Annali d'Italia, vol. 1 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)
S'incontra il primo console appellato anche Januarino. Seguitò nell'anno presente ad esercitar la prefettura di Roma Anicio Giuliano. Le poche leggi[3066] che abbiamo appartenenti a quest'anno ci fan vedere Costantino in Nicomedia, capitale della Bitinia, e poi in Oiscos, o Escos, luogo della Dacia, o piuttosto della Mesia inferiore, oggidì Bulgaria. Qui la Cronica Alessandrina ci fa sapere che Costantino passò più volte di là dal Danubio, e che sopra quel fiume fece fabbricar un ponte di pietra. Anche l'uno e l'altro Vittore[3067] attestano la fabbrica di questo ponte, nè si sa vedere perchè il Tillemont[3068] la chiami affatto inverisimile. Noi sappiamo che Costantino, più di quel che si possa credere, fu avidissimo della lode e della gloria. Ben probabile è ch'egli non volesse essere da meno di Traiano, da cui fu fabbricato un simil ponte su quel fiume regale. Abbiamo anche medaglie[3069], dove si mira quel ponte col motto SALVS REIPVBLICAE DANVBIVS. Questi movimenti di Costantino hanno poi fatto pensare a qualche erudito[3070] che in quest'anno egli avesse guerra coi Goti e Taifali, popoli abitanti di là dal Danubio in faccia alla Mesia. E però il Mezzabarba[3071] rapporta monete battute, a suo credere, nel presente anno col motto VICTORIA GOTHICA. Ma forse tali medaglie son da riferire nell'anno 322. Per altro ve n'ha di quelle, dove egli comparisce circa questi tempi imperadore per la vigesima seconda volta, e queste dovrebbono assicurarci di qualche vittoria da lui riportata verisimilmente contra de' Barbari transdanubiani. In questi tempi appunto gli autori della storia ecclesiastica[3072] muovono gravi querele contro la memoria di Costantino, perchè egli richiamò dall'esilio l'eresiarca Ario, e poi Eusebio, Mari e Teognide, vescovi protettori del medesimo: dal che vennero poi non poche turbolenze alla Chiesa di Dio, e cominciò la persecuzione contra di sant'Atanasio. Certo è da stupire come un sì saggio Augusto, dianzi veneratore dei decreti del celebre concilio niceno, e che avea banditi i vescovi suddetti, perchè disubbidienti al medesimo concilio, poscia retrocedesse, e tanto si lasciasse avviluppar da Eusebio, vescovo di Nicomedia, che da lì innanzi il tenne per uno de' suoi più intimi consiglieri, e in riguardo suo molti falli commise in favore dell'arianismo. A simili salti è suggetto chiunque de' principi non sa sceglier buoni ministri.
NOTE:
[3066] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.
[3067] Victor, in Epitome. Idem, de Caesarib.
[3068] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[3069] Mediobarb., in Numismat. Imperat.
[3070] Gothofredus et Tillemont.
[3071] Mediob., in Numismat. Imperator.
[3072] Socrat. Sozomen. Philostorg. Pagius. Baronius et alii.
Anno di CRISTO CCCXXIX. Indizione II.
SILVESTRO papa 16. COSTANTINO imperatore 23.
Consoli
FLAVIO VALERIO COSTANTINO AUGUSTO per l'ottava volta e FLAVIO VALERIO COSTANTINO CESARE per la quarta.
Ad Anicio Giuliano nella prefettura di Roma succedette nel dì 7 di settembre Publio Optaziano[3073], che taluno ha creduto quel medesimo Optaziano poeta da noi veduto di sopra autore del panegirico di Costantino. Ma quel poeta si nomò Publilio, e forse non è da credere che uomo di grande affare e degno di sì riguardevol carica egli fosse, da che si perdeva in quelle pedanterie d'acrostici. Oltre di che, san Girolamo[3074] scrive ch'egli in quest'anno fu richiamato dall'esilio. Poscia nella suddetta prefettura entrò, nel dì 8 di ottobre, Petronio Probiano. Dimorò Costantino in questi tempi, siccome risulta dalle date delle sue leggi[3075], nella Pannonia, Dacia e Tracia, ora in Sirmio, ora in Naisso, Sardica ed Eraclea. Era egli in questi tempi tutto applicato alla fabbrica della nuova città di Costantinopoli, della cui dedicazione parleremo all'anno seguente. Nota san Girolamo, nella sua Cronica, che in quest'anno solamente fece Costantino morir Fausta sua moglie; ma dee ben prevalere l'opinione di tanti altri che tal tragedia riferiscono all'anno stesso in cui tolta fu la vita a Crispo Cesare. Aggiugne il medesimo che parimente in questi tempi fece grande strepito in Africa Donato vescovo di Cartagine, con avvalorare lo scisma di quelle chiese, e che da lui venne il nome de' Donatisti più tosto che da un altro precedente Donato. Similmente scrive che nella città di Antiochia si cominciò a fabbricare la suntuosa basilica de' cristiani, chiamata Aurea, per ordine senza fallo di Costantino. Giovanni Malala[3076] probabilmente indica il medesimo tempio, con dire che esso Augusto edificò in quella città la gran chiesa, cioè la cattedrale, opera veramente magnifica, con aver demolito il bagno del re Filippo, già maltrattato dalle ingiurie del tempo, e divenuto inutile. Presso a quella chiesa ancora fabbricò lo spedale dei pellegrini; e del tempio di Mercurio formò la basilica appellata di Rufino.
NOTE:
[3073] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.
[3074] Hieronymus, in Chron.
[3075] Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.
[3076] Joannes Malala, in Chronogr.
Anno di CRISTO CCCXXX. Indizione III.
SILVESTRO papa 17. COSTANTINO imperadore 24.
Consoli
GALLICANO e SIMMACO.
In alcuni Fasti[3077] in vece di Gallicano si trova un Costanzo per la terza volta, piuttosto che per la settima, console con Simmaco. Però taluno ha creduto ch'egli fosse sostituito a Gallicano. Io il lascio nelle sue tenebre. Continuò anche per l'anno presente Petronio Probiano ad esercitar la prefettura di Roma. S'è disputato non poco fra gli eruditi[3078] intorno all'anno, in cui Costantino Augusto cominciò la fabbrica della nuova città di Costantinopoli, e poi ne fece la dedicazione. Lasciando io il primo punto che poco importa, dico convenire oggidì i più in credere che in quest'anno egli dedicasse quella città, mutando il nome di Bisanzio in quello di Costantinopoli. Era egli negli anni addietro, siccome sommamente vago di gloria, invogliato di fabbricare una città, per imporle il suo nome, ed eternar con ciò maggiormente la sua memoria nei secoli avvenire. Pensava ancora di stabilir ivi la sua residenza, facendo di quella città una nuova Roma, che gareggiasse in grandezza ed ornamenti colla vecchia. Pretende Zosimo[3079] che egli a ciò s'inducesse, perchè mal soddisfatto del popolo romano, da cui era stato caricato di maledizioni l'ultima volta che egli fu a Roma, a cagion della religione mutata. Non è questo improbabile, dacchè sappiamo che dalla nuova città egli escluse ogni reliquia di paganesimo: il che non gli sarebbe con egual facilità e quiete riuscito nell'antica Roma. Fosse questo il motivo, o pure il desiderio della gloria, e di divertire i suoi pensieri in tempo di pace, che gl'ispirasse tal disegno, certissimo è aver egli a tutta prima scelto un sito sulla costa dell'Asia in vicinanza della già distrutta città di Troia, per fabbricarvi la novella sua città, e che v'impiegò assai tempo ed operarii ad alzarne le mura e le porte. Ma nell'andar egli soggiornando in quelle vicinanze, meglio di quel che avesse fatto in addietro, adocchiò, e ravvisò la mirabil situazione dell'antica città di Bisanzio, e quivi determinò di far la sua reggia; e lasciato andare l'incominciato lavoro, tutto si diede ad accrescere e rinnovare quest'altro luogo. Chiunque anche oggidì osserva Costantinopoli, confessa non potersi trovare un sito più bello, più delizioso e più comodo di quello sulla terra, perchè posta quella città sotto moderato clima sul fin dell'Europa in un promontorio, e in faccia alla vicina Asia, col mare che le bacia le mura, con porto capacissimo di navi, con fertili campagne, e frapposta a due mari, ciascun dei quali può facilmente mantenere in essa l'abbondanza. Quivi dunque tutto si diede l'Augusto Costantino a fabbricare, con aprire gli scrigni ed impiegar largamente i suoi tesori in quell'impresa, con ritenere il meglio del vecchio Bisanzio, ed accrescere a meraviglia il circuito delle sue mura.
Gli autori greci[3080], siccome si può vedere nella descrizion di Costantinopoli cristiana, che abbiamo dall'erudita penna del Du-Cange, contano maraviglie, avvenimenti soprannaturali, ed anche favolosi, della fondazione di questa città. Non convenendo all'assunto mio l'entrare in sì fatto argomento, a me basterà di dire che le nuove mura abbracciarono un gran sito, entro il quale egli fece edificare un superbo imperial palagio, con altri assaissimi per i suoi cortigiani ed uffiziali, belle strade e case, piazze non inferiori in bellezza a quelle di Roma, circhi, statue, fontane, terme, portici suntuosi sostenuti da più file di colonne di marmo: in una parola, si studiò egli di formare una città che in fabbriche ed ornamenti potesse competere con quella di Roma che era la maraviglia delle città. E per maggiormente abbellirla, non si mise scrupolo di spogliar l'altre città, per asportar colà le cose più rare, senza neppur eccettuare quella di Roma. Chi leggesse la storia sola di Zosimo[3081], crederebbe che Costantino in questa nuova città avesse eretti templi ai falsi dii, ed onorate le statue loro. Ma Eusebio[3082], che scrive le cose de' suoi dì, ed altri antichi scrittori[3083] ci assicurano che egli unicamente vi fabbricò delle magnifiche chiese, fra le quali mirabil poscia fu quella de' Santi Apostoli, oltre a varii oratorii in memoria de' martiri, e che in quella città non soffrì alcun tempio de' gentili, nè che le statue de' loro dii si onorassero ne' templi. Quelle che v'erano, o che furono portate altronde colà, servivano solamente per ornamento della città, e non per ricevere culto dai pagani. Però di là fu estirpata l'idolatria, ed in essa pubblicamente non si adorava se non il vero Dio e la croce santa; e questa gioiellata facea bella comparsa nella sala maggiore dell'imperial palazzo. Quel solo che troviam ripreso da Zosimo[3084] e da Temistio[3085] in Costantino, fu la soverchia fretta sua, per aver presto il piacere di veder terminate tante fabbriche, perchè, trovandole malfatte, le disfaceva, ed altre non poche d'esse ebbero in effetto corta sussistenza, e convenne ai susseguenti Augusti di risarcirle e far di nuovo. A fine poi di popolare quest'ampia città, ed accrescerne l'abitato, tirava ad essa i popoli delle altre città e provincie, allettandoli con privilegii ed esenzioni, e con donar loro terre da coltivare, ovver danari. E a molti senatori ancora, venuti da Roma a stanziare colà, donò palazzi e ville. Assegnò anche rendite annuali che servissero ad aumentare le case e a sempre più abbellir la città di nuovi edifizii. Altre poi erano destinate per dare annualmente al povero popolo pane o pur grano, carne ed olio[3086].
