Annali d'Italia, vol. 1 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 3 of 5)
Fondato il cardinal Noris[1281] sopra un'iscrizione gruteriana[1282], ch'egli nondimeno riconosce per difettosa, diede al primo console il nome di Lucio Fulvio Bruttio Presente per la seconda volta, nel che fu seguitato dal Pagi[1283], dal Relando[1284] e da altri. Ma chiunque esaminerà meglio quel marmo, non avrà difficoltà a chiamarlo un'impostura, e però appoggiati que' nomi ad un fondamento che non regge. Ho io prodotta un'iscrizione[1285], dove Cajo Bruttio Presente vien detto console per la seconda volta. Era questi padre di Crispina moglie di Commodo Augusto. Se non vogliamo ammettere ch'egli fosse per la prima volta console nell'anno 153, sarà almeno stato in alcuno de' susseguenti anni console straordinario ed ordinario nel presente. Certamente motivo bastevole abbiamo di così credere, finchè si disotterri altra memoria che tolga ogni dubbio. Avea già l'Augusto Marco Aurelio ridotta a buon termine la guerra coi Barbari. Erodiano[1286], che qui dà principio alla sua storia, scrive che già alcuni di que' popoli s'erano a lui sottomessi, altri aveano fatta lega con lui, ed altri fuggiti non comparivano più per paura delle di lui vittoriose schiere. Ma non piacque a Dio di lasciargli tanto di tempo per dar compimento all'impresa. Cadde egli infermo[1287] nel marzo dell'anno presente, essendoglisi attaccata la peste o sia l'epidemia, che già s'era introdotta nell'armata[1288]. Nel sesto giorno della sua malattia chiamò al suo letto gli amici, e fece loro un discorso intorno alla vanità delle cose umane, facendo assai conoscere di disprezzar la vicina morte. Piangevano essi, ed egli, loro rivolto, disse: Perchè piagnete me, invece di piagnere la peste che va desolando l'armata? Erodiano gli mette in bocca una bella orazione, con cui raccomandò a tutti Commodo, benchè Capitolino scriva che non ne parlò, ma che solamente interrogato a chi egli raccomandasse il figliuolo, rispose: A voi e agli dii immortali, se pur se ne mostrerà degno. L'aveva egli sul principio del male chiamato a sè, pregandolo di non partirsi se prima non era terminata la guerra: al che rispose Commodo che più gli premeva la propria sanità, e desiderar perciò di andarsene. Ma più del male e più dell'imminente morte, si affliggeva l'ottimo imperadore al vedere che lasciava dopo di sè un figlio troppo diverso da' suoi costumi. Ne avea già osservata la perversa inclinazione, e gli correa per mente l'immagine di Nerone, di Domiziano e d'altri principi giovinastri scapestrati, che erano stati la rovina della lor patria. Ma rimedio più non appariva. Egli era già imperadore Augusto, nè si poteva disfare il fatto. Giuliano Apostata nella sua Satira[1289] scrisse che Marco Aurelio dovea lasciar l'impero a Claudio Pompejano suo genero, personaggio di gran saviezza, più tosto che ad un figlio di natural sì maligno. Ma l'affetto paterno, lusingandosi sempre che nel crescere dell'età crescerebbe il senno del giovane Commodo, prevalse all'amor della repubblica, che in lui certamente era sommo. Fu anche sollecitato a ciò dal senato romano istesso, siccome attesta Vulcazio Gallicano[1290]. Puossi ancor credere che Marco Aurelio, sperando vita più lunga, si figurasse d'aver tempo da ridirizzar quella pianta, che già minacciava frutti cattivi. Turbato poi da questo rammarico l'infermo Augusto, nè sapendo come quetarlo, desiderò che sollecitamente venisse la sua morte, e stette anche senza voler prendere cibo. Nel settimo dì copertosi il capo, come se volesse dormire[1291], spirò nella notte del dì 17 di marzo, secondo Tertulliano[1292], in Sirmio, o pure, secondo Aurelio Vittore[1293], in Vienna d'Austria, mentre era nell'anno cinquantanovesimo dell'età sua. Dione scrive d'aver avuto riscontri accertati, esser egli stato tolto dal mondo, non già dalla malattia, ma dai medici che Commodo avea guadagnati per sì esecrabile azione. Forse l'odio universale, in cui, siccome vedremo, incorse Commodo, diede origine e fomento a questa voce.
L'afflizione dell'armata fu incredibile per la perdita di questo principe, perchè quantunque egli fosse assai ritenuto a regalare i soldati, e lontano da quelle esorbitanti liberalità che altri imperadori aveano usato per tenersi ben affette le milizie; e tuttochè egli volesse una rigida disciplina ed impiegati in continui esercizii i soldati, pure teneramente era amato da tutti: frutto della sua gran bontà e giustizia. Non fu minore l'affanno[1294] che ne provò Roma e le provincie, gridando tutti che era morto il lor fortissimo capitano e un principe che non avea pari. Portate a Roma le sue ceneri, furono collocate verisimilmente nel mausoleo di Adriano, e fatta la di lui deificazione secondo l'empio rito di allora. Venne poi riguardato qual sacrilego, chi da lì innanzi non tenne la di lui immagine in casa[1295], e restò sempre anche appresso i posteri in tal onore la di lui memoria, come di principe ottimo, che fino il satirico Giuliano Apostata[1296] il collocò in cielo sopra Augusto, sopra Trajano e sopra gli altri rinomati regnanti. Non mancarono certamente dei difetti in Marco Aurelio: e chi mai ne va senza? La stessa sua bontà, e l'abborrimento ad ogni severità di gastigo non potò far di meno che non cagionasse qualche disordine con abusarsene i cattivi. E il non aver frenate le dissolutezze della moglie; l'aver eletto per suo collega Lucio Vero, che nol meritava; ma sopra tutto l'aver voluto o permesso che fosse successor suo nell'imperio chi n'era sì indegno, recò non poca taccia al suo nome. Contuttociò tali e tante furono le virtù sue, che tutti gli antichi scrittori s'accordano in iscusare que' pochi difetti che in lui si osservarono. Imperocchè, oltre al molto che ne ho già detto di sopra, il solo esempio del grave, onesto e virtuoso suo vivere, servì, a riformar non poco i costumi sregolati de' Romani. Suo uso fu anche di mettere negli uffizii chi egli credeva più dabbene e più utile al pubblico; e perchè niuno ordinariamente si trovava che fosse perfetto, diceva[1297]: Essere impossibile a noi il fare gli uomini, come noi li vorremmo; e che però conveniva valersi di loro, come sono, cercando solamente i men difettosi fra gli altri. Gli diede veramente la natura un corpo debole, o pure il provvide bensì di assai vigore, perchè in gioventù era robusto, facea gli esercizii militari, uccideva alla caccia i cignali; ma poi creduto fu che l'applicazione agli studi l'indebolisse e gli cagionasse molti incomodi di salute. Contuttociò al pari de' più vigorosi tollerava le fatiche; e già si è veduto quanti viaggi egli facesse, e quanto tempo restasse esposto agl'incomodi della guerra. La beneficenza gli stette sopra tutto a cuore; a questa sognata deità eresse anche un tempio in Roma. Da alcuni si desiderò in lui la magnificenza, e si sarebbe voluto più liberale; ma con censura indebita, perchè egli non ammassò mai pecunia per sè; ed era bensì buon economo del danaro, ma per valersene solamente in bene del pubblico, senza mai accrescere gli aggravi ai popoli, con isminuirli alle occorrenze e con soccorrere sempre ne' bisogni le persone di merito. Non la finirebbe mai chi volesse riandar le belle massime ch'ebbe questo principe per regolare non men sè stesso che gli altri. Ne lasciò egli anche una perenne memoria in dodici libri, che abbiam tuttavia, delle cose sue, commentati da Merico Casaubono e da Tommaso Gatachero. Sono memorie delle meditazioni sue, concernenti il meglio della filosofia stoica, scritte in greco, come gli venivano in mente, con istile semplice, ma purissimo, ed altamente commendato dagl'intendenti. Per questi libri, ma più per la vita e per le azioni sue, egli si meritò il titolo di filosofo, ed è specialmente conosciuto sotto nome di Marco Aurelio Antonino il Filosofo. La vita, che si legge di lui, composta da Antonio da Guevara, vescovo spagnuolo di Mondognetto, è un'impostura, che nondimeno può esser utile a chi ne voglia far la lettura. Fiorirono poi[1298] sotto questo letterato principe molte persone dottissime, fra le quali io solamente rammenterò Luciano Samosatense, il cui faceto, erudito e vivacissimo stile si ammira nei suoi libri, ma che più sarebbe degno di stima, s'egli non facesse un'aperta professione d'empietà. Lucio Apulejo, scrittore della medesima tempra, si crede che fiorisse in questi tempi; ed è certo che Galeno, o sia Gallieno, medico rinomatissimo, gran tempo visse nella corte di Marco Aurelio. Così Pausania, Aristide, Polieno, Artemidoro, Aulo Gellio, e forse Sesto Empirico, fiorirono in questi tempi, e di loro ci restano libri, per tacere di tanti altri, de' quali l'opere si son perdute. Restò dunque dopo la morte di Marco Aurelio al governo dell'imperio romano Lucio Aurelio Antonino Commodo, molto prima dichiarato imperadore augusto, di cui parlerò all'anno seguente. Ed io comincio ora a contare gli anni del suo imperio, non avendo osato di farlo finora, perchè non parmi per anche ben certo il principio del suo imperio augustale. Trovasi egli, siccome già accennai, da qui innanzi nominato per lo più Marco Aurelio Commodo, avendo egli assunto il prenome del padre, ma senza avere ereditata alcuna delle di lui virtù che nel mostrassero degno suo figlio.
NOTE:
[1281] Noris, Epist. Consul.
[1282] Gruterus, Thes. Inscript., p. 1095, n. 1.
[1283] Pagius, in Crit. Baron.
[1284] Reland., in Fastis.
[1285] Thesaurus Novus Inscription., p. 339, n. 5.
[1286] Herodianus, Histor., lib. 1.
[1287] Capitolinus, in Marco Aurelio.
[1288] Dio, lib. 71.
[1289] Julianus, de Caesarib.
[1290] Vulcat., in Commodo.
[1291] Dio, lib. 71.
[1292] Tertullianus, in Apologetico, cap. 25.
[1293] Aurelius Victor, in Epitome.
[1294] Herodianus, Histor., lib. 1.
[1295] Capitolinus, in Marco Aurelio.
[1296] Julianus, de Caesarib.
[1297] Dio, in Excerptis Vales.
[1298] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
Anno di CRISTO CLXXXI. Indizione IV.
ELEUTERIO papa 11. COMMODO imperadore 2.
Consoli
MARCO AURELIO ANTONINO COMMODO AUGUSTO per la terza volta, e LUCIO ANTISTIO BURRO.
Antistio Burro console in quest'anno era cognato di Commodo Augusto, perchè marito di una di lui sorella. Imperciocchè Marco Aurelio avea procreato da Faustina, oltre a Commodo, due o tre altri maschi, che mancarono in tenera età, e varie femmine, cioè Lucilla maritata a Lucio Vero, poscia a Claudio Pompejano, e Fadilla e Vibia Aurelia e Domizia Faustina, e forse alcun'altra. Una di esse fu data in moglie al suddetto Burro, ed un'altra a Petronio Mamertino, personaggi tutti scelti dal padre per generi in riguardo della loro sperimentata saviezza. Assunse nell'anno precedente Commodo Augusto il governo della romana repubblica. Era egli nato[1299] nel dì 31 d'agosto dell'anno 161, giorno natalizio anche del bestiale e crudel Cajo Caligola, sul cui modello tagliato fu parimente quest'altro. Non avea mancato il di lui buon padre di procurargli tutti i possibili mezzi, affinchè fosse ben educato ne' costumi ed istradato nelle buone arti e nelle lettere. Suo maestro fu nella lingua ed erudizione greca Onesicrato; nella latina Antistio Capella, e nell'eloquenza Attejo Santo o Santio. Non ne ricavò egli profitto alcuno: tanto potè l'indole cattiva; imperciocchè egli nulla ebbe dell'ottimo suo padre, e solamente in lui passarono le magagne della madre infame, con essersi fin creduto, siccome già accennai, averlo essa conceputo da un gladiatore, nel cui amore era perduta. In fatti di buon'ora comparve inclinato alla crudeltà, alla libidine, e dedito solamente a discorsi osceni, a saltare, a fare il buffone e il gladiatore, con altri costumi propri della vil canaglia. Non avea che dodici anni, quando in villeggiare a Centocelle, oggidì Cività Vecchia, perchè non trovò assai calda l'acqua del bagno, ordinò che il deputato del bagno fosse gittato in una fornace; e bisognò che il suo aio Pitolao fingesse di ubbidirlo non far bruciare una pelle di castrone. Non poteva egli sofferir le persone dotate di probità, che il padre gli avea messo appresso; solamente gli davano nel genio i cattivi; e perchè il padre glieli levò d'attorno, si ammalò di rabbia. Il troppo indulgente genitore non tenne saldo; laonde egli cominciò di buon'ora a far bettola in sua camera, e praticar giuochi d'azzardo, ad ammettere donne di vita cattiva, ad essere sboccato di lingua. Con questo bell'apparato di vizii, coperti nondimeno fin qui, e non passati alla vista del popolo, si trovò egli solo sul trono. Tuttavia si può credere che non tanti allora fossero i suoi difetti, o certamente che fossero coperti, e non passati agli occhi del popolo, perchè Erodiano[1300], più vicino di lunga mano a questi tempi, non ci fa un sì brutto ritratto della gioventù di Commodo.
