Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)
Questi furono i consoli dell'Oriente, perciocchè per conto dell'Occidente Eugenio tiranno prese il consolato, e ne abbiamo i riscontri in qualche iscrizione; una avendone rapportata anch'io[1045]. Solo procedette console Eugenio, per lasciar l'altro luogo all'Augusto Teodosio, che non gli avea per anche dichiarata la guerra. A chi fosse in quest'anno appoggiata la prefettura di Roma, a noi resta ignoto. Sulpicio Alessandro storico, conosciuto dal solo Gregorio Turonense, e da lui citato[1046], racconta che passava qualche nemicizia fra Arbogaste generale dell'armi del tiranno Eugenio, e Junnone e Marcomiro principi della nazion dei Franchi. Per vindicarsi di loro, Arbogaste passò colla sua armata a Colonia e poi nel furore del verno dell'anno presente valicato il Reno, andò a dare il guasto al paese d'essi Franchi, nè vi trovò opposizione alcuna, essendo fuggiti gli abitanti. Paolino nella vita di sant'Ambrosio[1047] scrive aver egli fatta guerra ai Franchi, benchè fosse anche egli della lor nazione, e dacchè ebbe sconfitto molti di essi, aver poi stabilita pace col resto di loro. Anche il suddetto Sulpicio storico attesta che Eugenio tiranno con tutte le sue forze si lasciò vedere sul Reno, per rinnovar la pace e la lega antica coi re dei Franchi e degli Alamanni. Aspettavasi ormai Eugenio la guerra dalla parte di Teodosio: e però in quest'anno attese ad ingrossar la sua armata, non solamente con truppe romane, ma ancora con arrolar quanti Franchi ed Alamanni vollero militar sotto le sue bandiere. Arbogaste era il general comandante di tutti. Già l'Italia ubbidiva ad Eugenio, e i pagani, accortisi del loro vantaggio, al vedere esso Arbogaste pagano arbitro dell'imperio, e lo stesso Eugenio poco buon cristiano, corsero a dimandargli il ristabilimento dell'altare della Vittoria, e la restituzione delle rendite tolte ai loro templi e sacerdoti. Veramente Eugenio, per attestato di sant'Ambrosio[1048] e di Paolino[1049], diede loro più di una negativa; tante nondimeno furono le lor batterie, che infine permise quanto chiedevano per l'altare della Vittoria; ma per conto dell'entrate in vece di renderle ai templi, le dispensò ad Arbogaste, a Flaviano prefetto del pretorio, e ad altri nobili romani, ma romani gentili. Venuta poi la primavera sen venne il tiranno con tutto il suo sforzo in Italia per osservare gli andamenti del temuto Teodosio. Sul principio dell'usurpazione sua egli avea scritto a sant'Ambrosio per tirar dalla sua un prelato di tanta conseguenza e stima. Sant'Ambrosio non gli diede risposta; solamente poi gli scrisse per raccomandargli varie persone, e, udendosi poi imminente la di lui calata in Italia, si ritirò da Milano a Bologna, indi a Faenza, e finalmente a Firenze per non comunicare con chi alla tirannia avea congiunta la protezione del paganesimo. Da Firenze poi scrisse a lui una lettera piena di generosità e prudenza per giustificar la sua ritirata.
Teodosio Augusto in questo mentre faceva tutte le necessarie disposizioni per procedere contra del tiranno, senza però trascurare di far del bene al pubblico. Le leggi da lui pubblicate in quest'anno[1050] tutte si veggono date in Costantinopoli. Con alcune d'esse promosse la militar disciplina levando varii abusi, e soprattutto ordinando che i soldati non potessero pretendere nè dimandare a chi gli alloggiava nè legna, nè olio, nè materazzi, nè di farsi pagare in denaro i naturali loro dovuti. Allorchè i regnanti del mondo si preparavano a far guerra, uso loro ordinariamente è di mettere delle nuove imposte addosso ai miseri popoli. L'ottimo imperadore Teodosio, che cercava nelle imprese la benedizione di Dio, lungi dal voler imporre nuovi aggravi ai suoi sudditi in occasion di questo armamento contra di Eugenio, con sua legge nel dì 12 di giugno, abolì ancora un aggravio dianzi imposto dal decaduto Taziano, e fece restituire tutti que' beni che quell'uffiziale indebitamente avea confiscato a varie persone, o esiliate, o fatte morire: sopra di che il cardinal Baronio lasciò scritte varie eccellenti riflessioni. Ma ciò che incomparabilmente diede a conoscere l'impareggiabil bontà di questo imperatore, fu la celebre legge[1051] emanata nel dì 9 d'agosto. In altri tempi sotto gli Augusti pagani delitto capitale fu riputato lo sparlare del principe, e il diffamare il suo nome con parole insolenti ed oltraggiose. Il buon Teodosio ordina con quell'editto ai giudici, che niuno di questi tali mormoratori sia suggetto alla pena ordinaria portata dalle leggi, aggiungendo quelle belle parole: Perchè se la lor maldicenza proviene da leggerezza indiscreta, noi dobbiamo sprezzarla; se da cieca pazzia, abbiamo da averne compassione, e se poi da cattiva volontà, a noi conviene il perdonar. Pertanto solamente ordina che sia riferito a lui quanto ne dicessero le persone per esaminare se occorresse farne ricerca, esigendo la prudenza che non si trascurino certe insolenze che tendessero a sedizioni e a turbar la quiete dello Stato. L'anno fu questo, in cui Teodosio[1052] dichiarò Augusto il suo secondogenito Flavio Onorio, ch'era in età di dieci anni. Si è disputato fra gli eruditi, se tal dichiarazione accadesse nel gennaio, oppure nel novembre dell'anno presente, nè si è potuto finora adeguatamente decidere la quistione[1053]. Fu medesimamente nel presente anno dato compimento in Costantinopoli ad un'insigne piazza, che portò in nome di Teodosio: intorno a che è da vedere quanto lasciò scritto nella sua Costantinopoli cristiana il Du-Cange[1054]. In essa città anche nel seguente anno fu alzata una statua di Teodosio a cavallo sopra la colonna di Tauro istoriata, e tale statua si pretende che fosse d'argento.
NOTE:
[1045] Thesaur. novus Inscript., p. 394.
[1046] Gregor. Turonensis, l. 2, c. 8.
[1047] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.
[1048] Ambros., Epist. LXI, Class. I.
[1049] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.
[1050] Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.
[1051] L. unica, Si quis Imperatori maledixerit, Cod. Theodos.
[1052] Philost., l. 11, c. 1. Sozomenus, l. 8, c. 24. Claud. Marcellin. Comes, in Chronico.
[1053] Chron. Alexandrinum.
[1054] Du-Cange, Hist. Byzant.
Anno di CRISTO CCCXCIV. Indiz. VII.
SIRICIO papa 10. TEODOSIO imperadore 16. ARCADIO imperadore 12. ONORIO imperadore 2.
Consoli
FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la terza volta, e FLAVIO ONORIO AUGUSTO per la seconda.
Non più era un segreto la guerra fra Teodosio e il tiranno Eugenio, avendo cadaun dalla sua parte fatto dei mirabili preparamenti per questa danza. I gentili, dopo aver trovato così facile alle lor preghiere l'usurpatore[1055], e cominciato spezialmente in Roma a far gli empi lor sagrifizii, quegli erano che più degli altri l'animavano ai combattimenti, perchè cercando nelle viscere delle lor vittime, vi trovavano a misura dei lor desiderii certa la vittoria di Eugenio. Sopra gli altri Flaviano prefetto del pretorio (poichè per conto del prefetto di Roma noi non sappiamo chi fosse nel presente anno), che si attribuiva una gran perizia nel folle mestier dell'aruspicina[1056], spacciava per immancabile la rovina di Teodosio. Queste vane speranze, o, per dir meglio, sicurezze, date ad Eugenio, non servirono poco per incoraggirlo a portarsi non già a conseguir vittorie, ma a ricevere il gastigo dovuto alle sue iniquità. E, per testimonianza di s. Agostino[1057], avendo occupato l'Alpi Giulie, per le quali dall'Illirico si viene in Italia, e fatte ivi molte fortificazioni, fu osservato che furono ivi poste alcune statue d'oro, o indorate, di Giove armato di fulmini, e consecrate con varie superstizioni contra di Teodosio. Teodoreto[1058] anch'egli notò che l'immagine di Ercole si mirava nella principal insegna di Eugenio: cotanto il doveano aver ammaliato le vane promesse dei gentili. Ma ben diverso fu in questa sì importante congiuntura il contegno di Teodosio. Certamente non trascurò egli i mezzi umani per ottenere un felice esito alla meditata impresa, perchè, oltre alle milizie romane, si procacciò un gran rinforzo di soldatesche ausiliarie, venute dall'Armenia, Iberia ed Arabia[1059]. Moltissimi Barbari ancora abitanti di là del Danubio corsero volontieri al suo soldo per isperanza di far buon bottino. Giordano storico scrive[1060] che venti mila Goti si unirono al di lui esercito. Il solo Gildone, conte, governatore dell'Africa, non ostante gli ordini a lui spediti da Teodosio, trovò delle scuse per non venire; e neppur volle inviare un fantaccino o una nave, riserbandosi di seguitar poi chi restasse vincitore; politica che fu col tempo annoverata fra i suoi reati. Con sì forte armamento si potea promettere buona messe d'allori l'Augusto Teodosio: tuttavia le sue più ferme speranze erano risposte nell'aiuto e nella protezione del Dio degli eserciti, e nella giustizia della sua causa. Aveva egli per tempo inviate persone a consultar s. Giovanni, solitario dell'Egitto, mentovato di sopra, personaggio tenuto, con ragione, in concetto di profeta del Signore[1061]. Mandò a dirgli quell'uomo santo, che quella guerra gli costerebbe assai sangue, ma ch'egli ne uscirebbe vittorioso, con altre predizioni che si verificarono coi fatti. Oltre a ciò, per attestato di Rufino, si andò sempre il piissimo Augusto preparando a questa impresa con digiuni, orazioni e penitenze, e con frequentare i sepolcri de' martiri e degli apostoli, affin di ottenere, per intercessione dei santi, l'assistenza del braccio di Dio nei pericoli, ai quali andava ad esporsi.
Venuta dunque la primavera, mise egli in marcia la potente sua armata alla volta d'Italia, e mentre anch'egli era in procinto di tenerle dietro[1062], Galla Augusta sua moglie nello sgravarsi d'un figlio che morì, anch'essa finì di vivere. Lasciò in Costantinopoli i suoi due figli Arcadio ed Onorio Augusti sotto la direzione di Rufino prefetto del pretorio, come costa da Claudiano, autore più autentico qui che Zosimo e Marcellino conte, i quali scrivono aver egli condotto seco il fanciullo Onorio. Una sua legge cel fa vedere in Andrinopoli nel dì 15 di giugno. L'esercito suo con gran diligenza marciava innanzi. Essendo morto ne' mesi addietro Ricomero, a cui Teodosio pensava di darne il comando, elesse dipoi in suo luogo Timasio per generale delle milizie romane, e seco unì Stilicone, persona assai accreditata, di cui avremo a parlare non poco nel proseguimento della storia. Generali delle soldatesche ausiliarie e barbariche erano Gaina, Saule e Bacuro, nativi dell'Armenia, ma uffiziali di gran valore e sperienza nell'arte militare. Con tal sollecitudine l'imperiale armata continuò il cammino, che contro l'espettazione d'ognuno si vide giunta all'Alpi Giulie; e il giugnervi, e forzar que' passi, benchè tanto premuniti per ordine di Eugenio, fu una cosa stessa. Quel Giove che quivi stava con tanti fulmini pronto ad incenerir l'armi temerarie dei Cristiani, si trovò un tronco insensato contra di un principe che veniva assistito dal vero Dio[1063]. Se ne fuggirono tutti quei superstiziosi pagani che aveano fatto credere all'incauto Eugenio tante maraviglie dalla parte dei lor falsi dii. Flaviano prefetto del pretorio svergognato allora in mirar così fallita l'arte sua d'aruspice, e d'avere ingannato colle sue ciarle il tiranno, secondo quel che scrive Rufino, conobbe di meritare la morte: parole che han fatto conghietturare ch'egli o si uccidesse da sè stesso, o disperatamente combattendo cercasse di finir la vita fra le spade nemiche, non volendo sopravvivere a tanta vergogna. Se questo non è certo, almen sappiamo[1064] che costui ed Arbogaste, pagano anch'esso, nel partirsi da Milano, aveano minacciato, tornati che fossero colla vittoria, di far diventare una stalla da cavalli la chiesa cattedrale di Milano, e di costringere gli ecclesiastici a militare; e ciò perchè il clero in Milano non voleva comunicar ne' divini uffizii col tiranno Eugenio, nè ricevere obblazioni da lui, perchè il teneva per iscomunicato, o per la morte di Valentiniano juniore, o pel favore da lui dato all'idolatria.
Al calare dalle montagne trovò l'Augusto Teodosio la pianura tutta coperta dalla fanteria e cavalleria d'Eugenio[1065], non avendo costui, oppure il suo generale, voluto dividere le sue forze, per non cader nell'errore che portò seco la rovina di Massimo tiranno. Pertanto si venne ad una battaglia presso il fiume Freddo[1066], probabilmente nel contado di Gorizia. Ebbe Teodosio l'avvertenza di dar la vanguardia alle milizie barbariche ed ausiliarie, sì per loro onore, come anche per riserbar a sè stesso il corpo di battaglia composto di truppe romane, giacchè la perdita di quei Barbari era anche una specie di vittoria pel romano imperio. Ma costoro, benchè con gran coraggio e forza menassero le mani, non poterono star saldi davanti al valore di Arbogaste; in guisa che di essi fu fatta grande strage, e il resto si salvò colla fuga: il che fu permesso da Dio, non già per dare a Teodosio, come osserva Rufino[1067], questa mortificazione, ma affinchè non si dicesse essere stati i Barbari coloro che l'aveano fatto vincere. Teodosio, mirando da una collina questo brutto aspetto dell'oste sua, prostrato a terra alla presenza d'ognuno, implorò l'aiuto di Dio, difensor delle buone cause. Animati da questa speranza i suoi uffiziali, non tardarono più a dar di sproni ai cavalli colle loro schiere, e di entrar nella sanguinosa mischia, rovesciando le squadre e gli squadroni opposti, e coprendo di nemici svenati la campagna. Fece delle maraviglie in questo conflitto Bacuro, ma si espose talmente, che vi lasciò la vita. Per attestato di Zosimo[1068], la sera divise il menar delle mani. Ma il dirsi da lui, che durante il fatto d'armi avvenne un'ecclissi del sole con tale oscurità, che parea di notte, non si sa credere vero dagli eruditi, quando sussista il racconto di Socrate[1069], che la battaglia suddetta accadesse nel dì 6 di settembre, poichè, secondo i calcoli astronomici niun'ecclissi occorse allora. Grande fu la perdita dal canto di Eugenio, ma senza comparazion maggiore quella di Teodosio[1070]; e però nel consiglio di guerra, tenuto nella notte, il parere dei generali fu di ritirarsi nel dì seguente, per riparar con delle nuove leve di gente il danno sofferto. Non era di questo sentimento il buon imperadore, perchè non sapea levarsi di cuore la confidenza già messa in Dio: laonde prese tempo a risolvere nel giorno seguente. Entrato poi in un oratorio trovato in quelle montagne, senza prendere cibo o riposo, quivi inginocchiato sulla terra nuda spese molte ore della notte ad implorare il soccorso di Gesù Cristo. Sul far del giorno addormentatosi suo malgrado, gli apparvero due persone vestite di bianco, le quali dissero d'essere i santi Apostoli Giovanni evangelista e Filippo, che l'assicurarono della vittoria. Fatto poi giorno, avendo anche un soldato avuta una simil visione, si sparse immantinente questa nuova pel campo, e passò all'orecchio di Teodosio, il quale propalò allora ciò che a lui stesso era accaduto in sogno: il che mirabilmente incoraggì la sua armata.
Prese dunque l'armi, ed ordinate le schiere, calò coll'esercito suo dalla montagna per assalire il campo nemico, quando si osservò che un grosso corpo di nemici, spedito da Eugenio e da Arbogaste, aveva occupato dei siti al di dietro per dargli alle spalle, quando fosse alle mani con gli altri. Il primo favore del cielo fu che il conte Arbitrione, comandante di quell'imboscata, co' suoi prese il partito di Teodosio, liberando lui dal pericolo ed accrescendo le forze della di lui armata. Secondo Sozomeno, era già cominciata la battaglia, quando quel generale mandò ad offrirsegli, e fu accettato con vantaggiose condizioni. Teodosio a piedi si mise alla testa delle sue schiere, ed attaccò il terribil conflitto. Apparve allora visibilmente il braccio di Dio in favor dell'ottimo Augusto; perciocchè all'improvviso si levò un furiosissimo vento, che direttamente soffiava in faccia ai soldati di Eugenio con tal impeto e tal polvere negli occhi, che non sapeano dove si fossero, non poteano tener gli scudi, e le lor frecce andavano tutte a voto: laddove poco o nulla d'incomodo provando l'armata di Teodosio per quella furiosa tempesta, i lor dardi e saette felicemente colpivano tutte nei corpi dei nemici. Di questo miracoloso avvenimento non è permesso di dubitare ad alcuno, dacchè ne siamo accertati da tanti autentici scrittori, i quali ne aveano parlato con più e più soldati di quei che si trovarono in quella terribil giornata, cioè dai santi Ambrosio[1071] ed Agostino[1072], da Rufino, Paolo Orosio, Paolino, Socrate, Sozomeno e Teodoreto. Quel che è più, abbiam lo stesso confermato da Claudiano[1073], celebre poeta, e poeta pagano di questi tempi, che in lodando Onorio Augusto, attesta con alcuni bei versi il medesimo prodigio, attribuendo poi ridicolosamente al destino d'esso Onorio, fanciullo allora di dieci o undici anni, ciò che era dovuto alla fede e pietà di Teodosio suo padre. Ma Zosimo[1074] più di Claudiano fece qui comparire il suo cuor pagano, perchè non solamente tacque l'evidente miracolo che diede la vittoria a Teodosio, ma eziandio sminuì a tutto suo potere la dignità della stessa vittoria, con dire, che persuaso Eugenio d'essere restato vincitore nella passata battaglia, si perdè a regalar i soldati e a far una buona cena, dopo la quale si diedero saporitamente tutti a dormire. Teodosio sull'alba piombò loro addosso e trovatili addormentati, ne fece macello; di questo passo arrivò anche al padiglion di Eugenio, il quale in fuggendo fu preso. Così quello scrittore pagano, è sempre rivolto a screditare i principi cristiani e le loro azioni. Ma noi, seguendo tanti altri sopraccitati storici, abbiamo, che sopraffatti i soldati d'esso Eugenio da quell'improvviso temporale, conoscendo che Dio combatteva contra di loro, parte si raccomandarono alle gambe, e parte, calate le insegne, e chiedendo ginocchioni il perdono, l'ottennero da Teodosio[1075] con patto che gli menassero prontamente preso il tiranno. Volarono essi al luogo dove Eugenio stava attendendo l'esito del conflitto; ed egli credendo che portassero la grato nuova della vittoria, dimandò tosto se gli conducevano legato Teodosio, come avea loro ordinato di fare. Restò ben confuso e sbalordito al risponder essi, che non menavano già Teodosio a lui, ma bensì venivano per menar lui a Teodosio, perchè così comandava il padrone dell'universo. Condotto costui ai piedi del vittorioso Augusto, e rimproverato da esso per le commesse iniquità e per la vana sua confidenza nel suo Ercole, mentre voleva pure pregarlo di lasciargli la vita, gliela levarono i soldati, spiccandogli la testa dal busto, che portata dipoi sopra una picca pel campo, servì a ridurre molti dei suoi, tuttavia pertinaci, ad implorare il perdono. Arbogaste, cagion di tutti questi mali, non osando sperare grazia alcuna, si rifugiò nelle più scoscese balze di quei monti, credendosi di potere schivare il gastigo di Dio; ma risaputo che veniva cercato dappertutto, per non cader nelle mani dello sdegnato Augusto, due giorni dopo la battaglia col suo proprio stocco si levò la vita.
E tale fu il fine di questi scellerati, affrettato con prodigii dalla stessa giustizia di Dio, e ben dovuto a traditori del loro sovrano, che colla loro usurpazione tanti incomodi e danni aveano recato al romano imperio. Teodosio Augusto, senza punto insuperbire per sì segnalata vittoria, perchè tutta la riconosceva da Iddio misericordioso verso di lui, e il suo maggior piacere in averla conseguita era quello di veder confuso il paganesimo, e tante predizioni e speranze precedenti de' gentili; si studiò di esercitar anch'egli da lì innanzi la misericordia dal canto suo verso dei vinti. Non solamente si stese il suo perdono a chiunque avea prese l'armi contra di lui[1076], ma eziandio fece partecipe della sua grazia i figliuoli d'Eugenio e di Arbogaste, che s'erano ritirati in chiesa, benchè pagani, valendosi egli di tal occasione per far loro abbracciare la religion cristiana. In vece di privarli dei loro beni, diede loro anche delle cariche e dignità onorevoli, e gli amò con affetto veramente cristiano. Ad un figlio parimente di Flaviano, non ostante il demerito del padre, lasciò parte de' suoi beni[1077]: e poscia Onorio Augusto interamente il ristabilì negli onori. Era intanto ritornato sant'Ambrosio a Milano, tenendo per fermo che Teodosio uscirebbe di quella guerra colla vittoria. A lui appunto scrisse[1078] tosto il buon Augusto, acciocchè si rendesse pubbliche grazie a Dio di questo felice successo. E perciocchè molti in Milano per paura del gastigo erano scappati nelle chiese, il santo arcivescovo[1079] non solamente in lor favore scrisse lettere a Teodosio, ma impaziente di ottener loro il perdono, si portò in persona ad Aquileia ad intercedere per loro. Non gli fu difficile l'ottenerlo, e il piissimo Augusto gli s'inginocchiò davanti, com'è credibile, per dimandargli la sua benedizione, secondo il rito d'allora, protestando di riconoscere il fortunato fine di guerra sì pericolosa dai meriti e dalle orazioni di sì santo prelato. Da Aquileia passò dipoi l'Augusto Teodosio a Milano, giungendo colà un giorno solo dopo l'arrivo di sant'Ambrosio. Quivi si diede a mettere in buon sesto i pubblici e i privati affari, perchè, per attestato di Rufino, cominciava a declinare la sua sanità, ed egli stesso già prevedeva di dover in breve dar fine a' suoi giorni. Per questo chiamò in fretta da Costantinopoli Onorio suo secondogenito. Paolino scrive[1080] ch'egli fece venire a Milano i figliuoli, e che ricevuti nella chiesa, li consegnò a quell'insigne prelato; dal che ha argomentato il cardinal Baronio[1081], che anche Arcadio Augusto venisse a Milano, e sembra ciò detto da qualche altro autore. Può essere che Placida sua figliuola accompagnasse il fratello Onorio; comunque sia, questa pretesa venuta di Arcadio non è ben fondata. Rufino storico e Claudiano parlano in contrario. Fuor di dubbio è bensì che arrivato a Milano il figlio Onorio (già dichiarato imperadore due anni prima)[1082], Teodosio a lui diede per sua porzion di dominio l'Italia, le Gallie, le Spagne, la Bretagna, tutta l'Africa e l'Illirico occidentale. Deputò ancora per tutore di lui Stilicone generale dell'armi. Abbiamo parimente da Zosimo ch'egli fece venire a Milano que' senatori romani che tuttavia restavano attaccati all'idolatria, esortandoli tutti a non più rifiutare la vera religion di Gesù Cristo, e protestando di non voler più permettere le gravi spese che il pubblico facea per gli empii sacrifizi del gentilesimo. Ebbe un bel dire, scrivendo il pagano Zosimo che niuno ne restò convertito; ma intanto cessarono i sagrifizii, andarono in disuso le cerimonie del gentilesimo, e furono scacciati i sacerdoti e le sacerdotesse degli idoli. Zosimo attribuisce a ciò il miserabile stato, in cui ai suoi dì era ridotto il romano imperio, scioccamente persuaso che solamente da suoi falsi dii si potesse tenere in piedi sì gran macchina, anzi durare per sempre.
NOTE:
[1055] Rufin., lib. 2, cap. 33.
[1056] Sozom., lib. 7, cap. 22.
[1057] August., de Civitat. Dei, lib. 5, cap. 26.
[1058] Teodor., lib. 5, cap. 24.
[1059] Claud., de Consult. III Honor. Socrates, Sozomenus.
[1060] Jordan., de Reb. Getic., cap. 28.
[1061] Rufinus, lib. 2, c. 32. Sozomenus, Theodor.
[1062] Zosim., lib. 4.
[1063] August., de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26. Rufin., lib. 2, cap. 33.
[1064] Paulin., Vit. s. Ambros.
[1065] Sozom., lib. 7, cap. 24. Claudian., de Consul. IV. Honorii.
[1066] Socrat., lib. 5, c. 28.
[1067] Rufinus, lib. 3, cap. 33.
[1068] Zosimus, lib. 4, cap. 57.
[1069] Socrates, lib. 5, cap. 25.
[1070] Theod., lib. 5, c. 24. Orosius, l. 7, c. 37.
[1071] Ambros., in Psalm. 36.
[1072] August., de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26.
[1073] Claud., in Consul. IV Honorii.
[1074] Zosim., lib. 4, cap. 43.
[1075] Theod., lib. 5, cap. 28.
[1076] August., de Civit. Dei, lib. 5, c. 16. Orosius, lib. 7, cap. 35.
[1077] Symmachus, lib. 4, epist. VII.
[1078] Ambros., Epist. LXI. Class. I.
[1079] Paul., Vit. s. Ambros.
[1080] Idem., ib.
[1081] Baron., Annal. Eccl.
[1082] Zosimus, lib. 4, cap. 34.
Anno di CRISTO CCCXCV. Indiz. VIII.
SIRICIO papa 11. ARCADIO imperad. 13 ed 1. ONORIO imperadore 3 e 1.
Consoli
ANICIO ERMOGENIANO OLIBRIO e ANICIO PROBINO.
Erano fratelli questi due consoli, amendue occidentali, amendue della nobilissima e potente famiglia Anicia. Da Claudiano[1083] si ricava che avendo il senato romano fatta una deputazione ad Aquileia per inchinare e riconoscere in suo signore il vittorioso Teodosio, il pregò allora di disegnar consoli per quest'anno i due suddetti fratelli. Ci fan le leggi del Codice Teodosiano[1084] vedere più di un prefetto di Roma nell'anno presente, cioè Basilio, poscia Andromaco, e finalmente Fiorentino. Funestissimi furono i primi giorni di quest'anno a tutto l'imperio romano, perchè gravemente s'infermò quell'Augusto che l'avea rimesso nello splendore e nella maestà primiera. Un'idropisia cagionatagli dalle fatiche della guerra contro d'Eugenio, avendolo già preso, il venne conducendo al fine della sua vita. Giacchè egli avea disposto degli stati in favor dei figliuoli, unicamente pensò al bene dei suoi popoli, comandando ad essi suoi figli di confermare il perdono, da lui dato ai ribelli, e di darlo a chi non lo avesse anche ricevuto; e similmente di abolire un'imposta pubblica[1085]. Ordini che furono dipoi puntualmente eseguiti. Mancò egli di vita, per quanto si crede, nel dì 17 di gennaio, in età di poco più di cinquant'anni; e sant'Ambrosio, nel solenne funerale fattogli quaranta giorni appresso, recitò, alle presenza d'Onorio Augusto e dell'esercito, la sua funebre orazione, in cui espresse la sua ferma credenza, che un sì pio e sì buono imperadore fosse volato a ricevere in cielo la ricompensa delle sue opere e delle tante sue virtù, senza però lasciar di pregare per lui, acciocchè Dio il ricevesse nel perfetto riposo de' santi. Fu poi portato il di lui corpo imbalsamato a Costantinopoli, dove nel mese di novembre[1086] gli venne data sepoltura nel mausoleo degl'imperadori cristiani nella basilica degli Apostoli. Noi certo abbiam potuto dalle cose fin qui dette abbastanza comprendere che insigne personaggio, che glorioso imperadore fosse Teodosio, e che ben giusto motivo ebbero i secoli susseguenti di dargli il titolo di grande: tante furono le sue belle doti, tale il complesso delle sue virtù. Gli elogi che di lui si trovano presso i santi Padri[1087] e storici cristiani d'allora, empirebbono più carte; ma la di lui maggior gloria risulta dalla confessione stessa degli scrittori pagani di quei tempi, i quali, quantunque poco amore portassero a questo cristianissimo Augusto, tutti nondimeno andarono d'accordo in riconoscere in lui un principe mirabile ed ornato d'incomparabili qualità. E questi furono specialmente Temistio, Libanio, Pacato, Aurelio Vittore il giovane, Simmaco e Nazario. Il solo Zosimo, nato per dir solamente male de' regnanti cristiani, il men che può accenna i di lui pregi, e gli appone ancora dei difetti che si trovano poi smentiti da tanti altri autori e dalla sperienza stessa.
Potrà bastare al lettore ch'io riferisca qui ciò che in compendio lasciò scritto di esso Teodosio il giovane Vittore[1088] storico pagano. Fu, dice egli, Teodosio, sì per gli costumi, che per la corporatura, somigliante a Traiano, siccome apparisce dagli scritti de' vecchi e dalle pitture. Miravasi in lui la stessa capigliatura, il medesimo volto, se non che pel pelo levato dalle guance, e nella grandezza degli occhi, v'era qualche diversità; e forse non si mira tanta grazia e bel colore nella di lui faccia, nè ugual maestà nel suo andare. Ma per conto della penetrazione e vivacità della mente in nulla cedeva egli all'altro, nè si truova detta cosa di quello che a questo ancora non convenga. Nell'animo suo come in suo trono abitava la clemenza e la misericordia, come se fosse persona privata; praticava egli con tutti, distinguendosi pel solo abito dagli altri; con civiltà accoglieva ognuno, ma specialmente gli uomini dabbene. Gli davano forte nel genio le persone che andavano alla buona e senza doppiezza: ed egli stimava assaissimo i letterati, purchè al loro sapere corrispondesse la bontà della vita. La grandezza sua non gli fece mai punto obbliare chi era stato ben veduto da lui nella vita privata; a questi dava cariche, danari, e compartiva altre grazie; ma riponeva la sua gratitudine più verso coloro che nelle sue disavventure gli aveano prestato aiuto. Se nel buono egli pareggiò Traiano, non l'imitò già nelle qualità cattive. Detestava egli le di lui ubbriachezze ed impudicizie, con aver sempre custodita gelosamente la castità e una sobrietà continua. Proibì ancora con una legge l'eccesso delle cantatrici e d'altre impudiche persone ai conviti; e tanto era il suo amore per la continenza, che fu il primo a vietar i matrimonii fra cugini germani. Soprattutto abborriva la vanità ed ambizione di Traiano in muovere delle guerre per avidità di guadagnarsi un trionfo e la gloria di conquistatore. Ancorchè egli fosse principe prode nel mestiere dell'armi, non cercò mai di guerreggiare, e solamente entrò in quelle guerre che trovò già svegliate, o che non si poterono schivare. Certo è ch'egli mediocramente sapeva di lettere; ma non lasciava per questo di cercar con premura d'intendere le gesta de' precedenti Augusti e personaggi famosi lodando poi le ben fatte, e detestando la superbia, la crudeltà, e massimamente la perfidia ed ingratitudine dei cattivi e dei nemici della libertà. Essendo suggetto alla collera, prendeva facilmente fuoco sulle prime contra delle azione biasimevoli, e prorompeva anche in ordini rigorosi; ma con egual facilità si lasciava piegare da lì a poco, ritrattava il già ordinato, pel suo buon naturale praticando ciò che un filosofo aveva insegnato ad Augusto, cioè che qualor si sentiva adirato ed era per venire a qualche aspra risoluzione, recitasse prima ad una ad una le lettere dell'alfabeto greco, per dar tempo di sfumare alla collera. Quel che più di raro si osservò in questo gran principe, fu l'essere cresciuta sempre più la sua bontà, umiltà ed amorevolezza, quanto più crebbe la sua potenza, e molto più dopo le vittorie sue nelle guerre civili: laddove in altri si era veduto crescere il fasto, l'orgoglio ed anche la crudeltà. Le diligenze sue grandi sempre furono per mantenere l'abbondanza de' viveri: la sua liberalità e bontà, incredibile, con giugner egli infino a restituir di sua borsa ai particolari grosse somme d'oro e di argento loro tolte e consumate dai tiranni: e nel rendere i beni indebitamente occupati, non li dava già, come usarono anche i principi buoni, disfatti e nudi, ma li voleva rimessi nel loro essere di prima. In casa sua poi e nel suo particolare fu osservato aver egli rispettato sempre un suo zio paterno (probabilmente Eucherio), come se fosse suo padre; aver tenuti i figliuoli d'un suo fratello (cioè d'Onorio) e di una sua sorella, come se fossero suoi figli proprii, con praticar lo stesso amore verso cadauno de' suoi parenti. Nella sua tavola compariva la pulizia e la giovialità, ma non mai il lusso; sempre fu veduto d'accordo colle mogli; sempre compiacente verso de' figliuoli. Con gravità ed insieme con affabilità parlava a ciascuno, serbando nondimeno la misura convenevole, secondo il grado maggiore o minore delle persone.
Tale è il ritratto che ci lasciò di questo insigne Augusto Aurelio Vittore il giovane. Ma nulla dice questo istorico pagano della primaria virtù di Teodosio, cioè della pietà cristiana, per cui sempre fu e sempre sarà benedetta la sua memoria nella Chiesa di Dio. Da questo buon fondo procedette l'abborrimento suo ad ogni azione peccaminosa, la sua divozion verso Dio, l'eroica sua umiliazione davanti ai ministri dell'Altissimo, e il continuo suo zelo per estirpar le eresie e le pertinaci reliquie del gentilesimo. Se non gli riuscì di far tutto, perchè egli, siccome principe saggio, niuno volea violentare in materia di religione: certamente mise tai fondamenti, che a poco a poco l'eresia ed ogni superstizione pagana andarono mancando. Moltissimi furono i templi dei gentili ch'egli fece distruggere; per ordine suo le chiese occupate dagli eretici tornarono in poter dei cattolici; ed egli stesso ne fabbricò delle nuove. Giovanni Malala[1089] parla di questo, siccome ancora della città di Teodosiopoli da lui edificata. Anche Libanio[1090] fa menzione delle città da lui fortificate, e di diverse altre fabbriche, per assicurar le contrade romane dagli sforzi delle genti barbare. Ma non avrebbe fine sì presto il ragionamento, se volessimo riandar ad una ad una tutte le belle prerogative di questo glorioso imperadore. Ragion vuole nondimeno che si ricordi al lettore un pregio che suole accompagnare il regno di quei monarchi, a' quali si dà il titolo di grandi. Cioè che a' suoi tempi mirabilmente fiorirono anche i letterati, non men fra i Cristiani che fra i pagani. Per conto degli ultimi in molto credito furono Quinto Aurelio Simmaco oratore, senatore, console e spasimato gentile, di cui restano le lettere; Rufo Festa Avieno; Temistio filosofo ed oratore; Eunapio, che ci lasciò le vite de' sofisti; Pappo e Teone matematici; Libanio sofista; e forse Vegezio, per tacer d'altri. Fu nondimeno più gloriosa la Chiesa di Dio per tanti scrittori che l'adornarono in questi tempi, cioè per san Basilio e san Gregorio Nisseno fratelli; san Gregorio Nazianzeno e san Cesario fratelli; sant'Ambrosio; santo Epifanio; sant'Efrem; sant'Anfilocchio; s. Filastrio, e tanti altri, de' quali parla la storia ecclesiastica e letteraria, oltre ad altri che prolungarono la lor vita anche sotto i figliuoli di Teodosio.
Questi figliuoli furono, come già s'è veduto, Arcadio ed Onorio, amendue prima d'ora creati imperadori Augusti, il primo dell'Oriente, l'altro dell'Occidente. Ed ereditarono ben essi gli stati, ma non già il valore, l'ingegno e l'attività del padre. Quanto ad Arcadio, non mancò in vero Teodosio di provvederlo di buoni maestri; ma questi non ebbero la possanza di dargli ciò che la natura gli avea negato. Ch'egli fosse di un natural dolce, buono e pacifico, alieno dalla crudeltà, e competentemente zelante per la fede cattolica, si può argomentar dalle azioni sue; ma, per testimonianza di Filostorgio[1091], egli era malfatto di corpo, di picciola statura, d'una complession dilicata, con occhi melensi; e la sua bontà andava all'eccesso, di maniera che per la dappocaggine ed inabilità sua si lasciava signoreggiar da altri[1092], e la sua gran bontà veniva proverbiata da molti come stupidità, anzi stolidezza. Perciò Rufino, prefetto del pretorio, era divenuto in quella corte l'arbitro di tutto, e a man salva commetteva quante iniquità gli cadevano in mente. Per conto poi d'Onorio, neppur egli superava in abilità il fratello. Si sa che la continenza, virtù quanto rara nei principi, tanto più commendabile in essi, fu in lui eminente, siccome ancora la purità della fede[1093] e l'amore della Chiesa cattolica, buon successore essendo egli stato in questo della pietà paterna. Ma neppur egli era gran testa, e neppur in cuor di lui seme alcun si ravvisava di valor guerriero. Procopio[1094] cel dipigne per principe non cattivo, ma insieme neghittoso, senza spirito, e fatto apposta per lasciar perire l'imperio d'Occidente a' giorni suoi. Per questa sua debolezza, e massimamente per la sua fanciullesca età, aveva egli bisogno di chi il sostenesse nel governo; e chi fu scelto per questo impiego, cioè Stilicone, non si doveva mettere gran pena per insegnargli a comandare, perchè a lui premeva di continuare il comando, sotto nome d'un così debole Augusto, il più lungamente si potesse. Sicchè in Occidente si potea dire che Stilicone era imperadore di fatto, e Rufino in Oriente poco meno dell'altro. Ma non durò molto la fortuna di Rufino, ed in questo medesimo primo anno dell'imperio d'Arcadio noi andiamo a mirar quel gran colosso in precipizio.
Bastevolmente si ricava da Claudiano[1095], aver la Guascogna, provincia delle Gallie, prodotto questo mostro d'ambizione. Grande e robusto di corpo, vivace di spirito, e gran parlatore, ci vien egli dipinto da Filostorgio[1096]. Simmaco[1097] suo amico, parlando di lui mentre era vivo, loda il di lui pronto ingegno, l'eloquenza e la leggiadria nel burlare. Morto poi che fu egli, Simmaco tenne ben un linguaggio diverso. Claudiano cel fa vedere il più scellerato uomo del mondo, pieno di ambizione, avarizia, perfidia e crudeltà. Eunapio, Zosimo, Suida, s. Girolamo ed altri attestano la di lui insaziabile avarizia e l'esorbitante ambizione. Teodosio Augusto, benchè signore di buon discernimento, pure a guisa di tanti altri principi, a' quali piacciono forte i cervelli pronti, e gl'indoratori delle parole[1098], fu preso dalla vivacità e dal bel parlare di costui; e però l'ammise alla sua maggior confidenza, l'alzò agli onori più cospicui, cioè fino a farlo console, e poi prefetto del pretorio, e finalmente primario ministro di suo figliuolo Arcadio Augusto. Per altro egli era cristiano, e forse questa qualità il rendè più odioso agli scrittori pagani, che ne dissero quanto male poterono dopo la di lui caduta. Abbiamo da Zosimo[1099] e da Suida[1100] che tanto Stilicone in Occidente quanto Rufino in Oriente andavano d'accordo in vendere la giustizia e le cariche, e rovinar le più ricche famiglie, per profittar delle loro spoglie; ma erano poi discordi fra loro, perchè gareggiavano insieme nell'ambizion del comando; e Stilicone particolarmente pretendeva di dover governare non men l'Occidente che l'Oriente, allegando la disposizion fatta dall'Augusto Teodosio. Il principio della rovina di Rufino fu il seguente: Avea Stilicone ottenuta in moglie Serena, figliuola di Onorio, fratello del gran Teodosio. Pensò Rufino a fare un passo più alto con proporre ad Arcadio Augusto in moglie una sua figliuola: che non fu poi preteso ch'egli per tal via meditasse di arrivare al trono. Traspirò il suo disegno, e cagion fu che s'aumentasse nel popolo l'avversione alla di lui insolenza e superbia, che ogni dì più prendea vigore. Fu interrotto questo maneggio per aver dovuto Rufino fare un viaggio ad Antiochia affin di soddisfare alle querele di Eucherio, zio o grande zio di Arcadio contra di Luciano governator dell'Oriente. Era questo Luciano figlio di Fiorenzo, già prefetto del pretorio delle Gallie: era creatura del medesimo Rufino, a cui per ottenere quel posto, avea ceduto molte sue terre; e il suo governo veniva lodato da tutti. Non d'altro era colpevole presso d'Eucherio, che per aver ricusato di far per lui una cosa ingiustamente dimandata. L'iniquo Rufino, più pensando ad aggiustar Eucherio che ad ogni altro riguardo, arrivato ad Antiochia, fece prendere Luciano, e batterlo in maniera, che sotto i colpi l'infelice lasciò la vita: crudeltà, per cui restò irritato forte quel popolo; e Rufino, se volle placarlo, diede ordine che si fabbricasse in quella città un portico, il qual poi riuscì il più vago edifizio di quella città.
Intanto Eutropio eunuco di corte, la cui potenza andremo vedendo crescere oltre misura, profittando della lontananza di Rufino, invaghì l'Augusto Arcadio di Eudosia creduta da alcuni figlia di uno dei figliuoli di Promoto, da noi veduto generale di Teodosio, ma da Filostorgio[1101] asserita figliuola del conte Bautone Franco di nazione, e celebre generale nei tempi addietro. Allorchè Rufino, tornato a Costantinopoli, si credea che il preparamento fatto per le nozze di Arcadio fosse per sua figliuola, eccoti all'improvviso sposata da lui essa Eudosia nel dì 27 di aprile di quest'anno[1102]. Questa donna Cristiana e cattolica al certo, ma superba e fiera, noi la vedremo giungere col tempo a far da padrona non solamente sopra i sudditi, ma anche sopra il marito. E quindi poi vennero molte vergognose ingiustizie da lei commesse, fra le quali la più atroce è da dire la persecuzione da lei mossa contro il più bel lume della Grecia, cioè contro di s. Giovanni Grisostomo, che l'avea pur dinanzi lodata come madre delle chiese, nudrice de' monaci e sostegno de' poveri. Decaduto dunque Rufino dalle concepute sue speranze, e temendo dall'un canto l'ascendente dell'eunuco Eutropio, e dall'altro l'armi di Stilicone suo avversario, fu comunemente creduto[1103] ch'egli movesse gli Unni e i Goti a prendere l'armi contra del romano imperio, avvisandosi di potere in quella turbolenza far meglio i fatti propri, ed occupar anche il soglio imperiale. Non sarebbe impossibile che i suoi malevoli avessero accresciuti dipoi i suoi reati, con ispacciar lui autore di questa pretesa tela, cagione, per quanto fu detto, della sua total rovina. Comunque sia, mossi gli Unni, fecero un'irruzione nell'Armenia, e diedero il sacco a varie Provincie d'Oriente[1104], con ispandere il terrore sino alla Palestina, dove dimorava allora s. Girolamo[1105]. Nello stesso tempo i Goti, esistenti nella Tracia e nelle vicine provincie di qua dal Danubio, sotto il comando di vari lor capi, uno dei quali ero Alarico, di cui avremo a favellar non poco, con intelligenza di Rufino[1106], si scatenarono contra le provincie romane dell'Europa, saccheggiando la Tracia, la Mesia, la Pannonia. Di là entrarono nella Macedonia e nella Grecia, depredando tutto, giacchè (se pur fu vero) avea Rufino date segrete commissioni ad Antioco e Geronzio, suoi confidenti e governatori di quelle parti, di non far loro ostacolo alcuno. Arrivarono poi le loro scorrerie sino alle porte di Costantinopoli; ed allora fu che Rufino uscì dalla città vestito alla gotica, sotto pretesto di andare a trattar di pace, e fu ben accolto da essi; il che accrebbe i sospetti del progettato tradimento.
Giunti questi funesti avvisi nelle Gallie, Stilicone, dopo aver confermata la pace coi Franchi ed Alamanni, coll'apparenza vistosa d'andare in soccorso d'Arcadio, ma con pensiero in fatti di abbattere Rufino, si mosse verso l'Illirico[1107], menando seco la maggior parte delle milizie che si trovavano nelle Gallie e nell'Italia, cioè quelle ancora che aveano seguitato Teodosio ed Eugenio nelle precedenti guerre. Avvertiti i Barbari[1108] di tante armi volte contra di loro, si unirono tutti nella Tessalia, e Stilicone giunto in quelle parti, tali forze avea, che avrebbe potuto desertarli[1109]; ma eccoli venirgli un ordine di Arcadio, procurato do Rufino, di rimandargli tutta l'armata che avea servito a Teodosio suo padre. Ubbidì Stilicone, e gliela inviò insieme colla metà del tesoro di Teodosio. Ne costituì generale Gaina, di nazione Goto, e con lui segretamente manipolò la rovina dell'odiato Rufino, del qual disegno era complice e promotore anche l'eunuco Eutropio. Arrivò questa armata al luogo di Hebdomon fuori di Costantinopoli[1110], e colà si portò per vederla l'Augusto Arcadio. Seco ero Rufino pomposamente vestito, il quale già avea fatto de' maneggi segreti con vari uffiziali per farsi proclamar Augusto. Vero o non vero che ciò fosse, fuor di dubbio è che quei soldati, dopo aver inchinato Arcadio, attorniarono Rufino, e sotto gli occhi del medesimo Augusto (e però non senza vitupero) il tagliarono a pezzi nel dì 27 di novembre[1111]. La sua testa conficcata sopra di una picca fu portata a spasso per Costantinopoli. Allora saltarono fuori infinite accuse contra di lui; furono confiscati i suoi beni, e fatta festa dappertutto per la di lui sciagura. Sua moglie e una figliuola rifugiatesi in chiesa, ebbero dipoi la permissione di ritirarsi a Gerusalemme, dove terminarono in pace i lor giorni. Claudiano compose dipoi due suoi poemi contra di questo ambizioso ministro, degno certamente di quel fine, purchè sussistano i reati a lui apposti, e massimamente se fu vero che da lui procedesse la funestissima mossa dei Barbari. Sappiamo appunto che i Goti, non avendo più opposizione alcuna, portarono la desolazion per tutta la Grecia, distruggendo soprattutto le reliquie del paganesimo[1112], giacchè eglino professavano la religion di Cristo, ma contaminata dagli errori dell'arianismo. Veggonsi poi nel Codice Teodosiano varie leggi pubblicate in quest'anno contra degli eretici e de' pagani da Arcadio, il qual sempre soggiornò in Costantinopoli[1113]. Altre ancora ne abbiamo spettanti all'imperadore Onorio, tutte scritte in Milano, a riserva d'una che ha la data di Brescia. Confermò egli tutti i privilegi alle Chiese cattoliche, sollevò la Campania, da un gran tributo; e con una costituzion generale accordò il perdono a chiunque avea preso l'armi in favore del tiranno Eugenio, e principalmente a Flaviano il giovane, figlio dell'altro che fu prefetto del pretorio, e partigiano spasimato di quell'usurpatore. L'anno è questo in cui santo Agostino fu ordinato vescovo d'Ippona[1114], oggidì Bona in Africa.
NOTE:
[1083] Claud., de Consulatu Olybrii.
[1084] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[1085] Ambros., de obitu Theodosii. Socrates, Sozomenus, et alii.
[1086] Chron. Alexandr. Marcellin. Comes, in Chron.
[1087] Ambros., Augustin., Paulinus Nolanus, Synesius, Rufin., Orosius, Theodor. et alii.
[1088] Aurel. Victor, in Epitome.
[1089] Joannes Malala, in Chronic.
[1090] Libanius, Oration. de Templ.
[1091] Philost., lib. 11, cap. 3.
[1092] Zosimus, lib. 5, cap. 14.
[1093] Orosius, lib. 7, cap. 37.
[1094] Procop., de Bello Vandalic., l. 1, c. 2.
[1095] Claud., in Rufin.
[1096] Philost., lib. 11, c. 3.
[1097] Symmachus, lib. 3, epist. 81 et seq.
[1098] Zosim., lib. 5, c. 1.
[1099] Zosim., ibidem.
[1100] Suidas, Verbo Rufinus.
[1101] Philost., lib. 11, c. 5.
[1102] Chron. Alexandr.
[1103] Orosius, lib. 7, cap. 37. Claud., in Rufin.
[1104] Socrat., lib. 6, cap. 1. Sozom., lib. 8, c. 1.
[1105] Hier., Epis. III.
[1106] Marcell. Comes, in Chron. Zosim., lib. 5, cap. 5.
[1107] Claud., in Rufin.
[1108] Rufin., lib. 2.
[1109] Claud., de Laudib. Stilicon.
[1110] Philostor., lib. 11, c. 5. Marcellin. Comes, in Chron. Zosim. Claudian.
[1111] Chron. Alexandr.
[1112] Eunap., de Vitis Sophistarum. Phil. Zosim. Claudian.
[1113] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[1114] Prosper, in Chron. Cassiodorus, in Chronico.
Anno di CRISTO CCCXCVI. Indizione IX.
SIRICIO papa 12. ARCADIO imperad. 14 e 2. ONORIO imperadore 4 e 2.
Consoli
FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la quarta volta, e FLAVIO ONORIO AUGUSTO per la terza.
Se Onorio Augusto dimorante in Milano prese il terzo consolato con quella solennità che Claudiano[1115] descrive nel quarto suo, un mirabil concorso di gente da Roma e dalle provincie d'Occidente dovette vedersi in quella città nel primo di gennaio, e una straordinaria pompa. Continuò ancora per quest'anno Fiorentino ad esercitar la carica di prefetto di Roma, del che ci accertano le leggi del codice Teodosiano. Merita ben poi d'essere osservato ciò che scrive Simmaco[1116] (verisimilmente in quest'anno): cioè che un console surrogato, o sia sostituito, mentre nel giorno natalizio di Roma, o sia nel dì 21 di aprile, con gran pompa era condotto in essa Roma sopra un carro trionfale, ne cadde, e si ruppe una gamba: accidente che dai superstiziosi Romani fu preso per presagio di disgrazie in avvenire. Per tanti anni addietro non si trova menzione o vestigio di consoli sostituiti, che cotanto furono in uso sotto gl'imperadori pagani, se non che nelle Iscrizioni talun comparisce console ordinario: indizio che non erano cessati i sostituiti. E noi sappiamo di certo che san Paolino vescovo di Nola era stato console surrogato alcuni anni prima d'ora, come credo di aver dimostrato altrove[1117]. Nell'anno presente, per attestato dell'altro Paolino[1118], che scrisse la vita di santo Ambrosio, accadde, che mentre interveniva il popolo ad un magnifico combattimento di fiere mandate dall'Africa per celebrare il consolato di Onorio Augusto Stilicone conte, ad istanza di Eusebio prefetto del pretorio d'Italia, spedì dei soldati a prendere un certo Cresconio, reo di gravi delitti, che s'era ritirato in chiesa, ed avea abbracciato il sacro altare. Godevano anche allora le chiese il privilegio dell'immunità. Sant'Ambrosio che li si trovava in quel tempo con alcuni pochi ecclesiastici, cercò ben di difenderlo, ma non potè; del che sommamente egli s'afflisse, e pianse non poco davanti al medesimo altare. Ritornati poi che furono all'anfiteatro gli uffiziali che aveano condotto via Cresconio, e postati al luogo loro, avvenne che alcuni liompardi sbucati nella platea, con un salto arrivarono sopra le sbarre, e lasciarono malamente graffiati e feriti que' medesimi uffiziali: il che osservato da Stilicone, cagion fu che egli, fatta penitenza del fallo, soddisfacesse al santo arcivescovo, nè gastigasse dipoi il delinquente.
Era ben riuscito a questo generale di atterrar nell'anno precedente il suo emulo Rufino, figurandosi forse di poter mettere le mani anche nel governo dell'orientale imperio a tenore delle sue pretensioni. Ma insorse nella corte d'Arcadio un competitore anche più potente dell'altro, cioè l'eunuco Eutropio, che tosto fece argine ai disegni di Stilicone. Intanto i masnadieri goti seguitavano a devastare la Grecia. Ancorchè questa fosse della giurisdizion di Arcadio, non lasciò Stilicone di voler passare con assai forze sopra una flotta di navi, che approdò nel Peloponneso, o sia nella Morea. Zosimo[1119] scrive ciò fatto nell'anno precedente, ma, secondo Claudiano, ciò sembra avvenuto nel presente; e forse non sussiste ch'egli si fosse ritirato da quelle contrade. Gran copia di que' Barbari furono in vari incontri tagliati a pezzi, ed avrebbe Stilicone potuto farli perir tutti, se non si fosse perduto nelle delizie e nei divertimenti di buffoni e di donne poco oneste, concedendo nel medesimo tempo man larga ai suoi soldati di radere quelle poche sostanze che i Barbari aveano lasciate indietro. Grande ombra intanto e gelosia prese la corte di Costantinopoli di questi andamenti di Stilicone, e più ne prese Eutropio, siccome ben conoscente degli ambiziosi disegni di questo generale, e però si pensò quivi al riparo. S'erano ritirati i Goti nell'Epiro, e lo distruggevano. Arcadio, per consiglio de' suoi, maneggiò e conchiuse con loro un trattato di pace, ed accettò da lì a non molto Alarico per generale dell'armi sue: con che cessò la paura del barbarico potere. Un passo più forte fece dipoi (non so dir se in questo, o nell'anno seguente) con dichiarare Stilicone perturbatore delle giurisdizioni altrui, e nemico pubblico e con occupar tutti i beni, cioè le terre ed il palazzo ch'egli godeva in Oriente. Sicchè Stilicone altro non avendo fatto che aumentare alla Grecia i malanni cagionati dai Goti, fu obbligato a ritornarsene in Italia. Tali atti per conseguente introdussero della diffidenza e del mal animo fra i due fratelli Augusti, benchè il maggior fuoco consistesse nel vicendevol odio dei due principali ministri e favoriti, cioè di Stilicone e di Eutropio. Claudiano[1120] lascia intendere che si giocò dipoi ancora d'occulte insidie contro la vita di Stilicone, e per corrompere i generali di Onorio, essendosi intercette lettere che scoprirono gl'intrighi segreti. Intanto uno de' principali studi dell'eunuco Eutropio era quello di levarsi d'attorno le persone di credito, e chiunque potea fargli ombra, ed intorbidar la felicità del suo comando[1121]. Forse circa questi tempi egli trovò le maniere per far cacciare in esilio Timasio, valoroso general dell'armate, ed Abondanzio già stato console[1122], con inventar cabale e false accuse, e trovar persone infami che tenevano mano a tutte le sue iniquità. Sotto un principe debole possono tutto i ministri cattivi. Molte leggi abbiamo dei due Augusti in quest'anno[1123], la maggior parte nondimeno di Arcadio, date in Costantinopoli. Alcune d'esse contro degli eretici, altre perchè non sia fatto aggravio ai giudici, altre perchè i magistrati spediscano prontamente le cause criminali, acciocchè non marciscano nelle prigioni i poveri carcerati.
NOTE:
[1115] Claud., de Consul. IV Honor.
[1116] Symmachus, lib. 4, epist. 61.
[1117] Anecdot. Latin., Dissert. IX ad s. Paulin.
[1118] Paulin., Vit. Sancti Ambros.
[1119] Zosim., lib. 5, cap. 7.
[1120] Claud., de Laud. Stiliconis.
[1121] Idem, in Eutropium, lib. 1.
[1122] Zosim., lib. 5, cap. 11.
[1123] Gothofred., Chron. Cod. Theod.
Anno di CRISTO CCCXCVII. Indiz. X.
SIRICIO papa 13. ARCADIO imperad. 15 e 3. ONORIO imperadore 5 e 3.
Consoli
FLAVIO CESARIO e NONIO ATTICO.
Console per l'Oriente fu Cesario. Viene appellato dal padre Pagi[1124] prefetto della città di Costantinopoli; ma chiaramente risulta dalle leggi del codice Teodosiano, ch'egli era prefetto del pretorio d'Oriente. Perchè in Roma una iscrizione si trova, dedicata alla madre degli dii da Clodio Ermogeniano Cesario, uomo chiarissimo, il Reinesio[1125] si avvisò che tali fossero i nomi di questo console; nel che fu seguitato dal Relando[1126]. Ma Cesario console di questo anno dimorava in Oriente, e nulla avea che fare in Roma, e conseguentemente non si può dire spettante a lui quel marmo. Attico fu console per l'Occidente. Quali ho io posto i nomi di questi consoli, tali si trovano in due iscrizioni da me date alla luce[1127]. Gran perdita fece nell'anno presente la Chiesa di Dio e di Milano per la morte dell'incomparabil arcivescovo di quella città, cioè di santo Ambrosio, accaduta nel dì 4 d'aprile, in cui correva allora il sabato santo. Le sue rare virtù, gloriose azioni e miracoli, si leggono nella di lui vita, scritta da Paolino suo diacono[1128], dall'Herman e dal Tillemont. V'ha chi riferisce all'anno seguente la di lui morte: ma le ragioni addotte dal padre Pagi, sufficienti sono a stabilirla nel presente. Seguitava l'Augusto Onorio a tener la sua corte in essa città di Milano, come consta da varie sue leggi[1129] di quest'anno pubblicate ivi, contandosene una sola data in Padova nel mese di settembre. Noi troviamo in esse stabiliti i privilegi e le esenzioni delle persone ecclesiastiche, e nominatamente del romano pontefice; saggi regolamenti per la quiete e maestà della città di Roma; e per mantenere in essa l'abbondanza del grano. Insorse in quest'anno un pericoloso turbine contra di esso Augusto nell'Africa. Il grado di conte e generale delle milizie di quelle provincie era da molto tempo esercitato da Gildone, personaggio africano, e fratello di quel medesimo Fermo che noi vedemmo ribellato all'imperio l'anno 375. Perchè egli aveva ben servito ai Romani contra d'esso suo fratello, fu promosso agli onori, ed arrivò ad ottenere l'importantissimo comando suddetto. Ma costui, se non falla Marcellino conte[1130], era pagano, e certamente i suoi costumi tale il davano a divedere. Secondo Claudiano[1131], l'avarizia, la crudeltà e la lussuria più stomacosa, tuttochè egli si trovasse in età avanzata, davano negli occhi di ognuno, e faceano gemere que' popoli che per dieci o dodici anni ebbero sulle spalle questo cattivo uffiziale. Sant'Agostino[1132] attesta anche egli che le di lui scelleraggini erano famose dappertutto. A compierle vi mancava la perfidia ed infedeltà verso il sovrano, ed egli a questo anche pervenne. Allorchè seguì la ribellione di Eugenio, già dicemmo che Teodosio Augusto con tutti gli ordini a lui inviati di venire in soccorso suo, non fu punto ubbidito, perchè il malvagio uomo avea risoluto di aspettare la decision della guerra, per seguitar poi chi restava vittorioso. Ebbe la fortuna che Teodosio sopravvisse poco, perchè certo ne avrebbe ricevuto da lui il meritato castigo.
Ora costui, dopo la morte di esso Teodosio, durante qualche tempo riconobbe per suo signore Onorio Augusto, alla cui giurisdizione apparteneva l'Africa tutta. Quindi cominciò delle novità. Eutropio, padrone della corte di Arcadio, e nemico di Stilicone, non cessava[1133] di attizzar il fuoco fra i due fratelli Augusti, e conoscendo che arnese cattivo fosse Gildone, si diede a lusingarlo con sì buon successo, che il trasse ad abbandonare Onorio, e a sottomettere l'Africa ad Arcadio[1134]. Fu nondimeno creduto che le mire di Gildone tendessero a rendersi signore assoluto delle provincie africane, senza dipendere da alcuno dei fratelli Augusti: cosa da lui riputata facile, stante la poco buona intelligenza che passava fra loro; oltre di che, li riputava egli come due fanciulli, da non prendersi punto soggezione di essi. Non prese già costui il titolo di re, come avea fatto Fermo suo fratello; ma non perciò lasciava di farla da re colle opere[1135], e teneva in piedi una possente armata di fanti e cavalli, mantenuta ed arricchita colle spoglie de' più facoltosi di quelle contrade. Da' suoi fedeli avvertito Onorio di tali andamenti del perfido Gildone, spedì al senato di Roma le memorie e pruove dei di lui delitti[1136], per le quali fu egli dichiarato nemico pubblico, e pubblicata la guerra contro di lui. Ma Gildone l'avea già cominciata contro la stessa Roma col non permettere che vi si conducesse grano per mare: cosa che accrebbe la carestia in quella gran città, tribolata dalla fame per altre precedenti disgrazie. Convenne dunque ricorrere al rimedio di formare una flotta ricca di molte vele, per menarne dalla Francia e dalla Spagna. In questo medesimo tempo Stilicone[1137] si applicò con tutta diligenza a fare i preparamenti opportuni di gente, navi e danari per liberar l'Africa da questo tiranno. Il senato romano intanto non mancò d'inviar ambasciatori ad Arcadio, per pregarlo di lasciar l'Africa a chi ne era legittimo padrone, e di non mischiarsi nella protezion di Gildone, procurando insieme di rimettere la buona armonia fra lui e l'Augusto suo fratello. Per la maggior parte di quest'anno si fermò esso Arcadio in Costantinopoli, e solamente nella state andò a villeggiare ad Ancira capitale della Gallizia[1138]. Molte leggi di lui si veggono contro chi entrasse per danaro nelle cariche della corte; editto che non si sa intendere come uscisse, quando vi dominava Eutropio, accusato da Claudiano, da Zosimo e da altri per venditore de' governi e degl'impieghi. Decretò la pena della vita contro i pubblicani ch'esigessero più delle tasse prefisse alle pubbliche imposte. Volle ancora che per riparar le strade, i ponti, gli acquidotti e le mura delle città, si servissero i governatori dei materiali di diversi templi di gentili ch'erano stati demoliti: con che la distruzione dell'idolatria anche per questo conto tornò in utilità del pubblico.
NOTE:
[1124] Pagius, Critic. Baron.
[1125] Reines., Ep. LXIX.
[1126] Reland., in Fast.
[1127] Thes. novus Inscript., pag. 394.
[1128] Paulin., Vit. Sancti Ambros.
[1129] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.
[1130] Marcell. Comes, in Chronic.
[1131] Claud., de Bello Gildonis.
[1132] August., Ep. LXXXVII. et in Joh. Homil. V.
[1133] Claud., in Eutrop. Zosim., lib. 5, cap. 11.
[1134] Orosius, lib. 7, cap. 36.
[1135] Claud., de Bello Gildonis.
[1136] Symmachus, lib. 4, epist. 4.
[1137] Claud., in Eutrop.
[1138] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CCCXCVIII. Indiz. XI.
ANASTASIO papa 1. ARCADIO imperadore 16 e 4. ONORIO imperadore 6 e 4.
Consoli
FLAVIO ONORIO AUGUSTO per la quarta volta, e FLAVIO EUTICHIANO.
L'imperadore Onorio procedette console in Milano per la quarta volta. Flavio Eutichiano (che così si trova egli nominato in una inscrizione[1139]) fece la solennità del suo consolato in Costantinopoli, siccome console orientale. Era nel medesimo tempo prefetto del pretorio di Oriente, perchè non sussiste, come fu d'avviso il Tillemont, che quella prefettura fosse allora appoggiata a Cesario[1140]. Le leggi di Arcadio Augusto pertinenti all'anno presente quasi tutte son date in Costantinopoli, una in Nicea di Bitinia ed un'altra in Minizo della Galizia. Ordinò esso Augusto che fosse lecito ai Giudei di prendere i loro patriarchi per arbitrii nelle lor liti civili, e che i giudici dovessero eseguire i laudi proferiti da essi: il che con altra legge promulgata in quest'anno fu medesimamente conceduto ai vescovi della Chiesa cattolica. Contra degli eretici eunomiani e montanisti uscirono rigorosissime pene, ed altre ancora contro gli uffiziali militari che permettevano ai soldati di pascolare i lor cavalli nelle praterie dei particolari. Ma più delle altre leggi strepito fece una data nel dì 27 di luglio, di cui parla anche Socrate[1141], come procurata e voluta da Eutropio, ministro onnipotente nella corte di Arcadio. In questo anno fu essa pubblicata, e non già nel 396, come stimò il Tillemont[1142], citando Sozomeno[1143], perchè tanto questo storico, quanto Socrate attestano che non molto dappoi la vendetta di Dio cadde sopra il medesimo Eutropio. Questa legge fu che a niuno ricercato dalla giustizia fosse lecito il rifugiarsi nelle chiese, e che questi tali avessero da estrarsi di là per forza, e dovessero anche più severamente essere puniti per sì fatto ricorso. Troppi nemici si andava ogni dì facendo colla sua prepotenza ed avidità l'iniquo Eutropio, ed egli non voleva che alcuno fosse salvo dalle sue mani. È sembrato e sembra a molte savie persone, essere cosa ingiusta che le chiese di Dio servano di asilo e protezione ai malfattori che turbano la quiete del pubblico, ma giusta, per lo contrario, che sieno il rifugio dei miserabili. Certamente pare che non possa neppur piacere a Dio l'impunità dei gravi misfatti con malizia commessi, perchè troppo incomodo e danno proviene ai comuni dal sofferire nel loro seno certe erbe cattive, e si dee aver più carità ad un popolo intero che ad un particolare scellerato. E quando pur anche sia convenevole ammettere un asilo per cadauna città e terra, di cui godano varii delinquenti, non si dovrebbe permettere tanta moltiplicità d'altri asili, quanta è dappertutto la copia delle chiese e degli oratorii. Permise Iddio che non istesse molto lo stesso Eutropio a provar egli stesso l'ingiustizia di questa esorbitante legge; e ciò avvenne nel seguente anno. Varie appendici ancora conteneva il medesimo editto, e fra le altre cose era proibito ai debitori di qualunque fatta il godere della immunità de' sacri luoghi; e qualora gli ecclesiastici alla prima chiamata non li consegnavano alle mani della giustizia, erano costretti gli economi delle chiese a pagar quei debiti col danaro delle chiese medesime. Ma perchè questo ed altri capi della legge suddetta oltrepassavano le misure del giusto, della carità e del decoro della casa di Dio, fu poi da altre susseguenti riformata e corretta.
Noi lasciammo Stilicone conte, e generalissimo dell'Augusto Onorio, tutto affaccendato nell'armamento per procedere contra di Gildone conte, usurpatore dell'Africa; quando la fortuna gli presentò un buon regalo[1144]. Avea Gildone un fratello, appellato Masceldel o Mascezel, di professione cristiano, il quale, tra perchè vide in pericolo più volte la vita sua per le barbarie del fratello, e perchè non volle aver parte alla ribellione da lui meditata, se ne fuggì in Italia alla corte imperiale. Restarono due suoi figliuoli in Africa uffiziali di milizie; Gildone per vendetta amendue li fece uccidere: il che fu una lettera di maggiore raccomandazione per Mascezel appresso di Stilicone. Destinato questo Africano per capitan generale dell'armata allestita contra di suo fratello, fece vela con una possente flotta da Pisa, non ancor venuta la primavera di quest'anno. Abbiamo da Orosio che in passando Mascezel in vicinanza dell'isola della Capraia, dove, abitava allora un gran numero di santi romiti, si fece sbarcare colà, e siccome egli ero cristiano, così tanto fece colle sue preghiere, che indusse alcuni di que' buoni servi di Dio ad andar seco in quella spedizione. La lor compagnia, le preghiere, i digiuni, ch'egli con lor faceva, e il cantar egli de' salmi con essi, furono quell'armi, nelle quali egli maggiormente ripose la speranza della vittoria. Sbarcò l'esercito romano nell'Africa, e si accampò nella Numidia fra Tebaste e Metredera; ma poco tardò ad accorgersi della sua debolezza in confronto di quello che dalle molte nazioni africane aveva ammassato Gildone[1145]. Scrivono ch'egli menò in campo settanta mila combattenti, con deridere per conseguente il poco numero de' Romani, e con vantarsi di farli tutti calpestare dalla sua cavalleria[1146]. In fatti Mascezel, ben pesate le strabocchevoli forze nemiche, ad altro non pensava che a ritirarsi, quando una notte, per attestato di Paolino nella vita di san Ambrosio, gli apparve in sogno questo santo arcivescovo con un bastone in mano. Si gittò a' suoi piedi Mascezel, ed il santo col bastone tre volte picchiò in terra dicendo: Qui, qui, qui, e disparve. Prese da tal visione il generale gran fidanza della vittoria in quel medesimo sito, e fra tre dì; e però stette saldo. Dopo aver dunque passata la notte precedente al terzo giorno[1147] in pregar Dio e salmeggiare, ed essersi munito col sacramento celeste, fatto giorno, mise in armi le sue genti per ben ricevere i nemici che si appressavano. Forse era sul fine di marzo. Alle prime schiere di Gildone, nelle quali s'incontrò, parlò di pace; ma perchè da uno degl'alfieri avversarii gli fu riposto con insolenza, gli diede un colpo di spada nel braccio, per cui la di lui bandiera si abbassò. Coloro che erano più addietro, mirando quel segno, ed avvisandosi che i primi si fossero renduti, calarono anche essi a gara le loro insegne, a si arrenderono a Mascezel. Probabilmente erano milizie romane costoro. I Barbari, veggendosi così abbandonati dai primi, presi dalla paura, dopo qualche leggiero combattimento, voltarono tutti le spalle[1148]. Ebbe Gildone tempo da fuggire in una nave, ma sorpreso da burrasca, fu suo malgrado spinto al porto vicino ad Ippona, dove gli vennero messe le mani addosso. Esposto agli scherni del popolo, fu poi cacciato in prigione, dove fra pochi giorni si trovò strangolato, per quanto si disse, di propria mano, senza che suo fratello Mascezel, ch'era lungi di là, venisse a sapere il gastigo datogli da Dio, se non dopo il fatto[1149]. In questa miracolosa maniera si dissipò quel temporale, e tornò l'Africa alla quieta primiera. Zosimo[1150] in due parole scrive che Gildone rimasto in una campale giornata sconfitto dal fratello, per non cadere in mano di lui, s'impiccò per la gola. Ma Paolo Orosio, che pochi anni dopo fu in Africa, ed informossi ben del fatto, e Paolino scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, e Marcellino conte, ci assicurano che la faccenda passò come abbiam detto, sicchè in Roma nello stesso tempo fu portata la nuova dello sbarco de' nemici, e della presa di Gildone. I beni di costui, ch'erano immensi, e di assaissimi complici suoi, rimasero preda del fisco. La moglie e la sorella di lui si ritirarono a Costantinopoli, dove Salvina di lui figlia era maritata con un cugino germano di Arcadio Augusto, chiamato Nebridio. Queste donne si veggono lodate dipoi da san Girolamo[1151] e da Palladio[1152] per la loro pietà. Tornossene Mascezel vittorioso a Milano, dove fu accolto con assai carezze, e caricato di speranze da Stilicone. Ma o sia ch'egli pretendesse troppo, e che Stilicone, uomo tutto di mondo, nulla volesse dargli, abbiamo da Zosimo che Stilicone se ne sbrigò in una barbarica forma; perchè un dì cavalcando in sua compagnia con altri molti, Mascezel, nel passare sopra il ponte di un fiume, egli fu, per ordine di Stilicone, rovesciato nell'acqua, dove miseramente perì. Orosio[1153] aggiugne essersi egli insuperbito forte dopo la vittoria suddetta, e che più non curando la compagnia dei servi del Signore, osò anche violare il rispetto dovuto alle chiese, con estrarne per forza persone colà rifugiate, probabilmente complici di Gildone, ed aver egli perciò irritata la giustizia di Dio. Ma non lasciò per questo di dar negli occhi di ognuno la perfidia ed ingratitudine di Stilicone.
Sempre più intento questo ministro, siccome arbitro della corte di Onorio, a stabilir la propria fortuna e possanza, non era ancor giunto esso Augusto all'età di quattordici anni[1154], quando gli fece prender per moglie Naria figliuola sua, e di Serena cugina del medesimo Onorio, ancorchè neppur essa fosse in età nubile. Allorchè fu portata a Milano la nuova della disfatta di Gildone, si facevano tuttavia le allegrezze per tali nozze, nozze celebrate da Claudiano con un poema, e colla predizione di molti re che ne doveano nascere. Ma Claudiano era poeta, e non profeta: del che meglio si accorgeremo andando innanzi. Nel dì 26 di novembre dell'anno presente[1155] terminò Siricio romano pontefice la sua gloriosa vita, con avere meritato per le sue molte virtù d'essere annoverato fra i santi. Della durazion del suo pontificato già parlammo di sopra in riferir la sua elezione. Ebbe per successore nella sedia di san Pietro Anastasio di nazione Romano. Non abbiamo lumi sufficienti dalla storia per intendere meglio ciò che circa questi tempi Claudiano[1156] accenna delle azioni di Onorio Augusto e di Stilicone suocero suo, dicendo ch'erano occupati a ricevere le sommissioni degli Alamanni, Svevi e Sicambri. V'ha una legge[1157] di questo imperadore, data nel dì 5 d'aprile dell'anno seguente, dove si parla di Barbari di diverse nazioni passati ad abitar nel paese romano. Questi tali venivano chiamati nelle Gallie Leti; e le terre che loro si davano da coltivare portavano il nome di letiche, con obbligo imposto ad essi di servire, occorrendo, nell'armate dell'imperadore, e per conseguente erano specie di benefizii o feudi. Gran dubbio ho io che i Liti o Lidi più volte nominati nei Capitolari di Carlo Magno, e che, secondo le prove da me addotte altrove[1158], non erano servi, ma uomini liberi, potessero essere gli stessi che Leti di questi tempi, avendo potuto durare il lor nome sino al secolo nono. Essendo mancato di vita nel settembre del precedente anno Nettario arcivescovo di Costantinopoli[1159], san Giovanni Grisostomo fu nel dì 26 di febbraio dell'anno presente posto in quella cattedra con applauso di tutto il popolo. Questa fu una delle più lodevoli azioni che mai si facesse Eutropio, da noi veduto direttor supremo della corte di Arcadio Augusto. Imperciocchè egli fu quegli che fece venir da Antiochia questo santo e mirabil ingegno, e procurò che in lui cadesse l'elezione per l'arcivescovato di Costantinopoli. Felice sarebbe stato costui[1160] se avesse saputo profittare dell'amicizia di questo incomparabile dottor della Chiesa di Dio, il quale non mancò di fargli conoscere la vanità delle speranze umane, fondate sopra illustri dignità e sopra molte ricchezze; ma egli, ubbriaco della sua grandezza e cieco nella fortuna presente, si dovette ridere di lui, con giungere poi nel seguente anno a disingannarsi, ma senza che punto gli giovasse un tal disinganno. Teofane[1161] osserva che Libanio sofista pagano, interrogato prima di morire, chi dovesse a lui succedere nella scuola, rispose: Io direi Giovanni (appellato dipoi Grisostomo) se non ce l'avessero rubato i Cristiani; tanto era fin d'allora stimato il suo ingegno, prezzata la sua eloquenza.