In questa maniera non passò gran tempo che Costantino vide piena di abitatori la sua città, con avere, siccome scrisse anche san Girolamo[3087], spogliate quasi tutte le altre per ingrandire ed ornar questa sua favorita figlia. Affinchè poi vi abbondassero i viveri, concedette varii privilegii ai mercatanti di grano dell'Oriente e dell'Egitto, che tutti da lì innanzi correvano a smaltire in sì popolata città le lor vettovaglie, città che per l'addietro tante ne produceva, che ne facea parte all'altre. I Greci moderni, spezialmente Codino[3088], spacciarono dipoi una man di fole intorno a questa fondazione, e massimamente una curiosa particolarità, che, quantunque favolosa, merita di essere comunicata ai lettori. Cioè che Costantino, allorchè era dietro alla fabbrica d'essa città, chiamò a sè i principali nobili romani, e li mandò alla guerra contro i Persiani. In quel mentre, secondo le misure venute da Roma, ordinò che si fabbricassero palazzi e case affatto simili a quelle che essi godevano in Roma; e dopo averle mobigliate di tutto punto, segretamente fece venir colà le loro mogli e i figliuoli con tutte le famiglie, e le collocò in quelle abitazioni. Dopo sedici mesi tornarono que' nobili dalla guerra, accolti con un solenne convito dall'imperadore, il quale fece poi condurre cadauno all'abitazion loro assegnata, e tutti all'improvviso si trovarono fra gli abbracciamenti dei lor cari. Torno a dire, che è spezioso il racconto; ma che chiunque l'esamina, ne scorge tosto la finzione; e tanto più che guerra non fu allora coi Persiani, nè gli antichi fan parola di questo fatto, e lo avrebbono ben saputo e dovuto dire, se fosse avvenuto. Ora varii autori[3089] s'accordano in iscrivere che l'Augusto Costantino nel dì 11 di maggio dell'anno presente fece con gran solennità di giuochi e profusion di doni la dedicazione di questa nuova città, abolendo l'antico nome di Bisanzio, ed ordinando ch'essa da lì innanzi fosse chiamata città di Costantino, o sia Costantinopoli. Fra le sue leggi[3090] comincia appunto a trovarsene una data sul fin di novembre in quella città col suddetto nome. Non è già che in quest'anno fosse ridotta a perfezione così insigne città, ricavandosi da Giuliano Apostata[3091] e da Filostorgio[3092] che si continuarono i lavori anche qualche anno dipoi. Ma perchè dovevano essere terminate le mura, le porte e i principali edifizii, perciò l'imperadore impaziente non potè aspettare di più per darle il nome e farne la dedicazione in quel giorno, che annualmente fu poi celebrato anche ne' secoli susseguenti dalla nazione greca. Per maggiormente poi esaltare la sua città, Costantino le diede ancora il titolo di seconda Roma, o pure di Roma novella[3093]; volle che godesse tutti i diritti e le esenzioni che godeva la vecchia, stabilì ivi un senato, ma del secondo ordine, e varii magistrati, che esercitavano la loro autorità sopra tutto l'imperio dell'Oriente, e sopra l'Illirico orientale; in una parola, se vogliam credere a Sozomeno, andò così crescendo Costantinopoli, che in meno di cento anni giunse a superar Roma stessa non men per le ricchezze che per la copia degli abitanti. Zosimo[3094] scriveva, circa cento anni dappoi, che facea stupore la sterminata folla di gente e di giumenti che si mirava in quelle strade e piazze; ma che, essendo strette esse strade, scomodo e pericoloso era il passarvi. Giunge anche a dire che niun'altra città potea allora paragonarsi in felicità e grandezza a Costantinopoli, senza eccettuar Roma vecchia, la qual certo cominciò a declinar da qui innanzi non poco per questa emula nuova.
NOTE:
[3077] Cassiodorus, Prosper, in Fastis.
[3078] Baron. Gothofred. Petavius. Pagius.
[3079] Zosimus, lib. 2, cap 30.
[3080] Euseb. Sozomen. Philostorg. Codinus, et alii.
[3081] Zosimus, l. 2, cap. 31.
[3082] Euseb., in Vita Costantini, lib. 3, cap. 48.
[3083] Socrates, l. 1 Histor., cap. 16 et alii.
[3084] Zosimus, lib. 2, cap. 32.
[3085] Themistius, Orat. 3.
[3086] Sozom. Socrates. Zosimus. Cod. Theodos. et alii.
[3087] Hieron., in Chronico.
[3088] Codinus, Origin. Constantin.
[3089] Idacius, in Fastis. Chronic. Alexandrinum. Hieron., in Chron. Zonaras, in Annalib. et alii.
[3090] L. 2, de Judaeis, Cod. Theod.
[3091] Julian., Oratione I.
[3092] Philostorgius, Histor., lib. 2, cap. 9.
[3093] Sozomenus, Histor., lib. 2, cap. 3. Socrates, Hist., lib. 1, cap. 1.
[3094] Zosimus, lib. 2, cap. 35.
Anno di CRISTO CCCXXXI. Indizione IV.
SILVESTRO papa 18. COSTANTINO imperadore 25.
Consoli
ANNIO BASSO ed ABLAVIO.
Nel dì 12 d'aprile entrò nella prefettura di Roma Anicio Paolino. Le leggi[3095] pubblicate in quest'anno dall'Augusto Costantino cel fanno vedere tuttavia residente in Costantinopoli, applicato ivi al compimento di varie fabbriche. Allora fu ch'egli con un prolisso editto, il quale nel Codice di Giustiniano si trova diviso in sei diverse leggi, e indrizzato a tutte le provincie del romano imperio, si studiò di provvedere alle concussioni ed avanie dei giudici, notai, portieri ed altri uffiziali della giustizia, ed anche alla prepotenza de' privati. Vuol dunque ivi che chiunque si sentirà aggravato dall'avarizia, rapacità e ingiustizia de' suddetti, liberamente porti le sue doglianze ai governatori; e, non provvedendo essi, ricorra ai conti delle provincie, o ai prefetti del pretorio, affinchè essi ne diano conto alla maestà sua, ed egli possa punire questi abusi e delitti secondo il merito. Nè solamente impiegava in questi tempi Costantino i suoi tesori per l'accrescimento della sua diletta città di Costantinopoli; stendeva anche la sua munificenza ad altre città, con fabbricar ivi dei riguardevoli templi in onore di Dio, de' quali parla Eusebio[3096]. Faceva inoltre sfavillare il suo zelo in favore della Chiesa cattolica, con aver pubblicato un editto contra de' varii eretici che allora l'infestavano, ma non già contra degli Ariani, perchè introdottosi forte in grazia di lui uno scaltro protettore d'essi, cioè quel volpone di Eusebio, vescovo di Nicomedia, di cui si parlò di sopra, andò egli non solamente inorpellando al buon Augusto i sacrileghi dogmi dell'eresiarca Ario, ma mise anche sottosopra le due insigni chiese di Antiochia e di Alessandria: del che potrà il lettore chiarirsi consultando la storia ecclesiastica. Racconta eziandio il medesimo Eusebio[3097] che Costantino fece sentire la beneficenza sua a tutto l'imperio, con levare un quarto dei tributi che annualmente pagavano i terreni: indulgenza che gli tirò addosso la benedizione dei popoli. E perciocchè non mancavano persone, le quali si lamentavano di essere state oltre il dovere aggravate negli estimi delle loro terre sotto i principi precedenti, spedì estimatori dappertutto, acciocchè riducessero al giusto quello che fosse difettoso. Parla anche Eusebio della non mai stanca liberalità di questo grazioso regnante verso le provincie e verso chiunque a lui ricorreva; di maniera che egli giunse, per soddisfare a tanti che chiedevano onori, ad inventar nuove cariche e nuovi uffizii, colla distribuzion de' quali si studiava di rimandar contenta ogni meritevol persona. Zosimo[3098], che per cagione del suo paganismo non seppe se non mirar d'occhio bieco tutte le azioni di Costantino, gli fa un reato di questo, e particolarmente perchè di due prefetti del pretorio egli ne formasse quattro. Il primo d'essi era prefetto del pretorio dell'Italia, da cui dipendeva l'Italia tutta colla Sicilia, Sardegna e Corsica, e l'Africa dalle Sirti sino a Cirene, e la Rezia, e qualche parte dell'antico Illirico, come l'Istria e Dalmazia, e verisimilmente anche il Norico. Era il secondo quello dell'Oriente, a cui Costantino, per onorar la sua cara Costantinopoli, diede una buona porzione, unendo sotto di lui l'Egitto colla Libia Tripolitana, e tutte le provincie dell'Asia, e la Tracia, e la Mesia inferiore con Cipri ed altre moltissime isole. Il terzo fu quel dell'Illirico, al quale erano sottoposte le provincie della Mesia superiore, la Pannonia, la Macedonia, la nuova Dacia, la Grecia ed altri adiacenti paesi, compresi anticamente sotto esso nome d'Illirico. Fu il quarto quello delle Gallie, che comandava a tutta la Francia moderna sino al Reno, e a tutta la Spagna, con cui andava congiunta la Mauritania Tangitana, e alle provincie romane della Bretagna. Zosimo pretende che l'istituzione di tali magistrati riuscisse pregiudiziale all'imperio. Ma doveva far mente quello storico che Diocleziano il primo fu in certa maniera ad istituire quattro prefetti del pretorio, allorchè in quattro parti divise il romano imperio. Quel che più importava, quand'anche se ne faccia autore Costantino, con ottima intenzione o per maggior comodo de' popoli egli creò que' magistrati. Veggasi il Gotofredo[3099] ed altri che han trattato dell'uffizio, dell'autorità e delle incumbenze de' prefetti del pretorio. Che se uffiziali di tanta dignità, o i lor subalterni col tempo si abusarono del loro impiego, alla lor negligenza o malizia si dovea attribuire il reato, e non già alla dignità, saviamente e con buon fine istituita, che, al pari di tante altre, potè cadere in mani cattive.
NOTE:
[3095] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.
[3096] Euseb., in Vita Const., lib. 3, cap. 50 et 63.
[3097] Idem, ibidem, lib. 4, cap. 2.
[3098] Zosimus, lib. 2, cap. 32 et seq.
[3099] Gothofred., tom. VI Cod. Theodosian. Pancirolus, Notitia Utriusque Imperii. Bulenger., de Imp. Roman., lib. 3.
Anno di CRISTO CCCXXXII. Indizione V.
SILVESTRO papa 19. COSTANTINO imperadore 26.
Consoli
PACAZIANO ed ILARIANO.