Era egli, siccome dissi, in Ungheria coll'armata. Dopo i funerali del padre, per consiglio de' parenti ed amici fece una bella allocuzione all'esercito, e gli dispensò un abbondante donativo. Ma perciocchè presso lui gran potere avea chi era più cattivo e sapea più adulare, costoro non tardarono ad esagerar le delizie di Roma, e a dir quanto male sapeano del brutto soggiorno del Danubio, tanto che l'indussero a determinare di abbandonar l'armata e di venirsene in Italia. Preso il pretesto di temere che alcuno in Roma si facesse dichiarare imperadore, pubblicò il suo disegno. Tante ragioni nondimeno gli addusse Pompejano suo cognato, che il fermò per qualche tempo in quelle parti, per terminare con qualche onore la guerra. Secondochè s'ha da Erodiano, riuscì ai suoi generali di domar qualcheduno di quei popoli barbari. Condusse Commodo gli altri alla pace, con regalarli ben bene impiegando l'erario ch'egli avea trovato ben provveduto. Se si vuol credere ad Eutropio[1301], felicemente egli combattè contro ai Germani; ma non apparendo dalle medaglie ch'egli prendesse nuovo titolo d'Imperadore nell'anno precedente, o niuno o di poco rilievo dovettero essere le sue vittorie. Certo è bensì, che egli con condizioni anche svantaggiose, e a forza di danaro, comperò la pace, perchè troppo gli stava a cuore di cangiare quell'aspro cielo nel delizioso di Roma. Venn'egli finalmente accolto per tutte le città dove passò con solenne allegria; e il senato e, per così dire, tutta Roma con corone di alloro gli fece un festoso incontro. I più considerandolo figliuolo di sì buon padre, veggendolo sì bel giovane, con occhi vivi, con bionda zazzera, tale che parea sparsa sul suo capo una pioggia d'oro, si figuravano maraviglie di lui; e però tra le infinite acclamazioni, accompagnato da gran profusione di fiori e di corone, entrò Commodo in Roma. Fu al senato, e recitò un'orazione che contenea solamente delle inezie. Dione[1302], il quale comincia qui a raccontar cose da lui stesso vedute, scrive ch'egli fece gran pompa dell'aver dato soccorso al padre Augusto, che era caduto in una fossa fangosa. Se il mese romano fu, come pensa il Salmasio, novembre, l'arrivo a Roma di Commodo seguì nel dì 22 di ottobre[1303]; ma è cosa dubbiosa. Fece egli un ragionamento anche ai soldati di Roma, con lodare la lor fedeltà. E che desse loro il consueto regalo e al popolo un congiario, pare che si ricavi dalle medaglie. Procedente egli console per la terza volta nell'anno presente; ed in questo ancora, per attestato d'Eusebio[1304], egli trionfò dei Germani, ma con dare una bella mostra dell'animo suo corrotto: perchè nello stesso cocchio trionfale dietro a sè condusse un infame suo liberto, appellato Antero, e l'andò baciando più volte pubblicamente, volgendo la faccia indietro. Lo stesso praticò nell'orchestra a vista d'ognuno. Vivente anche il padre, avea Commodo senza alcun merito conseguito il bel titolo di Padre della Patria. In quest'anno l'adulazione gli conferì ancor quello di Pio, che s'incontra nelle medaglie[1305], ma non già quello di Felice, come va credendo il Tillemont[1306].
NOTE:
[1299] Vulcat., in Commodo.
[1300] Herodianus, Histor., lib. 1.
[1301] Eutrop., in Breviar.
[1302] Dio, lib. 72.
[1303] Lampridius, in Commodo.
[1304] Euseb., in Chronic. Edition. Pont.
[1305] Mediobarb., in Numism. Imperator.
[1306] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
Anno di CRISTO CLXXXII. Indizione V.
ELEUTERIO papa 12. COMMODO imperadore 3.
Consoli
POMPONIO MAMERTINO e RUFO.
Non ho io osato di chiamare altrimenti questi due consoli, perchè non veggo sicurezza negli altri nomi. Certo è che il primo fu cognato di Commodo Augusto, perchè avea per moglie una di lui sorella. Il Panvinio[1307], seguitato da molti altri, chiamò il secondo console Trebellio Rufo. Perchè il Relando[1308] pubblicò un'iscrizione gudiana, posta nelle calende di marzo, C. PETRONIO MAMERTINO ET CORNELIO RUFO COS., tanto esso Relando che il Bianchini[1309] e lo Stampa[1310], stabilirono con tali nomi i consoli dell'anno presente. Ma sarebbe prima da vedere se si possa riposar sulla fede de' marmi riferiti dal Gudio. Il Fabretti[1311] porta un mattone, dove egli lesse VETTIO RUFO ET POMP. MATER. COS. Probabilmente ivi si dee leggere POMP. MAMER., cioè Pomponio Mamertino: il che se fosse, l'altro console sarebbe stato Vettio Rufo, e non già Trabellio, o Cornelio Rufo. Velio Rufo vien posto fra i consoli da Lampridio[1312]. Probabilmente egli scrisse Vettio Rufo. Crede poi il suddetto Panvinio, che nelle calende di luglio fossero sostituiti nel consolato Emilio Junto o Junzio, ed Atilio Severo. Abbiam di certo, che amendue furono consoli, ma non apparisce già che in quest'anno. Anzi essendo essi stati esiliati, in tempo che Commodo si abbandonò alla crudeltà, si dee credere che il lor consolato accadesse molto più tardi. In questi primi tempi, secondo ciò che s'è anche veduto di Tiberio, di Caligola, di Nerone e di Domiziano, anche l'Augusto Commodo fece un buon governo. Onorava egli i consiglieri ed amici del padre[1313], nulla risolveva senza il loro parere. L'autorità di questi savi personaggi teneva in qualche freno le sregolate passioni di questo giovinastro. E probabilmente è da riferire all'anno presente ciò che racconta Dione[1314], cioè che Manilio, il qual era stalo segretario delle lettere latine di Avidio Cassio, della cui ribellione parlammo di sopra, e molta possanza avea avuto sotto di lui, finalmente fu scoperto e condotto a Roma. Prometteva egli di rivelar molti segreti; ma Commodo, per consiglio, come possiam credere, de' saggi suoi ministri, non solamente non volle ascoltarlo, ma fece anche bruciar tutte le di lui lettere o carte, senza curarsi di leggerne pur una. Questa bella azione diede speranza al senato e al popolo, ch'egli non volesse essere da meno del padre. E perciocchè Commodo compariva in pubblico con gran magnificenza, e faceva spiccare dappertutto la sua leggiadria, l'ignorante popolo dicea oh bello! e si rallegrava d'avere un principe sì grazioso. Ma non così la sentivano quei che il praticavano, ed aveano miglior conoscenza delle di lui perverse inclinazioni, che di giorno in giorno s'andavano meglio spiegando. Truovasi egli in qualche medaglia[1315] dell'anno presente proclamato Imperadore per la quinta volta. Dione[1316] parla della guerra fatta contra de' Barbari di là della Dacia. E Lampridio[1317] scrive che quei popoli rimasero sconfitti dai legati, cioè dai luogotenenti generali dell'imperadore. Questi furono Albino e Negro, de' quali si parlerà a' tempi di Severo imperadore. Ciò probabilmente succedette nell'anno presente, e per qualche loro vittoria si accrebbero i titoli a Commodo senza sua fatica.
NOTE:
[1307] Panvin., in Fast. Consular.
[1308] Reland., Fast. Cons.
[1309] Blanchin., ad Anast. Bibliot.
[1310] Stamp., Fast. Cons. Sigon.
[1311] Fabrettus, Inscript., pag. 511.
[1312] Lampr., in Commodo.
[1313] Herodianus, Histor., lib. 1.
[1314] Dio, in Excerptis Valesianis.
[1315] Mediobarbus, in Numism. Imperator.
[1316] Dio, lib. 72.
[1317] Lampridius, in Commodo.
Anno di CRISTO CLXXXIII. Indizione VI.
ELEUTERIO papa 13. COMMODO imperadore 4.
Consoli
MARCO AURELIO ANTONINO COMMODO AUGUSTO per la quarta volta, e CAJO AUFIDIO VITTORINO per la seconda.
Perchè abbiamo una nobile iscrizione, già pubblicata da monsignor della Torre, che si legge anche nella mia raccolta[1318], luogo non resta a disputare dei nomi di questi consoli. E di qui ancora può risultare qual fede si possa avere alle iscrizioni del Gudio. Una di esse, riferita anche dal Relando[1319], si dice posta IDIBVS OCTOBRIS M. AVRELIO COMMODO IIII. ET M. AVRELIO VICTORINO COS. Ecco qual capitale si possa far di quelle merci. Da un marmo, di cui non si può trovare un più autentico, siamo assicurati che quel console si chiamava Cajo Aufidio, ed esso nell'emporio gudiano ci comparisce Marco Aurelio. Ora questo Cajo Aufidio Vittorino[1320] fu uno de' più insigni senatori ed oratori del suo tempo, carissimo già a Marco Aurelio Augusto, di modo che giunse ad essere non solamente prefetto di Roma, ma console due volte. Di lui racconta Dione[1321], che essendo governatore della Germania molti anni prima, certificato che il suo legato, o sia luogotenente, prendeva de' regali, l'ammonì in segreto di desistere da quell'abuso. Veggendo di non far frutto, un dì assiso sul tribunale alla vista di ognuno, si fece citar dall'araldo a giurare di non aver mai preso regali, e di non essere per prenderne, finchè vivesse. Appresso fu esibito il giuramento medesimo al legato, il quale convinto dalla coscienza e dal timore di chi potea deporre contra di lui, ricusò il giurare. Vittorino immantinente il licenziò. Essendo anche proconsole in Africa, trovò un altro legato, che zoppicava dello stesso piede. Ed egli, senza far altre cerimonie, il fece imbarcare, e rimandollo a Roma. Da che, siccome vedremo, Commodo cominciò ne' tempi seguenti a mietere le vite de' più accreditati senatori, più volte fu detto che anch'egli era in lista. Mosso da questa voce Vittorino, francamente andò a trovar Perenne, prefetto allora del pretorio, e gli disse d'aver inteso che si volea farlo morire, ed aggiunse: Se è così, che state a fare? Ora è il tempo. Fu lasciato in vita, e morto poi di morte naturale, ebbe l'onore di una statua. Quanto a Perenne poco fa nominato, costui[1322] per la sua perizia della disciplina militare, fu alzato da Commodo al grado di prefetto del pretorio, o sia di capitano delle guardie, quale ancora Tarrutino o sia Tarrutenio Paterno[1323]. Costui fu la rovina del padrone, perchè andò tanto innanzi nella confidenza e grazia di lui che diventò poi l'arbitro del governo. La sete di accumular tesori si potè dire in lui inesausta. Quasi che un nulla fossero i già guadagnati, tutto era egli sempre ansante a procacciarne de' nuovi. E gli se ne presentò ben presto l'occasione, siccome vedremo. Intanto convien avvertire i lettori, che gli avvenimenti in questi tempi non si possono compartire per gli loro precisi anni, perchè le storie che restano raccontano bensì i fatti, ma senza indicarne la cronologia. Però solamente a tentone si andran riferendo le cose sotto gli anni seguenti. Nel presente le medaglie[1324] ci avvisano che Commodo Augusto fu proclamato per la sesta volta Imperadore, ma senza apparire per qual vittoria. Il Tillemont[1325] la crede riportata nella guerra che si accese nella Bretagna; ma questa vittoria, per quel che dirò, sembra più tosto appartenere all'anno seguente. Verisimile è più tosto, che in quest'anno ancora i generali cesarei in Germania, come conghietturò il Mezzabarba, dessero qualche rotta ai Barbari di quelle contrade. Parlano le stesse monete di un viaggio di Commodo, di cui niun vestigio s'ha nella storia; siccome ancora di una sua munificenza: indizio di qualche congiario dato al popolo. Ma delle stesse monete si incontrano degl'imbrogli, o perchè non sincere, o perchè non assai attentamente copiate.
NOTE:
[1318] Thesaur. Novus Inscript., pag. 340, n. 2.
[1319] Reland., in Fastis.
[1320] Capitol., in Marco Aurelio.
[1321] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1322] Herodianus, Histor., lib. 1.
[1323] Lampridius, in Commodo.
[1324] Mediobarb., in Numism. Imper.
[1325] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
Anno di CRISTO CLXXXIV. Indizione VII.
ELEUTERIO papa 14. COMMODO imperadore 5.
Consoli
LUCIO COSSONIO EGGIO MARULLO e GNEO PAPIRIO ELIANO.
