Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 3 of 5)
Succedette in quest'anno un grande sconvolgimento nella Chiesa d'Alessandria di Egitto, diffusamente descritto da Evagrio[1910], da Teodoro lettore[1911] e da Liberato diacono[1912]. I fautori de' già morti eretici Eutichete e Dioscoro, moltissimi tuttavia di numero in quella gran città, elessero Timoteo Eluro per patriarca, uomo perfido ed iniquo. Poscia nel giovedì santo preso san Proterio, vero e santo patriarca di essa città, crudelmente l'uccisero. La vita di questo insigne prelato si legge negli atti de' santi d'Anversa, tessuta dal padre Enschenio della Compagnia di Gesù; e questo scrittore si maraviglia come il cardinal Baronio, panegerista anch'egli de' meriti di questo santo, non l'abbia inserito nel Martirologio romano. Questo accidente diede molto che fare a san Leone papa e a Leone imperadore, siccome apparisce da quanto ha raccolto il suddetto cardinal Baronio. Era già stato vacante l'imperio di Occidente dieci mesi e mezzo, quando finalmente fu creato imperadore Majoriano di consentimento di Leone Augusto, per aspettar il quale si differì l'elezione. Il Cronologo pubblicato dal Cuspiniano[1913] scrive che Ricimere generale delle milizie fu creato patrizio nel dì 28 di febbraio. Che Majoriano nello stesso giorno ottenne esso generalato, e poscia nel dì primo di aprile del presente anno fu creato imperadore alla campagna fuori della città alle Colonnette. Secondo la vecchia edizione della Miscella, egli fu eletto in Roma; ma, secondo la mia, in Ravenna; e quest'ultima a me sembra il vero per quanto vedremo. Apollinare Sidonio[1914] attesta ch'egli fu concordemente. eletto dal senato, dalla plebe e dall'esercito. Nelle medaglie presso il Du-Cange[1915] si vede nominato D. N. IVLIUS MAIORIANVS P. F. AVG. Dal padre Sirmondo vien chiamato Giulio Valerio Maioriano. Certo se gli dee aggiugnere il nome della famiglia Flavia, perchè da Costantino il Grande e da Costanzo suo padre in qua, tutti gl'imperadori si gloriarono di questo nome; e i privati ancora sel procuravano per privilegio. Avea questo personaggio militato nelle Gallie sotto Aezio contra de' Franchi nell'anno 445. Odiato dalla moglie d'esso Aezio, fu licenziato dalle milizie, e questa disavventura, dappoichè trucidato fu Aezio, servì a Majoriano di merito per alzarsi appresso Valentiniano III Augusto. Secondochè scrive Mario Aventicense[1916], anch'egli con Ricimere general delle milizie si adoperò forte per la depression d'Avito imperadore. Appena ebbe egli, siccome abbiam detto, ottenuto il generalato dell'armi, che spedì Burcone, uno de' primarii uffiziali contra gli Alamanni, che aveano fatto una scorreria nella Rezia, vicino all'Italia, e gli sconfisse. Fatto poi imperadore, diede principio al suo governo con un'altra vittoria. Secondo il solito anche nell'anno presente venne l'armata navale di Genserico re de' Vandali condotta da suo cognato a radere quel poco che restava nelle tante volte spogliata Campania verso la sboccatura in mare del fiume Volturno. Accorsero le soldatesche romane, e diedero a que' Barbari una rotta con farne molti prigioni, e levar loro la preda che già menavano alle lor navi. Apollinare Sidonio è quegli che descrive, e poeticamente ingrandisce questa vittoria. Nell'anno presente ancora, secondochè scrive Teofane[1917], seguitato dal padre Pagi[1918], il re Genserico finalmente s'indusse a lasciare in libertà la imperadrice Eudossia, vedova di Valentiniano III Augusto, e Placidia sua minor figliuola; ma dopo avere anch'egli indotta Eudocia, figliuola maggiore d'essa imperadrice, a prendere per marito Unnerico suo primogenito. Abbiamo da Procopio[1919] che, ad istanza di Leone imperadore d'Oriente, il re barbaro condiscese a rilasciar queste due principesse, le quali furono condotte a Costantinopoli. Ma abbiamo motivo di credere che questo affare passasse molto più tardi, e però rivedremo questa partita più abbasso. Leggonsi poi nel Codice di Giustiniano due leggi[1920] date contro gli eretici sotto questo medesimo anno Idibus augusti in Costantinopoli, ma amendue fallate nel titolo. Nella prima v'ha Impp. Valentinianus et Marcianus Augusti, Palladio prefecto Praetorii. La seconda Imp. Marcianus. Col dì 15 d'agosto non si accorda Marciano, perchè allora regnava Leone; e molto men vi s'accorda Valentiniano, che era stato tolto di vita nell'anno 455.
NOTE:
[1902] Zonar., Annal., lib. 14.
[1903] Theoph., in Chronogr.
[1904] Zonar., Annal., lib. 13.
[1905] Procop., lib. 1, cap. 5, de Bell. Vand.
[1906] Chron. Alexandr.
[1907] Cedren., in Histor.
[1908] Baron., Annal. Eccl.
[1909] Priscus, tom. 1 Hist. Byz., pag. 40.
[1910] Evagr., lib. 2, cap. 8
[1911] Theodor. Lector, lib. 1.
[1912] Liberatus Diacon., in Breviar., cap. 15.
[1913] Chronologus Cuspiniani.
[1914] Sidon., in Panegyr. Majorian.
[1915] Du-Cange, Famil. Byz.
[1916] Marius Aventicens., in Chron.
[1917] Theoph., in Chronogr.
[1918] Pagius, Crit. Baron.
[1919] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 5.
[1920] L. 8 et 9, Cod. de Haeret.
Anno di CRISTO CDLVIII. Indizione XI.
LEONE papa 19. LEONE imperadore 2. MAJORIANO imperadore 2.
Consoli
FLAVIO LEONE AUGUSTO e FLAVIO MAJORIANO AUGUSTO.
Fra le novelle leggi di Majoriano Augusto, una[1921] se ne legge, consistente in una lettera scritta da esso, mentre era in Ravenna, al senato romano, a dì 13 di gennaio, e data Majoriano Augusto console, perchè non era per anche giunta da Costantinopoli la notizia del console orientale, che fu lo stesso Leone Augusto. Quivi rammenta d'essere stato alzato al trono imperiale dal concorde volere del medesimo senato e dell'esercito. Fa loro sapere il consolato da sè preso nelle calende di gennaio; e l'attenzione ch'egli avea con Ricimere patrizio per far rifiorire l'esercito. Però, siccome dissi poco dianzi, e l'elezione ed esaltazione sua dovette seguire non in Roma, ma bensì in Ravenna. Dice inoltre d'aver liberato l'imperio colla buona guardia dai nemici esterni e dalle stragi domestiche. Promette buon trattamento ai Romani e gran cose in benefizio del pubblico. Con altra legge ordinò egli che ogni città eleggesse uomini savii e dabbene per difensori, i quali facessero osservare i privilegi, senza che la gente fosse obbligata a ricorrere al principe. Rimise in un'altra i tributi non pagati, e levò gli esattori mandati dalla corte, che facevano mille estorsioni ed aggravii al popolo, volendo che spettasse l'esazione ai giudici de' luoghi. Con altre leggi vietò il demolire i pubblici edifizii di Roma; e perchè non mancava gente che obbligava le sue figliuole vergini di buon'ora a prendere il sacro velo o contra lor voglia, o senza sapere quel che si facessero, ordinò che le vergini non si potessero consecrare a Dio prima dell'anno quarantesimo della loro età: editto che si crede procurato da san Leone papa, il quale sappiamo dalla sua vita[1922] che pubblicò un simil decreto. Altre provvisioni pel buon governo di allora si veggono espresse in altre leggi dal medesimo Majoriano, atte non poco a farci intendere ch'egli era personaggio degno di tener le redini della monarchia romana. Raccogliesi poi da Apollinare Sidonio[1923], che il popolo di Lione non doveva avere riconosciuto per suo signore Majoriano; e però fu necessitato esso Augusto ad adoperar la forza contra di quella città, con averla costretta alla resa. Lo stesso Sidonio quegli fu che impetrò il perdono a quei cittadini. Era tuttavia in Ravenna Majoriano a dì 6 di novembre, ciò apparendo in una sua legge. Da lì innanzi egli si mosse verso la Gallia, benchè fosse già arrivato il verno, e le Alpi si trovassero cariche di nevi e di ghiacci. Arrivato a Lione, ivi fu che il suddetto Sidonio recitò in suo onore il panegirico che abbiamo tuttavia. Era stato finora tutto lo studio di questo imperadore in raunar soldati e in procurarne degli ausiliarii dai Goti, Franchi, Borgognoni ed altri popoli della Germania, per formare una possente armata, con disegno di passare in Africa contra del re Genserico, corsaro implacabile, che ogni anno veniva a portar la desolazione in qualche contrada d'Italia e delle Gallie. Sappiamo da Vittore Vitense[1924] che questo re barbaro, dopo la morte di Valentiniano III Augusto, ingoiò tutto il resto dell'Africa, che esso imperadore avea fin allora salvato dalla voracità di costui. Però Majoriano si era messo in pensiero di portar le sue armi colà, ma gli mancavano le navi, perciocchè s'era perduto il bell'ordine ed uso degli antichi imperadori di tener sempre in piedi diverse ben allestite armate navali, a Ravenna, al Miseno, nella Gallia, a Frejus, nel Ponto, nella Siria, nell'Egitto nell'Africa ed altrove.
Per testimonianza di Prisco storico[1925], Majoriano fece istanza a Leone imperador d'Oriente per aver navi atte a tale spedizione; ma perchè durava la pace tra quell'Augusto e i Vandali (il che recò un incredibil danno all'imperio d'Occidente), Leone non potè somministrargliene. Pertanto Majoriano nell'anno presente fece ogni sforzo possibile per far fabbricare navi in varie parti dell'imperio. E chi prestasse fede al suddetto Sidonio, egli era dietro a mettere insieme un'armata non minore di quella di Serse. Ma Sidonio era poeta, e a lui era lecito di dar nelle trombe, e ingrandir anche le piccole cose. Racconta Procopio[1926] (e lo riferisce a quest'anno il Sigonio), che Majoriano, uomo, dic'egli, da anteporsi a quanti imperadori fin allora aveano regnato, a cagion delle tante virtù ch'egli possedeva, dopo aver preparata una considerabil flotta per condurla in Africa, si portò prima nella Liguria, ed incognito quasi ambasciatore di là passò in Africa, sotto pretesto di trattar della pace, e con essersi prima fatta tingere la bionda capigliatura, per cui sarebbe stato facilmente riconosciuto. Fu accolto con buone maniere da Genserico, e menato anche a vedere il palazzo, l'arsenale e l'armeria; ed avendo soddisfatto alla sua curiosità, se ne tornò felicemente nella Liguria con fama di attentissimo capitano, ma non d'imperadore prudente. Poscia condotta l'armata navale a Gibilterra, meditava già di sbarcare l'esercito in Africa con tanta allegria delle milizie, che tutti si tenevano in pugno la ricupera di quelle Provincie. Ma sopraggiuntagli una dissenteria, pose fine ai suoi giorni e disegni. Creda chi vuole questa ardita impresa di Majoriano. Certo è che questo buon principe non mancò di vita in quest'anno, nè morì di quel male. Per conto nulladimeno della spedizione suddetta, Cassiodoro[1927] al presente anno scrive: His Consulibus Majorianus in Africam movit provinciam. Inoltre abbiamo da Prisco istorico[1928] (ma senza ch'egli specifichi l'anno), che Majoriano con trecento navi ed un possente esercito tentò di penetrare nell'Africa. Ciò udito il re de' Vandali, gli spedì ambasciatori, esibendosi pronto a trattare ed aggiustare amichevolmente qualunque controversia che passasse fra loro. Ma che, nulla avendo potuto ottenere dal romano Augusto, mise a ferro e fuoco tutto il paese della Mauritania, dove era disposta di piombare dalla Spagna l'armata navale di Majoriano, ed avvelenò ancora le acque, non certo quelle dei fiumi. Altro non abbiamo da lui, ma abbastanza ne abbiamo per credere che non seguisse il meditato passaggio di questo imperadore in Africa, e molto meno l'assedio di Cartagine. Oltre di che i tentativi di Majoriano contra di Genserico dovettero succedere più tardi, siccome vedremo; perchè certo di quest'anno egli non passò in Ispagna. Abbiamo da Idacio[1929] che essendo Teoderico II re de' Visigoti ritornato nelle Gallie per cattive nuove che gli erano giunte, lasciò nelle Spagne una parte delle sue truppe, da cui furono messe a sacco ed incendiate le città di Astorga e di Palenza nella Gallicia. Che gli Svevi anch'essi saccheggiarono la Lusitania e presero, sotto apparenza di pace, Lisbona. Ma son confusi presso d'Idacio gli anni in questi tempi, nè si può ben accertare quando succedessero tali sconcerti.
NOTE:
[1921] Tom. 6, Cod. Theod. in Append.
[1922] Anastas. Bibliothecarios, in Leone Magno.
[1923] Sidonius, in Paneg. Majoriani.
[1924] Victor Vitensis, lib. 1, de Persec.
[1925] Priscus, pag. 42, tom 1, Hist. Byz.
[1926] Procop., de Bell. Vandal., lib. 7, cap. 7.
[1927] Cassiodorius, in Chron.
[1928] Priscus, pag. 42.
[1929] Idacius, in Chron.
Anno di CRISTO CDLIX. Indizione XII.
LEONE papa 20. LEONE imperadore 3. MAJORIANO imperadore 3.
Consoli
PATRIZIO e FLAVIO RICIMERE.
Fu console orientale Patrizio, ed era figliuolo d'Aspare patrizio, il primo mobile dopo l'imperador Leone nell'imperio d'Oriente. Ricimere patrizio fu console dell'Occidente, anch'egli potentissimo nell'occidentale imperio. Dimorava nelle Gallie Majoriano Augusto, ed abbiamo sufficiente lume da Idacio che vi fossero delle rotture fra lui e Teoderico II re de' Visigoti, abitante in Tolosa. Certo egli scrive che essendo stati battuti in un conflitto i Goti, si venne poi a concludere una pace sodissima fra loro. Il Sigonio scrive che Teoderico in questo anno portò le sue armi fino al Rodano, saccheggiando tutto il paese, e con tanta forza assediò la città di Lione, che se ne impadronì, e recò a quella illustre città la desolazione. Di ciò io non trovo vestigio alcuno presso gli antichi, se non che Apollinare Sidonio racconta questa disavventura de' Lionesi con dire che ne era stato cacciato il nimico, ed essere rimasta la città senza abitatori, la campagna senza buoi e agricoltori. Si figurò, per quanto io credo, il Sigonio proceduta la calamità di Lione dai Visigoti che l'avessero presa. Ma, ben considerate le parole di Sidonio, sembra piuttosto che i Lionesi, sedotti da qualche prepotente, chiamato nemico della patria, si fossero ribellati a Majoriano Augusto, o nol volessero riconoscere per imperadore, e che perciò fu assediata e malmenata la loro città con grave esterminio; ed avendo dipoi implorato il perdono, l'ottennero per intercessione del medesimo Sidonio. Succedette quel fatto prima ch'esso Sidonio recitasse il suo panegirico; e però appartiene all'anno precedente. Intanto gli Svevi, l'una parte de' quali aveva eletto Mandra per suo re, e l'altra ubbidiva a Rechimondo, faceano a chi poteva far peggio ora nella Gallicia ed ora nella Lusitania. I Visigoti anch'essi nella Betica tenevano inquieti que' popoli, di maniera che tutta la Spagna occidentale era piena di guai. In questi tempi Leone imperador d'Oriente, non avendo alcuna guerra considerabile sulle spalle, attendeva ai doveri della religione. Crede il cardinal Baronio che egli in quest'anno facesse congregare in Costantinopoli un concilio, a cui si sa che intervennero vescovi in numero di ottantuno, per provvedere ai bisogni della Chiesa d'Oriente, tuttavia inquietata dagli eutichiani e nestoriani. Tutto ciò ad istanza di san Leone papa, che avea spediti colà Domiziano e Geminiano vescovi suoi legati, l'ultimo de' quali va conghietturando il Baronio che potesse essere vescovo di Modena, diverso da san Geminiano protettore di questa città, il quale cessò di vivere quaggiù nell'anno di Cristo 397. Era vescovo allora di Costantinopoli Gennadio. Per ordine ancora di Leone Augusto fu cacciato in esilio Timoteo Eluro, usurpatore della sedia episcopale d'Alessandria.
Anno di CRISTO CDLX. Indizione XIII.
LEONE papa 21. LEONE imperadore 4. MAJORIANO imperadore 4.
Consoli
MAGNO ed APOLLONIO.
Il primo di questi consoli fu occidentale, ed è lodato da Apollinare Sidonio[1930]. L'altro era console dell'Oriente, ed avea esercitata la carica di prefetto del pretorio in quelle parti. Dimorava tuttavia nelle Gallie Majoriano Augusto, e dobbiamo adirarci colla storia digiuna e scarsa di quei tempi, che ci lascia troppo al buio intorno ai fatti di questo imperadore ed agli avvenimenti d'Italia. Tuttavia abbiamo da Giordano storico ch'egli mise in dovere gli Alani che infestavano esse Gallie. Poscia, sicome si ricava da Idacio[1931] e da Mario Aventicense[1932], egli nel mese di maggio passò in Ispagna colla risoluzione accennata di sopra, di portar la guerra in Africa contra dell'insopportabile Genserico re de' Vandali. Aveva egli preparate nelle spiagge di Cartagena alquante navi da valersene nel medesimo passaggio. Ma ne furono segretamente avvisati i Vandali, e costoro, coll'intelligenza che aveano con alcuni traditori, all'improvviso comparvero addosso a que' legni; e trovandoli mal custoditi, se li condussero via. Questo accidente fece desistere Majoriano dalla impresa dell'Africa. Così Idacio: a cui si dee aggiugnere quanto di sopra rapportai scritto da Prisco istorico intorno ai preparamenti di questo imperadore contra di Genserico, il quale spedì ambasciatori a Majoriano per aver pace. Dal che vegniamo ad intendere che gli era almeno riuscito di fargli paura. Vittore Turonense[1933] altro non dice, se non che in questi giorni Majoriano imperadore venne ad Augusta, probabilmente città della Spagna. Ci resta una legge[1934] pubblicata da lui nel presente anno, e data in Arles a' dì 28 di marzo, dove proibisce a chicchessia il forzare alcuno ad entrare nel clero, e a prendere gli ordini sacri, con parlare spezialmente a que' genitori che per lasciare benestanti alcuni de' lor prediletti figliuoli, violentavano gli altri ad arrolarsi nella milizia ecclesiastica. Vien parimente da esso intimata la pena della morte a chi per forza levasse di chiesa un reo colà rifugiato. Un'altra legge del medesimo Majoriano intorno agli adulterii si legge, data in Arles, ma col vizioso consolato di Ricimere e Clearco, che cadde nell'anno 384. Terminò il corso di sua vita in quest'anno Eudocia Augusta, vedova di Teodosio II imperadore. Seguì la sua morte in Gerusalemme a' dì 20 di ottobre, e prima di passare all'altro mondo, protestò solennemente alla presenza di tutti, ch'ella era innocente affatto per conto de' sospetti conceputi contra di lei dall'Augusto suo consorte in occasione del pomo donato a Paolino. Cirillo monaco nella vita di santo Eutimio[1935] parla con tutto onore di questa principessa, chiamandola beata, ed asserendo ch'ella avea fabbricate assaissime chiese a Cristo, e tanti monasteri e spedali di poveri e di vecchi, che si durava fatica a contarli. Niceforo[1936] aggiugne ch'ella morì in età di sessantasette anni, e fu seppellita nel sontuosissimo tempio innalzato da lei in onore di Dio e memoria di santo Stefano protomartire, fuori di Gerusalemme. Lasciò dopo di sè varii libri da essa composti, cioè i sacri Centoni composti con pezzi di versi omerici, i primi otto libri del vecchio Testamento ridotti in versi, con altre simili opere, frutti non meno della pietà che dell'ingegno suo. Passò anche a miglior vita in quest'anno (se pur non succedette nel seguente) l'ammirabil anacoreta san Simeone Stilita, così appellato per essere vivuto circa quaranta anni in un'alta colonna sopra un monte nella diocesi di Antiochia. In questi medesimi tempi più che mai erano afflitte in Ispagna[1937] le provincie della Gallicia e Lusitania, parte dai Visigoti e parte dagli Svevi, al re de' quali Mandra, uomo perverso, fu recisa la testa. Fra queste confusioni toccò ancora ad Idacio vescovo di Limica, o dell'Acque Flavie, nella suddetta provincia della Gallicia, e storico di questi tempi, d'essere fatto prigione da essi Svevi, con aver solamente da lì a tre mesi ricuperata la libertà. Dopo la morte di Mandra insorse gran lite fra Rechimondo e Frumario per succedere nella porzione a lui spettante del regno. Ma queste cose probabilmente avvennero nell'anno susseguente.
NOTE:
[1930] Sidon., Poemate 23.
[1931] Idacius, in Chronic.
[1932] Marius Aventicens., in Chron.
[1933] Victor Turonensis, in Chron.
[1934] Cod. Theod., tom. 6, in Append., tit. 2.
[1935] Coteler., Monument. Eccl. Graec. tom. 4.
[1936] Niceph., lib. 14, cap. 50.
[1937] Idacius, in Chron.
Anno di CRISTO CDLXI. Indizione XIV.
ILARIO papa 1. LEONE imperadore 5. SEVERO imperadore 1.
Consoli
SEVERINO e DAGALAIFO.
Severino fu console per l'imperio occidentale, Dagalaifo per l'orientale. Secondo Teofane[1938], questi era figliuolo d'Ariobindo generale d'armata sotto Teodosio minore, e stato console nell'anno 454. Per quanto si ricava da una lettera di Apollinare[1939], Majoriano Augusto era già tornato dalla Spagna nelle Gallie. Ed anche Idacio[1940] lasciò scritto, non so se sul fine del precedente anno o nel principio del presente, ch'esso Augusto s'era messo in viaggio verso l'Italia. Ma si dovette fermare ad Arles nella Gallia, perchè Sidonio suddetto racconta d'essere intervenuto ad un solenne convito di esso imperadore in quella città, e ai giuochi circensi, probabilmente celebrati per l'anno quinquennale d'esso imperadore, che ebbe principio nel primo dì d'aprile dell'anno corrente. Di là passò il buono, ma infelice Augusto in Italia, e venne a trovar la morte. Ricimere, Barbaro di nazione, ed ariano di credenza, appellato in una legge a lui indirizzata dallo stesso Majoriano, conte, generale delle armate e patrizio, quel medesimo che aveva cooperato alla di lui esaltazione, e faceva la prima figura dopo lui nell'imperio di Occidente: quegli fu che, mosso da invidia verso di un principe cattolico, e di tanto senno ed attività, attizzato anche da altre malvagie persone, congiurò con Severo patrizio per levarlo di vita. Non sì tosto fu giunto Majoriano a Tortona, che Ricimere coll'esercito sotto specie di onore venne a trovarlo; e disposte tutte le cose, per quanto s'ha dal Cronologo pubblicato dal Cuspiniano[1941] e dal Panvinio, nel dì 2 d'agosto l'obbligò colla forza a deporre la porpora; e poscia condottolo al fiume Iria, dove al presente è Voghera, una volta Vicus Iriae, quivi nel dì 7 del medesimo mese barbaramente gli tolse la vita. Procopio[1942] il fa morto di dissenteria, dopo averlo sommamente lodato per le sue virtù. Ma di un male più spedito che quello della dissenteria perì questo degnissimo principe. Null'altra particolarità di questa iniqua azione ci è stata conservata dall'antica istoria. Credette il cardinal Baronio[1943] che la sua morte seguisse presso a Dertona città della Spagna; ma egli confuse Dertosa di Spagna con Dertona della Liguria, colonia dei Romani, oggidì chiamata Tortona. L'indegno Severo, appellato da alcuni Severiano, a segreta requisizione di cui fu commessa tanta iniquità, non usurpò già subito l'imperio. Volle probabilmente prima scandagliare l'animo di Leone imperador d'Oriente, e guadagnar i voti del senato romano, giacchè non gli mancavano quei dell'esercito. Finalmente nel dì 19 di novembre dell'anno presente egli fu dichiarato imperadore in Ravenna. Idacio scrive, col consentimento del senato. Costui da Cassiodoro[1944] è chiamato natione Lucanus, cioè di quella provincia che oggidì nel regno di Napoli si chiama Basilicata. Nè apparisce quai gradi illustri egli avesse fin allora goduti. Nelle medaglie[1945] presso il Mezzabarba egli è chiamato D. N. LIBIUS SEVERUS P. F. AUG., e non già Vibius, come il padre Pagi[1946] ha creduto. Libius sembra detto in vece di Livius. Venne in quest'anno a mancare di vita san Leone romano pontefice, uno de' più insigni pastori che abbia avuto la Chiesa di Dio, e a cui pochi altri vanno del pari. Pontefice per le sue eminenti virtù ed azioni, pel suo infaticabil zelo in difesa della vera religione, e per la maestosa sua eloquenza, ben degno del titolo di magno, ossia di grande, che neppure l'antichità gli ha negato. Pretende il padre Pagi che la sua morte accadesse nel dì 4 di novembre; e però la festa, che ora di lui facciamo nell'undecimo giorno di aprile, riguardi una traslazione del suo sacro corpo, e non già il tempo in cui finì di vivere al mondo. Dopo sette giorni di sede vacante ebbe per successore Ilario, di nazione Sardo, che già fu inviato a Costantinopoli legato da san Leone nell'anno 449 al concilio d'Efeso, che poi terminò in uno scandaloso conciliabolo. Questi appena consecrato[1947] spedì le sue circolari per tutta la cristianità con quivi condannare Nestorio ed Eutichete, ed approvare i concili niceno, efesino e calcedonese, e le opere di san Leone suo antecessore. Nulla dice il cardinal Baronio intorno all'aver egli tralasciato il costantinopolitano, che pur fu universale. Così già non fece san Gregorio Magno.
NOTE:
[1938] Theoph., in Chronogr.
[1939] Sidon., lib. 1, ep. 11.
[1940] Idacius, in Chronic.
[1941] Chronologus Cuspiniani.
[1942] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 8.
[1943] Baron., Annal. Eccl.
[1944] Cassiod., in Chron.
[1945] Mediobarb., Numismat. Imperat.
[1946] Pagius, in Crit. Baron.
[1947] Anastas., in Vit. Hilarii.
Anno di CRISTO CDLXII. Indizione XV.
ILARIO papa 2. LEONE imperadore 6. SEVERO imperadore 2.
Consoli
LEONE AUGUSTO per la seconda volta, LIBIO SEVERO AUGUSTO.
Marcellino conte[1948] non mette per consoli di quest'anno, se non Leone Augusto, Leone Augusto II consule. Segno è questo che in Oriente non dovette essere approvata da esso Leone imperadore l'elezion di Severo in imperador d'Occidente; e però egli non fu riconosciuto neppure per console dagli scrittori orientali. E trovandosi in una lettera di papa Ilario, scritta nel dicembre, commemorato il solo Severo console, anco questo ci fa conoscere che egli solo prese il consolato in Italia, e ci dà qualche indicio che non dovea per anche passare buona armonia fra Leone e Severo. Sembra poi che al presente anno possa appartenere ciò che abbiamo da Prisco istorico di que' tempi[1949]. Scrive egli che dopo la morte di Majoriano gli affari dell'Italia andavano alla peggio, perchè dall'un canto Genserico re de' Vandali continuamente or qua or là colle sue flotte portava l'eccidio; e dall'altro nelle Gallie era Nigidio (di lui parleremo più fondatamente nell'anno susseguente), il quale, raccolto un grande esercito di que' Galli che avevano militato sotto Majoriano, allorchè egli passò in Ispagna, minacciava all'Italia (cioè a Severo e Ricimere) il gastigo dovuto alla loro iniquità, per aver tolto sì crudelmente dal mondo l'infelice Majoriano Augusto. La buona fortuna volle che mentre egli s'accingeva a venire in Italia, i Visigoti nell'Aquitania fecero delle novità ai confini delle provincie romane, da esso Nigidio governate, ed egli fu obbligato far loro guerra, con dare un gran saggio del suo valore in varii cimenti contro quei Barbari. Ora ritrovandosi in mezzo a questi danni e pericoli il senato romano, ossia Severo imperadore, fu spedito all'imperador Leone in Oriente per aver dei soccorsi; ma nulla si potè ottenere. Fu eziandio inviato Filarco per ambasciatore a Marcellino, per esortarlo a non muovere l'armi contra l'imperio d'Occidente. Questi non par diverso da quel Marcelliano, di cui parla Procopio[1950], con dire ch'egli era persona nobile, e familiare una volta di Aezio. Ma, ucciso che fu Aezio nell'anno 454, cominciò a negar l'ubbidienza all'imperadore, e a poco a poco formato un gran partito, e guadagnati gli animi de' popoli, aveva usurpata la signoria della Dalmazia, senza che alcuno osasse di disturbarlo, non che di dargli battaglia. Seguita a dire Procopio, che riuscì a Leone imperadore d'Oriente d'indurre questo Marcelliano, ossia Marcellino, ad assalire la Sardegna, in cui dominavano allora i Vandali. Ed in fatti egli s'impadronì di quell'isola con cacciarne quei Barbari. Ciò non potè eseguirsi se non con una poderosa flotta condotta dall'Adriatico nel Mediterraneo. Passò dipoi il sopra mentovato Filarco ambasciatore in Africa per far cessare il re Genserico da tante ostilità; ma ebbe un bel dire; gli convenne tornarsene indietro senz'alcuna buona risposta. Imperciocchè Genserico minacciò di non desistere mai dalla guerra, finchè non gli fossero consegnati i beni di Valentiniano Augusto e di Aezio, amendue già morti.
Aveva egli già ottenuto dall'imperadore d'Oriente una parte d'essi beni a nome di Eudocia, figliuola d'esso Valentiniano, ch'era maritata ad Unnerico suo figliuolo. Con tal pretensione o pretesto il re barbaro non lasciava anno che non approdasse colle sue flotte ai lidi d'Italia, e vi commettesse un mondo di mali. Aggiugne Prisco istorico[1951] che Genserico non volendo più stare ai patti già fatti con Majoriano imperadore (parole che indicano lui già morto) mandò un'armata di Vandali e Mori a devastar la Sicilia. E potè ben farlo, perchè Marcellino (ossia Marcelliano, di cui abbiam parlato poco fa) il quale comandava in quell'isola, e probabilmente se n'era impadronito, e forse non senza intelligenza di Leone imperadore d'Oriente, se n'era ritirato, dappoichè Ricimere gli aveva fatto desertare la maggior parte de' suoi soldati col tirarli al suo servigio, nè pareva restar sicuro dalle insidie d'esso Ricimere in Sicilia. Fu dunque (seguita a dire Prisco) inviata a Genserico un'ambasciata da Ricimere, con fargli istanza che non violasse i patti. Ed un'altra pure gli venne dall'imperadore d'Oriente con premura, perchè non molestasse l'Italia e la Sicilia, e perchè restituisse le auguste principesse. Genserico mosso da queste e da altre ambasciate a lui pervenute da più bande, finalmente si contentò di rimettere in libertà la vedova imperadrice Eudossia colla figliuola Placidia, già maritata con Olibrio senatore romano, ritenendo Eudocia, figliuola primogenita d'essa imperadrice, e divenuta moglie di Unnerico suo figliuolo. Perciò sembra più probabile che non già nell'anno 457, come vuole il padre Pagi, fondato sulla asserzion di Teofane, ma sì bene nel presente seguisse la liberazion di queste due principesse, le quali passarono a Costantinopoli. Anche Idacio[1952] storico contemporaneo scrive all'anno presente, se pure non parla del susseguente, essendo imbrogliati i numeri della sua Cronica, che Genserico rimandò a Costantinopoli la vedova di Valentiniano, delle cui figliuole l'una fu maritata con Gentone figliuolo di Genserico, e l'altra ad Olibrio senatore romano. Certo è che Gentone era figliuolo minore d'esso re Genserico. Non a lui però, ma ad Unnerico primogenito fu congiunta in matrimonio Eudocia, per attestato di tutti gli altri storici. Quel solo che si può opporre, si è ciò che lo stesso Prisco[1953] nel fine de' suoi Estratti racconta, con dire che Leone imperadore fece sapere a Genserico l'assunzione di Antemio all'imperio d'Occidente, con intimargli la guerra, se non lasciava in pace l'Italia, e non restituiva la libertà alle regine. Se ne tornò il messo, e riferì che Genserico, in vece di far caso di tale intimazione, faceva più vigorosamente che mai preparamenti di guerra, adducendo per iscusa che i giovani romani aveano contravvenuto ai patti. Se questo è, bisogna rimettere a qualche anno ancora più tardi la libertà renduta ad esse Auguste.
NOTE:
[1948] Marcell. Comes, in Chron.
[1949] Priscus, tom. 1 Histor. Byz., pag. 42.
[1950] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 6.
[1951] Priscus, tom. 1, Hist. Byz., pag. 74.
[1952] Idacius, in Chron.
[1953] Priscus, tom. 1 Hist. Byz., pag. 76.
Anno di CRISTO CDLXIII. Indizione I.
ILARIO papa 3. LEONE imperadore 7. SEVERO imperadore 3.
Consoli
FLAVIO CECINA BASILIO e VILIANO.
Basilio fu console per l'Occidente, e persona di singolari virtù, per le quali vien commendato da Sidonio Appollinare[1954]. Ed essendo nominato egli solo in una legge di Severo imperadore, in una iscrizione riferita dal cardinal Noris e dal Fabretti, e nella lettera undecima di papa Ilario, di qua vien qualche indicio che non per anche fosse seguita buona armonia tra Leone imperadore d'Oriente e Severo imperador d'Occidente, se non che in una legge di esso imperador Leone[1955], data in quest'anno, amendue i consoli si veggono nominati. Ma si osservi che nel titolo il solo Leone Augusto senza Severo fa quella legge, il che non si praticava quando gl'imperadori erano in concordia. Ed in oltre al console di chi faceva la legge si dava il primo luogo; e in essa legge vien mentovato prima Basilio. La legge suddetta di Severo Augusto[1956] ordina che le vedove abbiano da godere l'usufrutto della donazion lor fatta per cagione delle nozze dal marito, ma con rimaner salva la proprietà in favor de' figliuoli. Quali altre imprese facesse questo imperadore, nol sappiamo, si perchè la storia ci lascia in questo al buio, oppure perchè egli nulla operò che meritasse di passare ai posteri. Nel presente anno (se pur non fu nel precedente) abbiamo da Idacio[1957] che Agrippino conte, nobil persona della Gallia, perchè passava nimicizia tra lui ed Egidio conte, uomo insigne, proditoriamente diede la città di Narbona sua patria a Teoderico, re de' Goti, ossia de' Visigoti, affinchè gli fossero in aiuto. Questo Egidio è quel medesimo che vedemmo di sopra all'anno 456 mentovato da Gregorio Turonense[1958], inviato da Roma nelle Gallie per generale dell'armata romana, e che si era fatto cotanto amare dai Franchi, dappoichè ebbero cacciato il re loro Childerico, che l'aveano eletto per loro re. Abbiamo veduto nel precedente anno fatta menzione da Prisco istorico di un Nigidio valoroso generale d'armata, che fece di grandi prodezze contro i Goti. Quel nome è guasto, e si dee scrivere Egidio, così esigendo i tempi e le azioni. Seguita a scrivere Idacio, che essendosi inoltrato Federico, fratello del re Teoderico II, coll'esercito dei Goti contro ad Egidio conte dell'una e dell'altra milizia, commendato dalla fama per uomo caro a Dio a cagion delle sue buone opere, restò esso Federico ucciso coi suoi in una battaglia. Mario Aventicense[1959] anch'egli ci insegna sotto il presente anno che segui un combattimento fra Egidio e i Goti, tra il fiume Ligere (oggidì la Loire) e il Ligericino, presso Orleans in cui fu morto Federico re dei Goti. Non era veramente questo Federico re, ma solamente fratello di Teoderico re dei Goti. Per conto poi d'Agrippino conte, parla di lui l'autore[1960] della vita di san Lupicino abate del monistero di Giura nella Borgogna, con dire che Egidio generale dell'armi romane nella Gallia maliziosamente lo screditò come traditore, e l'inviò a Roma, dove fu condannato a morte. Ma per miracolo fu liberato, ed assoluto se ne tornò nella Gallia. Se ciò è vero, non era già Egidio quell'uomo sì dabbene, che Idacio poco fa ci rappresentò. A quest'anno riferisce il Baronio[1961] il concilio II arausicano (d'Oranges) tenuto da moltissimi santi vescovi delle Gallie, e celebre per la condanna dei semipelagiani: ma esso appartiene all'anno 529, come hanno già osservato il cardinal Noris[1962] ed altri eruditi. Marcellino conte[1963] nel presente anno fa menzione onorevole di san Prospero d'Aquitania non già vescovo di Ries nella Gallia, nè di Reggio in Lombardia, ma probabilmente prete, che doveva essere tuttavia vivente, scrittore riguardevole della Chiesa di Dio. Correa voce allora che egli avesse servito di segretario delle lettere a san Leone papa. Fiorì in questi medesimi tempi Vittorio d'Aquitania, prete anch'esso che non inverisimilmente vien creduto aggregato al clero romano, da cui formato un ciclo famoso d'anni 532, portò opinione il suddetto cardinal Baronio, che questo ciclo fosse composto in quest'anno ad istanza d'Illario papa; ma, secondochè hanno avvertito il Bucherio, l'Antemio, il Pagi ed altri, fu esso fabbricato nell'anno 457 a requisizione di san Leone papa, mentre era tuttavia arcidiacono della Chiesa romana Ilario, che fu poi papa.
NOTE:
[1954] Sidon., lib. 1, ep. 9.
[1955] Tom. 6, tit. 1, in Append. Cod. Theod.
[1956] L. 12, Cod. Justin. de Advocat. divers. Judicior.
[1957] Idacius, in Chron.
[1958] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 12.
[1959] Marius Aventicens., in Chron.
[1960] Rollandus, Act. Sanctor. ad diem 21 martii.
[1961] Baron., Annal. Eccl.
[1962] Noris, Hist. Pelagian., cap. 2, cap. 23.
[1963] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO CDLXIV. Indizione II.
ILARIO papa 4. LEONE imperadore 8. SEVERO imperadore 4.
Consoli
RUSTICO e FLAVIO ANICIO OLIBRIO.
Olibrio, che in quest'anno fu console, quel medesimo è che fu marito di Placidia figliuola di Valentiniano II imperadore; e lui ancora vedremo fra poco imperadore d'Occidente. Crede il padre Pagi[1964] che amenduni questi consoli fossero dichiarati tali in Oriente, e può stare; perchè in fine Olibrio era senatore romano, quantunque dopo il sacco dato a Roma da Genserico egli si fosse ritirato a Costantinopoli. Non sarebbe nondimeno inverisimile, ch'egli se ne fosse prima di ora ritornato a Roma anche per solennizzare il suo consolato. Abbiamo vari autori, cioè Cassiodoro[1965], Marcellino conte[1966] e il Cronologo del Cuspiniano[1967], i quali attestano che nel presente anno Beorgor re degli Alani, credendosi di far qualche grosso bottino o conquista, calò dalle Gallie in Italia con un poderoso esercito. Ma gli fu alla vita Ricimere patrizio e generale dell'armi romane, e non già re, come ha il testo di Marcellino, ed avendolo colto presso a Bergamo al piè del monte, sbaragliò la sua gente; e in tal conflitto vi lasciò la vita lo stesso re barbaro. Giordano istorico[1968] rapporta questo fatto ai tempi d'Antemio imperadore, cioè al 467. Da lì innanzi non fecero più figura gli Alani, e pare che mancasse con questo re il regno loro. Dicemmo disopra all'anno 456 che Childerico re de' Franchi, venuto in odio al suo popolo per le violenze della sua disonestà, fu forzato a fuggirsene nella Toringia. Secondochè s'ha da Gregorio Turonense[1969], avea egli lasciato Viomado, persona fedele, che procurasse di raddolcire gli animi de' Franchi, i quali poco dopo presero per loro re Egidio[1970] conte, generale de' Romani nelle Gallie, mentovato all'anno precedente. Questo Viomado con dare a Childerico la metà d'una moneta tagliata per mezzo, gli disse di non tornar prima, se non gli era recata l'altra metà per ordine suo. E così avvenne dopo otto anni d'esilio. Viomado consigliò ad Egidio cose che il misero in disgrazia del popolo; ed allora spedì a Childerico la consaputa mezza moneta, con cui gli fece intendere la buona disposizione dei suoi popoli. Pertanto egli comparve fra loro, e fu da una parte d'essi ben accolto e rimesso in trono. Egidio conte tenne saldo finchè potè, e seguinne guerra fra loro, nella quale egli restò in fine perditore, e gli convenne ritirarsi. Vittore Tunonense[1971] mette in quest'anno la morte di Genserico re de' Vandali; ma questa succedette molti anni dipoi.
NOTE:
[1964] Pagius, Crit. Baron.
[1965] Cassiodor., in Chron.
[1966] Marcell. Comes, in Chron.
[1967] Chronologus Cuspin.
[1968] Jordan., de Reb. Get., cap. 45.
[1969] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 12.
[1970] Gesta Reg. Franc., tom. 1 Du-Chesne.
[1971] Victor Turonensis, in Chron.
Anno di CRISTO CDLXV. Indizione III.
ILARIO papa 5. LEONE imperadore 9. SEVERO imperadore 5.
Consoli
FLAVIO BASILISCO ed ERMENERICO.
Amendue questi consoli furono creati da Leone imperadore d'Oriente: Basilisco perchè era fratello di Verina imperadrice, moglie d'esso Leone, uomo che divenne poi famoso per le sue iniquità; Ermenerico era figliuolo d'Aspare patrizio e generale delle armi in Oriente, colla cui spada vedemmo che Leone era salito all'imperio. In quest'anno nel dì primo di settembre, o pur nel secondo, per attestato di Marcellino conte[1972] e dalla Cronica Alessandrina[1973], succedette uno spaventoso incendio in Costantinopoli. Nella Vita di san Daniele Stilita[1974] si racconta, che il fuoco prese e consumò la maggior parte dell'augusta città, con durar sette giorni, e ridurre in una massa di pietre infinite case, palagi e chiese. Evagrio[1975] ci dipinge anche più grande quest'eccidio. Bisogna credere che le case fossero la maggior parte di legno, come dicono che son tuttavia, per la poca comodità che è in quelle parti, di materiali da fabbricare. E però Zenone successor di Leone ordinò poi che le case nuove si facessero in isola, con lasciar dodici piedi di spazio tra l'una e l'altra: il che tuttavia si suol praticare da molti Turchi non tanto per magnificenza, quanto per difendersi dagli incendii. Abbiamo inoltre da Idacio[1976] sotto il presente anno (se pure non fu nel precedente), che, secondo il suo costume, l'armata navale di Genserico re de' Vandali passò dall'Africa in Sicilia a farvi i soliti saccheggi. Ma per buona ventura si trovò ritornato al governo di quell'isola Marcellino, ossia Marcelliano, uomo valoroso, del quale abbiamo parlato di sopra. Questi sì coraggiosamente con quelle milizie che potè raccogliere fece testa a quei Barbari, che, dopo averne messi non pochi a fil di spada, il rimanente fu costretto a mettere la sua salvezza nella fuga. Intanto Severo imperadore, dopo aver regnato quasi quattro anni, nel dì 15 d'agosto diede fine ai suoi giorni e al suo imperio, secondo la testimonianza della Cronica pubblicata dal Cuspiniano[1977] e dal Panvinio; e ciò vien confermato da Idacio, da Marcellino conte e da altri scrittori. Giordano[1978] istorico il tratta da tiranno. E benchè gli altri il dicano mancato di morte naturale, pure Cassiodoro[1979], persona che merita qui molta considerazione, scrive essere stata fama ch'egli per frode di Ricimere patrizio morisse di veleno. Noi per altro sappiamo poco de' fatti suoi; ma se cosa alcuna di luminoso avesse operato, verisimilmente ne avremmo qualche lume dalla storia, per altro scarsa e meschina in questi tempi. Venne anche a morte probabilmente nell'anno presente Egidio conte e generale dell'armata romana nelle Gallie, di cui s'è favellato ne' precedenti anni. Idacio a noi il rappresenta come personaggio dotato di rare virtù, e scrive che alcuni l'asserivano morto per insidie a lui tese, ed altri per veleno. Dall'autore delle Gesta de' Franchi[1980] è chiamato dux Romanorum, tyrannus, perchè i Franchi, siccome abbiamo veduto, dopo il ritorno di Childerico re loro, avevano cacciato esso Egidio, e il riguardavano con occhio bieco. Aggiugne il medesimo autore che i Franchi circa questi tempi presero la città di Colonia con grande strage de' Romani, cioè della parte d'Egidio, il quale potè appena salvarsi, e poco dopo morì, con lasciare un figliuolo per nome Siagrio. Questi prese il generalato, e mise la sua residenza in Soissons. Ma i Franchi, che non più erano ritenuti dal timore d'Egidio, ed aveano già passato il Reno e desolata più che non era prima la città di Treveri, si mossero con un potente esercito, e vennero fino ad Orleans, con dare guasto a tutto il paese. Da un'altra parte sboccò pure nelle Gallie per mare Odoacre duca de' Sassoni, e giunse fino alla città d'Angiò, con uccidervi molto popolo, e ricevere ostaggi da quella e da altre città. Childerico coi Franchi, nel tornare indietro da Orleans, s'impadronì della stessa città d'Angiò, essendo restato morto in quella occasione Paolo conte governatore di essa città. Ma qui non son ristrette tutte le calamità delle Gallie. Idacio[1981] aggiugne, che dopo esser mancato di vita il prode Egidio conte, ancora i Goti abitanti in quella che oggidì chiamiamo Linguadoca, sotto il re Teoderico, s'avventarono anch'essi addosso alle provincie romane, che prima erano sotto il governo d'Egidio. Gregorio Turonense[1982] fa anch'egli menzione di queste turbolenze, con aggiugnere, che Paolo conte insieme coi Romani e Franchi mosse guerra ai Goti: ma ch'esso Paolo fu tagliato a pezzi nella presa d'Angiò fatta dai Franchi medesimi. Scrive di più, che i Britanni furono cacciati fuori della provincia del Berry, con esserne stati uccisi non pochi. Notizia che ci fa intendere come era già venuta della gran Bretagna a cercar ricovero nelle Gallie una copiosa moltitudine di que' popoli, giacchè i Sassoni entrati in quell'isola faceano guerra troppo fiera agli antichi abitanti. Questi poi col tempo diedero il nome di Bretagna minore a quel paese dove si stabilirono, e tuttavia ritengono buona parte del linguaggio degli antichissimi Britanni.
NOTE:
[1972] Marcell. Comes, in Chron.
[1973] Chron. Alexandrinum.
[1974] Apud Surium ad diem 11 decembris.
[1975] Evagr., lib. 2, cap. 13.
[1976] Idacius, in Chron.
[1977] Chronologus Cuspiniani.
[1978] Jordan., de Regnor. success.
[1979] Cassiod., in Chron.
[1980] Gesta Francor., tom. 1 Du-Chesne.
[1981] Idacius, in Chron.
[1982] Gregor. Turon., lib. 2, cap. 18.
Anno di CRISTO CDLXVI. Indizione IV.
ILARIO papa 6. LEONE imperadore 10.
Consoli
LEONE AUGUSTO per la terza volta, e TAZIANO.
Se non avessimo Mario Aventicense[1983] e il Cronologo del Cuspiniano[1984] che facessero menzione di questo Taziano console, si sarebbe creduto, come credette il cardinale Baronio, che questo fosse un console immaginario. Pretende il padre Pagi[1985] che questo Taziano ricevesse e sostenesse il consolato in Oriente, il che non sembra ben certo, perchè abbiamo da Prisco istorico[1986], che a' tempi di Leone imperadore, Taziano fu inviato ambasciatore per gl'Italiani a Genserico re de' Vandali. Che se pur egli fosse stato creato console, strano dovrebbe parere, come in una legge[1987] pubblicata in questo anno da Leone Augusto si legga il solo imperadore console, e lo stesso unicamente sia nominato nella Cronica Alessandrina[1988] e da Marcellino conte[1989], da Cassiodoro[1990], da Vittor Tunonense[1991] e dai Fasti fiorentini, senza far mai menzione di Tarziano preteso console anch'esso in Oriente. Quel che è più, in una iscrizione rapportata dall'Aringhi, dal Reinesio e da altri, e posta ad un cristiano seppellito a dì 9 di maggio, per disegnar l'anno solamente, è detto console LEONE AVGVSTO III. Forse Leone Augusto entrò solo console, e da lì a qualche mese prese per suo collega Taziano. Dappoichè fu morto Severo imperadore, è da credere che il senato romano e l'esercito pensassero a dargli un successore, e che non mancassero pretendenti. Contuttociò noi troviamo che neppure in tutto quest'anno alcuno imperador d'Occidente fu eletto, laonde restò vacante l'imperio in questa parte. Altra ragione non si può addurre, se non che i senatori più saggi, riflettendo alla miserabil positura dell'imperio occidentale, e che troppo importava il camminar d'accordo d'animo e di massime coll'imperadore d'Oriente, nulla volessero conchiudere senza l'approvazione e consentimento di Leone Augusto. Doveano andare innanzi e indietro lettere, maneggi e trattati. Sopra tutti Ricimere patrizio, potentissimo tuttavia direttor degli affari, giacchè non poteva egli ottener l'imperio, cercava per altro verso i suoi privati vantaggi. Finalmente i Romani condiscesero totalmente alla volontà d'esso Leone, siccome vedremo nell'anno seguente. Pubblicò in quest'anno il suddetto Leone Augusto la precitata legge assai riguardevole in confermazione dell'asilo nelle chiese, con varii riguardi nondimeno, affinchè i creditori non restassero affatto abbandonati dal braccio della giustizia, abolendo spezialmente una anteriore, in cui venivano obbligate le chiese a pagare i debiti di chi si rifugiava in esse. Abbiam veduto di sopra che un'armata di Sassoni era entrata nelle Gallie. Pare che a quest'anno si possa riferire una battaglia seguita fra essi e i Romani, cioè i sudditi dell'imperio occidentale, che vien narrata da Gregorio Turonense[1992], nella quale toccò ai Sassoni di voltare le spalle. Le loro isole nel fiume la Loire furono prese dai Franchi. Poscia Odoacre duce di que' Barbari si collegò con Childerico re dei Franchi, ed unitamente sconfissero gli Alamanni ch'erano entrati in Italia. Nella vita di san Severino apostolo del Norico[1993] si legge che quell'uomo santo esortò Gibuldo re degli Alamanni, ut gentem suam a romana vastatione cohiberet. Par verisimile che questo medesimo re fosse quegli che fu sì ben disciplinato dai Franchi e Sassoni.
NOTE:
[1983] Marius Aventicens., in Chron.
[1984] Chronol. Cuspiniani.
[1985] Pagius, Crit. Baron.
[1986] Priscus, tom. 1 Hist. Byz., pag. 74.
[1987] L. 6, de his qui ad Eccl. confugiunt. Cod. Justin.
[1988] Chron. Alexandr.
[1989] Marcell. Comes, in Chron.
[1990] Cassiod., in Chron.
[1991] Victor Turonensis, Chron.
[1992] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 19.
[1993] Acta Sanctor. Bolland. ad diem 8 januar.
Anno di CRISTO CDLXVII. Indizione V.
ILARIO papa 7. LEONE imperadore 11. ANTEMIO imperadore 1.
Consoli
PUSEO e GIOVANNI.
Dopo essere stato vacante per più d'un anno l'imperio d'Occidente, finalmente essendosi con una ambasceria rimessi i Romani per l'elezione d'un imperadore alla volontà di Leone imperador d'Oriente, questi mandò in Italia con un buon esercito Antemio, il quale, per testimonianza di Cassiodoro[1994], arrivato che fu tre miglia (Idacio[1995] scrive otto miglia) lungi da Roma ad un luogo appellato Brotontas, fu proclamato imperadore. Il Cronologo del Cuspiniano[1996] scrive che nel dì 12 d'aprile succedette la di lui assunzione al trono. Era Antemio Galata di nazione, e di nobilissimo sangue, perchè figliuolo (Idacio il chiama fratello) di Procopio patrizio, che sotto Teodosio II trattò la pace coi Persiani, e discendeva da quel Procopio che disputò l'imperio a Valente imperadore. Era nipote di Antemio, che fu console nell'anno 405. Per attestato di Procopio[1997], era generale d'armata, senatore ricchissimo, ed avea per moglie una figliuola di Marciano Augusto, chiamata Eufemia, per quanto s'ha da Apollinare Sidonio[1998], scrittore di questi tempi. Da Teofane[1999] vien chiamato Antemio principe ben istruito nei dogmi cristiani, e che piissimamente sapea governar l'imperio. E sappiamo da Codino[2000] e dall'autore degli Edifizii di Costantinopoli, ch'esso Antemio, alzato che fu al trono, ordinò che il suo palazzo, posto nella suddetta città di Costantinopoli, si consecrasse a Dio, con fabbricarne un tempio, e uno spedale e bagno per gli poveri vecchi. Però niuna fede merita Damasco[2001] filosofo pagano, che nella vita d'Isidoro egizio scrisse che Antemio fu un empio ed amatore del paganesimo, e che meditava di rimettere in piedi il culto degl'idoli. Contuttociò, siccome osservò il cardinal Baronio, e dirò appresso, Antemio non fu sì religioso, come talun suppone. Ricimere patrizio e generale dell'esercito romano volle anch'egli profittare di questa congiuntura, coll'ottenere in moglie una figliuola del medesimo nuovo Augusto. Per attestato della Cronica Alessandrina[2002] furono portate a Costantinopoli le immagini di Antemio, coronate d'alloro, da Terenzio prefetto della città di Roma: cerimonia praticata ne' vecchi tempi per far conoscere al popolo che quegli era stato accettato per legittimo imperadore. Prisco istorico[2003], nel fine de' Frammenti che restano di lui, scrive che Leone Augusto per un suo messo fece tosto intendere a Genserico re dei Vandali in Africa l'elezione da lui fatta di Antemio imperador d'Occidente, con intimargli di non molestar da lì innanzi l'Italia e la Sicilia, altrimenti gli dichiarava la guerra. Fu rimandato indietro il messo, e la risposta fu che Genserico non ne voleva far altro, e maggiormente si preparava per continuar la guerra all'imperio romano. Procopio[2004] aggiugne una particolarità, cioè che Genserico si chiamava offeso, perchè avendo fatto di forti istanze, acciocchè Olibrio senatore, marito di Placidia figliuola dell'imperador Valentiniano III, e per conseguente suo cognato, fosse dichiarato imperadore, e che, ciò nonostante, Leone Augusto gli avea preferito Antemio. Per questo pare che Genserico più che mai seguitasse ad infestare i lidi dell'imperio. Ora in quest'anno i due imperadori, che andavano unitissimi d'animo, cominciarono i preparamenti per gastigare la superbia ed insolenza di Genserico. Il padre Sirmondo e il Mezzabarba[2005] rapportano una medaglia d'Antemio, nel cui rovescio si mirano due imperadori che si danno le mani per segno della lor concordia ed unione.
In che stato fosse Roma allorchè vi arrivò il nuovo imperadore Antemio, lo lasciò scritto papa Gelasio[2006] nel suo opuscolo contra di Andronico senatore, e contro que' Romani che tuttavia ostinati nel paganesimo, volevano che si facessero l'empie ed insieme ridicole feste lupercali, pretendendo che per esse Roma fosse preservata da varii malanni. Dice il santo papa che quando Antemio imperadore venne a Roma si celebravano le feste suddette lupercali, e pure saltò fuori una pestilenza sì grande, che fece non poca strage del popolo. Fu poi diligentemente osservato dal cardinal Baronio che nella comitiva de' cortigiani venuti con Antemio a Roma, per testimonianza del mentovato papa Gelasio, vi fu un certo Filoteo che teneva l'eresia di Macedonio ingiuriosa allo Spirito Santo. Costui cominciò a tenere delle segrete combriccole con ispargere il suo veleno; ma, avvertitone papa Ilario, un dì che Antemio Augusto si portò a san Pietro, ne fece, con fermezza degna di un pontefice, una gagliarda doglianza a lui, di modo che Antemio con suo giuramento gli promise di rimediare a questo disordine. Nel presente anno Teoderico II, re de' Visigoti nell'Aquitania, dopo aver dilatato il suo imperio nella Spagna, con varie guerre fatte contro degli Svevi; e mantenuta quasi sempre la pace colle provincie romane, trattato fu in quella stessa maniera che egli avea trattato il suo fratello maggiore, cioè venne ucciso da Eurico, appellato da altri Evarico, suo fratello minore, in Tolosa. Mario Aventicense[2007] mette questo fatto sotto il presente anno, e chiama Eutorico l'uccisor del fratello, il quale dopo la morte di lui fu riconosciuto per successore nel regno gotico. Tardò poco questo nuovo re, secondochè abbiamo da Giordano istorico[2008], a spedire ambasciatori a Leone imperadore, per dargli parte della sua assunzione al trono; e veggendo sì mal condotto l'imperio d'Occidente per la frequente mutazion degli Augusti, si mise in pensiero di conquistar le provincie che restavano nelle Gallie e nelle Spagne all'ubbidienza d'esso imperio. Si sa da sant'Isidoro[2009] che Eurico appena fatto re spedì un'armata nella Spagna tarraconense, e s'impadronì delle città di Pamplona e di Saragozza, con devastar tutta quella provincia. Racconta eziandio il suddetto Giordano, che avendo costui assalito le provincie romane della Gallia, Antemio imperadore dimandò aiuto ai Britanni fuggiti dalla gran Bretagna, e postati allora al fiume Loire. Vennero per mare dodici mila di essi con Riotimo re loro fino alla città Bituricense, oggidì Burges nel Berry. Colà accorse il re Eurico con una formidabil armata, e dopo varii combattimenti gli riuscì, prima che i Romani potessero unire le lor forze coi Britanni, di mettere in fuga il suddetto Riotimo re, il quale perduta la maggior parte di sua gente, con quei che potè, si ricoverò presso la vicina nazione de' Borgognoni collegata allora coi Romani. Ma non siam certi se in questo o pure in alcun de' susseguenti anni succedesse un tal fatto. Per attestato della Cronica Alessandrina[2010], in questi tempi Leone imperador d'Oriente pubblicò un editto, acciocchè fossero santificati i giorni di festa, con proibire in essi ogni sorta di pubblici giuochi e spettacoli. Può tuttavia dubitarsi che questa legge appartenga all'anno 459, trovandosi appartenente a quell'anno nel Codice di Giustiniano la legge ultima, C. de Feriis, che parla di questo piissimo regolamento. Rigorosamente ancora procedette l'imperador Leone contra gli ariani, che nella stessa città di Costantinopoli facevano delle adunanze segrete, con proibir loro in qualunque luogo l'aver chiese e il raunarsi.
NOTE:
[1994] Cassiod., in Chron.
[1995] Idacius, in Chron.
[1996] Chronologus Cuspiniani.
[1997] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 6.
[1998] Sidon. Apollinaris, in Panegyr. Antemii.
[1999] Theop., in Chronogr.
[2000] Codinus, de Originibus.
[2001] Damascius, in Vit. Isidori.
[2002] Chron. Alexandr.
[2003] Priscus, tom. 1 Hist. Byz., pag. 76.
[2004] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 6.
[2005] Mediobarb., Numism. Imperator.
[2006] Gelasius, advers. Andronic.
[2007] Marius Aventicens. in Chron.
[2008] Jordan., de Reb. Getic., cap. 45.
[2009] Isidorus, in Chronico Gothor.
[2010] Chron. Alexand.
Anno di CRISTO CDLXVIII. Indizione VI.
SIMPLICIO papa 1. LEONE imperadore 12. ANTEMIO imperadore 2.
Consoli
ANTEMIO AUGUSTO per la seconda volta, senza collega.
Antemio Augusto nel presente anno è intitolato ne' Fasti console per la seconda volta, perchè nell'anno 455 era stato console insieme con Valentiniano III Augusto. Perciò egli è chiamato consul vetus da Apollinare Sidonio[2011], nobile personaggio della Gallia, e poeta riguardevole, il quale invitato a Roma nel precedente anno da esso Antemio, recitò poi nel primo giorno di gennaio del presente il panegirico d'esso imperadore, tuttavia esistente, e in ricompensa ne riportò la dignità di prefetto di Roma. Era in questi tempi prefetto del pretorio delle Gallie Servando: così l'appella l'autore della Miscella[2012] secondo la mia edizione; ma Arvando si trova chiamato da esso Sidonio[2013], autore di maggior credito, se pure il suo testo non è guasto, là dove racconta diffusamente la di lui disgrazia accaduta in quest'anno. Fu costui accusato a Roma quasichè tenesse delle segrete intelligenze coi Visigoti, e tramasse dei tradimenti in pregiudizio dell'imperio, siccome uomo superbo, e che troppo si fidava di sè stesso. Furono in contraddittorio con lui i legati delle Gallie, e convinto, fu vicino a perdere ignominiosamente il capo; ma, prevalendo la clemenza dell'imperadore Antemio, fu mandato in esilio in Oriente, dove terminò i suoi giorni. Fa pur menzione lo stesso Sidonio[2014] di un altro prefetto delle Gallie, per nome Seronato, dipinto da lui come persona scelleratissima, che, provato reo di lesa maestà, fu levato dal mondo qualche anno dipoi. Leone Augusto in quest'anno, voglioso di abbattere la potenza ed insolenza di Genserico re de' Vandali, il quale, dopo avere appreso il mestier dei corsari, non lasciava anno che non infestasse i lidi delle provincie romane, uccidendo, spogliando e conducendo seco migliaia di schiavi, da tutto l'Oriente raunò, secondochè racconta Teofane[2015], uno stuolo di cento mila navi, piene d'armi e d'armati, e lo spedì in Africa contra di Genserico. Si racconta che a Leone costò questa spedizione mille e trecento centinaia d'oro. E certamente Suida[2016], coll'autorità di Candido, istorico perduto, scrive che Leone in quella impresa spese quarantasette mila libbre d'oro, parte raunate dai beni dei banditi, e parte dall'erario d'Antemio imperadore. Questi similmente inviò colà dall'Occidente una rilevante flotta. Fu ammiraglio (è Teofane che seguita a parlare) e generale dell'armata orientale Basilisco, fratello di Verina Augusta, moglie dello stesso imperador Leone, che già s'era acquistato gran nome con varie vittorie contra degli Sciti, ossia de' Tartari. Marcellino fu il generale dell'armata occidentale. Arrivata la poderosa armata in Africa, affondò buona parte delle navi di Genserico, e superò la stessa città di Cartagine. Ma guadagnato Basilisco a forza d'oro dal re nemico, rallentò l'ardor della guerra ed in fine di concerto si lasciò dare una rotta, come abbiamo da Persico autor della storia: nome corrotto nel testo di Teofane, che vuol significare Prisco istorico, tante volte citato di sopra. Seguita a scrivere Teofane, altri aver detto essere proceduto un sì fatto tradimento da Aspare patrizio, generale potentissimo dell'Oriente, e da Ardaburio suo figliuolo che aspiravano alla succession dell'imperio; i quali, veggendo Leone Augusto molto contrario a questa loro idea, per esser eglino di credenza ariani, cercavano ogni via di rovinare gl'interessi dell'imperio d'Oriente; e però s'accordarono con Basilisco, promettendogli di farlo imperadore, se tradiva la flotta e l'esercito a lui confidati, e lasciasse la vittoria a Genserico, al par di essi ariano. Comunque sia, la verità si è che Genserico, preparate delle navi incendiarie, una notte, quando i Romani stolidamente men sel pensavano, le spinse col favore del vento addosso alla lor flotta con tal successo, che assaissime navi rimasero preda delle fiamme, e il resto fu obbligato a ritirarsi colle milizie in Sicilia. Cedreno[2017] scrive che non tornò indietro neppur la metà dell'esercito.
Ma non sussiste punto il dirsi da Teofane che Basilisco superasse Cartagine, siccome è uno sproposito troppo intollerabile quello delle cento mila navi, che non può venir dallo storico, il quale senza dubbio avrà voluto dire una flotta di mille e cento navi. Parrà fors'anche troppo ad alcuni il dirsi da Procopio[2018] che quella flotta conduceva cento mila uomini. Ma non avrà difficoltà a crederlo, chi considererà unita la potenza dell'uno e dell'altro imperio a quella impresa. In fatti Cedreno scrive che furono mille e cento tredici navi, in cadauna delle quali erano cento uomini, e che la spesa ascese a sei cento cinquanta mila scudi d'oro, ed a settecento mila d'argento, senza quello che fu somministrato dall'erario e da Roma. Odasi ora, come Procopio racconti questa sì strepitosa spedizione. Tiene anch'egli che Aspare irritato contra di Leone Augusto, principe troppo alieno dal volere un eretico per successore nell'imperio, temendo che la rovina di Genserico assodasse vieppiù il trono a Leone, e il mettesse in istato di non aver nè paura nè bisogno di lui, raccomandasse vivamente a Basilisco di andar con riguardo contra di Genserico. Ora Basilisco approdò colla flotta a una terra appellata il Tempio di Mercurio. Quivi apposta cominciò a perdere il tempo; poichè se a dirittura marciava a Cartagine, l'avrebbe presa sulle prime, e soggiogata la nazione vandalica, essendochè Genserico atterrito non tanto per le nuove giuntegli che la Sardegna era già stata ricuperata dai Romani, quanto per la comparsa di quella armata navale, a cui si diceva che una simile non l'aveano mai avuta i Romani; già pensava a non far resistenza coll'armi. Ma osservando il lento procedere dei Romani, ripigliò coraggio; e mandate persone a Basilisco, il pregò a differir le offese per cinque giorni, tanto ch'egli in questo spazio di tempo potesse prendere quelle risoluzioni che gli paressero più proprie e di soddisfazione dell'imperadore. Fu poi creduto che Genserico comperasse con grossa somma d'oro questa tregua, e che Basilisco o vinto dai regali, o per far cosa grata ad Aspare, vi acconsentisse. Intanto mise Genserico in armi tutti i suoi sudditi, preparò le barche incendiarie, e, venuto il buon vento, portò con esse il fuoco e la rovina alla maggior parte dell'armata navale romana. E i Vandali con altre navi furono in quel tumulto addosso ai nocchieri e soldati, che erano imbrogliati nelle navi, e ne trucidarono e spogliarono assaissimi. Basilisco, ritornato a Costantinopoli, si rifugiò in santa Sofia, e per preghiere di Verina Augusta sua sorella salvò la vita, costretto solamente ad andare in esilio a Perinto. Cedreno[2019] attribuisce, non a tradimento, ma a viltà e poca condotta di Basilisco l'infelice riuscita di questa impresa (il che non è improbabile), e dice aver egli verificato il proverbio: Che val più un esercito di cervi comandato da un lione, che un esercito di lioni comandato da un cervo. Aggiugne Procopio che Marcelliano il quale negli anni addietro si era ribellato all'imperio, e signoreggiava nella Dalmazia, ma nel presente anno guadagnato con lusinghe da Leone Augusto, avea d'ordine suo tolta dalle mani dei Vandali la Sardegna, essendo poi passato in Africa in soccorso di Basilisco, fu quivi ucciso con inganno da uno de' suoi colleghi. Anche Marcellino conte[2020] narra sotto quest'anno, che Marcellino patrizio d'Oriente (egli è lo stesso che il Marcelliano di Procopio) uomo di professione pagano, mentre era presso Cartagine in soccorso de' Romani contra de' Vandali fu dai Romani medesimi con frode ucciso. Cassiodoro[2021] e il Cronografo del Cuspiniano[2022] scrivono che tolta gli fu la vita in Sicilia, e Idacio[2023] racconta ch'egli era stato inviato da Antemio Augusto per generale d'una considerabile armata contra de' Vandali. E tal fine ebbe la grandiosa spedizione dei Romani Augusti contro al tiranno dell'Africa. In quest'anno, secondochè pretende il padre Pagi[2024], e non già nell'antecedente, come vuole il cardinal Baronio[2025], terminò i suoi giorni Ilario papa nel dì 21 di febbraio. Nella sua vita presso Anastasio[2026] si legge un lungo catalogo di fabbriche da lui fatte, e di ornamenti e vasi d'oro e d'argento di peso e prezzo tale, che possono cagionar maraviglia ai nostri tempi, come potesse un solo papa far tanto, ancorchè allora la chiesa romana non possedesse stati in sovranità come oggidì. Ma è da dire che essa Chiesa godeva allora di moltissimi stabili; e le oblazioni de' fedeli si può credere che fossero abbondantissime: laonde aveano i papi che spendere in abbellire i sacri templi. A questo pontefice da lì a quattro, oppure a dieci dì, succedette Simplicio, nato in Tivoli. Si riferiscono al presente anno due leggi[2027] di Antemio Augusto, colla prima delle quali restano approvati i matrimonii delle donne nobili coi loro liberti; colla seconda sono confermate tutte le leggi di Leone imperador d'Oriente chiamato signore e padre mio da Antemio. All'incontro esso Leone, ad istanza di Antemio, con una legge decide che tutte le donazioni di beni fatte dai predecessori Augusti sieno inviolabili, nè si possa molestar chi li possiede, se non per le vie ordinarie della giustizia. Può forse appartenere anche a quest'anno un'altra legge[2028] d'esso Leone Augusto contro i pagani, la quale abbiamo nel Codice di Giustiniano.
NOTE:
[2011] Sidon., in Panegyr. Anthemii.
[2012] Histor. Miscell., tom. 1 Rer. Ital.
[2013] Sidon., lib. 1, epist. 1.
[2014] Idem, lib. 2, ep. 1.
[2015] Theoph., in Chronograph.
[2016] Suidas, verbo χειρίζω.
[2017] Cedren., in Histor.
[2018] Procop., de Bell Vandal, lib. 1.
[2019] Cedren., in Histor.
[2020] Marcellin. Comes, in Chron.
[2021] Cassiodor., in Chronic.
[2022] Chronol. Cuspiniani.
[2023] Idacius, in Chron. et Fastis.
[2024] Pagius, Crit. Baron.
[2025] Baron., Annal. Eccl.
[2026] Anastas. Bibliotech. in Vita Hilarii.
[2027] Tom. 6 Cod. Theod., in Append.
[2028] L. 8, C. de Pagan.
Anno di CRISTO CDLXIX. Indizione VII.
SIMPLICIO papa 2. LEONE imperadore 13. ANTEMIO imperadore 3.
Consoli
MARCIANO e ZENONE.
Il primo di questi consoli, cioè Marciano, era figliuolo di Antemio Augusto. Il secondo, cioè Zenone, era genero di Leone imperadore, perchè marito di Arianna figliuola d'esso Augusto, e godeva la dignità di duca dell'Oriente. Nel precedente anno, o pur nel presente, Leone Augusto dichiarò Cesare uno de' figliuoli d'Aspare, per nome Patricio, chiamato da altri Patriciolo: titolo che istradava alla succession dell'imperio e recava seco una partecipazione dell'autorità e del comando; perciocchè ancora i Cesari portavano la porpora e l'altre insegne dell'imperio, a riserva della corona d'oro, come si ha da Metafraste[2029]. Per quanto scrive Teofane[2030], ciò fu fatto da Leone, perchè questa beneficenza servisse a ritirar suo padre dall'eresia d'Ario, e a maggiormente impegnarlo nel buon servigio dell'imperio. Dopo di che esso Patricio fu inviato con apparato di gran magnificenza ad Alessandria. Gli fu anche promessa in moglie Leonzia figliuola d'esso imperador Leone. Il cardinal Baronio all'anno precedente fa una querela contra d'esso Augusto, perch'egli tenesse in corte e tollerasse Aspare, uomo ariano e traditore: dal che procedette l'infelice successo della spedizione in Africa. Ma conviene osservare meglio la positura di quei tempi ed affari. Talmente era cresciuta e salita in alto la potenza d'Aspare in Oriente e quella di Ricimere in Occidente, che faceva paura agli stessi imperadori, perchè costoro aveano gran partito, e specialmente alla lor divozione stavano gli eserciti, composti in buona parte di Barbari, cioè della nazione d'essi due Patrizii. Però bisognava inghiottir molte cose disgustose e camminar con destrezza, perchè troppo pericoloso si scorgeva il voler opprimere questi domestici serpenti. Vedremo in breve quanto costasse ad Antemio Augusto l'essersi dichiarato mal soddisfatto di Ricimere, senza prender meglio le sue misure. Perciò per politica necessità s'indusse Leone Augusto a promuovere alla dignità cesarea Patricio figliuolo d'Aspare, a fine di guadagnarsi la benevolenza di suo padre, come scrive Evagrio[2031], oppur di addormentarlo con questo boccone, e di far poi quello che diremo più sotto. Lo stesso cardinal annalista, citando la vita di san Marcello archimandrita, che espressamente racconta la soverchia potenza di Aspare e di Ardaburio suo figliuolo, e come per necessità di Leone condiscese a crear Cesare il fratello d'esso Ardaburio, poteva ancora conoscere che Leone Augusto non volontariamente sofferiva quegli eretici, e che per forza si accomodava ai tempi, con aspettar miglior congiuntura di liberarsi da coloro. Aggiungasi ciò che vien narrato da Cedreno[2032], cioè che avendo Leone sui principii del suo governo promesso ad Aspare di far prefetto di Costantinopoli una persona da lui raccomandata, ne fece poi un'altra. Non andò molto che Aspare insolentemente presa la veste dell'imperadore, gli disse: Non è conveniente che dica bugie chi va ammantato di questa porpora. Al che Leone rispose: Ma è anche conveniente che un imperadore non ceda, nè sia suggetto ad alcuno, massimamente con incomodo e danno del pubblico. Tuttavia per meglio conoscere che non fu già un buon volere, ma sì bene un tiro politico di Leone l'innalzamento di questo giovane, s'ha eziandio da ricordare ch'esso Patricio, non men del padre e degli altri suoi fratelli, era di setta ariano; e perciò uditosi in Costantinopoli che Leone disegnava di crearlo Cesare, si sollevò un tumulto, e san Marcello archimandrita[2033], alla testa d'un corpo di buoni cattolici, andò a fare istanza ad esso imperadore che Patricio abbracciasse la vera religione, o lasciasse la dignità cesarea. Lo promise Leone, principe sommamente cattolico; ma, siccome osserva l'autore della vita di quel santo abbate, l'imperadore cedebat tempori Asparis et Ardaburii, e covava pensieri, che dipoi vennero alla luce. Intanto i Barbari, cioè gli Unni, infestavano la Tracia; e però contra d'essi fu spedito da Leone con competente esercito Zenone suo genero per metterli in dovere. Ma non piacque una tale elezione ad Aspare per gelosia, cioè per timore che Zenone potesse contrastare a suo figliuolo la succession dell'imperio dopo la morte del suocero Augusto. Perciò segretamente concertò coi soldati di farlo uccidere; ma il colpo non venne fatto. Zenone, accortosi della trama, se ne fuggì a Serdica città della Dacia novella. Questo affare fece maggiormente crescere i sospetti dell'imperadore contra di Aspare. Una bella legge[2034] fu pubblicata in quest'anno dal medesimo Augusto contra qualunque simoniacamente salisse ad un vescovato, con prescrivere la forma già stabilita nei canoni di eleggere i vescovi e dichiarare privato di tale onore, reo di lesa maestà, e perpetuamente infame, chi con regali si procacciasse una sedia episcopale, o eleggesse o consacrasse per denari alcuno. In questi giorni, o poco appresso, Idacio vescovo di Lemica nella Gallicia diede fine alla sua Cronica. All'anno precedente narra l'autore della Cronica Alessandrina[2035], che durante la guerra de' Romani con gli Unni nella Tracia, riuscì ad Anagasto, generale dell'imperadore, di uccidere Dengisich, uno de' figliuoli d'Attila, il cui capo fu inviato a Costantinopoli, mentre si faceano i giuochi circensi, e portato per mezzo alla piazza con gran plauso di tutto il popolo. Marcellino conte[2036] riferisce all'anno presente questo fatto, e con più verisimiglianza, perchè pare che solamente in esso anno si accendesse la guerra con gli Unni.
