gregorio, che rapporterò fra poco, ci assicura della pace o tregua fatta in quest'anno fra l'esarco e i Longobardi.

NOTE:

[3092] Chronicon Alexandrinum.

[3093] Theoph., in Chron.

[3094] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 28.

[3095] Idem, ibid., cap. 22.

[3096] Morigia tom. 12. Rer. Ital.

[3097] Fidel., de Praerogat. Modoetiae.

[3098] Muratorius, part. 2, Anecdot. Latin.

[3099] Blancus tom. 1, Rer. Ital., pag. 460.

[3100] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 23.

[3101] Johannes Diaconus, in Vit. S. Gregor., lib. 4, cap. 20.

[3102] Gregor. Magnus, lib. 13, epist. 33.

[3103] Gregorius Magnus, lib. 15, ep. 38.

[3104] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 29.

Anno di CRISTO DCIV. Indizione VII.

SABINIANO papa 1. FOCA imperadore 3. AGILOLFO re 14.

L'anno I dopo il consolato di FOCA AUGUSTO.

Sul principio di quest'anno possiam credere data una lettera di san Gregorio papa alla regina Teodelinda[3105]. Se tuttavia si volesse riferire al fine dell'anno prossimo passato, non potrebbe provarsi il contrario. In essa dice il santo padre di avere ricevuto il foglio che la stessa regina gli aveva inviato dalle parti di Genova: parole, dalle quali pare che si possa dedurre che Genova allora fosse in potere dei Longobardi. Vien poi a rallegrarsi con esso lei, perchè Dio le abbia dato un maschio, e quel che è più, un maschio già battezzato nella fede cattolica. Quindi si scusa per non poter ora rispondere alla scrittura di Secondo abbate, di cui parlammo di sopra, per trovarsi egli sì maltrattato dalla gotta, che appena potea parlare; ma intanto le manda copia del concilio quinto generale, contro di cui si scorge che Secondo avea scritto, con aggiugnere che l'accettar questo concilio non si opponeva punto alla venerazione dovuta ai quattro precedenti concilii generali. E finalmente le dice d'inviare dei filatterii per l'eccellentissimo nostro figliuolo Adaloaldo re, cioè delle reliquie legate in oro o argento, da portare addosso per custodia e difesa delle persone: con pregarla ancora di ringraziare il re suo consorte per la pace fatta, e di animarlo a conservarla per l'avvenire. Veggiam dunque comprovato da un'autentica testimonianza, che nel precedente anno 603 fu stipulata la tregua fra i Greci e i Longobardi. Ma non dovea già valersi il padre Pagi di questa lettera per credere e far credere che Adaloaldo fosse nato sul fine di esso anno 603. Se abbiam la chiara asserzione di Paolo Diacono che egli fu battezzato nel dì 7 aprile d'esso anno 603, come potrà poi essere nato nel dicembre seguente? Non altro dice il santo papa, se non che egli avea participato dell'allegrezza di Teodelinda, per avere inteso che le fosse nato un figliuolo, e, quel che più importava, che questo figliuolo, mercè del sacro battesimo, fosse stato aggregato alla fede cattolica. Solamente negli ultimi mesi dell'anno 603 Teodelinda, in occasione di mandare al papa la scrittura di Secondo abbate, gli diede anche avviso del battesimo del figliuolo, celebrato secondo il rito cattolico. San Gregorio si congratula per la nascita che era seguita tanto prima e pel battesimo ultimamente fatto, unendo insieme quei due fatti, ma senza indicare in qual tempo l'uno e l'altro fossero succeduti. Quel sì che dee dar da pensare, si è che san Gregorio tratta già con titolo di re Adaloaldo, eppure, se vogliam seguitare l'ordine di Paolo Diacono, non fu dichiarato questo fanciullo collega nel regno da Agilolfo suo padre se non dopo la morte di san Gregorio, che seguì nell'anno presente.

In fatti fece Roma, anzi tutta la Cristianità, sì gran perdita in quest'anno, avendo voluto Iddio chiamare a miglior vita questo impareggiabil pontefice nel dì 12 di marzo; pontefice, dissi, d'immortale memoria, e che si riguardi la sua sapienza, prudenza e zelo per la cattolica religione, o si contempli la dottrina, l'eloquenza, la santità de' costumi, troppo è superiore alle nostre lodi, e giustamente, per consenso d'ognuno, meritò il titolo di grande. Paolo Diacono attesta che quel verno, cioè il precedente alla di lui morte, fu sì rigido, che si seccarono quasi dappertutto le viti. E che i raccolti de' grani parte furono guasti dai topi, e parte dal vento brucione affatto distrutti. Anche Anastasio bibliotecario[3106] e Giovanni[3107] attestano che dopo la morte di san Gregorio si patì in Roma una fierissima carestia. Ma il buon Paolo Diacono in iscrivendo che questo gran pontefice morì nell'anno secondo di Foca, correndo l'ottava indizione, colpì benissimo nell'anno dell'imperio, ma non già nell'indizione, essendo, per consenso di tutti gli eruditi, certissimo ch'egli terminò la sua vita nella settima indizione, la quale fu in corso nell'anno presente fino al settembre. Ebbe per successore Sabiniano diacono, nato in Volterra, che era stato suo nunzio o ministro alla corte imperiale, essendosi già introdotto di eleggere al pontificato romano que' diaconi che aveano sostenuto quell'impiego in Costantinopoli, siccome più noti ed accetti agli imperadori, e più informati de' pubblici affari. Credesi che dopo sei mesi e un giorno di sede vacante, e dopo esser venuta l'approvazion della sua elezione da Foca Augusto, fosse Sabiniano consecrato nel dì 13 di settembre. Dopo aver Paolo Diacono narrata la morte di san Gregorio, ci vien dicendo[3108] che nella state seguente e nel mese di luglio, raunata la gran dieta della nazion longobarda nel circo di Milano, Adaloaldo fu proclamato re, ossia collega d'Agilolfo suo padre; e che a quella solennissima funzione furono presenti non solamente esso re Agilolfo, ma ancora gli ambasciatori di Teodeberto II re di Metz, ossia dell'Austrasia. Uno dei maggiori pensieri di Agilolfo era quello di mantenere una buona armonia coi re franchi, perchè possedendo essi quasi tutte le Gallie e buona parte della Germania, non v'era potenza confinante all'Italia, di cui più che di quella avessero da temere i Longobardi. Perciò affine di stringere maggiormente il nodo dell'amicizia con Teodeberto, il più possente di quei re, Agilolfo, conchiuse un matrimonio fra il suo figliuolo Adaloaldo e una figliuola d'esso Teodeberto. Erano sì l'un come l'altra fanciulli di ben tenera età: contuttociò seguirono gli sponsali fra essi, e restò sigillata la funzione collo stabilimento di una pace perpetua fra i due re, genitori degli sposi. Il cardinal Baronio ed altri differirono sino all'anno venturo l'innalzamento di Adaloaldo al trono; ma sembra più verisimile che ciò avvenisse in quest'anno, e che la seguente state di Paolo Diacono sia quella che venne dopo il marzo dell'anno presente, in cui san Gregorio il grande compiè la gloriosa carriera del suo pontificato. Credesi ancora che in quest'anno desse fine al suo vivere Mariniano arcivescovo di Ravenna[3109], al quale succedette Giovanni terzo di questo nome. E perchè era spirata la tregua fra i Greci e Longobardi, nel mese di novembre si rinnovò essa per un anno avvenire[3110].

NOTE:

[3105] Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 14.

[3106] Anastas. Bibliothec.

[3107] Johann. Diacon., in Vit. S. Gregor., lib. 4, cap. 69.

[3108] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 31.

[3109] Bacchinius, ad Agnell., tom. 2 Rer. Ital.

[3110] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 33.

Anno di CRISTO DCV. Indizione VIII.

SABINIANO papa 2. FOCA imperadore 4. AGILOLFO re 15.

L'anno II dopo il consolato di FOCA AUGUSTO.

Terminò nel novembre dell'anno presente la tregua già fatta fra i Greci e i Longobardi[3111]. Smeraldo esarco, che si trovava smunto di forze, e dovea veder dei brutti nuvoli in aria, trattò di nuovo della conferma d'essa tregua; e nello stesso mese l'ottenne per un altr'anno, ma con averla comperata collo sborso di dodicimila soldi d'oro. In questi tempi ancora (l'abbiamo dal solo Paolo Diacono) essendosi ribellati i Sassoni da Teodeberto II re dell'Austrasia, seguì una sanguinosa guerra in quelle contrade fra essi e i Franchi, con grande strage dell'una e dell'altra parte, senza che si sappia il fin d'essa. Sotto quest'anno mette il cardinal Baronio la divisione della chiesa d'Aquileja, perchè narrata da Paolo suddetto[3112] dopo i sopra mentovati fatti; ma par ben più verisimile che essa appartenga all'anno susseguente, come anche tenne il padre de Rubeis[3113]. Cioè venne a morte Severo patriarca d'Aquileja, il quale abborrendo il concilio quinto generale, per timore di pregiudicar all'ossequio che tutta la Chiesa professava al quarto calcedonense, mai non volle comunicare col romano pontefice e con le infinite altre chiese che veneravano il quarto ed ammettevano ancora il quinto. Il re Agilolfo e Gisolfo duca del Friuli, sotto il cui governo era Aquileja, mal sofferivano che i patriarchi avessero eletta per loro sede l'isola di Grado, siccome luogo sottoposto all'imperadore, e cinto dall'acque, dove essi Longobardi non poteano metter le griffe. Si prevalsero eglino adunque di questa congiuntura per far mutare il sistema introdotto. Devendosi eleggere il nuovo patriarca, per quanto costa da una relazione de' vescovi scismatici, pubblicata dall'eminentissimo Annalista, l'esarco, mosso dalle istanze del papa, propose di eleggere un patriarca che mettesse fine allo scisma, e secondo i canoni, si sottomettesse al pontefice romano, capo della Chiesa di Dio. Ripugnando essi, li fece condurre a Ravenna, dove (se vogliam credere ai lor successori scismatici) atterriti dalle minacce di esilii, di prigionie e di bastonate, elessero Candidiano ossia Candiano, il quale abbracciò l'unità della Chiesa cattolica, e si ritirò ad esercitar le sue funzioni a Grado. Rimessi in libertà i vescovi suddetti, non mancarono quei, che avendo le lor chiese sotto i Longobardi, di richiamarsi dalla pretesa violenza lor fatta, e venuti in parere di procedere ad una altra elezione, trovarono favorevoli al loro disegno il re Agilolfo e il duca Gisolfo, e probabilmente la stessa regina Teodelinda, la quale tuttochè cattolica e piissima principessa, si sa che aveva l'animo alieno dal concilio quinto. Elessero dunque Giovanni abate, che seguitando a fomentare lo scisma, stabilì la sua dimora in Aquileia: con che nello stesso tempo cominciarono ad esservi due patriarchi d'Aquileia, l'uno cattolico residente in Grado, e l'altro scismatico residente in Aquileia, con essersi anche divisi i suffraganei, parte sotto l'uno e parte sotto l'altro. E il bello fu che tuttochè col tempo il patriarca aquilejense si rimettesse in dovere con abiurare lo scisma, pure seguitarono ad esservi due patriarchi, e dura tuttavia il patriarca gradense sotto nome di patriarca veneto, perchè nel secolo quintodecimo trasferita fu dall'isola di Grado a Venezia quella sedia patriarcale. Intanto Foca imperadore, odiato da tutti, siccome abbiamo dalla Cronica Alessandrina[3114] e da Teofane[3115], o per vere congiure scoperte, o per soli sospetti infierì colla scure contra i più riguardevoli personaggi di Costantinopoli; e giunse a levar di vita anche la già imperadrice Costantina colle tre sue figliuole. Così il tiranno operava in Costantinopoli, in tempo che i Persiani mettevano a sacco tutta la Siria, la Palestina e la Fenicia, ed empievano di stragi tutte quelle contrade.

NOTE:

[3111] Idem, ib.

[3112] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 34.

[3113] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejeus., cap. 33.

[3114] Chron. Alexandr.

[3115] Theoph., in Chron.

Anno di CRISTO DCVI. Indizione IX.

SEDE romana vacante. FOCA imperadore 5. AGILOLFO re 16.

L'anno III dopo il consolato di FOCA AUGUSTO.

Secondo i conti del padre Pagi, mancò di vita in quest'anno Sabiniano papa nel dì 22 di febbrajo, pontefice poco ben veduto dai Romani, perchè diverso dal santissimo suo predecessore; e per tutto quest'anno stette vacante la cattedra di san Pietro, verisimilmente perchè Foca non la finì di mandar l'approvazion dell'eletto[3116]. Terminò in quest'anno la tregua fatta fra l'esarco di Ravenna e il re Agilolfo. Si può credere che l'esarco quegli fosse che, considerato l'infelice stato dell'imperio in questi tempi, si ingegnasse d'ottenerne la continuazione. Paolo Diacono scrive ch'essa fu conchiusa per tre anni avvenire. Ma prima che questa si conchiudesse, l'armi dei Longobardi s'impadronirono di due città della Toscana, cioè di Bagnarea, città probabilmente nata sotto il regno dei Goti, e di Orvieto, città nominata Urbs Vetus, ma non conosciuta sotto questo nome dagli antichi Romani. Poscia il medesimo storico racconta più sotto, che Agilolfo mandò (non si sa in qual anno) Stabiliciano suo notaio a Costantinopoli per trattar di una stabil pace con Foca Augusto, perch'egli contento di quel che possedeva, non ansava dietro a sempre nuove conquiste, come tant'altri re hanno usato; e desiderava di lasciar godere la quiete ai sudditi suoi. Altro non risultò da questo negoziato, se non la tregua di un anno. Foca nondimeno per dimostrare la stima che faceva del re Agilolfo, col ritorno di Stabiliciano gl'inviò anche egli degli ambasciatori, ed insieme dei regali da presentargli.

NOTE:

[3116] Paul. Diaconus, lib. 4, cap. 33 et 36.

Anno di CRISTO DCVII. Indiz. X.

BONIFAZIO III papa 1. FOCA imperadore 6. AGILOLFO re 17.

L'anno IV dopo il consolato di FOCA AUGUSTO.

Venute finalmente da Costantinopoli le tanto sospirate risposte, fu consecrato in quest'anno Bonifazio III già eletto pontefice romano, stato anch'egli apocrisario di s. Gregorio alla corte dell'imperadore. Fu assai breve la vita di questo papa: contuttociò non fece egli poco per avere ottenuto, secondochè lasciarono scritto Paolo Diacono[3117] ed Anastasio bibliotecario[3118], che Foca con un suo decreto dichiarasse, qualmente la Chiesa romana è capo di tutte le chiese, non già che il primato del romano pontefice, conosciuto e confessato anche per tutti i secoli addietro, avesse bisogno di un decreto tale; ma per tagliar l'ali all'ambizione de' patriarchi di Costantinopoli, i quali, siccome vedemmo, aveano cominciato nei tempi di s. Gregorio, e continuarono fin qua ad intitolarsi vescovi ecumenici, quasi che pretendessero di far divenire prima e capo di tutte le chiese la loro chiesa. Per buona ventura nacquero in questi tempi dei dissapori tra Foca Augusto e il patriarca Costantinopoli: e ciò diede occasione all'imperadore di abbassar l'orgoglio di que' patriarchi. Celebrò ancora questo papa in Roma un concilio di settantadue vescovi, in cui fu decretato che vivente il papa, siccome ancora viventi gli altri vescovi, non si potesse trattare del loro successore, ma che solamente tre dì dopo la lor morte fosse lecito di farlo nelle forme prescritte dai canoni. Ma papa Bonifazio non godè che otto mesi e ventidue giorni il papato, essendo mancato di vita, per quanto crede il padre Pagi, nel dì 19 di novembre dell'anno presente. Aveva Teoderico re della Borgogna, contro il parere della regina Brunechilde avola sua, conchiuso il suo matrimonio con Ermenberga figliuola di Vitterico re de' Visigoti in Ispagna[3119]. Fu condotta questa principessa a Chalons sopra la Saona, e ricevuta da Teoderico con grande onore. Ma Brunechilde gran fabbricatrice d'iniquità, unitasi con Teodelana sorella di esso re, tanto fece e disse, che impedì per un anno la consumazione, ed in fine rendè sì disgustosa al nipote la persona e presenza di questa principessa, ch'egli la rimandò vergognosamente in Ispagna, e, quel che è peggio, spogliata de' tesori che avea seco portati. Irritato il re di Spagna da sì enorme oltraggio, spedì degli ambasciatori in Francia a Clotario re di Soissons, per invitarlo ad una lega contra di Teoderico; e il ritrovò dispostissimo per l'odio che passava già da gran tempo fra questi principi. Andarono dipoi gli stessi ambasciatori a far le medesime proposizioni a Teodeberto re dell'Austrasia, che non ebbe difficoltà di collegarsi ai danni del fratello Teoderico, contra del quale era disgustato anche egli non poco. Non bastò questo al re di Spagna: unitisi co' suoi ambasciatori quei di Clotario, vennero anche in Italia per tirare nella medesima lega il re Agilolfo, il quale conoscendo i vantaggi che gliene poteano provenire, non si fece molto pregare ad accettar l'offerta. Certo è che tutti e quattro questi re misero in ordine e in moto le loro truppe per assalire gli stati della Borgogna; e sarebbe probabilmente riuscito loro facile di spogliare quel re di tutto; ma o perchè Brunechilde regina usasse qualche tiro della sua disinvoltura, o che occorresse qualche accidente, di cui la storia non parla, noi sappiamo che restò dissipato tutto questo temporale, nè seguì vendetta alcuna dell'affronto fatto al re di Spagna. Se crediamo a Leone Ostiense[3120], sotto il suddetto Bonifazio III papa, e circa questi tempi, Fausto monaco, discepolo di s. Benedetto; mandato già con san Mauro nelle Gallie, tornò a Roma, dove scrisse la vita del medesimo s. Mauro. Altri pretendono ch'egli venisse ai tempi di Bonifazio IV. Ma noi non abbiam quella vita tal quale fu scritta da lui.