Trovasi Anicio Paolino continuare in quest'anno ancora nella prefettura di Roma. Se vogliam riposar sull'asserzione di quella mala lingua di Zosimo[3100], da che Costantino si perdè tutto dietro alla fabbrica di Costantinopoli, non si curò più di far guerra, ed attese solamente a darsi bel tempo. Cinquecento Taifali, nazione scitica, fecero con soli cinquecento cavalli un'irruzione nel paese romano (probabilmente in quest'anno), e non solamente niuna schiera loro oppose Costantino, ma anche, dopo aver perduta la maggior parte dell'esercito suo, allorchè vide comparire sino ai trincieramenti del suo campo i nemici che davano il sacco alla campagna, si mise fuggendo con gran fretta in salvo. Ho tradotto le stesse parole di Zosimo, acciocchè il lettore comprenda la contraddizione di questo appassionato storico. Se Costantino perdè tanti de' suoi armati, il che suppone qualche battaglia, come non oppose egli gente a que' Barbari? Ma nè questi svantaggi della cesarea armata, nè la fuga dell'invitto imperadore son cose da credere a Zosimo, venendo egli smentito da Eusebio scrittore contemporaneo[3101], e da s. Girolamo[3102], e da Socrate[3103], e da Sozomeno[3104]. Sotto quest'anno san Girolamo scrive che i Romani vinsero i Goti; perciocchè con questo nome usarono molti di comprendere molte delle nazioni scitiche, Tartari da noi chiamate oggidì, si può conghietturare ch'egli significasse i Taifali di Zosimo. Eusebio anch'esso ci assicura che Costantino soggiogò le dianzi indomite nazioni degli Sciti e dei Sarmati. E Socrate attesta bensì che i Goti fecero delle incursioni nel territorio romano, ma soggiugne che Costantino li vinse. Abbiamo anche dall'Anonimo Valesiano[3105] che i Sarmati, pressati dalla guerra che lor facevano i Goti, implorato l'aiuto di Costantino, l'impetrarono; e che per la buona condotta di Costantino Cesare circa cento mila di que' Barbari perirono di fame e di freddo. Pare perciò che Costantino, primogenito dell'Augusto Costantino, quegli fosse che un titolo di generale a nome del padre guerreggiasse coi Goti: il che si può anche inferire da Giuliano Apostata[3106]. A ciò si dee unire lo scriversi da Idacio[3107] che i Goti furono sconfitti dai Romani nel paese de' Sarmati, correndo il dì 22 d'aprile dell'anno presente. Secondo l'Anonimo Valesiano[3108], Ararico o sia Aorico, re dei Goti, per tale riconosciuto anche da Giordano[3109] istorico, fu poscia obbligato a chiedere pace, per sicurezza della quale diede alcuni ostaggi, e fra essi un suo figliuolo. Anche Aurelio Vittore[3110] ed Eutropio[3111] riconobbero vinti da Costantino Augusto i Goti; di maniera che le dicerie di Zosimo si scuoprono effetti unicamente del suo mal cuore verso di un imperadore sì glorioso e degno. Abbiamo inoltre nelle medaglie[3112] autenticati questi fatti colla memoria della VICTORIA GOTHICA. E qui Eusebio[3113] osserva un riguardevol pregio dell'Augusto Costantino. Erano stati soliti non pochi de' precedenti imperadori di pagare alle nazioni barbare confinanti un annuo regalo, che in sostanza era un tributo, ed indizio che i Romani si professavano come sudditi e servi de' Barbari. Non volle l'invitto Costantino sofferir questo vergognoso aggravio; e perchè ricusò di pagare, ebbe guerra con que' popoli. Confidato nella protezione di quel divino Signore, colla cui croce egli procedeva nelle guerre, domò tutti coloro che osarono di fargli resistenza; nè più pagò loro tributo: il che vien confermato da Socrate[3114]. Gli altri Barbari poi che non presero l'armi ammansò egli in tal maniera con prudenti ambascerie, che li ridusse da una vita senza legge e simile alle fiere ad una civile ed umana forma di vivere, imparando in fine gli Sciti ad ubbidir ai Romani. Così Eusebio vescovo di Cesarea, egregio testimonio di tali affari, perchè vivente e scrivente allora le sue Storie. Ma esso Eusebio, nel descrivere le azioni di Costantino, perchè si prefisse di compilar quelle solamente che riguardavano la di lui pietà, non si curò delle altre che concernevano la di lui gloria civile e militare; e però non sappiamo distintamente in che consistessero le sue guerre e vittorie contra dei Goti e d'altri Barbari. Se fossero pervenute sino a' dì nostri le storie di Prassagora Ateniese, conosciute da Fozio[3115], e quelle di Bemarco Cesariense, mentovate da Suida[3116], siccome ancora le Vite degl'imperadori composte da Eunapio, autori che trattarono de' fatti di Costantino, altre particolarità noi sapremmo ora della di lui vita. Tanto nondimeno a noi resta da potere smentire la licenza di Zosimo ostinato pagano. Nè si dee tacere aver asserito Socrate[3117] e Sozomeno[3118] che le vittorie di Costantino, riportate nelle guerre coi Goti, fecero visibilmente conoscere la protezione di Dio sopra questo principe, in guisa tale che moltissimi d'essi Goti, convinti anche per tale osservazione della verità della religion cristiana (passata settanta anni prima nelle lor contrade coll'occasion degli schiavi cristiani), la abbracciarono e professarono, benchè infettata dagli errori d'Ario. Abbiamo ancora dal sopraccitato storico Giordano[3119] che Alarico, re allora d'essi Goti, provvide all'armate di Costantino quaranta mila de' suoi soldati, i quali sotto nome di collegati cominciarono a militare al di lui servigio. Se costoro vollero i danari de' Romani, convenne che da lì innanzi se li guadagnassero col servire negli eserciti cesarei.
NOTE:
[3100] Zosimus, lib. 2, cap. 31.
[3101] Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 5.
[3102] Hieronymus, in Chronico.
[3103] Socrates, Histor., lib. 1, cap. 18.
[3104] Sozomenus, Histor., lib. 2, cap. 8.
[3105] Anonym. Valesianus.
[3106] Julian., Oration. I.
[3107] Idacius, in Fastis.
[3108] Anonym. Vales.
[3109] Jordan., de Reb. Get., cap. 21.
[3110] Aurelius Victor, de Caesarib.
[3111] Eutrop., in Breviar.
[3112] Mediob., in Numismat. Imperator.
[3113] Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 5.
[3114] Socrates, Hist., lib. 1, cap. 18.
[3115] Photius, in Biblioth., Cod. 62.
[3116] Suidas, in Lexico.
[3117] Socrat., lib. 1, cap. 8.
[3118] Sozomenus, lib. 1, cap. 18.
[3119] Jordan., de Reb. Getic., cap. 21.
Anno di CRISTO CCCXXXIII. Indizione VI.
SILVESTRO papa 20. COSTANTINO imperadore 27.
Consoli
FLAVIO DELMAZIO e ZENOFILO.
Quelle leggi e que' fasti, ne' quali in vece di Delmazio si legge Dalmazio, s'hanno da credere alterati dai copisti ignoranti ed avvezzi a chiamar Dalmazia quella che negli antichi secoli era appellata Delmazia, siccome apparisce da varie iscrizioni militari nella mia Raccolta[3120]. Nelle medaglie[3121] poi troviamo conservato il di lui vero nome Delmazio. Alcuni han creduto questo Delmazio fratello di Costantino, ma di altra madre. Oggidì opinion più ricevuta è ch'egli fosse figlio di un fratello di Costantino, nè andrà molto che il vedremo decorato col titolo di Cesare. Nel dì 7 d'aprile fu conferita la carica di prefetto di Roma a Publio Optaziano[3122] creduto dal Tillemont[3123] quel medesimo Publio Optaziano Porfirio che compose in acrostici il panegirico di Costantino. Ma poco durò il suo impiego, perchè nel dì 10 di maggio gli succedette Ceionio Giuliano Camenio. Fra i tre figliuoli dell'Augusto Costantino, l'ultimo era Costante, nato circa l'anno 320. Al pari degli altri due fratelli fu anch'egli nel dì 25 di dicembre dell'anno presente creato Cesare[3124]. Nelle altre medaglie e nelle iscrizioni si trova chiamato Flavio Giulio Costante. Abbiamo da san Girolamo che terribilmente infierì nella Soria e Cicilia la carestia colla mortalità d'innumerabili persone. Di questa orrida fame, che afflisse tutto l'Oriente, parla anche Teofane[3125], dicendo che un moggio di grano costava allora un'incredibile prezzo; e che in Antiochia e Cipri le ville altro non faceano che saccheggi sulle vicine, e buon per chi avea superiorità di forze. Racconta ancora Eunapio che in non so qual anno si patì penuria di grano in Costantinopoli, perchè i venti contrarii impedivano ai legni mercantili l'abbordare a quel porto. Trovavasi allora in gran credito alla corte di Costantino Sopatro, filosofo platonico, ito colà per frenare l'impetuosità di Costantino in distruggere il paganesimo. Ma, venuto un dì in cui mancò il pane alla piazza, infuriata la plebe con alte grida cominciò ad esclamare contra di Sopatro, con dire ch'egli era un mago, ed incantava i venti, affinchè non arrivassero i vascelli del grano. Zosimo[3126] pretende che questa fosse una cabala di Ablavio prefetto del pretorio, al quale non piaceva tanta familiarità di quel barbone coll'imperador Costantino. Nientedimeno si può credere che di gran conseguenza non fosse il favore goduto da costui; imperciocchè Costantino permise che l'infuriata plebe il mettesse a pezzi, forse, come vuole Suida, per far conoscere l'abborrimento suo al paganesimo. Si può anche riferire a questi tempi ciò che lasciò scritto Eusebio[3127], cioè tanto essere salito in riputazione l'Augusto Costantino, che da tutte le parti della terra erano a lui spedite ambascerie. Ed egli stesso attesta d'aver più volte osservato alle porte del palazzo imperiale le varie generazioni di Barbari, fra' quali specialmente i Blemmii, gli Indiani, gli Etiopi, tutti venuti per inchinare un così glorioso e temuto monarca. Il vestir loro, la capigliatura, le barbe, tutte erano diverse. Terribile il loro aspetto, e la statura quasi gigantesca. Rosso il colore d'alcuni, candidissimo quello d'altri. Portavano tutti costoro dei regali a Costantino, chi corone d'oro, chi diademi gioiellati, cavalli, armi ed altre specie di donativi, per entrare in lega con lui, e stabilir seco buona amicizia. Più era poi quello che il generoso principe loro donava, rimandandoli perciò più ricchi di prima, e contenti a casa. Oltre a ciò, i più nobili fra que' Barbari soleva egli affezionarsegli, decorandoli con titoli ed ammettendoli alle dignità romane: dal che veniva che la maggior parte d'essi, non curando più ritornarsene alla patria, si fermava ai servigi del medesimo Augusto. E tale era la politica di Costantino, il cui cuore non si trovava inquietato dalla dannosa insaziabilità de' conquistatori, ma bensì nobilmente bramava di far godere un'invidiabil pace e tranquillità a tutti i sudditi del suo vasto imperio: lode non intesa dal maledico Zosimo[3128], che quasi gli fa un reato, perchè desistè dalle guerre. E di questa sua premura di far godere la pace ai suoi popoli un bel segno diede, allorchè Sapore re della Persia (se crediamo a Libanio[3129]), in occasione di inviargli una solenne ambasciata, gli dimandò una gran quantità di ferro, di cui niuna miniera si trovava in Persia, col pretesto di valersene per far guerra ai lontani. Tuttochè Costantino conoscesse che questo ferro potea un dì servire contro i Romani, pure, per non romperla con quel re, che parea disposto a far guerra, ne permise l'estrazione, assicurandosi coll'aiuto di Dio di vincere anche i Persiani armati, se l'occasion veniva. Della stessa ambasciata fa menzione Eusebio[3130], siccome ancora della suntuosità de' regali passati fra loro, e della pace di nuovo assodata fra i due imperii. Aggiugne che un motivo particolare ebbe il piissimo Costantino di mantener buona armonia con quel re, perchè la religione di Cristo avea stese le radici fino in Persia; ed egli, siccome protettor d'essa, non volea che i cristiani di quelle contrade restassero esposti alla vendicativa barbarie del re persiano. Anzi abbracciò egli questa congiuntura per iscrivere a quel regnante una lettera, a noi conservata da Eusebio e da Teodoreto[3131], in cui, dopo aver esaltata la religion de' cristiani, come sola ragionevole e protetta da Dio, raccomanda a quel re i fedeli abitanti nel di lui regno. Il Gotofredo[3132] e il padre Pagi[3133] mettono sotto quest'anno lo studio di Costantino, affinchè si distruggessero i templi e gl'idoli più famosi del gentilesimo, come si ricava da san Girolamo[3134] e da altri antichi scrittori.
NOTE:
[3120] Thesaur. Novus Inscr., Class. XI.
[3121] Goltzius. Tristanus. Spanhemius et alii.
[3122] Cuspinianus. Panvinius. Bucher.
[3123] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[3124] Idacius, in Fastis. Hieron., in Chronico.
[3125] Theophanes, Chronogr.
[3126] Zosimus, lib. 2, cap. 40.
[3127] Euseb., in Vita Constantin., lib. 4, c. 7.
[3128] Zosimus, lib. 2, cap. 32.
[3129] Liban., Oration. 3.
[3130] Euseb., in Vita Const., lib. 4, cap. 8.
[3131] Theodoretus, Hist., lib. 1, cap. 24.
[3132] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.
[3133] Pagius, Crit. Baron., ad hunc annum.
[3134] Hieron., in Chronico.
Anno di CRISTO CCCXXXIV. Indizione VII.
SILVESTRO papa 21. COSTANTINO imperadore 28.
Consoli
LUCIO RANIO ACONZIO OPTATO e ANICIO PAOLINO juniore.