NOTE:
[2029] Metaphrastes, in Vita s. Marcelli Archimandritae.
[2030] Theoph., in Chronog.
[2031] Evagr., lib. 2, cap. 16.
[2032] Cedrenus, in Hist.
[2033] Surius, in Vita s. Marcelli Archimandritae. Zonar., in Histor.
[2034] L. 31. C. de Episcop. et Cleric.
[2035] Chron. Alexandr.
[2036] Marcellin. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO CDLXX. Indizione VIII.
SIMPLICIO papa 3. LEONE imperadore 14. ANTEMIO imperadore 4.
Consoli
SEVERO e GIORDANO.
Questo Severo console occidentale, se vogliam credere a Damascio nella vita di Isidoro filosofo[2037], era di professione pagano, e perciò caro ad Antemio imperadore, che ci vien rappresentato per adoratore degl'idoli. Ma Fozio, che ci dà tali notizie, osservò che almeno per conto di Antemio non merita fede Damascio, filosofo empio, nimico de' Cristiani, e che racconta molte altre fole in quella vita. Costui visse ai tempi di Giustiniano Augusto. Abbiamo dalla Cronica Alessandrina sotto quest'anno e sotto il seguente, che l'imperador Leone mandò Eraclio Edesseno, figliuolo di Floro, già stato console, e Marso Isauro, personaggi di gran valore, con due eserciti raccolti dall'Egitto e dalla Tebaide, contra di Genserico re de' Vandali. Questi all'improvviso avendo assaliti i Vandali, ricuperarono Tripoli ed altre città dell'Africa, e diedero sì buona lezione a quel tiranno, che fu astretto a chiedere la pace; ed in fatti l'ottenne, perchè Leone Augusto avea bisogno di questi due generali, e di Basilisco suo genero, per effettuare i disegni conceputi contra di Aspare e de' suoi figliuoli. E perciocchè la caduta di costoro succedette nell'anno susseguente, è perciò più verisimile che nel presente essi facessero la guerra suddetta nell'Africa, e ne fossero poi richiamati nell'anno appresso. Procopio riferisce[2038] queste imprese di Eraclio all'anno 468, cioè a quello stesso, in cui Basilisco colla formidabile armata d'Oriente assalì l'Africa con fine poi tanto infelice. Ma è facile che si sia ingannato. Anche Cedreno[2039] racconta che per due anni dopo la spedizione di Basilisco fu guerreggiato in Africa con varia fortuna. Narra sotto questi consoli Cassiodoro[2040] che a Romano patrizio, scoperto che macchinasse d'usurpare l'imperio d'Occidente, fu per ordine di Antemio Augusto tagliato il capo. Anche l'autore della Miscella, secondo la mia edizione[2041], fa testimonianza di questo fatto, ma senza che ne traspiri alcuna particolarità dagli altri autori. Aggiunge l'autore d'essa Miscella, che in questi giorni, avendo voluto Genserico tornar di nuovo ad infestar l'Italia, superato da Basilisco in una battaglia navale, fu costretto a tornarsene svergognato a Cartagine. Non parlando alcun altro scrittore di questo combattimento, io non so che mai crederne. Per altro poco fa abbiam veduto che Basilisco doveva essere stato rimesso in grazia di Leone Augusto, il quale faceva capitale di lui per atterrare la potenza d'Aspare e de' suoi figliuoli.
NOTE:
[2037] Photius, in Biblioth., Cod. 242.
[2038] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 6.
[2039] Cedren., in Histor.
[2040] Cassiodorus, in Chron.
[2041] Rerum Italicar. Script. Tom. 1.
Anno di CRISTO CDLXXI. Indizione IX.
SIMPLICIO papa 4. LEONE imperadore 15. ANTEMIO imperadore 5.
Consoli
LEONE AUGUSTO per la quarta volta e PROBIANO.
Probiano console occidentale vien creduto della casa Anicia dal Reinesio[2042]. Questo fu l'anno, in cui Leone Augusto arrivò a liberarsi dalla prepotenza d'Aspare patrizio, che nol lasciava sicuro sul trono. Era Aspare il primo de' patrizii, come scrive Marcellino conte[2043], era principe del senato, come ha l'autore della Cronica Alessandrina[2044], la cui cronologia è molto confusa in questi tempi. Di nazione barbarica fu suo padre Ardaburio cioè Alano; ed essendo arrolati assaissimi di que' Barbari nelle guardie dell'imperadore e nell'armata cesarea, perciò un gran partito aveva egli in Costantinopoli, anzi una tal possanza, che ispirava timore ai medesimi Augusti; maggiormente ancora era cresciuta la di lui petulanza e l'insolenza de' suoi figliuoli, per aver egli col suo potente appoggio portato al trono l'imperador Leone. Si aspettava costui un gran premio per questo, e, non veggendolo comparire, cominciò ad inquietarsi e ad inquietare Leone stesso, in guisa che insorsero sospetti che meditasse di farsi proclamar imperadore colla rovina d'esso Leone Augusto; il quale per addolcirlo, o per ingannarlo, s'indusse a dichiarare Cesare il di lui figliuolo Patricio, siccome s'è detto di sopra, ma con disapprovazione e mormorazione di tutti i Cattolici, che non poteano sofferire l'incamminamento di questa famiglia ariana al trono imperiale. Andarono tanto innanzi i sospetti e le diffidenze, che finalmente Leone Augusto, non potendo più reggere a questo peso, determinò ed eseguì la loro rovina. Marcellino conte[2045] altro non dice, se non che esso Aspare patrizio, ed Ardaburio e Patriciolo Cesare suoi figliuoli, mentre erano in corte, furono tagliati a pezzi dalle spade degli eunuchi palatini. Ma Niceforo[2046] racconta il fatto in una altra maniera, che non so se sia affatto credibile. Cioè che ne' giuochi circensi, allorchè tutto il popolo era unito, si sollevò un tale schiamazzo contra di Aspare e de' suoi figliuoli, anzi una tal disposizione a scagliarsi contra di loro, ch'essi per paura scapparono a Calcedone, e si ritirarono nella chiesa di santa Eufemia. L'imperadore inviò loro il patriarca, esortandogli a tornare, con impegnar la sua parola per loro sicurezza. Risposero di non volersi muovere, se l'imperadore non andava colà in persona. Egli vi andò, li ricondusse, li tenne alla sua tavola, con prometter loro di obbliar tutte le ingiurie passate. Dall'altro canto diede ordine a Zenone Isauro suo genero, di cui più che di altri si fidava, che tornando costoro a palazzo, improvvisamente assalendoli, togliesse loro la vita. Fu data esecuzione al comandamento; e il primo a provare il taglio delle spade fu Ardaburio. Il che veduto da Aspare, esclamò (se pure è probabile che gli fosse lasciato tempo di così favellare): Se l'è meritata, per non aver mai badato a' miei consigli; perchè più volte gli dissi: Divoriamo noi questo lione, prima che egli faccia un buon pranzo di noi. Dopo di che anch'egli fu levato dal mondo. Così Niceforo, il quale certamente fallò in credere che quell'Ardaburio fosse padre di Aspare, quando era figliuolo; e in dire che Leone Augusto in ricompensa di questo fatto diede Arianna sua figliuola per moglie a Zenone, quando si sa che alcuni anni prima era seguito quel matrimonio. Pretende ancora Niceforo che Patricio, altro figliuolo d'Aspare già dichiarato Cesare, fosse mandato in esilio. Altri scrittori, cioè Marcellino conte, Vittor Tunonense e l'autor della Miscella scrivono ucciso ancor lui in quella congiuntura. Procopio dice solamente trucidati Aspare e Ardaburio; e Candido, storico antico citato da Fozio[2047], asserisce che questo giovane riportò bensì una ferita, ma potè salvarsi colla fuga. Egli è fuor di dubbio che Ermenerico, figliuolo anch'esso di Aspare, e stato console nell'anno 465, perchè era lontano, scappò questa burrasca. Non sussiste poi che Arianna, come scrive Niceforo, fosse quella che fu promessa in moglie ad esso Patricio, ma sì bene Leonzia, la qual poscia, o nel presente o nel seguente anno, fu destinata per moglie a Marciano figliuolo di Antemio imperador d'Occidente.
E tal fu il fine di quella tragedia, non essendo però mancate persone che disapprovarono il fatto, siccome per relazione d'Evagrio[2048] sappiamo che fece Prisco istorico di questi tempi, mentre taccia di ingratitudine Leone, per aver sì malamente rimeritato chi aveva alzato lui al trono. Per la morte di costoro dicono che fu posto a Leone il soprannome di macello, ossia di macellajo. Racconta eziandio lo scrittore della Cronica Alessandrina[2049] che si svegliò in Costantinopoli una sedizione dei soldati goti e di altri aderenti al partito di quegli ariani. Alla testa d'essi era Ostro conte, di nazione goto, che assalì il palazzo imperiale; ma ritrovata gran resistenza nelle guardie, dopo la morte di molti, egli fu obbligato a ritirarsi; e conoscendosi inferiore di forze, presa seco una concubina d'Aspare, assai ricca e di rare bellezze, passò nella Tracia, dove diede un gran guasto e fece altri mali. Però il popolo di Costantinopoli in una canzone andava ripetendo: Fuorchè il solo Ostro, niuno è amico del morto. Teofane[2050] aggiugne che Teoderico goto, figliuolo di Triario, che fu poi re de' Goti, accorse in aiuto del suddetto Ostro; e che se non giugnevano a tempo Basilisco tornato dalla Sicilia, e Zenone venuto da Calcedone, con rinforzar le guardie imperiali, succedeva maggior disordine in quella città. Esito ben diverso ebbero in Occidente le discordie insorte fra l'imperadore Antemio e Ricimere patrizio. Era similmente esorbitante la potenza di costui nell'imperio occidentale, barbaro anche esso di nazione, ed eretico ariano di credenza. Tuttochè Antemio, con dargli in moglie una sua figliuola, si fosse studiato di attaccarlo mercè di questo modo ai proprii interessi, pure si trovò deluso. Ricimere volea farla da imperadore; corsero anche sospetti di peggio, cioè ch'egli meditasse dei neri disegni sulla persona dello stesso Antemio; perchè teneva corrispondenza coi Barbari nimici dell'imperio; e quanto più Antemio s'ingegnava d'obbligarlo coi doni, tanto più egli diveniva orgoglioso. Si venne perciò a rottura, e Ricimere si ritirò a Milano, dove cominciò a far preparamenti di guerra contra del suocero Augusto. Ennodio[2051], scrittore di questi tempi, quegli è che fa questo racconto, ed aggiugne che la nobiltà milanese colle lagrime agli occhi cotanto lo scongiurò, che s'indusse a spedire una ambasceria ad Antemio per trattar di pace. Fu scelto per tale impresa santo Epifanio vescovo di Ticino, cioè di Pavia, che, ito a Roma, pacificò l'imperadore, e riportò sì lieta nuova a Milano. Quest'ambasciata di sant'Epifanio vien riportata dal Sigonio all'anno 472, e dal cardinal Baronio al presente 471. Ma il padre Sirmondo[2052], seguitato poi dal padre Pagi[2053], pretende che essa seguisse nel 468, perchè di quel santo prelato, proposto per ambasciatore, fu detto: Est nobis persona nuper ad sacerdotium ticinensis urbis adscita; ed Ennodio scrive di sotto, che regnando Nipote imperadore, cioè nell'anno 474, sant'Epifanio toccava già l'anno ottavo del suo vescovato. Ma noi ricaviamo da Sidonio[2054] che negli ultimi mesi dell'anno 467 seguirono in Roma le solennissime nozze di Ricimere colla figliuola di Antemio Augusto, e che nel dì primo dell'anno 468, in cui esso Sidonio recitò il suo panegirico in onore di Antemio, Ricimere era in Roma, e passava egregia concordia col suocero. Dall'altro canto impariamo da Ennodio nella vita suddetta, che, dopo essere nata la discordia fra l'imperadore e Ricimere, questi si ritirò a Milano, e che amendue facevano preparamenti di guerra: dopo di che fu spedito sant'Epifanio, il quale prima della Pasqua se ne ritornò a Pavia. Adunque non è verisimile che sì presto si rompesse l'amicizia tra Antemio e Ricimere, e che in sì breve tempo, come è dal primo di gennaio dell'anno 468 al dì 31 di marzo d'esso anno, succedesse quanto ho narrato fin qui. Però quel nuper di Ennodio dovrebbe prender più tempo di quel che sembra; e riesce credibile che più tardi di quel che si figura il Sirmondo, accadde la dissensione suddetta e l'ambasciata di sant'Epifanio. Certamente quand'anche si accordasse una dissensione e tregua precedente, almeno in quest'anno dovette ribollire fra l'imperadore e Ricimere l'odio e la discordia, di cui vedremo gli effetti funesti nell'anno che seguita.
NOTE:
[2042] Reinesius, Inscription., pag. 67.
[2043] Marcell., in Chron.
[2044] Chron. Alex.
[2045] Marcell. Comes, in Chron.
[2046] Niceph., lib. 15, cap. 27.
[2047] Photius, in Bibliotheca, Cod. 79.
[2048] Evagr., lib. 2, cap. 15.
[2049] Chron. Alexandr.
[2050] Theoph., in Chronogr.
[2051] Ennod. in Vita S. Epiphanii Ticinens. Episcopi.
[2052] Sirmondus, in Notis ad Ennod.
[2053] Pagius, Crit. Baron.
[2054] Sidon., lib. 4, ep. 5.
Anno di CRISTO CDLXXII. Indizione X.
SIMPLICIO papa 5. LEONE imperadore 16. OLIBRIO imperadore 1.
Consoli
FESTO e MARCIANO.
Da Anastasio Bibliotecario, nella vita di papa Simmaco[2055], intendiamo che il primo di questi consoli, cioè Festo, ebbe questa dignità per l'Occidente. L'altro, cioè Marciano, fu console per l'Oriente. Pretende il padre Pagi[2056] che questi sia figliuolo di Antemio Augusto, a cui fu data per moglie Leonzia figliuola di Leone imperadore d'Oriente. Ma s'è veduto anche all'anno 469 console Marciano, ch'esso Pagi parimente crede lo stesso che procedette console nel presente anno. Chieggo io, se ciò è, perchè mai Marciano non viene in alcuno de' Fasti, nè presso alcuno degli storici, appellato consul II? Ciò a me fa dubitare di due personaggi diversi. Finalmente in quest'anno divampò il mal animo dell'iniquo Ricimere patrizio contra dell'imperadore Antemio. Dal solo autore della Miscella[2057], secondo la mia edizione, abbiam qualche lume di questo successo. Non ostante la pace fatta, il perfido ariano venne da Milano alla volta di Roma con un gagliardo esercito, e si mise ad assediar la città, con accamparsi presso il ponte del Teverone. Poche forze aveva Antemio, che verisimilmente non si aspettava questa visita. Il peggio fu, ch'egli teneva ben dalla sua una parte del popolo romano, ma anche un'altra seguitava il partito di Ricimere, tra perchè egli s'era fatto di molti aderenti, e perchè molti de' Latini miravano di mal occhio un greco imperadore che comandasse all'Occidente. Fors'anche in lui non si trovava quella religione e pietà che i Greci decantano. Sostenne Antemio per lungo tempo l'assedio; e Teofane[2058] scrive che giunsero i suoi soldati per mancanza de' viveri fino a mangiar del cuoio ed altri insoliti o schifosi cibi. Tanta costanza ed ostinazione procedeva dalla speranza che avessero da venir soccorsi. Ed in fatti Bilimere, governator delle Gallie, udita che ebbe la congiura scoppiata contro Antemio, desideroso d'aiutarlo, venne speditamente in Italia, menando seco un buon esercito; e giunto che fu a Roma, presso il ponte d'Adriano, attaccò battaglia; ma male per lui, perchè vi restò sconfitto ed ucciso. Il Sigonio lasciò scritto che questo Bilimere era di nazione Goto, e l'esercito suo composto di Goti; ma io non truovo onde ciò apparisca. Dopo questa vittoria, Ricimere, o per forza, o per amore, entrò a dì undici di luglio nell'afflitta città di Roma; e quivi una delle prime cose fu di far tagliar a pezzi il misero Antemio suocero suo. Trovavasi Roma allora in estreme miserie, parte per l'orrida fame patita, e parte per una epidemia che infieriva nel popolo. Vi si aggiunse il terzo flagello, cioè il terribil sacco che l'ariano Ricimere quivi permise ai vittoriosi suoi soldati, non essendo restati esenti da tanta barbarie se non due rioni, dove era alloggiata la gente d'esso Ricimere. Ed ecco l'amaro frutto dell'aver gl'imperadori voluto per lor guardie, o per ausiliarii, gente barbara, ariana e di niuna fede. Ma questo iniquo uomo, che avea tenuti finora per ischiavi gl'imperadori, e poi gli aveva, secondo il suo arbitrio, mandati all'altro mondo, non godè lungamente il frutto delle sue malvagità, perciocchè da lì a tre mesi, come ha l'autore della Miscella, o pure, come attesta il Cronologo del Cuspiniano[2059], scrittore più accurato, nel dì 18 d'agosto, fra gli spasimi d'una dolorosa malattia finì anch'egli di vivere e di assassinare gl'imperadori. Il cardinal Baronio[2060] ha osservato che Ricimere avea fatto fabbricare in Roma una chiesa col titolo di sant'Agata, oggidì sotto monte Magnanapoli, acciocchè servisse di sepolcro a lui e ai suoi soldati goti, che seguitavano al pari di lui l'arianismo. In un musaico si leggeva questa iscrizione:
FL. RICIMER. V. I. MAGISTER VTRIVSQ. MILITIAE PATRICIVS ET EXCONSVL ORD. PRO VOTO SVO ADORNAVIT.
E in una lamina di rame con lettere di argento, rapportata dal Doni e da me altrove[2061], si leggeva quest'altra:
SALVIS DD. NN. ET PATRICIO RICIMERE EVSTATIVS VC VRB. P. FECIT.
Al suono degli sconcerti suddetti, e durante l'assedio testè riferito, era corso dall'Oriente in Italia Olibrio, nobilissimo senatore della casa Anicia, già stato console nell'anno 464. Era un pezzo ch'egli pretendeva all'imperio, perchè marito di Placidia figliuola dell'imperadore Valentiniano III, ma non gli era venuto fatto finora di ottenere il suo intento. In questi torbidi si dovette egli appoggiare a Ricimere, non peranche morto, dalla cui forza bisognava riconoscere la corona dell'Occidente; e però fu proclamato Augusto. Nelle medaglie presso il Mezzabarba[2062] si vede intitolato D. N. ANICIVS OLIBRIVS AVG. Chiaramente scrive l'autore della Miscella[2063] che Olibrio fu mandato in Italia da Leone imperadore d'Oriente, e che essendo tuttavia vivo Antemio Augusto, egli conseguì la porpora imperatoria: il che se è vero, o egli burlò Leone, che probabilmente non l'avea inviato per danneggiar Antemio sua creatura, oppure Antemio dovea essere decaduto dalla grazia di Leone Augusto. Anche il Cronologo del Cuspiniano[2064], con cui va d'accordo Cassiodoro[2065], sembra assai manifestamente insinuare che Olibrio prima che fosse tolta la vita ad Antemio, fu dichiarato imperadore. Scrive di più Teofane[2066], che lo stesso Leone Augusto dichiarò imperadore Olibrio, e mandollo in Italia. Però si può dubitare dell'opinion del Pagi[2067], che il suppone innalzato al trono solamente dappoichè Roma fu presa ed Antemio restò vittima della crudeltà di Ricimere. Ma io non so se per malizia degli uomini, o pel corso naturale delle cose caduche del mondo, Olibrio poco tempo godè la dignità imperatoria. Aveva egli dopo la morte di Ricimere, per quanto abbiamo dall'autore della Miscella e dal Cronologo del Cuspiniano, creato patricio Gundibalo, ossia Gundibaro, o Gundibaldo, nipote di Ricimere e generale dell'armata cesarea in quei tempi. Eruditamente osservò il suddetto Pagi che questo Gundibaldo era figliuolo di Gundeuco re dei Borgognoni; e Gregorio Turonense[2068] scrive aver egli ucciso Chilperico e Gundomaro suoi fratelli, ed essere in fine stato punito da Dio con una simil morte. Per attestato di Ennodio[2069], costui regnò in Lione; ma in questi tempi militando al servigio dell'imperio romano, e stando in Roma, ottenne le dignità vacanti per la morte di Ricimere. Altra azione fatta da Olibrio Augusto non è pervenuta a nostra notizia, se non che egli terminò il suo comando e i suoi giorni nel dì 23 d'ottobre, siccome attesta il Cronologo del Cuspiniano, e di morte naturale, per quanto s'ha dall'autore della Storia Miscella; il quale, non men che Cassiodoro, Giordano e Marcellino conte, gli dà sette mesi d'imperio, e non già tre mesi e dodici giorni, come immaginò il padre Pagi; riconoscendosi da questo ch'egli qualche mese prima della morte di Antemio Augusto avea dato principio all'imperio suo. Non lasciò Olibrio figliuoli maschi, per quanto si sappia, dopo di sè, dal matrimonio già contratto con Placidia figliuola di Valentiniano III Augusto, ma bensì una figliuola, appellata Giuliana, che fu maritata ad Ariobindo illustre personaggio, non quello che fu console nell'anno 434, ma sì ben ad un nipote d'esso, perciocchè, per attestato della Cronica Alessandrina[2070], trovandosi nell'anno 512 essa Giuliana nobilissima patricia presente ai giuochi circensi in Costantinopoli, le fazioni gridarono: Vogliamo Ariobindo per re della Romania. Questo accidente fu cagione che Ariobindo per paura di Anastasio, allora imperadore, se ne fuggì di là dal mare. Trovavasi tuttavia in Africa Eudocia, sorella della suddetta Placidia, maritata con Unnerico, primogenito di Genserico re dei Vandali, e gli aveva partorito un figliuolo per nome Ilderico, il quale col tempo divenne re di quella perfida nazione. Racconta Teofane[2071] ch'ella nel presente anno non potendo più sofferire, siccome buona cattolica, d'aver per marito un ariano, dopo esser vivuta con lui sedici anni, trovò felicemente la maniera di fuggirsene, e se n'andò dirittamente a Gerusalemme, dove, dopo aver visitati i santi luoghi, e il sepolcro di Eudocia Augusta sua avola, stabilì la sua residenza, ma per poco tempo, perchè Dio la chiamò a sè. Lasciò ella tutti i suoi beni alla chiesa della santa Risurrezione, con raccomandare al vescovo un suo fedel servitore che l'avea aiutata alla fuga. In quest'anno medesimamente, per attestato di Marcellino conte[2072], il monte Vesuvio vomitò tanta cenere, che coprì tutta la superficie dell'Europa, e in Costantinopoli, per memoria di questa terribil cenere, fu istituita una festa a dì 6 di novembre. Procopio[2073] anch'egli scrive essere stata tradizione che a Costantinopoli giugnesse quella cenere, e perciò avesse principio la festa suddetta. Contra del Bodino, che deride come una semplicità la narrazione di questi due autori, il cardinal Baronio[2074] reca un passo di Cassiodoro[2075], il quale asserisce che la polve vomitata dal Vesuvio giugneva fino alle provincie di oltremare. Certo è intanto doversi chiamare un grande iperbole quella di Marcellino conte. Che poi quelle ceneri giugnessero di là dall'Adriatico, si può credere, avendone noi veduto un esempio anche ai dì nostri; ma il farle anche volare sino a Costantinopoli in forma sensibile, sembra notizia non sì facile da digerire.
NOTE:
[2055] Anastas. Bibl. in Vit. Symmachi.
[2056] Pagius, Crit. Baron.
[2057] Tom. 1 Rer. Italic. Scriptor.
[2058] Theoph., in Chronogr.
[2059] Chronolog. Cuspiniani apud Panv.
[2060] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 473.
[2061] Thesaur. novus Inscript., pag. 266.
[2062] Mediob., Numism. Imp.
[2063] Hist. Miscell. tom. 1 Rer. Italic.
[2064] Chronologus Cuspiniani.
[2065] Cassiod., in Chron.
[2066] Theoph., in Chronogr.
[2067] Pagius, Critic. Baron.
[2068] Gregor. Turonensis, lib. 2. cap. 28.
[2069] Ennod., in vita s. Epiphanii Ticin. Episc.
[2070] Chron. Alexandr.
[2071] Theoph., in Chronogr.
[2072] Marcell. Comes, in Chron.
[2073] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 4.
[2074] Baron., Annal. Eccl.
[2075] Cassiodorus, Variar., lib. 4, ep. 50.
Anno di CRISTO CDLXXIII. Indizione XI.
SIMPLICIO papa 6. LEONE imperadore 17. GLICERIO imperadore 1.
Console
FLAVIO LEONE AUGUSTO per la quinta volta, senza collega.
Erano talmente imbrogliati gli affari in Occidente, che non fu creato console in Italia; e però il solo Leone Augusto comparisce per la quinta volta nei Fasti di quest'anno. Dopo la morte di Olibrio, mi si fa credibile che o l'emulazione di molti impedisse per qualche tempo la elezione di un nuovo imperadore d'Occidente, oppur che il senato romano trattasse con Leone imperadore d'Oriente per camminar seco di buona armonia in cosa di tanto rilievo. Ma in questo mentre Glicerio, il quale non sappiamo chi fosse, nè qual dignità godesse, così persuaso da Gundibalo patrizio, come abbiam da Cassiodoro[2076], si fece proclamare imperadore d'Occidente dall'esercito di Ravenna nel dì 5 di marzo. Marcellino conte[2077] lasciò scritto che Glicerio più per sua prosunzione, che per elezione, fu fatto imperadore, volendo, a mio credere, significare che non vi concorse l'assenso del senato; e certamente ciò succedette senza saputa e volontà di Leone Augusto. Dall'autore della Miscella[2078] questo Glicerio è appellato domesticus, cioè guardia del corpo, non so se dell'imperadore o di Gundibalo patrizio. Teofane[2079] scrive che Marciano, da noi veduto di sopra imperadore, era stato domestico di Aspare patrizio. Ed allorchè Gioviano fu fatto imperadore, per attestato di Ammiano Marcellino[2080], era il primo nell'ordine dei domestici. Trovasi inoltre che l'essere domestico portava talora il comando in qualche uffizio, o nella milizia: sopra che è da vedere il Codice Teodosiano e il Du-Cange[2081]. Le azioni di questo novello imperadore, che nondimeno regnò poco tempo, restano seppellite nell'obblio. Solamente sappiamo da Teofane che esso fu uomo non cattivo, e da Ennodio[2082], che essendo stata ingiuriata la madre (per quanto apparisce) dello stesso Glicerio dagli uomini suoi sudditi (forse dai Pavesi), s'interpose sant'Epifanio vescovo di Pavia, ed impetrò loro il perdono. Racconta inoltre Giordano istorico[2083], che venuto in Italia Videmire, fratello di Teoderico re o duca degli Ostrogoti, con un corpo d'armata, terminò qui i suoi giorni; ed essendogli succeduto Videmire suo figliuolo, Glicerio fece tanto con dei regali, che lo indusse a passar nelle Gallie, dove si unì coi Visigoti, anch'essi della nazion medesima. Sentiva intanto Leone imperador d'Oriente che declinava forte la sua sanità, e però non avendo figliuoli maschi che gli potessero succedere nell'imperio, rivolse tutto il suo studio per far cadere la corona in capo a Zenone suo genero, perchè marito di Arianna sua figliuola. Candido, antichissimo storico, di cui Fozio[2084] ci ha conservato un estratto, racconta, che per quanto egli s'adoperasse, non potè ottenere che i sudditi acconsentissero alla elezion di Zenone: segno che si esigeva in quei tempi il consenso del senato e del popolo per creare gl'imperadori. Perciò Leone si appigliò al partito di dichiarare Cesare, e per conseguenza suo successore, o, come altri vogliono, Augusto e collega nell'imperio, con approvazion del pubblico, Leone suo nipote, nato dai suddetti Zenone ed Arianna. Giovanni Zonara[2085] pretende che Leone stesso abborrisse il far imperadore Zenone, perchè uomo di aspetto odiosissimo e di animo anche più brutto. Vuole il padre Pagi[2086] che si stia alla fede di Candido, come scrittore più antico; ma essendo poi stato dopo la morte di Leone, col consenso del senato, eletto imperadore lo stesso Zenone, non par credibile il preteso abborrimento del senato e popolo, nè che Leone avesse voluto daddovero promuoverlo dianzi. Oltre di che più a lui dovea premere l'innalzamento di un discendente suo, cioè del nipote, che del genero. Sotto quest'anno ho io posta la elezione di Leone juniore, seguendo Cassiodoro, Teofane, Marcellino conte, ed anche Cedreno. Ma Candido storico scrive presa questa risoluzione da Leone Augusto poco prima della sua morte. Tuttavia essendo mancato di vita esso Leone nel gennaio dell'anno seguente, non apparisce in ciò discordia fra gli storici. Nell'anno presente ancora merita Apollinare Sidonio, riguardevole scrittore di questi tempi, che si faccia memoria come egli fu creato vescovo della città di Auvergne nella Gallia. Dissi di sopra che Teoderico figliuolo di Triario, duca dei Goti orientali, con Ostro conte, tentò di far vendetta della morte di Aspare patrizio. Furono questi Barbari astretti a ritirarsi, e fecero dipoi molti danni nella Tracia, dove piantarono allora la loro sede. Malco rettorico[2087], di cui restano alcuni estratti nel libro delle Ambascerie, racconta che quei Goti, i quali comincieremo a chiamare Ostrogoti, fecero in questo anno istanza a Leone Augusto che fosse data ad esso Teoderico l'eredità lasciatagli dall'ucciso Aspare patrizio; che potessero abitar nella Tracia, e che a Teoderico si desse il comando sopra le milizie straniere, come aveva il suddetto Aspare. Perchè tutto non fu loro accordato, Teoderico spedì parte delle sue genti a devastar la campagne di Filippi: assediò ancora e prese Arcadiopoli. Seguì appresso la pace, con obbligarsi l'imperadore a pagar ogni anno duemila libbre di oro ad essi Ostrogoti, e con dichiarare il suddetto Teoderico generale dei due corpi d'armata che servivano alla guardia dell'imperadore. Questo Teoderico è diverso dall'altro, figliuolo di Teodomiro, che fu poi re d'Italia, ed era anch'egli in Oriente allora in gran reputazione.
NOTE:
[2076] Cassiod., in Chron.
[2077] Marcell. Comes, in Chron.
[2078] Histor. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.
[2079] Theoph., in Chronogr., pag. 90.
[2080] Ammianus Marcell., lib. 25.
[2081] Du-Cange, in Glossar. Latino.
[2082] Ennod., in Vita s. Epiphan.
[2083] Jordan., de Reb. Get., cap. 56.
[2084] Photius, in Biblioth. Cod. 79.
[2085] Zonar., in Annal.
[2086] Pagius, Crit. Baron.
[2087] Malchus Rhetor, tom. 1 Hist. Byz. pag. 92.
Anno di CRISTO CDLXXIV. Indizione XII.
SIMPLICIO papa 7. ZENONE imperadore 1. NIPOTE imperadore 1.
Console
FLAVIO LEONE juniore AUGUSTO, senza collega.
Nel gennaio del presente anno, secondo la testimonianza di Teofane[2088], Leone Augusto per una ostinata dissenteria pose fine ai suoi giorni. Fu principe zelante della religione cattolica, ed inclinato alla clemenza. Vedesi appellato Magno dai Greci, ma senza che si contino di lui imprese tali che il mostrino degno di sì onorifico titolo. Restò dopo di lui imperadore d'Oriente Leone juniore, figliuolo di Arianna sua figliuola e di Zenone Isauro; e a questo novello Augusto fu conferito in Oriente il consolato, perchè gl'imbrogli dell'imperio in Occidente non dovettero permettere il creare un console in queste parti. Zonara[2089], Cedreno[2090] e Cirillo monaco[2091] attestano che Leone juniore era molto fanciullo, ossia nell'infanzia; e Giovanni Malala[2092] scrisse ch'egli aveva allora sette anni. Contuttociò il padre Pagi[2093] sostiene che egli fosse nato nell'anno 458, fondato sull'autorità della Cronica Alessandrina[2094], che gli dà diciassette anni di età, con citare in testimonio di ciò anche Nestoriano istorico, e Suida[2095], che il descrive allevato nella più abbominevol lussuria; con aggiugnere che le parole greche degli autori suddetti possono significare non solo un fanciullo, ma anche un giovane. Nulladimeno per conto di Suida, o è scorretto quel testo, o il suo racconto comparisce con circostanze affatto inverisimili; e in fine può essere che vi si parli d'altro figliuolo di esso Zenone. Nella Cronica poi Alessandrina probabilmente si dee leggere sette, e non diciassette anni. Certamente ancora Procopio attribuisce poca età al novello Augusto Leone. E dalla vita di san Daniele Stilita[2096] si può quasi ricavare che nell'anno stesso in cui Basilisco fu console, cioè nell'anno 465, fu data per moglie a Zenone Arianna madre di esso Leone juniore Augusto. Certamente non prima dell'anno 459 seguì il lor matrimonio. Mirava intanto Zenone suo padre con invidia il figliuolo alzato a sì sublime dignità, con restarne egli escluso; però tanto s'adoperò col mezzo d'Arianna, e con guadagnare l'assenso del senato, che indusse il figliuolo ad accettarlo per collega nell'imperio nel febbraio seguente, e a mettergli di sua mano la corona in testa. Ma giunto il mese di novembre, Leone juniore Augusto terminò la sua vita; e considerati i vizii di Zenone suo padre, non mancarono sospetti che da lui stesso provenisse la troppo affrettata morte di questo giovane Augusto, giacchè non v'ha scelleratezza che non si possa sospettare, dove entra la troppo ardente voglia di regnare. Sicchè restò solo imperadore di Oriente Zenone, chiamato Isauro, perchè di quella nazione. Portava egli prima il nome isaurico di Tarasicodisa; e perciocchè s'acquistò gran credito presso di Leone Augusto, per aver maneggiata una lega fra lui e il popolo dell'Isauria, e Leone volea maggiormente unirlo a sè stesso, gli fu conceduta in moglie Arianna, siccome dicemmo, figliuola d'esso imperador Leone. Portò poche virtù e molti vizii sul trono imperiale, per i quali fu mal intesa la sua promozione dal popolo, e ne provò egli in breve le conseguenze. Per attestato di Evagrio[2097] e di Teofane[2098] appena creato imperadore, si abbandonò a tutti i piaceri, anche i più laidi, anche i più infami.
Scena nuova s'aprì similmente in Italia nell'anno presente. Era dispiaciuta a Leone imperador d'Oriente la prosunzione di Glicerio, che senza saputa ed assenso di lui aveva occupata la corona dell'imperio occidentale. Però inviò in Italia con un esercito Giulio Nipote figliuolo di Nepoziano[2099], con dargli per moglie una sua nipote. Giunto questi a Ravenna, d'ordine di esso imperadore, fu da Domiziano uffiziale d'esso Leone Augusto proclamato Cesare. Così abbiamo da Giordano istorico[2100], il quale altrove ci fa sapere che questo Nipote era figliuolo di una sorella di Marcellino patrizio, cioè di quel medesimo che fu ucciso dai suoi nella sfortunata spedizione in Africa di Basilisco. Egli si vede intitolato nelle medaglie[2101] D. N. JVLIVS NEPOS P. F. AVG. Da Ravenna passò Nipote a Roma co' suoi soldati, e raggiunto Glicerio nella città di Porto alla sboccatura del Tevere, quivi senza spargimento di sangue l'obbligò a deporre la porpora imperiale; ed acciocchè avesse da vivere e rinunziasse alla speranza di più ritornare sul trono, l'astrinse a farsi cherico, con avergli in appresso procurata la cattedra episcopale di Salona città della Dalmazia. Ciò fatto, per quanto s'ha dal Cronologo del Cuspiniano[2102], Nipote fu proclamato imperadore d'Occidente in Roma nel dì 24 di giugno. Di queste rivoluzioni e discordie del romano imperio si prevalse Eurico re de' Visigoti, signoreggiante in Tolosa nelle Gallie, il quale, rotta la pace, assalì coll'armi le provincie romane, e specialmente assediò la città d'Auvergne, appellata oggidì Chiaramonte, ossia Clermont. Eravi dentro alla difesa Ecdicio, figliuolo del già imperadore Avito, personaggio non meno pel valore che per la pietà riguardevole, il qual fece una gagliarda resistenza, e fu molte volte alle mani con que' barbari. A questo avviso, per quanto si raccoglie dalle lettere di Apollinare Sidonio[2103], Nipote Augusto spedì verso le Gallie Liciniano questore col diploma, con cui dichiarava generale di armata il suddetto Ecdicio, affine di maggiormente animarlo a sostenere gli affari dell'imperio romano. Portossi inoltre Liciniano a trattare con Eurico per indurlo a desistere dalle offese del paese romano; ma trovò duro il cuore di quel re barbaro ed orgoglioso. Non è improbabile che sia da riferire a questi ciò che narra Giordano istorico[2104], cioè che Genserico re de' Vandali osservando così sfasciato l'imperio romano in Occidente, e pur temendo che o Leone o Zenone dall'Oriente facesse qualche sforzo o trama contra di lui, commosse con grossi regali i Visigoti ad assalire l'imperio in Occidente, e gli Ostrogoti a molestar le provincie d'Oriente, affine di starsene egli con tutta quiete a tiranneggiar nell'Africa. Vedremo fra poco muoversi gli stessi Ostrogoti contra dell'imperio orientale. La inutil ambasciata di Liciniano fece risolvere l'imperador Nipote ad inviare al re Eurico un ambasciadore di maggior riguardo; e questi fu il soprallodato santo Epifanio vescovo di Pavia. Il fatto è raccontato da Ennodio[2105]. Andò il santo vescovo, e trovò Enrico in Tolosa, e pare che per cagion del verno fosse sciolto lo assedio d'Auvergne. Perorò il venerabil prelato, e finalmente ottenne la pace, ma a condizione che la città suddetta d'Auvergne fosse ceduta amichevolmente a lui; se no, egli minacciava maggiori ferite all'imperio di Occidente. Accuratamente fu ciò osservato anche dal cardinal Baronio[2106], ancorchè Giordano[2107] avesse scritto che i Visigoti costrinsero colla forza quella città alla resa, dappoichè Ecdicio, vedendo di non poter più resistere, coraggiosamente se ne ritirò con ridursi in luogo sicuro. Sembra poi che solamente nell'anno susseguente quella città venisse in poter de' Visigoti: del che si lamentò forte Sidonio vescovo della medesima.
NOTE:
[2088] Theoph., in Chronog.
[2089] Zonar., in Annal.
[2090] Cedren., in Histor.
[2091] Cyrillus apud Cotelerium, tom. 4 Monum. Graec.
[2092] Malala, in Chron.
[2093] Pagius, Crit. Baron.
[2094] Chron. Alexandr.
[2095] Suidas, verbo Zeno.
[2096] Surius, in vit. S. Daniel. Stilit.
[2097] Evagr., lib. 3, cap. 1.
[2098] Theoph., in Chronogr.
[2099] Jordan., de Regnor. success.
[2100] Idem, de Reb. Getic. cap. 45.
[2101] Mediob., Numism. Imp.
[2102] Chronologus Cuspiniani.
[2103] Sidon., lib. 3. ep. 7, et lib. 5, ep. 16.
[2104] Jordan., de Reb. Get., cap. 47.
[2105] Ennod., in Vit. S. Epiph. Ticin. Episc.
[2106] Baron., Annal. Eccl.
[2107] Jordan., de Reb. Get., cap. 45.
Anno di CRISTO CDLXXV. Indizione XIII.
SIMPLICIO papa 8. ZENONE imperadore 2. ROMOLO, ossia AUGUSTOLO, imperadore 1.
Console
FLAVIO ZENONE AUGUSTO per la seconda volta, senza collega.
Alle miserie della Gallia narrate di sopra si dee ora aggiugnere la persecuzione fatta da Enrico re de' Visigoti alla religion cattolica, e descritta nel presente anno da Sidonio vescovo in una sua lettera[2108] a Basilio vescovo d'Aix, come va conghietturando il padre Sirmondo. Racconta egli che il re barbaro, zelantissimo della sua setta ariana, non già uccise i vescovi cattolici, come scrisse Gregorio Turonense[2109], osservando il padre Pagi[2110] che il summis sacerdotibus morte truncatis di Sidonio, solamente s'ha da interpretare, ch'erano morti di morte naturale, ma sì bene vietava che si ordinassero i lor successori, di maniera che per mancanza di parrochi e preti le chiese rimanevano serrate, e sulle porte di esse nascevano le spine, e i popoli restavano defraudati de' sacramenti. Due vescovi furono mandati in esilio; e toccò da lì a qualche tempo allo stesso Sidonio la medesima disavventura, dalla quale nondimeno egli si rilevò per intercessione di Leone questore dello stesso re Eurico. Intanto nell'Italia, divenuta teatro di frequenti peripezie, avvenne che Nipote imperadore, volendo aver più vicino Ecdicio, valoroso figliuolo del già Avito imperadore, di cui si è parlato nel precedente anno, o per sospetti, o con disegno di rimunerarlo, il chiamò in Italia, siccome narra Giordano istorico[2111], e in luogo suo destinò generale d'armata nelle Gallie Oreste, creato prima patrizio, e che certamente da lì a non molto si trova ornato di questa dignità. Costui vien chiamato di nazione Romano da Prisco istorico[2112], il quale cel rappresenta spedito negli anni addietro ambasciatore a Costantinopoli da Attila re degli Unni. E che questi fosse il medesimo, di cui ora parliamo, ne fa fede il Cronologo[2113] pubblicato dal Valesio dopo Ammiano Marcellino, con dire che allorchè Attila calò in Italia, Oreste si acconciò al di lui servigio per segretario delle lettere. Dopo la morte di quel re barbaro tornato esso Oreste in Italia, si avanzò ancora nel servigio degl'imperadori occidentali, tanto che giunse nel presente anno a comandare l'armata ch'egli dovea condur seco nelle Gallie. Vien costui appellato da Procopio, uomo di singolar prudenza. Ora questo sì prudente, ma disleale personaggio, in vece di muoversi alla volta delle Gallie, guadagnati ch'ebbe gli animi della maggior parte de' soldati, rivolse l'armi contra del suo stesso signore e benefattore. Per quanto scrive il Cronologo del Cuspiniano[2114], e l'autore anonimo del Valesio[2115], Nipote imperadore sorpreso da questa frode si ritirò in Ravenna, e quivi da Oreste fu sì strettamente assediato, che veggendo di non poter resistere, nel dì 28 d'agosto giudicò meglio di fuggirsene per mare a Salona città della Dalmazia, dove Glicerio da lui deposto era dianzi ito ad empiere quella cattedra episcopale. Di belle accoglienze si dovettero fare l'uno all'altro questi due abbattuti Augusti. Era anche il suddetto Nipote dalmatino di nazione, per attestato di Teofane[2116]; e però fu ben ricevuto dai suoi nazionali, fra' quali, finchè potè, seguitò a signoreggiare. Aveva Oreste un figliuolo assai giovinetto per nome Romolo, e perciocchè tutto andava a seconda de' suoi desiderii, il fece proclamare imperadore in Ravenna nel dì 31 d'ottobre dell'anno presente. Questi è chiamato dagli scrittori antichi Augustolo, credono alcuni per derisione a cagion della sua tenera età. Pensano altri ch'egli, oltre al nome di Romolo, portasse quello d'Augusto. Il Du-Cange[2117] rapporta una medaglia con questa iscrizione. D. N. ROMVLVS AVGVSTVS P. F. AVG. Il Goltzio[2118] ne dà un'altra con le seguenti lettere: D. N. AVGVSTVLVS PERP. P. F. AVG.; ed un'altra con questa epigrafe: D. N. FL. MOMVL. AUGVSTVLVS P. F. AVG. Si può con ragion sospettare, anzi credere, della impostura in alcune di queste medaglie. L'anonimo del Valesio merita probabilmente più fede, allorchè scrive che questo giovane, prima d'essere innalzato al trono imperiale, era chiamato Romolo dai suoi genitori. Forse questo glorioso nome fu cambiato per ischerno dalla gente in Momolo, e poscia in Momillo; o pure qualche testo corrotto dei vecchi storici ha ingannato in ciò alcuni de' moderni scrittori. Procopio[2119], all'incontro, c'insegna ch'egli avea nome Augusto, e che i Romani per galanteria, a cagione della sua età, il chiamavano Augustolo.
Circa questi tempi, per quanto si ricava da Malco[2120] e da Giordano storici[2121], non però in tutto concordi, gli Ostrogoti abitanti nella Pannonia (il che è da notare, e vedremo anche Teoderico re d'Italia appellar la Pannonia antica sede dei Goti) mossero guerra all'imperio d'Oriente, con fare un'irruzione nella Mesia. Re di costoro era Teodemiro, padre di quel Teoderico Amalo che vedremo fra qualche tempo re d'Italia. Aveva questo re dianzi condotto il suo esercito contra gli Alamanni e Svevi della Germania, con devastar le loro campagne, e trucidar qualunque se gli opponeva. Tornando poscia a casa vittorioso, con sommo piacere accolse il figliuolo Teoderico, lasciato ne' tempi addietro per ostaggio nella corte di Costantinopoli, e rimandato a casa da Leone imperadore con dei magnifici regali. Era allora Teoderico in età di dieciotto anni, ed innamorato sì fattamente della guerra, che da lì a non molto, senza saputa del re suo padre, raunato un corpo di seimila soldati, e passato il Danubio, improvvisamente arrivò addosso a Babai re dei Sarmati, principe insuperbito per aver poco prima data una rotta a Camondo duca dei Romani; ed avendolo ucciso, con ricchissima preda se ne tornò a casa, con aver tolta ai Sarmati la città di Singidono, occupata da essi ai Romani, ch'egli seppe anche ritenere per sè. Ora Teodomiro accompagnato dal figliuolo Teoderico ostilmente col suo esercito passò nella Mesia, prese la città di Naisso, ed altri luoghi; s'impadronì della Tessalia, di Eraclea e Larissa; e, passato più innanzi, pose l'assedio a Tessalonica, ossia Solonichi. Clariano, o piuttosto Ilariano patrizio, che era alla difesa di sì importante città, temendo di soccombere, mandò dei doni a Teodemiro, e propose un trattato di pace, in cui fu conchiuso che si scioglierebbe quell'assedio, e l'imperadore concederebbe a quei Barbari una buona porzion di paese nella Tracia. Non molto dopo venne a morte il re Teodomiro, e chiamati i suoi Goti alla presenza e col consentimento di essi dichiarò suo successore Teoderico suo figliuolo, principe di rara espettazione, le cui imprese racconteremo a suo tempo. Ma qui non è molto sicura la Cronologia di Giordano; perciocchè vedremo che la presa di Larissa succedette nell'anno 481, Zenone imperadore in quest'anno a dì 15 d'ottobre fece una molto lodevol legge[2122], ordinando che tutti i governatori e giudici, terminato il lor magistrato, si fermassero per cinquanta giorni nel luogo per fare il sindacato. Ma intanto esso imperadore seguitava a sfoggiare nei vizii e ne' passatempi. Secondochè s'ha da Teofane[2123], negò egli una grazia a Verina Augusta sua suocera, che l'avea aiutato a salire sul trono. Di più non vi volle, perchè ella pensasse a farnelo discendere. Aspettato dunque il tempo che Zenone si trovava in Eraclea città della Tracia, congiurata con vari senatori, fece svegliare da Basilisco suo fratello una sedizione in Costantinopoli, al cui avviso Zenone, uomo effeminato e mancante di coraggio, se ne scappò in Soria per mare, menando seco Arianna Augusta sua moglie e una gran somma d'oro, e si ritirò in un forte castello. Quivi anche tremando giudicò meglio di rifugiarsi nella Isauria, dove il popolo della sua nazione gli diede tutta la possibil sicurezza. La Cronica Alessandrina[2124] dice ch'egli fuggì a Calcedone, e di là in Isauria, ed era allora tempo di verno. Intanto Basilisco fratello di Verina Augusta fu proclamato imperadore, ed egli, dopo aver fatta coronare Zenonida, ossia Zenoida, sua moglie, dichiarò Cesare, e poscia collega nell'imperio, Marco suo figliuolo, il quale negli editti pubblicati dal padre, e in una medaglia, rapportata dal Chifflezio, si vede nominato col genitore, ed ornato anch'esso col titolo d'imperadore. Rapporto io al presente anno questo avvenimento, raccontato da tutti gli antichi scrittori, quantunque io sappia che il Pagi lo riferisca all'anno susseguente. Ma di ciò torneremo allora a parlare.
NOTE:
[2108] Sidon., lib. 7, cap. 6.
[2109] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 25.
[2110] Pagius, Crit. Baron.
[2111] Jordan., de Reb. Getic., cap. 45.
[2112] Priscus, pag. 37, tom. 1 Hist. Byz.
[2113] Chronologus Valesii post Ammianum.
[2114] Chronologus Cuspiniani.
[2115] Anonymus Valesianus.
[2116] Theoph., in Chronogr.
[2117] Du-Cange, Famil. Byz., pag. 81.
[2118] Goltzius, in Numism.
[2119] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 1.
[2120] Malch., in Hist. Byzant., tom. 1, pag. 75.
[2121] Jordan., de Reb. Get., cap. 55.
[2122] Cod. ut Omnes.
[2123] Theoph., in Chronogr.
[2124] Chron. Alexandr.
Anno di CRISTO CDLXXVI. Indiz. XIV.
SIMPLICIO papa 9. ZENONE imperadore 3. ODOACRE re 1.
Consoli
BASILISCO per la seconda volta ed ARMATO.
Amendue questi consoli sono orientali. Basilisco vien creduto il fratello di Verina Augusta. Armato, per testimonianza di Teofane[2125], era nipote, e, secondo altri, cugino d'esso Basilisco. L'autore della Miscella[2126] ci fa sapere che dopo essere stato creato imperadore Romolo Augustolo, Oreste patrizio suo padre spedì ambasciatori a conchiudere una lega con Genserico re de' Vandali in Africa. Ma ciò a nulla servì, perchè da un altro Barbaro venne la rovina di lui e dell'imperadore suo figliuolo. E questi fu Odoacre figliuolo di Edicone, cioè, per quanto porta la verisimiglianza, di quel medesimo che si trova annoverato da Prisco istorico[2127] fra i primi ministri d'Attila, e chiamato Scita, cioè Tartaro di nazione. Da Giordano storico[2128] egli ci vien rappresentato natione Rugus: e da Teofane è detto di stirpe gotica, ma allevato in Italia. Nella vita di san Severino[2129], scritta non lungi da questi tempi da Eugippio, egli vien nominato Odobagar, Otachar e Odachar. Come e perchè movesse Odoacre contra d'Augustolo questa sì fiera tempesta, non si può ricavar chiaro dalla storia antica. Il suddetto Giordano e l'autore della Miscella scrivono ch'egli dall'ultimo confine della Pannonia (e pur di questa abbiam detto ch'erano allora padroni i Goti) calò in Italia con un formidabile esercito d'Eruli, Turcilingi, Rugi, Sciti, ed altri popoli ausilarii; e passando pel Norico volle abboccarsi con san Severino apostolo di quelle contrade, che era in fama di gran santità, da cui gli fu predetto quanto poscia accadde. È narrato questo fatto anche dal suddetto Eugippio nella vita del medesimo santo. Verisimilmente Odoacre invitato dagli amici di Nipote, e tratto dalla fama di tante mutazioni, che sommamente avevano indebolito l'imperio romano d'Occidente, si mosse colla speranza di farne egli stesso il conquisto. Ma Teofane, siccome abbiam detto, attesta che Odoacre era allevato in Italia; e Procopio aggiugne[2130] che costui militava in Italia fra le guardie del corpo degl'imperadori. E perciocchè prima i Romani aveano preso al loro servigio una gran moltitudine di Barbari, Sciti, Alani e Goti, con vergogna e danno dell'imperio stesso, avvenne che essi Barbari insuperbiti, conoscendo il loro forte, e qual contrada fosse questa, e come erano inviliti gl'Italiani, cominciarono a pretendere una terza parte dei terreni dell'Italia per loro sostentamento. Oreste si oppose a tal pretensione; laonde i medesimi elessero per loro capo Odoacre, che spogliò poi Oreste della vita, e suo figliuolo dell'imperio. Quando ciò fosse stato, sarebbe da credere che Odoacre fosse passato dall'Italia nella Pannonia, da dove poi, per rinforzare i Barbari di Italia, fosse ritornato, conducendo seco una ciurma sterminata di varie altre nazioni, tutte ansanti a far bottino in questi paesi, non rade volte infelici, perchè troppo felici.
Comunque sia, giunto in Italia con sì grande sforzo di gente Odoacre, senza trovar opposizione, s'incamminò verso la fertile Liguria, cioè verso Milano. Oreste patrizio, raunata quanta gente potè, s'era postato all'Adda, probabilmente verso Lodi, per contrastargli il passo; ma conosciute troppo superiori le forze de' Barbari, e trovandosi anche abbandonato da molti dei suoi, ritirossi a Ticino, cioè a Pavia, città assai forte, sperando quivi un asilo sicuro. Sopraggiunse Odoacre, ed assediata la città, la espugnò finalmente, e ne permise il sacco ai soldati, che fecero prigioni i cittadini e diedero alle fiamme le chiese e le case, facendo un terribil falò di tutte le abitazioni. Ennodio[2131] è quello che descrive così fiera tragedia. Venuto in quella occasione alle mani di Odoacre Oreste patrizio, parve che avesse da avere salva la vita; ma condotto a Piacenza, quivi nel dì 28 d'agosto fu ucciso[2132]. Marciò di poi il vittorioso esercito alla volta di Ravenna. Era quivi Paolo fratello d'Oreste, e questi ancora preso nella Pigneta fuori di Classe, restò vittima del furore barbarico nel dì 4 di settembre. Entrò Odoacre in Ravenna, e continuato il viaggio, niuna difficoltà trovò ad entrare anche in Roma. Nell'una di queste due città colse Augustolo; ma mosso a compassione della di lui tenera età, ricordevole ancora della amicizia passata in addietro con Oreste di lui padre, non solamente gli salvò la vita, ma fattogli un assegno di seimila soldi d'oro, il confinò in un castello della Campania, appellato Lucullano, acciocchè quivi liberamente vivesse co' suoi parenti: parole dell'Anonimo Valesiano[2133], indicanti che suo padre fosse nativo di quelle contrade. Così, secondo la osservazion degli antichi, l'imperio romano cominciato da Romolo, e stabilito da Augusto, terminò in questo infelice Romolo ed Augustolo. Si diffuse poi per l'Italia tutta l'armata barbarica. La maggior parte delle città aprì senza farsi pregare le porte; e quelle che vollero far resistenza, pagarono il fio della loro arditezza colla morte degli abitanti, e con divenir elle smantellate ed uguagliate al suolo. Così divenne Odoacre in poco tempo signore e re di tutta l'Italia. Per tale, se crediamo all'Anonimo Valesiano, fu egli riconosciuto nel dì 25 d'agosto, cioè dopo essersi impadronito di Milano e Pavia. Ma con più formalità dovette ciò avvenire, allorchè ebbe deposto Augustolo, e l'armi sue furono entrate in Roma. Non volle egli titolo d'imperador d'Occidente, per riverenza a Zenone imperador d'Oriente, premendogli di non disgustarlo. Anzi vedremo fra poco che egli sul principio, per quanto si raccoglie da Malco istorico[2134], mostrava intenzione di contentarsi del solo titolo di patrizio, e di governar questi paesi a nome dell'imperadore suddetto. Ma egli da lì innanzi signoreggiò qual re, e dagli scrittori ancora è chiamato re; se non che sappiamo da Cassiodoro[2135] ch'egli non usò mai di portare la porpora, nè le altre insegne reali. E perciò non si veggono medaglie o monete battute da lui in onor suo. Nè resta legge o costituzione fatta da lui. Sembra ancora verisimile ch'egli si dichiarasse subordinato a Zenone imperadore, e il riguardasse come suo sovrano, e però tenesse in freno la propria autorità e potenza. Fece la sua residenza in Ravenna[2136], città splendidissima allora e molto ricca e forte. E perciocchè gli stava a cuore d'aver anche sotto il suo dominio la Sicilia, che allora ubbidiva al tiranno dell'Africa, cioè a Genserico re de' Vandali, trattò, per attestato di Vittore Vitense[2137], con esso Genserico, e l'indusse a cedergliela, a riserva d'una parte, con promettere di pagargli ogni anno un certo tributo. Per altro Odoacre, tuttochè di setta ariano, niuna novità fece in pregiudizio della religion cattolica, nè molestò i vescovi o le chiese dei cattolici; anzi si mostrò amorevole ed indulgente verso di loro, come si ricava da Ennodio nella vita di sant'Epifanio. Contuttociò seguì una non lieve mutazione in Italia a cagione di questi nuovi ospiti, conquistatori della terra; perciocchè attesta Procopio[2138] che a tanti Barbari in premio della vittoria, e pel loro sostentamento, bisognò assegnar la terza parte dei beni che possedevano gl'Italiani.
In quest'anno poi, siccome ho accennato di sopra, il padre Pagi[2139] pretende che circa il fine di gennaio Zenone Augusto fosse obbligato alla fuga dal suddetto Basilisco, il quale si fece tosto proclamar imperadore. Aggiugne che circa il mese d'agosto dell'anno susseguente 477 terminò la tirannia di Basilisco, con risalire sul trono il già fuggito Zenone. Può esser stato così, ma si vuol qui confessare un grande imbroglio nelle storie intorno al tempo di questo avvenimento. Io non mi attribuisco di poter colpire nel vero; tuttavia dirò non essere già certa la sentenza del padre Pagi, e portar io opinione, o almeno non lieve sospetto, che nel gennaio del precedente anno 475 Basilisco usurpasse la corona d'Oriente, e che egli, prima che terminasse lo stesso anno 475, decadesse, con essere rimesso sul trono Zenone Augusto. I motivi di questa mia opinione sono i seguenti. Noi abbiamo una legge data da Zenone Augusto[2140] nel dì primo di gennaio dell'anno 476, e similmente un'altra promulgata dal medesimo imperadore X halendas martias Basilio II et Armasio coss.[2141], cioè nell'anno presente, quantunque sia alquanto sfigurato il nome di questi consoli, dovendo essere Basilisco et Armato coss. Adunque nel febbraio del 476, e non già nell'agosto del 477, come vuole il padre Pagi, dovea essere ritornato in Costantinopoli Zenone, ed avere ripigliato il governo. E se di qui talun volesse inferire che in esso febbraio del 476 non dovea essere per anche seguita l'intronizzazione di Basilisco, s'ha osservare una altra legge[2142] data da esso Zenone XVIII Kalendas januarii Armatio V. C., cioè nel presente anno ai quindici di dicembre. Questa ci fa vedere rimontato già sul trono Zenone prima che termini l'anno 476, e non già nell'agosto del 477. Accortosi di ciò il padre Pagi, pretende che sia scorretta quella data, e vi s'abbia a leggere post consulatum Armatii V. C. Ma se è stato lecito al padre Pagi l'acconciare colla sua sentenza i testi, sarà permesso anche a noi la libertà medesima, con dire che l'epistola ottava di Simplicio papa[2143], scritta a Zenone Augusto, in cui si congratula del trono ricuperato, e che è data VIII idus octobris P. C. Basilisci et Armati, si dee correggere con iscrivere Basilisco et Armato coss. Potè Zenone Augusto tardar molto a significare al romano pontefice il suo ristabilimento e la sua buona disposizione in favor della Chiesa cattolica. Notisi ora l'epistola quarta del medesimo papa Simplicio, scritta con zelo degno d'un pontefice romano, non già a Zenone Augusto, come saggiamente ha osservato lo stesso Pagi, ma sì bene a Basilisco Augusto. Essa è data Quarto idus januarii, Basilisco Augusto consule, cioè nel presente anno 476; e da essa apparisce che già Timoteo Eluro, usurpatore della chiesa patriarcale d'Alessandria, dall'esilio era ritornato ad occupar la medesima, e di là era passato a Costantinopoli. Ma se nel gennaio del 476, come vuole il padre Pagi, Basilisco s'intruse nell'imperio d'Oriente, come potè papa Simplicio scrivere a lui sul principio d'esso gennaio del 476, se non potea per anche aver intesa la nuova delle mutazion dell'Augusto, e molto men quella dello ristabilimento dell'empio Timoteo? Ancor qui il padre Pagi acconcia la data, con dire che s'ha da scrivere IV idus junias, e non januarias. Ma lasciando nel suo essere quella data, vien essa ad accordarsi col proposto sospetto che nel 475 Basilisco usurpasse la corona d'Oriente, e ne fosse spogliato prima che terminasse l'anno stesso; il che non essendo per anche venuto a notizia di papa Simplicio sul principio di gennaio dell'anno presente 476, potè perciò scrivere ad esso Basilisco per pregarlo di rimediare all'insolenza di Timoteo Eluro. Il padre Labbe e lo stesso Pagi credono che nella data della lettera quarta suddetta si debba leggere Basilisco et Armato coss., e che perciò essa appartenga all'anno presente.
Ma quello che principalmente fa a me credere ben fondata la da me proposta opinione, si è che Malco rettorico[2144] e storico forse il più vicino di tutti a questi tempi, e lodato molto da Fozio, ha conservato, negli Estratti che restano, una particolarità degna di molto riguardo in questo proposito, che servirà ancora ad illustrar le cose d'Occidente. Scrive egli che Augusto, ossia Augustolo, figliuolo di Oreste, appena ebbe inteso che Zenone avea ricuperato l'imperio d'Oriente, con cacciarne Basilisco, che obbligò il senato romano a spedirgli un'ambasceria, con rappresentargli che bastava un solo imperadore. E che esso senato avea preso Odoacre persona attissima alla difesa dell'imperio d'Occidente, perchè di gran valore e scienza politica; pregando perciò Zenone di volere ornar costui colla dignità del patriziato. Nello stesso tempo Nipote fuggito in Dalmazia, e che in quelle parti seguitava a farla da imperadore, spedì anch'egli suoi ambasciatori a Zenone per congratularsi della ricuperata corona, e per supplicarlo, che avendo esso Zenone provata la calamità che era toccata ad esso Nipote, volesse aver compassione di lui, ed aiutarlo a ricuperare il perduto imperio. Zenone propose l'affare in senato, e fu risoluto di dar favore a Nipote, sì perchè Verina Augusta era parente della di lui moglie, e sì perchè le disavventure accadute a Zenone il movevano a commiserar lo stato dell'altro. Fu anche determinato che Odoacre prendesse dalle mani di Nipote Augusto la dignità del patriziato, benchè poi Zenone, in iscrivendo ad Odoacre, gli desse egli il titolo di patrizio. Così Malco rettorico. Ciò posto, convien ricordare che Augustolo, fatto imperador d'Occidente nel dì 31 di ottobre dell'anno 475, regnò fino al dì 25 d'agosto dell'anno 476. In questo tempo di mezzo bisogna che seguisse la spedizione de' legati a Costantinopoli a Zenone, il quale era già ritornato sul trono, e tal nuova era già pervenuta a Roma, benchè tanto lontana. Si scorge ancora che poco dovea essere che Odoacre avea occupata l'Italia e Roma, con cercare la grazia e l'approvazione del suo governo dall'imperadore d'Oriente; e per conseguente convien credere che Zenone cadesse dal trono nell'anno 475, e che prima del fine d'esso anno vi risalisse coll'abbassamento di Basilisco, e che in questo medesimo anno andassero a trovarlo le ambascerie del senato romano e di Nipote rifugiato in Dalmazia, e non già ch'egli decadesse nell'anno 476, e risorgesse nell'agosto del 477. In fatti Marcellino conte[2145] mette la caduta di Zenone e l'usurpazione di Basilisco nell'anno 475. Teofane[2146] anch'egli, tuttochè citato per la sua opinione dal padre Pagi, pure è contro di lui, e favorevole all'opinione proposta; giacchè egli riferisce il fatto nell'anno primo di Zenone, ed immediatamente dopo la morte di Leone juniore Augusto. Oltre di che, Niceforo[2147] attesta anch'egli che Zenone poco tempo dopo avere ottenuta la dignità imperiale, ne fu spossessato da Basilisco, e però nell'anno 475. Lo stesso si ricava da Cedreno[2148] e da Joele cronografo[2149], stampato dopo Giorgio Acropolita. Però contra di questa opinione non ha da aver forza la Cronica Alessandrina citata dal Pagi, perchè troppo fallace nella cronologia, e nè pur concorde con esso lui in quel sito. Puossi bensì opporre che i consoli del presente anno 476 furono Basilisco il tiranno ed Armato, e conseguentemente non potè nelle calende di gennajo di questo essere stato rimesso in trono Zenone. Ma si risponde che quel Basilisco console potè non essere il tiranno; ed esso in fatti è nominato semplicemente Basilisco senza la giunta d'Augusto o di D. N., cioè domino nostro. Potrebbe dunque Basilisco console in quest'anno essere stato il figliuolo di Armato, che Zenone creò Cesare, secondo l'attestato degli antichi storici, in esecuzione della promessa fatta ad Armato suo il padre, per tirarlo al suo partito. Ed egli precede il padre, perchè di maggior dignità. Quel solo che ragionevolmente può qui far opposizione, si è, che Procopio[2150] e Vittor Turonense[2151] scrivono durata la tirannia di Basilisco un anno ed otto mesi; ed Evagrio due anni. Teofane la stende fino a tre anni. Ma questa medesima discordia fa conoscere che per conto del tempo d'essa tirannia non abbiamo una autorità sicura; ed uno può aver fallato, e gli altri averlo seguitato. Finalmente se non è certo il quando Basilisco, spezialmente a cagione della guerra fatta alla Chiesa cattolica, fosse cacciato, può almen parere convenevolmente mostrato il quando egli occupò l'imperio, cioè l'anno 475, e non già il 476, come pretende il padre Pagi. Nè io aggiugnerò altro intorno alle iniquità di Basilisco, e agli affari della Chiesa, e al terribile incendio succeduto sotto di lui in Costantinopoli, potendosi intorno a ciò consultare il cardinale Baronio[2152]. Basterà sapere che Zenone seppe guadagnare i capitani di Basilisco, e ritornar sul trono d'Oriente. Levato con molte promesse dalla chiesa, in cui s'era rifugiato, fu poi barbaramente fatto morir di fame in una prigione colla moglie e co' figliuoli.
NOTE:
[2125] Theoph., in Chronogr.
[2126] Histor. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.
[2127] Priscus, tom. 1 Hist. Byz., pag. 37 et seq.
[2128] Jordan., de Regnor. Success.
[2129] Vita s. Severini, in Act. SS. Boland. ad diem 8 januar.
[2130] Procop., lib. 1, cap. 1 de Bell. Goth.
[2131] Ennod. in Vita S. Epiphanii.
[2132] Chronologus Cuspiniani.
[2133] Anonymus Vales.
[2134] Malch., tom. 1. Hist. Byz.
[2135] Cassiod., in Chron.
[2136] Theoph., in Chronogr.
[2137] Victor Vitensis, lib. 1 de Persecut.
[2138] Procop., lib. 1 cap. 1 de Bell. Goth.
[2139] Pagius, Crit. Baron.
[2140] L. 28, C. de Jure dotium.
[2141] L. 5, Cod. de naturalib. liberis.
[2142] L. 16, C. de sacros. Eccl.
[2143] Labbe, Concilior., tom. 4.
[2144] Malch., Hist. Byzant., tom. 1, pag. 93.
[2145] Marcell. Comes, in Chron.
[2146] Theoph., in Chronogr.
[2147] Niceph., lib. 16, cap. 2.
[2148] Cedrenus, in Chron.
[2149] Joel, in Hist. Byz.
[2150] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 7.
[2151] Victor Turonensis, in Chron.
[2152] Baron., Annal. Eccl.
Anno di CRISTO CDLXXVII. Indizione XV.
SIMPLICIO papa 10. ZENONE imperadore 4. ODOACRE re 2.
Senza consoli; e però l'anno fu notato Post consulatum Basilisci II et Armati.
Venne a morte in quest'anno Genserico re dei Vandali in Africa. Il cardinal Baronio il reputa mancato di vita nel precedente; ma con più ragione il padre Pagi[2153] riferisce la sua morte al dì 24 di gennajo dell'anno presente. Nè può essere altrimenti, stante il trattato che dicemmo seguito tra lui e Odoacre re d'Italia: al che fu necessario del tempo. Concorre del pari questa notizia a rendere più credibile la restituzione sul trono di Zenone Augusto sul fine dell'anno 475. Imperocchè Malco istorico[2154] scrive che un anno dopo lo ristabilimento di Zenone vennero da Cartagine a Costantinopoli gli ambasciatori di Unnerico re d'essi Vandali, succeduto a Genserico suo padre, chiedendo di stabilire una buona amicizia e pace con Zenone, ed offerendo di rinunziare a tutte le pretensioni passate per cagione di Eudocia figliuola di Valentiniano III Augusto, già moglie sua. Fu accettata la esibizione, firmata la pace, e rimandati gli ambasciatori con molti regali. Se, come vuole il Pagi, Zenone avesse ricuperato l'imperio solamente circa l'agosto dell'anno presente 477, Unnerico un anno appresso, cioè circa l'agosto del 478, avrebbe spedita la sua ambasciata. Ma è ben più verisimile, che essendo morto Genserico nel gennajo del presente anno, il successore e figliuolo Unnerico non tardasse ad inviare gli ambasciatori a Costantinopoli, e per conseguente circa il febbrajo o marzo di quest'anno: apparendo perciò che era già corso un anno dappoichè Zenone aveva ricuperato il trono, e non già che Zenone fosse tuttavia in esilio. Venne meno in Genserico ariano un gran persecutore dei Cattolici in Africa, e in tutti i paesi, dove si stese la di lui crudeltà; e cessò ancora un gran flagello dell'Italia, e di altri paesi, che di tanto in tanto quel re barbaro andava infestando e rovinando colle sue flotte. Già di sopra all'anno 456 vedemmo annoverati da Vittore Vitense[2155] questi paesi maltrattati da quel re divenuto corsaro. Ma Unnerico suo figliuolo non amò l'infame mestier de' corsari; anzi datosi ai piaceri e ad una vita molle, senza più tenere in piedi l'armata che suo padre sempre aveva in pronto, fu, per quanto potè, alieno dalla guerra. Il suo furore adunque dopo alcuni anni si rovesciò tutto sopra i Cattolici dell'Africa, ch'egli perseguitò barbaramente con levar loro la vita, con esiliare quel piissimo clero e i loro vescovi, ed usar altre maniere di crudeltà contra di essi, descritte dal suddetto Vittore. Zenone imperadore d'Oriente, addottrinato dalle disavventure passate, e stimolato dalle forti preghiere e lettere di papa Simplicio, attese in questi tempi a sanar le piaghe che l'empio tiranno Basilisco avea fatto alla vera Chiesa di Dio col fomentar le varie eresie di que' tempi, e permesso ai vescovi eretici di occupar varie chiese di Oriente e d'Egitto. Poco nondimeno durò questo suo zelo. Intanto nell'anno presente un terribil tremuoto, per testimonianza di Teofane[2156] e di Cedreno[2157], recò immensi danni a Costantinopoli, con abbattere molte chiese e case, e restar sotto le rovine una gran moltitudine di persone. Marcellino conte[2158] scrive succeduto questo flagello nell'anno 480; ed essendo sì imbrogliata la Cronologia di Teofane, chi sa che non sia da prestar qui più fede a Marcellino scrittore più antico? Di Odoacre re d'Italia altro non si sa sotto quest'anno, se non che egli fece morire Bracila conte in Ravenna, siccome racconta il suddetto Marcellino conte. Bravila vien egli chiamato dal Cronologo del Cuspiniano[2159], che il dice ucciso da esso re nel dì 11 di luglio, ma senza che noi sappiamo altra particolarità di quel fatto. Dovette da lì innanzi attendere Odoacre a stabilire il suo governo nell'Italia, che avea sommamente patito nell'ingresso rovinoso di tanti Barbari. Ma intanto Eurico re dei Visigoti, che signoreggiava nella parte meridionale della Gallia, seppe prevalersi del tempo, in cui l'Italia tutta si trovò sì sconvolta per la venuta di Odoacre. Giordano storico[2160] scrive che egli (verisimilmente circa questi tempi) occupò Arles e Marsilia; e potea ben farlo, perchè non v'era chi gli si opponesse. Anzi Procopio[2161] lasciò scritto che dopo aver Odoacre occupata l'Italia, per conciliarsi l'amicizia de' Visigoti, si contentò che stendessero i confini del loro dominio sino alle Alpi che dividono l'Italia dalle Gallie. Ma non sussiste già che il suddetto Eurico soggiogasse tutta la Gallia, e la Spagna, e i Borgognoni, come soggiugne il prefato storico Giordano. Una parte sì delle Gallie, ma non mai tutte quelle contrade conquistò egli. E sant'Isidoro[2162] non parla neppur egli se non dell'acquisto delle suddette due città. Oltre di che, il regno de' Borgognoni andò piuttosto crescendo da lì innanzi, e all'anno di Cristo 500 vedremo che essi Borgognoni signoreggiavano un gran paese, e insino la provincia di Marsilia, come s'ha da Gregorio Turonense, se pure in ciò è sicura la di lui autorità.