NOTE:

[3117] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 33 et 36.

[3118] Anast., in Vit. Bonifacii III.

[3119] Fredegar., in Chron., cap. 30 et 31.

[3120] Leo Ostiensis, Chronicon Casinensis, lib. 1, cap. 3.

Anno di CRISTO DCVIII. Indizione XI.

BONIFAZIO IV papa 1. FOCA imperadore 7. AGILOLFO re 18.

L'anno V dopo il consolato di FOCA AUGUSTO.

Dopo essere stata vacante la chiesa romana per dieci mesi e varii giorni, fu posto nella sedia di s. Pietro Bonifazio IV a dì 25 d'agosto. L'insigne tempio di Roma, appellato anticamente il Panteon, perchè dedicato a tutti gli dii della gentilità, ed oggidì chiamato la Rotonda, fabbrica maravigliosa, fatta per ordine di Marco Agrippa ai tempi d'Augusto, e che anche oggidì si mira con istupore dagli intendenti, avea fino ai tempi di questo pontefice mantenuta nel suo seno la superstizione pagana con ritenere le statue di quelle false divinità. O in quest'anno, oppure nel susseguente, tanto si studiò il suddetto papa Bonifazio, che l'impetrò in dono da Foca imperadore[3121]. Ciò fatto, ne levò tutte le sordidezze del paganesimo, e ridotta quella basilica al culto del vero Dio, la consecrò a lui in onore della santissima Vergine madre e di tutti i martiri, e lo stesso imperadore la dotò anche di molti beni. Ma se Foca per tener contenti e ben affetti al suo imperio i Romani, usava della sua liberalità verso di loro e del sommo pontefice, seguitava bene in Oriente ad esercitare la sua crudeltà. Ed intanto i Persiani andavano facendo nuovi progressi colla rovina dell'imperio romano. Già aveano presa l'Armenia e la Cappadocia, con isconfiggere l'armata imperiale. Impadronitisi poi della Galazia e della Patagonia, arrivarono fino a Calcedone, cioè in faccia di Costantinopoli, mettendo a sacco tutto il paese. Questi furono i frutti del matto popolo greco, che per non voler sofferire un principe con qualche difetto, amarono piuttosto d'avere un tiranno, atto bensì ad incrudelir contro le vite de' proprii sudditi, ma non già a ripulsare i nemici esterni.

NOTE:

[3121] Anastas. Biblioth., in Bonif. IV. Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 37.

Anno di CRISTO DCIX. Indizione XII.

BONIFAZIO IV papa 2. FOCA imperadore 8. AGILOLFO re 19.

L'anno VI dopo il consolato di FOCA AUGUSTO.

Miravano intanto i Greci tutti di mal occhio il tiranno Foca. Trovandosi egli nel circo con tutto il popolo a veder le corse de' cavalli[3122], la fazion dei Prasini, perchè egli dovea favorire la parte contraria, gridò verso di lui: Tu hai bevuto nel boccalone; poscia: Tu hai perduto il senno. Tanta insolenza per ordine di Foca fu gastigata da Costante prefetto della città, che a molti fece tagliar le braccia, ad altri la testa, ed alcuni altri chiusi ne' sacchi li fece gittare in mare. Allora i Prasini fatta una sollevazione, diedero il fuoco al pretorio, all'archivio pubblico e alle carceri, di modo che tutti i prigioni se ne fuggirono. Foca pubblicò un decreto che niuno di quella fazione fosse da lì innanzi ammesso alle cariche della corte e del pubblico. Scrive Paolo Diacono[3123] che sotto questo imperadore le due fazioni popolari dei Prasini e dei Veneti fecero nell'Oriente e in Egitto una guerra civile con grande uccisione dall'una e dall'altra parte. Scoprissi ancora in quest'anno una congiura tramata in Costantinopoli da Teodoro capitan delle guardie e da Elpidio prefetto dell'Armenia contro la vita di Foca. Pagarono le loro teste la pena del non aver saputo condur meglio il loro disegno. Ma non era destinato da Dio che avesse da Costantinopoli da venir la rovina di Foca. Il colpo era riserbato all'Africa. Ed in fatti sotto quest'anno scrive l'autore della Cronica Alessandrina[3124] che l'Africa e l'Egitto si ribellarono a Foca. E Teofane ci fa anche egli sapere che il senato di Costantinopoli con frequenti segrete lettere andava spronando Eraclio governatore d'essa Africa, acciocchè volesse liberar l'imperio romano dal tiranno, divenuto oramai insoffribile al popolo. E non furono gittate al vento le loro esortazioni. Cominciò in quest'anno esso Eraclio e raunare una gran flotta con quanti soldati potè, e ne diede il comando ad Eraclio suo figliuolo, il quale, siccome vedremo nell'anno seguente, fece questa impresa con salir egli sul trono. Crede il padre Pagi che circa questi tempi venisse a morte Tassilone duca di Baviera, di cui parla Palo Diacono[3125], a cui succedette Garibaldo secondo di tal nome fra quei duchi. Questi in Agunto, città del Norico, oggidì una terra del Tirolo, venne alle mani con gli Sclavi, e restò sconfitto di modo che quei Barbari fecero di gran saccheggi nella Baviera. La lor crudeltà mise il cervello de' Bavaresi a partito, in guisa che di nuovo attruppati si scagliarono addosso a que' masnadieri, tolsero loro la preda, e li fecero uscir mal conci da quelle contrade. Siccome dicemmo all'anno 595, il primo duca della Baviera fu Garibaldo, padre della regina Teodelinda, il quale si va credendo che fosse deposto da Childeberto re dei Franchi a cagione del matrimonio d'essa Teodelinda, con dargli per successore il suddetto Tassilone. Ma lo aver Tassilone avuto un figliuolo col nome di Garibaldo, a me fa sospettare che lo stesso Tassilone possa essere stato figliuolo di Garibaldo I, pel costume anche anticamente osservato di ricreare nei nipoti il nome dell'avolo. È un semplice sospetto; ma non ho voluto tacerlo, giacchè non gli manca qualche fondamento di verisimiglianza. Quando ciò fosse, Garibaldo I non sarebbe stato abbattuto, ma bensì a lui meno sarebbe succeduto il figliuolo Tassilone per grazia del re d'Austrasia.

NOTE:

[3122] Theoph., in Chron.

[3123] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 37.

[3124] Chron. Alex.

[3125] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 41.

Anno di CRISTO DCX. Indizione XIII.

BONIFAZIO IV papa 3. ERACLIO imperadore 1. AGILOLFO re 20.

L'anno VII dopo il consolato di FOCA AUGUSTO.

Questo fu l'anno che diede fine alla tirannia di Foca imperatore. Nel dì 3, oppure nel dì 4 di ottobre, comparve alla vista di Costantinopoli l'armata navale[3126] spedita contro di costui da Eraclio governatore dell'Africa, comandata dal giovane Eraclio suo figliuolo. Erano cariche di combattenti tutte queste navi. Per terra eziandio s'incamminò la cavalleria[3127], condotta da Niceta figliuolo di Gregora patrizio; ma non giunse al dì della festa. Tutti erano animati a liberar la terra da quel mostro. Alla vista di sì poderoso aiuto coraggiosamente si mossero nel dì cinque d'esso mese i senatori congiurati contra del tiranno; e le fazioni prasina e veneta presero anche esse l'armi. Teofane scrive che seguì battaglia colle genti di Foca, le quali rimasero sconfitte. La Cronica Alessandrina nulla dice di questa zuffa. Quel che è certo, da Fozio curatore del palazzo di Placidia, alla cui moglie il tiranno aveva usata violenza, e da Probo patrizio tratto fu per forza Foca dal palazzo dell'Arcangelo, spogliato di tutte le vesti e condotto alla presenza d'Eraclio. Poco si stette a mettere in pezzi il tiranno, e posto il suo capo sopra una picca, fu portato come in trionfo per mezzo alla città a saziar gli occhi del popolo. Nel medesimo giorno quinto di ottobre Eraclio il giovine, eletto dal senato, proclamato dal popolo, coronato da Sergio patriarca, salì sul trono imperiale. Aggiunge Teofane che in Costantinopoli si trovava Epifania madre d'esso Eraclio, e seco parimente era Eudocia figliuola di Rogato africano, già promessa in moglie al medesimo Eraclio. Foca, allorchè questo turbine gli veniva addosso, saputo che in città dimoravano queste due dame, le fece prendere e rinserrar sotto buona guardia nel monistero imperiale, chiamato della nuova Penitenza. Ora uno de' primi pensieri di Eraclio, entrato che fu in Costantinopoli, fu di chieder conto della madre e della sposa; e però nel medesimo tempo ch'egli ricevette la corona imperiale, sposò Eudocia, e dichiaratala Augusta, la fece coronare imperadrice dal patriarca suddetto. Era succeduto questo patriarca Sergio nella sedia costantinopolitana a Tommaso, uomo di santa vita, morto nel dì 20 di marzo dell'anno presente. Vivente ancora Foca, per attestato di Beda[3128], papa Bonifazio IV, nel dì 27 di febbraio tenne un concilio in Roma per togliere alcune differenze insorte in Inghilterra, dove alcuni del clero secolare pretendeano non permesso ai monaci il sacerdozio, nè la facoltà di battezzare ed assolvere i penitenti. Fu deciso in favore dei monaci, ed intimata la scomunica contro chi si opponesse. Sopra ciò scrisse il pontefice delle lettere al santo re Edelberto e a Lorenzo arcivescovo di Cantuaria che era succeduto in quella cattedra al celebre s. Agostino apostolo dell'Inghilterra.

NOTE:

[3126] Chron. Alexandr.

[3127] Theoph., in Chronogr. Nicephorus in Breviar.

[3128] Beda, Hist. Angl. lib. 2, cap. 4.

Anno di CRISTO DCXI. Indizione XIV.

BONIFAZIO IV papa 4. ERACLIO imperadore 2. AGILOLFO re 21.

Console

ERACLIO AUGUSTO.

Nelle calende del primo gennaio dopo la assunzione sua al trono, prese Eraclio imperadore il consolato, secondo il rito antico degli altri Augusti. Ma egli nei principii del suo governo trovò sì sfasciato l'imperio, che non sapea dove volgersi per impedirne la rovina. Soprattutto l'affliggeva l'aver per nemici i Persiani, che ogni dì più divenivano orgogliosi e potenti colle spoglie del romano imperio. Essi in quest'anno s'impadronirono di Apamea e di Edessa, con fare schiavi innumerabili cristiani, ed arrivar fino ad Antiochia. Eraclio spedì quante milizie potè per fermare il corso a questo impetuoso torrente, e nel mese di maggio si venne ad una giornata campale, in cui l'armata cesarea fu messa a filo di spada, talmente che pochi si salvarono colla fuga. Per conto dell'Italia l'imperadore credette ben fatto di richiamare a Costantinopoli l'esarco di Ravenna Smeraldo, forse perchè conosceva di abbisognare l'Italia d'un uffiziale di maggior sua confidenza. Venne dunque in suo luogo al governo de' paesi restati in Italia sotto il dominio cesareo Giovanni Lemigio patrizio, il quale, secondo l'uso introdotto, in qualità d'esarco fece la sua residenza in Ravenna. Questi non tardò a ratificar la pace ossia tregua d'un anno col re Agilolfo[3129], pagando nondimeno per averla; perchè, siccome vedremo, bisognava che i Greci per la lor debolezza comperassero a danari contanti dai Longobardi la quiete delle loro città in Italia. Rapporta il Sigonio all'anno 615 la terribile invasione fatta dagli Avari nel ducato del Friuli; Ermanno Contratto[3130] all'anno 613, e Sigeberto[3131] all'anno 616. Certo la cronologia di questi due scrittori ha slogature tali circa questi tempi, che non merita d'essere da noi seguitata. Io, quantunque confessi di non avere indizio sicuro dell'anno preciso di questa calamità, pure crederei di poterla più fondatamente riferire al presente, dacchè Paolo Diacono[3132] dopo aver narrata la morte di Foca e l'innalzamento di Eraclio, immediatamente soggiugne: Circa haec tempora rex Avarorum, quem sua lingua Cacanum appellant, cum innumerabili multitudine veniens, Venetiarum fines ingressus est. Gli Unni dunque, o vogliam dire i Tartari, chiamati Avari, padroni della Pannonia e di gran parte dell'Illirico, gente masnadiera ed avvezza alle rapine, e che esercitava, ora nella Tracia contra de' Greci imperadori, ed ora contra dei Franchi nella Baviera, l'esecrabil loro mestiere, arrivarono in quest'anno a sfogare la loro avidità anche nell'Italia. Davano essi il nome di Cacano al capo loro, nome equivalente a quello di re, come di sopra fu detto; e il re d'essi in questi tempi era un giovane vago di gloria e brioso, che messo insieme uno sterminato esercito, venne a dirittura verso il Friuli.

Gisolfo duca di quella contrada, vedendo venir sì strepitosa tempesta, ordinò tosto che tutte le castella del suo ducato si fortificassero, acciocchè servissero di rifugio anche gli abitatori della campagna. Nomina Paolo fra queste Cormona, Nomaso, Osopo, Artenia, Reunia, Ghemona, ed Ibligene. Intanto esso duca, con quanti Longobardi potè raunare, andò coraggiosamente a fronte de' nemici, ed attaccò battaglia. Ma la fortuna, che ordinariamente si dichiara per i più, non fece di meno questa volta. Combatterono con gran valore i Longobardi, ma in fine sopraffatti dall'immensa moltitudine dei Barbari, lasciarono quasi tutti sul campo la vita, e fra i morti restò ancora Gisolfo. Rimasti padroni della campagna gli Unni, attesero a saccheggiare e bruciar le case, e nello stesso tempo assediarono la città del Foro di Giulio, oggidì Cividal di Friuli, dove s'era rinchiusa Romilda, già moglie del duca Gisolfo, con quattro suoi figliuoli maschi, cioè Tasone, Cacone, Radoaldo e Grimoaldo, e quattro figliuole, due delle quali erano chiamate Pappa e Gaila. L'infame Romilda, guatato dalle mura Cacano, giovane di bello aspetto, che girava intorno alla città, innamorossene, e mandò segretamente ad offerirgli la resa della città, s'egli voleva prender lei per moglie. Acconsentì ben volentieri il Barbaro alla proposizione, ed apertagli una porta della città, v'entrò; ma appena entrato, lasciò la briglia alla sua crudeltà. Dopo un generale saccheggio, la città fu consegnata alle fiamme, e tutti i cittadini con Romilda e coi suoi figliuoli menati verso l'Ungheria in ischiavitù, con far loro credere di volerli rilasciare ai confini. Ma giunti che furono colà, nel consiglio degli Avari, fu risoluto di uccidere quei miseri, alla riserva delle donne e de' fanciulli: il che penetrato dai figliuoli del morto duca Gisolfo, fu cagione, che saliti tosto a cavallo, si diedero alla fuga. In groppa d'uno de' fratelli cavalcava Grimoaldo tuttavia fanciullo, e il più picciolo fra essi; ma correndo il cavallo, non poteva tenersi forte e cadde in terra. Allora il fratello maggiore, giudicando che fosse meglio il levargli la vita, che il lasciarlo schiavo fra i Barbari, presa la lancia, volle trafiggerlo. Ma il fanciullo piangendo cominciò a gridare che non gli nocesse, perchè era da tanto di star saldo a cavallo. Allora il fratello stesa la mano, e presolo per un braccio, il rimise sulla groppa nuda del cavallo, e diede di sproni. Gli Avari accortisi della fuga di questi giovani, tennero loro dietro, e riuscì ad uno di essi più veloce degli altri di aggraffare Grimoaldo, senza però nuocergli, non solo a cagione della tenera sua età, ma ancora perchè il vide garzoncello di bellissimo aspetto, con occhi vivi e bionda capigliatura. Se n'andava di mal animo lo sventurato fanciullo col suo rapitore; e intendeva molto bene la sua disgrazia; però pensando alla maniera di sbrigarsene, con coraggio troppo superiore alla età sua, cavato fuori il pugnale che pendeva del fianco del Barbaro, con quanta forza potè, con esso il percosse nel capo e il fece stramazzare a terra. Allora Grimoaldo tutto allegro diede volta al cavallo, e tanto galoppò, che raggiunse i fratelli, ai quali narrato quanto gli era accaduto, raddoppiò la loro allegrezza. Ciò vien così distesamente narrato da Paolo Diacono perchè Grimoaldo arrivò poi ad essere duca di Benevento, e in fine re de' Longobardi; e il fratello suo Radoaldo anch'egli resse il ducato di Benevento.

