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Annali d'Italia, vol. 1 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)

Part 2 of 5 · Lodovico Antonio Muratori · Public domain text

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Annali d'Italia, vol. 1 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)

Allorchè si compiè la tragedia di Vitellio, si trovava Vespasiano in Egitto, Tito suo figliuolo nella Giudea. Non sì tosto ebbe Vespasiano avviso di quanto era avvenuto, che spedì da Alessandria a Roma una copiosa flotta di navi cariche di grano, perchè le soprastava una terribil carestia, e l'Egitto da gran tempo era il granaio de' Romani, affinchè quel gran popolo abbondasse di vettovaglia. Se vogliam credere a Filostrato[452], Vespasiano fece di gran bene all'Egitto, con dare un saggio regolamento a quel paese, esausto in addietro per le soverchie imposte, Dione[453] all'incontro attesta che gli Alessandrini, i quali si aspettavano delle notabili ricompense, per essere stati i primi ad acclamarlo imperadore, si trovarono delusi, perchè egli volle da loro buone somme di danaro, esigendo gli aggravii vecchi non pagati, senza esentarne nè meno i poveri, ed imponendone di nuovi. Questo era il solo difetto o vizio (se pure, come diremo, tal nome gli competeva) che s'avesse Vespasiano. Perciò il popolo di Alessandria, popolo per altro avvezzo a dir quasi sempre male de' suoi padroni, se ne vendicò con delle satire, e con caricarlo d'ingiurie e di nomi molto oltraggiosi. Perciò vi mancò poco che Vespasiano, quantunque principe savio ed amorevole, non li gastigasse a dovere; e l'avrebbe fatto, se Tito suo figliuolo non si fosse interposto, per ottener loro la grazia, con rappresentare al padre, «che i saggi principi fanno quel che debbono, o credono ben fatto, e poi lasciano dire.» Nella state venne Vespasiano Augusto alla volta di Roma. Arrivato a Brindisi, vi trovò Muciano, ch'era ito ad incontrarlo colla primaria nobiltà di Roma. Trovò a Benevento il figliuolo Domiziano, che già aveva cominciato a dar pruove del perverso suo naturale, con varie azioni ridicole, o con prepotenze. Perchè egli nella lontananza del padre si era arrogata più autorità che non conveniva, e trascorreva anche in ogni sorta di vizii: Vespasiano in collera parea disposto a de' gravi risentimenti contra di questo scapestrato figliuolo[454]. Il buon Tito suo fratello fu quegli che perorò per lui, e disarmò l'ira del padre. Non lasciò per questo Vespasiano di mortificar la superbia di esso Domiziano. Accolse poi gli altri tutti con gravità condita di cordiale amorevolezza, trattando non da imperadore, ma come persona privata con cadauno. Aveva egli molto prima inviato ordine a Roma, che si rifabbricasse il bruciato Campidoglio, dando tal incombenza a Lucio Vestino, cavaliere di molto credito. Nel dì 21 di giugno s'era dato principio a sì importante lavoro con tutto il superstizioso rituale e le cerimonie di Roma pagana, con essersi gittate ne' fondamenti assai monete nuove e non usate, perchè così aveano decretato gli aruspici. Giunto da lì a non molto Vespasiano a Roma, per meglio autenticar la sua premura per quella fabbrica, e per alzar quivi un sontuoso tempio[455], fu dei primi a portar sulle sue spalle alquanti di que' rottami; e volle che gli altri nobili facessero altrettanto, affinchè dal suo e loro esempio si animasse maggiormente il popolo all'impresa. E perciocchè nell'incendio d'esso Campidoglio erano perite circa tremila tavole di rame, o sia di bronzo, cioè le più preziose antichità di Roma, perchè in simili tavole erano intagliate le leggi, i decreti, le leghe, le paci e gli altri atti più insigni del senato e del popolo romano fin dalla fondazione di Roma, comandò che se ne ricercassero diligentemente quelle copie che si potessero ritrovare, e di nuovo s'incidessero in altre tavole. Parimente ordinò Vespasiano che fosse restituita la buona fama a tutti i condannati al tempo di Nerone[456], e sotto i tre susseguenti Augusti, e la libertà a tutti gli esiliati che si trovassero vivi; e che si cassassero tutte le accuse de' tempi addietro. Cacciò eziandio di Roma tutti gli strologhi, gente perniciosa alle repubbliche, quantunque egli non disprezzasse quest'arte vana, e tenesse in sua corte uno di tali pescatori dell'avvenire, stimandolo il più perito degli altri. E si sa ch'egli, a requisizione di un certo Barbillo strologo, concedette al popol di Efeso di poter fare il combattimento appellato sacro: grazia da lui non accordata ad altre città.

Due guerre di somma importanza ebbero in questi tempi i Romani, l'una in Giudea, l'altra nella Gallia e Germania. Diffusamente è narrata la prima da Giuseppe Ebreo; l'una e l'altra da Cornelio Tacito. Io me ne sbrigherò in poche parole. Famosissima è la guerra. Avea quel popolo, ingrato e cieco, ricompensato il Messia, cioè il divino Salvator nostro, di tanti suoi benefizii, con dargli una morte ignominiosa; avea perseguitata a tutto potere fin qui la nata santissima religione di Cristo. Venne il tempo, in cui la giustizia di Dio volle lasciar piombare sopra quella sconoscente nazione il gastigo, già a lei predetto dallo stesso Signor nostro[457]. S'erano ribellati i Giudei all'imperio romano, e per una vittoria da loro riportata contro Cestio, parea che si ridessero delle forze romane[458]. Vespasiano, irritato forte contra di loro, spedì Tito suo figliuolo nella primavera dell'anno presente per domarli. Gerusalemme era in quei tempi una delle più belle; forti e ricche città dell'universo, perchè i Giudei, sparsi in gran copia per l'Asia e per l'Europa, faceano gara di divozione per mandar colà doni al tempio e limosine di danari. Per dar anche a conoscere Iddio più visibilmente che dalla sua mano veniva il gastigo, Tito andò ad assediarla in tempo che un'infinità di Giudei era, secondo il costume, concorsa colà per celebrarvi la Pasqua: nel qual tempo appunto aveano crocifisso l'umanato figliuol di Dio. Che sterminato numero di essi per giusto giudizio di Dio si trovasse ristretto in quella città, come in prigione, si può raccogliere dal medesimo loro storico Giuseppe, il quale asserisce che, durante quell'assedio, vi perì un milione e centomila Giudei, per fame e per la peste. Sanguinosi combattimenti seguirono; ostinato quel popolo mai non volle ascoltar proposizioni di pace e di arrendersi. Avvegnachè riuscisse al copiosissimo esercito romano di superar le due prime cinte di muro di quella città, la terza nondimeno, più forte dell'altre, fu sì bravamente difesa dagli assediati, che Tito perdè la speranza di espugnar la città colla forza, e si rivolse al partito di vincerla con la fame. Un prodigioso muro con fosse e bastioni di circonvallazione fatto intorno a Gerusalemme tolse ad ognuno la via a fuggirsene. Però una orribil fame, e la peste sua compagna, entrate in Gerusalemme, vi faceano un orrido macello di quegli abitanti; i quali anche discordi fra loro e sediziosi, piuttosto amavano di vedere e sofferire ogni più orribile scempio, che di suggettarsi di nuovo al popolo romano. Non si può leggere senza orrore la descrizione che fa Giuseppe di quella deplorabil miseria, a cui difficilmente si troverà una simile nelle storie. Immense furono le ruberie e le crudeltà di quei che più poteano in quella città; le centinaia di migliaia di cadaveri accrescevano il fetore e le miserie di coloro che restavano in vita; faceano i falsi profeti e i tiranni interni più male al popolo che gli stessi Romani. Ma nel dì 22 di luglio il tempio di Gerusalemme, fu preso, e con tutta la cura di Tito Cesare, perchè si conservasse quell'insigne e ricchissimo edificio, Dio permise che gli stessi Giudei vi attaccassero il fuoco, e si riducesse in un monte di sassi e di cenere. S'impadronì poi Tito della città alta e bassa nel mese di settembre colla strage e schiavitù di quanti si ritrovarono vivi. Non solo il tempio, ma anche la città, parte dalle mani de' vincitori, parte dal fuoco furono disfatti ed atterrati; e quella gran città rimase per molto tempo un orrido testimonio dell'ira di Dio, siccome la dispersion di quel popolo senza tempio, senza sacerdoti, che noi tuttavia miriamo, fa fede, quello non essere più il popolo di Dio, siccome aveano predetto i profeti.

L'altra guerra, che i Romani sostennero in questi tempi, ebbe principio nella Batavia, oggidì Olanda, sotto Vitellio[459]. Claudio Civile, persona di sangue reale, di gran coraggio, avendo prese l'armi, stuzzicò quei popoli, e i circonvicini ancora, a rivoltarsi contra de' Romani e di Vitellio, con apparenza nondimeno di sostenere il partito di Vespasiano. Diede sul Reno una rotta ad Aquilio generale de' Romani, e al suo fiacco esercito. Questa vittoria fece voltar casacca a molte delle soldatesche, le quali ausiliarie militavano per l'imperio, e commosse a ribellione altri popoli della Germania e della Gallia; e però cresciute le forze a Claudio Civile, non riuscì a lui difficile il riportare altri vantaggi. Ma dopo la morte di Vitellio, i ministri di Vespasiano inviarono gran copia di gente per ismorzar quell'incendio. Annio Fallo e Petilio Cereale furono scelti per capitani di tale impresa. Andò innanzi il terrore di quest'armata, e cagion fu che la parte rivoltata della Gallia tornasse all'ubbidienza. Furono ripigliate alcune città colla forza, date più sconfitte a Civile e a' suoi seguaci, tanto che tutti a poco a poco si ridussero a piegare il collo, e a ricorrere alla clemenza romana. Domiziano Cesare in questa occasione, bramoso di non essere da meno di Tito suo fratello, volle andare alla guerra; e Muciano, per paura che questo sfrenato ed impetuoso giovane non commettesse qualche bestialità in danno dell'armi romane, giudicò meglio, di accompagnarlo. Seppe poi con destrezza fermarlo a Lione sotto varii pretesti, tanto che si mise fine a quella guerra, senzachè egli vi avesse mano; e poscia; il ricondusse in Italia, acciocchè andasse ad incontrar il padre Augusto, il quale; siccome già dicemmo, venne a Roma nell'anno, presente, e fu ricevuto con gran magnificenza dappertutto.

NOTE:

[450] Tacit., Histor., lib. 4. Dio, lib. 66.

[451] Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 69.

[452] Philostratus, in Apollon. Tyan.

[453] Dio, lib. 66.

[454] Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 52.

[455] Sueton., in Vespasiano, c. 8.

[456] Dio, in Excerptis Valesianis.

[457] Joseph., lib. 5 de bello Judaico.

[458] Tacitus, Histor., lib. 5.

[459] Tacitus, Histor., lib. 4.

Anno di CRISTO LXXI. Indizione XIV.

CLEMENTE papa 5. FLAVIO VESPASIANO imperadore 3.

Consoli

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la terza volta, e MARCO COCCEIO NERVA.

Nerva, collega dell'imperadore nel consolato, divenne anch'egli col tempo imperadore. Non tennero essi consoli se non per tutto febbraio quella dignità, e ad essi succederono, nelle calende di marzo, Flavio Domiziano Cesare, figliuolo di Vespasiano, e Gneo Pedio Casto. Merito grande s'era acquistato Tito Cesare presso il padre per la guerra gloriosamente terminata nella Giudea. Maggior anche era il merito de' suoi dolci costumi[460]. Cotanto si faceva egli amar dai soldati, che, dopo la presa di Gerusalemme, l'armata romana, gli diede il titolo militare d'imperadore; e volendo egli venire a Roma, cominciarono tutti con preghiere, e poi con minacce, a gridare o che restasse egli, o che tutti li conducesse seco. Per questo e per qualche altro barlume insorse sospetto presso della gente maliziosa ch'egli nudrisse dei disegni di rivoltarsi contra del padre: il che giammai a lui non cadde in pensiero. Ne fu anche informato Vespasiano; ma siccome egli avea troppe prove dell'onoratezza del figliuolo, così non ne fece caso; anzi udito che già egli era in viaggio, il fece dichiarar suo collega nell'imperio, e compagno anche nella podestà tribunizia, ma senza conferirgli i titoli di Augusto e Padre della Patria. Questi onori equivalevano allora alla dignità dei re de' Romani de' nostri giorni, ed erano un sicuro grado per succedere al padre Augusto nella piena dignità ed autorità imperiale[461]. Passando per la Città di Argos, volle Tito abboccarsi con Apollonio Tianeo, filosofo di gran grido in questi tempi, e di cui molte favole hanno spacciato i Gentili. Il pregò di dargli alcune regole per saper ben governare. Altro non gli diss'egli, se non d'imitar Vespasiano suo padre, e di ascoltar con pazienza Demetrio filosofo cinico, che facea professione di dir liberamente, e senz'adulazione o rispetto di alcuno, la verità; e che non s'inquietasse, se l'avesse ripreso di qualche fallo. Tito promise di farlo. Sarebbe da desiderare un filosofo sì fatto, e con tale autorità in ogni corte; e fors'anche in ogni paese si troverebbe volendolo. Ma è da temere che non si trovassero poi tanti Titi. Ebbe Tito sentore per istrada delle relazioni maligne portate di lui al padre (e forse n'era stato sotto mano autore l'invidioso Domiziano) con fargli anche sospettare che Tito non verrebbe, perchè macchinava cose più grandi. Allora egli s'affrettò, e in una nave da carico, quando men s'aspettava, arrivò in corte; e quasi rimproverando il padre ch'era uscito in fretta ad incontrarlo, un po' agramente gli disse: Son venuto, Signor e Padre, son venuto.

Fu decretato il trionfo dal senato tanto a Vespasiano, quanto al figliuolo, e separatamente per la vittoria giudaica. Ma Vespasiano che amava il risparmio in tutte le occorrenze, nè potea sofferir tanta spesa, si contentò d'un solo che servisse ad amendue. Non s'era mai veduto in addietro un padre trionfar con un figlio: si vide questa volta. Memoria di questo trionfo tuttavia abbiamo nell'arco di Tito in Roma, dato anche alle stampe dal Bellorio, e vi si mira portato l'aureo candelabro del tempio di Gerusalemme. L'essersi felicemente terminate le guerre della Giudea e Germania, diede campo a Vespasiano di fabbricar il tempio della Pace, e di chiudere quello di Giano; giacchè per tutto l'imperio romano si godeva un'invidiabil calma. Questa specialmente tornò a fiorire in Roma insieme colla giustizia, per tanti anni in addietro bandita da essa, e vi risorse la quiete degli animi e l'allegria: tutti effetti del saggio e dolce governo di Vespasiano. Buon concetto si avea nei tempi andati di questo personaggio; ma, divenuto imperadore; superò di lunga mano l'aspettazion di ognuno[462]. Imperocchè tosto si accinse egli con vigore a ristabilire Roma e l'imperio, che tanto aveano patito sotto i precedenti, o principi o tiranni; nè si diede mai posa, finchè visse, per levare i disordini, e per abbellire quella gran città. Chiara cosa essendo che i passati affanni principalmente erano proceduti dall'avidità, insolenza e poca disciplina de' soldati, e soprattutto de' pretoriani, vi rimediò col cassare la maggior parte di quei di Vitellio, ed esigere rigorosamente la buona disciplina dai suoi propri. Per assicurarsi meglio del pretorio, cioè delle guardie del palazzo, con istupore di ognuno, creò lo stesso Tito, suo figliuolo e collega, prefetto del pretorio: carica sempre innanzi esercitata dai cavalieri, e che perciò divenne col tempo la più insigne ed apprezzata dopo la dignità imperiale[463]. La vita di Vespasiano era senza fasto. Il venerava ognuno come signore, ed egli amava all'incontro di comparir verso tutti piuttosto concittadino, e come persona tuttavia privata. Di rado abitava nel palazzo, più spesso negli orti sallustiani, luogo delizioso. Dava quivi benignamente udienza non solo ai senatori, ma agli altri ancora di qualsivoglia grado. Vigilantissimo, soleva avanti giorno, stando in letto, leggere le lettere e le memorie a lui presentate, ammettere i suoi familiari ed amici, quando si vestiva, e favellar con loro delle cose occorrenti. Uno di questi era Plinio il Vecchio[464]. Anche andando per istrada non rifiutava di parlare con chi avea bisogno di lui. Fra il giorno stavano aperte a tutti e senza guardia le porte della sua abitazione. Sempre interveniva al senato, mostrando il convenevol rispetto a quell'ordine insigne, nè v'era affare d'importanza che non comunicasse con loro. Sovente ancora, andava in piazza a rendere giustizia al popolo. E qualora per la sua avanzata età non potea portarsi al senato, gli partecipava i suoi sentimenti in iscritto, e incaricava i suoi figliuoli di leggerli. Nè solamente in ciò dava egli a conoscere la stima che facea del senato, ma eziandio col voler sempre alla sua tavola molti dei senatori, e coll'andar egli stesso non rade volte a pranzare in casa degli amici e dei familiari suoi. Sapeva dir delle burle, e pungere con grazia; nè s'avea a male, se altri facea lo stesso verso di lui. Dilettavasi massimamente di praticar colle persone savie, per le quali non vi era portiera, e fu udito dire[465]: Oh potess'io comandare a dei saggi, e che anche i saggi potessero comandare a me! Non mancavano neppure in que' tempi pasquinate e satire contro di lui; ma egli, benchè, ne fosse avvertito, non se ne alterava punto, seguitando, ciò non ostante, a far ciò che riputava utile alla repubblica. Allorchè Vespasiano era in Grecia col pazzo Nerone[466], vedendolo un dì nel teatro prorompere in parole, e gesti indecenti alla sua dignità, non seppe ritenersi dal fare un cenno di stupore e disapprovazione. Febo, liberto di Nerone, osservato ciò, se gli accostò, e dissegli che un par suo non istava bene in quel luogo. Dove, volete ch'io vada?, disse allora Vespasiano. E il superbo ed insolente liberto replicò, che andasse alle forche. Costui ebbe tanto ardire di presentarsi, davanti a lui, già divenuto imperadore, per addurre delle scuse. Altro male non gli fece Vespasiano, se non di dirgli, che se gli levasse davanti, e andasse alle forche. Con rara pazienza sofferiva egli che gli si dicesse la verità, e godeva quel bel privilegio, tanto esaltato da Cicerone in Giulio Cesare, di dimenticar le ingiurie. Maritò molto decorosamente tre figliuole di Vitellio; e benchè si trovasse più d'uno che macchinò congiure contra di un principe sì buono, contuttociò niuno mai gastigò se non coll'esilio, solendo anche dire, che compativa la pazzia di coloro, i quali aspiravano all'imperio, perchè non sapevano che aggravio e spine l'accompagnassero. Però sua usanza fu di guadagnar coi benefizii, e non di rimeritar coi gastighi, chi era stato ministro della crudeltà de' tiranni, perchè volea credere che avessero così operato più per paura che per malizia. E questo per ora basti de' costumi di Vespasiano. Ne riparleremo andando innanzi, come potremo, giacchè si son perdute le storie di Tacito, e con ciò a noi manca il filo cronologico delle azioni di questo principe.

NOTE:

[460] Sveton., in Tito, cap. 5.

[461] Philostratus, in Apollon. Tyaneo.

[462] Sueton., in Vespasiano, cap. 8.

[463] Dio, lib. 66.

[464] Plinius Junior, lib. 4, epist. 5.

[465] Philostratus, in Vita Apollonii Tyan.

[466] Dio, lib. 66. Suetonius, in Vespasiano, cap. 14.

Anno di CRISTO LXXII. Indizione XV.

CLEMENTE papa 6. VESPASIANO imperadore 4.

Consoli

VESPASIANO AUGUSTO per la quarta volta, e TITO FLAVIO CESARE per la seconda.

Dappoichè Muciano venuto a Roma cominciò a godere de' primi onori, il governo della Siria fu dato da Vespasiano a Cesennio Peto. Scriss'egli a Roma, che Antioco re della Comagene, il più ricco dei re sudditi di Roma, con Epifane suo figliuolo teneva dei trattati secreti con Vologeso re dei Parti, disegnando di rivoltarsi. Dubita Giuseppe Ebreo[467], se Antioco fosse di ciò innocente, o reo, ed inclina piuttosto al primo. Peto gli volea poco bene; e potè ordir questa trama. Vespasiano, a cui troppo era difficile il chiarire la verità, nè volea trascurar l'affare, essendo di somma importanza quella provincia per le frontiere della Soria e dell'imperio romano: mandò ordine a Peto di far ciò ch'egli credesse più convenevole, e giusto in tal congiuntura. Pertanto unitosi quel governatore con Aristobolo re di Calcide, e con Soemo re di Emessa, entrò coll'esercito nella Comagene. A questa inaspettata mossa Antioco si ritirò con tutta la sua famiglia, e senza voler far fronte all'armi romane, lasciò che Peto entrasse in Samosata capitale dei suoi Stati. Epifane e Callinico suoi figliuoli, prese le armi, fecero qualche resistenza; ma tardarono poco i lor soldati a rendersi ai Romani. Si rifuggirono essi alla corte di Vologeso, re dei Parti, che gli accolse, non già come esiliati, ma come principi. Antioco lor padre fuggì nella Cilicia. Peto inviò gente, a cercarlo, ed essendo stato colto a Tarsi, fu caricato di catene, per essere condotto a Roma. Nol permise Vespasiano, e spedì ordini che fosse rimesso in libertà, e che potesse abitare a Sparta, dove gli facea somministrar tutto l'occorrente, acciocchè vivesse da par suo. Per intercessione poi di Vologeso, ai di lui figliuoli fu permesso di venire a Roma. Vi venne anche Antioco, e tutti riceverono trattamento onorevole, senza più riaver quegli Stati. Siamo assicurati da Svetonio[468] che la Comagene, siccome ancora la Tracia, la Cilicia e la Giudea furono ridotte in provincie sotto Vespasiano, cioè immediatamente governate dagli uffiziali romani. Ma non tutto ciò avvenne sotto il presente anno. Fece in questi tempi Vologeso re de' Parti istanza d'aiuti ai Vespasiano, perchè gli Alani, feroce popolo della Tartaria, entrati nella Media, obbligarono a fuggirne Pacoro re di quel paese, e Tiridate re dell'Armenia, minacciando anche il dominio di Vologeso. Non si volle mischiar Vespasiano negli affari di que' Barbari; e forse di qua venne qualche alterazion di animo fra di loro. Sappiamo da Dione[469], aver quel superbo re scritta una lettera con questo titolo: Arsace re dei re a Vespasiano, senza riconoscerlo per imperador de' Romani. Vespasiano, lungi dal farne rimprovero o doglianza alcuna, gli rispose nel medesimo tenore: Ad Arsace re dei re, Vespasiano. Credesi[470] che in questi tempi avvenisse qualche guerra nella Bretagna, dov'era andato per governatore Petilio Cereale, con far quivi l'armi romane nuove conquiste.

Seguitava intanto Vespasiano a far dei saggi regolamenti[471] per levare gli abusi, e rimettere il buon ordine in Roma. Osservate alcune persone indegne ne' due nobili ordini senatorio ed equestre, le levò via; e perchè era scemato di molto il numero dei medesimi senatori e cavalieri, per la crudeltà de' regnanti precedenti, aggregò a quegli ordini le famiglie e persone più riguardevoli e degne, non tanto di Roma, quanto dell'Italia e dell'altre provincie. Trovò che le liti civili erano cresciute a dismisura, andavano in lungo e si eternavano anche talvolta: male non forestiere anche in altri tempi e in altri luoghi. Cercò di rimediarvi con eleggere varii giudici, che le sbrigassero senz'attendere le formalità e lunghezze ordinarie del foro. Per mettere freno alla libidine delle donne libere che sposavano gli schiavi, rinnovò il decreto che anch'esse, perduta la libertà, divenissero schiave. Per frastornar coloro che prestavano danaro ad usura ai figliuoli di famiglia, vietò il poterlo esigere dopo la morte dei padri. Ma nulla più contribuì alla correzion de' costumi e a far cessare il soverchio lusso de' Romani, che l'esempio dell'imperadore stesso. Parca era la mensa sua; semplice e non mai pomposo il suo vestire; sicura dal di lui potere l'altrui onestà. Il disapprovar egli colle parole e coi fatti gli eccessi introdotti, più che le leggi e i gastighi, ebbe forza d'introdurre la riforma dei costumi nella nobiltà, e in chiunque desiderava d'acquistare o conservar la grazia di lui. Aveva[472] egli conceduta una carica ad un giovane. Andò costui per ringraziarlo tutto profumato. Questo bastò perchè Vespasiano, guatandolo con disprezzo, gli dicesse: Avrei avuto più caro che tu puzzassi d'aglio; e gli levò la patente. Oltre a ciò, per guarire l'altrui vanità e superbia col proprio esempio, parlava egli stesso della bassezza della prima sua fortuna, e si rise di chi avea compilata una genealogia piena di adulazione, per mostrare[473] ch'egli discendeva dai primi fondatori della città di Rieti sua patria, e da Ercole. Anzi talora nella state andava a passar qualche giorno nella villa, dov'egli era nato, fuori di Rieti, senza voler mai che a quel luogo si facesse mutazione alcuna, per ben ricordarsi di quello ch'egli fu una volta. E in memoria di Tertulla sua avola paterna, che l'avea allevato, nei dì solenni e festivi solea bere in una tazza d'argento da lei usata.

NOTE:

[467] Joseph., de Bello Judaico, lib. 7.

[468] Suet., in Vespasiano, c. 8.

[469] Dio, lib. 66.

[470] Tacitus, in Vita Agricolae, c. 17.

[471] Suet., in Vespasiano, c. 9.

[472] Suet., in Vespasiano, c. 8.

[473] Idem, cap. 12.

Anno di CRISTO LXXIII. Indizione I.

CLEMENTE papa 7. VESPASIANO imperadore 5.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO CESARE per la seconda volta, e MARCO VALERIO MESSALINO.

Console ordinario fu in quest'anno Domiziano[474], non già per li meriti suoi nè per elezione del saggio suo padre, ma perchè il buon Tito suo fratello, disegnato per sostenere anche nell'anno presente sì riguardevol dignità, la cedette a lui, e pregò il padre di contentarsene. E si vuol qui appunto avvertire che esso Tito era in tutti gli affari il braccio diritto del vecchio padre[475]. A nome di lui dettava egli le lettere e gli editti, e per lui recitava in senato le determinazioni occorrenti. Secondochè s'ha dalla cronaca d'Eusebio[476], circa questi tempi (se pur ciò non fu più tardi) l'Acaia, la Licia, Rodi, Bizanzio, Samo ed altri luoghi di Oriente perderono la lor libertà, perchè se ne abusavano in danno lor proprio per le sedizioni e nemicizie regnanti fra i cittadini. Non si mandava colà proconsole o governatore romano in addietro, lasciando che si governassero coi propri magistrati e colle lor leggi. Da qui innanzi furono sottoposti al governo del presidente inviato da Roma, e a pagare i tributi al pari dell'altre provincie. Per attestato ancora di Filostrato[477], Apollonio Tianeo, filosofo rinomato di questi tempi, grande strepito fece contra di Vespasiano, perchè avesse tolta alla Grecia quella libertà che Nerone, tuttochè principe sì cattivo, le avea restituita. Ma Vespasiano il lasciò gracchiare, dicendo che i Greci aveano disimparato il governarsi da gente libera. Il Calvisio, il Petavio, il Bianchini ed altri, non per certa cognizione del tempo, ma per mera congettura, riferiscono a quest'anno la cacciata de' filosofi da Roma: risoluzione che par contraria alla saviezza di Vespasiano, ma che fu fondata sopra giusti motivi. Le diede impulso Elvidio Prisco nobile senatore romano, e professore della più rigida filosofia degli stoici, la qual era allora più dall'altre in voga presso i Romani. A questo personaggio fa un grande elogio Cornelio Tacito[478], con dire, aver egli studiata quella filosofia, non già per vanità, come molti faceano, nè per darsi all'ozio, ma per provvedersi di costanza ne' varii accidenti della vita, per sostenere con equità e vigore i pubblici uffizii, e per operar sempre il bene, e fuggire il male. Perciò s'era acquistato il concetto d'essere buon cittadino, buon senatore, buon marito, buon genero, buon amico, sprezzator delle ricchezze, inflessibile nella giustizia, ed intrepido in qualsivoglia sua operazione. Anche Ariano[479], Plinio[480] il giovane e Giovenale furono liberali di lodi verso di Prisco. Ma egli era troppo invanito dell'amor della gloria, cercandola ancora per vie mancanti di discrezione[481]. Gli esempli di Trasea Peto, suocero suo, uomo da noi veduto lodatissimo ne' tempi addietro, gli stavano sempre davanti agli occhi, per parlare francamente ove si trattava del pubblico bene. Ma non sapea imitarlo nella prudenza. Trasea, ancorchè avesse in orrore i vizii e le tirannie di Nerone, pure nulla dicea o facea che potesse offenderlo. Solamente talvolta si ritirò dal senato, per non approvare le di lui bestialità e crudeltà: il che poi gli costò la vita.

Ma Elvidio si facea gloria di parlar con vigore e libertà senza riguardo alcuno. Così operò sotto Galba, sotto Vitellio; ma più usò di farlo sotto Vespasiano, quasichè la bontà di questo principe dovesse servire di passaporto alla soverchia licenza delle sue parole. Il peggio fu ch'egli, scoprendosi nemico della monarchia, tenendo sempre il partito del popolo, non si facea scrupolo di darsi in pubblico e in privato a conoscere per persona che odiava Vespasiano. Allorchè questo principe arrivò a Roma, ito a salutarlo, non gli diede altro nome che quello di Vespasiano. Essendo pretore nell'anno 70, in niuno de' suoi editti mai mise parola in onore di lui, anzi nè pure il nominò. Ma questo era poco. Sparlava di lui dappertutto, lodava solamente il governo popolare, e Bruto e Cassio; formava anche delle fazioni contra del dominio cesareo. Andò così innanzi l'ostentazione di questo suo libero parlare, che nel senato medesimo giunse a contrastare e garrire insolentemente collo stesso Vespasiano, quasichè fosse un suo eguale[482]; perlochè, d'ordine dei tribuni della plebe, fu preso e consegnato ai littori, o sia ai sergenti della giustizia. Il buon Vespasiano, a cui forte dispiaceva di perdere un sì fatt'uomo, eppur non credea bene d'impedire il riparo alla di lui insolenza, uscì di senato quel dì piangendo e con dire: O mio figliuolo mi succederà, o niun altro: volendo forse indicare che Elvidio con quelle sue impertinenti maniere additava di pretendere all'imperio. Pure la clemenza di Vespasiano non permise che si decretasse ad uomo sì turbolento, che inquietava e screditava il presente governo, e mostravasi tanto capace di sedizioni, se non la pena dell'esilio. Ma perchè verisimilmente neppur si seppe contener da lì innanzi la lingua di questo imprudente filosofo, fu (non si sa in qual anno) condannato a morte dal senato, e mandata gente ad eseguire il decreto. Vespasiano spedì ordini appresso per salvargli la vita; ma gli fu fatto falsamente credere che non erano arrivati a tempo. Probabilmente Muciano, che men di Vespasiano amava Elvidio, il volle tolto dal mondo con questa frode. E fu appunto in tale occasione[483] ch'esso Muciano persuase all'imperatore di cacciar via da Roma tutti i filosofi, e massimamente coloro che professavano la filosofia stoica, maestra della superbia. Imperciocchè, oltre al rendersi da questa gli uomini grandi estimatori di sè stessi e sprezzatori degli altri, i seguaci di essa altro non faceano allora che declamar nelle scuole, e fors'anche in pubblico, contra dello stato monarchico, e in favore del popolare, svergognando una scienza che dee inspirare l'ossequio e la fedeltà verso qualsivoglia regnante. E tanto più dovea farlo allora Elvidio, che ai precedenti tiranni era succeduto un buon principe, quale ognun confessa che fu Vespasiano, e la sua vita il dimostra. Fra gli altri andarono relegati nelle isole Ostilio e Demetrio filosofi anch'essi. Portata al primo la nuova del suo esilio, mentre disputava contra dello stato monarchico, maggiormente s'infervorò a dirne peggio, benchè dipoi mutasse parere. Ma Demetrio, siccome professore della filosofia cinica, o sia canina, che si gloriava di mordere tutti, e di non portare rispetto ai difetti e falli di chicchessia[484], dopo la condanna vedendo venir per via Vespasiano, nol salutò, e neppur si mosse da sedere, e fu anche udito borbottar delle ingiurie contro di lui. Il paziente principe passò oltre, solamente dicendo: Ve' che cane! Nè mutò registro, ancorchè Demetrio continuasse a tagliargli addosso i panni; perciocchè avvisato di tanta tracotanza, pure non altro gli fece dire all'orecchio se non queste poche parole: Tu fai quanto puoi perch'io ti faccia ammazzare: ma io non mi perdo ad uccidere can che abbaia. Per attestato di Dione, il solo Caio Musonio Rufo, cavaliere romano, eccellente filosofo stoico, non fu cacciato di Roma: il che non s'accorda colla Cronica di Eusebio, da cui abbiamo che Tito, dopo la morte del padre, il richiamò dall'esilio.

NOTE:

[474] Suet., in Domiziano, cap. 2.

[475] Idem, in Tito, cap. 6.

[476] Euseb., in Chron.

[477] Philostratus, in Apollon. Tyan.

[478] Tacitus, Historiar., lib. 4, cap. 5.

[479] Arrian., in Epictet.

[480] Plinius junior., lib. 4, epist. 23.

[481] Dio, lib. 66.

[482] Sueton., in Vespasiano, cap. 15.

[483] Dio, lib. 66.

[484] Sueton., in Vespasiano, cap. 13.

Anno di CRISTO LXXIV. Indizione II.

CLEMENTE papa 8. VESPASIANO imperadore 6.

Consoli

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la quinta volta, e TITO FLAVIO CESARE per la terza.

A Tito Cesare, che dimise il consolato, succedette nelle calende di luglio Domiziano Cesare suo fratello. Terminarono in quest'anno Vespasiano e Tito il censo, o sia la descrizione de' cittadini romani ch'essi aveano già cominciato come censori negli anni addietro. E questo fu l'ultimo de' censi fatti dagl'imperadori romani. Scrive Plinio il vecchio[485], che in tale occasione si trovarono fra l'Apennino e il Po molti vecchi di riguardevol età. Cioè tre in Parma di cento venti, e due di cento trenta anni; in Brescello uno di cento venticinque; in Piacenza uno di cento trentuno; in Faenza una donna di cento trentadue; in Bologna e Rimini due di cento cinquanta anni, se pure non è fallato, come possiam sospettare, il testo. Aggiugne essersi trovati nella Regione ottava dell'Italia, ch'egli determina da Rimini sino a Piacenza, cinquantaquattro persone di cento anni; quattordici di cento dieci; due di cento venticinque; quattro di cento trenta; altrettanti di cento trentacinque, o cento trentasette, e tre di cento quaranta. Dal che probabilmente può apparire qual fosse tenuta allora per la più salutevol aria d'Italia. Se in altre parti d'Italia si fossero osservate somiglianti età, non si sa vedere perchè Plinio l'avesse taciuto. Circa questi tempi[486] mancò di vita Cenide, donna carissima a Vespasiano, liberta di Antonia, madre di Claudio Augusto. Avea Vespasiano avuta per moglie Flavia Domitilla, che gli partorì Tito e Domiziano. Morta costei, ebbe per sua amica questa Cenide, e creato anche imperatore la tenne quasi per sua moglie, amandola non solamente per la sua fedeltà e disinvoltura, e per molti benefizii da lei ricevuti quando era privato, ma ancora perchè gli serviva di sensale per far danari. Era l'avarizia forse l'unico vizio per cui universalmente veniva proverbiato questo imperadore[487]. Mostravasi egli non mai contento di danaro. A questo fine rimise in piedi alcune imposte e gabelle, abolite già da Galba; ne aggiunse delle nuove e gravi; accrebbe i tributi che si pagavano dalle provincie, ed alcune furono tassate il doppio. Lasciavasi anche tirare a far un mercimonio vergognoso per un par suo, col comperar cose a buon mercato, per venderle poi caro. Cenide anch'essa l'aiutava ad empiere la borsa. A lei si accostava chiunque ricercava sacerdozi e cariche civili e militari, accompagnando le suppliche con esibizioni proporzionate al profitto dei posti desiderati. Nè si badava, se questi concorrenti fossero o non fossero uomini dabbene, purchè se ne spremesse del sugo. Si vendevano in questa maniera anche l'altre grazie del principe; e le pene, per chi potea, venivano riscattate col danaro. Di tutto si credeva consapevole e partecipe Vespasiano. E tanto egli si lasciava vincere da questa avidità, che cadeva in bassezze[488]. Avendo i deputati di una città chiesta licenza di alzare in onor suo una statua, la cui spesa ascenderebbe a venticinquemila dramme, per far loro conoscere che amerebbe più il denaro in natura, stese la mano aperta con dire: Eccovi la base dove potete mettere la vostra statua. Era egli stesso il primo a porre in burla questa sua sete d'oro per coprirne la vergogna, e si rideva di chi poco approvava le sue vili maniere per adunarne. Uno di questi fu suo figliuolo Tito, che non potendo sofferire una non so quale imposta, da lui messa sopra l'orina, seriamente gliene parlò, con chiamar fetente quell'aggravio. Aspettò Vespasiano che gli portassero i primi frutti di quell'imposta, e fattili fiutare al figlio, dimandò se quell'oro sapea di cattivo odore. Un giorno, ch'egli era per viaggio in lettiga, si fermò il mulattiere con dire che bisognava ferrar le mule. Sospettò egli dipoi inventato da costui un tal pretesto, per dar tempo ad un litigante di parlargli, e di esporre le sue ragioni. E però gli domandò poi quanto avesse guadagnato a far ferrare le mule, perchè voleva esser a parte del guadagno. Questo forse disse per burla. Ma da vero operò egli con uno de' suoi più cari cortigiani, che gli avea fatta istanza di un posto per persona da lui tenuta in luogo di fratello. Chiamato a sè quel tale, volle da lui il danaro pattuito con fargli la grazia. Avendo poscia il cortigiano replicate le preghiere, siccome non informato della beffa, Vespasiano gli disse: Va a cercare un altro fratello, perchè il proposto da te, non è tuo, ma mio fratello.

Tale era l'industria e continua cura di Vespasiano per ammassar danari, cura in lui biasimata, e non senza ragione dagli storici di allora, e più dai sudditi. Credevano alcuni, che dal suo naturale fosse egli portato a questa debolezza: ed altri, che Muciano gliel'avesse inspirata, con rappresentargli che nell'erario ben provveduto consisteva la forza e la salute della repubblica, sì pel mantenimento delle milizie, come per ogni altro bisogno. Tuttavia il brutto aspetto di questo vizio si sminuisce di molto al sapere, come osservarono Svetonio[489] e Dione[490], che Vespasiano non fece mai morire persona per prendergli la roba, nè mai per via d'ingiustizie occupò l'altrui. Quel che è più, non amava, nè cercava egli le ricchezze, per impiegarle ne' suoi piaceri, perchè sempre fu moderatissimo in tutto, nè poteva spendere senza necessità, contento di poco. Appariva eziandio chiaramente, quanto egli fosse lontano dal covare con viltà il danaro, perciocchè lo dispensava allegramente e con saviezza in tutti i bisogni del pubblico, e in benefizio de' popoli. Sapeva regalare chi lo meritava[491], sovvenire a' nobili caduti in povertà; anzi la sua liberalità si stendeva a tutti. Promosse con somma attenzione le arti e le scienze, favorendo in varie maniere chi le coltivava; e fu il primo che istituisse in Roma scuole d'eloquenza greca e latina, con buon salario pagato dal suo erario. Prendeva al suo servigio i migliori poeti ed artifici che si trovassero, e tutti erano partecipi della sua munificenza. A lui premeva specialmente che il minuto popolo potesse guadagnare. A questo fine faceva di quando in quando de' magnifici conviti; e ad un valente artefice, che gli si era esibito di trasportare con poca spesa molte colonne, diede bensì un regalo, ma di lui non si volle servire, per non defraudare di quel guadagno la plebe. In Roma edificò degli acquidotti, alzò uno smisurato colosso, nè solamente fece di pianta varie fabbriche insigni, ma eziandio rifece le già fatte dagli altri, mettendovi non già il nome suo, ma quel de' primi fondatori. Erano per cagion de' tremuoti cadute, o per gl'incendi molto sformate, assaissime città dell'imperio romano. Egli alle sue spese le rifece, e più belle di prima. La stessa attenzione ebbe per fondar delle colonie in varie città, e per risarcir le pubbliche strade dell'imperio[492]. Restano tuttavia molte iscrizioni[493] per testimonianza di ciò. Gli convenne per questo tagliar montagne e rompere vasti macigni; e per tutto si lavorava senza salassar le borse de' popoli. Rallegrava ancora il popolo colla caccia delle fiere negli anfiteatri, ma abborriva i detestabili combattimenti de' gladiatori. Aggiungasi, per testimonianza di Zonara[494], che Vespasiano mai non volle profittar dei beni di coloro che aveano prese l'armi contra di lui, ma li lasciò ai lor figliuoli o parenti. Ed ecco ciò che può servire, non già per assolvere questo principe da ogni taccia in questo particolare, ma bensì per iscusarlo, meritando bene il buon uso che egli facea del denaro, che si accordi qualche perdono alle indecenti maniere da lui tenute per raunarlo. Se non è scorretto il testo di Plinio il vecchio[495], abbiamo da lui, che in questi tempi misurato il circondario delle mura di Roma, si trovò esser di tredici miglia dugento passi. Un gran campo occupavano poi i borghi suoi.

NOTE:

[485] Plinius, Histor. Natural., lib. 7, cap. 49.

[486] Dio, lib. 66. Sueton., in Vespasiano, cap. 3.

[487] Sueton., in Vespasiano, cap. 3.

[488] Sueton., in Vespasiano, cap. 23. Dio, lib. 66.

[489] Sueton., in Vespasiano, cap. 16.

[490] Dio, lib. 66.

[491] Sueton., in Vespasiano, cap. 16.

[492] Aurelius Victor, in Breviar.

[493] Gruterus, Thesaur. Inscription. Thesaurus Novus Veter. Inscription. Muratorian.

[494] Zonaras, Annal.

[495] Plinius, Histor. Natur., lib. 3, c. 5.

Anno di CRISTO LXXV. Indizione III.

CLEMENTE papa 9. VESPASIANO imperadore 7.

Consoli

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la sesta volta, e TITO CESARE per la quarta.

Nelle calende di luglio furono sostituiti nel consolato Flavio Domiziano Cesare per la quarta volta, e Marco Licinio Muciano per la terza. In gran favore continuava Muciano ad essere presso di Vespasiano[496]. Naturalmente superbo, e più perchè alzato ai primi onori, sapea ben far valere la sua autorità[497]. Sopra gli altri della corte pretendea d'essere ossequiato e rispettato. Verso chi gli mostrava anche ogni menomo segno di distinzione in onorarlo, andava all'eccesso in procurargli posti ed avanzamenti. Guai all'incontro a chi, non dirò gli facea qualche affronto od ingiuria, ma solamente lasciava di onorarlo; l'odio di Muciano contra di lui diveniva implacabile. Costui pubblicamente era perduto nelle disonestà, e vantava tuttodì i gran servigi da lui prestati a Vespasiano: suo dono chiamava ancora quel diadema ch'egli portava in capo. A tanto giunse talvolta questa sua boria, e la fiducia de' meriti propri, che nemmeno portava rispetto allo stesso imperadore. E pure nulla più fece risplendere, che magnanimo cuore fosse quel di Vespasiano, quanto la pazienza sua in sopportare quest'uomo, temendo egli sempre di contravvenire alla gratitudine se l'avesse disgustato, non che punito. Anzi neppure osava di riprenderlo in faccia; ma solamente con qualche comune amico talora sfogandosi, disapprovava la di lui maniera di vivere, e diceva: Son pur uomo anch'io: tutto acciocchè gli fosse riferito, per desiderio che si emendasse[498]. Fu anche dagli amici consigliato Vespasiano di guardarsi da Melio Pomposiano; perchè egli fatto prendere il proprio oroscopo, si vantava che sarebbe un dì imperadore. Lungi dal fargli male, Vespasiano il creò console (noi non ne sappiamo l'anno) dicendo più probabilmente per burla che da senno; Costui si ricorderà un giorno del bene che gli ho fatto. Dedicò esso Augusto, cioè fece la solennità di aprire e consecrare il tempio della Pace, da lui fabbricato in Roma in vicinanza della piazza pubblica, per ringraziamento a Dio della tranquillità donata al romano imperio, e particolarmente a Roma, dopo tanti torbidi tempi patiti sotto i precedenti tiranni. Plinio[499] chiama questa tempio una delle più belle fabbriche che mai si fossero vedute. Erodiano[500] anch'egli scrive, ch'esso era il più vasto, il più vago e il più ricco edifizio che si avesse in Roma. Immensi erano ivi gli ornamenti d'oro e d'argento; e fra gli altri vi furono messi il candelabro[501] insigne e gli altri vasi portati da Gerusalemme dopo la distruzione di quel ricchissimo tempio. Ma che? questa mirabil fabbrica circa cento anni dipoi, regnante Commodo Augusto, per incendio, o casuale o sacrilego, rimase affatto preda delle fiamme.

NOTE:

[496] Sueton., in Vespasiano, c. 23.

[497] Dio, in Excerptis Valesian.

[498] Sueton., in Vespasiano, c. 14. Dio, lib. 66.

[499] Plinius, lib. 36, cap. 15.

[500] Herodian., lib. 1, c. 14.

[501] Joseph., de Bello Judaic., lib. 7, c. 14.

Anno di CRISTO LXXVI. Indizione IV.

CLEMENTE papa 10. VESPASIANO imperadore 8.

Consoli

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la settima volta e TITO CESARE per la quinta.

Abbiamo sufficienti lumi per credere sostituito all'uno di questi consoli nelle calende di luglio Domiziano Cesare, probabilmente per la cessione di Tito suo fratello. Secondo il Panvino[502], succedette ancora all'altro console ordinario Tito Plautio Silvano per la seconda volta. Ma non altro fondamento ebbe quel dotto uomo di assegnare all'anno presente il secondo consolato di costui, se non il sapere ch'egli due volte fu console. Che nel gennaio di quest'anno nascesse Adriano, il qual poscia divenne imperadore, l'abbiamo da Sparziano. Fiorì ancora in questi tempi, per attestato di Eusebio[503], Quinto Asconio Pediano, storico di molto credito; di cui restano tuttavia alcuni Commenti alle Orazioni di Cicerone. In età di anni settantatrè divenne cieco questo letterato, e ne sopravvisse dodici altri, tenuto sempre in grande stima da tutti. Era in questi tempi governator della Bretagna Giulio Frontino, e gli riuscì di sottomettere i popoli Siluri in quella grand'isola all'imperio romano. Era venuto a Roma Agrippa[504] re dell'Iturea, figliuolo di Agrippa il grande, stato già re della Giudea; avea condotto seco Berenice o sia Beronice sua sorella, giovane di bellissimo aspetto, già maritata con Erode re di Calcide suo zio[505], e poscia con Polemone re di Cilicia. Se n'invaghì Tito Cesare. Forse anche era cominciata la tresca allorchè egli fu alla guerra contra de' Giudei. Agrippa ottenne il grado di pretore. Berenice alloggiata nel palazzo imperiale, dopo aver guadagnato Vespasiano a forza di regali, sì fattamente s'insinuò nella grazia di Tito, che sperava ormai di cangiar l'amicizia in matrimonio; e già godeva un tal trattamento e autorità, come s'ella fosse stata vera moglie di lui. Ma perciocchè, secondo le leggi romane, era vietato ai nobili romani di sposar donne di nazion forestiera, o sia barbara (barbari erano allora appellati i popoli tutti non sudditi al romano imperio) o pure perchè i re, tuttochè sudditi di Roma, erano tenuti in concetto di tiranni; il popolo romano altamente mormorava di questa sua amicizia, e molto più della voce sparsa, che fosse per legarsi seco pienamente col vincolo matrimoniale. Ebbe Tito cotal possesso sopra la sua passione, e sì a cuore il proprio onore, che arrivò a liberarsene, con farla ritornare al suo paese. Svetonio[506] attribuisce a Tito questa eroica azione, dappoichè egli fu creato imperadore, laddove Dione[507] ne parla circa questi tempi. Ma aggiugnendo esso Dione, che Berenice, dopo la morte di Vespasiano, ritornò a Roma, sperando allora di fare il suo colpo, e che, ciò non ostante, rimase delusa, si accorda facilmente l'asserzione dell'uno e dell'altro storico.

NOTE:

[502] Panvin., in Fastis.

[503] Eusebius, in Chronic.

[504] Dio, lib. 66.

[505] Joseph., Antiq. Judaic., lib. 18.

[506] Sueton., in Tito, cap. 7.

[507] Dio, lib. 66.

Anno di CRISTO LXXVII. Indizione V.

CLETO papa 1. VESPASIANO imperadore 9.

Consoli

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la ottava volta, e TITO FLAVIO CESARE per la sesta.

Fu nelle calende di luglio conferito il consolato a DOMIZIANO CESARE per la sesta volta ed a GNEO GIULIO AGRICOLA, cioè a quel medesimo, di cui Cornelio Tacito suo genero ci ha lasciata la vita. Terminò in quest'anno CAIO PLINIO SECONDO[508] veronese, i suoi libri della Storia Naturale, e li dedicò a Tito Cesare, ch'egli nomina console per la sesta volta, e dà a conoscere quanto amore quel buon principe avesse per lui, e quanta stima per li suoi libri. S'è salvata dalle ingiurie de' tempi quest'opera delle più insigni ed utili dell'antichità, perchè tesoro di grande erudizione; ma è da dolersi che sia pervenuta a noi alquanto difettosa, e che per la mancanza d'antichi codici non sia possibile il renderne più sicuro ed emendato il testo. Anche ai tempi di Simmaco camminava scorretta questa istoria, siccome consta da una sua lettera ad Ausonio. Son periti altri libri di Plinio, ma non di tanta importanza, come il suddetto. Abbiamo dalla cronica di Eusebio[509], essere stata nell'anno presente, o pure nel seguente, sommamente afflitta Roma da una pestilenza così fiera, che per molti dì si contarono dieci mila persone morte per giorno: se pur merita fede strage di tanto eccesso. Ma questo flagello forse s'ha da riferire all'anno 80, regnando Tito. Verso questi tempi[510] bensì capitarono a Roma segretamente due filosofi cinici, che, secondo il loro costume, si faceano belli con dir male d'ognuno. Diogene si appellava l'un d'essi, nome probabilmente da lui preso, per assomigliarsi in tutto all'altro antico sì famoso che fu a' tempi di Alessandro Magno. Costui perchè nel pubblico teatro, pieno di gran popolo, scaricò addosso ai Romani una buona tempesta d'ingiurie e di motti satirici, ebbe per ricompensa, d'ordine dei censori, un sonante regalo di sferzate. L'altro fu Eras, che pensando di aggiustar la partita con sì tollerabil pagamento, più sconciamente sfogò la sua rabbia ed eloquenza canina contra de' Romani, fors'anche non la perdonando ai principi. Gli fu mozzato il capo. Riferisce Dione[511] come un prodigio, che in una osteria in una botte piena il vino tanto si gonfiò, che uscendo fuori, scorreva per la strada. Erano ben facili allora i Romani a spacciare de' fatti falsi per veri, o a credere degli avvenimenti naturali per prodigiosi. Molti di tal fatta se ne raccontano di Vespasiano, ch'io tralascio, perchè o imposture o semplicità di quei tempi. E non ne mancano nella storia stessa di Tito Livio. A san Clemente martire si crede che in quest'anno succedesse Cleto nel pontificato romano.

NOTE:

[508] Plinius Senior, in Praefatione.

[509] Euseb., in Chron.

[510] Dio, lib. 66.

[511] Dio, lib. 66.

Anno di CRISTO LXXVIII. Indizione VI.

CLETO papa 2. VESPASIANO imperadore 10.

Consoli

LUCIO CEJONIO COMMODO e DECIMO NOVIO PRISCO.

Son di parere alcuni, che questo Lucio Cejonio Console fosse avolo (se pur non fu padre) di Lucio Vero, che noi vedremo a suo tempo adottato da Adriano imperadore, ciò risultando da Giulio Capitolino[512]. Abbiamo da Tacito[513], che Gneo Giulio Agricola, stato console nell'anno precedente, fu inviato governatore della Bretagna in luogo di Giulio Frontino. Era Agricola uomo di rara prudenza ed onoratezza. Giunto che fu là, non lasciò indietro diligenza veruna per rimettere la buona disciplina fra le milizie, e per levare gli abusi dei tempi addietro, per gli quali erano malcontenti que' popoli, moderando le imposte, e compartendole con ordine: con che cessarono le avanie de' ministri del fisco, e tornò la pace in quelle contrade. Eransi negli anni precedenti sottratti all'ubbidienza de' Romani gli Ordovici nell'isola di Mona, creduta oggidì l'Anglesei. Agricola v'andò colle armi, e guadagnata una vittoria, ridusse quelle genti alla primiera divozione. Forse fu in questi tempi[514], che si scoprì vivo Giulio Sabino, nobile della Gallia, che nell'anno 70 dell'Era Cristiana avea nel suo paese di Langres impugnate le armi contra de' Romani, e fatto ribellare quel popolo[515]. Sconfitto egli in una battaglia, ancorchè potesse ricoverarsi fra i Barbari, pure pel singolare amore ch'egli portava a Peponilla sua moglie, chiamala da Tacito[516] Epponina, e da Plutarco Empona, determinò di nascondersi in certe camere sotterranee di una sua casa in villa, con far correre voce di non esser più vivo. Licenziati pertanto i suoi servi e liberti, con dire di voler prendere il veleno, ne ritenne solamente due de' più fidati. E perciocchè gli premeva forte, che fosse ben creduta da ognuno la propria morte, mandò ad accertarne la moglie stessa, la quale a tal nuova svenne, e stette tre dì senza voler prender cibo. Ma per timore, che ella in fatti fosse dietro ad accompagnare colla vera sua morte la finta del marito, fece poi avvisarla del nascondiglio in cui si trovava, pregandola nondimeno a continuare a piagnerlo, come già estinto. Andò ella dipoi a trovarlo la notte di tanto in tanto, e gli partorì anche due figliuoli (l'uno dei quali Plutarco dice d'aver conosciuto), coprendo sì saggiamente la sua gravidanza e il suo parto, che niuno mai s'avvide del loro commercio. Portò la disgrazia, che dopo vari anni fu scoperto l'infelice Sabino, e condotto con la moglie a Roma. Per muovere Vespasiano a pietà, gli presentò Epponina i due suoi piccioli figliuoli, dicendo, che gli avea partoriti in un sepolcro per aver molti che il supplicassero di grazia, ed aggiugnendo tali parole, che mossero le lagrime a tutti, e fino allo stesso Vespasiano. Contuttociò Vespasiano li fece condannare amendue alla morte. Allora Epponina, saltando nelle furie, gli parlò arditamente, dicendogli fra l'altre cose, che più volentieri avea sofferto di vivere in un sepolcro, che di mirar lui imperadore. Non si sa perchè Vespasiano, che pur era la stessa bontà, e tanti esempli avea dato finora di clemenza, procedesse qui con tanto rigore, se forse non l'irritò sì fattamente l'indiscreto parlare dell'irata donna, che dimenticò di essere quel ch'egli era. Attesta Plutarco, che per questo rigor di giustizia, tuttochè l'unico di tutto l'imperio di Vespasiano, venne un grande sfregio al di lui buon nome; ed egli attribuisce a sì odioso fatto l'essersi dipoi in breve tempo estinta tutta la di lui casa. Non saprei dire, se i poeti di questi ultimi tempi abbiano condotta mai sul teatro questa tragica avventura: ben so, che un tale argomento vi farebbe bella comparsa, siccome stravagante e capace di muovere le lagrime oggidì, come pur fece allora.

NOTE:

[512] Capitolinus, in Vita Lucii Veri.

[513] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 9.

[514] Dio, lib. 66.

[515] Plutarch., in Amatorio.

[516] Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 67.

Anno di CRISTO LXXIX. Indizione VII.

CLETO papa 3. TITO FLAVIO imperadore 1.

Consoli

FLAVIO VESPASIANO AUGUSTO per la nona volta, e TITO FLAVIO CESARE per la settima.

Essendo in quest'anno, siccome dirò, mancato di vita Vespasiano Augusto, potrebbe darsi, secondo le congetture da me recate altrove[517], che nelle calende di luglio il consolato fosse conferito a Marco Tizio Frugi e a Vito Vinio o Vinicio Giuliano. Pacificamente avea fin qui Vespasiano amministrato l'imperio, e meritava ben il saggio e dolce suo governo, ch'egli non trovasse de' nemici in casa. Tuttavia, o sia perchè la morte sola di Sabino, compianta da tutti, rendesse odioso questo principe, oppure perchè Tito destinato suo successore fosse, per quanto vedremo, poco amato, ovvero, come è più probabile, perchè non mancano, nè mancheranno mai al mondo dei pazzi e degli scellerati: certo è che in quest'anno due de' principali tramarono una congiura contra di Vespasiano[518]. Questi furono Alieno Cecina, già stato console, ed Eprio Marcello, potenti in Roma, amati e beneficati da esso Augusto. Si credeva egli d'aver in essi due buoni amici, e non avea che due ingrati: vizio corrispondente ad altre loro pessime qualità. Venne scoperta la congiura: si trovò avervi mano molti soldati, e Tito Cesare ne fu assicurato da lettere scritte di lor pugno. Non volle esso Tito perdere tempo, perchè temeva che nella notte stessa scoppiasse la mina, e però fatto invitar Cecina seco a cena, dopo essa il fece trucidar dai pretoriani senza altro processo. Marcello, citato e convinto, allorchè udì proferita contra di lui la sentenza di morte, colle proprie mani si tagliò con un rasoio la gola. Non potea negarsi che la risoluzion presa da Tito contra Cecina non fosse giusta, o almeno scusabile: contuttociò per cagion d'essa egli incorse nell'odio di molti. Dopo questa esecuzione sentendosi Vespasiano[519] alquanto incomodato nella salute per alcune febbrette, si fece portare alla sua villa paterna nel territorio di Rieti, siccome era solito nella state. In quelle parti v'erano l'acque cutilie, sommamente fredde da Strabone e da Plinio chiamate utili a curar varii mali. Riuscirono queste perniciose non poco o per la lor natura, o pel troppo berne, a Vespasiano, di maniera che gl'indebolirono forte lo stomaco, e gli suscitarono una molesta diarrea. Era egli principe faceto, e dacchè cominciò a sentir quelle febbri, ridendo e burlandosi del superstizioso ed empio rito de' suoi tempi, nei quali si deificavano dopo morte gl'imperadori, disse: Pare ch'io incominci a diventar dio. Erasi anche veduta poco innanzi una cometa, e parlandone in sua presenza alcuni: Oh, disse, questa non parla per me. Quella sua chioma minaccia il re de' Parti che porta la capigliatura. Quanto a me son calvo. E perciocchè, non ostante l'infermità sua egli seguitava ad operar come prima, attendendo agli affari dell'imperio, e dando udienza ai deputati delle città (del che era ripreso dai familiari) rispose: Un imperadore ha da morire stando in piedi. Morì egli in fatti, conservando sempre il medesimo coraggio, nel dì 23 o 24 di giugno, in età di settant'anni, e non già per male di podagra, come alcuni pensarono: molto meno per veleno, che taluno falsamente[520], e fra gli altri Adriano imperadore, disse a lui dato in un convito da Tito suo figliuolo, principe, in cui non potè mai cadere un sì nero sospetto. Si fecero poscia i suoi funerali colla pompa consueta, e gli fu dato il titolo di Divo. Da Svetonio[521] si raccoglie che a tali esequie intervenivano anche i mimi, o sia i buffoni, ballando, atteggiando ed imitando i gesti, la figura e il parlare del defunto imperadore. Il capo de' mimi, che in questa occasione rappresentava la persona di Vespasiano, probabilmente colla maschera simile al di lui volto, volendo esprimere l'avarizia a lui attribuita, dimandò ai ministri dell'erario, quanto costava quel funerale. Dissero: Ducento cinquantamila scudi. Ed egli Datemene solo dugento cinquanta, e gittatemi nel fiume. Gran disavventura si credeva allora il restar senza sepoltura: ma per un poco di guadagno, secondo costui, si sarebbe contentato Vespasiano di restarne privo.

Era già suo collega nell'imperio, cioè nel comando dell'armi, e nella tribunizia podestà, Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare, suo primogenito; e però bisogno non ebbe di maneggi per acquistare una dignità, di cui egli già buona parte godeva, e di cui anche il padre l'avea dichiarato erede nel suo testamento. Prese bensì il titolo d'Augusto, indicante la suprema potestà, e quella di Pontefice Massimo; e dal senato gli fu conferito il glorioso nome di Padre della Patria, come apparisce dalle sue medaglie. Per testimonianza di Svetonio[522], egli era nato in Roma nell'anno 41 dell'epoca nostra, in cui Caligola imperadore fu ucciso. Siccome suo padre in quei tempi si trovava in molto bassa fortuna, così Tito nacque vicino al Settizionio vecchio entro una brutta casuccia in camera stretta e scura, che si mostrava anche ai tempi del suddetto Svetonio, per una rarità. Fanciullo fu messo alla corte, probabilmente per paggio, al servigio di Britannico, figliuolo di Claudio imperatore, e con esso lui allevato, studiando seco e sotto i medesimi maestri, le lettere e le arti cavalleresche. Tanta era la famigliarità d'esso lui con Britannico, che in occasion del veleno dato a quell'infelice principe, ne toccò anche a lui non poco, per cui soffrì una grave malattia. Divenuto poi imperadore, mostrò la sua riconoscenza ad esso Britannico, con fargli ergere due statue, l'una dorata, e l'altra equestre d'avorio. Giovanetto di alta statura, di gran robustezza, di volto avvenente ed insieme maestoso, con facilità imparò l'arti della guerra e della pace, peritissimo soprattutto in maneggiar armi e cavalli. Egregiamente parlava il latino e il greco linguaggio, sapea far delle belle orazioni, sapea di musica, e tal possesso avea in far versi, che anche fra gl'improvvisatori facea bella figura. L'imitare gli altrui caratteri gli era facilissimo, e scherzando dicea: Ch'egli avrebbe potuto essere un gran falsario. Fece dipoi col padre varie campagne nelle guerre della Germania, e Bretagna, e poscia nella Giudea, siccome di sopra fu detto, lasciando segni di prudenza e di valore in ogni occasione, e comperandosi dappertutto l'affetto delle milizie. Mirabile specialmente era in lui l'arte di farsi amare, parte a lui venuta dalla natura, e parte acquistata colla saggia sua accortezza, perchè in lui si trovava unita un'aria dolce e una rara bontà verso tutti, con affabilità popolare ed insieme con gravità, che guadagnava i cuori, e nello stesso tempo esigeva il rispetto di ognuno. Ebbe per prima sua moglie Arricidia Tertulla, figliuola d'un prefetto del pretorio. Morta questa, sposò Marcia Furnilla di nobilissimo casato, ma dopo averne avuto una figliuola, nomata Giulia Sabina, di cui parleremo a suo luogo, la ripudiò. In tale stato era Tito, allorchè succedette al padre Augusto nel governo della repubblica romana, ma non senza difetti, la menzion de' quali io riserbo all'anno seguente. Nel presente si crede[523] che avvenisse la morte di Plinio il vecchio, celebre scrittore di questi tempi, intorno alla cui patria hanno disputato Verona e Como. Nel primo dì di novembre cominciò spaventosamente il monte Vesuvio a fumare[524], a gittar fiamme, pietre e ceneri, che empievano tutti i luoghi circonvicini. Plinio seniore, che si trovava allora a Miseno, comandante di quella flotta, portato dal suo incessante studio delle cose naturali, sopra una galea si fece condurre sino a Castell'-a-mare di Stabia, per essere più vicino a contemplare il terribile sfogo di quel monte; ed ancorchè vedesse le genti scappare dalla parte del mare, per non esser colte dal torrente del fuoco, o dai sassi, pure si fermò quivi la notte. Allorchè volle anch'egli fuggire, non gli fu permesso dal mare, ch'era in fortuna. Sicchè soffocato dall'odore dello zolfo, e dall'aria ingrossata da quelle esalazioni, lasciò ivi la vita. Plinio secondo, il giovane, comasco, suo nipote, e da lui adottato per figliuolo, uomo non men dello zio dotato di meraviglioso ingegno, che soggiornava allora a Miseno, corse anch'egli pericolo della vita in quel brutto frangente, ma ebbe tempo da ridursi in salvo.

NOTE:

[517] Thesaurus Novus. Inscript., pag. 111.

[518] Dio, lib. 66. Suetonius, in Tito, cap. 6.

[519] Idem, in Vespasiano, cap. 24.

[520] Dio, lib. 66.

[521] Sueton., in Vespasiano, cap. 19.

[522] Sveton., in Tito, cap. 1.

[523] Plinius Junior, lib. 6, epist. 16 e 20.

[524] Dio, lib. 66.

Anno di CRISTO LXXX. Indizione XIII.

CLETO papa 4. TITO FLAVIO imperadore 2. }

Consoli

TITO FLAVIO AUGUSTO per l'ottava volta, e DOMIZIANO CESARE per la settima.

Con tutte le belle e plausibili prerogative, colle quali Tito arrivò al trono imperiale, non si vuol dissimulare ciò che scrive di lui Svetonio[525], cioè aver egli somministrata occasione a molti del popolo romano di credere ch'egli nel governo avesse da riuscire un cattivo principe, anzi un altro Nerone. Si perdeva egli talvolta nelle gozzoviglie coi suoi amici dal buon tempo, stando a tavola sino a mezza notte: dal che si guardavano allora i saggi Romani. Recava loro pena il parere, ch'egli fosse immerso nella libidine anche più abbominevole, stante le qualità delle persone della sua corte, e l'esser egli stato sì sconciamente invaghito della regina Berenice. Temevasi inoltre di trovare in lui un principe, a cui più del dovere piacesse la roba altrui, sapendosi che prendeva regali anche nell'amministrazion della giustizia. Ma dopo la morte del padre cessarono tutti questi sospetti. Tito con istupore e piacer d'ognuno comparve tutt'altro, scoprendosi esente da ogni vizio, e solamente fornito di eccellenti virtù, di maniera che si convertirono in lode sua tutt'i conceputi timori di lui. Licenziò tosto dalla sua corte qualunque persona che dar potesse scandalo, ed elesse amici di gran senno e proprietà, tali che anche i susseguenti principi se ne servirono, come di strumenti utili o necessari al buon governo. Tornò a Roma la regina Berenice, figurandosi, che potendo ora Tito far tutto, molto anch'ella potrebbe sopra di lui. Se ne sbrigò egli e rimandolla alle sue contrade. I conviti, ai quali invitava or l'uno or l'altro de' senatori e de' nobili, erano allegri, ma senza profusione od eccesso. Più non si osservò in lui ruggine d'avarizia; mai non tolse ad alcuno il suo e neppur ammetteva i regali soliti a darsi dalle provincie, città ed università agli Augusti. Eppur niuno d'essi imperadori gli andò innanzi nella munificenza e magnificenza. Imperciocchè in quest'anno egli dedicò l'anfiteatro[526], appellato oggi il Colosseo, stupenda mole, incominciata, per quanto si crede, da Vespasiano suo padre, e da lui perfezionata. Nulla più fa intendere qual fosse la potenza e splendidezza degli antichi Augusti, quanto i pezzi che restano tuttavia di quel superbo edifizio. Fabbricò eziandio le Terme, o sia i bagni pubblici, presso al medesimo anfiteatro, le cui vestigia pur ora si mirano circa la chiesa di san Pietro in Vincula, per attestato del Nardino, del Donato e d'altri. Ed allorchè si fece la dedicazion di tali fabbriche, cioè quando si misero all'uso pubblico, Tito solennizzò la funzione con maravigliosi e magnifici spettacoli, descritti da Dione[527]. Si fecero combattimenti navali, giuochi di gladiatori, caccie di fiere, cinquemila delle quali furono uccise nell'anfiteatro in un sol dì, e quattro altre migliaia ne' susseguenti giorni. Nè vi mancarono i giuochi circensi, e una gran profusione di doni al popolo. Durarono cento dì così allegre e dispendiose feste.

L'incendio del Vesuvio, di sopra da me accennato, che fu de' più terribili che mai si sieno provati, avea portata la rovina o notabili danni alle città e terre della Campania. Tito inviò colà due senatori, già stati consoli con buone somme di danaro, acciocchè si rimettessero in piedi le fabbriche. Per tali spese assegnò ancora i beni di tutti coloro che erano morti senza eredi, benchè, secondo le leggi, que' beni appartenessero al suo fisco. Ed egli stesso colà si portò, non tanto per mirar la desolazion de' luoghi, quanto per affrettarne il sollievo. Ma a questa disgrazia ne tenne dietro un'altra non meno spaventosa e lagrimevole. Attaccatosi il fuoco in Roma, vi consumò il Campidoglio, il tempio di Giove Capitolino, il Pantheon, i templi di Serapide e d'Iside, siccome quel di Nettuno ed altri; il teatro di Balbo e di Pompeo, il palazzo d'Augusto colla biblioteca, e molti altri pubblici edifizii. Sì ampia fu la strage delle fabbriche, che fu creduto quell'incendio non operazion degli uomini, ma gastigo mandato da Dio. Se ne afflisse sommamente Tito, protestando nondimeno, che a lui come principe apparteneva il risarcimento di tante fabbriche del pubblico. In fatti a questo fine alienò tutt'i più preziosi mobili de' suoi palazzi; e quantunque molti particolari, e varie città, e alcuni dei re sudditi, gli offrissero o promettessero di molto danaro per quel bisogno, non volle che alcuno si scomodasse, riserbando tutte quelle spese alla propria borsa. Dopo sì fiero incendio succedette in Roma una atrocissima peste, di cui parlano Svetonio e Dione, e che, secondo[528] Aurelio Vittore, fu delle più micidiali che mai si provassero in quella città, e se ne diede la colpa alle esalazioni del Vesuvio. Dubito io, questa essere la medesima, che di sopra all'anno 77 fu riferita da Eusebio, e però collocata fuor di sito, cioè sotto l'imperio di Vespasiano. La fece Tito da padre in sì funeste circostanze, consolando il popolo con frequenti editti, ed aiutandolo in quante maniere gli fu mai possibile. Certo inesplicabile fu l'amore ch'egli portava ad ognuno, e la bontà sua e la premura di far del bene a tutti. Era lecito ad ognuno l'andare all'udienza sua, ed ognuno ne riportava o consolazione o speranza. E perchè i suoi dimestici non approvavano ch'egli promettesse sempre perchè non sempre poi poteva mantener la parola: rispondeva, non doversi permettere che alcuno mai si parta malcontento dall'udienza del principe suo. Tanta era in somma l'inclinazione sua a far dei benefizii, che sovvenendogli una notte, mentre cenava, di non averne fatto veruno in quel dì, sospirando disse quelle sì celebri e decantate parole[529]: Amici io ho perduta questa giornata. Giunse a tanto questa benignità e amorevolezza, che nel poco tempo ch'egli regnò, a niuno per impulso o per ordine suo tolta fu la vita.

Diceva di amar piuttosto di perir egli, che di far perire altrui. In effetto, ancorchè si venisse a sapere che due de' principali romani faceano brighe e congiure per arrivar all'imperio, e ne fossero essi anche convinti, pure non altro egli fece, se non esortarli a desistere, dicendo che il principato vien da Dio, nè si acquista colle scelleraggini; e che se desideravano qualche bene da lui, prometteva di farlo[530]. Dopo di che, per timore che la madre d'uno di questi senatori si trovasse in grandi affanni, le spedì dei corrieri, acciocchè l'assicurassero che suo figliuolo era salvo. Inoltre la notte stessa tenne seco a cena questi due personaggi, e nel dì seguente li volle allo spettacolo de' gladiatori a' suoi fianchi. Allora fu che portate a lui le spade di que' combattenti, com'era il costume, le diede in mano ad amendue, acciocchè osservassero s'erano taglienti, per far loro tacitamente conoscere, che più non dubitava della loro fedeltà. Ma ciò che sopra ogni altra cosa gli conciliò l'amore d'ognuno, fu l'aver egli levato via l'insoffribile abuso introdotto sotto i precedenti cattivi imperadori; cioè che a qualsivoglia persona era permesso l'accusare altrui d'avere sparlato del principe, o d'avergli mancato di rispetto: il che era delitto di lesa maestà. Una licenza sì fatta teneva tutti sempre in una apprensione e schiavitù incredibile. Tito ordinò ai magistrati, che non ammettessero più sì fatte accuse, ed egli stesso perseguitò vivamente la mala razza di cotali accusatori, facendoli battere o mettere in ischiavitù, o pure esiliandoli. Soleva perciò dire: Non credo che mi si possa fare ingiuria, perchè non opero cosa, di cui con giustizia io possa essere biasimato. Che se pur taluno ingiustamente mi biasima, egli fa ingiuria più a sè, che a me: ed io in vece d'adirarmi contro di lui, ho d'aver compassione della sua cecità. E se talun dice male dei miei predecessori con ingiustizia, quando sia vero che questi abbiano il potere che loro s'attribuisce nell'averli deificati, sapran ben essi vendicarsene senza di me. Fece parimenti questo buon principe circa questi tempi selciar di nuovo la via Flaminia, che da Roma conduceva a Rimini. Ed Agricola[531] continuando la guerra in Bretagna, stese i contini romani sin verso la Scozia, fondando ivi castelli e fortezze, per mettervi delle guarnigioni.