NOTE:
[2153] Pagius, Crit. Baron.
[2154] Malch. in Hist. Byzant., tom. 1, pag. 95.
[2155] Victor Vitens., lib. 1 de Persec.
[2156] Theoph., in Chronogr.
[2157] Cedren., in Histor.
[2158] Marcellin. Comes, in Chron.
[2159] Chronolog. Cuspiniani.
[2160] Jordan., de Reb. Get., cap. 47.
[2161] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.
[2162] Isidor., in Chron. Gothor.
Anno di CRISTO CDLXXVIII. Indizione I.
SIMPLICIO papa 11. ZENONE imperadore 5. ODOACRE re 3.
Console
ILLO, senza collega.
In questi tempi noi troviamo un solo console, creato in Oriente, perchè Zenone Augusto adirato contra di Odoacre usurpator della Italia, nol volea riconoscere per re o signore legittimo; e Odoacre all'incontro procedendo colle buone, non voleva crear consoli in Occidente, per mostrar di non presumere troppo, e che non aveva animo di cozzare coll'imperadore d'Oriente. Fors'anche abborriva la dignità de' consoli, perchè tuttavia si conservava in essi un'ombra di molta autorità. Questo Illo è nominato da Teofane, Zonara e Cedreno, per avere tradito Basilisco tiranno, ed ajutato Zenone Augusto a risalire sul trono. Egli ne ebbe in quest'anno per guiderdone il consolato, e da lì a qualche altro anno la morte. Erano intanto fieramente turbate dagli eretici eutichiani le chiese d'Oriente, e specialmente le patriarcali di Alessandria ed Antiochia. Però papa Simplicio non omise diligenza e premura alcuna, affinchè si reprimesse l'audacia di coloro. Indusse Acacio patriarca di Costantinopoli a raunare un concilio, in cui condannò Timoteo Eluro, Pietro Fullone ed altri capi di quella eresia e perturbazione. Altrettanto fece in Roma anche lo stesso pontefice Simplicio; ma con poco frutto, perciocchè Acacio non diceva davvero, ed in breve si venne a scoprire che lo stesso Zenone Augusto favoriva gli eretici. Nulla di più aggiungo, perchè intorno a questi affari son da leggere gli Annali del cardinal Baronio e del padre Pagi. Non si sa che Odoacre re d'Italia stendesse fuori d'essa la sua signoria; nè che popolo alcuno della Gallia o della Spagna prestasse a lui ubbidienza, come aveano fatto in addietro agl'imperadori romani. E quantunque ci manchino lumi per questi tempi intorno allo stato delle provincie oltramontane; pure resta assai fondamento per poter dire, che cominciando dalle Alpi marittime che dividono l'Italia dalla Gallia, si stendeva il dominio de' Visigoti per tutta la parte meridionale di essa Gallia, e di là dai Pirenei, abbracciando la Catalogna, l'Aragona e la Navarra, continuando poi fino a Siviglia. La Gallizia gemeva sotto il giogo degli Svevi col Portogallo. Nella parte poi della Gallia che cominciava dal giogo delle Alpi Cozie colla Savoia e Borgogna, che era allora più ampia d'oggidì, signoreggiava il re e la nazione de' Borgognoni, i quali erano collegati coi Romani. Anche i Britanni, già venuti dalla gran Bretagna nella Gallia, aveano quivi formata una signoria con dar titolo di re al principe loro. L'altre provincie settentrionali, giacchè non poteano aver più comunicazione coi padroni dell'Italia, si governavano da sè stesse, senza riconoscere signore alcuno. E Zosimo[2163] scrive, che ne' primi anni del secolo quinto, dappoichè seguì la ribellione di Costantino tiranno della Gallia, molte di quelle provincie si rimisero in libertà, e, cacciati i magistrati romani, cominciarono a governarsi coi proprii. Che se qualche città vi restava che amasse di stare all'ubbidienza dell'imperio romano, questa non si volle sottomettere al barbaro Odoacre, come vedremo nell'anno 480. Nè sussiste già, come hanno osservato uomini dotti, che il popolo de' Franchi prima di questi tempi avesse fermato il piede nelle Gallie suddette. Passarono ben qualche volta i Franchi il Reno, e devastarono il paese, ma se ne ritornarono addietro. Però a Clodoveo loro re si riferisce la conquista delle Gallie, siccome, andando avanti, verremo intendendo.
NOTE:
[2163] Zosim., lib. 6 Histor.
Anno di CRISTO CDLXXIX. Indizione II.
SIMPLICIO papa 12. ZENONE imperadore 6. ODOACRE re 4.
Console
FLAVIO ZENONE AUGUSTO per la terza volta, senza collega.
Passò ancora quest'anno senza che in Occidente fosse creato console alcuno, secondochè si costumava in addietro. Per testimonianza di Marcellino conte[2164], Teoderico Amalo, figliuolo di Teodomiro re degli Ostrogoti, che fu poi re d'Italia, mosse guerra in questi tempi all'imperio d'Oriente, con devastar la Grecia, e giugnere fino alla città di Durazzo, di cui si impadronì, come abbiamo dai frammenti di Malco istorico[2165]. Toccò a Zenone Augusto, uomo dappoco, la fortuna di aver per suo generale nell'Illirico un personaggio sommamente lodato dal suddetto storico Marcellino, cioè Sabiniano, il quale per la rara sua prudenza e valore, e spezialmente per avere rimesso in piedi la disciplina militare, si potè paragonare agli antichi capitani della repubblica romana. Questo Sabiniano adunque, con quelle poche milizie che potè raunare, si oppose ai progressi di Teoderico; e più coll'ingegno che colla forza l'indusse a desistere da quelle violenze, con fargli sperare onori e vantaggi dall'imperador Zenone. In fatti era anche tale il desiderio di Teoderico, narrando il suddetto Malco ch'egli si esibì pronto a posar le armi, oppur di far guerra a Teoderico figliuolo, di Triario, capo di un'altra parte di Goti che si era stabilita nella Tracia, esigendo poi in ricompensa d'essere creato generale d'armata in luogo del suddetto Teoderico suo emulo, d'essere ammesso come cittadino in Costantinopoli, e di potere aver parte negli uffizii del pubblico. Aggiunse inoltre che egli era pronto, se l'imperadore comandava, di passare in Dalmazia, per cacciare di colà Nipote: parole che ci fanno abbastanza intendere che Nipote già imperador d'Occidente, benchè avesse perduta l'Italia, non lasciava però di tener salda sotto il suo dominio la Dalmazia. Sotto quest'anno rapporta Vittor Turonense[2166] la fiera persecuzione che di sopra accennammo, fatta da Unnerico re de' Vandali in Africa ai cattolici; ma di questa parleremo più abbasso. Egli è ben certo, per attestato di Ennodio[2167], che in questi tempi sant'Epifanio vescovo di Pavia, confidato nell'aiuto di Dio e del popolo, si applicò a riedificare il duomo della sua città, rovinato nell'entrata violenta de' Barbari, come di sopra si è detto. E gli venne fatto. Nè contento di avere adornata coi sacri edifizii essa città, procurò ancora ed ottenne da Odoacre l'esenzion dei tributi ai cittadini suoi per cinque anni avvenire, affinchè potessero riaversi dagl'immensi danni patiti nella presa della città. E perciocchè Pelagio prefetto del pretorio per esso re Odoacre faceva pagare ai popoli della Liguria nei contratti il doppio di quel tributo che si pagava per l'addietro con intollerabil gravezza de' sudditi, ricorsi quei popoli al santo prelato per aiuto, egli in persona andò, dimandò, ed ottenne la giusta moderazione di quegli aggravii. Probabilmente succedette in questi tempi la sedizione mossa contra di Zenone Augusto da Marciano, figliuolo del già imperador d'Occidente Antemio, e cognato d'esso Zenone. Aveva per moglie Leonzia figliuola del già Leone Augusto, e di Verina imperadrice; e saltatogli in pensiero che ad essa sua moglie appartenesse l'imperio d'Oriente, per esser ella nata, mentre Leone suo padre era imperadore, laddove Arianna moglie di Zenone Augusto era venuta alla luce prima che il padre avesse ottenuta l'imperiale dignità: mosse perciò guerra a Zenone, aiutato dai propri fratelli Romolo e Procopio[2168]. Seguì una battaglia entro la stessa città di Costantinopoli, in cui le truppe di Zenone ebbero la peggio, e furono astrette a ritirarsi nel palazzo, e poco mancò che Marciano anch'egli non vi mettesse il piede. Ma non seppe Marciano profittar del buon vento. Passò egli la notte in cenar bene e dormir meglio; ed intanto Illo general di Zenone con doni guadagnò buona parte dei di lui soldati, di modo che la seguente mattina Marciano accortosi che gli erano state tagliate le penne, altro spediente non trovò che di scapparsene in chiesa. Per ordine di Zenone fu dipoi ordinato prete, e mandato a Papurio castello della Cappadocia in esilio. I suoi fratelli Romolo e Procopio, colti la notte da Illo, mentre si lavavano, ed appresso fuggiti dalle di lui mani, si ritirarono a Roma. Ma abbiamo da Malco[2169], da Candido istorico[2170], che Procopio si rifugiò presso di Teoderico figliuolo di Triario re di una parte dei Goti, e non è più probabile che Odoacre avesse sì facilmente ammesso in Roma chi vantava per padre un imperadore. Scrisse lo stesso Malco che il suddetto Teoderico, udita ch'ebbe le sedizione eccitata da Marciano, mosse la sua armata verso Costantinopoli sotto pretesto di aiutar Zenone. Ma Zenone conoscendo con che volpe avea a fare, gli spedì incontro Pelagio, il quale parte colle minacce, parte con regali a Teoderico, e con profusione di molto danaro ai suoi Goti, lo indusse a tornarsene indietro. Vedremo all'anno seguente una simil mossa di Teoderico verso Costantinopoli, con lasciarmi in qualche dubbio, se piuttosto a quello che a questo anno si avesse da riferire la raccontata sedizion di Marciano. Ma sì Evagrio che Malco e Teodoro lettore[2171] assai dimostrano che questo affare succedette molto tempo prima che il suddetto Teoderico venisse a morte, e però qui par meglio il dar luogo ad un tale avvenimento.
NOTE:
[2164] Marcell. Comes, in Chron.
[2165] Malch., in Hist. Byzant., tom. 1, pag. 81.
[2166] Victor Turonensis, in Chron.
[2167] Ennod., in vita S. Epiph. Ticin. Episc.
[2168] Theoph., in Chronogr. Evagrius, lib. 3, cap. 26.
[2169] Malchus, tom. 1 Hist. Byz. pag. 87.
[2170] Candidus, apud. Pothium, Cod. 79.
[2171] Theodorus Lector, lib. 1 Histor. Eccl.
Anno di CRISTO CDLXXX. Indizione III.
SIMPLICIO papa 13. ZENONE imperadore 7. ODOACRE re 5.
Console
BASILIO juniore, senza collega.
Questo Basilio, secondochè credono il Sigonio, il Panvinio e il padre Pagi, fu creato console in Occidente dal re Odoacre, il quale probabilmente alle istanze del senato condiscese a restituir l'uso dei consoli in Roma; se pure ciò non avvenne, perch'egli stanco dei negoziati fatti con Zenone Augusto, per essere riconosciuto re d'Italia, senza cavarne altro frutto, determinossi a valersi della sua autorità, senza voler più dipendere da esso imperadore. È chiamato Basilio juniore a distinzione dell'altro Basilio che fu console nell'anno 463. Truovasi Basilio prefetto del pretorio in Roma, e patrizio nell'anno 483, menzionato nel concilio romano, e probabilmente quello stesso che ora è console. Tuttavia perchè è ben da stupire come Zenone Augusto non dichiarasse il suo console nel presente anno, forse non è certo che il suddetto Basilio console appartenesse all'Occidente. Siccome abbiam veduto, Nipote già imperadore, cacciato da Oreste padre di Augustolo, s'era ritirato nella Dalmazia, e quivi ritenendo il nome di Augusto, comandava ancora a quei popoli fedeli a lui, perchè anch'esso era di quella nazione. Ma egli trovò de' traditori in casa propria. Marcellino conte[2172] al presente anno scrive che Nipote stando in una villa non lungi da Salona, per insidie a lui tese da Viatore ed Ovida, ch'erano dei suoi conti, cioè uffiziali della stessa corte, fu levato di vita. Il Cronologo del Cuspiniano[2173] in due parole sotto questo console dice, che Nipote fu ucciso nel dì 9 di maggio. Crede il Sigonio che per odii privati succedesse questa iniquità, e che il fatto dispiacesse non poco al re Odoacre, per quello che dirò all'anno seguente: e ciò potrebbe essere stato. Ma non crederò già col Sigonio che Nipote menasse una vita privata in Dalmazia, per le ragioni addotte di sopra. Qui prende il padre Pagi[2174] ad illustrare un avvenimento che vien accennato da Candido storico presso Fozio[2175]. Narra egli che dopo essere stato deposto (e non già dopo essere stato ucciso, come dottamente osserva esso padre Pagi) Nipote imperadore romano e scacciato il suo successor Augustolo, Odoacre s'impadronì dell'Italia e di Roma. E che non accordandosi con lui i Galli occidentali, inviarono una ambascieria a Zenone Augusto; ed essendone nello stesso tempo stata inviata una altra al medesimo imperadore da Odoacre, parve che Zenone inclinasse più a favorire Odoacre. Fanno argomentare queste parole, che tuttavia restasse nella Gallia qualche popolo fedele al romano imperio, che nondimeno ricusava di riconoscere per suo signore Odoacre re d'Italia. Potrebbono anche appartenere a questi tempi le suddette ambascerie. Ora il Pagi pretende che da queste ambascerie non sieno punto diverse quelle che Malco istorico riferisce inviate a Zenone, e delle quali si è parlato di sopra all'anno 476. Ma difficilmente i saggi lettori concorreranno in sì fatta opinione. Candido scrive che i Galli occidentali (per distinguerli dai Galati, cioè dai Galli orientali) mandarono i loro ambasciatori a Zenone Augusto, e che Odoacre anch'egli spedì i suoi. Malco all'incontro chiaramente ci fa sapere che Augusto figliuolo di Oreste, udito che ebbe il risorgimento di Zenone, forzò il senato di Roma ad inviargli degli ambasciatori. Adunque Augustolo tuttavia comandava, e la spedizione di quegli ambasciatori fu fatta, per quanto si può conghietturare, ad istigazione di Odoacre, il quale sui principii del suo governo impiegò esso Augustolo e il senato romano per ottenere l'approvazione dell'imperadore d'Oriente. Aggiugne che ne' medesimi giorni Nipote decaduto dall'imperio, e ritirato in Dalmazia, inviò anche egli ambasciatori a Zenone, supplicandolo del suo aiuto per ricuperare la primiera sua dignità e fortuna. Come ognun vede, nulla han che fare queste ambascerie con quelle dei Galli e di Odoacre, inviate per altri fini a Costantinopoli. Quanto a Zenone, egli, siccome già accennammo, conferì il patriziato ad Odoacre, credendo ch'egli aiuterebbe Nipote. Ma il Barbaro spogliò Augustolo dell'imperio, e non rimise Nipote sul trono, perchè più ebbe a cuore l'esaltazione propria che l'altrui. Secondo i conti del cardinal Baronio, Unnerico re dei Vandali alle forti istanze di Zenone Augusto e di Placidia vedova di Olibrio già imperador d'Occidente, condiscese in questi tempi, che dopo ventiquattro anni di sede vacante fosse eletto dal clero e dal popolo cattolico di Cartagine il loro vescovo; e questi fu Eugenio prelato che per le sue insigni virtù illustrò non poco la Chiesa cartaginese. Crede il padre Pagi che l'elezione di Eugenio e le preghiere di Zenone Augusto, per ottener questa grazia da Unnerico, sieno da riferire al precedente anno, perchè allora si celebrarono i quinquennali di Zenone dopo la morte di Leone juniore, ed in tali occasioni solevano gl'imperadori segnalarsi con qualche illustre azione. Ma sembrerà ben debole questa ragione ai lettori, oltre al potersi mettere in dubbio que' medesimi quinquennali, immaginati da esso padre Pagi, innamorato forse troppo di quella sua creduta importantissima scoperta.
NOTE:
[2172] Marcell. Comes, in Chron.
[2173] Chronologus Cuspiniani.
[2174] Pagius, Crit. Baron.
[2175] Photius, in Bibliotheca Cod. 79.
Anno di CRISTO CDLXXXI. Indizione IV.
SIMPLICIO papa 14. ZENONE imperadore 8 ODOACRE re 6.
Console
PLACIDIO, senza collega.
È di parere Onofrio Panvinio[2176] che questo console fosse creato in Occidente; e veramente il nome latino di Placido, ossia di Placidio, come ha Cassiodoro[2177], può aiutare la di lui conghiettura. Ma non è certo l'affare, giacchè poco fondamento si può fare sul nome, pel commercio che passava allora tra i Latini e Greci. Da Teodosio il Grande nacque in Costantinopoli Galla Placidia, ed ivi parimente Pulcheria Augusta figliuola d'Arcadio nacque. E pure tanto Pulcheria che Placidia sono nomi latini. Dal suddetto Cassiodoro abbiamo all'anno presente, che il re Odoacre passato colle sue forze in Dalmazia, vinse ed uccise Odiva conte, cioè quel medesimo che proditoriamente avea tolta la vita a Nipote imperadore. Questa azione di Odoacre ci dà motivo di argomentare ch'egli avesse in addietro avuto dell'amore, o almen del rispetto per esso Nipote, con lasciarlo pacificamente signoreggiar nella Dalmazia, perchè Zenone Augusto glielo avea raccomandato; e che, udita poi la violenta sua morte, accorresse per far vendetta dei traditori. Ma probabilmente a questo desiderio s'aggiunse l'altro di sottomettere quella provincia al suo dominio, giacchè abbastanza si conosce che quell'Odiva conte, dopo avere assassinato Nipote, doveva avere assunta la signoria della Dalmazia, ed era colle armi in mano, di maniera che fu necessario il vincerlo colla forza. In questi tempi Teoderico figliuolo di Triario, re di una parte dei Goti, e diverso da Teoderico Amato, che fu poi re d'Italia, ed era allora emulo del suddetto, fece, secondochè scrive Marcellino conte[2178], le cui parole son ripetute da Giordano[2179], fece, dico, un'irruzione nella Tracia, con giungnere fino ad Anaplo, quattro miglia lungi da Costantinopoli; ma non istette molto a ricondurre indietro la sua armata con ammirazion di tutti, perchè non recò danno alcuno notabile al paese: il che non è ben poco credibile. Malco istorico[2180] parla molto di lui. Teofane[2181] all'incontro scrive ch'egli era nipote della moglie del fu Aspare patrizio, ed era stato generale di Basilisco tiranno, con aggiugnere ch'egli in questa mossa, dopo avere devastate varie contrade della Tracia, per avere scoperta una congiura dei suoi familiari, tornò addietro e gli uccise; il che vien confermato da Evagrio. Seguita a dire Marcellino che mentre costui s'incamminava con fretta verso l'Illirico, forse quivi sperando di far meglio i fatti suoi, avendone avuto paura il suo cavallo, si spiccò accidentalmente dalla cima di una carretta un dardo (Teofane dice un'asta) che il ferì; del che egli fra non molto si morì con gran festa e giubilo dei sudditi dell'imperio d'Oriente che aveano ricevuto in addietro gravissimi danni ed aggravii da lui. Ma questa consolazione troppo restò amareggiata per la morte succeduta verso i medesimi tempi di quel Sabiniano generale dell'armata cesarea, che tanto vien commendato dal suddetto Marcellino istorico, senza ch'egli avesse tempo di eseguir tutte le sue idee per rimettere in buono stato gli affari dell'imperio orientale. Nel presente anno crede il padre Pagi che seguisse la morte di Childerico re de' Franchi, e non già nell'anno 484, come altri hanno preteso. Ebbe per successore Clodoveo suo figliuolo, celebratissimo re di quella nazione, siccome vedremo.
NOTE:
[2176] Panvin., in Fast.
[2177] Cassiodorus, in Fastis.
[2178] Marcell. Comes, in Chron.
[2179] Jordan., de Regn. Success.
[2180] Malch., tom. 1 Hist. Byz.
[2181] Theoph. in Chronogr.
Anno di CRISTO CDLXXXII. Indizione V.
SIMPLICIO papa 15. ZENONE imperadore 9. ODOACRE re 7.
Consoli
TROCONDO e SEVERINO.
Trocondo console del presente anno fu creato in Oriente, ed era fratello di Illo stato console nell'anno 478. Anch'egli col fratello avea tradito Basilisco tiranno, col voltar casacca in favor di Zenone: servigio rimunerato dipoi con questa dignità. Severino sostenne il consolato in Occidente, ed è appellato juniore, per distinguerlo dall'altro ch'era proceduto console nell'anno 461. Per relazione di Marcellino conte[2182], nell'anno presente Teoderico Amalo re dei Goti, che acquistò dipoi il regno d'Italia, dianzi amico, e poi divenuto (non se ne sa il perchè) nemico, mosse guerra di nuovo a Zenone imperador d'Oriente; ed entrato coll'armi nell'una e nell'altra Macedonia, siccome ancor nella Tessalia, vi commise dei gran saccheggi; e questa calamità spezialmente toccò a Larissa metropoli della stessa Tessalia. Era intanto salito ad una gran possanza nella corte di Zenone Augusto il poco fa mentovato Illo, generale dell'armi, e stato già console. Racconta Teofane[2183], che, per consiglio di costui, Zenone s'indusse a mandar via da Costantinopoli Verina Augusta suocera sua e vedova di Leone imperadore. Avendola sotto varii pretesti indotta a passare a Calcedone, fecela di colà condurre al castello di Papurio, per vivere insieme con Leonzia sua figliuola e con Marciano suo genero, relegati colà. Cominciò allora Verina a tempestar con lettere Arianna, l'altra sua figliuola e moglie d'esso Zenone Augusto, acciocchè le impetrasse la grazia, ed ella ne fece vivissime istanze al marito. Saputa dipoi che da Illo era proceduta la risoluzion presa di cacciar in esilio essa sua madre, tanto fece Arianna, che impetrò da Zenone di poterne far vendetta. Mandò pertanto un sicario per levarlo dal mondo; ma costui nel tirargli un colpo di spada, impedito da uno dei servi d'Illo, arrivò solamente a tagliargli l'orecchia destra. Benchè Zenone fingesse di nulla sapere di questo attentato, pure Illo accortosi onde era venuto il malanno, mostrò desiderio di passar in Asia per mutar aria, e guarir meglio dalla ferita. Ne ottenne la licenza da Zenone, il quale per placarlo il dichiarò prefetto di tutto l'Oriente, con dargli in oltre un'ampia podestà di crear dei duci. Prese Illo in sua compagnia Leonzio patrizio di nazione siriaca, generale dell'esercito della Tracia, ed uomo non meno esperto nelle scienze che nell'arte della guerra, con Pamprepio senatore, accusato dianzi di magia. Passò ad Antiochia, dove raunato un gran seguito di gente, cominciò a manipolare una ribellione contra dell'imperadore, e l'eseguì, siccome vedremo andando innanzi. Non è però certo che questa tela cominciasse in quest'anno; perciò assai confusa si truova la Cronologia di Teofane in questi ed altri tempi. Pubblicò Zenone Augusto in quest'anno il suo Enotico, cioè un suo editto, per unire insieme gli eutichiani e nestoriani eretici coi cattolici, contenente una esposizion della fede, per cui, benchè mostrasse di detestar gli errori di quegli eresiarchi, pure venne in certa maniera a rigettare il sacro concilio di Calcedone, con iscoprirsi anche fautore dell'eresia. Acacio vescovo di Costantinopoli fu creduto consigliere e promotore di questa novità, anzi di questa sacrilega insolenza, non appartenendo ai principi del secolo il regolar la dottrina della Chiesa, ma sì bene ai vescovi, e spezialmente ai romani pontefici, a' quali Iddio ha data questa cura e facoltà. Perciò papa Simplicio e tutti i buoni cattolici si opposero a questo editto, che partorì poi dei gravissimi sconcerti in Oriente, come si può vedere presso gli autori della Storia ecclestiastica. Trovasi ancora che in quest'anno esso papa scrisse una forte lettera[2184] a Giovanni arcivescovo di Ravenna, perchè avea consacrato per forza, cioè al dispetto dei cittadini, vescovo di Modena Gregorio, minacciandolo di gastigo se in avvenire avesse commesso di simili falli. Puossi conghietturare che in questi tempi l'Italia godesse una gran quiete, al vedere che nè di Odoacre, nè di avvenimento alcuno s'incontra memoria presso gli antichi storici. E veramente Odoacre, benchè Barbaro di nazione, pure ammaestrato in Italia, non si sa che facesse aspro o cattivo governo de' popoli; ed inoltre, quantunque ariano, niuna novità indusse in pregiudizio della Chiesa cattolica, non restando alcuna querela di questo nè dalla parte dei papi, nè da quella degli scrittori. I Latini ed i Greci chiamavano Barbaro chiunque non era della lor nazione; ma ci sono stati dei Barbari più buoni, prudenti e puliti che gli stessi Latini e Greci.
NOTE:
[2182] Marcell. Comes, in Chron.
[2183] Theoph., in Chronogr.
[2184] Tom. 4 Concilior. Labbe.
Anno di CRISTO CDLXXXIII. Indizione VI.
FELICE III papa 1. ZENONE imperadore 10. ODOACRE re 8.
Console
FAUSTO, senza collega.
Fu creato console Fausto in Occidente, ciò apparendo dalla vita di papa Simmaco presso Anastasio[2185]. Abbiamo una lettera di Alcimo Avito[2186], scritta a Fausto e Simmaco senatori di Roma. Crede il padre Sirmondo che il primo fosse il medesimo che si trova console in quest'anno. Egli è nominato Aginantus, o Aginatius Faustus nel sepolcro di Mandrosa presso il Grutero[2187] e Fabretti[2188]. Truovasi ancora all'anno 490 console un altro Fausto, appellato perciò juniore. Mancò di vita in quest'anno san Simplicio papa, e la sua morte, per quanto abbiamo da Anastasio, accadde nel dì 2 di marzo. Fu pontefice di petto e zelo indefesso per la vera fede cattolica, e non omise diligenza veruna per rimediar alle piaghe ostinate delle chiese di Oriente. Allorchè si venne a raunare il clero per eleggere il successore nel Vaticano, v'intervenne un ministro del re Odoacre, cioè sublimis et eminentissimus vir praefectus praetorio, atque patricius, agens etiam vices praecellentissimi regis Odoacris, Basilius[2189]. Si crede quel medesimo che era stato console nell'anno 480, e che da Apollinare Sidonio[2190] è sommamente commendato. Questi intimò alla sacra raunanza, che, secondo il ricordo e comandamento lasciato dal beatissimo papa nostro Simplicio, per ischivare gli scandali, non si potesse celebrare l'elezione del nuovo pontefice senza consultar prima esso prefetto. Pensa il cardinal Baronio[2191] che una tale scrittura fosse supposta a papa Simplicio, e finta dagli scismatici in occasion delle controversie che insorsero dipoi dell'elezione di Simmaco. E potrebbe essere stato così. Imperciocchè vero è bensì che i vescovi nel concilio romano all'udirne parlare, non pretesero già che fosse un'impostura; nientedimeno sostennero, e con tutta ragione, che fosse scrittura invalida, sì perchè era contra i canoni, non dovendo dipendere l'elezion de' sommi pontefici dalle persone laiche, e sì ancora perchè quella scrittura non era sottoscritta da alcun romano pontefice: il che bastò a screditarla. E certo, se papa Simplicio avesse voluto ordinare quanto fu esposto da Basilio, avrebbe saputo egli formare il decreto, nè avrebbe lasciato in balìa ad un laico di significare al clero i suoi sentimenti. Però nel suddetto concilio fu giudicata quella scrittura di niun valore, e deciso che non dovesse aver luogo fra gli statuti ecclesiastici. Successivamente adunque fu eletto papa Felice III, di patria romano, parroco del titolo di Fasciola, uomo di eminenti virtù, che non tardò a rigettare l'enotico di Zenone imperadore, e a procedere contra di Acacio vescovo di Costantinopoli e contro gli altri perturbatori della dottrina e Chiesa cattolica, come si può vedere nella storia ecclesiastica.
In quest'anno medesimo, Unnerico re dei Vandali in Africa, covando già un astio incredibile contra de' Cattolici, perchè di setta ariano, cominciò verisimilmente circa questi tempi una fiera persecuzione contra de' medesimi, e massimamente contra de' vescovi, la qual viene lagrimevolmente descritta da Vittore Vitense[2192], con proibire ai laici l'aver posto alcuno in corte, e luogo nella milizia, con occupare i lor beni e quei dei vescovi che venivano a mancar di vita. Prigioni, esilii, tormenti provò chiunque era costante nella religion cattolica, nè voleva abbracciar la setta ariana. Basterà per tutto il sapere che in varii tempi circa cinquemila tra vescovi, preti, diaconi, ed altri del clero, furono cacciati in esilio, e moltissimi relegati fra le solitudini del deserto. Ma il furore di questa persecuzione principalmente divampò nell'anno susseguente. Abbiamo da Marcellino conte[2193] che in quest'anno Zenone Augusto, sì per avere un nemico di meno, e sì per fortificare il suo Stato contra chi era dietro a turbarlo, guadagnò con regali ed onori Teoderico re, ossia duca de' Goti della stirpe Amala, re dipoi dell'Italia, creandolo generale delle sue guardie, e disegnandolo console per l'anno prossimo venturo. Gli assegnò ancora una parte della Dacia ripense e della Mesia inferiore; provincie, le quali, siccome vedremo, pare che allora fossero possedute dai Gepidi e Bulgari, acciocchè le conquistasse e servissero poi di abitazione ai suoi Goti: con che avrebbono potuto accorrere più facilmente ai bisogni d'esso imperadore. Giordano istorico aggiugne[2194] che Zenone l'adottò per figliuolo, non già per una legale adozione, portante la succession negli stati, ma per una adozion di onore; e gli fece fare una statua a cavallo, che fu alzata davanti al palazzo imperiale. Non è poi da stupire perchè Zenone venisse a tanta profusion di onori verso di Teoderico, perciocchè aveva già per isperienza provato quanto valesse l'aiuto suo, allorchè ebbe da abbattere Basilisco il tiranno e da ricuperare l'imperio. Allora, per quanto s'ha da Ennodio[2195], autore contemporaneo, e dall'Anonimo Valesiano[2196], egli chiamò in suo soccorso il medesimo Teoderico, e col suo braccio risalì sul trono. Ma non pensò mai daddovero a ricompensarlo, se non se nel presente anno; e massimamente perchè cresceva il bisogno di sì bravo capitano pel brutto temporale che nell'Oriente s'andava sempre più formando contra di lui. Siccome è detto di sopra, Illo, patrizio e prefetto dell'Oriente, malcontento di Zenone, seguitava a macchinar la di lui rovina; e però in questo anno diede principio alla ribellione. Racconta Teofane[2197] ch'egli in compagnia di Leonzio e d'altri suoi congiurati si portò al castello di Papurio nella Cappadocia, e ne estrasse Verina Augusta, vedova di Leone imperadore, che era quivi ristretta per ordine di Zenone Augusto suo genero, e la condusse alla città di Tarso nella Cilicia, con disegno che essa dichiarasse imperadore il suddetto Leonzio patrizio; il che fu eseguito nell'anno susseguente. In tal congiuntura è da credere che anche Leonzia figliuola d'essa Augusta e Marciano già suo consorte, ordinato prete, imprigionati anch'essi in quel castello, ricuperassero la lor libertà.
NOTE:
[2185] Anastas. Bibl. in Vit. Symmachi.
[2186] Avitus, epist. 31, apud Sirmondum.
[2187] Gruter., Thes. Inscript. pag. 1055, n. 3.
[2188] Fabrett., Inscr. pag. 558.
[2189] Concil. Roman. sub Symmac. Can. 12.
[2190] Sidon., lib. 1, ep. 9.
[2191] Baron., Annal. Eccl.
[2192] Victor Vitensis, lib. 1, de Persecut., lib. 2.
[2193] Marcell. Comes, in Chron.
[2194] Jordan., de Reb. Get., cap. 57.
[2195] Ennod., in Panegyr. Theoderici.
[2196] Anonymus Vales.
[2197] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO CDLXXXIV. Indiz. VII.
FELICE III papa 2. ZENONE imperadore 11. ODOACRE re 9.
Consoli
TEODERICO e VENANZIO.
Il primo de' consoli è Teoderico, da noi poco fa veduto re, ossia duca dei Goti, a cui Zenone Augusto, per maggiormente affezionarselo, conferì questa insigne dignità. L'altro, cioè Venanzio, è console creato in Occidente. Pienamente scoppiò nel presente anno la congiura d'Illo patrizio contra di Zenone imperadore d'Oriente. Abbiamo da Marcellino conte[2198] che costui, al pari dello stesso Augusto, era di nazione isauro, ed insieme con Leonzio patrizio si ribellò a Zenone. Poco dice questo scrittore. Vittor Turonense[2199] anche egli solamente scrive, che Leonzio colla fazione d'Illo patrizio occupò l'imperio nella Isauria. Non solamente in Isauria, ma in buona parte dell'Asia prese fuoco questa ribellione. Qui è da ascoltare Teofane[2200], tuttochè egli a me paia stendere in troppi anni questo avvenimento, e che sia confusa non poco la sua Cronologia. Narra egli adunque che Verina Augusta proclamò e coronò imperadore in Tarso Leonzio patrizio, e susseguentemente spedì lettere circolari agli Antiocheni e popoli della Soria, e a tutti i prefetti d'Oriente, dell'Egitto e della Libia (se non v'ha errore in questa parola, vegniamo a sapere che la Libia confinante coll'Egitto riconosceva tuttavia l'imperio romano, e non già i Vandali tiranni dell'Africa), notificando loro che veggendo essa sempre più andare di male in peggio gli affari dell'imperio a cagione de' vizii di Zenone, avea perciò coronato Leonzio imperadore, uomo piissimo ed a proposito per rimediare ai disordini e conservare la salute della repubblica. Fu da ognuno con grandi acclamazioni accettato il novello Augusto. Dice di più, che Leonzio come imperadore entrato in Antiochia nel mese di giugno, correndo l'indizione settima, e per conseguenza nel presente anno, creò Liliano prefetto del pretorio. Dopo di che passò a guereggiar contra di Calcide patria sua: il che non s'accorda con Marcellino conte, da cui Leonzio vien detto di nazione isauro. Ora Zenone, per estinguere sì gran fuoco, spedì immantinente Giovanni Scita con un grossissimo esercito per mare e per terra contra di Leonzio e d'Illo, i quali sconfitti in un grave fatto d'armi, appena si poterono salvare nel castello di Papurio. Morì circa questi tempi la suddetta Verina Augusta, vedova di Leone imperadore, forse da affanno e dolore, dopo aver avuta mano in tutte le ribellioni di Basilisco, Marciano e Leonzio. Ma non si dee tacere che in compagnia del suddetto Giovanni Scita fu de Zenone inviato ancora Teoderico, console in quest'anno, con buon corpo dei suoi Goti alla stessa impresa. Lo attesta il suddetto Teofane. Anzi sappiamo da Evagrio[2201] e da Niceforo Callisto[2202] che Eustazio storico antichissimo, il quale con istile terso scrisse la storia d'Illo, narra fra l'altre cose, qualmente Teoderico Goto con buon esercito fu spedito da Zenone contra d'esso Illo e di Leonzio, senza punto parlare di quel Giovanni Scita. Non si può poi leggere senza commozion d'animo la continuazione della crudel persecuzione che in questo anno giunse al sommo in Africa contra dei Cattolici, per la inumanità di Unnerico re de' Vandali. Più di trecento cinquanta vescovi cattolici furono inviati in esilio, parte nella Sardegna, parte ne' deserti: le chiese de' Cattolici tutte chiuse; intimate rigorose pene contra chi non abbracciasse la setta ariana, occupati i beni delle chiese e de' particolari. I tormenti e le ignominie di chi stava saldo nella vera fede erano spettacoli d'ogni giorno, e però si videro martiri e confessori di non minor coraggio e merito che quei de' primi secoli della Chiesa. Ma Iddio non tardò ad atterrar questo mostro di crudeltà. Venne a morte Unnerico nel dicembre del presente anno, e diede fine a tante iniquità, con succedere a lui nel regno Gundabondo, figliuolo di Gentone suo fratello, sotto il quale respirò alquanto chiunque era seguace della fede cattolica. Intanto Felice papa tenne in Roma un concilio, nel quale esaminate le azioni di Acacio vescovo di Costantinopoli, proferì contra di lui la sentenza di scomunica e deposizione, con riguardarlo come protettor degli eretici e reo di altre mancanze.
NOTE:
[2198] Marcell. Comes, in Chron.
[2199] Victor Turonensis, in Chron.
[2200] Theoph., in Chronogr.
[2201] Evagr., lib. 3, cap. 27.
[2202] Niceph. Callistus, lib. 16, cap. 23.
Anno di CRISTO CDLXXXV. Indiz. VIII.
FELICE III papa 3. ZENONE imperadore 12. ODOACRE re 10.
Console
QUINTO AURELIO MEMMIO SIMMACO juniore, senza collega.
L'Oriente non ebbe in quest'anno console alcuno. L'ebbe bensì l'Occidente, e fu Simmaco, celebre personaggio di que' tempi, sì per la sua nobiltà che per la sua letteratura. Egli era genero di Boezio filosofo insigne di que' tempi, e viene appellato juniore per distinguerlo dall'altro Simmaco che nell'anno 446 ottenne anch'esso la dignità consolare. Siccome eruditamente osserva il padre Pagi[2203], fu celebrato nel presente anno un altro concilio da papa Felice, in cui Pietro Fullone, occupatore della chiesa antiochena, e Pietro Mongo, usurpatore di quella di Alessandria, e di nuovo Acacio vescovo di Costantinopoli, furono scomunicati. Di questi sconcerti delle chiese orientali fu principalmente autore e fomentatore Zenone imperadore, macchiato, fra gli altri vizii, di quello ancora di un'instabile credenza. Egli in questo anno ricuperò Longino suo fratello, che era stato lungamente in prigione[2204], dove Illo patrizio dopo essersi ribellato, siccome abbiam detto, l'aveva rinchiuso. E perciocchè Zenone non aveva alcun figliuolo maschio legittimo, a cui potesse lasciare dopo di sè l'imperio, essendochè uno che egli ebbe, secondo l'attestato di Suida[2205], e che destinava di avere per successore, allevato ne' vizii, immaturamente gli fu rapito dalla morte; perciò nell'anno 490 si propose di far succedere nell'imperio questo suo fratello Longino, e di dichiararlo Cesare. Ma fra gli altri che a questa elezione si opposero con franchezza magnanima, uno fu (per attestato di Cedreno[2206]), Pelagio patrizio, personaggio di gran nobiltà e prudenza, e poeta eccellente, che avea tessuta in versi la storia da Augusto fino ai suoi dì, con rappresentargli i vizii d'esso Longino, de' quali ci ha informati il predetto Suida. Costò la vita una tal libertà di parlare a Pelagio, avendolo fatto Zenone barbaramente morire, come si ha anche da Marcellino conte.
NOTE:
[2203] Pagius, Crit. Baron.
[2204] Marcell. Comes, in Chron.
[2205] Suidas, ad vocem Zeno.
[2206] Cedren., in Histor.
Anno di CRISTO CDLXXXVI. Indizione IX.
FELICE III papa 4. ZENONE imperadore 13. ODOACRE re 11.
Consoli
DECIO e LONGINO.
Appartiene all'Occidente il primo di questi consoli Decio, e l'altro all'Oriente. Era Longino fratello di Zenone Augusto, siccome abbiam veduto disopra. Tornò ad essere console nel 490, e però da Teofane[2207] è chiamato due volte console. Delle cose d'Italia neppure in quest'anno rimane memoria alcuna: segno che se non ci era da ridere, perchè non dovea giammai piacere agl'Italiani il giogo dei Barbari, almeno si dovea goder quiete. E tali erano in vero le forze di Odoacre, che i popoli confinanti stavano in dovere, nè osavano di oltraggiar gl'Italiani, nè tentar la fortuna contra di lui. Ma in questi tempi Clodoveo re de' Franchi cominciò a dilatare il suo regno di qua dal Reno. Per quanto abbiamo da Gregorio Turonense[2208] e dall'autor della Cronica delle Gesta de' Franchi[2209], egli attaccò lite con Siagrio, figliuolo già d'Egidio, che faceva la sua residenza in Soissons. Egli è chiamato Romanorum rex da esso Turonense: il che porge indicio di aver egli governate le provincie tuttavia romane nella Gallia, con autorità e indipendenza da sovrano, senza volere riconoscere il re Odoacre. Clodoveo gli diede battaglia, e lo sconfisse; ed essendosi esso Siagrio ricoverato presso Alarico re de' Visigoti in Tolosa, Clodoveo gliel dimandò, con intimargli la guerra, se il ricusava. Avutolo in mano, privollo di vita. Così vennero in potere de' Franchi le restanti provincie romane, cioè la Belgica prima, parte della seconda con Rems, Soissons ed altre città, ed arrivò il dominio dei Franchi sino al confine del regno de' Borgognoni.
NOTE:
[2207] Theoph., in Chronogr.
[2208] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 27.
[2209] Gesta Francorum.
Anno di CRISTO CDLXXXVII. Indiz. X.
FELICE III papa 5. ZENONE imperadore 14. ODOACRE re 12.
Console
BOEZIO, senza collega.
Certo è che questo Boezio console fu creato in Occidente. Dal cardinal Baronio[2210] vien creduto il celebre filosofo Severino Boezio, che veramente fiorì in que' tempi. Ma trovandosi un Boezio console nell'anno 510, e parimente un altro Boezio console nell'anno 522, ne veggendosi appellato alcun di loro cos. II, cioè console per la seconda volta; perciò c'è motivo di crederli persone diverse. L'ultimo dell'anno 522 senza dubbio è il rinomato filosofo di questo nome, figliuolo dell'uno dei due precedenti. Sotto questo consolato scrive Cassiodoro[2211] che il re Odoacre diede una sconfitta a Fava re dei Rugi, e il fece prigione. Questo medesimo fatto parimente vien accennato dal Cronologo del Cuspiniano[2212] colle poche seguenti da me italianizzate parole: Seguì una battaglia tra il re Odoacre e Febano re dei Rugi, e toccò la vittoria ad Odoacre, il quale condusse prigione il re Febano sotto il dì 15 di novembre. Il motivo di questa guerra con tutte l'altre particolarità non è passato a nostra notizia, perchè o l'Italia non ebbe allora storici, o, se gli ebbe, si sono perdute le loro fatiche. Tuttavia dirò che per quanto si ricava da Eugippio nella vita di san Severino[2213], scritta nell'anno di Cristo 511, i Rugi abitavano di là dal Danubio in faccia al Norico e a quelle contrade che oggidì sono l'Austria e parte dell'Ungheria. Contuttociò aveano molte castella e popolazioni tributarie nel Norico istesso, e fors'anche si stendevano verso l'Illirico, confinando perciò coi paesi sottoposti all'imperio romano. E perciocchè i Rugi faceano spesse scorrerie nel territorio romano, e gli davano il guasto, Odoacre si mosse in punto per gastigar la loro insolenza. Scrive Paolo diacono[2214] che si era accesa una grande nimicizia tra Odoacre re d'Italia e Feleteo, appellato anche Fava, re dei Rugi, il quale in que' giorni abitava nella ripa ulterior del Danubio, dividendo esso fiume la signoria dei Rugi dal Norico. Pertanto avendo Odoacre raunate le genti sottoposte al suo dominio, cioè Turcilingi, Eruli e una parte di Rugi, che da gran tempo gli ubbidiva, siccome ancora i popoli dell'Italia, passò nel paese dei Rugi, e diede loro una spaventosa rotta coll'esterminio di quella nazione, e con uccidere (dopo averlo menato suo prigioniero) il re loro Feleteo. Devastato poi tutto il lor paese, se ne tornò in Italia, conducendo seco una gran qualità di prigioni. Quindi avvenne che i Longobardi sentendo spopolato il paese dei Rugi, vennero da lì a poco a farsene padroni, e a stabilirvi la loro abitazione. A noi nondimeno parrà poco probabile che Odoacre passasse il Danubio ed entrasse nel Rugiland. Più facile è che seguisse di qua dal Danubio nel Norico la sconfitta totale di quella barbarica nazione, parte nondimeno della quale troveremo fra poco tuttavia in Italia. Nella suddetta vita di san Severino[2215] si legge l'esortazione fatta da quel santo vecchio prima di morire al suddetto re dei Rugi, Fava e a Gisa moglie sua crudelissima, minacciando loro delle disgrazie, se non mutavano vita. Aggiugne Eugippio che Federigo, fratello d'esso re Fava ossia Fabano, dopo la morte di quel gran servo di Dio, spogliò il di lui monistero, e restò poi ucciso da Federigo figliuolo di Fava. Ed essendo stata in appresso mossa guerra da Otacharo (lo stesso è che Odoacre), i Rugi restarono sconfitti, messo in fuga Federigo, Fava preso con Gisa sua moglie, ed amendue condotti prigionieri in Italia. Seguita a dire Eugippio che il suddetto Federigo figliuolo del re de' Rugi da lì a qualche tempo se ne ritornò al suo paese; e perchè probabilmente diede sospetto d'altre novità, Odoacre spedì incontanente colà Onulfo suo fratello con un potente esercito d'armati; il che fu cagione che di nuovo Federigo prendesse la fuga. Ma non volendo Odoacre impegnarsi a tener le sue forze in quelle parti, con lasciare allo scoperto l'Italia, ordinò al fratello di ritornarsene, e di condur seco tutti i Romani che abitavano in quelle contrade, acciocchè non restassero esposti alle vendette dei Barbari. Convenne perciò a quella gente di abbandonar le loro case e chiese, e tutto il paese; e in tal congiuntura fu anche trasportato in Italia il corpo di san Severino, che finalmente fu collocato nel castello Lucullano tra Napoli e Pozzuolo, cioè in quel medesimo, dove Odoacre avea relegato Augustolo già imperadore. Per conto poi del soprannominato Federigo, egli ricorse a Teoderico Amalo re dei Goti, che allora dimorava in Città Nuova nella provincia della Mesia. Così Eugippio; e questa particolarità è ben da notare, stante che di qui Teoderico prese motivo e pretesto di muover guerra ad Odoacre, siccome andremo vedendo fra poco. Ennodio[2216] apertamente scrive, essere di qui nata la discordia fra Odoacre e Teoderico, perchè i re dei Rugi sì maltrattati dal primo erano parenti dell'altro. In questo mentre, secondochè ci fa sapere Marcellino conte[2217], Teoderico non mai sazio dei benefizii ed onori a lui compartiti da Zenone Augusto, con una gran masnada de' suoi fece una scorreria fin presso a Costantinopoli, e da nimico arrivò alla terra di Melenziada; e dopo di aver attaccato il fuoco ad assaissimi luoghi, se ne tornò a Città Nuova della Mesia, onde era venuto. Questa novità ed insolenza, Marcellino, come ho detto, l'attribuisce all'incontentabile ambizione di Teoderico; e può essere ch'egli colpisse nel segno. Tuttavia merita riflessione ciò che lasciò Eustazio Epifaniense, storico greco di questi tempi, citato da Evagrio[2218] e da Niceforo Callisto[2219]: cioè che Teoderico, dopo aver ben servito a Zenone nella guerra contro ad Illo e Leonzio, accennata disopra, scoprì che l'imperadore per ricompensa tramava insidie contra la di lui vita, e però si ritirò da lui. Di simili guiderdoni solea far Zenone a chi l'avea meglio servito nelle sue occorrenze. Qual sia la verità, niuno il può sapere in tanta lontananza di tempo. Ognun facilmente parla degli affari dei principi, ma facilmente ancora s'inganna in voler colla sua testa scoprire i segreti dei lor gabinetti.
NOTE:
[2210] Baron., Annal. Eccl.
[2211] Cassiodor., in Chron.
[2212] Chronol. Cuspiniani.
[2213] Acta Sanctorum Bollandi, ad diem 8 januar.
[2214] Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 1, cap. 19.
[2215] Eugipp., in Vita S. Severini, cap. 11 et 12.
[2216] Ennod., in Panegyr. Theoderici.
[2217] Marcellin. Comes, in Chron.
[2218] Evagr., lib. 3, cap. 27.
[2219] Niceph. Callistus, lib. 16.
Anno di CRISTO CDLXXXVIII. Indiz. XI.
FELICE III papa 6. ZENONE imperadore 15. ODOACRE re 13.
Consoli
DINAMIO e SIFIDIO.
Amendue questi consoli son creduti dal Panvinio[2220] creati in Occidente; ma senza addurne pruova alcuna. Finì di vivere in quest'anno, secondo il parere del padre Pagi[2221], Pietro Fullone eretico ed usurpatore della chiesa antiochena, ma senza alcun frutto pel cattolicismo, perchè ebbe per successore Palladio infetto della medesima peste. Fino a questi giorni, per attestato di Marcellino conte[2222], Illo patrizio e Leonzio, che aveva preso il titolo d'imperadore, s'erano mantenuti nel forte castello di Papurio in Isauria, dappoichè furono sconfitti dall'armi di Zenone Augusto. Quivi stettero per tanto tempo bloccati dalle soldatesche imperiali. Finalmente dovettero arrendersi per mancanza di viveri, nè si tardò molto a mozzar loro il capo, che sulle picche fu trionfalmente portato a Costantinopoli. Nè mancò chi tacciò d'ingratitudine Zenone, per non aver usato punto di clemenza verso chi avea rimesso lui sul trono. In quest'anno seguì di nuovo pace e concordia tra esso Augusto e Teoderico Amalo, figliuolo naturale di Teodemiro re dei Goti. Il chiamo io così, sulla fede di Giordano storico[2223], che ricavò la storia da quella di Cassiodoro. E certamente Cassiodoro, per essere stato segretario delle lettere del medesimo Teoderico, dappoichè fu divenuto re d'Italia, potè ben sapere chi era stato il padre di lui. Contuttociò reca motivo di qualche stupore il vedere che Teofane[2224] chiaramente il chiama figliuolo di Valamere, il quale, secondo Giordano, fu solamente suo zio paterno. Malco Bizantino[2225], che condusse la sua storia fin dopo questi tempi, ne' quali verisimilmente visse, anch'egli lo appella figliuolo di Belamero. Nè diverso nome gli dà l'Anonimo Valesiano[2226]. Onde sia proceduta questa diversità di pareri, altra cagione io non saprei indovinare, se non che Teoderico, allorchè seguì la pace fra Leone Augusto e i Goti[2227], fu inviato per ostaggio da Valamere suo zio allora regnante a Costantinopoli; laonde allora dovettero cominciare a chiamarlo Teoderico di Valamere, per distinguerlo da Teoderico figliuolo di Triario che diè molto da fare in quegli stessi tempi ai Greci. Theodericus cognomento Valamer egli è appellato da Marcellino conte[2228], e non già filius. Walamer, secondo il Grozio, vuol dire principe.
Ora Teoderico, chiamato da altri Teodorico, il quale probabilmente mirava con occhio invidioso la conquista sì felicemente fatta da Odoacre del regno d'Italia, si sentì nascere in cuore il desiderio d'acquistar egli per sè una sì riguardevole signoria: e maggiormente si accese questa sua voglia, da che Federigo re dei Rugi era ricorso a lui, per esser sostenuto contro d'Odoacre, e vedeva i suoi Goti malcontenti dell'ozio, in cui si trovavano, e della lor residenza nella Mesia e nell'Illirico. L'autore della Miscella[2229] aggiugne che gli stessi Goti importunavano Teoderico, perchè loro procacciasse un miglior paese da abitarvi. Pertanto, se prestiam fede a Giordano, Teoderico in persona, o almeno per via di lettere o di messi, parlò a Zenone Augusto, con pregarlo di permettergli di passare con tutte le sue forze in Italia, per liberarla dal re de' Turcilingi e dei Rugi, tiranno d'Italia. Imperocchè, diceva egli, se vincerò, sarà con gloria di vostra maestà, perchè l'acquisto si dovrà alla vostra munificenza, e possederò quello stato per vostra concessione. All'incontro, se sarò vinto, nulla ci perderete voi, anzi ve ne verrà del profitto, perchè risparmierete le pensioni che ci pagate, e rimarrete libero dal peso della mia gente. Zenone acconsentì; e fatti molti doni a Teoderico, il lasciò ire in pace. Ma se ascoltiamo Procopio[2230], Evagrio[2231] e Teofane[2232], lo stesso Zenone Augusto fu quegli che bramando di levarsi d'addosso que' Barbari inquieti, dai quali era sì sovente molestato, persuase a Teoderico di portarsi all'impresa d'Italia: proposizione che fu ben volentieri accolta da lui. In somma egli tornato ai suoi, e trovatili tutti disposti a sagrificare le lor vite per la conquista di sì bel paese, attese a prepararsi; e, secondochè abbiamo da Marcellino conte, tutta la nazione gotica, a lui soggetta, si mosse nell'autunno di quest'anno da non so qual suo paese. Seco era sua madre ed una sorella. Posero i Goti sopra le carra i fanciulli, le donne, i vecchi e quanti mobili poterono portar seco; ed inoltre il grano, ed insino i mulini a mano per macinarlo. Era sul fine dell'anno, eppure il verno, le nevi e il ghiaccio non poterono trattenere il viaggio di costoro: tanto era la lor voglia di giungere in Italia; ma non dovettero già fare gran viaggio, per quello che si dirà all'anno seguente. Ennodio[2233] scrive: Innumeros diffusa per populos gens una contrahitur, migrante tecum ad Ausoniam mundo. Sarà un'iperbole permessa ai panegiristi che Teoderico seco conducesse un mondo di persone; contuttociò si può credere che un gran nuvolo di gente fosse quella nazione, dianzi dominante o sparsa nella Pannonia, Mesia, Illirico ed altre contrade. Dice il medesimo oratore più sotto che il popolo condotto in Italia da Teoderico si poteva paragonare alla rena e alle stelle. Come avvenimento ancor degno di memoria notò il Cronologo del Cuspiniano[2234], che nel giorno di Pasqua del presente anno, 17 di aprile, bruciò il ponte di Apollinare, cioè in Ravenna, come lasciò scritto anche Agnello[2235] nella vita di san Giovanni arcivescovo di Ravenna. Dovea essere un ponte fabbricato di legno, ma con singolar maestria; e però degno di memoria fu la di lui rovina.
NOTE:
[2220] Panvin., in Fast. Consul.
[2221] Pagius, Crit. Baron.
[2222] Marcell. Comes, in Chron.
[2223] Jordan., de Reb. Get., cap. 55 et seq.
[2224] Theoph., in Chronogr.
[2225] Malch., tom. 1 Hist. Byzant.
[2226] Anonymus Valesianus.
[2227] Jordan., de Reb. Getic. cap. 50.
[2228] Marcell. Comes, in Chron.
[2229] Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.
[2230] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 1.
[2231] Evagr., lib. 3, cap. 27.
[2232] Theoph., in Chronogr.
[2233] Ennod., Paneygr. Theoderici.
[2234] Chronologus Cuspin.
[2235] Agnell. part. 1, tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO CDLXXXIX. Indizione XII.
FELICE III papa 7. ZENONE imperadore 16. ODOACRE re 14.
Consoli
PROBINO ed EUSEBIO.
In Occidente fu eletto console Probino, creduto della casa Anicia. Eusebio fu console dell'imperio orientale. Diede fine ai suoi giorni in quest'anno Acacio vescovo di Costantinopoli[2236], già scomunicato da papa Felice, ed ebbe per successore Flaviano, appellato Flavita, o Fravita da altri, che solamente campò tre mesi, e dopo di lui fu eletto Eufemio, il quale si mostrò di sentimenti cattolici e difensore del concilio calcedonese, con aver fatto immediatamente cancellare dai sacri Dittici il nome di Pietro Mongo eretico ed usurpatore della sedia patriarcale d'Alessandria. Nella primavera, o piuttosto nel febbraio di quest'anno, giunse l'immenso esercito di Teoderico re dei Goti, ch'era in moto per venire in Italia, al fiume Ulca. Quivi trovò la nazione dei Gepidi tutta in armi per contrastargli il passo, o perchè temesse di lasciar passare per quel terreno chi, qualora gliene fosse venuta voglia, vi si avrebbe potuto fermare, oppure perchè erano stati guadagnati que' popoli da Odoacre, già ben informato dei disegni di Teoderico. Pare che i Gepidi possedessero o tutta o parte della Dacia ripense di qua dal Danubio, che Zenone dicemmo aver conceduta a Teoderico, se pure non accorsero da altro paese. Certo è che l'opposizione fu fatta. Ora trovandosi l'armata gotica affamata dall'una parte, perchè era venuta meno la vettovaglia, e dall'altra chiuso il passo; la necessità la constrinse a combattere, benchè con troppo svantaggio. Passarono dunque il fiume, posero in rotta i Gepidi, e ne fecero grande strage. Il padre Sirmondo chiama il re de' Gepidi di allora Gundarito. Ma l'autore della Miscella[2237] gli dà il nome di Triostila, e dice che costui rimase morto in quella battaglia. Di più aggiugne esso autore che Teoderico poco appresso Bubam Vulganorum regem magna simul cum suis agminibus caede prostravit. Ma si ha da scrivere Vulgarorum, cioè Bulgarorum: il che ci fa intendere che fin da allora i Bulgari aveano messo piede nella Mesia inferiore. Ed in fatti quell'autore poco più di sotto aggiugne che i Bulgari fecero una lagrimevole scorreria nella Tracia, e la devastarono tutta. Ennodio[2238] sembra dire che i Sarmati si opposero anch'essi ai Goti, ma furono dissipati ben tosto. Seguitando ora l'autore della Miscella, secondo la mia edizione, e gli anonimi Valesiano e Cuspiniano, che sono i più esatti storici di questi avvenimenti, è da sapere che Odoacre, conoscendo qual fiero temporale si fosse mosso all'Oriente contra di lui, ammassò quanta gente potè opporvisi. Se vogliam credere al suddetto Ennodio, cioè ad un panegirista oratore, che accresce o sminuisce tutto, per esaltar sempre il suo eroe Teoderico, avea Odoacre eccitate contra di quello tutte le nazioni, e molti re erano accorsi in aiuto di esso Odoacre. Nel primo dì di aprile creò generale dell'armi sue Tufa; e poscia egli stesso, quando sentì avvicinarsi il nemico, si portò colla sua potentissima armata al fiume Lisonzo di là da Aquileia nel Friuli, e quivi si trincerò.
Arrivato dall'altra parte Teoderico, spese alcuni giorni per ristorare in quell'ubertoso paese la sua gente e i cavalli affaticati per sì lungo viaggio. Poscia scelto il dì della battaglia, e messe in armi tutte le squadre de' suoi combattenti, valicò il fiume, ed assalì l'opposto esercito di Odoacre. Fu sanguinoso e terribile il conflitto, ma in fine toccò ad Odoacre il prendere colla peggio delle sue genti la fuga. In qual giorno seguisse questa giornata campale, non si può raccogliere dal Cronologo del Cuspiniano, perchè egli confonde le azioni e i tempi. A noi basterà di sapere che Odoacre si ritirò a Verona, sperando che quella forte città e l'Adige gli dovessero servir d'argine. Ma colà sopraggiunto anche Teoderico, si venne ad una seconda battaglia poco lungi dalla stessa città. Fu non minore la strage di questo che del precedente conflitto, ma ancor qui sopraffatto Odoacre dalle forze nimiche, rimase sconfitto e di nuovo prese la fuga[2239]. Molti furono che in fuggendo si precipitarono nell'Adige, e quivi trasportati dalla rapidità delle acque, finirono di vivere. Seppe ben profittare Teoderico della vittoria, perciocchè nel caldo di essa seguitando i fuggitivi, ebbe la fortuna d'entrare in Verona, i cui cittadini per la costernazione non osarono di far testa. Dopo queste sconfitte, Odoacre con quelle truppe che gli erano restate, prese il cammino alla volta di Roma, con pensiero di quivi fortificarsi, per quanto s'ha dalla storia Miscella. Ma giunto colà vi trovò le porte serrate, nè potendo in altra maniera sfogar la sua rabbia per un tal rifiuto contro i cittadini, mise a ferro e fuoco tutti i contorni. Poscia di là se ne tornò a Ravenna, dove si diede a far quante fortificazioni mai potè per sua difesa. Il Cronologo del Cuspiniano imbroglia qui le cose, narrando in un fiato che Odoacre entrò ne' trincieramenti (di Ravenna), con aggiugnere che i suoi soldati Eruli si misero nella Pigneta, e che si venne ad un combattimento, in cui restò ucciso Libella generale della milizia, e tagliati a pezzi assaissimi dall'una e dall'altra parte: dopo di che Odoacre si chiuse in Ravenna a dì 9 di luglio. Agli anni seguenti appartengono questi fatti. Ora il vittorioso Teoderico indirizzò i suoi passi alla volta di Milano, dov'era il miglior nerbo delle forze di Odoacre, e gli riuscì di guadagnare e tirar nel suo partito buona parte di quelle soldatesche, che se gli arrenderono insieme con Tufa generale dell'armata di esso Odoacre. E stando in Milano, non pochi concorsero colà a riconoscerlo per signore, fra' quali si contarono i Pavesi, alla testa de' quali andò sant'Epifanio loro vescovo. Lasciatosi poi adescare dalle belle parole di Tufa, uomo furbissimo, che gli promettea mari e monti, l'inviò con parte dell'esercito contra di Odoacre. Giunto costui a Faenza, intraprese l'assedio non so se di quella città, oppur di Ravenna. Ben so per relazion dell'Anonimo Valesiano[2240] e dell'autor della Miscella[2241], che uscito Odoacre di Ravenna, e venuto a Faenza, allora Tufa si cavò la maschera, e tornato co' suoi al servigio di lui, gli diede anche in mano i primari uffiziali ed assaissimi soldati di Teoderico, che già erano seco venuti, ed appresso furono condotti ne' ferri a Ravenna: avvenimento, onde restò sì fattamente sorpreso Teoderico, che giudicò bene di ritirarsi coll'esercito in Pavia, dove attese a premunirsi con tutte le possibili fortificazioni. Ennodio[2242] anch'egli racconta che in tal congiuntura un'immensa moltitudine di Goti si rifugiò in quella città. Con sì strepitose avventure terminò il presente anno.
NOTE:
[2236] Victor Turonensis, in Chron. Theoph., in Chronogr.
[2237] Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.
[2238] Ennod., in Panegyric. Teoderici.
[2239] Histor. Miscell., tom. 1 Rer. Ital.
[2240] Anonymus Vales.
[2241] Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.
[2242] Ennod., in Vit. S. Epiph. Ticin. Episc.
Anno di CRISTO CDXC. Indizione XIII.
FELICE III papa 8. ZENONE imperadore 17. ODOACRE re 15.
Consoli
FLAVIO FAUSTO juniore e LONGINO per la seconda volta.
Longino console per la seconda volta appartiene all'Oriente, ed è il fratello di Zenone Augusto, cioè quel medesimo che ora stato console nell'anno 486. Fausto juniore fu console in Occidente; e pare ben da stupirsi come Odoacre in tante turbolenze, e massimamente se è vero che Roma si fosse levata dall'ubbidienza di lui, creasse questo console, il quale sembra anche accettato in Oriente. A distinzione dell'altro Fausto, ch'era stato console nell'anno 483, vien questo chiamato juniore. Osservò il padre Sirmondo[2243] che suo padre era stato Gennadio Avieno console nell'anno 450. Credo ben io che s'inganni l'Ameloven[2244] allorchè a questo console attribuisce i nomi di Anicio Acilio Aginanzio Fausto. Questi appartengono al precedente Fausto console. Pretende ancora il padre Pagi[2245] che nella lettera di Ennodio[2246] indirizzata a Fausto console nel presente anno, esso Fausto sia chiamato Avieno. Ennodio scrive a Fausto con rallegrarsi del consolato conferito ad Avieno di lui figliuolo, nè già scrive che anch'egli portasse il nome, ossia cognome di Avieno. Morì nell'anno presente Pietro Mongo eretico, che circa sei anni occupò la chiesa patriarcale d'Alessandria, con avere per successore Atanasio II, anch'esso attaccato ai medesimi errori: con che restò tuttavia in gravi divisioni e turbolenze la chiesa alessandrina. Ciò che riguarda san Cesario vescovo di Arles, il quale scrisse in questi tempi contra di Fausto vescovo di Ries; e i concilii tenuti in Francia contro le novità dei predestinaziani: ed altre notizie spettanti a Gennadio prete di Marsilia, che continuò il trattato di san Girolamo degli scrittori ecclesiastici; siccome ancora a Salviano prete medesimamente, non già vescovo della stessa città: potrà il lettore raccoglierle dagli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio, del Fleury e del padre Pagi. In questo anno, per quanto abbiamo dallo Anonimo Valesiano[2247], Odoacre da Ravenna portossi a Cremona, che dovea tuttavia ubbidire ai di lui comandamenti, e poscia passò a Milano con quante forze potè, con disegno di assalire Teoderico. Ma neppur questi si stava colle mani alla cintola. Aveva egli scritto ai Visigoti della Gallia, con pregarli d'inviargli un buon rinforzo delle loro milizie; e il re Alarico, che regnava allora fra essi, trattandosi d'aiutare chi era della stessa loro nazione, e come fratello, ben volentieri gli spedì a Pavia alquante schiere dei suoi più bravi combattenti. Allora Teoderico, lasciata in Pavia la madre colle sorelle, e col volgo imbelle della sua nazione, fidandosi dell'onoratezza di sant'Epifanio vescovo di quella città, uscì in campagna col suo bellicoso esercito; ed ito in traccia dell'avversario Odoacre, il raggiunse presso al fiume Adda (al fiume Duca si legge presso Cassiodoro[2248]; ma questo fiume è incognito agl'Italiani), dove gli presentò la battaglia nel dì 13 d'agosto. Menarono le mani con gran coraggio amendue le armate, e seguì un sanguinoso macello sì dall'una come dall'altra parte, con restare fra gli altri estinto sul campo Pierio conte de' domestici, cioè capitano delle guardie di Odoacre. Ma in fine ancor questo conflitto andò a terminare come gli altri due precedenti, colla rotta di Odoacre, il quale a forza di sproni si salvò a Ravenna colle reliquie dello sconfitto esercito suo. Nè fu lento ad inseguirlo Teoderico colle vittoriose sue genti, e a mettere l'assedio a quella città. Stabilì egli il suo alloggiamento nella Pigneta, tre miglia lungi dalla stessa città, dove fece dei forti trincieramenti. Mentre questa gran lite si agitava colle spade fra i due competitori, abbiamo dalla stessa storia Miscella[2249], che una grande armata di Borgognoni, i quali colla lor signoria abbracciavano allora anche la Savoja, calò in Italia col re Gundebaldo, chiamata non so se da Teoderico o da Odoacre; ma pretendendosi burlata con un'apparenza di lega, nè trovando nella Liguria persona che loro si opponesse, diede il sacco dappertutto, e condusse nella Gallia una immensa quantità di prigioni. O nel presente o nel susseguente anno accadde la barbarica azion di costoro. Abbiamo eziandio da Ennodio[2250] che circa questi tempi la città di Milano patì di grandi calamità, e ne toccò la sua parte a Lorenzo arcivescovo d'essa, mentre nell'irruzion de' nemici i Cristiani a guisa di pecore erano condotti in ischiavitù. Dai suddetti Borgognoni venne questo flagello.
NOTE:
[2243] Sirmondus, in Notis ad lib. 1, ep. S. Ennodii.
[2244] Ameloven, Fast. Consul.
[2245] Pagius, Crit. Baron.
[2246] Ennod. lib. 1, ep. 5.
[2247] Anonymus Vales.
[2248] Cassiodor., in Chron.
[2249] Histor. Miscell., tom. 1 Rer. Italicar.
[2250] Ennod. in Natal. Laurentii. Mediolanens.
Anno di CRISTO CDXCI. Indizione XIV.
FELICE III papa 9. ANASTASIO imperadore 1. ODOACRE re 16.
Console
OLIBRIO juniore, senza collega.
Nell'Occidente niun console fu creato, perchè tuttavia si disputava del regno tra Odoacre e Teoderico. Sicchè il solo Oriente diede per console Olibrio appellato juniore a distinzione dell'altro, che era stato console nell'anno 464, ed era poi divenuto imperador d'Occidente. Era egli figliuolo d'Ariobindo generale d'armi, ed insigne personaggio nella corte imperiale de' Greci, e di Giuliana figliuola del predetto imperadore Olibrio. La genealogia di questa Giuliana ci fu data dal chiarissimo padre de Montfaucon[2251] benedettino di san Mauro. In quest'anno Zenone imperador di Oriente finì di vivere e di regnare nel dì 9 d'aprile. Chi desidera delle favole, legga ciò che lasciarono scritto Zonara, Cedreno e Niceforo Callisto, intorno alla maniera della sua morte, essendosi sparsa voce che trovandosi egli un dì stranamente ubbriaco (il che non di rado succedeva) Arianna sua moglie, anch'essa disgustata di lui, il facesse seppellir come morto e ben chiudere l'avello, e che digerito il vino e tornato egli in sè stesso, con inutili grida ed urli fosse costretto a morir ivi daddovero. Certo è che questo imperadore lasciò dopo di sè una memoria funesta, per cagione dei molti suoi vizii, e per aver fomentati gli eretici e le eresie di que' tempi. Ma non lasciò già figliuoli maschi; e però Longino suo fratello, stato già console due volte, ed allora principe del senato, ma uomo superiore di gran lunga al fratello nei vizii, fidandosi specialmente nell'appoggio delle soldatesche isaure, tentò e sperò di succedere nell'imperio. Ma l'imperadrice Arianna seppe adoperarsi con tal destrezza, che, guadagnati i voti del senato e dell'esercito, fece proclamar imperadore Anastasio, allora silenziario del palazzo (bassa dignità) e non per anche giunto al grado di senatore. Era egli nato in Durazzo. Scrive Teofane[2252] che Eufemio patriarca di Costantinopoli, tenendolo per indegno dell'imperio, abborriva di consentire alla elezione di lui; ma avendo Anastasio sottoscritta una promessa di seguitare il concilio calcedonese, come regola di fede, Eufemio s'indusse a coronarlo. Salito egli poi sul trono, racconta Evagrio[2253], che mostrandosi amator della pace, non volle far novità alcuna nelle cose della religione e della Chiesa, lasciando che chi voleva sostenere il concilio suddetto, lo sostenesse; e chi aveva abbracciato l'Enotico di Zenone, seguitasse a tenerlo: per la qual mondana politica maggiormente si confermarono e crebbero le discordie nelle chiese di Oriente con grave pregiudizio del cattolicismo. Seguitava intanto l'assedio di Ravenna, entro alla quale era chiuso il re Odoacre. Abbiamo dall'Anonimo Valesiano[2254] ch'esso Odoacre, siccome uomo valoroso, uscito una notte dalla città con tutto lo sforzo de' suoi Eruli, andò ad assalire l'armata del re Teoderico che stava ben trincierata nella Pigneta. All'inaspettata visita non pochi de' Goti rimasero trucidati; ma prese l'armi da tutto il campo, dopo un'ostinata difesa e offesa, e che costò la vita a gran copia di quei Barbari, furono rovesciati gli Eruli con loro gran perdita, ed obbligato il restante alla fuga. Il generale dell'armi di Odoacre, chiamato Levila o Levilla (presso il Cronologo del Cuspiniano ha il nome Libella) rimase morto, in fuggendo, nel fiume Vejente, che Bidens da altri è chiamato, e oggidì Bedese o Ronco. Odoacre ebbe la fortuna di arrivar salvo in Ravenna, dove si rinserrò. L'autore della Miscella[2255] fa menzione anch'egli di questo fatto, con dire che Odoacre, sovente uscendo co' suoi dalla città, inquietava l'esercito di Teoderico; e che ultimamente, fatta una sortita di notte addosso agli assedianti, ne fece gran macello; ma in fine superato dai Goti, che fecero una gagliarda resistenza, se ne scappò entro la città. La stessa azione sotto questo medesimo anno è narrata da Cassiodoro[2256], con dire che uscito di notte Odoacre al ponte Candidio, fu con una memorabil zuffa vinto dal re Teoderico. In vece di Candidio si dee scrivere Candiano, luogo celebre presso Ravenna. E lo attesta anche Agnello scrittore del secolo nono nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna[2257], dal quale parimente impariamo che Teoderico si era postato non lungi da Ravenna nel campo che si chiama di Candiano; e che Odoacre due volte battuto, tornò col suo esercito al predetto campo, e restò sconfitto la terza volta: dopo di che si rinchiuse nella città. Aggiugne poscia esso Agnello che Teoderico (per quanto io vo credendo, essendo confuse le sue parole) andò a Rimini, e di là coi dromoni, cioè con barche da trasportar gente e viveri, arrivò al porto di Lione, per impedire i soccorsi dalla parte del mare all'assediata città, con far dipoi fabbricare un palazzotto nell'isola, dove a' tempi del medesimo Agnello era il monistero di santa Maria, sei miglia lungi da Ravenna; la qual casa il medesimo Agnello fece demolire per valersi di quel materiale. Aggiugne Cassiodoro che in quest'anno i Vandali supplicarono per aver la pace, senza dire, se dall'imperadore d'Oriente, oppure dal re Teoderico, e da lì innanzi cessarono di fare incursioni nella Sicilia. Marcellino conte[2258] accenna anch'egli che seguì in Costantinopoli una guerra fra la plebe, e che una parte della città e del circo rimase disfatta da un grave incendio.