Al primo console Marullo ho io aggiunto il nome di Cossonio, ricavato da un'iscrizione, esistente nel Museo Capitolino, data alla luce da monsignor Torre, e prodotta anche nella mia raccolta[1326]. In una iscrizione del Gudio, rapportata dal Relando[1327], il primo console si vede chiamato Marco Marullo, quando è certissimo che il suo prenome fu Lucio. Il secondo comparisce ivi col nome di Giunio Eliano; e pure nell'altre iscrizioni troviamo costantemente Gneo Papirio Eliano: tutte pruove che i fasti e l'erudizione antica debbono aspettar dal Gudio, in vece di un sicuro rinforzo, della confusione. Era, dissi, insorta una fiera guerra nella Bretagna[1328], guerra la più lunga che si avesse Commodo ai suoi dì. Aveano i Barbari passato il muro, posto da Antonino Pio ai confini, e tagliato a pezzi il general romano con tutte le milizie che erano ivi di guardia. Portata questa funesta nuova a Roma, il vile Commodo tutto impaurito spedì tosto colà Ulpio Marcello, uomo di grand'animo, e di raro valore; chè di tali persone non era già perduto il seminario in Roma. Questi, per attestato di Dione, uomo modesto e severo, ma di una severità che si accostava all'asprezza, fece più volte conoscere la sua bravura ne' combattimenti, nè mai si lasciò invischiare dall'amor de' regali e della pecunia. Era vigilantissimo, e per maggiormente comparir tale, e tener anche vigilanti gli uffiziali di guerra, solea qualche sera scrivere dodici biglietti, con ordine ai suoi servi di portarli in varie ore della notte a diversi d'essi ufficiali, acciocchè credessero ch'egli allora vegliasse. Non si distingueva egli nel mangiare e vestire dai semplici soldati; anzi, per mangiar meno, si facea venire con bizzarria quasi incredibile fin da Roma il pane, come ognun può credere, ben secco e duro. Questo bravo uomo adunque gravissimi danni recò a que' Barbari, e dovette dar loro una gran rotta, per cui si osserva nelle medaglie[1329] che Commodo Augusto conseguì in questo anno non solamente per la settima volta il titolo d'Imperadore, ma anche quello di Britannico[1330]. Era egli già stato appellato Pio, adulatoriamente senza fallo, perchè egli nulla mai fece, per cui meritasse così bell'elogio. Nell'anno presente si aggiunse a' suoi titoli quello di Felice. L'esempio suo servì poi ai susseguenti Augusti per più secoli, acciocchè cadaun d'essi fosse chiamato Pio Felice.
Se non succedette nell'anno precedente, si dovrà almeno attribuire al presente la prima congiura tramata contra di Commodo. Abbiamo da Erodiano[1331] ch'egli per pochi anni stette in dovere, e però probabil cosa è che in questo si sovvertisse il di lui ingegno, e che cominciasse il suo precipizio. Merita ben più di Lampridio d'essere qui ascoltato Erodiano, siccome storico che visse in que' tempi e soggiornò in Roma. Quel mal arnese adunque di Perenne prefetto del pretorio, per dominar solo, avea già staccati dal fianco del giovane Augusto i migliori suoi consiglieri, con far subentrare in lor luogo una frotta di persone vili, e maneggiava già solo tutti gli affari: dal che può essere che prendesse origine l'odiosità dei buoni contra di Commodo. Comunque sia, la prima pietra dei disordini fu posta da Lucilla figliuola di Marco Aurelio, e sorella dello stesso Commodo. Per essere stata moglie di Lucio Vero imperadore, il padre, tuttochè la rimaritasse con Claudio Pompejano, pure le lasciò il titolo e gli onori di Augusta; ed essa nel teatro soleva assidersi in una sedia imperatoria, ed uscendo fuor di casa, le era portato innanzi il fuoco, come si faceva agli Augusti. Sposata che fu Crispina da Commodo, si vide obbligata Lucilla a cederle il primo luogo; ma gliel cedette con immensa rabbia, credendo fatto a sè stessa un gran torto per la sua anzianità in quell'onore, e da lì innanzi ne cercò sempre la vendetta. Non si arrischiò mai a parlarne con Pompejano suo marito, perchè sapeva quant'egli amasse Commodo. Passava fra lei e Quadrato, giovane nobilissimo e ricchissimo, appellato mastro di camera di Commodo da Dione[1332], una stretta ed anche peccaminosa amicizia. Le tante querele di Lucilla trassero questo giovane a formar una cospirazione contro la vita di Commodo, in cui entrarono alcuni senatori ancora. Scelto fu per eseguir l'impresa un giovane di grande ardire per nome Quinziano. Lampridio il chiama Claudio Pompejano: sbaglio probabilmente suo o de' copisti, benchè anco lo stesso scriva Zonara[1333], anzi dice che fu lo stesso marito di Lucilla: errore massiccio. Ora Quinziano ito a postarsi in luogo stretto e scuro dell'entrata dell'anfiteatro, stette aspettando che arrivasse Commodo; ed allorchè il vide, sfoderato un pugnale, che tenea sotto nascosto, mattescamente gliel fece vedere con dire: Questo te lo manda il senato, e gli si avventò addosso. Se crediamo ad Ammiano[1334], gli diede qualche ferita. Erodiano e Lampridio nol dicono. Certo è che lasciò tempo a Commodo di difendersi o di scappare. Preso dunque dalle guardie lo sconsigliato Quinziano, e messo ai tormenti da Perenne, rivelò i complici. Fu perciò relegata Lucilla nell'isola di Capri, e quivi da lì a qualche tempo uccisa. Tolta fu la vita a Quinziano, a Quadrato, ad Eletto, mastro anch'esso di camera di Commodo[1335]; e per attestato di Lampridio[1336], fecero il medesimo fine Norbana, Norbano e, Parelio colla madre sua. Il peggio fu, che il pugnale e l'assalto di Quinziano, e più le parole da lui proferite, restarono talmente impresse nella mente di Commodo, che sempre gli parea d'aver davanti agli occhi quello spettacolo, e da lì innanzi cominciò ad odiar tutti i senatori, come se veramente tutti avessero cospirato contra di lui, ed ordinato a Quinziano di fargli quel brutto complimento. Seppe ben prevalersi di questa congiuntura Perenne, per empiere di paura l'incauto principe, ed accrescere i suoi odii contra de' più ricchi e potenti, con lavorar poi di calunnie a fine di processarli, e di arricchir sè stesso coi loro beni.
NOTE:
[1326] Thesaurus Novus Inscription., pag. 342.
[1327] Reland., in Fastis.
[1328] Dio, lib. 72.
[1329] Mediobarbus, in Numismat. Imper.
[1330] Lampridius, in Commodo.
[1331] Herodianus, Histor., lib. 1.
[1332] Dio, l. 72.
[1333] Zonaras, in Annalib.
[1334] Ammianus, lib. 29.
[1335] Dio, lib. 72.
[1336] Lampridius, in Commodo.
Anno di CRISTO CLXXXV. Indizione VIII.
ELEUTERIO papa 15. COMMODO imperadore 6.
Consoli
MARCO CORNELIO NEGRINO CURIAZIO MATERNO e MARCO ATTILIO BRADUA.
Il Relando[1337] non mette se non i cognomi di Materno e Bradua. Al Panvinio[1338], seguitato dal padre Pagi[1339], parve il primo Triario Materno, solamente perchè sotto Pertinace si trovava un senatore di tal nome: pruova troppo fievole. Gli ho io dato que' nomi, mosso da un'iscrizione da me pubblicata nella mia raccolta[1340]. Il nome dell'altro console Bradua si raccoglie da un'iscrizione dello Smirne, che pur ivi si legge. Trovandosene un'altra posta MATERNO ET ATTICO COS., potrebbe essere che questo Attico fosso stato sostituito a Bradua. Sino all'anno presente arrivò la vita di santo Eleuterio romano pontefice, secondo la cronica di Damaso[1341]. Nel martirologio egli porta il titolo di Martire; ma non è certo ch'egli desse il capo per la confessione della religion di Cristo. Saggiamente osservò il cardinal Baronio[1342], che ne' primi secoli il nome di Martire fu conferito a coloro eziandio che sofferirono vessazioni o tormenti per la fede di Cristo, benchè non morissero ne' tormenti. San Cipriano non ce ne lascia dubitare. Al che si dee avere riguardo anche per altri primi romani pontefici, tutti ornati di sì glorioso titolo, senza che resti più precisa memoria della lor morte nel martirio. Per questa cagione alcuni d'essi da santo Ireneo, celebre vescovo di Lione, che fiorì in questi tempi, sono considerati solamente come Confessori. A santo Eleuterio fu sostituito Vittore nella cattedra di san Pietro, i cui anni cominceremo a contare nell'anno seguente, seguendo la cronologia del padre Pagi e del Bianchini. A me sia lecito di riferire a quest'anno altri sconcerti della corte di Commodo e della nobiltà romana. Gran riputazione e potenza godeva in quella corte Antero, infame suo liberto[1343]. Era costui stato alzato al grado di mastro di camera da Commodo, a cui nello stesso tempo serviva per ministro nelle disonestà. L'odio universale contra di questo cattivo strumento cresceva ogni dì più, e andava poi a terminare contra dello stesso Commodo, il quale spasimava per lui. Sofferì un pezzo Tarrutino o sia Tarrutenio Paterno, prefetto del pretorio, costui; ma finalmente un dì rotta la pazienza, fattolo con galanteria uscir di palazzo col pretesto d'un sagrificio, nel tornare che egli faceva a casa, il fece assassinare ed uccidere da alquanti sgherri. Diede nelle smanie Commodo per questo, e ne fu più cruccioso di quel che fosse stato nel pericolo della vita ch'egli avea corso per l'assalto di Quinziano. Avuto sufficiente sentore che Paterno era stato autore del colpo, col consiglio di Tigidio, e fors'anche di Perenne, il quale prese questa congiuntura per tagliar le gambe al compagno, il creò senatore, levandolo in tal guisa dal pretorio, sotto specie di promuoverlo a grado più cospicuo. Ma non andò molto che fece accusare Paterno di una congiura, apponendogli d'aver promessa sua figliuola a Salvio Giuliano, nipote di Giuliano celebre giurisconsulto, per farne poscia un imperadore[1344]. Se avessero avuto questo disegno Paterno e Giuliano, nulla mancava loro per eseguirlo, comandando il primo alle guardie e l'altro a qualche migliaio di soldati. Perciò amendue perderono la vita, e con esso loro Vitruvio Secondo, segretario delle lettere dell'imperadore, perchè era confidentissimo di Paterno. Nella stessa disgrazia rimasero involti Velio o sia Vettio Rufo ed Egnazio Capitone, stati consoli amendue. Emilio Junto ed Atilio Severo, consoli sostituiti (se pure in quest'anno succedette la morte di Antero), furono mandati in esilio. Anche Quintilio Massimo e Quintilio Condiano, già stato console, due de' più riguardevoli personaggi che si avesse il senato, amatissimi per la lor singolare saviezza da Marco Aurelio, e adoperati nei primi posti militari e civili, furono in tal occasione tolti dal mondo, e finì la lor casa. Narra Dione che fu condannato anche Sesto Quintilio figliuolo di Massimo. Precorsa a lui questa nuova, mentre era in Soria, fece finta di cader da cavallo, e d'essere morto, e da' suoi famigliari invece fu portato alla sepoltura un montone. Andò egli dipoi, mutando sempre abito, vagabondo per vari paesi, nè più si seppe nuova di lui, e ciò fu la rovina di molti, perchè essendo ricercato dappertutto, le teste di non pochi innocenti furono portate a Roma, pretese quella di Sesto, e rimasero altri spogliati di beni col pretesto che gli avessero dato ricovero. Mancato poi di vita Commodo, comparve persona a Roma che sosteneva d'essere Sesto, e rispondeva a proposito a tutti gli esami. Pertinace scoprì la furberia, facendogli delle interrogazioni in greco, lingua ch'egli sapeva essere già ben intesa da Sesto; e qui s'imbrogliò l'impostore, perchè non capiva le interrogazioni. V'era presente Dione. Didio Giuliano, che fu poi imperadore, corse anch'egli pericolo della vita, per l'accusa datagli d'aver tenuta mano alla congiura con Salvio Giuliano. Commodo il fece assolvere, e condannar l'accusatore[1345]. Dopo la caduta di Paterno, restò prefetto del pretorio il solo Perenne[1346], con divenir padrone totale della corte. Seppe egli persuadere a Commodo, giovane timidissimo, che non si fidasse d'alcuno, e se ne stesse in ritiro, attendendo ai piaceri mentre egli assumerebbe in sè le cure spinose del governo. Così fu fatto. Commodo rade volte da lì innanzi si lasciò vedere in pubblico, e chiuso come in un turchesco serraglio, s'immerse affatto nel baratro della lussuria con trecento concubine, scelte parte dalla nobiltà, parte dai postriboli, e con altra non minor turba anche più infame. I conviti e i bagni erano una continua scuola di intemperanza e di disonestà; faceva egli ancora de' combattimenti in abito da gladiatore, co' suoi camerieri, e talvolta ancora con ispada nuda, uccidendo alcun d'essi armati solamente di spade colla punta impiombata. E intanto Perenne aggirava tutti gli affari, uccidendo quei che voleva, altri assaissimi spogliando dei loro beni non solo in Roma, ma anche per le provincie, conculcando tutte leggi, ed ammassando senza ritegno alcuno tesori immensi. In questo misero stato si trovava allora l'augusta città per la balordaggine e sfrenatezza del suo regnante.
NOTE:
[1337] Reland., in Fastis.
[1338] Panvin., in Fast.