Optato e Paolino sono i cognomi indubitati di questi due consoli. I loro nomi son presi da iscrizioni riferite dal Panvinio e Grutero, le quali non è ugualmente certo che appartengano a questi personaggi. Dal Catalogo del Cuspiniano e Bucherio[3135] abbiamo che nel dì 27 d'aprile del presente anno la prefettura di Roma fu raccomandata ad Anicio Paolino: sicchè, se regge il suddetto supposto, egli fu nello stesso tempo ornato delle due più illustri dignità di Roma. Un'iscrizione del Panvinio[3136] parla di tutte e due queste dignità, e il Tillemont[3137] l'adduce per pruova che Paolino le esercitò nel medesimo tempo. Ma nelle iscrizioni si solevano annoverar tutte le dignità e gl'impieghi onorevoli dei personaggi, loro addossati in varii tempi; e però non è bastante quel marmo a togliere ogni dubbio che Paolino in quest'anno fosse console e prefetto di Roma. Le leggi del Codice Teodosiano[3138] ci fan vedere Costantino Augusto, nell'anno presente, ora in Costantinopoli, ora in Singidone della Mesia, ed ora in Naisso della Dacia. Diede egli nella prima d'esse città una legge[3139] nel dì 26 di giugno in favor de' pupilli, delle vedove, e d'altre miserabili persone, concedendo loro il privilegio di non poter essere tratte fuori del loro foro e paese, quando abbiano liti, per farle litigare nel tribunale supremo del principe; e di poter esse all'incontro citare i loro avversarii a quel tribunale. Con varie altre leggi promosse il medesimo Augusto l'ornamento della città di Costantinopoli, col concedere dei privilegii agli architetti, e l'abbondanza de' viveri con proporne degli altri ai mercatanti. Noi vedemmo di sopra all'anno 332 che trovandosi i Sarmati in pericolo di soccombere alla potenza de' Goti, ottennero aiuto da Costantino, dalle cui armi entrate nella Sarmazia furono que' Barbari sonoramente battuti e sconfitti. Due parole abbiamo dall'Anonimo Valesiano[3140], le quali sembrano significare, che per aver egli dipoi trovati i medesimi Sarmati di fede dubbiosa ed ingrati a' suoi benefizii, anche contra di loro ebbe guerra, e li vinse. Socrate[3141] chiaramente attesta le vittorie da lui riportate, non solo de' Goti, ma anche de' Sarmati, senza che ne sappiamo di più, nè in qual anno ciò succedesse. Truovansi perciò medaglie[3142] d'esso Augusto, dove egli è appellato VICTOR OMNIVM GENTIVM; e in altre si legge: DEBELLATORI GENTIVM BARBARARVM. Ora si vuol narrare uno stravagante fatto che appartiene all'anno presente, per attestato d'Idacio[3143], Eusebio[3144] ed altri[3145]. Ossia che i popoli suddetti della Sarmazia (oggidì Polonia) avessero guerra solamente nell'anno 332 coi Goti, poi debellati dalle armi di Costantino; o pure, come par più probabile, che si riaccendesse un'altra volta quel fuoco; certo è che, sentendosi eglino debili di forze contra di sì potenti avversarii, misero l'armi in mano ai loro servi, cioè ai loro schiavi, e data coll'aiuto d'essi una rotta ai nemici, rimasero liberi da quella vessazione e pericolo. Ma che? Uno di gran lunga peggiore se ne suscitò in casa loro. Uso fu de' Greci, Romani e Barbari stessi di non ammettere alla milizia se non persone libere, e di non dar l'armi giammai agli schiavi, per timore che costoro dipoi non insolentissero e scuotessero il giogo; e tanto più perchè il numero degli schiavi ordinariamente era sterminato negli antichi tempi presso d'ogni nazione. Se i Romani in qualche gravissimo bisogno di gente si vollero valer degli schiavi, lor diedero prima la libertà. Non dovettero i signori sarmati usar tutta la convenevol precauzione in tal congiuntura. Insuperbiti i loro servi, e conosciuta la propria forza, rivolsero in fatti da lì a non molto l'armi contra de' proprii padroni; e questi, non potendo resistere, furono astretti a prendere la fuga, ed a lasciar tutto in potere di chi dianzi loro ubbidiva. San Girolamo[3146] ed Ammiano[3147] danno il nome di Limiganti a quei servi, e a' lor padroni quello di Arcaraganti. Ebbero questi ultimi ricorso allo Augusto Costantino, il quale benignamente gli accolse ne' suoi Stati. Per attestato dell'Anonimo Valesiano[3148], erano più di trecento mila persone tra grandi e piccioli dell'uno e dell'altro sesso. Costantino arrolò nella milizia i più robusti: il rimanente fu da lui compartito per varii paesi, cioè per la Tracia, Scitia (cioè la Tartaria minore), Macedonia ed Italia, con dar loro terreni da coltivare. Altri di que' Sarmati liberi, per testimonianza d'Ammiano, si ricoverarono nel paese dei Victobali; e solamente nell'anno 358 furono rimessi dai Romani in possesso del loro paese.
NOTE:
[3135] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.
[3136] Panvinius, in Fast.
[3137] Tillemont, Mémoires des Emp.
[3138] Gothofred., Chron. Cod. Theod.
[3139] L. 2, de Offic. Judic. omn.
[3140] Anonymus Valesianus.
[3141] Socrat., lib. 1, cap. 18.
[3142] Mediobarb., Numism. Imper.
[3143] Idacius, in Fastis.
[3144] Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 6.
[3145] Hieron., in Chron.
[3146] Hieron., in Chronico.
[3147] Ammian., Histor., lib. 17 et 19.
[3148] Anonymus Valesianus.
Anno di CRISTO CCCXXXV. Indizione VIII.
SILVESTRO papa 22. COSTANTINO imperadore 29.
Consoli
GIULIO COSTANZO e CEIONIO RUFIO ALBINO.
Fratello di Costantino Augusto, ma da altra madre nato, cioè da Teodora figliastra di Massimiano Erculio, fu questo Giulio Costanzo console. Oltre allo onore del consolato, ebbe egli anche la eminente dignità di patrizio, il titolo di nobilissimo, e la facoltà di portar la veste rossa orlata d'oro[3149]. La cognizion di questo personaggio importa molto alla storia, perchè noi troveremo Gallo Cesare a lui nato dalla prima moglie, e Giuliano, a lui procreato da Basilina sua seconda moglie, Giuliano, dissi, che arrivò poi ad essere imperadore, ma d'infame memoria per la sua apostasia. Il secondo console, cioè Ceionio Rufio Albino, era figliuolo di Rufio Volusiano, stato due volte console, come apparisce da un'antica iscrizione[3150]. Dal Catalogo[3151] del Cuspiniano e del Bucherio si ricava che a lui stesso nel dì 30 di dicembre dell'anno presente fu conferita la prefettura di Roma, nella quale egli continuò per tutto l'anno seguente. Entrava l'Augusto Costantino nel dì 25 di luglio del presente anno nell'anno trentesimo del suo regno, o imperio cesareo. Il padre Pagi[3152] pretende che questi fossero i tricennali dell'imperio augustale di Costantino, e che da lui nell'anno precedente fossero stati celebrati quei del cesareo. Ma, secondo i miei conti, avendo egli veramente preso il titolo di Augusto nell'anno di Cristo 307, non poteva aver principio nell'anno presente il trentesimo dell'augustale imperio. Nè può stare che egli nel precedente anno celebrasse i tricennali del regno cesareo, perchè nell'anno 305 non fu, per quanto abbiam detto, dichiarato Cesare, ma solamente nel 306. Comunque sia con grande magnificenza[3153] e con una non minor divozione e pietà solennizzò Costantino questa festa, giacchè, fuorchè a Cesare Augusto, a niun altro degli imperadori era riuscito di giugnere così avanti nel godimento del regno. Perciò umili azioni di grazie rendè all'Altissimo[3154]; ed in questo medesimo anno fece la dedicazione dell'insigne chiesa della Resurrezione ch'egli avea fatto fabbricare in Gerusalemme. Ma che? La stessa pietà di sì glorioso Augusto incorse in questi medesimi tempi in una gravissima macchia, di cui parla diffusamente la storia ecclesiastica, e che a me basta di accennare in poche parole. Più che mai si trovava sconvolta la Chiesa di Dio per l'eresia d'Ario, e per la prepotenza de' suoi partigiani e protettori. Costantino, per mettere fine a tanti torbidi, ordinò nel presente anno che si tenessero[3155] due concilii, l'uno in Tiro, e l'altro in Gerusalemme. La intenzione sua si può credere che fosse buona; ma non badò egli d'aver presso di sè lo scaltro Eusebio vescovo di Nicomedia, ed altri o segreti o palesi campioni d'Ario, che s'abusavano della di lui confidenza ed autorità in favore di quell'eresiarca, e in pregiudizio della dottrina della Chiesa cattolica e del santo concilio di Nicea. Avvenne dunque che nel concilio di Tiro, Atanasio, insigne e santo vescovo d'Alessandria, scudo de' cattolici, fu deposto, e in quello di Gerusalemme Ario ed i suoi seguaci furono ammessi alla comunion della Chiesa cattolica; tutti passi che offuscarono non poco la gloria di Costantino sulla terra, e che abbisognarono della misericordia di Dio per lui nell'altra vita. Portatosi a dimandargli giustizia sant'Atanasio, in vece di ottenerla, fu relegato nelle Gallie. Altra novità nell'anno presente, novità pregiudiziale alla sua politica, fece l'Augusto Costantino; perchè, non contento di aver dichiarati Cesari i suoi tre figliuoli, cioè Costantino, Costanzo e Costante[3156]: nel settembre di quest'anno conferì il medesimo titolo di Cesare e di principe della gioventù a Flavio Giulio Delmazio suo nipote, perchè figliuolo di Delmazio suo fratello. Un altro nipote, nato dal medesimo suo fratello, avea Costantino, per nome Flavio Claudio Annibaliano. Il creò re del Ponto, della Cappadocia e dell'Armenia minore. Per attestato ancora dell'Anonimo Valesiano[3157], gli diede in moglie Costantina o sia Costanziana sua figlia, decorata del titolo d'Augusta. Disavvedutamente con questi atti di munificenza, lodevoli per altro in sè stessi, trattandosi di esaltare parenti suoi sì stretti, non badò il saggio Augusto che egli seminava le discordie fra i proprii figliuoli e i lor cugini. Non andrà molto che ce ne accorgeremo. Benchè sia incerto il tempo, in cui ad un certo Calocero, uomo vilissimo, saltò in capo la follia di farsi imperadore, pure non è fuor di proposito il darne qui un barlume di conoscenza (che di più egli non meritava), giacchè san Girolamo[3158] e Teofane[3159] ne parlano all'anno 29 di Costantino. Costui pare che occupasse l'isola di Cipri; ma un fuoco di paglia fu questo: dall'armi imperiali egli restò in breve oppresso, e condannato ai supplizii degli schiavi ed assassini. Recitò Eusebio vescovo di Cesarea nel settembre di quest'anno in Costantinopoli quel panegirico[3160] che di lui abbiamo in onore di Costantino Augusto. E nell'ultimo dì parimente dell'anno presente passò a miglior vita san Silvestro papa[3161], pontefice gloriosissimo, perchè a' suoi tempi, ed anche, siccome possiam conghietturare, per cura sua, si vide trionfar la croce di Cristo nel cuore di Costantino, ed alzar bandiera la religion cristiana sopra l'antica superstizione di Roma pagana; di Roma, dico, dove tanti insigni templi sotto di lui si cominciarono a dedicare al vero Dio, siccome può vedersi nella storia ecclesiastica.
NOTE:
[3149] Zosimus, lib. 2, cap. 39.
[3150] Panvin., in Fast. Gruterus, in Thesaur. Inscript. Reland., in Fast.
[3151] Cuspin. Bucher., de Cyclo.
[3152] Pagius, Crit. Baron.
[3153] Idacius, in Fastis. Chronic. Alexandr.
[3154] Euseb., in Vita Constantin., lib. 4, cap. 40.
[3155] Baron., Annal. Eccl. Collectio Concilior. Labbe, Fleury, et alii.
[3156] Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandr. Hieron., in Chron.
[3157] Anonymus Vales.
[3158] Hieronymus, in Chronico.
[3159] Theophan., Chronographia.
[3160] Euseb., in Vita Constant., lib. 4
[3161] Anastas. Bibliothec.
Anno di CRISTO CCCXXXVI. Indizione IX.
MARCO papa 1. COSTANTINO imperadore 30.
Consoli
FLAVIO POPILIO NEPOZIANO e FACONDO.