NOTE:
[2251] Montfaucon Palaeograph. Graec., pag. 207.
[2252] Theoph., in Chronogr.
[2253] Evagr., lib. 3, cap. 30.
[2254] Anonymus Vales.
[2255] Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.
[2256] Cassiod., in Chron.
[2257] Agnell. Vit. Archiepisc. Ravenn. Part. 6, tom. 2 Rer. Italic.
[2258] Marcellin. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO CDXCII. Indizione XV.
GELASIO papa 1. ANASTASIO imperadore 2. ODOACRE re 17.
Consoli
FLAVIO ANASTASIO AUGUSTO e RUFO.
Secondo il costume degli altri imperadori, Anastasio in Oriente nel primo gennaio del suo imperio prese il consolato. Rufo suo collega viene appellato conte dal Cronologo del Cuspiniano[2259], e il Panvinio[2260] pretende ch'egli fosse console creato in Occidente, ma senza recarne pruova alcuna; apparendo nulladimeno che gl'imperadori d'Oriente talvolta in questi tempi crearono anche il console occidentale. Passò nel presente anno a dì 24 di febbraio a miglior vita Felice papa, terzo di questo nome, che san Gregorio Magno chiama suo Atavo, pontefice, la cui memoria è gloriosa nei Fasti ecclesiastici. Nel dì primo del susseguente marzo gli fu dato per successore Gelasio di nazione africano, uno dei più riguardevoli pastori che abbiano riempiuta la sedia di san Pietro. Diede egli principio al suo pontificato con procacciare rimedii al miserabile stato delle chiese d'Oriente, giacchè l'eresia, in vece di cessare, andava crescendo a cagion della connivenza di Anastasio imperadore, il quale mostrava bensì dall'un canto d'esser cattolico, ma dall'altro fomentava non poco le turbolenze degli eretici, in guisa che veniva riputato anch'egli eretico o macchiato dell'eresia degli indifferenti: peste, che anche oggidì ha luogo fra certi popoli, che pure esteriormente professano la legge santissima di Cristo. Per quello nondimeno che riguarda il politico, si acquistò sulle prime esso Anastasio un buon nome; anzi sel confermò, giacchè scrive Cedreno[2261] che ne' giuochi circensi essendo egli assiso, tutto il popolo ad una voce gridò: Come siete vivuto finora, signoreggiate ancor da qui innanzi, o signore. Confessano in fatti gli scrittori che Anastasio nella vita privata era solito a mezzanotte d'andar alla chiesa, con far ivi le sue preghiere, e spesso digiunava e dispensava di grandi limosine. Divenuto poi imperadore, cacciò via da Costantinopoli le spie, ed abolì il tributo chiamato crisargiro, cioè oroargento, che fruttava all'erario cesareo un'incredibil somma di danaro, ma con aggravio intollerabile de' sudditi. Imperocchè qualsivoglia mendico, meretrice, ripudiata, servo e liberto era aggravato dal tributo ogni anno. E, secondochè abbiamo da Zonara[2262], ogni persona, maschio o femmina, pagava una moneta d'argento, altrettanto poi per ogni cavallo, mulo e bue; e sei folli (specie di moneta) per ciascun asino e cane. Fece Anastasio pubblicamente bruciar i libri di questo tributo, con suo gran plauso ed immensa consolazione del popolo. Volle eziandio, per attestato di Teodoro lettore[2263], che le cariche per l'addietro venali si dispensassero gratis in avvenire. Ma a così bei principii non corrispose il proseguimento della sua vita e del suo comando. È nondimeno da avvertire che Teofane[2264] riferisce abolito il suddetto tributo alquanti anni dipoi, e non già nei primi di questo imperadore, con aggiugnere ch'egli proibì ancora i combattimenti colle fiere nell'anfiteatro, che costavano la vita a molte persone. Appartiene bensì al presente anno, giusta la testimonianza del suddetto Teofane e di Marcellino conte[2265], il principio della guerra isaurica. Longino fratello del già defunto imperadore Zenone, perchè non avea potuto ottener di salire sul trono dopo di lui, inquietava forte la città di Costantinopoli. Se ne sbrigò Anastasio con farlo prendere ed inviare ad Alessandria d'Egitto, dove il costrinse a farsi prete, e dove da lì a sette anni pacificamente diede fine al suo vivere. Tolse ancora la carica di generale delle armate ad un altro Longino. Ma costui per la rabbia di vedersi degradato, unitosi con gl'Isauri, che erano della nazione sua stessa e del predefunto Zenone, ed usavano fiere prepotenze in addietro, si diede a fare alla peggio, commettendo mille disordini in Costantinopoli. Perciò Anastasio il cacciò via dalla città con tutta l'insolente e numerosa brigata degli Isauri. Se n'andò costui infuriato nell'Isauria, ed impadronitosi de' tesori che Zenone per sua cautela avea mandati in quel suo paese, fece sollevar que' popoli, con formare un'armata di essi, di Barbari e d'altri masnadieri, fin quasi a cento cinquantamila persone. Ninilingi governator dell'Isauria, creatura di Zenone Augusto, si mise alla testa di costoro. Ma spedito contra di loro da Anastasio Giovanni Scita con un poderoso esercito, e data una battaglia, Ninilingi restò morto sul campo con una buona parte degli Isauri tagliata a pezzi, e il resto prese la fuga. Se i vittoriosi Romani, o vogliam dire i Greci, non si perdevano dietro alle spoglie, forse in quel dì avea fine questa ribellione. Ma gl'Isauri si rimisero in forze e in arnese, e continuarono dipoi la guerra per qualche anno. Noi non sappiamo che succedesse in questi giorni in Italia azione alcuna degna di memoria, se non che Teoderico ostinatamente continuò ad assediare Ravenna e Odoacre a difendersi in essa.
NOTE:
[2259] Chronologus Cuspiniani.
[2260] Panvin., in Fast. Consul.
[2261] Cedren., in Annalib.
[2262] Zonar., in Annal.
[2263] Theod. Lector, lib. 2.
[2264] Theoph., in Chronogr.
[2265] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO CDXCIII. Indizione I.
GELASIO papa 2. ANASTASIO imperadore 3. TEODERICO re 1.
Consoli
EUSEBIO per la seconda volta ed ALBINO.
Eusebio console orientale di questo anno è quel medesimo che dianzi nel 489 era stato decorato della stessa dignità. Trovavasi in questi tempi nella corte imperiale di Costantinopoli per relazione della Cronica Alessandrina[2266] e di Teofane[2267], un Eusebio chiamato magister officiorum, ossia maggiordomo dell'imperadore. Probabilmente lo stesso fu che ora veggiamo per la seconda volta console. Albino, cioè l'altro console, verisimilmente spetta all'Occidente. Cassiodoro[2268] ed Ennodio[2269] nelle loro epistole e l'Anonimo Valesiano[2270] fanno menzione di Albino patrizio, che fu poi accusato nell'anno 524, ed è chiamato vir consularis da Boezio[2271]. Questi si può credere lo stesso che il presente. Notò sotto questi consoli Marcellino conte[2272], che in Costantinopoli insorse una guerra civile contra dello stesso imperadore Anastasio, dimodochè le statue di lui e della imperadrice Arianna furono legate con funi e strascinate per la città; e che Giuliano generale dell'armi in una baruffa accaduta di notte nella Tracia, trafitto dalla spada di uno Scita, terminò di vivere. Nulla si raccoglie di questi avvenimenti dagli altri storici. Seguitava intanto la guerra contra gl'Isauri, e sappiamo da Teofane che avendo Diogene, uno de' capitani imperiali, presa la città di Claudiopoli, scesi gl'Isauri dal monte Tauro, l'assediarono sì strettamente là dentro, che fu in pericolo di perir di fame egli con il suo seguito. Ma finalmente arrivato all'improvviso Giovanni Cirto generale dell'imperador con delle soldatesche dall'un canto, e facendo dall'altro una vigorosa sortita Diogene, rimasero sconfitti gli assedianti, e fra essi ucciso Conone vescovo d'Apamea, il quale lasciata la sedia episcopale con disprezzo de' sacri canoni s'era messo a fare da general di battaglia. Era già durato circa tre anni l'assedio di Ravenna con incomodo gravissimo degli assedianti, ma più degli assediati. Agnello, che circa l'anno 830 scrisse le Vite degli arcivescovi di Ravenna[2273], ci fa intendere essere talmente venuti meno i viveri e cresciuta la fame nella città, che mangiavano le cuoja ed altri immondi ed orridi cibi, e che non pochi avanzati alle spade vi perirono di fame. Perciò Odoacre trattò di pace con Teoderico, e il trovò disposto ad accettarla. Imperocchè, siccome narra Procopio[2274], riuscì ai Goti d'impadronirsi o per amore o per forza di tutte le città, fuorchè di Cesena e di Ravenna; ed avendo speso quasi tre anni nell'assedio dell'ultima, erano i soldati omai stanchi ed attediati per sì lunga dimora. Interpostosi adunque l'arcivescovo di Ravenna, si venne ad un accordo. Odoacre diede per ostaggio a Teoderico Telane suo figliuolo[2275]. Secondo l'attestato d'Agnello, nel dì 15 di febbraio, o pure, come ha il Cronologo del Cuspiniano[2276], nel dì 27 di esso mese si conchiuse la pace. Furono dipoi nel dì 5 di marzo aperte le porte di Ravenna, e l'arcivescovo con tutto il clero, colle croci, coi turiboli e coi santi Vangeli processionalmente cantando salmi, si portò a trovar Teoderico; e prostrati a terra, gli domandarono perdono e pace, ed ottennero quanto chiesero. In quello stesso giorno anche Teoderico prese il possesso della città e del porto di Classe. Con quali condizioni e patti seguisse l'accordo fra lui ed Odoacre, hanno dimenticato gli antichi di registrarlo. Poichè non è molto credibil quello che vien raccontato dal suddetto Procopio, cioè che tanto l'un come l'altro avessero ugualmente da signoreggiare da lì innanzi in Ravenna. L'Anonimo Valesiano non altro dice promesso ad Odoacre, se non che sarebbe in salvo la sua vita: il che è ben poco, perchè forse Odoacre avrebbe potuto tentar di fuggire per mare, e portar seco di che sostentare in luogo sicuro onorevolmente la vita. Altri hanno immaginato ch'egli solamente chiedesse un qualche angolo d'Italia da passarvi convenevolmente il resto de' suoi giorni.
Vero è che Teoderico potè liberalmente concedere quanto gli fu dimandato, perchè già covava il pensiero di non mantener la parola. In fatti dopo aver fatta buona ciera e carezze per alquanti giorni ad Odoacre, invitatolo un dì a pranzo co' suoi cortigiani nel palazzo di Lauro o Laureto, gli fece levar la vita: e, se vogliam credere all'Anonimo Valesiano, lo stesso Teoderico di sua mano l'uccise, con aggiugnere che nel medesimo giorno tutti quei che si poterono trovare del di lui seguito, furono d'ordine d'esso Teoderico tagliati a pezzi. Il medesimo scrittore, e Procopio e Cassiodoro[2277] attribuiscono questa barbarica risoluzione all'avere Teoderico scoperto che Odoacre gli tendeva delle insidie. Ma non mancano mai pretesti a chi può e vuol fare del male agli inferiori; e probabilmente non mancarono falsi consiglieri ed adulatori della gran fortuna di Teoderico. Odoacre ridotto in quello stato, con un potente esercito intorno, chi crederà mai che potesse fabbricar delle trame contra del suo vincitore? Più degno di fede a noi sembrerà Marcellino conte[2278], allorchè scrive che Odoacre ab eodem Theoderico perjuriis illectus, interfectusque est; e il dirsi dell'autore della Miscella: A Theoderico in fidem susceptus, ab eo trucullente interemtus est. Con tale iniquità diede principio al suo pieno dominio il re Teoderico; e in questa maniera terminò i suoi giorni il misero Odoacre, appellato dall'Anonimo Valesiano homo bonae voluntatis. Nè si dee omettere che durante questo grande sconvolgimento dell'Italia[2279], essendo partiti, per attestato di Ennodio, da Pavia i Goti, fu consegnata quella città ai Rugi, i più barbari e crudeli di tutte le nazioni, i quali si credeano di aver perduta la giornata qualor non aveano potuto commettere qualche scellerata azione. Tuttavia a sant'Epifanio vescovo di quella città riuscì di ammollire i cuori di que' Barbari colle sue dolci maniere, talmente che piangeano allorchè dopo due anni ebbero da andarsene al lor paese. Crede il padre Sirmondo che costoro entrassero in Pavia nell'anno presente. L'autore della Miscella in fatti scrive che dopo tre anni, usciti i Goti da Pavia, vi entrarono i Rugi, e che costoro per due anni continui diedero il guasto a quella città e al suo territorio. Noi già vedemmo che Federigo re dei Rugi era venuto in Italia colle sue genti in aiuto di Teoderico. Sappiamo poi dal medesimo Ennodio[2280] che costui mancò in progresso di tempo di fede a Teoderico, e si unì coi nimici di lui. Ma in fine nata discordia fra esso e i suoi collegati, restò disfatto e forse ucciso dai medesimi. Quando ciò succedesse, è scuro affatto. Probabilmente nondimeno egli si rivoltò durante l'assedio di Ravenna, e poi succedette la sua rovina, allorchè Teoderico ebbe a far guerra nella Pannonia, siccome diremo al suo luogo. È di parere il cardinal Baronio che dopo la morte di Odoacre e sul fine di quest'anno Teoderico inviasse ad Anastasio Augusto i suoi ambasciatori, per istabilir pace e lega con lui, e che a tal fine fosse scritta la lettera prima di Cassiodoro[2281] ad esso imperadore. Parimente crede che Fausto maestro degli uffizii fosse uno di questi ambasciatori. Ma in quella lettera si suppone intorbidata la buona armonia che dianzi passava fra Anastasio e Teoderico; e però negli anni susseguenti sembra essa scritta a nome di Teoderico. E tanto più perchè Teoderico confessa di essere stato più volte esortato dall'imperadore ad amare il senato romano, e ad osservare le leggi dei precedenti Augusti. Per altro abbiamo dall'Anonimo Valesiano[2282] che nell'anno 490, vivente ancora Zenone imperadore, non tardò Teoderico ad inviare in Costantinopoli Festo capo del senato, per chiedergli la veste regale, ed è lo stesso che dire a pregarlo che volesse riconoscerlo per re d'Italia. Lo stesso autore dipoi chiama questo ambasciatore non più Festo, ma Fausto il negro, ed aggiugne che prima del ritorno suo dalla medesima ambasciata, avendo Teoderico intesa la morte di Zenone (accaduta, come dicemmo, nell'anno 491), e dappoichè fu entrato in Ravenna ed ebbe tolto dal mondo Odoacre, i Goti il proclamarono e confermarono re, senza aspettar la licenza ed approvazione del nuovo imperadore Anastasio. Ma forse questo scrittore anticipò alquanto la spedizione del suddetto ambasciatore, e la assunzione del titolo regale: del che parleremo all'anno 495.
Abbiamo dall'autor della Miscella[2283] e da Giordano storico[2284] che Teoderico, per bene stabilirsi nel nuovo regno, conchiuse parentado con varii principi di questi tempi. Cioè prese egli per moglie Audelfreda, chiamata da Gregorio Turonense sorella, e da Giordano e dall'autore della Miscella (con errore, credo io, perchè Clodoveo era allora assai giovane) figliuola di Clodoveo il grande, re de' Franchi. Diede Amalafreda sua sorella ad Unnerico re de' Vandali. Ma l'autore della Miscella qui s'inganna. Il re Unnerico cessò di vivere nell'anno 484, ed ebbe per successore Gundamondo, la cui morte accadde nel 496. E dopo di lui regnò Trasamondo. Questi fu marito di Amalafreda, come s'ha chiaramente da Giordano e da Procopio[2285]. Avea Teoderico due figliuole nate a lui da una concubina, allorchè dimorava nelle sue contrade. La prima appellata Teuticodo (da Procopio Teudicusa, e dall'Anonimo Valesiano[2286] Arevagni vien detta) unì in matrimonio con Alarico re dei Visigoti, che regnava allora nella Gallia meridionale e in buona parte della Spagna. L'altra chiamata Ostrogota (ossia Teodogota, come ha il suddetto Anonimo) fu presa in moglie da Sigismondo figliuolo di Gundobado, ossia Gundibaldo, re de' Borgognoni. Una figliuola eziandio di Amalafreda sua sorella, e del suo primo marito, per nome Amalberga, ebbe per marito Ermanfredo re della Turingia. Ma questi matrimonii succederono in varii tempi, quantunque io gli abbia qui rapportati tutti in un fiato. Delle gloriose azioni di san Gelasio papa in quest'anno per la conservazione della vera fede sì in Occidente come in Oriente, son da vedere gli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio. Riferisce ancora Gregorio Turonense[2287] al presente anno la guerra fatta da Clodoveo re dei Franchi ai Turingi, non già con soggiogarli affatto al suo dominio, come egli dice, ma con obbligarli a pagargli il tributo. Rammemora eziandio il di lui matrimonio con Clotilde nipote di Gundobaldo re dei Borgognoni, principessa gloriosa, perchè poi condusse il marito tuttavia pagano ad abbracciare la santissima religione di Cristo.
NOTE:
[2266] Chron. Alexandr.
[2267] Theoph., in Chronogr.
[2268] Cassiod., lib. 1, epist. 20.
[2269] Ennod., lib. 3, epist. 221.
[2270] Anonymus Vales.
[2271] Boetius, lib. 1, de Consolat.
[2272] Marcell. Comes, in Chron.
[2273] Agnell., part. 1, tom. 2 Rer. Ital.
[2274] Procop., de Bell. Goth., lib. 1.
[2275] Anonym. Vales.
[2276] Chronolog. Cuspiniani.
[2277] Cassiod., in Chron.
[2278] Marcellin. Comes, in Chron.
[2279] Ennod., in Vita S. Epiph. Ticin. Episc.
[2280] Ennod., Panegyr. Theoderici.
[2281] Cassiod., lib. 1, ep. 1.
[2282] Anonym. Vales.
[2283] Hist. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar.
[2284] Jordan., de Reb. Get., cap. 58.
[2285] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 8.
[2286] Anonym. Vales.
[2287] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 27.
Anno di CRISTO CDXCIV. Indizione II.
GELASIO papa 3. ANASTASIO imperadore 4. TEODERICO re 2.
Consoli
TURCIO RUFIO APRONIANO ASTERIO e PRESIDIO.
È fuor di dubbio che il primo di questi consoli, cioè Asterio, fu console creato in Occidente, ed è quel medesimo che si legge sottoscritto nel famoso antichissimo Virgilio scritto a penna della biblioteca medicea; sopra che son da vedere il cardinal Noris[2288] e il canonico Gori[2289]. I padri Sirmondo e Pagi, che il credono appellato Asturio, e non Asterio, non son qui da ascoltare. Asterio era cognome della casa Turcia, come ancor lo provai[2290] in illustrando un poema di san Paolino vescovo di Nola. Quanto all'altro console, cioè a Presidio, il suddetto cardinal Noris ed Onofrio Panvinio[2291] il giudicarono console orientale; all'incontro dal padre Pagi[2292] è tenuto anch'esso occidentale. Ma ognun di essi giuoca ad indovinare, nè si può stabilire chi s'abbia ragione. Tuttavia essendo il nome latino, e trovandosi posposto esso anche ne' Fasti greci, più probabile sembra l'opinione del Pagi. Dopo avere il re Teoderico ridotta alla sua ubbidienza l'Italia tutta, senza curarsi del titolo d'imperadore, assunse quello di re, usato (dice Procopio[2293]) dai Barbari, per significare i lor principi, da' quali son retti e governati. E da saggio politico non solamente ritenne ed onorò tutti i magistrati soliti della repubblica e dell'imperio romano, ma ancora prese a vestirsi alla romana; il che piacque non poco ai popoli, come segno d'amore e di stima verso della nazione italiana. Poscia in questa felice calma s'applicò egli tutto a mettere in buon sistema l'Italia, che per tante passate rivoluzioni e turbolenze era ridotta in un miserabile stato. Ma specialmente, per attestato d'Ennodio[2294], a lui fece pietà la desolata Liguria, che in questi tempi abbracciava anche il Piemonte, il Monferrato e Milano. S'è toccata disopra la terribil incursione de' Borgognoni in quelle parti, allorchè Teoderico era impegnato nell'assedio di Ravenna, e s'è raccontato che in quella occasione fu condotta in ischiavitù nelle Gallie un'immensa quantità di popolo da quella barbara ed ariana nazione. Basterà sapere che le campagne erano rimaste quasi tutte senza abitatori e senza chi le coltivasse. Pensò dunque Teoderico al rimedio, quand'ecco giugnere a Ravenna Epifanio vescovo di Pavia in compagnia di Lorenzo arcivescovo di Milano, per implorare la di lui clemenza. Avea Teoderico pubblicata una legge, in cui concedeva a tutti i popoli, che erano stati in addietro del suo partito, i privilegii de' cittadini romani, col negarli, e con levare nominatamente la facoltà di testare agli altri che aveano tenuto per la parte di Odoacre. Era grande il lamento per questo in tutta l'Italia. I due santi vescovi con tanta efficacia il supplicarono d'abolir questa legge, che Teoderico non potè far resistenza, e chiamato tosto Urbico questore del sacro palazzo, gli ordinò di fare un editto ritrattatorio del precedente. Rivoltosi dipoi ad Epifanio, gli disse di aver posti gli occhi sopra di lui, per inviarlo suo ambasciatore a Gundobado, ossia Gundobaldo, re de' Borgognoni, per trattar seco del riscatto degli schiavi fatti nella Liguria: al qual fine l'erario regio gli avrebbe somministrato il danaro occorrente. Accettò il santo prelato questa pia incombenza, e solamente il pregò di volergli dar per compagno Vittore vescovo di Torino, personaggio di rare virtù. Pertanto nel marzo del presente anno si mossero i due vescovi alla volta di Lione, dove allora abitava il re Gundobado, siccome padrone ancora di quella provincia. Era già promessa in isposa a Sigismondo figliuolo di quel re una figliuola di Teoderico. La venerabil presenza e le sagge e pie parole di Epifanio indussero Gundobado a rilasciar gratuitamente tutti quegli Italiani che non aveano prese l'armi contra de' Borgognoni, richiedendo solamente che si pagasse il riscatto per gli altri. Allora si videro le schiere di quella povera gente tutte in moto ed allegre verso la lor patria. In un giorno solo dalla sola città di Lione ne partirono quattrocento; e lo stesso si praticò per tutte le città della Savoia e dell'altre provincie sottoposte ai Borgognoni. Ben seimila persone furono le donate alle preghiere del santo vescovo; Ennodio allora diacono, che tali notizie tramandò ai posteri, era presente alle lor liete processioni. Per riscattar gli altri impiegò Epifanio il danaro datogli dal re Teoderico, ma non bastò. Siagria piissima e ricca donna, ed Alcimo Ecdicio Avito, celebre vescovo di Vienna, contribuirono di molto oro per la liberazion degli altri. Passò ancora Epifanio a Geneva, dove comandava Godigiselo fratello del re Gundobado, ed ivi ancora ottenne la liberazion degli schiavi, attorniato dai quali anch'egli se ne ritornò in Italia con uno spettacolo che trasse dagli occhi di tutti le lagrime, e tornò in gloria grande della religion cristiana e di Teoderico, che da buon principe procurò sì gran bene ai sudditi suoi.
Seguitava intanto in Oriente la guerra mossa agl'Isauri;[2295] ed Anastasio imperadore cominciò in quest'anno a scoprire il suo mal animo contra di Eufemio patriarca di Costantinopoli, perchè egli stava saldo nella difesa della dottrina e chiesa cattolica, e si opponeva alle mire d'esso imperadore, fautor degli eretici. Teofane[2296] aggiugne che Anastasio concepì ancora de' sospetti contra di Eufemio, quasichè egli fomentasse la ribellion degl'Isauri; e perciò ben per due volte tentò di fargli levar la vita; ma non gli riuscì il disegno. Finalmente astrinse il piissimo patriarca a restituirgli la obbligazione da lui fatta con iscrittura privata di non far novità in pregiudizio della religion cattolica. Circa questi tempi Gelasio papa pubblicò il celebre suo decreto intorno ai libri della sacra Scrittura, e agli altri che trattano delle cose sacre, determinando quali s'abbiano o non s'abbiano da ricevere come autentici e di sana dottrina. Scrisse ancora un sensatissimo apologetico all'imperadore Anastasio, che intero vien rapportato dal cardinal Baronio[2297]. Forse ancora appartiene a questi tempi l'essere entrato ai servigi del re Teoderico Magno Aurelio Cassiodoro, o Cassiodorio, insigne scrittore e letterato del presente e del prossimo secolo, nato di nobil famiglia nella città di Squillaci in Calabria, e parente di Simmaco patrizio. Aveva egli sotto il re Odoacre sostenute due riguardevoli cariche; dopo la cui morte ritiratosi alla patria, si acquistò gran merito anche presso il nuovo re Teoderico coll'aver portati i Siciliani, benchè non senza gran fatica, a riconoscerlo per sovrano. Perciò chiamato alla corte, ebbe per ricompensa il governo della Calabria per un anno; e, terminato questo, passò ad essere segretario delle lettere di Teoderico con tal fortuna e lode, che quel re, quantunque avvezzo solamente fra l'armi, e neppur tinto delle prime lettere, pure si dilettava assaissimo di udirlo parlare di fisica, astronomia e geografia. Salì dipoi Cassiodoro alle prime dignità, cioè a quella di senatore, di prefetto del pretorio e del consolato; del che son testimonio le fioritissime epistole sue. Fu eziandio in gran pregio presso il medesimo re Severino Boezio, uomo letteratissimo, che arrivò poi anch'egli ad essere console nell'anno 522. E da due lettere di Cassiodoro[2298] abbiamo che avendo il sopra mentovato re de' Borgognoni Gundobado richiesti al re Teoderico degli orologi da acqua e da sole, ch'egli avea una volta veduti in Roma, Teoderico per averli, ricorse a Boezio patrizio, con lodarlo per le traslazioni da lui fatte di diversi autori greci, e per la sua rara perizia nelle matematiche. Sono senza data queste due lettere di Cassiodoro, e potrebbe darsi che questo Boezio fosse il padre del filosofo. Tuttavia più verisimilmente ad esso filosofo è indirizzata quella lettera di Teoderico, scritta da Cassiodoro suo segretario. E si vuol ben ricordare per tempo, che esso Teoderico, tuttochè nato Barbaro, pure siccome allevato nella corte imperiale di Costantinopoli, e persona di gran mente, nulla tralasciava di quello che serve a farsi amare ed ammirare dai sudditi, sì pel buon governo, come per la pulizia, per la magnificenza, per la stima delle lettere e de' letterati, ancorchè egli neppur sapesse scrivere il suo nome; di manierachè salì in tal riputazione da essere paragonato ai più riguardevoli imperatori che mai s'abbia avuto Roma. Non è il paese, ma il cuore che fa gli eroi.
NOTE:
[2288] Noris, Coenotaph. Pisan., Dissertat. 4.
[2289] Gorius, Inscript. Etrur.
[2290] Anecdot. tom. 1, dissert. 2.
[2291] Panvin., in Fast. Consul.
[2292] Pagius, Crit. Baron.
[2293] Procop., de Bell. Goth., lib. 1.
[2294] Ennod., in Vita s. Epiphan. Ticinens. episc.
[2295] Marcell. Comes, in Chron.
[2296] Theoph., in Chronogr.
[2297] Baron., Annal. Eccl.
[2298] Cassiodorus, lib. 4, ep. 45 et 46.
Anno di CRISTO CDXCV. Indizione III.
GELASIO papa 4. ANASTASIO imperadore 5. TEODERICO re 3.
Console
FLAVIO VIATORE, senza collega.
In Occidente fu creato questo console. Il Relando[2299] ne aggiugne un altro, cioè Emiliano, adducendo una legge di Anastasio imperadore[2300], indirizzata Viatore et Æmiliano coss. ad Asclepiodoto. Ma il codice di Giustiniano è in assaissimi luoghi scorretto per conto delle date. Certo è che in tutti i Fasti, anche greci, e nell'altre memorie antiche, il presente anno è segnato solamente col nome di Viatore console. E s'egli avesse avuto un collega, non è probabile che tanti l'avessero ommesso. Perciò si dee più presto tenere per guasta la data di quella legge. Ne abbiamo una altra[2301], indirizzata da Teodosio II Augusto ad Asclepiodoto prefetto del pretorio Victore V. C. cos., cioè nell'anno 424. A me sembra assai credibile che al medesimo anno sia da riferire ancora la precedente, in cui il console Victore dagli ignoranti copisti fu mutato in Viatore, e da qualche erudito venne poi messo il nome di Anastasio in vece di quello di Teodosio. Fu fatta menzione di sopra all'anno 493 della spedizione di Festo capo del senato, fatta da Teodosio all'imperador Zenone, per ottener da lui la veste regale, ossia l'approvazion cesarea pel regno d'Italia in favor d'esso Teoderico. Nè l'ambasciatore, nè la desiderata approvazione veniva giammai; e però Teoderico, senza aspettare il consenso di Anastasio Augusto, assunse il titolo e gli ornamenti regali. Quando ritornasse Festo, e seguisse la concordia fra l'imperadore e Teoderico, non si può ben conoscere. Probabilmente il maneggio fu lungo, perchè ad Anastasio e ai suoi ministri non dovea molto piacere il mirar l'imperio romano spogliato di una parte sì riguardevole. E certo in Oriente dispiacque non poco il vedere che Teoderico non aveva aspettato ad assumere il titolo di re, che gliene avesse data licenza l'imperadore. Teoderico inoltre pretendeva che si rimandassero le corone, gioie ed altre suppellettili, spettanti al palazzo imperiale d'Occidente, che Odoacre avea nel tempo delle sue disavventure inviate a Costantinopoli per farsene merito coll'imperadore in caso di bisogno. Possiam credere che finalmente Anastasio si arrendesse, perchè Teoderico era persona da fargli paura. Abbiamo in fatti dall'Anonimo cronista del Valesio[2302], che essendo seguita pace per mezzo di Festo ambasciatore tra Anastasio imperadore intorno all'aver Teoderico, prima d'ottenere il consentimento imperiale, preso il titolo di re d'Italia, esso imperadore rimandò tutti gli ornamenti del palazzo che Odoacre avea trafugati a Costantinopoli. Questo fatto io il rapporto al presente anno; ma sembra succeduto più tardi, mentre dopo il suddetto racconto seguita a dire l'Anonimo, che nel medesimo tempo nacque in Roma la controversia pel papato fra Simmaco e Lorenzo, la quale appartiene all'anno 498, siccome vedremo. E che Festo patrizio andasse nell'anno 497 coi legati della santa sede a Costantinopoli, si raccoglie dagli atti riferiti a quell'anno dal cardinal Baronio[2303], se pur due diversi viaggi non fece Festo colà. Per testimonianza di Marcellino conte[2304] e di Cedreno[2305], durante quest'anno, Anastasio imperadore sfogò il suo sdegno contra di Eufemio vescovo di Costantinopoli (la cui condotta per altro neppur piaceva alla sede apostolica di Roma) con farlo deporre, cacciarlo in esilio, e dargli per successore in quella cattedra Macedonio. Il padre Pagi[2306], coll'autorità di Teofane[2307], pretende succeduta questa iniqua prepotenza di Anastasio nell'anno seguente. Ma per cagion de' copisti non è a noi pervenuta fedele la Cronologia di Teofane. Oltre di che quello stesso storico sembra ammettere l'elezion di Macedonio nel presente anno. Leggasi ancora un concilio romano, tenuto sotto questo consolato da san Gelasio papa, in cui fu rimesso in grazia della Chiesa Miseno vescovo già mandato per legato a Costantinopoli, che si era lasciato sedurre da Acacio vescovo di quella città.
NOTE:
[2299] Reland., Fast. Cons.
[2300] L. 2, G. de bon. possess. contra Tab. lib.
[2301] L. 8, C. de Codicillis.
[2302] Anonymus Vales.
[2303] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 497.
[2304] Marcell. Comes, in Chron.
[2305] Cedren., in Annal.
[2306] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 496.
[2307] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO CDXCVI. Indizione IV.
ANASTASIO II papa 1. ANASTASIO imperadore 6. TEODERICO re 4.
Console
PAOLO, senza collega.
Sappiam di certo che questo Paolo fu console orientale, ed inoltre abbiamo da Marcellino conte[2308] ch'egli era fratello dello stesso imperadore Anastasio. Perchè non si creasse console in Occidente, ne è ignoto a noi il perchè. Forse tra l'imperador di Oriente e il re Teoderico duravano le controversie ed amarezze; e però fu necessario un lungo trattato per aggiustar le discordie, e venire a quella pace che Teoderico chiede ad Anastasio nella lettera prima fra quelle di Cassiodoro. Terminò in quest'anno la sua vita san Gelasio papa[2309] a dì 19 di novembre, pontefice dottissimo, e degno di vivere più lungamente per onore e difesa della Chiesa cattolica. Gennadio[2310] ed altri scrittori ci assicurano esser egli autore di un libro intitolato De duabus in Christo naturis. Diede egli anche miglior forma al messale romano. Anastasio II fu quegli che nel dì 24 di novembre succedette nel pontificato. Quantunque, siccome abbiam detto, le desolazioni patite nelle turbolenze passate avessero ridotta la Liguria in un misero stato, pure Teoderico, allegando la necessità di mantener le armate, ne esigeva dei gravi tributi con universale lamento di que' popoli. Fecero essi ricorso, siccome abbiamo da Ennodio[2311], al solito lor protettore, cioè al santo vescovo di Pavia Epifanio, con pregarlo di voler portarsi in persona alla corte per implorar qualche sollievo. Andò nel presente anno il piissimo prelato per acqua verso Ravenna, e il viaggio gli costò di molti patimenti, essendogli convenuto più d'una volta di dormir senza tetto sulle rive del Po, fiume che passato Brescello, o poco più in giù, entrava in que' tempi nelle paludi, nè aveva, come oggidì, regolato e stabile il suo corso. Fu ben accolto da Teoderico, ed impetrò che i popoli fossero sgravati di due parti delle tre che si pagavano di tributo. Ma ritornando addietro, fu preso da un molesto catarro in Parma, ed aggravatosi a poco a poco il male, dappoichè fu arrivato a Pavia, passò a miglior vita nel dì 21 di gennaio. In andando a Ravenna, siccome Ennodio scrive, l'accompagnarono i tuoni; e però intraprese il viaggio circa il settembre dell'anno precedente. Ma ritornò ninguido aere, cioè in tempo nevoso, e per conseguente nel verno; laonde nel gennaio di questo anno accadde la morte sua in età di cinquantotto anni, con restar viva la memoria della sua santità.
Le finezze usate più d'una volta dal re Teoderico a questo santo vescovo servono a maggiormente confermare ciò che abbiamo dall'Anonimo Valesiano[2312] e da altri scrittori; cioè che quantunque fosse esso re ariano di professione, ed ariani fossero i suoi Goti, come in que' tempi erano anche i re de' Visigoti, Borgognoni e Vandali, dominanti nella Gallia, nella Spagna e nell'Africa, pure da saggio ad accorto principe non inquietò punto i Cattolici, nè fece atto alcuno per turbare la Chiesa cattolica; anzi in molte occasioni si mostrò favorevole alla medesima. Cedreno[2313] e Niceforo[2314] raccontano anche un caso degno di memoria. Cioè, aver egli avuto un ministro assai caro e di molta sua confidenza, benchè di religione cattolico. Costui credendo di maggiormente guadagnarsi la grazia del re, abiurato il cattolicismo, abbracciò l'arianismo. Saputo ciò, Teoderico gli fece mozzare il capo, con dire: Se costui non è stato fedele a Dio, come sarebbe poi fedele a me che son uomo? Nel presente anno venne a morte Gundamondo, ossia Gundabondo re de' Vandali in Africa, con discapito della religion cattolica, stante l'esser egli stato, in paragone di Genserico e di Unnerico suoi predecessori, molto indulgente verso i Cattolici. Veramente Procopio[2315] scrive che li trattò malamente; ma santo Isidoro[2316] e una storia pubblicata dal Canisio ci avvisano aver egli richiamato dall'esilio Eugenio vescovo di Cartagine, e che nel penultimo anno del suo regno, non solamente permise che si riaprissero le chiese de' Cattolici, ma eziandio, ad istanza d'esso Eugenio, si contentò che tornassero alle lor patrie tanti altri vescovi già esiliati. Succedette a lui nel regno Trasamondo suo fratello, il quale per relazione d'esso Procopio, affine di maggiormente stabilire il suo governo, giacchè gli era stata tolta dalla morte la consorte senza lasciar dopo di sè figliuoli, spedì ambasciatori al re Teoderico, chiedendogli in moglie Amalafreda di lui sorella, e non vi trovò difficoltà. Gli fu inviata questa principessa, coll'accompagnamento di mille nobili Goti, e di circa cinquemila soldati di guardia, ed ebbe per dote il promontorio, ossia capo di Lilibeo in Sicilia. Laonde riuscì Trasamondo il più potente e riguardevole dei re vandali. Era anche assai caro ad Anastasio imperadore. Ma questo matrimonio pare che succedesse solamente nell'anno 500, per quanto si ricava dall'Anonimo Valesiano. Cresceva intanto la potenza di Clodoveo re de' Franchi per varie conquiste fatte nella Gallia e nella Germania. Ebbe egli in questi tempi una pericolosa guerra con gli Alamanni, e per consiglio della piissima regina Clotilde sua moglie, invocato in suo aiuto il Dio dei Cristiani, ne riportò un'insigne vittoria nel territorio di Colonia, colla morte del re loro e coll'acquisto del paese, che abbracciava se non tutta, in parte almeno, la Svevia moderna, ed altre contrade all'Occidente della Svevia. Un sì fortunato successo, congiunto colle esortazioni d'essa regina Clotilde, cristiana cattolica, l'indussero ad abbracciare la fede di Cristo, e però nel dì del Natale del Salvatore dalle mani di san Remigio vescovo di Reims prese il sacro battesimo. L'esempio suo trasse allora alcune migliaia di Franchi ad imitarlo, e assai più da lì innanzi si convertirono, sicchè non andò gran tempo che tutta la nobil nazion de' Franchi si unì al Cristianesimo.
NOTE:
[2308] Marcell. Comes, in Chron.
[2309] Anastas. Bibl.
[2310] Gennadius, de Viris Illustrib.
[2311] Ennod., in Vit. S. Epiph. Ticin. Episc.
[2312] Anonym. Vales.
[2313] Cedren., in Annalib.
[2314] Niceph., lib. 26, cap. 35.
[2315] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 8.
[2316] Isidor., in Chron. Vandal.
Anno di CRISTO CDXCVII. Indizione V.
ANASTASIO II papa 2. ANASTASIO imperadore 7. TEODERICO re 5.
Console
FLAVIO ANASTASIO AUGUSTO per la seconda volta, senza collega.
Neppure in quest'anno si trova console alcuno in Occidente. Abbiamo da Marcellino conte[2317] che nell'anno presente ebbe fine la guerra per alcuni anni sostenuta dall'imperadore Anastasio contro gl'Isauri. Il padre Pagi[2318] la vuol finita nell'anno precedente, con seguitare in ciò il testo di Teofane[2319], il quale io non oserei anteporre all'autorità di Marcellino, scrittore più vicino a questi tempi. Scrive dunque Marcellino che in quest'anno si terminò la guerra isaurica, e che essendo stato preso Atenodoro, persona primaria fra gl'Isauri, gli fu spiccato il capo dal busto, e questo poi portato a Tarso, ed esposto sopra di una picca al pubblico. Teofane, benchè paia di diverso sentimento, pure all'anno quinto di Anastasio scrive che Giovanni Scita generale dell'imperadore, dopo di un lungo assedio, fece prigioni Longino già generale dell'armi cesaree, e Atenodoro e gli altri tiranni, e dopo avergli uccisi inviò le loro teste a Costantinopoli. Aggiugne che Anastasio premiò Giovanni Scita e Giovanni Cirto, cioè il gobbo, colla dignità del consolato, siccome appunto vedremo negli anni seguenti. Fu poco fa accennato la vittoria riportata da Clodoveo re dei Franchi sopra gli Alamanni. Ora è da sapere che il vittorioso suo popolo, o perchè barbaro e superbo nella fortuna, o perchè irritato da qualche azione dei vinti, entrato nel loro paese, troppo aspramente trattava chi v'era rimasto in vita. Però la maggior parte di quei che nella rotta si salvarono colla fuga, ed altri assaissimi della nazione alemanna, non potendosi accomodare a quel pesante giogo, sen vennero in Italia, e dimandarono di poter qui abitare e vivere sudditi del re Teoderico. Bisogna credere che fossero di moltissime migliaia, perchè Ennodio[2320], testimonio di questo fatto, scrisse che Alamanniae generalitas intra Italiae terminos sine detrimento romanae possessionis inclusa est. Teoderico ben volentieri accolse questi nuovi abitatori, siccome venuti a tempo per sovvenire a tanti paesi che, a cagion delle guerre passate, erano restati privi di chi coltivasse le campagne. Perciò senza aggravio del pubblico, cioè senza toglier ai Romani le loro terre per darle in proprietà ai vincitori, come avea fatto Odoacre coi suoi Eruli, e lo stesso Teoderico dovea anch'egli aver fatto per rimunerare i suoi Goti, divise i suddetti Alamanni per le campagne bisognose di coltivarsi; il che tornò in vantaggio del pubblico tutto.
Inoltre, sia perchè gli Alamanni, restati al lor paese sotto il giogo dei Franchi, implorassero in lor pro gli autorevoli uffizii del re Teoderico, o perchè dalla fama della crudeltà de' Franchi sopra della soggiogata nazione fosse mosso l'animo di Teoderico, questi diede un buon consiglio a Clodoveo re dei medesimi Franchi, suo cognato, oppure suo suocero, per quanto di sopra fu detto. Leggesi dunque preso Cassiodoro[2321] una lettera scritta da Teoderico a Luduin re de' Franchi: che così egli nomina chi dagli antichi scrittori è appellato Clodoveo e Clovis in volgare, ed altro in fine non è se non Lovis, cioè Luigi, o Lodovico, come noi diciamo. In essa lettera egli si rallegra seco per la vittoria riportata, e poscia il consiglia e prega di trattare i vinti con più mansuetudine e clemenza, perchè ciò tornerà in gloria e profitto suo; confessando che gli Alamanni atterriti s'erano ritirati in Italia. Dice che gli manda ambasciatori per sapere di sua salute, ed ottenere quanto ha chiesto in favore degli Alamanni, con inviargli ancora un sonatore di cetra che accompagnava col canto il suono. Così Teoderico, principe che in que' tempi, era dotato di rara prudenza e destrezza, si conciliava l'affetto e la venerazione degli altri, coll'essere mediatore fra tutti, e sostenere ora l'uno ora l'altro, e coll'insegnare a ciascun d'essi quella pulizia e gentilezza di cui erano allora privi non meno i Franchi che i Visigoti, Borgognoni e Vandali, ma che Teoderico avea portato seco da Costantinopoli in Italia. Spedì in quest'anno papa Anastasio due suoi legati ad Anastasio imperadore, cioè Cresconio vescovo di Todi e Germano vescovo di Capoa, con sua premurosa lettera al medesimo Augusto, esortandolo di far levare dai sacri dittici il nome di Acacio già vescovo di Costantinopoli, e di voler provvedere ai bisogni della Chiesa alessandrina. Siccome osservò il cardinal Baronio[2322], ed apparisce da un memoriale dato dagli apocrisarii, ossia dai nunzi eretici della Chiesa suddetta d'Alessandria, Festo patrizio fu spedito (senza fallo dal re Teoderico) a Costantinopoli, unitamente coi legati pontificii; perocchè quel memoriale è indirizzato gloriosissimo atque excellentissimo patricio Festo, et venerabilibus episcopis Cresconio et Germano, simul cum ejus potestate directis in legatione ab urbe Roma ad clementissimum et Christo amabilem imperatorem Anastasium. Parimente Teofane[2323] attesta che in quest'anno da Roma fu inviato Festo ad Anastasio Augusto per alcuni affari civili. Ora qui convien ripetere le parole dell'Anonimo Valesiano[2324], il quale così scrive: Facta pace cum Anastasio imperatore per Festum de praesumtione regni, omnia ornamenta palatii, quae Odoacer Constantinopolim transmiserat, remittit. Eodem tempore contentio orta est in urbe Roma inter Symmachum et Laurentium, ec. Di qui presi io argomento di conghietturare disopra, che solamente in quest'anno, o nel susseguente, si conchiuse l'aggiustamento del re Teoderico coll'imperador d'Oriente, irritato per aver Teoderico preso il titolo di re senza sua licenza ed approvazione. Festo era nel presente anno in Costantinopoli: e quello storico scrive fatta la pace suddetta allorchè succedette lo scisma nella Chiesa romana, il che avvenne, come si vedrà, nell'anno susseguente. Da Teodoro lettore[2325] vien detto che Festo senatore romano fu inviato ad Anastasio Augusto per alcune occorrenze civili, e che essendo poi tornato a Roma, trovò essere mancato di vita papa Anastasio.
NOTE:
[2317] Marcell. Comes, in Chron.
[2318] Pagius, Critic. Baron.
[2319] Theoph., in Chronogr.
[2320] Ennod., in Panegyr. Theoderici.
[2321] Cassiod., lib. 2, epist. 41.
[2322] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 497.
[2323] Theoph., in Chronogr.
[2324] Anonymus Vales.
[2325] Theod. Lector, lib. 2 Hist. Eccl.
Anno di CRISTO CDXCVIII. Indiz. VI.
SIMMACO papa 1. ANASTASIO imperadore 8. TEODERICO re 6.
Consoli
GIOVANNI SCITA e PAOLINO.
Il primo di questi consoli, cioè Giovanni Scita, fu creato in Oriente da Anastasio imperadore in ricompensa della fedeltà e bravura, con cui egli avea tratta a fine la guerra isaurica nell'anno precedente, dove egl'era stato generale dell'armi imperiali. L'altro, cioè Paolino, ebbe da Teoderico il consolato in Occidente. Dal padre Pagi[2326] è chiamato Paulinus Decius, perchè della famiglia Decia fu Paolino console nell'anno 534, il quale perciò è appellato juniore. Se questa ragion sia fuor di dubbio, lascerò deciderlo agli eruditi. Ben so che, quando si ammetta per vera e certa, si avrebbe da scrivere Decius Paulinus, e non già Paulinus Decius, essendo stato costume degli antichi di nomar le persone dall'ultimo lor nome, ossia cognome. Compiè in quest'anno il corso di sua vita Anastasio II papa, essendo succeduta la sua morte nel dì 17 di novembre. Fu eletto ed ordinato dalla maggior parte del clero romano in suo luogo a dì 22 del medesimo mese papa Simmaco diacono, di nazione sardo, ma con grave discordia; perciocchè un'altra parte elesse e consacrò Lorenzo prete di nazione romano. Teodoro lettore[2327] lasciò scritto che Festo, ritornato dall'ambasceria di Costantinopoli, guadagnò con danari gli elettori di Lorenzo, sperando di far poscia accettare a questo suo papa l'enotico di Zenone; e che per questa divisione succederono assaissimi ammazzamenti, saccheggi, ed altri mali innumerabili alla città di Roma, sostenendo cadauna delle parti l'eletto suo, con durare questo gravissimo sconcerto per ben tre anni. L'autore della Miscella[2328], secondo la mia edizione, anch'egli racconta avere una tal discordia sì fattamente involto non solo il clero, ma anche il senato di Roma, che Festo il più nobile tra senatori, stato già console nell'anno 472, e Probino, stato anche esso console nell'anno 489, sostenendo la parte di Lorenzo contro di Fausto, che parimente era stato console o nel 485, o nel 490, e contro gli aderenti di Simmaco, fecero guerra ad esso Simmaco, con restare uccisa in mezzo a Roma la maggior parte dei preti, molti cherici, ed assaissimi cittadini romani: giacchè non cessò per alcuni anni questa diabolica gara e dissensione. Dal che apparisce che il maggior male venne dalla parte de' partigiani di Lorenzo. E Teofane scrittore greco asserisce anch'egli[2329] che l'elezion di Lorenzo procedette dalla prepotenza di Festo patrizio, il quale si era impegnato coll'imperadore Anastasio di far creare un papa a lui favorevole, e non perdonò alla borsa per far eleggere Lorenzo. All'incontro uno scrittore della fazion di esso Lorenzo, il cui frammento ho io pubblicato fra le vite de' romani pontefici[2330], attribuisce il peggio a Simmaco, il quale, secondo lui, fu accusato di vari vizii, e non ebbe mai quieto il suo pontificato. Ciò nondimeno che sempre militerà in favore di Simmaco, si è, ch'egli venne riconosciuto sì dai concilii romani, come dalla Chiesa tutta per successor legittimo di san Pietro, e considerato ne' concilii come innocente: di maniera che si può credere che l'accuse a lui date fossero, se non tutte, almeno la maggior parte, fabbricate dalla malevoglienza de' suoi nemici. E per conto di queste lagrimevoli scene, sappia il lettore che non succederono tutte nel presente anno, anzi le più sanguinose accaddero molto più tardi.
NOTE:
[2326] Pagius, Crit. Baron.
[2327] Theod. Lector, lib. 2 Hist. Eccl.
[2328] Histor. Miscella, tom. 1 Rer. Italic.
[2329] Theoph., in Chronogr.
[2330] Rer. Ital., part. 2, tom. 4.
Anno di CRISTO CDXCIX. Indizione VII.
SIMMACO papa 2. ANASTASIO imperadore 9. TEODERICO re 7.
Console
GIOVANNI il gobbo, senza collega.
Questo Giovanni console, soprannominato il gobbo, era stato anch'egli uno de' generali dell'imperadore Anastasio, ed avea fatto di molte prodezze nella guerra contro gl'Isauri; però ne ebbe in premio la dignità del consolato. Il Panvinio[2331] aggiugne a questo console un altro, cioè Asclepio, da lui creduto console occidentale. Dello stesso parere è il Relando[2332], con chiamarlo Asclepione. Crede il cardinal Baronio[2333] asserito ciò dal Panvinio senza pruove: ma ci son due leggi nel Codice Giustinianeo[2334], date amendue Johanne et Asclepione, coss. Contuttociò io non oserei inserire nei Fasti questo Asclepio, od Asclepione, come console certo sulla sola asserzione del codice Giustiniano che troppo abbonda di falli nelle date delle leggi, dacchè tutti i Fasti greci e latini non ci danno se non Giovanni il gobbo per console del presente anno. Pare eziandio che non passasse buona intelligenza tra l'imperadore e Teoderico, perchè non solamente non si trova console creato in Occidente, ma neppure in Roma miriamo segnato l'anno col consolato dell'eletto in Oriente, ma bensì post consulatum Paulini. Non potendosi intanto quetare, nè accordare le fazioni insorte in Roma per l'elezione del papa, finalmente si venne al ripiego di ricorrere a Ravenna al re Teoderico, acciocchè la sua autorità s'interponesse per mettere fine a sì scandalosa discordia. L'Anonimo da me pubblicato[2335] scrive che amendue gli eletti ebbero ordine di portarsi alla corte. Teoderico era bensì ariano, ma era anche gran politico, e pare che non volesse inimicarsi alcuna di queste fazioni col consentenziare nelle lor dissensioni. Pertanto, secondochè ha Anastasio[2336], ordinò che l'eletto da più voti e prima consecrato si avesse da tenere per vero romano pontefice. Non è ben chiaro come fosse riconosciuta la legittimità dell'elezione di Simmaco, cioè se in un concilio, oppure in altra maniera. Quello ch'è certo, si truova Simmaco nel dì primo di marzo del corrente anno tener pacificamente un concilio in Roma, ed ivi farla da papa, con formar varii decreti per levar le frodi, prepotenze e brighe, che allora si usavano per elezione dei papi. Anzi essendo sottoscritto a quel concilio Celio Lorenzo arciprete del titolo di santa Prassede, il cardinal Baronio pretende che egli sia lo stesso che dianzi contendeva con Simmaco pel papato; cosa che io non oserei d'affermare come indubitata. Sotto il presente consolato Marcellino conte[2337] lasciò scritto, che i Bulgari, popolo barbarico, fecero un'irruzione nella Tracia, portando la desolazion dappertutto. Contra d'essi fu spedito Aristo, generale della milizia dell'Illirico, con quindicimila combattenti e cinquecento venti carra cariche tutte di armi da combattere; ma venuto alle mani con essi presso il fiume Zurta, rimase sconfitto, colla morte di tre capitani principali di quell'armata e di quattromila de' più valorosi soldati dell'Illirico. È di parere il padre Pagi[2338] che solamente in quest'anno cominciasse a udirsi il nome de' Bulgari in quelle parti. Ma abbiamo osservato di sopra in un frammento dell'autore della Miscella, da me dato alla luce[2339], e non veduto dal padre Pagi, che venendo in Italia Teoderico per la via del Sirmio nell'anno 489, fu forzato a combattere con Busa re dei Bulgari, a cui diede una rotta. E però intendiamo che fino allora que' Barbari aveano fissato il piede in quella contrada, a cui fu poi dato il nome di Bulgaria. Il nome di costoro si crede non altronde venuto che dal fiume Volga o Bolga, oggidì nella Russia, ossia Moscovia, alle cui rive abitavano un volta quei Barbari.
NOTE:
[2331] Panvin., in Fast. Cons.
[2332] Reland., in Fast.
[2333] Baron., Annal. Eccl.
[2334] L. 25,. de Excusation. Tutor. Senatus Consult. de Silentiar.
[2335] Rer. Ital., part. 2, tom. 3.
[2336] Anastas. Biblioth., in Symmach.
[2337] Marcell. Comes, in Chron.
[2338] Pagius, Crit. Baron.
[2339] Histor. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar.
Anno di CRISTO D. Indizione VIII.
SIMMACO papa 3. ANASTASIO imperadore 10. TEODERICO re 8.
Consoli
IPAZIO e PATRICIO.
Amendue furono consoli in Oriente. Ipazio, per testimonianza di Procopio[2340] e di Teofane[2341], era figliuolo di Magna sorella d'Anastasio imperadore. Patrizio era di nazione frigio, e valoroso condottier d'armate, come abbiamo dallo stesso Procopio che narra alcune di lui militari imprese. L'anno fu questo, in cui, per quanto scrive Cassiodoro[2342], Teoderico, che non era per anche stato a Roma, ma che veniva desiderato concordemente dal popolo romano, determinò di portarsi colà. L'Anonimo Valesiano[2343] nota che l'andata a Roma di Teoderico seguì, dappoichè si era rimessa la pace nella Chiesa romana, cioè dopo essere stato riconosciuto Simmaco per legittimo papa. In fatti con gran magnificenza fece egli la sua entrata in Roma, come se fosse stato cattolico, si portò a dirittura alla basilica vaticana a venerare il sepolcro del principe degli Apostoli. Furono ad incontrarlo fuori della città papa Simmaco e il senato e popolo romano, come s'egli fosse stato un imperadore. Era allora fuori di Roma la suddetta basilica; e però vi si dovette portare anche il papa. Entrato poi Teoderico nella città, passò al senato; e nel luogo appellato Palma fece una allocuzione al popolo, con promettere fra l'altre cose di osservare inviolabilmente tutte le ordinanze fatte dai precedenti principi romani. Questo luogo chiamato Palma probabilmente era qualche gran sala del palazzo imperiale. L'autore antichissimo[2344] della vita di san Fulgenzio narra, ch'egli essendo in Roma quel giorno, in cui il re Teoderico fece una parlata al popolo nel luogo che si chiama Palma d'oro, ebbe occasione di ammirare la nobiltà, il decoro e l'ordine della curia romana, distinta secondo i varii gradi delle dignità, e di udire i plausi d'esso popolo, e di conoscere qual fosse la gloriosa pompa di questo secolo. Seguita a scrivere il suddetto Anonimo per tricennalem triumphans populo ingressus palatium, exhibens Romanis ludos circensium. Stimano il Valesio e il padre Pagi, che in vece di tricennalem s'abbia quivi a scrivere decennalem. Ma decennalia e non decennalis si solea dire; nè, per confessione dello stesso Pagi, correvano in quest'anno i decennali di Teoderico. Perciò quel passo, senza fallo guasto, è più probabile che significhi o la via per cui fu condotto il trionfo, o il tempo tricenorum dierum, che forse durarono quelle feste. In tal congiuntura Teoderico fece risplendere la sua singolare affabilità verso i senatori, e molto più la sua munificenza verso il popolo romano, perchè gli assegnò e donò ventimila moggia di grano per ogni anno. E affin di ristorare il palazzo imperiale e le mura della città, gli assegnò dugento libbre annue d'oro da ricavarsi dal dazio del vino. Sul principio del suo governo avea Teoderico conferita a Liberio la prefettura del pretorio. Il creò patrizio in questi tempi, e diede quella dignità ad un altro. Fece tagliar la testa ad Odoino conte, che avea cospirato contro la vita di Teodoro figliuolo di Basilio suo superiore. Di questo fatto si trova menzione anche presso Mario Aventicense[2345]. Volle dipoi che la promessa da lui fatta al popolo, s'intagliasse in una tavola di bronzo, e stesse esposta al pubblico.
Passati sei mesi in Roma fra gli applausi e le allegrezze di quel popolo, se ne tornò Teoderico a Ravenna. Stando quivi maritò Amalaberga figliuola di Amalafreda sua sorella, con Ermenfredo re della Turingia. Pubblicò eziandio varie leggi che corrono sotto il nome di Editto, e si leggono nel codice delle leggi antiche e fra le lettere di Cassiodoro. L'autore della Cronica Alessandrina[2346] ci insegna che la pubblicazion d'esse fu fatta mentre egli era in Roma. Per quanto crede il padre Pagi[2347], fu in questo anno tenuto il secondo sinodo in Roma da papa Simmaco, e in esso a titolo di misericordia fu creato vescovo di Nocera, città della Campania, il suo antagonista Lorenzo. Cita egli in pruova di ciò Anastasio bibliotecario[2348], Teodoro lettore[2349], Teofane[2350], Niceforo[2351]. Ma Anastasio nulla dice del tempo, in cui fu conferito il vescovato a Lorenzo; e Teodoro lettore, con gli altri Greci, che dicono preso quel ripiego dopo essere durata la divisione per tre anni, non sembra a me testimonio bastevole in questo fatto, di maniera che credo doversi anteporre l'opinion del cardinal Baronio[2352]: cioè che nel primo concilio e nel precedente anno seguisse la collazione del vescovato di Nocera a Lorenzo. L'Anonimo veronese da me pubblicato[2353], chiaramente dice che allorchè Simmaco fu riconosciuto per legittimo papa, Lorenzo ancora venne promosso al vescovato. Lo stesso Teodoro lettore conferma questa verità. Ora è certo, siccome abbiam veduto, che Simmaco nel marzo dell'anno prossimo passato godeva pacificamente il pontificato, e tenne il primo concilio romano. Venuto poco appresso a Roma il re Teoderico, egli solennemente col clero si portò ad incontrarlo fuori di Roma. Adunque se nel primo concilio Simmaco fu dichiarato vero papa, allora parimente, per quietare in qualche maniera le pretensioni di Lorenzo, gli fu conferita la chiesa di Nocera. In questi medesimi tempi nacque gran discordia tra Gundobado e Godigiselo fratelli, amendue re de' Borgognoni. Il primo abitava in Lione, l'altro in Geneva colla signoria della Savoja. Mario Aventicense[2354], e più copiosamente Gregorio Turonense[2355] raccontano che Godigiselo per opprimere il fratello tramò un inganno con Clodoveo re dei Franchi, promettendo di pagargli tributo da lì innanzi. Clodoveo mosse guerra a Gundobado, e questi chiamò in soccorso il traditor suo fratello Godigiselo, il quale coll'esercito suo andò ad unirsi seco contra i Franchi; ma avendo Clodoveo attaccata battaglia con essi presso Digione, oggidì capitale della Borgogna, ed essendosi unito con lui nel furor della zuffa Godigiselo, riuscì loro facile di sconfiggere Gundobado, il quale scappò ad Avignone, con lasciare il comodo al fratello di occupar buona parte del regno. In quella città fu assediato da Clodoveo; ma con promettergli tributo, restò libero. Ripigliate poi le forze, passò esso Gundobado all'assedio di Vienna, con prenderla ed ammazzarvi Godigiselo che v'era dentro e molti nobili borgognoni della di lui fazione. In questa maniera egli divenne padrone di tutto il regno dell'antica Borgogna, che abbracciava allora la Borgogna moderna, la Savoja, il Delfinato, il Lionese; e, per attestato di Gregorio Turonense[2356], anche la provincia di Marsilia, senza che sappiamo come passasse l'affare, avendo noi veduto all'anno 477, che i Visigoti s'erano impadroniti di Marsiglia. Procopio anch'egli scrive che i Visigoti nella Gallia stendevano il loro dominio fino alla Liguria, e per conseguente sotto la lor giurisdizione era la Provenza.
NOTE:
[2340] Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 8
[2341] Theoph., in Chron.
[2342] Cassiodor., in Chron.
[2343] Anonymus Vales.
[2344] Acta Sanctorum Bolland. ad diem 1 januar.
[2345] Marius Aventicensis, in Chron.
[2346] Chron. Alexandr.
[2347] Pagius, Crit. Baron.
[2348] Anastas. Bibliothec., in Vita Simmach.
[2349] Theod. Lector, lib. 2.
[2350] Theoph., in Chronogr.
[2351] Niceph. Callistus, lib. 16.
[2352] Baron., Annal. Eccl.
[2353] Rerum Italic., part. 5, tom. 3.
[2354] Marius Aventicensis, in Chron.
[2355] Gregor. Turonensis, lib. 2.
[2356] Gregor. Turonens., lib. 2, cap. 35.
Anno di CRISTO DI. Indizione IX.
SIMMACO papa 4. ANASTASIO imperadore 11. TEODERICO re 9.
Consoli
RUFIO MAGNO FAUSTO AVIENO e FLAVIO POMPEO.
Avieno primo fra questi due consoli appartiene all'Occidente. È creduto dal padre Pagi figliuolo e nipote di quel Gennadio Avieno ch'era stato console nell'anno 450. Se così è, secondo i conti del medesimo Pagi, avrebbe dovuto appellarsi juniore: il che nondimeno non apparisce nei Fasti. Quanto a me io il credo figliuolo di Fausto, a cui Ennodio scrive una lettera[2357] congratulandosi per la dignità consolare conferita ad Avieno di lui figliuolo. L'altro console, cioè Pompeo, fu creato in Oriente, ed era figliuolo di Flavio Ipazio, cioè di un fratello di Anastasio imperadore, come il Du-Cange[2358] osservò. Divenuto, come dicemmo, padrone di tutta l'antica Borgogna Gundobado, diede fuori in questo anno, o pure nel susseguente, le leggi dei Borgognoni che tuttavia esistono, colle quali, secondo l'asserzione di Gregorio Turonense, egli mise freno alla rapacità e crudeltà del suo popolo, acciocchè non opprimessero i Romani, cioè i vecchi abitanti di quelle contrade, sperando con ciò di acquistarsi la loro benevolenza. In esse leggi, fra l'altre cose, egli permise i duelli, come un rimedio creduto allora tollerabile per ischivar mali e violenze maggiori nelle private inimicizie. Ma nel secolo nono, Agobardo, dottissimo arcivescovo di Lione, scrisse un suo Trattato contra la legge di Gundobado, cioè contra quella, da cui erano permessi i duelli, mostrando fin d'allora l'iniquità e temerità di chi rimetteva al giudizio dell'armi la dichiarazione della verità e falsità delle cose, ossia dell'innocenza e del reato delle persone. Celebre ancora è la conferenza tenuta da santo Avito, vescovo di Vienna del Delfinato, in compagnia dei vescovi d'Arles, Marsilia e Valenza, con gli ariani, alla presenza dello stesso re Gundobado, per desiderio che aveano que' zelanti prelati di condurre esso dall'arianismo alla religion cattolica. Restarono convinti gli ariani, ed alcuni d'essi ancora abbracciarono la cattolica fede; ma Gundobado dimorò saldo ne' suoi errori, con dire fra l'altre cose: Se la vostra fede è la vera, perchè mai i vostri vescovi non impediscono il re de' Franchi che mi ha mossa guerra, e si è collegato co' miei nemici per distruggermi? Abbiamo da Marcellino conte[2359] sotto il presente anno, che celebrandosi in Costantinopoli i giuochi teatrali sotto Costanzo prefetto della città, una delle fazioni, nemica della cerulea, ossia della veneta, vi introdusse occultamente una gran copia di spade e sassi, e nel più bello dello spettacolo si scagliò contra degli emuli con tal furia e barbarie, che ben tremila persone vi restarono uccise. Dal che si intende che non i soli condottieri delle carrette e de' cavalli formavano le fazioni diverse d'allora, ma anche il popolo, il quale, secondo il suo capriccio, teneva per l'una parte o per l'altra, e dovea comparire allo spettacolo colla veste o divisa della sua fazione. Abbiam veduto nel precedente anno che il poco fa mentovato Gundobado re dei Borgognoni, colla morte di Godigiselo suo fratello, avea slargati i confini del suo regno. Nel presente, se crediamo al padre Daniele[2360], i Franchi e Teoderico re di Italia fecero lega insieme contra del medesimo borgognone, con patto di dividere le conquiste che si facessero, ancorchè l'una delle parti non aiutasse l'altra: nel qual caso dovesse la non operante aver la sua tangente delle conquiste, con isborsar nondimeno una somma d'oro all'altra parte vincitrice. Spedì Teoderico il suo esercito, ma con ordine di andar lentamente, per veder prima ch'esito sortiva la guerra tra i Franchi e Gundobado. Furono rotti in una sanguinosa battaglia i Borgognoni, ed occupata gran parte del loro paese dai Franchi. Allora l'armata di Teoderico passò in fretta l'Alpi, e addusse per iscusa del ritardo la difficultà delle strade. Ciò non ostante, i Franchi mantennero la parola, con dividere i paesi conquistati, e ricevere da Teoderico l'oro pattuito; ed in tal guisa cominciò una parte della Gallia ad essere posseduta dai Goti e dai Germani, cioè dai Franchi. Così il padre Daniele, che da Procopio[2361] prese la notizia di questa guerra, ne disegnò il tempo, cioè il presente anno, e n'addusse ancora i motivi, da lui però immaginati. Ma è fuor di dubbio che non in questi tempi, ma sì bene molti anni dipoi, cioè nell'anno 523, fu fatta questa guerra, e non già contra Gundobado, ma sì bene contra Sigismondo suo figliuolo. Infatti Gregorio Turonense scrive che tutto il regno della Borgogna fu in potere di Gundobado dopo la morte del fratello. E poi narrata la vittoria di Clodoveo riportata sopra i Visigoti, dice che il regno di Clodoveo arrivò sino a' confini dei Borgognoni. Più chiaramente scrive Mario Aventicense[2362] che Gundobado regnum, quod perdiderat, cum eo, quod Godegeselus habuerat, receptum, usque in diem mortis suae feliciter gubernavit. Finalmente avendo Ennodio recitato il suo panegirico al re Teoderico nell'anno 506, e nel seguente con toccare ed esaltare in esso anche le men riguardevoli imprese di lui, ma senza dir menoma parola d'acquisto alcuno fino allora fatto nelle Gallie: di più non occorre per conchiudere, che non può appartenere all'anno presente il racconto di Procopio, ma bensì l'anno 523, come si farà vedere.
NOTE:
[2357] Ennod., Ep. V, lib. 1.
[2358] Du-Cange, Famil. Byzant. in Anast.
[2359] Marcell. Comes, in Chron.
[2360] Daniel, Histoire de Franc., tom. 1.
[2361] Procop., de Bell. Goth. lib. 1, cap. 12.
[2362] Marius Aventicensis, in Chron.
Anno di CRISTO DII. Indizione X.
SIMMACO papa 5. ANASTASIO imperadore 12. TEODERICO re 10.
Consoli
FLAVIO AVIENO juniore e PROBO.
Questo Avieno console occidentale era figliuolo di Fausto patrizio, a cui è indirizzata una lettera di Ennodio[2363]; e quantunque in età giovanile, venne promosso a quell'illustre dignità da Teoderico, principe che studiava tutte le maniere di affezionarsi i primarii, ed anche lo stesso popolo di Roma. Probo vien creduto dal Panvinio[2364] e dal padre Pagi[2365] console orientale e nipote d'Anastasio imperadore per via di un suo fratello o d'una sua sorella; ma è da vedere all'anno 513 disotto Probo juniore che lascia qualche dubbio intorno alla famiglia di questo Probo. Secondo le osservazioni del padre Pagi fu in quest'anno tenuto il terzo concilio romano da papa Simmaco sul principio di novembre, in cui la sacra assemblea dichiarò nullo ed insussistente un decreto fatto dal re Odoacre, o pure da Basilio prefetto del pretorio a' tempi di quel re, di non eleggere o consecrare il papa, senza prima consultare il re o per lui il prefetto del pretorio. Si rinnovarono ancora i divieti di alienare gli stabili ed ornamenti delle chiese. Ma per quanto dica il padre Pagi, tuttavia resta scura la storia degli Atti di papa Simmaco e il tempo de' concili tenuti da lui in Roma, supponendo sempre il Pagi che il competitore Lorenzo fosse creato vescovo di Nocera nell'anno 509, quando, per le ragioni addotte di sopra, è più probabile che quel vescovato gli fosse conferito nell'anno precedente, ed avendo dovuto esso Pagi alterar le date di essi concilii, per accomodarle al suo sistema. Teofane[2366] e Marcellino conte[2367] notano che in quest'anno i Bulgari tornarono a fare un'incursione nella Tracia, e senza trovar chi loro resistesse, devastarono il paese. Colla medesima crudeltà trattarono anche l'Illirico. Dai tempi di Teoderico juniore aveano i Persiani conservata la pace fino al presente anno coll'imperio d'Oriente. Ora Coade, ossia Cabade, re di quella nazione, richiese danari da Anastasio imperadore. Rispose questi che ne darebbe in prestito, purchè se gli desse una buona sigurtà, e non in altra maniera. Allora i Persiani con un possente esercito entrati nell'Armenia, presero Teodosiopoli per tradimento di Costantino senatore, generale delle milizie cesaree. Passati dipoi nella Mesopotamia, posero l'assedio ad Amida, città ricchissima, che fece gagliarda difesa, e si sarebbe sostenuta, se alcuni monaci non l'avessero tradita, i quali nel sacco dato ad essa città rimasero anch'essi, colla maggior parte di que' cittadini, tagliati a pezzi. In questi tempi ancora Clodoveo re de' Franchi, che cercava dappertutto pretesti ed occasioni di sempre più ingrandirsi, mosse guerra alla Bretagna minore, ed obbligò il re di quella nazione a sottoporsi al di lui dominio: dopo di che non più re, ma conti furono appellati i capi di quel popolo, per quanto scrive Gregorio Turonense[2368]. Nondimeno ho io osservato nelle note al poema di Ermoldo Nigello[2369], che anche da lì innanzi i Britanni minori affrettarono di dare il titolo di re al principe loro.
NOTE:
[2363] Ennod., Epist. V, lib. 1.
[2364] Panvin., in Fast. Consul.
[2365] Pagius, Crit. Baron.
[2366] Theoph., in Chronogr.
[2367] Marcell. Comes, in Chron.
[2368] Gregor. Turonensis, lib. 1, cap. 15.
[2369] Rer. Ital. Script., part. 2 tom. 2.
Anno di CRISTO DIII. Indizione XI.
SIMMACO papa 6. ANASTASIO imperadore 13. TEODERICO re 11.
Consoli
DESICRATE e VOLUSIANO.
Desicrate fu console dell'Oriente, e Volusiano dell'Occidente. A quest'anno riferisce il padre Pagi[2370] il quarto concilio romano, appellato palmare, che fu il più numeroso di tutti, nel quale troviamo dichiarata l'innocenza di Simmaco papa, e terminata la gran lite di lui con Lorenzo, intruso nella sedia di san Pietro dai suoi fazionarii. Intorno a che è da ascoltare Anastasio bibliotecario[2371], ossia l'autore antichissimo della vita di Simmaco nel Pontificale romano, che così parla d'esso papa: "Quattro anni, dice egli, dappoichè Simmaco era stato riconosciuto legittimo pontefice, e Lorenzo suo antagonista, durante tuttavia il sacrilego impegno di Festo patrizio, che si tirava dietro Probino patrizio, e quasi tutto il senato, risorse la speranza in essi di fare scomunicar papa Simmaco, e poscia deporlo. Perciò inventarono nuove accuse contra di lui, tacciandolo di adulterio, e di aver dilapidati i beni della Chiesa romana, con inviare a Ravenna dei falsi testimonii contra di lui al re Teoderico. Occultamente ancora richiamarono a Roma Lorenzo, cioè l'antipapa, e rinnovarono lo scisma, aderendo gli uni a Simmaco, e gli altri a Lorenzo. Poscia inviata al re Teoderico una relazione, tanta istanza fecero per avere un visitatore della Chiesa romana, che Teoderico diede tal commissione a Pietro vescovo d'Altino, guadagnato prima da essi fazionarii: ripiego insolito e contrario ai sacri canoni, essendo una mostruosa deformità il vedere costituito un vescovo, e ciò dalla potenza laica, come giudice sopra la sede apostolica: del che giustamente si dolse non poco papa Simmaco." Seguita a dire Anastasio che nel medesimo tempo Simmaco raunò un concilio di cento e quindici vescovi, nel quale egli restò purgato da' reati che gli erano apposti, e fu condannato Lorenzo vescovo di Nocera, perchè vivente il papa avesse tentato di occupar la sedia di san Pietro, ed insieme Pietro vescovo di Altino, per aver osato di alzar tribunale contra di un legittimo pontefice. Allora Simmaco da tutti i vescovi e da tutto il clero con sua gloria fu rimesso sul trono, e andò a fare la residenza sua a san Pietro. Finalmente Anastasio continua a dire: che nel medesimo tempo Festo capo del senato, e già stato console, con Probino, stato anch'esso console, entro Roma stessa cominciò a fare guerra contra di altri senatori, massimamente e contra di Fausto, già stato console, il qual solo si potea dire che si combattesse in favor di Simmaco. Però succederono molti ammazzamenti in Roma stessa; e que' preti e cherici ch'erano trovati aderenti a papa Simmaco venivano uccisi. Furono maltrattate fin le monache e le vergini che si scoprivano del partito d'esso papa, con cavarle fuori de' monasteri e delle lor case, con ispogliarle, e dar loro anche delle ferite. E non passava giorno che non si udissero di queste battaglie e ribalderie. Uccisero molti sacerdoti e molti laici, nè v'era sicurezza alcuna per chi avea da camminare per la città. Così Anastasio, senza soggiugnere qual fine avesse questa tragedia.