NOTE:

[525] Sueton., in Tacito, cap. 7.

[526] Sueton., in Tacit., cap. 8.

[527] Dio, lib. 66.

[528] Aurelius Victor, in Breviar.

[529] Sueton., Dio, Eutropius, Eusebius.

[530] Suetonius, in Tito, cap. 9. Dio, lib. 66.

[531] Tacitus, in Vita Agricolae, c. 22.

Anno di CRISTO LXXXI. Indizione IX.

CLETO papa 5. DOMIZIANO imperadore 1. }

Consoli

LUCIO FLAVIO SILVA NONIO BASSO e ASINIO POLLIONE VERRUCOSO.

Tali furono i nomi de' consoli di quest'anno, come apparisce dall'iscrizione rapportata da monsignor Bianchini, e da me[532]. Ma in un'altra iscrizione da me data alla luce, il primo console è appellato Lucio Flavio Silvano. Di lagrime e sospiri abbondò Roma in questo anno. Un ottimo principe oramai la governava, che amava tutti come figliuoli, comunemente ancora amato da ognuno, e che perciò avea conseguito un titolo, non prima nè poi dato ad alcun altro de' romani imperadori, cioè era chiamato[533] la delizia del genere umano. O sia ch'egli non si sentisse ben di salute, o che qualche cattivo presagio gli facesse apprendere vicina la morte; perciocchè non si può dire, quanto i Romani d'allora fossero superstiziosi, e dai vari accidenti vanamente deducessero i buoni o tristi successi dell'avvenire, o pur badassero agli strologhi: fuor di dubbio è, che Tito Augusto nulla operò in quest'anno di singolare. Si fecero degli spettacoli, e vi assistè; ma nel fin d'essi fu veduto piagnere. Comparve ancora in quest'anno nell'Asia un furbo appellato Terenzio Massimo, che si facea credere Nerone Augusto[534], già morto, e fu ben accolto da Artabano re de' Parti. Anzi parea, che quel barbaro re si preparasse per muovere guerra a Tito, con pretendere di rimettere sul trono un sì fatto impostore. Se Tito se ne mettesse pensiero, non è a noi noto. Volle egli, venuta la state, portarsi alla casa paterna nel territorio di Rieti, e melanconico più del solito uscì di Roma, perchè nel voler sagrificare, era fuggita la vittima di mano al sacerdote; ed essendo tempo sereno, s'è sentito il tuono. Alloggiato la sera in non so qual luogo, gli venne la febbre. Posto in lettiga, continuò il viaggio, e come già fosse certo che quell'era la ultima sua malattia, fu veduto tirar le cortine, e mirare il cielo, e dolersi, perchè in età sì immatura egli avesse da perdere la vita; giacchè egli non sapea di aver commessa azione alcuna, di cui si avesse a pentire, fuorchè una sola. Qual fosse questa, non si potè mai sapere di certo, quantunque molte dicerie ne fossero fatte. Dione[535] con più fondamento riferisce ciò al tempo in cui vide disperata la sua salute. Arrivato alla villa paterna, dove il padre avea terminata la sua vita, anch'egli, crescendo il male, vi trovò la morte. Siccome in casi tali avviene, ognun disse la sua. Per quanto scrive Plutarco[536], i suoi medici attribuirono la cagion di sua morte ai bagni, a' quali s'era talmente avvezzato che non potea prendere cibo la mattina, se prima non s'era portato al bagno. Forse l'acque fredde della Sabina gli nocquero. Anche un certo Regolo, che con esso lui si bagnò nello stesso giorno, fu sorpreso da un colpo di apoplessia, per cui morì. Altri pretesero[537], che Domiziano suo fratello il levasse dal mondo col veleno, perchè più volte anche prima gli avea insidiata la vita; ed altri[538], che veramente egli mancasse di malattia naturale. Aggiugne Dione, che Domiziano, allorchè Tito era malato, e potea forse riaversi, il fece mettere in un cassone pieno di neve, non so, se col pretesto di rinfrescarlo, o di ottener quell'effetto, che oggidì alcuni medici pretendono, con dar acque agghiacciale nelle febbri acute, ma con vero disegno di farlo morire più presto. Quel ch'è certo, non era per anche morto Tito, che Domiziano corse a Roma, guadagnò i soldati del pretorio, e si fece proclamar imperadore colla promessa di quel donativo, che Tito avea loro dato nella sua assunzione all'imperio.

Tale fu il fine di questo amabile imperadore, mancato di vita nel dì 13 di settembre[539], e nell'anno quarantesimo dell'età sua, dopo avere per poco più di due anni e due mesi tenuto l'imperio. Credettero alcuni politici d'allora, che fosse vantaggioso per lui l'essere tolto di vita giovane, siccome fu ad Augusto, l'essere morto vecchio. Perciocchè Augusto, sul principio del suo governo, fu costretto per la moltitudine de' suoi nemici e delle frequenti sedizioni, a commettere non poche azioni crudeli e odiose; ed ebbe poi bisogno di gran tempo, se volle guadagnarsi il pubblico amore a forza di benefizii, per li quali morì glorioso. All'incontro meglio fu per Tito il mancar di buon'ora, cioè in tempo che egli già era in possesso dell'amore di ognuno, perchè correa pericolo se fosse più lungamente vissuto, d'essere astretto a far cose che gliel facessero perdere. Volata a Roma la nuova di sua morte, fu per sì gran perdita inesplicabile il dolore di quel popolo, parendo ad ognuno di aver perduto un figliuolo o pure il padre. Altrettanto avvenne per le provincie romane. I senatori, senz'essere chiamati dai consoli o dal pretore, corsero alla curia, ed aperte le porte, diedero più lodi a lui morto, di quel che avessero fatto a lui vivo. Portato a Roma il suo cadavere, fecegli fare Domiziano il funerale, e registrarlo nel catalogo degli dii, ma senz'alcun altro degli onori, che Roma gentile soleva accordare agli altri imperadori, come giuochi annuali, templi e sacerdoti per eternare la loro memoria. Finquì Flavio Domiziano altro titolo non avea goduto, che quello di Cesare[540], e di Principe della gioventù. Appena prese le redini del governo, che, siccome persona gonfia di vanità ed ambizione, volle dal senato tutt'i titoli ed onori, che altri imperadori partitamente aveano ricevuto, cioè quelli d'Imperadore, d'Augusto, di Pontefice Massimo, di Censore e di ornato della tribunizia podestà. Le medaglie ancora ci assicurano, che non tardò punto a voler anche il bel nome di Padre della Patria. Qual fosse il merito suo, quali i suoi pregi, lo vedremo all'anno seguente. Egli era nato nell'anno cinquantesimo dell'Era nostra; e però cominciò il suo reggimento in età giovanile; e diede il titolo d'Augusta a Domizia sua moglie.

NOTE:

[532] Thesaurus Novus Inscript., pag. 312 et pag. 318.

[533] Suet., in Tito, cap. 10.

[534] Zonara, in Chr.

[535] Dio, lib. 66.

[536] Plutar., de Sanit.

[537] Aurelius, in Breviar.

[538] Dio, lib. 66.

[539] Sueton., in Tito, cap. 10.

[540] Patin., Vaillant, Mediobarb. et alii.

Anno di CRISTO LXXXII. Indizione X.

CLETO papa 6. DOMIZIANO imperadore 2. }

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per l'ottava volta, e TITO FLAVIO SABINO.

Era questo Sabino console, cugino carnale di Domiziano, perchè figliuolo di Tito Flavio Sabino, fratello di Vespasiano, e prefetto di Roma, da noi veduto ucciso negli ultimi giorni di Vitellio Augusto. Avea già dato principio Domiziano imperadore al suo governo, non diversamente da alcuni suoi predecessori, buoni sulle prime, e nel progresso del tempo d'ogni crudeltà e scelleraggine macchiati[541]. Salito sul tribunale, posto in piazza, bene spesso ascoltava e decideva giudiciosamente e giustamente le liti. Cassò molte sentenze date dai giudici con indebita parzialità, dichiarando infami quei d'essi che si scoprivano aver preso danaro per vendere la giustizia[542]. Tanta attenzione ebb'egli anche nel resto dei suoi anni all'amministrazione di essa giustizia, non solo in Roma, ma anche nelle provincie, che, per attestato di Svetonio, non si videro mai in tutto l'imperio romano i governatori e i magistrati sì modesti e giusti, come sotto di lui. E perchè questi dopo la sua morte lasciarono la briglia alla loro malnata avidità di far danaro, furono poi per la maggior parte condannati e puniti. Come censore perpetuo fece ancora alcune belle provvisioni. Volle nei teatri, distinti dalla plebe i sedili de' cavalieri. Abolì le pasquinate e i libelli famosi, pubblicati contro l'onore dei nobili dell'uno e dell'altro sesso, gastigandone gli autori, se venivano a scoprirsi. Cacciò dal senato Cecilio Rufino questore, perchè si dilettava di far il buffone e il ballerino. Alle pubbliche meretrici vietò l'uso della lettiga, e il poter conseguire eredità e legati. Levò dal ruolo dei giudici un cavaliere romano, perchè dopo avere accusata di adulterio e ripudiata la moglie, l'avea dipoi ripigliata. Secondo la legge statinia condannò alcuni de' senatori e cavalieri per la lor impudicizia. Nè il padre nè il fratello di lui aveano presa cura degli adulterii delle vergini vestali, le quali, come ognun sa, venivano obbligate a conservar la verginità. Rigorosamente volle egli, siccome Pontefice massimo, che si eseguisse contra di loro la pena capitale, prescritta dalle leggi; nè risparmiò i dovuti gastighi o d'esilio o di morte ai complici dei lor falli. Parve[543] parimente ne' principii del suo governo, ch'egli abborrisse il levar la vita agli uomini, nè fosse punto avido della roba altrui. Anzi inclinava egli molto alla liberalità, e ne diede dei gran saggi verso tutti i suoi cortigiani, parenti ed amici, loro poscia severamente incaricando di guardarsi da ogni sordida azione per far danaro. Le eredità a lui lasciate da chi avea figliuoli, le ricusò. Molte terre decadute al fisco restituì ai padroni di esse. Decretò l'esilio a quegli accusatori che non provavano le lor denunzie ed accuse. Molto più aspramente trattò coloro che intentavano processi calunniosi di contrabbandi in favore del fisco; imperocchè egli diceva: Chi non gastiga i falsi accusatori, anima essi ed altri a questo iniquo mestiere. Non fu minore la sua magnificenza nel rifare il Campidoglio: che fu mirabil cosa, perchè, secondo la testimonianza di Plutarco[544], nelle sole dorature egli v'impiegò dodicimila talenti: il che era un nulla rispetto alle spese fatte nell'adornare il proprio palazzo. Rifabbricò eziandio varj templi bruciati sotto Tito Augusto, mettendovi il suo nome, e non già quello de' primieri. Fece di pianta il tempio della famiglia Flavia, lo stadio per gli atleti, l'Odeo per le gare de' musici, e la Naumachia per gli combattimenti navali. Marziale, poeta di questi tempi, sfacciato adulatore di Domiziano, esalta alle stelle tutte queste sue fabbriche, ed ogni altra sua azione. Ora quanto s'è detto fin qui potrà far credere ai lettori, che Domiziano comparisse figliuolo ben degno di un Vespasiano, e fratello d'un Tito, principi che aveano restituito il suo splendore a Roma, e all'imperio romano. Ma noi non tarderemo a vederlo indegno lor figlio e fratello, e tiranno non signore di Roma. Prese egli in quest'anno il titolo d'imperadore per la terza volta, a cagione, per quanto si crede, di qualche vittoria riportata da Giulio Agricola nella Bretagna. Colà s'inoltrò cotanto quel valente capitano coll'armi romane, che arrivò sino ai confini dell'Irlanda[545].

NOTE:

[541] Sueton., in Domitiano, cap. 8.

[542] Aurelius Victor, in Epitome.

[543] Sueton., in Domitiano, cap. 9.

[544] Plutarc., in Vita Poplic.

[545] Tacitus, in vita Agricolae, cap. 24.

Anno di CRISTO LXXXIII. Indizione XI.

ANACLETO papa 1. DOMIZIANO imperadore 3. }

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la nona volta, e QUINTO PETILLIO RUFO per la seconda.

A Quinto Petilio fu sostituito nel consolato, per quanto si crede, Cajo Valerio Messalino. In quest'anno la Storia ecclesiastica riferisce la morte di san Cleto papa, che col suo sangue illustrò la religione di Cristo. A lui succedette nella cattedra di s. Pietro, Anacleto. Durava tuttavia la guerra nella Bretagna. Giulio Agricola comandante dell'armi romano in quelle parti[546], riportò un'insigne vittoria nella Scozia contra di quei popoli. Aveano i Romani trasportato in quelle grandi isole un reggimento di Tedeschi. Costoro non volendo più militare in quelle parti, fatta una congiura, uccisero il loro tribuno, i centurioni, ed alcuni soldati romani, ed imbarcatisi in tre brigantini si diedero alla fuga. Il piloto d'essi legni seppe far tanto, che ricondusse il suo all'armata romana. Gli altri due fecero il giro della Bretagna, e dopo una fiera fame patita, per cui mangiarono i più deboli, giacchè non poteano approdare ad alcun sito d'essa Bretagna, per essere considerati quai nemici, andarono poi a naufragar nelle coste della Germania bassa. Quivi dai corsari svevi e frisoni furono presi e venduti come schiavi. Perchè alcuni d'essi capitarono nelle terre del romano imperio, perciò allora solamente vennero a conoscere i Romani, che la Bretagna era un'isola e non già terra ferma, come per la poca pratica aveano fin allora molti creduto. Intanto Domiziano teneva allegro il popolo romano[547] con dei magnifici e dispendiosi spettacoli, non solamente nell'anfiteatro, ma anche nel circo, dove si videro corse di carrette, combattimenti a cavallo e a piedi, siccome ancora cacce di fiere, battaglie di gladiatori in tempo di notte a lume di fiaccole[548], dando nel medesimo spettacolo cena, o almen vino al popolo spettatore. Vidersi ancora zuffe d'uomini, ed anche combattere con le fiere, o fra loro. Mirabili altresì furono i combattimenti navali, fatti nell'anfiteatro, oppure in un lago, cavato a mano in vicinanza del Tevere. Probabilmente a vari anni son da attribuire sì fatti spettacoli, benchè da Svetonio e da me accennati tutti in un fiato.

NOTE:

[546] Tacitus, cap. 25 et seq.

[547] Sueton., in Domitiano, c. 4.

[548] Dio, lib. 67.

Anno di CRISTO LXXXIV. Indizione XII.

ANACLETO papa 2. DOMIZIANO imperadore 4.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la decima volta e SABINO.

Non ho io dato alcun prenome e nome a questo Sabino console, perchè intorno a ciò nulla v'ha di certo. Da Giordano[549], che altri sogliono chiamar Giornande, egli vien appellato Poppeo Sabino. Parve probabile al cardinal Noris[550], che il suo nome fosse Cajo Oppio Sabino. Ma in un'iscrizione riferita dal Cupero (non so di qual peso) a Domiziano per la decima volta console vien dato per collega Tito Aurelio Sabino. Noi bensì vedremo un console dell'anno seguente appellato Tito Aurelio. In tale incertezza ho io ritenuto solamente il di lui cognome, di cui non ci lasciano dubitare i fasti antichi. Quantunque non si sappia di certo l'anno in cui Domiziano andò alla guerra in Germania, pure, seguendo la traccia delle medaglie[551], reputo io più verisimile il parlarne nel presente. Erano confinanti i Romani coi Catti, popolo, per attestato di Tacito[552], il più prudente e meglio disciplinato che s'avesse la Germania, creduto oggidì quel d'Hassia e Turingia. Domiziano, siccome sommamente vano ed ambizioso di gloria, determinò di marciar egli in persona contra d'essi[553], perchè aveano cacciato Cariomero re dei Cherusci dal suo dominio a cagion dell'amicizia ch'egli professava ai Romani. Andò questo gran campione, assai persuaso che il suo solo nome avesse da sbigottire que' popoli; e forse fu allora, che, per quanto abbiam da Frontino[554], egli mostrò di portarsi nelle Gallie, ad oggetto unicamente di fare il censo di quelle provincie. Ma giunto colà, all'improvviso passò coll'esercito il Reno, e a bandiere spiegate andò contro ai Catti. Se volessimo credere agli adulatori poeti, uno de' quali era allora Publio Stazio Papinio[555], egli domò la fierezza di quei barbari e mise in pace i vicini. Ma non si sa ch'egli desse loro battaglia alcuna; e probabilmente altro non fece che ridurli ad un trattato di pace, con rovinar intanto i popoli suoi sudditi di là dal Reno. Contuttociò, come s'egli avesse compiuta una segnalata impresa, sparse voce di vittorie riportate; e tutto gonfio del suo mirabil valore se ne tornò a Roma per goder del trionfo, che il senato sulla di lui parola gli accordò. Nelle medaglie di quest'anno si truova più volte coniato il tipo della vittoria, segno di questi pretesi vantaggi nella guerra germanica, per cui cominciò egli ad usare il titolo di Germanico, e si fece proclamar imperadore sino alla nona volta. Può nondimeno essere, che contribuissero alla gloria di Domiziano anche le prodezze di Giulio Agricola nella Bretagna; imperciocchè, per quanto si può conghietturare[556], nell'anno presente quel saggio uffiziale sottopose al romano imperio le isole Orcadi, ed altri paesi in quelle parti. Di questi felici successi diede egli di mano in mano avviso a Domiziano. Qual ricompensa ne ricavasse, lo diremo all'anno seguente.

NOTE:

[549] Jord., de Reb. Getic., c. 13.

[550] Noris, Ep. Consul.

[551] Mediobarbus, Goltzius et alii.

[552] Tacitus, de Morib. Germanorum, cap. 30.

[553] Dio, lib. 67.

[554] Frontin., in Stratagem., lib. 1, cap. 1.

[555] Stat., in Sylv., l. 1, c 1.

[556] Tac., in vita Agric., c. 38 et seq.

Anno di CRISTO LXXXV. Indizione XIII.

ANACLETO papa 3. DOMIZIANO imperadore 5.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per l'undecima volta, e TITO AURELIO FULVO, o FULVIO.

Questo Tito Aurelio console per attestato di Capitolino[557], fu avolo paterno di Antonino Pio Augusto. Che solamente nell'anno presente Domiziano solennizzasse il suo trionfo per aver ridotti a dovere i popoli Catti, si può facilmente dedurlo dalle monete o medaglie d'allora[558], nelle quali ancora con isfacciata adulazione si legge GERMANIA CAPTA, quasichè a questo bravo imperadore, il qual forse neppure fu a fronte de' nemici, riusciti fosse di conquistar l'intera Germania. Però da lì innanzi egli costumò di andare al senato in abito trionfale. Son di parere alcuni[559], ch'egli nello stesso tempo trionfasse dei Quadi, Daci, Geli e Sarmati. Ma, per quanto sembra indicare Svetonio[560], diverse furono quelle guerre, diversi i trionfi. Egli spontaneamente fece la prima spedizione contro ai Catti; e l'altre per necessità. Però ne parleremo andando innanzi. L'avviso delle vittorie riportate da Agricola fu ricevuto da Domiziano con singolare allegrezza in apparenza[561]; perchè internamente gli rodeva il cuore, che vi fosse altra persona, che lui, creduta valorosa, e da invidioso riputava perdita sua le glorie altrui. Perciò, quantunque, per coprire lo scontento suo, gli facesse decretar dal senato gli ornamenti trionfali, una statua e gli altri onori, de' quali fosse capace una privata persona, dappoichè si riserbavano ai soli imperadori i trionfi: pure determinò di richiamarlo a Roma, indorando questa pillola, col far correr voce di volergli conferire il governo riguardevole della Siria o sia della Soria, giacchè era mancato di vita Attilio Rufo, governatore di quella provincia. Fu detto ancora, che gliene inviasse la patente portata da un suo liberto, ma con ordine di consegnargliela solamente allorchè Agricola non fosse partito per anche dalla Bretagna; perchè dovea Domiziano temere, ch'egli non volesse muoversi, se prima non riceveva la sicurezza di qualche migliore impiego. Ma il liberto avendo trovato, che Agricola, dopo aver consegnata la provincia tutta in pace al suo successore, cioè a Sallustio Lucullo era già venuto nella Gallia, senza neppur lasciarsi vedere da lui, se ne ritornò a Roma, portando seco la non presentata patente. Entrò in Roma Agricola in tempo di notte, per ischivare lo strepito di molti suoi amici, che voleano uscire ad incontrarlo; e si portò a salutar Domiziano, da cui fu accolto con della freddezza. Da ciò intese egli ciò che potea sperare da un tale imperadore; e rimasto senza impiego, si diede poscia ad una vita ritirata e privata. Non mancò in corte chi animò Domiziano a fargli del male, accusando e calunniando un sì degno personaggio, prima ch'egli giugnesse a Roma; ma non avea per anche Domiziano dato luogo in suo cuore alla crudeltà, di cui parlerò a suo tempo; e la moderazione e prudenza d'Agricola ebbero tal fortuna, ch'egli giunse naturalmente alla morte, senza riceverla dalle mani altrui. Abbiamo da Tacito[562], che dopo l'arrivo di esso Agricola a Roma, gli eserciti romani nella Mesia, nella Dacia, nella Germania e nella Pannonia, o per la temerità, o per la codardia de' generali, furono sconfitti; e che vi rimasero o trucidati o presi moltissimi uffiziali di credito colle lor compagnie, di maniera che non solamente si perdè alquanto de' confini del romano imperio, ma si dubitò infine di perdere i luoghi forti, dove soleano star le milizie romane ai quartieri d'inverno. Tali disavventure nondimeno si può credere che succedessero in vari anni; a noi resta luogo di distribuirle con sicurezza secondo i lor tempi, perchè son periti gli Annali antichi, e Svetonio e Dione, secondo il loro uso, contenti di riferir le azioni degli antichi Augusti, poca cura si presero della cronologia.

NOTE:

[557] Julius Capitolinus, in Antonino Pio.

[558] Mediobarb., in Numism. imperator.

[559] Blanchinius ad Anastas.

[560] Sueton., in Domitiano, cap. 6.

[561] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 39, et seq.

[562] Tacitus, in vita Agricolae.

Anno di CRISTO LXXXVI. Indizione XIV.

ANACLETO papa 4. DOMIZIANO imperadore 6.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la dodicesima volta, e SERVIO CORNELIO DOLABELLA METILIANO POMPEO MARCELLO.

Tutti questi cognomi ho io dato al secondo de' consoli, seguendo un'iscrizione da me[563] pubblicata, e creduta spettante al medesimo personaggio. Abbiamo da Giulio Capitolino[564], che in quest'anno venne alla luce Antonino Pio, il quale vedremo andando innanzi imperadore. E in questi tempi ancora, siccome scrive Censorino[565], Domiziano istituì in Roma i Giuochi Capitolini, i quali continuarono di poi a celebrarsi ad ogni quarto anno, a guisa dei giuochi olimpici della Grecia. Si solennizzavano in onore di Giove Capitolino. Per testimonianza di Svetonio[566], in que' giuochi varie erano le gare e contese dei professori dell'arti. Chi più degli altri piaceva nel suo mestiere, ne riportava in premio una corona. Faceano un giorno le lor forze gli atleti; un altro dì i cantori e sonatori; un altro gl'istrioni o commedianti. V'era anche il giorno destinato per li poeti; e il suo per chi recitava prose in greco o latino. Stazio Papinio poeta[567] recitò allora al popolo una parte della sua Tebaide, che non piacque; e in confronto di lui furono coronati altri poeti. Vi si videro ancora non senza dispiacer de' buoni, fanciulle pubblicamente gareggiare nel corso. Come pontefice massimo presiedeva a questi giuochi Domiziano, vestito alla greca, portando in capo una corona d'oro, perchè i sacerdoti costumavano nelle lor funzioni di andar coronati. Abbiamo da Dione[568] e da Svetonio[569] che Domiziano, oltre al suddetto spettacolo ed altri straordinari, usò ogni anno di fare i giuochi quinquatri in onor di Minerva, mentre villeggiava in Albano. In essi ancora si miravano cacce di fiere, divertimenti teatrali, e gare d'oratori e di poeti. Non contento Domiziano di profondere immense somme di danaro in tali spettacoli, tre volte in vari tempi diede al popolo romano un congiario, cioè un regalo di trecento nummi per testa. Così nella festa dei Sette monti, mentre si facea uno spettacolo, diede una lauta merenda a tutto il popolo spettatore, in maniera pulita di tavole apparecchiate ai senatori e cavalieri, e alla plebe in certe sportelle. Nel giorno seguente sparse sopra il medesimo popolo una quantità prodigiosa di tessere, cioè di tavolette, nelle quali era un segno di qualche dono, come di uccelli, carne, grano, ec., che si andava poi a prendere alla dispensa del principe. E perchè erano quasi tutte cadute ne' gradini del teatro o anfiteatro, dove sedea la plebe, ne fece gittar cinquanta sopra cadaun ordine de' sedili de' senatori e cavalieri. Certo è che gl'imperadori, per guadagnarsi l'affetto del popolo, coll'esempio d'Augusto, il ricreavano di quando in quando colla varietà de' giuochi pubblici, e più lo rallegravano con dei regali. Ma in fine queste esorbitanti spese di Domiziano tornarono, siccome dirò, in danno dello stesso pubblico, perchè l'erario si votava con sì fieri salassi, e per ristorarlo egli si diede poi alle crudeltà e alle oppressioni de' cittadini.

NOTE:

[563] Thesaur. Novus Inscript., pag. 113, n. 2.

[564] Capitolinus, in vita Antonini Pii.

[565] Censorinus, de Die Natali, cap. 18.

[566] Suetonius, in Domitiano, cap. 4.

[567] Statius, in Sylv.

[568] Dio, lib. 67.

[569] Sueton., in Domitiano, c. 4.

Anno di CRISTO LXXXVII. Indizione XV.

ANACLETO papa 5. DOMIZIANO imperadore 7.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la tredicesima volta, e AULO VOLUSIO SATURNINO.

Benchè Eusebio nella sua Cronica[570] non rechi un filo sicuro per la cronologia di questi tempi, pure si può ben credergli, allorchè scrive che nell'anno presente cominciò Domiziano a gustare che la gente gli desse il titolo di Signore e fin quello di Dio: empietà non perdonabile a mortale alcuno. Secondo il suddetto istorico, assistito dall'autorità di Svetonio[571], non solamente egli si compiacque, ma comandò ancora d'essere così nominato: il che, dice Eusebio, non venne in mente ad alcun precedente imperatore. Noi abbiam veduto, avere Augusto veramente vietato con pubblico editto d'essere chiamato Signore; ma anch'egli permise bene e gradì che in sua vita gli fossero eretti dei templi e costituiti dei sacerdoti ad onore della sua pretesa divinità. Per attestato ancora di Vittore[572], Caligola forsennato Augusto volle essere chiamato Signore e Dio. Di tutto era vie più capace la smoderata ambizione o frenesia di Domiziano; e pronta ad ubbidire era l'adulazione e la superstiziosa stoltezza dei Pagani. Però fondatamente hanno creduto alcuni, che l'aver Domiziano perseguitati i Cristiani, avesse origine di qui; perchè certo i seguaci di Gesù Cristo, professando la credenza di un solo Dio invisibile ed immortale, non poteano mai indursi a riconoscere per dio un imperadore, vile e miserabil creatura in confronto del Creatore. Abbiamo dallo stesso Eusebio, che in questi tempi i popoli Nasamoni e Daci, avendo guerra coi Romani, furono vinti. Quanto ai Daci non ci somministra l'antica storia assai lume per essere il tempo vero in cui ebbe principio la guerra con essi, e quanto durò, e quando finì. Tuttavia potrebbe darsi che a questi tempi appartenesse il primo movimento di quella guerra, che continuò molto dipoi, e riuscì ben pericolosa e funesta ai Romani. Credesi che l'antica Dacia comprendesse quel paese che oggidì è diviso nella Transilvania, Moldavia e Valachia. Erano popoli fieri e bellicosi quei di quelle contrade, perchè credeano la morte fine della presente vita, e principio di un'altra, secondo l'opinion di Pitagora, che spacciò la trasmigrazion delle anime. Con tal persuasione sprezzavano ogni pericolo, e si esponevano alla morte, sperando di risorgere con miglior mercato in altri corpi. Alcuni Greci[573] diedero ai Daci il nome di Geti e Goti; e veramente si truovano confusi presso gli antichi scrittori i nomi delle barbare nazioni. Quel che è certo, capitano di essi Daci era allora Decebalo, uomo di rara maestria ed accortezza nel mestier della guerra. E questi, se crediamo a Giordano[574] scrittore de' tempi di Giustiniano Augusto, mossi dall'avarizia di Domiziano, rotta l'alleanza che aveano con Roma, passarono il Danubio, e cacciarono da quelle ripe i presidii romani[575]. Appio Sabino, che il cardinal Noris[576] crede più tosto appellato Cajo Oppio Sabino, personaggio stato già console, e governatore allora probabilmente della Mesia, marciò colle sue forze contra di que' Barbari, ma ne rimase sconfitto, ed egli ebbe tagliata la testa[577]. A questa vittoria tenne dietro il saccheggio del paese, e la presa di molti villaggi e castella. Giunte a Roma queste dolorose nuove, si vide Domiziano in certa guisa necessitato ad accorrere colà per fermare questo rovinoso torrente. In qual anno egli la prima volta v'andasse (perchè due volte v'andò) non si può decidere. Sarà permesso a me di riserbarne a parlar nell'anno susseguente. Dei Nasamoni, popoli dell'Africa di sopra nominati da Eusebio, noi sappiamo da Zonara[578], che, a cagion delle eccessive imposte, si sollevarono contro ai Romani e diedero una rotta a Flacco governator della Numidia. Ma essendosi coloro perduti dietro a votar molti barili di vino, che trovarono nel campo dei vinti, Flacco fu loro addosso, e ne fece un gran macello. Domiziano, gloriandosi delle imprese altrui, nel senato espose d'aver annientati i Nasamoni.

NOTE:

[570] Euseb., in Chron.

[571] Sueton., in Domitiano, cap. 13.

[572] Aurelius Victor, in Epitome.

[573] Dio, lib. 67.

[574] Jordan., de Rebus Geticis, cap. 12.

[575] Sueton., in Domitiano, cap. 6.

[576] Noris, Epist. Consulari.

[577] Eutrop., Histor.

[578] Zonara, in Annal.

Anno di CRISTO LXXXVIII. Indizione I.

ANACLETO papa 6. DOMIZIANO imperadore 8.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la quattordicesima volta, e LUCIO MINUCIO RUFO.

Minicio e non Minucio è appellato questo console in una iscrizione da me[579] data alla luce. Nobil famiglia era anche la Minucia. Derisa fu l'avidità di Domiziano (l'avea preceduto coll'esempio Vespasiano suo padre) da Ausonio[580] e da altri, nel continuare per tanti anni il consolato nella sua persona, quasichè invidiasse agli altri un tale onore. Arrivò egli ad essere console diecisette volte: il che niuno de' suoi predecessori avea mai fatto, amando essi di veder compartita anche ad altri questa onorevolezza. Osservò nondimeno Svetonio[581], che Domiziano non esercitava poi la funzione di console, lasciandone il peso al collega, o pure ai sostituiti. Bastava alla sua boria, che il suo nome comparisse negli atti pubblici, l'anno de' quali per lo più era segnato col nome de' consoli ordinari. Del resto egli constumava di deporre il consolato alla più lunga nelle calende di maggio; e i più d'essi rinunziò nel dì 13 di gennaio. Ma quali persone fossero a lui sostituite in quella dignità, e in qual anno, non si può ora accertare. Volle Domiziano, che si celebrassero nell'anno presente i giuochi secolari, ancorchè, secondo l'istituto di essi, si avessero a celebrare ad ogni cento anni[582], nè più che quarantun anni fosse, che Claudio Augusto gli avea fatti. La prima spedizion di Domiziano contro ai Daci, insuperbiti per la loro vittoria, forse accadde nell'anno presente. Andò egli in persona coll'esercito a quella volta. Racconta Pietro patrizio nel suo trattato delle ambascerie[583], che Decebalo veduto venire con sì grande apparato di gente un imperador romano contro sè, gl'inviò degli ambasciatori per trattar di pace. Se ne rise il superbo Domiziano, ed avendoli rimandati senza risposta, ordinò che le milizie imprendessero la guerra, con dare il comando di tutta l'armata a Cornelio Fosco, prefetto allora del pretorio. Decebalo assai informato del valore di questo generale, che avea studiata l'arte militare solamente fra le delizie della corte e in mezzo ai divertimenti di Roma, se ne fece beffe, e spedì altri deputati a Domiziano, offerendosi di terminar quella guerra, purchè i Romani di quelle contrade gli pagassero annualmente due oboli per testa; e ricusando essi tal condizione, minacciava loro lo sterminio[584]. Contuttociò Domiziano, ch'era un solennissimo poltrone, come se avesse pienamente assicurato l'imperio da quella parte, se ne tornò da bravo a Roma, senza apparire se prima che terminasse il presente anno, o pur nel seguente. Per quanto scrivono Svetonio e Giordano[585], Fosco avendo passato il Danubio, fece guerra a' Daci, e probabilmente ebbe sopra di loro qualche vantaggio; ma in fine restò sconfitto e ucciso, forse nell'anno seguente. Circa questi tempi, per quanto s'ha da Eusebio[586], Marco Fabio Quintiliano, eccellente maestro di eloquenza, nato a Calaorra in Ispagna, venne a Roma salariato dal pubblico, per insegnar la oratoria. Ma probabilmente ciò avvenne sotto Vespasiano, il quale fondò quivi varie scuole, e vi chiamò degl'insigni maestri. Certo è intanto, che Quintiliano fiorì sotto i di lui figliuoli, e fu anche maestro dei nipoti di Domiziano.

NOTE:

[579] Thesaurus Novus Inscription., p. 314, n. 1.

[580] Ausonius, in Panegyr.

[581] Sueton., in Domitian., cap. 13.

[582] Censorinus, de Die Natal., cap. 17.

[583] Petrus Patric., de Legat. Hist. Byzant., T. 1.

[584] Sueton., in Domitiano, cap. 6.

[585] Jordan., de Reb. Geticis, cap. 13.

[586] Eusebius, in Chron.

Anno di CRISTO LXXXIX. Indizione II.

ANACLETO papa 7. DOMIZIANO imperadore 9.

Consoli

TITO AURELIO FULVO per la seconda volta, e AULO SEMPRONIO ATRATINO.

Siamo accertati da Giulio Capitolino[587], che Vito Aurelio Fulvo o sia Fulvio, avolo paterno di Antonino Pio Augusto, fu due volte console. Giacchè Svetonio scrive che Domiziano volle un doppio trionfo dei Catti e dei Daci, non è improbabile ch'egli nell'anno presente affrettasse questo onore per far credere ai Romani, che felicemente passavano gli affari nella guerra della Dacia. Attesta il medesimo storico, ch'erano seguite alcune battaglie in quelle parti, e taluna verisimilmente vantaggiosa ai Romani, il che bastò all'ambizioso Augusto, per esigere l'onor del trionfo. Giacchè sopravvenne la sconfitta e la morte di Cornelio Fosco nella guerra che continuava nella Dacia, potrebbe attribuirsi all'anno presente la seconda spedizione del medesimo Domiziano contro ai Daci, essendo noi accertati da Svetonio[588], che due volte egli andò in persona a quella guerra. Ma se non è possibile il ben dilucidare i tempi delle azioni di Domiziano, a noi bastar deve almeno la certezza delle medesime. Tornò dunque Domiziano alla guerra[589], ma perchè facea più conto della pelle che dell'onore, nè gli piacea la fatica, ma sì bene il godersi tutti i comodi, siccome uomo poltrone, e perduto tra le femmine e in ogni sorta di disonestà: non osò giammai di lasciarsi vedere a fronte dei nemici. Fermatosi dunque in qualche città della Mesia, spedì i suoi generali contra di Decebalo. Seguirono vari combattimenti, ne' quali, per testimonianza di Dione, perì buona parte delle sue armate. Tuttavia, perchè la fortuna delle guerre è volubile, e i suoi riportarono talvolta de' vantaggi, e specialmente Giuliano diede una considerabil rotta a Decebalo: Domiziano di continuo, ed anche allorchè andavano poco bene gli affari, spediva l'un dietro all'altro i corrieri a Roma, per avvisare il senato delle sue felici vittorie. Pertanto, a cagione di questi creduti sì gloriosi successi, il senato gli decretò quanti onori mai seppe immaginare, e per tutto l'imperio romano gli furono alzate statue d'oro e d'argento, se pur non erano dorate ed inargentate. Con tutto il suo valor nondimeno Decebalo cominciò a sentirsi assai angustiato dalle forze de' Romani; e però inviò degli ambasciatori a Domiziano per ottener la pace. Non ne volle il poco saggio Augusto udir parola; ma in vece di maggiormente incalzare il vacillante nemico, venuto nella Pannonia, rivolse l'armi contro ai Quadi e Marcomanni, volendo gastigarli, perchè non gli aveano dato soccorso contra dei Daci. Due volte que' popoli gli fecero una deputazione, per placare il suo sdegno; non solo nulla ottennero, ma Domiziano fece anche levar la vita ai secondi lor deputati. Si venne dipoi ad una battaglia, in cui dai Marcomanni, combattenti alla disperata, fu sconfitto l'esercito romano, ed obbligato l'imperadore alla fuga. Allora fu, che egli diede orecchio alle proposizioni di pace con Decebalo, il qual seppe ben profittare della debolezza, in cui, dopo tante perdite, si trovavano i Romani. Contentossi dunque egli di restituir molte armi e molti prigioni, e di ricever anche dalle mani di Domiziano il diadema del regno; ma si capitolò, che anche Domiziano pagasse a lui una gran somma di danaro, e di mandargli molti artefici in ogni sorta d'arti di guerra e di pace; e, quel che fu peggio, di pagargli in avvenire annualmente una certa quantità di danaro a titolo di regalo. Durò questa vergognosa contribuzione sino ai tempi di Trajano, il quale, siccome vedremo, avendo altra testa e cuore che Domiziano, insegnò ai Daci il rispetto dovuto all'aquile romane. Tutto boria Domiziano per questa pace, quasichè egli l'avesse fatta da vincitore, e non da vinto, scrisse al senato lettere piene di gloria, e fece in maniera ancora, che gli ambasciatori di Decebalo andassero a Roma con una lettera di sommessione, a lui scritta da Decebalo, se pur non fu finta, come molti sospettarono, dallo stesso Domiziano. Per altro Decebalo non fidandosi di lui, si guardò dal venire in persona a trovar Domiziano, e in sua vece mandò il fratello Diegis a ricevere da lui il diadema. Quanto durasse questa guerra sì perniciosa ai Romani, e quando cessasse, non abbiamo assai lume per determinarlo; ma v'è dell'apparenza, che si stabilisse la pace nell'anno presente, e che Domiziano se ne tornasse a Roma nel dicembre per prendere il consolato nell'anno seguente. Nè si dee tacere ciò che Plinio il giovane osservò, cioè che Domiziano[590] andando a queste guerre, per dovunque passava sulle terre dell'imperio, non pareva il principe ben venuto, ma un nemico ed un assassino: tante erano le gravezze che imponeva ai popoli, tante le rapine, gl'incendi, ed altri disordini che commettevano le sue milizie, braccia cattive di un più cattivo capo.

NOTE:

[587] Capitol., in Antonino Pio.

[588] Sueton., in Domitiano, cap. 6.

[589] Dio, lib. 67.

[590] Plinius, in Panegyr.

Anno di CRISTO XC. Indizione III.

ANACLETO papa 8. DOMIZIANO imperadore 10.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la quindicesima volta, e MARCO COCCEJO NERVA per la seconda.

Nerva console, quegli è che a suo tempo vedremo imperadore. Siccome il cardinal Noris ed altri mettono la seconda guerra dacica prima di quel ch'io abbia supposto, così credono che Domiziano celebrasse nell'anno 88, o pure nel precedente, il secondo suo trionfo dei Daci, e prendesse il titolo di Dacico. Eusebio[591] lo differisce sino all'anno seguente. Io sto col padre Pagi[592], che riferisce quel trionfo al presente anno. Su tal supposto adunque, fu in quest'anno, per attestato di Dione[593], che Domiziano solennizzò in Roma le sue glorie con magnifiche feste e spettacoli. Si fecero nel Circo vari combattimenti a piedi e a cavallo, e in un lago fatto a posta una battaglia navale, in cui quasi tutti i combattenti restarono morti. Levossi inoltre durante quello spettacolo un fiero temporale con pioggia, che quasi ebbe ad affogare gli spettatori. Domiziano si fece dare il mantello di panno grosso, ma non volle che gli altri mutassero veste, nè che alcuno uscisse, di maniera che tutti inzuppati d'acqua, contrassero poi delle malattie, per cui molti morirono. A consolar poi il popolo per tal disgrazia, trovò lo spediente di dargli una cena a lume di fiaccole; e per lo più fu suo costume di eseguire i pubblici divertimenti in tempo di notte. Ma specialmente fece egli comparire il suo fantastico cervello in un convito notturno, al quale invitò i principali dell'ordine senatorio ed equestre. Fece addobbar di nero tutte le stanze del palazzo, mura, pavimento e soffitte, con sedie nude. Invitati i commensali, cadaun vide collocata vicino a sè una specie d'arca sepolcrale, col suo nome scritto in essa, e con una lucerna pendente, come ne' sepolcri. Sopravvennero fanciulli tutti nudi e tinti di nero, ballando intorno ad essi, e portando vasi, simili agli usati nelle esequie dei morti. Cadauno de' convitati si tenne allora spedito, e tanto più perchè tacendo ognuno, il solo Domiziano d'altro non parlava che di morti e di stragi. Dopo sì gran paura furono in fine licenziati; ma appena giunti alla loro abitazione, ecco che parecchi di loro son richiamati alla corte. Oh allora sì che crebbe in essi lo spavento; ma in vece d'alcun danno, riceverono poi da Domiziano qualche dono in vasi d'argento, o in altri preziosi mobili. Tali furono i sollazzi bizzarri dati da Domiziano alla nobiltà in occasione del suo trionfo. Nondimeno il popolo comunemente dicea, che questo era non già un trionfo, ma un funerale de' Romani nella Dacia, ovvero in Roma estinti. Dopo questi trionfi la vanità di Domiziano, che studiava ogni dì qualche novità, volle che il mese di settembre da lì innanzi s'appellasse Germanico[594], e l'ottobre Domiziano, per non essere da meno di Giulio Cesare e di Augusto; e ciò perchè nel primo avea conseguito il principato, ed era nato nel secondo. Ma non durò più della sua vita questo suo decreto. Non si sa mai capire, come Eusebio[595] scrivesse, che molte fabbriche furono terminate in Roma nell'anno presente, o pure nell'antecedente, cioè Capitolium, Forum transitorium, Divorum Porticus, Isium ac Serapium, Stadium, Horrea piperataria, Vespasiani Templum, Minerva Chalcidica, Odeum, Forum Trajani, Thermae Trajanae et Titianae, Senatus, Ludus Matutinus, Mica aurea, Meta sudans et Pantheum. Non si pensasse alcuno, che tanti edifizii ricevessero il lor essere o compimento in quest'anno. Forse furono risarciti. Il Panteon era da gran tempo fatto; e, per tacere il resto, la piazza e le terme di Traiano non furono, siccome diremo, fabbricate, se non nei tempi del suo imperio, cioè da qui a qualche anno.

NOTE:

[591] Euseb., in Chron.

[592] Pagius, in Critica Baron. ad hunc Ann.

[593] Dio, lib. 67.

[594] Sueton., in Domitiano, cap 13. Plutarchus in Num.

[595] Euseb., in Chron.

Anno di CRISTO XCI. Indizione IV.

ANACLETO papa 9. DOMIZIANO imperadore 11.

Consoli

MARCO ULPIO TRAJANO e MARCO ACINIO GLABRIONE.

Trajano, console in quest'anno, il medesimo è che fu poi imperadore glorioso. Il prenome dell'altro console Glabrione, secondo alcuni, fu non già Marco, ma Manio, siccome proprio della famiglia Acilia. Noi abbiamo da Dione[596] esser avvenuti due prodigii, per l'uno de' quali fu presagito l'imperio a Trajano, e per l'altro la morte a Glabrione. Quali fossero, nol sappiamo, se non che per attestato del medesimo storico, Glabrione, benchè console, fu obbligato dal capriccioso ed iniquo Domiziano a combattere contra di un grosso lione, che fu bravamente da lui ucciso, senza restarne egli ferito. Questa azione, che dovea guadagnargli lode e stima presso di Domiziano, altro non fece che incitarlo ad invidia, ed anche ad odio, perchè non gli piaceano i nobili di raro valore. Però col tempo trovò de' pretesti per mandarlo in esilio, e poi imputandogli volesse turbare lo stato (forse nell'anno 95) il fece ammazzare. All'anno presente vien riferita da Eusebio[597] la strepitosa morte di Cornelia, capo delle Vergini Vestali. Era ella stata accusata dianzi d'incontinenza e dichiarata innocente. Sotto Domiziano si risvegliò questa accusa; e Domiziano affettando la gloria di custode della religione, cioè della superstizione pagana, e volendo rimettere in uso le antiche leggi, la fece condannare e seppellir viva. Svetonio[598] dice, ch'ella fu convinta de' suoi falli; Plinio il giovane[599], ch'essa nè pur fu chiamata in giudizio, non che ascoltata, ed essere quella stata un'enorme crudeltà ed ingiustizia. Furono anche processati alcuni nobili romani, come complici del delitto, frustati sino a lasciar la vita sotto le battiture, benchè non confessassero l'apposto reato. E perchè Valerio Liciniano, già senatore e pretore, uno de' più eloquenti uomini del suo tempo, per avere nascosa in sua casa una donna della famiglia di Cornelia, fu accusato, altra maniera non ebbe, per sottrarsi a que' rigori, se non di confessare quanto gli fu suggerito sotto mano per ordine di Domiziano. Tuttavia fu egli cacciato in esilio, e i suoi beni assegnati al fisco. Questi poi sotto Trajano ritornato a Roma si guadagnò il vitto, con fare il maestro di rettorica. Così inorpellava Domiziano i suoi vizii, volendo comparire zelantissimo dell'onore de' suoi falsi dii. Narrasi ancora, che essendo morto uno dei suoi liberti, e seppellito, dappoichè Domiziano intese che costui si era fatto fabbricare il sepolcro con dei marmi presi dal tempio di Giove Capitolino, bruciato negli anni addietro, fece smantellar dai soldati quel sepolcro, e gittar in mare le ossa e le ceneri di colui; tanto si piccava egli di essere zelante dell'onore delle cose sacre.

NOTE:

[596] Dio, lib. 67.

[597] Eusebius, in Chron.

[598] Sueton., in Domitiano, c. 2.

[599] Plinius, lib. 4, Ep. II.

Anno di CRISTO XCII. Indizione V.

ANACLETO papa 10. DOMIZIANO imperadore 12.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la sedicesima volta, e QUINTO VOLUSIO SATURNINO.

S'è disputato, e tuttavia si disputa, in qual anno succedesse la ribellione di Lucio Antonio, e la breve guerra civile che in que' tempi avvenne. Alcuni[600] la mettono nell'anno 88, altri nell'89, e il Calvisio[601] la differisce sino al presente anno. A me sembra più probabile l'ultima opinione, confrontando insieme quel poco che s'ha di questo fatto da Tacito[602], e da Svetonio[603], e da Dione[604], o sia da Sifilino; perchè da loro apparisce che dopo questa sollevazione Domiziano lasciò la briglia alla sua crudeltà, e ciò avvenne, siccome dirò, nell'anno seguente. Lucio Antonio, a cui Marziale[605] dà il cognome di Saturnino, era governatore dell'alta o sia superiore Germania. Perchè ben sapea, quanto per poco Domiziano perseguitasse le persone di merito, e che specialmente sparlava di lui con ingiuriosi nomi, mosse a ribellione le sue legioni, facendosi proclamare imperadore. Portata a Roma questa nuova, se ne conturbò ognuno per l'apprensione che ne succedesse una gran guerra, e si tornasse a provar tutti i malanni compagni delle guerre civili. Domiziano stesso, temendo che quest'incendio si potesse maggiormente dilatare, determinò di portarsi in persona contra di lui, ed avea già in ordine l'armata. Ciò che recava maggiore spavento, era il sapersi che Lucio Antonio s'era collegato coi Germani, e questi doveano rinforzarlo con un potente esercito. Ma che? Lucio Massimo, che il Tillemont fondatamente congettura essere lo stesso che Lucio Appio Norbano Massimo, il qual forse governava allora la bassa Germania, o pure una parte della Gallia vicina, senza aspettare alcun de' soccorsi che gli promettea Domiziano, diede battaglia improvvisamente ad esso Lucio Antonio, prima che con lui si unissero i Tedeschi. Volle anche la buona fortuna, che mentre erano alle mani, crescesse così forte il Reno, che non poterono passare i Tedeschi. Rimase sconfitto ed ucciso Antonio, e la sua testa fu inviata a Roma in testimonianza della vittoria: il che risparmiò a Domiziano gl'incomodi di continuar quella spedizione. Plutarco[606] e Svetonio[607] narrano, che nel giorno stesso, in cui fu data quella battaglia, un'aquila posandosi in Roma sopra una statua di Domiziano, fece delle grida di allegria; e passando tal voce d'uno in altro, nel medesimo giorno si divulgò per tutta Roma, che Lucio Antonio era stato interamente disfatto: ed alcuni giunsero fino a dire di aver veduta la sua testa recisa dal busto. Prese tal piede questa diceria, che gran parte dei magistrati corsero a far de' sagrifizii in rendimento di grazie. Ma cominciandosi a cercare chi avea portata questa nuova, niuno si trovò, ed ognuno rimase confuso. Domiziano, che era in viaggio, ricevette dipoi i corrieri della vittoria, e si verificò essere la medesima succeduta nel giorno medesimo, in cui se ne sparse in Roma la falsa voce. All'anno presente attribuisce Eusebio[608] l'editto di Domiziano contro le vigne[609]. Trovatosi che v'era stata molta abbondanza di vino, poca di grano, s'immaginò Domiziano, che la troppa quantità delle viti cagion fosse che si trascurasse la coltura delle campagne. Ma Filostrato[610] aggiugne, che non piaceva a Domiziano sì sterminata copia di vino, perchè l'ubbriachezza cagionava delle sedizioni. Ora egli vietò che in Italia non si potessero piantar viti nuove, e che nelle provincie se ne schiantasse la metà, anzi tutte nell'Asia, per quanto ne dice Filostrato. Ma non istette poi saldo in questo proposito, per essere venuto a Roma Scopeliano spedito da tutte le città dell'Asia, il quale non solamente ottenne che si coltivassero le vigne, ma ancora che si mettesse pena a chi non ne piantava. Forse ancora più di ogni altra riflessione servì a fare smontar Domiziano da questa pretensione, l'essersi sparsi de' biglietti[611], ne' quali era scritto, che facesse pur Domiziano quanto voleva, perchè vi resterebbe tanto di vino per fare il sagrifizio in cui sarebbe la vittima lo stesso imperadore.

NOTE:

[600] Pagius, in Crit. Baron.

[601] Calvisius, Tillemont et alii.

[602] Tacitus, in Vita Agricolae.

[603] Sueton., in Domitiano, cap. 9.

[604] Dio, lib. 67.

[605] Martial., lib. 4, Epist. 9.

[606] Plutarchus, in P. Æmil.

[607] Sueton., in Domitiano, c. 6.

[608] Euseb., in Chron.

[609] Sueton., in Domitiano, cap. 7.

[610] Philostratus, in Vita Apollon., lib. 6.

[611] Aurelius Victor, in Epitome. Vopiscus, in Probo.

Anno di CRISTO XCIII. Indizione VI.

ANACLETO papa 11. DOMIZIANO imperadore 13.

Consoli

POMPEO COLLEGA e CORNELIO PRISCO.

Credesi che a questi consoli fossero sostituiti prima del dì 15 di luglio, Marco Lollio Paolino e Valerio Asiatico Saturnino; e che all'un di essi succedesse nel consolato Cajo Antistio Giulio Quadrato; e il padre Stampa[612] ha sospettato che Cajo Antistio o sia Antio Giulio fosse personaggio diverso da Quadrato. Ma qui son delle tenebre, come in tanti altri siti de' Fasti consolari, trovandosi bensì de' consoli sostituiti e straordinari nelle antiche storie e lapidi nominati, ma senza certezza dell'anno in cui esercitarono quell'insigne uffizio. Poichè per altro quai fossero i due poco fa menzionati consoli, l'abbiamo da un marmo riferito dal Grutero[613], e compiutamente poi dato alle stampe dal canonico Gori[614], che fu posto M. LOLLIO PAVLLINO VALERIO ASIATICO SATVRNINO. C. ANTIO IVLIO QVADRATO COS. Se poi questi nell'anno presente fossero sostituiti ai consoli ordinari, io nol so dire. Nell'agosto di quest'anno in età di cinquantasei anni diede fine alla sua vita Gneo Giulio Agricola, suocero di Cornelio Tacito[615], già stato console: le cui imprese militari nella Bretagna di sopra accennai. Tornato ch'egli fu di colà a Roma, arrivò l'anno in cui potea chiedere il proconsolato, o sia il governo dell'Asia o dell'Africa. Ma non si sentì egli voglia d'altri onori, perchè sotto un imperador cattivo troppo era pericoloso il servire. Poco prima avea Domiziano fatto levar di vita Civica Cereale proconsole dell'Asia per meri sospetti di ribellione. Questo esempio, e il sapere che l'imperadore non avea caro di conferir sì riguardevoli posti a persone di sperimentato valore, indussero Agricola a pregarlo che volesse esentarlo da quel pesante fardello. Era questo appunto ciò che desiderava Domiziano, e ben presto glie l'accordò; e permise, che Agricola il ringraziasse, come se gli avesse fatta una grazia. Seppe di poi vivere questo saggio uomo anche per qualche tempo, senza provar le persecuzioni del bisbetico Augusto, facendo conoscere che gli uomini grandi provveduti di prudenza possono stare anche sotto principi cattivi, e non fare naufragio. Dione[616], ciò non ostante scrive che Domiziano l'uccise; ma Tacito, che più ne seppe di lui, e scrisse la sua vita, dice bensì esser corsa voce di veleno, nondimeno ne restò egli in dubbio.

Ma tempo è oramai di far vedere un principe appunto cattivo, anzi pessimo, nella persona di Domiziano; cosa da me riserbata a quest'anno, non già perchè egli cominciasse solamente ora a riconoscersi tale, ma perchè il suo mal talento dopo la guerra civile di Lucio Antonio andò agli eccessi. Certamente a Domiziano non mancava ingegno ed intendimento: ma questa bella dote, se va unita con delle sregolate passioni, ad altro non serve d'ordinario, che a rendere più perniciosi e malefici i regnanti. Ora non si può assai esprimere quanta fosse la vanità, la prosunzione, e la sete di dominare in lui. Egli si credeva la maggior testa dell'universo, e ch'egli solo fosse degno di comandare: perciò fiero, superbo e sprezzator d'ognuno, astuto ed implacabile ne' suoi sdegni. Era sicuro dell'odio suo chiunque compariva eccellente in alcuna bella dote: che questo è lo stilo delle anime basse[617]. Vivente il padre, e creato Cesare fece di mani e di piedi per non esser da meno del buon Tito suo fratello: ottenne vari uffizi, che esercitò con gran boria ed eccesso di autorità. E giacchè Vespasiano, ben conoscente del maligno suo naturale, il teneva basso, non avendo potuto conseguire se non un consolato ordinario, almeno si studiò sempre di essere sustituito come console straordinario al fratello. Morto Vespasiano, fu in dubbio se dovesse offerire ai soldati il doppio del donativo promosso loro da Tito, per tentar di levare a lui l'imperio. Andava spacciando che il padre l'avea lasciato collega del fratello nella signoria; ma che era stato suppresso il testamento. Vantavasi ancora d'aver egli alzato al trono non meno il padre che il fratello; e l'adulatore Marziale approvò questo suo folle sentimento. Vivente esso Tito, non fece egli mai fine a tendergli delle insidie, non solo segretamente, ma anche in palese. Tuttavia tanta era la bontà di Tito, che quantunque consigliato di liberar sè stesso e il pubblico da sì pericoloso arnese, mai non volle ridursi a questo passo, contentandosi solamente di fargli talvolta delle fraterne correzioni colle lagrime agli occhi, benchè senza frutto. Forse quell'unica azione di cui Tito prima della sua immatura morte disse d'esser pentito, fu d'aver lasciato in vita questo fratello, ben conoscendo il gran male che ne avverrebbe alla repubblica. Divenuto poscia imperadore[618] non lasciava occasione, anche in senato[619], di sparlare copertamente ed ancora svelatamente del padre e del fratello, biasimando le loro azioni; e per cadere in disgrazia di lui, altro non occorreva che essere in grazia o dell'uno o dell'altro, o dir parole alla presenza di lui in lode di Tito. Per altro egli era un solennissimo poltrone: temeva i pericoli della guerra; abborriva le fatiche del governo[620]. Il suo divertimento principale consisteva in giocare ai dadi, anche ne' giorni destinati agli affari. Soleva eziandio ne' principii del suo governo starsene ritirato in certe ore del giorno: e la sua mirabil applicazione era in prendere mosche[621], o ucciderle con uno stiletto. Celebre è intorno a ciò il motto di Vibio Crispo, uomo faceto. Dimandando taluno, chi fosse in camera con Domiziano, rispose Crispo: Nè pur una mosca. Ora non aspettò egli, siccome dissi, a comparire quel crudele che era, a questi tempi. Anche ne' precedenti anni diede varj saggi di questa sua fierezza per varie e ben frivole cagioni. Fra gli altri (non se ne sa l'anno) fece ammazzare Tito Flavio Sabino suo cugino, perchè avendolo disegnato console, secondo le apparenze, per la seconda volta, il banditore inavvertentemente in vece del nome di Console gli diede quello d'imperadore. Questo bastò per togliere a Sabino la vita. La stessa mala sorte toccò ad alcuni altri, o pure l'esilio: che questo era ne' primi suoi anni di più ordinario gastigo; ed Eusebio[622] al di lui quarto anno scrive essere stati esiliati da lui assaissimi senatori. Probabilmente ciò avvenne più tardi. Ora noi sappiamo da Suetonio[623], che Domiziano prima di questi tempi avea levato dal mondo Salvio Coccejano, solamente perchè avea solennizzato il giorno natalizio di Ottone imperatore suo zio; Sallustio Lucullo, non per altro, che per aver dato il nome di lucullee ad alcune lance di nuova invenzione; Materno Sofista, cioè professor di rettorica, per aver fatta una declamazione contra de' tiranni; ed Elio Lamia Emiliano, per cagione di qualche motto piccante, detto fin quando esso Domiziano era persona privata. Moglie di questo Lamia fu Domizia Longina, figliuola di Corbulone. Gliela tolse Domiziano, e dopo averla tenuta per amica un tempo, la sposò, e diedele il titolo di Augusta. Ad accrescere la crudeltà di questo imperadore, s'aggiunse la smoderata credenza che si dava in questi tempi alle vane predizioni degli strologhi. Più degli altri loro prestava fede Domiziano, uomo timidissimo; e perchè fin da giovane gli avea predetto alcun d'essi che sarebbe un dì ucciso: perciò la diffidenza fu sua compagna finchè visse, e massimamente negli ultimi anni del suo imperio. Di qua venne la morte di vari principali signori dell'imperio; perchè egli si procacciava l'oroscopo di tutti, e trovandoli destinati a qualche cosa di grande, li faceva levare dal mondo. Metio Pomposiano, di cui parlammo all'anno 75, preservato sotto il buon Vespasiano, non la scappò sotto l'iniquo suo figliuolo. Perchè fu creduto che avesse una genitura, che vanamente gli pronosticava l'imperio, e perchè teneva in sua camera una carta geografica del mondo, e studiava le orazioni dei re e dei capitani, che son nelle storie di Livio, il mandò in Corsica in esilio[624], ed appresso il fece ammazzare. Ma soprattutto s'accese, e giunse al colmo l'inumanità di Domiziano, dappoichè se gli ribellò Lucio Antonio Saturnino; del che s'è favellato all'anno precedente. S'accorse più che mai allora questo maligno principe, che l'odio universale è un pagamento inevitabile delle iniquità[625]. Trovò anche in Roma dei complici di quella congiura, e molti altri, che almeno sospiravano di vederla camminare ad un fine felice. Incrudelì dunque contra di chiunque era stato, o si sospettava che fosse stato partecipe dei disegni d'esso Lucio Antonio; nè perdonò se non a due uffiziali, che con vergognosa scusa coprirono il loro fallo. D'altre illustri persone da lui uccise parleremo all'anno seguente. Anche Tacito[626] attesta avere bensì Domiziano commessa qualche crudeltà negli anni addietro, ma un nulla essere in paragon di quelle ch'egli praticò dopo la morte d'Agricola, avvenuta nell'anno presente, siccome dicemmo. O nel precedente anno, come vuole il padre Pagi[627], o nel presente, come credette il cardinal Noris[628] ed altri, ebbe principio la guerra de' Romani coi Sarmati[629]. Aveano que' barbari tagliato a pezzi una o più legioni romane coi loro uffiziali. Ciò diede impulso a Domiziano di accorrere colà in persona con un buon esercito, per frenare l'insolenza di que' popoli. Da Marziale e da Stazio poeti, due trombe delle azioni di questo imperadore, noi impariamo ch'egli ebbe a combattere anche contro ai Marcomanni. Se bene, o male, non si sa. Ben sappiamo[630] che, secondo il suo costume di attribuirsi le vittorie, anche quando egli era vinto, tornato a Roma nel gennaio di questo anno o pur del seguente, fece credere che gli affari erano passati a maraviglia bene. Tuttavia ricusò il trionfo, e si contentò di portare al Campidoglio la sola corona d'alloro, e di offerirla a Giove Capitolino.

NOTE:

[612] Stampa, ad Fastos Consular. Sigonii.

[613] Gruter., Thesaur. Inscript., pag. 189.

[614] Gorius, Inscription. Etrusc., p. 69.

[615] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 44.

[616] Dio, lib. 67.

[617] Sueton., in Domitiano, cap. 1.

[618] Dio, lib. 67.

[619] Sueton., in Domitiano, cap. 1.

[620] Aurelius Victor, in Epitome.

[621] Suet., in Domit., c. 3. Dio, l. 67. Aurel. Vict., in Epitome.

[622] Euseb., in Chron.

[623] Sueton., in Domit., cap. 10.

[624] Dio, lib. 67.

[625] Sueton., in Domitiano, cap. 10.

[626] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 45.

[627] Pagius, in Crit. Baron.

[628] Noris, Epist. Consulari, Tillemont et alii.

[629] Eutrop., in Breviar.

[630] Sueton., in Domitiano, c. 6.

Anno di CRISTO XCIV. Indizione VII.

ANACLETO papa 12. DOMIZIANO imperadore 14.

Consoli

LUCIO NONIO TORQUATO ASPRENATE e TITO SESTIO MAGIO LATERANO.

Fra gli eruditi è stata finora molta disputa intorno ai consoli ordinari di quest'anno, nè si sapea il prenome e nome di Laterano. Una iscrizione del museo kircheriano, da me[631] data alla luce, ha messo tutto in chiaro. Da un altro marmo apparisce che, in luogo di Laterano, era console nel settembre Lucio Sergio Paolo. Moltiplicarono più che mai in questi tempi le calamità di Roma sotto Domiziano, divenuto oramai formidabil tiranno, e non inferiore a Nerone. Ne lasciò a noi un orrido ritratto Cornelio Tacito[632], presente a tutte quelle scene, con dire che si vide il senato circondato ed assediato da genti di armi; a molti che erano stati consoli, tolta la vita; e le più illustri dame o fuggitive o cacciate in esilio. Di persone nobili bandite, piene erano le isole, e all'esilio tenea dietro bene spesso la spada del carnefice. Ma in Roma si facea il maggior macello. Pareva un delitto l'aver avuto delle dignità; pericoloso era il volerne; nè altro occorreva per istar tutto dì esposto ai precipizii, che l'essere uomo dabbene. Le spie e gli accusatori erano tornati alla moda; e fra questi mali arnesi si distinguevano Metio Caro Messalino e Bebio Massa, assassini del pubblico, non nelle strade, ma ne' tribunali stessi di Roma, con essersi attribuita la maggior parte delle crudeltà d'allora più alla lor malignità e prepotenza che a quella di Domiziano. Le spese eccessive fatte da questo prodigo imperadore in tanti spettacoli non necessari, e in accrescere fuor di misura lo stipendio ai soldati, per maggiormente obbligarseli, l'aveano ridotto al verde[633]. Si avvisò di cercare il risparmio col cassare una porzion delle milizie; e, secondo Zonara[634], eseguì questo pensiero. Svetonio sembra dire, che solamente lo tentò, ma che trovandosi tuttavia imbrogliato a dar le paghe, rivolse il pensiero a far danaro in altre tiranniche maniere, occupando a diritto e a torto i beni dei vivi e dei morti. Pronti erano sempre gli accusatori, denunziando or questo, or quello, come rei di lesa maestà per un cenno, per una parola contra del principe o contra uno dei suoi gladiatori; delitti per lo più finti e non provati. Si confiscavano a tutti i beni; e bastava che comparisse un solo a dire di aver inteso che un tale prima di morire avea lasciata la sua eredità a Cesare, perchè tosto si mettessero le griffe su quella roba. Sopra gli altri furono angariati i Giudei, che da gran tempo pagavano un rigoroso testatico, per esercitare liberamente il culto della lor religione. Un'esatta perquisizion di essi fu fatta per tutto l'imperio romano, e processati coloro che, dissimulando la lor nazione, non aveano pagato.

Fra gli altri personaggi di distinzione che, per attestato di Tacito[635], furono tolti di mira in questi tempi dal genio sanguinario di Domiziano, si contarono Elvidio il giovane, Rustico e Senecione. Era il primo figliuolo di quell'Elvidio Prisco, che a' tempi di Vespasiano, siccome fu detto di sopra all'anno 73, per la sua stoica insolenza si tirò addosso l'esilio, e poi la morte[636]. Eccellenti qualità concorrevano ancora in questo suo figliuolo, per le quali era in gran riputazione, oltre all'aver esercitato un consolato straordinario. Quantunque egli se ne stesse ritirato per la malvagità de' tempi che correano, pure si vide accusato davanti al senato, per avere, secondochè diceano, in un suo poema sotto i nomi di Paride e di Enone messo in burla il divorzio di Domiziano[637], il quale altrove abbiam detto che prese in moglie Domizia Longina. Questa poi la ripudiò, perchè perduta di amore verso Paride istrione, ch'egli fece uccidere in mezzo ad una strada. Contuttociò non si potè contenere dal ripigliarla poco dipoi: del che fu assai proverbiato. Publicio Certo, dianzi pretore, ed ora uno de' giudici dati ed Elvidio, per mostrare il suo zelo adulatorio verso Domiziano, commise la più vergognosa azione che si possa mai dire; perchè mise le mani proprie addosso ed Elvidio, e il trasse alle prigioni. Fu condannato Elvidio, e l'infame Publicio per ricompensa destinato console, senza però giugnere a godere di quella dignità, perchè Domiziano tolto di vita non gli potè mantener la parola. Contra di costui si fece accusatore Plinio il giovine; e tal terrore gli mise in corpo, che disperato finì i suoi giorni. Errenio Senecione, per avere scritta la vita di Elvidio Prisco seniore, somministrò assai ragione al crudel Domiziano e al timido senato, per condannarlo a morte e far bruciare pubblicamente l'opere composte da quel felice ingegno. Un altro personaggio, tenuto in sommo credito per la professione della stoica filosofia[638], fu Lucio Giunio Aruleno Rustico. Aveva egli in un suo libro lodati Peto Trasea ed Elvidio Prisco, uomini insigni, dei quali si è parlato di sopra. Di più non occorse, perchè egli fosse condannato e fatto morire. Plutarco attribuisce la di lui disgrazia all'invidia portata da Domiziano alla gloria di quest'uomo illustre. Sappiamo parimente, che Fannia, moglie di Elvidio Prisco, in tal occasione fu mandata in esilio, e spogliata di tutti i suoi beni; siccome ancora Arria vedova di Peto Trasea; e Pomponia Gratilia, moglie del suddetto Rustico. Fece anche Domiziano morire Ermogene da Tarso, perchè in una storia di lui scritta si figurò di essere stato punto sotto certe maniere di dir figurate. I copisti di quella storia furono anch'essi fatti morire in croce. Di questo passo camminava la crudeltà di Domiziano, e Dione[639] ebbe a dire, che non si può sapere a qual numero ascendesse la serie degli uccisi per ordine suo, perchè non voleva che si scrivesse negli atti del senato memoria alcuna delle persone da lui tolte di vita. E con questa barbarie congiungeva egli un'abbominevole infedeltà, perchè servendosi di molti iniqui o per accusare altrui di lesa maestà, o per rapire le altrui sostanze, dopo averli premiati con dar loro onori e magistrati, da lì a poco faceva ancor questi ammazzare, acciocchè sembrasse che da essi soli, e non da lui fossero procedute quelle iniquità. Altrettanto facea coi servi e liberti da lui segretamente mossi ad accusare il padrone, facendoli poi morire anch'essi. Molte arti usò inoltre, per indurre alcuni ad uccidersi da sè stessi, acciocchè si credesse spontanea e non forzata la morte loro. Peggiore ancor di Nerone fu per un conto[640], perchè assisteva in persona agli esami e ai tormenti delle persone accusate, e si compiaceva di udire i loro sospiri, e di mirar quei mali che facea lor sofferire, il maggior dei quali era il veder presente l'autore iniquo de' medesimi lor tormenti. Aggiungeva inoltre la dissimulazione all'inumanità, usando finezze e carezze a chi fra poche ore dovea per suo comandamento perdere la vita. Lo provò tra gli altri[641] Marco Arricino Clemente, già prefetto del pretorio sotto Vespasiano, e poi console (non si sa in qual anno), che era anche suo parente, ed amato non poco da lui, perchè l'aiutava nelle iniquità. Convertito l'amore in odio, un dì fattagli gran festa, il prese anche seco in seggetta, e veduto colui che era appostato per denunziarlo nel dì seguente come reo di lesa maestà, disse a Clemente: Vuoi tu, che domani ascoltiamo in giudicio quel furfante di servo? Posti in così duro torchio, se stessero male i cittadini romani, e particolarmente i nobili, non ci vuol molto ad intenderlo.

NOTE:

[631] Thesaur. Novus Veter. Inscript., p. 314, num. 2.

[632] Tacitus, Hist., lib. 1, c. 2 et seq. Idem, in Vita Agricolæ, c. 46.

[633] Sueton., in Domitiano, cap. 12.

[634] Zonara, in Annalib.

[635] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 45.

[636] Sueton., in Domitiano, cap. 10. Plinius, lib. 9, Epist. 13.

[637] Sueton., in Domitiano, cap. 3.

[638] Dio, lib. 67. Plutarchus, de Curios.

[639] Dio, in Excerptis Valesian.

[640] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 45.

[641] Sueton., in Domitiano, cap. 11.

Anno di CRISTO XCV. Indizione VIII.

ANACLETO papa 13. DOMIZIANO imperadore 15.

Consoli

FLAVIO DOMIZIANO AUGUSTO per la diecisettesima volta, e TITO FLAVIO CLEMENTE.