Gli Avari tornati al loro paese (non si sa per qual cagione, se non perchè erano crudeli in eccesso) uccisero tutti gl'Italiani seco menati, riserbando schiavi i fanciulli e le donne. E Cacano conoscendo il merito di Romilda, traditrice del popolo suo, per ricompensarla ed insieme per mantenere la sua parola, dormì con essa una notte come con una moglie. Nella seguente notte dipoi la consegnò a dodici de' suoi, acciocchè ne facessero le voglie loro. Finalmente in un palo pubblicamente rizzato la fece impalare con dirle: Questo è marito ben degno d'una pari tua. Ma furono ben differenti da sì esecrabil madre le figliuole condotte anche esse in ischiavitù. Premendo lor sopra ogni cosa di conservare intatta la loro purità, usavano di tenere in seno della carne cruda di pollo, che nel calore putrefacendosi mandava un puzzolente odore, di modo che se loro voleva accostarsi alcuno degli Avari, dava subito indietro maledicendole; e credendo che naturalmente in quella guisa puzzassero, andavano poi coloro dicendo, che tutte le donne longobarde erano fetenti. In questa gloriosa maniera quelle nobili donzelle scamparono dalla libidine degli Avari, e meritarono da Dio il premio della loro virtù, benchè fossero più volte vendute, perchè non era conosciuta la loro origine e nobiltà, d'essere poi riscattate dai fratelli e nobilmente maritate. Paolo Diacono scrive che, per quanto si diceva, una d'esse fu data in moglie al re degli Alamanni, e l'altra al principe della Baviera. Ma noi non sappiamo che in questi tempi vi fosse un re degli Alamanni. Forse v'era un duca. Aggiugne dipoi lo stesso istorico la propria genealogia, con dire che Leofi suo trisavolo venne coi Longobardi in Italia, nell'anno 568, e morendo lasciò dopo di sè cinque piccioli figliuoli, che in quella funesta occasione furono tutti condotti schiavi nell'Ungheria dagli Unni Avari. Uno d'essi, bisavolo di Paolo, dopo molti anni di schiavitù scappato, ritornò in Italia, ma nulla potè ricuperare dei beni paterni. Aiutato nondimeno dai parenti ed amici, si rimise bene in arnese, e presa moglie, ne ebbe un figliuolo per nome Arichi, ossia Arigiso, che procreò Varnefrido padre d'esso Paolo Diacono, al quale siam debitori della storia dei Longobardi. Senza il lume ch'egli ci ha procurato, si troverebbe involta in troppe tenebre la storia d'Italia di questi tempi. Ma il buon Paolo nulla dice di quel che facesse Agilolfo re (se pur sotto di lui occorse questa terribile irruzione di Barbari), oppure cosa operasse il di lui successore, caso che la tragedia fosse succeduta più tardi. Può essere che il re d'allora pensasse solamente a ben munire e provvedere i luoghi forti; o ch'egli anche uscisse in campagna con quanto sforzo potè, e che questa fosse la cagion per cui gli Avari se ne tornassero al loro paese, senza pensare di fissar il piede in Italia. I Persiani in quest'anno[3133] seguitando la guerra presero altre città cristiane in Oriente, condussero via molte migliaia di schiavi, e fecero infiniti altri mali, giacchè niun si opponeva, essendosi consumate tutte le truppe agguerrite dell'imperio ne' calamitosi anni addietro. Pare che a quest'anno appartenga la irruzione degli Sclavi fatta nell'Istria[3134], suggetta ad esso imperadore, dove tagliarono a pezzi le truppe cesaree, e commisero inuditi saccheggi. Grasolfo fratello dell'ucciso Gisolfo pare che fosse in appresso creato duca del Friuli, ma forse ottenne, siccome diremo, quest'onore solamente nel l'anno 635.

NOTE:

[3129] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 42.

[3130] Hermannus Contractus, in Chron.

[3131] Sigebertus, in Chron.

[3132] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 38.

[3133] Theoph. in Chronogr.

[3134] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 42.

Anno di CRISTO DCXII. Indizione XV.

BONIFACIO IV papa 5. ERACLIO imperadore 3. AGILOLFO re 22.

L'anno I dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Benchè l'anno presente fosse calamitoso anch'esso in Oriente, perchè i Persiani sottomisero al loro imperio Cesarea capitale della Cappadocia, tuttavia fu in gran festa la città di Costantinopoli, perchè nel dì 3 di maggio l'imperadrice Eudocia partorì un maschio, appellato Eraclio Costantino[3135]. E nel dì 4 di ottobre Epifania, appellata anche Eudocia, nata nell'anno precedente all'imperadore Eraclio, fu dal padre dichiarata Augusta e coronata da Sergio patriarca. Ma nel dì 13 del mese d'agosto in questo medesimo anno finì di vivere la suddetta imperadrice Eudocia sua madre. In Italia l'esarco Giovanni ottenne dal re Agilolfo che fosse confermata la tregua anche per un anno. Nel mese di marzo venne a morte in Trento il buon servo di Dio Secondo abbate, amatissimo dal re Agilolfo e dalla regina Teodelinda, il quale lasciò scritta una breve storia de' fatti de' Longobardi sino ai suoi giorni, veduta da Paolo Diacono, ma non giunta ai secoli nostri. Intanto i due re franchi[3136] Teoderico re della Borgogna e Teodeberto re di Metz, ossia dell'Austrasia, benchè fratelli, si mangiavano il cuore l'un l'altro: tutto per istigazione dell'empia regina Brunechilde loro avola. Seguì una battaglia ben sanguinosa fra essi nelle campagne di Toul, e la peggio toccò a Teodeberto, il quale messa insieme una più possente armata, composta de' popoli germanici che erano a lui soggetti, nel luogo di Tolbiac, posto nel ducato di Giuliers, venne ad un secondo conflitto. Combatterono le due armate con rabbia inudita e strage spaventosa dall'una e dall'altra parte; ma in fine la vittoria si dichiarò per Teoderico re della Borgogna, il quale perciò entrò vincitore in Colonia. Teodeberto restò preso coi due figliuoli Clotario o Meroveo, tuttavia fanciulli, e a tutti e tre la crudel regina Brunechilde fece levar la vita: con che Teoderico unì col regno della Borgogna gli ampii stati già posseduti dal fratello nella Germania, cioè il regno di Austrasia. Tale era allora il miserabile stato della Francia piena di violenze, d'ingiustizie e di guerre civili; nel mentre che l'Italia godeva un'invidiabil pace e tranquillità sotto il re Agilolfo. Ed appunto a questo re de' Longobardi ricorse circa i tempi correnti san Colombano, abbate celebrassimo, nato in Irlanda, fondatore nella Borgogna del monistero di Luxevils e d'altri monisteri, i quali riceverono da lui una regola diversa da quella di san Benedetto, ma che non istettero molto ad ammettere ancora la benedettina. Era egli incorso nell'indignazione della regina Brunechilde, da cui principalmente vennero i tanti malanni che inondarono per più anni la Francia. Però per ordine suo e del re Teoderico suo nipote fu cacciato dalla Borgogna. Si ricoverò ben egli sotto la protezione di Teodeberto re dell'Austrasia; ma dacchè questo principe vinto dal fratello restò vittima del furore di lui, o piuttosto della suddetta Brunechilde avola sua, non vedendosi il santo abbate sicuro in quelle parti, sen venne in Italia a trovare il re Agilolfo e la piissima regina di lui moglie Teodelinda, come racconta Giona[3137] nella vita di lui.

La fama della sua santità era già precorsa, e però fu da essi benignamente accolto. Fermossi per qualche tempo in Milano, dove confutò que' Longobardi che tuttavia ostinati teneano l'eresia ariana, e scrisse anche un libro contra de' loro errori. Ma il silenzio, la povertà, la solitudine erano le delizie che il buon servo di Dio cercava, e non già la pompa delle corti nè lo strepito della città. Però bramando egli un sito remoto per potervi fondare un monistero; e capitato per avventura alla corte un certo Giocondo, questi gli additò un luogo ritiratissimo chiamato Bobbio, presso al fiume Trebia, venticinque miglia sopra Piacenza, in fondo ad altissime montagne dell'Apennino, dove era una basilica di san Pietro mezzo diroccata. Vi andò san Colombano, e quivi diede principio ad uno de' più celebri monisteri d'Italia che tuttavia fiorisce. Colà fu sì grande negli antichi secoli il concorso del popolo divoto, che a poco a poco vi si formò una riguardevole terra, divenuta col tempo anche città episcopale. Io so esservi stata persona erudita, la quale s'è avvisata di sostenere che san Colombano un'altra volta venisse in Italia, cioè nell'anno 595, andando a Roma: nella qual occasione fabbricasse il monistero di Bobbio, dove poi tornasse nell'anno presente. Quali pruove si adducano per tale opinione, nol so dire. Tuttavia se mai questa fosse unicamente fondata sopra un certo diploma del re Agilolfo, converrebbe prima provare che quello fosse un documento autentico. A buon conto Giona, autore quasi contemporaneo nella vita di questo insigne servo del Signore, chiaramente attesta che solamente nell'anno presente o nel susseguente san Colombano imparò a conoscere, e cominciò ad abitar Bobbio; e noi senza grandi ragioni non ci possiamo allontanare dalla di lui autorità. Accadde circa questi tempi, per attestato di Paolo Diacono[3138], la morte di Gundoaldo duca d'Asti, fratello della regina Teodelinda. Tirata gli fu da un traditore non conosciuto una saetta, e di quel colpo morì. Ma se noi vogliam credere a Fredegario[3139], questo fatto accadde molto prima, riferendolo egli all'anno 607, e con qualche particolarità di più: cioè che Gundoaldo venne in Italia con Teodelinda sua sorella, e diedela in moglie al re Agone: così era anche appellato il re Agilolfo. Ch'egli dipoi contrasse matrimonio con una nobil donna longobarda, da cui trasse due figliuoli, nomati l'uno Gundeberto e l'altro Ariberto. Già erano nati al re Agilolfo dalla regina Teodelinda il maschio Odolaldo (così chiama egli Adoloaldo), e una femmina per nome Gundeberga. Ora avendo il re Agilolfo e la regina Teodelinda conceputa gelosia perchè Gundoaldo era troppo amato dai Longobardi, mandarono persona, la quale appostatolo, allorchè stava al destro, con una saetta il trafisse e lo uccise. Ma può essere che Fredegario troppo qui si fidasse delle dicerie del volgo, che in casi tali facilmente trincia sentenze, e fa divenir cose certe i semplici sospetti. Che Agilolfo potesse avere avuta mano in questo affare, non è impossibile nè inverisimile. Certo non si può pensare lo stesso della regina Teodelinda principessa di rara pietà, e massimamente trattandosi di un suo fratello. Noti intanto il lettore che dei due figliuoli di Gundoaldo, il secondo ebbe il nome Ariberto. Questi col tempo divenne re de' Longobardi.

NOTE:

[3135] Chronic. Alexandr. Theoph. in Chronogr.

[3136] Fredegar., Chron., cap. 38.

[3137] Jonas, in Vit. S. Colombani, lib. 1.

[3138] Paulus Diaconus, lib. 4.

[3139] Fredegar. in Chronico., cap. 34.

Anno di CRISTO DCXIII. Indizione I.

BONIFAZIO IV papa 6. ERACLIO imperadore 4. AGILOLFO re 23.

L'anno II dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Seguitò a godersi la pace in Italia mercè della tregua che ogni anno si andava confermando tra i Greci e Longobardi. Fredegario[3140] ci ha conservata una notizia: cioè che i Greci, ossia l'esarco di Ravenna, pagavano ogni anno ai Longobardi un tributo di tre centinaja d'oro. Vuol dire, a mio credere, che per aver la pace da essi doveano ogni anno pagar loro trecento libbre d'oro, le quali si accostavano a quattordicimila e quattrocento doble. In quest'anno a dì 22 di gennaio, per attestato della Cronica Alessandrina[3141] e di Teofane[3142], Eraclio Augusto dichiarò imperadore e fece coronare Flavio Eraclio Costantino suo figliuolo, nato nell'anno precedente, con plauso universale del senato e popolo. Succedette intanto un'altra gran peripezia ne' regni dei Franchi. Pareva ormai giunto all'auge della felicità Teoderico re della Borgogna per l'accrescimento di tanti stati; l'avola sua, cioè la regina Brunechilde, mirava con trionfo annichilato l'odiato nipote Teodeberto, ed esaltato l'altro amato nipote Teoderico, sul cui animo ella aveva un forte ascendente e si arrogava un'esorbitante autorità. Ma altri erano i giudizii di Dio, il quale lascia talvolta innalzare al sommo i peccatori, e nel più bello della lor prosperità gli abissa. Così avvenne a questi due principi, rei nel tribunale di Dio, e in faccia ancora del mondo, di enormi misfatti. S'era messo in pensiero il suddetto re Teoderico d'ingoiare nella stessa maniera Clotario II re della Neustria, suo stretto parente; e già mossosi con una formidabile armata, era alla vigilia di divenir padrone anche del resto di quegli stati, perchè Clotario non avea forze da resistergli: quando colto da una dissenteria, come vuol Fredegario[3143], oppure da altro malore, come vuol Giona nella vita di san Colombano[3144], diede fine alla sua vita e ai suoi eccessi in età di ventisei anni. Le conseguenze di questo inaspettato colpo disciolsero l'armata di lui; Clotario si avanzò colla sua; e gli passò così ben la faccenda, che senza spargere sangue s'impadronì di tutta l'Austrasia e della Borgogna; ebbe in mano tre de' figliuoli di Teoderico, e due d'essi fece morire. La regina Brunechilde in sì brutto frangente anche essa tradita, cadde in potere del re Clotario, il quale la rimproverò d'aver data la morte a dieci tra nipoti e principi della casa reale. Fu essa per tre giorni straziata con varii tormenti, poi sopra un cammello esposta ai dileggi di tutto lo esercito; e finalmente per le chiome, per un piede e una mano venne legata alla coda di un ferocissimo cavallo, il quale correndo la mise in brani: esempio terribile dell'iniquità ben pagata anche nel mondo presente. In tal maniera andò ad unirsi nel solo Clotario II tutta la monarchia franzese divisa negli anni addietro in tre parti. Quetati sì strepitosi rumuri, il medesimo re, siccome quegli che professava una singolar venerazione a san Colombano, e specialmente dopo essersi adempiuto quanto gli aveva predetto questo servo del Signore, spedì in Italia Eustasio abbate di Luxevils colla commissione di farlo tornare in Francia. Ma il santo abbate se ne scusò, nè volle rimuoversi da Bobbio. Probabilmente appartiene a quest'anno una lettera da lui scritta a Bonifazio IV papa, e pubblicata da Patricio flamingo, e poi inserita nella Biblioteca de' Padri. Durava tuttavia in Milano, nella Venezia e in altri luoghi lo scisma fra i Cattolici, accettando i più d'essi il concilio quinto generale, ed altri rigettandolo. E perciocchè premeva forte allo stesso re Agilolfo che si togliesse questa discordia, per ordine suo san Colombano colla suddetta lettera fece ricorso al papa. In essa fra le altre cose ei dice: A rege cogor, ut singillatim suggeram tuis piis auribus sui negotium doloris. Dolor namque suus est schisma populi pro regina, pro filio, forte et pro se ipso fertur enim dixisse: si certum sciret, ei ipse crederet. Da queste parole han voluto inferire alcuni, che il re Agilolfo fosse tuttavia o pagano o ariano: ma insussistente è l'illazione. Aveva egli già abbracciato il Cattolicismo; ma era tuttavia fluttuante intorno al credere conforme alla dottrina cattolica il concilio quinto generale. Poichè per conto della regina Teodelinda, sappiam di certo per lettere di san Gregorio papa, ch'essa non sapeva indursi ad abbracciar quel concilio; ed avrebbe potuto insinuar queste massime al figlio Adoloaldo. Però non son da tirare le parole del re Agilolfo alle discordie troppo essenziali che vertevano tra i Cattolici e gli ariani, ma sì bene alla discordia nata fra i Cattolici per cagione del quinto concilio, di cui parla la lettera di san Colombano, e nata per ignoranza di chi non intendeva, o per arroganza di chi non voleva intendere la retta intenzione e dottrina d'esso concilio quinto. Anzi di qui si può chiaramente ricavare, che il re Agilolfo era entrato nella Chiesa cattolica, e faceva conoscere il suo zelo per l'unità e quiete della medesima: pensiero che non si sarebbe mai preso, se pagano o ariano ei fosse allora stato.