Ascoltiamo ora un fazionario di Lorenzo antipapa, cioè l'Anonimo veronese[2372], il quale racconta che sulle prime d'ordine del re Teoderico fu riconosciuto Simmaco per vero papa, e dato a Lorenzo il vescovato di Nocera. Dopo alcuni anni fu accusato Simmaco presso il suddetto re, con farlo credere reo d'adulterio, e che avesse alienato i beni della Chiesa romana; al qual fine fecero anche andare a Ravenna alcune donne, cioè persone facili ad essere subornate da chi era sì accanito contro d'esso papa. Fu chiamato Simmaco alla corte, e confinato in Rimini; ma perchè egli s'avvide che non v'erano orecchi per lui, ma solamente per li suoi avversarii, se ne ritornò a Roma senza permissione del re. Allora i suoi emuli fece fuoco alla corte di Teoderico, con istanza che inviasse a Roma un visitatore nel tempo della Pasqua: al che fu deputato Pietro vescovo di Altino. Dopo essa festa il senato e clero, cioè quella parte che era per Lorenzo, ottennero dal re che si raunasse un concilio in Roma, al quale non volle intervenire Simmaco. Ma qui è da osservare un'iniqua reticenza di questo scrittore, cioè che papa Simmaco intervenne benissimo alla prima sessione; e andando poi alla seconda co' suoi preti e cherici, fu assalito per istrada, con restare uccisi o feriti alcuni de' suoi, ed aver egli stesso durata fatica in mezzo ad una pioggia di sassate a potersi mettere in salvo: il che gli riuscì ancora per l'assistenza che gli prestarono Gudila e Vedulfo, maggiordomi del re Teoderico, seco venuti per guardia a quella raunanza. Questo solo basta a far conoscere se gli avversarii suoi per cristiano zelo, o pur per un cieco odio o per una malignità patente, il volessero abbattuto e deposto. A cagione di questa prepotenza Simmaco si scusò di più intervenire al concilio. Dal che avvenne che molti de' vescovi (seguita a dire l'Anonimo suddetto) veggendo così incagliato l'affare, e che non le vie della giustizia, ma sì ben quelle della violenza prevalevano, attediati se ne tornarono alle lor case. Allora i nemici di Simmaco supplicarono il re di permettere che Lorenzo sequestrato in Ravenna venisse a Roma. Costui n'ebbe la licenza, ed entrato in Roma, s'impadronì di molte chiese, e per quattro anni quivi si mantenne: nel qual tempo si fece una crudel guerra. Ma infine Teoderico, avendogli Simmaco inviato un memoriale per mezzo di Dioscoro diacono alessandrino, ordinò a Festo patrizio che tutte le chiese occupate da Lorenzo fossero restituite a Simmaco. Così fu fatto, e Lorenzo ritiratosi nei poderi di Festo patrizio, quivi terminò la sua vita.
Facile ora è a qualsivoglia accorto lettore il conoscere dalle cose dette che la gran tempesta commossa e continuata per tanto tempo contra di Simmaco, non venne già da veri delitti d'esso papa, ma sì bene dal perverso animo e dalla congiura di Festo patrizio, che con false accuse e testimonii subornati, e con ammazzamenti voleva pur esaltare il suo Lorenzo colla depression di Simmaco, benchè dichiarato vero successore di san Pietro. Chi è capace di fare il primo passo falso, non è da stupire se ne fa degli altri appresso anche più violenti. In fatti il concilio palmare tenuto in Roma è una prova autentica di questa verità, essendo ivi, per quel che riguarda il giudizio degli uomini, stata riconosciuta l'innocenza di Simmaco, ancorchè i più del senato e del clero fossero sedotti da Festo e Probino patrizii. Da quanto ancora s'è detto, si può raccogliere, non sussistere, come vogliono alcuni, che in quest'anno, anche dopo la celebrazione del concilio palmare, si restituisse la pace alla Chiesa romana. Durò la persecuzione e dissensione gran tempo ancora dipoi; e restano tuttavia delle difficoltà nell'assegnare il tempo, in cui fu tenuto esso concilio palmare, e bandito da Roma Lorenzo; e tanto più, se sussistesse, come suppone il cardinal Baronio[2373], che nel presente anno fosse tenuto il quinto concilio romano, di cui si son perduti gli atti. Per conto poi del re Teoderico, ancorchè egli si lasciasse sorprendere dalle istanze della potente fazione di Lorenzo col concedere un visitatore della Chiesa romana (istanza contraria ai sacri canoni); tuttavia egli non si attribuì già la facoltà di decidere nelle cause ecclesiastiche, e massimamente di tanto rilievo, trattandosi di un sommo pontefice. Elesse egli dunque la via convenevole in sì gravi sconcerti, cioè quella di un concilio, con dichiarare espressamente[2374]: In synodali esse arbitrio, in tanto negotio sequenda praescribere, nec aliquid ad se praeter reverentiam de ecclesiasticis negotiis pertinere: committens potestati pontificum quod magis putaverint utile, deliberarent, dummodo venerandi provisione concilii pax in civitate romana christianis omnibus redderetur: parole degne di gran lode in un principe. Anzi avendo i vescovi della Liguria, capo de' quali fu Lorenzo insigne arcivescovo di Milano, in passando da Ravenna, rappresentato al re che toccava al papa stesso convocare quel concilio: Potentissimus princeps ipsum quoque papam incolligenda synodo voluntatem suam literis demonstrasse significavit. E perciocchè essi desiderarono di veder le lettere dello stesso papa, egli non ebbe difficoltà di farle immediatamente mettere sotto i loro occhi, con esempio memorabile per tutti i secoli avvenire, e specialmente essendo Teoderico ariano di credenza. È di parere il padre Pagi[2375] che palmare fosse appellato quel concilio dal luogo chiamato Palma aurea in Roma, di cui s'è parlato disopra. Anastasio bibliotecario scrive[2376]: In porticu beati Petri, quae appellatur ad Palmaria. Sarebbe da vedere se ad esso sinodo convenisse più questo che quel luogo.
Al presente anno (ma non si sa di sicuro questo tempo) riferisce il cardinal Baronio[2377] un apologetico scritto ed inviato da papa Simmaco all'imperador Anastasio; dal qual apparisce che quel principe dopo aver scoperto Simmaco costante nella difesa della Chiesa cattolica e contrario a tante macchine d'esso Anastasio per abolire il concilio calcedonense, e sostenere l'eresia d'Eutichete e degli acefali, avea scritto contra di lui, con caricarlo d'indicibili ingiurie, fino a chiamarlo manicheo, quando si sa da Anastasio bibliotecario[2378], che avendo egli scoperti dei Manichei in Roma, li cacciò via, e fece pubblicamente bruciare i lor libri. Simmaco, oltre al difendere sè stesso, rappresenta ad Anastasio i falli da lui commessi in protegger la memoria di Acacio, e in comparir cotanto parziale degli eretici. Da questo apologetico deduce il cardinal Baronio che papa Simmaco avea scomunicato Anastasio Augusto. Le parole del pontefice son queste: Dicis quod mecum conspirante senatu, excommunicaverim te. Ista quid ego: sed rationabiliter factum a decessoribus meis sine dubio subsequor. Quid ad me, inquies, quod egit Acacius? Recede ergo, et nihil ad te. Nos non te excommunicavimus, imperator, sed Acacium. Tu recede ab Acacio, et ab illius excommunicatione recedis. Tu te noli miscere excommunicationi ejus, et non es excommunicatus a nobis. Da tali parole potrebbe parere che non avesse già papa Simmaco fulminata contra di Anastasio la scomunica maggiore; ma ch'egli solamente pretendesse incorso l'imperadore nella scomunica minore perchè comunicava colla memoria di Acacio scomunicato dalla sede apostolica. Simmaco sosteneva i decreti de' suoi predecessori contra di Acacio e non volendo Anastasio ritirarsi dalla comunione di Acacio, benchè defunto, ne veniva per conseguenza che egli incorreva nella scomunica di chi comunica con gli scomunicati. In quest'anno, per testimonianza di Cassiodoro[2379], il re Teoderico condusse l'acqua a Ravenna, con far rifabbricare a tutte sue spese gli acquedotti che da gran tempo erano affatto diroccati. L'Anonimo Valesiano[2380] scrive che quegli acquedotti erano stati fabbricati da Trajano imperadore. Se quelle acque furono prese dalla collina e condotte fino a Ravenna, non potè essere se non grande la spesa, e magnifica l'impresa. Racconta Marcellino conte[2381] che Anastasio imperadore spedì nel presente anno contra de' Persiani Patrizio già stato console, Ipazio figliuolo d'una sua sorella, e Ariobindo, genero d'Olibrio già imperadore, con un'armata di quindicimila persone. Questo numero si dee credere scorretto, perchè abbiamo da Procopio[2382] che non s'era veduto prima, nè si vide dipoi, un esercito sì fiorito come questo contra dei Persiani. Tanto Teofane[2383] quanto il suddetto Procopio, scrivono che Ariobindo fece la figura di primo generale, e che gli altri gli furono dati per compagni. Ma perciocchè concordia non passava fra questi condottieri d'armi, ed ognun voleva comandare al suo corpo di milizie e in siti diversi, nulla, secondo il solito, si fece di profittevole all'imperio. Seguì un combattimento, ma colla peggio dei Greci, e profittando il re persiano della discordia degli uffiziali cesarei, devastò molto paese dell'imperio orientale. Aggiugne Teofane che in Costantinopoli tra le fazioni nei giuochi circensi insorse una nuova sedizione, per cui dell'una e dell'altra parte assaissimi restarono uccisi, e fra gli altri un figliuolo bastardo dell'imperadore Anastasio; accidente che sommamente afflisse il medesimo Augusto, e fu cagione ch'egli facesse morir molti di coloro, ed altri ne cacciasse in esilio. Se non era un segreto di politica il permettere o fomentar cotali fazioni, egli è da stupire come gl'imperadori non fossero da tanto di abolire una sì perniciosa divisione nel loro popolo.
NOTE:
[2370] Pagius, Crit. Baron.
[2371] Anastas. Bibl., in Vit. Symmachi.
[2372] Anonymus Veronensis, part. 2, tom. 3 Rer. Ital.
[2373] Baron., Annal. Eccl.
[2374] In Actis Concilii Palmaris.
[2375] Pagius., Crit. Bar.
[2376] Anastas. Bibl., in Vita Honorii.
[2377] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 503.
[2378] Anast. Bibl., in Vita Symmachi.
[2379] Cassiodor., in Chron.
[2380] Anonymus Valesianus.
[2381] Marcell. Comes, in Chron.
[2382] Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 8.
[2383] Theoph., in Chron.
Anno di CRISTO DIV. Indizione XII.
SIMMACO papa 7. ANASTASIO imperadore 14. TEODERICO re 12.
Console
CETEGO, senza collega.
Fu creato in Occidente questo console, ed era figliuolo di Probino stato console nell'anno 489, come si ricava da Ennodio[2384]. Papa Simmaco, secondo la conghiettura del cardinal Baronio[2385], celebrò nel presente anno il sesto concilio romano contro gli occupatori dei beni ecclesiastici, con iscomunicarli se non li restituivano. Doveano i laici aver profittato del grave scisma della Chiesa romana; e questo ci fa eziandio intendere quanto fosse lungi dal vero l'accusa inventata contra di Simmaco, quasi dilapidatore dei beni della Chiesa. Circa questi tempi ancora si suscitò in Africa una fiera persecuzione contra de' cattolici da Trasamondo re de' Vandali, ariano di credenza. Aveva egli finora lasciati in pace que' cattolici; ma dappoichè ebbe fatta una legge che venendo a mancare alcuno dei vescovi, non si potesse eleggere il successore, e andavano crescendo le vacanze delle chiese con danno notabile della vera religione in quelle parti, i vescovi viventi coraggiosamente determinarono di provvedere esse chiese di pastori, risoluti tutti di sofferir tutto per non mancare al debito loro e al bisogno de' fedeli. Diede nelle smanie Trasamondo, e secondochè scrive l'autore della Miscella[2386], allora fu ch'egli mandò in esilio ducento venti vescovi cattolici africani, che per la maggior parte furono relegati nella Sardegna, e fra gli altri san Fulgenzio vescovo ruspense, insigne prelato e scrittore del secolo presente. Aggiugne lo stesso autore, concorde in ciò con Anastasio bibliotecario[2387], che papa Simmaco fece risplendere la sua fraterna carità verso di quei santi vescovi confessori, con soccorrere ai lor bisogni, cioè con inviar loro ogni anno danaro e vesti in dono: azione che maggiormente serve a comprovare quanto fosse diverso questo papa da quello che vollero far credere gl'iniqui suoi avversarii. Abbiamo poi da Cassiodoro[2388] che nel presente anno Teoderico fece guerra coi Bulgari, divenuti oramai terribili nelle contrade poste lungo il Danubio sotto del moderno Belgrado. Aveva Anastasio imperadore provato varie crudeli irruzioni di costoro nella Tracia che faceano tremare fin la stessa città di Costantinopoli. Ed essendosi essi impadroniti della Pannonia inferiore, chiamata Sirmiense, Teoderico determinò di reprimere la baldanza di que' Barbari, e gli riuscì di levar dalle loro mani quella provincia. Noi altronde sappiamo che il dominio di Teoderico si stendeva allora per tutta la Dalmazia, anzi si raccoglie da una sua lettera[2389] che anche la provincia del Norico era tuttavia compresa sotto il regno d'esso Teoderico. Però s'avvicinava la di lui giurisdizione alla Pannonia, oggidì Ungheria, e potè egli stendere fin colà le sue conquiste. Quel ch'è strano, Cassiodoro, segretario del medesimo re, scrive che egli, con aver vinti i Bulgari, ricuperò il Sirmio; ed Ennodio[2390], anch'esso scrittore contemporaneo, e in un panegirico recitato allo stesso principe, racconta aver egli ricuperata quella provincia dalle mani de' Gepidi. Ascoltiamone il racconto da questo autentico scrittore. Narra egli che la città di Sirmio, confine una volta dell'Italia, cioè dell'imperio occidentale nel secolo precedente, e frontiera contra de' Barbari, per negligenza de' principi antecedenti era caduta nelle mani dei Gepidi. Trasarico re di quella nazione inquietava forte da que' luoghi i confini romani, di modo che conveniva spesso mandare innanzi e indietro delle ambasciate. Scoperto in fine che Trasarico lavorava ad ingannare, e tramava qualche tela con Gunderito capo d'altri Gepidi, Teoderico spedì a quella volta Pitzia e Arduico Goti con un forte esercito, per far proporre a Trasarico dei convenevoli patti. Ma il Barbaro non aspettò d'aver l'armi addosso, e si ritirò di là dal Danubio, lasciando Sirmio alla discrezione del generale de' Goti, il quale non permise che fosse commessa alcuna violenza nel paese, da che aveva esso da restare in dominio del re suo padrone. Giordano storico[2391] scrive che Pitzia era uno dei primi conti della corte di Teoderico, e che egli, scacciato Trasarico figliuolo di Traftila, e fatta prigione la di lui madre, s'impadronì della città di Sirmio. Noi vedemmo di sopra all'anno 489, coll'autorità della Miscella[2392], che questo Traftila, ossia Triostila, re dei Gepidi, oppostosi alla venuta di Teoderico in Italia, restò morto in una battaglia. E però, per consenso ancora di Giordano, il qual pure prese dai libri di Cassiodoro la sua storia gotica, Trasarico re de' Gepidi era allora padrone della provincia sirmiense, e dalle mani di lui la ricuperò Teoderico: non sapendosi perciò intendere come nella Cronica di Cassiodoro si legga che Teoderico ne divenne padrone per avere sconfitti i Bulgari. Continuò nel presente anno la guerra di Anastasio Augusto contra de Persiani. Richiamò egli alla corte Appione ed Ipazio[2393], perchè cozzavano con Ariobindo generale dell'armata, e in luogo loro spedì Celere maestro degli uffizi, uffiziale di gran valore e prudenza, il quale unito con Ariobindo, penetrò nella Persia, con inferire gravissimi danni a que' paesi, in guisa che Cabade re de' Persiani cominciò a trattar di pace. E questa fu in fine conchiusa colla restituzione della città d'Amida ai Greci, e coll'aver i Greci pagati trenta talenti ai Persiani. Marcellino conte[2394] mette sotto il precedente anno la restituzione d'Amida, con dire che fu riscattata con un immenso peso d'oro dalle mani dei Persiani. Poscia all'anno presente racconta le prodezze di Celere e la pace conchiusa. Procopio[2395] diversamente scrive, con dire che Ariobindo fu richiamato a Costantinopoli, ed avendo Celere con gli altri capitani continuata la guerra, e fatto l'assedio di Amida, la comperarono con loro vergogna per mille libbre d'oro, quando alla guarnigione persiana non restava vettovaglia che per sette giorni. Dopo di che fra i Greci e Persiani seguì una tregua di sette anni, e da lì a poco la pace. Pretende il padre Pagi che questa pace appartenga all'anno susseguente, con addurre la testimonianza di Teofane, che pure la riferisce nello stesso anno, in cui Amida tornò in potere dei Greci.
NOTE:
[2384] Ennod., in Paraenesi Didascal.
[2385] Baron., Annal. Eccl.
[2386] Histor. Miscell., lib. 16, tom. 1, Rer. Ital.
[2387] Anast. Biblioth., in Vit. Simmach.
[2388] Cassiod., in Chron.
[2389] Cassiod., lib. 3, epist. 50.
[2390] Ennod., in Panegyr. Theoderici.
[2391] Jordan., de Reb. Getic., cap. 53.
[2392] Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.
[2393] Theoph., in Chronogr.
[2394] Marcell. Comes, in Chron.
[2395] Procop., de Bell. Pers., lib. 5, cap. 9.
Anno di CRISTO DV. Indizione XIII.
SIMMACO papa 8. ANASTASIO imperadore 15. TEODERICO re 13.
Consoli
SABINIANO e TEODORO.
È corso un errore di stampa presso il padre Pagi[2396], quantunque nell'errata corrige non sia stato avvertito, perchè da lui, e poscia da chi ha fatto le note al Sigonio, vien chiamato Sabiano il primo di questi consoli, che pure porta il nome di Sabiniano in tutti i Fasti e monumenti antichi. Lo stesso Marcellino conte[2397], citato qui dal Pagi, non gli dà altro nome, e il dice figliuolo di Sabiniano magno ed anche generale d'armata, siccome vedremo fra poco. Egli fu creato in Oriente, Teodoro in Occidente. Questo Teodoro fu poi nell'anno 525 inviato ambasciatore a Costantinopoli dal re Teoderico, e in fine si fece monaco, come si deduce da una lettera di san Fulgenzio[2398]. Vien creduto dal cardinal Baronio discendente da quel celebre Manlio, ossia Mallio Teodoro, di cui fa menzione santo Agostino; anzi anch'esso è dal porporato medesimo appellato Manlio Teodoro, senza che se ne adduca alcuna pruova. Il Relando[2399] parimente ne' Fasti gli dà il nome di Manlio Teodoro, con citare una iscrizione del Gudio[2400], posta L. MALLIO THEODORO V. C. COS., ma senza por mente che quella iscrizione appartiene a Mallio Teodoro che fu console nell'anno 399, e quivi (se pur essa è documento legittimo) in vece di L. MALLIO, pare che si debba scrivere FL. MALLIO, come in un'altra da me rapportata altrove[2401]. Acquistata che ebbe Teoderico la Pannonia Sirmiense, con che venne a stendere il suo dominio fino al Danubio, insorse poco dopo un fatto, in cui di nuovo s'impegnarono l'armi sue in quelle stesse parti. Un certo Mundone, per quanto riferisce Giordano storico[2402], discendente da Attila, e però Unno di nazione (Marcellino conte il chiama Goto), fuggito dai Gepidi, si era ricoverato di là dal Danubio in luoghi incolti e privi d'abitatori; ed avendo raunati non pochi masnadieri ed assassini da strada, venne di qua da esso fiume, ed occupata una torre chiamata Erta, quivi s'era afforzato; e preso il nome di re fra i suoi, colle scorrerie pelava tutt'i vicini. Convien credere ch'egli arrivasse con queste visite fino nell'Illirico, sottoposto al greco imperadore; perciocchè Anastasio diede ordine a Sabiniano suo generale in quella provincia, e console nel presente anno, di dar fine alle insolenze di costui. Sabiniano, messa in punto la sua armata, ed unitosi coi Bulgari, divenuti potenti e terribili nella Mesia, che fu poi appellata Bulgaria, prese così ben le sue misure, che colse il re masnadiere verso il fiume Margo, cioè in sito, da cui egli non poteva uscire senza battaglia. Allora Mundone, che appena entrati i Goti nella Pannonia s'era collegato con loro, spedì con tutta fretta ad implorar soccorso da Pitzia generale di Teoderico. V'accorse egli (dice Ennodio)[2403] in tempo che Mundone disperato già meditava di arrendersi; ed attaccata battaglia, con tal furore caricò i Bulgari e i Greci, che ne fece un'orrida strage, e, vittorioso, restò padrone del campo, delle bandiere e del carriaggio dei nemici. E tanto più è da credere riguardevole una tal vittoria, perchè l'armata greca e bulgara era incomparabilmente maggiore; e noi vedremo che il loro condottier Sabiniano era uno de' più saggi e valorosi capitani d'allora. Eppure, se non è fallato il testo di Giordano, Pitzia non condusse a quel cimento più di duemila fanti goti e cinquecento cavalli: numero bene scarso, ma pure bastante a grandi azioni per la riputazion di bravura, in cui era la gotica nazione.
Marcellino conte[2404], dopo aver narrata la sconfitta di Sabiniano, che con pochi si salvò nel castello di Nato, aggiugne, essere rimasta in questa lagrimevol guerra sì scaduta la speranza dei soldati greci, che non potè da gran tempo rimettersi in vigore. Forse questo scrittore ingrandì più del dovere quella impresa. Mundone dipoi, perchè riconosceva la sua libertà e la vita dalle armi di Teoderico, si suggettò da lì innanzi al di lui dominio. Ma per questo avvenimento si sconcertò la buon'armonia che passava tra Anastasio imperadore e il re Teoderico. Pertanto cominciò Teoderico ad inviar nella Pannonia i suoi uffiziali, e il primo governatore spedito a quella provincia fu Colosseo conte, al quale si vede indirizzata da Teoderico la patente, con cui gli dà il governo della Pannonia Sirmiense, appellata da lui[2405] sede una volta dei Goti, e gli ordina di sradicare da que' paesi gli abusi, e nominatamente l'uso dei duelli. Il che più chiaramente vien da lui espresso nella seguente lettera[2406] inviata a tutti i barbari e romani abitanti nella Pannonia, con dire fra le altre cose: Crediamo ancora di dovervi esortare a voler da qui innanzi combattere contro i nemici, e non già fra di voi. Non vi lasciate condur da bagattelle e puntigli a mettere la vita a repentaglio. Acquetatevi alla giustizia, di cui tutto il mondo si rallegra. Perchè mai ricorrete alla monomachia (cioè al duello) da che avete giudici onorati che non vendono la giustizia? Mettete giù il ferro voi che non avete nemici. Troppo malamente armate il braccio contra dei vostri attinenti, per difendere i quali ognun sa che si dee gloriosamente morire. A che serve la lingua data da Dio agli uomini, per poter dire sue ragioni, se alla mano armata si vuol rimettere la decision delle liti? E che pace è mai la vostra, se sì spessi sono i combattimenti fra i cittadini? Imitate, imitate i nostri Goti, che sanno ben combattere coi nemici forestieri, e conservar nello stesso tempo fra loro la moderazione e la modestia. In questa maniera noi siam risoluti di vivere, e in questa voi mirate che son fioriti coll'aiuto di Dio i nostri maggiori. Così Teoderico. Tanti e tanti oggidì all'udir nominare i Goti, gridano: Oh che Barbari! Ma que' Barbari aveano più senno degli spadaccini e biraghisti de' secoli susseguenti. Abborrivano essi lo stolto ed infame uso dei duelli al pari de' saggi Romani. E se ha tuttavia credito presso d'alcuni quell'empio costume, dovrebbono vergognarsi al vedere che fino i Goti creduti Barbari lo detestarono. In quest'anno Anastasio imperadore pubblicò una legge[2407], con cui ordinò che niuno fosse ammesso all'ordine dei difensori, ossia degli avvocati, se prima davanti al vescovo con testimonii e col giuramento non professava di seguitar la religione ortodossa. Credesi che anche venga da lui un'altra legge[2408] che ordina lo stesso per la milizia palatina, cioè per gli uffiziali della corte: tutte belle apparenze; ma la religione ortodossa nel sentimento di Anastasio era diversa da quella de' cattolici, ed egli sempre più si andò scoprendo nemico del concilio calcedonense.
NOTE:
[2396] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.
[2397] Marcell. Comes, in Chron.
[2398] Fulgentius, Ep. VI.
[2399] Reland., Fast. Cons.
[2400] Gudius, Inscript., pag. 372, num. 10.
[2401] Thesaur. Nov. Inscript., pag. 397.
[2402] Jordan., de Reb. Get., cap. 58.
[2403] Ennod., in Panegyr. Theoderici.
[2404] Marcell. Comes, in Chron.
[2405] Cassiod., lib. 3. epist. 23.
[2406] Idem, ibid. ep. 24.
[2407] L. 19. C. de Episc. audient.
[2408] L. 60, Cod. eodem.
Anno di CRISTO DVI. Indizione XIV.
SIMMACO papa 9. ANASTASIO imperadore 16. TEODERICO re 14.
Consoli
ARIOBINDO e MESSALA.
Ariobindo console orientale dell'anno presente, veduto da noi di sopra general di armata contra i Persiani, era figliuolo di Dagalaifo stato console nell'anno 461, e nipote di Ariobindo stato console nel 434. Avea per moglie Giuliana figliuola di Olibrio imperador d'Oriente e di Placidia Augusta. Perciò era uno de' primi personaggi della corte cesarea d'Oriente, e tale che, siccome all'anno 470 accennai, fu contra sua volontà acclamato imperadore dal popolo di Costantinopoli. Messala, console d'Occidente, vien fondatamente creduto lo stesso, a cui son scritte due lettere di Ennodio[2409], le quali cel fanno conoscere per figliuolo di Fausto e fratello di Avieno, cioè probabilmente di quelli che abbiam veduto consoli negli anni addietro. Il trovo poi chiamato dal Relando[2410] Ennodio Messala, ma senza pruova alcuna: e non avendo noi osservato nella sua famiglia il nome, ossia cognome d'Ennodio, lo possiamo perciò credere senza verun fondamento a lui attribuito. Probabilmente prima che terminasse l'anno presente, cominciarono i semi di guerra tra Clodoveo re de' Franchi ed Alarico re de' Visigoti. Prima d'allora Alarico veggendo crescere cotanto la potenza di Clodoveo, e che in lui forte bolliva la voglia di maggiormente dilatare il suo regno, procurò un abboccamento con lui ai confini, dal quale amendue partirono con promesse di buon'amicizia. Ma altro ci voleva che belle parole a fermare il prurito del re franco, in cui si vedeva congiunta col valore la fortuna. Pretende il padre Pagi[2411] che il motivo della rottura procedesse dall'avere scoperto Clodoveo che Alarico fraudolentemente trattava seco intorno alla pace. Ma non si fa torto ordinariamente ai re conquistatori, in credere che loro non mancano mai ragioni o pretesti di fare guerra ai vicini, purchè si sentano più forti di loro. La verità si è, come narra Gregorio Turonense[2412], che molti popoli suggetti nella Gallia al dominio dei Visigoti, per cagion della religione desideravano d'essere sotto la signoria di Clodoveo, divenuto cristiano cattolico, per esser eglino della religione stessa, sofferendo perciò mal volentieri un principe ariano, qual era Alarico colla sua nazione. Questa veduta accresceva a Clodoveo le speranze d'una buona riuscita nella guerra, la quale divampò poi nell'anno susseguente. Pubblicò nel presente esso re Alarico in Tolosa, a benefizio dei sudditi romani del suo regno un compendio delle leggi romane[2413], cavato dai Codici teodosiano, gregoriano ed ermogeniano, dalle Novelle e dai libri di Paolo e Gajo giurisconsulti, ed approvato dai vescovi. Breviarium Aniani è ordinariamente chiamato, perchè pubblicato d'ordine di Alarico da esso Aniano. Anastasio imperadore, secondochè abbiamo da Teodoro lettore[2414] e da Teofane[2415], intorno a questi tempi sentendosi libero dalle cure della guerra, si diede a travagliar la Chiesa, ed insieme Macedonio vescovo di Costantinopoli, pretendendo ch'egli si unisse seco in accettar l'Enotico formato in pregiudizio del concilio calcedonense. Trovò ben egli alcuni tra i vescovi, che per guadagnarsi la di lui grazia, sposarono ancora le opinioni di lui; ma non già Macedonio, costante nel dovere di prelato cattolico. Mostrossi in oltre Anastasio fautore in varie maniere dei Manichei: perlochè di giorno in giorno peggiorava la credenza sua, con iscandalo universale presso del popolo. E perciocchè a cagione di un tremuoto era caduta negli anni addietro la statua di Teodosio il Grande, già posta sopra una straordinaria colonna nella piazza di Tauro, Anastasio, per attestato di Marcellino conte[2416], vi fece violentemente riporre la sua. E Teofane notò aver egli fatto disfare molte opere di bronzo, già lasciate dal magno Costantino, per formare con quel metallo la statua a sè stesso, se pur di quella si parla. In quest'anno parimente riuscì ai Visigoti di occupare Tortosa in Ispagna, per quanto si ricava dalla cronichetta[2417] inserita nella Cronica di Vittor Turonense. S'è fatta disopra in più luoghi menzione del panegirico composto da Ennodio allora diacono, della chiesa di Pavia, in onore del re Teoderico. Esso appartiene a quest'anno, o pure al susseguente: il che si riconosce dal riferire egli la conquista del Sirmio e la vittoria riportata sopra Sabiniano e sopra i Bulgari dall'armi d'esso re, senza dir parola dei fatti susseguenti della guerra nelle Gallie.
NOTE:
[2409] Ennod., lib. 9, ep. 12 et 26.
[2410] Reland., in Fast. Consul.
[2411] Pagius, Crit. Baron.
[2412] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 37.
[2413] Gothofredus, in Prolegom. ad Codicem Theodos.
[2414] Theodorus Lector, lib. 2.
[2415] Theoph., in Chronogr.
[2416] Marcellin. Comes, in Chron.
[2417] Victor Turonensis, apud Canisium.
Anno di CRISTO DVII. Indizione XV.
SIMMACO papa 10. ANASTASIO imperadore 17. TEODERICO re 15.
Consoli
FLAVIO ANASTASIO AUGUSTO per la terza volta e VENANZIO.
Venanzio, creato console in Occidente, con tutta ragione viene creduto quello stesso Venanzio patrizio, che dal re Atalarico presso Cassiodoro[2418] è lodato come il padre di Paolino console, e d'altri ornati della stessa dignità. Ora si è da dire, che avendo udito il re Teoderico, com'erano insorte amarezze tra Clodoveo re de' Franchi ed Alarico re dei Visigoti, con pericolo che si venisse all'armi, ed avendo ricevute lettere, onde conosceva irritato forte Alarico contra dell'altro regnante: siccome principe savio e lontano dagl'impegni della guerra, se non quando la necessità ve lo spingeva, cercò la via di smorzare il fuoco nascente e di rimettere la concordia fra quelle due nazioni. E tanto più prese a cuore questo affare, quanto che Alarico cui suo genero, Clodoveo suo cognato. Pertanto, siccome ricaviamo da una lettera di Cassiodoro[2419], mandò ambasciatori, e scrisse ad Alarico, con esortarlo a calmar la sua collera e ad aspettar di prendere più vigorose risoluzioni, tanto ch'esso Teoderico, con inviar ambasciatori a Clodoveo, avesse scandagliata la di lui mente e cercato di metter l'affare in positura d'una ragionevol concordia: rappresentandogli specialmente che i Visigoti suoi popoli da gran tempo godeano la pace, ed erano perciò poco esperti nel mestier della guerra, al contrario della gente agguerrita de' Franchi. E giacchè fin allora consisteva tutta la lite in sole parole, si poteva sperare un accomodamento, che sarebbe poi stato difficile dappoichè si fossero sguainate le spade. Gli dice inoltre, avere i suoi legati ordine di passare alla corte di Gundibado re de' Borgognoni, e poscia a quella degli altri re, per muover tutti a dar mano alla pace, conchiudendo in fine che terrà per nemico suo proprio chi si scoprirà nemico d'esso Alarico. Oltre alla parentela comune ancora con Clodoveo, avea Teoderico due particolari motivi da dichiararsi in caso di rottura per Alarico, essendo amendue della stessa nazione gotica e della stessa setta ariana. Leggesi parimente una lettera del re Teoderico[2420] al suddetto re Gundobado, in cui l'esorta ad interporsi perchè amichevolmente si compongano le differenze insorte fra i re dei Franchi e de' Visigoti, e si schivi la guerra. Un'altra pure[2421] portata dai suoi ambasciatori, inviò a Luduin (così egli chiama, se pure non è errore, Clodoveo) re dei Franchi, pregandolo con affetto di padre (per tale era Teoderico considerato allora da tutti i re circonvicini) che non voglia per cagioni sì leggiere correre all'armi, ma che rimetta ad arbitri amici la discussione di sì fatta contesa, nè si lasci condurre da taluno che per malignità attizzava quel fuoco: aver egli passati i medesimi uffizii con Alarico; e però protestare, non men da padre che da amico, qualmente chiunque di loro sprezzasse queste sue esortazioni, avrebbe per nimica la sua persona e i suoi collegati. Non so se nel medesimo tempo, oppure dopo aver ricevuta qualche disgustosa risposta da Clodoveo, scrivesse Teoderico un'altra lettera, portata medesimamente da' suoi ambasciatori ai re degli Eruli, Guarni e Turingi. In essa gli stimola a spedire anch'essi dal canto loro ambasciatori unitamente coi suoi e con quei di Gundobado re della Borgogna, al re dei Franchi, la cui superbia non tace, dacchè non vuol accettare l'offerte di arbitri e di amici nella pendenza sua con Alarico. Aggiugne dover cadauno temere d'un principe che con volontaria iniquità cerca d'opprimere il vicino, mentre chi vuol operare senza far caso delle leggi delle genti, è dietro a sconvolgere i regni di ognuno. Però doversi unitamente intimare a quel re, che sospenda il mettere mano all'armi contra di Alarico, con rimettersi alla decisione degli arbitri: altrimenti sappia che ognun sarà contra chi sprezza tutte le vie della giustizia. Dal che si conosce che Teoderico ben conosceva lo svantaggio, in cui si trovavano i Visigoti, e presentiva ciò che poscia avvenne, ma senza potervi mettere rimedio. Secondochè crede il Cluverio[2422], i Guarni popoli della Germania erano situati nelle contrade, ove ora è il ducato di Meclemburgo. Intorno al sito degli Eruli avrebbe fatto meglio esso Cluverio, se avesse confessato di nulla saperne. Certo egli neppur seppe che in questi tempi durava essa nazione erula, governata dal suo re. A noi basta per ora d'intendere che tanto gli Eruli, quanto i Guarni e i Turingi doveano essere popoli confinanti, o vicini ai paesi posseduti dai Franchi nella Germania. Era in questi tempi re della Toringia Ermenfredo, marito d'una nipote di Teoderico; e a lui si vede indirizzata una lettera presso Cassiodoro[2423] in occasion di quelle nozze. Per conto del re degli Eruli, Teoderico l'avea adottato per suo figliuolo d'armi, cioè con una specie di adozione che si praticava allora, e col tempo fu detto far cavaliere, avendogli dato cavalli, spade, scudi e l'altre armi militari, come si può vedere in un'altra lettera[2424] d'esso re Teoderico.
Clodoveo, che non voleva tanti maestri, ed essendosi già messo in capo d'ingoiare il vicino Alarico, ed avea ben fondamento di sperarlo, può essere che desse buone parole a tante ambasciate ed istanze, ma niuna promessa di desistere dall'impresa; ed intanto per prevenire i soccorsi che potesse Alarico ricevere dai lontani collegati, sollecitamente uscì in campagna con un poderosissimo esercito. Abbiam da sant'Isidoro[2425] che in aiuto de' Franchi andarono anche i Borgognoni: il che può parere strano, perchè veramente non avrebbe dovuto il re Gundobado aver molto genio ad accrescere la potenza già sì grande dei Franchi, per timor che l'ingrandimento loro non tornasse un dì in rovina del suo regno, siccome col tempo avvenne. Tuttavia, siccome ricaviamo ancora dalla vita di san Cesario vescovo di Arles[2426], certo è ch'egli unì allora le sue forze con quelle de' Franchi, senza sapersi, se per malignità e con tradire le speranze del re Teoderico, o pure in esecuzion de' patti stabiliti con Clodoveo nella precedente guerra, in vigor de' quali cessò l'assedio di Avignone ed ogni altra ostilità contro di lui. Passando l'armata de' Franchi per Tours, ordinò il re che in venerazione di san Martino, secondochè attesta Gregorio Turonense[2427], non si recasse molestia alcuna al paese. Racconta Procopio[2428] che Alarico dimandò soccorso a Teoderico re d'Italia, e mentre lo stava aspettando, andò a mettersi coll'esercito suo a fronte de' nemici ch'erano accampati presso a Carcassona. Non inclinava egli ad azzardare il tutto in una battaglia; ma perchè i suoi, all'udire che i Franchi portavano la desolazione a tutto il paese, sparlavano del di lui poco coraggio, e si vantavano di poter vincere colle poma cotte il nemico, lasciossi strascinare ad imprendere il combattimento. Neppur qui pare che Procopio meriti attenzione, all'osservare com'egli metta fiero quel conflitto vicino a Carcassona, quando abbiamo dal Turonense, storico più degno di fede, che la giornata campale si fece a Vouglè, dieci miglia lungi dalla città di Poitiers, luogo troppo lontano da Carcassona: oltre al dirsi da lui che l'esercito di Teoderico passò ora nelle Gallie: il che, siccome diremo, solamente nell'anno appresso avvenne. Quello che è certo, seguì tra i Franchi e Visigoti una memorabil battaglia; nella quale rimasero sconfitti gli ultimi, colla morte non solamente di parecchie migliaia di Visigoti e di Apollinare figliuolo di Apollinare Sidonio e della maggior parte dei senatori e del popolo d'Auvergne, ma lo stesso re Alarico. Questa insigne vittoria aprì la strada ai Franchi per quasi annientare nella Gallia il dominio dei Visigoti; e loro certamente non sarebbe restato un palmo di terreno in quelle provincie, se non fosse finalmente accorsa l'armata del re Teoderico. Intanto Clodoveo s'impadronì della Touraine, del Poitou, del Limosin, del Perigord, della Saintogne e d'altre contrade. E Teoderico suo figliuolo con una parte del vittorioso esercito si rendè padrone del paese d'Alby, de Roùergne, dell'Auvergne, e d'altre contrade possedute dianzi dai Visigoti. Non lasciò Alarico dopo di sè altro figliuolo di età adulta, che un bastardo, per nome Giselico, in eleggere il quale per re concorsero i voti dei Visigoti sopravanzati al filo delle spade dei Franchi: giacchè Amalarico, figliuolo d'una figliuola di Teoderico re d'Italia, era d'età incapace al governo: il che dispiacque non poco al medesimo Teoderico. E noi non istaremo molto a veder gli effetti di questa sua collera. Abbiamo poi da Teofane[2429] che circa questi tempi Anastasio imperadore fabbricò nella Mesopotamia alle frontiere della Persia una forte città, a cui pose il nome di Arcadiopoli. Non s'intende perchè non desse piuttosto il proprio.
NOTE:
[2418] Cassiod., lib. 9, epist. 23.
[2419] Idem, lib. 3, epist. 1.
[2420] Cassiodorus, lib. 2, epist. 2.
[2421] Idem, ibid., epist. 3.
[2422] Cluver., German. Antiq., lib. 3, cap. 27 et 35.
[2423] Cassiod, lib. 4, ep. 1.
[2424] Cassiod., lib. 4, ep. 2.
[2425] Isidorus, in Chronico Gothor.
[2426] Cyprian, in Vita S. Caesarii apud Mabillonium Act. SS., tom. 1.
[2427] Gregor. Turon., lib. 2, cap. 37.
[2428] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.
[2429] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DVIII. Indizione I.
SIMMACO papa 11. ANASTASIO imperadore 18. TEODERICO re 16.
Consoli
CELERE e VENANZIO juniore.
Celere, console in Oriente, lo stesso è che vedemmo poco innanzi adoperato per generale d'armata da Anastasio Augusto nella guerra coi Persiani. Venanzio, console occidentale, si trova appellato nei Fasti juniore a distinzione dell'altro Venanzio che vedemmo console nell'anno precedente. Venuta la primavera, Clodoveo re dei Franchi continuò le sue conquiste sopra gli abbattuti Visigoti, con impadronirsi di Tolosa, capitale del regno loro in que' tempi, e con portar via di colà tutt'i tesori già ammassati dall'ucciso re Alarico. Quindi passò all'assedio della città d'Angouleme, e quando si credea che avesse da costargli gran tempo e fatica la presa di quella città pel grosso presidio dei Visigoti, tardò poco a cadere una parte delle mura; accidente che forzò i difensori ad arrendersi. Se n'andò poscia a Tours, per fare le sue divozioni ed offerte a san Martino, riconoscendo dalla protezione di lui il buon successo dell'armi sue; e nello stesso tempo inviò la sua armata all'assedio della città di Arles, riguardevolissima in que' tempi, e chiamata picciola Roma da Ausonio. Intanto il re Teoderico, che non potea di meno di non compiagnere l'abbattimento de' Visigoti, cioè di un popolo, con cui avea comune la nazione, ed inoltre considerava per pericolosa al suo regno tanta fortuna dell'armi de' Franchi, inviò una possente armata nelle Gallie, sotto il comando d'Ibba conte[2430], chiamato da altri Ebbane, suo generale. Procopio[2431] scrive che Teoderico vi andò in persona; e con lui va d'accordo Cipriano nella vita di san Cesario vescovo di Arles[2432]. Certo è almeno che Ibba trovò impegnati i Franchi nell'assedio di essa città d'Arles, durante il quale fu in gran pericolo la vita di quel santo vescovo, per sospetti disseminati contra di lui d'intelligenza coi Franchi. Strepitavano spezialmente i Giudei contra del santo; ma in fine si trovò essere gli stessi Giudei che tramavano di tradir la città, e corsero rischio d'essere messi tutti a filo di spada. Sostennero i Goti e il popolo con vigore gl'incomodi di quell'assedio, ancorchè patissero carestia di viveri. Accadde un giorno che i Franchi vollero impadronirsi del ponte fabbricato sul Rodano; e il fatto si ricava da una lettera del re Atalarico presso di Cassiodoro[2433]. Vi era alla difesa Tulo, Goto di nazione, parente dello stesso Atalarico; e sì gagliarda fu la difesa ch'ei fece co' suoi, che furono obbligati gli aggressori a ritirarsi, con riportar nondimeno esso Tulo delle gloriose ferite in quel conflitto. Ci dipigne il padre Daniello[2434] questo fatto coll'ingegnosa sua eloquenza, come se l'avesse veduto, dicendo che a poco a poco andò crescendo la mischia, tanto che vi si impegnò tutto il nerbo delle due armate nimiche; e che in fine essendo furiosamente rispinti i Franchi non meno dagli Ostrogoti che dalla guarnigione dei Visigoti uscita nello stesso tempo dalla città, furono messi in rotta con un'intera sconfitta; e se noi crediamo a Giordano istorico, restarono morti sul campo trentamila Franchi, senza i prigionieri, dei quali il numero fu grande, e verso i quali esercitò la sua carità san Cesario. Vero è che dalla lettera del re Atalarico nulla si ricava di questa sì strepitosa sconfitta de' Franchi in tale occasione. Solamente vi si racconta la resistenza fatta da Tulo goto, per cui non venne fatto ai Franchi di occupare quel ponte. Contuttociò è fuor di dubbio che i Franchi furono obbligati ad abbandonar quell'assedio. Procopio scrive che si ritirarono per timore de' Goti inviati da Teoderico. Inoltre la vittoria, di cui fa menzione Giordano, riportata sopra i Franchi dai Goti colla morte di molte migliaia di essi, si può tenere per certa, argomentandola noi eziandio da quelle parole di Cipriano nella vita di san Cesario: In Arelato vero Gothis cum captivorum immensitate reversis replentur basilicae sacrae, repletur etiam domus, etc. E sotto quest'anno scrive Cassiodoro[2435] che Teoderico Gallias Francorum depraedatione confusas, victis hostibus ac fugatis, suo adquisivit imperio. Adunque all'armi di lui si dee con tutta ragione attribuir quella vittoria. Ma non è ben certo se la rotta de' suddetti Franchi seguisse nel presente o nel susseguente anno.
In somma così prosperamente fu guidata quell'impresa, che il re Teoderico divenne padrone di tutta la Provenza, ossia ch'egli fosse acclamato da quei popoli e dai Visigoti della sua stessa nazione, o che per titolo di successione, o di acquisto egli ne pretendesse il dominio della città di Arles, così dice il suddetto Cipriano: Sic deinde arelatensis civitas a Wisighotis ad Ostroghotorum devoluta est regnum. Perciò Teoderico o nel presente, o nel prossimo anno inviò colà Gemello senatore con dire[2436]: Praesenti tempore in Gallias, nobis Deo auxiliante subjugatas, vicarium te praefectorum nostra mittit auctoritas. Nella seguente lettera[2437], scritta provincialibus Galliarum, dà loro avviso di spedire colà Gemello per loro governatore. Al medesimo personaggio scrive in un'altra lettera[2438] di esentar dai tributi il popolo d'Arles nella quarta indizione, in premio della lor fedeltà e dei danni patiti dai Franchi. In un'altra lettera[2439] manda loro danari e vettovaglie pel risarcimento delle mura e torri della città. E in un'altra[2440] fa sapere a Gemello d'aver mandati grani dall'Italia per alimentar l'esercito, senza aggravar la provincia afflitta per le passate calamità, con ordinargli di farlo trasportare dai granai di Marsilia alle castella poste sopra la Druenza. Dalla qual lettera parimente impariamo che anche Marsilia venne in potere di Teoderico, non so se perchè la togliesse ai Borgognoni, o perchè dianzi essa fosse del dominio de' Visigoti. A questa città confermò egli tutte le esenzioni concedute dai principi precedenti[2441], e rilasciò anche il censo di un anno. Ma mentre Teodorico era intento agli affari della Gallia, eccoti un improvviso turbine che venne a trovarlo in Italia. Avea l'imperadore Anastasio dissimulato finora il suo risentimento contra di Teoderico per la rotta data all'esercito suo, inviato contro di Mundone, di cui parlammo all'anno 505. Ora dunque che intese impegnate e distratte le forze di lui nella Gallia, s'avvisò essere questo il tempo da farne vendetta. Marcellino conte[2442] è quegli che racconta il fatto, con dire che Romano conte, capitano dei domestici, ossia delle guardie del palazzo imperiale, e Rustico conte degli scolari, ossia sopraintendente alle scuole militari, con cento navi armate, dov'erano otto mila soldati, furono inviati da esso imperadore a dare il guasto ai lidi d'Italia, e giunsero fino a Taranto città antichissima: dopo di che se ne ritornarono a Costantinopoli. Marcellino stesso, che pur scriveva in quella città la sua Cronica, detesta il fatto, con chiamare obbrobriosa una tal vittoria, perchè sol degna del nome di scorreria da corsaro. Abbiamo da Gregorio Turonense[2443] che circa questi tempi Clodoveo re de' Franchi stando in Tours, ricevette lettere da Anastasio Augusto, con cui il dichiarava console; laonde egli nella basilica di san Martino fu vestito di porpora e di manto, e gli fu posto il diadema in capo. Poscia salito a cavallo passeggiò per la città, spargendo monete d'oro e d'argento, e da quel giorno innanzi fu chiamato console o augusto. Se n'andò finalmente a Parigi, ed ivi stabilì la sede del regno, continuata ivi dipoi dai susseguenti re fino al presente giorno. Questo titolo d'Augusto è molto inverisimile, nè sussiste che Anastasio il dichiarasse con ciò collega nell'imperio, siccome pensa il Cointio. Nè par credibile ch'egli fosse creato console ordinario, siccome fu d'avviso il cardinal Baronio, nè ch'egli disprezzasse sì fatta dignità, perchè i Fasti non ne parlano. Console onorario possiam giustamente credere ch'egli fosse nominato; e merita plauso l'opinione di Adriano Valesio e del padre Pagi, che sotto il nome di console s'intende la dignità del patriciato, cioè la più insigne che in que' tempi si conferisse dagl'imperadori. Questa poi importava qualche riconoscenza della sovranità degli Augusti. Restano ancora monete d'esso Clodoveo e degli altri re primieri dei Franchi con qualche segno nel rovescio di questa verità, leggendovisi il CONOB. o pure VICTORIA AVGG., termini ed espressioni usate nelle monete de' greci Augusti e in quelle degli antichi duchi di Napoli dipendenti dagli Augusti. Abbiamo una strana interpretazione, data dal padre Harduino alla tuttavia scura parola CONOB. Si sa inoltre da Procopio[2444] che i Franchi non avrebbono creduto sicuro e stabile il possesso e dominio loro nella Gallia, se loro non glielo avessero confermato gl'imperadori. Altrettanto fece Teoderico pel regno d'Italia; e nelle monete dei re Ostrogoti e dei Visigoti si osserva talora l'indizio stesso di dipendenza. È di parere il cardinal Baronio che Anastasio inviasse a Clodoveo questi contrassegni d'onore per animarlo a continuar la guerra contra il re Teoderico, e questa sembra lodevol conghiettura. Ma potrebbe anche darsi, come abbiamo detto, che Clodoveo stesso, non men di quello che già fece Teoderico, avesse procacciata a sè medesimo da Anastasio la dignità di patrizio per maggiormente assodare i suoi diritti in tante provincie della Gallia da lui conquistate, che dianzi erano membra del romano imperio.
NOTE:
[2430] Jordan., de Reb. Get., cap. 58.
[2431] Procop., de Bell. Goth. lib. 1, cap. 12.
[2432] Cyprianus, in Vita S. Caesarii apud Surium, ad diem 27 augusti, et apud Mabillonium.
[2433] Cassiod., lib. 8, ep. 10.
[2434] Daniel, Histoire de France, tom. 1.
[2435] Cassiod., in Chron.
[2436] Idem, lib. 3, ep. 16.
[2437] Idem, ibid., ep. 17.
[2438] Cassiod., lib. 3, epist. 32.
[2439] Idem, ep. 41.
[2440] Idem, ep. 44.
[2441] Idem, lib. 4, ep. 24.
[2442] Marcellin. Comes, in Chron.
[2443] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 38.
[2444] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 33.
Anno di CRISTO DIX. Indizione II.
SIMMACO papa 12. ANASTASIO imperadore 19. TEODERICO re 17.
Console
IMPORTUNO, senza collega.
Benchè presso Marcellino conte e ne' Fasti fiorentini Opportuno sia chiamato questo console, pure negli altri Fasti e monumenti dell'antichità si trova appellato Importuno. Fu console di Occidente e vien creduto della famiglia Decia. In quest'anno ancora continuò Teoderico la guerra nella Gallia, con pensiero di abbattere Giselico, usurpatore del regno de' Visigoti, e di ricuperar tutto ciò ch'era stato occupato dai Franchi, e ch'egli pretendeva devoluto al suo dominio. Sotto a questo consolato scrive Mario Aventicense[2445] che Mammo capitano dei Goti saccheggiò una parte della Gallia. Scuro è tutto il resto di quelle imprese, perchè niuna storia ci fa ben conoscere se continuasse o come continuasse la guerra contra dei Borgognoni. Racconta Procopio che i Franchi con tutto il loro sforzo assediarono Carcassona: perchè fama correa che in quella città fossero custoditi i tesori pervenuti alle mani del vecchio re Alarico nel sacco di Roma, e tra le altre cose si dicea che quivi si miravano i vasi preziosi del re Salomone, trasportati a Roma da Tito dopo la presa di Gerusalemme; ma che sopravvenendo il re Teoderico, coi Goti, i Franchi per paura sciolsero quell'assedio. Aggiugne appresso che Teoderico, dopo aver abbattuto Giselico, trasferì il regno de' Visigoti in Amalarico figliuolo di una sua figliuola, con divenirne egli tutore; e che preso seco tutto il tesoro ch'era in Carcassona, frettolosamente se ne ritornò a Ravenna. Ma, per quanto vedremo, non già ora, ma solamente alla sua morte, restituì Teoderico quel regno al nipote, e fece ivi da padrone, e non da tutore, finchè visse. Potrebbe essere succeduto in quest'anno l'assedio di Carcassona; ma, tra perchè gli storici antichi franzesi nulla parlano di questo, anzi ci rappresentano Clodoveo, dappoichè furono i suoi rispinti dall'assedio d'Arles, come principe che avesse deposto la lancia e lo scudo, e perchè Procopio si scopre poco informato di quegli affari troppo lontani dal suo paese: nulla di certo si può asserire di questo. Pare bensì che se non al precedente possa al presente anno appartenere ciò che scrive sant'Isidoro[2446]: cioè che Gesalico, appellato Geselico da Procopio, il quale s'era fatto riconoscere re dei Visigoti, uomo quanto vile di nascita, altrettanto sprezzabile per la sua dappocaggine, trovandosi nella città di Narbona, quivi fu assediato da Gundobado re de' Borgognoni. La città fu presa e messa a sacco con grande strage dei suoi, ed egli con molto suo disonore fuggì, e andò a risiedere in Barcellona. Resta incerto se Gundobado fosse in tal congiuntura nimico o amico di Teoderico. Noi certo ritroviam da lì innanzi che il dominio d'esso Teoderico si stendeva di là dal Rodano. Abbiamo da Gregorio Turonense[2447], che Aram capitano del re Teoderico, residente in Arles, avendo conceputi dei sospetti contra dell'arciprete di Nimes, spedì a quella città i suoi sergenti per condurlo ad Arles; ma egli miracolosamente scappò la burrasca. Inoltre sappiamo, avere Teoderico scritto ad Iba od Ida duce (sarà lo stesso Ibba, ossia Ebbane, da noi veduto di sopra suo generale), con ordinargli[2448] di restituire alla chiesa di Narbona i suoi poderi, in esecuzione di quanto avea comandato il defunto re Alarico. Sicchè scorgiamo che Teoderico dall'Italia continuava per la Provenza, e per la provincia di Narbona e Carcassona, il suo dominio fino ai Pirenei: e in breve il mireremo anche passar oltre fino in Ispagna. L'insolenza praticata nel precedente anno da Anastasio Augusto, con avere inviata una flotta a saccheggiare le spiagge della Calabria, porge motivo di credere che Teoderico nel presente si accingesse anch'egli a fabbricare navi per avere un'armata navale atta ne' bisogni, non solo a fare resistenza, ma eziandio a dare battaglia a' nemici e a trasportare i grani. Scrisse egli perciò varie lettere[2449] ad Abondanzio prefetto del pretorio, ad Uvilia conte del patrimonio, a Gundinando ed Avilfo, ossia Ajulfo, sajoni, cioè ministri dei magistrati, con incaricare al primo di comperar legni, come cipressi e pini per tutta l'Italia, ad effetto di fabbricar mille dromoni, cioè navi lunghe e veloci da trasporto, così appellate con vocabolo greco. Ordina anche ad Uvilia e ad Ajulfo di far tagliare alberi lungo le rive del Po, sapendo che ve ne ha gran copia a proposito per la fabbrica dei dromoni: comandando ancora che si tenga libero il corso del Mincio, Oglio, Serchio, Tevere, ed Arno, con levarne le siepi poste dai pescatori. Nel medesimo tempo diede gli ordini per provvedere tutta la bisognevol copia di barcaruoli e marinari, acciocchè a dì 15 di giugno tutta la gran flotta fosse ben allestita nel porto di Ravenna. Vedesi ancora il ringraziamento da lui fatto al suddetto prefetto del pretorio per aver già messe insieme tante navi, e fa abbastanza intendere ch'esse erano legni grossi, e case da acqua, perchè cadauna portava molti remi, senza che si vedesse la faccia dei remiganti. Ma noi non sappiamo che Anastasio recasse altro insulto al reame di Teoderico, nè che tale armata di esso re operasse cosa alcuna con apparenza che si ristabilisse fra loro la pace. Accadde ancora in quest'anno che facendosi i giuochi circensi in Roma, spettacolo che per necessità, non per volontà, Teoderico e gli altri principi saggi permettevano al popolo romano, Importuno console e Teoderico, ossia Teodoro, patrizio, favorendo la fazione veneta[2450], aveano con gente armata fatto degl'insulti alla fazione prasina, che loro avea dette pubblicamente delle ingiurie. E volendo questi ultimi venire alla corte a richiamarsi del sofferto aggravio, per istrada erano stati assaliti con insidie, ed uno d'essi rimasto ucciso. Dispiacque forte a Teoderico il fatto; ed affinchè imparassero i potenti a rispettar gli inferiori, diede ordine che i delinquenti comparissero in giudizio davanti ad Agapito prefetto di Roma e a Celiano, per esser giudicata la loro azione. Scrisse inoltre al senato e popolo romano, acciocchè da lì innanzi non succedessero disordini ne' pubblici spettacoli, con intimar pene a chiunque osasse di strapazzar senatori. Per relazione poi di Marcellino conte[2451], accadde nel presente anno un fiero incendio in Costantinopoli, che si stese per gran tratto della città.
NOTE:
[2445] Marius Aventicensis, in Chron.
[2446] Isidor., in Chron. Gothor.
[2447] Gregor. Turon., lib. 1, cap. 78, de Gloria Martyrum.
[2448] Cassiod., lib. 4, epist. 17.
[2449] Idem, lib. 5 ep. 16 et seq.
[2450] Cassiod., lib. 1, epist. 27 et seq.
[2451] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO DX. Indizione III.
SIMMACO papa 13. ANASTASIO imperadore 20. TEODERICO re 18.
Console
ANICIO MANLIO SEVERINO BOEZIO, senza collega.
All'udire i nomi di questo nobilissimo conte, intendono tosto i letterati che si parla di Boezio, insigne scrittore di questi tempi, il quale nella sua prefazione ai predicamenti di Aristotele avvisa di aver faticato durante il suo consolato, mentre era imperadore Anastasio, intorno alla versione latina di quella e di altre opere di Aristotele, le quali cominciarono allora ad aver qualche voga fra i Latini. Era stato Boezio in sua gioventù alle scuole d'Atene, con aver quivi imparate le lettere greche, e talmente s'era affezionato alla suola d'Aristotele, che dipoi si studiò di far gustare la di lui dottrina agli altri Romani. A questo console il Panvinio[2452], il cardinal Baronio[2453] e il Relando[2454] aggiungono Eutarico, fidati in una legge del codice Giustiniano[2455]. Ma, siccome osserva il padre Pagi[2456], s'è indebitamente intruso questo Eutarico nei Fasti moderni. Gli antichi solamente parlano di Boezio. Erasi, come fu detto di sopra, ritirato in Barcellona Gesalico, intruso nel trono de' Visigoti. Abbiamo dalla Cronichetta[2457] inserita nella Cronica di Vittor Tunonense, che in questo anno esso Gesalico uccise in Barcellona nel palazzo Erico, senza sapersi chi sia. Ma non passò l'anno che Elbane, ossia Ebbane, o Ibba, capitano del re Teoderico, cacciò fuori di Spagna il medesimo Gesalico, il quale si rifugiò in Africa presso Trasamondo re de' Vandali. Aggiugne lo stesso autore che in Barcellona il conte, ossia governatore ivi lasciato da Gesalico, restò anch'egli trucidato. In questa maniera venne Teoderico re d'Italia ed essere padrone di tutto quanto godeano i Visigoti in Ispagna, che era ben molto, e si stendeva dai Pirenei fino all'Oceano. Da una lettera di lui intendiamo, che egli, volendo provvedere di buone leggi e costumi le provincie coll'aiuto di Dio sottoposte al regno nostro, manda Ampelio e Liveria in Ispagna, con ispecificare tutti i doveri del loro ministero, per mettere in buono stato quelle contrade. Facendo noi dunque ora i conti alle signorie godute allora da Teoderico, troviamo lui dominante per tutta l'Italia e Sicilia. Al settentrione il vedremo signore della Dalmazia e del Norico, col continuare la giurisdizione sua per la Pannonia Sirmiense, comandando ad una bella porzione della moderna Ungheria, e fors'anche a tutta. Aggiungo ora che a lui erano sottoposte le due Rezie, e perciò le moderne contrade dei Grigioni, Trento e il Tirolo. Vedesi un ordine da lui dato[2458] a Servato duca della Rezie, siccome ancora presso di Cassiodoro la formola del ducato delle Rezie. Nè qui si fermava il suo dominio: passava anche nella Svevia, la quale, se pur era tutta di lui, abbracciava la città d'Augusta, Costanza, Tubinga, Ulma ed altre città. Abbiamo una lettera[2459] d'esso Teoderico, scritta a tutti i provinciali, capillati, difensori e curiali abitanti nella Svevia, in cui gli avvisa di spedire per governatore di quella provincia Fridibado. E in un'altra[2460] scritta a tutti i possessori di beni nella Svevia, dice di aver loro inviato Severino, perchè sollevi dai tributi chiunque si crede ingiustamente oppresso. Laonde se a queste signorie si giugne la Provenza col littorale continuato sino ai Pirenei, e la maggior e miglior parte delle Spagne venuta in suo potere, può ognun conoscere a qual potenza fosse salito il re Teoderico, e che l'Italia sotto il suo governo, felicissimo per altro e giusto, avea ripigliato non poco dell'antico suo splendore. L'anonimo Valesiano[2461] scrive essere stata cotanta la riputazione di Teoderico, ed aver egli trattato così amorevolmente i popoli confinanti, che spontaneamente si sottoponevano al di lui dominio.
Il resto delle provincie dianzi signoreggiate dai Visigoti nelle Gallie con Tolosa, già capo del regno loro, pare che restasse in potere di Clodoveo re dei Franchi, col quale e con Gundobado re dei Borgognoni si dee credere che Teoderico non tardasse molto a stabilir accordo e pace. Procopio[2462] anch'egli scrive che vedendo Teoderico di non poter cacciar i Franchi dal paese conquistato dopo la vittoria riportata sopra il re Alarico, si contentò che il ritenessero in loro potere. Circa questi tempi il re Clodoveo, che non dovea per anche aver bene studiata la legge di Gesù Cristo, benchè ne avesse abbracciata la fede, ansante più che mai di dilatare il suo regno in qualunque maniera ch'egli potesse, senza mettersi pensiero se sempre con ragione e giustizia (costume che si può osservare in non pochi altri conquistatori), si pose in cuore di far sua la città di Colonia colle sue dipendenze, dove regnava Sigiberto re suo parente. Imperocchè i Franchi in addietro non erano tutti uniti sotto di un capo, mi si bene sotto vari duci, a' quali danno gli scrittori il titolo di re, perchè cadaun d'essi era indipendente dall'altro. Per testimonianza dunque di Gregorio Turonense[2463] e di Fredegario, mandò segretamente a dire a Cloderico figliuolo d'esso Sigiberto: Tuo padre è divenuto molto vecchio e zoppo. S'egli morisse, tu coll'amicizia nostra acquisteresti il suo regno. Bastò questo all'iniquo figliuolo per far levar di vita il padre. Avvisato di ciò Clodoveo, e pregato di accettar parte del tesoro di Sigiberto, inviò persone a Colonia, che nel tempo stesso di dividere il tesoro, con un'accetta ammazzarono il parricida Cloderico. Susseguentemente Clodoveo, fingendosi innocente dell'un e dell'altro fatto, indusse quel popolo ad accettarlo per suo signore. È da maravigliarsi come Gregorio Turonense dopo ciò soggiunga, che Dio abbatteva tutto dì i nemici di Clodoveo, ed accresceva il regno di lui, perchè egli camminava con retto cuore davanti a Dio, ed operava quel solo che può piacer a Dio. A chiusi occhi dovette ben far questa riflessione il Turonense, quando pur egli stesso fa menzione di tante altre iniquità d'esso Clodoveo, effetti dell'insaziabil sua ambizione. Cararico, altro re de' Franchi, vien creduto che signoreggiasse verso l'Artesia e la Piccardia[2464]. Clodoveo col pretesto che nella guerra, tanti anni prima fatta contra Siagrio romano, egli fosse stato neutrale, circumventum dolis cepit, cioè con insidiose frodi il prese, ed obbligò lui a farsi prete, e suo figliuolo a prendere il diaconato. E perciocchè se ne lamentavano, fece loro tagliar la testa, e s'impadronì del loro regno e tesoro. Un altro re dei Franchi per nome Ragenario, o Regnacario[2465], era signore di Cambray, principe tutto dato alla lussuria. Clodoveo, dopo aver guadagnato Farrone di lui consigliere, e i suoi baroni con delle smaniglie e degli usberghi creduti d'oro da essi, ma solamente indorati, gli spinse addosso un esercito, ed ebbe in mano lui e Riciario suo fratello, ch'egli con ischerno uccise di sua mano. Levò ancora di vita Rignomere, che signoreggiava ne' Cenomani oggidì le Maine. Questi ed altri re e signorotti franchi, benchè tutti suoi parenti, tolse di mezzo Clodoveo; e dappoichè fu padrone de' loro regni e tesori, fu udito una volta dire con questo amaro scherzo: Sfortunato ch'io sono, essendo rimasto come un pellegrino fra la gente straniera, e niuno ho più de' parenti che in caso di qualche disavventura mi possa aiutare. Soggiugne il Turonense ch'egli ciò diceva, non perchè si condolesse della morte loro, ma per vedere se ne potesse trovar alcun altro per ammazzarlo. Credesi ancora che egli facesse guerra alla Bretagna minore, ed abbassasse la potenza di quel popolo e l'autorità dei loro re, come ho accennato di sopra.
NOTE:
[2452] Panvin., in Fast. Cons.
[2453] Baron., Annal. Eccl.
[2454] Reland., Fast. Consul.
[2455] L. 10. C. de Haeretic.
[2456] Pagius, Crit. Baron.
[2457] Victor Turonensis, tom. 1 Canisii.
[2458] Cassiod., lib. 1, ep. 11.
[2459] Idem, lib. 4, ep. 49.
[2460] Idem, lib. 5, ep. 15.
[2461] Anonymus Vales.
[2462] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.
[2463] Gregor. Turonensis, lib. 1, cap. 40.
[2464] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 41.
[2465] Idem. ib.
Anno di CRISTO DXI. Indizione IV.
SIMMACO papa 14. ANASTASIO imperadore 21. TEODERICO re 19 ed 1.
Consoli
SECONDINO e FELICE.
Secondino, creato console, come s'ha da Teofane, ebbe per moglie Magna, sorella d'Anastasio imperadore, e per figliuolo Flavio Ipazio, stato console nell'anno 500. Felice, creato console in Occidente, era nato nella Gallia, oppur discendente da nobil famiglia di quel paese, e forse avolo suo fu Flavio Felice, stato parimente console nell'anno 428. Abbiamo presso Cassiodoro[2466] la lettera scritta dal re Teoderico nel precedente anno ad Anastasio Augusto (indizio certo della ristabilita amicizia fra loro), in cui l'avvisa dell'elezione fatta di questo Felice console informandoci con ciò della maniera tenuta in que' tempi, perchè tanto in Oriente che in Occidente fossero accettati i consoli eletti. Era fuggito in Africa Gesalico, siccome abbiam veduto nell'anno precedente. Quivi fu bene accolto da Trasamondo re de' Vandali. Teodorico, che il teneva d'occhio dappertutto, ebbe nuova dell'accoglienza fattagli da esso re, e che dipoi licenziato con molte ricchezze, s'era portato in paesi stranieri. Di questo fatto si dolse Teoderico con Trasamondo, con ispedirgli apposta degli ambasciatori, e scrivergli una lettera, a noi conservata da Cassiodoro[2467] suo segretario. In essa fa doglianze, perchè, dimentico d'essergli cognato, abbia preso in difesa Gesalico, il quale giunto in Africa nudo, si sapeva che carico di danari era stato poi trasmesso in paesi forestieri. Se Trasamondo avea compassione di lui, dovea ritenerlo. Avendolo mandato via con sì buona provvisione d'oro, non poteano se non nascere i sospetti di poco buona amicizia e lealtà. Trasamondo sinceramente confessò quanto era avvenuto, e addusse le sue scuse, per quanto s'ha dalla susseguente lettera[2468] di Teoderico. Gli mandò ancora dei regali, e Teoderico mostrò d'avergli graditi, ma glieli rimandò indietro, avvertendolo di camminar meglio in avvenire. Abbiam da sant'Isidoro[2469] che Gesalico, non avendo potuto ottener soccorso da' Vandali, tornò dall'Africa, e per paura di Teoderico si ritirò nell'Aquitania, dove si fermò nascosto per un anno. Poscia raunati quanti seguaci potè, se ne tornò in Ispagna con disegnò di far delle sollevazioni; ma dodici miglia lungi da Barcellona raggiunto da Ebbane (ossia da Ibba) generale del re Teoderico, dopo una breve battaglia fu rotto e messo in fuga. Finalmente preso nella Gallia di là dal fiume Druenza, quivi perdè la vita. Però in quest'anno cominciò Teoderico a numerare il primo anno del suo regno ispanico, ossia visigoto, siccome attesta il suddetto santo Isidoro. Procopio[2470] scrive che dopo la morte di Gesalico, succeduta nel presente anno, Teoderico trasferì il regno della Spagna in Amalarico figliuolo di una sua figliuola, con assumerne egli la tutela. Appoggiato a queste parole il padre Pagi[2471], fu di avviso che veramente seguisse una tal traslazione di dominio; ma non sussiste. Solamente lasciò Teoderico prima di morire quel regno al nipote, ed egli finchè visse ne fu assoluto padrone. Ciò chiaramente è attestato dal suddetto sant'Isidoro, là dove dice che Teoderico Hispaniae regnum quindecim annis obtinuit, quod superstiti Amalarico nepoti suo reliquit. Parimente questa verità si conosce dalle antiche memorie della Spagna, perchè si cominciarono a contare gli anni dal regno di Teoderico, e non già di Amalarico. Veggansi presso il cardinal d'Aguirre[2472] i concilii tenuti allora in quel regno, giacchè questo saggio principe, tuttochè ariano, lasciava ai vescovi cattolici la libertà del sacro lor ministero, nè molestava alcuno per cagion della religione. Lo stesso Procopio aggiugne appresso che Teoderico coll'inviare magistrati ed eserciti nella Gallia e Spagna, diligentemente si studiava di assodar per sempre quelle corone sulla sua testa.
Le parole ultime di Procopio mi fan sovvenire che Teoderico, probabilmente circa questi tempi, avendo fatto un trattato coi Gepidi, ne prese al suo servigio un buon corpo per inviarlo di presidio nella Gallia. Merita attenzione e plauso la premura di questo principe, perchè passando per l'Italia que' Barbari, non inferissero danno agli abitanti. Scrisse egli perciò[2473] a Verano Sajone, con avvisarlo del passaggio che dovea fare per la Venezia e Liguria l'esercito dei Gepidi, destinato di guardia alla Gallia, acciocchè procurasse che nulla mancasse loro di tappe, ossia di vettovaglie, nè seguisse saccheggio alcuno nel paese, perciocchè l'importanza maggiore era il salvare i beni del suo popolo, in difesa, e non in offesa dei quali egli faceva venir quell'armata. Ma non bastò questo alla somma provvidenza di Teodorico. Nella seguente lettera[2474] scritta ai Gepidi destinati per le Gallie, fa loro sapere aver ben egli disposto tutto, affinchè nulla mancasse loro di viveri nel loro passaggio; tuttavia perchè non nascano liti per la qualità e quantità di viveri, aver egli destinato di pagare tre soldi d'oro (poco diversi dagli scudi di oro d'oggidì) a cadaun di loro per ciascuna settimana, acciocchè ognuno a suo talento possa comperarsi ciò che gli sarà in grado. Termina la lettera con dire: Movete feliciter, ite moderati; tale sit iter vestrum, quale debet esse qui laborant pro salute cunctorum. Grossa paga che era questa in paragon della miserabile che a' tempi nostri si pratica coi soldati, e saggia attenzion di Teodorico per difesa de' sudditi suoi. Queste disposizioni e precauzioni vo io credendo specialmente fossero prese da Teoderico, perchè osservava quanto fosse manesco Clodoveo re de' Franchi suo confinante nelle Gallie. Ma per sua buona ventura Clodoveo nel dì 27 di novembre[2475] del presente anno diede fine in Parigi alla sua vita, per quanto si crede, in età di quarantacinque anni e trenta di regno: principe glorioso nella Storia ecclesiastica, perchè il primo che abbracciasse la santa religione di Cristo, e la dilatasse nella sua nazione, che costantemente l'ha dipoi sempre mantenuta, col meritare perciò i re loro il titolo di Cristianissimi. Principe parimente glorioso nella storia del secolo, perchè gran conquistatore, e il primo che fondasse l'insigne monarchia franzese, florida più che mai oggidì; ma principe che maggiore e più pura gloria avrebbe conseguito, se alle sue belle doti avesse unito men d'ambizione, ossia d'ansietà di dilatare il suo regno, anche a forza di scelleraggini e di crudeltà. Egli lasciò dopo di sè quattro figliuoli, cioè Teoderico nato da una concubina, prima di prendere per moglie la piissima principessa Clotilde, maggiore per conseguente d'età de' suoi fratelli, e già sperto nel mestier della guerra. Clodomiro, Childeberto e Clotario, nati da essa Clotilde, furono gli altri suoi figliuoli, che in quattro parti divisero gli stati del paese, siccome può vedersi presso gli storici franzesi. Nondimeno a Teoderico toccò molto vantaggio in questa divisione sopra gli altri fratelli, essendo specialmente restati in suo dominio tutti i paesi confinanti nella Gallia con gli Ostrogoti, ossia colla giurisdizione di Teoderico re d'Italia. In questo anno seguirono in Costantinopoli dei gravissimi sconcerti per cagione della religione. Anastasio Augusto, sempre più scoprendosi partigiano e protettore delle eresie e degli eretici, cominciò nell'anno precedente a perseguitare Macedonio vescovo di Costantinopoli[2476], prelato costante nella difesa del concilio calcedonense e della dottrina della Chiesa cattolica. Nel presente anno il cacciò in esilio, con sostituirgli un certo Timoteo prete. Questi ed altri passi dell'empio imperadore furono cagione di tumulto nel popolo. Ma intorno a questi fatti io rimetto il lettore agli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio, del padre Pagi e del Fleury.