NOTE:
[1139] Thesaur. novus Inscrip., pag. 194.
[1140] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[1141] Socrat., l. 6, cap. 5.
[1142] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1143] Sozom., lib. 8, cap. 7.
[1144] Zosim., lib. 5, cap. 11. Orosius, lib. 7, cap. 36. Claud., de Laud. Stilic.
[1145] Claud., de Laud. Stiliconis.
[1146] Paulin., Vit. s. Ambros.
[1147] Orosius, lib. 7, cap. 36. Marcell. Comes, in Chronic.
[1148] Claud., de Laud. Stiliconis.
[1149] Idacius, in Chron.
[1150] Zosimus, lib. 5, cap. 12.
[1151] Hieron., in Epist.
[1152] Pallad., in Dialog.
[1153] Orosius, lib. 7, cap. 36.
[1154] Claud., de Laudib. Stilicon. Zosim., lib. 5, cap. 12.
[1155] Anast., Bibliothec. Baronius, Pagius, Papebrochius, etc.
[1156] Claud., de Laudib. Stilicon.
[1157] L. Quoniam de Censitor. Cod. Theodos.
[1158] Antiquit. Italic. Tom. I, Dissert. XV.
[1159] Marcellinus Comes, in Chronic. Socrati, lib. 6, cap. 2.
[1160] Chrysost., Orat. in Eutrop.
[1161] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO CCCXCIX. Indizione XII.
ANASTASIO papa 2. ARCADIO imperadore 17 e 5. ONORIO imperadore 7 e 5.
Consoli
EUTROPIO e FLAVIO MALLIO TEODORO.
Questo Teodoro, console cristiano per l'Occidente, è celebre per le lodi a lui date da Claudiano nel suo Panegirico[1162], in occasione di questo consolato, aveva anche sant'Agostino a lui dedicato nell'anno 386 il suo libro della Vita beata. Fra lui e Simmaco senatore passava stretta amicizia. Dopo aver egli sostenuto varie illustri cariche, e specialmente quella di prefetto del pretorio d'Italia, giunse nell'anno presente al colmo degli onori, perchè fatto degno della trabea consolare. Eutropio, console per l'Oriente, quel medesimo eunuco è di cui tante volte abbiam parlato, già divenuto maggiordomo ed arbitro della corte dell'imperadore Arcadio, la cui ambizione non mai paga, per attestato di Filostorgio[1163] e di Claudiano[1164], portò quell'Augusto a dargli anche il titolo di patrizio e di padre dell'imperadore, e finalmente a disegnarlo consolo per l'anno presente. Al dir di Claudiano, Stilicone non permise che questo mezzo uomo fosse riconosciuto per console nell'Occidente. Perciò si trovano inscrizioni, dove il solo Teodoro è nominato console. Una legge dell'imperadore Onorio nel Codice Teodosiano[1165] ci fa vedere in quest'anno prefetto di Roma Flaviano. Le altre leggi del medesimo Augusto cel rappresentano ora in Milano, ed ora in Ravenna, Brescia, Verona, Padova ed Altino. In esse veggiamo ordinato[1166], che pel risarcimento delle pubbliche strade ognun sia tenuto a concorrere, non volendo che alcuno, e neppure gli uffiziali della corte, e neppur le terre proprie dello stesso principe godessero per questo riguardo esenzione alcuna. Cagione eziandio di gravissimi lamenti nella Gallia erano le protezioni dei grandi, e i privilegi e le esenzioni concedute a non pochi, i quali perciò non pagavano i tributi, vegnendo con ciò le persone deboli ad essere aggravate tanto per la parte de' paesi pubblici a loro spettante, quanto per quella che non pagavano le persone forti: disordine non ignoto ad altri paesi e ad altri tempi. Con suo editto[1167] ordinò Onorio che niuno per questo conto potesse allegar esenzioni, e che qualsivoglia suddito fosse astretto al pagamento di tutte le pubbliche imposte a rata de' suoi beni. Ma questa legge in pratica si trovò simile alle tele de' ragni che fermano i piccioli insetti, ma non già i grossi augelli; e col tempo fece perdere le Gallie al romano imperio. Confermò per lo contrario l'Augusto Onorio i lor privilegii alle chiese, e pubblicò nuovi ordini contro l'esecrabil setta dei Manichei. Altre leggi ancora abbiamo tanto di esso Onorio, quanto di Arcadio suo fratello intorno ai pagani. In una Arcadio ordina che si demoliscano i templi de' gentili che si trovino alla campagna, acciocchè si levi il nido, alla superstizione[1168]. Opinione d'uomini dotti è stata che il nome di pagani fosse dato agl'idolatri, appunto perchè, non potendo esercitar nella città i lor sacrifizii e riti superstiziosi, si riducessero a farli alla campagna. Con altra legge Onorio Augusto proibisce i sacrifizii e i riti profani, ma non vuol che si distruggano gli ornamenti delle pubbliche fabbriche. Poscia permette ai pagani le adunanze, conviti ed allegrie loro solite, purchè non intervenga sacrifizio nè superstizione alcuna già condannata. Per altro abbiamo da Idacio[1169], da Prospero Tirone[1170] e da sant'Agostino[1171], che in questi medesimi tempi si fece un grande abbattimento di templi de' gentili, intorno a che molto hanno detto il cardinal Baronio[1172], il Pagi[1173] e il Tillemont[1174]. A me basta di averne dato un cenno.
Godè ben l'Occidente per l'anno presente un'invidiabil pace, ma non già l'Oriente, dove Gaina, goto ed ariano, mosse delle gravi tempeste. Costui, che era stato il principal arnese per abbattere Rufino ed innalzar Eutropio, ancorchè fosse ricompensato col grado di generale della fanteria e cavalleria, pure da smoderata ambizione invasato, riputava troppo inferiore al suo merito un tal guiderdone[1175]. Soprattutto mirava egli con isdegno ed invidia Eutropio, nel cui seno colavano tanti onori e tante ricchezze, e però concepì il disegno di atterrar quest'altro idolo maestoso della corte[1176], per desiderio ed anche speranza di fondare sopra la di lui rovina l'accrescimento della propria autorità e fortuna. Ad effettuar questo disegno gli si presentò un efficace strumento, cioè Tribigildo conte, goto anch'esso di nazione, parente suo, che comandava allora ad un corpo di Ostrogoti nella Frigia, ed era disgustato con Eutropio. Con costui segretamente s'intese Gaina per quello che si avea da fare; e fu ben servito. Appena ritornato Tribigildo nella Frigia, uniti i suoi Goti, e cominciata la ribellione, si diede a saccheggiar quel paese con tal crudeltà, che fin le donne e i fanciulli non erano salvi dalle loro spade, empiendo con ciò di terrore tutta l'Asia romana. Pare, secondo Zosimo[1177], che questo temporale avesse principio nell'autunno del precedente anno, perchè Gaina non potea sofferire che l'odiato Eutropio fosse anche stato disegnato console. Ma Claudiano[1178] lasciò scritto essere stata la primavera il tempo, in cui esso Tribigildo alzò bandiera contra dell'Augusto Arcadio. Indarno Eutropio impiegò regali per quetare l'orgoglioso ribello. Veduto fallito questo ripiego, spedì poi Leone suo confidente con un corpo di milizie contra del ribello, ordinando nello stesso tempo a Gaina di custodir la Tracia e il mare, acciocchè a Tribigildo non nascesse voglia di voltarsi a Costantinopoli. V'ha chi pretende[1179] che lo stesso Gaina invitasse Tribigildo a venire, e che se costui veniva, la città di Costantinopoli col nemico in seno era spedita. Non osò tanto il ribello, ed amò piuttosto di volgersi a dare il sacco alla Pisidia. Intanto ebbe ordine Gaina di passar in Asia colle milizie. Passò, ma invece di procedere contra del palese nemico segreto suo amico, spedì Leone alla difesa della Panfilia. Per tutti i mestieri era buono questo Leone, fuorchè per quello della guerra, e però all'accorto Tribigildo che finse di fuggire, e l'addormentò, non riuscì poi difficile il tornargli improvvisamente addosso, e a mettere in rotta tulle le di lui brigate. Nel fuggire esso Leone s'intricò in una palude, ed ivi lasciò la vita: colpo che maggiormente accrebbe la paura, per non dir la costernazione nella corte d'Arcadio. Lo stesso iniquo Gaina non cessava di dipingere il male più grande di quel ch'era, arrivando insino a suggerire che altro rimedio non restava che di guadagnar colle buone Tribigildo, accordandogli le sue dimande, la principal delle quali era che gli si desse in mano Eutropio, come cagion di tutti i mali. Di qui scrive Zosimo[1180] che venisse il precipizio di quel potente ministro.
Furono altri di parere che da altra mano fosse dato il crollo[1181]. Indubitata cosa è che Eutropio per la sua insoffribil boria, per l'insaziabil avidità, e perchè menava pel naso come un bufalo il debole imperadore, s'era tirato addosso l'odio e l'ira d'ognuno. Dio, che voleva in fine pagarlo per tanti torti da lui fatti alle chiese e ad ogni sorta di persone, permise che il forsennato superbo perdesse anche il rispetto ad Eudossia imperadrice, maltrattandola di parole, e giugnendo fino a minacciare di cacciarla di corte. Eudossia, donna risentita, e a questo affronto bollente di collera, corse tosto a prendere le due sue figliuole, cioè Flacilla nata nell'anno 397, e Pulcheria nata nel gennaio dell'anno presente[1182], e con esse andò a gittarsi a' piedi di Arcadio Augusto, domandando con alte grida e lagrime giustizia. A questo assalto Arcadio una volta si ricordò ch'egli era il principe. O sia che questo solo motivo il mettesse in collera contro di Eutropio, o che vi si aggiugnesse il desiderio di placare il ribello Tribigildo, massimamente in tempo che s'intese la morte di Sapore re di Persia ucciso dai suoi sudditi, e che veniva minacciata guerra da Isdegarde suo successore al romano imperio: fuor di dubbio è che fatto immantinente chiamar Eutropio, lo spogliò di tutte le sue cariche, e di tutti gli immensi beni malamente da lui acquistati, e il cacciò di palazzo[1183]. Grande scena fu quella: sparì in un momento la grandezza immaginaria di questo castrone, e tanti suoi adoratori e adulatori l'abbandonarono, divenendo anche i più d'essi suoi schernitori e nemici. In istato sì abbietto mirandosi allora il non più baldanzoso Eutropio, e temendo del furore e dell'odio universale del popolo, altro scampo non seppe trovare che di rifugiarsi nella chiesa, e di correre ad abbracciare l'altare: avendo permesso Iddio che costui, dopo aver nell'anno addietro pubblicata la legge che vietava ai luoghi sacri di servire di asilo ai miserabili, riconoscesse il suo fallo, col bisogno di salvarsi in uno di que' medesimi templi. Intanto ognuno gridava contra di lui nelle piazze e nei teatri, e nella corte gli stessi soldati ad alta voce dimandavano la di lui morte; Gaina anch'egli facea premura, acciocchè costui fosse bandito o punito con pena più convenevole a tanti suoi misfatti. Però Arcadio inviò una mano di soldati per estrarlo di chiesa. Loro animosamente s'oppose il santo arcivescovo Giovanni Grisostomo, in maniera che coloro irritati presero lo stesso sacro pastore, e il menarono con grande insolenza a palazzo, dove tanto perorò, che Arcadio restò non solamente persuaso di doversi permettere quell'asilo ad Eutropio, ma eziandio colle lagrime e con vive ragioni studiò di ammollir lo sdegno dei soldati inviperiti contra di lui[1184]. Pochi giorni nondimeno passarono che Eutropio uscito di chiesa per fuggire, o trattone per forza, o ceduto con patto che fosse salva la di lui vita, fu relegato nell'isola di Cipri, ed ordinato che si levasse il suo nome dai Fasti consolari e dalle leggi, si abbattessero le sue statue, e si abolisse ogni altra sua memoria. Abbiamo una legge di Arcadio[1185], data nel dì 17 di gennaio dell'anno presente, dove si legge la di lui condanna: il che fece credere al Gotofredo[1186] e al padre Pagi[1187], che questa scena accadesse prima di quel giorno in questo medesimo anno. Ma, siccome osservò il Tillemont[1188], troppo forti ragioni abbiamo per giudicar fallata quella data quanto al mese, specialmente perchè Eudossia avendo partorita Pulcheria nel dì 19 di gennaio, non avrebbe potuto presentarla al marito Augusto, come vuol Filostorgio. Per conseguente sembra più verisimile che la di lui caduta s'abbia da riferire ad alcuni mesi dappoi, e forse dopo l'agosto. Non si sa quanto tempo durasse la relegazione di Eutropio in Cipri. Abbiamo bensì da Zosimo[1189] e da Filostorgio[1190], aver fatto tante istanze Gaina contra di lui, e suscitati accusatori, che in fine fu ricondotto da Cipri a Costantinopoli, e processato. Finalmente con uno di que' ripieghi che i politici san trovare per non mantenere i giuramenti, cioè dicendo che la promessa di salvargli la vita era solamente per Costantinopoli, il mandarono a Calcedone, dove gli fu mozzato il capo. Ed ecco qual fu il fine di un Eutropio eunuco, e già schiavo di Arenteo, giunto dal più basso e vile stato alla maggior grandezza, da un'estrema povertà ad incredibili ricchezze e ad una straordinaria potenza. Di rado le gran fortune, che non han la base sulla virtù, vanno esenti da somiglianti gravi peripezie.
NOTE:
[1162] Claud., de Consul. Theod.
[1163] Philostorg., lib. 11, cap. 4.
[1164] Claud., in Eutrop., lib. 2.
[1165] Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.
[1166] L. 4, de itiner. munien. Cod. Theodos.
[1167] L. 26, omni amoto de Annona et Tribut. Cod. Theodos.
[1168] Vide lib. 16, tit. 10, Cod. Theod.
[1169] Idacius, in Fast.
[1170] Prosper Tiro, in Chron.
[1171] August., de Civit. Dei, lib. 8, cap. 33.
[1172] Baron., Annal. Eccl.
[1173] Pagius, Crit. Baron.
[1174] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1175] Zosimus, lib. 5, cap. 13.
[1176] Socrat., lib. 6, cap. 6. Sozom., lib. 8, cap. 4.
[1177] Zosim., lib. 5, cap. 17.
[1178] Claud., in Eutrop.
[1179] Philostorg., lib. 5, cap. 8.
[1180] Zosim., lib. 5, cap. 17.
[1181] Chrysost., in Psalm. 44, et in Eutrop. Philostorg., lib. 11, cap. 8.
[1182] Marcellin. Comes, in Chronic. Chron. Alexandr.
[1183] Chrysost., Orat. in Eutrop. et in Psalm. 44. Zosimus, lib. 5, cap. 18. Sozomenus, Claudian.
[1184] Chrysost. Zosimus. Suidas, in Lexico.
[1185] L. 12, de Poenis, Cod. Theodos.
[1186] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[1187] Pagius, Crit. Baron.
[1188] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1189] Zosimus, lib. 5, cap. 18.
[1190] Philost., lib. 11, cap. 6.
Anno di CRISTO CD. Indizione XIII.
ANASTASIO papa 3. ARCADIO imperadore 18 e 6. ONORIO imperadore 8 e 6.
Consoli
FLAVIO STILICONE ed AURELIANO.
Chi fosse Stilicone console occidentale[1191], non ha bisogno il lettore ch'io gliel ricordi. Quanto ad Aureliano console orientale, egli era prefetto del pretorio d'Oriente nell'anno precedente. Ho io altrove[1192] rapportata una iscrizione posta a Lucio Mario Massimo Perpetuo Aureliano console, immaginando che potesse parlarsi quivi di questo Aureliano. Meglio esaminandola ora, ritrovo che non può convenire a lui, essendo iscrizione spettante a Roma pagana, senza nondimeno sapere qual altro sito le si possa assegnare ne' Fasti consolari. Veggasi nulladimeno all'anno 223. Continuò Flaviano ad esercitar la prefettura di Roma. Poche leggi[1193] di Arcadio Augusto si trovano sotto quest'anno, perchè egli ebbe altro da pensare in casa sua, siccome fra poco diremo: molte sì di Onorio imperadore, date le più in Milano, e l'altre in Ravenna, Altino, Brescia ed Aquileia, ma non senza qualche errore e confusione. Aspra è ben quella[1194] emanata nel dì 30 di gennaio, in cui ordina che sieno arrolati nella milizia i Leti, Gentili, Alamanni e Sarmati, ed altri non avanzati in età, non troppo piccioli, non infermi, e i figliuoli de' veterani e i licenziati dalla milizia prima del tempo, e i passati dalla milizia al clero e all'impiego di seppellire i morti, pretendendo che questi non per motivo di religione, ma per poltroneria abbiano abbandonate l'armi. La ragione di questo rigoroso ordine ce la somministra la storia[1195]. Abbiam fatta qualche menzione di sopra di Alarico, principe fra le nazioni dei Goti, non della famiglia Amala, ch'era la più nobile di tutte, ma di quella de' Balti (nome in lor lingua significante ardito), e nato verso le bocche del Danubio. Non era già costui pagano, come cel rappresenta il pagano poeta Claudiano[1196], perchè, per attestato di Orosio[1197] e di sant'Agostino, egli professava la religion cristiana, ma contaminata dal fermento ariano, come la maggior parte de' Goti praticava da molti anni addietro. Uomo feroce, e del mestier della guerra intendentissimo, il quale pieno di spiriti ambiziosi, anche molti anni prima di venir a gastigare i peccati dei Romani, si vantava che nulla egli crederebbe mai di aver fatto o vinto, se non prendeva la stessa città di Roma. Ciò si raccoglie da un poema di Claudiano[1198], composto molto prima ch'egli eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio[1199], parendo eziandio ch'egli tenesse d'esserne stato accertato da qualche oracolo. Nell'anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quetare i Goti che aveano fatta una terribile irruzione nella Grecia sotto il comando di esso Alarico, lo avea creato generale delle milizie nell'Illirico orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o nella Mesia inferiore, o pur nella Grecia e Macedonia. Giordano istorico[1200] pretende che rincrescendo a que' Goti, chiamati dipoi Visigoti, che sparsi per la Tracia e per l'Illirico dipendevano dallo stesso Alarico, di starsene oziosi, ed apprendendo per cosa pericolosa alla lor nazione lo impoltronirsi, crearono circa questi tempi per loro re il medesimo Alarico. Il disegno d'essi era di conquistar qualche regno, perchè loro parea una disgrazia lo starsene ne' paesi altrui mal veduti, e con pochissime comodità, quasi servi de' Romani. Chiaramente scrivono san Prospero[1201] e il suddetto Giordano, che nel consolato di Stilicone e di Aureliano i Goti sotto il comando di Alarico e di Radagaiso entrarono nell'Italia. Che mali facessero (e certamente far ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale VIII recitato da san Paolino vescovo di Nola[1202] nel gennaio dell'anno seguente, che gran rumore faceva in Italia la guerra dei Goti, e che n'era sbigottito ognuno. Credesi ancora che dessero il guasto al territorio di Aquileia, e non apparisce che o spontaneamente o per forza ritornassero per ora indietro. Non sussiste già il dirsi dal suddetto Giordano che in questa prima visita i Goti andarono ad assediar Ravenna, dove s'era ritirato l'imperadore Onorio; perchè siamo assicurati dalle leggi del Codice Teodosiano, che Onorio nel verno venturo e per tutto l'anno seguente si fermò in Milano.
Neppure ad Arcadio Augusto mancarono guai in Oriente durante questo anno. Pareva che dopo essere rimasta libera la di lui corte da quel mal arnese d'Eutropio, avessero da prendere miglior piega gli affari: ma si trattava di un imperadore buono da nulla, e intanto la caduta di Eutropio servì all'imperadrice Eudossia, tenuta bassa fin qui dal prepotente eunuco per innalzarsi, e sotto l'ombra di aiutar nel governo l'imbrogliato consorte[1203], per tirare a sè quasi tutta l'autorità del comando. Donna superba e stizzosa; donna che voleva partire coi ministri ed uffiziali iniqui il profitta delle loro ingiustizie; donna infine che sapea dominar sopra il marito, ma ch'era anch'essa dominata da una man di dame e da una frotta d'eunuchi, che gareggiavano insieme a chi potea far peggio per arricchirsi, con vendere le grazie, con usurpare i beni altrui, e commettere tali iniquità, che le mormorazioni e i pubblici lamenti erano divenuti uno sfogo incessante de' popoli afflitti. Per attestato della Cronica Alessandrina[1204], solamente nel dì 9 di gennaio dell'anno presente a lei fu dato dal marito il titolo di Augusta. Ed essa poi nel dì 3 di aprile partorì la terza figliuola, a cui fu posto il nome di Arcadia. Da una lettera di Onorio Augusto si ricava che questa ambiziosa donna mandò la sua immagine per le provincie, come soleano fare i novelli Augusti: del che si dolse esso Onorio, come di una novità che avea dato da mormorare a tutti. A questi mali provenienti dalla debolezza del regnante se ne aggiunsero de' più strepitosi per la perfidia di Gaina, che eletto generale dell'armi romane, per difesa del romano imperio, altro non facea che segretamente macchinarne la rovina, conservando nel medesimo tempo le apparenze della fedeltà e zelo nel pubblico bene, e pensando che non si accorgesse la corte delle sue intenzioni e furberie. Pertanto egli maneggiò un accomodamento fra Tribigildo ed Arcadio: il che fatto, sì l'uno che l'altro colle loro armate s'inviarono alla volta di Costantinopoli, saccheggiando d'accordo il paese per dove passavano. Tribigildo voltò a sinistra, andando a Lampsaco nell'Ellesponto, e Gaina a dirittura passò a Calcedone in faccia di Costantinopoli, dove cominciò a scoprire i suoi perversi disegni. Per li movimenti di questi due barbari uffiziali si trovava in un gran labirinto Arcadio e il suo consiglio, perchè scorgevano il mal animo di Gaina, ed armata non v'era da potergli opporre. Spedì esso Augusto persone per dimandare a Gaina che pensieri erano i suoi[1205]. Rispose costui di voler nelle mani i tre principali ministri della corte, cioè Aureliano console di quest'anno, Saturnino stato console nell'anno 383, e Giovanni segretario il più confidente che si avesse Arcadio. Ci fa qui intendere il maligno Zosimo[1206] che dovea passare anche gran confidenza fra questo Giovanni e l'imperadrice Eudossia, perchè i più credeano che egli, e non già Arcadio, fosse padre di Teodosio II, principe che vedremo venire alla luce nell'anno seguente. Secondo Socrate, Gaina dimandò per ostaggi i suddetti ministri, mostrando probabilmente di non fidarsi dell'imperadore. Ma Zosimo con più ragione pretende che li volle per farli morire, perchè dovea loro attribuire i disordini presenti, o i mali uffizii fatti contra di lui. Tale era lo spavento di quel consiglio d'Arcadio, che s'indusse a sagrificare quegli onorati personaggi alla brutalità di Gaina; ed essi generosamente si esposero ad ogni rischio per la salute pubblica. Vuol Zosimo che la consegna di questi ministri si facesse dappoichè seguì l'abbocamento di Arcadio con Gaina. Socrate e Sozomeno[1207] la mettono prima. Certo è che san Giovanni Grisostomo[1208], siccome apparisce da una sua omilia, fece quanto potè per salvare almeno la vita a così illustri ministri; e in fatti Gaina volle ben che provassero l'orror della morte con farli condurre al patibolo; ma mentre il carnefice avea alzato il braccio per troncar loro il capo, fu fermato da un ordine d'esso Gaina, il quale si contentò di mandarli in esilio nell'Epiro; ma questi nel viaggio o per danari, o per altra loro industria, ebbero la sorte di fuggire, e di comparir poi a Costantinopoli contro l'espettazione d'ognuno.
O prima o dopo di questo tragico avvenimento, il tiranno Gaina più che mai insolentendo, fece istanza che Arcadio Augusto, se gli premeva d'aver pace, passasse a Calcedone per trattarne a bocca con lui. D'uopo fu il povero imperadore inghiottisse ancora questo boccone e andasse a trovarlo. Nell'insigne chiesa di Santa Eufemia presso a quella città si abboccarono insieme, e vicendevolmente giurata buona amicizia tra loro, si convenne che Gaina deporrebbe l'armi, e tanto egli che Tribigildo andrebbono a Costantinopoli. Secondo Socrate[1209], allora fu, e non prima come dicemmo di sopra, che Gaina fu dichiarato generale della fanteria e cavalleria romana, oltre al comando suo sopra un gran corpo de' Goti a lui ubbidienti. Di Tribigildo altro di più non sappiamo, se non per relazion di Filostorgio[1210] ch'egli passato nella Tracia da lì a poco tempo perì. Quanto a Gaina non ebbe difficoltà di passare a Costantinopoli, orgoglioso per aver data la legge al regnante, ed ivi colla medesima altura pretese che si desse una chiesa ai suoi Goti ariani[1211]; ma l'arcivescovo san Giovanni, imitando la costanza di santo Ambrosio, talmente gli fece fronte, che restarono vani tutti i di lui sforzi. Pare che tutti questi sconcerti succedessero nel mese di maggio. Ma poco durò la pace fatta con chi era di cuor doppio, e non istudiava se non cabale ed inganni. Perchè in Modena il nome di Gaino è in uso per dinotare i furbi ed ingannatori sotto la parola, ho io talvolta sospettato che da quel furfante Goto fosse proceduto questo titolo; ma sempre mi è paruto più probabile ch'esso venga da Gano, famoso ne' romanzi per le sue ribalderie, e finto ai tempi di Carlo Magno. Ora il malvagio Gaina generale dell'armi andò a poco a poco empiendo la città di Costantinopoli de' suoi Goti, e mandando fuori quanti più potè di soldati romani, ed anche delle guardie del palazzo sotto varii pretesti[1212]. Era il suo disegno di mettere a sacco in una notte le botteghe degli orefici oppur dei banchieri, e di attaccare il fuoco al palazzo imperiale. Zosimo[1213] scrive ch'egli mirava ad impadronirsi della città e ad usurpare il trono. Se ne avvidero quegli artisti, e stettero ben in guardia. Per conto del palazzo, andarono bensì per più notti i suoi satelliti per incendiarlo; ma sempre vi trovarono una buona guardia di soldati, benchè non ve ne dovesse essere, con aver poi tenuto per fermo il popolo che quei fossero soldati fatti comparire da Dio per difesa del piissimo imperadore Arcadio. Se ne volle chiarire lo stesso Gaina, e trovò che tale era la verità, con immaginarsi poi che Arcadio avesse fatto venire segretamente delle milizie per valersene contra di lui, le quali stessero durante il giorno nascose.
Fu cagion l'apprensione conceputa per questo fatto, che il misleale Gaina si ritirasse fuori di Costantinopoli nel dì 10 di luglio, allegando qualche indisposizione di corpo e bisogno di riposo, con fermarsi circa sette miglia lungi dalla città. Aveva egli lasciato in Costantinopoli la maggior parte de' suoi Goti con ordine di prender l'armi contra de' cittadini a un determinato tempo, di cui preventivamente doveano dare a lui un segnale, affin di accorrere anch'egli con altra gente a rinforzarli. Ma o sia, come vuol Zosimo[1214], ch'egli scoprisse il disegno col venire prima del segno, oppure, come fu scritto da Socrate e da Sozomeno, che i Goti, volendo asportar fuori della città una quantità d'armi, le guardie delle porte si opponessero, perlochè restarono uccisi: certo è che il popolo di Costantinopoli si levò a rumore, e, dato di piglio all'armi, sbarrarono le strade; e giacchè Arcadio nel dì 12 di luglio dichiarò nemico pubblico Gaina[1215], tutti si diedero a mettere a fil di spada quanti Goti s'incontravano. Gaina, non avendo potuto entrare, fu forzato a ritirarsi. Il resto de' Goti, non tagliati a pezzi, e consistente in sette mila persone, si rifugiò in una chiesa, e quivi si afforzò. Ma il popolo, scopertone il tetto, e di là precipitando travi accesi contra di loro, gli estinse tutti, ed insieme bruciò la chiesa: il che dai Cristiani più pii, se crediamo a Zosimo, fu riputato fatto peccaminoso. Con ciò rimase libera e quieta la città, ma non finirono le scene per questo. Gaina da nemico aperto cominciò a far quanto male potè alla Tracia, senza che alcuno uscisse di Costantinopoli per opporsegli, o per trattare d'accordo: tanto facea paura ad ognuno il di lui umore barbarico, il solo san Giovanni Grisostomo andò animosamente a trovarlo[1216], e ne fu bene accolto contro l'espettazione d'ognuno. Ciò ch'egli operasse, nol sappiamo, se non che Zosimo scrive aver Gaina dopo la total desolazione di quelle campagne (giacchè non potea entrare nelle città, tutte ben difese dagli abitanti) rivolto i passi verso il Chersoneso, con disegno di passar lo stretto, e continuare i saccheggi nell'Asia[1217]. Ma eletto generale della flotta imperiale Fravita, Goto bensì di nazione e pagano, ma uomo di onore, ed applaudito per molte cariche sostenute in addietro, andò per opporsi ai tentativi del non mai stanco Gaina. Ed allorchè costui, dopo aver fatto tumultuariamente fabbricar molte rozze navi da trasporto, si volle arrischiare a valicar lo stretto, gli fu addosso Fravita colle sue navi ben corredate, e gli diede una sì fiera percossa, aiutato anche dal vento, che molte migliaia di Goti perirono in mare. Disperato per questa gran perdita Gaina, voltò cammino con quella gente che gli restava, per tornarsene nella Tracia; e perchè Fravita non volle azzardarsi a perseguitarlo, gli fu fatto un reato per questo. Ma dovette saper ben egli difendere sè stesso, e ce ne accorgeremo all'anno seguente, in cui il vedremo alzato alla dignità di console. Fuggendo poi Gaina, se dee valere l'asserzion di Socrate[1218] e di Sozomeno[1219], fu inseguito dalle soldatesche romane, sconfitto ed ucciso. Ma Zosimo racconta ch'egli arrivò a passare il Danubio con quei pochi Goti che potè salvare, sperando di menare il resto di sua vita nel paese che era una volta dei Goti. Ulda, o Uldino, re degli Unni, padrone allora di quella contrada, non amando di avere in casa sua un sì pericoloso arnese, gli si voltò contro, ed uccisolo, mandò poi per regalo la di lui testa ad Arcadio. Dalla Cronica Alessandrina[1220] abbiamo che nel dì 3 di gennaio dell'anno seguente essa testa fu portata in trionfo per Costantinopoli. Tal fine ebbe questa tragedia, e tal ricompensa la strabocchevole ambizione di quel furfante di Gaina.
NOTE:
[1191] Claud., de laud. Stiliconis, et in IV Consul. Honor.
[1192] Thesaur. Novus Inscript., pag. 394.
[1193] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.
[1194] L. 12, de Veter., Cod. Theodos.
[1195] Jordan., de Reb. Getic., c. 29.
[1196] Claud., de IV Consulatu Honor.
[1197] Orosius, lib. 7, c. 37.
[1198] Claud., de Bello Getico.
[1199] Prudentius, in Symmach.
[1200] Jordan., ut supra.
[1201] Prosper., in Chronico.
[1202] Paulin. Nolanus, Natal. VIII.
[1203] Zosim., lib. 5, cap. 23.
[1204] Chronicon Alexandrinum.
[1205] Socrates, lib. 6, c. 6.
[1206] Zos., lib. 5, cap. 18.
[1207] Sozom., lib. 8, cap. 4.
[1208] Chrysost., Tom. 5, Hom. LXXII.
[1209] Socrat., lib. 6, cap. 6.
[1210] Philostor., lib. 11, cap. 8.
[1211] Theod., lib. 5, cap. 32.
[1212] Socrat., Sozomenus, Philost., ut sup.
[1213] Zosim., lib. 5, cap. 18.
[1214] Zosimus, lib. 5, cap. 19.
[1215] Chronic. Alexandr. Marcellinus Comes, in Chron. Socrates, Sozom.
[1216] Theod., lib. 5, cap. 32.
[1217] Zosim., lib. 5, cap. 20 et seq.
[1218] Socrat., lib. 6, cap. 6.
[1219] Sozom., lib. 8, cap. 4.
[1220] Chronic. Alexandr.
Anno di CRISTO CDI. Indizione XIV.
INNOCENZO papa 1. ARCADIO imperad. 19 e 7. ONORIO imperad. 9 e 7.
Consoli
VINCENZO e FRAVITA.
Il primo, cioè Vincenzo, console occidentale, era stato in addietro prefetto del pretorio delle Gallie, e si trova commendato assaissimo per le sue virtù da Sulpicio Severo[1221], autore di questi tempi. Fravita console orientale è quel medesimo che abbiamo veduto di sopra vittorioso della flotta di Gaina, e che fedelmente seguitò a servire ad Arcadio Augusto. Prefetto di Roma abbiamo per l'anno presente Andromaco. Ora noi siam giunti al principio del secolo quinto dell'era cristiana, secolo che ci somministra funeste rivoluzioni di cose, specialmente in Italia, diverse troppo da quelle che fin qui abbiamo accennato. Inclinava già alla vecchiaia il romano imperio, e, a guisa de' corpi umani, avea, coll'andare degli anni contratte varie infermità, che finalmente il condussero all'estrema miseria. Tanta vastità di dominio, che si stendeva per tutta l'Italia, Gallia e Spagna, per i vasti paesi dell'Illirico e della Grecia e Tracia, e per assaissime provincie dell'Asia e per l'Egitto, e per tutte le coste dell'Africa bagnate dal Mediterraneo, colla maggior parte ancora della gran Bretagna, tratto immenso di terre, delle quali oggidì si formano tanti diversi regni e principati: grandezza, dissi, di mole sì vasta s'era mirabilmente sostenuta finora per le forze sì di terra che di mare, che stavano pronte sempre alla difesa, e per la saggia condotta di alcuni valorosi imperadori. Certamente, siccome s'è veduto, non mancarono già nei precedenti anni guerre straniere di somma importanza, fiere irruzioni di Barbari, e tiranni insorti nel cuore del medesimo imperio; ma il valore de' Romani, la fedeltà dei popoli e la militar disciplina mantenuta tuttavia in vigore, seppero dissipar cotante procelle, e conservare non men le provincie che la dignità del romano imperio. Contuttociò fu d'avviso Diocleziano che un sol capo a tanta estension di dominio bastar non potesse; e però introdusse la pluralità degli Augusti e dei Cesari, immaginando che queste diverse teste procedendo con unione d'animi (cosa difficilissima fra gli ambiziosi mortali) avesse da tener più saldo e difeso l'imperio, benchè diviso fra essi, volendo principalmente che le leggi fatte da un imperadore portassero in fronte anche il nome degli altri Augusti, affinchè un solo paresse il cuore e la mente di tutti nel pubblico governo. Per questa ragione, secondo l'introdotto costume, Teodosio il grande, per quanto ci ha mostrato la storia, con dividere fra i suoi due figliuoli, cioè Arcadio ed Onorio Augusti la sua monarchia, avea creduto di maggiormente assicurar la sussistenza di questo gran colosso.
Ma per disavventura del pubblico, a riserva della bontà del cuore e dei costumi, null'altro possedeano questi due principi di quel che si richiede a chi dee reggere popoli; e in fatti erano essi nati per lasciarsi governar da altri. Miravano poi cresciuti dappertutto gli abusi; malcontenti i sudditi per le soverchie gravezze; sminuite le milizie romane; le flotte trascurate. Il peggio nondimeno consisteva nella baldanza de' popoli settentrionali, a soggiogare i quali non era mai giunta la potenza romana. Costoro da gran tempo non ad altro più pensavano che ad atterrar questa potenza. Nati sotto climi poco favoriti dalla natura, e poveri ne' lor paesi, guatavano continuamente con occhio invidioso le felici romane provincie, ed erano vogliosi di conquistarle, non già per aggiugnerle alle antiche lor signorie, ma per passar dai lor tugurii ad abitar nelle case agiate, e sotto il piacevol cielo de' popoli meridionali. Questo bel disegno non potè loro riuscire nei tempi addietro, perchè, ripulsati o sbaragliati, qui lasciarono la vita, o furono costretti a ritornarsene alle lor gelate abitazioni. Il secolo, in cui entriamo, quel fu in cui parve che si scatenasse tutto il settentrione contra del romano imperio, con giugnere in fine a smembrarlo, anzi ad annientarlo in Occidente. Si può ben credere che non poco influisse in queste disavventure dell'imperio occidentale l'aver Valente e Teodosio Augusti (così portando la necessità dei loro interessi) lasciati annidar tanti Goti ed altre barbare nazioni nella Tracia e in altre provincie dell'Illirico. Assaissimo nocque del pari l'avere gl'imperadori da gran tempo in addietro cominciato a servirsi ne' loro eserciti di truppe barbariche e di generali eziandio di quelle nazioni. Perciocchè que' Barbari, adocchiata la fertilità e felicità di queste provincie, ed impratichiti del paese e della forza o debolezza de' regnanti, non lasciavano di animare la lor gente a cangiar cielo, e a venire a stabilirsi in queste più fortunate contrade. Già abbiam veduto in Italia Alarico re de' Goti con Radagaiso, e con un potente esercito, ma senza sapere s'egli per tutto quest'anno continuasse a divorar le sostanze degli Italiani, o pur se fosse obbligato dalle armi romane a retrocedere. Certa cosa è che Onorio Augusto pacificamente se ne stette in Milano, dove si veggono pubblicate alcune leggi[1222]; e quando non sia errore nella data d'una in Altino, città florida allora della Venezia, par bene che i progressi di que' Barbari non dovessero esser molti, e che anzi i medesimi se ne fossero tornati addietro.
Tra l'altre cose[1223] l'imperadore Onorio condonò ai popoli i debiti ch'essi aveano coll'erario cesareo fino all'anno 386; sospese l'esazione degli altri da esso anno 386 sino all'anno 395, ordinando solamente che si pagassero senza dilazione i debiti contratti dopo esso anno 395. Comandò ancora che si continuasse il risarcimento delle mura di Roma, con aggiungervi delle nuove fortificazioni, perchè dei brutti nuvoli erano per l'aria. Venne a morte nel dì 14 di dicembre, dell'anno presente Anastasio papa, che viene onorato col titolo di santo negli antichi cataloghi[1224], dovendosi nondimeno osservare che tal denominazione non significava già in que' tempi rigorosamente quello che oggidì la Chiesa intende colla canonizzazione de' buoni servi di Dio, fatta con tanti esami delle virtù e de' miracoli loro. Davasi allora il titolo di santo anche ai vescovi viventi, come tuttavia ancora si dà ai romani pontefici. E però noi troviamo appellati santi tutti i papi de' primi secoli, così i vescovi di Milano, Ravenna, Aquileia, Verona, ec., ma senza che questo titolo sia una concludente pruova di tal santità, che uguagli la decretata negli ultimi secoli in canonizzare i servi del Signore. Secondo i conti del padre Pagi, a' quali mi attengo anch'io senza voler entrare in disputa di sì fatta cronologia, nel dì 21 d'esso mese fu creato papa Innocenzo, primo di questo nome. Nulladimeno s. Prospero[1225] e Marcellino conte[1226] riferiscono all'anno seguente la di lui elezione. Abbiamo dal medesimo Marcellino che nel dì 11 di aprile Eudossia Augusta partorì in Costantinopoli ad Arcadio imperadore un figlio maschio, a cui fu posto il nome di Teodosio, secondo di questo nome. Socrate[1227] e l'autore della Cronica Alessandrina[1228] il dicono nato nel dì 10 di esso mese: divario di poca conseguenza, e probabilmente originato dall'essere egli venuto alla luce in tempo di notte. V'ha ancora chi il pretende nato nel mese di gennaio. Incredibile fu la gioia della corte e del popolo a Costantinopoli, e se ne spedì la lieta nuova a tutte le città, con aggiugnervi grazie e con dispensar danari. Pubblicò Arcadio una legge nel dì 19 di gennaio dell'anno presente[1229], con cui proibì il dimandare al principe i beni confiscati finchè non fossero passati due anni dopo il confisco, volendo esso Augusto quel tempo per poter moderare la severità delle sentenze emanate contra dei colpevoli, e rendere ad essi, se gliene veniva il talento, ciò che il rigore della giustizia loro avea tolto. Buona calma intanto si continuò a godere nell'imperio orientale.
NOTE:
[1221] Sulp. Sever., Dial. 1, cap. 27.
[1222] Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.
[1223] L. 3, de indulg. debit., Cod. Theodos.
[1224] Anastas. Bibliothec. Baronius, Papebroch. Pagius.
[1225] Prosper, in Chron.
[1226] Marcellin. Comes, in Chron.
[1227] Socrates, lib. 6, cap. 6.
[1228] Chron. Alexandr.
[1229] L. 17, de honor. proscr., Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CDII. Indizione XV.
INNOCENZO papa 2. ARCADIO imperad. 20 e 8. ONORIO imperadore 10 e 8. TEODOSIO II imperadore 1.
Consoli
FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la quinta volta, e FLAVIO ONORIO AUGUSTO per la quinta.
Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma non apparisce dalle antiche memorie. Trovasi nondimeno una iscrizione[1230] posta in Roma ai due Augusti da Flavio Macrobio Longiniano prefetto di Roma, che sembra appartenere a questi tempi, e perciò indicare chi esercitasse la prefettura suddetta. Per attestato della Cronica Alessandrina e di Socrate storico, nel dì 10 di gennaio dell'anno presente l'infante Teodosio II fu creato Augusto da Arcadio imperadore suo padre. O sia che Alarico re dei Goti fosse dianzi partito dall'Italia, e ci tornasse nell'anno presente, oppure ch'egli continuasse qui il suo soggiorno anche nell'anno addietro: certa cosa è che in questi tempi, dopo aver preso varie città e terre oltre il Po[1231], si spinse nel cuore di quella che oggidì si chiama Lombardia, con un formidabil esercito de' suoi Goti, senza che apparisca più congiunto con esso lui Radagaiso re degli Unni. Erasi l'imperadore Onorio ritirato non meno per precauzione, che per essere più vicino ai bisogni dello Stato, nella città di Ravenna, città allora per la sua situazione fortissima, perchè circondata dal Po e da profonde paludi; e città che divenne da lì innanzi per alcuni anni la sede e reggia degli Augusti. Ma i felici avanzamenti dei Barbari avevano talmente costernati gli animi degli Italiani, che, per attestato di Claudiano, autore contemporaneo, i benestanti ad altro non pensavano che a ritirarsi colle lor cose più preziose in Sicilia, oppure in Corsica e Sardegna. Per questo medesimo spavento, quasichè Ravenna non fosse creduta bastante asilo, Onorio Augusto se ne partì, con incamminarsi verso la Gallia. Ma Stilicone tanto perorò, che fece fermar la corte in Asti, città allora della Liguria, che doveva essere ben forte, dacchè s'indusse l'intimorito Onorio a lasciarvisi serrar dentro, in caso che Alarico vi avesse posto l'assedio. Prima di questo fiero turbine aveano i movimenti de' Barbari data occasione ai popoli della Rezia (parte de' quali oggidì sono i Grigioni) di sollevarsi, laonde fu costretto Stilicone ad inviar colà alcune legioni romane per tenerli in freno o ricondurli all'ubbidienza. E il trovarsi appunto quelle truppe occupate fuori di Italia, avea accresciuto l'animo ad Alarico per più insolentire, e per continuar i progressi dell'armi sue. Merita qui certo lode la risoluzion presa in questi pericolosi frangenti da Stilicone. Sul principio dell'anno, e nel cuor del verno, con poco seguito egli passò il lago di Como, e per mezzo delle nevi e de' ghiacci s'inoltrò fino nella Rezia. L'arrivo di sì famoso generale, e poscia le minacce accompagnate da amorevoli persuasioni, non solamente calmarono la rivolta dei Reti, ma gl'indussero ancora ad unirsi colle milizie romane per la salvezza dell'imperadore e dell'Italia. Aveva inoltre Stilicone richiamate alcune legioni che lungo il Reno stanziavano, ed una infino dalla Bretagna; e fu mirabile il vedere che i feroci popoli transrenani, tuttochè osservassero sguerniti di presidii i confini romani, pure si stettero quieti in quella occasione, nè inferirono molestia alcuna alle provincie dell'imperio.
Unita che ebbe Stilicone una poderosa armata, la mise in marcia verso l'Italia, ed egli, precedendola con alcuni squadroni di cavalleria, arditamente valicò a nuoto i fiumi, passò per mezzo ai nemici, ed inaspettato pervenne ad Asti con incredibil consolazione dell'imperadore Onorio, quivi rinchiuso, e di tutta la sua corte. Giunsero dipoi le legioni e truppe ausiliarie raccolte, e fu conchiuso di dar battaglia al nemico. Aveva Alarico baldanzosamente passato il Po, con arrivare ad un fiume chiamato Urba, che vien creduto il Borbo d'oggidì, e che passa non lungi da Asti. Immaginò per ciò Claudiano che avendo gli oracoli predetto ch'esso Alarico giugnerebbe ad Urbem, cioè a Roma, si verificasse il vaticinio con restar egli deluso, dacchè arrivò a questo fiumicello. Militava nell'esercito di Stilicone una grossa mano di Alani, gente barbara e sospetta in quella congiuntura. Il condottier di costoro, appellato Saule (non so se con vero nome) da Paolo Orosio, e chiamato uomo pagano, quegli fu che consigliò di attaccar la zuffa nel santo giorno di Pasqua, perchè in essa i Goti, ch'erano cristiani, benchè macchiati dell'eresia ariana, sarebbono colti alla sprovvista: consiglio detestato allora dai buoni cattolici, e massimamente dal suddetto Orosio. Claudiano all'incontro attribuisce tal risoluzione a Stilicone stesso, personaggio che in altre occasioni si scoprì poco buon cristiano, e favorì molto i pagani, fra' quali è da contare lo stesso poeta Claudiano. Comunque sia, cominciò il conflitto, e i Goti, prese l'armi, sì fattamente caricarono sopra la vanguardia degli Alani, che ne uccisero il capo, e rovesciarono il resto. Allora la cavalleria romana s'inoltrò, e la fanteria anch'essa menò le mani. Durò lungo tempo il contrasto con ispargimento di gran sangue dall'una parte e dall'altra; ma finalmente furono costretti i Goti alla ritirata e alla fuga, con lasciar in poter de' Romani il loro bagaglio, consistente in immense ricchezze, e con restarvi prigionieri i figliuoli dello stesso Alarico colle nuore, e liberata gran copia di Cristiani, fatti in addietro schiavi da quei Barbari. Il luogo della battaglia fu presso Pollenza, ossia Potenza, città allora situata vicino al fiume Tanaro, di cui oggidì neppure appariscono le vestigia nel Monferrato. Il cardinal Baronio, il Petavio, il Tillemont ed altri rapportano questa vittoria all'anno 403; il Sigonio e il padre Pagi al presente; Prospero e Cassiodoro chiaramente l'asseriscono accaduta nel consolato V di Arcadio e di Onorio, Augusti, cioè in questo anno. Più grave ancora è la discordia degli storici in raccontare quel fatto d'armi; perciocchè Giordano storico[1232], che corrottamente vien chiamato Giornande, e Cassiodoro[1233] scrivono che in questo conflitto non già i Romani, ma i Goti restarono vittoriosi. Giordano prende ivi degli altri abbagli. Per noi basta il vederci assicurati da Claudiano[1234], da san Prudenzio[1235] e da Prospero[1236], autori contemporanei, e di lunga mano più degni di fede, che furono messi in rotta i Goti. Paolo Orosio, allorchè scrive di questo fatto d'armi, riprovato da lui a cagione del giorno santo, aggiugne che in breve il giudizio di Dio dimostrò, et quid favor ejus posset, et quid ultio exigeret. Pugnantes vicimus, victores victi sumus. Quando non si voglia credere che i Romani vinsero bensì presso Pollenza, ma che nella ritirata di Alarico ebbero qualche grave percossa (del che niuno degli antichi fa parola), quell'in breve si dovrà stendere fino all'anno 410, in cui Dio permise i funestissimi progressi di que' medesimi Barbari, siccome, andando innanzi, vedremo. Terminata la battaglia, Alarico, restando tuttavia un grosso esercito al suo comando, non si fidò di retrocedere, per paura di essere colto al passaggio dei fiumi, e però si gittò sull'Apennino, parendo disposto di marciare da quella parte verso la sospirata Roma. Nol permise l'accorto Stilicone, perchè fattegli fare proposizioni d'accordo, si convenne con dargli speranza di ricuperare i figliuoli e le nuore, ch'egli si avvierebbe pacificamente fuori d'Italia per la Venezia. Colà pertanto s'incamminò, ma dacchè ebbe passato il Po, ossia ch'egli si pentisse della convenzione fatta, o che Stilicone gli mancasse di parola, perchè più non temeva che il Barbaro ripassasse quel fiume reale, si venne di nuovo alle mani, e il conflitto terminò colla peggio de' Goti. Non so se fu allora, o pure dipoi, che Stilicone seppe guadagnar con regali una parte di essi, e loro fece prendere l'armi contra degli altri; laonde nelle vicinanze di Verona seguì qualche sanguinoso combattimento, che ridusse Alarico alla disperazione. E poco mancò ch'egli non restasse preso; ma il colpo fallì per la troppa fretta degli Alani, ausiliarii dei Romani. Fermossi il Barbaro nell'Alpi, cercando se avesse potuto condurre il resto dell'armata sua nella Rezia e nella Gallia; ma Stilicone, preveduto il di lui pensiero, vi prese riparo. Intanto per le malattie seguitò maggiormente ad infievolirsi l'esercito di Alarico, e per la fame a sbandarsi le squadre intere, di modo che infine fu egli forzato a mettersi in salvo colla fuga, lasciando in pace l'Italia. Fu questa volta ancora incolpato Stilicone di avere sconsigliatamente lasciato fuggire Alarico; ma è ben facile in casi tali il formar dei giudizii ingiusti, per chi giudica in lontananza di tempo e senza essere sul fatto.
NOTE:
[1230] Gruter., Inscription., pag. 165.
[1231] Claud., de Bello Getic., et de Consul. IV. Honor.
[1232] Jordan., de Reb. Getic.
[1233] Cassiodorus, in Chron.
[1234] Claud., de Bello Getic.
[1235] Prud., lib. 2 contra Symmach.
[1236] Prosper, in Chronico.
Anno di CRISTO CDIII. Indizione I.
INNOCENZO papa 3. ARCADIO imperadore 21 e 9. ONORIO imperadore 11 e 9. TEODOSIO II imperadore 2.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO e FLAVIO RUMORIDO.
Uscito da sì gravi pericoli Onorio Augusto, si era restituito a Ravenna, nella qual città si veggono date molte leggi di lui, tutte spettanti a quest'anno, e che comprovano appartenere all'anno precedente il fatto d'armi di Pollenza. Perciocchè alcune di esse compariscono scritte in Ravenna nel febbraio, marzo e maggio, nei quali mesi Onorio certamente non fu in Ravenna, ma bensì in Asti, allorchè Alarico portò la guerra nella Liguria, e fu sconfitto. Incresceva ai Romani questa residenza dell'imperadore, avvezzi ad aver sotto gli occhi il principe e lo splendore della sua corte, senza l'incomodo di far viaggi lunghi per trovarlo. Perciò gli spedirono una solenne ambasceria, pregandolo di consolare col suo ritorno a Roma i lor desiderii, e di andare a ricevere il trionfo che gli aveano preparato. E perciocchè intesero che i Milanesi aveano fatta una simile deputazione, per tirar esso Augusto alla loro città, si raccoglie da una lettera di Simmaco, che nel mese di giugno determinarono di spedirgli degli altri ambasciatori colla stessa richiesta. Di questa congiuntura si servirono alcuni senatori tuttavia pagani per chiedere ad Onorio la licenza di celebrare i giuochi secolari. San Prudenzio, valente poeta cristiano, fioriva allora in Ispagna sua patria. Prese egli a scrivere contro la relazione di Simmaco prefetto di Roma, composta già nell'anno 384, per rimettere in piedi l'ara della Vittoria, e confutata in que' tempi da Sant'Ambrosio; e può parere strano come Prudenzio ne parli, come se Simmaco avesse allora presentata quella supplica ad Onorio. Ora Prudenzio con parole chiare attesta la vittoria riportata da' Romani presso Pollenza colla rotta di Alarico, ed indirizza quell'apologia ad Onorio Augusto, che tuttavia dimorava in Ravenna, pregando di non permettere più le superstizioni dei pagani, e specialmente di proibire i sanguinosi spettacoli de' gladiatori, contrari alla legge di Cristo, e già vietati da Costantino il grande. Può servire ancora il medesimo poema assai lungo ed erudito di san Prudenzio a farci intendere seguita la suddetta battaglia di Pollenza nell'anno antecedente, e non già nel presente. Ora l'Augusto Onorio prese, prima che terminasse l'anno, la risoluzion di passare a Roma, per ivi celebrare i decennali del suo imperio dopo la morte del padre: al qual fine fu disegnato console per l'anno seguente. Descrive Claudiano[1237] il suo viaggio per l'Umbria, e la magnifica solennità con cui egli entrò in Roma, avendo al suo lato nel cocchio il suocero Stilicone, con immenso giubilo del popolo romano. Partorì nell'anno presente[1238] a dì 10 o 11 di febbraio Eudossia Augusta ad Arcadio imperadore la quarta figliuola, a cui fu posto il nome di Marina. Furono poi grandi rumori in Costantinopoli per la prepotenza di questa imperadrice. Divenuta padrona del marito e dell'Oriente, perchè disgustata di san Giovanni Grisostomo, impareggiabile e zelantissimo vescovo di quella gran città, pontò cotanto, che il fece deporre e mandare in esilio; dal che seguirono perniciosi tumulti. Ne fa menzione anche Zosimo[1239], e taglia i panni addosso ai monaci d'allora, mischiati in quei torbidi, con dire ch'essi avendo già tirata in lor dominio una gran quantità di beni, e col pretesto di sovvenir con quelle rendite i poveri, aveano, per così dire, ridotto ognuno alla povertà; iperbole che scredita il di lui racconto; ma che non lascia di farci intendere, come i monaci, appena nati nel secolo precedente, s'erano moltiplicati per le ville, e non trascuravano il mestier di far sua la roba altrui.
NOTE:
[1237] Claud., de IV Consulatu Honor.
[1238] Chron. Alexandr. Marcell. Comes, in Chronico.
[1239] Zosim., lib. 5, cap. 23.
Anno di CRISTO CDIV. Indizione II.
INNOCENZO papa 4. ARCADIO imperadore 22 e 10. ONORIO imperadore 12 e 10. TEODOSIO II imperadore 3.
Consoli
ONORIO AUGUSTO per la sesta volta, e ARISTENETO.
Tutta fu in festa la città di Roma pel consolato e per i decennali dell'Augusto Onorio, che furono celebrati con suntuosi spettacoli. Ma non già coi giuochi secolari, nè colle zuffe de' gladiatori, come avrebbono desiderato que' Romani che tuttavia stavano ostinati nel gentilesimo. Il cardinal Baronio, che di tal permissione aveva accusato Onorio Augusto, vien giustamente ripreso dal Pagi. Ma nè il Pagi nè Jacopo Gotofredo ebbero già buon fondamento di credere e chiamare ingannato il Baronio, allorchè scrisse all'anno 325 che Costantino il grande, con una legge data in Berito, aveva proibito per tutto l'imperio romano i giuochi sanguinosi de' gladiatori. Siccome io altrove ho dimostrato[1240], non può negarsi quell'universale divieto di Costantino. Ma era sì radicato l'abuso, n'erano si incapricciati i popoli, che dopo la morte di quell'invitto imperadore tornarono, malgrado de' suoi successori, a praticarlo, con estorquere eziandio la permissione di essi da alcuni Augusti. Ma in fine, per attestato di Teodoreto[1241], Onorio con sua legge vietò ed abolì per sempre quell'abbominevole spettacolo che costava tanto sangue e tante vite d'uomini per dare un divertimento al pazzo popolo. In quest'anno poi Onorio pubblicò una legge[1242], in cui, se crediamo al padre Pagi suddetto, Judaeos et Samaritanos omni militia privavit. Ma non credo io tale il senso di quella legge, quando pure il Pagi l'intenda per la vera milizia. Proibisce ivi l'imperadore ai Giudei, l'aver luogo nella milizia, cioè negli uffizii di coloro che agenti degli affari del principe erano nominati, perchè il nome di milizia abbracciava tutti gli uffizii della corte. Bollivano tuttavia in Oriente le persecuzioni contra di san Giovanni Grisostomo, quel mirabil oratore della Grecia cristiana, e tanto papa Innocenzo I, quanto l'imperadore Onorio si affaticarono in aiuto di lui. Ma era gran tempo che non passava buona armonia tra esso Onorio ed Arcadio Augusto di lui fratello; e però inutili furono le loro raccomandazioni. Per altro sì quel santo patriarca, quanto Teofilo patriarca di Alessandria, a lui opposto, riconobbero in tal congiuntura l'autorità primaria del romano pontefice, al quale il primo si appellò, e l'altro inviò per questa discordia i suoi legati. Fermossi in Roma l'imperadore Onorio parecchi mesi. Prima che terminasse l'anno, è più che verisimile ch'egli si restituisse a Ravenna, perchè quivi si trovano date alcune sue leggi nel principio di febbraio del susseguente anno. I motivi che l'indussero a ritirarsi colà, è da credere che fossero i preparamenti che si udivano farsi dai Barbari per una nuova irruzione in Italia. Alarico sembrava quieto, perchè guadagnato da Stilicone; ma Radagaiso, condottiere, ossia re degli Unni, ossia de' Goti, Scita, cioè Tartaro di nazione, forse mal soddisfatto del disonore inferito ai popoli settentrionali nella rotta data dai Romani ad esso Alarico, pensò a farne vendetta. Più probabilmente ancora, secondochè era allora in uso dei Barbari, anch'egli divorava co' desiderii la città di Roma. In essa città, a lor credere, erano le montagne d'oro, ivi stavano raunate da più secoli le ricchezze della terra. Perciò costui mise insieme una formidabil armata, composta di Unni, Goti, Sarmati e di altre nazioni situate di là dal Danubio. Paolo Orosio[1243] e Marcellino[1244] la fanno ascendere a più di dugento mila combattenti; Zosimo storico[1245] fino a quattrocento mila: numero verisimilmente eccessivo. Probabile è che in questo medesimo anno costui si appressasse all'Italia, e forse ancora v'entrò, per quanto pare che accenni Prospero Tirone[1246]. Grande spavento, fiera costernazione si sparse per tutta l'Italia. Pertanto l'Augusto Onorio, veggendo imminente quest'altra tempesta, giudicò più sicuro il soggiorno di Ravenna, città pel suo sito fortissima, e maggiormente ancora per esser più alla portata di dar gli ordini e di provvedere ai bisogni. Mancò di vita in quest'anno Eudossia imperadrice, moglie di Arcadio Augusto, chiamata al tribunale di Dio a rendere conto, qual nuova Erodiade, della fiera persecuzione ch'ella avea mossa contro il santo ed incomparabil patriarca di Costantinopoli Giovanni Grisostomo. Il Breviario Romano, che nelle lezioni di questo santo mette la morte d'essa Augusta quattro dì dopo quella del Grisostomo nell'anno di Cristo 407, merita in quel sito di essere corretto. Sì Zosimo[1247] che Sozomeno, Filostorgio ed altri scrittori riferiscono a quest'anno una fiera irruzion degl'Isauri per quasi tutte le provincie romane dell'Oriente. Il generale Arbazacio, spedito contro di costoro, ne fece gran macello, ma, vinto dai loro regali, non proseguì l'impresa.
NOTE:
[1240] Thesaur. Novus Inscription., pag. 179.
[1241] Teodor., Hist., lib. 5, cap. 24.
[1242] L. 16, tit. 8. Cod. Theod.
[1243] Orosius, lib. 7, cap. 37.
[1244] Marcellinus Comes, in Chron.
[1245] Zosimus, lib. 5, cap. 26.
[1246] Prosper Tiro, in Chron.
[1247] Zosim., ibid., cap. 28
Anno di CRISTO CDV. Indizione III.
INNOCENZO papa 5. ARCADIO imperad. 23 e 11. ONORIO imperadore 13 e 11. TEODOSIO II imperadore 4.
Consoli
FLAVIO STILICONE per la seconda volta ed ANTEMIO.
Stando l'imperadore Onorio in Ravenna, pubblicò editti[1248] rigorosi contra de' Donatisti, più pertinaci ed insolenti che mai in Africa, comandando l'unione fra essi ed i cattolici: rimedio che riuscì poi salutevole per quella cristianità. Era entrato, o pure entrò in quest'anno Radagaiso in Italia con quel diluvio di Barbari che ho detto di sopra, con saccheggi e crudeltà inudite, scorrendo dappertutto senza opposizione alcuna. L'imperadore Onorio andò raunando quante soldatesche potè; prese ancora al suo soldo molte squadre di Goti, Alani ed Unni, condotti da Uldino e Saro lor capitani. Ma Stilicone maestro di guerra non volle già avventurarsi a battaglia o resistenza alcuna in campagna aperta. Andò solamente costeggiando i movimenti di sì sterminata oste, finchè la medesima si diede a valicar l'Apennino con pensiero di continuare il cammino alla volta di Roma, città che piena di spavento si tenne ancora come perduta. E in Roma appunto questa terribil congiuntura diede motivo ai pagani, che tuttavia ivi restavano, di attribuire tutti questi mali alla religion cristiana, e all'avere abbandonato gli antichi dii, e di prorompere perciò in orride bestemmie, con proporre eziandio di rimettere in piedi gli empii lor sagrifizii e riti. Anzi costoro in lor cuore si rallegravano, perchè Radagaiso, pagano anch'egli, avesse da venire a visitarli, sperando con ciò di veder risorgere la tanto depressa loro superstizione. Ma non era ancora giunto il tempo che Dio avea destinato di punire Roma, capitale del romano imperio bensì, ma anche di tutti i vizii, e in cui per anche l'idolatria ostinatamente si nascondea, e la superbia apertamente regnava. Secondochè osservarono Paolo Orosio e sant'Agostino, colla venuta di Alarico, e poi di Radagaiso, Dio mostrò in lontananza a quella città il gastigo acciocchè si emendasse e facesse penitenza; ma indarno lo mostrò. Nè volle permettere che questo re pagano giugnesse a punire i Romani, perchè la sua crudeltà avrebbe potuto portarvi un universale eccidio, e ridurla in una massa di pietre. Fu infatti, secondo tutte le apparenze, miracoloso il fine di questa tragedia, per cui la costernazione s'era sparsa per tutta l'Italia. Appena Radagaiso fu giunto di là dell'Apennino, che Stilicone colle truppe romane ed ausiliarie cominciò a tagliargli le strade, a togliergli il soccorso dei viveri, ed a ristringerlo. Il ridusse la mano di Dio nelle montagne di Fiesole presso Firenze, e quella innumerabil moltitudine di Barbari si vide serrata fra quelle angustie ed oppressa dalla fame, e con perdere il coraggio e il consiglio, si diede per vinta. Attesta il suddetto Orosio che non vi fu bisogno di metter mano alle spade e di venire a battaglia, e che i Romani mangiando e bevendo e giocando terminarono questa guerra. Radagaiso senza saputa de' suoi tentò di salvarsi solo colla fuga, ma caduto in mano de' Romani, fu da lì a poco levato di vita. Restò schiava la maggior parte dei suoi, che a guisa di vili pecore erano sì per poco venduti, che con uno scudo d'oro se ne comperava un branco. E questo fine ebbero i passi e le minaccie di quest'altro re barbaro con ammirazione di tutti. Ma ben diversamente Zosimo, storico[1249] greco de' medesimi tempi, racconta quel fatto. Se a lui crediamo, Stilicone, con poderoso esercito di trenta legioni romane e colle truppe ausiliarie, all'improvviso assalì que' Barbari, e passò a fil di spada l'immensa lor moltitudine, a riserva di pochi che rimasero schiavi: del che egli riportò le lodi ed acclamazioni di tutta l'Italia.
Si dee anche aggiugnere una particolarità degna di memoria, che Paolino, scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, ci ha conservata[1250]. Aveva il santo arcivescovo promesso di visitar spesso i Fiorentini suoi cari. Ora nel tempo che Radagaiso (son parole da me volgarizzate di Paolino) assediava la stessa città di Firenze, trovandosi quei cittadini come disperati, il santo prelato (che nell'anno 397 avea terminati i suoi giorni) apparve in sogno ad uno di essi, e gli promise nel dì seguente la liberazione: cosa che da lui riferita ai cittadini, li riempiè di coraggio. In fatti nel giorno appresso, arrivato che fu Stilicone, allora conte, coll'esercito suo, si riportò vittoria de' nemici. Questa notizia l'ho io avuta da Pansofia piissima donna. Tali parole suppliranno a quanto manca nel racconto di Paolo Orosio. Fa menzione eziandio sant'Agostino[1251] di quel gran fatto, con iscrivere che Radagaiso in un sol giorno con tanta prestezza fu sconfitto, che senz'essere non dirò morto, ma neppur ferito uno de' Romani, restò il di lui esercito, che era di più di centomila persone, abbattuto, ed egli poco dopo preso co' figliuoli e tagliato a pezzi. Dice ancora in uno de' suoi sermoni[1252], che Radagaiso fu vinto coll'aiuto di Dio in maravigliosa maniera. Prospero[1253] notò che il grande esercito di Radagaiso era diviso in tre parti, e però più facile riuscì il superarlo. Non ci maraviglieremmo di questa diversità di relazioni, se non fossimo anche oggidì avvezzi a udir delle battaglie descritte con troppo gran divario da chi le riferisce. Vien rapportata dal cardinal Baronio, dal Petativo, dal Gotofredo e da altri non pochi questa insigne vittoria all'anno susseguente 406, nel quale veramente Marcellino conte istorico la mette. Ma, secondochè osservarono il Sigonio e il Pagi, si ha essa da riferire all'anno presente, in cui vien raccontata da Prospero nella sua Cronaca e da Isidoro in quella de' Goti. E di questa verità ci assicura san Paolino vescovo di Nola, che recitando a dì 14 di gennaio dell'anno 406 il suo poema XIII in onore di san Felice, che io diedi alla luce[1254], scrive, restituita la pace, e sconfitti i Goti che già vicini minacciavano Roma stessa. Ecco le sue parole:
Candida pax laetum grata vice temporis annum Post hyemes actas tranquillo lamine ducit, ec.
Aggiugne che i santi aveano impetrata da Dio la conservazione dell'imperio romano.
Instantesque Getas ipsis jam faucibus Urbis. Pellere, et exitium, seu vincula vertere in ipsos, Qui minitabantur romanis ultima regnis.
Finalmente che s'era in ciò mirata la potenza di Cristo:
.... mactatis pariter cum Rege profano Hostibus.
Dalle quali parole, conformi ancora a quelle di Prospero nella Cronica, intendiamo non sussistere l'asserzion di Orosio che ci rappresentò seguita quella vittoria senza verun combattimento e senza strage de' Barbari. Il Sigonio[1255] saggiamente immaginò che la battaglia seguisse sotto Fiorenza, e che, ritiratosi Radagaiso con gli avanzi dell'esercito nei monti di Fiesole, fosse poi dalla fame forzato a rendersi. Fiorivano specialmente in questi tempi san Girolamo in Palestina, sant'Agostino in Africa, san Prudenzio poeta in Ispagna, e san Giovanni Grisostomo esiliato nell'Armenia, oltre ad altri santi e scrittori. Ma era infestata la Chiesa di Dio dai Donatisti eretici nell'Africa, e da Pelagio e Celestio e da Vigilanzio, altri eretici in Italia e nelle Gallie.
NOTE:
[1248] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.
[1249] Zosimus, lib. 5, cap. 26.
[1250] Paulin., Vit. S. Ambros.
[1251] S. August., lib. 5 de Civit. Dei, cap. 23.
[1252] Idem, Serm. 29 in Lucam.
[1253] Prosper, in Chron.
[1254] Anecdot. Latin. Tom. I.
[1255] Sigonius, de Regno Occident., lib. 10.
Anno di CRISTO CDVI. Indizione IV.
INNOCENZO papa 6. ARCADIO imperad. 24 e 12. ONORIO imperad. 14 e 12. TEODOSIO II imperadore 5.
Consoli
ARCADIO AUGUSTO per la sesta volta ed ANICIO PROBO.
Per la memorabil vittoria riportata contra dei Goti fu innalzato in quest'anno un arco trionfale in Roma con istatue agl'imperadori allora viventi, cioè ad Arcadio, Onorio e Teodosio II, figliuolo d'esso Arcadio, siccome si raccoglie da un'iscrizione presso il Grutero[1256], la quale, quantunque mancante, pare nondimeno che riguardi il tempo di quella felice avventura. A Stilicone ancora in riconoscimento del valore fu innalzata una statua di rame ed argento nella stessa città dal popolo romano, per cura di Flavio Pisidio Romolo prefetto di Roma. Ne rapporta il suddetto Grutero l'iscrizione[1257]. Seguitò intanto l'imperadore Onorio a soggiornare in Ravenna, e quivi pubblicò una legge riferita nel Codice Teodosiano[1258], in cui ordinava a Longiniano prefetto del pretorio di esaminare se i commissari inviati ne' cinque anni addietro per le provincie, affine di regolar le pubbliche imposte, aveano soddisfatto al loro dovere; e di gastigare, se erano stati negligenti, e molto più se avessero fatte delle estorsioni ai popoli. Convien poi dire che non fossero cessati i pubblici timori e malanni, perchè in questo anno medesimo a nome di tutti tre gli Augusti uscì fuori un editto nel mese di aprile, col quale comandavano di prendere l'armi per amore della patria, non solamente alle persone libere atte alle medesime, ma eziandio agli schiavi, ai quali vien promessa la libertà se si arroleranno, giacchè alla sola gente libera era tuttavia permessa la milizia. Nella legge seguente ancora si promette un buon soldo a chiunque verrà ad arrolarsi. Queste leggi han fatto credere al Baronio e al Gotofredo che tante premure di Onorio per aumentare le armate procedessero dall'irruzione di Radagaiso, la cui guerra perciò essi riferiscono al presente anno. Ma altre cagioni mossero Onorio Augusto a procurar l'accrescimento delle sue truppe. Per attestato di Zosimo storico[1259], Stilicone, prima eziandio che Radagaiso entrasse in Italia, menava delle trame segrete con Alarico re de' Goti, che s'era ritirato verso il Danubio per essere fiancheggiato da lui, giacchè nudriva il disegno di assalire l'Illirico e levarlo ad Arcadio, tra il quale ed Onorio suo fratello sempre furonvi gare e gelosie, e non mai buona amicizia. Durava tuttavia questo trattato di Stilicone, dappoichè terminata fu la scena di Radagaiso. Oltre a ciò, in questo medesimo anno bolliva un gran moto ne' Vandali, Svevi ed Alani, e s'udiva preparato da loro un potentissimo esercito, con timore che questo nuovo torrente venisse a scaricarsi anch'esso sopra la misera Italia. Ma avendo i suddetti Barbari presente la mala fortuna di Alarico e di Radagaiso in queste contrade, rivolsero la rabbia loro contro le Gallie, e passati dal Danubio al Reno, opponendosi indarno i Franchi al loro passaggio, entrarono in quelle provincie, e quivi fissarono il piede. Nè loro fu difficile, perchè Stilicone, come dicemmo, per l'antecedente guerra d'Italia, avea ritirate tutte quelle legioni, che la saviezza de' Romani teneva sempre ai confini tra la Gallia e la Germania. Testimonii di questa invasione fatta dai Barbari nelle Gallie in quest'anno, abbiamo Prospero Tirone, Paolo Orosio e Cassiodoro. Però, senza ricorrere alla guerra di Radagaiso, la storia ci somministra assai lumi per intendere onde nascesse il bisogno di nuove e maggiori forze ad Onorio a fine di rimediare, per quanto si poteva, ai disordini ed alle rovine del vacillante imperio. Se crediamo ad un antico scrittore citato da Adriano Valesio[1260], Godigisclo re de' Vandali fu assalito nel suo viaggio alla volta delle Gallie dai Franchi, popoli allora della Germania, e nel combattimento lasciò la vita con circa venti mila de' suoi. Accorsi poscia gli Alani, salvarono il resto di quella gente; ed uniti poscia insieme, al dispetto de' Franchi, passarono il Reno, e sul fine di quest'anno entrarono nelle Gallie. Gunderico allora divenne re dei Vandali. Certo è, per attestato ancora di san Girolamo[1261], che costoro presero dipoi e distrussero Magonza, metropoli allora della Germania prima, e dopo lungo assedio s'impadronirono di Vormazia, e la spianarono. Ridussero eziandio in loro potere Argentina, Rems, Amiens, Arras ed altre città di quella provincia. E di qui ebbe principio una catena d'altre maggiori disavventure del romano imperio, siccome andremo vedendo.
NOTE:
[1256] Gruter., pag. 287, n. 1.
[1257] Idem, pag. 412, n. 4.
[1258] L. 8, cod. Theod. tit. 11, lib. 10.
[1259] Zosimus, lib. 5, cap. 26 et seq.
[1260] Valesius, Hist. Franc., lib. 2, cap. 9.
[1261] Hieron., in Epist. ad Ageroch.
Anno di CRISTO CDVII. Indiz. V.
INNOCENZO papa 7. ARCADIO imperadore 25 e 13. ONORIO imperadore 15 e 13. TEODOSIO II imperadore 6.
Consoli
ONORIO AUGUSTO per la settima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la seconda.