[1339] Pagius, Critic. Baron.
[1340] Thesaurus Novus Inscript., p. 343.
[1341] Anast., Bibliot.
[1342] Baronius, Annal. Eccles. ad annum 194.
[1343] Lampridius, in Commodo.
[1344] Dio, lib. 72.
[1345] Spartianus, in Juliano.
[1346] Lampridius, in Commodo.
Anno di CRISTO CLXXXVI. Indizione IX.
VITTORE papa 1. COMMODO imperadore 7.
Consoli
MARCO AURELIO COMMODO AUGUSTO per la quinta volta, e MANIO ACILIO GABRIONE per la seconda.
Era già pervenuta al sommo la potenza di Perenne prefetto del pretorio, e l'abuso ch'egli ne faceva. Le tante ricchezze da lui accumulate pareva che tendessero a guadagnarsi l'amore dei pretoriani, qualora egli volesse tentar qualche tradimento contro la vita di Commodo[1347]. Allo stesso fine sembrava che cospirassero le macchine de' suoi giovani figliuoli, i quali portati da lui al governo dell'Illirico, altro non faceano che ammassar gente. Può essere che in mente sua non bollissero così alti disegni; certo è nondimeno, che l'odio universale dava questa interpretazione a tutte le azioni di lui e de' suoi figli. Di qua venne la rovina sua, narrata diversamente nelle particolarità da Erodiano e da Dione[1348]. Abbiamo dal primo, che celebrandosi in quest'anno i sontuosissimi giuochi capitolini, i quali si solevano fare ad ogni quattro anni con immenso concorso di popolo, ed assistendovi Commodo nella sedia imperatoria, prima che gl'istrioni cominciassero le loro fatiche, comparve in iscena uno vestito da filosofo con tasca al fianco, bastone in mano. Costui, fatto silenzio colla mano, ad alta voce gridò verso Commodo, dicendogli, quello non essere tempo da divertirsi in giuochi, perchè Perenne era in procinto di levargli la vita; per questo aver egli adunate tante ricchezze; per questo i di lui figliuoli tante soldatesche; e che se non vi provvedeva prontamente, egli era spedito. Sperava fosse costui di veder subito una commozion del popolo contra di Perenne, e poscia un bel premio dall'imperadore. Ma Commodo restò solamente sbalordito, nè disse parola; il popolo, benchè gli prestasse fede, nè pur esso fece movimento alcuno; e intanto Perenne, fatto prendere il finto filosofo, ordinò che fosse bruciato vivo. Tuttavia questo accidente diede campo a chi era presso all'imperadore, e volea male a Perenne per la sua intollerabile alterigia, di far credere forse più di quel ch'era, a Commodo. Gli mostrarono in oltre alcune monete battute coll'immagine del figliuolo di esso Perenne, benchè si credesse ciò fatto senza notizia del padre, e forse per manifattura de' suoi emuli. In somma andò tanto innanzi la mena, che Commodo una notte mandò alcuni a levar la testa a Perenne, e immediatamente spedì gente a far venire in Italia dall'Illirico il di lui figlio maggiore, prima che gli arrivasse l'avviso della morte del padre. Chiamato egli con dolci lettere dall'imperadore, benchè mal volentieri, venne, ed appena toccò l'Italia, che gli fu reciso il capo. Dione[1349] e Lampridio[1350], il cui testo è qui imbrogliato, ben diversamente scrivono, essere nata una sedizione nell'armata britannica, comandata da Ulpio Marcello, perchè Perenne, levati via gli uffiziali dell'ordine senatorio, ne avea mandati là degli altri dell'ordine equestre. Ammutinatisi quei soldati, stavano sul duro, nè volendosi quetare, giunsero a scegliere dal corpo loro mille e cinquecento armati, e gl'inviarono a Roma a dir le loro ragioni. Commodo, allorchè intese l'arrivo di essi, siccome era un coniglio, andò loro incontro per saper la cagione di questa novità. Gli risposero di essere venuti apposta per liberarlo dalle insidie di Perenne, ch'era dietro a far imperadore un suo figliuolo. Commodo, quantunque non gli mancasse tanta forza di pretoriani da assorbir questi pochi soldati, non gli sprezzò; anzi prestò loro fede per istigazione principalmente di Cleandro suo mastro di camera, che odiava forte Perenne, come remora all'adempimento di tutte le sue voglie. Però, tolta a Perenne la carica di prefetto del pretorio, la diede ad altri e permise che i soldati britannici tagliassero a pezzi Perenne, e non lui solo, ma anche la moglie, la sorella e i due figliuoli di lui. Chi sia più veritiero degli storici suddetti, non è in nostra mano il deciderlo. Strano è che Dione, lungi dall'accordarsi con Erodiano e con Lampridio nell'imputare a Perenne gli eccessi e disegni sopra narrati, ne faccia un ritratto vantaggioso, con rappresentarlo continente, modesto, non sitibondo di gloria e di danaro, buon custode della persona dell'imperadore, in una parola indegno di quella morte: se non che il confessa reo della caduta di Paterno suo collega, procurata per restar solo nel comando delle guardie principesche. Ci fan le medaglie[1351] vedere in quest'anno Commodo Augusto non solamente console per la quinta volta, ma anche proclamato Imperadore per l'ottava volta. Pensano alcuni[1352] ciò fatto per una vittoria riportata da Clodio Albino contra i popoli della Frisia di là del Reno, mentovata da Capitolino[1353]. Il Mezzabarba anch'egli si credette di ricavar da esse medaglie un viaggio di Commodo, fatto in quest'anno contra de' Mori, ovvero nella Pannonia, e una allocuzione all'esercito colla vittoria pel ritorno e col congiario sesto dato al popolo. Ma nulla di questo si ha dalle antiche storie, e però conviene andar cauto a crederlo. Abbiam solamente da Lampridio[1354], ch'egli fece mostra una volta di voler andare alla guerra in Africa a fin di esigere le spese del viaggio. Esatte che l'ebbe, tutte se le consumò in tanti banchetti e giuochi d'azzardo.
NOTE:
[1347] Herodianus, Histor., lib. 1.
[1348] Dio, lib. 72.
[1349] Dio, lib. 72.
[1350] Lampridius, in Commodo.
[1351] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.
[1352] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1353] Capitolin., in Clodio Albino.
[1354] Lampridius, in Commodo.
Anno di CRISTO CLXXXVII. Indizione X.
VITTORE papa 2. COMMODO imperadore 8.
Consoli
CRISPINO ed ELIANO.
Abbiamo di certo i soli cognomi di questi consoli. Incerti sono i lor nomi. Il Panvinio[1355] li credette Tullio Crispino e Papirio Eliano, ma con troppo fievoli conghietture. Da che estinta rimase la possanza e vita di Perenne, saltò su un altro dominante nella corte imperiale, peggiore ancora dell'altro; e questi fu Cleandro[1356]. Costui, per attestato di Dione, era nato servo, cioè, come ora diciamo, schiavo; e fra i servi venduto, fu condotto a Roma, dove s'applicò al mestier di facchino. Tanto seppe fare costui introdotto in corte, tanto seppe piacere alla testa sventata di Commodo, perchè questi da fanciullo seco praticò, che a poco a poco salendo, arrivò ad essere suo mastro di camera, con isposare Damostrazia, una delle meretrici di esso imperadore. Prima di lui sosteneva questa carica Saoterio da Nicomedia con grande autorità, e quegli fu che ai suoi compatriotti ottenne di poter celebrare i giuochi de' gladiatori, e di alzar un tempio a chi sopra gli altri n'era indegno, cioè al medesimo Commodo. Cleandro buttò giù questo Saoterio, e il fece ammazzare, entrando dopo sì bel fatto nel posto di lui. Il Salmasio[1357] sospettò che questo Saoterio fosse il medesimo che Antero, da noi veduto di sopra mastro di camera di Commodo, ed ucciso. Ma lo stesso Lampridio lo attesta assassinato per ordine dei prefetti del pretorio, e non già di Cleandro. Ora, dopo la morte di Perenne, la padronanza della corte si mirò unita in esso Cleandro. Ancorchè Commodo cassasse molte cose fatte come senza ordine suo da Perenne[1358], non passarono trenta giorni, che lasciò far di peggio a Cleandro; laonde tuttodì si vedeano mutazioni in Corte. Negro, succeduto a Perenne nel posto di prefetto del pretorio, nol tenne che sole sei ore; Marzio Quarto cinque giorni solamente. E così a proporzione altri, che furono di mano in mano o imprigionati o uccisi per ordine di Cleandro. L'ultimo di questi tolti dal mondo fu Ebuziano; ed allora fu che Cleandro si fece crear prefetto del pretorio con due altri scelti da sè, portando nondimeno egli solo la spada nuda davanti all'imperadore. Questa fu la prima volta che si videro tre prefetti del pretorio nello stesso tempo[1359]. Essendo alla testa di essi pretoriani Cleandro, non vi fu scelleraggine che da loro e dalle altre soldatesche romane non si commettesse. Uccidevano, bruciavano, ingiuriavano chiunque loro piaceva, e riparo non vi era. Commodo non aveva orecchi, unicamente intento alle sue infami dissolutezze, a far correre cavalli, a guidar egli stesso le carrette, ai combattimenti di gladiatori, e a cacce di fiere, per lo più nel suo ritiro, talvolta ancora in pubblico.
Aveva egli dopo la morte di Perenne inviato in Bretagna Elvio Pertinace[1360], siccome persona di gran credito e rigido osservatore della disciplina militare, acciocchè riducesse al dovere quei soldati tuttavia ammutinati e sediziosi. Perenne l'avea dianzi cacciato di Roma dopo vari illustri suoi impieghi, ed egli si era ridotto alla villa di Marte sullo Apennino nella Liguria, dov'era nato, e dove si fermò per tre anni. Commodo, per risarcire il di lui onore, e valersi in congiuntura di tanto bisogno di un uomo di tanta vaglia, richiamatolo, il mandò colà per calmare que' torbidi con titolo di legato. Andò, e trovò quelle milizie sì mal animate contro di Commodo, che se un solo avesse alzato il dito, ed egli avesse acconsentito alle loro istanze, l'avrebbono proclamato imperadore. Il tentarono in fatti su questo, ma il trovarono uomo d'onore. Tenne egli per qualche tempo in freno quelle milizie; ma un dì sollevatasi una legione, si venne alle mani, e poco mancò ch'egli non restasse ucciso. Certamente fu creduto morto, perchè con più ferite restò mischiato fra i cadaveri degli uccisi; del che fece egli a suo tempo, cioè divenuto imperadore, aspra vendetta. Dovrebbe appartenere all'anno presente un fatto raccontato da Erodiano[1361], ed avvenuto non molto tempo dopo la morte di Perenne. Un certo Materno soldato, uomo di mirabil ardire, essendo disertato, si unì con altri disertori, e formò un corpo di gente accresciuto di mano in mano da chiunque avea voglia di far del male, sino ad alcune migliaia. Con costoro cominciò egli a scorrere per la Gallia e per la Spagna, dando il sacco non solamente alla campagna, ma anche alle città, con poi abbruciarle, e mettendo in libertà tutti i prigioni che si univano tosto con lui. Commodo scrisse lettere di fuoco a quelle provincie; spedì colà Pescennio Negro[1362], uomo di coraggio, il quale con Settimio Severo, allora governatore di Lione, messo insieme un esercito, disperse quella canaglia. Ma qui non si fermò Materno. Per varie strade, egli e le sue genti, chi per una parte e chi per altra, calarono in Italia. Era saltato in capo ad esso Materno di fare un gran colpo, cioè, giacchè non potea competere colle forze di Commodo in aperta campagna, pensò di ammazzarlo insidiosamente in Roma stessa. Gran festa si solea dai Romani far nella primavera in onor di Cibele, chiamata madre degli dii, dove tanto l'imperadore, quanto i particolari esponevano le più preziose lor masserizie, ed era permesso ad ognuno di andar travestito e mascherato. Il disegno di Materno era di frammischiarsi con vari dei suoi fra le guardie di Commodo vestito alla stessa maniera, e di svenarlo. Ma tradito prima del tempo da qualche suo compagno, fu preso e giustiziato con gli altri. Pare che tal fatto succedesse nella primavera di quest'anno; ma il padre Pagi[1363] lo differisce sino all'anno 190, del che nondimeno egli non reca pruova sufficiente. Commodo, ammaestrato da questo pericolo, tanto meno da lì innanzi comparve in pubblico, e la maggior parte del tempo soggiornò nelle ville fuori di città, senza prendersi alcun pensiero di amministrar giustizia, nè far l'altre azioni pubbliche convenienti ad un imperadore o necessarie al governo. In sua vece tutto faceva l'iniquo Cleandro.
NOTE:
[1355] Panvin., in Fast. Consular.
[1356] Dio, lib. 72.
[1357] Salmasius, in Notis ad Lampridium.
[1358] Lampridius, in Commodo.
[1359] Dio, lib. 72.
[1360] Capitolin., in Pertinac.
[1361] Herodian., Histor., lib. 1.
[1362] Spartianus, in Pescennio Nigro.
[1363] Pagius, in Crit. Baron.
Anno di CRISTO CLXXXVIII. Indizione XI.
VITTORE papa 3. COMMODO imperadore 9.
Consoli
CAJO ALLIO FUSCIANO per la seconda volta, e DUILLIO SILANO per la seconda.