NOTE:
[2466] Cassiodor., lib. 2, ep. 1.
[2467] Cassiod., lib. 5, ep. 43.
[2468] Idem, lib. 2, ep. 44.
[2469] Isidor., in Chron. Goth.
[2470] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.
[2471] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 508, et ad ann. 511, n. 15.
[2472] Aguirre, Concilior. Hispan., tom. 2.
[2473] Cassiod., lib. 5, ep. 10.
[2474] Idem, ibid., ep. 11.
[2475] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 43.
[2476] Theoph., in Chron. Theod. Lector, lib. 2 Histor.
Anno di CRISTO DXII. Indizione V.
SIMMACO papa 15. ANASTASIO imperadore 22. TEODERICO re 20 e 2.
Consoli
PAOLO e MUSCHIANO.
Credesi che il primo di questi consoli sia orientale, e il secondo occidentale. E ciò par certo quanto a Paolo, perchè nell'Antologia greca si ha un epigramma, da cui ricaviamo che Proclo, figliuolo di Paolo, avea superato il padre nel numero dei consolati. Ma per conto di Muschiano, ossia Musciano, se ne potrebbe dubitare, trovandosi una lettera scritta nell'ottobre da papa Simmaco, colla data post consulatum Felicis. Qualora c'era console creato in Occidente, si soleva in Roma segnar l'anno col nome di lui. Per altro questi due consoli son personaggi noti solo nei Fasti ed ignoti nel resto della storia di questi tempi. Dopo la morte di Clodoveo, cessato il rispetto e riguardo che si avea per quel potente e bellicoso principe, e specialmente considerata la division degli stati ed interessi fra i suoi figliuoli, i Goti ruppero la pace coi Franchi, e loro levarono parte del paese occupato dopo la rotta data al re Alarico. Gregorio Turonense[2477] è quel solo che attesta il fatto con dire: Gothi vero quum post Chlodovechi mortem multa de his, quae illi adquisiverat, pervasissent, ec. Lo stesso autore più sopra ci lascia intendere che essi Goti s'erano impadroniti della città di Rodes, e ne avevano per sospetti cacciato san Quinziano vescovo, che passò dipoi alla chiesa d'Auvergne per opera di Teoderico re, figliuolo di Clodoveo. Ma Teoderico re d'Italia, che più amava la pace che la guerra, e di conservare che d'accrescere le sue conquiste, dovette far cessare quel fuoco, giacchè troviamo che da lì innanzi egli lasciò in quiete i Franchi; ed all'incontro i Franchi non osarono in sua vita di turbare i di lui stati, perchè ne conoscevano ben la possanza e il valore. Sappiamo parimente ch'egli mantenne buona pace con Gundobado re de' Borgognoni. In somma la riverenza verso di questo principe, e il timore d'averlo nemico, tenne in freno tutti i re barbari, finch'egli visse e regnò, con essersi poi scatenati tutti dopo la morte di lui. Sempre più crescendo il mal talento di Anastasio imperadore contra del Cattolicismo, e studiandosi egli più che mai d'abolire il sacro concilio calcedonense, perchè alle di lui novità introdotte nell'inno Trisagio non volevano i Cattolici acconsentire, anzi s'opponevano con fermezza, per ordine suo, secondochè abbiamo da Marcellino conte[2478], ne furono molti uccisi. Questa crudeltà mise il popolo di Costantinopoli in furore, e si formò una terribil sedizione che abbattè le immagini e statue di lui, ammazzò varie persone, attaccò il fuoco a molte case, e dimandò per imperadore Ariobindo, marito di Giuliana figliuola del già imperador d'Occidente Olibrio, il quale se ne fuggì, affinchè non fosse creduto complice di questo attentato. Anastasio, essendo comparso nel circo senza diadema, con belle promesse e molti spergiuri placò l'infuriato popolo; ma poco stette a far peggio di prima, con aver soprattutto cacciato in esilio Flaviano patriarca cattolico d'Antiochia, e fatte altre novità descritte nella Storia ecclesiastica. Per attestato di Suida[2479], egli vendeva tutti i magistrati, e per danari assolveva qualunque delinquente che non fosse povero. L'avarizia sua fu cagione che restassero senza soldati le provincie, e però esposte a tutte le insolenze dei Barbari. Aggiugne Marcellino che nel presente anno fu introdotta la nazione degli Eruli nelle terre e città dei Romani, cioè dell'imperio greco, senza spiegare per ordine di chi e in favore di chi quella gente venisse. La lettera di Simmaco papa, mentovata di sopra, fu scritta in questi tempi ai cattolici dell'Illirico, della Dardania e di ambedue le Tracie. Avea il romano pontefice avuta contezza della persecuzione mossa dall'infellonito imperadore contra de' difensori della vera dottrina della Chiesa; e però con questa lettera fece loro coraggio, animandoli a sostenere ogni più acerbo trattamento per la fede ortodossa. Rapporta inoltre il cardinal Baronio un'altra lettera scritta ad esso papa Simmaco dalla chiesa orientale, in cui si vede la profezion di fede di que' vescovi, e le ragioni loro di non essere rigettati a cagion della memoria di Acacio già vescovo di Costantinopoli.
NOTE:
[2477] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 3 et 22.
[2478] Marcell. Comes, in Chron.
[2479] Suidas, in Excerptis, tom. 1 Histor. Byz.
Anno di CRISTO DXIII. Indizione VI.
SIMMACO papa 16. ANASTASIO imperadore 23. TEODERICO re 21 e 3.
Consoli
PROBO e CLEMENTINO.
Secondo il padre Pagi, Clementino fu console orientale, e Probo occidentale, perchè della famiglia Anicia. Non abbiam chiara notizia di questo. Certo è che Probo è diverso dall'altro che fu console nell'anno 502. Nè sussiste che all'anno presente s'abbiano da rapportare due iscrizioni, riferite l'una dall'Aringhio e dal padre Sirmondo, e l'altra presso il Fleetwod, dove si legge PROBVS IVNIOR. Esse appartengono all'anno 523. Fu scritta nel presente anno una lettera da papa Simmaco[2480] ai vescovi delle Gallie intorno alla divisione della Provenza tra le chiese di Arles e di Vienna. E perciocchè da essa apparisce che san Cesario, vescovo di Arles, si trovava in quei tempi in Roma, perciò a quest'anno, e non già all'anno 508, come fu di avviso il cardinal Baronio[2481], si dee riferire ciò che scrive di quel santo vescovo nella Vita di lui Cipriano[2482]. Facilmente nascono ed allignano in tempi torbidi di guerra i sospetti. Fu accusato da qualche maligno san Cesario agli uffiziali di Teoderico re d'Italia, signoreggiante in Arles, quasi ch'egli tenesse corrispondenza coi Franchi, o meditasse tradimenti. Fu perciò sotto buona guardia condotto fino a Ravenna e presentato al re Teoderico, il quale, riverentemente alzandosi in piedi, e cavatasi di capo la berretta, con tutta cortesia l'accolse. Fattegli poi placidamente molte interrogazioni intorno ai suoi Goti e al popolo d'Arles, e ben guatato il venerabile aspetto e la sua intrepidezza, cagionata dalla buona coscienza, il licenziò contento di lui. Giunto all'albergo, eccoti un messo di Teoderico che gli porta in dono un piatto d'argento pesante circa sessanta libbre, con sopra trecento soldi, equivalenti in circa agli scudi d'oro degli ultimi secoli. Fece il buon santo vendere quel piatto con impiegarne successivamente il prezzo in riscattare dei prigionieri: il che risaputo dal re e dalla corte tutta, si raddoppiò la stima e l'ammirazione della virtù di san Cesario. Passò egli dipoi a Roma per visitar papa Simmaco e i senatori, e dopo aver ottenuta la conferma della dignità di metropolitano, e un uso speziale del pallio, e il privilegio ai suoi diaconi di portar le dalmatiche nella stessa guisa che portavano allora i diaconi della Chiesa romana, gloriosamente se ne ritornò ad Arles alla sua residenza. Continuarono intanto, anzi andarono crescendo nelle chiese di Oriente le rivoluzioni pel favore dato da Anastasio Augusto agli eretici, e spezialmente fu in quest'anno mandato in esilio Elia vescovo di Gerusalemme: intorno a che si possono consultar gli Annali ecclesiastici. Godevano in questo mentre una buona pace le chiese e i popoli dell'Italia, Gallia e Spagna, per la saggia condotta e pel buon governo del re Teoderico, il quale, oltre al non mettere mano negli affari spettanti alla religione dei suoi popoli, rispettava, sebbene ariano di credenza, i papi e tutti i vescovi e sacri ministri del cattolicismo.
NOTE:
[2480] Concil. Labb. tom. 4.
[2481] Baron., Annal. Eccl.
[2482] Cyprian., in Vita S. Caesarii apud Mabillon tom. 1 Act. Sanct.
Anno di CRISTO DXIV. Indizione VII.
ORMISDA papa 1. ANASTASIO imperadore 24. TEODERICO re 22 e 4.
Console
il SENATORE senza collega.
Col nome di Senatore venne in questi tempi comunemente chiamato Magno Aurelio Cassiodoro, cioè quell'insigne scrittore che non meno colle lettere del secolo che colle sacre illustrò non poco l'Italia. Alcuni gli han dato il prenome di Marco, ma, siccome nella Vita di lui osservò il padre Garezio benedettino, Magno, e non Marco fu appellato. Aveva egli conseguito, oltre ad altre dignità, quella di questore e di prefetto del pretorio; era ornato del titolo di patrizio; e da Teoderico re, che lo amava assaissimo, fu nel presente anno decorato dell'onore del consolato. Non è ben chiaro se fosse per eccellenza chiamato senatore, o pure se quel fosse un altro cognome o nobile soprannome. Diede fine in quest'anno al pontificato e alla sua vita papa Simmaco nel dì 19 di luglio: pontefice che passò i suoi giorni fra molti guai e gravi persecuzioni, contra di lui mosse da alcuni prepotenti magnati romani, in mezzo alle quali Dio il conservò illeso. Ch'egli non fosse quale vollero farlo credere i suoi avversarii, possono eziandio servire a provarlo le riguardevoli fabbriche sacre da lui fatte in Roma, e la magnificenza di tanti vasi e lavori di oro e d'argento ch'egli donò alle chiese. Se ne legge il pieno catalogo nella di lui Vita presso Anastasio[2483]. Ebbe per successore Ormisda, di nazione Campano, ossia da Capoa, che fu consacrato nel dì 27 di luglio. Racconta Cassiodoro[2484] con giubilo nella sua Cronica, che essendo egli console, cioè nel presente anno, per gloria de' tempi del re Teoderico, raunato il clero e popolo romano, per opera di lui tornò la concordia nella Chiesa romana. Il che fa intendere, come di sopra accennai, che vivente papa Simmaco non si pose mai fine alla discordia insorta per cagione dello scisma di Lorenzo; e il cardinal Baronio anche egli notò, coll'autorità di san Gregorio Magno, che alcuni sacerdoti dabbene stettero saldi, anche dopo la decision de' concilii, nel partito d'esso Lorenzo. Terminata poi la vita dell'uno e dell'altro, cessarono tutte le gare e dissensioni, e concordemente ogni fazione convenne nell'elezione di papa Ormisda, al che si dee credere che contribuisse non poco l'autorità e buona maniera di Cassiodoro console. Le continuate novità e crudeltà di Anastasio imperadore contra della dottrina cattolica e de' seguaci di essa, furono cagione in fine che l'ossequio de' sudditi degenerasse in maggiori impazienze e in un'aperta strepitosa ribellione. Era cominciato molto prima questo incendio; maggiormente esso divampò nell'anno presente. I popoli della Scizia[2485], della Mesia e d'altre provincie d'Oriente incitarono Vitaliano Scita, figliuolo di Patriciolo e nipote di Aspare, di cui molto fu parlato di sopra, ch'era allora conte, ossia comandante delle milizie collegate, a prender l'armi contra dell'empio imperadore. Pertanto egli tirò a sè la maggior parte delle truppe cesaree, occupò le vettovaglie ed una immensa somma d'oro inviata per pagare le soldatesche. Ed essendo uscito in campagna contra di lui, con un'armata di settantacinque mila persone, Ipazio figliuolo di Secondino, ossia Secondiano, patrizio, e di una sorella di Anastasio Augusto, già stato console, gli diede Vitaliano una gran rotta e il fece prigione. Però in un tumulto suscitato in Costantinopoli il popolo lasciò uscir delle voci che acclamarono imperadore lo stesso Vitaliano, di maniera che intimorito Anastasio andò a nascondersi. Ora nel presente anno, per attestato di Marcellino conte[2486], Vitaliano con un esercito di più di sessanta mila combattenti, fra' quali erano assaissimi Unni e Bulgari, dopo aver prese alcune città, ed ucciso Cirillo generale della Tracia per Anastasio Augusto, si presentò con quell'armata davanti a Costantinopoli. Veggendo Anastasio in mal punto i suoi affari, altro ripiego non ebbe che di spedire alcuni senatori a Vitaliano per trattar di pace. Vitaliano, che non aveva in cuore altro disegno che di difendere l'oppressa religion cattolica, dimandò che Macedonio vescovo di Costantinopoli, e Flaviano di Antiochia, con tutti gli altri vescovi cattolici fossero rimessi in possesso delle lor chiese, e che si raunasse un concilio, a cui intervenisse il pontefice romano ed i vescovi per disaminare e levar via le dissensioni intorno alla religione. Costavano poco ad Anastasio le promesse e i giuramenti, o, per dir meglio, gli spergiuri. S'obbligò egli a tutto; altrettanto fecero i senatori e magistrati. Dopo di che Vitaliano si ritirò da Costantinopoli e tornò coll'esercito suo nella Mesia. Allora l'astuto Anastasio, per far pur credere alla gente credula ch'egli dicea daddovero, intimò un concilio da tenersi in Eraclea, e nel dicembre del presente anno scrisse una lettera, rapportata dal cardinal Baronio, a papa Ormisda, invitandolo ad intervenirvi con que' vescovi che gli piacesse d'eleggere. Le stesse premure fece egli dipoi con altra lettera al senato romano. Ma qual esito avessero le promesse d'Anastasio, in breve si scoprirà.
NOTE:
[2483] Anastas. Bibl., in Vit. Symmachi.
[2484] Cassiod., in Chron.
[2485] Theoph., in Chronogr.
[2486] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO DXV. Indizione VIII.
ORMISDA papa 2. ANASTASIO imperadore 25. TEODERICO re 23 e 5.
Consoli
ANTEMIO e FIORENZO.
Credesi che Antemio fosse console orientale e Fiorenzo occidentale. Non aveva il re Teoderico figliuolo maschio alcuno, a cui potesse tramandare la corona del suo regno. Un'unica figliuola del matrimonio di Audefelda sorella di Clodoveo re de' Franchi, per nome Amalasunta, gli restava; e giacchè questa dovea essere l'erede sua, cominciò per tempo a pensare in chi si avesse da collocare questo prezioso pegno. La famiglia Amala fra i Goti era considerata la più nobile delle altre; da questa era uscito Teoderico stesso; e da questa pur discendea Eutarico soprannominato Cillica. Lui dunque elesse Teoderico per suo genero, e nel presente anno seguirono le nozze con Amalasunta. Credette intanto il pontefice Ormisda che Anastasio imperadore daddovero si fosse applicato a trattar di pace ed unità della Chiesa, e fosse per dar mano alla celebrazione del concilio destinato ad Eraclea; e però inviò a Costantinopoli i suoi legati. Furono questi Ennodio (scorrettamente chiamato Evodio da Teofane) celebre scrittore di questi tempi, già divenuto vescovo di Pavia; Fortunato vescovo (forse di Todi), Venanzio prete e Vitaliano diacono. Andarono i legati, seco portando le istruzioni della Sede apostolica, riferite dal cardinal Baronio; furono ben accolti da Anastasio, ma si trovarono in fine delusi delle loro speranze. Anastasio altro in mente non avea che di calmare i moti del popolo di Costantinopoli, e di far deporre l'armi a Vitaliano scita che si protestava difensor della Chiesa e della vera dottrina. Perchè i legati pretendeano che si abolisse la memoria d'Acacio, che era tuttavia cara ai Costantinopolitani, si servì Anastasio di questa lor pretensione per iscreditar essi presso il popolo, e nel medesimo tempo per guadagnare in favor suo il popolo stesso. Abbiamo da Teofane[2487] che Ormisda fu sollecitato alla spedizione de' suddetti legati anche per parte del re Teoderico e di Vitaliano: segno che Teoderico ne doveva avere ricevuti gl'impulsi o da Anastasio Augusto o da Vitaliano, col quale probabilmente egli manteneva buona intelligenza per tener basso l'imperadore dopo l'insulto fatto alle spiaggie d'Italia nell'anno 508. Terminò i suoi giorni nel corrente anno, per testimonianza di Marcellino conte[2488], Arianna imperadrice, malcontenta d'aver preso per marito e creato imperadore chi era poi divenuto persecutor della Chiesa. Non merita essa il brutto epitafio che le fece il cardinal Baronio, dacchè sappiamo che anch'ella detestava la condotta dell'eretico consorte. Dal medesimo Marcellino e da Teofane intendiamo che gli Unni, cioè i Tartari, fecero varie scorrerie in questo anno, e barbaramente saccheggiarono l'Armenia, la Cappadocia, la Galazia e il Ponto: siccome ancora essere riuscito a Secondino ossia Secondiano, di riavere libero dalle mani di Vitaliano il suo figliuolo Ipazio, con pagargli una gran somma d'oro pel suo riscatto. Per altro, continuando lo stesso Vitaliano conte più che mai la guerra contra di Anastasio, tornò questi ad inviargli de' senatori con ricchi regali per trattar di pace, e il dichiarò generale dell'armi cesaree per la Tracia.
NOTE:
[2487] Theoph., in Chronogr.
[2488] Marcellin. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO DXVI. Indizione IX.
ORMISDA papa 3. ANASTASIO imperadore 26. TEODERICO re 24 e 6.
Console
PIETRO senza collega.
Fu questo console creato in Occidente. Per maggiormente ingannare i Cattolici, mandò in quest'anno Anastasio imperadore due suoi ambasciatori a papa Ormisda, ed insieme una professione di fede, in cui a riserva, del non acconsentire alla riprovazion d'Acacio, egli si mostrò attaccatissimo alla vera dottrina della Chiesa. Inganni furono tutti questi. Di tali artifizii si servì l'astuto Augusto per tirar dalla sua i popoli sollevati, e dappoichè ebbe ottenuto il suo intento, e con ciò indebolita la fazione di Vitaliano conte, gli tolse il generalato accordatogli nell'anno precedente, e lo diede a Rufino. Vitaliano, per attestato di Niceforo[2489], si ritirò a casa sua, con attendere dipoi a menare una vita tranquilla. Maggiormente però crebbero i disordini della Chiesa in Oriente, con trovarsi nulladimeno assaissimi che sostenevano il partito cattolico, e mantenevano l'unione con papa Ormisda, pontefice che, adempiendo le parti del sacro suo ministero, non tralasciava diligenza veruna per provvedere ai bisogni del Cattolicismo in varii luoghi afflitto. Intanto il re Teoderico, godendo e facendo godere ai suoi popoli i frutti d'una invidiabil pace, attendeva a far delle sontuose fabbriche, e a ristaurare le mura delle città. Racconta l'Anonimo Valesiano[2490] ch'egli perfezionò in Ravenna il palazzo regale, tuttochè non arrivasse a dedicarlo, come si costumava allora, con gran solennità. Fece ancora dei portici intorno al palazzo. Abbiamo parimente dall'autore della Vita di santo Ilaro[2491], fondatore del monistero della Gelata alle radici dell'Apennino nella Romagna verso la terra di Civitella, che Teoderico fabbricò un palazzo in que' contorni presso il fiume Bedente, per godere dell'aria pura della montagna. In Verona fece fabbricar le terme, ossia il bagno, e un magnifico palazzo, e un portico continuato da una porta della città fino al medesimo palazzo. Fece anche rifare in essa città l'acquedotto, che da gran tempo era distrutto, e v'introdusse l'acqua. Circondò similmente di nuove mura quella città, ampliandola, per quanto si può conghietturare. In Ticino, ossia in Pavia, fabbricò un palazzo, le terme, l'anfiteatro ed altre mura. Simili benefizii compartì ad altre città. Attese del pari a far fiorire la mercatura e il commercio, e venivano allegramente in Italia i mercatanti stranieri a trafficare. Tale era l'esattezza e buona regola del suo governo, che si potea tenere alla campagna oro ed argento colla stessa sicurezza che fra le mura della città. Scrive inoltre il suddetto autore, essere allora stato in uso per tutta l'Italia che non si chiudevano le porte delle città, di maniera che in qualunque ora che si volesse, di dì e di notte, potevano i cittadini andare e venire, ed attendere ai loro interessi, senza timore dei malviventi. Giunse a' tempi di questo principe ad essere sì grande l'abbondanza, che per un soldo, ossia scudo d'oro, si avevano sessanta moggia di frumento (doveva essere allora il moggio ben diverso dal nostro) e trenta anfore di vino per un soldo. L'anfora conteneva in que' tempi tre moggia. Tale era il governo del re Teoderico, quantunque egli non sapesse nè leggere nè scrivere, in guisa che, affine di poter sottoscrivere le lettere e i memoriali, usava una lamina d'oro, che forata conteneva le quattro prime lettere del suo nome, cioè THEOD., e messa questa sopra la carta, egli colla penna condotta per que' fori scriveva così abbreviato il suo nome. Altrettanto racconta Procopio[2492] che fu praticato da Giustino imperadore, successor d'Anastasio e principe senza lettere.
NOTE:
[2489] Niceph. Callistus, lib. 16, cap. 18.
[2490] Anonymus Vales.
[2491] Vita. S. Hilarii, in Actis Sanct., ad diem 5 maji.
[2492] Procop., in Hist. Arcan.
Anno di CRISTO DXVII. Indizione X.
ORMISDA papa 4. ANASTASIO imperadore 27. TEODERICO re 25 e 7.
Consoli
FLAVIO ANASTASIO ed AGAPITO.
Fu d'opinione il cardinal Baronio che questo Flavio Anastasio, console orientale nell'anno presente, fosse il medesimo Anastasio imperadore, e però il chiamò console per la quarta volta. Così ancora han tenuto altri. Ma prima d'ora hanno osservato il Du-Cange[2493], il cardinal Noris[2494] e il padre Pagi[2495], non sussistere punto che Anastasio Augusto abbia preso il quarto consolato. Gli antichi Fasti e le iscrizioni ci fan conoscere, essere stato persona privata questo console; ed in fatti egli fu nipote o pronipote dell'imperadore, come osservò il suddetto Du-Cange. Però è da stupire come Pietro Relando[2496] ultimamente ne' suoi Fasti seguitasse a spacciare per console di quest'anno l'imperadore stesso. Agapito console occidentale si trova intitolato prefetto del pretorio nelle lettere di Cassiodoro, e presso Ennodio ha il titolo di patrizio. Terminò il corso di sua vita, secondochè pretende il padre Pagi, in quest'anno, o pure nel precedente, come ha Mario Aventicense[2497], Gundobado, re de' Borgognoni, il cui regno fu di grande estensione nella Gallia, perchè abbracciava la Borgogna moderna, la Savoia, il Delfinato, il Lionese, l'Avignonese ed altri paesi di quei contorni. Morì nella credenza ariana, dalla quale, per quante diligenze usasse sant'Avito vescovo di Vienna, egli non giunse mai a staccarsi per paura della sua nazione infetta de' medesimi errori. A lui attribuisce Agobardo arcivescovo di Lione la legge che autenticava l'abuso dei duelli, contra del quale scrisse un opuscolo lo stesso Agobardo, come disopra accennammo. Lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè Sigismondo e Gundomaro. Ma il solo Sigismondo, che fu poi riguardato come re santo, ebbe il titolo regio e il governo di que' popoli. Caratene sua madre, principessa cattolica e di rara pietà, l'aveva allevato nella sua religione; il perchè imbevuto di questo latte, e coi buoni esempii della madre, arrivò poi a risplendere per molte virtù. Lo stesso Mario storico scrive che nell'anno 515 egli fabbricò il monistero agaunense, oggidì di San Maurizio, nelle contrade de' Valesi, cioè uno de' monisteri più celebri di quel tempo, quantunque si pretenda dagli eruditi che san Sigismondo solamente il rifabbricasse, perchè fondato molto prima. Gregorio Turonense[2498] scrive che tal fabbrica fu fatta dappoichè egli succedette nel regno al padre, e però non già nell'anno 515, ma dopo il presente. Quantunque fosse riuscita infruttuosa la spedizione dei legati pontificii a Costantinopoli, ed eglino fossero ritornati a Roma per significare a papa Ormisda lo stato infelice delle chiese d'Oriente, senza speranza di profitto, a cagione dell'empio imperadore che fomentava le eresie e della memoria di Acacio, ad abolir la quale non si sapevano indurre varii popoli, e massimamente quello di Costantinopoli: tuttavia il romano pontefice non rallentò le sue premure e diligenze per la causa di Dio. Scrisse pertanto varie lettere in quest'anno ad Anastasio Augusto, ai vescovi orientali e ad altre persone; ed inoltre tornò a spedire a Costantinopoli per suoi legati il medesimo Ennodio vescovo di Pavia, che vi era stato prima, e Pellegrino vescovo di Miseno, con dar loro nuove istruzioni, sperando pure di battere tanto il chiodo, che l'animo di Anastasio si movesse a dar fine a sì perniciosa division delle chiese[2499]. Andarono i legati, ma in vece di convertire l'empio Augusto, tentò egli di pervertire i medesimi coll'esibizione di regali. Trovata in loro la costanza che conveniva a sacri ministri e legati della santa Sede, andò nelle furie, ed ordinò che s'imbarcassero e fossero condotti in Italia, senza che potessero avere ingresso in alcuna città. Abbiamo tali notizie da Anastasio bibliotecario; e sappiamo da altri storici che per questa ostinazione di Anastasio Augusto insolentirono sempre più gli eretici, ed incrudelirono ancora contra de' cattolici, fra' quali trecento cinquanta monaci maroniti nella Siria furono trucidati, perchè difendevano il concilio calcedonese, degni perciò di aver luogo nel Martirologio romano, siccome veri martiri della Chiesa di Dio. Cominciarono circa questi tempi, per attestato di Gregorio Turonense[2500], a farsi sentire nella Gallia i corsari danesi, popoli pagani del Baltico, de' quali ne' secoli susseguenti s'andrà udendo frequente e sempre funesta menzione. Teodeberto, figliuolo di Teoderico re de' Franchi, con una forte armata navale gli assalì, gli sconfisse, uccise Clochilarco loro re, e ritolse a' medesimi il bottino che asportavano dalle spiagge della Gallia.
NOTE:
[2493] Du-Cange, Famil. Byzant.
[2494] Noris, Ep. Consol.
[2495] Pagius, Crit. Baron.
[2496] Reland., in Fast.
[2497] Marius Aventicensis, in Chron.
[2498] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 5.
[2499] Anastas. Bibl., in Vit. Hormisdae.
[2500] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 5.
Anno di CRISTO DXVIII. Indizione XI.
ORMISDA papa 5. GIUSTINO imperadore 1. TEODERICO re 26 e 8.
Console
MAGNO senza collega.
Già è deciso presso gli eruditi che questo solo console, creato in Oriente, diede il suo nome ai Fasti nell'anno presente, e che non ebbe per collega nè Fiorenzo, come pensarono il Panvinio[2501] e il cardinal Baronio[2502], nè Agapito per la seconda volta, come ha la Cronica di Vittor Turonense[2503]. In Roma questo anno fu segnato colla formula di post consulatum Agapiti, come apparisce da una lettera di papa Ormisda e da un'iscrizione ch'io ho rapportata altrove[2504]. Non permise Dio che più lungamente durasse l'empietà e la vita di Anastasio imperadore. Abbiamo da Evagrio[2505], da Teofane[2506], da Marcellino conte[2507], da Cedreno[2508] e da altri storici, ch'egli nel dì 9 di luglio da una morte improvvisa fu colto, e in tempo che s'era tornato a commuover contra di lui il popolo, ed egli studiava le maniere di difendersi dalle insidie che andava sospettando dappertutto. Se vogliam credere a Zonara[2509] e Cedreno, autori ben lontani da que' tempi, e mercatanti talora di favole, Anastasio fece morir molti per tali sospetti negli ultimi dì di sua vita, e corsero rischio di perdere in tale occasione la testa anche Giustino e Giustiniano, che furono suoi successori, s'egli non fosse stato atterrito in sogno da un uomo terribile, che gli disse: Lasciali stare. Così finì di vivere Anastasio, con lasciare dopo di sè una memoria infausta del suo nome, ed essere riguardato come eretico e protettore degli eretici, e persecutore della Chiesa di Dio. Molti erano i nipoti e pronipoti di questo imperadore; grande era la loro potenza e ricchezza; contuttociò l'odio e l'avversione ch'egli s'era guadagnato con tanta empietà e crudeltà ridondò sopra tutti i parenti, in guisa che ognun di essi restò escluso dal trono imperiale. L'Anonimo Valesiano[2510] specialmente nomina tre suoi nipoti, cioè Pompeo, Probo ed Ipazio, ciascun de' quali egli desiderava per suo successore. Ma vivente ancora Anastasio (soggiugne quello scrittore, a cui in questo non siamo obbligati a prestar fede) egli s'avvide che a niuno toccherebbe l'imperio, e conobbe poi in sogno che era riserbato il trono per Giustino. In fatti dopo la di lui morte per elezione del senato fu conferita la dignità imperiale a Giustino, nato, per testimonianza di Procopio[2511], in Bederiana, città situata ne' confini dell'Illirico e della Tracia, e però chiamato da alcuni scrittori Trace, e da altri Illiriciano. Bassissimi furono i suoi natali e da semplice soldato cominciò il corso della fortuna, e salendo per varii gradi giunse ad essere senatore e prefetto del pretorio. Evagrio scrive[2512] che con frode egli salì, e con danari si studiò che i soldati pretoriani il dichiarassero imperadore. Marcellino conte[2513] narra che egli fu eletto del senato. Protestò nondimeno esso Giustino in una lettera scritta in quest'anno nel dì primo d'agosto a papa Ormisda, d'essere stato alzato contra sua volontà a dignità sì eccelsa; e così doveva egli scrivere, ancorchè fosse vero il racconto di Evagrio. Varie in somma furono le opinioni degli antichi intorno a ciò; ma poco importa in fine il saperne la verità.
Quel che è certo, non intervenne tumulto o forza nell'elezion di Giustino. Se crediamo a Procopio, scrittore che sparge veleno sopra tutto ciò che riguarda Giustiniano Augusto, figliuolo di una sorella di questo imperadore, allorchè Giustino salì sul trono imperiale, si trovava in età decrepita, ruvido di costumi, stolido, ed inoltre (cosa non mai avvenuta in addietro nell'imperio romano) non conosceva lettere, e neppure sapeva scrivere il suo nome. Tuttavia grande fu sempre la sua pietà e ben regolati i suoi costumi, e perciò degno che Dio l'innalzasse per bene della religione cattolica al grado imperiale. Non ho finora saputo intendere, se non è un errore di stampa, perchè l'accuratissimo padre Pagi[2514] scrivesse che Giustino vien chiamato Anicio da Prudenzio nel libro primo contro Simmaco. Se Prudenzio nacque nell'anno di Cristo 348, come mai può essere ch'egli parli di Giustino __eletto imperadore nell'anno 518? Aveva egli per moglie Lupicina, barbara di nazione, e già sua schiava e concubina. Mutatole il nome, fece chiamarla Elia Marcia Eufemia, e dichiarolla imperadrice Augusta. Teofane scrive[2515], essere stato il popolo che le diede il nome d'Eufemia. La prima azione di questo novello Augusto fu quella di nettare il palazzo da que' malvagi eunuchi e ministri che, cooperando colla crudeltà ed empietà d'Anastasio, e favorendo i manichei, aveano commesse tante iniquità, colle morti specialmente e con gli esilii di tanti cattolici. Un d'essi fu Amanzio eunuco mastro di camera del defunto Augusto[2516], un altro Teocrito, che avea fatto di gran maneggi e speso molto oro per ottenere lo imperio. A costoro non fu permesso di vivere più lungamente. Il popolo stesso dimandò la loro rovina. Altri lor compagni altro gastigo non ebbero che quello dell'esilio. Non tardò il pio imperadore Giustino a richiamare quanti vescovi cattolici erano stati banditi sotto il regno di Anastasio, e a far loro restituire le chiese. E perciocchè aveva conceputa una grande stima del valore e della pietà di Vitaliano conte, cioè di quell'uffiziale scita che negli anni addietro avea prese l'armi in favore della religion cattolica, il chiamò alla corte, e, secondochè abbiamo da Marcellino conte e da Teofane, non passarono sette giorni, che il dichiarò generale delle milizie. Prese ancora per questore Proclo, e se ne servì come della mano diritta, governandosi co' suoi consigli. Procopio scrive che questo Proclo ebbe assaissima autorità, e faceva tutto ad arbitrio suo. Ma noi sappiamo da Suida[2517] ch'egli fu uomo giusto, disinteressato, che non ammetteva regali, nè scrisse mai legge alcuna a sproposito, nè permise che si mutassero i vecchi regolamenti. Così Giustino verificò l'assioma de' politici: Che un principe debole con ottimi ministri può uguagliare nel buon governo i migliori. Ma specialmente Giustino fece risplendere il suo zelo per la religion cattolica, con aver tosto pubblicato un editto[2518], in cui confermò il sinodo calcedonese, e promosse la celebrazion di varii concilii, per deprimere gli eretici, giunti a troppo insolentire sotto di Anastasio. Il popolo stesso di Costantinopoli con pubbliche grida richiese che si condannassero gli eretici eutichiani; e Giovanni patriarca di quella città tenne un concilio, in cui fu scomunicato e deposto Severo vescovo intruso di Antiochia, riposti ne' sacri dittici i nomi di san Leone papa e di Eufemio e Macedonio vescovi cattolici di Costantinopoli, morti in esilio. Altri concilii per questo furono tenuti in Gerusalemme e in Tiro, dei quali si parla negli Annali ecclesiastici.
NOTE:
[2501] Panvin., in Fast. Cons.
[2502] Baron., Annal. Eccl.
[2503] Victor Turonensis, in Chron.
[2504] Thes. Nov. Inscript., pag. 418.
[2505] Evagr., lib. 3, cap. ult. Hist.
[2506] Theoph., in Chron.
[2507] Marcellin. Comes, in Chron.
[2508] Cedren., in Annal.
[2509] Zonar., in Histor.
[2510] Anonymus Vales.
[2511] Procop., in Hist. Arcan., cap. 6.
[2512] Evagr., lib. 4, cap. 2.
[2513] Marcell. Comes, in Chron.
[2514] Pagius, Crit. Baron., ad ann. 518, n. 3.
[2515] Theoph., in Chronogr.
[2516] Marcell. Comes, in Chron.
[2517] Suidas, in Excerpt. tom. 1 Hist. Byz.
[2518] Cyrillus, in Vit. S. Sabae.
Anno di CRISTO DXIX. Indizione XII.
ORMISDA papa 6. GIUSTINO imperadore 2. TEODERICO re 27 e 9.
Consoli
FLAVIO GIUSTINO AUGUSTO ed EUTARICO.
Giustino Augusto, secondo il costume dei suoi predecessori, che procedevano consoli nel primo gennaio del loro imperio, prese il consolato anch'egli in Oriente per quest'anno. Suo collega in Occidente fu Eutarico, soprannominato Cillica, genero del re Teoderico, perchè marito d'Amalasunta di lui figliuola. Stabilì una buona concordia Teoderico col novello Augusto, e non poteva dargli più nobil collega che creando console chi era genero suo. In una lettera[2519], scritta da Atalarico re, figliuolo di esso Eutarico, all'imperadore Giustino, gli dice: Vos genitorem meum in Italia palmatae claritate decorastis. La toga dei consoli era appellata così per le palme che ricamate in essa si rimiravano. E di qui si raccoglie la dipendenza del re d'Italia dall'imperadore, perchè, sebbene il senato romano eleggeva quel console che più piaceva a Teoderico e ai suoi successori, tuttavia riconoscevano essi la conferma di quella dignità dagli imperadori d'Oriente. Ora noi abbiamo da Cassiodoro[2520] che Eutarico nel fine dell'anno precedente s'era portato a Roma, per fare nel gennaio del presente la sua entrata da console, e fu accolto dal senato e popolo romano con gran magnificenza e plauso. Da esso Cassiodoro egli è appellato dominus noster: il che fa intendere che egli veniva riguardato come erede presunto della corona, e venerato come ne' precedenti secoli furono i Cesari creati dagli Augusti. Dalla sopraccitata lettera di Atalarico a Giustino Augusto si raccoglie ancora che Eutarico era stato adottato per figliuolo da esso imperadore, non già con adozione legale, ma con quella onoraria che si praticava allora coll'armi. Volle il re Teoderico distinguere questo consolato dagli altri colla grandiosità degli spettacoli, celebrati d'ordine suo e a spese sue per più giorni in Roma: cioè negli anfiteatri battaglie di fiere, non mai più vedute in quella età, che Trasamondo re de' Vandali, amico e cognato di Teoderico, gli avea mandato dall'Africa. Furono eseguiti con sì superbo apparato e tale magnificenza sì fatti spettacoli, che ne stupì in fin Simmaco, legato dell'imperadore Giustino, che c'intervenne; nè si sa se maggior fosse l'ammirazione o il piacere del popolo romano. Di straordinarii regali parimente in tal occasione furono dispensati non meno ai Goti che ai Romani, e varie dignità si videro conferite nella curia. La mira di Teoderico con tante spese fu di affezionare i Romani al genero Eutarico, già destinato a succedergli nel regno. E ne ottenne lo intento, se crediamo a Cassiodoro; perciocchè i Romani fecero più istanze, acciocchè egli continuasse la sua dimora presso di loro; ma Eutarico se ne ritornò a Ravenna, dove si replicarono con tal pompa gli spettacoli, e tanti donativi si fecero ai Goti e Romani, che più splendide comparvero quelle feste, che le pria celebrate in Roma. Non si vuol però tacere quanto lasciò scritto l'Anonimo Valesiano[2521], con dire che Teoderico, avendo dato il consolato ad Eutarico, trionfò in Roma e in Ravenna; ma che Eutarico era uomo troppo aspro e nemico della religione cattolica. Un altro motivo di gran giubilo ebbe Roma in quest'anno, dacchè le lettere dell'imperador Giustino e di Giovanni cappadoce vescovo di Costantinopoli e di altri vescovi orientali, portarono sicurezze che seguirebbe la pace ed union delle chiese. Però affrettossi papa Ormisda a spedire colà i suoi legati, cioè Germano vescovo (per quanto conghiettura il cardinal Baronio) di Capua e Giovanni vescovo, non si sa di qual chiesa, con Blando prete, Felice e Dioscoro diaconi. Compierono questi felicemente il viaggio e le commissioni loro, spezialmente aiutati e protetti, siccome scrive Teofane[2522], da Vitaliano conte, potentissimo allora presso l'imperadore. Oltre alla confermazione del concilio calcedonense, che era il punto principale, fu cancellato dai sacri dittici il nome d'Acacio: cosa anche essa che stava tanto a cuore alla sede apostolica. Lo stesso fu praticato pel nome d'altri che aveano comunicato con gli eretici; e massimamente per Zenone ed Anastasio Augusti, principi autori e fomentatori di tante turbolenze nella Chiesa di Dio. Cooperò ancora a questa santa opera Giustiniano nipote di Giustino Augusto, allora capitan delle guardie, e poscia successor nell'imperio, avendone scritto anche a lui papa Ormisda. Leggonsi con piacere presso il cardinal Baronio[2523] le relazioni e lettere di quanto occorse in sì lieta congiuntura.
NOTE:
[2519] Cassiod., lib. 7, epist. 1.
[2520] Idem, in Chron.
[2521] Anonymus Vales.
[2522] Theoph., in Chronogr.
[2523] Baron., Annal. Eccl.
Anno di CRISTO DXX. Indizione XIII.
ORMISDA papa 7. GIUSTINO imperadore 3. TEODERICO re 28 e 10.
Consoli
VITALIANO e RUSTICO o RUSTICIO.
Vitaliano fu console orientale, Rustico occidentale in quest'anno. Rusticio piuttosto che Rustico fu egli appellato, perchè tale si ritrova il suo cognome in un'antica iscrizione[2524], e nella Cronica Alessandrina[2525] e ne' Fasti alessandrini[2526]. Da Vittor Tunonense[2527] vien detto Rusticone. Quanto a Vitaliano, egli è lo stesso che abbiam veduto di sopra coll'armi in mano contra dell'imperadore Anastasio, figliuolo di Patricio, ossia Patriciolo, nipote d'Aspare e pronipote d'Ardaburio, personaggi famosi nella storia di questi tempi, siccome abbiam veduto di sopra. Era egli stato richiamato, siccome dicemmo, alla corte da Giustino Augusto, dichiarato generale delle milizie e promosso in quest'anno alla dignità del consolato, con sapersi inoltre che il suo credito e potere in corte, e la sua confidenza presso di Giustino davano negli occhi di ognuno. Ma cotanto innalzamento suo fu cagione della sua rovina, o pur egli fu esaltato per più facilmente rovinarlo. Abbiamo da Marcellino conte[2528] che nel mese settimo del suo consolato egli fu nel palazzo imperiale assalito, e con sedici ferite levato dal mondo, restando in tal occasione trucidati due suoi sergenti Celeriano e Paolo. La cagione della caduta di questo insigne personaggio viene attribuita da Evagrio[2529] ad una perversa politica di Giustino Augusto, il quale, temendo ch'egli, per essere persona di tanta riputazione, potesse tentare delle novità simili alle precedenti, l'adescò con tanti onori, per fargli poi levare la vita. Probabilmente Evagrio prestò qui fede a Zacheria storico Eutichiano e pieno di mal talento contra di Giustino imperador cattolico. Crede il cardinal Baronio che Vitaliano, perchè favoriva i monaci sciti, passasse nel partito degli eretici, e che perciò Giustino il facesse ammazzare. Ma, siccome osservarono il cardinal Noris e il padre Pagi, Vitaliano fu sempre unitissimo colla Chiesa cattolica e nemico degli eretici. E se vogliamo poi credere a Procopio[2530], Giustiniano, nipote di Giustino, quegli fu che con promessa d'impunità per le passate sedizioni, e con giuramenti di buona amistà, e con prenderlo per fratello, trasse Vitaliano alla corte, e poscia inspirati dei sospetti contra di lui all'augusto zio, il fece uccidere, forse dispiacendogli la troppa confidenza in lui posta da Giustino, e temendo d'averlo oppositore o concorrente nella succession dell'imperio. Comunque sia, Giustino non fece rumore nè risentimento alcuno per questo ammazzamento, o perchè si trattava di un suo nipote, o perchè era anch'egli complice del fatto; e Giustiniano crebbe maggiormente da lì innanzi in autorità e potenza. In una lettera di Possessore vescovo a papa Ormisda, scritta nell'anno presente, è parlato de' libri di Fausto Riense, e v'ha queste parole: Filii quoque vestri magistri militum Vitalianus, et Justinianus super hac re rescripto beatitudinis vestrae informari desiderant. Dal che si vede che Giustiniano, al pari di Vitaliano, era salito al posto di generale delle milizie; ma Vitaliano precedeva. Ancorchè fosse seguita la riunion delle chiese per opera del cattolico imperador Giustino e di Giovanni vescovo di Costantinopoli, che terminò i suoi giorni in quest'anno, con aver per successore Epifanio, tuttavia restavano alcune dispute di dottrina, per cagion di una proposizione celebre nella Storia ecclesiastica: De uno de Trinitate passo; nè erano d'accordo alcune chiese d'Oriente, specialmente quella di Costantinopoli, colla Sede apostolica intorno al levar dai dittici i nomi di alcuni vescovi, al tollerarvene degli altri. Fu sopra ciò tenuto un concilio in Costantinopoli, e dipoi spediti da esso concilio i legati a papa Ormisda. Lo stesso Giustino Augusto, anch'egli premuroso di veder estinte le differenze tutte intorno alla religione ed alla disciplina ecclesiastica, spedì al medesimo romano pontefice, Grato maestro dello scrigno per suo ambasciatore, acciocchè seco trattasse dei correnti affari, riconoscendo anch'egli, non meno che i vescovi, il privilegio singolare dei successori di san Pietro, nel governo della Chiesa universale, e nelle decisioni intorno alla dottrina che han da seguitare i fedeli. Sopra questi punti ha da consultare il lettore la Storia ecclesiastica.
NOTE:
[2524] Thesaur. Nov. Inscript., pag. 418.
[2525] Chron. Alexandr.
[2526] Fasti Alexandrini.
[2527] Victor Turonensis, in Chron.
[2528] Marcell. Comes, in Chron.
[2529] Evagr., lib. 4, cap. 3.
[2530] Procop., in Histor. Arcana, cap. 6.
Anno di CRISTO DXXI. Indizione XIV.
ORMISDA papa 8. GIUSTINO imperadore 4. TEODERICO re 29 e 11.
Consoli
FLAVIO GIUSTINIANO e VALERIO.
In Oriente fu console Giustiniano; Valerio in Occidente. Era già divenuto Giustiniano l'arbitro dell'imperio di Oriente, sì per essere nipote dell'imperadore e considerato come suo successore, e sì ancora perchè Giustino Augusto, aggravato dagli anni, volentieri scaricava sopra le spalle del giovine nipote il peso del governo. Pertanto egli volle in quest'anno comparire onorato anche dell'illustre dignità del consolato; e per non essere da meno di Eutarico genero del re Teoderico, che sì splendida comparsa avea fatta in Roma, anch'egli fece così magnifiche feste in Costantinopoli, che, al dire di Marcellino conte[2531], il suo consolato riuscì il più famoso di quanti vide mai l'Oriente. Imperciocchè spese dugento ottanta mila soldi (cioè monete d'oro quasi equivalenti allo scudo d'oro de' nostri tempi) in tanti donativi al popolo e in varii spettacoli di macchine. Nell'anfiteatro in un sol giorno fece far la caccia di venti lioni, di trenta pardi e d'altre fiere. Suntuosi furono i giuochi circensi, ne' quali nondimeno egli negò al pazzo popolo l'ultima mappa, cioè non volle mandare il segno del corso dei cavalli: e dopo aver bene regalato i carrettieri, liberamente ancora loro donò assaissimi cavalli con tutte le lor bardature. Nel presente anno Ormisda, papa prudentissimo, veggendo le gravi difficoltà che s'incontravano tuttavia in Oriente per far levare dai sacri Dittici i nomi specialmente di alcuni già vescovi di Costantinopoli, tenuti dai Greci per uomini di santa vita e di credenza cattolica, saggiamente rimise l'affare ad Epifanio patriarca di Costantinopoli, con dichiararlo per tal funzione vicario della sedia apostolica. Terminò la sua vita in quest'anno Ennodio, vescovo di Pavia, celebre pei suoi scritti e per due ambascerie alla corte imperiale di Costantinopoli, come legato pontificio. Fu egli registrato nel ruolo de' santi: cosa non difficile ne' secoli d'allora.
NOTE:
[2531] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO DXXII. Indizione XV.
ORMISDA papa 9. GIUSTINO imperadore 5. TEODERICO re 30 e 12.
Consoli
SIMMACO e BOEZIO.
Siccome diligentemente osservò il padre Sirmondo, e dopo di lui il Pagi, con addurre un passo del libro secondo de Consolatione di Boezio, questi due consoli furono creati in Occidente, ed erano amendue figliuoli di Anicio Manlio Severino Boezio, rinomato scrittore di questi tempi. A Simmaco fu posto quel nome, ossia cognome, ossia soprannome dal lato della madre, figliuola di Simmaco, stato console nell'anno 483. Il secondo de' figliuoli ebbe il nome di Boezio, comune al padre, che fu console nell'anno 510, e all'avolo, probabilmente, stato console nell'anno 487. Io non vo' lasciar di accennare ciò che leggo in Agnello[2532], scrittore, benchè poco accurato, delle vite de' vescovi di Ravenna. Scrive egli nella vita confusa di san Giovanni Angelopte, che Teoderico nel trentesimo anno del suo regno mandò in Sicilia l'esercito di Ravenna, da cui fu saccheggiata quell'isola e ridotta all'ubbidienza del medesimo re. Di questa notizia niun seme si truova in altre storie; e massimamente considerando che tanti anni prima la Sicilia venne in potere di Teoderico, pare che niun conto s'abbia a fare del racconto d'Agnello. Contuttociò egli può far dubitare che nel presente anno succedesse in Sicilia qualche ribellione, la quale obbligasse Teoderico ad inviare colà un'armata. Circa questi medesimi tempi sembra che succedesse un fatto, di cui tenne conto l'Anonimo Valesiano[2533]; cioè che mentre il re Teoderico dimorava in Verona per sospetto di qualche movimento de' Barbari contra dell'Italia, accadde una gravissima contesa fra i Cristiani e i Giudei in Ravenna. Non se ne intende bene il motivo. Judaei, dic'egli, baptizatos nolentes dum livident, frequenter oblata in aquam fluminis jactaverunt. Pare che col nome di oblata voglia egli significare, aver essi Giudei più volte gittato nel fiume delle ostie o consacrate o da consacrarsi. Irritato da questo affronto, o sacrilegio, il popolo di Ravenna, senza riguardo alcuno al re, nè ad Eutarico che per lui risiedeva nella città, nè a Pietro vescovo, la cui età, se in ciò non erra l'Anonimo suddetto, vien troppo posticipata dagli scrittori ravennati, corsero alle sinagoghe, e tutte le bruciarono. Poco stettero i giudei a volare a Verona, per chieder giustizia al re, ed aiutati dal favore di Trivane mastro di camera di Teoderico, riportarono un ordine che tutto il popolo romano di Ravenna pagasse una contribuzione per rifabbricar le sinagoghe incendiate: e chi non pagasse, fosse pubblicamente frustato. L'ordine era indirizzato ad Eutarico e a Pietro vescovo, e bisognò eseguirlo. Da una lettera del medesimo re al senato di Roma[2534] intendiamo che anche in quella città da una sedizione popolare fu bruciata una sinagoga giudaica: del quale misfatto comandò Teoderico che fossero puniti i principali autori. Anche allora si trovavano Ebrei dappertutto. Racconta sotto quest'anno Mario Aventicense[2535] che Sigismondo re de' Borgognoni ingiustamente fece uccidere Segerico suo figliuolo. Quest'empio fatto vien parimente colle sue circostanze narrato da Gregorio Turonense[2536], con dire, che morta la prima moglie d'esso re Sigismondo, figliuola di Teoderico re d'Italia la quale gli avea partorito Segerico, ne prese un'altra; e questa, secondo il costume delle matrigne, cominciò a malignare contra del figliastro. Miratala un dì colle vesti di sua madre in dosso, Segerico si lasciò scappare di bocca che non era degna di portar quegli abiti, probabilmente perchè alzata da basso stato a quel di regina. Perciò inviperita la matrigna, tanto soffiò nelle orecchie del marito, con fargli credere nutrirsi da Segerico trame segrete di torgli il regno, che l'indusse a levarlo di vita. Ma non sì tosto fu eseguito l'empio consiglio, che Sigismondo se ne pentì, e detestò il suo fallo: dopo di che si ritirò al monistero Agaunense, dove per più giorni di pianti e digiuni, e con assistere alle sacre salmodie, si studiò di farne penitenza. Dio nulladimeno per questa iniquità il volle gastigato nel mondo di qua, siccome vedremo in riferire la di lui rovina.
NOTE:
[2532] Agnell., par. 1, tom. 2 Rer. Ital.
[2533] Anonym. Vales.
[2534] Cassiod., lib. 1, ep. 43.
[2535] Marius Aventicensis, in Chron.
[2536] Gregor. Turonens., lib. 3, cap. 5 et 6.
Anno di CRISTO DXXIII. Indizione I.
GIOVANNI papa 1. GIUSTINO imperadore 6. TEODERICO re 31 e 13.
Console
FLAVIO ANICIO MASSIMO, senza collega.
Questo MASSIMO fu console d'Occidente, senza sapersi perchè niun console fosse creato in Oriente, o perchè non se ne faccia menzione ne' Fasti. Per solennizzare anch'egli il suo consolato, diede al popolo romano nell'anfiteatro la caccia delle fiere; ma perchè negò poi sordidamente di rimunerare chi avea combattuto con esse fiere, fecero quei gladiatori ricorso al re Teoderico, e leggesi una lettera[2537] da lui scritta allo stesso Massimo, con ordinargli di soddisfare a que' tali che aveano esposta la loro vita a sì gravi pericoli per dar piacere al popolo romano. In essa Cassiodoro segretario descrive leggiadramente la forma delle cacce teatrali, con detestarle, perchè costavano d'ordinario la vita di molte persone: abuso che, vietato da tante leggi, fin allora non si era potuto estirpare, benchè tanto disdicevole a gente, da cui si professava la santa legge di Cristo. Arrivò al fine de' suoi giorni e delle sue fatiche in quest'anno papa Ormisda, pontefice santo e glorioso, per aver sostenuta con vigore la dottrina cattolica, riformato il clero, rimessa la pace e l'unione delle chiese in Oriente, cacciati di Roma i manichei, e lasciate in essa Roma illustri memorie della sua munificenza con vari ricchissimi doni fatti alle chiese, ed annoverati da Anastasio bibliotecario[2538]. Abbiamo dal medesimo autore un'altra notizia, chiamata dal cardinal Baronio degna di meraviglia, trattandosi d'un principe ariano: cioè che il re Teoderico, vivente esso papa Ormisda, inviò in dono alla basilica vaticana due candellieri, ossieno ceroferarii d'argento che pesavano sessanta libbre. Anzi in varii testi d'esso Anastasio si legge, aver esso re, e non già papa Ormisda, ornato un trave della basilica vaticana tutto d'argento, pesante mille e quaranta libbre. Ma anche gli ariani professavano venerazione ai santi, e massimamente al principe degli Apostoli, e Teoderico non ignorava le maniere di cattivarsi l'animo de' Cattolici: così avesse egli continuato a praticarle nel restante del suo governo. Aggiugne Anastasio, che dall'Oriente vennero altri preziosi donativi mandati a san Pietro dal cattolico imperadore Giustino. La morte del suddetto santo pontefice Ormisda accadde nel dì 6 di agosto, e nel dì 13 del medesimo mese fu eletto papa Giovanni di nazione toscana. In questo medesimo anno, e, per quanto si crede, a dì 24 di maggio, venne a morte[2539] Trasmondo re dei Vandali in Africa, fiero persecutore dei Cattolici, siccome accennammo di sopra; parve ch'egli per giusto giudizio di Dio morisse di dolore per una gran rotta data al di lui esercito da Cabaone pagano capo de' Mori presso di Tripoli. Procopio narra il fatto[2540]. Mossero i Vandali contra di costui una bell'armata. Cabaone, avendo inteso a dire che il possente Dio de' Cristiani puniva chi non rispettava i sacri templi, e favoriva chi gli onorava, spedì segretamente alcuni dei suoi, con ordine di seguitare l'esercito nemico, e se i Vandali entravano coi cavalli nelle chiese, e le sporcassero, eglino dipoi le nettassero, ed onorassero i sacerdoti cristiani. Tanto appunto avvenne. Diedesi poi la battaglia, in cui pochi vinsero i molti, e una grande strage fu fatta della nazion vandalica. Ebbe Trasamondo per successore Ilderico, figliuolo di Unnerico re, e di Eudocia figliuola di Valentiniano III, imperadore. Tuttochè Ilderico fosse allevato nella setta ariana, pure nudriva in cuore dell'inclinazione verso i Cattolici: affetto a lui ispirato dalla madre cattolica. E se n'era ben accorto Trasamondo, zelantissimo dell'arianismo. Però, prima di morire, gli fece promettere con giuramento, divenuto che fosse re, di non riaprir le chiese de' Cattolici nè di ristituir loro i privilegii. Ma Ilderico dopo la morte di Trasamondo, prima di regnare, per non violare il giuramento, richiamò in Africa i vescovi esiliati, e fece aprir le chiese cattoliche, così lasciò scritto sant'Isidoro[2541]. Ma chi ordinò il riaprimento de' sacri templi e restituì la libertà ai vescovi, già comandava e regnava. Non è improbabile che Ilderico si credesse disobbligato dalla osservanza di un giuramento illecito ed ingiusto in sè stesso. Mirabil perciò fu l'allegrezza de' popoli cattolici dell'Africa nel ricuperare dopo tanti anni le lor chiese; tanto più, perchè Ilderico si contentò che eleggessero il vescovo di Cartagine, e questi fu Bonifacio.
A questi tempi non senza ragione vien riferita una legge di Giustino Augusto[2542] contra de' manichei, con vietare, sotto pena della vita, la loro permanenza nell'imperio. Agli altri poi, sieno pagani o eretici, vien proibito l'aver magistrati e dignità, siccome ancora luogo nella milizia, a riserva dei Goti e d'altri popoli collegati, che militavano in Oriente al soldo dell'imperio. Circa questi tempi ancora morì Eufemia imperadrice, moglie di Giustino Augusto; nè sussiste che egli passasse alle seconde nozze, come han creduto alcuni. Teodora, nominata in tal occasione da Cedreno[2543], fu moglie di Giustiniano, e non di Giustino. La morte ingiustamente inferita al figliuolo Segerico da Sigismondo re de' Borgognoni, irritò altamente l'animo di Teoderico re d'Italia, perchè si trattava di un suo nipote, cioè d'un figliuolo di una sua figliuola. Accadde che nello stesso tempo Clodomiro, Clotario e Childeberto, tutti e tre figliuoli di Clodoveo, e cadauno re de' Franchi, erano incitati dalla madre, cioè da Clotilde vedova d'esso re Clodoveo contra del suddetto re Sigismondo, acciocchè vendicassero la morte data a Chilperico suo padre e a sua madre ancora, da Gundobado padre di Sigismondo. Probabilmente quella pia principessa altro non intese che di ottener colla forza quella porzione di stati ch'ella pretendeva dovuti a sè nell'eredità del padre, giacchè da Gundobado suo zio non l'avea potuta aver per amore. Ossia dunque che i Franchi, consapevole della collera di Teoderico, il movessero ad entrar con loro in lega contra di Sigismondo; ossia che Teoderico ne facesse la proposizione ai Franchi stessi, certo è ch'essi si collegarono insieme per far guerra ai Borgognoni. Ed allora succedette veramente ciò che Procopio lasciò scritto[2544], e che, siccome fu avvertito di sopra, il padre Daniello riferì fuori di sito nella storia de' Franzesi all'anno 501: cioè avere bensì Teoderico inviato l'esercito suo verso l'Alpi, ma con ordine di andare temporeggiando nel passaggio per vedere che andamento prendeva la guerra tra i Franchi e i Borgognoni. Sigismondo se ne fuggì in un eremo, e poscia incognito al monistero Agaunense, ossia di san Maurizio, dove dicono ch'egli prendesse l'abito monastico. Perciò non durarono fatica i Franchi ad impadronirsi di quasi tutto il regno allora ben vasto della Borgogna. E il generale del re Teoderico, appena udita la nuova della sconfitta de' Borgognoni, valicò frettolosamente le Alpi, e, secondo i patti, entrò in possesso di un buon tratto di paese che abbracciava le città di Apt, di Genevra, di Avignone, Carpentras ed altre. Il racconto di Procopio vien confermato da una lettera del re Atalarico al senato di Roma[2545] in occasione di crear patrizio Tulo suo parente, che fu generale di Teoderico nella spedizione suddetta. Mittitur, dic'egli, Franco et Burgundo decertantibus, rursus ad Gallias tuendas, ne quid adversa manus praesumeret, quod noster exercitus impensis laboribus vindicasset. Adquisivit reipublicae romanae, aliis contendentibus, absque ulla fatigatione provinciam, et factum est quietum commodum nostrum, ubi non habuimus bellica contentione periculum. Triumphus sine pugna, sine labore palma, sine caede victoria.
NOTE:
[2537] Cassiod., lib. 5, ep. 42.
[2538] Anastas. Biblioth., in Vit. Hormisdae.
[2539] Victor Turonensis, in Chron.
[2540] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1.
[2541] Isidorus, in Chron. Vandal.
[2542] L. 12, C. de Haeretic. et Manich.
[2543] Cedrenus, in Annalib.
[2544] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.
[2545] Cassiodor., lib. 8, ep. 10.
Anno di CRISTO DXXIV. Indizione II.
GIOVANNI papa 2. GIUSTINO imperadore 7. TEODERICO re 32 e 14.
Consoli
FLAVIO GIUSTINO AUGUSTO per la seconda volta ed OPILIONE.
Appartiene all'Occidente questo console Opilione, e vien da alcuni, ma con poco fondamento, creduto quello stesso che, secondo Cassiodoro,[2546], fu creato conte delle sacre largizioni, ossia tesoriere del re Atalarico. Perchè neppure in questi tempi si truovi un console orientale, non se ne sa intendere la cagione. In quest'anno si cominciò a sconcertare l'animo del re Teoderico: e quel principe che finora mercè del suo saggio e giustissimo governo, e di una mirabil pace che faceva godere all'Italia e agli altri suoi popoli, e del rispetto che portava alla religion cattolica e a' sacri suoi ministri, s'era acquistata gloria non inferiore a quella de' più rinomati imperadori, di maniera che può anche oggidì servire di norma ai regnanti: questo principe, dissi, mutò affatto contegno, e passò ad azioni che denigrarono gli ultimi giorni della sua vita, e renderono odioso il suo nome, non meno allora che dipoi in Italia. Vedemmo nel precedente anno pubblicato dal cattolico imperadore Giustino un editto contra degli eretici, in cui furono bensì eccettuati i Goti, ma quei solamente ch'erano in Oriente, e non già quei che appartenevano all'Italia sotto il re Teoderico. Furono perciò tolte le chiese nell'imperio orientale a molti ariani; ed altri, per non perdere le dignità e per seguitare nella milizia, abbracciarono la religione cattolica. Nel loro errore stettero saldi infiniti altri, ma con gravi lamenti sì per la pena a cui erano sottoposti, e sì per la perdita delle chiese. Verisimil cosa è che costoro ne portassero le doglianze al re Teoderico, seguace anch'esso costantissimo della setta ariana; con restar inoltre Teoderico non poco amareggiato, perchè laddove egli lasciava in Italia e negli altri suoi regni goder tanta quiete e libertà ai cattolici, Giustino Augusto trattasse poi con tale severità gli ariani. C'è inoltre motivo di credere ch'esso o per la stessa cagione, o per altri accidenti, cominciasse a dubitar della fedeltà dei Romani, con sospettare intelligenze di loro colla corte di Costantinopoli, quasichè abborrissero un principe ariano ed aspirassero alla libertà. Fors'anche Giustiniano, che allora, benchè non imperadore, amministrava gli affari dell'imperio, e già nudriva delle vaste idee, si lasciò scappar di bocca qualche parola contro chi possedeva sì bella parte dello stesso imperio, cioè l'Italia: che risaputa da Teoderico, accrebbe in lui il mal talento e i sospetti. Comunque passassero tali faccende, basti a noi di sapere, per attestato dell'Anonimo Valesiano[2547], che trovandosi Teoderico in Verona, fece distruggere un oratorio di santo Stefano, posto fuori d'una porta di quella città: il che vien raccontato da esso Anonimo, come segno che veniva a scoprire il mal animo di Teoderico contra de' Cattolici, ma che verisimilmente fu fatto per solo riflesso alla fortificazione di quella città. Quindi comandò Teoderico che niuno de' Romani potesse tener armi e neppure un coltello, indizio certo di sospetti intorno alla loro fedeltà. Ma colui che maggiormente accese questo fuoco, fu Cipriano referendario, il qual poi per ricompensa delle sue iniquità passò al grado di tesoriere e di generale d'armata. Accusò egli Albino patrizio, stato console nell'anno 495, con imputargli d'avere scritto lettere a Giustino imperadore contra di Teoderico. Negò egli il fatto, ed apposta, per difendere la di lui innocenza, si portò da Roma a Verona anche Severino Boezio patrizio, già stato console, ch'era allora il più riguardevol mobile del senato romano. Ma che? Cipriano rivolse l'accusa contra dello stesso Boezio, e si trovarono tre inique persone che servirono di testimoni e di accusatori contra di lui, cioè Basilio, che cacciato dianzi di corte, era indebitato fino alla gola, Opilione, diverso dal console dell'anno presente, per quanto si può conghietturare, e Gaudenzio, i quali ultimi due banditi per innumerabili loro frodi, erano allora rifugiati in chiesa. L'accusa fu, secondo che scrive lo stesso Boezio[2548], de compositis false literis, quibus libertatem arguor sperasse romanam. Era innocente di questo reato Boezio: contuttociò portata l'accusa in senato, senza che alcuno osasse d'opporsi, fu proferita contra di lui sentenza di morte, la quale fu da Teoderico permutata in esilio. Hanno alcuni creduto con lievi conghietture che il luogo dell'esilio fosse Pavia, dove in una picciola casa, o pure in una prigione egli fosse detenuto, senza libri, senza poter parlare con amici o parenti. L'Anonimo Valesiano scrive essere egli stato imprigionato, o tenuto sotto buona guardia in Calvenzano, in agro calventiano, cioè in un luogo del territorio di Milano, poco distante da Melegnano. Quivi Boezio compose il nobil suo trattato della Consolazione della Filosofia. Ma perciocchè di grandi rumori e dicerie doveano correre per l'oppressione di questo insigne personaggio romano, il re crudele finalmente comandò che gli fosse levata la vita, e l'ordine fu eseguito. Mario Aventicense[2549] lasciò scritto che nel corrente anno Boezio patrizio fu ucciso nel territorio di Milano. Potrebbe nondimeno essere che all'anno seguente appartenesse la di lui morte, e che Mario confondesse la sentenza dell'esilio con quella della morte; essendo certo che Boezio restò nella prigionia il tempo da comporre il libro suddetto. Ebbe per moglie Rusticiana figliuola di Simmaco patrizio (e non già un'altra moglie chiamata Elpe), che gli generò due figliuoli da noi veduti consoli nell'anno 522, donna di rare virtù, che visse molti anni dipoi.
In questo medesimo anno essendo tornato a Ravenna il re Teoderico, secondochè abbiamo dall'Anonimo Valesiano, colà fece chiamare Giovanni papa, e gl'intimò d'andare a Costantinopoli, per indurre Giustino imperadore a far tornare all'arianismo coloro che l'avevano abiurato, supponendoli indotti a ciò dalla forza e dalle minaccie. Anastasio bibliotecario[2550] solamente scrive che fu inviato per ottenere la restituzion delle chiese agli ariani: altrimenti Teoderico minacciava lo sterminio de' cattolici in Italia. Altrettanto scrive l'autor della Miscella[2551]. Andò papa Giovanni, seco conducendo altri vescovi, cioè Ecclesio di Ravenna, Eusebio di Fano, Sabino di Capoa (non conosciuto dall'Ughelli nell'Italia sacra) e due altri parimente vescovi, ed inoltre Teodoro, Importuno ed Agapito, tutti e tre stati consoli, e un altro Agapito patrizio. Tradito dai suoi medesimi Borgognoni Sigismondo re di essi, ma che s'era ritirato nel monistero di San Maurizio[2552], fu dato nelle mani colla moglie e coi figliuoli a Clodomiro, uno dei re Franchi, e posto prigione in Orleans. Intanto Godemaro, fratello di esso Sigismondo, ripigliate le forze, e raunato un buon esercito di Borgognoni, ricuperò la maggior parte delle città e terre occupate dai Franchi: il che non potendo digerire Clodomiro, uscì di nuovo in campagna con una forte armata in compagnia di Teoderico re suo fratello, per assalir di nuovo il regno della Borgogna. Ma prima di cimentarsi, barbaramente fece levar la vita a Sigismondo, alla moglie e ai figliuoli, e gittare i lor cadaveri in un pozzo, non ostante la predizione fatta da Avito abate di Micy, che se egli commetteva questa iniquità, Dio gli renderebbe la pariglia. Fu dipoi dai monaci agaunensi e dai popoli posto Sigismondo nel catalogo de' santi, quasi che fosse, non solo penitente, ma martire; siccome ancora da altri il poco fa mentovato Severino Boezio tenuto fu per santo, e registrato fra i martiri, con quella facilità che disopra accennammo praticata allora di dare il titolo di santo a chi abbondava di virtù, siccome certo abbondarono non meno il re Sigismondo che Boezio. Restò poi ucciso in una battaglia il re Clodomiro; rimase ancora sconfitto Godemaro, e tornò la Borgogna in potere dei Franchi, a' quali fu poi ritolta da esso Godemaro. Ma Teoderico re d'Italia tenne ben forte le conquiste da lui fatte nella Gallia. Ed in quest'anno appunto nella città di Arles a lui sottoposta, san Cesario vescovo celebrò un concilio, ch'è il quarto tenuto in quella città; e v'intervennero sedici vescovi, tutti compresi nella giurisdizione di esso re Teoderico.
NOTE:
[2546] Cassiod., lib. 8, ep. 16.
[2547] Anonym. Vales.
[2548] Boetius, de Consolatione, lib. 1.
[2549] Marius Aventicensis, in Chron.
[2550] Anastas. Biblioth., in Vita Johannis I.
[2551] Hist. Miscell., lib. 15.
[2552] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 6.
Anno di CRISTO DXXV. Indizione III.
GIOVANNI papa 3. GIUSTINO imperadore 8. TEODERICO re 33 e 15.
Consoli
FLAVIO TEODORO FILOSSENO ed ANICIO PROBO juniore.
Il primo di questi consoli fu creato in Oriente; Probo in Occidente. In alcune iscrizioni, che tutte si debbono riferire al presente anno, egli è chiamato Probo juniore, e ne inferisce il padre Pagi esser egli stato della famiglia stessa di Probo, che fu console nell'anno 513. Se fosse differita fino al presente anno la morte del celebre Boezio è scuro tuttavia. Sappiamo bensì da Mario Aventicense[2553] che Simmaco patrizio, suocero d'esso Boezio, già stato console, ed uno de' più illustri senatori di Roma, venerato da tutti per la nobiltà, pel sapere e per le virtù sue, fu anch'egli fatto morire dal re Teoderico. L'Anonimo Valesiano[2554] ci fa sapere, che siccome una iniquità facilmente ne tira seco delle altre, così Teoderico, temendo che Simmaco, persona di tanto credito in Roma, per dolore della morte del genero, potesse tramar qualche trattato contra del suo regno, fattolo condurre a Ravenna, sotto colore di varii finti reati il privò di vita: con che maggiormente divenne presso i cattolici, e soprattutto presso i Romani, abbominevole il nome d'esso Teoderico. Ma qui non finì la di lui crudeltà. Narra Anastasio bibliotecario[2555], che giunto papa Giovanni presso Costantinopoli, uscì incontro a lui tutta la città dodici miglia fuori della porta colle croci e coi doppieri, festeggiando tutti per la consolazione di mirare in quelle contrade un pontefice romano: cosa non mai più veduta ne' secoli antecedenti. L'imperadore stesso, inginocchiato ai suoi piedi, gli prestò quell'onore che si conviene ai vicarii di Gesù Cristo. Pare che qualche differenza insorgesse per la mano con Epifanio patriarca di Costantinopoli, giacchè ogni di più cresceva la superbia de' vescovi di quella città. Ma Giovanni papa avendo sostenuto con vigore il primato dovuto alla sua sedia, per attestazione di Teofane[2556], ottenne il primo luogo sopra quel patriarca. Marcellino conte[2557] anch'egli scrive ch'esso papa fu accolto con sommo onore in Costantinopoli, ebbe il primo posto nella chiesa, e celebrò la Pasqua con sonora voce, e secondo i riti e la lingua romana in quella capitale. Sbrigate poi le sue faccende, ed ottenuto quanto voleva dall'imperadore Giustino, se ne tornò egli in Italia, seco portando ricchi doni, mandati da esso Augusto alle chiese di Roma; e presentossi in Ravenna al re Teoderico. Credevasi da ognuno che fosse terminata la tragedia, perchè papa Giovanni avea impetrato da Giustino Augusto che si lasciassero in pace gli ariani, e che loro fossero restituite le chiese; giacchè fu necessario l'accomodarsi a tale spediente per placare l'ariano Teoderico, da cui veniva minacciato un egual trattamento ai cattolici, ed anche la morte ai vescovi e preti. Ciò non ostante, più che mai inferocito Teoderico, fece imprigionare il papa e i senatori con esso lui ritornati. Pretende il cardinal Baronio[2558] che non sussista quanto gli antichi scrittori raccontano intorno all'aver papa Giovanni promossa in Oriente ed impetrata la pace degli ariani colla restituzion delle loro chiese; e che per questo egli fosse cacciato in prigione da Teoderico. All'incontro è di parere il padre Pagi[2559] che, narrando non meno Anastasio bibliotecario, che l'autore della Miscella[2560] e l'autore antichissimo della Cronica de' papi, pubblicata nel Propileo del padre Enschenio[2561], la pace e restituzion suddetta, non s'abbia essa da mettere in dubbio; e massimamente essendo fattura d'Isidoro mercatore una lettera attribuita ad esso papa, su cui principalmente s'appoggia il Baronio. Deduce poi il Pagi la collera di Teoderico dal non avere papa Giovanni ottenuto del pari che fossero restituiti all'arianismo coloro che aveano abbracciata la fede cattolica; cosa che veramente non era lecito al papa di chiedere. Lasciò in oltre scritto il suddetto autore della Miscella, aver Teoderico avuto a male che tanti onori fossero stati compartiti in Oriente al papa, quasi che questi fossero indizii di secrete leghe fra i Romani e Greci in pregiudizio del suo stato. Ma non è improbabile l'opinion del Baronio, perchè vedremo nell'anno susseguente che Teoderico avea già risoluto di levar le chiese ai cattolici e di consegnarle agli ariani: il che c'induce a credere non essersi mutato registro per conto degli ariani nell'imperio orientale. In Cartagine da Bonifazio vescovo di quella città fu celebrato un concilio di molti vescovi con giubilo di tutti i cattolici, i quali per la benignità del re Ilderico aveano ricuperata la loro libertà.