Non zio paterno, ma cugino di Domiziano fu questo Clemente console, perchè figliuolo di Sabino fratello di Vespasiano. Mostravagli Domiziano molto affetto, e per testimonianza di Svetonio[642], meditava di voler suoi successori due piccioli figliuoli di lui, a' quali avea anche fatto cangiare il nome, chiamando l'uno Vespasiano, e l'altro Domiziano. Ma appena ebbe Clemente compiuto il tempo dell'ordinario suo consolato, il quale in questi tempi solea durare solamente i primi sei mesi, che Domiziano per leggerissimi sospetti gli fece levar la vita. Il cardinal Baronio[643], il Tillemont[644] ed altri dottissimi uomini, pretendono ch'egli morisse cristiano e martire; e le lor ragioni mi paiono convincenti. Imperciocchè Eusebio, Orosio ed altri scrittori cristiani mettono sotto quest'anno la persecuzione mossa da Domiziano contro i professori della legge di Cristo; e insin lo stesso Dione[645], scrittore pagano, scrive aver Domiziano nell'anno presente fatto morir Flavio Clemente Console per delitto d'empietà, cioè per non credere nè venerare i falsi dii del Paganesimo; e che furono molti altri condannati a morte, per avere abbracciata la religion de' Giudei: che tali erano creduti e chiamati allora i Cristiani. Svetonio[646], tacciando questo Clemente di una vilissima dappocaggine (contemtissimae inertiae), indica lo stesso; perchè, per attestato di Tertulliano[647], i Cristiani, siccome gente ritirata, che non compariva agli spettacoli, non cercava dignità e gloria nel secolo, e attendeva alla mortificazion delle sue passioni, pareano persone di poco spirito, e gente buona da nulla. Moglie di questo Clemente console era Flavia Domitilla, nipote di Domiziano, cristiana anch'essa, che fu relegata nell'Isola Pandataria. Ebbe inoltre esso Clemente una nipote, appellata parimente Flavia Domitilla. Credesi che amendue queste Domitille, morendo martiri, illustrassero la fede di Gesù Cristo, e la lor memoria è onorata ne' sacri martirologi. Ne parla anche Eusebio[648], citando in prova di ciò la storia di Brutio Pagano. O sia perchè il Cristianesimo era considerato come una setta di filosofia, o pure perchè Senecione e Rustico, amendue filosofi, uccisi, come dicemmo, nell'anno precedente (se pur non fu nel presente), irritassero non poco l'animo bestiale e timido di Domiziano: certo è, ch'egli cacciò di Roma tutti i professori della filosofia circa questi tempi, non potendo egli probabilmente sofferir coloro, da' quali ben s'immaginava che erano condannate le sue malvagie azioni. E che ciò succedesse nell'anno presente, lo scrive il mentovato Eusebio[649]. Però Filostrato notò[650], che molti d'essi filosofi se ne fuggirono nelle Gallie, ed altri nei deserti della Scizia e della Libia. Dione Crisostomo, uomo insigne, se ne andò nel paese de' Goti. Epitetto celebre Stoico, fu anch'egli obbligato a ritirarsi fuori di Roma. Amaramente si duol Tacito[651] di questo crudele editto di Domiziano, perchè fu un bandire da Roma la sapienza ed ogni buono studio, acciocchè non vi rimanesse studio delle virtù, e vi trionfasse solamente la disonestà con gli altri vizii. Pare che a quest'anno appartenga, secondo Dione[652], la morte di Acilio Glabrione, che fu console l'anno 91, fatto uccidere da Domiziano. Epafrodito, già potente liberto di Nerone, lungamente avea goduto gran fortuna anche nella corte di Domiziano, servendolo per segretario de' memoriali[653]. Fu mandato in esilio, e condannato ora solamente a morte, perchè avea aiutato Nerone a darsi la morte, in vece d'impedirlo; il che fu fatto da Domiziano per atterrire i suoi domestici liberti, acciocchè non ardissero mai di far lo stesso con lui. Forse ancora è da riferire all'anno presente, o piuttosto al seguente, quanto avvenne, per attestato di Dione[654], a Giuvenio Gelso, creduto da alcuni Publio Giuvenzio Celso, che fu poi pretore sotto Trajano, console sotto Adriano, e celebre giurisconsulto di que' tempi. Fu egli accusato di aver cospirato contra di Domiziano. Prima che si venisse nel senato alle prove, fece istanza di parlare all'imperadore, perchè avea cose rilevanti da dirgli. Ottenuta la permissione, questo accorto uomo se gli gittò ginocchioni davanti come per adorarlo; gli diede cento volte il titolo di Signore e di Dio; protestò di essere innocente; ma che se gli volea dare un po' di tempo, saprebbe ben pescare, ed indicargli chiunque avea mal animo contra di lui. Fu licenziato, ed egli dipoi andò tanto tirando innanzi con vari sutterfugi senza rivelar alcuno, che arrivò la morte di Domiziano, per cui sicuro poi se ne visse. Abbiamo dal medesimo Dione, che in questi tempi Domiziano fece lastricar la via che va da Sinuessa a Pozzuolo. Anche Stazio[655] parla d'una simil via acconciata; ma questa forse andava da Roma a Baja.

NOTE:

[642] Sueton., in Domitiano, c. 15.

[643] Baron., Annal. Ecclesiast.

[644] Tillemont, Mém. Hist. Ecclés.

[645] Dio, lib. 67.

[646] Sueton., in Domitiano, c. 15.

[647] Tertull., in Apologetico, cap. 42.

[648] Eusebius, in Chron., et Hist. Ecclesiast. lib. 3.

[649] Eusebius, in Chron.

[650] Philostratus, in Apollon., lib. 8.

[651] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 2.

[652] Dio, lib. 67.

[653] Sueton., in Domitiano, cap. 14.

[654] Dio, lib. 67.

[655] Statius, Sylvar., lib. 4, cap. 3.

Anno di CRISTO XCVI. Indizione IX.

EVARISTO papa 1. NERVA imperadore 1.

Consoli

CATO ANTISTIO VETERE e CAIO MANLIO VALENTE.

Erasi ben ridotta Roma ad un compassionevole stato sotto il crudele e tirannico governo di Domiziano. Non si sarebbe trovata persona nobile e benestante, che continuamente non tremasse al vedere tanti senatori, cavalieri ed altre persone, o private di vita o spinte in esilio o spogliate di beni[656]. Si univa bensì il senato, ma solamente per fulminar quelle sentenze che voleva il tiranno, o per autorizzar le maggiori iniquità. Ad ognuno mancava la voce per dire il suo sentimento; parlava quel solo che portava gli ordini dell'imperadore, e gli altri colla testa bassa, col cuor pieno di affanno, approvavano tacendo ciò che non osavano disapprovare parlando[657]. Esente non era da un pari timore il resto del popolo, perchè dappertutto si trovavano spioni, che raccoglievano, amplificavano, e bene spesso fingevano parole dette in discredito del principe; e bastava essere accusato, per essere condannato. Ma se Domiziano facea tremar tutto il mondo, anche tutto il mondo facea tremar Domiziano, chè questa è una pensione inevitabile dei tiranni, i quali col nuocere a tanti, e massimamente ai migliori e agli innocenti, sanno di essere in odio a tutti, e che da tutti, almeno coi desiderii, se non con altro, è affrettata la morte loro. Però la diffidenza, gastigo che rode il cuore di ogni principe crudele ed ingiusto, crebbe sì fattamente in Domiziano, che cominciò a non fidarsi neppur di Domizia Augusta sua moglie, nè di alcuno de' suoi liberti, cioè de' suoi più intimi cortigiani[658]. Ad accrescere i suoi terrori si aggiunsero le predizioni a lui fatte in sua giuventù dai Caldei, cioè dagli strologi, che dovea perir di morte violenta. Anche Vespasiano suo padre, che non poco badava alla strologia, vedendolo ad una cena astenersi dal mangiar funghi, gli diede pubblicamente la burla, dicendo, che avea piuttosto da guardarsi dal ferro. Ma specialmente in quest'anno, che verisimilmente gli era stato predetto come l'ultimo di sua vita, non sapea dove stare: tanta era la sua inquietudine e paura, tanti i suoi sospetti contra ancora dei suoi più cari e familiari. A tutti perciò parlava brusco, tutti mirava con aria minaccevole. Avvenne inoltre, che per otto continui mesi caddero di molti fulmini, uno sopra il Campidoglio rifabbricato da lui, un altro nel palazzo imperiale, e nella stessa sua camera, un altro sopra il tempio della famiglia Flavia, e un altro guastò l'iscrizione posta ad una statua trionfale di lui, rovesciandola in un monumento vicino. Il popolo superstizioso di Roma, e più degli altri Domiziano, facea mente a tutti questi naturali avvenimenti e ad altri ch'io tralascio, credendoli segni d'imminente disavventura. Nulla nondimeno atterrì cotanto questo indegno imperadore[659], quanto un certo strologo appellato Ascletarone, che avea predetta la di lui morte. Preso costui e condotto alla presenza di Domiziano, confessò di averlo detto. Sai tu, disse allora Domiziano, che cosa abbia da intervenire a te in questo giorno?--Signor sì, rispose lo strologo, il mio corpo ha da essere mangiato dai cani. Ordinò tosto Domiziano che costui fosse giustiziato, ed immantinente bruciato il corpo suo. Ma appena mezzo abbrustolito, si svegliò una dirotta pioggia, che estinse il fuoco, e costrinse la gente a ritirarsi, sicchè poterono i cani accorrerne, e far buon convito di quel arrosto. Portatane poi la nuova a Domiziano, oh allora sì che smaniò per la paura[660]. Più fortunato fu un certo Largino Proclo, aruspice, che in Germania avea predetto dover seguire nel dì 18 di settembre gran mutazione di cose; anzi chiaramente, secondo Dione[661], avea accennata la morte di Domiziano. Mandato perciò a Roma in catene negli ultimi tempi di esso imperadore, fu condannato a perdere la testa dopo il suddetto giorno, supponendosi che falsa avesse da riuscire la di lui predizione. Ma verificatasi questa, egli restò salvo, e fu anche ben regalato da Nerva.

Vanissima arte è la strologia; ma Dio, pei suoi occulti giudizii, può permettere che i suoi professori, per lo più fallacissimi, talvolta arrivino a colpire nel segno. Ma intanto è da osservare, che quest'arte ingannatrice, piuttosto che predire la morte di Domiziano, fu essa la cagione della morte medesima, di maniera che fors'egli sarebbe sopravvivuto molto, se non le avesse prestato fede. Imperciocchè, siccome abbiamo detto, essendosi conficcata nel di lui animo la credenza di dover esser ammazzato un dì, servì essa a lui di stimolo per commettere buona parte delle sue crudeltà, e a divenire odioso a tutti, con togliere dal mondo i migliori, e chiunque egli riputava più capace e voglioso di nuocergli. Il rendè essa inoltre sì diffidente e sospettoso, che temeva fin della moglie e de' suoi più intimi famigliari; ed arrivò, per quanto fu creduto, sino alla risoluzione di volerli privar tutti di vita. Ora, tanto Domizia sua moglie, quanto i suoi più confidenti liberti, Norbano, e Petronio Secondo, allora prefetti del pretorio, dappoichè ebbero veduto, come per sì lievi motivi egli avea ucciso Clemente suo cugino, e personaggio di tanta probità, e faceva troppo conoscere di non più fidarsi di alcun di loro: assai intesero ch'erano anch'essi in pericolo, e che, per salvar la propria vita, altra maniera non restava che di levarla a Domiziano. Sicchè prendendo bene il filo, la soverchia credenza che professò questo screditato Augusto alle ciarle degli strologi, trasse lui ad esser crudele, e a non fidarsi di alcuno: e questa sua crudeltà e diffidenza costò a lui la vita per mano de' suoi più cari. Scrive dunque Dione di aver inteso da buona parte[662], che Domiziano avesse veramente presa la determinazione di uccider la moglie e gli altri più familiari suoi liberti, e i capitani delle guardie stesse. Subodorata questa sua intenzione, si accinsero essi a prevenirlo, ma non prima di aver pensato a chi potesse succedergli nell'imperio. Segretamente ne fecero parola a varie nobili persone, che tutte, dubitando di qualche trappola, non vollero accettar quella esibizione. Finalmente si abbatterono in Marco Coccio Nerva, personaggio degno dell'imperio, che abbracciò l'offerta. Un accidente fece affrettare la di lui morte, se pur è vero ciò che racconta Dione: perchè Svetonio, più vicino a questi tempi, non ne parla, e lo stesso vedremo raccontato di Commodo Augusto, anch'esso ucciso. Soleva Domiziano per suo solazzo tenere in camera un fanciullo spiritoso di pochi anni. Questi, mentre il padrone dormiva, gli tolse di sotto al capezzale una carta, con cui andava poi facendo dei giuochi. Sopravvenuta Domizia Augusta, gliela tolse, e con orrore trovò quella essere una lista di persone che il marito volea levare dal mondo, e di esservi scritta ella stessa, i due prefetti del pretorio, Partenio mastro di camera, ed altri della corte. Ad ognun di essi comunicato l'affare, fu determinato di non perder tempo ad eseguire il disegno.

Venne il dì 18 di settembre, in cui, secondo gli astrologi, temeva Domiziano di essere ucciso. L'ora quinta della mattina, quella specialmente, era di cui paventava. Però, dopo aver atteso nel tribunale alla spedizione di alcuni processi, nel ritirarsi alle sue stanze dimandò che ora era. Da taluno de' congiurati maliziosamente gli fu detto, che era la sesta: perlochè tutto lieto, come se avesse passato il pericolo, si ritirò nella sua camera per riposare. Partenio, mastro di camera, entrò da lì a poco per dirgli, che Stefano liberto e mastro di casa dell'ucciso Flavio Clemente, desiderava di parlargli per affare di somma importanza. Costui siccome uomo forte di corpo, e che odiava sopra gli altri Domiziano per la morte data al suo padrone, era scelto dai congiurati per fare il colpo. Ne' giorni addietro aveva egli finto di aver male al braccio sinistro, e lo portava con fascia pendente dal collo. Entrato egli in tal positura, presentò a Domiziano una carta, contenente l'ordine di una congiura che si fingeva tramata contra di lui, col nome di tutti i congiurati. Mentre era l'imperadore attentissimo a leggerla, Stefano gli diede di un coltello nella pancia. Gridò Domiziano aiuto: un suo paggio corse al capezzale del letto, per prendere il pugnale, oppure la spada, nè vi trovò che il fodero, e tutti gli uscii erano chiusi[663]. Ma perchè la ferita non era mortale, Domiziano s'avventò a Stefano, si ferì le dita nel volergli prendere il coltello, ed abbrancolatisi insieme caddero a terra. Partenio, temendo che Domiziano la scappasse, aperta la porta, mandò dentro Clodiano Corniculario, Massimo suo liberto, e Saturio capo de' camerieri, ed altri che con sette ferite il finirono. Ma entrati altri, che nulla sapeano della congiura, e trovato Stefano in terra, l'uccisero. In questa maniera, cioè col fine ordinario dei tiranni terminò sua vita Domiziano, in età di anni quarantacinque. Del suo corpo niuno si prese cura, fuorchè Filide sua nutrice, che segretamente in una bara plebea lo fece portare ad una sua casa di campagna, e dopo averlo fatto bruciare, secondo l'uso d'allora, seppe farne mettere le ceneri, senza che alcuno se ne avvedesse, nel tempio della casa Flavia, mischiandole con quelle di Giulia Sabina Augusta, figliuola di Tito imperadore suo fratello[664]. Fu questa Giulia maritata da esso Tito a Flavio Sabino suo cugino germano; ma invaghitosene, Domiziano, vivente ancora Tito, l'ebbe alle sue voglie. Divenuto poi imperadore, dopo aver fatto uccidere il di lei marito, pubblicamente la tenne presso di sè, con darle il titolo di Augusta, e farle un tal trattamento che alcuni la credettero sposata da lui[665]. Ma, perchè gravida del marito egli volle farla abortire, cagion fu di sua morte. Non ho detto fin qui, ma dico ora che Domiziano nella libidine non la cedette ad alcuno de' più viziosi. Nè occorre dire di più.

Quanto al basso popolo di Roma[666], non mostrò egli nè gioia nè dolore per la morte di sì micidial regnante, perchè sfogavasi di ordinario il di lui furore solamente sopra i grandi, nè toccava i piccoli. I soldati sì ne furono in grande affanno e rabbia, perchè sempre ben trattati, e smoderatamente arricchiti da lui; però voleano tosto correre a farne vendetta: ma i lor capitani ne frenarono que' primi furiosi movimenti, benchè non potessero dipoi impedire quanto soggiugnerò appresso. All'incontro il senato, contra di cui specialmente era infierito Domiziano, ne fece gran festa, il caricò di tutti i titoli più obbrobriosi, ed ordinò che si abbattessero la sue statue, e i suoi archi trionfali[667]; si cancellasse il di lui nome in tutte le iscrizioni, cassando anche generalmente ogni suo decreto. Ancorchè Domiziano non si dilettasse delle lettere e delle arti liberali, a solamente si conti ch'egli gran cura ebbe di rimettere in piedi le biblioteche bruciate di Roma, con raccogliere[668] libri da ogni parte, e farne copiare assaissimi da quella di Alessandria: pure fiorirono a' suoi tempi vari insigni filosofi, fra' quali massimamente risplendè Epitteto, i cui utili insegnamenti restano tuttavia, ed Apollonio Tianeo, la cui vita, scritta da Filostrato, è piena di favole. Fiorirono anche in Roma l'eccellente maestro della eloquenza Marco Fabio Quintiliano, e Marco Valerio Marziale, poeta rinomato per l'ingegno, infame per gli suoi troppo licenziosi epigrammi. Erano amendue nativi di Spagna. Vissero parimente in que' tempi Cajo Valerio Flacco, Cajo Silio Italico, de' quali abbiamo tuttavia i poemi, ma di gusto cattivo; e Decimo Giunio Giuvenale, autor delle satire, poco certamente modeste, ma assai ingegnose e degne di stima.

Terminata dunque la tragedia di Domiziano, cominciò Roma, e seco l'imperio romano, liberato da questo mostro, a respirare, e tornarono i buoni giorni per l'assunzione al trono imperiale di Marco Coccejo Nerva. Era nato Nerva, per quanto ne scrive Dione[669], nell'anno 32 dell'era nostra, di nobilissimo casato. L'onestà dei suoi costumi, la sua aria dolce e pacifica, la sua rara saviezza, prudenza ed inclinazione al ben del pubblico, il faceano amare e rispettar da chicchessia. Queste sue belle doti gli ottennero due volte il consolato, cioè nell'anno 71 e nel 90. Mancava a lui solamente un corpo robusto, e una buona sanità, essendo stato debolissimo lo stomaco. Non si accordano gli storici in certe particolarità della sua vita negli ultimi anni di Domiziano. Filostrato[670] vuole che venuto a Roma Apollonio Tianeo, gl'insinuasse di liberar la patria dalla tirannia di Domiziano, ma ch'egli non ebbe tanto coraggio. Aggiugne che Domiziano il mandò in esilio a Taranto; ed Aurelio Vittore[671] scrive, che Nerva si trovava ne' Sequani, cioè nella Franca Contea, allorchè trucidato fu Domiziano, e che per consentimento delle legioni prese l'imperio. Ben più credibile a noi sembrerà ciò che lasciò scritto Dione, cioè, che Domiziano, giù da noi veduto persecutore di chiunque o per le sue buone qualità, o per relazion degli astrologi, era creduto potergli succedere nell'imperio, meditò ancora di levar Nerva dal mondo, e l'avrebbe fatto, se uno strologo amico di lui non avesse detto a Domiziano, che Nerva attempato e mal sano era per morire fra pochi giorni. Nè Dione parla punto di esilio; anzi suppone ch'egli si trovasse in Roma nel tempo dell'uccision di Domiziano, e che passasse di concerto coi congiurati, consentendo che si togliesse la vita a lui, giacchè senza di questo egli più non istimava sicura la propria. Estinto dunque il tiranno, fu alzato al trono cesareo Marco Coccejo Nerva, che certo non era lungi da Roma, per opera[672] specialmente di Petronio Secondo prefetto del pretorio, e di Partenio principal autore della morte di Domiziano, con approvazione di tutto il senato e plauso del popolo. Ma eccoti alzarsi un rumore e una voce, che Domiziano era vivo, e fra poco comparirebbe[673]. Nerva di natural timido allora mutò colore, perdè la favella, nè più sapea in qual mondo si fosse. Ma Partenio, che coi suoi occhi avea veduto le ferite e gli ultimi respiri dell'estinto Domiziano, lo incoraggiò, e rimise in sella. Andò pertanto Nerva a parlare ai soldati per quietarli, e promise loro il donativo solito nell'assunzion de' nuovi imperadori. Di là poscia passò al senato, dove ricevette gli abbracciamenti gioviali, e i complimenti cordiali di cadauno de' senatori. Non vi fu se non Arrio Antonino, avolo materno di Tito Antonino poscia imperadore, suo sviscerato amico, il quale abbracciatolo gli disse, che ben si rallegrava col senato e popolo romano, e colle provincie per sì degna elezione, ma non già con lui; perchè meglio per lui sarebbe stato il vivere paziente sotto principi cattivi, che assumere un peso sì grave, ed esporsi a tanti pericoli ed inquietudini, col mettersi fra i nemici, che mai non mancano, e fra amici, i quali credendo di meritar tutto, se non ottengono quel che vogliono, diventano più implacabili degli stessi nemici. Contuttociò Nerva fattosi coraggio, prese le ridini del governo, e si accinse a sostener con decoro la sua dignità, siccome ancora a restituire al senato il primier suo decoro, e la quiete e l'allegria ai popoli. Vivente ancora Domiziano, e non per anche cessata la persecuzione da lui mossa a' Cristiani, sant'Anacleto papa coronò la sua vita col martirio o nel precedente, o piuttosto nel presente anno; ed ebbe per successore nel pontificato romano Evaristo.

NOTE:

[656] Plinius, in Panegyrico, et lib. 7, Epist. 14.

[657] Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 2.

[658] Sueton., in Domitiano, cap. 15.

[659] Dio, lib. 67.

[660] Sueton., in Domitiano, cap. 16.

[661] Dio, lib. 67.

[662] Dio, lib. 67.

[663] Dio, lib. 67. Sueton., in Domitiano, c. 17.

[664] Sueton., in Domitiano, cap. 22.

[665] Philostratus, in Apollon. Tyan., lib. 7.

[666] Sueton., in Domitiano, c. 23.

[667] Dio, lib. 67.

[668] Sueton., in Domitiano, cap. 24.

[669] Dio, lib. 68.

[670] Philostrat., in Vita Apollonii, lib. 7.

[671] Aurel. Vict., in Epit.

[672] Eutrop., in Brev. Dio, lib. 68.

[673] Aurel. Vict., in Epit.

Anno di CRISTO XCVII. Indiz. X.

EVARISTO papa 2. NERVA imperadore 2.

Consoli

MARCO COCCEJO NERVA AUGUSTO per la terza volta, e LUCIO VIRGINIO RUFO per la terza.

Vari altri consoli l'un dietro l'altro si credono dall'Almeloven sostituiti in quest'anno, fra gli altri certo è che Cornelio Tacito istorico, siccome osservò anche Giusto Lipsio, succedette a Virginio, o sia Verginio Rufo. Tal notizia abbiamo da Plinio il giovane[674]. Era Virginio Rufo quel medesimo che nell'anno 68 ricusò più di una volta l'imperio, datogli in Germania dai soldati. Gloriosamente avea egli menata fin qui la sua vita, senza incorrere in alcuna disgrazia, rispettandolo ognuno, e fin quella bestia di Domiziano, e serbando quell'animo grande, ch'era stato superiore agl'imperi. Nerva anch'egli volle far conoscere a lui ed al pubblico, quanta stima ne facesse con crearlo suo collega nel consolato. Abbiam di certo da Plinio suddetto, che questo fu il Terzo consolato di esso Virginio: al che non fece riflessione il padre Stampa[675], quantunque il cardinal Noris[676] ed altri lo avessero avvertito, e si raccolga eziandio da Frontino e dai Fasti d'Idacio. Fu egli sotto Nerone nell'anno 63 per la prima volta console ordinario. Credesi che nell'anno 69 gli toccasse il secondo consolato, ma straordinario, sotto Ottone Augusto. Intorno al prenome di Rufo s'è disputato. Chi Tito, chi Pubblio l'ha voluto. È più probabile Lucio. Ora per la terza volta creato console nell'anno presente, siccome c'insegna Plinio il giovane, mentre sul principio dell'anno si preparava a recitare in senato il rendimento di grazie a Nerva per la dignità a lui conferita, essendo in età di ottantatrè anni, colle mani tremanti, e stando in piedi, gli cadde il libro di mano; e nel volerlo raccogliere gli sdrucciolò il piede pel pavimento liscio e lubrico, in maniera che si ruppe una coscia. Non essendosi questa ben ricomposta o riunita, dopo qualche tempo se ne morì, e gli furono fatti solenni funerali, mentre era console Cornelio Tacito, eloquentissimo oratore e storico, il qual fece l'orazione funebre in sua lode. Scrive il medesimo Plinio, che questo Virginio Rufo era nato in una città confinante alla sua patria Como.

Dacchè l'Augusto Nerva si vide sufficientemente assodato sul trono, fece tosto sentire il suo benefico genio a Roma e a tutto il romano imperio[677]. Richiamò dall'esilio una copia grande di nobili, che aveano patito naufragio sotto il precedente tirannico governo, ed abolì tutti i processi di lesa maestà. E perciocchè questi erano proceduti da mere calunnie, perseguitò i calunniatori, e fece morir quanti servi e liberti si trovarono aver intentate accuse contra dei loro padroni, proibendo con rigoroso editto a tal sorta di persone l'accusare da lì innanzi i padroni. Vietò parimente l'accusar chicchessia d'empietà, e di seguitare i riti giudaici: il che vuol dire ch'egli estinse la persecuzione mossa de' Cristiani, che dai Pagani venivano tuttavia confusi coi Giudei. Perciocchè per conto de' Giudei era loro permesso l'osservar la lor legge. Quanti preziosi mobili si trovarono nell'imperial palazzo, ingiustamente tolti da Domiziano, furono da lui con tutta prontezza restituiti. Non volle permettere che si facessero statue d'oro e d'argento (se pur non erano dorate o inargentate) in onor suo, abuso dianzi assai gradito da Domiziano. A que' cittadini romani che si trovavano in gran povertà, assegnò terreni, ch'egli fece comperare, di valore di un milione e mezzo di dramme, con deputare alcuni senatori che ne facessero la divisione. Perchè trovò smunto affatto l'erario, vendè, a riserva delle cose necessarie, tutti i vasi d'oro o d'argento ed altri mobili, tanto suoi particolari, che della corte, e parecchi poderi e case, con usar anche liberalità ai compratori. E ciò non per covare in cassa il danaro, ma per dispensarlo al popolo romano, apparendo dalle medaglie[678] che egli distribuì due volte nel breve corso del suo governo danari e grano. Giurò che d'ordine suo non si farebbe mai morire alcuno de' senatori; e quantunque un di essi fosse convinto di aver congiurato contra di lui, pure altro mal non gli fece che di cacciarlo in esilio. Fu da lui confermata la legge che non si potessero far eunuchi; e proibito il prendere in moglie le nipoti. Attese ancora al risparmio, dopo aver conosciuto il gran male provenuto dallo scialacquamento esorbitante di Domiziano. Levò dunque via molti sagrifizii, molti giuochi ed altri non pochi spettacoli, che costavano somme immense[679]. Soppresse tutto ciò ch'era stato aggiunto agli antichi tributi a titolo di pena contro quei ch'erano morosi al pagamento; siccome ancora le vessazioni ed angarie introdotte contro ai Giudei, nell'esigere le lor imposte. Le città oppresse da troppe gravezze ebbero sollievo da lui; ed ordinò che per tutte le città d'Italia si alimentassero alle spese del pubblico gli orfani dell'uno e dell'altro sesso, nati da poveri genitori, ma liberti: carità continuata anche dai susseguenti buoni imperadori, anzi accresciuta, come apparisce dalle antiche iscrizioni. Ristrinse ancora l'imposta della vigesima per le eredità e per gli legati, introdotta da Augusto. Fra le lettere di Plinio il giovane[680] si trova un editto di questo imperadore, che assai esprime quanta fosse la di lui bontà, con dir egli che ciascuno de' suoi concittadini poteva assicurarsi, aver egli preferita la sicurezza di tutti alla propria quiete, e non aver altro in animo che di far di buon cuore de' nuovi benefizii, e di conservare i già fatti da altri. E però per levar dal cuore d'ognuno la paura di perdere quel che aveano conseguito sotto altri Augusti, o doverne cercar la conferma con delle preghiere d'oro, dichiarava che senza bisogno di nuovi ricorsi, chiunque godeva avesse da godere; perchè egli volea solamente attendere a dispensar grazie e benefizii nuovi a chi non avea finora goduto.

E pure con un principe sì buono, il cui dolce e salutevol governo tanto più dovea prezzarsi, quanto più si paragonava col barbarico precedente, non mancarono nobili romani che tramarono una congiura[681]. Capo di essi fu Calpurnio senatore dell'illustre famiglia de' Crassi: degli altri non si sa il nome. Con esorbitanti promesse di danaro sollecitava egli alla rivolta i soldati. Scoperta la mina, Nerva il fece sedere presso di sè assistendo ai giuochi de' gladiatori, e nella stessa guisa che vedemmo operato da Tito, allorchè gli furono presentate le spade di quei combattenti, le diede in mano a Crasso, acciocchè osservasse, se erano ben affilate, mostrando in ciò di non paventar la morte. Fu processato e convinto Crasso: tuttavia Nerva per mantener la sua parola di non uccidere senatori, altro gastigo non gli diede che di relegar lui e la moglie a Taranto. Fu biasimata dal senato sì grande indulgenza in caso di tanta importanza, e in altri ancora, perchè egli non sapea far male ai grandi, benchè sel meritassero[682]. Trovavasi un dì alla sua tavola Vejento o sia Vejentone, già console, uomo scellerato, che sotto Domiziano era stato la rovina di molti. Cadde il ragionamento sopra Catullo Messalino, che nell'antecedente governo tutti avea assassinati colle sue accuse e colla sua crudeltà, ed era già morto. Se costui, disse allora Nerva, fosse tuttavia vivo, che sarebbe di lui? Giunio Maurico, uomo di gran petto, di egual sincerità, e uno dei commensali immantinente rispose: Con esso noi sarebbe a questa tavola. Ma quello che maggiormente sconcertò Nerva, fu l'attentato d'Eliano Casperio, creato non so se da lui, o pur da Domiziano, prefetto del pretorio, cioè capitan delle guardie. O sia che costui movesse i soldati, o che fosse incitato da loro, certo è, che un dì formata una sollevazione andarono tutti al palazzo[683], chiedendo con alte grida il capo di coloro che aveano ucciso Domiziano. A tal dimanda si trovò in una somma costernazione Nerva; contuttociò parendogli che non fosse mai da comportare il dar loro in mano chi avea liberata la patria da un tiranno, ed era stato cagione del proprio suo innalzamento, coraggiosamente negò loro tal soddisfazione, dicendo che se si voleano sfogare, piuttosto colla sua testa cadesse il loro sdegno. Ma costoro senza fermarsi per questo, e con disprezzo all'autorità imperiale, corsero a prendere Petronio Secondo, già prefetto del pretorio, e lo svenarono. Altrettanto fecero a Partenio già maestro di camera di Domiziano, trattandolo anche più ignominiosamente dell'altro. E Casperio, divenuto più insolente, obbligò Nerva di lodar quest'azione al popolo raunato, e di protestarsi obbligato ai soldati, perchè avessero tolta la vita ai maggiori ribaldi che si avesse la terra.

Una sì atroce insolenza de' pretoriani servì a far meglio conoscere a Nerva, ch'egli, stante la sua vecchiaia e poca sanità, non potea sperare l'ubbidienza ed il rispetto dovuto al suo grado, e piuttosto dovea temerne degli altri oltraggi. Il perchè da uomo saggio pensò di fortificar la sua autorità, con associare all'imperio una persona che fosse non men forte d'animo, che vigorosa di corpo. E siccome egli non avea la mira se non al pubblico bene, desiderava di scegliere il migliore di tutti[684], così dopo maturo esame, e consigliato anche da Lucio Licino Sura, senza punto badare ai molti parenti, che avea (giacchè non si sa ch'egli avesse mai moglie) fermò i suoi pensieri sopra Marco Ulpio Trajano, generale allora dell'armi romane nella Germania. Era questi di nazione spagnuolo, perchè nato in Italica città della Spagna, come si raccoglie da Dione[685] e da Eutropio[686], benchè Aurelio Vittore[687] il dica venuto alla luce in Todi; nè alcuno finora avea ottenuto l'imperio, che non fosse nato in Roma o nel vicinato: contuttociò Nerva fu di sentimento, che per iscegliere chi dovea governare un sì vasto imperio, si avea da considerare più che la nazione, l'abilità e la virtù. Pertanto in occasion di una vittoria riportata nella Pannonia, fatto raunare il popolo nel Campidoglio nel dì 18 settembre, come alcuni vogliono[688], o piuttosto nel dì 27 o 28 di ottobre, come pretendono altri, ad alta voce dichiarò ch'egli adottava per suo figliuolo Marco Ulpio Nerva Trajano, a cui il senato diede nel giorno stesso il titolo di Cesare e di Germanico, e scrisse di suo proprio pugno, avvisandolo di tale elezione[689]. Fors'anche, secondo alcuni, non era pervenuta questa nuova a Trajano, soggiornante allora in Colonia, che Nerva il proclamò Imperadore[690], conferendogli la tribunizia podestà, ma non già il titolo d'Augusto; cioè il creò suo collega nell'imperio. Può essere che ciò avvenisse alquanto più tardi. Almen certo è che il disegnò console per l'anno seguente. Il merito assai conosciuto di Trajano, che era stato console nell'anno 94, ed avea avuto il padre, stato anch'esso console (non si sa in qual anno) fece che ognuno ricevesse con plauso una sì bella elezione, e cessasse ogni sollevazione e tumulto in Roma. Si trovava allora Trajano nel maggior vigore della virilità, perchè in età di circa quarantaquattro anni.

NOTE:

[674] Plinius, lib. 2, ep. 1.

[675] Stampa sul Fastos Consul. Sig.

[676] Noris, Epistol. Consul.

[677] Dio, lib. 68.

[678] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[679] Aurel. Vict., in Epit.

[680] Plinius, lib. 10, Epist. 66.

[681] Dio, lib. 68. Aurelius Victor, in Epitome.

[682] Plinius, lib. 4, Ep. 22. Aur. Vict., in Epit.

[683] Plinius, in Panegyr.

[684] Aurelius Victor, in Epitome.

[685] Dio, lib 68.

[686] Eutr., in Brev.

[687] Aurel. Vict., in Epitome.

[688] Panvin., Petav., Pagius, Dodwellus, Fabrett., Tillem.

[689] Plinius, in Panegyrico.

[690] Euseb., in Chron.

Anno di CRISTO XCVIII. Indiz. XI.

EVARISTO papa 3. TRAJANO imperadore 1.

Consoli

MARCO COCCEJO NERVA AUGUSTO per la quarta volta, e MARCO ULPIO TRAJANO per la seconda.

Credesi che a questi consoli ne fossero sostituiti degli altri nelle calende di luglio, ma quali noi possiamo sapere di certo. Poco sopravvisse il buon imperadore Nerva, nè già sussiste, come taluno ha pensato, ch'egli deponesse l'imperio. Riscaldossi egli un giorno forte in gridando contra di un certo Regolo[691], che doveva aver commessa qualche iniquità, di modo che, quantunque fosse di verno, sudò; e questo raffreddatosegli addosso, gli cagionò una tal febbre, che fu bastante a levarlo di vita. Aurelio Vittore gli dà sessantatre anni d'età[692], Dione sessantacinque[693] Eutropio settantuno[694], ed Eusebio settantadue[695]. Comunque sia, lasciò egli anche dopo sì corto governo un glorioso nome a cagion delle sue lodevoli azioni di bontà e saviezza; azioni tali, ch'egli ebbe a dire di non sapere d'aver operata cosa, per cui, quando anch'egli avesse deposto l'imperio, non avesse da vivere quieto e sicuro nella vita privata. Ma nulla certo gli acquistò più credito e gloria, che l'aver voluto per successore nell'imperio un Trajano, che poi divenne il modello de' principi ottimi. Con funerale magnifico fu portato il suo corpo, o vogliam dire le ceneri ed ossa sue, dal senato, nel mausoleo d'Augusto. Intorno al giorno di sua morte disputano gli eruditi. Inclinano i più a credere che questa avvenisse nel gennaio dell'anno presente, e nel dì 27; Aurelio Vittore scrive che quel giorno, in cui egli mancò di vita, fu un ecclissi del sole. Secondo i conti del Calvisio si eclissò il sole nel dì 21 di marzo di quest'anno; ma non s'accorda ciò con chi[696] gli dà sedici mesi e nove o dieci giorni d'imperio. Sappiamo bensì da Eusebio[697], dalle medaglie[698], e dalle iscrizioni[699], che Nerva per decreto del senato fu alzato all'onore degli dii, e che Trajano non mai stanco di mostrar la sua gratitudine a questo buon principe e padre, che l'avea alzato al trono, alzò anch'egli a lui dei templi, secondo la cieca superstizione e temerità del gentilesimo. Allorchè terminò Nerva i suoi giorni, Publio Elio Adriano, che fu poi imperadore, giovane allora ed amicissimo, anzi parente di Trajano, lasciato già da suo padre sotto la tutela di lui[700], si trovava nella Germania superiore. Arrivata colà la nuova della morte di Nerva, Adriano volle essere il primo a portarla a Trajano, dimorante allora in Colonia; e tuttochè Serviano di lui cognato cercasse d'impedirglielo, con fare segretamente rompere il di lui calesse, per aver egli l'onore di far penetrar con sua lettera il lieto avviso a Trajano: nondimeno Adriano camminando a piedi, prevenne il messagger di Serviano. Ricevute poi che ebbe Trajano[701] le lettere del senato, gli rispose di suo pugno, co' dovuti ringraziamenti, fra l'altre cose promettendo, che nulla mai farebbe contro la vita e l'onore delle persone dabbene; il che poscia confermò con suo giuramento. Mentr'egli tuttavia si trovava in quelle parti, o certo prima di tornarsene a Roma, chiamò a sè Eliano Casperio prefetto del pretorio e i soldati da lui dipendenti, facendo vista di volersi valere di lui in servigio della repubblica. Nerva in ragguagliarlo della elezione sua, l'avea particolarmente incaricato di far le sue vendette contra d'esso Casperio, e di quelle milizie che ammutinate gli aveano fatto, siccome dicemmo, un sì grave affronto. Trajano l'ubbidì. Tolta fu a Casperio la vita e a quanti pretoriani si trovò che avevano avuta parte in quella sedizione. Comandava allora ad una possente armata Trajano, nè v'è apparenza ch'egli nell'anno presente venisse a Roma, ma bensì che egli si trattenesse in quelle ed anche in altre parti per dare un buon sesto ai confini dell'imperio e alla quiete delle provincie[702]. Sparsasi nelle nazioni germaniche la fama che Trajano era divenuto imperadore ed Augusto, tale già correa la rinomanza e la stima del di lui valore e senno anche fra quelle barbare genti, che ognun fece a gara per ispedirgli dei deputati e chiedergli supplichevolmente la continuazion della pace. Erano soliti i Tedeschi nel verno, allorchè il Danubio gelato si potea passare a piedi, di venir ai danni dei Romani. Nel verno di quest'anno non si lasciarono punto vedere. Trovavasi in quelle contrade Trajano, e tuttochè le sue legioni facessero istanza di valicar quel fiume, per dare addosso ai Tedeschi, tuttavia egli nol permise. Una delle sue principali applicazioni era stata, e maggiormente fu in questi tempi, di ristabilire l'antica disciplina, l'amor della fatica, e l'ubbidienza nella milizia romana; ed egli stesso, con trattar civilmente tutti gli uffiziali e soldati, si conciliò più che prima l'amore e il rispetto d'ognuno.

NOTE:

[691] Aurel. Vict., in Epit. Tillem., Mém. Hist. Pagius, Crit. Bar.

[692] Aurel. Victor, in Epitome.

[693] Dio, lib 68.

[694] Eutrop., in Breviar.

[695] Eusebius, in Chron.

[696] Dio, lib. 68. Eutropius, in Brev.

[697] Eusebius, in Chron.

[698] Mediobarb., in Numism. imperator.

[699] Gruter., Thesaur. Insc.

[700] Spartianus, in Hadriano.

[701] Dio, lib. 67.

[702] Plinius, in Panegyr.

Anno di CRISTO XCIX. Indizione XII.

EVARISTO papa 4. TRAJANO imperadore 2.

Consoli

AULO CORNELIO PALMA e CAJO SOSIO SENECIONE.

Erano questi consoli due de' migliori nobili che si avesse allora il senato romano, e particolarmente godevano della stima ed amicizia di Trajano. Aveano costumato alcuni de' precedenti Augusti di prender essi il consolato nelle prime calende di gennaio, susseguenti alla loro assunzione, cessando perciò i consoli disegnati[703]. Trajano, tra perchè non si pasceva di fumo, e perchè gli affari non gli permettevano di trovarsi all'apertura dell'anno nuovo in Roma, ricusò nell'anno precedente l'onore del consolato offertogli dal senato, secondo lo stile, e volle che entrassero i due consoli sopraddetti. Verisimilmente venuta che fu la primavera, fu il tempo in cui egli dalla Germania s'inviò a Roma. Ben diverso fu il suo passaggio da quel di Domiziano. Quello era un saccheggio delle città, dovunque passava egli colle sue truppe. Trajano, benchè scortato da più legioni, con tal disciplina, con sì bel regolamento faceva marciare e riposar la sua gente, che diventò lieve ai popoli quel militare aggravio. Abbiamo ancora da Plinio l'entrata di Trajano in Roma. Fu ben lieto quel giorno al veder venire un buon principe, non già orgoglioso sopra un carro trionfale, o portato dagli uomini, come costumò alcuno de' suoi antecessori, ma a piedi e in abito modesto; che non accoglieva con fronte alta e superba, chi gli si presentava, per rallegrarsi con lui e per ossequiarlo; ma bensì gli abbracciava e baciava tutti, come suoi cari concittadini e fratelli. Andò al Campidoglio, e poscia al palazzo. Seco era Pompea Plotina sua moglie, donna d'alto affare, ed emula delle virtù del marito[704]. Allorchè ella fu sulle scalinate del palazzo imperiale, rivolta al popolo disse: Quale io entro or qua, tale desidero anche d'uscirne, cioè ben voluta e senza rimprovero di alcuna iniquità. In fatti con tal modestia e saviezza visse ella sempre dipoi, che si meritò gli encomi di tutti, e massimamente perchè cooperava anch'essa a promuovere il ben pubblico e la gloria del marito[705]. Raccontasi, che informata delle avanie e vessazioni che si praticavano per le provincie del romano imperio dagli esattori de' tributi e delle gabelle, sanguisughe ordinarie de' popoli, ne fece una calda doglianza al marito, come egli fosse sì trascurato in affare di tanta premura, permettendo iniquità che facevano troppo torto alla di lui riputazione. Seriamente vi si applicò da lì innanzi Trajano, e rimediò ai disordini, riconoscendo essere il fisco simile alla milza, la quale crescendo fa dimagrar tutte le altre membra. A Plotina fu probabilmente conferito, dopo il suo arrivo a Roma il titolo di Augusta, siccome a Trajano quello di Padre della Patria, che si trova enunziato nelle monete di quest'anno, come pur anche quello di Pontefice Massimo. Avea Trajano una sorella, appellata Marciana, con cui mirabilmente andò sempre d'accordo la saggia imperatrice Plotina. La città di Marcianopoli, capitale della Mesia, per attestato di Ammiano[706] e di Giordano[707], prese il nome da lei. Ebbe anche Marciana il titolo d'Augusta, che si trova in varie iscrizioni e monete. Da lei nacque una Matidia, madre di Giulia Sabina, che fu moglie di Adriano Augusto, e per quanto si crede, di un'altra Matidia.

Le prime applicazioni di Trajano, dacchè fu egli giunto a Roma, furono a cattivarsi l'amore del pubblico colla liberalità[708]. Aveva egli già pagato alle milizie la metà del regalo che loro solea darsi dai novelli imperadori. Ai poveri cittadini romani diede egli l'intero congiario, volendo che ne partecipassero anche gli assenti e i fanciulli: spesa grande, ma senza arricchire gli uni colle sostanze indebitamente rapite ad altri, come in addietro si facea da' principi simili alle tigri, le quali nudriscono i lor figliuoli colla strage d'altri animali. Da gran tempo si costumava in Roma, che la repubblica distribuiva gratis di tanto in tanto una prodigiosa quantità di grano e di altri viveri al basso popolo dei cittadini liberi, perchè anch'esso riteneva qualche parte nel dominio e governo. Ma i fanciulli che aveano meno di undici anni, non godevano di tal distribuzione. Trajano volle ancor questi partecipi della pubblica liberalità. E perciocchè, siccome dicemmo, Nerva avea ordinato, che anche per le città dell'Italia a spese dei pubblici erari si alimentassero i figliuoli orfani della povera gente libera: diede alle città danari e rendite, affinchè fosse conservato ed accresciuto questo buon uso. Rallegrò parimente il popolo romano con alcuni giuochi e spettacoli pubblici, conoscendo troppo il genio di quella gente a sì fatti divertimenti. Per altro non se ne dilettava egli; anzi cacciò di nuovo da Roma i pantomimi, come indegni della gravità romana. Cura particolare ebbe dell'annona, con levar via tutti gli abusi e monopolii, con formare e privilegiare il collegio de' fornai: di modo che non solo in Roma, ma per tutta l'Italia si vide fiorire l'abbondanza del grano, talmente che l'Egitto, solito ad essere il granaio dell'Italia, trovandosi carestioso in quest'anno, per avere il Nilo inondato poco paese, potè ricevere soccorso di biade dall'Italia stessa. Ma ciò che maggiormente si meritò plauso da ognuno, fu l'aver anch'egli più rigorosamente di quel che avessero fatto Tito e Nerva, ordinato processi e gastighi contra dei calunniosi accusatori, che sotto Domiziano erano stati la rovina di tanti innocenti. Nella stessa guisa ancora abolì l'azione di lesa maestà, ch'era in addietro l'orrore del popolo romano. Ogni menoma parola contra del governo si riputava un enorme delitto. Ma egregiamente intendeva Trajano, essere proprio de' buoni principi l'operar bene, senza poi curarsi delle vane dicerie dei sudditi: laddove i tiranni, male operando, esigerebbono ancora, che i sudditi fossero senza occhi e senza lingua; nè badano che coi gastighi maggiormente accendono la voglia di sparlare di loro e l'odio universale contra di sè stessi. Assistè Trajano nell'anno presente, come persona privata ai comizi, nei quali si dovea far l'elezion de' consoli per l'anno seguente. Fu egli disegnato console ordinario, ma si durò fatica a fargli accettare questa dignità; ed accettata che l'ebbe, con istupore d'ognuno si vide il buon imperadore andarsi ad inginocchiare davanti al console, per prestare il giuramento come solevano i particolari: e il console, senza turbarsi, lasciò farlo. Altri consoli da sostituire agli ordinari, furono anche allora disegnati, siccome dirò nell'anno seguente.

NOTE:

[703] Plinius, in Panegyr.

[704] Dio, lib. 68.

[705] Aurel. Vict., in Epit.

[706] Ammianus, lib. 27.

[707] Jordan, de Reb. Geticis.

[708] In Panegyr.

Anno di CRISTO C. Indizione XIII.

EVARISTO papa 5. TRAJANO imperadore 3.

Consoli

MARCO ULPIO NERVA TRAJANO per la terza volta, e MARCO CORNELIO FRONTONE per la terza.

Gran disputa fra gli eruditi illustratori de' Fasti consolari[709] è stata e dura tuttavia, senza aver mezzo finora da deciderla, quale sia stato il collega ordinario di Trajano nel presente consolato, cioè chi con lui procedesse console nelle calende di gennaio. Parve al cardinal Noris[710] più probabile che fosse Sesto Giulio Frontino per la terza volta, scrittore rinomato per li suoi libri, conservati sino ai dì nostri. Poscia inclinò piuttosto a crederlo Marco Cornelio Frontone per la terza volta, come avea tenuto il Panvinio, e tenne dipoi anche il Pagi. L'imbroglio è nato dalla vicinanza dei cognomi di Frontone e Frontino. Certo è che Frontone fu console in quest'anno. E perciocchè sappiamo da Plinio[711], essere stati disegnati per quest'anno oltre all'Augusto Trajano due altri, che serebbono consoli per la terza volta, perciò alcuni han creduto anche Frontino console nell'anno presente; ma senza apparire in qual anno preciso, tanto egli quanto Frontone, avessero conseguito gli altri due consolati. Credesi ben comunemente, che nelle calende di settembre fossero sostituiti in quella illustre dignità Cajo Plinio Cecilio Secondo comasco, celebre scrittore di lettere, e del panegirico di Trajano, ch'egli per ordine del senato compose e recitò in questa congiuntura, e Spurio Cornuto Tertullo, personaggio anch'esso di gran merito. Secondo il Panvinio e l'Almeloven, nelle calende di novembre succederono Giulio Feroce ed Acutio Nerva. Ma io[712] ho prodotta un'iscrizione posta nel dì 29 di dicembre dell'anno presente, da cui ricaviamo essere allora stati consoli Lucio Roscio Eliano e Tiberio Claudio Sacerdote. Benchè fosse assai conosciuto in Roma il mirabil talento di Trajano Augusto, pure assunto ch'egli fu al trono, maggiormente comparì qual era, con vedersi inoltre un avvenimento ben raro, cioè ch'egli non mutò punto nella mutazion dello stato i buoni suoi costumi, anzi li migliorò; e che l'altezza del suo grado e della sua autorità servì solamente a far crescere le sue virtù. Fasto e superbia sparivano le azioni di molti suoi predecessori[713]. Continuò egli, come prima, la sua affabilità, la sua modestia, la sua cortesia. Ammetteva alla sua udienza chiunque lo desiderava, trattando con tutti civilmente, e massimamente onorando la nobiltà, ed abbracciando e baciando i principali: laddove gli altri Augusti, stando a sedere, appena porgeano la man da baciare. Gli stava fitta in mente questa massima, che un sovrano in vece d'avvilirsi coll'abbassarsi, tanto più si fa rispettare e adorare. Usciva egli con un corteggio modesto e mediocre; nè andavano già innanzi lacchè o palafrenieri per fargli largo colle bastonate, anzi egli talvolta si fermava nelle strade, per lasciar che passasse qualche carro o carrozza altrui. Per un imperadore era assai frugale la sua tavola, ma condita dall'allegria di lui e da quella di varie persone savie e scelte, ch'erano or l'una, or l'altra invitate[714]. Distinzione di posto non voleva alla sua mensa, nè sdegnava di andare a desinare in casa degli amici, di portarsi alle lor feste, di visitarli malati, di andar talvolta nelle loro carrozze. In somma, per quanto poteva, si studiava di trattar con tutti, non meno in Roma che per le provincie, con tanta civiltà e moderazione, come se non fosse il sovrano, ma un loro eguale, ricordando a sè stesso, che egli comandava bensì agli uomini, ma ch'era uomo anch'egli. E perchè un dì gli amici suoi il riprendevano, perchè eccedesse nella cortesia verso d'ognuno, rispose quelle memorande parole: Tale desidero d'essere imperadore verso i privati, quale avrei caro che gl'imperadori fossero verso di me se fossi uomo privato. Lo stesso Giuliano Apostata[715], che andò cercando tutte le macchie e i nei dei precedenti Augusti, non potè non confessare, che Trajano superò tutti gli altri imperadori nella bontà e nella dolcezza: il che punto non facea scemare in lui la maestà, e ne' sudditi il rispetto verso di lui. Per questa via, e col mostrar amore a tutti, egli era sommamente amato da tutti, odiato da niuno; e dappertutto si godeva una somma pace e un'invidiabil tranquillità, come si fa nelle ben regolate famiglie.

L'adulazione come in paese suo proprio suol abitar nelle corti; non già in quella di Trajano, che l'abborriva[716]. E però neppur gradiva che se gli alzassero tante statue, come in addietro si era praticato con gli altri Augusti, e di rado permetteva che si gli facesse quest'onore, nè altri che puzzassero di adulazione. Per altro mostrava egli piacere, che il nome suo comparisse nelle fabbriche da lui fatte o risarcite, e nelle iscrizioni de' particolari; laonde apparendo poi esso in tanti luoghi, diede motivo ad alcuni di chiamarlo per ischerzo[717] Erba Parietaria, erba che si attacca alle muraglie. Ma conferendo le cariche, neppur voleva esserne ringraziato, quasi ch'egli fosse più obbligato a chi le riceveva, che essi a lui. Le ordinarie sue occupazioni consistevano in dar udienze a chi ricorrea per giustizia, per bisogni, per grazie, con ispedir prontamente gli affari, specialmente quelli che riguardavano il ben pubblico. Sapeva unire la clemenza, la piacevolezza colla severità e costanza nel punire i cattivi, nel rimediare alle ingiustizie de' magistrati, nel pacificar fra loro le città discordi. Sotto di lui in materia criminale non si proferiva sentenza contro di chi era assente; nè per meri sospetti, come si usava in addietro, si condannava alcuno. Un bellissimo suo rescritto vien riferito ne' Digesti[718], cioè: Meglio è in dubbio lasciar impunito un reo, che condannare un innocente. Sotto altri principi il fisco guadagnava sempre le cause. Non già sotto Trajano, che anche contra di sè amava che fosse fatta giustizia. Quanto era egli lontano dal rapire la roba altrui, altrettanto era alieno dal nuocere o inferir la morte ad alcuno. A' suoi tempi un solo de' senatori fu fatto morire, ma per sentenza del senato, e senza notizia di lui, mentre era lungi da Roma: tanto era il rispetto ch'egli professava a quel nobilissimo ordine[719]. Ed appunto in quest'anno fu bel vedere, come creato console egli si contenesse nel senato, in esercitando quest'eminente dignità. Nel primo giorno dell'anno volle salito in palco nella pubblica piazza prestare il giuramento di osservar le leggi, solito a prestarsi dagli altri consoli, ma non dagl'imperatori, che se ne dispensavano. Portatosi al senato, ordinò ad ognuno di dire con libertà e sincerità i lor sentimenti, con sicurezza di non dispiacergli. Così diceano anche gli altri Augusti, ma non di cuore, e i fatti poi lo mostravano. Ordinò ancora, che ai voti, i quali non meno in Roma che per le provincie nel dì 3 di gennaio si faceano per la salute dell'imperadore, s'aggiugnesse questa condizione: Purché egli governi a dovere la Repubblica e procuri il bene di tutti. Egli stesso in pregare gli dii per sè medesimo, solea dire: Se pure la meriterò, se continuerò ad essere quale sono stato eletto, e se seguirò a meritar la stima e l'affetto del Senato. Con tal pazienza accudiva egli ai pubblici affari, ascoltava i dibattimenti delle cause, e con tanta attenzione distribuiva le cariche, promovendo sempre chi andava innanzi nel merito, che il senato non potè contenersi dal palesar la sua gioia con delle acclamazioni, che mossero le lagrime al medesimo Trajano, coprendosi intanto il di lui volto di rossore, cioè di un contrassegno vivo della sua modestia. E verisimilmente il senato circa questi tempi conferì a Trajano il glorioso titolo di Ottimo Principe. Plinio nelle sue epistole parla di molte cause agitate in questi tempi nel senato, con aver Trajano ben disaminati i processi, e custodita rigorosamente l'osservanza delle leggi. Il primo gran dono che fa Dio agli uomini, quello è di dar loro un buon naturale, un intendimento chiaro e un'indole portata solamente al bene. Convien ben dire, che ottimo fosse il talento di Trajano, dacchè confessano gli storici, ch'egli poco o nulla avea studiato di lettere, ed era mancante d'eloquenza. Ma il suo ingegno e giudizio, e il pendìo a quel solo che è bene, supplivano questo difetto. E però, benchè non fosse letterato, sommamente amava e favoriva i letterati, e chiunque era eccellente in qualsivoglia professione.

NOTE:

[709] Panvinus, Pagius, Tillemont, Stampa.

[710] Noris, Ep. Consul.

[711] Plinius, in Panegyr.

[712] Thesaurus Novus Inscript., pag. 305, n. 5.

[713] Plinius, in Panegyr.

[714] Eutropius, in Breviar.

[715] Julianus, de Caesaribus.

[716] Plinius, in Panegyrico.

[717] Ammianus, lib. 27. Aurelius Victor, in Epitome.

[718] Lege 5. Digestis de Poenis.

[719] Plinius, in Panegyr.

Anno di CRISTO CI. Indizione XIV.

EVARISTO papa 6. TRAJANO imperadore 4.

Consoli

MARCO ULPIO NERVA TRAJANO AUGUSTO per la quarta volta, e SESTO ARTICOLAJO.

Credesi che l'uno di questi consoli avesse nelle calende di marzo per successore nel consolato Cornelio Scipione Orfito, e che nelle calende di marzo fossero sostituiti Bebio Macro e Marco Valerio Paolino; e poi nelle calende di luglio procedessero colla trabea consolare Rubrio Gallo e Quinto Celio Ispone. Trovasi un'iscrizione, da me[720] riferita, posta a Marco Epulejo (forse Apulejo) Procolo Cepione Ispone, ch'era stato console. Sarebbe da vedere se si tratti del suddetto Ispone. Per me ne son persuaso, quantunque chiaro non apparisca in qual anno cada il di lui consolato. Han creduto molti storici, che in quest'anno avvenisse la prima guerra di Trajano contra dei Daci. Tali nondimeno son le ragioni addotte dal giudiziosissimo cardinal Noris[721], che pare doversi la medesima riferire all'anno seguente. Nulladimeno il Tillemont[722], scrittore anch'esso accuratissimo, inclinò a giudicarla succeduta in questo anno. Più sicuro a me sembra il differirla al seguente, quantunque si possa credere cominciata la rottura nel presente. Già vedemmo fatta da Domiziano una vergognosa pace con Decebalo re dei Daci, a cui egli s'obbligò di pagare ogni anno certa somma di danaro a titolo di regalo, che in fatti era un tributo. All'animo grande di Trajano parve troppo ignominiosa una sì fatta concordia e condizione, nè egli si sentì voglia di pagare[723]. Per questo rifiuto Decebalo cominciò a formare un possente armamento, e a minacciar le terre dell'imperio con delle sgarate. Forse anche le sue genti commisero qualche ostilità. Portossi perciò nell'anno susseguente l'Augusto Trajano in persona a que' confini, per dimandargliene conto; ed allora, come io vo' credendo, ebbe principio la prima guerra dacica. Non istette certamente in ozio in questi tempi Trajano. Stendevasi la di lui provvidenza e liberalità a tutte le parti dell'imperio. Abbiamo da Eutropio[724], ch'egli riparò le città della Germania, situate di là dal Reno. Potrebbe ciò essere succeduto nell'anno presente. E senza questo noi sappiamo ch'egli fece far infinite fabbriche per le città romane, e porti, e strade, ed altre opere, o per utilità o per ornamento; ed era facile a concedere ad esse città privilegi ed esenzioni, e a sollevarle ne' lor bisogni. Tale ancora il provavano i particolari. Bastava avere avuta con lui anche una mediocre familiarità, e poi chiedere. A chi ricchezze, a chi compartiva onori, rimandando consolati gli altri colla promessa di dar ciò che allora non potea. Ma particolarmente premiava egli chi avea più merito; e laddove sotto i precedenti Augusti chi era uomo di petto, e odiava la servitù, e solea parlar franco, o dispiaceva, o correva pericolo dell'esilio o della vita: questi da Trajano erano i più stimati, ben voluti ed esaltati. E tuttochè la nobiltà sua propria si stendesse poco indietro, pure gran cura avea egli di chi procedeva dagli antichi nobili romani, e li preferiva agli altri negl'impieghi. Ne' tempi addietro troppo spesso si vide, che i liberti degl'imperatori la faceano da padroni del pubblico e della corte stessa[725]. Trajano, scelti i migliori fra essi, se ne serviva bensì, e li trattava assai bene; ma in maniera che si ricordassero sempre della lor condizione, e d'essere stati schiavi; e che, per piacere, altra maniera non v'era, che d'essere uomini dabbene e persone amanti dell'onore[726]. Proibì alle città il far dei regali col danaro del pubblico, ma non volle che si potessero ripetere i fatti prima di venti anni addietro, per non rovinar molte persone, conchiudendo il suo rescritto a Plinio: Perchè a me appartiene di non aver men cura del bene de' particolari, che di quello del pubblico. Così procurava egli anche alle città il risparmio delle spese. Però sapendo[727] questa sua buona intenzione Trebonio Rufino, duumviro, cioè principal magistrato scelto dal popolo di Vienna del Delfinato, proibì che si facessero in quella città i giuochi ginnici, i quali, oltre alla spesa, riuscivano anche scandalosi e contrari a' buoni costumi, perchè gli uomini nudi alla presenza di tutto il popolo faceano la lotta. S'opposero i cittadini. Fu portato l'affare a Trajano, che raccolse i voti de' senatori. Fra gli altri Giulio Maurino sostenne, che non si doveano permettere que' giuochi a quelle città, e poi soggiunse: Volesse Dio, che si potessero anche levar via da Roma, città perduta dietro a simili sconci divertimenti.

NOTE:

[720] Thesaurus Novus Veter. Inscript., pag. 316, num. 2.

[721] Noris, Epistola Consulari.

[722] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[723] Dio, lib. 68.

[724] Eutropius, in Breviario.

[725] Plinius, in Panegyrico.

[726] Plinius, lib. 10, ep. 3.

[727] Idem, lib. 4, epist. 22.

Anno di CRISTO CII. Indizione XV.

EVARISTO papa 7. TRAJANO imperadore 5.

Consoli

GAJO SOSIO SENECIONE per la terza volta e LUCIO LICINIO SURA per la seconda.

Certo è bensì che Sura fu console ordinario nell'anno presente. Non v'ha la medesima certezza di Senecione. Il solo Cassiodoro quegli è, che cel mette davanti. Discordano gli altri fasti. Ho io seguitato in ciò i più che han trattato de' consoli. Erano questi due i più cari e favoriti che s'avesse Trajano, degni bene amendue della di lui confidenza ed affetto, perchè ornati di tutte quelle virtù che si ricercano in chi dee servire ad un buon principe. Ma specialmente[728] amava egli Licinio Sura, per gratitudine, avendo questi cooperato non poco, affinchè Nerva adottasse Trajano. Salì questo Sura a tal ricchezza e potenza, che a sue proprie spese edificò un superbo ginnasio, o sia la scuola de' lottatori al popolo romano. Non andò egli esente dai soffi dell'invidia, compagna ordinariamente delle grandi fortune, avendo più d'uno procurato d'insinuare in cuor di Trajano dei sospetti della fedeltà di questo suo favorito, calunniandolo come giunto a meditar delle novità contra di lui. Trajano, la prima volta che Sura l'invitò seco a pranzo, v'andò senza guardie. Volle per una flussione che aveva agli occhi, farseli ugnere dal medico di Sura. Fatto anche venire il di lui barbiere, si fece radere la barba: chè così allora usavano i Romani. Adriano fu quegli che poi introdusse il portarla. Dopo aver anche preso il bagno, Trajano si mise a tavola, e allegramente desinò. Nel dì seguente disse agli amici, che gli mettevano in mal concetto Sura: Se costui mi avesse voluto ammazzare, n'ebbe jeri tutta la comodità. Fu ammirato un sì fatto coraggio in Trajano, ben diverso da que' principi deboli che temono di tutto. Aggiugne Dione, che un altro saggio di questa sua intrepidezza diede Trajano. Nel crear sulle prime un prefetto del pretorio (si crede che fosse Saburano) dovea cingergli la spada al fianco. Nuda gliela porse, dicendo: Prendi questo ferro, per valertene in mia difesa, se rettamente governo: contra di me, se farò il contrario. Forse fu lo stesso Saburano, come conghiettura Giusto Lipsio, che gli dimandò licenza di ritirarsi, perchè Plinio[729] attesta essere stato un prefetto del pretorio, che antepose il piacere della vita e della quiete agli onori della corte. Trajano, perchè gli dispiaceva di perdere un uffizial sì dabbene, fece quanto potè per ritenerlo. Vedendolo costante, non volle rattristarlo col negargli la grazia; ma l'accompagnò sino all'imbarco, il regalò da par suo, e baciandolo, colle lagrime agli occhi il pregò di ritornarsene presto.

L'anno verisimilmente fu questo, in cui Trajano con poderosa armata marciò contro a Decebalo re dei Daci. Poco sappiamo delle avventure di quella guerra. Ecco quel poco che ne lasciò scritto Dione[730]. Giunto che fu l'Augusto Trajano ai confini della Dacia, veggendo Decebalo tante forze in ordine, e un sì rinomato imperadore in persona venuto contra di lui, spedì tosto deputati per esibirsi pronto alla pace. Trajano, oltre al non fidarsi di lui, un gran prurito nudriva di acquistar gloria per sè e di ampliare il romano imperio: però, senza voler prestare orecchio a proposizione alcuna, andò innanzi. Si venne ad una terribil battaglia, che costò di gran sangue ai Romani, ma colla sconfitta de' nemici. Raccontasi che in tal congiuntura girando Trajano, per osservare se i soldati feriti erano ben curati, al trovare che mancavano fasce per legar le ferite, fece mettere in pezzi la veste propria, perchè servisse a quel bisogno. Con grande onore data fu sepoltura agli estinti; ed alzato un altare, acciocchè ne' tempi avvenire si celebrasse il loro anniversario. Col vittorioso esercito s'andò poi di montagna in montagna inoltrando Trajano, finchè pervenne alla capitale della Dacia, che si crede Sarmigetusa, città posta in quella provincia che oggidì appelliamo Transilvania; che divenne poi colonia de' Romani col nome di Ulpia Trajana[731]. Nel medesimo tempo Lucio Quieto, Moro di nazione, uffizial valoroso, da un'altra parte fece grande strage e molti prigioni dei Daci; e a Massimo, uno de' generali, riuscì di prendere una buona fortezza; entro la quale si trovò la sorella di Decebalo. Allora dovette accadere ciò che narra Pietro Patrizio[732], cioè che Decebalo mandò a Trajano prima alcuni de' suoi conti, poscia altri de' suoi principali uffiziali a supplicarlo di pace, esibendosi di restituir l'armi e le macchine da guerra, e gli artefici guadagnati nella guerra fatta a' tempi di Domiziano[733]. Accettò Trajano le proposizioni, con aggiugnervi che Decebalo smantellasse le fortezze, rendesse i disertori, cedesse il paese occupato ai circonvicini, e tenesse per amici e nemici quei del popolo romano. Decebalo, suo malgrado, venne a prostrarsi a' piedi di Trajano, e ad implorar la sua grazia ed amicizia. Non si sa, se in questa prima guerra e pace Trajano restasse in possesso di Sarmigetusa, e di quanto egli avea conquistato in quelle contrade. Certo è, che per questa impresa riportò egli il titolo di Dacico, nè aspettò a conseguirlo nell'anno seguente, come immaginò il Mezzabarba[734]; ma nel presente, siccome ancora apparisce da due iscrizioni da me date alla luce[735], nelle quali è chiamato Dacico, correndo la sua tribunizia podestà V, che terminava circa il fine di ottobre in quest'anno.

NOTE:

[728] Aurelius Victor, in Epitome. Dio, lib. 68.

[729] Plinius, in Panegyrico, §. 86.

[730] Dio, lib. 68.

[731] Thesaurus Novus Veter. Inscription., p. 1121, 7; 1127, 112.

[732] Petrus Patricius, de Legationib., Tom. 1, Hist. Byzantin.

[733] Dio, lib. 68.

[734] Mediobarbus, Numismat. Imperator.

[735] Thesaurus Novus Inscription., pag. 449, 2, 450, 1.

Anno di CRISTO CIII. Indizione I.

EVARISTO papa 8. TRAJANO imperadore 6.

Consoli

MARCO ULPIO NERVA TRAJANO AUGUSTO per la quinta volta e LUCIO APPIO MASSIMO per la seconda.

Intorno ai consoli di quest'anno han disputato vari letterati, pretendendo che il consolato quinto di Trajano, e il secondo di Massimo cadano nell'anno seguente[736]; e che ciò si deduca da due o tre medaglie, nelle quali Trajano, correndo la sua settima podestà tribunizia, è chiamato CO_nSul_ IIII. DE_Signatus_ V. Ma concorrendo gli antichi fasti ne' consoli sopraccitati, si può forse dubitare della legittimità di quelle monete, oppur di errore ne' monetari. Finchè si scuoprano migliori lumi, io mi attengo qui al Panvinio, al Pagi, al Tillemont e ad altri, che non ostante l'opposizione di quelle medaglie, mettono in quest'anno il consolato quinto di Trajano. Massimo, il secondo d'essi consoli, verisimilmente è quel medesimo che nell'anno precedente s'era segnalato nella guerra dacica, e fu premiato per la sua prodezza coll'insigne dignità del consolato. Era[737] già tornato a Roma nel precedente anno il vittorioso Trajano. Perchè egli da saggio e buon principe cercava il proprio onore, nè dimenticava quello del senato romano, avea fra l'altre condizioni obbligato Decebalo a spedire ambasciatori a Roma, per supplicare il senato di accordargli la pace, e di ratificare il trattato. Vennero essi verisimilmente in quest'anno, e introdotti nel senato, deposero l'armi, e colle mani giunte a guisa degli schiavi, in poche parole esposero la lor supplica. Furono benignamente ascoltati, e confermata la pace: il che fatto, ripigliarono l'armi, e se ne tornarono al loro paese. Trajano dipoi celebrò il suo trionfo per la vittoria riportata dei Daci: e v'ha una medaglia[738], creduta indizio di questo suo trionfo, dove comparisce la Tribunizia Podestà VII; il che può far credere differita questa funzion trionfale agli ultimi due mesi dell'anno corrente. Ma quivi egli è intitolato CONSUL IIII; il che si oppone alla credenza ch'egli nell'anno presente procedesse console per la quinta volta. Un qualche dì potrebbe disotterrarsi alcuna iscrizione o medaglia che dileguasse le tenebre, nelle quali resta involto questo punto di storia e cronologia. Aveva Trajano trovato nelle parti della Dacia Dione Grisostomo eloquentissimo oratore e filosofo greco, di cui restano tuttavia le orazioni. Seco il condusse a Roma, e tale stima ne mostrò, che, se dice il vero Filostrato[739], nel suo stesso carro trionfale il volle presso di sè, con volgersi di tanto in tanto a lui per parlargli e far conoscere al pubblico quanto l'apprezzasse. Al trionfo tenne dietro un combattimento pubblico di gladiatori, e un divertimento di ballerini che Trajano, dopo averli due anni prima cacciati di Roma, ripigliò, dilettandosi dei loro giuochi, e sopra gli altri amando Pilade uno di essi. Ma s'egli talvolta si ricreava con tali spettacoli, ciò non pregiudicava punto agli affari; e massimamente s'applicava il vigilante imperadore all'amministrazione della giustizia. Una bellissima villa era posseduta da Trajano a Centocelle, oggidì Cività Vecchia, dove egli andava talvolta a villeggiare, con attendere anche ivi alla spedizion delle cause e liti più rilevanti. Plinio[740] scrive d'essere stato chiamato a quel delizioso soggiorno (probabilmente in quest'anno) per assistere ad alcuni giudizii ch'egli descrive. Fra gli altri era accusato Euritmo, liberto e procurator di Trajano, di aver falsificati in parte i codicilli di Giulio Tirone, i cui eredi alla presenza di Trajano pareva che non si attentassero a proseguir la causa, trattandosi di un uffizial di casa del principe. Fece lor animo il giusto principe, con dire: Eh che colui non è Policleto (liberto favorito di Nerone) nè io son Nerone. Abbiamo dal medesimo Plinio, che Trajano in questi tempi facea fabbricare un porto vastissimo a foggia di un anfiteatro. Già era compiuto il braccio sinistro, si lavorava al destro, e vi si andavano conducendo per mare grossissimi sassi. Tolomeo[741] parla del porto di Trajano, lo stesso che oggidì Cività Vecchia; e Rutilio nel suo Itinerario ne fece la descrizione[742].

NOTE:

[736] Noris, Epistol. Consulari.

[737] Dio, lib. 68.

[738] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[739] Philostratos, in Sophist.

[740] Plinius, lib. 4, epist. 31.

[741] Ptolomaeus, Geograph.

[742] Rutilius, in Itinerar.

Anno di CRISTO CIV. Indizione II.

EVARISTO papa 9. TRAJANO imperadore 7.

Consoli

LUCIO LICINIO SURA per la terza volta, e PUBLIO ORAZIO MARCELLO.

Il cardinal Noris, il Fabretti e il Mezzabarba stimarono che questi fossero i consoli dell'anno precedente, e che nel presente Trajano Augusto per la quinta volta, insieme, con Appio Massimo, amministrassero il consolato. Finchè si possa meglio chiarir questo punto, io seguito gli antichi Fasti, abbracciati in ciò anche dal Panvinio, dal Pagi, dal Tillemont e da altri. Disputa ancora c'è intorno al primo d'essi consoli, credendo alcuni ch'egli sia stato non già Sura, ma Suburrano. Sarebbe da desiderare qualche marmo che decidesse la quistione. Uno dei più riguardevoli amici di Trajano fu il suddetto Orazio Marcello. Le conghietture dei migliori letterati concorrono[743] a persuaderci, che in quest'anno prendesse origine la seconda guerra dacica. Non sapea digerir Decebalo la pace fatta con Trajano, perchè comperata con troppo dure condizioni; e però subito che si vide rimesso in arnese, cominciò delle novità, e a chiedere un nuovo accordo, lamentandosi specialmente, che molti dei suoi sudditi passavano al servigio dei Romani. Perchè nulla potè ottenere, determinò di venir di bel nuovo all'armi[744]. Diedesi dunque a far gente, a fortificar i suoi luoghi, ad accogliere i disertori romani, e a sollecitare i circonvicini popoli, acciocchè entrassero seco in lega, per timore, diceva egli, che un dietro l'altro non rimanessero oppressi dall'armi romane. Gli Sciti, cioè i Tartari, ed altre nazioni si unirono con lui. A chi ricusò di sposare i di lui disegni, fece aspra guerra, e tolse ancora ai Jazigi una parte del loro paese. Queste furono le cagioni, per le quali il senato romano dichiarò Decebalo nemico pubblico, e Trajano fece tutti gli opportuni preparamenti per domarne la ferocia. Se sussiste ciò che racconta Eusebio[745], in quest'anno Roma vide bruciata la casa d'oro, cioè, per quanto si può credere, una parte di quella fabbricata da Nerone, che si dovea essere salvata nell'incendio precedente. Furono di parere il Loidio e il Tillemont, che circa questi tempi Plinio il giovane, già stato console, fosse inviato da Trajano al governo del Ponto e della Bitinia, non come proconsole, ma come vicepretore colla podestà consolare. Scabrosa è la quistione del tempo in cui ciò avvenne, e mancano notizie per poterla decidere. A me perciò sarà lecito di differir più tardi quest'impiego di Plinio, siccome han fatto il Noris, il Pagi, il Bianchini ed altri.