NOTE:

[3140] Idem, ibid., cap. 69.

[3141] Chronic. Alexandr.

[3142] Theoph. in Chronogr.

[3143] Fredeg., in Chron., cap. 39.

[3144] Jonas, in Vit. S. Columbani, lib. 2.

Anno di CRISTO DCXIV. Indizione II.

BONIFAZIO IV papa 7 ERACLIO imperadore 5. AGILOLFO re 24.

L'anno III dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Funestissimo riuscì quest'anno alla repubblica cristiana, perciocchè, per attestato di Teofane[3145] e dalla Cronica Alessandrina[3146], i Persiani non trovando argine alcuno alla lor potenza, dopo aver sottomesso Damasco e molt'altre città dell'Oriente, entrati nella Palestina, presero in pochi giorni la santa città di Gerusalemme. Non lasciarono indietro i furibondi Barbari crudeltà veruna in tal congiuntura. Uccisero migliaia di cherici monaci, sacre vergini ed altre persone; diedero alle fiamme il sepolcro del Signore ed infinite case; smantellarono tutti i più nobili templi d'essa città, ed esportarono il vero legno della santa Croce, con tutti gl'innumerabili sacri vasi di quelle chiese. Zaccheria patriarca di quella città con altre migliaja di quel popolo fu condotto schiavo in Persia. Questa disgrazia trasse le lagrime dagli occhi di tutti i buoni Cristiani. Quei che poterono scampare da sì furiosa tempesta, si ricoverarono ad Alessandria di Egitto, dove trovarono il padre de' poveri, cioè il celebre s. Giovanni limosiniere, patriarca di quella città, che tutti raccolse e sostentò come suoi figliuoli[3147]. Nè contento di ciò il mirabil servo del Signore, inviò persona con oro, viveri e vesti in aiuto dei rimasti prigionieri, e per riscattare chiunque si potesse. Mandò ancora due vescovi con assai danaro incontro a quei che venivano liberati dalla schiavitù. Antioco monaco della Palestina, che fiorì in tempi sì calamitosi, e di cui abbiamo cento trenta omilie, deplorò con varie lamentazioni in più d'un luogo questa lagrimevol tragedia del Cristianesimo. Sappiam inoltre da Teofane e da Cedreno[3148] che concorse anche l'odio de' giudei ad accrescerla, con aver costoro comperati quanti cristiani schiavi poterono, i quali barbaramente poi furono da essi levati di vita. Correa voce che ne avessero uccisi circa novantamila. Per questa calamità non lasciò Eraclio imperadore[3149] di passare alle seconde nozze, con prendere per moglie Martina, figliuola di Maria sua sorella e di Martino; il che cagionò scandalo nel popolo, trattandosi di una sì stretta parentela; e Sergio patriarca detestò come incestuoso un sì fatto matrimonio. Ma Eraclio non se ne prese pensiero. Si stenterà anche a credere quell'avversione di Sergio, perchè abbiamo da Teofane che il medesimo patriarca coronò Martina, allorchè Eraclio la dichiarò Augusta.

NOTE:

[3145] Theoph., in Chronogr.

[3146] Chron. Alex.

[3147] Leontius, in Vit. S. Joann. Elemosynarii.

[3148] Cedren. in Annal.

[3149] Niceph. Constantinopolit., in Chr., pag. 10.

Anno di CRISTO DCXV. Indizione III.

DEUSDEDIT papa 1. ERACLIO imperadore 6. ADALOALDO re 1.

L'anno IV dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Ci vien dicendo Paolo Diacono[3150] che Agilolfo re de' Longobardi regnò venticinque anni. Quindi fra gli eruditi s'è disputato s'egli mancasse di vita nell'anno presente 615, siccome han creduto il Sigonio, il Sassi nelle Annotazioni al Sigonio medesimo, e il padre Bacchini nelle sue Dissertazioni ad Agnello scrittore delle Vite dei vescovi ravennati, oppure se all'anno susseguente 616, come sono stati d'avviso il p. Pagi e il Bianchi nelle Annotazioni a Paolo Diacono. Non serve a decidere la quistione un diploma del re Adaloaldo, dato nell'anno 621 in favore del monistero di Bobbio, e prodotto dall'Ughelli[3151], perchè esso si adatta all'una e all'altra opinione, e può anche dubitarsi se sia documento sicuro, perchè il Margarino dopo l'Ughelli l'ha rapportato[3152] colle note cronologiche diverse. Sigeberto[3153], che mette nell'anno 617 la morte di Agilolfo, e Fredegario[3154], che tuttavia il fa vivente in quell'anno, non son da ascoltare. Che Fredegario nelle cose longobardiche non sia autor ben informato, e Sigeberto non sia buon condottiero nella cronologia di questi tempi, si può provare con troppi esempli. Io mi fo lecito di riferire all'anno presente la morte di questo principe, perchè prendendo il principio del suo regno dal principio di maggio dell'anno 591, egli in quest'anno entrò nel medesimo maggio nell'anno vigesimoquinto del suo regno; nè vi ha necessità che egli regnasse venticinque anni compiuti, perchè gli scrittori antichi con un sol numero abbracciano spesso anche gli anni incompleti. E tanto più poi sarebbe da anteporre questa opinione ad ogni altra, se Paolo Diacono avesse cominciato, come è più che probabile, a contar gli anni del regno di Agilolfo dal novembre dell'anno 590, scrivendo egli: Suscepit Agilulfus inchoante jam mense novembris regiam dignitatem. In questo supposto avrebbe esso re compiuto l'anno ventesimo quinto del regno sul principio di novembre di questo anno 615. Comunque sia, cessò di vivere Agilolfo re de' Longobardi, principe di gran valore e di molta prudenza, che antepose l'amor della pace a quel della guerra, e glorioso specialmente per essere stato il primo dei re Longobardi ad abbracciare la religion cattolica: il che servì non poco a trarre dagli errori dell'arianismo tutta la nazion longobarda. Prima nondimeno d'abbandonar questo principe, convien riferire ciò che di lui scrisse Fredegario sotto l'anno XXXIV del regno di Clotario II re dei Franchi[3155]. Vuol egli che i Longobardi nel tempo dei duchi eleggessero di pagare ogni anno dodicimila soldi d'oro ai re della Francia, per avere la lor protezione, e che il re Autari continuasse questo pagamento, ed altrettanto facesse il di lui figliuolo Agone, cioè il re Agilolfo, il quale nondimeno si sa non essere stato figliuolo d'Autari. Aggiugne che nell'anno suddetto XXXIV di Clotario, corrispondente all'anno 617, furono spediti ad esso re Clotario dal re Agone tre nobili ambasciatori di nazion longobarda: cioè Agilolfo, Pompeo e Gautone, per abolir quest'annuo sia tributo o regalo. Guadagnarono essi il favore di Varnacario, Gundelando e Cuco, ministri primarii del re Clotario, con un segreto sbruffo di mille soldi d'oro per cadauno. Esibirono poi al re Clotario per una volta sola trentaseimila soldi d'oro; ed avendo quei consiglieri lodato il partito, fu cassata la capitolazione precedente, nè altro in avvenire si pagò dai Longobardi. In tal congiuntura fu stipulato un trattato di pace ed amicizia perpetua tra i Franchi e i Longobardi. Il fatto è credibile, ma per conto del tempo concorrono le circostanze a farci credere che la spedizione di questi ambasciatori seguisse nell'anno 613, o al più nel 614, coll'occasione che il re Agilolfo volle congratularsi col re Clotario per i prosperosi successi che aveano unita in lui solo l'ampia monarchia dei re franchi. Il padre Daniello[3156] ha acconciata questa cronologia di Fredegario con dire che gli ambasciatori suddetti furono spediti, non già dal re Agilolfo, ma bensì dal re Adaloaldo. Ma Fredegario scrive ab Agone rege, ed è certo che Agone fu lo stesso che Agilolfo. Ora al re Agilolfo succedette nel regno de' Longobardi Adaloaldo suo figliuolo, nato nell'anno 602, e già proclamato re nell'anno 604, tuttavia nondimeno in età incapace a governar popoli, e però bisognoso della tutela della regina Teodelinda sua madre. Venne a morte in questo anno nel dì 7 di maggio s. Bonifazio IV papa. Molti mesi stette vacante la cattedra di s. Pietro, ed infine fu creato romano pontefice Deusdedit cioè Diodato, di nazione romano. Vuole il p. Pagi che ciò seguisse nel dì 19 di ottobre; ma Anastasio bibliotecario notò la di lui consecrazione al dì 13 di novembre. Di grandi tremuoti ancora si fecero sentire in Italia, a quali tenne dietro il fetente morbo della lebbra. Non so io dire se questo malore fosse dianzi incognito, oppur solamente raro in Italia. Ben so che il medesimo ne' secoli susseguenti si truova costante e vigoroso per tutta l'Italia, e si dilatò anche ne' regni circonvicini, di maniera che poche città italiane vi furono col tempo che non avessero o molti, o pochi infetti di questo male sì sporco ed attaccaticcio, con essersi in assaissimi luoghi per cagion d'esso fondati spedali dei lebbrosi, a' quali fu dato poi il nome di lazzaretti da Lazzaro mentovato nel Vangelo. Fra gli altri motivi che noi abbiamo di ringraziar la divina clemenza per più benefizii compartiti a questi ultimi secoli che ai precedenti, c'è ancora quello di vederci liberi da questo brutto spettacolo, troppo rari oramai essendo i lebbrosi che dalla romana carità sono oggidì accolti, curati e guariti. Passò ancora in quest'anno alla patria de' beati nel monistero di Bobbio s. Colombano abate[3157], chiarissimo per la sua santa vita e per tanti miracoli che di lui si raccontano. A lui succedette nel governo di quel monistero Attala borgognone, che era stato abate del monistero di Luxevils in Borgogna, personaggio anch'esso di rare virtù, e degno discepolo di sì eccellente maestro.

NOTE:

[3150] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 43.

[3151] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.

[3152] Margarin., Bullar. Casinens. tom. 2.

[3153] Sigebertus, in Chron.

[3154] Fredegarius, in Chron.

[3155] Fredegar., in Chron. cap. 44 et 45.

[3156] Daniel, Histoire de France, tom. 1.

[3157] Jonas, in Vita S. Columbani.

Anno di CRISTO DCXVI. Indizione IV.

DEUSDEDIT papa 2. ERACLIO imperadore 7. ADALOALDO re 2.

L'anno V dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

L'Italia in questi tempi godeva una invidiabile pace, perchè Teodelinda non amava disturbi e imbrogli di guerra nella minorità del figliuolo; e molto più tornava il conto all'esarco Giovanni Lemigio di non far novità in tempi che l'impero in Oriente si trovava tutto sossopra per la guerra dei Persiani, e spogliato in maniera, che in tanti bisogni credette Eraclio Augusto di potersi valere dei sacri vasi delle chiese per pagare i Barbari circonvicini, e impedire che non concorressero anch'eglino alla total rovina dell'imperio suo. Ma in Ravenna nell'anno precedente era succeduta, o succedette in questo, una funesta rivoluzione, accennata con due parole da Anastasio bibliotecario[3158]: cioè irritati i cittadini di Ravenna o dalla superbia e dai mali trattamenti dell'esarco suddetto, oppure dagli esorbitanti aggravii loro imposti, si sollevarono contra di lui, e l'uccisero con tutti i giudici che avea condotti seco. Andata questa nuova a Costantinopoli, Eraclio non tardò a spedire in Italia Eleuterio patrizio ed esarco, il quale, giunto a Ravenna, formò de' rigorosi processi contra gli uccisori del suo antecessore, e diede un grande esercizio alle scuri. Meglio in somma stavano gl'Italiani sotto i Longobardi che sotto i Greci. Intanto in Oriente seguitavano ad andare alla peggio gli affari dell'imperio romano. I Persiani, secondochè abbiam da Teofane[3159] e da Cedreno[3160], entrarono nell'Egitto, presero la città d'Alessandria, e s'impadronirono di tutte quelle contrade e della Libia, sino ai confini degli Etiopi. Ma non pare che tenessero salde sì vaste conquiste, soggiugnendo quello storico, che, fatta una gran moltitudine di schiavi e un incredibil bottino, se ne tornarono al loro paese. In sì terribil congiuntura il santo patriarca di Alessandria, Giovanni il limosiniero, se ne fuggì nell'isola di Cipri, dove santamente morì, con lasciare dopo di sè una memoria immortale dell'incomparabil sua carità. Ci resta la sua vita scritta da Leonzio vescovo di Lemissa. Ma qui non terminarono le tempeste dell'Oriente. O nell'anno precedente, o in questo, un altro esercito di Persiani, condotto da Saito generale, arrivò fin sotto la città di Calcedone, cioè a dire in faccia a Costantinopoli, e quivi si accampò. Se si vuole prestar fede a Teofane, egli obbligò alla resa quella città. Comunque passasse questo fatto, racconta Niceforo patriarca costantinopolitano nel suo compendio istorico[3161], che Caito avendo invitato l'imperadore Eraclio ad un abboccamento, questi non ebbe difficoltà di passare lo Stretto e di parlar con lui. Il general persiano con somma venerazione lo accolse, e il consigliò di mandar seco ambasciatori al re Cosroe, per trattar della pace. All'udir queste parole parve ad Eraclio che s'aprisse il cielo in suo furore; e in fatti spedì al re di Persia Olimpio prefetto del pretorio, Leonzio prefetto di Costantinopoli, due de' primi ufficiali della sua corte, ed Anastasio prete. L'autore della Cronica Alessandrina[3162] rapporta anche l'orazione recitata da questi ambasciatori a Cosroe. Ma così bell'apparato andò poi a finire in una lagrimevole scena. Disapprovò il barbaro re la condotta del suo generale Saito, che in vece dell'imperadore Eraclio gli avesse menato davanti i di lui legati; e però, fattagli cavar la pelle, e formarne un otre, crudelmente il fece morire. Poscia cacciati in prigione gli ambasciatori cesarei, in varie forme li maltrattò, e dopo averli tenuti lungamente in quelle miserie, finalmente levò loro la vita. Può essere che l'assedio di Calcedone e l'ambasceria al re Cosroe sieno da riferire, secondo il padre Pagi, all'anno precedente; ma potrebbe anche appartenere al presente una parte di questa tragedia. Crede il buon Ughelli[3163] nell'Italia sacra, dove parla de' vescovi di Benevento, che appartenga all'anno 613 (vuol dire all'anno presente 616) un diploma d'Arichi ossia Arigiso I duca di Benevento, dato anno XXIV gloriosissimi ducatus sui, mense martio, Indictione quarta. Qual diploma non è di Arigiso I, ma sì bene di Arigiso II duca di Benevento, e fu dato nel marzo dell'anno 781.

NOTE:

[3158] Anast. Bibliothec., in Vit. Deusdedit.

[3159] Theoph., in Chronogr.

[3160] Cedren. in Annal.

[3161] Nicephorus Costantinopolitanus, in Chron.

[3162] Chron. Alex.

[3163] Ughellius Italia Sacr. T. 8.

Anno di CRISTO DCXVII. Indizione V.

DEUSDEDIT papa 3. ERACLIO imperadore 8. ADALOALDO re 3.

L'anno VI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Abbiamo da Teofane[3164] che Eraclio Costantino, figliuolo dell'imperatore Eraclio, alzato anche egli, siccome dicemmo, alla dignità augustale, nel primo dì del gennaio di quest'anno (non volendolo il padre meno di sè), prese il consolato, di cui nondimeno gli scrittori antichi non tennero conto, ed in tal congiuntura dichiarò Cesare Costantino suo fratello minore, nato da Martina Augusta. Ma i malanni andavano ogni dì più crescendo in Oriente. Al terribile sconvolgimento della guerra si aggiunse in Costantinopoli e nelle altre città una fiera carestia, perchè dall'Egitto saccheggiato dai Persiani non venivano più grani. Crebbe poi al sommo la miseria, perchè la peste entrò nel popolo di quella gran città, e faceva un orrido scempio delle lor vite. Però atterrito e come disperato l'imperatore Eraclio, presa la risoluzione di ritirarsi in Africa, avea già mandata innanzi una nave carica di preziosi mobili e di una gran copia d'oro, d'argento e di gemme, che, a cagione d'una fiera tempesta sopraggiunta, andò per la maggior parte a male. Penetratosi poi il disegno di Eraclio, i cittadini si maneggiarono forte per impedirlo, e finalmente il patriarca Sergio avendo invitato l'imperadore alla chiesa, tanto perorò a nome del popolo, che l'obbligò a promettere con giuramento di non partirsi da quella real città. Ubbidì egli, benchè mal volentieri, ma non cessava di sospirare e gemere per tante miserie. Questo infelice stato dello imperio in Oriente influì qualche movimento torbido in Italia. Erasi prima di ora un certo Giovanni Consino ribellato all'imperadore, e fattosi padrone di Napoli, città fedele all'imperio. Comunemente si crede ch'egli fosse governatore o duca d'essa città, e che veggendo traballare l'imperio in Oriente, ed assai manifesto che l'imperatore non poteva accudire all'Italia, di governatore si fece sovrano, ossia tiranno. Ma ho io gran sospetto che costui fosse piuttosto uno de' magnati di que' paesi, il quale colla forza, o in altra guisa, si usurpasse la signoria di quella nobil città. Egli è chiamato Compsinus, cioè da Compsa, oggidì Conza nel regno di Napoli. Non par credibile che i Greci dessero allora il governo di una città sì riguardevole ad Italiani di quelle contrade. Ora Eleuterio esarco, dappoichè ebbe rassettato, col rigore nondimeno, gli affari di Ravenna, se n'andò, per attestato di Anastasio bibliotecario[3165], a Roma, dove fu cortesemente accolto dall'ottimo papa Deusdedit. Di là passò alla volta di Napoli, e colle forze che menò seco, oppure che adunò in quelle parti, combattè con Giovanni Consino, ed entrato in Napoli, gli levò la vita. Se ne tornò egli dipoi a Ravenna, dove diede un regalo ai soldati: e ne seguì poi pace in tutta l'Italia. Qui il lettor potrà riflettere se i Longobardi, che pur erano chiamati nefandi dai loro nemici, fossero sì cattiva gente, quando apparisce che si guardarono di prevalersi della grave decadenza in cui si trovava allora l'impero romano; nè vollero punto mischiarsi nella sollevazion de' Ravennati, nè sostenere la ribellione di Giovanni Consino, tuttochè con facilità l'avessero potuto fare, e con loro gran vantaggio.