Di male in peggio andavano gli affari di Roma per la disattenzione e pazza condotta di Commodo[1364], ma più per la crudeltà ed avarizia del suddetto Cleandro, già arbitro della corte. Costui vendeva tutte le grazie e tutte le dignità tanto militari che civili. Per andare al governo delle provincie, bisognava comperar le cariche. Per denaro le persone di condizion libertina ottenevano la nobiltà, giungevano anche a divenir senatori. I banditi, purchè spendessero, tornavano alla patria, ed erano promossi agli onori; nè si portava rispetto alle sentenze date dal senato e dai giudici. L'oro le faceva abolire. Perchè Antistio Burro, uno de' primi senatori, coll'autorità e confidenza che gli dava l'essere marito di una sorella di Commodo, volle avvertire il cognato Augusto di tanti disordini, si tirò addosso l'ira di Cleandro. Nè andò molto che costui contra di un uomo sì degno fece saltar fuori un processo, quasi che egli aspirasse all'imperio. Ciò bastò per togliere la vita a lui e a molti altri che impresero la di lui difesa. Avvenne tal iniquità prima ancora che Cleandro occupasse il posto di prefetto del pretorio: al che egli probabilmente pervenne circa questi tempi. Tante avanie, concussioni ed uccisioni faceva costui a fine di ammassar tesori, non solamente in suo pro, ma anche per regalar le bagasce dell'imperador suo padrone, e molto più lui stesso[1365], perciocchè egli col tanto scialacquare in ispese o inutili od obbrobriose, si trovava sempre smunto o coll'erario voto. Ma nè pur bastando al di lui bisogno i tanti rinforzi che gli somministrava la malvagità di Cleandro, si ricorse al ripiego di minacciar dei processi anche alle matrone romane, con inventati e finti delitti, atterrendole in maniera, che conveniva venire a composizioni, e a riscattarsi con buona somma di danari. Inventò Commodo inoltre di mettere una tassa di due scudi d'oro a cadaun senatore, loro mogli e figliuoli, da pagarsegli ogni anno nel giorno suo natalizio, e di cinque denari ad ogni decurione della città. Pure tutto questo era una goccia al mare, perchè malamente si consumava tanto oro in cacce, in combattimenti di gladiatori e in altri divertimenti peggiori. Abbiamo da Lampridio[1366], che sotto questi consoli furono fatti dei voti pubblici per la salute e prosperità di Commodo; e nelle monete[1367] si parla della pubblica Felicità, quando altro non si provava che miserie ed affanni. Ma non mai si esercita tanto l'adulazione, che sotto i principi cattivi, ai quali si fa plauso per timore di peggio. Scrive ancora Eusebio[1368], che in quest'anno cadde un fulmine nel Campidoglio, per cui rimase bruciata la biblioteca colle case vicine. Non può già stare il dirsi da lui, che le Terme di Commodo fossero fabbricate nell'anno IV del suo imperio, avendo noi, non meno da Lampridio[1369] che da Erodiano[1370], essere quella stata una fabbrica fatta da Cleandro, il quale molto più tardi salì in alto. Queste terme e un ginnasio, ossia una scuola di atleti e di scherma, opere anch'esse di lui, furono bensì dedicate sotto nome di Commodo; ma Cleandro avea caro che si sapesse esserne egli stato l'autore per guadagnarsi l'amor del popolo a tenore d'alcuni suoi grandiosi disegni, de' quali parleremo fra poco.
NOTE:
[1364] Lampr., in Commodo.
[1365] Dio, in Excerptis Vales.
[1366] Lampr., in Commod.
[1367] Mediobarbus, in Numismat. Imp.
[1368] Eusebius, in Chron.
[1369] Lamprid., in Commodo.
[1370] Herodianus, Histor., lib. 1.
Anno di CRISTO CLXXXIX. Indizione XII.
VITTORE papa 4. COMMODO imperadore 10.
Consoli
SILANO e SILANO
Siamo assicurati dai fasti antichi, essere stati in quest'anno consoli ordinari due Silani. Che il primo si chiamasse Giunio Silano, lo conghiettura il Panvinio[1371], ma non è certo. Vogliono che l'altro si chiamasse Servilio Silano, e con più ragione, sapendosi da Lampridio[1372], che Commodo tolse di poi la vita ad un consolare di questo nome. Una iscrizione riferita dal Fabretti[1373] si vede posta C. ATILIO, Q. SERVILIO COS., ma non si può arrivar a sapere se appartenga all'anno presente. In questo sì giudicò il padre Pagi[1374] che accadesse quanto narrano Dione[1375] e Lampridio[1376], cioè che si contarono venticinque consoli in un anno solo. Il Panvinio credette questa deforme scena nell'anno 185, senza badare che Cleandro, salito molto più tardi in auge, ne fu l'autore, e per cogliere verisimilmente un grosso regalo da tanti soggetti vogliosi di quell'onore. Quando ciò sia avvenuto nell'anno presente, certo sarà che nel medesimo giunse al consolato anche Settimio Severo, il qual fu poi imperadore, scrivendo Sparziano[1377] ch'egli sostenne il primo consolato con Apulejo Rufino, disegnato da Commodo a quella dignità insieme con molti altri. Strano poi sembra che il medesimo Sparziano[1378] dica nato Geta, figliuolo di Settimio Severo, mentre erano consoli Severo e Vitellio, quando avea dato Rufino per collega a Severo. Seguitava intanto Cleandro[1379] a far delle estorsioni, e a vendere gli onori, impoverendo la sciocca gente che correva a comperare da lui il fumo. Uno di questi fu Giulio Solone, uomo ignobile, che per la vanità di salire al grado di senatore, consumò quasi tutte le sue facoltà, di modo che fu detto argutamente, che Solone, a guisa de' condannati, era stato spogliato de' suoi beni, e relegato nel senato. Ma quando men se l'aspettava, arrivò ancora Cleandro al fine dovuto ai pari suoi. Il precipizio suo vien differito dal padre Pagi all'anno seguente; dal Tillemont vien riferito[1380] al presente. In tale incertezza credo io meglio di parlarne qui. Entrò in questi tempi[1381] una fierissima peste in Italia[1382], e per le poche precauzioni che si costumavano allora, si diffuse ben tosto per tutte le città, e passò anche oltramonti. Questo di raro avea essa, che non men gli uomini che le bestie perivano. In casi tali, quanto più vaste e popolate son le città, tanto maggiormente infierisce il malore nella folta misera plebe. Così fu in Roma. Dione, testimonio di veduta, asserisce che per lo più ogni dì vi morivano duemila persone. Rinnovossi inoltre allora l'uso di certi aghi attossicati, co' quali fu data la morte a non pochi. Commodo, per consiglio de' medici, si ritirò a Laurento, luogo fresco alla marina, e pieno di lauri, creduti allora per l'odor loro un possente scudo contro la peste. A questo gravissimo male s'aggiunse la carestia, facile disgrazia, massimamente alle grandi città, dove immenso è il popolo, e dove allorchè infierisce la peste, molti si guardano dall'accostarvisi per timor della vita. Dicono che Dionisio Papirio, presidente dell'annona, accrebbe maggiormente la penuria dei viveri, colla mira che il popolo già irritato contra di Cleandro, per le tante ruberie, ne attribuisse a lui la colpa, e si alzasse a rumore contra di lui, siccome in fatti avvenne. Sapevasi ch'egli avea comperata gran quantità di grano, nè lo lasciava uscire de' suoi granai. In mezzo a sì calamitosi tempi mirabile è la facilità, con cui può sorgere e prender piede una voce ed opinione anche più spallata. Fu dunque detto che Cleandro tendesse ad occupar il trono imperiale. Le ricchezze da lui adunate, e il grano ammassato avea da servire a guadagnar in suo favore i pretoriani e l'altre milizie romane. Di più non occorse, perchè si facesse una sollevazione. Non vanno ben d'accordo Dione ed Erodiano in raccontar le circostanze del fatto. Molto meno Lampridio[1383], che attribuisce la odiosità del popolo contro Cleandro all'aver costui fatto morire Arrio Antonino, personaggio di gran credito, a forza di calunnie, perchè, essendo egli proconsole dell'Asia, avea condannato un certo Attalo, probabilmente creatura del medesimo Cleandro. Confessano poi, tanto Erodiano quanto Dione, che Commodo in tempo di questa sollevazione si trovava nella villa di Quintilio poco lungi da Roma, dove attendeva a' suoi infami piaceri. Aggiugne Dione, che si fecero in quel tempo le corse de' cavalli nel circo: il che mi fa sospettare che fosse già terminata in Roma la peste, e solamente allora si provasse il flagello della carestia.
Comunque sia, parte del popolo spronato dalla fame, e mosso dalle grida di moltissimi fanciulli attruppati, condotti da una fanciulla d'alta statura, e di terribile aspetto, creduta dalla buona gente una dea, si mosse in furia, e andò al palazzo di villa, dove dimorava coll'imperadore Cleandro. Quindi, dopo aver gridato: Viva il nostro Augusto! dimandarono di aver in mano il traditore Cleandro, caricandolo intanto d'infinite villanie. Nulla ne intese Commodo, immerso nei suoi divertimenti. Cleandro allora ordinò che il corpo di cavalleria di guardia dissipasse quella gentaglia, e fu puntualmente ubbidito. Misero que' cavalieri in fuga il popolo disarmato, ne uccisero o ferirono molti, inseguendoli fin dentro le porte di Roma. Mossesi allora a rumore tutto il popolo, e correndo ai balconi e su per gli tetti, cominciò a tempestar con sassi e tegole i cavalieri; unissi ancora col popolo parte de' soldati a piedi della città: e tutti con armi e grida cominciarono una fiera battaglia colla peggio de' cavalieri, parte scavalcati o feriti, o morti, e gl'inseguirono sino al palazzo suburbano dell'imperadore. Niuno si attentava a far motto di ciò a Commodo. Marzia, già concubina di Quadrato, che non era già stata uccisa, come si legge in Sifilino, quella fu che ne avvisò l'imperadore. Erodiano, all'incontro, scrive essere stata Fadilla sorella del medesimo Augusto, che, atterrita dal rumore, corse scapigliata a' piedi del fratello, e l'avvertì del pericolo, in cui egli con tutti i suoi si trovava, se non sagrificava allo sdegno del popolo quel suo scelleratissimo ministro. Altri, che ivi si trovavano, calcarono la mano, accrescendogli la paura talmente, ch'egli in fine, fatto chiamar Cleandro, ordinò che gli fosse tagliato il capo, e consegnato sopra un'asta al popolo. Spettacolo di gran letizia fu la testa di costui a chi l'odiava, e strascinò poscia il di lui cadavero per la città. Due piccoli figliuoli suoi vi perderono anch'essi la vita; nè finì questa turbolenza, che anche molti familiari o favoriti di esso Cleandro vennero uccisi: con che restò quieto il tumulto. Lampridio aggiugne che Apolausto ed altri liberti di corte in tal congiuntura rimasero anch'essi vittima del furore popolare; e Commodo, per testimonianza di Dione, fece poi morire il sopra mentovato presidente dell'annona Papirio, dando probabilmente a lui tutta la colpa del nato sconcerto. In luogo di Cleandro creati furono prefetti del pretorio Giuliano e Regillo, e la presidenza dell'annona fu conferita ad Elvio Pertinace, il quale doveva essere poco prima tornato dalla Bretagna, con fama d'aver anch'egli di là incitato Commodo contro di Antistio Burro e di Arrio Antonino, imputando loro che aspirassero all'imperio. Commodo non si attentava più, siccome timidissimo, di rientrare in Roma. Tanto cuore gli fecero i suoi confidenti[1384], che comparve colà, e fu accolto con grandi acclamazioni del popolo: del che si consolò non poco. Eusebio[1385] sotto il presente anno scrive che Commodo fece levar la testa al colosso fabbricato da Nerone, per mettervi la sua. Vedremo ben altri più ridicoli eccessi della di lui vanità.
NOTE:
[1371] Panvin., in Fastis.
[1372] Lampridius, in Commodo.
[1373] Fabrettus, Inscript., pag. 635.
[1374] Pagius, Critic. Baron. ad hunc annum.
[1375] Dio, lib. 72.
[1376] Lampr., in Commodo.
[1377] Spartianus, in Septimio Sev.
[1378] Spart., in Geta.
[1379] Dio, lib. 72.
[1380] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1381] Dio, lib. 72.
[1382] Herodianus, lib. 1.
[1383] Lampr., in Commodo.
[1384] Herodianus, Histor., l. 1.
[1385] Euseb., in Chron.
Anno di CRISTO CXC. Indizione XIII.
VITTORE papa 5. COMMODO imperadore 11.
Consoli
MARCO AURELIO COMMODO AUGUSTO per la sesta volta, e MARCO PETRONIO SETTIMIANO.