NOTE:

[743] Loydius, Pagius, Tillemont et alii.

[744] Dio, lib. 68.

[745] Euseb., in Chron.

Anno di CRISTO CV. Indizione III.

EVARISTO papa 10. TRAJANO imperadore 8.

Consoli

TIBERIO GIULIO CANDIDO per la seconda volta e AULO GIULIO QUADRATO per la seconda.

Tre iscrizioni spettanti a questi consoli ho io rapportate altrove[746]. Credesi che l'anno presente quel fosse, in cui l'Augusto Trajano imprese la seconda sua spedizione contra di Decebalo re dei Daci, per aver egli creduta necessaria la sua presenza anche questa volta contro ad un sì riguardevole avversario, e che non fosse impresa da fidare ai soli suoi generali. Adriano, suo cugino, che fu poi imperadore, ed era stato in quest'anno tribuno della plebe[747], andò servendolo per comandante della legione minervia, e vi si portò così bene, che Trajano il regalò di un diamante, a lui donato da Nerva[748]. Non erano certamente le forze di Decebalo tali da poter competere con quelle di Trajano, il quale seco menava un potentissimo agguerrito esercito. Perciò tentò il Dacio altre vie per liberarsi, se gli veniva fatto, dall'imminente tempesta, con inviar nella Mesia, dov'era giunto l'imperadore, dei disertori bene instruiti per ucciderlo. Poco mancò che non succedesse il nero attentato, perchè Trajano, oltre alla sua facilità di dare in tutti i tempi udienza, spezialmente la dava a tutti nell'occorrenze della guerra. Per buona fortuna osservati alcuni cenni di un di costoro, fu preso, e messo a' tormenti, confessò le tramate insidie: il che sconcertò anche le misure degli altri. Un'altra vigliaccheria pur fece Decebalo. Dato ad intendere a Longino uno de' più sperimentati generali d'armi che s'avessero i Romani, di volersi sottomettere ai voleri dell'imperadore, l'indusse a venire ad una conferenza con lui; ma da disleale il ritenne prigione, sforzandosi poi di ricavar da lui i disegni e segreti di Trajano. La costanza di questo generale in tacere fu qual si conveniva ad un uomo d'onore par suo. Decebalo il fece bensì slegare, ma il mise sotto buone guardie, con iscrivere poscia a Trajano d'essere pronto a rilasciar Longino, ogni volta che si volesse trattar di pace: altrimenti minacciava di torgli la vita. Trajano, benchè irritato forte dall'iniquo procedere di costui, gli rispose con molto riguardo, cioè mostrando di non fare tal caso della persona e salute di Longino, che volesse comperarla troppo caro; ma senza trascurare la difesa della vita di quel suo uffiziale. Stette in forse Decebalo, qual risoluzione ne avess'egli da prendere intorno a Longino; e perchè forse si lasciò intendere di volerlo far morire sotto i tormenti, Longino guadagnò un liberto d'esso Decebalo, che gli procurò del veleno; e, per salvarlo dalle mani del padrone, ottenne di poterlo spedire a Trajano, sotto pretesto di procurar un accordo. Il che eseguito, prese Longino il veleno, e si sbrigò dal mondo. Allora Decebalo inviò a Trajano un centurione già fatto prigione con Longino, e seco dieci altri prigionieri, esibendogli il corpo di Longino, perchè Trajano gli restituisse quel liberto. Ma l'imperadore che trovava aliena dal decoro del romano imperio una tal proposizione, nè gli volle consegnare il liberto, e neppur lasciò tornare a lui il centurione, siccome preso contro il diritto delle genti.

Pare che fondatamente si possa dedurre da quanto narra Dione[749], che nel presente anno nulla di rilevante fosse operato da Trajano per conto della guerra contra di Decebalo. Le applicazioni sue prima di esporsi a maggiori imprese, consisterono in far fabbricar un ponte di pietra sul Danubio. Considerava il saggio condottiere d'armate, che essendo egli passato di là da quel fiume, se venissero assaliti i Romani dai Barbari, poteva esser loro impedito il ritirarsi di qua, ed anche il ricevere nuovi rinforzi. Però volendo assicurarsi di simili pericolosi avvenimenti, e mettere una stabile buona comunicazione fra il paese signoreggiato di qua e di là dal Danubio, volle prima che si edificasse un ponte su quel fiume, per quanto credono alcuni[750], tra Belgrado e Widen: intorno a che è da vedere il Danubio del conte Marsigli[751]. Altre opere di somma magnificenza fece Trajano, ma questa andò innanzi alle altre, per sentimento di Dione, il quale non sapea abbastanza ammirarla nè decidere qual fosse più grande, o la spesa occorsa per sì gran lavoro, o l'arditezza del disegno. Ognun sa che vastissimo fiume sia in quelle parti il Danubio, e tuttochè fosse scelto pel ponte il più stretto che si potesse dell'alveo suo, ciò nonostante occorreva un ponte di lunga estensione; e cresceva anche la difficoltà, perchè le acque ristrette in quel sito tanto più veloci e rapide correano, e il fondo del fiume, ricco sempre d'acque, era profondissimo e pieno di gorghi di fango. Ma alla potenza e al voler di un Trajano nulla era difficile. Senza poter divertire le acque del fiume, quivi furono piantate venti smisurate pile tutte di grossissimi marmi quadrati, alte cento cinquanta piedi senza i fondamenti, larghe sessanta, distanti l'una dall'altra cento settanta, ed unite insieme con archi e volte. L'architetto fu Apollodoro Damasceno:[752] e di qua e di là da esso ponte furono fabbricati due forti castelli per guardia del medesimo. Eppure questa mirabil fabbrica da lì a pochi anni si vide in parte smantellata, non già dai barbari, ma da Adriano successor di Trajano, col pretesto, che per quel medesimo ponte i Barbari potrebbono passare ai danni de' Romani. Ma da quando in qua non potea la potenza romana difendere un ponte, difeso da due castelli? Oltre di che, nel verno tutto il Danubio agghiacciato non era forse un vasto ponte ai Barbari per passar di qua, se volevano? Però fu creduto, e con più ragione, che Adriano, mosso da invidia per non poter giugnere alla gloria di Trajano, così gloriosa memoria di lui volesse piuttosto distrutta. Vi restarono in piedi solamente le pile; e queste ancora a' tempi di Procopio non comparivano più. In questo anno parimente, per quanto si raccoglie dalle medaglie[753], e da Dione[754], l'Arabia Petrea, che avea in addietro avuti i propri re, fu sottomessa con altri popoli all'imperio romano per valore di Auto Cornelio Palma governatore della Soria, e stato già console nell'anno 99. Una nuova Era perciò cominciarono ad usar le città di Samosata, Bostri, Petra ed altre di quelle contrade.

NOTE:

[746] Thesaurus Novus Inscription., pag. 316, n. 3 et seq.

[747] Spartianus, in Hadriano.

[748] Dio, lib. 68.

[749] Dio, lib. 68.

[750] Cellarius Georg., Tom. I.

[751] Marsilius, in Danubii descriptione.

[752] Procopius, lib. 4, de Ædific.

[753] Mediobarbus, Numism. Imperat.

[754] Dio, lib. 68.

Anno di CRISTO CVI. Indizione IV.

EVARISTO papa 11. TRAJANO imperadore 9.

Consoli

LUCIO CEIONIO COMODO VERO e LUCIO TUZIO CEREALE.

Il primo di questi consoli, cioè Comodo Vero, fu padre di Lucio Vero, che noi vedremo a suo tempo adottato da Adriano Augusto. Il secondo console nella cronica di Alessandria è chiamato Ceretano in vece di Cereale, e fu creduto dal Tillemont[755] diverso da Tuzio Cereale. Ma sufficiente ragione non v'ha, per aderire alla di lui opinione, siccome neppure di tener con lui, che nell'anno precedente avesse fine la seconda guerra dacica. Chiaramente scrive Dione[756], che Trajano, dopo aver fatto il meraviglioso ponte sul Danubio (impresa che senza fallo costò gran tempo e danari), passò di là da quel fiume, e fece la guerra piuttosto con sicurezza, che con celerità; non volendo arrischiar combattimenti, e procedendo a poco a poco nel paese nemico. Plinio[757] con poche parole riconosce, che immense fatiche durò l'esercito romano, guerreggiando in que' montuosi paesi, e gli convenne accamparsi in montagne scoscese, condurre fiumi per nuovi alvei, e far altre azioni, che pareano da non credersi, come simili alle fole. Dione[758] aggiugne, aver Trajano in tal congiuntura dati segni di singolar valore e di savia condotta, e che l'esempio suo servì ai soldati per gareggiare insieme in esporsi a molti pericoli, e per giugnere al sommo della bravura. Fra gli altri un cavaliere che, ferito in una zuffa, fu portato alle tende per farsi curare, dacchè intese disperata la di lui guarigione, mentr'era ancor caldo, rimontò a cavallo, e tornato alla mischia, vendè ben caro ai nemici il poco che gli restava di vita. Le apparenze sono, che nè pure in quest'anno con tutti i suoi progressi Trajano terminasse la guerra suddetta, come altri han creduto. Tutte le medaglie[759] riferite dall'Occone e dal Mezzabarba, per indizio che nel presente anno Decebalo fosse vinto, e ridotta la Dacia in provincia dell'imperio romano, nulla concludono, perchè possono appartenere anche nell'anno 107 e 108. Però chi dei moderni scrive, che Trajano non solamente tornò in quest'anno a Roma, e dopo avere ordinata una strada per le paludi pontine, partì tosto alla volta dell'Oriente, con trovarsi in Antiochia ne' primi giorni dell'anno seguente, probabilmente anticipò di troppo le di lui imprese. E noi abbiamo bensì dalla cronica alessandrina[760] sotto quest'anno, che mossa guerra dai Persiani, dai Goti, e da altri popoli al romano impero, Trajano marciò contra di loro e sospese l'esazion de' tributi sino al suo ritorno; ma questo ha ciera di favola. Più che mai abbisognava egli allora di danaro; e senza dubbio avvenne molto più tardi la guerra co' Persiani, o sia co' Parti. Può ben verificarsi quella guerra dacica, perchè sotto nome di Goti venivano in que' tempi anche i Daci, come attestano Dione e Giordano. Rapporta il Panvinio[761] a quest'anno l'iscrizione posta a Lucio Valerio Pudente, il quale, benchè in età di soli tredici anni, nel sesto lustro de' giuochi capitolini fatti in Roma, fu vincitore, e riportò la corona sopra gli altri poeti latini.

NOTE:

[755] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[756] Dio, lib. 68.

[757] Plinius, lib. 8, Epistol. 4.

[758] Dio, lib. 68.

[759] Mediobarb., in Numism. imperator.

[760] Cronicum Paschale, seu Alexandrinum.

[761] Panvinius, Fast. Consular.

Anno di CRISTO CVII. Indizione V.

EVARISTO papa 12. TRAJANO imperadore 10.

Consoli

LUCIO LICINIO SURA per la terza volta, e CAIO SOSIO SENECIONE per la quarta.

Ma questo Sura da Sparziano[762] vien detto Consul bis nell'anno presente insieme con Serviano. All'incontro il Panvinio[763] con altri fu di parere, che i due suddetti ordinari consoli nelle calende di luglio avessero per successori Cajo Giulio Servilio Orso Serviano, che avea sposata Paolina sorella di Adriano, e cugina di Trajano, e fu molto amico di Plinio, e Surano per la seconda volta. Certo non mancano imbrogli ne' fasti consolari; ed è ben facile il prendere degli abbagli nell'assegnare ai consoli sostituiti il preciso anno del loro consolato. Nel presente si può ragionevolmente credere che Trajano, con felicità bensì, ma dopo immense fatiche, conducesse a fine la seconda guerra contro de' Daci. Per attestato di Dione[764] s'impadronì egli della reggia di Decebalo, o sia della capitale della Dacia, chiamata Sarmigetusa: il che reca indizio, ch'egli non ne fosse restato in possesso nella pace stabilita dopo la prima guerra. Pertanto Decebalo, veggendosi spogliato di tutto il suo paese, ed in pericolo ancora di restar preso, piuttosto che venire in man dei nemici, si diede la morte da sè stesso, e il capo suo fu portato a Roma. Così pervenne tutta la Dacia in potere del popolo romano, e Trajano ne formò una provincia, con fondare in Sarmigetusa una colonia, nominata nelle iscrizioni della Transilvania, che il Grutero ed io[765] abbiam dato alla luce. In oltre abbiam da Dione che Decebalo, trovandosi in mal punto, affinchè i suoi tesori non cadessero in mano de' Romani, distornò il corso del fiume Sargezia, che passava vicino al suo palazzo, e fatta cavare una gran fossa in mezzo al seccato lido di quel fiume, vi seppellì una gran copia d'oro, d'argento e d'altre cose preziose, che si poteano conservare. Quindi ricoperto il sito con terra e con grossi sassi, tornò a far correre l'acqua pel solito alveo. I prigioni da lui adoperati per quella fattura, acciocchè non rivelassero il segreto, furono tosto uccisi. Ma essendo poi stato preso dai Romani Bicilis, uno de' familiari più confidenti di Decebalo, questi scoprì tutto a Trajano, il quale ne seppe ben profittare. Rimasto spolpato quel paese, ebbe cura Trajano di mandarvi ad abitare un numero infinito di persone, e di fondarvi, oltre alla suddetta, altre colonie, che si veggono menzionate da Ulpiano[766]: con che divenne la Transilvania una fioritissima provincia de' Romani, essendosi perciò in quelle parti trovate negli ultimi due secoli molte iscrizioni romane, che si leggono presso il suddetto Grutero, presso il Reinesio, e nel mio nuovo Tesoro.

NOTE:

[762] Spartianus, in Vita Hadriani.

[763] Panvinius, Fast. Consular.

[764] Dio, lib. 68.

[765] Gruterus, Thesaur. Inscription.

[766] Lege Sciendum ff. de Censibus.

Anno di CRISTO CVIII. Indizione VI.

ALESSANDRO papa 1. TRAJANO imperadore 11.

Consoli

APPIO ANNIO TREBONIO GALLO e MARCO ATILIO METILIO BRADUA.

V'ha chi dà il cognome di Treboniano al primo di questi consoli; ma in due iscrizioni, riferite dal Panvinio[767], si legge Trebonio. Se crediamo al medesimo Panvinio, nelle calende di marzo succederono nel consolato Cajo Giulio Africano e Clodio Crispino. Ma un'iscrizione, conservata in Verona, e riferita dal marchese Scipione Maffei, e poscia anche da me[768], ci fa sufficientemente conoscere, che nel dì 23 di agosto dell'anno presente erano consoli Appio Annio Gallo e Lucio Verulano Severo, o pur Severiano. O sul fine del precedente anno, o nella primavera del presente, sbrigato dagli affari della Dacia, se ne ritornò Trajano a Roma, ed ivi celebrò il secondo suo trionfo dei Daci con magnifiche feste, e massimamente perchè correvano i decennali del suo imperio, che solevano solennizzarsi con gran pompa[769]. Attesta Dione che, arrivato Trajano a Roma, vennero molte ambascerie di nazioni barbare, e fino dall'India a visitarlo, chi per bisogni, chi per ossequio. Quattro mesi durarono in Roma i pubblici spettacoli e divertimenti, consistenti per lo più in combattimenti di lioni e di altre feroci bestie, oppur di gladiatori. Giorni vi furono, nei quali si videro uccisi mille di questi fieri animali, e in più altri arrivò la somma a diecimila. Si fece conto che anche dieci migliaja di gladiatori diedero orrida mostra della lor arte, combattendo fra loro negli anfiteatri. In questi tempi ancora attese Trajano a formare e selciare una strada pubblica per le paludi pontine, con fabbricar anche case e ponti di gran magnificenza lungo di essa via, per comodo de' viandanti e del commercio. E perchè si trovava molta moneta o di bassa lega, o strozzata, o falsa; ordinò il saggio imperadore, che tutta fosse portata alla zecca, dove fu disfatta per rifarne della buona e di giusto peso. A quest'anno si crede che appartenga il terzo congiario o regalo, che Trajano diede al popolo romano, espresso da una medaglia, riferita dal Mezzabarba[770]. Mette il Tillemont[771] con altri scrittori in questi tempi la spedizion di Trajano contro de' Parti, o sia de' Persiani; ma certamente è da anteporre la sentenza d'altri, che molto più tardi parlano di quelle imprese. Succedette, secondo la cronica di Damasco[772], nel presente anno il glorioso martirio di santo Evaristo papa, in cui luogo fu posto Alessandro.

NOTE:

[767] Panvinius, Fast. Consul.

[768] Thesaur. Novus Veter. Inscription., p. 317, num. 4.

[769] Dio, lib. 68.

[770] Mediobarb., in Numism. Imperat.

[771] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[772] Anastas., Bibliothec.

Anno di CRISTO CIX. Indizione VII.

ALESSANDRO papa 2. TRAJANO imperadore 12.

Consoli

AULO CORNELIO PALMA per la seconda volta, e CAJO CALVISIO TULLO per la seconda.

Si tien per certo, che a questi consoli ordinari fossero sostituiti (forse nelle calende di luglio) Publio Elio Adriano, che poi divenne imperadore, e Lucio Publilio, o piuttosto Publicio Celso. Era stato Adriano pretore in Roma nell'anno 107, per testimonianza di Sparziano[773], e Trajano gli avea donato due milioni di sesterzi, che si credono far la somma di cinquantamila scudi d'argento, acciocchè potesse celebrare i giuochi soliti a darsi da chi entrava in quel riguardevole uffizio. Pretende il Salmasio[774], che Sparziano scrivesse il doppio. Fu nel precedente anno inviato con titolo di legato pretorio, o sia di vicepretore esso Adriano nella bassa Pannonia: mise in dovere i Sarmati, che aveano fatto qualche novità ne' confini dell'imperio romano; restituì la disciplina fra le milizie di quelle parti; e fece altre azioni, per le quali si meritò il consolato nell'anno presente. Non avea figliuoli Trajano, e Adriano suo cugino non ometteva diligenza ed arte alcuna per giungere a succedergli nell'imperio, aiutandosi spezialmente con far la corte alla imperadrice Plotina, e col tenersi amico Lucio Licinio Sura, uno de' favoriti di Trajano. Fu appunto in quest'anno, che Sura gli diede la buona nuova, qualmente Trajano pensava di adottarlo; e perchè i cortigiani ed amici di esso imperadore scoprirono qualche barlume di questa sua intenzione, laddove prima mostravano di poco stimare, anzi di sprezzare Adriano, da lì innanzi cominciarono ad onorarlo, e a procacciarsi la di lui amicizia. Mancò poi di vita, forse circa questi tempi, il medesimo Sura. Trajano, che si serviva di lui per farsi dettar le allocuzioni al senato e al popolo, perchè egli sapea poco di lettere, non ignorando che Adriano, siccome persona letterata, era capace di servirlo in quella funzione, il volle presso di sè, e si valeva della di lui penna; il che gli accrebbe la familiarità e l'amor di Trajano. Al defunto Sura fece fare Trajano un solenne funerale, ed alzare una statua per gratitudine[775]. Lo stesso fece egli dipoi alla memoria di Sosio Senecione e di Palma e di Celso, che abbiam detto essere stati consoli nell'anno presente, come ad amici suoi cari. Noi sappiamo che Cajo Plinio Cecilio Secondo, rinomatissimo autore del panegirico di Trajano, dopo essere stato console nell'anno 100, fu poi mandato con titolo di vicepretore al governo della Bitinia e del Ponto. Le sue lettere scritte di là a Trajano si leggono nel libro decimo. Ma per quanto finora abbiano disputato fra loro gli eruditi, non s'è potuto, nè si può decidere in qual anno egli fosse spedito colà. Il Loidio e il Tillemont[776] attribuirono la di lui andata al fine dell'anno 103; il cardinal Noris[777] al presente 109, o pure al susseguente, come ancor fece[778] il padre Pagi. Eusebio[779] mette all'anno decimo di Trajano, cioè al 107 dell'Era nostra, la lettera celebre scrittagli da Plinio, esistente allora nella Bitinia. Idacio[780] ne parla all'anno 112. In tale incertezza di tempi sia lecito ai lettori l'attenersi a quella opinione che più loro aggradirà, e a me di seguitar più tosto il Noris, il Pagi e il Bianchini. A questi tempi, ma colla medesima incertezza, vien riferita dal Mezzabarba[781] e dal suddetto Bianchini[782] la selciatura della via Trajana, fatta per ordine di esso Trajano. Altro essa non fu, che la via descritta da Dione, di cui si parlò al precedente anno, cioè la via Appia, che da Roma va a Capua: la più magnifica di quante mai facessero i Romani, ed opera di molti secoli avanti. Perchè la rimodernò ed arricchì Trajano di vari ponti e di fabbriche a canto alla medesima, perciò egli, o il pubblico le diede il nome di via Trajana. Credesi parimente che in questo anno Trajano dedicasse il Circo, cioè il Massimo, ristorato da lui co' marmi presi dalla Naumachia[783] di Domiziano.

NOTE:

[773] Spartian., in Vita Hadriani.

[774] Salmas., in Notis ad Spartian.

[775] Dio, lib. 68.

[776] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[777] Noris, Epist. Consulari.

[778] Pagius, in Critic. Baron.

[779] Eusebius, in Chron.

[780] Idacius, in Fastis.

[781] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[782] Blanchinius ad Anastasium.

[783] Suetonius, in Domitiano, cap. 15.

Anno di CRISTO CX. Indizione VIII.

ALESSANDRO papa 3. TRAJANO imperadore 13.

Consoli

SERVIO SALVIDIENO ORFITO e MARCO PEDUCEO PRISCINIO.

Le iscrizioni pubblicate dal Fabretti, dal Bianchini e da me, ci assicurano tali essere stati i nomi e cognomi di questi consoli, che si trovavano ignorati o guasti presso i precedenti illustratori dei Fasti. Non si sa intendere, perchè il Mezzabarba[784] e monsignor Bianchini pretendano, che solamente in quest'anno il senato accordasse a Trajano il glorioso titolo di Ottimo, quando questo titolo comparisce in tante altre medaglie, che si rapportano agli anni precedenti. Plinio anch'egli ne parla nel panegirico che dicemmo composto nell'anno 100. Dione[785], per lo contrario, scrive che solamente dopo le conquista dell'Armenia egli fu cognominato Ottimo. Vogliono i suddetti scrittori, che Trajano l'accettasse solamente in quest'anno. Ma non era tale la di lui umiltà, da far sì lunga resistenza a quest'elogio, per altro ben meritato da lui. Augusto non voleva esser chiamato Signore. Trajano all'incontro assai gradiva che gli si desse questo nome. Abbiamo da Eusebio[786], che il famoso tempio del Panteon di Roma, oggidì la Rotonda, fu bruciato da un fulmine. Chi sa che in quella nobilissima fabbrica non entrava legno, crederà bensì che un folgore cadesse colà, ma che lo incendiasse, non saprà intenderlo. Sotto Nerone e sotto Domiziano, principi nemici della virtù, maraviglia non è, se fu perseguitata la santa religione di Cristo. Potrebbe ben taluno stupirsi, come essa trovasse un persecutore in Trajano[787], principe amator delle virtù, delle quali vera maestra è la sola religione de' Cristiani. Pure fuor di dubbio è, che sotto di lui la Chiesa di Dio patì la terza persecuzione, non già, come osservò il cardinal Baronio, ch'egli pubblicasse editto alcuno particolare contro di essi Cristiani, ma perchè riferito a lui, come si andava a gran passi dilatando la lor credenza con pregiudizio del dominante culto degl'idoli, con gravi lamenti de' falsi sacerdoti del Paganesimo, e con delle sollevazioni de' popoli contra chi professava la fede di Cristo; Trajano ordinò, o permise che fossero osservate rigorosamente le antiche leggi contra gl'introduttori di nuove religioni. Però i governatori delle provincie, massimamente dell'Oriente, cominciarono ad infierire, probabilmente circa questi tempi, contra chiunque si scopriva seguace dei dogmi cristiani; laonde si videro molti forti campioni attestar col loro sangue la verità di questa religione. Ne han trattato ampiamente il cardinal Baronio[788], il Tillemont[789], i Bollandisti[790] ed altri. Forse a questi tempi appartiene la scoperta della congiura tramata da Crasso contra del buon imperador Trajano, che vien solo accennata da Dione[791], senza dirne circostanza alcuna. Altro di più non abbiamo, se non che Trajano ne lasciò la cognizione al senato, da cui gli fu dato il meritato gastigo, senza apparire se pagasse il delitto col capo o coll'esilio. Racconta Sparziano[792], che Adriano, successor di Trajano, ne' primi giorni del suo imperio fu consigliato da Taziano di levar la vita a Laberio Massimo e a Crasso Frugi, relegati nelle isole per sospetti di aver aspirato all'imperio; ma ch'egli, affettando sul principio il buon concetto di essere principe clemente, niun male avea lor fatto. Tuttavia, perchè Crasso dipoi senza licenza era uscito fuor dell'isola, il procuratore di Adriano, senza aspettarne alcun ordine dall'imperadore, l'avea ucciso, quasichè egli macchinasse delle novità. Questi forse è il medesimo Crasso, di cui parla Dione.

NOTE:

[784] Mediobarbus, in Numism. Imper.

[785] Dio, lib. 68.

[786] Euseb., in Chron.

[787] Euseb., Histor., lib. 3, cap. 31.

[788] Baron., in Annal.

[789] Tillemont, Mém. de l'Église.

[790] Acta Sanctorum.

[791] Dio, lib. 68.

[792] Spartianus, in Hadriano.

Anno di CRISTO CXI. Indizione IX.

ALESSANDRO papa 4. TRAJANO imperadore 14.

Consoli

CAJO CALPURNIO PISONE e MARCO VETTIO BOLANO.

Un'iscrizione pubblicata dal Panvinio[793] ci fa vedere console nelle calende di marzo, se pure è vero, correndo la tribunizia podestà XIV di Trajano, cioè nell'anno presente, Cajo Orso Serviano per la seconda volta e Lucio Fabio Giusto. Quando sia vero che Plinio in questi tempi governasse il Ponto e la Bitinia, probabil cosa sarebbe che a quest'anno appartenesse la celebre lettera[794] da lui scritta a Trajano intorno ai Cristiani. Era cresciuta a dismisura in quelle parti, non meno che nell'altre dell'Oriente, la religione di Cristo; e si scorge che Plinio avea ricevuto ordine da Trajano di processare e punire i di lei seguaci. Plinio ne fece diligente ricerca; ma ritrovato, più di quel che credea, esorbitante il numero de' Cristiani di ogni sesso ed età; e, quel che più importa, dopo maturo esame scoperto, ad altro non tendere questa religione, che a professar la pratica delle virtù, e l'abborrimento ai vizi, volle prima informarne Trajano, per sapere come s'avea da condurre in circostanze tali. Abbiamo anche la risposta dell'imperadore, che gli comanda di non fare ricerca de' Cristiani; ma se saranno denunziati, e trovati costanti nella lor fede, sieno puniti, con perdonare a chi proverà di non esser tale, sagrificando agli dii, e col non badare alle denunzie orbe, cioè date contra di loro, senza il nome dell'accusatore. Tertulliano[795], ben informato di queste lettere, fa conoscere l'ingiustizia di Trajano in non volere che sieno ricercati come innocenti, e in volerli puniti, se accusati. Però continuò la persecuzione come prima: e quantunque non mancassero degli apostati, pure senza paragone maggior fu il numero degli altri, che amarono piuttosto di sofferir coraggiosamente la morte, che di sagrificare ai falsi dii del Gentilesimo. Crede il padre Pagi[796], che sia piuttosto da riferire al seguente anno la lettera di Plinio. Il vero è, che non si può accertar questo tempo.

NOTE:

[793] Panvin., Fast. Consular.

[794] Plinius, lib. 10, epist. 97 et 98.

[795] Tertullianus, in Apologetico, cap. 2.

[796] Pagius, in Crit. Baron.

Anno di CRISTO CXII. Indizione X.

ALESSANDRO papa 5. TRAJANO imperadore 13.

Consoli

MARCO ULPIO NERVA TRAJANO AUGUSTO per la sesta volta e TITO SESTIO AFRICANO.

Possiam credere che a quest'anno appartengano due opere di Trajano, fatte prima d'imprendere la spedizione verso l'Armenia, delle quali fa menzione lo storico Dione[797]. Cioè l'erezione in Roma di alcune biblioteche, e la fabbrica della piazza, che fu poi appellata di Trajano, nel sito, dove anche oggidì si mira la sua colonna. Un tesoro impiegò Trajano in formar questa piazza, perchè gli convenne spianare una parte del Monte Quirinale, e servendosi di Apollodoro insigne architetto, ornò in varie maniere tutta la circonferenza di bei portici, e l'atrio di alte e grossissime colonne con capitelli e corone, e con istatue e ornamenti di bronzo indorato, rappresentanti uomini a cavallo e arnesi militari. Nel mezzo dell'atrio si vedea la statua equestre d'esso Trajano. Era sì vaga e sì magnifica tal fattura per altre giunte fattevi da Alessandro Severo imperadore, che restava incantato chiunque la mirava. Ammiano Marcellino[798] scrive, che venuto a Roma Costanzo Augusto, allorchè giunse alla piazza di Trajano, fattura che non ha pari tutto il mondo, e che mirabil sembra fino agli stessi dii (così uno storico pagano), rimase attonito all'osservar quelle gigantesche figure e tanti begli ornamenti. E Cassiodoro[799] anch'egli scriveva, che a' suoi tempi, per quanto si andasse e riandasse alla piazza di Trajano, sempre essa compariva un miracolo. In somma non vi fu opera fatta da Trajano, che non desse a conoscere che il suo bel genio era impareggiabile, e il suo buon gusto mirabile in tutto. Credesi che in quest'anno e nel seguente fosse compiuta e dedicata quella piazza. Il Tillemont[800], fidatosi di Giovanni Malala, scrittore abbondante di favole e di sbagli, mise all'anno 106 e al seguente, la spedizion di Trajano verso l'Armenia. Le ragioni recate dal Cardinal Noris, dal Pagi e da altri, e lo stesso racconto che fa Dione di quella guerra, persuadono abbastanza, che solamente in questo anno Trajano si mosse verso quelle parti[801]. V'ha in oltre qualche medaglia[802] indicante i voti fatti pel suo buon ritorno. Ardeva di voglia Trajano di far qualche altra militare impresa, per cui sempre più crescesse la gloria sua. Gli se ne presentò un'occasione, perchè egli non era di que' principi che trovano, sempre che vogliono, nei lor gabinetti delle ragioni di far guerra ai loro vicini. Erano soliti i re dell'Armenia (l'abbiam già veduto) di prendere il diadema reale dai Romani imperadori, dalla sovranità de' quali si riconosceano in qualche maniera dipendenti. Esedare, nuovo re di quella contrada, l'avea preso da Cosroe re de' Parti, dominator della Persia. Trajano fece intendere le sue doglianze a Cosroe, il quale come se fossero burle, o per sua superbia, niuna adeguata risposta diede. Trajano allora determinò di farsi fare giustizia con un mezzo più concludente, cioè coll'armi. Si mise dunque in viaggio nell'anno presente con un possente esercito verso il Levante. Il solo suo muoversi fece calar tosto l'alterigia di Cosroe, e spedire ambasciatori a Trajano con dei regali, per esortarlo a desistere da una guerra di tale importanza, giacchè egli diceva d'aver deposto Esedare, e il pregava di voler concedere l'Armenia a Partamasire, che forse era fratello del medesimo Cosroe. Trovarono questi ambasciatori Trajano già arrivato ad Atene, ma non già in lui quella facilità, di cui si lusingavano. Rifiutò egli i lor presenti, e disse conoscersi l'amicizia dalle azioni, non dalle parole, ed esser egli incamminato verso la Soria, dove avrebbe prese quelle misure che più converrebbono. Continuato poscia il viaggio per terra, secondo Giovanni Malala, nel dì 7 del seguente gennaio, oppure nell'ottobre dell'anno presente, entrò in Antiochia, capitale della Soria, con corona d'ulivo in capo.

NOTE:

[797] Dio, lib. 68.

[798] Ammianus Marcellinus, lib. 16, c. 10.

[799] Cassiodorus Var., lib. 7, c. 6.

[800] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[801] Dio, lib. 68.

[802] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.

Anno di CRISTO CXIII. Indizione XI.

ALESSANDRO papa 6. TRAJANO imperadore 16.

Consoli

LUCIO PUBLICIO GELSO per la seconda volta e LUCIO CLODIO PRISCINO.

Vogliono alcuni, che nell'occasione che Trajano Augusto si trovò in Antiochia, o sul fine del precedente anno, o sul principio del presente, gli fosse condotto d'avanti santo Ignazio vescovo di quella città[803], accusato d'essere cristiano, e pastore de' Cristiani. Confessò il santo vecchio intrepidamente il nome di Gesù Cristo: e però d'ordine di Trajano fu mandato a Roma, per essere esposto alle fiere nell'anfiteatro. Gli atti del suo gloriosissimo martirio, compiuto secondo i Greci nel dì 20 di dicembre, e le sue lettere, spiranti un mirabile amor di Dio e una tenerissima divozione, restano tuttavia per edificazion della Chiesa. Altri mettono più presto il suo martirio; ma a noi basti di sapere la certezza del fatto, se non possiamo quella del tempo. L'iscrizione[804] che si legge nella base della nobilissima Colonna Trajana, tuttavia esistente in Roma, ci vien dicendo, che nell'anno presente seguì la dedicazione di questa maravigliosa fattura a nome del senato in onor di Trajano, che non ebbe poi il contento di vederla prima di morire. Nella gran copia delle figure illustrate dalla penna del Fabretti, rappresentata si vede la guerra di Trajano contra ai Daci. Proseguendo intanto Trajano il suo viaggio, arrivò con un poderosissimo esercito ai confini dell'Armenia. Allora i re e principi di quelle contrade[805] si portarono a gara a visitarlo con ricchissimi presenti, fra' quali si vide un cavallo così ben ammaestrato, che s'inginocchiava e chinava il capo a' piedi di chi si voleva. Abgaro re, o principe di Edessa nella Osroena, parte della provincia della Mesopotamia, gl'inviò regali e proteste di amicizia, ma senza venire in persona, perchè non volea perdere la buona grazia di Cosroe re de' Parti. Tuttavia in sua vece gli mandò[806] Arbando suo figliuolo, giovane di bellissimo aspetto, che s'insinuò così bene nel cuor di Trajano, che quando poi questo imperadore passò per Edessa, Abgaro andatogli incontro, agevolmente, per intercession del figliuolo, ottenne il perdono. Partamasire s'era già messo in possesso dell'Armenia con favore de' Parti, ed avea preso il titolo di re. Con questo titolo scrisse egli lettera di sommessione a Trajano; ma, non vedendo venire risposta, ne tornò a scrivere un'altra, senza più intitolarsi re; supplicandolo di voler inviare a lui Marco Giunio, governatore della Cappadocia, per trattar seco d'accordo. Trajano gl'inviò il figliuolo di Giunio, e intanto continuò il suo viaggio, con impossessarsi del paese, dovunque passava, senza trovarvi resistenza alcuna. Arrivato a Satala, città dell'Armenia minore, venne ad inchinarlo Anchialo re degli Eniochi, popoli della Circassia verso il mar Nero. Trajano il ricevè con grande onore, e il rimandò carico di regali. Allora fu, che anche Partamasire, considerando il brutto aspetto de' suoi affari, probabilmente consigliato dal figliuolo di Giunio a rimettersi nella clemenza cesarea, ottenuto il salvocondotto, venne a presentarsi a Trajano. Nol volle egli ricevere, se non assiso sul trono in mezzo al campo. Se gli accostò Partamasire, e depose a' suoi piedi il diadema senza proferir parola: il che veduto dall'immensa corona dei soldati di Trajano, si alzò un sì allegro strepitoso grido di Viva, che quel principe atterrito fu in procinto di fuggirsene, se non si fosse veduto attorniato da sì gran copia d'armati. Chiesta poi una particolare udienza da Trajano, l'ottenne egli bensì, ma non già il diadema, siccome egli dimandava e sperava coll'esempio di Tiridate a' tempi di Nerone. Era ben diverso dal codardo Nerone il coraggioso Trajano. Ne uscì in collera Partamasire; ma risalito sul trono Trajano, il fece richiamare, acciocchè pubblicamente si riconoscesse il ragionamento seguito fra loro in disparte. Lamentossi Partamasire d'essere trattato come un prigioniero, quando egli era volontariamente venuto, e fece nuova istanza, per impetrare il diadema dalle mani di Cesare, a cui giurerebbe omaggio. Trajano gli rispose, che essendo l'Armenia pertinenza del romano imperio, non voleva concederla a chicchessia, ma bensì mettervi un governatore; e licenziatolo, il fece tosto partire, scortato da un corpo di cavalleria, acciocchè non potesse manipolar nel ritorno qualche intrico colla gente del paese. Si venne dunque alla guerra, di cui altro non sappiamo, se non che Partamasire, dopo essersi sostenuto, finchè potè, coll'armi alla mano, finalmente fu ucciso, e tutta l'Armenia restò in potere dell'Augusto Trajano, il quale ne fece una provincia del romano imperio.

NOTE:

[803] Acta Sanctorum apud Bolland. et apud Ruinartum.

[804] Gruterus, pag. 190, num. 4.

[805] Dio, lib. 68.

[806] Idem, in Excerptis Valesian.

Anno di CRISTO CXIV. Indizione XII.

ALESSANDRO papa 7. TRAJANO imperadore 17.

Consoli

QUINTO NINNIO HASTA e PUBLIO MANILIO VOPISCO.

Gran disavventura è stata che uno de' più gloriosi imperadori che s'abbia avuto Roma, quale ognuno confessa Trajano, con un regno fecondo di tante belle imprese, e di sì grandi uomini, qual fu il suo, non sia passato a noi con esatta e convenevole storia della vita e delle azioni di lui. Non mancò già agli antichi secoli una tale storia, anzi più d'una ve ne fu, attestando Lampridio[807], avere Mario Massimo, Fabio Marcellino, Aurelio Vero e Stazio Valente scritta la di lui vita, ed asserendo Plinio[808] il giovane, che Caninio era dietro a descrivere la guerra dacica. Pure tutti questi scritti son rimasti preda del tempo, e son periti i libri di Arriano che avea descritte le guerre dei Parti; sicchè altro a noi non resta che il compendio di Dione, fatto da Giovanni Sifilino, da cui si possano ricavar le imprese di Trajano, ma appena abbozzate, e senza poterne noi trarre i tempi distinti, in cui furono fatte. Perciò solamente a tentone andiamo riferendo a questo e a quell'anno le di lui imprese, senza poterne fondatamente assegnare il tempo preciso. Sia dunque ch'egli nel precedente anno compiesse la conquista di tutta l'Armenia, o che ciò avvenisse in parte ancora del presente, certo è, per testimonianza di Dione[809], che sparsasi maggiormente la fama del di lui valore, e de' suoi acquisti per l'Oriente, i re e i principi circonvicini vennero ad assoggettarsi all'aquile romane, oppure a chiedere amicizia e pace. Diede egli un re ai popoli Albani[810]; e i re dell'Iberia, de' Sauromati, del Bosforo e della Colchide gli prestarono giuramento di fedeltà. Avea notato Plinio[811], che Trajano, se volea ricrearsi talvolta dalle applicazioni e fatiche del governo, non passava già a divertimenti puerili di giuoco, meno poi ad altri di maggior vergogna, perchè illeciti e scandalosi, ma a passatempi faticosi, per tenere in esercizio il corpo, e giovare alla sanità. Il cavalcare, la caccia erano i suoi trastulli; e se si trovava vicino al mare o ai fiumi, solea talvolta far da piloto in una nave, e mettersi a remigare, facendo a gara co' suoi cortigiani a chi meglio sapea esercitar quel duro mestiere in romper l'onde e passare gli stretti. Non operò di meno questo saggio imperadore in Levante, insegnando coll'esempio suo ai soldati l'amore e la tolleranza delle fatiche[812]. Marciava anch'egli a piedi, e al pari d'essi passava a piedi i guadi dei fiumi. Ordinava egli in persona i soldati nelle marcie, e camminava innanzi, come un semplice uffiziale. Teneva molte spie, per saper nuove de' nemici, e talora ne spargeva egli delle false, per avvezzar la milizia ad ubbidir con prontezza, a star vigilante e preparata sempre con coraggio a tutti i pericoli ed avvenimenti. Son di parere il Mezzabarba e monsignor Bianchini, che Trajano conquistasse in quest'anno l'Assiria, perchè in una sua medaglia si legge ASSYRIA IN POTESTATEM POPVLI ROMANI REDACTA. Ma quella medaglia si può riferire ai due seguenti anni, non avendo caratteristica particolare dell'anno presente; e da Dione, secondo me, si ricava che più tardi succedette l'acquisto dell'Assiria, o sia della parte della Soria che allora era posseduta dai Parti.

NOTE:

[807] Lampridius, in Vita Alexandri Severi.

[808] Plin., lib. 8, ep. 4.

[809] Dio, lib. 68.

[810] Eutrop., in Breviar.

[811] Plinius, in Panegyrico, c. 81.

[812] Dio, lib. 68.

Anno di CRISTO CXV. Indizione XIII.

ALESSANDRO papa 8. TRAJANO imperadore 18.

Consoli

LUCIO VIPSTANIO MESSALA e MARCO VERGILIANO PEDONE.

Che Vipstanio e non Vipstano fosse il nome del primo di questi consoli, apparisce da un'iscrizione da me[813] prodotta, e da due altre del Grutero[814]. Se crediamo al Tillemont, l'anno fu questo delle grandi imprese di Trajano in Levante, perchè egli entrò nel paese de' Parti, e fece quelle grandi conquiste ch'io accennerò all'anno seguente. Se non c'inganna Dione[815], altro non sappiamo dell'operato da lui in questo, se non ch'egli s'impadronì delle città di Nisibi, capitale della Mesopotamia, e di Singara, e di Barne, città o luogo amenissimo di que' contorni: il che indica abbastanza, che alle sue mani venne l'intera ricca provincia della Mesopotamia, avendo noi anche osservato di sopra, ch'egli passò per Edessa, città parimente di quel tratto dove signoreggiava il re o sia principe Abgaro. Parla dipoi Dione, e parlerò ancor io, fra poco, del tremuoto orrendo d'Antiochia, accaduto sul fine del presente anno. Dopo di che descrive i gloriosi progressi di Trajano contra de Parti, i quali perciò debbono appartenere all'anno seguente, e non già al presente. Anche[816] il Mezzabarba mette in quest'anno la dedicazione fatta in Roma della basilica Ulpia, o sia di Trajano, che può anche riferirsi all'anno 112, e ai quattro susseguenti. Certo è che questa basilica era contigua alla piazza di Trajano, superbo edificio che accresceva la bellezza di quella piazza, sapendo noi, che le basiliche de' Romani furono sontuosissime fabbriche, simili a molte grandi chiese de' Cristiani, con trofei, statue ed altri ornamenti in cima, e con portici magnifici all'intorno, destinate per i giudici che andavano a tener ragione, concorrendovi anche i negozianti a trattar de' loro affari. Tornando ora a Trajano, mentr'egli attendeva all'acquisto della Mesopotamia, Manete, capo d'una nazion degli Arabi, Sporace principe dell'Antemisia, cioè di una parte d'essa Mesopotamia, e Manisare, anch'egli signore in quelle contrade, faceano vista di volersi a lui sottomettere, ma con trovar pretesti ogni dì per dichiararsi, e per venire a trovarlo[817]. Non si fidava Trajano di costoro, e molto meno se ne fidò, dappoichè Mebaraspe, re dell'Adiabene, avendo ottenuto da lui un corpo di soldatesche per difendersi contro di Cosroe, avea da traditore parte trucidati, parte ritenuti prigioni que' soldati. Fra gli ultimi fu un centurione chiamato Sentio, il quale con altri imprigionato in un forte castello, allorchè l'esercito di Trajano, irritato contra del traditore, arrivò nell'anno seguente in vicinanza di quel luogo, ruppe le catene, uccise il castellano, ed aprì le porte agli altri Romani. Scrive Eutropio[818], che Trajano s'impossessò del l'Antemisia. Dovette essere in quest'anno, perchè quella era una delle provincie della Mesopotamia. Secondo che abbiam da Dione, per queste vittorie fu dato a Trajano il titolo di Partico; ma egli più si compiaceva dell'altro di Ottimo, perchè esprimente la soavità de' suoi costumi, e il possesso in cui egli era di tutte le virtù.

Finita la campagna coll'acquisto della Mesopotamia, venne Trajano[819] a svernare con parte dell'armata ad Antiochia. Ma mentre ivi soggiornava, avvenne in quella città uno de' più orribili e funesti tremuoti che mai si leggano nelle storie. L'ordinario popolo di quella vasta città ascendeva ad un numero esorbitante: ma lo avea accresciuto a dismisura la venuta colà della corte imperiale, e di gran copia di soldatesche. V'era inoltre concorsa un'immensa moltitudine di persone di quasi tutto l'imperio romano, chi per negozi, chi per bisogno del principe, chi per veder quelle feste. In tale stato si trovava quella nobilissima metropoli dell'Oriente; quando nel dì 25 di decembre, come pretende il padre Pagi[820], venne un sì impetuoso tremuoto, preceduto da fulmini e da venti gagliardissimi, che rovinò buona parte delle fabbriche della città, con restare oppressa sotto le rovine gran moltitudine di persone, ed innumerabili altri con ferite e membra rotte. Si vide il vicino monte Corasio scuotere sì forte la cima, che parea dover precipitare addosso alla città; uscirono da più luoghi nuove fontane, e si seccarono le vecchie. Acquetato il gran flagello, si cominciò a pescar nelle rovine, e moltissimi vi si scoprirono morti di fame. Trovossi una sola donna che avea sostentato per più giorni sè stessa e un suo pargoletto col proprio latte, ed amendue furono cavati vivi: il che par cosa da non credere. Trajano che s'incontrò ad essere in sì brutto frangente, per una finestra del palazzo, in cui abitava, se ne fuggì; e scrivono che un personaggio d'inusitata e più che umana statura lo ajutò a salvarsi. Tal fu nulladimeno la sua paura, che quantunque fosse cessato lo scotimento della terra, pure per molti giorni volle abitare a cielo scoperto nel Circo. In questa sciagura perdè la vita Pedone console, che terminato il suo consolato ordinario ne' primi sei mesi potè molto ben venire pe' suoi affari ad Antiochia; se pur non fu un altro Pedone, stato console in alcun degli anni precedenti.

NOTE:

[813] Thesaurus Novus Inscription., pag. 319, num. 2.

[814] Gruterus, pag. 74 et 1070.

[815] Dio, lib. 68.

[816] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[817] Dio, lib. 68.

[818] Eutrop., in Breviar.

[819] Joannes Matala, in Chron. Dio, lib. 68.

[820] Pagius, in Crit. Baron.

Anno di CRISTO CXVI. Indizione XIV.

ALESSANDRO papa 9. TRAJANO imperadore 19.

Consoli

LUCIO ELIO LAMIA ed ELIANO VETERE.

Chiaramente scrive lo storico Dione[821] che dopo il tremuoto di Antiochia (e però nell'anno presente, e non già nel precedente) venuta la primavera, Trajano con tutto lo sforzo delle sue genti si mosse per portar la guerra nel cuore del regno dei Parti. Conveniva passare il rapido fiume Tigri, le cui sponde, dalla parte del Levante, erano ben guernite di nemiche milizie. Avea egli fatto fabbricar nel verno una prodigiosa quantità di barche con legni presi dai boschi di Nisibi; e per introdurle nel suddetto fiume, pensò ad un arditissimo e dispendioso ripiego, cioè di tirare un gran canale di acqua dall'Eufrate nel Tigri, per cui si potessero condurre le navi. Nacque sospetto, che essendo più alto l'Eufrate dell'altro fiume, potessero le di lui acque accrescere di soverchio la rapidità del Tigri, e che colà si volgesse tutto l'Eufrate, con perdersene anche la navigazione; e però non si compiè l'impresa; o se pur si compiè, non se ne servì Trajano. L'altro ripiego, a cui s'attenne, fu di condurre sopra carri barche fatte, ma sciolte, per unirle poi insieme sulle ripe del Tigri, e lanciarle quivi nel fiume. Così fu fatto. Di queste si formò un ponte; e tanta era la copia delle altre navi cariche di armati, che infestavano i Parti schierati sull'opposta ripa, e di altre che minacciavano in più luoghi il passaggio dell'armata, che i Parti non sapendo intendere, come in un paese privo affatto d'alberi, fossero nate cotante navi, e perciò sgomentati, presero la fuga. Passò dunque felicemente tutto l'esercito romano, e piombò sulle prime addosso al traditor Mebaraspe re dell'Adiabene, con sottomettere tutta quella provincia. Quindi s'impadronì di Arbela e di Gaugamela (dove Alessandro il Grande diede la sconfitta a Dario), e di Ninive e di Susa. Di là passò a Babilonia, senza trovare in luogo alcuno opposizione, perchè i Parti non erano d'accordo col re loro Cosroe, e più di una sedizione e guerra civile in addietro avea snervata la potenza di quella nazione. Volle Trajano osservare in quei contorni il lago onde si cavò il bitume, con cui in vece di calce furono unite le pietre delle mura di Babilonia. Sì fetente è l'aria di quel lago, che l'alito suo fa morire gli animali e gli uccelli che vi si appressano. Di là passò Trajano a Ctesifonte, capitale allora del regno de' Parti, dove fu fatto un incredibil bottino, e presa una figliuola di Cosroe col suo ricchissimo trono[822]. Cosroe se n'era fuggito: ne parleremo a suo tempo. Stese dipoi il vittorioso Augusto le sue conquiste per quelle parti, soggiogando Seleucia[823], e i popoli Marcomedi, e un'isola del Tigri, dove regnava Atambilo, e giunse fino all'Oceano. Svernò coll'armata in quelle parti, e vi corse vari pericoli per cagion delle tempeste insorte in quel fiume, vastissimo verso le basse parti per l'union dell'Eufrate.

Lo strepito di tali conquiste arrivato a Roma riempiè di giubilo quel popolo, che non sapea saziarsi di esaltar le prodezze di questo Augusto, giacchè l'aquile romane non aveano mai steso sì oltre, come sotto di lui, i lor voli. Perciò il senato gli confermò il cognome di Partico, con facoltà di trionfalmente entrare in Roma quante volte egli volesse, perchè in Roma non erano conosciuti tanti popoli da lui soggiogati. Trovasi ancora in qualche medaglia[824] accresciuto per lui sino alla nona volta il titolo d'imperadore, e datogli il nome d'Ercole. Ordinò parimente il senato, oltre ad altri onori, che gli fosse alzato un arco trionfale. Preparavansi ancora i Romani a fargli uno straordinario onorevole incontro, allorchè egli fosse ritornato a Roma; ma Dio altrimenti avea disposto. Trajano più non rivide Roma, nè potè goder del trionfo. Intanto stando egli ai confini dell'Oceano, vista una nave che andava alle Indie, cominciò ad informarsi meglio di quel paese, di cui avea dianzi udito tante maraviglie; e gran desiderio mostrava di portarsi colà. Poi dicea, che se egli fosse giovane vi andrebbe; e chiamava beato Alessandro il Grande, per avere in età fresca potuto dar principio alle sue imprese. Contuttociò gli durava questo prurito; ma nell'anno seguente gli sopravvennero tali traversie, che gli convenne cacciar queste fantasie, e cangiar di risoluzione. Intanto egli fece dell'Assiria e della Mesopotamia due provincie del romano imperio. Da una iscrizione[825] esistente tuttavia nel porto d'Ancona, e riferita da più letterati, si raccoglie, che circa questi tempi fu compiuto il lavoro di quel porto per ordine di Trajano, il quale, dopo aver provveduto il Mediterraneo del porto di Cività Vecchia, volle ancora che l'Adriatico ne avesse il suo. A lui ha questa obbligazione Ancona, ed ivi tuttavia sussiste un arco trionfale, posto in onore di così benefico principe. Abbiamo ancora da Eusebio[826], che verso questi tempi la nazione giudaica, sparsa per la Libia e per l'Egitto, si rivoltò dappertutto contra de' Gentili, e ne seguirono innumerabili morti. Ebbero i Giudei la peggio in Alessandria. Secondo i conti di Dione vi perirono dugento ventimila persone; in Cirene essi Giudei commisero delle incredibili crudeltà contro de' Pagani.

NOTE:

[821] Dio, lib. 68.

[822] Spartianus, in Vita Hadriani.

[823] Eutrop., in Breviar.

[824] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.

[825] Gruterus, pag. 247, num. 6.

[826] Eusebius, in Chron.

Anno di CRISTO CXVII. Indizione XV.

SISTO papa 1. ADRIANO imperadore 1.

Consoli

QUINZIO NEGRO e GAIO VIPSTANIO APRONIANO.

Secondo l'opinione de' migliori, l'anno fu questo, in cui santo Alessandro papa gloriosamente terminò i suoi giorni col martirio. Dopo lui, Sisto tenne il pontificato romano. Soggiornando Trajano verso l'Oceano, tuttavia co' pensieri e desiderii di veder l'Indie, si fece condurre in nave pel golfo, che Dione[827] ed Eutropio[828] chiamano il mar Rosso, ma che, secondo tutte le apparenze, fu il golfo Persico. Aggiugne Dione ch'egli s'inoltrò in quelle parti sino al luogo, dove si crede che morisse il grande Alessandro, con far ivi le cerimonie funebri in memoria di lui. Ma restò ben deluso, perchè dopo la relazione di tante belle cose che si diceano di que' paesi, altro non vi trovò che favole e luoghi rovinati. In questo mentre gli vien nuova, che i Parti si son ribellati, e si son perdute tutte le conquiste della Persia e della Mesopotamia, colla morte e prigionia delle milizie lasciatevi di guarnigione. Non tardò Trajano ad inviar colà Massimo e Lucio Quieto. Differente fu la fortuna di questi due generali. Massimo in una battaglia vi lasciò la vita. Lucio Quieto, all'incontro, moro di nazione, ricuperò Nisibi, ed espugnata Edessa, le diede il sacco e la incendiò. Alla medesima pena fu esposta la città di Seleucia, presa da Ericio Claro e da Giulio Alessandro. Tali novità fecero risolvere Trajano a mutar disegno intorno a que' paesi, scorgendo assai, che non gli sarebbe riuscito di conservarli come provincia, e sotto il governo dei magistrati romani. Però, tornato a Ctesifonte, e fatti raunare in una gran pianura i Romani e i Parti, salito sopra un eminente trono, dichiarò re dei Parti Partamaspare personaggio di quella nazione, chiamato Psamatossiris da Sparziano[829], e gli pose in capo il diadema: risoluzione abbracciata volentieri ed applaudita da que' popoli. Indi passò nell'Arabia Petrea, che s'era anch'essa ribellata; ma vi trovò il paese molto brutto, nè vi potè prendere Atra lor capitale, con patirvi ancora insoffribili caldi e molti altri disastri. Credesi nondimeno da alcuni ch'egli pervenisse fino all'Arabia Felice. Negli stessi tempi[830] continuarono più che mai le sedizioni e ribellioni de' Giudei nella Mesopotamia, nell'Egitto e in Cipri. Attesta Eusebio[831], che in Salamina città di Cipri prevalse la forza de' Giudei contra de' Gentili, di modo che quella città rimase spopolata. Ma Artemione capitano de' Cipriotti così fattamente perseguitò i Giudei in quell'isola, che li disertò affatto, facendosi conto, che ivi tra Gentili e Giudei perirono dugento quarantamila persone. Fu anche spedito Lucio Quieto il Moro contra de' medesimi nella Mesopotamia, che, col farne un'orrida strage, diede fine alla loro inquietudine.

Ma che? tutte queste vittorie e conquiste di Trajano, che costarono tanto sangue e tante spese e fatiche ai Romani, non istettero molto a svanir in fumo; perchè appena ritirossi da quelle contrade Trajano, che le cose ritornarono nel primiero stato, senza restarvi un palmo di dominio pe' Romani. E se ne ritirò per forza Trajano, perchè nel mese di luglio cominciò a sentire aggravata la sua sanità da male pericoloso, che da lui fu creduto veleno; ma si attribuisce da altri a cessazion delle emorroidi, e da altri ad un tocco di apoplessia, per cui restò offesa qualche parte del suo corpo. Altri in fine vogliono ch'egli fosse assalito dall'idropisia. Questo qualunque sia malore sopraggiunto a Trajano, allorchè meditava di tornarsene in Mesopotamia, gli fece cangiar pensiero, e l'invogliò di ritornarsene in Italia, dove era continuamente richiamato dal senato; e però verso queste parti frettolosamente s'incamminò[832]. Giunto ad Antiochia, capitale della Soria, lasciò ivi Elio Adriano, suo cugino, con titolo di governatore, e gli consegnò l'esercito romano. Continuato poscia il viaggio sino a Selinonte, città marittima della Cilicia, appellata poi Trajanopoli, oppresso dal male, che Eutropio[833] chiamò flusso di ventre, quivi in età di sessantuno, altri dicono di sessantatrè anni, compiè il corso di sua vita, per quanto si crede nel dì 10 d'agosto. Il detto finora ha condotto i lettori a comprendere le mirabili belle doti, che concorsero a rendere Trajano uno de' più gloriosi imperadori che s'abbia mai avuto Roma, e a cui pochi altri possono uguagliarsi, non che andare innanzi. Oltre alle belle memorie ch'egli lasciò in Roma e in varie parti del romano imperio, in fabbriche sontuose, strade, porti, ponti, si trovano ancora varie città o fabbricate da lui, o che presero il nome da lui. A lui ancora principalmente attribuisce Aurelio Vittore l'istituzione del Corso Pubblico, oggidì appellato le Poste, che veramente ebbe origine da Augusto, ma fu ampliato e regolato in miglior forma da Trajano, acciocchè si potessero speditamente e regolarmente saper dall'imperadore le nuove del vasto imperio romano, e andar e venir prontamente gli uffiziali cesarei: giacchè, come dottamente osservò il Gotofredo[834], serviva allora la posta solamente per gli ministri ed uomini dell'imperatore, e non già per le persone private, ed era mantenuta alle spese del Fisco con cavalli, calessi e carrette. Ma siccome osserva Aurelio Vittore[835], e si raccoglie dal codice teodosiano, questo lodevol istituto col tempo, e sotto i cattivi imperadori degenerò in uno intollerabil aggravio delle provincie e de' sudditi. Non fu già esente da ogni difetto Trajano, e van di accordo Dione[836], Aurelio Vittore[837], Sparziano[838] e Giuliano l'Apostata[839] in dire ch'egli cadea talvolta in eccessi di bere; ma non si sa ch'egli commettesse giammai azione alcuna contra il dovere, allorchè era riscaldato dal vino. Anzi, se crediamo ad esso Vittore, egli ordinò di non aver riguardo a ciò ch'egli avesse comandato dopo essere intervenuto a qualche convito. Aggiugne Dione, ch'egli fu suggetto ad un'infame libidine, abborrita dalla natura stessa, ma senza fare violenza o torto ad alcuno. Tutti effetti della falsa e stolta religione dei Gentili, la quale accecava e affascinava talmente le loro menti, che non si attribuivano a vergogna e peccato le maggiori enormità, che san Paolo chiaramente nomina e riconosce per un gran vitupero del gentilesimo allora dominante. Contuttociò nelle virtù politiche, e massimamente nell'amorevolezza, clemenza e saviezza, fu sì eccellente questo Augusto, che[840] da lì innanzi nelle acclamazioni che faceva il senato al regnante imperadore, si usò di augurargli, che fosse più fortunato d'Augusto, più buono di Trajano. E ben godè sotto di lui Roma e l'imperio tutto una mirabil calma: se non che si sentirono tremuoti in varie città, e peste e carestia in vari luoghi, e in Roma seguì una fiera inondazion del Tevere: malanni nondimeno, che servirono solamente di gloria a Trajano, perchè egli in quante maniere potè si adoperò per rimediare ai lor pessimi effetti, e per sovvenire chi era in bisogno. Fiorirono ancora sotto questo insigne imperadore vari eccellenti ingegni, perchè egli al pari degli altri più rinomati regnanti, amò i letterati, e promosse le lettere. Restano a noi tuttavia le Opere di Cornelio Tacito, di Plinio il giovane e di Frontino, per tacer d'altri, che fiorirono anche sotto Adriano, e d'altri de' quali si son perduti i libri.

Ora Plotina imperadrice, che accompagnò sempre in tutti i suoi viaggi il marito Trajano, dacchè egli fu morto, non lasciò traspirare la di lui perdita, se non dappoichè ebbe concertato tutto per fargli succedere Publio Elio Adriano di lui cugino, giacchè non si sa che Trajano avesse mai figliuolo alcuno. La fama è varia intorno a questo punto. Crederono alcuni[841], che fosse corso per mente a Trajano di lasciar l'imperio a Nerazio Prisco giurisconsulto di que' tempi, e che gli dicesse un giorno: A voi raccomando le provincie, se qualche disgrazia mi accadesse. Altri pensarono[842] ch'egli avesse posti gli occhi sopra Serviano cognato di Adriano, ed altri fin sopra Lucio Quieto, che già dicemmo moro di nazione. Lo creda chi vuole. Vi fu chi disse essere stata sua intenzione di nominar dieci persone, lasciando poi la scelta del migliore al senato, dopo la sua morte. Nulla di ciò fu fatto. Solamente sul fin della vita adottò e nominò suo successore Adriano, e ciò per opera di Plotina Augusta e di Celio Taziano o sia Attiano, tutore di esso Adriano; perchè veramente Trajano non mostrò mai tenerezza alcuna di amore per lui, conoscendone assai i difetti; e l'avea bensì sollevato alla dignità di console, ma senza dargli cariche riguardevoli sussistenti: il che non si accorda con ciò che abbiam detto rivelato a lui da Licinio Sura[843] nell'anno 109, cioè che fin d'allora Trajano meditava di adottarlo per suo figliuolo. Convengono nondimeno gli storici in dire, che Plotina co' suoi maneggi portò il marito infermo a dichiararlo suo figliuolo e successore, siccome quella che, se vogliamo prestar fede a Dione[844], era innamorata di Adriano: il che facilmente potè immaginar la malizia solita a far dei ricami alle azioni altrui, e massimamente dei grandi. Anzi non mancò chi credesse essere stata l'adozion di Adriano una tela interamente fatta da essa Plotina senza notizia e consentimento di Trajano, ed anche dopo la di lui morte, tenuta celata apposta per qualche dì, con fingere fatta da lui l'adozione suddetta. A questo sospetto diede qualche fondamento l'essere state spedite le lettere al senato coll'avviso di tale adozione, ma sottoscritte dalla sola Plotina. Fece la medesima Augusta per solleciti corrieri intendere ad Adriano la nuova dell'operato da Trajano (se pur tutta sua non fu quella fattura) nel dì 9 di agosto. Poscia nel dì 11 gli arrivò la nuova della morte di Trajano[845]. Non perdè tempo Adriano a scriver lettere al senato, intitolandosi Trajano Adriano, e pregandolo di confermargli l'imperio, e protestando di non ammettere onore alcuno, ch'egli non avesse prima domandato ed ottenuto dal medesimo senato, con altre sparate di non voler fare se non ciò che fosse utile al pubblico, di non far morire alcun senatore, aggiungendo a tali proteste gravi giuramenti ed imprecazioni, se non eseguiva ciò che prometteva. Niuna difficoltà si trovò ad approvare la di lui successione, ben conoscendo i senatori, che, comandando egli al nerbo maggiore delle milizie romane, pazzia sarebbe il negare a lui ciò che colla forza potrebbe ottenere. Oltre di che l'esercito stesso della Soria, appena udita l'adozione di lui e la morte di Trajano[846], l'avea riconosciuto per Imperadore: del che fece egli scusa col senato. Uscì Adriano di Antiochia, per veder le ceneri ed ossa dello stesso Trajano, che Plotina sua moglie, Matidia sua nipote e Taziano portavano a Roma; e poscia se ne ritornò ad Antiochia, per dar sesto agli affari dell'Oriente, prima d'imprendere anch'egli il suo viaggio alla volta della Italia. Furono accolte in Roma esse ceneri colle lagrime e con un trionfo lugubre, ed introdotte in quella città sopra un carro trionfale, in cui si mirava l'immagine del defunto Augusto; e poscia collocate in un'urna d'oro sotto la colonna trajana, con privilegio conceduto a pochi in addietro, perchè non era lecito il seppellire entro le città[847]. Egli certo fu il primo degl'imperadori che fossero entro Roma seppelliti. Scrisse Adriano al senato, acciocchè gli onori divini, secondo l'empio costume del gentilesimo, fossero compartiti a Trajano. Non sol questi, ma altri ancora, come templi e sacerdoti, decretò il senato alla di lui memoria; e per molti anni dipoi si celebrarono in onor suo i giuochi appellati Partici.

NOTE:

[827] Dio, lib. 68.

[828] Eutropius, in Breviar.

[829] Spartianus, in Vita Hadriani.

[830] Dio, lib. 68.

[831] Euseb., in Chron.

[832] Aurel. Vict., in Epit.

[833] Eutrop., in Breviar.

[834] Gothofredus ad Legem 8, Tit. 5, Codic. Theodosiani.

[835] Aurelius Victor, de Caesarib.

[836] Dio, lib. 68.

[837] Aurel. Vict., de Caesarib.

[838] Spart., in Vita Hadriani.

[839] Julian., de Caesar.

[840] Eutrop., in Brev.

[841] Spartianus, in Vita Hadriani.

[842] Dio, lib. 69.

[843] Spartianus, in Vita Hadriani.

[844] Dio, lib. 69.

[845] Dio, ibid.

[846] Spartianus, in Vita Hadriani.

[847] Eutropius, in Breviar.

Anno di CRISTO CXVIII. Indizione I.

SISTO papa 2. ADRIANO imperadore 2.

Consoli

ELIO ADRIANO AUGUSTO per la seconda volta, e TIBERIO CLAUDIO FOSCO ALESSANDRO.

Credesi che Trajano avesse all'anno precedente disegnato console Adriano per l'anno presente. Ma anche senza di questo, il costume era che i novelli Augusti prendessero il consolato ordinario nel primo anno del loro governo. Era nato Adriano nell'anno 76 della nostra Era, nel dì 24 di gennaio, per testimonianza di Sparziano[848], da cui abbiam la sua vita. Ebbe per moglie Giulia Sabina, figliuola di Matidia Augusta, di cui fu madre Marciana Augusta, sorella di Trajano. Perchè in sua gioventù comparve scialacquatore, si tirò addosso lo sdegno di Trajano, suo parente, e già suo tutore. Tuttavia tal era la sua disinvoltura e vivacità di spirito, che si rimise in grazia di lui, e ricevè anche molti onori da lui; ma non mai giunse in vita del medesimo ad essere accertato di succedergli nell'imperio a cagion del suo naturale, in cui quel saggio imperadore trovava bensì molte belle doti, ma insieme sapea scoprire non pochi vizii, quantunque Adriano si studiasse di dissimularli e coprirli. L'ambizione traspariva dalle di lui azioni e parole, molto più la leggerezza e l'incostanza; e sopra tutto, il suo essere stizzoso e vendicativo, facea temere che sarebbe portato alla crudeltà. Non si può negare, che la penetrazione del suo intendimento, la prontezza delle sue risposte, un'applicazione a tutto quanto può riuscir d'ornamento a persona nobile, l'aiutavano a brillar nella corte e negli uffizi a lui commessi. Prodigiosa era la sua memoria. Tutto quanto leggeva, lo riteneva a niente. Fu veduto talvolta in uno stesso tempo scrivere una lettera, dettarne un'altra, ascoltare e favellar con gli amici. Non si lasciava andar innanzi alcuno nella cognizion delle lingue greca e latina; sapea egregiamente comporre tanto in prosa che in versi, ed anche improvvisava talvolta con garbo[849]. La medicina, l'aritmetica, la geometria le possedeva; dilettavasi di sonar vari strumenti, di dipignere, di lavorar delle statue; e la sua non mai sazia curiosità il portava a voler sapere di tutto, con insino inoltrarsi molto nel vanissimo studio della strologia giudiciaria, o nell'empio della magia. Lasciò anche dopo di sè vari libri di sua composizione in prosa e in versi. Suo maestro, o pure aiutante di studio, fu Lucio Giulio Vestinio, che servì poscia a lui divenuto imperadore di segretario, e vien chiamato sopraintendente alle biblioteche di Roma greche e latine in una iscrizione[850]. Questo suo amore alle scienze ed arti cagion fu, che a' suoi tempi fiorirono in Roma le lettere, e vidersi i professori d'esse sommamente onorati e premiati, come attesta anche Filostrato[851]. Piena era la sua corte di grammatici, musici, pittori, geometri ed altri simili. Spezialmente si compiaceva di conversar coi filosofi, poeti ed oratori, e li teneva bene in esercizio, proponendo loro stravaganti quistioni, per imbrogliarli, e rispondendo loro con egual vivacità tanto sul serio, che burlando. Per altro a misura del suo volubil cervello era anche bizzarro ed instabile il suo genio e gusto. E credendosi, per istare sopra gli altri come imperadore, di aver anche questa medesima superiorità nell'ingegno e nel sapere, portava nello stesso tempo invidia a chi parea sapere più di lui, con giugnere a maltrattarli, e a trovar da dire sopra tutte le lor fatiche, e, quel che è peggio, a perseguitarli. Facevasi anche ridere dietro, allorchè anteponeva ad Omero un certo cattivo poeta appellato Antimaco, Ennio a Virgilio, Catone a Cicerone, Celio a Sallustio. E questo suo maligno ed invidioso talento il trasse fino a screditar le azioni e le fabbriche di Trajano, quasichè egli andasse innanzi a quel grand'uomo nel giudizio e nel buon gusto. Ma questo per ora basti del novello imperadore Adriano, e intorno alle sue doti e costumi.

Dacchè fu egli creato imperadore, giudicò di non dover partire di Antiochia senza lasciare in istato quieto le cose d'Oriente[852]. Avea ben Trajano aggiunto al romano imperio le provincie della Mesopotamia, dell'Assiria e dell'Armenia; ma il mantenere quelle provincie nella dovuta ubbidienza, non era da un Adriano, principe che s'intendea del mestier della guerra per parlarne in sua camera, non per esercitarlo in campagna, perchè mal provveduto di coraggio e di pazienza nelle fatiche. Però si rivolse egli a' trattati di pace con Cosroe, già re de' Parti, e con quei popoli, contento di salvare la dignità del popolo romano: giacchè non si credea da tanto da poter conservar quelle conquiste. Cedette dunque l'Assiria e la Mesopotamia a Cosroe, mandandogli probabilmente il diadema, con ritener qualche ombra di superiorità, e riducendo il confine romano all'Eufrate, come era prima. Levò via Partamaspare, cioè quel re che Trajano avea dato ai Parti, costituendolo re in qualche di angolo quelle contrade. Permise anche ai popoli dell'Armenia l'eleggersi il loro re. Parve che in tutto questo egli cercasse d'estinguere la gloria di Trajano, di cui, per attestato di Eutropio[853], si mostrò sempre invidioso. Fece poi anche per questo distruggere, contro il volere di tutti, il teatro fabbricato da esso Trajano nel Campo Marzio. Poco mancò che non restituisse ancora la Dacia ai Barbari. Impedito ne fu dalla persuasion degli amici, acciocchè non cadessero sotto il giogo barbarico tanti cittadini romani, che Trajano aveva inviato ad abitare colà. Creò Adriano sul principio due prefetti del pretorio, cioè Celio Taziano per gratitudine, avendolo avuto per tutore in sua gioventù, e per mezzano a salire in alto; e Simile per la moderazione ed onoratezza de' suoi costumi. Di questi ne dà un saggio lo storico Dione[854] con dire che mentre Simile era solamente centurione, trovossi nella anticamera imperiale per andare all'udienza di Trajano. V'erano ancora molti altri da più di lui, cioè uffiziali primari che la desideravano anch'essi. Trajano il fece chiamare innanzi agli altri, ma egli si scusò con dire, essere contro l'ordine, che un par suo dovesse goder quest'onore, con fare intanto aspettare i suoi comandanti nell'anticamera. Accettò Simile con difficoltà la carica di prefetto, e da lì forse a due anni, scorgendo che verso di lui s'era raffreddato Adriano, dimandò ed ottenne il suo congedo. Ritiratosi alla campagna, quivi per sette anni sopravvisse in tutta pace, comandando poi alla sua morte, che pel suo epitaffio si scrivesse come egli era stato settantasei anni sulla terra, ed esserne vissuto solamente sette. D'altro umore fu ben Taziano, perchè uomo violento. Egli sulle prime scrisse da Roma ad Adriano di levar dal mondo[855] Bebio Marco prefetto di Roma, e Laberio Massimo, e Crasso Frugi, relegati nell'isole, come persone capaci di novità. Adriano non volle dar principio al suo governo con queste crudeltà. Alcune poi ne commise andando innanzi, e di queste diede la colpa ai consigli del medesimo Taziano. Depresse Lucio Quieto, valoroso uffiziale, con levargli la compagnia de' Mori, perchè si sospettava che aspirasse all'imperio. Mandò ancora Marzio Turbone ad acquetare un tumulto insorto nella Mauritania. Probabilmente verso la primavera di quest'anno Adriano, dopo aver dato ai soldati il doppio di quel regalo che solevano dare gli altri nuovi imperadori, e lasciato al governo della Soria Catilio Severo, si mise in viaggio per terra alla volta di Roma. Il senato gli avea decretato il trionfo. Lo ricusò egli, volendo che a Trajano, benchè defunto, si desse quest'onore. Perciò entrò in Roma sul carro trionfale, su cui era inalberata l'immagine di esso Trajano. Cominciò dipoi il suo governo, come far sogliono per lo più i principi novelli, con somma bontà e dolcezza, e con far bene a tutti. Diede un congiario al popolo romano[856], e pare che n'avesse dato due altri nell'anno antecedente. Rimise alle città d'Italia tutto il tributo coronario, cioè quello che si solea pagare per le vittorie degl'imperadori, e per l'assunzione d'essi al trono. Lo sminuì anche alle provincie fuori d'Italia, benchè egli pomposamente esprimesse, quanto allora lo stato si trovasse in gran bisogno di danaro, che ciò nonostante egli faceva quella remissione. Ciò nondimeno che gli produsse un incredibil plauso, fu l'aver condonato tutti i debiti[857] che aveano le persone private da sedici anni in addietro coll'erario imperiale, tanto in Roma che in Italia, e nelle provincie spettanti all'imperadore, secondo la divisione d'Augusto, non sapendosi se questa liberalità si stendesse ancora alle provincie governate dal senato. Parla di questa sua memorabil generosità Sparziano, e ne conservarono la memoria le medaglie e le iscrizioni antiche[858]. Se non fallano i conti del Gronovio[859], questa remissione ascese a ventidue milioni e mezzo di scudi d'oro: il che sembra cosa incredibile. Per dare maggior risalto a questa sua insigne azione, e per maggior sicurezza dei debitori, fece bruciar nella piazza di Trajano tutte le lor polizze ed obbigazioni. Apparisce dalle medaglie suddette, ch'egli appena creato imperadore prese i titoli di Germanico, Dacico e Partico, come se ancor questi fossero passati in lui coll'eredità di Trajano. Trovasi anche appellato Pontefice Massimo. Ma per conto del titolo di Padre_ della Patria_, benchè il senato non tardasse ad esibirglielo, e tornasse da lì a qualche tempo ad offerirglielo, nol volle, sull'esempio di Augusto che tardi l'avea accettato.