Una legge del Codice Teodosiano ci avvisa essere stato prefetto di Roma in quest'anno Epifanio. Zosimo storico[1262] quegli è che narra, come Stilicone con istrana politica, in vece di pensare a reprimere i Barbari entrati nelle Gallie, facea de' gran preparamenti in quest'anno per assalire e torre ad Arcadio Augusto l'Illirico, ch'egli meditava di unire all'imperio occidentale di Onorio. Se l'intendeva egli segretamente con Alarico, e costui doveva anch'esso accorrere colle sue forze alla meditata impresa. Ma rimase sturbato l'affare, perchè corse voce che Alarico avea terminato con la vita ogni pensiero di guerra: e gran tempo ci volle per accertarsi della sussistenza di tal nuova, che in fine si scoprì falsa. Accadde inoltre che vennero avvisi ad Onorio come s'era sollevato l'esercito romano nella Bretagna, con avere eletto imperadore Marco, il quale in breve restò ucciso, e poscia Graziano, anche esso da lì a pochi mesi estinto; e finalmente Costantino, il quale tuttochè fosse persona di niun merito, pure perchè portava quel glorioso nome, fu creduto a proposito per sostenere quell'eccelsa dignità. O sia che l'esercito britannico giudicasse necessario un Augusto presente in quelle parti, e in tempi tanto disastrosi per l'entrata dei Barbari nelle Gallie, che minacciavano anche la stessa Bretagna, senza speranza di soccorso dalla parte di Roma; oppure che niuna paura e soggezione si mettessero di Onorio, imperadore lontano e dappoco; giunsero coloro a questa risoluzione, che fece sventare i disegni di Stilicone contra l'imperio orientale di Arcadio. Nè si fermò nella Bretagna sola questo temporale. Il tiranno Costantino, raunate quante navi e forze potè delle milizie romane e della gioventù della Bretagna, passò nelle Gallie, prese la città di Bologna, tirò a sè le truppe romane, ch'erano sparse per esse Gallie, e stese il suo dominio fino alle Alpi che dividono l'Italia dalla Gallia. Probabilmente faceva egli valere per pretesto della sua venuta la necessità di opporsi ai Barbari; ma intanto egli ad altro non pensava che ad assoggettarsi le Gallie stesse, lasciando che i Barbari proseguissero le stragi, i saccheggi e le conquiste nella Belgica e nell'Aquitania, provincie allora le più belle e ricche di quelle parti.
Mosso da sì funesti avvisi Onorio imperadore, si trasferì da Ravenna a Roma, per trattar ivi col suocero Stilicone dei mezzi opportuni a fin di reprimere il tiranno, ed arrestar i progressi de' Barbari. Se nondimeno vogliam qui fidarsi del mentovato Zosimo, Onorio molto prima era giunto a Roma, dove ricevette le nuove de' rumori della Bretagna e Gallia, richiamato a sè Stilicone, il quale in Ravenna stava preparando l'armata navale colla mira di passar nell'Illirico. Non credette Stilicone utile a' suoi interessi disegni, tuttochè fosse maestro dell'una e dell'altra milizia, o sia generalissimo dell'imperadore, d'assumer egli quell'impresa. Fu perciò risoluto di spedire nella Gallia Saro[1263], ch'era bensì Barbaro e Goto di nascita, ma uomo di gran valore, e che fedelmente in addietro avea servito nelle armate romane. Giunto costui nelle Gallie con quelle truppe che potè condur seco, si azzuffò con Giustino (chiamato Giustiniano da Zosimo) generale di Costantino tiranno; l'uccise, e con esso lui la maggior parte delle soldatesche ch'egli conduceva. Essendo venuto Nevigaste, altro generale di Costantino, a trovarlo per trattar di pace, Saro la fece da barbaro, perchè gli levò, contro la fede datagli, la vita. Erasi ritirato Costantino in Valenza, città ora del Delfinato. Saro quivi l'assediò; ma dopo sette giorni, udito che venivano a trovarlo due altri generali di Costantino, cioè Ebominco di nazione Franco, e Geronzio oriondo della Bretagna, con forze di lunga mano superiori alle sue, sciolse l'assedio con ritirarsi verso l'Italia. Ebbe anche fatica a salvarsi, perchè inseguito dai nemici; e al passaggio dell'Alpi gli convenne cedere tutto il bottino fatto in quella guerra ai Bacaudi, rustici che erano da gran tempo sollevati contra gli esattori dei tributi romani. Di questo buon successo si prevalse Costantino per ben munire i passi che dall'Italia conducono nelle Gallie. Non si sa se prima o dopo quest'impresa Costantino volgesse le sue armi contra dei Barbari entrati nelle Gallie suddette. Attesta Zosimo ch'egli diede loro una gran rotta, e che se gli avesse perseguitati, non ne restava alcuno in vita, e però essi ebbero tempo di rimettersi, e coll'unione d'altri Barbari tornarono ad esser forti al pari di Costantino. Ma Zosimo s'inganna in iscrivendo che Costantino mise presidii al Reno, acciocchè costoro non avessero libera l'entrata nelle Gallie, essendo certo che già v'erano entrati, e non ne uscirono per questo. Paolo Orosio[1264] notò che Costantino si lasciò più volte ingannare dai Barbari con dei falsi accordi, perlochè riuscì piuttosto nocivo che utile all'imperio. Spedì egli poscia due volte Costante suo figliuolo, che dianzi era monaco, in Ispagna, dove fece prigionieri i parenti di Teodosio il Grande padre del medesimo Onorio Augusto e trasse dalla sua gli eserciti romani che erano in quelle parti. Ma disgustato Geronzio suo generale, accrebbe i guai, perchè si rivoltò contra di lui, e se l'intese coi Barbari, con essere dipoi cagione che molti popoli delle Gallie e della Bretagna si ribellarono all'imperio romano, e si misero in libertà, senza ubbidir più nè ad Onorio nè a Costantino. Ho recitato in un fiato tutti questi avvenimenti sotto il presente anno, quantunque alcuni d'essi appartengano anche ai susseguenti. Onorio in questo mentre dimorando in Roma non era tanto occupato dai pensieri della guerra che non pensasse al rimedio dei disordini della Chiesa. Però pubblicò varie leggi che si leggono nel Codice Teodosiano, contro i pagani e contro gli eretici donatisti, manichei, frigiani e priscillianisti. Mancò di vita a dì 14 di settembre in quest'anno quel grande ornamento della Grecia, ed incomparabile sacro oratore della Chiesa di Dio, san Giovanni Grisostomo, essendo morto dopo tanti travagli nell'esilio, dove la persecuzion de' suoi emuli l'aveva spinto.
NOTE:
[1262] Zosimus, lib. 6, cap. 2.
[1263] Zosimus, lib. 6, cap. 2.
[1264] Orosius, lib. 7, cap. 40.
Anno di CRISTO CDVIII. Indiz. VI.
INNOCENZO papa 8. ONORIO imperadore 16 e 14. TEODOSIO imperadore 7 e 1.
Consoli
ANICIO BASSO e FLAVIO FILIPPO.
Noi troviamo in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma nel presente anno Ilario. Zosimo[1265] parla di Pompeiano, come prefetto d'essa città in questi tempi. Diede fine a' suoi giorni Arcadio imperadore d'Oriente nel dì primo di maggio di questo anno, per attestato di Socrate[1266] e d'altri storici. Da alcuni nondimeno è differita la sua morte fino al settembre. Ma non veggendosi legge alcuna di lui, che passi oltre l'aprile, più probabile si rende la prima opinione. Era egli in età d'anni trentuno, e però universale fu la credenza de' Cristiani che Dio troncasse così presto il filo della sua vita, in pena dell'ingiusta persecuzione fatta ad uno dei più insigni padri della Chiesa cattolica, cioè a san Giovanni Grisostomo. Le dissensioni passate fra lui e l'imperadore Onorio suo fratello in addietro gli fecero temere che non fosse ben sicuro nella succession dell'imperio l'unico suo figliuolo ed erede Teodosio II, alcuni anni prima dichiarato imperadore, perchè fanciullo che appena aveva compiuto l'anno ottavo di sua vita. Prese dunque una risoluzion, che parve strana a molti, ma che col tempo riuscì utilissima, cioè di raccomandarlo nel suo testamento alla protezion d'Isdegarde re di Persia, pagano, con pregarlo di assumere la tutela del figliuolo. Trovò Isdegarde, principe di grande animo, per quanto narra Procopio[1267], degna di tutta la sua corrispondenza la confidenza a lui mostrata da Arcadio; e però non mancò di sostenere gl'interessi del giovinetto Augusto, con far sapere la sua mente e protezione all'imperadore Onorio: il che bastò a farlo stare in dovere da lì innanzi. Inviò ancora a Costantinopoli, per aio di Teodosio, Antemio, personaggio egregio pel sapere e per i costumi, e mantenne da lì innanzi una buona pace col greco imperio, non senza vantaggio della cristiana religione, che sulle prime per tal via s'introdusse e dilatò nella Persia. Ma da lì a pochi anni Isdegarde, ad istigazione de' magi, mosse una fiera persecuzione ai medesimi Cristiani del suo paese, con riportarne in tal congiuntura assaissimi di essi la corona del martirio. Era già passata al paese de' più Maria imperadrice, moglie di Onorio imperadore[1268], e figliuola di Stilicone e di Serena, nata da Onorio fratello di Teodosio il Grande. Se si ha da prestar fede a Zosimo[1269], Onorio desiderò d'aver per moglie Termanzia, altra figliuola di esso Stilicone e di Serena. Pareva che non acconsentisse a tali nozze Stilicone; ma Serena fece premura per effettuarle, quantunque la fanciulla per la sua puerile età non fosse atta al matrimonio; ed in fatti si celebrarono le nozze, senza che noi sappiamo se v'intervenisse dispensa alcuna per parte d'Innocenzo papa. Verisimilmente ancor qui Stilicone attese a fare il suo giuoco. Avea data la prima figliuola sì tenera d'età ad Onorio, che non giunse mai a toccarla, ed ella si morì vergine. Lo stesso fu fatto di quest'altra, sperando forse Stilicone che accadendo la morte di Onorio senza figliuoli, Eucherio suo figliuolo potesse succedergli nell'imperio. Nè Zosimo tacque una voce che allora correa, cioè aver Serena, per mezzo d'una strega, concio in maniera Onorio, che non fosse abile alle funzioni matrimoniali. Anche Filostorgio[1270] storico riferisce questa non so se vera o falsa diceria.
In questi giorni, per testimonianza del suddetto Zosimo, Alarico re o sia condottiere de' Goti, con grosso esercito passò dalla Pannonia nel Norico, ed arrivò fino ad Emona, città poco distante da Giulio Carnico. Di là inviò legati ad Onorio Augusto, soggiornante allora in Ravenna, a titolo di crediti da lui pretesi, con essersi fermato nell'Epiro a requisizione di esso Stilicone, allorchè segretamente meditavano di muover guerra ad Arcadio per occupare l'Illirico. Richiedeva eziandio che gli fossero pagate le spese occorse nel venire a condurre l'esercito sino nel Norico. Stilicone, lasciati i legati in Ravenna, volò a Roma per trattare coll'imperadore e col senato di questa dimanda, che probabilmente fu accompagnata dalle minacce. La maggior parte de' senatori inclinava alla guerra contro il Barbaro, come partito più glorioso. Stilicone con pochi sosteneva quel della pace, e cavò fuori le lettere di Onorio, per le quali appariva essersi Alarico d'ordine di lui trattenuto nell'Epiro per far la guerra ad Arcadio, la quale non s'era poi intrapresa per ordini in contrario venuti dallo stesso Onorio. Il senato, mostrandosi persuaso di queste ragioni, ma più per timore di Stilicone, gli accordò, per aver pace, il pagamento di quattro mila libbre d'oro, non so se di peso o pure di 84 denari d'oro l'una[1271]: nè vi fu se non Lampadio, nobil senatore, che altamente disse: Questa non è una pace, ma un patto di servitù per noi. Dopo le quali libere parole si ritirò in chiesa, apprendendo l'ira di Stilicone. E di qui ebbe principio la disavventura e caduta del medesimo Stilicone, avendo tutti declamato contra di lui, come fautore de' Barbari in pregiudizio dell'imperio. Determinò Onorio di poi di passar a Ravenna, per dar la mostra all'esercito ivi preparato. Stilicone, a cui non doveano essere ignoti i lamenti de' Romani, e i mali uffizii che faceano contra di lui, si studiò d'impedire quel viaggio, avendo insino fatto svegliare un tumulto in Ravenna da Saro, capitano de' Barbari che erano al soldo de' Romani, per intimidire Onorio. Ma non per questo ristette l'imperadore, e sen venne fino a Bologna. Quivi nacque fra lui e Stilicone una controversia. Già era venuta la nuova della morte seguita dell'imperadore Arcadio, e Stilicone disegnava di passar in persona a Costantinopoli per dare assetto agli affari del fanciullo Teodosio Augusto. Anche Onorio si lasciò intendere d'aver disegnato il medesimo viaggio per procurar la sicurezza del nipote. Stilicone impontò; e mostrata la necessità che vi era della presenza d'Onorio in Italia per provvedere ai bisogni della Gallia occupata da Costantino e per tenere d'occhio il barbaro ed infido Alarico vicino all'Italia con sì copioso esercito, tanto disse, che Onorio depose quel pensiero, ed egli s'allestì per prendere il cammino alla volta dell'Oriente.
Ma passato che fu Onorio da Bologna a Pavia, non si vide che Stilicone eseguisse punto quello che avea promesso. Questo servì a' suoi emuli per maggiormente screditarlo presso l'imperadore con aggiugnere, per lo contrario, che se Stilicone passava in Oriente, era per levar di vita il fanciullo Augusto, e mettere la corona dell'imperio orientale in capo ad Eucherio suo figliuolo. Fra gli altri Olimpio[1272], uno degli uffiziali palatini, quegli fu che principalmente, durante il viaggio d'Onorio a Pavia, venne creduto che non d'altro gli parlasse che de' cattivi disegni di Stilicone, non senza ingratitudine verso di lui che l'avea cotanto esaltato nella corte. Lo narra anche Olimpiodoro storico presso di Fozio[1273]. Giunto che fu Onorio in Pavia, si fece vedere all'esercito ivi preparato per passare contra Costantino tiranno nelle Gallie. Ma eccoli sollevarsi quelle milizie, istigate, se è vero ciò che ne riferisce Zosimo, dal suddetto Olimpio, con tagliare furiosamente a pezzi tutti gli uffiziali o di corte o della milizia, creduti partigiani o complici di Stilicone. Fra questi furono Limenio, già prefetto del pretorio nella Gallia; Cariobaude dianzi generale dell'armata in essa Gallia, che s'erano salvati dalle mani del tiranno Costantino[1274]; Vincenzo generale della cavalleria, e Salvio conte della scuola dei domestici; ed altri non pochi magistrati, senza perdonare neppure a Longiniano prefetto del pretorio d'Italia. Durò gran fatica Onorio a frenare il pazzo e crudel moto di costoro, e si trovò egli stesso in grave pericolo. All'avviso di questa sedizione spaventato Stilicone, che trovavasi allora in Bologna, non sapeva a qual risoluzione appigliarsi. Saro, capitano di que' Barbari[1275] che militavano al soldo dell'imperadore, una notte uccise tutti gli Unni che stavano alla guardia di lui, in maniera che egli stimò bene di scapparsene a Ravenna. Olimpio intanto avendo guadagnato affatto l'animo d'Onorio Augusto, l'indusse a scrivere allo esercito di Ravenna, che si assicurassero della persona di Stilicone. Il che inteso da lui, si ritirò la notte in chiesa. Fatto giorno, i soldati entrati in essa chiesa, alla presenza del vescovo con giuramento attestarono, altro ordine non essere stato loro dato, che di metterlo sotto buona guardia, salva la di lui vita. Ma uscito che fu della franchigia, l'uffiziale che aveva esibito il primo ordine, ne sfoderò un altro di ammazzarlo a cagione dei suoi misfatti. Si misero in procinto i Barbari e famigliari suoi di liberarlo; ma egli avendo comandato loro di desistere, coraggiosamente si lasciò uccidere da Eracliano, che da lì a non molto fu ricompensato colla prefettura dell'Africa. E tal fine ebbe a dì 25 d'agosto Stilicone, per tanti anni arbitro dell'imperio e degli eserciti romani, e glorioso per le vittorie da lui riportate. Mille delitti gli furono apposti dopo morte. I più rilevanti erano che egli con ambiziosi disegni aspirasse all'imperio d'Oriente, ed anche d'Occidente, o per sè o per suo figliuolo, meditando perciò e manipolando la morte degli Augusti; e che trattenesse in danno dell'imperio romano segrete amicizie e trame con Alarico e con gli altri Barbari a fine di profittarne per le sue segrete mire. Noi sappiamo che quantunque cristiano (almeno in apparenza) egli era odiato da' Cristiani, forse perchè favoriva non poco i pagani. Fu creduto che lo stesso Eucherio suo figliuolo professasse tutte le loro superstizioni, con aver anche promesso, se giugneva all'imperio, di riaprire i lor templi. Per questo probabilmente Zosimo ed Olimpiodoro, storici pagani, assai favorevolmente parlano di lui, e sparlano forte di Olimpio, uomo cattolico, che tanto si adoperò per la sua rovina. Tuttavia Rutilio[1276], poeta anch'esso pagano di que' tempi, anch'egli si mostra persuaso delle cabale e dei disegni ambiziosi di Stilicone. Ma egli è ben facile che fra tanti delitti a lui apposti, più d'uno se ne contasse che non avea sussistenza. E certamente allorchè s'ode Paolo Orosio, Marcellino conte, Prospero ed altri scrittori attribuire a lui la chiamata de' Vandali, Alani e Svevi, per invadere le Gallie, non par facile d'accordo questa partita coll'altre che si contano de' disegni della sua ambizione in favore del figliuolo. Se si fosse lasciato luogo a Stilicone di far le sue difese, avrebbe forse giustificato molte sue azioni, che al volgo pareano malfatte e condotte dalla malizia, ma poterono essere necessità per bene dello Stato. E tanti uffiziali insigni trucidati in Pavia, si può egli credere che tutti fossero colpevoli e degni di morte? Per altro non è da maravigliarsi se Onorio Augusto si lasciasse indurre a decretar la morte di un suocero che l'avea fin allora mantenuto sul trono contra tanti sforzi de' Barbari. Egli era un buon principe, ma non di grande animo. È una pensione di questi tali l'essere o il diventar facilmente sospettosi e crudeli. Si aggiunse inoltre la grave spinta che gli diedero gli emuli e nimici di Stilicone, i quali mai non mancano a chi siede in alto, e per lungo tempo vi siede.
Dopo la morte di Stilicone furono confiscati tutti i suoi beni, e quegli ancora de' suoi creduti partigiani, uccisi nella sedizion di Pavia, o pure fuggiti e banditi. Egli, dichiarato nemico pubblico e traditore; atterrate tutte le statue, e cancellate tutte le memorie di lui. Termanzia, sua figliuola, già sposata ad Onorio Augusto, fu rimandata vergine a casa, e consegnata a Serena sua madre. Se crediamo alla Cronica d'Alessandria[1277], questa infelice fanciulla finì anch'ella di vivere nell'anno 415. Furono inoltre levati via dai lidi e dai porti le guardie che Stilicone vi tenea, perchè impedivano il commercio, con aggiugnere ancor questo agli altri suoi delitti, pretendendosi ciò fatto, affinchè niuno degli Orientali potesse sbarcare in Italia. Si raccolgono tali notizie dalle leggi pubblicate in quest'anno e riferite nel Codice Teodosiano[1278]. Ed altre ivi pure si leggono contro i pagani e donatisti d'Africa, i quali pretendeano fatte da Stilicone, e non già dall'imperadore Onorio, alcune leggi contra di loro. Escluse egli dal palazzo chiunque non era cattolico e non seguitava la religione del principe. E per cattivarsi l'animo de' popoli, abolì un'imposta di grano e di danaro, che dianzi si pagava per i terreni. Olimpio, autore della rovina di Stilicone, creato dipoi maggiordomo della corte cesarea, seppe ben profittarne, con rendersi egli padrone dello spirito di Onorio, e regolar da lì innanzi tutti i negozii del principe, e dispensar le cariche ai suoi partigiani. Scrive Zosimo[1279] che per ordine suo furono carcerati varii familiari del morto Stilicone, e fra gli altri Deuterio mastro di camera dell'imperadore, e Pietro tribuno della scuola de' notai. Messi ai tormenti, perchè rivelassero se Stilicone avesse affettato l'imperio, niuno si trovò che somministrasse lumi di questo preteso tradimento. Inoltre fu deputato Eliocrate, fiscale in Roma, per unire al fisco i beni di tutti coloro che avessero ottenuto dei magistrati al tempo di Stilicone. Tutto in somma era in confusione e tempesta. E a questi malanni s'aggiunse che i soldati romani, per pescare anche essi nel torbido della repubblica, dovunque trovarono nelle città mogli e figliuoli de' Barbari collegati e al soldo dell'imperio, gli uccisero, e saccheggiarono i loro beni: il che fu cagione che irritati quei Barbari, più di trentamila d'essi andarono ad unirsi con Alarico.
Seguitava tuttavia a stare esso Alarico alle porte d'Italia, osservando le tragedie romane, senza nondimeno voler guerra coll'imperadore, e senza violar la tregua stabilita vivente Stilicone. Inviò ambasciatori ad Onorio, esibendo la pace, purchè gli fosse pagata una gran somma di danaro. Non è ben certo se gli fosse sborsata la già promessa quand'era vivo Stilicone. Sembra nondimeno che Olimpiodoro presso Fozio[1280] asserisca già seguito quel pagamento. Esibì ancora Alarico di dare ostaggi ad Onorio per la continuazion della pace, e di ritirarsi poi dal Norico nella Pannonia. Nulla volle farne l'imperadore, e rimandò carichi di sole parole i legati. Vien egli qui accusato da Zosimo storico[1281], perchè con qualche sborso di danaro non istudiasse di differir la guerra per mettersi in miglior stato di difesa; e se pur voleva la guerra, perchè non fu sollecito ad unir le legioni romane, con formare un esercito capace di contrastar gli avanzamenti di Alarico. Il biasima ancora, perchè non desse il comando dell'armata a Saro, bravo capitan de' Barbari, e già provato, come di sopra dicemmo; ed in sua vece eleggesse per condottiere della cavalleria Turpillione, e della fanteria Varane (forse quello stesso che fu dipoi console nell'anno 410), e Vigilanzio dei domestici, ossia delle guardie del corpo, personaggi fatti apposta per accrescere l'ardire ai Barbari, e il terrore ai Romani. Ma Onorio non si dovette fidare di Saro, perchè barbaro e pagano. Forse troppo si fidò di Olimpio, divenuto suo favorito, ne' consigli del quale aveva egli riposta la sua speranza. Ora Alarico, preso il pretesto di vedersi negate le paghe, e per vendetta ancora di Stilicone, per quanto scrive Olimpiodoro, cominciò la guerra. E perchè meditava di gran cose, ordinò con sue lettere ad Ataulfo, fratello di sua moglie, che dalla Pannonia menasse quanti Unni e Goti potesse. Poi, senza aspettarlo, diede la marcia alla sua armata, ridendosi dei praparamenti di Onorio. Si lasciò indietro Aquileia, Concordia ed Altino, e, senza trovare opposizione alcuna, passò il Po a Cremona, e per Bologna venne a Rimini, e di là pel Piceno alla volta di Roma, saccheggiando quante terre e castella trovò per via. Poco mancò che non cadesse nelle mani dei suoi Eucherio figliuolo di Stilicone, nel mentre che per ordine di Onorio era condotto a Roma da Arsacio e Terenzio eunuchi. Dopo la morte del padre era questi fuggito a Roma, e protetto dai Barbari collegati ed amici di Stilicone, si nascose e salvò in una chiesa. Scoperto infine, ne fu per forza tratto, e probabilmente per riverenza alla franchigia gli fu promessa la vita. Forse fu di poi condotto a Ravenna, dove dimorava l'imperadore, il quale non si sa perchè in questi torbidi il rimandò a Roma, dove o per comandamento di lui, o perchè s'appressavano colà le genti di Alarico, ebbe un fine eguale a quello del padre.
Giunse Alarico sotto Roma, e la strinse d'assedio. Allora fu che nel senato si sollevarono sospetti contra di Serena già moglie di Stilicone, quasichè ad istigazione sua i Barbari fossero venuti contro ad essa città. E bastarono tali sospetti al senato per decretar la morte di questa infelice, probabilmente innocente di simile attentato. Ad un tale decreto consentì anche Placida sorella dell'imperadore, ancorchè Serena fosse sua parente dal lato di padre. La sentenza fu eseguita, e Zosimo pagano[1282] si figurò costei punita dagli dii della gentilità per aver tolta a Rea madre degli dii una collana di gran valore; ma ella potea ben avere senza questo falso misfatto degli altri delitti, per i quali Iddio volle gastigarla quaggiù. Si credevano i Romani che tolta di mezzo Serena, dovessero i Barbari andarsene con Dio. Ma si chiarirono ben presto dei loro vani supposti. Più che mai Alarico seguitò ad angustiare la città, e ad affamarla con impedire l'introduzion dei viveri sì pel fiume, come per terra, e crebbe talmente la fame, che si tirò dietro una fiera mortalità di popolo. Allora il senato determinò di spedir deputati a trattare d'accordo col generale degli assedianti, perchè erano tuttavia in dubbio se si trovasse ivi Alarico in persona. Data questa incumbenza a Basilio, già presidente della Spagna, spagnuolo di nascita, e a Giovanni, già preposto de' notai palatini[1283], presentatisi costoro ad Alarico, proposero la concordia; e per sostenere il decoro, si lasciarono scappare una bravata, con dire che il popolo romano era anche pronto per una battaglia. Alarico sogghignando rispose: Anche il fieno folto si taglia più facilmente che il raro: colle quali parole mise a riso tutti gli astanti. Proruppe poscia il Barbaro in dimande degne di un par suo, cioè che non leverebbe mai l'assedio, se non gli davano tutto l'oro e l'argento e le suppellettili preziose della città, e la libertà di tutti gli schiavi barbari. Ma e che resterebbe a noi? rispose uno dei legati. Le vite, replicò il superbo Alarico. Qui fu chiesta dai legati la licenza di tornar nella città per trattare con gli assediati, i quali inteso che quivi era Alarico, e che faceva dimande cotanto esorbitanti, si videro disperati. Accadde, che venuti o chiamati apposta in Roma alcuni della Toscana, riferirono d'essersi salvata dai pericoli la città di Narni coll'avere sacrificato agli dii del gentilesimo. Non vi volle di più, perchè alcuni dei senatori tuttavia pagani proponessero come cosa necessaria alla liberazion di Roma quegli empii sagrifizii. Il fatto vien narrato da Sozomeno[1284] ed anche da Zosimo[1285], che vi aggiugne una particolarità, unicamente fabbricata dal suo cuore maligno, perchè pagano: cioè, che Innocenzo papa, consultato sopra di ciò, serrasse gli occhi, e li lasciasse fare. Ma il fatto grida in contrario: poichè, per attestato dello stesso Zosimo, niuno de' tanti senatori cristiani volle intervenire a così abbominevol azione: anzi pare che in effetto desistessero per questo dal farla, e verisimilmente perchè il pontefice vi si oppose. Ma quand'anche avessero sagrificato, come sembra supporre Sozomeno, s'accorsero in breve della vanità di quest'empio rifugio. E nota il medesimo Sozomeno che i più giudiziosi riguardavano questa guerra e calamità per un giusto gastigo di Dio, che voleva punire i tanti peccati di Roma immersa nell'ozio e nel lusso, e tanti ostinati tuttavia nelle superstizioni del paganesimo. Lo stesso Alarico dicea di esser mosso da una voce interna che gli andava dicendo di affrettarsi per l'espugnazion di Roma. Finalmente convenne rimandare ambasciatori ad Alarico, e capitolare che i Romani gli pagassero cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, quattromila giubbe di seta, tremila pelli tinte in grana, e tremila libbre di pepe. Ma perchè l'erario era esausto, nè i particolari potevano supplire così in un subito allo sborso di tanto oro ed argento, si mise mano ai templi de' gentili, con asportarne le statue d'oro e d'argento, e tutti gli ornamenti preziosi delle altre: il che viene detestato da Zosimo gentile, e specialmente per la statua della Fortezza, a cagione della cui perdita i pagani credettero che dovessero succedere infinite traversie da lì innanzi a Roma. Pagato il danaro, furono spediti all'imperatore Onorio legati, pregandolo di consentire alla pace, anzi alla lega con Alarico: al qual fine aveva anche il Barbaro voluto per ostaggi molti figliuoli de' nobili romani. Furono da lì innanzi lasciati entrare i viveri in Roma, e l'esercito nemico si ritirò, col quale s'andarono ad unire circa quarantamila schiavi barbari, che di giorno in giorno fuggivano di Roma.
Intanto il tiranno Costantino avea fissata la residenza sua in Arles, e veggendo gli affari dell'imperadore Onorio in pessimo stato[1286], dichiarò Augusto suo figliuolo Costante, a cui dianzi avea conferito il titolo di Cesare[1287]. Inoltre giudicò bene d'inviar ad Onorio un'ambasceria, che giunta a Ravenna, gli dimandò perdono a nome di Costantino[1288], con allegare per iscusa la violenza a lui fatta dall'esercito. Onorio, perchè non potea di meno, e sulla speranza di salvare la vita a Vereniano e Didimio suoi parenti, condotti prigionieri di Spagna a Costantino, con trovarsi poi burlato perchè questi già erano stati trucidati, non solamente fece vista di accettare la scusa, ma gl'inviò ancora la porpora imperatoria, riconoscendolo per collega nell'imperio. Probabilmente ciò avvenne nell'anno presente.
NOTE:
[1265] Zos., lib. 5, c. 41.
[1266] Socrates, lib. 6, cap. 23.
[1267] Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 2.
[1268] Theoph., in Hist. ad Ann. Alexandr. 406.
[1269] Zosim., lib. 6, cap. 28.
[1270] Philostorg., lib. 12, cap. 2.
[1271] Zosim., lib. 5, cap. 29.
[1272] Zosim., lib. 6, cap. 32.
[1273] Olympiod., apud Photium, pag. 180.
[1274] Sozom., lib. 9, cap. 4. Orosius, lib. 7, cap. 38.
[1275] Zosim., lib. 5, c. 34. Philostorg., lib. 12, c. 3.
[1276] Rutilius, in Itiner., lib. 1.
[1277] Chronicon Alexandrinum.
[1278] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[1279] Zosimus, lib. 5, cap. 35.
[1280] Photius, pag. 181.
[1281] Zosim., lib. 5, cap. 36.
[1282] Zosim., lib. 5, cap. 40.
[1283] Chronicon Alexandrinum.
[1284] Socrat., lib. 9, cap. 6.
[1285] Zosimus, lib. 5, cap. 41.
[1286] Orosius, lib. 7, cap. 40.
[1287] Sozom., lib. 9, cap. 11.
[1288] Zosimus, lib. 5, cap. 43.
Anno di CRISTO CDIX. Indizione VII.
INNOCENZO papa 9. ONORIO imperad. 17 e 15. TEODOSIO II imperad. 8 e 2.
Consoli
ONORIO AUGUSTO per l'ottava volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la terza.
Bonosiano vien chiamato il prefetto di Roma dell'anno corrente in una legge del Codice Teodosiano. Quanto si è di sopra narrato della morte di Stilicone e dell'assedio di Roma vien riferito dal cardinal Baronio, da Jacopo Gotofredo e da altri nell'anno presente. E sembra certo difficile che essendo stato ucciso Stilicone verso il fine del precedente agosto, Alarico, che ne dovette ricevere l'avviso stando fuori d'Italia, potesse far tanto viaggio, operar tante cose ne' quattro mesi che restavano di quell'anno. Contuttociò chiaramente narrando Zosimo istorico[1289], che dopo tali avvenimenti Onorio entrò console per l'ottava volta, e Teodosio II Augusto per la terza; il che accadde nel principio di quest'anno; più sicuro è l'appoggiarsi a lui scrittore contemporaneo, come ha fatto il padre Pagi, che ai moderni. E tanto più perchè, per attestato del suddetto Zosimo, essendo stati inviati dai Romani, dopo la liberazion della città, ambasciatori a Ravenna, Onorio Augusto nel licenziarli levò a Teodoro la dignità di prefetto del pretorio, e la conferì a Ceciliano, uno di essi legati. Ora nel Codice Teodosiano si trovano due leggi date in Ravenna nel gennaio del presente anno, ed indirizzate a Teodoro prefetto tuttavia del pretorio, al quale poi si vide sostituito nel medesimo grado Ceciliano suddetto, con essere a lui indirizzate altre leggi date nello stesso gennaio[1290]. Una specialmente è degna d'essere avvertita perchè testimonio dell'insigne carità d'Onorio, ordinando egli sotto gravi pene, che ogni domenica i giudici facciano la visita dei carcerati, per sapere se sieno ben trattati; e che ai poveri sia somministrato il vitto; e che sopra ciò vegli lo zelo dei vescovi. S'era anche introdotta dai due Valentiniani ed altri imperadori cristiani la piissima consuetudine di liberar tutti i prigioni in onore del santo giorno di Pasqua, a riserva dei rei di enormi delitti. (Veggasi il codice Teodosiano de Indulgentia Criminum). Il qual rito si osserva tuttavia in assaissimi luoghi della cristianità, e massimamente in Modena. Furono dunque nel principio di quest'anno inviati dal senato romano ambasciatori ad Onorio Augusto, Ceciliano Attalo e Massimiano, per pregarlo di approvar la pace, di cui s'era trattato con Alarico. Uomo timido, e però irresoluto, era l'imperadore. Non volle dar ostaggi nè acconsentir a varii capi della capitolazione. Zosimo ne incolpa Olimpio che imbrogliava tutto. Furono rimandati senza conclusione alcuna; Ceciliano creato prefetto del pretorio, Attalo, sopraintendente al fisco. Ma per difesa di Roma Onorio spedì a quella volta seimila bravi Dalmatini sotto il comando di Valente. Parve a questo condottiero vergognosa cosa il guidar quegli armati per vie disusate, come di nascosto; ma quando meno sel pensava, li condusse in bocca ad Alarico, il quale gli aspettava, e tutti li fece prigionieri, a riserva di un centinaio, e dello stesso Valente, ch'ebbero la fortuna di salvarsi. Attalo fiscale giunto a Roma, avendo osservato che Eliocrate con troppa piacevolezza si portava nel cercare i partigiani di Stilicone, e in confiscare i lor beni, il mandò a Ravenna, dove per questo gran delitto corse pericolo di perdere la vita, se non si rifugiava in una chiesa. Massimiano, il terzo dei suddetti ambasciatori, caduto nel ritornare a Roma in mano de' Barbari, fu ricuperato da Mariniano suo padre con trentamila pezze d'oro.
Cresceva intanto la confusion nel senato e popolo romano tra per le irresolutezze dell'imperadore, e per aver tuttavia vicino a sè Alarico minaccioso, e con forze da eseguir le minacce. Però inviarono ad Onorio altri ambasciatori, tra i quali fu lo stesso Innocenzo papa; ed Alarico diede lor buona scorta, affinchè andassero sicuri. Dispose Dio in questa maniera le cose per sottrarre il buon pontefice alla terribil tragedia che dipoi succedette in Roma, perciocchè egli si fermò da lì innanzi in Ravenna coll'imperadore. Calò intanto in Italia Ataulfo cognato di Alarico, conducendo una mediocre armata. Onorio fatti raunar quanti soldati potè, gl'inviò a contrastargli il passo; e si venne anche ad un fatto di armi, in cui circa mille cinquecento Goti restarono sul campo, e solamente diciassette Romani, se pure è da credere. Il rimanente de' Barbari passò e andò ad unirsi con Alarico[1291]. E fino a questa ora Olimpio avea comandato a bacchetta nella corte d'Onorio. Seppero gli eunuchi tanto intronar le orecchie di esso imperadore, rappresentandogli questo primo ministro come origine di tutti i presenti malanni, che lo indussero a deporlo. Sotto un principe di testa debole, quando nascono torbidi, nulla è più facile che il veder di simili scene. Olimpio temendo di peggio, scappò in Dalmazia. Tornato, non so quando, a Roma, e ristabilito in qualche uffizio, Costanzo cognato dell'imperadore, secondochè narra Olimpiodoro[1292], dopo avergli fatto tagliar le orecchie, il fece anche uscir di vita a forza di bastonate, incolpandolo di tanti disordini per cagion di lui occorsi all'imperio romano. Giovio, probabilmente pagano di cuore, in suo luogo occupò il ministero. Era prefetto del pretorio; ebbe anche il titolo di patrizio. Attalo fu allora creato prefetto di Roma; e seguirono altre mutazioni nella corte di questo buon Augusto, che tutte per la debolezza del suo governo tornarono in suo pregiudizio. E perciocchè per le segrete istigazioni del suddetto Giovio, ammutinati in Ravenna i soldati, più non vollero per lor capitani Turpillione e Vigilanzio, nè a palazzo Terenzio ed Arsacio mastri di camera, Onorio li cacciò in esilio, e i due primi furono uccisi nel viaggio. Fu costituito generale delle truppe romane esistenti nella Pannonia, Norico, Rezia e Dalmazia, Generido, Barbaro bensì, ma persona di gran valore e disinteressato. Costui, perchè era pagano, e per una legge d'Onorio, era vietato ai pagani ogni carica militare, non volle assumere il comando; e con ciò obbligò l'imperadore ad abolir quella, con lasciare a tutti la libertà della religione, e l'abilità alle dignità e alla milizia. Egregiamente da lì innanzi Generido corrispose all'espettazione che si avea della sua fedeltà e valore, con aver ben difese e conservate le provincie a lui confidate. Altre leggi diede in quest'anno Onorio, nelle quali specialmente provvide con piissima sapienza, che non fossero oppressi gli accusati, che non venissero maltrattati i carcerati. Meritano ben d'essere lette quelle leggi nel Codice Teodosiano. Inoltre ordinò che fossero cacciati da Roma e dalle altre città tutti i professori della strologia giudiciaria, appellati allora matematici, che al dispetto di altre precedenti leggi seguitavano ad esercitare la lor fallacissima arte.
Ad istanza di Giovio, primo ministro di Onorio, secondochè scrive Zosimo[1293], o pure papa Innocenzo, come vuol Sozomeno[1294], Alarico venne fino a Rimini per trattare di pace. Richiedeva questo Barbaro che l'imperadore gli pagasse ogni anno una certa somma d'oro e di grano per mantener le sue genti; che il dichiarasse generale dell'una e dell'altra milizia; che per abitazione delle sue soldatesche gli assegnasse le due Venezie, il Norico e la Dalmazia. Ma l'imperadore non senza ragione troppo abborriva l'avere per generale, e soggiornante nel cuor d'Italia un barbaro, un infedele, qual era Alarico. Però scrisse a Giovio, il quale era andato a Rimini per questo trattato, che per lo danaro e grano si accorderebbe, ma che non poteva patire di dar carica alcuna a costui. Giovio ebbe l'imprudenza di far leggere in pubblico la lettera dell'imperadore: cosa che alterò forte il Barbaro, di maniera che infuriato si mosse subito per ritornare contra di Roma. Ma pentito nel viaggio mandò varii vescovi ad Onorio per indurlo pure alla pace, con far proporre condizioni più moderate, contentandosi di stare nel Norico, e di una discreta paga e contribuzione di grano. Neppur questo ebbe effetto, perchè Giovio, per levarsi di dosso il sospetto ch'egli se l'intendesse con Alarico, tornato che fu a Ravenna, giurò egli e fece giurare (se prudentemente, nol so) ad Onorio e a tutta la sua corte, di non far mai pace alcuna con Alarico; e perciò inutili riuscirono tutte le proposizioni di accomodamento. Maggiormente dunque indispettito Alarico, tornò coll'esercito sotto Roma, minacciando al senato e al popolo l'ultimo eccidio, se non si accordavano con esso lui contra di Onorio, principe, a cui pareva che nulla premesse la salute di quella gran città. Resisterono un pezzo i Romani, ma poichè Alarico si fu impadronito di Porto, senza più lasciar entrare viveri in Roma, affamati furono costretti ad accordarsi[1295]. L'accordo fu che Attalo prefetto della città, ed amico de' pagani, venne dichiarato imperadore, siccome persona amata dai Goti, perchè battezzata da Sigesario, vescovo della lor nazione e setta. Veggonsi presso il Mezzabarba[1296] le medaglie battute in suo onore, dove è chiamato Prisco Attalo. Non tardò costui a creare Lampadio prefetto del pretorio, e Marciano prefetto della città. Dichiarò ancora Alarico generale delle sue armate, e Ataulfo conte della cavalleria domestica. Entrato colla porpora in senato, diede un bel saggio della sua vanità con una diceria piena di arroganza, in cui si vantava di voler sottomettere tutto il mondo. Quindi unitamente con Alarico mosse l'esercito contra di Onorio Augusto, che seguitava a dimorare in Ravenna. E senza voler badare ad Alarico che lo consigliava d'inviare in Africa un buon corpo di truppe per levare il comando di quelle provincie ad Eracliano, gli bastò di spedire colà un certo Costantino con pochi soldati, scioccamente lusingandosi che al comparire delle sue lettere, tanto Eracliano, quanto l'esercito d'Africa abbasserebbono la testa, e seguirebbono il partito suo.
Giunta che fu l'armata di Attalo e di Alarico a Rimini, Onorio pieno di spavento inviò per suo legato colà Giovio, suo primo ministro, per trattare di concordia, con esibire ad Attalo di accettarlo suo compagno nell'imperio, ma costui, gonfio per la sua dignità, pretese che Onorio si eleggesse un'isola, per menar ivi da privato il resto dei suoi giorni. Il peggio fu che lo stesso Giovio (se pure non fu occulto artifizio) s'accordò con Attalo per deprimere Onorio, giugnendo infino a proporre di tagliar qualche membro all'infelice Augusto. E tali erano gli uffiziali che quel buon principe eleggeva, e a' quali commetteva i più importanti affari dello Stato. Andò più volte innanzi e indietro Giovio, e finalmente restò presso d'Attalo, che il dichiarò patrizio, facendo costui nello stesso tempo credere ad Onorio che per suo bene operava così. S'era già preparato Onorio per ritirarsi presso il nipote Teodosio, quando all'improvviso gli venne un soccorso di quattromila soldati dall'Oriente, che il rincorò e svegliò in guisa, che fidata ad essi la guardia di Ravenna, quivi determinò di star saldo fino ad intendere l'esito degli affari dell'Africa. Già tutto era in pronto per istrignere Ravenna con vigoroso assedio; ma rimase sturbato da altri avvenimenti il disegno. Alarico non ristette di operar colla forza, che le città dell'Emilia e della Liguria accettassero Attalo per imperadore. La sola Bologna fece resistenza e soffrì l'assedio. Quello che maggiormente disgustò Alarico, fu la nuova venuta dall'Africa, che Eracliano, conte, cioè governatore di quelle contrade, avea fatto trucidare Costantino colà inviato a nome di Attalo, e poste guarnigioni in tutte le città marittime, non lasciava più andar grani ed altri viveri alla volta di Roma: il che cagionò fra poco una fiera carestia e fame nel numeroso popolo di essa città. Concepì perciò Alarico un grave sdegno contra di Attalo, che aveva voluto operar di sua testa in negozio di tanto rilievo. Si aggiunsero i mali uffizii che presso di lui continuamente faceva Giovio per abbattere questo imperador di teatro, e forse con buon fine per facilitar la pace con Onorio, levando di mezzo costui che non serviva se non d'impedimento. Perciò Alarico, per quanto scrive Zosimo, fuori di Rimini il depose, con ispogliarlo del diadema e della porpora, e ridurlo a vita privata con Ampelio suo figliuolo. Il ritenne nondimeno presso di sè, per impetrargli il perdono, se seguiva la pace con Onorio, di cui pare che si trattasse seriamente fra l'imperadore ed Alarico. Fu poi un'altra volta esaltato, e da lì a non molto deposto questo efimero Augusto.
Occorse eziandio che Saro, altre volte nominato di sopra, condottiere di trecento bellicosi Barbari, il quale non s'era in que' torbidi dichiarato nè per Onorio nè per Alarico[1297], ma non avea cara la lor concordia per suoi particolari fini, all'improvviso assalì le soldatesche condotte da Ataulfo cognato di Alarico, o pur le guardie del medesimo Alarico, e molte ne tagliò a pezzi; dopo di che andò ad abbracciare il partito di Onorio. Se volessimo qui prestar fede a Filostorgio[1298], gli diede anche una rotta; ma questo non s'accorda con gli altri storici d'allora. Fece nascere il fatto di Saro dei gravi sospetti in cuore di Alarico, dubitando egli che sotto il color della pace, che si trattava sempre e mai non si conchiudeva, gli fossero tese insidie. E però fumando di rabbia, se ne tornò sotto Roma, e di nuovo l'assediò. Si sostennero i Romani contra le di lui armi; ma non già contro la fame, la quale crebbe a tal segno, che migliaia di persone ne perirono, e si trovarono madri che levarono la vita ai figliuoli per salvare con quel cibo la propria. Ma finalmente bisognò soccombere. Alarico vittorioso entrò di notte nella città, in quella città, che per tanti secoli, non vinta da alcuno, avea data la legge a sì gran parte del mondo. Il Sigonio, il cardinal Baronio, il Gotofredo, il Tillemont ed altri furono di parere che questa orrida tragedia succedesse nell'anno 410. Ma il padre Pagi con vari argomenti pruova che nel presente anno a dì 24 d'agosto Roma venne nelle mani dei Barbari, e sant'Isidoro chiaramente mette questo fatto sotto l'era 447, che corrisponde all'anno corrente. Prospero Tirone ne parla sotto il consolato di Varane, che fu nell'anno seguente. Se nondimeno si verificasse che Tertullo disegnato console da Attalo in questo anno, nel principio poi del susseguente avesse assunto il consolato in Roma, converrebbe mutar opinione. Cassiodoro in fatti e Vittorio mettono consoli all'anno 410 Tertullo e Varane. Orosio chiama questo Tertullo console di apparenza, e pare che neghi ch'egli poi giugnesse mai ad esercitare il consolato. Strana cosa è intanto, che resti dubbioso il tempo di sì gran tragedia. Non si può senza lagrime rammentare la crudeltà esercitata dai Goti in questa occasione. Per tre giorni diedero il sacco a quante ricchezze e mobili preziosi Roma avea lungamente raunato in sè colle spoglie e coi tributi di tanti popoli. Furono tormentati senza compassione alcuna i nobili e benestanti, perchè rivelassero i tesori creduti nascosi. Non si perdonò all'onore delle matrone e delle vergini, e neppur delle consecrate a Dio. Furono anche mietute a migliaia entro e fuori di Roma le vite del popolo in tal copia, che non v'era gente bastante a dar loro sepoltura. Restò inoltre ridotta in cenere dalle fiamme buona parte di essa città. Ma Iddio in punire con sì terribil flagello le reliquie ostinate del paganesimo in Roma, e la superbia e tanti vizii di quella città, fece nondimeno conoscere la sua misericordia e potenza agli stessi gentili. Perciocchè i Goti erano cristiani, benchè professori dell'eresia di Ario; ed Alarico loro ordinò di rispettare nel saccheggio i luoghi sacri, e specialmente le basiliche de' santi apostoli Pietro e Paolo: comando che fu religiosamente osservato da que' Barbari, e ne profittarono gli stessi pagani che colà si rifugiarono, con aver anche i Barbari portato rispetto ai sacri vasi delle basiliche suddette. Ma sopra ciò è da vedere l'insigne opera di sant'Agostino De Civitate Dei, scritta dopo la presa di Roma, per difendere la religione di Cristo dalle bestemmie vomitate in tal congiuntura dai gentili, quasichè all'avere aboliti gl'idoli e introdotta la legge sacrosanta di Gesù Cristo si dovessero attribuire tante calamità che in que' tempi diluviarono sopra Roma e sopra l'imperio romano. Pretende parimente il celebre monsignor Bossuet, vescovo di Meaux[1299], che si compiessero in questa rovina di Roma le profezie di san Giovanni nell'Apocalisse, avendo Iddio voluto dare con ciò l'ultimo colpo all'idolatria, e vendicare il sangue di tanti santi svenati dalla crudeltà de' pagani.
A tanti malanni se ne aggiunsero in questo anno altri fuora d'Italia, perciocchè gli Alani, Vandali e Svevi entrarono di settembre, ossia di ottobre, nell'Illirico, per attestato di Prospero[1300] e d'Idacio[1301] storici, empiendo quelle provincie di stragi e saccheggi. E giacchè troppo era lacerato in Italia ed impotente a fare resistenza l'imperio romano, si scatenarono tutte le altre nazioni barbare, e penetrando anche esse nelle Gallie, devastarono le provincie di Lione, di Narbona, di Aquitania e d'altri paesi. San Girolamo in una sua lettera[1302] nomina i Quadi, Vandali, Sarmati, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i Sassoni, i Borgognoni, gli Alamanni e gli Unni. Parte ancora di questi Barbari, essendo aperti i passi de' Pirenei, tenne dietro ai Vandali, allorchè marciarono in Ispagna, e con esso loro si unì a conquistare e distruggere quelle provincie. Ossia poi che i Vandali fossero i più, o che le altre nazioni barbariche si suggettassero ai re vandali, noi troviamo varii autori che sotto il nome di Vandali comprendono tutti i Barbari che s'impadronirono della Spagna. Ritorniamo a Roma. Dopo avere i Barbari per tre giorni saccheggiata l'infelice città, e commesse in essa tutte le crudeltà possibili (non si sa il perchè, ma forse mossi da Dio), ne uscirono, e se ne andarono nella loro malora. Così lasciò scritto Paolo Orosio[1303]. Se a Marcellino conte prestiam fede[1304], dopo sei dì seguì la loro ritirata. E Socrate aggiugne che ciò accadde per paura dei soccorsi che Teodosio II Augusto inviava ad Onorio suo zio: del che nondimeno niun vestigio si trova presso gli altri autori. Alarico che, secondo Zosimo, molto tempo prima tenea sotto buona guardia Placidia sorella d'Onorio, seco la condusse in forma onesta e decente al suo grado, forse fin d'allora con pensiero di darla per moglie ad Ataulfo suo cognato, siccome poscia seguì. Passò il barbarico esercito pieno di ricchezze per le provincie della Campania, Lucania e dei Bruzii, con commettere anch'ivi tutte le più orrende inumanità. Sappiamo da santo Agostino[1305] che la città di Nola vi fu devastata, e fatto prigione san Paolino vescovo di quella, che non avea voluto fuggire. Continuò Alarico il viaggio fino a Reggio di Calabria con pensiero di passare in Sicilia, e di là in Africa, sperando di facilmente impadronirsi di quel paese. Ma Dio, che per gli occulti suoi giudizii s'era servito di questo barbaro per gastigare i peccati de' Romani, non istette molto a metter fine alle sue crudeltà. Si fermò costui non poco all'assedio di Reggio, ed essendosi imbarcata una parte della sua armata per passare in Sicilia, fiera tempesta sopravvenuta li fece perir tutti su gli occhi dello stesso re barbaro. E così terminò quest'anno sì funesto e vergognoso al nome romano. Ma io non vo' lasciar di aggiugnere qui una notizia degna della curiosità di tutti, di cui siam debitori ad Olimpiodoro storico greco e pagano di quei tempi, giacchè Fozio[1306] ci ha conservati alcuni pezzi o estratti della di lui storia, da cui si raccoglie qual fosse anche allora lo stato della gran città di Roma. Scrive egli adunque che in cadauno dei grandi palagi di essa città si trovava tutto ciò che ogni mediocre città può avere, cioè ippodromo per la corsa de' cavalli, piazza, tempio, fontane e vari bagni. Il perchè Olimpiodoro compose per essa un verso, così tradotto in latino:
Est urbs una domus: mille urbes continent una urbs.
Aggiugne che le terme pubbliche, ossia i bagni, erano di straordinaria grandezza, fra le quali quelle di Antonino aveano millesecento sedili di marmo pulito, e quelle di Diocleziano quasi il doppio. Che le mura di Roma, secondo le misure prese da Ammone geometra, allorchè i Goti la prima volta l'assediarono, giravano lo spazio di ventun miglia. Scrive eziandio che molte famiglie romane aveano di rendita annua de' loro beni quattro milioni d'oro, senza il frumento, vino, ed altri naturali che avrebbono dato un terzo della suddetta somma d'oro, se si fossero venduti. Altre famiglie aveano un milione e mezzo, ed altre un milione di rendita. Che Probo figliuolo di Alipio nella pretura ai tempi di Giovanni tiranno (cioè l'anno di Cristo 424) spese un milione e dugentomila nummi d'oro (erano questi, per quanto credo, soldi d'oro, presso a poco corrispondenti al nostro scudo, ossia ducato, ossia fiorino d'oro). E che Simmaco oratore, il qual era contato fra i senatori di mediocre patrimonio, mentre Simmaco suo figliuolo esercitò la pretura (il che seguì prima che Roma fosse presa da Alarico), avea speso due milioni d'oro per la sua solenne entrata. E che dipoi Massimo, uno de' più ricchi e felici, per la pretura del figliuolo, aveva speso quattro milioni d'oro; perciocchè i pretori per sette giorni davano al popolo un grandioso divertimento di giuochi e spettacoli. Ma finalmente Dio venne a visitare il lusso dei Romani; e il peggio è che neppur dopo sì grave gastigo si emendarono dei lor vizii e peccati.
NOTE:
[1289] Zosimus, lib. 5, cap. 42.
[1290] Cod. Theod., lib. 9, III 3, lib. 7.
[1291] Zosimus, lib. 5, cap. 48.
[1292] Olympiodorus, apud Photium, pag. 180.
[1293] Zosim., lib. 5, cap. 48.
[1294] Sozom., lib. 9, cap. 7.
[1295] Zosimus, lib. 6, cap. 6. Sozomenus, lib. 9, cap. 8.
[1296] Mediob., Numismat. Imperat.
[1297] Sozom., lib. 9, cap. 9.
[1298] Philostor., lib. 12 Hist.
[1299] Bossuet, Expos. de l'Apocal.
[1300] Prosper, in Chronic.
[1301] Idacius, in Chronic.
[1302] Hieron., Epist. ad Ageruchiam.
[1303] Orosius, lib. 2, cap. 19.
[1304] Marcell. Comes, in Chron. apud Sirmondum.
[1305] August., de Civit. Dei, lib. 1, cap. 10.
[1306] Olympiod., apud Photium, pag. 198.
Anno di CRISTO CDX. Indizione VIII.
INNOCENZO papa 10. ONORIO imperadore 18 e 16. TEODOSIO II imperad. 9 e 3.
Consoli
FLAVIO VARANE e TERTULLO.
In quest'anno ancora si può credere che continuasse nella prefettura di Roma Bonosiano, perchè ornato di questa dignità il troviamo anche nell'anno seguente. Ma durante il gran temporale finora descritto che mai faceva l'imperadore Onorio? Se ne stava in Ravenna senza impugnare spada, senza muoversi da sedere; nè si sa ch'egli unisse esercito o facesse altri maneggi per opporsi ai Barbari, quasi che non vi fosse legione alcuna de' Romani. In tempi tali c'era bisogno d'un valoroso e saggio imperadore; che non sarebbono succeduti tanti disordini. Tale certo non si può dire che fosse Onorio. Anzi Cedreno[1307] e Zonara[1308], storici greci, a' quali precedette Procopio[1309], cel rappresentano per uno stolido, raccontando inoltre, che portatagli da un uomo tutto affannato la nuova che Roma era stata presa dai Goti, egli battendo le mani con ischiamazzo rispose: Come può esser questo, se Roma poco fa era qui? Intendeva egli di una gallina che gli era molto cara, a cui avea posto il nome di Roma. Eh signore, ripigliò allora il messo sospirando, io non parlo di un uccello, parlo della città di Roma. Verisimilmente questa fu una finzione de' Greci che sempre hanno portata antipatia ai Latini. Tuttavia non senza fondamento fu screditata dai Greci la persona di Onorio. Grande era la pietà di questo principe, grande il suo amore per la religione cattolica. Abbiamo anche delle bellissime leggi pubblicate da lui. Ma questo non basta per sostenere il peso di un vasto imperio, e per ben governare e difendere i suoi popoli. Ci vuol anche mente e coraggio; e di queste due qualità non era assai provveduto Onorio, e per questo lo sprezzarono tanto i Barbari quanto i suoi proprii sudditi, i quali proruppero in tante ribellioni. Sarebbe egli stato un buon monaco, e per disavventura sua ed altrui fu un cattivo imperadore. Venuto intanto a sua notizia che gli Africani s'erano portati con tutta fedeltà, ricusando di sottomettersi ad Attalo imperadore immaginario, in ricompensa del buon servigio rimise a quei popoli tutto quel che dovevano all'erario cesareo fino all'Indizione V, cioè fino all'anno 408. La lettera[1310] è indirizzata a Macrobio proconsole d'Africa, che forse potrebbe essere stato l'autore dei Saturnali. E perciocchè i donatisti, eretici in quelle parti, per le disgrazie che opprimevano l'imperio romano, si erano dati più che mai ad insolentire, egli con rigorose nuove leggi represse la loro baldanza; e di più, ad istanza dei vescovi cattolici d'Africa, tutti ansiosi della pace fra que' Cristiani, ordinò che si facesse una pubblica e solenne conferenza fra essi cattolici e i donatisti, con inviare a tal fine colà Marcellino tribuno e notaio, acciocchè vi assistesse in suo nome. Fu in fatti tenuta questa celebre conferenza nell'anno seguente.
In questo tempo il barbaro re Alarico, dopo aver consumato del tempo nell'assedio della città di Reggio in Calabria, fu colpito da Dio con una morte subitanea. Sant'Isidoro[1311] ciò riferisce all'anno 448 dell'era spagnuola, che corrisponde al presente dell'era nostra. Il seppellirono i suoi nell'alveo del fiume Baseno, avendone prima fatte ritirar le acque per altro alveo scavato apposta dagli schiavi, e fattele poscia ritornar nel primo. Ed acciocchè niuno ne sapesse il sito, uccisero tutti quei miseri schiavi. Molte ricchezze inchiusero nel suo sepolcro, e ciò secondo il costume de' Barbari; e presero quella precauzione, affinchè la cupidigia di quel tesoro e l'odio dei Romani non concorressero a violarne il sepolcro. In luogo di Alarico fu riconosciuto per re dai Goti Ataulfo di lui cognato. Dove poi si stesse, e che operasse in questo e nell'anno appresso questo novello re dei Barbari, è assai scuro nella storia. Giordano storico scrive[1312] ch'egli tornò di nuovo a Roma, e a guisa delle locuste ne corrose quello che vi era rimasto di buono, e che nella stessa forma spogliò l'Italia delle private ricchezze, senza che Onorio gli potesse resistere. Aggiugne che da Roma condusse via Placidia sorella di esso imperadore, e giunto al Foro di Livio, ossia a Forlì (l'autore della Miscella scrive al Foro di Cornelio, cioè ad Imola), quivi la prese per moglie, dopo di che divenne amico di Onorio, e sostenne i di lui interessi. Ma di questo secondo spoglio di Roma non ne parlando alcuno degli scrittori contemporanei o vicini, difficilmente si può qui prestar fede a Giordano, che fu più di un secolo lontano da questi fatti. Vacilla eziandio la sua autorità nell'asserire seguito allora il matrimonio di Ataulfo con Placidia, essendovi altri scrittori che lo asseriscono celebrato ben più tardi. Ben credibile è il resto del racconto di Giordano. Certamente passò Ataulfo per l'Italia andando verso la Gallia; e perchè conduceva un esercito di gente brutale, sfrenata e masnadiera, non è da maravigliare se dovunque passarono lasciarono funesta memoria della loro rapacità e violenza. Sembra nondimeno ch'egli non valicasse l'Alpi se non nell'anno seguente. Per conto poi del suo buon animo verso d'Onorio, non se ne ha a dubitare per quel che vedremo. Era Ataulfo di cuore più generoso e meglio composto che il fiero Alarico. Cominciò di buon'ora ad aspirar alle nozze con Galla Placidia; e questa saggia principessa gli dovette ben far conoscere che senza l'approvazione dell'imperador suo fratello ella non consentirebbe giammai a prenderlo per marito, ed essere perciò necessario che si studiasse di camminar con buona armonia verso di lui. Perciò la storia non racconta mali trattamenti fatti da Ataulfo al dominio dell'imperio romano, perchè egli non ne dovette fare. Aveva, come dicemmo, Costantino tiranno della Gallia ricercata ed ottenuta l'amicizia di Onorio Augusto, ed era anche stato riconosciuto Augusto da lui, perchè gli fece credere di voler passare in Italia per liberarlo dal furore dei Barbari. In quest'anno in fatti egli calò in Italia[1313] con molte forze: per l'Alpi Cozzie verso Susa, e giunse fino a Verona; e già si preparava per passare il Po e venire a Ravenna per trattare con Onorio, quando un accidente gli fece mutar pensiero. Dappoichè Giovio primo ministro d'Onorio si ritirò da lui per seguitare il partito di Attalo, succedette nel suo grado Eusebio mastro di camera dello stesso imperadore. Durò poco la sua fortuna perchè un dì Allovico generale delle truppe cesaree il fece sì fieramente bastonare, che il misero sotto a quei colpi lasciò la vita. Questa indegnità, cioè questo nuovo esempio, accrebbe il poco concetto, in cui era Onorio, al vedere ch'egli non ne fece risentimento alcuno. Tuttavia ne impresse ben viva in suo cuore la memoria. Fu dipoi scoperto, o almen fatto credere a lui in occasione della calata in Italia di Costantino tiranno, che questo generale se l'intendeva seco, meditando amendue di levare al vero imperadore quel poco che gli restava in Italia. Allora fu che Onorio si svegliò, nè passò molto, che cavalcando a spasso per la città, mentre Allovico, secondo il costume, gli andava innanzi, diede ordine che costui fosse ucciso, e l'ordine fu ben tosto eseguito. Scese allora da cavallo Onorio, e inginocchiatosi pubblicamente rendè grazie a Dio, perchè lo avesse liberato da un insidiator manifesto. Udita ch'ebbe Costantino la morte di costui, di galoppo se ne tornò indietro, e ripassate l'Alpi, si ridusse di nuovo ad Arles, verificando con questa fuga le reità addossate ad Allovico.
NOTE:
[1307] Cedren, Hist. tom. I, pag. 336.
[1308] Zonaras, in Annal. tom. 1, pag. 40.
[1309] Procop., de Bello Vandal., lib. 1, cap. 2.
[1310] Cod. Theodos. tom. 4, pag. 199.
[1311] Isidorus, in Histor. Goth. apud Labbeum
[1312] Jord., de Rebus Getic., cap. 31.
[1313] Olympiod. apud Photium, pag. 182. Sozom., lib. 9, cap. 12.
Anno di CRISTO CDXI. Indizione IX.
INNOCENZO papa 11. ONORIO imperadore 19 e 17. TEODOSIO II imper. 10 e 4.
Console
TEODOSIO AUGUSTO per la quarta volta senza collega.
Per quest'anno ancora continuò Bonosiano ad esercitar la carica di prefetto di Roma, ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano. Credevasi Costantino tiranno di avere stabilito il suo dominio anche in Ispagna, allorchè inviò colà Costante suo figliuolo, dichiarato poscia da lui Augusto. Ma avvenne che Geronzio, il più bravo de' generali ch'egli avesse, uomo per altro perfido e cattivo, rivoltò contra di lui l'armi nella medesima Spagna, e tirati nel suo sentimento quanti soldati romani si trovarono in quelle parti, creò col consenso loro imperadore un certo Massimo, che Olimpiodoro chiama suo figliuolo[1314], ma da Paolo Orosio[1315], autore più degno di fede, perchè spagnuolo ed allora vivente, non vien riconosciuto per tale. Frigerido storico presso Gregorio Turonese[1316], il chiama uno de' clienti di Geronzio: il che s'accorda con Sozomeno[1317] là dove scrive che costui era familiare di Geronzio, uomo per altro di bassa nascita e senza ambizione, che allora militava nelle guardie del corpo dell'imperadore. Pare eziandio che supponga dichiarato Augusto questo Massimo solamente, dappoichè Geronzio giunto nella Gallia ebbe atterrato Costante. Comunque sia, certo è che Geronzio, lasciato questo fantasma in Tarragona, giacchè quella provincia restava illesa dai Barbari, co' quali, secondo Olimpiodoro, egli avea fatto un trattato di pace; e raunate quante milizie romane potè, ed aggiunte ancora molte dei Barbari che erano nella Gallia, si mosse contra di Costante e di Costantino con isperanza di sottoporre le Gallie al suo imperadore. Giunto pertanto a Vienna del Delfinato, trovò ch'era ivi alla difesa Costante figliuolo del tiranno. Ebbe la maniera di aver la città, e di far tagliare la testa al difensore. Dopo di che si rivolse contra del di lui padre Costantino, il quale s'era rinserrato e fortificato in Arles. Sozomeno scrive che appena fu udita da esso Costantino la ribellion di Geronzio e di Massimo, che spedì di là del Reno Edobico suo capitano a chieder soccorso ai Franchi e agli Alemanni, e con questa speranza s'accinse a sostener bravamente l'assedio posto da Geronzio a quella città.
Erano in tale stato gli affari della Gallia, quando Iddio, che mortifica e vivifica, accordò alla pietà d'Onorio Augusto ciò che mancava a questo buon principe, con provvederlo di un braccio gagliardo ed atto a sostenere il vacillante imperio, voglio dire di un nuovo generale d'armata. Questi fu Costanzo, personaggio non barbaro, ma suddito de' Romani, nato nell'Illirico, come asserisce Olimpiodoro[1318], in Panese o sia Naisso, città della Dacia novella. Lo avea la natura formato degno di comandare ad altri, grande di corpo, con fronte larga, occhi grandi e vivaci, i quali chinandosi sul collo del cavallo, egli movea di qua e di là con velocità per osservare tutto quel che passava. All'aspetto era talmente serio, che sembrava melanconico e scuro; ma nella mensa e nei conviti si facea conoscere assai gaio ed ameno, e scherzava egregiamente fin coi buffoni. Valoroso di sua persona e con senno capace di trattar grandi affari e di comandare un'armata; fra gli altri suoi costumi, niente era avido dell'oro; virtù nulladimeno, di cui parve che si dimenticasse, dappoichè arrivò al non più oltre della fortuna. Aveva egli da giovinetto servito negli eserciti romani a' tempi di Teodosio il Grande, e per varii gradi era giunto ad avere il titolo di conte, allorchè Onorio l'elesse per generale dell'armata che dovea passare in Francia contro al tiranno Costantino. Per compagno e luogotenente gli fu dato Ulfila, il cui nome ci fa abbastanza intendere, ch'egli era o Goto o pure Unno di nazione. E siccome osservò Paolo Orosio[1319], la condotta di questo uffiziale, cioè di Costanzo, fece conoscere quanto più utile era all'imperio l'aver de' generali romani che dei barbari, come s'era lungamente praticato in addietro. Passò nella Gallia, e alla comparsa sua nelle vicinanze d'Arles, città allora assediata da Geronzio, tra l'essersi risvegliato nell'esercito romano di esso Geronzio l'amore e la venerazione verso il legittimo lor signore ed imperadore, e mercè del credito, e probabilmente dei segreti maneggi di Costanzo, i soldati di Geronzio, per altro mal soddisfatti del suo imperioso e severo procedere, per la maggior parte l'abbandonarono, e vennero sotto le bandiere del medesimo Costanzo conte. Non perdè tempo Geronzio a scappare, e con pochi si ritirò in Ispagna. Ma quivi i soldati spagnuoli, conceputo dello sprezzo per lui a cagion di questa fuga, determinarono di ammazzarlo. In fatti l'assediarono una notte in casa sua, ma bravamente si difese coll'aiuto de' suoi servi sino alla mattina, in cui fuggendo avrebbe forse anch'egli potuto salvare la vita, ma per amore di Nonnechia sua moglie nol fece. Toltagli poi ogni speranza di salute, perchè i soldati aveano attaccato il fuoco alla casa, ucciso prima un Alano suo servo fedele, e la moglie, che istantemente il pregarono di non lasciarli in vita, poscia con un pugnale ch'egli si spinse nel cuore, finì anch'egli di vivere: se pure, come Onorio racconta, non furono i soldati che risparmiarono a lui la fatica di uccidersi. Sozomeno[1320], che racconta questo fatto, loda la moglie di costui, come donna d'animo virile, perchè cristiana, aggiugnendo ch'ella ebbe un fine degno della sua religione, con aver per quel suo coraggio lasciata una sempiterna memoria di sè stessa ai posteri; senza badare che presso i gentili erano ben in pregio simili bravure, ma secondo la religion di Cristo un tal furore non si può scusar da peccato. La caduta di Geronzio si tirò dietro quella del suo imperadore Massimo, che, abbandonato da' soldati della Gallia, fu spogliato della porpora e degradato, con essergli nondimeno donata la vita, perchè essendo uomo umile e modesto, parve che non si avesse più da temere di lui. Olimpiodoro all'incontro narra che costui dopo la morte di Geronzio se ne fuggì presso i barbari suoi collegati. Questo avenne solamente l'anno seguente, secondochè narra s. Prospero nella sua Cronica. Truovasi poi, per attestato di Prospero Tirone (o sia d'altro autore), che circa l'anno 419 Massimo colla forza si fece signore delle Spagne, e che nel 422 preso, fu trionfalmente condotto a Ravenna e mostrato al popolo nei tricennali d'Onorio Augusto. Marcellino conte, e Giordano storici scrivono lo stesso. Perciò Adriano Valesio e il Pagi sono stati d'avviso che il medesimo Massimo rinnovasse la ribellione in Ispagna, e che in fine si rifugiasse tra i Barbari: opinione che si rende quasi certissima dalle parole d'Orosio, là dove scrive, prima di dar fine alla sua Cronica, parlando del deposto Massimo: Costui di presente bandito vive mendico fra i Barbari in Ispagna. Qualche partito di malcontenti dovette di nuovo mettere in teatro questo imperadore da scena, ma ebbe corta durata. Nel Codice Teodosiano[1321] esistono varii editti di Onorio contra di costui.
Ma non può già sussistere il dirsi da Prospero suddetto che questo prese la signoria delle Spagne. Di qualche provincia sì, ma non già di tutte quelle provincie. Già vedemmo che v'erano entrati i Vandali, Alani e Svevi, e questi in buona parte della Spagna seguitavano a signoreggiare, cioè ad esercitare quanti atti poteano di crudeltà. Idacio, vescovo in Ispagna circa questi medesimi tempi, ci lasciò autentica memoria delle barbariche loro azioni; perciocchè fecero strage de' popoli, e saccheggiarono quante città e castella non ebbero forze da resistere alle lor armi. A questi mali tenne dietro una spaventosa carestia, per cui si trovarono madri sì disumanate che uccisero la lor prole per cibarsene. Succedette anche la peste che desolò le intere popolazioni. Anche Olimpiodoro, presso Fozio, fa menzione dell'orrenda fame che afflisse la Spagna. E non erano già minori in quel tempo i peccati degli Spagnuoli di quei dei Galli e degl'Italiani, per cavare dalla mano di Dio i flagelli. Basta leggere Salviano nei suoi libri del governo di Dio. Contuttociò non fu pigra la misericordia dell'Altissimo a recar sollievo alle tribulazioni della provincia ispana, coll'ispirare in quest'anno pensieri di pace a que' Barbari. Conoscendo essi in fine ch'era meglio il darsi alla coltura delle campagne che vivere di rapina, si accordarono con que' pochi abitanti del paese, a' quali era riuscito di salvarsi dalle loro spade e dal furor della fame[1322]. I Vandali, re de' quali era Gonderico, e gli Svevi con Ermerico re loro, occuparono la Galizia, in cui si comprendeva allora la Castiglia vecchia; gli Alani presero la Lusitania, oggidì il Portogallo, e la provincia di Cartagena, ed altri Vandali, chiamati Silengi, la Betica, dove è Siviglia: essendosi poi creduto che l'Andaluzia d'oggidì prendesse il nome da costoro, e sia corrotto quel nome da Vandalicia. Sicchè la Spagna tarragonese è da credere che tuttavia stesse salda nella divozione e fedeltà verso il romano imperio. In questi tempi ancora non andarono esenti da gravi flagelli l'Egitto, la Palestina, la Soria e la Fenicia per le incursioni de' Saraceni, o sia degli Arabi, attestandolo san Girolamo[1323]. Dopo avere il generale d'Onorio, Costanzo conte, nelle Gallie sbrigato l'affare di Geronzio, si pose anch'egli all'assedio di Arles, entro la qual città era tuttavia inchiuso il tiranno Costantino. Costui per la speranza de' soccorsi che aspettava dai popoli oltrarenani, si sostenne per ben quattro mesi; quando eccoti in fatti avvicinarsi questo soccorso condotto da Edobico generale d'esso Costantino, e con tali forze, che fu in pensiero il generale d'Onorio di ritirarsi in Italia. La necessità il costrinse a fermarsi, perchè Edobico era giunto non molto lungi, e potea troppo incomodarlo nella ritirata. Prese dunque risoluzione di venire ad una giornata campale, e passato il Rodano, accortamente si postò colla fanteria per ricevere in fronte i nemici, e comandò che Ulfila, altro generale, si mettesse colla cavalleria in un'imboscata, per assalirli alla coda. Così fu fatto, e lo stratagemma con tanta felicità riuscì, che l'esercito nemico atterrito si mise in fuga, con restarne assaissimi estinti sul campo, e molt'altri, impetrato quartiere, rimasero prigionieri. Edobico, generale di queste truppe, mercè delle buone gambe del suo cavallo si mise in salvo, e ricoverossi in casa di certo Ecdicio, obbligato a lui per molti benefizii, e però creduto suo ottimo amico. La ricompensa che n'ebbe, fu di perder ivi la testa, che fu da Ecdicio portata ai generali d'Onorio per la speranza di un gran premio. Questi il ringraziarono molto, ed avendo egli poi voluto fermarsi nel campo, gli fu detto all'orecchio che l'armata romana non sentiva piacere di conversare con persona solita a trattar sì bene gli ospiti suoi amici.