Fu ben calmata la sedizione popolare descritta di sopra, e ritornossene Commodo Augusto alla sua residenza in Roma[1386], ma non si quietò già l'animo suo; anzi il fresco esempio fece in lui crescere le diffidenze e i sospetti. Personaggio non v'era di qualche abilità e credito che non fosse mirato di mal occhio da Commodo, e di cui egli non desiderasse la morte; e, quel ch'è peggio, non la procurasse o col veleno o col ferro. Ogni sinistra relazione o calunnia sufficiente era perchè egli levasse dal mondo i nobili, e massimamente i più amati dal popolo e i più potenti. Ognuno gli facea ombra, perchè non ignorava già quanto fosse l'odio del pubblico contra di lui. Credesi dunque[1387] che in questi tempi egli privasse di vita Petronio Mamertino suo cognato, cioè marito di una sua sorella, ed Antonino di lui figlio, ed Annia Faustina cugina di suo padre, che stava in Grecia. La sua crudeltà principalmente prendeva di mira chi era stato console. Tali furono Duillio e Servilio Silani, Allio Fosco, Celio Felice, Lucejo Torquato, Larzio Euripiano, Valerio Bassiano e Patulejo Magno co' suoi figliuoli, Sulpizio Crasso proconsole dell'Asia, Claudio Lucano, Giulio Procolo colla sua prole, ed altri infiniti, come dice Lampridio, a' quali tutti o in una maniera o in un'altra procurò la morte. Fece anche bruciar vivi tutti i figliuoli e nipoti del già ribello Avidio Cassio[1388], nulla servendo loro il perdono ottenuto dal di lui buon padre Marco Aurelio; e ciò con imputar loro che macchinassero delle novità. Probabil cosa è che non tutte in quest'anno succedessero tali stragi, e che alcune appartengano all'anno seguente. Giuliano e Regillo, già creati prefetti del pretorio, poco la durarono con questa bestia, ed amendue furono ammazzati. E pur Giuliano godea sì forte della grazia di Commodo, che pubblicamente era da lui abbracciato, baciato, e chiamato suo padre. Quinto Emilio Leto ottenne allora il grado di prefetto del pretorio. Accadde ancora verso questi tempi[1389] la morte di Giulio Alessandro, personaggio di maraviglioso ardire, uno de' nobili cittadini di Emesa nella Soria, che stando a cavallo avea colla lancia passato da parte a parte un lione. Se crediamo a Lampridio, s'era egli ribellato. Altro non dice Dione, se non che all'udire l'arrivo di un centurione, spedito con una truppa di soldati per ammazzarlo, di notte andò a trovarli, e tutti li tagliò a pezzi. Lo stesso brutto giuoco fece appresso ad alcuni suoi concittadini, coi quali manteneva nimicizia; e poi montato a cavallo con un ragazzo ch'egli amava, se ne fuggì. Si sarebbe egli ridotto in salvo, ma non potendo più reggere il ragazzo alla corsa, nè volendolo egli abbandonare, fu raggiunto dai corridori, che il venivano seguitando. Diede egli allora la morte al ragazzo e a sè stesso, e così terminò la sua tragedia.
Tali erano in questi tempi le barbariche azioni di Commodo. E merita ben d'essere osservato che sotto questo crudel regnante la religion cristiana non patì per conto suo persecuzione veruna; e chi morì martire a que' tempi, non già da lui, ma dai governatori delle provincie, nemici del nome cristiano, riportarono una gloriosa morte. E però, lui regnante, crebbe e sempre più si dilatò il numero de' Cristiani. Questa indulgenza di Commodo vien attribuita da Sifilino[1390] a Marzia, donna di bassa nascita, ch'era stata concubina di Quadrato. Dopo la morte di Quadrato entrò essa talmente in grazia di Commodo, il quale avea relegato a Capri, e poi fatta morire Crispina sua moglie, che, a riserva del nome di Augusta[1391], conseguì gli onori delle imperadrici. Poteva ella molto nel cuor di Commodo; e però si pretende che amando essa molto, benchè non cristiana, i cristiani, procurasse loro un buon trattamento ed altri benefizii. Vuole il padre Pagi[1392] che la peste e la fame, di cui parlammo all'anno precedente, infierissero in questo; e non men Dione che le medaglie sembrano dar peso a così fatta opinione. Ma, secondo Erodiano, sembra più verosimile che fossero preceduti questi flagelli. Parlasi ancora nelle monete[1393] della Liberalità Settima di Commodo, cioè di qualche congiario dato al popolo per tenerselo amico. E Dione, fra l'altre cose, lasciò scritto che Commodo più volte donò al popolo cinque scudi d'oro e quindici denari per testa.
NOTE:
[1386] Herodianus, Histor., lib. 1.
[1387] Lampridius, in Commodo.
[1388] Vulcat., in Avidio Cassio.
[1389] Dio, lib. 72.
[1390] Xiphilinus, in Commodo.
[1391] Dio, lib. 72.
[1392] Pagius, Critic. Baron. ad hunc annum.
[1393] Mediobarbus, in Numismat. Imp.
Anno di CRISTO CXCI. Indizione XIV.
VITTORE papa 6. COMMODO imperadore 12.
Consoli
CASSIO APRONIANO e BRADUA.
Se il primo console Aproniano portò veramente il nome di Cassio, egli fu padre di Dione Cassio, storico celebratissimo; ma ciò non è senza qualche dubbio. Alle disgrazie che andava provando Roma pel governo tirannico di Commodo e per gli altri mali di sopra accennati, si aggiunse nel presente anno quello di un fiero incendio[1394]. Attaccatosi il fuoco al tempio della Pace, fabbricato da Vespasiano, interamente lo consumò colle botteghe ricchissime delle specierie contigue: tempio il più magnifico che si fosse allora in Roma. Imperciocchè quivi erano conservate le più preziose spoglie del tempio di Gerusalemme; quivi si faceano le assemblee dei letterati; e pare che vi si conservassero anche i loro scritti, giacchè Galeno[1395] il medico si duole che un gran numero de' suoi vi perisse in tal congiuntura. Ma, quel che è più, colà si portavano in deposito i danari e le cose più preziose de' Romani, come in luogo il più sicuro d'ogni altro. Perciò, essendo succeduto di notte quel gravissimo incendio, moltissimi, venuto il giorno, si trovarono poveri di ricchi che erano la sera innanzi. Nè ivi si fermarono le fiamme, perchè passarono ad altri assaissimi nobili edifizii romani, e fra gli altri il tempio di Vesta col palazzo rimase anch'esso consunto. Durò molti giorni il fuoco, dilatandosi qua e là, senza potersi fermare con arte umana, finchè un'improvvisa dirotta pioggia gli troncò i passi. Eusebio[1396] dice che gran parte della città di Roma restò preda delle fiamme. Salvarono le Vestali il palladio, cioè la statua di Pallade, la quale fama era che fosse stata portata da Troja. Dione anch'egli attesta che il fuoco arrivò al palazzo, e vi bruciò la maggior parte delle scritture spettanti al principato. Questa gravissima sciagura moltiplicò l'odio di ognuno contra di Commodo, credendo tale incendio un'ira palese del cielo per le di lui iniquità: e giacchè era ito in rovina il tempio della Pace, giudicarono tutti questa una predizion di guerra vicina per tutto il romano imperio. Intanto la vanità di Commodo cominciava a degenerare in pazzia. Perchè niuno l'uguagliava nella destrezza in uccidere le fiere, e molte e grandi pruove di ciò aveva egli dato in Lanuvio, gli saltò in testa di farsi appellare l'Ercole Romano[1397], gloriandosi di essere figliuolo non più dell'ottimo imperadore Marco Aurelio, ma di Giove. In abito d'Ercole volle che gli fossero alzate le statue. Una pelle di lione e una clava gli erano portate innanzi, allorchè faceva viaggio; e queste ne' teatri, intervenendovi egli o non intervenendovi, si mettevano sopra la sedia d'oro imperatoria. Veggonsi ancora molte medaglie[1398] dell'anno presente e susseguente, dov'è nominato Ercole Romano, Ercole Commodiano. Oltre a ciò comandò che da lì innanzi Roma si chiamasse Commodiana, e il senato istesso dovette assumere il cognome di Commodiano. Per comandamento suo ancora furono mutati i nomi a tutti i mesi, e si adattarono ad essi quei che esprimevano titoli e nomi del medesimo folle Augusto. Dione[1399] gli annovera con quest'ordine: Amazonio, Invitto, Felice, Pio, Lucio, Elio, Aurelio, Commodo, Augusto, Ercole, Romano e Superante. Se crediamo a Lampridio[1400], il mese di agosto si appellò Commodo: settembre Ercole: ottobre Invitto: novembre Superante o Superatorio: e dicembre Amazonio. Questi due ultimi specialmente se gli teneva egli ben cari; quasichè egli in ogni cosa superasse il resto degli uomini; tanto gli frullava il capo. Qui il Casaubono e il Salmasio insorgono con allontanarsi dalla sentenza di Lampridio, e pretendendo che ad altri mesi si applicassero que' nomi. Poco a noi importa la frenesia del pazzo Augusto, volendo che si formasse un decreto[1401], per cui da lì innanzi tutto il tempo ch'egli regnasse, si appellasse il Secolo d'oro, e di questo si facesse menzione in tutte le lettere del senato. Certo è che a sì fatti ordini strignevano le labbra, inarcavano le ciglia i senatori; ma conveniva chinare la testa. Altre pazzie mischiate colle crudeltà e varie disonestà di questo principe si possono raccogliere da Lampridio, che ne fa un lungo catalogo. Ma non si può tacere che debbono parerci falsità la maggior parte degli elogi a lui dati nelle monete. Sopra tutto in esse è chiamato Pio, ed anche Autore e Ristoratore della Pietà. Quando con questo nome si voglia significare il culto della falsa religione gentile, abbiamo in fatti da esso Lampridio[1402] che col capo raso nella festa d'Iside egli portò la statua di Anubi, ma ridicolosamente, perchè con quella medesima andava gravemente percotendo le teste dei sacerdoti vicini; e voleva che que' sacri ministri d'Iside si battessero maledettamente il petto colle pigne che portavano in mano. Non la perdonò poi la sua sfrenata libidine nè pure ai templi: eccesso detestabile anche presso i Gentili. Nei sagrifizii ancora di Mitra uccise un uomo. Ecco qual fosse la religione di questo forsennato Augusto.
NOTE:
[1394] Herodianus, lib. 1, et Dio, lib. 72.
[1395] Galenus, de libris suis.
[1396] Euseb., in Chronic.
[1397] Lamprid., in Commodo. Dio, lib. 72. Herodianus Histor., lib. 1.
[1398] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.
[1399] Dio, lib. 72.
[1400] Lampridius, in Commodo.
[1401] Dio, lib. 72.
[1402] Lampridius, in Commodo.
Anno di CRISTO CXCII. Indizione XV.
VITTORE papa 7. COMMODO imperadore 13.
Consoli
MARCO AURELIO COMMODO AUGUSTO per la settima volta e PUBLIO ELVIO PERTINACE per la seconda.
Guastandosi ogni dì più il cervello a Commodo imperadore, andavano crescendo le sue perverse azioni e, per conseguente ancora, l'odio del popolo, e specialmente de' buoni contra di lui. A capriccio egli faceva uccidere le persone. Alcuni tolse dal mondo, perchè incontratosi in loro, osservò ch'erano vestiti di abito straniero[1403]; altri perchè parevano più belli di lui. Saputo che certuno avea letta la vita di Caligola, scritta da Svetonio, il diede in preda alle fiere, perchè egli era nato lo stesso dì che Caligola. Tralascio altre simili sue crudeltà, narrate da Lampridio. Nè minori di numero erano le sue inezie, che si tiravano dietro le risate di ognuno. Guai nondimeno, se si accorgeva di chi il burlasse e deridesse, perchè tosto il faceva consegnare alle bestie feroci. E pur egli non si guardava dal comparire ridicolo in faccia di tutti, lasciandosi vedere in pubblico vestito ora da donna, ora da Ercole colla clava, ora da Mercurio col caduceo in mano. Ma il colmo delle sue pazzie quel fu d'intestarsi di essere il più bravo ed esperto gladiatore e cacciatore che fosse sopra l'universa terra[1404]. E veramente confessano tutti gli storici, maravigliosa essere stata la destrezza sua nell'uccidere le fiere o lanciando l'asta contra di esse, o scagliando frecce e dardi. Con tal giustezza scaricava i colpi che feriva quasi sempre dove avea presa la mira. Questo fu il solo de' pregi ch'egli ebbe: che per altro differenza non si scorgeva tra lui e un vero coniglio. S'era egli avvezzato a queste cacce in Lanuvio, e ne' suoi palazzi di villa, dove dicono che ammazzò in varii tempi migliaja di esse fiere. Per conto dei gladiatori infinite pruove avea fatto in quell'infame mestiere, combattendo con essi armato di spada e scudo, nudo o pur vestito, facendo anche tutti i giuochi de' reziarii e dei secutori, ch'erano specie di gladiatori. Di sua mano uccise egli talvolta i competitori, senza che alcun di essi ardisse di torcere a lui un capello. Ordinariamente dopo aver quella canaglia sostenuto alquanto gli assalti e riportata talora qualche ferita, se gli dava per vinto, chiedendogli la vita in dono, ed acclamandolo pel più forte imperadore che Roma avesse mai prodotto. S'invanì tanto per tante sue lodi e per la stupenda sua bravura il folle Commodo, che, per attestato di Mario Massimo, le cui storie si sono perdute, ma esistevano a' tempi di Lampridio, ordinò che negli atti pubblici si registrassero queste sue ridicole vittorie, come già si facea delle campali riportate dagli eserciti romani; e queste ascendevano a migliaja e migliaja. Arrivò egli sì oltre (cotanto si era ubbriacato di questa vergognosa gloria), che più non curando il nome di Ercole, s'invogliò di quello di primo fra i gladiatori, con prendere anche il nome di un Paolo già defunto, e stato mirabile a' suoi dì nell'arte obbrobriosa de' gladiatori.