NOTE:

[3164] Theoph. in Chronogr.

[3165] Anastas. Bibliothec., in Vita Deusdedit.

Anno di CRISTO DCXVIII. Indizione VI.

DEUSDEDIT papa 4. ERACLIO imperadore 9. ADALOALDO re 4.

L'anno VII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Secondo i conti del Pagi fu chiamato da Dio a miglior vita in quest'anno papa Deusdedit nel dì 8 di novembre. Bisogna credere ch'egli splendesse per molte virtù, perchè la Chiesa romana fin dagli antichi secoli il registrò nel ruolo dei santi. Ma son perite le memorie d'allora; e la storia sì ecclesiastica che profana dell'Italia in questi tempi si truova più che mai nel buio. Credesi che la Sede apostolica stesse dipoi vacante un anno, un mese e sedici giorni. Nè resta alcun vestigio di quel che si facessero ne' presenti giorni i Longobardi. Solamente apparisce che i medesimi godevano e lasciavano godere ai popoli loro sudditi e vicini la tranquillità della pace. Sappiamo ancora da Paolo Diacono[3166] che regnando il re Adaloaldo colla piissima regina Teodelinda sua madre, furono ristaurate molte chiese, e di molti beni furono donati ai luoghi sacri e pii. A poco a poco s'andavano disrugginendo e pulendo i barbari Longobardi, con prendere i costumi e riti degl'Italiani, moltissimi anche fra loro dall'arianismo passavano alla Chiesa cattolica, e gareggiavano poi con gl'Italiani stessi nella pietà e nella pia liberalità verso i templi del Signore, spedali e monisteri. Neppure in questi tempi abbiamo assai distinti ed ordinati gli avvenimenti dell'imperio in Oriente. Pare che in quest'anno, siccome volle il cardinal Baronio[3167], Cacano re degli Avari movesse guerra all'imperadore Eraclio. Ma io, seguendo le conghietture del Pagi[3168], riferirò questo fatto più tardi. E sotto quest'anno, correndo l'Indizione sesta, e non già l'undecima, come ha qualche testo, racconta Anastasio bibliotecario[3169] che nel mese d'agosto succedette un gran tremuoto in Roma, a cui tenne dietro una peste oppure una epidemia gagliarda che portò via non poca parte del popolo.

NOTE:

[3166] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 43.

[3167] Baron. Annal. Eccl.

[3168] Pagius, Crit. Baron.

[3169] Anastas. Bibliothec. in Vita Deusdedit.

Anno di CRISTO DCXIX. Indizione VII.

BONIFAZIO V papa 1. ERACLIO imperadore 10. ADALOALDO re 5.

L'anno VIII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Non sappiam bene se appartenga a quest'anno l'insolenza fatta dagli Avari, ossia dagli Unni abitanti nella Pannonia, all'imperadore Eraclio, essendo imbrogliato il fatto e il tempo nelle storie di Niceforo[3170] e Teofane[3171], e nella Cronica Alessandrina[3172]. Sia nondimeno a me lecito di riferirla qui. Cacano, cioè a dire il re di que' Barbari, perchè passavano alcune controversie fra lui e l'imperadore, fece istanza di un abboccamento fra loro. A questo fine nel mese di giugno uscì di Costantinopoli Eraclio Augusto con tutta la corte, e con un grande apparato di magnificenza, per andare ad Eraclea, città, dove s'aveano a fare de' suntuosi spettacoli: e colà ancora concorse un'infinita moltitudine di popolo. Portossi Cacano a quella volta anche egli. Teofane scrive che s'abboccarono al Muro lungo; Niceforo, che il Barbaro andò ad Eraclea. Tutto ad un tempo venne Eraclio a scoprire che il traditor Cacano, lungi dal cercar pace, macchinava di sorprendere lui e la città di Costantinopoli. Travestito dunque se ne fuggì, e tornò a tempo alla sua reggia. Gli Avari superato il Muro lungo, poco mancò che non entrassero in Costantinopoli, con essere arrivate le loro masnade fino alle porte di quella real città, non senza strage di moltissime persone. Immenso fu il bottino che fecero costoro in que' contorni col saccheggio dell'equipaggio dell'imperadore, di quanti palagi, case e chiese vennero loro alle mani; immensa la moltitudine dei prigioni che menarono con seco, di maniera che si ha della pena a credere ciò che racconta Niceforo, cioè essere stati condotti via dugento sessantamila Cristiani tra uomini, donne e fanciulli. Ecco come stava l'afflitto imperio in Oriente. Se n'andarono carichi di preda e di prigioni que' Barbari, e tutto trassero di là del Danubio: segno che doveano essere padroni anche di que' paesi che oggidì chiamiamo Moldavia e Valachia. Nel giorno 23 di dicembre di quest'anno, secondo i conti del padre Pagi, fu finalmente, dopo sì lunga vacanza della Sede apostolica, consecrato romano pontefice Bonifazio V, di patria napoletano, personaggio pieno di mansuetudine e misericordioso. In questo medesimo anno ancora, per relazione di Paolo Diacono[3173] e di Anastasio bibliotecario[3174], prima che fosse ordinato il nuovo papa, occorse che Eleuterio patrizio ed esarco di Ravenna, tuttochè eunuco, pensò a farsi signore d'Italia ed imperadore. Dovea credere costui che, stante l'infelice positura delle cose in Oriente, si potesse a man salva eseguire cotal disegno. Cominciò la ribellione in Ravenna, e quindi, prima che seguisse l'ordinazione di papa Bonifazio, s'incamminò egli coll'esercito verso Roma, verisimilmente con pensiero di prender ivi il nome e la corona imperiale. Ma essendo giunto alla terra di Luciolo, che da alcuni vien creduto posto fra Gubbio e Cagli, i soldati ravveduti del fallo che andavano a commettere, quivi l'uccisero, e la sua testa in un sacco fu inviata a Costantinopoli. Crede Girolamo Rossi[3175] che ad Eleuterio ucciso succedesse tosto Isacco patrizio di nazione armeno, nel governo di Ravenna e dell'Italia; ma si potrebbe dubitarne, siccome osserverò all'anno 644 in accennare l'epitafio suo. Tuttavia, perchè non s'ha cognizione d'altro esarco che dopo la morte di Eleuterio comandasse in Ravenna, fuorchè di questo Isacco, perciò bisogna menar buona a Rossi una tale asserzione. La città d'Ancira, capitale della Galazia, secondochè s'ha da Teofane, fu presa dai Persiani, non si sa bene se nel presente, oppure nel seguente anno.

NOTE:

[3170] Nicephor. Costantinopolitanus, in Breviar.

[3171] Theoph., in Chronogr.

[3172] Chron. Alex.

[3173] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 35.

[3174] Anastas. Biblioth. in Bonif. V.

[3175] Rossi, Istor. di Ravenn.

Anno di CRISTO DCXX. Indizione VIII.

BONIFACIO V papa 2. ERACLIO imperadore 11. ADALOALDO re 6.

L'anno IX dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Quando nell'anno precedente sia succeduta l'irruzione fatta dagli Avari contro di Eraclio imperadore e della città di Costantinopoli, si può credere che appartenga a quest'anno la pace conchiusa fra essi, e raccontata da Teofane[3176]. Ancorchè Eraclio fosse amareggiato non poco per l'iniquità commessa contra di lui dal re barbaro, pure il sistema sì sconcertato de' suoi affari e il desiderio d'uscire, subito che poteva, in campagna contra de' Persiani, gli fecero dissimular tutto, e prendere le vie della piacevolezza, per veder pure d'aver la pace dalla nazione avarica. Tornò dunque a mandar degli ambasciatori a Cacano per trattare d'aggiustamento; e questi gli parlarono con sì buon garbo, che giunsero a stabilire una buona amicizia, e furono confermate le vecchie capitolazioni; alle quali forse perchè Eraclio dianzi non volle consentire, gl'incontrò quella brutta beffa, di cui abbiam favellato. Circa questi tempi un certo Agrestio, già notaio di Teoderico re della Borgogna, e divenuto monaco nel monistero di Luxevils in Borgogna, si partì da quel monistero e venne ad Aquileia. Giona, monaco e scrittore di questi tempi, nella vita di sant'Eustasio[3177] abate racconta ch'egli si affezionò allo scisma del patriarca di Aquileia, pretendendo che il patriarca di Grado, benchè unito di sentimenti colla Chiesa romana e con quasi tutte le chiese del Cristianesimo, non tenesse la dottrina vera della Chiesa perchè condannava i tre capitoli. E sopra questo medesimo argomento scrisse una lettera piena di veleno e di riprensione al santo abate di Bobbio Attala, e gliel inviò per mezzo di Aurelio notaio del re Adaloaldo. Giona seguita a dire di aver egli stesso avuto in mano l'originale d'essa lettera, e di averlo per sua negligenza perduto. Attala se ne fece beffe, nè degnossi di dargli risposta.

NOTE:

[3176] Theoph. in Chronogr.

[3177] Jonas, in Actis Sanct. Ordin. S. Benedict. Secula. II.

Anno di CRISTO DCXXI. Indizione IX.

BONIFAZIO V papa 3. ERACLIO imperadore 12. ADALOALDO re 7.

L'anno X dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Abbiam veduto finora da qual diluvio di sventure fosse inondato l'Oriente cristiano, e senza che mai Eraclio Augusto si opponesse in qualche guisa ai nemici, e senza che si sappia ch'egli avesse armata, o generale alcuno di qualche grido. Però i lettori riguardando un principe che lasciava divorare in tal forma i suoi popoli e stati, nè moveva una mano, per così dire, in loro difesa, avran bene in lor cuore a lui dato il titolo di principe dappoco e di niun consiglio. Ma che egli tale non fosse, comincieremo da qui innanzi a vederlo. Le cagioni, per le quali finora egli vivesse così addormentato, noi non le sappiamo. Quel ch'è certo, egli in quest'anno, dacchè avea fatta la pace con gli Avari, e parevagli di aver sicure le spalle, determinò di voler egli stesso uscire in campagna contra de' Persiani. Le applicazioni sue pertanto furono di arrolar quanti soldati potè; ma perchè abbisognava di quell'importante ingrediente che si ricerca in chi vuol far guerra, cioè di danaro, nè sapendo ove trovarne, giacchè si trattava della pubblica necessità, prese dalla cattedrale e dalle altre chiese di Costantinopoli i vasi sacri d'oro e d'argento, e tutto inviato alla zecca, convertì in moneta. Teofane[3178] mette ciò sotto l'anno seguente; ma sembra ben credibile ch'egli non tardasse tanto a valersi di questi ultimi rimedii. Prima dunque che terminasse l'anno mise in marcia l'esercito ammassato, e il fece passare dall'Europa in Asia per lo stretto di Costantinopoli, con pensiero di mettersi poi egli stesso alla testa del medesimo nella primavera ventura. Già dicemmo all'anno 611, come Gisolfo duca del Friuli restò morto nella terribil irruzione fatta da Cacano re degli Avari in Italia. E che Tasone e Cacone di lui figliuoli, nel mentre che erano con altri due loro fratelli condotti da que' Barbari in ischiavitù, felicemente si salvarono colla fuga. Tornati poscia questi due principi nel Friuli[3179], impetrarono dal re Agilolfo di succedere al loro padre, ossia al loro zio, in quel ducato, perciocchè allora i ducati e le contee erano più tosto governi che feudi come oggidì; nè i figliuoli poteano prendere la successione in essi. Se vi succedeano (cosa che cominciò comunemente a praticarsi, qualora i figliuoli erano capaci di governo, nè aveano demeriti), ciò proveniva da mera grazia ed arbitrio del re sovrano. Rara cosa nondimeno è che due duchi governassero un solo ducato; e se non avessimo la testimonianza di Paolo Diacono, che tutti e due quei giovani fossero duchi del Friuli, si stenterebbe a crederlo. Certamente Fredegario[3180] non riconosce per duca del Friuli se non Tasone, benchè per errore il chiami duca della Toscana. Vedremo ben col tempo due duchi nello stesso tempo di Spoleti; ma questo non fu rarità per conto di quelle contrade, perchè allora quel ducato si troverà diviso in due, l'uno di qua e l'altro di là dall'Apennino.

NOTE:

[3178] Theoph., in Chronogr.

[3179] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 40.

[3180] Fredegarius in Chron. cap. 69.

Anno di CRISTO DCXXII. Indizione X.

BONIFAZIO V papa 4. ERACLIO imperadore 13. ADALOALDO re 8.

L'anno XI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Diede in quest'anno principio alla guerra di Persia l'imperadore Eraclio. Solennizzato il giorno di pasqua, che cadde nel dì 4 d'aprile, raccomandati ch'ebbe pubblicamente nel seguente lunedì i suoi figliuoli a Sergio patriarca, ai magistrati e al popolo[3181], e deputato governatore di Costantinopoli Buono ossia Bonoso patrizio, uomo di gran senno e prudenza, andò a trovar l'armata, e si mise in viaggio colla imperadrice Martina, disposto d'andare a cercare i Persiani. Scrisse a Cacano, cioè al re degli Avari, pregandolo di voler essere tutore di Eraclio Costantino Augusto suo figliuolo, e di voler anche spedir gente in soccorso del romano imperio. Credo io ciò fatto per un tiro di politica, piuttosto che per fidanza in questo principe barbaro, che la sperienza avea già fatto conoscere per un volpone ed infedele. Tale si provò ancora di nuovo da lì a qualche tempo. Giunto che fu Eraclio Augusto a Cesarea, andò a trovar Crispo general dell'armi sue (per quanto abbiam da Zonara[3182]), il quale essendo, o fingendo d'essere malato, non gli andò incontro, non gli fece segno alcuno d'ossequio, anzi nel ragionamento gli rispose con grande arroganza. Tutto dissimulò il saggio imperadore per allora, e si diede alla rassegna delle milizie ch'erano già in piedi, colle quali unì le nuove condotte da lui dall'Europa. Avvenne che l'imperadrice partorì in questi tempi un figliuolo appellato Eracleona, e l'imperadore per farlo battezzare tornò a Costantinopoli. Vi andò anche il suddetto Crispo, e trovandosi Eraclio nel pieno concistoro, dimandò ai senatori qual pena fosse dovuta a chi sprezzava l'imperadore. Tutti risposero: la morte, e senza speranza di perdono. Allora Eraclio raccontò gl'impropri trattamenti a lui fatti da Crispo, ch'era presente: dopo di che per gastigo il degradò, e gli fece dare la clericale tonsura. Niceforo costantinopolitano mette la nascita di Eracleona nell'anno 626. Ma poco in fine importerà ai lettori l'averla intesa qui, o l'intenderla più tardi. Tornato che fu Eraclio nelle provincie dell'Asia, si diede a ben disciplinar le sue milizie tanto nuove che vecchie. Aveva egli trovate le vecchie impoltronite, senza disciplina, scoraggite, e divise in varii paesi. Tutte le raunò in un luogo, ogni dì facea far loro i militari esercizii, e ben istruirli in ogni sorta di movimenti, di assalti, di offesa e di difesa, e quando e come si avea da alzare il grido guerriero nell'attaccar le zuffe. Poscia ch'ebbe a sufficienza ammaestrate queste truppe, fece loro un'affettuosa allocuzione, col rappresentar gli obbrobrii patiti dai Cristiani, la gloria di combattere per la fede e per la patria, e ch'egli era pronto a sacrificar la sua vita per essi e con essi: e soprattutto pregò vivamente ciascuno di non commettere disordini e di non far cose ingiuste. Dopo di che, pienamente confidato nell'aiuto di Dio, marciò verso l'Armenia, e al primo incontro gli fu da' suoi corridori condotto prigione il comandante d'una banda de' nemici. Entrò coraggiosamente nella Persia, e cominciò a far provare a que' Barbari che non era morto in petto dei Greci il valore. Non si attentando il generale dell'oste nemica, appellato Sarbaro, o Sarbaraza, di venire a battaglia, si ritirò nelle montagne, bastandogli di far delle frequenti scaramucce, nelle quali restavano sempre superiori i Greci, vie più animati, perchè non mancava mai Eraclio Augusto di trovarsi nelle prime schiere, e di combattere dappertutto da prode. La fame costrinse finalmente i Persiani ad un general combattimento. Ordinò l'imperadore ai suoi di fingere la fuga: il che veduto dai nemici, sciolte le loro ordinanze, si misero ad inseguire i fuggitivi. Ma questi voltata faccia, e ben squadronati e serrati, con tal vigore gli assalirono che li misero in rotta. Oltre alla strage di assaissimi, fecero molti prigioni, e diedero il sacco al loro campo, il quale restò tutto in loro potere. Venuto il verno, Eraclio già pieno di gloria si restituì a Costantinopoli, e terminò il primo anno della guerra persiana. Teofane sotto quest'anno scrive che cominciò a contarsi il primo anno di Mamed Amera, capo degli Arabi, ossia de' Saraceni. Sopra che è da notare che in questi tempi nell'Arabia l'empio Maometto (egli è lo stesso che Mamed Amera) disseminava gli errori della sua setta, e trovandosi nell'anno presente nella Mecca, fu forzato a fuggirsene per cagione appunto della sua falsa e scandalosa dottrina, nel dì 16 di luglio. Ora da questo giorno ed anno i Maomettani trassero poi il principio della loro epoca, ossia era, appellata egira, che significa persecuzione; e di questa si servono tuttavia, come i Cristiani dell'era volgare della nascita del Signore. Per testimonianza d'Elmacino, autore antichissimo della Storia saracenica, Maometto nacque nell'anno di Cristo 570, e nell'anno quarantesimo quarto della sua età cominciò a pubblicar le merci sue, che tanto spaccio ebbero di poi in Oriente. Sotto quest'anno ancora, secondo il Pagi, Dagoberto, figliuolo di Clotario II re de' Franchi, fu dichiarato re dell'Austrasia, e gli fu dato per assistente e maggiordomo Pippino duca, uomo di santa vita, da una di cui figliuola discese poi Pippino re di Francia.