Dopo questa vittoria rinforzato maggiormente l'assedio, Costantino veggendosi perduto, deposte le insegne imperiali, si ritirò in chiesa, e si fece ordinar prete dal vescovo di quella città, avvisandosi con questo ripiego di salvare la vita. Gli assediati allora capitolarono la resa, ed ottennero il perdono. Costantino e Giuliano suo figlio tolti di chiesa furono inviati con buona scorta all'imperadore a Ravenna, ma non vi giunsero, perchè Onorio ricordevole che Costantino avea tempo fa tolta la vita agl'innocenti parenti d'esso Augusto[1324], mandò ordine, giunti che furono al Mincio, che venissero decapitati, senza farsi scrupolo che da' suoi generali fosse loro stata promessa con giuramento la sicurezza della vita, allorchè si renderono gli Arelatensi. Le teste di costoro, se crediamo ad Olimpiodoro[1325], furono portate a Cartagine, ed ivi esposte al pubblico sopra un palo, dove, dic'egli, erano ancor quelle di Massimo ed Eugenio tiranni, uccisi al tempo di Teodosio. Ma non sarebbe gran cosa che quel testo fosse scorretto, e che s'avesse a leggere Roma o altra città. Pareva che dopo la vittoria suddetta avesse da rimettersi la pace nelle Gallie; ed appunto lasciò scritto Sozomeno che tutte quelle provincie ritornarono all'ubbidienza d'Onorio Augusto, e furono da lì innanzi governate dagli uffiziali di lui. Ma, per quanto andremo vedendo, seguitarono a signoreggiar nelle Gallie molti Barbari ed alcuni tiranni. Sappiamo inoltre da Frigerido storico, citato da Gregorio Turonense, che durante lo stesso assedio d'Arles, venne nuova a Costanzo generale d'Onorio dalla Gallia occidentale, come Giovino, personaggio nobilissimo di que' paesi, aveva assunto il titolo di Augusto e gli ornamenti imperiali, e marciava con un poderoso esercito di Borgognoni, Alamanni, Franchi ed Alani, per soccorrere gli assediati; il che diede motivo a Costanzo di accordare un'onesta capitolazione ai cittadini d'Arles, acciocchè gli aprissero le porte. Non so poi dire se in questo, o pure nel seguente anno accadesse ciò che narra il suddetto Frigerido, cioè, che Decimo Rustico e molti nobili della provincia d'Auvergne, seguaci di esso Giovino tiranno, furono presi dai generali d'Onorio, e crudelmente fatti morire. Presso il Mezzabarba esistono medaglie battute col nome di questo nuovo tiranno[1326]. Onorio imperadore intanto seguitava a stare in Ravenna, ed in quest'anno fece solennizzare in Roma l'anno ventesimo del suo imperio.
NOTE:
[1314] Olympiodorus, apud Photium.
[1315] Orosius, lib. 7, cap. 42.
[1316] Gregor. Turon., Hist., lib. 2, cap. 8.
[1317] Sozom., lib. 9, cap. 13.
[1318] Olympiodorus, apud Phothium, pag. 183 et 193.
[1319] Orosius, lib. 7, cap. 42.
[1320] Sozom., lib. 9, cap. 13.
[1321] Cod. Theod., lib. 15, tit. 14.
[1322] Isidorus, in Chron. Goth.
[1323] Hieronymus, in Epist. ad Marcellio.
[1324] Friger., apud Gregor. Turonens., lib. 2, cap. 8. Hist. Franc.
[1325] Olympiodorus, apud Photium, pag. 183 et 186.
[1326] Mediob., Numismat. Imperat.
Anno di CRISTO CDXII. Indizione X.
INNOCENZO papa 12. ONORIO imperadore 20 e 18. TEODOSIO II imperad. 11 e 5.
Consoli
ONORIO AUGUSTO per la nona volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la quinta.
Palmato si truova in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma per questi tempi. Cosa operasse Ataulfo re de' Goti e successor di Alarico nell'anno addietro, restando in Italia, niuno degli antichi storici l'ha registrato. Solamente Giordano, siccome dicemmo, scrive[1327] che saccheggiò l'Italia, e s'accordò con Onorio; ma per varii capi non sussiste il suo racconto. Si può non senza fondamento credere che il trattenessero dall'inferocire le insinuazioni di Galla Placidia sua prigioniera, alle cui nozze costui aspirava, e a qualche trattato di accomodamento con Onorio imperadore. Ma non essendo questo riuscito, Ataulfo, o per paura d'essere colto in mezzo, se Costanzo generale d'Onorio fosse tornato coll'esercito in Italia, o piuttosto perchè invitato da Giovino tiranno, oppure con disegno di seco unirsi, determinò di passar nelle Gallie. Attalo era con lui, cioè quel medesimo che sotto Alarico due volte comparve imperadore, ed altrettante fu deposto. Costui, siccome gran faccendiere, proposta l'unione con Giovino, gli dava ad intendere che coi suoi maneggi gli bastava l'animo di farlo padrone almeno della metà delle Gallie. In effetto colà s'inviò Ataulfo[1328], e passate senza opposizione alcuna le Alpi, andò a saccheggiar il resto di quello che gli altri Barbari per avventura aveano lasciato alle provincie galliche. Attalo si portò a trattar con Giovino, credendosi di far gran cose[1329], ma scoprì che costui non avea gradito l'arrivo di Ataulfo nelle Gallie, e d'esser egli poco accetto per aver consigliata ad Ataulfo quella risoluzione. Perciò nacquero tosto dissapori fra Giovino ed Ataulfo. Erasi partito da Onorio il barbaro Saro, uom valoroso, altre volte di sopra nominato, per isdegno, a cagione di non avere l'imperadore gastigato chi avea ucciso Belleride, familiare d'esso Saro. Costui con circa venti persone meditava di passare al servizio di Giovino. Lo seppe Ataulfo suo nimico, e con diecimila de' suoi Goti il raggiunse in cammino. Fatta Saro una gagliarda difesa, in fine fu preso vivo, e poco dopo tolta gli fu la vita. Crebbe maggiormente il mal animo di Ataulfo contra di Giovino, perchè, pretendendo il re barbaro di divenir suo collega nell'imperio, Giovino all'incontro in vece di lui dichiarò Augusto Sebastiano suo fratello. Adoperossi inoltre per guastare l'union di costoro Dardano prefetto del pretorio delle Gallie, e personaggio lodato assaissimo dai santi Agostino e Girolamo, ma dipinto da Apollinar Sidonio per uomo carico di vizii, che non s'era voluto sottomettere a Giovino. Pertanto di più non vi volle perchè Ataulfo, irritato da un tale sprezzo, mandasse ad offerir la pace ad Onorio, con promettergli le teste di que' tiranni, e la restituzione di Placidia, esigendo solamente in contraccambio non so quale quantità di vettovaglie. Tornati i suoi ambasciatori con gli articoli della concordia accettati e giurati da Onorio, Ataulfo s'accinse dal suo canto all'esecuzione delle promesse. Gli cadde fra poco nelle mani Sebastiano, e ne inviò la testa a Ravenna. Ritirossi Giovino a Valenza, città allora assai forte, nel Delfinato d'oggidì, la quale assediata da Ataulfo, restò in fine presa per forza. Fu consegnato Giovino a Dardano, acciocchè l'inviasse ad Onorio; ma Dardano per maggior sicurezza gli tolse la vita in Narbona. La testa ancora di costui fu mandata all'imperadore, e poi (se crediamo ad Olimpiodoro) spedita a Cartagine con quelli di Sebastiano. Idacio[1330] pretende che costoro fossero presi dai generali d'Onorio, probabilmente perchè s'erano uniti anch'essi con Ataulfo alla distruzion dei tiranni. Ho io poi raccontata tutta in un fiato sotto il presente anno la tragedia di costoro; ma forse la lor caduta e morte si dee differire all'anno susseguente, in cui la riferiscono le Croniche attribuite a Prospero Tirone. Ma non si può già ricavar questo con sicurezza da quella d'Idacio, come pretende il Pagi.
Leggonsi nel Codice Teodosiano[1331] molte leggi date in quest'anno da Onorio imperadore, tutte in Ravenna, dove egli soggiornava. Era seguita nell'anno precedente in Africa la famosa conferenza tra i cattolici e donatisti colla decisione di Marcellino tribuno, assistente alla medesima di ordine di Onorio, in favore de' primi. Gli ostinati donatisti non si vollero per questo rendere, anzi maggiormente infuriarono, e seguitarono a commettere degli omicidii: il che obbligò l'imperadore a pubblicare in quest'anno delle leggi più che mai rigorose contra di loro. Ordinò che fossero tolte loro le chiese, e date ai cattolici; che i laici della lor setta fossero puniti con pene pecuniarie; che non potessero far adunanze. Con altre leggi poi concedette molte esenzioni ai beni degli ecclesiastici, e determinò che le accuse contra le persone de' medesimi fossero giudicate dai vescovi alla presenza di molti testimonii. E perchè dall'Africa venivano frequenti doglianze delle avanie e concussioni che vi commettevano gli uffiziali cesarei, deputati tanto a raccogliere i tributi quanto a far pagare i debiti degli anni addietro, e a cercare i desertori e vagabondi, Onorio con saggi editti si studiò di rimediare a sì fatti disordini. Premeva ancora a questo piissimo principe che si rimettesse in vigore la tanto afflitta città di Roma; e però diede varii privilegi ai corporati, cioè alla società di coloro che conducevano colà grani ed altri viveri, acciocchè non penuriasse il popolo di vettovaglia. Roma in fatti dopo le calamità sofferte dai Goti non istette molto a ripopolarsi, di maniera che Paolo Orosio[1332] pochi anni dopo scrivendo la sua storia, attestò, per relazione degli stessi Romani, che non si conosceva più il danno inferito a quell'augusta città dai Barbari, a riserva di qualche luogo già devastato dalle fiamme. Ed Albino prefetto di Roma nell'anno 414 (secondochè narra Olimpiodoro)[1333] scrisse che non bastava al popolo d'essa città la porzione del grano pubblico assegnatogli dalla pia liberalità dell'imperadore: tanto era cresciuta la moltitudine degli abitanti.
NOTE:
[1327] Jordan., de Rebus Getic., cap. 31.
[1328] Prosper, in Chron.
[1329] Olymp., apud Photium, pag. 183.
[1330] Idacius, in Chron.
[1331] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.
[1332] Orosius, lib. 7, cap. 40.
[1333] Olympiod., apud Photium, pag. 188.
Anno di CRISTO CDXIII. Indizione XI.
INNOCENZO papa 13. ONORIO imperad. 21 e 19. TEODOSIO II imperad. 12 e 6.
Consoli
LUCIO ed ERACLIANO.
Eracliano, quel medesimo che di sua mano uccise già Stilicone, e per guiderdone ebbe da Onorio Augusto il governo dell'Africa col titolo di conte, fu creato dal medesimo imperadore console di quest'anno, in compagnia di Lucio, avendo voluto Onorio premiare il merito ch'egli s'era acquistato in isventare negli anni addietro i disegni del falso imperadore Attalo, con impedirgli l'entrata nell'Africa. Ma costui, persona di scellerati costumi, dei quali ci lasciò una orrida dipintura san Girolamo[1334], senza sapersi se in lui fosse maggiore la superbia o la crudeltà, l'avarizia o la gola, gonfiatosi maggiormente per quest'onore, e mosso non meno dagli esempi dei tiranni della Gallia, che dalla poca stima del regnante Onorio: anche egli si sottrasse dalla di lui ubbidienza; e meditò non solo di farsi padrone dell'Africa[1335], ma eziandio di levar la corona di testa al suo benefattore Augusto. Congiurossi pertanto con Sabino, suo domestico e consigliere, uomo accortissimo, capace di eseguir de' grandi attentati, e di seguito non minore in Africa, con dargli per moglie una sua figliuola, affine di più strettamente invischiarlo ne' suoi interessi. Trattenne costui per qualche tempo con vari pretesti la spedizion de' grani a Roma, pensando di valersi delle navi pel disegno da lui conceputo. In quest'anno poi unita una gran flotta con quanti armati potè, spiegò le vele verso Roma, non già coll'apparenza di andare a prendere il possesso del consolato, ma colla chiara disposizione di farsene padrone. Paolo Orosio scrive essere allora corsa fama ch'egli seco menasse tremila e dugento navi: numero che eccede la credenza nostra, perchè, siccome il medesimo autore osserva, neppure Serse, e nemmeno Alessandro od altro monarca giunse mai a formare una flotta sì strepitosa. All'incontro Marcellino conte[1336] più discretamente narra che costui venne con settecento navi, e tremila soldati, numero nondimeno di gente che dee parere anch'esso troppo scarso per chi meditava sì grande impresa. Giunto Eracliano ai lidi dell'Italia, se gli fece incontro Marino conte, uffiziale di Onorio, con quante truppe potè, e gli mise tale spavento, che giudicò meglio di darsi alla fuga, e se ne tornò con una sola nave in Africa. Ma se vogliam credere allo storico Idacio[1337], seguì tra Eracliano e Marino un fatto d'armi ad Otricoli, dove restarono morte cinquantamila persone sul campo: racconto spropositato; perchè se ciò sussistesse, converrebbe supporre venute alle mani almen centomila persone in tal occasione: il che non può mai accordarsi colle circostanze d'allora. Nulladimeno può ben Idacio farci conghietturare che Eracliano conducesse in Italia più di tremila persone, e che solamente fuggisse perchè la peggio gli toccò in qualche conflitto. Giunto costui in Africa sconfitto e screditato, non tardarono a tenergli dietro ordini pressanti dell'imperadore di ucciderlo dovunque si trovasse. E colto in fatti nel tempio della Memoria, fu quivi trucidato. Onorio Augusto a' dì cinque di luglio del presente anno scrisse ai popoli dell'Africa, con dichiarare Eracliano nemico pubblico, condannando lui e i suoi complici a perdere la testa, col confisco di tutti i loro beni[1338]. E con altra legge del dì tre d'agosto, indirizzata ad Adriano prefetto del pretorio, ordinò che si abolisse il nome ed ogni memoria di lui. Donò eziandio, secondochè s'ha da Olimpiodoro, tutti i di lui beni a Costanzo conte, suo generale, che se ne servì per le spese del suo consolato nell'anno seguente, ma senza essersi trovati que' monti d'oro che la fama decantava. Sabino, genero d'Eracliano, fuggito a Costantinopoli, fu preso e dato in mano agli ufficiali d'Onorio, e probabilmente si seppe così ben difendere, che n'ebbe solamente la pena dell'esilio.
Intanto nelle Gallie si sconciò presto la buona intelligenza che passò nell'anno addietro fra il suddetto Costanzo conte e Ataulfo re de' Goti. S'era obbligato questo re di restituire Placidia all'imperadore suo fratello; e Costanzo, che desiderava e sperava di ottenerla in moglie, ne andava facendo varie istanze[1339]. Ma Ataulfo, che aspirava anch'egli alle medesime nozze, non cessava di tergiversare, allegando che Onorio non gli avea consegnato il grano già accordato nella capitolazione; e che, ottenuto questo, la renderebbe. Restati dunque amareggiati gli amici, Ataulfo voltò le sue armi contro di Narbona, e se ne impadronì nel tempo della vendemmia[1340]. Per attestato di san Girolamo[1341], fu presa anche Tolosa, e il Tillemont sospetta che da Ataulfo. Ma molto prima pare scritta la lettera del santo vecchio, dove conta con tante altre sciagure della Gallia ancor questa. Certo è bensì (e ne fa testimonianza Olimpiodoro) che Ataulfo tentò di sorprendere con inganno la città di Marsiglia; ma non gli venne fatto per la vigilanza e bravura di Bonifazio conte, che coll'armi gli si oppose, con obbligarlo alla fuga, e regalarlo ancora di una ferita. Questo Bonifazio conte verisimilmente è quello stesso ch'ebbe dipoi il governo dell'Africa, e s'incontra nelle lettere di sant'Agostino. Sappiamo ancora da Prospero Tirane[1342] che l'Aquitania in questo anno venne in potere de' Goti; e da Paolino penitente[1343], che la città di Bordeaux ricevette come amico Ataulfo; ma non andò molto che provò miseramente la crudeltà di que' Barbari, con rimanerne tutta incendiata. Così in questi tempi ebbe principio nella Gallia meridionale il regno de' Goti, di modo che quelle provincie per alcuni secoli dipoi portarono il nome di Gotia. Similmente nella parte settentrionale della Gallia presso il Reno i Borgognoni sotto il re loro Guntario, o Gondecario, stabilirono il loro regno. Erano costoro popoli della Germania: divennero in breve cristiani, e si domesticarono sì fattamente, che i Romani di que' paesi volentieri se ne stavano sotto il loro governo. La Borgogna d'oggidì è una picciola parte di quel regno, perchè costoro a poco a poco stesero il loro dominio fino a Lione, al Delfinato, e ad altre città di que' contorni, come avvertì il Valesio[1344]. Dappoichè Marino conte ebbe nel presente anno sì valorosamente ripulsato da' contorni di Roma il ribello Eracliano, in ricompensa del merito ch'egli s'era acquistato, fu spedito dall'imperadore Onorio in Africa con ampia autorità di punire e confiscare. Costui barbaramente si prevalse del suo potere, colla morte non solo di molti delinquenti, ma anche di non pochi innocenti, perchè con troppa facilità porgea l'orecchio a chiunque portava accuse in segreto. Grande strepito soprattutto fece in quelle parti l'aver egli tolta la vita a Marcellino tribuno e notaio, cioè a quel medesimo che aveva assistito alla celebre conferenza tra i cattolici e donatisti, uomo di rara virtù e di santa vita. Creduto parziale dei cattolici, trovarono maniera gli eretici di farlo credere reo di non so qual delitto al suddetto Marino, il quale senz'altro gli fece mettere le mani addosso ed imprigionarlo. Udita questa nuova, santo Agostino[1345] scrisse caldamente a Ceciliano governatore allora dell'Africa, con raccomandargli l'innocente Marcellino, e n'ebbe per risposta che si studierebbe di salvarlo. Ma nel dì 13 di settembre Marino gli fece tagliar la testa in Cartagine. Per aver egli incontrata la morte per odio ed istigazione degli eretici, il cardinal Baronio l'inserì qual martire nel Martirologio romano a dì 6 d'aprile. Per le premure d'esso Marcellino, sant'Agostino scrisse la bell'opera della Città di Dio, e la dedicò al medesimo. Tante doglianze per questa iniquità di Marino fecero dipoi i cattolici africani[1346], che Onorio Augusto il richiamò in Italia, e di tutte le cariche lo spogliò. Poscia nell'anno seguente con suo editto[1347] confermò tutti gli atti seguiti sotto la sua assistenza fra i cattolici e donatisti. Appartiene ancora a quest'anno una legge di Onorio, in cui per quattro anni esentò le provincie d'Italia da varie imposte, mosso, come si può credere, da' saccheggi che avea patito il paese pel passaggio dei Barbari.
NOTE:
[1334] Hieron., Epist. VIII ad Demetriad.
[1335] Orosius, lib. 7, cap. 42.
[1336] Marcell., in Chronico.
[1337] Idacius, in Chron., apud Sirmondum.
[1338] L. 15, tit. 14, Cod. Theod.
[1339] Olympiod., apud Photium, pag. 185.
[1340] Idacius, in Chron.
[1341] Hieron., Epist. XI ad Ageruch.
[1342] Prosper Tiro, in Chron.
[1343] Paul. Poenit., in Eucharist.
[1344] Hadrian. Valesius Notit. Galliar.
[1345] August., Epist. CLXI, olim CCLIX.
[1346] Orosius, lib. 7, cap. 42.
[1347] Cod. Theod., lib. 55, de Haeretic.
Anno di CRISTO CDXIV. Indiz. XII.
INNOCENZO papa 14. ONORIO imperad. 22 e 20. TEODOSIO II imper. 13 e 7.
Consoli
FLAVIO COSTANZO e FLAVIO COSTANTE.
Se non v'ha errore nelle leggi del Codice Teodosiano[1348], la prefettura di Roma fu nell'anno presente esercitata da Eutichiano, poscia da Albino, poscia da Epifanio. Di Albino prefetto di Roma fa anche Olimpiodoro menzione. Costanzo conte, generale d'Onorio Augusto, entrò console quest'anno in Occidente; e Costante, generale di Teodosio Augusto in Oriente, fu l'altro. Secondo Olimpiodoro, sembra che Costanzo venuto a Ravenna, quivi nel primo dì dell'anno assumesse gli abiti consolari. Poscia, così richiedendo i bisogni dell'imperio, se ne tornò nella Gallia, dove fece nuove istanze ad Ataulfo re de' Goti, perchè restituisse Galla Placidia. Ma Ataulfo sfoderava ogni dì nuove scuse e pretesti per non renderla. Finalmente coll'interposizione di un buon sensale, appellato Candidiano, riuscì ad Ataulfo d'indurre quella principessa a riceverlo per consorte. A tal fine, per quanto scrive Filostorgio[1349], egli ripudiò la prima moglie, che era Sarmata di nazione. Racconta Giordano storico che seguirono le nozze in Forlì (quando non avesse cambiato Frejus di Provenza in Forlì d'Italia), oppure in Imola. Certamente è un errore, perchè Ataulfo non la sposò prima dell'anno presente, nè era per questi tempi in Italia. Quel che più importa, Olimpiodoro[1350] più autentico storico, perchè contemporaneo, attesta celebrate quelle nozze nella Gallia nella città di Narbona, correndo il gennaio del presente anno. Altrettanto abbiamo da Idacio[1351]. Seguì dunque con tutta magnificenza quel nobile sposalizio in casa di un certo Ingenio, primario cittadino di Narbona, e fu dato il primo luogo a Placidia che vi comparve in abito da reina. Ataulfo vestito anch'egli alla romana fece suntuosi doni alla principessa, e fra gli altri fu singolar quello di cinquanta paggi, ciascun dei quali portava nell'una mano un bacile pieno d'oro, e nell'altra un altro simile ripieno di pietre preziose d'inestimabile valore. Al ladro è facile pulire la sposa. Furono quei regali ricchezze tutte asportate dai Goti dal sacco di Roma. Cantossi in tal funzione secondo l'usanza l'epitalamio, ed il primo ad intonarlo fu Attalo, che d'imperadore de' Romani era divenuto cortigiano dei re goti. Terminò poi la solennità con giuochi, grande allegrezza e tripudio di quanti Romani e Barbari si trovarono allora in Narbona. Leggesi presso Jacopo Spon[1352] una iscrizione di sant'Egidio nella Linguadoca, posta ad Ataulfo Flavio potentissimo re, ec., e alla Cesarea Placidia anima sua, ec. Ma è da stupire che un uomo dotto come Spon, ed anche il celebre Du-Cange, ricevessero per monumento legittimo dell'antichità una iscrizione sì affettata e ridicola, e che combatte ancora contro la storia d'allora. Non c'è apparenza alcuna che Onorio imperadore acconsentisse a tali nozze; perciocchè in questo medesimo anno, secondo la Cronica di s. Prospero, per consiglio dei Goti e colle loro spalle Attalo ripigliò nella Gallia la porpora, e la fece da imperadore al dispetto d'esso Onorio; ma con una assai trista figura, perchè non avea nè potere, nè danari, nè soldati, e con sì bell'aspetto di signoria non era che un servo dei Goti. Paolino penitente, di cui resta un poema eucaristico, ricco cittadino di Bordeaux, e nipote del famoso Ausonio, scrive che da questo immaginario imperadore ottenne la carica di conte della tesoreria segreta; tesoreria per confessione di lui fallita, e di nome solo. A quest'anno nel Codice di Giustiniano è riferita una legge di Onorio imperadore[1353], in cui stabilisce l'immunità delle chiese, ordinando che non si possa levare dai sacri templi chi colà si rifugia, ed intimando la pena di lesa maestà a chi contravvenisse. Forse quella legge appartiene all'anno 409, in cui Giovio fu prefetto del pretorio in Italia. Altri editti del medesimo Augusto spettanti all'anno presente esistono nel Codice Teodosiano[1354], specialmente per sollevare da tanti aggravii e dalle iniquità de' pubblici uffiziali i popoli dell'Africa. Perchè non era facile a quella gente il portar le loro doglianze alla corte, a cagione del mare, perciò i ministri della giustizia e del fisco a man salva vi faceano non poche estorsioni ed avanie: al che il buon Augusto andò provvedendo il meglio che potè. In Costantinopoli mancò di vita Antioco persiano, che fin allora con grande lode era stato curatore del giovine Teodosio Augusto a nome d'Isdegarde re della Persia. Allora Teodosio dichiarò Augusta Pulcheria sua sorella, giovane piissima, e dotata d'insigni virtù, che saggiamente aiutò da lì innanzi il fratello nel governo dell'imperio, e dedicò a Dio la sua virginità. Delle sue mirabili qualità e virtù è da leggere Sozomeno[1355].
Nella Gallia mal sofferì Costanzo conte, generale d'Onorio, il maritaggio di Galla Placidia con Ataulfo, perchè a quelle nozze anch'egli da gran tempo aspirava. Ma non potendo di più, attese a liberare dal barbaro re e da' suoi Goti quanto paese egli potè. Impedì che non potessero aver navi nè commercio coi paesi forestieri, ed intanto con segreti trattati procurò di spignere Ataulfo in Ispagna, facendogli sperare colà a nome dell'imperadore la cession di qualche provincia per sua residenza. Nè mancava già Galla Placidia di consigliar al marito la pace con suo fratello, di manierachè Ataulfo prese la risoluzione di passar in Ispagna, con pensiero di quivi combattere contro i Vandali, Alani e Svevi in favore d'Onorio Augusto. Scrive Paolo Orosio[1356], autore che in questi tempi compilava la sua istoria ad istanza di sant'Agostino, che Costanzo dimorando in Arles, scacciò Ataulfo da Narbona, e il costrinse a ritirarsi in Ispagna: parole che sembrano indicare usata la forza dell'armi per isloggiarlo di là. Ma probabilmente il solo avergli difficultati i viveri e le speranze a lui date, furono le cagioni principali di mutar quartiere. Narra inoltre lo stesso Orosio di avere inteso da san Girolamo, che un cittadino di Narbona, persona riguardevole ed amicissimo dello stesso Ataulfo, raccontava che questo re sulle prime altro non meditava che di annientare l'imperio romano e di stabilire il gotico; ma che dipoi avendo conosciuto che la sfrenata barbarie della sua nazione non voleva nè briglia nè leggi, siccome personaggio d'animo e d'ingegno grande, determinò di acquistar più gloria con adoperar le forze della sua gente per rimettere in auge ed accrescere lo stesso romano imperio, e con divenire ristorator del medesimo, giacchè non avea potuto esserne distruttore. Per questo non volle più guerra co' Romani, e trattò coll'imperadore Onorio di pace; al che contribuivano non poco le esortazioni di Placidia, principessa provveduta d'ingegno, e creduta di pietà non volgare. Il perchè abbiamo abbastanza per intendere che Ataulfo spontaneamente, piuttostochè per forza d'armi, elesse di trasferirsi in Ispagna. Che poi Costanzo conte in altre maniere attendesse al bene dell'imperio, si può raccogliere da un'iscrizione d'Albenga da me data alla luce[1357]. Si ricava da essa che Costanzo ristorò e fortificò di mura una città (verisimilmente Albenga stessa) con porte, piazza e porto. Nè può questo applicarsi a Costanzo Augusto figliuolo di Costantino il Grande; ma sì bene a Costanzo conte di cui abbiam finora favellato, avendo egli ritolta parte della Gallia a vari tiranni.
NOTE:
[1348] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[1349] Philost., lib. 7, cap. 4.
[1350] Olympiodorus, apud Photium, p. 184.
[1351] Idacius, in Chronic. apud Sirmond.
[1352] Spon, Miscell. erudit. Antiq., p. 157.
[1353] L. 2, de his qui ad Eccl. confugiunt. Cod. Justinian.
[1354] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.
[1355] Sozom., lib. 9, cap. 1.
[1356] Orosius, l. 7, c. 43.
[1357] Thesaur. Novus Inscript., pag. 697, n. 3.
Anno di CRISTO CDXV. Indizione XIII.
INNOCENZO papa 15. ONORIO imperad. 23 e 21. TEODOSIO II imp. 14 e 8.
Consoli
ONORIO AUGUSTO per la decima volta e TEODOSIO AUGUSTO per la sesta.
Abbiamo dalle leggi del Codice Teodosiano prefetto in Roma in quest'anno Gracco. Passato che fu Ataulfo re de' Goti in Ispagna, s'impadronì di Barcellona, ed ivi poi stabilì la sua residenza[1358]. Gli partorì in quella città Galla Placidia un figliuolo, a cui fu posto il nome di Teodosio: del che sommamente si rallegrò esso Ataulfo, e prese più amore alla repubblica romana. Ma all'allegrezza succedette da lì a non molto la tristezza, essendo mancato di vita questo loro germoglio, che con gran duolo de' genitori fu seppellito entro una cassa d'argento in una delle chiese di Barcellona. Ma peggio avvenne poco appresso, perchè lo stesso Ataulfo fu anch'egli tolto dal mondo, mentre nella scuderia visitava, secondo il costume, i suoi cavalli da un suo domestico, appellato Dubbio. Costui, perchè il suo vecchio padrone, re di una parte de' Goti, era stato ammazzato da Ataulfo, non gliela perdonò mai più, finchè ne fece nella forma suddetta la vendetta. Giordano[1359] chiama il di lui uccisore Vernulfo, aggiugnendo, che costui irritato, perchè il re metteva in burla la sua corta statura, gli cacciò la spada nella pancia. E se a tale storico prestiam fede, già Ataulfo s'era inoltrato nella Spagna, ed avea cominciato a combattere coi Vandali ed Alani in favore dell'imperio romano. Filostorgio[1360] attribuisce la di lui morte a varie crudeltà da lui commesse in collera. Prima di morire, Ataulfo raccomandò a suo fratello, di cui non sappiamo il nome, che restituisse all'imperadore Onorio la sorella Placidia, e procurasse, in qualunque modo che potesse, di stabilir pace e lega coll'imperio romano. Si figurava egli che questo suo fratello gli avesse a succedere nel regno; ma s'ingannò. Singerico, fratello di quel Saro che disopra vedemmo trucidato per ordine dello stesso Ataulfo, non in vigore della legge o della parentela, ma colla violenza fu creato re[1361]. Nè tardò costui a far la vendetta del fratello, perchè strappati dalle braccia di Sigesaro vescovo (non so se dei Goti stessi, oppure di Barcellona) i figliuoli di Ataulfo, a lui nati dal primo matrimonio, crudelmente li fece ammazzare. Oltre a ciò, in onta del re defunto fece camminar la stessa regina Placidia a piedi davanti al suo cavallo, mischiata con altri prigionieri per lo spazio di dodici miglia. Ma questo Barbaro in capo a sette dì fu anche egli scannato, ed ebbe per successore Vallia. Ambrosio Morales[1362], e dopo lui il Baronio[1363] rappresentano un epitafio posto al re Ataulfo in Barcellona, dove si dice seppellito con sei figliuoli, uccisi dalla sua gente. Eccolo di nuovo.
BELLIPOTENS VALIDA NATVS DE GENTE GOTHORVM. HIC CVM SEX NATIS REX ATAULPHE JACES. AVSVS ES HISPANAS PRIMUS DESCENDERE IN ORAS QVEM COMITABANTVR MILLIA MVLTA VIRUM. GENS TVA TVNC NATOS, ET INVIDIOSA PEREMIT. QVEM POST AMPLEXA EST BARCINO MAGNA GEMENS.
Se antica, o de' secoli susseguenti, sia quest'iscrizione, alcuno ha dubitato, e ne dubito più d'essi anch'io, parendo che non convenga assai colla storia quel terzo esametro verso:
AVSVS ES HISPANAS PRIMUS DESCENDERE IN ORAS
Ma certo egli fu il primo de' re Goti che fissassero la sua residenza in Ispagna. Potrebbe ben servire ad assicurarci che fosse composto allora esso epitafio l'autorità di Flavio Destro, storico di que' tempi, perch'egli scrive che era fattura sua. Ma oggidì è conchiuso fra i letterati, tinti alquanto di critica, e liberi dalle passioni spagnuole, che la storia pubblicata sotto nome di Flavio Destro, e commentata dal Bivario, è una solenne impostura di questi ultimi tempi, e ne sappiamo anche l'autore, o gli autori, che con altre simili merci hanno sporcata la storia e il martirologio della Spagna e del Portogallo. Secondo la Cronica Alessandrina, giunse a Costantinopoli la nuova della morte d'Ataulfo nel dì 24 di settembre dell'anno presente, e se ne fece festa.
In quest'anno Onorio Augusto pubblicò una legge[1364] severissima contra dei pagani, con istenderla non solamente per tutta l'Africa, ma per tutto ancora il romano imperio. In essa comandò egli che dovessero uscir di Cartagine e da tutte le città metropolitane i sacerdoti del paganesimo. Unì al fisco tutti i loro luoghi sacri e le entrate che da loro dianzi s'impiegavano in sagrifizii e conviti, a riserva di quanto era già stato donato alle chiese de' Cristiani. Si era in altre leggi mostrato questo imperadore assai favorevole ai Giudei. Anche nel presente anno loro concedette il poter tenere schiavi cristiani[1365], purchè loro lasciassero la libertà della religione, nè li seducessero. Editto disdicevole ad un imperador cristiano, e concessione riprovata molto prima da Costantino il Grande. E perciocchè essi Giudei gli rappresentarono che parecchi della loro setta abbracciavano la fede cristiana, non con animo vero, ma solamente per ischivar le pene de' lor delitti e i tributi imposti ai Giudei, Onorio permise a costoro di ripigliare la lor setta, credendo egli che non tornasse il conto neppure alla religion cristiana l'aver in seno questi finti cristiani. Sono ben diverse in questo proposito le leggi de' nostri tempi. All'incontro Teodosio Augusto con altri editti represse l'insolenza d'essi Giudei. E sappiamo dalla Cronica Alessandrina che nel presente anno terminò i suoi giorni Termanzia figliuola di Stilicone, e moglie d'Onorio imperadore, ma ripudiata da lui. Succedettero ancora in quest'anno dei fieri tumulti nella città d'Alessandria, per i quali di colà furono scacciati i Giudei. Socrate storico[1366] incolpa forte di tali scandali Cirillo vescovo di quella città, e i monaci di Nitria; ma sopra ciò è da vedere il cardinale Baronio.
NOTE:
[1358] Olimpiod., apud Photium, pag. 187.
[1359] Jordan., de Rebus Getic., c. 31.
[1360] Philost., lib. 12. c. 4.
[1361] Olymp., apud Photium, pag. 187.
[1362] Morales, Hist. Hisp. lib. 2.
[1363] Baron., Annal. Eccl.
[1364] L. 20, tit. 10, lib. 16. Cod. Theod.
[1365] Lib. 16, tit. 9, l. 3. Cod. Theodos.
[1366] Socrates, lib. 7, c. 15 Hist. Eccl.
Anno di CRISTO CDXVI. Indizione XIV.
INNOCENZO papa 16. ONORIO imperad. 24 e 22. TEODOSIO II imperad. 15 e 9.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la settima volta, e GIUNIO QUARTO PALLADIO.
Probiano prefetto di Roma nel presente anno si mira nelle leggi del Codice Teodosiano. Aveano i Goti nella Spagna eletto Vallia per loro re, con intenzione ch'egli facesse la guerra contro ai Romani. Ed egli in fatti s'accinse all'impresa, e meditando di far delle conquiste ne' paesi dell'Africa[1367], fece imbarcare un numeroso corpo de' suoi Goti, bene armati, per farli passare colà. Ma Iddio permise che costoro assaliti da fiera burrasca con tutte le navi perissero dodici miglia lungi dallo stretto di Gibilterra. Questo sinistro avvenimento, e il ricordarsi Vallia come miseramente fosse terminata un'altra simile spedizione, allorchè Alarico volea passare in Sicilia, gli mise il cervello a partito, e determinò di cercar piuttosto la pace dall'imperadore Onorio, con promettergli la restituzione di Galla Placidia, ed obbligar la nazione de' Goti a far guerra in favore dell'imperio romano agli altri Barbari che aveano fissato il piede in Ispagna, cioè ai Vandali, Alani e Svevi. Cosa curiosa, e, per quanto osservò Paolo Orosio, quasi incredibile avvenne, cioè che anche gli altri re barbari, che non erano d'accordo coi Goti, esibirono lo stesso ad Onorio, con fargli sapere: Strignete pure, o Augusto, la pace con tutti, e da tutti ricevete gli ostaggi; che noi, senza che vi moviate, combatteremo insieme. Nostre saranno le morti, per voi sarà la vittoria; e un immortal guadagno verrà alla romana repubblica, se noi pugnando l'un contra l'altro tutti periremo. Onorio accettò l'esibizione di Vallia, e, secondochè scrive Filostorgio[1368], concedette ai Goti una parte della Gallia, cioè la seconda Aquitania, o sia la Guascogna, con terreni da coltivare. Ma questa concessione più fondatamente si dee riferire all'anno 418. Giordano storico[1369] non so qual fede meriti qui, perchè confonde molti punti di storia; tuttavia ascoltiamolo, allorchè narra che Costante conte, generale dell'imperadore, con un fiorito esercito si mosse contra di esso re Vallia, con disegno di ricuperar Placidia o colle buone o colle brusche; ma che essendogli venuto incontro il re Goto con un'armata non inferiore, seguirono varie ambascerie, per le quali finalmente si conchiuse la pace. Onorio mandò a Vallia una gran quantità di frumento già promesso, e non mai dato ad Ataulfo, cioè, per attestato di Olimpiodoro[1370], seicentomila misure. Ed allora il Goto rimise Galla Placidia con tutta onorevolezza in mano di Eupiuzio Magistriano, uffiziale cesareo, spedito a lui per la pace, il quale la ricondusse o la rimandò al fratello Augusto. Poscia esso ne attese a mantener la parola data ad Onorio, con far la guerra valorosamente agli altri Barbari usurpatori della Spagna. Bisogna che fra i patti della pace tra l'imperadore e i Goti, uno ancora se ne contasse, cioè che i Goti abbandonassero Attalo imperador da commedia di que' tempi, oppure che il consegnassero nelle mani d'esso Onorio. Da Paolo Orosio[1371] sappiamo che costui passò coi Goti in Ispagna, e di là si partì, probabilmente perchè scorgendo i maneggi di pace coll'imperadore, sospettò di restar vittima dell'accordo. Si pose dunque in nave, ma nel mare fu preso, e condotto a Costanzo generale cesareo, al quale era stato conferito il titolo di patrizio; e questi ordinò che fosse condotto a Ravenna. Gli fece Onorio solamente tagliar la mano destra, oppure, come vuol Filostorgio[1372], non altro che il pollice e l'indice della destra, acciocchè non potesse più scrivere. Anzi questo autore attesta essere stato costui consegnato dai Goti stessi all'imperadore; ed è verisimile, con patto segreto di salvargli la vita. Secondo lui, solamente nell'anno seguente gli furono tagliate le dita. Prospero[1373] riferisce all'anno precedente la presa d'Attalo; ma nella Cronica Alessandrina abbiamo che nel dì 28 di giugno e nel dì 6 di luglio del presente anno furono fatte feste e giuochi pubblici in Costantinopoli per la presa d'Attalo. Potrebbe essere che l'arrivo di costui a Ravenna accadesse nel fine di questo o nel principio del susseguente anno. Erano poi succeduti, duranti le guerre e i passaggi de' Barbari, nel romano imperio dei disordini incredibili contra le leggi; ed è probabile che i giudici ed uffiziali imperiali ne profittassero con formare de' fieri processi contro chiunque vi avea contravvenuto. Ma l'imperadore Onorio con una legge[1374], indirizzata a Costanzo conte e patrizio, abolì tutti i reati di chiunque avesse in quei tempi sì sconcertati rapito ed occupato l'altrui, riserbando solamente ai padroni di ricuperare il suo, se tale poteano provarlo. Bolliva intanto l'eresia di Pelagio e Celestio, specialmente in Africa, dove s'erano raunati i vescovi ne' concilii di Cartagine e di Milevi, oggidì Mela, in occasion di costoro che si studiavano di seminar dappertutto il loro veleno. Innocenzo papa, scrivendo in quest'anno ai padri d'essi concilii, condannò le opinioni di costoro, e ne scomunicò gli autori: il che gli accrebbe gloria in tutta la Chiesa di Dio.
NOTE:
[1367] Orosius, lib. 7, cap. 43.
[1368] Philost., lib. 12, cap. 4.
[1369] Jordan., cap. 32, de Reb. Getic.
[1370] Olimpiodorus, apud Photium, pag. 190.
[1371] Orosius, lib. 7, cap. 42.
[1372] Philost., lib. 12, cap. 5.
[1373] Prosper, in Chron.
[1374] L. 14, tit. 14, lib. 15. Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CDXVII. Indizione XV.
ZOSIMO papa 1. ONORIO imperad. 25 e 23. TEODOSIO II imperad. 16 e 10.
Consoli
ONORIO AUGUSTO per l'undecima volta, e FLAVIO COSTANZO per la seconda.
Aveva l'imperadore Onorio già conferito a Costanzo conte suo generale lo splendido titolo di Patrizio, e volendo maggiormente premiare in quest'anno il suo fedele servigio, oltre all'averlo creato console per la seconda volta, e presolo per collega nel consolato suo undecimo, gli avea destinata per moglie Galla Placidia sua sorella. A tali nozze non inchinava punto Placidia, per quanto scrive Olimpiodoro[1375], autore di questi tempi, e non si sa se per superbia, o per qual altro motivo. Onorio, o dubitando o sapendo che dai consigli dei familiari e servitori di questa principessa procedeva la di lei avversione e renitenza a questo matrimonio, se la prese contra loro. Ma finalmente la volle vincer egli, e nel dì primo di gennaio, in cui amendue faceano la solennità dell'ingresso nel consolato, presala per mano, la forzò a darla a Costanzo; ed ella, benchè di mala voglia, il prese per marito. Si celebrarono tali nozze con gran pompa e splendidezza. Partorì poi Placidia a Costanzo, probabilmente prima che terminasse l'anno, una figliuola ch'ebbe il nome di Giusta Grata Onoria. D'essa è fatta menzione in un'iscrizione rapportata già dal Grutero[1376], e poscia da me più corretta nel mio Tesoro nuovo. Volle eziandio in quest'anno l'Augusto Onorio consolare colla sua presenza i Romani. La Cronica di Prospero[1377] rende testimonianza ch'egli trionfalmente entrò in quella città, e che davanti al suo cocchio fece marciare a piedi Attalo, già immaginario imperadore. Filostorgio aggiugne che esso Augusto giunto colà, al mirare la città tornata così popolata, se ne rallegrò assaissimo, e colla mano e colla voce fece animo e plauso a chi riedificava le case e i palagi rovinati dai Barbari. Poscia essendo salito sul tribunale, volle che Attalo salisse anch'egli fino al secondo gradino, acciocchè tutto il popolo s'accertasse co' suoi occhi della di lui depressione. Dopo di che fattegli tagliar le due dita, con cui si scrive, il mandò in esilio nell'isola di Lipara, vicina alla Sicilia, con ordine di somministrargli tutto il bisognevole pel suo sostentamento. Se ciò fosse un atto di sua clemenza, o pure un concerto fatto coi Goti, allorchè gliel diedero in mano, è tuttavia oscuro. Poco si dovette fermare in Roma Onorio; perciocchè nel gennaio, maggio e dicembre, stando in Ravenna, dove certo egli si restituì dopo la visita fatta ai Romani, abbiamo leggi da lui pubblicate e inserite nel Codice Teodosiano[1378]. Fra esse una provvede all'annona di Roma. Un'altra vieta sotto pena di morte il comperare per ischiavo un uomo libero, e il turbare nel possesso della libertà i manomessi. In un'altra vuole che le terre incolte sieno esenti dagli aggravii. A dì 12 del mese di marzo, siccome pruova il Pagi, mancò di vita Innocenzo I papa, pontefice di gloriosa memoria per le sue virtù e pel suo zelo nella custodia della religione cattolica e della disciplina ecclesiastica. Ebbe per successore Zosimo, pontefice non assai avveduto, come il suo predecessore, perchè si lasciò sulle prime sorprendere dalle finte suppliche di Pelagio e Celestio eretici, ch'egli buonamente credette innocenti. Ma nel seguente anno, conosciute meglio queste volpi, proferì la sentenza condannatoria de' loro errori. Seguitava intanto nelle Spagne Vallia re de' Goti, dappoichè ebbe conclusa la pace con Onorio, a guerreggiare contra degli altri Barbari, occupatori di quelle provincie. Idacio[1379] scrive, e dopo lui santo Isidoro[1380], ch'egli fece di coloro grande strage. Tutti i Vandali, chiamati Silingi, che si aveano fabbricato un buon nido nella provincia della Betica, dove è Siviglia, dal filo delle sciable gotiche rimasero estinti. Gli Alani, dianzi sì potenti, furono anch'eglino disfatti dai Goti, ed ucciso il re loro Atace Quei che restarono in vita, si sottoposero a Gunderico re de' Vandali, che regnava nella Galizia, con rimanere abolito il nome del regno loro. È testimonio ancora di queste vittorie Paolo Orosio[1381], il quale nell'anno presente diede fine alla sua storia, scritta da lui in Ispagna, e dedicata a sant'Agostino. Ma forse buona parte di queste prodezze fatte dai Goti si dee riferire al susseguente anno.
NOTE:
[1375] Olympiod., apud Photium, pag. 191.
[1376] Gruter., Inscription., pag. 1048, n. 1.
[1377] Prosper, in Chron. apud Labbeum.
[1378] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.
[1379] Idacius, in Chron. apud Sirmondum.
[1380] Isid., in Hist. Goth. apud Labbeum.
[1381] Orosius, lib. 7, cap. 43.
Anno di CRISTO CDXVIII. Indizione I.
BONIFACIO I papa 1. ONORIO imperad. 26 e 24. TEODOSIO II imperad. 17 e 11.
Consoli
ONORIO AUGUSTO per la dodicesima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per l'ottava.
Ricuperate ch'ebbe Vallia molte Provincie della Spagna dalle mani dei Barbari, sembra assai verisimile che le cedesse agli uffiziali dell'imperadore Onorio; perciocchè, secondochè scrive Idacio[1382], fu esso Vallia richiamato da Costanzo patrizio nelle Gallie, e d'ordine dell'imperadore quivi assegnata a lui e alla sua nazione, per abitarvi, la seconda Aquitania, dove è Bordeaux, con alcuni paesi circonvicini, cioè da Tolosa fino all'Oceano. Allora la Linguadoca cominciò ad essere appellata Gotia. Giordano storico[1383] chiaramente scrive che Vallia consegnò ai ministri dell'imperadore le provincie conquistate, e venne ad abitare a Tolosa. Ma poco egli godè di questi suoi vantaggi, perchè venne rapito dalla morte nel presente anno, con essere a lui succeduto nel regno gotico Teodorico, o sia Teoderico. Nella Cronica di Prospero questi avvenimenti son riferiti al susseguente anno. Nel presente Zosimo papa fulminò, siccome accennai, la sentenza contro gli errori di Pelagio e di Celestio, e dipoi fece istanza ad Onorio Augusto, dimorante in Ravenna, acciocchè per ordine suo costoro coi lor seguaci fossero cacciati da Roma e dall'altre città, e riconosciuti per eretici. Dobbiamo alla diligenza del cardinal Baronio l'editto allora pubblicato dall'imperadore, e indirizzato a Palladio prefetto del pretorio d'Italia. In vigore di questo anche gli altri prefetti del pretorio, cioè Agricola della Gallia e Monasio dell'Oriente, ordinarono le medesime pene contra quegli eresiarchi. Nel qual tempo anche i vescovi africani in un concilio plenario, inerendo alla sentenza della sede apostolica, concordemente condannarono i suddetti eretici. Terminò il corso di sua vita in quest'anno a dì 26 di dicembre il medesimo Zosimo papa, e dopo due giorni di sede vacante fu eletto nella chiesa di Marcello dalla miglior parte del clero, alla presenza di nove vescovi, per suo successore Bonifazio, vecchio prete romano, figliuolo di Giocondo, ma non senza tumulto e scisma. Imperciocchè un'altra parte del clero e del popolo, stando Eulalio arcidiacono nella chiesa lateranense, quivi l'elessero papa: dal che seguirono molti sconcerti nell'anno appresso. Al presente appartiene ciò che narra Prospero Tirone[1384], o sia qualche altro Prospero, cioè che Faramondo cominciò a regnare sopra i Franchi. Questo è, per quanto dicono, il primo re di quella nazione a noi noto, ma esso sta appoggiato all'autorità di uno scrittore non abbastanza autentico. Nè Gregorio Turonese, nè Fredegario conobbero alcun re de' Franchi di questo nome. Ammiano[1385] sotto l'anno 556 fa menzione dei re de' Franchi, ma senza dire qual nome avessero. Contuttociò è stato creduto dagli eruditi francesi sufficiente questa notizia, per cominciare da questo Faramondo il catalogo di essi re franchi; e tanto più perchè fa menzione di lui anche l'autore de Gestis Francorum, il quale si crede che vivesse circa l'anno di Cristo 700. Ma quell'autore racconta sul principio tante favole della venuta de' Franchi da Troja, e dà per avolo a Faramondo Priamo, e per padre Marcomiro, che non fa punto di credito all'asserzione sua intorno a Faramondo. Potrebbe anch'essere che nella Cronichetta di quel Prospero fosse stata incastrata ed aggiunta ne' secoli susseguenti la notizia d'esso Faramondo, da chi prese per buona moneta le favole inventate dell'origine de' Franchi. In fatti manca essa in qualche testo. Quello che è certo, questa bellicosa nazione, conosciuta anche ne' precedenti due secoli, signoreggiava allora quel paese che è di là dal Reno nella Germania, cominciando da Magonza fino all'Oceano, collimando, per quanto si crede, colla Sassonia e Svevia. Ermoldo Nigello[1386], il cui poema composto a' tempi di Lodovico Pio Augusto, fu da me pubblicato, scrive, essere stata a' suoi dì opinione che i Franchi tirassero la loro origine dalla Dania, o sia dal mar Baltico. Sopra di che è da leggere un'erudita dissertazione del celebre Leibnizio.
NOTE:
[1382] Idacius, in Chronic. Prosper, in Chronic.
[1383] Jordan., cap. 33 de Rebus Getic.
[1384] Prosper, in Chronic. apud Labb.
[1385] Ammian., lib. 16.
[1386] Ermold. Nigellus, lib. 4, in Rer. Italicar., p. 2, tom. 2.
Anno di CRISTO CDXIX. Indizione II.
BONIFACIO I papa 2. ONORIO imperadore 27 e 25. TEODOSIO II imp. 18 e 12.
Consoli
MONASIO e PLENTA.
Era insorto scisma, siccome di sopra accennai, nella Chiesa romana per l'elezione dei due competitori Bonifacio ed Eulalio. Quasi tutto il clero e popolo aderiva a Bonifacio; ma Eulalio avea dalla sua Simmaco prefetto di Roma, il quale avendo scritto in suo favore a Ravenna, fu cagione che l'imperadore gli ordinasse con un rescritto cacciar Bonifacio dalla città, e di confermare Eulalio. Mandò anche Onorio a Roma Afrodisio vicario, tribuno, per tener il popolo a freno. Simmaco allora spedì alla chiesa di san Paolo fuori di Roma, dove s'era ritirato Bonifacio, a chiamarlo, per comunicargli l'ordine imperiale. Il messo fu maltrattato dal popolo che stava per Bonifacio. Onde Simmaco sdegnato per questo affronto, pubblicò tosto il comandamento dell'imperadore in favore d Eulalio, e mise le guardie alle porte della città, affinchè Bonifacio non entrasse, con dare susseguentemente avviso all'imperadore dell'operato, e con dipingere Bonifacio come uomo turbolento e sedizioso. Perciò Eulalio liberamente passò alla basilica Vaticana, e quivi alla papale celebrò la messa. Ma informato meglio l'imperadore dagli elettori di Bonifacio, chiamò amendue le parti a Ravenna, e per procedere saviamente, adunò un concilio di vescovi che ne giudicassero. Tuttavia perchè il negozio andò più a lungo di quel che si credeva, e sopravvenne la Pasqua, l'imperadore, per consiglio dei vescovi raunati nel concilio, mandò Achilleo, vescovo di Spoleti, a Roma per le funzioni di que' santi giorni, con ordinare a Bonifacio e ad Eulalio, che niun d'essi si accostasse a Roma, finattantochè non fosse decisa la lor controversia. Chiamò ancora molti altri vescovi più lontani, acciocchè fosse in ordine un concilio più numeroso del primo, da tenersi a Spoleti. Anche Placidia scrisse per questo ad Aurelio vescovo di Cartagine. Ma Eulalio, per la sua superbia, sprezzati gli ordini imperiali, prima del vescovo di Spoleti volò a Roma di bel mezzogiorno, accolto dai suoi parziali con festa, ma non senza un gran tumulto, perchè se gli oppose la parte che teneva per Bonifacio, e in tal mischia molti furono maltrattati e feriti. Allora Simmaco, che dal cardinal Baronio vien tassato per sospetto e parziale in tal controversia, ma che nel progresso non si diede a conoscere per tale, immediatamente notificò tutto il succeduto all'imperadore Onorio ed a Costanzo di lui cognato, i quali adirati per tale insolenza, rescrissero tosto a Simmaco, che cacciasse Eulalio, e il confinasse nel territorio di Capoa, con riconoscere Bonifacio per legittimo papa. Eseguì Simmaco puntualmente l'ordine, e replicò alla corte con biasimare la temerità di Eulalio. E da lui stesso sappiamo che Bonifacio fu ricevuto con sommo giubilo e concordia di tutto il popolo. Tutto questo affare apparisce dalle lettere di Simmaco[1387], e dai rescritti imperiali, rapportati dal cardinal Baronio. Poscia Eulalio per misericordia fu creato vescovo di Nepi, per quanto scrive Anastasio, ossia l'antichissimo autore del Pontificale romano. E mancò poi di vita un anno dopo la morte di papa Bonifacio.
In quest'anno a dì 2 di luglio Galla Placidia, moglie di Costanzo conte e patrizio, gli partorì in Ravenna un figliuolo, a cui fu posto il nome di Flavio Placido Valentiniano, che poscia divenne imperadore[1388]. Credono alcuni che Placidio, e non Placido, fosse chiamato dal nome della madre. Se non è fallato il testo di Apollinare Sidonio nel panegirico di Avito, ivi egli è chiamato Placido. Onorio suo zio, per le gagliarde istanze della sorella, gli diede da lì a non molto il titolo di nobilissimo, ch'era il primo grado d'onore per chi era destinato all'imperio. Avvenne in questo medesimo anno che i Barbari occupatori di alcune provincie della Spagna, dacchè non erano più infestati dai Goti, vennero alle mani fra loro[1389]. Gli Svevi, che aveano per loro re Emerico, soccombendo, furono assediati dai Vandali, dei quali era allora re Gunderico, ne' monti Nervasi, che son creduti quei della Biscaglia. Racconta eziandio Prospero Tirone[1390], che nell'anno presente Massimo per forza ottenne il dominio delle Spagne, cioè quel medesimo che da Geronzio negli anni addietro fu creato imperadore, e fuggì poi ramingo e screditato appresso i Barbari dimoranti in Ispagna. Ma l'autor d'essa Cronica di troppo apre la bocca, certo essendo che parte della Spagna riconosceva allora per suo signore Onorio Augusto, ed un'altra parte era in potere de' Vandali e Svevi. Può esser che costui in qualche angolo di que' paesi facesse questa nuova scena. Tuttochè poi più fulmini si fossero scagliati contra l'eresia di Pelagio, questa più che mai ostinata resisteva e si dilatava. E specialmente verso questi tempi insorse in difesa d'essa Giuliano vescovo di Eclano, città vicina allora a Benevento, la cui sedia fu poi trasferita a Frigento. L'infaticabil santo Agostino contra di costui e contra di tutta la setta seguitò a comporre varii libri; e i vescovi africani raunati nel concilio di Cartagine soddisfecero alle parti del loro zelo in condannarla ed estirparla. A questo medesimo fine Onorio imperadore, probabilmente mosso dal romano pontefice, unì la sua autorità, con inviare a dì 9 giugno di questo anno ad Aurelio vescovo di Cartagine la costituzione da lui pubblicata nel precedente anno contra di Pelagio e Celestio. Abbiamo ancora un editto[1391], con cui il medesimo imperadore slargò fino a quaranta passi fuori della chiesa l'asilo, ossia l'immunità, per chi si ricoverava nei luoghi sacri. E perciocchè talvolta accadeva che delle persone innocenti o perseguitate da' prepotenti, erano imprigionate, con torsi loro i mezzi di potersi difendere, il piissimo imperadore ordinò nel medesimo editto che i vescovi avrebbono un'intera libertà di visitar le prigioni, per informarsi non meno del trattamento che si faceva a' poveri carcerati, che de' loro affari, per sollecitar poscia i giudici in loro favore. Sarebbe da desiderare che questa legge, rapportata dal Sirmondo, e simile ad un'altra del medesimo Augusto dell'anno 409, non fosse abolita, o che la pietà de' principi in altra maniera provvedesse al bisogno dei carcerati, con ricordarsi delle regole importantissime della carità cristiana.
NOTE:
[1387] Symmachus, in Auctuar. Epist.
[1388] Olympiod., apud Photium, pag. 192.
[1389] Idacius, in Chron. apud Sirmond.
[1390] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1391] Sirmond., Append. al Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CDXX. Indizione III.
BONIFACIO I papa 3. ONORIO imperadore 28 e 26. TEODOSIO II imp. 19 e 13.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la nona volta, e FLAVIO COSTANZO per la terza.
Erano, come dissi, assediati gli Svevi nei monti Nervasi della Spagna dai Vandali. Probabilmente costoro mandarono per aver soccorso da Asterio conte delle Spagne; perciocchè Idacio racconta[1392] che i Vandali, all'udire che si avvicinava con grandi forze questo uffiziale dell'imperadore, levarono tosto l'assedio, ed abbandonata la Galizia, s'inviarono verso la provincie della Betica, con avere nel passaggio per Braga commessi alcuni omicidii. Dovea forse la Betica essere allora scarsa di presidii, e però se ne impadronirono. In Costantinopoli, secondo che riferisce la Cronica Alessandrina[1393], Teodosio Augusto era già pervenuto ad età competente per ammogliarsi. Pulcheria Augusta sua sorella, donna di gran senno, cercò dappertutto moglie che fosse degna di sì gran principe; e udito ch'egli non curava nè ricchezze nè nobiltà, premendogli solamente le virtù e la bellezza, gliene scelse finalmente una di suo genio; e questa fu Atenaide, figliuola di Eraclito filosofo, giovane di rara beltà, e addottrinata in molte scienze. A lei il padre in morendo avea lasciato solamente cento nummi in sua parte, con dire che a lei bastava per dote il sapere accompagnato dalla bellezza; e tutto il resto della sua eredità pervenne a due maschi, parimente suoi figliuoli. Mancato di vita il padre, Atenaide pretendendosi indebitamente, perchè senza sua colpa, diseredata ed aggravata, dimandò ai fratelli la sua legittima; e la risposta fu che eglino la cacciarono di casa. Ricoverossi ella per questo presso d'una sua zia materna, la quale seco la menò a Costantinopoli, per chiedere giustizia all'imperadore, e presentolla prima d'ogni altra cosa all'Augusta Pulcheria, implorando la di lei protezione. Pulcheria, adocchiato il graziosissimo aspetto di questa giovane, ed inteso ch'era vergine, e vergine dotata di gran prudenza e di molta letteratura, la fece restare in corte. Raccontò poi questa avventura a Teodosio suo fratello, senza tacere le singolari prerogative di corpo e d'animo che si univano in questa donzella. Di più non vi volle perchè Teodosio s'invogliasse di vederla. Fattala dunque di concerto venire nella camera di Pulcheria, il giovane imperadore in compagnia di Paolino suo compagno ed amico, che fu poi maestro degli uffizii, ossia maggiordomo maggiore, stando dietro ad una portiera la guatò ben bene, e in guisa tale, che straordinariamente gli piacque, e massimamente perchè Paolino proruppe in atti di ammirazione. Questa è quella ch'io cerco, disse allora Teodosio in suo cuore; ed indottala ad abbracciar le religion cristiana, perchè era nata ed allevata nel paganesimo, la prese poi nell'anno seguente a dì 7 di giugno per moglie, avendole fatto mettere nel battesimo il nome d'Eudocia. Onorio Augusto in quest'anno a dì 8 di maggio in Ravenna fece una costituzione, indirizzata a Palladio prefetto del pretorio[1394], per rinnovar le leggi già fatte contra chi rapisse vergini consacrate a Dio, o in altra guisa insidiasse o pregiudicasse alla lor castità. Nella stessa legge presso il Sirmondo[1395] vien proibito agli ecclesiastici di tenere in casa persona di differente sesso, a riserva della madre, delle sorelle e figliuole, e della moglie, tenuta prima del sacerdozio. Giunto san Girolamo, celebre dottor della Chiesa, all'età di novanta anni, diede fine nel presente alla sua vita ed alle sue penitenze e gran fatiche in pro della Chiesa cattolica.
NOTE:
[1392] Idacius, in Chronico apud Sirmond.
[1393] Chron. Alexandrinum.
[1394] L. 3, lib. 9, tit. 25. Cod. Theod.
[1395] Sirmondus, Append. ad Cod. Theod.
Anno di CRISTO CDXXI. Indizione IV.
BONIFACIO I papa 4. ONORIO imperad. 29 e 27. TEODOSIO II imp. 20 e 14. COSTANZO imperadore 1.
Consoli
EUSTAZIO e AGRICOLA.
Non si quietò mai Galla Placidia, finchè non gli riuscì d'indurre il fratello Onorio Augusto a prendere per suo collega nell'imperio Costanzo di lei marito. Però tali e tante furono le batterie ed istanze sue, che in quest'anno Onorio il dichiarò Augusto a dì 8 di febbraio, per quanto s'ha da Teofane[1396]. L'autore della Storia Miscella scrive[1397] che Onorio conoscendo essere appoggiata la propria difesa tanto in guerra che in pace al valore e all'ingegno di Costanzo suo cognato, incitato anche dall'approvazione di tutti, il prese per suo collega. Olimpiodoro[1398], all'incontro, scrittore di quei tempi, asserisce che Onorio contra sua voglia il creò Augusto. Ma avendo i Greci sentita male questa elezione, può sospettarsi che il greco scrittore parlasse del medesimo tenore. Con tal congiuntura anche Galla Placidia di lui moglie ebbe il titolo e gli onori d'Augusta. Certo è che l'imperadore d'Oriente Teodosio, il quale probabilmente venendo a mancare Onorio senza figliuoli, sperava un dì riunire al suo l'imperio d'Occidente, disapprovò questa promozione; e però non volle ammettere il messo che gliene portò la nuova. Parimente attesta Filostorgio[1399] che essendo state mandate, secondo il rito d'allora le immagini di Costanzo Augusto a Costantinopoli, Teodosio non le volle ricevere, e che per questo affronto Costanzo si preparava per muovergli guerra, quando Iddio il chiamò a sè dopo sei mesi e venticinque giorni di imperio, cioè a dì 2 di settembre dell'anno presente. Olimpiodoro[1400] pretende che per l'afflizione di vedersi rifiutato in Oriente, e pentito d'essere stato alzato a grado sì sublime, perchè non poteva aver come prima i suoi divertimenti, egli cadesse malato. Ma Costanzo, uomo d'animo grande, non era sì meschino di senno e di cuore, da ammalarsi per questo. Una doglia di costa il portò all'altro mondo. Fama fu che in sogno udì dirsi: I sei son terminati, e il settimo incomincia: parole poscia interpretate dei mesi del suo imperio. Aggiugne il suddetto storico, che dopo la morte di Costanzo, molti vennero da tutte le parti a Ravenna a chiedere giustizia, pretendendosi spogliati indebitamente da lui de' loro beni, senza poterla nondimeno ottenere a cagione della troppa bontà, anzi della soverchia familiarità che passava tra Onorio e Placidia Augusta sua sorella, motivi che affogarono e renderono inutili tutte le doglianze di costoro. Ma se non merita fede questo istorico pagano, allorchè dopo aver fatto sì bell'elogio di Costanzo, cel vuole dipignere per uomo di debolissimo cuore; molto men la merita allorchè soggiugne, che, rimasta vedova Placidia, le mostrò tanto affetto l'Augusto Onorio, con baciarla anche spesso in volto, che corse sospetto d'una scandalosa amicizia fra loro. Queste senza dubbio son ciarle di uno scrittore gentile, nemico de' regnanti cristiani, o ciarle dei Greci, sempre mal affetti ai Latini. La virtù che maggiormente risplendè in Onorio, fu la pietà; e non ne era priva la stessa Galla Placidia.
Il Browero[1401] rapporta un epitafio, che per attestato di lui si conserva in Treveri nella basilica di san Paolino, posto a Flavio Costanzo, uomo consolare, conte, e generale dell'una e dell'altra milizia, patrizio, e due volte console. Ma questa iscrizione, quando sia legittima, potè ben essere fatta vivente Costanzo, ma non già servire a lui di memoria sepolcrale. Costanzo tre volte era stato console, e, quel che è più, Augusto. Negli epitafii degl'imperadori non si soleano mettere le dignità sostenute prima di arrivare all'imperio. Nè Costanzo terminò la vita in Treveri. Racconta Olimpiodoro[1402] che mentre esso Costanzo regnava con Onorio, venne a Ravenna un certo Libanio, mago ed incantatore solenne, che professava di poter far cose grandi contro ai Barbari senza adoperar armi e soldati; e diede anche un saggio di queste promesse. Pervenutone l'avviso a Placidia Augusta, mossa ella o da zelo di religione da paura di costui, minacciò fino di separarsi dal marito Costanzo, se non levava questo mal uomo dal mondo: il che fu fatto. Dobbiamo al cardinal Baronio[1403] l'editto indirizzato in questo anno, e non già nel precedente, da esso Costanzo Augusto a Volusiano prefetto di Roma, con ordine di cacciar via da essa città Celestio, il pestifero collega di Pelagio, con tutti i suoi seguaci. Attesta eziandio s. Prospero[1404], che ai tempi di Costanzo e dell'Augusta Placidia, per cura di Orso tribuno, fu atterrato in Cartagine il tempio della dea celeste, sotto il qual nome disputano tuttavia gli eruditi, qual falsa divinità fosse onorata dai Pagani, potendosi nondimeno credere con Apuleio che fosse Giunone. Era quell'idolo e tempio il più famoso dell'Africa. Aurelio vescovo di Cartagine lo avea mutato in una chiesa; ma i gentili spargevano dappertutto, che quivi infallibilmente avea da risorgere la loro superstizione; laonde, per togliere ad essi così vana speranza, il tempio fu interamente demolito. Salviano[1405] attesta che neppur molti de' Cristiani più riguardevoli dell'Africa sapeano trattenersi dall'adorare la celeste dea del loro paese. Leggesi ancora nel Codice Teodosiano una legge pubblicata in quest'anno da Onorio e Costanzo Augusti, in cui è ordinato che se un marito ripudia la moglie per qualche grave delitto, provato ne' pubblici tribunali, guadagni la di lei dote, e ripigli la donazione a lei fatta, e possa dipoi passare ad altre nozze. Lo stesso vien conceduto alle mogli provanti il delitto del marito, ma senza potersi rimaritare, se non dopo cinque anni. Fu stabilito con più ragione dalla Chiesa in vari tempi, e specialmente nel concilio di Trento, una diversa pratica: sopra di che si può vedere il trattato del Juenin de Sacramentis. In quest'anno Claudio Rutilio Numaziano, personaggio di gran merito e nobilità, ma pagano, ch'era stato prefetto di Roma, tornando nella Gallia sua patria, compose il suo Itinerario, opera degna di grande stima. Giunto a Piombino, narra che gli venne la nuova, come a Volusiano, suo singolare amico, era stata conferita la prefettura di Roma, la qual cade nel presente anno, secondochè si ricava dal soprammentovato editto contro dei Pelagiani.
NOTE:
[1396] Theoph., in Chron.
[1397] Histor. Miscell., lib. 14, tom. 1 Rer. Italic.
[1398] Olympiodorus, apud Photium, pag. 195.
[1399] Philostorg., lib. 12. Hist. Eccl.
[1400] Olympiodorus, apud Photium, pag. 195.
[1401] Browerus, Annal. Trever., lib. 5, num. 34
[1402] Olympiodorus, apud Photium, pag. 194.
[1403] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 420.
[1404] Prosper, lib. 3, cap. 38, de Praedict.
[1405] Salvianus, lib. 8, de Gubern.
Anno di CRISTO CDXXII. Indizione V.
CELESTINO papa 1. ONORIO imperadore 30 e 28. TEODOSIO II imperad. 21 e 15.
Consoli
ONORIO AUGUSTO per la tredicesima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la decima.
Solennizzò Onorio imperadore in Ravenna l'anno trentesimo del suo imperio. Abbiamo da Marcellino conte[1406] che l'allegria di quella festa fu accresciuta dall'essere stati condotti a Ravenna incatenati Massimo e Giovino presi in Ispagna, i quali dappoichè ebbero servito di spettacolo al popolo, dati in mano alla giustizia riceverono colla morte il premio della lor ribellione. Massimo è quel medesimo che nell'anno 411 fu creato imperadore da Geronzio nella Spagna, e fuggito dipoi fra i Barbari, tornò nell'anno 419 in iscena, coll'occupar la signoria di qualche provincia della Spagna, e dovette poi essere preso dai Romani. Giovino è probabile che fosse il generale di questo chimerico imperadore. Ma queste allegrie furono troppo contrappesate da altri malanni che accaddero al romano imperio. Cassiodoro[1407] notò che nel presente anno fu spedito un esercito in Ispagna contra de' Vandali, che si erano impossessati della Betica. Generale di quest'armata fu Castino; e sappiamo da Idacio[1408] ch'egli menava seco un poderoso rinforzo di Goti ausiliarii. Assalì egli i Vandali, gli assediò, e li ridusse talmente alle strette, che già pensavano ad arrendersi. Ma l'imprudente generale avendo voluto cimentarsi ad un fatto di armi con gente disperata, fu rotto da essi Vandali, perchè ingannato dai disleali Goti, e si ridusse fuggitivo a Tarragona. Prospero Tirone fuor di sito racconta che ventimila Romani nella battaglia coi Vandali in Ispagna restarono morti sul campo. Un altro inescusabil fallo commise il superbo Castino; perciocchè, secondo l'altra Cronica di Prospero[1409], ingiuriosamente ricusò di aver per compagno nell'impresa suddetta Bonifacio conte, persona di sommo credito e sperienza nell'arte della guerra: il che fu cagione che Bonifacio indispettito passasse poco appresso in Africa, dove comandava alla milizia, e vi suscitasse quei malanni che fra poco vedremo. Forse la spedizione contro i Vandali, se Castino si fosse servito dell'aiuto di questo valoroso campione, sarebbe succeduta diversamente. Onorio Augusto pubblicò in quest'anno una legge per mettere freno alle ingiustizie de' creditori, con proibir loro di cedere essi crediti a persone potenti, vietando ancora ogni azione contro i padroni per debiti fatti dai servi e fattori. Inoltre con altra legge regolò le imposte che pagavano i terreni nell'Africa proconsolare, e nella Bisacena, dopo aver fatto visitare da persone di molta probità le terre di quei paesi capaci o incapaci di tali aggravii. Ancorchè Prospero e Marcellino, seguitati dal cardinale Baronio, differiscano all'anno seguente la morte di Bonifacio papa primo di questo nome, pure il padre Pagi[1410] pretende ch'egli mancasse di vita nel presente a dì 4 di settembre. E con ragione, perchè tutti gli antichi cataloghi de' romani pontefici gli danno anni tre, mesi otto e giorni sette di pontificato; e contando questi dal dì 29 di dicembre dell'anno 418, in cui fu intronizzato, cade la sua morte nel settembre del presente. Nel libro pontificale d'Anastasio in vece di otto mesi è scritto quattro mesi, che sembrano presi dal tempo in cui, ripudiato Eulalio, fu confermata ossia riconosciuta legittima la di lui elezione dal concilio dei vescovi e da Onorio imperadore. In suo luogo a dì 10 di settembre fu eletto Celestino, figliuolo di Prisco. Seguì nel presente anno tra Teodosio II Augusto e il re di Persia la pace, ossia una tregua di cento anni. E ad esso imperadore Eudocia Augusta partorì una figliuola, a cui fu posto il nome di Eudossia.
NOTE:
[1406] Marcellin. Comes, in Chronico ap. Sirmondum.
[1407] Cassiodorus, in Chron.
[1408] Idacius, in Chron. apud Sirm.
[1409] Prosper, in Chronic. apud Labb.
[1410] Pag., Crit. Baron.
Anno di CRISTO CDXXIII. Indizione VI.
CELESTINO papa 2. TEODOSIO II imperad. 22 e 16.
Consoli
ASCLEPIODOTO e FLAVIO AVITO MARINIANO.
Olimpiodoro, che poco fa ci rappresentò contra ogni verisimile un tale affetto fra Onorio imperadore e la sorella Placidia Augusta, che si mormorava di loro, ci vien ora dicendo[1411] che non istette molto a convertirsi quell'amore in odio. Imperciocchè Placidia badava troppo ai consigli d'Elpidia sua balia, e di Leonteo suo mastro di casa, e vi era in Ravenna una fazione che teneva per lei, composta dei Goti servitori dianzi di Ataulfo suo primo marito, e di altri già aderenti a Costanzo marito in seconde nozze: e però bene spesso seguivano sedizioni e ferite in Ravenna fra quei della sua parte e quei dell'imperador suo fratello. Andò tanto innanzi questa discordia, che Onorio cacciò via Placidia co' suoi figliuoli, ed ella si imbarcò per rifuggirsi in Costantinopoli presso l'imperador Teodosio suo nipote. Cassiodoro[1412] e l'autore della Miscella[1413] scrivono ch'essa insieme con Onorio e Valentiniano suoi figliuoli fu mandata dal fratello in Oriente per sospetto ch'essa invitasse i nemici contra di lui. S'ha da scrivere nel testo di Cassiodoro e della Miscella Onoria (e non già Onorio) figliuola nata da lei prima di Valentiniano. Prospero Tirone[1414] è di parere che Placidia fosse esiliata dal fratello, perchè gli tendeva delle insidie. Il volgo si prende facilmente l'autorità d'interpretare i segreti dei principi, e spaccia le sue immaginazioni per buona moneta. Certo è che Placidia fu cacciata, e se ne andò co' figliuoli a Costantinopoli, dove fu amorevolmente accolta. Olimpiodoro attesta che il solo Bonifacio conte le fu fedele, e dall'Africa, ov'era o governatore o general delle milizie, per quanto potè le andò mandando aiuto di danari, e fece dipoi ogni possibile sforzo perchè essa e il figliuolo ricuperassero l'imperio. Ma poco tempo goderono gli emuli di Placidia del loro trionfo, perchè in questo medesimo anno nel dì 15 agosto Onorio imperadore pagò l'inevitabil tributo dei mortali, con essere mancato di vita per male d'idropisia in Ravenna. Principe che nella pietà non fu inferiore a Teodosio il Grande suo padre, ma principe dappoco, che in tanti torbidi dell'imperio, e insulti a lui fatti, mai non cinse spada, nè una volta sola comparve in campo, benchè nel fiore della gioventù, e nato di un padre così guerriero. Perciò la debolezza del suo governo diede animo ai Barbari di calpestare e lacerare l'imperio romano, a' suoi medesimi cortigiani di sprezzarlo, e a' suoi uffiziali di ribellarsi contra di lui; e tanto più perchè egli non sapeva scegliere buoni ministri, e si lasciava aggirare or da questo or da quello. Il cardinal Baronio[1415] fa la di lui apologia, dicendo ch'egli colla pietà e colle orazioni vinse tanti tiranni e nemici; ed essere meglio che un imperadore sia dotato di religione che valoroso nell'armi. Egli è certo da desiderare che tutti gl'imperadori e principi cattolici sieno eccellenti nella pietà. Tuttavia, quando arrivano sconvolgimenti interni e ribellioni negli stati, sono ben proprie dei pontefici e prelati le orazioni a Dio; ma un principe dovrebbe fare di più, essendo allora gran disavventura per i sudditi l'avere chi loro comanda, timido e debole di consiglio. E se l'imperio romano patisse sotto il governo d'Onorio, l'abbiam già veduto. In somma alcuni si fan religiosi che starebbono meglio principi; e alcuni principi ci sono che starebbono meglio monaci. Certo Roma, non mai presa se non sotto di lui e saccheggiata dai Barbari, lasciò una gran macchia alla fama di questo per altro buon principe ed imperadore piissimo. Teofane e l'autore della Miscella dicono ch'egli morì in Roma, e fu seppellito in un mausoleo presso il corpo di san Pietro; ma per quel che concerne il luogo di sua morte non meritano fede. Idacio e Prospero Tirone l'asseriscono defunto in Ravenna, nè si può credere altrimenti, perchè vi son leggi pubblicate da lui in quella città a dì 9 d'agosto, ed essendo egli morto sei giorni dopo, in sì poco tempo non è verisimile ch'egli idropico si facesse portare a Roma. Fra le suddette leggi si trova un insigne regolamento da osservarsi ne' processi criminali, indirizzato ai pretori, ai tribuni del popolo e al senato di Roma.