NOTE:

[848] Spartianus, in Vita Hadriani.

[849] Dio, lib. 69.

[850] Thesaurus novus Inscription.

[851] Philostratus, in Sophist.

[852] Dio, lib. 69. Spartianus, in Vita Hadriani.

[853] Eutrop., in Breviar.

[854] Dio, lib. 69.

[855] Spartianus, in Vita Hadriani.

[856] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[857] Dio, lib. 69.

[858] Panvinius, Fast. Consular. Spartianus, in Vita Hadriani.

[859] Gronovius de Sestertiis.

Anno di CRISTO CXIX. Indizione II.

SISTO papa 3. ADRIANO imperatore 3.

Consoli

ELIO ADRIANO AUGUSTO per la terza volta, e QUINTO GIUNIO RUSTICO.

Perchè non abbiamo storici che abbiano con ordine di cronologia distribuite le azioni di Adriano e di molti altri susseguenti imperadori, possiamo ben rapportar con sicurezza ciò che operarono, ma non già accertarne i tempi. Le stesse medaglie mancano in questi tempi di note cronologiche, perchè non vi si esprime, se non in generale, la podestà tribunizia e il consolato terzo, ripetuto sempre ne' susseguenti anni, perchè egli più non fu da lì innanzi console. Diede (forse nel precedente e non meno nel presente) dei sollazzi al popolo romano, troppo vago degli spettacoli, correndo il suo giorno natalizio, cioè[860] il combattimento de' gladiatori, e molte cacce di fiere. Giorni vi furono, ne' quali cento lioni ed altrettante lionesse restarono uccisi. Tanto nel teatro che nel circo, dove si fecero altri giuochi, sparse dei doni separatamente agli uomini e alle donne. E perciocchè regnava in Roma l'abbominevole abuso, che nel medesimo bagno e nello stesso tempo si andavano a lavar uomini e donne, proibì così enorme indecenza. Durò[861] il suo consolato dell'anno presente solamente i primi quattro mesi, senza che si sappia chi gli fosse sostituito in quella dignità. Ed allora attese ad ascoltar e decidere le cause, che erano portate al senato. Meglio regolò le poste, acciocchè i magistrati delle provincie non avessero l'incomodo di provveder le vetture ai bisogni. Ordinò che da lì innanzi le pene dei condannati non si pagassero al fisco, cioè alla camera cesarea, ma bensì all'erario della repubblica. Accrebbe gli alimenti ai fanciulli e alle fanciulle orfane povere per tutta l'Italia, ampliando la bella istituzione che aveano dinanzi fatto i buoni imperadori Nerva e Trajano. Ai senatori, che senza lor colpa aveano sminuito molto del patrimonio che si esigeva per essere di quell'ordine eminente, diede egli il supplemento con pensioni ben pagate finchè egli visse. Per le spese occorrenti nell'ingresso delle cariche a molti suoi amici poveri somministrò un buon aiuto di costa, e ciò fece ancora con alcuni che nol meritavano. Sovvenne ancora molte nobili donne, alle quali mancava il modo onesto di sostentar la vita. Scelse i più accreditati dell'ordine senatorio per i suoi domestici e familiari, e li teneva alla sua tavola. Fuorchè nel giorno suo natalizio, ricusò i giuochi circensi, che in altri tempi volle il senato decretare in onore di lui. Spesse volte ancora, parlando al senato e al popolo, protestò di voler far conoscere nel suo governo, ch'egli procurava il ben pubblico, e non già il proprio.

La cronica di Alessandria mette sotto questi consoli l'andata di Addano a Gerusalemme[862], per quietare i tumulti eccitati dai Giudei anche in quelle parti. Prese, se vogliam credere a quello storico, la città di Terebinto, e vendè schiavi al pubblico i Giudei quivi trovati. Atterrò il tempio di Gerusalemme; fabbricò ivi due piazze, un teatro ed altri edifizii. Divise quella città in sette rioni coi lor sopraintendenti, ed abolito il nome di Gerusalemme, volle che quella città dal suo si chiamasse Elia. Anche Eusebio[863] qualche cosa di ciò parla all'anno presente; e il padre Pagi[864] tien per fermo che allora seguisse il viaggio suddetto di Adriano, e che Gerusalemme fosse da lui rifabbricata. Ma non è l'autore della cronica alessandrina di tal peso, da dovergli tosto prestar fede in questo punto di cronologia, quando Dione e Sparziano nulla di ciò dicono verso i tempi presenti; e quello scrittore patentemente s'inganna in attribuire ad Adriano la distruzione del tempio accaduta nella guerra di Tito. Non è perciò, a mio credere, assai sussistente il viaggio colà di Adriano in questi tempi. Possiamo bensì tenere, che nell'anno presente i sediziosi Giudei facessero qualche movimento, e restassero abbattuti, come scrive san Girolamo[865], e vien accennato anche da Eusebio. Abbiamo inoltre da Eutropio[866], che Adriano ebbe una sola guerra, di cui parleremo, nè questa la fece in persona, ma per mezzo di un suo generale.

NOTE:

[860] Dio, lib. 69.

[861] Spartianus, in vita Hadriani.

[862] Chr. Paschale, tom. I Histor. Byzantin.

[863] Eusebius, in Chron.

[864] Pagius, in Critic. Baron.

[865] Hieron., Comment. in Danymus, c. 9.

[866] Eutrop., in Breviar.

Anno di CRISTO CXX. Indizione III.

SISTO papa 4. ADRIANO imperadore 4.

Consoli

LUCIO CATILIO SEVERO e TITO AURELIO FULVO.

Per quanto c'insegna Giulio Capitolino[867], l'imperadore Antonino Pio fu prima nominato Tito Aurelio Fulvio o Fulvo, ed era stato console con Catilio Severo. Quando quello storico non prenda abbaglio, il secondo de' consoli dell'anno presente dovette essere il medesimo Antonino. Non Lucio Aurelio, come per errore è corso ne' fasti del padre Stampa, ma Tito Aurelio fu il prenome e nome d'esso console, come s'ha da un'iscrizione riferita dal Panvinio[868]. Ora all'anno presente, secondochè immaginò il padre Pagi[869] con altri, e non già al precedente, come volle il Tillemont, pare che s'abbia da riferire la guerra mossa[870] dai Sarmati e dai Rossolani contro le terre dell'imperio romano. A questo avviso Adriano Augusto immediatamente mandò innanzi l'esercito romano, e poi, tenendogli dietro, arrivò anche egli nella Mesia, e si fermò al Danubio, frapposto fra lui e i nemici. Il Cellario[871], che mette i Sarmati verso il mar Nero, e i Rossolani circa la Palude Meotide, non so come ben si accordi col racconto di questa guerra. Un dì la cavalleria romana, di tutte armi guernita, all'improvviso passò a nuoto il Danubio: azione sommamente ardita, che mise tal terrore nei Barbari, che trattarono di pace[872]. Lamentavasi il re de' Rossolani[873], che gli fosse stata sminuita la pensione solita a pagarsegli dai Romani. Adriano, che abborriva i pericoli della guerra, il soddisfece, con accordar vergognosamente quanto il barbaro richiedea. Fu in questi tempi, che egli diede il governo della Pannonia e della Dacia a Marzio Turbone, ch'era stato presidente della Mauritania, conferendogli la medesima autorità che avea il governator dell'Egitto. Fors'anche allora fu ch'egli fece fabbricar nella Mesia una città, che da lui prese il nome di Adrianopoli, oggidì Andrinopoli, città molto cospicua tuttavia. Secondo l'ordine che tiene Sparziano nel suo racconto, parrebbe che appartenessero all'anno presente alcune crudeltà usate da esso Adriano. Dione[874] sembra metterle molto prima, cioè all'anno 118 o 119. Siccome Adriano era principe diffidente e sospettoso, e che facilmente bevea quanto di male gli veniva riferito, così prestò fede a chi accusò Domizio Negrino d'aver macchinato contro la di lui vita: del qual delitto (vero o falso che fosse) furono creduti complici Cornelio Palma, Lucio Publicio Celso e Lucio Quieto, tutti e quattro personaggi di gran credito e nobiltà, e stati già consoli ordinari o straordinari. Ma non s'accordano insieme Dione e Sparziano. Il primo scrive che doveano ammazzare Adriano, allorchè era alla caccia; e l'altro, mentr'egli si trovava impegnato in un sagrifizio. Si può anche dubitare che un tal fatto accadesse quando Adriano si trovava nelle vicinanze di Roma, e non già nella Mesia. Ne scrisse Adriano al senato. Pare che queste persone prendessero la fuga, perchè Palma, per ordine del senato, fu ucciso in Terracina, Celso a Baja, Negrino a Faenza, e Lucio in viaggio. Protestò dappoi Adriano, non essere accaduta la lor morte di commessione sua, e lo scrisse anche nella sua vita, libro che più non esiste. Ma per quanto egli dicesse[875], comune credenza fu, che per insinuazioni segrete da lui fatte, il senato levasse a sì riguardevoli soggetti la vita; nè alcuno si sapea persuadere, che persone di tanta riputazione fossero giunte a meditar simile attentato. Lo stesso Adriano poi in qualche congiuntura non negò d'aver data la spinta alla lor morte, con rigettarne poi la colpa del consiglio sopra Taziano, prefetto del pretorio.

Nè fu questa la sola crudeltà usata da Adriano. Altre nobili e potenti persone credute colpevoli per la suddetta congiura, o per altre cagioni, ed in altri tempi, perderono la vita d'ordine suo, tuttochè l'astuto principe, anche con giuramento, attestasse d'essere in ciò innocente. Così in un altro anno egli fece levare dal mondo Apollodoro Damasceno[876]. Siccome di sopra accennammo, era questi un architetto mirabile. Avea fabbricato il maraviglioso ponte di Trajano sul Danubio. Sua fattura parimente furono la superba piazza di Trajano, l'Odeo ed il Ginnasio in Roma. Un giorno si trovava presente Adriano, allorchè l'Augusto Trajano ed Apollodoro trattavano di una di esse fabbriche, e volle anch'egli fare il saccente, come quegli che credea di sapere di tutto. Rivoltosegli Apollodoro gli disse: Andate di grazia a dipingere delle zucche: chè di questo non v'intendete punto. Questa ingiuria non si cancellò mai più dal cuor di Adriano, e fu cagione che mandò poi con de' pretesti quel valentuomo in esilio. Tuttavia maggior male per questo non gli avrebbe fatto; anzi in qualche tempo si servì di lui. Avvenne che Adriano fabbricò il tempio di Venere e di Roma, dove erano le magnifiche statue di queste due falsamente appellate dee. Per prendersi beffe di Apollodoro ch'era fuori di Roma, e forse esiliato, gliene mandò il disegno, acciocchè intendesse che senza di lui si poteano far delle sontuose e belle fabbriche in Roma; e nello stesso tempo desiderò che dicesse il suo sentimento, se fosse o no con buona architettura formato quello edifizio. Rispose Apollodoro, che conveniva fabbricar quel tempio assai più alto, se avea da fare un'eminente comparsa sopra le alte fabbriche della Via sacra: ed anche più concavo, a cagion delle macchine che si pensava di fabbricar ivi segretamente, per introdurle poi nel teatro. Aggiugneva, che le maestose statue ivi poste non erano proporzionate alla grandezza del tempio, perchè se le dee avessero avuto da levarsi in piedi ed uscir fuori, non avrebbono potuto farlo. All'udir queste osservazioni, e al conoscere l'error commesso senza poterlo emendare, s'empiè di tanta rabbia e dolore Adriano, che privò di vita il troppo sincero architetto, degno ben d'altra mercede pel suo impareggiabil valore. Oh che bestia il signore Adriano! griderà qui taluno. Ma convien aspettare alquanto, perchè mirandolo in un altro prospetto fra poco, troveremo in lui tanto di buono da potere far bella figura fra i regnanti. Non so io ben dire in che luogo dimorasse Adriano, allorchè succedette la tragedia dei quattro consolari suddetti uccisi. Ben so ch'egli si trovava fuori di Roma[877], ed avvisato dalla grave mormorazione che si faceva per la morte di sì illustri personaggi, e ch'egli s'era tirato addosso l'odio di tutti, corse frettolosamente a Roma per prevenire i disordini. Quetò il popolo con dispensargli un doppio congiario. Mentre era lontano, gli avea anche fatto distribuire tre scudi d'oro per testa. Nel senato, dopo aver addotte le scuse dell'operato, giurò di nuovo che non avrebbe mai fatto morire senatore alcuno, se non era giudicato degno di morte dal senato. Ma sotto i precedenti cattivi Augusti, un solo lor cenno bastava a far che il senato proferisse la sentenza di morte contra di chi incorreva nella loro disgrazia. Se non falla Eusebio[878], in quest'anno ovvero nel seguente, un fiero tremuoto diroccò la città di Nicomedia, e ne patirono gran danno tutte le città circonvicine. Adriano generosamente inviò colà grandi somme di danaro per rifarle.

NOTE:

[867] Julius Capitolinus, in T. Antonino.

[868] Panvinius, in Fast. Consular.

[869] Pagius, in Critic. Baron.

[870] Dio, lib. 69.

[871] Cellar., Geogr.

[872] Euseb., in Chron.

[873] Spartianus, in Vita Hadriani.

[874] Dio, lib. 69.

[875] Dio, lib. 69.

[876] Dio, ibidem.

[877] Spartianus, in Hadriano.

[878] Euseb., in Chron.

Anno di CRISTO CXXI. Indizione IV.

SISTO papa 5. ADRIANO imperadore 5.

Consoli

LUCIO ANNIO VERO per la seconda volta e AURELIO AUGURINO.

Fu Lucio Annio Vero avolo paterno di Marco Aurelio filosofo ed imperadore, di cui parleremo a suo tempo. Osservossi[879] in tutte le maniere di vivere d'Adriano Augusto una continua varietà, e una costante incostanza. Ora crudele, ora tutto clemenza: ora serio e severo, ora lieto buffone: avaro insieme e liberale: sincero e simulatore. Amava facilmente, ma facilmente passava dall'amore all'odio. S'è veduto com'egli trattò l'architetto Apollodoro, e pure abbiam da Sparziano, che non si vendicò di chi gli era stato nemico, allorchè menava vita privata. Divenuto imperadore, solamente non guardava loro addosso. E vedendo uno che più degli altri se gli era mostrato contrario, disse: L'hai scappata. Tutto ciò può essere, se non che per testimonianza del medesimo storico, Palma e Celso consoli, stati sempre suoi nemici nella vita privata, abbiam veduto qual fine fecero. In quest'anno gli venne troppo a noia Celio Taziano, che già dicemmo alzato da lui al grado di prefetto del pretorio, in guisa che, come dimentico di averlo avuto per tutore, e per gran promotore della sua assunzione al trono, ad altro non pensava che a levarselo d'attorno. Non poteva sofferire la grand'aria di potenza che si dava Taziano; e perciò gli corse più volte per mente di farlo tagliare a pezzi. Se ne astenne, perchè era fresca la memoria dei quattro consolari uccisi, e l'odio che gliene era provenuto. Ma con tutto il suo guardarlo di bieco, non otteneva che Taziano chiedesse di depor quella carica. Gli fece per tanto dire all'orecchio, che era bene il chiederlo; ed appena ne udì l'istanza, che conferì la carica di prefetto del pretorio e Marzio Turbone, richiamato dalla Pannonia e Dacia. Creò senatore Taziano, dandogli anche gli ornamenti consolari, e dicendo che non avea cosa più grande con cui premiarlo. Anche Simile, l'altro prefetto del pretorio, siccome dissi all'anno 118, dimandò il suo congedo. Entrò nel suo posto Setticio Claro. Sì Turbone che Claro erano due personaggi di raro merito; ma anch'essi provarono col tempo, quanto instabile fosse l'amore e la grazia di questo imperadore. Per questa mutazion d'uffiziali parendo oramai ad Adriano d'aver la vita in sicuro, perchè di loro non si fidava più, andò a sollazzarsi nella Campania, dove fece del bene a tutte quelle città e terre, ed ammise all'amicizia sua le persone più degne ch'egli trovò in quel tratto di paese.

Ritornato a Roma Adriano, come se fosse persona privata, interveniva alle cause agitate davanti ai consoli e ai pretori; compariva ai conviti de' suoi amici, e se questi cadevano malati, due ed anche tre volte il giorno andava a visitarli. Nè solamente ciò praticò coi senatori; si stesero le visite sue anche ai cavalieri romani infermi, e insino a persone di schiatta libertina, sollevando tutti con buoni consigli, ed aiutando chiunque si trovava in bisogno. Gran copia d'essi amici volea sempre alla sua mensa. Alla suocera sua, cioè a Matidia Augusta, nipote di Trajano, compartì ogni possibil onore, allorchè si faceano i giuochi de' gladiatori, e in altre occorrenze. Ebbe sempre in sommo onore Plotina Augusta, vedova di Trajano, da cui conosceva l'imperio. E a lei defunta fece un suntuoso scorruccio. Gran rispetto ancora mostrava ai consoli, sino a ricondurli a casa terminati ch'erano i giuochi circensi. Anche con la più bassa gente parlava umanissimamente, detestando i principi che colla loro altura si privano del contento di mandar via soddisfatte di sè le persone. Con queste azioni prive di fasto, piene di clemenza[880], si procacciava l'affetto del pubblico; e lodavasi nel medesimo tempo la continua sua attenzione al buon governo; la sua magnificenza nelle fabbriche; la sua provvidenza ne' bisogni occorrenti, e specialmente nel mantenere l'abbondanza de' viveri al popolo. Assaissimo ancora piaceva il non esser egli vago di guerre, che d'ordinario costano troppo ai sudditi. Tanto le abborriva egli, che se ne insorgeva alcuna, più tosto si studiava di aggiustar le differenze coi negoziati, che di venir all'armi. Non confiscò mai i beni altrui per via d'ingiustizie; troppo si pregiava egli di donare il suo ad altri, non già di far sua la roba altrui. In fatti grande fu la sua liberalità verso moltissimi senatori e cavalieri; nè aspettava egli d'essere pregato; bastava che conoscesse i lor bisogni per correre spontaneamente a sovvenirli. Se gli poteva parlare con libertà, senza ch'egli se l'avesse a male. Avendogli una donna dimandata giustizia, rispose di non aver tempo di ascoltarla. Perchè siete voi dunque imperadore? gridò la donna. Fermossi allora Adriano, con pazienza l'ascoltò, e la soddisfece. Un di ne' giuochi de' gladiatori al popolo non piacea quel che si facea, e con importune grida dimandava all'imperadore, che se ne facesse un altro. Comandò Adriano all'araldo che gli era vicino, di dire imperiosamente al popolo che tacesse, come solea far Domiziano. Ma l'araldo fatto cenno al popolo di dovergli dir qualche parola a nome del regnante, altro non disse se non: Quel che ora si fa, è di piacere dell'imperadore. Non si offese punto Adriano, che l'araldo avesse contro l'ordine suo parlato con tal mansuetudine al popolo, anzi il lodò d'aver così fatto. Credesi ch'egli in quest'anno fabbricasse un circo in Roma. Comincia il Tillemont[881] nell'anno 120 i viaggi di Adriano fuori di Italia; il Pagi[882] nell'anno 121. Io mi riserbo di parlarne all'anno seguente.

NOTE:

[879] Spartianus, in Hadriano.

[880] Dio, lib. 69.

[881] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[882] Pagius, Crit. Baron.

Anno di CRISTO CXXII. Indizione V.

SISTO papa 6. ADRIANO imperadore 6.

Consoli

MANIO ACILIO AVIOLA, e CAJO CORNELIO PANSA.

Per accertar gli anni precisi, ne' quali Adriano Augusto imprese ed eseguì tanti suoi viaggi, non ci ha provveduti la storia di lumi sufficienti. Nè occorre volgersi alle medaglie, nelle quali veramente sono accennati questi suoi viaggi, perchè esse non ritengono vestigio del tempo. L'Occone e il Mezzabarba[883] le han distribuite a tentone per varii anni, senza poterne addurre il perchè. Sia dunque lecito a me il tener qui con esso Mezzabarba e col Bianchini[884], che in quest'anno cominciasse Adriano a viaggiare. Parte per curiosità, e parte per farsi rinomare, si era egli messo in testa di voler visitare tutto il vasto imperio romano; cosa non mai fatta da alcuno de' predecessori. Venne dunque, a mio credere, nell'anno presente per l'Italia, e passò nella Gallia[885], dove delle sue azioni altro non si sa, se non che sollevò colla sua liberalità quanti bisognosi a lui ricorsero. Certo è che questo suo genio ambulatorio tornava in profitto delle provincie[886] dove egli arrivava; imperocchè a guisa di un ispettore s'informava co' suoi occhi, e col saggio esame delle cose, se i magistrati faceano il lor dovere, oppur mancavano alla giustizia, e quali fossero gli abusi, per rimediare a tutto; nel che maravigliosa era non meno la di lui attività e provvidenza, che la sua costanza in degradare o punire in altre forme i delinquenti. Volea saper tutte le rendite e gli aggravi delle città; visitava tutte le fortezze, per osservare se erano ben tenute e munite, ordinando che si provvedesse quel che mancava, distruggendo ciò che non gli piacea, e comandando, se occorreva, delle fabbriche nuove in altri siti. Dalla Gallia passò nella Germania romana. A que' confini distribuito stava a quartiere il maggior nerbo delle milizie romane sempre all'ordine per opporsi ai Germani non sudditi, i quali più che altra nazione furono sempre temuti e rispettati dai Romani. Era Adriano, quanto altri mai, peritissimo dell'arte militare, e sembra ch'egli anche ne componesse un libro, come altrove ho io accennato[887]. Adunque senza perder tempo, si applicò alla visita de' luoghi forti, esaminando le fortificazioni, l'armi, le macchine militari; e come se fosse imminente la guerra, diede la mostra a tutte quelle legioni, e premiò e promosse a gradi superiori chi sel meritava; fece far l'esercizio a tutti. Trovati moltissimi abusi introdotti nella milizia per trascuratezza dei principi e generali precedenti, si mise al forte, per rimettere in piedi l'antica disciplina romana fra que' soldati. Diede ordini bellissimi intorno a varii impieghi degli uffiziali, e alle spese che si facevano. Levò via dagli alloggiamenti de' soldati (che erano obbligati ad abitar sotto le tende alla campagna) i portici, i pergolati, le grotte ed altre delizie. Niuno de' soldati senza giusta cagione potea uscire del campo. Per divenir centurione (noi diremmo capitano) bisognava aver buona fama e robustezza di corpo. Essere non potea tribuno (noi diremmo colonnello) se non chi era giunto ad una perfetta giovanezza, accompagnata inoltre dalla prudenza. Lecito non era ai tribuni l'esigere o ricevere alcun dono o danaro dai soldati. E per conto de' medesimi soldati disaminò attentamente le loro armi, il lor bagaglio, la loro età, acciocchè niuno prima degli anni diecisette fosse assunto alla milizia, nè fosse tenuto a militar più di trenta, se non voleva. Nell'esattezza della disciplina precedeva egli a tutti, animando col proprio esempio le sue leggi. Mangiava in pubblico, altro cibo non prendendo che l'usato dai soldati gregari, cioè lardo, cacio e posca, o sia acqua mischiata d'aceto. Talvolta armato fece venti miglia a piedi; bene spesso usava vesti dimesse, non dissomiglianti da quelle de' soldati. L'usbergo suo era senza oro, le fibbie senza gemme, di avorio solamente il pomo della spada. Visitava i soldati infermi; disegnava i siti degli accampamenti; sopra tutto badando che non si comprassero robe inutili, nè si desse a mangiare a persone oziose. Da questo poco si può comprendere la saviezza degli antichi Romani nel ben disciplinare la loro milizia.

Sbrigato della Germania Adriano, si crede che nell'anno stesso, cioè come io vo congetturando, nel presente passasse alla visita della gran Bretagna[888]. Quivi ancora trovò molti abusi, e li corresse. Erano i Romani in possesso di buona parte di quell'isola; ma nel principio del governo di Trajano vi era stata qualche ribellione o tumulto in quelle parti. Certo è che la parte settentrionale non ubbidiva all'aquile romane. Per assicurarsi dunque Adriano dagl'insulti di que' Barbari, gente feroce e temuta, ordinò che si fabbricasse un muro lungo ottanta miglia, il qual dividesse i confini romani dalle terre d'essi Barbari. Credono gli eruditi Inglesi, che questo muro fosse nella provincia del Northumberland verso il fiume Tin, e che ne restino tuttavia le vestigia. Ebbe fra le altre cose in uso Adriano di tener delle spie, non tanto per saper tutto ciò che si faceva in corte, quanto ancora per indagar tutt'i fatti particolari de' suoi cortigiani ed amici. Al qual proposito si racconta, che avendo una dama scritto al marito, lamentandosi dello star egli tanto tempo lontano, e del perdersi nei bagni ed in altri piaceri: lo seppe Adriano, e venuto quel tale a prendersi commiato, gli disse ch'era bene l'andare e l'abbandonare ormai i bagni e i piaceri. Il cavaliere non sapendo di che mezzi si servisse Adriano per iscoprire i fatti altrui, allora rispose: L'ha forse mia moglie scritto anche a voi, siccome ha fatto a me? Ora dovette Adriano essere avvisato da Roma, che Svetonio Tranquillo, autore delle Vite dei dodici primi Cesari, che allora serviva in corte nel grado di segretario delle lettere, e Setticio Claro, prefetto del pretorio, ed altri, praticavano troppo familiarmente con Sabina sua moglie, non mostrando quella riverenza che si dovea alla casa dell'imperadore. Di più non vi volle, perchè egli levasse loro le cariche. Aggiungono, ch'era anche disgustato della stessa Sabina sua moglie, perchè gli parea donna aspra e schizzinosa: laonde ebbe a dire, che s'egli fosse stato persona privata, l'avrebbe ripudiata. Succedette in questi tempi qualche fastidiosa sedizione in Egitto. Adoravano que' popoli il dio Apis sotto figura di un bue macchiato; e morendo questo, si cercava un vitello che avesse le medesime macchie. Dopo molti anni trovato questo dio bestia, gran gara, anzi un principio di guerra insorse fra le città, pretendendo molte d'esse di doverlo nutrire nel loro tempio. A questo avviso turbato Adriano, dalla Bretagna tornò nella Gallia, e venne a Nimes in Provenza, dove d'ordine suo fu fabbricata una maravigliosa basilica in onore di Plotina Augusta, già moglie di Trajano. A lui ancora, o pure ad Antonino, vien attribuita la fabbrica dell'anfiteatro, in parte ancora sussistente, ed un ponte ed altre antichità di quella città. Di là poi si portò in Ispagna, e passò il verno in Tarragona.

NOTE:

[883] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[884] Blanchinius, ad Anastasium.

[885] Spartianus, in Hadriano.

[886] Dio, lib. 69.

[887] Antiquit. Italicar., tom. 2, Dissert. 26.

[888] Spartianus, in Hadriano.

Anno di CRISTO CXXIII. Indizione VI.

SISTO papa 7. ADRIANO imperadore 7.

Consoli

QUINTO APRIO PETINO e LUCIO VENULEJO APRONIANO.

I più degl'illustratori de' Fasti consolari danno il nome di Cajo Ventidio Aproniano al secondo di questi due consoli. Io, fondato sopra un embrice o mattone, tuttavia esistente nell'insigne museo del Campidoglio[889], l'ho appellato Lucio Venulejo. Ma in un altro mattone, riferito dal Fabretti[890], egli ha il prenome di Tito, e non già di Lucio. Sembra che sotto Nerva s'introducesse l'uso continuato di poi per molti anni, d'imprimere ne' mattoni, e in altri materiali di terra cotta, oltre al nome della bottega o sia della fornace, quello ancora de' consoli per denotar l'anno. Passò Adriano, siccome già accennai, il verno in Tarragona, dove egl'incontrò un pericoloso accidente. Mentre egli un dì passeggiava per un giardino, gli venne incontro furiosamente colla spada nuda un servo del padrone di quella casa. Adriano bravamente si difese, e fermato il micidiale, consegnollo alle guardie[891]. Trovossi che il cervello avea data volta a costui. L'imperadore con esempio di rara moderazione il fece curar dai medici, nè volle fargli alcun male. In quella città riparò egli a sue spese il tempio d'Augusto. Ordinò una leva di gente, ma vi trovò delle difficoltà, tuttavia con tal prudenza e destrezza maneggiò gli animi di que' popoli, che ottenne l'intento suo. Motivo di stupore fu, che trovandosi egli in Ispagna, non andasse a visitar la sua patria Italica. Sappiamo nondimeno che le fece di gran bene; ed Aulo Gellio[892] cita un discorso da lui fatto in senato, allorchè Italica, Utica ed altre città che godeano la libertà dei municipii, dimandarono d'aver delle colonie romane: il che parve strano, essendo migliore la condizion dei municipii, che quella delle colonie. Qualche torbido dovette seguire circa questi tempi nella Mauritania, provincia dell'Africa. Adriano felicemente lo quietò. Deducendosi dalle medaglie[893], che anche in persona a quella provincia egli si trasferì, il Tillemont[894] si figura che questo accadesse nell'anno presente. Ma il Pagi[895] pensa ciò avvenuto più tardi. Dicendo poi Sparziano[896], che in questi tempi vi fu un principio di guerra coi Parti, il quale con un abboccamento seguito fra esso Adriano e forse con Cosroe re di quella nazione, in breve fu posto fine: potrebbe taluno argomentare, che Adriano passasse dalla Spagna e dalla Mauritania in Soria. Il salto a me par troppo grande. Si tien parimente, che egli andasse dipoi ad Atene, dove si fermò per tutto il verno seguente. Con tal supposizione pare che possa accordarsi l'avere scritto Eusebio[897], che Adriano, fattagli istanza di nuove leggi dal popolo ateniese, formò un estratto di quelle di Dracone, Solone ed altri legislatori, e loro le diede.

NOTE:

[889] Thesaurus Novus Inscription., pag. 321, num. 6.

[890] Fabrettus, Inscription., pag. 509.

[891] Spartian., in Hadriano.

[892] Gellius, lib. 16, cap. 13.

[893] Mediobarbus, Numism. Imper.

[894] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[895] Pagius, in Crit. Baron.

[896] Spartianus, in Hadriano.

[897] Eusebius, in Chron.

Anno di CRISTO CXXIV. Indizione VII.

SISTO papa 8. ADRIANO imperadore 8.

Consoli

MANIO ACILIO GLABRIONE e CAJO BELLICIO TORQUATO.

Perchè si sono smarrite tante antiche storie, e massimamente la vita di sè stesso scritta da Adriano, noi ci troviamo ora troppo intrigati a seguitar questo imperadore ne' suoi viaggi, e ci convien solamente per congetture rapportare a questo ed a quell'anno i suoi passi. Camminando dunque sul supposto che Adriano soggiornasse nel presente verno ad Atene, ne sarebbe seguito ciò che scrive Eusebio nella sua Cronica, cioè, che essendo uscito del suo letto il fiume Cefiso, ed avendo inondata la città di Eleusi o sia Eleusina, egli fabbricò un ponte sopra quel fiume, e verisimilmente lo fece arginar con delle muraglie, in maniera che più non potesse farle di queste burle. Quindi pare ch'egli si portasse alla visita della Bitinia, Macedonia, Cappadocia, Cicilia, Frigia, Pamfilia, Licia, Armenia, e d'altri paesi dell'Asia e dell'isole adiacenti. Ci sono medaglie di tali provincie, che il nominano lor ristauratore; imperciocchè in niun luogo andava egli, che non vi lasciasse dei benefizii, con esenzioni e privilegii, o con fabbriche degne di un par suo. Dione[898] attesta ch'egli magnificamente aiutò ed abbellì le città da lui visitate, chi con danari, chi con acquedotti o porti, chi con templi, ed altri pubblici edifizii, o con accrescimento d'onori. Sotto l'antecedente anno l'autore della cronica alessandrina[899] scrive che Adriano edificò le piazze di Nicomedia e di Nicea, e i Crociali, e le mura che guardano verso la Bitinia. Fabbricò inoltre il tempio di Cizico, e in quella città selciò di marmi la piazza. Colla stessa generosità in molte altre illustri città alzò vari templi, e varie statue fece mettere in essi. Aggiugne lo storico Dione, che nella maggior parte delle città, dove si lasciò vedere, fabbricò de' teatri, e v'istituì dei combattimenti annuali. Così dappertutto risuonava la fama e il nome di Adriano, come di comune benefattore di tutto il romano imperio. Varie iscrizioni in testimonianza di questo ho anch'io rapportato altrove[900]. Non è inverisimile, che verso il fine dell'anno egli si riducesse di nuovo ad Atene, città sopra le altre a lui cara, e quivi soggiornasse ne' mesi del verno, moltiplicando le grazie verso quella città. In essa volle anche esser presidente dei pubblici giuochi e combattimenti. Fu osservato che molti de' Greci portavano dei coltelli, anche andando ai lor templi. O per ordine o per riverenza di Adriano niuno osò allora di portarli.

NOTE:

[898] Dio, lib. 69.

[899] Chron. Paschale. Histor. Byzantin.

[900] Thesaurus Novus Inscript., tom. 1.

Anno di CRISTO CXXV. Indizione VIII.

SISTO papa 9. ADRIANO imperadore 9.

Consoli

PUBLIO CORNELIO SCIPIONE ASIATICO, per la seconda volta, e QUINTO VETTIO AQUILINO.

Camminando noi sul supposto, che Adriano Augusto soggiornasse nel presente verno in Atene, allora dovette succedere ciò che narra Sparziano, cioè ch'egli volle intervenire[901] alle sacre feste di Cerere, che si faceano nella città di Eleusi o sia Eleusina. Rinomati erano i misteri di que' sacerdoti, cioè i riti e le cerimonie che si adoperavano nel culto di quella falsa deità, appunto perchè segreti e non veduti dal popolo. Per grazia pochi si ammettevano alla conoscenza e participazione di sì fatte superstizioni ed imposture. Adriano, ad esempio d'Ercole e di Filippo il Macedone, ne volle essere partecipe, e farsi ascrivere al ruolo di que' divoti. Venne poi da Atene a visitar le città della Sicilia, ed anche ivi è da credere che con larga mano spargesse benefizii, dacchè abbiamo una medaglia, in cui vien appellato Restitutore della Sicilia. Volle quivi visitare il monte Etna, per vedere la nascita del sole, la quale si dicea che rappresentava l'arco baleno. Dopo tante girate finalmente si restituì a Roma.

NOTE:

[901] Spartianus, in Hadriano.

Anno di CRISTO CXXVI. Indizione IX.

SISTO papa 10. ADRIANO imperadore 10.

Consoli

MARCO ANNIO VERO per la terza volta, ed EGGIO AMBIBULO.

Il primo de' consoli Annio Vero, sappiam di certo che fu avolo paterno di Marco Aurelio imperadore; non così certo è il suo prenome di Marco. Ho io appellato il secondo Eggio Ambibulo, fondato sopra un'iscrizione da me rapportata altrove[902], ed esistente nel Museo Capitolino. Credette il cardinal Noris[903], ch'egli portasse i nomi di Lucio Vario Ambibulo, adducendone per prova due iscrizioni riferite dal Reinesio. Ma i marmi reinesiani non dicono che quel Lucio Vario Ambibulo fosse console, e perciò nulla si oppongono al marmo da me sopra citato. Il padre Pagi[904] pieno della idea de' quinquennali, decennali, quindecennali, ec. degl'imperadori, de' quali sì spesso favella, pretende che il motivo d'Adriano per tornare a Roma, fosse affin di celebrare in quest'anno le feste che si usavano, allorchè gli Augusti compievano il decimo anno del loro imperio. Eusebio[905], con cui vanno concordi l'autore della cronica alessandrina, e Paolo Orosio, scrive che nel presente anno dal senato romano fu conferito ad Adriano il titolo di Padre della Patria, e a Giulia Sabina sua moglie quello di Augusta. Ma che ciò succedesse in quest'anno, si può giustamente dubitarne, trovandosi iscrizioni[906] e medaglie[907], nelle quali prima di questi tempi Adriano si vede intitolato Padre della Patria. Abbiamo poi da Sparziano[908] che continuando questo imperadore nel desiderio di visitar tutte le provincie dell'imperio, dopo essersi fermato qualche tempo in Roma, passò in Africa, dove non men si fece conoscere liberale di grazie e di benefizii verso quelle città, che fosse stato verso le altre di sopra menzionate. Veggonsi medaglie[909], nelle quali è appellato Ristoratore dell'Africa, della Mauritania, della Libia. Terminata poi la visita di quelle provincie, tornò a Roma, per quivi soggiornare nel verno.

NOTE:

[902] Thesaurus Novus Inscript., p. 323, n. 2.

[903] Noris, Espistol. Consular.

[904] Pagius, Critic. Baron.

[905] Eusebius, in Cron.

[906] Gruterus, Thesaur. Inscript.

[907] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[908] Spartianus, in Hadriano.

[909] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

Anno di CRISTO CXXVII. Indizione X.

TELESFORO papa 1. ADRIANO imperadore 11.

Consoli

TIZIANO e GALLICANO.

Finora non si sono scoperti in sicure memorie i prenomi e i nomi di questi consoli. Assai fu in uso de' Romani il distinguere le persone nobili, una dall'altra coll'ultimo lor cognome, o sia soprannome. Questo solo dovea bastare per intendere chi fosse l'uno e l'altro de' consoli. Opinione poi fondata è, che in quest'anno succedesse il glorioso martirio di san Sisto papa, in cui luogo nella cattedra di san Pietro fu sustituito Telesforo. Quanto tempo si fermasse in Roma Adriano, non si sa. Sembra bensì credibile, che ogni qualvolta egli tornava a Roma, rallegrasse il popolo con un congiario, e con altre fogge di regali. Le medaglie[910] ci hanno conservata la memoria di varie Liberalità di Adriano, e ne contano fin sette. Secondochè scrive Sparziano[911], si rimise poi in viaggio il non mai stanco Augusto, per visitare un'altra volta la Grecia e l'Asia, verisimilmente bramoso di conoscere, se le fabbriche già da lui ordinate in varie città, fossero compiute. Tali trovò quelle che egli avea disegnato in Atene, e celebrò la festa della lor dedicazione. Fra gli altri suntuosi edifizii, ch'egli fece fabbricare in Atene, si contò quello di Giove Olimpio, il quale sembra, siccome dirò, compiuto solamente nell'anno 134. In alcune iscrizioni[912] da me date alla luce, egli è chiamato Adriano Olimpio. Sembra ancora che l'adulazione greca arrivasse a dare a lui il titolo di Giove Olimpio: il che, se fosse, sarebbe da cercare chi più meritasse il nome di pazzo, o chi lo dava o chi lo riceveva. Oltre a ciò si osserva nelle iscrizioni suddette, che dimorando Adriano in Atene, varie città gli spedirono ambasciatori, per rallegrarsi del di lui felice ritorno in quelle parti. Pare anche verisimile, ch'egli innamorato di Atene, si fermasse ivi tutto il seguente verno. Troppo si compiaceva egli di trovarsi tra i filosofi e le persone letterate. Di queste tuttavia era doviziosa la scuola d'Atene; e sopra gli altri furono in gran credito alla corte di Adriano Epitteto, insigne filosofo stoico, di cui ci restano il manuale, operetta aurea, e molti suoi documenti nel libro di Arriano suo discepolo; e Favorino sofista, o sia oratore, dottissimo tanto nella latina che nella greca lingua, di cui molto parla Aulo Gellio[913]. Di lui si racconta[914] che avendogli un giorno Adriano, principe uso di fare l'arcifanfano nelle lettere, riprovata una parola, adoperata da esso oratore in qualche scritto, dopo breve contrasto Favorino gliela diede vinta. Rimproverandolo poscia di codardia gli amici suoi, perchè quella era parola buona, autenticata dall'uso fattone da alcuni accreditati scrittori, egli saporitamente ridendo, loro rispose: Trattandosi di uno che ha trenta legioni al suo comando, non volete voi ch'io il creda più dotto di me? Ma cadde egli in fine dalla grazia di Adriano, perchè non sapea questo capriccioso e volubile Augusto sofferir lungamente chi potea far ombra al preteso suo universal sapere. E se n'avvide Favorino, allorchè fu per trattare una sua causa davanti a lui, pretendendo l'esenzione dal sostenere le cariche della sua patria Arles nella Gallia. Conobbe assai, che Adriano era per dargli la sentenza contro; e però quando si credea ch'egli venuto al contradditorio perorasse per la sua pretensione, altro non disse, se non che apparitogli la notte in sogno il suo maestro (forse Dione Grisostomo) l'avea esortato a non lasciarsi increscere di far quello che faceano gli altri suoi concittadini. Aveano gli Ateniesi eretta a quel filosofo una statua. Inteso ch'egli era decaduto dal favore di Adriano, corsero ad abbatterla[915]. Ne fu portata la nuova a Favorino, ed egli senza punto scomporsi, rispose: Avrebbe ben voluto Socrate essere trattato dagli Ateniesi a così buon mercato. Anche Dionisio da Mileto, eccellente sofista, godè un tempo della grazia di Adriano; ma perchè un giorno gli scappò detto ad Eliodoro segretario delle lettere di esso imperadore; Cesare ti può ben caricar di onori e di ricchezze, ma non ti può far divenire oratore, Adriano l'ebbe da lì innanzi in odio. Per altro questo imperadore, siccome ho detto di sopra, s'intendeva di tutte le arti e scienze, e lasciò scritti vari libri, di dicitura per lo più scura ed affettata, ed uno massimamente della sua vita. Ma usava di pubblicarli sotto nome de' suoi liberti, uno de' quali fu Flegonte, di cui tuttavia resta un'operetta degli Avvenimenti maravigliosi, e che compose molti altri libri.

NOTE:

[910] Idem, ibid.

[911] Spartianus, in Hadriano.

[912] Thesaurus Novus Inscript., p. 235.

[913] Spartianus, in Hadriano.

[914] Aulus Gellius, Noct. Attic.

[915] Philostratus, in Sophistis.

Anno di CRISTO CXXVIII. Indizione XI>. TELESFORO papa 2. ADRIANO imperadore 12.

Consoli

LUCIO NONIO ASPRENATE TORQUATO per la seconda volta, e MARCO ANNIO LIBONE.

Fu quest'Annio Libone zio paterno di Marco Aurelio, poscia imperadore, come si ricava da Giulio Capitolino[916]. Seguitando quella poca traccia che dei viaggi di Adriano ci ha lasciato Sparziano[917], possiam credere ch'esso Augusto nell'anno presente da Atene ripassasse nell'Asia, per osservare se ivi ancora erano stati eseguiti gli ordini suoi, e perfezionate le fabbriche e i lavori da lui nel primo suo viaggio disegnati. In fatti vi fece la consecrazione di molti templi, appellati di Adriano. Andò nella Cappadocia, e quivi raunò gran copia di servi o sia schiavi per servigio delle armate, e non già per farli soldati. A tutti i re e principi barbari di quelle vicinanze fece sapere il suo arrivo, per confermar la buona amicizia con tutti. Molti di essi vennero ad attestargli il loro ossequio, e Adriano li trattò e regalò così generosamente, che si trovarono ben pentiti coloro i quali ebbero difficoltà di venire ad inchinarlo. Più degli altri se ne pentì Farasmane, probabilmente re dell'Iberia, che con insolente alterigia avea ricusato di comparire davanti a lui. Tuttavia Sparziano più di sotto scrive, che Adriano fece dei gran donativi a molti di quei re, comperando la pace dalla maggior parte di essi; ma verso niuno fu così liberale, come verso il re dell'Iberia, al quale, oltre ad altri magnifici regali, donò un lionfante e una coorte di cinquecento uomini d'armi. Farasmane anch'egli dal canto suo gl'inviò de' superbi donativi, e fra essi delle vesti di tela d'oro. Ma Adriano, per deridere i di lui regali, ordinò che trecento uomini condannati a morte andassero a combattere nell'anfiteatro, vestiti di tela d'oro. Invitò anche Cosroe re de' Parti, con rimandargli la figliuola, già presa da Trajano, e con promettergli la restituzione del trono d'oro, ma senza mantenergli poi la parola. Era la vanità principal compagna di Adriano in tutti questi viaggi. Abbiamo da Arriano[918], che questo imperadore diede dei re ai popoli de' Lazii, degli Abasgi, de' Sanigi e degli Zughi, tutti situati verso le parti del mar Nero. Continuando egli poscia a girar per le provincie romane, poste nell'Asia, quanti uffiziali ritrovò che si erano abusati delle loro autorità in pregiudizio de' popoli, severamente li gastigò, e a molti tolse la vita. Venuto nella Soria, ebbe sopra tutto in odio il popolo di Antiochia, senza che ne apparisca il motivo: di modo che pensò di separar la Fenicia dalla Soria, acciocchè Antiochia non fosse in avvenire capo di tanto paese. E che in fatti la separasse, e ch'egli veramente venisse in quest'anno nella Soria, lo prova il padre Pagi[919] colle antiche medaglie. Certo è, che gli Antiocheni si pregiavano di una lingua tagliente. Forse li guardò di mal occhio per questo. Volle poi visitare il monte Casio, dove situato era un rinomato tempio di Giove, e salì colà di notte, per veder la mattina nascere il sole; ma insorse un temporale, la cui pioggia il bagnò, e un fulmine cadde sopra la vittima, mentre egli preparava il sagrifizio. Passò in appresso Adriano dalla Soria nell'Egitto.

NOTE:

[916] Capitolinus, in Marco Aurelio

[917] Spartianus, in Hadriano.

[918] Arrianus, de Pont.

[919] Pagius, in Critic. Baron.

Anno di CRISTO CXXIX. Indizione XII.

TELESFORO papa 3. ADRIANO imperadore 13.

Consoli

QUINTO GIULIO BALBO e PUBLIO GIUVENZIO CELSO per la seconda volta.

Celso fu un insigne giurisconsulto di questi tempi. Ad essi ordinari consoli furono sostituiti Cajo Nerasio Marcello e Gneo Lollio Gallo, siccome osservò il Panvinio[920], con produrre un'iscrizione antica. Un'altra data alla luce dal canonico Gorio[921], ci fa vedere consoli insieme Giuvenzio per la seconda volta, e Marcello anch'esso per la seconda: laonde si può dubitare che Balbo fosse mancato di vita prima di compiere i mesi del suo consolato, o ch'egli prima del collega scendesse. Scrisse Sparziano[922] che essendo stato Adriano tre volte console promosse molti altri al terzo consolato, ed infiniti al secondo; il che sembra da lui detto con troppa esagerazione. Che nell'anno precedente venisse Adriano nell'Egitto, e viaggiasse nel presente infaticabilmente per quei paesi, lo provò il padre Pagi[923] colle medaglie battute da varie città egiziane nell'anno 11 di esso Adriano. Ora in quest'anno egli fece il viaggio per l'Arabia, e di là tornò a Pelusio, dove fece con maggior magnificenza rifare il sepolcro di Pompeo il Grande. Mentr'egli navigava pel Nilo, perdè Antinoo, giovinetto nato in Bitinia, di rara bellezza, suo gran favorito, ma come si credeva per motivi degni della detestazione di tutti. Nella cronica di Eusebio appunto sotto quest'anno è riferita la di lui morte. Fece correre voce Adriano, che Antinoo caduto nel Nilo si fosse affogato. Ma per testimonianza di Sparziano[924] e di Dione[925], opinion comune fu che Antinoo offerisse ai falsi dii la volontaria sua morte, per soddisfare a una bestial curiosità o empia superstizione di Adriano, il quale vago della magia, o credulo alle imposture del gentilesimo[926], si figurò di prolungar la sua vita coll'iniquo sacrifizio di questo giovine; oppure, come pensò il Salmasio, volle cercar nelle viscere di lui l'augurio dei fatti avvenire. Comunque sia, certo è, per attestato di Sparziano, che Adriano pianse la morte di Antinoo, come fan le donnicciuole; poscia per consolar sè stesso, e ricompensare il defunto giovinetto, il fece deificare dai Greci; pazza e ridicola risoluzione, per tale riconosciuta anche dagli stessi Gentili, ma specialmente dai Cristiani d'allora, che si servirono di questa empia buffonata per maggiormente screditare la stolta religion de' Pagani, come si può vedere ne' libri di san Giustino, di Tertulliano, di Origene e d'altri difensori della santa religione di Cristo. Ma che non sa far l'adulazione? Per guadagnarsi merito con Adriano, i popoli accettarono questo novello dio, gli alzarono statue per tutto l'imperio romano; più templi furono fabbricati in onore di lui, con sacerdoti apposta, i quali incominciarono anche a fingere ch'egli dava le risposte come un oracolo. E gli strologhi, osservata in cielo una nuova stella, non ebbero vergogna di dire che quell'era Antinoo trasportato in cielo. Lo stesso Adriano, con dire di vederlo colà, dava occasion di ridere alla gente savia. Fece egli dipoi fabbricare una città nel luogo dove morì, e fu seppellito Antinoo, alla quale pose il nome di Antinopoli, di cui poche vestigia oggidì restano nell'Egitto.

NOTE:

[920] Panvinius, in Fastis Consul.

[921] Gorius, in Inscript. Etrur.

[922] Spartianus, in Hadriano.

[923] Pagius, in Critic. Baron.

[924] Spartianus, in Hadriano.

[925] Dio, lib. 69.

[926] Aurelius, in Epitome.

Anno di CRISTO CXXX. Indizione XIII.

TELESFORO papa 4. ADRIANO imperadore 14.

Consoli

QUINTO FABIO CATULLINO e MARCO FLAVIO ASPRO.

Non è inverisimile che Adriano stoltamente impegnato ad eternar la memoria del suo Antinoo, passasse il verno di quest'anno nell'Egitto. Siccome egli stendeva il guardo a tutte le provincie del romano imperio per beneficarle, così non avea lasciato indietro la Giudea. Ha creduto il padre Petavio[927], ch'egli in quest'anno e non prima rifabbricasse l'abbattuta città di Gerusalemme, e le desse il nome suo proprio, chiamandola Elia Capitolina, deducendolo da Sparziano, che nulla dice di questo. Solamente scrive egli[928], che trovandosi Adriano in Antiochia (probabilmente, siccome abbiam supposto, nell'anno 128) i Giudei si sollevarono per cagion di un editto, in cui veniva loro vietato il castrarsi; il che, per quanto si può credere, vuol dire che loro fu proibita la circoncisione. Non potendo essi sofferire un divieto cotanto opposto alla lor legge, si mossero a ribellione. Abbiamo all'incontro da Dione[929], che Adriano fatta fabbricare Gerusalemme, e mutatole il nome, nel luogo, dove dinanzi era il tempio dedicato al vero Dio, ne edificò uno in onore di Giove, e pose in quella città una colonia di gentili romani. Perderono la pazienza i Giudei al vedere in casa loro venir a piantare una stabile abitazione gente straniera, e in faccia loro alzato un tempio all'idolatria; e però non seppero contenersi da' movimenti di ribellione. Ma finchè Adriano Augusto si fermò in quelle vicinanze, cioè nell'Egitto e nella Soria, non ardirono di venire all'armi, ed attesero a covar l'ira loro, aspettando tempo più opportuno per dar fuoco alla mina. Il padre Pagi, che crede riedificata Gerusalemme nell'anno 119, differisce sino all'anno 155 la nuova nominazion di Gerusalemme, e non va certo d'accordo con Dione. Santo Epifanio[930] scrive, che Adriano passò nella Palestina, e visitò quel paese, dopo essere stato nell'Egitto. Nulla è più verisimile, che andando egli dalla Soria in Egitto, oppur nel ritorno, visitasse quella provincia. Ci ha conservata Vopisco[931] nella vita di Saturnino una lettera, scritta da Adriano a Serviano suo cognato, nell'anno 134, in cui descrive i costumi degli Egiziani, come aveva egli stesso osservato, allorchè fu in quelle contrade, cioè dipinge il popolo specialmente di Alessandria, come gente volubile, inquieta, pronta sempre alle sedizioni e alle ingiurie. Se vogliamo prestar fede a lui, i Gentili vi adoravano Cristo, i Cristiani vi adoravano Serapide, essendo amanti solo di novità. Non vi era Giudeo, Samaritano, Cristiano, che non attendesse alla strologia, agli augurii: benchè il Salmasio stimi doversi altrimente spiegar quelle parole: I Cristiani, i Giudei, i Gentili non vi conoscevano che un Dio, probabilmente l'interesse. Alessandria era piena di popolo, di ricchezze; niuno vi stava in ozio; si facevano lavorare fino i ciechi, e quei che pativano di podagra e chiragra. Loro aveva Adriano confermati gli antichi privilegii, aggiuntine de' nuovi. Tuttavia appena fu egli partito, che dissero un mondo di male di lui e dei suoi più cari. Così Adriano. Ma che i Giudei e i Cristiani tutti adorassero Serapide, e che fossero tutti gente superstiziosa e cattiva, non siam tenuti a stare al giudizio di un Adriano gentile. Di qua bensì intendiamo, quanto in quella città fosse cresciuto il numero de' Cristiani, e che Adriano li lasciava vivere in pace. Scrive poi Lampridio[932], aver avuto in animo questo imperadore di ricevere Cristo Signor nostro per Dio, al qual fine avea fabbricati molti templi senza statue. Ma il Casaubono e il Pagi credono ciò una diceria popolare. Nè questo s'accorda col dirsi da Sparziano[933], che Adriano gran diligenza e zelo mostrò per le cose sacre di Roma, e sprezzò le forestiere.

NOTE:

[927] Petavius, in Chronol.

[928] Spart., in Hadriano.

[929] Dio, lib. 69.

[930] Epiphanius, de Mensuris.

[931] Vopiscus, in Saturn.

[932] Lampridius, in Alexandro Severo.

[933] Spartianus, in Vita Hadriani.

Anno di CRISTO CXXXI. Indizione XIV.

TELESFORO papa 5. ADRIANO imperadore 15.

Consoli

SERVIO OTTAVIO LENATE PONZIANO e MARCO ANTONIO RUFINO.

In un'iscrizione riferita dal Grutero[934] il secondo console vien chiamato Annio Rufino. Quello è un errore. Antonio Rufino ho io trovato in più di un'antica copia di quel marmo. Secondo la Cronica d'Eusebio, fu circa questi tempi compiuta in Roma, per ordine di Adriano, la fabbrica del tempio di Venere e di Roma, e se ne fece la dedicazione. Era questo uno de' più sontuosi edifizii dell'augusta città, per la gran quantità e bellezza dei marmi, coi quali era fabbricato o incrostato, e col tetto coperto di tegole di bronzo, che poi servirono, a' tempi di Onorio I per coprire la basilica di san Pietro. Altri riferiscono all'anno seguente la dedicazione del tempio suddetto, che fu la morte dell'architetto Apollodoro, come di sopra accennai all'anno 120. Per attestato ancora del medesimo Eusebio[935] fu pubblicato in quest'anno l'editto perpetuo, composto dall'insigne giurisconsulto Salvio Giuliano, che fu uno de' principali consiglieri di Adriano. Imperciocchè[936] questo imperadore ebbe il lodevol costume, allorchè andava a giudicare e a decidere le controversie, di avere per assistenti non solamente i suoi amici e cortigiani, ma anche i migliori giurisconsulti, approvati prima dal senato; ed egli principalmente si serviva del suddetto Salvio Giuliano, di Giulio Celso e di Nerazio Prisco. Gran diversità era allora nei giudizii per le provincie; chi decideva a una maniera e chi all'altra. Adriano, affinchè si camminasse con uniformità dappertutto, volle che Giuliano formasse una raccolta di leggi ed editti, creduta bastevole a terminar con giustizia tutte le cause. Di questo editto perpetuo si veggono raccolti i frammenti nell'edizion dei Digesti fatta da Dionisio Gotofredo. Le apparenze sono, che Adriano abbandonasse in quest'anno l'Egitto, e passando per la Soria e per l'Asia, tornasse alla sua diletta città di Atene, dove, per testimonianza di Eusebio, egli stette tutto il verno seguente. Giacchè non abbiamo storico migliore, che ci somministri un buon filo per seguitare i passi di questo imperadore, non è temerità l'attenersi ad Eusebio.

NOTE:

[934] Gruterus, Thesaurus Inscription., p. 337.

[935] Euseb., in Chron.

[936] Spartianus, in vita Hadriani.

Anno di CRISTO CXXXII. Indizione XV.

TELESFORO papa 6. ADRIANO imperadore 16.

Consoli

SENTIO AUGURINO ed ARRIO SEVERIANO per la seconda volta.

Non Severiano, ma Sergiano è chiamato in vari Fasti il secondo di questi consoli, e però resta indecisa la lite intorno al di lui vero cognome. Dimorò[937] Adriano tutto questo verno, e forse il resto dell'anno presente, in Atene, dove celebrò i suoi quindecennali, cioè l'anno quindicesimo compiuto del suo imperio[938]. Per attestato di Eusebio, tornò a visitar le misteriose imposture di Cerere Eleusina; compiè molte fabbriche in Atene; vi fece de' suntuosi giuochi, fra' quali una caccia di mille fiere. Sopra tutto quivi formò una biblioteca delle più copiose e belle che fossero nell'universo. Per tutto il tempo che si fermò Adriano[939] nelle vicinanze della Giudea, cioè nella Soria e in Egitto, i Giudei, benchè pieni di rabbia a cagione del tempio di Giove fabbricato in Gerusalemme, si tenner per paura quieti. Ma intanto andavano disponendo tutto per ribellarsi a suo tempo. Fecero preparamenti d'armi, fortificarono vari siti, formarono cammini sotterranei per ricoverarvisi in caso di bisogno; e sopra tutto spedirono segreti messi per le varie città dell'imperio, acciocchè quei della lor nazione accorressero in lor aiuto, o formassero delle sedizioni. Nè lasciarono di commuovere anche altre nazioni a prendere l'armi, facendo loro sperare non pochi vantaggi e guadagni. Dacchè dunque videro Adriano molto allontanato dalle loro contrade, cominciarono apertamente a non voler ubbidire ai magistrati romani; ma non osando di venire a combattimenti, attendevano solamente a premunirsi contro la forza de' Romani. Però Eusebio mette all'anno presente il principio di questa guerra.

NOTE:

[937] Euseb., in Chron.

[938] Blanchinius, in Anastasium.

[939] Dio, lib. 69.

Anno di CRISTO CXXXIII. Indizione I.

TELESFORO papa 7. ADRIANO imperadore 17.

Consoli

MARCO ANTONIO IBERO e NUMMIO SISENA.

Un'iscrizione rapportata dal Doni[940] ci ha scoperto il prenome del console Ibero. Dove soggiornasse Adriano nell'anno presente, io nol so dire. Che fosse ritornato a Roma, non apparisce da alcuna memoria. Il dire col Tillemont[941], ch'egli fu in questi tempi in Egitto e nell'anno seguente nella Soria, non si accorda con Dione[942], che fa ribellati i Giudei, dappoichè Adriano si fu ben allontanato dai lor paesi: il che dovette succedere nell'anno precedente. Ma o fosse egli tuttavia in Atene, come io vo' sospettando, o fosse ripassato in Asia, si può credere che egli non istesse fermo in un sol luogo: tanta era la sua vaghezza di viaggiare, e di acquistarsi credito colle sue maniere popolari fra tutt'i popoli. Abbiamo da Sparziano[943], ch'egli in Atene volle essere uno degli Arconti. Nella Toscana, benchè divenuto imperadore, esercitò la pretura; e per le città del Lazio si compiacque degli uffizii municipali di Dittatore, Edile e Duumviro. In Napoli volle essere Demarco, o capo del popolo; in Italica, sua patria, in Ispagna, quinquennale; e in Adria, da cui ebbero origine i suoi maggiori, ebbe il medesimo uffizio di quinquennale. A tutta prima non fecero i magistrati romani[944] gran caso dei movimenti degli Ebrei; ma dappoichè si avvidero che si accendeva il fuoco per tutta la Giudea, e che per l'altre parti dell'imperio romano la nazion giudaica facea delle adunanze, delle minacce e peggio ancora: Adriano pensò allora daddovero a reprimere il loro ardire e disegno. Perciò spedì rinforzi di gente a Tenio Rufo, governatore della Giudea, ed ordinò che i migliori suoi generali passassero in quelle parti. Uno di questi fu Giulio Severo. Abbiamo da Eusebio[945], che i Giudei aveano saccheggiata la Palestina. Lor capitano era un certo Cochebas o Barcochebas, uomo sommamente crudele. Fece costui quanto potè per indurre i Cristiani a prendere anch'essi l'armi contra de' Romani; ma i cristiani istruiti dalla lor santa legge, che s'ha da osservare la fedeltà anche ai principi cattivi, non ne vollero far altro; e però lo spietato Giudeo non solamente contra de' Romani, ma anche contra di quanti cristiani gli caddero nelle mani, andò sfogando il suo sdegno, con fargli aspramente tormentare e morire. Ma sopraggiunti gli eserciti romani, poco potè far fronte alla superiore lor forza.

NOTE:

[940] Donius, Inscription. Antiquar.

[941] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[942] Dio, lib. 69.

[943] Spartianus, in Vita Hadriani.

[944] Dio, lib. 69.

[945] Eusebius, in Chron.

Anno di CRISTO CXXXIV. Indizione II.

TELESFORO papa 8. ADRIANO imperadore 18.

Consoli

CAJO GIULIO SERVIANO per la terza volta, e CAJO VIBIO VARO.

Serviano console ordinario dell'anno presente era il cognato di Adriano, perchè marito di Paolina, sorella di lui. Però a quest'anno appartiene la lettera, che di sopra all'anno 230 dicemmo a lui scritta da Adriano intorno ai costumi degli Alessandrini ed Egiziani, e a noi conservata da Vopisco[946]. Fa conoscere quella lettera, che Adriano era stato in Egitto, e tuttavia dimorava ne' primi mesi di quest'anno lungi da Roma. Non è improbabile ch'egli andasse visitando le città e le isole della Grecia. Avea nel precedente anno cominciata Giulio Severo la guerra contro ai Giudei; nel presente la terminò, se sussiste la cronologia di Eusebio[947], che ne riferisce il fine sotto quest'anno. Così gran fatti ne racconta Dione[948], che parrebbe non essersi potuto smorzar quell'incendio in poco tempo. Scrive egli adunque, che Giulio Severo, valoroso ed accorto generale di Adriano, non si attentò mai di venire con quella gente disperata, ed ascendente ad un numero eccessivo, ad una battaglia campale. Ma assalendoli in corpi separati, impedendo loro i viveri, e rinserrandoli a poco a poco, e senza azzardare, ne fece un terribil macello, sì fattamente, che pochissimi salvarono la vita. È da credere ch'egli non la perdonasse nè pure alle donne, a' fanciulli e ai vecchi; imperocchè vi perirono, se dobbiamo stare in ciò all'asserzione di quello storico, cinquecento ottantamila persone di nazione giudaica, tagliate a pezzi, senza contare i morti di fame, fuoco e malattia, che fu una moltitudine incredibile. Cinquanta buone loro fortezze vennero in poter de' Romani: e novecento ottantacinque belle terre, castella e borghi furono tutti spianati, di modo che quasi tutta la Palestina rimase un paese deserto. Costò nondimeno assai caro anche ai Romani quella impresa, perchè ve ne perirono parecchie migliaia; e perciò in occasione che Adriano scrivendo al senato in questi tempi (segno ch'egli era lungi da Roma) non si servì dell'usato esordio secondo il formolario, cioè di quelle parole: Se voi e i vostri figliuoli siete sani, me ne rallegro. Quanto a me e all'esercito, noi siam tutti sani. Terminata secondo i giusti giudizii di Dio questa gran rovina del popolo giudaico[949], Adriano pubblicò un editto, che sotto pena della vita niun Giudeo potesse più entrare in Gerusalemme, e nè pure appressarvisi. Ma non si mantenne questo gran rigore sotto i susseguenti Augusti. Diede lo stesso Adriano in ricompensa del buon servigio a Giulio Severo il governo della Bitinia, esercitato poscia da lui con tal giustizia, prudenza e nobil contegno, e con sì fatta cura non men de' pubblici che de' privati affari di quel paese, che Dione, nativo di lì, attesta essere stata anche ai suoi dì in venerazione la di lui memoria. Insorse poco appresso un altro torbido in Levante, perchè gli Alani, appellati anche Massageti, mossi da Farasmane re loro, diedero il sacco alla Media e all'Armenia, scorrendo fin sulle terre della Cappadocia, dove era governatore Flavio Arriano, forse quel medesimo, di cui ci restano alcuni libri. I regali fatti da Vologeso (probabilmente re dell'Armenia) a que' Barbari, e la paura dell'esercito romano raunato da Arriano, fecero da lì a non molto cessare le loro ostilità e i saccheggi. Si può ricavar da Dione, che in questi tempi l'Augusto Adriano stanziasse in Atene, dove dedicò il tempio di Giove Olimpico, in cui fu anche posto la statua di lui col suo altare, e un drago fatto venire dall'India. Solennizzò ivi Adriano con gran magnificenza le feste di Bacco, e vi fece la sua comparsa, vestito in abito di Arconte. Diede inoltre licenza ai Greci adulatori di fabbricar in quella città a nome di tutta la Grecia un tempio alla sua persona, come ad un dio; e per far onore a questo insigne edifizio, istituì de' combattimenti e giuochi, e donò agli Ateniesi non solo una grossa somma di danaro e del grano, ma anche l'isola di Cefalonia. In somma di tante beneficenze colmò egli Atene, che quasi divenne essa una città nuova. Il che fatto, finalmente abbandonò quel caro paese, e se ne ritornò in Italia nel presente anno, o almeno nei primi mesi del seguente.

NOTE:

[946] Vopisc., in Saturn.

[947] Euseb., in Chron. et lib. 4, cap. 6 Historiae Ecclesiasticae.

[948] Dio, lib. 69.

[949] Euseb., lib. 4, cap. 6 Histor. Hieronymus in Isaiam, cap. 6.

Anno di CRISTO CXXXV. Indizione III.

TELESFORO papa 9. ADRIANO imperadore 19.

Consoli

PONZIANO ed ATILIANO.

Il prenome e nome di questi consoli non si sono finora scoperti; v'ha chi in vece di Atiliano scrive Atelano. Da un'iscrizione atletica, che si legge presso il Grutero e presso il Falconieri, ricavò il padre Pagi[950], che Adriano Augusto prima del dì 3 di maggio era ritornato a Roma, perchè un suo rescritto dato in quel giorno e nella stessa città, appartiene alla di lui Podestà Tribunizia XVIII corrente allora. Rallegrò tosto il popolo con degli spettacoli. Nel corso delle carrette si acquistò gran plauso uno di quei cocchieri, servo di qualche nobile romano[951]. Il popolo con alte grida fece istanza all'imperadore che gli desse la libertà. Addano in iscritto rispose, non essere cosa decente per li Romani il dimandare, che l'imperadore dia la libertà ad un servo altrui, o forzi il padrone a dargliela. Ripigliò Adriano in Roma le sue solite maniere di vivere. Fra gli altri suoi usi, andava spesso ai pubblici bagni, e si lavava con gli altri del popolo[952]. Gli venne un dì osservato un veterano, molto ben noto a lui, che fregava la schiena e le altre parti del corpo ai marmi del bagno. Gliene dimandò il perchè: Perchè non ho un servo, rispose il soldato, che mi possa fregare. Adriano gliene donò alcuni, ed anche le spese in vita. Risaputosi ciò, l'altro dì vennero molti vecchi a far lo stesso, sperando un egual trattamento. Ordinò Adriano che si fregassero l'un l'altro. Fece molti buoni ordini. Che non fosse lecito ai senatori il prendere nè direttamente nè indirettamente appalto alcuno di gabelle. Che fosse vietato ai padroni l'uccidere i loro servi, cioè gli schiavi (il che ne' tempi addietro era permesso ai Romani) volendo che se si trovavano rei, fossero condannati dai giudici. Soffrì nondimeno che tenessero prigioni private per li servi e liberti. Voleva che i senatori, uscendo in pubblico, sempre portassero la toga, eccettochè la notte. Tassò le sportole ai giudici, riducendole all'antica moderazione. Ripudiò le eredità lasciategli da persone ch'egli non conosceva; ed anche conoscendole, se v'erano de' figliuoli, le rifiutò. Dilettossi forte della caccia, ed amò sì fattamente alcuni de' suoi cavalli e cani, che fece far loro dei sepolcri. Talvolta nelle cacce ammazzò orsi, lioni ed orse; tanta era la sua destrezza. Non voleva che i suoi liberti avessero alcuna autorità, nè si credesse che potessero qualche cosa presso di lui, perchè attribuiva a questa sorta di gente la maggior parte dei disordini passati sotto i precedenti Augusti. Osservò egli una volta, che uno di costoro passeggiava in mezzo a due senatori. Mandò tosto uno de' suoi domestici a dargli una guanciata, e a dirgli: Guardati di camminar del pari con persone, delle quali tu puoi tuttavia divenire schiavo. Mirabile eziandio parve la sua moderazione, perchè quantunque infinite fabbriche facesse per tutto l'imperio romano, non volle che si mettesse il suo nome, se non nel tempio alzato a Trajano. Riedificò in Roma il Panteon, lo steccato del Campo Marzio, la basilica di Nettuno, molti templi, la piazza di Augusto, il bagno di Agrippa: contuttociò d'ordine suo fu ivi rimesso il nome dei primi fondatori. Fabbricò sopra il Tevere il ponte chiamato di Adriano, oggidì ponte sant'Angelo; e il suo sepolcro vicino al Tevere che ora si chiama castello sant'Angelo; e il tempio della Buona Dea. Fece anche un emissario al lago Fucino. Tutte queste azioni ho io raccolte sotto quest'anno, benchè spettanti a vari tempi, acciocchè sempre più si conosca qual imperadore fosse Adriano.

NOTE:

[950] Pagius, Critic. Baron.

[951] Dio, lib. 69.

[952] Spartianus, in Hadriano.

Anno di CRISTO CXXXVI. Indizione IV.

TELESFORO papa 10. ADRIANO imperadore 20.

Consoli

LUCIO CEJONIO COMMODO VERO, e SESTO VETULENO CIVICA POMPEJANO.