Benchè i fasti e le leggi non ci porgano se non il cognome del primo console, cioè Nepoziano, pure difficilmente si fallerà in credere ch'egli fosse quel Flavio Popilio Nepoziano, a cui fu madre Eutropia sorella di Costantino Augusto. Noi torneremo a vedere questo personaggio, all'anno 350, proclamato imperadore, ma imperadore di poca durata. Seguitò ancora in quest'anno Rufio Albino ad esercitare la prefettura di Roma. In luogo del defunto s. Silvestro fu creato romano pontefice[3162] Marco nel gennaio dell'anno presente. Cosa alquanto pellegrina può parere a talun il vederlo appellato solamente Marco, perchè questo era un solo prenome; e non già un nome o cognome de' Romani. Ma s. Marco evangelista avea fatto divenir nome questo prenome, per tacere altri esempli. Non durò più di otto mesi e venti giorni la vita di esso pontefice, registrato dipoi nel catalogo de' santi. Fu di parere il cardinal Baronio[3163] che Giulio a lui succedesse nella cattedra di san Pietro sul fine d'ottobre; ma il padre Pagi[3164], fondato nella Cronica di Damaso, differisce la di lui esaltazione sino al febbraio del susseguente anno, senza apparire il perchè in questi pacifici tempi restasse vacante per tanto tempo la sedia di san Pietro. Appartengono a quest'anno le prime nozze di Costanzo Cesare, secondo figliuolo dell'imperadore[3165], celebrate con gran pompa dalla corte: nella qual congiuntura l'Augusto suo padre distribuì ai popoli e alle città moltissimi doni. Il Du-Cange[3166] inclinò a credere che questa prima moglie di Costanzo (perchè n'ebbe più d'una) fosse figliuola di Giulio Costanzo, cioè d'un fratello di esso Costantino Augusto e di Galla; ma resta tuttavia scuro questo punto. Una solenne ambasciata dall'India circa questi medesimi tempi venne a trovar Costantino, portandogli in dono delle gemme preziose, e delle stravaganti bestie di que' paesi sconosciute presso i Romani. Aggiugne Eusebio, che i re e i popoli dell'India in certa maniera si suggettarono alla signoria di Costantino, con riconoscerlo per loro imperadore e re, alzando in onore di lui statue ed immagini. Si potrebbe dubitare se Eusebio in questo sito la facesse più da oratore o poeta, che da storico. Volle dopo le nozze di Costanzo, e conseguentemente nel presente anno, e non già nel precedente, come fu d'avviso il Tillemont[3167], l'Augusto Costantino provvedere alla succession de' figliuoli, forse perchè qualche incomodo della sanità gli faceva già presentire non lontano il fin de' suoi giorni; nè i saggi aspettano a regolar le loro faccende allorchè la morte picchia alla porta. Divise dunque l'imperio fra i suoi tre figliuoli e due nipoti nella seguente maniera. Al primogenito suo Costantino, già ammogliato, ma senza sapersi con chi, lasciò tutto il paese che è di là dalle Alpi, ed era stato della giurisdizion di suo padre, cioè tutte le Gallie coll'Alpi Cozie, le Spagne colla Mauritania Tingitana e la Bretagna, porzione che oggidì forma tre potenti e fioriti regni. A questo principe, abitante allora in Treveri, fece ricorso l'esiliato sant'Atanasio, e ne fu ben ricevuto. A Costanzo secondogenito assegnò il padre tutto l'Oriente coll'Egitto, a riserva della porzione che già dissi data ad Annibaliano suo nipote. Pretese l'Apostata Giuliano[3168] che per favore particolare Costantino concedesse le provincie d'Oriente a Costanzo, perchè più degli altri l'amava a cagion della sua sommessione e compiacenza. A Costante terzogenito fu assegnata[3169] l'Italia, l'Africa e l'Illirico: vasta porzione anche essa, perchè si stendeva per tutta la Pannonia, per le Mesie, Dacia, Grecia, Macedonia, ed altri paesi già attinenti all'Illirico, e verisimilmente abbracciava anche il Norico e le Rezie. Il Valesio e il Tillemont, correggendo un passo di Aurelio Vittore, con leggere Delmatio in vece di Delmatiam, pretendono che Costantino lasciasse la Tracia, la Macedonia e l'Acaia, cioè la Grecia, a Delmazio suo nipote. Ma non è da credere che Costantino della sua diletta città di Costantinopoli volesse privare i suoi figliuoli, e darla al nipote con dote tanto inferiore di paese annesso. O non s'ha dunque da emendare il passo di Vittore che attribuisce a Costante l'Illirico, la Italia, la Tracia, la Macedonia e la Grecia; o, quando pur si voglia fallato il suo testo, si dee stare con Zonara[3170], il quale chiaramente scrive che a Costante toccò, oltre all'Oriente, anche la Tracia colla città del padre, cioè con Costantinopoli. E a farci credere che così fosse, concorre quanto poco fa dicemmo della parzialità a lui mostrata dal padre Augusto. Quanto a Delmazio, altra parte, a mio credere, non fu assegnata che la Ripa Gotica, come ha l'Anonimo Valesiano[3171], cioè verisimilmente la Dacia nuova, o pur la Mesia inferiore. Di qual parte divenisse o restasse signore Annibaliano con titolo di re, già s'è detto all'anno precedente. Ed ecco il romano imperio trinciato in tante parti, e con tal divisione infievolito in maniera da prepararsi alla rovina; ma Diocleziano avea già somministrato a Costantino questo modello, e Costantino dovette anch'egli figurarsi meglio assicurata la sussistenza di questi regni con provvederli di principi, de' quali cadauno dal suo canto gareggerebbe per difendere dai Barbari la sua porzione, senza prevedere o sospettar egli che l'ambizione e gelosia potesse poi con tutta facilità attizzar la discordia fra tanti principi, ed anche fra gli stessi fratelli.
NOTE:
[3162] Anastas., in Bibl. sive Chron. Damasi.
[3163] Baron., in Annal.
[3164] Pagius, Crit. Baron.
[3165] Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 49.
[3166] Du-Cange, Hist. Byz.
[3167] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[3168] Julian., Orat. III.
[3169] Anonym. Valesianus. Zonaras, in Ann. Aurelius Victor, in Epitome.
[3170] Zonaras, in Annal.
[3171] Anonym. Vales.
Anno di CRISTO CCCXXXVII. Indizione X.
GIULIO papa 1.
COSTANTINO juniore } COSTANZO e } imp. 1. COSTANTE }
Consoli
FELICIANO e TIBERIO FABIO TIZIANO.
Certo è il cognome del secondo console, cioè di Tiziano, non egualmente è sembrato tale il suo nome e prenome a cagion dei dubbii mossi al consolato dell'anno 391, siccome vedremo. Nel dì 10 di marzo a Rufio Albino succedette nella dignità di prefetto di Roma Valerio Procolo. La saviezza con cui Costantino reggeva i suoi popoli, la sterminata sua potenza, e il credito con tante vittorie acquistato, aveano per più anni tenuto in dovere i Barbari e fatta godere a tutte le parti del romano imperio un'invidiabil pace: quando eccoli dare all'armi i Persiani, e muover guerra al romano imperio. Un racconto di Cedreno[3172], a cui il Valesio[3173] prestò fede, fa originata questa rottura de' Persiani coi Romani dopo una pace per circa quaranta anni durata fra loro, da un certo Metrodoro, filosofo persiano, il quale, adunata gran copia di pietre preziose nell'India, parte da lui rubate e parte a lui consegnate da un re indiano da portare in suo nome all'Augusto Costantino, venne veramente a trovar l'imperadore, a cui diede le gioie, ma senza far parola del re donatore, con aggiugnere ancora di avergliene consegnata quel re un'altra gran quantità, ma che, in passando per la Persia, erano state occupate da quel re Sapore II. Perchè Costantino ne fece delle istanze ad esso re con assai altura, e non ne ricevè risposta, si allumò la guerra fra loro. Altre particolarità aggiunte da esso Cedreno a una tal relazione da niuno degli antichi conosciute, han ciera di favole, delle quali per altro è fecondo quello scrittore troppo lontano dai tempi di Costantino. Tuttavia Ammiano[3174] ha qualche cosa di questo Metrodoro, con dire che Costanzo, e non già Costantino, badando alle bugie di Metrodoro, fu istigato a far guerra ai Persiani. Intanto a noi gioverà l'attenerci ad autori più classici, cioè ad Eusebio[3175], Libanio[3176] ed Aurelio Vittore[3177]. Vanno essi d'accordo in dire che il re di Persia, Sapore, da gran tempo faceva de' preparamenti per muovere guerra al romano imperio. Allorchè ebbe disposto tutto, inviò ambasciatori a Costantino, ridomandando gli Stati che una volta appartenevano alla corona persiana. La risposta di Costantino fu che verrebbe egli in persona ad informarlo de' suoi sentimenti; ed in fatti allestite armi e milizie, chiamate in gran copia da tutte le parti del suo imperio, con vigore si preparò per questa importante spedizione. Un così potente armamento d'un imperadore avvezzo alle vittorie fece calar ben tosto gli orgogliosi spiriti del re persiano, le cui armate aveano già dato principio alle scorrerie nella Mesopotamia, di modo che spedì nuovi ambasciatori a Costantino per trattar di pace. Eusebio[3178] qui più degli altri merita fede, e ci assicura che l'ottennero; laddove Rufo Festo[3179] e l'Anonimo Valesiano[3180], Libanio e Giuliano l'Apostata pretendono che Costantino continuasse i preparamenti militari per la guerra; e noi vedremo che Costanzo suo figliuolo fu da lì a non molto alle mani col re di Persia. Tuttavia Ammiano è di parere che Costanzo, e non già i Persiani, quegli fu che volle rompere, sedotto, siccome già accennammo, dal suddetto Metrodoro.
Avea l'Augusto Costantino goduta in addietro una prosperosa sanità, accompagnata con gran vigore di corpo e d'animo[3181], ed era già pervenuto al principio dell'anno sessantesimo terzo di sua età. Ma convien credere che anche nel precedente anno qualche interna debolezza o malore più vivamente che mai il facesse accorto dell'inevitabile nostra mortalità. Però, siccome dicemmo, assettò gl'interessi domestici; più che mai si applicò alle opere di pietà; fece fabbricare il sepolcro suo presso il magnifico tempio degli Apostoli, eretto e dedicato da lui in Costantinopoli, e spesso trattava dell'immortalità dell'anima, insegnata dalla religion di Cristo e dalla migliore filosofia. Ora, dopo aver egli con gran divozione celebrato il giorno santo della Pasqua, cominciò a sentir de' più gravi sconcerti nella sanità, e si portò ai bagni, ma senza provarne profitto. Venuto che fu ad Elenopoli, si aggravò il suo male; ed allora, conoscendo approssimarsi ormai il fine dei suoi giorni[3182], con tutta umiltà confessò i suoi peccati in quella chiesa, e fece istanza ai vescovi dimoranti nella sua corte di ricevere il sacro battesimo, differito da lui fin qui, secondo l'uso od abuso d'alcuni in que' tempi, per cancellare e purgare prima di morire in un punto solo tutti i peccati della vita passata coll'efficacia di quel sacramento. Questa funzione fu celebrata poco appresso, essendo egli passato da una sua villa presso di Nicomedia[3183]; e chi il battezzò, fu Eusebio vescovo di quella città, uomo per altro screditato per la sua aderenza agli errori d'Ario. Non v'ha oggidì persona alquanto applicata all'erudizione che non conosca essere stato conferito il battesimo a questo celebre imperadore, e primo fra gl'imperadori cristiani, non già in Roma per mano di san Silvestro papa nell'anno 324, come ne' secoli dell'ignoranza le leggende favolose fecero credere, ma bensì nell'anno presente in Nicomedia sul fine della di lui vita. Se altro testimonio che Eusebio Cesariense non avessimo di questo fatto, potrebbesi forse dubitare della di lui fede, perchè vescovo almen sospetto di aver favorito il partito dell'eresiarca Ario, contuttochè non sia mai probabile che scrittore sì riguardevole volesse e potesse spacciare un fatto, che così agevolmente si sarebbe potuto con sua vergogna smentire, qualora fosse pubblicamente seguito in Roma tanti anni prima il battesimo d'esso Augusto. Ma il punto sta, che con Eusebio, in raccontar questo fatto, s'accordano il santo vescovo[3184] Ambrosio, san Girolamo e tanti vescovi del concilio di Rimini nell'anno di Cristo 359; e Socrate, Sozomeno, Teodoreto, Evagrio e la Cronica Alessandrina. Non ne cito i passi, potendo il lettore informarsi meglio di questo da chi ex professo ha ventilata cotal quistione. Posto poi il battesimo così tardi ricevuto da Costantino, per cui egli cominciò veramente a chiamarsi cristiano, e ad essere partecipe dei divini misteri[3185]; s'è cercato se Costantino fosse almeno in addietro nel numero de' catecumeni, nè si son trovati bastanti lumi per decidere questo punto. Quel che è certo, da gran tempo l'impareggiabil Augusto, con aver abiurato l'empio culto degli idoli, era cristiano in suo cuore, e adorava Gesù Cristo, e promoveva a tutto suo potere gl'interessi della sua santa religione, benchè non si sottomettesse per anche al giogo soave del Vangelo, e all'obbrobrio della Croce; e si sa che egli superava col suo zelo e colla sua divozione anche molti veterani nella scuola del Crocifisso. Dopo il battesimo, che il piissimo Augusto ricevè con gran compunzione ed ilarità insieme d'animo al veder quelle sacre cerimonie, vesti l'abito bianco, e diedesi a far varii regolamenti, l'uno dei quali fu il richiamar dall'esilio sant'Atanasio[3186], e, secondo tutte le apparenze, anche gli altri vescovi banditi. Confermò ancora nel testamento la division fatta degli Stati ne' suoi figliuoli, con chiamare a sè, come più vicino, Costanzo, il quale non giunse a tempo di vederlo vivo.