Non avendo questo imperadore lasciata dopo di sè prole alcuna, rimase l'imperio d'Occidente per ora senza principe. Fu spedito tosto l'avviso a Costantinopoli della morte d'Onorio[1416], e Teodosio la tenne per qualche tempo occulta al popolo, finchè avesse spedito un corpo di truppa a Salona, città della Dalmazia, acciocchè fosse pronto, caso che succedesse novità alcuna in queste parti che non s'accordasse colle idee del medesimo Teodosio. Divulgata in fine la nuova d'essa morte, se ne fece duolo, per testimonianza di Teofane[1417], in Costantinopoli per sette giorni, con tener chiuse le botteghe e le porte ancora della città. Ma mentre vanno innanzi e indietro lettere alla corte dell'imperadore greco, un certo Giovanni, primicerio dei notai, circa il fine di quest'anno, si fece proclamare imperadore in Ravenna. Contribuì, credo io, a questa scena il timore ch'ebbero i popoli italiani di cadere sotto il dominio de' Greci Augusti troppo lontani. Perchè poi nell'anno precedente una legge d'Onorio si vede indirizzata a Giovanni prefetto del pretorio d'Italia, perciò il cardinale Baronio si figurò che fosse il medesimo che prendesse nel presente le redini dell'imperio di Occidente. Ma Socrate e Teofane non gli danno altro titolo che di primicerio de' cancellieri dell'imperadore. Leggesi presso il Mezzabarba la di lui medaglia, non saprei dire se legittima; ed è degno di osservazione ciò che di lui scrisse Procopio[1418], e dipoi Suida[1419]; cioè ch'egli era dotato non men di clemenza che di rara prudenza, e premurosamente batteva le vie della virtù, con aggiugnere che questi tenne il principato con molta moderazione, nè diede orecchio alle spie, nè ingiustamente fece uccidere alcuno; neppure impose aggravii, nè tolse per forza i suoi beni a chi che fosse. Dal suddetto Procopio egli è nominato solamente persona militare. Spedì Giovanni i suoi ambasciatori a Teodosio con umili parole a pregarlo di volergli confermare la dignità imperiale; ma Teodosio li fece mettere in prigione, e, secondo Filostorgio, li cacciò in esilio, e quindi si diede a preparar la forza per deporre questo usurpator dell'imperio. Da una costituzione di Valentiniano III Augusto apparisce[1420] che Giovanni, per guadagnarsi l'affetto dei gentili, cominciò ad annullare i privilegi conceduti dagli altri imperadori alle chiese e agli ecclesiastici, con rimettere le cause loro al foro de' laici. Renato Profuturo Frigerido, storico di quei tempi, a noi solamente noto per la diligenza di Gregorio Turonense[1421], che ne rapporta alcuni passi, racconta che gli ambasciatori di Giovanni tiranno, sprezzati da Teodosio Augusto, se ne ritornarono in Italia, rilasciati dalla prigione (se pur sussiste che fossero carcerati), e gli riferirono in qual disposizione fosse Teodosio verso di lui. Allora Giovanni spedì nella Pannonia con una gran somma d'oro Aezio suo maggiordomo a ricercare l'aiuto degli Unni, siccome persona conoscente ed amica de' medesimi, perchè tempo fa era stato ostaggio presso di loro, con ordinargli che subito che l'armi di Teodosio fossero entrate in Italia, quei Barbari venissero contra d'esso alla schiena, ed egli gli assalirebbe di fronte. Celebre noi vedremo divenir nella storia questo Aezio, e sappiamo da esso Frigerido ch'egli ebbe per padre Gaudenzio di nazione scita, ossia tartaro, uno dei primi del suo paese, il quale venuto al servigio degl'imperadori, cominciò la sua milizia nelle guardie del corpo, e salito fino al grado di generale della cavalleria, fu poi ucciso nella Gallia dai suoi soldati. La madre fu italiana, nobile e ricca. Aezio lor figliuolo militò prima fra' soldati del pretorio; per tre anni dimorò ostaggio presso d'Alarico; poi presso gli Unni divenne genero di Carpilione; e finalmente di conte delle guardie del corpo giunse ad essere maggiordomo del tiranno Giovanni. Era costui di mezzana statura, ma di bella presenza, d'animo allegro, forte di corpo, bravo a cavallo, perito in saettare e maneggiar la lancia, egualmente accorto nell'arti della guerra e della pace. A questi pregi s'aggiugneva l'esser egli affatto disinteressato, e il non lasciarsi smuovere dal sentiero della virtù, mostrandosi sempre paziente nelle ingiurie, amante della fatica, intrepido nei pericoli, e avvezzo a sofferir la fame, la sete e le vigilie. Tale è il suo ritratto a noi lasciato da Frigerido. Andando innanzi vedremo se le opere corrispondano a così bei colori. Noi troviamo che i Francesi parlarono bene di Aezio, ma non così gli Italiani. In quest'anno il santo pontefice Celestino cacciò d'Italia l'eresiarca Celestio e i pelagiani suoi seguaci, fra i quali Giuliano indegno vescovo di Eclano, che ritiratosi nella Cilicia presso Teodoro vescovo Mopsuesteno, personaggio anch'esso infetto d'opinioni ereticali, scrisse poi contra sant'Agostino in favor di Pelagio. Teodoreto, celebre scrittor della Chiesa, fu creato nel presente anno vescovo di Ciro, città della Siria. Eudocia, moglie di Teodosio imperadore, solamente in questo anno cominciò a godere il titolo d'Augusta. E Teodosio Augusto pubblicò varie leggi contra de' pagani e Giudei che si leggono nel Codice ch'egli stesso fece dipoi compilare.
NOTE:
[1411] Olymp. apud Photium, p. 195.
[1412] Cassiodorus, in Chron.
[1413] Miscell. Tom. I Rer. Italic.
[1414] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1415] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 423.
[1416] Socrat., Hist. Eccl., lib. 8, cap. 23.
[1417] Theoph., in Chron.
[1418] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 3.
[1419] Suidas, in verbo Johannes.
[1420] L. 47, lib. 16, tit. 1, Cod. Theodos.
[1421] Gregor. Turonensis, lib. 2. cap. 8, Hist. Franch.
Anno di CRISTO CDXXIV. Indizione VII.
CELESTINO papa 3. TEODOSIO II imper. 23 e 17.
Consoli
CASTINO e VITTORE.
Castino, che procedette console nell'anno presente, è quel medesimo che di sopra vedemmo rotto dai Vandali nella Betica. Onorio Augusto nell'anno precedente lo avea disegnato console pel presente; ed egli senza scrupolo esercitò il consolato sotto il tiranno Giovanni, se pure lo stesso Giovanni quegli non fu che gli compartì questo onore, in ricompensa d'aver serrati gli occhi alla sua assunzione all'imperio, e non fattogli contrasto alcuno, ancorchè egli fosse generale delle milizie romane. Certamente Prospero scrive[1422] che Giovanni occupò, per quanto si credette, l'imperio a cagione della connivenza di Castino. E restano leggi di Teodosio, date in questo anno, con ivi memorarsi il solo Vittore console: segno che Teodosio era in collera contro di Castino, nè il volea riconoscere per console. Dal medesimo Prospero storico sappiamo ancora che Giovanni tiranno suddetto fece in questo anno una spedizione in Africa, lusingandosi di poter tirar quelle provincie sotto il suo dominio. Ma Bonifazio conte, che quivi comandava, e che proteggeva gli affari di Placidia e di Valentiniano suo figliuolo, tal opposizione gli fece, che andò a monte tutto il di lui disegno. Intanto Teodosio Augusto, messa insieme una poderosa armata, la spedì a Tessalonica, ossia a Salonichi, insieme con Placidia sua zia, ch'egli allora solamente riconobbe per Augusta, e con Valentiniano di lei figliuolo, ch'era in età di cinque anni, a cui parimente diede il titolo di nobilissimo. Generali di quest'armata furono dichiarati Ardaburio[1423], che dianzi nella guerra contro i Persiani avea fatto delle insigni prodezze, e con esso lui Aspare suo figliuolo. Fu loro aggiunto ancora Candidiano, che in progresso di tempo creato conte si scoprì gran fautore di Nestorio eretico. Giunti che furono costoro a Salonichi, quivi, per attestato di Olimpiodoro e di Procopio[1424], conferì Teodosio al cugino Valentiniano il nome e la dignità di Cesare, avendo a tal fine inviato colà Elione maestro degli uffizii, ossia suo maestro di casa. E fin d'allora, per quanto scrive Marcellino conte[1425], fu decretato il matrimonio d'esso Valentiniano con Eudossia figliuola di Teodosio. Divisa poi l'armata, Ardaburio colla fanteria posta nelle navi fece vela alla volta di Ravenna; ma infelicemente, perchè una fortuna di mare sconvolse tutta la flotta, ed egli, secondochè scrive Filostorgio[1426], con due galere portato al lido, fu preso dalle genti del tiranno, e condotto prigione a Ravenna. Forse ancora la tempesta il colse nel venire da Salonichi per l'Adriatico, e il trasportò verso Ravenna, perchè, siccome dirò più abbasso, anche Placidia Augusta corse in quella navigazione gran pericolo per fortuna di mare, e ne attribuì la liberazione a san Giovanni Evangelista, a cui si votò. Aspare all'incontro figliuolo di Ardaburio, colla cavalleria passò per la Pannonia e pel resto dell'Illirico, ed arrivato a Salona città della Dalmazia, la prese per forza. Quindi con tanta sollecitudine continuò il viaggio con Placidia e Valentiniano, che arrivato all'improvviso sopra Aquileia, città allora una delle più grandi ed illustri dell'Italia, se ne impadronì. Ma giunta colà la nuova della disgrazia e prigionia di Ardaburio, tanto Aspare che Placidia, per attestato di Olimpiodoro, rimasero costernati e tutti pieni d'affanno; se non che da lì a qualche tempo arrivato Candidiano, glorioso per l'acquisto di varie città, li rallegrò, e fece ritornar loro in petto il coraggio.
NOTE:
[1422] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1423] Olympiodorus, apud Photium, p. 198.
[1424] Procop., lib. 1, cap. 3, de Bell. Vand.
[1425] Marcell., in Chronico.
[1426] Philost., Hist. Eccl. lib. 12, cap. 13.
Anno di CRISTO CDXXV. Indizione VIII.
CELESTINO papa 4. TEODOSIO II imper. 24 e 18. VALENTINIANO III imperad. 1.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per l'undecima volta e VALENTINIANO CESARE.
Una legge del Codice Teodosiano ci fa vedere in quest'anno Fausto prefetto di Roma. Quanto era avvenuto di sinistro ad Ardaburio, generale di Teodosio Augusto, avea messo in grande agitazione l'animo d'esso imperadore, sì perchè avea male incominciata l'impresa, sì perchè temeva che il tiranno Giovanni facesse qualche brutto giuoco ad Ardaburio: di maniera che egli determinò di passare in persona in Italia contra del medesimo tiranno, il quale, per attestato d'una iscrizione da me data alla luce[1427], si vede che avea preso il consolato probabilmente nell'anno presente. Socrate[1428] ci è testimonio che esso Augusto venne fino a Salonichi; ma ivi fu colto da una malattia che l'obbligò in fine a ritornarsene a Costantinopoli. Seguita a scrivere Socrate che Aspare generale di esso Augusto, considerando dall'un canto la prigionia del padre, e sapendo dall'altro che era in marcia una possente armata di Barbari, condotta da Aezio in aiuto del tiranno, non sapea qual partito prendere. Ma che prevalsero presso Dio le preghiere di Teodosio principe piissimo; imperciocchè un angelo in forma di pastore condusse Aspare, ch'era alla testa d'un buon corpo di gente, per una palude vicina a Ravenna, per la quale non si sa che alcuno mai passasse. Arrivò questa truppa fino alle porte di Ravenna, che si trovarono aperte, ed entrata fece prigione il tiranno Giovanni. Portata poi questa felice nuova a Teodosio, mentre stava col popolo nel circo per vedere la corsa dei cavalli, il pio Augusto si rivolse al popolo con dire: Lasciamo un poco questi spettacoli, e andiamo alla chiesa a ringraziar Dio, la cui destra ha atterrato il tiranno. Tutti abbandonarono il circo, e salmeggiando tennero dietro all'imperadore fino alla chiesa, dove si fermarono tutto quel dì, impiegandolo in rendimento di grazie all'Altissimo. Ma Filostorgio[1429] storico, di credenza ariano ed eunomiano, in questa avventura non riconobbe miracolo alcuno, narrando nella seguente maniera la presa del tiranno. Dappoichè venne alle sue mani Ardaburio, il trattò con molta civiltà e cortesia, lusingandosi di tirarlo nel suo partito; e probabilmente l'astuto prigioniere fece vista di volersi accordare con lui. Fu dunque data ad Ardaburio la città per carcere; laonde ebbe tutta la comodità che volle per trattar coi capitani del tiranno, e per ascoltar varie loro doglianze, ed anzi per iscoprire in loro inclinazione a tradirlo. Se ne prevalse egli, e disposte le cose, fece con lettere segretamente intendere ad Aspare suo figliuolo che venisse prontamente, perchè teneva la vittoria in pugno. Aspare non perdè tempo, e giunto colla cavalleria a Ravenna, per quanto si può giudicare, nell'aprile dell'anno presente, dopo una breve zuffa fece prigione il tiranno per tradimento dei medesimi di lui uffiziali. Anche Marcellino conte lasciò scritto che Giovanni piuttosto per inganno di Ardaburio e di Aspare, che per loro bravura, precipitò.
Fu condotto fra le catene Giovanni ad Aquileia, dove s'era fermata Placidia col figliuolo Valentiniano; e quivi dopo essergli stata troncata la mano destra, lasciò anche la testa sopra un patibolo. Idazio[1430] scrive ch'egli fu ucciso in Ravenna, ma più fede merita Filostorgio che dà la sua morte in Aquileia, siccome scrittore più informato di que' fatti. E tanto più perchè Procopio[1431] attesta il medesimo, con giugnere che Giovanni fu menato nel circo di Aquileia sopra un asinello, e dopo molti strapazzi e dileggi a lui fatti dagli istrioni, fu ucciso. Pagò la misera città di Ravenna in tal occasione anch'ella il fio dell'amore ed aderenza che avea mostrato al tiranno, perchè l'esercito vincitore crudelmente la saccheggiò, siccome abbiamo da Prospero Tirone[1432] e dall'autore della Storia Miscella[1433]. Stando tuttavia Valentiniano Cesare in Aquileia, pubblicò a dì 17 di luglio una legge contra dei manichei, eretici e scismatici, che si trovavano allora nella città di Roma, dove bisogna supporre che durassero tuttavia alcuni seguaci d'Eulalio, i quali non voleano riconoscere per vero papa Celestino. È indrizzata quella legge a Fausto prefetto di Roma[1434]: il che ci fa intendere che già quella città avea riconosciuto per suo signore Valentiniano dopo la morte di Giovanni tiranno. Con due altre leggi, parimente date nel presente agosto, esso Valentiniano, col consenso, come si può credere, dell'Augusto Teodosio, intimò varie pene contro gli eretici e scismatici, esistenti nell'Africa ed in ogni altra città del romano imperio. Egli è da credere che le premure del santo pontefice Celestino e di santo Agostino impetrassero tali rescritti in favore della dottrina ed unità della Chiesa cattolica. Ci è parimente una legge[1435] data in Aquileia dal medesimo a' dì 7 di ottobre, in cui esso Cesare conferma tutti i privilegi conceduti dagli antecessori alle chiese, che Giovanni tiranno s'era dianzi studiato di annientare. Intanto Aezio, forse nulla sapendo di quanto era accaduto in Ravenna, con un esercito di sessantamila Unni, tre dì dopo la morte di Giovanni tiranno pervenne presso ad Aquileia, e, secondochè narra Filostorgio[1436], venne alle mani coll'esercito di Aspare, e nel conflitto rimasero morti non pochi dall'una e dall'altra parte. Ma inteso poi che Giovanni perduto avea imperio e vita, intavolò un trattato di pace o di lega con Placidia e Valentiniano, da' quali ricevette la dignità di conte. Quindi gli riuscì, mercè dello sborso di buona somma d'oro, d'indurre i Barbari a ritornarsene pacificamente alle loro case: il che fu puntualmente eseguito con essersi dati ostaggi dall'una e dall'altra parte. E qui termina la sua storia Filostorgio, di nazione cappadoce, uomo dotto, ma fiero eretico eunomiano, che si meritò il titolo d'ateista, e degno che Fozio chiamasse la di lui fatica piuttosto un encomio degli eretici che una storia. Anche Prospero nella sua Cronica[1437] notò che fu perdonato ad Aezio, perchè per cura di lui gli Unni, chiamati dal tiranno Giovanni, se ne ritornarono al loro paese. Ma Castino console di quest'anno fu cacciato in esilio, perchè si credea ch'egli avesse tenuto mano a Giovanni nell'usurpare l'imperio. Fra le epistole di sant'Agostino[1438] una se ne legge a lui scritta da Bonifazio conte nell'Africa, in cui gli fa sapere che s'era rifugiato presso di lui Castino già console, quel medesimo che negli anni addietro avea mostrato sì mal animo e sprezzo contra d'esso Bonifazio; ma che egli pago dell'umilazion di costui, pensò dipoi ad aiutarlo. Gli risponde sant'Agostino che Castino con giuramento avea protestato di essere innocente delle colpe a lui apposte, e il raccomanda alla clemenza di Bonifazio. Ma queste lettere, benchè antichissime, troppo diverse dallo stile di sant'Agostino, son ripudiate dai critici, e specialmente dai padri benedettini di san Mauro. Il Sigonio[1439], fidatosi delle medesime, scrisse che Castino, mossa poi guerra in Africa, fu rotto in una battaglia da Bonifacio conte, e costretto a fuggirsene. Ma di questo conflitto nulla parlano gli scrittori di quei tempi.
Venne dipoi Placidia con Valentiniano Cesare a Ravenna, e di là passò a Roma, dove da lì a non molto arrivò anche Elione maestro e patrizio, spedito dall'imperador Teodosio[1440], che portò a Valentiniano la veste imperatoria, e il dichiarò Augusto sotto la tutela di Galla Placidia Augusta sua madre. Egli non avea allora che sette anni. Qui diede fine alla sua storia anche Olimpiodoro scrittor pagano, di cui restano solamente alcuni pezzi, a noi conservati nella sua Biblioteca da Fozio. Marcellino conte[1441] scrive che in Ravenna succedette la dichiarazione di Valentiniano, terzo fra gl'imperadori di questo nome. Ma il padre Pagi[1442] sostiene ch'egli s'ingannò, asserendo Filostorgio, Olimpiodoro, Prospero e Idazio, che questa solennità si fece in Roma. Poteva egli aggiugnere anche la testimonianza di Teofane[1443], che scrive portata la porpora imperiale a Valentiniano dimorante in quella augusta città. Non è però che non possa restar qualche dubbio su questo. Perciochè esso Pagi ha ben letto nella versione latina di Filostorgio, che in Roma Valentiniano ricevette la dignità imperiale; ma nel testo greco di quest'autore non v'ha menzione di Roma. E il testo d'Olimpiodoro non è chiaro, potendosi interpretare così: Ucciso poi che fu il tiranno Giovanni, Placidia col figliuolo Cesare passò a Ravenna. Ed Elione maestro e patrizio, che avea occupata Roma, col concorso colà di tutti ornò colla veste imperiale Valentiniano che avea solamente sette anni. Ed oltre a Marcellino conte, anche Giordano storico[1444] del secolo susseguente asserisce che tal funzione fu fatta in Ravenna; e lo stesso si ha da Freculfo nella sua Cronica[1445]. Sappiam per altro di certo che Valentiniano, prima che terminasse il presente anno, passò a Roma; e dalla Cronica Alessandrina[1446] abbiamo che il giorno della sua assunzione all'imperio fu il dì 23 d'ottobre del presente anno. Che se fosse certa la data di una legge sopra mentovata nel Codice Teodosiano[1447] con queste note: VIII Idus Octobris Aquilejae D. N. Teodosio XI et Valentiniano Caesare Coss.; cioè in quest'anno, molto più probabile sarebbe che in Ravenna fosse stata a lui portata la veste imperatoria, perchè in sì poco tempo forse egli non avrebbe potuto fare il viaggio da Aquileia a Roma. Merita qui d'essere rammentata una legge[1448] in quest'anno pubblicata da Teodosio Augusto, in cui ristaurò e ridusse in miglior forma le scuole pubbliche di Costantinopoli, con vietare che niuno potesse leggere in esse, se non era prima approvato per idoneo, e che non si potesse insegnare in altre scuole che nelle capitoline, cioè in luogo fabbricato da Costantino il grande ad imitazione del Campidoglio di Roma, perchè servisse a tale affetto. Deputò in tali scuole tre oratori e dieci grammatici latini; cinque sofisti e dieci grammatici greci; un filosofo e due legisti. Le università dei nostri tempi si scorgono ben più considerabili di quelle d'allora. Da lì a poco con altra legge[1449] esso imperadore dichiarò conti del primo ordine Elladio e Siriano grammatici greci, Teofilo grammatico latino, Martino e Massimo sofisti, e Leonzio legista, ordinando che da lì innanzi que' lettori che avessero faticato lo spazio di venti anni continui nella lettura, per premio avessero il medesimo onore. Così fanno i saggi principi che sanno la vera via della gloria, e cercano soprattutto il bene de' lor sudditi. Con un'altra legge esso Teodosio Augusto proibì i giuochi teatrali circensi nei giorni festivi de' Cristiani. Idazio[1450] sotto questo anno nota che i Vandali saccheggiarono Majorica e Minorica. Poscia spianarono dai fondamenti Cartagena e Siviglia, commettendo altri orridi disordini per la Spagna. Ma soggiugnendo egli che invasero anche la Mauritania provincia dell'Africa, si può dubitare che più tardi succedessero tante loro insolenze; e massimamente raccontando egli all'anno 427, che Gunderico re dei Vandali prese Siviglia.
NOTE:
[1427] Thesaur. novus Inscript., pag. 403.
[1428] Socrates, Hist. Eccl., lib. 7, cap. 23.
[1429] Philostorg., Hist. Eccl., lib. 12, cap. 13.
[1430] Idacius., in Chron. apud Sirmond.
[1431] Procop., lib. 1, cap. 3 de Bell. Vand.
[1432] Prosper, in Chronico apud Labb.
[1433] Hist. Miscell., lib. 14.
[1434] L. 62 et seq. lib. 16, tit. 5, Cod. Theodos.
[1435] L. 47, tit. 2, ibid.
[1436] Philost., lib. 2, cap. 14.
[1437] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1438] In Appendice tom. 2, Operum s. Augustini.
[1439] Sigonius, de imper. Occident.
[1440] Olympiodorus, apud Photium, pag. 198.
[1441] Marcell. Comes, in Chron.
[1442] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 425.
[1443] Theophanes, in Chronogr.
[1444] Jordan., de Reg. Success.
[1445] Frecul., in Chron.
[1446] Chron. Alexandr. ad hunc ann.
[1447] L. ultima, lib. 6, tit. de Episc.
[1448] L. 3. lib. 14, tit. 9, Cod. Theodos.
[1449] L. 3, lib. tit. 21, Cod. Theodos.
[1450] Idacius, in Chron. apud Sirmond.
Anno di CRISTO CDXXVI. Indizione IX.
CELESTINO papa 5. TEODOSIO II imperad. 25 e 19. VALENTINIANO III imperad. 2.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la dodicesima volta e VALENTINIANO AUGUSTO per la seconda.
Dalle leggi del Codice Teodosiano apparisce che Albino fu prefetto di Roma, e che nel gennaio del presente anno Valentiniano Augusto dimorò in Roma, dove indrizzò tre editti al senato romano, ed uno[1451] al suddetto Albino prefetto della città. Da uno di essi veniamo a conoscere che il senato di Roma sì per cattivarsi il nuovo sovrano, come ancora per solennizzare la poco fa compartita a lui dignità imperiale, gli avea promesso un dono gratuito. Ma Valentiniano anch'egli compatendo lo stato della città, che avea patito non poco anche ultimamente sotto Giovanni tiranno, gli fa remissione di parte di questo dono promesso, e l'altra parte vuol che s'impieghi in benefizio di Roma stessa: il che dovette essere ricevuto con plauso grande dal popolo. L'ordine di questa sua munificenza fu letto in senato da Teodosio primicerio de' notai. Poscia con Placidia Augusta sua madre se ne tornò a Ravenna, e quivi era nel principio di marzo, allorchè inviò un suo editto a Basso prefetto del pretorio. Con altre leggi egli diede favore a que' Giudei che abbracciassero la fede cattolica, ed intimò varie pene agli apostati d'essa religione santissima. Pose dunque Galla Placidia Augusta col figliuolo Valentiniano imperadore, che era tuttavia fanciullo, la sua sedia in Ravenna, con tener essa le redini del governo. Ma qui bisogna udire Procopio[1452] che un brutto ritratto ci lasciò non meno di essa Augusta che di suo figliuolo. Scrive egli adunque che Placidia nudrì Valentiniano nell'effemminatezza e nei piaceri: dal che avvenne ch'egli fin dalla fanciullezza contrasse tutti i vizii. Dilettavasi della conversazione degli stregoni e de' professori della strologia giudiciaria. E quantunque egli poi prendesse moglie oltremodo bella, pure menava una vita scandalosissima, perdendosi nell'amore delle mogli altrui. Furono poi cagione questi vizii che andarono alla peggio gl'interessi dell'imperio romano, perchè egli non solamente nulla riacquistò del perduto, ma perdette anche l'Africa e poi la vita. Non è sì facilmente da prestar fede in questo a Procopio, scrittore greco, e però disposto a dir male de' regnanti latini; e certamente la perdita dell'Africa, siccome vedremo, non si può attribuire a Valentiniano, ch'era allora fanciullo, ma sì bene a sua madre, a cui mancò l'accortezza per difendersi dagl'inganni de' cattivi. Avevano, per quanto scrive Prospero[1453], i Goti nell'anno precedente rotta la pace ai Romani, prevalendosi anch'eglino delle turbolenze insorte in Italia per cagione del tiranno Giovanni. Perciò con gran forza intrapresero l'assedio di Arles, nobil città della Gallia. Ma sentendo che si accostava Aezio generale di Valentiniano con una poderosa armata, non senza loro danno batterono la ritirata. Non è ben chiaro se Aezio data la battaglia facesse a forza d'armi sloggiare quegli assedianti. Pare bensì che Prospero Tirone[1454] riferisca al presente anno questa liberazione di Arles. E sant'Isidoro[1455] nota, che Teodorico re de' medesimi Goti, prima dell'assedio di Arles, avea preso varie città de' Romani confinanti all'Aquitania, assegnata a quella nazione per loro stanza. In questi pericolosi tempi di Arles, Patroclo vescovo di quella città restò tagliato a pezzi da un certo tribuno barbaro; e Prospero, che narra il fatto sotto il presente anno, aggiugne che si credette commessa questa scelleraggine per segreto comandamento di Felice generale di Valentiniano, al quale attribuiva eziandio la morte data a Tito Diacono, uomo santo in Roma, mentr'egli distribuiva le limosine ai poveri. Viene nondimeno accusato questo Patroclo vescovo da Prospero Tirone, d'aver con infame mercato venduti i sacerdozii, iniquità non per anche introdotta nella chiesa. Egli ebbe per successore Onorato abbate Lirinense, uomo di santa vita. Teodosio piissimo Augusto in quest'anno pubblicò una legge contra de' pagani, con proibire sotto pena di morte i lor sagrifizii, e con ordinare che il restante de' loro templi fosse atterrato, o pure convertito in uso della religione cristiana.
NOTE:
[1451] L. 14, lib. 6, tit. 2, Cod. Theodos.
[1452] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.
[1453] Prosper, in Chronico apud Labb.
[1454] Prosper Tiro apud eumdem.
[1455] Isidorus, in Chronic. Goth.
Anno di CRISTO CDXXVII. Indizione X.
CELESTINO papa 6. TEODOSIO II imperad. 26 e 20. VALENTINIANO III imperad. 3.
Consoli
JERIO ed ARDABURIO.
Insolentivano ogni dì più i Vandali nella Spagna, perchè non v'era armata di Romani, che li tenesse in freno. Abbiamo da Idacio[1456], che in quest'anno Gunderico re loro, avendo presa Siviglia, e gonfiatosi per così prosperi avvenimenti, stese le mani contro la chiesa cattedrale di quella città, volendola verisimilmente spogliare de' suoi tesori, ma per giusto giudizio di Dio terminò la vita indemoniato. Gli succedette Gaiserico, ossia Giserico o Genserico, suo fratello, il quale, per quanto alcuni assicurano, era dianzi cattolico, e passò poi all'eresia degli ariani. All'incontro Teoderico re de' Goti, dappoichè fu ributtato dall'assedio sopra narrato di Arles, veggendo che l'esercito romano era poderoso, e di aver che fare con Aezio valentissimo generale di Valentiniano, diede mano ad un trattato di pace coi Romani, di cui fa menzione Apollinare Sidonio[1457], e che forse fu conchiusa nell'anno presente. Fra le capitolazioni d'essa pace abbiam motivo da credere che Teoderico s'impegnasse di muovere le armi contra de' Vandali che malmenavano la Spagna. Perciocchè Giordano storico[1458] scrive che Vallia re de' Goti (doveva scrivere Teoderico) intendendo come i Vandali, usciti dai confini della Gallizia, mettevano a sacco le Provincie della Spagna, allorchè Jerio ed Ardaburio erano consoli, cioè in questo anno, contra dei medesimi mosse l'esercito suo. Racconta ancora Marcellino conte[1459] che in questi tempi la Pannonia, occupata per cinquanta anni addietro dagli Unni, fu ricuperata dai Romani. Giordano[1460] anch'egli attesta che sotto il medesimo consolato furono gli Unni cacciati fuori della Pannonia dai Romani e dai Goti. Col nome di Goti intende egli i Goti che fra poco vedremo chiamati Ostrogoti, ossia Goti orientali, a differenza degli altri che in questi tempi sotto il re Teoderico regnavano nella Aquitania, e son riconosciuti dagli antichi col nome di Visigoti, ossia di Goti occidentali. Ma niuno di questi autori accenna dove passassero gli Unni, dappoichè ebbero abbandonata la Pannonia, se non che li vedremo fra poco comparire ai danni dell'imperio d'Occidente. Due dei più valenti generali d'armate dell'imperio suddetto, che non aveano pari, erano in questi tempi Aezio e Bonifacio conte. Di Aezio s'è parlato di sopra, ed ora solamente convien aggiugnere che egli talmente s'acquistò non tanto il perdono, quanto anche la grazia di Placidia Augusta, ch'essa cominciò tosto a servirsi del di lui braccio e consiglio, con averlo inviato nella Gallia contra dei Goti. Egli, fatta la pace con quei Barbari, se ne dovette tornare alla corte dimorante in Ravenna, dove ordì un tradimento che fece perdere l'Africa all'imperador Valentiniano. Bonifacio conte, per quanto scrive Olimpiodoro[1461], era un eroe che talora con poche e talora con molte truppe avea combattuto coi Barbari nell'Africa con aver anche cacciato da quelle provincie varie loro nazioni. Fra suoi bei pregi si contava l'amore della giustizia, ed era uomo temperante, e sprezzator del danaro. Ma specialmente sant'Agostino, tra cui ed esso Bonifacio passava una singolar domestichezza, ne parla con vari elogi nelle sue lettere. Egli era stato, siccome vedemmo, sempre fedele a Galla Placidia e al figliuolo Valentiniano; loro anche avea prestato soccorso di danaro, dappoichè dovettero ritirarsi in Oriente; e finalmente avea sostenuta l'Africa nella lor divozione contra gli sforzi di Giovanni tiranno. Morto costui, e dichiarato Augusto Valentiniano, abbiamo da una lettera del suddetto santo[1462] ch'egli fu chiamato alla corte, e da Placidia, che gli si protestava tanto obbligata, non solamente gli fu o dato o confermato il governo dell'Africa, ma conferite ancora altre dignità. Tuttavia, per quanto scrive Procopio[1463], vennero accolte le prosperità di Bonifacio conte con assai invidia da Aezio, il quale andò celando il suo mal talento sotto l'apparente velo d'una stretta amicizia.
Ma dacchè Bonifacio fu passato in Africa, Aezio, che stava agli orecchi dell'imperadrice, cominciò a sparlare di lui, e a far credere alla stessa Augusta che l'ambizioso Bonifacio meditava di farsi signore dell'Africa, e di sottrarla all'imperio di Valentiniano. E la maniera facile di chiarirsene (diss'egli) l'abbiamo in pronto. Basta scrivergli che venga in Italia: che egli non ubbidirà nè verrà. Cadde nel laccio l'incauta principessa, e si appigliò al suo parere. Aezio intanto avea scritto confidentemente a Bonifacio, che la madre dell'imperatore tramava delle insidie contra di lui, e manipolava la di lui rovina: del che si sarebbe accorto, se senza motivo alcuno egli fosse richiamato in Italia. Altro non ci volle che questo, perchè Bonifazio troppo credulo, allorchè giunsero gli ordini imperiali di venire in Italia, rispondesse a chi li portò, di non poter ubbidire, senza dir parola di quanto gli aveva significato Aezio. Allora Placidia tenne Aezio per ministro fedelissimo, e sospettò dei tradimenti nell'altro. Intanto Bonifacio, nè osando di andare a Roma, nè sperando dopo questa disubbidienza di salvarsi, chiamò a consulta i suoi pensieri per trovar qualche scampo in sì brutto frangente; e non vedendo altro ripiego, precipitò in una risoluzione che riuscì poi funestissima a lui e all'imperio romano. Cioè spedì in Ispagna i suoi migliori amici, acciocchè trattassero con Genserico re de' Vandali una lega, e lo impegnassero a passar colle sue forze in Africa per difesa d'esso Bonifacio, con partire fra loro quelle provincie. Così fu fatto, e i Vandali a man baciate accettarono la proposizion della lega, e la giurarono. Sotto quest'anno Teofane[1464] riferisce due insigni vittorie riportate contro de' Persiani, i quali dopo la morte d'Isdegarde re loro, essendogli succeduto Vararane di lui figliuolo, aveano mossa la guerra all'imperio romano d'Oriente. Ardaburio fu generale di Teodosio, e segnalossi in varie imprese. Ma il padre Pagi pretende che tali vittorie appartengano all'anno di Cristo 420. La Cronica Alessandrina ne parla all'anno 421. E Marcellino conte aggiugne che nel 422 seguì la pace coi Persiani. Socrate[1465], autore contemporaneo, quegli è che più diffusamente narra una tal guerra, senza specificarne il tempo. Ma allorchè scrive che centomila Saraceni per timor de' Romani si affogarono nell'Eufrate, ha più del romanzo che della storia. Per queste fortunate prodezze furono recitati vari panegirici in onore dì Teodosio Augusto, e la stessa Atenaide, ossia Eudocia, sua moglie, compose in lode di lui un poema. Intanto Galla Placidia Augusta, persuasa che Bonifacio conte governatore dell'Africa non si potesse se non colla forza mettere in dovere, per testimonianza di san Prospero[1466], dichiaratolo nemico pubblico, spedì colà un'armata per mare, di cui erano capitani Mavorzio, Gallione (ossia Galbione) e Sinoce. Fu assediato Bonifacio, non si sa in qual città; ma non durò molto lo assedio: perchè i due primi capitani furono uccisi da Sinoce a tradimento, e costui poscia accordatosi con Bonifacio, essendosi scoperta da lì a poco la sua perfidia, d'ordine di esso Bonifacio fu anch'egli levato dal mondo. Abbiamo da una lettera scritta in questi tempi da santo Agostino[1467] al medesimo Bonifacio, che i Barbari africani, animati da questo sconvolgimento di cose, fecero guerra alle provincie romane dell'Africa stessa, uccidendo, saccheggiando, devastando dovunque arrivavano, senza che Bonifacio, che pur avrebbe potuto reprimerli colle forze che avea, se ne mettesse pensiero, perchè pensava più alla difesa propria che all'offesa altrui. Se ne lagna il santo vescovo, e da lui sappiamo ancora che Bonifacio era passato alle seconde nozze con una ricchissima donna, ariana di professione, ma che per isposarlo aveva abbracciata la religion cattolica: e che, ciò non ostante, gli ariani aveano una gran possanza in casa d'esso Bonifacio. Anzi correa voce ch'egli, non contento della moglie, tenesse presso di sè alcune concubine.
NOTE:
[1456] Idacius, in Chron. apud. Sirmondum.
[1457] Sidon., in Panegyr. Aviti.
[1458] Jordan., de Reb. Getic, cap. 32.
[1459] Marcell., in Chron. apud Sirmond.
[1460] Jordan., de Reb. Getic., cap. 32.
[1461] Olympiod. apud Photium.
[1462] August., Epist. CCXX, n. 4.
[1463] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.
[1464] Theoph., in Chronogr.
[1465] Socrat., lib. 7, cap. 18.
[1466] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1467] August., Epist. CCXX.
Anno di CRISTO CDXXVIII. Indizione XI.
CELESTINO papa 7. TEODOSIO II imper. 27 e 21. VALENTINIANO III imperad. 4.
Consoli
FLAVIO FELICE e TAURO.
Una iscrizione da me data alla luce[1468] fa conoscere che il primo console era appellato Flavio Costanzo Felice. Vedesi continuata la guerra in Africa contra di Bonifacio conte. Generale dell'armata cesarea era Segisvalto, per quanto scrive Prospero[1469], goto di nazione, ariano di credenza, ma senza che si sappia ciò ch'egli operasse. Nasce qui un gruppo difficile di cronologia intorno al passaggio de' Vandali in Africa, colà invitati nella sua disperazione da esso Bonifacio conte. Nell'anno precedente il sopra mentovato Prospero notò questo avvenimento; altrettanto scrisse Cassiodoro[1470]; e furono in ciò seguitati dal Sigonio. La Cronica Alessandrina, il cardinal Baronio ed altri scrissero che in quest'anno avvenne la trasmigrazione di quei Barbari nell'Africa. Ma il padre Pagi sostiene che solamente nell'anno 429 susseguente succedette la lor mossa; perciocchè Idacio[1471] nella Cronica nell'anno 2444 di Abramo, che comincia nel primo di ottobre del presente anno, lasciò scritto che Genserico re de' Vandali, abbandonata la Spagna, passò in Africa nel mese di maggio, il quale viene a cadere nell'anno susseguente. Anche sant'Isidoro[1472] attesta che Genserico nell'era 467 succedette a Gunderico re de' Vandali, e fece il passaggio nell'Africa. Quell'anno corrisponde al 429 dell'epoca volgare. Finalmente varie leggi si leggono di Valentiniano Augusto, indirizzate prima del maggio dell'anno susseguente a Celere proconsole dell'Africa, nelle quali non apparisce vestigio alcuno delle calamità dell'Africa. Ma può ben restar qualche dubbio intorno a questa cronologia, confessando il Pagi molti altri falli d'Idacio, o per colpa sua, o per difetto de' copisti. Nè le allegate leggi bastano a decidere questo punto, perciocchè da che furono entrati i Vandali, conquistarono sol poca parte dell'Africa. E siccome nella legge trentesima terza de Susceptoribus, data nell'anno 430, si parla delle provincie Proconsolare e Bisacena dell'Africa, senza che si dica parola della guerra dei Vandali, i quai pure lo stesso Pagi concede passati nell'Africa nel 429; così nulla si può dedurre dalle leggi date in esso anno 429 da Valentiniano. Comunque sia, mi fo io lecito di rammentar qui il funestissimo ingresso di que' Barbari nelle provincie africane, alle quali erano stati iniquamente invitati da Bonifacio conte. Genserico re loro, per quanto abbiam da Procopio[1473], fu principe di gran prodezza nell'armi, e di mirabile diligenza nelle sue azioni. E, secondochè scrive Giordano storico[1474], era di statura mezzana, zoppo per una caduta dal suo cavallo, cupo nei suoi pensieri, di poche parole, sprezzatore della lussuria, inclinato all'ira, avido di conquiste, sollecito al maggior segno in muovere le sue genti, ed accorto per seminar dissensioni e promuover odii, dove gli tornava il conto. Signoreggiava costui insieme colla nazione nella Betica, ed era padron di Siviglia[1475]. Nel mentre che egli si disponeva alla partenza verso l'Africa, intese che Ermigario Svevo metteva a sacco le vicine provincie, e senza perdere tempo mossosi contra di lui, il raggiunse nella Lusitania non lungi da Merida, dove uccise non pochi dei di lui seguaci, ed Ermigario stesso fuggendo si annegò nel fiume Ana. Dopo questa vittoria Genserico, che avea raunata gran quantità di navi, per lo stretto di Gibilterra traghettò la sua gente nell'Africa, e sulle prime s'impadronì della Mauritania. Era l'Africa, per attestato di Salviano[1476], il più ricco paese che s'avesse l'imperio romano, perchè fin a questi tempi era stato esente dai malanni, che a cagion dei Barbari settentrionali aveano sofferto l'Italia, la Gallia e la Spagna. Ma non andò molto che divenne il teatro della povertà e delle miserie per l'ingresso de' Vandali. Nè solamente Genserico seco trasse i suoi nazionali, ma con esso lui s'unirono assaissimi Alani, Goti, ed altri di altre barbare nazioni, come racconta Possidio scrittore contemporaneo[1477], tutti isperanziti d'inestimabil bottino, di maniera che riuscì formidabile la sua armata, e a lui facile il far quei progressi che diremo. In quest'anno Prospero[1478] e Cassiodoro[1479] scrivono che quella parte della Gallia ch'è vicina al Reno, dov'erano passati, e s'erano annidati i Franchi, fu colla strage di molti di loro ricuperata al romano imperio per la bravura d'Aezio. E Teodosio piissimo imperadore pubblicò in questo medesimo anno un insigne editto[1480] contra di tutti gli eretici, nominandoli ad uno ad uno. Ma per disgrazia della Chiesa cattolica Nestorio nello stesso tempo fu creato vescovo di Costantinopoli, e cominciò tosto a propalare le perverse opinioni sue.
NOTE:
[1468] Thesaur. Novus Inscript., p. 403.
[1469] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1470] Cassiod., in Chron.
[1471] Idacius, in Chron. apud Sirmond.
[1472] Isidorus, in Chron. Vandal.
[1473] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.
[1474] Jordan., cap. 33, de Reb. Get.
[1475] Idacius, in Chronic.
[1476] Salvian., lib. 7 de Gubern.
[1477] Possid., in Vita sancti Augustini, cap. 28.
[1478] Prosper, in Chron.
[1479] Cassiodorus, in Chronic.
[1480] L. 65, lib. 16, tit. 8, Codic. Theodos.
Anno di CRISTO CDXXIX. Indiz. XII.
CELESTINO papa 8. TEODOSIO II imper. 28 e 22. VALENTINIANO III imperad. 5.
Consoli
FIORENZO e DIONISIO.
O sia che i Vandali passassero solamente nel maggio del presente anno in Africa, come con buone ragioni pretende il padre Pagi, oppure nel precedente, certo è che crebbero le calamità in quelle parti, e massimamente nelle due Mauritanie, sopra le quali si caricò sulle prime il loro furore. Possidio[1481] è un buon testimonio delle immense crudeltà da loro commesse. Saccheggi, incendii, stragi dappertutto, senza perdonare nè a sesso, nè ad età, nè a persone religiose, nè ai sacri templi. Fa parimente Vittor Vitense[1482] una lagrimevol menzione de' tanti mali prodotti dalla barbarie di que' tempi in quelle floride provincie. Salviano[1483] anch'egli, non già vescovo, ma prete di Marsilia, raccontando la terribile scena dell'irruzione de Vandali nell'Africa, riconosce in ciò i giusti giudizii di Dio per punire gli enormi peccati dei popoli africani, inumani, impudici, dati all'ubbriachezza, alle frodi, alla perfidia, alla idolatria e ad ogni altro vizio, di maniera che meno malvagi erano i Barbari di que' tempi in lor paragone. La nazione gotica (dic'egli) è perfida, ma pudica. Gli Alani sono impudichi, ma men perfidi. I Franchi son bugiardi, ma amanti dell'ospitalità. I Sassoni fieri per la lor crudeltà, ma per la lor castità venerandi; perciocchè tutte queste nazioni hanno qualche male particolare, ma hanno eziandio qualche cosa di bene. Negli Africani non si sa trovar se non del male. Ora qui è da ascoltare Procopio, il quale vien dicendo[1484] che molti amici di Bonifacio in Roma, considerati i costumi di lui per l'addietro incorrotti, non sapeano nè capire nè credere ch'egli per cupidigia di regnare si fosse ribellato al suo sovrano. Ne parlarono a Placidia Augusta, e per ordine di lei passarono a Cartagine per discoprire il netto della cosa. Bonifacio fece lor vedere le lettere d'Aezio, persuaso dalle quali aveva pensato non a venire in Italia, ma a cercar di salvarsi comunque avesse potuto. Con queste notizie se ne tornarono i suoi amici a Ravenna, e il riferirono a Placidia, la quale rimase stupefatta a così impensato avviso; ma non pensò di farne risentimento nè vendetta contra di Aezio, perchè egli avea le armi in mano, era vittorioso, e l'imperio romano indebolito non potea far senza di un sì valoroso capitano. Altro dunque non fece, se non rivelare anch'essa agli amici suddetti di Bonifacio la trama ordita da Aezio, e pregarli che inducessero Bonifacio a ritornarsene sul buon cammino, e a non permettere che l'imperio romano fosse maltrattato e lacerato dai Barbari, impegnando con giuramento la sua parola di rimetterlo in sua grazia. Andarono essi, e tanto dissero e fecero, che Bonifacio si pentì delle risoluzioni già prese e ripigliò la fedeltà verso il suo legittimo signore, ma troppo tardi, siccome vedremo. Se queste cose succedessero nel presente o nel susseguente anno non è ben chiaro. Due belle leggi fra l'altre di Valentiniano Augusto appartengono a quest'anno. Nella prima[1485], indirizzata a Volusiano prefetto del pretorio dice: Essere un parlare conveniente alla maestà del regnante, allorchè professa d'essere anch'egli legato dalle leggi, e che dall'autorità del diritto dipende l'autorità principesca. Essere in fatti cosa più grande dell'imperio, il sottomettere il principato alle leggi. E perciò egli notifica a tutti col presente editto quel tanto che non vuole sia lecito neppure a sè stesso. Nell'altra legge[1486], indirizzata a Celere proconsole dell'Africa, protesta che, salva la riverenza dovuta alla sua maestà, egli non isdegna di litigar coi privati nel medesimo foro, e di essere giudicato colle stesse leggi. Tali editti fecero e fan tuttavia sommo onore a Valentiniano; ma egli col tempo se ne dimenticò, e gli costò la vita. Sebbene tai leggi son da attribuire a qualche suo saggio ministro, e non già a lui, che era tuttavia di tenera età.
NOTE:
[1481] Possid., in Vita S. Augustini.
[1482] Vict. Vitensis, Praet. lib. 1, de Persec. Vandal.
[1483] Salvian., de Gubern., lib. 7.
[1484] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 3.
[1485] L. digna vox, Cod. Justinian. de Legib.
[1486] L. 68, lib. II, tit. 30 Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CDXXX. Indizione XIII.
CELESTINO papa 9. TEODOSIO II imp. 29 e 23. VALENTINIANO III imperad. 6.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la tredicesima volta e VALENTINIANO AUGUSTO per la terza.
Dappoichè furono passati in Africa i Vandali, pare, secondo sant'Isidoro[1487], che gli Svevi sotto il re loro Ermerico, non avendo più ostacolo, s'impadronissero della Gallizia. Ma non l'ebbero tutta, e seguì ancora un accordo co' popoli di quella parte, che non si lasciò mettere il giogo. Perciocchè scrive Idacio[1488] sotto il presente anno, che essendo entrati gli Svevi nelle parti di mezzo della Gallizia, e mettendole a sacco, la plebe, che s'era ritirata nelle castella più forti, fece strage di una parte di essi, ed un'altra parte rimase prigioniera nelle lor mani, di modo che quei Barbari furono costretti a stabilir la pace con gli abitanti, sì se vollero riavere i lor prigioni. Racconta inoltre lo stesso Idacio che nelle Gallie venne fatto ad Aezio di trucidare un corpo di Goti, che ostilmente erano venuti fin presso ad Arles, con far prigione Arnolfo capo di essi. Aveano ben costoro pace coi Romani, ma non sapeano astenersi dal bottinare sopra i confinanti, quando se la vedeano bella. E colla medesima fortuna sconfisse i Giutunghi e Nori, ma senza dire in qual parte. Per quanto abbiam veduto altrove, e s'ha da Ammiano Marcellino[1489], erano i Giutunghi popoli dell'Alemagna. Desippo storico dice[1490] che i Giutunghi erano popoli della Scitia ossia Tartaria, forse perch'erano venuti di là. Certamente stavano non lungi dalla Rezia ai tempi di sant'Ambrosio, che ne parla in una sua lettera[1491]. I Nori si dee credere che fossero i popoli del Norico, che in questi tempi si ribellarono. E chiaramente lo attesta Apollinare Sidonio[1492] nel panegirico di Avito imperadore, con aggiugnere che Aezio in tali guerre nulla operò senza la compagnia di Avito, persona allora privata. E perciocchè Felice, di cui si è fatta menzione di sopra, generale delle armate di Valentiniano, fu innalzato alla dignità di patrizio, Aezio gli succedette nel generalato, per testimonianza di san Prospero[1493]. Già dicemmo pentito Bonifacio conte in Africa d'aver preso l'armi contra del suo sovrano, e di aver chiamato colà i Vandali dalla Spagna. A indurlo alla pace e riconciliazione con Galla Placidia Augusta, probabilmente fu inviato in Africa Dario conte, di cui parla sant'Agostino in una sua lettera al medesimo[1494]. E Dario stesso, in iscrivendo al santo vescovo, dice che se non ha estinto, ha almen differito i danni della guerra. Sappiamo inoltre che in questi tempi Segisvolto, generale di Valentiniano in essa Africa, mandò da Cartagine ad Ippona a sant'Agostino[1495] Massimino vescovo ariano, per conferire con esso lui; il che ci fa argomentare che questo generale comandava tanto in Cartagine che in Ippona. E questo non si può intendere accaduto se non dopo la pace fatta con Bonifacio, che signoreggiava in quelle contrade, nè era stato vinto dall'armi dell'imperadore.
Tornato dunque in sè stesso Bonifacio e bramando di rimediare al male fatto, per attestato di Procopio[1496], si studiò d'indurre i Vandali a ritornarsene in Ispagna, con adoperare quante preghiere potè, e promettendo loro magnifiche ricompense. Ma un pazzo gitta un sasso nel pozzo, e cento savii nol possono cavare. Si risero in fatti di lui que' Barbari, parendo loro di essere burlati; e in fine dalle dolci si venne alle brusche, con essere seguito un fatto d'armi, nel quale restò sconfitto l'infelice Bonifazio. Si ritirò egli in Ippone Regio ossia Ippona, oggidì Bona città marittima e fortissima della Numidia, dove era vescovo santo Agostino suo singolare amico[1497]. Colà ancora si rifugiarono come in luogo sicuro molti altri vescovi. Perciò i Vandali col re loro Genserico verso il fine di maggio, o sul principio di giugno del presente anno, passarono all'assedio di quella città, che sostenne lunghissimo tempo gli assalti e il furore di que' Barbari. Ed appunto nel terzo mese di quell'assedio infermatosi il gran lume dell'Africa e della Chiesa di Dio, cioè il suddetto sant'Agostino, diede fine ai suoi giorni nel dì 28 d'agosto di questo anno, e non già del precedente, come scrisse Marcellino conte, raccogliendosi la verità dell'anno da san Prospero[1498] e dalle lettere di Capreolo vescovo di Cartagine al concilio efesino, e da Liberato diacono nel suo Breviario. Finirono ancora di vivere in quest'anno Aurelio insigne vescovo di Cartagine, ed Alipio vescovo di Tagaste, primate della Numidia, celebre amico di sant'Agostino. Il vedere quei santi prelati le incredibili calamità delle lor contrade, e senza rimedio, non v'ha dubbio che dovette influire nella lor malattia e morte; e sant'Agostino fra gli altri in quel frangente pregava Dio, che o liberasse la città dai Barbari o se altra era la sua sovrana volontà, desse fortezza ai suoi servi, per uniformarsi al divino volere, oppure che levasse lui da questo secolo. Un gran fuoco s'era intanto acceso in Oriente per l'eresia di Nestorio, empio vescovo di Costantinopoli. Cirillo santo e zelante vescovo alessandrino quegli fu che più degli altri imbracciò lo scudo in difesa della Chiesa e della sentenza cattolica. Ma tanto egli quanto Nestorio ricorsero alla Sede apostolica romana, maestra di tutte le chiese. Perciò Celestino, pontefice di gran pietà e valore, raunò un concilio di vescovi in Roma, ed in esso condannò gli errori di Nestorio. Sopra ciò è da vedere gli Annali Ecclesiastici del cardinal Baronio e la Critica del padre Pagi. Nulladimeno perchè Nestorio era pertinace, nè gli mancava gente che il favoriva, e fra gli altri si contava Teodoreto celebre vescovo e scrittore di que' tempi, il piissimo imperador Teodosio intimò un concilio universale da tenersi nell'anno susseguente in Efeso, per mettere fine a tali controversie ed orrori. In questo medesimo anno, secondochè abbiamo da Prospero[1499], da Marcellino conte[1500] e da Idacio[1501], in un tumulto di soldati eccitato in Ravenna fu ucciso Felice generale dianzi dell'imperadore, ed allora patrizio, e con esso lui Padusia sua moglie e Grunito diacono. L'iniquo Aezio, tante volte disopra nominato, fu l'autore di tali omicidii, secondo Prospero, per avere, diceva egli, presentito che costoro gli tendevano insidie. Ma questa insolenza tanto più dovette irritar l'animo di Placidia contra di lui, e gli effetti se ne videro dipoi.
NOTE:
[1487] Isidorus, in Chron. Svevor.
[1488] Idacius, in Chronic.
[1489] Ammian. Marcellin., lib. 17, c. 6.
[1490] Dexippus, in Eclog. Legat.
[1491] Ambros., Epist. XXVIII, Class. I.
[1492] Sidonius, in Panegyr. Aviti.
[1493] Prosper, in Chron.
[1494] August., Epist. CCXXIX et CCXXX.
[1495] August., Collat. cum maxim. num. 1.
[1496] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.
[1497] Possidius, Vita S. Augustin., cap. 28.
[1498] Prosper, in Chron. Notis, Histor. Pelagian., lib. 2, c. 9.
[1499] Prosper, in Chron.
[1500] Marcellin. Comes, in Chronico.
[1501] Idacius, in Chronico.
Anno di CRISTO CDXXXI. Indizione XIV.
CELESTINO papa 10. TEODOSIO II imper. 30 e 24. VALENTINIANO III imperad. 7.
Consoli
BASSO e FLAVIO ANTIOCO.
Quasi quattordici mesi durò l'assedio d'Ippona; e benchè il re Genserico avesse così ben chiuso il porto e il lido, che non vi poteano entrar soccorsi; e quantunque facesse ogni sforzo per ridurla o colla forza o con qualche capitolazione alla resa, i difensori tennero forte, e delusero la di lui bravura e speranza, talmente che stanchi e ridotti senza viveri que' Barbari, dopo esservi stati sotto per sì lungo tratto di mesi, nel maggio dell'anno presente, levato l'assedio, si ritirarono. Non così tosto fu alla larga Bonifacio conte, che si diede a ragunar quante milizie romane potè[1502]; e perchè era già sbarcato a Cartagine un gran rinforzo di soldatesche, inviato non meno da Valentiniano che da Teodosio Augusti, egli mise insieme un poderoso esercito, con cui credette di poter azzardare una nuova battaglia coi Vandali. Per generale delle sue truppe avea spedito Teodosio Aspare figliuolo di Ardaburio, nominato disopra. Si combattè coraggiosamente con ostinatezza dall'una e dall'altra parte; ma in fine toccò la peggio a Bonifacio e ad Aspare. Grande strage fu fatta dei Romani, e i generali si salvarono colla fuga. Aspare se ne tornò a Costantinopoli, e Bonifacio fece vela verso l'Italia. Idacio vescovo[1503] pare che differisca il ritorno a Roma di Bonifacio sino all'anno susseguente. Racconta egli bensì sotto il presente, che avendo gli Svevi di nuovo rotta la pace coi popoli della Gallizia, e saccheggiando dovunque arrivavano, egli fu spedito per implorare soccorso da Aezio, il quale nella Gallia faceva guerra coi Franchi. In Africa i cittadini d'Ippona, dappoichè ebbero intesa la rotta data dai Vandali all'armata di Bonifacio, abbandonarono la lor città, non volendo esporsi a sostenere un nuovo assedio. Il perchè trovatala vota i Vandali, v'entrarono, ed attaccatovi il fuoco, la desertarono, con essersi nondimeno miracolosamente salvata la libreria di sant'Agostino[1504]. Fu celebrato in quest'anno sul fine di giugno e nel susseguente luglio, il terzo concilio universale nella città d'Efeso, e v'intervennero circa dugento vescovi. Papa Celestino, per servire di scorta e lume ai Padri che colà si aveano a raunare, precedentemente tenne in questo anno un altro concilio in Roma, e poscia spedì ad Efeso sul principio di maggio per suoi legati Arcadio e Projetto vescovi, e Filippo prete colle istruzioni necessarie. Nè contento di ciò, diede le sue veci a Cirillo vescovo di Alessandria, acciocchè presedesse in nome suo a quella sacra raunanza[1505]. In essa furono condannate le eresie di Nestorio, ed egli stesso deposto, e mandato in esilio, e in luogo suo fu eletto vescovo di Costantinopoli Massimiano. Diede fine in quest'anno a dì 22 di giugno alla sua santa vita Paolino vescovo di Nola, le cui virtù il fecero degno d'essere registrato fra i santi, e le cui opere sì di prosa che di verso si leggono stampate nella Biblioteca de' Padri, e più pienamente si veggono unite nell'edizione che ne fu fatta nell'anno 1756 in Verona. E in quest'anno racconta Marcellino conte[1506], che mancò di vita Flacilla figliuola di Teodosio Augusto. C'è luogo di sospettare, che in vece di figliuola Marcellino scrivesse sorella, sapendo noi che Arcadio imperadore padre di Teodosio II, fra le altre figliuole una ne lasciò dopo di sè appellata Flacilla, e non raccontando alcuno degli antichi storici che a Teodosio II nascesse altra figliuola se non Eudossia. Diede Valentiniano III imperadore nel presente anno un ordine a Flaviano prefetto del pretorio[1507], proibendo qualunque esenzione dai carichi ordinarii e straordinarii a qualsivoglia persona, con esentare solamente i beni suoi patrimoniali; perchè, come egli dice, le rendite di questi si impiegano spessissimo in sollievo delle pubbliche necessità; impiego sommamente lodevole in un principe che ama i suoi popoli. Quanto a Teodosio imperadore d'Oriente, ci fa sapere il suddetto Marcellino, che il popolo di Costantinopoli per carestia di pane gli tirò de' sassi nell'andar egli ai granai del pubblico. Diede fuori il medesimo Teodosio in quest'anno una legge[1508], in occasione che molti schiavi armati si erano rifugiati in chiesa, e n'era perciò nato un gran tumulto; proibendo da lì innanzi il poter levare per forza, pena la vita, alcuno dalle chiese e dai recinti di esse, compresi i cortili, portici e case dei religiosi, che ad esse servivano: con ordinare ancora che chi portasse armi in chiesa, perdesse la franchigia; ed egli stesso fu il primo a darne l'esempio. Trovasi intiera questa legge negli atti del concilio efesino.
NOTE:
[1502] Procop., de Bell. Vandal. lib. 1, cap. 5.
[1503] Idacius, in Chron.
[1504] Possid., in Vit. S. August., cap. 28.
[1505] Concil. Ephesio., Action. 1.
[1506] Marcell. Comes, in Chronico.
[1507] L. 37, lib. 11, tit. 1 Cod. Theodos.
[1508] L. 4 et 5, de his, qui ad Eccl. Cod. cod.
Anno di CRISTO CDXXXII. Indizione XV.
SISTO III papa 1. TEODOSIO II imperad. 31 e 25. VALENTINIANO III imperad. 8.
Consoli
FLAVIO AEZIO e VALERIO.
Aezio, che fu console nel presente anno, era quel medesimo che abbiam veduto di sopra esercitare la carica di generale delle armate cesaree in Occidente. L'altro console Valerio godea varie dignità nella corte dell'imperadore d'Oriente. A dì 19 di luglio di questo anno diede compimento ai suoi giorni Celestino papa, come pretende il Pagi[1509], pontefice santo, pontefice glorioso per molte sue azioni, e spezialmente pel suo zelo contra de' pelagiani, semipelagiani e nestoriani, e per avere mandato in Iscozia oppure in Irlanda Palladio, che fu apostolo e primo vescovo di que' popoli barbari. Ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Sisto III, di patria romano, il quale non tardò a procurare, per quanto gli fu possibile, la pace nelle chiese d'Oriente, divise a cagion di Nestorio. Nel che parimente si adoperò con vigore il piissimo imperadore Teodosio, tanto che ne riuscì una tollerabil concordia. Avea ben Galla Placidia Augusta, per non poter di meno, appagata l'ambizione d'Aezio suo generale, con dichiararlo console nell'anno presente; ma non per questo cessava in cuore di lei l'odio conceputo pel tradimento fatto a Bonifacio conte, e per l'uccisione di Felice patrizio, e probabilmente per altre di lui insolenze ed iniquità. Noi già vedemmo, seguendo l'autorità di Procopio, che Bonifacio, poco dopo la rotta datagli dai Vandali, se ne era ritornato in Italia. Ma ossia che quella giornata campale succedesse nel presente anno, oppure che Procopio affrettasse di troppo il di lui ritorno, tanto san Prospero[1510] quanto Marcellino[1511] scrivono ch'egli solamente in quest'anno dall'Africa venne a Roma, e di là alla corte che dimorava in Ravenna. Secondo Marcellino, egli fu chiamato dalla stessa Placidia Augusta per contrapporlo all'arrogante Aezio, il quale in questi medesimi tempi, per quanto abbiamo da Idacio[1512], guerreggiava nella Gallia; e dopo aver data una rotta ai Franchi, i quali erano venuti di qua dal Reno, fece pace con loro. Era in questi tempi Clodione re de' Franchi, ed avea per figliuolo Meroveo, il quale amicatosi molto con Aezio, coll'aiuto di lui succedette col tempo al padre. Lo stesso vescovo Idacio, ch'era venuto a trovare Aezio per aver dei soccorsi contro gli Svevi, altro non impetrò, se non che fu spedito con lui Censorio per legato ad essi Svevi, che infestavano la Gallizia, per farli desistere da quelle violenze. Tornato adunque Bonifacio a Ravenna, non solamente fu rimesso in grazia di Valentiniano Augusto e di Placidia, ma dichiarato ancora generale dell'una e dell'altra milizia. Presso il Mezzabarba[1513] si vede in una medaglia di Valentiniano Augusto nominato Bonifacio. Prospero Tirone[1514] ci ha conservata la notizia che Aezio all'udire richiamato alla corte Bonifacio e conferito a lui il generalato, con restarne egli privato, per precauzione si ritirò in siti fortificati, immaginandosi che Bonifacio suo nemico cercherebbe di far vendetta contra di lui. Nè s'ingannò. Dopo pochi mesi Bonifacio con molte forze fu a cercarlo, e trovatolo (non dicono gli storici in qual luogo) gli diede battaglia, e lo sconfisse bensì, ma perchè erano venuti questi emuli stessi nel conflitto alle mani insieme, Aezio che, secondo Marcellino[1515], avea preparato il dì innanzi un dardo ossia un'asta più lunga, il ferì gravemente con restar egli illeso. Fra pochi giorni, come vuole san Prospero, oppur dopo tre mesi, come lasciò scritto il suddetto Marcellino, Bonifacio di quella ferita si morì, lasciando Pelagia sua moglie molto ricca, e con indizio ch'egli cristianamente perdonasse ad Aezio, perchè esortò la stessa moglie a non maritarsi con altro uomo che con esso Aezio. Sebastiano conte, genero di Bonifacio, persona di gran credito, in suo luogo fu creato generale. Ora Aezio, trovandosi spennato e privo d'ogni autorità, si ritirò nelle sue terre, non so se nella Gallia, o nell'Italia; e quivi se ne stava ben in guardia. Ma avendo tentato un dì i suoi nemici con una improvvisa scorreria di sorprenderlo, egli non veggendosi quivi sicuro, se ne fuggì in Dalmazia, e di là nelle Pannonie, dove trovò il suo scampo presso gli Unni suoi antichi amici. In quest'anno Valentiniano Augusto con una sua costituzione[1516], indirizzata a Flaviano prefetto del pretorio, confermò i privilegi ai decurioni e silenziarii del palazzo, ch'erano guardie del corpo suo, per quanto crede il Gotofredo, ma che fors'anche son da dire una specie di milizia che stava nelle provincie, perchè dopo aver militato il dovuto tempo, loro è conceduto di venire alla corte, ancorchè non chiamati dal principe.
NOTE:
[1509] Pagius, Crit. Baron.
[1510] Prosper, in Chronico.
[1511] Marcell. Comes, in Chron.
[1512] Idacius, in Chronico.
[1513] Mediob., Numismat. Imper.
[1514] Prosper Tiro, in Chron.
[1515] Marcell., in Chronico.
[1516] L. 3, lib. 4, tit. 23 Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CDXXXIII. Indizione I.
SISTO III papa 2. TEODOSIO II imp. 32 e 26. VALENTINIANO III imperad. 9.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la quattordicesima volta e PETRONIO MASSIMO.
Massimo, che fu console in quest'anno, era uno de' senatori romani più ricchi e potenti. Gran confidenza passava tra Valentiniano Augusto e lui. Egli dipoi tirannicamente occupò l'imperio, siccome vedremo. Il padre Sirmondo[1517] rapporta una medaglia, in cui da una parte si legge VALENTINIANVS P. F. AVG., e dall'altra PETRONIVS MAXIMVS V. C. CONS. In quest'anno Giovanni vescovo d'Antiochia che fin qui avea sostenuto il partito di Nestorio eretico, rinunziò al medesimo, per opera specialmente di Sisto romano pontefice. Ma non perciò s'ebbe una pace intera nelle chiese d'Oriente, restando tuttavia alcuni vescovi contrarii a Cirillo vescovo d'Alessandria, i quali eziandio appellarono alla santa sede romana, riconoscendo quel privilegio di cui era fin dai primi tempi in possesso la Chiesa romana. Fioriva in questi giorni nella Gallia Giovanni Cassiano, celebre autore delle Collazioni, ossia delle Conferenze de' padri, ma creduto infetto di opinioni semipelagiane: contra del quale prese la penna san Prospero d'Aquitania. Fioriva ancora in Egitto sant'Isidoro monaco ed abate di Pelusio. Abbiamo da Socrate[1518], dalla Cronica Alessandrina[1519] e da Marcellino conte[1520], che nel presente anno seguì in Costantinopoli un fierissimo incendio, con restar divorata dalle fiamme una gran parte della città settentrionale colle terre appellate Achillee, e che durò quel fuoco per tre dì. Il cardinale Baronio attribuisce questo incendio, e la rotta data in Africa, all'aver Teodosio Augusto proceduto troppo mansuetamente contra di Nestorio, e all'averlo favorito molti nobili di Costantinopoli. Ma si fa torto a quel pio imperadore e al popolo di Costantinopoli che fu contra Nestorio, per nulla dire del concilio che lo condannò. Noi facciam troppo facilmente gl'interpreti della mente di Dio, il quale non ha bisogno di consigliarsi colle nostre povere teste, se vuol permettere le prosperità ai cattivi, nemici suoi, e mandar tribolazioni ai buoni, suoi amici. Già vedemmo che Aezio aveva spedito Castorio ambasciatore insieme con Idacio vescovo, autore della Cronica, agli Svevi che infestavano la parte della Gallizia sottoposta al romano imperio. Narra il medesimo Idacio[1521] che Castorio portò le risposte alla corte imperiale di Ravenna; e che Ermerico re di essi Svevi finalmente rinnovò la pace co' popoli della Gallizia, mediante l'interposizione de' vescovi, con essergli stati dati perciò ostaggi: ma che Sinfosio vescovo mandato da lui per affari a Ravenna, se ne tornò indietro colle mani vote. Erasi, per quanto abbiam detto, rifugiato Aezio nella Pannonia presso gli Unni, che quivi signoreggiavano; e pel credito che avea con que' Barbari, cominciò un gran trattato, per muoverli contro l'Italia. Rugila era allora il re di quella nazione. Prospero Tirone[1522] chiaramente attesta che Aezio, ottenuto da esso re un poderoso esercito, s'incamminava verso queste contrade: il che udito da Valentiniano Augusto, che si trovava senza sufficienti forze da opporgli, chiamò in suo aiuto i Goti, a mio credere, quelli che dominavano nell'Aquitania. Ma l'intenzione dell'astuto Aezio era, non già di portar la guerra in Italia, ma di far paura a Valentiniano, affine di obbligarlo a rimetterlo in sua grazia, e nelle dignità che gli erano state levate. Ed in fatti, per attestato di san Prospero[1523], valendosi dell'amicizia e del soccorso di costoro, ottenne quanto volle da Valentiniano e da Placidia, i quali giudicarono meglio di cedere, benchè poco onorevolmente, all'impertinenza di costui, che di tirarsi addosso una guerra pericolosa. Ed ecco dove era giunta la maestà del nome romano. Anche Idacio scrive sotto quest'anno, che Aezio fu dichiarato generale dell'una e dell'altra milizia, e poco dopo ottenne anche la dignità di patrizio, come parimente attesta l'autore della Miscella[1524]. Circa questi tempi, come credette il Rossi[1525], ma forse molto prima, Galla Placidia Augusta terminò in Ravenna l'insigne e nobilissima basilica di san Giovanni evangelista, fabbricata vicino alla porta che si chiamava Arx Meduli. Allorchè essa venne col figliuolo Valentiniano da Salonichi verso Salona, o verso Aquileia, nell'anno 424, corse un gran pericolo per una fiera burrasca di mare; ed essendosi votata a san Giovanni evangelista, attribuì all'intercessione di lui presso Dio l'aver salvata la vita. Però, giunta a Ravenna, si diede a fabbricare in onore di Dio sotto il nome di questo santo Apostolo un tempio magnifico, che tuttavia esiste. Se ne può veder la descrizione nello Spicilegio della chiesa di Ravenna da me dato alla luce[1526], ma non esente da qualche favola nata nel progresso de' tempi. Quivi si leggeva la seguente iscrizione, di cui anche fa menzione Agnello storico di Ravenna[1527], che fiorì circa l'anno 830.
SANCTO AC BEATISSIMO APOSTOLO IOHANNI EVANGELISTAE GALLA PLACIDIA AVGVSTA CVM FILIO SVO PLACIDO VALENTINIANO AVGVSTO ET FILIA SVA IVSTA GRATA HONORIA AVGVSTA LIBERATIONIS PERICVL. MARIS VOTVM SOLVIT.
Di qui abbiamo che anche Giusta Grata Honoria, sorella di Valentiniano, ebbe il titolo di Augusta; e questo ancora apparisce da una medaglia rapportata dal cardinal Baronio[1528], dal Du-Cange[1529] e dal Mezzabarba[1530], in cui si legge: D. N. IVST. GRAT. HONORIA. P. F. AVG. E nel rovescio: SALVS REIPVBLICAE COM. OB. Tornerà occasion di parlare in breve di questa principessa che lasciò dopo di sè un brutto nome. Il Rossi aggiugne che in esso tempio alla destra nell'arco del volto erano formate col musaico le immagini di Costantino, Teodosio I, Arcadio, ed Onorio Augusti; e alla sinistra, di Valentiniano III, Graziano e Costanzo Augusti, e di Graziano nipote e di Giovanni nipote: i quali due ultimi sono a noi ignoti nella famiglia di Teodosio il Grande. Eranvi ancora più basso le immagini di Teodosio II imperadore, e di Eudocia sua moglie, siccome ancor quelle di Arcadio imperadore, e di Eudossia sua moglie. Ma presso l'antichissimo Agnello, e nello Spicilegio suddetto, non troviamo questa sì precisa descrizione, a noi conservata dal suddetto Girolamo Rossi.
NOTE:
[1517] Sirmondus, in Not. ad Sidon. epist. 11 et 13; et Append. Du-Cange in Dissert. de Numism.
[1518] Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 39.
[1519] Chron. Alexandr. ad hunc ann.
[1520] Marcell. Comes, in Chron.