Lucio Cejonio, primo fra questi due consoli, quel medesimo è che Adriano adottò per suo figliuolo, e destinò alla succession dell'imperio. Resta finora in disputa l'anno preciso, in cui seguisse tale adozione. L'esser egli nominato Lucio Cejonio Commodo nei fasti e nelle inscrizioni, cioè portando egli i nomi propri della sua famiglia sul principio di quest'anno, fa abbastanza intendere ch'egli non era per anche giunto alla figliuolanza di Adriano. Adottato da lui, prese il nome di Lucio Elio Commodo, e il titolo di Cesare. Però sentenza è di alcuni, che in quest'anno solamente seguisse la di lui adozione. Altri la riferiscono all'anno precedente, perchè nella lettera che abbiam detto scritta allora da Adriano a suo cognato Serviano, egli dice che gli Alessandrini aveano tagliati i panni addosso anche al mio figliuolo Vero. E perchè a Lucio Elio vien dato il cognome di Vero da Sparziano, di cui si crede che parlasse Adriano. Io per me ne dubito al vedere che Lucio Vero (che fu poi Augusto) di lui figliuolo, ricevè da Marco Aurelio, e non da suo padre il cognome di Vero. Fu poi di parere il padre Pagi[953], che fin dall'anno 130, Adriano adottasse il suddetto Lucio Cejonio, ma senza conferirgli il titolo di Cesare, e senza destinarlo all'imperio: il che poi fece nell'anno presente. E con questa idea pare che vada d'accordo Sparziano[954]. Ma non si saprà mai ben intendere, come Lucio Cejonio Commodo, se prima del presente anno entrò, per via dell'adozione, nella famiglia Elia, comparisse negli atti pubblici senza il nome di Elio: il che poi si osserva fatto nell'anno seguente. Certo è che il testo di Sparziano in questo racconto ha delle contraddizioni, e probabilmente degli errori. Ma lasciate da banda queste liti, a noi basterà di sapere che Cejonio Commodo fu adottato dall'Augusto Adriano, e perciò da lì innanzi appellato Lucio Elio, ed ebbe il titolo di Cesare, cioè la futura promessa dell'imperio: il che credo io fatto solamente nell'anno presente. Volle Adriano solennizzar questa elezione, con dare al popolo romano un congiario, e ai soldati un regalo di sette milioni e mezzo, se dicono il vero coloro che parlano dell'antica moneta. Si fecero correre nel circo i cavalli, ed altri divertimenti si diedero, che accrebbero l'allegrezza del popolo. Fu in oltre esso Elio Cesare disegnato console per l'anno avvenire. Il dirsi da Sparziano, che questo principe, appena adottato, fu creato pretore, e poscia andò al governo della Pannonia, cagiona non poco imbroglio: perchè, secondochè osserva il padre Pagi, esercitò egli la pretura nell'anno 130; il che poi discorda da altre notizie recate dal medesimo storico. E veramente sembra che lo stesso Sparziano, siccome lontano da questi tempi, non sapesse ben quel che dicesse intorno a tali affari. Fors'anche non fu lo stesso storico, il qual descrisse le gesta di Adriano e la vita di Lucio Elio. Sappiamo bensì di certo, che questo principe era di cattiva complessione ed infermiccio; per altro di vita allegra, e data a' piaceri anche illeciti, ornato di letteratura, di grazioso aspetto, e tale che chi volea male ad Adriano, immaginò proceduta la di lui elezione dal riflesso piuttosto alla bellezza del corpo, che alle virtù dell'animo. Ma s'egli godeva poca sanità, anche Adriano cominciò a sentire venir meno la sua; anzi Dione[955] e Sparziano[956] vanno d'accordo in dire, che per cagione appunto di questi suoi malori Adriano si risolvesse di eleggersi questo figliuolo, con disegno di averlo per successore.

NOTE:

[953] Pagius, in Critic. Baron.

[954] Spartianus, in Hadriano et in Ælio Vero.

[955] Dio, lib. 69.

[956] Spartianus, in Hadriano.

Anno di CRISTO CXXXVII. Indizione V.

TELESFORO papa 11. ADRIANO imperadore 21.

Consoli

LUCIO ELIO CESARE per la seconda volta, e LUCIO CELIO BALBINO VITULIO PIO.

Cominciò, siccome accennai di sopra, a declinare la sanità dell'imperadore Adriano: e fu creduto da alcuni originato questo sconcerto dalle pioggie e dai freddi patiti in tanti suoi viaggi, e massimamente perchè egli ebbe in uso per tutti i tempi di stare e di andare colla testa scoperta. Soleva uscirgli di tanto in tanto il sangue dal naso; questo cominciò a farsi più copioso. Non poca inquietudine per altra parte gli recava l'osservare, quanto meschina fosse anche la sanità dell'adottato suo figliuolo Lucio Elio, di modo che dicono, che stette poco a pentirsi di aver messo gli occhi sopra di lui, per farsi un successore. Certamente fu più volte udito dire: Ci siamo appoggiati ad una parete rovinosa, ed abbiam gittati via dieci milioni, dati al popolo e ai soldati per la di lui adozione. Anzi coloro che scrissero la vita d'esso Adriano, e nominatamente Mario Massimo, portarono opinione ch'egli sapesse non dovergli sopravvivere questo figliuolo; e ciò per via della strologia, di cui egli si dilettava forte, con dirsi insino, che Adriano, finchè visse, andava scrivendo ciò che ogni dì gli dovea accadere. Noi possiamo ben dispensarci dal prestar fede a queste fandonie, e v'ha contraddizione tra il dire che lo voleva per successore, con sapere nello stesso tempo che questo successore dovea mancare prima di lui. Eppure aggiungono, aver più volte Adriano predetta la morte d'esso Lucio Elio e pensato a provvedersi di un altro successore. Intanto Adriano, secondo il consiglio de' medici, i quali allorchè non han rimedio ai mali, propongono la mutazion dell'aria, si ritirò a Tivoli, sperando di migliorar di salute con quell'aria migliore. Se si ha da credere a Sparziano, egli mandò Lucio Elio Cesare al governo della Pannonia, dove si acquistò una convenevole riputazione. Ma chi mai può persuadersi ch'egli malsano volesse allontanare da sè un figliuolo anch'esso malconcio di sanità, e destinato a succedergli. Par ben più verisimile, che Sparziano confondesse le azioni e i tempi, e che Lucio Cejonio, prima d'essere adottato, esercitasse la pretura, e governasse dipoi la Pannonia; e che creato Cesare attendesse al governo di Roma. Attesta il medesimo storico, esser egli stato dopo l'adozione talmente in grazia di Adriano, che tutto quel che voleva, lo impetrava dall'imperadore, anche col solo scrivergli delle lettere: il che suppone che potesse anche parlargli. In fatti Aurelio Vittore[957] lasciò scritto che Adriano, ritiratosi a Tivoli, permise che Lucio Elio Cesare restasse in Roma. Abbiamo parimente da esso Vittore, che stando l'imperadore in Tivoli, quivi si applicò per divertirsi a fabbricar dei palagi ed altri edifizii, ai quali diede il nome di Liceo, Accademia, Pritaneo, Canopo, Tempe, ed altri. Attese ancora a far de' buoni conviti, e delle gallerie di statue e pitture, abbandonarsi anche alla lascivia, forse ad imitazione di Tiberio. Il peggio fu che si lasciò trasportare ad imitar Tiberio anche nella crudeltà: ma questo, a mio credere, appartiene solamente all'anno seguente.

NOTE:

[957] Aurelius Victor, in Epitome.

Anno di CRISTO CXXXVIII. Indizione VI.

IGINO papa 1. ANTONINO PIO imperadore 1.

Consoli

CAMERINO e NEGRO.

Non si è potuto finora accertare quai fossero i prenomi e nomi di questi consoli. Da alcuni per sole conghietture furono appellati Sulpicio Camerino e Quinzio Negro; ma meglio fia l'aspettare che si scuopra qualche marmo che meglio ci istruisca di questa faccenda. Per quanto s'ha dalla cronica antichissima di Damaso[958], sul principio di quest'anno san Telesforo papa compiè il corso del suo pontificato colla corona del martirio. Quantunque Adriano niun editto nuovo pubblicasse contra de' Cristiani, pure in vigore delle precedenti leggi, e per lo mal animo dei sacerdoti gentili, noi sappiamo che sotto di lui moltissimi Cristiani col sangue loro confermarono la fede di Gesù Cristo. Vero è che, per attestato di Eusebio[959] e di san Girolamo[960], i santi Quadrato ed Aristide presentarono ad Adriano le loro apologie per la religione cristiana, e che queste fecero un buon effetto. Contuttociò non mancavano allora dei nemici del nome cristiano, che instigavano i giudici da infierire contra i pastori della greggia di Cristo. A Telesforo succedette nella cattedra di san Pietro Igino. Lucio Elio Cesare figlio adottivo di Adriano anche egli terminò i suoi giorni nel dì primo di quest'anno. Pareva che i suoi malori gli avessero data posa in guisa tale, che egli si era preparato per recitar nelle calende di gennaio in senato un'orazione composta da lui, o dettata a lui da qualche maestro, in rendimento di grazie ad Adriano per la sua adozione, come narra Sparziano[961]. Dissi per la sua adozione: parole che non possono mai accordarsi coll'opinione del padre Pagi[962], che il vuole adottato fin dall'anno 130. V'ha chi crede ciò fatto nell'anno 136, non avendo egli, come si figurano, per la sua poca salute potuto soddisfare nelle calende dell'anno precedente. Ma nè pur nelle calende di quest'anno gli fu permesso, perchè in quel medesimo giorno la morte il rapì. Essendo quello il tempo, in cui si formavano i voti solenni per la salute dell'imperadore, non volle Adriano che si facesse piagnisteo alla sepoltura di lui. Avea Lucio Elio avuta per moglie una figliuola di Domizio Negrino, fatto uccidere da Adriano sui principii del suo governo; ed essa gli avea partorito un figliuolo appellato Lucio Cejonio Commodo. Verso questo fanciullo vedremo in breve quanto continuasse l'amore e la beneficenza di Adriano Augusto.

Al vedere sconcertati i suoi disegni per la morte di Lucio Elio, andò Adriano per qualche settimana pensando a riparar questa perdita coll'elezione di un altro figliuolo; e per buona fortuna de' Romani egli fermò il suo guardo sopra Tito Aurelio Fulvio (o Fulvo) Bojonio Antonino, che era stato console nell'anno 120. Egli è chiamato Arrio Antonino da Sparziano[963]. Giulio Capitolino[964] gli dà i suddetti nomi, e vuole che Arrio Antonino fosse avolo materno di esso Tito Aurelio. Conosceva molto bene Adriano le rare virtù di questo soggetto, giacchè egli era uno de' senatori del suo consiglio; e però gli fece intendere il disegno da lui concepito di adottarlo per figliuolo e successor nell'imperio, colla condizion nondimeno, che, stante l'esser esso Antonino privo di prole maschile, anch'egli volesse adottar per figliuolo Marco Aurelio Vero, figliuolo di Annio Vero, cioè di un fratello di Sabina Augusta sua moglie; e Lucio Cejonio Commodo, che poco fa dicemmo nato da Lucio Elio Cesare, fanciullo allora di circa otto anni, perchè nato dell'anno 130. Fu dato tempo ad Antonino tanto da pensarvi, ed avendo egli poi accettata la favorevol offerta fattagli, e le condizioni prescritte, Adriano Augusto, la cui sanità andava di male in peggio, nel dì 25 febbraio fece la solenne funzione di dichiararlo suo figliuolo, con dargli il titolo di Cesare, e farlo suo collega nella podestà tribunizia e nel comando proconsolare. Ch'egli ancora ottenesse il titolo d'Imperadore, lo stimò il padre Pagi; ma non ne abbiamo sufficiente fondamento. Presentò Adriano questo suo nuovo figliuolo al senato, con dire, che giacchè la morte gli avea tolto Lucio Elio, ne avea trovato quest'altro, nobile, mansueto e prudente, in età da non temere, ch'egli o per temerità male operasse, o per debolezza trascurasse gli affari. Parea pure che l'elezione di un sì degno personaggio avesse da tirarsi dietro l'allegrezza e il plauso di ognuno: e pure che non può l'ambizione? Moltissimi dell'ordine senatorio, giacchè cadauno aspirava a sì gran dignità, se l'ebbero a male; e sopra gli altri Catilio Severo, già stato console, ed allora prefetto di Roma, che si teneva in pugno l'imperio. Perchè questi dovette lasciar traspirare i suoi lamenti, Adriano gli levò quella carica prima del tempo consueto. L'aver egli in tal congiuntura scoperta una tal contrarietà a' suoi voleri, con parergli anche per la sua malattia di essere oramai sprezzato dal senato, cominciò a farlo prorompere in alcune azioni di crudeltà. Si credettero alcuni, che naturalmente Adriano inclinasse a questo vizio, e se ne astenesse per la sola paura, tenendo davanti agli occhi il fine di Domiziano. Ma Dione[965] lo niega, e da quanto abbiam detto finora, può apparire che solamente per qualche esaltazion di bile incrudelì. Si aggiunse in questi tempi una fastidiosa malattia, che gli svegliò il mal umore e la rabbia non solamente contra degli altri, ma infin contra di sè stesso: il perchè venne meno in lui la mansuetudine e la clemenza.

Si sa ch'egli fece morire Serviano suo cognato, cioè marito di Paolina sua sorella già defunta[966]. Fin qui l'aveva egli amato ed onorato sopra gli altri; l'avea promosso al terzo consolato, e sempre usciva ad incontrarlo fuori della camera, ognivoltachè sapeva il di lui arrivo al palazzo. Ma dappoichè fu compiuta l'adozione di Antonino, nacque sospetto in Adriano, che Serviano, benchè vecchio di novant'anni, meditasse di salire sul trono, deducendolo dall'aver egli mandata la cena ai servi della corte; dell'essersi un dì messo a sedere con gran possesso sulla sedia imperiale che stava a canto del suo letto, e dall'esser entrato pettoruto nel quartier de' soldati, quasi per farsi conoscere tuttavia atto al comando. Dione[967] espressamente scrive, che Serviano e Fosco di lui nipote si risentirono per l'elezione di Antonino, credendosi aggravati perchè Adriano avesse anteposto chi non era parente ad un nipote di sua sorella. Perciò Adriano li fece uccidere amendue. Raccontano che Serviano prima di essere strangolato, si fece portar del fuoco, e messovi dell'incenso, come in atto di sacrifizio, disse: Voi immortali dii, che ho per testimoni della mia innocenza, prego di una sola grazia, cioè che Adriano, benchè ardentemente brami la morte, non possa morire. Forse fu una frottola inventata per quello che poscia avvenne. Di altri che fossero uccisi per ordine di Adriano, non parla Dione, che pur fu più vicino a questi tempi. Ma Sparziano scrive che parecchi altri furono levati dal mondo o scopertamente o per insidie; e corse fin voce, che Sabina Augusta, la qual forse finì di vivere in questi tempi, per veleno datogli da Adriano terminasse i suoi giorni. Sparziano la tien per una favola. In fatti niuno è più soggetto alle dicerie del popolo che i gran signori. Aurelio Vittore[968], benchè più lontano da questi tempi, arrivò a scrivere che Adriano, prima di morire, fece ammazzar molti senatori; che Sabina per gli strapazzi a lei usati dal marito, volontariamente si diede la morte; e ch'ella pubblicamente sparlava del genio crudele di Adriano, con aggiungere di aver fatto il possibile di non restare gravida di lui, temendo di partorire qualche mostro pernicioso al genere umano. È a noi permesso il credere che con qualche verità sia mischiata una buona dose di falso. E se non falla Capitolino[969] in dire, che Marco Aurelio adottato per ordine di Adriano da Antonino, era figliuolo di un fratello di essa Sabina; non sembra già che Adriano nudrisse così mal animo contro la moglie. Contuttociò convengono tutti gli storici in dire, che il merito di tante belle azioni fatte da Adriano parve un nulla al senato in confronto della morte da lui data sul principio del suo governo ai quattro personaggi consolari, e agli altri sul fin di sua vita, contro replicate promesse da lui fatte, di maniera che si era messo in testa il medesimo senato di non voler accordare gli onori consueti dell'empia gentilità ad Adriano defunto, siccome vedremo fra poco.

Cresceva intanto la malattia di esso Adriano, e fu in fine dichiarata idropisia, accompagnata da dolori e da un insoffribil tedio, non solo del male, ma anche della vita[970]. Non si stendeva la potenza di un imperadore a trovarvi rimedio; e quantunque egli ricorresse insino alla magia, neppur questa potè aiutarlo. Disperato adunque, altro più non desiderava, se non di potersi dar la morte da sè stesso, o di riceverla con veleno o con pugnale da altri. Prometteva impunità e danari a chi gli prestasse aiuto in questo; ma niuno si sentiva voglia di ubbidirlo. Importunato con preghiere e minacce il suo medico, questi amò meglio di uccidersi da sè stesso, che di abbreviare la vita al suo principe. Al medesimo fine si raccomandò ad un servo, il quale ne corse a dar l'avviso ad Antonino. Per animarlo alla pazienza, e levargli di capo sì nere fantasie, entrò in sua camera esso Antonino Cesare, accompagnato dai prefetti del pretorio. Veggendosi scoperto, entrò nelle furie Adriano, e comandò che si ammazzasse quel servo. Antonino il salvò, facendo poi credere ad Adriano che il suo ordine era stato eseguito. Oltre a ciò gran guardia gli fece fare per questo, con dire che crederebbe sè stesso reo di omicidio, se avesse tralasciato di conservarlo vivo finchè si poteva[971]. Invenzione sua anche fu il far venire una donna, che disse ad Adriano d'avere ricevuto ordine da una deità di avvisarlo che sarebbe guarito: e perchè ella non l'avea fatto, era divenuta cieca. Tornò poscia a dirgli, d'avere inteso in altro sogno, che s'ella baciasse le ginocchia ad Adriano, ricupererebbe la vista: e così con facilità avvenne. Si finse ancora cieco nato un uomo, venuto dalla Pannonia, che col toccare Adriano, tornò anch'egli a vedere. Servirono queste imposture a quietare alquanto Adriano; e tanto più che per accidente, o perchè gli fu fatto credere, gli cessò la febbre. Volle egli dipoi essere portato a Baja; ma quivi nel dì 10 di luglio, in età di sessantadue anni, dopo aver detto un assai famoso motto, cioè: I molti medici hanno ucciso l'imperadore, e dopo aver recitato cinque versi sopra l'anima sua, destinata agli orrori dell'inferno, finalmente morì. Prima di morire, chiamò da Roma Antonino, che giunse a tempo di vederlo vivo, sebben Capitolino[972] sembra dire ch'egli andò colà solamente per riportarne le ceneri a Roma. Scrive Sparziano, che Adriano odiato da tutti, fu seppellito in Pozzuolo nella villa di Cicerone, dove il suo successore Antonino gli fabbricò un tempio, come ad una deità, dandogli de' Flamini ed altri sacri ministri. Capitolino, per lo contrario, attesta che le di lui ceneri furono portate a Roma da Antonino, esposte nel giardino di Domizia, e riposte nel suo mausuleo (oggidì castello sant'Angelo), perchè in quello di Augusto non v'era più luogo. Succedette a lui nell'imperio Antonino Pio, di cui parleremo all'anno seguente. E si vuol ben qui ripetere che le lettere fiorirono non poco sotto Adriano imperadore letterato. Abbiam di sopra fatta menzione di Favorino sofista, di Epitteto insigne filosofo della scuola stoica, di Arriano suo discepolo e di Flegonte liberto d'esso Adriano. Oltre ad altri scrittori vivuti allora, de' quali si son perdute l'opere, furono e son tuttavia in gran credito Svetonio Tranquillo, autore delle vite de' dodici primi imperadori, e massimamente Plutarco, le cui opere meritano di essere appellate un dovizioso magazzino dell'erudizione greca e latina, e dell'antica filosofia.

NOTE:

[958] Anastas. Bibliothecarius.

[959] Eusebius, Hist. Ecclesiast., lib. 4, c. 3.

[960] Hieron., de Viris Illustr.

[961] Spartianus, in Hadriano.

[962] Pagius, Critic. Baron.

[963] Spartianus, in Hadriano.

[964] Capitolinus, in Tito Antonino.

[965] Dio, lib. 69.

[966] Spartianus, in Hadriano.

[967] Dio, lib. 69.

[968] Aur. Victor, in Epitome.

[969] Capitolin., in Antonino Pio.

[970] Dio, lib. 69. Spartianus, in Hadr. Aurelius Victor, in Epit.

[971] Spartianus, in Hadrian. Aurel.

[972] Capitolin., in Marco Aurelio.

Anno di CRISTO CXXXIX. Indizione VII.

IGINO papa 2. ANTONINO PIO imperadore 2.

Consoli

TITO ELIO ADRIANO ANTONINO AUGUSTO per la seconda volta, e CAJO BRUTTIO PRESENTE per la seconda.

Ebbe il console Presente il prenome di Cajo, ciò risultando da una greca iscrizione che si legge nella mia raccolta[973]. Così da un'altra pubblicata dal Fabretti[974] apparisce che avendo Antonino Augusto deposto il consolato, a lui fu sostituito Aulo Giunio Rufino. Morto Adriano imperadore nell'anno precedente, prese le redini del governo Antonino Pio, ed ebbe il titolo d'Imperadore (se non l'avea ottenuto prima), d'Augusto e di Pontefice Massimo. Era egli della famiglia Aurelia, originaria di Nimes, città della Gallia, e il suo primo nome fu quello di Tito Aurelio Fulvo o Fulvio[975]. L'avolo suo, che portava lo stesso nome, tre volte ebbe l'onore dei fasti consolari: due volte il di lui padre. Arria Fadilla, sua madre, figliuola fu di Arrio Antonino, stato anch'esso console, ed uno de' più illustri senatori d'allora. Tito Aurelio suddetto si vede poi nominato Arrio Antonino con indizio, che l'avolo materno l'avesse adottato per figliuolo; e certamente fu erede del ricco di lui patrimonio. Nacque egli nell'anno 89 della nostra Era nella villa di Lanuvio. Nell'anno 120 dal suo merito fu portato al consolato, imperciocchè si univano in lui la bella presenza, un ingegno penetrante, ma insieme placido e sodo, molta letteratura, maggiore eloquenza, e sopra tutto una rara saviezza, sobrietà ed amorevolezza. Era liberale in donare il suo, lontano dal volere quel d'altri, il tutto sempre operando con misura e senza giattanza. Tale in somma comparve agli occhi dei Romani nella vita privata, e molto più divenuto imperadore, che i saggi l'assomigliavano, e con ragione, a Numa Pompilio. Da Adriano fu scelto per uno de' quattro consolari che reggevano l'Italia. Proconsole dell'Asia fece un sì bel governo, che ne riportò plauso da ognuno. Poscia ammesso nel consiglio di Adriano, costumò in tutto ciò che era messo in consulta, di eleggere la sentenza più mite. Stimarono alcuni, che l'avere Adriano veduto Antonino entrar nel senato dando di braccio al d'Annia Galeria Faustina sua moglie, tanto si compiacesse di quell'atto, che per questo il volle suo successore. Ma è ben più da credere che a tale elezione si sentisse mosso Adriano dalla conoscenza e sperienza del senno e delle tante virtù che concorrevano in esso Antonino.

Dappoichè egli ebbe riportate a Roma le ceneri di Adriano[976], trovò il senato così irritato contro la memoria di Adriano per le crudeltà sul principio e nell'ultimo di sua vita usate verso l'ordine senatorio, che non solamente stava forte in negargli i creduti onori divini, ma era in procinto di cassar ancora tutti i di lui atti e decreti. Entrò in quella illustre assemblea il novello imperadore, che per la sua adozione fu da lì innanzi nominato Tito Elio Adriano Antonino, e colle lagrime agli occhi perorò in favore del defunto padre così vivamente, che avrebbe potuto muovere ogni più duro cuore. Vedendo tuttavia i senatori mal disposti a compiacerlo, venne all'ultima batteria con dire, che dunque non volevano nè pur lui per imperadore, giacchè se pensavano d'abolir tutti gli atti d'Adriano, come di un principe cattivo e nemico, fra questi entrava anche la sua adozione. A tali parole si piegò il senato, non tanto per riverenza ad Antonino, quanto per timore de' soldati che erano per lui; decretando che Adriano potesse aver luogo fra gli dii, benchè personaggio da lor tenuto per sanguinario e crudele. Puntualmente pagò Antonino[977] di sua propria borsa alle milizie il regalo promesso loro dal padre, e diede al popolo un congiario fors'anche vivente lo stesso Adriano. Restituì e condonò interamente alle città d'Italia l'oro coronario, cioè la contribuzione o sia il donativo esibito per la sua adozione, e ne rilasciò la metà alle provincie fuori d'Italia. Rientrato poi in sè stesso il senato, e conoscendo che bel regalo avesse fatto Adriano con dare alla repubblica romana un sì buono, un sì degno successore, rivolse le sue applicazioni ad onorar Antonino, e a renderselo grato. Gli diede il titolo di Pio, che comincia tosto a comparire nelle di lui medaglie[978]. Crede il Tillemont[979], che questo nome significasse Buono, e a lui fosse accordato per denotare la singolar sua amorevolezza verso il padre, verso i parenti e la patria. Anche gli antichi[980] ne cercarono il motivo; chi il credette appellato così pel suo rispetto alla religione; altri perchè avea salvata la vita a molti condannati all'ultimo supplicio da Adriano infermo e furioso, ch'egli nascose, e dopo la di lui morte rimise in libertà: il che par ben più credibile, che il dirsi da Dione ciò fatto, perchè sul principio del suo governo molti furono accusati per varii reati, ed egli non volle che alcun fosse gastigato. Il lasciare impuniti certi delitti, che turbano la pubblica quiete, non suol essere molto glorioso ne' principi, ed è nocivo al pubblico. Per altro la clemenza è una bella gemma della lor corona, e per questo crede Eutropio ch'egli meritasse il titolo di Pio. Le medaglie ancora[981] battute in quest'anno ci possono assicurare che fu onorato Antonino col bel nome di Padre della Patria, pel qual fece un bel ringraziamento ai Padri. Inoltre il senato fece alzar delle statue ai genitori, all'avolo paterno e materno e ai fratelli già defunti del medesimo Antonino. Non ebbe discaro esso Augusto che il senato desse anche ad Annia Galeria Faustina sua moglie il titolo di Augusta; accettò ancora i giuochi circensi decretati dallo stesso senato per solennizzare il di lui giorno natalizio, che correva nel dì 19 di settembre; ma rifiutò ogni altra pubblica dimostrazione. Da lì a qualche anno determinò il medesimo senato, che i mesi di settembre e di ottobre in onor suo e di Faustina si chiamassero Antoniano, Faustiniano; ma ricusò Antonino un sì fatto onore. Trovavansi delle persone non poche condannate o esiliate da Adriano. Dimandò Antonino grazia per loro nel senato, con dire che Adriano l'avrebbe chiesta anch'egli. A niun di coloro, che lo stesso Adriano avea dato dei posti, li levò; anzi suo costume fu lasciar continuare ne' governi delle provincie per fin sette e nove anni coloro ch'erano in concetto di governare con illibatezza e prudenza.

Ebbe Antonino Pio da Faustina sua moglie due figliuoli[982] maschi, uno appellato Marco Aurelio Fulvo Antonino, e l'altro Marco Galerio Aurelio Antonino. Amendue giovani erano a lui premorti. Due figliuole ancora gli nacquero. La maggiore, maritata con Lamia Sillano, mancò di vita, allorchè il marito andava al governo dell'Asia. Restavagli la seconda, cioè Annia Faustina. Avea ordinato Adriano, ch'egli la desse in moglie a Lucio Vero, cioè a quel medesimo che insieme con Marco Aurelio per comandamento di Adriano egli avea adottato per suo figliuolo. Ma Antonino, dacchè cessò Adriano di vivere, riflettendo all'età troppo tenera di Lucio Vero, e che miglior testa era quella di Marco Aurelio, cangiata massima[983], s'invogliò di dar la figliuola ad esso Marco Aurelio, contuttochè egli avesse contratti gli sponsali con Fabia figliuola di Lucio Cejonio Commodo, e sorella del suddetto Lucio Vero. Gliene fece far la proposizione per Giulia Faustina sua moglie, con dargli tempo di pensarvi. Si credette in fine Marco Aurelio di assicurar meglio la sua fortuna con questo matrimonio; e però disciolti gli sponsali suddetti, s'indusse ad isposare Annia Faustina. Non si sa bene se seguissero tali nozze nell'anno presente. Prima anche d'esse Antonino, per maggiormente comprovare al destinato genero il suo compiacimento ed affetto, gli conferì il titolo di Cesare, e il disegnò, ad istanza del senato, console seco per l'anno seguente, contuttochè egli non fosse se non questore, nè avesse esercitate altre cariche pubbliche. Il fece anche accettare ne' Collegi de' sacerdoti, e passare nel palazzo di Tiberio, con formargli una corte da par suo, benchè egli ripugnasse. Assegnò anche Antonino[984] in dote alla figliuola tutti i suoi beni patrimoniali, con riserbarsene nondimeno l'usufrutto sua vita natural durante per gli bisogni dello stato. Servono le medaglie[985], coniate nel secondo consolato di Antonino Pio, cioè nell'anno presente, per farci conoscere che egli diede un re ai Quadi, e un altro ai popoli dell'Armenia.

NOTE:

[973] Thesaur. Nov. Inscript., pag. 326, n. 4.

[974] Fabrettus, Inscription, pag. 726.

[975] Capitolinus, in Antonino Pio.

[976] Spartianus, in Hadriano.

[977] Capitolinus, in Antonino Pio.

[978] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[979] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[980] Pausanias, lib. 8. Dio, l. 70. Lampridius in Elagabalo.

[981] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.

[982] Capitolinus, in Antonino Pio.

[983] Capitolinus, in Marco Aurel.

[984] Capitolinus, in Antonino Pio.

[985] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

Anno di CRISTO CXL. Indizione VIII.

IGINO papa 3. ANTONINO PIO imperadore 3.

Consoli

TITO ELIO ADRIANO ANTONINO PIO AUGUSTO per la terza volta e MARCO ELIO AURELIO VERO CESARE.

Siccome il regno di Antonino Pio fu regno tutto di pace, perchè quest'ottimo principe, privo d'ambizione e nulla sitibondo della gloria vana, unicamente attese a rendere felici i suoi popoli: mestiere che dovrebbe essere quello di tutti i regnanti: così la di lui vita non ci somministra varietà d'azioni da poter empiere gli anni del suo lungo imperio. Oltre di che son perite le antiche storie, che parlavano de' fatti di lui, nè altro ci resta, che la breve sua vita scritta da Giulio Capitolino, mancante di quel filo ch'è necessario per riferir cronologicamente anno per anno le di lui imprese. Sia pertanto ora a me lecito di riportar qui il ritratto di questo insigne Augusto, che anche il Tillemont[986] raccolse da esso Capitolino[987], dai libri di Marco Aurelio[988] suo figliuolo adottivo, da Dione[989], e da altri pochi rimasugli dell'antichità. Fu Antonino Pio provveduto dalla natura di un corpo di alta statura e ben fatto, con volto maestoso e insieme dolce, con voce grata ad udirla; allegro nella conversazione, ma senza eccesso; buon economo del suo, e insieme liberale e magnifico alle occorrenze, con dilettarsi molto di stare alla campagna, dove facea fruttare i suoi beni, e solea divertirsi colla caccia e colla pesca, e in città coll'intervenire alle commedie e buffonerie degl'istrioni. Studioso della sobrietà, anche giunto all'imperio, sempre la conservò, contento de' cibi ordinari, senza cercarne de' rari e senza lusso: con che visse molto, senza bisogno di medici nè di rimedi. I suoi conviti o pubblici, o privati erano per lo più conditi dai discorsi de' suoi commensali amici, andando anch'egli talvolta a pranzare in casa loro con tutta confidenza. Usava[990] la mattina di ammettere alcuno all'udienza, di mangiare un tozzo di pan secco, per aver lena agli affari, nei quali sempre si dimostrò applicato e indefesso. Compiacevasi ancora di andar come persona privata alle vendemmie co' suoi amici; divertimento carissimo agli antichi Romani. Anche imperadore usò abiti dimessi, senza curarsi di ornar molto il corpo, ma neppur mostrandosi dimentico della polizia e del decoro. Era, dissi, indefesso negli affari e tuttochè patisse di quando in quando delle micranie, pure appena le avea scrollate, che tornava più vigoroso di prima alle applicazioni. Quotidiane erano queste, perchè non meno de' saggi padri di famiglia, che continuamente studiano il bene della lor casa, anch'egli, come se la repubblica fosse la casa di lui propria, senza mai darsi posa, ne procurava i vantaggi, vegliava alla sua difesa, e rimediava ai disordini e bisogni. Esatto anche nelle minime cose (del che fu deriso da alcuni, e spezialmente nella sua satira da Giuliano Apostata), con gran calma[991], e senza fermarsi alle apparenze, esaminava a fondo le cose, i costumi degli uomini e le ragioni; ma nulla spediva degli affari, senza aver prima raccolti i pareri di saggi amici e di dotti consiglieri. Presa poi con maturità una risoluzione, costante e fermo era nel volerne l'esecuzione. Tanto nel rallegrare il popolo con degli spettacoli e con de' congiari, quanto nelle fabbriche e in altre azioni di piacere e d'ornamento del pubblico, non cercava punto con vanità gli applausi del popolo, siccome nè pur si metteva pensiero dei di lui sregolati giudizii. Facea del bene per far del bene, e non per sete di lode; e però gli adulatori alla di lui presenza perdeano la voce. Nè, come Adriano, avea egli gelosia di chi più di lui compariva eccellente nell'eloquenza, nella conoscenza delle leggi, o in altre arti e scienze, anzi tanto più onorava questi tali e cedeva loro con piacere. Trovasi sopra tutto lodato in lui l'amore della religione: falsa religione bensì, ma in cui per sua disavventura egli era nato. Al contrario ancora di Adriano, si provò sempre in lui stabilità nelle amicizie: frutto nondimeno del non aver egli ammesso al grado di suoi confidenti ed amici, se non persone di gran merito per l'ingegno e per la virtù. E bastino per ora queste poche pennellate del ritratto d'Antonino Pio. Da un'iscrizione riferita dal Grutero[992] ricaviamo che in questi tempi erano prefetti del pretorio Petronio Mamertino e Gavio Massimo. Questo Gavio, uomo severissimo, durò in quella carica per venti anni, ed ebbe per successore Tazio Massimo. Certo è, che sotto l'imperio di quest'Augusto seguì un'inondazione del Tevere in Roma, attestandolo Capitolino[993]; e il padre Pagi[994] pretende ciò avvenuto nell'anno presente, per trovarsi una medaglia, in cui si legge TIBERIS. Non ha sufficiente fondamento una tale opinione. Potrebbe ben esser vero ciò che egli aggiugne, cioè che in quest'anno riuscisse ad Antonino Pio di riportare una vittoria de' Britanni per mezzo di Lollio Urbico suo legato, con aver poi maggiormente ristretti que' popoli con un altro muro più in là che quel di Adriano. Da altri vien riferita questa vittoria all'anno 144.

NOTE:

[986] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[987] Capitolinus, in Antonio Pio.

[988] Marcus Aurelius, de rebus suis.

[989] Dio, lib. 70.

[990] Aurelius Victor, in Epitome.

[991] Zonaras, in Annalibus.

[992] Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 268, n. 8.

[993] Capitolinus, in Antonino Pio.

[994] Pagius, in Crit. Baron.

Anno di CRISTO CXLI. Indizione IX.

IGINO papa 4. ANTONINO PIO imperadore 4.

Consoli

MARCO PEDUCEO SILOGA PRISCINO e TITO HOENIO SEVERO.

Abbiamo da Capitolino[995] che nell'anno terzo dell'imperio di Antonino Pio mancò di vita Annia Galeria Faustina Augusta sua moglie. Però han creduto alcuni avvenuta la sua morte nell'anno precedente. Ma il padre Pagi, in vigore di un'iscrizione, pubblicata dal padre Mabillone, e da me ancora riferita[996], in cui è nominata la DIVA, cioè la defunta Faustina, moglie d'Antonino Angusto console per la terza volta, ornato della Quarta Podestà Tribunizia, ha sostenuto che Faustina terminasse la vita dopo il dì 25 di febbraio dell'anno presente, e prima del dì 10 di luglio; nel qual tempo correva la quarta podestà tribunizia, e il terzo anno dell'imperio di Antonino. Forte è questa ragione, ma non toglie affatto il sospetto che Faustina potesse essere morta nell'anno precedente, e quell'iscrizione fosse a lei posta nel presente. Per ordine del senato fu deificata questa imperatrice; alzato a lei un tempio; deputate delle donne flaminiche; poste delle statue d'oro e d'argento, o sia dorate e inargentate. Furono anche in onor suo celebrati i giuochi circensi. Tutto ciò fu fatto dalla cieca gentilità per onorare una donna, la quale, per testimonianza di Capitolino, diede da parlare molto di sè, per la troppa libertà e facilità di vivere; il che Antonino mirava con dolore e con somma pazienza dissimulava. Che nè pure lo stesso Antonino fosse esente da simil difetto, il Platino, il Tillemont, ed altri l'hanno creduto e dedotto dalla satira ingegnosamente composta da Giuliano apostata[997]. Ma non è assai chiaro quel passo, e il padre Petavio lo pretende una calunnia. Abbiamo solamente di certo da Capitolino, che essendo mancato di vita, molti anni dopo, Tazio Massimo prefetto del pretorio, rammentato di sopra, in suo luogo ne furono sostituiti due da Antonino, cioè Fabio Repentino e Cornelio Vittorino: ed essere allora corsa una pasquinata, in cui si dicea che Repentino era giunto a quella dignità per raccomandazione di una concubina dell'imperadore. Di questo si può anche dubitare, perchè Antonino Pio mancò di vita in età di sessantaquattr'anni, ed essendo l'elezion di Repentino succeduta negli ultimi tempi suoi, non par credibile che un sì saggio principe si lasciasse vincere da sregolate passioni in quell'età. Oltre di che, secondo la falsa morale de' Gentili, non erano biasimevoli certi usi od abusi d'allora. Dalla vita di Avidio Cassio, scritta da Vulcazio Gallicano[998], abbiamo un barlume, che vivente ancora Faustina, si ribellò uno non so qual Celso contra di Antonino, però nel precedente, o nel presente anno, Faustina, sapendo quanto fosse inclinato il consorte Augusto alla clemenza, gli scrisse che s'egli avesse compassion di costui, non mostrerebbe d'averla per sua moglie nè per gli suoi, perchè se andasse ben fatta ai ribelli, essi non avrebbono pietà nè dell'imperadore nè di chi è congiunto con lui. Ma niun'altra memoria di questo Celso ci ha conservata la storia.

NOTE:

[995] Capitolinus, in Antonino Pio.

[996] Thesaurus Novus Inscription., p. 239, n. 3.

[997] Julian., de Caesarib.

[998] Vulcat. Gallicanus, in Avidio Cassio.

Anno di CRISTO CXLII. Indizione X.

PIO papa 1. ANTONINO PIO imperad. 3.

Consoli

LUCIO CUSPIO RUFINO e LUCIO STATIO QUADRATO.

È di parere monsignor Bianchini[999], che in quest'anno, e non già nel precedente, come pensò il padre Pagi[1000], santo Igino romano pontefice terminasse la sua vita con una più gloriosa morte, perchè martire della Fede di Gesù Cristo. Certo è bensì, che a lui succedette Pio papa. Sappiamo del pari, che anche sotto Antonino Pio continuò la persecuzion de' Cristiani, non già per editto, non già per colpa di questo clementissimo imperadore e principe assai conoscente che la cristiana religione ed i seguaci di essa, per la maggior parte professori della virtù, non meritavano gastighi; ma per gli precedenti non aboliti editti, e per la malvagità de' presidenti e de' giudici, adoratori degl'idoli, a' quali non era vietato il procedere contro ai cristiani. Però circa questi tempi san Giustino, poscia glorioso martire, scrisse un'apologia in favore de' fedeli, e la presentò ad esso imperadore Antonino, dimostrandogli la falsità dei delitti attribuiti ai cristiani, e l'ingiustizia de' supplizii, a' quali erano condannati. L'anno preciso, in cui san Giustino compose e presentò all'imperadore questa prima sua apologia (perchè egli due ne compose) nol sappiamo. Fuor di dubbio è, per attestato di Eusebio[1001], aver non meno essa, che varie favorevoli lettere dei governatori Gentili dell'Asia, prodotto buon effetto, avendo Antonino dipoi, cioè nell'anno 152, spediti ordini che niuno fosse condannato perchè fosse cristiano. Nè si potea aspettar meno da un imperador tale, ch'era la stessa bontà, e che nulla più desiderava che di far fiorire la pace e la contentezza per tutte le provincie del romano imperio. Tanto il portava alla mansuetudine, alla clemenza la sua ben radicata virtù, che nè pur volea punire le offese fatte a lui stesso. Di due sole congiure tramate contra di lui parla Capitolino[1002]. L'una di Attilo Taziano. Fu questi processato e convinto dal senato; ma per ordine di Antonino, gastigato col solo esilio. Nè volle il buon Angusto, che si ricercassero i complici, e verso il di lui figliuolo si mostrò in tutte le occorrenze sempre mai favorevole. L'altra fu di Prisciano. Da che costui si vide scoperto, prevenne la clemenza di Antonino con darsi la morte da sè stesso. Faceva istanza il senato[1003], che si procedesse oltre per iscoprire gli altri congiurati: vietollo Antonino, dicendo, che non era bene il far di più, non amando egli di sapere a quante persone fosse in odio la sua persona. Anche un dì per sospetto, che mancasse in Roma il grano, l'insolente popolo arrivò a tirargli de' sassi. Ma egli in vece di punire il pazzo loro ammutinamento, si studiò di placarli con buone ed amorevoli ragioni. Perciò sotto di lui niuno de' senatori si vide privato di vita. Un solo convinto di parricidio, fu condannato ad essere portato e lasciato in un'isola deserta.

NOTE:

[999] Blanchin., ad Anastas. Bibliothecar.

[1000] Pagius, in Crit. Baron.

[1001] Euseb., in Chron. et Hist. Eccl., lib. 4.

[1002] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1003] Aurelius Victor, in Epitome.

Anno di CRISTO CXLIII. Indizione XI.

PIO papa 2. ANTONINO PIO imperadore 6.

Consoli

CAJO BELLICIO TORQUATO e TIBERIO CLAUDIO ATTICO ERODE.

Il secondo console, cioè Attico Erode, fu uno dei celebri personaggi del suo tempo, e trovasi commendato assaissimo da Aulo Gellio[1004] e da Filostrato[1005]. Si racconta di Attico suo padre, cittadino di Atene, che avendo trovato un gran tesoro, ne scrisse al buon imperadore Nerva, per sapere che ne avesse da fare. La risposta fu, che ne usasse come voleva. Tuttavia temendo egli un dì qualche avania dal fisco, gli tornò a scrivere, come non osando di valersi di tal grazia; e Nerva gli replicò che si servisse di ciò che la fortuna gli avea donato, perchè era cosa sua. Divenne molto più ricco il figliuolo Erode, ma con impiegar in bene le sue ricchezze, con aiutare un gran numero di persone bisognose. La eccellenza sua consisteva nell'eloquenza, in cui forse allora non ebbe pari. Avea esercitati vari governi, e poi fu scelto da Antonino per maestro de' suoi due figliuoli adottivi, cioè di Marco Aurelio e di Lucio Vero, affinchè loro insegnasse la eloquenza greca. Accomodando il padre Pagi le azioni degli Augusti[1006] alle regole da sè stabilite, immagina che in quest'anno Antonino Pio celebrasse i quinquennali del suo imperio. Ma di ciò niun vestigio ci somministra la storia, e nè pur le medaglie, le quali, perchè non esprimono i diversi anni della podestà tribunizia, non ci conducono a discernere i precisi tempi delle opere e degli avvenimenti di questi tempi. Per altro nè pure Antonino Pio lasciò privo il popolo romano de' tanto sospirati spettacoli. Abbiamo da Capitolino[1007], ch'egli ne diede più volte, facendo comparire in essi degli elefanti, delle corocotte, delle tigri, e insin de' coccodrilli, e de' cavalli marini ed altri ammali stranieri, fatti venire da tutte le parti della terra. E in un dì solo cento lioni si fecero entrar nell'anfiteatro, e se ne fece la caccia.

NOTE:

[1004] Aulus Gell., Noct. Attic.

[1005] Philost., de Sophist.

[1006] Pagius, in Crit. Baron.

[1007] Capitolin., in Antonino Pio.

Anno di CRISTO CXLIV. Indizione XII.

PIO papa 3. ANTONINO PIO imperadore 7.

Consoli

PUBLIO LOLLIANO AVITO e MASSIMO.

Perchè non è sicuro il nome del secondo console, cioè di Massimo, chiamato da alcuni Cajo Gavio Massimo, io l'ho lasciato andare. Il cardinal Noris[1008] e il padre Pagi[1009] portarono opinione, che egli si chiamasse Claudio Massimo, e fosse quel medesimo che fu uno de' maestri di Marco Aurelio, poscia imperadore, mentovato da Capitolino[1010], e che da Apulejo[1011] vien riconosciuto proconsole dell'Africa, con chiaro indicio, che dianzi egli era stato console. Pensa all'incontro il Panvinio[1012], seguitato in ciò da altri, ch'egli fosse quel Gavio Massimo, che di sopra dicemmo avere esercitata la carica di prefetto del pretorio per venti anni, con citare un'iscrizione, in cui si legge: C. GAVIVS C. F. STRABO MAXIMVS COS. Ma cotale iscrizione nulla conchiude, perchè non si sa di certo che appartenga a lui. All'incontro si dee osservare detto da Capitolino[1013], avere Antonino pio arricchiti i suoi prefetti, e donati loro gli ornamenti consolari. Suol significar questa frase, l'aver solamente ottenuto il privilegio di portar la veste palmata, di aver la sedia d'avorio, ed altri onorevoli segni, conceduti ai veri consoli, ma senza essere stato console. Però più probabile sembra l'opinione del Noris e del Pagi. Tuttavia comparendo essa non esente da ogni dubbio, meglio ho creduto di nominar solamente Massimo il console suddetto. Circa questi tempi, siccome abbiamo dagli antichi scrittori cristiani[1014], sboccarono dall'inferno Valentino, Cerdone e Marcione, eresiarchi e maestri d'altri non meno empii discepoli, che si studiarono d'infettar la nostra santa religione con istravaganti immaginazioni, ed opinioni esecrande, contra de' quali poi aguzzarono le lor penne varii santi e dottissimi scrittori cattolici. Scrivono all'incontro san Giustino ed Arnobio, che Antonino Pio, portato dallo zelo dell'erronea religione pagana, vietasse il leggere i versi dello Sibille, e le opere di Cicerone della Natura degli dii, e della Divinazione, ed altri simili, perchè atti a distruggere le imposture e lo stolto culto de' falsi numi. Di ciò nulla dicono gli autori della sua vita. Per conto de' libri sibillini, finti negli antichi tempi, è da vedere il Du-Pin[1015], che dottamente esamina questo argomento, senza ch'io ne dica una parola di più. Sembra poi inverisimile questo divieto delle opere di Cicerone, il quale se fosse succeduto, tanta era la stima di quello presso i Romani, che non avrebbono taciuta sì importante particolarità gli scrittori della vita di Antonino Pio, giacchè derisero Adriano solamente perchè egli apprezzava più lo stile di Catone che quello di Cicerone.

NOTE:

[1008] Noris, Epistola Consulari.

[1009] Pagius, in Critic. Baron.

[1010] Capitol., in Marco Aurel.

[1011] Apulejus, in Apolog. secund.

[1012] Panvin., in Fast. Consular.

[1013] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1014] Justin., in Apolog. Eusebius. Tertull., Philastrius et alii.

[1015] Du-Pin, Dissertat. Préliminair. aux Auteurs Ecclésiastiq.

Anno di CRISTO CXLV. Indizione XIII.

PIO papa 4. ANTONINO PIO imperadore 8.

Consoli

TITO ELIO ADRIANO ANTONINO PIO AUGUSTO per la quarta volta, e MARCO ELIO AURELIO VERO CESARE per la seconda.

Si figura il padre Pagi[1016], che Antonino Augusto prendesse questo consolato per solennizzare i quinquennali del suo imperio, avendo differita questa festa all'anno presente, che dovea farsi nel precedente. Ma cotal dilazione è immaginata da lui, nè fondata se non sopra le regole da esso ideate, che patiscono molte difficoltà. Credè egli parimente, che in quest'anno Lucio Vero suo figliuolo adottivo, per attestato di Capitolino[1017], essendo in età di quindici anni, prendesse la toga virile: nella qual occasione solevano i Romani far festa. Credono altri, che Antonino in fatti la facesse con dedicare il tempio d'Augusto, da lui ristorato, siccome consta dalle medaglie[1018]. Ma Capitolino[1019] scrive diversamente, con dire ch'egli in tal congiuntura dedicò il Tempio del Padre, cioè di Adriano, e non già di Augusto. Dal medesimo autore abbiamo, che Antonino Pio lasciò di belle memorie, tanto in Roma che altrove, con fabbriche sontuose, o fatte di pianta o ristorate durante il suo imperio. Cioè il tempio dedicato in onore di esso Adriano suo padre; il Grecostadio, o sia la Grecostasi, edificio, in cui si fermavano gli ambasciadori delle nazioni prima di essere introdotti nel senato. Questo, già rovinato da un incendio, fu da lui rifatto. Ristorò similmente l'anfiteatro di Tito, per quanto si crede; il sepolcro di Adriano; il tempio d'Agrippa, cioè oggidì la Rotonda; il ponte Sulpicio di legno sul Tevere; il Faro, forse di Pozzuolo o di Gaeta. Vedesi in Pozzuolo una iscrizione, testimonio di questo[1020]. Racconciò i porti di essa Gaeta e di Terracina. Lo stesso benefizio prestò alle Terme d'Ostia, all'acquidotto d'Anzio, e al tempio di Lanuvio, o sia di Lavinia. Del tempio d'Augusto, da lui risarcito, non parla Capitolino. Soggiugne bensì, aver egli aiutate con danaro molte città, acciocchè o facessero delle nuove fabbriche, o ristorassero le vecchie, ed aver contribuito molto del suo, affinchè i senatori ed altri magistrati potessero con decoro esercitar i loro impieghi. Pausania[1021] fa menzione di varii altri edifizii attribuiti nella Grecia al medesimo Antonino Augusto. E da un'iscrizione rapportata dal marchese Maffei[1022] si raccoglie ch'egli ristorò le Terme di Narbona nella Gallia. Anche di diverse pubbliche strade per ordin suo riselciate parlano altre iscrizioni.

NOTE:

[1016] Pagius, in Critic. Baron.

[1017] Capitolinus, in Lucio Vero.

[1018] Mediobarb., in Numism. Imperat.

[1019] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1020] Thesaurus Novus Inscript., pag. 543, n. 5.

[1021] Pausanias, lib. 8.

[1022] Maffejus, Antiquit. Galliae.

Anno di CRISTO CXLVI. Indizione XIV.

PIO papa 5. ANTONINO PIO imperadore 9.

Consoli

SESTO ERUCIO CLARO per la seconda volta, e GNEO CLAUDIO SEVERO.

Intanto si provava una mirabil tranquillità e un delizioso vivere, tanto in Roma che in tutto il romano imperio, pel savio governo di Antonino Pio, che si facea conoscere buon principe, e maggiormente padre a tutti i sudditi suoi. Marco Aurelio, imperador dopo lui, nello scrivere la vita propria[1023], confessa d'aver molto imparato dagli esempli e dalla voce d'esso Antonino, padre suo per adozione, e ci dà un bel saggio della maniera da lui tenuta di vivere. Capitolino[1024] anch'esso ce ne lasciò qualche memoria. L'altezza del grado, a cui era pervenuto Antonino, non gli fece punto mutare, se non in meglio, i costumi, perchè mai non gli andò il fumo alla testa. Vivuto da privato con gran moderazione, saviezza ed affabilità[1025], maggiormente continuò ad esser tale divenuto Augusto, con ritener lo stesso abborrimento al fasto e alla matta superbia, e con istudiare, tanto superiore come era, di farsi eguale agli altri nobili cittadini: il che, invece di sminuire, accresceva negli altri la stima e l'amore della maestà imperiale. Si faceva egli servire da' suoi schiavi, come usavano anche i privati; andava alle case degli amici; famigliarmente passeggiava con loro, come se non fosse imperadore; e voleva che cadauno di essi godesse la sua libertà, senza formalizzarsi, se invitati non venivano alla cena, se, andando egli in viaggio, non l'accompagnavano. Costantissimo fu il suo rispetto verso il senato, e trattava coi senatori in quella stessa guisa e colla medesima bontà ch'egli, allorchè era senatore, desiderava d'essere trattato dagli imperatori. Ritenne sempre il costume di render conto di tutto quel che faceva al senato ed anche al popolo, allorchè avea da pubblicar degli editti. E qualor voleva il consolato, o qualche altra carica per sè o per gli figliuoli, la domandava al senato al pari degli altri particolari. Scrive lo stesso Marco Aurelio, suo figliuolo adottivo, d'aver fra l'altre avuta a lui l'obbligazione d'essere spogliato della vanità, appunto dappoichè fu adottato e alzato da lui; perchè Antonino gli andava insinuando, che si potea vivere anche in corte quasi come persona privata: cosa appunto praticata da lui, con altre virtù commemorate da Marco Aurelio.

Grave nell'aspetto, nel medesimo tempo era cortese, gioviale e dolce verso tutti, infin verso i cattivi, ai quali levava il poter più nuocere, ma senza punirli quasi mai col rigor delle leggi. Quanto egli fosse mansueto, tollerante delle ingiurie, e nemico del vendicarsi, già si è accennato di sopra. Serviranno nondimeno alcuni avvenimenti a maggiormente comprovarlo. In concetto di uno dei più famosi sofisti greci[1026] fu in questi tempi Polemone. La più bella casa che fosse nella città di Smirne era la sua. Si era abbattuto a passar di là Antonino, mentre esercitava la carica di proconsole dell'Asia, e vi andò ad alloggiare. Polemone, che si trovava fuor di città, venuto una notte, ed osservando in sua casa tanta foresteria entratavi senza licenza sua, ne fece tal rumore e tanti lamenti, che il buon Antonino di mezza notte stimò meglio di uscirne, e di cercarsi un altro albergo. Creato ch'egli fu poi imperadore, Polemone venne a Roma, ed ebbe tanto animo di andargli a fare riverenza. Antonino l'accolse colla solita sua cortesia senza che gli turbasse l'animo la memoria del passato, e solamente con galante maniera gli ricordò la sua scortesia, con ordinare che gli fosse data una stanza nel palazzo, e che persona nol facesse sloggiare. Accadde ancora che un commediante andò a lamentarsi ad Antonino, e a chiedere giustizia, perchè il suddetto Polemone l'avea cacciato dal teatro nel bel mezzodì: E me, rispose allora l'imperadore, egli ha cacciato fuor di casa in tempo di mezza notte, e non ne ho fatta querela. Bisogna ben credere che l'alterigia e l'albagia fossero il quinto elemento della maggior parte di que' decantati sofisti greci di allora. Antonino, a cui premeva forte la buona educazion di Marco Aurelio suo figliuolo adottivo fece venir dalla Grecia Apollonio, non già il Tianeo, ma bensì un filosofo stoico[1027], ch'era in gran riputazion di sapere allora. Venne costui a Roma, menando seco molti dei suoi discepoli, che graziosamente, per attestato di Luciano[1028], furono chiamati da Demonatte filosofo cinico Argonauti nuovi, perchè tutti in viaggio menati dalla speranza di divenir tutti ricconi in Roma. Mandò a dirgli Antonino che venisse al palazzo, per consegnargli il figliuolo; e l'orgoglioso sofista altra risposta non diede, se non che toccava al discepolo di andar a trovare il maestro, e non già al maestro di andare al discepolo. In somma l'essere dotto e prudente non è lo stesso: e pur troppo il sapere suol mandare de' fumi alla testa. Si mise a ridere Antonino, e disse: Mirate che bel capriccio! A costui non è incresciuto di venir sì da lontano a Roma, ed ora gl'incresce di venir solamente dalla sua casa al palazzo. Contuttociò permise che Marco Aurelio andasse a prendere le lezioni, dove Apollonio volle, e durò fatica a contentar costui nel salario. Un saggio ancora della sua mansuetudine diede il buon Antonino nel visitar che fece la casa di Valerio Omulo[1029]. Al vedere le belle colonne di porfido, delle quali essa era ornata, se ne maravigliò, e dimandò onde le avesse avute. Omulo, in vece di gradire la stima che facea un imperadore degli ornamenti di sua casa, sgarbatamente gli rispose: In casa d'altri si ha da essere mutolo e sordo. Tanto questa impertinenza, quanto altri motti pungenti del medesimo Omulo, persona satirica e maligna, sopportò sempre con pazienza il buon imperadore Antonino, senza far valere giammai i diritti della maestà imperiale, e senza farne mai vendetta.

NOTE:

[1023] Marcus Aur., de rebus suis, lib. 1, §. 26.

[1024] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1025] Eutrop., in Breviar.

[1026] Philostrat., in Sophistis.

[1027] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1028] Lucianus, in Demonacte.

[1029] Capitolinus, in Antonino Pio.

Anno di CRISTO CXLVII. Indizione XV.

PIO papa 6. ANTONINO PIO imperadore 10.

Consoli

LARGO e MESSALINO.

Cresceva ogni dì più l'affetto di Antonino Pio verso di Marco Aurelio Cesare, non solamente perchè figliuolo suo adottivo e marito di Faustina sua figlia, ma perchè scopriva in lui ben radicata la saviezza con altre virtù che insegnava la filosofia di quei tempi, e per le quali meritò poi di essere appellato Marco Aurelio Antonino il Filosofo. Avendogli appunto[1030] Faustina partorita una figliuola, cioè Lucilla, maritata poi con Lucio Commodo, o sia Lucio Vero, da che divenne Augusto, volle Antonino Pio esaltar maggiormente l'amato suo genero e figliuolo, conferendogli in questo anno la Tribunizia Podestà, l'imperio proconsolare fuori di Roma, e il diritto di far cinque relazioni in qualsivoglia senato. Pretende il padre Pagi[1031], che Marco Aurelio fosse in quest'anno ancora dichiarato Imperadore e Collega dell'Imperio con suo padre Antonino. Il cardinal Noris pretese di no, e par ben più sicura la di lui opinione. Il gius della quinta relazione, conferito a Marco Aurelio, non conveniva ad un imperadore, la cui autorità non era ristretta, ma si stendeva a quello che gli piaceva. Scrive inoltre Capitolino, che quel maligno uomo di Valerio Omulo, di cui poco fa si è parlato, osservata un giorno Domizia Calvilla, madre di Marco Aurelio, la quale, dopo il presente anno, venerava in un giardino la statua di Apollo, disse sotto voce ad Antonino: Colei prega ora, che tu chiuda gli occhi, e suo figliuolo sia imperadore. Non ne fece alcun caso l'imperadore; tanto era conosciuta la probità di Marco Aurelio, tanta era la modestia nel principato imperatorio; le quali ultime parole non si sa se si abbiano da riferire a Marco Aurelio, oppure ad Antonino stesso, regnante con tal moderazione, che non credeva dovergli alcuno augurare la morte. Pareva ancora che Antonino Pio portasse affetto all'altro suo figliuolo adottivo, cioè a Lucio Commodo[1032]; ma era ben differente il calibro di questo amore. Imperciocchè finchè visse, il lasciò sempre nello stato di persona privata, senza mai conferirgli il titolo di Cesare, nè altra dignità, per cui apparisse che destinava ancor lui all'imperio. Era egli solamente appellato Figliuolo dell'Imperadore, e quando Antonino usciva in campagna, Lucio Commodo non andava in carrozza col padre, ma bensì nel cocchio del capitan delle guardie. Tuttociò chiaramente apparisce da quanto ne scrisse Capitolino; falsa perciò o adultera si può credere qualche medaglia o iscrizione, che sembra insinuare il contrario[1033]. Conosceva assai Antonino Pio i difetti di questo giovinetto, ma non lasciava di compatirlo, ed amava in lui la semplicità dell'ingegno, e l'andar egli alla buona nella sua maniera di vivere. Abbiamo dalla cronica alessandrina[1034] che nell'anno presente Antonino Pio esercitò la sua liberalità verso i debitori del Fisco, con rimettere loro tutto il debito, e bruciar pubblicamente le cedole delle loro obbligazioni. Ancor questo possiam conghietturare fatto per solennizzar maggiormente la promozion predetta di Marco Aurelio a maggiori onori. Correndo intanto l'anno novecentesimo dalla fondazion di Roma, sono stati di parere alcuni dotti uomini che nell'anno presente si celebrassero in Roma i giuochi secolari con somma magnificenza. L'ha negato il padre Pagi. Ma Aurelio Vittore[1035], secondo l'edizione del padre Scotto, può abbastanza assicurarcene in dicendo: Celebrato magnifice Urbis nongentesimo.

NOTE:

[1030] Capitolinus, in Marco Aurel.

[1031] Pagius, in Crit. Baron.

[1032] Capitolinus, in Lucio Vero.

[1033] Tillemont, Mémoires des Empereurs. Pagius, Crit. Baron.

[1034] Chron. Pascale, Histor. Byzantin.

[1035] Aurelius Victor, in Epitome.

Anno di CRISTO CXLVIII. Indizione I.

PIO papa 7. ANTONINO PIO imperadore 11.

Consoli

LUCIO TORQUATO per la terza volta, e MARCO SALVIO GIULIANO.

Pietro Relando[1036], accuratissimo illustratore dei Fasti consolari dell'anno 146 dell'Era Cristiana sino al fine, chiama il secondo console Cajo Giuliano Vetere, ricavandolo da un'iscrizione riferita dal Gudio. Ma converrebbe prima accertarsi, se le tante iscrizioni pubblicate dal Gudio fossero tutte di buon conio ed esenti da ogni sospetto: il che non sarà sì facile. Quanto a me vo' giudicando più sicuro partito il chiamar questo console Marco Salvio Giuliano, giurisconsulto celebratissimo di questi tempi, milanese di patria, perchè tale si trova appellato in una iscrizione da me data alla luce[1037], e perchè sappiamo da Sparziano[1038], esser egli stato console due volte. Se il console dell'anno presente fosse stato Cajo Giuliano Vetere, l'anno sarebbe stato notato Torquato et Vetere Coss. perchè l'ultimo cognome o soprannome soleva enunziarsi, secondo l'uso più familiare d'allora. Ma in tutt'i fasti antichi noi troviamo solamente Torquato et Juliano Coss. Forse anche si può dubitare, se questo Torquato fosse appellato console per la terza volta. Che in quest'anno si celebrassero in Roma i decennali di Antonino Pio Augusto, chiaramente apparisce dalle medaglie[1039] che ne parlano e rammentano i voti pubblici fatti per la di lui salute. Crede il padre Pagi[1040], che nell'anno presente san Giustino presentasse ad Antonino Pio la sua prima apologia, creduta un pezzo la seconda, in difesa della religione cristiana.

NOTE:

[1036] Reland., Fast. Consular.

[1037] Thesaurus Novus Inscript., p. 329, n. 3.

[1038] Spartianus, in Didio Juliano.

[1039] Mediobarb., in Numism. Imperator.

[1040] Pagius, Crit. Baron.

Anno di CRISTO CXLIX. Indizione II.

PIO papa 8. ANTONINO PIO imperadore 12.

Consoli

SERVIO SCIPIONE ORFITO e QUINTO NONIO PRISCO.

Se crediamo al Relando[1041], il primo console fu Sergio Scipione Orfito; in prova di che egli cita quattro iscrizioni della Raccolta di Marquardo Gudio, nelle quali chiaramente si legge Sergio. Ma io torno a dire (e ne chieggo perdono): convien andar cauto a fidarsi de' marmi del Gudio, dati alla luce pochi anni sono. A buon conto la prima di quelle iscrizioni, che si dice data sotto questi consoli, è patentemente falsa, perchè vi si parla delle Terme Costantiniane, che certo non erano per anche nate. Ho io dunque dato ad esso Orfito il prenome di Servio, perchè nelle iscrizioni rapportate dal Panvinio e dal Grutero si legge SER. che significa Servio e non Sergio. Pensa il Noris[1042] che questo console s'abbia da appellare Sergio Vettio Scipione Orfito. Del prenome ho parlato. Per conto del nome di Vettio, lo reputo cosa dubbiosa. Anche lo Spon[1043] rapporta un'iscrizione, in cui il secondo console è appellato Sosio Prisco. Sarebbe da vedere, se quella fosse un'iscrizione sicura, in cui comparisce un liberto di Tito Augusto, cioè di un principe morto sessanta anni prima. In ogni caso col Fabretti si può immaginare ch'egli fosse chiamato Nonio Sosio Prisco. In un mattone antico da me rapportato[1044] egli vien chiamato Priscino, o per vezzo o per distinguerlo da un altro Prisco. Parlando le medaglie[1045] di quest'anno di una munificenza usata dall'imperadore Antonino al popolo romano, stima il padre Pagi[1046] ciò fatto per la celebrazione dei decennali dell'imperio cesareo di Marco Aurelio. Se sia vero, niuno lo potrà dire. Piena avea la testa esso padre Pagi di quinquennali, decennali, quindecennali, vicennali, ec. tutto riferendo ad essi; ma non poco è da diffalcare dalle regole sue.

NOTE:

[1041] Reland., Fast. Consular.

[1042] Noris, Epist. Consulari.

[1043] Sponius, Section. III, num. 28.

[1044] Thesaur. Nov. Inscription., pag. 330, n. 3.

[1045] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[1046] Pagius, in Crit. Baron.

Anno di CRISTO CL. Indizione III.

ANICETO papa 1. ANTONINO PIO imperadore 13.

Consoli

GALLICANO e VETERE.

Il prenome e nome di questi consoli son tuttavia incerti. Ha creduto il Panvinio[1047], che il secondo si chiamasse Cajo Antistio Vetere, perchè si trova sotto Domiziano un personaggio di tal nome. La conghiettura è assai debole. Meno si può accordare al Tillemont[1048], il chiamare il primo di questi consoli Glabrione Gallicano, e al Bianchini[1049] l'appellarlo Quinto Romulo Gallicano, senza che essi ne adducano pruove sufficienti. Nell'anno presente, secondo i conti del medesimo Bianchini, passò a miglior vita s. Pio pontefice romano, coronato col martirio, e sulla cattedra di san Pietro fu posto Aniceto. Truovansi medaglie battute in quest'anno dal senato e popolo romano[1050], in cui vien dato ad Antonino Pio il titolo di Ottimo Principe; e si dice che egli ha accresciuto il numero de' cittadini. Ben giustamente si meritò questo imperadore un sì glorioso titolo, perchè egli spendeva tutti i suoi pensieri e le sue applicazioni per procurare il pubblico bene, tanto di Roma, quanto di tutte le provincie dell'imperio romano[1051]. Sapeva egli esattamente lo stato d'esse provincie, e quanto se ne ricavava. Raccomandava agli esattori de' tributi di procedere senza rigore, molto più senza avanie nel loro uffizio; e qualora mancavano a questo dovere, gli obbligava a render conto rigorosamente della loro amministrazione. La porta e gli orecchi suoi erano sempre aperti a chiunque si trovava aggravato da sì fatti ministri, abborrendo egli troppo di arricchirsi colle lagrime e coll'oppressione de' sudditi. Però sotto il suo regno furono ricche e floride le provincie romane tutte. Che se ad alcuna incontravano inevitabili disastri di carestie, tremuoti, epidemie e simili malanni, si trovava in lui un'amorevol prontezza ad esentarle per un convenevole tempo dalle imposte. Le sue maggiori premure riguardavano la giustizia; e però quanto egli era attentissimo e indefesso nel farla, tanto ancora si studiava di scegliere chi credeva abile ed inclinato ad amministrarla agli altri. Chi più si distingueva in questo, più veniva da lui amato e promesso a gradi maggiori. Molti editti fece in bene del pubblico, servendosi de' più celebri giurisconsulti d'allora, cioè di Vinidio Vero, Salvio Valente, Volusio, Metiano, Ulpio Marcello e Jaboleno. Vietò il seppellire i morti nelle città, perchè doveva esser ito in disuso il rigore delle antiche leggi. L'aggravio delle poste con savii regolamenti fu da lui scemato. Probabilmente è di lui una legge, citata da santo Agostino[1052], che non fu lecito al marito il volere in giudizio gastigata la moglie per colpa di adulterio, quando anch'egli fosse mancato di fedeltà verso della stessa. Se talun veniva[1053] per proporgli qualche cosa utile al pubblico, con piacere la ascoltava; e lo stesso allegro volto faceva a chiunque gli dava qualche buon avviso, senza aversi a male che quei del suo consiglio s'opponessero al di lui sentimento, nè che vi fossero persone, le quali ingiustamente disapprovassero il governo suo. Molto ancora onorava i veri filosofi: diede pensioni e privilegi per tutto l'imperio romano, tanto ad essi che ai professori dell'eloquenza. Sopportava poi que' filosofi, ch'erano tali solamente in apparenza, e senza mai rimproverar loro la superbia od ipocrisia. E questo basti per ora delle ragioni, per le quali si meritò Antonino Pio l'eminente elogio di Principe Ottimo.

NOTE:

[1047] Panvinius, in Fastis Consul.

[1048] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[1049] Blanc., ad Anastas. Bibliothecar.

[1050] Mediobarbus, in Numism. Imperator.

[1051] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1052] August., de Adulter. Conjug., lib. 2, cap. 8.

[1053] Marcus Aurel., lib. 1, cap. 16, de Rebus suis.

Anno di CRISTO CLI. Indizione IV.

ANICETO papa 2. ANTONINO PIO imperadore 14.

Consoli

SESTO QUINTILIO CONDIANO e SESTO QUINTILIO MASSIMO.

Senza i prenomi di Sesto, il Pagi e il Relando ed altri aveano proposto i consoli presenti. Loro l'ho aggiunto io in vigore d'un'iscrizione che si legge nella mia Raccolta[1054]. Nuovo non è, che due fratelli portino il medesimo prenome. Il cognome o sia soprannome li distingueva. Nelle medaglie di Antonino Pio[1055] spettanti all'anno presente, è fatta menzione dell'Annona, cioè della provvision di grani, fatta dal buon imperadore per sollievo del popolo romano. Se ne trova menzione anche sotto altri anni. Ben sollecito in sì importante affare fu Antonino Augusto[1056], trattandosi di provvedere di vitto all'immenso popolo allora abitante in Roma. Un anno ancora vi fu, in cui si patì una grave carestia. Servì questa a far meglio conoscere il generoso ed amorevol cuore del principe. Abbondante provvision da ogni parte fece egli di grano e d'olio e di vino colla sua propria borsa, e tutto gratuitamente donò al suo popolo. Pareva che questo imperadore inclinasse troppo al risparmio, e quasi all'avarizia; ma ciò che veniva disapprovato dall'ignorante popolo, nell'estimazion de' saggi era uno de' suoi più begli elogi. Levò egli via moltissime pensioni date da Adriano a delle persone inutili, con dire, che era cosa indegna, anzi crudele, il lasciar divorare il pubblico da chi non gli prestava servigio alcuno. A Mesomede Candiotto, poeta e sonator di lira, che dovea essere ben eccellente nell'arte sua, perchè di lui parlano con lode Eusebio[1057] e Suida, sminuì Antonino il salario. Vendè ancora vari addobbi ed altre cose superflue de' palazzi imperiali, ed alcuni poderi ancora: del che probabilmente si fecero molte dicerie. Pure tutto ciò era per pubblico bene, e non per ammassar tesori, perchè Antonino in occasione magnificamente spendea, se così richiedeva il bene e il bisogno della repubblica, e il risparmio suo tendeva al non aggravar mai di nuove imposte i popoli. Se dice il vero Zonara[1058], occorrendo qualche guerra, o pur altro bisogno di regalare i soldati, non richiedeva egli danari da alcuno, non imponeva gabelle; ma, messi pubblicamente all'incanto gli ornamenti del palazzo, e fin le gioie ed altri arredi della moglie Augusta, col ricavato soddisfacea i soldati. Passata poi quella necessità, procurava di ricuperar le cose preziose vendute, con rifonderne il prezzo. Alcuni le restituivano; ma altri no, senza che Antonino se ne sdegnasse, nè inquietasse per questo i compratori. Noi vedremo all'anno 170, che Marco Aurelio suo successore fece lo stesso, talmente che si può fondatamente sospettare che Zonara si sia ingannato attribuendo questo fatto glorioso ad Antonino Pio, quando esso unicamente si può credere di Marco Aurelio Antonino. Guardossi egli sempre dall'imprendere alcun viaggio lungo. Il suo andar più lontano era nella Campania e alle terre che possedeva nelle vicinanze di Roma; perchè diceva di sapere quanto costasse ai popoli la corte d'un imperadore in viaggio, ancorchè egli camminasse con poco seguito. Doveva ben esso Augusto avere inteso i lamenti delle città per li tanti viaggi fatti da Adriano, o pure da Domiziano. E quanto egli fosse alieno dal succiar il sangue de' sudditi, lo fece ben vedere[1059] con levar via tutti gli accusatori che abbondavano in altri tempi, perchè toccava loro la quarta parte delle condanne. Però sotto di lui il fisco fece poche faccende. Avea questo usato in addietro d'ingojar le sostanze di quei governatori, giudici ed altri ministri, contra de' quali o le comunità o i privati avessero intentate querele per danari indebitamente presi nel loro uffizio; Antonino restituì ai loro figliuoli i beni confiscati, con obbligo nondimeno di rifare ai provinciali il danno ad essi dato. Nè egli fu mai veduto accettar eredità a lui lasciate da chi avea de' figliuoli. Se s'ha da credere a Zonara[1060], egli bruciò ed abolì il senatusconsulto fatto da Giulio Cesare, con cui era proibito il far testamento, in cui non fosse lasciata all'erario della repubblica una determinata parte dell'eredità. Parla anche Pausania[1061] d'una legge, per cui chi avea la cittadinanza romana per privilegio, senza che questa si stendesse ai suoi figliuoli, l'eredità sua dovea passare ad altri cittadini, o pure al fisco, restandone privi essi suoi figliuoli. Ma Antonino più riguardo avendo alle leggi dell'umanità, che all'altre inventate dall'avarizia de' principi cattivi, volle che ne' loro figli passasse l'eredità paterna.

