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Annali d'Italia, vol. 1 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)

Part 4 of 5 · Lodovico Antonio Muratori · Public domain text

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Annali d'Italia, vol. 1 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)

Sempre più s'inaspriva la persecuzione mossa da Valeriano Augusto contra dei seguaci di Gesù Cristo; e però in quest'anno fu nobilitata la Chiesa dal martirio di san Sisto sommo pontefice, e del suo glorioso diacono san Lorenzo. Vide anche l'Africa morir nella confessione della vera fede l'immortal vescovo di Cartagine san Cipriano, oltre a tanti altri martiri che si possono leggere nella storia ecclesiastica. Accadde che Ulpio Crinito, governatore della Tracia e di tutto l'Illirico[2087], si ammalò in tempo appunto che le continue vessazioni date dai Goti e dalle altre barbare nazioni a quelle contrade maggiormente esigevano l'assistenza d'un bravo generale. Valeriano imperadore, verisimilmente ne' primi mesi di quest'anno, spedì colà per vicario o luogotenente di lui Lucio Domizio Aureliano, che fu col tempo imperadore. Ci ha conservata Vopisco la lettera scrittagli dal medesimo Augusto piena di stima del valore e della saviezza d'esso Aureliano; col registro delle truppe che doveano militare sotto di lui, fra le quali si può credere che si contassero alcune compagnie di gente germanica, perchè i lor capitani si veggono chiamati Hartomondo, Haldegaste, Hidemondo e Cariovisco. I Francesi moderni si figurano che questi fossero della nazion franca, conquistatrice dipoi delle Gallie, quasichè nomi tali non convenissero anche ad altre nazioni germaniche. In essa lettera Valeriano promette il consolato ad Aureliano e ad Ulpio Crinito pel dì 22 maggio dell'anno seguente. E perchè di grandi spese doveano fare i nuovi consoli, prendendo quell'insigne dignità, con fare i giuochi circensi, e dar dei magnifici conviti ai senatori e cavalieri romani; e la povertà di Aureliano disegnato console non era atta a sì grosse spese, Valeriano ordinò che l'erario pubblico gli somministrasse tutto il danaro e gli utensili occorrenti, affinchè egli non comparisse da meno degli altri. Andò Aureliano al comando dell'armi in quelle parti, e con tal sollecitudine e bravura diede la caccia ai Barbari, e con varii combattimenti gli atterrì, che chi non restò vittima delle spade romane, si ritirò di là dal Danubio, restando con ciò libera la Tracia e l'Illirico da quella mala gente. A sì liete nuove dovette ben esultare il cuore di Valeriano e del senato e popolo romano; ma probabilmente a turbar questa gioia giunsero altri corrieri dall'Oriente coll'avviso di funestissimi guai. Sapore re della Persia, se crediamo ad Eusebio[2088], in quest'anno venne più furiosamente di prima a saccheggiar la Soria. Potrebbe nondimeno essere che al precedente anno appartenessero le disavventure di quelle contrade. Trebellio Pollione[2089] ci dà fondamento di credere ch'egli occupasse e spogliasse anche la nobilissima città d'Antiochia. E in fatti Giovanni Malala[2090], storico antiocheno, scrive che un certo Mariade, uno dei magistrati d'Antiochia, cacciato per le ruberie ch'egli faceva al pubblico, andò a trovare il re di Persia, e si esibì di fargli prendere a man salva la patria sua. Non lasciò il re cader in terra una sì bella offerta, e messo in ordine l'esercito, per la via di Calcide s'inviò colà. Per testimonianza di Ammiano[2091], e di Egesippo[2092], se ne stava un dì il popolo d'Antiochia, siccome gente perduta dietro ai solazzi, con gran festa ed attenzione mirando un istrione e sua moglie, che colle lor buffonerie cavava il riso da tutti: quando essa dopo una girata d'occhi disse ad alta voce: Marito, o io sogno, o vengono i Persiani. Rivolse ognuno gli occhi alla montagna, e videro in fatti calar l'esercito persiano. Tutti allora a gambe, e a studiarsi di salvar quello che poteano. Entrati nella città, che niuna difesa fece, i Persiani, dopo la strage di molti cittadini, misero a sacco tutta quella ricca città, poscia ad essa e a' circonvicini luoghi dato il fuoco, se ne andarono carichi di bottino. Volle il re Sapore, prima di partirsi, far godere il premio dovuto al traditore Mariade, con ordinare che fosse bruciato vivo, come si ha da Ammiano, o decapitato, come scrive il Malala.

Trebellio Pollione[2093] racconta che un Ciriade ricco e nobile, avendo svaligiato il padre, si ritirò in Persia, e mosse il re Sapore e Odenato re della Fenicia contra de' Romani; e che avendo Sapore presa Antiochia e Cesarea, costui si fece proclamar Cesare, e prese dipoi anche il nome d'Augusto, ed empiè di terrore tutto l'Oriente. Ma non andò molto che fu ucciso a tradimento dai suoi stessi soldati, in tempo appunto che Valeriano Augusto era in viaggio per far guerra ai Persiani. Troppo verisimil sembra che questo Ciriade lo stesso sia che Mariade mentovato da Giovanni Malala, e che o l'uno o l'altro di quegli storici abbia alterate le circostanze del fatto. Fulvio Orsino[2094] e il Mezzabarba[2095] portano una medaglia di questo Ciriade. Quanto a me, allorchè miro una o due medaglie di simili effimeri tiranni, sempre tremo per paura che qualche impostore abbia burlato chi si affanna per formar raccolta di medaglie. Zonara[2096] fa accaduta la disgrazia d'Antiochia dopo la prigionia di Valeriano imperadore; ma, come abbiam veduto, Trebellio Pollione ce la rappresenta succeduta prima ch'egli arrivasse in Oriente; e così pare da credere, perchè appunto Valeriano si mise nell'anno presente in campagna per tagliar il corso ai progressi de' Persiani nella Soria. Ammiano, che riferisce cotal fatto a Gallieno, non discorda punto, perchè Gallieno fu imperadore col padre. Di queste sciagure adunque accadute in Oriente informato Valeriano Augusto, non penò a giudicar necessaria la sua presenza in quelle parti; e perciò, raunato un gran corpo d'armata, mosse da Roma per andar a passare, secondo l'uso d'allora, il mare a Bisanzio. Ch'egli si trovasse in quella città nell'anno presente, si ha con sicurezza da Vopisco[2097], nel rapportare ch'egli fa un atto pubblico quivi fatto. Cioè, essendo assiso nelle terme di Bisanzio l'imperador Valeriano alla presenza dell'esercito e degli uffiziali del palazzo, sedendo alla destra sua Memmio Fosco (vuole dire Tosco) console ordinario di quest'anno, Bebio Macro prefetto del pretorio e Quinto Ancario presidente dell'Oriente; ed essendo assisi dalla sinistra Avulnio, ossia Amulio oppure Anolino, Saturnino duce posto ai confini della Scizia, Maurenzio destinato governator dell'Egitto, ed altri dei primarii uffiziali, l'imperadore a nome della repubblica ringraziò Aureliano, perchè avesse liberate dai Goti le provincie romane di quelle parti, e il regalò di quattro corone murali, di cinque vallari e di due navali, di due civiche, di dieci aste pure, di quattro bandiere di due colori, di quattro tonache ducali rosse, di due mantelli proconsolari, di una pretesta, di una tonaca palmata, di una toga dipinta, ec. Il disegnò ancora console sostituito per l'anno seguente, con promessa di scrivere al senato che gli desse il bastone e i fasci consolari. Per tanta benignità anche Aureliano rendè umili grazie al generoso Augusto; dopo di che levatosi in piedi Ulpio Crinito duce dell'Illirico e della Tracia, destinato console in compagnia d'esso Aureliano per l'anno seguente, venne dicendo che, trovandosi egli senza successione, adottava per suo figliuolo il suddetto Aureliano, siccome persona meritevole d'ogni onore per la sua prudenza e valore, con fare istanza che l'atto suo fosse approvato e corroborato dall'imperadore presente: siccome fu fatto. Se ne ricordino i lettori, perchè vedranno a suo tempo esso Aureliano alzato alla dignità imperiale. Da Bisanzio passò poi l'Augusto Valeriano ad Antiochia, ma senza che apparisca s'egli vi arrivasse nel presente anno, o pur nel seguente. Intanto i Persiani, dopo il gran flagello recato ad Antiochia[2098], passarono nella Cilicia e Cappadocia, dando il sacco e tutto quel paese. Aggiunge Giovanni Malala[2099] che le loro scorrerie si stesero per tutto l'Oriente sino alla città di Emesa, non vi lasciando paese che non devastassero e bruciassero. Altri malanni ebbe l'imperio romano ancora dalla parte del Ponto Eusino, o sia del mar Nero, dei quali parleremo all'anno seguente. Sotto i consoli di quest'anno riferisce Trebellio Pollione[2100] la ribellione di Decimo Lelio Ingenuo, generale dell'armi della Mesia e Pannonia, che fu acclamato imperadore da quell'esercito, e poscia abbattuto da Gallieno. Tuttavia è difficile il credere accaduta nell'anno presente cotal sollevazione, perchè Valeriano imperadore passò in vicinanza di quelle parti, nè in tempo tale costui avrebbe avuto tanto ardire; e pare che Gallieno, regnando il padre, non si fosse per anche abbandonato ai piaceri, come vien supposto da chi racconta questo fatto.

NOTE:

[2087] Idem, ibid.

[2088] Euseb., in Chronic.

[2089] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 1.

[2090] Joannes Malala, in Chronogr.

[2091] Ammianus, lib. 23, cap. 5.

[2092] Hegesippus, lib. 3, cap. 5.

[2093] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 1.

[2094] Ursinus, in Numism. Imp.

[2095] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2096] Zonaras, in Annalib.

[2097] Vopiscus, in Aurelian.

[2098] Euseb., in Chronic.

[2099] Joannes Malala, Chronogr.

[2100] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 8.

Anno di CRISTO CCLIX. Indizione VII.

DIONISIO papa 1. VALERIANO imperadore 7. GALLIENO imperadore 7.

Consoli

EMILIANO e BASSO.

Zosimo[2101], dopo avere scritto che i Borani, Goti, Carpi e Burgundi, popoli tutti da lui chiamati Sciti, portarono il terrore e la desolazione per ogni parte d'Italia e dell'Illirico, aggiugne che rivolsero i loro disegni e passi anche verso l'Asia. Probabilmente ciò avvenne dappoichè il valor d'Aureliano gli ebbe fatti sloggiare dalle provincie europee. Mancavano legni a costoro per passar forse dalla Taurica Chersoneso, o sia dalla Crimea, nelle terre dell'Asia, ma ne furono provveduti dagli abitanti di quei paesi, o per timore o per danari. Arrivarono alla città di Pitiunte, posta alla ripa del mar Nero, e si provarono d'impadronirsene. Ma Successiano, che comandava in quelle parti l'armi romane, li ricevè così bravamente, che li fece ritirare in fretta, non senza mortalità di molti d'essi. Avvenne che Valeriano già pervenuto ad Antiochia, conoscendo il valore di Successiano, il volle presso di sè, e chiamatolo, il creò prefetto del pretorio in luogo di Bebio Macro, o pure unitamente con lui, con ordinargli di ristorar le rovine della città d'Antiochia. Così Zosimo, da cui veggiamo attestata l'occupazione d'essa città fatta dai Persiani, non già dopo la prigionia dell'imperador Valeriano, ma innanzi. Dovette la partenza di questo prode capitano animare gli Sciti, cioè i Tartari suddetti, ad altre imprese; e però passarono in Colco, e senza poter prendere il ricco tempio di Diana in Fasi, tirarono diritto a Pitiunte, e se ne impadronirono. Di là s'inoltrarono a Trabisonda, città grande e piena di popolo, provveduta di buon presidio di soldati, e vi misero l'assedio. Sì trascurati furono non meno i cittadini, che la guarnigione, che lasciarono entrarvi una notte i Barbari. Gran bottino vi fu fatto, gran copia di prigioni; diroccati i templi e le case; tutta la città e i luoghi circonvicini rimasero un teatro di miserie e rovine. Secondo Zosimo[2102], aveano costoro consumata quasi tutta la state prima di occupar Trabisonda; ed occupata che l'ebbero, fecero delle scorrerie per tutto il paese all'intorno, e finalmente carichi d'immensa preda se ne tornarono sulle navi al loro paese, come si può credere, accostandosi al verno. Valeriano Augusto, per quanto vedremo, seguitando Zosimo, era tuttavia in Soria, e vel troveremo anche nell'anno appresso: e per conseguente non si può abbracciar l'opinione del padre Pagi[2103] e d'altri, che mettono sotto quest'anno la cattività del medesimo imperadore; ma convien riferirla all'anno seguente. Cornelio Secolare fu in quest'anno prefetto di Roma. Ed ivi dopo molti mesi di sede vacante, a cagion della persecuzione, che tuttavia durava, fu eletto sommo pontefice Dionisio. Non v'ha memoria se in quest'anno Ulpio Crinito ed Aureliano prendessero il consolato loro promesso nell'antecedente da Valeriano Augusto. Ma all'anno 271 troveremo esso Aureliano console per la seconda volta; e quando ciò sia certo, puossi inferirne che nell'anno presente egli procedesse console sostituito in luogo di Gallieno e Valeriano[2104], che doveano procedere nel consolato. Hanno disputato gli eruditi per indovinar chi fossero questo Gallieno e questo Valeriano, destinati anch'essi consoli nell'anno presente. Veggasi il Pagi[2105]. Resta tuttavia dubbiosa una tale quistione.

NOTE:

[2101] Zosimus, lib. 1, cap. 31.

[2102] Zosimus, lib. 1, cap. 33.

[2103] Pagius, in Critic. Baron.

[2104] Vopiscus, in Aurelian.

[2105] Pagius, in Crit. Baron.

Anno di CRISTO CCLX. Indizione VIII.

DIONISIO papa 2. VALERIANO imperadore 8. GALLIENO imperadore 8.

Consoli

PUBLIO CORNELIO SECOLARE per la seconda volta e GIUNIO DONATO per la seconda.

Il prenome e nome di questi due consoli, non ben sicuri in addietro, vengono oggidì chiaramente confermati da una nobile iscrizione, esistente nel museo del Campidoglio, che si legge nella mia Raccolta[2106]. Le ricchezze portate al loro paese dagli Sciti, cioè dai Tartari, saccheggiatori di Trabisonda sul mar Nero, fecero invogliar altri circonvicini Barbari a concorrere a così lucroso mestiere[2107]. Si diedero tosto a preparar navi, obbligando gli schiavi cristiani a fabbricarne; poi senz'aspettare il fine del verno, e senza volersi valer di quei legni, per la Mesia inferiore passando, ebbero maniera di valicar lo stretto di Bisanzio, e di giugnere a Calcedone, città che andò tutta a sacco. Di là si trasferirono a Nicomedia di Bitinia, città vasta e piena di popolo, abbondante in ricchezze e in ogni copia di beni. Ancorchè ne fossero fuggiti i cittadini portando quel meglio che poterono con loro, sì grande nondimeno fu la preda ivi fatta, che ne stupivano i Barbari stessi. Le città di Nicea, di Cio, di Apamea e di Prusa incorsero nella medesima infelicità; e perchè coloro non poterono mettere il piede in quella di Cizico, se ne tornarono indietro, e diedero alle fiamme Nicomedia e Nicea. Dimorava tuttavia l'Augusto Valeriano in Antiochia, quando gli vennero sì funeste nuove dalla Bitinia. Credevasi che egli spedirebbe colà alcuno de' generali con un corpo di gente; ma perchè era signore assai diffidente, altro non fece che inviar Felice alla difesa di Bisanzio. Ed egli poi se ne andò colla sua armata nella Cappadocia. Trovò guastata da' Persiani anche quella provincia: dai Persiani, dico, i quali aveano ancora fatta rivoltare l'Armenia, e creato ivi un re da loro dipendente, stando più che mai orgogliosi in campagna contra de' Romani. Ma giunto era il tempo che Dio voleva umiliare ed insieme punire Valeriano, crudel persecutore de' servi suoi, e reo di tante morti date a sì gran copia d'illustri campioni della fede di Cristo. Quando egli pur pensava di andare a mettersi a fronte de' Persiani, ecco la peste entrar nel di lui esercito, e farne un orribile scempio. Ciò non ostante, più storici[2108] scrivono che fece guerra ai Persiani nella Mesopotamia; e che in una battaglia per tradimento di un suo generale, come scrive Trebellio Pollione[2109], egli fu vinto. Questo generale vien creduto Macriano; e san Dionisio vescovo d'Alessandria presso Eusebio[2110] scrive che costui, dopo avere istigato Valeriano a perseguitar i cristiani, e dopo avere ottenuto il supremo comando dell'armata, come s'ha da una lettera[2111] scritta da Valeriano al senato, tradì lui stesso in fine. Noi vedremo che costui aspirava all'imperio, e senza la rovina di Valeriano non poteva salire sul trono. Zonara[2112] pretende che Valeriano in questo infelice combattimento restasse preso. Ma Zosimo[2113], senza far menzione alcuna di battaglia, e solamente notando che rimase disfatto lo esercito romano dalla peste, seguita a dire che Valeriano, uomo non avvezzo alle peripezie della guerra, cadde in disperazione, nè altro scampo seppe immaginare, che quello di guadagnar col danaro il temuto re Sapore, cioè di comperar la pace dai Persiani. Spedì per questo ambasciatori con grande offerta d'oro; ma Sapore li rimandò indietro senza nulla accettare, solamente rispondendo, che se Valeriano volesse venire ad abboccarsi con lui, si tratterebbono meglio i loro affari. Qui mancò la prudenza a Valeriano; perchè, fidatosi della parola del re barbaro, andò con poco seguito a trovarlo, e fu immediatamente ritenuto prigione. Altri[2114] furono di parere, che trovandosi Valeriano in Edessa, ed essendo affamato l'esercito, i soldati si sollevarono minacciando la vita di lui; e ch'egli se ne fuggì nel campo persiano, dove restò imprigionato. Questo racconto ha ben ciera di favola.

Certo è intanto che Valeriano imperadore de' Romani cadde nelle mani di Sapore, superbissimo re de' Persiani, e secondo tutte le apparenze, per frode o di Macriano suo generale, o pur dei Persiani stessi, come ha Zosimo, e sembra anche insinuare Pietro Patrizio[2115] ne' frammenti delle ambascerie. Sappiamo altresì, per attestato di varii antichi scrittori[2116], che dall'alta dignità imperiale egli si vide ridotto alla condizione di un vilissimo schiavo sotto la tirannia del re nemico, che il menava dappertutto come un trofeo delle sue vittorie, vestito della porpora per sua maggior confusione, e carico nello stesso tempo di catene. Allorchè il tiranno volea salire a cavallo, obbligava lo schiavo Augusto a chinarsi colle mani in terra, e a servirgli di scabello, con aggiugner anche un insolente riso, dicendo che questo era un vero trionfare, e non già il dipingere nelle muraglie e nelle tavole i re vinti, come faceano i Romani. In somma nulla lasciò egli indietro per avvilire, per quanto potea, la maestà del nome romano, nè vi fu obbrobrio ed ignominia che non si facesse patire a questo infelice regnante, la cui caduta e il vergognoso stato sembrò poscia a chi visse lungi da que' tempi degno non poco di compassione. Ma san Dionisio, vescovo allora d Alessandria, Lattanzio, Costantino il Grande, Paolo Orosio ed altri hanno riconosciuta nell'ingiusta crudeltà del re Sapore la condotta giustissima della provvidenza di Dio contra d'un principe che s'era messo in pensiero di estinguere la santa religion dei cristiani, e sopra tanti innocenti servi del vero Dio avea sfogato il suo furore. Quel che dovette oltre a tante miserie ed ignominie maggiormente lacerare il cuore di Valeriano, si può credere che fosse il vedere che aveva un figliuolo imperadore, un nipote Cesare, e tanti grandi uomini da lui sollevati ai primi posti ed onori; e pure niuno di essi alzò mai un dito per liberarlo colla forza, o per riscattarlo coll'oro da quella vergognosa schiavitù. Anzi dovette ben giugnergli all'orecchio[2117] che l'infame suo figliuolo Gallieno, non solamente niun pensiero si prendeva di lui, mai non ispedì a Sapore per trattare della di lui liberazione; ma lasciava anche traspirare il contento suo per quella disavventura, che l'avea liberato da un padre riguardato da lui come troppo rigoroso. A chi con dispiacere gli parlava di questa funestissima scena, mostrava egli di consolarsi con dir di sapere che suo padre era uomo mortale, ed essere ben grande la di lui sciagura, ma che finalmente v'era incorso colla gloria di esser uom coraggioso. Ed ecco come l'ambizione sregolata avea estinto nel cuor di Gallieno tutti i doveri della gratitudine filiale, ed ogni riguardo all'onore dell'imperio romano, troppo svergognato nella persona di Valeriano dal re altero di Persia. Maggiormente poi dovea risaltare l'abbominevol sua non curanza delle sventure del padre, all'osservare come tanto il popolo romano che le milizie deploravano concordemente la miserabil sorte d'un Augusto divenuto schiavo. Fino i popoli battriani, iberi, albani e taurosciti, quantunque non fossero sudditi del romano imperio, si condolsero tanto di questo sinistro caso, che non vollero ricevere le lettere, colle quali Sapore lor notificava la sua vittoria, e scrissero ai generali romani, esibendosi pronti a prestar loro aiuto per liberare dalla schiavitù Valeriano[2118]. Rapporta anche Trebellio Pollione le lettere scritte (se pur non sono finte) al re Sapore da Balero re dei Cadusi, da Artabasde re dell'Armenia, e da un certo Belseto, che io credo nome guasto, nelle quali parlano in favore di Valeriano, ed esaltano il poter de' Romani. Ma chi più era tenuto a sbracciarsi pel prigioniero Augusto, cioè Gallieno suo figliuolo, quegli era che men degli altri pensava a liberarlo o riscattarlo. E però Valeriano, spogliato dell'imperio, in un abisso di miserie, continuò a vivere alcuni anni ancora nella schiavitù, da cui finalmente la morte il liberò. L'autore della Cronica Alessandrina scrive[2119] che i Persiani l'uccisero nell'anno di Cristo 269, ma più verisimil sembra che morisse di morte naturale. E morto che fu, per ordine di Sapore, venne scorticato[2120]. Concia la sua pelle, per maggior vergogna del nome romano, fu posta in un tempio, e si mostrava a tutti gli ambasciatori vegnenti da Roma, per ricordar loro di non fidarsi molto della loro potenza. Il dirsi da Agatia[2121] che Valeriano fu scorticato vivo, si può relegar tra le favole. Ho io pur rapportata a quest'anno la cattività di questo imperatore, con seguitar l'opinione del Panvinio, del Petavio, del Pearson, del Tillemont e d'altri, perchè questa convien più col filo delle azioni di lui a noi conservate da Trebellio Pollione e da Zosimo. Il padre Pagi[2122], che mette la di lui caduta nell'anno precedente, niuna valevole pruova adduce da poter battere l'altra opinione, che il fa prigioniere nell'anno presente, come scorgerà chiunque sappia farne l'esame.

NOTE:

[2106] Thesaurus Novus Inscript., pag. 364, n. 1.

[2107] Zosimus, lib. 1, cap. 34.

[2108] Aurelius Victor. Eutropius. Zonaras. Agathias et alii.

[2109] Trebellius Pollio, in Valerian.

[2110] Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 33.

[2111] Trebellius Pollio, Trigint. Tyrann., cap. 11.

[2112] Zonaras, in Annalibus.

[2113] Zosimus, lib. 1, cap. 35.

[2114] Zonaras, in Annal. Syncellus, in Hist.

[2115] Petrus Patricius, de Legationibus, t. I Histor. Byzantin.

[2116] Trebellius Pollio, in Valerian. Lactantius, de Mortibus Persecut. Eusebius, in Oration. Constantin. Orosius, lib. 7, et alii.

[2117] Trebellius Pollio, in Gallieno.

[2118] Idem, in Valeriano.

[2119] Chronicon Alexandrin., tom. II Histor. Byzantin.

[2120] Petrus Patricius, de Legationibus. Lactant., de Mortib. Persecut.

[2121] Agathias, lib. 4 Histor.

[2122] Pagius, in Crit. Baron., ad annum 259.

Anno di CRISTO CCLXI. Indizione IX.

DIONISIO papa 3. GALLIENO imperadore 9.

Consoli

PUBLIO LICINIO AUGUSTO per la quarta volta e LUCIO PETRONIO TAURO VOLUSIANO.

Dopo le disavventure del padre, che non fu più contato per imperadore, restò solo al governo del romano imperio il di lui figliuolo Publio Licinio Gallieno. In alcune iscrizioni da me rapportate[2123] egli è ancora chiamato Publio Licinio Egnazio Gallieno. Il Reinesio[2124], avendo trovato questo Egnazio, si avvisò ch'egli fosse un fratello del medesimo Gallieno Augusto, e l'opinione sua si trova seguitata dal Tillemont[2125]. Ma egli altri non fu che lo stesso imperadore Gallieno. Da Cornelia Salonina Augusta ebbe Gallieno due figliuoli, cioè Publio Licinio Cornelio Salonino Valeriano, a cui abbiam già veduto che non si tardò a concedere il titolo di Cesare. Trovansi molte medaglie[2126] col nome suo. L'altro fu Quinto Giulio Salonino Gallieno, che in alcune rare medaglie s'incontra onorato anche esso col titolo di Cesare. Vopisco[2127] nella Vita di Aureliano riferisce una lettera scritta ad Antonino Gallo console, senza che noi sappiamo in qual anno cada il consolato di costui. Dice d'essere stato ripreso da esso console in una lettera familiare, per aver mandato ad educare Gallieno suo figliuolo presso di Postumo, piuttosto che presso di Aureliano. S'è disputato chi sia questo Gallieno mandato nella Gallia, ed appoggiato alla direzione di Postumo, governatore di que' paesi. Il Tillemont[2128] parve sospettare in un luogo, benchè poscia sia di diverso parere in un altro, che questi fosse lo stesso primogenito suo, cioè Gallieno ora imperadore; ma questo Gallieno è detto puer da Valeriano, età che non conviene all'Augusto Gallieno, che in que' tempi avea già de' figliuoli. Parve al conte Mezzabarba[2129] che fosse mandato colà Quinto Giulio Salonino Gallieno, da noi già detto secondogenito dell'imperador Gallieno, quando Valeriano il chiama suo figliuolo, e non già nipote. Finalmente stimò il padre Pagi[2130] che questi fosse Licinio Salonino Valeriano primogenito di Gallieno. Trebellio Pollione[2131] il chiama Salonino Gallieno. Lascerò io che altri decida cotal controversia, per cui non si possono recare se non conghietture, e passerò innanzi.

Non mancavano all'imperador Gallieno delle buone doti. Per conto delle ingegno, molti si lasciava addietro. Avea studiata l'eloquenza e la poesia; faceva anche dei versi tollerabili; mostrava genio alla filosofia platonica, e tale stima ebbe di Plotino, eccellente maestro di quella scuola, vivente allora, che gli era venuto il capriccio[2132] di rifabbricare una città nella Campania, per ivi fondare una repubblica di platonici; ma ne fu distornato da' suoi cortigiani. Pareva avere del coraggio e della prontezza[2133]; ma solamente ciò si verificava quando era in collera, o si sentiva irritato dallo sprezzo altrui. La sua magnificenza e liberalità, se vogliam credere a Zonara[2134], era qual si conveniva ad un imperadore, amando egli di far del bene a tutti, e di non rifiutar grazie a chiunque ne chiedeva. Aggiugne ch'egli inclinava alla clemenza, non avendo fatto morire chi contra di lui s'era rivoltato. Anche Ammiano Marcellino sembra concorde con lui su questo punto. Tuttavia un ritratto ben diverso di lui fece Trebellio Pollione, e la sua crudeltà starà poco a darci negli occhi. Del pari vedremo che andò col progresso del tempo svanendo quella parte di buono che in lui si trovava, con lasciarsi egli prender la mano dall'eccessivo amor dei divertimenti e dei piaceri illeciti, e col divenir neghittoso e sprezzato: cose tutte che si tirarono dietro de' gravissimi sconcerti, e furono quasi la rovina della repubblica romana. Non si dee già tacere che questo principe debolissimo, riconosciuta per ingiustissima la fiera persecuzione mossa dal padre contra de' cristiani[2135], restituì sul principio del suo governo la pace alla Chiesa, vietando il recar ulteriori molestie ai professori della legge di Cristo. Ma non cessò per questo l'ira di Dio, che volea puniti i Romani gentili, per aver attizzata la crudeltà di Valeriano contra dei suoi servi; e però si affollò ogni sorta di disgrazie sopra l'imperio romano, regnante Gallieno. La peste più che mai vigorosa seguitò a mietere le vite degli uomini; i tremuoti rovesciarono le città; da ogni parte i Barbari continuarono a spogliare e lacerare le contrade romane. Il maggiore de' guai nondimeno fu, che nel cuore del romano imperio insorsero di mano in mano varii usurpatori e tiranni, l'insolenza de' quali non si potè reprimere senza lo spargimento d'infinito sangue.

Per la prigionia di Valeriano restarono in una somma confusione gli affari dell'Oriente[2136]; e corsa questa voce per tutto l'imperio e fra i Barbari, si spalancarono le porte alle sedizioni, alle rapine e ad ogni più funesta novità, quasi che fosse rimasta vedova abbandonata la repubblica romana, e si riputasse uomo da nulla il di lui figliuolo Gallieno Augusto. Trovavasi questi allora all'armata del Reno, per opporsi ai tentativi de' sempre inquieti Germani. Racconta Zosimo che gli Sciti, cioè i Tartari, abitanti di là dal Danubio, unite insieme varie loro nazioni, divisero in due corpi l'immensa lor moltitudine. Coll'uno entrarono furiosi nell'Illirico, saccheggiando e devastando le città e campagne; e coll'altro vennero fino in Italia, ardendo di voglia di dare il sacco alla stessa città di Roma, ne' cui tesori speravano di saziare la loro avidità. In fatti giunsero fino in quelle vicinanze. Il senato allora, per rimediare a sì gran pericolo, raunò quanti soldati potè, diede l'armi ai più gagliardi della plebe, in maniera tale, che mise in piedi un esercito più copioso che quello de' Barbari: il che bastò per far retrocedere quegli assassini. Se ne tornarono essi al paese loro, ma con lasciar la desolazione dovunque passarono. Incredibili mali altresì recarono gli altri all'Illirico, dove nello stesso tempo si provò il loro flagello e quel della peste. Forse la peste medesima fu quella che cacciò di là quelle barbariche locuste. Io non so dire se possa essere succeduto in questi tempi ciò che vien narrato da Zonara[2137]: cioè che riuscì a Gallieno con soli dieci mila soldati suoi di sconfiggere presso a Milano trecentomila Barbari: bravura di cui non intendo io di essere mallevadore. Veramente Zosimo attesta ch'egli dalla Gallia calò in Italia per iscacciarne gli Sciti; ma Zonara scrive, essere stati Alamanni que' Barbari, a' quali diede la rotta. Gli antichi scrittori facilmente confondono i nomi delle nazioni barbariche. Eusebio[2138] ed Orosio[2139] in fatti scrivono che circa questi tempi gli Alamanni, dopo aver saccheggiate le Gallie, vennero a dare il malanno all'Italia. Anche i Sarmati, se pur non sono parte anch'essi degli Sciti mentovati da Zosimo, portarono l'armi loro contro l'Illirico nell'anno presente. Avea in quelle parti il comando dell'armi romane Regilliano[2140], uomo di gran valore. Da una lettera a lui scritta da Claudio, che fu poi imperadore, si raccoglie aver egli data una gran rotta ai Sarmati presso Scupi, città della Mesia superiore, oggidì Uscubi nella Servia. Abbiamo da Trebellio[2141], che essendo consoli Fosco (cioè Tosco) e Basso nell'anno 258, e sapendo le legioni della Mesia quanto fosse immerso Gallieno nelle crapole e nella lussuria, e che v'era bisogno d'un coraggioso generale contra de' Sarmati già incamminati alla lor volta, proclamarono Imperadore Ingenuo governator della Pannonia. Ma o il testo di Trebellio si dee credere guasto, o pur egli s'ingannò in riferire la ribellione d'Ingenuo prima delle sventure di Valeriano Augusto; e dobbiamo attenerci qui ad Aurelio Vittore[2142], il quale chiaramente scrive avere la cattività di Valeriano data ansa all'ambizion d'Ingenuo per ribellarsi. Lo stesso vien confermato da Zonara[2143]; e però all'anno presente dee appartenere quel fatto. Ne fu portata la nuova a Gallieno Augusto, che a gran giornate passò colà con un esercito, dov'erano molti Mori. Aureolo capitano della sua cavalleria diede una rotta ad Ingenuo, per la quale disperato si uccise. Può nondimeno dubitarsi se in persona vi andasse Gallieno. Abbiamo[2144] una sua lettera scritta a Celere Veriano suo generale in quelle parti, dove con furore inudito gli ordina di procedere contra d'Ingenuo e de' suoi seguaci senza misericordia alcuna, con uccidere e tagliare a pezzi chiunque de' soldati o di que' popoli avea avuta mano in quella sollevazione; e che quanto più farebbe di vendetta, tanto più gusto a lui darebbe. V'ha chi dice che Ingenuo, presa la città di Mursa, o di Sirmio, dove egli risedeva, col pugnale si levasse la vita, per non venire in man del crudo Gallieno. Che o nell'anno precedente o pur nel presente si rivoltassero Postumo nella Gallia, Macriano in Oriente, Valente nell'Acaia, Regilliano nella Mesia, Aureolo nell'Illirico, è stato parere di varii moderni storici. Mancano a noi lumi per distinguere bene i fili e tempi della storia, per quel che riguarda i tiranni allora insorti nel romano imperio; nè ho io voglia di presentar ai lettori le dispute dei letterati intorno a questi punti. Però chieggo licenza di parlar di essi tiranni negli anni seguenti, perchè non o facile l'assegnar i veri tempi de' fatti d'allora.

NOTE:

[2123] Thes. Novus Inscript., pag. 254.

[2124] Reinesius, Inscription.

[2125] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2126] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2127] Vopiscus, in Aurelian.

[2128] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2129] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[2130] Pagius, in Crit. Baron.

[2131] Trebellius Pollio, in Salonino.

[2132] Porphyrius, in Vita Plotini.

[2133] Trebellius Pollio, in duobus Gallienis.

[2134] Zonaras, in Annalibus.

[2135] Euseb., Hist. Eccles., lib. 7, c. 13. Baronius, Annal. Eccles. ad hunc ann. Pagius, Crit. Baron. ad hunc ann.

[2136] Zosimus, lib. 1, cap. 37.

[2137] Zonaras, in Annalibus.

[2138] Euseb., in Chronic.

[2139] Orosius, lib. 7, cap. 22.

[2140] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 9.

[2141] Idem, cap. 8.

[2142] Aurelius Victor, in Epitome.

[2143] Zonaras, in Annalibus.

[2144] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrann., c. 8.

Anno di CRISTO CCLXII. Indizione X.

DIONISIO papa 4. GALLIENO imperadore 10.

Consoli

PUBLIO LICINIO GALLIENO AUGUSTO per la quinta volta e FAUSTINO.

Un di coloro che, alzata bandiera contra di Gallieno Augusto, si fecero proclamar Imperadori, fu Marco Fulvio Macriano[2145], da noi più volte nominato di sopra, personaggio nato bassamente, ma che, salendo per varii gradi militari, acquistò il credito di essere il più valoroso e prudente generale che si avesse allora l'imperio romano. Arrivò costui sì avanti, che Valeriano Augusto, siccome già accennai, non avea persona più confidente di lui, e da lui appunto fu mosso a perseguitare i cristiani[2146]. Perchè avea imparata la magia dai maghi egiziani, ha sospettato taluno ch'egli fosse di quella stessa nazione. A lui diede Valeriano il comando dell'armata, allorchè infelicemente prese a far guerra a' Persiani, e per opinione di alcuni tradito fu da lui. Tradì egli ancora il di lui figliuolo Gallieno. Imperocchè dopo la prigionia di Valeriano, giacchè nulla era stimato Gallieno, i soldati della Soria cominciarono, secondochè scrive Trebellio Pollione[2147], a trattar di voler un principe atto a sostenere l'imperio. Furono a consiglio su questo Macriano e Servio Anicio Balista, ch'era stato prefetto del pretorio sotto Valeriano, ed esercitava allora la carica anch'egli di generale. Fu d'avviso Balista che niun fosse più atto di Macriano al comando dell'armi e al governo dell'imperio romano. Se ne scusò Macriano con dire di esser vecchio e zoppo; ma perchè avea due suoi figliuoli giovani, già tribuni, e di singolar bravura, cioè Quinto Fulvio Macriano e Gneo Fulvio Quieto, fu conchiuso che il braccio di questi due figliuoli supplirebbe all'età del padre; e però Macriano venne acclamato Imperadore Augusto, ed egli appresso promosse alla medesima dignità i due suoi figli. Di tutti e tre resta memoria nelle antiche medaglie[2148]. Trebellio Pollione[2149] vuole che Macriano usurpasse l'imperio, essendo consoli Gallieno e Volusiano, cioè nell'anno precedente 261. Al padre Pagi[2150] parve questo un errore o dello storico o del testo, perchè, secondo lui, nell'anno 259 accade la disgrazia di Valeriano, nè tanto potè restar l'armata di Soria senza capo. Ma siccome abbiam detto che non regge l'opinione del Pagi intorno all'anno della cattività di Valeriano, così nè pur sussiste il negar qui fede a Trebellio. Già si è detto che Valeriano cadde in man dei Persiani nell'anno 260. Che poi non succedesse sì tosto l'usurpazione da Macriano fatta dell'imperio, si può ricavar da Zonara[2151]. Scrive questo autore che dopo la sventura di Valeriano i Persiani senza paura d'alcuno portarono l'armi vincitrici per la Soria, per la Cilicia e Cappadocia: il che vien confermato da Eusebio Cesariense[2152]. Presero la nobilissima città d'Antiochia capitale della Soria; poi Tarso insigne città della Cilicia. Quindi misero l'assedio a Cesarea di Cappadocia, la qual si crede che contenesse allora quattrocento mila anime. Gran difesa fu fatta da que' cittadini, essendo lor capitano Demostene, uomo di gran cuore, e forse l'avrebbono scappata, se un certo medico fatto prigione, per non poter reggere ai tormenti, non avesse rivelato ai nemici un sito, per cui entrati una notte, fecero una strage immensa di quei cittadini. Demostene lor capitano, essendovi ordine di prenderlo vivo, salito a cavallo, ed imbrandito lo stocco, si cacciò per mezzo ai Persiani, ed atterratine non pochi, ebbe la fortuna di salvarsi. Gran quantità di prigioni fu fatta da' Barbari nella presa di quella città, e tutti appena provveduti di tanto cibo che bastasse a tenerli in vita, e senza poter bere acqua se non una volta al giorno, come si fa colle bestie. Finalmente i Romani fuggiti elessero per lor capitano un Callisto (il Tillemont[2153] sospetta che Zonara voglia dire Balista), il quale, trovando sbandati i Persiani, diede loro assai busse in varii incontri, e prese anche le concubine del re Sapore con delle grandi ricchezze. Per queste percosse si affrettò Sapore a ricondursi ne' suoi paesi, seco menando l'infelice Valeriano. Ora cotali imprese richieggono del tempo, nè si vede che Macriano se ne impacciasse punto; e però fondatamente si può credere ch'esso Macriano solamente nell'anno 261, siccome attesta Zonara, fosse acclamato Imperadore. Credesi che egli regnasse in Egitto; ma, se ciò è vero, non dovette ivi piantare la sua signoria senza spargimento di sangue, facendo menzione san Dionisio vescovo alessandrino presso Eusebio[2154] d'un'atroce guerra civile che circa questi tempi afflisse la città d'Alessandria, susseguita poi da una terribil peste. Che il dominio di Macriano si stendesse quasi per tutta l'Asia, abbiamo motivo di crederlo senza difficoltà; ed ivi egli comandò per più d'un anno.

Pensava probabilmente Macriano di incamminarsi alla volta di Roma, e di passare lo stretto di Bisanzio colla sua armata[2155]; ma perchè ben prevedeva che Publio Valerio Valente, creato proconsole dell'Acaia da Gallieno, uomo d'alto affare e suo particolar nimico, gli avrebbe fatta opposizion nel passaggio, mandò un personaggio di gran credito, cioè Lucio Calpurnio Pisone Frugi[2156], per ammazzarlo. Se ne accorse Valente, e non sapendo come meglio sottrarsi ai pericoli, si fece proclamar Augusto[2157], e regnò qualche tempo nell'Acaia e Macedonia. Non andò più innanzi Pisone, ma ritiratosi nella Tessaglia, giacchè vedea tanti che usurpavano l'imperio, ne volle anch'egli la sua parte, con prendere il titolo d'Imperadore e di Tessalico in quella contrada. Ma spedita una man di soldati da Valente, levò di vita Pisone, e Valente stesso fu anch'egli da lì a poco ucciso da' suoi soldati. V'ha delle inverisimiglianze in questi racconti; ma più ancora inverisimile a me sembra il dirsi da Trebellio Pollione[2158], che saputosi in Roma la morte di questi due personaggi nel dì 25 di giugno, il senato decretò gli onori divini a Pisone, con dire che non si potea trovar uomo migliore e più costante di lui. Come mai questo, se è vero ch'egli usurpasse l'imperio contra di Gallieno padrone di Roma? Nello stesso decreto disse il console di confidare che Gallieno, Valeriano e Salonino sieno nostri imperadori: intorno alle quali parole han disputato più letterati, per determinare chi fossero Valeriano e Salonino, e se tutti godessero allora il titolo d'imperadori: il che è difficile da stabilire per varii motivi. Ora Macriano, messa insieme un'armata di quarantacinque mila combattenti, e lasciato Quieto Augusto suo secondo figliuolo, assistito da Balista, al governo della Soria, marciò verso l'Europa, e passò il mare a Bisanzio. Ma fosse nell'Illirico, o pure nelle estremità della Tracia, gli venne a fronte Marco Acilio Aureolo con altro più poderoso esercito, per dargli battaglia, e segui ancora qualche menar di spade[2159]. Trattandosi di altri Romani, non voleva Aureolo lasciar la briglia a' suoi, sperando che quei di Macriano verrebbono dalla sua parte, perchè avea fatta la chiamata, e forse guadagnato alcuno dei contrarii uffiziali. Ma quei non si movevano. Per avventura venne ad imbrogliarsi e a chinar la bandiera uno degli alfieri di Macriano; non vi volle di più perchè gli altri alfieri, credendo ciò fatto non per azzardo, ma per ordine de' capitani, abbassarono anch'essi le insegne, e andarono in numero di trenta mila ad unirsi con Aureolo[2160], acclamando l'imperador Gallieno. Accortosi dipoi Macriano che anche gli altri restati con lui titubavano, li pregò di non voler dare sè stesso e il figlio Quinto Fulvio Macriano in mano di Aureolo. Il compiacquero essi con ammazzar lui e il figliuolo; e, ciò fatto, passarono anch'essi all'armata di Aureolo. Trebellio Pollione dà la gloria di questo fatto a Domiziano, valoroso capitano d'esso Aureolo, facendosi credere che Aureolo non v'intervenisse in persona. Da san Dionisio Alessandrino[2161] si ricava che la caduta di Macriano, per cui restò l'imperadore Gallieno libero da un nemico che gli facea gran ribrezzo, accadde nell'anno nono dell'imperio d'esso Gallieno, e però nel presente. Si vuol qui aggiungere che restò tuttavia padrone di quasi tutte le provincie orientali Gneo Fulvio Quieto, dichiarato, come già dissi, Augusto da Macriano suo padre. Stavagli a' fianchi Balista, personaggio di gran senno e di sperimentato valore. Ma giunta la nuova che il di lui padre e fratello erano stati vinti e tolti dal mondo, cominciarono le città dell'Oriente l'una dopo l'altra a ritirarsi dall'ubbidienza di Quieto. Zonara[2162] pretende che Odenato da Palmira, di cui parleremo fra poco, quegli fosse che, assediato Quieto nella città di Emesa, l'uccidesse. Trebellio Pollione[2163] sembra piuttosto attribuire la di lui morte ai soldati che Aureolo avea spedito per prenderlo vivo. Quanto a Balista, o egli se ne fuggì, o per mezzo di qualche accordo ebbe la facoltà di ritirarsi. Anch'egli, scrivono che prendesse dipoi il titolo d'Imperadore Augusto in qualche parte dell'Oriente, e si mantenesse sino all'anno 264. In fatti v'ha qualche medaglia[2164] che cel rappresenta Augusto. Ma io torno a desiderare che le medaglie di tanti tiranni vivuti in questi tempi sieno tutte legittime e vere, perchè non son mancati di coloro che, per farsi ben pagare dai dilettanti di sì fatte anticaglie, han saputo formar di pianta monete simili alle antiche col mutar le loro iscrizioni. Trebellio Pollione confessa ingenuamente di non sapere se Balista prendesse sì o no la porpora; ed esservi scrittori che asseriscono essersi egli ritirato ad una vita privata. Quel che è certo, egli fu dipoi ucciso, chi dice per ordine di Odenato, e chi dai soldati di Aureolo, con riferire la di lui morte all'anno 264: circostanze tutte dubbiose, e che non si possono chiarire. Noi sappiamo ancora che dopo la morte d'Ingenuo tiranno Quinto Nonio Regilliano nell'Illirico[2165] si sollevò e prese il titolo d'Imperadore Augusto. Costui, siccome di sopra accennai, fece di molte prodezze contra dei Sarmati, e ricuperò l'Illirico, che per la dappocaggine di Gallieno era quasi tutto perduto. Ciò dovette avvenire prima di usurpar l'imperio; ma in qual tempo egli l'usurpasse, nol possiamo determinare; e noi vedremo fra poco che anche Aureolo prese il titolo d'Augusto nel medesimo Illirico. Per quel che scrive Trebellio, fu un accidente che costui fosse promosso all'imperial dignità dai soldati, i quali, scherzando sul nome di Regilliano, trovarono che Dio gli avea dato questo nome, acciocchè divenisse re, e per questo l'acclamarono Augusto. Ma quei medesimi soldati poi per timore della crudeltà di Gallieno, già provata nella ribellion d'Ingenuo, e per le premure di quei popoli che non voleano quel peso addosso, diedero ad esso Regilliano la morte.

NOTE:

[2145] Mediobarbus, in Numism. Imperat. Trebell. Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 8.

[2146] Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 10.

[2147] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 11.

[2148] Goltzius et Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[2149] Trebellius Pollio, in Gallieno.

[2150] Pagius, in Critic. Baron.

[2151] Zonaras, in Annalibus.

[2152] Eusebius, in Chronic.

[2153] Tillemont, Mémoires de Empereurs.

[2154] Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 22.

[2155] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 18.

[2156] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2157] Aurelius Victor, in Epitome.

[2158] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 20.

[2159] Zonaras, in Annalib.

[2160] Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrannis, cap. 11.

[2161] Euseb., Hist. Eccles., lib. 7, cap. 23.

[2162] Zonaras, in Annalibus.

[2163] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 17.

[2164] Mediobarb., in Numismat. Imper.

[2165] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 9.

Anno di CRISTO CCLXIII. Indizione XI.

DIONISIO papa 5. GALLIENO imperadore 11.

Consoli

ALBINO per la seconda volta e MASSIMO DESTRO.

Credesi che il primo console fosse nominato Marco o Manio Nummio Albino, perchè v'ha un'iscrizione romana, dove egli è chiamato consul ordinarius iterum. Che così fosse, può darsi. Ma nell'antico catalogo[2166] de' prefetti di Roma noi troviamo che Nummio Albino era stato prefetto di Roma nell'anno 261, e seguitò ad esercitar quella carica nell'anno seguente ed anche nel presente; e non sapendo noi che fosse per anche introdotto di dare ad un solo quelle due dignità nel medesimo anno, perciò può restar sospetto che fossero due persone diverse; se non che andando innanzi, cominceremo a trovare chi, essendo prefetto di Roma, esercitò nello stesso tempo il consolato. Circa questi tempi i Germani penetrarono colle loro scorrerie fino in Ispagna. Aurelio Vittore[2167] ed Eutropio[2168] scrivono che i Franchi, popoli allora della Germania, quei furono che, entrati nelle Gallie, vi fecero immensi saccheggi, e di là passarono nella Spagna Tarragonese, dove presero per forza e saccheggiarono la capitale di quel paese, cioè Tarragona; e trovata copia di navi, andarono insino a visitar l'Africa. Paolo Orosio[2169] attesta anche egli la desolazione lasciata da costoro nella Spagna, con aggiungere che ne restavano anche a' suoi tempi le funeste memorie, e che durò per dodici anni la persecuzione da loro recata a quelle contrade. Fu di parere il Valesio[2170] che costoro non per le Gallie, ma per l'Oceano passassero in Ispagna, come poi fecero i Normanni nel secolo nono; ed Eumene[2171] porge buon fondamento a questa opinione, che sembra più verisimile, che non è il creduto loro passaggio per le Gallie. A queste calamità son da aggiugnere l'altre narrate tutte in un fiato[2172] da Aurelio Vittore, da Eutropio e da Orosio, ancorchè non se ne sappia il tempo preciso. Cioè, che la Dacia, di cui quella che oggi è Transilvania, era anticamente una parte, e tutto quanto il paese conquistato una volta da Traiano venne in potere dei Barbari. Secondo Eutropio, i Quadi e i Sarmati devastarono la Pannonia. Eusebio[2173] scrive che l'occuparono. Orribili ancora furono i danni recati dagli Sciti, cioè dai Goti, alle provincie dell'Europa e dell'Asia, colle quali confinavano. Trebellio Pollione[2174] racconta che costoro s'impossessarono della Tracia, devastarono la Macedonia, e vennero ad assediare Tessalonica, oggidì Salonichi. Fu loro data battaglia nell'Acaia da Macriano general de' Romani, diverso da colui che abbiam veduto di sopra, e il cui vero nome probabilmente era Marziano, di cui parleremo più abbasso. Sconfitti se n'andarono i Barbari. L'altro esercito di essi Goti, passato nell'Asia, pervenne sino ad Efeso, dove, dato in prima il sacco al celebre e ricchissimo tempio di Diana, poscia lo consegnarono alle fiamme. Lo storico Giordano[2175] non lasciò indietro questa partita, con dire che i Goti condotti da Respa, Veduco, Turo e Varo loro capitani, vi saccheggiarono varie città, incendiarono il tempio di Diana Efesina, e nella Bitinia spogliarono e diroccarono la bella città di Calcedonia. Carichi di bottino nel ritornare a casa devastarono Troia ed Ilio: lasciarono i segni della loro fierezza nella Tracia, e presero la città d'Anchialo, posta alle radici del monte Emo, dove si fermarono molti dì per que' bagni caldi che quivi si trovavano. Dopo di che se ne tornarono ai lor paesi. Ma non si contentarono di questo que' Barbari. Un sì gustoso mestiere li fece altre volte ritornare ai danni delle provincie romane. Crede il padre Pagi[2176] che l'irruzione suddetta de' Goti appartenga all'anno precedente, perchè si figura celebrati allora i decennali di Gallieno. Ma chi riferisce a quest'anno esse feste, vi unisce ancora i pianti dell'Asia per cagion dei suddetti Barbari.

In qual anno Postumo governator delle Gallie si rivoltasse contra di Gallieno Augusto, e prendesse il titolo di imperadore, è tuttavia in disputa, nè io son qui per entrare in sì fatte liti di critica che il lettore non aspetta da me. Certo è che almen qualche tempo prima dell'anno presente egli usurpò l'imperio in quelle parti. Per quanto credono gli eruditi di ricavar dalle medaglie[2177], era il suo nome Marco Cassio Latieno Postumo, benchè Trebellio Pollione[2178] il chiami Postumio. In una iscrizione[2179] da me data alla luce, non Latieno, ma Latino si vede appellato. Questi era bassamente nato, ma giunto ad essere uno de' più eccellenti capitani che si avesse Roma allora, uomo di singolar prudenza e gravità, che con tutta la sua severità intendeva l'arte di farsi amare dai popoli e dai soldati. Valeriano Augusto, che sapea ben discernere i meriti delle persone, gli avea dato il governo delle Gallie, acciocchè il suo valore servisse a rintuzzar l'orgoglio de' Franchi e d'altre nazioni germaniche transrenane, già usate a molestar le provincie romane. Tal credito s'era egli acquistato, ch'esso Valeriane gl'inviò suo nipote Salonino, non so se il primo o se il secondo figliuolo di Gallieno, acciocchè l'istruisse nelle arti convenienti ad un principe e ad un guerriero. Ma se Postumo era dotato di tanti bei pregi, non si trovava già in lui l'importantissimo della fedeltà. Il sapersi nelle Gallie la vita lussuriosa e scandalosa che menava Gallieno in Roma cagionò in que' popoli un tal disprezzo di questo principe, aiutato probabilmente anche dalle scerete insinuazioni d'esso Postumo, che pensarono a provvedersi d'un imperadore, in cui concorresse il valore e il senno, per difendersi dai nemici Germani. Avea Postumo, per relazione di Zonara[2180], sconfitto un corpo di que' Barbari passati di qua dal Reno, e distribuito ai soldati il bottino fatto[2181] Silvano capitan delle guardie del giovinetto Salonino Cesare l'obbligò ad inviar quella preda al principe: il che sì forte amareggiò i soldati, mal soddisfatti per altro, poichè lor non piaceva di star sotto il comando di un fanciullo, cioè di esso Salonino, che, alzato rumore, proclamarono imperadore Postumo. Il che fatto, marciarono tutti a Colonia, dove dimorava esso Salonino, gridando di voler nelle mani il principe e Silvano, ed assediarono quella città. Bisognò darli, e Postumo li fece morire amendue, aggiugnendo quest'altra taccia alla violata fede contra del suo sovrano. Non vi fu popolo alcun delle Gallie che nol riconoscesse volentieri per imperadore; e pare che anche le Spagne e l'Inghilterra si sottomettessero al di lui imperio; e tolta la fellonia, era egli ben degno di reggere popoli[2182]. Nello spazio di sette anni che Postumo regnò, anche nelle Gallie regnò la felicità: tanta era la sua moderazione e giustizia, tanto il suo valore, per cui ridusse i Germani a contenersi nei loro limiti, e fabbricò anche alcune castella nel loro paese. Egli si trova nelle medaglie[2183] (se pur tutte son vere) appellato console per la quarta volta. Avea un figliuolo nomato Caio Giunio Cassio Postumo, a cui diede il titolo di Cesare, e poi quello di Augusto. Fu Postumo il più potente e terribil avversario che si avesse Gallieno, non tanto per la sua buona testa, quanto per l'amore che gli portavano i popoli delle Gallie, e per lo grande squarcio ch'egli avea fatto dell'imperio romano.

Ora Gallieno Augusto (io non so dire in qual anno) con buon esercito marciò in persona contra di Postumo. Teodoto era il generale della sua armata. Posero l'assedio ad una città, dove s'era rinchiuso Postumo; ma nel fare Gallieno la ronda intorno a quella città, fu ferito da una saetta, e dovette cessare per questo l'assedio. Se poi Trebellio Pollione[2184] tien qualche ordine ne' suoi racconti, circa questi tempi, o pur nell'anno precedente, il medesimo Gallieno, conducendo seco due bravi capitani, cioè Aureolo e Claudio (il qual fu poscia imperadore), tornò di nuovo a far guerra a Postumo. Fu allora che Postumo dichiarò imperadore Augusto e collega suo Marco Aurelio Piavvonio Vittorino, uomo di grande abilità nel mestier della guerra, benchè perduto dietro le femmine, per poter più facilmente opporsi agli sforzi di Gallieno. Seguirono varii combattimenti o scaramuccie, e in una battaglia restò anche sconfino Postumo; ma senza apparire che per questo sinistro colpo peggiorassero gli affari di lui, e ne profittasse quei di Gallieno. Parimente intorno a questi tempi un'orribil disavventura accadde in Bisanzio. Per quanto sembra dire Trebellio, dovea essere venuto alle mani il popolo di quella città colla guarnigione; e prevalendo la forza de' soldati, restò tagliata a pezzi quella cittadinanza, in maniera che tutte le vecchie famiglie vi perirono, a riserva di coloro che o per la mercatura o per la milizia n'erano lontani. Gallieno adunque, sbrigato che fu dalla guerra di Postumo, passò alla volta di Bisanzio, dove non ispirava di entrare se non colla forza. Ma, avendo capitolato quel presidio, v'entrò; e poi, senza osservar la parola e il giuramento, fece uccidere tutti quanti que' soldati che vi si trovarono. Di là poi frettolosamente, e glorioso per quel macello, come se ne avesse riportata qualche gran vittoria, sen venne a Roma, dove celebrò con grande e disusata pompa il decennio compiuto del suo imperio. Secondo il padre Pagi[2185], questa solennità si fece nel precedente anno; secondo altri, nel presente, perchè in questo terminava esso decennio, e si faceano i voti pubblici per la conservazione dell'imperadore per un altro decennio. Le medaglie[2186] ne parlano, ma senza chiarirne il tempo. Racconta lo stesso Trebellio[2187] che Gallieno corteggiato da tutto il senato e dall'ordine equestre, e dalle milizie vestite di bianco, preceduto dal popolo e fin da' suoi servi e dalle donne che portavano torcie e lampade accese, processionalmente si portò al Campidoglio. Cento buoi colle corna dorate e con gualdrappe di seta (cosa preziosa in que' tempi) e ducento bianche agnelle, andavano innanzi per servire ai sagrifizii. V'intervennero ancora dieci elefanti che si trovavano allora in Roma; e mille e ducento gladiatori superbamente vestiti. V'erano carrette che menavano ogni sorta di buffoni, ed altre, nelle quali si rappresentavano le forze dei ciclopi. Per tutte in somma le strade altro non si vedeva che giuochi, e le acclamazioni dappertutto andavano al cielo. Comparivano in fine centinaia di persone, fintamente vestite, chi alla gotica, chi alla sarmatica, ed altre con abiti da Franchi e da Persiani. Con questa vana pompa, o sia con questa mascherata, si credeva l'inetto principe d'imporre al popolo romano, il quale in mezzo agli applausi si burlava di lui, mostrandosi favorevole, chi a Postumo, chi a Regilliano, il qual non dovea per anche essere ucciso; ed altri ad Emiliano e a Saturnino, che già si dicevano anch'essi rivoltati. I più nondimeno compiangevano la prigionia di Valeriano, a cui nulla pensava l'ingrato figliuolo. Accadde, che conducendosi fra la turba dei finti Persiani anche il re di Persia, come prigioniere (cosa che moveva il riso a tutti), alcuni buffoni si cacciarono fra que' Persiani, guatando attentamente ognun d'essi in viso. Interrogati che cercassero con tanta premura, risposero: Cerchiamo il padre del principe. Gallieno, che mai non si risentiva all'udir parlare dell'infelice suo padre, e solamente mutava discorso con dire agli astanti: Cosa di buono avremo al pranzo? che solazzi abbiam da godere oggi? vi sarà egli spasso domani al teatro, al circo? avvertito della facezia di que' buffoni, allora prese fuoco; e fattili imprigionare, li condannò ad essere bruciati vivi: sentenza e spettacolo che amareggiò sommamente il popolo, e talmente se ne dolsero i soldati, che ne fecero a suo tempo aspra vendetta.

NOTE:

[2166] Apud Bucherium et Eccardum.

[2167] Aurelius Victor, in Epitome.

[2168] Eutrop., in Breviar.

[2169] Paulus Orosius, Histor., lib. 7.

[2170] Valesius, Rer. Franc., lib. 11.

[2171] Eumenes, in Panegyrico Constantin.

[2172] Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar. Orosius, Histor., lib. 7.

[2173] Euseb., in Chronic.

[2174] Trebellius Pollio, in Gallieno.

[2175] Jordanus, de Rebus Geticis, cap. 20.

[2176] Pagius, in Critic. Baron.

[2177] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2178] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, et in Gallieno.

[2179] Thesaurus Novus Inscript., pag. 360, n. 5.

[2180] Zonaras, in Annalibus.

[2181] Zosimus, lib. 1, cap. 38.

[2182] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 2 et 4.

[2183] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[2184] Trebellius Pollio, in Gallieno.

[2185] Pagius, in Crit. Baron. ad annum 262.

[2186] Mediob., in Numismat. Imperator.

[2187] Trebellius Pollio, in Gallieno.

Anno di CRISTO CCLXIV. Indizione XII.

DIONISIO papa 6. GALLIENO imperadore 12.

Consoli

PUBLIO LICINIO GALLIENO AUGUSTO per la sesta volta e SATURNINO.

Ho io prodotta un'iscrizione[2188] posta a Lucio Albino Saturnino console, ma senza poter determinare se ivi si parli di Saturnino console di quest'anno. S'è fatta poco fa menzione di Saturnino, personaggio anch'esso usurpator dell'imperio in questi calamitosi tempi di Roma. Quel poco che ne sappiamo, l'abbiamo dal solo Trebellio Pollione[2189], il quale non seppe nè pur egli dirci altro, se non che era uomo di prudenza singolare, di vita amabile, e che avea riportato più vittorie contra dei Barbari; ma senza poter assegnare nè il tempo, nè il paese, dove l'armata posta sotto il suo comando gli diede la porpora imperiale. Probabilmente egli comandava ai confini della Scizia. Ma perchè parve, nell'andar innanzi, troppo severo, que' medesimi che gli aveano dato l'imperio, quello, insieme colla vita, gli tolsero. Maraviglia è come quello storico ed altri sì vicini a questi tempi sì poco sapessero di quegli avvenimenti. Per quello che riguarda Emiliano, mentovato anch'esso poco fa da Trebellio Pollione, non è per anche stabilita la serie de' suoi nomi, perchè le poche medaglie che s'hanno di lui, lasciano dubbio d'impostura. Vien creduto non diverso da quell'Emiliano che, per attestalo di Dionisio Alessandrino[2190], perseguitò malamente i cristiani in Egitto. Era egli generale dell'armi romane in quelle stesse provincie[2191], quando, insorta una briga per avere un soldato battuto un servo, a cui era scappato detto, essere migliori le scarpe sue che quelle dei soldati, la plebe alessandrina, solita per ogni bagattella a muoversi e a far sedizione, s'attruppò, e con armi e sassi andò infuriata a trovar Emiliano, regolandolo ancora d'alcune sassate. Dicono ch'egli non trovasse altro scampo che quello di farsi dichiarar imperadore, per poter comandare a bacchetta e farsi più rispettare. Per quel tempo ch'egli regnò tenne con vigore l'imperio e visitò la Tebaide e tutto l'Egitto, mettendo buon ordine dappertutto. Ma spedito colà da Gallieno un esercito sotto il comando di Teodoto, Emiliano, nel punto che si preparava a far una spedizione contro agl'Indiani, fu preso e strangolato in prigione. Voleva poi Gallieno crear Teodoto proconsole dell'Egitto, acciocchè godesse più autorità e balìa; ma ne fu ritenuto dai sacerdoti, perchè v'era una predizione, che allora l'Egitto tornerebbe in libertà, quando v'entrassero i fasci consolari che si davano ai proconsoli, e la pretesta dei Romani. Trebellio Pollione cita per testimonio di ciò Cicerone e Procolo grammatico. Il tempo, in cui Emiliano usurpò la porpora e perdè la vita, indarno si va ora cercando. Lo stesso Pollione nel precedente anno parlò di Aureolo, come di persona già ribellata contra di Gallieno Augusto. Per questa ragione metto io sulla scena costui nell'anno presente, benchè trovi qui imbrogliati non poco i conti di quello storico[2192]. Sembra che egli proponga la di lui ribellione avvenuta non molto dopo la cattività di Valeriano imperadore; e perciocchè dipoi si vede ch'egli combattè in favor di Gallieno contra di Macriano, ed anzi poco fa in compagnia del medesimo Gallieno, lo abbiam veduto far guerra a Postumo; non si può già facilmente credere che così presto egli si rivoltasse. Pollione l'acconcia con dire che Gallieno fece pace con Aureolo, e di lui si servì poscia contra di Postumo. Altri sono stati di avviso che il prendesse per collega nell'imperio per abbattere col braccio di lui gli altri tiranni: tutte cose improbabili presso chi sa le gelosie e le diffidenze dei dominanti. Zosimo[2193] riferisce la rivolta d'esso Aureolo all'anno 267, ed in ciò è seguito da Zonara[2194]. Questa pare la più verisimil opinione. Nelle medaglie[2195] che restano d'esso tiranno si vede ch'egli era appellato Manio (e non già Marco) Acilio Aureolo. Il governo dell'Illirico fu a lui conferito da Gallieno; ma egli, guadagnati gli animi dei soldati, si fece acclamar Imperadore. Se dice il vero il sopraccitato Trebellio Pollione[2196], nell'anno precedente Odenato re de' Palmireni ottenne l'imperio di tutto l'Oriente. Riserbo io le notizie di questo insigne personaggio all'anno seguente.

NOTE:

[2188] Thesaur. Novus Inscript., pag. 365.

[2189] Trebell. Pollio, in Trigint. Tyrann., c. 22.

[2190] Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 11.

[2191] Trebell. Pollio, in Triginta Tyrann., c. 21.

[2192] Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., et in Gall.

[2193] Zosimus, lib. 1, cap. 40.

[2194] Zonaras, in Annalibus.

[2195] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2196] Trebellius Pollio, in Gallieno.

Anno di CRISTO CCLXV. Indizione XIII.

DIONISIO papa 7. GALLIENO imperadore 13.

Consoli

PUBLIO LICINIO VALERIANO per la seconda volta e LUCIO CESONIO LUCILIO MACRO RUFINIANO.

Il primo console, cioè Valeriano, comunemente vien creduto il fratello di Gallieno Augusto, con opinione ch'egli nell'anno 259 fosse stato console sostituito. Tempo è ormai di parlare di Odenato, il cui nome si rendè ben celebre per le imprese da lui fatte in servigio dell'imperio romano in Oriente. Egli[2197] era nato in Palmira, città nobile della Fenicia, non lungi dall'Eufrate, delle cui rovine ed antichità han rapportato molte notizie in questi ultimi tempi i viaggiatori inglesi. Ch'egli fosse solamente cittadino e decurione in quella città, lo scrive Eusebio[2198]. Ciò vien anche confermato da Zosimo[2199], il quale nondimeno aggiunge aver egli avuto delle milizie proprie: il che sembra indicare ch'egli fosse uno dei principi dei Saraceni abitanti verso l'Eufrate e collegati dei Romani, siccome ancora fu di parere Procopio[2200]. Fece Dio nascere in questi tempi un uomo tale per umiliar l'orgoglio di Sapore re della Persia, che dopo la gran vergogna inferita ai Romani, col fare suo schiavo il loro imperador Valeriano, pareva in istato di assorbir tutte le provincie romane dell'Oriente. Avea Odenato[2201] in sua gioventù fatto il noviziato della guerra nella caccia delle fiere, prendendo lioni, pardi, orsi ed altri animali selvatici, ed indurando il corpo ai venti e alle pioggie. Veduto ch'egli ebbe divenuto formidabile a tutto l'Oriente il re Sapore per le vittorie guadagnate sopra i Romani, abbiamo da Pietro Patrizio[2202], che per comperarsi la buona grazia di quel regnante, gli inviò molti cammelli carichi di preziosi regali, con lettera di tutta sommessione e rispetto. All'alterigia di Sapore (male ordinario dei gran tiranni dell'Oriente) parve un'insolenza l'atto di Odenato, che, essendo persona privata, avesse osato di scrivergli senza presentarsi egli in persona al soglio suo. Il perchè stracciò quella lettera, fece gittar nel fiume que' presenti, e disse ai messi ch'egli saprebbe ben insegnar le creanze al loro signore, e come un par suo dovea trattare con chi era suo padrone, e che sterminerebbe lui colla sua famiglia e patria. Contuttociò, s'egli bramava un gastigo men rigoroso, venisse a prostrarsi ai suoi piedi colle mani legate. Fu allora che Odenato, non sapendo digerir tanta boria, nè tollerar le mal meritate minaccie del barbaro regnante, si gittò affatto nel partito de' Romani. Zonara[2203] scrive, esser egli stato quello che nella Mesopotamia assediò in Emesa Quieto figliuolo di Macriano tiranno, ed il fece uccidere. Da lui parimente[2204] tolta fu la vita a Batista, usurpatore anche esso dell'imperio in Oriente. Appresso mosse una fiera guerra al re di Persia; ricuperò Nisibi e Carre e tutta la Mesopotamia. S'era egli dato il vanto di voler anche cavar dalle mani de' Persiani il prigionier Valeriano; e perciocchè mostrava in tutto dipendenza da Gallieno Augusto, ed ubbidienza agli ordini che venivano da lui, fu creato governatore e generale dell'Oriente da esso imperadore. Avvennero questi fatti negli anni addietro.

Che Odenato anche prima di questo anno entrato nelle terre de' Persiani, grande strage facesse di loro, ed arrivasse fino a Ctesifonte, capitale allora di quella monarchia, si può raccogliere da Zosimo[2205] e da Trebellio Pollione[2206]. Ma verso questi tempi egli di nuovo, più potente e risoluto che mai, tornò addosso ai Persiani, e mise l'assedio a Ctesifonte. Molti combattimenti e saccheggi di tutto quel paese, e macello incredibile della nemica genie fu ivi fatto. Ma perchè tutti i satrapi della Persia si unirono per la comune difesa, non potè far crollare ai suoi voleri quella metropoli. Portate intanto a Gallieno le nuove, qualmente Odenato, dopo aver liberata dai Persiani la Mesopotamia, era giunto sotto Ctesifonte, avea messo in fuga il re Sapore, presi molti di questi satrapi, e fatta strage di que' Barbari: per consiglio di Valeriano suo fratello e di Lucilio suo parente, che abbiam veduto consoli ordinarii nell'anno presente, a motivo di maggiormente attaccare Odenato agl'interessi del romano imperio, gli diede il titolo di Augusto, dichiarandolo suo collega, ed ordinando che si battessero monete in onore di lui, delle quali alcune ancora ne restano[2207]. A molti dovette parere strana una tal risoluzione, perchè restava giustificatamente in mano ad Odenato, principe straniero, tutto lo Oriente; e pure, se dice il vero Trebellio Pollione, il senato e tutto il popolo romano sommamente lodarono questo fatto, probabilmente sperando che andasse a terra l'inetto Gallieno, e che questo valoroso Fenicio avesse poi da rimettere in buon sesto il troppo sfasciato imperio romano. E ciò basti per ora di Odenato. Benchè non si sappia il tempo preciso in cui anche Trebelliano non volle esser da meno di tanti altri usurpatori dell'imperio[2208], pure ne parleremo qui. Solamente noi sappiamo che costui, nominato Caio Annio Trebelliano in qualche medaglia[2209] (se pur son legittime le medaglie di lui), trovando nella Isauria quel popolo malcontento di Gallieno, e bramoso di un condottiere, prese il titolo d'imperadore, e nella rocca d'Isauria si fabbricò un palazzo. Fra que' luoghi stretti del monte Tauro si mantenne egli per qualche tempo; ma speditogli contro da Gallieno Causisoleo Egiziano, fratello di quel Teodoto che avea preso Emiliano tiranno dell'Egitto, ebbe maniera di tirarlo a campagna aperta, di dargli battaglia, di sconfiggerlo e di levargli la vita. Ma quei popoli per paura di gastighi continuarono nella lor ribellione e libertà, nè si poterono per gran tempo, e forse mai più, rimettere all'ubbidienza della repubblica romana. Nè pure all'Africa mancarono i suoi disastri[2210]. Quivi per cura di Vibio Passieno proconsole, e di Fabio Pomponiano general dell'armi ai confini nella Libia, fu creato imperadore un Tito Cornelio Celso semplice tribuno, e vestito colla porpora imperiale da una Galliena cugina del medesimo Gallieno Augusto. Ma non passarono sette dì che costui fu ucciso, il suo corpo dato ai cani, ed impiccata l'effigie sua per opera del popolo di Sicca, il quale s'era mantenuto fedele a Gallieno. Abbiamo un'iscrizione[2211] comprovante ch'esso Gallieno fece in quest'anno rifabbricar le mura di Verona; perlochè quella città prese il titolo di Galleniana. Il lavoro fu cominciato a dì 5 d'aprile, e terminato nel dì 4 di dicembre. Dovea servire quella città d'antemurale agl'insulti de' Germani. A' tempi del gran Pompeo era essa divenuta colonia de' Romani[2212]; ma, scaduta per le guerre, trovò miracolosamente un ristoratore in questo sì disattento e scioperato Augusto.

NOTE:

[2197] Agathias, lib. 4 Histor.

[2198] Euseb., in Chronic.

[2199] Zosimus, lib. 1, cap. 38.

[2200] Procopius, de Bello Pers., lib. 11.

[2201] Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 14.

[2202] Petrus Patricius, de Legationibus, t. I Histor. Byzantin.

[2203] Zonaras, in Annalibus.

[2204] Trebellius Pollio, in Gallienis.

[2205] Zosimus, lib. 1, cap. 29.

[2206] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 14.

[2207] Goltzius, et Mediob., in Numism. Imperat.

[2208] Trebellius Pollio, in Gallieno, et in Trig. Tyrann., cap. 14.

[2209] Goltzius, et Mediob., Numism. Imper.

[2210] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis.

[2211] Panv., in Fast. Cons. Maffeius, Veron. Illustr.

[2212] Incertus, in Panegyrico Constant., cap. 8.

Anno di CRISTO CCLXVI. Indizione XIV.

DIONISIO papa 8. GALLIENO imperadore 14.

Consoli

PUBLIO LICINIO GALLIENO AUGUSTO per la settima volta e SABINILLO.