NOTE:
[2553] Marius Aventicensis, in Chron.
[2554] Anonym. Vales.
[2555] Anastas. Bibliothec., in Johanne I.
[2556] Theoph., in Chronogr.
[2557] Marcell. Comes, in Chron.
[2558] Baron., Annal. Eccl.
[2559] Pagius, Crit. Baron.
[2560] Histor. Miscella, lib. 15.
[2561] Chronicon Pontific. apud Henschen., in Propileo.
Anno di CRISTO DXXVI. Indizione IV.
FELICE IV papa 1. GIUSTINO imperadore 9. ATALARICO re 1.
Console
OLIBRIO senza collega.
Teofane[2562] abbastanza ci fa conoscere che questo console fu creato in Occidente. Perchè in questi tempi era cessata la buona armonia fra Giustino Augusto e il re Teoderico, perciò non si dovette creare o mentovare in Italia console alcuno in Oriente. Era Olibrio della famiglia Anicia, nè in alcuno dei Fasti o de' monumenti antichi egli è chiamato juniore, come han voluto chiamarlo il Panvinio[2563] e il Relando[2564]. Fra i patimenti e le miserie della prigione mancò di vita in quest'anno nella città di Ravenna papa Giovanni, credesi nel dì 18 di maggio. Anastasio bibliotecario[2565] scrive che il sacro suo corpo fu trasferito a Roma, e posto nella basilica di san Pietro. Egli merita più fede che Agnello[2566], il quale cel rappresenta seppellito a Ravenna in un'arca di marmo. Meritò questo pontefice d'esser annoverato fra i martiri della Chiesa di Dio. Ma l'empio Teoderico, non più quello che sì saggiamente e pacificamente aveva in addietro governato il regno d'Italia, divenuto ormai odioso presso tutti i buoni a cagion di tali crudeltà, tardò pochi mesi a provar l'ira e i gastighi di Dio. Per quanto scrive l'Anonimo Valesiano[2567], e lo conferma anche Agnello, egli era dietro a cacciar dalle loro chiese i sacerdoti cattolici, per darle agli ariani; e già Simmaco scolastico (cioè uomo eloquente ed avvocato) giudeo, a dì 26 di agosto ne avea steso il decreto, da eseguirsi nel dì 30 d'esso mese. Ma colto Teoderico da un flusso micidiale di ventre, in termine di tre giorni, e nel dì stesso destinato all'occupazion delle chiese cattoliche, perdè la vita e il regno. Fama correva, per quanto abbiam da Procopio[2568], che portatogli in tavola il capo di un pesce di non ordinaria grandezza, gli parve di mirar quella di Simmaco ucciso, che coi denti e con gli occhi torvi il minacciasse. A questo fantasma tenne dietro la febbre, durante la quale, detestando il misfatto commesso nella morte d'esso Simmaco e di Boezio, senza aver dato tempo da esaminare, se erano innocenti o rei, finalmente se ne morì. Principe, che, qualora avesse saputo guardarsi da questi ultimi eccessi, avrebbe, tuttochè Barbaro di nazione, ed eretico ariano di credenza, uguagliato colle sue azioni e virtù politiche la gloria de' più accreditati re ed imperadori. Aveva esso Teoderico in sua vita preparato in Ravenna il suo sepolcro tutto di marmo, opera di maravigliosa grandezza (dice l'Anonimo Valesiano), con avere cercato una pietra di straordinaria mole che lo coprisse. Agnello scrive ch'egli fu seppellito in un mausoleo fatto da lui fabbricare fuori della porta di Artemetore, e chiamato a' suoi dì (cioè circa l'anno 830) il Faro, dov'era il monistero di Santa Maria, soprannominato alla memoria del re Teoderico. Ma stimava esso Agnello, ed è ben verisimile, trattandosi di un eretico, che l'ossa di lui fossero state cacciate fuori del sepolcro, perchè si vedeva davanti alla porte del monistero la maravigliosa urna di porfido, in cui esse una volta erano state riposte. Aggiugne inoltre, che nel palazzo da lui fabbricato in Pavia si mirava l'immagine del medesimo Teoderico a cavallo, composta di musaico. Una somigliante, anch'essa di musaico, esisteva nel palazzo edificato da lui in Ravenna, in cui esso re veniva rappresentato coll'armatura in dosso, con una lancia nella destra, lo scudo nella sinistra. In vicinanza stava in piedi Roma colla celata in capo e un'asta in mano; e dall'altra parte Ravenna, che teneva il piè destro sopra il mare e il sinistro sopra la terra, in atto di andare verso il re. Per alcuni secoli si mirò ancora in Ravenna una colonna a guisa di piramide quadrangolare, sopra cui era la statua di Teoderico a cavallo tutta di bronzo indorato, con lo scudo nel braccio sinistro e colla lancia nella mano destra. Correa nondimeno voce che tale statua fosse stata fatta in onore di Zenone imperadore, e che Teoderico vi avesse fatto mettere il suo nome. Ma (seguita a dire Agnello) trentotto anni sono che Carlo re de' Franchi essendo stato coronato imperadore da Leone III papa, nel tornare ch'egli faceva in Francia, passò per Ravenna, e cadutagli sotto gli occhi sì bella statua, una simile a cui in vaghezza confessò di non averne mai veduta, fattala portare in Francia, la ripose in Aquisgrana. Altre fabbriche e memorie lasciate dal re Teoderico o per ornamento o per difesa della città, ovvero per utilità del pubblico, si possono raccogliere dalle lettere di Cassiodoro.
Giacchè Eutarico, marito di Amalasunta sua figliuola, preso da lui per figliuolo e destinato ad essergli successore nel regno, era premorto a Teoderico, secondochè abbiamo da Giordano storico[2569], prima di morire dichiarò suo erede Atalarico, nato da essa Amalasunta, con fargli prestare il giuramento dai magnati della corte e dagli uffiziali della milizia. Ad essi poi rivolto, raccomandò loro di onorare il re novello suo nipote, di amare il senato e popolo romano, e di studiare, per quanto poteano, di placare e di avere per amico l'imperadore d'Oriente: consiglio ben osservato da Atalarico e da sua madre, in guisa che, durante lo spazio di otto anni che esso re tenne il regno, goderono essi e l'Italia un'invidiabil pace. Aveva il re Teoderico, finchè visse, governato dispoticamente anche la parte della Gallia, che egli avea conquistata, siccome ancora tutte quelle provincie della Spagna che erano state sotto il dominio di Alarico ultimo re dei Visigoti. Mandava colà i suoi uffiziali e soldati, per attestato di Procopio[2570], ed esigeva i tributi. Ma per far conoscere ai Visigoti come non per interesse egli signoreggiava sopra di essi, impiegava poi tutti i tributi in tanti donativi ch'egli annualmente faceva, non meno alle milizie de' suoi Ostrogoti, da lui mantenuti in quelle parti, che a quelle de' Visigoti stessi; di maniera che sotto di lui stette sempre quieto e contento l'uno e l'altro popolo in quelle parti, e per varii matrimonii maggiormente coloro si unirono insieme d'affetto. Intanto era allevato in Ispagna il fanciullo Amalarico figliuolo del suddetto re Alarico e di una figliuola di Teoderico; ed avendo esso re Teoderico inviato colà Teode di nazione Ostrogoto per generale delle sue truppe, il dichiarò anche tutore del medesimo Amalarico suo nipote. Costui col tempo prese per moglie, non già una donna di nazione gota, ma bensì una spagnuola, ricchissima di roba e di stabili nel suo paese; col quale aiuto egli incominciò a tenere al suo soldo e per sua guardia duemila soldati, e a farla piuttosto da re che da ministro. Il saggio re Teoderico, ben considerando gli andamenti di costui, avrebbe volentieri adoperata la forza per metterlo in dovere; ma per timore che i Visigoti facessero delle novità, e che i Franchi profittassero di quella divisione, andava dissimulando tutto, e solamente s'appoggiò al partito di far suggerire destramente a Teode, che sarebbe stato di profitto per lui e di gran piacere al re Teoderico, s'egli passasse a Ravenna per salutare esso re. L'accorto Teode continuò bensì ad eseguire puntualmente gli altri ordini che venivano da Teoderico, nè mai tralasciò di pagargli i tributi annuali; ma non s'indusse giammai ad intraprender un sì lungo viaggio. Ora Teoderico, veggendosi vicino alla morte, dichiarò suo successore in Ispagna, ma non già nella Gallia, il nipote Amalarico, il quale cominciò in quest'anno a contar gli anni del suo regno fra i Visigoti. Sant'Isidoro[2571] scrive che Teoderico tenne per anni quindici il regno di Spagna, quod superstiti Amalarico nepoti suo reliquit. Però le note cronologiche del concilio secondo di Toledo[2572], che si dice tenuto anno V regni domini nostri Amalarici regis, aera DLXV, cioè nell'anno seguente 527, giustamente si possono credere corrotte, e doversi ivi iscrivere anno I, o pure aera DLXXI. Succedette in questo anno uno de' più terribili tremuoti che mai si udisse, perchè continuato per molti mesi, per le cui scosse restò atterrata quasi tutta la città nobilissima di Antiochia, la quale dinanzi ancora avea patito dei fierissimi continuati incendii. Fra innumerabili altri restò sotto le rovine oppresso Eufrasio patriarca di quella città, ch'ebbe poi per successore Efrem. Il piissimo imperador Giustino, per attestato di Teofane[2573], udite queste nuove, deposta la porpora e il diadema, passò alcuni giorni col cilicio in lutto e in gemiti, e da buon principe spedì tosto uffiziali con immense somme d'oro per salvare chi restava in vita, e per rimettere in piedi la smantellata città. Portata intanto a Roma la nuova della morte di Giovanni papa, radunossi il clero per eleggere il successore; ma insorsero dissensioni tra gli elettori: accidente non forestiere in somiglianti occasioni. Era tuttavia vivo il re Teoderico; e, ossia che egli volesse prevenire un nuovo scisma, o pure, come pensa il cardinal Baronio, che egli intendesse d'ingerirsi, come avea anche preteso il re Odoacre, nell'elezione de' romani pontefici, scrisse al senato di Roma con proporre per papa Felice figliuolo di Castorio, persona di sperimentata virtù. Venne in questo mentre a morte Teoderico, e ciò non ostante eletto dal clero e dal popolo il suddetto Felice, quietamente fu consecrato; e leggesi una lettera del re Atalarico al senato romano[2574], in cui si congratula, perchè nell'elezion del pontefice si sieno conformati all'intenzion dell'avolo suo, tutta rivolta al pubblico bene, con aver proposto un personaggio degno del sommo sacerdozio. Si lamenta, e con ragione, il cardinal Baronio di quest'atto di Teoderico, perchè servì di esempio agl'imperadori greci, franchi e tedeschi, per pretendere di aver mano nell'elezione dei sommi pontefici, stata in addietro sempre libera, anche sotto gli Augusti pagani. E tanto più se ne dovea dolere, perchè dalla lettera di Atalarico abbastanza si ricava che l'atto di Teoderico ariano fu un comandamento, e ch'egli volle essere ubbidito: usurpazione senza fallo dei diritti della Chiesa di Dio, che nondimeno passò in uso od abuso presso dei susseguenti imperadori, benchè cattolici. Era, siccome è detto di sopra, il nuovo re Atalarico fanciullo, appena giunto all'età di dieci anni: però assunse il governo del regno Amalasunta sua madre, donna di molto senno, con tenere anche essa per suo secretario Cassiodoro, personaggio riguardevolissimo di que' tempi, e con pubblicar tutti gli editti, e fare ogni altra risoluzione sotto nome del medesimo Atalarico. Le prime funzioni furono di significare al senato e popolo di Roma, ai Romani e Goti abitanti in Italia e nella Dalmazia, a Liberio prefetto delle Gallie ed ai popoli d'esse Gallie, l'elezion sua in re, fatta dal re suo avolo, ed approvato di comune consentimento non men dai Romani che dai Goti esistenti in Ravenna. Di ciò fan fede varie lettere di Cassiodoro[2575]. Ma quel che più importa, Atalarico non fu pigro a spedire ambasciatori e a notificare l'assunzione sua al trono all'imperadore di Oriente. Sopra di ciò è da vedere un'altra lettera del mentovato Cassiodoro[2576], indirizzata a Giustiniano imperadore. Ma quivi, secondochè osservò l'Alamanni[2577] è da scrivere Giustino imperadore, perchè questi sopravvivendo molti mesi a Teoderico, solamente morì nell'anno seguente, ed in essa è chiamato princeps longaevus: il che non può convenire a Giustiniano, ed oltre a ciò Atalarico esprime primordia nostra. Apparisce dalla medesima lettera che Giustino Augusto era in collera contra del re Teoderico, e minacciava di fargli guerra, verisimilmente per le crudeltà da lui esercitate contro di papa Giovanni e contra di Boezio, Simmaco ed altri senatori romani, col pretesto di segrete intelligenze con esso Giustino. Però Atalarico si raccomanda per aver pace ed amicizia con lui, con que' patti e con quelle condizioni che l'avolo suo aveva ottenuto dai predecessori di Giustino: fra le quali possiamo credere che si comprendesse il riconoscere la sovranità degl'imperadori sopra il regno d'Italia. Fece buon effetto questa supplichevol lettera di Atalarico, perchè, finchè egli visse, non ebbe molestia nè da Giustino nè da Giustiniano suo successore. Fiorì circa questi tempi Dionisio esiguo, ossia picciolo, Scita di nazione, e monaco dottissimo nelle lingue latina e greca. Fu condiscepolo di Cassiodoro, e però sembra che abitasse in Roma. Le opere da lui scritte si trovano registrate dagli scrittori della storia letteraria ecclesiastica.
NOTE:
[2562] Theoph., in Chronogr.
[2563] Panvin., in Fast. Consul.
[2564] Reland., in Fast.
[2565] Anast. Biblioth., in Johanne I.
[2566] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., Part. 1, tom. 2 Rer. Ital.
[2567] Anonymus Vales.
[2568] Procop., de Bell. Goth.
[2569] Jordan., de Reb. Get., cap. 59.
[2570] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.
[2571] Isidor., in Chron. Goth.
[2572] Aguirre, Concilior. Hispan., tom. 2, pag. 265.
[2573] Theoph., in Chron.
[2574] Cassiod., lib. 8, ep. 15.
[2575] Cassiod., lib. 8, epist. 2, 3 et seq.
[2576] Idem, ibid., ep. 1.
[2577] Alamannus, in Notis ad Histor. Arcan. Procopii.
Anno di CRISTO DXXVII. Indizione V.
FELICE IV papa 2. GIUSTINIANO imperadore 1. ATALARICO re 2.
Console
VEZIO AGORIO BASILIO MAVORZIO senza collega.
Fu console creato in Occidente questo Mavorzio, i cui nomi e cognomi si leggono negli antichi testi di Orazio poeta, emendati e riveduti da lui con altri codici più antichi, a lui somministrati da Felice oratore romano. L'iscrizione fatta da esso Mavorzio si legge nella prefazione del Bentleio all'edizione di Orazio, ed anche ne' Fasti del Relando. Console non fu creato in Oriente, o questo è taciuto ne' Fasti, perchè non doveano per anche essere composte le differenze insorte fra le due corti. Probabilmente in quest'anno Amalasunta madre e tutrice del re Atalarico stabilì un aggiustamento con Amalarico re dei Visigoti, di cui ci lasciò la notizia Procopio[2578]. Pretendeva Amalarico tutto il tratto di paese che Alarico re avolo suo aveva goduto nelle Gallie, cominciando dai confini dell'Italia. Si venne ad una convenzione, e ad Atalarico re d'Italia toccò tutta la Provenza col resto del paese conquistato fino al fiume Rodano. Ad Amalarico fu ceduto quanto di là dal Rodano andava ad unirsi col regno de' Visigoti in Ispagna. Per attestato del medesimo storico[2579], seguitava a governare il regno Amalasunta, donna dotata di gran prudenza, zelante della giustizia, e provveduta d'animo più che virile. Restituì essa ai figliuoli di Simmaco e di Boezio i beni paterni già confiscati, e si andava guadagnando l'amor di ciascuno colla clemenza e col guardarsi, per quanto poteva, dal gastigare nella vita e nella roba i suoi sudditi. Da lei era allevato il figliuolo alla maniera romana, facendolo anche andare alla scuola per istudiar le arti liberali. Deputò essa al di lui governo de' più assennati della sua nazione. Avvenne, che trovatolo un dì in fatto nella camera, gli diede uno schiaffo, per cui egli piangendo scappò via. I Goti, ciò saputo, se n'alterarono forte, e dissero villanie contra d'Amalasunta, quasi ch'ella volesse far crepare d'affanni il figliuolo, per poi rimaritarsi e comandare a bacchetta. Però un giorno i primati dei Goti andarono a trovarla per dirle che lor non piaceva la maniera da lei tenuta nell'educazion del figliuolo. Essere lo studio delle lettere nemico dell'armi, perchè ispirava della viltà e timidezza. Aver essi bisogno di un re non letterato, ma guerriero ed avvezzo all'armi militari. Che Teoderico neppur sapea leggere o scrivere il suo nome, e pure avea fatto tremare tanti popoli, fatte tante conquiste, nè avea egli mai permesso che i Goti andassero alla scuola, con dire che non avrebbero maneggiata asta e spada con animo intrepido coloro che si fossero accostumati ad aver paura della sferza. Però non voler essi tanti pedanti per suo figliuolo; ma ch'ella scegliesse de' giovani di età uguale, che convenissero con esso lui, ed egli attendesse secondo i costumi della nazione, ad imparar la maniera di regnare. Benchè ad Amalasunta dispiacesse una sì fatta pretensione, pure, temendo delle novità, mostrò d'aver cari i loro consigli, e fece quanto desideravano. Di qui venne poi la rovina di Atalarico.
In Oriente si sentiva già l'imperadore Giustino pesar gli anni addosso, e trovavasi malconcio di sanità, a cagione di un'ulcera in un piede, fatta molti anni prima da colpo di saetta in una battaglia[2580]. Però pensò a dichiarare il suo successore; e questi fu Giustiniano, figliuolo di Vigilanzia sua sorella, che pria godeva il titolo di nobilissimo, ed era pervenuto all'età di circa quarantatrè anni. Nel dì 4 d'aprile di quest'anno il fece coronar imperadore e il prese per suo collega. Se vogliam credere a Procopio[2581], scrittore sospetto in ciò che riguarda Giustiniano, il senato e popolo di Costantinopoli mal volentieri, e solamente per paura, acconsentì a questa elezione, conoscendo assai che Giustiniano abbondava più di vizii che di virtù. Zonara[2582], per lo contrario, scrive che il senato stesso fece più istanze a Giustino perchè gli desse la porpora. Dopo questa funzione passarono appena quattro mesi, che Giustino aggravato dalla malattia terminò i suoi giorni: principe per la sua moderazione e pel suo zelo in favore della religion cattolica degno di vita più lunga. Pertanto venne Giustiniano Augusto a restar solo nel governo de' popoli, ch'egli assunse con gran vigore. Non era già egli principe ignorante affatto delle lettere, come gran tempo è stato creduto per un testo scorretto di Suida, il quale, siccome hanno dipoi riconosciuto gli eruditi, attribuì quest'ignoranza a Giustino[2583], e non già a Giustiniano, il quale anzi si sa dal suddetto Procopio, da Teofane e da altri, che fu principe istruito nelle scienze e nelle arti, e mostrossi versato nella stessa teologia, talvolta ancora più del dovere. Avea egli tentato in addietro di prendere per moglie Teodora, figliuola di Acacio, sopraintendente del serraglio delle fiere destinate per le caccie dell'anfiteatro: donna allevata fra i commedianti, e ch'egli aveva levato dal pubblico postribolo e tenuta sempre per sua concubina. Ma finchè visse Eufemia imperadrice moglie di Giustino, e Vigilanzia sua madre, che si opposero a sì fatto obbrobrio, non si attentò di eseguir la sua intenzione. Mancate esse di vita, la sposò; e dappoichè fu creato imperadore, poco stette a dichiararla Augusta: il che dovette dar motivo di molte mormorazioni al popolo, e di maggiori querele col tempo, per essere stata questa ambiziosa, furba ed interessata donna uno strumento e mantice di molte iniquità, e un flagello della religione cattolica in Oriente. Nel presente anno, per quanto abbiamo da Sigberto[2584] e da Paolo Diacono[2585], i Longobardi sotto il re loro Audoino, dopo avere molto indebolito il regno degli Eruli, dalla Moravia, dove si crede che prima fossero giunti, passarono nella Pannonia, oggidì Ungheria, e quivi stabilirono la loro abitazione e signoria. Ma Procopio mette molto più tardi[2586] il regno di Audoino, e, secondo lui, siccome vedremo, anche nell'anno 539 regnava il re loro Vaci, ossia Vaccone, al quale succedette Valtari, e poscia Audoino.
NOTE:
[2578] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 13.
[2579] Idem, ibid., cap. 2.
[2580] Theoph., in Chronogr. Marcell. Comes, in Chron. Alexandr.
[2581] Procop., in Histor. Arcana, cap. 9.
[2582] Zonar., in Annal.
[2583] Alamannus, in Notis ad Histor. Arcan. Procopii.
[2584] Sigebertus, in Chron.
[2585] Paulus Diaconus, Histor. Longobardor., lib. 1, cap. 22.
[2586] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 22.
Anno di CRISTO DXXVIII. Indizione VI.
FELICE IV papa 3. GIUSTINIANO imperadore 2. ATALARICO re 3.
Console
FLAVIO GIUSTINIANO AUGUSTO per la seconda volta senza collega.
Solennizzò Giustiniano Augusto questo secondo suo consolato con tal profusione di danaro al popolo, che, per attestato di Teofane[2587] e dell'autore della Cronica Alessandrina[2588], niuno mai de' precedenti imperadori avea fatto altrettanto. Circa questi tempi esso Giustiniano pubblicò una legge[2589] in favore della Chiesa e dottrina cattolica, con riprovar tutte le eresie, e nominatamente quelle di Nestorio, Eutiche ed Apollinare, ed intimar pene rigorose contro i seguaci delle medesime. Ed affinchè fosse meglio amministrata la giustizia, ordinò con altra legge[2590] (non si sa in qual tempo) che i litiganti ricorressero ai giudici del paese; e qualora non fosse fatta loro giustizia, o non si sbrigassero le cause, facessero ricorso ai vescovi, i quali si prenderebbono la cura di ricordare ai giudici il loro dovere; e non giovando un tale avviso, ne scriverebbono a dirittura all'imperadore. Altre utili provvisioni si leggono in essa Novella. Scrisse ancora Procopio[2591], in tempo ch'era ben affetto a Giustiniano, qualmente questo Augusto digiunava due dì della settimana, mangiava cibi semplici, beveva acqua, poco dormiva; e tutta la giornata e parte ancora della notte impiegava in accudire agli affari del pubblico e proprii, di maniera che non dee recar maraviglia se ad un principe di tanta attività ed applicazione riuscissero poi con felicità tante sue imprese, come vedremo. Non era peranche mancato di vita l'imperador Giustino, quando insorsero dissensioni fra lui e i Persiani, perchè Zato re dei popoli lazii s'era sottoposto ad esso imperio. Perciò Giustino, secondochè s'ha da Procopio[2592], avea spedito per suoi generali in aiuto dei Lazii Sitta e Belisario assai giovanetti, che diedero un guasto grande alle contrade di Persia. Sotto quest'anno si raccoglie da Teofane e dalla Cronica Alessandrina, che crescendo l'impegno della guerra coi Persiani, Giustiniano inviò contra d'essi per sostenere i Lazii un esercito, di cui furono generali Belisario, Cirico ed Ireneo. Non si accordavano questi capi insieme, e però, secondo il solito, andò male la faccenda. Furono essi in una battaglia sconfitti dai Persiani, e a questa disgustosa nuova entrato in collera Giustiniano, richiamò tutti e tre que' generali, e in luogo loro inviò Pietro, già notaio e capitano di milizie, il quale unitosi coi Lazii ebbe miglior fortuna, e diede di molte percosse ai Persiani.
Guadagnò eziandio questo indefesso Augusto alla sua divozione il re degli Eruli (scorrettamente nel testo di Teofane chiamati Eluri) per nome Greti, il quale si fece cristiano, e divenne suo collegato. Tirò inoltre nel suo partito Bonzere regina, che comandava a cento mila Unni, ed un altro re degli Unni, cioè de' Tartari, nomato Gorda, il quale medesimamente si fece battezzare, tenuto al sacro fonte dallo stesso imperadore. Costui fu da lì innanzi buon amico e confederato del greco imperio. Applicossi parimente Giustiniano a varie fabbriche. Il luogo appellato Sica in faccia di Costantinopoli fu da lui riedificato, cinto di mura, ornato di un teatro e del titolo di città, con cominciare ad essere nominato Giustinianopoli. Fece un bagno pubblico in Costantinopoli e una cisterna, con restaurare i suoi acquedotti, già fabbricati da Adriano imperadore, ma un pezzo fa diroccati: il che riuscì di gran sollievo alla città, che dianzi penuriava d'acqua. Fece, per testimonianza di Marcellino conte[2593], un magnifico trono nel Circo, e i portici dove sedevano i senatori a mirar le corse de' cavalli. Ordinò inoltre che si rimettesse in buon essere e si fortificasse la città di Palmira, per difesa della Fenicia e della Palestina. Finalmente levò quasi tutte le chiese agli eretici e le diede ai cattolici. Tali furono i gloriosi principii del governo dell'imperador Giustiniano. Ma così lieti giorni vennero funestati, per testimonianza di Teofane[2594], da un secondo furioso tremuoto, che nel dì 29 di novembre per un'ora continua sì terribilmente scosse la città d'Antiochia, che tutto quanto era rimasto in piedi nel precedente anno 526, e quanto era stato rifabbricato dipoi, andò a terra con tutte le mura della città. Perirono sotto questo nuovo flagello circa quattro mila ed ottocento settanta persone, con sommo cordoglio dell'imperador Giustiniano e di Teodora Augusta sua moglie, che contribuirono dipoi somme grandi di oro per far sorgere di nuovo l'atterrata città, e vollero che da lì innanzi se le desse il nome di Teopoli, cioè a dire di città di Dio. A questi tempi riferir si potrebbe una lettera[2595] del re Atalarico scritta al clero della Chiesa romana, con ordinare che da lì innanzi chi avrà liti contra d'esso clero debba ricorrere al papa, e cercare da lui la giustizia, intimando la pena di dieci libbre d'oro a chi contravvenisse. Leggesi in Pavia una iscrizione, rapportata dal conte Mezzabarba[2596], ed indicante che in quest'anno esso re Atalarico fece fabbricare in quella città i sedili occorrenti al popolo per assistere agli spettacoli.
NOTE:
[2587] Theoph., in Chron.
[2588] Chron. Alexandr.
[2589] L. 5, C. de summ. Trin.
[2590] Justinian., Novell. LXXXVI.
[2591] Procop., de Ædific. Justin., lib. 1.
[2592] Idem, de Bell. Pers., lib. 1, cap. 12.
[2593] Marcell. Comes, in Chron.
[2594] Theoph., in Chronogr.
[2595] Cassiod., lib. 8, ep. 24.
[2596] Mediobarb., Numism. Imperator.
Anno di CRISTO DXXIX. Indizione VII.
FELICE IV papa 4. GIUSTINIANO imperadore 3. ATALARICO re 4.
Console
DECIO juniore senza collega.
Notò il padre Pagi[2597] che questo Decio console occidentale fu figliuolo di Venanzio stato console nell'anno 507, e fratello di Paolino, che vedremo console nell'anno 534. Vien appellato juniore a distinzione di Decio, che fu console Dell'anno 486, siccome personaggio della medesima famiglia. Dopo la morte di Trasamondo re dei Vandali in Africa, restò vedova di lui Amalafreda sorella del re Teoderico. Donna avvezza a comandare, non si dovea trovar molto contenta sotto Ilderico, ch'era succeduto nel regno a Trasamondo, e fu creduto ch'essa tenesse mano a qualche trattato contra lo stato del re novello. Laonde questi, tuttochè uomo lontano dalla crudeltà, le levò la libertà con imprigionarla. Ciò avvenne, per quanto abbiamo da Procopio[2598], vivente ancora il re Teoderico, il quale non sapeva già digerire l'aspro trattamento che si faceva alla sorella; ma perchè troppo sarebbe costato il mettere insieme una grande armata navale per portare la guerra in Africa, gli convenne soffocare i risentimenti e il prurito della vendetta. Morto poi Teoderico, la cui grandezza avea trattenuto Ilderico da più violente risoluzioni, e regnando Atalarico fanciullo, da cui poco si potea temere, Ilderico, per quanto ne corre la fama, fece levar di vita Amalafreda. Il tempo non si sa. Bensì sappiamo, che pervenuto l'avviso di questa crudel risoluzione alle orecchie del re Atalarico e di Amalasunta sua madre, altamente se ne adirarono. Per questa cagione Atalarico spedì in Africa degli ambasciatori con lettera[2599] ad Ilderico, in cui si duole della morte violentemente inferita alla sua parente, con dire che s'ella fosse stata rea delle decantate e forse insussistenti congiure, egli avrebbe dovuto rimetterla nelle di lui mani per essere giudicata, e non già torle la vita senza saputa, e però con disprezzo del re d'Italia, e con obbrobrio di tutta la nazion gotica. Però vuol sapere come egli possa scusare un tal fatto; e qualora pretendesse essere mancata Amalafreda di morte naturale, voleva nelle mani persone atte a comprovarne la verità. Altrimenti protestava essere rotta la pace, e terminati i patti durati fin qui fra loro. Qual esito avesse questa ambasciata, non è giunto a nostra notizia; ma probabilmente di qua ebbe origine la caduta del re Ilderico, di cui parleremo nell'anno seguente. Fra l'altre belle imprese, alle quali si applicò Giustiniano Augusto, una principalmente fu in questi tempi quella di far unire e ordinare in un Codice tutte le leggi meritevoli d'approvazione e di uso fin allora pubblicate dai precedenti Augusti e da lui stesso. Fin sotto Diocleziano imperadore erano stati composti i Codici gregoriano ed ermogeniano. Da Teodosio juniore venne successivamente compilato il Codice teodosiano, la cui autorità lungo tempo durò nelle Gallie. Ma Giustiniano, che aspirava per ogni verso a dilatar la gloria del suo nome, fece comporre un Codice nuovo, chiamato perciò di Giustiniano, con abolire l'autorità de' precedenti, e prescrivere l'uso di questo a tutta la giurisprudenza e al governo del romano imperio. Io non so come Marcellino conte[2600] ne differisca la pubblicazione sino all'anno 531. Noi sappiamo dalla prima legge di esso Codice aver Giustiniano nell'anno 528 data l'incombenza di compilar questo Codice a Giovanni, Leonzio, Foca, ed altri patrizii e primarii uffiziali della sua corte. Poscia abbiamo non solamente dalla Cronica Alessandrina[2601], ma eziandio dalla seconda legge del medesimo Codice, data sotto il consolato di Decio, che nel presente anno esso fu confermato e pubblicato; e poscia nell'anno 534 venne il medesimo espurgato e corretto, come apparisce dalla legge terza. Del merito e dell'utilità di questo insigne libro non occorre che qui si parli. Ben è vero essere stato osservato da Jacopo Gotofredo[2602] e da altri dottissimi giurisconsulti, che Triboniano, della cui opera principalmente si servì Giustiniano per darci il suo Codice, quale oggi l'abbiamo, si prese una soverchia libertà, con ommettere, troncare, mutare e sconvolgere a suo capriccio le leggi degli antecedenti Augusti, con aver poscia i copisti aggiunti molti altri errori e difetti al Codice stesso. Suida[2603] lasciò scritto essere stato Triboniano gran giureconsulto pagano, nimico de' cristiani, adulatore, smoderatamente interessato fino a vendere la giustizia per danaro. E Procopio[2604] aggiugne ch'egli ogni dì aboliva una legge vecchia o ne fabbricava una nuova. Per relazione di Teofane[2605], in questi tempi i Giudei e Samaritani della Palestina, ribellatisi all'imperio di Oriente, coronarono per loro re un certo Giuliano, e contra de' cristiani esercitarono rapine, stragi ed incendii. Non perdè tempo l'imperador Giustiniano a spedire un buon corpo di truppe armate colà, che estinsero il fuoco acceso colla morte dello stesso Giuliano; ma fu cagione questa lor sollevazione che il re di Persia, quantunque l'imperadore gl'inviasse Ermogene suo ambasciatore per trattar di pace, ne disprezzasse le proposizioni, confidato nella promessa di un soccorso di cinquanta mila persone, fattagli da essi Giudei e Samaritani. Appartiene all'anno presente il celebre concilio II Arausicano, cioè di Oranges, in cui furono condannati gli errori de' semipelagiani; concilio poscia approvato e confermato da papa Bonifazio II, che nell'anno seguente succedette a Felice IV papa.
NOTE:
[2597] Pagius, Crit. Baron., ad hunc ann.
[2598] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 4.
[2599] Cassiod., lib. 9, ep. 1.
[2600] Marcell. Comes, in Chron.
[2601] Chron. Alexandr.
[2602] Gothofr., in Praefatione ad Cod. Theod.
[2603] Suidas, in Excerptis, tom. 1, Histor. Byz.
[2604] Procop., Histor. Arcana.
[2605] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DXXX. Indizione VIII.
BONIFAZIO II papa 1. GIUSTINIANO imperadore 4. ATALARICO re 5.
Consoli
FLAVIO LAMPADIO ed ORESTE.
Hanno creduto il Panvinio[2606] e il padre Pagi[2607] che amendue questi consoli fossero creati in Occidente. Di Oreste sembra certo; non so se possa dirsi lo stesso di Lampadio, al qual ho io aggiunto il nome di Flavio coll'autorità di due marmi da me rapportati altrove[2608]. Credesi che mancasse di vita in quest'anno Felice IV papa, nel mese di ottobre, come ha Anastasio[2609], o pur di settembre, come pretende il padre Pagi. Ebbe per successore Bonifazio II, ma non senza scisma, perchè fu contra di lui eletto papa Dioscoro. La morte poco dipoi accaduta di costui rimise la calma nella Chiesa romana. Finora avea Ilderico re dei Vandali in Africa governato pacificamente quel regno e mantenuta un'ottima corrispondenza ed amicizia con Giustiniano, prima ancora del suo innalzamento al trono imperiale, mercè di molti regali che continuamente passavano fra loro. Presso del medesimo Ilderico, per attestato di Procopio[2610], era in grande autorità Gelimere suo parente, perchè pronipote del fu re Genserico e il più vicino a succedergli nel regno, uomo bellicoso, ma insieme astuto e maligno. Costui tanto seppe far coi principali della nazion vandalica, con rappresentar loro la dappocaggine d'Ilderico, vinto nella precedente battaglia dai Mori, e l'intollerabil profusione dell'oro impiegato da lui per istar bene in grazia della corte di Costantinopoli, che s'indussero ad accettarlo per re, e ad imprigionare lo stesso Ilderico con alcuni suoi ministri. Non è improbabile che Atalarico re d'Italia, o, per dir meglio Amalasunta, sua madre segretamente o accendessero o avvalorassero questo fuoco in vendetta di Amalafreda, uccisa per ordine di esso Ilderico. Portò di grandi conseguenze e mutazioni nell'Africa, siccome vedremo, la caduta di quel principe. Sotto questo anno, continuando tuttavia la guerra coi Persiani, narra Teofane[2611] che Giustiniano imperadore mosse una gravissima persecuzione contra di quanti gentili ed eretici si trovavano nell'imperio d'Oriente, con cacciarli da tutti i pubblici impieghi, confiscare i loro beni, e dar loro il tempo di soli tre mesi per ravvedersi. Procopio[2612] anch'egli fa fede di questi editti e processi, fatti da esso Augusto (se vogliamo credere a lui) non per buono zelo, ma per occupare i beni e ricchezze de' montanisti, sabbaziani ed altri molti eretici. Le chiese specialmente degli ariani erano piene di vasi e di suppellettili preziose d'oro e di argento, e di pietre e gemme di gran valore. Tutto passò nell'erario imperiale. Moltissimi furono tagliati a pezzi dal popolo, altri dalla giustizia uccisi, e grande fu il numero di coloro che abbracciarono la religion cristiana e cattolica in apparenza, ma con ritenere internamente gli errori delle lor sette. Seguitò ancora nel presente anno lo stesso Augusto la guerra contro ai Giudei e Samaritani ribelli, con incredibile strage dei medesimi, e col guasto di tutto il paese, tanto che furono i rimasti in vita costretti ad implorare il perdono dell'imperadore, rimanendo ancora involti in quelle sciagure i cristiani di quelle contrade, perchè obbligati a pagar da lì innanzi dei gravi tributi. Circa questi tempi fioriva per virtù e per miracoli san Benedetto, ristauratore e propagatore del monachismo in Italia, e a poco a poco per tutto l'Occidente. Altri monasteri e monachi prima di lui si videro in queste parti, ma non così bene regolati come i fondati poscia da lui. Da Subbiaco, dov'egli visse per alcun tempo, passò a Monte Casino, e quivi edificò il celebre suo monistero, dal quale poi presero norma tutti gli altri sì d'uomini che di vergini sacre, che o si sottoposero alla regola prescritta con tanta discrezione e prudenza dal santo abate, o furono fondati a tenore della medesima. In quest'anno, per relazion di Marcellino conte[2613], quel Mundone, che vedemmo all'anno 505 vincitore dei Greci coll'aiuto del re Teoderico nell'Illirico, creato poi da Giustiniano Augusto generale delle milizie in esso Illirico, valorosamente costrinse alla fuga i Goti orientali venuti ad infestar quella provincia. Ed altrettanto fece coi Bulgari che erano iti a bottinar nella Tracia.
NOTE:
[2606] Panvin., in Fast. Cons.
[2607] Pagius, Crit. Baron.
[2608] Thesaur. Nov. Inscript., pag. 425.
[2609] Anastas. Biblioth., in Felice.
[2610] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 9.
[2611] Theoph., in Chron.
[2612] Procop., in Hist. Arcan., cap. II.
[2613] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO DXXXI. Indizione IX.
BONIFAZIO II papa 2. GIUSTINIANO imperadore 5. ATALARICO re 6.
Senza consoli.
È ignoto il motivo per cui niun console fu creato in quest'anno nè in Occidente nè in Oriente. A contrassegnar dunque il presente anno fu usata la formula post consulatum Lampadii et Orestis. Seguitava intanto Amalasunta madre del re Atalarico a governar con senno e coraggio il regno d'Italia, ma non già colla fortuna di piacere a tutti i suoi, parte de' quali avrebbe volentieri prese le redini del governo, e parte per odii particolari mal sofferiva il vedere in mano di donna la autorità regale. Accortasi Amalasunta del loro mal animo, e temendo di novità per certi segni di congiure ordite col pretesto di difendere le frontiere del regno, mandò i tre principali capi dei Goti, più sospetti degli altri, separatamente in diversi luoghi. Ma non bastò il ripiego. Fu avvertita ch'essi per via di lettere continuavano le trame, affin di levarle di mano la tutela del figliuolo e il governo: cosa che finalmente l'indusse a liberarsi colla violenza dalla petulanza di costoro. Procopio è quello che ne fa il racconto[2614]. Coltivava essa una buona amicizia con Giustiniano Augusto, e i regali doveano stringere questo nodo. Scrisse a lui per sapere, se, qualora le venisse talento d'andare a Costantinopoli, ella sarebbe amorevolmente accolta. Sempre che venga, sarà la ben venuta, fu la risposta di Giustiniano. Allora Amalasunta spedì a Durazzo in Albania una nave con alcuni suoi fidati ministri, e quaranta mila libbre d'oro, oltre ad altri ricchissimi mobili, con ordine di fermarsi quivi finchè fossero avvisati d'altre sue risoluzioni. E così fece, perchè, se le fosse occorso di dover fuggire, fosse provveduto alla sua sicurezza e sussistenza. Dopo di che scelti alcuni dei più bravi e fedeli suoi tra i Goti, comandò loro di levar con destrezza dal mondo que' tre personaggi, divenuti oramai intollerabili e incompatibili colla sua reggenza. Felicemente fu da essi eseguito un tal ordine; ed Amalasunta, liberata da quella persecuzione, più non pensò al viaggio d'Oriente, e richiamata la nave a Ravenna, continuò con vigore ad amministrare il regno d'Italia. Aveva Amalarico re de' Visigoti in Ispagna sposata Clotilde sorella dei re Franchi, avvisandosi con questo parentado di salvare dalla lor potenza gli stati da lui posseduti nella Gallia, oggidì appellati la Linguadoca. Abitava egli in Narbona per essere più pronto alla difesa, stante il timore che egli avea de' soli Franchi. L'esempio di Alarico suo padre, da essi sconfitto ed ucciso, mai non gli si partiva dagli occhi. Non servirono preghiere nè minacce[2615], perchè Clotilde, allevata nella religion cattolica e piissima principessa, volesse, non dirò cangiar credenza, ma neppur comunicare coi Visigoti ariani ne' sacri misteri. Era perciò essa vilipesa dal popolo, strapazzata dal marito, che giunse anche a batterla con tal crudeltà, ch'ella potè inviare al re Childeberto suo fratello un fazzoletto tinto del suo sangue, con pregarlo di liberarla da quel tiranno. E nol pregò indarno. Childeberto con un'armata marciò verso Narbona, ed Amalarico intimidito se ne fuggì; ma ritornato indietro per prendere alcune robe preziose, nella porta della città fu ucciso dai suoi. Gregorio Turonense non parla di alcun fatto d'armi. Solamente nelle giunte marginali alla Cronica di Vittor Tunonense[2616] si legge che il re Amalarico nella battaglia di Narbona fuggendo si ritirò in Barcellona, dove, percosso da una corta accetta, restò morto. Abbiamo anche la testimonianza di sant'Isidoro[2617], là dove scrive che Amalarico fu presso Narbona superato da Ildeberto re dei Franchi, e dopo essere scappato a Barcellona, caduto in dispregio del suo popolo, quivi dall'esercito fu inviato all'altro mondo. Ebbe per successore Teode, ricchissimo e scaltro Visigoto, di cui parlammo di sopra all'anno 526; e v'ha fondamento di credere, esser egli stato il medesimo che o levò o fece levar la vita ad Amalarico, perchè col tempo assassinato anch'egli, ordinò prima di morire che l'assassino non fosse gastigato. Giacchè, disse egli, Dio per la man di costui mi fa patir la pena di un simile misfatto altre volte da me commesso.
Ma la vittoria riportata sopra i Visigoti dal re Childeberto non fu di conseguenza, sapendosi che tuttavia restarono essi in possesso e dominio degli stati che godevano nelle Gallie, cioè della Linguadoca; ed altro non guadagnò Childeberto che di ricondurre seco la sorella Clotilde, la quale nel cammino terminò i suoi giorni, vinta probabilmente dall'afflizion per le sue disgrazie. Venne bensì fatto a Teoderico re d'Austrasia, fratello d'esso Childeberto, circa questi tempi, di conquistar la Turingia, colla morte d'Ermenfredo re di quel paese. Questi si fidò troppo delle parole e promesse di esso re Teoderico, cioè d'un principe che soltanto s'ingrandisse, non badava nè a parentela nè a giuramenti, e che giunse fino a tentar di assassinare il re Clotario, re di Soissons, suo fratello, dopo essersi servito delle forze di lui per impadronirsi della Turingia. Tali erano allora i re franchi, presi troppo dalla febbre dell'ambizione, cioè dell'ansietà dì dilatare il loro dominio. E che non fossero da meno di Teoderico i suoi fratelli Clotario e Childeberto, lo potremo conoscere da un fatto de' più crudeli e barbari che mai si leggano nelle storie. Era morto, come dicemmo di sopra, Clodomiro re di Orleans, quarto loro fratello, nella battaglia contra i Borgognoni. S'impadronirono tosto dei di lui stati Clotario e Childeberto, ancorchè egli lasciasse dopo di sè tre piccioli figliuoli. Erano questi allevati dalla piissima regina Clotilde loro avola, e madre dei due re suddetti, che teneramente gli amava. Saltò in cuore a Clotario, che crescendo in età questi principi suoi nipoti, vorrebbono gli stati paterni, e che bisognava trovarci rimedio[2618]. Però venuto a Parigi col re Childeberto, amendue di concerto misero le guardie ai due principini maggiori di età, e poi mandarono a Clotilde lor madre una spada nuda e un paio di forbici, con dirle, che il destino dei nipoti dipendeva dall'elezione ch'ella facesse di volerli o morti o cherici. Scappò detto alla buona regina, sorpresa da estremo dolore, che amerebbe piuttosto di vederli morti, che vivi senza regno. Di più non ci volle, perchè Clotario, fattigli venire alla presenza sua e del fratello Childeberto, piantasse un coltello nel cuore a Teobaldo il maggiore, ch'era in età di dieci anni circa. A questa vista Guntario suo minor fratello, in età di sette in otto anni, gridando e piangendo si gettò ai piedi di Childeberto suo zio, e abbracciatigli i ginocchi, il pregò di salvargli la vita. Non potè Childeberto ritenere le lagrime, e rivoltosi al fratello, cominciò a scongiurarlo che non volesse ucciderlo, con offrirgli quanto volesse per questo. Ma l'inumano Clotario furiosamente gli rispose: Se non mi lasci il fanciullo, io t'immergo questo ferro nel seno. Childeberto si strappò d'attorno l'infelice principe, che tosto rimase anch'egli scannato da Clotario. Furono eziandio uccisi i loro governatori e famigli. Dopo di che i due re divisero fra loro gli stati del terzo loro nipote infante, nominato Clodoaldo, che ebbe la fortuna di essere trafugato da alcuni amorevoli, e divenuto poi monaco, finì in santa pace i suoi giorni.
NOTE:
[2614] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 2.
[2615] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 10.
[2616] Victor Turonensis, apud Canisium, tom. 1.
[2617] Isidor., in Chron. Goth.
[2618] Gregor. Turonens., lib. 3, cap. 28.
Anno di CRISTO DXXXII. Indizione X.
GIOVANNI II papa 1. GIUSTINIANO imperadore 6. ATALARICO re 7.
Senza consoli.
Passò ancora il presente anno senza creazione di consoli, e però fu indicato colla formula anno II o pure iterum post consulatum Lampadii et Orestis. Poco durò il pontificato di papa Bonifacio II. Secondo i conti del cardinal Baronio, egli cessò di vivere nel precedente anno, e, secondo il Pagi, nel presente nel dì 17 di ottobre. Aveva egli in un sinodo con suo chirografo disegnato per suo successore Vigilio diacono, che ansava forte dietro a quella gran dignità; ma dispiacque non meno al re Atalarico, ossia ad Amalasunta sua madre, che al clero e popolo romano una tal novità; e però come contraria ai sacri canoni fu essa in un altro sinodo riprovata ed abolita dal medesimo papa Bonifazio prima di morire. Cadde poi l'elezione del novello pontefice nella persona di Giovanni di nazione romano, per soprannome Mercurio, sul fine dell'anno presente. Ma perciocchè erano succeduti dei disordini nella Sede vacante di Felice IV papa, e del medesimo Bonifazio, perchè i concorrenti al pontificato aveano procurato di comperarlo simoniacamente, spendendo alla larga, o per guadagnare i voti degli elettori, oppure per aver favorevoli quei della corte del re Atalarico, giacchè s'era introdotto l'abuso che dall'arbitrio del re dipendesse l'elezione ovvero l'approvazione del nuovo papa, e però alcuni promettevano molto, per sortire il loro intento, e vendevano i beni delle chiese, e insino i vasi sacri a tale effetto (del che pare che fossero accusati Dioscoro e Vigilio sotto il pontificato di esso papa Bonifazio II), quindi è che il senato romano fece un decreto, con cui dichiarò sacrilega ogni promessa per ottener vescovati. Testimonio di questo è una lettera scritta dal re Atalarico[2619] allo stesso papa Giovanni II, con cui approvava il suddetto decreto, ma con farci intendere gli abusi di questi tempi: cioè ch'egli lasciò bene in libertà al clero e popolo romano l'elezione di chi fosse creduto più degno del pontificato, ma con riserbarsene la conferma. Che se occorrevano dispute fra i popoli per tale elezione, ed era portata la lite alla corte, ordinava che per le spese d'essa lite, trattandosi del romano pontefice, non si potesse impiegare più di tre mila soldi, e due mila per le liti degli altri patriarchi, sotto il qual nome son disegnati gli arcivescovi e metropolitani, perchè in Occidente allora altro patriarca non si conosceva se non il romano; e di cinquecento soldi per quelle de' vescovati minori. Non è però ben chiaro il senso di quelle parole. Tutte le altre promesse, o pagamenti fatti e da farsi a dirittura, o per interposta persona, per conseguir le chiese furono da esso re condannati, ed ordinato che ognun potesse accusare, e che si dovesse procedere in giustizia contra questi sacrileghi mercatanti delle dignità ecclesiastiche. Scrisse ancora Atalarico[2620] a Salvanzio prefetto di Roma, con ordinargli di far incidere in marmo l'editto suo e il decreto del senato intorno ai simoniaci, per poi metterli nella facciata della basilica vaticana alla pubblica vista e cognizione di tutti. Sembra che si possa congiungere con questi tempi un editto[2621], pubblicato da esso re contro gli occupatori dei beni altrui, contra degli adulteri, concubinarii, omicidi, mariti di due mogli ed altri delinquenti. In un susseguente editto[2622] vuole egli che sieno puntualmente pagati gli emolumenti ai professori di grammatica, eloquenza e giurisprudenza.
Udita che ebbe l'imperador Giustiniano la nuova dell'ingiusta prigionia d'Ilderico re dei Vandali, suo singolare amico[2623], aveva spedito ambasciatori a Gelimere usurpatore del regno africano, con esortarlo a rendergli la libertà, e ad aspettare di entrar con giusto titolo nel dominio, giacchè Ilderico era in età molto avanzata; e se pur voleva ritenere il governo, lo ritenesse, ma con lasciar qualche apparenza di decoro a chi, secondo il testamento di Genserico, era legittimo possessor di quel regno. Se ne tornarono gli ambasciatori a Costantinopoli senza frutto alcuno; anzi peggiorarono gli affari d'Ilderico, perchè Gelimere, col pretesto ch'egli meditasse di fuggire, maggiormente il ristrinse, e fece cavar gli occhi ad Oamere di lui nipote, uomo bellicoso, e tenuto dai Vandali pel loro Achille. Avvisato di ciò Giustiniano, tornò a spedirgli nuovi ambasciatori, con richiedere che gli mandasse Ilderico ed Oamere, acciocchè potessero, l'uno privo del regno, e l'altro degli occhi, passare in pace il resto della lor vita, altrimenti protestava rotta la pace, e ch'egli si studierebbe di vendicar l'ingiuria fatta ad un amico e insieme alla giustizia. La risposta di Gelimere fu, ch'egli era stato alzato di comun concordia dai Vandali al trono, a lui dovuto, come discendente da Genserico, più che ad Ilderico. E che un saggio imperadore doveva attendere a governare il suo imperio senza impacciarsi de' regni altrui. Che se pur gli saltasse in testa di rompere i patti e di fargli guerra, si persuadesse che nol troverebbe a dormire. A questa risposta montò in collera Giustiniano, e determinò di muover guerra a Gelimere. Ma ad una tal risoluzione trovò contrarii tutti i suoi ministri, e massimamente Giovanni prefetto del pretorio, ricordandosi tutti dello sforzo inutilmente fatto da Leone Augusto per riconquistar l'Africa, e spaventati dalle immense spese che sarebbe costata una armata navale, e dal pericolo di portar la guerra sì lontano, e in paese ben provveduto di gente e di denaro, e però capace di far abortire tutte le idee di chi se ne volesse render padrone. Tanto dissero essi, che in Giustiniano calò la voglia di quella impresa. Quand'eccoti un giorno capitare un vescovo che dimandò all'imperadore un'udienza segreta. In essa gli fe' saper d'essergli stato in una visione comandato da Dio di andare a trovarlo, e sgridarlo, perchè, dopo d'aver preso a liberare i cattolici dell'Africa dalla tirannia degli ariani, per una vana paura se ne fosse poi ritirato, con aggiugnere: Il Signore mi ha detto, che facendo V. M. questa guerra, la assisterà, e infallibilmente l'Africa tornerà sotto il romano imperio. Di più non occorse, perchè Giustiniano, senza più far caso delle difficoltà proposte, coraggiosamente intraprendesse la guerra dell'Africa, per la quale fece nell'anno presente i necessarii preparamenti. Ma non si vuol tacere che nel gennaio di questo medesimo anno avea lo stesso imperadore corso grave pericolo per una sedizione mossa in Costantinopoli contra di lui dalle fazioni veneta e prasina[2624]. Il caricarono d'ingiurie nel circo, poscia si diedero a scorrere per la città, con attaccar fuoco alle più magnifiche fabbriche e chiese della medesima. Unissi con loro la plebe, e tale fu l'apparenza di questo turbine, che Giustiniano già avea preparata una nave per fuggirsene. Anzi essendosi sparsa la voce che egli fosse fuggito, il popolo acclamò imperadore Ipazio figliuolo di Magna sorella del fu Anastasio Augusto, che era stato console nell'anno 500; e se fosse riuscito loro d'entrare nel palazzo imperiale, peggiori conseguenze avrebbe avuto l'attentato di tanti sediziosi. Ma uscito Narsete capitan delle guardie, e guadagnati con denaro molti della fazione veneta, cominciò a calare il tumulto. E mentre il popolo si trovava raunato nel circo, uscirono da varie parti le guardie e i soldati dell'imperadore, condotti parte da esso Narsete, parte da Belisario, generale delle milizie, e da un figliuolo di Mondo, ossia Mundone generale dell'Illirico, e fecero man bassa addosso alle fazioni, anzi a chiunque de' cittadini e forestieri incontravano, di maniera che vi restarono uccise circa trenta o trentacinque mila persone: colla quale strage terminò affatto il bollore della sedizione. Ipazio preso, e con lui Pompeo e Probo suoi cugini furono condotti in prigione, e poco si stette a far vedere al pubblico i lor cadaveri. Marcellino conte[2625] scrive, che per loro suggestione fu mossa questa tempesta contra di Giustiniano, e ch'erano entrati molti de' nobili in questa congiura. Però furono confiscati tutti i lor beni con profitto indicibile dell'imperiale erario. Curiosa cosa è il leggere presso Teofane il principio di questa tragedia nel circo per le varie acclamazioni, dimande e gridi de' prasini, e risposte del ministro cesareo; senza che si possa ora da noi intendere come si facessero simili dialoghi, e si potessero discernere quelle voci. Giustiniano, uscito di questo terribil cimento, generosamente si applicò a rimettere in piedi gli edifizii rovinati dalle fiamme durante la sedizione; e soprattutto essendo bruciata l'insigne cattedrale fabbricata da Costantino, tutto si diede ad alzarne un'altra senza paragone più magnifica e bella, che fu poi appellata la chiesa di santa Sofia, e riuscì un tempio mirabile a tutti i secoli avvenire.
NOTE:
[2619] Cassiod., lib. 9, ep. 15.
[2620] Idem, ibid., ep. 16.
[2621] Idem, ibid., ep. 18.
[2622] Idem, lib. 8, ep. 21.
[2623] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1. ep. 9.
[2624] Chron. Alexandr. Theoph., in Chronogr. Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 24.
[2625] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO DXXXIII. Indizione XI.
GIOVANNI II papa 2. GIUSTINIANO imperadore 7. ATALARICO re 8.
Console
FLAVIO GIUSTINIANO AUGUSTO per la terza volta, senza collega.
L'Occidente non ebbe console in quest'anno. Stava forte a cuore all'imperador Giustiniano la guerra meditata contra l'Africa, e verisimilmente non mancavano a lui incitamenti degli antichi abitatori cattolici di quelle contrade. Ma trovandosi egli tuttavia impegnato nella guerra co' Persiani, e perciò impedita la presa risoluzione contra de' Vandali, fece trattar di pace co' medesimi Persiani[2626], e gli venne fatto di concluderla ne' primi mesi del presente anno per mezzo di Rufino patrizio e di Ermogene suo maggiordomo. Quindi, messa insieme una poderosa armata navale, piena di soldatesche agguerrite, ne diede il comando a Belisario suo generale, nato nel paese situato tra l'Illirico e la Tracia, che già avea segnalato il suo nome con azioni gloriose nella guerra contra de' suddetti Persiani. Accompagnato dallo storico Procopio, sciolse le vele il prode capitano da Costantinopoli sul fine di giugno; arrivato in Sicilia, vi rinfrescò l'armata; e continuato poscia il viaggio, nel dì 15 di settembre fece senza opposizione la sua discesa in Africa. Prima di questo tempo s'era ribellata ai Vandali la città di Tripoli, per opera di un cittadino appellato Prudenzio, che tosto, spediti alcuni messaggeri, chiese soccorso a Giustiniano; ed avutolo, ridusse alla divozione di lui e tenne forte tutta quella provincia. Erasi parimente rivoltata contra de' Vandali la Sardegna ad istigazione di un certo Goda, Goto di nazione, uomo di gran valore che vi era stato posto al comando dal nuovo re Gelimere, e poscia assunse il titolo di re. Questi ancora, fatto ricorso a Giustiniano, con offrirsegli suddito, ottenne un rinforzo di quattrocento soldati, piccolo aiuto nondimeno al suo bisogno. Discese in terra la felice armata cesarea in Africa al Capovada; giacchè per ordine del re Genserico, primo conquistatore di quelle provincie, in tutte le città, fuorchè in Cartagine, erano state diroccate le mura: risoluzione che parve allora di gran prudenza, acciocchè, se mai gl'imperadori romani avessero voluto ricuperare il paese, o gli Africani, divoti del nome romano, far delle novità, non restasse loro luogo alcuno forte per infestare i Vandali; ma risoluzione che in fine si tirò dietro la rovina del regno vandalico. Però Belisario senza difficoltà s'impadronì della città di Silletto, e quivi cominciò a sentire la vicinanza dell'esercito de' Vandali, condotto dal re Gelimere, il quale, udito ch'ebbe l'arrivo dei Greci, comandò che si levasse di vita il re Ilderico, già nelle carceri ristretto. Al primo incontro Gelimere prese la fuga: dal che animato Belisario si presentò davanti a Cartagine coll'armata di terra e colla flotta, e non avendo trovata resistenza, ebbe l'ingresso in quella capitale, senza sapersi intendere come Gelimere prima non v'entrasse alla difesa, e come con tanta felicità riuscisse questa impresa a Belisario, il quale finalmente non avea seco se non dieci mila fanti e cinque mila cavalli. Come di una ammirabil avventura se ne stupì lo stesso Procopio, da cui abbiamo la descrizione di questa guerra.
Giovò sommamente a Belisario l'aver Gelimere dianzi spedita la sua armata navale con Zazone suo fratello, per ricuperar la Sardegna, non immaginando sì vicino l'arrivo e lo sbarco della flotta de' Greci. Entrò bensì costui in Cagliari, trucidò Goda occupator dell'isola con tutti i suoi partigiani, e di questa vittoria inviò tosto l'avviso al fratello Gelimere; ma la nave che lo portava, andata a dirittura a Cartagine, senza saper la mutazione ivi seguita, cadde in mano de' Greci vittoriosi. Fu cagione eziandio la presa improvvisa di Cartagine, saputa in Ispagna, che niuno effetto producesse un'ambasciata di Gelimere incamminata colà per indurre Teode re de' Visigoti ad entrare in lega coi Vandali. Dappoichè Belisario ebbe abbastanza assicurata con nuove fortificazioni la città di Cartagine, uscì in campagna con la sua armata, per assalire Gelimere, con cui si era riunito Zazone suo fratello colla flotta richiamata dalla Sardegna. Vennesi ad un fatto d'armi; fu sbaragliato l'esercito vandalo, e Gelimere, colla fuga si mise in salvo. Nel campo loro aveano i Vandali le lor mogli, figliuoli e tesori, sperando forse che la difesa e presenza di pegni sì cari avesse da ispirare più coraggio ai combattenti. Ma nulla giovò ad essi; tutto andò a sacco, e sì grande fu il bottino toccato ai vincitori, chè parve cosa incredibile. Oltre alle eccessive prede fatte da que' Barbari sul principio della conquista sopra i sottomessi Africani, aveano essi raunate immense somme d'oro negli anni addietro colla vendita de' loro grani. In quella giornata perderono tutto. Succedette questa fortunata battaglia verso la metà di decembre nell'anno presente, di modo che fatte in tre mesi tante azioni, recarono somma gloria a Belisario. In questo medesimo anno, perchè gli eretici aveano sparso voce che Giustiniano Augusto concorreva ne' loro empii sentimenti, egli, a fine di distruggere questa ingiuriosa diffamazione, pubblicò un suo editto[2627], in cui espose la credenza sua uniforme alla dottrina della Chiesa cattolica. Inviò ancora degli ambasciatori a papa Giovanni con sua lettera, in cui protesta di accettare i quattro concilii generali della Chiesa di Dio, e coll'ambasciata, secondo l'attestato di Anastasio bibliotecario[2628], vennero ancora varii regali preziosi ch'egli mandava ad offerire a san Pietro nella basilica vaticana. Scrisse inoltre una lettera ad Epifanio patriarca di Costantinopoli[2629], dove parimente espone la sua fede, condanna gli eretici tutti e conferma i suddetti quattro concilii: cose tutte che gli acquistarono gran credito in Roma e presso tutti i cattolici. Finalmente nel dicembre del presente anno furono pubblicate da esso imperadore le Istituzioni del diritto civile e i libri dei Digesti, siccome apparisce dalle due prefazioni stampate in fronte di queste opere insigni.
NOTE:
[2626] Marcell. Comes, in Chronico. Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 5.
[2627] L. 6, C. de Summa Trinitate.
[2628] Anastas. Biblioth., in Vita Johannis II.
[2629] L. 7, C. de summ. Trin.
Anno di CRISTO DXXXIV. Indizione XII.
GIOVANNI II papa 3. GIUSTINIANO imperadore 8. TEODATO re 1.
Consoli
FLAVIO GIUSTINIANO AUGUSTO per la quarta volta, e FLAVIO TEODORO PAOLINO juniore.
Questo Paolino console, creato in Occidente, secondochè abbiamo da una lettera del re Atalarico[2630] scritta al medesimo, fu figliuolo di Venanzio, stato console nell'anno 507, ed era della famiglia Decia. Seguitò Belisario in questo anno il felice corso delle sue vittorie con impadronirsi della città d'Ippona, oggidì Bona, dove gli venne alle mani buona parte del tesoro di Gelimere, mentre egli pensava di rifugiarlo in Ispagna. Scorrendo la di lui flotta il Mediterraneo fino allo stretto di Gibilterra, sottomise al dominio cesareo la Sardegna, la Corsica, Ceuta, Evizza, Majorica e Minorica. Entrarono parimente le sue armi in Cesarea città; e Gelimere, assediato nel monte Pappua, con proporgli nella corte dell'imperadore il grado di patrizio ed altri vantaggi, s'indusse a rendersi a Belisario, da cui fu condotto a Costantinopoli. Colà portossi il valoroso capitano, perchè avea scoperto di essere stato calunniato presso di Giustiniano Augusto, quasichè egli meditasse di farsi padrone delle provincie in sì poco tempo conquistate. L'andata sua dissipò queste nebbie. Fu egli introdotto in Costantinopoli trionfalmente, come ne' secoli addietro si praticava in Roma. Presentò all'imperadore non solo Gelimere e i prigioni vandali, ma eziandio le immense ricchezze asportate dall'Africa, e specialmente i vasi antichi del tempio di Salomone, che appresso furono da Giustiniano inviati alle chiese di Gerusalemme. Fece Giustiniano sentire la sua liberalità a Gelimere, con assegnargli molti beni nella Galazia; ma non gli fu già conferita la dignità di patrizio, perchè costui non potè indursi giammai a rinunziare all'arianismo. A queste allegrezze succederono delle tristezze; imperocchè non sì tosto fu partito dall'Africa Belisario, che i Mori si ribellarono, e Salomone, lasciato quivi per governatore, ebbe molto da fare a sostenersi; ed ancorchè in una battaglia desse loro una rotta, pure i medesimi si rimettevano presto in forze, e seguitavano a far testa. Finalmente andarono in fumo tutti i loro sforzi. Intanto anche in Italia cangiarono faccia gli affari, perchè il re Atalarico mancò di vita in quest'anno. Giacchè Amalasunta sua madre era stata forzata ad allevarlo come vollero i Goti, egli sfrenatamente si era dato in preda alla crapula e ad altri vizii, per i quali contrasse una lunga malattia che il condusse in fine al sepolcro[2631]. Allora fu che Amalasunta, temendo di cadere affatto, cominciò segretamente a trattare con Giustiniano Augusto di rinunziargli l'Italia, e di ritirarsi a Costantinopoli. Ma non istette poi salda in questo pensiero. Teodato, ossia Teodoto, figliuolo del primo matrimonio di Amalafreda sorella del fu re Teoderico, menava allora vita privata in Toscana, dove possedeva di gran beni, uomo ben istruito nelle lettere latine e nella filosofia di Platone, ma dappoco, ignorante nell'arte militare, e straordinariamente dato all'interesse, aveva egli fatto non poche estorsioni e prepotenze in quei paesi; e per i ricorsi e doglianze di varii particolari chiamato a Ravenna, era stato processato ed obbligato a restituire il mal tolto, perlochè odiava a morte Amalasunta. Cominciò anch'egli segretamente un trattato con Giustiniano per farlo padrone della Toscana. Non andò più oltre l'affare, perchè Amalasunta, parte per paura che i Goti, abbandonata lei, si volgessero a Teodato, unico germoglio della famiglia Amala, parte per isperanza di cattivarsi l'animo di costui con un gran benefizio, il chiamò a Ravenna, e gli propose di farlo collega nel regno, purchè promettesse di portare bensì il nome di re, ma di lasciare in fatti proseguir lei nel comando. Quanto ella volle Teodato giurò di eseguire.
Salito che fu Teodato sul trono, non men egli che Amalasunta[2632] ne scrissero a Giustiniano Augusto, con pregarlo di continuar la pace con loro. Ma durò poco la festa. Teodato, ridendosi delle promesse fatte, e sol ricordevole delle procedure precedentemente contra di lui fatte, unissi coi nemici di Amalasunta, fece levar la vita ad alcuni de' suoi aderenti, e in fine cacciò lei stessa in esilio[2633], confinandola in un'isoletta nel lago di Bolsena, dove la misera da lì a poco, per comandamento oppure con saputa di esso Teodato, fu strangolata dai parenti di quei Goti ch'ella avea nel tempo del suo governo fatti privare di vita. Gregorio Turonense[2634], mal informato di questi affari, racconta una diceria che dovea correre per le piazze, ed ha tutta la ciera d'una fola, ma che nondimeno potrebbe contenere qualche vestigio di verità. Racconta, dico, egli, che dopo la morte di Teoderico restò in vita Anafleda moglie di lui, e sorella di Clodoveo re de' Franchi, con una figliuola. Dee intendere di Amalasunta, ma senza dir parola di Atalarico. Questa figliuola si diede in preda ad un suo famiglio appellato Traguilla, e con esso lui scappò in una forte città. Bisognò mandare un esercito per levarla di là, e ridurla a casa, il che seguì dopo aver tolto di vita il suo drudo. Irritata la figliuola pose del veleno nel calice, da cui dovea bere la madre nella comunione eucaristica. Erano essi tutti ariani. Morì sua madre, e i Goti sdegnati contra della figliuola parricida, elessero in re loro Teodato, il quale in un bagno sommamente riscaldato la fece morire. Aggiugne che i re de' Franchi Childeberto, Clotario e Teodeberto fecero querela di questo col re Teodato, minacciandogli la guerra; e che Teodato li placò e fece tacere con un regalo di cinquanta mila scudi d'oro. Così il Turonense. La verità si è, se pur s'ha da credere a Procopio, che dispiacque forte all'imperador Giustiniano l'ingratitudine e crudeltà di Teodato contra di una principessa che fin allora avea mantenuta sì buona corrispondenza coll'imperio d'Oriente. Ma dall'altro canto si rallegrò in suo cuore, perchè la fortuna gli avesse somministrato così plausibil ragione di muover guerra ai Goti, cioè una congiuntura tanto da lui desiderata di poter ricuperare l'Italia. Covò egli questo pensiero nell'anno presente, ma con fare gli opportuni preparamenti pel susseguente; e intanto dalle lettere da Cassiodoro si ricava avere Teodato ricevuto di belle parole da Giustiniano, il quale s'infinse per un pezzo di non sapere l'iniquo trattamento fatto ad Amalasunta, ma senza dar sicurezza alcuna di pace. Perlochè Teodato di nuovo spedì altri ambasciatori a Giustiniano, e la regina Gundelina sua moglie anch'ella scrisse a Teodora Augusta con ansietà di assicurar fra di loro il nodo di una buona amicizia. Niuna apparenza di verità ha ciò che il suddetto Procopio nella storia segreta di Giustiniano lasciò scritto, cioè che Teodato fece morire Amalasunta per consiglio di Giustiniano, istigato a ciò da Teodora Augusta, che avea conceputa gelosia in iscorgere l'ansietà del marito per vedere Amalasunta in Costantinopoli, temendo ch'ella potesse torle la mano nel cuore di lui. Ancorchè si sia già da noi veduta la pubblicazione del Codice di Giustiniano, fatta nell'anno 529, pure nel presente fu pubblicato quel libro con varie giunte e mutazioni, e tal quale noi ora lo abbiamo. Se in Oriente era tutto rivolto l'animo di Giustiniano a dilatare i confini dell'imperio, non era minor la sete nei re de' Franchi. Per appagarla non si perdonava a tradimenti e scelleraggini, nè si teneva sicuro l'un fratello dell'altro. Miravano essi con occhio ingordo il confinante regno dei Borgognoni, e per ingoiarlo, secondochè s'ha da Mario Aventicense[2635], s'unirono insieme nell'anno presente Childeberto, Clotario e Teodeberto figliuolo del re Teoderico, ossia Teodorico. Gregorio Turonense[2636] e Fredegario[2637] scrivono che solamente Childeberto e Clotario impresero la guerra contra de' Borgognoni, e che Teoderico lor fratello non vi volle intervenire. Ma sembra ben più fondato il racconto di Mario. Vedremo fra poco che Teodeberto di lui figlio mandò in Italia dei Borgognoni: segno che anch'egli entrò a parte della conquista. La conclusione fu che quei re si misero all'assedio della città di Autun, ruppero in una battaglia Godomaro re de' Borgognoni, e divennero con ciò padroni di quel regno, che abbracciava allora il Lionese, il Delfinato, la Borgogna moderna ed altri paesi, ch'essi divisero fra loro. Credesi che in quest'anno terminasse i suoi giorni Teoderico suddetto fratello d'essi re, con avere per suo successore il mentovato Teodeberto suo figliuolo. È di parere il cardinal Baronio[2638] che anche all'anno presente appartenga la terribil carestia, di cui parla Dazio arcivescovo di Milano nella Storia Miscella[2639], deducendolo da una lettera[2640] scritta da Cassiodoro prefetto del pretorio in questi tempi al medesimo Dazio per significargli il soccorso di panico destinato dal re in sovvenimento de' popoli. Ma più probabilmente la carestia rammentata da esso arcivescovo appartiene all'anno 538. Per altro, da altre lettere del medesimo Cassiodoro apparisce afflitta l'Italia ancora in questo anno dalla carestia, e qual provvisione si facesse per aiutare i popoli in sì fiera congiuntura.
NOTE:
[2630] Cassiod., lib. 9, epist. 22.
[2631] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 3.
[2632] Cassiod., lib. 10, epist. 1 et 2.
[2633] Jordan., de Reb. Getic., cap. 59.
[2634] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 31.
[2635] Marius Aventicensis, in Chron.
[2636] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 11.
[2637] Fredegarius, in Ep., cap. 37.
[2638] Baron., Annal. Eccl.
[2639] Hist. Miscell., lib. 16.
[2640] Cassiodor., lib. 12, ep. 27.
Anno di CRISTO DXXXV. Indizione XIII.
AGAPITO II papa 1. GIUSTINIANO imperadore 9. TEODATO re 2.
Console
FLAVIO BELISARIO senza collega.