[1521] Idacius, in Chron.
[1522] Prosper Tiro, in Chronico.
[1523] Prosper, in Chron.
[1524] Histor. Miscell. lib. 14.
[1525] Rubeus, Histor. Ravenn, lib. 2.
[1526] Rer. Italicar. Scriptor. tom. I, part. 2.
[1527] Agnellus, in Vitis Episcopor. Ravenn. tom. 2, p. 1, Rer. Italic.
[1528] Baron., Annal. Eccl.
[1529] Du-Cange, Hist. Byzantin.
[1530] Mediobarb., Numism. Imperator.
Anno di CRISTO CDXXXIV. Indizione II.
SISTO III papa 3. TEODOSIO II imperad. 33 e 27. VALENTINIANO III imperad. 10.
Consoli
ARIOVINDO ed ASPARE.
Dacchè Aezio si vide forte per la ricuperata dignità di generale, colla giunta ancora dell'altra più riguardevole di patrizio, non tardò a vendicarsi come potè contro i parenti del defunto Bonifacio conte. Però in quest'anno, secondo la testimonianza d'Idacio[1531], Sebastiano genero di esso Bonifacio, e succeduto a lui nel generalato, per opera d'Aezio fu mandato in esilio, o pure per timore di lui elesse l'esilio, e fuggitivo si ricoverò alla corte di Costantinopoli. Sappiamo ancora da san Prospero[1532] che Aspare console occidentale, per quanto crede il padre Pagi (ma fors'anche orientale, non apparendo ch'egli passasse dal servigio di Teodosio Augusto a quello di Valentiniano imperadore), Aspare, dico, fu inviato a Cartagine, senza che se ne sappia il motivo, se non che durava in quelle parti tuttavia la guerra coi Vandali. Secondo Prospero Tirone[1533], in quest'anno finì di vivere Rugila re degli Unni, con cui i Romani aveano confermata la pace, ed ebbe per successore Bleda ed Attila fratelli. Questo Rugila è chiamato Roa da Giordano storico, e Roila da Teodoreto[1534], il quale aggiugne che costui avea saccheggiata la Tracia, e minacciato l'assedio alla stessa città di Costantinopoli, e di volerla schiantare da' fondamenti. Non tarderà molto a venire in iscena Attila suo successore. Teodosio Augusto in quest'anno, per quanto potè, sovvenne al bisogno dei poveri di Costantinopoli in tempo di carestia, con applicare secento undici libbre d'oro del suo erario per comperar grani in loro sovvenimento[1535], ordinando che fossero condannati gli uffiziali nel doppio di tutto quello che avessero ritenuto di questa somma. Comandò eziandio con altra legge[1536] che i beni dei chierici e monaci, che mancassero di vita senza testamento, fossero applicati alle chiese, alle quali erano ascritti; e non già ai parenti o al fisco, siccome dianzi si facea. Accadde ancora che Melania giovane, donna di santa vita, e monaca non claustrale, abitante allora in Gerusalemme, fu chiamata a Costantinopoli da Volusiano suo zio paterno, prefetto di Roma, che per affari era stato inviato alla corte d'Oriente. Venne la piissima donna, e tanto seppe dire insieme con Procle insigne vescovo di Costantinopoli, che Volusiano stato fin allora gentile, si convertì alla religione di Cristo: e fu cosa maravigliosa ch'egli infermo, subito dopo avere ricevuta la grazia del battesimo, morì. Ma in Ravenna accadde un fallo vituperoso per quella corte. Grata Giusta Onoria Augusta, sorella di Valentiniano imperadore, siccome poco fa vedemmo, non per anche maritata, si stava in corte colla madre e col fratello, ma senza quella buona guardia, di cui abbisognano le fanciulle. Perciò ella ebbe comodità di troppo dimesticarsi con Eugenio suo procuratore, e ne restò gravida. Marcellino conte istorico[1537] quegli è che notò questo brutto avvenimento, con aggiugnere ch'essa Onoria fu inviata alla corte di Teodosio Augusto. Qui si dimanda qual sia stata la prudenza di que' regnanti in tener sì poca guardia alle principesse fanciulle, e quale in aver preso il ripiego di scacciare la mal accorta principessa. In vece di occultar questo fallo, par quasi che si studiassero di divulgarlo dappertutto. In questi tempi fiorì in Provenza Vincenzo Lerinense, autore dell'Aureo Commonitorio contro le eresie, ma creduto per qualche tempo fautore degli errori de' semipelagiani. San Prospero scrisse contra di lui.
NOTE:
[1531] Idacius, in Chronic.
[1532] S. Prosper, de promiss., cap. 6.
[1533] Prosper Tiro, in Chronic.
[1534] Theod., Hist. Eccl., lib. 5, cap. 37.
[1535] L. 3, da frument. Urb. Constantinop. Cod. Theod.
[1536] L. unica de bonis Cleric. Cod. Theod.
[1537] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO CDXXXV. Indizione III.
SISTO III papa 4. TEODOSIO II imp. 34 e 28. VALENTINIANO III imper. 11.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la quindicesima volta e VALENTINIANO AUGUSTO per la quarta.
Teodosio imperadore, zelante custode della dottrina della Chiesa, perchè tuttavia bolliva in Oriente una fiera discordia per cagione del condannato e deposto Nestorio, in quest'anno fece proibire la lettura dei di lui libri[1538], con ordinare eziandio che fossero bruciati. Furono inoltre esiliati non pochi vescovi, che ostinatamente o non volevano condannar quell'eretico, o ricusavano di aver comunione con Cirillo vescovo d'Alessandria, cioè col primo mobile di tutti gli atti contra di Nestorio. Intanto Aezio generale di Valentiniano, secondochè abbiamo da san Prospero[1539], era passato nelle Gallie per mettere in dovere i Borgognoni, cioè que' Barbari, che già stabiliti nel paese, onde poi venne il nome della Borgogna, ed in altri circonvicini paesi, infestavano le provincie romane. Idacio[1540] scrive che costoro si ribellarono, con indizio ch'essi signoreggiavano bensì in quelle contrade, ma con riconoscere l'imperador d'Occidente per loro sovrano. Riuscì a quel valoroso generale di dar loro una rotta tale, che Gundicario re de' medesimi fu obbligato a supplicare per ottener la pace, che gli venne accordata da Aezio. Fa menzione di questa vittoria anche Apollinare Sidonio[1541], con dire che i Borgognoni s'erano scatenati contro la provincia belgica; e che Avito, il qual poscia fu imperadore, anche questa volta fu compagno di Aezio nello sconfiggerli. Abbiamo parimente dal sopraddetto Prospero, siccome ancora da Cassiodoro[1542], che nel febbraio del presente anno in Africa nella città d'Ippona fu conchiusa la pace fra l'imperador Valentiniano e Genserico re de' Vandali, con avere il primo ceduta all'altro una porzione dell'Africa. Sant'Isidoro[1543] attesta che Genserico in quella occasione si obbligò con forti giuramenti di non molestar in avvenire le provincie romane. Questa pace, che l'autore della Miscella[1544] chiama piuttosto necessaria che utile, fu maneggiata e condotta a fine da Trigezio uffiziale di Valentiniano. E d'essa fa menzione ancora Procopio[1545], con lodare la prudenza di Genserico, il quale, senza lasciarsi gonfiare dalle passate prosperità, pensando che, se continuava la guerra, poteva voltar faccia la fortuna, giudicò più spediente di assicurar colla pace le conquiste già fatte. Aggiugne Procopio che Genserico si obbligò di pagar ogni anno tributo a Valentiniano Augusto, e che per, sicurezza de' patti, mandò per ostaggio a Ravenna Unnerico suo figliuolo. Certo è che restò in poter dell'imperadore Cartagine; qual parte toccasse a Genserico, lo vedremo più abbasso. Era fuggito a Costantinopoli Sebastiano conte, e genero già di Bonifacio patrizio, siccome è detto di sopra. Bisogna che la persecuzion d'Aezio patrizio il raggiugnesse fino colà; perciocchè sotto quest'anno racconta Marcellino conte[1546] ch'egli fuggì dalla città Augusta, e che poi in Africa fu ucciso. Ma egli non andò a dirittura in Africa, e la sua morte appartiene ad altro tempo, siccome vedremo più abbasso. Sembra bensì doversi riferire a quest'anno ciò che narra Prospero Tirone[1547], cioè che nella Gallia ulteriore succedette una ribellione, di cui fu capo un certo Tibatone, con essersi levati que' popoli dalla ubbidienza del romano imperio. Avvenne di più, che in mezzo a quelle turbolenze quasi tutti i servi, o, vogliam dire, gli schiavi, sottrattisi all'ubbidienza de' lor padroni, in Bagaudam conspiravere. Colle quali parole vuol dire che costoro si gittarono nella fazione de' Bagaudi. Così erano chiamati nella Gallia le migliaia di contadini e di altre persone che per cagione del mal governo degli uffiziali dell'imperadore s'erano ribellati molti anni prima, e dopo essersi fatti fuori nelle castella e rocche, viveano di ladronecci e rapine. Veggasi il Du-Cange[1548]. Con costoro dunque s'attrupparono anche in gran parte i servi di quelle contrade, per vivere col mestiere infame degli altri. Scrive il Sigonio[1549] che Valentiniano Augusto si portò in quest'anno a Roma per solennizzarvi l'anno decimo del suo imperio: il che fu fatto con gran magnificenza di giuochi e spettacoli. Onde s'abbia egli tratto questo viaggio dell'imperadore, non l'ho fin qui rinvenuto.
NOTE:
[1538] Pagius, Critic. Baron.
[1539] Prosper, in Chronic.
[1540] Idacius, in Chron.
[1541] Sidon., in Panegyr. Aviti.
[1542] Cassiod., in Chronic.
[1543] Isidorus, in Chron. Vandal.
[1544] Histor. Miscell., lib. 14.
[1545] Procop., lib. 1, cap. 4, de Bell. Vand.
[1546] Marcell. Comes, in Chron.
[1547] Prosper Tiro, in Chron.
[1548] Du-Cange, in Glossar. Latinit. ad vocem Bagauda.
[1549] Sigon., de Regno Occident. lib. 12.
Anno di CRISTO CDXXXVI. Indiz. IV.
SISTO III papa 5. TEODOSIO II imp. 35 e 29. VALENTINIANO III imper. 12.
Consoli
FLAVIO ARTEMIO ISIDORO e FLAVIO SENATORE.
Amendue questi consoli furono creati in Oriente da Teodosio Augusto. Senatore si trova ancora chiamato Patrizio in una lettera di Teodoreto[1550] e negli atti del concilio calcedonense. Gli ho io dato il nome di Flavio, perchè così ha un'iscrizione da me prodotta nella mia Raccolta[1551]. Durava la pace tra i Romani e i Goti appellati Visigoti, che signoreggiavano nella Gallia le provincie dell'Aquitania e Settimania. Ma Teodorico re d'essi Goti, non contento de' confini del suo regno, cercò in questi tempi di dilatarlo alle spese de' vicini. Però uscito in campagna, secondochè attesta s. Prospero[1552], s'impadronì della maggior parte delle città confinanti, e pose l'assedio a Narbona. Fecero lungamente una gagliarda difesa i soldati romani coi cittadini, ma per la mancanza de' viveri erano vicini a cadere nelle mani del re barbaro, quando Aezio generale dell'imperadore, che si trovava allora nelle Gallie, spedì in loro aiuto Litorio conte con un grosso corpo di milizie. Questi avendo fatto prendere a cadauno de' cavalieri in groppa due moggia di grano, minori di gran lunga allora, che quei d'oggidì, spinse coraggiosamente innanzi, e gli riuscì d'entrare nella città, con provvederla abbondantemente di vettovaglia. Allora i Goti, ossia che seguisse un combattimento, in cui ebbero la peggio, oppure che vedessero cessata affatto la speranza di conquistar quella piazza, e massimamente dopo un sì poderoso rinforzo di viveri e di gente, ritiratisi in fuga, abbandonarono l'assedio. Idacio[1553] anch'egli scrive (ma sotto l'anno seguente) che i Goti cominciarono ad assediar Narbona; e poscia sul fin di esso anno 436, o pure nel susseguente 437, seguita a dire che Narbona fu liberata dall'assedio de' Goti per valore di Aezio generale della milizia cesarea: il che fa vedere che non è sempre sicura la cronologia d'Idacio. Sant'Isidoro[1554] aggiugne che Teoderico fu messo in fuga da Litorio capitano della milizia romana, il quale menava in suo aiuto gli Unni. A quest'anno ancora, o al seguente, s'ha da riferire una scossa grande data al regno de' Borgognoni nelle Gallie. Prospero Tirone[1555] lasciò scritto che si accese una terribil guerra tra i Romani e i Borgognoni, e che essendo venuti ad una giornata campale, Aezio generale de' Romani riportò un'insigne vittoria colla morte di Gundicario re di quei Barbari, la nazion de' quali ivi perì quasi tutta. S. Prospero aggiugne che in quest'impresa gli Unni furono collegati dei Romani, anzi a lor stessi attribuisce questa gran vittoria. E che in questo fatto d'armi intervenisse lo stesso Attila re degli Unni, si raccoglie da Paolo Diacono nelle vite de' vescovi di Metz[1556], dove narra che Attila, dopo avere atterrato Gundicario re de' Borgognoni, si diede a saccheggiar tutte le contrade delle Gallie. Ma convien ben confessare che la storia di questi tempi resta assai scura e mancante di notizie, non sapendo noi dove allora avessero la lor sede gli Unni, i quali di sopra vedemmo cacciati dalle Pannonie; nè come Attila entrasse nelle Gallie, e ne uscisse poco appresso; nè perchè, se era in lega con Aezio, si mettesse poi a devastar esse Gallie. Aggiungasi che Idacio[1557] imbroglia la cronologia, perchè sembra rapportar piuttosto questo fatto all'anno seguente, se è vero ciò che pretende il padre Pagi, cioè che il suo anno d'Abramo 2453 cominci il primo dì d'ottobre dell'anno nostro 436, perciocchè Idacio sotto quell'anno, dopo la liberazion di Narbona, scrive che furono uccisi circa ventimila Borgognoni. Bisogna ancora supporre che gli Svevi nella Gallicia inquietassero i popoli romani, giacchè il medesimo Idacio sotto lo stesso anno racconta che furono spediti per ambasciatori a quella barbara nazione Censorio e Fretimondo per commissione, come si può credere, di Aezio. Per altro non sussiste ciò che racconta Prospero Tirone, cioè che perisse quasi tutta la nazion dei Borgognoni, perchè oltre al vederla tuttavia durare, all'anno 456 troveremo anche i re loro, per attestato di Giordano storico. Abbiamo poi da Marcellino conte[1558] che Teodosio in quest'anno andò a Cizico, città della Misia, per mare; e dopo aver fatti a quella città molti benefizii, se ne tornò a Costantinopoli. Da un rescritto ancora, che vien rapportato dal cardinal Baronio[1559], intendiamo che nel presente anno da esso piissimo Augusto fu relegato in Oasi, luogo di solitudine nell'Egitto, l'empio Nestorio; perchè avendolo prima confinato in un monistero di Antiochia, non lasciava di seminar le sue eresie. Però non si sa vedere quali bilancie adoperasse il cardinal annalista, là dove accusa quel pio imperadore di una peccaminosa indulgenza verso quell'eresiarca. Sbalzato di qua e di là questo mal uomo, e più che mai ostinato nei suoi errori, finì di vivere e d'infettare la Chiesa nel presente anno. Evagrio, Teodoro Lettore, Cedreno e Niceforo scrivono che gli si putrefece la persona tutta, e gli si empiè di vermini la lingua; ma non c'è obbligazione di prestar fede a questo racconto.
NOTE:
[1550] Theod., Epist. XLIII.
[1551] Thesaur. Novus Inscript. Class. Consulum.
[1552] Prosper, in Chronic.
[1553] Idacius, in Chron.
[1554] Isidorus, in Chron. Gothor.
[1555] Prosper Tiro, in Chronic.
[1556] Paulus Diacon., in Vitis Episcopor. Metens.
[1557] Idacius, in Chron.
[1558] Marcell. Comes, in Chron.
[1559] Baron., Annal. Eccl.
Anno di CRISTO CDXXXVII. Indizione V.
SISTO III papa 6. TEODOSIO II imper. 36 e 30. VALENTINIANO III imper. 13.
Consoli
AEZIO per la seconda volta e SIGISBOLDO.
Vedemmo di sopra all'anno 430 Segisvoldo generale dell'armata di Valentiniano in Africa. Egli è quello stesso che nei Fasti del presente anno si truova console, essendo lo stesso nome Sigisboldo e Segisvoldo. Ascese dipoi questo personaggio anche alla dignità di patrizio, facendone fede Costanzo prete nella vita di san Germano vescovo autissiodorense, ossia di Auxerre nella Gallia. In questi tempi, per attestato di san Prospero[1560], non contento Genserico di aver tolto in Africa tanto paese all'imperio romano, si diede ancora a perseguitar i Cattolici, con pensiero di far ricevere a quegli abitanti l'eresia ariana, ch'egli colla nazione vandalica professava. L'odio suo principalmente si scaricò sopra i vescovi cattolici, i quali, senza lasciarsi atterrire dalle minacce e dai fatti di quel Barbaro, sostennero coraggiosamente la vera religione. Fra essi i più riguardevoli furono Possidio vescovo di Calama, Novato di Sitifa e Severiano di non so qual sedia, a' quali furono tolte le basiliche, e dato il bando dalle città. Nelle Gallie poi, siccome lasciò scritto il suddetto san Prospero, in quest'anno Aezio fece guerra ai Goti, avendo per suoi collegati gli Unni che tuttavia stanziavano in quelle parti. E sotto questo medesimo anno ci fa sapere Prospero Tirone[1561] che fu preso Tibatone con gli altri capi della ribellione svegliata nella Gallia ulteriore, parte dei quali tagliata fu a pezzi; e che questa vittoria servì ancora a dileguar le insolenze dei Bagaudi sopra descritti. Avea Valentiniano, quando anche era fanciullo, siccome è detto di sopra, contratti gli sponsali con Licinia Eudossia figliuola di Teodosio II, imperador d'Oriente, quand'anche essa era di tenera età. Ora giunto il tempo di effettuare il matrimonio, Valentiniano si mosse da Roma per mare alla volta di Costantinopoli. Socrate, scrittor di quei tempi, osserva[1562] che erano disposte le cose, e convenuto tra Teodosio e Valentiniano, che le nozze si avessero a fare nei confini dell'uno e dell'altro imperio, e che perciò era stata eletta Tessalonica, ossia Salonichi. Ma Valentiniano con sue lettere fece sapere a Teodosio che non volea permettere tanto incomodo, e che a questo fine egli andrebbe in persona a Costantinopoli. Laonde, dopo avere guernito i più importanti luoghi del suo imperio di buone guarnigioni, passò a quella regal città, dove seguirono le splendide nozze di questi principi. Ma strana cosa è che Socrate riferisce un sì rilevante avvenimento sotto il consolato d'Isidoro e Senatore, cioè nell'anno precedente: laddove Marcellino conte[1563], la Cronica Alessandrina[1564], Cassiodoro[1565] e san Prospero[1566] lo raccontano sotto l'anno presente. E l'autore di essa Cronica Alessandrina scrive che quella suntuosa funzione seguì nel dì 29 d'ottobre. Più sicuro è l'attenersi a tanti autori tutti concordi, che al solo Socrate, al cui testo può essere stato aggiunto da qualche ignorante dei secoli susseguenti quel consolato. Si partì poi Valentiniano colla moglie Augusta da Costantinopoli; ma perchè non si arrischiò di continuare il viaggio per mare in tempo di verno, fermossi colla corte in Tessalonica fino alla nuova stagione. Ma non si dee tacere una particolarità assai rilevante. Solito era presso i Romani, e dura tuttavia il costume, che i mariti prendano non solamente la moglie, ma anche la dote pingue, per quanto si può. Il contrario succedette in queste nozze. Bisognò che Placidia Augusta e il figliuolo Augusto, se vollero conchiudere questo matrimonio, cedessero all'imperador Teodosio la parte dell'Illirico spettante all'imperio d'Occidente. Ne dobbiam la notizia a Giordano storico[1567]. E Cassiodoro[1568] ancora lasciò scritto, che Placidia si procurò una nuora colla perdita dell'Illirico, e che il matrimonio del regnante divenne una division dolorosa per le provincie. Finalmente è da osservare che Valentiniano ed Eudossia erano parenti in terzo grado, e pure niuno degli scrittori notò che per celebrar quelle nozze fosse presa dispensa alcuna.
NOTE:
[1560] Prosper, in Chronico.
[1561] Prosper Tiro, in Chronico.
[1562] Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 44.
[1563] Marcell. Comes, in Chron.
[1564] Chron. Alexandr.
[1565] Cassiodorus, in Chron.
[1566] Prosper, in Chron.
[1567] Jordan., de Success. Regnorum.
[1568] Cassiod., lib. 11, epist. 11.
Anno di CRISTO CDXXXVIII. Indizione VI.
SISTO III papa 7. TEODOSIO II imperad. 37 e 31. VALENTINIANO III imperad. 14.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la sedicesima volta, e ANICIO ACILIO GLABRIONE FAUSTO.
I nomi del secondo console, non conosciuti in addietro, risultano da una iscrizione da me data alla luce[1569]. S'era creduto in passato per fallo dei copisti, che Teodosio Augusto nell'anno 435 avesse pubblicato il Codice, chiamato dal suo nome Teodosiano; ma Jacopo Gotofredo[1570] mise in chiaro, che solamente nel presente anno seguì questa pubblicazione. In fatti si truovano in esso Codice leggi date anche nel 436 e 437. La legge, con cui fu confermato esso Codice da Teodosio, si vede indirizzata a Fiorenzo, che era prefetto del pretorio dell'Oriente in quest'anno, e non già nel 435. Prospero Tirone[1571] anch'egli sotto quest'anno riferisce l'edizion d'esso Codice. Questa nobil fatica e raccolta di leggi imperiali fece grande onore a Teodosio imperatore, essendo stato ricevuto esso Codice, non solo nell'Oriente, ma anche nell'Occidente per l'Italia, Francia e Spagna, e fin presso i Barbari, che s'erano piantati in queste provincie. Questo credito gli avvenne, perchè dianzi la giurisprudenza avea delle leggi contrarie fra loro, e molte d'esse occulte, e sparse qua e là con innumerabili consulti e risposte, di maniera che i giudici e legisti faceano alto e basso, e decideano con sommo arbitrio le cause, mancando loro un intero libro delle costituzioni de' principi. In questo anno pure esso imperador Teodosio lasciò andare Eudocia Augusta sua moglie a Gerusalemme a sciogliere un voto fatto a Dio[1572], se potevano maritar la figliuola, siccome poi loro venne fatto. Anche santa Melania la giovane, allorchè fu in Costantinopoli, avea esortata l'imperadrice alla visita di que' luoghi santi; ed essa Melania, trovandosi poi in Gerusalemme, andò incontro all'imperadrice, e ne ricevette molti onori. Fanno menzione ancora di questa andata Teofane[1573], e l'autore della Miscella[1574] ed Evagrio[1575], e tutti concordano ch'ella ornò di ricchissimi doni le chiese, non solamente di Gerusalemme, ma anche di tutte le città per dove ella passò nell'andare e tornare. Aggiugne di più Evagrio, ch'essa rifece le mura della santa città, e quivi edificò varii monasteri, lasciando dappertutto fama di piissima principessa. Ma Evagrio confonde con quest'andata l'altra, che seguì dopo alcuni anni, e della quale parleremo più abbasso. Accadde ancora in quest'anno, che predicando Proclo vescovo di Costantinopoli le lodi di san Giovanni Grisostomo suo antecessore[1576], il popolo alzò le voci, domandando che il suo corpo fosse riportato in quella città, dove era stato pastore[1577]. Però Teodosio, udito le premure di Proclo e del popolo, puntualmente ne eseguì la traslazione con gran solennità, e con chieder egli perdono, e pregare per gli suoi genitori che aveano perseguitato cotanto un così insigne e santo prelato. E nel presente anno abbiamo da Evagrio[1578], che furono ancora trasportate le sacre ossa dell'incomparabil santo martire Ignazio dal cimitero fuori d'Antiochia entro la città nel tempio appellato Ticheo. Intanto venuta la primavera, Valentiniano Augusto colla real consorte, per attestato di Marcellino conte[1579], partitosi da Salonichi, felicemente si restituì a Ravenna. Duravano tuttavia varii moti di guerra nella Gallia, dove i Goti erano in armi. San Prospero[1580] nota sotto quest'anno che contra di quei Barbari fu combattuto con felicità; ed Idacio[1581] ci fa sapere che riuscì ad Aezio, generale dell'armata imperiale, di tagliar a pezzi ottomila d'essi Goti. Aggiugne il medesimo autore che gli Svevi, dai quali era infestata una parte del popolo della Gallicia, si ridussero a riconfermar la pace. Gravemente s'infermò in questi tempi Ermerico re de' medesimi Svevi, e però dichiarò re suo figliuolo Rechila, il quale appresso Singilio fiume della Betica con un corpo di gente diede battaglia ad Andevoto e lo sconfisse, con restare sua preda un grossissimo valsente d'oro e d'argento. Il Sigonio[1582], a cui mancavano molti aiuti per la storia, che son venuti alla luce dipoi, narra in quest'anno, ma fuor di sito, che i Goti in Ispagna sconfissero Rechila re degli Svevi, e gli tolsero il tesoro. Anzi Rechila fu nell'anno presente vincitore, e quell'Andevoto era capitano dell'esercito romano, perciocchè sant'Isidoro[1583] scrive che Rechila con una gran parte dell'esercito fece giornata con Andevoto duce della milizia romana, che gli era venuto incontro con gran forza, e presso Singilio fiume della Betica il mise in rotta, con venire alle sue mani il tesoro del medesimo. S'era poi formata nell'anno antecedente, per attestato di Prospero[1584], una compagnia di corsari di mare, composta di disertori barbari, cioè Vandali, Goti e Svevi; e costoro nel presente diedero il guasto a molte isole del Mediterraneo, e spezialmente alla Sicilia. Ma abbiamo sotto quest'anno da Marcellino conte[1585], che Cotradi, uno de' capi di questi corsari, con assaissimi suoi seguaci fu preso ed ucciso. Fioriva in questi tempi Valeria Faltonia Proba, moglie di Adelfio proconsole, donna di felice ingegno e scienziata, che compose i Centoni di Virgilio. Ad imitazione di essa anche Eudocia moglie di Teodosio Augusto formò i Centoni d'Omero. Fiorivano ancora san Cirillo vescovo d'Alessandria, e Teodoreto vescovo di Ciro, eccellenti scrittori della Chiesa di Dio.
NOTE:
[1569] Thes. Novus Inscript., pag. 404.
[1570] Gothofred., in Prolegomen. ad Cod. Theodos.
[1571] Prosper Tiro, in Chronic.
[1572] Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 46.
[1573] Theoph., in Chronogr.
[1574] Hist. Miscella, lib. 14.
[1575] Evagr., lib. 1, cap. 20.
[1576] Socrat., lib. 7, cap. 44.
[1577] Baron., Annal. Eccl.
[1578] Evagr., lib. 1, cap. 16. Niceph., lib. 14, c. 45.
[1579] Marcell. Comes, in Chron.
[1580] Prosper, in Chronic.
[1581] Idacius, in Chron.
[1582] Sigonius, lib. 12, de Occident. Imper.
[1583] Isidorus, in Chron. Svevor.
[1584] Prosper, in Chron.
[1585] Marcell., in Chron.
Anno di CRISTO CDXXXIX. Indizione VII.
SISTO III papa 8. TEODOSIO II imperad. 38 e 32. VALENTINIANO III imperad. 15.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la decimasettima volta e FESTO.
Dopo avere impiegati molti mesi l'Augusta Eudocia nella visita de' santi luoghi di Gerusalemme, sen venne ad Antiochia, dove quel popolo, secondochè scritte Evagrio[1586], in memoria sua le innalzò una statua di bronzo, lavorata con molto artifizio. Ed essa poi, in ricompensa di questo onore, fu cagione che Teodosio suo consorte fece una considerabil giunta a quella città, con ampliare il muro sino alla porta che guida al borgo di Dafne. Ma, secondo la Cronica Alessandrina[1587], Eudocia andò ad Antiochia nel suo secondo viaggio ai luoghi santi, siccome vedremo all'anno 448. Finalmente, come narra Marcellino[1588], essa si restituì a Costantinopoli con portar seco le reliquie di santo Stefano protomartire, che furono poste nella basilica di san Lorenzo. Pativasi poi da gran tempo una grave carestia in Oriente, ed attribuendone il piissimo imperador Teodosio la cagione ai Giudei, ai Samaritani, agli eretici, e massimamente ai gentili, i quali, ad onta di tanti editti, seguitavano in segreto a sagrificare ai loro falsi dii, pubblicò in quest'anno un severissimo editto contra dei medesimi, quale si legge fra le di lui Novelle[1589]. Altri editti pubblicati dallo stesso imperadore sopra varie materie in quest'anno si possono vedere fra le stesse Novelle. Sappiamo ancora dalla Cronica Alessandrina che esso imperadore fece in questi tempi le mura alla città di Costantinopoli per tutta la parte che guarda il mare. Ma di Valentiniano Augusto non s'ha memoria alcuna in quest'anno. Egli probabilmente si dava bel tempo in Ravenna, città che nel presente, o nel susseguente anno, come sospetta il padre Bacchini nelle sue annotazioni alle vite de' vescovi ravennati di Agnello[1590], autore del secolo nono, meritò d'avere per suo vescovo san Pier Grisologo, celebre scrittore della Chiesa di Dio, e probabilmente primo arcivescovo di Ravenna, la cui elezione, secondochè s'ha dallo stesso Agnello, fu miracolosa. Nè è da stupire, se dimorando Galla Placidia e Valentiniano III Augusti in Ravenna, volendo essi condecorar quella chiesa, ottennero dal romano pontefice ch'essa fosse eretta in arcivescovato, e che si smembrassero dalla metropoli di Milano molte chiese, per sottoporle al metropolitano di Ravenna. Già dissi che nella concordia seguita in Africa tra il suddetto Augusto Valentiniano e Genserico re dei Vandali, fu dato in ostaggio Unnerico figliuolo del re barbaro all'imperadore per la sicurezza dei patti. Da lì innanzi si studiò l'astuto Genserico di mostrare una tenera amicizia e un totale attaccamento a Valentiniano, tanto che, per attestato di Procopio[1591], gli venne fatto di riavere il figliuolo in libertà, e di vederselo restituito in Africa. Allora fu che l'empio e disleale, mettendosi sotto ai piedi la parola data e i giuramenti, all'improvviso si spinse coll'esercito sotto Cartagine, metropoli dell'Africa, sottoposta da tanti secoli all'imperio romano, e l'occupò. Idacio[1592] scrive che ciò seguì con frode; colle quali parole non si sa s'egli intenda l'avere con finta pace ed amicizia tradito Valentiniano, o pure, come veramente s'ha da san Prospero[1593], l'avere con qualche inganno trovata la maniera d'impadronirsi di quella insigne città. Secondo Marcellino conte[1594], seguì tal presa nel dì 23 d'ottobre del presente anno; secondo Idacio, nel dì 19 d'esso mese, ma dell'anno precedente, se è vero, come vuole il padre Pagi[1595], che Idacio si serva dell'era d'Abramo, il cui anno cominci nelle calende d'ottobre. Meglio è attenersi a san Prospero e a Marcellino su questo punto, e tanto più perchè s'incontrano tal falli di cronologia nella Cronica d'Idacio, sia per difetto suo o dei copisti, che non si può francamente valere della di lui autorità per istabilire con sicurezza i tempi. Fu la misera città di Cartagine posta a sacco, per testimonianza di san Prospero; tormentati i cittadini perchè rivelassero le ricchezze che aveano e che non aveano; spogliate le chiese, e date ai preti ariani, con altre orride crudeltà, specialmente contro i nobili e contro la religione cattolica. Salviano prete di Marsiglia, e zelantissimo scrittore di questi tempi, là dove narra[1596] la perdita di quella gran città, descrive ancora il precedente suo stato, con dire ch'essa per lo splendore e per la dignità gareggiava con Roma, e poteva appellarsi un'altra Roma, perchè quivi si contavano tutti i magistrati ed uffizii, coi quali in tutto il mondo si reggono i popoli; quivi era scuola dell'arti liberali, raro ornamento allora di una città; quivi la filosofia, le lingue, i costumi s'insegnavano; quivi stava una buona guarnigion di soldati coi loro uffiziali, e il governatore dell'Africa, proconsole bensì di nome, ma console quanto alla potenza. Appresso soggiugne che Cartagine era piena di popolo, ma più d'iniquità; abbondante di ricchezze, ma più di vizii, e massimamente di disonestà, ubbriachezze, bestemmie, ladronecci, oppressioni di poveri, idolatrie, odio contra de' monaci servi di Dio, e d'altre malvagità ch'io tralascio. Il perchè Salviano attribuisce a manifesto gastigo di Dio le calamità che si rovesciarono su quella città. Di là fu cacciato il vescovo con assaissimi del suo clero, per quanto s'ha da Vittore Vitense[1597], e l'eresia ariana professata dai Vandali maggiormente si dilatò per l'Africa.
A così funesta disavventura del romano imperio, un'altra se ne aggiunse nelle Gallie. Durava tuttavia in quelle parti la pace tra i Romani e TEODORICO re dei Goti, o vogliam dire Visigoti. LITTORIO conte, che dopo Aezio facea la prima figura nelle armate dell'imperadore, invogliato di superar la gloria d'esso Aezio, ruppe questa pace, e fatto inoltrar l'esercito, determinò di dar battaglia a' Goti, con aver in suo aiuto gli Unni. Costui si fidava assai dei professori della strologia giudiciaria e delle risposte dei demonii, siccome abbiamo dai santi Prospero[1598] ed Isidoro[1599]; laonde imbarcato dalle lor false promesse, attaccò la zuffa, con far sulle prime tal macello di que' Barbari, che gli parea di tenere in suo pugno la vittoria. Ma rimasto lui accidentalmente prigioniero d'essi, l'armata sua non fece altro progresso, e dovette sonare a raccolta. Abbiamo ancor qui la testimonianza di Salviano[1600], che descrive la superbia e la temerità di esso Littorio. Imperocchè i Goti informati delle forze che costui conduceva, bramando la pace, aveano spediti per tempo vescovi a chiederla; ma Littorio ricusò e sprezzò ogni accomodamento. Teoderico, all'incontro, benchè ariano, mettendo la sua speranza in Dio, prima di combattere, prese il cilicio, si diede alle orazioni col suo popolo, e poi uscì alla battaglia; laddove Littorio, fidandosi de' suoi indovini e della forza degli Unni, i quali fecero un mondo di mali dovunque passarono, entrò in campo, ma con rimaner prigioniero. Fu egli condotto legato fra le derisioni della plebe gotica in Tolosa, città, in cui egli si era figurato di entrar vincitore in quel medesimo giorno, e in cui poscia miseramente stette gran tempo fra i ceppi. Cassiodoro ancora, santo Isidoro e Idacio fanno menzione di questa sconfitta de' Romani; ma l'ultimo d'essi storici discordando da Salviano, scrive che Littorio, preso dai Goti, fu da lì a pochi giorni ucciso. Merita ben più fede Salviano che in que' tempi vivea nelle Gallie. Ma non passò molto che vedendo Teoderico dall'un canto tuttavia assai poderose le forze de' Romani; e considerando dall'altro Aezio generale di Valentiniano, che non era bene l'azzardare una nuova battaglia, si trattò e conchiuse la pace fra essi Goti e Romani, avendola specialmente chiesta con più umiltà di prima i Goti. Apollinare Sidonio[1601] attribuisce l'onore di questa pace ad Avito, ch'era allora prefetto del pretorio delle Gallie, e divenne poi imperadore. Viene attestata questa medesima pace da san Prospero, da santo Isidoro, da Idacio e da Salviano. E se noi vogliamo prestar fede a Giordano storico[1602], essa fu fatta sul campo; perchè dopo aver combattuto, senza che alcuno cedesse, conoscendo cadauna delle parti la forza dell'altra, si trattò di accordo, e questo conchiuso, ognuno si ritirò. Aggiugne lo stesso Giordano che per quella pace s'acquistò gran credito Attila re degli Unni; colle quali parole il sembra supporre intervenuto a quel fatto di armi, il che non so se sussista. Narra eziandio san Prospero[1603] sotto questo anno, che Giuliano, famoso partigiano dell'eresiarca Pelagio, rincrescendogli d'avere perduto il vescovato di Eclano, tentò furbescamente di rimettersi in grazia di Sisto III papa, con fingersi ravveduto de' suoi errori. Ma scoperta la frode da Leone diacono, che fu poi nel seguente anno creato papa, fu rigettato da Sisto con plauso di tutti i cattolici. Inoltre abbiamo da Idacio[1604] che in questi tempi riuscì a Rechila re dei Svevi nella Spagna, d'impadronirsi della città di Emerita, oggidì Merida nell'Estremadura. Di Valentiniano Augusto neppur sotto questo anno ci si presenta memoria alcuna, quando non si volesse dire ch'egli in questi tempi facesse fabbricare in Roma la confessione di san Paolo[1605], cioè l'ornamento dell'altare sovrapposto al suo sacro corpo. Pesò esso dugento libbre d'argento: ma molto di più, a mio credere, avranno testi migliori. Fece ancora esso Augusto, secondochè sta scritto in una lettera di papa Adriano, un'immagine d'oro, con dodici porte, e il Salvatore, ornata di gemme preziose, ch'egli, in adempimento di un suo voto, ordinò che fosse posta sopra la confessione di san Pietro apostolo. Inoltre alle preghiere di papa Sisto III[1606] fece una tribuna d'argento nella Basilica Costantiniana, pesante libre seimila e secento dieci, che fu poi rapita dai Barbari. Si ha bensì in quest'anno illustre memoria di Teodosio Augusto, non solamente per le cose già dette, ma ancora per varie leggi da lui pubblicate, che si leggono fra le sue Novelle[1607]. Particolarmente in una di esse egli provvide alle prepotenze di chi con mendicati colori faceva prendere dalla giustizia il possesso de' beni de' poveri. In un'altra ancora raffrenò i calunniatori de' vescovi, proibendo ai cherici e monaci il venire a Costantinopoli senza le dimissorie del proprio vescovo. Socrate, Sozomeno e Teodoreto, storici greci, fiorirono in questi tempi.
NOTE:
[1586] Evagr., Hist., lib. 1, cap. 20.
[1587] Chron. Alexandr.
[1588] Marcellin., in Chron.
[1589] Novell. Theodos. tit. 3, tom. 6 Cod. Theod.
[1590] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom. 2, part. 1, Rer. Italicar.
[1591] Procop., lib. 1, cap. 4.
[1592] Idacius, in Chronico.
[1593] Prosper, in Chron.
[1594] Marcellin. Comes, in Chronico.
[1595] Pagius, Crit. Baron.
[1596] Salvianus, de vero judic., lib. 7.
[1597] Victor Vitensis, de persecutione Vandal., l. 1.
[1598] Prosper, in Chronico.
[1599] Isidorus, in Chron.
[1600] Salvianus, de Provident. Dei, lib. 7.
[1601] Sidonius, in Panegyr. Aviti.
[1602] Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.
[1603] Prosper, in Chron.
[1604] Idacius, in Chronico.
[1605] Baron., Annal. Eccl.
[1606] Anastasius, in Sixto III.
[1607] Codex Theod. in Append.
Anno di CRISTO CDXL. Indizione VIII.
LEONE papa 1. TEODOSIO II imperad. 39 e 33. VALENTINIANO III imper. 16.
Consoli
VALENTINIANO AUGUSTO per la quinta volta ed ANATOLIO.
Nel dì 11 d'agosto, per quanto pretende il padre Pagi[1608], diede fine ai suoi giorni Sisto III, romano pontefice, il quale fabbricò in Roma la basilica di santa Maria Maggiore, ed arricchì d'altri ornamenti preziosi le chiese di Roma: sopra che è da vedere Anastasio bibliotecario[1609], ossia l'autore antichissimo delle Vite de' papi. Stette la sede vacante, per attestato di san Prospero[1610], quaranta giorni, perchè Leone diacono, personaggio di gran credito, era ito in Francia per amicare insieme Aezio, generale di Valentiniano Augusto, con Albino, mandato nella Gallia colla dignità di prefetto del pretorio. Senza di lui il clero e popolo non volle passare ad elezione alcuna, e però gli spedirono con pregarlo di sollecitare il suo ritorno. Appena giunto, sopra di lui si unirono i voti de' sacri elettori, ed egli fu creato papa a dì 22 di settembre, secondo il padre Pagi. Questi è san Leone il grande, di patria romano, piuttosto che toscano: papa glorioso per le sue virtù e memorabili azioni. Intanto Genserico re de' Vandali, dopo avere occupata quasi tutta l'Africa, più che mai seguitò a sfogare il suo odio, non solamente contro i vescovi e il clero cattolico di quelle contrade[1611], ma ancora contra de' nobili di Cartagine, per timore che non si sollevassero contra di lui. Però moltissimi ne spogliò de' beni, e cacciatili in esilio, li costrinse a mendicare il pane nelle provincie del romano imperio: pensione dura, che toccò parimente a non pochi vescovi e ad assaissimi ecclesiastici. Si possono leggere le crudeltà di costui presso Vittore Vitense. Anche Teodoreto ne fa menzione in varie sue lettere. Nè contento Genserico di aver occupato sì vasto e ricco paese, cominciò ancora a meditar voli più grandi. E perciocchè per mala ventura aveano imparato i Vandali il valersi delle navi, in quest'anno esso re loro passò con una flotta in Sicilia, dove, per testimonianza d'Idacio[1612], diede il sacco a non poche parti di quell'isola, ed assediò lungamente Palermo, ma nol potè avere. Cassiodoro[1613] in una delle sue lettere notò che l'avolo suo, nomato anch'esso Cassiodoro, personaggio di dignità illustre, difese la Sicilia e la Calabria dall'invasione dei Vandali. Il motivo per cui Genserico si ritirò dalla Sicilia, e tornò frettolosamente a Cartagine, fu, secondo san Prospero[1614], perch'egli ebbe nuova che Sebastiano conte, di cui parlammo di sopra all'anno 434 e 435, era passato dalla Spagna in Africa. Considerò il re barbaro che sarebbe stato troppo pericoloso per sè e per gli suoi, se durante la sua assenza dall'Africa, un uomo di tanto credito nell'arte della guerra, e già stato generale dell'armi romane, si fosse messo in testa di ricuperar Cartagine. Ma (soggiugne Prospero) Sebastiano andato in Africa, in vece di farla da nimico, si dichiarò amico de' Vandali, sperando fortuna e vantaggi presso di loro: cosa che non gli riuscì, anzi gli costò la vita.
Qui con san Prospero non s'accorda Idacio[1615] nel tempo; perciocchè scrive all'anno 444, che essendo Sebastiano fuggito a Costantinopoli, scoperto che macchinava cose contra lo stato, gli fu detto all'orecchio che se ne andasse. Ed egli si rifugiò presso Teoderico re de' Goti, e da nemico entrò in Barcellona, cercando, per quanto potè, d'impadronirsene. Sembra che quella città ubbidisse allora al romano imperadore, e che Sebastiano, mal soddisfatto di Valentiniano, ostilmente v'entrasse. Noi abbiam già veduto disopra che, per attestato di Marcellino, nell'anno 435 egli scappò da Costantinopoli. Che andasse nelle Gallie, mettendosi sotto la protezion dei Goti, e passasse dipoi in Ispagna, cioè nella Catalogna, l'abbiamo da san Prospero e da Idacio. Nota questo ultimo storico all'anno 445 susseguente, che Sebastiano fu costretto a fuggire da Barcellona, con rifugiarsi in Africa presso i Vandali. Finalmente il medesimo Idacio all'anno 450 scrive che Sebastiano esiliato e ramingo essendosi ricoverato in Africa, e messosi sotto la proiezione di Genserico, poco tempo dopo il suo arrivo fu, per ordine di esso re, svenato. Notizie disordinate, perchè s'egli nel 445 passò in Africa, e poco dipoi gli fu levata la vita, come si può differir la sua morte fino al 450? Cagione di tutti questi brutti salti di Sebastiano, uomo di alto affare e di gran prodezza, fu la persecuzione che andò continuando contro di lui Aezio generale di Valentiniano Augusto, e suo implacabile nemico. Ma Genserico non si fidò punto di Sebastiano, sospettando fraudolenta la sua venuta; e però, preso pretesto ch'egli fosse cattolico, gli propose che per assicurar maggiormente l'alleanza e fedeltà giurata, abbracciasse la setta ariana. Ma egli, costantissimo nella vera religione, amò piuttosto di gloriosamente morire sostenendola, che di guadagnarsi l'amicizia del re barbaro con abbandonarla. Vittore Vitense[1616] è quegli che a lungo narra questo fatto. Come poi san Prospero racconti sotto il presente anno il passaggio di Sebastiano in Africa, e s'egli o Idacio abbia fallato ne' tempi, non si può ben decidere; ma certo nel racconto d'Idacio si scuopre della contraddizione. In quest'anno Teodosio Augusto, per animar la gente alla coltivazion delle terre, ordinò che fossero esenti dai pubblici carichi tutte quelle persone industriose che guadagnassero nelle alluvioni, o nel diseccar le paludi[1617]. Con altro editto[1618] del medesimo Augusto fu fatto sapere ai popoli, che essendosi inteso come Genserico, nemico del romano imperio, era uscito con una riguardevol flotta fuori del porto di Cartagine, senza sapersi su qual paese egli dovesse piombare, contuttochè si sperasse che presto arriverebbe Aezio coll'esercito, e benchè Sigismondo (forse Sigisvoldo) generale delle milizie, avesse fatto le possibili disposizioni per la difesa delle coste: tuttavia si dava la licenza dell'armi a tutti, per potersi opporre al tiranno, dovunque egli comparisse. Andò poi il Barbaro contro la Sicilia, siccome abbiam veduto. In un'altra legge[1619] ordina che tutti i beni del cesareo fisco, passati in mano altrui, ancorchè ecclesiastici, sieno suggetti ai pubblici carichi e tributi. Tralascio altre sue leggi. In questi tempi fiorì san Petronio vescovo di Bologna, registrato da Gennadio[1620] fra gli scrittori ecclesiastici. Adone[1621] il chiama figliuolo di Petronio prefetto del pretorio; e certo si sa da una lettera di sant'Eucherio[1622], suo contemporaneo, ch'esso santo dalla pienissima sede della potestà mondana era passato alla cattedra episcopal di Bologna. Però non è improbabile che anch'egli avesse goduta la dignità medesima di prefetto del pretorio.
NOTE:
[1608] Pagius, in Crit. Baron. ad hunc ann.
[1609] Anastasius, in Sixto III.
[1610] Prosper, in Chron.
[1611] Victor Vitensis, de persec. Vandal., lib. 1.
[1612] Idacius, in Chron.
[1613] Cassiod., lib. 1, epist. 4.
[1614] Prosper, in Chron.
[1615] Idacius, in Chron.
[1616] Victor Vitensis, de persecut. Vandal., lib. 1.
[1617] Novell. 19, in Append., tom. 6. Cod. Theod.
[1618] Novell. 20, ibidem.
[1619] Novell. 21, ibidem.
[1620] Gennadius, cap. 41, de Scriptor. Eccles.
[1621] Ado, in Chron. Ætat. 6.
[1622] Eucher., de contempt. mundi.
Anno di CRISTO CDXLI. Indizione IX.
LEONE papa 2. TEODOSIO II imper. 40 e 34. VALENTINIANO III imper. 17.
Console
CIRO solo.
Questo Ciro fu console in Oriente, nè si sa perchè in Occidente non fosse creato console alcuno per quest'anno. Era Ciro, per attestato di Suida[1623], da Pano città dell'Egitto, pagano di professione, e per la perizia in far versi entrò forte in grazia d'Eudocia imperadrice, giacchè anche essa si dilettava forte di far la poetessa. Con sì alta protezione salì egli ai gradi di general d'armata, di prefetto del pretorio d'Oriente, di prefetto della città di Costantinopoli, di console e di patrizio. Decaduta poi Eudocia, anch'egli cadde, ed abbracciata la religion di Cristo fu creato vescovo, come diremo. Ne parla anche Evagrio nella sua storia. Avendo veduto Teodosio che Genserico coll'invadere la Sicilia, minacciava ancora l'imperio orientale, e saputo che avea preso il titolo di re, determinò in quest'anno di portare contra di lui la guerra in Africa. San Prospero[1624] ci fa sapere che egli mise insieme una gran flotta, e la spinse in Sicilia. Erano duci dell'armata Ariovindo, Anassila e Germano. Ma costoro, ossia che apprendessero il ritorno di Genserico in Sicilia, o per ragione che si addurrà fra poco, non finirono mai di muoversi verso l'Africa; e però passò il presente anno senza operazione alcuna contra de' Vandali, e solamente con aggravio grande della Sicilia. Ma Teofane[1625] riferisce questo fatto all'anno 449, con aggiugnere che la flotta imperiale consisteva in mille e cento navi: dal che atterrito Genserico, mandò ambasciatori a trattar di pace. Intanto esso re barbaro, sempre più temendo che i popoli cattolici dell'Africa si rivoltassero, maggiormente divenne crudele, e perseguitò massimamente i vescovi e il clero; ed assaissimi in tal occasione soffrirono il martirio, siccome abbiamo da sant'Isidoro[1626]. In quest'anno ancora, per attestato d'Idacio[1627], venne a morte Ermerico re degli Svevi in Ispagna, dopo essere stato infermo per sette anni. Egli avea già dichiarato re e successore suo nell'anno 438 Rechila suo figliuolo, il quale in questo medesimo anno stese di molto le sue conquiste, perchè s'impadronì di Siviglia e delle provincie della Betica e di Cartagena. Aggiugne esso storico che inviato Asturio duce dell'una e dell'altra milizia (per quanto si può credere da Aezio generale dell'imperadore) nel territorio di Taragona in Ispagna, quivi disfece una gran moltitudine di Bacaudi, cioè di contadini e d'altri, che ribellatisi ai magistrati padroni, viveano di ladronecci ed assassinii. Prospero Tirone[1628] è poi testimonio che in questi dì Aezio suddetto, dopo aver pacificate le turbolenze della Gallia, se ne tornò in Italia, probabilmente richiamato per unirsi con l'armata di Teodosio contra di Genserico. Ma in questi tempi anche l'imperio greco patì delle disgrazie, come lasciò scritto Marcellino conte[1629]. Imperocchè ad un medesimo tempo si mossero i Persiani, i Saraceni, i Zanni, gl'Isauri e gli Unni, chi da una parte e chi dall'altra, e devastarono molte contrade de' cristiani sottoposte all'imperio suddetto. Teodosio Augusto spedì contra di costoro Anatolio, dianzi console, ed Aspare, suoi generali, la bravura de' quali mise freno a que' Barbari, e gl'indusse a far tregua per un anno. Ma in questa non dovettero entrare gli Unni, perchè seguita a dire lo stesso istorico, che costoro con grandi forze entrarono nell'Illirico, e diedero l'ultimo eccidio a Naisso, a Singiduno e a moltissime altre terre di quelle romane provincie. Racconta egli finalmente, e lo scrisse ancora l'autore della Cronica Alessandrina[1630], come cosa notabile, che in quest'anno Giovanni, di nazione Vandalo, generale dell'imperadore, fu ucciso in Tracia, per frode di Arnegisclo, ossia Arnegisco, generale della Dacia, oppur della Tracia, che restò poi morto in una battaglia contro gli Unni, siccome vedremo all'anno 447. Parimente Teofane[1631] racconta questo fatto, ma fuor di sito, cioè all'anno 38 di Teodosio Augusto. E più precisamente impariamo da lui che questo Giovanni, per soprannome Vandalo, avea cominciato in Roma a far da tiranno contra di Valentiniano Augusto. Ma che inviati da Teodosio Augusto Aspare ed Artaburio suoi generali, costui fu sconfitto in una battaglia; ed essendosi egli sotto la lor parola dato in lor mano, fu condotto a Teodosio, e procurato che venisse provveduto di qualche posto. Ma Crisafio eunuco, allora potentissimo nella corte, con inganno il fece levar di vita: la quale iniquità Dio permise che da lì a poco restasse punita. Essendo succeduta nel 449, o piuttosto nel 450, la caduta di Crisafio, si scorge a qual tempo Teofane riferisca la morte di questo Vandalo: cosa che non può stare, perchè Arnegisco fu ucciso nell'anno 447. Strano è che in Roma succedesse la sollevazion di costui, e ch'egli fosse poi atterrato in un conflitto dai generali di Teodosio, e che gli antichi non abbiano messo meglio in chiaro questo notabil fatto. Pubblicò in questi tempi esso Augusto una legge[1632], in cui proibì ai conti delle scuole militari di battere e degradare gli uffiziali subalterni. Con altre leggi dichiarò che a niuno dei difensori delle città fosse permesso il depor la sua carica senza la licenza dell'imperadore; e che non si potesse opporre la prescrizione quando si trattava degli aggravii e delle imposte del pubblico.
NOTE:
[1623] Suidas, in Lexico, verb. Cyrus.
[1624] Prosper, in Chron.
[1625] Theoph., in Chronic.
[1626] Isidorus, in Chronico Vandal.
[1627] Idacius, in Chron.
[1628] Prosper Tiro, in Chron.
[1629] Marcell. Comes, in Chronico.
[1630] Chronicum Alexandrinum ad hunc. ann.
[1631] Theoph., in Chronograph.
[1632] L. viris spectabil. Cod. Justinian. de Privil. Scholar.
Anno di CRISTO CDXLII. Indizione X.
LEONE papa 3. TEODOSIO II imper. 41 e 35. VALENTINIANO III imper. 18.
Consoli
DIOSCORO ed EUDOSSIO.
Il primo console si truova chiamato Flavio Dioscoro in un'iscrizione riferita da me altrove[1633]. Più volte finora si è parlato degli Unni, barbari settentrionali, che abitavano nella Scitia, che oggidì appelliamo Tartaria. Un grosso corpo di essi era entrato nelle Gallie, collegati coi Romani. Ma il nerbo di quella nazione barbarica tuttavia si fermava nelle sue fredde contrade, e costoro avevano già cominciato a maltrattare i paesi dell'imperio orientale. Secondo il padre Pagi, in quest'anno fecero di peggio, se pure si ha da mettere sotto l'anno presente, e non piuttosto nell'antecedente, questa loro irruzione. Per attestato di Marcellino conte[1634], nel precedente anno Bleda ed Attila, re d'essi Unni e d'altri popoli della Tartaria, saccheggiarono l'Illirico e la Tracia. Ma più chiaramente parla di questa turbolenza l'autore della Miscella[1635], con dire che Attila re degli Unni, uomo forte e superbo, mentre signoreggiava insieme con Bleda suo fratello, entrò nell'Illirico e nella Tracia, con dare crudelmente il guasto a que' paesi, ed impadronirsi di tutte quelle città e castella, a riserva di Adrianopoli e di Eraclea. Perciò fu richiamato indietro l'esercito che era ito in Sicilia con intenzioni di far la guerra in Africa contra di Genserico. Non ci è disdetto il sospettare che lo stesso Genserico stuzzicasse gli Unni a muoversi contra dell'imperadore greco, per liberare sè stesso dai pericoli che gli soprastavano. Vedremo in breve i maneggi segreti che passavano fra questi Barbari, benchè divisi fra loro da tanto paese. Giordano storico[1636], seguitato qui dal Sigonio, lasciò scritto anche egli che Attila unito coi Gepidi, dei quali era in que' tempi re Arderico, e coi Goti e Valani, e con altre diverse nazioni, e coi re loro, diede il sacco a tutto l'Illirico, alla Tracia, all'una e altra Mesia, e alla Scitia, cioè alla Tartaria minore; e che avendo Teodosio spinto con quante forze potè Arnegistio, ossia Arnegisco, suo generale, per arrestar questo torrente, si venne ad un fatto d'armi con gli Unni presso Marcianopoli, principale città della Mesia, così appellata da Marciana sorella di Traiano imperadore, ed in esso il generale cesareo lasciò la vita. Ma questa battaglia e la morte di Arnegisco succedette alcuni anni dopo, cioè nel 447, per quanto scrive Marcellino conte. Di questa irruzione degli Unni parlano ancora Cassiodoro[1637] e la Cronica Alessandrina[1638]. Il padre Pagi[1639] crede che nell'anno precedente seguisse una battaglia fra l'armata di Teodosio ed Attila re degli Unni, presso la Chersoneso, ossia penisola della Tracia, e che nel presente seguisse la pace fra loro. Rapporta egli le parole di Prisco retorico[1640], prese dagli estratti delle legazioni, stampati nel primo tomo della Bizantina. Ma non si raccoglie sicuramente da Prisco, autore per altro di quei tempi, e che ebbe mano in que' medesimi scabrosi affari, l'anno di quella pace, potendo essere che la medesima fosse trattata e conchiusa solamente dopo la battaglia che dicemmo data da Arnegisclo nell'anno 447, perchè di questa sola parlano gli antichi storici. Però d'essa mi serbo il farne menzione allora. Sotto il presente anno sì Idacio[1641] che Marcellino[1642] scrivono che si vide in cielo un'insigne cometa, e che le tenne dietro la peste, la qual si diffuse per tutto il mondo. Intanto Genserico re de' Vandali in Africa, non contento di esercitare la sua crudeltà contra di que' popoli, e soprattutto contra dei cattolici, colla sua intollerabil superbia, originata dai fortunati successi dell'armi sue, venne anche in odio ai primarii uffiziali della sua corte ed armata. San Prospero[1643] è quegli che racconta il fatto. Però alcuni di essi macchinarono una congiura contra di lui; ma scoperti, pagarono dopo gravi tormenti colla vita il fio della mal condotta impresa. E perciocchè il re crudele sospettò di moltissimi altri, anch'essi li levò dal mondo, di maniera che venne ad indebolirsi più per questo domestico accidente, che se fosse stato sconfitto in guerra. Probabilmente di qui avvenne che Genserico diede orecchio ai trattati di pace, alla quale era portato anche Valentiniano Augusto, il quale non poteva di meno, al mirare addosso all'imperio d'Oriente quel gran diluvio di barbari Unni, d'esserne soperchiato anch'egli nelle parti sue. Fu conchiusa essa pace, e restò, in vigor d'essa, all'imperador d'Occidente qualche provincia in Africa; ma qual fosse, nol so io dire. Cominciò in questi tempi, siccome osservò il padre Pagi, l'eresia d'Eutiche, ossia Eutichete, in Oriente. E Teodosio Augusto pubblicò un editto[1644] per mettere freno alle frodi e concussioni che facevano i suoi ministri nel prendere la quarta de' beni che i curiali lasciavano dopo di sè, da applicarsi al fisco, ordinando che tutta l'eredità passasse ne' figliuoli, nipoti, pronipoti, e nel padre, avolo e bisavolo maschi, con altre riserve e provvisioni. E Valentiniano Augusto con sua legge[1645] data in Ravenna ampliò i privilegi de' causidici; e con un'altra restituì ai conti del sacro e privato erario la facoltà di condannare i giudici, che dianzi era stata loro levata, per mettere briglia all'avarizia de' palatini. È noto che questa legge è data in Spoleti a dì 27 di settembre: il che ci può far conghietturare che Valentiniano nel presente anno andasse a Roma.
NOTE:
[1633] Thesaur. Novus Inscript., pag. 406.
[1634] Marcell. Comes, in Chron.
[1635] Histor. Miscell., lib 14.
[1636] Jordan., de Regnor. success.
[1637] Cassiod., in Chron.
[1638] Chron. Alexandr., ad hunc ann.
[1639] Pagius, in Crit. Baron.
[1640] Priscus, in Excerpt. Legation.
[1641] Idacius, in Chronic.
[1642] Marcell. Comes, in Chronico.
[1643] Prosper, in Chron.
[1644] Novell. II, 2, tom. 6 Append. Cod. Theod.
[1645] Novell. 34, ibid.
Anno di CRISTO CDXLIII. Indizione XI.
LEONE papa 4. TEODOSIO II imp. 42 e 36. VALENTINIANO III imperad. 19.
Consoli
PETRONIO MASSIMO per la seconda volta e PATERNO, o piuttosto PATERIO.
Il padre Pagi[1646] pretende che Paterio, e non già Paterno, sia il console di questo anno. Il Relando[1647] preferisce Paterno. Ma facile è che il nome non tanto usuale di Paterio dagl'ignoranti copisti sia stato mutato in Paterno; e le ragioni del Pagi sembrano più gagliarde. In quest'anno abbiamo, per testimonianza di Marcellino[1648] conte, essere caduta tanta neve, che durò sei mesi sopra la terra, e per cagione dello smoderato freddo perirono migliaia d'animali. Egli aggiugne che Teodosio imperadore tornò dalla spedizione d'Asia a Costantinopoli. Altrettanto abbiamo dalla Cronica Alessandrina[1649]. Ma contra chi fosse tale spedizione, niuno lo scrive. Certo non fu contra gli Unni, perchè questi per allora non passarono in Asia. Nel presente anno, per attestato di san Prospero[1650], riuscì alla vigilanza di san Leone papa di scoprire in Roma stessa una gran ciurma di Manichei nascosti, i quali furono da lui obbligati a rivelare tutta l'empietà delle loro dottrine, e i lor libri consegnati al fuoco. Giovò a tutto il cattolicismo questa scoperta, perchè si venne a sapere in quali provincie e città dimorassero segretamente i lor falsi vescovi e preti, di modo che sì in Occidente che in Oriente provvidero i vescovi all'infezione che andavano seminando. E san Leone sopra ciò scrisse delle istruzioni a tutti. In Ispagna, per relazione di Prospero Tirone[1651], gli Alani, re o capo de' quali era Sambida, partirono fra loro le ville abbandonate dai popoli della città di Valenza. E da Idacio[1652] sappiamo che, in luogo di Asturio generale dell'armata imperiale di Spagna, fu mandato dall'imperador Valentiniano Merobaude, persona nobile, e che per lo studio dell'eloquenza, e specialmente pel suo buon gusto nell'arte, poteasi paragonar con gli antichi, e per questi suoi meriti fu onorato di molte statue. Appena egli ebbe posto il piede in Ispagna, che mise freno all'insolenze de' Bacaudi, rustici ribelli, come di sopra accennai, che infestavano Aracillo città della Cantabria, oggidì Biscaia. Ma questo valentuomo poco durò in quell'impiego, perchè per invidia d'alcuni fu richiamato d'ordine di Valentiniano Augusto a Roma. Nel presente anno esso Augusto pubblicò una legge[1653], con cui vieta il poter procedere contra dei poveri africani, che, spogliati di tutto, s'erano fuggiti in Italia, per obbligarli a pagare i debiti e le sigurtà da lor fatte. Altre leggi si sono emanate da lui in quest'anno, e due specialmente date in Roma nella piazza di Traiano: il che ci fa intendere ch'esso imperadore fu in quest'anno sul principio di marzo a consolare il popolo romano colla sua presenza. Nell'agosto poi susseguente egli si truova in Ravenna. Accadde in questi tempi, come osservano il cardinal Baronio ed il Pagi, che l'insigne scrittore e vescovo di Ciro, Teodoreto, creduto fautore degli errori di Nestorio, fu per ordine di Teodosio Augusto sequestrato nella sua diocesi.
NOTE:
[1646] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.
[1647] Reland., in Fastis.
[1648] Marcell. Comes, in Chron.
[1649] Chron. Alexandr.
[1650] Prosper, in Chron.
[1651] Prosper Tiro, in Chron.
[1652] Idacius, in Chron.
[1653] Novell. 22, tom. 6 Cod. Theod.
Anno di CRISTO CDXLIV. Indizione XII.
LEONE papa 5. TEODOSIO II imper. 43 e 37. VALENTINIANO III imperad. 20.
Consoli
TEODOSIO AUGUSTO per la diciottesima volta ed ALBINO.
Regnavano nella Scitia, ossia Tartaria, i due fratelli Bleda ed Attila, siccome è detto di sopra; e Bleda pare che avesse più popoli sottoposti che il fratello Attila. Ma potendo più nel cuor d'Attila l'ambizione che la ragione, e perchè egli non amava di aver compagno nel trono, fraudolentemente uccise Bleda, per quanto narra san Prospero, nel presente anno[1654], e dopo lui Cassiodoro[1655], con forzar tutte quelle popolazioni a rendere ubbidienza a sè stesso. Lo attesta anche Giordano storico[1656], con aggiugnere che questo re crudele mise insieme un'immensa armata, per desiderio di soggiogare i Romani e Visigoti; e correa voce che in questo terribil esercito si contassero cinquecento mila persone: numero probabilmente ingrandito dal timore di allora. Ciò può farci sospettare che Attila non fosse mai passato nella Gallia, come parve di sopra che supponesse lo storico suddetto. Marcellino conte[1657] riferisce all'anno seguente la morte di Bleda. Attesta ancora questo scrittore che morì nell'anno presente, in età di quarantacinque anni, Arcadia, figliuola d'Arcadio imperadore, e sorella di Teodosio Augusto, la quale, seguendo le pie esortazioni di Pulcheria Augusta sua sorella, conservò la verginità fino alla morte. Ella godeva il titolo di nobilissima, e fabbricò in Costantinopoli le terme appellate Arcadiane. Gennadio[1658], in iscrivendo che Attico, vescovo di Costantinopoli, indirizzò un libro della fede e verginità alle regine figliuole d'Arcadio imperadore, vi comprende ancora questa principessa, molto lodata per la sua pietà e per altre virtù. Finì ancora di vivere nel presente anno san Cirillo, celebre vescovo d'Alessandria, e scrittore insigne della Chiesa di Dio, al cui zelo principalmente si dee l'abbattimento di Nestorio e della sua eresia. Era contra di lui esacerbato Teodoreto, famoso vescovo di Ciro, e dopo la di lui morte ne sparlò non poco; ma le virtù di Cirillo sono sopra le appassionate dicerie di Teodoreto. Sotto questo anno mette l'autore della Cronica Alessandrina[1659] la discordia nata fra Teodosio Augusto ed Eudocia sua moglie. Ma perchè il padre Pagi pretende ciò accaduto anche più tardi, ne parleremo più abbasso. Certo la cronologia si truova ben imbrogliata in questi tempi. San Leone papa seguitò nel presente anno a scoprire tutte le ribalderie de' manichei in Roma, e pubblicò il processo fatto contra di loro. Essendo poi stato in luogo di san Cirillo eletto vescovo di Alessandria Dioscoro, egli non tardò a spedire un'ambasceria al romano pontefice. Costui era creduto uomo di rara pietà, e certamente fu nemico di Nestorio; ma non tardò a scoprirsi sotto la pelle di agnello un lupo. Veggonsi in quest'anno alcune leggi di Teodosio e Valentiniano[1660] che riguardano le esenzioni e i tributi da pagarsi.
NOTE:
[1654] Prosper, in Chronic.
[1655] Cassiod., in Chronic.
[1656] Jordan., de Reb. Get., cap. 35.
[1657] Marcell. Comes, in Chron.
[1658] Gennad., de Script. Eccl.
[1659] Chron. Alexand.
[1660] Append. tom. 6, Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CDXLV. Indizione XIII.
LEONE papa 6. TEODOSIO II imper. 44 e 38. VALENTINIANO III imperad. 21.
Consoli
VALENTINIANO AUGUSTO per la sesta volta e NOMO, ossia NONIO.
In una iscrizione da me pubblicata nell'appendice, tom. IV della mia Raccolta, il secondo console si vede appellato Abinio. Avvenne in Costantinopoli in quest'anno, per testimonianza di Marcellino conte[1661], che, svegliatosi nel circo un tumulto e una rissa popolare, quivi restarono non pochi privi di vita. Forse ancora appartiene a questi tempi ciò che narra Prospero Tirone[1662], cioè che i barbari Alani, ai quali Aezio patrizio avea assegnate delle terre nella Gallia ulteriore da dividersi con gli abitatori di quelle contrade, trovando della resistenza negli antichi padroni d'esse terre, misero mano all'armi, e s'impadronirono di tutto per forza. Aggiugne ancora che la Sabaudia, oggidì la Savoia, fu assegnata a quei Borgognoni ch'erano rimasti in vita dopo l'eccidio del loro regno (accennato di sopra) da dividersi con quei paesani. Questa è la prima certa notizia che s'abbia del nome della Sabaudia; perchè non sappiam di sicuro che Ammiano Marcellino[1663] ne parli, essendo scorretto il suo testo, ed avendovi per conghiettura riposto Adriano Valesio il suddetto nome. Abbiamo parimente da Idacio[1664] che in Astorga città della Gallicia furono scoperti varii manichei, e ne fu fatto processo, il quale da esso Idacio e da Turibio vescovi fu inviato ad Antonino vescovo di Merida. Ed ecco il frutto delle istruzioni che in questi medesimi tempi furono mandate da san Leone papa a tutte le provincie cattoliche. Aggiugne esso Idacio che i Vandali all'improvviso sbarcarono in Gallicia, e ne asportarono assaissime di quelle famiglie. Cominciò in quest'anno Dioscoro, vescovo d'Alessandria, uomo violento, a perseguitar i parenti di san Cirillo, fomentato in ciò da Nomo console: sopra di che son da vedere il cardinal Baronio e il padre Pagi. Non bastò al vigilantissimo papa san Leone di scoprire in Roma i manichei, e di far palesi a tutti le loro empie e ridicole opinioni: si servì ancora del braccio secolare per metterli in dovere, con avere ottenuto da Valentiniano Augusto un editto[1665], in cui ordina che costoro sieno cacciati dalla milizia e dalle città, che restino esclusi dalle successioni, con altre pene che quivi si possono leggere. E perciocchè Ilario, vescovo di Arles, si attribuiva troppa autorità sopra i vescovi della Gallia, san Leone ottenne dal medesimo Augusto un altro rescritto[1666], indirizzato ad Aezio generale, nel quale fu provveduto ai diritti del sommo pontefice. Sopra questa controversia abbiamo una dissertazione del Quesnel nell'edizione delle opere di san Leone. Per altro si smorzò presto questo fuoco, ed Ilario fu ed è tuttavia riconosciuto per uomo santo. Diede egli fine ai suoi giorni nell'anno 449. È degno d'osservazione un editto[1667], indirizzato in quest'anno da Valentiniano Augusto ad Albino prefetto del pretorio, da cui apparisce che i Numidi e i Mori Sitifensi avevano inviati i loro ambasciatori ad esso imperadore, acciocchè fossero regolati i tributi dovuti al fisco: il che fu fatto. Quivi ancora si vede nominata Costantina, città della Numidia, alla cui plebe, non meno che ai curiali, si conservano i privilegii. Di più, è ivi ordinato che chiunque nelle provincie africane pertinenti all'imperadore vorrà appellarsi, l'appellazione andrà al prefetto di Roma. Ed erano tuttavia al governo di quelle provincie un duce, un consolare e un presidente con altri ufficiali. Per tanto di qui intendiamo che almeno una parte della Numidia e le due Mauritanie e qualche altra provincia dell'Africa restavano tuttavia sotto il dominio di Valentiniano imperador d'Occidente. A tali notizie si aggiunga ciò che Vittore Vitense scrive, dicendo che Genserico partì le conquiste da lui fatte in Africa col suo esercito. Prese per sè la provincia Bizacena, l'Abaritana, la Getulia e parte della Numidia; e divise all'esercito la provincia Zeugitana, ossia la Proconsolare, dove era Cartagine; e che le altre provincie devastate rimasero in potere dell'imperadore. Da essa legge, e da altre ch'io tralascio, noi ricaviamo che ne' mesi di maggio, giugno e luglio Valentiniano soggiornava in Roma. La cronologia di Teofane[1668] è in questi tempi imbrogliata. E però non so se appartenga al presente anno ciò ch'egli narra di Antioco patrizio e balio dell'imperador Teodosio, il quale per la smoderata sua superbia fu degradato da esso Augusto, e forzato a farsi cherico, con restar anche confiscato il suo palagio. E perchè costui era eunuco, uscì un editto che niuno di tal razza, assai numerosa allora in Oriente, potesse da lì innanzi salire alla dignità di patrizio.
NOTE:
[1661] Marcell. Comes, in Chron.
[1662] Prosper Tiro, in Chronic.
[1663] Ammianus Marcell., lib. 15, cap. 11.
[1664] Idacius, in Chron.
[1665] Cod. Theod. Append. tom. 6. Novell., lib. 2, tit. 2.
[1666] Ibid., tit. 24.
[1667] Ibid., tit. 23.
[1668] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO CDXLVI. Indizione XIV.
LEONE papa 7. TEODOSIO II imper. 45 e 39. VALENTINIANO III imperad. 22.
Consoli
FLAVIO AEZIO per la terza volta e QUINTO AURELIO SIMMACO.
Per attestato di Marcellino conte[1669], in quest'anno fu gravemente afflitta la città di Costantinopoli dalla fame, e a questo malore tenne dietro la peste. Attaccatosi anche il fuoco al tempio maggiore di essa città, tutto andò in preda delle fiamme. Abbiamo inoltre da Idacio[1670], che mandato in Ispagna Vito generale dell'armata cesarea, costui con un rinforzo ancora di Goti andò a fare il bravo nella provincia di Cartagine e nella Betica, figurandosi di poter ricuperare dalle mani degli Svevi quelle contrade. Ma sopraggiunto con le sue forze Rechila re d'essi Svevi, il coraggioso condottier de' Romani si raccomandò alle gambe: il che fu cagione che gli stessi Svevi diedero un terribil guasto a quel paese. Intanto i popoli della Bretagna erano fieramente infestati, non solo dai Pitti, gente barbara venuta ne' precedenti secoli in quella parte della gran Bretagna che oggidì appelliamo Scozia, ma eziandio dagli Scoti, anch'essi barbara gente, che s'erano anticamente impadroniti dell'Ibernia, oggidì Irlanda, e che diedero poscia il nome alla Scozia, dappoichè n'ebbero cacciati i Pitti. Abbiamo da Beda[1671] e dall'autore della Miscella[1672] che i Britanni in quest'anno mandarono, per cagione di questa calamità, una lettera piena di lagrime e di guai ad Aezio generalissimo di Valentiniano e console la terza volta, scongiurandolo d'inviar loro soccorsi, perchè non poteano tener saldo contra la forza di quei Barbari veramente crudeli. Scrisse san Girolamo[1673] di aver veduto nella Gallia, quando era giovane, alcuni degli Scoti, gente britannica, i quali mangiavano carne umana. E che costoro, benchè trovassero alla campagna gregge di porci, buoi e pecore, pur solamente si dilettavano di tagliar le natiche ai pastori e le mammelle alle donne, tenendo questo pel miglior boccone delle lor tavole. Aezio compatì i Britanni, ma non potè dar loro aiuto alcuno, perchè era necessitato a tener di vista Attila re degli Unni, che andava rodendo varie provincie, con prendere e desolare città e castella. Questa narrazione, autenticata da Beda, ci fa intendere che Attila seguitava tuttavia a tener in apprensione tanto l'imperio orientale quanto l'occidente, con far delle scorrerie e rovinar città nelle provincie romane. Forse anche a questi tempi, e non già, come pretende il padre Pagi, è da attribuire l'invasione e la pace degli Unni, ch'egli rapporta all'anno 441 e 442.