Per gli nuovi tiranni che ogni dì saltavano fuori, conquassato era l'imperio romano; ma poco parea che se ne affliggesse la testa leggiera di Gallieno imperadore[2213]. Quando gli giugneva la nuova che l'Egitto era perduto: E che? diceva egli, non potremo noi vivere senza il lino d'Egitto? Veniva un altro a dirgli le orribili scorrerie fatte dagli Sciti nell'Asia, e i tremuoti che aveano in quelle parti diroccate le città, rispondeva: Non potremo noi far senza le loro spume di nitro per lavarci? Udita la perdita delle Gallie, se ne rise, dicendo: Sto a vedere che la repubblica sia sbrigata, se non verran più le tele di Arras. Così questo imperadore con aria da filosofo, ma con vera dappocaggine e stoltizia di principe. E intanto le applicazioni sue più serie erano dietro alla cucina e alle tavole per mangiar bene e ber meglio, e a soddisfar le sfrenate voglie della libidine sua, e a far comparse di lusso disusato, senza prendersi pensiero del pubblico governo, e senza mettersi affanno di tante ribellioni e disastri che fioccavano da tutte le bande sul romano imperio. Abbiamo da Aurelio Vittore[2214] ch'egli, oltre alla moglie Salonina Augusta, teneva varie concubine, fra le quali la principale fu Pipa, figliuola del re de' Marcomanni, per ottenere la quale cedette ad esso re una parte della Pannonia superiore. E questa sua trascuraggine appunto era quella che animava or questo or quello ad alzar bandiera contra di lui, e ad usurpare il nome d'imperadore. Trovò egli nondimeno un ingegnoso spediente per mettere freno all'esaltazione di nuovi Augusti[2215], e fu quello di proibir da lì innanzi che i senatori avessero impieghi nella milizia, e si trovassero nelle armate, perchè diffidava di chiunque era in credito, e poteva aspirare all'imperio, o muover altri a liberarsi da lui. Uso fu degli Augusti di condur sempre seco ne' viaggi e nelle guerre un numero scelto di senatori, che formavano il loro consiglio, e mantenevano ne' popoli e nelle soldatesche il rispetto dovuto al senato, e comandavano bene spesso le armate. Tutto il contrario fece Gallieno. E di qui poi venne, che avvezzatisi i senatori a godersi in pace i loro posti e beni, e a risparmiar le fatiche, i pericoli e le sedizioni della milizia, più non cercarono di far cessare quella legge di Gallieno: perlochè sempre più venne calando la loro stima ed autorità, e crebbe l'insolenza di chi comandava e maneggiava l'armi.

Intorno a questi tempi pare che succedesse nelle Gallie il fine di Postumo, stato per più anni tiranno, o sia imperadore in quelle parti, dove ancora avea preso il quarto consolato. Scrivono[2216] ch'egli mantenne sempre que' popoli in istato felice, mercè del suo senno e valore, ed era anche universalmente amato e rispettato. Tuttavia si sollevò contra di lui Lucio Eliano, che prese il titolo d'Imperadore in Magonza. Eutropio[2217] scrive, che avendo Postumo presa quella città, per non aver voluto abbandonarne il sacco ai soldati, costoro l'uccisero insieme col giovane Postumo suo figliuolo. Ho io con Aurelio Vittore appellato Eliano l'emulo che si rivoltò contro di lui; ma questi infallibilmente non è se non quel personaggio che da Trebellio Pollione[2218] vien chiamato Lolliano, e tale ancora si trova il suo nome presso d'Eutropio. Postumo, secondo il suddetto Pollione, per maneggi segreti d'esso Lolliano, perdè la vita; ed è certo che questi sopravvisse a Postumo. Dicono ch'egli fu accettato per Imperadore da una parte delle Gallie; e che fece di gran bene alle città di quelle contrade, e che rifabbricò varii luoghi di là del Reno. Ma che? Vittorino, figliuolo di Vittoria, già preso per collega dell'imperio da Postumo, gli fece guerra; e peggiore gliela fecero i soldati, perchè annoiati dalle troppe fatiche, alle quali continuamente gli obbligava, gli tolsero la vita. Trovansi medaglie[2219], dove egli è chiamato Lucio Eliano ed Aulo Pomponio Eliano; altre se ne rapportano col nome di Spurio Servilio Lolliano. O l'une o l'altre sono mere imposture, quando ancora non sieno tutte. Sicchè Marco Aurelio Vittorino restò solo possessor delle Gallie. Ma costui[2220] con tutte le belle doti d'uomo grave, clemente, economo, ed esattor della disciplina militare, portava nell'ossa un vizio che denigrava tutte le sue virtù, cioè una sfrenata libidine, per cui niun rispetto portava ai talami de' suoi soldati. Ne riportò anche il castigo[2221]. Trovandosi egli in Colonia, un cancelliere dell'esercito, irritato contra di lui per violenza usata a sua moglie, essendosi congiurato con altri, lo uccise. Il fanciullo Vittorino di lui figliuolo fu allora chiamato Cesare da Vittoria o sia Vittorina, avola sua paterna; ma nella stessa maniera che il padre, fu anch'egli ammazzato dai medesimi soldati. Così Trebellio Pollione, il quale, se son vere le medaglie riferite dal Goltzio e dal Mezzabarba[2222], mal informato si scuopre di quegli affari. In esse medaglie veggiamo appellato questo fanciullo Caio Piavio Vittorino, e non già col suo titolo di Cesare, ma bensì d'Imperadore Augusto. Se fosse vero il racconto di Pollione, non vi restò tempo da battere monete in onore di questo piccolo Augusto. Il punto sta che siamo ben sicuri d'essere quelle monete fattura indubitata dell'antichità. Certamente è lecito il dubitarne. Dopo i due Vittorini, l'imperio delle Gallie fu da quelle milizie conferito ad un Mario, già stato fabbro ferraio. Eutropio[2223] mette l'esaltazione di costui fra Lolliano e Vittorino; Trebellio Pollione[2224] dopo Vittorino. Era costui salito in alto ne' posti militari per l'estrema sua forza, di cui alcune prove rapporta Pollione. Ma un soldato, già di lui garzone nella bottega del suo mestiero, vedendosi sprezzato da lui o prima o dopo l'usurpato imperio, due o tre giorni dopo la di lui promozione, col ferro lo stese morto a terra, dicendo nel medesimo tempo: Questa è la spada che tu di tua mano fabbricasti. Allora Vittoria madre del vecchio Vittorino, che volea pur conservar l'acquistata sua autorità nelle Gallie, a forza di denaro indusse i soldati a proclamar Imperadore, forse nell'anno seguente, Tetrico suo parente, senatore romano, e governatore nell'Aquitania, provincia delle Gallie. Questi nelle medaglie[2225] si trova nominato Publio Piveso, o, secondo un'iscrizione, Pesuvio Tetrico, con apparenza che alcuna di esse memorie patisca eccezione. Dicono ch'egli era anche stato console, e che portatagli questa lieta nuova a Bordeos, quivi prese la porpora. Suo figliuolo Caio Pacuvio Piveso Tetrico, ancorchè allora fanciullo, fu creato Cesare dalla suddetta Vittoria, la quale appresso (non si sa in qual anno) terminò i suoi giorni, aiutata, per quanto ne corse la voce, dal medesimo Tetrico, al quale piaceva di comandare e non d'essere comandato da lei. Continuò dipoi Tetrico la sua signoria non solamente nelle Gallie, ma anche nelle Spagne, fino ai tempi di Aureliano Augusto, siccome allora diremo. Fu di parere il Pagi[2226] che Postumo regnasse nelle Gallie sino all'anno secondo di Claudio imperadore. Non mancano ragioni ad altri per crederlo ucciso sotto Gallieno. La lite non è per anche decisa; nè certo si può ben chiarire il tempo di tante rivoluzioni succedute in quelle contrade.

NOTE:

[2213] Trebellius Pollio, in Gallieno.

[2214] Aurelius Victor, in Epitome.

[2215] Idem, ibidem.

[2216] Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., cap. 2.

[2217] Eutrop., in Breviar.

[2218] Trebellius Pollio, in Trig. Tyran., cap. 4.

[2219] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2220] Trebellius Pollio, in Trig. Tyran., cap. 5.

[2221] Aurelius Victor, in Epitome.

[2222] Goltzius et Mediob., in Numism. Imperat.

[2223] Eutrop., in Breviar.

[2224] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 7.

[2225] Goltzius, in Numism. Imperat.

[2226] Pagius, in Crit. Baron.

Anno di CRISTO CCLXVII. Indizione XV.

DIONISIO papa 9. GALLIENO imperadore 15.

Consoli

PATERNO e ARCESILAO.

Fin qui il valoroso Odenato da Palmira, dichiarato Augusto in Oriente, mostrava bensì unione con Gallieno imperadore, ma verisimilmente si facea conoscere per solo padrone delle provincie romane dell'Asia. Seguitava egli a far vigorosamente guerra ai Persiani, quando fu ucciso. Si disputa tuttavia intorno al tempo, al luogo e all'uccisore. Chi crede succeduta la di lui morte nell'anno precedente, chi nel presente. Certo è che circa questi tempi i Goti, o sieno gli Sciti, fecero un'irruzione nell'Asia[2227], e giunsero fino ad Eraclea, saccheggiando tutto il paese. Secondo Sincello[2228], Odenato prese la risoluzione di portar l'armi contra di costoro, e giunto ad Eraclea, vi fu ferito e morto. Zosimo[2229], all'incontro, scrive ch'egli soggiornava in Emesa, dove, celebrando un non so qual giorno natalizio, a tradimento restò privato di vita. V'ha chi il fa ucciso[2230] da un altro Odenato suo nipote, chi da Meonio suo cugino; e sospettò anche taluno che Zenobia sua moglie tenesse mano al misfatto per gelosia di veder anteposto a' proprii figliuoli Erode, nato da una prima moglie ad esso Odenato, e da lui creato Augusto. Certo è che questo Erode, nominato anche Erodiano in qualche medaglia, della cui legittimità non so se possiam dubitare, perdè anch'egli la vita col padre. Era giovane portato al lusso, alla magnificenza, ai piaceri, e il padre gli lasciava far tutto. E questo infelice fine ebbe Odenato, principe de' più gloriosi del Levante, perchè gran flagello de' Persiani, e perchè conservò all'imperio romano le pericolanti provincie dell'Asia. Arrivò Trebellio Pollione[2231] a dire che Dio veramente si mostrò irato contra del popolo romano, perchè toltogli Valeriano Augusto, non gli conservò Odenato. Egli intanto il mette fra' tiranni, ma con ingiuria al vero, e contraddicendo a sè stesso[2232]. Quanto a Meonio, che lo stesso Pollione ci rappresenta come d'accordo con Zenobia per togliere la vita a Odenato, dicono che fu con consenso di lei proclamato imperadore; ma non andò molto che i soldati, nauseati per la di lui sporca lussuria, gli levarono insieme coll'imperio la vita. Lasciò Odenato dopo di sè tre figliuoli, cioè Hereniano, Timolao ed Uhaballato, che presero il titolo di Augusti, e si trovano mentovati nelle medaglie[2233]. Ma perciocchè erano in età non ancora capace di governo, Settimia Zenobia lor madre Augusta prese essa le redini a nome de' figliuoli, siccome donna virile, e fece dipoi varie gloriose imprese, del che parleremo andando innanzi.

Dissi che gli Sciti, o vogliam dire i Goti, aveano portata la desolazione in varie provincie dell'Asia, e massimamente della Cappadocia[2234]. Ora si vuol aggiugnere che costoro, udito che loro si appressava colle armi Odenato Augusto, non vollero già aspettarlo, e si affrettarono per tornarsene ai loro paesi collo immenso bottino fatto. Nondimeno sul mar Nero ne perirono non pochi, perchè assaliti dalle truppe e navi romane. Ma non passò gran tempo, ch'entrati per le bocche del Danubio nelle terre dello imperio, vi fecero un mondo di mali. Sulle rive del mar Nero fu data loro una rotta dalla guarnigione romana di Bisanzio, ma senza che cessassero per questo dal bottinare in quelle parti. Nè da lor soli vennero cotanti affanni. Anche gli Eruli passati dalla palude Meotide nel mar Nero con cinquecento vele sotto il comando di Naulobat loro capitano, per mare vennero fino a Bisanzio e a Crisopoli. In una battaglia loro data restò superiore l'esercito romano; e però tumultuosamente si ritirarono[2235]. Ma ecco tornar di nuovo i Goti, che son chiamati Sciti da altri, i quali andati alla ricca città di Cizico, la spogliarono. Indi si portarono alle isole di Lenno e di Suero nell'Arcipelago, ed arrivati sino all'insigne città di Atene, la bruciarono, con far lo stesso barbaro trattamento a Corinto, Sparta, Argo, e a quasi tutta l'Acaia, senza trovar persona che osasse di loro opporsi. Tuttavia, messisi gli Ateniesi in una imboscata, con aver per loro capitano Desippo istorico, ne fecero un gran macello. (Si vedrà qui sotto all'anno 269 un'altra presa di Atene, e forse solamente a que' tempi è da riferire la disgrazia di quella città.) E pure non finì la faccenda, che scorrendo per l'Epiro, per la Acarnania e per la Beozia, recarono anche a quelle parti de' gran malanni. Zonara[2236] sembra riferir questo flagello ai tempi di Claudio successore di Gallieno. Mentre sì fiero temporale spremeva da ogni banda le grida dei popoli afflitti, non potè di meno che non si svegliasse l'imperador Gallieno, e non si movesse da Roma per accorrere al soccorso delle malconce provincie. Arrivato ch'egli fu nell'Illirico, non pochi di que' Barbari caddero sotto le spade romane; laonde gli altri presero la fuga pel monte Gessace. Marziano ed Eracliano suoi capitani con altre prodezze liberarono in fine da quei Barbari le provincie dell'imperio. Ebbe parte in tali imprese anche Claudio, che fu dipoi imperadore; e i due primi generali divisando fra loro come si potesse sollevar la repubblica dall'inetto e crudel governo di Gallieno, misero per tempo gli occhi sopra di esso Claudio per adornarlo della porpora imperiale. Diedero probabilmente la spinta a questi lor disegni l'essere, a mio credere, succeduto in questi tempi ciò che narra Trebellio Pollione[2237] con dire, che quando si credeva che Gallieno fosse ito coll'esercito per cacciare i Barbari, egli si fermò ad Atene per la vanità di prendere la cittadinanza di quell'illustre città, di esercitar ivi la carica di arconte, cioè del magistrato supremo, di essere arrolato fra i giudici dell'Areopago, e di assistere a tutti i loro sagrifizii, con vitupero della dignità imperiale. Poco fa ho detto, potersi dubitare che non accadesse verso questi tempi la presa e l'incendio di Atene. Viene maggiormente confermato questo dubbio dall'andata colà di Gallieno. Questa ridicola gloria, questa trascuratezza de' pubblici affari nel bisogno, in cui si trovavano allora le provincie romane, fece perdere ai soldati la pazienza e il rispetto verso di un principe sì disattento e vile, e trattar fra loro di eleggere un degno imperador di Roma. Lo seppe Gallieno, cercò di placarli, e non potendo, ne fece uccidere qualche migliaio: risoluzione che indusse anche i generali a desiderar e procurare la di lui rovina, come vedremo all'anno seguente.

NOTE:

[2227] Trebellius Pollio, in Gallien.

[2228] Syncellus, in Hist.

[2229] Zosimus, lib. 1, cap. 39.

[2230] Zonaras, in Annalibus.

[2231] Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 14.

[2232] Idem, ibidem, cap. 16.

[2233] Goltzius et Mediobarb, in Numism. Imperatorum.

[2234] Trebellius Pollio, in Gallieno.

[2235] Trebellius Pollio, Syncellus, Zonaras.

[2236] Zonaras, in Annalibus.

[2237] Trebellius Pollio, in Gallien.

Anno di CRISTO CCLXVIII. Indizione I.

DIONISIO papa 10. CLAUDIO II imperadore 1.

Consoli

PATERNO per la seconda volta e MARINIANO.

Non si crede che questo Paterno console fosse quello stesso che nell'anno precedente esercitò il consolato ordinario, perchè non solevano le persone private goder quella insigne dignità due anni di fila, come talor facevano gli Augusti. Petronio Volusiano bensì, stato prefetto di Roma nell'anno precedente, continuò in quella carica anche nel presente. Abbiam parlato di sopra di Manio Acilio Aureolo, generale della cavalleria romana nell'Illirico, uomo di gran valore nell'armi. Ribellossi anch'egli, al pari di tanti altri, contro al disprezzato Gallieno; e chi si attiene a Trebellio Pollione[2238], mette la di lui rivolta sino nell'anno 201. Ma di gran lunga maggior apparenza di verità ha il racconto di Zosimo[2239], seguitato da Zonara[2240], che riferisce all'anno precedente l'aver egli preso il titolo d'imperadore. Allorchè Gallieno si trovava nella Mesia, o pur nella Grecia, per timore che Postumo imperadore, o sia tiranno nelle Gallie, o pur chi era succeduto a lui, non profittasse della di lui lontananza, ordinò ad Aureolo di venir colle sue milizie a Milano, e di far abortire i disegni di chi governava le Gallie. Venne Aureolo, e meglio chiarito del discredito in cui era Gallieno, e che le Gallie per la morte di Postumo e per le mutazioni seguite, invece di dar gelosia all'Italia, pareano esposte ad essere vinte, credette essere questo il tempo di salire sul trono. Ne pervennero gli avvisi a Gallieno, che, conosciuta la gravità del pericolo, a gran giornate se ne tornò in Italia, e a dirittura marciò contra di Aureolo[2241]. Avendolo sconfitto e ferito in un fatto d'armi, l'obbligò a ritirarsi a Milano, città che appresso fu da lui assediata[2242]. Accadde in occasion di quella battaglia, che l'imperadrice Cornelia Salonina corse pericolo di essere presa da' nemici; perchè avendo essi osservato come poca guardia si faceva nel campo di Gallieno, arrivarono fino al padiglione di lui, dove dimorava essa imperadrice. Trovavasi ivi per avventura un soldato, il qual era dietro a cucire una sua veste. Costui, al comparir dei nemici, dato di piglio allo scudo e allo stocco, con tal ferocia due ne percosse, che gli altri giudicarono meglio di retrocedere. Intanto venne a rinforzar l'esercito di Gallieno Marziano generale, ch'egli avea lasciato nella Mesia, o nella Tracia contra de' Goti. Eracliano prefetto del pretorio vi giunse anch'egli con della cavalleria. Zonara il chiama non Eracliano, ma Aureliano, il quale fu poi imperadore.

Ora questi generali, invece di condurre a fine l'assedio di Milano, piuttosto andavano concertando di levar dal mondo il malvoluto Gallieno[2243]. Ne diede Marziano l'incumbenza a Cecrope, o Cecropio, capitano de' Dalmatini, uomo coraggioso, che arditamente prese l'impegno, con lusingarsi di poter egli essere assunto all'imperio. Ma qui, secondo il solito, discordano fra loro gli scrittori. Aurelio Vittore[2244] scrive che Aureolo, vedendosi a mal partito, ebbe maniera di contraffare una lettera o carta, come scritta da Gallieno, in cui erano notati i principali uffiziali della armata, che egli intendeva di voler far morire quasi suoi traditori. Questa carta, trovata dagl'interessati, gli spronò a rimediare al proprio pericolo colla morte di Gallieno. Marziano ed Eracliano furono i principali de' congiurati; ma non nega Trebellio Pollione[2245] che anche Claudio non tenesse mano a questo trattato. Sembra nondimeno più verisimile il dirsi da Zonara[2246], che avendo molto prima quegli uffiziali tramata la congiura contro di Gallieno, ed essendo traspirata questa mina, eglino si affrettarono ad eseguirla; e la maniera fu la seguente. Una notte mentre Gallieno cenava, o pure se n'era ito a dormire, Eracliano e Cecrope comparvero affannati a dirgli che Aureolo con tutte le sue forze faceva una sortita. Gallieno spaventato si fa tosto armare, e, montato a cavallo, esce dalla tenda, movendo all'armi le soldatesche. In quella confusione ed oscurità Cecrope se gli appressò e l'uccise. Altri vogliono, che un dardo scagliato non si sa da chi gli levasse la vita; ed altri ch'egli fosse morto in letto. Non merita certo fede il dirsi da Aurelio Vittore[2247], che Gallieno ferito inviasse prima di morire le insegne imperiali a Claudio, soggiornante allora in Pavia. Comunque sia, questo miserabil fine ebbe la vita di Gallieno; e posciachè la nuova d'essere stato dipoi eletto imperadore Claudio[2248], si seppe in Roma nel dì 24 di marzo, da ciò con sicurezza raccogliamo che la morte di esso dovette succedere alquanti giorni prima. Parimente sappiamo che Valeriano di lui fratello, il quale da alcuni fu creduto, ma con poco fondamento, ornato del titolo di Cesare, ed anche di Augusto, e il giovine Gallieno, di lui figliuolo, già dichiarato Cesare, restarono involti in questo naufragio ed ammazzati nelle vicinanze di Milano. V'ha chi li tiene privati di vita in Roma. In somma noi troviamo strapazzata di molto in questi tempi la storia italiana, senza sapere a chi attenerci senza pericolo di errare. Aurelio Vittore[2249] aggiugne che portata la nuova dell'ucciso Gallieno a Roma, il popolo si sfogò con infinite imprecazioni contra di lui; e il senato scaricò l'odio suo contra de' suoi ministri e parenti, facendoli precipitar giù per le scale gemonie. Claudio succeduto nello imperio, ordinò dipoi che non si recasse molestia agli altri che aveano schivato il primo furore della burrasca. E per far conoscere o dar ad intendere ch'egli non s'era mischiato nella morte di Gallieno, mandò il di lui corpo, per quanto si crede, a Roma, e comandò che un sì screditato Augusto fosse messo nel numero degli dii: il che si deduce da qualche rara medaglia, dove gli è dato il titolo di divo. Ma siamo noi ben certi, che antiche sieno e legittime tutte le medaglie che si chiamano rare e rarissime? Noi certo non leggiamo che Claudio punisse alcuno per la morte data ad esso Gallieno.

Dopo la tragedia di questo imperadore, i soldati che l'aveano odiato vivo, mostrarono di compiagnerlo estinto, e ne facevano elogi, con apparenza di formar una sedizione non già per vendicarlo, ma con disegno di dare un gran sacco in tal congiuntura a chi non se l'aspettava[2250]. Per frenare la loro insolenza, Marziano e gli altri generali si appigliarono al solito lenitivo della moneta. Però loro promisero venti pezzi d'oro per testa, e non tardarono a sborsarli, perchè Gallieno avea lasciato un ricco tesoro. Questa rugiada smorzò tutto il loro fuoco, e concorsero anch'essi a dichiarar Gallieno un tiranno, e ad accettar Claudio per imperadore. Quanto a questo principe, noi il troviamo nominato nelle medaglie[2251] Marco Aurelio Claudio, e non già Flavio, come l'intitola Trebellio Pollione; ed oggidì vien comunemente da noi conosciuto e mentovato col nome di Claudio II, e più sovente di Claudio il Gotico. Il suddetto Trebellio[2252], che si sforzò di esaltarlo dappertutto, perchè scriveva a Costantino Augusto, la cui avola Claudia era stata figlia di Crispo fratello di esso Claudio, tuttavia non seppe trovare che la nobiltà del sangue fosse un pregio di Claudio. Era egli nato nell'Illirico, cioè nella Dalmazia o nella Dardania, provincie d'esso Illirico, nell'anno di Cristo 214, o nel 215, nel dì 10 di marzo. Le sue belle doti, le sue molte virtù per la scala dei gradi militari il portarono in fine all'imperio. S'egli avesse moglie non si sa: certo non ebbe figliuoli. Due erano i suoi fratelli, cioè Quintillo che succedette a lui nell'imperio, e Crispo, dal quale poco fa dissi discendente per via di una sua figliuola Costantino il Grande. Costantina ebbe anche nome una di lui sorella. Sotto lo imperador Decio cominciò egli la carriera dei suoi onori; e creato tribuno ebbe la guardia del passo delle Termopile, e sotto Valeriano il comando della quinta legione nella Soria, con salario da generale; poscia il generalato dell'armi in tutto l'Illirico. Trebellio Pollione rapporta una lettera di Gallieno, in cui mostra molto affanno dell'esser egli in cattivo concetto di Claudio, e la premura di placarlo; al qual fine spedì ancora molti regali. La verità si è, che tutti gli scrittori[2253], e fin Zosimo, benchè nemico di Costantino Augusto, confessano che in questo personaggio concorrevano il valore, la prudenza, l'amore del pubblico bene, la moderazione, l'abborrimento al lusso ed altre nobili qualità, che senza dubbio il rendevano degnissimo dell'imperio, ed egli fu dipoi registrato da ognuno fra i principi buoni e gloriosi della repubblica romana.

Ora dappoichè tolto fu di vita Gallieno, o sia, come vuol Trebellio[2254], che Marziano ed Eracliano prefetto del pretorio, avessero già fatto il concetto di alzar Claudio al trono imperiale, o pure che, tenuto il consiglio da tutta l'uffizialità, di consenso comune ognun concorresse nell'elezione di questo sì degno suggetto, certo è ch'egli fu creato imperadore con approvazione e gioia universale, e massimamente dell'esercito, perchè tutti riconoscevano in lui abilità da poter rimettere in buono stato l'imperio romano, lasciato in preda ad amici e nemici dalla negligenza di Gallieno. Allorchè s'intese in Roma l'assunzione di questo principe, che non mancò di parteciparla tosto con le lettere al senato, le acclamazioni furono immense, strepitosa la allegrezza del popolo. Gli atti d'esso senato ci scuoprono i comuni desiderii e le comuni speranze che il novello Augusto liberasse l'Italia da Aureolo; la Gallia e la Spagna da Vittoria, già madre di Vittorino, e da Tetrico dichiarato quivi imperadore (il che qualora sussistesse, converrebbe differire sino all'anno seguente la rovina di Vittoria e di Tetrico), e l'Oriente da Zenobia regina de' Palmireni e vedova di Odenato, la quale non volea più dipendere dai romani Augusti, e faceva da padrona nelle provincie orientali dell'imperio. La prima applicazione dell'Augusto Claudio quella fu di abbattere il tuttavia resistente Aureolo con dichiararlo tiranno e nemico pubblico. Mandò ben esso Aureolo messi a Claudio, pregandolo di pace, ed esibendosi di far lega o patti con lui; ma Claudio con gravità rispose, che queste erano proposizioni da fare ad un Gallieno (simile ad Aureolo nei costumi e timido) e non già ad un par suo. Secondo Trebellio Pollione[2255], Aureolo in una battaglia datagli da Claudio ad un luogo che fu denominato il ponte di Aureolo, oggidì Pontirolo, rimase sconfino ed ucciso. Zosimo[2256] all'incontro narra ch'egli si arrendè, ma che i soldati, già irritati contra di lui, gli levarono la vita. Non conobbe Trebellio una vittoria riportata in quest'anno da Claudio Augusto contra degli Alamanni; ma ne parla bene Aurelio Vittore[2257]. Costoro probabilmente chiamati in soccorso suo dal vivente Aureolo, erano calati fin presso al lago di Garda nel Veronese. Claudio tal rotta diede loro, che appena la metà di sì sterminata moltitudine si salvò con la fuga. Trovansi medaglie[2258], nelle quali è appellato Germanico, prima che Gotico, non perchè i Goti fossero popoli della Germania come ha creduto taluno, ma bensì per la vittoria da lui riportata degli Alamanni. Passò dipoi il novello Augusto a Roma[2259], dove ristabilì la disciplina e il buon governo, ch'egli trovò in uno stato deplorabile per la debolezza di Gallieno. Formò delle buone leggi, condannò vigorosamente i magistrati che vendevano ai più offerenti la giustizia, e frenò col terrore i cattivi. Uso era stato, anzi abuso, per attestato di Zonara[2260], che alcuni dei precedenti imperadori donavano anche i beni altrui; e sotto Gallieno spezialmente ciò s'era praticato: e lo stesso Claudio possedeva uno stabile a lui donato dal medesimo Augusto, appartenente ad una povera donna. Ricorse questa a Claudio, con dire nel memoriale, che un uffiziale della milizia ingiustamente possedeva un suo campo. Claudio accortosi che a lui andava la stoccata, in vece di averselo a male, rispose: Essere ben di dovere, che Claudio imperadore (obbligato a far giustizia a tutti) restituisse ciò che Claudio uffiziale avea preso, senza badar molto alle leggi del giusto. Sul fine di quest'anno si crede che dopo insigni fatiche per la Chiesa di Dio, terminasse i suoi giorni Dionisio romano pontefice.

NOTE:

[2238] Trebellius Pollio, in Gallien.

[2239] Zosimus, lib. 1.

[2240] Zonaras, in Annalibus.

[2241] Aurelius Victor, in Epitome.

[2242] Zonaras, in Annalibus.

[2243] Trebellius Pollio, in Gallien.

[2244] Aurelius Victor, in Epitome.

[2245] Trebellius Pollio, in Claud.

[2246] Zonaras, in Annalibus.

[2247] Aurelius Victor, in Epitome.

[2248] Trebellius Pollio, in Claudio.

[2249] Aurelius Victor, in Epitome.

[2250] Trebellius Pollio, in Gallieno.

[2251] Goltzius et Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2252] Trebellius Pollio, in Claudio.

[2253] Goltzius, et Mediob., in Numism. Imperat. Victor, Eutropius, Zosimus.

[2254] Trebellius Pollio, in Claudio.

[2255] Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 10.

[2256] Zosimus, lib. 1.

[2257] Aurelius Victor, in Epitome.

[2258] Mediobarbus, in Numismat. Imper.

[2259] Eumenes, in Panegyrico Costantini. Trebel. Pollio, in Claudio.

[2260] Zonaras, in Annalibus.

Anno di CRISTO CCLXIX. Indizione II.

FELICE papa 1. CLAUDIO II imperadore 2.

Consoli

MARCO AURELIO CLAUDIO AUGUSTO e PATERNO.

V'ha una o due iscrizioni, nelle quali Claudio è chiamato Console per la seconda volta. Non mi son io arrischiato ad intitolarlo tale, perchè più sono i monumenti, ne' quali egli si vede puramente appellalo console. Questo Paterno, se a lui si applica un'iscrizione da me pubblicata[2261], dovette essere chiamato Nonio Paterno. Era in quest'anno prefetto di Roma[2262] Flavio Antiochiano. Giacchè andava ben la faccenda sotto un imperadore sì screditato, come era Gallieno, aveano preso gusto alle ruberie e ai saccheggi delle provincie romane i Goti negli anni addietro; in questo invitarono al medesimo giuoco altre nazioni barbare, cioè Ostrogoti, Gepidi, Virtinghi, Eruli, Peusini, Trutungi ed altri di quei settentrionali feroci popoli. Nell'anno presente adunque si videro comparir di nuovo costoro, compresi da molti antichi sotto il nome di Goti o Gotti, a desolar l'imperio romano. Può dubitarsi di un errore nel testo di Zosimo[2263], allorchè scrive che formarono una flotta di seimila navi. Quando anche non fossero che barche, il numero par troppo grande. Trebellio Pollione[2264] non riferisce se non due mille navi di que' Barbari. E di più non ne conta Ammiano Marcellino[2265] là dove fa menzione di questi fatti. Ma sì Zosimo che Pollione fanno ascendere il numero di coloro a trecento venti mila persone combattenti, senza contare i servi e le donne. La prima scarica del loro furore fu contro la città di Tomi, vicina alle bocche del Danubio, da dove passarono a Marcianopoli, città della Mesia. Da ammendue respinti dopo varii combattimenti si rimisero nei loro legni, e dal mar Nero entrarono nello stretto di Bisanzio, dove la corrente rapida delle acque, che urtava quelle navi le une contra delle altre, ne fece perir non poche insieme colla gente. E non mancarono quei di Bisanzio di far loro quanta guerra poterono. Dopo avere[2266] inutilmente tentata la città di Cizico, vennero nell'Arcipelago, e posero l'assedio a Salonichi, o sia Tessalonica, e a Cassandria. Aveano macchine proprie per prendere città, e già pareano vicini ad impadronirsi di ammendue, quando venne lor nuova, che Claudio Augusto s'appressava colle sue forze. Certo è che Claudio dimorante in Roma, allorchè intese questo gran diluvio di Barbari, prese la risoluzione di andar in persona ad incontrarli; e tuttochè si disputasse da alcuni se fosse meglio il far guerra a Tetrico, occupator della Gallia e della Spagna, cioè delle migliori forze dello imperio, che ai Goti e agli altri Tartari rispose: La guerra di Tetrico è mia propria, ma quella de' Goti riguarda il pubblico: e però volle anteporre il pubblico al privato bisogno. Zonara[2267] in vece di Tetrico mette Postumo, che era già, secondo i nostri conti, morto. Or mentre egli attendeva a fare un possente armamento per quella impresa, spedì innanzi Quintillo suo fratello e con esso lui Aureliano, al quale, per la maggior sperienza negli affari della guerra, diede il principal comando delle milizie nella Tracia e nell'Illirico.

L'arrivo di questi due generali con un poderoso corpo di gente quel fu che persuase ai Goti di abbandonar l'assedio di Salonichi, e di gittarsi alla Pelagonia e Peonia, dove la cavalleria dei Dalmatini si segnalò con tagliare a pezzi tremila di coloro. Di là passarono i Barbari nell'alta Mesia, dove comparve ancora l'Augusto Claudio colla sua armata[2268]; si venne ad una giornata campale, che fu un pezzo dubbiosa. Piegarono in fine i Romani, e fuggirono o fecero vista di fuggire; ma ritornati all'improvviso per vie disastrose addosso ai Barbari, ne stesero morti sul campo cinquantamila, riportando una nobilissima vittoria d'essi. Quei che si salvarono colla fuga voltarono verso la Macedonia, ma assaliti dipoi in un sito dalla cavalleria romana ed oppressi dalla fame, buona parte lasciarono ivi le lor ossa; e il resto veggendosi tagliata la strada, si ridussero al monte Emo, dove fra mille stenti cercarono di passare il verno. Ancor questi li vedremo sterminati nell'anno seguente. Se è vero ciò che racconta Zonara[2269], convien che una parte della lor flotta e gente, staccata dal grosso dell'armata, andasse a dare il guasto alla Tessalia ed Acaia. Vi fecero gran danno, ma solamente alle campagne, perchè le città erano ben munite e in guardia, e seppero ben difendersi. Tuttavia riuscì ai Barbari di prendere quella di Atene, dove raunati tutti i libri di quelle famose scuole erano per farne un falò, se un d'essi, più accorto degli altri, non gli avesse trattenuti, dicendo che perdendosi gli Ateniesi intorno a quelle bagattelle, non avrebbono badato al mestier della guerra, e più facile era il vincer essi che altri popoli. Questa disavventura di Atene verisimilmente non altra è che la raccontata di sopra all'anno 267. Aggiungono gli storici, che i Barbari suddetti tornando a navigare giunsero alle isole di Creta e di Rodi, e fino in Cipri, ma senza far impresa alcuna considerabile; anzi, assaliti dalla peste, rimase estinto un buon numero di loro. Altre novità ebbe in questi tempi l'Oriente. Zenobia regina dei Palmireni, dominante nella Siria, scosso ogni rispetto ed ogni suggezione al romano imperio, rivolse i pensieri ad aggrandire il suo dominio colla conquista dell'Egitto[2270], mantenendo ivi a questo fine corrispondenza con Timagene, nobile di quel paese. Spedì colà Zabda suo generale con una armata di settantamila persone tra Palmireni e Soriani, il quale, data battaglia a cinquantamila Egiziani venutigli all'incontro, gli sbaragliò: vittoria che si tirò dietro l'ubbidienza di tutto quel ricco paese. Zabda, lasciato in Alessandria un presidio di cinque mila armati, se ne tornò in Soria. Trovavasi in quelle parti Probo o sia Probato con una flotta per dar la caccia ai corsari. Questi, udite le mutazioni dell'Egitto, verso là indirizzò le prore, ed ammassate quelle soldatesche che potè, sì dell'Egitto che della Libia, scacciò la guarnigion Palmirena da Alessandria, e fece tornar lo Egitto sotto il comando de' Romani. Ma non rallentò Zenobia gli sforzi suoi[2271]. Rispedì colà con nuovo esercito Zabda e Timagene, che furono sì bravamente ricevuti e combattuti da Probo e dai popoli di Egitto, che ne andarono sconfitti; ed era terminata la scena, se Probo non avesse occupato un sito presso Babilonia di Egitto, per tagliare il passo a duemila Palmireni. Ma Timagene ch'era con loro, siccome più pratico del paese, essendosi impadronito della montagna, con tal forza piombò sopra gli Egiziani, che li mise in rotta. Probo par questo di sua mano si diede la morte, e l'Egitto tornò in potere di Zenobia[2272]. Claudio Augusto, perchè impegnato nella guerra dei Goti, non poteva attendere a questi affari, siccome nè pure alle Gallie occupate da Tetrico[2273], il quale in questi tempi tenne per sette mesi assediata la città di Autun che non voleva ubbidirlo, e colla forza in fine la sottomise. Al defunto papa Dionisio succedette sul principio di quest'anno Felice nella sedia di san Pietro[2274].

NOTE:

[2261] Thesaurus Novus Inscript., pag. 366, n. 1.

[2262] Bucherius, de Cycl.

[2263] Zosimus, lib. 1, cap. 42.

[2264] Trebellius Pollio, in Claudio.

[2265] Ammianus Marcellinus, Hist., lib. 31, c. 5.

[2266] Zosimus, lib. 1, cap. 42. Trebellius Pollio, in Claudio. Ammianus Marcellinus, Zonaras, in Annalibus.

[2267] Zonaras, in Annalib.

[2268] Trebellius Pollio, in Claudio.

[2269] Zonaras, in Annalibus.

[2270] Zosimus, lib. 1, cap. 44.

[2271] Trebellius Pollio, in Claudio.

[2272] Joannes Malala, in Chronogr.

[2273] Eumenes, in Panegyr. Constant.

[2274] Blanchinius, ad Anastasium.

Anno di CRISTO CCLXX. Indizione III.

FELICE papa 2. CLAUDIO II imperadore 3. QUINTILLO imperadore 1. AURELIANO imperadore 1.

Consoli

ANTIOCO per la seconda volta e ORFITO.

Il dirsi da me Antioco console per la seconda volta, è fondato sopra un'iscrizione da me data alla luce[2275], e sopra i Fasti di Teone e di Eraclio, chiamati fiorentini, ne' quali i consoli di quest'anno son chiamati Antioco per la seconda volta ed Orfito[2276]. Fu nell'anno presente prefetto di Roma Flavio Antiochiano: il che bastò al Mezzabarba[2277] e al padre Pagi[2278], per dar questo nome al console suddetto. Ma non ho io osato per questo di mutar il nome a noi somministrato dai Fasti. Il resto de' Goti[2279] che avea passato il verno fra molti patimenti nel monte Emo, e per la peste andava sempre più calando, venuta la primavera tentò di aprirsi un cammino per tornarsene al suo paese; ma essendo bloccati que' Barbari da varii corpi dell'armata romana, bisognò farsi largo colle spade. Alla fanteria romana toccò l'urto loro, urto così gagliardo, che le fece voltar le spalle, e ne restarono sul campo duemila. Peggio anche andava, se non sopraggiungeva la cavalleria spedita da Claudio Augusto, che mise fine alla strage de' suoi. Furono poi cotanto incalzati i Goti dall'esercito romano, e ridotti anche a mal partito dalla peste, che, deposte l'armi, dimandarono di rendersi. Molti di essi furono arrolati nelle legioni; ad altri fu dato del terreno da coltivare; alcuni pochi restarono in armi sin dopo la morte di Claudio, di maniera che di tanta gente pochissimi furono coloro che potessero riveder le proprie contrade. Rapporta Trebellio Pollione[2280] una lettera di Claudio Augusto, scritta a Brocco comandante delle armi nell'Illirico, in cui dice di aver annichilati trecento ventimila Goti, affondate duemila navi di essi, che i fiumi e i lidi erano coperti di scudi, spade e picciole lance; grande il numero de' carriaggi e delle donne prese. Per così memorabil vittoria a Claudio imperadore fu conferito il titolo di Gotico o sia Gottico[2281], che comparisce in varie monete di lui[2282]. Dal medesimo Pollione[2283] abbiamo aver Claudio così ristretti gl'Isauri, da noi veduti ribellati sotto Gallieno, che già pensava d'averli colla corda al collo ai suoi piedi, e di metterli poi nella Cilicia, per togliere loro la comodità di nuove ribellioni col vantaggio dell'aspre lor montagne. Ma coloro continuarono nella rivolta, non si sa se per ostinazione di essi, ovvero per la morte sopraggiunta a Claudio. Nè pur sappiamo se a quest'anno o se all'antecedente appartenga la ribellione ed esaltazione di Censorino al trono imperiale. Costui, se crediamo a Trebellio Pollione[2284] il quale è solo a parlarne, due volte era stato console, due volte prefetto del pretorio, tre prefetto di Roma ed anche proconsole, consolare, legato pretorio, ec. Vecchio era e zoppo per una ferita a lui toccata nella guerra di Valeriano contra de' Persiani. Prese egli la porpora imperiale; non apparisce in qual anno; è ignoto in qual luogo, se non che quello storico nota esser egli stato ucciso dai soldati medesimi che lo aveano fatto imperadore, dopo sette giorni d'imperio, alla guisa appunto de' funghi, e che fu seppellito presso Bologna con un epitaffio, in cui si riferivano tutti i suoi onori, conchiudendo che egli era stato felice in tutto fuorchè nell'essere imperadore. Però tener si può, a mio credere, per battuta alla macchia una moneta riferita dal Mezzabarba[2285], dove egli è chiamato Appio Claudio Censorino, e coll'anno terzo dell'imperio. I parenti di costui duravano ai tempi di Costantino il Grande, e per odio verso Roma andarono ad abitar[2286] nella Tracia e nella Bitinia. Purchè s'abbia a prestar fede a Giovanni Malala[2287], che fra non poche verità a noi conservate ha mischiato molte favole, in questi tempi la regina Zenobia occupò l'Arabia, stata fin qui ubbidiente ai Romani, con uccidere il loro governatore Trasso (forse Crasso, perchè questo non par cognome romano), mentre l'imperador Claudio dimorava in Sirmio, città della Pannonia.

Quivi appunto si trovava questo Augusto, quando egli terminò colla vita il suo corto, ma glorioso imperio[2288]. I Goti, da lui sì felicemente vinti, fecero le lor vendette, coll'attaccar la peste all'armata romana; e un malore sì micidiale passò alla persona del medesimo[2289] Claudio imperadore, e il rapì dal mondo. S'è disputato intorno al mese in cui egli morì[2290]. Dal Tillemont[2291] vien creduto morto nell'aprile di questo anno, e più verisimile a me sembra la di lui opinione. Il Noris e il Pagi, perchè si trova una legge[2292] col nome di Claudio, data nel dì 26 di ottobre dell'anno presente, la qual potrebbe esser fallata, come sono tant'altre, han tenuto ch'egli circa il fine di quel mese cessasse di vivere. Certo è almeno presso gli eruditi che in quest'anno succedette la morte sua, compianta da tutti, e massimamente dal senato romano[2293], il quale gli decretò uno scudo, o sia un busto, e una statua d'oro, che furono messi per suo onore nella curia del Campidoglio, e, secondo la folle superstizion de' pagani, se ne fece un dio. In quest'anno ancora diede fine al suo vivere Plotino[2294], famoso filosofo platonico, le cui opere son giunte fino a' dì nostri. Chiaramente scrive Trebellio Pollione[2295], che dopo la morte di Claudio fu creato imperadore Marco Aurelio Claudio Quintillo (che così il troviamo appellato nelle medaglie[2296]), fratello del medesimo defunto Claudio, dimorante in Aquileia, e non già vivente Claudio, come ha creduto taluno. Questo Quintillo, che Eutropio[2297] dice approvato dal senato, era ben conosciuto per uomo dabbene e molto affabile, ma, secondo Zonara[2298], peccava di semplicità, nè avea spalle per sì gran fardello; e però non si sa ch'egli facesse azione od impresa alcuna degna d'osservazione. Per sua disavventura avvenne che Aureliano, il più accreditato uffiziale che si trovasse nell'armata acquartierata in Sirmio, fu proclamato quasi nello stesso tempo Imperadore con universal consentimento di que' soldati[2299]. Portata questa nuova in Italia, grande strepito fece, considerando ognuno le qualità eminenti di questo eletto, superiori senza paragone a quelle di Quintillo, e la forza dell'armata che accompagnava l'elezione stessa. Da questa novità procedette la morte del medesimo Quintillo nella suddetta città d'Aquileia. Vi ha[2300] chi il dice rapito da una malattia. Trebellio Pollione[2301] con altri[2302] apertamente cel rappresenta ucciso da' soldati, e Zosimo[2303] tiene, che conoscendosi evidente la di lui caduta, i suoi stessi parenti il consigliarono a cedere con darsi la morte; al qual partito si appigliò con farsi tagliar le vene. Diciassette soli giorni di imperio a lui son dati dal suddetto Pollione, da Eutropio, Eusebio[2304] e Zonara[2305]; venti da Vopisco[2306]. Zosimo scrive ch'egli regnò pochi mesi; e tante medaglie[2307] restanti di lui pare che persuadano non essere stato sì breve il suo regno. Intanto è fuor di dubbio che Aureliano restò solo sul trono, ed approvato con gran plauso dal senato romano. Noi il vedremo uno de' più gloriosi ed insieme aspri imperadori; e di uomo tale avea ben bisogno allora la romana repubblica, lacerata da' suoi stessi figliuoli, e più ancora malmenata dalle potenze straniere. Nè tardò già Aureliano a mettere in esercizio il suo valore con belle imprese, le quali se fossero succedute tutte nell'anno presente, come pensò il Tillemont[2308], non al fine di ottobre, ma all'aprile di quest'anno, si dovrebbe riferire la morte di Claudio, e l'assunzione all'imperio dello stesso Aureliano. Ma il padre Pagi[2309] ne attribuisce una parte all'anno seguente; e veramente ci troviam qui sprovveduti di lumi per assegnare il preciso tempo di que' fatti: fatti nondimeno certi, de' quali mi riserbo ad esporre unitamente la serie nell'anno che viene.

NOTE:

[2275] Thesaurus Novus Inscript., pag. 366.

[2276] Cuspinianus, Bucherius.

[2277] Mediobarb., in Numismat. Imper.

[2278] Pagius, in Crit. Baron.

[2279] Trebellius Pollio, in Claudio. Zosimus, lib. 1, cap. 45.

[2280] Trebellius Pollio, in Claudio.

[2281] Julianus, Oratione I.

[2282] Goltzius et Mediobarb., in Numism. Imp.

[2283] Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 25.

[2284] Trebellius Pollio, in Censorino et Tito.

[2285] Mediob., in Numismat. Imperator.

[2286] Trebellius Pollio, in Censorino et Tito.

[2287] Joannes Malala, Chronogr.

[2288] Euseb., in Chron. Joannes Malala, Chronogr. Zonaras, in Annalibus.

[2289] Trebellius Pollio, in Claudio.

[2290] Petavius et Noris. Pagius et alii.

[2291] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2292] L. 2, tit. 23, C. de divers. rescript.

[2293] Eutrop. Aurel. Vict. Trebellius Pollio. Zosimus.

[2294] Porphyrius, in Vita Plotini.

[2295] Trebellius Pollio, in Claud.

[2296] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2297] Eutrop., in Breviar.

[2298] Zonaras, in Annalibus.

[2299] Zosimus, lib. 1, cap. 47. Zonaras, in Annalibus.

[2300] Joannes Malala, Chronogr.

[2301] Trebellius Pollio, in Gallieno.

[2302] Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.

[2303] Zosimus, lib. 1, cap. 47.

[2304] Eusebius, in Chronic.

[2305] Zonaras, in Annalib.

[2306] Vopiscus, in Aurel.

[2307] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2308] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2309] Pagius, in Crit. Baron.

Anno di CRISTO CCLXXI. Indizione IV.

FELICE papa 5. AURELIANO imperadore 2.

Consoli

LUCIO DOMIZIO AURELIANO AUGUSTO e BASSO per la seconda volta.

Il padre Pagi, il Relando ed altri ci danno Aureliano imperadore console per la seconda volta, ma con fondamenti poco stabili, a mio credere. Si suppone che Aureliano nell'anno 259 fosse console sostituito; e di questo niuna certezza apparisce. Sono citate due iscrizioni; l'una ligoriana, pubblicata dal Reinesio[2310], e l'altra data alla luce dal Relando[2311], e presa dal Gudio; cioè due monumenti che patiscono varie eccezioni, e vengono da fonti che non possono servire a darci limpida e sicura la verità. All'incontro tutti i Fasti consolari antichi ci presentano sotto l'anno corrente Aureliano console, ma senza la nota del consolato secondo. Altrettanto troviamo nelle iscrizioni di questo o de' seguenti anni, tutte conformi in mettere questo pel primo consolato di Aureliano. Una anch'io ne ho prodotta[2312] non diversa dalle altre. Pomponio Basso fu creduto dal Panvinio[2313] il secondo console, perchè sotto Claudio si truova un riguardevol senatore di questo nome: conghiettura troppo debole. Dai susseguenti illustratori de' Fasti vien egli chiamato Numerio o pur Marco Ceionio Virio Basso; ma con aver succiato nomi tali dalle due suddette non affatto sicure iscrizioni. Per altro si truova un Ceionio Basso[2314], a cui Aureliano scrisse una lettera, ma senza segno ch'egli fosse stato console. Il perchè a maggior precauzione non l'ho io appellato se non col solo cognome di Basso. L'imperador novello Aureliano nelle monete[2315] parlanti di lui vien chiamato Lucio Domizio Aureliano. Si può dubitare che sia un fallo in alcune l'esser chiamato Claudio Domizio Aureliano, e che in vece d'IMP. CL. DOM., ec., s'abbia a leggere IMP. C. L. DOM., cioè Cesare Lucio, ec., come nell'altre. Il cardinal Noris e il padre Pagi credettero che la vera sua famiglia fosse la Valeria, perchè, scrivendogli una lettera Claudio imperadore, il chiama Valerio Aureliano, e nell'iscrizione ligoriana, che dissi pubblicata dal Reinesio, egli porta il medesimo nome. Ma se fosse guasto il testo di Vopisco[2316]? Poichè quanto a quella iscrizione, torno a dire ch'essa non è atta a decidere le controversie. Tanto nelle medaglie che nelle antiche iscrizioni, altro nome, siccome dissi, non vien dato a questo imperadore, che quello di Lucio Domizio Aureliano, e a questo conviene attenersi. E se altri[2317] il chiama Flavio Claudio Valerio, non v'è obbligazione di seguitarlo. Non ebbe difficoltà Vopisco di confessare che Aureliano sortì nascita bassa ed oscura nella città di Sirmio, ovvero nella Dacia Ripense. Ma si fece egli largo colla sua prudenza e valore nella milizia, e di grado in grado salendo, sempre più guadagnò di plauso e di credito. Bello era il suo aspetto, alta la statura, non ordinaria la robustezza. Nel bere, mangiare e in altri piaceri del corpo, in lui si osservava una gran moderazione[2318]. La sua severità e il rigore nella militar disciplina, quasi andava all'eccesso. Denunziato a lui un soldato che avea commesso adulterio colla moglie del suo albergatore, ordinò che si piegassero due forte rami d'un albero, all'un de' quali fosse legato l'un piede del delinquente, e l'altro all'altro, e che poi si lasciassero andare i rami. Lo spettacolo di quel misero spaccato in due parti gran terrore infuse negli altri. Ebbe principio la fortuna sua sotto Valeriano Augusto; Gallieno ne mostrò altissima stima; e più di lui Claudio. In varie cariche militari riportò vittorie contra de' Franchi, de' Sarmati, de' Goti. Teneva mirabilmente in briglia le sue soldatesche, e, ciò non ostante, sapea farsi amare dalle medesime. Merita d'essere qui rammentata una lettera di lui, scritta ad un suo luogotenente, ove dice: Se vuoi essere tribuno, anzi, se t'è caro di vivere, tieni in dovere le mani de' soldati. Niun d'essi rapisca i polli altrui, niuno tocchi le altrui pecore. Sia proibito il rubar le uve, il far danno ai seminati, e l'esigere dalla gente olio, sale e legna, dovendo ognuno contentarsi della provvisione del principe. Si hanno i soldati a rallegrar del bottino fatto sopra i nemici, e non già delle lagrime de' sudditi romani. Cadauno abbia l'armi sue ben terse, le spade ben aguzze ed affilate, e le scarpe ben cucite. Alle vesti fruste succedono le nuove. Mettano la paga nella tasca, e non già nell'osteria. Ognun porti la sua collana, il suo anello, il suo bracciale, e nol venda o giuochi. Si governi e freghi il cavallo, ed il giumento per le bagaglie; e così ancora il mulo comune della compagnia; e non si venda la biada lor destinata. L'uno all'altro presti aiuto, come se fosse un servo. Non han da pagare il medico. Non gettino il danaro in consultar indovini. Vivano costantemente negli alloggi, e se attaccheran lite, loro non manchi un regalo di buone bastonate. Bene sarebbe che alcun generale od uffiziale de' nostri tempi studiasse questa sì lodevol lezione, saputa dai gentili, e talvolta ignorata dai cristiani. Moglie di Aureliano imperadore fu Ulpia Severina, la quale non si sa che procreasse altro che una figliuola, i cui discendenti viveano a' tempi di Vopisco.

Ora da che fu creato imperadore Aureliano, se dice il vero Zosimo[2319], egli sen venne a Roma, e, dopo aver quivi bene assicurata la sua autorità, di colà mosse, e per la via d'Aquileia passò nella Pannonia, che era gravemente infestata dagli Sciti, o sia dai Goti. Mandò innanzi ordine che si ritirassero nelle città e ne' luoghi i viveri e i foraggi, affinchè la fame fosse la prima a far guerra ai nemici. Comparvero, ciò non ostante, di qua dal Danubio i Barbari, e bisognò venire ad un fatto d'armi. Senza sapersi chi restasse vincitore, la sera separò le armate, e fatta notte, i nemici si ritirarono di là dal fiume. La seguente mattina ecco i loro ambasciatori ad Aureliano per trattar di pace. Se la concludessero, nol dice Zosimo: e sembra che no, perchè partito Aureliano, e lasciato un buon corpo di gente in quelle parti, furono alcune migliaia di que' Barbari tagliate a pezzi. Il motivo per cui si mise in viaggio Aureliano, fu la minaccia de' popoli, che Vopisco[2320] chiama Marcomanni, e Desippo[2321] storico Giutunghi, di calare in Italia; se pur de' medesimi fatti e popoli parlano i suddetti due scrittori. Secondo Desippo, Aureliano, portatosi al Danubio contro ai Giutunghi Sciti, diede loro una sanguinosa rotta; e, passato anche il Danubio, fu loro addosso, e ne fece un buon macello, talmente che i restanti mandarono deputati ad Aureliano per chieder pace. Fece Aureliano metter in armi e in ordinanza il suo esercito, e per dare a quei Barbari una idea della grandezza romana, vestito di porpora andò a sedere in un alto trono in mezzo del campo, con tutti gli uffiziali a cavallo, divisi in più schiere intorno a lui, e colle bandiere ed insegne, portanti l'aquile d'oro e le immagini del principe poste in fila dietro al suo trono. Parlarono que' deputati con gran fermezza, chiedendo la pace, ma non da vinti; rammentando allo imperadore ch'erano giornaliere le fortune e sfortune nelle guerre; ed esaltando la loro bravura, giunsero a dire d'aver quaranta mila cavalieri della sola nazion de' Giutunghi, ed anche maggior numero di fanti, e d'esser nondimeno disposti alla pace, purchè loro si dessero i regali consueti, e quell'oro ed argento che si praticava prima d'aver rotta la pace. Aureliano con gravità loro rispose, che dopo aver eglino col muover guerra mancato ai trattati, non conveniva loro il dimandar grazie e presenti; e toccare a lui, e non a loro, il dar le condizioni della pace; che pensassero a quanto era avvenuto ai trecento mila Sciti, o Goti, che ultimamente aveano osato molestar le contrade dell'Europa e dell'Asia; e che i Romani non sarebbono mai soddisfatti, se non passavano il Danubio, per punirli nel loro paese. Con questa disgustosa risposta furono rimandati quegli ambasciatori. Per attestato del medesimo Desippo[2322], autore poco lontano da questi tempi, anche i Vandali mossero guerra al romano imperio, gente anche essi della Tartaria; ma una gran rotta loro data dall'esercito fece ben tosto smontare il loro orgoglio, ed inviar ambasciatori ad Aureliano per far pace e lega. Volle Aureliano udire intorno a ciò il parere dell'armata; e la risposta generale fu, che avendo que' Barbari esibite condizioni onorevoli, ben era il finir quella guerra. Così fu fatto. Diedero i Vandali gli ostaggi all'imperadore, e due mila cavalli ausiliarii all'armata romana; gli altri se ne tornarono alle loro case con quiete. E perchè cinquecento d'essi vennero dipoi a bottinar nelle terre romane, il re loro, per mantenere i patti, li fece tutti mettere a fil di spada.

Mentre si trovava Aureliano impegnato contra d'essi Vandali, ecco giugnergli nuova che una nuova armata di Giutunghi era in moto verso l'Italia. Mandò egli innanzi la maggior parte dell'esercito suo, e poscia col resto frettolosamente anch'egli marciò per impedire la lor calata; ma non fu a tempo. Costoro più presti di lui penetrarono in Italia, e recarono infiniti mali al distretto di Milano. Vopisco[2323] li chiama Svevi, Sarmati, Marcomanni, e si può temere che sieno confuse le azioni, e replicate le già dette di sopra. Comunque sia, per le cose che succederono, convien dire che non fossero lievi le forze e il numero di costoro. E si sa che, avendo voluto Aureliano con tutto il suo sforzo assalire que' Barbari verso Piacenza, costoro si appiattarono nei boschi, e poi verso la sera si scagliarono addosso ai Romani con tal furia, che li misero in rotta e ne fecero sì copiosa strage, che si temè perduto l'imperio. In oltre si sa che questi loro pregressi tal terrore e costernazione svegliarono in Roma, che ne seguirono varie sedizioni, le quali, aggiunte agli altri guai, diedero molta apprensione e sdegno ad Aureliano. Scrisse egli allora al senato, riprendendolo perchè tanti riguardi, timori e dubbii avesse a consultar i libri sibillini in occasione di tanta calamità e bisogno, quasi che (son parole della sua lettera) essi fossero in una chiesa di cristiani, e non già nel tempio di tutti gli dii. Il decreto di visitare i libri d'esse Sibille fu steso nel dì 11 di gennaio, cioè, secondo il padre Pagi[2324], nel gennaio dell'anno presente. Ma non può mai stare che Aureliano, come pensa il medesimo Pagi, fosse creato imperadore in Sirmio sul principio di novembre dell'anno prossimo passato, e che egli venisse a Roma, tornasse in Pannonia, riportasse vittorie in più luoghi al Danubio, e dopo aver seguitato gli Alamanni, o vogliam dire i Marcomanni e Giutunghi, mandasse gli ordini suddetti a Roma: il tutto in due soli mesi. Chi sa come gl'imperadori non marciavano per le poste, ma con gran corte, guardie e milizie, conosce tosto che di più mesi abbisognarono tante imprese. Però convien dire che Aureliano, siccome immaginò il Tillemont[2325], fu creato imperadore nello aprile dell'anno precedente, in cui fece più guerre; o pure che la calata in Italia dei Barbari appartiene all'anno presente, per la qual poi nel dì 11 di gennaio dell'anno susseguente vennero consultati in Roma i libri creduti delle Sibille, nei quali si trovò che conveniva far molti sacrifizii crudeli, processioni ed altre cerimonie praticate dalla superstizion de' pagani. A noi basterà, giacchè non possiamo accertare i tempi di questi sì strepitosi avvenimenti, che si rapporti il poco che sappiamo della continuazione e del fine di tal guerra, tutto di seguito. Abbiamo da Aurelio Vittore[2326] (perchè Vopisco qui ci abbandona) che Aureliano in tre battaglie fu vincitore dei Barbari. L'una fu a Piacenza, che dee essere diversa dalla raccontata da Vopisco: altrimenti l'un d'essi ha fallato. La seconda fu data in vicinanza di Fano e del fiume Metauro, segno che la giornata di Piacenza era stata favorevole ai Barbari, per essersi eglino inoltrati cotanto verso Roma. La terza nelle campagne di Pavia, che dovette sterminar affatto questi Barbari turbatori della pace d'Italia: con che ebbe felice fine questa guerra. Allora Aureliano mosse alla volta di Roma i suoi passi, non per portarvi l'allegrezza d'un trionfo, ma per farvi sentire la sua severità, anzi crudeltà. Imperocchè[2327], pien di furore per le sedizioni che nate ivi dicemmo, con voce che fossero state tese insidie[2328] a lui stesso e al governo, condannò a morte gli autori di quelle turbolenze. Vopisco, tuttochè suo panegirista, confessa che egli troppo aspra e rigorosa giustizia fece. E tanto più ne fu biasimato, perchè non perdonò nè pure ad alcuni nobili senatori, fra' quali Epitimio, Urbano e Domiziano; ancorchè di poco momento fossero, e meritassero perdono alcuni loro reati, e questi anche fondati nella accusa di un sol testimonio. Prima era forse amato Aureliano; da lì innanzi cominciò ad essere solamente temuto; e la gente dicea, non altro essere da desiderare a lui che la morte, e ch'egli era un buon medico, ma che con mal garbo curava i malati. Anche Giuliano Augusto[2329] Apostata l'accusa di una barbarica crudeltà, ed Aurelio Vittore[2330] con Eutropio[2331] cel rappresenta come uomo privo di umanità e sanguinario, avendo egli levato di vita fino un figliuolo di sua sorella. Tal sua barbarie pretende Ammiano[2332] che si stendesse sotto varii pretesti, spezialmente sopra i ricchi, affine d'impinguar l'erario, restato troppo esausto per le pazzie di Gallieno; e in tal opinione concorre anche Vopisco[2333]. Fu in questi tempi che Aureliano, considerata l'avidità dei Barbari, già scatenati contra dell'imperio romano[2334], col consiglio del senato prese la risoluzione di rifabbricar le mura rovinate di Roma, per poterla difendere in ogni evento di pericoli e guerre. Idacio[2335] ne fa menzione sotto questo anno. Ma Eusebio[2336], Cassiodoro[2337] ed altri mettono ciò più tardi. Nella Cronica Alessandrina solamente se ne parla all'anno seguente. Con questa occasione certo è che Aureliano ampliò il circuito di Roma, scrivendo Vopisco che il giro d'essa città arrivò allora a cinquanta miglia; opera sì grande nondimeno, secondo Zosimo, fu solamente terminata sotto Probo Augusto.

NOTE:

[2310] Reinesius, Inscription., pag. 387.

[2311] Reland., in Fast. Consul.

[2312] Thesaurus Novus Inscript., pag. 367, n. 1.

[2313] Panvin., in Fast. Consul.

[2314] Vopiscus, in Aurelian.

[2315] Mediobarb., in Numismat. Imper.

[2316] Vopiscus, in Aurelian.

[2317] Stampa, ad Fast. Consul.

[2318] Vopiscus, in Aurelian.

[2319] Zosimus, lib. 1, cap. 48.

[2320] Vopiscus, in Aurelian.

[2321] Dexippus, de Legat., tom. I Hist. Byzantin.

[2322] Dexippus, de Legat., tom. I Hist. Byzantin.

[2323] Vopiscus, in Aurelian.

[2324] Pagius, in Critic. Baron.

[2325] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2326] Aurelius Victor, in Epitome.

[2327] Vopiscus, in Aurel.

[2328] Zosimus, lib. 1, cap. 49.

[2329] Julianus, de Caesarib.

[2330] Aurelius Victor, in Epitome.

[2331] Eutrop., in Breviar.

[2332] Ammianus Marcellinus, lib. 30 Histor.

[2333] Vopiscus, in Aurelian.

[2334] Idem, ibidem.

[2335] Idacius, in Chronic.

[2336] Euseb., in Chronic.

[2337] Cassiodorus, in Chronico.

Anno di CRISTO CCLXXII. Indizione V.

FELICE papa 4. AURELIANO imperadore 3.

Consoli

QUINTO e VELDUMIANO o sia VELDUMNIANO.

Domati i Barbari, e restituita la tranquillità all'Italia, due altre importantissime imprese restavano da fare allo Augusto Aureliano. Tetrico occupava le Gallie e le Spagne. Zenobia regina dei Palmireni quasi tutte o tutte le provincie dell'Oriente occupava, ed anche l'Egitto. Per varii motivi antepose Aureliano all'altra la spedizion militare contro a Zenobia. Questa principessa, che s'intitolava regina dell'Oriente, una delle più rinomate donne dell'antichità, si trova chiamata in alcune medaglie[2338], che si suppongono vere, Settimia Zenobia Augusta, quasichè ella discendesse dalla famiglia di Settimio Severo Augusto; quando essa, secondo Trebellio Pollione[2339], vantava di discendere dalla casa di Cleopatra e dei re Tolomei. Santo Atanasio[2340] pretese ch'ella seguitasse la religion de' Giudei, e favorisse per questo l'empio Paolo Samosateno; e da Malala[2341] vien detta regina de' Saraceni. Scrive il suddetto storico Pollione che in lei si ammirava una bellezza incredibile, un spirito divino. Neri e vivacissimi i suoi occhi, il colore fosco; non denti, ma perle pareano ornarle la bocca; la voce soave e chiara, ma virile. Al bisogno uguagliava i tiranni nella severità: superava nel resto la clemenza de' migliori principi. Contro il costume delle donne sapeva conservare i tesori, ma non lasciava di far risplendere la sua liberalità, ove lo richiedesse il dovere. Nel portamento e ne' costumi non cedeva agli uomini, rade volte uscendo in carrozza, spesso a cavallo, e più spesso facendo le tre o quattro miglia a piedi, siccome persona allevata sempre nelle caccie. Da Odenato suo marito, che già dicemmo ucciso, non riceveva le leggi, ma a lui le dava. Prese bensì da lui il titolo di Augusta, dacchè egli fu dichiarato Augusto, e portava l'abito imperiale, a cui aggiunse anche il diadema. Non sì tosto s'accorgeva essa d'esser gravida, che non volea più commercio col marito. Il suo vivere era alla persiana, cioè con singolar magnificenza, e volea essere inchinata secondo lo stile praticato coi re persiani. A parlare al popolo iva armata di corazza; pranzava sempre coi primi uffiziali della sua armata, usando piatti d'oro e gemmati. Poche fanciulle, molti eunuchi teneva al suo servigio; e l'impareggiabil sua castità, tanto da maritata che da vedova, veniva decantata dappertutto. Aureliano stesso in una lettera al senato[2342] ne parla con elogio, dicendo ch'essa non parea donna: tanta era la di lei prudenza ne' consigli, la fermezza nell'eseguir le prese risoluzioni, e la gravità con cui parlava ai soldati, di modo che non meno i popoli dell'Oriente e dell'Egitto, a lei divenuti sudditi, che gli Arabi, i Saraceni e gli Armeni non osavano di disubbidirla, o di voltarsi contro di lei: tanta era la paura che ne aveano. A lei anche in buona parte si attribuivano le gloriose azioni del fu Odenato suo marito contro ai Persiani. Nè già le mancava il pregio delle lingue e della letteratura. Oltre al suo nativo linguaggio fenicio o saracenico, perfettamente possedeva l'egiziano, il greco e il latino, ma non s'arrischiava a parlare questo ultimo. Ebbe per maestro nel greco il celebre Longino filosofo, di cui resta un bel trattato del Sublime, e la cui morte vedremo fra poco. Fece imparare a' suoi figliuoli il latino sì fattamente, che poche volte e con difficoltà parlavano il greco. Sì pratica fu della storia dell'Oriente e dell'Egitto, che si crede che ne formasse un compendio. Al suo marito Odenato ella avea partorito tre figliuoli, cioè Herenniano, Timolao e Vaballato, a' quali dopo la morte del padre ella fece prendere la porpora imperiale e il titolo d'Augusti; ma perchè erano di età non per anche capace di governo, essa in nome loro governava gli Stati. Un altro figliuolo ebbe Odenato da una sua prima moglie, chiamato Erode o pure Erodiano[2343], che si trova nelle medaglie (non so se tutte legittime) col titolo di Augusto, a lui dato dal padre, come anche afferma Trebellio Pollione[2344]. Per cagione dell'esaltazion di questo suo figliastro, fama era che Zenobia avesse fatto morire lui e il marito Odenato, siccome accennai di sopra. Una tal testa, benchè di donna, signoreggiante dallo stretto di Costantinopoli fino a tutto l'Egitto, ed assistita da molti dei suoi vicini, potea dar suggezione ad ogni altro potentato, ma non già ad Aureliano imperadore, che pel suo coraggio e saggio contegno, teneva sempre le vittorie in pugno.

S'inviò dunque Aureliano da Roma con possente esercito verso l'Oriente per la strada solita di que' tempi, cioè per terra alla volta di Bisanzio, pel cui stretto si passava in Asia. Ma prima di giugnervi, egli nettò[2345] l'Illirico, e poi la Tracia da tutti i nemici del romano imperio, ch'erano tornati ad infestar quelle provincie. Scrive Aurelio Vittore[2346] che a' tempi d'esso Aureliano un certo Settimio nella Dalmazia prese il titolo d'imperadore, e da lì a poco ne pagò la pena, ammazzato da' suoi proprii soldati. Quando ciò avvenisse, nol sappiamo. Per attestato bensì di Vopisco, Aureliano, perchè Cannabaude re e duca dei Goti dovea aver commesso delle insolenze nel paese romano, passato il Danubio, l'andò a ricercar nelle terre di lui; e datagli battaglia, lo uccise insieme con cinque mila di que' Barbari combattenti. Probabilmente fu in questa congiuntura ch'egli prese la carretta di quel re, tirata da quattro cervi, su cui poscia entrò a suo tempo trionfante in Roma, siccome diremo. Furono trovate nel campo barbarico molte donne estinte vestite da soldati, e prese dieci di esse vive. Molte altre nobili donne di nazione gotica rimasero prigioniere[2347], che Aureliano mandò dipoi a Perinto, acciocchè ivi fossero mantenute alle spese del pubblico, non già cadauna in particolare, ma sette insieme, acciocchè costasse meno alla repubblica. Sbrigato da questi affari, marciò Aureliano a Bisanzio, e passato lo stretto, al solo suo comparire ricuperò Calcedone e la Bitinia, che Zenobia avea sottomesso al suo imperio. Zosimo[2348] nondimeno asserisce aver la Bitinia scosso il giogo de' Palmireni, fin quando udì esaltato al trono Aureliano. Ancira nella Galazia sembra aver fatta qualche resistenza: certo è nondimeno che Aureliano se ne impadronì. Giunto poscia che egli fu a Tiana, città della Cappadocia[2349], vi trovò le porte serrate e preparato quel popolo alla difesa. Dicono che Aureliano in collera gridasse: Non lascerò un cane in questa città. Vopisco, grande ammiratore del morto Apollonio, filosofo celebre, anzi mago, nativo di quella città, di cui tanto egli come altri antichi raccontano varie maraviglie, cioè molte favole, e che era tenuto da que' popoli per un dio: Vopisco, dico, racconta ch'esso Apollonio comparve in sogno ad Aureliano, e lo esortò alla clemenza, se gli premeva di vincere: parole che bastarono a disarmare il di lui sdegno. Venne poi a trovarlo al campo Eraclammone, uno dei più ricchi cittadini di Tiana, sperando di farsi gran merito, col tradire la patria, e gl'insegnò un sito per cui si poteva entrare nella città. Fu essa, mercè di questo avviso, presa con facilità; e quando ognun si aspettava di darle il sacco, e di farne man bassa contro gli abitanti, Aureliano ordinò che fosse ucciso il solo traditore Eraclammone, con dire che non si potea sperar fedeltà da chi era stato infedele alla sua patria; ma lasciò godere ai di lui figliuoli tutta la eredità paterna, affinchè non si credesse che lo avesse fatto morire per cogliere le molte di lui ricchezze. Ricordata ad Aureliano la parola detta di non lasciare un cane in Tiana: Oh, rispose, ammazzino tutti i cani, che ne son contento: risposta applaudita fin dai medesimi soldati, benchè contraria alla lor brama e speranza del sacco.

Se crediamo a Vopisco[2350], Aureliano, continuato il cammino, arrivò ad Antiochia, capitale della Soria, e dopo una leggiera zuffa al luogo di Dafne, entrò vittorioso in quella gran città; e ricordevole dell'avvertimento datogli in sogno da Apollonio Tianeo, usò di sua clemenza anche verso di que' cittadini. Passando dipoi ad Emesa, città della Mesopotamia, quivi con una fiera battaglia decise le sue liti con Zenobia. Ma Zosimo[2351] diversamente scrive. Zenobia con grandi forze lo aspettò di piè fermo in Antiochia, e mandò incontro a lui la poderosa armata sua sino ad Imma, città molte miglia distante di là. Gran copia di arcieri si contava nello esercito di lei, e di questi penuriava quel de' Romani. Avea inoltre Zenobia la sua numerosa cavalleria armata tutta da capo a' piedi, laddove la romana non era composta se non di cavalli leggieri. Aureliano, mastro di guerra, osservato lo svantaggio, ordinò alla sua cavalleria di mostrar di fuggire, tantochè la nemica in seguitarli si trovasse assai stanca pel peso dell'armi, e che poi voltassero faccia, e menassero le mani. Così fu fatto, e seguì un'orribile strage dei Palmireni. Eusebio[2352] scrive che si segnalò in quella gran battaglia un generale de' Romani, appellato Pompeiano e cognominato il Franco, la cui famiglia durava in Antiochia anche a' suoi dì. Non osavano i fuggitivi di portarsi ad Antiochia[2353], per timore di non essere ammessi, o pur di essere tagliati a pezzi da' cittadini, se si accorgevano della rotta lor data; ma Zabda, o sia Zaba, lor generale, preso un uomo che si rassomigliava ad Aureliano, e fatta precorrer voce che conduceva prigioniere lo imperadore stesso, trovò aperte le porte, e quietò il popolo. La notte seguente poi con Zenobia s'incamminò alla volta di Emessa. Entrò il vincitore Aureliano in Antiochia, ricevuto con alte acclamazioni da quegli abitanti, e perchè parecchi de' più facoltosi si erano ritirati per paura dello sdegno imperiale, Aureliano pubblicò tosto un bando di perdono a tutti; e questa sua benignità fece ripatriar di buon grado ciascuno. Dopo aver dato buon ordine agli affari di Antiochia, ripigliò Aureliano il suo viaggio verso Emesa, dove s'era ridotta Zenobia. Trovato presso Dafne un corpo di Palmireni che voleano disputargli il passo, ne uccise un gran numero. Apamea, Larissa ed Aretusa nel viaggio vennero alla sua ubbidienza[2354]. Consisteva tuttavia l'armata di Zenobia in settanta mila combattenti sotto il comando di Zabda. Si venne dunque ad una altra campale giornata, che sulle prime fu o parve svantaggiosa ai Romani, perchè parte della lor cavalleria o per forza o consigliatamente piegò. Ma mentre la inseguivano i Palmireni, la fanteria romana di fianco gli assalì, e ne fece gran macello, non giovando loro l'essere tutti armati di ferro, perchè i Romani colle mazze li tempestavano e rovesciavano a terra. Piena di cadaveri restò quella campagna. Zenobia con gran fretta se ne fuggì, ritirandosi a Palmira; ed Aureliano fu ricevuto con plauso giulivo in Emesa, dove rendè grazie al dio Elagabalo, creduto autore di quella vittoria; e dopo aver presi e vagheggiati con piacere i tesori che Zenobia non avea avuto tempo di asportare, marciò con diligenza alla volta di Palmira, città fabbricata da Salomone ne' deserti della Soria, o sia della Fenicia, ed assai ricca pel commercio che faceva co' Romani e Persiani. Nel cammino fu più volte in pericolo, e riportò gravi danni l'armata sua dagli assassini soriani. Pur, giunto a Palmira, la strinse d'assedio. S'egli in questo o pur nel seguente anno riducesse a fine sì grande impresa, per mancanza di lumi non si può ora decidere. Sia lecito a me il differirne il racconto al seguente.