In ricompenza delle gloriose azioni di Belisario, fu a lui in quest'anno conferito l'onore del consolato. Niun console fu creato in Occidente, perchè già si erano cominciati ad imbrogliare gli affari tra Giustiniano Augusto e il re Teodato. E da qui innanzi per questa ragione cessarono affatto i consoli occidentali. Pose fine nel presente anno ai suoi giorni papa Giovanni II, e la sua morte vien riferita dal padre Pagi[2641] al dì 27 di maggio. Ebbe per successore nel pontificato Agapito arcidiacono, Romano di patria. Lusingavasi tuttavia il re Teodato, coll'andar mandando ambasciatori e lettere, di poter pacificare l'imperadore Giustiniano, che si mostrava sdegnato non poco per la morte data alla regina Amalasunta, attribuendo ad ingiuria propria l'aver privata di vita una principessa ch'era sotto la sua protezione. Ma si avvide in quest'anno quanto fossero fallaci la speranze sue. Giustiniano, a cui non era ignoto come fosse vil di cuore e timoroso il re Teodato, e che i popoli cattolici d'Italia amerebbono più il comando di un principe cattolico che de' Goti ariani[2642], finalmente alzò la visiera, e spinse la flotta sua, comandata dal valoroso e saggio suo generale Belisario, addosso alla Sicilia, ch'era allora della giurisdizione de' Goti, con fingere di passare in Africa. Non più che circa otto mila armati tra fanti e cavalli venivano su questa flotta: del che si maraviglierà chiunque è avvezzo a vedere con quanta gente si facciano le guerre e gli assedii de' nostri tempi. Ordinò parimente Giustiniano a Mondo, ossia Mundone, suo general dell'armi nell'Illirico, di passare colle sue genti in Dalmazia, e ridurre, se si poteva, alla sua ubbidienza Salona capitale di quella provincia. Nè contento di ciò, perchè ben apprendeva le forze dei Goti, scrisse ai re cattolici de' Franchi, affine di indurli ad una lega offensiva contra dei medesimi Goti, facendo valere il motivo della religione, ed accompagnando le premure sue con un regalo di molta moneta, e con promessa di molto più, se seco si univano ai danni dei Goti. Volentieri accettarono essi un tale impegno. Riuscì a Mundone, giunto che fu nella Dalmazia, di sbaragliare in un conflitto quanti Goti gli vollero contrastare il passo. Assediata poi Salona, in pochi giorni la costrinse alla resa: con che la Dalmazia venne in potere di Giustiniano. Non fu men favorevole a Belisario la fortuna in Sicilia. Sbarcata la sua gente, venne tosto alla sua divozione Catania, poi Siracusa, e di mano in mano tutte le altre città di quella felice isola, a riserva di Palermo, in cui il presidio gotico mostrò di volersi bravamente difendere. Ma entrate nel porto le navi greche, ed osservato che gli alberi di essa sopravanzavano l'altezza delle mura della città, fece Belisario tirar lassù un gran numero di arcieri, che colle saette offendevano i difensori, in guisa che non passarono molti giorni che la città capitolò la resa. Però senza gran fatica passò tutta la Sicilia sotto il dominio di Giustiniano, vantaggio considerabile per la meditata impresa d'Italia, essendosi in questa maniera tolto ai Goti il granaio, da cui erano soliti di cavarne i grani loro occorrenti pel bisogno della stessa Italia. Con questa felicità terminò il primo anno della guerra gotica; e Belisario, che avrebbe dovuto deporre il suo consolato in Costantinopoli, nell'ultimo dì dell'anno fece la solennità di quella funzione entrando in Siracusa, con ispargere monete d'oro al popolo tutto festoso per trovarsi libero dal giogo de' Barbari. Attese in questi tempi l'imperador Giustiniano a rimettere in buono stato le città e chiese dell'Africa, dove fece non poche fabbriche. E perchè egli si voleva mostrar grato e benefico verso la patria sua, ch'era un piccolo luogo appellato Tauresio nella Dardania, ossia nella Mesia superiore[2643], quivi fabbricò una bella città con canali d'acqua, chiese, palagi, portici larghi, piazze pulite, bagni ed altri comodi ed ornamenti pubblici; e a questa città pose il nome di Giustiniana Prima, con aver poi impetrato da papa Vigilio, che al vescovo di essa come a metropolitano, fossero sottoposte le Chiese delle due Dacie, della Mesia superiore e della Pannonia. Essendo mancato di vita in quest'anno Epifanio vescovo di Costantinopoli, per opera di Teodora Augusta, empia ed iniqua donna, fu eletto suo successore Antimo vescovo di Trabisonda, eretico coperto, che durò poco in quella sede.
NOTE:
[2641] Pagius, Crit. Baron. ad hunc ann.
[2642] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 5.
[2643] Procop., de Ædific. Justin., lib. 4.
Anno di CRISTO DXXXVI. Indizione XIV.
SILVERIO papa 1. GIUSTINIANO imperadore 10. VITIGE re 1.
Senza consoli.
Fu segnato l'anno presente in Oriente colla formula post consulatum Flavii Belisarii. E in Occidente quella di post consulatum Paulini anno II. Era il re Teodato allevato fra gli studii delle lettere, ed inesperto affatto nel mestier dell'armi; portava anche in petto un cuor di donna; e la sua platonica filosofia gl'inspirava solamente l'amor del riposo, e non già il coraggio necessario per sostener una guerra e far fronte ai pericoli. Ora a questo coniglio, occupata che fu la Sicilia dai Greci, cadde il cuore per terra; e trovandosi in Ravenna Pietro ambasciatore di Giustiniano[2644], da solo a solo trattò seco delle maniere di pacificar l'irato Augusto, e di troncare il corso all'incominciata guerra. Tra loro si convenne che Teodato cederebbe ad ogni suo diritto sopra la Sicilia; manderebbe ogni anno all'imperadore una corona di oro del peso di trecento libbre; gli darebbe tre mila Goti al suo servigio, ogni volta che li richiedesse; non sarebbe lecito a Teodato di far morire alcun sacerdote (che vescovo vorrà qui significare), o senatore, nè di confiscare i loro beni, senza l'approvazion dell'imperadore, al quale eziandio si doveva ricorrere, qualora si volesse promuovere alcuno alla dignità di patrizio e di senatore; che nelle acclamazioni usate negli spettacoli e ne' giuochi circensi, prima si augurasse felicità all'imperadore, ed appresso a Teodato; nè si potessero alzare statue in onore del re, se non unitamente con quella di Giustiniano, e a questa ancora si desse la man dritta. Con questi patti, creduti sufficienti a calmare lo sdegno imperiale, fu rimandato l'ambasciatore a Costantinopoli. Ma appena arrivato ad Albano, fu richiamato indietro a Ravenna. Teodato, dubitando che non si appagasse Giustiniano di quanto s'era convenuto, e parendogli la guerra una montagna che gli si rovesciasse addosso, volle di nuovo udire su questo i sentimenti dell'ambasciatore. L'accorto Pietro maggiormente gl'inculcò come inevitabile la guerra, e seco la di lui ruina, tanto che lo indusse a dire, che se non fossero piaciute le prime proposizioni, egli era disposto a cedere tutto il regno, purchè Giustiniano gli assegnasse beni capaci di dare una rendita annua di mille e dugento libbre d'oro. Con questa conclusione Pietro si rimise in viaggio. Tuttavia, per meglio assicurarsi Teodato che riuscisse bene il disegno, obbligò papa Agapito ad andarsene anch'egli a Costantinopoli per trattar di pace con Giustiniano. Procopio solamente scrive, aver egli spedito in compagnia di Pietro Rustico, uomo romano, ed uno de' sacerdoti, suo intrinseco amico. Crede il cardinal Baronio che Agapito potesse anche portare il nome di Rustico. Ma se Procopio avesse inteso di parlar di un pontefice romano, avrebbe adoperato altre parole. Parmi più verisimile che Agapito, o prima o dopo di Pietro, andasse, d'ordine del pauroso Teodato, a procurare un qualche aggiustamento con Giustiniano. Liberato diacono[2645] ci fa sapere aver Teodato scritte fulminanti lettere al papa e al senato romano, minacciando di far uccidere tutti i senatori e le lor mogli e figliuoli, se non si adoperavano per far desistere l'imperadore dall'invasion dell'Italia, e che per questo il papa andò ambasciator a Costantinopoli. Per far questo viaggio, trovandosi il buon pontefice senza danaro, fu costretto ad impegnare i vasi sacri: particolarità a noi conservata in una lettera di Cassiodoro[2646], in cui ordina ai tesorieri del re di restituir essi vasi alla basilica di san Pietro. Giunto papa Agapito a Costantinopoli, fu onorevolmente accolto da Giustiniano, ma non potè indurlo ad entrar in trattato di pace, allegando egli d'aver fatto di grandi spese per metter insieme quell'armata, e di non voler averle buttate. Tanto bensì si adoperò con esso imperadore, che gli venne fatto di deporre Antimo dal patriarcato di Costantinopoli, perchè contro i decreti de' sacri canoni trasferito da una chiesa ad un'altra, e molto più perchè convinto di fomentar dottrine ereticali[2647]. In suo luogo fu eletto Menna, buon cattolico e degno di quella illustre sedia. E tutto ciò avvenne, ancorchè Teodora Augusta facesse ogni possibile sforzo per sostener Antimo, e con esibizione di regali e con varie minaccie tentasse di rimuover il papa dall'abbattere questo suo favorito.
Arrivarono in questo mentre a Costantinopoli Pietro e Rustico, che esposero le prime proposizioni del re Teodato[2648], e veggendo costante Giustiniano in volere la guerra, sfoderarono le ultime, cioè la cessione del regno. Allora Giustiniano tutto lieto non si fece pregare ad accettarle; e non tardò a rispedire in Italia lo stesso Pietro ed Atanasio, con ordine e facoltà di segnare quella capitolazione. Vennero amendue a Ravenna, ma ritrovarono mutato di pensiero Teodato, e sè stessi burlati. La cagion fu che avendo egli inviato in Dalmazia un buon esercito per riacquistare Salona, in una zuffa restò morto Mauricio figliuolo di Mondo, generale bravissimo di Giustiniano in quelle parti. Uscito poi di Salona lo stesso Mondo, sbaragliò bensì i Goti, ma nell'inseguire i fuggitivi vi lasciò anch'egli la vita. Questo avvenimento rimise l'anima in corpo a Teodato, e cominciando egli ormai a concepire delle speranze di maggiori fortune, si rise degli ambasciatori cesarei, e nulla volle attenere di quanto avea dianzi promesso. Informato di tutto con lettere l'imperadore, diede ordine a Belisario di portar la guerra in Italia, e spedì Costanziano suo contestabile con un'armata navale verso Salona, la quale fu in breve rimessa con tutta la Dalmazia e la Liburnia sotto il dominio cesareo: e i Goti coi lor capitani se ne tornarono a Ravenna. All'intrepido papa Agapito intanto non bastò di avere deposto Antimo; certificato ancora dell'empietà e guasta credenza di Severo che avea in addietro usurpato il vescovato di Antiochia, e di Pietro, Zoara ed Isacco, anch'essi eretici, tutti rifugiati in Costantinopoli sotto l'ali di Teodora Augusta, protettrice di simil gente, si studiò di farli cacciar fuora della città. Ma in mezzo a tanto fervore venne la morte a rapire questo santo pontefice nel dì 22 d'aprile. Un suntuosissimo funerale gli fu fatto in Costantinopoli, e poscia trasportato fu il corpo suo in una cassa di piombo a Roma nel susseguente ottobre, e seppellito nella basilica vaticana. Giunta a Roma la nuova della morte di esso papa, si raunò il clero e popolo per l'elezione del successore. Ma premendo non poco al re Teodato che in tempi sì torbidi fosse conferito il pontificato romano a qualche persona a sè bene affetta, e non già inclinata a favorir Giustiniano Augusto[2649], propose con sue lettere Silverio suddiacono, figliuolo del fu papa Ormisda, cioè, per quanto si può credere, nato di legittimo matrimonio da lui prima di essere assunto ai sacri ordini ed al pontificato. Erano accompagnate le lettere di Teodato da minaccie, se non veniva eseguita la sua volontà; e però, quantunque alcuni del clero ripugnassero, nè volessero soscrivere il decreto dell'elezione, pure Silverio fu eletto (credesi nel dì 8 di giugno), e dappoichè fu consacrato, anche i ripugnanti per paura sottoscrissero ed approvarono il fatto. Aveva il re Teodato inviato Ebrimuto, chiamato Eurimondo da Giordano storico[2650], suo genero, marito di Teodenanta sua figliuola, con buon nerbo di gente a Reggio di Calabria, affinchè si studiasse d'impedire il passaggio dalla Sicilia in Italia all'armi imperiali. L'industrioso Belisario seppe far tanto con segrete ambasciate e magnifiche promesse, che guadagnò l'animo del comandante goto; e però senza veruna opposizione passò da Messina a Reggio. Quivi dichiaratosi del suo partito Ebrimuto co' suoi seguaci, se ne andò poscia a Costantinopoli, dove, oltre ad altri onori, conseguì la dignità di patrizio. Concorsero gli abitanti della Calabria con allegrissimi volti a Belisario, come a lor liberatore; e questo buon accoglimento gli fu fatto per dovunque egli passava, finchè giunse alla città di Napoli, allora non così grande come oggidì, ma fortificata e guernita di un buon presidio gotico che si era preparato alla difesa. Bisognò assediarla per mare e per terra, e contuttochè vi s'impiegasse gran tempo, e si dessero varii assalti, ad altro non servì che sagrificar la gente, per la gagliarda resistenza che facevano i Goti. Già cominciava l'annoiato Belisario a meditar di volgersi altrove, disperando di ridurre quella città alla sua ubbidienza, quando la buona ventura gli presentò persona che si esibì di aprirgli l'adito della città per un acquedotto, bastando solamente slargare il buco del marmo, per cui l'acqua passava fuori d'essa città. Così fu fatto, e per quell'angusto sito avendo Belisario una notte spinti in Napoli quattrocento soldati con due trombetti, e dato nel medesimo tempo l'assalto, se ne fece padrone. Mirabil cosa fu di poi nell'anno 1442, che Alfonso re d'Aragona per un simile o per lo stesso acquedotto s'impadronì della medesima città di Napoli. Non potè o non volle Belisario impedire il sacco della misera città. Procopio, intento solamente a raccontar ciò che può far onore a Belisario, di cui anche in questa guerra fu segretario, si sbriga in poche parole della descrizione di quella tragedia, con dire dipoi che nel furore del sacco, Belisario, montato in bigoncia, sfibbiò una bella orazione ai soldati, per farli desistere dal maggiormente incrudelire, e che, pacificatili, fece rendere ai Napoletani i lor figliuoli e le mogli che nulla aveano patito di forza da que' tanti masnadieri. Merita ben più fede l'autore della Miscella[2651], scrivendo che non solamente sopra i Goti, ma anche sopra i cittadini sfogarono la rabbia loro i vincitori, senza perdonare nè a sesso nè ad età, e neppur alle sacre vergini, e ai sacerdoti di Dio, con uccidere i mariti in faccia alle mogli, col condurre schiavi le madri e i figliuoli, e con saccheggiar tutte le case e tutte in fine le sacrosante chiese. Di maniera che giunto poi Belisario a Roma, fu acremente ripreso da papa Silverio per tanta strage e crudeltà usata contra dei miseri Napoletani, e, riconoscendo egli il suo fallo, tornato che fu a Napoli, e trovandola priva quasi affatto di abitatori, s'insegnò di ripopolarla con farvi venir gente da tutte le città e luoghi vicini.
A queste nuove il re Teodato spedì l'esercito de' suoi Goti nella Campania sotto il comando di Vitige, valoroso capitano, che gran saggio di sua bravura avea dato nelle battaglie de' Goti contro i Gepidi ai tempi del re Teoderico. Raunaronsi costoro ad un luogo appellato Regeta, trentacinque miglia lungi da Roma, e quivi, detestando la dappocaggine di Teodato, che non osava di uscire in campagna, e sospettando intelligenza di lui con Giustiniano Augusto per tradire e distruggere il regno gotico, all'improvviso acclamarono per loro re lo stesso Vitige. Ciò inteso da Teodato, che, a mio credere, si trovava in Roma, colla maggior fretta possibile s'incamminò alla volta di Ravenna; ma sopraggiunto nel cammino da un certo Ottari suo nemico, che speditogli dietro da Vitige, meglio dovette adoperar gli sproni, fu gittato da cavallo e privato di vita. Assicurato di ciò Vitige, e fatto imprigionare Teodegisclo, figliuolo di esso Teodato, pensò dipoi, perchè non avea tali forze da potersi opporre a Belisario, trovandosi allora il nerbo migliore de' Goti nella Gallia e nella Venezia, o per altri motivi, di temporeggiare e di ritirarsi a Ravenna, per disporre ivi meglio la difesa del regno, con lasciare intanto quattro mila dei suoi alla guardia di Roma, e Leuderi uomo prudente alla lor testa. In Ravenna forzò Matasunta figliuola di Amalasunta ad accettarlo per marito, affine di stabilirsi meglio il regno, imparentandosi col sangue di Teoderico. Poscia spedì ambasciatori a Giustiniano, per tentar pure se poteva ottener la pace. Ma non potè punto smuover l'animo imperiale, troppo ansioso e già pieno di speranza di riacquistar tutta l'Italia. Intanto si diede Vitige a raunar gente ed armi[2652]; e perciocchè Teodato suo antecessore, tra per non tener impegnate nella Gallia tante soldatesche, e per tirare in una lega difensiva ed offensiva i re de' Franchi, aveva esibito di cedere ai medesimi tutto quanto possedeva nella Gallia gli Ostrogoti, Vitige anch'egli proseguì e conchiuse con essi questo trattato. Colla cessione suddetta e con pagar loro venti mila scudi d'oro, promisero e giurarono i re Childerico, Teodeberto e Clotario di aiutar Vitige nella difesa del regno d'Italia. Se questa lega fatta con principi, a' quali nulla costavano i giuramenti, riuscisse profittevole ai Goti, in breve ce ne avvedremo. Certo è bensì che allora i re Franchi senza spesa e fatica alcuna entrarono in possesso di tutta la Provenza, e di quanto di là dalle Alpi era di ragione degli Ostrogoti, e divisero fra loro quelle provincie: con che divennero padroni di tutta la Gallia, a riserva della Linguadoca, in cui seguitarono a signoreggiare i Visigoti, e della Bretagna minore che aveva i suoi duchi, re talvolta ancora appellati. Intanto Belisario, lasciato un sufficiente presidio in Napoli e in Cuma, ch'erano le due uniche città della Campania atte ad esser difese, mise in marcia l'armata sua verso Roma. Per istrada ricevette un'ambasciata de' Romani che gli offerivano la resa della città; giacchè non si sentivano voglia di provare il crudel trattamento, toccato ai miseri Napoletani. A dirittura dunque camminando a Roma, trovò aperta una porta, per cui pacificamente entrò, mentre che per un'altra usciva la guarnigione gotica, accortasi di non poter difendere la città con sì poca gente contro il volere de' cittadini. Rimase nondimeno prigione (forse con secreto concerto) Leuderi loro capitano, che insieme colle chiavi delle porte di Roma fu inviato da Belisario all'imperador Giustiniano. Attese dipoi Belisario a fortificar Roma con riparar le mura cadute, cignerle di una larga e profonda fossa, fabbricar merli, e fare ogni altra provvision da difesa, ben prevedendo che i Goti, raunato tutto il loro potere, verrebbono a trovarlo, senza ch'egli avesse forze da aspettarli in campagna.
NOTE:
[2644] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 6.
[2645] Liberat., in Breviar., cap. 2.
[2646] Cassiod., lib. 12, epist. 20.
[2647] Anastas. Biblioth., in Vita Agapiti. Histor. Miscella, lib. 16.
[2648] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 6.
[2649] Anastas. Bibliothec., in Vita Silverii.
[2650] Jordan., de Regnor. success.
[2651] Hist. Miscell., lib. 16.
[2652] Cassiod., lib. 10, ep. 32.
Anno di CRISTO DXXXVII. Indizione XV.
SILVERIO papa 2. GIUSTINIANO imperadore 11. VITIGE re 2.
Senza consoli.
In Oriente fu segnato il presente anno colla formola post consulatum Belisarii anno II. In Occidente coll'altra post consulatum Paulini anno III. Belisario intanto spedì Costantino con un corpo di gente ad occupar Narni, Spoleto e Perugia. Per impedire questi progressi[2653], Vitige anch'egli inviò un altro corpo di gente a quella volta, e seguì ne' borghi di Perugia una zuffa fra loro, nella quale i cesarei restarono superiori. Vitige, avvisato di questo successo, giudicò necessario il muoversi in persona. Prima inviò Asinario ed Uligislao con un grande esercito verso la Dalmazia, con ordine di aspettare un rinforzo che gli si faceva sperare dalla Svevia, e poscia di portarsi all'assedio di Salona; al qual fine destinò ancora molte navi lunghe. Fu in fatti posto l'assedio a quella città per terra e per mare, ma vi si trovò una vigorosa difesa per parte di Costanziano generale dell'imperadore. Poscia si mise in marcia lo stesso re Vitige alla volta di Roma col suo esercito, che Procopio fa consistere in cento e cinquanta mila persone tra cavalli e fanti. Erano i cavalieri per la maggior parte corazzieri. Non sarebbe impossibile che Procopio avesse accresciuto di molto il numero delle truppe gotiche, per maggiormente esaltare il suo generale, che con tanto meno fece resistenza a questo torrente. Passarono felicemente i Goti di là dal fiume Tevere, e quivi si attaccò una fiera battaglia coi Greci, in cui Belisario stesso, più da soldato che da generale combattendo, rispinse più d'una volta i nemici, con ritirarsi infine, dopo una grande strage di quelli, entro le mura di Roma. Fu stretta la città con un forte assedio dall'esercito gotico, che probabilmente non era in tanta copia, come poco fa ci diede ad intendere Procopio, confessando egli[2654] che non potè cingerla tutta per la grandezza della città. Tagliarono i Goti tutti gli acquedotti intorno ad essa città; impedirono i molini che macinavano il grano. A tutto provvide l'indefesso Belisario. Coll'uso degli arieti, delle testuggini ed altre macchine si diedero i Goti a travagliar le mura; entrarono anche nel vivaio; ma con loro gran perdita furono rispinti. Cominciò intanto a sentirsi in Roma la fame; e però Belisario, affin di salvare i viveri per chi era necessario alla difesa, ordinò che tutte le donne, i fanciulli ed altre persone inutili uscissero della città, ed imbarcate pel Tevere passassero a Napoli, in Sicilia ed altrove. Il che fu eseguito, senza che si provasse opposizione dalla parte de' Goti. Scrisse poscia all'imperadore con ragguagliarlo di quanto andava succedendo, ed insieme con pregarlo vivamente d'inviargli il più presto possibile un buon soccorso di gente e d'armi: altrimenti sarebbe inevitabile la rovina degli affari e del credito di sua maestà in Italia.
Durante questo assedio, succedette una esecrabil rivoluzione nella Chiesa romana, di cui fu cagione l'empietà ed avarizia di Teodora Augusta, esecutore Belisario, che più capital facea delle grazie di essa imperadrice, che di quella di Dio. Racconta Anastasio bibliotecario, avere essa Augusta scritto a papa Silverio, con pregarlo istantemente di andare a Costantinopoli, od almeno di rimettere nella sedia episcopale di Costantinopoli Antimo deposto e già riconosciuto per eretico. Lette queste lettere, l'afflitto papa ben previde che gli si preparava una gran tribolazione, a cui succederebbe anche la sua morte. Rispose di non poterla ubbidire per conto alcuno, trattandosi d'un eretico, per non mancare troppo sconciamente al sacro suo ministero. Allora l'adirata principessa trattò con Vigilio diacono della Chiesa romana, che era restato in Costantinopoli dopo la morte di papa Agapito, e seco concertò la deposizion di Silverio, e le esaltazione al pontificato del medesimo Vigilio. Liberato diacono[2655] soggiunge che seguì tal convenzione con patto che Vigilio, creato che fosse papa, abolisse il concilio calcedonense, comunicasse con Teodosio vescovo eretico d'Alessandria, col suddetto Antimo, e con Severo capo degli eretici acefali, e pagasse inoltre una buona somma di danaro, cioè ducento libbre di oro. Ciò fatto, l'inviò in Italia con ordine a Belisario di trovar pretesti per deporre papa Silverio, e intronizzare Vigilio. Si fecero perciò saltar fuori dei falsi testimonii, che asserivano, d'aver tenuto Silverio pratica coi Goti d'introdurli in Roma per la porta Asinaria, quando lo stesso Procopio[2656] attesta che per incitamento spezialmente d'esso papa Silverio, Belisario fu introdotto in Roma. Comparvero ancora lettere, scritte alla macchia sotto nome di esso papa, parlanti dello stesso trattato. Chiamato Silverio al palazzo da Belisario e da Antonina sua moglie, appena gli ebbero esposto il preteso reato, che gli fecero levar gli abiti pontificali, e, vestitolo da monaco, il mandarono in esilio a Patara città della Licia. Quindi Belisario ordinò al clero di eleggere un altro papa con insinuazione che questo avea da essere l'ambizoso Vigilio; e benchè non pochi abborrissero questa iniquità, pure ubbidirono, con eleggerlo papa nel dì 22 di novembre del presente anno. Forse fu preteso che l'elezion di Silverio fosse stata nulla, perchè fatta senza la necessaria libertà degli elettori. Nè molto stette l'intruso papa Vigilio ad eseguire quanto egli avea promesso a Teodora Augusta, con iscrivere a Teodosio alessandrino, Antimo costantinopolitano e Severo antiocheno eretici, e con asserire di tener anch'egli la loro dottrina. Ha addotto il cardinal Baronio[2657] varie ragioni per credere che quella lettera, a noi conservata da Liberato diacono, non sia veramente di Vigilio; ma il padre Pagi[2658] ne adduce dell'altre per comprovarla vera, facendone menzione anche Vittor Tunonense. Nulla però essa nuoce alla dignità della sede apostolica, perchè Silverio, quantunque esiliato, non lasciava allora d'essere vero papa; e Vigilio non godeva i privilegi de' legittimi sommi pontefici. Oltre di che, ognun confessa ch'egli simoniacamente usurpò la cattedra di san Pietro. Simili iniquità non s'erano provate sotto i re Goti; anzi essi portarono sempre riverenza ai prelati e al clero cattolico; e nell'assedio stesso (lo confessa Procopio) neppur molestarono le basiliche di san Pietro e di san Paolo, poste fuori di Roma, e permisero che vi si uffiziasse, come prima. Bisognò veder tali mostruosità sotto Belisario, che pur si professava cattolico.
Seguitava intanto l'assedio di Roma, minutamente descritto dall'eloquente Procopio, spettatore di tutto. Varia era la fortuna de' combattenti, vigorosi gli assalti, più vigorosa la difesa, e frequenti le scaramucce colla peggio ora degli uni, ora degli altri. Vitige occupò la città di Porto, affinchè non potessero da quel ramo del Tevere, allora diviso in due, venire soccorsi di persone e vettovaglie a Roma. Giunsero nulladimeno da lì a venti giorni a Belisario milleseicento cavalli, inviati da Giustiniano, la maggior parte unni e schiavoni. Ma nella misera città di Roma al flagello della guerra due altri nello stesso tempo si aggiunsero, cioè la carestia dei viveri e la peste, di modo che il popolo cominciò a reclamare. Belisario l'acquetò coll'avviso de' vicini soccorsi da bocca e da guerra, che si dicevano già arrivati a Napoli. Non era però migliore la situazion de' Goti assediante, perchè s'era sminuita di molto la loro armata per le morti e ferite, ed erano anch'essi fieramente malmenati dalla pestilenza e dalla fame. Udito dipoi che era in viaggio un potente rinforzo di Greci per terra e per mare, ingrandito assai più, come è il costume, dalla fama, spedì Vitige a Belisario, e conchiuse seco una tregua. Dopo di che felicemente arrivò a Roma un copioso convoglio di grani e d'altre vettovaglie, condotto da Ostia pel Tevere, e del pari vi giunsero alcune poche migliaia di fanti e cavalli, che furono sufficienti a rincorare gli animi fieramente abbattuti del popolo romano[2659]. Probabilmente verso il fine di quest'anno comparve a Roma Dazio arcivescovo di Milano con alcuni de' cittadini primarii della sua città, per pregar Belisario di volere somministrar loro un picciolo corpo di combattenti, asserendo che con questo lieve rinforzo avrebbono forze e maniera di cacciare i Goti da Milano, ed anche da tutta la Liguria. Belisario diede lor parola di farlo. Altro non so io intendere, se non che i Goti avessero bandito da Milano quell'arcivescovo colla sua comitiva: altrimenti troppo pericoloso per essi sarebbe stato il portarsi con tanta pubblicità a Roma per trattar coi nemici.
NOTE:
[2653] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 16.
[2654] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 25.
[2655] Liberat., in Breviar., cap. 22.
[2656] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 14.
[2657] Baron., Annal. Eccl.
[2658] Pagius, Crit. Baron.
[2659] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 7.
Anno di CRISTO DXXXVIII. Indizione I.
VIGILIO papa 1. GIUSTINIANO imperadore 12. VITIGE re 3.
Console
FLAVIO GIOVANNI, senza collega.
In Oriente fu creato console questo Giovanni, uomo pagano di setta, e ciò non ostante carissimo e potentissimo nella corte di Giustiniano, siccome abbiamo varii passi di Procopio. Era prima salito alla dignità di prefetto del pretorio, ed ornato del patriziato; e tuttochè avesse ucciso Eusebio vescovo di Cizico, ciò non gl'impedì punto il conseguire i primi onori dell'imperio. Se questo è vero, si conterà anch'esso fra i reati di Giustiniano. Nell'Occidente l'anno presente si trova contrassegnato colla formula: post consulatum Paulini junioris anno IV. Per attestato di Liberato diacono[2660], giunto che fu papa Silverio a Palara, il vescovo di quella città, compassionando la di lui disgrazia, e detestando il sacrilego attentato de' suoi nemici, coraggiosamente volò a Costantinopoli, e, presentatosi all'imperador Giustiniano, si scaldò forte in favor del papa, con rappresentargli l'enormità dell'eccesso in trattar così un romano pontefice, capo visibile di tutta la Chiesa di Dio. Fecero breccia nel cuore di Giustiniano le parole di questo buon prelato; e però diede ordine che Silverio fosse condotto a Roma, e si giudicasse intorno alla verità o falsità delle lettere a lui attribuite. Se si provassero vere, egli se ne andasse fuori di Roma a vivere in quelle città che più gli piacesse. Se poi false, fosse rimesso nella sedia primiera. Ma l'empia Teodora Augusta, udita questa risoluzione del marito, spinse Pelagio diacono della Chiesa romana, che esercitava allora la funzione d'apocrisario, ossia di nunzio, presso l'imperadore, per distornarne l'esecuzione. Stette anco Giustiniano nel suo proposito. Fu ricondotto Silverio in Italia: il che saputo da Vigilio, ricorse a Belisario per timore d'esser cacciato dall'occupata sedia, ed ottenuto che Silverio fosse consegnato a due suoi famigli, il mandò nell'isola Palmaria, ossia Palmarola, ovvero, come ha l'autore della Miscella[2661], con Anastasio[2662], nell'isola Ponza, vicinissima ad essa Palmaria, di dove sotto la lor guardia fu lasciato morir di fame. Così Liberato diacono. Nondimeno Procopio[2663], meglio informato di questi affari, lasciò scritto, essere stata Antonina moglie di Belisario che mandò un certo Eugenio sgherro, di cui solea valersi per somiglianti misfatti, a levar di vita l'infelice pontefice. Erano sì ella, come il marito, schiavi dichiarati dell'imperadrice Teodora, da cui verisimilmente venne l'ordine segreto di sì enorme delitto. Rapporta il cardinal Baronio[2664] una lettera di esso papa, in cui scomunica l'usurpatore Vigilio; ma questa vien tenuta per falsa dal padre Pagi[2665] e da altri. Secondo Anastasio[2666] fu Silverio tolto di vita nel dì 20 di giugno di quest'anno, e venne riconosciuto per martire, e al suo sepolcro succedettero delle guarigioni. Pure non sappiamo che di tale enormità facesse risentimento alcuno il sì decantato cattolico imperador Giustiniano. Egli è poi credibile che dopo la morte di questo santo pontefice il clero con qualche atto pubblico di nuova elezione o di approvazione ligittimasse la persona di Vigilio, essendo fuor di dubbio ch'egli da lì innanzi fu riconosciuto ed onorato da tutti come vero papa e successore di san Pietro. E merita ben d'essere osservata l'assistenza speciale di Dio alla santa Chiesa romana, perchè Vigilio, entrato sì vituperosamente e contro le leggi canoniche nel pontificato, cominciò da lì innanzi ad essere un altro uomo, e a sostener con vigore la dottrina della Chiesa cattolica, massimamente con abbracciare i primi quattro concilii generali, come apparisce dalle lettere ch'egli scrisse all'imperador Giustiniano e a Menna patriarca di Costantinopoli, rapportate dal suddetto cardinal Baronio.
Seguitava intanto l'assedio di Roma e la tregua fra le armate, quando venne in pensiero a Belisario di procurar una diversione all'armi nemiche[2667]. Pertanto ordinò a Giovanni, nipote di quel Vitaliano che diede tanto da fare ad Anastasio imperadore, di scorrere con due mila cavalli nel Piceno, oggidì Marca di Ancona, e di prendere e saccheggiare quel che potesse. Fu volentieri ubbidito da Giovanni. Incontratosi egli con Uliteo, zio paterno di Vitige, che se gli oppose con molte squadre, valorosamente combattè, e disfece quelle truppe, colla morte dello stesso condottiero. Trovate poi le città di Osimo e di Urbino ben presidiate, ed in istato di non temere di lui, passò innanzi fino a Rimini: dove ritiratisi i Goti per sospetto degli abitanti, e per timore di qualche intelligenza in Ravenna, diedero comodo a Giovanni d'impadronirsene. Nè era mal fondata l'apprensione dei Goti, scrivendo Procopio che Matasunta, la quale per forza avea sposato il re Vitige, non sì tosto ebbe intesa la vicinanza di Giovanni (forse anche l'avea ella invitato a marciare a quella volta), che se ne rallegrò forte in suo cuore, e con un segreto messo cominciò a parlar seco di nozze e tradimenti. Fu cagione la presa di Rimini che Vitige levasse l'assedio di Roma sul fine di marzo. Nel ritirarsi e passare il Tevere, il campo suo fu assalito da Belisario, e n'ebbe una buona spelazzata. Vitige, dopo aver mandati buoni presidii in Chiusi, in Orvieto, Todi, Osimo, Urbino, Montefeltro e Cesena, col resto dell'esercito passò all'assedio di Rimini, e lo intraprese con tutto vigore. Intanto non trascurò Belisario le richieste fattegli dai Milanesi, e per mare spedì sotto il comando di Mondila mille fanti con essi alla volta di Genova. Giunsero costoro dipoi in vicinanza di Pavia, e loro convenne azzuffarsi coi Goti usciti di quella città, ed ebbero la fortuna di sbaragliarli e d'inseguirli fino alle porte, ma con restar ivi trucidato Fidelio prefetto del pretorio, che, per essere oriondo di Milano, era stato inviato anche egli come persona utile a quella impresa. Perchè in Pavia, città ben fortificata, si erano ridotti con tutto il loro meglio i Goti abitanti in quelle parti, non si potè da sì poca gente tentarne l'acquisto. Però a diritura passarono a Milano, la qual città si sottrasse, secondo il concerto, all'ubbidienza de' Goti, ed acclamò l'imperadore per sua mala fortuna, e senza aver prese buone misure. Altrettanto fecero Bergamo, Como, Novara ed altri luoghi, nei quali Mandilla inviò picciole guarnigioni, con restargli solamente trecento uomini per difesa di Milano. Ma appena ebbe Vitige intesa la ribellion di Milano, che spedì a quella volta Vraia, figliuolo d'una sua sorella, con una sufficiente armata, che di là a non molto s'ingrossò coll'arrivo di dieci mila Borgognoni. Venivano questi mandati in aiuto di Vitige da Teodeberto, uno dei re franchi per soddisfare alla capitolazione tra loro conchiusa nella cessione di sopra accennata degli stati già posseduti nelle Gallie dagli Ostrogoti. Niuno venne de' Franchi, e fu anche fatta correr voce che gli stessi Borgognoni di lor moto proprio, e senza saputa di Teodeberto, erano calati in Italia, per rispetto che si aveva all'imperadore, e perchè dianzi aveano preso i re franchi qualche impegno di lega con esso Augusto, giacchè questi, per maggiormente cattivarsi lo stesso Teodeberto, l'avea probabilmente adottato, con titolo nondimeno di solo onore, per suo figliuolo, come abbiamo da due lettere del medesimo re a Giustiniano presso il Du-chesne[2668], nelle quali il chiama padre. Fu dunque stretto di assedio Milano, senza che si fosse prima provveduto al bisogno de' viveri; ed essendo sì scarso il presidio imperiale, conveniva che i cittadini facessero anche essi le guardie alle mura. Non dormiva in questo mentre Belisario. Lasciata una lieve guarnigione in Roma, con quanta gente avea s'inviò sul fine di giugno alla volta della Emilia. Gli si renderono Todi e Chiusi con restar prigionieri i presidii gotici, che egli appresso mandò in Sicilia. Giunse in questi medesimi tempi per mare nel Piceno un rinforzo inviato da Giustiniano in Italia, consistente in cinque mila Greci pedoni, e circa due mila Eruli. Ne era condottiere Narsete, uno de' primi uffiziali dell'imperadore, uomo di gran coraggio ed attività, tuttochè eunuco. Unitosi con lui Belisario nella città di Fermo, tenuto fu consiglio e perchè si ricevette avviso da Giovanni assediato in Rimini, ch'egli non poteva più di sette giorni sostenere la città per mancanza di viveri, fu risoluto di marciare a dirittura colà. Ma non aspettarono i Goti l'arrivo dei Greci per ritirarsi dall'assedio. Insorsero poi gare ed emulazioni fra Belisario e Narsete; e perchè non andavano d'accordo ne' consigli, si divisero. Nulladimeno impensatamente riuscì a Belisario d'impadronirsi d'Urbino, e a Narsete d'entrare in Imola ed in altri luoghi dell'Emilia, ma non già di Cesena, sopra cui fu fatto un vano tentativo. Infierì in quest'anno un'orrenda carestia per tutta l'Italia, di modo che, per attestato di Dazio arcivescovo allora di Milano, citato fuor di sito dall'autore della Miscella[2669], assaissime madri mangiarono i lor figliuolini, probabilmente durante l'assedio di Milano, dove cominciò a provarsi questa terribil fame. Procopio, ch'era presente a questi guai, scrive essere stata voce costante, che fossero in quell'anno morti di fame cinquanta mila contadini nel solo Piceno, e più ancora nell'Istria e Dalmazia; e che nel territorio di Rimini due donne rimaste sole in una casa, si mangiarono diciassette uomini, con ucciderli di notte di mano in mano che capitavano al loro tugurio.
NOTE:
[2660] Liberat., in Breviar., cap. 22.
[2661] Hist. Miscella, lib. 16.
[2662] Anastas. Bibl., in Vit. Silverii.
[2663] Procop., Hist. Arcan., cap. 11.
[2664] Baron., Annal. Eccl.
[2665] Pagius, Crit. Baron.
[2666] Anastas. Bibliothec., in Vita Silverii.
[2667] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 10.
[2668] Du-Chesne, Hist. Franc., tom. 1, pag. 862.
[2669] Hist. Miscell., lib. 16.
Anno di CRISTO DXXXIX. Indizione II.
VIGILIO papa 2. GIUSTINIANO imperadore 13. VITIGE re 4.
Consoli
FLAVIO APPIONE senza collega.
Fu creato console questo Appione da Giustiniano Augusto. Suo padre Strategio era patrizio e tesoriere dell'imperadore, e si trova anche appellato exconsole nella Novella centesimaquinta di Giustiniano, senza che apparisca in quale anno egli esercitasse il consolato, e perciò con apparenza che solamente per onore gli fosse conferito quel titolo, oppure che l'imperadore, allorchè fu console, il sostituisse in quella dignità per qualche mese. Restò il principio di quest'anno funestato da una delle più orride tragedie che mai si possano udire. Continuando l'assedio di Milano, sempre più cresceva il furor della fame, in guisa che il popolo si ridusse a mangiar fino i più sozzi e schifosi animali. Non lasciò Belisario d'inviare a quella volta un soccorso di truppe condotto da Martino e da Uliare suoi capitani; ma costoro si fermarono al Po, non arrischiandosi di andare incontro al grosso campo de' Goti e Borgognoni. Ne scrissero a Belisario, il quale determinò con assenso di Narsete di spedire altra gente. Ma mentre i primi si fermano, e si preparano gli altri a muoversi, non potendo più reggere Milano ai morsi della fame, Mondila e Paolo, capitani di quei pochi Greci che erano nella città, capitolarono coi Goti di rendersi, salve le vite loro, con abbandonare alla discrezion de' nemici quelle del popolo. Pertanto entrati coi Borgognoni Goti, ansanti di punire la ribellion de' cittadini, fecero massimamente man bassa sopra i senatori e sopra tutti gli altri maschi, non perdonando neppure ai fanciulli, nè ai sacerdoti, che, per attestato di Mario Aventicense[2670], furono scannati ne' sacri templi e sopra gli stessi altari. Le donne tutte furono fatte schiave, e donate ai Borgognoni in ricompensa del prestato soccorso, e la città tutta saccheggiata, e poi diroccata e ridotta ad un mucchio di pietre. Se vogliam credere a Procopio[2671], furono in sì esecranda giornata tagliati a pezzi più di trecento mila uomini: numero che giustamente si può sospettare eccedente il vero, perchè, computate le donne, avrebbe dovuto questa città contenere almen da secento mila persone in un giro allora minore del presente, se non immaginassimo rifugiato entro quella città una buona quantità degli abitatori della campagna. Loda il cardinal Baronio[2672] Dazio arcivescovo di Milano, perchè si studiasse di liberar quella città dai Goti ariani, e promovesse la ribellione. Non entro io a disputare se fosse o non fosse lodevole l'operar contro il giuramento di fedeltà prestato ai Goti, che pur lasciavano vivere in pace i cattolici. Bensì dico che si potè desiderar più prudenza nel fatto di Dazio, il cui zelo intempestivo si tirò dietro la lagrimevole rovina della città e del popolo suo; che per un pugno di gente inviato colà de Belisario non si dovea esporre il suo gregge al pericolo di soccombere sotto la possanza tuttavia grande dei Goti in Italia. Ebbe Dazio la fortuna di salvarsi colla fuga, e di ritirarsi a Costantinopoli, dove si trattenne circa quindici anni, lungi dall'eccidio dell'infelice patria sua, e quivi in fine terminò i suoi giorni nell'anno 552. Mondila e Paolo capitani coi Greci di lor seguito anch'essi ebbero salve le vite, e furono condotti prigioni a Ravenna. Tornò tutta la Liguria in potere dei Goti: e non parlandosi più dei Borgognoni, segno è che essi dovettero ritornare al loro paese.
Stava intanto Vitige co' primarii fra i Goti studiando la maniera di potersi sostenere in questa sì pericolosa guerra; e fu conchiuso di tirare in Italia con una grossa offerta di danaro i Longobardi, allora abitanti nella Pannonia, ossia nell'Ungheria. A tal fine furono spediti ambasciatori a Vaci, ossia Vaccone, re in questi tempi, per quanto scrive Procopio[2673], di quella nazione; nel che non s'accordano con lui Paolo diacono[2674], nè Sigberto[2675], da' quali abbiam veduto che Audoino infin l'anno 527 condusse i Longobardi nella Pannonia. Procopio parlando poi diffusamente de' Longobardi più sotto[2676], scrive che Giustiniano donò loro il Norico e la Pannonia, ed insorse poi guerra fra essi e i Gepidi, regnando Audoino re d'essi Longobardi. Riuscì senza frutto l'ambasciata, perchè si trovò che i Longobardi aveano stretta lega coll'imperador Giustiniano, e fedelmente la voleano mantenere. Perciò Vitige si applicò ad un'altra risoluzione, e fu quella di muover Cosroe re di Persia a far guerra a Giustiniano, con ispedirgli a tal fine ambasciatori, non goti, ma italiani; il che fu di un gravissimo sconcerto all'imperio d'Oriente, di modo che non finì quest'anno che Giustiniano venne in pensiero di far pace coi Goti, e rimandò in Italia gli ambasciatori di Vitige, che erano tuttavia in Costantinopoli, promettendo di spedire persone a Ravenna con plenipotenza di trattarne. E perciocchè intese i dispareri che tuttavia continuavano tra Belisario e Narsete, richiamò l'ultimo a Costantinopoli, e pensava anche di far lo stesso di Belisario, per dargli il comando dell'armata destinata contra de' Persiani. Belisario intento alle sue imprese, dappoichè ebbe intese e compiante le inesplicabili calamità di Milano, passò ad assediar Osimo; inviò Cipriano e Giustino suoi capitani a tentare l'acquisto di Fiesole; giacchè queste due città il trattenevano dal passare innanzi verso Ravenna. Mandò ancora Martino e Giovanni verso il Po, che si postaron in Tortona, tuttochè città priva di mura. Vraia capitano di Vitige, che comandava nelle parti di Milano, ebbe ordine di passare il Po, per isloggiare di là i Greci. Ubbidì egli, ma non si attentò poi di assalirli, e solamente andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro.
Già abbiam veduto che razza di gente, intente solo ad ingrandirsi o per diritto o per traverso, fossero allora i re franchi. Anche nell'anno 537, per attestato di Sigeberto[2677], furono vicini a far guerra fra loro, se non si fosse interposta la santa Clotilde loro madre ed avola. Procopio anch'egli aggiunge[2678] che quella nazione non sapeva allora cosa fosse il mantener parola, ed aver eglino bensì professata la religione cristiana, ma con ritener tuttavia varie superstizioni del paganesimo, forse perchè non tutti lo aveano per anche abiurato, o pure, come si ricava da Agatia[2679], coi Franchi buoni cattolici nelle armate erano mischiati gli Alamanni, gente divenuta loro suddita, e tuttavia barbara e in gran parte idolatra. Fra essi re più potente era Teodeberto, appellato re d'Austrasia. In una lettera da lui scritta a Giustiniano Augusto, in cui nondimeno v'ha dei nomi scorretti, egli dice di stendere il suo dominio dai confini della Pannonia sino all'Oceano, abbracciando le Toringia, e parte della Sassonia, e la Svevia, ossia l'Alemagna, e le provincie del Belgio, oltre alla porzione a lui toccata del regno della Borgogna, e ad altri stati di sua giurisdizione. Ora Teodeberto, al vedere in sì pericolosa guerra impegnati e smunti non meno i Goti che i Greci, dimentico del bel titolo di padre ch'egli dava a Giustiniano, e dei regali da lui ricevuti, e delle belle promesse a lui fatte; molto più dimentico dell'obbligo contratto di aiutar Vitige, che a questo fine avea ceduto a lui ed ai suoi zii tutto quanto possedevano nella Gallia i suoi Goti, o vogliam dire Ostrogoti: entrò in pensiero di profittare anch'egli di sì bella occasione, coll'acquisto di qualche porzione d'Italia. Mario Aventicense[2680] ed il Continuatore di Marcellino conte[2681] riferiscono al presente anno questo fatto che abbiamo più distesamente narrato da Procopio[2682], scrittore allora dimorante in Italia al servigio di Belisario. Teodeberto adunque, messa insieme una armata di cento mila persone, per le Alpi della Savoia calò nel Piemonte. Erano quasi tutti fanti, che non portavano nè archi nè picca, ma solamente lo scudo e la spada, con una corta azza, nella cui cima il ferro grosso, dall'una parte e dall'altra era ben aguzzo e tagliente. Nelle battaglie dato il segno, con iscagliare quell'azza, solevano rompere lo scudo del nemico, e poi avventarsegli colla spada ed ucciderlo. I Goti in quelle parti, all'avviso che veniva sì forte esercito di Franchi, s'avvisarono tosto che fosse in loro aiuto; e già parea lor di veder Belisario supplicasse per un passaporto da potersene tornar colla vita in Oriente. Nulla di male fecero i Franchi finchè giunsero al Po, dove i Goti aveano un ponte, perchè desideravano forte di passarlo con lor buona grazia. Ma appena vi furono sopra, che presi quanti figliuoli e mogli de' Goti ivi si trovarono, ne fecero un sagrifizio a qualche lor falso dio, e ne gittarono i corpi nel fiume. Spaventata la guardia dei Goti, scappò tosto in Pavia. Arrivarono i Franchi dove era l'accampamento de' Goti, verso Tortona, da' quali fu lor fatto un buon accoglimento, come a buoni amici; quand'eccoti se li veggono venire addosso quai fieri nemici: cosa che li fece tutti dare alle gambe con tal confusione, che passarono fin per mezzo il campo de' Greci, e a dirittura se ne andarono a Ravenna. I Greci, all'incontro, al vedere sì grande scappata, vennero in esperienza che, arrivato Belisario, avesse data a costoro una rotta, e però presero le armi per seco unirsi. Ma trovandosi burlati e fieramente assaliti dai Franchi, si difesero ben per quanto poterono, ma in fine anch'essi furono astretti a voltar le spalle e a fuggirsene. Arrivati in Toscana, ragguagliarono Belisario del disgustoso accidente, e ne rimase non men egli che l'esercito suo stranamente conturbato, per apprensione che sì grosso torrente andasse finalmente a scaricarsi sopra di loro. Pertanto egli scrisse una bella lettera a Teodeberto, con rappresentargli la riverenza dovuta all'imperadore, la possanza di lui, i patti e le promesse seguite, ed esortarlo a ritirarsi.
Attribuisce Procopio all'efficacia di questa lettera l'essere in fatti ritornato da lì a non molto addietro il re Teodeberto colla sua gente. Ma probabilmente sì gran virtù non ebbe una carta sola. In amendue gli alloggiamenti de' Goti e de' Greci fuggiti trovarono i Franchi qualche copia di viveri, e si satollarono ben bene. Ma proseguendo il cammino, tra per essere quella una sterminata moltitudine, e perchè la carestia e la guerra aveano desertato il paese, cominciarono a far dei digiuni non comandati, e spesso altro non aveano che sola carne di bue da cibarsi e l'acqua del Po da bere. Questi patimenti, colla giunta dell'aria estiva e del clima diverso, produssero fra loro di grandi malattie, in manierachè almeno un terzo di quell'armata in breve perì, e il resto era malconcio di sanità. Questi motivi fecero risolvere Teodeberto a ritornarsene a casa. Del resto, secondo la testimonianza di Mario e del Continuatore di Marcellino, egli scorse per la Liguria e per l'Emilia, mettendo tutto a sacco. Più di ogni altro luogo provò Genova la di lui crudeltà, perchè non solo saccheggiata, ma anche rovinata dal furore delle sue genti. E tale fu il soccorso inviato ai Goti, secondo i patti, dai re franchi. E quando mai a questa spedizione alludessero alcune medaglie che si veggono di esso re Teodeberto, sarebbe da cercare se gran gloria seco porti una scorreria fatta più da saccomanno che da eroe, per finir di spogliare e di distruggere le misere provincie dell'Italia, senza alcuno che gli si opponesse. Proseguì intanto Belisario i due assedii d'Osimo e di Fiesole, e dopo molto tempo e fatiche gli venne fatto d'impadronirsi di quelle due città. Dopo di che, unite tutte le sue genti, passò verso Ravenna, e formonne il blocco. Per ben premunirsi avea Vitige fatto caricare nella Liguria una buona quantità di grani, che posta in barconi, calava giù pel Po alla volta di Ravenna. Volle la sua sfortuna che all'improvviso si abbassassero le acque di quel fiume senza poter passare innanzi le barche; e però venne tutto quel convoglio placidamente alle mani dei Greci, con restare sprovveduta Ravenna, senza ch'ella potesse sperar vettovaglie dalla parte dell'Adriatico, perchè Giustiniano era padrone della Dalmazia, e teneva non pochi legni in quel mare. Per quello che dirò più abbasso, dovrei qui riferire la resa di questa città, succeduta a mio credere; ma, seguitando il padre Pagi, mi prendo la libertà di parlarne solamente nel susseguente.
NOTE:
[2670] Marius Aventicensis, in Chron.
[2671] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 21.
[2672] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 538.
[2673] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 22.
[2674] Paulus Diaconus, Histor. Longobardor., lib. 1, cap. 22.
[2675] Sigebertus, in Chron.
[2676] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 33.
[2677] Sigebertus, in Chronico.
[2678] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 25.
[2679] Agath., in Hist., lib. 2.
[2680] Marius Aventicensis, in Chron.
[2681] Continuator Marcellini, in Chron.
[2682] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 25.
Anno di CRISTO DXL. Indizione III.
VIGILIO papa 3. GIUSTINIANO imperadore 14. ILDIBALDO re 1.
Console
FLAVIO GIUSTINO juniore, senza collega.
Siccome il padre Pagi osservò, questo Giustino console orientale ebbe per padre Germano patrizio, figliuolo di un fratello di Giustiniano, e però diverso da Giustino juniore poscia imperadore, che era nato da una sorella di Giustiniano. Viene appellato juniore probabilmente per distinguerlo da Giustino seniore Augusto ch'era stato console nell'anno 519. Cosroe re della Persia avea già, siccome dissi, mossa guerra a Giustiniano[2683] colla maggior felicità possibile, perchè non v'era nelle frontiere cesaree esercito alcuno valevole a far resistenza. Entrato dunque nella Mesopotamia, si impadronì della città di Sura e di Berea, e tirando dritto all'insigne città di Antiochia, l'assediò, la prese, e, dopo un terribil macello di cittadini e un sacco universale, la consegnò alle fiamme. Sopra la Soria tutta si scaricò questo turbine colla rovina delle città e degli abitanti. Grande impressione fecero nell'animo di Giustiniano questi progressi de' Persiani, nè scorgendosi possente a sostenere nello stesso tempo due gravissime guerre, l'una in Italia, l'altra in Oriente, siccome dissi, avea stabilito di dar fine alla prima come potesse il meglio, e di attendere all'altra più importante e vicina; e tanto più perchè avea bisogno di un bravo e sperimentato generale da opporre alla potenza di Cosroe, nè si trovava chi potesse uguagliarsi a Belisario, la cui persona egli credeva troppo necessaria in Oriente. Avea dunque in Italia a questo fine destinati per suoi ambasciatori al re Vitige, Domenico e Massimino senatori[2684]. In questo mentre i re franchi, udito il pericolo in cui stavano gli affari de' Goti in Italia, avevano anch'essi mandati ambasciatori a Vitige, proponendo di far calare un'armata di cinquecento mila combattenti in suo favore, e di unire insieme l'uno e l'altro dominio con quella forma di governo che sarebbe creduta più propria. Belisario, penetrati i disegni de' Franchi, non fu pigro a spedire anch'egli i suoi oratori a Vitige, con rappresentargli il pericolo di lui e della sua nazione, ogni qualvolta si accordasse coi Franchi, e che migliori condizioni poteva sperare da Giustiniano. In somma tanto fece che il distornò dal consentire a capitolazione alcuna coi Franchi, della fede dei quali abbiam già veduto quanto si potesse allora promettere. Arrivarono intanto i legati imperiali, ed entrati in Ravenna, dopo molto dibattimento si conchiuse il negoziato della pace, con che tutto il di qua dal Po restasse in potere dell'imperadore, e tutto il di là di Vitige e dei Goti. Portati questi patti a Belisario, a cui non era ignoto lo stato della città per la mancanza de' viveri, non li volle per conto alcuno sottoscrivere; e fattone conoscere il motivo a chi sparlava di lui, quietò ogni diceria su questo. Per lo contrario i Goti, veggendosi delusi, oramai stanchi del governo di Vitige, e spronati dalla fame, fecero segretamente proporre a Belisario, che se egli voleva assumere il dominio d'Italia, e farsi re, essi per tale il riconoscerebbero, troppo premendo loro di seguitare a starsene in Italia, senza timore d'essere inviati in Oriente. Venuta a notizia di Vitige questa risoluzione de' suoi, anche egli, per averne merito, occultamente ne fece fare istanza a Belisario, il quale, quantunque non si sentisse voglia di guadagnarsi il titolo di tiranno, ed avesse inoltre con grandi giuramenti obbligata la sua fede a Giustiniano di non far novità, tuttavia accettò l'offerta, e promise di eseguirla, e di non far male alcuno agli stessi Goti. Dato dunque ordine che speditamente venissero a Classe, cioè al porto di Ravenna, varie navi con grano ed altri viveri per soddisfare al bisogno de' Goti affamati, entrò dipoi pacificamente coll'esercito in Ravenna, non permise che ad alcun fosse recata molestia, e solamente si assicurò di Vitige, con fare dipoi uno spoglio di tutte le ricchezze del regal palagio, per presentarle all'imperadore.
La resa di Ravenna fu cagione che anche le altre città, e massimamente Trivigi ed altri luoghi della Venezia, inviassero legati a sottoporsi a Belisario. Procopio nell'entrare in Ravenna si faceva i segni di croce al mirare come, per così dire, un pugno di gente avesse soggiogata la nazione de' Goti, i quali in Ravenna sola superavano di numero l'esercito imperiale. Ma i Goti, dopo la morte di Teoderico, si erano impoltroniti, perchè dati agli agi, ed intenti cadauno a farsi un buon nido in Italia. Però le donne di quella nazione, che dianzi avevano udito dire di gran cose intorno al numero superiore e alla statura quasi gigantesca de' Greci, mirandone poi sì pochi prendere il possesso di Ravenna, e ch'essi erano come gli altri uomini ordinarii, sputavano in faccia ai loro mariti, con rimproverare ai medesimi l'insigne loro codardia. Lasciò poscia Belisario che chiunque de' Goti volle uscir di città, se ne andasse ad attendere ai fatti suoi e a visitare i suoi poderi. Ebbe anzi piacere che scaricassero Ravenna, perchè di gran lunga più erano essi che le schiere de' Greci in essa città. Ora qui devo avvertire i lettori d'aver io seguitato il padre Pagi in riferire all'anno presento la presa di Ravenna, fatta da Belisario, prima che terminasse l'anno quinto della guerra gotica, cioè prima della primavera di quest'anno, nei cui primi mesi crede esso Pagi che seguisse la resa di quella città. Ma veramente tengo io che tal resa accadesse prima che finisse l'anno precedente 539. Nelle mie Antichità italiche[2685], là dove tratto della origine della lingua nostra volgare, ho rapportato uno strumento scritto in papiro egiziano sub die tertio Nonarum januariarum, indictione tertia, sexies post consulatum Paulini junioris viri clarissimi, Ravennae, cioè nel dì 5 di gennaio del presente anno. Ora da quello strumento e dalle lettere scritte ai magistrati di Faenza, chiaramente, a mio credere, si scorge che Ravenna non solamente nel principio dell'anno non era più assediata, ma godeva allora anche una somma pace ed avea commercio colle città circonvicine, e conseguentemente che essa era già venuta alle mani di Belisario. E quando sia così, bisognerà dire, o che il padre Pagi non ben concertasse gli anni della guerra gotica, o pure che in quest'anno poche novità succedessero, con essere cessata la guerra, attendendo Belisario a dare buon sesto alle conquiste fatte, e a quietare, s'era possibile, i soggiogati Goti. In fatti pareva ormai rimessa sotto il romano imperio l'Italia tutta, e che s'avesse a respirare e godere un po' di quiete nelle afflitte e devastate sue provincie. Ma fallirono ben presto le speranze de' popoli[2686]. Non mancavano, com'è il solito, nemici a Belisario; e questi scrissero all'imperadore ch'egli andava macchinando di farsi signore d'Italia. Può essere che Giustiniano niuna fede prestasse a sì fatte accuse. A buon conto il richiamò a Costantinopoli per dargli il comando dell'armata contra de' Persiani che superbi facevano alla peggio in Oriente, talmente che Giustiniano era giunto a comprare vilmente la pace con lo sborso di cinque mila libbre d'oro, e promessa di pagarne cinquecento ogni anno da lì innanzi. Il re Cosroe dipoi non mantenne i patti, e continuò la guerra con più vigore di prima. Ma appena s'intesero i preparamenti di Belisario per la sua andata a Costantinopoli, che i Goti trovandosi burlati nelle loro speranze, e riconoscendosi ormai sottoposti all'imperadore, si raunarono, per consiglio di Vraja nipote di Vitige, in una dieta a Pavia, e quivi proposero di crearsi un nuovo re. In fatti Ildibado, appellato da altri Ildibaldo, uno de' primarii fra essi che abitava in Verona, chiamato colà, fu improvvisamente vestito della regia porpora. Non volle egli mancare d'inviar tosto legati a Belisario, per rappresentargli la mancanza della parola data, con de' rimproveri ancora alla di lui viltà, quando non consentisse di farsi re d'Italia; che se egli s'accordasse coi lor desiderii, protestava Ildibado che sarebbe andato in persona a depositar la porpora ai suoi piedi. Lusingavansi molti fra i Goti che Belisario cederebbe a così belle istanze. Ma egli, saldo nella conoscenza del suo dovere, rimandò gli ambasciatori colle mani vuote.
NOTE:
[2683] Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 5.
[2684] Idem, de Bell. Goth., lib. 2, cap. 29.
[2685] Antiq. Italic., Dissert. XXXIII.
[2686] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 30.
Anno di CRISTO DXLI. Indizione IV.
VIGILIO papa 4. GIUSTINIANO imperadore 15. ERARICO re 1. TOTILA re 1.
Console
FLAVIO BASILIO juniore, senza collega.
Crede il Baronio che questo Basilio console fosse romano, e della casa Decia, e però della famiglia di quel Basilio che fu console nell'anno 463, a distinzione di cui fu appellato juniore. Procopio in fatti fa menzione di Basilio patrizio dopo questi tempi in Roma. Ed è da osservare che questo si può dire l'ultimo dei consolati ordinarii dell'imperio romano, se non che Giustino Augusto juniore lo rinnovò nell'anno 567. E gl'imperadori d'Oriente continuarono poi un consolato perpetuo. Giustiniano quegli fu che fece andare in disuso questa sì illustre dignità, perchè egli solo ambiva tutto il lustro del comando. E l'abolì in Occidente col pretesto ch'esso portava una spesa eccessiva, giacchè i consoli doveano, per rallegrare il popolo, gittar monete d'oro e d'argento senza risparmio per le strade, vestire di livrea gran gente, e solevano dare spettacoli e giuochi scenici per divertimento del pubblico. Almeno due mila libbre d'oro spendeva cadauno dei consoli in tale solennità, e la maggior parte di tale spesa era pagata dall'imperiale erario. Richiamato intanto Belisario da Giustiniano, avea già sciolte le vele verso Costantinopoli, seco onorevolmente conducendo Vitige e sua moglie con alcuni de' primarii Goti, e specialmente i figliuoli del nuovo re Ildibado, trovati per buona ventura in Ravenna, e ritenuti[2687]. Giunto colà, li presentò a Giustiniano Augusto, che fece lor buon accoglimento, e mirò ancora con maggior piacere i tesori dal re Teoderico trasportati da Ravenna. Si credevano tutti che Belisario fosse per aver l'onore del trionfo, come l'aveva goduto per l'Africa ricuperata: ma, senza sapersene il perchè, non l'ottenne. E qui Procopio tesse un panegirico alle rare qualità e virtù di questo generale, lasciando indietro, secondo l'uso ordinario, i suoi difetti, che si veggono poi raccolti nella Storia segreta[2688]. I Goti, ch'erano con lui, andarono a militare in Oriente; il solo Vitige creato patrizio, per testimonianza di Giordano[2689], restò in Costantinopoli colla moglie Mutasunta, la quale dopo la morte d'esso Vitige, succeduta da lì a due anni, fu data per moglie a Germano, non già fratello, ma figliuolo di un fratello di Giustiniano Augusto, ed uno dei migliori generali di quell'età. Fece Belisario quella campagna contro i Persiani, ma con poca fortuna e meno onore, e tornossene poi sul fine a svernare a Costantinopoli. Le disavventure sue per cagione di Antonina sua moglie adultera si possono leggere presso il medesimo Procopio ne' primi capitoli della suddetta Storia segreta. In Italia non altre novità succederono, se non che fu spedito da Giustiniano Augusto a Ravenna un certo Alessandro suo maestro del conto, soprannominato Forbicetta, perchè colle forbici sapeva sì gentilmente tosare le monete d'oro, che non pativa punto il contorno delle lettere. Uomo avvezzo a scorticare i soldati e a procurar tutti i vantaggi del padrone, ma con procurare prima di ogni altra cosa i proprii; dimanierachè in poco tempo da una somma povertà era pervenuto ad una somma ricchezza. Costui cominciò non solamente a dare un buon assetto ai tributi e a ingrassare l'erario cesareo, ma eziandio a rivedere i conti del passato, infin sotto ai tempi del re Teoderico. Inventava egli dei crediti e delle accuse di rubamenti, che fingeva fatti sotto i re goti, anche contra chi non aveva mai maneggiate le entrate regali, pelando con ciò disperatamente chiunque egli voleva. E senza far capitale delle ferite e fatiche de' soldati, li ridusse ad una lieve paga.
Tale fu il frutto che i poveri Italiani riportarono dopo tanti desiderii di scuotere il giogo dei Goti: disinganno non poche volte succeduto ad altri popoli, soliti a lusingarsi, col mutar governo e padrone, di migliorare i proprii interessi. Gli stessi soldati, veggendosi così maltrattati, perdevano la voglia di esporre la vita in servigio del principe, ed alcuni ancora passarono a prendere soldo dal nuovo re dei Goti Ildibado. Questi a tutta prima avea poco seguito, e la sola città di Pavia lo ubbidiva; ma prudentemente operando e mostrandosi pieno di buona volontà, a poco a poco tirò nel suo partito tutte le città e il paese che è di là dal Po. Non vi fu se non Vitalio, uno degli uffiziali cesarei che comandava in Trevigi, il quale, unita quanta gente potè, oltre ad un corpo d'Eruli che seco militava, si arrischiò a dar battaglia all'armata d'Ildibado, ma con restare totalmente disfatto. Vi perirono quasi tutti gli Eruli con Visando loro principe; e Vitalio stesso potè ringraziare il buon cavallo che il mise in salvo. Ebbe anche la fortuna di salvarsi Teodimondo figliuolo di Maurizio e nipote di Mondo, ossia Mundone, di cui s'è altrove parlato. Questa vittoria portò non poco onore ad Ildibaldo, e fece risuonare il suo nome per l'Italia e fino in Oriente. Ma questo re infelice non sopravvisse molto. Erasi portata un dì al bagno la moglie di Vraia, cioè d'un nipote del fu re Vitige, il più ricco e potente fra i Goti, tutta di ricche vesti addobbata, e con un gran seguito di paggi e palafrenieri. Quivi trovò la moglie d'Ildibaldo, vestita piuttosto poveramente che no, e non solamente non si degnò di farle atto alcuno di quel rispetto che si conveniva a chi era moglie del re, ma ancora passò oltre col capo alto, mostrando di disprezzarla. Se ne dolse acremente col marito la donna, ed egli da lì a poco inventato appresso i Goti un pretesto che Vraia meditava tradimenti, e trattava di passare al servigio dell'imperadore, il fece con inganno uccidere: azione che disgustò non poco i Goti, senza che però alcuno osasse di farne vendetta. Ma ben la fece un certo Vila di nazione gepida, che militava nelle guardie del medesimo re. Aveva costui contratti gli sponsali con una donna ardentemente da lui amata; ma mentre era in una spedizione, Ildibaldo la diede in moglie ad un altro. Infuriato per questo Vila, e ben consapevole de' mali umori cagionati per la morte di Vraia, un dì che Ildibaldo dava pranzo ai primati dei Goti, stando egli colle altre guardie intorno al principe, con una sciablata gli tagliò la testa, che cadde sulla tavola, con restar tutti i convitati sì stranamente sopraffatti dal colpo, che venne lor meno la voce, nè dissero parola. Divolgatasi la morte di questo re, i Rugi, che erano un corpo di gente venuta a' tempi del re Teoderico in Italia, e che militava nelle sue armate, con prendere moglie solamente della lor nazione, all'improvviso dichiararono re uno de' loro principali capi per nome Erarico: risoluzione che non fu impugnata dai Goti, ma nondimeno dispiacque loro non poco. Costui nulla fece di rilevante per rimettere in sesto gli affari de' Goti. Seguitava intanto a stare sotto la divozione dell'imperadore tutto il di qua dal Po. Per attestato del Continuatore di Marcellino conte[2690], Bessa patrizio, uno de' più riguardevoli ufficiali cesarei, si portò in Piacenza, per tenere da quella parte in briglia i Goti; e Costanziano dalla Dalmazia passò, per ordine di Giustiniano, a Ravenna con titolo di generale delle armi. Ma non passarono cinque mesi che seguì un'altra mutazione presso i Goti. Era governatore in Trivigi Totila, figliuolo d'un fratello dell'ucciso re Ildibaldo, benchè giovanetto, pure personaggio di gran cuore e di non minore prudenza. Questi, non ignorando il mal talento mostrato dai Goti verso di suo zio, nè fidandosi di loro, cominciò segretamente a trattare con Costanziano, comandante de' Greci in Ravenna, di rendersi a lui con sicurezza della vita e delle sostanze, e la proposta fu subito abbracciata. Ma intanto i Goti, che di mal occhio miravano il re novello Erarico, riconoscendolo per uomo incapace di sostener la dignità reale e i loro interessi, mandarono gente a Trivigi ad offerir la corona a Totila, il quale non ebbe difficoltà di scoprire ai messi il suo trattato coi Greci; ma con soggiungere, che se levassero di mezzo Erarico, s'indurrebbe a compiacerli. In questo mentre Erarico, chiamati ad una dieta i Goti, insinuò loro la necessità di spedire ambasciatori a Giustiniano, per ottener, se fosse possibile, l'aggiustamento già proposto da Vitige, cioè, che l'Oltrepò restasse in dominio della loro nazione. Piacque la proposizione; andarono i legati con tali apparenze, ma con segreta istruzione di offrir all'imperadore tutto quanto possedevano i Goti, purchè egli accordasse ad esso Erarico una buona somma di danaro e l'onore del patriziato. Mentre quei vanno, Erarico fu ucciso dai Goti, e sostituito in suo luogo il sudetto Totila, uomo veramente degno di comandare. Portava egli il cognome o soprannome di Baduilla, ossia Baduella; e questo solo si legge nelle sue medaglie presso il Du-Cange, Mezzabarba ed altri. Ed in fatti anche da Giordano[2691] è chiamato Baduilla, e dall'autore della Miscella[2692] Baduilla, qui et Totila dicebatur.
NOTE:
[2687] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 1.
[2688] Idem, in Histor. Arcan.
[2689] Jordan., de Reb. Getic., cap. 60.
[2690] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.
[2691] Jordan., de Regnor. Success.
[2692] Hist. Miscell., lib. 16.
Anno di CRISTO DXLII. Indizione V.
VIGILIO papa 5. GIUSTINIANO imperadore 16. TOTILA re 2.
L'anno I dopo il consolato di Basilio.
Dacchè Giustiniano Augusto intese colla morte di Erarico svanite le speranze tutte di pace in Italia, ed alzato al trono il nuovo re gotico Totila[2693], scrisse lettere assai calde ai suoi uffiziali di Ravenna, con rampognare la lor dappocaggine, ed incitarli a qualche impresa. Perciò Costanziano, Alessandro e gli altri capitani uscirono in campagna con otto mila persone: nel qual piccolo esercito consisteva allora il nerbo maggiore delle milizie greche in Italia. Perchè avevano qualche intelligenza in Verona, a quella volta s'incamminarono, e non mancò in esse parti un uomo nobile, appellato Marciano, di trattare in maniera col custode di una delle porte, ch'egli una notte lasciò entrare in quella città cento Greci scelti, condotti da Artabaze capitano de' Persiani militanti in Italia. I Goti che vi erano di presidio, credendo inondata la città dai nemici, si ritirarono tosto sopra i colli, a piè de' quali è situata Verona. Venne il giorno, e non era peranche arrivato alla città il grosso de' Greci, fermatisi a disputar fra loro della division della preda che dovea farsi nel saccheggio della città. Accortisi dunque i Goti, giacchè, venuta la luce, poteano facilmente veder tutto dall'alto della collina, come erano pochi gli entrati nella città, e tuttavia lontano il resto delle squadre nemiche, se ne tornarono in Verona, ripigliarono le porte, e cominciarono a dar la caccia ad Artabaze e a' suoi compagni. Arrivò l'esercito greco, e trovate le porte chiuse, altro far non potè che mirare i bei salti che andavano facendo dalle mura i lor colleghi fieramente incalzati dai Goti. Quei che caddero nel piano, salvarono la vita, fra' quali fu Artabaze. Gli altri, cadendo in siti scoscesi, finirono quivi i lor giorni. E così lo scornato esercito con Artabaze, che disse loro un mondo di villanie, se ne tornò indietro fino a Faenza. Mosso da questa novità il re Totila, raunò cinque mila de' suoi guerrieri, e a dirittura andò a cercare i Greci, e quantunque sapesse che erano molto superiori di forze, pure, valicato un fiume (che da Procopio fu lasciato nella penna), bravamente gli assalì. Aveva egli prima ordinato a trecento de' suoi, che, passato esso fiume, allorchè vedessero ben attaccata la zuffa, si scagliassero contro ai nemici, prendendoli alle spalle. Così fecero. Allora i Greci, figurandosi maggiore di quel che era lo sforzo de' Goti, più non tennero il piè fermo. Nella fuga molti furono fatti prigioni, assai più fu il numero dei tagliati a pezzi, e tutte le lor bandiere restarono in potere de' Goti: cosa non avvenuta mai dappoichè con loro si guerreggiava in Italia. Giordano storico[2694] e il Continuatore di Marcellino conte[2695] scrivono succeduta a Faenza questa vittoria de' Goti. Quindi spedito da Totila in Toscana un esercito, cinse d'assedio Firenze, alla cui difesa ara Giustino. Ma giunto l'avviso che Bessa, Cipriano e Giovanni, capitani dell'imperadore con forze maggiori si avvicinavano, i Goti si ritirarono nel Mugello. Nacquero liti fra gli uffiziali cesarei a chi dovesse toccare il comando dell'armata; e benchè la sorte decidesse pel suddetto Giovanni, figliuolo d'una sorella di Vitaliano, pure gli altri non vi si accomodarono. Assalì Giovanni colle sue milizie i Goti, che si erano ritirati sopra una collina, ma fu rispinto: ed essendo stata uccisa presso di lui una delle sue guardie, corse tosto voce ch'egli stesso vi avea perduta la vita. Questo bastò perchè i suoi voltassero affatto le spalle. Essendo passata la medesima voce nel resto delle truppe imperiali che non combattevano, e massimamente vedendo gli altri scappare, tutti questi altri ancora si diedero ad una vergognosa fuga, restando parimente non pochi d'essi morti o prigioni. Totila seppe così ben fare, che questi prigioni spontaneamente presero a militare al suo soldo.