Ma troppa lieve parve in fine quella gloria a Commodo, perchè ristretta nei suoi privati palagi e nelle scuole gladiatorie. Gli venne in capriccio di farsi anche ammirare da tutto il popolo romano; e però fece precorrer voce, che nei giuochi saturnali, soliti a celebrarsi nel dicembre[1405], egli solo volea uccidere tutte le fiere, e combattere coi più bravi dell'arena. All'avviso di questa gran novità, incredibile fu il concorso, non solo del popolo romano, ma anche da varie parti d'Italia. Quattordici dì durarono questi spettacoli. Innumerabili e di varie specie furono le fiere e le bestie, fatte venir dall'India, dall'Africa e da altre contrade, che comparvero nell'anfiteatro, e molte di esse conosciute dianzi solamente in pittura. Si aspettava poi la gente di mirare il valoroso Augusto affrontar nell'arena lioni, pantere, tigri, orsi e somiglianti feroci animali. Ma il per altro pazzo Commodo ebbe tanto senno di far guerra a tali fiere da un corridore alquanto alto, che girava intorno alla platea dell'anfiteatro. Vero è nondimeno, ch'egli di là con tanta maestria e forza scagliava aste e dardi che feriva e trapassava gli animali, cogliendo nella fronte e nel cuor de' medesimi senza fallare. Cento lioni in questa guisa per mano di lui rimasero estinti sul campo. Il popolo tutto andava gridando Bravo e Viva; per lo che si ringalluzziva sempre più il balordo Augusto. E qualora egli si sentiva stanco, Marzia, sua cara concubina, era pronta a porgergli una tazza di buon vino rinfrescato; e il popolo, e i senatori stessi, uno de' quali era lo stesso Dione storico, come si fa nei conviti, gli auguravano salute e vita. Un altro dì lo spettacolo fu di lepri, cervi, daini, tori e di altre bestie da corno. Commodo, calato nella piazza dell'anfiteatro, ne fece una grande strage. In altri giorni uccise una tigre, un cavallo marino, un elefante ed altre bestie. E fin qui se gli potea pur perdonare. Ma da che spiegò di voler anche combattere da gladiatore, non si potè contenere Marzia dal buttarsegli ai piedi, e dal supplicarlo colle lagrime agli occhi di non isvergognare la dignità di un imperadore con quell'infame mestiere. Se la levò egli d'attorno con dirle delle villanie. Chiamati poi Quinto Emilio Leto prefetto del pretorio, ed Eletto mastro di camera, ordinò loro di preparar tutto il bisognevole. Anch'essi con forti ragioni lo scongiurarono di non andarvi; ma indarno sempre. Ad altro non servì la loro resistenza, se non a suscitargli un odio grave contra di loro, quasi che gl'invidiassero la gloria che era per acquistarsi. Erodiano non iscrive che Commodo andasse al combattimento; ma Dione, che v'era presente, ci assicura che vi comparve più volte, e combattè in quella indecente figura; e che i gladiatori fecero battaglia fra loro colla morte di molti di essi, ed anche di parecchi spettatori, che per la gran folla non poteano tirarsi indietro. I senatori, siccome era stato loro imposto erano forzati a gridare: Viva il Signore: Viva il vincitor di tutti: Viva l'Amazonio. Per altro molti della plebe non si azzardarono d'intervenire a quegli spettacoli, parte per l'orrore di mirar un Augusto sì delirante ed avvilito, e parte per una voce corsa, che Commodo volea regalarli di colpi di frecce, come Ercole avea fatto alle Stinfalidi; e tanto più perchè ne' giorni addietro esso Augusto raunati tutti i poveri mancanti di piedi, e fattili vestir da giganti, colla clava gli avea tutti morti, per rassomigliarsi ad Ercole anche in questo. Puossi egli immaginare un più bestiale ed impazzito principe? Confessa Dione, che nè pur egli co' suoi colleghi senatori andò esente da paura; imperciocchè Commodo, dopo aver tagliata la testa ad un passero (se pur tale fu), con essa in mano, e colla spada nell'altra andò alla volta dei senatori con torvo aspetto, ma senza aprir bocca, volendo forse far intendere che potea far loro altrettanto. A tutta prima molti di que' senatori non sapeano contener la risa, ed erano perduti se Commodo se ne accorgea. Dione, col mettersi a masticar delle foglie di lauro, insegnò agli altri di moderarsi, e poco poi stettero ad avvedersi del corso pericolo. L'aver Commodo in appresso comandato che i senatori venissero all'anfiteatro nell'abito che solamente si usava nello scorruccio del principe, e l'essere stata nell'ultimo dì dei giuochi portata la di lui celata alla porta, per dove uscivano i morti, diede a pensare a tutti, che fosse imminente il fine della di lui vita; e così fu. Altri augurii, a' quali badavano forte i superstiziosi Romani, racconta Lampridio[1406], ch'io tralascio come cose vane.
Non van d'accordo[1407] Erodiano e Dione[1408] in assegnare i motivi e le circostanze della morte di Commodo. Scrive il primo, che irritato il pazzo Augusto contro Marzia, Leto ed Eletto, perchè gli aveano contrastata la sconvenevol comparsa nel campo de' gladiatori, scrisse in un biglietto l'ordine della lor morte, colla giunta di parecchi altri, e pose la carta sul letto. Entrato un nano suo carissimo in camera, avendo preso quello scritto, uscì fuori, ed incontratosi in Marzia, questa gliel tolse di mano, imaginandosi che fosse cosa d'importanza. Vi trovò quel che non voleva. Avvisatine Leto ed Eletto, concertarono tutti e tre di esentarsi da quel temporale con prevenire la mala volontà dell'iniquo principe. Nulla dice Dione di questa particolarità, ed intanto il lettore si ricorderà, aver quello storico narrato un simil fatto nella morte di Domiziano. Certamente uno di questi due racconti ha da essere falso; ed il presente ha qualche più di verisimiglianza. Dione e Lampridio scrivono che Leto ed Eletto, per timore della propria vita, sì perchè aveano davanti più specchi della somma facilità con cui Commodo la toglieva ai capitani delle sue guardie e a' suoi mastri di camera, e sì ancora perchè conoscevano di averlo disgustato colla ripugnanza alle sue bestialità, unitisi a Marzia, tentarono prima la via del veleno, con darglielo in una tazza di vino ch'egli soleva prendere dopo il bagno. Occupato da lì a poco da gravezza di capo e da sonnolenza, Commodo entrò in letto. Era l'ultimo dì dell'anno. Venuta la notte, si svegliò, e fosse la sua robusta complessione, o pure il molto mangiar e bere dianzi da lui fatto, che l'aiutasse, cominciò a vomitare, e per secesso ancora ad alleggerirsi dell'interno nemico. Allora i congiurati, apprendendo più che mai il rischio loro, introdussero Narciso robustissimo atleta, comperato con promessa di gran regalo, che serrategli le canne del fiato, il soffocò. Sparsero poi voce, ch'egli fosse morto per accidente apopletico. In questa maniera terminò Commodo la vita sua sì malamente menata, in età non più che di trentadue anni, senza lasciar dopo di sè figliuoli. Fu poi detto, ch'egli avea comandato di bruciar Roma, e che ne sarebbe seguito l'effetto, se Leto non lo avesse trattenuto. Sparsero inoltre voce aver egli avuto in animo di uccidere Erucio Claro e Socio Falcone, consoli disegnati, che doveano far l'entrata nel giorno seguente, e di proceder egli console con prendere per collega uno dei gladiatori. Dione par che lo creda; ma morto chi è odiato da tutti, nè più può far paura, a mille ciarle si scioglie la lingua. In quest'anno probabilmente avvenne ciò che narra Capitolino[1409]. Comandava Clodio Albino alle armi romane nella Bretagna. Fu portata colà una falsa nuova che Commodo era morto; Commodo, dissi, quale il tanta fede avea in lui, che gli avea dianzi mandato il titolo di Cesare, cioè un segno di volerlo per successore. Albino non l'accettò; venuta poi quella falsa voce, egli parlò all'esercito britannico, esortando tutti a ritornare la repubblica romana nell'antico suo stato, e ad abolir la monarchia, con toccar i disordini venuti per cagion degl'imperadori, senza risparmiare lo stesso Commodo. Di questa sua disposizione ed aringa avvertito Commodo, ch'era ancor vivo, mandò Giulio Severo al comando dell'armata britannica, e richiamò Albino; ma per la morte d'esso Commodo non dovette aver esecuzione quell'ordine. Gran credito con ciò Albino si guadagnò presso il senato. Nè si dee tacere, che quando poi da Roma furono spediti pubblici messaggeri alle provincie per dar avviso che più non viveva Commodo, quasi tutti furono messi in prigione dai governatori, per paura che questa fosse una nuova falsa a fine di tentar la lor fede, quantunque tutti sospirassero che fosse vera, siccome dipoi si trovò.
NOTE:
[1403] Lampr., in Commodo.
[1404] Herodianus, Histor., lib. 1. Dio, lib. 72.
[1405] Herodianus, Histor., lib. 1. Dio, lib. 72.
[1406] Lampridius, in Commodo.
[1407] Herodianus, Histor., lib. 3.
[1408] Dio, lib. 72.
[1409] Capitolin., in Clodio Albino.
Anno di CRISTO CXCIII. Indizione I.
VITTORE papa 8. ELVIO PERTINACE imperad. 1. DIDIO GIULIANO imperad. 1. SETTIMIO SEVERO imperad. 1.
Consoli
QUINTO SOSIO FALCONE e CAJO GIULIO ERUCIO CLARO.
Nella notte precedente al dì primo di gennaio, siccome dissi, accadde la morte di Commodo. Prima nondimeno che si divulgasse il fatto, Leto ed Eletto[1410] furono a trovar Publio Elvio Pertinace, che tuttavia era console[1411]. Egli dormiva, e sentendo che veniva a lui il prefetto del pretorio, s'immaginò quella essere l'ultima sua ora, perchè se lo aspettava, dicendosi che gli era stata predetta in quest'anno. Intrepidamente accolse i due ministri, e rimase ben sorpreso all'intendere che in vece della morte gli esibivano l'impero. La credette a tutta prima una furberia; ma giurando essi, che Commodo non era più vivo, se ne volle chiarire, con inviar uno de' suoi più confidenti a mirar coi suoi occhi il cadavere dall'estinto principe. Allora egli cedette alle lor persuasioni, e con essi andò al quartiere dei pretoriani. Era molto inoltrata la notte, e fuorchè le sentinelle, tutti riposavano. Leto, esposta la morte di Commodo, presentò loro Pertinace, che dal canto suo promise il consueto regalo; e però tutti, almeno in apparenza, consentirono; ma restarono amareggiati, perchè egli, nell'arringa che fece loro, si lasciò scappar di bocca, che v'erano molti abusi, i quali sperava di levar via collo aiuto di essi. Sospettarono coloro, che volesse spogliarli di quanto avea loro prodigamente donato il morto imperadore. Oltre di che, avvezzi colla briglia sul collo sotto un principe giovinastro cattivo, che lor permetteva di far quanto cadeva loro in capriccio, non potevano mirar di buon occhio Pertinace, cioè un vecchio[1412], di costumi tanto diversi dal precedente Augusto. Imperocchè è da sapere che Elvio Pertinace, nato da povero padre nella villa di Marte del territorio d'Alba Pompea, città oggidì del Monferrato, insegnò grammatica da giovane; ma perchè gli fruttava poco il mestiere, si rivolse alla milizia, e salendo di grado in grado con riputazione, sostenne de' riguardevoli impieghi nella Mesia e nella Dacia. Per calunnie perdè la grazia di Marco Aurelio Augusto, ma per opera di Claudio Pompejano, genero d'esso imperadore, scoperta la falsità delle accuse, fu Pertinace promosso all'ordine senatorio, ed anche al consolato. Ebbe poscia il governo di varie provincie, e massimamente di Soria, dove attese ad empiere la borsa. Sotto Commodo, abbassato dal prepotente Perenne, si ritirò alla sua patria, dove comperò di molti stabili. Dopo la morte di Perenne, siccome accennai di sopra, fu spedito da Commodo in Bretagna, e di là passò al governo dell'Africa. Finalmente tornato a Roma, vi esercitò, dopo Fusciano, uomo severo, la carica di prefetto della città, con tale umanità e piacevolezza, che piacque maggiormente a Commodo, e meritò di procedere di nuovo console con esso lui[1413]. Passava Pertinace in questi tempi l'età di anni sessantasei, perchè nato nell'anno 126 della nostra Era; ma era in concetto d'uomo di onore, di molta saviezza ed amorevolezza, e sperimentato nelle cose della guerra. Per attestato di Erodiano[1414], la sua gravità ed anche la povertà il salvarono sotto Commodo, perchè fra gli altri pregi si contava ancor questo, d'esser egli il più povero dei senatori, ancorchè avesse esercitato molti riguardevoli uffizii. Ma, secondo Capitolino[1415], si diceva aver egli sempre atteso a raccogliere molto e spendere poco. Un uomo di tal probità, ma insieme poco inclinato alla liberalità, non potea piacere ai soldati, troppo male avvezzati sotto Commodo.