NOTE:

[2338] Spanhemius, de Usu et Praestant. Numismat. Patinus, Num. Mediob., Numismat. Imp.

[2339] Trebellius Pollio, in Trig. Tyrann., c. 29.

[2340] Athanasius, in Histor.

[2341] Johannes Malala, in Chronogr.

[2342] Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 29.

[2343] Goltzius. Tristanus. Mediob., in Numism. Imper.

[2344] Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 29.

[2345] Vopiscus, in Aurel.

[2346] Aurelius Victor, in Epitome.

[2347] Vopiscus, in Bonoso.

[2348] Zosimus, lib. 1, cap. 50.

[2349] Vopiscus, in Bonoso.

[2350] Vopiscus, in Aurelian.

[2351] Zosimus, lib. 1, cap. 50.

[2352] Eusebius, in Chronic.

[2353] Zosimus, lib. 1, cap. 50.

[2354] Vopiscus, in Aurel. Zosim., lib. 1, cap. 52.

Anno di CRISTO CCLXXIII. Indizione VI.

FELICE papa 5. AURELIANO imperadore 4.

Consoli

MARCO CLAUDIO TACITO e PLACIDIANO.

A Tacito primo console in quest'anno, perchè vien comunemente creduto lo stesso che vedremo poi imperadore, gl'illustratori de' Fasti danno il nome di Marco Claudio. Benchè vi possa restar qualche dubbio, pure io mi son lasciato condurre dalla corrente. L'assedio di Palmira, siccome dicemmo, fu impreso da Aureliano con gran calore; ma non erano men riguardevoli i preparamenti per la difesa[2355]. Stava ben provveduta quella città di freccie, pietre, macchine e d'altri strumenti da guerra e da lanciar fuoco sopra i nemici, siccome ancora di viveri, quando all'incontro uomini e bestie dell'armata romana niuna sussistenza trovavano in quella spelata campagna, piena solo di sabbia. Oltre a ciò, aspettava Zenobia soccorso da' Persiani, Armeni e Saraceni, di maniera che si ridevano gli assediati delle sgherrate degli assedianti. Ma Aureliano supplì al bisogno dell'armata per conto delle provvisioni, facendone venire al campo da tutte le vicinanze; nè lasciava indietro forza e diligenza alcuna per vincere quella sì ben guernita città. Maggiormente crebbe l'izza e la picca sua, perchè avendo sui principii scritto a Zenobia, comandandole imperiosamente di rendersi, con esibirle comodo mantenimento, dove il senato l'avesse messa, e con promettere salvo ogni diritto de' Palmireni, Zenobia gli diede una insolente risposta, con intitolarsi regina d'Oriente, anteporre il suo nome a quello dell'imperadore, e mostrar fiducia di fargli calar l'orgoglio coi soccorsi ch'ella aspettava[2356]. Vennero in fatti gli aiuti a lei promessi da' Persiani; ma Aureliano tagliò loro la strada, e gli sbandò. Vennero anche le schiere de' Saraceni e degli Armeni; ma egli, parte col terrore, parte coi danari le indusse a militar nell'esercito suo. Contuttociò un'ostinata difesa fecero gli assediati, con beffar eziandio ed ingiuriar i Romani. Un di coloro, vedendo un dì l'imperadore, il caricò di villanie. Allora un arciere persiano si esibì di rispondergli, e gli tirò così aggiustatamente uno strale, che colpitolo il fece rotolar morto giù dalle mura. Intanto veggendo Zenobia che a Palmira s'assottigliava la vettovaglia, stimò meglio di ritirarsi sulle terre de' Persiani; ma fuggendo sopra dei dromedarii, fu presa per via dai cavalieri che le spedì dietro Aureliano, e prigioniera fu a lui condotta. Grande strepito ed istanza fecero i soldati perchè egli castigasse colla morte la superbia di costei; ma Aureliano non volle la vergogna di aver uccisa una donna, e donna tale. La città dipoi ridotta all'agonia, dimandò ed ottenne qualche capitolazione. V'entrò Aureliano, e perdonò al popolo, ma non già ai principali, creduti consiglieri di Zenobia, a' quali, come a seduttori ed autori di tanti mali, levò la vita. Fra questi fu compreso[2357] Longino, celebre filosofo e sofista, e maestro o segretario della medesima, convinto di aver egli dettata l'albagiosa ed insolente risposta che Zenobia avea data alla lettera di Aureliano. Soffrì Longino con tal fortezza la morte, ch'egli stesso consolava gli amici venuti a deplorar la di lui sciagura. Perdonò anche Aureliano, per quanto si crede, a Vaballato, uno de' figliuoli di Zenobia; e truovasi una medaglia[2358], in cui si legge il suo nome col titolo di Augusto, e nell'altra parte quello di Aureliano Augusto. Quando sia vera (del che si può dubitare), sarà stata battuta in uno dei precedenti anni, e prima della soprascritta tragedia. Di Herenniano e Timolao, due altri figliuoli di Zenobia, non si sa ben qual fosse la sorte loro. Zosimo parla d'un solo figliuolo di Zenobia, condotto in prigionia colla madre. Vopisco, all'incontro, scrive che Zenobia sopravvisse molto tempo cum liberis nelle vicinanze di Roma. Questo si può intendere anche di figlie, che certo essa ne avea; ma Trebellio Pollione[2359] c'insegna che Zenobia co' suoi due figliuoli minori Herenniano e Timolao fu condotta in trionfo a Roma. Fu poi di parere esso Zosimo che Zenobia nell'esser condotta in Europa, o per malattia, o per non voler prender cibo, morisse per istrada, vinta dal dolore della mutata fortuna; o per non soffrire la vergogna d'essere condotta in trionfo. Merita ben qui fede Vopisco, il quale più vicino a questi tempi ci assicura ch'ella giunse a Roma, e visse molto dipoi, come dirò all'anno seguente. Anche Giovanni Malala[2360] attesta che l'infelice principessa comparve nel trionfo romano di Aureliano, fallando solamente nell'aggiugnere che le fu dipoi tagliato il capo. Zonara[2361] rapporta su questo varie opinioni. Possiamo ben poi credere a Zosimo[2362], allorchè racconta avere Aureliano spogliata Palmira di tutte le sue ricchezze, senza rispettar nè pure i templi: il che fatto, si rimise in cammino, e tornò ad Emesa[2363], dove forse il trovarono le ambascerie de' Saraceni, Blemmii, Assomiti, Battriani, Seri (creduti i Cinesi), Iberi, Albani, Armeni ed Indiani, che gli portarono dei suntuosi regali. Trattò con superbia e fierezza i Persiani, gli Armeni e i Saraceni, perchè aveano prestato aiuto a Zenobia.

Rimesso dunque in pace l'Oriente Aureliano passò lo stretto di Bisanzio per tornarsene a Roma, menando seco Zenobia e i di lei figliuoli[2364]. Informato che i popoli carpi aveano fatta un'incursione nella Tracia, andò a trovarli e li disfece: e perciò il senato romano, che gli avea già accordato i titoli di Gotico, Sarmatico, Armeniaco, Partico ed Adiabenico, il nominò ancora Carpico. Se ne rise Aureliano, e scrisse loro che si aspettava ormai d'esser anche intitolato Carpiscolo, nome significante una sorta di scarpe, e da cui poscia è a noi venuto il medesimo nome di scarpa. Ma eccoti arrivargli avviso che i Palmireni s'erano ribellati, con aver tagliato a pezzi Sandarione, e secento arcieri lasciati ivi di presidio. Con tal sollecitudine tornò egli indietro, che all'improvviso arrivò ad Antiochia, e spaventò quel popolo, intento allora a' giuochi equestri. Aveano tentato i Palmireni d'indurre Marcellino, governatore della Mesopotamia e di tutto l'Oriente, a prendere il titolo di Augusto. Gli andò egli tenendo a bada, ed informando intanto di tutto Aureliano; ma coloro, non vedendo risoluzione di lui, dichiararono poi imperadore un certo appellato Achilleo da Vopisco, Antioco da Zosimo. Giunse Aureliano a Palmira quando men sel pensavano, e presa quella città senza colpo di spada, fece mettere a fil di spada tutto quel popolo, uomini, donne, fanciulli e vecchi, con furore d'inudita crudeltà, benchè poi, tornato in sè stesso, scrivesse a Ceionio Basso di perdonare a quei che restavano in vita. Zosimo pretende che egli per isprezzo non facesse morire quel ridicolo imperadore creato dai Palmireni. Ordinò egli ancora che si ristabilisse come prima il tempio del Sole messo a sacco dai soldati, deputando a tal effetto buona somma d'oro e d'argento. Del resto fece spianare quella città, le cui rovine, visitate a' tempi nostri dagli eruditi inglesi, ritengono ancora molti vestigii dell'antica lor maestà. Già dicemmo che Zenobia nelle sue prosperità avea usurpato al romano imperio l'Egitto. Ora Aureliano, mentre nell'anno addietro faceva a lei la guerra in Oriente, spedì Probo[2365], il qual fu poi imperadore, con delle soldatesche, per ricuperar quella ricca ed importantissima provincia. Nel primo combattimento sbaragliò Probo i nemici: nel secondo ebbe la peggio: ma, ripigliate le forze, tanto si adoperò, che mise quella nobil contrada sotto il comando de' Romani, ed aiutò poi Aureliano a ripigliar l'Oriente nel resto della guerra coi Palmireni. Pareva dopo ciò che l'Egitto avesse da goder pace, quando un Marco Firmo, o Firmio, nativo di Seleucia[2366], amico di Zenobia non ancor vinta, prese il titolo d'Augusto e d'imperadore, come, secondo Vopisco, appariva dalle medaglie battute di lui, alcuna delle quali si crede che resti tuttavia[2367]. Possedeva costui molte ricchezze, e massimamente nell'Egitto, dove, fra l'altre cose, tanta carta, chiamata papiro, si fabbricava ne' suoi beni, ch'egli si vantava di poter mantenere col solo papiro e colla, adoperata in formar la carta, un esercito. Teneva corrispondenza costui coi Blemmii e Saraceni, e mandava alle Indie navi a trafficare. Impadronitosi dunque costui di Alessandria e dell'Egitto, aiutò, per quanto potè, Zenobia; ma caduta essa, cadde anche egli. Aureliano non già in persona, a mio credere, andò, ma spedì colà parte della armata, che sconfisse Firmo, e dopo varii tormenti lo uccise, con sottomettere in poco tempo quel ricco paese, e mandare a Roma gran copia di grani, la spedizion dei quali costui avea interrotta. Aureliano[2368], in ragguagliare il popolo romano di queste vittorie, scrisse fra le altre cose di saper egli ch'esso popolo non andava d'accordo col senato, non era amico dell'ordine equestre, ed avea poco buon cuore verso dei pretoriani. Sbrigato finalmente da questi affari l'infaticabil Aureliano Augusto, indirizzò i suoi passi verso l'Europa con animo e voglia di atterrar anche Tetrico, che solo restava tra gli usurpatori del romano imperio. Come egli arrivato colà ricuperasse in poco tempo quelle provincie, alla sfuggita lo raccontano i vecchi storici[2369]. Altro non si sa, se non che seguì una battaglia a Scialons sopra la Marna, in cui Tetrico stesso tradì lo esercito suo, perchè si diede volontariamente ad Aureliano: laonde i suoi soldati riportarono una gran percossa da quei di Aureliano. Sono altri di parere che Tetrico fosse da' suoi soldati tradito e consegnato ad Aureliano, al quale si sottomisero poscia anch'essi. Tuttavia grande apparenza c'è che seguisse, o prima o poco dopo dell'arrivo di Aureliano in quelle contrade, qualche segreta capitolazione ed accordo fra Aureliano e lui, al vedere l'indulgenza, con cui esso Aureliano, principe poco avvezzo alla clemenza, trattò il medesimo Tetrico. E la ragione di abbandonare i suoi per gittarsi in braccio ad Aureliano, l'abbiamo dagli antichi storici. Cioè fu la continua disubbidienza dei soldati suoi che ad ogni poco si sollevavano: dal che fu forzato Tetrico ad invitare e pregar Aureliano che il liberasse da tanti mali. Venuto egli alla divozion di Aureliano, tutte poi del pari le di lui milizie il riconobbero per imperadore, e passarono nell'armata romana; con che le Gallie, e, per conseguente, la Spagna e Bretagna, si videro restituiti sotto la signoria del medesimo Augusto. Può o dee anche oggidì essere motivo di stupore il corso di tante imprese e vittorie fatte da un solo Augusto, e in poco più di tre anni, con aver egli liberato da tanti barbari nemici il romano imperio, atterrati i tiranni e riunite al suo corpo tante membra, da esso per più anni disgiunte. Eusebio[2370] nella Cronica mette sotto quest'anno il trionfo romano di Aureliano; ma si dee credere uno sbaglio, siccome vien giudicato ancora il riferirsi da lui nell'anno primo e secondo d'esso imperadore la caduta di Tetrico, la quale vien posta da Vopisco dopo la guerra palmirena. Non si sa nè anche intendere, come in un solo anno potesse Aureliano far tante azioni e viaggi, quanti ne abbiam veduto in questo anno, menando seco eserciti, cioè ruote pesanti, che non volano, senz'aggiungervi ancora il suo ritorno dalle Gallie o Roma. Però coi più degli storici rapporterò io all'anno seguente il suddetto trionfo.

NOTE:

[2355] Vopiscus, in Aurel. Zosimus, lib. 1, c. 54.

[2356] Zosimus, lib. 1, cap. 55.

[2357] Vopiscus, in Aurelian. Zosimus, l. 1, c. 56.

[2358] Tristan., et Mediobarb., in Numism. Imp.

[2359] Trebellius Pollio, in Trig. Tyrann., c. 23.

[2360] Joannes Malala, Chronogr.

[2361] Zonaras, in Annalib.

[2362] Zosimus, lib. 1, cap. 56.

[2363] Vopiscus, in Aurelian.

[2364] Zosimus, lib. 1, cap. 60. Vopiscus, ibid.

[2365] Vopiscus, in Probo.

[2366] Vopiscus, in Firmo.

[2367] Goltzius, et Spanhemius, in Numism. Imp.

[2368] Vopiscus, in Firmo.

[2369] Vopiscus, in Aureliano. Trebellius Pollio, in Tetrico. Euseb., in Chron.

[2370] Euseb., in Chronic.

Anno di CRISTO CCLXXIV. Indiz. VII.

FELICE papa 6. AURELIANO imperadore 5.

Consoli

LUCIO DOMIZIO AURELIANO AUGUSTO per la seconda volta e CAIO GIULIO CAPITOLINO.

Dopo aver dato buon sesto agli affari delle Gallie, sen venne a Roma l'Augusto Aureliano per celebrare il trionfo suo. Riuscì questo dei più grandiosi e memorabili che mai si fossero veduti in quell'augusta città. Vopisco[2371] bene dà un poco d'idea, con dire che vi erano tre carrozze regali, le quali tiravano a sè gli sguardi di ognuno. La prima avea servito ad Odenato Augusto, già marito di Zenobia, coperta d'argento, oro e pietre preziose. La seconda di somigliante ricco lavoro l'avea avuta Aureliano in dono dal figliuolo o nipote del morto re Sapore, dominante allora in Persia. La terza era stata di Zenobia, che con essa sperava di comparir vittoriosa in Roma: ed in essa entrò ella appunto, ma vinta e trionfata. Eravi anche la carretta del re de' Goti, tirata da quattro cervi, entro la quale Aureliano fu condotto al Campidoglio, dove sagrificò a Giove que' medesimi cervi, secondo il voto già fatto da lui. Precedevano in quella immensa processione venti elefanti, ducento fiere ammansate della Libia e Palestina, che Aureliano appresso donò a varii particolari, per non aggravar di tale spesa il fisco; e dei cammellopardi e delle alci ed altre simili bestie forestiere. Succedevano ottocento paia di gladiatori e i prigionieri di diverse nazioni barbare, cioè Blemmii, Assomiti, Arabi, Eudemoni, Indiani, Battriani, Iberi, Saraceni, Persiani, Goti, Alani, Rossolani, Sarmati, Franchi, Svevi, Vandali e Germani, colle mani legate; fra' quali ancora si contarono molti de' principali Palmireni sopravanzati alla strage, e parecchi Egiziani a cagion della loro ribellione. Ma quello che maggiormente tirò a sè gli occhi di tutti, fu la comparsa fra i vinti di Tetrico vestito alla maniera dei Galli, col figliuolo Tetrico, al quale egli avea conferito il titolo di senatore[2372]. Veniva anche Zenobia con pompa maggiore, tutta ornata, anzi caricata di gemme, dopo aver fatta gran resistenza ad ammettere il peso ed uso di quelle gioie in sì disgustosa congiuntura. Con catena d'oro avea legati i piedi e le mani, ed una ancora ne avea dal collo pendente, sostenuta da un Persiano che le andava avanti. Con questo mirabile apparato, colle corone d'oro di tutte le città, colle carrette piene di ricco bottino, con tutte le insegne e coll'accompagnamento del senato, esercito e popolo, pervenne molte ore dipoi Aureliano al Campidoglio, e tardi al palazzo; rattristandosi nondimeno molti al vedere condotti in trionfo dei senatori romani, il che non era in uso, e mormorando altri[2373], perchè si menasse in trionfo una donna, come s'ella fosse qualche gran capitano. Intorno al qual lamento Aureliano dipoi con sua lettera cercò di soddisfare il senato e popolo romano, col mettere Zenobia del pari co' più illustri rettori di popoli. Furono poscia impiegati i seguenti giorni in pubblici sollazzi di giuochi scenici e circensi, in combattimenti di gladiatori, caccie di fiere, battaglie in acqua, e in assegnamento perpetuo di pane e carne porcina, che ogni dì si distribuiva a cadauno del popolo romano.

Abbiamo da Trebellio Pollione[2374] che Aureliano non solamente perdonò a Zenobia, ma le assegnò ancora un decente appannaggio pel mantenimento di lei e de' suoi figliuoli, e un luogo a Tivoli presso al palazzo di Adriano, dove ella soggiornò dipoi a guisa d'una matrona romana. Eutropio[2375] scrive che a' suoi giorni restavano ancora dei discendenti da essa Zenobia, senza dire se per via di maschi, o pur delle sue figliuole. Il dirsi da Zonara[2376] che Aureliano sposò lei, o pur una delle sue figlie, s'ha da contare per una favola. Ciera bensì di verità ha l'aggiunger egli, che le figlie di essa Zenobia furono da lui collocate in matrimonio con dei nobili romani. A quanto poco fa ho detto non si ristrinse la liberalità di Aureliano verso il popolo, perchè altri regali gli fece in abiti e danari[2377]. E perciocchè infinita copia vi era di debitori del fisco, ordinò che nella piazza di Traiano si bruciassero tutte le lor cedole. Pubblicò ancora un perdon generale per tutti i rei di lesa maestà. S'acquistò egli specialmente lode nell'aver non solamente rimessa ogni pena a Tetrico, già imperadore, o sia tiranno delle Gallie[2378], ma dichiaratolo ancora Correttore di tutta l'Italia, cioè della Campania, del Sannio, della Lucania, de' Bruzii, della Puglia, Calabria, Etruria ed Umbria, del Piceno e Flaminia, e di tutto il paese Annonario, colmandolo di onori, e chiamandolo talvolta collega, commilitone ed anche imperadore: segni di qualche precedente accordo seguito fra loro. Gli diceva, burlando, ch'era più onore il governare una provincia d'Italia, che il regnar nelle Gallie. Anche al giovane Tetrico di lui figlio fu conceduto posto fra i senatori, con godere illesi i lor beni patrimoniali[2379]. Fece inoltre Aureliano portare alla zecca tutte le monete adulterate e calanti, e ne diede al popolo delle buone. Fu in questa occasione che i ministri della zecca[2380], accusati di qualche frode nel loro uffizio, spinti da Felicissimo, schiavo o liberto dell'imperadore, mossero una sì fiera sedizione in Roma, che vi uccisero sette mila soldati di Aureliano: cosa difficile a credersi. Ma pagarono anch'essi il fio della lor crudeltà, col restar vinti ed esposti al furore, ch'era per lo più eccessivo, in Aureliano. Racconta Suida[2381] che questo imperadore fece morir molti senatori per informazioni della loro infedeltà, ricavate da Zenobia. Era egli un grande adoratore e divoto del Sole[2382]: però in quest'anno fece fabbricare in Roma il tempio del Sole con singolar magnificenza, arricchendolo di immensi ornamenti d'oro, di perle e di altre cose preziose. Pesava il solo oro ivi posto quindici mila libbre. Quivi espose le statue del medesimo Sole e di Belo, con altri ornamenti asportati da Palmira. Anche il Campidoglio si vide riempiuto dei doni a lui fatti da varie nazioni; e tempio alcuno non vi fu in Roma che non partecipasse di qualche suo dono. Fortificò ancora l'autorità de' pontefici, ed assegnò rendite per la manutenzione de' templi e de' ministri. Azioni tutte che fan conoscere l'amore e zelo ch'egli nudriva per la sua falsa religione, cioè per l'idolatria: zelo che ancora circa questi tempi lo spinse, dopo essere stato finora clemente verso i Cristiani, a muovere contro di loro una fiera persecuzione[2383]. Ma per poco tempo, perchè Dio non tardò a dargli quel fine e gastigo, a cui soggiacquero anche in questo mondo altri nemici e persecutori della religione e Chiesa sua santa. Alcune buone leggi fece Aureliano, ma altre più meditava di farne, e sopra tutto voleva provvedere al soverchio lusso introdotto in Roma[2384], con proibire il consumo dell'oro in tanti ricami, indorature ed altri vani usi, e con vietar l'uso della seta, perchè venendo questa allora solamente dall'India, ogni libbra di essa costava una libbra d'oro. Sarebbe da desiderare che anche a' dì nostri nascessero degli Aureliani, per rimediare al lusso di certe città d'Italia, e alla pazza mutazion delle mode. Per altro godeva Aureliano Augusto che i privati abbondassero in vasi d'oro e d'argento. Trovandosi ancora molte terre incolte nella Toscana e Liguria, suo disegno fu di mandar colà a coltivarle le famiglie dei Barbari prigioni. Ma questi ed altri disegni, troncato il filo della sua vita, abortirono tutti. Credesi[2385] che in quest'anno Felice papa fosse chiamato da Dio al premio delle sue fatiche, e che o per l'imminente o già insorta persecuzione non si eleggesse il suo successore se non nell'anno seguente.

NOTE:

[2371] Vopiscus, in Aurelian.

[2372] Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 29.

[2373] Vopiscus, in Aurel.

[2374] Trebellius Pollio, ibid.

[2375] Eutrop., in Breviar.

[2376] Zonaras, in Annalibus.

[2377] Vopiscus, in Aurel.

[2378] Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 23.

[2379] Zosimus, lib. 1, cap. 61.

[2380] Vopiscus, in Aurelian. Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.

[2381] Suidas, in Lexico.

[2382] Zosimus, lib. 1, cap. 61. Vopiscus. Eusebius et alii.

[2383] Eusebius, in Histor. et in Chronico. Lactantius, de Mortibus Persecutor. Orosius, Syncellus, et alii.

[2384] Vopiscus, in Aureliano.

[2385] Blanchinius, ad Anastasium.

Anno di CRISTO CCLXXV. Indizione VIII.

EUTICHIANO papa 1. TACITO imperadore 1.

Consoli

LUCIO DOMIZIO AURELIANO AUGUSTO per la terza volta e TITO NONIO MARCELLINO.

Annio, e non Avonio, nè Anonio, fu il nome del console. Per attestato di Vopisco[2386] fu console sostituito Aurelio Gordiano, e nel dì 25 di settembre Velio Cornificio Gordiano. Sul principio di quest'anno opinione è che fosse promosso al pontificato romano Eutichiano. Nell'anno addietro l'Augusto Aureliano era passato nelle Gallie, verisimilmente per cagion di qualche ribellione, accaduta in quelle parti, ch'egli senza fatica estinse. La città di Orleans vien creduto che fosse rifabbricata da lui e prendesse il di lui nome. E perchè i Barbari erano entrati nel paese della Vindelicia, che abbracciava allora parte della Baviera, della Svevia e i Grigioni, Aureliano accorso a quelle parti, rimase il paese in pace con averne cacciati i nemici. Di là andò nell'Illirico, e probabilmente fu allora che scorta la difficoltà di poter sostenere la provincia della Dacia, oggidì Transilvania, posta di là dal Danubio, attorniata da troppi Barbari, prese la risoluzione di abbandonarla[2387]. A questo fine ritirò di qua dal fiume tutte le milizie e famiglie romane abitanti in quel paese, e lor diede parte della Mesia per abitarvi; paese che si nominò dipoi la Nuova Dacia, di cui dicono che Sardica divenisse la capitale. Da ciò si vede fallita l'immaginazione e il vanto dei Romani gentili, pretendenti che il loro dio Termine non rinculasse giammai, cioè non lasciasse mai perdere paese una volta unito al loro imperio. Altri simili esempli di questo loro inetto dio riferisce sant'Agostino[2388]. Verisimilmente svernò Aureliano in quelle parti, o pur nella Tracia nell'anno presente, applicato a mettere insieme un possente esercito per portar la guerra addosso a' Persiani. Era egli invasato dal desiderio della gloria, e quanto più di grandi imprese egli avea fatto fin qui, a nulla serviva che maggiormente accenderlo per farne delle altre. Nè gli mancavano ragioni e pretesti contro la Persia, che già vedemmo aver prese l'armi in favor di Zenobia. Ma Iddio il colse nel punto[2389] che i suoi ordini di ferro e fuoco contra dei cristiani erano già dati, e si doveano stendere per tutto l'imperio[2390]. Un fulmine caduto in vicinanza di lui e dei suoi cortigiani pure non fu bastante a rimuoverlo dalle prese risoluzioni. Per altra mano egli perì, siccome ora son per dire.

A riserva del popolo romano, che veramente l'amava per i molti benefizii già ricevuti o che si speravano[2391], pochi altri gli portavano affetto: a colpa della sua severità, anzi crudeltà, di cui sovente abbiam recate le pruove. Il senato romano, e fino i suoi proprii cortigiani, non amore, ma bensì timore aveano di lui[2392]. Accadde ch'egli un dì minacciò gravemente Mnesteo, uno dei suoi segretarii, per qualche fallo. Erote vien chiamato da Zosimo[2393]. Costui, siccome pratico che Aureliano non minacciava, mai da burla, e che se minacciava, non sapeva perdonare, essendosi molto prima avvezzato a contraffare il carattere del padrone, formò un biglietto, mettendovi col suo i nomi di molti altri, co' quali Aureliano era in collera, e di altri ancora che non erano stati minacciati da lui, come destinati tutti dal sanguinario Augusto alla morte; ed esagerando poi la necessità di salvare sè stessi, con levare dal mondo quello spietato carnefice. Abbiam veduto altri Augusti condotti a morte per sì fatte liste di cortigiani destinati a perire. Dubitar si potrebbe che alcuna di esse fosse a noi venuta dalle sole dicerie dei novellisti. Quel ch'è certo, si trovava allora Aureliano in un luogo chiamato Caenophrurium, cioè Castelnuovo, posto fra Bisanzio ed Eraclea. Quivi gli uffiziali animati da Mnesteo contra di lui, preso il tempo che Aureliano era con poche guardie, lo stesero morto a terra con varie ferite. Vopisco[2394] scrive ch'egli morì per mano di Mucapor, uno de' suoi generali. Altre particolarità di questo fatto non ha a noi conservato la storia. Essendo giunta a Roma la nuova di sua morte nel dì 3 di febbraio per attestato del medesimo storico, vegniamo a conoscere che alquanti giorni prima del fine di gennaio dell'anno presente dovette succedere la di lui tragedia. Scoprissi dipoi la furberia di Mnesteo, e ne fu fatta aspra vendetta, con legarlo ad un palo ed esporlo ad essere divorato dalle fiere. Gli altri da lui ingannati gran pentimento ebbero d'aver bagnate le mani nel sangue del loro principe, e parte vennero allora uccisi dai soldati, parte poi dai successori Augusti Tacito e Probo. Funerali magnifici furono fatti al defunto imperadore dall'armata, la quale anche scrisse al senato e popolo romano coll'avviso del funesto successo, e con premura, perchè Aureliano fosse aggregato al catalogo degli dii. Tacito, che fu poi imperadore, il primo allora dei senatori, quegli fu che dopo un bell'elogio alla memoria di Aureliano, fu il primo a decretargli tutti gli onori divini. E certamente non si può negare ad Aureliano la gloria di uno de' più insigni imperadori romani, per aver egli in sì poco tempo rimesso in piedi e liberato dai nemici interni ed esterni tutto l'imperio romano, con disposizione di far altre mirabili imprese, se non gli fosse stato sul più bello troncato il filo della vita. Era egli tuttavia vegeto d'età, e questa la sapeva egli conservare colla sobrietà del vivere; e se si ammalava, non correva giù a chiamar i medici, ma curava egli stesso i suoi mali con una dieta rigorosa. La sua soverchia severità, benchè gli partorisse l'odio di molti, pure riuscì di grande utilità alla repubblica, perchè levò di mezzo o cacciò in esilio i cervelli torbidi, cabalisti e perturbatori della quiete pubblica. Specialmente perseguitò egli i delatori, cioè gli accusatori, tanto ben veduti sotto altri precedenti governi. Non la perdonava nè pure ai suoi medesimi parenti e familiari. E la moderazione sua nel vestire si stendeva anche alla moglie e alla figliuola, alle quali, perchè pur volevano una veste di seta, rispose, troppo costare una tela che si vendeva a peso d'oro. Altre sue lodevoli doti rammenta Vopisco. Ma a questo egregio principe mancava la clemenza, virtù necessaria, nonchè sommamente commendabile ne' saggi principi; e da questo difetto, o, per dir meglio, dalla sua crudeltà fu egli finalmente condotto ad un fine infelice.

Avrebbe ognuno creduto che, appena morto Aureliano, l'armata sua acclamasse Augusto alcuno di quei generali, ma non fu così[2395]. Forse perchè niun d'essi v'era esente dal reato, o dal sospetto della morte di Aureliano, però non si poterono indurre i soldati a creare alcun d'essi imperadore. Anzi scrissero al senato, con pregarlo di scegliere un imperadore degno di tal posto. Non attentandosi di farlo il senato, perchè alle armate non soleano piacere Augusti creati in Roma da' senatori, tre volte corsero e ricopersero lettere fra loro, rimettendo sempre l'una parte all'altra una tale elezione: controversia rara, e che facea stupir chiunque era consapevole della prepotenza dei passati eserciti in tali congiunture[2396]. Durante questa contesa passarono sei mesi, senza che si eleggesse imperadore; e, ciò non ostante, nell'interno si godeva buona calma; e tutti i governatori scelti da Aureliano e dal senato continuavano tranquillamente ne' loro impieghi, fuorchè Aurelio Fosco proconsole dell'Asia, in cui luogo fu spedito Falconio. Era in questi tempi prefetto di Roma Postumio Siagrio, secondo il catalogo pubblicato dal Bucherio[2397]; ma Vopisco scrive che nel dì 25 di settembre era essa prefettura appoggiata ad Elio Ceseziano. Quegli che diede fine a questa sonnolenza, e fece che il senato procedesse alla elezion di un nuovo imperadore, fu il militar movimento de' Germani[2398], i quali passato il Reno, aveano già occupato varie nobili città, e temeva anche guerra dai Persiani. Velio Cornificio Gordiano, console sostituito, rappresentò nel dì 25 di settembre la necessità di crear un imperadore. Preparavasi a rispondere Marco Claudio Tacito, primo fra i consolari, quando a comun voce fu interrotto dal senato, che l'acclamò imperadore, siccome personaggio, per la rara sua prudenza ed integrità, riconosciuto degnissimo di quell'eccelsa degnità. Fece egli resistenza per quanto potè, con allegare l'avanzata sua età, e il non poter cavalcare e reggere eserciti; anzi, perch'egli avea preveduto questo colpo, per due mesi era stato ritirato nella Campania. Ma, alzatosi Mezio Falconio Nicomaco, tanto disse, tanto pregò Tacito, mettendogli davanti il bisogno della repubblica, ch'egli cedette; e l'elezione sua fu molto applaudita dal popolo e da' pretoriani, a' quali fu promesso il solito regalo. Si vantava Tacito d'essere discendente o parente di Cornelio Tacito celebre storico, ed egli perciò fece mettere in tutte le librerie l'opere di lui; e pur, ciò non ostante, perite molte di esse sono oggidì indarno desiderate da' letterati. Era stato console, avea molti figliuoli, ma giovanetti, ed un fratello uterino, appellato nelle medaglie Marco Annio Floriano. Non capiva in sè per l'allegrezza il senato al vedersi giunto a poter eleggere dopo sì lungo tempo un Augusto, e si pregiava di averlo eletto tale, che in breve potè corrispondere all'espettazione di ognuno, col rimettere in uso gli antichi diritti e l'autorità del senato e del prefetto di Roma. Ne diedero i senatori tosto il lieto avviso con lettere a Cartagine, a Treveri, città libera, ad Antiochia, Aquileia, Milano, Alessandria, Tessalonica, Corinto ed Atene. Ora Tacito, appena accettato l'imperio e rendute grazie al senato, ordinò che si mettessero in alcuni templi le statue d'argento d'Aureliano ed una d'oro nel Campidoglio. Quest'ultima dipoi non fu posta; le altre sì. Proibì tanto al pubblico, quanto ai privati il mischiar insieme l'argento e il rame, e l'argento e l'oro. Vietò che i servi non potessero chiamarsi all'esame contra de' proprii padroni, e neppure trattandosi di delitti di lesa maestà. Determinò che si facesse un tempio de' defunti imperadori deificati, volendo nondimeno che ivi si collocassero le sole statue dei buoni Augusti, per animar alla loro imitazione i successori. Avendo fatta istanza del consolato dell'anno susseguente per suo fratello Floriano, il senato, benchè avvezzo a chinar il capo a tutto quanto bramavano i precedenti Augusti, pure negò a lui questa soddisfazione, adducendo che già erano disegnati i consoli, ed essere inconveniente il far torto ad alcun degli eletti. Dicono che Tacito si rallegrasse all'osservare questa libertà nella cura, e che dicesse: Sa il senato di che tempra sia il principe ch'egli ha eletto. Poscia donò al pubblico il privato suo patrimonio, le cui rendite si fanno ascendere dal Salmasio ad un valore ch'io non ardisco di esprimere, parendo difficile a credersi. Sembra anche inverisimile questo dono per chi era vecchio ed avea figliuoli; e il publicavit di Vopisco potrebbe ammettere un altro senso. Tutto poscia il contante ch'egli si trovava in cassa l'impiegò in pagar le milizie. E tanto per ora basti di questo imperadore di pochi giorni.

NOTE:

[2386] Vopiscus, in Valerian. Zonaras, in Annalibus.

[2387] Lactantius, de Mortib. Persecut. Eutropius. Syncellus.

[2388] S. Augustinus, de Civitate Dei, lib. 4, c. 29.

[2389] Lactantius, de Mort. Persec., cap. 7.

[2390] Euseb., in Chronic.

[2391] Vopiscus, in Aureliano.

[2392] Aurelius Victor, in Epitome. Eutropius, in Breviar.

[2393] Zosimus, lib. 1, cap. 62.

[2394] Vopiscus, ibid.

[2395] Vopiscus, in Aureliano.

[2396] Vopiscus, in Tacito. Aurelius Victor, in Epitome.

[2397] Bucherius, in Cycl.

[2398] Vopiscus, in Aureliano.

Anno di CRISTO CCLXXVI. Indizione IX.

EUTICHIANO papa 2. FLORIANO imperadore 1. PROBO imperadore 1.

Consoli

MARCO CLAUDIO TACITO AUGUSTO per la seconda volta ed EMILIANO.

Fa menzione Vopisco[2399] di Elio Scorpiano, che era console nel 3 di febbraio dell'anno presente; e perciò si può credere che Tacito Augusto tenesse un solo mese il consolato. Fra le altre azioni di lui riferite da Vopisco vi fu l'aver egli bandito da Roma i postriboli, non già delle pubbliche donne, per quanto io mi figuro, ma bensì di un vizio più deforme ed abbominevole: provvisione nondimeno che fu di brevissima durata in un popolo avvezzo ad ogni brutalità, perchè mancante dei lumi e del freno della vera religione. Proibì ancora il tenere aperti i bagni in tempo di notte, per impedire le sedizioni; e vietò, tanto agli uomini che alle donne, il portar vesti di seta. Volle che si distruggesse la casa propria, e che a sue spese quivi si fabbricasse un bagno pel pubblico. Cento colonne di marmo di Numidia, alte ventitrè piedi, donò al popolo d'Ostia. Assegnò alla manutenzion delle fabbriche del Campidoglio le possessioni ch'egli avea nella Mauritania; donò ai templi l'argento che serviva alla sua tavola; e manumise cento dei suoi servi dell'uno e dell'altro sesso. Continuò poscia a vivere come prima, usando le medesime vesti che gli aveano servito da privato. La sua tavola continuò ad essere parchissima: il maggiore imbandimento consisteva in cavoli ed erbaggi. Non volea che la moglie portasse gemme, e neppure permise al pubblico i ricami d'oro nelle vesti. Ebbe anche cura di punire rigorosamente gli uccisori di Aureliano, e sopra gli altri a Mucapor fu dato un rigoroso gastigo[2400]. S'era fin l'anno dietro udito un gran movimento di barbari Sciti dalla Palude Meotide, che pretendeano d'essere stati chiamati da Aureliano Augusto in suo aiuto. Costoro si sparsero pel Ponto, per la Cappadocia, Galazia e Cilicia, commettendo quelle ruberie ed insolenze ch'erano il mestier familiare di gente usata alle rapine. Tacito, benchè vecchio, giudicò debito della sua dignità il portarsi colà in persona coll'esercito. Seco era Floriano suo fratello, dichiarato prefetto del pretorio. Da due parti amendue combatterono contra di tali assassini, con obbligar quelli che non restarono vittima delle spade romane a ritirarsi ne' lor paesi. Ciò fatto, si preparava Tacito per tornare in Europa, quando la morte venne a trovarlo[2401], chi dice in Tarso, chi in Tiana e chi nel Ponto; e non avendo regnato che sei mesi e giorni, secondo i conti d'alcuni, si conghiettura ch'egli finisse di vivere nell'aprile dell'anno presente. Restava tuttavia indeciso ai tempi di Vopisco s'egli mancasse di vita per malattia naturale, oppure perchè ucciso. Convengono gli scrittori greci[2402] che violenta fosse la morte sua. Intorno a ciò scrive Zosimo che avendo Tacito mandato per governator della Soria Massimino suo parente, costui maltrattò in maniera i magistrati della città, che tutti cospirarono contra di lui, e gli levarono la vita. Temendo poscia coloro di ricevere da Tacito il meritato gastigo, unitisi con quegli uccisori di Aureliano che restavano anche vivi, tali insidie tramarono ad esso Augusto Tacito, che il levarono dal mondo. Nulla di più sappiamo di lui, e neppur ne seppero gli autori della Storia Augusta, se non che[2403] a Terni gli fu alzata una memoria sepolcrale con istatua, che poi restò atterrata ed infranta da un fulmine. Certo il suo senno e l'amore del pubblico bene poteano far sperare da lui delle gloriose imprese; ma il corto suo vivere gl'impedì il fare di più. Stento io a credere a Vopisco[2404], quando scrive, aver egli comandato che il mese di settembre si appellasse Tacito, non parendo propria di un sì saggio vecchio Augusto una sì pueril vanità.

Dopo la caduta di Tacito, Marco Annio Floriano, suo fratello uterino e prefetto del pretorio, quasi che l'imperio fosse ereditario, si fece proclamare Imperadore Augusto da' suoi soldati, e non tardò a spedirne l'avviso al senato romano, il quale non fece difficoltà ad accettarlo. Ma ritrovandosi allora Probo generale dell'armi romane in Soria, quell'armata, appena udì la morte di Tacito, che a gran voce chiamò imperadore esso Probo. Fece egli, almeno apparentemente, non poca resistenza, siccome personaggio che non avea, per quanto egli dicea, mai desiderato quell'onore[2405], protestando specialmente a que' soldati che non troverebbono vantaggio in volerlo innalzare, perchè egli era uomo poco indulgente. Tuttavia gli convenne cedere, e tanto più perchè dopo un tal atto sarebbe riuscito pericoloso a lui il dimorare in istato privato. Perciò ecco insorgere una guerra civile. Floriano fu riconosciuto per imperadore a Roma, e per tutte le provincie dell'Europa e dell'Africa, ed anche in Asia sino alla Cilicia; laddove solamente la Soria, la Fenicia, la Palestina e l'Egitto si sottomisero a Probo, pochissima parte di mondo in paragone dell'altra. Dimorava allora Floriano verso lo stretto di Bisanzio, dove avea ristretti gli Sciti rimasti sbanditi nell'Asia, quando gli giunse l'avviso d'aver per competitore Probo. Lasciati dunque andare i Barbari, si mise in arnese per procedere coll'armi contra di lui, e passò nella Cilicia. Probo, all'incontro, perchè si sentiva assai inferiore di forze, ad altro non pensò che a prepararsi per la difesa, e a tirare in lungo la guerra, quando arrivò il caldo della stagione, il quale ardente in quelle parti non solamente si fece sentir molestissimo ai soldati di Floriano, la maggior parte europei, e piuttosto usati al freddo, ma li fece anche cadere per la maggior parte malati. Di ciò informato Probo si accostò coll'esercito suo a Tarso, dov'era Floriano; e benchè uscissero in ordine di battaglia i soldati di lui, pure non osarono azzardarsi che ad alcune scaramuccie. Pertanto, inquieti al veder così indebolita per le malattie la loro armata, e non ignorando quanto fosse superiore in abilità e merito l'emulo Probo, il quale si può conghietturare che facesse far loro delle segrete insinuazioni di molto vantaggio, vennero in risoluzione di terminar quella guerra, con abbandonar Floriano ed accettar Probo per imperadore[2406]. La più comune opinione degli storici è, che Floriano fosse ucciso da' suoi. Aurelio Vittore[2407] nondimeno lasciò scritto ch'egli, con tagliarsi le vene da sè stesso, si diede la morte, dopo due mesi in circa d'imperio. Sicchè restò solo imperadore Probo, ed ebbe alla sua ubbidienza tutte le milizie che si trovavano in Oriente: dopo di che spedì a Roma delle saporite lettere, rappresentando al senato e al popolo romano, ch'egli per forza avea ben preso il titolo d'Augusto, ma che senza la approvazion d'essi, ch'erano i principi del mondo, egli non volea ritenerlo: che ben sapeva di poter far tali slargate da che avea in mano le forze maggiori dell'imperio, e qual fosse in casi tali l'uso del senato. Nel testo di Vopisco è scritto che questa lettera di Probo fu letta in senato nel dì 3 di febbraio, e in lui concorsero i voti e plausi d'ognuno. Per consenso di tutti i critici, v'ha dell'errore, da che il medesimo storico confessa cessata la vita di Floriano nella state dell'anno presente, dopo due o tre mesi d'imperio: e però non potè Probo nel febbraio di quest'anno aver presa la porpora, nè aspettar sino al febbraio dell'anno seguente per procurarsi l'approvazion del senato.

NOTE:

[2399] Vopiscus, in Probo.

[2400] Zosimus, lib. 1, cap. 63. Zonaras, in Annal. Vopiscus, in Tacito.

[2401] Aurel. Victor, in Epitome. Eusebius, in Chron.

[2402] Zosim. Zonar. Euseb. Joan. Malala.

[2403] Vopiscus., in Flor.

[2404] Idem, in Tacito.

[2405] Vopiscus, in Probo.

[2406] Vopiscus, in Probo. Zosimus. Eusebius. Syncellus. Joannes Malala.

[2407] Aurelius Victor, in Epitome.

Anno di CRISTO CCLXXVII. Indizione X.

EUTICHIANO papa 3. PROBO imperadore 2.

Consoli

MARCO AURELIO PROBO AUGUSTO e MARCO AURELIO PAOLINO.

Nelle medaglie[2408] il novello imperadore porta il nome di Marco Aurelio Probo. Egli era[2409] nativo di Sirmio nella Pannonia, di famiglia mediocre e mal provveduta di beni. Diedesi in sua gioventù alla milizia, e sotto Valeriano Augusto per li suoi buoni portamenti arrivò ad essere tribuno. Lodavasi forte in lui la bella presenza, il coraggio e la probità de' costumi corrispondente al suo cognome. Non poche segnalate imprese fece egli in guerra contra varie nazioni barbare e contro i ribelli dello imperio, di modo che fu carissimo a Gallieno imperadore, il quale, scrivendo a lui, il chiamava suo padre. Tanto lo stimò Aureliano Augusto, che parve inclinato a volerlo per suo successore; e Claudio e Tacito il riguardavano sempre come il miglior nobile della repubblica romana. Vopisco rapporta varie prodezze di lui ed alcune lettere dei suddetti Augusti in pruova del gran concetto che aveano di questo personaggio quando era in privata fortuna. Nel mestier poi della guerra niun forse il pareggiava, nè a lui mancava il bel segreto di farsi amar dai soldati, non già con lasciar loro la briglia sul collo, ma con far conoscere ad ognuno quanto gli amasse. Li visitava sovente; nulla voleva che loro mancasse, nè che lor fosse fatta ingiustizia alcuna; anzi colla sua saviezza spesso placava il crudel Aureliano, se il trovava adirato contra di loro. Qualor si faceva qualche bottino, a riserva dell'armi, tutto voleva che si dividesse fra i medesimi soldati. Per altro li teneva egli continuamente in esercizio e in lavorieri, affinchè s'indurassero nelle fatiche, imitando in ciò l'africano Annibale. E però in molte città fece da essi fabbricar ponti, templi, portici ed altri edifizii, e seccar nell'Egitto delle paludi, per potervi seminare, aprendo canali che scaricassero l'acque, e facilitando in altre maniere il traffico pel fiume Nilo. Creato poscia imperadore in età, e riconosciuto per tale da tutti i popoli del romano imperio, in così belle azioni s'impiegò, che Vopisco si lasciò scappar dalla penna, a mio credere, una sfoggiata iperbole, con dire ch'egli fu da preferire ad Aureliano, Traiano, Adriano, agli Antonini, ad Alessandro e Claudio Augusti, perchè ebbe tutte le loro virtù, ma non già i loro difetti. Così Vopisco[2410], il qual poi si trova aver saputo sì poco delle gesta di questo imperadore. Scrive Zosimo[2411] che una delle prime sue applicazioni fu quella di punire gli uccisori di Aureliano e di Tacito. Nè arrischiandosi a tal giustizia con pubblicità, li fece invitar tutti ad un convito, dove furono tagliati a pezzi dalle sue guardie, fuorchè uno che si salvò, e preso dipoi fu abbruciato vivo. Ma Vopisco[2412] non s'accorda con lui, confessando bensì che Probo vendicò la morte di quegli imperadori, ma con più moderazione e discretezza che non aveano prima fatto i soldati e Tacito Augusto. Perdonò ancora a coloro che aveano sostenuto Floriano contra di lui, perchè seguaci non di usurpatore o tiranno, ma di un fratello del principe. Nel mentre che si trovavano imbrogliati gli affari pubblici per la morte di Tacito e per la disputa dell'imperio tra Floriano e Probo, i popoli della Germania, passato il Reno[2413], occuparono non poche città delle Gallie in que' contorni. Vopisco[2414] ci vorrebbe far credere che tutte quelle provincie dopo la caduta di Postumo restassero sconvolte: e che, tolto di vita Aureliano, venissero in poter d'essi Germani. Pertanto l'Augusto Probo, lasciato per ora il pensiero di passare a Roma, sen venne a Sirmio sul principio di maggio, e di là poi marciò alla volta del Reno. Trovò i Barbari sparsi per le città galliche, e diede loro addosso in varii combattimenti, con farne una strage incredibile. In una lettera da lui scritta al senato romano si pregia d'aver uccisi quattrocento mila di que' Barbari, e di averne presi sedici mila, ch'erano poi arrolati nelle truppe romane, e da lui sparsi in varii luoghi e in diverse legioni. Temer si può che sia scorretto qui il testo di Vopisco, o che la morte di tanti armati sia un vanto, difficile a credere. Ricuperò Probo e liberò dal giogo barbarico sessanta o settanta città nobili delle Gallie.

Racconta qui Zosimo[2415] una cosa strana, cioè che, provandosi gran carestia di viveri nell'armata sua, oscuratosi il cielo all'improvviso, cadde una dirotta pioggia, e seco una tal quantità di grano, che se ne trovavano dei mucchi nella campagna. Stupefatti i soldati, non ardivano di valersi di questo soccorso; ma incalzati dalla fame, fecero macinar quel grano, e il trovarono molto a proposito per saziarsi. Non avrei fatta io menzione di questo racconto, che, al pari degli altri lettori, credo anch'io favoloso, e tanto più perchè Vopisco non ne dice parola, e Zonara[2416] ne parla dubitativamente; ma non ho voluto ometterlo, perchè anche nell'anno 1740 vennero nuove che in una villa dell'Austria era piovuto del grano, e ne ebbi io stesso sotto gli occhi, ma senza essersi potuto chiarire se il vento lo avesse colà trasportato da altro luogo, o in qual altra maniera ciò seguisse: dovendo per altro essere certo che grano tale (se pur ne fu vera la pioggia) non era nato in cielo, nè venuto da quel paese, dove non si ara nè semina. Aggiugne il suddetto Zosimo che intervenne lo stesso Probo Augusto ad una gran battaglia data ai Logioni, popoli della Germania, que' medesimi probabilmente che son chiamati Ligi da Cornelio Tacito. La vittoria fu dal canto de' Romani; Sennone, principe di quella gente, col figliuolo restò prigioniere; ma Probo li rimise poscia in libertà mercè di un trattato di pace, per cui furono restituiti tutti i prigioni e le prede da lor fatte. Seguì ancora un fiero combattimento tra i generali di Probo e i popoli Franchi, mentre l'imperadore in persona facea guerra, e venne alle mani coi Borgognoni e Vandali sulle rive del Reno, popoli che non si sa intendere come dalla Tartaria o da altro paese settentrionale fossero pervenuti fin colà. Non avea Probo forze tali da poter combattere del pari con quelle sterminate masnade di Barbari; però da saggio cercò solamente di dividerli. Tanto dunque gli attizzarono i Romani con dir loro delle villanie, e mostrando poi di fuggire, se alcun d'essi passava di qua dal Reno, che gran parte del loro campo passò il fiume. Non tardarono allora i Romani ad assalirli e disfarli; e quei che restarono intatti di là, non ottennero pace se non con obbligarsi di restituir tutto il bottino e i prigioni. Perchè non eseguirono con fedeltà il trattato, Probo andò ad assalirli ne' loro trincieramenti, una parte ne uccise, un'altra ne fece prigioniera con Igillo lor principe; e questi, mandati nella gran Bretagna a popolar quel paese, servirono dipoi con fedeltà al romano imperio. Anche Vopisco attesta che Probo, avendo valicato il Reno, portò la guerra in casa de' Barbari, e li fece ritirare sino ai fiumi Necro ed Alba, con torre loro non minor bottino di quel che essi aveano fatto nel paese romano. Continuò ancora molto tempo quella guerra, senza che passasse giorno in cui non gli fossero portate molte teste di que' Barbari, per cadauna delle quali egli pagava una moneta d'oro. Un tal guasto obbligò nove di que' principi a venire a' suoi piedi e a dimandar pace. Questa fu loro accordata, purchè dessero ostaggi, ed insieme una contribuzion di vacche, pecore e grano. Veggonsi medaglie[2417] di Probo colla vittoria germanica, le quali son da riferire all'anno presente, od anche al susseguente, parendo che tante imprese non si potessero compiere in pochi mesi. Cominciò in quest'anno[2418] ad infettare il mondo l'eresia di Manete, che stese poi di molto le radici, e durò di poi per moltissimi secoli, con penetrar anche nell'Italia dopo l'anno millesimo della era volgare.

NOTE:

[2408] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2409] Vopiscus, in Probo. Victor, in Epitome.

[2410] Vopiscus, in Floriano.

[2411] Zosimus, lib. 1, cap. 65.

[2412] Vopiscus, in Probo.

[2413] Zosimus, lib. 1, c. 67.

[2414] Vopiscus, in Probo.

[2415] Zosimus, lib. 1, c. 67.

[2416] Zonaras, in Annalib.

[2417] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[2418] Eusebius, in Chron.

Anno di CRISTO CCLXXVIII. Indiz. XI.

EUTICHIANO papa 4. PROBO imperadore 3.

Consoli

MARCO AURELIO PROBO AUGUSTO per la seconda volta e LUPO.

Furio o Virio Lupo fu prefetto di Roma[2419] nell'anno presente e ne' due susseguenti. Si figurò il Panvinio ch'egli procedesse ancora console in questo anno: il che può essere vero, quando si supponga già introdotto l'uso d'unir insieme queste due dignità. Dopo aver restituita la quiete alle Gallie, passò lo Augusto Probo nella Rezia[2420], e lasciò quel paese in somma pace, e libero per allora dal sospetto di ricevere molestia da' nemici del romano imperio. Arrivato nell'Illirico, compianse quelle contrade infestate e messe a sacco dai Sarmati e da altre nazioni barbare. Il terrore, che seco portavano l'armi di lui, fu bastante a dissipar tutta la nemica gente, e a ripigliar il possesso di ogni luogo da lor preso, quasi senza sfoderare le spade. Continuato il cammino, trovò anche la Tracia gemente per la irruzion de' Goti in quelle parti. Duolsi Vopisco che la storia di questo insigne imperadore fosse come perita a' suoi tempi; e pur egli fiorì poco più di un mezzo secolo dappoi. Altro dunque non ci seppe egli dire delle imprese di Probo nella Tracia, se non che tal paura concepirono di lui i Goti, che parte si sottomise ai di lui voleri, e parte stabilì con dei trattati una buona amicizia coi Romani. Gran tempo era che i popoli dell'Isauria stavano ribelli al romano imperio, senza aver potuto i precedenti Augusti ridurli al dovere, perchè le asprissime lor montagne tante rocche erano di lor difesa, e quivi si manteneano a forza di ruberie continue. Probo, aspirando alla gloria di domar quegli assassini, marciò a quella volta, e nel viaggio colse e fece morire Palfurio, potentissimo capo di que' ladroni: e con tal arte dipoi maneggiò la guerra, che liberò tutta l'Isauria, e rimise in quelle parti l'autorità e le leggi della romana repubblica. Non vi fu luogo, per iscosceso che fosse, in cui non tendessero d'entrare o per amore o per forza i di lui soldati: benchè egli dipoi dicesse essere tale quel paese, che ben più facile era l'impedirne l'entrata ai ladroni che il cavarneli, se vi fossero entrati. Donò ai veterani molti di quei luoghi a titolo di benefizio (noi diciamo ora feudo), con obbligo ai loro figliuoli di militare dopo i diciotto anni, acciocchè non imparassero prima il mestier del rubare che quel della guerra. Ma per quanto egli facesse, non andò molto che quel popolo tornò alla ribellione, ed il paese seguitò ad essere un nido di ladri. Parla anche Zosimo[2421] dei fatti dell'Isauria, scrivendo che un certo Lidio di quella nazione, gran capo di masnadieri, e forse non diverso da quel Palfurio che vien mentovato da Vopisco, con un corpo di gente avea fin qui malmenata la Licia e la Panfilia. All'approssimarsi dell'armata romana andò a rinserrarsi co' suoi in Cremma, fortezza inespugnabile della Licia per la sua situazione in montagna e per le fosse profonde. Quivi assediato, fece rasar molti edifizii per seminarvi, ma conoscendo ciò non bastante al bisogno, si scaricò delle persone inutili, mandandole fuori; e perchè furono queste fatte rientrar dai Romani, il crudel uomo le fece precipitar giù da que' dirupi. Trovò anche maniera di cavare una strada sotterranea, per cui i suoi uscivano a bottinare. Per via d'una donna fu scoperto l'affare. Allora Lidio si sbrigò col ferro di quei ch'erano superflui alla difesa. Non finiva sì presto quel blocco, se un valente suo maneggiator di macchine, che solea colpir colle freccie dovunque mirava, battuto ingiustamente da lui, non fosse fuggito al campo de' Romani, da dove con una saetta mortalmente ferì Lidio in tempo ch'egli si affacciava ad una finestra per guatare gli andamenti dei nemici. Questo colpo diede fine all'assedio, essendosi renduti quei difensori. Probabilmente son da riferire all'anno presente tutte le suddette prodezze dell'Augusto probo. Truovasi qualche sua medaglia[2422], dove è menzionata la vittoria gotica, attribuita con ragione all'anno corrente, e con indizio che qualche battaglia con fortunato esito fosse stata data ai Goti, ancorchè Vopisco nulla parli di combattimenti con quella nazione.

NOTE:

[2419] Bucherius, in Cycl.

[2420] Vopiscus, in Probo.

[2421] Zosimus, lib. 1, c. 69.

[2422] Mediobarb., in Numism. Imperator.

Anno di CRISTO CCLXXIX. Indiz. XII.

EUTICHIANO papa 5. PROBO imperadore 4.

Consoli

MARCO AURELIO PROBO AUGUSTO per la terza volta e NONIO MARCELLO per la seconda.

Questo secondo consolato di Nonio Marcello è appoggiato ad una iscrizione romana da me data alla luce[2423]. Coronato di vittorie passava l'Augusto Probo di un paese in un altro. Dalla Soria dunque mosse egli contro ai popoli Blemmii, confinanti all'Egitto. Costoro, o per forza, o perchè chiamati da qualche congiurato, s'erano impadroniti di Copto e di Tolemaide, città egiziane, che presto cederono alle forze dell'armata romana, con istrage dei difensori[2424]. Ed essendo mandati molti di costoro a Roma prigionieri, per la sparutezza e novità del volto e del portamento loro, furono oggetto di stupore a chiunque li mirava. La sconfitta di que' popoli, giudicati in que' tempi il terrore de' lor vicini, diede molto da paventare al re di Persia, creduto Narseo o Narsete. Probo Augusto in fatti meditava di fargli guerra, quando sopraggiunsero i di lui ambasciatori, dimandando pace con assai umiltà. Probo con sostenutezza gli accolse, non volle ricevere i regali a lui inviati, con dire che si maravigliava come il re loro inviasse così poca cosa ad un principe, il quale, qualor gli piacesse, diverrebbe padrone di tutto il di lui paese. Con tale risposta li rimandò spaventati e confusi. Cresciuta perciò la paura ne' Persiani, di nuovo spedirono legati con esibizioni tali, che Probo soddisfatto conchiuse pace con loro. Fu di parere il padre Petavio che appartenesse più tosto a Probo ciò che Sinesio[2425] attribuisce a Carino Augusto, con iscrivere che, avendo il re persiano fatta qualche ingiuria ai Romani, l'imperadore marciò per l'Armenia colla sua armata contra di lui. Giunto sulla cima della montagna, onde si scopriva la pianura della Persia, con quella vista rallegrò i suoi soldati, dicendo essere quello il paese, dove avrebbono sguazzato nella abbondanza, e che pazientassero per ora il difetto di molte cose. Quindi, postosi a tavola sopra l'erba, fece portare il suo pranzo, consistente in una sola scudella di piselli, e in qualche pezzo di porco salato; ed eccoti l'avviso di essere arrivati gli ambasciatori persiani. Senza muoversi, senza mutarsi d'abito, mentre era vestito di una casacca di porpora, ma di lana, e con un cappello in testa, perchè calvo affatto, diede loro udienza; e disse che se il re loro non provvedeva, vedrebbe in breve tutte le di lui campagne sì nude d'alberi e grani, come la sua testa era di capelli, e, così dicendo, si levò il cappello. Esibì a que' legati la sua tavola, se aveano bisogno di mangiare; se no, che se ne andassero. La relazione da costoro fatta al re di un imperadore e di un'armata sì poco curante delle delizie e del lusso, talmente accrebbe il terror dei Persiani, che il re stesso in persona fu a visitar l'imperadore, e ad accordargli tutto ciò ch'egli desiderava. Noi non sappiamo che Carino facesse guerra a' Persiani; abbiamo bensì da Vopisco[2426], e lo vedremo fra poco, avere l'imperador Caro portate felicemente l'armi contra di loro; e però potersi a lui più tosto che a Carino riferir questo fatto. Contuttociò convien esso meglio a Probo, a cui bastò di far paura ai Persiani, senza adoperar l'armi per farsi rispettare.

NOTE:

[2423] Thesaurus Novus Inscription., pag. 267.

[2424] Vopiscus, in Probo.

[2425] Synesius, de Regno.

[2426] Vopiscus, in Caro.

Anno di CRISTO CCLXXX. Indiz. XIII.

EUTICHIANO papa 6. PROBO imperadore 5.

Consoli

MESSALA e GRATO.

Un marmo rapportato dal Malvasia[2427] ci fa vedere un Lucio Pomponio Grato due volte console. Non è improbabile che ivi si parli del console dell'anno presente. Lasciato ch'ebbe lo Augusto Probo in una invidiabil pace l'Oriente, se ne ritornò in Europa. Fermatosi nella Tracia, ricorsero a lui i Bastarni, popolo barbaro abitante verso le bocche del Danubio, forse perchè cacciati dai lor nemici, o pure per migliorar di paese, chiedendogli abitazione nelle terre romane, e promettendo fedeltà[2428]. A cento mila di costoro assegnò Probo campagne da coltivar nella Tracia, e costoro da lì innanzi furono assai fedeli al romano imperio. Non così fu de' Gepidi, Grotunghi, o sieno Trutunghi, e Vandali, molte migliaia de' quali ottennero anch'essi di fissar il piede nelle provincie romane, acciocchè le popolassero. Imperciocchè costoro, appena videro occupato Probo in guerreggiar contro ai tiranni (de' quali fra poco parlerò), che si rivoltarono, e, parte per terra, parte per mare, gravissimi danni recarono a più contrade romane. Fu perciò obbligato dipoi l'imperadore Probo a volgere l'armi contra di que' masnadieri, con opprimerli sì fattamente, che pochi ne ritornarono vivi all'antico loro paese. Abbiamo nondimeno da Zosimo che una parte de' Franchi, la quale si era stabilita nel paese romano, fatta una sollevazione e raunata gran copia di navi, infestò la Grecia; passata dipoi in Sicilia, vi prese la città di Siracusa con grande strage di que' cittadini; ed infine respinta dall'Africa, ebbe la fortuna, uscendo probabilmente dallo stretto di Gibilterra, di ritornarsene sana e salva nella Germania. Ancorchè manchino lumi per accertare il tempo in cui seguì e terminò la ribellion di Saturnino, parlandone Eusebio[2429] sotto quest'anno, e non dissentendo Vopisco[2430], a me non disdirà il farne qui parola. Vedemmo già un Saturnino tiranno sotto Gallieno; per consenso di tutti gli antichi storici[2431], un altro di tal nome si sollevò a' tempi di Probo. Trovansi medaglie[2432], nelle quali l'un di essi è chiamato Sesto Giulio Saturnino, e l'altro Publio Sempronio Saturnino, amendue col titolo di Augusti, senza potersi ben chiarire qual d'essi appartenga al regno di Probo. Secondo il Tillemont[2433], Sesto Giulio par quegli che in questi tempi si rivoltò. Zosimo il fa nato nella Mauritania; Vopisco cel dà oriondo dalle Gallie, cioè da un paese inquietissimo e facile a crear dei nuovi principi e a scuotere il giogo. Però Aureliano[2434], avendolo fatto comandante dell'armi nelle frontiere dell'Oriente, specialmente ordinò che costui non entrasse mai nell'Egitto, ben conoscendo il carattere de' Galli, e l'inquietudine e vanità degli Egiziani, avidi sempre di cose nuove. Si era segnalato Saturnino in varii posti militari e in diverse occasioni di guerra, di modo che egli si vantava di aver estinte le turbolenze delle Gallie, liberata l'Africa dalle mani de' Mori, e data la pace alle Spagne. In somma era creduto il più bravo generale che si avesse a' suoi di Aureliano. Probo Augusto lo amava anche egli forte, e fidavasi assaissimo di lui. Avea inoltre costui cominciato a fabbricare una nuova città in Antiochia, o pure un'Antiochia nuova[2435], in non so qual paese. Ma essendo egli andato in Egitto contro il divieto, il popolo troppo volubile d'Alessandria lo acclamò improvvisamente Augusto. Saturnino, per operar da uomo di onore, fuggì di colà, e si ritirò nella Palestina; ma quivi tanto gli dovettero picchiar in capo gli amici suoi, rappresentandogli il pericolo di vivere privato dopo un tal fatto, che si lasciò indurre a prender la porpora e il titolo d'Augusto. Per altro, si dice[2436] che egli mal volentieri si riducesse a questo; e fra le acclamazioni del popolo gli cadevano le lagrime dagli occhi, considerando gl'imminenti pericoli; e a chi gli facea coraggio, tenne un bel discorso intorno alla miseria de' regnanti, e riconobbe che questo passo il menava alla morte. Pretende Zonara[2437], tale essere stato l'amore e la fiducia che a questo generale professava Probo, che fece punir come calunniatore il primo che portò la nuova della di lui ribellione. Gli scrisse anche più lettere per assicurarlo della sua grazia; ma prevalendo le insinuazioni di chi sosteneva non doversi egli fidar di sì belle parole, non si seppe arrendere. Pertanto colà inviò l'Augusto Probo un corpo di milizia, a cui molte altre si unirono, abbandonando Saturnino, il quale, assediato in un forte castello, restò in fine preso, e gli fu reciso il capo contro la volontà di Probo: con che tornò la calma nell'Oriente e nell'Egitto.

A questi medesimi tempi mi sia lecito di riferir anche la ribellione di Procolo e di Bonoso, esposta da Vopisco[2438], ed appena accennata da Aurelio Vittore[2439] e da Eutropio[2440]. Era Tito Elio Procolo[2441] nativo di Albenga nella Riviera di Genova, avvezzo dai suoi maggiori al mestier de' ladroni, in cui era divenuto sì ricco, che al tempo della sua rivolta potè mettere in armi due mila de' suoi proprii servi. Datosi alla milizia, giunse ad essere tribuno di varie legioni, e bei fatti d'arme si contavano di lui, non men che brutti della sua abbominevole lussuria. Trovavasi egli in Colonia, e dicono che, giuocando agli scacchi, per burla un soldato o buffone il chiamò Augusto, e portata una veste di lana di color di porpora, gliela mise addosso; e che per tal atto sul timore di gastigo egli tentò l'esercito, e trovatolo condiscendente, assunse daddovero il nome di Augusto. Credesi che a questo salto più d'ogni altro lo animasse la moglie sua, donna d'animo virile, e che poi fu nominata Sansone. Anche i Lionesi, disgustati di Aureliano per i mali trattamenti ricevuti da lui, confortarono costui a prendere la porpora. Per attestato di Vopisco[2442], la Gallia Narbonese, le Spagne e la Bretagna a lui si sottomisero, ed avendo in que' tempi gli Alemanni fatta una incursione nelle Gallie, Procolo li disfece in più volte. Ma rimase anch'egli disfatto dall'armata che contra di lui inviò Probo, dalla quale perseguitato sino ai confini, si raccomandò all'aiuto dei Franchi, ma questi il tradirono, ed egli perdè la vita. Non diverso fine ebbe un altro ribello, cioè Bonoso[2443], che osò di farsi dichiarar Imperadore. Costui era nato in Ispagna, ma originario dalla Bretagna, e la madre sua procedeva dalla Gallia. Oltre al credito di essere un bravo uffiziale, godeva ancor l'altro di essere un solennissimo bevitore. Quando più ne tracannava, più fresco sempre appariva, in guisa che Aureliano imperadore ebbe più volte a dire: Costui non è nato per vivere, ma per bere. Se ne serviva quell'Augusto per cavare i segreti degli ambasciadori de' Barbari, restando essi ubbriachi, ed egli no. Ma perciocchè, comandando egli l'armi romane al Reno, per poca guardia de' suoi riuscì ai Germani di bruciar la flotta romana esistente in quel fiume, per timore d'esserne gastigato, si fece proclamar Imperadore[2444]. Pare che ciò succedesse nel tempo che Procolo si era anch'egli ribellato, e che unitamente si sostenessero contro le forze di Probo. Attesta Vopisco che occorsero varii combattimenti per atterrar questo tiranno, il quale in fine terminò la sua vita sopra una forca, con dire allora la gente: Mirate là pendente non un uomo, ma un gran fiasco. Zosimo poi[2445] e Zonara[2446] fanno menzione della ribellione di un governatore della Bretagna, senza nominarlo. Del che avvertito Probo, ne fece querela a Mauro Vittorino, perchè sulla raccomandazione di lui gli avesse dato quel governo. Vittorino per questo andò a trovare in Bretagna l'amico, ed ebbe maniera di farlo trucidare. Qualche sedizion di gladiatori fu anche in Roma, e con esso loro si unirono molti della plebe romana, laonde fu d'uopo che Probo mandasse dell'armi a Roma per soggiogarli. Il che pienamente gli riuscì.

NOTE:

[2427] Malvasia, Marm. Felsin., pag. 353.

[2428] Vopiscus, in Probo. Zosimus, l. 1, c. 71.

[2429] Eusebius, in Chron.

[2430] Vopiscus, in Probo.

[2431] Zosimus, Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Brev.

[2432] Goltzius et Mediob., in Numismat. Imper.

[2433] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2434] Vopiscus, in Saturn.

[2435] Euseb., in Chron.

[2436] Vopiscus, in Saturn.

[2437] Zonaras, in Annalib.

[2438] Vopiscus, in Probo.

[2439] Aurelius Victor, in Epitome.

[2440] Eutrop., in Breviar.

[2441] Goltzius et Mediob., in Numismat. Imperat.

[2442] Vopiscus, in Probo.

[2443] Idem, in Bonoso.

[2444] Vopiscus, in Probo.

[2445] Zosimus, lib. 1, cap. 66.

[2446] Zonaras, in Annalibus.

Anno di CRISTO CCLXXXI. Indizione XIV.

EUTICHIANO papa 7. PROBO imperadore 6.

Consoli

MARCO AURELIO PROBO AUGUSTO per la quarta volta e TIBERIANO.

Prefetto di Roma fu Ovinio Paterno[2447] in quest'anno. Resta tuttavia in disputa il tempo, in cui Probo Augusto entrasse trionfante in Roma. Ma certo sembra più proprio questo che gli altri, giacchè dopo tante vittorie contro le nazioni barbare, e dopo aver restituita la pace a tutto l'imperio romano, potè egli finalmente venir a cogliere gli allori e i plausi nella dominante città[2448]. In questo suo trionfo precedevano varie schiere di nazioni barbariche da lui vinte. Diedesi poi una caccia magnifica di fiere nel circo, del quale era stata formata una selva, con trasportarvi gli alberi interi colle loro radici. Vi si videro mille struzzoli ed altrettanti cervi, cignali, caprioli, ibici ed altri animali che mangiano erba; e se ne lasciò la preda al popolo. Nel dì seguente si fecero comparire nell'anfiteatro cento lioni colle lor giubbe o crini, che coi ruggiti formavano una specie di tuono. Furono tutti uccisi, ma con ispettacolo che diede poco divertimento o piacere al popolo. Lo stesso avvenne di ducento leopardi, di cento lionesse e di trecento orsi. Si fecero ancora combattimenti di gladiatori, condotti in numero di trecento paia; e Probo diede un ricco congiario al popolo. Aveva egli fin sul principio del suo governo rimesse in piedi le appellazioni dai processi e da altri primarii magistrati al senato, come era ne' vecchi tempi, e conceduto al medesimo senato di mandare i proconsoli, e di dar loro i legati, o vogliam dire i luogotenenti, e il gius pretorio ai governatori nelle provincie; volendo ancora che le leggi da esso Augusto fatte venissero confermate con decreto del medesimo senato. Tanta autorità restituita a quell'insigne corpo, per cui pareva ai senatori d'essere tornati ai tempi di Augusto, procacciò a Probo un gran plauso e lode. In questi tempi poi di pace, affinchè i soldati non si guastassero nell'ozio, gl'impiegò in varie faccende, specialmente in piantar vigne nelle colline delle Gallie, della Pannonia e della Mesia, permettendo ad ognuno[2449], e massimamente ai popoli delle Spagne, di aver delle vigne: licenza che dopo Domiziano non era conceduta a tutti. Giuliano Apostata[2450] scrive che Probo nel breve corso del suo imperio rifabbricò ed ornò ben settanta varie città. E da Giovanni Malala[2451] abbiamo ch'esso Augusto adornò in Antiochia il Museo e il Ninfeo con de' musaici; siccome ancora ordinò che l'erario pubblico di quella città contribuisse de' salarii annuali, affinchè gratuitamente la gioventù di Antiochia fosse istruita nelle lettere.