Questo ferocissimo re Attila, di professione idolatra, signoreggiando ad immensi popoli, era talmente salito in credito di crudeltà e potenza, che facea paura all'Europa tutta. Prisco istorico, che, per testimonianza di Giordano[1674], fu inviato a lui ambasciatore da Teodosio Augusto, lasciò scritto: che avendo egli passato nel suo viaggio la Tisia, la Tibisia e la Dricca (forse il Tibisco e la Drava), arrivò a quel luogo, dove Fidicola, il più bravo dei Goti, fu ucciso per inganno dei Sarmati. Poco lungi trovò un borgo, in cui era il re Attila, borgo a guisa di una città vastissima colle mura di legnami così ben commessi, che non si scopriva la lor commessura. V'erano vaste sale, camere e portici con pulizia disposti, e nel mezzo un ampio cortile che dava assai a conoscere essere quello un palazzo regale. E tale era l'abitazion barbarica d'Attila, ch'egli preferiva a tutte le città da lui prese. Descrivendo poi la persona d'Attila, aggiugne che spirava superbia il suo passeggiare, girando egli di qua e di là gli occhi, acciocchè dal movimento stesso del corpo apparisse la sua possanza. Era vago di guerreggiare, ma procedeva con riguardo ne' combattimenti; a chi il supplicava, compariva indulgente; e il trovava favorevole chiunque si arrendeva a lui sulla sua parola: di statura bassa, con petto largo, testa grande, occhi piccioli, poca barba, capelli mezzo canuti, naso schiacciato, di colore scuro: uomo, secondo il suo naturale, di sommo ardire, ma accresciuto dall'essergli stata portata da un bifolco una spada, trovata per accidente, ch'egli si figurò essere la spada di Marte. Per altro certa cosa è che gli Unni, presso i Latini Hunni, furono popoli della Scitia, cioè della Tartaria, la quale si stende per un immenso tratto dell'Asia settentrionale. Chunni sono ancora chiamati dagli antichi, perchè pronunziavano con asprezza l'aspirazione. Ammiano Marcellino[1675], descrivendo i movimenti di costoro circa l'anno di Cristo 375, ce li rappresenta tali, quali appunto anche oggidì sono i Tartari confinanti colla Russia; gente fiera, avvezza a vivere sotto le tende e al nudo cielo, e a sofferire il sole e la pioggia e la neve, servendosi di rado di tetto alcuno, vivendo, come le bestie, di radici d'erbe e di carne mezzo cruda. Senza abitazione fissa passavano da un luogo all'altro, e combattevano su cavalli brutti, ma veloci, non mai con ischiere ordinate, ma tumultuariamente, fuggendo, tornando, secondochè se la vedeano bella. Il loro vestito era di pelli d'animali; e perchè non nascesse loro la barba, si abbrustolavano le guance con ferri infocati, di modo che parevano piuttosto bestie da due piedi, o fantocci di legno fatti con un'accetta, che uomini. Fin dove arrivasse allora il dominio di Attila, nol possiam discernere. Probabile è che avesse già stese le stabili sue conquiste fino al Danubio, con passar anche di qua, e che possedesse, se non tutta, almeno in parte la Sarmazia, oggidì Polonia, e la Dacia antica, cioè quella che è oggidì Transilvania, con altri paesi. Si sa ancora da Prisco che Attila avea assediata e presa la città di Sirmio vicina a Tauruno, oggidì Belgrado. Però, come già avvertì il Bonfinio[1676], e come si ricava dall'autore della Miscella[1677], da san Prospero[1678] e da Giordano storico[1679], gli Unni signoreggiavano anche nella Pannonia. Già abbiam detto che costoro erano colle scorrerie penetrati di qua dal Danubio con devastare la Mesia e la Tracia. Ed appunto Prospero Tirone[1680], dopo aver narrato la morte di Bleda, ucciso dal fratello Attila, al susseguente anno scrive che l'Oriente patì una terribil rovina, perchè non meno di settanta città furono date a sacco e devastate dagli Unni, non avendo potuto Teodosio Augusto impetrare soccorso alcuno dall'imperador d'Occidente. Diede in quest'anno Valentiniano Augusto due leggi[1681] in Roma, colle quali prescrive buone regole, affinchè sieno valide le ultime volontà delle persone.
NOTE:
[1669] Marcell. Comes, in Chron.
[1670] Idacius, in Chron.
[1671] Beda, Histor. lib. 1, cap. 13.
[1672] Histor. Miscell., lib. 14.
[1673] Hieron., lib. 2 contra Jovinian.
[1674] Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.
[1675] Ammian., lib. 31, cap. 2.
[1676] Bonfinius, Rer. Hungar., decad. 1, lib. 3.
[1677] Histor. Miscell., lib. 14.
[1678] Prosper, in Chron.
[1679] Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.
[1680] Prosper Tiro, in Chron.
[1681] Cod. Theod., tom. 6, in Append.
Anno di CRISTO CDXLVII. Indizione XV.
LEONE papa 8. TEODOSIO II imper. 46 e 40. VALENTINIANO III imper. 23.
Consoli
GALLIPIO, ossia ALIPIO, ed ARDABURIO.
Fu quest'anno funesto per la città di Costantinopoli, perchè, secondochè attesta Marcellino conte[1682], con cui si accorda la Cronica Alessandrina[1683], sì terribili tremuoti si fecero in essa sentire, che caddero in gran parte le mura di quell'augusta città con cinquantasette torri. Si stese sopra altre città lo stesso flagello, a cui tenne dietro la carestia e un pestilente odore dell'aria colla morte di molte migliaia d'uomini e di giumenti. Nicefero[1684] più diffusamente racconta i lagrimevoli effetti di questi tremuoti, che durarono, sentendosi di tanto in tanto le loro scosse, per sei mesi, e fecero poi gran rovina nella Bitinia, nelle due Frigie, nell'Ellesponto, in Antiochia e in altre contrade d'Oriente, di modo che il popolo di Costantinopoli coll'imperadore, temendo sempre d'essere seppelliti sotto le case traballanti, uscirono alla campagna. A questa domestica calamità s'aggiunse l'esterna, perchè, segue a dire il suddetto Marcellino, che il re Attila con passi nimici venne fino alle Termopile, passata la Tessaglia; e che Arnegisco generale d'armata nella Dacia Ripense per l'imperador Teodosio, combattendo bravamente contra l'esercito d'Attila, dopo aver fatta grande strage de' nemici, rimase anch'egli ucciso sul campo. Nella Cronica Alessandrina[1685] si vede registrato il fatto medesimo, se non che Arnegisco vien chiamato generale di armata nella Tracia, ed egli probabilmente difendeva l'una e l'altra provincia. Ivi è scritto di più, che in quest'anno fu ricuperata Marcianopoli città della Mesia presso il Ponto Eusino, ossia mar Nero. Sotto quest'anno narra Idacio[1686] che furono portati in Ispagna gli scritti di san Leone papa contra dei Priscillianisti eretici, e sopra ciò esiste una sua lettera a Turibio vescovo d'Astorga. Scrisse eziandio il santo pontefice a Gennaro, vescovo d'Aquileia, e a Settimio, vescovo d'Altino, contro i Pelagiani, che in quella provincia alzavano la testa. Ma intorno a ciò son da vedere gli Annali del cardinal Baronio, la Storia pelagiana del cardinal Noris, e il Pagi sopra gli Annali di esso Baronio. Per testimonianza di Prospero Tirone[1687], cominciò a regnare in quest'anno sopra i Franchi, popoli della Germania, Meroveo, essendo mancato di vita Clodione, il quale, per attestato di Prisco[1688] retorico, fu veramente padre di esso Meroveo. E da questo principe discese la linea merovingia dei re di Francia, ch'ebbe poi fine a' tempi del re Pippino. In quest'anno ancora, secondo l'opinione del padre Pagi[1689], terminò i suoi giorni san Procolo patriarca di Costantinopoli, ed ebbe per successore san Flaviano. Narra Niceforo Callisto[1690] che Crisafio eunuco, dai cui cenni era allora aggirata la corte di Teodosio imperadore, pretendeva che Flaviano mandasse un regalo ad esso Augusto per l'elezione e consecrazione fatta di lui. Flaviano gl'inviò dei pani benedetti, ma non già oro, come sperava l'eunuco. E quindi nacque l'odio di esso Crisafio contra di Flaviano, e il desiderio di farlo deporre. Ma perciocchè non gli sarebbe mai venuto fatto, finchè Pulcheria Augusta, sorella di Teodosio imperadore, continuava nell'autorità grande che ella godeva in corte e presso il fratello, pensò prima a levar di mezzo questo ostacolo, e perciò si unì con Eudocia moglie dell'imperadore, e la indusse a fare il possibile per iscavalcar la cognata. S'era già allignata l'invidia in cuor d'Eudocia al mirar essa Pulcheria, che stava così innanzi nella grazia dell'imperadore, e il governava, per così dire, coi suoi consigli. Maggiormente ancora si alterò l'animo suo per una burla fatta da essa Pulcheria, donna savissima, al fratello Augusto. La racconta Cedreno[1691]. Era solito Teodosio a sottoscrivere le carte e i memoriali che gli erano presentati dai ministri, troppo buonamente, senza leggerli. Volendo la saggia principessa farlo ravvedere di questa negligenza, lasciò correre un memoriale, in cui, sotto certo pretesto, il pregava di venderle per serva l'imperadrice Eudocia sua moglie. Secondo il costume, lo sottoscrisse Teodosio senza leggerlo. Eudocia dipoi, venuta in camera di Pulcheria, fu ritenuta da essa; e benchè l'imperador la chiamasse, per alcun poco ricusò di liberarla, adducendo d'averla comperata. Fu una burla fatta a buon fine; ma i principi non son gente che facilmente soffra d'essere beffata. Però Eudocia, probabilmente valendosi di questa congiuntura, e certo delle spinte che le dava Crisafio, tanto fece, tanto disse, che smosse contra della cognata il marito Augusto, con persuadergli di farla diaconessa. Egli ne dimandò il parere al patriarca Flaviano, e questi segretamente ne avvisò Pulcheria; nè di più ci volle, perchè la buona principessa da sè stessa si ritirasse dalla città, e si mettesse a far vita privata e tranquilla. Allora Eudocia, con prendere le redini, si mise a governar l'imperio ed anche l'imperadore; ed oltre a ciò, irritò il di lui animo contra di Flaviano, perchè avesse rivelato il segreto. Di qui poi venne un fiero insulto alla religione cattolica, e una frotta di gravissimi malanni contra dello stesso Teodosio, per esser egli rimasto privo dei consigli della saggia e piissima Pulcheria. Valentiniano Augusto nell'anno presente pubblicò un editto[1692], indirizzato ad Albino prefetto del pretorio e patrizio, contro i rompitori de' sepolcri: del qual delitto apertamente dicono che erano allora accusati gli ecclesiastici, i quali, condotti da uno sregolato zelo contra le memorie de' pagani, si prendevano la libertà, senza che ne fosse inteso il sovrano, di atterrare i loro sepolcri. Contra di essi, ancorchè fossero vescovi, è intimata la pena dell'esilio. Con altra legge esso imperadore si mostrò favorevole ai liberti, de' quali era ben grande il numero, con ordinare che da' figliuoli od eredi di chi gli avea manomessi non potessero essere richiamati alla schiavitù; e che avendo essi liberti dei figliuoli, ad essi pervenisse l'intera eredità del padre. E morendo senza figliuoli, un terzo di beni si avesse da consegnare ai figliuoli o pure ai nipoti di chi loro avea data la libertà. E perciocchè molti mercatanti faceano i lor traffichi senza entrar nelle città per ischivar le dogane, con altra legge proibì questa loro usanza.
NOTE:
[1682] Marcell. Comes, in Chron.
[1683] Chron. Alexandr.
[1684] Nicephorus, lib. 14, cap. 46.
[1685] Chron. Alexandr.
[1686] Idacius, in Chron.
[1687] Prosper Tiro, in Chron.
[1688] In Excerpt. Legation., tom. 1 Histor. Byzantin.
[1689] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
[1690] Nicephorus, lib. 14, cap. 47 Histor. Eccl.
[1691] Cedien., in Histor.
[1692] Cod. Theod. in Append. tom. 6.
Anno di CRISTO CDXLVIII. Indizione I.
LEONE papa 9. TEODOSIO II imp. 47 e 41. VALENTINIANO III imper. 24.
Consoli
FLAVIO ZENONE e RUFIO PRETESTATO POSTUMIANO.
Postumiano, console occidentale, fu figliuolo di Flavio Avito Mariniano, che era anch'egli salito alla dignità del consolato nell'anno di Cristo 423, come si ha da una iscrizione del Grutero[1693]. Zenone console orientale, per attestato di Damascio, nella Vita d'Isidoro presso Fozio, era tuttavia pagano, e si studiò di abolire la religion cristiana, ma con una morte violenta Dio tagliò la strada ai suoi disegni. Bisogna che costui avesse gran potere e credito, perchè Prisco istorico[1694] nota aver Teodosio avuta paura che Zenone gli usurpasse l'imperio. E sappiamo ancora che fu generale di armata, e comandava a tutte le milizie dell'Oriente. Succedette in quest'anno un altro avvenimento famoso nella corte dell'imperadore d'Oriente, che viene narrato dalla Cronica Alessandrina[1695], da Teofane[1696] e dagli altri autori greci. Paolino, maggiordomo e favorito di Teodosio Augusto, godeva ancora non poco della grazia dell'imperadrice Eudocia, siccome quegli che influì non poco ad alzarla dal basso suo stato al trono imperiale. Si trovava egli in letto per male di un piede, allorchè un pover'uomo presentò all'imperador Teodosio, come cosa rara, un pomo di straordinaria grandezza, nato nella Frigia. Teodosio gli fece subito donare centocinquanta scudi d'oro, e mandò il pomo in dono all'Augusta moglie Eudocia, ed ella il mandò a donare a Paolino, il quale, nulla sapendo onde l'imperadrice l'avesse avuto, lo spedì come cosa rarissima per regalo all'imperadore, a cui fu presentato mentre usciva di chiesa. Teodosio non sì tosto fu al palazzo, che chiese conto del pomo dalla moglie. Ella rispose di averlo mangiato. Di nuovo la interrogò, se lo avesse mangiato, oppure inviato a qualche persona; ed ella con giuramento replicò che lo avea mangiato. Questa menzogna mise certi sospetti in capo a Teodosio, di modo che ne seguì separazione e divorzio fra di loro; e fu cagione ch'esso Augusto, conceputo mal animo contro di Paolino, da lì a qualche tempo il fece ammazzare. Eudocia da questo colpo vedendo offesa pubblicamente la riputazione sua, perchè venne a palesarsi ad ognuno che per cagione di lei era incontrata ad esso Paolino quella disavventura, dimandò licenza all'imperadore di poter passare alla visita dei luoghi santi di Gerusalemme, e la ottenne. Allora fu ch'essa passò per Antiochia, secondochè abbiamo dalla Cronica Alessandrina[1697], e non già nell'anno 439, come ha Evagrio, dove ricevette di grandi onori. Di là poi si trasferì a Gerusalemme, e quivi si trattenne sino al fine della vita, con aver allora rifatte le mura tutte, e compartiti altri benefizii a quella santa città.
Strano è che nella Cronica Alessandrina suddetta venga riferito un tal fatto sotto l'anno di Cristo 444, quando si è veduto che dopo l'assunzione di Flaviano alla sedia patriarcale, accaduta nel presente anno, Eudocia fu esaltata più che mai per la ritirata di Pulcheria Augusta. Ma finalmente il continuatore di essa Cronica, che si crede vivuto sotto l'imperadore Eraclio, potè sbagliare nei conti. Più strano può parere, come nella Cronica di Marcellino conte, più vicino a que' tempi, si truovi scritto molto più indietro, cioè all'anno 440[1698], che Paolino maestro degli uffizii, per ordine di Teodosio Augusto, fu ucciso in Cesarea di Cappadocia. Poscia all'anno 444 narra lo stesso Marcellino, che Saturnino conte della guardia domestica di Teodosio, mandato apposta da esso Augusto, uccise Severo prete e Giovanni diacono, ministri dell'imperadrice Eudocia in Gerusalemme. Eudocia, irritata per questo fatto, fece tagliare a pezzi il medesimo Saturnino; laonde, per comandamento del marito Augusto, essa venne spogliata di tutti i reali ministri, ed in tale stato rimase dipoi fino alla morte nella suddetta città. Son certamente fuori di sito questi fatti. Teofane[1699] e Niceforo Callisto[1700] più accuratamente gli scrivono succeduti dappoichè Eudocia si trasferì a Gerusalemme, e però tali omicidii dovettero seguire nell'anno seguente. Certo è bensì che avendo in quest'anno Flaviano patriarca di Costantinopoli congregato un concilio, in esso condannò l'eresiarca Eutichete: sopra che son da vedere gli Annali del cardinal Baronio e del padre Pagi. Allora Crisafio eunuco, potentissimo nella corte di Teodosio, e partigiano di quell'eretico, tanto più si accese di sdegno contro del santo vescovo, e ne giurò la rovina. Teodosio Augusto pubblicò bene in quest'anno un editto contro i fautori di Nestorio; ma non prese una buona guardia contro i nascenti errori dell'altro eretico. A questo anno riferisce il Pagi[1701] la caduta di Ciro panopolita, che abbiam veduto di sopra console, e che fu eziandio prefetto del pretorio e prefetto della città di Costantinopoli, e patrizio, uomo di gran prudenza e maneggi. Era questi, perchè amante della poesia, carissimo all'imperadrice Eudocia, poetessa anch'essa. Ma dappoichè ella cadde dalla grazia del marito Augusto, e si fu ritirata a Gerusalemme, succedette la rovina ancora di questo personaggio, il quale, secondo molti scrittori, fu creato dipoi vescovo di Smirna, o piuttosto, siccome accuratamente pruova il padre Pagi, fu vescovo di Cotieo città della Frigia. Si appoggia esso Pagi all'autorità di Suida[1702], per rapportare al presente anno la depressione di Ciro. Ma Teofane[1703] e Niceforo Callisto[1704] fanno menzione di questo fatto due anni prima della elezione di san Flaviano, e tre prima della ritirata di Eudocia Augusta. Nulladimeno, soggiungendo Niceforo ch'egli cadde dopo il tremuoto dell'anno precedente, pare che in quest'anno seguisse il suo precipizio. E fu perchè avendo egli rifabbricato in parte le mura atterrate di Costantinopoli, il popolo gli fece plauso nel circo con gridare: Costantino fece, e Ciro rinnovò. V'era presente l'imperadore, e se l'ebbe a male; perciò, trovato il pretesto che costui era gentile, o se l'intendeva coi gentili, il degradò, e gli confiscò i beni. Se ne fuggì egli in chiesa, ed allora fu ordinato cherico, e poi, per compassione che n'ebbe Teodosio, fu creato vescovo, come ho detto, di Cotieo. In quest'anno (è Marcellino conte che lo narra) dall'India fu mandata in dono all'imperadore Teodosio una tigre domata; ed essendo bruciato il portico fabbricato di marmo di Troade in Costantinopoli colle due torri delle porte, Antioco prefetto del pretorio rimise tutto nello stato di prima. Aggiunge ancora quello storico che, essendo venuti gli ambasciatori di Attila a richiedere il danaro pattuito, furono licenziati con isprezzo. Nell'agosto del presente anno diede fine ai suoi giorni, secondo Idacio[1705], Rechila re degli Svevi in Merida, città della Lusitania, e morì pagano. Ebbe per successore nel regno Rechiario suo figliuolo, cattolico di religione, quantunque all'innalzamento suo provasse qualche opposizione dai suoi. Appena egli si vide fermo sul trono, che si mise a saccheggiar le provincie romane vicine[1706]. Valentiniano Augusto in quest'anno confermò con suo decreto[1707], inviato ad Albino prefetto del pretorio, le leggi novelle di Teodosio imperadore d'Oriente, suocero suo, ma chiamato da lui padre per riverenza.
NOTE:
[1693] Gruter., Inscript., pag. 464, num. 8.
[1694] Priscus, de Legationib., tom. I Hist. Byz.
[1695] Chron. Alexandr.
[1696] Theoph., in Chron.
[1697] Chron. Alexandr.
[1698] Marcell. Comes, in Chron.
[1699] Theoph., in Chronogr.
[1700] Niceph., lib. 14, cap. 47.
[1701] Pagius, Crit. Baron.
[1702] Suidas, in Lexico, verb. Cyrus.
[1703] Theoph., in Chronogr.
[1704] Nicephorus, Hist. lib. 14, cap. 46.
[1705] Idacius, in Chronico.
[1706] Isidorus, in Chronico Svevor.
[1707] Cod. Theod. Append. tom. 6, tit. 13.
Anno di CRISTO CDXLIX. Indizione II.
LEONE papa 10. TEODOSIO II imper. 48 e 42. VALENTINIANO III imper. 25.
Consoli
FLAVIO ASTURIO e FLAVIO PROTOGENE.
Il primo fu console occidentale. Dal Relando[1708] è chiamato Asterio; ma verisimilmente s'ingannò. Il cognome assai noto d'Asterio fu cagione, per quanto mi figuro, che gl'ignoranti copisti scrivessero Asterio invece di Asturio. Venne fatto in quest'anno al soprammentovato Crisafio eunuco, mercè la sua onnipotenza in corte di Teodosio Augusto, di abbattere san Flaviano patriarca di Costantinopoli. Unissi costui con Dioscoro patriarca d'Alessandria, uomo violento ed empio, che proteggeva a spada tratta l'eretico archimandrita Eutichete; ed avendo persuasa all'imperadore la necessità di un concilio, Efeso fu la città destinata per tenerlo quivi. Si tenne, e il sommo pontefice Leone vi mandò i suoi legati, i quali indarno strepitarono e protestarono di nullità al vedere che in essa adunanza fu assoluto Eutichete, scomunicato, deposto e cacciato in esilio san Flaviano, dove finì i suoi giorni dopo pochi mesi, non si sa se per morte naturale, o pure violenta. Non so come Marcellino conte[1709] attribuisce tali disordini alla violenza di Dioscoro e di Saturnino eunuco. Se Crisafio non avea anche il nome di Saturnino, questo è un errore. Era ben Crisafio soprannominato Zamma; ma non c'è apparenza che portasse il nome di Saturnino. Di questo avvenimento tratta a lungo il cardinal Baronio[1710], e dopo di lui il Pagi[1711]. Non così tosto udì san Leone tante iniquità, che, raunato un concilio in Roma, riprovò il falso concilio d'Efeso, e dichiarò nulli tutti i suoi atti. Mancò di vita in quest'anno Marina sorella di Teodosio imperadore, secondochè s'ha da Marcellino conte. Essa è spropositatamente chiamata nella Cronica Alessandrina[1712] moglie di Valentiniano Augusto. Era nata nell'anno 403; non ebbe mai, nè volle avere marito, avendo consacrata a Dio la sua verginità. Aggiugne esso Marcellino che parimente in quest'anno finirono di vivere Ariovindo, ch'era stato generale d'armi di Teodosio, console nell'anno 434, e patrizio; e similmente Tauro, che fu console nell'anno 428, ed era salito anch'egli alla dignità di patrizio. Abbiamo da Idacio[1713] che nel presente anno Rechiario re degli Svevi in Ispagna avendo incominciato il suo regno col prendere in moglie una figliuola di Teodoro, ossia di Teoderico, re de' Visigoti nella Gallia, nel mese di febbraio andò a saccheggiar la Guascogna. Aggiugne che un certo Basilio, avendo adunati molti Bacaudi, che noi possiamo chiamare assassini, mise a filo di spada i cristiani nella chiesa di Triassone, città della provincia tarraconense, oggidì Tarazzona nell'Aragona; e che vi restò morto anche Leone vescovo di essa città. Portossi nel mese di luglio il re suddetto Rechiario a visitare il re Teoderico suo suocero; e nel ritorno insieme col poco fa mentovato Basilio diede il saccheggio al territorio di Cesaraugusta, oggidì Saragozza. Impadronissi ancora con inganno della città d'Ilerda, oggidì Lerida, e menò di gran gente in ischiavitù. Per attestato di sant'Isidoro[1714], i Visigoti della Gallia prestarono aiuto a costui a commettere sì fatte iniquità, tuttochè non vi fosse guerra dichiarata coi Romani. Chi badasse a Teofane[1715], circa questi tempi Attila re degli Unni spinse le sue armi nella Tracia, prese e spianò varie città, e stese il suo dominio sino all'uno e all'altro mare, cioè al Pontico, e a quel di Gallipoli e Sesto. Fu spedito un esercito contra di lui; ma conosciuto quello del re barbaro troppo superiore di forze, fu costretto l'imperador Teodosio a promettergli ogni anno un tributo di danari, purchè egli si ritirasse dal paese romano: il che seguì. Aggiugne che poco dopo accadde la morte di esso imperadore. Sappiam di certo che solamente nell'anno susseguente Teodosio Augusto compiè la carriera de' suoi giorni. Ma certo la cronologia di Teofane è qui, come in altri siti ancora, zoppicante; ed alcuni anni prima si dee ammettere l'irruzione degli Unni, ossia de' Tartari, e di Attila re d'essi, nell'imperio d'Oriente. Il padre Pagi[1716], siccome dicemmo di sopra, fondato sulla autorità di Marcellino conte, crede che nell'anno 441 cotesti Barbari cominciassero quel brutto giuoco contro le provincie romane orientali, e che nel seguente si conchiudesse la pace; narrando Prisco istorico che si venne dopo la battaglia del Chersoneso, svantaggiosa ai Romani, ad un aggiustamento. Ma forse questa battaglia non è se non quella dell'anno 447, in cui restò morto Arnegisco generale di Teodosio Augusto.
Comunque sia, non increscerà ai lettori l'intendere qui in poche parole ciò che con molte lo stesso Prisco retorico[1717], autore di que' tempi, lasciò scritto intorno agli Unni, ma senza aver egli distinti gli anni delle loro imprese. Con sue lettere richiese Attila all'imperadore Teodosio i disertori e i tributi, perciocchè v'era un'antecedente convenzion di pagare a que' Barbari annualmente secento libbre d'oro. Tutto ricusò l'imperadore; ed Attila allora entrò nelle provincie romane, con venir devastando tutto fino a Raziaria, città grande della Mesia di qua dal Danubio. Verso il Chersoneso della Tracia si fece un fatto d'armi con isvantaggio de' Greci, dopo il quale, per paura di peggio, Teodosio stabilì la pace con obbligarsi di rendere gli Unni disertori, di pagare sei mila libbre d'oro per gli stipendii decorsi, e due mila e cento annualmente in avvenire a titolo di tributo. Per mettere insieme la somma di tanto oro si fecero avanie incredibili ai popoli. E qui nota Prisco che i tesori dell'imperador e dei privati si consumavano in ispettacoli, giuochi e piaceri; nè si mantenevano più, come in addietro si faceva, i corpi d'armata in difesa dell'imperio, nè v'era più disciplina militare, e però ogni nazion barbara insultava e faceva tremare in que' tempi la romana. I soli abitanti di Asimo, città della Tracia, tennero forte un pezzo, senza voler rendere i disertori, e con far grande strage di que' Barbari. Fatta la pace, Attila per suoi ambasciatori domandò gli Unni fuggiti nelle terre dell'imperio; e poi ne spedì degli altri, trovando pretesti di nuove ambascerie, per arricchire i suoi cari, giacchè tutti sempre se ne tornavano indietro carichi di doni, che la paura facea loro offerire. Uno di questi ambasciatori per nome Edicone, guadagnato con grandi promesse da Crisafio eunuco, assunse il carico di uccidere Attila; ma scoperta la trama, Attila inviò a farne un gran risentimento con Teodosio Augusto, trattandolo da suo servo, giacchè gli pagava tributo, e da traditore, perchè gli aveva insidiata la vita. Nè Prisco racconta che sotto d'esso Teodosio altra guerra fosse fatta da Attila all'imperio d'Oriente. Il perchè vo io sospettando che solamente nel 446, dopo la morte di Bleda suo fratello, Attila desse principio all'invasion delle provincie romane, certo essendo, per testimonianza di Beda, ch'egli allora portava la desolazione per la Mesia, Tracia e Ponto; e che nel seguente anno 447 seguisse la battaglia, in cui restò ucciso Arnegisco generale di Teodosio, nelle vicinanze del Chersoneso della Tracia. Procopio[1718] racconta in un fiato varie loro scorrerie, nella prima delle quali saccheggiarono molte città, e condussero via cento e venti mila cristiani in ischiavitù. Probabilmente in quest'anno, piuttostochè nel seguente, Teodosio Augusto inviò Massimino, uno de' suoi primi uffiziali, per ambasciatore ad Attila, tuttavia minaccioso, perchè non gli erano restituiti i disertori. Seco andò per compagno il suddetto Prisco retorico, il quale dipoi descrisse quel viaggio con altri avvenimenti del tempo suo. È da dolersi che siasi perduta la sua storia, citata anche da Giordano storico, non essendone a noi pervenuti che pochi estratti, che nel Trattato delle legazioni, stampato nel primo tomo della Bizantina, si leggono. Ora scrive egli che, andando a trovar Attila, passarono per Serdica e Naisso città della Mesia, e di là passarono il Danubio: il che ci fa intendere che quel re barbaro possedeva allora almeno una parte dell'antica Dacia, ossia Transilvania, e signoreggiava in quelle provincie che oggidì chiamiamo Vallachia e Moldavia. Il trovarono in una villa, in tempo che egli, benchè avesse molte mogli, pure prese ancora per moglie una sua stessa figliuola, appellata Esca, permettendo ciò le leggi di quella barbara nazione, costume che non può comparire se non bestiale a chi è allevato nella legge santa e pura di Cristo. Trovarono che nel medesimo tempo erano giunti alla corte d'Attila tre ambasciatori di Valentiniano Augusto, cioè Romolo conte, Promoto generale del Norico, e Romano colonnello nella milizia romana. Erano costoro spediti per placare Attila, che pretendeva di avere in sua mano Silvano, scalco maggiore di questo imperadore, o pure alcuni vasi d'oro asportati dopo la presa che Attila aveva fatta di Sirmio, e dati in pegno per denari ricevuti da esso Silvano. Insomma scorgiamo che Attila faceva palpitare il cuore ad amendue gl'imperadori d'Oriente e d'Occidente, e trattava come da superiore con loro. Nella Cronica Alessandrina[1719] è scritto sotto il seguente anno, che quando costui era in procinto di muovere loro guerra, spediva messi che intonavano all'uno e all'altro queste parole: L'imperadore, signor mio e signor vostro, per mezzo mio vi fa sapere che gli prepariate un palagio, o in Costantinopoli, o in Roma. Aggiugne Prisco che Attila era solito ad uscir di casa per ascoltar le liti dei popoli, e le decideva tosto, senza valersi de' nostri eterni processi. Furono invitati gli ambasciatori a desinar con Attila. Si trovò la tavola imbandita d'ogni sorta di cibi e vini. Erano d'argento i piatti per gli convitati, ma Attila si serviva di una tagliere di legno. Beveano i commensali in tazze d'oro e d'argento; Attila in un bicchiere di legno. Gli altri mangiavano di ogni sorta di vivande; egli solamente del lesso. Così il suo vestire era triviale, e laddove gli altri nobili sciti portavano oro, gemme e pietre preziose nelle loro spade, nelle briglie de' cavalli, nelle scarpe, egli nulla di questo voleva, ed amava di comparir simile a' soldati ordinarii. Si fecero di molti brindisi; vi furono canti e buffonerie, che diedero agli ascoltatori motivo di smascellarsi per le risa gran pezzo; ma Attila sempre col medesimo volto e con una eguale serietà vedeva, ascoltava tutto. Furono a cena con Reccam, una delle mogli più care del tiranno; e questa usò loro di molte finezze. Esibirono poscia i doni mandati al Barbaro da Teodosio Augusto; ne riceverono degli altri da portare a Costantinopoli, massimamente delle pelli rare; ed in fine, dopo aver trattato degli affari, se ne tornarono alla corte augusta. È curiosa tutta quella descrizione, e non se ne maraviglierà chi ha veduto ai nostri giorni prendere la barbara Russia costumi civili. E perciocchè ivi è detto che già Eudocia Augusta avea fatto ammazzare Saturnillo, che vedemmo di sopra appellato Saturnino conte, e succeduto quel fatto, dappoichè essa imperadrice, disgustata col marito, s'era ritirata a Gerusalemme: intendiamo di qui che questa ambasciata appartiene all'anno presente, oppure al susseguente. Era in Ravenna Valentiniano Augusto nel dì 17 di giugno, ed allora pubblicò una legge indirizzata a Firmino prefetto del pretorio d'Italia[1720], in cui stabilì che, da lì innanzi, avesse da valere la prescrizione di trent'anni in qualunque causa e lite, credendo ciò utile e necessario alla quiete de' popoli. Tuttavia si tratteneva in quella città Valentiniano nel dì 11 di settembre, come consta da un'altra sua legge[1721], data ad Opilione maestro degli uffizii ossia maggiordomo della corte imperiale.
NOTE:
[1708] Reland., in Fastis.
[1709] Marcellin. Comes, in Chronico.
[1710] Baron., Annal. Eccl.
[1711] Pagius, Crit. Baron.
[1712] Chron. Alexandrinum.
[1713] Idacius, in Chron.
[1714] Isidorus, in Chron. Svevor.
[1715] Theoph. in Chronogr.
[1716] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 442, num. 2.
[1717] Priscus, inter Excerpta Legat., tom. 1 Hist. Byz.
[1718] Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 4.
[1719] Chron. Alexandr.
[1720] Cod. Theodos. in Append. tom. 7, tit. 8.
[1721] Ibidem, tit. 14.
Anno di CRISTO CDL. Indizione III.
LEONE papa 11. VALENTINIANO III imper. 26. MARCIANO imperadore 1.
Consoli
VALENTINIANO AUGUSTO per la settima volta e GENNADIO AVIENO.
Questo Avieno console occidentale vien descritto da Apollinare Sidonio[1722] per uno de' più ricchi, più nobili e più savii senatori di Roma; e da qui a due anni andò con san Leone per ambasciatore ad Attila. In quest'anno Valentiniano insieme con Eudossia sua moglie e Galla Placidia sua madre andò specialmente per divozione a Roma, affin di visitare i sepolcri de' santi Apostoli. Si servì di questa occasione lo zelantissimo pontefice san Leone per implorare il di lor patrocinio, dopo aver loro rappresentata colle lagrime l'iniquità del conciliabolo d'Efeso con tanto discapito della vera dottrina della Chiesa, e deplorata la morte di san Flaviano, impetrò lettere di tutti e tre essi Augusti a Teodosio imperadore e a Pulcheria Augusta, che dopo la caduta della cognata Eudocia era tornata in palazzo, con raccomandar loro la causa della Chiesa. Scrisse l'indefesso pontefice anch'egli per questo fine a Pulcheria Augusta. La risposta di Teodosio imperadore a Valentiniano si trovò molto asciutta, perchè egli avea troppi seduttori intorno. Mandò inoltre san Leone quattro legati a Costantinopoli per chiarirsi se Anatolio, novello patriarca eletto di quella città, aderisse alla buona o falsa dottrina. Ma Iddio non abbandonò la causa della Chiesa. Succedette in questi tempi la caduta di Crisafio eunuco, il promotore di tutti quelli e d'altri disordini. Teodosio il degradò, gli confiscò quanto avea, e bandito il relegò in un'isola. Prisco istorico[1723] ne attribuisce la cagione alle informazioni sinistre di lui, che Marcellino ambasciatore spedito ad Attila rapportò nel suo ritorno. Niceforo Callisto[1724] e Zonara[1725] pretendono che Teodosio, conoscendo d'essere stato ingannato da costui, e detestando l'empietà commessa contro di san Flaviano, ravveduto il precipitasse abbasso. Marcellino conte[1726] racconta bensì che per ordine di Pulcheria fu ucciso (il che seguì dopo la morte di Teodosio): ma nulla dice per impulso di chi succedesse la di lui rovina. È nondimeno probabile che Pulcheria trovasse la maniera di liberar la corte da questo cattivissimo mobile. Ad una tal risoluzione poco dipoi sopravvisse Teodosio II imperadore. Se s'ha da prestar fede a Niceforo Callisto, egli caduto da cavallo, mentr'era a caccia, si slogò una vertebra della spinal midolla, e di quella percossa fra alquanti dì se ne morì. Altri, secondo Zonara, attribuirono la sua morte a mal naturale, e questa accadde, per quanto si raccoglie da Teodoro lettore[1727], a dì 28 di luglio; e non già per ferita presa nella caduta del cavallo, ma perchè nella caccia cadde in un fiume, di modo che nella notte seguente passò all'altra vita. In questo principe, come è l'ordinario degli uomini, e massimamente de' principi, molto si trovò da lodare, molto ancora da biasimare. Secondo l'autore della Miscella[1728], fu Teodosio sì sapiente, che nel discorso familiare pareva perito di tutte l'arti e scienze. Paziente era nel freddo e nel caldo; la sua pietà non fu mediocre; digiunava spesso, massimamente il mercordì e venerdì, e il suo palazzo sembrava un monistero; perciocchè egli, levandosi la mattina per tempo, recitava colle principesse sue sorelle le lodi di Dio, e senza libro le divine Scritture. Fece una biblioteca, con raunare spezialmente gli espositori delle Scritture medesime. Esercitava la filosofia coi fatti, vincendo la tristezza, la libidine e l'ira, e desiderando di non far mai vendetta: il che se sia vero, si può raccogliere da quanto finora s'è detto di lui. Talmente in lui radicata era la clemenza, che, in vece di condannare alla morte i vivi, bramava di poter richiamare in vita i morti; e qualor taluno veniva condotto al patibolo, non giugneva alla porta della città, che per ordine dell'imperadore era richiamato indietro. Venendo poi le guerre, la prima cosa in lui era il ricorrere a Dio, e colle orazioni superava i nemici. Zonara[1729] aggiugne ch'egli fu molto letterato e versato nelle matematiche, e specialmente nell'astronomia. Osservossi ancora in lui molta destrezza in cavalcare, saettare, dipingere e far figure di rilievo. Questi sono gli elogi di Teodosio il minore. Voltando poi carta, si truova che egli valeva poco pel governo de' popoli. Se non cadde in più spropositi, ne è dovuto il merito all'assistenza di Pulcheria sua sorella, donna di gran pietà e saviezza, che co' suoi consigli l'andava movendo e frenando. Secondochè lasciò scritto Suida, perchè era imbelle e dato alla dappocaggine, gli convenne comperar dai Barbari la pace vergognosamente col danaro, invece di procurarla valorosamente coll'armi; e di qua vennero molti altri malanni al pubblico. Allevato sotto gli eunuchi, cresciuto anche in età, dai lor cenni dipendeva; e costoro l'aggiravano a lor talento, laonde quante azioni e novità inescusabili egli commise, tutte provennero dalla lor prepotenza. Prima fu onnipotente presso di lui Antioco, poscia Amanzio, e finalmente Crisafio. L'avarizia di que' castroni fu cagione che si vendevano i posti anche militari; e quel che è peggio, la giustizia. In somma costoro, con fargli paura e trattarlo da fanciullo, e trattenerlo in alcune arti che ho mentovato di sopra, e principalmente adescandolo alla caccia, faceano essi alto e basso con danno e mormorazione inutile de' sudditi. Niceforo scrive ch'egli prima di morire conobbe i falli commessi, e si ravvide, con deporre Crisafio e rimproverar la moglie Eudocia; ma egli scredita questo racconto con alcuni errori di cronologia. La Cronica di Prospero Tirone dell'edizion del Canisio ci ha conservata una particolarità, non avvertita da altri, cioè che il corpo di Teodosio fu portato a Roma, e seppellito nella basilica vaticana in un mausoleo[1730]. Dopo aver narrata quell'autore la di lui morte nel presente anno, dice poi nel susseguente: Theodosius cum magna pompa a Placidia et Leone, et omni senatu deductus, et in mausoleo ad Apostolum Petrum depositus est.
Tenne Pulcheria Augusta per qualche tempo nascosa la morte del fratello, e fatto intanto chiamare a sè Marciano, uomo valoroso e sperto negli affari della guerra, di età avanzata, ed abile a governar l'imperio, gli disse d'aver fatta scelta di lui per dichiararlo imperadore e marito suo, ma senza pregiudizio della sua verginità, ch'ella avea consacrata a Dio. Accettata l'offerta, fu chiamato il patriarca Anatolio, convocato il senato, e fatta la proposizione, fu non tanto da essi, quanto ancora dall'esercito e dagli altri ordini acclamato imperadore Marciano. Per quanto abbiamo da Teodoro lettore[1731], era egli oriondo dall'Illirico; ma Evagrio[1732] merita più fede, perchè cita Prisco istorico di que' tempi, allorchè il fa nativo della Tracia. Da semplice soldato cominciò la sua fortuna; ed allorchè andava a farsi arrolare, trovato un soldato ucciso per istrada, fermossi per compassione a fine di farlo sotterrare; ma colto dalla giustizia di Filippopoli, e sospettato egli stesso autore dell'omicidio, corse pericolo della vita. Dio all'improvviso fece scoprire il reo, e Marciano si salvò. Aveva nome il soldato ucciso Augusto, ed essendo stato accettato Marciano in suo luogo, fu poi creduto questo un preludio all'imperio. Narra Teofane[1733], che trovandosi egli in Sidema città della Licia, cadde infermo, e fu ricoverato in lor casa da Giulio (Niceforo il chiama Giuliano) e Taziano fratelli, che ebbero amorevol cura di lui. Guarito che fu, e condottolo un giorno a caccia, messisi a dormire il dopo pranzo, osservarono i fratelli che un'aquila andava svolazzando sopra l'addormentato Marciano, e gli faceva ombra coll'ali; e perciò, tenendo ch'egli avesse a diventar imperadore, svegliato che fu, gli domandarono che grazia potevano sperare da lui, se fosse arrivato al trono imperiale. Stupito egli della domanda, non sapea che rispondere; ma replicate le istanze, loro promise di farli senatori. Il licenziarono dipoi con donargli dugento scudi e pregarlo di ricordarsi di loro, quando avesse mutata fortuna. E nol dimenticò già egli, perchè, verificatosi l'augurio, dichiarò Taziano prefetto della città di Costantinopoli, Giulio, ossia Giuliano, prefetto della Libia, o piuttosto, come vuol Niceforo, della Licia. Giunse Marciano ad essere domestico, cioè guardia, o pur segretario di Aspare generale dell'armata di Teodosio, e con esso lui ito in Africa, rimase prigioniere, oltre ad assaissimi altri, nella rotta che Genserico re dei Vandali diede all'esercito d'Aspare e di Bonifacio. Procopio[1734] è quello che narra un caso molto simile al precedente, e forse lo stesso trasportato dall'Africa in Licia. Osservò Genserico, che mentre Marciano dormiva sulla terra, un'aquila sopravvolando il difendeva dai raggi del sole. Volle parlar seco, e riconoscer chi era; ed obbligatolo con giuramento di non far mai guerra ai Vandali, s'egli crescesse in fortuna, gli diede la libertà. In fatti, finchè egli visse, non turbò la quiete di quei Barbari. Era Marciano, per attestato di Cedreno[1735], persona venerabil d'aspetto, di santi costumi, magnanimo, senza interesse, temperante, compassionevole verso chi fallava, per altro ignorante nelle lettere e scienze. Somma, secondo Evagrio[1736], fu la di lui giustizia verso i sudditi, ed era temuto, ancorchè non fosse solito a punire. Ma spezialmente risplendeva egli per la sua pietà verso Dio, e per l'amore della cattolica religione, siccome fece tosto conoscere. Non tardò, dico, egli a richiamar tutti gli esiliati; e Valentiniano Augusto, informato delle rare di lui qualità, concorse anch'egli a riconoscerlo per imperadore. L'indegno eunuco Crisafio fu dato da Pulcheria imperadrice in mano a Giordano, al cui padre era stata levata la vita dall'iniquo eunuco, e gli fu renduta la pariglia. Sappiamo ancora da Teodoro lettore[1737] che Marciano Augusto immediatamente corresse e levò con una legge l'introdotto abuso di comperar con danaro e doni i magistrati. Pubblicò eziandio prontamente un editto[1738] contro i chierici e monaci che sostenessero gli errori di Nestorio e d'Eutichete. Scrisse non men egli che la moglie Augusta Pulcheria a san Leone papa amorevoli lettere, accertandolo della lor premura per la dottrina della Chiesa, e proponendo, la convocazione di un concilio generale, per rimediare ai disordini precedenti. Intanto venne a morte in Roma Galla Placidia Augusta, madre di Valentiniano III imperadore. Secondo san Prospero[1739], con cui s'accorda Agnello[1740], scrittore del secolo nono, mancò essa di vita a' dì 27 di novembre. Fu donna di non volgar pietà e prudenza, e meritò le lodi degli antichi. Era fama in Ravenna, per quanto scrisse Girolamo Rossi[1741], e innanzi a lui il suddetto Agnello, che fosse seppellita in quella città, e che ne esistesse il sepolcro. Se ciò è, il suo corpo sarà stato trasferito a Ravenna. Idacio[1742] mette nell'anno seguente la di lei morte, ma sarà per colpa de' copisti. Nell'anno presente Valentiniano Augusto con una sua legge[1743] mise in briglia la crudeltà e l'avarizia degli esattori del fisco, i quali, col pretesto di cercare e riscuotere i debiti del popolo, scorrevano per le provincie, commettendo mille disordini ed avanie. Donò eziandio al popolo il restante del debito scorso fino alla prima indizione.
NOTE:
[1722] Sidon., lib. 1, cap. 9.
[1723] Priscus, inter Excerpta Legat., tom. I Hist. Byz.
[1724] Nicephorus, lib. 14, cap. 49.
[1725] Zonaras, lib. 13 Annal.
[1726] Marcell. Comes, in Chron.
[1727] Theodorus Lector, lib. 12 Hist. Eccl. in fine, et lib. 1 in princ.
[1728] Histor. Miscell., lib. 14.
[1729] Zonar., lib. 13 Annal.
[1730] Prosper Tiro, in Chron.
[1731] Theodor. Lector, lib. 1 Hist. Eccl.
[1732] Evagr., lib. 2, cap. 1 Hist. Eccl.
[1733] Theoph., in Chron.
[1734] Procop., lib. 1, cap. 4 de Bell. Vand.
[1735] Cedren., in Hist.
[1736] Evagr., lib. 2, cap. 1.
[1737] Theod. Lector, lib. 1 Hist. Eccl.
[1738] L. ult. de Apostat. Cod. Justin.
[1739] Prosper, in Chron.
[1740] Agnel., Vit. Episcop. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.
[1741] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 3.
[1742] Idacius, in Chron.
[1743] In Cod. Theodos. Append., tit. 7.
Anno di CRISTO CDLI. Indizione IV.
LEONE papa 12. VALENTINIANO III imper. 27. MARCIANO imperadore 2.
Consoli
FLAVIO MARCIANO AUGUSTO e FLAVIO ADELFIO.
Celebre fu l'anno presente per l'ultimo crollo che si diede all'eresia di Eutichete, per cura specialmente di san Leone papa e de' piissimi imperadori d'Oriente Marciano e Pulcheria. A questo fine sant'Eusebio arcivescovo di Milano tenne prima un concilio provinciale ad istanza del pontefice romano; nel quale intervenne ancora san Massimo vescovo di Torino, scrittore rinomato per le sue Omelie che sono alla luce. Tennesi poi nella città di Calcedone, correndo l'ottobre, un concilio, che è il quarto fra i generali, e il più numeroso di tutti, perchè, oltre ai legati della Sede apostolica romana, v'intervennero circa secento vescovi. Intorno a questa insigne raunanza son da vedere il cardinale Baronio e il padre Pagi ed altri autori ecclesiastici. Fu ivi concordemente condannata la falsa dottrina d'Eutichete, e deposto e mandato in esilio l'empio Dioscoro patriarca di Alessandria, il quale solamente tre anni o poco più sopravvisse alla sua caduta. Quivi ancora fu determinato che dopo il romano pontefice, il primo luogo d'onore fosse dato al patriarca di Costantinopoli: il che fu poi disapprovato da san Leone papa, qual novità contraria ai privilegi delle chiese alessandrina ed antiochena. Famosissimo ancora fu l'anno presente per la guerra d'Attila re degli Unni nelle Gallie. Se ne stava costui nella Dacia, e forse anche nella Pannonia, ossia Ungheria, turgido per la sua potenza, e voglioso di segnalarsi con qualche grande impresa, e gli se ne presentarono le occasioni. Può essere che quand'anche era sul fin della vita Teodosio II Augusto egli desse principio a quelle fiere tempeste che poscia in quest'anno fecero tanto strepito, e portarono un incredibile scompiglio alle stesse Gallie; ma certo sotto il nuovo imperadore Marciano si mirano chiari i movimenti di questo barbaro re. Il primo incentivo che ebbe Attila di turbar la pace del romano imperio venne da Giusta Grata Onoria, sorella di Valentiniano III Augusto. Già vedemmo all'anno 434 che questa sconsigliata principessa in età di circa diecisette anni s'era lasciata sovvertire con perdere il fiore dell'onestà: pel qual fallo dalla madre e dal fratello era stata inviata alla corte di Costantinopoli, dove seguitò a dimorare fino a questi tempi, ma rinchiusa in qualche luogo. Dappoichè fu succeduta la morte dell'imperador Teodosio, se non prima, macchinando essa la maniera di ricuperare la libertà, e di trovar anche marito, s'avvisò di fare ricorso ad Attila, con esibirsegli per moglie, e dargli a divedere che per mezzo di tali nozze egli acquisterebbe diritto a parte dell'imperio, parendo eziandio che gli supponesse lasciata a lei questa parte da Costanzo Augusto suo padre. Non dispiacque la proposizione al barbaro re, il quale, se fosse vero ciò che Giordano istorico[1744] scrive, molto prima ne aveva avuto altri impulsi dalla medesima Onoria. Imperciocchè, dice egli, fin quando questa principessa vergine stava nella corte del fratello in Ravenna, spedito segretamente un suo famiglio ad Attila, lo invitò a venire in Italia per averlo in marito; ma non essendole riuscito il disegno, sfogò poi la sua libidine con Eugenio suo procuratore. Tuttavia poco par verisimile che Onoria allora pensasse ad accasarsi con quel re sì terribile; e non apparisce che Attila nelle sue dissensioni coll'imperio orientale ed occidentale mettesse mai fuori la pretensione d'Onoria. In questi tempi sì, cioè nell'anno precedente, è fuor di dubbio che la sfrenata principessa il mosse, e lo racconta lo stesso Giordano altrove[1745]; ma principalmente l'abbiamo da Prisco istorico[1746] contemporaneo, secondo il quale, appena fu portata ad Attila la nuova, che dopo la morte di Teodosio era succeduto Marciano nel governo dell'imperio d'Oriente, che spedì a Valentiniano imperador d'Occidente a dimandargli Onoria, siccome quella che s'era impegnata di pigliarlo per consorte. Mandò ancora a Costantinopoli a richiedere i tributi. Dall'una e dall'altra corte furono rimandati indietro i messi senza nulla farne. La risposta di Valentiniano fu che non gli si potea dare Onoria, perchè era maritata con altra persona; e che l'imperio non si dovea ad Onoria, perchè agli uomini, e non alle donne, tocca il governo. Per altro, essendosi dubitato se fosse vero ciò che Attila diceva dell'esibizion d'Onoria, esso Attila, per attestato di Prisco[1747], fece per mezzo de' suoi ambasciatori vedere a Valentiniano l'anello che Onoria medesima gli aveva inviato. Similmente Marciano Augusto diede per risposta che non si sentiva voglia di pagar tributi, nè si credeva in obbligo di confermare le promesse fatte da Teodosio. Se Attila voleva star quieto, se gli manderebbono dei regali; e minacciando egli guerra, non avrebbe trovato i Romani a dormire. Attila finalmente determinò di volgersi contro l'Occidente, e di combattere non solo con gl'Italiani per ottenere Onoria in moglie, sperando di grandi ricchezze in dote, ma eziandio coi Goti delle Gallie, per dar gusto a Genserico re de' Vandali in Africa.
Per intendere quest'ultimo passo convien ascoltare Giordano storico[1748], il quale racconta che avendo Teoderico re de' Goti occidentali, chiamati Visigoti, data ad Unnerico figliuolo di Genserico una sua figliuola per moglie, Genserico, uomo crudele anche verso la sua stessa prole, per semplice sospetto che la nuora gli avesse preparato il veleno, le fece tagliar le orecchie e il naso, e così malconcia la rimandò a suo padre. Avuta poi contezza del gran preparamento di guerra che faceva Attila, Genserico gli inviò una gran quantità di regali, con pregarlo di volgere le armi contra il re de' Visigoti, giacchè temeva che Teoderico meditasse di far vendetta dell'affronto fatto a lui e alla figliuola. Si aggiunse finalmente ad Attila un terzo incentivo per portare la guerra in Occidente. E fu, per relazione di Prisco[1749] istorico, che essendo morto Clodione re dei Franchi, popoli allora della Germania, Meroveo, l'uno de' due suoi figliuoli, benchè il più giovane, coll'aiuto di Aezio patrizio, generale dell'armi di Valentiniano Augusto, occupò il regno. Il primogenito (il cui nome non si sa), astretto a ritirarsi, ebbe ricorso ad Attila, con implorare soccorso da lui. Aggiugne Prisco di aver veduto Meroveo assai giovanetto, spedito a Roma da Clodione suo padre, e che la capigliatura sua era bionda e sparsa giù per le spalle. Aezio l'aveva adottato per suo figliuolo, e, dopo avergli fatto dei gran regali, l'avea inviato a Roma, acciocchè stabilisse amicizia e lega con Valentiniano Augusto. Però ancor questo fu uno dei motivi, per li quali Attila elesse di guerreggiar piuttosto in Occidente che in Oriente. L'astuto Barbaro, prima di muoversi, inviò legati a Valentiniano Augusto con lettera piena di titoli e d'espressioni della più fina amicizia, per seminar zizanie fra l'imperadore e Teoderico re dei Visigoti, esponendo che la voleva solamente contra d'essi Visigoti, e non già contra il romano imperio. E nello stesso tempo scrisse a Teoderico, esortandolo a ritirarsi dalla lega coi Romani, e ricordandogli i torti e le guerre da lor fatte alla nazione de' Goti. Ma Valentiniano, conosciuta la furberia d'Attila, immantinente spedì ambasciatori a Teoderico, esortandolo a strignersi seco in lega contro il nemico di tutto il mondo, la cui superbia era omai giunta al sommo; e sì buon effetto ebbero le sue esortazioni, che Teoderico e tutta la sua nazione animosamente ed allegramente assunsero di opporsi coll'armi al minaccioso tiranno, e per questo si preparò ed unì tutta la possanza di essi Visigoti coll'esercito romano, condottiere di cui era il valoroso Aezio patrizio. Non s'è forse mai veduto sì gran diluvio d'armati in Europa, come fu in questa occasione. Fu creduto che Attila conducesse seco settecentomila guerrieri[1750]. Non farei sigurtà che la fama e la paura non avessero contribuito ad accrescere la per altro sterminata moltitudine d'uomini e di cavalli che Attila seco trasse a quell'impresa. Imperciocchè, oltre ai suoi Unni, ch'erano, per così dire, innumerabili, con esso lui uniti marciavano altri popoli suoi sudditi, cioè un immenso nuvolo di Gepidi col re loro Arderico, e Gualamire re degli Ostrogoti, più nobile del re a cui serviva, e che mal volontieri andava a combattere contra de' Visigoti, popolo della sua stessa nazione. Seguitavano dopo questi i Marcomanni, gli Svevi, i Quadi, gli Eruli, i Turcilingi, ossieno Rugi, coi loro principi, ed altre barbare nazioni abitanti ne' confini del Settentrione. Apollinare Sidonio[1751], scrittore di que' tempi, descrive co' seguenti versi, secondo la edizion del Sirmondo, la formidabil armata d'Attila:
. . . . subito cum rupta tumultu (Barbaries totas in se transfuderat Arctos) Gallia, pugnacem regem comitante Gelono. Gepida trux sequitur Scyrum Burgundio cogit, Chunus, Bellonotus, Neurus, Basterna, Toringus, Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda. Prorumpit Francus . . . .
Passò questo gran torrente dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, sul principio della primavera, e, secondochè crede il Velsero[1752], prese e devastò la città d'Augusta. Quindi, a guisa di fulmine, lasciando dappertutto la desolazione, giunse sino al Reno; e fabbricate con gran fretta innumerabili barchette, gli riuscì di valicar quel fiume, con istendersi appresso addosso alla provincia della Belgica seconda. A lui niuna opposizione fu fatta, perchè, se crediamo a Sidonio, Aezio generale di Valentiniano era appena calato dall'Alpi, conducendo poche truppe, nè i Visigoti si erano per anche mossi. Pretende esso scrittore che Avito, il quale esercitava allora nella Gallia l'uffizio di prefetto del pretorio, quegli fosse che spedito da Aezio al re Teoderico, mettesse in moto l'esercito d'essi Visigoti, col quale si congiunse il romano. Nè solamente procurò Aezio d'aver seco i Visigoti, de' quali era innumerabile l'esercito, ma tirò seco altre nazioni, descritte da Giordano istorico[1753], cioè i Franchi, i Sarmati, gli Armoricani, i Liziani, i Borgognoni, i Sassoni, i Riparii e gl'Ibrioni, che il padre Pagi[1754] crede popoli situati presso il lago di Costanza, ma si può dubitare se fossero gli abitatori di Ivry. Nella Storia Miscella[1755] della mia edizione sono appellati Bariones. Ed ivi, in vece di Liziani, si veggono nel ruolo degli ausiliarii romani i Luteciani, cioè i Parigini. Venne ancora in soccorso di Aezio co' suoi Alani il re Sangibano con altri popoli occidentali. Qui dalla parte de' Romani si trovarono i Franchi; e, secondo Sidonio, i Franchi furono in aiuto d'Attila. Ma l'uno e l'altro sussiste, perciocchè, siccome abbiam detto di sopra, erano allora divisi i Franchi, seguitando gli uni Meroveo collegato con Aezio, e gli altri il fratello maggiore, che s'era posto sotto la protezione d'Attila. Nella vigilia di Pasqua la città di Metz restò vittima del furore del re barbaro. La stessa disavventura toccò a quella di Treveri e di Tongres. Ma, secondochè si ha dalla Vita di san Lupo vescovo trecense, oggidì Troyes, e da Paolo Diacono[1756], miracolosamente quella città si salvò, essendo passati per essa i Barbari senza vederla. Altri vogliono che il santo prelato ammollisse talmente il cuore del Barbaro, che lasciasse illesa la sua città. Sopra altre città della Gallia si sfogò la crudeltà d'Attila, finchè giunto alla città d'Orleans, gli convenne fermarsi per la resistenza de' cittadini. Secondo Gregorio Turonense[1757], non fu presa quella città; ma Sidonio[1758], degno di maggior fede, chiaramente asserisce che fu presa, ma non saccheggiata. Intanto il generale cesareo Aezio con Teoderico re de' Visigoti, che seco avea Torismondo suo figliuolo maggiore, e il loro potentissimo esercito, venne a fronte del ferocissimo Attila. Fu concertato il luogo della battaglia ne' campi Catalaunici, cioè nella vasta pianura di Chalons sur Marne in vicinanza della città di Rems. All'ora nona del giorno si attaccò lo spaventoso e memorabil fatto d'armi, a cui altro pari non so se mai avesse veduto l'Europa. Scrive Giordano[1759], e lo nota ancora[1760] l'autor della Miscella, essere stato dagl'indovini predetto ad Attila ch'egli avrebbe la peggio, ma che perirebbe nel campo il generale dell'armata nemica; e che figurandosi il re barbaro la morte tanto da lui sospirata d'Aezio, non volle restar di venir alle mani. Si combattè con indicibil vigore ed ostinazione dall'una parte e dall'altra, finchè la notte pose fine al terribil macello. Secondochè ha il suddetto autore, lasciarono la vita sul campo cento ottanta mila persone. A Idacio[1761] e a sant'Isidoro[1762], che mettono trecento migliaia di morti, noi non siamo obbligati in questo a dar fede. Ora quantunque niuna delle parti restasse vincitrice, pure gli effetti mostrarono che il superbo Attila si tenne per vinto, perciocchè nel dì seguente si trincerò forte coi carriaggi, ed ancorchè non cessasse di far trombettare ed alzar voci come di chi va a battaglia, pure non osò più di uscire in campo contra dei nemici. Rimasero anco deluse le sue speranze, perchè nel conflitto venne morto, non già Aezio, ma bensì Teoderico re dei Visigoti, che caduto da cavallo, fu conculcato da' piedi de' suoi, oppure ucciso da un dardo di Astagi Ostrogoto. Secondo la giunta da me pubblicata alla Storia Miscella, vegniamo a sapere che Torismondo figliuolo d'esso re Teoderico, per dolore della morte del padre, era risoluto di assediar Attila in quel sito, e di perseguitarlo fino all'ultimo sangue. Ma Aezio gli persuase di volar tosto a Tolosa, affinchè i suoi fratelli minori, cioè Teoderico, Federico, Teurico, Rotemero e Irmerit, non gli occupassero il regno. Si ha parimente da Gregorio Turonense[1763] che Aezio fece fretta a Meroveo di tornar al suo paese, acciocchè il fratello in sua lontananza non se ne impadronisse e fosse creato re. Non fu certamente pigro Meroveo; e però, giunto alle sue contrade, fu riconosciuto re dai Franchi. Con buon fine, dice l'autor della Miscella, diede questi consigli Aezio, per timore che i Visigoti, sconfitto Attila, non alzassero la testa contra l'imperio romano. Ma probabilmente di qua venne la rovina del medesimo Aezio, siccome diremo al suo luogo.
Veggendosi pertanto Attila in libertà, tranquillamente, ancorchè temesse di qualche insidia, se ne tornò nella Pannonia, ma con risoluzione di mettere in piedi un'armata più grande, e di assalire l'Italia, giacchè non avea trovato buon vento nelle Gallie, e noto gli era che l'Italia era sprovveduta di soldatesche. Nei Frammenti di Fredegario, pubblicati dal padre Ruinart[1764], si legge un'astuzia di Aezio, la quale non oserei mantenere per vera; cioè, che per aver soccorso da Teodoro (così è chiamato Teoderico anche da Idacio), gli esibì la metà delle Gallie; e che spediti messi segretamente ad Attila, l'invitò in aiuto suo contra de' Goti, con fare anche a lui l'esibizione suddetta. Dopo due battaglie, Aezio di notte andò a trovar Attila, e gli fece credere che veniva un esercito più forte di Goti, condotto da Teoderico fratello del re Torismondo, e tal paura gli mise, che Attila gli diede dieci mila soldi d'oro perchè gli procurasse la comodità di ritirarsi verso la Pannonia. Susseguentemente Aezio diede ad intendere a Torismondo, ch'era giunto un terribil rinforzo ad Attila, e che il consigliava di andarsene a casa, affinchè i suoi fratelli non gli occupassero il regno. Però Torismondo donò anch'egli ad Aezio altri dieci mila soldi, con pregarlo di fare in guisa che potesse liberamente co' suoi Goti ripatriare. Aezio, ciò fatto, assistito dai Franchi, andò perseguitando gli Unni alla coda fino alla Turingia, ed ordinando ogni notte dei grandissimi fuochi, affinchè paresse più grande la sua armata. E perchè i Goti faceano istanza ad Aezio ch'egli eseguisse la promessa, ed Aezio non si sentiva di umore di eseguirla, si contrastò fra di loro; ma infine si venne ad una composizione, e il tutto si quietò con avere Aezio inviato al re loro Torismondo un orbiculo di oro, ornato di gemme, che pesava cinquecento libbre. Il padre Ruinart pensa che questo orbiculo fosse un catino o piatto. Ma un catino o piatto pesante venti pesi, sarebbe stato una cosa mostruosa. Io il credo una palla rappresentante il mondo. Aggiugne Fredegario che questo picciolo mondo d'oro fino ai suoi dì (se pure egli è che parla) si conservava con gran venerazione nel tesoro dei Goti. Probabilmente in questo racconto ci sarà qualche cosa di vero; ma si può credere che le dicerie del volgo vi avran fatte le frange. In quest'anno il piissimo Marciano Augusto, perchè i pagani dopo la morte di Teodosio II imperadore doveano aver fatto delle novità, pubblicò un rigoroso editto[1765] contra de' medesimi, intimando la perdita de' beni e della vita a chi riaprisse i templi degli idoli, o facesse loro de' sacrifizii. Con altra legge[1766] eziandio ordinò che si dovessero pagare alle città i canoni dovuti per gli beni passati nei particolari, e, come si può credere, dati a livello; dal che, siccome ancora da altre leggi, apprendiamo che anche allora i comuni d'ogni città godeano beni, rendite ed erario loro particolare. Truovasi ancora una legge[1767] di Valentiniano, data in Roma a dì 31 di gennaio dell'anno presente, ma col titolo forse vizioso, essendo ivi Impp. Theodosius et Valentinianus. Quando essa appartenga all'anno presente, il titolo ha da essere solamente Imp. Valentinian., come nelle seguenti, perchè probabilmente Marciano non era per anche riconosciuto per imperadore da Valentiniano. Nella Cronica di Prospero Tirone[1768], secondo l'edizione del Canisio, si legge all'anno seguente, che l'immagine di Marciano imperadore entrò in Roma a' dì 30 d'aprile: segno che solamente allora egli fu solennemente riconosciuto per Augusto in Roma. In essa legge si tratta de' servi agricoltori fuggitivi, per sapere a quai padroni dovessero ubbidire. Nella seguente è levata una falsa persuasione che non si potessero vendere beni agli uffiziali dell'imperadore, e vien provveduto ad altri pubblici affari. Mercè poi della terza legge vegniamo in cognizione che nell'anno precedente l'Italia tutta era stata flagellata da una fierissima carestia, di maniera che molti, per non morire di fame, si erano ridotti a vendere i proprii figliuoli e genitori per ischiavi, non però ai Pagani, ma ai Cristiani stessi, secondo l'uso d'allora. Comanda l'imperadore che qualora si restituisca il danaro con alquanto d'usura, si rompa la vendita fatta di quei miseri, con aggiugnere la pena di sei once d'oro a chiunque vendesse ai Barbari alcun dei cristiani.
NOTE:
[1744] Jordan., de Regnor. success.
[1745] Jordan., cap. 43 de Reb. Getic.
[1746] Priscus, Legat., pag. 39, tom. I Histor. Byz.
[1747] Idem, ibid., pag. 49.
[1748] Jordan., de Reb. Getic., cap. 36.
[1749] Priscus, pag. 40.
[1750] Histor. Miscell., lib. 15.
[1751] Sidon., in Panegyr. Aviti, vers. 319.
[1752] Velserus, Rer. August., lib. 8.
[1753] Jordan., de Reb. Getic., cap. 36.
[1754] Pagius, Crit. Baron.
[1755] Histor. Miscell., in tom. I Rer. Italicar.
[1756] Paulus Diaconus, in Catalogo Episcopor. Metens.
[1757] Gregor. Turonensis, Hist. Francor., lib. 2, cap. 8.
[1758] Sidon., lib. 8, ep. 15.
[1759] Jordan., de Reb. Getic., cap. 37.
[1760] Histor. Miscella, lib. 14.
[1761] Idacius, in Chronico.
[1762] Isidorus, in Chronic.
[1763] Gregor. Turonensis, Hist. Franc., lib. 2, cap. 7.
[1764] Gregor., Oper., pag. 707.
[1765] L. 7 Cod. Justinian. de Paganis.
[1766] Cod. Theod., tom. 4,. in Append., lib. 3, tit. 3.
[1767] Cod. Theodos., ibid., lib. 2, tit. 9.
[1768] Prosper Tiro, in Chronic.
Anno di CRISTO CDLII. Indizione V.
LEONE papa 13. VALENTINIANO III imper. 28. MARCIANO imperadore 3.
Consoli
SPORACIO e FLAVIO ERCULANO.
Provò anche la parte occidentale di Italia in quest'anno di gravissime sciagure per cagione del ferocissimo re degli Unni Attila. Costui, ritornato nella Pannonia, attese durante il verno a riparar le forze perdute nella Gallia. Venuta la primavera, eccolo con formidabil esercito, creduto non inferiore a quel dell'anno precedente, entrar nell'Italia per la parte del Friuli. La prima città che fece resistenza al furibondo tiranno fu Aquileia, una delle più riguardevoli, forti e popolate città che s'avesse allora l'Italia, e però fu immediatamente stretta con forte assedio. All'autore della Miscella[1769] secondo la mia edizione siam qui tenuti, perchè egli con qualche particolarità descrive questi fatti, i quali appena da altri pochi si veggono accennati. Falla bensì e (prima d'ora l'avvertì ancora il Sigonio[1770]) allorchè scrive che tre anni continui durò quell'assedio, quando non si volesse supporre che Attila prima di passar nelle Gallie l'avesse con un'armata a parte formato: del che non si truova un barlume presso gli antichi. Certo è, per quanto s'ha da Marcellino conte[1771] e da Cassiodorio[1772], che nell'anno presente Aquileia fu presa. Narra dunque l'autore suddetto, con cui va di concordia Giordano istorico[1773], che facendo i cittadini vigorosa difesa, e mormorando l'esercito tutto a cagion della fame che per mancanza di viveri sofferivano, Attila, un dì cavalcando intorno all'assediata città, osservò che le cicogne solite a fare i lor nidi nei letti delle case, a truppa ne uscivano, portando col becco i lor figliuolini alla campagna. Allora Attila, rivolto a' suoi, mirate, disse, gli uccelli che preveggono le cose avvenire, come abbandonano questa città, sapendo che ha da perire. Ed incontinente dato ordine che si facessero giocar tutte le macchine di guerra, ed esortati i suoi a mostrare la lor bravura, sì fiero assalto diede alla città, che se ne impadronì. Procopio[1774] diversamente narra il fatto, con dire che già Attila coll'esercito abbandonava l'assedio, quando osservò una cicogna che portava via i suoi cicognini: perlochè si fermò, ed essendo da lì a poco caduto il muro, dov'era dianzi il nido di quegli uccelli, entrò facilmente nella città. Ma pare più da credere a Giordano, che si servì della storia di Prisco, autore di questi tempi. Comunque sia, tutta Aquileia andò a sacco; chi dei cittadini non fu messo a fil di spada, restò schiavo de' Barbari: ed in pena poi della ostinata difesa furono consegnati al fuoco gli edifizii tutti. Però gli scrittori di questi ultimi secoli hanno creduto che Aquileia allora distrutta non risorgesse mai più, e durasse da lì innanzi nella depressione, in cui si truova oggidì. Ma il cardinal Baronio[1775] è di parer contrario, fondato sopra una lettera di san Leone papa, scritta nell'anno 458 a Niceta vescovo d'Aquileia, da cui si raccoglie che molte donne, credendo morti i lor consorti nella schiavitù, s'erano rimaritate, e che alcuni poi dei primi mariti, ricuperata la libertà, e ritornati, richiedevano le loro mogli. Ma questo argomento poco conchiude, perchè nè molti si contano ivi ripatriati, e nelle abitazioni delle castella e della campagna poterono tornare gli abitatori, senza che si rifabbricasse la città. Tuttavia noi troveremo non dispregevole l'opinion del Baronio, potendosi altronde ricavare che almeno in parte fosse riparata allora la rovina d'Aquileia, ed in altri tempi poi ella patisse delle nuove desolazioni. Nel concilio di Grado, tenuto nell'anno 579 da Elia patriarca aquileiense, e riferito da Andrea Dandolo[1776], si legge: Jam pridem ab Attila Hunnorum rege Aquileja civitas nostra funditus est destructa, et postea Gothorum incursu et ceterorum Barbarorum quassata, vix respirat; etiam nunc Longobardorum nefandae gentis flagella sustinere non valens. Basta ciò a far intendere che quella città dovea essere risorta in qualche maniera dopo la desolazione d'Attila. Ai tempi di Giordano[1777] storico, cioè nel secolo susseguente, era talmente atterrata, che non ne apparivano le vestigia. E circa l'anno 786, per relazione di Paolo Diacono, in luogo d'Aquileia, il Foro di Giulio, oggidì Cividale del Friuli, era divenuto capo della provincia della Venezia. Cosa è da maravigliarsi, se non è qualche orrore dei testi, come Liutprando storico[1778], il quale fioriva circa il 960, scriva in un luogo, che Aquileja praedives, atque olim civitas immensa, ab impiissimo Hunnorum rege Attila capitur, atque funditus dissipatur, nec ulterius, ut in prasentiarum cernitur, elevatur. E pure egli stesso racconta[1779] che gli Ungheri calati in Italia circa l'anno 912, Aquilejam et Veronam pertranseunt munitissimas civitates, et Ticinum nullis resistentibus, veniunt.