Nella sacra festa adunque della Pentecoste, caduta in quest'anno nel dì 22 di maggio, fu chiamato, come si può credere, alla gloria de' beati questo insigne imperadore, in età di sessantatrè anni e tre mesi, per quanto si deduce con varie conghietture dagli antichi scrittori[3187], correndo l'anno trentunesimo, dacchè egli fu creato Cesare. Nè sussiste che egli nell'ultimo della vita inclinasse agli errori d'Ario, come si lasciò scappar dalla penna san Girolamo[3188], avendo assai fatto conoscere alcuni letterati ch'egli morì nella credenza e comunione della Chiesa cattolica: al che certamente nulla pregiudicò l'avergli Eusebio di Nicomedia somministrato il battesimo, la cui virtù non dipende dal ministro. Fu il corpo del defunto Augusto[3189] con lugubre pompa portalo a Costantinopoli, accompagnato da tutta l'armata di quelle parti; ed esposto nella gran sala del palazzo, parata a lutto, e illuminata da assaissimi doppieri su candellieri d'oro, quivi restò, finchè arrivato dalla Soria Costanzo di lui figliuolo, solennemente lo condusse al sepolcro, ch'egli stesso s'era preparato, e che fu posto alla porta del tempio de' santi Apostoli in Costantinopoli. Incredibile ed universale fu il dolore[3190] dei popoli per la perdita di questo incomparabile imperadore; e spezialmente il senato e popolo romano[3191] se ne afflisse, riflettendo che egli coll'armi, colle leggi e colla clemenza avea, per così dire, fatta rinascere Roma, e procacciata con tanta cura in addietro una mirabil tranquillità di pace al suo imperio. Perciò furono in essa Roma sospesi tutti gli spettacoli ed altri divertimenti; si serrarono i bagni, e con alte grida il popolo fece istanza che il di lui corpo venisse trasportato colà, con provar poscia estremo dolore, allorchè intese data ad esso sepoltura in Costantinopoli. I pagani stessi[3192], secondo il sacrilego loro stile, ne fecero un dio, come eziandio si raccoglie da varie medaglie[3193], onore certamente detestato da quella grande anima che adorò il solo vero Dio in vita, e dopo morte possiam credere che passasse a godere i premii riserbati ai buoni in un regno più stabile e migliore. Il titolo di Grande, che noi comunemente diamo a Costantino, parve poco ai popoli, anche vivente lui; e però gli diedero quel di Massimo, che s'incontra nelle suddette medaglie e nelle iscrizioni. Ed, in vero, per quanto ebbe a confessare lo stesso Eutropio[3194], benchè scrittore pagano, innumerabili pregi di corpo e d'animo, e una rara fortuna concorsero a formare di lui uno dei maggiori eroi dell'antichità. Videsi ritornato dal valore delle sue armi sotto un solo capo il romano imperio; cessarono pel suo saggio e clemente governo i gravissimi mali e disordini internamente patiti sotto i precedenti cattivi Augusti; e calato l'orgoglio alle nazioni barbare, niuna d'esse inferiva più molestia alcuna alle provincie romane, per timore di questo invitto Augusto. Ma la principal gloria di Costantino fu, e sempre sarà presso di noi cristiani, l'esser egli stato il primo ad abbandonare il culto degli idoli con abbracciare la vera religione di Cristo; e non solo di aver profittato per sè stesso di questa luce, ma d'essersi studiato a tutto potere di dilatarla pel vasto suo imperio, senza nondimeno forzare le coscienze altrui: studio che, secondato da' suoi successori, giunse in fine ad atterrar affatto il paganesimo, e a far solamente regnare la Croce per tutte le provincie romane. Quanto egli operasse, affinchè ciascuno aprisse gli occhi al lume del Vangelo, quante chiese egli fabbricasse, quanti templi famosi della idolatria distruggesse, e tanti altri saggi della sua umiltà e pietà, all'istituto mio non convien di riferire, rimettendo io il lettore, desideroso di chiarirsene, alla Vita di lui scritta da Eusebio, e alla storia ecclesiastica. Ma non posso tacere che, per attestato del medesimo storico[3195], lo zelo di Costantino giunse a proibire l'esterno culto degl'idoli, e a far chiudere le porte de' loro templi, e a vietare i sagrifizii, l'aruspicina e varie altre superstizioni del gentilesimo. Che s'egli non potè sradicar tutto, il potente crollo nondimeno che gli diede, servì ai successori suoi Augusti di campo per compiere quella grande impresa. Per questo la memoria di Costantino si rendè venerabile per tutta la Chiesa, e tanto innanzi andò presso i Greci la stima di questo imperadore, che ne fecero un santo, e ne celebrano tuttavia la festa. Anzi nello Occidente stesso non sono mancate chiese che han fatto altrettanto, e scrittori che han compilata la Vita di san Costantino il Grande.
Ma qui si vuol avvertire i lettori, che quantunque riguardevoli sieno stati i meriti di questo glorioso imperadore; tuttavia, se noi prendiamo nella sua vera significazione il titolo di santo, indicante il complesso d'ogni virtù cristiana, e l'essere affatto privo di vizii e di sostanziali difetti: ben lontano fu Costantino dal conseguir sì decoroso titolo, che la sola pia adulazione de' secoli barbari a lui contribuì. Imperciocchè, a guisa di tanti altri principi che grandi sono appellati, non mancarono in lui varii difetti, che ebbero bisogno di misericordia presso Dio, e di scusa presso i mortali. Non son già qui sì facilmente da credere tanti biasimi a lui dati da Giuliano Apostata, e massimamente da Zosimo, il qual ultimo fece quanto sforzo potè per isminuire o denigrar la fama di Costantino. Scrittori tali, perchè ostinati nel paganesimo, maraviglia non è se sparlassero d'un imperadore che, quanto potè, diroccò il regno della lor superstizione. Ora tanto Giuliano[3196] che Aurelio Vittore[3197] ed Eutropio[3198] ci rappresentano Costantino, non solo avidissimo della gloria (passione per altro che in sè merita scusa, per non dire anche lode, qualora è di stimolo alle sole belle opere), ma ancora pieno d'ambizione, avendo egli cercato sempre d'ingrandirsi, senza mettersi pensiero se per vie giuste od ingiuste. Ma chi vuol male, tutte le altrui opere interpreta in sinistro. Gli attribuiscono ancora[3199] un eccesso di lusso nell'ornamento del suo corpo, per aver portato, ed anche continuamente, il diadema; dal che si guardarono i suoi predecessori: accusa nondimeno di poco momento, perchè ai monarchi non è disdetto il sostenere la propria maestà colla magnificenza esteriore, purchè non giungano, come facea Diocleziano, a farsi trattare da iddii. Che poi Costantino negli ultimi suoi anni si desse ad una vita voluttuosa, amando i piaceri e gli spettacoli, lo scrissero bensì Giuliano[3200] e Zosimo[3201]; ma lo stesso Aurelio Vittore[3202] e Libanio[3203], amendue gentili, difendono qui la di lui memoria, con dire ch'egli continuamente leggeva, scriveva, meditavo, ascoltava le ambascerie e le querele delle provincie; e molto più parla esso Libanio delle continue di lui occupazioni per promuovere il pubblico bene; nè alcuno certamente mai fu che potesse imputargli l'aver trasgredite le leggi della continenza, nè commessi eccessi di gola. Se vero poi fosse che Costantino, come vuol Zosimo[3204], e si ricava anche da Aurelio Vittore, dall'una parte scorticava i popoli colle imposte e coi tributi, e dall'altra scialacquava i tesori in fabbriche e in arricchir persone inutili ed immeritevoli, di maniera che, secondo esso Vittore, governò ben egli come buon principe ne' primi dieci anni, ma ne' dieci seguenti comparve un ladrone, e ne' dieci ultimi si trovò come uno spelato pupillo: se vero, dissi, ciò fosse, avrebbe senza dubbio pregiudicato non poco alla di lui riputazione. Ma Evagrio[3205] difende qui la fama di Costantino; e di sopra vedemmo, coll'autorità d'Eusebio, che questo regnante levò via un quarto degli aggravii sopra le terre; oltre di che, le sue leggi il danno a conoscere per nemico, e certo non tollerante delle avanie sopra i sudditi. Quel forse che con più ragione fu ripreso in questo gran principe, fu la sua troppa bontà, amorevolezza e clemenza; male procedente da buon principio, ma che non lascia d'essere male in chi è posto da Dio a governar popoli, se tale eccesso va a finire in danno del pubblico. Confessa lo stesso Eusebio[3206] che Costantino fu proverbiato, perchè niuno temendo, a cagione della soverchia di lui clemenza, di soggiacere all'ultimo supplizio, e poco o nulla affaticandosi i governatori delle provincie per frenare i delinquenti, ne pativa la pubblica quiete, e frequenti erano i lamenti de' sudditi. Aggiugne che due gravi disordini si provarono in quei tempi, cioè la prepotenza ed insaziabil cupidigia dei ministri di corte, che travagliavano tutti i mortali, e la furberia di molte inique persone che, fingendosi convertite alla religion cristiana, s'introducevano nella confidenza dell'imperadore, con abusarsene poi in pregiudizio del pubblico e della religione stessa, facendo credere quel che volevano all'incauto Augusto. Che anche appresso dei buoni principi si veggano cattivi, scellerati ministri, non è cosa forestiera; ma non sono esentati i principi stessi dal rendere conto a Dio e al pubblico di valersi di sì fatte braccia, senza prendersi pensiero delle lor malvage azioni. E Costantino ben li conosceva[3207], e gridava, ma non provvedeva. E per conto degl'impostori che colla maschera del Cristianesimo ingannavano il troppo buono imperadore, sappiamo ch'egli, badando ad Eusebio di Nicomedia, e verisimilmente anche allo stesso Eusebio di Cesarea, fece de' passi falsi contra del sacrosanto concilio di Nicea, e in danno della dottrina e religione cattolica. Contuttociò si vuol ripetere che ad un principe tale, per tanti versi tutto dato alla pietà cristiana, e pieno di retta intenzione, possiam fondatamente credere che il misericordioso Dio avrà fatto godere un'abbondante misura della sua clemenza nel mondo di là; e che s'egli, al pari di un altro suo eguale, cioè di Carlo Magno, non meritò già d'essere venerato qual indubitato santo sugli altari, non l'abbia almeno Iddio escluso da un invidiabil riposo nel regno suo. Finalmente non vo' tralasciar di dire che sotto Costantino il Grande fiorirono non poco le lettere e i letterati, sì fra i cristiani che fra i pagani, perch'egli, per attestato di Aurelio Vittore[3208], cura particolare ebbe che si coltivassero l'arti e le scienze, e costituì ancora salarii ai maestri delle medesime. Si sa ch'egli stesso componeva orazioni e discorsi, e scriveva lettere con eloquenza, e ne restano tuttavia le pruove. Gli autori della Storia Augusta, tante volte menzionati di sopra, fiorirono quasi tutti sotto di lui, e alcuni d'essi ancora d'ordine suo scrissero le Vite de' precedenti imperadori, come Sparziano, Lampridio e Capitolino. Di sopra ancora parlammo di Eumene, di Nazario e d'Optaziano panegiristi, Jamblico filosofo platonico, Commodiano (se pur non è più antico) e Giuvenco poeti cristiani, Arnobio, Giulio Firmico, Eusebio Cesariense, e probabilmente Gregorio ed Ermogeniano, autori di due codici, una volta celebri, delle leggi romane, con altri che io tralascio, e intorno a' quali è da vedere la storia ecclesiastica e letteraria. Quel poi che dopo la morte di Costantino succedette, ancorchè appartenente al presente anno, sia a me lecito di trasferirlo al seguente, perchè assai si è parlato di questo.