NOTE:

[2447] Bucherius, de Cycl.

[2448] Vopiscus, in Probo.

[2449] Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviario. Vopiscus, in Probo.

[2450] Julianus, de Caesaribus.

[2451] Joannes Malala, in Chronogr.

Anno di CRISTO CCLXXXII. Indizione XV.

EUTICHIANO papa 8. PROBO imperadore 7. CARO imperadore 1.

Consoli

MARCO AURELIO PROBO AUGUSTO per la quinta volta e VITTORINO.

Ebbe Roma in quest'anno per suo prefetto Pomponio Vittorino, o sia Vittoriano[2452], il quale vien creduto da alcuni lo stesso che Vittorino console. Quai nuovi disgusti avessero i Persiani recato all'imperio romano, è a noi ignoto. Solamente sappiamo che Probo imperadore era in procinto di far loro guerra. A questo fine marciò egli coll'armata a Sirmio nella Pannonia, o sia nell'Illirico, con disegno di passar in Oriente; ma eccoti que' medesimi soldati che lui aveano renduto vincitore di tanti nemici, levargli la vita con improvvisa sedizione[2453]. I motivi de' loro disgusti erano il vedersi sempre d'una in altra fatica da lui impiegati senza mai goder posa nè quartieri, dicendo egli che il soldato non dovea mangiare il pane a tradimento; siccome ancora l'essergli scappato un giorno che sperava di ridurre in tale stato di quiete la repubblica, che non vi fosse bisogno di soldati; detto inverisimile in bocca di un sì saggio imperadore. Ma quel che più irritò molti d'essi militari, fu, che desiderando egli di accrescere e rendere più fecondo il territorio di Sirmio sua patria, ordinò a molte migliaia di soldati di cavar una fossa, per seccare una vasta palude in quelle parti. Per questo inferociti coloro, un dì se gli scagliarono addosso[2454]; ed ancorchè egli fuggisse nella torre ferrata, pur questa non fu sufficiente a sottrarlo al loro furore e a salvargli la vita. Credesi che succedesse la morte sua nell'agosto di quest'anno, correndo l'anno settimo del suo imperio, e che egli non avesse più che cinquanta anni d'età[2455], principe degno di lunghissima vita, perchè in valore non la cedeva ad alcuno de' suoi predecessori, e nella clemenza moltissimi ne superò; e, trovata la romana repubblica in cattivo stato, la rimise nell'antica sua potenza di onore, più sempre pensando al pubblico che al privato suo bene. Non si sa ch'egli avesse o lasciasse figliuoli; si tiene che avesse moglie, ma senza che se ne possa assegnare con sicurezza il nome. Perciò non intendiam bene ciò che significhi Vopisco[2456] con dire che i di lui posteri si ritirarono da Roma, e andarono ad abitare nel territorio di Verona verso i laghi di Garda e di Como. Fu eretto dipoi dai soldati un magnifico sepolcro a Probo con iscrizione denotante lui veramente principe dabbene, e vincitor delle nazioni barbare e dei tiranni. Giunta a Roma la nuova della di lui morte, inconsolabile si fece conoscere il dolore del senato e popolo romano, non tanto per avere perduto un ottimo principe, quanto per paura che a questa perdita tenessero dietro dei gravissimi guai, siccome in fatti avvenne. Niuno vi fu degli onori anche sacrileghi, che Roma pagana sapesse decretare alla memoria dei loro Augusti, di cui restasse privo il defunto Probo, essendo egli stato deificato, innalzati templi al suo nome, e stabiliti ogni anno da farsi i giuochi circensi in onore di lui.

Prefetto del pretorio di Probo era Marco Aurelio Caro, e non pochi furono coloro che sospettarono aver egli tenuta mano all'uccision del suo principe. Vopisco[2457] da simil taccia il difende, allegando l'integrità de' costumi di esso Caro, e l'aver egli fatta dipoi severa giustizia di chi avea tolta la vita a quell'insigne imperadore. Ma non seppe Vopisco assegnare qual fosse la vera patria di Caro, facendolo alcuni nato in Roma, altri nell'Illirico ed altri in Milano. I due Vittori[2458], Eutropio[2459] ed Eusebio[2460] cel rappresentano nato in Narbona nella Gallia. Egli nondimeno pretendeva che i suoi maggiori fossero di patria Romani. Per varii gradi militari era egli salito all'eminente di prefetto del pretorio, e fu sommamente amato e stimato, non men da Probo che dall'armata tutta, ancorchè, secondo Giuliano Apostata[2461], egli fosse di genio melanconico e severo. Di due suoi figliuoli il primogenito fu Marco Aurelio Carino, la cui infame vita, troppo diversa da quella del padre, la vedremo fra poco. L'altro si crede appellato Marco Aurelio Numeriano, di costumi saggio e di maniere molto amabile. In due iscrizioni da me date alla luce[2462] egli porta il nome di Marco Numerio Numeriano; e però è da vedere se sieno legittime certe medaglie[2463] spettanti a lui, o se il difetto fosse in tali iscrizioni. Ora, tolto di vita Probo, concorsero i voti dei più dell'imperiale armata nella persona di esso Caro, e il proclamarono Augusto, giudicandolo più d'ogni altro meritevole di quell'eccelsa dignità, e volendo con ciò rimettere in piedi l'uso negli eserciti di creare gl'imperadori, senza riceverli dalle mani del senato. Portata questa nuova a Roma, tanto il senato che il popolo se ne rattristarono forte, non perchè non sapessero ch'egli era un buon uomo, benchè troppo inferiore a Probo[2464], ma perchè ognun temeva Carino, di lui figliuolo, troppo screditato per li suoi vizii. Nè tardò già Caro a dichiarar Cesari amendue i suoi figliuoli, cioè Carino e Numeriano. Poscia perchè il minore troppo giovane non parea proprio per governar popoli, inviò il maggiore, cioè Carino, nelle Gallie[2465], dandogli facoltà di comandar a quelle provincie, ed insieme all'Italia, all'Illirico, alle Spagne, alla Bretagna, come se fosse Augusto; giacchè esso Caro imperadore avea già presa la risoluzione di passar in Oriente contra dei Persiani. Ma si mostrò sempre scontentissimo di non avervi potuto inviar Numeriano, perchè ben conosceva le ribalderie di Carino; anzi fu creduto che, se vivea un poco di più, avrebbe levato ad esso Carino il titolo di Cesare, per non lasciare un pessimo successore a sè stesso e all'imperio. Mandandolo nondimeno nelle Gallie, gli mise a' fianchi de' consiglieri onorati e saggi, rimedio di poca utilità, qualora nei principi si unisca debolezza di testa ed inclinazione cattiva.

NOTE:

[2452] Bucher., in Cycl.

[2453] Vopiscus, in Probo. Julianus, de Caesaribus.

[2454] Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviario. Eusebius, in Chronico.

[2455] Johannes Malala, in Chronogr.

[2456] Vopiscus, in Probo.

[2457] Idem, in Caro.

[2458] Aurelius Victor, in Epitome.

[2459] Eutrop., in Breviario.

[2460] Euseb., in Chronic.

[2461] Julianus, de Caesaribus.

[2462] Thesaurus Novus Inscription., pag. 256, num. 7, et 461, num. 5.

[2463] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2464] Vopiscus, in Probo.

[2465] Vopiscus, in Carino.

Anno di CRISTO CCLXXXIII. Indizione I.

EUTICHIANO papa 9. CAIO papa 1. CARO imperadore 2. CARINO imperatore 1. NUMERIANO imperadore 1.

Consoli

MARCO AURELIO CARO AUGUSTO e MARCO AURELIO CARINO CESARE.

Ne' Fasti pubblicati dal Noris e presso Anastasio bibliotecario, Caro Augusto è detto console per la seconda volta. Perchè gli altri Fasti e varie leggi non accennano questo suo secondo consolato, nè pur io ho ardito di metterlo per cosa certa. Il Panvinio[2466] nondimeno reca un'iscrizione, in cui Caro è chiamato CONSVL II. Aggiugne che nel luglio furono sustituiti con Numeriano Cesare e Matroniano, adducendo l'autorità di Vopisco. Presso di questo storico non ne trovo io vestigio. Nella Cronica Alessandrina[2467] sotto quest'anno, oltre Caro e Carino, sono chiamati consoli Diocleziano e Basso. Di questi due consoli sustituiti pare che s'incontri memoria in un marmo da me pubblicato[2468]. Noi vedremo in fatti fra poco Diocleziano console per la seconda volta: segno di un precedente consolato. Fu in quest'anno prefetto di Roma Titurio Robusto o Roburro. Alcune leggi ci fan vedere Carino e Numeriano decorati col titolo d'Imperadori Augusti: il che vien confermato da Zonara[2469]; ma è incerto il mese in cui dal padre fossero presi per colleghi dell'imperio. La mente di Probo, terrore de' Barbari, avea fatto calar l'orgoglio ai Sarmati. Ma da che costoro il seppero estinto, si prepararono di nuovo per invadere l'Illirico e la Tracia, con isperanza ancora di maggiori progressi. Mossi dalle lor contrade, trovarono lo Augusto Caro coll'armi in mano, il quale lasciò loro un buon ricordo del valore romano[2470], con ucciderne sedici mila, e farne venti mila prigionieri. Di più non vi volle a rimettere la pace nell'Illirico. Forse avrebbe fatto di più Caro, se i movimenti de' Persiani non l'avessero chiamato in Oriente a quell'impresa che già era disegnata da Probo, e desiderata dall'esercito suo, per isperanza di fare maggior bottino quivi che nei paesi dei Barbari settentrionali. Non si sa che egli, prima d'imprendere il viaggio di Levante, venisse a Roma. Ne dà qualche indizio Vopisco[2471], con dire che Diocleziano, udendo lodar i giuochi teatrali e circensi, dati da Caro in Roma, rispose che Caro s'era ben fatto ridere dietro nell'imperio suo. Ma anche in lontananza di esso Caro si poterono far quegli spettacoli. Quel ch'è certo, si portò Caro col suo esercito nella Mesopotamia, ed essendosene ritirati i Persiani, senza difficoltà la ricuperò tutta. Di là entrato nel territorio persiano, arrivò sino a Ctesifonte, capitale allora della Persia. Eutropio[2472] e Zonara[2473] scrivono ch'egli la prese insieme con Seleucia; per la quale impresa gli fu dato il titolo di Partico. Vero è che da' Persiani gli fu voltato addosso un canale del fiume Tigri; tuttavia egli pieno di gloria si ritirò in luogo sicuro coll'esercito suo: sicuro, dissi, dai nemici persiani, ma non già dai domestici, essendo anche negli antichi tempi stato disputato di qual genere di morte terminasse i suoi giorni[2474]. Ma comune opinione si è ch'egli in vicinanza del fiume Tigri cadesse infermo, e sopraggiunto un temporale sì nero, che dei suoi cortigiani uno non vedeva l'altro, scoppiò un fulmine, da cui morisse soffocato, e che nello stesso tempo si attaccasse il fuoco alla sua tenda. Altri dissero che i di lui camerieri, disperati al mirarlo morto, appiccarono il fuoco alla tenda medesima, ma ch'egli era mancato di vita per la malattia in quel brutto frangente. Tal fu la relazion di sua morte inviata al prefetto di Roma. Se in ciò intervenisse malizia alcuna umana, non v'ha che Dio che lo sappia. Fu egli deificato[2475], secondo il sacrilego stile de' Romani gentili. Fra le molte favole che s'incontrano nella Cronografia di Giovanni Malala[2476], vi sono ancor queste, cioè che Caro diede il nome di Caria ad una delle provincie di Oriente, siccome ancora il nome alla città di Caras nella Mesopotamia; e ch'egli tornato a Roma, nel far poi guerra contro gli Unni, restò ucciso, essendo consoli Massimo e Gennaro, cioè nell'anno 288. Verso il fine dell'anno vien creduto che seguisse la morte di Caro, e per cagion di essa restarono imperadori Carino e Numeriano suoi figliuoli. Fuor di dubbio è che Numeriano si trovava con esso lui alla guerra contro ai Persiani; e sembra che Carino tuttavia soggiornasse alle Gallie. L'anno fu questo in cui Eutichiano sommo pontefice diede fine al suo vivere, ed ebbe per successore Caio papa.

NOTE:

[2466] Panvin., in Fastis Consul.

[2467] Chron. Paschale, seu Alexandr.

[2468] Thesaurus Novus Inscripit., pag. 368, n. 1.

[2469] Zonaras, in Annalib.

[2470] Vopiscus, in Caro.

[2471] Vopiscus, in Carino.

[2472] Eutrop., in Breviar.

[2473] Zonaras, in Annalib.

[2474] Vopiscus. Aurel. Victor. Eutropius. Eusebius. Zonaras.

[2475] Mediobarbus, in Numism. Imperator.

[2476] Johannes Malala, in Chronograph.

Anno di CRISTO CCLXXXIV. Indizione II.

CAIO papa 2. CARINO imperadore 2. NUMERIANO imperadore 2. DIOCLEZIANO imperadore 1.

Consoli

MARCO AURELIO CARINO AUGUSTO per la seconda volta e MARCO AURELIO NUMERIANO AUGUSTO.

Il Panvinio[2477] e il Relando[2478], che mettono anche Numeriano Augusto console per la seconda volta, lavorano sul supposto ch'egli fosse sostituito console nell'anno precedente; il che dissi non aver fondamento. Certamente tutti i Fasti e le leggi ed altre antiche memorie parlano bensì del secondo consolato di Carino, ma ciò non dicono di Numeriano. Così nelle medaglie[2479] il troviamo appellato solamente CONSVL, e non già consul II. Puossi perciò riputar falso quel marmo che vien citato dal Panvinio col consul II. Si trova prefetto di Roma in questo e nel seguente anno Caio Ceionio Varo. Riconosciuti furono per imperadori in Roma e in tutte le provincie i due fratelli Carino e Numeriano, ed abbiam leggi pubblicate in quest'anno col nome di amendue. Resta tuttavia incerto s'essi venissero a Roma. Si crederebbe di sì, all'udir Vopisco[2480], il quale racconta di aver veduti dipinti i giuochi romani celebrati da loro con rarità di musiche e divertimenti teatrali, e questi nella città di Roma: tuttavia le apparenze sono che dalle Gallie non venisse sì tosto in Italia Carino, e che a Numeriano[2481] non restasse tempo di ritornarci. Imperciocchè mentre esso Numeriano era in viaggio alla volta dell'Italia, e, secondo Sincello[2482], si trovava in Eraclea della Tracia, tolta gli fu la vita. Aveva egli presa in moglie una figlia di Arrio Apro prefetto del pretorio, cioè di un personaggio che moriva di voglia di esser imperadore; e coll'autorità del suo grado e colla confidenza di suocero, sperava facile l'ottenere il suo intento, sagrificando il giovinetto Numeriano alla sua ambizione. Costui lo aveva spinto ad inoltrarsi nel paese de' Persiani, lusingandosi di farlo perire in quella impresa per man de' nemici. Non ebbe effetto la mina. Avvenne[2483] che Numeriano fu sorpreso da mal d'occhi, per cui non si lasciava vedere, e viaggiava chiuso in una lettiga, ritornando coll'armata dalla Persia. Si servì di questa occasione Apro per uccidere il genero Augusto, conducendo poi il di lui corpo per più giorni in quella lettiga, come se fosse vivo, per fare intanto de' maneggi affin di salire sul trono. Non è sì facile il capire come alla uffizialità si potesse per tanto tempo nascondere un imperadore, morto, non nel suo palagio, ma in una marcia. Finalmente il fetore del cadavere scoprì il fatto, ed accorgendosi ognuno che non si poteva imputare se non a frode del capitano delle guardie, cioè ad Apro, lo aver tenuta così occulta la morte del principe, fu egli preso e condotto avanti alle insegne e schiere messe in ordinanza. Si tenne un'assemblea di tutta l'armata, ed, alzato un tribunale, si cominciò a trattar di eleggere un altro che fosse buon principe, ed insieme giustissimo vendicatore della morte di Numeriano. Concorsero i voti dei più nella persona di Diocleziano, capitano allora della guardia a cavallo de' domestici, di cui parleremo all'anno seguente. Dall'anno presente appunto prese principio l'era di Diocleziano, appellata anche de' Martiri, e celebre nella storia della Chiesa. Salito dunque Diocleziano sul palco, e proclamato Augusto, mentre i soldati faceano istanza di sapere chi fosse stato l'uccisore del principe, giurò egli prima di non aver avuta parte nella morte di lui; poi, messa mano allo stocco, lo piantò nel petto ad Apro, con dire: Costui è quegli che ha tolto di vita Numeriano. Gloriavasi egli dipoi[2484] di avere ucciso un Apro, cioè un cignale. Il dire Giovanni Malala[2485] che Numeriano dopo la morte del padre riportò delle vittorie contro i Persiani, può aver qualche sembianza di verità; ma non già il soggiugnere che egli, assediato nella città di Caras dai Persiani, fu preso da essi, ucciso e scorticato, con tenere dipoi la di lui pelle come un trofeo di gloria per loro, di vergogna per gli Romani. Son qui attribuite a Numeriano le disgrazie di Valeriano Augusto. Zonara[2486] rapporta bensì questa tradizione, ma aggiugne l'altra più fondata ch'egli fu ucciso da Apro. Nella Cronica poi di Alessandria[2487] è corso doppio errore, perchè Carino, e non già Numeriano, vien detto da' Persiani. Trovandosi una legge di Diocleziano Augusto, data nel dì 15 di ottobre di quest'anno[2488], se ne deduce che nel settembre accadesse la morte di Numeriano e l'innalzamento di Diocleziano, con restar tuttavia vivo e in forze l'imperadore Carino. Ed ecco due competitori Augusti, e, per conseguente, guerra civile fra i Romani. Il peggio fu che anche un terzo concorse a questo mercato, cioè Giuliano Valente[2489], il quale essendo Correttore della Venezia, appena udì la morte di Caro Augusto, che prese la porpora e il titolo d'Imperadore. Sicchè tre emuli si videro disputare il dominio del romano imperio. In Roma fu compianta la morte di Numeriano, giovane universalmente amato per le sue buone qualità, fra le quali si contava ancora l'eloquenza[2490], dicendosi che egli componesse delle declamazioni; e fosse anche sì eccellente nella poesia, che superasse tutti i poeti del suo tempo. Una medaglia (se pure è legittima) vi ha[2491], in cui si trova la di lui deificazione; e che Roma continuasse dopo la di lui morte a riconoscere per imperadore suo fratello Carino Augusto, senza far caso di Diocleziano e di Giuliano Valente, pare che non se ne abbia a dubitare.

NOTE:

[2477] Panvin., in Fastis Consul.

[2478] Reland., in Fastis.

[2479] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[2480] Vopiscus, in Carino.

[2481] Vopiscus, in Numeriano.

[2482] Syncell., Histor.

[2483] Victor, de Caesaribus.

[2484] Victor, de Caesaribus.

[2485] Johannes Malala, Chronogr.

[2486] Zonaras, in Annalibus.

[2487] Chron. Alexandrin.

[2488] L. ut nemo invit., Ibi. 3 Cod.

[2489] Victor, de Caesaribus.

[2490] Vopiscus, in Numeriano.

[2491] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

Anno di CRISTO CCLXXXV. Indiz. III.

CAIO papa 3. CARINO imperadore 3. DIOCLEZIANO imperadore 2.

Consoli

MARCO AURELIO CARINO AUGUSTO per la terza volta ed ARISTOBOLO; CAIO AURELIO VALERIO DIOCLEZIANO AUGUSTO per la seconda volta in Oriente.

Ancorchè le leggi spettanti a questo anno, e riferite dal Relando[2492], ed anche i Fasti antichi solamente ci esibiscano consoli ordinarii nell'anno presente Diocleziano Augusto per la seconda volta ed Aristobolo, si ha nondimeno, a mio credere, da tenere che Carino Augusto per la terza volta nelle calende di gennaio procedesse console insieme con Aristobolo. Siccome osservò il cardinal Noris[2493] coll'autorità di Vittore, Aristobolo era prefetto del pretorio di Carino, e fu ai di lui servigi sino alla di lui morte, succeduta, siccome diremo, in quest'anno. Come dunque può stare che Aristobolo procedesse console con Diocleziano nemico di Carino sul principio dell'anno presente? Però la legge[2494] che si dice data nelle calende di questo anno, Diocletiano II Augusto, et Aristobulo Coss., o è fallata nel mese, o pure Diocleziano, rimasto solo nell'imperio, fece mutar la data, come ora sta. Sembra dunque credibile ciò che Idacio[2495] scrisse ne' Fasti: cioè che Carino in Occidente con Aristobolo, e Diocleziano in Oriente con altro collega prendessero il consolato. Essendo poi riuscito a Diocleziano, il più furbo uomo del mondo, di sedurre secretamente Aristobolo ed altri del partito di Carino ad essere traditori del loro principe, dal che venne la caduta di esso Carino Diocleziano dipoi, per premiar Aristobolo, il lasciò continuar seco nel consolato, con volere che da' precedenti atti si cancellasse il nome di Carino, e si leggesse in essi il solo suo e di Aristobolo. Alla rovina poi di Carino sommamente contribuì il discredito ch'egli s'era guadagnato colla enormità de' suoi vizii e col suo vivere troppo sregolato. Il ritratto a noi fatto da Vopisco[2496] cel rappresenta per uomo dato solo ai piaceri, ed anche più illeciti, perduto nel lusso, e con testa insieme leggiera. Nove mogli l'una dopo l'altra aveva preso, ed anche aveva ripudiate, rimandandole gravide per lo più. Abborrì e cacciò in esilio i suoi ottimi amici, per prenderne de' pessimi. I posti principali erano da lui conferiti a gente infame. Uccise il suo prefetto del pretorio, e in suo luogo mise Matroniano, antico mezzano delle sue libidini. Diede anche il consolato ad un suo notaio della medesima scuola, ed empiè il palazzo di buffoni, meretrici, cantori e ruffiani. Per non durar la fatica di sottoscrivere le lettere e i decreti, si serviva della mano di un complice dei suoi impuri eccessi. Aggiungasi che di varii atti della sua crudeltà parla Eutropio[2497]; al qual vizio si aggiunse ancora l'alterigia, leggendosi questa nelle superbe lettere che scriveva al senato e nel poco rispetto che portava ai consoli, anche prima di essere imperadore. Ne' suoi conviti, ne' suoi bagni si notava una pazza prodigalità. In somma tali erano le di lui perverse inclinazioni e scapestrata vita, che l'imperador Caro ebbe più d'una volta a dire: Costui non è mio figlio; e fu creduto che esso suo padre meditasse di levarlo dal mondo per non lasciar dopo di sè successore sì indegno. Soggiornava probabilmente tuttavia nelle Gallie Carino, quando gli giunsero gli avvisi della morte di Numeriano suo fratello, e che Diocleziano in Oriente, Giuliano Valente nell'Illirico erano stati proclamati Augusti. Laonde[2498], raunate quante forze potè, si mosse per abbattere, se poteva, cotali competitori. Girata l'Italia, e venuto nell'Illirico, diede battaglia ad esso Valente, ed ebbe la fortuna di vincerlo e di levargli la vita. Continuato poscia il viaggio, arrivò nella Mesia, dove gli fu a fronte Diocleziano coll'esercito suo. Seguirono fra loro varii combattimenti; ma finalmente tra Viminacio e Murgo si venne ad una giornata capitale, in cui riuscì a Carino di rovesciar l'armata nemica e d'inseguirla. Erano molti de' suoi, per attestato di Aurelio Vittore[2499], disgustati di un sì sfrenato Augusto, perchè non erano salve dalla di lui libidine le mogli loro; e pensando che, s'egli restava vincitore e solo padron dello imperio, maggiormente imperverserebbe, e verisimilmente ancora mossi dalle offerte segrete di Diocleziano, nell'inseguir ch'egli faceva i fuggitivi, lo stesero morto con più ferite a terra. Così in poco più di due anni mancò l'imperador Caro colla sua prole; e Diocleziano Augusto rimasto assodato sul trono imperiale, da uomo accorto, perdonò a tutti, e massimamente ad Aristobolo console, uomo insigne, a cui conservò tutti i suoi onori. Prese anche al suo servigio quasi tutte le milizie che aveano servito a Carino: azione, a cui fece ognuno gran plauso, al veder terminata una guerra civile senza esilii, senza morti e confische di beni, siccome cosa rara e quasi senza esempio sotto Roma pagana. Che Diocleziano vincitore venisse dipoi in questo anno a farsi conoscere a Roma, e a ricevere le sommessioni del senato e del popolo, sembra non inverisimile; e Zonara[2500] lo scrive. Nulladimeno le memorie antiche osservate dal cardinal Noris[2501] ci portano a credere ch'egli andasse a passar il verno nella Pannonia, con apparenza che meditasse una spedizione contra de' Persiani, perchè con essi non era seguita pace alcuna.

NOTE:

[2492] Reland., Fast. Consul.

[2493] Noris, Dissertat. de Num. Imper. Dioclet.

[2494] L. 2, C. si quis aliquem.

[2495] Idacius, in Fastis.

[2496] Vopiscus, in Carino.

[2497] Eutrop., in Breviar.

[2498] Aurelius Victor, in Epitome.

[2499] Idem, ibidem.

[2500] Zonaras, in Annalibus.

[2501] Noris, de Dioclet. Num.

Anno di CRISTO CCLXXXVI. Indizione IV.

CAIO papa 4. DIOCLEZIANO imperadore 3. MASSIMIANO imperadore 1.

Consoli

MARCO GIUNIO MASSIMO per la seconda volta e VETTIO AQUILINO.

Diocleziano, che abbiam veduto sì prosperosamente portato al soglio imperiale, e sbrigato dagli emuli suoi, era oriondo[2502] da Dioclea, città della Dalmazia; portò anche il nome di Diocle, che cangiò poscia in quello di Diocleziano. L'uno dei Vittori[2503] e Zonara il fanno di famiglia bassissima; ed opinione anche fu che fosse liberato, o pur figliuolo di un liberto di Anulino senatore. I più nondimeno credeano che suo padre fosse stato uno scrivano o notaio. Non si sa perchè egli assumesse il nome di Caio Valerio Diocleziano, come per l'ordinario era chiamato. Truovasi col nome ancora di Caio Aurelio Valerio Diocleziano, per mostrarsi forse successore ed erede di Marco Aurelio Caro, e di Numeriano suo figlio. Per la via dell'armi andò salendo sino ad essere comandante delle milizie della Mesia; e sotto Numeriano fu capitano della guardia a cavallo. Fama era che gli fosse stato predetto dalla moglie di un druido, a Tungres nelle Gallie, ch'egli sarebbe imperadore[2504]. Imperocchè, facendo i conti con quella donna istessa, questa disse ch'egli era troppo avaro. Diocleziano burlando le rispose che sarebbe poi liberale quando fosse divenuto imperadore. Replicò la donna che non burlasse, perchè tale sarebbe, allorchè avesse ucciso un apro, cioè un cignale. Non cadde in terra questa parola. Da lì innanzi Diocleziano si dilettò molto della caccia e di uccidere dei cignali, ma senza veder mai effettuata la predizione. Allora poi ch'ebbe ucciso il prefetto del pretorio Apro, gridò: Ora sì che ho ucciso il fatal cignale; racconto che ha del curioso, purchè questa cosa nata non fosse e inventata da qualche bell'ingegno dopo del fatto. Il credito di Diocleziano[2505] l'aveva portato al posto di console surrogato nell'anno 283, siccome accennai di sopra. Non si può negare: in lui s'univano delle invidiabili qualità, e soprattutto mirabile fu in lui l'accortezza e vivacità della mente. In questa non avea pari; col suo mezzo penetrava facilmente nel cuore altrui per iscoprirne le intenzioni e non lasciarsi ingannare; e mercè d'essa ne' bisogni e pericoli sapea tosto ritrovar ripieghi e scappatoie, con prevedere a tutto, con simulare e dissimulare dovunque occorreva. L'umor suo era veramente impetuoso e violento, ma s'era anche avvezzato a ritenerlo e a comandare a sè stesso; e quando ancora prorompeva in crudeltà, avea l'arte di coprirla, o di rigettarne l'odiosità sopra i consiglieri e ministri. Ancorchè fosse inclinatissimo al risparmio e alla avarizia, sino a commettere ogni sorta d'ingiustizia per danari, pure si mostrava appassionato del fasto, massimamente nella pompa de' suoi abiti, sì ricchi d'oro e di gemme, che superò la vanità de' più vani suoi antecessori. Ma questo fu il più picciolo sfogo della sua superbia. Giunse egli col tempo, ad imitazion di Caligola e di Domiziano, a farsi chiamar Signore, ed adorare qual Dio: pazzia che Vittore scusa con dire ch'egli non lasciò per questo di comparir padre dei suoi popoli. Noi vedremo le di lui militari imprese; e pure Lattanzio ci assicura ch'egli naturalmente era timido e tremava ne' pericoli. Ma in fine, la lunghezza del suo imperio, benchè agitata da assaissime tempeste, è un bastante argomento di credere che Diocleziano fosse uomo di gran testa, e capacissimo di reggere un vasto imperio, con saper tenere in freno i soldati e i grandi, veduti da noi autori in addietro di tante mutazioni e tragedie.

Aveva ben egli moglie, cioè Prisca, ma non aveva figliuoli maschi da essa. Però, volendo provvedersi di un aiuto, per sostenere il gran peso di quell'ampia monarchia, uno ne scelse, e questi fu Massimiano, appellato Marco Aurelio Valerio Massimiano nelle monete[2506] ed iscrizioni: nomi ch'egli prese dallo stesso suo benefattor Diocleziano, come se fosse stato adottato da lui. Convennero anche fra loro che Diocleziano prendesse il titolo di Giovio, e Massimiano quello d'Erculio, quasi che fosse rinato Giove, per cui tante belle azioni Ercole fece, come s'ha dalle favole. E ornati di questi due vani e ridicoli titoli si trovano amendue nelle antiche storie. Credesi che Diocleziano fosse nato circa l'anno 255, e Massimiano circa l'anno 250. La patria d'esso Massimiano fu una villa del distretto di Sirmio nella Pannonia, dove egli col tempo fece fabbricare un suntuoso palazzo. I suoi genitori si guadagnavano il pane con lavorare a giornata per altri. Ma il mestier della guerra quel fu che da sì bassa condizione alzò a varii gradi e finalmente alla più sublime grandezza Massimiano[2507]. Era egli sempre stato amico intrinseco di Diocleziano, e partecipe di tutti i suoi segreti. Parecchi attestati della sua bravura parimente avea dato in varie guerre al Danubio, all'Eufrate, al Reno, all'Oceano[2508] sotto Aureliano e Probo Augusti; e però Diocleziano, sentendo sè stesso di natural timido e bisognoso di chi avesse petto per lui alle occasioni, elesse l'amico Massimiano per suo braccio diritto, e poi per compagno nel trono, tuttochè non apparisca che fra loro passasse parentela alcuna. Cioè primieramente nel precedente anno il creò Cesare, e cominciò ad appoggiargli i rischi e le più importanti imprese dell'imperio. Da che fu partito dalle Gallie Carino, ovvero dappoichè s'intese la di lui morte, s'erano sollevati in esse Gallie due capi di masnadieri, cioè Lucio Eliano e Gneo Salvio Amando: che così si veggono appellati, e col titolo d'Augusti in due medaglie[2509], se pur esse son vere, giacchè Eliano dal Tillemont[2510] è appellato Aulo Pomponio, e può dubitarsi che il desiderio degli amatori dei musei di aver continuata la serie di tutti gli imperadori, abbia mosso gl'impostori ad appagarli. Costoro adunque alla testa di numerose schiere di contadini e ladri, chiamati Bagaudi, si diedero a scorrere e saccheggiar le Gallie, con forzare talvolta anche le stesse città. Diocleziano contra di tal gente non tardò a spedir Massimiano[2511] con assai forze, e questi dopo alcuni combattimenti dissipò quella canaglia, e rimise in pace le Gallie. S'è disputato fra i letterati[2512] se questa impresa di Massimiano Erculio appartenga all'anno precedente, oppure al presente o seguente. Probabilmente i lettori non amerebbono ch'io entrassi in sì fatto litigio, e massimamente perchè non è sì facile il deciderlo. Quel sì in che convengono essi eruditi, si è che Diocleziano essendo in Nicomedia, e sempre più riconoscendo quanto egli si poteva promettere di questo suo bravo e vecchio amico, cioè di Massimiano, nell'anno corrente il dichiarò anche Augusto e collega nell'imperio nel dì primo di aprile, per quanto si ricava da Idacio nei Fasti[2513]. Fu stupenda cosa in que' tempi il vedere come questi due Augusti, senza legame di sangue, e d'umore l'un dall'altro diverso, pure andassero da lì innanzi sì uniti, o governassero a guisa di due buoni fratelli. Conservava Massimiano quel rustico che egli aveva portato dalla nascita, non meno nel volto che ne' costumi[2514]. Il suo naturale era aspro e violento, privo di civiltà e di umanità; si osservava anche dell'imprudenza nei suoi disegni. Diocleziano, all'incontro, siccome furbo al maggior segno, affettava l'affabilità e la dolcezza[2515], con lamentarsi anche talvolta della durezza di Massimiano. Ma sapeva valersi della di lui ferocia e selvatichezza all'esecuzion de' suoi voleri; e qualor si trattava di qualche risoluzion severa ed odiosa, a lui ne dava l'incumbenza e l'onore, sicuro che l'altro, senza farsi pregare, l'avrebbe ubbidito. Il perchè chi mirava le sole apparenze, diceva che Diocleziano era nato per fare un secolo d'oro, e Massimiano un secolo di ferro. Abbiamo inoltre da Lattanzio[2516] che Massimiano non si assomigliava già all'altro nell'avarizia, amando di comparir liberale; ma qualora abbisognava di danaro, sapeva anche addossar dei delitti di false cospirazioni ai più ricchi senatori, e fargli uccidere per occupare i loro beni. Parla in oltre Lattanzio dell'insaziabil lussuria di Massimiano, e della violenza che egli usava dappertutto alle figliuole de' benestanti. Un passo di Mamertino[2517] sembra indicare che appena dopo la sconfitta de' Bagaudi facessero un'irruzion nelle Gallie i Borgognoni, Alamanni, Caiboni ed Eruli, popoli della Germania. Furono anch'essi ben ricevuti da Massimiano che si trovava in quelle parti; pochi d'essi si contarono che non restassero vittima delle spade romane, niuno quasi essendone restato che potesse portar la nuova della rotta alle proprie contrade. Vedesi una iscrizione fatta prima del dì 17 di settembre dell'anno presente[2518], in cui Diocleziano porta i titoli di Germanico e Britannico, credendosi questi derivati dalla vittoria suddetta, e da qualche altra riportata dai suoi generali nella Bretagna.

NOTE:

[2502] Eutrop., in Brev. Lactant., de Mort. Persec.

[2503] Aurel. Victor, in Epit. Zonaras, in Annal.

[2504] Vopiscus, in Numeriano.

[2505] Aurelius Victor, in Epitome. Lactantius, de Mort. Persecut. Eutrop., in Breviar.

[2506] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2507] Aurelius Victor. Lactantius. Eutropius.

[2508] Mamertinus, in Panegyrico.

[2509] Goltzius et Mediobarbus, in Numismat. Imperat.

[2510] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2511] In Panegyr. Max. et Const. Aurel. Victor. Eutropius.

[2512] Noris. Pagius. Tillemont et alii.

[2513] Idacius, in Fastis.

[2514] Aurelius Victor, ibidem. Eutrop., in Breviar. Lactantius, de Mortib. Persecutor.

[2515] Vopiscus, in Aureliano.

[2516] Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 8.

[2517] Mamertinus, in Panegyr. Maximiani.

[2518] Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.

Anno di CRISTO CCLXXXVII. Indizione V.

CAIO papa 5. DIOCLEZIANO imperadore 4. MASSIMIANO imperadore 2.

Consoli

CAIO AURELIO VALERIO DIOCLEZIANO per la terza volta e MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO.

Prefetto di Roma[2519] fu in questo anno Giunio Massimo, da noi veduto console. Un medaglione illustrato dall'incomparabile cardinal Noris[2520], e battuto in quest'anno, ci rappresenta Diocleziano e Massimiano Augusti, condotti in una carretta trionfale: segno che essi celebrarono qualche trionfo, oppure che questo fu loro decretato dal senato. Ciò vien creduto fatto o per le vittorie riportate nel precedente anno da Massimiano contra le nazioni germaniche accennate di sopra, oppure per qualche altra guadagnata contra de' Persiani, siccome dirò, ovvero contra de' Franchi e Sassoni[2521], i quali per mare faceano delle scorrerie nell'Oceano contro le Gallie. Certamente Mamertino[2522], per lodar Massimiano, scrive (probabilmente con iperbole e adulazione oratoria) che erano seguiti innumerabili combattimenti nelle Gallie contra de' Germani, con aggiugnere che costoro dipoi giunsero nel dì primo di quest'anno fin sotto le mura di Treveri. Massimiano, che quivi era a quartier di verno, e solennizzava l'ingresso del suo consolato, prese l'armi, si scagliò contra di loro, e li mise in rotta. Venuta poi la primavera, valicò il Reno, portando la guerra in casa de' medesimi Barbari, devastando quel paese con loro gran danno. Il movimento poco fa accennato dei Franchi e Sassoni per mare contra le Gallie ebbe principio nell'anno precedente. Massimiano non perdè tempo ad allestire anch'egli una flotta di navi per opporla a quelle barbare nazioni, e ne diede il comando a Carausio, uomo bassamente bensì nato fra i popoli Menapii[2523] nella Fiandra, oppur nel Brabante, ma di gran credito, specialmente nel condurre navi e far battaglie marittime. Che costui desse delle percosse a que' corsari, pare che si ricavi dal panegirico di Mamertino. Ma a poco a poco si venne scorgendo che Carausio prendea gusto a continuar la guerra in vece di estinguerla, lasciando che i Franchi e i Sassoni venissero a spogliar le contrade romane, per poscia tor loro il bottino, senza pensare a restituirlo a chi si dovea. Ordinò perciò Massimiano colla consueta fierezza che gli fosse tolta la vita. Trapelò quest'ordine, ed avvisatone Carausio, provvide a sè stesso col condur tutta la flotta a lui raccomandata nella Bretagna, dove tratte nel suo partito le milizie romane di guarnigione in quella grand'isola, si fece acclamare Augusto. Il Noris crede ciò fatto nell'anno presente, ed è seco Eusebio[2524]. Il Pagi[2525] nel precedente. Diedesi poscia Carausio a far preparamenti per sostenersi in quel grado, fabbricando nuovi legni, facendo leve di gente e tirando al suo servigio una gran copia di Barbari, a' quali insegnò l'arte di combattere in mare. Perchè nel medaglione prodotto dal Noris si vede tirato il carro trionfale da quattro elefanti, potrebbe ciò piuttosto indicar vittorie riportate da Diocleziano in Levante contra de' Persiani. Certo è ch'egli marciò a quella volta, non volendo soffrire che Narseo, o Narse, re di Persia (altri dicono Vararane II) avesse[2526] dopo la morte di Caro Augusto occupata la Mesopotamia, e se la ritenesse. Sembra in oltre che l'armi persiane fossero penetrate nella Soria, e ne minacciassero la stessa capitale Antiochia. Chiaramente scrisse Mamertino che i Persiani, o pel terrore o per la forza dell'armi romane, si ritirarono dalla Mesopotamia, e si vide obbligata quella nazione ad aver per confine il fiume Tigri. E verisimilmente fu in quella occasione che il re loro inviò dei ricchi presenti a Diocleziano, con parere eziandio che seguisse pace fra loro. Certamente la storia non ci esibisce per molti anni dissensione alcuna fra i Romani e i Persiani; e però sembra che Diocleziano ottenesse l'intento suo, non solo di ricuperar le provincie e città perdute in Oriente, ma di lasciar quivi anche la quiete. Convien nondimeno confessare che troppo difficil cosa è il riferire a' suoi proprii anni le imprese di questi due imperadori, perchè d'esse fanno bensì menzione i panegiristi d'allora, ma senza ordine di tempi. Perciò può essere che appartenga all'anno seguente, come pensò il Tillemont[2527], la guerra fatta da Massimiano ai Germani di là dal Reno, con dare ampiamente il guasto al loro paese; e che medesimamente si debba differire ad esso anno la rinnovata amicizia dei Persiani con Diocleziano, e la spedizion dei regali fatta da quel re, e mentovata da Mamertino[2528]. Ma in fine, quel che importa, si è di saper gli avvenimenti d'allora, ancorchè non si possa con sicurezza assegnarne il tempo.

NOTE:

[2519] Bucherius, de Cycl.

[2520] Noris, de Num. Dioclet.

[2521] Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.

[2522] Mamertinus, in Panegyr. Maximiani.

[2523] Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.

[2524] Eusebius, in Chron.

[2525] Pagius, Crit. Baron.

[2526] Mamertinus, in Panegyr. Maximiani, c. 7.

[2527] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2528] Mamertinus, in Paneg. Maximian., cap. 10.

Anno di CRISTO CCLXXXVIII. Indiz. VI.

CAIO papa 6. DIOCLEZIANO imperadore 5. MASSIMIANO imperatore 3.

Consoli

MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la seconda volta e POMPONIO JANUARIO.

Fu, secondo il catalogo pubblicato dal Cuspiniano e Bucherio, in questo anno prefetto di Roma Pomponio Januario; però il Panvinio[2529] ed altri han creduto ch'egli nello stesso tempo esercitasse l'impiego del consolato. E parendo veramente che in questi tempi non ripugnasse l'esser insieme console e prefetto di Roma, perciò ho osato anche io di dar a questo console il nome di Pomponio. Stimò eziandio il suddetto Panvinio che non Massimiano Augusto, ma un Massimo procedesse console in quest'anno, affidato ad un passo di Ammiano[2530], e di uno o due scrittori; ma il cardinal Noris colla comune dei Fasti ha assicurato qui il consolato a Massimiano. Se noi sapessimo l'anno preciso, in cui Mamertino recitò il suo primo panegirico nel natale di Roma, cioè nel dì 21 d'aprile, in lode di esso Massimiano imperadore, alla cronologia d'allora si porgerebbe qualche sussidio. Il Noris lo riferisce all'anno seguente, il Pagi al presente, altri più tardi. A me basterà di dire raccogliersi da quel panegirico che Massimiano[2531], nel medesimo tempo che dava delle lezioni del suo valore ai popoli nemici della Germania, mettendo a ferro e fuoco le lor campagne, faceva un formidabil preparamento di navi ne' fiumi grossi delle Gallie, con disegno di liberar la Bretagna dall'usurpatore Carausio. Accadde che in questo o pure nel precedente anno per una mirabil serenità si mostrò favorevole il cielo alla fabbrica di essa flotta, e il verno stesso parve una primavera. Non si sa ben distinguere nel testo di esso Mamertino se a Massimiano o pure a Diocleziano sia da riferire la venuta con un buon esercito nella Rezia, e l'aver quivi riportata qualche vittoria contra i Germani, con istendere da quella parte i confini del romano imperio. Certo è che Diocleziano circa questi tempi ritornò carico d'allori dalla spedizion militare contra de' Persiani in Europa, per trattare con Massimiano dei pubblici affari. Fa parimente menzione Mamertino[2532] di Genobon, o sia Genobaud, re di qualche nazion germanica (il Valesio[2533] ed altri il credono re de' Franchi), il quale con tutta la sua gente venne ad inchinar Massimiano, ad implorar la pace, e a promettere buona amicizia e lega.

NOTE:

[2529] Panvin., in Fastis Consul.

[2530] Ammianus, lib. 23.

[2531] Mamertinus, in Panegyr., cap. 7 et 12.

[2532] Idem, ibid., cap. 10.

[2533] Valesius, Hist. Franc.

Anno di CRISTO CCLXXXIX. Indiz. VII.

CAIO papa 7. DIOCLEZIANO imperadore 6. MASSIMIANO imperadore 4.

Consoli

BASSO per la seconda volta e QUINZIANO.

Seguitò ad essere prefetto di Roma Pomponio Januario. Prima che Mamertino recitasse il suo panegirico, racconta egli che i due imperadori vennero, Diocleziano dall'Oriente, e Massimiano dal Ponente, per abboccarsi insieme e trattar dei ripieghi per i bisogni dell'imperio. Carausio, impadronito della Bretagna, sempre più cresceva in forze; i Barbari scatenati da ogni parte, non ostante le rotte lor date, minacciavano tutto dì le provincie romane. Mamertino[2534] parla di questo abboccamento, che sembra diverso da un altro, di cui ragioneremo più innanzi. Videsi allora e si ammirò la stupenda unione e concordia di questi due principi, uno de' quali, cioè Diocleziano, fece pompa dei regali a lui mandati dal re persiano, e l'altro delle spoglie riportate dal paese germanico. Quando si ammetta che in questo, e non già nel precedente, anno Mamertino recitasse in Treveri il suo panegirico a Massimiano, che si trovava in quella città, capo allora delle Gallie, e frontiera contro i Germani, si può credere che qualche tempo prima avendo esso Augusto Massimiano compiuta la fabbrica di una flotta, per procedere contro Carausio usurpator della Bretagna[2535], la spignesse dai fiumi nel mare. Erano state basse fin allora l'acque per la lunga serenità, durata anche nel verno; ma vennero a tempo pioggie, le quali, coll'ingrossar i fiumi, facilitarono il trasporto di que' legni all'Oceano. Di bei successi, di felici vittorie prometteva perciò quel panegerista a Massimiano. Ma diversi dall'aspettazione riuscirono poscia gli avvenimenti. Dovette darsi qualche battaglia navale, in cui la peggio, per la testimonianza di Eutropio[2536], toccò a Massimiano, non essendo le genti sue sì sperte nei combattimenti marittimi, come quelle di Carausio, uomo avvezzo più di Massimiano a combattere in quell'elemento. Questa non aspettata disgrazia quella fu che indusse Massimiano[2537] ad ascoltar proposizioni di pace. E infatti riuscì a Carausio di ottenerla, con ritener la signoria della Bretagna, inorpellandola col titolo di Difensore di quelle provincie per la repubblica romana. Se è vera una medaglia, rapportata dal cardinal Noris[2538], leggendosi ivi PAX AVGGG., si conosce che anche Carausio conservò il titolo di Augusto, di consenso degli altri due imperadori. Per conto di Diocleziano, potrebbe essere che in quest'anno egli facesse guerra ai Sarmati, Jutunghi e Quadi, e ne riportasse quelle vittorie che si veggono mentovate dai panegiristi d'allora[2539], per le quali in qualche iscrizione Diocleziano è intitolato Sarmatico. Trovasi anche nelle medaglie[2540] di questo Augusto VICTORIA SARMATICA. Sarà probabilmente un'iperbole adulatoria quella di Eumene[2541], dove dice che la nazion de' Sarmati fu per queste guerre sì estenuata ed abbattuta, che appena ne restò il nome per pruova della sua rovina. Noi troveremo anche da qui innanzi assai vigorosa quella gente, e nemica possente dell'imperio romano. Parlano ancora i panegiristi del ristabilimento della Dacia, provincia di là dal Danubio[2542], abbandonata già da Aureliano, ma senza poter noi meglio conoscere in che consistesse questo accrescimento o vantaggio dell'armi romane.

NOTE:

[2534] Mamert., in Panegyr., cap. 9.

[2535] Idem, ibidem, cap. 11.

[2536] Eutrop., in Breviario.

[2537] Eumen., Panegyric. Const., cap. 11.

[2538] Noris, Dissert. de Num. Dioclet.

[2539] Mamert. et Eumenes, in Panegyr.

[2540] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2541] Eumenes, Panegyr. Const., cap. 11.

[2542] Idem, ibid.

Anno di CRISTO CCXC. Indizione VIII.

CAIO papa 8. DIOCLEZIANO imperadore 7. MASSIMIANO imperadore 5.

Consoli

CAIO AURELIO VALERIO DIOCLEZIANO AUGUSTO per la quarta volta, e MARCO AURELIO MASSIMIANO AUGUSTO per la terza.

Fu in quest'anno prefetto di Roma Turranio Graziano. Erano tuttavia in continuo moto i due Augusti Diocleziano e Massimiano, così esigendo le turbolenze di que' tempi. Le leggi citate dal Relando e dal Tillemont[2543] ci fan vedere Diocleziano nell'anno presente, ora a Sirmio nella Pannonia, ora a Bisanzio nella Tracia; ed una ancora si trova data in Emesa, città della Mesopotamia, ancorchè difficil sia l'accordar insieme viaggi cotanto disparati, fatti in poco tempo. Ma quando sussista, come si fece a credere il padre Pagi[2544], che il panegirico di Eumene (creduto Mamertino da altri) fosse recitato nel presente anno, certamente di là apprendiamo[2545] che Diocleziano dalla Soria era venuto nella Pannonia, da dove poi il vedremo calare in Italia. Fa menzione il medesimo panegirista de' Saraceni vinti e fatti schiavi dallo stesso Diocleziano; ma ignoto ci è se fosse in questa o pure nella precedente andata di esso Augusto in Oriente. Non è già improbabile che circa questi tempi cominciassero altre nuove rivoluzioni nell'imperio romano, delle quali ci hanno conservata memoria Aurelio Vittore[2546] ed Eutropio[2547]. Già la Bretagna restava come smembrata da Roma per la occupazione fattane da Carausio, benchè fosse succeduto quell'apparente accordo, di cui s'è parlato di sopra. Sollevossi anche nell'Africa un Giuliano, il quale, se dobbiam credere al Goltzio[2548], in cui mano fortunatamente caddero le medaglie di quasi tutti i tiranni (voglia Dio che tutte legittime), portava il nome di Quinto Trebonio Giuliano, ed assunse il titolo d'Imperadore Augusto. Nella stessa Africa ancora erano in armi, non so se barbari o pure ribelli, i popoli quinquegenziani, dei quali non troviamo altrove memoria, col restar solamente sospetto che tal nome prendessero cinque popoli confederati insieme. E non andava l'Egitto esente da somiglianti turbolenze. Quivi Lucio Epidio Achilleo (così è nominato nelle medaglie) aveva preso il titolo di Augusto; e sembra che stendesse il dominio, se non in tutta, almeno in buona parte di quella provincia. Da esse medaglie apparisce ch'egli tenne per cinque anni quel dominio; ma non sappiamo quando questi avessero il principio. Aggiungasi che i Persiani, i quali presso alcuni scrittori si veggono tuttavia appellati Parti, non mai quieti, qualor se la vedeano bella, pizzicavano le contrade romane dell'Oriente; impegni tutti di gran considerazione per i due regnanti imperadori.

NOTE:

[2543] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2544] Pagius, Critic. Baron.

[2545] Eumen., seu Mamert., Panegyr. Maximian., cap. 4.

[2546] Aurelius Victor, Epitome.

[2547] Eutrop., in Breviar.

[2548] Goltzius et Mediob., in Numismat. Imper.

Anno di CRISTO CCXCI. Indizione IX.

CAIO papa 9. DIOCLEZIANO imperadore 8. MASSIMIANO imperad. 6.

Consoli

CAIO GIUNIO TIBERIANO per la seconda volta e DIONE.

Che Tiberiano fosse promosso in quest'anno al secondo consolato, si raccoglie da un'iscrizione da me[2549] data alla luce. E lo confermano i Fasti Fiorentini e il Catalogo de' prefetti di Roma pubblicati dal Bucherio. E perciocchè nell'anno 281 vedemmo console Caio Giunto Tiberiano, fondata conghiettura abbiamo per credere che fosse il medesimo che procedesse console ancora in quest'anno. Vero è che il suddetto Catalogo ci dà prefetto di Roma nell'anno presente Giunio Tiberiano: ma già abbiam detto essere probabile che fosse introdotto l'uso di unir insieme talvolta la dignità di console e di prefetto. Che il secondo console Dione fosse figliuolo, o piuttosto nipote di Cassio celebre storico, s'è giudicato con assai verisimiglianza, e perciò a lui pure han dato fondatamente alcuni il nome di Cassio Dione. L'autore[2550] del Genetliaco di Massimiano (sia egli Eumene, o pur Mamertino) racconta l'abboccamento seguito in Milano fra i due Augusti. Concorrono forti motivi per crederlo succeduto in quest'anno[2551], e certo seguì ne' primi mesi dell'anno. Correva allora un verno rigorosissimo[2552] con ghiaccio e nevi dappertutto, e sì aspro freddo che, per così dire, gelava il fiato delle persone. Contuttociò Diocleziano dalla Soria sen venne per la Pannonia in Italia. Massimiano dalle Gallie per le vie di Monaco passò anch'egli in queste parti con tal sollecitudine, viaggiando amendue con poco seguito di notte e di giorno, che quasi pervennero prima de' corrieri da loro spediti innanzi. L'abboccamento di essi si fece, come dissi, in Milano con plauso inusitato di quel popolo, per lo inaspettato loro arrivo e presenza, non meno che per la mirabil loro concordia. Il senato romano spedì in questa congiuntura i più illustri senatori a quella città, per complimentare i due Augusti, giacchè si seppe che non erano per passar a Roma. Non si può fallare pensando che l'oggetto di un tale abboccamento fosse di consultare insieme de' mezzi per sostenere l'imperio in mezzo a tante turbolenze, e domare i ribelli; e che allora divisassero di venire alla risoluzione, di cui parleremo all'anno seguente. Abbiamo poi dal suddetto panegirico[2553] (recitato, per quanto sembra, nell'anno presente in Treveri alla presenza di Massimiano) che in questi tempi nel cuor dell'imperio si godeva gran tranquillità, e che copiosissimi erano stati i raccolti. All'incontro, i Barbari tutti si trovavano involti in fiere guerre insieme. Cioè in Africa erano fra loro in rotta i Mori; nella Sarmazia i Goti combattevano contra dei Borgognoni, i quali, avendo la peggio, s'erano raccomandati agli Alemanni per soccorso, con dirsi (cosa che pare strana) aver poi essi Borgognoni occupato il paese degli amici. Similmente i Tervigi, altra spezie di Goti, uniti coi Taifali, aspra guerra aveano mosso ai Vandali e Gepidi. Lo stesso maligno influsso provavano i Persiani[2554], perchè Osmida s'era sollevato contra del fratello re di Persia, avendo dalla sua i popoli Sacchi, Russi e Gelli. Finalmente i Blemmii confinanti all'Egitto erano in guerra coi popoli dell'Etiopia. Certamente le discordie presenti dei Barbari tornavano in vantaggio del romano imperio; tuttavia non mancavano ad esso imperio i suoi guai, e ne abbiam già fatta menzione. Lo stesso andarsi sempre più agguerrendo que' Barbari ridondò in danno de' Romani col tempo, siccome andremo vedendo. Potrebbe essere che in questi tempi succedesse ciò che racconta Eumene, o sia Mamertino, con dire che Massimiano Erculio popolò il paese incolto di Cambray e di Treveri con gente del paese de' Franchi, la quale si era sottoposta ai Romani. Anche Eusebio[2555] nota sotto quest'anno, che essendosi ribellate a' Romani Busiri e Copto, città dell'Egitto, furono prese e spianate, non si sa da qual generale degli Augusti. Secondo questo istorico, sembra che non fosse per anche succeduta la ribellione d'Achilleo, se pur l'eccidio delle due suddette città non si dee prendere per indizio della medesima ribellione.

NOTE:

[2549] Thesaurus Novus Inscript., p. 268, n. 1.

[2550] Genethliac. Maximian., cap. 4.

[2551] Pagius, Crit. Baron.

[2552] Genethliac. Maximian., cap. 9.

[2553] Panegyr. Maximian., cap. 16.

[2554] Agathias. Eutychius. Sincellus.

[2555] Euseb., in Chronic.

Anno di CRISTO CCXCII. Indizione X.

CAIO papa 10. DIOCLEZIANO imperadore 9. MASSIMIANO imperatore 7.

Consoli

ANNIBALIANO ed ASCLEPIODOTO.

Noi vedremo prefetto di Roma nell'anno 297 Afranio Annibaliano. Verisimilmente lo stesso fu che procedette console nell'anno presente. Claudio Marcello nel Catalogo del Bucherio[2556] si truova prefetto di Roma al dì 3 di agosto di quest'anno. In esso appunto succedette una riguardevol novità nel romano imperio. Tra perchè da più parti era esso o minacciato dai Barbari, o lacerato dai ribelli, nè i due Augusti potevano accudire a tutto[2557]; e perchè Diocleziano, uomo di naturale pauroso, non amava molto di esporsi ai pericoli, prese egli col collega Massimiano la risoluzion di scegliere due valorosi generali d'armata, il braccio de' quali alleviasse loro le fatiche. E per maggiormente tenerli uniti e subordinati al loro comando, giudicarono meglio di dare ad essi il nome di Cesari, equivalente a quel d'oggidì il re de' Romani. Quanto all'anno di tale elezione, discordano forte Cassiodoro, Idacio, Eusebio e la Cronica Alessandrina. Le ragioni addotte dal Pagi[2558] bastanti sono a persuaderci che ciò succedesse nell'anno presente, allorchè i due Augusti si trovavano in Nicomedia nel dì primo di marzo[2559]. Furono gli eletti Costanzo Cloro e Galerio Massimo, tutti e due adottati per figliuoli da essi imperadori, ed insieme obbligati a ripudiar le loro mogli, siccome era succeduto a Tiberio imperadore, affinchè sposassero le figliuole de' medesimi Augusti. Costanzo prese per moglie Teodora figliastra di Massimiano, e Galerio Valeria figlia di Diocleziano. Ai novelli Cesari fu conceduta la tribunizia podestà, con cui andava congiunta una notabil autorità. Nè qui si fermò la lor fortuna. Per tutto il tempo addietro, avvegnachè vi fossero più imperadori e cesari, sempre l'imperio romano era stato unito. Fecesi ora una specie di divisione, che diede da mormorar non poco a tutti gl'intendenti ed amatori della maestà romana, prevedendo che in tal forma verrebbe ad indebolirsi l'imperio, e a cadere col tempo in rovina: quando, all'incontro, i due Augusti si figuravano che attendendo cadaun d'essi imperadori e cesari alla difesa della propria porzione, e con prontezza ad aiutare gli altri che abbisognassero di soccorso, più saldezza ne acquisterebbe l'imperio. Nè certo questo era smembramento dell'imperio stesso, ma un comparto amichevole fra quei quattro principi; imperciocchè durava la concordia del governo fra loro; le leggi fatte dagli Augusti seguitavano a correre per tutte le provincie; e l'uno di questi principi, secondo le occorrenze, passava nelle provincie dell'altro.

Secondo le antiche notizie[2560], a Costanzo Cesare furono assegnate le provincie tutte di là dall'Alpi, cioè le Gallie, le Spagne, la gran Bretagna e la Mauritania Tingitana, siccome provincia dipendente dalla Spagna. A Massimiano Erculio Augusto fu data l'Italia e il resto dell'Africa colle isole spettanti alle medesime. A Galerio Cesare la Tracia e l'Illirico colla Macedonia, Pannonia e Grecia. Diocleziano Augusto ritenne per sè la Soria e tutte l'altre provincie d'Oriente, cominciando dallo stretto di Bisanzio, e riserbossi anche l'Egitto, ricuperato dalle mani di Achilleo. Ne già si tardò a sentir le cattive conseguenze di questa moltiplicazion di principi e divisione di Stati. Buon testimonio è Lattanzio[2561], con dire, che volendo cadaun di que' regnanti tener corte non inferiore a quella degli altri, ed esercito che non la cedesse a que' dei colleghi, si accrebbero a dismisura le imposte e gabelle per soddisfare alle spese, e con tali aggravii, che in moltissimi luoghi erano lasciate incolte le campagne, giacchè, pagati i pubblici pesi, non restava da vivere ai coltivatori e padroni delle medesime. Ed allora fu, per attestato di Aurelio Vittore[2562], che l'Italia, non ad altro obbligata fin qui che a provvedere viveri alla corte e alle milizie di suo seguito, cominciò, al pari delle provincie oltramontane, a pagar tributo, lieve bensì sul principio, ma che andò poscia a poco a poco crescendo sino all'eccesso, e produsse in fine la total sua rovina. Quanto ai suddetti due Cesari, derivavano amendue dall'Illirico, onde erano anche usciti Diocleziano e Massimiano. Costanzo, soprannominato Cloro dagli storici[2563], forse pel color pallido del volto, o verde del vestito, ebbe per padre Eutropio, il quale dicono che fosse uno dei meglio stanti del suo paese, e che per moglie avesse Claudia figliuola di Crispo, cioè di un fratello di Claudio il Gotico imperadore. Certamente gli antichi storici il fanno discendente dalla casa di quell'Augusto per via di donne; e forse per questo ne' suoi posteri si trova rinnovata la famiglia Claudia. Che nondimeno la nobiltà e le facoltà di sua casa non fossero molte, si può dedurre dall'aver egli studiato poco le lettere, e cominciata la sua fortuna dal più basso della milizia, e dal sopportar le fatiche proprie da' soldati gregarii nelle armate di Aureliano e di Probo. Aurelio Vittore[2564] sembra quasi indicare che egli fosse nato poveramente in villa, dicendo che tanto egli come Galerio aveano poca civiltà, ma che, avvezzi alle miserie della campagna e della milizia, riuscirono poi utili alla repubblica. L'anonimo del Valesio[2565] scrive che Costanzo fu il primo soldato nelle guardie del corpo dell'imperadore, poscia pel suo valore tribuno, o sia colonnello di una legione, e giunse ad esser governator della Dalmazia, con essersi segnalato in varie occasioni di guerra. In tal credito certamente egli salì, che fu giudicato degno di esser creato Cesare in quest'anno dai due Augusti. Nelle iscrizioni e medaglie si vede egli chiamato Flavio Valerio Costanzo. Perchè Valerio, s'intende, essendo egli stato adottato dall'uno degl'imperadori, amendue portanti il nome d'essa famiglia. Perchè Flavio, non si sa, credendosi un'adulazione quella di Trebellio Pollione, che il fa discendere da Flavio Vespasiano. Delle ottime qualità di questo principe parleremo altrove; principe, la cui maggior gloria fu l'essere stato padre di Costantino il Grande, a lui nato circa l'anno di Cristo 274, mentre egli militava nell'Elvezia.

Per quel che riguarda Galerio, l'altro dei nuovi Cesari, anch'egli era nato bassamente in villa presso Serdica, o sia Sardica, capitale della nuova Dacia[2566]. Romula sua madre, nemica de' cristiani in quel paese, perchè non voleano intervenire ai suoi empi sacrifizii e conviti, gli inspirò fin da picciolo un odio grande contro la religione di Cristo. Che i suoi genitori fossero contadini, lo dicono i vecchi storici, e si argomenta dal soprannome di Armentario, che gli vien dato dagli antichi scrittori. Anche egli col mestiere dell'armi si acquistò tal fama, che dai due Augusti fu creduto meritevole di essere promosso alla dignità di Cesare. Noi il vediam nominato nelle medaglie Caio Galerio Valerio Massimiano. Se dice il vero Eutropio[2567], meritavano lode i di lui costumi; ma Lattanzio[2568], all'incontro, ci assicura che nel portamento e nelle azioni di costui compariva quell'aria di selvatichezza ch'egli portò dalla nascita, ma ch'egli vi aggiunse anche col tempo un'insopportabil fierezza e crudeltà, per cui scompariva quel poco di buono che in lui si trovava[2569]. Sprezzava egli le lettere e chi le coltivava, non amando se non le persone militari, le quali ancora, benchè ignoranti, erano da lui promosse ai magistrati civili con discapito grande della giustizia. L'ambizione sua vedremo che portò Diocleziano a deporre il baston del comando; così l'avidità del danaro, per cui impose esorbitanti aggravii, trasse i popoli ad una miserabil rovina. A lui specialmente vien attribuita la crudel persecuzione mossa contro ai cristiani, che accenneremo a suo tempo. Quel che fu mirabile[2570], per varii anni si osservò una rara unione fra questi quattro principi, gareggiando tutti nel promuovere gl'interessi della repubblica. Diocleziano veniva considerato quel padre di tutti, e i suoi ordini e voleri fedelmente erano eseguiti dagli altri; ed arte non mancava allo stesso Diocleziano per tener contenti i subordinati colleghi, con dissimular i loro trascorsi, e soprattutto procurando di dar nella lesta ai seminatori di zizzanie e di false relazioni, perchè certo dal suo canto egli non ometteva diligenza alcuna per conservar la buona intelligenza ed armonia con chi si mostrava dipendente da lui. Dicemmo già che un Giuliano avea usurpato l'imperio nell'Africa. Credesi che in quest'anno Massimiano Erculio passasse in quelle parti, come poste sotto il comando suo nel comparto dell'imperio, ed obbligasse quel tiranno a trapassarsi il petto col ferro e a gittarsi nel fuoco. Abbiamo da Eumene, o sia Eumenio[2571], che Costanzo, dappoichè fu dichiarato Cesare, con tal fretta passò nelle Gallie a lui destinate per comandarvi, che non v'era per anche giunto l'avviso di avervi egli a venire, anzi nè pure la notizia della sublime dignità a lui conferita. La nuova a lui portata che le genti di Carausio tiranno della Bretagna, venute con molte vele per mare, aveano occupato Gesoriaco (oggidì Bologna di Picardia) fu a Costanzo un acuto sprone per volar colà ed imprenderne l'assedio. Affinchè non potesse approdarvi soccorso alcuno per mare, nè fuggir di là quella man di corsari, fece egli con alte travi, conficcate intorno al porto, piantare una forte palizzata. Fu obbligata quella guarnigione alla resa, e Costanzo l'arrolò fra le sue truppe. Il che fatto, quasichè fin allora il mare avesse rispettata la palizzata suddetta, a forza d' onde la smantellò. Diedesi poi Costanzo a far preparamenti di navi per liberar la Bretagna dalle mani di esso Carausio, il quale godea bensì la pace in quell'isola, ma non lasciava di star ben armato e in guardia per difendersi, qualora si vedesse assalito. A quest'anno, o pure al seguente, scrive Eusebio[2572] che i popoli Carpi e Basterni furono condotti ad abitar nelle provincie romane: segno che nel loro paese con vittoriosi passi erano entrati i Romani, se pur coloro non furono dalla forza di altri Barbari cacciati dal loro paese. La nazion loro vien creduta germanica, ma abitante alla Vistola, in quella che oggi si chiama Polonia. Probabilmente questa guerra appartiene all'anno 294, siccome diremo.

NOTE:

[2556] Bucher, in Cyclo.

[2557] Lactantius, de Mortibus Persecutor., cap. 7.

[2558] Pagius, Crit.

[2559] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 7. Eutropius. Aurel. Vict. Eusebius.

[2560] Aurelius Victor, in Epitome.

[2561] Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 7.

[2562] Aurelius Victor, Epitome.

[2563] Pollio, in Claudio.

[2564] Aurelius Victor, in Epitome.

[2565] Anonymus Vales. post Ammian.

[2566] Lactantius, de Mort. Persec., cap. 9. Aurel. Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.

[2567] Eutrop., in Breviario.

[2568] Lactant., de Mort. Persec., cap. 9.

[2569] Aurelius Victor, in Epitome.

[2570] Vopiscus, in Caro. Julian., Oratione I. Aurel. Vict., ibid.

[2571] Eumen., in Panegyr. Constant.

[2572] Eusebius, in Chron.

Anno di CRISTO CCXCIII. Indizione XI.

CAIO papa 11. DIOCLEZIANO imperadore 10. MASSIMIANO imperadore 8.

Consoli

CAIO AURELIO VALERIO DIOCLEZIANO AUGUSTO per la quinta volta e MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO par la quarta.

Settimio Acindino fu in quest'anno prefetto di Roma, e continuò in tal dignità anche nell'anno seguente. Si aspettava Carausio, occupator della Bretagna, la guerra dalla parte della Gallia, senza avvedersi che una più perniciosa, perchè occulta, gli si preparava in casa[2573]. Alletto, o sia Alesto, ministro di sua maggior confidenza, fosse per timore che piombasse il gastigo sopra i delitti da lui commessi, o pure per sola vaghezza di comandare, l'assassinò con torgli la vita: dopo di che prese col titolo d'Augusto il dominio di quelle provincie, ed ebbe forza e maniera per tenerlo lo spazio di alcuni anni. Questo accidente, per cui forse rimasero sconcertate alcune segrete misure di Costanzo Cesare, cagion fu ch'egli per ora non impiegasse l'armi sue verso la Bretagna, ma che le volgesse contro de' Cauchi, o Camavi, e dei Frisoni, che possedevano il paese bagnato dalla Schelda, cioè quel che ora vien chiamato i Paesi Bassi. Ancorchè in quei tempi un tal paese fosse pien di boschi e paludi, ossia di acque stagnanti, cioè di siti difficili a farvi guerra, tanta nondimeno fu l'industria e la ostinazion di Costanzo, che ridusse tutte quelle barbariche popolazioni a rendersi. Il che fatto, trasportò quella gente colle mogli e figliuoli nelle Gallie, dando loro terreno da coltivare, senza lasciar armi ad essi, acciocchè si avvezzassero ad ubbidire, senza più pensare a ribellarsi. Ciò che in questi tempi operassero i due Augusti e Galerio Cesare, resta ignoto. Dalle leggi che abbiamo, date nell'anno presente ed accennate dal Relando[2574], si vede Diocleziano soggiornante nell'Illirico, o nella Tracia, provincie governate da esso Galerio, ma senza apparire quali imprese militari si facessero in quelle parti. Se vogliam credere ad Eusebio[2575], cominciò Diocleziano in questi tempi a farsi adorare qual dio, cioè, per quanto io m'avviso, con obbligar le persone ad inginocchiarsi davanti a lui, come si usava coi boriosi re di Persia, da' quali forse avea appreso questo costume, laddove bastava in addietro salutare i precedenti Augusti con inchinar la fronte, come si faceva anche coi giudici. S'egli pretendesse di più, nol saprei dire. Proruppe ancora in isfoggi di vanità, col mettersi a portar gemme nelle vesti, e fino nelle scarpe: dal che s'erano guardati quei precedenti imperadori che furono in concetto di moderati e savii.

NOTE:

[2573] Aurelius Victor. Eutropius. Eumenes.

[2574] Reland., Fast. Consul.

[2575] Eusebius, in Chron.

Anno di CRISTO CCXCIV. Indizione XII.

CAIO papa 12. DIOCLEZIANO imperadore 11. MASSIMIANO imperadore 9.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANZO CESARE e CAIO GALERIO VALERIO MASSIMIANO CESARE.

Che in quest'anno ancora i due Cesari Costanzo e Galerio facessero delle prodezze contra de' Barbari, si può dedurre da Giuliano Apostata[2576] e dal panegirista di Costantino Augusto, cioè da Eumenio[2577]. Oltre all'aver essi cacciato dalle terre romane i Barbari, che da gran tempo vi si erano annidati, e le coltivavano come sue proprie, quel panegirista parla di diverse altre nazioni germaniche, nel paese delle quali entrò il valoroso Costanzo, seguitandolo la vittoria dappertutto. Parte egli sterminò que' popoli, trovandoli resistenti; e parte umiliati trasse ad abitar nelle provincie romane, per accrescerne la popolazione e coltura. Continuava in questi tempi Diocleziano Augusto a dimorar nell'Illirico insieme con Galerio Cesare, come si ricava da alcune leggi, e verisimilmente attendevano nelle parti della Pannonia e Mesia a tenere in freno i Barbari, sempre ansanti di bottinar nel paese romano. Idacio[2578] scrive che furono in quest'anno fabbricate delle fortezze nel paese de' Sarmati di là dal Danubio in faccia delle città di Acinco e Bononia. E a questi tempi verisimilmente appartiene ciò che lasciò scritto Eutropio[2579], con dire che Diocleziano e Valerio Massimiano varie guerre fecero unitamente, o separatamente, e che soggiogarono i Carpi e Bastarni, de' quali parlò Eusebio all'anno 292, coll'aver inoltre dato delle rotte ai Sarmati. Gran copia ancora di costoro fatta prigioniera fu poscia da essi principi trasportata nelle provincie romane, e concedute loro terre incolte per sostentamento delle lor famiglie, e con vantaggio del pubblico. Presso il Mezzabarba[2580] si veggono medaglie di Diocleziano colla Vittoria Sarmatica, le quali si può credere che sieno da riferire all'anno presente.

NOTE:

[2576] Julian., Oratione I.

[2577] Eumenes, Panegyr. 7 Costant., cap. 6.

[2578] Idacius, in Fastis.

[2579] Eutrop., in Breviar.

[2580] Mediobarbus, in Numism. Imperator.

Anno di CRISTO CCXCV. Indizione XIII.

CAIO papa 13. DIOCLEZIANO imperadore 12. MASSIMIANO imperadore 10.

Consoli

TOSCO ed ANULLINO.

Che Mummio Tosco fosse appellato il primo console, Annio Cornelio Anullino il secondo, lo conghietturò il Panvinio[2581], perchè troveremo, andando innanzi, questi due personaggi prefetti di Roma. Lodevole è bensì, ma non sicura, una tal conghiettura, e perciò del loro solo cognome io mi contento. La prefettura di Roma fu in quest'anno appoggiata ad Aristobolo. Per attestato d'Idacio[2582], i popoli Carpi, che abbiam detto sottomessi nell'anno precedente, acciocchè non alzassero più le corna, furono obbligati a mutar cielo, con venire ad abitar nella Pannonia. Abbiamo delle leggi date in quest'anno, in cui Diocleziano Augusto seguitò a soggiornar nella Pannonia e Mesia. Probabilmente tra per le vittorie riportate contra de' Sarmati in quelle parti, e pel buon ordine ch'egli diede, restarono que' paesi in pace: laonde potè esso Augusto far preparamenti per ricuperare l'Egitto, siccome dirò all'anno seguente. Si può parimente credere che in questi tempi Galerio Massimiano, per adular Diocleziano suocero suo, e Valeria di lui figlia, moglie sua[2583], desse il nome di Valeria ad una parte della Pannonia, ossia della moderna Ungheria, dopo aver quivi tagliate vastissime selve per ridurre quel territorio a coltura. Circa questi tempi ancora sembra che succedesse ciò che narrano Eumenio[2584] e l'autore del panegirico di Massimiano e Costantino[2585]: cioè l'aver Massimiano Erculio Augusto domati i popoli ferocissimi della Mauritania, con aver poscia trasportata gran copia di essi in altri paesi.