NOTE:

[3181] Theoph. in Chronogr. Nicephorus in Breviar.

[3182] Zonar. in Annal.

Anno di CRISTO DCXXIII. Indizione XI.

BONIFAZIO V papa 5. ERACLIO imperadore 14. ADALOALDO re 9.

L'anno XII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Nel dì 10 di marzo del presente anno si mosse di nuovo Eraclio della sua regia, e a gran giornate arrivò in Armenia[3183], da dove con sue lettere invitò Cosroe alla pace; altrimenti gli minacciava d'entrare ostilmente nella Persia. Se ne rise il fiero tiranno. Allora Eraclio, dopo avere con una magnanima orazione maggiormente incoraggiata l'armata dei fedeli di Gesù Cristo, passò nel paese nemico, con bruciare quante città e castella s'incontravano per cammino. In mezzo alla state trovarono essi un'aria temperata e rugiadosa, che servì loro di ristoro, e parve cosa miracolosa. Erasi portato il re Cosroe con quarantamila bravi combattenti presso la città di Gazaco, ed eccoti Eraclio che a dirittura va per trovarlo. Furono sorprese e messe a fil di spada le guardie avanzate de' Persiani, nè di più vi volle perchè Cosroe si desse alla fuga. S'impadronì Eraclio della città di Gazaco, dove si trovò il tempio del Fuoco, tuttavia adorato da que' Barbari, e il tesoro di Creso già re della Lidia (lo creda chi lo vuol credere), e si scoprì l'impostura de' carboni che que' falsi sacerdoti faceano credere miracolosamente sempre accesi. Da Gazaco si portò l'esercito cristiano alla città di Tebarmaes, ed in essa entrato, consegnò alle fiamme anch'ivi il tempio del Fuoco e tutte le abitazioni. Intanto Cosroe, avendo gli sproni della paura ai fianchi, si andava ritirando e fuggendo, e dietro di luogo in luogo gli marciava il prode imperadore, prendendo e guastando tutto il paese. In questa maniera passò l'anno secondo della guerra di Persia, ed avvicinandosi il verno, fu messo in consulta, dove si avessero a prendere i quartieri. Alcuni proponevano che si svernasse in Albania, provincia vicina al mar Caspio; altri che s'andasse contra di Cosroe. La sacra Scrittura, secondo l'uso osservato da tant'altri in questi tempi, quella fu che decise essendosi trovato in un versetto della medesima, aperta all'improvviso, parole indicanti di fermarsi in Albania. Conduceva seco Eraclio Augusto, oltre ad un gran bottino, ben cinquantamila prigioni persiani. Accortosi egli de' fieri patimenti di quella povera gente, non gli soffrì il cuore di vederli maggiormente penare, e fattili tutti slegare, donò loro la libertà. Le lagrime che accompagnarono l'allegrezza di que' miseri, e i lor voti che un sì buono imperadore liberasse la Persia da Cosroe, peste di tutto il mondo, furono i loro ringraziamenti. Non disconverrà alla storia d'Italia il far qui menzione di un fatto riferito da Fredegario[3184] sotto il presente anno. Erano gli Sclavi, ossia Schiavoni, divenuti molto tempo fa padroni di parte dell'Illirico, cioè della Carintia, Bossina, Schiavonia. Ma aveano de' vicini troppo potenti che li calpestavano, cioè gli Unni, chiamati Avari, padroni della Pannonia e d'altre provincie. Non bastava che gli Sclavi pagassero tributo a Cacano, cioè al re di que' popoli. Venivano ogni anno gl'iniqui Avari a svernare addosso ai poveri Sclavi, si servivano liberamente delle lor mogli e figliuole, e gli opprimevano in altre maniere. Ora accadde che un certo Samone, franco di nazione e mercante, andò a trafficare nel paese degli Sclavi, e trovò che quella gente, non potendo più sofferire gli oltraggi e strapazzi degli Avari, aveano cominciato a ribellarsi agli Avari. Samone s'unì con loro, e col suo senno e valore fu cagione che gli Sclavi guadagnarono una vittoria con grande strage degli Avari. Tal credito s'acquistò egli con ciò, che lo elessero per loro re, e in molte altre battaglie con gli Unni restò superiore. Regnò trentacinque anni, e di dodici mogli schiavone ch'egli ebbe, lasciò ventidue figliuoli maschi e quindici femmine. Non fu avvertito questo fatto da Giovanni Lucido ne' suoi libri del regno della Dalmazia e Croazia.

NOTE:

[3183] Theoph., in Chronogr.

[3184] Fredeg., in Chron., cap. 48.

Anno di CRISTO DCXXIV. Indizione XII.

BONIFAZIO V papa 6. ERACLIO imperadore 15. ADALOALDO re 10.

L'anno XIII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Mandò in quest'anno il re Cosroe un suo generale appellato Sarablaga, uomo ben provveduto di superbia, nell'Albania, per impedire all'imperadore Eraclio di avanzarsi nella Persia. Ancorchè costui conducesse con esso lui un forte esercito, tuttavia non osò mai affrontarsi coi Greci, contento di andarli ristrignendo, con istarsene sulle montagne, e occupare i siti stretti, per gli quali s'entrava nel dominio persiano. Non istette per questo di marciare l'animoso Augusto verso le nemiche contrade, risoluto di andar a trovare nel cuore del suo paese il re Cosroe; sempre ricordevole de' suoi ambasciatori da lui ritenuti prigioni contro il diritto delle genti, e fatti dipoi levar di vita. Questa spina stava forte in cuore di Eraclio. Venne un altro esercito di Persiani, condotto da Sarbaro ossia Sarbaraza, che si unì con Sarablaga, ed era anche in marcia il terzo sotto il comando di Sae: quando i due primi generali, per gelosia che non fosse attribuita la vittoria all'ultimo, determinarono di dar eglino la battaglia senza di lui, e si accostarono verso la sera col loro campo a quello di Eraclio, per attaccar la zuffa nella mattina seguente. Eraclio, ciò presentito, segretamente continuò tutta la notte il viaggio, e andò a postar la sua armata in un bel piano ricco di foraggi. I Persiani, credendo che Eraclio avesse presa la fuga, gli arrivarono addosso la mattina appresso, senza mettersi in ordinanza. E male per loro, perchè i Cristiani, a guisa di lioni combattendo, ne tagliarono a pezzi assaissimi, e sbandarono gli altri. Ma nel bollore di questa mischia ecco soppraggiugnere Sae coll'esercito suo. Contra di costui si rivolse lo sforzo maggiore de' Cristiani con tal empito, che misero ancor lui in iscompiglio, e presero tutto il suo equipaggio. Non istettero poi molto Sarbaraza e Sae a raccogliere tutte le loro forze disperse e la gente fuggita, con formare un poderoso esercito, risoluti di venir di nuovo alle mani. Eraclio, che si trovava nel cuore del paese nemico, senza fortezze di salvaguardia in occasione di disgrazie, prese il partito di ritirarsi. Gli erano sempre alle spalle i Persiani, e tale fu la stretta, che i Lazii, gli Abasgi ed Iberi suoi collegati abbandonarono lo esercito cristiano, e se n'andarono ai loro paesi. Non si perdette d'animo per questo il coraggioso imperadore, e con bella orazione ravvivò il coraggio nei suoi soldati, con ricordare a tutti che il Dio degli eserciti stava per loro, e che occorrendo conseguirebbono la corona de' martiri e gloria presso i posteri; ma che coll'assistenza di Dio anche i pochi potevano sbaragliare i molti. Ciò fatto, schierò tutta l'armata per attaccar la battaglia; ma questa non si attaccò, e stettero tutto quel dì a guardarsi l'un l'altro i due eserciti. La sera l'imperadore mise in marcia i suoi, e i nemici credendo di poterli prevenire per una scortatoia, andarono ad imbrogliarsi in certe paludi con grave loro pericolo. Giunse finalmente Eraclio nell'Armenia persiana, e quivi si accampò, giacchè era vicino il verno. Prese quartiere anche Sarbaraza in quelle contrade col suo esercito, accresciuto di molto nel cammino; ma buona parte d'essi, avvisandosi che fosse già terminata la campagna, se ne andarono alle lor case. N'ebbe avviso Eraclio, e seppe profittarne. Era allora ben rigido il verno; tuttavia, scelti i più robusti soldati e cavalli dell'armata, e, fattene due squadre, l'una ne mandò innanzi ad assalire i nemici, ed egli in persona tenne dietro coll'altra. Camminarono tutta la notte e verso il far del giorno arrivarono alla terra di Salbano, senza che i Persiani sospettassero punto di aver l'onore di questa visita. Sentita la venuta de' Cristiani, quei Barbari sbalzarono fuor dei letti, ma attorniati dalle spade nemiche, restarono quivi tutti svenati, eccettochè uno, il quale portò la nuova a Sarbaraza, acquartierato nelle vicinanze. Non si curò quel bravo general persiano di vestirsi, ma nudo e scalzo saltato a cavallo, si salvò colla fuga. Sopraggiunsero i Cristiani, che molti di coloro esentarono dal peso della guerra con ucciderli, o farli prigioni. I satrapi persiani, le lor mogli e il fiore della lor nobiltà s'erano ritirati sopra i tetti delle case, e quivi pensavano di difendersi; ma attaccato il fuoco ad esse, parte ne perì nelle fiamme, e parte si arrendè ai vincitori. Toccarono fra l'altre cose all'imperadore Eraclio l'armi di Sarbaraza, cioè lo scudo d'oro, la spada, la lancia, le scarpe e una cintura di oro e di gemme. Tornossene poi il glorioso imperadore al suo campo, finito l'anno terzo della guerra di Persia, e in quelle parti svernò quietamente sino alla primavera ventura.

Anno di CRISTO DCXXV. Indizione XIII.

ONORIO I papa 1. ERACLIO imperadore 16. ARIOALDO re 1.

L'anno XIV dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Fin qui Adaloaldo pacificamente avea governato il regno de' Longobardi coll'assistenza di sua madre la regina Teodelinda, quando questa savia e piissima principessa (impropriamente eletta da Giovanni Boccaccio per suggetto d'una delle sue novelle) terminò i suoi giorni. L'anno preciso di sua morte non si sa, troppo essendo digiuna e mancante la storia d'Italia, e infin quella di Paolo Diacono, in questi tempi. Ma probabilmente prima delle disgrazie di suo figliuolo ella passò da questo ad un miglior mondo. Galvano Fiamma[3185] scrive che a' suoi tempi nell'anno 1310 fu ritrovato in Monza il corpo d'essa regina Teodelinda, e riposto in un'arca di marmo. Di ciò non parla il Morigia nella sua storia di Monza. Solamente dice ch'essa ivi ebbe la sepoltura. Ossia che il re Adaloaldo, privo dei buoni consigli della madre, cominciasse ad operar cose dispiacenti alla nazion longobarda, oppure che si formasse qualche congiura contro di lui, per la quale egli infierisse contra chi cercava la di lui rovina: certo è, per attestato del suddetto Paolo Diacono[3186], che dopo aver regnato dieci anni colla madre gli diede volta il cervello, ed impazzì: per la qual cagione fu cacciato dal regno, e sostituto in suo luogo Arioaldo marito di Gundeberga sorella d'esso Adaloaldo. In quest'anno terminò dunque il decimo del suo regno; e però qui convien parlare della sua caduta. Altro che le suddette brevi parole non lasciò scritto di lui lo storico longobardo, perchè di più non ne seppe. Ascoltiamo ora Fredegario che circa l'anno 740 scriveva le storie de' Franchi nel secondo stesso, in cui fiorì anche Paolo Diacono. Racconta egli[3187] all'anno 623 che Adaloaldo re figliuolo di Agone (cioè di Agilolfo), essendo succeduto a suo padre, accolse benignamente un ambasciatore mandatogli da Maurizio imperadore per nome Eusebio. S'inganna il buon istorico, perchè Adaloaldo non regnò a' tempi di Maurizio, ma sì bene di Eraclio imperadore. Aggiugne, essere corsa voce che Adaloaldo fosse stato unto da questo Eusebio con certi unguenti, per virtù de' quali da lì innanzi non facea se non quel che Eusebio volea. Fu dunque consigliato dal Greco di uccidere prima tutti i grandi del regno longobardico, e poi di sottomettersi all'imperador Maurizio: vuol dire all'imperador Eraclio. In fatti ne uccise dodici senza lor colpa: il che veduto dagli altri, per timore di simile trattamento, tutti si accordarono ad eleggere per re loro Coroaldo (da Paolo Diacono è chiamato Arioaldo, ed è lo stesso che Arialdo) duca di Torino, il quale avea per moglie Gundeberga sorella d'esso Adaloaldo e figliuola del re Agilolfo e di Teodelinda. Adaloaldo (seguita a dir Fredegario) avvelenato morì, e Caroaldo prese lo scettro del regno. Quel racconto degli unguenti, e del loro effetto, e del voler sottomettere il regno all'imperadore, ha tutti i requisiti delle dicerie e fole popolari. Contuttociò può essere che qualche cosa di vero sia mischiato con questo falso, accordandosi in qualche guisa col dirsi da Paolo Diacono che Adaloaldo impazzì. Tuttavia si può temere che neppure uno di questi due storici fosse abbastanza informato dei motivi per cui Adaloaldo cadesse dal trono. E qui convien osservare che, secondo i conti del p. Pagi in quest'anno fu chiamato da Dio a miglior vita papa Bonifazio V. Vuole esso Pagi[3188] che seguisse la di lui morte nel dì 22 d'ottobre, e che Onorio I papa suo successore fosse da lì a cinque giorni consecrato, immaginando che l'esarco di Ravenna si trovasse in questi giorni in Roma, ed avesse facoltà di approvar la elezione del novello papa, senza aspettar la confermazione dello stesso imperadore. S'è disputato intorno al tempo della morte del primo di questi pontefici, e della consecrazione dell'altro; ed appresso il suddetto padre Pagi si vede ben trattata la materia.