NOTE:

[1054] Thesaur. Novus Inscript., pag. 330, n. 5.

[1055] Mediobarb., in Numism. Imper.

[1056] Capitol., in Antonino Pio.

[1057] Eusebius, in Chron.

[1058] Zonaras, in Annal.

[1059] Capitolin., in Antonino Pio.

[1060] Zonar., in Annal.

[1061] Pausanias, lib. 8.

Anno di CRISTO CLII. Indizione V.

ANICETO papa 3. ANTONINO PIO imperadore 15.

Consoli

MARCO ACILIO GLABRIONE e MARCO VALERIO OMULO o sia OMULLO.

Questo Omulo o Omullo, console, quel medesimo è che abbiam veduto di sopra, di genio satirico e maligno. Può essere che Antonino non avesse a male la libertà del di lui parlare, anzi prendesse per buffonerie gustose i di lui motti piccanti, o pure che coi benefizii volesse guadagnar la di lui tagliente lingua in suo favore. Da molti letterati vien creduta data in quest'anno la lettera[1062] di Antonino Pio a varie città dell'Asia in favor dei cristiani, comandando di non inferir loro molestia per cagion della loro religione, ma solamente in caso d'altri delitti vietati dalla legge comune. Altri han preteso ch'essa lettera sia di Marco Aurelio Augusto, e però spettante agli anni del suo imperio. Certo è che si parla in essa di vari tremuoti accaduti allora nell'Asia, de' quali i ciechi o nemici Gentili soleano sempre accagionare la religion cristiana. Ora Capitolino[1063] lasciò scritto, che, regnando Antonino Pio, varie disavventure pubbliche accaddero, cioè la fame, di cui abbiam parlato, e la rovina del Circo, un fiero tremuoto, per cui molte città e terre dell'isola di Rodi e dell'Asia furono atterrate. In Roma un terribile incendio consumò trecento quaranta tra isole e case. Per isole si crede che gli antichi appellassero le case separate dall'altre; con tale opinione pare che non s'accordi la descrizion di Roma a noi venuta da Publio Vittore, perchè ivi sono attribuite a quella gran città Insulae per totam Urbem XLVI Millia et DCCII, e solamente Domus MDCCXC. Col nome di Domus paiono indicati quei che ora chiamiamo palazzi; col nome d'isole le ordinarie case del popolo romano, l'una dall'altra distinte, ma insieme coi muri unite. Anche le città di Narbona e di Antiochia, e la gran piazza di Cartagine, rimasero maltrattate da un somigliante flagello del fuoco. Parla Ancora Zonara[1064] de' tremuoti succeduti allora, che rovesciarono varie città della Bitinia e dell'Ellesponto, con abbattere specialmente il tempio di Cizico, creduto il più grande e il più bello che fosse allora in Asia. Servirono queste pubbliche sciagure a far maggiormente risplendere la liberalità di Antonino Pio; perchè a sue spese furono rifatte varie di quelle città, o pure contribuì egli non poco per aiutare i popoli a rifarle. Aristide[1065], sofista celebre, attesta che il gran tempio di Cizico fu poi terminato sotto l'impero di Marco Aurelio Augusto.

NOTE:

[1062] Eusebius, Hist. Eccles., lib. 4, c. 13.

[1063] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1064] Zonaras, in Annal.

[1065] Aristid., Oration. 16.

Anno di CRISTO CLIII. Indizione VI.

ANICETO papa 4. ANTONINO PIO imperad. 16.

Consoli

CAJO BRUTTIO PRESENTE e AULO GIUNIO RUFINO.

Perchè le medaglie[1066] coniate nell'anno presente ci fanno vedere la Vittoria che mette in capo all'imperadore una corona d'alloro, possiamo ben conghietturare che in questi tempi avessero qualche guerra i Romani, benchè non apparisca che Antonino prendesse se non due volte il nome d'imperadore, significante Vincitore. Scrive Capitolino[1067], aver egli amata sommamente la pace, con andare in varie occasioni ripetendo quel detto di Scipione, che gli era più caro di salvare un sol cittadino romano, che di uccidere mille nemici. Ma altro è l'amar la pace, ed altro non aver guerra. Anche i principi di genio pacifico sono talvolta, loro malgrado, costretti a guerreggiare, e se Antonino non andò mai in persona alla guerra, vi mandò bene i generali suoi. Già abbiamo accennata di sopra quella della Bretagna, felicemente compiuta da Lollio Urbico. Abbiamo dallo stesso Capitolino, che questo Augusto mandò delle sue milizie in soccorso degli Olbiopoliti, che erano in guerra coi Taurosciti verso il Ponto, e colla forza dell'armi obbligò que' barbari a dar degli ostaggi agli Olbiopoliti. Da san Giustino[1068] si può inoltre dedurre, che avendo fatto i Giudei qualche nuova ribellion nel loro paese, furono messi in dovere dalle armi di Antonino Augusto. Di maggiori notizie intorno a ciò non abbiamo, perchè son perite le antiche storie. Per altro attesta Capitolino, che questo imperadore non mai volontariamente, ma per non potere di meno, fece moltissime guerre, valendosi in esse de' suoi legati, o sia de' suoi luogotenenti. E a lui pare che si possa più credere che ad Aurelio Vittore[1069], il quale scrive, aver Antonino senza guerra alcuna governato per ventitrè anni il romano imperio.

NOTE:

[1066] Mediobarbus, in Numism. Imper.

[1067] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1068] Justinus, in Dialog. contra Triphon.

[1069] Aurelius Victor, in Epitome.

Anno di CRISTO CLIV. Indizione VII.

ANICETO papa 5. ANTONINO PIO imperad. 17.

Consoli

LUCIO ELIO AURELIO COMMODO e TITO SESTIO LATERANO.

Il secondo console, cioè Laterano, è chiamato da Capitolino[1070] Sestilio Laterano, e in un'iscrizione greca presso il Grutero, Tito Sestio Laterano. Perchè il cardinal Noris[1071] trovò Lucio Sestio Sestino Laterano console trecento sessantasei anni prima dell'Era cristiana, conchiuse egli, che Sestio e non Sestilio fosse il nome ancora di questo console. Ma non toglie ogni dubbio cotale osservazione; e potrebbe anche nascere sospetto, se il marmo greco del Grutero fosse assai esattamente copiato. A buon conto il Panvinio[1072] ne cita un altro latino, in cui leggiamo Sestilio Laterano, ed Aquilio Orfito Consoli: il che s'accorda col testo di Capitolino. Vien qui portata dal Relando[1073] un'iscrizione del Gudio, dove questo console si vede appellato Sestio Sestilio Laterano. Ma non si può far fondamento sopra i marmi del Gudio. Il prenome di Sesto combatte coll'iscrizion gruteriana. Quivi si trovano Cassari, artefici di nome sospetto, e Scambillari, che certo dovrebb'essere Scabilluri. Forse perchè il Gudio, uomo dottissimo, s'avvide che non erano sicuri tutti i marmi ch'egli aveva raccolti, non li volle mai pubblicare in sua vita. S'è poi trovato chi meno scrupoloso di lui gli ha dati dopo la sua morte alle stampe. Il console primo ordinario di quest'anno è Lucio Elio Aurelio Commodo, quel medesimo che fu adottato da Antonino Pio[1074], nè avea altro onorifico titolo, che quello di figliuolo dell'imperadore. L'aveva il padre promosso alla questura nel precedente anno, nella qual carica diede al popolo, ma con denaro paterno, il divertimento di uno spettacolo di gladiatori, ed ebbe l'onore di sedere in mezzo all'imperadore e a Marco Aurelio Cesare suo fratello. Aveva egli passati i verdi suoi anni nello studio delle lettere, non avendo tralasciato il buon Antonino di procurargli tutti i mezzi convenevoli per una buona educazione, affinchè divenisse un valentuomo. Gli assegnò egli per aio Nicomede, e per maestri nella grammatica latina Scauro, figliuolo di quello Scauro ch'era stato grammatico di Adriano; nella grammatica greca Telefo, Efestione ed Arprocazione; nella retorica greca Apollonio Caninio Celere ed Erode Attico, da noi veduto console; nella retorica latina Cornelio Frontone, anch'esso uomo consolare: e nella filosofia stoica Apollonio, della cui albagia si parlò di sopra, e Sesto anch'esso celebre filosofo di que' tempi. Tuttochè Lucio Commodo non avesse gran testa per profittar nelle lettere, egli portò un singolar amore a tutti questi suoi maestri, ed essi non meno amarono lui. Imparò a far versi e a compor delle orazioni; e riuscì miglior oratore che poeta, o, per dir meglio, fu più cattivo poeta che retorico. Dilettavasi egli, più che delle lettere, del lusso, delle delizie, di aver buona conversazione di gente allegra, di andare a caccia, di far altri esercizii cavallereschi, e sopra tutto di assistere ai giuochi circensi ed ai combattimenti de' gladiatori. Tale era Lucio Commodo, che vedremo fra pochi anni imperadore, ed appellato Lucio Vero. Si raccoglie poi dalle medaglie[1075], che in quest'anno l'Augusto Antonino fu liberale per la settima volta verso il popolo romano con qualche conciario, o sia donativo a lui fatto. Questo era l'uso degl'imperadori, per tenerlo contento, e fargli dimenticare di avere una volta avuto tanta parte nel governo e nella padronanza.

NOTE:

[1070] Capitol., in Lucio Vero.

[1071] Noris, Epist. Consulari.

[1072] Panvin., Fast. Consular.

[1073] Reland., Fast. Consular.

[1074] Capitol., in Lucio Vero.

[1075] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

Anno di CRISTO CLV. Indizione VIII.

ANICETO papa 6. ANTONINO PIO imperad. 18.

Consoli

CAJO GIULIO SEVERO e MARCO GIUNIO RUFINO SABINIANO.

Ho io aggiunto il nome di Giunio al secondo console, fondato sopra un'iscrizione pubblicata dal Doni, e posta ancora nella mia raccolta[1076]. Molti furono ancora in questi tempi consoli straordinari, o vogliam dire i sostituti agli ordinari; ma quai fossero, e in qual anno maneggiassero i fasci consolari, ci mancano memorie da poterlo chiarire. Pare bensì che si raccolga da un'iscrizione, recata dal Panvinio[1077] e dal Grutero[1078], che nel dì 5 novembre del presente anno fossero consoli sostituiti Anzio Pollione ed Opimiano. Ma con questo marmo parrebbe che facesse guerra un altro pubblicato dal medesimo Panvinio, in cui nel dì 5 di dicembre si veggono tuttavia consoli Severo e Sabiniano, se non sapessimo che gli atti pubblici erano per lo più segnati col nome de' consoli ordinari, senza far caso de' sostituiti. Una medaglia[1079] appartenente a quest'anno ci fa veder la Bretagna in abito di donna mesta, sedente presso una rupe con delle spoglie lì presso potrebbe ciò porgere indizio, che qualche torbido fosse stato nella Bretagna, con vantaggio dell'armi romane.

NOTE:

[1076] Thesaurus Novus Inscript., p. 332, n. 2.

[1077] Panvinius, in Fastis Consularibus.

[1078] Gruter., in Thesaur. Inscr., p. 607, n. 1.

[1079] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

Anno di CRISTO CLVI. Indizione IX.

ANICETO papa 7. ANTONINO PIO imperad. 19.

Consoli

MARCO CEJONIO SILVANO e CAJO SERIO AUGURINO.

Non passano senza disputa i prenomi di questi consoli, come si può vedere negl'Illustratori de' fasti; ma un'iscrizione del Grutero[1080], e quanto ha osservato il cardinal Noris[1081], ci dà assai fondamento per fermarci ne' nomi proposti, e non già in una iscrizione del Gudio, dove compariscono consoli Giulio Silvano e Marco Vibulio Augurino. Torno a dire, che a fontane torbide ha bevuto il Gudio, nè si può far capitale de' suoi marmi, se non quando si veggono presi da buona parte. Monsignor Bianchini[1082] in vece di Serio Augurino mette Sestio Augurino, ma senza produrne il perchè. Il padre Pagi[1083], che sempre ha nella manica i decennali, quindecennali, etc., degl'imperadori, pretese che in quest'anno Antonino Pio celebrasse i vicennali del suo imperio proconsolare. Il padre Stampa[1084] ha dimostrato che egli prende abbaglio in citare per prova di tal pretensione una medaglia, dove è notata la tribunizia podestà XXI di Antonino Pio, la quale cominciava solamente nel febbraio dell'anno seguente.

NOTE:

[1080] Gruterus, Thes. Inscr., p. 128, n. 5.

[1081] Noris, Epist. Consular.

[1082] Blanchin., ad Anastas. Biblioth.

[1083] Pagius, in Critic. Baron.

[1084] Stampa, Additament. ad Fast. Sigonii.

Anno di CRISTO CLVII. Indizione X.

ANICETO papa 8. ANTONINO PIO imperad. 20.

Consoli

BARBARO e REGOLO.

Null'altro si sa di questi consoli, se non che il cardinal Noris[1085] andò conghietturando che il primo fosse chiamato Vetuleno Barbaro, ma con dubbiosa prova. Il Panvinio[1086] in vece di Barbaro stimò il di lui nome Barbato. Così pure è scritto nell'edizione d'Idazio[1087]. Anzi Barbato ancora si legge in una iscrizione trovata in questi ultimi tempi nelle Terme Ercolane della Transilvania, e rapportata dal signor Pasquale Garofalo nel trattato delle medesime Terme, e da me ancora nella mia Raccolta[1088]. Ma avendo gli antichi Fasti, e qualche altra iscrizione, Barbaro e non Barbato, possiamo per ora attenerci ad essi. Sotto questo anno si vede una medaglia[1089] battuta in onore di Antonino Pio, in cui gli è dato il titolo di Romolo Augusto. Ciò sembrar può strano; perciocchè questo pacifico e prudentissimo Augusto, secondochè scrive Capitolino[1090], in tutte le sue parti fu lodevole, e tale che, per sentenza di tutti i buoni, e con ragione, veniva paragonato a Numa Pompilio. Era ben d'altro umore Romolo. Eutropio[1091] ebbe a dire che siccome Trajano fu creduto un altro Romolo, così Antonino Pio un altro Numa Pompilio.

NOTE:

[1085] Noris, Epist. Consulari.

[1086] Panvinius, in Fastis Consul.

[1087] Idacius, Fast.

[1088] Thes. Novus Inscript., pag. 332, n. 3.

[1089] Mediobarbus, in Numism. Imperator, ex Goltzio.

[1090] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1091] Eutrop., in Breviar.

Anno di CRISTO CLVIII. Indizione XI.

ANICETO papa 9. ANTONINO PIO imperad. 21.

Consoli

TERTULLO e CLAUDIO SACERDOTE.

Il nome di Claudio, dato al console Sacerdote, non è autenticato da memoria alcuna sicura dell'antichità, e solamente si appoggia sopra una ragionevol conghiettura del cardinal Noris[1092]. In una medaglia[1093] si fa menzione della Ottava Liberalità usata da Antonino Pio Augusto al popolo romano. Questa dal Mezzabarba è riferita all'anno presente, ma può egualmente appartenere ad altri anni o precedenti o susseguenti; perchè non v'è espresso il numero della podestà tribunizia. Fuor di dubbio è, che questo significa un nuovo congiario, con cui egli rallegrò il popolo romano.

NOTE:

[1092] Noris, Epist. Consular.

[1093] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

Anno di CRISTO CLIX. Indizione XII.

ANICETO papa 10. ANTONINO PIO imperad. 22.

Consoli

PLAUTIO QUINTILIO per la seconda volta e STAZIO PRISCO.

Quintillo è appellato il primo console in vari Fasti. Ho io scritto Quintilio, ed anche colla nota del secondo consolato, non conosciuto dagli altri, in vigore di un'iscrizione esistente nella biblioteca ambrosiana di Milano, e da me inserita nella mia nuova[1094] raccolta. Che il secondo console, cioè Stazio Prisco, portasse il prenome di Marco, fondatamente lo conghietturò il cardinal Noris[1095]. Ci avvisano le medaglie[1096], che in questo anno si celebrarono in Roma i vicennali dell'imperio augustale di Antonino Pio, veggendosi i voti pubblici affinchè egli pervenisse al terzo decennio dell'imperio suo. In tal occasione dedicò il tempio d'Augusto con averlo nondimeno solamente ristorato: del che parlano ancora le medesime medaglie. Credesi che in quest'anno fosse celebrato in Roma dal pontefice Aniceto il concilio[1097], a cui intervenne il celebre san Policarpo, e dove fu decisa la controversia intorno al giorno in cui si ha da fare la Pasqua.

NOTE:

[1094] Thesaurus Novus. Inscr., pag. 333, n. 3.

[1095] Noris, Epist. Consular.

[1096] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[1097] Blanch., ad Anast. Bibliothecar.

Anno di CRISTO CLX. Indizione XIII.

ANICETO papa 11. ANTONINO PIO imperad. 23.

Consoli

APPIO ANNIO ATILIO BRADUA e TITO CLODIO VIBIO VARO.

È stata disputa fra gli eruditi intorno al cognome e soprannome del secondo console, volendolo alcuni Vero ed altri Varo. In favore degli ultimi è già deciso il punto, stante una riguardevole iscrizione, scoperta in Lione, e da me riferita altrove[1098], la quale ci dà con sicurezza i nomi e cognomi di questi consoli. Intorno a questi tempi son di parere alcuni letterati che succedesse quanto scrive Aurelio Vittore[1099], cioè che vennero ambascerie de' popoli dell'Ircania, Battriana, e fin dell'India, ad inchinare Antonino Pio. Ma niuna ragion v'ha di riferire un cotal fatto più all'anno presente che ad altri precedenti. Quel che è certo, ancorchè Antonino fosse uomo di pace, e pieno di benignità e mansuetudine[1100], pure il credito della sua saviezza, costanza ed equità, gli acquistò tanta autorità e buon nome anche presso le nazioni barbare, che non solamente tutti il rispettarono e temerono, ma anche ricercarono a gara la di lui grazia ed amicizia. Anzi essendo coloro talvolta in guerra fra essi, solevano rimettere in lui le loro differenze, credendo di non poter trovare un giudice più abile e disappassionato di lui. Farasmane re dell'Iberia venne a Roma per conoscere di vista e riverire un così rinomato Augusto, e fece a lui più presenti che al suo predecessore Adriano. Avea il re de' Parti (Vologeso probabilmente) mosse l'armi sue contro l'Armenia. Una sola lettera a lui scritta da Antonino bastò a farlo ritirare e desistere dalle offese. Ed avendo esso re fatta istanza di riavere il trono d'oro, che Trajano già tolse al di lui padre, Antonino, senza far caso delle di lui minacce, continuò a star sulla sua. Comandò parimente esso Augusto, che Abgaro re di Edessa venisse a Roma, e fu ubbidito. Rimandò ancora Rimetalse re del Bosforo al suo regno, dacchè intese nato fra lui e il suo curatore del dissapore. Egli è da stupire, come di queste sue gloriose azioni le medaglie non ci abbiano conservata qualche memoria.

NOTE:

[1098] Thesaurus Novus Inscript., p. 333, n. 4.

[1099] Aurelius Victor, in Epitome, edit. Scotti.

[1100] Capitolinus, in Antonino Pio.

Anno di CRISTO CLXI. Indizione XIV.

ANICETO papa 12. MARCO AURELIO il filosofo imperadore 1. LUCIO VERO imperadore 1.

Consoli

MARCO AURELIO VERO CESARE per la terza volta, e LUCIO VERO AURELIO COMMODO per la seconda.

Promosse Antonino Pio Augusto al consolato di quest'anno i due figliuoli adottivi, cioè Marco Aurelio Cesare e Lucio Commodo. Coi soli suddetti nomi aprirono essi l'anno, come consta ancora da un'iscrizione del Grutero[1101]. Ma perchè sopravvenne dipoi la morte del padre, ed amendue furono dichiarati imperadori Augusti; perciò si truovano iscrizioni fatte dopo essa morte, nelle quali son chiamati Consoli insieme ed Augusti. In due leggi del codice di Giustiniano si trova quest'anno notato Divis Fratribus Augustis Consulibus. E fin qui avea Antonino Pio con mirabil saviezza, e con procurar sempre la felicità de' popoli, governato il romano imperio. Venne la morte a privar di sì buon principe i sudditi, allorchè egli entrato nell'anno sessantesimoterzo della sua età, ne avea già passato cinque mesi e mezzo[1102]. Trovavasi egli in Lorio sua villa, dodici miglia lungi da Roma, ed avendo nella cena mangiato del formaggio alpino più del dovere[1103], la notte lo rigettò, e fu sorpreso dalla febbre. Sentendosi nel terzo giorno aggravato dal male, alla presenza de' capitani delle guardie raccomandò a Marco Aurelio, suo figliuolo adottivo e genero, la repubblica e Faustina sua figlia, moglie di lui. Fece anche passare alla di lui camera la statuetta d'oro della Fortuna, che soleva sempre stare in quella degl'imperadori. Quindi, dopo di aver dato il nome delle sentinelle al tribuno di guardia, cioè Tranquillità dell'animo, farneticando alquanto, andava parlando del governo e dei re, co' quali era in collera (uno di essi è da credere che fosse il re dei Parti), e poi quietatosi, come se dormisse spirò l'anima, per quanto si crede, nel dì 7 di marzo. Avea egli prevenuto questo colpo, con fare il suo testamento, in cui lasciò tutto il suo patrimonio privato alla figliuola, e legati proporzionati a tutta la sua servitù. Dalle lagrime di ognuno fu accompagnato il suo funerale; il corpo suo collocato nel mausoleo di Adriano; e, secondo gli empii riti del paganesimo, furono decretati a lui dal senato gli onori divini, templi e ministri sacri. Restò tal memoria delle mirabili virtù, e dell'ottimo governo di questo imperadore, che, per lo spazio di quasi un secolo, il popolo e i soldati parea che non sapessero amare e rispettare un imperadore, s'egli non portava il nome di Antonino, come si usò di quello di Augusto: quasi che dal nome e non dai fatti dipendesse l'essere un principe buono. Noi siam per vedere che lo presero anche degl'imperadori cattivi. Nè si dee tralasciare che Gordiano I, fatto imperadore nell'anno dell'era Cristiana 237, quando era giovane[1104], compose un poema molto lodevole, intitolato Antoniniade, dove espose tuttavia la vita, le azioni e le guerre di esso Antonino Pio, e di Marco Aurelio Antonino suo successore. Capitolino attesta di averlo veduto a' suoi dì; ma noi ora indarno lo desideriamo. Fiorirono ancora sotto questo imperadore le lettere, e fra gli altri in gran riputazione furono Appiano Alessandrino, delle cui storie ci restano alcuni libri; Tolomeo, di cui abbiamo trattati di astronomia e di geografia; Massimo Tirio, filosofo platonico, del quale tuttavia si conservano i Ragionamenti[1105]. Ma si son perdute l'opere di Calvisio Tauro di Berito: di Apollonio da Calcide, filosofo stoico; di Basilide da Scitopoli, filosofo anch'esso; di Erode Attico; di Callinico storico; di Frontone insigne oratore romano, e di altri ch'io tralascio. Han creduto alcuni che Giustino storico, da cui furono ridotte in compendio le storie di Trogo Pompeo, vivesse in questi tempi; ma l'hanno creduto senza alcun fondamento. Sappiamo bensì di sicuro, che allora fiorì s. Giustino, insigne filosofo e martire cristiano. Resta tuttavia un antico itinerario attribuito da alcuni al medesimo Antonino Pio Augusto; ma il Wesslingio, che con erudite annotazioni ha illustrata quell'opera, fa conoscere quanto ne sia incerto l'autore. Ad Antonino Pio succederono nell'imperio Marco Elio Aurelio Antonino, soprannominato il filosofo, e Lucio Elio Aurelio Commodo, appellato poi Vero, amendue di lui figliuoli adottivi, e consoli nell'anno presente.

Abbiamo già accennato che Marco Aurelio fu prima nomato Annio Vero, e nacque nell'anno 121 nel dì 26 di aprile. Adriano Augusto, che per qualche lato era di lui parente[1106], all'osservare in lui giovinetto un animo grande, un sommo rispetto ai suoi maggiori, un bel genio alle lettere, ma sopra tutto l'inclinazione sua alla filosofia morale, e non già solamente per mettere nella testa i di lei documenti, ma per praticarla co' fatti; ne concepì un tal amore e stima, che gli passò per pensiero di lasciare a lui, morendo, l'imperio. Tuttavia, perchè non gli parve per anche la di lui età capace di portare un sì grave fardello, elesse poi per suo successore Antonino Pio, ma con obbligarlo ad adottare esso Annio Vero, il quale per tal adozione assunse il nome di Marco Elio Aurelio Vero, ed insieme con lui Lucio Cejonio Commodo, figliuolo di Lucio Elio Cesare, che fu poi nominato Lucio Elio Aurelio Vero. Quanto a Marco Aurelio, divenuto ch'egli fu imperadore, comunemente fu chiamato Marco Aurelio Antonino, o pure Marco Antonino, distinguendosi dal suo predecessore pel solo prenome di Marco, perchè Antonino Pio portava quello di Tito. Molto ancora è conosciuto questo Augusto col soprannome di Filosofo, dall'essersi egli applicato di buon'ora allo studio della filosofia stoica, di cui scrisse ancora alcuni libri, che tuttavia abbiamo, dove egli parla delle cose sue, esponendo ciò che avea imparato, e producendo le riflessioni sue intorno alle azioni umane, alle virtù, ai vizii[1107]. Ottimi maestri ebbe Marco Aurelio nello studio dell'eloquenza, della poesia e dell'erudizione; ma egli stesso confessa di non avere avuto assai talento per risplendere in sì fatti studi, e ringrazia Dio di non essersi perduto, come i sofisti, in far dei bei discorsi, in formar de' sillogismi, e in contemplare le stelle. Diedesi egli alla conoscenza delle leggi sotto Lucio Volusio Meciano, valente giureconsulto; e questa poi gli servì assaissimo, allorchè imperadore ebbe da far giustizia. Il suo naturale serio, grave, tranquillo e lontano dalle inezie anche nell'età più verde, e il suo genio solamente rivolto al buono e al meglio, per tempo il portarono allo studio, all'amore e alla professione della filosofia de' costumi. Studio, il quale volesse Dio che fosse più in onore e più in pratica a' giorni nostri! Nell'età di dodici anni egli prese l'abito de' filosofi, cioè il mantello alla greca, e fece, per così dire, il suo noviziato con darsi ad una vita sobria ed austera, sino ad avvezzarsi a dormire sulla nuda terra. Per le instanze di Domizia Calvilla sua madre si ridusse poi a dormire in un piccolo letto, coperto nel verno con alcune pelli. Si protesta egli obbligato a Dio di aver così per tempo amata la filosofia, e imparato a mortificar le sue voglie e passioni, perchè ciò il tenne lungi da' vizii, e fece ch'egli anche giovanotto conservasse la castità, e molto più da lì innanzi: cosa ben rara fra i Gentili, professori d'una religione falsa e fomentatrice degli stessi vizii. Giuliano Apostata[1108], che tagliò i panni addosso a tutti gli Augusti suoi antecessori, quando arriva a Marco Aurelio, altro non ne fa che un elogio, e cel dipinge con faccia dolcemente seria, e con barba folta e mal pettinata, con abito semplice e modesto. Furono suoi maestri nella filosofia peripatetica Claudio Severo, che vedremo console in breve; nella stoica amata da lui sopra le altre, Apollonio da Calcide, Sesto da Cheronea, nipote di Plutarco, Giunio Rustico, Claudio Massimo, Cinna Catullo, Basilide Arriano ed altri[1109]. Sul principio de' suoi libri, perchè egli sapeva prendere il buono di tutti, e lasciare il cattivo, va ricordando quali buone ed utili massime avesse imparato da cadaun d'essi, e da Antonino Pio suo padre per adozione, e da vari altri o grammatici, o oratori, o filosofi, fra' quali specialmente amò ed ascoltò il suddetto Giunio Rustico[1110]. Abbiam da Capitolino, che Marco Aurelio, allorchè gli morì un di coloro che aveano avuta cura della sua educazione, ne pianse; e perchè i cortigiani si facevano beffe di questa sua tenerezza di cuore, Antonino Pio Augusto disse loro: Lasciatelo fare, perchè anche i saggi sono uomini; nè la filosofia, nè l'imperio estinguono gli affetti nostri. Da tutti questi maestri apprese Marco Aurelio qualche cosa di profittevole per ben vivere, badando ai lor documenti o all'esempio loro: con che giovane ancora si avvezzò a tenere in freno il corpo, menando una vita dura, fuggendo ogni delizia, leggendo, faticando, e attendendo agli affari occorrenti.

Con così bel preparamento adunque, e con tale corteggio di virtù fu Marco Aurelio adottato per figliuolo da Antonino Pio, e divenne suo genero, con isposar Faustina, unica figliuola di lui, da cui ebbe poi varie figliuole. Essa in questo medesimo anno, dacchè il marito era divenuto imperadore, gli partorì due gemelli nel dì 31 d'agosto, l'uno de' quali fu Commodo, figliuolo indegno di sì buon padre, e che avrà luogo fra gli abbominevoli Augusti. Altri maschi nacquero da tal matrimonio, ma niun d'essi sopravvisse al padre. Dappoichè ebbe Antonino Pio fatto fine alla sua vita, il senato dichiarò imperadore Augusto il solo Marco Aurelio; ma egli con un atto di magnanimità, che non avea, e non avrà forse esempio, benchè Lucio Elio Commodo non fosse a lui attinente per alcuna parentela di sangue, ma solamente per titolo di adozione gli fosse fratello; pure il volle[1111] per suo collega nello imperio, e gli conferì i titoli d'Imperatore e d'Augusto, e la podestà tribunizia e proconsolare; il che fu cosa non più veduta; cioè due Augusti nel medesimo tempo. Ritenne per sè il pontificato massimo, e il cognome di Antonino, cedendo a lui il suo proprio, cioè quello di Vero; di modo che egli da lì innanzi fu appellato Marco Aurelio Antonino, e l'altro Lucio Aurelio Vero, o Lucio Vero. Il dirsi da Dione[1112], o pur da Zonara[1113], che Marco Aurelio s'indusse a risoluzion tale, perchè egli era debole di complessione, e voleva attendere ai suoi studi, laddove Lucio Vero era giovane robusto, e più atto alle fatiche della milizia, nol so io credere vero. Se Marco Aurelio non si attentasse a fare il mestier della guerra, e si perdesse fra i libri, lo vedremo andando innanzi. Aristide[1114], famoso sofista di questi tempi, in una delle sue orazioni, esalta forte, come un'azione la più grande che potesse mai farsi, l'avere Marco Aurelio spontaneamente, e senza far caso de' figliuoli che poteano nascere da Lucio Vero, voluto eleggerlo per suo collega nell'imperio. Egli sì dice il vero. La virtù sola di Marco Aurelio e la sola grandezza dell'animo suo potè giungere a tanto; e la virtù quella fu che fece poi camminar concordi questi due fratelli Augusti, benchè in Lucio abbondassero i difetti, siccome diremo. A lui promise ancora[1115] Marco Aurelio in moglie Lucilla sua figliuola, non per anche atta alle nozze, che vedremo effettuate a suo tempo. Andarono poscia amendue questi Augusti al quartiere de' soldati pretoriani, promisero ad essi il consueto regalo, e agli altri soldati a proporzione. Vicena millia nummum singulis promiserunt militibus, si legge nel testo di Capitolino. Temo io dello sbaglio in sì fatta espressione, perchè vien creduto che sieno quattrocento scudi romani per testa: somma, che a' dì nostri fa paura, perchè si trattava di molte migliaia di soldati. Che anche al popolo toccasse il suo congiario si raccoglie dalle medaglie[1116]. Oltre a ciò il donativo del frumento, che si faceva ai fanciulli e alle fanciulle de' poveri cittadini romani, fu steso da loro a quei che nuovamente erano venuti ad abitare in Roma, se pur non vuol dire lo storico[1117], che accrebbero per l'Italia il numero de' fanciulli e delle fanciulle, che, per istituzione di Nerva, Trajano e Adriano, partecipavano della cesarea liberalità.

NOTE:

[1101] Gruterus, Thesaurus Inscript., pag. 300, num. 1.

[1102] Eutrop., Breviar. Euseb., in Chron. Aurel. Victor, Epitome.

[1103] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1104] Capitolin., in Gordiano.

[1105] Euseb., in Chron.

[1106] Dio, lib. 71.

[1107] Marcus Aurelius, de Rebus suis, lib. 1.

[1108] Julian, de Caesarib.

[1109] Eusebius, in Chron.

[1110] Capitolinus, in Antonino Pio.

[1111] Idem, in Lucio Vero Imper.

[1112] Dio, lib. 71.

[1113] Zonaras, in Annal.

[1114] Aristid., Orat. 16.

[1115] Capitolinus, in Marco Aurelio.

[1116] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.

[1117] Capitolinus, in Marco Aurelio.

Anno di CRISTO CLXII. Indizione XV.

SOTERO papa 1. MARCO AURELIO imperad. 2. LUCIO VERO imperadore 2.

Consoli

QUINTO GIUNIO RUSTICO e CAJO VETTIO AQUILINO.

Rustico quel medesimo è che fu uno de' maestri di Marco Aurelio, sopra gli altri a lui caro. Da un'iscrizione riferita dal Panvinio[1118], e posta nelle calende di luglio, si deduce che ad Aquilino succedette nel consolato Quinto Flavio Tertullo. Credesi[1119] che sant'Aniceto papa nell'anno precedente compiesse gloriosamente il suo pontificato col martirio; ma è intrigata in questi tempi la cronologia de' romani pontefici, e confessa anche la cronica di Damaso, la qual va sotto nome di Anastasio bibliotecario. Tuttavia, secondo essa cronica, Sotero papa cominciò in quest'anno a contare gli anni del suo pontificato. Avea già dato principio al suo governo nell'anno procedente Marco Aurelio Augusto, e si era cominciato a provare quanto sia vero il detto di Platone, che sarebbero felici i popoli, se regnassero solamente i filosofi, ed è lo stesso che dire se i regnanti studiassero, amassero e professassero la sapienza. Seco si univa Lucio Vero Augusto nel comando, e con buona unione, ma con subordinazione a lui, quasi che l'uno fosse padre e l'altro figliuolo[1120]. Studiavasi Lucio Vero di uniformarsi nelle maniere di vivere a lui, per quanto poteva, usando sobrietà, gravità e moderazione in apparenza, perchè nella sostanza troppo era egli diverso dall'altro. Non si desiderò in essi la bontà e la clemenza di Antonino Pio; ed uno de' primi a farne pruova fu Marcello commediante, che in pubblico teatro con qualche equivoco il punse, senza che Marco Aurelio, che lo seppe, ne facesse risentimento alcuno. Ma che? contro dell'imperio romano si cominciarono a scatenar le disgrazie, e se al popolo romano non fosse toccato in tempi sì burrascosi un imperadore di tanta voglia, come fu Marco Aurelio, poteano maggiormente moltiplicarsi i guai. La prima disavventura, onde restò turbata la pubblica felicità, fu l'innondazione del Tevere, che recò un gravissimo danno alle case, alle mercatanzie ed altre robe della città di Roma, affogò gran copia di bestiame, e si tirò una terribil carestia. Le provvisioni fatte in questo bisogno dai due Augusti, tali furono che si rimediò ai disordini, e ritornò la calma nella città. Ma più da pensare davano le turbolenze insorte ai confini dell'imperio, prima eziandio che mancasse di vita Antonino Pio. In Germania i Catti popoli barbari avevano già fatto delle scorrerie nel paese romano. La Bretagna anch'essa minacciata dai barbari non sudditi dell'imperio. Fu dunque inviato in Germania a difendere quelle frontiere Aufidio Vittorino. Cosa ne avvenisse non ne resta memoria nelle storie. Alla difesa della Bretagna fu spedito Calpurnio Agricola, ma di quegli affari parimente è perita la memoria.

Di maggiore importanza senza paragone fu la guerra mossa fin l'anno precedente da Vologeso re de' Parti, non si sa, se perchè Antonino Pio ricusò di rendergli il trono regale, tolto a Cosroe suo padre, o pure perchè anch'egli, al pari de' suoi maggiori, facesse l'amore al regno dell'Armenia, dipendente dall'imperio romano. Dopo la morte di esso, Antonino dichiarò egli la guerra, sollevò quanti re e nazioni potè di là dall'Eufrate e dal Tigri contro ai Romani, e, verisimilmente sul principio, indirizzò l'armi sue addosso alla stessa Armenia. Fu conosciuto in Roma necessario lo spedire un capo di grande autorità con gagliardissime forze, per far fronte a sì potente nemico, e perchè lo stato della repubblica esigeva in Roma la presenza di Marco Aurelio, acciocchè egli accudisse anche agli altri rumori della Bretagna e della Germania; e col consenso del senato fu presa la risoluzion d'inviare in Oriente Lucio Vero Augusto. In fatti, provveduto di tutti gli uffiziali occorrenti si partì questo giovinastro principe da Roma, e fu accompagnato dal fratello Augusto sino a Capoa. Ma appena giunto a Canosa, cadde infermo. Il che inteso da Marco Aurelio, che s'era restituito a Roma, colà si portò di nuovo per visitarlo. Tornatosene poscia a Roma, compiè i voti fatti per la salute d'esso Lucio Vero nel senato. L'andata di esso Vero vien riferita all'anno presente da vari letterati. Il padre Pagi[1121] la crede seguita del precedente. Riavuto egli dalla malattia, guadagnata nel viaggio coi disordini e coi piaceri, a' quali si abbandonò, subito che si fu sottratto agli occhi del savio fratello Augusto, continuò per mare il suo viaggio. Abbiamo da Capitolino[1122], e lo asserisce anche Eusebio[1123], che Lucio Vero andò a Corinto e ad Atene, sempre accompagnato nella navigazione dalla musica de' cantori e sonatori. In Atene fece de' sagrifizii con augurii, creduti infausti dai visionarii pagani. Poscia, ripigliato il viaggio per mare, andò costeggiando l'Asia Minore, la Pamfilia e la Cilicia, fermandosi qualche giorno per tutte le città più illustri a darsi bel tempo, finchè finalmente arrivò ad Antiochia, dove fece punto fermo. Probabilmente non vi giunse se non nell'anno presente.

NOTE:

[1118] Panvinius, in Fastis Consular.

[1119] Blanc., ad Anastasium Bibliothec.

[1120] Capitolinus, in Marco Aurelio.

[1121] Pagius, Critic. Baron.

[1122] Capitolinus, in Lucio Vero.

[1123] Eusebius, in Chron.

Anno di CRISTO CLXIII. Indizione I.

SOTERO papa 2. MARCO AURELIO imperad. 3. LUCIO VERO imperad. 3.

Consoli

LELIANO e PASTORE.

S'è disputato finora, se il primo console sia da nominarsi Lucio Eliano, o pure Leliano. Resta indecisa la lite. Per le ragioni da me addotte altrove, inclino a crederlo Leliano; e un'iscrizione da me prodotta[1124] mi ha somministrato fondamento per conghietturare, che il suo prenome e nome fossero Marco Pontio Leliano. Con esso lui si trova ancora console Quinto Mustio Prisco, che potè essere sostituito a Pastore. Un'iscrizione prodotta dal Reinesio[1125], Cupero e Relando[1126] ha Marco Aurelio e Lucio Eliano Consoli, iscrizione creduta da me falsa, perchè si solevano notare i consoli col cognome, e non già col solo prenome e nome. Ma essa è presa dai manuscritti del Ligorio, cioè, per quanto ho io accennato nella prefazione alla mia Raccolta, da opere non vere del Ligorio, ma accresciute o adulterate da qualche susseguente impostore, che fabbricò gran copia di antiche iscrizioni, e le spacciò sotto il nome del Ligorio, delle quali poi specialmente s'è fatto bello il Gudio. Ne' legittimi manuscritti del Ligorio da me veduti non si trovano queste merci. Intanto gli affari di Levante male e peggio camminavano per li Romani. Per testimonianza di Dione[1127], era stato spedito Severiano, forse governatore della Cappadocia, colle forze ch'egli avea in quelle parti, in aiuto dell'Armenia. Secondo il pazzo rito de' superstiziosi e troppo crudeli d'allora, volle egli prima consultare nella Paflagonia Alessandro, famoso impostore, che in questi tempi si spacciava profeta, ed ebbe poi Luciano[1128] scrittore della di lui infame vita. Il furbo gli predisse delle vittorie. Con questo dolce in bocca andò Severiano, menando seco più d'una legione, a portarsi in Elegia città dell'Armenia. Ma eccoti comparire un nuvolo di Parti, che per tre giorni tennero bloccata da ogni parte l'armata romana, e in fine con una pioggia di strali la disfecero interamente, lasciandovi la vita anche tutti i capitani. Se non falla Capitolino[1129], questa sciagura arrivò ai Romani, fin quando Lucio Vero Augusto, postosi in cammino verso l'Oriente, si dava bel tempo nella Puglia, andando a caccia, e perdendo il tempo. Per conseguente dovrebbe tal fatto appartenere all'anno precedente 162. Fiero per tal vittoria Vologeso re dei Parti, rivolse le armi contro la Soria, dove era governatore Attidio Corneliano. Quivi ancora venuto alle mani coll'esercito romano, lo mise in rotta, spandendo con ciò il terrore e i saccheggi per tutte quelle contrade. Nè andò esente da sì fatti danni la provincia della Cappadocia. Sembra che tal disavventura accadesse nel precedente anno. Giunto era ad Antiochia, come dicemmo, capitale della Soria, Lucio Vero Augusto[1130]; e invece di attendere all'importante affare, per cui s'era mosso, quivi tutto si diede in preda ai piaceri, anche più infami, nel lusso, nei conviti e in ogni sorta di libidine. Non avea più il maestro a lato che gli tenesse gli occhi addosso, nè gli legasse le mani. Doveva andare in persona, come desiderava l'Augusto suo fratello, a procacciarsi gloria nelle armi, ed egli ad altro non pensava che ad appagare ogni sfrenata sua voglia. Tutto quel che fece, fu spedire gran gente e dei bravi generali contra dei Parti, e questi principalmente furono Stazio Prisco, Avidio Cassio (che vedremo a suo tempo ribello) e Marzio Vero, lodati ancora da Dione[1131] pel loro valore. Sembra che si possa dedurre dalle medaglie[1132], che in quest'anno i Romani riportassero qualche vantaggio nell'Armenia, o ne ricuperassero una parte; ma non dovette esser gran cosa. Avea già Marco Aurelio promessa in moglie a Lucio Vero la sua figliuola Lucilla. Secondo i conti del padre Pagi[1133], in questo anno se ne effettuarono le nozze[1134]. Condotta questa principessa dal padre sino a Brindisi, fu poi trasferita ad Efeso, dove si portò Lucio Vero a prenderla. E vi si portò per concerto fatto prima; imperciocchè Marco Aurelio avea detto in senato di volerla egli stesso condurre fino in Soria; ma Lucio Vero si esibì di venire a riceverla ad Efeso per timore che se il fratello arrivasse ad Antiochia, non iscoprisse tutti i segreti della scandalosa sua vita. Avea il buon imperadore Marco Aurelio, per esentare i popoli dagli aggravi, spediti prima degli ordini alle provincie, che non si facessero incontri alla figliuola. Ma più verosimile sembrerà che nell'anno susseguente succedesse il viaggio di Lucilla, a cui fu conferito il titolo di Augusta; perchè Marco Aurelio se ne tornò in fretta da Brindisi a Roma, per ismentire le dicerie sparse, ch'egli volesse passare in Soria affin di levare al fratello e genero la gloria di terminar quella guerra. E pure finquì non abbiamo inteso alcun tale prospero successo delle armi romane in quelle parti, onde potesse Marco Aurelio portar invidia a Lucio Vero.

NOTE:

[1124] Thesaurus Novus Inscript., pag. 335.

[1125] Reinesius, Inscript., pag. 218.

[1126] Reland., Fast. Consular.

[1127] Dio, lib. 71.

[1128] Lucian., in Pseud.

[1129] Capitolin., in Lucio Vero.

[1130] Idem, ibid.

[1131] Dio, lib. 71.

[1132] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[1133] Pagius, Critic. Baron.

[1134] Capitolinus, in Marco Aurel. et in Lucio Vero.

Anno di CRISTO CLXIV. Indizione II.

SOTERO papa 3. MARCO AURELIO imperad. 4. LUCIO VERO imperad. 4.

Consoli

MARCO POMPEO MACRINO e PUBLIO JUVENZIO GELSO.

Cangiossi finalmente nel presente anno in ridente il volto finora bieco della fortuna verso de' Romani. A Stazio Prisco riuscì di prendere Artasata città dell'Armenia[1135], di mettere guarnigione in un luogo, appellato di poi Città-Nuova, perchè Marzio Vero, a cui fu dato il governo di quella provincia, fece di quel luogo la prima città dell'Armenia[1136]. Allorchè esso Marzio giunse colà, trovò ammutinate quelle milizie, e colla sua prudenza le pacificò. Nelle medaglie[1137] di quest'anno si fa menzione dell'Armenia vinta, dell'Armenia presa. E più di una vittoria convien dire che riportassero i Romani in quelle parti, perchè osserviamo che i due Augusti presero in quest'anno per due volte il titolo d'Imperadore, segno appunto di vittoria. Quel che è più, tanto Marco Aurelio, che Lucio Vero, furono proclamati Armeniaci, come consta dalle medesime loro medaglie, o, vogliam dire, monete, inoltre dalle stesse apparisce ch'essi Augusti diedero un re agli Armeni; e questo fu Soemo della razza degli Arsacidi, senza che si sappia s'egli ne fosse dianzi re, e cacciato da Vologeso, o pure s'egli fosse re nuovo, dato dai due imperadori a quei popoli; e Dione[1138], parlando della somma clemenza di Marco Aurelio, scrive che in questa guerra fu fatto prigione Tiridate Satrapa, il quale era stato cagione de' torbidi nati nell'Armenia, ed avea ucciso il re degli Eniochi, e messa mano alla spada contra di Marzio Vero generale de' Romani, perchè gli rimproverava cotesti suoi eccessi. E pure il buon imperadore altro gastigo non gli diede, se non che il mandò in esilio nella Bretagna. Intanto ridendosi Lucio Vero dei rumori e pericoli della guerra, col pretesto di attendere a provveder le armate romane di viveri e di nuove genti[1139], se ne stava godendo le delizie di Antiochia, e lasciava che i generali romani sudassero ed esponessero le lor vite per lui nelle imprese guerriere. Per quattro anni, ma con soggiorno non fisso, si trattenne egli in quella città: perchè nel verno abitava a Laodicea, nella state a Dafne, amenissimo ed ombroso luogo in vicinanza di Antiochia. Per le tante istanze nondimeno de' suoi consiglieri, si lasciò indurre, durante questa guerra, a portarsi due volte sino all'Eufrate. Ma appena s'era lasciato vedere all'esercito romano (non già a quel de' nemici), che se tornava ai suoi prediletti ed obbrobriosi piaceri di Antiochia. E non gliela perdonavano già que' commedianti, i quali nel pubblico teatro più volte con arguti motti destramente mettevano in canzone ora la di lui codardia, ora la sfrenata sua lussuria; nè v'era persona che non gli ridesse dietro. Truovasi presso il Mezzabarba sotto quest'anno una medaglia, in cui Marco Aurelio è intitolato Germanico, ed espressa una Vittoria d'Augusto. Ma non può stare. Vedremo a suo tempo quando a questo imperadore fu dato il titolo di Germanico. Per ora egli solamente veniva chiamato Armeniaco.

NOTE:

[1135] Capitol., in Marco Aurelio.

[1136] Dio, lib. 71.

[1137] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[1138] Dio, in excerpt. Valesian.

[1139] Capitol., in Lucio Vero.

Anno di CRISTO CLXV. Indizione III.

SOTERO papa 4. MARCO AURELIO imperad. 5. LUCIO VERO imperad. 5.

Consoli

LUCIO ARRIO PUDENTE e MARCO GAVIO ORFITO.

Più strepitosi ancora furono i fatti de' Romani in quest'anno nella guerra contra de' Parti[1140]. Avidio Cassio, che comandava la grande armata romana in faccia ai Parti, gittò un ponte sull'Eufrate, come già fece Trajano, e, ad onta loro, passò coll'esercito nella Mesopotamia, inseguì i fuggitivi, e mise quelle contrade sotto l'ubbidienza de' romani Augusti. Fra le sue conquiste massimamente famosa divenne quella di Seleucia, città popolatissima e ricca sul Tigri, tale che, se non abbiam difficultà a credere ad Eutropio[1141] e a Paolo Orosio[1142], era abitata da quattrocento e più mila persone. Si rendè amichevolmente quel popolo a Cassio, senza voler aspettare la forza, ma l'iniquo generale che voleva pur rallegrare l'armata col sacco di sì doviziosa città, trovò de' pretesti ed inventò delle querele, tanto che si effettuò lo scellerato suo disegno colla rovina di quel popolo, e coll'incendio dell'intera città, in cui, anche a' tempi di Ammiano Marcellino[1143], si miravano le vestigia di così crudele azione. Nulladimeno attesta Capitolino[1144], che Asinio Quadrato, scrittore di questa guerra, discolpa Cassio, e rigetta sopra i Seleuciani, come primi a romper la fede, l'origine della loro sciagura. In dubbii tali la presunzione corre contra chi ha l'armi in mano, e facendo quel mestiere per arricchire, ed anche per altri fini obbrobriosi, facilmente dimentica tutte le leggi dell'umanità, per ottenere l'intento. Qui non si fermò la vittoria di Cassio. Passato il fiume Tigri, entrò ancora in Ctesifonte, capitale del regno de' Parti, e in Babilonia, città famosa di quei tempi. Rimasero spianati tutti i palazzi che Vologeso avea in Ctesifonte, acciocchè anch'egli imparasse, al pari di suo padre, a rispettare la maestà del romano imperio. Scrive Luciano[1145], autore di questi tempi, una gran battaglia succeduta a Zaugma presso l'Eufrate fra i Romani e i Parti, colla totale disfatta degli ultimi; e poi per deridere gli storici adulatori, aggiugne che vi morirono trecento settantamila Parti, e de' Romani solamente tre furono i morti, e nove i feriti. Secondo il medesimo Luciano, anche Edessa fu assediata dai Romani. Per tal vittoria i due fratelli Augusti presero il titolo d'imperadori per la terza volta, siccome ancora il cognome di Partici. Fu di parere il padre Pagi[1146] che si terminasse in quest'anno essa guerra partica, e che Lucio Vero Augusto si restituisse a Roma, fondato sopra la credenza, che nell'anno 161 avesse principio quella guerra: il che non è certo. Alcuni pensano che all'anno seguente s'abbia da riferire tanto il fine d'essa guerra, quanto il ritorno di Lucio Vero, e questa giudico io più probabil opinione.

NOTE:

[1140] Dio, lib. 71.

[1141] Eutrop., in Breviar.

[1142] Orosius, in Histor.

[1143] Ammianus Marcellinus, Histor., lib. 23.

[1144] Capitolin., in Lucio Vero.

[1145] Lucian., de Conscribenda Hist.

[1146] Pagius, in Critic. Baron.

Anno di CRISTO CLXVI. Indizione IV.

SOTERO papa 5. MARCO AURELIO imperad. 6. LUCIO VERO imperadore 6.

Consoli

QUINTO SERVILIO PUDENTE e LUCIO FUFIDIO POLLIONE.

Dissi parere a me più probabile, che durasse ancora per molti mesi di questo anno la guerra dei Romani coi Parti. Ci assicurano le medaglie[1147], che nell'anno presente Marco Aurelio e Lucio Vero furono proclamati per la quarta volta Imperadori. Adunque l'armi loro riportarono qualche vittoria, e questa non potè essere se non contro ai Parti, perchè quella de' Marcomanni fu più tardi. Oltre di che in esse monete si truova espressa la Vittoria Partica. Giusto motivo dunque ci è di credere, che Avidio Cassio generale de' Romani continuasse le conquiste e i saccheggi contra de' Parti nell'anno presente, e fosse allora appunto, ch'egli arrivò sino alla Media, onde poi ai titoli d'Armeniaco e Partico aggiunse Lucio Vero[1148] quello di Medico, del quale nondimeno non si ha vestigio nelle medaglie. Dovette Cassio internarsi cotanto in que' paesi, che corse voce aver egli infin passato il fiume Indo, benchè si possa ciò credere finto da Luciano[1149], per mettere in ridicolo gli storici che scrivevano allora cose spropositate per esaltare i loro eroi. Abbiamo poi da Dione[1150], che Cassio, nel tornare indietro, perdè gran copia de' suoi soldati, parte per mancanza di viveri, e parte per malattie; e che con quei che gli restarono, si ridusse in Soria, la qual vasta provincia a lui fu poscia data in governo. Come finisse l'impresa suddetta, non ne parla la storia. Verisimilmente si venne fra i Romani e Vologeso a qualche trattato di pace; ed apparenza c'è, che della Mesopotamia, o almeno di una parte di essa rimanessero padroni i Romani. Lucio Vero Augusto, che tuttavia dimorava in Antiochia, si gonfiò forte per così prosperosi successi. Avea spedito l'imperador Marco Aurelio in quelle parti[1151] Annio Libone suo cugino germano, con titolo di legato, o sia di luogotenente, cioè con molta autorità. Questi non istette molto ad ammalarsi e a morire in fretta. Perchè egli con insolenza avea cominciato ad esercitar la sua carica, e mostrava poca stima di Lucio Vero, con dire nelle cose dubbiose, che ne scriverebbe a Marco Aurelio; vi fu chi credette per ordine d'esso Vero Augusto abbreviata a lui la vita col veleno. Ma o nol credette, o fece finta di non crederlo Marco Aurelio; anzi venuto il fratello a Roma, e volendo dar per moglie ad Agaclito suo liberto la vedova d'esso Libone, Marco Aurelio, benchè se l'avesse a male, pure intervenne al convito di quelle nozze. Sbrigato dunque dalla guerra de' Parti, dopo cinque anni, come dice Capitolino[1152], Lucio Vero se ne tornò, prima che terminasse quest'anno, a Roma; menando seco, non già dei re vinti, ma un gregge di commedianti, buffoni, giocolieri, ballerini, sonatori ed altra simil sorta di gentaglia, di cui specialmente si dilettavano i popoli dell'Egitto e della Soria, troppo dediti ai divertimenti; di modo che pareva, ch'egli fosse ritornato non da una vera guerra, ma da un serraglio di persone da lusso e sollazzo. Questi erano i trofei di un tale Augusto, tutto il rovescio del savissimo imperador suo fratello, dimorante in Roma, e solamente intento al pubblico bene.

NOTE:

[1147] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[1148] Capitolin., in Lucio Vero.

[1149] Lucian., de Conscribenda Histor.

[1150] Dio, Lib. 71.

[1151] Capitolinus, in Lucio Vero.

[1152] Capitolinus, in Lucio Vero.

Anno di CRISTO CLXVII. Indizione V.

SOTERO papa 6. MARCO AURELIO imperad. 7. LUCIO VERO imperadore 7.

Consoli

LUCIO ELIO AURELIO VERO AUGUSTO per la terza volta e QUADRATO.

Secondo i conti del padre Pagi[1153], Marco Aurelio e Lucio Vero Augusti fecero nell'anno precedente la lor solenne entrata in Roma da trionfanti per la guerra compiuta contro i Parti e gli Armeni. Secondo quei di Mezzabarba[1154], che sembrano meglio fondati, il trionfo loro succedette nell'anno presente; per la qual suntuosa funzione Lucio Vero prese anche il consolato. Abbiamo memoria di ciò in una medaglia di Marco Aurelio colla di lui Podestà Tribunizia XXI corrente in questo anno, dove si mirano i due imperadori, in cocchio tirato da quattro cavalli, e preceduto dalla pompa trionfale. Per sua modestia non voleva il buon Marco Aurelio[1155] partecipare di questo trionfo, dicendolo dovuto al suo Lucio Vero, le cui grandi fatiche per domar que' barbari, già le abbiamo vedute. Ma Lucio Vero fece istanza al senato, che anche il fratello Augusto trionfasse con lui; e inoltre, che i di lui figliuoli Commodo e Vero fossero creati Cesari; il che fu eseguito. Vidersi poscia essi suoi figli, tanto maschi che femmine, andare in carrozza con loro nel trionfo. In tal occasione decretò ad amendue il senato la corona civica, e il titolo di Padri della Patria, ricusato finora da Marco Aurelio, per esser lontano il fratello. Nelle medaglie non s'incontra questo loro glorioso titolo. Si truova bensì nelle iscrizioni legittime, fatte in quest'anno e ne' seguenti, in onore dell'altro imperadore: il che può anche servire ad indicar l'anno preciso del trionfo, da me creduto il presente, e per conoscere ancora se sieno o scorrette o adulterine quelle iscrizioni che prima di questi tempi attribuissero loro un sì fatto titolo. In occasione del suddetto trionfo eziandio fu decretato che fossero fatti pubblici giuochi, a' quali assisterono tutti e due gli Augusti in abito trionfale. Parlano finalmente le medaglie[1156] del quarto Congiario dato al popolo romano da essi Augusti nell'anno presente, probabilmente per solennizzare con maggior contento d'esso popolo la pubblica allegrezza. Trovaronsi dunque in Roma i due Augusti in quest'anno, e si vide come un prodigio, la bella concordia de' loro animi, tuttochè fossero sì diversi i loro costumi. Quanto a Marco Aurelio, principe per natural saviezza, per inclinazione alle azioni lodevoli, e specialmente per l'aiuto della filosofia pieno di belle massime, egli era tutto rivolto a procurare il ben della repubblica, non meno di quel che sia un saggio padre di famiglia in ben regolare la propria casa[1157]. Ammiravasi in lui l'indefessa applicazione ad amministrar la giustizia, obbligo primario dei regnanti. Voleva ascoltar tutto con pazienza, interrogava egli le parti, esaminava le ragioni, lasciando agli avvocati il convenevol tempo per dedurle: di maniera che talvolta intorno ad un solo affare impiegava più giorni, laonde coloro poi che erano condannati, si persuadevano che giuste fossero le di lui sentenze. Nè in ciò procedeva egli mai senza il consiglio e l'assistenza di valenti giurisconsulti, fra i quali principalmente si contò Scevola, lodatissimo anche oggidì nella scuola de' Legisti. La sua bontà il portava sempre alla clemenza e alla dolcezza, sminuendo per lo più nelle cause criminali il rigor delle pene, se non quando si trattava di atroci delitti, nei quali compariva inesorabile. Teneva gli occhi sopra i giudici, affinchè non si abusassero o per negligenza o per malizia, della loro autorità. Ad un pretore, che non avea ben esaminato un processo, comandò di rileggerlo da capo a piedi. Ad un altro, che peggio operava, non levò già il posto per sua bontà, ma gli sospese la giurisdizione, delegandola al di lui compagno. Lo studio suo maggiore consisteva in distornar dolcemente gli uomini dal male, ed invitarli al bene, ricompensando i buoni colla liberalità e con vari premii, e cercando di guadagnare il cuore de' cattivi con perdonar loro i falli, che si potessero scusare: il che servì a rendere buoni molti, e a far divenire migliori i già buoni.

Nelle liti suo costume fu di non favorire quasi mai il fisco. Piuttosto che far delle leggi nuove, procurava di rimettere in piedi le vecchie. E ben molte ne rinnovò intorno al ristringere il soverchio numero delle ferie; in assegnar tutori e curatori; in ben regolare l'annona, e levarne gli abusi; in tener selciate le vie di Roma e delle provincie, e nette dai malviventi; e in punire chi nelle gabelle avesse esatto più delle tasse; in moderar le spese degli spettacoli e delle commedie; in gastigare i calunniatori, e in simili altri utili. Proibì sopra tutto l'accusar chicchessia, che avesse sparlato della maestà imperiale, sofferendo egli senza punto alterarsi le dicerie de' maligni, fin le insolenze dette in faccia a lui stesso. Un certo Veterano, malamente screditato presso il pubblico, gli faceva premura per ottenere un posto. Rispose il savio imperadore, che studiasse prima di riacquistare il buon nome. Al che colui replicò: Quasi che io non abbia veduto molti nel posto di Pretore, che meco hanno combattuto nell'anfiteatro. Pazientemente sopportò il buon Augusto l'insolente risposta. Il rispetto suo verso il senato incredibile fu. V'interveniva sempre, essendo in Roma, non impedito, ancorchè nulla avesse da riferire. E quando pure, essendo a villeggiar nella Campania, gli occorreva di dover proporre qualche cosa, in vece di scrivere, veniva egli in persona a parlarne. Non aggiugneva a quell'insigne ordine, se non chi egli ben sapeva meritarlo per le sue virtù, con promuovere dipoi alle cariche lucrose i senatori poveri, ma dabbene, per aitarli. Che se talun dei senatori veniva accusato di delitti capitali, ne facea prima prendere segrete informazioni, per non iscreditare alcuno senza un sicuro fondamento. Interveniva anche ai pubblici Comizi, standovi finchè arrivasse la notte; nè mai si partiva dalla Curia, se prima il console non licenziava l'assemblea. Tal era il vivere dell'ottimo imperadore. Qual fosse quello di Lucio Vero Augusto, mi riserbo di accennarlo fra poco. Ma non si vuol qui lasciar di dire che questo giovinetto imperadore tornando dalla Soria[1158], un brutto regalo fece alla patria, con condur seco la peste. Era essa insorta, chi dicea nell'Etiopia, chi nell'Egitto e chi nel paese dei Parti. Attaccatasi poi alle milizie romane, ed entrata nella corte di Lucio Vero, dappertutto, dov'egli passava, lasciava la micidial infezione secondo il suo costume, di modo che cominciò a sentirsi terribilmente anche in Roma. Si andò poi a poco a poco dilatando per l'Italia, e per la Gallia sino al Reno, facendo incredibile strage per tutti i paesi, durando anche più anni. Paolo Orosio[1159] scrive, che rimasero prive di agricoltori le campagne, spopolate le città e castella, e crebbero i boschi e le spine in varie contrade, perchè prive di abitatori. Così feroce si provò essa in Roma[1160], che i cadaveri de' poveri si mandavano fuori in carrette a seppellire, e mancarono di vita molti illustri personaggi, ai più degni de' quali Marco Aurelio fece innalzar delle statue.

NOTE:

[1153] Pagius, Crit. Baron.

[1154] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[1155] Capitolin., in Marco Aurelio.

[1156] Mediob., in Numism. Imperat.

[1157] Capitolinus, in Marco Aurelio.

[1158] Capitolin., in Lucio Vero. Lucian., de Conscrib. Histor. Ammianus, lib. 23.

[1159] Orosius, Histor. lib. 8.

[1160] Capitol., in Marco Aurelio.

Anno di CRISTO CLXVIII. Indizione VI.

SOTERO papa 7. MARCO AURELIO imperad. 8. LUCIO VERO imperadore 8.

Consoli

APRONIANO e LUCIO VETTIO PAOLO.

Tutti gli antichi fasti ci danno consoli sotto quest'anno Aproniano e Paolo. Par ben difficile che tutti si sieno ingannati. Una sola iscrizione riferita dal Panvinio[1161] e dal Grutero, ci dà consoli Lucio Vettio Paolo e Tito Giunio Montano. Ma verisimilmente un Aproniano sarà stato console ordinario con Paolo, ed a lui, o per morte o per sostituzione, sarà succeduto Montano, parendo poco probabile che Montano fosse lo stesso che Aproniano. Già inclinato al lusso e a tutti gli sfoghi della sensualità Lucio Vero Augusto[1162], maggiormente dacchè si fu allontanato dagli occhi del fratello imperadore, si era abbandonato, siccome di sopra accennammo, ad ogni sorta di piaceri, anche più abbominevoli, deludendo l'intenzion del fratello stesso che l'aveva inviato là, per isperanza che le fatiche militari il guarirebbono: speranza vana, come si conobbe dagli effetti. Ritornato che fu l'Augusto giovane a Roma, andava egli bensì alquanto ritenuto, per nascondere i suoi vizii al saggio imperadore Marco Aurelio, ma in secreto faceva alla peggio. Volle una cucina a parte nel suo appartamento; e, dopo essere stato alla parca cena di Marco Aurelio, passava colà a soddisfare la sua ghiottoneria, con farsi servire a tavola da persone infami, e con volere dei combattimenti di gladiatori a quelle private cene, le quali andavano sì a lungo, che talvolta egli abborracchiato si addormentava sopra i cuscini o letti, sui quali si adagiavano gli antichi stando alla mensa, e conveniva portarlo di peso alla sua stanza. In uso era allora di non far tavola, dove fossero più di sette persone; e diverse tavole verisimilmente si mettevano nelle grandi occasioni, perchè passavano per proverbio: Sette fanno un convito, nove fanno una lite. Lucio Vero fu il primo a voler dodici convitati alla medesima mensa, e con una profusione spropositata di regali; perchè ai paggi, agli scalchi ed ai commensali si donavano piatti, bicchieri d'oro, d'argento e gioiellati, vari animali, vasi d'oro con unguenti, e carrozze con mule guernite di ricchi finimenti. Costava cadauno di questi conviti una tal somma, che nè pure mi arrischio a nominarla: tanto è grande nel testo di Capitolino. Il resto poi della notte si soleva per lo più spendere in giuoco, vizio, oltre a tanti altri, imparato in Soria. Fecesi anche fabbricare una suntuosa villa nella via Clodia, dove se la passava in gozzoviglie co' suoi liberti, e con quegli amici che godeano beni in quelle parti. Marco Aurelio sapea tutti questi disordini, e quantunque se ne rammaricasse non poco, pure fingeva ignorarli, per non romperla col fratello; anzi invitato da lui alla suddetta villa, non ebbe difficultà di andarvi, per insegnargli coll'esempio suo, come si dovea far la villeggiatura. E vi si fermò cinque giorni, attendendo anche allora alla spedizion delle cause, mentre Lucio Vero si perdeva ne' conviti, o era affaccendato per prepararli. Dicono di più, che questo sregolato imperadore passò ad imitare i vergognosi costumi di Caligola, di Nerone e di Vitellio, coll'andar di notte travestito e incappucciato per le bettole e nei bordelli, cenando con dei mascalzoni, attaccando delle risse, dalle quali tornò talvolta colla faccia maltrattata da pugni, e rompendo i bicchieri delle taverne col gittar in aria delle grosse monete di rame. Sopra tutto era egli spasimato dietro alle corse de' cavalli nel Circo, mostrandosi a spada tratta parziale in que' giuochi della fazione Prasina, che portava la divisa verde; di maniera che anche mentr'egli col fratello Augusto assisteva a quegli spettacoli, più volte gli furono dette delle villanie dall'emula fazione Veneta, vestita d'azzurro. Innamorato specialmente di un suo cavallo, appellato Volucre, o sia Uccello, fece fare la statua di esso d'oro, e seco la portava. Invece d'orzo voleva che gli si desse uva passa con pinocchi; e per cagion di esso s'introdusse il dimandare per premio de' vincitori nel corso un cavallo d'oro. Morto questo cavallo, gli fece alzare un sepolcro nel Vaticano. E tali erano i costumi e le capricciose azioni di Lucio Vero Augusto.

Fin quando si facea la guerra de' Parti, se ne preparò un'altra al settentrione contra de' Romani[1163]. Avevano cominciato i Marcomanni, creduti oggidì abitatori della Boemia, ad infestare il paese romano; ma i generali che custodivano quelle parti, per non esporre l'imperio a questa pericolosa guerra, nel tempo che si facea l'altra più importante coi Parti, andarono sempre temporeggiando e pazientando, finchè venisse un tempo più opportuno da fiaccar loro le corna. Terminata con felicità l'impresa dell'Oriente, maggiormente crebbe l'insolenza di essi Marcomanni; anzi si venne a scorgere che quasi tutte le nazioni barbare abitanti di là dal Rene e dal Danubio, cominciando dall'Oceano, fin quasi al mar Nero, erano in armi ai danni dei Romani, sia che fosse qualche lega fra loro, o pure che l'una imparasse dall'esempio dell'altra a disprezzar le forze della repubblica romana. Fra que' popoli, tutti gente bellicosa e fiera, e che parea congiurata alla rovina de' Romani, oltre ai Marcomanni principali fra essi, si contavano i Narisci, gli Ermonduri, i Quadi, i Suevi, i Sarmati, i Vandali, i Vittovali, i Rossolani, i Basterni, i Costobochi, gli Alani, i Jazigi ed altri, de' quali non si sa il nome. Se dice il vero Dione, i Germani Transrenani vennero fino in Italia, e recarono de' gravissimi danni: il che par difficile a credere. Fra i cadaveri di costoro uccisi, furono ritrovate molte femmine guernite di tutte armi. Così gli altri barbari saccheggiarono varie provincie, presero città, e sembra che s'impadronissero di tutta la Pannonia, o almeno di una parte di essa. Per attestato di Pausania[1164], i Costobochi fecero delle scorrerie fino in Grecia. Portate così funeste nuove a Roma, riempirono tutta la città di spavento; e tanto più, perchè la peste avea fatto e facea tuttavia un fier macello anche delle milizie romane. Marco Aurelio[1165], che con tutto il suo bel genio alla virtù, e con tutti i suoi studi, non giunse mai a conoscere la falsità della sua religione pagana, nè la verità della cristiana, di cui piuttosto fu persecutore, ricorse allora per aiuto agl'idoli, facendo venir da tutte le parti de' sacerdoti, anche di religioni straniere, moltiplicando i sagrifizii e le preghiere in così gran bisogno alle sorde sue deità. Fece ancora quanti preparamenti potè, per ammassar genti, e per reclutare le quasi disfatte legioni. Restò per un tempo ritardata la sua spedizione dalla peste tuttavia mietitrice delle vite umane; ma finalmente in quest'anno egli si mosse da Roma in persona con quelle forze che potè adunare. Insinuò egli segretamente al senato, essere necessaria l'andata di amendue gli Augusti, trattandosi di una guerra sì strepitosa e di tanta estensione; e questo fu decretato. Non si fidava il saggio imperador Marco Aurelio di mandar solo a cotale impresa il fratello Lucio Vero, perchè ne avea già sperimentata la codardia[1166]; e nè pur voleva lasciarlo solo in Roma, affinchè egli in tanta libertà maggiormente non s'immergesse negli eccessi, e crescesse il suo disonore. Si misero dunque in viaggio i due imperadori (ma Lucio Vero con interna ripugnanza e dispiacere) e pervennero sino ad Aquileja. Truovasi nelle medaglie[1167] di questo anno, che i due Augusti presero per la quinta volta il titolo d'Imperadori. Non apparendo che vittoria alcuna, di cui questo titolo è indizio, si fosse per anche riportata contra de' Marcomanni, improbabile non è, che sia con ciò significata quella che Avidio Cassio ebbe coi Bucoli, o sia coi pastori egiziani che si erano ribellati. Da Vulcazio Gallicano[1168] abbiamo che Cassio si portò anch'egli alla guerra marcomannica; e però dovrebbe essere succeduta prima la ribellion d'essi pastori e la loro disfatta. Dacchè si sollevarono[1169] i suddetti Bucoli, gente barbara e selvaggia, molti ne furono presi; ma gli altri vestiti con abiti donneschi, e fingendosi le mogli de' prigionieri, invitarono un centurione romano a prendere l'oro preparato pel riscatto de' prigionieri. In vece dell'oro, trovò egli le spade nemiche, che gli tolsero la vita. Cresciuto l'ardire in quella gente, e tirata nel suo partito la maggior parte degli Egiziani, con avere per capo un Isidoro, valorosissima persona, rimasero vittima del loro furore molte soldatesche romane; saccheggi senza fine furono fatti; e poco vi mancò che non s'impadronissero della stessa Alessandria, capitale allora dell'Egitto. E sarebbe forse avvenuto, se non vi fosse accorso colle sue genti Avidio Cassio governatore della Soria. Non si attentò egli di venire a giornata campale con quella sterminata copia di gente fiera e disperata; ma gli riuscì bene di seminar fra loro la discordia: il che bastò per opprimere i pertinaci, e per ridurre gli altri alla sommessione. Quando ciò veramente succedesse in questi tempi, potrebbe ciò aver dato motivo agli Augusti di prender di nuovo il titolo d'Imperadori. Ma siccome le azioni e gli avvenimenti dell'imperio di Marco Aurelio sono a noi pervenuti senza distinzioni di tempo, così malagevol cosa è il poter fissarne gli anni precisi, e resta indeciso chi meglio in questa oscurità l'indovini.

NOTE:

[1161] Panvin., Fast. Consul.

[1162] Capitol., in Lucio Vero.

[1163] Capitolinus, in Marco Aurelio. Dio, lib. 71.

[1164] Pausanias, lib. 10.

[1165] Capitolinus, in Marco Aurelio.

[1166] Capitolinus, in Lucio Vero.

[1167] Mediobarb., in Numism. Imper.

[1168] Vulcatius, in Avidio Cassio.

[1169] Dio, lib. 71.

Anno di CRISTO CLXIX. Indizione VII.

SOTERO papa 8. MARCO AURELIO imperad. 9. LUCIO VERO imperadore 9.

Consoli

QUINTO SOSIO PRISCO SENECIONE e PUBLIO CELIO APOLLINARE.