NOTE:

[2581] Panvin., in Fastis Consul.

[2582] Idacius, in Fastis.

[2583] Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 15. Aurelius Victor, in Epitome. Ammianus, lib. 19.

[2584] Eumen., Oration. de Schol. restaur.

[2585] Incertus, in Panegyr. Maximian., cap. 8.

Anno di CRISTO CCXCVI. Indizione XIV.

MARCELLINO papa 1. DIOCLEZIANO imperadore 13. MASSIMIANO imperadore 11.

Consoli

CAIO AURELIO VALERIO DIOCLEZIANO AUGUSTO per la sesta volta e FLAVIO VALERIO COSTANZO CESARE per la seconda.

La carica di prefetto di Roma, secondo l'antico Catalogo del Cuspiniano e Bucherio, fu esercitata da Cassio Dione in quest'anno, nel quale mancò di vita Caio romano pontefice[2586]. A lui succedette nella sedia di San Pietro Marcellino. Fecondo di vittorie fu l'anno presente ai principi romani, se pur si può accertare nella cronologia di quei fatti, fatti per altro certissimi. Costanzo Cesare, ardendo sempre di voglia di riacquistar la Bretagna, con torla dalle mani dell'usurpatore Alletto[2587], teneva già in ordine buon esercito e poderose flotte per far vela verso colà. Ma sospettando che i Franchi ed altri popoli della Germania, allorchè vedessero lui impegnato nella guerra oltre mare, secondo il lor uso, tentassero d'inquietar le Gallie, raccomandossi a Massimiano Augusto, padrigno di sua moglie, pregandolo di venir alla difesa di que' confini. Venne in fatti, per attestato d'Eumenio, Massimiano al Reno, e bastante fu la sua presenza a tenere in briglia i popoli nemici. Intanto con ardore incredibile si mossero le flotte di Costanzo verso la Bretagna. Su quella ch'era a Gesoriaco, cioè a Bologna di Picardia, s'imbarcò egli; ed ancorchè il mare fosse gonfio, e poco favorevole il vento, pure animosamente sciolse dal lido. Pervenuto questo avviso all'altra flotta preparata alla sboccatura della Senna, accrebbe il coraggio a quei soldati e marinari in maniera, che al dispetto del tempo contrario si mossero anch'essi. Era comandante d'essa Asclepiodoto prefetto del pretorio. Riuscì a questa col benefizio d'una densa nebbia di andar a dirittura con prospero cammino nella Bretagna, senza essere scoperta da Alletto, che colla sua s'era postato in osservazione all'isola Vetta, oggidì di Wight. Appena ebbe Asclepiodoto afferrato il lido, e sbarcate le truppe e le munizioni tutte, che fece dar fuoco alle navi, acciocchè i suoi, veggendosi tolta la speranza d'ogni scampo, sapessero che nelle lor sole braccia era riposta la salute, ed anche per impedir che que' legni non cadessero in poter de' nemici. Atterrito Alletto parte dalla notizia che Costanzo veniva contra di lui con una flotta, e che l'altra, già pervenuta in terra ferma, minacciava tutte le sue città, lasciata andare l'armata sua navale, co' suoi se ne ritornò anch'egli indietro, e si mise in campagna contra di Asclepiodoto. Senza aspettare di aver unite tutte le sue forze, e senza nè pur mettere in ordine di battaglia quelle che seco avea, coi soli Barbari di suo seguito assalì egli dipoi i Romani. Rimase sconfitto, ed anch'egli lasciò nel combattimento la vita, con essersi poi appena potuto discernere il cadavero suo, per aver egli deposto l'abito imperiale, che avrebbe potuto farlo conoscere nella zuffa o nella fuga. Ma forse molto più tardi accadde la caduta di costui. Intanto la flotta, dove era Costanzo Cesare, più per accidente che per sicura condotta, a cagion delle folte nebbie, imboccò il Tamigi, e per esso si spinse fino alla città di Londra. L'arrivo suo fu la salute di quel popolo; imperciocchè essendosi ridotti colà i Franchi ed altri Barbari che si erano salvati dalla rotta di Alletto, mentre concertavano fra loro di dare il sacco alla città, e poi di fuggirsene, eccoli giugnere loro addosso Costanzo colle sue milizie, e tagliarli lutti a pezzi, con salvar le vite e i beni di que' cittadini. Così in poco tempo tutto quel paese della Bretagna, che ubbidiva già all'aquile romane, tornò alla division di Costanzo, con estremo giubilo di quei popoli, per vedersi liberi dai tiranni e dai Barbari ausiliarii, e più perchè trovarono in Costanzo non un nemico, nè un vendicativo, ma un principe pien di clemenza. Perdonò egli a tutti, ed anche ai complici della ribellione[2588], e fece restituire ai particolari tutto quanto era stato loro tolto o dai tiranni passati, o dalle sue medesime milizie. Così fu restituita le quiete e l'allegrezza alle contrade romane della Bretagna; e i popoli, non per anche soggiogati in essa, un sommo rispetto cominciarono ad osservare verso i Romani. Le Gallie anche esse restarono libere dalle molte vessazioni patite in addietro per cagione di que' corsari.

A questo medesimo anno, se non falla la Cronica d'Eusebio[2589], si dee riferir la spedizione di Diocleziano Augusto contra di Achilleo usurpatore dell'Egitto[2590]. Tenne egli assediata per otto mesi Alessandria, e, secondo Giovanni Malala[2591], le tolse l'uso dell'acqua, con rompere gli acquidotti. Finalmente entratovi, dimentico affatto della clemenza, non solamente tolse di vita il tiranno ed altri suoi complici, ma permise a' suoi soldati il sacco di quella insigne città, e poi, datole il fuoco, ne fece diroccar le mura. Innumerabili furono coloro che rimasero spogliati delle lor facoltà e cacciati in esilio. Una favola sarà il raccontar esso Malala, che avendo Diocleziano ordinato che non si cessasse di uccidere gli Alessandrini, finchè il sangue loro non arrivasse ai ginocchi del suo cavallo, per accidente nell'entrar egli nella città, inciampando il suo cavallo in un uomo ucciso, si tinse di sangue il ginocchio. Diocleziano allora comandò che desistessero dalla strage, per essersi adempiuto il suo giuramento: perlochè quel popolo alzò dipoi una statua di bronzo al di lui cavallo. Il solo Eumenio da panegirista adulatore esalta la clemenza di Diocleziano, con cui avea data la pace all'Egitto; imperciocchè lo stesso Eutropio[2592], oltre ad altri scrittori[2593], ci assicura ch'egli con somma crudeltà trattò que' popoli. Galerio Massimiano presso Eusebio[2594] si truova intitolato Egiziano e Tebaico: indizio ch'egli, siccome il bravo Diocleziano, faticò in quella impresa. Nella Istoria Miscella[2595] è scritto che Costantino figlio di Costanzo accompagnò Diocleziano colà, e militando diede più segni del suo valore. Se poi crediamo a Suida[2596], in questa occasione fece Diocleziano cercare e bruciare quanti libri potè ritrovare che trattassero d'alchimia, cioè di cangiare i metalli, convenendoli in oro ed argento. Credono alcuni che, prestando egli fede a que' decantati segreti, volesse levare a que' popoli i mezzi da ribellarsi. Più probabile è, che, tenendoli per cose vane, siccome sono in fatti, egli cercasse di guarir quella gente da cotal malattia. Quando quei libri avessero contenuto il segreto di far oro ed argento, non era sì corto di giudizio Diocleziano che gli avesse dati alle fiamme: avrebbe saputo ritenerli per valersene in suo pro. Oltre a questo, egli visitò tutto il paese; ed abbiamo da Procopio[2597], che avendo trovato un gran tratto di paese nell'alto Egitto confinante coll'Etiopia, o sia colla Nubia, il cui mantenimento portava più spesa che profitto a cagion delle scorrerie che vi faceano continuamente i Nubiani, per via di una convenzione lo rilasciò ai medesimi, con obbligarli a tenere in freno i Blemmii ed altri popoli dell'Arabia, acciocchè non molestassero l'Egitto. Aggiugne Olimpiodoro[2598] che Diocleziano, invitato dai Blemmii, andò a divertirsi nel loro paese, e che loro accordò un'annua pensione per averli amici: il che a nulla servì col tempo, essendo troppo avvezzi coloro al mestier del rubare, che tuttavia a' dì nostri continua in quel paese, altri non essendo stati i Blemmii, se non una nazione d'Arabi masnadieri. Osserva ancora Procopio che in que' paesi erano miniere di smeraldi; il che veggo confermato dai moderni viaggiatori, i quali nondimeno asseriscono non sapersi più il sito di quelle, per vendetta fatta da un principe d'Arabi, perseguitato indebitamente dall'avarizia turchesca.

NOTE:

[2586] Anastas. Bibliothecar.

[2587] Eumenes, in Constant. Eutropius. Aurelius Victor.

[2588] Eumenes., Panegyr. Constant., cap. 6.

[2589] Eusebius, in Chron.

[2590] Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.

[2591] Johannes Malala, in Chronograph.

[2592] Eutrop., in Breviar.

[2593] Euseb., in Chron. Orosius et alii.

[2594] Euseb., Hist. Eccl. lib. 8, cap. 17.

[2595] Histor. Miscella in Dioclet.

[2596] Suidas, in Excerpt.

[2597] Procop., de Reb. Pers., lib. 1, cap. 19.

[2598] Olympiodorus, Eclog. in Histor. Byzant.

Anno di CRISTO CCXCVII. Indizione XV.

MARCELLINO papa 2. DIOCLEZIANO imperadore 14. MASSIMIANO imperadore 12.

Consoli

MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la quinta volta e CAIO GALERIO MASSIMIANO CESARE per la seconda.

Afranio Annibaliano tenne in questo anno la prefettura di Roma. Se fosse vero che nell'anno presente Eumenio recitata avesse la sua orazione delle scuole di Autun, come ha creduto il padre Pagi con altri[2599], sarebbe da dire che in quest'anno fosse già cominciata la guerra fatta da Galerio Massimiano contro ai Persiani. Ma non è ciò esente da dubbii, potendo essere che nel corrente anno, o pur nel seguente, come pensa il Tillemont[2600], quell'orazione venisse recitata, non contenendo essa indizio certo dell'anno, oltre all'aver anche alcuni dubitato se Eumenio ne sia l'autore. Sia dunque a me permesso rammentar qui la guerra persiana di Galerio, giacchè Eutropio[2601], Eusebio[2602], Idacio[2603] e la Cronica Alessandrina[2604] la riferiscono dopo la liberazion dell'Egitto: confessando io nondimeno che Aurelio Vittore[2605] e Giovanni Malala[2606] sembrano rapportarla al tempo avanti. Zonara[2607] ne parla come se fossero tutte e due nello stesso tempo succedute. Regnava allora nella Persia non so se Narseo, o sia Narse, o Narsete, o pur Vararane, principe ambizioso, che s'era messo in testa di non la cedere a Sapore, avolo suo, nella gloria di conquistatore. Avea egli già tolto ai Romani l'Armenia, e con formidabil armata minacciava il resto dell'Oriente. Diocleziano, per attestato di Lattanzio[2608], non si sentendo voglia di far pruova del suo valore contra di coloro, per non incorrere nella sciagura di Valeriano Augusto, diede, secondo il solito, l'incumbenza d'essa guerra al suo gran campione, cioè a Galerio Massimiano Cesare, con andarsene egli a riposare in Antiochia col pretesto di attender ivi alla spedizione di gente e di viveri all'armata di Galerio a misura de' bisogni. Era Galerio uomo arditissimo, ed Orosio[2609] parla di due combattimenti contro i Persiani, ma senza dirne l'esito. Convengono poi tutti gli storici[2610] che in un d'essi, o pure nel terzo, egli totalmente rimase sconfitto dai nemici, non già per sua dappocaggine, ma per sua temerità, avendo voluto con poche schiere de' suoi assalir le moltissime dei Persiani. Da una o due parole di Eusebio[2611], e da altre di Eutropio[2612] e di Rufo Festo[2613], ricaviamo che lo stesso Galerio venne in persona ad informar Diocleziano de' suoi sinistri avvenimenti; ma fu sì sgarbatamente, e con tale alterigia e sprezzo ricevuto da Diocleziano, che fu costretto a tenergli dietro per più di un miglio di viaggio a piedi vicino alla carrozza con tutto il suo abito di porpora indosso. Potrebbe essere che nel precedente anno tutto questo avvenisse. Ma per tal disavventura ed ignominia in vece di perdere il coraggio, Galerio maggiormente si sentì animato alla vendetta. Raunato dunque un possente esercito[2614], massimamente di veterani e di Goti nell'Illirico e nella Mesia, con esso passò nell'Armenia, per azzuffarsi di nuovo col re persiano. Diocleziano anch'egli con molte forze si avvicinò ai confini della Persia nella Mesopotamia, per fiancheggiar Galerio, ma lungi dai pericoli. Mirabile fu questa volta la circospezione e sagacità di Galerio, dopo aver imparato dianzi alle sue spese. In persona con due soli compagni andò egli prima a spiare l'armata nemica, e seppe sì ben disporre le insidie e cogliere il tempo, che, assalito all'improvviso il campo nemico, superiore bensì di forze, ma impedito da gran bagaglio, interamente lo disfece con orrido macello della gente persiana. Scrive Zonara[2615] che il re loro se ne fuggì portando seco per buona ricordanza del fatto una ferita. Ma restò prigioniera la di lui moglie, o pure, come altri vogliono, le di lui mogli, sorelle e figliuoli dell'uno e l'altro sesso, con assaissime altre persone della prima nobiltà della Persia. Lo spoglio del campo nemico fu d'immense ricchezze, e ne arricchirono tutti i soldati. Ebbe cura Galerio, per attestato di Pietro Patrizio[2616], che fossero trattale con tutta proprietà e modestia le principesse prigioniere: atto sommamente ammirato dai Persiani, i quali furono forzati a confessare che i Romani andavano loro innanzi, non meno nel valore dell'armi che nella pulizia de' costumi. Avrà pena il lettore a credere ad Ammiano Marcellino[2617], allorchè racconta, che avendo un soldato trovato in quell'occasione un sacco di cuoio, se pur non fu uno scudo, dove era gran quantità di perle, gittò via le perle, contento del solo scudo o sacco: tanto erano allora le armate romane lontane del lusso, e ignoranti nelle cose di vanità. Certo un grande ignorante dovea essere costui!

Giovanni Malala[2618] lasciò scritto che Arsane regina di Persia, rimasta prigioniera, fu condotta ad Antiochia, ed ivi nel delizioso luogo di Dafne per alcuni anni con tutto onore mantenuta da Diocleziano, finchè, fatta la pace, fu restituita al marito. Aggiunge ch'esso Augusto per la vittoria suddetta provar fece a tutte le province la sua liberalità. Ma non sussiste che per alcuni anni durasse la prigionia della regina persiana. Imperciocchè Narse, dopo essere fuggito sino alle parti estreme del suo reame, rivenne in sè stesso, e spedì a Galerio uno de' suoi più confidenti[2619], per nome Afarban, affinchè umilmente il pregasse di pace, con dargli un foglio in bianco per quelle condizioni che più piacessero ad esso Galerio. Nè altro chiedeva quel re, fuorchè la restituzion delle sue donne e de' suoi figliuoli, perchè nel resto sperava buon trattamento dalla generosità romana, la quale non vorrebbe troppo eclissata la monarchia persiana, cioè uno dei due occhi, o pur dei due soli che si avesse allora la terra. L'ambasciata andò; e Galerio in collera rispose che non toccava ai Persiani il domandare ad altrui della moderazion nella vittoria dopo gl'indegni trattamenti da lor fatti a Valeriano Augusto, e che egli restava più tosto offeso delle lor preghiere. Nientedimeno voleva ben ricordarsi del costume de' Romani, avvezzi a vincere i superbi e resistenti, e a trattar bene chi si sottometteva. Con questo licenziò l'ambasciatore, dicendogli che il di lui padrone sperasse di riveder presto persone a lui tanto care. Venne Galerio a Nisibi nella Mesopotamia, dove si trovava Diocleziano, per conferir seco le proposizioni del re nemico. Con grande onore fu allora ricevuto, e si trattò fra loro se si avea da dar mano alla pace. Pretendeva Galerio che si seguitasse la vittoria[2620], in guisa che si facesse della Persia una provincia soggetta all'imperio romano. Ma Diocleziano, che la volea finire, e più dell'altro scorgeva quanto fosse malagevole il tenere in ubbidienza quel vasto regno, si ridusse a più discrete pretensioni. Fu dunque spedito a Narse il segretario Sicorio Probo, il quale, trovato il re nella Media vicino al fiume Asprudis, fu molto onorevolmente accolto; ma non ebbe sì tosto udienza, perchè Narse volle dar tempo a' suoi fuggiti dalla battaglia di comparir colà. L'udienza fu fata alla presenza del solo Afarban e di due altri; e Probo dimandò che il re cedesse ai Romani cinque provincie poste di qua dal fiume Tigri verso la di lui sorgente, ciò l'Intelene, la Sofene, l'Arzacene, la Carduene e la Zabdicene. Pretese inoltre che il Tigri fosse il divisorio delle monarchie, Nisibi il luogo di commercio fra le due nazioni; che l'Armenia sottoposta ai Romani arrivasse fino al castello di Zinta sui confini della Media; e che il re d'Iberia ricevesse la corona dall'imperatore. A riserva dell'articolo Nisibi, Narse accordò tutto, e rinunziò ad ogni sua pretensione sopra la Mesopotamia: con che seguì la pace, e furono restituiti i prigioni. Gloria ed utilità non poca provenne dalla suddetta vittoria all'imperio romano; perchè, a testimonianza di Rufo Festo[2621], durò la stabilita pace sino ai suoi giorni, cioè per quaranta anni, avendola rotta i Persiani solamente verso il fine del governo di Costantino, per riaver le provincie cedute, siccome in fatti le riebbero. Galerio per questa sì fortunata campagna si gonfiò a dismisura; e, siccome avvertì Lattanzio[2622], prese i titoli fastosi di Persico, Armeniaco, Medico e Adiabenico, quasichè egli avesse soggiogate tutte quelle nazioni. Quel che è più ridicolo, da lì innanzi egli affettò il titolo di figliuolo di Marte, laonde Diocleziano cominciò a temer forte di lui. Si sa che nel presentare a Galerio le lettere di esso Diocleziano col titolo consueto di Cesare, più volte egli esclamò dicendo: E fin a quando io dovrò ricevere questo solo titolo? Potrebbe essere che nel presente anno ancora Massimiano Augusto e Costanzo Cloro Cesare riportassero altre vittorie dal canto loro contra dei Barbari; ma giacchè il tempo preciso delle loro imprese non si può fissare, parlerò dei loro fatti negli anni seguenti.

NOTE:

[2599] Pagius, Critic. Baron. De la Baune et alii.

[2600] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2601] Eutrop., in Breviario.

[2602] Eusebius, in Chronic.

[2603] Idacius, in Fastis.

[2604] Chronic. Alexandrinam.

[2605] Aurelius Victor, in Epitome.

[2606] Johannes Malala, in Chronograph.

[2607] Zonaras, in Annalibus.

[2608] Lactantius, de Mortibus Persecutor., cap. 9.

[2609] Orosius, Histor., lib. 7, cap. 25.

[2610] Aurelius Victor, in Epitome. Julianus, Oratione I. Ammianus Marcellin. et alii.

[2611] Euseb., in Chronic.

[2612] Eutrop., in Breviar.

[2613] Rufus Festus, in Breviar.

[2614] Jordan., de Reb. Getic., cap. 21. Lactantius, de Mortibus Persecut., cap. 9. Rufus Festus, in Breviar. Eutropius et alii.

[2615] Zonaras, in Annalibus.

[2616] Petrus Patritius, de Legat. Tom. I Histor. Byzant.

[2617] Ammianus Marcellinus, lib. 22.

[2618] Joannes Malala, in Chronogr.

[2619] Petrus Patricius, de Legat. Tom. I Hist. Byzant.

[2620] Aurelius Victor, Epitome.

[2621] Rufus Festus, in Breviario. Libanius, in Basilic.

[2622] Lactantius, de Mortib. Persec.

Anno di CRISTO CCXCVIII. Indizione I.

MARCELLINO papa 3. DIOCLEZIANO imperadore 15. MASSIMIANO imperadore 13.

Consoli

ANICIO FAUSTO e VIRIO GALLO.

Così ho io descritto i nomi di questi consoli, appoggiato a due iscrizioni che si leggono nella mia Raccolta[2623], senza dare a Fausto il secondo consolato, come alcuno ha tenuto; e con chiamare il secondo console Virio, e non Severo, come fa la Cronica Alessandrina. Artorio Massimo, per attestato degli antichi cataloghi, fu prefetto di Roma in questo anno. Potrebbe essere che all'anno presente appartenesse la guerra fatta da Costanzo Cesare contra degli Alamanni. Eusebio[2624] la riferisce circa questi tempi. Eutropio[2625] e Zonara[2626] ne parlano prima della guerra di Persia. Erano in armi gli Alamanni, e con poderoso esercito venuti alla volta di Langres nelle Gallie, sorpresero in maniera Costanzo, che fu forzato a ritirarsi precipitosamente colle sue genti. Pervenuto a quella città, vi trovò chiuse le porte, per timore che v'entrassero i nemici. Se volle salvarsi, gli convenne farsi tirar su per le mura con delle corde. Ma raccolte in meno di cinque ore tutte le sue milizie, coraggiosamente uscì addosso ai nemici, li sbaragliò, e ne fece restar freddi sul campo sessantamila, come ha il testo latino di Eusebio, Eutropio, Orosio[2627] e Zonara. Ma chi è pratico delle guerre, e sa che d'ordinario troppo da' parziali s'ingrandiscono le vittorie, avrà ben ragionevolmente dubbio, che invece di sessantamila s'abbia a leggere sei mila, come appunto sta nel testo greco di Eusebio e di Teofane[2628]. In questa battaglia restò ferito Costanzo. Eutropio dopo sì gloriosa vittoria seguita a dire che Massimiano Augusto nell'Africa terminò la guerra contro ai Quinquegenziani con averli domati, e costretti a chieder pace, ch'egli loro non negò.

NOTE:

[2623] Thesaurus Novus Inscript., pag 370.

[2624] Euseb., in Chron.

[2625] Eutrop., in Breviar.

[2626] Zonaras, in Annalibus.

[2627] Orosius, lib. 7, cap. 25.

[2628] Teophanes, in Chronico.

Anno di CRISTO CCXCIX. Indizione II.

MARCELLINO papa 4. DIOCLEZIANO imperadore 16. MASSIMIANO imperadore 14.

Consoli

CAIO AURELIO VALERIO DIOCLEZIANO AUGUSTO per la settima volta e MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la sesta.

Fu in quest'anno esercitata la prefettura di Roma da Anicio Fausto. Da che Diocleziano Augusto ebbe scelto per sè il governo dell'Oriente, per l'affetto da lui preso a quel soggiorno, si diede ad abbellir di nuove fabbriche l'insigne città di Antiochia, cioè la Roma di quelle contrade; ma specialmente v'attese da che ebbe ricuperato l'Egitto, e terminata felicemente la guerra co' Persiani, per essere succeduta un'invidiabil pace. Giovanni Malala[2629], siccome di patria Antiocheno, merita ben qualche fede, allorchè descrive le sontuose opere di lui in ornamento d'Antiochia, e per sicurezza delle frontiere romane. Scrive egli dunque che in quella città fabbricò un vasto palazzo, di cui già avea Gallieno gittati i fondamenti, siccome ancora un bagno pubblico vicino al circo, a cui diede il nome di terme diocleziane. Furono ancora, d'ordine suo, fabbricati i pubblici granai, per riporvi i grani, con regolar le misure del frumento e delle altre cose venali, affinchè i mercatanti non venissero danneggiati dai soldati. Inoltre fabbricò nel luogo di Dafne lo stadio, acciocchè ivi dopo i giuochi olimpici si coronassero i vincitori. Quivi ancora eresse i templi di Giove Olimpico, di Apolline e di Nemesi, incrostandoli di marmi pellegrini. Parimente fabbricò sotterra un tempio ad Ecate, al quale si scendeva per trecento sessantacinque gradini; e in Dafne un palazzo, dove potessero alloggiar gl'imperadori andando colà, quando in addietro stavano sotto le tende. Quivi pure, siccome ancora in Edessa e in Damasco, dispose botteghe, per lavorarvi ogni sorta d'armi ad uso della guerra, e per impedir le frequenti scorrerie degli Arabi. Oltre a ciò, in Antiochia da' fondamenti eresse una zecca, e fra alcuni altri bagni uno, a cui diede il nome di senatorio. Nè questo bastò al suo magnifico genio. Si applicò ancora ad alzar castella e fortezze ai confini, mettendo guarnigioni di soldati dappertutto; e valenti capitani per custodir quelle frontiere. Abbiamo confermata da Ammiano[2630] questa diligenza di Diocleziano, siccome ancora da Procopio[2631], i quali scrivono aver egli specialmente fortificato di mura e di torri il castello di Cercusio, o sia Circesio, nella Mesopotamia. L'autore[2632] inoltre della orazione pel ristoramento delle scuole in Autun, parla di varie città già deserte, e divenute covili di fiere, le quali dalla diligenza degli Augusti e Cesari di questi tempi erano state rimesse io buono stato e popolate. Fa egli eziandio menzione delle fortezze alzate al Reno, al Danubio, all'Eufrate per guardia del paese romano. Se vogliamo stare alla testimonianza di Idacio[2633], ebbe Massimiano Augusto guerra in quest'anno coi Marcomanni, popoli della Germania, e fracassò le loro squadre: della qual vittoria fecero anche menzione Eutropio[2634] ed Aurelio Vittore[2635].

NOTE:

[2629] Joannes Malala, in Chronogr.

[2630] Ammianus, lib. 23, cap. 11.

[2631] Procop., de Ædicti., lib. 1, cap. 6.

[2632] Eumen., Orat. de Schol. restaurand.

[2633] Idacius, in Fastis.

[2634] Eutrop., in Breviar.

[2635] Aurelius Victor, in Epitome.

Anno di CRISTO CCC. Indizione III.

MARCELLINO papa 5. DIOCLEZIANO imperadore 17. MASSIMIANO imperatore 15.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANZO CESARE per la terza volta e CAIO VALERIO GALERIO MASSIMIANO CESARE per la terza.

L'essere nominato Costanzo Cesare ne' Fasti prima di Galerio, avvalora l'opinion di coloro che gli attribuiscono la preminenza, allorchè egli fu eletto Cesare. Appio Pompeo Faustino, secondo gli antichi Cataloghi[2636], esercitò in quest'anno la prefettura di Roma. Alcune leggi, che si possono riferire all'anno presente, ci fan vedere Diocleziano dimorante in questi tempi nelle città della Tracia e dell'Illirico, e massimamente a Sirmio. Il dirsi poi da Eutropio[2637] che dopo la guerra persiana furono vinti i Sarmati, e domati i popoli Carpi e Bastarni, se veramente riguardasse l'anno presente, ci farebbe intendere perchè Diocleziano si trattenesse in quelle parti della giurisdizion di Galerio, cioè per secondare le di lui militari imprese contra di que' Barbari. Ma per conto de' Carpi e Bastarni, la Cronica d'Eusebio[2638] ce li rappresenta molto prima soggiogati, e trasportati ad abitar nelle provincie romane. Parla il medesimo Eusebio delle terme diocleziane che si cominciarono a fabbricare (secondochè crede il padre Pagi)[2639] circa questi tempi in Roma, e furono poi compiute da Costantino; fabbrica di maravigliosa mole, di cui son da vedere gli scrittori che hanno illustrato Roma antica. Similmente Massimiano Erculio Augusto si applicò ad edificar le terme massimiane in Cartagine. Frequentissimo in questi secoli era dappertutto l'uso dei bagni, che pure troviamo da sì lungo tempo dismesso per quasi tutta l'Europa.

NOTE:

[2636] Panvin., in Fastis Consul.

[2637] Eutrop., in Breviario.

[2638] Eusebius, in Chron.

[2639] Pagius, Crit. Baron.

Anno di CRISTO CCCI. Indizione IV.

MARCELLINO papa 6. DIOCLEZIANO imperadore 18. MASSIMIANO imperadore 16.

Consoli

TIZIANO per la seconda volta e NEPOZIANO.

Si parla in un'iscrizione pubblicata dal Fabretti[2640] di un Tito Flavio Postumio Tiziano console. Egli da me è creduto quegli stesso che in quest'anno procedette console, perciocchè noi vedremo all'anno 505 Postumio Tiziano prefetto di Roma. Per l'anno presente quella prefettura fu data ad Elio Dionisio. Eusebio[2641] riferisce un orribil tremuoto che in questi tempi si fece sentire in Sidone e Tiro, colla rovina di moltissimi edifizii, ed oppressione di popolo innumerabile. Quali imprese in questi tempi facesse Costanzo Cloro Cesare nelle Gallie, non sappiam dirlo, nè a qual anno appartenga il raccontarsi da Eumenio[2642], nel panegirico a Costantino Augusto, che Costanzo suo padre nei campi di Vindone, creduto oggidì un luogo nel cantone di Berna, fece una grande strage di nemici. Oltre a ciò, essendo passata una sterminata moltitudine di nazioni germaniche col benefizio del ghiaccio nella grande isola formata dal Reno, cioè nella Batavia, allo improvviso scioltosi il ghiaccio, restò ivi di maniera ristretta, che fu obbligata a rendersi prigioniera a Costanzo. Non è improbabile che verso questi tempi un tal fatto accadesse.

NOTE:

[2640] Fabrettus, Inscript., pag. 208.

[2641] Euseb., in Chron.

[2642] Eumenes, Panegyric. Const.

Anno di CRISTO CCCII. Indizione V.

MARCELLINO papa 7. DIOCLEZIANO imperadore 19. MASSIMIANO imperadore 17.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANZO CESARE per la quarta volta e CAIO VALERIO MASSIMIANO CESARE per la quarta.

Nummio Tosco esercitò in quest'anno la carica di prefetto di Roma. Gran carestia si patì in Oriente, ed arrivò ad una esorbitanza il prezzo de' grani[2643]. Nel ripiego che prese in tal congiuntura Diocleziano, si desiderò la prudenza; imperciocchè ordinò che ad un prezzo mediocre si vendesse il grano: dal che venne che i mercanti non ne vendevano più, nè faceano venirne da lontani paesi: sicchè crebbe di lunga mano la penuria e la fame, e succederono sedizioni ed ammazzamenti, con essere in fine costretto l'imperadore a levar quella tassa, e a lasciare che il mondo per questo conto si governasse da sè stesso. Può essere che tale carestia si stendesse anche allo Egitto, paese per altro scelto a pascere gli altri coll'abbondanza sua. Certamente abbiamo dalla Cronica di Alessandria[2644] e da Procopio[2645] che Diocleziano assegnò alcuni milioni di misure di grano, da darsi annualmente in dono ai poveri di quel paese, con distribuirlo per famiglie: liberalità che durò sino ai tempi di Giustiniano Augusto, e sotto di lui cessò. Abbiamo da Aurelio Vittore[2646] che furono dai due Augusti pubblicate delle giustissime leggi per la quiete pubblica e buono stato delle città, e sopra tutto fu abolito l'uffizio dei frumentarii, cioè di spie, ossia d'inspettori, che si mandavano nelle provincie per indagare se v'erano movimenti, abusi e doglianze. Sembra che sul principio un tal impiego fosse onorevole, e ne ridondasse buon utile al pubblico, perchè, informati gli Augusti dei disordini occorrenti, vi rimediavano. Ma nel progresso del tempo, giusta il costume delle umane cose, il buon istituto degenerò in una vera peste; perchè costoro, con inventar mille false accuse, assassinavano chiunque lor non piaceva, o non si comperava la loro amicizia; e facendo paura anche ai più lontani, mettevano in contribuzione tutti i paesi. Inoltre buoni regolamenti furono fatti per mantenere l'abbondanza de' viveri in Roma, e perchè puntualmente fossero pagate le milizie e promosse le persone meritevoli, e gastigati i malfattori. Finalmente si continuò a cingere di belle e forti mura la città di Roma, e ad abbellir l'altre città con delle nuove e magnifiche fabbriche: il che particolarmente fu fatto in Cartagine, Nicomedia e Milano. Fra gli altri suntuosi edificii Massimiano Erculio Augusto in questa ultima città fece fabbricar le terme, o vogliam dire i bagni, che presero la denominazione da lui. Ne fa menzione Ausonio[2647] nella descrizion delle primarie città. Non si può negare, v'erano motivi per poter appellar felice allora lo stato dell'imperio romano; ma, siccome aggiugne lo stesso Aurelio Vittore, neppure allora mancavano pubblici guai e sconcerti. La nefanda libidine di Massimiano Erculio Augusto cagionava non pochi lamenti, non perdonando egli neppure agli ostaggi; e Diocleziano, per non isconciar la quiete e gl'interessi suoi proprii, nè rompere la concordia con esso Massimiano e con Galerio Cesare, chiudeva gli occhi, lasciando far loro quanto volevano d'ingiustizie e prepotenze. Peggio ancora operò nell'anno seguente, come fra poco vedremo.

NOTE:

[2643] Idacius, in Fastis. Lactantius, de Mort. Persecut., cap. 7.

[2644] Chron. Alexandrin.

[2645] Procop., in Histor. arc.

[2646] Aurelius Victor, in Epitome.

[2647] Ausonius, de Urbibus.

Anno di CRISTO CCCIII. Indizione VI.

MARCELLINO papa 8. DIOCLEZIANO imperadore 20. MASSIMIANO imperadore 18.

Consoli

CAIO AURELIO VALERIO DIOCLEZIANO AUGUSTO per l'ottava volta e MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la settima.

L'uffizio di prefetto di Roma fu appoggiato a Giunio Tiberiano[2648] in questo anno; anno non so s'io dica di funesta, oppur di gloriosa memoria alla religione cristiana. Funesto, perchè in esso fu mossa la più orrida persecuzione che mai patisse in addietro la fede di Cristo; glorioso, perchè questa fede si mirò sostenuta da innumerabili campioni sprezzatori dei tormenti e della morte, e che col loro martirio accrebbero i cittadini al cielo[2649]. Per testimonianza di Lattanzio[2650], fin l'anno di Cristo 298, perchè nel sagrificare agli idoli niun segno si vedeva nelle viscere delle vittime per predir l'avvenire, come si figurarono i troppo crudeli pagani, gli aruspici attribuirono questo sconcerto al sospetto o alla certezza che fosse presente qualche cristiano. Allora Diocleziano in collera ordinò che non solamente tutte le persone di corte, fra le quali non poche professavano la religione cristiana, ma anche i soldati per le provincie sagrificassero agl'idoli, sotto pena d'essere flagellati e cassati. Alcuni pochi per questo ordine sostennero anche la morte, ma per allora gran rumore non si fece. Avvenne che Diocleziano Augusto e Galerio Cesare suo genero unitamente passarono il verno di quest'anno nella Bitinia, nella città di Nicomedia. In quei tempi, come confessa Eusebio, per la lunga pace s'era bensì in mirabil forma dilatata la religion di Cristo, coll'erezion d'infiniti templi nelle stesse città per tutte le provincie romane; ed innumerabil popolo era già divenuto quello degli adoratori della croce per l'Oriente e per l'Occidente. Ma il loglio era anche col grano; già fra gli stessi cristiani s'udivano eresie, si mirava l'invidia, la frode, la simulazione e l'ipocrisia cresciuta fra loro. E fino i vescovi mal d'accordo insieme disputavano di precedenze, l'un mormorando dell'altro, con giugnere poi le lor gregge ad ingiurie e sedizioni, e a dimenticare i doveri e i bei documenti di sì santa religione. Giacchè niun pensava a placar Dio, volle Dio farli ravvedere, volle con leggier braccio gastigar le loro negligenze, lasciando che i pagani sfogassero l'antico lor odio contra del suo popolo eletto[2651]. Galerio Cesare quegli fu che accese il fuoco. Costui da sua madre, donna di villa, asprissima nemica de' cristiani, imparò ad abborrirli, e ne avea ben dati in addietro dei fieri segni; ma in quest'anno decretò di sterminarli affatto. Trovandosi egli dunque in Nicomedia col suocero Diocleziano, quando ognuno credeva che amendue per tutto il verno trattassero in secreti colloqui dei più importanti affari di stato, si venne a sapere che la sola rovina de' cristiani si maneggiava ne' lor gabinetti. Galerio, dissi, era l'ardente promotore di quest'empia impresa. Diocleziano fece quanta difesa potè, dicendo che pericolosa cosa era l'inquietar tutto il mondo romano; e che a nulla avrebbe servito, perchè i cristiani erano usati a sofferir la morte per tener salda la lor religione; e che, per conseguente, sarebbe bastato il solamente vietarla ai cortigiani e soldati. Fece istanza Galerio che si udisse il parer d'alcuni uffiziali della corte e dalla milizia. Costoro aderirono tutti a Galerio. Volle parimente Diocleziano udir sopra ciò gli oracoli dei suoi dii e dei sacerdoti gentili. Senza che io lo dica, ognuno concepisce qual dovette essere la loro risposta. Fu dunque stabilito di dar all'armi contra dei professori della fede di Cristo; e Galerio pretendeva che eglino si avessero da bruciar vivi; ma Diocleziano per allora solamente accordò che senza sangue si procedesse contra di loro.

Diedesi principio a questa lagrimevol tragedia, per attestato di Lattanzio, nel dì 25 di febbraio dell'anno presente, in cui il prefetto del pretorio con una man di soldati si portò alla chiesa di Nicomedia, posta sopra una eminenza in faccia al palazzo imperiale. Rotte le porte, si cercò invano la figura del Dio adorato dai cristiani. Vi si trovavano bensì le sacre scritture, che furono tosto bruciate, e dato il saccheggio a tutti gli arredi e vasi sacri. Stavano intanto i due principi alla finestra, da cui si mirava la chiesa, disputando fra loro, perchè Galerio insisteva che se le desse il fuoco, ma con prevalere la volontà di Diocleziano, che quel tempio si demolisse, per non esporre al manifesto pericolo d'incendio le case contigue. Restò in poche ore pienamente eseguito il decreto, e nel dì seguente si vide pubblicato un editto[2652], con cui si ordinava l'abbattere sino ai fondamenti tutte le chiese dei cristiani, il dar alle fiamme tutti i lor sacri libri, con dichiarar infame ogni persona nobile, e schiavo ciascun della plebe che non rinunziasse alla religion di Cristo. Tale sul principio fu l'imperial editto, a cui poscia fu aggiunto che si dovessero cercar tutti i vescovi, ed obbligarli a sagrificare ai falsi dii. Finalmente si arrivò a praticare i tormenti e le scuri; onde poi venne tanta copia di martiri che illustrarono la fede di Gesù Cristo, e servirono col loro sangue a maggiormente assodarla e a renderla trionfante nel mondo. Poco dopo la pubblicazion di questo editto si attaccò il fuoco due volte al palazzo di Nicomedia[2653], dove abitavano Diocleziano e Galerio, e bruciò buona parte. Costantino, che fu poscia Augusto, e si trovava allora in quella città, in una sua orazione[2654] ne attribuisce la cagione ad un fulmine e fuoco del cielo. Lattanzio tenne, all'incontro, per certo che autor di quell'incendio fosse lo stesso Galerio Cesare, par incolparne poscia i cristiani, e maggiormente irritar Diocleziano contra di loro, siccome avvenne. Non aspetti da me il lettore altro racconto di questa famosa terribil persecuzione del popolo cristiano, dovendosi prendere la serie della medesima da Eusebio[2655], dal cardinal Baronio[2656], dal Tillemont[2657], dagli Atti dei santi del Bollando[2658], in una parola dalla Storia ecclesiastica.

Circa questi tempi, per quanto si raccoglie da Eusebio[2659], tentarono alcuni di farsi imperadori nella Melitene, provincia dell'Armenia, e nella Soria. Di tali movimenti altro non sappiamo se non ciò che il Valerio osservò presso Libanio sofista[2660]: cioè che un certo Eugenio capitano di cinquecento soldati in Seleucia fu forzato dai medesimi a prendere la porpora, perchè non poteano più reggere alle fatiche loro imposte di nettare il porto di quella città. S'avvisò egli di occupare Antiochia, ed ebbe anche la fortuna di entrarvi con quel pugno di gente; ma sollevatosi contra di lui il popolo d'essa città, non passò la notte che tutti quei masnadieri furono morti o presi. La bella ricompensa che per questo atto di fedeltà ebbero gli Antiocheni da Diocleziano, fu che i principali uffiziali delle città d'Antiochia e Seleucia furono condannati a morte senza forma di processo e senza concedere loro le difese. Questo atto di detestabil crudeltà rendè sì odioso per tutta la Soria il nome di Diocleziano, che anche novanta anni dappoi, cioè ai tempi di Libanio, il cui avolo paterno fra gli altri perdè allora la vita, con orrore si pronunziava il suo nome. Abbiamo poi da Lattanzio[2661] che Diocleziano si portò a Roma in quest'anno per celebrarvi i vicennali, che cadevano nel dì 20 di novembre. Hanno disputato intorno a questo passo il padre Pagi[2662], il Tillemont[2663] ed altri, cercando quai vicennali si debbano qui intendere, e come cadessero questi in quel giorno. Non entrerò io in sì fatti litigii, e solamente dirò che oggidì son d'accordo i letterati in credere celebrato in quest'anno, e non già nel precedente, come porta il testo della Cronica di Eusebio[2664], il trionfo romano d'esso Diocleziano, al quale, per attestato d'un antico panegirista[2665], intervenne anche Massimiano Augusto, siccome partecipe delle vittorie fin qui riportate contro ai nemici del romano imperio. Con ciò che abbiam detto di sopra all'anno 297 della pace seguita col re di Persia, secondo la riguardevol autorità di Pietro Patrizio[2666], pare che s'accordi ciò che lasciarono scritto il suddetto Eusebio ed Eutropio[2667]: cioè che davanti al cocchio trionfale furono condotte le mogli, le sorelle o i figliuoli di Narse re di Persia, i quali già dicemmo restituiti molto prima. Si può verisimilmente credere che solamente in figura, ma non già in verità, comparissero in quel trionfo le principesse e i principi suddetti. Parla ancora Eutropio di sontuosi conviti dati in questa occasione da Diocleziano, ma non già di solenni giuochi, siccome costumarono i precedenti Augusti; perchè egli, studiando il più che potea, il risparmio, si rideva di Caro e d'altri suoi predecessori, che, secondo lui, scialacquavano il danaro nella vanità di quegli spettacoli[2668]. Uscirono perciò contra di lui varie pasquinate in Roma; e non potendo egli sofferire cotanta libertà ed insolenza, giudicò meglio di ritirarsi da Roma, e di andarsene a Ravenna verso il fine dell'anno, senza voler aspettare il primo dì dell'anno seguente, in cui egli dovea entrar console per la nona volta. Ma essendo la stagione assai scomoda a cagion del freddo e delle pioggie, egli contrasse nel viaggio delle febbri, leggiere sì, ma nondimeno costanti, che l'obbligarono sempre ad andare in lettiga. I cristiani, allora vessati in ogni parte, cominciarono a conoscere la mano di Dio contra di questo lor persecutore. Dissi in ogni parte; ma se n'ha da eccettuare il paese governato da Costanzo Cesare, cioè la Gallia; imperciocchè, per attestato di Lattanzio[2669], essendo quel principe amorevolissimo verso i cristiani, ed estimatore delle lor virtù, volle bensì, per non comparir discorde da Diocleziano capo dell'imperio, che fossero atterrate le lor chiese, ma che niun danno o molestia venisse inferita alle persone. Anzi, se dice vero Eusebio[2670], furono anche salve le chiese nel paese di sua giurisdizione; o se pur ne furono distrutte alcune, ciò provenne dal furor dei pagani, ma non da comandamento alcuno di Costanzo. Come poi si dica che non mancassero anche alla Gallia i suoi martiri, bollendo la persecuzione suddetta, è da vedere il padre Pagi all'anno presente. Abbiamo poi dal sopra citato Lattanzio[2671] che nel tempo dei vicennali una nazion di Barbari, cacciata dai Goti, si rifugiò sotto l'ali di Massimiano Augusto, la qual poi presa nelle guardie da Galerio, e indi da Massimino, in vece di servire ai Romani, li signoreggiò e calpestò col tempo.

NOTE:

[2648] Bucherius, de Cyclo.

[2649] Euseb., Hist. Eccl., lib. 8, c. 1, et in Chron.

[2650] Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 9 et 10.

[2651] Lactantius, de Mort. Persecutor., cap. 9 et 10.

[2652] Euseb., Histor. Eccles., lib. 8, cap. 2.

[2653] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 14.

[2654] Constantinus, in Oration. apud Eusebium.

[2655] Euseb., Histor. Eccles., lib. 8.

[2656] Baronius, in Annalib.

[2657] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2658] Acta Sanctorum Bolland.

[2659] Eusebius, lib. eod., cap. 6.

[2660] Liban., Oration. 14 et 15.

[2661] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 17.

[2662] Pagius, Critic. Baron. ad annum 298.

[2663] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2664] Eusebius, in Chronic.

[2665] Incertus, in Paneg. Max. et Const., cap. 8.

[2666] Petrus Patricius, de Legation., tom. I Hist. Byzant.

[2667] Eutrop., in Breviario.

[2668] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 17.

[2669] Idem, cap. 15.

[2670] Euseb., Hist. Eccl., lib. 7. cap. 13.

[2671] Lactantius, cap. 38.

Anno di CRISTO CCCIV. Indizione VII.

MARCELLINO papa 9. DIOCLEZIANO imperadore 21. MASSIMIANO imperadore 19.

Consoli

CAIO AURELIO VALERIO DIOCLEZIANO AUGUSTO per la nona volta e MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la ottava.

Prefetto di Roma noi troviamo nell'anno presente Araclio Ruffino. Appena ebbe principio la persecuzion decretata da Diocleziano e Massimiano Augusti, e da Galerio Cesare contro i seguaci della religion cristiana, che nello stesso tempo l'ira di Dio cominciò a farsi sentire sopra questi persecutori, che crudelmente spargevano il sangue de' giusti; di modo che svanì ogni lor pace e grandezza; e l'imperio romano, già ridotto ad un florido stato, tornò ad essere un caos di rivoluzioni e calamità. Già dicemmo che il capo de' persecutori predetti, cioè Diocleziano, caduto infermo nell'anno precedente, era venuto a Ravenna. Quivi stando, procedette console per la nona volta nelle calende di gennaio, e per isperanza di ricuperar la salute, vi si fermò tutta la state. Ma veggendo che il male, in vece di prendere buona piega, sembrava che peggiorasse, determinò di passare all'aria più salutevole della Tracia; e tanto più perchè gli premeva di dedicare il circo che egli avea fatto fabbricare a Nicomedia. Facevansi intanto dappertutto preghiere ai sordi dii del paganesimo per la conservazion della sua vita. Per la Venezia, per l'Illirico e per le rive del Danubio, arrivò egli finalmente a Nicomedia, dove da tal languidezza fu oppresso, che nel dì 13 di dicembre corse voce di sua morte: il che riempiè tutta la corte di lagrime e di sospetti, e per la città si giunse fino a dire che era stata data sepoltura al suo corpo. Ma egli viveva, con tale indebolimento nondimeno di cervello, che di tanto in tanto delirava; e quantunque non mancassero persone, le quali l'attestavano vivo, pure non pochi sospettavano che si tenesse occulta la sua morte per dar tempo a Galerio Cesare di venire, e d'impedire che i soldati non facessero delle novità. Ma noi nulla sappiamo delle azioni di Galerio in quest'anno. Quanto a Massimiano Erculio Augusto, si ricava da un antico panegirico[2672] ch'egli, essendo console per l'ottava volta, soggiornò non poco in Roma. Secondo la Cronica di Damaso[2673], Marcellino, romano pontefice, terminò in quest'anno il corso di sua vita, alcuni han creduto col martirio, ma senza addurne valevoli pruove. Anche negli antichi secoli sparsero voce i Donatisti ch'egli nella persecuzione si lasciasse vincere dalla paura, e sacrificasse agl'idoli: laonde fu poi formata una leggenda, in cui si rappresentava la di lui caduta, e poi la penitenza, con altre favole, alle quali l'erudizione degli ultimi secoli ha tagliato affatto le gambe, certo ora essendo che questo pontefice fu esente da quel reato. La fierezza poi della persecuzione cagion fu che la sedia di San Pietro stesse vacante per tre anni, non arrischiandosi alcuno ad empierla, perchè il furor de' pagani spezialmente si scaricava sopra i pastori della Chiesa di Dio.

NOTE:

[2672] Incertus, in Panegyr. Maximian. et Constant., cap. 8.

[2673] Anastas. Bibliothec.

Anno di CRISTO CCCV. Indizione VIII.

SEDE PONTIFICIA vacante. COSTANZO imperadore 1. GALERIO MASSIMIANO imper. 1.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANZO CESARE per la quinta volta e CAIO GALERIO VALERIO MASSIMIANO CESARE per la quinta.

Restò appoggiata nell'anno presente la prefettura di Roma a Postumio Tiziano. Seguitava intanto Diocleziano Augusto il soggiorno suo in Nicomedia, sempre infermo; se non che nel dì primo di marzo fece forza a sè stesso[2674], ed uscì il meglio che potè fuori del palazzo per farsi vedere al popolo, ma sì contraffatto pel male, che appena si riconosceva quel desso, e in certi tempi ancora si osservava in lui qualche alienazione di mente. Da lì a poco sopraggiunse Galieno Cesare a visitarlo, non già per seco rallegrarsi della ricuperata salute, ma per esortarlo, anzi forzarlo a rinunziare all'imperio. Già aveva egli tenuto un simile ragionamento a Massimiano Erculio imperadore, adoperando parole di gran polso, cioè minacciandolo di una guerra civile, se non deponeva in sue mani il governo. Ora egli sulle prime si studiò con buone maniere di tirare il suocero Diocleziano a' suoi voleri, rappresentandogli l'età avanzata, l'infermità e l'inabilità a più governar popoli, e mettendogli innanzi agli occhi l'esempio di Nerva Augusto. Al che rispondeva Diocleziano, essere cosa indecente che chi era stato sul trono, si avesse a ridurre ad una vita umile e privata; e ciò anche pericoloso, per aver egli disgustato assaissime persone. Nè valere l'esempio di Nerva, perchè egli sino alla morte ritenne il suo grado. Che se pur Galerio bramava di alzarsi, tanto a lui quanto a Costanzo Cloro si conferirebbe il titolo d'Augusto. Ma Galerio, dopo aver replicato che, in far quattro imperadori, si sconcerterebbe la forma del governo introdotto dal medesimo Diocleziano, preso un tuono alto di voce, aggiunse, che s'egli non voleva cedere, sarebbe sua cura di provvedervi, perchè certo non voleva più far sì bassa figura, stanco della dura vita di quindici anni menata nell'Illirico sempre in armi contra de' Barbari, quando altri godevano le delizie in paesi migliori e tranquilli. Diocleziano infermo, e che già avea ricevuto lettere di Massimiano coll'avviso di somiglianti minaccie a lui fatte da Galerio, e colla notizia che costui andava a questo fine sempre più ingrossando l'esercito proprio; allora colle lagrime agli occhi si diede per vinto, e restarono d'accordo tanto egli che Massimiano di deporre l'imperio. Si passò dunque a trattare dell'elezion di due Cesari. Proponeva Diocleziano che tal dignità si conferisse a Costantino figlio di Costanzo, e a Massenzio figlio di Massimiano. Amendue li rigettò l'orgoglioso Galerio, con dire che Massenzio era troppo pien di vizii, benchè genero suo; Costantino troppo pien di virtù ed amato dalle milizie; e che niun d'essi presterebbe a lui l'ubbidienza dovuta; laddove egli voleva persone che facessero a modo suo. Ma e chi si farà? disse allora Diocleziano. Rispose Galerio che promoverebbe Severo e Daia, ossia Daza, figliuolo d'una sua sorella, ed appellato poco innanzi Massimino, amendue nativi dell'Illirico. Al nome di Severo replicò Diocleziano: Quel ballerino? quell'ubbriacone, che fa di notte giorno, e di giorno notte?--Quello appunto, seguitò a dir Galerio, perchè egli sa onoratamente governar le milizie. Bisognò che Diocleziano abbassasse la testa, e si accomodasse ai voleri dell'altero suo genero. Altro dunque non restò a Diocleziano che di concertare per via di lettere con Massimiano la maniera e il giorno di rinunziare l'imperio, e di dar la porpora ai due stabiliti Cesari, benchè l'insolenza di Galerio, prima anche di parlare a Diocleziano, era giunta ad inviar Severo ad esso Massimiano, con fargli istanza della porpora cesarea.

Venne il dì primo di maggio, cioè il giorno concertato per far la rinunzia suddetta[2675]. Comparve Diocleziano in un luogo Ire miglia lungi da Nicomedia, dove già lo stesso Galerio molti anni prima era stato creato Cesare. Quivi alzato si mirava un trono, quivi era disposta in ordinanza la corte ed armata tutta. Costantino anch'egli, siccome tribuno di prima riga, v'intervenne, e gli occhi di tutti stavano rivolti verso di lui, sperando, anzi tenendo per fermo che sarebbe egli l'eletto per la cesarea dignità: quand'ecco Diocleziano, dopo aver colle lagrime agli occhi confessata h sua inabilità e il bisogno di riposo, e dichiarati i due nuovi Augusti Costanzo Cloro e Galerio Massimino, pronunzia Cesari Severo e Massimino. Stupefatti i soldati, cominciarono a guardarsi l'un l'altro, con chiedere se forse si fosse mutato il nome a Costantino. In questo mentre Galerio fece venire innanzi Daia, chiamato Massimino: e Diocleziano, cavatasi di dosso la porpora, con essa ne vestì il novello Cesare: cioè chi cavato negli anni addietro dal pecoraio e dalle selve, prima fu semplice soldato, poi soldato nelle guardie, indi tribuno, e finalmente Cesare; non più pastore di pecore, ma di soldati, ed assunto a governare, cioè a calpestar l'Oriente, benchè nulla s'intendesse nè di milizie nè di governo di popoli. Diocleziano, ripigliato il suo nome di Diocle, fu mandato in carrozza a riposare in Dalmazia patria sua; e si fermò a Salona. Nè sussiste il dirsi da Malala[2676] ch'egli fece la rinuncia in Antiochia, e prese l'abito de' sacerdoti di Giove in quella città. Galerio Augusto e Massimino Cesare presero le redini, e cominciarono nuove tele per salire anche più alto. Trovavasi allora Massimiano Erculio Augusto in Milano, città, dove solea soggiornar volentieri. Già accennai che quivi egli avea fabbricate suntuose terme. Si può credere che vi edificasse, come lasciò scritto Galvano dalla Fiamma[2677], il palazzo imperiale, e un tempio ad Ercole, creduto oggidì la basilica di San Lorenzo. In essa città[2678] nel medesimo dì primo di maggio, secondo il concerto, anche lo stesso Massimiano imperadore depose la porpora; dichiarò Costanzo Cloro Augusto e Severo Cesare: il che fatto, per attestato di Eutropio[2679] e di Zosimo[2680], la cui Storia, mancante negli anni addietro, torna qui a risorgere, si ritirò nei luoghi più deliziosi della Lucania, parte oggidì della Calabria, non già per riposare, siccome vedremo, ma per aspettar venti più favorevoli alla sua non ancor domata ambizione. Il racconto fin qui fatto, e quanto succedette dipoi, ci fa conoscere che questi non per grandezza d'animo, come Aurelio Vittore, Eutropio ed altri gentili dissero, ma per forza lor fatta deposero lo scettro. Sicchè noi miriamo passato l'imperio romano in due novelli Augusti, cioè in Costanzo Cloro e in Galerio, appellato Massimiano il giovine, a distinzione del vecchio deposto; e in due nuovi Cesari, cioè in Severo e Massimino. Le porzioni loro assegnate furono le seguenti. A Costanzo toccò la Gallia, l'Italia e l'Africa, e per conseguente anche la Spagna e Bretagna. A Galerio tutta l'Asia romana, l'Egitto, la Tracia e l'Illirico. Ma, per attestato di Eutropio[2681] e di Aurelio Vittore[2682], Costanzo, contento del titolo e dell'autorità augustale, e delle provincie a lui già commesse, lasciò a Severo Cesare la cura dell'Italia, e probabilmente ancora dell'Africa, che nel comparto precedente andava unita con essa Italia, dovendo nondimeno esso Severo[2683], a tenore del regolamento già fatto, dipendere dai cenni di esso Costanzo. Per segno di questo, come consta dalle medaglie[2684], prese egli il nome di Flavio Valerio Severo. Nella stessa guisa Massimiano Cesare dovea prestare ubbidienza a Galerio Augusto suo zio materno.

Già abbiamo detto come costui fosse vilmente nato. Aggiungasi ora ch'egli era una sentina di vizii[2685]. Spezialmente predominava in lui l'amore del vino, per cui sovente usciva di cervello; e perchè in quello stato ordinava cose pregiudiziali anche a sè stesso, ebbe poi tanto giudizio da ordinare che da lì innanzi nulla si eseguisse di quello ch'egli comandava dopo il pranzo o dopo la cena, se non nel giorno seguente. A questo vizio tenne dietro un'esecrabil lascivia, ed una non inferior crudeltà, ch'egli massimamente sfogò contra de' cristiani, de' quali fu fiero nemico ed asprissimo persecutore. Di che peso fosse costui, troppo lo provarono i popoli da lui governati, perchè da lui caricati d'insoffribili imposte, in guisa che sotto di lui restarono impoverite e spogliate le provincie, tutto rubando egli, per darlo ai suoi cortigiani e soldati. Vero è che Vittore gli dà la lode d'uomo quieto ed amator de' letterati; ma, secondo Eusebio, non si sa ch'altri egli amasse, se non i maghi ed incantatori, i quali erano i suoi più favoriti. Siccome apparisce dalle medaglie[2686], questo barbaro Daia o Daza si vede appellato Caio Galerio Valerio Massimino. A cosini, secondo Eusebio[2687], non lasciò Galerio tutto l'Oriente in governo, ma solamente la Soria e l'Egitto. Siccome dissi, Costantino, deluso dalle sue speranze[2688], tuttavia dimorava a Nicomedia nell'annata del fu imperador Diocleziano, presso il quale s'era fin qui trattenuto, come ostaggio della fedeltà di Costanzo già Cesare, ed ora Augusto. Ed appunto in questi tempi esso suo padre con varie lettere andava facendo istanza a Galerio che gli si rimandasse il figliuolo per desiderio di rivederlo, massimamente da che si sentiva malconcio di sanità. Galerio avea delle altre mire per non lasciarlo andare. Imperciocchè, considerando il natural di Costanzo, assai dolce e pacifico, per cui lo sprezzava, e molto più la disposizione in lui di corta vita, a cagion degl'incomodi di sua salute, colla giunta ancora di poter egli disporre dei due Cesari a talento suo, siccome sue creature: già si teneva egli in pugno il dominio di tutto l'imperio romano per la morte di Costanze; e quando occorresse, colla superiorità delle sue forze. Perciò, avendo in mano Costantino, non si sentiva voglia di licenziarlo, anzi nulla più desiderava che di torsi dagli occhi questo ostacolo al suo maggiore innalzamento, con levargli la vita. Ma non osava di farlo apertamente, perchè non gli era ignoto quanto affetto portasse l'esercito a questo giovane principe, dotato di mirabili qualità. Ricorse pertanto alle insidie e frodi. Prassagora, storico[2689], il quale si crede che vivesse sotto lo stesso Costantino, o pur sotto i di lui figliuoli, lasciò scritto che Galerio obbligò un giorno Costantino a combattere con un furioso lione, ed egli in fatti l'uccise. Così, per relazion di Zonara[2690], l'inviò un dì ad assalir con poca gente un capitano de' Sarmati, che s'era inoltrato con molte soldatesche[2691]. Costantino v'andò, e, presolo per li capelli, lo strascinò ai piedi di Galerio. Probabilmente nella stessa guerra coi Sarmati, che sembra succeduta in quest'anno, fu da esso Galerio inviato Costantino alla testa d'alcune milizie contra di que' Barbari per mezzo ad una palude, con isperanza che egli restasse quivi o affogato, ovvero oppresso dai nemici. Tutto il contrario avvenne. Egli fece strage dei Sarmati, e tornò colla vittoria a Galerio, che si fece bello del valore altrui. Così Dio in mezzo a tanti pericoli ed insidie preservò questo principe, per farne poscia un mirabile spettacolo della sua provvidenza in favore della santa sua religione. Certo non sussiste, come vuole Aurelio Vittore[2692], che Costantino fosse tenuto in Roma per ostaggio da Galerio, il quale si sa che non venne più a Roma. Di queste insidie a lui tese abbiamo anche la testimonianza d'Eusebio[2693].

NOTE:

[2674] Lactantius, de Mort. Persecutor., cap. 17.

[2675] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 19.

[2676] Johannes Malala, in Chronogr.

[2677] Gualvaneus de Flamma, Manipul. Flor. tom. XI Rer. Italic.

[2678] Euseb., in Chron. Idacius, in Chronico. Incertus, in Panegyr. Maximian.

[2679] Eutrop., in Breviario.

[2680] Zosimus, lib. 2.

[2681] Eutrop., in Breviar.

[2682] Aurelius Victor, de Caesaribus.

[2683] Anonymus Valesianus post Ammian.

[2684] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[2685] Euseb. Lactant. Victor, etc.

[2686] Mediobarbus, in Numism. Imperator.

[2687] Euseb., Histor. Eccles., lib. 9, cap. 1.

[2688] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 24.

[2689] Photius, Bibliothec. Cod. 62.

[2690] Zonaras, in Annalibus.

[2691] Anonymus Valesianus post Ammian.

[2692] Aurelius Victor, in Epitome.

[2693] Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap. 20.

Anno di CRISTO CCCVI. Indizione IX.

SEDE PONTIFICIA vacante. GALERIO MASSIMIANO imperadore 2. SEVERO imperadore 1. MARCO AURELIO VALERIO MASSENZIO imperadore 1. MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO imperadore 1.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANZO AUGUSTO per la sesta volta e CAIO GALERIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la sesta.

Prefetto di Roma in quest'anno fu Annio Anulino. Non solo erano a Costantino assai note le premure che faceva per rivederlo Costanzo Augusto suo padre, ma eziandio che la di lui sanità ogni dì più andava declinando[2694]. Perciò cotanto anche egli pregò e si raccomandò per levarsi da quei pericolosi ceppi, che Galerio, per non venire ad una aperta rottura con Costanzo, si contentò in fine che egli se ne andasse. Diedegli dunque una sera le dimissorie, con gli opportuni ordini alle poste di somministrargli i cavalli, ma con dirgli che aspettasse a muoversi la mattina seguente, finchè egli fosse levato di letto, perchè avea degli altri ordini da dargli. Fu creduto preso da lui questo tempo per ispedire innanzi un corriere ad avvisar Severo Cesare, che, nel passare Costantino per l'Italia, sotto qualche pretesto il ritenesse. Galerio a questo fine stette in letto quella mattina sino a mezzodì. Levatosi allora, disse che si facesse venir Costantino. Ma Costantino, appena fu a letto Galerio, nella notte innanzi se ne era partito, camminando per le poste con tal fretta, come se fuggisse da un gran pericolo, ed aspettasse d'essere inseguito. Anzi, dopo aversi presi quanti cavalli gli occorreano alle poste[2695], ebbe la precauzione di storpiar di mano in mano gli altri, affinchè niuno gli potesse correre dietro. A questo avviso oh sì che Galerio per la collera fumò[2696]. Peggio fu allorchè, dopo avere ordinato di inseguirlo tosto a briglia sciolta, gli fu detto che non restavano più cavalli abili alle poste. Durò fatica a ritener le lagrime per la rabbia. In questa maniera felicemente Costantino si levò dalle unghie di chi mal volontieri il mirava tra i vivi, e senza interrompimento passate l'Alpi, arrivò nelle Gallie, cioè nella giurisdizion di suo padre. Aurelio Vittore e Zosimo[2697] attribuiscono la fuga di Costantino alla sua ansietà di regnare, e al dispetto di veder anteposti nella dignità a sè, figliuolo d'un imperadore, due selvatici villani, cioè Severo e Massimino. Non è improbabile che fosse anche così. Arrivò Costantino all'Augusto suo padre, e nol trovò già sugli estremi della vita, come scrivono Eusebio[2698] ed Aurelio Vittore, perchè, oltre all'Anonimo Valesiano, Eumenio[2699], scrittore più sicuro di tutti, ci assicura, nel panegirico di lui recitato pochi anni dipoi, che Costantino giunse a Gesoriaco, oggidì Bologna di Picardia, nel tempo appunto che Costanzo suo padre era per levar le ancore di una poderosa flotta da lui preparata per passare nella Bretagna a guerreggiar coi popoli Pitti e Caledonii. Immenso fu il giubilo suo all'inaspettato arrivo del figlio, il quale unissi tosto a lui nel passaggio per quella spedizion militare.

Abitavano i Pitti e Caledonii in quella parte della gran Bretagna che oggidì Scozia si noma, nazione fiera, che si credeva, secondo Beda[2700], venuta dalla Scitia colà. L'Usserio[2701] la stimò uscita della Scandinavia o de' luoghi circonvicini. Ma gli antichi[2702] stendevano talvolta il nome degli Sciti non solo alla presente Tartaria, ma anche alla Russia e agli ultimi popoli del Settentrione. Fu assistito Costanzo in quella militare impresa da Eroe re degli Alamanni, che intervenne in persona. Altro non sappiamo di quella guerra, se non che, per attestato dell'Anonimo Valesiano[2703], egli riportò vittoria di quei popoli. Ma mentre si trovava esso Costanzo nella città di Jorch, la sanità sua, stata assai debole in addietro, e molto più infievolita per la vecchiaia, peggiorando il condusse all'ultima meta; e però nel dì 25 di luglio[2704] in mezzo ai figliuoli passò all'altra vita. Magnifico funerale fu a lui fatto, e siccome pagano di credenza, secondo il sacrilego rito dei gentili, fu egli anche deificato, ciò apparendo da varie medaglie[2705]. Hanno disputato e tuttavia disputano gli eruditi inglesi intorno al luogo della sua sepoltura. Era egli nato a Naissum, città della nuova Dacia, che oggidì si chiama la Servia, e però nell'Illirico, come si ricava da Stefano Bizantino[2706], dall'Anonimo Valesiano, da Costantino Porfirogeneta[2707] e da altri scrittori. Se è vero che Claudia sua madre, moglie di Eutropio suo padre, fosse figliuola di Crispo fratello di Claudio il Gotico imperadore, non si può negare un po' di nobiltà alla di lui origine. Certamente gli antichi diedero per indubitata questa sua discendenza. La famiglia Claudia e il nome di Crispo si truova nei suoi posteri. Per la via dell'armi diede egli principio alla sua maggior fortuna, e trovandosi alla guerra nel paese dell'Elvezia, oggidì gli Svizzeri, quivi Elena, donna di bassissima condizione, gli partorì, nell'anno di Cristo 274, Costantino, che fu poi gloriosissimo imperadore. Se Elena fosse moglie o pur semplice concubina di Costanzo, non s'è potuto finora decidere. Eusebio[2708] nella Cronica (se pur non è ivi san Girolamo che parli), Zosimo[2709], nemico aperto di Costantino il Grande, l'autore della Cronica Alessandrina[2710], Niceforo ed altri ci rappresentano l'imperador Costantino nato fuori delle nozze. All'incontro l'Anonimo Valesiano chiaramente ci dà Elena per sua moglie; ed Eutropio[2711], scrittore assai vicino a questi tempi, mette Costantino nato ex obscuriori matrimonio, confessando bensì la viltà della madre, madre nondimeno sposata da Costanzo. Lo stesso vien attestato dai due Vittori[2712], con dire che Costanzo, allorchè fu creato Cesare, dovette ripudiare la prima moglie, e questa non potè essere se non Elena, perchè non apparisce che egli altra ne avesse. Quel che è più, l'anonimo panegirista[2713] di Costantino scrisse di lui: Quo enim magis continentiam patris acquare potuisti, quam quod et ab ipso fine pueritiae illico matrimonii legibus tradidisti, ut primo ingressu adolescentiae formares animum maritalem, ec. Ma se un autore contemporaneo scrive che Costantino, per non essere da meno di suo padre nella continenza, appena uscito dalla puerizia prese moglie; certamente in confronto di tale autorità cessa quella di Zosimo e d'altri autori molti posteriori, e sembra giusto il credere stata Elena moglie legittima di Costanzo, benchè egli poi, secondo l'uso dei gentili, la ripudiasse per prendere Teodora figliuola di Massimiano Augusto, nell'anno di Cristo 292.

Scrittore non v'ha fra gli antichi, nè solo dei cristiani, ma anche de' gentili, il quale non parli con elogio delle qualità di esso Costanzo Augusto[2714]. Osservavasi in lui un natural buono, dolce ed eguale, e un amore perpetuo della giustizia. Quanto egli si mostrava focoso e valoroso nel mestier della guerra, altrettanto poi compariva moderato nelle vittorie, e facile a perdonare; nè mai l'ambizione il portò a desiderar quello de' colleghi, nè gli appetiti bestiali a contravvenire ai doveri della continenza. Con queste ed altre virtù s'era egli comperato il cuore de' popoli delle Gallie; ma specialmente si celebrava da tutti l'onorata sua premura che i sudditi godessero quiete e felicità, amando che si arricchisse non già il fisco, ma essi bensì. Viveva egli appunto con grande frugalità per non aggravarli; e contento per uso suo di pochi vasi d'argento, allorchè dovea far dei solenni conviti, mandava a prendere in prestito l'argenteria degli amici. Fra l'altre cose racconta Eusebio[2715] un fatto degno di memoria. Cioè, che essendo giunte queste relazioni a Diocleziano, spedì egli nella Gallia alcuni suoi uomini con ordine di fare a nome suo una parlata forte intorno alla sua disattenzion nel governo, stante la sua povertà, e il non aver tesori in cassa per valersene ne' bisogni della repubblica. Costanzo, dopo aver mostrato di gradir lo zelo del vecchio imperadore, li pregò di fermarsi qualche giorno nel suo palazzo. Intanto fece sapere a tutti i più ricchi delle provincie di sua giurisdizione d'essere in bisogno di danaro. Tutti allegramente corsero a portare ori ed argenti, gareggiando fra loro a chi più ne recasse. Allora Costanzo, fatti venire gli uomini di Diocleziano, mostrò loro quel ricco tesoro, dicendo che questo lo tenevano in deposito persone sue fidate per darlo alle occorrenze. Maravigliati coloro se ne andarono, riferendo poi a Diocleziano quanto aveano veduto. E Costanzo, richiamati i padroni di que' danari, loro puntualmente tutto restituì colla giunta di molti ringraziamenti. Ho io udito raccontar questo fatto di un principe d'Italia del secolo prossimo passato; ma probabilmente la copia di tal azione non sussiste. Non fu men luminosa in Costanzo la pietà[2716]. Ancorchè egli non giugnesse mai ad abbracciar la vera religion di Cristo, pur si tiene che abborrisse il copioso numero dei suoi falsi dii, e non adorasse se non un solo dio sovrano del tutto. Amava inoltre non poco i cristiani, li favoriva in ogni congiuntura, moltissimi ne teneva al suo servigio in corte. Ed allorchè nell'anno 303 Diocleziano e Galerio pubblicarono que' fieri editti contro il nome cristiano, e gl'inviarono anche a Costanzo e a Massimiano Erculio per l'esecuzione, Massimiano gli eseguì con piacere; ma Costanzo, per non parere di opporsi agli altri, lasciò bensì che si abbattessero molte chiese nelle Gallie, siccome accennai di sopra, ma non permise che si perseguitassero le persone, nè che fosse tolta ad alcuno la libertà della religione. Egli è credibile che indulgenza tale provenisse dal suo naturale amorevole verso tutti, o pure dalle insinuazioni a lui fatte da Elena sua prima consorte, se pur ella era in que' tempi cristiana; del che si dubita, ed Eusebio chiaramente lo niega. Può nondimeno essere che anch'ella fosse almeno in que' primi tempi assai inclinata a religion così santa. Si racconta ancor qui da Eusebio[2717] una memorabil azione di Costanzo. Allorchè vennero que' fulminanti editti contra dei Cristiani, egli intimò a chiunque de' suoi cortigiani, de' giudici e dei provveduti di altri uffizii, professanti la legge di Gesù Cristo, che dimettessero i posti, o pur lasciassero quella religione. Chi s'appigliò all'uno, chi all'altro partito. Allora Costanzo rimproverò ai disertori del Cristianesimo la loro infedeltà e viltà, e li cacciò dal suo servigio, con dire, che dopo aver tradito il loro Dio, molto più erano capaci di tradir lui; e però ritenne al servigio suo i fedeli, confidò loro la sua guardia, e li trattò come suoi amici nel tempo stesso che gli altri principi infierivano contro alla greggia di Cristo. Dopo Elena sua prima moglie, ch'egli fu obbligato a ripudiare nell'anno 292, dalla quale ebbe Costantino il Grande, sposò Flavia Massimiana Teodora, figlia di Massimiano Augusto, che gli partorì tre maschi, cioè Delmacio, Giulio Costanzo ed Annibaliano, siccome ancora tre figlie, Costanza, Anastasia ed Eutropia.