A buon conto abbiamo una lettera di Onorio I papa, successore di Bonifazio V, ai vescovi dell'Epiro, data idibus decembris Indictione XIV, e per conseguenza in quest'anno, nel cui settembre cominciò a correre l'indizione quattordicesima. Sicchè si vede eletto e consecrato nell'anno presente Onorio I. Ora, secondo tutte le apparenze, a questo medesimo anno ancora appartiene una altra lettera scritta dallo stesso papa ad Isacco patrizio, esarco di Ravenna, in cui si leggono queste parole: Delatum est ad nos, episcopos transpadanos Petro Pauli filio suadere conatos esse, ut Adalualdum regem desereret, Ariovaldoque tyranno se applicaret. Quamobrem quia Petrus pravis eorum consiliis respuit obedire, et sacramenta regi Agoni (cioè ad Agilolfo) re Adalualdi patri praestita sancte cupit servare: et quia hoc Deo et hominibus est ingratum, ut qui tale facinus vindicare debent, eorum ipsi suasores existant: rogamus vos, ut postquam Adalualdum divino in regnum, ut speramus, auxilio reduxeritis, praedictos episcopos Romam mittere velitis, ne scelus hujusmodi impunitum relinquamus. Un parlare sì fatto di un pontefice romano ci fa intendere che Adaloaldo più non regnava, ma che non dovette essere giustamente deposto, e forse ch'egli non era impazzito; o se pur tale, se gli doveano dar curatori, ma non già levargli la corona. Intanto noi troviamo Arioaldo considerato dal papa come usurpatore del regno e tiranno. Noi vedemmo che Gundoaldo, padre d'esso Arioaldo, era stato ucciso per ordine del re Agilolfo. Probabilmente contra del di lui figliuolo si volle vendicare Arioaldo. A me si fa credibile che concorresse ancora a guadagnar le premure d'esso pontefice in favore di Adaloaldo, l'esser egli cattolico di religione: laddove Arioaldo, che gli tolse la corona, era di professione ariano. Mi vien anche da sospettare che non influisse poco ad eccitar quella congiura contra di Adaloaldo la stessa differenza di religione, perchè i più dei Longobardi seguitavano tuttavia gli errori d'Ario, e di mal occhio miravano un re che dalla madre avea bevuto il latte della dottrina cattolica. Finalmente, dalla suddetta lettera impariamo che Isacco esarco di Ravenna era in lega col re Adaloaldo decaduto dal regno, e dovette fors'anche prendere le armi per rimetterle sul trono. Ma non apparisce che Adaloaldo risorgesse, e si può credere che il veleno a lui dato terminasse in fine la lite del regno, ed Isacco si ritirasse a Ravenna con riconoscere per re l'usurpatore Arioaldo, e con rinnovar la pace stabilita dai suoi successori. Leggendosi due diplomi d'esso re Adaloaldo in favore del monistero di Bobbio presso l'Ughelli[3189], io li tengo per fattura de' secoli posteriori, e non già autentiche scritture. L'Ughelli ce li fa vedere con una data, e il Margarino[3190] con un'altra al tutto diversa e spropositata. L'un d'essi si fa conceduto ad Attala abate, e vi è comandato che nullus ex judicibus, comitibus, gastaldis, ec, debba inquietare quel sacro luogo. Ora presso i re Longobardi lo stesso era giudice che conte. Però in vece di judicibus dovrebb'essere scritto ducibus. L'uno di essi si dice dato Ticini, e l'altro Papiae. Nell'uno è detto Adiualdus, nell'altro Adiuvald. Il padre Pagi, che fidatosi di questi privilegii, ha immaginato che il re Adaloaldo seguitasse a regnare in non so qual parte del regno, mentre Arioaldo regnava in Pavia, è privo di valevoli prove di un tal fatto, ed ha poi contra di sè l'autorità di Paolo Diacono e di Fredegario. Sicchè a me sia lecito di metter qui il fine di Adaloaldo, e di cominciare a contar qui l'anno primo di Arioaldo re de' Longobardi, appellato Carioaldo da esso Fredegario, e di credere che il Pagi s'inganni allorchè crede che Adaloaldo seguitasse a regnare e ripigliasse Pavia. Di sì strepitosi successi è difficile che non fosse rimasta qualche memoria presso gli storici suddetti. Io maggiormente non mi vo' stendere ad esaminar la tela che credo qui mal ordita dal Pagi, il quale troppo si fida di Sigeberto, ossia de' suoi copisti.

In quest'anno quarto della guerra di Persia l'imperadore Eraclio prese la risoluzione di passar colle sue armi nella Siria, che noi appelliamo Soria[3191]. Valicò con grande fatica il monte Tauro, carico di nevi, e quindi il fiume Tigri, con arrivare alle città di Martiropoli e di Amida, dove si riposò. Di là portossi alle città di Germanicia e di Adana, e al fiume Saro, dove occupò, o fece un ponte munito di torri. Nella opposta riva stava il campo persiano, comandato dal generale Sarbaro, ossia Sarbaraza. Seguirono varii incontri fra i Greci e i Persiani, per lo più vantaggiosi ai primi. Eraclio era sempre alla testa di tutti, combattendo con gran valore; e un dì venuti i Persiani ad assalire il ponte, egli con un colpo di lancia, oppur con un fendente di spada rovesciò nel fiume un Persiano di figura gigantesca: il che veduto dagli altri, loro fece prender la fuga, ma con restarne molti uccisi, o affogati nel fiume. Passati di là del ponte i Cristiani, continuarono la pugna, in cui l'imperadore diede altri saggi di sua bravura, non senza maraviglia di Sarbaro, che stava ammirarlo da lungi nè si attentava a far fronte. La notte diede fine al combattimento. Venuto poi il verno, si ritirò l'esercito cristiano alla città di Sebastia nel Ponto, e quivi acquartierato si rimise dalle sofferte fatiche. Ma Cosroe re della Persia arrabbiato per vedersi di assalitore divenuto assalito, scaricò il suo furore contro tutte le chiese de' Cristiani, che si trovavano sotto il suo dominio, con ispogliarle di tutti i sacri vasi ed arredi; e, per far maggior dispetto all'imperadore, forzò i Cristiani suoi sudditi ad abbracciare la setta di Nestorio. Così abbiamo da Teofane, unico scrittore di questi fatti. Altro non fece lo storico Cedreno ne' suoi Annali che copiar le parole di esso Teofane. Degno ancora di annotazione si è, che fino a questi tempi l'imperio romano avea ritenuto in suo potere alcune città probabilmente marittime della Spagna, alle quali davan soccorso, occorrendo, i governatori dell'Africa, giacchè questi comandavano anche alla Sardegna e a Maiorica e Minorica. Ma Suintila re dei Visigoti, che regnava in Ispagna in questi tempi, aggiunse colla forza dell'armi quelle città al suo dominio: con che venne ad essere il primo fra' Goti monarca di tutta la Spagna, con istendere la sua signoria anche per la Gallia Narbonense, ossia nella Linguadoca. Santo Isidoro arcivescovo celebre di Siviglia[3192], che fioriva in questi tempi, e terminò nel presente anno la sua Cronica dei Goti, ci dipinge il re Suintila come principe pien di valore e padre de' poveri. Ma non così col tempo fu creduto da altri. Probabilmente a quest'anno si dee riferire ciò che lasciò scritto Giona monaco di Bobbio, autore contemporaneo[3193]: cioè che Attala abate di quel monistero, avendo inviato a Pavia Blidolfo prete, questi s'incontrò in Arioaldo duca longobardo di credenza ariana, che dopo la morte di Adaloaldo diventò re de' Longobardi. Appena ebbe Arioaldo veduto Blidolfo, che disse a' suoi: Ecco uno de' monaci di Colombano, che non si degnano di renderci il saluto. E fu egli il primo a salutarlo. Allora Blidolfo gli rispose, che avrebbe anch'egli a lui augurata la salute, se esso Arioaldo non avesse tenuto dei falsi sentimenti in materia di fede. Irritato da ciò l'ariano principe, diede ordine che segretamente quel monaco fosse ben bene bastonato. L'ordine fu eseguito; e il povero monaco restò come morto sotto il peso di quelle bastonate; ma da lì a poco si riebbe prodigiosamente, e se ne tornò al monistero sano e salvo.

NOTE:

[3185] Gualeaneus Flamma, in Manipulo Floram, tom. 11 Rer. Ital.

[3186] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 43.

[3187] Fredegar., in Chronic., cap. 49.

[3188] Pagius, Crit. Baron.

[3189] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.

[3190] Margarin., Bullar. Casinens., tom. 2.

[3191] Theoph., in Chronogr.

[3192] Isidor., in Chron.

[3193] Jonas in Vit. S. Bertulfi Saecul. Benedictin. Mabillon.

Anno di CRISTO DCXXVI. Indizione XIV.

ONORIO I papa 2. ERACLIO imperadore 17. ARIOALDO re 2.

L'anno XV dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Un grave pericolo corse in questo anno l'imperio romano in Oriente. Perciocchè Cosroe re della Persia, veggendo ardere la propria casa, nè sapendo la maniera di ripulsare il prode imperadore Eraclio, che gli era con gran vigore addosso, ricorse ad altri partiti per abbatterlo. Tanto si adoperò con ambasciate e regali che contrasse lega con Cacano, ossia col re degli Avari, dominante nella Pannonia, quel medesimo, a cui Eraclio avea raccomandato i suoi figliuoli, uomo che tenea soppiedi le promesse, i patti e la religione. Mosse questo re infedele anche i Bulgari, i Gepidi, gli Schiavoni a imprender seco l'assedio di Costantinopoli. In fatti, nel mese di giugno, come s'ha da Niceforo costantinopolitano[3194] e dalla Cronica Alessandrina[3195], che minutamente descrive questi avvenimenti, comparve davanti a Costantinopoli l'armata terrestre e marittima dell'indegno Cacano, con ferma credenza di poter sottomettere quella regal città, mentre Eraclio si trovava così impegnato nella guerra coi Persiani. Nello stesso tempo Cosroe spedì un'armata comandata da Sarbaro suo generale all'assedio di Calcedone (segno che o non l'avea presa, o non l'avea conservata nell'anno 616), acciocchè andasse di concerto coll'iniquo Cacano alla rovina dell'imperio romano. Appena ebbe Eraclio Augusto scoperti i disegni di costoro, che inviò la terza parte delle sue truppe alla difesa di Costantinopoli, entro la qual città Buono, chiamato da altri Bonoso, governatore, in cui gareggiava colla prudenza il coraggio, fece quanti preparamenti potè per sostenersi contra di un sì furioso torrente d'armati. Furono dati varii assalti alla città di Costantinopoli, adoperate le torri, gli arieti, le testuggini, i mangani ed altre macchine militari per espugnarla; ma fu corrisposto con egual bravura dagli assediati. Si trattò più volte di aggiustamento, ma infruttuosamente sempre, perchè il superbo Cacano stava forte in volere la resa della città: dal che era ben lontano il prode governatore. Nulla profittavano nel loro assedio i Barbari, quando riuscì agli Armeni cristiani di dare colle lor barche addosso a quelle degli Schiavoni nemici, e di sbaragliarle. Grande fu la strage di que Barbari, rimasti vittime delle spade cristiane, o precipitati nel mare, il quale, per attestato di Niceforo, in tal congiuntura si vide tinto di color di sangue. Questo colpo fece risolvere Cacano a levar l'assedio; e da altri fu creduto che disgustati gli Schiavoni per quella disavventura, abbandonato il campo, se ne tornassero al loro paese: il che fosse cagione che anche il re degli Avari si trovasse forzato a seguitarli. Attribuì il popolo di Costantinopoli la sua liberazione ad un particolare aiuto di Dio, e alla protezione ed intercessione della santissima Vergine Madre di Dio, di cui era divotissima quella città.

Intanto l'imperador Eraclio, siccome abbiam da Teofane[3196], avendo diviso l'esercito in due, ne diede una parte a Teodoro curopalata, cioè maggiordomo maggior della corte, suo fratello, acciocchè andasse incontro a Sae general di Cosroe, che conduceva un'armata di bella gente sì, ma di nuova leva. Coll'altra parte esso imperadore s'incamminò verso il paese dei Lazii, situato nella Colchide sul fine del Ponto Eussino, ossia del mar Nero. Non sì tosto Teodoro si trovò a fronte di Sae, che attaccò la zuffa. Levossi in quello stante un temporale, che regalò di grossa gragnuola i Persiani, senza che ne toccasse ai Cristiani, sopra i quali era sereno il cielo: e ciò fu considerato per miracolo. Seguitarono essi Cristiani a menar le mani, tantochè misero in rotta il nemico, di cui non poca parte trovò qui la sepoltura. Arse d'incredibile sdegno Cosroe contra di Sae all'avviso di questa perdita, e comandò che venisse alla corte. Ma il misero per l'afflizione e disperazione caduto infermo, terminò per istrada i suoi giorni. D'ordine nondimeno del barbaro re condotto alla corte il di lui cadavero salato, fu esposto agli oltraggi del popolo, e caricato di bastonate, senza che esso rispondesse una parola o gittasse un sospiro. Avea intanto l'imperadore Eraclio[3197] per mezzo d'ambasciatori e con regali trattato coi Turchi, appellati Gazari, anch'essi di nazione Unni e Tartari, affine di muoverli a' danni de' Persiani. In fatti costoro, rotte le porte Caspie (m'immagino io che sieno le porte o chiuse del monte Caucaso), piombarono da quelle parti addosso alla Persia, dando il guasto dovunque capitavano, e facendo prigioni quanti cadevano nelle lor mani. Era capo di costoro Ziebelo, che dopo Cacano veniva riputato il più temuto e stimato signore fra gli Unni, ossia fra i Tartari. Trovandosi l'imperadore in quelle vicinanze, volle costui abboccarsi seco, e l'abboccamento seguì presso a Fifili città de' Persiani, i quali dalle mura furono spettatori di quel congresso. Appena giunse Ziebelo davanti all'Augusto Eraclio, che balzato da cavallo, si gittò disteso colla faccia per terra, onore insolito fra' Cristiani, ma praticato da que' Barbari verso i loro principi. Altrettanto fece tutto l'esercito turchesco che era con lui. Fece saper l'imperadore a Ziebelo che rimontasse a cavallo e s'accostasse. Così fece egli, e quando fu alla presenza sua, Eraclio si cavò la corona di capo e la pose in quello del Barbaro, con chiamarlo anche figliuolo. Invitò a pranzo lui e i suoi baroni, e terminato che fu il convito, donò a lui tutti i vasi e gli utensili con un manto regale ed orecchini di perle, e ai di lui baroni di sua mano dispensò altri donativi. Per impegnare ancora con legami più stretti il Barbaro in questa lega, ed acciocchè non gli venisse talento d'imitare il perfido Cacano, gli mostrò il ritratto di Eudocia, sua figliuola, con dirgli: Già ti ho dichiarato mio figliuolo. Mira ancor questa mia figliuola Augusta de' Romani. Se contra de' nemici mi recherai aiuto, io te la prometto in isposa. Ziebelo sopraffatto da questi favori e dalla beltà di quella principessa, tutto promise e diede tosto ad Eraclio quarantamila dei suoi combattenti, con ordine di servire a lui come a sè stesso.

Portata che fu a Cosroe la nuova della lega seguita fra Eraclio ed i Turchi, pien di timore e d'affanno spedì tosto lettera a Sarbaro suo generale, con ordine di lasciar Calcedone, e di ricondurre sollecitamente la sua armata in Persia, per opporla ad Eraclio. Cadde questa lettera fortunatamente in mano dell'imperadore; e perchè a lui premeva di non aver contrasto dall'armi di Sarbaro, finse un'altra lettera di Cosroe, e la sigillò col sigillo regale, in cui l'avvisava, che entrato l'imperador de' Romani coi Turchi nella Persia, era stato sconfitto dall'armi sue; e però che attendesse alla conquista di Calcedone, nè rimovesse dalle greche contrade. Nasce qui un scabrosissimo nodo di storia, perchè Teofane, dopo aver narrata la lega suddetta col re dei Turchi, salta a dire che costoro, venendo il verno, se ne tornarono alle lor case, prima che terminasse l'anno in cui Eraclio fece varie imprese contra de' Persiani; e qui imbroglia forte il racconto, dicendo in un luogo succeduti quei fatti IX octobris die Indictione XV; il che vorrebbe dire nell'autunno dell'anno presente 626; e in un altro mensis decembris die XII, qui sabbati dies fuit: il che appartiene al fine dell'anno susseguente 627. E certo hanno avuta ragion di dire i padri Petavio e Pagi, che mancano nel testo di Teofane le memorie d'un anno della guerra di Persia. Il Pagi ha diffusamente trattato questo punto. Egli crede succeduto l'abboccamento di Eraclio col Turco nell'anno seguente; io nel presente, credendo che qua si possa riferire ciò che scrive Giorgio Elmacino[3198] antichissimo scrittore della Storia saracenica. Racconta egli all'anno quarto dell'egira, cioè all'anno di Cristo 625, avere il re Cosroe, sdegnato contra di Siariare, cioè contra Sarbaro ossia Sarbaraza, suo generale, dato ordine a Marzubano di ucciderlo. Questo Marzubano verisimilmente è lo stesso che Marzabane, mentovato negli atti di sant'Anastasio, martirizzato circa questi tempi dai Persiani. Capitata la lettera in mano dell'imperadore Eraclio, questi ne fece avvertito Sarbaro il quale chiaritosi del fatto, passò ai servigi dell'imperadore con assaissimi altri uffiziali. Secondo Teofane, questo fatto di Sarbaro succedette più tardi, cioè l'anno 628 con circostanze diverse, siccome vedremo. Seguita poi a dire Elmacino, avere Eraclio scritto ad Chacanum regem Hararorum (si dee scrivere Hazarorum, cioè de' Turchi chiamati Cazari, o Gazari) per ottener da lui quarantamila cavalli, con promettergli in ricompensa del servigio una sua figliuola per moglie, nel che va d'accordo con Teofane. Andato dipoi Eraclio nella Soria, cominciò a prendere molte città a lui già tolte dai Persiani, e a mettervi de' suoi governatori. Era sparsa la maggior parte delle truppe di Cosroe per la Soria e Mesopotamia; Eraclio a poco a poco le mise a fil di spada, o le ebbe prigioniere. Diede poi Cosroe il comando dell'armata sua a Marzubano, ed intanto Eraclio si trovava occupato in sottomettere l'Armenia, la Soria e l'Egitto (cosa nondimeno poco credibile, perchè tante forze non aveva Eraclio) con disfar tutti i reggimenti persiani, che s'incontravano in quelle parti. Aggiugne dipoi Eraclio che avea nella sua armata trecentomila cavalli, e circa altri quarantamila cavalli gazari, cioè turchi. In vece di trecentomila, senza timor di fallare si dee scrivere trentamila. Ora si può credere che quanto vien qui narrato da Elmacino appartenga al presente anno quinto della guerra di Persia, e a parte del seguente, tanto più perchè Niceforo[3199] attesta che Eraclio col rinforzo avuto dai Turchi entrò nella Persia, e smantellò molte città e i templi del Fuoco, dovunque si trovavano. Sembra anche probabile che egli svernasse nel paese nemico.