NOTE:
[3172] Cedren., in Histor.
[3173] Valesius, in Annot. ad Ammian., lib. 25, cap. 4.
[3174] Ammianus, lib. 25, cap. 4.
[3175] Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 56.
[3176] Liban., Orat. III.
[3177] Aurelius Victor, de Caesarib.
[3178] Euseb., in Vita Constantini, cap. 57.
[3179] Rufus Festus, in Breviar.
[3180] Anonym. Valesianus. Libanius. Julianus.
[3181] Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 53.
[3182] Euseb., ibid., cap. 61.
[3183] Hieron., in Chron.
[3184] Ambrosius. Hieronym. Socrates. Sozomenus. Theodoret. Evagrius. Chron. Alexandrinum.
[3185] Valesius, Adnot. ad Euseb. Tillemont, Mémoires des Emper.
[3186] Athan., Apolog. II.
[3187] Euseb., in Vit. Const. Socrates, in Histor. Eccl. Idacius, in Fastis. Cron. Alexandr.
[3188] Hieron., in Chronico.
[3189] Theodoretus, Histor., lib. 1, cap. 34.
[3190] Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 69.
[3191] Aurel. Vict., de Caesarib.
[3192] Eutrop., in Brev.
[3193] Mediobarb., Numismat. Imper.
[3194] Eutrop., in Brev.
[3195] Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 23 et 25.
[3196] Julian., Oratione VII.
[3197] Aurel. Victor, in Epitome.
[3198] Eutropius, in Breviar.
[3199] Aurelius Victor, in Epitome.
[3200] Julian., de Caesarib.
[3201] Zosimus, lib. 2, cap. 32.
[3202] Aurelius Victor, in Epitome.
[3203] Liban., Or. III.
[3204] Zosimus, lib. 2, cap. 38
[3205] Evagr., lib. 3, cap. 40.
[3206] Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 51 et 54.
[3207] Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 55.
[3208] Aurelius Victor, in Epitome.
Anno di CRISTO CCCXXXVIII. Indiz. XI.
GIULIO papa 2.
COSTANTINO juniore } COSTANZO e } imp. 2. COSTANTE }
Consoli
ORSO e POLEMIO.
Mecilio Ilariano esercitò in questo anno la prefettura di Roma. Da che giunto a Costantinopoli Costanzo Cesare ebbe data solenne sepoltura al cadavero del defunto padre, nell'anno addietro si applicò a dar sesto agli affari del pubblico. Intanto giunsero gli altri due suoi fratelli[3209], cioè Costantino juniore e Costante. Niun d'essi finora avea portato se non il nome di Cesare. Le milizie, verisimilmente bene istruite da essi, fecero istanza che tutti e tre prendessero quello di Augusto, e questo di consenso delle altre armate, alle quali fu significata la morte di Costantino, e l'intenzione di crear imperadori tutti e tre i suoi figliuoli. Perchè si volle anche far l'onore al senato romano di aspettare il di lui assenso, che non mancò, tanto si andò innanzi, che solamente nel dì 9 di settembre[3210] dell'anno prossimo passato furono essi pienamente proclamati Imperadori ed Augusti; e ne presero il titolo. Avea, siccome già dicemmo, l'Augusto Costantino creato Cesare Delmazio suo nipote, con assegnargli ancora alcuni Stati; e dichiarato re del Ponto, della Cappadocia ed Armenia Annibaliano di lui fratello. Non seppero sofferire i tre ambiziosi fratelli Augusti che, fuor d'essi, alcuno avesse parte nella signoria del romano imperio; e però furono a consiglio per escluderli. La maniera di ottener l'intento fu barbarica, e fa orrore, perchè si conchiuse di levar loro la vita. Ma prima di eseguire così crudele risoluzione, cominciarono essi ad esercitare la sovrana autorità, con levare il posto di prefetto del pretorio ad Ablavio[3211], benchè lasciato da Costantino per consigliere di Costanzo. Era stato costui onnipotente sotto il medesimo Costantino; ed uno di coloro che Eusebio Cesariense volle indicare, accennando que' ministri che, abusandosi della bontà d'esso Costantino, s'erano renduti odiosi a tutti per le loro violenze e per l'ingordigia della roba. Ritirossi Ablavio ad un suo palazzo di villa nella Bitinia, credendosi assoluto colla sola perdita del grado; tua abbiamo da Eunapio[3212] che Costanzo sotto mano spedì alcuni uffiziali con lettere dell'armata che lo invitava a tornarsene per suo gran vantaggio. Gli furono presentate quelle lettere con tutta sommessione dagli uffiziali, come s'egli fosse stato un imperadore; ed egli infatti si persuase che l'intenzione de' soldati fosse di crearlo Augusto. Ma dove è la porpora? domandò egli con volto e voce fiera. Risposero gli uffiziali di non aver eglino se non le lettere; ma che altri stavano alla porta per eseguire il resto. Ordinò Ablavio che entrassero; ma, in vece della porpora, gli presentarono le punte delle spade, e il tagliarono a pezzi. Fu insinuato forse nei medesimi tempi, se non prima, all'armata di far tumulto, con protestare ad alte grida di non volere se non i tre figliuoli del defunto Augusto per signori ed imperadori. E perciocchè erano venuti alla corte i suddetti Delmazio Cesare ed Annibaliano re e Giulio Costanzo, quelli cugini, e questi zio paterno d'essi tre Augusti, in quel bollore fu loro dai soldati tolta la vita[3213]. Un altro fratello del defunto Augusto (forse Annibaliano) e cinque altri del medesimo sangue, tutti innocenti, incorsero nella stessa sciagura, per attestato di Giuliano Apostata[3214]. Anzi poco mancò che lo stesso Giuliano e Gallo suo fratello, figliuoli amendue del suddetto Giulio Costanzo, e per conseguente cugini anche essi dei tre Augusti, non fossero involti in questa rovina. Gallo restò illeso, perchè la infelice sua sanità il rappresentava, senza fargli maggior fretta, assai vicino alla tomba. L'età poi di soli sette anni quella fu che salvò la vita a Giuliano. Potrebbe essere che a questi principi scappasse detta qualche parola, che a loro, più che a' figliuoli di Costantino, fosse dovuto l'imperio per le ragioni della lor nascita; e che di qua procedesse il loro esterminio.
Ed ecco con che turchesca crudeltà diede l'Augusto Costanzo incominciamento al suo governo, giacchè niuno degli antichi scrittori attribuisce questa sanguinaria esecuzione a Costantino juniore o a Costante di lui fratelli, ma bensì a lui solo[3215]. Ed ancorchè egli palliasse l'iniquità sua, rifondendola sull'ammutinamento de' soldati, fu ognuno nondimeno persuaso che egli n'era stato segretamente il motore. Dopo la strage di questi principi, tutti del sangue imperiale, entrò anche la discordia fra i tre fratelli Augusti, o sia perchè cadaun d'essi pretendesse d'aver la sua parte negli Stati decaduti per la morte di Delmazio e di Annibaliano, o pure perchè la division de' regni fatta dal padre non piacesse a talun d'essi, o restasse esposta, per cagion de' confini, a varie controversie. È ignoto se allora, o pure dipoi, a motivo dell'Africa, insorgesse fiera lite fra Costantino e Costante, la quale poi andò a terminare in una brutta tragedia, forse perchè Costante pretendesse la Mauritania Tingitana, che soleva andar unita colla Spagna, o perchè Costantino credesse a sè dovuta qualche altra parte dell'Africa stessa. Unironsi, a cagion di tali dissensioni, i tre fratelli a Sirmio nella Pannonia, come attesta Giuliano l'Apostata[3216], e quivi Costanzo la fece da arbitrio, con tal saviezza nondimeno e moderazione, che non lasciò ai fratelli motivo di dolersi di lui; anzi nella partizion degli Stati più diede ad essi di quel che ritenne per sè, affinchè si mantenesse la buona unione e concordia fra tutti. Si disputa tuttavia fra gli eruditi se questo abboccamento ed accordo de' fratelli Augusti seguitasse nell'anno precedente o pure nel presente. Resta parimente controverso qual cambiamento si facesse nell'assegnamento degli Stati. Nulla io dirò del tempo, a noi bastando la certezza del fatto. Ma per conto della divisione, niuna apparenza di verità ha il dirsi dall'autore della Cronica Alessandrina[3217] che a Costantino, il maggiore dei fratelli, toccasse Costantinopoli colla Tracia, e ch'egli regnasse quivi un anno, quando, siccome dicemmo, le signorie di lui erano la Gallia, le Spagne e la Bretagna, paesi troppo disuniti e lontani dalla Tracia. Si può ben credere che la Cappadocia e l'Armenia, provincia allora assai sconvolta, venisse in poter di Costanzo; e che egli cedesse a Costantino il Ponto (il che vien asserito da Zosimo)[3218], e forse la Mesia inferiore; e che vicendevolmente Costante promettesse o rilasciasse a Costantino qualche parte dell'Africa, o pur altri paesi adiacenti all'Italia. Non si possono ben chiarire queste partite; quel che intanto è certo, l'ambizione, cioè quella fame che rode il cuore di quasi tutti i regnanti, nè mai si sazia, sconvolse di buon'ora i fratelli Augusti, e, non ostante il predetto accordo, poco stette a produr delle funestissime scene. Mentre poi fra loro bollivano queste dissensioni, Sapore re di Persia, animato dalla morte di Costantino il Grande, e credendo venuto il tempo di mietere, entrò con potente armata nella Mesopotamia[3219], e mise l'assedio alla città di Nisibi. Più di due mesi vi tenne il campo, ma inutilmente, perchè quella guernigione co' cittadini fece sì gagliarda difesa, che il superbo re dovette battere la ritirata, probabilmente perchè Costanzo avea ammassata gran gente per darle soccorso. Ma è disputato se all'anno presente appartenga questo assedio: che per altro la guerra coi Persiani continuò dipoi per anni parecchi, e Nisibi altre volle si vide assediata con avvenimenti de' quali non si può assegnare il tempo preciso, e che solamente, andando innanzi, saran brevemente accennati. Belle son due leggi d'essi Augusti, spettanti a questo anno contro ai ribelli infamatorii[3220] e alle lettere orbe, ed accuse secrete, con ordinare che, in vigor di questi atti clandestini, non fatti secondo le regole della giustizia, niuno de' giudici potesse procedere contra degli accusati; e che si dessero alle fiamme quegl'iniqui libelli.
NOTE:
[3209] Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 68.
[3210] Idacius, in Fastis.
[3211] Gregorius Nazianzenus, Orat. 3.
[3212] Eunap., de Vit. Sophistar., cap. 4.
[3213] Zosimus, lib. 2, c. 40. Eutrop., in Breviar.