Al primo console, cioè a Prisco, ho aggiunto il cognome di Senecione, che si legge in una iscrizione[1170], da me altrove riferita, trovandosi nell'altre memorie il solo di Prisco, che dovea essere il più usato. La venuta dei due Augusti ad Aquileja con un copiosissimo esercito, seguita nell'anno precedente, per testimonianza di Capitolino[1171], produsse buoni effetti; imperciocchè la maggior parte dei rei e popoli barbari del Settentrione non solamente cessarono dalle ostilità, ma uccisero ancora gli autori delle sedizioni, mostrando di voler concordia coi Romani. E i Quadi rimasti senza re protestavano di non voler confermare il già eletto, se non precedeva l'approvazion degl'imperadori. Andavano anche arrivando ambasciatori dei più di que' popoli ai luogotenenti generali di essi Augusti, che chiedevano pace. Tal positura d'affari colla giunta della peste che già s'era inoltrata fino Aquileja, ed avea consumata parte dell'armata, e colla morte ancora di Furio Vittorino, prefetto del pretorio, animava Lucio Vero a fare istanza al fratello Augusto per tornarsene a Roma a godervi le solite sue delizie e i consueti passatempi. Ma Marco Aurelio era di contrario parere, insistendo sempre in dire, che l'essersi ritirati i Barbari, e il mostrar tanta voglia di pace, poteano essere loro finzioni e ripieghi presi al vedere un sì grande apparato d'armi dalla parte de' Romani; e che bisognava andar innanzi, e chiarir meglio, se i nemici operavano daddovero, o fingevano. Ch'essi due Augusti passassero il verno in Aquileja, lo pruova il padre Pagi[1172] con alcuni passi di Galeno. Fu dunque forzato contro sua voglia Lucio Vero a seguitare il fratello Augusto nella Pannonia e nell'Illirico, dove diedero buon sesto alla quiete di quelle contrade, liberandole, o pure avendole trovate libere dalle nazioni barbare. Le medaglie[1173] ci fan vedere preso da essi Augusti in quest'anno per la sesta volta il titolo d'Imperadori, senza che apparisca dove le lor milizie avessero guadagnata qualche battaglia. Eusebio[1174] circa questi tempi scrive, che i Romani combatterono contra de' Germani, Marcomanni, Quadi, Sarmati e Daci. E nelle medaglie[1175] battute nell'anno presente si trova menzione d'una Vittoria Germanica, e della Germania soggiogata, ed in oltre dato a Marco Aurelio il titolo di Germanico: tutte pruove, che si dovette menar le mani, e che qualche vittoria toccò all'armi romane. Capitolino[1176] ignorò molte particolarità di questa guerra, e più di lui certamente son da apprezzar le medaglie. Ma che in quest'anno Marco Aurelio conseguisse il nome di Germanico, si può dubitarne non poco.

Adunque dappoichè si vide rimessa la tranquillità nella Pannonia e nell'Illirico, se ne tornarono i due Augusti da Aquileja. Lucio Vero[1177], a cui parea un'ora mille anni per rivedere le delizie di Roma, tanto fece, tanto disse, che impetrò licenza dal fratello di soddisfar al suo volere verso il fine dell'anno, sebben le parole di Galeno, riferite dal padre Pagi, sembrano indicare che amendue d'accordo s'inviassero alla volta di Roma. Fuor di dubbio è, che viaggiando essi unitamente in carrozza fra Concordia ed Altino, Lucio Vero[1178] fu improvvisamente colpito da un accidente di apoplessia, per cui perdè la favella. Cavatogli sangue, e portato ad Altino, da lì a tre giorni compiè il corso di sua vita. Le dicerie cagionate da questa improvvisa morte furono infinite, secondo la consuetudine degli oziosi, de' maligni e degli ignoranti, che tutti vogliono far da politici. Vi fu dunque non poca gente, che il credè portato all'altra vita per veleno che dicea fatto a lui dare da Faustina Augusta suocera sua, chi da Lucilla sua moglie per gelosia di Fabia, sorella di lui, ch'era entrata seco in troppa confidenza, o per altri infami intrighi donneschi, o perchè egli con essa sua sorella avesse tramato contro la vita di Marco Aurelio; e che Agaclito suo favorito liberto fosse stato adoperato per levar lui di vita. Altri poi inventarono una favola, cioè che Marco Aurelio con un coltello dall'una parte avvelenato avendo tagliato un pezzo di carne, ne desse a lui la mortifera, e prendesse l'altra per sè: ovvero che per mezzo di Posidipo suo medico il facesse salassar fuor di tempo. Ma così stabilita era la riputazione e il concetto dell'integrità di Marco Aurelio, che niuna onesta persona vi fu, che non conoscesse la falsità di sì fatte immaginazioni. L'aveva egli sempre amato, avea tenuti segreti il più che poteva i di lui difetti, benchè gli dispiacessero al sommo. Comunque passassero quegli affari, abbastanza si raccoglie da Capitolino[1179] che Marco Aurelio venne in quest'anno a Roma, pregò il senato a voler accordare al defunto Lucio Vero gli onori divini, il cui corpo fu posto nel sepolcro di Adriano. Gli assegnò ancora de' Flamini, ed altri sacri ministri, come si costumava con gli Augusti, empiamente deificati. Le zie e le sorelle di esso Lucio Vero furono provvedute di assegni convenevoli al loro stato. Trattò bene, e regalò tutti i di lui liberti, benchè la maggior parte fossero gente cattiva che si era abusata della debolezza del padrone in addietro; ma dopo qualche tempo con apparenza di onorarli, ne liberò la corte, ritenendo solamente Eletto, quel medesimo, che a suo tempo vedremo uccisore di Commodo Augusto, figliuolo del medesimo imperadore. Andò poscia Marco Aurelio in senato per ringraziare i padri degli onori compartiti al defunto fratello, e destramente lasciò capire che tutti i felici successi della guerra partica non erano provenuti dai suoi consigli e provvedimenti, e che da lì innanzi passerebbono meglio gli affari.

NOTE:

[1170] Thesaurus Novus Inscription., pag. 336, num. 5.

[1171] Capitolinus, in Marco Aurelio.

[1172] Pagius, in Critic. Baron.

[1173] Mediobarbus, in Numism. Imper.

[1174] Eusebius, in Chron.

[1175] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[1176] Capitol., in Marco Aurelio et Lucio Vero.

[1177] Capit., in Marco Aurelio et Lucio Vero.

[1178] Eutrop., in Breviar. Aurelius Victor, in Epitome.

[1179] Capit., in Marco Aurelio.

Anno di CRISTO CLXX. Indizione VIII.

SOTERO papa 9. MARCO AURELIO imperad. 10.

Consoli

MARCO CORNELIO CETEGO e CAJO ERUCIO CLARO.

Non s'ingannò l'Augusto Marco Aurelio in dubitare che i barbari settentrionali con finto animo avessero trattato di pace nell'anno precedente. In fatti nel presente, ripigliate l'armi, ricominciarono i Marcomanni con gli altri popoli di sopra nominati, e con altri mentovati da Capitolino[1180], le ostilità contro le provincie romane, forse animati dal sapere quanta strage avesse fatta la pestilenza nelle legioni romane. Il peggio era, che la medesima peste era tornata ad infierire in Roma; e però mancavano i soldati, ed anche l'altro nerbo principale di chi vuole far guerra, cioè il danaro; nè in sì calamitosi tempi sofferiva il cuore al buon imperadore di smugnere con imposture nuove i popoli afflitti. Che fece egli dunque? Ricorse a dei ripieghi riserbati alle gravi angustie della repubblica. Non erano mai ammessi alla milizia i servi, o vogliam dire schiavi; e di questi il numero a que' tempi era incredibile nel romano imperio. Per valersene alla guerra, fece conceder loro la libertà, e ne formò alcune legioni, con dare ad essi il nome di Volontari. Altrettanto si era praticato nelle necessità della guerra Punica a' tempi della repubblica. Volle ancora, che i gladiatori, benchè persone infami, seco venissero alla guerra, e che in vece di scannarsi fra loro, impiegassero la lor destrezza in favor della patria con uso migliore. Prese inoltre al suo soldo i banditi della Dalmazia, della Dardania e molte compagnie di Germani, acciocchè servissero contro gli stessi Germani. In tal guisa mise insieme una poderosissima armata. Ma non reggendo il suo erario a sì gravi spese, nè volendo egli, siccome dissi, aggravar i popoli, si ridusse a vendere al pubblico incanto nella piazza di Trajano gli ornamenti del palazzo imperiale e i vasi preziosi e fin le vesti della moglie e le gemme trovate negli scrigni di Adriano. Durò due mesi questo incanto, e tanto oro se ne ricavò, che bastò al bisogno della guerra. Finita poi essa, mandò fuori un editto, invitando i compratori di que' preziosi arredi a restituirli pel medesimo prezzo. E chi non volle renderli, non ebbe per questo vessazione alcuna. Siccome osservammo di sopra all'anno 151, probabilmente Zonara s'è ingannato con attribuir questo fatto ad Antonino Pio, che non ebbe come Marco Aurelio necessità sì premurose di far danaro. Erasi ritirato il buon imperadore, non so se per godere della villeggiatura, o pure per guardarsi dalla peste, a Palestrina. Quivi la morte gli rapì il suo terzogenito, appellato Vero, per un tumore natogli sotto un orecchio, inutilmente tagliato. Era egli in età di sette anni, ed avea già conseguito il titolo di Cesare. Non più che cinque giorni volle il padre che durasse il suo lutto; consolò i medici che infelicemente l'aveano curato; e tornò fresco al maneggio degli affari pubblici, essendosi sempre osservata in questo imperador filosofo la medesima uguaglianza d'animo e di volto, tanto nella buona che nella avversa fortuna. Non permise egli che s'interrompessero per la morte del figliuolo i giuochi capitolini di Giove, che s'incontrarono in sì funesta occasione: solamente ordinò che si alzassero statue al defunto fanciullo, e l'immagine sua d'oro fosse portata ne' giuochi circensi. Era egli in procinto di muoversi per andare alla guerra, quando pensò di rimaritar la figliuola Lucilla, rimasta vedova del morto Lucio Vero Augusto. Scelse dunque per marito di lei Claudio Pompejano, di origine Antiocheno, e figliuolo d'un cavalier romano, considerata sopra tutto la di lui onoratezza e saviezza. Ma tra perchè egli non era della prima nobiltà, e si trovava molto inoltrato nell'età, tanto essa Lucilla, che portava il titolo di Augusta, ed era figliuola di un Augusto, quanto Faustina imperadrice sua madre, non sapevano dirigere un sì fatto parentado.

NOTE:

[1180] Capitol., in Marco Aurelio.

Anno di CRISTO CLXXI. Indizione IX.

ELEUTERIO papa 1. MARCO AURELIO imperad. 11.

Consoli

LUCIO SEPTIMIO SEVERO per la seconda volta e LUCIO AUFIDIO ERENNIANO.

Sino a questi tempi tenne Sotero il pontificato romano, e nel presente anno sostenne col martirio la verità della Religion Cristiana. Contuttochè Marco Aurelio imperadore tanti lumi avesse dalla filosofia, pure, siccome già dissi, non giunse mai a discernere la vanità de' suoi idoli e la falsità della credenza dei Pagani. Anzi, come zelante dell'onore de' suoi dii, permise che si perseguitassero i Cristiani, di maniera che Eusebio[1181] ed altri antichi scrittori mettono sotto di lui la quarta persecuzione del Cristianesimo, per cui nella Gallia e nell'Asia moltissimi eroi della Fede di Cristo riceverono la corona del martirio. Celebri sopra gli altri furono i santi martiri Policarpio e Giustino. Anche in Roma toccò questo glorioso fine a santo Sotero papa. Non accadeva disgrazia al romano imperio, in cui i falsi sacerdoti del gentilesimo non inveissero contra de' Cristiani, attribuendo l'ira dei loro sognati dii allo sprezzo che ne mostravano gli adoratori di un solo Dio. La fierissima peste accaduta in questi tempi dovette maggiormente inasprir la loro rabbia contro i seguaci di Cristo. A Sotero succedette nella cattedra romana Eleuterio. E tuttochè i santi Melitone vescovo di Sardi ed Apollinare vescovo di Jerapoli circa questi tempi esibissero le apologie del Cristianesimo a Marco Aurelio Augusto, nè egli aprì mai gli occhi, nè si rallentò il rigore contro ai Cristiani. Era già marciato in persona esso imperadore verso la Pannonia inondata dai popoli barbari. Siccome questa fu una delle più pericolose e memorande guerre che si avessero i Romani, così sarebbe da desiderare che la storia ce ne avesse conservate le memorie. Ma noi non ne abbiamo che un solo scuro abbozzo, e senza distinzione di tempi. Probabil è, che solamente nell'anno presente Marco Aurelio desse principio alle militari sue imprese; ma cosa egli operasse nol sappiamo. Le medaglie[1182] non parlano di alcuna sua vittoria, e ci mostrano solamente un ponte, sul quale egli passa con alquanti soldati. Abbiamo bensì, che in Roma si celebrarono i decennali del di lui imperio, cioè che si fecero feste, sagrifizii e giuochi pel decennio compiuto del suo savio governo, con far dei pubblici voti, acciocchè salvo egli giungesse al secondo decennio. Fioriva in questi tempi in Roma il celebre medico Galeno o sia Gallieno, come vien chiamato da altri, nativo di Pergamo in Asia[1183]. Di colà Marco Aurelio l'avea fatto venire ad Aquileja, nell'anno 169, e poi condottolo a Roma. Sommamente desiderando di averlo a' suoi fianchi in questa spedizione, gliene scrisse. Ma avendolo istantemente pregato Galeno di lasciarlo a Roma, perchè non gli dovea piacere la vita militare, accompagnata da parecchi incomodi e pericoli, se ne contentò il buono imperadore, ma con obbligarlo ad assistere alla sanità di Commodo Cesare suo figliuolo, il qual fu veramente malato durante la lontananza del padre. Noi sappiamo che fra gli uffiziali, i quali si distinsero nella suddetta spedizione contra de' Marcomanni e degli altri Barbari, si contarono Claudio Pompejano, genero dell'imperadore, ed Avidio Cassio, che poi si ribellò, ed Elvio Pertinace che fu col tempo imperadore. Avea quest'ultimo calcati vari posti militari, e si trovava di quartiere nella Dacia; ma per alcune relazioni de' suoi malevoli Marco Aurelio il levò di là. Pompejano, che ne conosceva il valore e il merito, il volle per suo ajutante, ed egli salì con tal congiuntura in sì fatta riputazione, che meritò di essere creato senatore. Anzi chiaritosi l'imperadore che i sospetti della di lui onoratezza erano proceduti da mere calunnie, maggiormente dipoi l'amò, e il promosse ai primi onori. Attesta Dione[1184], che in qualche battaglia i Marcomanni furono superiori ai Romani, e che in una d'esse perdè la vita Marco Vindice prefetto del pretorio, a cui l'Augusto Marco Aurelio fece alzare tre statue in Roma. Un altro de' suoi prefetti del pretorio fu Rufo Basseo, poveramente nato, e che nè pure avea studiato lettere. La sua fortuna, il suo valore, la sua bontà compensarono i difetti della nascita, e l'alzarono in fine a grado così sublime.

NOTE:

[1181] Eusebius, in Chron. et in Histor. Eccl.

[1182] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[1183] Galenus, de Prognosticis.

[1184] Dio, lib. 71.

Anno di CRISTO CLXXII. Indizione X.

ELEUTERIO papa 2. MARCO AURELIO imperad. 12.

Consoli

MASSIMO e ORFITO.

Quai prenomi e nomi avessero questi due consoli, non si è potuto accertatamente scoprire fin qui. Nell'anno presente, per quanto sembra risultar dalle medaglie[1185], la vittoria accompagnò il valore dell'armi romane nella guerra coi Marcomanni. In esse comparisce la Vittoria Germanica, la Germania soggiogata, e truovasi anche il titolo di Germanico dato a Marco Aurelio. Quel solo che non si sa intendere, punto non si vede moltiplicato il titolo d'imperadore ad esso Augusto, come pur solea praticarsi dopo qualche insigne vittoria. Può anche mettersi in dubbio, s'egli per anche ricevesse il cognome di Germanico. Ma se non sappiamo il quando, abbiamo almen sicure notizie da Capitolino[1186] e da Dione[1187], ch'egli ridusse i Marcomanni al Danubio, e che nel voler essi passare quel gran fiume, diede loro una solenne rotta, e liberò la Pannonia dal giogo de' Marcomanni, Sarmati e Vandali. Parte del bottino fatto in quella fortunata azione, siccome composto di roba tolta ai sudditi della Pannonia, volle che fosse restituita ai poveri paesani. Del resto pesatamente procedeva il savio imperadore in sì pericolose congiunture, senza voler azzardare le battaglie a capriccio e sapeva temporeggiare per cogliere i vantaggi. Che se negli affari civili nulla mai determinava senza averli conferiti prima co' suoi consiglieri, molto più ciò praticava in quei della guerra, dove la prudenza ed accortezza ottien più d'ordinario che la forza. Nè s'intestava del suo parere; solendo dire: Più conveniente è ch'io segua il consiglio di tanti e sì saggi amici, che tanti e sì saggi amici seguitino il parere di me solo. Per altro era egli costante nelle fatiche, sebben molti il biasimavano, perchè un filosofo par suo volesse menar la vita fra l'armi e fra i pericoli della guerra: vita che non si accordava punto colle massime degli altri filosofi: pure egli con lettere o colla viva voce facea conoscere giusto e lodevole il suo operare, trattandosi del bene della repubblica, per cui si dee sofferire e sagrificar tutto. Nè per quante lettere gli scrivessero da Roma gli amici, affinchè lasciato il comando ai generali, venisse al riposo, mai non si volle muovere, finchè non ebbe dato fine a questa guerra, che riuscì più lunga di quel che su le prime si credeva.

NOTE:

[1185] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[1186] Capitol., in Marco Aurelio.

[1187] Dio, lib. 71.

Anno di CRISTO CLXXIII. Indizione XI.

ELEUTERIO papa 5. MARCO AURELIO imperad. 13.

Consoli

MARCO AURELIO SEVERO per la seconda volta e TIBERIO CLAUDIO POMPEJANO.

Il secondo console, cioè POMPEJANO, non è già il genero di Marco Aurelio, siccome colla sua consueta accuratezza osservò l'incomparabile Noris[1188]. Non gli ho io dato il prenome di Tito, come fan gli altri, perchè in un'iscrizione dal Doni e da me riferita[1189], il veggo chiamato TIBERIO, con prenome più usitato dalla famiglia Claudia. Le medaglie[1190] ancora di quest'anno parlano della Vittoria Germanica e della Germania soggiogata, e nominato Germanico Augusto l'imperator Marco Aurelio; ma senza ch'egli porti altro titolo che d'Imperadore per la sesta volta, com'egli era chiamato negli anni addietro. Non è improbabile, che in questo verno succedesse la vittoria che, per attestato di Dione[1191], riportarono i Romani, combattendo coi popoli Jazigi sul Danubio agghiacciato, con far di molte prodezze. Fors'anche potrebbe appartenere all'anno presente ciò che narra Vulcazio Gallicano nella vita di Avidio Cassio[1192]. Voleva costui essere rigidissimo custode della disciplina militare, e si pregiava di essere chiamato un altro Marco. Di tal sua severità, che più convenevolmente si dovea chiamare crudeltà, molti esempli si raccontavano. Fra gli altri uno è il seguente. Comandava egli un corpo dell'armata cesarea alle rive del Danubio. Avendo un dì alcuni de' suoi capitani adocchiato di là dal fiume una brigata di tremila Sarmati, che non faceano buona guardia, senza che nè Cassio nè i tribuni lo sapessero, con poca gente passarono improvvisamente il fiume, diedero loro addosso e li disfecero, con far anche un riguardevol bottino. Ritornati al campo que' centurioni, tutti lieti andarono a presentarsi a Cassio, sperando un bel premio per l'impresa felicemente riuscita. Il premio fu, che egli fece immantinente giustiziar tutti, e col gastigo degli schiavi (rigore senza esempio), cioè colla croce, dicendo che si sarebbe potuto dare che i Barbari avessero finta quella negligenza per tirare alla trappola i Romani, e che non s'avea a mettere così a repentaglio la riputazion del romano imperio. E perciocchè a cagion di questa sì rigorosa giustizia l'esercito suo si mosse a sedizione, saltò Cassio fuor della tenda in soli calzoni, gridando: Ammazzate me, se avete tanto ardire, ed aggiugnete questo delitto all'altro della disciplina da voi trasgredita. Questo suo non temere fu cagione che i soldati temessero daddovero, e si quetassero. Ma divolgata una sì fatta azione, mise tal terrore ne' Barbari, che spedirono a Marco Aurelio, lontano allora da quelle contrade, supplicandolo di dar loro la pace per cento anni avvenire. Al rovescio di Cassio era esso imperadore tutto amorevolezza e bontà verso de' soldati, e ben li trattava; ma non volea già che dessero la legge a lui[1193]. Dopo una sanguinosa battaglia, riuscita felice all'armi romane, gli dimandarono i soldati paga doppia o altro donativo. Nulla volle dar loro con dire, che il di più del solito che avesse dato, bisognava cavarlo dal sangue de' loro parenti, e ch'egli ne avrebbe renduto conto a Dio. Nè cessava l'infaticabil Augusto, sbrigato ch'era dalle faccende militari, di ascoltare e decidere le cause e liti occorrenti. Si trovava egli nella città di Sirmio, sua ordinaria residenza durante questa guerra; benchè Paolo Orosio[1194] scriva ch'egli per tre anni si fermò a Carnunto, città vicina a Vienna d'oggidì, quando arrivò Erode Attico[1195] celebre oratore di questi tempi, e stato già console, per cagion di una lite assai calda ch'egli avea con la sua patria Atene. Vi giunse anche il deputato degli Ateniesi, per nome Demostrato, che fu ben accolto da Marco Aurelio, principe naturalmente inclinato a favorir le comunità più che i privati. Prese ancora la protezione della città Faustina Augusta, la quale, secondo l'uso di altre imperadrici, accompagnava il marito Augusto alla guerra; e fino una lor figliuola di tre soli anni, facendo carezze al padre Augusto, gittandosi a' suoi piedi, e balbettando gli raccomandava la causa degli Ateniesi. Di tutto informato Erode Attico, allorchè si dovette trattar la causa davanti all'imperadore, lasciatosi trasportar dall'ira fuori di strada, a visiera calata declamò contro al medesimo imperadore, con giungere fino a rimproverargli, che si lasciasse governar da una donna e da una fanciulla di tre anni. E perchè Ruffo Basseo capitan delle guardie gli disse, che questa maniera di parlare gli potrebbe costar la vita, Erode gli rispose, che un uomo della sua età (era assai vecchio) nulla avea da temere; e voltategli le spalle se ne andò via. Marco Aurelio senza mai scomporsi, senza fare un gesto indicante noia o sdegno, partito che fu Erode, tranquillamente disse all'avvocato degli Ateniesi, che dicesse le loro ragioni. Era Demostrato uomo eloquentissimo, seppe ben vivamente rappresentarle. Ascoltò Marco Aurelio, ed allorchè intese le maniere, colle quali Erode e i suoi liberti opprimevano il popolo di Atene, non potè trattener le lagrime, perchè grande stima professava ad Erode Attico, uomo insigne, e stato suo maestro, ma ben più amava i suoi popoli. Tuttavia non volle pronunziare sentenza alcuna contro di Erode. Solamente decretò alcuni leggeri gastighi contro ai di lui insolenti liberti, e provvide all'indennità degli Ateniesi. Erode da lì a qualche tempo, per tentare se Marco Aurelio, venuto in Asia, era in collera con lui, gli scrisse, come lagnandosi di non ricevere più sue lettere, quando di tante dianzi era favorito; e il buon imperadore gli diede un'ampia risposta, piena di amichevoli espressioni, con far anche scusa dell'essere stato obbligato a condannar persone appartenenti a lui. Certamente (dice qui il Tillemont[1196]) ci saran ben de' Cristiani, ai quali nel dì del giudizio farà vergogna questo dolce operare di un imperadore, ed imperadore pagano.

NOTE:

[1188] Noris, Epist. Consulari.

[1189] Thesaurus Novus Inscription., pag. 338.

[1190] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[1191] Dio, lib. 71.

[1192] Vulcat., in Avidio Cassio.

[1193] Dio, lib. 71.

[1194] Orosius, in Histor.

[1195] Philostr., in Herode Attico.

[1196] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

Anno di CRISTO CLXXIV. Indizione XII.

ELEUTERIO papa 4. MARCO AURELIO imperad. 14.

Consoli

GALLO e FLACCO.

Nulla di più sappiamo di questi consoli. Ho io prodotta una nobile iscrizione[1197] col C. CALPVRNIO FLACCO, L. TREBIO GERMANO COS., congetturando che questa si potesse riferire all'anno presente, e che quel Germanico forse sostituito a Gallo nelle calende di luglio, o pure ne' mesi seguenti. Se sia o non sia ragionevole tal conghiettura, ne giudicheranno i lettori. Al vedere nelle medaglie[1198] di quest'anno, che l'imperador Marco Aurelio prese per la settima volta il titolo d'Imperadore, senza timor di errare, veniamo a conoscere ch'egli riportò qualche vittoria contra de' Barbari. Secondo tutte le apparenze, questa fu la descritta da Dione[1199]. Erasi inoltrata l'armata romana nel paese de' Quadi, e vi era in persona lo stesso imperadore. In un sito svantaggioso fu essa ristretta da innumerabil copia di Barbari che presero tutti i passi, senza che i Romani potessero a lor talento dar la battaglia. Eccessivo era il caldo della stagione, nè acqua si trovava in quella parte. Andavano differendo i Barbari il combattimento sperando di cogliere i nemici snervati ed avviliti per la sete. In fatti, ad un estremo pericolo era ridotta l'armata romana, se un improvviso accidente non avesse provveduto al bisogno. Imperciocchè ecco in un subito annuvolarsi il cielo, e cadere una dirotta pioggia. Ogni soldato allora tutto lieto stese i suoi elmi e scudi per raccoglier l'acqua cadente, abbeverando sè stesso e i cavalli, e tutti si riconfortarono. All'incontro i Barbari, veggendo fallita la loro speranza di vincerli colla sete, e credendoli tuttavia indeboliti pel patimento preceduto, attaccarono la zuffa. Forse anche prima l'aveano attaccata, immaginando troppo spossati i Romani e i lor cavalli, onde non potessero resistere. Generosamente combatterono i Romani rinvigoriti dall'acqua cadente; ma quel che portò loro la vittoria, fu una scappata di fulmini addosso all'esercito barbarico, e un fuoco aereo che cadeva solamente addosso ai medesimi Barbari, confessato miracoloso dallo stesso Dione gentile. In somma rimasero interamente sconfitti i Barbari, liberati i Romani, ed ognuno confessò essere stata prodigiosa così gran vittoria. Era solito Marco Aurelio ad aspettare dal senato il decreto di moltiplicare il titolo d'imperadore, segnale di qualche nuova vittoria. A cagion della suddetta, che riuscì cotanto luminosa, fu egli proclamato Imperatore per la settima volta dal vincitore esercito. Ne scrisse poi egli al senato in occasione di notificargli il felicissimo e mirabil successo delle sue armi: e il senato non solamente approvò il fatto, ma dichiarò anche Faustina Augusta sua moglie madre degli eserciti.

Ora, conoscendo anche i Pagani per miracoloso il descritto avvenimento, chi fra essi ne attribuì la cagione a un incantesimo di Arnufi mago egiziano, chi ad un altro mago caldeo appellato Giuliano, chi alle preghiere del medesimo Marco Aurelio, come si può vedere presso Dione[1200], Capitolino[1201] ed altri antichi scrittori[1202]. E nella colonna Antonina effigiato tuttavia si scorge un Giove che manda pioggia e fulmini nello stesso tempo dal cielo: con che s'avvisarono i Pagani di attribuire tal grazia al loro Giove. Ma è ben più da credere agli antichissimi scrittori, i quali attestano che i Cristiani, militanti allora in gran numero nell'oste di Marco, Aurelio, veggendo il comune periglio, ritiratisi in disparte, colle ginocchia a terra implorarono l'aiuto del vero Dio, ed impetrarono quel miracolo. Che poi vi fosse una legione tutta di Cristiani, ch'essa fosse appellata di Melitene, e venisse poi soprannominata la Fulminatrice, questo è dubbioso, e l'ultimo, secondo le osservazioni degli eruditi, non sussiste punto. Un buon fondamento bensì abbiamo di credere ottenuta quella vittoria per intercession de' Cristiani, asserendolo, per testimonianza di Eusebio[1203], santo Apollinare vescovo di Jerapoli, vivente allora, e Tertulliano[1204] vicino a questi tempi, san Girolamo, san Gregorio di Nissa ed altri antichi. Anzi il suddetto Tertulliano scrive aver lo stesso Marco Aurelio in una lettera al senato romano attribuito questo prodigio alle preghiere de' Cristiani, quantunque ne parlasse con qualche dubbio, per non comparir troppo credulo ad una religione cotanto odiata dagl'idolatri Gentili. Parlasi poi nelle medaglie[1205] di qualche vittoria riportata da Marco Aurelio sopra i Sarmati. A quanto si è detto di sopra de' costumi di questo imperadore, si vuol ora aggiungere ch'egli ebbe in uso di tenere delle spie dappertutto, non già[1206] per far danno altrui, ma solamente per saper ciò che si dicea di lui. Niun caso poi facea delle sciocche o maligne dicerie e detrazioni che udiva della sua persona. Ma se trovava ben fondata la lor censura, serviva ciò a lui per emendarsi; chè questo era l'unica mira sua. Trovandosi egli appunto a questa guerra, fu informato dei lamenti che facea il popolo romano, per aver condotto via sì gran brigata di gladiatori, de' sanguinosi combattimenti de' quali viveano spasimati i Romani; e per avere ordinato che le commedie, o vogliam dire le buffonerie de' pantomimi, si facessero in ora più tarda, per non impedire i negozii de' mercatanti. Imperciocchè pareva ai Romani, che l'imperadore, con privarli de' consueti divertimenti e sollazzi, li volesse far tutti diventare filosofi. Ora egli mandò ordine, che si facessero gli usati spettacoli, deputando a ciò i nobili, che aveano miglior borsa, e più degli altri poteano rallegrare il popolazzo.

NOTE:

[1197] Thesaurus Novus Inscription., pag. 338.

[1198] Mediobarb., in Numism. Imperat.

[1199] Dio, lib. 71.

[1200] Dio, lib. 70.

[1201] Capitol., in Marco Aurelio.

[1202] Themistius, in Oration. ad Imp. Theodosium. Claudianus, in Sexto Consulatu Honorii.

[1203] Euseb., Histor. Ecclesiast., lib. 5, cap. 5.

[1204] Tertullianus, Apologet., c. 5.

[1205] Mediobarb., in Numism. Imp.

[1206] Capitol., in Marco Aurelio.

Anno di CRISTO CLXXV. Indizione XIII.

ELEUTERIO papa 5. MARCO AURELIO imperad. 15.

Consoli

CALPURNIO PISONE e MARCO SALVIO GIULIANO.

Siccome altrove[1207] ho io accennato, sarebbe da vedere, se questo Giuliano console potesse essere il medesimo che Marco Didio Giuliano Severo, il quale a suo tempo ci comparirà assunto al trono imperiale: giacchè Erodiano attesta ottenuto da lui il consolato prima dell'imperio, e si sa da Sparziano[1208] aver egli avuto per collega in questa dignità Pertinace, il quale divenne anch'egli imperadore, e forse potrebbe essere stato sostituito a Pisone nell'anno presente. Di Pertinace scrive Capitolino[1209], che egli liberò la Retia e il Norico dai nemici, ed in ricompensa fu disegnato console da Marco Aurelio, senza che se ne sappia l'anno preciso. Ma, per attestato di Dione[1210], molti ne mormorarono, perchè egli era bassamente nato. Nulla più resisteva alle armi vittoriose di Marco Aurelio, a cui era riuscito di ridurre in somme angustie i Marcomanni e i Quadi. Avea egli anche messi di presidio ne' lor paesi ventimila armati in siti ben fortificati; e tuttochè quei popoli ricalcitrassero per qualche tempo ancora, pure forzati furono a sottomettersi, coll'impetrare un accordo, in cui si obbligarono di non abitare per certo tratto in vicinanza del Danubio. I Jazigi, già sconfitti dai Romani, finchè poterono, tennero forte, ed imprigionarono Bonadaspe re loro, perchè avea inviato dei deputati a Marco Aurelio per trattare di pace. Ma, incalzati sempre più dalla armata de' Romani, si ridussero anche essi ad umiliarsi. Nulla poterono impetrare la prima volta, perchè di loro non si fidava l'imperadore; ma in fine venuto Zantico lor nuovo re coi principali della nazione a' piedi di Marco Aurelio, ottenne con alcune condizioni la pace. Una d'esse condizioni era la restituzion de' prigionieri, che ascese a centomila persone, oltre ai fuggiti, morti o venduti. Diedero in oltre a Marco Aurelio ottomila uomini a cavallo di lor nazione, cinquemila de' quali furono spediti nella Bretagna: segni tutti di una gran possanza di que' popoli. Anch'essi furono obbligati ad abitar lungi dal Danubio più ancora de' Marcomanni. Non fecero di meno i Narisci, i Buri, ed altre di quelle barbare nazioni. Tutte implorarono la pace dal temuto Augusto[1211]: e chi si sottomise, chi entrò in lega, chi provvide di soldatesche. A molti di costoro diede egli delle terre nella Dacia, e nella Pannonia, nella Mesia, nella Germania, e gran quantità di Marcomanni rimandò ad abitare in Italia. Ma perchè alcuni di costoro posti a Ravenna[1212] tentarono d'impadronirsi di quella città, a tutti costoro diede poi sussistenza di là dall'Alpi. Tale per certo era la bontà e la equità di questo imperadore, che trattava i nemici stessi, prigioni o sottomessi, come amici. Merita anche d'essere osservato nelle iscrizioni raccolte dal Grutero e da me, che molti soldati portavano il nome di Marco Aurelio. Potrebbe credersi che fossero liberti suoi; ma più probabilmente furono persone di nazioni straniere, che venute al suo soldo meritarono in premio il nome dello stesso imperadore.

Con questa felicità avea l'Augusto Marco Aurelio domate quelle barbare genti, e conseguito per questo il titolo di Germanico e Sarmatico[1213]. Era anche dietro a dare un nuovo sistema ai conquistati paesi, meditando di far della Marcomannia e della Sarmazia due provincie romane, governate da pretori o proconsoli romani, quando gli convenne interrompere questi disegni per una noiosa novità occorsa nell'anno presente. Avidio Cassio, di cui s'è parlato di sopra, dopo essere intervenuto alla guerra marcomannica[1214], d'ordine di Marco Aurelio se ne tornò al governo della Siria o sia della Soria, e quivi formò una fiera ribellione. Era egli originario di quel paese: il che diede poi motivo allo stesso Augusto di ordinare che da lì innanzi niuno potesse avere il governo di quelle provincie, ove fosse nato, o dalle quali traessero origine i suoi maggiori. Vulcazio Gallicano, che ne scrisse la vita (se pure autor di essa non fu Sparziano), il vuole far credere discendente da Cassio, uno degli uccisori di Giulio Cesare. Ma non è sì facilmente da prestargli fede, nè lo stesso Cassio in una sua lettera riconosce tale la sua nobiltà. Il medesimo scrittore cel rappresenta per rigoroso esattor della disciplina militare, anzi portato alla crudeltà: del che di sopra addussi un esempio. Egli, per ogni menomo trascorso de' suoi soldati, li facea crocifiggere, bruciar vivi, affogare, e a molti de' disertori fece tagliar le mani e le gambe: il che non s'accorda coll'aver Lucio Vero scritto che Cassio era amato assai dai soldati. Certo è bensì, che egli sempre un dì della settimana facea far loro l'esercizio, e che ogni delizia nel mangiare e nel vestire bandì dai loro quartieri. Gran tempo era, che costui dava a conoscere il suo genio di signoreggiare; altro non facendo che dir male di Marco Aurelio, chiamandolo una vecchierella filosofessa, e di Lucio Vero, appellandolo sciocco lussurioso. Derideva le loro azioni, non istimava le loro lettere. Udivasi in ogni occasione compiangere lo stato presente della romana repubblica, dove più non si mirava l'antica disciplina, dove il principe lasciava andar tutto alla peggio, non gastigava i cattivi, e permetteva che si ingrassassero a dismisura i capitani delle guardie e tutti i governatori delle provincie. Aggiugneva, che se toccasse a lui, saprebbe ben tagliar teste e premiare i buoni, con altre simili bravate: dalle quali fu mosso Lucio Vero Augusto, fin quando andò in Soria ad avvisarne Marco Aurelio, acciocchè si guardasse da uomo sì pericoloso, e provvedesse alla sicurezza propria e de' suoi figliuoli. Marco Aurelio gli rispose, che non trovava nella di lui lettera la grandezza d'animo conveniente ad un imperadore; essere tale il governo suo, che non avea da paventar rivoluzioni; e che quando altramente dovesse essere, il destino non si potea schivare; nè potersi condannare un uomo che non era accusato da alcuno; e però che Cassio dicesse quel che volesse, perchè essendo uomo di gran valore, buon capitano e severo, egli era utile alla repubblica, nè gli si dovea recar nocumento. Terminava poi la sua risposta con queste belle parole: Quanto al procurare la salvezza de' miei figliuoli, avrò più caro di vederli perir tutti, quando Cassio meriti d'esser amato più che essi, e quando importi più alla repubblica la vita di Cassio che la loro.

Ma eccoti che nell'aprile di questo anno il medesimo Cassio si ribellò, assunse il titolo d'Imperadore, e creò prefetto del pretorio colui che gli mise addosso il manto imperiale. Dicono ch'egli con lettere finte facesse credere morto Marco Aurelio, e per consolare i soldati, gli desse nome di Divo. Altri giunsero a scrivere, che Faustina Augusta[1215] era d'accordo con lui, perchè, vedendo il marito malsano, avrebbe poi sposato esso Cassio: frottola, a mio credere, inventata dagli oziosi, e smentita dalle lettere della medesima Faustina: che son riferite dallo storico Vulcazio Gallicano[1216]. Imperocchè essa, udita la ribellion di Cassio, secondo l'esempio di Faustina seniore sua madre riferito di sopra, accese il marito a punir costui e i complici, rappresentandogli che se in tal caso non lasciava in disparte la sua troppa clemenza, e non dava un esempio di giustizia, altri si sarebbono animati a tentar lo stesso, e che non era in sicuro la vita de' lor figliuoli. Intanto Cassio, seguitato dalle sue legioni, ebbe tutta la Soria alla sua ubbidienza. Specialmente gli Antiocheni, che assai l'amavano, si dichiararono per lui. Altrettanto fece la Cilicia; e per tradimento di Flavio Calvisio governatore, anche l'Egitto. Tertulliano[1217] osservò, che niuno de' Cristiani si mischiò in questa ribellione, perchè la legge di Cristo vuol che si onorino anche i principi cattivi, non che i buoni. Avvisato di questa inaspettata turbolenza in Germania l'Augusto Marco Aurelio da Publio Marzio governatore della Cappadocia, ne dissimulò, per qualche tempo, il suo affanno. Quel che più gli dispiaceva, era di dover venire ad una guerra civile. Divolgatosi poi l'affare, fece una savia aringa alle legioni che l'aveano sì ben servito nella guerra de' Marcomanni; e ne scrisse ancora al senato, parlando sempre non di vendetta, ma di clemenza. Ordinò a Commodo suo figliuolo[1218] di venirlo a trovare ai confini della Germania, per dargli la toga virile, essendo in uso di darla ai figliuoli degli Augusti da che erano entrati nell'anno quindicesimo della loro età[1219]. Ciò fu fatto, e per tal festa diede un congiario al popolo romano, se pur non falla Capitolino. Trovandosi in una medaglia menzionata la settima liberalità di Marco Aurelio, crede il Mezzabarba[1220], essere ciò un donativo da lui fatto all'esercito germanico nell'occasione suddetta. Ma forse più tardi succedette quel dono. Dichiarato fu ancora Commodo principe della gioventù. Intanto Marco Aurelio, lasciate ben guernite le frontiere della Germania, diede la marcia alle sue milizie verso la Soria, e tenne poi loro dietro da lì a qualche tempo: sicchè si preparava oramai un'aspra guerra fra lui e il ribellato Cassio. In Roma stessa abbondava lo spavento per timore che Cassio meditasse di venire in Italia, mentre n'era lontano l'imperadore; benchè per questo non si ritenesse il senato dal dichiarar Cassio pubblico nemico, e di confiscare i di lui beni all'erario della repubblica, giacchè Marco Aurelio nulla volle per sè dei beni di costui.

Ma di corta durata fu questo incendio. Erano appena passati tre mesi e sei giorni da che Cassio avea assunto l'imperio[1221], quando essendo egli in viaggio, un centurione per nome Antonio, fedele a Marco Aurelio, incontratolo per istrada, gli diede di un fendente al collo. Non fu mortale la ferita, e si sarebbe salvato Cassio colla fuga presa dal cavallo, se sopraggiunto un decurione non l'avesse finito. Spiccatagli la testa dal busto, questi due uffiziali presero le poste per potarla all'imperadore. Altra particolarità più precisa di questo fatto noi non abbiamo dagli storici, se non che pare seguito qualche combattimento fra i soldati di Cassio e quei di Marzio Vero, governatore della Cappadocia, inviato da Cesare nella Soria[1222]. Fu anche ucciso il prefetto del pretorio, creato da lui, siccome ancora Metiano governatore di Alessandria, che avea abbracciato il di lui partito. Capitolino[1223] il chiama figliuolo di Cassio. Succederono cotali uccisioni senza alcun ordine o saputa di Marco Aurelio, il quale troppa premura avea che non si spandesse il sangue di verun senatore, desiderando di salvar la vita a Cassio stesso, e solamente di potere rinfacciargli la sua infedeltà e ingratitudine. In fatti s'afflisse all'udirlo ucciso per aver perduta l'occasione di esercitar la misericordia. Furono trovate nello scrigno di Pudente molte lettere scritte a Cassio da' suoi parziali. Marzio Vero, dichiarato poi governatore della Soria, tutte le bruciò, con dire che credeva d'incontrar così il genio di Marco Aurelio; e quando pur fosse succeduto il contrario, amava piuttosto di perir solo che di lasciar perir tanti altri[1224]. Ma più costante fama fu, che portate quelle lettere a Marco Aurelio, senza volerle dissuggellare, le gettò nel fuoco per non conoscere alcuno de' suoi insidiatori, o per non essere, suo malgrado, forzato ad odiarli. Lo stesso fece allorchè gli fu portato il processo formato contra di Cassio, nè volle vedere la di lui testa, avendo comandato di seppellirla, prima che arrivasse chi gliela portava. Nè qui si fermò la di lui clemenza. Si guardò egli dall'imprigionare, o far morire alcuno de' senatori denunziati di aver tenuta mano a cotesta ribellione[1225]. E perciocchè il senato seguitò dipoi le ricerche e i processi contra di tutti i complici, e molti ne condannò, Marco Aurelio, non coll'ipocrisia di Tiberio, ma colla sua sincera umanità, scrisse dalla Asia, dove il vedremo andare, ad esso senato, pregandolo e scongiurandolo di usar piuttosto l'indulgenza che il rigor contra de' delinquenti, e di non condannar a morte chicchessia, e massimamente chi fosse dell'ordine senatorio o equestre: perchè egli desiderava questa gloria al suo regno, che in occasion di ribellione niuno, fuori del calore del tumulto perdesse la vita. Aggiungeva, che avrebbe anzi voluto, se fosse stato possibile, richiamar dal sepolcro gli estinti[1226]; e chiudeva in fine tal preghiera con dire, che se altrimenti avessero fatto per conto di alcun senatore o cavaliere, si aspettassero di vedere ancor lui in breve morire. In effetto, a riserva di pochissimi centurioni decapitati, gli altri colpevoli furono solamente gastigati coll'esilio. Flavio Calvisio governator dell'Egitto, benchè partigiano dichiarato della ribellione, fu relegato in un'isola, nè solo ebbe salva la vita, ma anche i beni.

Perdonò Marco Aurelio alla moglie, ai figliuoli, al genero di Cassio, ancorchè sapesse che aveano sparlato di lui. Il solo Eliodoro fu relegato in un'isola. Agli altri figliuoli di Cassio volle che fosse conservata la metà de' beni paterni e materni, con facoltà di andare dovunque loro piacesse (probabilmente lungi da Roma e fuori d'Italia), colla giunta ancora di molti regali, e con divieto di ingiuriarli o rimproverarli per cagion della loro disgrazia. Così poterono essi con sicurezza e comodo vivere da lì innanzi non come figliuoli d'un tiranno, ma come senatori romani, finchè il bestial Commodo, figlio di Marco Aurelio, sotto pretesto d'una congiura, li condannò col tempo ad esser bruciati vivi. Nè andò molto, che Marco Aurelio fece anche richiamar dall'esilio parecchi banditi per questa turbolenza. In somma, ad altro non servì la ribellione di Cassio, che a far maggiormente risaltare la grandezza d'animo e l'incomparabile bontà di Marco Aurelio. Molti nulladimeno vi furono che disapprovarono cotanta indulgenza, perchè era un dar ansa di far del male ad altri, nè era sicura la vita di lui nè di suo figliuolo. Ed uno fra gli altri vi fu che disse allo stesso Augusto: Ma come sarebbe andata, se Cassio avesse vinto? Al che egli rispose: Io non ho sì poco timor degl'iddii, nè vivo in maniera che Cassio avesse da vincere[1227]. Meritava bene un principe tale di conoscere il vero Dio, giacchè egli avea tanta fiducia nei falsi. E qui si metteva egli a dire, che niun de' principi precedente uccisi v'era, che non sel fosse meritato. Così Caligola, Nerone, Ottone e Vitellio. Galba anch'esso era perito per la sua avarizia. Nel testo di Vulcazio Gallicano v'ha, che egli disse lo stesso di Pertinace: errore massiccio che non può venir dallo storico, ma da qualche saputello, che vi fece quella giunta, perchè Pertinace venne dipoi. Aggiugneva, che non Augusto, non Trajano, Adriano ed Antonio Pio suo padre erano stati sopraffatti dai ribelli o dai congiurati, perchè non si lasciarono mai sopraffare dai vizii. A picciole giornate finalmente marciò l'Augusto Marco Aurelio, con pensiero d'andar in Soria. Per viaggio intese la morte di Cassio, e per viaggio scrisse al senato quanto s'è detto di sopra[1228]. Da una lettera ch'egli inviò a Faustina, sua moglie, e dalla risposta di lei, si può raccogliere ch'egli fece la via d'Italia, e venne ad Albano e a Capoa, senza apparire che entrasse in Roma. Gli stava probabilmente a cuore di non interrompere l'incominciato cammino; e in fatti con essa sua moglie e col figliuolo Commodo Cesare lo continuò, imbarcatosi, come credono alcuni, nella flotta del Miseno. Vogliono il cardinal Noris e il padre Pagi[1229], che nell'agosto di quest'anno, mentre Marco Aurelio tuttavia era in Campania, per le istanze del senato conferisse ad esso suo figlio la potestà tribunizia. Scrittori di tanta autorità si possono seguitare a chiusi occhi. Nulladimeno potrebbe restar qualche sospetto, che più tardi succedesse questo fatto. Certo è che dopo avere il senato ricevuta la lettera d'esso Augusto, sì piena di clemenza verso i partigiani della ribellione cassiana[1230], proruppe in allegre acclamazioni verso di lui, chiedendo, fra l'altre cose, che assicurasse l'imperio al figliuolo, e che gli concedesse la tribunizia podestà. Quando e dove fosse scritta quella lettera, non si sa. Da essa impariamo che già alcuni erano stati relegati nell'isole, altri banditi, e seguite altre condanne; e i processi esigevano del tempo e notizie ed esami dalla Soria. Però sembra scritta la lettera, dappoichè l'imperadore era giunto in Levante. E tanto più, perchè Dione[1231] assai chiaramente mostra averla egli scritta, dappoichè l'Augusta Faustina era morta; e questa senza fallo, siccome dirò, mancò di vita mentr'egli era in Asia. Ecco dunque sufficiente motivo di sospettare che non sia tanto sicura l'opinion de' suddetti critici, e potersi dubitare che Commodo ottenesse quella insigne prerogativa alquanto più tardi.

NOTE:

[1207] Thesaurus Novus Inscript., pag. 338.

[1208] Spartianus, in Juliano.

[1209] Capitol., in Pertinace.

[1210] Dio, lib. 71.

[1211] Capitolinus, in Marco Aurelio.

[1212] Dio, lib. 71.

[1213] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.

[1214] Vulcat., in Avidio Cassio. Dio, lib. 71.

[1215] Dio, lib. 71.

[1216] Vulcat., in Avidio Cassio.

[1217] Tertullianus, ad Scap., cap. 2; et Apologet., cap. 35.

[1218] Lampridius, in Commodo.

[1219] Capitolinus, in Marco Aurelio.

[1220] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[1221] Dio, lib. 71.

[1222] Vulcatius, in Avidio Cassio.

[1223] Capitol., in Marco Aurelio.

[1224] Dio, in Excerptis Valer. Ammianus, Histor., lib. 21.

[1225] Vulcatius, in Avidio Cassio.

[1226] Dio, lib. 71.

[1227] Vulcat., in Avidio Cass.

[1228] Vulcat., in Avidio Cassio.

[1229] Pagius, in Crit. Baron.

[1230] Vulcat., in Avidio Cassio.

[1231] Dio, lib. 71.

Anno di CRISTO CLXXVI. Indizione XIV.

ELEUTERIO papa 6. MARCO AURELIO imperadore 16.

Consoli

TITO VITRASIO POLLIONE per la seconda volta e MARCO FLAVIO APRO per la seconda.

Già dissi passato in Oriente l'Augusto Marco Aurelio nell'anno precedente per dar sesto agli affari sconvolti della Soria e dell'Egitto a cagion della ribellione di Cassio. Era egli giunto ad un borgo chiamato Halala nella Cappadocia, a piè del monte Tauro[1232], borgo poscia da lui popolato con una colonia, e fatto divenire una città, cui diede il nome di Faustinopoli. Quivi presa da mortal malattia sua moglie Annia Faustina Augusta minore, finì i suoi giorni, e fu attribuita la sua morte alla gotta, male, a cui era soggetta. Dione[1233], intestato ch'essa avesse parte nella sollevazion di Cassio, dubitò ch'ella medesima si lasciasse morire per paura d'essere scoperta complice di quella ribellione: sospetto, come già vedemmo, insussistente e privo affatto di verisimiglianza. Il Tillemont[1234] la fa defunta nell'anno precedente. Il Petavio[1235], il Mezzabarba[1236] ed altri nell'anno presente. Non è facile il decidere tal quistione. Solamente abbiamo da Filostrato[1237] nella vita di Erode Attico, che Marco Aurelio rispondendo benignamente alla lettera scrittagli da esso Erode, di cui parlammo all'anno 173, esprimeva il suo dolore per la recente morte di Faustina Augusta, dicendo ch'egli si trovava a quartier d'inverno colle soldatesche che l'accompagnavano: il che può convenire al precedente dicembre, e molto più ai primi mesi dell'anno corrente. Si vuol ora avvertire, che questa imperadrice lasciò di sè un nome obbrobrioso per la sua lascivia: vizio troppo usuale in chi adorava delle deità infami pel medesimo eccesso. Per attestato di Capitolino[1238], fama era che Commodo suo figliuolo fosse nato di adulterio, perchè trovandosi ella a Gaeta, scialacquò la sua pudicizia colla feccia dei barcaiuoli e gladiatori. Sapevasi ancora essere stati de' suoi drudi Tertullo, Utilio, Orfito e Moderato; e perchè Marco Aurelio promosse costoro alle cariche, ed alcuni fino al consolato, ne fu anche proverbiato dalla gente e messo in canzone ne' teatri. Corse inoltre voce, ch'essa perdutamente si innamorasse d'un gladiatore; essendo per questo folle amore lungamente inferma, confessò il suo fallo all'Augusto consorte. Consigliatosi egli coi Caldei, ebbe per risposta, che ucciso quel gladiatore, facesse lavar la moglie nel di lui sangue. Il che fatto, essa guarì e concepì poco dappoi Commodo, principe che vedremo impastato di tutti i vizii della canaglia, e abbandonato all'infamia degli spettacoli gladiatorii. Non ignorava già Marco Aurelio, se non tutti, almeno gran parte dei trascorsi della moglie impudica: pure non seppe mai indursi a prendere alcuna risoluzione gagliarda su questo. E a chi gli disse un dì, che se non volea ucciderla, almeno la ripudiasse, rispose: Ma così facendo, converrà anche renderle la dote; e volea dir l'imperio da lui conseguito per cagion d'essa. Nè egli lasciò mai per le sue follie d'amarla e di andar d'accordo con lei. Morta che fu questa donna, certo indegna d'aver avuto per padre un Antonino Pio, per marito un Marco Aurelio, ne fece il senato una ridicola deità per le istanze del marito Augusto, il quale la pianse, e le alzò un tempio, al cui servigio pose anche delle fanciulle appellate Faustiniane. Giuliano Apostata[1239] gli diede la burla per questo. Fabia, sorella di Lucio Vero, a lui giovine destinata in moglie, si studiò allora per giugnere al di lui talamo. Ma Marco Aurelio, per non dare una matrigna ai figliuoli, se la passò da lì innanzi con una concubina, giacchè ciò s'accordava colle leggi romane.

Abbiamo dalle medaglie[1240], che in quest'anno esso imperadore prese per la ottava volta il titolo d'Imperadore: il che ci fa intendere riportata dai Romani qualche nuova vittoria, e questa in Germania, come traluce dalle stesse monete. Nella lettera, o pure nell'orazione mandata da esso imperadore al senato, e riferita da Vulcazio Gallicano[1241], dove tanto raccomanda la piacevolezza verso i congiurati con Cassio, credo io che si parli di questa vittoria, per cui s'era rallegrato il senato con lui. Il che è da osservare, perchè prima di quella lettera Commodo Cesare non era per anche giunto ad ottenere la podestà tribunizia. In essa lettera ancora si parla del consolato dato a Claudio Pompejano suo genero, il cui nome non comparendo ne' fasti, ci fa conoscere non esser egli stato console ordinario. Ora Marco Aurelio in quest'anno visitò la Soria, la Palestina e l'Egitto, lasciando dappertutto segni luminosi della sua clemenza coll'aver perdonato a tutte le città che aveano aderito a Cassio, e prese l'armi in favore di lui. Ma non volle veder quella di Cirro, perchè patria di Cassio, essendo ben più probabile che Capitolino[1242] scrivesse Cirro, città della Soria, che Cipri. Molto men volle passare in Antiochia, città che con isfacciata alterigia avea sostenuto la ribellion cassiana. Anzi verso questa sola diede a divedere il suo sdegno con privar que' cittadini del diritto di adunarsi, di ascoltar pubbliche orazioni, di fare spettacoli (cosa lor tanto cara), e con levar loro simili altri privilegii, spettanti alle città che si governavano colle proprie leggi. Ma non durò molto la collera del buon imperadore. Fra pochi mesi restituì loro tutto, e, nel tornar dall'Egitto consolò quel popolo con visitare la loro città. Mentre andava in Egitto, abbiamo da Ammiano Marcellino[1243], che fu sì attediato in passando per la Palestina dai ricorsi e dai rissosi cicalecci dei fetenti Giudei, che in fine esclamò: O Marcomanni, o Quadi, o Sarmati, ho pur una volta trovata gente più inquieta e noiosa di voi! Ancorchè gli abitanti di Alessandria avessero incensato Cassio con grandi elogi[1244], pure non si fece pregare per dar loro il perdono. Quivi anche lasciò una sua figliuola, mentre andò alla visita d'altre città dell'Egitto, per le quali tutte comparve sempre vestito alla moda di quel paese, o pur con abito da filosofo. Durante questo suo pellegrinaggio vennero i re dell'Oriente e gli ambasciatori del re dei Parti ad inchinarlo, e a rinnovare i trattati di pace. In somma lasciò questo Augusto per tutta l'Asia e per l'Egitto un gran nome della sua saviezza e moderazione; nè persona vi fu che non concepisse un grande amore e stima per lui. Venuto alle Smirne, imparò ivi a conoscere il sofista[1245] Aristide, di cui restano le orazioni. Arrivò ad Atene, e quivi, per provare la sua innocenza, volle essere ammesso ai misteri di Cerere, e solo entrò in quel sacrario. Accrebbe i privilegii a così illustre città, e specialmente beneficò quelle scuole con assegnar buone pensioni a tutti i maestri delle sette filosofiche, cioè Stoici, Platonici, Peripatetici ed Epicurei. Poscia imbarcatosi, spiegò le vele alla volta di Italia, e soffrì nel viaggio una gravissima tempesta di mare. Sbarcato che fu a Brindisi, prese tosto la toga, cioè l'abito di pace, e con questa ancora volle che marciassero tutte le milizie che lo scortavano. Entrò dipoi in Roma colla solennità del trionfo a lui decretato per le vittorie riportate in Germania[1246]. Nel dì 27 di novembre, impetrata dal senato la dispensa dell'età per Commodo suo figliuolo, il disegnò console per l'anno prossimo venturo. Ad amendue ancora nel dì 28 di ottobre era stato conferito il titolo d'Imperadori per la vittoria, di cui parlammo di sopra; e se si ha da credere a Capitolino[1247], in questa occasione fu che Marco Aurelio conferì al figliuolo la podestà tribunizia. Ma siccome già accennai, in vigore delle medaglie che abbiamo, il Noris e il Pagi pretendono conceduta a Commodo questa podestà nell'anno precedente. Lascerò io qui combattere gli eruditi, con dir solamente che non intendo io qui una regola del padre Pagi[1248]. Egli vuole che gl'imperadori disegnassero prima consoli poi Cesari ed Augusti i lor figliuoli; e pure certo è, che Commodo prima del consolato portò il titolo di Cesare. Lampridio[1249] scrive, che Commodo trionfò col padre X Kalendas Amazionias nell'anno corrente; e il padre Pagi spiega celebrato questo trionfo X Kalendas januarias, seguendo l'opinion del Salmasio, che credette appellato Amazonio il gennaio; opinione non certa, scrivendo chiaramente Capitolino, che il mese di dicembre fu dal capriccioso Commodo appellato Amazonio; e però quel trionfo, secondo lui, cadde nel dì 23 novembre dell'anno presente. Pretende esso padre Pagi dato in quest'anno il titolo d'Augusto al medesimo Commodo: punto anch'esso imbrogliato dalle medaglie. Non me ne prenderò io altro pensiero; e solamente dirò, che sarebbe da desiderare che tutte le medaglie fossero legittime, e tutte ben attentamente lette ed accuratamente copiate. Perchè appunto son qui imbrogliati i conti, non oserò io di dar principio all'epoca dell'imperio del sopraddetto Commodo. Diede Marco Aurelio in occasion di tali feste un congiario al popolo. In che consistesse questo donativo si ha da Dione[1250]. Nella pubblica concione avendo egli detto, che era stato in pellegrinaggio otto anni, il popolo gridò colle mani alzate otto, volendo dire, che aspettava da lui il regalo di otto monete d'oro per persona. Sorrise l'imperadore; e contuttochè non fosse mai giunto alcuno dei suoi predecessori a donar tanto, pure tutta quella somma fece sborsare al popolo. Per attestato di Capitolino[1251], diede anche degli spettacoli maravigliosi: cosa dopo il danaro la maggiormente grata ai Romani.

NOTE:

[1232] Antoninus, in Itinerario. Cellarius, in Geograph.

[1233] Dio, lib. 71.

[1234] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[1235] Petavius, de Doctrin. Temp.

[1236] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[1237] Philostr., in Sophist., lib. 27.

[1238] Capitolinus, in Marco Aurelio.

[1239] Julianus, de Caesarib.

[1240] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[1241] Vulcat., in Avidio Cassio.

[1242] Capitol., in Marco Aurelio.

[1243] Ammianus, lib. 23, cap. 5.

[1244] Capitol., in Marco Aurel.

[1245] Philost., in Sophistis., c. 34.

[1246] Lampridius, in Commodo.

[1247] Capitolin., in Marco Aurelio.

[1248] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.

[1249] Lampridius, in Commodo.

[1250] Dio, lib. 71.

[1251] Capitolinus, in Marco Aurelio.

Anno di CRISTO CLXXVII. Indizione XV.

ELEUTERIO papa 7. MARCO AURELIO imperad. 17.

Consoli

LUCIO AURELIO COMMODO CESARE o pure AUGUSTO e QUINTILIO.

In una iscrizione del Gudio s'incontrano questi consoli disegnati: M. AVRELIO ANTONINO COMMODO AVGVSTO ET QVINTILIO COS. Ma mi sia lecito il ripetere, che l'appoggiarsi ai marmi gudiani, non è cosa sicura nei punti controversi. Non v'ha dubbio, Commodo portò il prenome di Lucio, e in onore del padre assunse quello di Marco. Vivente il padre, il troviam quasi sempre nominato Lucio; anzi credono uomini[1252] dottissimi, ch'egli solamente dopo la morte di esso suo padre prendesse l'altro: laddove nel marmo del Gudio comparisce Marco in quest'anno. Quivi parimente vien chiamato Quintilio il secondo console, il cui cognome in tutti i fasti è Quintillo. Vedemmo di sopra all'anno 159 console Marco Plautio Quintillo. Questi forse fu suo figliuolo, e portò i medesimi nomi. S'aggiunge l'aver alquanto del pellegrino nell'iscrizione gudiana quel GENIS DEF. ET HERCVLI CVSTODI DELVBR. CAPIT. Abbiamo dunque il primo consolato di Commodo figliuolo di Marco Aurelio, al quale nell'anno presente (altri credono nel seguente) il padre diede[1253] per moglie Crispina figliuola di Bruttio Presente, personaggio stato già console. Le nozze furono celebrate alla maniera de' privati: e, ciò non ostante, egli volle rallegrare il popolo con un nuovo congiario. Di ciò v'ha qualche vestigio in una medaglia[1254], dove è segnata la Liberalità VIII d'esso Augusto, ma può dubitarsi se sia ben copiata. Nel tempo ch'esso imperadore si fermò in Roma, levò via vari abusi civili. Moderò le spese che si faceano nei giuochi dei gladiatori. Osserva Dione[1255] una particolarità, sempre più comprovante quanto egli fosse alieno dallo spargimento del sangue. Era impazzito il popolo romano dietro ai gladiatori; quanto più sanguinosi erano i lor combattimenti, tanto maggior piacere ne provavano i Romani. Marco Aurelio ordinò che adoperassero nelle lor battaglie spade senza punta e senza taglio, acciocchè si facessero onore colla destrezza, ma non già coll'ammazzarsi. Fece ancora dei regolamenti per correggere il soverchio lusso e la troppa libertà delle matrone e dei giovani nobili. Stese[1256] eziandio la sua liberalità a tutte le provincie, con rimettere ad ognuno i debiti che avevano coll'erario, non men suo che della repubblica, e in mezzo alla piazza maggiore di Roma bruciò le carte delle loro obbligazioni.

Pareva intanto, che per la pace riportata a Roma da Marco Aurelio, tutti si promettessero una durevol serenità, quando si scompigliarono di nuovo gli affari della Germania, se pur questi si erano mai acconciati daddovero. Sappiamo da Dione[1257], che i Quadi, dappoichè l'imperadore fu passato in Oriente, si burlarono degli accordi fatti con lui. Deposero essi il re, verisimilmente dato loro dal medesimo Augusto, ed alzarono al trono Ariogeso. Al vedere Marco Aurelio sprezzata così l'imperiale autorità, e violati i patti, contra il suo solito andò sì fattamente in collera che mise fuori una taglia, promettendo mille scudi d'oro a chi gli desse vivo in mano Ariogeso, e cinquecento a chi gliene portasse la testa. Vero è nondimeno che essendogli poi riuscito di averlo prigione, altro male non gli fece, che di mandarlo in esilio ad Alessandria. Qualche altra turbolenza maggiore dovette accadere al Danubio, e tale ch'egli spedì (a mio credere nell'anno presente) a que' romori i due Quintilii, uomini amendue di molto volere e di non minore sperienza nella guerra. Ma perchè nulla profittavano essi, anzi doveano camminar poco bene gli affari di essa guerra, nell'anno seguente credette l'infaticabile Augusto necessaria la sua persona a quell'impresa, ed egli stesso vi andò, siccome vedremo. Crede il padre Pagi[1258] rotta solamente nel seguente anno la pace e ricominciata la guerra; ma ben più verisimile è che ciò avvenisse nell'anno presente, perchè Dione riconosce che i due Quintilii aveano prima comandata in quelle parti l'armata, nè riusciva loro di mettere al dovere que' Barbari: il che non si potè fare in poco tempo. Secondo Dione, questa seconda guerra non fu contro i Germani, ma bensì contro gli Sciti. Capitolino all'incontro asserisce[1259], che Marco Aurelio di nuovo guerreggiò coi Marcomanni, Hermunduri, Sarmati e Quadi.

NOTE:

[1252] Noris, Epistol. Consular. Pagius, in Critic. Baron. Bimard., Epistol., pag. 122. Tom. 1. Thesaur. Novus. Inscript. Mur.

[1253] Capitolinus, in Marco Aurel.

[1254] Mediobarb., in Numism. Imperat.

[1255] Dio, lib. 71.

[1256] Euseb., in Chron.

[1257] Dio, in Excerpt. Vales.

[1258] Pagius, in Crit. Baron.

[1259] Capitol., in Marco Aurel.

Anno di CRISTO CLXXVIII. Indizione I.

ELEUTERIO papa 8. MARCO AURELIO imperad. 18.

Consoli

ORFITO e RUFO.

Il Panvinio[1260] per conghiettura diede i nomi a questi due consoli, de' quali ho io posto il solo cognome, ch'è assicurato dal consenso de' fasti e da Lampridio. Il cardinal Noris[1261] li rifiutò, e con ragione. Credette egli poi, conghietturando, che il secondo fosse Gavio Orfito, e il primo Giuliano Rufo, a cagion di una iscrizione in cui i consoli di quest'anno sono Orfito e Giuliano. Ma chi ci assicura che Giuliano non sia stato console sostituito a Rufo? Perciò non ho io osato di scrivere di più. Lampridio[1262], citando gli atti pubblici, attesta che Commodo imperadore nel dì 3 del mese Commodio, essendo consoli Orfito e Rufo, cioè nell'anno presente, andò di nuovo alla guerra. Pretende il Salmasio che questo fosse il mese di agosto, ma non è ben certo. Potè anche essere luglio. Abbiamo poi da Dione[1263] che gl'imperadori per necessità marciarono in Germania. Sicchè a quest'anno si dee riferir l'andata dell'Augusto Marco Aurelio col figliuolo, tuttochè Capitolino[1264] scriva ch'egli per tre anni guerreggiò di nuovo in quelle parti. Era ben poca la sanità, meschina di molto la complessione di questo principe: tuttavia sì gli stava a cuore il pubblico bene e il dovere dell'uffizio suo, che niun privato riguardo il potè ritenere. Ito egli in senato, propose l'andata sua, e dimandò ai padri aiuto dall'erario pubblico, senza volerlo prendere di sua autorità, come usarono altri imperadori; perchè (siccome egli disse in parlando ai medesimi) quel danaro e tutti gli altri beni sono del senato e popolo romano, in maniera tale, che nulla noi possediamo del proprio, ed è vostra fin quella casa dove abitiamo. Ciò detto, presa l'asta insanguinata, a lui recata dal tempio di Marte, in segno di dichiarar la guerra, la scagliò verso il settentrione. Portossi ancora al Campidoglio, dove protestò con giuramento che da che egli regnava, niun senatore era stato ucciso d'ordine suo, o con sua contezza, e ch'egli avrebbe anche perdonato ai ribelli, se non fossero stati uccisi prima ch'egli lo sapesse. Noi troviamo nelle medaglie[1265] di quest'anno a lui dato per la nona volta il titolo d'Imperatore, e per la terza a Commodo Augusto suo figliuolo, per qualche vittoria al certo guadagnata dai Romani, e forse da che i due imperadori furono giunti al campo. Ma la storia non ci somministra lume per poterne dire di più. Il console Orfito diede il nome in questo anno al Senatusconsulto[1266], per cui i figliuoli dell'uno e dell'altro sesso, benchè passati per adozione in altre famiglie, furono ammessi alla successione delle loro madri morte ab intestato. Ciò non si praticava, o era proibito in addietro; e le adozioni, oggidì si rare, ben frequenti erano presso gli antichi Romani.

NOTE:

[1260] Panvin., in Fast. Consular.

[1261] Noris, Epistola Consulari.

[1262] Lampridius, in Commodo.

[1263] Dio, lib. 71.

[1264] Capitolin., in Marco Aurel.

[1265] Mediobarbus, in Numism. Imperat.

[1266] Institut., lib. III, cap. 4.

Anno di CRISTO CLXXIX. Indizione II.

ELEUTERIO papa 9. MARCO AURELIO imperad. 19.

Consoli

LUCIO AURELIO COMMODO AUGUSTO per la seconda volta e PUBLIO MARZIO VERO.

Due iscrizioni sono presso il Grutero[1267], spettanti all'anno presente. Nell'una il secondo console è chiamato Tito Annio Vero per la seconda volta; nell'altra Aurelio Vero per la seconda volta. Perciò il cardinal Noris[1268], il Pagi[1269], il Relando[1270] ed altri gli han dato il nome di Tito Annio Aurelio Vero. Ma da che il sig. Bimard[1271], barone della Bastia, ed uno dell'Accademia reale di Parigi, ha prodotto un marmo esistente in Aosta, che si legge nel primo tomo delle mie iscrizioni, e posto IMP. COMMODO II. P. MARTIO VERO II. COS., credo io che si abbia a preferir questo nome, ricavato da un'iscrizione d'indubitata legittimità, alle due del Grutero che son dubbiose e non concordi tra loro. Anzi apocrife le giudica esso Bimard, perchè la famiglia Annia solamente si unì coll'Aurelia in quella degli Antonini; nè alcuno vi era allora che portasse tal nome. All'incontro Publio Marzio Vero celebre fu in questi tempi, come si ha da Capitolino[1272] e da Dione[1273]; e noi l'abbiamo veduto di sopra il primo mobile di Marco Aurelio Augusto nella ribellione di Cassio. Bolliva intanto la guerra barbarica al Danubio, avvalorata dalla presenza dei due imperadori Marco Aurelio e Commodo. La resistenza dei Barbari era grande[1274], quando Marco Aurelio ordinò a Paterno di andare ad assalirli con tutto il nerbo delle milizie romane. Di Tarrutenio Paterno, prefetto del pretorio sotto Commodo, parlano Lampridio[1275] e Dione. Durò l'atroce battaglia, per attestato d'esso Dione, un'intera giornata, e finì colla totale sconfitta delle nazioni nemiche. Per questa insigne vittoria fu proclamato Marco Aurelio Imperadore per la decima volta, e Commodo per la quarta[1276]. Trovasi questa lor denominazione nelle medaglie coniate nell'anno presente, nel quale, secondo la testimonianza d'Eusebio[1277], la città di Smirna restò smantellata da un furioso tremuoto. Dione sembra mettere questa disavventura all'anno precedente. Ne parla ancora Aristide[1278] in una delle sue orazioni, con farci intendere la mirabil carità usata verso quell'illustre città da tutte l'altre della Grecia e dell'Asia, perchè ognuna fece a gara per dare ricetto a quei che erano rimasti in vita. Certamente i Cristiani molto dilatati in quelle contrade, siccome allevati nella scuola della carità, saranno stati i primi e i più abbondanti in recar loro soccorso, ed avran servito di esempio anche ai Gentili. Ne scrisse il suddetto Aristide[1279] ai due Augusti una compassionevol lettera, che tuttavia esiste, pregandoli di risarcire l'infelice città, siccome aveano fatto per tante altre di Italia in somiglianti sciagure. Non potè ritener le lagrime il buon imperador Marco Aurelio in leggendo la catastrofe di così rinomata città[1280]; e senza aspettare che arrivassero i di lei deputati a pregarlo d'aiuto, con viscere paterne ne scrisse al popolo rimasto in Smirna una lettera consolatoria; mandò gran somma di danaro, acciocchè rifabbricassero le case; gli esentò per dieci anni dai tributi; raccomandò con sue lettere al senato romano di dar loro altri soccorsi, onde potesse risorgere l'abbattuta città.

NOTE:

[1267] Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 65, n. 9, et 77, n. 3.

[1268] Noris, Epist. Consul.

[1269] Pagius, in Critic. Baron.

[1270] Reland., in Fastis.

[1271] Bimard, Epist., pag. 120. Tom. 1 Thesaur. Nov. Inscript.

[1272] Capitolin., in Marco Aurelio.

[1273] Dio, lib. 71.

[1274] Idem, ibidem.

[1275] Lampridius, in Commodo.

[1276] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[1277] Euseb., in Chron.

[1278] Aristid., Or. 21.

[1279] Aristid., Or. 20.

[1280] Philost., in Sophist., cap. 35.

Anno di CRISTO CLXXX. Indizione III.

ELEUTERIO papa 10. COMMODO imperadore 1.

Consoli

CAJO BRUTTIO PRESENTE per la seconda volta, e SESTO QUINTILIO CONDIANO.

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