NOTE:

[3194] Niceph., in Breviar.

[3195] Chronic. Alexandr.

[3196] Theoph., in Chronogr.

[3197] Niceph., in Brev. Hist.

[3198] Elmacinus, Hist. Sarac. lib. 1, pag. 13.

[3199] Niceph., in Breviar.

Anno di CRISTO DCXXVII. Indizione XV.

ONORIO I papa 3. ERACLIO imperadore 18. ARIOALDO re 3.

L'anno XVI dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Morì in quest'anno nel mese di marzo Attala abate di Bobbio, ed ebbe per successore nel governo di quel monistero Bertolfo abate, di cui abbiam la vita scritta da Giona monaco contemporaneo[3200]. Cominciò subito il vescovo di Tortona ad inquietare il nuovo abate con pretendere che il monistero di Bobbio fosse soggetto alla di lui autorità e giurisdizione. S'ingegnò ancora di avere per favorevoli alla sua pretensione i vescovi confinanti, e di guadagnare il re de' Longobardi. Regnava in quel tempo (dice Giona) Ariovaldo longobardo, il quale, siccome egli stesso aggiugne più sotto, fu re de' Longobardi dopo la morte di Adoloaldo, ed era genero del re Agilolfo, perchè marito di Gundeberga, e cognato d'esso re Adaloaldo; parole, che qualora fosse certo che in questo anno succedesse la controversia suddetta, farebbono conoscere già morto il re Adaloaldo, e non già tuttavia vivente, come vedemmo preteso dal Pagi. Altra risposta non diede il re Arioaldo al vescovo di Tortona, se non che toccava ai giudici ecclesiastici il decidere se i monisteri lontani dalle città avessero da essere sottoposti al dominio de' vescovi. Segretamente avvertito di questi movimenti l'abate Bertolfo, inviò i suoi messi al re per iscoprire che intenzione egli avesse. Rispose saviamente il re Arioaldo, che non apparteneva a lui il giudicare nelle controversie de' sacerdoti, ma sì bene ai sacri giudici e concilii; e ch'egli non favorirà più l'una che l'altra parte. Così un re longobardo e di setta ariana. Il cardinal Baronio non potè di meno di non esaltare in lui questa lodevol moderazione. Chiesero pertanto i monaci licenza di poter ricorrere alla sede apostolica, e fu loro accordata dal re. A questo fine si portò a Roma Bertolfo, conducendo seco lo stesso Giona scrittore di questo avvenimento. Onorio papa, uomo dotato di una rara dolcezza ed umiltà, accolse benignamente Bertolfo, e gli concedette un privilegio di esenzione da qualsivoglia vescovo. Leggesi presso l'Ughelli[3201] questo privilegio, ma senza saper io dire se sia o non sia documento sicuro, perchè esso è indrizzato fratri Bertulfo abbati: il che non conviene al rituale di un papa, che dovea dire filio, e non già fratri. Per altro le note cronologiche, se fossero più esatte, militerebbono forte in favor d'esso, perchè vi si legge: Datum III id. jan. imper. dominis piissimis Augg. Eraclio anno VIII (dee essere XVIII) post consulatum ejus anno XVIII (dovrebbe essere XVI) atque Eraclio Constantino novo ipsius filio anno XVI, Indictione prima. L'anno di Eraclio Costantino dovrebbe essere il XV, purchè in vece di jan. non fosse scritto jun.

Parte delle imprese di Eraclio imperadore, che di sopra abbiam rapportato dalla Storia saracenica di Elmacino, pare che appartenga all'anno presente. Seguita dipoi a scrivere il medesimo storico[3202] che l'armata di Eraclio Augusto arrivò nella provincia Aderdigiana, ed ebbe ordine di fermarsi quivi, finchè lo imperadore vi arrivasse anch'egli. E che dopo aver soggiogata l'Armenia, esso Augusto si trasferì a Ninive, e s'accampò alla porta maggiore. Venne dipoi Zurabare general di Cosroe con una potente armata, e seguì fra esso e l'esercito cristiano un'ostinata battaglia, in cui furono sconfitti i Persiani colla morte di più di cinquecentomila d'essi. L'Erpenio, che tradusse dall'arabico la storia di Elmacino, si può credere che prendesse un granchio, scambiando ancor qui i numeri, certo essendo che in vece di cinquecentomila si ha qui da scrivere un altro numero, e verisimilmente cinquantamila morti, numero anche esso, come ognun vede, assai, e forse troppo grande. Ma tempo è di ripigliar qui il racconto di Teofane[3203] che si è rimesso sul buon cammino. Ci fa egli dunque sapere che Eraclio Augusto improvvisamente nel settembre si spinse addosso alla Persia, e mise in grande agitazion d'animo Cosroe. Quand'eccoti che i Turchi ausiliarii, veggendo vicino il verno nè volendo guerreggiar in quel tempo disgustati ancora per le continue scorrerie de' Persiani, cominciarono a sfumare, e tutti in fine si ridussero al loro paese. Or vatti a fidare di gente barbara. Eraclio allora rivolto ai suoi, disse; Osservate che non abbiam se non Dio, e quella che soprannaturalmente il concepì, che sieno in nostro aiuto, acciocchè più visibilmente apparisca che solo da Dio han da venire le nostre vittorie. Quindi per far vedere che non era figliuolo della paura, comandò che l'esercito marciasse, e più che mai continuò ad internarsi nella Persia. Aveva Cosroe fatto il maggiore suo forzo per mettere insieme un'armata poderosissima, di cui diede il comando a Razate, bravo generale e sperimentato negli affari della guerra. Costui cominciò a seguitare alla coda l'esercito cristiano, il quale finalmente arrivò alla città di Ninive presso il fiume Tigri, come notò di sopra anche Elmacino. Quivi dunque sul principio di dicembre furono a fronte le due armate nemiche, e nel dì 12 d'esso mese vennero ad una generale battaglia. Niceforo[3204] è quel che racconta che Razate general de' Persiani, dappoichè ebbe messo in ordinanza tutte le sue schiere, si fece innanzi solo, e sfidò l'imperadore a duello. Veggendo Eraclio che niuno de' suoi si moveva, andò egli ad affrontarlo, e il rovesciò morto a terra. Fredegario[3205] aggiugne che il combattimento era concertato fra Eraclio e Cosroe, ma che Cosroe proditoriamente mandò in sua vece il più bravo dei suoi, che restò poi estinto sul campo. Tempi di guerra tempi di bugie. Teofane racconta più acconciamente il fatto con dire che Eraclio postosi alla testa de' suoi s'incontrò nel generale persiano, cioè in Razate, e l'atterrò. Nè sussiste che Teofane dica dipoi che Razate scampò dal pericolo della battaglia, come s'ha nella versione latina nel primo tomo della Bizantina. Teofane ciò dice del popolo di Razate, e non già di Razate medesimo. Si fece dunque la strepitosa giornata campale, che durò dall'aurora sino all'ora undecima. La peggio toccò ai Persiani, che non furono già sbaragliati, ma bensì astretti a ritirarsi, con lasciare ventotto bandiere in mano de' Cristiani. La cavalleria persiana si fermò un pezzo della notte vicino al campo della battaglia, ma temendo un nuovo assalto, prima di giorno diede indietro, e fatto bagaglio, paurosamente andò a salvarsi nella montagna. Allora i Cristiani spogliarono i morti, e fecero buon bottino. Impadronissi dipoi l'imperadore Eraclio di Ninive, e spedito innanzi un distaccamento perchè prendesse i ponti del fiume Zaba, o Saba, volonteroso più che mai di andare a dirittura a trovar Cosroe nel cuor de' suoi stati, per astrignerlo a richiamar Sarbaro dall'assedio di Calcedone, che tuttavia durava, fece marciare l'esercito a quella volta. Nel dì 23 di dicembre passò quel fiume, e diede riposo nel luogo di Gesdem, dov'era un palazzo dei re di Persia. Quivi celebrò la festa del santo Natale, dopo di che continuò la marcia; trovò e distrusse altri palazzi dei re persiani, ne' quali trovò serragli di struzzoli ingrassati, capre selvatiche, e cignali in gran quantità, che furono compartiti per l'armata. Ma questo fu un nulla rispetto alla sterminata copia di pecore, di porci e buoi, che trovarono in quella contrada, coi quali il cristiano esercito terminò con gran festa ed allegria quest'anno sesto della guerra di Persia.

NOTE:

[3200] Jonas in Vita S. Bertulfi apud Mabill. in Saecul. Bened.

[3201] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Episc. Bob.

[3202] Elmacin., lib. 1. pag. 14.

[3203] Theoph., in Chronogr. Cedren. in Annal.

[3204] Nicephor., in Breviar.

[3205] Fredegarius, in Chron., cap. 64.

Anno di CRISTO DCXXVIII. Indizione I.

ONORIO I papa 4. ERACLIO imperadore 19. ARIOALDO re 4.

L'anno XVII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

Si aprì l'anno presente felicissimo e glorioso per la Cristianità, perchè l'ultimo della guerra coi Persiani. Teofane[3206] minutamente racconta i progressi dell'armata di Eraclio Augusto, che proseguendo il cammino, arrivò al palazzo di Bebdarch, e lo distrusse col suo tempio. Cosroe, che non era molto lungi nel palazzo regale di Dastagerd, frettolosamente se ne fuggì alla città di Ctesifonte, dove per ventiquattro anni mai non era comparso per una predizione a lui fatta, che in quella città egli dovea perire. Giunto il felice esercito cristiano ai palazzi di Dastagerd, quivi trovò trecento bandiere prese ai Cristiani dall'armata persiana, allorchè tutto andava a seconda dei loro desiderii. Inoltre vi trovò un'immensa copia di aromati, di sete, di tappeti ricamati, di argenti, di vesti, siccome ancora di cignali, pavoni e fagiani, e un serraglio ancora di leoni e di tigri d'inusitata grandezza. Erano le fabbriche di que' palazzi di mirabile struttura e vaghezza; ma Eraclio dopo aver ivi, nel giorno santo dell'Epifania, rinfrescato l'esercito, in vendetta di tanti danni inferiti da' Persiani alle città dell'impero tutto fece smantellare e dare alle fiamme. Intanto Cosroe scappò a Seleucia, e in essa città ripose il suo tesoro. E perciocchè gli fu fatto credere che Sarbaro, ossia Sarbaraza suo generale, se l'intendesse coi Greci, nè perciò volesse prendere l'assediata città di Calcedone, e che anzi sparlasse del medesimo re suo padrone, scrisse una lettera a Cardarega, collega del medesimo generale, ordinandogli di ammazzarlo, e levato poi l'assedio, di venire in soccorso della Persia afflitta. Per buona ventura restò preso nella Galazia il portator della lettera, e menato a Costantinopoli davanti ad Eraclio Costantino Augusto, figliuolo dell'imperadore. Scoperto questo affare, il giovane Augusto fece a sè chiamare Sarbaro, nè più vi volle perch'egli si pacificasse coi Cristiani. E fatta poi una nuova lettera, a cui fu destramente applicato il sigillo regale, e in cui veniva ordinato da Cosroe la morte di quattrocento dei più cospicui uffiziali di quell'armata persiana, Sarbaro nel consiglio de' suoi la lesse a Cardarega, chiedendogli se gli bastava l'animo di ubbidire al re. Allora tutti que' satrapi s'alzarono caricando di villanie Cosroe; e dopo averlo proclamato decaduto dal trono, fecero pace col giovane imperadore, e se ne andarono alle lor case pieni di veleno contra di Cosroe. Questo è il fatto raccontato di sopra all'anno 626 da Elmacino.

In questo mentre l'imperadore Eraclio spedì una lettera ad esso Cosroe, invitandolo a far pace. Il superbo tiranno non ne volle far altro: cosa che gli tirò addosso l'odio de' suoi. Contuttociò il re barbaro attese a metter insieme un esercito, con dar l'armi anche ai più vili mozzi di stalla, comandando che si portassero al fiume Arba, e ne levassero i ponti. Eraclio giunto a quel fiume, nè trovando maniera di passarlo, andò per tutto il mese di febbraio scorrendo per le città e provincie persiane di qua da esso fiume. Nel mese di marzo arrivò alla città di Barsa, e diede quivi riposo all'armata per sette giorni. Colà furono a trovarlo alcuni mandati da Siroe figliuolo primogenito di Cosroe, per fargli sapere che avendo voluto suo padre infermo dichiarar re, successore ed erede suo Merdasamo fratello minore d'esso Siroe, egli era risoluto di voler sostenere coll'armi la sua ragione, ed opporsi al padre, e che già aveva dalla sua il generale dell'esercito paterno per nome Gundabusa, e due figliuoli di Sarbaro, ossia Sarbaraza. L'imperadore rispedì i messi a Siroe, consigliando che aprisse tutte le prigioni, e desse l'armi a tutti i Cristiani in esse detenuti. Elmacino[3207] pretende che Siroe fosse dianzi prigione anch'egli, e che rimesso in libertà dai satrapi, impugnasse l'armi contro del padre. Ora Cosroe, intesi i moti di Siroe, prese la fuga, ma colto per istrada e cinto di catene, fu imprigionato nel luogo stesso, dove teneva il suo tesoro; tesoro ragunato colla rovina di tanti suoi sudditi, e poi di tante provincie cristiane. Siroe sugli occhi suoi fece svenare Merdasamo destinato erede del regno, e tutti gli altri figliuoli di esso re Cosroe, a riserva di un suo nipote appellato Jasdegirde, che fu re della Persia da lì a pochi anni. Finalmente Siroe liberò la terra anche dal peso dello stesso re esecrando, che tanti mali avea cagionati in sua vita, e spezialmente fu detestabile per l'ingratitudine sua verso gl'imperadori cristiani coll'aiuto de' quali nell'anno 591 era salito sul trono di Persia. Seppe dipoi Eraclio con suo gran dispiacere da Siroe, che degli ambasciatori mandati a Cosroe, uno d'essi, cioè Leonzio, era mancato di morte naturale, e gli altri due erano stati uccisi dal barbaro re, allorchè Eraclio entrò nella Persia. Leggesi distesamente[3208] nella Cronica Alessandrina la lettera scritta dallo stesso Eraclio imperadore a Costantinopoli, contenente la relazione della morte di Cosroe, l'esaltazione al trono di Siroe, e la spedizione degli ambasciatori ad Eraclio per far la pace, la quale gli fu accordata, con patto che restituisse tutto quanto suo padre avea tolto all'imperio romano. E questo glorioso fine ebbe la guerra persiana con lode immortale di Eraclio imperadore, che racquistò poi, siccome diremo, la Croce santa, e somministrò a Francesco Bracciolini un nobile argomento per tessere il suo poema italiano della Croce racquistata. Finì in quest'anno di vivere Clotario II, già divenuto signore di tutta la monarchia francese, e gli succedette Dagoberto suo figliuolo, già dichiarato re dell'Austrasia, il quale durò fatica ad assegnare un boccone del regno a Cariberto suo fratello, e tornò anche a ricuperarlo da lì a tre anni per la morte del medesimo suo fratello.

NOTE:

[3206] Theoph., in Chronogr.

[3207] Elmac., Hist. Saracen., lib. 1, pag. 14.

[3208] Chron. Alex.

Anno di CRISTO DCXXIX. Indizione II.

ONORIO I papa 5. ERACLIO imperadore 20. ARIOALDO re 5.

L'anno XVIII dopo il consolato di ERACLIO AUGUSTO.

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