Ritornando ora all'autore della Miscella, egli narra che trovossi a que' tempi di Aquileia una delle più nobili donne d'essa città, quanto bella altrettanto pudica, la quale, per non sofferire oltraggi alla sua onestà da que' sordidissimi Barbari, appena udì presa da loro la città, che si buttò giù da un'alta torre nel fiume Natisone, che passava sotto le sue finestre: azione che si crederà da taluno eroica, ma ch'è contraria ai documenti della legge di Cristo. Dopo la rovina di Aquileia, giacchè niuno s'opponeva ai suoi passi, Attila prese la città d'Altino, Concordia e Padova, e le ridusse in un mucchio di pietre. Da questa formidabile irruzione di Barbari fama è che prendesse origine la inclita città di Venezia, celebre per la sua potenza e per le sue illustri imprese. Il Dandolo[1780] cita in pruova di ciò un certo Ponzio, scrittore a noi incognito. Credesi che, per ischivar sì fiero torrente, i cittadini di Padova, d'Altino e d'altri luoghi circonvicini si rifuggissero nell'isolette di Rivoalto, Malamocco, ed altre di diverso nome; e con venire a fermarsi in quelle ch'erano contigue a Rivoalto, a poco a poco quell'insigne città si formasse, che oggidì chiamiamo Venezia. Nondimeno Cassiodoro[1781], che circa il fine del susseguente secolo fioriva, scrivendo ai tribuni delle spiaggie marittime, e parlando degli abitanti allora in quelle isolette, non altro dice, se non che viveano de' soli pesci, e il traffico loro consisteva nella raccolta e vendita del sale. Seguita poi a narrare l'autore della Miscella che Attila coll'esercito passò a Vicenza, Verona, e Bergamo, città che provarono gli eccessi della di lui crudeltà. Poscia, inoltratosi fino a Milano e Pavia, occupò e saccheggiò ancor queste, ma senza strage delle persone, e senza consumar colle fiamme le abitazioni. L'antica tradizione dei Modenesi è ch'egli per intercessione di san Geminiano protettore della città (già mancato di vita nell'anno 397), se pure in quei tempi non visse un altro Geminiano vescovo pure di Modena, come sospetta il cardinal Baronio[1782], Attila con l'esercito, preso da cecità, passasse senza nocumento alcuno per Modena, siccome raccontammo di sopra di san Lupo vescovo trecense. Per quel che dirò, non è inverisimile il passaggio per Modena di quel tiranno, e potrebb'essere che niun danno le facesse. Ma solamente ritien dubbioso un simil fatto accaduto nel principio del secolo decimo, siccome vedremo, allorchè gli Ungri, razza anch'eglino d'Unni, passarono per Modena, e la lasciarono intatta. Parimente Agnello[1783], che scriveva circa l'anno 835 le vite degli arcivescovi ravennati, ci fa intendere la fama che ivi correa, d'essere arrivato Attila fino a Ravenna, e che, ammollito dalle preghiere di Giovanni, vescovo santo d'essa città, niun danno le recò, essendosi contentato che gli aprissero le porte, per le quali entrato, dopo aver passeggiato per le piazze, se n'andò pacificamente con Dio, e ritornossene al suo regno. Io la credo fama senza buon fondamento, e massimamente parendo che Agnello attribuisca la mansuetudine insorta in quel Barbaro al vescovo suddetto, quando questo pregio è miracoloso, e dovuto a san Leone papa, siccome vedremo fra poco. Per altro, che Piacenza, Parma, Reggio e Modena fossero anche esse partecipi della crudeltà di quel tiranno appellato il flagello di Dio, abbiam ragione di crederlo, da che il sopra mentovato autore della Miscella aggiugne dipoi: Deinde Æmiliae civitatibus similiter expoliatis, novissime eo loco, quo Mincius in Padum influit, castrametati sunt. Certo quelle erano città dell'Emilia. Nè si dee omettere una notizia curiosa, a noi riserbata da Suida[1784], cioè che avendo Attila presa la città di Milano, e condotti in ischiavitù i cittadini, osservò a caso una pittura, in cui erano rappresentati i romani imperadori, sedenti sopra aurei troni con gli Sciti prostrati ai lor piedi. Fece egli tosto chiamare un pittore, e cancellata quella pittura, gli ordinò di dipingere il re Attila assiso in trono, e gl'imperadori romani che portavano sulle spalle sacchi pieni di oro, e li votavano a' piedi di sua maestà unnica.
Intanto se ne stava Valentiniano Augusto in Roma, e gli dovea ben tremare il cuore all'udir la rovina delle città e i progressi del ferocissimo re. Lasciò scritto san Prospero[1785], che ad altro non pensava l'imperadore, che a ritirarsi fuori d'Italia; ma che la vergogna tenne in freno la paura, credendosi massimamente che la crudeltà e cupidigia del barbaro regnante dovesse ormai essere sazia colla desolazione di tante nobili provincie. Ora, non sapendo nè Valentiniano nè il senato e popolo romano qual partito prendere, finalmente fu risoluto di tentare se per mezzo d'ambasciatori si potesse ottener la pace dal crudelissimo tiranno. L'autore della Miscella aggiugne, che dopo le sopra narrate azioni, Attila restò sospeso, se dovea o non dovea volgere i passi alla volta di Roma. La voglia di farlo era grande; ma, siccome scrisse Giordano[1786], che cita qui l'autorità di Prisco istorico, i suoi il dissuadevano coll'esempio di Alarico re dei Goti, il qual poco sopravvisse dopo la presa di Roma. In questo ondeggiar di pensieri arrivarono gli ambasciatori romani, e il trovarono attendato dove il Mincio si scarica nel Po, cioè a Governolo, essendosi messo quivi, per quanto si può credere, a quartiere pel verno sopravvenuto. Forse ancora l'arrivo d'essi ambasciatori succedette solamente nell'anno seguente. Furono essi il santo papa Leone, Avieno consolare, cioè ch'era stato console, e Trigezio, che sembra essere stato prefetto del pretorio. Confidava assaissimo l'imperadore nell'eloquenza ed abilità di san Leone, nè s'ingannò. Perorò con tal forza e garbo il pontefice, che il superbo tiranno divenne mansueto, e, con accettar la pace, promise di tornarsene alle sue contrade, e l'eseguì. L'andata di san Leone ad Attila è attestata da san Prospero[1787], dall'autore della Miscella[1788], da Cassiodoro[1789], da Vittor Turonense, da Giordano storico[1790] e da una lettera scritta da' vescovi orientali a Simmaco papa[1791]. Nella suddetta Miscella poi si legge, che, interrogato Attila come egli si fosse indotto a far tutto ciò che il romano pontefice gli avea richiesto, rispose di aver veduto presso quel vescovo un altr'uomo di presenza più venerabile, che con una spada sguainata il minacciava, se non acconsentiva alle sue dimande. È da stupire come nelle vite de' romani pontefici attribuite ad Anastasio Bibliotecario si racconti bensì l'ambasceria suddetta di san Leone, ma senza dir parola di quel miracolo. Inoltre Cassiodoro scrive in una lettera, che insieme con Carpilione figliuolo d'Aezio fu spedito ad Attila suo padre, e che alla di lui eloquenza riuscì di placare quella crudelissima bestia. Il Sigonio[1792] rapporta qui una particolarità degna d'osservazione: cioè, che Valentiniano Augusto sul principio di questa guerra, senza perdersi d'animo, chiamò in Italia un grosso corpo di Goti, dei quali, secondo Procopio, furono condottieri Alarico ed Antala; e poste buone guarnigioni nell'Alpi Giulie, per le quali si passa dalla Pannonia in Italia, fortificò e provvide del bisognevole Aquileia e le altre città, per le quali si va al Po. Aggiugne, che la cagione dell'essersi ritirato Attila di là dal Po, si dee attribuire ad Aezio generale di Valentiniano Augusto, il quale valorosamente gli era alle spalle con un'armata che l'andava incalzando e pizzicando. E qui cita il Sigonio le seguenti parole di Giordano istorico: Attila, recollectis viribus, Aquilejam vi magna diu obsessam capit, ac circumquaque praedis et caedibus furibundus bacchatur; ad quem Valentinianus imperator papam mittens, pacem cum eo fecit, exercitusque ejus fame, peste, morbo, caedibusque insuper ab Aetio attritus, eum reverti fecit. Può essere che il Sigonio abbia letto in Procopio quanto egli riferisce, quantunque io non ve l'abbia trovato; ma per conto del passo che egli rapporta di Giordano non so onde lo abbia egli preso. Certo nell'edizione del padre Garezio benedettino, e nella mia confrontata coll'antichissimo testo dell'Ambrosiana[1793] non compariscono quelle parole, le quali, se sussistessero, porgerebbono motivo di credere che aggiunta alle persuasioni di san Leone l'apprensione del valore e delle forze d'Aezio, quel Barbaro si fosse indotto alla ritirata. All'incontro abbiamo l'autorità di san Prospero[1794], opposta all'asserzione suddetta. Eccone le parole al presente anno: Attila, redintegratis viribus, quas in Italia amiserat, Italiam ingredi per Pannonias intendit, inhil duce nostro Aetio secundum prioris belli opera perspiciente, ita ut ne clusuris quidem Alpium, quibus hostes prohiberi poterant, uteretur: hoc solum spei suis superesse existimans, si ab omni Italia cum imperatore dissederet. Ma non è perciò da disprezzare il racconto del Sigonio; perciocchè Idacio[1795] scrisse che nel secondo anno del principato di Marciano, gli Unni da' quali era messa a sacco l'Italia, dopo aver eglino desolate alquante città, rimasero miracolosamente estinti, parte per la fame, parte per un certo morbo e per alcune calamità venute dal cielo. E che avendo l'imperador Marciano mandati soccorsi di milizie ad Aezio, questi tagliò a pezzi non pochi de' nemici in maniera che furono astretti a far la pace co' Romani. Sant'Isidoro, siccome quegli che fu copiatore d'Idacio, racconta lo stesso.
Nè si dee tacere che Attila, per attestato concorde di Giordano e dell'autore della Miscella, prima di ritirarsi, minacciò la total rovina all'Italia, se non gli fosse inviata con ricchissima dote, e con assegnarle una porzione del regno, Onoria sorella di Valentiniano Augusto, cioè quella svergognata principessa che, siccome abbiam veduto di sopra, avea incitato lo stesso Attila a muovere l'armi contra del fratello per isperanza di acquistare la libertà, e di sposare quel re villano. Ed è probabile che gli fosse promessa, affinchè il Barbaro non tardasse a levarsi d'Italia. Il Du-Cange[1796] pretende ancora che questa principessa infatti gli fosse spedita: ma non veggo alcuno degli antichi che l'asserisca. Fu ben ella promessa, ma si dovettero trovar varie scuse ed intoppi, tanto che la morte d'Attila, che da lì a non molto accadde, mise ancor fine alle ambiziose sue pretensioni. E perciocchè niuno degli scrittori parla più da lì innanzi d'essa Onoria, non è improbabile che per li suoi misfatti le fossero abbreviati i giorni della vita, o pur ch'essa con suo comodo li terminasse in una prigione segreta. Fu quest'anno che Marciano Augusto pubblicò un editto[1797] contro i seguaci degli errori d'Eutichete, con intimar loro varie pene. Similmente egli con altro proclama dichiarò l'innocenza e santità di Flaviano patriarca morto in esilio. Abbiamo anche da Marcellino conte[1798], aver egli ordinato in quest'anno che i nuovi consoli, in vece di gettar danari al popolo, gl'impiegassero in risarcire l'acquidotto di Costantinopoli. Doveano probabilmente succedere ferite e morti in quel popolare tumulto. Per lo contrario Valentiniano imperadore in questo medesimo anno, sì funesto all'Italia, con una sua legge[1799] ristrinse la giurisdizione de' vescovi, ordinando che i medesimi non potessero giudicar cause criminali, e neppur le civili fra i cherici; e se le giudicassero, fosse solo per compromesso, riserbando loro unicamente quelle di religione. Vietò ancora che i curiali, i servi e mercatanti del corpo della mercatura non si potessero far preti, nè monaci. Molti altri punti son ivi determinati. Trovarono i susseguenti Augusti indecente questa legge, e però la scartarono. Intanto il cardinal Baronio alla indebita pubblicazion d'essa attribuisce tutte le disgrazie accadute in quest'anno, non a Valentiniano che stava a divertirsi in Roma, ma alle città della Venezia, Insubria ed Emilia, che niuna colpa aveano di questo editto. Oltre di che, essendo data quella legge nel dì 15 di aprile del presente anno, Attila verisimilmente era già calato in Italia, e stava digrignando i denti sotto l'ostinata Aquileia. Vedesi eziandio un'altra legge[1800] dello stesso Augusto data in Roma a dì 29 di giugno intorno ai tributi che doveano pagare i mercatanti di porci, buoi e pecore, dove parla dell'attenzione d'Aezio patrizio fra le cure della guerra e lo strepito delle trombe. Da ciò ricava il Sigonio che Aezio avesse raunato un gagliardissimo esercito da opporre ad Attila; ma altro non ne so trarre io, se non che Aezio anche in que' tempi sì sconvolti pensava ad impedire che non fosse defraudato dei tributi l'erario imperiale, e che essi tributi con regola e proporzione si pagassero. Essendo mancato di vita in Napoli Quod vult Deus vescovo di Cartagine, esiliato da Genserico re de' Vandali, tanto si adoperò Valentiniano Augusto presso quel re barbaro, che si contentò che fosse ordinato vescovo in essa città di Cartagine Deogratias, uomo di mirabil carità, ed insigne per altre virtù, siccome attesta Vittore Vitense[1801].
NOTE:
[1769] Histor. Miscell., lib. 15, tom. 1 Rer. Italic.
[1770] Sigon., de Regn. Occident., lib. 13.
[1771] Marcell. Comes, in Chron.
[1772] Cassiod., in Chron.
[1773] Jordan., de Reb. Get., cap. 42.
[1774] Procop., lib. 11, cap. 4 de Bell. Vandal.
[1775] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 452.
[1776] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italicar.
[1777] Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.
[1778] Liutprand., Hist., lib. 3, cap. 2.
[1779] Idem, lib. 2, cap. 4.
[1780] Dandolus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[1781] Cassiod., lib. 12, ep. 24.
[1782] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 458.
[1783] Agnell., Part. 1, tom. 2 Rer. Italicar.
[1784] Suidas, in Lexico, verbo Mediolanum.
[1785] Prosper, in Chron.
[1786] Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.
[1787] Prosper, in Chron.
[1788] Hist. Miscella, lib. 15.
[1789] Cassiod., in Chronic.
[1790] Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.
[1791] Inter Epist. Symmachi papae.
[1792] Sigon., de Imper. Occident., lib. 13.
[1793] Rer. Italicar. Scriptor., tom. 1, part. 1.
[1794] Prosper, in Chron.
[1795] Idacius, in Chron.
[1796] Du-Cange, in Famil. Byzant., pag. 73.
[1797] Inter Acta Concilii Chalcedonensis.
[1798] Marcell. Comes, in Chron.
[1799] Tom. 4 Cod. Theodos. Append. tit. 12.
[1800] Tom. 4 Cod. Theodos. Append. tit. 15.
[1801] Victor Vitensis, de persecut. Vandal.
Anno di CRISTO CDLIII. Indizione VI.
LEONE papa 14. VALENTINIANO III imper. 29. MARCIANO imperadore 4.
Consoli
VINCOMALO ed OPILIONE.
Tornato che fu Attila nella Pannonia, inviò tosto suoi ambasciatori a Marciano Augusto, facendogli sapere, che se non gli mandava i tributi, ossia i regali annui promessi da Teodosio II suo predecessore, si aspettasse pure il guasto alle sue Provincie, ed ogni altro più rigido trattamento. Lo abbiamo da Prisco istorico[1802] di que' tempi, e lo riferisce ancora Giordano[1803], con aggiugnere egli solo una particolarità di gran riguardo, la quale, se è vera, molto è da maravigliarsi, come non sia almeno accennata da san Prospero, da Idacio o da sant'Isidoro: cioè che Attila minacciava bensì lo imperio d'Oriente, ma le sue mire di nuovo erano contro dell'Occidente. Gli stava fitta nel cuore la rabbia, perchè i Visigoti della Gallia gli avessero data una sì disgustosa lezione nella battaglia che narrammo di sopra, e ne voleva vendetta. Pensò dunque di assalire e soggiogar quegli Alani che abitavano nella Gallia di là dal fiume Ligeri, appellato oggidì la Loire. E mossosi dalla Dacia e Pannonia, dove allora gli Unni con diverse nazioni sue suddite dimoravano, passò nel cuore della Germania a quella volta. Allora Torismondo, novello re de' Visigoti, presentito il disegno del Barbaro, non fu pigro ad accorrere con tutte le sue forze in aiuto degli Alani, e a prevenire l'arrivo d'Attila. Giunti colà gli Unni, si venne ad un fatto d'armi, che riuscì quasi simile al precedente, in guisa che l'altero Attila scornato fu costretto a ritornarsene senza trionfo e senza gloria alle sue contrade. Ma, come dissi, niun altro storico fra gli antichi dice una menoma parola di questo fatto. Nulladimeno, avendo Giordano avuta sotto gli occhi la storia perduta di Prisco, non se gli dee facilmente negar credenza in questo. E tanto più verrebbe ad essere credibile il di lui racconto, se la morte del feroce Attila fosse succeduta nell'anno susseguente, come vuol Marcellino conte[1804], perchè non avrebbe il re barbaro lasciate in ozio le sue armi nell'anno presente. Aggiungasi che Fredegario[1805] racconta due battaglie succedute fra Attila e i Goti; e benchè vi sia della confusione in quel racconto, sì pel tempo, come pel luogo, pure si scorge ch'egli mette il secondo conflitto fatto da Torismondo, essendo già morto suo padre. Ma san Prospero[1806], Prospero Tirone[1807], Idacio[1808], sant'Isidoro[1809], Cassiodoro[1810] e l'autore della Miscella[1811], senza narrar punto alcun ritorno d'Attila nella Gallia, dicono sotto il presente anno ch'egli, appena tornato al suo paese, finì di vivere e d'inquietare il mondo. La maniera della sua morte fu da bestia. Marcellino scrive che fu scannato da una donna, se pure i nostri storici italiani non han qui per odio alterata la verità. Merita maggior fede Giordano[1812], che cita ancor qui la storia di Prisco autore contemporaneo, allorchè narra che avendo voluto il crudele e libidinoso re menare una nuova moglie, per nome Ildicone, fanciulla, quantunque, secondo il rito della sua gente, innumerabili altre ne avesse, s'imboracchiò talmente nel convito nuziale, che, pien di vino fino alla gola e oppresso dal sonno, fu posto in letto; e quivi dal sangue che gli soleva uscir dal naso, rimase la notte soffocato. Essendo passata buona parte del mattino senza ch'egli chiamasse, o che rispondesse a chi il chiamava, i suoi dubitando di quel ch'era, ruppero la porta, e il trovarono morto. Racconta il medesimo autore, su la fede di Prisco, che in quella stessa notte a Marciano imperadore fu mostrato in sogno l'arco di Attila rotto: il che tenuto fu per presagio, giacchè gli Unni specialmente metteano la lor bravura nel saettare. Fu sontuoso ed insieme barbarico il funerale d'Attila. Gli uffiziali e i soldati suoi, secondo l'uso della nazione, si tagliarono parte de' capelli, e coi coltelli si fecero dei buoni tagli nel volto, acciocchè la memoria di quell'invitto combattente fosse pianta, non con lamenti e lagrime femminili, ma con sangue virile. Deposto il cadavero sotto padiglioni di seta, gli fecero una specie di torneamento a cavallo intorno. Cantarono le di lui prodezze con questi sentimenti: Il gran re degli Unni, Attila, figliuolo di Mundzucco, signore di fortissimi popoli, che solo con una potenza inudita per l'addietro ha posseduto i regni della Scitia e della Germania, ed ha messo il terrore in amendue gli imperii romani, con tante città prese; e che potendo devastare il rimanente, placato per le preghiere, si contentò di ricevere un annuo tributo. E dopo aver tutto ciò operato con felicità mirabile, non per ferita ricevuta da nemici, non per frode dei suoi, ma con restare illesa la sua gente, fra le allegrie e senza provar dolore alcuno, è morto. Ma chi può dir questa una morte, quando niuno sa d'averla a vendicare? Fin qui la funebre cantilena. Dopo tali lamenti sopra la di lui cassa sepolcrale fecero un gran convito, unendo insieme il lutto e l'allegria; e poi seppellirono di notte il cadavero, serrando la tomba prima con legami di oro, poi d'argento, e finalmente di ferro, e chiudendo seco armi tolte ai nemici e varii ornamenti con gemme e lavori preziosi. Ed affinchè non si sapesse il luogo, ai miseri schiavi, che aveano cavata la fossa, e dopo la sepoltura spianato il terreno, levarono crudelmente la vita.
Colla morte di costui si sfasciò la macchina dell'imperio degli Unni, cioè dei Tartari; perciocchè, siccome narra Giordano, insorsero liti tra i figliuoli d'Attila per la divisione de' regni: Arderico re dei Gepidi, prima sudditi d'Attila, non potendo sofferire che si trattasse di partire i popoli, come si fa dei vili schiavi, fu il primo a prendere l'armi contra dei figliuoli di Attila. Ad esempio suo, fecero lo stesso altre nazioni, cioè i Goti, gli Alani, gli Svevi e gli Eruli. Si venne ad una battaglia, in cui restò ucciso Ellac, il primogenito d'Attila, e a lui più caro degli altri. Gli Unni furono i vinti, e vincitori i Gepidi. Però gli altri figliuoli di Attila si ritirarono dove è oggidì la picciola Tartaria al mar Nero; e i Gepidi, rimasti padroni della Dacia, fecero pace e lega coll'imperadore d'Oriente, che si obbligò di mandar loro dei presenti. I Goti ebbero dipoi la Pannonia per concessione degli Augusti; ed altre nazioni, ricuperata la libertà, impetrarono altri siti per loro abitazione, in questo medesimo anno Torismondo re dei Visigoti in Tolosa, dopo aver goduto poco più d'un anno il suo principato[1813], perchè troppo alteramente ed insolentemente governava, trucidato fu da Teoderico e Federico suoi fratelli, il primo de' quali fu riconosciuto per re di quella nazione. Similmente diede fine ai suoi giorni in Costantinopoli a dì 18 di febbraio Pulcheria Augusta, sorella del già defunto imperador Teodosio II, e moglie del regnante Marciano Augusto, principessa memorabile per la sua rara pietà e saviezza. Fu sempre zelante protettrice della fede cattolica[1814]; anche nel matrimonio volle intatta la sua verginità consecrata a Dio; e fabbricò varii templi sacri, e varii spedali per gl'infermi e pellegrini con regale magnificenza. Pria di morire istituì eredi di tutto il suo avere i poverelli; ed il piissimo imperador Marciano, per attestato di Teofane[1815], benchè fossero immensi i di lei beni, pure puntualmente volle eseguita l'ultima di lei volontà. Perciò degna ben fu questa insigne principessa d'essere registrata fra i santi non men presso i Greci che presso i Latini.
NOTE:
[1802] Priscus, tom. 1 Histor. Byz., pag. 40.
[1803] Jordan., de Reb. Getic., cap. 43.
[1804] Marcell. Comes, in Chron.
[1805] Oper. Gregorii Turonens. Ruinart, Fragment., pag. 707.
[1806] Prosper, in Chron.
[1807] Prosper Tito, in Chronic.
[1808] Idacius, in Chron.
[1809] Isidorus, in Chronico Gothor.
[1810] Cassiodor., in Chron.
[1811] Histor. Miscell., lib. 15.
[1812] Jordan., de Reb. Getic, cap. 49.
[1813] Prosper, in Chron. Isidorus, in Chron. Gothorum; Idacius, in Chron.
[1814] Chron. Alexand. Marcell. Comes, in Chron.
[1815] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO CDLIV. Indizione VII.
LEONE papa 15. VALENTINIANO III imper. 30. MARCIANO imperadore 5.
Consoli
AEZIO e STUDIO.
Siccome osservò il padre Pagi[1816], questo Aezio console non è il celebre Aezio patrizio, generale di Valentiniano imperador di Occidente, ma sì bene un uffiziale delle corte cesarea di Marciano Augusto. In quanto al suddetto Aezio valoroso generale delle milizie nell'imperio d'Occidente, egli diede miseramente fine in quest'anno alla vita non che alle imprese sue; perchè da Valentiniano stesso imperadore, o almeno per ordine suo, restò ucciso. San Prospero[1817] lasciò scritto che erano seguite promesse scambievoli, convalidate da giuramenti fra Valentiniano Augusto ed esso Aezio, per la congiunzion de' figliuoli; e vuol dire che l'una delle due figliuole dell'imperadore dovea essere stata promessa in moglie ad uno de' figliuoli di Aezio, fra' quali sono a noi noti Carpilione e Gaudenzio. In vece di nascere da ciò maggior lega d'affetto, quindi ebbe principio la discordia e l'odio fra loro: mercè, per quanto fu creduto, di Eraclio eunuco, il quale s'era talmente col suo frodolento servigio renduto padrone dell'animo di Valentiniano, che il girava dovunque volea: disgrazia riserbata a tutti i principi deboli, condannati a lasciarsi menar pel naso da qualche favorito. Un giorno adunque, mentre Aezio faceva calde istanze perchè si eseguisse la promessa, e non senza commozion d'animo e con risentite parole parlava per suo figliuolo all'imperador Valentiniano, o fosse concerto fatto, o quella rissa ne facesse nascer l'occasione, l'imperadore, sfoderata la spada, se gli avventò alla vita, e, per quanto scrive Vittor Turonense[1818], datogli il primo colpo, gli altri cortigiani che si trovarono presenti, misero anche essi mano alle spade e lo stesero morto a terra. Erasi per sua disavventura incontrato in sì brutta scena Boezio prefetto del pretorio, senatore nobilissimo, perchè dell'insigne casa romana Anicia, e probabilmente avolo del celebre Boezio, scrittore del secolo susseguente. Perchè egli era sommamente amico di Aezio, e forse si volle interporre per quetare il tumulto, restò anch'egli in quella congiuntura ucciso. Idacio[1819] aggiugne che altri personaggi, chiamati ad uno ad uno in corte, vi lasciarono la vita. Secondochè si ha dagli storici, furono messi in testa a Valentiniano dei sospetti contro di Aezio, quasichè egli, superbo per le vittorie riportate, per le sue ricchezze e pel credito che aveva nelle armate, meditasse di usurpargli il trono. Forse ancora gli fu opposto, ch'egli, vecchio amico degli Unni, avesse avuto dei segreti riguardi in favore di Attila sì nella Gallia che nell'Italia. Ma qui Procopio[1820] ci fa sapere essere stato Massimo (poscia successor nell'imperio) quegli che segretamente tramò la morte di Aezio per vendicarsi di Valentiniano (siccome vedremo nell'anno seguente) e per levar di mezzo ai suoi disegni questo potente ostacolo; e però, guadagnati gli eunuchi del palazzo, operò che i medesimi colle arti loro imprimessero in cuore dell'imperadore diffidenze e sospetti in materia di Stato. Quel ch'è certo, siccome notò Marcellino conte[1821], in questo prode generale venne a mancare il terrore de' Barbari e la salute dell'imperio occidentale, e ne seguì poco dopo la rovina dello stesso imperadore e dell'imperio. Però soggiugne Procopio, che avendo Valentiniano interrogato un uomo savio, se era stato bene il togliere la vita ad Aezio, questi rispose che non potea sapere se fosse bene o malfatto quel ch'era succeduto; ma parergli d'intendere una sola cosa, cioè che l'imperadore colla man sinistra aveva tagliato a sè stesso la destra. In quest'anno l'imperador Marciano pubblicò un editto[1822] intorno ai matrimonii de' senatori, con dichiarare quali fossero le basse ed abbiette persone, le quali era loro proibito di prendere per mogli secondo una legge di Costantino, e con decidere che fosse lecito lo sposar donne ancorchè povere, purchè di nascita ingenue, e di professione e genitori non esercitanti arte vergognosa. Così l'indefesso san Leone papa, valendosi dell'animo rettissimo e piissimo di esso imperadore d'Oriente, calmò in questi tempi varii torbidi insorti nella religione, e represse l'ambizione di Anatolio patriarca di Costantinopoli, il quale contro l'autorità dei canoni del concilio niceno s'era studiato di esaltar la sua Chiesa in pregiudizio di quelle d'Alessandria e d'Antiochia. A persuasione sua ancora il buon imperadore pubblicò nuovi editti contro gli eutichiani ad altri eretici, che tuttavia infestavano colle lor false dottrine l'Oriente; ed insieme confermò i privilegii antecedentemente conceduti alle Chiese cattoliche.
NOTE:
[1816] Pagius, in Crit. Baron.
[1817] Prosper, in Chronico.
[1818] Victor Turonensis, apud Canisium.
[1819] Idacius, in Chronic.
[1820] Procop., lib. 2, cap. 4, de Vand.
[1821] Marcell., Comes, in Chronico.
[1822] L. 3, tit. 14, in Append. Cod. Theod.
Anno di CRISTO CDLV. Indizione VIII.
LEONE papa 16. MARCIANO imperadore 6. AVITO imperadore 1.
Consoli
VALENTINIANO AUGUSTO per l'ottava volta ed ANTEMIO.
L'anno è questo in cui l'imperio di Occidente, già lacerato in varie parti dai Barbari, diede un gran crollo, e cominciò ad avvicinarsi alla rovina. Il che avvenne per la morte di Valentiniano imperadore, non naturale, ma violenta, a cui soggiacque egli o per la sua poca prudenza, o pel merito delle sue poco lodevoli azioni. Ascoltiamo prima Procopio[1823], che narra l'origine di questa tragedia. Petronio Massimo, uno de' senatori più illustri e potenti di Roma, stato due volte console, avea per moglie una dama che insieme sapeva congiungere una rara bellezza con una singolar pudicizia. Se ne invaghì perdutamente Valentiniano, quantunque avesse per moglie Eudossia, principessa di beltà non ordinaria; e conoscendo che nè i doni nè le preghiere e lusinghe avrebbono potuto espugnar quella rocca, si appigliò ad una risoluzione nefanda. Fatto chiamare in corte Massimo, e vintagli certa quantità di danaro, si fece dare in pegno il suo anello; dopo di che immediatamente spedì alla di lui moglie un messo, con dirle che per ordine di Massimo venisse tosto alla corte per salutar l'imperadrice. Ella, prestata fede all'anello, si mise in lettiga, e fu a palazzo, dove introdotta che fu dai ruffiani della corte in una camera, Valentiniano l'assalì, e non ostante la di lei resistenza sfogò le brutali sue voglie con essa. Tornata a casa piena di vergogna e dolore la donna si diede ad un dirotto pianto; e capitato il marito, caricatolo di villanie e d'imprecazioni, si sfogò seco, imputando a lui l'affronto ch'ella avea patito. Diede nelle smanie Massimo; ma siccome persona accorta trattenne e nascose il suo risentimento, cominciando da lì innanzi a meditar la morte dell'imperadore. Prima nondimeno volle sbrigarsi di Aezio patrizio, la cui morte, per quanto abbiam detto, fu sua occulta manifattura. Poscia, guadagnati gli amici di Aezio, ed incitati alla vendetta, per mezzo d'essi fece levar la vita a Valentiniano. Anche Teofane[1824], sulla fede, cred'io, di Procopio, descrive questo imperadore qual uomo pieno di vizii, e massimamente d'adulterii, per giugnere ai quali non lasciava indietro gl'incantesimi. Cedreno, Zonara e Niceforo, tutti autori greci, copiandosi l'un l'altro, dicono altrettanto; ma io non so perchè mai niuno degli storici latini abbia almeno accennato alcuna di tante malvagità di Valentiniano, nè come Eudossia imperadrice amasse tanto un marito quale a noi vien supposto, cioè macchiato di tanti tradimenti alla fede maritale. Dal solo Apollinare Sidonio il veggo chiamato semivir amens. Comunque sia, egli è fuor di dubbio, secondo san Prospero[1825], che avendo Valentiniano imprudentemente accettati fra le sue guardie alcuni de' soldati ed amici di Aezio, già da lui ucciso, costoro aspettarono il tempo e l'occasion di vendicare la di lui morte. Uscito egli di Roma nel dì 27 di marzo, secondo la Cronica pubblicata dal Cuspiniano[1826], mentre era intento al giuoco del portarsi l'un l'altro, se gli scagliarono improvvisamente addosso costoro, e con varii colpi il distesero morto al suolo. Era seco quel mal arnese d'Eraclio suo eunuco, odiato da tutti, come promotore della rovina d'Aezio, e a lui parimenti toccò una salva di colpi, per i quali cadde morto; nè alcuno del numeroso regale corteggio si mosse alla difesa o vendetta del sovrano. Cassiodoro[1827] e Vittor Turonese[1828] scrivono ch'egli fu ucciso nel campo Marzio. Prospero Tirone[1829] dell'edizion del Canisio mette accaduta questa tragedia nel luogo appellato ai due Lauri; e Marcellino conte[1830], coll'autore della Miscella[1831], nomina due di questi sicarii, cioè Ottila e Traustila, amendue già sgherri d'Aezio e Barbari di nazione.
Dopo questa scena Petronio Massimo, autore della morte non men d'Aezio che di Valentiniano III, non avendo più ostacolo, nel dì seguente si fece proclamare imperadore de' Romani. Il Reinesio[1832] nell'albero della casa Anicia dimenticò di porre costui, quantunque in una medaglia riferita dal Goltzio[1833] e dal Mezzabarba[1834] egli si vegga chiamato D. N. FL. ANICIUS MAXIMUS P. F. AVG. Ma se fosse vero ciò che scrive Teofane[1835], cioè che questo Massimo era nipote di quel Massimo che a' tempi di Teodosio il grande strepitosamente usurpò l'imperio, non sarebbe egli da attribuire alla famiglia Anicia, perchè con essa nulla avea che fare Massimo il tiranno. Però o Petronio Massimo non fu Anicio, e quella medaglia è falsa; o, come è più probabile, Teofane prese abbaglio, ingannato dalla somiglianza del cognome. Non tardò Massimo, dappoichè fu alzato al trono imperiale, ad indurre, prima colle buone, poi colle brusche, Eudossia vedova a non piangere l'ucciso imperadore, e a prendere lui per marito, giacchè gli era poco dianzi mancata di vita la prima moglie. Eudossia, suo malgrado, vi consentì, perchè non sapea che per trama di lui fosse stato tolto di vita l'Augusto consorte. Procopio, Evagrio e Teofane coi lor copiatori, cioè Cedreno, Zonara e Niceforo, scrivono che la violenza fatta ad Eudossia fu maggiore di quel che ho detto: il che poi non s'accorda con quel che soggiungono; cioè, che essendo essi coniugati in letto, e ragionando degli affari loro, Massimo in confidenza le disse di aver egli procurata la morte di Valentiniano pel grande amore che a lei portava: stolto ch'ei fu a rivelare e mettere quel segreto in petto di donna, che si mostrava tuttavia tanto appassionata pel primo consorte. Internamente a questo avviso fremè di sdegno Eudossia, e pensando alla maniera di farne vendetta[1836], ed insieme di ricuperare la libertà, giacchè dopo la morte di Teodosio II suo padre e della zia Pulcheria non sapeva sperar aiuto dall'imperador d'Oriente, si appigliò ad una abbominevol risoluzione, che tornò poscia in rovina di Roma e di lei medesima. Cioè spedì ella segretamente in Africa lettere a Genserico re de' Vandali, pregandolo di venir quanto prima a vendicar la morte di Valentiniano già suo collegato, con offerirgli ogni assistenza dal canto suo. Marcellino conte[1837], Procopio[1838] ed Evagrio[1839] attestano anch'essi che Genserico fu sollecitato con lettere assai calde dalla furente imperadrice a venir colle sue forze contra l'odiato suo consorte. A braccia aperte Genserico accolse l'invito, non già per carità verso d'Eudossia, ma per la speranza di un gran bottino; e messa in punto una formidabil flotta, comparve con essa alle spiaggie romane. Secondochè abbiamo da Idacio[1840], Massimo avea dichiarato Cesare Palladio figliuolo suo e della prima moglie, e congiunta seco in matrimonio una figliuola di Valentiniano, cioè, per quanto si crede, Eudocia, chiamata da altri Eudossia, primogenita d'esso imperadore. Per quanto scrive san Prospero[1841], ossia Prospero Tirone, s'era già divulgato fra il popolo ch'egli era stato autore della morte d'Aezio e di Valentiniano, al vedere ch'egli non solamente non gastigò i loro uccisori, ma gli aveva anche presi sotto la sua protezione. Perciò la speranza conceputa che questo novello Augusto dovesse riuscire d'utilità alla repubblica si convertì in odio quasi universale contra di lui. Uditosi poi l'avviso d'essere approdata in vicinanza di Roma l'armata navale dei Vandali, molti nobili e popolari cominciarono a fuggire; e lo stesso Massimo, diffidandosi di poter fare resistenza a quei Barbari, dopo aver data a tutti licenza di andarsene, pieno di spavento, prese anche egli lo spediente di ritirarsi altrove. Ma nell'uscir di palazzo, svegliatosi un tumulto fra il popolo, fu da esso, e massimamente dai soldati e servitori di corte, tagliato a pezzi e gittato nel Tevere, senza che gli restasse neppur l'onore della sepoltura. Non tenne l'imperio se non due mesi e diciassette giorni, secondo san Prospero, e però cadde nel dì 11 di giugno la morte sua. Dovette eziandio restar vittima del furor popolare Palladio suo figliuolo, giacchè Eudocia sua moglie si vede da lì a non molto maritata con Unneri cofigliuolo del re Genserico. Per altro ha qualche aria d'inverisimile la chiamata dei Barbari attribuita ad Eudossia Augusta, stante il breve spazio di due mesi, in cui si suppone rivelato da Massimo il suo segreto, chiamato dall'Africa Genserico, fatti da lui i convenevoli preparamenti, e giunta la sua flotta ai lidi romani, per tacere altri riflessi. Oltredichè, dopo i fatti, non si può dir quanto sia facile il popolo a sognare e spacciar voci false.
Comunque sia, sbarcate le vandaliche milizie, tra le quali era anche una gran quantità di Mori, tratti dall'avidità della preda, nel dì 12 di giugno, e non già nel dì 12 di luglio, come scrive Mariano Scoto[1842] (errore a cui non fece mente il padre Pagi[1843]), trovò poca difficoltà il re Genserico ad entrare in Roma, rimasta senza gente e presidio abile a far difesa, e lasciò libero il campo ai suoi di saccheggiar l'infelice città. L'autore della Miscella[1844], secondo la mia edizione, scrive che il santo pontefice Leone uscì fuori della città incontro al re barbaro, e non men col suo venerabile aspetto che colla sua eloquenza ottenne che non si ucciderebbono nè tormenterebbono i cittadini, e resterebbono salve dal fuoco le case. Durò il saccheggio quattordici dì, ne' quali fu fatta un'esatta ricerca di tutto il meglio che s'avessero gli abitatori, e rimase spogliata la misera città di tutte le sue ricchezze, che furono imbarcate ed inviate a Cartagine. Scrive Procopio[1845] che coloro asportarono dall'imperial palazzo quanto v'era di buono, nè vi lasciarono pur un vaso di rame. Diedero parimente il sacco al tempio di Giove Capitolino, il quale è da stupire come tuttavia sussistesse, con portarne via la metà del tetto, ch'era d'ottimo bronzo indorato, ed una delle superbe e mirabili rarità di Roma. Corse fama che la nave in cui erano condotti gl'idoli dei Romani perisse nel viaggio. Furono inoltre menate in ischiavitù molte migliaia di cittadini romani, e fra essi, per attestato d'Idacio[1846], Gaudenzio figliuolo d'Aezio. Provò allora anche la sconsigliata imperadrice Eudossia (se pur fu vero l'invito fatto a Genserico) i frutti della sua pazzia, in essersi fidata del re barbaro ed eretico; perciocchè anch'ella colle sue due figliuole, Eudocia e Placidia, corse la medesima fortuna, essendo state tutte e tre condotte prigioniere a Cartagine. Genserico dopo alcuni anni, come diremo, diede per moglie Eudocia ad Unnerico suo primogenito, a cui ella col tempo partorì un figliuolo appellato Ilderico. Nella sola Cronica Alessandrina[1847] questa principessa vien chiamata non già Eudocia, ma Onoria; e perciò tanto il Du-Cange quanto il padre Pagi credettero ch'ella avesse due nomi; e giunse il suddetto Pagi fino ad immaginare ch'essa prendesse dal nome di Unnerico ossia Honorico suo consorte quello d'Onoria. Ma nulla di ciò, a mio credere, sussiste. Si dee tener per error de' copisti il nome di Onoria nella Cronica Alessandrina, giacchè tutti gli altri scrittori la chiamano solamente Eudocia. E se il padre Pagi soggiugne che anche Prisco, istorico[1848] di que' tempi, le dà il nome di Onoria alla facciata 42, egli prese abbaglio, perchè si attenne alla versione latina, laddove il testo greco ha chiaramente Εὐδωκία Eudocia, siccome ancora alla facciata 74. Falla eziandio l'autore della Miscella[1849], secondo l'edizion mia, allorchè scrive che Eudocia fu maritata con Trasamondo figliuolo di Genserico. Ma è ben degna d'osservazione una particolarità ch'egli aggiunge, taciuta da tanti altri autori. Cioè che, dopo avere abbandonata Roma, i Vandali e Mori si sparsero per la Campania, saccheggiando, incendiando quanto incontrarono. Presero Capoa, e la distrussero sino ai fondamenti; altrettanto fecero a Nola città ricchissima. Non poterono aver Napoli nè altri luoghi forti, ma diedero il sacco a tutto il territorio, e condussero seco in ischiavitù chi era avanzato alle loro spade. Appresso racconta che Paolino, piissimo vescovo di Nola, dopo aver impiegato quanto avea pel riscatto de' poveri cristiani, altro non restandogli in fine, per compassione ad una misera vedova, andò egli stesso in Africa a liberare un di lei figliuolo, con rimaner egli schiavo; ma, conosciuta dipoi la sua santità, fu lasciato andar da que' Barbari con quanti Nolani si trovavano schiavi. Sembra, è vero, a tutta prima che questo autore abbia confuso le crudeltà commesse dai Goti sotto Alarico nell'anno 409, dopo la presa di Roma, con quest'altra disavventura della medesima città. Ma può stare benissimo che i Vandali portassero la loro fierezza anche nella Campania. San Gregorio il Grande, che fiorì sul fine del secolo susseguente, narra anch'egli il fatto suddetto di san Paolino[1850]: quum saevientiun Vandalorum tempore fuisset Italia in Campaniae partibus depopulata. E di qui si può prender maniera per isciorre un nodo avvertito dagli eruditi, i quali trattano come favola la schiavitù in Africa di san Paolino; perchè altro san Paolino vescovo di Nola non riconoscono se non quello che fiorì a' tempi dei santi Girolamo ed Agostino. Ma il padre Gianningo della compagnia di Gesù giudiciosamente osservò[1851], aver Nola avuto più d'un Paolino per suo vescovo, e che non sotto il primo, ma sotto uno de' suoi successori potè succedere il fatto di quella vedova, il quale incautamente nel Breviario e Martirologio romano vien attribuito al primo san Paolino. Ora ecco dall'autore della Miscella autenticate le conghietture del padre Gianningo, e doversi riferire a questi tempi la distruzione di Capoa e di Nola, e un altro san Paolino vescovo dell'ultima città. E così possiam credere, finchè dia l'animo ad alcuno di mostrarci che in ciò si sieno ingannati san Gregorio Magno e l'autore della Miscella.
Sappiamo bensì che si dilungò dal vero sant'Isidoro in iscrivendo[1852] che Genserico solamente dopo la morte di Maioriano Augusto prese e saccheggiò Roma: il che sarebbe accaduto nell'anno di Cristo 462. È troppo patente un anacronismo tale. Lasciò parimente Evagrio[1853], che Roma in tal congiuntura fu data alle fiamme; ma anch'egli s'ingannò. Pretende il cardinal Baronio[1854], coll'autorità di Anastasio bibliotecario[1855], che i Vandali portassero rispetto alle tre primarie basiliche di Roma, e non ne asportassero i sacri vasi: intorno a che è di dire che non è ben chiaro quel passo. Certo è bensì che una gran quantità di sacre suppellettili con gemme e vasi di oro e d'argento, tolta alle chiese, trasportata fu in Africa da que' masnadieri. E Teofane[1856] aggiugne che furono del pari menati via i vasi del tempio di Gerusalemme, che Tito imperadore, dopo la presa di quella città, avea condotto a Roma. Questi poi, allorchè Belisario riacquistò l'Africa al romano imperio, per attestato di Procopio[1857], furono trasferiti a Costantinopoli. Si raccoglie poi da san Leone papa[1858], che fu istituita una festa in Roma in ringraziamento a Dio, perchè i Barbari avessero, con andarsene, lasciata in libertà quella città. Del pari merita ben d'essere qui rammentata l'incomparabil carità di Deogratias, vescovo di Cartagine, di cui abbiam parlato di sopra, giacchè questa viene a noi descritta da Vittore Vitense[1859]. Giunsero in Africa tante migliaia di schiavi cristiani, e ne fecero la division fra loro i Vandali e i Mori, con restar separati, secondo l'uso dei Barbari, le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori. Immediatamente quell'uomo di Dio vendè tutti i vasi d'oro e d'argento delle chiese per liberar quei che potè dalla schiavitù, ed impetrare per gli altri che i mariti stessero colle loro consorti, e i figliuoli coi lor padri. E perchè niun luogo bastava a capire tanta moltitudine di miseri cristiani, deputò per essi le due più ampie basiliche di Fausto e delle Nuove, con letti o stramazzi da poter quivi riposare, e diede anche il cibo giornaliero a proporzione delle persone. Non pochi parimente di quegl'infelici erano caduti infermi a cagion de' disagi patiti per la navigazione, o per la crudeltà di que' Barbari. Il santo vescovo, benchè vecchio, quasi ad ogni momento li visitava insieme coi medici, e coi cibi, perchè, secondo l'ordine di essi medici, a cadauno in sua presenza venisse somministrato il bisognevole. E non restava neppur la notte di far questo esercizio il pio prelato a guisa d'una amorevolissima balia, correndo a letto per letto, e interrogando come si portava ciascuno di quei poveri malati. Miravano con occhio livido i Vandali ariani la mirabile carità di questo vescovo cattolico, e varie volte mancò poco che sotto varii pretesti non l'uccidessero. Ma Iddio volle per sè da lì a qualche tempo quest'insigne operaio della sua vigna, con tal dolore de' cattolici di Cartagine, che allora maggiormente si credettero dati in mano ai Barbari, quando egli passò al cielo. Tre anni soli durò il suo vescovato, ma ne durerà presso i fedeli la memoria nel Martirologio romano a dì 22 di marzo.
Fioriva in questi tempi con gran riputazione nelle Gallie Avito, nominato più volte di sopra, di nobilissima casa della provincia d'Auvergne, come scrisse Gregorio Turonense[1860]. Dianzi era con lode intervenuto a varie battaglie; aveva esercitata la carica di prefetto del pretorio delle Gallie, ed ultimamente, mentre egli si godeva la sua quiete in villa, Massimo Augusto, conoscente non meno del di lui merito che della probità e valore, l'avea dichiarato generale dell'esercito romano in quelle parti. E ben ve n'era bisogno, perchè i Visigoti, i Franchi ed altri popoli, udita la morte di Valentiniano, cominciavano a far movimenti di guerra. Nè solamente gli conferì Massimo questa dignità, ma gli ordinò soprattutto di stabilir la pace con Teoderico II re de' Visigoti. A tale effetto avendo Avito mandato avanti Messiano patrizio a parlare col re, anche egli appresso passò a Tolosa, e quivi intavolò la pace desiderata. Quando ecco giugnere nello stesso tempo la nuova che Massimo imperadore era stato tagliato in brani dal popolo e da' soldati, e che Genserico, entrato in Roma, avea quivi lasciata la briglia alla sua crudeltà. Allora gli uffiziali romani, e il medesimo re Teoderico, consigliarono a gara Avito di prendere le redini dell'imperio, giacchè il trono imperiale era voto, nè si facea torto ad alcuno; e in Roma allora altro non v'era che pianto e miseria. Gli promise Teoderico, oltre alla pace, anche l'assistenza sua per liberare l'afflitta città, e far vendetta di Genserico. Se crediamo ad Apollinare Sidonio[1861], marito d'una figliuola d'Avito stesso, egli ripugnò non poco ad accettar questa splendidissima offerta, e fecesi molto pregare; ma Gregorio Turonese[1862] pretende che egli stesso si procurasse un sì maestoso impiego. In Tolosa dunque fu conchiusa la di lui assunzione al trono cesareo; ed essendo egli poi venuto ad Arles, luogo di sua residenza, in essa città col consentimento dell'esercito e de' popoli fu compiuta la funzione, con esser egli proclamato imperadore Augusto, e col prendere la porpora e il diadema. Credesi che ciò seguisse nel dì 10 di luglio. Da una iscrizione riferita dal padre Sirmondo[1863] possiamo raccogliere che questo imperadore portasse il nome di Eparchio Avito. In una sola medaglia riferita dal Goltzio[1864] e dal Mezzabarba[1865], esso viene intitolato D. N. FLAVIVS MAECILIVS AVITVS P. F. AVG; ma non tutte le medaglie pubblicate dal Goltzio portarono l'autentica con loro, e senz'altro pruove, la sua non è qui decisiva. Marciano Augusto in quest'anno si mostrò favorevole al clero, ordinando[1866] che fosse lecito alle vedove, diaconesse e monache di lasciare nell'ultima volontà ciò che loro piacesse, alle chiese, ai cherici e monaci: il che prima era vietato per una legge di Valentiniano, Valente e Graziano, a cagion d'alcuni che frequentavano troppo e con troppa avidità le case d'esse femmine sotto pretesto di religione. Può anche appartenere al presente anno ciò che vien raccontato da Prisco storico[1867] di questi tempi. Cioè, ch'esso imperador Marciano, da che ebbe inteso il sacco di Roma, e che Genserico aveva condotta seco in Africa l'Augusta Eudossia colle principesse figliuole, non potendo rimediare al male già fatto, almeno spedì ambasciatori al re barbaro, comandandogli di guardarsi dal più molestare l'Italia, e che rimettesse in libertà la vedova imperadrice colle figliuole. Genserico se ne rise, e rimandò i legati con buone parole, senza voler liberare quelle principesse. Dimorava tuttavia in questi tempi nella città di Gerusalemme Eudocia, ossia Atenaide, vedova di Teodosio II imperadore, e madre della suddetta Eudossia Augusta. Racconta Cirillo monaco, nella Vita di santo Eutimio abbate[1868], che questa principessa seguitava l'eresia degli eutichiani, e per quante lettere le andassero scrivendo Valerio suo fratello (Valeriano è questi chiamato nella Cronica d'Alessandria) ed Olibrio genero di sua figliuola, perchè abbandonasse quella setta, mai non s'indusse a cangiar sentimenti. Si sa ancora che san Leone papa[1869] scrisse alla medesima lettere esortatorie per questo, ed altrettanto avea fatto Valentiniano III Augusto suo genero, ma sempre indarno. Giunse finalmente a lei la funesta nuova ch'esso Valentiniano era stato ucciso, e che la figliuola colle nipoti era stata condotta prigioniera in Africa: allora Eudocia, battuta da tanti flagelli, fatto ricorso ai santi Simeone Stilita ed Eutimio, ritornò alla fede cattolica, con adoperarsi dipoi acciocchè molti altri abiurassero gli errori d'Eutichete. Le parole di Cirillo suddetto ci fan conoscere vero quanto si truova scritto da Procopio[1870] e da Teofane[1871]: cioè che Placidia, figliuola minore di Valentiniano III imperadore, condotta colla madre Eudossia e colla sorella Eudocia in Africa da Genserico, era già maritata con Olibrio nobilissimo senatore romano. Evagrio[1872] all'incontro chiaramente scrive che Placidia, dappoichè fu messa in libertà per ordin di Marciano Augusto, prese per marito esso Olibrio, fuggito a Costantinopoli dopo la entrata de' Vandali in Roma. Ma qui l'autorità di Evagrio, benchè seguitata dal Du-Cange[1873], ha poco peso; perciocchè Placidia solamente dopo la morte di Marciano imperadore fu posta in libertà. Sembra eziandio che Prisco, istorico di que' tempi, asserisca[1874] seguito quel matrimonio solamente dappoichè fu restituita alla primiera libertà questa principessa, con dire ἥν ἐγεγαμἠκει Ὀλίβιρος, cioè, secondo la versione latina del Cantoclaro, quam duxit Olibrius; ma si dovea più giustamente traslatare quam duxerat Olibrius.
NOTE:
[1823] Procop., lib 1, cap. 4 de Bell. Vandal.
[1824] Theoph., in Chronograph.
[1825] Prosper Tiro, in Chron.
[1826] Chronol. a Cuspiniano edita.
[1827] Cassiodorius, in Chron.
[1828] Victor Turonensis, apud Canisium.
[1829] Prosper Tiro, in Chron., edition. Canis.
[1830] Marcell. Comes, in Chron.
[1831] Histor. Miscell., lib. 15.
[1832] Reines., Inscript. Class. I, num. 39.
[1833] Goltzius, Numism.
[1834] Mediobarb., Numism. Imperator.
[1835] Theoph., in Chronogr.
[1836] Theoph., in Chronogr.
[1837] Marcell. Comes, in Chron.
[1838] Procop., lib. 1, cap. 4 de Bell. Vand.
[1839] Evagr., Hist. Eccl., lib. 2.
[1840] Idacius, in Chron.
[1841] Prosper, in Chron.
[1842] Marian. Scotus, in Chron.
[1843] Pagius, Crit. Baron.
[1844] Histor. Miscell., lib. 15.
[1845] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 5.
[1846] Idacius, in Chronico.
[1847] Chron. Alexandr.
[1848] Priscus, tom. 1 Hist. Byz.
[1849] Hist. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar., pag. 98.
[1850] Gregor. Magnus, lib. 3, cap. 2 Dialogor.
[1851] Acta Sanctorum, in Append. ad Vit. sancti Paulini ad diem 22 jun.
[1852] Isidorus, in Chron. Vandal.
[1853] Evagr., lib 2, cap. 7 Hist. Eccl.
[1854] Baron., Annal. Eccl.
[1855] Anastas., in Vita Leonis Magni.
[1856] Theoph., in Chronogr.
[1857] Procop., de Bell. Vandal., lib. 2 cap. 9.
[1858] Sermo LXXXI s. Leonis, in Octava Apostol.
[1859] Victor Vitensis, lib. 1 de Persecut. Vandal.
[1860] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap 11.
[1861] Sidon., in Panegyr. Aviti.
[1862] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 11.
[1863] Sirmondus, in Notis ad Panegyr. Aviti.
[1864] Goltzius, Numism.
[1865] Mediob., Numismat. Imp.
[1866] L. Generali I Lege, Cod. Justinian. de episc. et cleric.
[1867] Priscus, tom. 1 Histor. Byzant., pag. 73.
[1868] Cotelerius, tom. 4 Monument. Eccl., p. 64.
[1869] Leo Magnus, ep. LXXXVIII ad Julian.
[1870] Procop., de Bell. Vandal. lib. 1, cap. 5.
[1871] Theoph., in Chronogr.
[1872] Evagr., lib. 2, cap. 7 Hist. Eccl.
[1873] Du-Cange, Famil. Byzant.
[1874] Priscus, Hist. Byz., tom. 1, pag. 74.
Anno di CRISTO CDLVI. Indizione IX.
LEONE papa 17. MARCIANO imperadore 7. AVITO imperadore 2.
Consoli in Oriente VARANE e GIOVANNI.
Console in Occidente EPARCHIO AVITO AUGUSTO.
Non per anche dovea Marciano Augusto avere riconosciuto Avito per imperadore, e però egli solo creò i consoli in Oriente. Ma infallibilmente sappiamo che Avito, già dichiarato Augusto, ed accettato per tale dal senato romano, anzi invitato da esso a Roma, prese il consolato di quest'anno in Occidente. Abbiamo qualche iscrizione in testimonianza di ciò, che si legge anche nella mia Raccolta[1875]. E soprattutto resta il panegirico recitato in Roma per tale occasione in onore d'Avito da Apollinare Sidonio, celebre scrittore di questi tempi[1876]. Il Relando[1877], che differisce all'anno susseguente il consolato d'Avito, non ha ben fatto mente che in questo medesimo anno Avito precipitò dal trono. Venuto egli dunque a Roma, spedì, per attestato d'Idacio[1878], i suoi ambasciatori (fors'anche gli avea spediti prima) a Marciano imperadore d'Oriente; e, secondochè scrive il medesimo storico, fu approvata la sua elezione. Ma perciocchè gli Svevi, che signoreggiavano nelle provincie occidentali della Spagna, mostravano gran voglia di far dei movimenti, anzi infestavano la provincia di Cartagena, Avito ad essi ancora inviò per ambasciatore Frontone conte, e pregò Teoderico II re de' Visigoti che anch'egli, siccome suo collegato, mandasse un'ambasceria a que' Barbari per indurli a conservar la pace giurata colle provincie che restavano in Ispagna all'imperio romano. Andarono gli ambasciatori, ma non riportarono se non delle negative da quegli alteri. E Rechiario re d'essi Svevi, che Riciario è appellato da Giordano storico, per far ben conoscere qual rispetto egli professava ai Romani e Goti, corse a far dei gran danni nella provincia tarraconense. Questo fu il frutto delle premure dell'imperadore Avito e di Teoderico re de' Visigoti. Oltre a ciò, racconta Prisco istorico[1879] che Avito imperadore mandò in Africa altri ambasciatori ad intimare a Genserico re dei Vandali l'osservanza dei patti stabiliti un pezzo fa coll'imperio romano; perchè altrimenti gli muoverebbe guerra colle milizie romane e de' suoi collegati. Marciano Augusto probabilmente in questo medesimo anno, giacchè nulla avea fruttato la spedizione precedente, inviò di nuovo ad esso re Bleda, vescovo ariano, cioè della setta degli stessi Vandali, per dimandare la libertà delle principesse auguste e la conservazione della pace. Bleda parlò alto, minacciò, ma nulla potè ottenere. Anzi Genserico, più orgoglioso che mai, seguitò in Africa a perseguitare i cattolici, come a lungo racconta Vittore Vitense. Inoltre, per relazione del suddetto storico Prisco, con una numerosa flotta d'armati andò a sbarcare di nuovo nella Sicilia e ne' vicini luoghi d'Italia, con lasciar la desolazione dovunque arrivò. Procopio anch'egli attesta che Genserico, dopo la morte di Valentiniano, non lasciò passar anno che non infestasse la Sicilia e l'Italia con prede incredibili, rovine delle città e prigionia de' popoli. Aggiugne Vittore Vitense[1880] che questo re divenuto corsaro coi Mori antichi corsari, afflisse in varii tempi la Spagna, l'Italia, la Dalmazia, la Campania, la Calabria, la Puglia, la Sicilia, la Sardegna, i Bruzii, la Venezia, la Lucania, il vecchio Epiro e la Grecia, con perseguitare dappertutto i cattolici, e farvi de' martiri. La menzione che questo scrittore fa della Campania dà credito al racconto dell'autore della Miscella, riferito da me all'anno precedente intorno all'eccidio di Capoa e Nola, e al passaggio in Africa di san Paolino juniore vescovo di Nola. Vengono ancora confermate le scorrerie di questo re crudele dal poco fa mentovato Idacio, scrivendo egli che essendo capitate cinquantanove navi cariche di Vandali da Cartagine nella Gallia, o pur nell'Italia, spedito per ordine di Avito imperadore contra coloro Recimere conte suo generale, gli riuscì di tagliarli a pezzi. Soggiugne che un'altra gran moltitudine di que' Barbari nella Corsica era stata messa a filo di spada.
Vedendo intanto Teoderico II re dei Visigoti che gli Svevi signoreggianti nella Gallicia niun conto aveano fatto degli ambasciatori loro spediti, secondochè si ha da Idacio[1881] e da Giordano storico[1882], tornò ad inviarne loro degli altri, nè questi ebbero miglior fortuna. Anzi poco dopo Rechiario re d'essi Svevi con grosso esercito ritornò addosso alla provincia tarraconense, e ne condusse via un immenso bottino con gran numero di prigioni. Giordano aggiugne aver risposto l'altero Rechiario a Teoderico, che se non la dismetteva di mormorare di lui, sarebbe venuto fino a Tolosa, e si sarebbe veduto se i Goti avessero forze da resistergli. Allora Teoderico perdè la pazienza, e, per ordine dello stesso Avito Augusto, allestito un poderoso esercito di Goti, dall'Aquitania passò in Ispagna, per fare un'ambasciata di maggior vigore a que' Barbari. Seco andarono Giudiaco, ossia Chilperico re de' Borgognoni, colle lor soldatesche. Dodici miglia lungi da Astorga, oggidì città del regno di Leone, si trovò a fronte d'essi il re degli Svevi Rechiario col nervo maggiore delle sue genti presso il fiume Urbico nel quinto giorno di ottobre. Fecesi un sanguinoso fatto di arme; furono totalmente sconfitti gli Svevi, il re loro ferito potè per allora mettersi colla fuga in salvo. Giunto poscia il vittorioso Teoderico alla città di Braga, nel dì 28 d'ottobre, la prese, la diede a sacco, fece prigione gran quantità di Romani, non fu perdonato nè alle chiese nè al clero; insomma tutto fu orrore e crudeltà. Trovandosi poi esso re nel luogo Portucale, onde è venuto il nome di Portogallo, gli fu condotto prigione il re suddetto Rechiario, il quale si era messo in una nave fuggendo, ma da una tempesta di mare fu menato in braccio ai Visigoti. Ancorchè fosse cognato di Teoderico, da lì a qualche tempo restò privato di vita. Allora Teoderico diede per capo agli Svevi, che s'erano sottomessi a lui, Aiulfo suo cliente, e dipoi passò dalla Gallicia nella Lusitania. Ma questo Aiulfo non istette molto che, sedotto dagli Svevi, alzò la testa contra del suo benefattore; e male per lui, perchè venuto alle mani con Teoderico, e rimasto in quella battaglia preso, lasciò la testa sopra d'un patibolo. Ottennero dipoi gli sconfitti Svevi, per mezzo de' sacerdoti, il perdono da Teoderico, ed ebbero licenza di eleggersi un capo, che fu Remismondo. In tal maniera furono gastigati gli Svevi, ma colla desolazion del paese, e senza profitto alcuno del romano imperio; perciocchè quelle provincie vennero sotto il dominio dei Visigoti. Tutto questo racconto l'abbiamo da Giordano e da Idacio; e l'ultimo d'essi riferisce questi fatti in due diversi anni, ma probabilmente non senza errore, perchè appresso narra la caduta di Avito imperadore, la qual nondimeno accadde in questo medesimo anno. Il suddetto re Teoderico II vien lodato assaissimo da Apollinare Sidonio[1883] per le sue belle doti.
Come poi cadesse Avito dal trono, se ne ha un solo barlume dall'antica storia, cioè solamente è a noi noto che Avito standosene in Roma, ed accortosi che quivi non era sicurezza per lui, mercè della persecuzione mossa contra di lui da Ricimere, si ritirò come fuggitivo a Piacenza. Dopo la morte d'Aezio, era stato conferito a questo Ricimere il grado di generale delle armate cesaree. In una iscrizione rapportata dall'Aringhi[1884] egli è chiamato Flavio Ricimere. Ennodio[1885] ci rappresenta costui di nazione Goto. Ma è più da credere ad Apollinare Sidonio, autore contemporaneo ed amico d'esso Ricimere, allorchè attesta che egli era nato di padre svevo e di madre gota, e nipote di Vallia re d'essi Goti o, vogliam dire, Visigoti. Questi Barbari, sollevati ai gradi più insigni dell'imperio romano, contribuirono non poco alla rovina d'esso imperio. Se s'ha da prestar fede a Gregorio Turonense[1886], Avito, perchè lussuriosamente vivea, fu abbattuto dai senatori. Quum romanum ambisset imperium luxuriose agere volens, a senatoribus projectus. Però da Fredegario, nel Compendio[1887] del Turonese, Avito vien chiamato imperator luxuriosus. Inoltre egli racconta, che avendo Avito, già divenuto imperadore, finto di essere malato, e dato ordine che le senatrici il visitassero, usò violenza alla moglie di un certo Lucio senatore, il quale, in vendetta di questo affronto, fu cagione che i Franchi prendessero e consegnassero alle fiamme la città di Treveri. Ma si può ben sospettare che queste sieno fole e ciarle inventate da chi gli volea male. In quei pochi mesi che Avito tenne l'imperio, dimorò in Arles, da cui è ben lungi Treveri, e di là poscia passò a Roma. Il gran peso ch'egli prese sulle spalle, gli dovea ben allora lasciar pensare ad altro che a sforzar donne; e massimamente non essendo allora egli uno sfrenato giovane, ma con molti anni addosso, giacchè sappiamo da Sidonio che fin l'anno 421 egli fu dalla sua patria spedito ambasciatore ad Onorio e Costanzo Augusti. Oltre di che, sembra ben poco credibile l'ordine che si suppone dato da lui d'essere visitato dalle senatoresse nella finta infermità. E quando sia vero che Avito, dopo aver deposto l'imperio, fosse creato vescovo di Piacenza, tanto più si intenderebbe che egli non dovea essere quale vien dipinto dal Turonense e dal suo abbreviatore, perchè lo zelantissimo papa san Leone non avrebbe permesso che fosse assunto a tal grado chi fosse pubblicamente macchiato d'adulterii e di scandali. Perciò parmi più meritevol di fede Vittore Turonense[1888], che ci rappresenta Avito per un buon uomo, con iscrivere: Avitus, vir totius simplicitatis, in Galliis imperium sumit. In somma Avito, benchè venuto a Roma e accettato da' Romani, non tardò molto ad esserne odiato, se pur tutta la sua disgrazia non fu il trovarsi egli poco in grazia di Ricimere general delle armate, la cui prepotenza cominciò allora a farsi sentire, e crebbe poi maggiormente da lì innanzi, siccome vedremo. Avito adunque, scorgendo vacillante il suo trono, perchè, siccome notò Idacio[1889], s'era egli fidato dell'aiuto a lui promesso dai Goti impegnati nelle conquiste in Ispagna, nol potevano punto assistere: Avito, dissi, si ritirò da Roma, e giunto a Piacenza, quivi depose la porpora e rinunziò all'imperio.
Perciocchè si trovò allora vacante il vescovato di quella città, per maggiormente accertare il mondo che la sua rinunzia era immutabile, prese gli ordini sacri, e fu creato vescovo di essa città di Piacenza. Di questo suo passaggio abbiamo per testimoni Mario Aventicense[1890] e l'autore della Miscella[1891]. Vittor Turonense[1892] scrive anch'egli che Ricimere patrizio superò Avito, e perdonando alla di lui innocenza, il fece vescovo di Piacenza. Parole che ci fanno abbastanza intendere che Avito per forza fu indotto a deporre il comando, e ch'egli non doveva essere quel tristo che fu pubblicato da Gregorio Turonense, e molto più da Fredegario. Il Cronologo pubblicato da Cuspiniano[1893] scrive che nel dì 17 di maggio (del presente anno) Avito fu preso in Piacenza dal generale Ricimere, e che restò ucciso Messiano suo patrizio. Aggiugne che Remisco, patrizio anch'esso, trucidato fu nel palazzo di Classe, cioè fuor di Ravenna, nel dì 17 di settembre. Bisogna dunque che in Piacenza colto Avito da Ricimere si accomodasse alla di lui violenza, e si contentasse di mutar la corona cesarea in una mitra. Ma poca durata ebbe il di lui vescovato; perciocchè, secondo Gregorio Turonense[1894], avendo egli scoperto che il senato romano tuttavia sdegnato contra di lui, meditava di levargli la vita, prese la fuga, e, passato nelle Gallie, voleva ritirarsi nell'Auvergne sua patria; ma nell'andare alla basilica di san Giuliano presso Brivate (oggidì Brioude) con assaissimi doni, cadde malato per istrada, e terminò i suoi giorni. Fu egli poscia seppellito nella basilica suddetta. Anche Idacio scrive che mentre Teoderico re dei Visigoti dimorava nella Gallicia, gli fu portata la nuova che Avito dall'Italia era giunto ad Arles. Poca fede prestiamo ad Evagrio[1895], allorchè dice rapito Avito dalla peste, e meno a Niceforo[1896], che il fa morto di fame. Conviene bensì ascoltar Teofane[1897], che sotto quest'anno ci fa sapere, che la città di Ravenna fu consumata dal fuoco, e da lì a pochi giorni Ramito patrizio (appellato Ramisco, siccome abbiam veduto, dal Cronografo del Cuspiniano) fu ucciso appresso Classe, e che deciotto giorni dopo restò superato Avito da Remico (vuol dire Ricimere), e che creato vescovo della città di Piacenza, essendo passato nelle Gallie, quivi diede fine ai suoi giorni. Dieci mesi e mezzo restò poi vacante l'imperio, nel qual tempo, per attestato di Cedreno[1898], senza titolo d'imperadore Ricimere la fece da imperadore, governando egli a bacchetta la repubblica. Abbiamo da Mario Aventicense[1899], sotto quest'anno, che i Borgognoni, parte de' quali era passata in Ispagna, unita a Teodorico II re de' Visigoti, giacchè i Goti erano impegnati contro gli Svevi nella Gallicia, e scarso era l'esercito romano nelle Gallie, occuparono alcune provincie d'esse Gallie, cioè le vicine alla Savoia, e divisero le terre coi senatori di quei paesi. Mancò di vita in quest'anno Meroveo re de' Franchi; ed ebbe per successore Childerico[1900] suo figliuolo, il quale, perchè cominciò a far violenza alle fanciulle, incorso nello sdegno del popolo, fu stretto a mutar aria, e a rifugiarsi appresso Bisino re della Toringia. Era stato creato generale dell'armata romana nelle Gallie un certo Egidio. Seppe questi col tempo farsi cotanto amare e stimare dai Franchi, che l'elessero per loro re. Stima il cardinal Baronio[1901], ed han creduto lo stesso altri moderni, che nel presente anno essi Franchi mettessero il piè stabilmente nelle Gallie, ma ciò non sussiste. Seguitarono essi a dimorare di là dal Reno, finchè, siccome diremo, riuscì loro di cominciar le conquiste nel paese delle Gallie.
NOTE:
[1875] Thes. novus Inscript.
[1876] Sidon., in Panegyr. Aviti.
[1877] Reland., Fast. Cons.
[1878] Idacius, in Chron.
[1879] Priscus, tom. 1 Histor. Byz., pag. 73.
[1880] Victor Vitensis, lib. 1, cap. 17 de persecut.
[1881] Idacius, in Chron.
[1882] Jordan., de Reb. Get., cap. 44.
[1883] Sidon., lib. 1, epist. 2.
[1884] Aringhius, Rom. Subterran., lib. 4, cap. 7.
[1885] Ennodius, in Vita s. Epiphanii.
[1886] Gregor. Turon., lib. 2, cap. 11 Hist. Franc.
[1887] Fredegar., Hist. Franc. Epitom., cap. 7 et 10.
[1888] Victor Turonensis, in Chron.
[1889] Idacius, in Chron.
[1890] Marius Aventicens.
[1891] Histor. Miscella, lib. 15.
[1892] Victor Turonensis, in Chron.
[1893] Chronologus apud Cuspinianum.
[1894] Gregor. Turon., lib. 2, cap. 11.
[1895] Evagr., lib. 2, cap. 7.
[1896] Niceph., lib. 15, cap. 11.
[1897] Theoph., in Chronogr.
[1898] Cedren., in Histor.
[1899] Marius Aventicens.
[1900] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 12.
[1901] Baron., Annal. Eccl.
Anno di CRISTO CDLVII. Indizione X.
LEONE papa 18. LEONE imperadore 1. MAJORIANO imperadore 1.
Consoli
FLAVIO COSTANTINO e RUFO.
Era giunto Marciano Augusto all'età di settantacinque anni, quando sul fine di gennaio dell'anno presente gli convenne pagare il tributo, a cui è tenuto ogni mortale. Scrive Zonara[1902] essere corso sospetto che morisse di veleno, fattogli dare da Aspare patrizio. Secondo Teofane[1903], avendo sentito con sommo dispiacere il sacco di Roma e il trasporto fatto in Africa della imperadrice e delle sue figliuole, con somma vergogna ed ingiuria dell'imperio romano, si preparava per muover guerra a Genserico. Dovette egli finalmente prendere tal risoluzione, dacchè quel re superbo si era beffato delle di lui ambasciate, e faceva peggio che mai contra tutte le contrade marittime dell'imperio. Per altro, secondochè s'ha dagli antichi storici, egli era principe mite, benigno verso tutti, di una mirabil pietà, limosiniere al maggior segno, e soprattutto amantissimo della pace. Scrive Zonara[1904] ch'egli solea dire, che finchè si può mantener la pace, non s'ha a metter mano all'armi. Però sotto questo principe i Greci confessavano di aver goduto il secolo d'oro. Ebbe poche guerre, e ne uscì con onore. Ma questo suo animo pacifico servì non poco a rendere ogni dì più temerario ed orgoglioso il re de' Vandali Genserico, il quale, per testimonianza di Procopio[1905], non mettendosi alcun fastidio di Marciano, giacchè non trovava più da far bottino nelle desolate spiaggie dell'Italia e Sicilia, volò in fine a saccheggiar anche l'Illirico, il Peloponneso, cioè la Morea, ed una parte della Grecia, paesi spettanti all'imperio di Oriente. Secondo la Cronica Alessandrina[1906], Marciano favoriva non poco la fazione veneta, che usava il colore azzurro ne' giuochi circensi, non solo in Costantinopoli, ma dappertutto. Ora avendo la fazione prasina, che portava il color verde, eccitato un giorno un tumulto, egli pubblicò un editto, con cui vietò per tre anni a qualunque di essa fazion prasina il poter avere posti onorevoli e l'essere arrolati nella milizia. Poscia nel dì 7 di febbraio fu eletto imperadore d'Oriente Flavio Leone, uomo di singolar valore e pietà, talchè si meritò poi il titolo di magno, ossia grande. A salire al trono gli fu di molto aiuto il gran credito e poter di Aspare patrizio nel senato di Costantinopoli e nell'esercito. Non riuscì ad esso Aspare con tutti i suoi maneggi d'ottenere per sè la corona, perchè era di setta ariana, e però si rivolse a promuovere una sua creatura. Tale era Leone, che alcuni dicono nato nella Tracia, ed altri nella Dacia Illirica[1907], uomo gentile di corpo, con poca barba, senza lettere, ma fornito di una rara prudenza. Era tribuno e duca del presidio militare di Selibria. Ma Aspare gli volle vendere i suoi voti, con farsi promettere che, divenuto imperadore, avrebbe dichiarato Cesare uno de' suoi figliuoli, probabilmente Ardaburio. Il cardinal Baronio[1908], fidatosi qui di Niceforo, pensa che Ardaburio, nominato in quei tempi insieme con Aspare, fosse il padre dello stesso Aspare, e quel medesimo che fece gran figura sotto Teodosio II Augusto, siccome abbiam veduto. La verità è che Ardaburio patrizio, mentovato nei tempi di Leone imperadore, fu nipote del primo, e figliuolo d'Aspare. Abbiamo da Prisco istorico[1909], il quale non potè essere veduto dal Baronio, che Ardaburio figliuolo di Aspare, mentre regnava Marciano, sconfisse i Saraceni presso Damasco. Leone promise quanto volle Aspare, e, proclamato imperadore dal senato e dall'esercito, fu coronato da Anatolio patriarca di Costantinopoli.