[3214] Julian., Epist. ad Athen.
[3215] Julian., Epist. ad Athen. Hieron., in Chron. Zosimus, lib. 2, cap. 40.
[3216] Julian., Orat. I et III.
[3217] Chron. Alexandr.
[3218] Zosimus, lib. 2, cap. 39.
[3219] Theophanes, Chronogr. Chron. Alexandr. Hieron., in Chron.
[3220] L. 4, de petition., et l. 5, de famos. libell., Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CCCXXXIX. Indiz. XII.
GIULIO papa 3.
COSTANTINO juniore } COSTANZO e } imp. 3. COSTANTE }
Consoli
FLAVIO GIULIO COSTANZO AUGUSTO per la seconda volta e FLAVIO GIULIO COSTANTE AUGUSTO.
Prefetto di Roma fu in quest'anno dal dì 14 di luglio sino al dì 25 d'ottobre Lucio Turcio Secondo Aproniano Asterio, ed ebbe per successore pel resto dell'anno in quella dignità Tiberio Fabio Tiziano, creduto lo stesso che nell'anno 337 era stato console. Non mancano leggi e fasti che non Costanzo, ma Costantino chiamano il primo console, e va d'accordo con essi un'iscrizione[3221] da me data alla luce. Contuttociò non si può abbandonar la comune opinione che mette Costanzo Augusto console, altrimenti si imbroglierebbe la serie dei consolati susseguentemente da lui presi. Che se Costantino juniore avesse presa in questo anno tal dignità, dovea dirsi console per la quinta volta. Nulla di particolare ci somministra a quest'anno la storia. Abbiam solamente alcune leggi[3222] che ci fan vedere, dove in varii giorni si trovassero gli Augusti, ma non senza confusione, per li testi guasti. Allora se uno d'essi imperadori pubblicava una legge, non il solo suo nome, ma quello ancora degli altri due fratelli Augusti vi si metteva in fronte, acciocchè paresse che il romano imperio, tuttochè diviso fra i tre regnanti, seguitasse nondimeno ad essere un corpo ed una cosa stessa. Tre d'esse leggi, date in Laodicea, in Eliopoli e in Antiochia, indicar possono che Costanzo Augusto dovea essere passato colà per accudire alla guerra dei Persiani, i quali si può dire che ogni anno venivano a dar mala ventura alla Mesopotamia, provincia de' Romani. In esse leggi Costanzo si studiò di liberare i pubblici giudizii dalle sofisticherie e formalità superflue che eternavano i processi e le liti. Proibì egli ancora, sotto pena della vita, i matrimonii fra zio e nipote; e ai Giudei il poter comperare schiavi d'altre nazioni, e molto più il circonciderli, specialmente liberando gli schiavi cristiani dalle lor mani.
NOTE:
[3221] Thes. Novus Inscript., pag. 377.
[3222] Gothofred. Chronolog. Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CCCXL. Indizione XIII.
GIULIO papa 4.
COSTANZO e } COSTANTE } imperadori 4.
Consoli
ACINDINO e LUCIO ARADIO VALERIO PROCOLO.
Non si dee sottrarre alla conoscenza dei lettori un'avventura di questo Acindino console, narrata da santo Agostino[3223] come succeduta circa l'anno 343. Essendo egli prefetto dell'Oriente in Antiochia, fece imprigionar certuno che andava debitore al fisco di una libbra d'oro; e, simile a tant'altri che negli uffizii pubblici fanno a sè lecito tutto quel che loro cade in capriccio, con suo giuramento minacciò che se dentro al tal giorno colui non soddisfaceva, la sua vita la pagherebbe. A costui era impossibile il trovar quella somma. Per buona ventura aveva una moglie di rara bellezza, ma sprovveduta anch'essa di contante; quando un certo ricco, che le faceva la caccia, preso il buon vento, le esibì quel danaro, se ella voleva per una notte acconsentir alle sue voglie. Comunicò la donna tal esibizione al marito, che approvò il disonesto contratto. Ma, appagata che ebbe l'impuro la sua passione, giuocò di mano, e quando l'incauta donna si credè di avere in pugno l'oro promesso, non vi trovò che della terra. Qui si diede alle smanie e grida, e ricorsa ella ad Acindino prefetto, sinceramente gli espose il fatto. Allora egli riconobbe il suo fallo per le indebite minaccie fatte a quel misero. Obbligò l'adultero a pagar la somma dovuta al fisco, e alla donna assegnò quel campo, onde fu presa quella terra, con cui rimase beffata. Continuò nella carica di prefetto di Roma Tiberio Fabio Tiziano[3224]; ma perchè egli dovette nel maggio portarsi alla corte di Costante Augusto, dimorante allora nell'Illirico, Giunio Tertullo sostenne le di lui veci finchè egli fu ritornato. Non erano sopite le pretensioni di Costantino juniore contra di Costante, e mala intelligenza passava fra questi due fratelli Augusti, esigendo esso Costantino alcuni paesi dal fratello o nella Africa, o nei confini d'Italia, quasichè il dominio delle Gallie, Spagne e Bretagna fosse picciola porzione per appagare le di lui ambiziose voglie. Forse perchè parole sole, e non fatti, riportava da Costante, pensò di farsi ragione coll'armi, giacchè vi era chi soffiava nel fuoco, e massimamente un certo Anfiloco tribuno, gran seminatore di zizzanie fra i due fratelli, al quale, col tempo, la giustizia di Dio non mancò di dare il condegno gastigo. Mossosi dunque Costantino dalle Gallie coll'esercito suo, entrò in Italia, e giunse fino ad Aquileia. Copriva egli il movimento di queste armi col pretesto di voler marciare in Oriente, per prestare aiuto al fratello Costanzo, che ne abbisognava, per la guerra a lui mossa dai Persiani. Zonara[3225], che assai fondatamente tratta di queste funesta lite, scrive che Costante Augusto si trovava allora nella Dacia; ed in effetto abbiamo due leggi[3226] date da lui nel febbraio dell'anno presente in Naisso, città di quella provincia. Sì fatta visita non se l'aspettava egli; ma appena gli giunse l'avviso dell'entrata di Costantino in Italia, che, per fermare i suoi passi, gli spedì incontro i suoi generali con quelle milizie che raccorre potè nella scarsezza del tempo. Trovarono questi pervenuto ad Aquileia Costantino[3227], e ch'egli attendeva più a saccheggiar il paese e ad ubbriacarsi, che a stare in guardia; perciò disposero un'imboscata nelle vicinanze di quella città presso il fiume Alsa, e col resto della loro gente lo impegnarono ad una battaglia. Tale fu questa, che le di lui schiere alla fronte e alla coda urtate, rimasero tagliate a pezzi, ed egli rovesciato a terra dal cavallo impennatosegli; e poi, trafitto da più spade, lasciò ivi la vita. Il suo cadavero, gittato nel vicino fiume, fu poi riscosso ed inviato a Costantinopoli, dove ottenne onorevole sepoltura. È giunta sino ai dì nostri una funebre orazione[3228], greca, composta da anonimo oratore, in lode di questo sconsigliato principe, da cui apparisce sparsa voce ch'egli dopo la battaglia morisse di peste in Aquileia. Faceva in fatti la pestilenza grande strage non meno nelle Gallie che nell'Italia in questi tempi. Ma i più convengono in dirlo privato di vita nel combattimento suddetto. E questo fine ebbe la di lui imprudente ambizione, e l'invidia portata al fratello Costante.
Zosimo[3229], che in tutto si studiò di spargere il fiele nelle azioni degl'imperadori cristiani, lasciò scritto che Costante per tre anni dissimulò il mal animo suo contra di Costantino, e che, mentre questi era amichevolmente entrato in una provincia (senza dire qual fosse), Costante, fingendo d'inviar soccorsi d'armati a Costanzo in Oriente, col braccio d'essi fece assassinarlo. Anche l'autore anonimo dell'orazione suddetta sembra autenticar questo racconto, con dire ucciso Costantino juniore da sicarii inviati da Costante suo fratello; ma egli attesta ancora la battaglia seguita fra loro, ed aggiunge la voce ch'egli fosse morto di peste. Ci può anche essere dubbio se quell'orazione fosse fatta in quel tempo, potendo essere una declamazione di qualche sofista lontano da questo fatto. Sembra inoltre che Filostorgio[3230], scrittore ariano, se pure non è fallato il suo testo, concorra nel sentimento di Zosimo. Ma noi abbiamo san Girolamo[3231], Socrate[3232], Sozomeno[3233], i due Vittori[3234], Eutropio[3235] e Zonara[3236] che asseriscono aver Costantino mossa la guerra al fratello, ed incontrata perciò la morte. E a buon conto non si può negare ch'egli non fosse calato in Italia armato, ch'è quanto dire entrato coll'armi in casa di Costante. Della verità fu e sarà giudice Iddio. Intanto la morte di questo principe fece slargar molto le ali ad esso Costante, perchè egli entrò in possesso di tutti i di lui Stati, di maniera che si videro unite sotto il suo comando l'Italia colle adiacenti isole, l'Illirico colla Grecia, Macedonia ed altre settentrionali provincie, e quelle dell'Africa sino allo stretto di Gibilterra, e le Gallie, le Spagne e la Bretagna: ch'è quanto dire tutto l'Occidente, a riserva di Costantinopoli colla Tracia. Avrebbe potuto Costanzo Augusto suo fratello pretendere la sua porzione di questa eredità; ma, se crediamo a Giuliano[3237], volontariamente rinunziò ad ogni sua pretensione, sapendo, dice egli, che la grandezza d'un principe non consiste in signoreggiar molto paese (perchè quanto più esso è, tanto maggiore è la pension delle cure ed inquietudini), ma bensì nel governare quello che si ha, con altre, che possiam chiamare sparate oratorie, credendo nello stesso tempo che non mancasse ambizione a Costanzo per desiderar di crescere in potenza, se avesse potuto. Ma egli avea allora sulle spalle i Persiani, e talmente s'era ingrandito il fratello Costante colla giunta di tanti Stati, che troppo pericoloso sarebbe riuscito il muovergli guerra, e il voler colla forza ciò che non potea conseguir per amore. Nel mese di marzo verisimilmente accadde la morte di Costantino, perchè dopo d'essa le leggi del Codice Teodosiano[3238] ci fan vedere Costante Augusto venuto dalla Dacia ad Aquileia, e nel mese di giugno in Milano, dove pubblicò un severo editto contra di coloro che demolivano i sepolcri, o per isperanza di trovarvi dei tesori, o per asportarne i marmi e gli altri ornamenti. Specialmente per tutto quel secolo fu in voga la frenesia ed avarizia di tali assassini delle antiche memorie, come consta da altre leggi e da molti versi del Nazianzeno[3239], da me dati alla luce. Quanto all'Augusto Costanzo, egli era in Bessa di Tracia nell'agosto, e nel settembre ad Antiochia, ma senza restar contezza alcuna di altre azioni che a lui appartengano.
NOTE:
[3223] August., de Serm. Dom., lib. 1, cap. 50.
[3224] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.
[3225] Zonaras, in Annalibus.
[3226] L. 29, de Decurion., et l. 5, de petition., Cod. Theodos.
[3227] Aurel. Victor, in Epitome.
[3228] Monod., in Const.
[3229] Zosimus, lib. 2, cap. 41.
[3230] Philostorgius, Hist., lib. 3, cap. 1.
[3231] Hieron., in Chron.
[3232] Socrates, Histor. Eccles., lib. 2, cap. 5.
[3233] Sozomen., in Histor. Eccl.
[3234] Victor, in Epitome. Victor, de Caes.
[3235] Eutrop., in Brev.
[3236] Zonar., in Annal.
[3237] Julian., Orat. III.
[3238] Gothofred., in Chron. Cod. Theod.
[3239] Anecdota Graeca.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le numerose grafie alternative (imperatore/imperadore, cadavere/cadavero, radunare/raunare, domestico/dimestico, giungere/giugnere, nascoste/nascose, Svetonius/Suetonius, sessantatrè/sessantatre, arringare/aringare e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Nella prima nota relativa all'anno LVII manca nell'originale il numero di capitolo.