Prima di morire, siccome abbiamo da Eusebio Cesariense[2718], da Lattanzio[2719], da Giuliano Apostata[2720], da Libanio[2721], e massimamente da Eumenio[2722] scrittore contemporaneo, Costanzo determinò che il solo Costantino primogenito suo, nato, per quanto si crede, nell'anno 274, regnasse, e che gli altri suoi fratelli vivessero vita privata. Raccomandollo ancora all'esercito suo, e nol raccomandò indarno; imperciocchè nel giorno stesso, in cui mancò di vita esso suo padre, tutte le milizie col re degli Alamanni, Eroc, il quale ausiliario dei Romani si trovava anch'egli a Jorch nella Bretagna, il proclamarono, come s'ha da Eusebio, Imperadore ed Augusto, e il vestirono di porpora. Dopo di che egli attese ai funerali de! padre. Zosimo[2723] e l'Anonimo Valesiano[2724] pretendono che da' soldati altro titolo non fosse dato che quello di Cesare a Costantino. Truovansi in fatti medaglie[2725], dove egli è appellato Cesare, battute senza dubbio dopo il dì 25 luglio dell'anno presente, in cui cominciò il suo regno. Ma facilmente si possono conciliar gli autori. Fu veramente proclamato Costantino dai soldati Imperadore Augusto, asserendolo anche Lattanzio[2726]; ma egli camminando con più ritenutezza, nè volendo romperla a visiera calata con gli altri principi regnanti, mandò bensì loro l'immagine sua laureata, come solevano i principi novelli, ma con espressioni di voler buona armonia con loro. Galerio Augusto a tal vista forte si alterò, e fu in procinto di far bruciare quell'immagine e chi la portò; ma i suoi amici tanto dissero, rappresentandogli che se si veniva ad una rottura, i soldati del medesimo Galerio, siccome affezionatissimi a Costantino, di cui per pratica sapeano le rare doti e virtù, passerebbono tutti al servigio di lui, che Galerio smontò, accettò l'immagine, mandò a Costantino la sua, ma con obbligarlo di contentarsi del solo titolo di Cesare colla tribunizia podestà. Fu sì discreto Costantino, che in ciò si sottomise alla volontà di Galerio. Se vide sì di mal occhio esso Galerio l'esaltazione di Costantino, non è punto da stupirsene, perchè questa rovesciava tutti i disegni da lui fatti. Si era egli figurato, mancando di vita Costanzo, di poter dar a Licinio, suo gran favorito, il titolo e la dignità augustale, tagliando fuori i figli di esso Costanzo, per aver solamente delle creature sue e da sè dipendenti nel governo; e col tempo di crear anche Severo Augusto, e Cesare Candidiano suo bastardo, adottato da Valeria Augusta sua consorte; con disegno finalmente, dopo aver regnato quanto a lui piacesse, di rinunziare l'imperio, come aveano fatto Diocleziano e Massimiano, per passare gli ultimi anni di sua vita quieto in onorato ritiro. E perchè la morte di Costanzo arrivò molto prima de' suoi conti, e saltò su Costantino, da tali avvenimenti rimasero sconcertate tutte le di lui misure. Accomodossi bensì Costantino, siccome dissi, ai voleri di Galerio, col prendere il solo titolo di Cesare; ma Galerio, per serrare a lui il passo alla dignità augustale, giacchè non vi doveano essere se non due Augusti, secondo il regolamento fatto da Diocleziano, da lì a non molto dichiarò Severo Imperadore Augusto, mostrando di farlo, perchè questi era maggiore d'età e più anziano nella dignità cesarea che Costantino. E fin qui camminarono con quiete gli affari, e da Galerio dipendevano tutti gli altri principi.

Ma non tardò la mutazion delle cose, per i costumi ed atti tirannici di Galerio stesso. Ne abbiamo la descrizion da Lattanzio[2727]. Allorchè egli vinse i Persiani, imparò che que' popoli erano schiavi dei re loro; e però anche a lui saltò in testa di valersi di quel modello per ridurre i Romani alla medesima servitù, ed opprimere la lor libertà. Toglieva a suo capriccio i posti e gli onori alle persone, e tutto dì sfoggiava in nuove invenzioni di crudeltà, con adoperarle prima contro i Cristiani, e stendendole poi ad ogni sorta di persone, e a' suoi cortigiani stessi. Le croci, il bruciar vive le persone, il farle divorar dalle fiere (al qual uso teneva spezialmente dei grossissimi e ferocissimi orsi) erano divenuti spettacoli d'ogni giorno, presente lo stesso Galerio, che ne rideva, nè voleva mettersi a tavola senza aver prima pasciuti gli occhi coll'orribil morte d'alcuno. Le carceri, gli esilii, i metalli, il taglio della testa parevano a lui pene troppo lievi. Erano prese ancora e condotte nel Serraglio di lui le matrone nobili. Oltre a ciò, la giustizia andò in bando, perchè egli o facea morire, o cacciava in esilio gli avvocati e legisti, e per giudici erano elette persone militari, che nulla sapeano delle leggi, e si mandavano senza assessori nelle provincie. Per incorrere nell'odio suo bastava essere letterato o professor d'eloquenza. In somma tutto era confusione, e l'iniquità sola regnava. A questi malanni s'aggiunse l'immensa avidità e violenza di Galerio per far danari. Furono messe intollerabili imposte per tutte le provincie dell'imperio; ed esatte con incredibil rigore sopra le teste degli uomini e degli animali, sopra le terre, gli alberi e le viti. Nè infermi, nè vecchi, nè età alcuna andava da questo torchio esente. Perchè i poveri non poteano pagare, col pretesto che fosse finta la loro impotenza, una gran quantità di essi ne fece annegare. Ma in fine la mano di Dio cominciò ad apparire anche contra di questo nemico, non solo del popolo cristiano, ma di tutto il genere umano, siccome era avvenuto agli altri due Augusti persecutori del Cristianesimo.

Accadde che Galerio si mise in punto per istendere quelle sue gravissime imposte alla medesima città di Roma, senza far caso de' privilegii e della esenzion del popolo romano; ed avea già inviate persone per informarsi del numero e dei beni di quei cittadini. A simili aggravii non era avvezzo il popolo romano, siccome quello che fin qui avea ritenuta qualche figura di padrone e non di servo; e però insorsero in Roma non pochi lamenti e principii di sedizione, dei quali seppe ben profittare Massenzio figliuolo di Massimiano Erculio imperadore deposto. Costui si truova nelle antiche monete[2728] appellato Marco Aurelio Valerio Massenzio. Gli antichi panegiristi[2729] cel rappresentano figliuolo supposto al suddetto Massimiano da Eutropia sua moglie, per farsi amare da lui. Così ancora hanno Aurelio Vittore[2730] e l'Anonimo Valesiano. Ma se questo non è certo, almen per indubitato sappiamo che Massenzio fu un vero complesso di tutti i vizii, poltrone, eppur superbo al maggior segno, crudele senza pari, ed inclinato unicamente alla malvagità. Tuttochè Galerio gli avesse data molto tempo prima per moglie una sua figliuola, pure per la riconoscenza dei di lui sfrenati ed abbominevoli costumi, nol volle mai promuovere alla dignità cesarea. Dimorava Massenzio[2731] in una villa del distretto di Roma, sfaccendato, quando gli venne all'orecchio la disposizione del popolo romano ad una sedizione per timor degli aggravii che lor minacciava Galerio. Diedesi egli a far de' maneggi coi pochi soldati pretoriani restati in Roma, disgustati appunto di Galerio, perchè gli avea ridotti ad un poco numero[2732]. Guadagnò alcuni uffiziali, cioè Luciano, Marcello e Marcelliano, con promettere loro mari e monti. Disposto tutto, costoro diedero fuoco alla mina, con uccidere Abellio vicario del prefetto di Roma, se pur non era egli stesso il prefetto. Quindi proclamarono Augusto Massenzio, che tuttavia dimorava in villa, nel dì 27 di ottobre, come s'ha da Lattanzio, oppur, come sostiene il Tillemont[2733], appoggiato ad un antico calendario, nel dì 28 del mese stesso. Non si oppose, anzi consentì all'esaltazione di questo novello imperadore il popolo romano, perchè gli fece costui sperare di molti vantaggi, e specialmente la sua residenza in Roma, giacchè la lunga lontananza della corte da quella città riusciva ad essa pregiudiziale non poco. Alla nuora dell'esaltazion del figliuolo, dalla Lucania si accostò Massimiano Erculio a Roma. V'ha chi crede[2734] ch'egli fosse molto prima consapevole di quella trama, e pare che anche si opponesse ai disegni del figlio. Ma ben più probabil sembra ciò che scrive Eutropio[2735], cioè che siccome egli mal volentieri avea deposto lo scettro, e stato continuamente alla vedetta, spiando ed aspettando occasion propizia per ripigliarlo, così ebbe piacere che il figliuolo cominciasse la danza, perchè in tal guisa si preparava a lui il gradino per rimontar sul trono. In fatti dalla Lucania passato Massimiano nella Campania, quivi si fermò[2736], e, secondo altri, sen venne a dirittura a Roma con apparenza di assistere al figliuolo, o piuttosto di arrivar a comandare sopra il figliuolo, siccome poi dimostrarono i fatti. Nè molto andò che sovrastando sedizioni in Roma contra di Massenzio, personaggio screditato per i suoi vizii, e scorgendosi necessaria l'autorità di suo padre, amato e rispettato tuttavia dai più dei Romani, pregollo il figliuolo di ripigliar la porpora, e gliela mandò nella Campania[2737], oppur gliela diede in Roma, dichiarandolo di nuovo Imperadore Augusto, e suo collega nell'imperio. Dopo essersi fatto pregare l'astuto Massimiano anche dal senato e popolo romano, di buon cuore accettò. Sicchè due Augusti si videro allora in Roma, cioè Massimiano e Massenzio: e due altri nell'Illirico e nell'Oriente, cioè Galerio e Severo; e Costantino Cesare nelle Gallie, nelle Spagne e nella Bretagna. Fu profittevole questa novità ai Cristiani[2738], perchè Massenzio ordinò tosto che cessasse nei paesi a lui sottoposti la persecuzione.

Quanto a Costantino, una delle prime azioni del governo suo fu di restituire anch'egli dal suo canto la libertà ad essi Cristiani di professar pubblicamente la loro religione. La buona sua madre Elena gliene avea predicata la santità[2739], ispirato l'amore, e con che frutto, l'andremo scorgendo. Poscia si applicò a regolar gli affari delle provincie di sua dipendenza con tal prudenza e dolcezza, che si tirò dietro le lodi e l'amore d'ognuno. Nè molto lasciò in ozio il suo valore. Nel tempo che Costanzo suo padre si trovava impegnato nella guerra della Bretagna[2740], i Franchi, popoli della Germania, rotta la pace, aveano fatta una irruzion nelle Gallie. Contra di loro sfoderò il ferro Costantino, già ritornato nelle Gallie; gli sconfisse, prese due dei loro re[2741], cioè Ascarico e Regaiso, ossia Gaiso, dei quali poi fece una rigorosa, anzi barbarica giustizia, con esporli alle fiere, nel tempo dei magnifici spettacoli ch'egli diede al pubblico. Non era per anche il di lui feroce genio ammansato dalla religion di Cristo. Dopo questa vittoria all'improvviso egli passò il Reno, per rendere la pariglia ai nemici dell'imperio, e indurli a rispettar maggiormente da lì innanzi la maestà romana. Addosso ai Brutteri, popoli della Frisia, si scaricarono le armi sue con istrage e prigionia di migliaia d'essi, con incendiar le loro ville, e con ispogliarli di tutti i loro bestiami. L'aver egli poi data alle fiere la gioventù di quella nazione restata prigioniera, fu probabilmente un gastigo dei patti rotti anche da essi, ma non esente da macchia di crudeltà. Nè contento di ciò Costantino, affinchè i popoli della Germania se l'aspettassero addosso, quando a lui piacesse, prese a fabbricar un ponte sul Reno in vicinanza di Colonia: opera di mirabil magnificenza, con aver piantate in mezzo a sì vasto fiume le pile, e condotta col tempo la fabbrica a perfezione, come chiaramente attesta Eumenio, pretendendo in vano il Valesio[2742] che egli non la terminasse. Con tali imprese questo prode principe, e col mettere buone guarnigioni per le castella sparse sulla riva del Reno, tal terrore infuse nelle genti germaniche, che per gran tempo le Gallie goderono una mirabil quiete, non attentandosi più di turbarle le barbare nazioni.

NOTE:

[2694] Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 14.

[2695] Anonymus Valesianus post Ammian.

[2696] Zosimus, lib. 2, cap. 5.

[2697] Aurel. Victor, in Epit. et Zosimus, lib. 2, cap. 5.

[2698] Euseb., Vit. Constant., lib 1, cap. 21.

[2699] Eumen., Panegyr. Constant., cap. 7.

[2700] Beda, Hist. Angl., lib. 1, cap. 1.

[2701] Usser., de Reb. Britann.

[2702] Aurelius Victor, in Epitome.

[2703] Anonymus Valesianus.

[2704] Idacius, in Chronico.

[2705] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2706] Stephanus, de Urbibus.

[2707] Constantinus Porphyrogeneta, de Provin.

[2708] Eusebius, in Chron.

[2709] Zosimus, lib 2, cap. 5.

[2710] Chronic. Alexandrinum.

[2711] Eutrop., in Breviar.

[2712] Aurelius Victor, in Epitome, et de Caesarib.

[2713] Incertus, in Panegyr. Const., pag. 3.

[2714] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 8. Incertus, in Panegyr. Maximian. Eutrop., in Breviar. Eusebius, in Vita Constantini, lib. 1.

[2715] Eusebius, in Vita Constantini, lib. 1, cap. 14.

[2716] Euseb., lib. 8, cap. 13 Hist. Eccl. et in Vita Constant., lib. 1, cap. 15. Optatus, lib. 1. Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 15.

[2717] Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap. 16.

[2718] Euseb., in Vita Constantini.

[2719] Lactantius, de Mortibus Persecut.

[2720] Julian., Oratione I.

[2721] Libanius, Oratione III.

[2722] Eumen., Panegyr. Constant., cap. 7.

[2723] Zosimus, lib. 2, cap. 9.

[2724] Anonymus Valesianus, post Ammian.

[2725] Mediobarbus, Numism. Imperator.

[2726] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 25.

[2727] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 21.

[2728] Goltzius et Mediobarbus, Numismat. Imp.

[2729] Incertus, Panegyr. Const.

[2730] Aurelius Victor. Anonymus Valesianus.

[2731] Aurel. Victor. Zosimus, lib. 2, cap. 9.

[2732] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 26.

[2733] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2734] Aurelius Victor, de Caesaribus.

[2735] Eutrop., in Breviario.

[2736] Lactantius, de Mortib. Persecut.

[2737] Incertus, in Panegyr. Maximian. et Constant., cap. 10.

[2738] Euseb., Histor. Eccl., lib. 8, cap. 14.

[2739] Euseb., in Vita Constantini, lib. 1, cap. 25.

[2740] Eumen., Panegyr. Constant.

[2741] Eutrop., in Breviar.

[2742] Valesius, Rer. Franc.

Anno di CRISTO CCCVII. Indizione X.

SEDE PONTIFICIA vacante. GALERIO MASSIMIANO imper. 3. MASSENZIO imperadore 2. MASSIMIANO ERCULIO imper. 2. COSTANTINO imperadore 1. LICINIO imperadore 1.

Consoli

MARCO AURELIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la nona volta e FLAVIO VALERIO COSTANTINO CESARE.

Col Relando[2743], appoggiato ad alcuni Fasti, ho ben io enunziati i consoli suddetti; ma avvertir debbo i lettori che gran confusione cominciò ad introdursi nei consolati per questi tempi, a cagion delle turbolenze e divisioni insorte nel romano imperio, e dei molti regnanti fra loro discordi. Altri consoli furono fatti in Roma da Massenzio e da Massimiano, ed altri da Galerio Augusto nell'Oriente. I sopra enunziati sembrano i Romani. Gli altri, secondo i Fasti di Teone, furono Severo Augusto e Massimino Cesare. Forse anche Costantino fu promosso da Galerio al consolato, solamente dopo la morte di Severo. Alcuni, per non fallare, usarono allora di notare il post consulatum dei consoli dell'anno precedente. Giusteo Tertullo esercitò in questo anno la prefettura di Roma. Da che conferita fu da Massenzio l'augustal dignità a Massimiano Erculio suo padre, questi per maggiormente imbrogliare le carte, e dar da pensare a Galerio, scrisse lettere a Diocle, o sia Diocleziano, che si godeva la quiete in una villa di Salona, dove si era fabbricato un sontuoso palazzo e un delizioso orto e giardino, invitandolo ed esortandolo a ripigliar la porpora imperiale. Son di parere altri che questo succedesse più tardi. Diocleziano, che più senno di lui e meno ambizione avea, tosto rigettò la proposizione, con dire al messo[2744]: Oh se vedesse i bei cavoli piantati di mia mano qui in Salona, al certo non darebbe il cuore a Massimiano di tentarmi in questa maniera. Che anche Galerio tentasse Diocleziano, lo scrive ben Aurelio Vittore, ma non par credibile. Che poi fosse veramente disingannato esso Diocleziano della vanità del regno, si può anche raccogliere da Vopisco[2745], il quale racconta di avere inteso da suo padre, come questo principe attestava, non esserci cosa più difficile che il ben regnare; perchè dicea che quattro o cinque persone del primo ministero si collegano insieme per ingannare il padrone, e tutto ciò che esse vogliono san farlo volere a lui. Imperciocchè, aggiungeva egli, non potendo il principe, collo stare nei suoi gabinetti, veder le cose co' proprii occhi, crede di operar saviamente stando sulla fede di molti che gli attestano la medesima cosa. E intanto nulla egli vede, nè sa la verità, e qualunque sia la sua buona intenzione, capacità e prudenza, egli è ingannato e venduto, e dà le cariche a chi meno le merita, e le toglie a chi sarebbe più atto ad esercitarle.

Allorchè Galerio Massimiano Augusto ebbe intesa la ribellion di Massenzio genero suo, parve che non se ne mettesse gran pensiero[2746], ben sapendo che egli era un solennissimo poltrone, ed immerso nei vizii, per i quali in vece dell'amore si guadagnerebbe l'odio di tutti. Però senza curarsi di venir egli in persona ad abbattere questo idolo (il che se avesse fatto, sarebbono forse passati gli affari a seconda dei suoi desiderii), diede questa incombenza a Severo Augusto sua creatura, a cui particolarmente apparteneva il governo dell'Italia. Venne Severo in Italia nell'anno presente con una buona armata, ma composta la maggior parte di milizie, che due anni prima aveano servito a Massimiano Erculio, ed ansavano di tornare alle delizie di Roma. Però appena si presentò Severo alle mura di Roma, che Massenzio facilmente subornò con segrete offerte quell'armata, la quale, alzate le bandiere, e passata nel suo partito, rivolse l'armi contra di Severo. Altro scampo adunque non restò a costui che di prendere la fuga, ed incontratosi in Massimiano, che probabilmente conduceva rinforzi di gente a Roma, il più che potè fare fu di ritirarsi a Ravenna. Quivi fu bensì assediato da Massimiano, ma essendo quella città forte ed abbondante di viveri, apparenza non v'era di superarla[2747]. Superolla la frode, se è vero quanto narra Zosimo[2748], perchè non si accordano in tutto con lui Eusebio ed Eutropio: cioè Massimiano con varie lusinghe, promesse e giuramenti il trasse a deporre la porpora e a venir seco a Roma. Giunto che fu Severo al luogo appellato le Tre Taberne, sbucò un agguato di armati ivi dallo spergiuro Massimiano preparati, che col laccio gli tolsero la vita, o pure, come ha l'Anonimo Valesiano[2749], tenuto ivi in prigione, allorchè Galerio calò in Italia, fu fatto strangolare. Gli altri scrittori il dicono ucciso in Ravenna, e che per grazia gli fu permesso di morir dolcemente colle vene tagliate; e Lattanzio[2750] lasciò scritto, che egli, veggendo disperato il caso, volontariamente s'era renduto a Massimiano. Pare che tal tragedia succedesse nel febbraio di questo anno. Rimase di Severo un figlio per nome Severiano, che Licinio fece poi morire nell'anno di Cristo 313 per estinguere in lui ogni pretensione al dominio.

Sbrigato da questo nemico, Massimiano Erculio ben conosceva che gli restava più da fare con Galerio Augusto, uomo temuto pel suo valore, ma più per la copia e possanza delle sue armi; giacchè ognun prevedeva ch'egli non lascerebbe invendicata la morte di Severo. Pertanto andò in persona a trovare il vecchio Diocleziano che si godeva un delizioso riposo nella sua villa di Salona, per muoverlo a riassumere la porpora imperiale. Gittò i passi, perchè Diocleziano vedeva il mare in burrasca, ed egli se ne voleva stare sicuro sul lido, di là mirando le altrui tempeste. Rivolse dunque Massimiano le speranze e i passi suoi a Costantino Cesare, che nelle Gallie, dopo le vittorie riportate contro ai Franchi, con gran credito di valore e di forze si godeva la pace[2751]. Per tirarlo nel suo partito, gli disse quanto male potè di Massenzio suo figliuolo, probabilmente esibendo di deporlo; il dichiarò ancora Imperadore Augusto, e gli diede in moglie Flavia Massimiana Fausta sua figliuola, chiamata così nelle medaglie[2752], giacchè si suppone che fosse già mancata di vita Minervina sua prima moglie, o pur concubina e madre di Crispo suo primogenito, che fu poi Cesare. Perciò di qui cominceremo a contare gli anni dell'imperio di Costantino. Intanto calò in Italia con poderoso esercito Galerio Augusto, e venne a Roma, con trovare che si era ingannato in credere sufficiente quell'armata ad assediarla, perchè, non avendola mai veduta, non ne sapeva la vasta circonferenza. Arrivato a Terni, spedì Licinio e Probo a Massenzio suo genero, per indurlo a venire a trovarlo, e trattare d'accordo. Se ne rise Massenzio: dal che maggiormente irritato Galerio minacciava l'eccidio al genero, al senato e a tutto il popolo romano[2753]. Ma seppe anche questa volta Massenzio sedurre una parte della di lui armata, perchè conoscendo costoro quanto fosse vergognosa azione che soldati romani volgessero l'armi contra di Roma lor madre, non durarono fatica ad abbandonar Galerio, per darsi a Massenzio. Avrebbe fatto altrettanto il resto dell'armata di Galerio, s'egli, gittatosi ai lor piedi, non avesse con preghiere e promesse frastornata la lor sollevazione. Sicchè fu costretto a levar l'assedio; e colui che si credeva di far paura a tutti, ebbe per grazia il potersene andare in salvo, pieno non so se più di rabbia o di vergogna. Nel tornarsene addietro, parte per impedire ai nemici il tenergli dietro, e parte perchè così avea promesso ai soldati restati con lui, loro permise di dare il sacco a tutto il paese per dove passò: nella quale occasione commisero tutte quante le enormità che si sogliono praticare nel saccheggio delle nemiche prese città. Ebbe in questa maniera Galerio il comodo di tornarsene nella Pannonia, ma con lasciare in Italia il nome non d'Imperadore, ma di assassino de' Romani.

Mentre tali cose succedeano in Italia, Massimiano Erculio, che dimorava nelle Gallie, avea ben conseguito che il genero Costantino Augusto non si unisse con Galerio, ma non potè già ottenere ch'egli prendesse l'armi contra del medesimo Galerio, ancorchè venissero le nuove ch'esso al maggior segno spelato e scornato se ne scappava dall'Italia. Indispettito il suo cuore per questo, se ne ritornò a Roma, e quivi col figlio Massenzio seguitò a signoreggiare[2754]. Ma l'ambizioso ed inquieto vecchio non sapea sofferire che si desse la preminenza al figliuolo, benchè da lui avesse ricevuta la porpora, nè che i soldati mostrassero maggior obbedienza ad esso suo figlio che a lui. Perciò pien di veleno cominciò sotto mano a procurar d'alienare gli animi delle soldatesche da Massenzio; ma vedendo che non gli riusciva il tentativo, un dì, fatte raunar le milizie e il popolo, alla presenza del figliuolo, esagerò forte i mali e i disordini correnti dello Stato, e poi si rivolse con fiera invettiva contra Massenzio, attribuendo alla di lui poca testa e cattiva condotta la serie di tutti que' malanni. Non avea lo indiavolato vecchio finito di dire, quando preso colle mani il manto purpureo del figliuolo, glielo strappò di dosso, e lo stracciò. Si contenne Massenzio in quel frangente, ed altro non fece se non che si rifugiò fra i soldati, i quali caricarono di villanie Massimiano, e si sollevarono contra di lui. Sembrerà a taluno una semplicità il dirsi da Zonara[2755], che Massimiano volle dipoi far credere ai soldati che quella era stata una burla, per provare se amavano veramente suo figlio: il che nulla gli valse, perchè tanto strepito fecero le milizie, ch'egli fu forzato a fuggirsi di Roma. Se ne andò nelle Gallie a dolersi col genero Costantino d'essere stato cacciato dal figlio[2756]; ma Costantino, a cui non doveano mancare più sicuri avvisi del fatto, niun impegno volle assumere dell'inquieto suocero, di maniera ch'egli, dopo essere dimorato qualche tempo, ma senza vantaggio de' suoi interessi, nelle Gallie, prese lo spediente di andar a trovare il maggior nemico che si avesse il figliuolo, cioè lo stesso Galerio Augusto. Fu creduto, per vedere se potesse aprirsi la strada a qualche tradimento per levargli la vita, ed occupar, se gli veniva fatto il suo luogo[2757]. Trovavasi allora Galerio nella Pannonia a Carnonto, dove avea fatto venir Diocleziano da Salona, per dar più credito alla elezione di un nuovo Augusto ch'egli meditava, per supplire la mancanza dell'ucciso Severo. Andarono falliti tutti gl'intrighi, tutte le speranze di Massimiano, per aver trovato quelle milizie fedeli a Galerio, e tentata invano la costanza di Diocleziano per fargli riassumere la porpora imperiale. Sicchè altro non gli restò che di assistere con lui e di dar vigore, per non potere di meno, alla promozione che Galerio fece di Licinio, dichiarandolo Augusto, avendogli forse ne' precedenti mesi conferito il titolo di Cesare, come ha preteso taluno, e sembra confermato da Aurelio Vittore. Seguì tal funzione, secondo Idacio[2758], nel dì 11 di novembre, non già dell'anno seguente, come ha esso Idacio, ma del presente, come si raccoglie dalla Cronica Alessandrina.

Licinio che, creato Augusto, si trova appellato nelle medaglie[2759] e nelle iscrizioni[2760] Caio Flavio Galerio Liciniano Licinio, era nativo[2761] anch'egli dell'Illirico, perchè venuto alla luce nella Dacia nuova, oggidì la Servia, di vile e rustica famiglia[2762], ancorchè egli dipoi cresciuto in fortuna si vantasse di trar l'origine sua dall'imperadore Filippo. Passato dall'aratro alla milizia, niuna conoscenza avea delle lettere, anzi se ne protestava nemico dichiarato[2763], chiamandole un veleno e peste dello stato, e massimamente odiando gli avvocati e procuratori, ch'egli credeva atti solo ad imbrogliare ed eternar le liti del foro. L'amicizia fra lui e Galerio Augusto avea avuto principio fin quando si diedero entrambi al mestiere delle armi; ed ora poi cresciuta a tal segno la loro intrinsichezza, massimamente dipoi che di grandi prodezze avea fatto Licinio nella guerra co' Persiani, che Galerio nulla quasi facea senza il di lui consiglio. Pertanto prima d'ora avea egli risoluto di crearlo Augusto, subito che fosse mancato di vita l'imperador Costanzo. Ma essendo stato prevenuto da Costantino, Galerio eseguì ora il suo disegno con dargli la porpora imperiale, disegnando poi di mandarlo a far guerra a Massenzio tiranno di Roma e dell'Italia. Scrive Eusebio[2764] che sul principio del principato di Costantino i Britanni posti all'Occidente dell'Oceano, si sottomisero al di lui dominio. Non so io dire, se ciò sia un fatto diverso da quanto si è narrato al precedente anno della guerra di Costanzo suo padre coi Pitti e Caledonii.

NOTE:

[2743] Reland., in Fast.

[2744] Aurelius Victor, in Epitome.

[2745] Vopiscus, in Vita Aureliani.

[2746] Eutrop. Aurel. Vict. Lactantius.

[2747] Idacius, in Chronico.

[2748] Zosimus, lib. 2, cap. 10.

[2749] Anonymus Valesianus.

[2750] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 26.

[2751] Incertus, in Panegyr. Maximian. et Const.

[2752] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[2753] Anonym. Valesianus. Lactantius. Zosimus. Aurel. Vict.

[2754] Lactantius, de Mortibus Persecut., cap. 28. Eutrop., in Brev.

[2755] Zonaras, in Annalibus.

[2756] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 26.

[2757] Eusebius, in Chron.

[2758] Idacius, in Fastis.

[2759] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2760] Gruterus in Inscription. Thesaur. Novus Veter. Inscript.

[2761] Eutrop., in Breviar. Anonymus Valesianus.

[2762] Capitolin., in Gordian.

[2763] Aurelius Victor, in Epitome.

[2764] Euseb., in Vita Constantini, lib. 4. cap. 50.

Anno di CRISTO CCCVIII. Indizione XI.

MARCELLO papa 1. GALERIO imperadore 4. MASSENZIO imperadore 3. COSTANTINO imperadore 2. LICINIO imperadore 2. MASSIMINO imperadore 1.

Consoli

Marco Aurelio Valerio Massimiano Augusto per la decima volta e CAIO GALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la settima.

Durando tuttavia la discordia tra tanti imperadori, continuò ancora la confusione ne' consolati. Pare che i suddetti consoli fossero pubblicati da Galerio Augusto, che era d'accordo con Massimiano, ma non già col di lui figliuolo e genero suo Massenzio, benchè probabilmente si trattasse di qualche accordo. Di qua venne che in Roma non furono accettati i consoli suddetti pei tre primi mesi. E non essendo seguito aggiustamento alcuno, abbiamo dall'autore del Catalogo dei prefetti di Roma[2765], che Massenzio si fece dichiarar console nell'anno presente insieme con Romolo suo figliuolo, il quale è nomato nelle medaglie[2766] Marco Aurelio Romolo. Truovasi anche in alcuni Fasti sotto quest'anno Diocleziano console per la decima volta; ma è da credere uno sbaglio de' copisti, perchè Diocleziano non si volle più ingerire ne' pubblici affari. La prefettura di Roma fu in quest'anno appoggiata a Stazio Raffino[2767]. Dopo essere stata lungo tempo vacante la cattedra di San Pietro, in quest'anno fu creato papa Marcello. Contuttochè il padre Pagi[2768] pretenda che nell'anno precedente Massimino Cesare prendesse di sua autorità il titolo d'Augusto, tuttavia sembra più probabile che ciò succedesse nell'anno presente. Stava esso Massimiano alla guardia e al governo dell'Oriente. Allorchè egli intese che Licinio era stato promosso, nel di 11 di novembre, alla dignità imperiale, cominciò forte a strepitare, pretendendo fatto a sè stesso un gravissimo torto, perchè, essendo egli stato dichiarato Cesare molto prima di Licinio, l'anzianità sua esigeva ch'egli fosse anteposto all'altro negli onori[2769]. Pervenuti a notizia di Galerio questi suoi lamenti, per attestato di Lattanzio, inviò più legati a Massimino per quetarlo, pregandolo istantemente di ubbidire, di accettar le risoluzioni da lui prese, e di cedere a chi era maggiore di lui in età: che tale dovea essere Licinio. Ostinossi Massimino nella sua pretensione, e perciò Galerio si rodeva le dita per aver alzato costui dal fango, e creatolo Cesare con isperanza d'averlo ubbidiente ad ogni suo cenno, quando ora il trovava sì restio e impaziente degli ordini. Andò poi a terminare la faccenda in avere il superbo Massimino, ad onta di Galerio, deposto il titolo di Cesare e preso quel di Augusto, con far poi sapere a Galerio, essere stato l'esercito suo che l'avea proclamato imperadore, senza ch'egli avesse potuto resistere. Queste ambasciate e questo dibattimento, che per la lontananza delle persone richiedeva del tempo, debbono a noi parere bastevoli fondamenti per credere seguita, non già nell'anno precedente, ma bensì nel presente, l'esaltazione di Massimino. Sicchè noi ora abbiamo nell'imperio romano cinque diversi Augusti, Galerio Massimiano, Massenzio, Costantino, Licinio, e Massimino. Lattanzio vi aggiugne anche Diocleziano; ma niuno scrive ch'egli mai ripigliasse la porpora. Da tanti principi ognun può immaginare qual confusione dovesse esser quella de' pubblici affari. Sembra nondimeno che, a riserva di Massenzio, gli altri andassero in qualche maniera d'accordo insieme. Quanto a Massimino, già appellato Daza, come dicemmo, uscito da parenti rustici e vili nell'Illirico, egli si era tirato innanzi colla profession delle armi, e tuttochè si dica ch'egli fosse uomo quieto[2770], pure abbiamo da Lattanzio[2771] e da Eusebio[2772], ch'egli fu un grande assassino de' popoli a lui sottoposti, con ispogliarli per arricchire i soldati, e del pari superstizioso e fiero persecutor de' Cristiani, come risulta dalla storia ecclesiastica.

Chiarito in questi tempi Massimiano Erculio, che poco a lui profittavano le cabale sue ne' paesi di Galerio Augusto, se ne promise miglior effetto presso di Costantino imperadore, genero suo e figliuolo di un suo genero. Andossene dunque[2773] a trovarlo nelle Gallie, fu ricevuto da lui con tutti gli onori, alloggiato nel palazzo, e sì nobilmente provveduto di tutto[2774], come s'egli fosse padrone in quelle parti, volendo Costantino che ognun l'ossequiasse ed ubbidisse quasi più di lui stesso. Allora l'astuto vecchio, trovandosi in mezzo a tanti comodi, per far ben credere al genero di non covar più pensiero alcuno di regno, e di voler terminare in pace al pari di Diocleziano i suoi giorni, depose la porpora, e si ridusse ad una vita privata, in cui non mancava a lui delizia veruna. Tutto questo per più facilmente ingannare l'Augusto genero. Avvenne che i Franchi fecero in questi tempi qualche movimento d'armi contro le terre romane. Marciò a quella volta Costantino con poca gente e alla sordina, così consigliato da Massimiano, per sorprendere i nemici; ma altro in testa avea il tuttavia ambizioso suo suocero. Sperava costui che Costantino restasse involto in qualche grave pericolo, e di poter egli intanto impadronirsi dell'armi e milizie lasciate addietro. In fatti, da che si fu separato da lui, s'inviò verso Arles, dov'era il grosso delle soldatesche, consumando nel cammino tutti i viveri, affinchè mancassero a Costantino, caso ch'egli si rivolgesse a quelle parti. Giunto ad Arles, di nuovo assunse l'abito imperiale, s'impossessò del palazzo e de' tesori, dei quali tosto si servì per adescare e tirar dalla sua quelle soldatesche; scrisse del pari all'altre più lontane, invitandole con grandiose promesse, e screditando presso tutti un genero, da cui tante finezze avea ricevuto Costantino, che non molto si fidava di questo inquieto vecchio, e gli avea lasciato appresso delle spie, immantinente fu avvertito de' primi moti del suo tradimento, e però a gran giornate dal Reno sen venne ad Arles, prima che Massimiano avesse preso buon piede; riguadagnò tutte le ribellate milizie, e seguitò il suocero, che andò a ritirarsi a Marsiglia. Dato l'assalto a quella città, si trovò che le scale erano troppo corte pel bisogno, e convenne far sonare la ritirata. Lasciatosi veder Massimiano sulle mura, Costantino avvicinatosegli, con tutta la dolcezza possibile gli rimproverò una perfidia così indegna di un par suo. Altro per risposta non riportò che delle ingiurie. Ma i cittadini in quel tempo, aperta una porta della città, vi lasciarono entrar la gente di Costantino, la quale, preso Massimiano, il condusse davanti al genero Augusto. Atto d'incredibil moderazione convien ben dire che fosse quel di Costantino, perchè a riserva de' rimproveri fatti al perfido suocero, e all'avergli tolta di dosso la porpora imperiale, niun altro male gli fece, nè il cacciò dalle Gallie; anzi sembra che seguitasse a ritenerlo in sua corte, vinto probabilmente dalle preghiere di Fausta sua moglie. Qui nondimeno non finirono le scene di quest'uomo perfidioso, siccome vedremo. Liberato dal suddetto pericolo l'Augusto Costantino, perocchè tuttavia pagano[2775], fece dei ricchi donativi al superbo tempio d'Apollo creduto quello di Autun, dove opinione era che si scoprisse la gente spergiura in quelle acque calde.

Si può fondatamente riferire all'anno presente una sollevazione insorta nell'Africa, di cui parlano Zosimo[2776] ed Aurelio Vittore[2777]. Probabilmente ubbidiva l'Africa a Galerio Augusto dopo la morte di Severo. Massenzio, imperadore di Roma e dell'Italia, ben sapendo che quelle provincie erano dinanzi assegnate all'Augusto dominante in Roma, cercò di stendere colà il suo dominio, e vi mandò le sue immagini scortate da una man di soldati. Furono queste rigettale da que' popoli. Ma perchè le truppe del paese non poterono o non vollero fare resistenza, Cartagine col resto della contrada venne alla di lui ubbidienza. Cadde in pensiero a Massenzio di portarsi personalmente in Africa per processare e spogliare chiunque avea sprezzate l'immagini sue; ed avrebbe eseguito il disegno, se gli aruspici, con allegar segni infausti nelle vittime, non l'avessero trattenuto. Pertanto non fidandosi di Alessandro nativo della Frigia, che esercitava l'uffizio del prefetto del pretorio, o pur di suo vicario in Cartagine, gli scrisse che voleva per ostaggio un di lui figliuolo. Sapeva Alessandro che iniquo e sregolato principe fosse Massenzio, e però si andò scusando per non inviarlo. Scoperto poi che era venuta gente d'ordine d'esso Massenzio per assassinarlo, ancorchè persona di poco spirito e di molta età e pigrizia, intavolò una ribellione, e si fece proclamar Augusto da quelle milizie. Cosi ai cinque sopraccitati imperadori si aggiunse quest'altro, sempre più crescendo con ciò lo smembramento del romano imperio. Crede il Tristano[2778] che un Nigriniano, appellato Divo in qualche rara medaglia, fosse figliuolo del suddetto Alessandro; ma si può dubitarne. Per tre anni si sostenne esso Alessandro nella signoria dell'Africa, come apparisce dalle di lui medaglie[2779].

NOTE:

[2765] Bucher., de Cyclo.

[2766] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2767] Cospinianus. Bucherius.

[2768] Pagius, in Crit. Baron.

[2769] Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 32.

[2770] Aurelius Victor, in Epitome.

[2771] Lactantius, de Mortib. Persecut. cap. 32.

[2772] Euseb., Histor. Eccles., lib. 8, cap. 14.

[2773] Lactant., ibid., cap. 29.

[2774] Eumen., Panegyr. Constant., cap. 14 e seg.

[2775] Eumen., Panegyr. Const., cap. 21.

[2776] Zosimus, lib. 2, cap. 12.

[2777] Aurel. Victor, in Epitome.

[2778] Tristan., Medail., lib. 3.

[2779] Mediobarbus, Numism. Imperator.

Anno di CRISTO CCCIX. Indizione XII.

MARCELLO papa 2. GALERIO imperadore 5. MASSENZIO imperadore 4. COSTANTINO imperadore 3. LICINIO imperadore 3. MASSIMINO imperadore 3.

Consoli

MASSENZIO AUGUSTO per la seconda volta, e ROMOLO CESARE per la seconda.

I consoli da me proposti sono quei che Massenzio tiranno elesse in Roma, e venivano riconosciuti per l'Italia. Ma per le altre provincie del romano imperio, stante la discordia fra gli Augusti, non si sa che fossero eletti consoli; o se furono eletti, ne è ignoto il nome, dal che venne che la gente, per denotar l'anno presente, si valeva della formola post consulatum Maximiani X et Galerii VII. Contuttociò vi ha chi pretende che Licinio Augusto prendesse il consolato anche egli. Abbiam veduto Romolo Cesare, figliuolo di Massenzio, esercitare il secondo consolato nell'anno presente; ma forse in questo medesimo egli mancò di vita, credendo alcuni che nelle acque del Tevere egli si affogasse, ma senza notizia del come; anzi con dubbio tuttavia se tale veramente fosse la morte di lui, perchè il passo di un panegirista[2780] di Costantino non lascia scorgere se ivi si parli di Massenzio stesso o pure del figlio. Anzi perchè vedremo veramente annegato Massenzio in quel fiume, di lui e non del figliuolo pare che s'abbia da intendere quel passo. La prefettura di Roma fu in quest'anno appoggiata ad Aurelio Ermogene. Il tempo, in cui Massimiano Erculio pose fine alle cabale sue colla morte, resta tuttavia incerto. Idacio[2781] ne parla all'anno seguente. Eusebio[2782] all'anno terzo di Massenzio suo figlio. E perciocchè esso anno terzo si stendeva alla maggior parte del presente, sembra a me assai verisimile che in questo succedesse il fine della sua tragedia, di cui buon testimonio è Lattanzio[2783] scrittore di questi tempi, oltre all'Anonimo Valesiano[2784], Zosimo[2785] ed Eutropio[2786]. Noi lasciammo questo maligno personaggio nelle Gallie, dove, deposta la porpora, non ostante la sua sperimentata perfidia, ricevea un trattamento onorevolissimo da Costantino suo genero. Ma avvezzo al comando, nè sapendo accomodarsi alla vita privata, che non fece il mal uomo? Ora con preghiere ed ora con lusinghe andò tempestando la figliuola Fausta, per indurla a tradire l'Augusto marito, con promettergliene un altro più degno, e a lasciar aperta una notte la camera del letto maritale. Finse ella d'acconsentire, e rivelò tutto a Costantino; ed egli per chiarirsene mise nel suo letto per quella notte un vile eunuco. Massimiano sulla mezza notte armato comparve colà, e trovate poche guardie, ed anche lontane, con dir loro d'aver fatto un sogno che egli voleva rivelare al suo caro figliuolo imperadore, passò nella stanza e trucidò il misero eunuco. Ciò fatto, uscì fuori confessando il fatto, ed anche gloriandosene; ma eccoti sopravvenir Costantino con una man d'armati, il quale, fatto portare il cadavero dell'ucciso alla presenza d'ognuno, fece una scarica d'improperii sopra l'iniquissimo vecchio, senzachè egli sapesse proferir parola in sua discolpa: tanto si trovò sbalordito e confuso. Gli fu data licenza d'eleggersi la maniera della morte, e questo fu il laccio, con cui diede fine alla scellerata sua vita. Fallò Zosimo con dire che questo ignominioso fine gli arrivò in Tarso, quando è certo che fu in Provenza, cioè ad Arles, dove soleva dimorar colla sua corte Costantino, o pure a Marsiglia, dove l'autore della Cronaca Novaliciense[2787] circa l'anno 1054 pretende che fosse disotterrato il corpo di Massimiano, il quale si trovò imbalsamato ed esistente in cassa di piombo entro un'altra di candido marmo. Questo poi per ordine di Rambaldo arcivescovo d'Arles fu gittato in alto mare. E tale fu il fine obbrobrioso di quel superbo ed ambizioso principe, stato in addietro sì fiero persecutore della religione di Cristo, e d'uno ancora di questi ultimi imperadori nemici del nome cristiano, che Dio punì con una morte la più vergognosa ed infame. Dall'aver Costantino data onorevole sepoltura al suocero (come anche attesta santo Ambrosio[2788], con dire che il fece mettere in una cassa non di marmo bianco, ma di porfido), dedusse il padre Pagi[2789] che esso Augusto si attribuiva ad onore d'essere nipote di Massimiano, adducendo per questo un'inscrizione a lui posta, dove si trova intitolato così. Ma se Costantino il Grande non appetisse, anzi abborrisse questa lode, si può argomentare[2790] dal saper noi ch'egli fece atterrare tutte le statue ed immagini appartenenti a Massimiano, e cancellar quante iscrizioni e memorie potè di lui; e per conseguente è più tosto da riferire quel marmo a Costantino juniore, figliuolo del Grande e di Fausta figlia di esso Massimiano.

NOTE:

[2780] Incertus, in Panegyr. Constantini, cap. 18.

[2781] Idacius, in Fastis.

[2782] Eusebius, in Chron.

[2783] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 30.

[2784] Anonymus Valesianus.

[2785] Zosimus, lib. 2, cap. 11.

[2786] Eutrop., in Breviar.

[2787] Chron. Novaliciense, Rer. Italicar., Part. II, tom. 2.

[2788] Ambrosius, Epistol. 53.

[2789] Pagius, in Crit. Baron.

[2790] Euseb., Histor. Eccles., lib. 8, cap. 13. Lactantius, de Mort. Persec., cap. 42.

Anno di CRISTO CCCX. Indizione XIII.

EUSEBIO papa 1. MELCHIADE papa 1. GALERIO MASSIMIANO imperadore 6. MASSENZIO imperadore 5. COSTANTINO imperadore 4. LICINIO imperadore 4. MASSIMINO imperadore 4.

Console

Massenzio imperatore solo.

Ne' fasti d'Idacio e nell'Anonimo del Bucherio, o sia del Cuspiniano, è nominato il solo Massenzio console in Roma. Fuori d'Italia si contava l'anno II dopo il consolato di Massimiano Erculio X e di Galerio Massimiano VII. Ne' Fasti di Teone enunziati si veggono sotto questo anno Andronico e Probo. Possiam sospettare che fossero sostituiti a Massenzio. Rufo Volusiano si trova nel presente anno prefetto di Roma. In questi tempi la giustizia di Dio, che già aveva abbattuto l'iniquo Massimiano Erculio, si fece sentire anche all'altro imperadore Galerio Massimiano, soggiornante[2791] in Sardica nella Dacia novella, cioè a colui che abbiam di sopra veduto principal promotore della persecuzion dei Cristiani. Era egli innamorato del suo paese nativo, ed abbiamo da Aurelio Vittore[2792], ch'egli con far tagliare delle sterminate selve nella Pannonia, e mettere quelle terre a coltura, e con fare scolar l'acque del lago Pelsone nel Danubio, avea renduto un gran tratto di paese utilissimo alla repubblica. Ardeva egli di odio contra di Massenzio tiranno di Roma, nè ad altro pensava che a procedergli contro, ammassando a questo fine a tutto potere genti e denari. Col pretesto adunque d'aver egli a solennizzare i vicennali del suo regno cesareo, al che diceva che occorreano immense spese, dopo aver già rovinate le provincie a lui suddite a furia d'imposte, inorpellate col nome di prestanze, finì di smugnerle e di assassinarle con altre gravezze, alla riscossion delle quali deputò i suoi soldati, che meritavano piuttosto il nome di carnefici che di esattori: tanta era la lor crudeltà. Lattanzio ci fa qui un lagrimevol ritratto di quelle inumane esazioni, per le quali violentemente si toglievano alla gente tutti i frutti delle lor terre, senza lasciarle di che vivere. Ma chi è terribile sopra i re della terra, fece finalmente intendere a costui che v'era uno sopra di lui[2793], percuotendolo con piaga nelle parti segrete e vergognose, piaga orribile ed incurabile, per i cui dolori insoffribili cominciò egli a patire e a prorompere in grida ed urli spaventosi. Ciò probabilmente avvenne in Sardica, città della nuova Dacia. Si affaticavano i medici per curar questo fiero nemico, che già aveva cancrenate le carni, con tagliare e bruciare; e pareva che omai la piaga si cicatrizzasse, quando essa più che mai inferocì, menando tal fetore, che non solamente per tutto il palazzo, ma anche per tutta la città si diffuse, come iperbolicamente lasciò scritto Lattanzio. E, marcendo le carni, cominciò ad uscirne gran copia di vermi. In sì orrido stato sotto il flagello di Dio si trovava l'iniquo principe, del cui fine parleremo all'anno seguente. Sembra che al presente s'abbia da riferire quanto abbiamo da Nazario[2794] nel Panegirico di Costantino Augusto. Avevano formata una lega contra di lui i Brutteri, Camavi, Cherusci, Vangioni, Alamanni e Tubanti, popoli tutti della Germania; ed unita una formidabile armata si misero in campagna. Lento non fu Costantino a presentarsi colla sua incontro ad essi, ed ottenuto passaporto per gli suoi deputati a trattar con quelle barbare nazioni, travestito come un d'essi, passò nel campo nemico, accompagnato da due soli de' suoi, per ispiare le lor forze e disegni; il che felicemente seguì. All'aver prima saputo che Costantino era in persona all'armata, già aveano pensato coloro di separarsi, e di non voler battaglia; ma assicurati poi da Costantino non conosciuto, che l'imperadore era lontano dalle sue milizie, arrischiarono in fine il combattimento, in cui sbaragliati ad altro non pensarono che a menar ben le gambe. Dopo questa insigne vittoria, accennata in poche parole anche da Eusebio[2795], passò Costantino nella Gran Bretagna, chiamato colà dalle turbolenze mosse da alcuni di que' popoli, non si sa se ribelli o pur nemici. La soggiogò in poco tempo, forse con poca fatica, e senza venire a battaglia, perchè i di lui panegiristi non ne fanno parola. San Marcello papa, cacciato in esilio da Massenzio tiranno di Roma, terminò sul principio di quest'anno la sua vita, onorato col titolo di martire, ed ebbe per successore Eusebio nella sedia di san Pietro[2796], il quale dopo soli quattro mesi e mezzo di pontificato fu chiamato da Dio a miglior vita. A lui succedette nella cattedra pontificale Melchiade papa.

NOTE:

[2791] Lactantius, de Mortibus Persecut., cap. 31. Anonym. Valesianus.

[2792] Aurelius Victor, de Caesaribus.

[2793] Eusebius, Histor. Eccl., lib. 8, cap. 16. Lactantius, de Mort. Persec., cap. 33.

[2794] Nazar., in Panegyr., cap. 18.

[2795] Euseb., in Vita Constantini, lib. 1, cap. 25.

[2796] Pagius, Crit. Baron.

Anno di CRISTO CCCXI. Indizione XIV.

MELCHIADE papa 2. MASSENZIO imperadore 6. COSTANTINO imperadore 5. LICINIO imperadore 5. MASSIMINO imperadore 5.

Console

CAIO GALERIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la ottava volta.

Per la discordia di tanti imperadori più che mai continuò la confusione nei consolati. Dal canto suo Galerio Augusto, benchè confinato in letto per l'orribil sua malattia, procedette solo Console per l'ottava volta, come s'ha dal Catalogo del Bucherio[2797] e da Idacio[2798]. Suo collega è appellato Licinio Augusto da Cassiodoro[2799], chi li mette amendue consoli sotto quest'anno. I Fasti di Teone e Lattanzio[2800] fanno consoli Galerio e Massimino, amendue imperadori; il che può indicare che fosse tornata fra loro qualche armonia. In fatti ho io recato nell'Appendice al tomo IV delle mie Iscrizioni un marmo della Carintia, dove vien detto edificato un tempio Maximiano VIII et Maximino iterum Augg. Coss., e pare che si possa riferire all'anno presente. Quanto a Roma, siamo accertati dal suddetto Catalogo dei prefetti di Roma, pubblicato dal Cuspiniano e dal Bucherio, che si stette quivi sino al settembre senza consoli; ed allora solamente furono pronunziati consoli Rufino ed Eusebio, o pure, come la Cronica di Damaso[2801], Volusiano e Rufino. Anche Idacio[2802] mette questi due ultimi consoli; e certo per le conghietture da me altrove[2803] addotte, in quest'anno si può credere assunto in Roma al consolato Caio Ceionio Rufino Volusiano. Forse il suo collega fu Eusebio, potendosi temere il cognome di Rufio mutato in Rufino. Che se pure diverso da lui fu Rufino, non è improbabile che Aradio Rufino, il quale troveremo prefetto di Roma nell'anno seguente, procedesse console nel presente. A Giunto Flaviano essa prefettura di Roma fu conferita sul fine di ottobre di quest'anno. Intanto fra orribili tormenti, divorato da' vermi, continuava[2804] a marcire Galerio Massimiano Augusto[2805]. Per quanti ricorsi egli avesse fatto ai suoi falsi dii, cioè ad Apollo ed Esculapio, niun sollievo provava, anzi sempre più si sentiva peggiorare. Allora fu che s'avvide, ovvero ch'altri gli fece venir in mente, che l'onnipotente vero Dio il flagellava per gastigo della fiera persecuzione da lui specialmente accesa e crudelmente esercitata contra de' suoi servi cristiani. Il perchè s'avvisò di dar loro la pace, e sopra ciò pubblicò un editto, a noi conservato da Lattanzio e da Eusebio, in cui troviamo una filza di titoli corrispondenti alla di lui vanità. Quivi egli ordinò di non molestar da lì innanzi i seguaci di Gesù Cristo, affinchè essi potessero pregar Dio per la di lui salute. Ma niun segno ivi si legge di pentimento; e vi si leggono anzi delle bestemmie contro la credenza de' Cristiani. Ad esso editto concorsero ancora Costantino e Licinio Augusti, i quali andavano d'accordo con esso Galerio; e sembra che anche Massimino vi acconsentisse, per quanto accenna Lattanzio. Abbiamo poi dal medesimo autore che nel dì 30 d'aprile questo editto fu pubblicato in Nicomedia, dove furono aperte le prigioni, e che colà nel mese seguente arrivò la nuova che Galerio imperadore avea dato fine all'odiata sua vita. Mancò egli in fatti nel mese di aprile, terminando la sua superbia e crudeltà con evidente gastigo della mano di Dio.

Trovossi presente alla di lui morte Licinio imperadore, a cui egli raccomandò sua moglie Valeria, figliuola di Diocleziano, e Candidiano suo figlio bastardo. Trovansi medaglie[2806] che ci assicurano aver egli ricevuto dall'empietà pagana gli onori divini nel paese, per quanto si può credere, che fu dipendente dalla di lui autorità. Per la morte di lui restò Licinio Augusto padrone di quelle medesime contrade, cioè di tutto l'Illirico, che abbracciava l'Ungheria ed altre provincie, e della Grecia, Macedonia e Tracia, ed anche della Bitinia, posta di là dallo stretto di Bisanzio. Ma non sì tosto ebbe intesa la di lui morte Massimino, imperador delle provincie d'Oriente, che dato di piglio all'armi volò nella Bitinia, e se ne impadronì[2807]. Accorse bensì Licinio a Bisanzio per opporsi, ma non fu a tempo; e perchè non si sentiva gran voglia di venir per ora con lui alle mani, diede orecchio ad un abboccamento[2808], in cui rimasero insieme d'accordo, restando padrone Massimino d'essa Bitinia: con che lo stretto di Bisanzio venne ad essere il confine de' loro imperii. Seguita poi a dire Lattanzio che Massimino tornò come prima a perseguitar i Cristiani, mostrando di farlo come pregato dalle città. Tuttavia per far risplendere la sua clemenza ordinò che ai servi del vero Dio non si levasse la vita, ma permettendo che loro si cavassero gli occhi, si tagliassero le mani o piedi, o il naso e l'orecchie. Valeria vedova di Galerio Augusto, ancorchè raccomandata a Licinio, si ritirò da lui, e passò sulle terre di Massimino con Candidiano, figliuolo del defunto marito, e da lei ancora adottato. Altro non dice Lattanzio[2809], se non che le facea paura la libidine di Licinio, e ch'ella si giudicò più sicura sotto la protezion di Massimino, perchè uomo ammogliato. Ma que' villani imperadori tutti erano bestie anche per questo conto. Massimino, da che fu entrata ne' suoi stati la suddetta Valeria Augusta con Prisca sua madre, e moglie di Diocleziano già imperadore, cominciò a pulsarla, affinchè rinunziasse a lui tutte le sue pretensioni sopra la succession del padre e del marito Augusti. Valeria, forse per tener salvi i diritti dell'adottato Candidiano e i propri, non ne volle far altro. Veramente sul principio si trovò essa ben trattata da lui; ma da lì a poco tempo restò essa non poco ammirata e confusa, perchè Massimino le fece proporre di prenderla per moglie; al qual fine si esibiva di ripudiar quella ch'egli avea. La risposta di Valeria fu da donna saggia e di petto costante: che si maravigliava di una tal proposizione, come empia, pendente lo scorruccio del defunto consorte, e parere a lei strano ch'egli volesse abbandonar una moglie senza alcun demerito suo; e che questo procedere apriva a lei gli occhi per temer tutto da lui; in somma non essere permesso ad una persona del suo grado di pensare ad un secondo marito, come cosa scandalosa e senza esempio. Udita ch'ebbe Massimino questa generosa risposta, cangiossi tutta la libidine sua in odio e furore. Cacciò Valeria e tutti i suoi in esilio, senza assegnar loro un luogo fisso, e con farla vergognosamente condurre qua e là. Occupò tutti i di lei beni, le levò i suoi ufficiali, fece tormentare i suoi eunuchi, e mosse guerra alle nobili dame della di lei corte, alcune delle quali condannò alla morte con false accuse di adulterio, quando egli sapeva che erano più caste di quel ch'egli stesso voleva: iniquità che accrebbe a dismisura l'odio di ognuno verso questo manigoldo tiranno. Come terminasse la tragedia d'essa Valeria non tarderemo ad udirlo. Mosse anche guerra Massimino, per attestato di Eusebio, ai popoli dell'Armenia, perchè, siccome cristiani, non voleano far sacrifizii ai falsi dii; ma con poco suo utile. La fame e la peste anch'esse fecero guerra alle di lui armate.

Mentre tali cose succedevano in Oriente, Costantino Augusto si applicava a stabilire una buona pace nelle Gallie, per essere in istato di rispondere in buona forma alle minacce[2810] che andava facendo Massenzio tiranno di Roma contro di lui, servendosi del pretesto della morte di Massimiano Erculio suo padre, benchè in suo cuore non ne avesse disgusto. Visitò Costantino[2811] in quest'anno la città di Autun, e trovandola desolata, rimise a quel popolo i debiti di cinque anni addietro contratti col fisco, e parte delle imposte per gli anni avvenire: il che fu di mirabil sollievo a quella città, la quale da lì innanzi prese il titolo di Flavia dalla famiglia dell'Augusto benefattore. Fu in questa congiuntura che l'oratore Eumene, o Eumenio, recitò in lode di lui un panegirico che resta con altri tuttavia. Pensava in fatti Massenzio di far guerra a Costantino, e già avea disegnato di passar pei Grigioni nelle Gallie, con formar de' mirabili castelli in aria, cioè figurandosi di poter atterrar Costantino con facilità, e poi d'impadronirsi della Dalmazia e dell'Illirico, con abbattere l'Augusto Licinio, dominante in quelle parti. Ma prima d'intraprendere questa guerra, giudicò meglio di ricuperar l'Africa[2812]. Quivi tuttavia sussisteva l'usurpatore Alessandro che avea preso il titolo d'Augusto. Colà fu inviato assai nerbo di gente Rufio Volusiano prefetto del pretorio, che probabilmente dopo tale impresa fu assunto al consolato. Menò egli seco Zena, uomo che egregiamente intendeva il mestier della guerra, ed era in credito d'uomo pien di mansuetudine. Poca fatica durò questo capitano a sbrigarsi di quel tiranno, con aver messo in fuga i di lui soldati. Restò egli preso e strangolato. Bella occasion fu questa pel crudele Massenzio di spogliar del suo meglio l'Africa tutta. Non vi fu persona, nobile o ricca, che a torto o a diritto non fosse processata e condannata come aderente all'estinto Alessandro, con perdere perciò vita e roba. Oltre a ciò, ordinò l'empio Massenzio che fosse dato il sacco e il fuoco a Cartagine, città allora delle più belle e riguardevoli del mondo, non che dell'Africa. In una parola, per tante crudeltà rimasero affatto impoverite e rovinate tutte le africane provincie; e pure delle lacrime di que' popoli si fece trionfo e falò in Roma, città nondimeno con ugual furore maltrattata dallo stesso Massenzio, siccome fra poco dirò.

NOTE:

[2797] Bucherius, de Cycl.

[2798] Idacius, in Fastis.

[2799] Cassiodorus, in Fastis.

[2800] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 35.

[2801] Chronic. Damasi, apud Anastasium. Bibliothecar.

[2802] Idacius, ibid.

[2803] Thesaurus Novus Inscript., pag. 172.

[2804] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 33.

[2805] Euseb., Histor. Eccles., l. 8, cap. 17.

[2806] Mediobarbus, in Numismat. Imp.

[2807] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 36.

[2808] Euseb., Histor. Eccles., lib. 9, cap. 6 et 10.

[2809] Lactant., ibid., cap. 39.

[2810] Zosimus, lib. 2, cap. 14. Lactant., de Mort. Persec., cap. 43.

[2811] Eumen., Panegyr. Constant.

[2812] Zosimus, lib. 2, cap. 14. Aurelius Victor, de Caesaribus.

Anno di CRISTO CCCXII. Indizione XV.

MELCHIADE papa 3. MASSENZIO imperadore 7. COSTANTINO imperadore 6. LICINIO imperadore 6. MASSIMINO imperadore 6.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANTINO AUGUSTO per la seconda volta e PUBLIO LICINIANO LICINIO AUGUSTO per la seconda.

Tali furono i consoli per le Gallie e per altri paesi, dove regnava Costantino, e nell'Illirico, dove dominava Licinio. Andavano d'accordo insieme questi due imperadori. Ma in Roma, per attestato d'Idacio[2813] e del Catalogo Bucheriano[2814], fu console il solo Massenzio per la quarta volta. In Oriente credono alcuni che procedessero consoli Massimino Augusto e Picenzio. Fu in quest'anno prefetto di Roma Aradio Rufino. Fra tanti imperadori cavati dall'aratro e dalla zappa, che in questi tempi governarono, o, per dir meglio, divisero e lacerarono l'imperio romano, niuno, a mio credere, fu più pernicioso e pestilente di Massenzio e di Massimino; l'uno signoreggiante in Roma, nell'Italia e nell'Africa; e l'altro nell'Oriente. Ne ho per testimonio Aurelio Vittore[2815] e lo stesso Zosimo[2816], nemico di Costantino, oltre agli storici cristiani che, parlano a lungo delle loro scelleraggini. Sopra gli altri Lattanzio[2817] descrive la lascivia incredibile di Massimino e le violenze da lui usate. L'autore incerto[2818] del panegirico di Costantino ed Eusebio[2819] ci fan sapere gli enormi vizii di Massenzio, tali che possono far orrore a chiunque legge; sì sfrenata era la sua libidine, barbarica la sua crudeltà, non solo nella Africa, come abbiam detto, ma nell'Italia ancora e in Roma stessa. Niuna matrona era ivi sicura dalle unghie di questo avoltoio. La moglie dello stesso prefetto di Roma, cristiana di religione, per sottrarsi alla di lui bestiale violenza, si cacciò un pugnale nel petto e morì: azione gloriosa bensì secondo la morale de' pagani, ma non già secondo quella de' Cristiani. Le estorsioni poi fatte da Massenzio per adunar tesori con disegno di valersene a far guerra a Costantino, e per tener contente ed allegre le sue milizie, furono innumerabili, perchè continue. Tutto dì saltavano fuori calunnie contra dei benestanti e de' medesimi senatori; ed oltre ai lor beni vi andava anche la vita, di maniera che il senato restò spogliato dei suoi più illustri soggetti. Potevano poi i soldati a man salva commettere quante iniquità volevano contra l'onore, la vita e i beni degl'innocenti, perchè la giustizia per conto loro avea affatto perduta la voce e le mani. Lo stesso, che in Roma, si praticava per tutta l'Italia dai suoi perversi ministri. Giunse Massenzio per questa via in meno di sei anni a spogliar Roma e le provincie italiane di tulle le ricchezze adunate dai popoli in più di dieci secoli addietro[2820]. Fu fatto anche in Roma un giorno un gran macello di cittadini romani per leggerissima cagione. Forse fu quella, di cui Zosimo[2821] fa menzione, dicendo che attaccatosi il fuoco in Roma al tempio della Fortuna, perchè uno de' soldati metteva in burla quella falsa deità, i Romani accorsi a folla per ismorzar l'incendio, se gli avventarono addosso e l'uccisero. Di più non vi volle perchè gli altri soldati ammutinati facessero una fiera strage di que' cittadini, e se non accorreva Massenzio, la città affatto periva. Anche Nazario[2822], anche Prudenzio[2823] ci lasciarono un vivo ritratto del compassionevole stato di Roma sotto di questo tiranno, impudico, crudele, assassino delle sostanze altrui, e dato alla magia per la folle speranza di scoprir l'avvenire: nel che quanto egli s'ingannasse fra poco apparirà.

Intanto l'Augusto Costantino con segrete lettere veniva sollecitato dai Romani a calare in Italia, per liberarli dall'insoffribil tiranno; ma quello che finalmente diede la spinta alle di lui armi, fu l'udire che Massenzio era risoluto di muovere a lui stesso guerra, con lasciarsene anche intendere dappertutto, e mirabil preparamento faceva a tal fine, fingendo di voler vendicare la morte di Massimiano suo padre. Un gran dappoco[2824], un figlio della paura era per altro Massenzio; dato unicamente ai piaceri, non usciva quasi mai di palazzo: il più gran viaggio che faceva, ma di raro, consisteva in passare agli orti di Sallustio. La fidanza nondimeno di riuscire nelle grandi imprese, la riponeva egli nel numero e nella forza delle sue scapestrate milizie, in alcuni suoi valorosi uffiziali, e nei tesori ammassati con impoverire tutti i suoi sudditi. Oltre al grosso corpo dei suoi pretoriani, gente creduta la più valorosa dell'altre, oltre all'armata che già servì sotto suo padre, aveva egli fatta copiosa leva di soldati non meno in Italia che nell'Africa. Il panegirista anonimo di Costantino gli dà un esercito di cento mila combattenti. Aggiugne che quello di Costantino ascendeva solo alla quarta parte, cioè a venticinque mila, espressamente dicendo che era minore di quel di Alessandro il Grande, consistente in quaranta mila. Zosimo[2825], all'incontro, benchè lontano da questi tempi e fatti, pure con più verisimiglianza racconta che Massenzio avea in armi, oltre alle vecchie sue squadre, ottanta mila Italiani, e quaranta mila tra Siciliani ed Africani, di modo che nella sua armata si contavano cento settanta mila pedoni, e diciotto mila cavalli. Dall'altra parte Costantino aveva messo in piedi un esercito di gente, parte gallica e parte germanica, sino al numero di novanta mila fanti ed otto mila cavalli. Abbiamo da Nazario[2826] che Costantino tentò prima le vie dolci per risparmiare la guerra, con ispedir ambasciatori a Massenzio e far proposizioni di pace. Più che mai ostinato nei suoi disegni si trovò il tiranno: e non passò molto[2827] ch'egli diede principio alla danza con abbattere in Roma le statue ed immagini di Costantino, più che mai protestando di voler la vendetta del padre. Ora Costantino, veggendo che a costui piaceva il giuoco continuò più che mai a mettersi in arnese. Ma per assicurarsi di non aver che un nemico da affrontare, trattò prima una lega con Licinio imperadore dell'Illirico, e gli riuscì di stabilirla con promettergli in moglie Flavia Valeria Costanza sua sorella[2828]. Informato di questo accordo Massimino imperador dell'Oriente, che prima era in trattato di lega con esso Licinio, ingelosito della contratta loro forte amistà, quasi che mirassero alla di lui rovina, tosto si rivolse al tiranno di Roma, cioè Massenzio, con offerirsi di stringersi in lega con lui. Massenzio a braccia aperte accettò le esibizioni, parendogli mandato dal cielo un sì fatto aiuto in occasione di tanta importanza. Pure noi non sappiamo che Licinio porgesse in questa guerra soccorso alcuno a Costantino, nè che Massimino si sbracciasse punto per sostenere Massenzio.

Non volle già il saggio Costantino lasciarsi prevenir da Massenzio, ma animosamente determinò di prevenir lui, e di allontanar dal suo dominio la guerra, con portarla nel paese nemico. Probabilmente adunque sulla primavera dell'anno presente mosse egli dal Reno l'armata sua[2829], con inviarne un'altra per mare, e tal diligenza fece che all'improvviso comparve all'Alpi, e le passò senza trovar resistenza. Trovò bensì la città di Susa ben fortificata, ben rinforzata di guarnigione, che si oppose ai suoi passi, nè volle cedere alla chiamata. Costantino, senza mettersi ad assediarla, comandò immantinente che si attaccasse il fuoco alle porte, e si desse la scalata alle mura. V'entrò vittoriosa la di lui gente; e pure il buon imperadore ne impedì il sacco, e perdonò a quegli abitanti e soldati[2830]. S'inoltrò poi l'esercito suo alla volta di Torino; ma prima di giugnervi, ecco possenti schiere di nemici a cavallo, tutte armate di ferro, attraversargli il cammino. Fatto far largo ai suoi, Costantino le prese in mezzo, e poi diede loro addosso. I più restarono ivi atterrati a colpi di mazze, gli altri inseguiti sino a Torino, trovarono le porte che non si vollero aprir dagli abitanti per loro, a piè delle quali perciò rimasero estinti. Di volere del popolo entrò in quella città Costantino, ricevuto con giubilo da tutti. Questo primo prosperoso successo dell'armi sue mosse le circonvicine città a spedirgli dei deputati, con esibirgli la lor sommessione e provvisione di viveri, di maniera che, senza più sfoderar la spada, egli arrivò a Milano, dove entrò fra i viva di tutto quel popolo. Il buon trattamento ch'egli faceva a chiunque volontariamente si rendeva, invitava gli altri ad accettarlo allegramente per signore. Dopo aver dato per qualche giorno riposo all'esercito suo in quella nobil città, passò Costantino a Brescia, dove trovò un buon corpo di cavalleria che parea disposto a far fronte; ma sbaragliato con pochi colpi, prese tosto la fuga, con salvarsi a Verona, dove si erano unite le soldatesche di Massenzio, sparse prima in varii siti per difendere quella forte città[2831]. Avea quivi il comando dell'armi Ruricio Pompeiano prefetto del pretorio, uomo di molta sperienza ne' fatti della guerra, che, senza volersi esporre all'azzardo di una battaglia, si dispose a sostenere l'assedio, con restare a sua disposizione il di là dall'Adige. Fu dato principio all'assedio, ma riconoscendosi la vanità d'esso se non si stringeva la città anche dalla parte settentrionale, riuscì poi alle milizie di Costantino di valicar quel fiume nella parte superiore in sito poco custodito da' nemici; e però d'ogni intorno restò assediata Verona. Più d'una sortita fece Pompeiano, ma con lasciar sempre sul campo la maggior parte dei suoi: il perchè prese egli la risoluzione di uscirne segretamente dalla città per portarsi a raunar gente, e tornar poi a soccorrerla. Ritornò in fatti con molte forze[2832]. Ma Costantino, lasciata la maggior parte dell'esercito all'assedio, col resto, benchè inferiore di numero ai nemici, andò coraggiosamente ad assalirlo. Si attaccò la zuffa verso la sera, e durò parte della notte, colla totale sconfitta e strage grande de' Massenziani, e colla morte dello stesso lor generale Pompeiano. Grandi prodezze fece in questo combattimento Costantino, coll'entrare nel più forte e pericoloso della mischia, e menar le mani al pari d'ogni semplice soldato, di maniera che dopo la vittoria i suoi uffiziali colle lagrime agli occhi lo scongiurarono di non azzardar più a questa maniera una vita di tanta importanza[2833]. Pare che continuasse anche qualche tempo l'assedio, e che la città fosse presa o per dedizione o per assalto, e poi saccheggiata, ma i panegiristi d'allora, usati, secondo il loro mestiere, a farci veder solamente il bello del loro eroe, non ci lasciano scorgere come terminasse quella tragedia, se non che l'Anonimo scrive, che Pompeiano cagion fu della rovina di Verona, e che miserabil fu la calamità di quel popolo. A tutti nondimeno fu salva la vita, ed anche agli stessi soldati nemici. Ma perchè non v'erano tante catene da poter legare sì gran copia di prigioni, Costantino ordinò che delle spade loro si facessero tante catene per custodirli nelle carceri.

Tocca Nazario[2834] di passaggio le città d'Aquileia e di Modena, con far comprendere che anch'esse fecero della resistenza, e convenne usar della forza contra di esse. Ma in fine anche quei popoli si renderono e con piacere, perchè sottoposti a Costantino si promettevano migliore stato, e in fatti si trovarono da lì innanzi in buone mani. Niuna altra opposizione provò l'Augusto principe nella continuazion del suo viaggio, finchè arrivò alle vicinanze di Roma, primario scopo delle sue armi, per desiderio di far sua la capital dell'imperio, e di liberar quel popolo dal giogo intollerabile del violento tiranno Massenzio. Costui non s'era attentato in addietro, e molto meno si attentava ora a mettere il piede fuori di Roma[2835], perchè da' suoi astrologhi o maghi era stato predetto, che qualora ne uscisse, sarebbe perito. L'armata sua di gran lunga era superiore all'altra; in Roma aveva egli raunata un'immensa copia di viveri; ed inoltre colle immense somme d'oro, da lui messe insieme colle inudite sue avanie, si lusingava di poter sovvertire tutte le milizie di Costantino, siccome gli era venuto fatto con quelle di Severo e di Galerio. Il perchè sembrava più tosto godere che rattristarsi della venuta di Costantino, stante il tenersi egli come in pugno di spogliarlo di gente, di riputazione e di vita. Ma differenti erano gli alti disegni di Dio, che intendeva di liberar oramai Roma dal tiranno, e la sua Chiesa dalla persecuzion de' pagani, i quali intorno a tre secoli sparso aveano tanto sangue di persone innocenti. Era già l'Augusto Costantino assai inclinato verso de' Cristiani, ancorchè nato ed allevato nella superstizion dei Gentili, con aver forse ereditato questo buon genio da Costanzo suo padre, da noi veduto sì favorevole ai cristiani, o pur da Elena sua madre. Trovandosi egli ora in questo gran cimento; cioè a fronte di un potentissimo nemico, e sul bivio o di perdere o di guadagnar tutto, allora fu che, conoscendo il bisogno di essere assistito da Dio, seriamente pensò a qual Dio dovesse egli ricorrere per aiuto. La follia e falsità de' finora creduti suoi dii in varie occasioni l'avea egli osservata, e però sull'esempio di suo padre non soleva più adorare se non il Dio supremo, padrone e regolatore dell'universo. Eusebio[2836] gravissimo storico ci assicura d'aver intesa la verità di questo fatto dalla bocca del medesimo Costantino, allorchè da lì ad alcuni anni familiarmente cominciò a trattare con lui. Cioè si raccomandò egli vivamente a Dio creatore del tutto, quando nel marciar egli coll'esercito suo un giorno, sul bel mezzo dì mirò in cielo sopra il sole una croce di luce, ed appresso le seguenti parole: Con questa va a vincere. Di tal miracoloso fenomeno spettatori furono anche i soldati della sua comitiva. Restò egli perplesso del suo significato, quando nella seguente notte apparendogli in sogno Cristo, gli disse, che, di quella bandiera valendosi, egli vincerebbe. Nulla di più occorse perchè Costantino, fatti chiamare de' sacerdoti cristiani, ed esposto loro quanto avea veduto, imparasse a conoscere la venerazion dovuta alla Croce santificata da Gesù Cristo, e dal culto de' falsi dii passasse alla pura e santa religion dei Cristiani: fatto de' più mirabili e strepitosi che somministri la storia, perchè mutò affatto in poco di tempo anche la faccia del romano imperio.

Fece adunque Costantino mettere nelle sue insegne il monogramma di Cristo Signor nostro, e con questa animosamente procedette contro del tiranno. In qual tempo precisamente, cioè se nel principio di questa guerra o pur nelle vicinanze di Roma, accadesse un tal fatto, l'han ricercato gli eruditi. Chiaramente Lattanzio[2837] scrive che Costantino prima di venir a battaglia con Massenzio, avvertito da Dio in sogno, fece mettere il nome di Cristo negli scudi de' soldati, e che in virtù d'esso vinse. E benchè possa parere strano a taluno, che i panegiristi di allora e gli storici pagani, come Eutropio, Sesto Vittore e Zosimo non abbiano fatto menzione alcuna di un avvenimento di tanta conseguenza; pure non è da maravigliarsene, perchè nè pur essi parlano della religion cristiana abbracciata da Costantino; o se ne parlano, solamente è per isparlarne, e non già per riconoscerne i pregi e i miracoli. A buon conto fuor di dubbio è che Costantino, abbandonati gl'idoli, abbracciò la credenza dei cristiani, e fu il primo degl'imperadori che venerasse la Croce; avvenimento per sè stesso miracoloso, ed effetto della mano di Dio. Lattanzio poi ed Eusebio furono scrittori nobili, contemporanei e familiari di quel grande Augusto, nè loro si può negar fede senza temerità. Le precauzioni che prese in questa congiuntura Massenzio, furono di portare l'armata sua, più numerosa di lunga mano che quella di Costantino, fuori di Roma, alla difesa del Tevere e di Ponte Molle; e di fabbricar su quel fiume un ponte di barche, congegnato in maniera, che levando via alcuni ramponi[2838], da' quali era legato nel mezzo, esso si scioglieva, non tanto per assicurarsi della propria ritirata occorrendo, quanto per annegare i nemici se si mettevano a passarlo. Arrivato che fu Costantino a Ponte Molle, quivi si accampò coll'esercito suo, ma senza scorgere come potere passar oltre; colla opposizione di un fiume allora assai ricco d'acque, e difeso da tante squadre nemiche. Ma permise Iddio che il tiranno dovette essere sì caldamente spronato dagli uffiziali suoi, a' quali per la superiorità delle forze parea certa la vittoria, che s'indusse a far egli passare l'armata sua di là dal fiume pel nuovo ponte di navi, con animo di venir a battaglia campale col nemico; ed intanto prese posto fra Costantino e il Tevere ad un luogo appellato i Sassi Rossi, lungi da Roma, se disse il vero Aurelio Vittore[2839], nove miglia. Non poteva Massenzio far cosa più grata di questa a Costantino, il quale non altro temeva, se non che il tiranno stesse chiuso in Roma, ed aspettasse piuttosto un assedio; il che sarebbe stato la rovina o di Roma, o degli assedianti, perchè quella gran città era a maraviglia fornita di munizioni da bocca e da guerra, e di un'armata maggior della sua[2840]. Due giorni prima il tiranno spaventato da un sogno, s'era levato dal palazzo, e colla moglie e col figliuolo (non sappiamo se Romolo o pure un altro) era passato ad abitare in una casa particolare: dal che i superstiziosi Romani presagirono tosto che fosse imminente la sua caduta.

Era venuto il dì in cui Massenzio dovea celebrare il giorno suo natalizio, o pure l'ultimo dell'anno sesto del suo imperio con feste e giuochi; cioè il dì 27 d'ottobre, per quanto si ricava da Lattanzio[2841], ovvero il dì 28 d'esso mese, come si raccoglie da un Calendario antichissimo pubblicato dal Bucherio[2842]. Non mancò Massenzio di dare al popolo giuochi circensi; ma perchè il medesimo popolo gridò che Costantino non si potea vincere, tutto in collera si levò di là, e spediti alcuni senatori a consultare i libri sibillini[2843], mentre egli attendeva a far de' sacrifizii, gli fu riferito essersi trovato che in quel giorno avea da perire il nemico de' Romani. Questo bastò per incoraggirlo, perchè l'interpretò contra di Costantino, senza pensare ch'egli stesso potesse essere quel desso; e però tutto in armi passò all'esercito suo, il qual già era alle mani coll'avversario. Così Lattanzio. Ma i panegiristi di Costantino[2844] sembrano dire ch'egli in persona schierò la propria armata ed attaccò la zuffa[2845]. Fu questa delle più terribili e sanguinose, e parve che Dio permettesse che il tiranno ristrignesse la sterminata moltitudine de' suoi fra il Tevere e l'esercito nemico, acciocchè restando sconfitta, ne perisse la maggior parte o trafitta dalle spade, o sommersa nel fiume. In fatti Costantino, dopo aver messe in miglior ordinanza di battaglia le sue milizie, tutto fiducia nel Dio de' cristiani, fece dar alle trombe, e innanzi agli altri si scagliò contro ai nemici. I primi a piegare furono i soldati romani ed italiani, perchè ansiosi d'essere liberati dall'insoffribil tiranno. Tennero forte gli altri, e moltissimo sangue si sparse; ma in fine rotta la cavalleria di Massenzio, tutto il suo campo voltò le spalle, ma con aver dietro le spade nemiche, ed avanti un largo fiume. Però la strage degli uccisi fu grande, maggior la copia di coloro che finirono la lor vita nelle acque. Anche Massenzio, spronato il cavallo, cercò di salvarsi pel suo ponte di barche, ma il trovò sì carico per la folla dei fuggitivi, ch'esso ponte si sciolse, e si affondò, ed egli in compagnia d'altra non poca gente precipitò nell'acque, ed ivi restò sommerso[2846]. Giunta questa nuova in Roma, niuno per qualche tempo osò di mostrarne allegrezza, perchè non mancava chi l'asseriva falsissima; ma ritrovato nel giorno appresso il cadavero dell'estinto tiranno, e spiccatane dal busto le testa, portata che fu questa sopra un'asta nella città, allora tutto il popolo proruppe[2847] in trasporti incessanti di gioia, senza potersi esprimere quanta fosse la consolazion sua al trovarsi libero da un tiranno, delle cui iniquità parlarono cotanto non meno i cristiani che gli etnici scrittori. Ma crebbe il giubilo, quando videro entrar in Roma nel giorno susseguente al fatto d'armi il vittorioso Costantino in foggia di trionfo, ma insieme in abito di pace e d'amore, perchè senza condur prigioni, e con fare buon volto a tutti, e solamente con aria di clemenza si lasciò vedere a quel gran popolo.

Zosimo scrive ch'egli fece levar di vita un picciolo numero di persone troppo in addietro attaccate al tiranno; ed oltre a ciò Nazario sembra dire che Costantino sradicò dal mondo la di lui schiatta colla morte probabilmente del figliuolo di Massenzio, che non sappiamo se fosse Romolo o pure un altro. La clemenza sua si stese dipoi sopra il restante delle persone[2848], ricevendo in sua grazia chiunque era stato apertamente contra di lui, e conservando loro il possesso dei beni ed impieghi, e fino ad alcuni, dei quali il popolo dimandava la morte. Accettò inoltre al suo servigio que' soldati di Massenzio ch'erano salvati nella rotta, con levar loro l'armi; benchè dipoi loro le restituì, mandandoli solamente divisi alle guarnigioni dei suoi stati sul Reno e sul Danubio. Ma ciò che più d'ogni altra sua risoluzione diede nel genio al popolo romano, e gli guadagnò le benedizioni di ognuno, fu ch'egli abolì affatto la milizia pretoriana. Questo considerabil corpo di gente militare e scelta, istituito anche prima da Augusto, e conservato dai susseguenti imperadori per difesa delle lor persone, dell'imperial palazzo e della città di Roma, l'abbiamo tante volte vedute prorompere in deplorabili insolenza per rovina della medesima città, e divenuto con tante sedizioni l'arbitrio dello imperio, perchè avvezzo ad usurparsi l'autorità di creare o di svenar gl'imperadori. Incredibili specialmente erano stati i disordini da lor commessi sotto Massenzio, principe che per tenerseli bene affezionati, permetteva lor tutto, e sovente dicea che stessero pure allegri e spendessero largamente, perchè nulla lascerebbe mancare a soldati di tanto merito. Costantino ritenne chi volle servire al soldo suo con essere semplice soldato; e, licenziati gli altri, distrusse il castello pretoriano, specie di fortezza destinata lor per quartiere. Noi non sappiamo che altra guarnigione da lì innanzi stesse in Roma, fuorchè i vigili destinati a battere di notte la pattuglia, e forse qualche discreta guardia del palazzo dei regnanti. Ma non fu per questo abolita l'insigne carica di prefetto del pretorio, la quale continuò ad essere una delle prime nella corte imperiale. Anzi, perchè la division fatta da Diocleziano del romano imperio in quattro parti avea introdotto quattro diversi prefetti del pretorio, volendo cadaun de' principi il suo prefetto, cioè il suo capitano delle guardie; così ne seguitò il loro istituto, con trovar noi da qui innanzi i prefetti del pretorio dell'Italia, delle Gallie, dell'Illirico e dell'Oriente. Comparve poi nel senato il novello signore[2849], e con graziosa orazione piena di clemenza parlò che voleva salva l'antica loro autorità. Gli accusatori, de' quali sotto i principi cattivi abbondò sempre la razza in Roma, e per cui non meno i rei che gl'innocenti perdevano roba ed anche vita, fu vietato l'ascoltarli da lì innanzi, ed intimato contra di essi l'ultimo supplicio. Erano poi innumerabili coloro che Massenzio ingiustamente avea o cacciati in esilio, o imprigionati, o condannati a diverse pene, o spogliati delle loro sostanze[2850]. A tutti fu fatta grazia, ad ognuno restituiti i lor beni. In somma parve che Roma rinascesse in breve tempo, perchè nel termine di soli due mesi la benignità di Costantino riparò tutti i mali che nello spazio di sei anni avea fatto la crudeltà di Massenzio. Per questa vittoria dipoi divenne egli padron di tutta l'Italia, e fu meravigliosa la commozione delle persone accorse allora dalle varie provincie a Roma, per mirar coi loro occhi l'invitto liberatore che rotte avea le lor catene. Fu anche inviata in Africa la testa del tiranno accolta ivi con istrepitose ingiurie; e però senza fatica, anzi con gran festa, i popoli ancora di quelle provincie riconobbero per lor signore chi gli avea finalmente tratti da lagrimevole schiavitù.

NOTE:

[2813] Idacius, in Fastis.

[2814] Bucher., de Cyclo.

[2815] Aurelius Victor, de Caesaribus.

[2816] Zosimus, lib. 2, cap. 14.

[2817] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 37 et sequent.

[2818] Incertus, in Panegyr. Const., cap. 4.

[2819] Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap. 33.

[2820] Aurelius Victor, de Caesaribus. Euseb., in Vita Constantini, lib. 1, cap. 35.

[2821] Zosimus, lib. 2, cap. 13.

[2822] Nazar., in Panegyr. Constant.

[2823] Prudentius, in Sammach., lib. 1.

[2824] Aurelius Victor, de Caesaribus. Incertus, Panegyrico Constantin.

[2825] Zosimus, lib. 2, cap. 15.

[2826] Nazar., in Panegyr. Constant., cap. 9.

[2827] Nazar., ibid., cap. 10.

[2828] Lactant., de Mort. Persecut., cap. 43.

[2829] Incertus, in Panegyr. Costantini, cap. 5.

[2830] Nazar., in Panegyr. Constan., cap. 22.

[2831] Incertus, in Panegyr. Costant., cap. 8.

[2832] Nazar., in Panegyr. Const., cap. 26.

[2833] Incertus, in Panegyr., cap. 11.

[2834] Nazar., in Panegyr. Const., cap. 27.

[2835] Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 44.

[2836] Euseb., in Vita Constan., lib. 1, cap. 27 et seq.

[2837] Lactantius, de Mort. Persecut. cap. 43.

[2838] Eusebius, in Vita Constantini, lib. 1, c. 38.

[2839] Aurelius Victor, de Caesaribus.

[2840] Incertus, in Panegyr. Costantini, cap. 16.

[2841] Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 44.

[2842] Bucherius, de Cycl.

[2843] Zosimus, lib. 2, cap. 16.

[2844] Incertus, in Panegyr. Const., cap. 16. Nazar., in Panegyr., cap. 28.

[2845] Zosimus, lib. 2, cap. 16.

[2846] Euseb., in Vit. Const., lib. 1, cap. 38.

[2847] Eutrop., in Breviar. Aurelius Victor, de Caesarib. Zosimus, lib. 1, cap. 16.

[2848] Incertus, in Paneg. Const., cap. 21. Libanius, Oratione 21.

[2849] Incertus, in Panegyr. Const., cap. 18.

[2850] Nazar., in Paneg. Constant., cap. 32 et seq.

Anno di CRISTO CCCXIII. Indizione I.

MELCHIADE papa 4. COSTANTINO imperatore 7. LICINIO imperadore 7. MASSIMINO imperadore 7.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANTINO AUGUSTO per la terza volta, PUBLIO VALERIO LICINIANO LICINIO AUGUSTO per la terza.

Fu in quest'anno prefetto di Roma Rufio Volusiano. Ho ben io, secondo l'uso di altri scrittori, notato negli anni addietro, cominciando dal principio dell'Era nostra, le Indizioni, cioè un corso di quindici anni, terminando il quale si torna a contare la prima indizione. Ma tempo è ormai d'avvertire che non furono punto in uso le indizioni ne' secoli passati, e che, per consentimento degli eruditi, ne fu istitutore Costantino il Grande[2851]. Il motivo di tal istituzione resta oscuro tuttavia. Opinione fu de' legisti, ch'essa indizione fosse così chiamata da un determinato pagamento di tributi, e il cardinal Baronio[2852] aggiunse, fatto questo regolamento pel tempo destinato ai soldati di militare, dopo il quale s'imponeva un tributo per pagarli. Conghietture son queste assai lodevoli, ma che nulla di certo a noi somministrano. Quel che è fuor di dubbio, servirono da lì innanzi, e tuttavia servono le indizioni per regolare il tempo. Tiensi inoltre che la prima indizione cominciasse a correre nel settembre dell'anno precedente, e non già per la vittoria di Costantino contra di Massenzio, come immaginò il Panvinio, perchè questa accadde sul fine d'ottobre. Ma perchè appunto nel settembre antecedente non era Costantino per anche padrone di Roma, han creduto alcuni che si desse principio ad essa indizione nel settembre dell'anno corrente: il che alle pruove non sussiste. Potè anche prima della vittoria Costantino introdurre l'uso di tali indizioni, essendo per altro fuor di dubbio che le nuove indizioni cominciavano il corso loro nel dì primo di settembre, o pure nel dì 24 d'esso mese; e questo uso per assaissimi secoli durò in Occidente, con essere poi prevaluto quel della curia romana, la quale da qualche secolo in qua conta dal dì primo di gennaio la novella indizione. Egli è ben credibile che l'Augusto Costantino continuasse a dimorare in Roma almen sino alle calende di gennaio di quest'anno, per solennizzar ivi il terzo suo consolato. Quivi pubblicata fu una legge[2853] in sollievo de' poveri, che dai collettori delle pubbliche imposte erano più del dovere caricati per favorire i ricchi. Passò egli dipoi a Milano, ed era in quella città nel 10 di marzo, come apparisce da un'altra sua legge[2854]. Chiamato colà Licinio imperadore dall'Illirico, vi venne per isposare Costanza sorella dell'Augusto Costantino, a lui promessa nell'anno precedente, e quivi in fatti si solennizzarono quelle nozze, e si formò un nuovo decreto per la pace delle chiese e persone cristiane.

Fin quando era in Roma Costantino, avviso gli pervenne che i Franchi, gente avvezza a violar per poco i patti e i trattati, faceano de' preparamenti per passar ai danni delle Gallie. E perciò, sbrigato dagli affari dell'Italia, volò alle sponde del Reno[2855], e trovò non ancora passati i Barbari. Fece egli finta di ritirarsi, mostrandosi non accorto dei loro andamenti, ma lasciò in un'imboscata un grosso corpo di gente. Allora fu che i Barbari, credendo lui ben lontano, si arrischiarono a valicare il Reno in gran copia. Ma caduti nell'agguato, pagarono ben caro il fio della loro perfidia. Nè questa bastò. Eccoti giugnere di nuovo Costantino, il quale, radunata una buona flotta di navi, ed imbarcata la sua gente, passò animosamente il Reno, e portò lo sdegno e la vendetta addosso a quelle barbare e disleali nazioni. L'Anonimo Panegirista gonfiando le pive secondo l'uso de' suoi pari, giugne a dire, aver Costantino dato sì gran guasto al loro paese, e fatta cotanta strage di loro, che si credeva non doversi più nominar la nazione dei Franchi, avvezza in que' tempi a solamente nudrirsi di cacciagione. Ci farà ben vedere la storia che sparata oratoria fosse la sua. Sembra che in questo anno appunto il panegirista suddetto, creduto Nazario da alcuni, recitasse in Treveri quel panegirico in lode di Costantino, con dire, fra l'altre cose, che il senato romano ad esso Augusto avea dedicata una statua, come ad un dio liberatore, e che l'Italia gli avea anche essa dedicato uno scudo e una corona d'oro. Ed è anche da osservare che quell'oratore, per altro pagano, sul fine ricorre non al suo Giove, non ad Apollo o ad altra delle false divinità, ma all'invisibile Creatore dell'universo Iddio, pregandolo di conservar vita così preziosa come quella di Costantino. Dovea costui sapere qual già fosse la credenza di questo glorioso imperadore, già divenuto adoratore del solo vero Iddio.

L'anno fu questo, per attestato di Lattanzio, e non già l'anno 316, come han creduto Zosimo, l'autore della Cronica Alessandrina e Idacio, in cui il vecchio Diocleziano, già imperadore, diede fine al suo vivere nella villa del territorio di Salona, città della Dalmazia sull'Adriatico, dove dicemmo ch'egli s'era ritirato a vivere dopo l'abdicazion dell'imperio. Quivi si crede che sorgesse la moderna città di Spalatro. Non si può negare che di belle qualità concorressero in Diocleziano. Due autori pagani, cioè Libanio[2856] e Giuliano l'Apostata[2857], il lodano come persona ammirabile in molte cose, benchè non in tutte, riconoscendo fra l'altre, ch'egli avea faticato di molto in utilità del pubblico. Veggonsi tuttavia molte leggi fatte da lui, ed inserite nel Codice di Giustiniano, che spirano prudenza e giustizia. Gran cura ebbe egli sempre di promuovere i buoni[2858] e di punire i cattivi, di mantenere l'abbondanza dei viveri, e di rimettere in buono stato i paesi spopolati per le guerre. Sotto di lui andarono a vuoto tutti gli sforzi delle barbare nazioni: tanta era l'applicazione di lui, tanti i suoi viaggi e le sue fatiche per reprimere col braccio del suo bravo, cioè di Massimiano Erculio, i nemici del romano imperio. Sapeva anche farsi amare, e soprattutto poi fu con ragione ammirata la di lui saviezza, perchè, quantunque per forza deponesse l'imperio, pure disingannato delle spinose grandezze del principato, non seppe mai più indursi a ripigliarlo, risoluto di finire i suoi giorni in vita privata. Ma non andò esente da biasimo[2859] l'aver egli, secondo la sua politica, moltiplicati i principi, e divise le provincie dell'imperio, siccome abbiamo veduto; perciocchè, oltre all'essere costato carissimo ai popoli il dover mantenere due Augusti e due Cesari, nello stesso tempo dominanti nel paese loro assegnato, e con corte non inferiore alle altre, di qui poi venne uno smembramento della monarchia romana, e le guerre fin qui accennate, ed altre che vedremo fra poco. Moltiplicò eziandio gli uffiziali e gli esattori in cadauna provincia, che servirono a conculcare ed impoverire i popoli. E perciocchè egli sommamente si dilettò di alzar suntuose fabbriche tanto in Roma che in altri paesi, e particolarmente a Nicomedia, con disegno di renderla uguale a Roma, e fatta una fabbrica, se non gli piaceva, la faceva atterrare per alzarne una nuova: di qua vennero infinite angarie alle città, per somministrar artefici, per condurre materiali, e per pagar taglioni; di modo che per ornare le città egli rovinava le provincie. Dell'avarizia di Diocleziano abbiam parlato altrove. Ammassava tesori, ma non per ispenderli, fuorchè una parte nelle fabbriche suddette; poichè per altro se occorrevano bisogni del pubblico, soddisfaceva coll'imporre nuove gravezze. E qualora egli osservava qualche campagna ben coltivata, o casa ben ornata, non mancavano calunnie contro ai padroni, per carpir loro non solamente gli stabili, ma anche la vita, perchè egli senza sangue non sapea rapire l'altrui. Cosi Lattanzio. Ed anche Eusebio attesta aver egli colle nuove imposte così scorticati i popoli, che più tollerabile riusciva loro il morire che il vivere.

Motivo ancora alla pubblica censura diede il fasto di Diocleziano per lo suo sfoggiare in abiti troppo pomposi, siccome accennammo di sopra; e il peggio fu che introdusse il farsi adorare, cioè l'inginocchiarsi davanti a lui: cosa allora praticata solamente coi falsi dii, e non gli dispiaceva di ricevere il titolo di Dio, e che si scrivesse alla sua divinità. Questi conti avea da fare un così ambizioso ed avaro principe col vero Dio, ad onta ancora del quale aggiunse in fine agli altri suoi reati quello della fiera persecuzione che egli, come capo dell'imperio, mosse contra degl'innocenti seguaci di Cristo. Noi già il vedemmo, appena cominciata questa persecuzione, colpito da Dio con una lunga e terribile malattia, e poi balzato dal trono. Certamente per alcuni anni nel suo ritiro fu onorato da que' principi che regnarono dopo di lui, perchè tutti da lui riconoscevano la lor fortuna, ed era da essi sovente consultato negli affari scabrosi. Ma il fine ancora di Diocleziano non andò diverso da quello degli altri persecutori della Chiesa di Dio. Fioccarono le disgrazie e i crepacuori sopra di lui nell'ultimo di sua vita. Vide abbattute da Costantino le statue ed iscrizioni sue; vide Valerla sua figliuola, già moglie di Galerio Massimiano, e Prisca sua moglie, rifugiate nell'anno 311 nelle terre di Massimino imperador d'Oriente, maltrattate da lui, spogliate dei lor beni, e poi relegate ne' deserti della Soria. Mandò ben egli più volte de' suoi uffiziali[2860] a pregare quel crudele Augusto di restituirgli due sì care persone, ricordandogli le tante sue obbligazioni; ma nulla potè ottenere: negativa, per cui crebbe tanto in lui il dolore e il dispetto, che, veggendosi sprezzato ed oltraggiato da tutti, cadde in una tormentosa malattia. A farlo maggiormente disperare dovette altresì contribuire, se è vero, ciò che narra Aurelio Vittore[2861], cioè che avendolo Costantino e Licinio pregato d'intervenire in Milano alle nozze poco fa accennate, egli se ne scusò con allegare la sua grave età: del che mal soddisfatti quei principi, gli scrissero una lettera minaccievole, trattandolo come da lor nemico. Per questo disgustoso complimento, venuto dietro alle altre suddette disavventure, egli si ridusse a non voler nè mangiare nè dormire, sospirando, gemendo, piagnendo, e rivoltandosi ora nel letto, or sulla terra, tanto che disperato chiuse gli occhi per sempre circa il mese di giugno dell'anno presente. Fu egli poi deificato secondo l'empietà d'allora, per attestato di Eutropio[2862]. Nelle medaglie[2863] nol veggo col titolo di Divo, ma bensì in un editto di Massimino e in altre memorie si truova a lui compartito questo sacrilego onore. Fiorirono a' suoi tempi Sparziano, Lampridio, Capitolino, Vulcazio Gallicano e Trebellio Pollione, scrittori della Storia Augusta tante volte di sopra mentovati, senza de' quali resterebbe per due secoli troppo involta nelle tenebre la storia romana. Fiorì ancora Porfirio, filosofo celebre del paganesimo, e nemico giurato della religione cristiana: intorno ai quali si possono vedere il Vossio, il Tillemont, il Cave ed altri autori.

Più visibilmente ancora si fece in quest'anno sentir la mano di Dio sopra un altro persecutore della religione cristiana, forse il più crudele degli altri, cioè sopra Massimino Augusto, signoreggiante nelle provincie d'Oriente. Già vedemmo che anch'egli concorse nello editto pubblicato da Galerio Massimiano imperadore, di concerto con gli altri Augusti, per dar la pace ai Cristiani; ma se ne dimenticò egli ben tosto, e seguitò con più cautela, ma pur seguitò ad infierir contra di loro. Abbiamo da Eusebio[2864], che, tolto di vita Massenzio, unitamente Costantino e Licinio Augusti diedero fuori nell'anno precedente un proclama in favor de' cristiani; ed inviatolo a Massimino, non solo il pregarono di conformarsi alla loro intenzione, ma in certa guisa gliel comandarono. Per paura mostrò egli della prontezza a farlo; e, pubblicato un editto, l'inviò a Sabino e agli altri uffiziali del suo imperio. Ma nè pure per questo cessò il suo mal talento, perchè di nascosto faceva annegar quei cristiani che gli capitavano alle mani; nè permetteva loro di raunarsi, nè di fabbricar le chiese loro occorrenti. Giacchè i suddetti due Augusti in Milano confermarono il già fatto editto per la pace de' cristiani, alcuni han creduto che comunicassero di nuovo ancor questo a Massimino, ma senza apparirne pruova alcuna. Anzi abbiamo che lo stesso Massimino cominciò la guerra a Licinio nel tempo stesso che questi venne a trovar Costantino in Milano. S'era avuto non poco a male quel superbo[2865] che il senato romano avesse decretata la precedenza di Costantino agli altri due Augusti, nè sapeva digerire la vittoria da lui riportata contro Massenzio. S'aggiunse che egli avea bensì tenuta nascosta la sua lega con Massenzio, ma di questa venne ad accertarsi Costantino colle lettere trovate dopo la morte del tiranno nella di lui segreteria. Il perchè immaginando egli un mal animo in Costantino verso di sè, vieppiù gli crebbe la rabbia al vedere ito Licinio a Milano per abboccarsi con esso Costantino e per contrarre parentela con lui, perchè tutto a lui pareva concertato per la propria sua rovina. Determinò dunque di prevenir egli i veri o creduti suoi avversarii; e preso il tempo medesimo in cui Licinio Augusto si trovava lungi da suoi Stati per la sua venuta a Milano, mosse l'esercito suo, e a gran giornate dalla Soria si trasferì nella Bitinia. Durava tuttavia il verno; il rigor della stagione, le nevi, le pioggie, le strade rotte gli fecero perdere gran parte de' suoi cavalli e delle bestie da soma. Ciò non ostante, senza prendere posa, traghettato lo stretto, passò nella Tracia, e si presentò sotto Bisanzio, dove coi regali e colle promesse tentò indarno di sedurre quella guarnigione, e gli convenne adoperar la forza. Perchè erano pochi i difensori, non più che undici giorni sostennero l'assedio e gli assalti, e poi si renderono. Arrivato Massimino ad Eraclea, ivi ancora fu obbligato a spendere alquanti giorni per ridurre alla sua ubbidienza quella città. Un ritardo tale al corso delle sue armi servì ai corrieri per portare volando in Italia l'avviso della invasione, e a Licinio per tornarsene con diligenza a' suoi Stati. Quivi in fretta raunate quelle truppe che potè, s'innoltrò sino ad Andrinopoli non già col pensiero di venire ad alcun fatto d'armi, ma solamente per fermare le ulteriori conquiste di Massimino, perch'egli non avea più di trenta mila combattenti, laddove il nemico ne conduceva settanta mila. Il racconto è tutto di Lattanzio.

Seguita egli poi a dire che giunsero a vista l'una dell'altra le due armate tra Andrinopoli ed Eraclea[2866]. Era il penultimo dì d'aprile, e Licinio, veggendo di non poter fare di meno, pensava di dar battaglia nel giorno primo di maggio, perchè, essendo quel dì in cui Massimino compieva l'anno ottavo dell'esaltazione sua alla dignità cesarea, sperava di vincerla, come era succeduto a Costantino contra Massenzio in un simile giorno. Massimino, all'incontro, determinò di venire alle mani nell'ultimo di aprile, per poter poi dopo la segnata vittoria festeggiare nel dì appresso il suo natalizio. E la vittoria se la teneva ben egli in pugno, dopo aver fatto voto a' suoi insensati Numi, che guadagnandola, avrebbe interamente esterminati i cristiani. Ora Licinio, che non potea più ritirarsi, nella notte in sogno fu consigliato di ricorrere per aiuto all'onnipotente vero Dio d'essi cristiani con una preghiera ch'egli poi, venuto il giorno, fece scrivere in assaissimi biglietti, e distribuire fra l'esercito suo. La rapporta intera lo stesso Lattanzio[2867]. La mattina dunque del dì ultimo d'aprile ben per tempo mise Massimino in ordinanza di battaglia le sue milizie: il che riferito nel campo di Licinio, anche egli fu forzato a schierar le sue. Era quella campagna sterile e fatta apposta per sì brutta danza: le due armate stavano già a vista l'una dell'altra, e chi ansioso e chi timoroso di venire al cimento: quando i soldati di Licinio, cavatisi di testa gli elmi, e colle mani alzate verso il cielo, a dettatura de' loro uffiziali, intonarono per tre volte coll'imperadore la preghiera suddetta al formidabil Dio degli eserciti, supplicandolo della forte sua assistenza in quel bisogno, con tal mormorio, che anche si udì dalla nemica armata. Ciò fatto, rimessi in testa gli elmi, imbracciano gli scudi, e pieni di coraggio stanno con impazienza aspettando il segno della battaglia. Seguì un abboccamento fra i due imperadori, ma senza che Massimino volesse piegarsi a condizione alcuna di pace, perchè lusingato dalla speranza di veder desertare tutto l'esercito di Licinio alla sua parte, per esser egli in concetto di principe assai liberale verso le persone militari. Anzi sognava con tanto accrescimento di forze di poter poi procedere contra di Costantino, e di abbattere dopo l'uno anche l'altro. Ed eccoti dar fiato alle trombe, accozzarsi amendue le armate[2868]. Parve che quei di Massimino non sapessero mettere mano alle spade, nè scegliere i lor dardi. Di qua e di là correa Massimino per animarli alla pugna, pregando, promettendo ricompense, ma senza essere ascoltato. Per lo contrario quei di Licinio come lioni menavano le mani, facendo, benchè tanto inferiori di numero, orribil macello dei nemici, i quali sembravano venuti non per combattere, ma per farsi scannare. Già era seguita una fiera strage di loro, quando Massimino, accortosi che la faccenda passasse diversamente dal suo supposto, cadutogli il cuor per terra, gittò via la porpora; e presa una veste da servo, e datosi alla fuga, andò a passare il mare allo stretto di Bisanzio. Intanto l'una metà del suo esercito restò vittima delle spade, l'altra o si rendè o si salvò colla fuga[2869]. Le stesse sue guardie si diedero al vincitore Licinio.

Tal diligenza fece Massimino in fuggire, che nel termine di una notte e di un dì, cioè nella sera del giorno primo di maggio pervenne (certamente coll'aiuto delle poste) a Nicomedia in Bitinia, lontana dal luogo della battaglia suddetta cento sessanta miglia. Quivi nè pur credendosi sicuro, prese seco in fretta i figli, la moglie e pochi de' suoi cortigiani, e ritirossi nella Cappadocia, dove, dopo aver messo insieme, come potè, un corpo di soldatesche, in fine ripigliò la porpora; e tutto furore fece uccidere molti de' suoi sacerdoti e profeti, accusandoli come autori delle sue disgrazie coi loro falsi oracoli. Ma Licinio, senza perdere tempo, con una parte del vittorioso esercito suo, ricuperata che ebbe assai facilmente la Tracia, passò il mare, e s'impadronì della Bitinia. Trovavasi egli nella città di Nicomedia nel dì 13 di giugno[2870], quando, riconoscendo dal Dio dei cristiani l'avvenimento felice delle sue armi, a nome ancora dell'Augusto Costantino, pubblicò un editto, con cui annullò tutti gli altri emanati contra di essi cristiani, e loro concedette la libertà della religione e la fabbrica della chiese. Inseguì poscia Licinio con vigore il fuggitivo Massimino, il quale, troppo tardi conosciuto il gastigo di Dio per l'ingiustizia e barbarie sua contro chi professava la legge di Cristo[2871], pubblicò anch'egli un editto in lor favore: con che cessò la fiera carnificina che dianzi si faceva degl'innocenti sudditi suoi. Fortificò poscia Massimino i passi del monte Tauro per impedire i progressi al nemico Licinio[2872]; andò anche in Egitto per far nuove leve di gente; ma ritornato alla città di Tarso, e udito che Licinio superava gli argini e i trinceramenti del monte suddetto, e che per mare e per terra gli veniva addosso una fiera tempesta, allora s'avvide di non poter resistere alle forze dell'avversario, nè alla giustizia di Dio irritata contro di lui. Adunque disperato ebbe ricorso al veleno[2873]; ma perchè lo prese dopo aver mangiato e bevuto a crepa pancia, non potè il veleno levarlo di vita, e solamente gli cagionò una terribil malattia, per cui s'empiè tutto di piaghe, sentendosi anche bruciar le viscere, e consumare fra insoffribili dolori. Arrivò il suo corpo a diseccarsi, non restandogli altro che la pelle e l'ossa, in guisa che perdè affatto la sua forma antica, nè più si conosceva per quel che fu[2874]. Gli uscivano ancora gli occhi di testa; effetti tutti non men del potente veleno, che dell'ira di Dio, come attestano Eusebio e san Girolamo[2875]; di modo che quel suo corpo tutto marcito meritava più tosto d'essere appellato un fetente sepolcro, in cui si trovava imprigionata un'anima cattiva. Così fra gli urli, e con dar della testa ne' muri, e confessando finalmente il grave suo delitto, per aver perseguitato Gesù Cristo nella persona de' suoi servi, ma senza abbandonar per questo la superstizion pagana, finì Massimino la detestabil sua vita. Lasciò de' figli maschi, alcuno dei quali aveva egli associato all'imperio, e una figliuola di sette anni, promessa già in moglie a Candidiano figlio bastardo di Galerio Massimiano. Ma Licinio levò poi dal mondo tutta la di lui stirpe, secondo i giusti giudizii di Dio, che furono visibili sopra tutti questi tiranni persecutori della santa sua religione.

Per la morte di Massimino, il vincitor Licinio niuna fatica durò più ad impossessarsi di tutto l'Oriente[2876]. Pervenuto egli ad Antiochia, quivi lasciò le redini alla sua fierezza non solamente, come dissi, contro la prole di Massimino e contra della di lui moglie, che fu gittata ne' gorghi del fiume Oronte; ma anche contro la maggior parte de' suoi favoriti e ministri, fra' quali spezialmente si contarono Calciano e Peucecio o Picenzio, che aveano sparso tanto sangue del popolo cristiano. Levò del pari la vita ad un Teotecno, facendogli prima confessar le sue imposture, per le quali avea fatto di gran male ad essi cristiani. Mentre dimorava Licinio nella suddetta città d'Antiochia, venne a presentarsegli Candidiano, che già dicemmo figliuolo di Galerio imperadore, e perseguitato da Massimino. Fu sulle prime ben accolto, ben trattato, di maniera che Valeria figlia del fu Diocleziano, che l'avea adottato per figliuolo, partendosi dal luogo dell'esilio suo, venne travestita alla corte per vedere l'esito di questo giovane. Ma quando men se l'aspettava la gente, tolta fu da Licinio a Candidiano la vita, ed insieme con lui perdè la sua Severiano, figlio di quel Severo Augusto che vedemmo ucciso nell'anno 307. Fu preteso che l'un d'essi, o pure amendue avessero disegnato, dopo la morte di Massimino, di prendere la porpora. Uscì ancora sentenza di morte contro la suddetta Valeria, la quale, udito sì disgustoso tenore, prese la fuga, e per quindici mesi andò errando sconosciuta in varii paesi, finchè scoperta in Tessalonica, ossia in Salonichi, e presa con Prisca sua madre, già moglie di Diocleziano[2877], furono tutte e due condannate nell'anno 315 a perdere la testa, compiante da ognuno, e massimamente Valeria, per essersi tirati addosso que' disastri col voler conservare la castità in mezzo agli assalti dell'iniquo Massimino. Ma Iddio, sdegnato contro la stirpe di quegli Augusti che tanta guerra aveano fatto ai suoi servi, non essi solamente, ma anche tutta la lor famiglia volle sradicata dal mondo. Fu in oltre l'estinto Massimino dichiarato tiranno e pubblico nemico dei due Augusti Costantino e Licinio, spezzate le sue statue, cancellate le iscrizioni, ed abbattuta ogni memoria alzata in onore di lui e de' suoi figliuoli. Nè si dee tacere che, non so se prima o dopo la rotta data nel penultimo dì d'aprile da Licinio a Massimino, un Valerio Valente si fece proclamar Augusto in Oriente[2878]. Massimino il prese; ma non avendo egli voluto allora ucciderlo, Licinio di poi, divenuto padrone dell'Oriente, gli diede il meritato gastigo con torgli la vita. Il padre Pagi[2879] ne parla a lungo sotto quest'anno; ma contuttociò resta non poca oscurità intorno ai fatti di costui.

NOTE:

[2851] Panvin., in Fast. Consul. Petav., de Doctrina Tempor. Pagius, in Critic. Baron.

[2852] Baron., in Annalib. Eccles.

[2853] Cod. Theodos. L. 13, tit. 10, lib. 1.

[2854] Gothofredus, in Chron. Cod. Theodos.

[2855] Incertus, Panegyr. Const., cap. 22. Zosimus, lib. 2, cap. 17.

[2856] Liban., Oratione 14.

[2857] Julian., Oratione I.

[2858] Aurelius Victor, in Epitome.

[2859] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 7.

[2860] Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 41.

[2861] Aurelius Victor, in Epitome.

[2862] Eutrop., in Breviar.

[2863] Mediob., Numism. Imper.

[2864] Eusebius, Histor. Eccl., lib. 9, cap. 9.

[2865] Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 44.

[2866] Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 46.

[2867] Lactant., de Mort. Persecut., cap. 47.

[2868] Eusebius, Histor. Eccl., l. 1, cap. 10.

[2869] Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 48.

[2870] Idem, ibidem.

[2871] Eusebius, Histor. Eccl., lib. 1, cap. 10.

[2872] Zosimus, lib. 2, cap. 17.

[2873] Euseb., lib. 9, cap. 10. Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 49.

[2874] Chrysostomus, Orat. in Gent.

[2875] Hieronymus, in Zachariam, cap. 14.

[2876] Aurelius Victor, de Cesaribus. Zosimus, lib. 2, cap. 18. Euseb., lib. 9, cap. 11.

[2877] Lactantius, de Mort. Persec., cap. 51.

[2878] Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 50. Aurelius Victor, in Epitome.

[2879] Pagius, Critic. Baron. ad hunc annum.

Anno di CRISTO CCCXIV. Indizione II.

SILVESTRO papa 1. COSTANTINO imperadore 8. LICINIO imperadore 8.

Consoli

CAIO CEIONIO RUFIO VOLUSIANO per la seconda volta ed ANNIANO.

Truovasi prefetto di Roma in questo anno Rufio Volusiano. Ciò non ostante, vien creduto ch'egli esercitasse nel medesimo tempo il consolato, giacchè la prefettura era stata a lui appoggiata nel settembre dell'anno precedente. Sul principio di questo terminò i suoi giorni MELCHIADE papa[2880], e succedette a lui nella sedia di san Pietro SILVESTRO, che noi vedremo uno de' più gloriosi pontefici della Chiesa di Dio, e felice anche in terra, perchè vivuto a' tempi del primo degl'imperadori cristiani, cioè di Costantino. Certamente non tardò questo insigne Augusto a farsi conoscere dopo la rotta di Massenzio quale egli era, cioè attaccato alla religione de' cristiani, e per questo si stima ch'egli, trionfalmente entrato in Roma, non passasse al Campidoglio, ricusando di portarsi a venerar il Giove sordo de' Romani[2881]. Fece in oltre alzare una statua in Roma a sè stesso, che teneva la croce in mano, per segno che da quella egli riconosceva la riportata vittoria. La prudenza sua non gli permise per allora di far altra maggior risoluzione, perchè egli desiderava che i popoli spontaneamente, e non già per forza, si arrendessero al lume del Vangelo, oltre al temer di sedizioni, ove egli avesse tentato di levar la libertà della religione in un subito ad immensa gente che tuttavia professava il paganesimo. Truovasi in alcune iscrizioni, fra gli altri titoli d'autorità e d'onore conferiti a Costantino, quello di pontefice massimo; ma, siccome osservò il padre Pagi[2882], non fu cotal titolo da lui preso, ma solamente a lui dato dai pagani, secondo l'antico lor uso. Per altro pubblicamente egli si studiava di far conoscere ai Romani il Dio, a cui si doveano gl'incensi[2883]; un gran rispetto professava ai vescovi ed altri ministri dell'Altissimo; ne teneva alcuni ancora in sua corte, li voleva alla sua mensa, e compagni anche nei viaggi, credendo che la loro presenza tirasse sopra di lui i favori e le benedizioni del cielo. Era già insorto nell'Africa lo scisma de' Donatisti con una deplorabil division di quelle chiese. L'Augusto Costantino, benchè novizzo nella religion di Cristo, in vece di scandalezzarsi di una tal discordia troppo contraria agli insegnamenti del Vangelo, si accese più tosto di zelo per curare e sanar quella piaga[2884]. Intimò dunque un concilio di vescovi ad Arles, acciocchè ivi si discutessero le accuse de' Donatisti contra di Ceciliano vescovo; e in una lettera loro scritta espresse i sentimenti della sua vera pietà, con rilevare la benignità di Dio verso de' peccatori, dicendo: Ho operato anch'io molte cose contrarie alla giustizia, senza figurarmi allora che le vedesse la suprema Potenza, ai cui occhi non sono nascose le fibre più occulte del mio cuore. Per questo io meritava d'essere trattato in una maniera conveniente alla mia cecità, e di essere punito con ogni sorta di malanni. Ma così non ha fatto l'onnipotente ed eterno Dio che tien la sua residenza ne' cieli. Egli per lo contrario mi ha compartito dei beni, de' quali io non era degno, nè si possono annoverar tutti i favori, coi quali la bontà celeste ha, per così dire, oppresso questo suo servo.

Dacchè ebbe Licinio Augusto atterrato il nemico Massimino, siccome dissi, tutte le provincie dell'Oriente coll'Egitto vennero in suo potere, e si unirono coll'Illirico, formando egli così una vasta possanza. L'Italia, l'Africa e tutte le restanti provincie d'Occidente rendevano ubbidienza all'Augusto Costantino di lui cognato. Ma, per attestato di Aurelio Vittore[2885], troppo diversi di genio erano questi due principi. Costantino, istruito già delle massime del Vangelo, inclinava alla clemenza; se non avea già abolito, tardò poco ad abolire l'antico uso del patibolo della croce, perchè santificata dal divino Salvator nostro, siccome ancor l'altro di rompere le gambe ai rei. Ai suoi stessi nemici lasciava egli ancora godere gli onori e i beni, non che la vita; laddove Licinio, uomo selvatico e dato al risparmio, facilmente infieriva contra delle persone; ed abbiam veduto di sopra un notabile esempio della sua crudeltà; sapendosi inoltre ch'egli non si guardò dal tormentare a guisa di vili servi non pochi innocenti e nobili filosofi di que' tempi. Poco per questo durò fra tali regnanti la buona armonia, anzi si allumò guerra fra loro nell'anno presente. Truovavasi l'imperador Costantino ne' primi mesi di questo anno in Treveri, dove pubblicò varii ordini e leggi[2886] concernenti il pubblico governo, ed una principalmente, in cui rimediò al disordine accaduto sotto il tiranno Massenzio; cioè all'aver molti perduto la lor libertà per la prepotenza e violenza de' grandi che tuttavia li riteneva per ischiavi. Coll'intimazione di gravi pene comandò egli che fosse escluso dalle dignità chiunque avea poco buon nome e carestia d'onoratezza. Il motivo della disunione e guerra nata in quest'anno fra Costantino e Licinio resta dubbioso. Zosimo[2887] scrittor pagano ne rigetta tutta la colpa sopra il solo Costantino, che non sapeva mantenere i patti, e cominciò a pretendere qualche paese come di sua giurisdizione. Eutropio[2888], anch'egli scrittore pagano, ne attribuisce l'origine all'ambizione di Costantino, malattia troppo familiare ai regnanti del secolo, e che mai non suol dire basta, se non quando il timore la frena. Ma Libanio sofista pretende che Licinio per lo stesso male fosse il primo a rompere la concordia; ed il perchè ce l'ha conservato l'Anonimo Valesiano[2889]. Scrive questo autore, aver Costantino maritata Anastasia sua sorella a Bassiano, con disegno di dichiararlo Cesare, e di dargli il governo dell'Italia. Per camminar dunque d'accordo col cognato Licinio, spedì a lui un personaggio nomato Costanzo, richiedendolo del suo assenso. Venne in questo mentre Costantino a scoprire che Licinio segretamente per mezzo di Senecione, fratello di Bassiano, e suo confidente, era dietro ad indurre lo stesso Bassiano a prendere l'armi contra del medesimo Costantino. Di questa trama fu convinto Bassiano, e gli costò la vita. Fece Costantino istanza per aver nelle mani il manipolatore di tal trama, cioè Senecione; e Licinio gliel negò. Per questa negativa, e perchè Licinio fece abbattere le immagini e statue di Costantino in Emona, città, non so se dell'Istria o della Pannonia, si venne a guerra aperta. Costantino marciò in persona con una armata di soli venti mila tra cavalli e pedoni alla volta della Pannonia, per farsi giustizia, coll'armi, e s'incontrò nelle campagne di Cibala con Licinio, il cui esercito ascendeva a trentacinque mila uomini, parte cavalleria e parte fanteria. Qui furono alle mani i due principi, e ne rimase sconfitto Licinio. Zosimo[2890] descrive l'ordine di quella battaglia, che durò dalla mattina sino alla sera con gran mortalità di gente; ma in fine l'ala destra, dove era lo stesso Costantino, ruppe la nemica; e le legioni di Licinio, dopo aver combattuto a piè fermo tutto quel giorno, poichè videro il lor principe a cavallo in fuga, anch'esse sull'imbrunir della notte, preso sol tanto di cibo che bastasse per allora, ed abbandonato il resto de' viveri, de' carriaggi e del bagaglio, frettolosamente si ritirarono alla volta di Sirmio, dove prima di loro era pervenuto Licinio[2891]. Nel dì 8 di ottobre succedette questo sanguinoso fatto d'armi; ed essendo il racconto di Zosimo così circostanziato, merita ben più fede che quel di Eutropio[2892], il quale sembra dire che Licinio prima di questo tempo ebbe una percossa da Costantino, e che poi, sorpreso all'improvviso sotto Cibala, di nuovo fu disfatto. L'Anonimo Valesiano fa giugnere la sua perdita sino a venti mila persone: il che par troppo.

Poco si fermò Licinio in Sirmio, città da due bande cinta dal Savo fiume, colà dove esso si scarica nel Danubio[2893]; ma presi seco le moglie e i figliuoli, e rotto il ponte, marciò con diligenza verso la novella Dacia, finchè arrivò nella Tracia. Per viaggio[2894] egli creò Cesare Valente, uffiziale assai valoroso della sua armata, di cui leggerissima informazione ci resta nella storia. Indarno gli spedì dietro Costantino cinque mila de' suoi per coglierlo nella fuga. Impadronissi dipoi Costantino di Cibala e di Sirmio; ed allorchè fu arrivato a Filippi, città della Macedonia, o piuttosto a Filippopoli della Tracia, comparvero da Andrinopoli ambasciatori di Licinio per dimandar pace; ma nulla ottennero, perchè Costantino esigeva la deposizion di Valente creato Cesare al suo dispetto, e Licinio non acconsentì. Intanto con somma diligenza mise Licinio insieme un'altra assai numerosa armata colle genti a lui spedite dall'Oriente; e fu di nuovo in campagna. Ma nol lasciò punto dormire l'infaticabil Costantino, che gli giunse addosso nella pianura di Mardia. Seguì un'altra giornata campale con perdita vicendevole di gente, secondo Zosimo, e con restare indecisa la sorte, avendo la notte messo fine al menar delle mani; ma dall'Anonimo del Valesio abbiamo che terminò la zuffa con qualche svantaggio di Licinio, il quale, col favor della notte tiratosi in disparte, lasciò nel dì seguente passar oltre Costantino, con ridursi egli e i suoi a Berea. Pietro Patrizio[2895] lasciò scritto che Costantino perdè in tal congiuntura parte del suo bagaglio, sorpreso in un'imboscata da quei di Licinio. Tornò dunque esso Licinio a spedire a Costantino proposizioni di pace, e l'ambasciatore fu Mestriano, uno de' suoi consiglieri, il quale trovò delle durezze più che mai. Contuttociò, considerando l'Augusto Costantino quanto egli si fosse allontanato da' proprii Stati, e molto più come sieno incerti gli avvenimenti delle guerre, finalmente si lasciò piegare ad ascoltar l'inviato. Mostrossi egli irritato forte contra di Licinio, perchè senza suo consentimento, anzi ad onta sua, avesse creato un nuovo Cesare, cioè Valente, e volesse anche sostenere piuttosto quel suo famiglio[2896] (che così il nominava egli) che un Augusto suo cognato. Però, se si aveva a trattar di pace, esigeva per preliminare la deposizion di Valente. Cedette in fine Licinio a questa pretensione, e fu dipoi conchiusa la pace. Se non è fallato il testo di Aurelio Vittore[2897], Licinio levò appresso non solamente la porpora, ma anche la vita ad esso Valente. Per questa pace vennero in potere di Costantino l'Illirico, la Dardania, la Macedonia, la Grecia e la Mesia superiore. Restarono sotto il dominio di Licinio la Soria colle altre provincie orientali, l'Egitto, la Tracia e la Mesia inferiore[2898], appellata da alcuni la picciola Scitia, perchè abitata ne' vecchi tempi dalle nazioni scitiche. Così venne a crescere di molto la signoria di Costantino colle penne tagliate al cognato. Nel Codice Teodosiano[2899] abbiamo una legge pubblicata da Costantino nelle Gallie nel dì 29 di ottobre di quest'anno; ma, siccome osservò il Gotofredo, sarà scorretto quel luogo, o pure il mese, non essendo probabile che Costantino tornasse sì tosto colà dopo la guerra fatta a Licinio.

NOTE:

[2880] Chron. Damasi, seu Anast. Biblioth.

[2881] Euseb., Hist. Eccles., lib. 9.

[2882] Pagius, Crit. Baron. ad annum 312.

[2883] Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap 42.

[2884] Labb., Concil. Collect. Baron., in Annal. Pagius, in Crit. Bar.

[2885] Aurelius Victor, de Caesaribus.

[2886] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[2887] Zosimus, lib. 2, cap. 18.

[2888] Eutrop., in Breviar.

[2889] Anonymus Valesianus post Ammianum.

[2890] Zosimus, lib. 2, cap. 18.

[2891] Idacius, in Fastis. Euseb., in Chron.

[2892] Eutrop., in Breviar.

[2893] Zosimus, lib. 2, cap. 18.

[2894] Anonymus Valesianus.

[2895] Petrus Patricius, de Legat., Tom. I Hist. Byzantin.

[2896] Anonymus Valesianus. Zosimus.

[2897] Aurelius Victor, in Epitome.

[2898] Jordan., de Reb. Getic.

[2899] Cod. Theodos., l. 1, de Privileg. eorum, etc.

Anno di CRISTO CCCXV. Indizione III.

SILVESTRO papa 2. COSTANTINO imperadore 9. LICINIO imperadore 9.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANTINO AUGUSTO per la quarta volta e PUBLIO VALERIO LICINIANO LICINIO AUGUSTO per la quarta.

Per attestare al pubblico la ristabilita loro unione, presero amendue gli Augusti il consolato in quest'anno. Truovasi Rufio Volusiano tuttavia prefetto di Roma nel dì 25 di febbraio, ciò apparendo da un decreto[2900] a lui indirizzato da Costantino. Secondo il Catalogo de' prefetti, dato alla luce dal Cuspiniano e dal Bucherio, in quella dignità succedette Vettio Rufino nel dì 20 d'agosto. Per la maggior parte dell'anno presente si trattenne l'imperador Costantino nella Pannonia, Dacia, Mesia superiore e Macedonia, per dar buon sesto a que' paesi di nuova conquista, siccome attestano le leggi raccolte dal Gotofredo[2901] e dal Relando[2902]. Ora si truova egli in Tessalonica, ora in Sirmio e in Cibala, ed ora in Naisso e in altre città tutte di quelle contrade. In una d'esse leggi inviata ad Eumelio, che si vede poi nell'anno seguente vicario dell'Africa, egli abolisce l'uso di marcar in fronte con ferro rovente i rei condannati a combattere da gladiatori negli anfiteatri, o pure alle miniere, per non disonorare, siccome egli dice, il volto umano, in cui traluce qualche vestigio della bellezza celeste. Fors'anche ebbe egli riguardo in ciò alla fronte, dove si faceva da' cristiani la sacra unzione e il segno della croce, usato anche allora, per testimonianza di Lattanzio e di Eusebio. Truovasi egli parimente nella città di Naisso, dove era nato, che fu poi da lui abbellita con varie fabbriche, e quivi pubblicò una legge ben degna della sua pietà, con ordine specialmente di farla osservare in Italia, e di tenerla esposta in tavole di bronzo. Un crudele abuso da gran tempo correva, che i padri e le madri per la loro povertà non potendo alimentare i lor figliuoli, o gli uccidevano, o li vendevano, o pure gli abbandonavano, esponendoli nelle strade; con che divenivano schiavi di chiunque gli accoglieva[2903]. Ordinò dunque il piissimo imperadore, che portando un padre agli uffiziali del pubblico i suoi figliuoli, con provare la impotenza sua di nutrirli, dovesse il tesoro del pubblico, o pure l'erario del principe, somministrare gli alimenti a quelle povere creature. Nell'anno poi 322 fece una somigliante legge per l'Africa; incaricando i proconsoli e gli altri pubblici ministri di vegliare per questo, e di prevenir la necessità de' poveri, prendendo dai granai del pubblico di che soddisfare alla lor deplorabile indigenza, acciocchè non si vedesse più quell'indegnità di lasciar morire alcuno di fame. Poscia col tempo ordinò che i fanciulli esposti dai lor padri nelle necessità, e fatti schiavi, si potessero riscattare, dando un ragionevol prezzo, o pure il cambio d'un altro schiavo. Con altra legge[2904] data in Sirmio noi troviamo che egli vietò sotto pena della vita, nel pignorare i debitori, massimamente del fisco, il levar loro i servi ed animali che servono a coltivar la campagna, anteponendo con ciò il bene del pubblico al privato, come richiede il dovere de' buoni e saggi principi. Abbiamo inoltre una legge[2905] data da Costantino nel dì 18 di luglio, mentr'egli era in Aquileia, ed indirizzata ai consoli, pretori e tribuni della plebe di Roma, la qual poi solamente nel dì 5 di settembre fu recitata nel senato da Vettio Rufino prefetto della città. Tal notizia ci mena ad intendere che esso Augusto, dopo aver ordinati gli affari suoi nella Pannonia, Macedonia, Mesia e Grecia, calò in questi tempi in Italia. In fatti si trovano due susseguenti leggi[2906] da lui date in Roma sul fine d'agosto e principio di settembre. Altre leggi poi cel fanno vedere nel medesimo settembre, ottobre e ne' due seguenti mesi ritornato nella Pannonia; ma certamente in alcuna di esse leggi è fallata la data, perchè Costantino non sapeva volare. Dicesi pubblicata in Murgillo nel dì 18 di ottobre quella[2907], con cui Costantino proibisce ai Giudei d'inquietare, siccome faceano, coloro, i quali abbandonavano la lor religione per abbracciar la cristiana; minacciando anche il fuoco a chi in avvenire ardisse di molestarli; siccome ancora diverse pene a chi passasse alla religione giudaica. Se poi crediamo qui al cardinal Baronio, nell'anno presente tenuto fu un concilio di settantacinque vescovi in Roma da papa Silvestro; ma essendo a noi venuta cotal notizia dai soli atti di san Silvestro, che oggidì son riconosciuti[2908] da ogni erudito per apocrifi, cade ancora a terra quel concilio, perchè fondato sopra imposture, e contenente cose troppo inverisimili.

NOTE:

[2900] Cod. Theodos., lib. 2, quor. appellat.

[2901] Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.

[2902] Reland., in Fast.

[2903] Cod. Theodos., l. 1, de aliment.

[2904] Ibidem, l. 1, de pignoribus.

[2905] Ibidem, l. 1, de matern. bon.

[2906] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[2907] Ibidem, l. 1, de Judaeis.

[2908] Pagius, Crit. Baron. Natalis Alexander et alii.

Anno di CRISTO CCCXVI. Indizione IV.

SILVESTRO papa 3. COSTANTINO imperadore 10. LICINIO imperadore 10.

Consoli

SABINO e RUFINO.

Seguitò ad essere prefetto di Roma Vettio Rufino, forse non diverso dal console suddetto, sino al dì 4 d'agosto, in cui quella dignità fu conferita ad Ovinio Gallicano. Le leggi del codice Teodosiano, benchè alcune abbiano la data fallata, pure ci fan vedere Costantino Augusto nella Gallia ne' mesi di maggio e d'agosto, essendo egli passato colà da Roma. La prima d'esse leggi[2909], data in Roma stessa, servì a non pochi di una mirabil quiete; perchè vien quivi decretato che chiunque si trovasse da gran tempo in pacifico possesso di beni una volta spettanti al demanio del principe, ed acquistati o per donazione o per altra via legittima, ne resterebbe per sempre padrone. Nell'Africa si osservava un abuso, cioè che per debiti con particolari, o col fisco, le donne onorate erano per forza tirate fuori delle loro case. Costantino, sotto pena di rigorosi supplicii, e della vita stessa, proibì tal vessazione. E perciocchè egli di giorno in giorno facea maggiormente comparire la sua venerazione alla religion cristiana, per condurre soavemente e senza forza all'amor d'essa i suoi sudditi, nell'anno presente con una legge indirizzata[2910] a Protogene vescovo, probabilmente di Serdica, permise ad ognuno di dar la libertà ai suoi schiavi nella chiesa alla presenza del popolo cristiano, de' vescovi e de' preti. Queste manomissioni si faceano in addietro davanti ai magistrati civili con molte formalità o varie difficoltà: laddove da lì innanzi costò poca fatica il farlo, e bastava per indennità de' liberti cristiani un attestato de' sacri ministri della chiesa. Fu poi confermata questa legge da Costantino e dai suoi successori con altri editti. Non ostante la dichiarazione del concilio d'Arles, e la precedente di un romano, tenuto sotto Melchiade papa, ne' quali fu assoluto Ceciliano vescovo di Cartagine, e condannati come iniqui accusatori i Donatisti, imperversavano tuttavia quegli scismatici; e riuscì loro d'impetrar da Costantino un nuovo giudizio. Partitosi dalle Gallie, dove mai più non ritornò, e venuto a Milano l'Augusto regnante[2911], quivi al concistoro suo nel mese d'ottobre si presentarono Ceciliano e le parti contrarie. Volle lo stesso imperadore con carità e pazienza ascoltar tutti ed esaminar tutto; e di nuovo la sentenza riuscì favorevole a Ceciliano, con restar nondimeno più che mai ostinati gli avversarii suoi, e continuar poscia lo scisma per più di un secolo nelle chiese dell'Africa. Se dicono il vero le leggi, da Milano passò Costantino nella Pannonia e Dacia nuova, veggendosi una legge da lui data nel dì 4 di dicembre in Sardica, indirizzata ad Ottaviano conte di Spagna, in cui ordina che i potenti, rei d'avere usurpato le donne, i servi o i beni altrui, o pur colpevoli d'altro delitto, saranno giudicati secondo le leggi ordinarie dai governatori de' luoghi, senza permettere l'appellazione al prefetto di Roma, e senza bisogno di scriverne all'imperadore. Dovea essere necessaria questa severità per frenare gli abusi di coloro che, per la lontananza della corte e pel vantaggio dell'appellazione, si facevano lecito tutto ciò che loro piaceva. Nè si dee tacere che stando esso imperadore in Arles della Gallia nel mese d'agosto, Fausta sua moglie a lui partorì un figliolo nel dì 7 di quel mese. Aurelio Vittore[2912] il chiama Costantino juniore; Zosimo[2913], secondo l'edizion del Silburgio, gli dà il nome di Costanzo. Il Tillemont[2914] ha esaminata tal controversia, ed inclina a crederlo Costantino juniore; nè altro, a mio credere, si dee tenere. Nella edizione di Zosimo fatta da Arrigo Stefano si legge Costantino; ed Eusebio[2915] e l'Anonimo Valesiano[2916] decidono questa lite con dire che Costantino juniore fu creato Cesare, siccome vedremo nell'anno seguente; e Zosimo confessa che questo Cesare era nato qualche tempo prima in Arles. Fu egli poscia imperadore.

NOTE:

[2909] Cod. Theodos., l. 10, de longi temporis praescript.

[2910] Cod. Justinian., l. 3, de bis qui in Eccles. manumit.

[2911] Baron. Pagius. Fleury et alii.

[2912] Aurelius Victor, in Epitome.

[2913] Zosimus, lib. 2, cap. 20.

[2914] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2915] Eusebius, in Vita Constantini, lib. 1, c. 40.

[2916] Anonym. Valesianus post Amm.

Anno di CRISTO CCCXVII. Indizione V.

SILVESTRO papa 4. COSTANTINO imperadore 11. LICINIO imperadore 11.

Consoli

OVINIO GALLICANO e BASSO.

Probabilmente il secondo console si nominò Settimio Basso, il quale, secondo il Catalogo del Cuspiniano e Bucherio, nel dì 15 di maggio cominciò ad esercitar la carica di prefetto di Roma. Quanto a Gallicano, il Valesio pretende[2917] ch'egli fosse Vulcazio Gallicano lo storico, perchè Ovinio Gallicano era prefetto di Roma. Ma in questi tempi noi troviamo sovente unita al consolato essa prefettura. L'Anonimo Valesiano e Zosimo ci fan sapere, che mentre Costantino Augusto era in Serdica, o sia Sardica, città della nuova Dacia, correndo l'anno decimo del suo imperio, trattò con Licinio imperadore d'Oriente per creare concordemente Cesari i loro figliuoli. A Costantino Minervina sua prima moglie avea partorito Crispo forse prima dell'anno 300. A questo principe, allorchè fu giunto all'età capace di lettere, diede il padre per maestro[2918] il celebre Lattanzio Firmiano, acciocchè gl'insegnasse la lingua latina, l'eloquenza, ed insieme la vera pietà coi documenti della religione cristiana. Ne profittò il giovinetto; e noi presto il vedremo cominciarsi a segnalare nel mestier della guerra, e dar grande espettazion di sè stesso; ma sì belle speranze svanirono poi, siccome diremo, coll'infausta sua morte. Era parimente nato a Costantino Augusto da Fausta, di presente sua moglie, Costantino juniore nell'anno precedente. Pertanto amendue furono decorati nel presente della dignità cesarea. Abbiamo da Libanio[2919] che usò Costantino di formar la corte a cadaun de' suoi figliuoli, e di dar loro il comando d'un'armata, ma con tenerli nondimeno sempre al suo lato, affinchè la verde loro età non li facesse sdrucciolare. Crispo nelle iscrizioni[2920] e medaglie[2921] si truova chiamato Flavio Valerio Giulio Crispo; e il giovane Costantino Flavio Claudio Costantino juniore. Anche l'imperador Licinio avea un figliuolo che portava il nome paterno di Valerio Liciniano Licinio[2922], e si pretende ch'egli fosse entrato solamente nel mese ventesimo di sua età: il che se è vero, venghiamo a conoscere che un altro figliuolo di Licinio, già atto alle armi, e da noi veduto alla battaglia di Cibala, dovea essere premorto al padre. Ora anche a questo Licinio fanciullo fu conferita, d'accordo dei padri Augusti, la dignità cesarea. Dimorò in tutto questo anno, o nella maggior parte almeno, l'imperadore Costantino nella Dacia novella, nella Pannonia e in altri luoghi dell'Illirico, come consta dalle sue leggi[2923] e dagli autori suddetti; di modo che si può credere fallo in due d'esse che si dicono date in Roma nel marzo e nel luglio, se pure appartengono all'anno presente. In quelle parti si trovava ancora la moglie di Costantino, Fausta Augusta, che diede alla luce nel dì 13 d'agosto un figliuolo, a cui fu posto il nome di Costanzo. Fu anch'egli a suo tempo imperadore, e riuscì il più rinomato de' suoi figli, non so se più per li suoi vizii[2924], ovvero per le sue virtù.

NOTE:

[2917] Valesius, in Notis ad Ammian.

[2918] Eusebius, in Chron.

[2919] Libanius, Oratione 3.

[2920] Gruterus, Thesaur Inscription.

[2921] Mediob., Numism. Imperat.

[2922] Zosimus, lib. 2, cap. 20.

[2923] Gothofredus, in Chronic. Cod. Theodos.

[2924] Julian., Oratione I. Anonymus Valesianus.

Anno di CRISTO CCCXVIII. Indizione VI.

SILVESTRO papa 5. COSTANTINO imperadore 12. LICINIO imperadore 12.

Consoli

PUBLIO VALERIO LICINIO AUGUSTO per la quinta volta, e FLAVIO GIULIO CRISPO CESARE.

Continuò ad esercitare anche per quest'anno la carica di prefetto di Roma Settimio Basso[2925]; ma perchè egli fu obbligato a portarsi alla corte di Costantino, probabilmente soggiornante anche allor nell'Illirico, Giulio Cassio dal dì 13 di luglio fino al dì 13 d'agosto sostenne le sue veci in quell'uffizio, finchè, ritornato esso Basso, ne ripigliò l'esercizio. Nulla di rilevante intorno a Costantino ci somministra in quest'anno la storia, se non che troviamo tuttavia esso Augusto nell'Illirico, e particolarmente in Sirmio[2926], dove son date due sue leggi. Intanto, siccome abbiamo da Eusebio[2927], sotto questo piissimo Augusto godevano i cristiani una tranquillissima pace e libertà, crescendo ogni dì più il lor numero, ed alzandosi per tutto il romano imperio chiese e suntuosi templi al vero Iddio. Somministrava il buon principe, come consta dai suoi rescritti, ai vescovi dell'erario proprio l'occorrente danaro per le fabbriche e per altre spese pertinenti al culto divino; esentava inoltre i sacri ministri della Chiesa di Dio dalle gravezze imposte ai secolari. E quantunque Licinio Augusto in Oriente professasse come prima il culto degl'idoli, pure, più per paura di Costantino che per proprio genio, non inquietava punto i fedeli, i quali ne' paesi di sua giurisdizione abbondavano anche più che in altri luoghi. Tuttavia Sozomeno è di parere[2928] che Licinio in qualche tempo si mostrasse seguace o almen fautore della religion di Cristo; e può questo dedursi anche da un passo d'Eusebio[2929], siccome osservò il padre Pagi[2930]. Ma fuor di dubbio è, per attestato de' medesimi due antichi storici, ch'egli o non mai ben rinunziò alla superstizion de' Gentili, o pure, dappoichè nella battaglia di Cibala restò sconfitto da Costantino, la ripigliò come prima, ed in quella credenza terminò poi i suoi giorni.

NOTE:

[2925] Cuspinianus. Bucherius. Panvin.

[2926] Gothofredus, in Chronic. Cod. Theodos.

[2927] Euseb., in Vita Constant., l. 4, cap. 1 et seq.

[2928] Sozomenus, lib. 1, cap. 7.

[2929] Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap. 14.

[2930] Pagius, Crit. Baron.

Anno di CRISTO CCCXIX. Indizione VII.

SILVESTRO papa 6. COSTANTINO imperadore 13. LICINIO imperadore 13.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANTINO AUGUSTO per la quinta volta e VALERIO LICINIANO LICINIO CESARE.

Continuò Settimio Basso nella prefettura di Roma sino alle calende di settembre, nel qual giorno succedette a lui in quella carica Valerio Massimo Basilio, il quale seguitò anche per li tre susseguenti anni, siccome dignità che non avea tempo fisso, e dipendeva dal solo volere del principe. Nel Catalogo del Cuspiniano, chiamato anche del Bucherio, egli si truova nei susseguenti anni appellato solamente Valerio Massimo; e varii rescritti di Costantino compariscono indirizzati a Massimo prefetto di Roma: che per quel solo cognome era egli più comunemente conosciuto. Il soggiorno dell'Augusto Costantino era tuttavia nell'Illirico, che abbracciava allora anche la Pannonia e la Dacia nuova: ciò apparendo da varie sue leggi. I motivi di fermarsi in quelle contrade, prive delle delizie dell'Italia e della Gallia, possiam credere che fossero l'amore verso un paese stato patria sua, ma più il vegliare agli andamenti dei Sarmati e di altre nazioni barbariche, sempre ansanti di bottinar nelle provincie romane. Forse anche era insorta guerra con loro. Sembra più verisimile ch'egli attendesse a fortificar quelle città, per essere all'ordine, giacchè correva sospetto che Licinio Augusto suo cognato macchinasse un dì guerra contro di lui. Ma quivi stando, non lasciava di promuovere il buon governo di Roma e dell'Italia, specialmente accudendo a levarne i disordini e gli abusi introdotti sotto i principi cattivi, e per istabilir dappertutto la umanità e la pace. Molte savie leggi da lui pubblicate in quest'anno si trovano raccolte dal Gotofredo[2931] e dal Relando[2932]. Da due di esse[2933], date nel dì 1 di febbraio e 15 di maggio, raccogliamo ch'egli cominciò a metter freno alle imposture degli aruspici ed altri indovini della gentilità, acciocchè con vane speranze non ingannassero chi loro prestava fede; comandando che non potessero entrare in casa alcuna particolare per esercitarvi il lor mestiere, ma che loro unicamente fosse permesso il farlo nei templi e luoghi pubblici. Zosimo[2934], fiero nemico di Costantino, pretende ch'egli solamente dopo la morte di Crispo e di Fausta prendesse avversione a quella razza di furbi, de' quali si fosse ben servito in addietro, con avergli predetto essi più fiate l'avvenire. Resta la di lui asserzione smentita dalle suddette sue leggi, scorgendosi che il saggio Augusto avea già scoperta la vanità di quell'arte, e la contava fra le superstizioni. Troppo lungi mi condurrebbe il ragionamento, se volessi qui rammentar tutte le sagge ordinazioni da lui fatte sopra altri soggetti in benefizio del pubblico, e riguardanti i servi, gli accusatori, le pasquinate, il mantenimento delle strade, varii artefici, gli sponsali, e così discorrendo. Truovansi ancora alcune leggi da lui date in Aquileia nel giugno e luglio di quest'anno; segno ch'egli venne sino alle porte d'Italia, se pur non sono fallate, come dirò, quelle date. Ma che andasse anche a Roma, qualche legge sembra indicarlo; contuttociò si può tener per fermo che sieno scorrette quelle date. Parlai poco fa di guerra coi Sarmati, ed in fatti crede il padre Pagi[2935] che in quest'anno essa avesse principio, e continuasse nei tre seguenti; ma senza aver noi notizia sicura del tempo, anzi potendosi credere ciò non vero, per quel che osserveremo andando innanzi.

NOTE:

[2931] Gothofredus, Chron. Cod. Theodosian.

[2932] Reland., Fast. Consul.

[2933] L. 1 et 2 de maleficiis.

[2934] Zosimus, l. 2, cap. 29.

[2935] Pagius, Crit. Baron.

Anno di CRISTO CCCXX. Indizione VIII.

SILVESTRO papa 7. COSTANTINO imperadore 14. LICINIO imperadore 14.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANTINO AUGUSTO per la sesta volta e FLAVIO VALERIO COSTANTINO juniore CESARE.

Seguitò Valerio Massimo ad essere prefetto di Roma, e seguitò l'Augusto Costantino a dimorar nella Dacia, Pannonia e Mesia, e solamente nell'aprile venne ad Aquileia: del che ci porgono testimonianza le leggi[2936] da lui pubblicate in que' luoghi, a riserva di quella Aquileja, il cui nome vien da me creduto fallato. In vigor d'esse egli raffrenò il rigore dei ricchi, che facilmente s'impadronivano dei beni de' poveri lor debitori, volendo che fossero rilasciati quei beni, qualora il debito venisse pagato in contanti. Altrove da noi fu fatta menzione della legge Papia[2937], e dei regolamenti di Augusto contra chi non prendeva moglie, essendovi pene per questi tali, siccome all'incontro privilegii per chi s'ammogliava: e tutto ciò a fine di procrear figliuoli, dei quali scarseggiava la repubblica, correndo bisogni di gente per le guerre. Ma perciocchè questa legge era contraria alla verginità e continenza, virtù lodate dal Vangelo, Costantino, intento a favorir la religion cristiana, levò via le pene intimate contro chiunque era maritato[2938], lasciando solamente i privilegii accordati dalla legge Papia a chi avea de' figliuoli. Per altro santo Ambrosio sostiene[2939] che i paesi, dove erano più vergini, come Alessandria, l'Africa e l'Oriente, erano più popolati degli altri. Osservasi ancora che nell'anno presente fece Costantino risplendere l'animo suo misericordioso nell'ordinare che i debitori del fisco non sieno posti nelle prigioni segrete, riserbate ai soli rei di delitti, nè sieno flagellati, nè sottoposti ad altri supplizii inventati dall'insolenza e crudeltà de' giudici; ma che sieno detenuti in prigioni alla larga, dove ognun possa vederli. La dissolutezza poi de' costumi e lo sprezzo dell'onestà era una conseguenza della falsa religione dei gentili. Ne abbiam più volte toccata qualche cosa. Costantino prese a correggere alcuno di quegli eccessi. Al ratto delle vergini, divenuto oramai male familiare in Roma, provvide egli con assai rigorose pene, stendendole anche alle stesse fanciulle, che volle prive dell'eredità paterna e materna, ancorchè sembrassero rapite per forza, parendo a lui difficile che non fossero almen colpevoli d'aver avuta poca cura e precauzione nella custodia di un tesoro che lor dovea essere così caro. Provvide in parte ancora alla libidine delle donne che abbandonavano il loro onore agli schiavi[2940], con intimar la pena della morte ad esse, e l'essere bruciati vivi ad essi schiavi, con escludere i lor figliuoli da ogni successione e dignità. E fin qui il paganesimo avea senza alcun divieto permesso alle persone maritate il tener delle concubine. Lo proibì Costantino[2941], come abuso troppo contrario alle leggi e all'onestà del matrimonio. Fu egli nondimeno il primo che accordasse ai figli naturali qualche luogo nella eredità del padre. Ebbe parimente cura il buon imperadore de' prigioni accusati di qualche delitto, ordinando che i processi criminali colla maggior diligenza si terminassero; e che gli accusati fossero detenuti in luoghi comodi ed ariosi, soprattutto durante il giorno. Mise anche la pena di morte ai guardiani ed altri ministri delle carceri che maltrattassero i prigionieri o per cavarne del danaro o perchè ne avessero ricevuto dai lor nemici, minacciando l'indignazione sua ai magistrati che non li punissero. Con tutta ragion poi si crede che a quest'anno appartenga la vittoria riportata da Crispo Cesare contra de' popoli transrenani, di cui parla Nazario[2942] all'anno seguente. Altra particolarità non ne sappiamo, se non che questo giovinetto principe fu alle mani con loro, li vinse e supplichevoli gli ammise alla pace. Qualche medaglia[2943] cel rappresenta vincitor degli Alamanni. Abbiamo ancora da Eusebio[2944] che circa questi tempi Licinio imperador d'Oriente cominciò a scoprire il suo mal animo contra de' cristiani, perchè li cacciò tutti dalla sua corte.

NOTE:

[2936] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[2937] L. unica de Commissor. Cod. Theodos.

[2938] L. unica de infirmand. poen. caelib.

[2939] Ambrosius, de Virginit., lib. 3.

[2940] L. unica, de mulier., quae serv.

[2941] Ibid., de concubin. Cod. Justinian.

[2942] Nazar., in Panegyr. Constant.

[2943] Mediobarb., Numism. Imp.

[2944] Euseb., in Chronic.

Anno di CRISTO CCCXXI. Indizione IX.

SILVESTRO papa 8. COSTANTINO imperadore 15. LICINIO imperadore 15.

Consoli

FLAVIO GIULIO CRISPO CESARE per seconda volta e FLAVIO VALERIO COSTANTINO juniore CESARE per la seconda.

Valerio Massimo continuò tuttavia nella prefettura di Roma, e Costantino Augusto seguitò a dimorar nell'Illirico, come si ha dalle sue leggi[2945] date in Sirmio, Viminacio e Serdica. Una sola si osserva data in Aquileia. Ma il far saltare sì sovente Costantino dalla Pannonia e Dacia ad Aquileia, più di una volta ha somministrato motivo a me di sospettare che la data di quelle possa appartenere non ad Aquileia città d'Italia, ma bensì ad Aquas, o pure Aquis, luogo della Mesia superiore, dove probabilmente l'imperadore andava a bagnarsi. Trovasi appunto nell'anno 325 una legge[2946] data in quel luogo. L'anno fu questo, in cui Nazario, chiamato insigne oratore da Eusebio[2947], e lodato anche da Ausonio, recitò un panegirico, che tuttavia abbiamo, in lode di Costantino imperadore, in occasione dei voti quinquennali fatti nel dì primo di marzo per la salute di Crispo e di Costantino juniore Cesari, i quali entravano nell'anno quinto della dignità cesarea. Verisimilmente fu esso recitato in Roma, mentre essi Cesari e l'Augusto lor padre erano ben lontani di là, argomentandosi dal vedere sul fine un desiderio dell'oratore, che Roma possa oramai godere la consolazion di mirare il suo principe e i suoi figliuoli. Raccoglie Nazario[2948] in poche parole nella perorazione i benefizii già fatti da Costantino al popolo romano e al resto dell'imperio, con dire che i Barbari al Reno erano stati respinti dalle Gallie, e nei loro stessi paesi aveano provato il filo delle spade romane. Che la nazion de' Persiani, la più potente che fosse allora dopo la romana, facea premura per istar amica di Costantino; nè si trovava nazion sì feroce e barbara, che non temesse od amasse un imperadore di tanto senno e valore. Che per tutte le città dell'imperio si teneva buona giustizia, si godeva un'invidiabil pace ed abbondanza di viveri. Che le città mirabilmente venivano ornate di nuove fabbriche, ed alcune di esse pareano interamente rinnovate. Che molte leggi pubblicate da Costantino tendevano tutte a riformare i costumi e a reprimere i vizii. Che le sofisticherie, le calunnie, le cabale non aveano più luogo nel foro, volendo egli che con semplicità si amministrasse la giustizia. Che le oneste donne erano in sicuro, ed onorato il matrimonio, col non soffrire gli adulterii e i concubinati. Finalmente che ognuno si godeva in pace il suo, senza paura di soperchierie dalla parte dei prepotenti, o concussioni da quella del fisco. Altrettanto s'ha da Optaziano[2949] nel panegirico di Costantino, con aggiugner egli che questo buon principe, per quanto poteva, addolciva il rigor delle leggi; e quantunque anche le sue fossero ben rigorose, pure egli con gran facilità accordava il perdono ai colpevoli. Abbiamo poi dal suddetto Nazario[2950] che il giovinetto Crispo Cesare, dopo essersi acquistato non poco credito nella guerra contra degli Alamanni, venne nel furore d'un rigoroso verno, cioè ne' primi mesi dell'anno corrente, a ritrovar il padre Augusto, tuttavia soggiornante nell'Illirico.

In quelle parti appunto noi osserviamo pubblicate da lui molte leggi[2951], e massimamente in Sirmio. In una di esse[2952], data in Serdica nel dì 27 di febbraio, egli temperò l'usato rigore delle confiscazioni per delitti, ordinando che restasse esente dalle griffe del fisco tutto quel che i delinquenti prima de' lor misfatti avessero donato alle mogli, ai figliuoli e ad altre persone, non essendo di dovere che chi non avea avuta parte ne' delitti, l'avesse nella pena. Comandò inoltre che i ministri del fisco nella memoria de' beni confiscati notassero sempre se il reo avea dei figliuoli; ed avendone, se loro avea fatta qualche donazione, con disegno, come si può credere, di far loro qualche grazia a proporzione del loro bisogno. V'ha un'altra legge sua[2953], in cui concede licenza di consultare gli aruspici, o sia gl'indovini della superstizione pagana: il che fece dubitare il cardinale Baronio[2954] e il Gotofredo[2955] che Costantino in questi tempi retrocedesse dalla religione cristiana per aderire alla falsa de' gentili. Ma siccome lo stesso Gotofredo, Giovanni Morino, il padre Pagi e il Relando hanno osservato, altro non fece quel grande Augusto, che permettere all'importunità dei Romani il continuare nel loro abuso di prestar fede a quelle imposture, perchè troppo si lagnavano di non poter prevedere i mali avvenire per guardarsene, come stoltamente si figuravano di raccogliere dalle viscere delle bestie sagrificate. E che in effetto più che mai stesse Costantino forte nell'amore e nella profession della fede di Cristo, si tocca con mano in riflettere ad alcune leggi da lui date in questo medesimo anno in favore della stessa santa religione. Nel dì 7 di marzo ordinò[2956] che nel giorno di domenica cessassero tutti gli atti della giustizia, i mestieri e le occupazioni ordinarie della città, a riserva di quelle dell'agricoltura, in cui v'ha de' giorni che il lavorare è di grande importanza. Con altra sua legge, la quale fu pubblicata in Cagliari nel dì 3 di luglio, si vide[2957] proibito in esso dì di domenica ai giusdicenti di far processi ed altri atti giudiciali, riserbando solamente il poter dare in esso giorno nelle chiese la libertà agli schiavi e il farne rogito, trattandosi in ciò di un atto di carità cristiana. Anche Eusebio[2958] fa menzione di questa legge, dicendo aver desiderato il piissimo imperadore che ognuno impiegasse quel santo giorno in orazioni al vero Dio, come egli faceva con tutta la sua casa. Concedeva anche vacanza ai soldati cristiani in tutto quel dì, acciocchè andassero alle chiese ad offerire a Dio le lor preghiere. Inoltre con legge[2959] indirizzata al popolo romano, e pubblicata nel dì 3 di luglio, decretò lecito ad ognuno di lasciar nei testamenti quei beni che volessero alla Chiesa cattolica, e che queste ultime volontà sortissero il loro effetto. Or veggasi se Costantino si fosse punto alienato dalla già abbracciata religione di Gesù Cristo. Truovasi poi una legge[2960], la cui data è del dì 22 di giugno in Aquileia (se pur non fu, come dissi, Aquis nella Mesia), nella quale egli ordina di punir severamente chiunque impiega magia contro la vita e pudicizia altrui, lasciando poi la libertà di valersi di rimedii superstiziosi per guarir le malattie, o per conservare i beni della terra, o per altri usi che non recavano nocumento a chicchessia. Anche per questa licenza potrebbe taluno fare un reato al buon Costantino, quasichè egli non sapesse riprovate dalla legge santa de' cristiani quelle benchè non nocive superstizioni. Ma nè pur Costantino approvava quell'abuso; solamente lo permetteva ai pagani, come pur lasciava lor fare i sagrificii ai loro falsi dii. Non si può dire quanto fossero in voga presso i gentili gli amuleti e i rimedii superstiziosi, inventati dagl'impostori per la guarigione dei mali, per iscoprir l'avvenire, e per altri loro bisogni. Il saggio principe, che non volea ne' principii irritar troppo, e muovere a sedizioni l'immensa moltitudine dei pagani, con opprimere le loro benchè sciocche usanze, permetteva loro quelle stoltezze, giacchè di là non proveniva verun danno al pubblico, benchè sia da credere ch'egli se ne ridesse, e le detestasse ancora in suo cuore.

NOTE:

[2945] Gothofred., Chronic. Cod. Theodos.

[2946] L. 1, de erogat. milit. Cod. Theodosian.

[2947] Euseb., in Chronico.

[2948] Nazar., in Panegyr. Constantin., cap. 38.

[2949] Optatianus, Panegyr. Constantin., apud Velserum.

[2950] Nazar., Panegyr., cap. 36.

[2951] Gothofr., in Chron. Cod. Theodos.

[2952] L. 1, de bonis proscript., Cod. Theod.

[2953] L. 1, de Paganis, Cod. Theodos.

[2954] Baron., in Annal. Eccles.

[2955] Gothofred., de Statu Christian.

[2956] L. Omnes Judices. De feriis, Cod. Theod.

[2957] L. 1, de feriis, Cod. Theodos.

[2958] Euseb., in Vita Constantin., lib. 4, cap. 18.

[2959] L. Habeat unusquisq. De Episc.

[2960] L. 3, de maleficiis, Cod. Theod.

Anno di CRISTO CCCXXII. Indizione X.

SILVESTRO papa 9. COSTANTINO imperadore 16. LICINIO imperadore 16.

Consoli

PETRONIO PROBIANO ed ANICIO GIULIANO.

De' suddetti consoli si trova un bell'elogio fra gli epigrammi di Simmaco: la prefettura di Roma per questo anno ancora fu amministrata da Valerio Massimo. Quanto all'imperador Costantino, noi il troviam tuttavia di soggiorno nell'Illirico, ciò apparendo dalle sue leggi[2961] date in Sirmio e Sabaria. E nell'anno presente appunto possiam credere che succedesse la guerra viva da lui fatta coi Sarmati, di cui parla Zosimo[2962]. Il padre Pagi la fa cominciata fin dall'anno 319. Il Mezzabarba[2963] la mette all'anno precedente, e potrebbe essere cominciata allora. Il non fare Nazario, nel panegirico recitato l'anno avanti, menzione alcuna di tal guerra, assai motivo ci porge di tenerla insorta dopo il dì primo di marzo di esso anno, e probabilmente terminata nel presente, come han creduto il Gotofredo[2964] e il Tillemont[2965]. Che fosse di molta importanza e di non lieve pericolo, si può raccogliere da Optaziano panegirista[2966], il quale asserisce che i Sarmati uniti ai Carpi e Geti, appellati poi Goti, furono più volte sconfitti da Costantino a Campona, a Margo e a Bononia città sul Danubio. Erano que' Barbari, per relazion di Zosimo, venuti all'assedio di una città di qua dal Danubio col loro re Rausimodo, figurandosi di poterla espugnare con facilità, perchè era bensì la parte inferiore delle mura di pietra viva, ma la superiore di legno. A questa attaccarono essi il fuoco, e diedero poi l'assalto. Dentro v'era una buona guarnigione, che con dardi e sassi seppe far gagliarda difesa, tanto che loro sopraggiunse alle spalle Costantino, che moltissimi ne uccise, e più ne fece prigioni. Il resto si salvò colla fuga di là dal Danubio coll'aiuto delle barche tenute da essi in pronto. Rinforzatosi dipoi Rausimodo con altra gente, meditava di tornar addosso ai Romani, quando l'ardito Costantino, valicato il Danubio, all'improvviso arrivò loro addosso vicino ad una collina piena di boschi, e ne fece grande strage, restandovi fra gli altri ucciso lo stesso re Rausimodo. Assaissimi furono i prigionieri, e il resto di que' Barbari, deposte l'armi, dimandò quartiere; sicchè con gran moltitudine di prigioni il vittorioso Augusto se ne tornò di qua dal Danubio, e distribuì per varie città quella barbara gente, dando loro, secondo il costume, dei terreni dal coltivare[2967]. Restano varie medaglie[2968] che attestano la suddetta vittoria, spettanti più verisimilmente all'anno presente che al precedente. Trovasi ancora fatta menzione da lì innanzi nel Codice Teodosiano de' giuochi sarmatici, i quali possiam conghietturare istituiti in memoria di questa gloriosa Vittoria. Si facevano essi sul fine di novembre e principio di dicembre, come s'ha da un calendario dell'Hervagio. Mandò in quest'anno l'Augusto Costantino a Roma Crispo Cesare suo figliuolo con Elena avola sua, e in riguardo loro volle rallegrar il popolo romano, con far grazia a tutti i rei di varii delitti, a riserva del veleno, omicidio ed adulterio. Così intende quella legge[2969] il Gotofredo: legge nondimeno oscura, perchè vi sta solamente scritto: propter Crispi, adque Helenae partum: il che diede molto da pensare al cardinal Baronio[2970]. Conghietturò il Tillemont[2971] con altri, che qui si parlasse del parto di un'Elena moglie di Crispo; ma di questo maritaggio niun vestigio abbiano nella storia. Però esso Gotofredo in vece di partum legge paratum, o apparatum, con interpretare l'andata di Crispo e d'Elena sua nonna all'augusta città. In questo anno ancora, siccome nel seguente, pubblicò Costantino leggi favorevoli a chi degli schiavi pretendeva di essere stato messo in libertà, qualor questa gli fosse messa in dubbio.

NOTE:

[2961] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.

[2962] Zosimus, lib. 2, cap. 21.

[2963] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2964] Gothofredus, Chronolog. Cod. Theod.

[2965] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[2966] Optatianus, Panegyr. Constant., cap. 32.

[2967] Du Cange, Hist. Byz.

[2968] Mediob., in Numismat. Imperator.

[2969] Lib. 1, de indulgen. crim., Cod. Theod.

[2970] Baron., in Annal.

[2971] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

Anno di CRISTO CCCXXIII. Indizione XI.

SILVESTRO papa 10. COSTANTINO imperadore 17. LICINIO imperadore 17.

Consoli

ACILIO SEVERO e VETTIO RUFINO.

Un'iscrizione dal Doni e da me[2972] data alla luce, fu posta a Caio Vettio Cossinio Rufino, prefetto di Roma e proconsole dell'Acaia, che sembra veramente spettante al secondo console di quest'anno, avendo in fatti Vettio Rufino esercitata la prefettura urbana nell'anno 315, e non trovandosene altro di questo nome ornato di quella dignità. Per più anni avea Valerio Massimo tenuta la medesima carica; ma nel presente a lui fu sostituito in essa Lucerio ossia Lucrio Verino nel dì 13 di settembre, come si ha ancora dall'antico Catalogo del Cuspiniano[2973]. Una legge di Costantino Augusto, data nel gennaio o febbraio di quest'anno, cel fa vedere in Tessalonica ossia Salonichi, città della Macedonia. Il motivo, per cui egli si fosse portato colà, l'abbiamo da Zosimo[2974], cioè per fabbricar quivi un porto, essendone dianzi priva quella città. Abbiamo poi una sua legge[2975] data in Sirmio nel dì 25 di maggio. Gli fu riferita una vessazione recata dai Pagani ai Cristiani, con volere che ancor questi intervenissero ai sagrifizii delle loro lustrazioni: azione incompatibile colla purità della religione di Cristo. Perciò ordinò esso Augusto, che chiunque del basso popolo facesse loro violenza in materia di religione, fosse sonoramente bastonato, e gli altri di condizione più alta fossero condannati a pene pecuniarie. Fu poi questo un anno memorando per le imprese bellicose dell'imperadore suddetto. Avvenne che i Goti[2976] nell'anno presente (se pur non fu nel precedente) avendo osservata poca guardia nella Tracia e nella Mesia Inferiore, provincia spettanti a Licinio Augusto, fecero colà una grande incursione, saccheggiando e menando in ischiavitù una gran moltitudine di gente. Fossero costoro passati anche nelle terre dipendenti da Costantino, o pur temendo egli che vi passassero, nè veggendo egli provvisione al bisogno dalla parte di Licinio, mosse l'armi sue contra di que' Barbari da Tessalonica; e con tal empito giunse loro addosso, ch'ebbero per grazia il poter impetrar da lui la pace colla restituzion dei prigioni. Due leggi[2977] da lui date sul fine di aprile, dove parla delle scorrerie de' Barbari e de' saccheggi familiari a quelle nazioni, con imporre fra le altre cose gravissime pene a chiunque tenesse mano alle loro violenze e bottini, han fatto credere che ne' primi mesi dell'anno corrente succedesse questa barbarica irruzione. Ma perciocchè Costantino o andasse ad assalir costoro nelle giurisdizion di Licinio, o pur vi entrasse per necessità d'inseguirli, Licinio, in vece di ringraziarlo pel benefizio fatto a' sudditi suoi, con liberarli dall'oppression dei Goti, ne fece un'amara querela, come se Costantino avesse violati i patti, ed esercitata una prepotenza nel paese non suo. Fece quanto potè Costantino per giustificar l'azione sua, e mostrar indiscreti que' lamenti. A nulla giovarono le lettere e deputazioni. Licinio non ammettendo scuse, più che mai parlava alto col cognato Augusto, di maniera che Costantino, perduta la pazienza, alzò anch'egli la testa, e non facendo frutto le minaccie, venne in fine a guerra aperta con esso Licinio.

Era già assai tempo che si conoscevano raffreddati gli animi di questi due Augusti e cognati. Licinio, se crediamo all'apostata Giuliano[2978], era odiato da Dio e dagli uomini per l'abbondanza ed enormità de' suoi vizii. Imperocchè, per attestato d'Eusebio[2979] e di Aurelio Vittore[2980], la brutalità sua nella libidine si tirava dietro la detestazione d'ognuno, perchè non era sicura l'onestà di persona alcuna o vergine o maritata, dalle di lui violenze; nè bastando a lui di svergognar dal suo canto le famiglie più nobili, permetteva anche ai suoi cortigiani di saziar, come volevano, le lor voglie impure senza rispetto alcuno alle case più riguardevoli. Di tutto ciò è da credere che fosse ben mal contento l'Augusto Costantino, da che a lui avea conceduta Costanza sua sorella in moglie. Superiore nulladimeno alla di lui sfrenata libidine era l'avarizia, febbre sua oltre modo cocente. Da questa provenne un'infinità di mali, perchè per adunar danari s'inventavano ogni dì nuovi pretesti; e gran disavventura si riputava allora l'essere facoltoso, perchè non mancavano mai accusatori e delitti da gastigare, cioè da spogliare gl'innocenti de' loro beni. Non mancavano già aggravii reali e personali ai popoli; ma Licinio sapea far ben crescere questa gravosa mercatanzia, coll'inventar nuovi estimi, e far trovare più campi dove non erano, e far risuscitare chi da gran tempo più non si contava tra i vivi. Seppe anche trovar la sua avarizia delle insolite gravezze per cavar dai testamenti e dai maritaggi grosse somme di danaro. E pure con tutto il suo succiar continuamente il sangue de' suoi popoli, ed ammassar tesori, il bello era che tutto dì egli si lagnava di essere poverissimo e miserabile, come in fatti son tutti gli avari, i quali non godono quel che hanno, e muoiono sol di voglia di quel che non hanno. Osservavasi oltre a ciò in lui un'esecrabile crudeltà, col non volere che alcuno assistesse ai prigioni, sotto pena d'essere cacciato nelle medesime carceri, e proibendo l'aver compassione d'essi, e il somministrar da mangiare a chi si moriva di fame, facendo con ciò diventare un delitto le opere della misericordia. Se un principe tale fosse amato da' sudditi suoi, non occorre ch'io lo ricordi ai lettori. Tutto il rovescio era l'Augusto Costantino, di modo che Eusebio[2981], scrittore che fioriva in questi tempi, ebbe a dire che l'imperio romano, diviso allora fra questi due principi, parea simile al dì e alla notte. La parte di Costantino, cioè l'Occidente, compariva un bel giorno sereno; ma l'Oriente, dominato da Licinio, si poteva affatto assomigliare alla notte.

Ma ciò che maggiormente a Costantino riuscì dispiacevole, e da non sofferire nell'indegno suo cognato Licinio, fu la persecuzione da lui mossa contra dei Cristiani, il numero de' quali nelle provincie dell'Asia e dell'Egitto di gran lunga a proporzione superava quei dell'Occidente. Già dicemmo ch'egli cacciò di sua corte chiunque professava la religione cristiana. Ordinò poscia che i vescovi non potessero celebrar concilio alcuno; che il popolo cristiano non potesse raccogliersi nelle chiese per fare le sue divozioni, ma che loro fosse lecito solamente a cielo aperto: perchè si figurava che le loro orazioni avessero per iscopo la salute e felicità di Costantino, e non già la sua, e che tramassero sempre delle congiure contra di lui. Fece inoltre cassare chiunque de' soldati non sagrificava agl'idoli; cacciò in esilio i nobili professanti la legge di Cristo; e passò in fine a minacciar la morte a chiunque abbracciasse questa santa religione[2982]. Ma perciocchè la paura che egli aveva di Costantino il riteneva dal muovere una pubblica persecuzione contra de' Cristiani, prese a farla il più cautamente o segretamente che poteva, con insidie e calunnie, le quali costarono la vita a molti innocenti vescovi, e l'atterramento di non poche chiese in Amasia ed in altre città, senza volersi riflettere all'infausto fine di tanti suoi predecessori, persecutori della Chiesa di Dio. Tutto questo non poteva se non dispiacere al piissimo Costantino, perchè contrario agli editti concordemente pubblicati in favor della religione cristiana, ed insieme ai patti della pace stipulata dopo la battaglia di Cibala; e tanto più che ciò parea fatto per far dispetto ad esso Augusto, professore e protettore di questa religione. Perciò a questi dissapori aggiunto l'altro che di sopra accennai della guerra coi Goti, si venne all'armi, ed ognun degli Augusti gran preparamento fece per terra e per mare. Zosimo[2983] minutamente descrive la flotta allestita da Licinio consistente in trecentocinquanta galee raccolte dall'Egitto, Fenicia, Cipro, Bitinia ed altri luoghi, e in quasi centocinquanta mila fanti, e quindici mila cavalli cavati dalla Frigia e Cappadocia. Costantino, all'incontro, unì dugento grossi legni, due mila altri da carico, cento venti mila pedoni, con circa dieci mila cavalli. Che nel di lui esercito si contassero moltissimi Goti ausiliarii, lo abbiamo da Giordano[2984]. Venne Licinio a postarsi ad Andrinopoli con tutte le sue forze. Costantino anch'egli marciò da Tessalonica a quella volta colle sue, menando seco non già de' maghi, indovini ed altri ciurmatori, come facea Licinio, ma dei santi vescovi e ministri della Chiesa, perchè delle orazioni loro più che mai avea allora bisogno, e in queste più che nelle armi metteva la sua fidanza. Per lo contrario strideva Licinio a tutto pasto della divozione di Costantino e de' suoi cherici; e perchè a lui i suoi falsi aruspici e sacerdoti promettevano senza fallo vittorie, tutto altero e coraggioso si dispose alla pugna. Ma prima fece di molti sagrifizii in un sacro bosco ai suoi idoli, e tenne un ragionamento ai suoi cortigiani, proponendo che si vedrebbe ora chi avesse più forza, o tanti antichi suoi dii, o pure il nuovo e vergognoso Dio di Costantino.

Stettero qualche dì le due armate a vista, ma separate dal fiume Ebro nella Tracia. Costantino, impaziente di venir alle mani, finse di voler gittare un ponte ad un passo stretto con preparar gran copia di materiali[2985]; ma un dì condotta seco parte dell'esercito suo, passando per mezzo ad una folta selva, andò a trovar un guado dianzi adocchiato in quel fiume. Passò egli arditamente con soli dodici cavalieri, ed immantinente si scagliò contro i primi delle guardie nemiche ivi esistenti, che sbalordite per l'impensato assalto, parte restarono trucidate, parte diedero alle gambe. Ebbe con ciò comodo la di lui armata di passar tutta di là dal fiume; e in quello stesso giorno, come sembra indicare lo storico Zosimo, o pure in altro dì, egli è fuor di dubbio che si venne dipoi ad una giornata campale. Secondo il calendario del Bucherio[2986], nel dì 3 di luglio accadde quel memorabil e sanguinoso conflitto, in cui il segnale dato ai soldati dalla parte di Costantino fu Dio Salvator nostro[2987], e coll'aiuto d'esso il pio Augusto riportò in fine una segnalata vittoria. Ci assicura Eusebio d'aver inteso dalla bocca del medesimo imperadore, che cinquanta delle sue guardie, tutti cristiani, furono scelti per portare l'insegna della Croce santa per mezzo l'esercito suo, e che dovunque compariva questa sacra bandiera, restavano sbaragliati i nemici. Trentaquattro mila persone rimasero estinte sul campo, la maggior parte di quei di Licinio, e molti con arrendersi salvarono le vite. Lo stesso Costantino che si cacciò anche egli nella mischia, ne riportò una lieve ferita. Verso la sera furono presi gli alloggiamenti nemici, e nel dì seguente essendosi trovati più branchi di soldati fuggiti di Licinio qua e là sparsi, parte volontariamente venne all'ubbidienza di Costantino, e parte ostinata fu messa a filo di spada. Raccomandatosi alle gambe d'un poderoso destriero fuggì Licinio a Bisanzio: e quivi si afforzò per sostenere un assedio[2988], confidato spezialmente nella flotta sua, comandata da Abanto, ossia da Amando, uffiziale di molta sperienza e valore. Ma lento non fu il vittorioso Costantino ad inseguire co' suoi il fuggitivo nemico, e ad imprendere l'assedio di Bisanzio. Conoscendo poi l'impossibilità di riuscir nell'impresa, finchè l'armata navale di Licinio mantenesse la comunicazion dell'Asia con quella città; ordinò a Crispo Cesare suo figliuolo di far vela colla sua flotta, per venire a nuova battaglia in mare. Trovaronsi a fronte le due armate navali nello stretto di Gallipoli; quella di Licinio era composta di dugento navi; e i capitani di Costantino ne scelsero solamente ottanta delle meglio corredate e più forti. Derideva Abanto, generale di Licinio, il poco numero dei legni nemici, e si credeva d'ingoiarli col tanto superiore de' suoi; ma alle pruove si trovò ingannato. Con ordine procedevano quei di Costantino alla pugna; senza ordine gli altri; e la moltitudine di tante navi non servì loro se non d'imbroglio, perchè urtandosi nel sito stretto l'una con l'altra, cagion fu che molte d'esse coi soldati e marinari perissero. La notte separò la zuffa. Fatto poi giorno, pensava Abanto di venire al secondo combattimento, quando levatosi un vento furioso spinse la di lui flotta con tal empito ne' sassi e lidi dell'Asia, che perirono cento e trenta delle sue navi e circa cinque mila de' suoi soldati, combattendo in questa maniera Dio contra di chi era nemico del suo nome[2989]. Se ne fuggì Abanto, e lasciò aperto il varco alla flotta di Costantino, se voleva inoltrarsi e passare anch'essa ad assediar Bisanzio per mare.

Ma Licinio, ravvisato il pericolo, colle migliori sue milizie e coi tesori si ritirò, e andò a piantarsi in Calcedonia dell'Asia, con isperanza di rimettere in piedi una nuova armata, e di trovare in altri incontri più propizia la sorte. Aveva egli stando in Bisanzio, secondo l'Anonimo del Valesio, dichiarato Cesare[2990] Martiniano sopraintendente a tutti gli uffiziali della sua corte, per valersi di questo campione a riparar le sue perdite. Zosimo[2991] e l'altro Vittore[2992] scrivono che tal determinazione fu da lui presa, dappoichè si fu ritirato a Calcedonia. Abbiamo medaglie[2993], dove il troviamo appellato Marco Martiniano, e decorato, non solamente del titolo di Cesare, ma anche d'Augusto: il che discordando dagli antichi storici ci può far giustamente dubitar d'impostura in quelle medaglie; giacchè (convien pure ripeterlo) non sono mancati ne' due ultimi secoli fabbricatori d'iscrizioni e medaglie, rivolti a far mercato della curiosità degli eruditi. Fu spedito Marciniano a Lampsaco per impedire il passaggio della flotta di Costantino; ma l'assennato e prode Augusto, in vece di valersi delle navi grosse da carico, si servì di alcune centinaia di barchette, ed empiutele di soldatesche, felicemente le fece passar lo Stretto, e andò a sbarcar nella Bitinia circa trenta miglia lungi da Calcedonia, dove soggiornava Licinio. Benchè Costantino desse tanto tempo al cognato da ravvedersi e da chiedere pace, egli non si era saputo fin qui umiliare; perchè tante volte ingannato dai suoi falsi dii e sacerdoti, pure cercava dei nuovi dii che gli recassero aiuto: laddove Costantino non di altro si fidava che della protezione del vero Dio, e a lui continuamente ricorreva con preghiere. Contuttociò si raccoglie da Eusebio[2994] che qualche trattato e concordia seguì fra loro; ma non sincera dalla parte di Licinio, il quale cercò in questa maniera di addormentar Costantino, per unire intanto una poderosa armata. Non furono occulti i di lui disegni, e si venne a scoprire ch'egli da tutte le nazioni barbare cercava soccorsi, ed in fatti ottenne un grosso rinforzo dai Goti: il perchè Costantino determinò di schiacciar la testa, se poteva, a questo serpente, con venire ad una nuova battaglia, se pur non fu lo stesso Licinio il primo a volerla, siccome risulta da Eusebio. Abbiamo da Zosimo[2995], che nell'armata di Licinio si contavano cento trenta mila combattenti, avendo egli richiamato Martiniano da Lampsaco colle milizie inviate colà. Con quanta gente procedesse a quel fatto d'armi Costantino, nol sappiamo. Si venne alle mani. Licinio facea portar fra le schiere le statue de' suoi falsi dii per incoraggiare i suoi. Le insegne di Costantino colla croce quelle erano che promettevano sicura vittoria a lui: e così fu. S'affrontarono le armate a Crisopoli[2996] in poca distanza da Calcedonia nel dì 18 di settembre; andò in rotta ben presto quella di Licinio; e tale strage ne fu fatta, che Zosimo[2997] giunse ad aprir ben la bocca con dire, esservi periti cento mila de' suoi. Ma più sicuro sarà l'attenersi all'Anonimo di Valesio, che mette solamente venticinque mila stesi morti sul campo. Questa insigne vittoria si tirò dietro la presa di Bisanzio, e poi di Calcedonia.

Ritirossi Licinio con que' pochi che potè raunare a Nicomedia; ma incalzato dall'armi vittoriose di Costantino, senza dimora assediato in quella città, altro scampo non ebbe che d'inviar supplichevole Costanza sua moglie al fratello Costantino. Andò essa, ed ottenne salva la vita al consorte. Venne poscia il medesimo Licinio nel campo a' piedi di Costantino, in cui mano rimise la porpora imperiale; riconobbe lui per suo signore ed imperadore, ed umilmente dimandò perdono delle cose passate. Costantino il tenne seco a tavola, poscia il mandò come in luogo di rilegazione a Tessalonica, essendosi, per quanto scrive Zosimo, obbligato con giuramento alla sorella di conservargli la vita. Per conto di Martiniano Cesare, Aurelio Vittore[2998] e Zosimo[2999] scrivono che per ordine di Costantino dalle guardie fu immediatamente tagliato a pezzi. L'Anonimo Valesiano vuol che per allora gli fosse lasciata la vita, ma questa dopo qualche tempo tolta gli fu nella Cappadocia. Così il giovane Licinio, nipote di Costantino, perchè figliuolo di Costanza sua sorella, e di pochi anni di età, se crediamo a Teofane[3000], restò spogliato della porpora e del titolo di Cesare; ma dopo tre anni, siccome vedremo, anch'egli fu ucciso. Alcune medaglie presso il Du-Cange[3001] ed altri, cel rappresentano Cesare anche dipoi; ma della legittimità d'esse noi non siamo bastevolmente sicuri; e certo poco verisimile si scorge che a lui fosse lasciato un titolo di tanto decoro. Che a molti ancora de' ministri ed uffiziali di Licinio, principali in addietro persecutori dei cristiani, fosse reciso il capo, non dimenticò di dirlo Eusebio[3002]. Per tali vittorie in pochissimo tempo tutte le provincie romane dell'Oriente coll'Egitto vennero all'ubbidienza di Costantino: con che l'antico romano imperio, dopo tante divisioni e vicende, si vide totalmente riunito sotto la signoria di un solo Augusto. E tutto ciò nell'anno presente 323, giacchè non pare sussistente l'opinione del Pagi[3003], che vuol cominciata in questo e terminata nell'anno seguente la guerra suddetta. Che i popoli dell'Oriente, liberati dal pesante giogo di Licinio, si rallegrassero di tal mutazione, e che anche i pagani romani giubilassero al mirar saldate tante piaghe del loro imperio, si può facilmente immaginare. Ma non è già l'esprimere la allegrezza degl'innumerabili cristiani, sparsi per tutte le terre d'esso imperio, in vedere vittoriosa la Croce di tanti suoi nemici, e divenuto padrone di sì vasta monarchia un adoratore della medesima. Nè già tardò Costantino a liberar dalle carceri, a richiamar dall'esilio e dai metalli, e a rimettere in possesso dei lor beni, tanti d'essi cristiani che aveane provata la persecuzion di Licinio. Ed a coloro che, per esser seguaci di Cristo, era stato tolto il cingolo militare, fu permesso il rientrar, se volevano, nell'onore della milizia.

Intorno a questi tempi venne a mettersi sotto la protezione dell'Augusto Costantino, Ormisda figlio primogenito di Ormisda II, re della Persia. Zosimo[3004] è quello che ci ha conservati gli avvenimenti di questo principe. Perchè nel giorno natalizio del re suo padre i grandi non gli fecero quell'onore che era dovuto ad un principe ereditario, il giovane si lasciò scappar di bocca, che se arrivava alla corona, voleva far loro provare le sorte di Marsia. Non intesero quei magnati allora che volesse ciò dire; ma informati dipoi da un Persiano stato nella Frigia, significar ciò che sarebbono scorticati vivi, se la legarono al dito. Venuto dunque a morte il re suo padre, quando Ormisda si pensava di succedergli, scoppiò la congiura de' grandi, che lui preso confinarono in un castello, con crear poscia re Sapore, suo fratello minore. Questi, se vogliam credere ad Agatia[3005], non era per anche nato; ma perchè la regina si trovava incinta, e i magi predicevano che nascerebbe un maschio, i Persiani misero la tiara, ossia la corona sul ventre della madre, che in fatti partorì un fanciullo. Ma dopo qualche tempo l'industriosa moglie d'Ormisda trovò la maniera di liberarlo, inviandogli, per mezzo di un fidato eunuco, un grosso pesce, nel cui ventre stava nascosa una lima, e facendogli sapere di mangiarne, allorchè niun fosse presente, e di valersi del ventre di quel pesce. Nello stesso tempo inviò gran copia di vivande e di vini ai guardiani delle carceri, i quali abborracchiati ben bene, ne rimasero tutti ubbriachi. Allora il prigioniero Ormisda, aperto il pesce e trovata la lima, segò i ceppi, e per mezzo de' balordi custodi uscì fuori, e si rifugiò nella Armenia. Quivi fu ben ricevuto da quel re suo amico, e con una scorta inviato a Costantino, che l'accolse con onore, e trattollo sempre da par suo colla moglie, a lui, secondo Zonara[3006], rimandata dai Persiani. Ma Costantino niun altro impegno volle mai prendere in favore di lui. Attesta Ammiano[3007] che in molta considerazione fu esso Ormisda anche sotto Costanzo Augusto per la sua saviezza. Allorchè esso Costanzo, nell'anno di Cristo 356, fu a Roma, in osservare la mirabil piazza di Traiano, e la suntuosa statua a cavallo del medesimo Augusto, disse ad Ormisda, di voler fare per sè una somigliante cavallo. Gli rispose Ormisda: Signore, fate prima una stalla uguale a questa, se potete, acciocchè vi stia bene il cavallo che pensate di fare. Interrogato ancora del suo sentimento intorno alle grandiosità e alle mirabili cose di Roma rispose: Solamente essergli piaciuto (vi ha chi crede che dicesse dispiaciuto) d'aver imparato che anche in Roma gli uomini morivano. Benchè ci sieno delle dispute fra gli eruditi[3008] intorno al tempo, in cui Costanzo, secondo figliuolo di Costantino Augusto e di Fausta, fu creato Cesare dal padre: pure sembra opinione più ricevuta il credere che in quest'anno nel dì 3 di novembre fosse a lui conferita quella dignità[3009]. Era egli in età di sei o sette anni, perchè nato nell'agosto dell'anno 317.

NOTE:

[2972] Thes. Novus Inscript., pag. 373.

[2973] Cuspinianus, Panvinius, Bucherius.

[2974] Zosimus, lib. 2, cap. 22.

[2975] L. 1, de Episcop., Cod. Theodos.

[2976] Anonymus Valesian.

[2977] Lib. 1, de re militar., et lib. 1, de comment., Cod. Theodos.

[2978] Julian., de Caesarib.

[2979] Euseb., Histor. Eccles., lib. 9, cap. 8; et Vita Const., lib. 1, cap. 55.

[2980] Aurel. Victor, in Epitome.

[2981] Euseb., in Vita Const., lib. 1, cap. 49.

[2982] Euseb., in Vita Const., lib. 2, cap. 3 et seq.

[2983] Zosimus, lib. 2, cap. 22.

[2984] Jordan., de Reb. Getic.

[2985] Zosimus, lib. 2, cap. 22.

[2986] Bucher., de Cyclo.

[2987] Euseb., in Vita Constan., lib. 2, cap. 6.

[2988] Anonym. Valesianus. Zosim., lib. 2, cap. 23.

[2989] Euseb., Hist. Eccles., lib. 10, cap. 9.

[2990] Anonymus Valesianus. Aurel. Victor, in Epitome.

[2991] Zosimus, lib. 2, cap. 25.

[2992] Victor, de Caesarib.

[2993] Mediobarb., in Numismat. Imperat.

[2994] Euseb., in Vita Costantini, lib. 2, cap. 15.

[2995] Zosimus, lib. 2, cap. 26.

[2996] Anonym. Valesianus.

[2997] Zosimus, lib. 2, cap. 26.

[2998] Aurelius Victor, in Epitome.

[2999] Zosimus, lib 2, cap. 28.

[3000] Theophan., Chronographia.

[3001] Du-Cange, Hist. Byz.

[3002] Euseb., in Vita Constant., lib. 2, cap. 18.

[3003] Pagius, in Crit. Baron.

[3004] Zosimus, lib. 2, cap. 27.

[3005] Agathias, Histor.

[3006] Zonaras, in Annalibus.

[3007] Ammianus, lib. 16, cap. 10.

[3008] Gothofredus, Valesius, Pagius, Tillemont et alii.

[3009] Idacius, in Fastis. Chron. Alexandrinum. Pagius, Critic. Baron.

Anno di CRISTO CCCXXIV. Indizione XII.

SILVESTRO papa 11. COSTANTINO imperadore 18.

Consoli

FLAVIO GIULIO CRISPO CESARE per la terza volta, e FLAVIO VALERIO COSTANTINO CESARE per la terza.

Prefetto di Roma nel Catalogo del Cuspiniano, ossia del Bucherio, continuò ad essere nell'anno presente Lucerio ossia Lucerio Valerio Verino. Secondo l'asserzione d'Idacio[3010], che mette in un anno la totale sconfitta di Licinio, e nel seguente la di lui morte, dovrebbe Licinio, coerentemente a quanto s'è detto di sopra, essere giunto nel presente al fine de' suoi giorni. Il Pagi[3011], che pretese atterrato Licinio solamente nell'anno corrente, differisce la di lui morte al seguente. Eusebio[3012], dopo aver detto che Costanzo fu creato Cesare (il che anche da esso padre Pagi vien riferito all'anno 323), seguita a narrar la morte d'esso Licinio. Quello intanto che non cade in controversia, si è che mentre Licinio inviato a soggiornare in Tessalonica, dove si può credere che godesse libertà e buon trattamento, quivi per ordine di Costantino fu strangolato. Non solamente Zosimo[3013] ed Eutropio[3014] autori pagani, ma anche Eusebio nella sua Cronica (se pur non è san Girolamo traduttore della medesima) chiaramente dicono che Costantino, in torgli la vita, mancò alla promessa e al giuramento da lui fatto a Costanza, sua sorella e di lui moglie, di lasciarlo in vita. E Zosimo, autore per altro di umore alterato contro le azioni di questo invitto principe, aggiunge che non era in lui cosa insolita il violar la parola e i giuramenti. Eusebio[3015], nella vita di esso Costantino, altro non dice, se non che Licinio dal consiglio di guerra fu giudicato degno di non più vivere. E l'Anonimo Valesiano[3016] pare che scriva, avere i soldati in un tumulto dimandata la di lui morte, e che vi acconsentisse Costantino per tema ch'egli, imitando Massimiano Erculio, un qualche dì ripigliasse la porpora. Quel solo che può sembrar più verisimile, si è il dirsi da Socrate[3017], che egli tolto fu dal mondo perchè sollecitava i Barbari in suo favore. Qualche movimento d'essi in questi tempi probabilmente fece sospettare che avesse origine dai segreti impulsi di Licinio, e però piombò sopra di lui la sentenza di morte, arrivando anch'egli, per giusto giudizio di Dio, al fine di tanti altri persecutori della santa ed innocente religione di Cristo. Furono perciò cassati i decreti ed altri atti di Licinio, fatti durante la di lui tirannia. Poche sono le leggi di Costantino sotto l'anno presente, e queste cel fanno vedere in Sirmio e Tessalonica. Nè apparenza alcuna ci è ch'egli venisse a Roma, come s'avvisò il cardinal Baronio[3018], il quale racconta succeduto in quella gran città il battesimo d'esso Augusto, la sontuosa donazione che si pretende da lui fatta alla Chiesa romana, la lepra del medesimo, con altri assai strepitosi avvenimenti. Niuno v'ha oggi dei letterati che non conosca essere tai fatti invenzioni favolose de' secoli posteriori, nè io mi fermerò punto ad esporne la falsità, perchè superfluo sarebbe il dirne di più. Quel sì che può appartenere all'anno presente, si è la premura del piissimo Costantino per soffocare la già insorta eresia d'Ario contraria alla divinità del nostro Signor Gesù Cristo. Gran tumulto per questa bolliva in Egitto e nei paesi circonvicini; ed Alessandro vescovo santo di Alessandria avea già scomunicato l'ostinato eresiarca. Maraviglia è che Costantino solamente catecumeno allora nella fede di Cristo, dopo aver vedute le dissensioni de' cristiani nell'Africa per la petulanza de' Donatisti senza poterle acquetare, trovando nato anche un più fiero scisma per cagion d'Ario, non si scandalizzasse e formasse cattiva opinion de' cristiani. Ma il saggio Augusto, ben riflettendo questi non essere mali o difetti della religione in sè santissima, ma bensì dei mortali troppo esposti al furor delle passioni; e sentendosi ben radicato nell'amore d'essa religione, concepì anzi uno zelo grande per ismorzar quell'incendio. Perciò da Nicomedia spedì un suo fedel deputato ad Alessandria, che si crede essere stato Osio, insigne vescovo di Cordova, per mettere la pace fra Alessandro ed Ario. Bellissima è la lettera da lui scritta in questa occasione, rapportata da Eusebio Cesariense, se non che egli si mostra in essa poco conoscente della controversia de' cattolici con Ario, perchè probabilmente mal informato da Eusebio vescovo di Nicomedia, gran protettore del medesimo Ario, e sommo imbroglione, il quale si era, non ostante i suoi demeriti, introdotto forte nella corte dell'imperadore. Venuta dipoi una sincera informazione del fatto, scrisse egli un'altra lettera piena di zelo contra dell'eresiarca. Ma indarno la scrisse. Chiaritosi dipoi che non v'era mezzo per mettere in dovere l'orgoglioso Ario, perchè assistito e fomentato da varii vescovi suoi partigiani, non potè lo zelantissimo principe ritener le lagrime, e ricorse poi al ripiego di far celebrar per questa causa nell'anno seguente il famoso concilio di Nicea, di cui parleremo. Credono il Baronio[3019] e il Tillemont[3020] che in questi tempi avvenisse ciò che racconta s. Giovanni Grisostomo detto da san Flaviano a Teodosio Augusto. Cioè che avendo i furiosi Ariani in Egitto scoperto l'Augusto Costantino contrario all'empia loro opinione, sfogarono la loro rabbia contra delle di lui statue, sfregiandole con una pioggia di sassate. Saputo che l'ebbe, non se ne alterò punto il magnanimo imperadore; e perchè i suoi cortigiani pur lo instigavano a farne vendetta, si mise la mano al volto, e tastatoselo, sorridendo poi disse che non si sentiva ferita alcuna: il che fece ammutolire gli adulatori consiglieri.

Benchè poi, per quanto ho detto, poche leggi si riconoscano date nell'anno presente da Costantino, pure Eusebio[3021] si stende a raccontar varie nobilissime di lui azioni e costituzioni fatte, dappoichè colla caduta di Licinio egli ebbe uniti gli imperii d'Occidente e d'Oriente, tutte in favore del pubblico e della professata da lui religione di Cristo. Molte furono le provvisioni da lui fatte per rimettere la felicità nelle conquistate provincie dell'Oriente e dell'Egitto, diffondendo spezialmente le rugiade della sua munificenza sopra que' popoli cotanto in addietro estenuati dalle estorsioni di Licinio: di modo che a tutti parve di rinascere da morte a vita, e sembrava loro un miracolo tanta mutazione di cose. Ma quello, a che maggiormente si applicò il piissimo imperadore, fu di favorire i cristiani, e di dilatare la loro religione, scorgendo provenuto dalla santità e verità di essa il conseguimento di tante sue vittorie, e l'abbassamento di qualsivoglia persecutore della medesima. Leggesi presso Eusebio l'ampio editto da lui pubblicato per i cristiani in addietro oppressi, e per la ristituzion delle chiese e dei loro beni. Poscia, per promuovere la cristiana religione, diede fuori altre leggi di gran forza contro dei professori del paganesimo[3022], con esortar ognuno, ma senza forzare alcuno, ad abbracciar il culto del vero Dio. Cominciò ad inviar nelle provincie governatori per lo più cristiani, o se pur gentili, loro era vietato di sacrificare e di far alcun'altra azione d'idolatria, affinchè le persone tuttavia dedite agl'idoli si disavvezzassero dal prestar loro onore e fede. Ordinò che si ristabilissero le chiese già abbattute, che se ne fabbricassero dell'altre e più magnifiche, sperando di vedere un dì tutti i suoi sudditi adoratori di Gesù Cristo, e volle che l'erario suo soccombesse a tutte le occorrenti spese. Abbiamo inoltre un editto composto da lui stesso in latino, e tradotto in greco da Eusebio, in cui, deplorando la cecità dei suoi predecessori nell'adorare i falsi dii, esorta in forma patetica tutti i sudditi suoi a riconoscere e venerare Iddio creatore del mondo, notando che già in qualche paese erano stati aboliti gl'idoli, ed interamente cessato il sacrilego lor culto: del che sommo piacere egli sentiva. Proibì ancora le imposture degli aruspici e di altri indovini della setta gentile, meritando ben più fede Eusebio storico contemporaneo, che Zosimo[3023] gentile, vivuto quasi un secolo dopo, il quale spaccia Costantino come tuttavia attaccato a quegl'ingannatori, e come seguace delle superstizioni pagane. Che questo zelantissimo imperadore giugnesse anche a far serrare i templi e spezzare gl'idoli in molti paesi, l'abbiamo dal suddetto Eusebio[3024]; ma di questo tornerà occasion di parlare; perciocchè non nel solo anno presente, ma in altri susseguenti andò sempre più crescendo lo zelo di questo insigne Augusto per isbarbicare la gramigna de' pagani: cosa nondimeno da lui eseguita con destrezza, affinchè non nascessero sedizioni, e chiunque voleva ridursi alla vera religione, spontaneamente e non per forza lo facesse.

NOTE:

[3010] Idacius, in Fastis.

[3011] Pagius, Crit. Baron., ad hunc annum et seq.

[3012] Eusebius, in Chron.

[3013] Zosimus, lib. 2, cap. 28.

[3014] Eutropius, in Breviar.

[3015] Eusebius, in Vita Const., lib. 2, cap. 48.

[3016] Anonym. Valesianus.

[3017] Socrat., Hist. Eccl., lib. 1, cap. 4.

[3018] Baron., Annal. Eccl.

[3019] Baron., Annal. Eccl.

[3020] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[3021] Euseb., Vit. Constant., lib. 2, c. 19. Idem, Hist. Eccles., lib. 9, cap. 9.

[3022] Euseb., Vit. Constant., lib. 2, cap. 44.

[3023] Zosimus, lib. 2, cap. 29.

[3024] Euseb., Vit. Const., lib. 2, c. 48.

Anno di CRISTO CCCXXV. Indizione XIII.

SILVESTRO papa 12. COSTANTINO imperadore 19.

Consoli

PAOLINO e GIULIANO.

Intorno ai nomi di questi due consoli molta disputa è stata fra gli eruditi[3025], ma senza che si possa conchiudere cosa alcuna; e però non ho io voluto esporre se non l'ultimo loro sicuro cognome, per cui erano comunemente conosciuti. Non è inverisimile che amendue fossero della famiglia Anicia. Dal dì 4 di gennaio probabilmente sino al dì 3 di novembre dell'anno seguente la prefettura di Roma fu esercitata da Acilio Severo[3026]. Famosissimo riuscì dipoi l'anno presente per la celebrazione del sacro concilio di Nicea, primo dei concilii generali, dove intervennero trecento e dieciotto vescovi, da' quali concordemente fulminati furono gli anatemi contra dell'ostinato Ario e della sua pestilente eresia. Non si può dire abbastanza quanto sfavillasse l'ardore dell'ottimo Augusto Costantino per la purità della dottrina della Chiesa di Dio e per l'unione della medesima. Egli fu che promosse quella non mai veduta in addietro memorabil assemblea di prelati, secondato in ciò anche dalle premure del santo pontefice Silvestro. Assistè egli medesimo a quell'augusta raunanza, ed ebbe parte a tutto ciò che vi si fece, ma con far sempre ammirare la sua umiltà, e un gran rispetto ai vescovi, riconosciuti da lui per giudici di tali controversie. Di più non ne dico io, perchè intorno a questo è da consultare la storia ecclesiastica. Terminato poi il concilio, ancorchè Eusebio vescovo di Nicomedia, e Teognide vescovo di Nicea godessero dianzi non poco della grazia sua, pure perchè non si acquetavano alle decisioni sacrosante del medesimo concilio, e continuavano a sostenere l'empietà di Ario, li mandò in esilio. Per tanti capi sarà sempre in benedizione nella cristianità la memoria di Costantino il Grande; ma egli spezialmente per cagione di questo importantissimo concilio si meritò una particolar venerazione presso tutti i cattolici. Basta leggere le Storie di Eusebio e di Socrate e gli Atti del concilio suddetto per conoscere qual fosse in tal occasione il fervore di questo gran principe nel culto e nell'amore della santa religione di Cristo. E però torno a dire, essere una marcia bugia quella di Zosimo[3027] scrittore pagano, il quale circa cento anni dipoi fiorì, allorchè scrisse che Costantino, anche dopo la caduta di Licinio, continuò a seguitar il culto de' gentili, e a valersi degli aruspici ed indovini del paganesimo, con abbracciar il Cristianesimo solamente dopo la morte del figlio e della moglie. Da troppe prove si vede smentito un tal racconto, nè occorre fermarsi a confutarlo. Gli spettacoli de' gladiatori fin qui erano stati le delizie del popolo romano, anzi di tutti i popoli del romano imperio, benchè dappertutto non si facessero, perchè costavano troppo. Al mirare quegl'infami combattenti, che l'un l'altro ferivano, o scannavano solamente per vile interesse, giubilavano gli spettatori, applaudendo alla destrezza ed agilità degli uni, senza punto compassionare il sangue e la morte degli altri. Ora Costantino, illuminato dai documenti della legge di Cristo, ravvisata la deformità e barbarie di que' giuochi, pieno di giusto zelo, con suo editto[3028], mentre dimorava in Berito, nel dì primo di ottobre, li vietò da lì innanzi sotto rigorose pene. Pretese il Gotofredo che quella legge fosse solamente locale, nè si stendesse per tutto il romano imperio; e non per altro, se non perchè sotto i successori di Costantino s'incontrano nè più nè meno gli spettacoli de' gladiatori[3029]. Credo io di avere abbastanza dimostrato, massimamente coll'autorità di Eusebio, che veramente fu universale quel divieto di Costantino, ancorchè i di lui figliuoli non sapessero poi sostenerlo: tanto erano impazziti i pagani dietro a que' barbarici e sanguinarii giuochi. All'anno presente ancora appartiene un'altra legge[3030] di Costantino, data nel dì 17 di aprile intorno alle usure. Erano queste a dismisura cresciute, perchè, secondo le leggi romane, non era proibito il cavar frutto dai prestiti, e perciò abbondavano allora i prestatori. Secondo l'opinione del Gotofredo, Costantino ridusse, per conto dei danari prestati, il frutto al dodici per cento, cioè a pagare l'uno per cento ogni mese; e, per quel che riguarda i naturali prestati, come sarebbe il grano, permise che il frutto d'ogni anno uguagliasse il capitale. Le leggi del Vangelo corressero dipoi sì fatte usure, e ne moderarono l'esorbitanza con lodevoli provvisioni. Possono vedersi nel codice Teodosiano altre leggi del medesimo Augusto, tutte correttrici degli abusi d'allora, o pure testimoni della di lui munificenza verso le chiese e verso le vergini sacre e le povere vedove, alle quali assegnò un'annua prestazione di grano. Nobilissimo del pari fu un suo editto, per cui si mostrò pronto ad ascoltare e ricevere le querele ed accuse d'ognuno, purchè assistite da buone pruove, contra di tutti gli uffiziali di corte, governatori delle provincie ed altri pubblici ministri che si abusassero del loro ufficio, promettendo di punir le loro ingiustizie e frodi, e di premiar chiunque gli scoprisse questi traditori della giustizia e nemici del pubblico e privato bene.

NOTE:

[3025] Panvinius. Du-Cange. Pagius. Relandus. Tillemont.

[3026] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.

[3027] Zosimus, lib. 2, c. 29.

[3028] L. 1, de Gladiator., Cod. Theodos.

[3029] Thesaur. Novus Inscript., Tom. III, in fine.

[3030] L. 1, de Usuris, Cod. Theodos.

Anno di CRISTO CCCXXVI. Indizione XIV.

SILVESTRO papa 13. COSTANTINO imperadore 20.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANTINO AUGUSTO per la settima volta e FLAVIO GIULIO COSTANZO CESARE.

Entrò nella prefettura di Roma Anicio Giuliano nel dì 13 di novembre[3031] in luogo di Acilio Severo, e in quella carica continuò egli per i due seguenti anni. Un grande sfregio patì nell'anno presente la riputazione di Costantino per quelle passioni ed inganni, da' quali non va esente quasi mai alcuno de' potentati perchè uomini anch'essi come gli altri, ed uomini che hanno men freno degli altri. Prima nondimeno di palesar questo suo trascorso, convien dire che il vittorioso imperadore determinò in questo anno di passare, dopo tanto tempo di lontananza, a Roma, secondo tutte le apparenze, per celebrar ivi i vicennali del suo augustale imperio con più solennità. Di febbraio noi il troviamo[3032] in Eraclea di Tracia, nel marzo in Sirmio di Pannonia, e nell'aprile in Aquileia. Ci comparisce nel principio di luglio in Milano, e nel dì 8 di luglio in Roma, dove abbiamo da Idacio[3033] ch'egli celebrò l'anno ventesimo del suo imperio augustale, siccome nell'anno precedente egli avea solennizzato in Nicomedia il ventesimo del cesareo. Per quel che riferisce Zosimo[3034], il popolo romano con una sinfonia di maledizioni e d'ingiurie lo accolse, non per altro, se non perchè sempre più si accertarono ch'egli aveva dato un calcio al culto dei loro idoli. In fatti solito era in quelle grandi solennità che gl'imperadori col senato, esercito e popolo si portassero al Campidoglio, per far ivi de' sacrifizii a Giove Capitolino; ma nulla di ciò volle far Costantino; e perchè si scaldarono alcuni per l'osservanza di quel sacrilego rito, non seppe ritenersi il pio imperadore dal prorompere in parole di abborrimento e sprezzo della superstizione pagana: il che gli tirò addosso l'odio del senato e popolo romano, costante per la maggior parte nell'idolatria. Anzi, se crediamo al medesimo Zosimo, l'esser egli restato mal soddisfatto di loro fece cader in mente il pensiero di formare una nuova Roma, e veramente la formò dipoi, siccome vedremo. Si vuol nondimeno ascoltare Libanio sofista[3035], cioè un oratore di questo secolo, ben più di Zosimo vicino a Costantino, allorchè asserisce aver questo imperadore trattato i Romani con assai dolcezza, tuttochè le loro pasquinate e parole pungenti paressero degne di un trattamento diverso. Accadde un dì che, avendo egli stesso udita una salva d'insolentissime grida di quel popolo in dispregio suo, dimandò ai suoi due fratelli (cioè probabilmente a Delmazio ed Annibaliano, o pur Costanzo) che gli stavano appresso, cosa in tal congiuntura fosse da fare. L'un di essi fu di parere che s'inviassero i soldati a tagliare a pezzi que' temerarii. L'altro rispose che così avrebbono fatto i principi cattivi, ma che i buoni doveano dissimulare e sofferir le vane dicerie e scappate della plebe senza giudizio. Se ne rise in fatti Costantino: cosa che, a parer di Libanio, gli acquistò l'affezion de' Romani. Anche Aurelio Vittore[3036] lasciò scritto che il dolore mostrato dal popolo romano, allorchè questo glorioso principe venne a morte, assai diede a conoscere ch'egli era molto amato da essi Romani. Dopo essersi fermato in Roma Costantino per qualche tempo, sembra, secondo le leggi[3037] che restano, aver egli di nuovo ripigliato il cammino alla volta della Pannonia, giacchè una sua legge di settembre è data in Spoleti, un'altra di ottobre in Milano, e una di dicembre in Sirmio.

Veniamo ora al passo più degli altri scabroso della vita di Costantino. Abbiam più volte fatta menzione di Crispo suo primogenito, partorito a lui da Minervina sua prima moglie, già creato Cesare, giovane di grande espettazione, e che avea anche dato saggi del suo valore nella guerra coi Franchi e con Licinio. Questo infelice principe nell'anno presente[3038], per ordine dello stesso Augusto suo padre, tolto fu di vita, chi dice col veleno, e chi colla spada. Zosimo[3039] pretende succeduto così funesto avvenimento in Roma nel tempo che vi si trattenne Costantino; ma Ammiano Marcellino[3040], scrittore più vicino a questi tempi, assegna la città di Pola nell'Istria per luogo di tal tragedia. Perchè Costantino, principe sì saggio e clemente, e nello stesso tempo sì crudo padre, giugnesse a tanta severità, nol seppero dire di certo neppure gli antichi scrittori, e solamente a noi tramandarono i loro sospetti. Zosimo immaginò incolpato il misero giovane di tenere un'amicizia illecita con Fausta Augusta sua matrigna; o, per dir meglio, che Fausta facesse calunniosamente credere al marito d'essere stata tentata da questo suo figliastro[3041]. Altri si figurarono che la medesima Augusta inventasse delle cabale per persuadere a Costantino che il figlio macchinasse contro la vita e lo stato del padre[3042]. Certamente i più convengono in dire che per le accuse della matrigna Crispo innocente perdè la vita. E ben probabile è che quell'ambiziosa donna, la qual già avea tre suoi proprii figliuoli, mirasse di mal occhio il figliastro Crispo anteposto per cagion dell'età ai suoi fratelli, per timore ancora che a lui solo potesse un dì pervenire l'imperio, e però si studiasse di screditarlo presso del padre, e le riuscisse di precipitarlo. Ell'era figliuola di un gran cabalista, cioè di Massimiano Erculio. Probabilmente profittò anch'essa di quell'indegna scuola. Comunque sia, la morte di questo amabil nipote fu un coltello al cuore di Elena madre dell'Augusto Costantino, nè potea essa darsene pace. Andò ella dipoi tanto pescando, che dovette in fine far costare al medesimo imperadore non men l'innocenza di Crispo, che la malvagità e la calunnia di Fausta sua matrigna; e vuole Filostorgio[3043] che si scoprisse allora, come l'iniqua donna avea tradito il talamo nuziale con prostituirsi a delle vili persone. Un sicuro segnale che Costantino la credesse rea, fu l'aver egli medesimamente ordinato che a lei si fosse tolta la vita: il che si crede eseguito con farla serrare in un bagno d'acqua bollente[3044]. Se un esecrando commercio fosse stato fatto credere a Costantino fra la matrigna e Crispo, contra di amendue nello stesso tempo sarebbe caduta la pena. Perciò l'essersi differita la morte di Fausta rende assai verisimile che, scoperte le sue trame ed iniquità, essa arrivasse al meritato gastigo. Eutropio[3045] aggiugne che non si fermò qui l'ira di Costantino, perchè egli appresso fece uccidere molti de' proprii amici, o sospetti, o complici dei delitti verisimilmente di Fausta.

Ora questo lagrimevole avvenimento, di cui Eusebio non si attentò di far parola, perchè tasto troppo delicato, non volendo egli dispiacere ai figliuoli allora regnanti di Fausta, certo è che diede da mormorar non poco a' grandi e piccoli, ed offuscò non poco la gloria di Costantino, con esser giunto taluno[3046] ad assomigliare il governo e secolo di lui a quel di Nerone; e senza trovarsi chi abbia saputo scusare o giustificare la credulità soverchia, o il rigore estremo da lui mostrato in tal occasione. Perciò Eutropio non ebbe difficoltà di dire che Costantino ne' suoi primi anni meritò d'essere uguagliato ai più insigni principi di Roma, ma che nel progresso egli potè contentarsi d'essere annoverato fra i mediocri. Non sussiste poi ciò che Zosimo[3047], dopo aver narrata questa tragedia, aggiugne con dire, che rimordendo la coscienza ad esso Augusto per tali trascorsi, e cercando la via di rimettersi in grazia di Dio, ricorse ai pagani, che gli dissero di non aver maniera di purgare i parricidii (il che Sozomeno[3048] mostra essere falso), ebbe allora ricorso ad un Egiziano venuto di Spagna, cristiano di religione, che già s'era introdotto in corte (vuol probabilmente dire Osio, vescovo di Cordova), il quale l'assicurò che dal battesimo de' cristiani restava cancellata qualsivoglia reità: e però Costantino da lì innanzi aderì alla religione di Cristo. Più chiaro del sole è che molto prima di questi tempi Costantino s'era rivolto al Dio vero, con abbandonar gl'idoli. Che poi per tali fatti Dio permettesse che sopra Costantino si affollassero da lì innanzi varie sciagure, e che ne' figli suoi terminasse la sua discendenza, del che sembra essere persuaso il Tillemont[3049]: tuttavia meglio è non voler entrare ne' gabinetti di Dio, perchè le cifre de' suoi, sempre per altro giusti, giudizii venerar si debbono anche senza intenderle, e massimamente per non saper noi i veri reati di Costantino. Abbiamo poi da Eusebio[3050] e da Eutropio[3051] che nell'anno stesso, in cui a Crispo tolta fu la vita, anche il giovane Licinio, figliuolo del già Licinio Augusto, fu, d'ordine di Costantino, ucciso, nulla avendo servito a lui l'essere nato da Costanza sorella dell'imperadore medesimo. Qual motivo influisse a farlo privar di vita, e s'egli tuttavia conservasse il titolo di Cesare, a noi resta ignoto. Può ben temersi che anche per tale azione s'aguzzassero contra di Costantino le lingue di chi fra i pagani mirava lui di mal occhio. L'anno fu questo, in cui esso Augusto con sua legge[3052] ordinò che i cherici ed altri ecclesiastici si cavassero dalla classe de' poveri, e non se ne ordinasse se non quel numero ch'era necessario alle chiese, acciocchè l'esenzione da lui conceduta ai sacri ministri del Vangelo non riuscisse dannosa al pubblico, cioè al corpo secolare. Con altra legge ancora[3053] dichiarò che i privilegii da lui accordati alle persone ecclesiastiche s'intendessero in favore de' soli cattolici, e che ne restassero esclusi gli eretici e sismatici. Credesi finalmente[3054] che in quest'anno fosse composto il poema in versi di Publilio Optaziano Porfirio, che giunto sino a' dì nostri fu dato alla luce dal Velsero, contenente le lodi di Costantino, ma formato con degli acrostici, e con altre di quelle ingegnose, o, per dir meglio, laboriose bagattelle, che erano anche nel secolo precedente al nostro il grande sforzo degl'ingegni minori. Contuttociò anche tali rimasugli dell'antichità son da tenere in pregio, sì per le cose che contengono, come per farci intendere ancora il genio di que' secoli, nei quali per altro fiorirono tanti uomini grandi nelle lettere e nella santità. Augurando Optaziano in esso poema i vicennali felici a Costantino, e non men felici i decennali ai di lui figliuoli; perciò si crede composto quel poema prima della morte di Crispo.

NOTE:

[3031] Bucher., de Cyclo.

[3032] Gothofr., Chron. Codic. Theodos.

[3033] Idacius, in Fastis. Euseb., in Chron.

[3034] Zosimus, lib. 2, cap. 29.

[3035] Liban., Oration. 14 et 15.

[3036] Aurelius Victor, de Caesarib.

[3037] Gothofredus, Chronolog. Cod. Theod.

[3038] Idacius, in Fastis.

[3039] Zosimus, lib. 2, cap. 29.

[3040] Ammianus, lib. 14, cap. 11.

[3041] Zonaras, in Annalibus.

[3042] Aurel. Victor, in Epitome.

[3043] Philostorgius, in Histor.

[3044] Zosimus. Victor. Sidonius et alii.

[3045] Eutropius, in Breviar.

[3046] Sidonius Apollinaris, lib. 5, Epist. 8.

[3047] Zosimus, lib. 2, cap. 29.

[3048] Sozomenus, Histor., lib. 1, cap. 5.

[3049] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[3050] Eusebius, in Chron.

[3051] Eutrop., in Breviar.

[3052] L. 6, de Episc., Cod. Theodos.

[3053] L. 1, de Haereticis, Cod. Theodos.

[3054] Pagius. Tillemont.

Anno di CRISTO CCCXXVII. Indizione XV.

SILVESTRO papa 14. COSTANTINO imperadore 21.

Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANTINO e MASSIMO.

Nell'assegnare il nome del primo console ho io seguitato il padre Pagi[3055] e il Relando[3056]; ma debbo ora dire che non abbiam sicurezza d'esso, nè sappiam chi egli fosse: tanto son diverse le date delle leggi di quest'anno e le asserzioni dei Fasti. Presso alcuni in vece di Costantino si legge Costanzo. Presso altri il puro suo nome è scritto senza il titolo di Cesare, e in altri sì. Alcuni il fanno console per la prima volta, altri per la seconda, ed altri per la quinta. Fu creduto questo Costantino dal Panvinio[3057] un parente di Costantino Augusto. Può essere che un dì salti fuori qualche iscrizione che tolga ogni dubbio. Una[3058] ne ho io recato, dove altra menzione non è fatta che di Flavio Cesare e di Massimo. Per conto di questo ultimo conghietturò il suddetto Panvinio ch'egli non fosse diverso da Valerio Massimo Basilio, già da noi veduto prefetto di Roma; ma nei Fasti si soleva notare il solo ultimo cognome. Nella stessa prefettura seguitò ancora in questo anno Anicio Giuliano. Truovavasi lo Augusto Costantino, per quanto apparisce dalle date di varie sue leggi[3059], nell'anno presente in Tessalonica ed Eraclea, cioè in città della Macedonia e Tracia. San Girolamo, che dopo aver tradotta in latino la Cronica di Eusebio Cesariense[3060], la continuò poi fino ai suoi giorni, fa verso a questi tempi menzione di Arnobio oratore africano. Era egli di credenza pagano, ed insegnava agli scolari rettorica. Convertito alla religione di Cristo, impugnò di poi la penna contro le superstizioni e follie del gentilesimo con que' libri che tuttavia abbiamo gravi d'erudizion pagana, e bisognosi di commento. Non è improbabile che circa questi tempi Elena, madre dell'Augusto Costantino, donna santa e colma di zelo per l'abbracciata religione di Cristo, andasse a Gerusalemme, dove scoprì il sepolcro del divino nostro Salvatore, e la vera croce, su cui egli morì. Portatone l'avviso a Costantino, ordinò che si fabbricasse ivi un insigne tempio col titolo della Resurrezione. Altre chiese a petizione della piissima Augusta egli piantò nel monte Oliveto, in Betlemme ed altri luoghi, per onorar le memorie della nascita e passion del Signore. Ma intorno a ciò è da consultare la storia ecclesiastica, depurata nondimeno da alcuni racconti poco sussistenti. L'anno preciso, in cui sant'Elena fu chiamata da Dio a miglior vita, resta tuttavia ignoto o controverso. Potrebbe essere che ciò succedesse nell'anno seguente. Eusebio[3061], dopo aver narrato le suntuose chiese alzate da Costantino in quei santi luoghi, descrive ancora le gloriose azioni di pietà, di munificenza e d'umiltà della santa imperadrice, e quanto amore a lei professasse, quanto onore le concedesse il figlio Augusto. Non solamente volle che foss'ella riconosciuta per imperadrice, e che si battessero medaglie d'oro in suo onore, ma le conferì ancora una piena balìa per valersi del tesoro imperiale in opere di pietà. Appresso aggiugne, che essendo ella mancata di vita in età di circa ottant'anni, Costantino fece portare il suo corpo nella città regale, cioè a Roma, come comunemente vien creduto, e deporlo in un magnifico sepolcro. Altri visibili segni diede Costantino dell'amor suo verso la madre. Imperciocchè sotto quest'anno nota san Girolamo[3062], ch'egli varie fabbriche alzò in onore di san Luciano martire, seppellito nel borgo di Drepano nella Bitinia, con farne una città, a cui diede il nome della madre, forse tuttavia vivente, chiamandola Elenopoli. Ne parla ancora la Cronica Alessandrina[3063]. Filostorgio[3064] attribuisce alla stessa Elena la fabbrica di quella città e l'insigne tempio edificato in onore del suddetto martire. Abbiamo anche da Sozomeno[3065] che una città di Palestina prese il nome di Elenopoli da questa santa imperadrice. Veggonsi iscrizioni, trovansi medaglie che confermano il gran credito ch'ella meritamente godè, tanto in vita che dopo morte, per le sue luminose virtù.

NOTE:

[3055] Pagius, Crit. Baron., ad hunc annum.

[3056] Reland., Fast. Consul.

[3057] Panvin., Fast. Consul.

[3058] Thes. Novus Inscript., pag. 354.

[3059] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.

[3060] Hieronymus, in Chronico.

[3061] Euseb., in Vita Const., lib. 2, cap. 23 et seq.

[3062] Hieron., in Chronico.

[3063] Chron. Alexandrinum.

[3064] Philostorgius, Hist., lib. 2, cap. 13.

[3065] Sozomenus, lib. 2, cap. 2.

Anno di CRISTO CCCXXVIII. Indizione I.

SILVESTRO papa 15. COSTANTINO imperadore 22.

Consoli

JANUARIO e GIUSTO.

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