Durava tuttavia la notte, quando si fece sparger voce per la città, che Commodo era morto, ed eletto imperador Pertinace. Saltò fuori tutto il popolo con incredibil festa ed incessanti grida, caricando di maladizioni e villanie il defunto Augusto, cantando i suoi vituperii, e dandogli i nomi di tiranno, di gladiatore, di ernioso, perchè egli patì di una ernia, ch'era visibile agli occhi del pubblico. Anche i senatori, balzati dal letto, corsero, non sapendo dove stare per la gioia, alla curia: e quivi si presentò loro Pertinace, ma senza insegna alcuna d'imperadore e coll'animo assai agitato, perchè sapendo la bassa sua condizione in confronto di tanti altri senatori delle prime e nobili casate di Roma, sembrava a lui un'indecenza, ed anche un passo pericoloso, il prendere un posto più ragionevolmente dovuto ad altri. Però assiso in senato nella solita sua sedia, disse che egli veramente era stato riconosciuto imperadore dai soldati, ma che vecchio inabile ed immeritevole, rinunziava a quell'onore, e che eleggessero chi loro piacesse, essendovi tanti nobili degni più di lui del trono. Secondo Erodiano, prese anche pel braccio Aulo Glabrione, creduto il più nobile de' Romani, e l'esortò a voler egli assumere la dignità imperiale. Capitolino aggiunge, che fece lo stesso con Claudio Pompejano, genero già di Marco Aurelio, e cognato di Commodo; ma che anch'egli si scusò. E qui dee aver luogo ciò che racconta Dione[1416], cioè che Pompejano, siccome persona di gran prudenza, osservato ch'ebbe qual mala bestia fosse Commodo suo cognato, di buon'ora si ritirò in villa, nè si lasciava se non rade volte vedere in città, adducendo per iscusa varie sue indisposizioni, e specialmente la vista sua troppo indebolita. Nè volle già egli venire agli ultimi spettacoli di Commodo, per non essere spettator del disonore della maestà imperatoria, essendosi solamente contentato che v'intervenissero i suoi figliuoli. Creato poi Pertinace imperadore, gli tornò la vista, svanirono i suoi malori; e Pertinace a lui e a Glabrione fece sempre un distinto onore, nè risoluzione imprendeva senza il loro consiglio. Lo stesso Pompejano poi, da che fu morto Pertinace, e si videro imbrogliati forte gli affari, tornò ad ammalarsi, a vedervi poco, e a battere la ritirata. Da ciò si raccoglie essere adulterato il testo di Dione presso Zonara[1417] e Sifilino, là dove è detto, che Claudio Pompejano, genero di Marco Aurelio fu quegli che presentò a Commodo il pugnale per ammazzarlo. Ora i senatori, veduta la umiltà e l'onorato procedere di Pertinace, quasi tutti di buon cuore il confermarono imperadore, e convenne anche fargli forza perchè accettasse l'imperio[1418], se non che Falcone, il quale dovea la mattina seguente entrar console, gli si mostrò ora, e peggio poi nel progresso, assai contrario, con dirgli di non sapere come avesse da riuscire il di lui governo, da che il mirava sì favorevole a Marzia e a Leto, stati ministri delle iniquità di Commodo. Al che rispose quietamente Pertinace: Voi siete console giovane, nè sapete che cosa sia la necessità di ubbidire. Costoro hanno ubbidito fin qui loro malgrado a Commodo. Subito che han potuto, han dato a conoscere la lor buona volontà.
Quindi proruppe il senato in acclamazioni festose verso il novello regnante, in detestazioni di Commodo, che si leggono a parola per parola presso Lampridio[1419], prese dalla storia perduta di Mario Massimo. Soprattutto dimandavano i senatori, che si facesse al cadavero di Commodo il trattamento conveniente a chi era stato nemico degli dii, boia del senato, parricida, nemico della patria, cioè che fosse strascinato coll'uncino per la città, e gittato nel Tevere, siccome si usava co' malfattori più esecrandi. Ma quel corpo, di permissione di Pertinace, era già stato segretamente seppellito in qualche sepolcro, e di là fra qualche tempo Pertinace lo fece trasportare nel mausoleo d'Adriano, perchè non gli piaceva d'irritare i pretoriani, troppo innamorati dell'estinto regnante. Fatta fu anche istanza dal senato, che si rompessero tutte le statue di Commodo, e si abolissero tutte le sue memorie. Non perdè tempo il popolo ad eseguirne il decreto. A Pertinace furono nello stesso tempo accordati tutti i titoli consueti degl'imperadori. Scrive Capitolino[1420], che a Flavia Taziana di lui moglie fu dato il titolo di Augusta; ma sì egli, che Dione senatore, presente allora a tutti quegli affari, aggiungono averle bensì il senato decretato questo onore, siccome ancora al di lui figliuolo il titolo di Cesare; ma che Pertinace ricusò l'uno e l'altro, perchè non mirava per anche abbastanza assodato il suo imperio, conosceva l'umor petulante della moglie, nè gli pareva che il figliuolo di età anche tenera fosse capace di tanto onore. Diede egli principio al suo governo con ottime idee e rettissima volontà. Dovea pagarsi il regalo promesso ai pretoriani e agli altri soldati di Roma, e nell'erario non si trovò più di venticinquemila scudi. Mise perciò[1421] in vendita le statue, l'armi gioiellate, i cavalli, le carrozze, gli schiavi, le concubine, e tutte le altre vane suppellettili di Commodo, tanto che ne ricavò danaro da pagare in parte il regalo pattuito coi soldati, e da fare un donativo al popolo di cento danari per testa. Emilio Leto nello stesso tempo spogliò d'ordine suo tanti buffoni, che Commodo avea smisuratamente arricchiti coi beni dei senatori uccisi. Trattava il buon Pertinace, uomo senza fasto, cortesemente con tutti, ed affabile era massimamente coi senatori, ciascun de' quali potea liberamente dire il suo parere; e dicea anche egli il suo, ma con tranquillità e rispetto a quello degli altri. Or questi or quelli voleva alla sua tavola, tavola propria di un principe, ma frugale. Per questa frugalità v'erano de' ricchi e magnifici che il mettevano in burla; ma da tutta la gente savia ne veniva egli ben commendato. Applicossi a riformar le spese superflue, a levare gli abusi introdotti, a pagare i debiti del pubblico. Ai pretoriani e alle altre milizie non fu più permesso di rubare nè il far insolenze ed ingiurie a chicchessia. Cessarono le spie e gli accusatori, furono cassate le ingiuste condanne; restituiti i beni indebitamente confiscati; richiamati i banditi; e si potè dar sepoltura convenevole a chi in addietro non la potè conseguire. Abolì per le provincie vari dazi imposti dai cattivi principi alle rive de' fiumi, ai ponti, alle strade. Promosse l'agricoltura per tutta l'Italia, donando le terre abbandonate ed incolte, acciocchè si coltivassero. In somma, sotto sì moderato e buon principe[1422] cominciava a rifiorir Roma, ed ogni saggia persona benediceva il tempo presente; ma questo tempo, che pareva così sereno, stette ben poco a rannuvolarsi.
Malcontenti già erano, siccome dissi, del nuovo governo i soldati[1423]; e molto più se ne disgustarono, da che si videro imbrigliati e ritenuti dal far que' mali che solevano. Aveano insino ne' primi giorni tentato di esaltare al trono Triario Materno Lascivio senatore; ma egli scappò lor dalle mani, e andato a trovar Pertinace, si ritirò poi fuori di Roma. Mirarono ancor i pretoriani di mal occhio l'abbattimento delle statue di Commodo, e ne fremevano. Intanto aspettava Pertinace il giorno natalizio di Roma, per mutar la famiglia di corte, che dianzi serviva a Commodo, non l'avendo egli licenziata finora. Da tutti costoro ancora era egli odiato a morte, e specialmente dai liberti, a' quali avea già tagliate le unghie sul vivo. Il saper poi quanto egli fosse guardingo nelle spese, e in concetto d'avaro, e che per ristorare l'erario fallito esigeva imposte messe da Commodo, contro le promesse fatte; e la voce corsa, che per far danaro si cominciassero a vendere le grazie e la giustizia; e che quei d'Alba Pompea corsi, credendo di toccare il cielo col dito sotto un Augusto lor compatriotto, s'erano trovati delusi: tutto ciò cagion fu che dalla maggior parte del popolazzo egli fosse poco amato, e che nella commedia sotto nome d'altre persone si sparlasse di lui, con dire fra le altre cose, ch'egli aveva bei detti, ma pochi fatti. Ai soldati e alla plebe non solevano piacere se non quegl'imperadori che largamente spendevano e più largamente donavano. Così la discorre Capitolino[1424], il quale cento anni dipoi scrisse alla rifusa la di lui vita, nè dovea aver qui buone memorie. Imperocchè Dione[1425] ed Erodiano[1426], meglio informati di questi affari, ci lasciarono un diverso, cioè un bellissimo ritratto di Pertinace, dicendone amendue un gran bene, ed assicurandoci tale essere stata la clemenza, la saviezza, la modestia, l'illibatezza sua, tanta la sua premura pel pubblico bene, a cui principalmente tendevano le mire sue, che già Roma si potea dire tornata in un tranquillissimo e felicissimo stato. Lo stesso Capitolino attesta di poi anch'egli, che il popolo andò nelle smanie, udita la di lui morte, perchè tutti speravano di veder sotto di lui tornare ad un bel mezzogiorno l'imperio romano: segno dunque che l'amavano molto, e che non ha sussistenza quanto egli ha detto di sopra. Solamente confessa Dione, ch'egli fallò nello aver voluto con troppa fretta correggere tutti i disordini, parte de' quali era inveterati; e molto più nell'aver dato ai soldati men regalo di quel che avessero ricevuto da Marco Aurelio e da Commodo; perchè sebben egli nel senato protestò di averlo fatto, la verità nondimeno era che que' due Augusti aveano loro donati venti sesterzii per testa, laddove Pertinace non ne diede che dodici. Ma la rovina di questo recente imperadore si dee principalmente attribuire ad Emilio Leto prefetto del pretorio, che o per qualche riprensione a lui fatta da Pertinace[1427], o perchè non potea conseguir quella padronanza che avea dianzi immaginato, si pentì d'averlo promosso all'imperio, e congiurò coi pretoriani contra di lui. Scoprissi intanto che Sosio Falcone console personaggio di gran credito per la sua nobiltà ed opulenza, trattava con essi pretoriani per occupare il trono cesareo, e ne fu portata l'accusa colle pruove al senato. Pretesero nondimeno alcuni ch'egli fosse innocente di questo fatto. Trovandosi allora Pertinace al mare, per provvedere all'abbondanza della annona, corse subito a Roma, e nel senato avendo inteso che già s'era in procinto di condannar Falcone[1428]: Non sia mai vero, gridò, che sotto il mio principato alcuno senatore anche per giusta cagione abbia da perdere la vita. Ma Emilio Leto[1429], benchè niun ordine ne avesse da Pertinace, e solamente per renderlo odioso, prese di qua il pretesto di far ammazzare alcuni soldati quasi complici di Falcone, con ispargere anche il terrore sopra gli altri, quasi che tutti avessero da perire. Attizzati perciò dugento de' più arditi pretoriani, colle spade sguainate a dirittura di mezzodì andarono al palazzo, e, senza che alcun si opponesse, furiosamente salirono le scale. Capitolino scrive ch'essi erano di guardia, e che parte degli stessi servitori di corte, che odiava Pertinace in suo cuore, li vide volentieri venire, e spalancò le porte. Essendo volata la moglie ad avvisar l'Augusto marito di questa novità, egli ordinò a Leto di correre a frenar la sedizione; ma Leto, uscito per altra via, se n'andò, lasciando agli ammutinati di eseguir quello che pensavano. Nulla dice Dione di questo; ma bensì, che avrebbe potuto Pertinace salvarsi, se avesse voluto, perchè v'era una squadra di cavalleria con altre guardie, e molta gente di corte, bastante a tagliar a pezzi coloro; ed almeno poteva nascondersi, e far serrare le porte. Signor no: gli cadde in pensiero d'affacciarsi egli stesso, figurandosi d'atterrirli col suo venerabil aspetto, e di placarli a forza di buone parole. In fatti loro parlò con tal gravità ed amore, che molti già deposte l'armi, colla testa bassa si ritirarono; quando un d'essi più temerario degli altri, Liegese di patria, per nome Tausio, se gli avventò col ferro dicendo: Questo tel mandano i soldati, e il ferì nel petto; gli altri il finirono. Eletto, mastro di camera, che gli stava al fianco, dopo aver ucciso due di quegli scellerati, e feriti molt'altri, con gran fedeltà lasciò anch'egli la vita fra le loro spade. Accadde questa tragedia nel dì 28 di marzo, essendo appena corsi ottantasette giorni da che Pertinace reggeva l'imperio. Il capo dell'infelice Augusto, posto sopra una picca, fu portato al quartiere dai soldati, i quali tosto armarono i lor posti, cioè il castello pretorio, per paura del popolo.
Sparsa infatti in Roma così funesta nuova, non potea il popolo darsi pace per la perdita di sì buon principe, che tante cose in sì poco tempo avea fatto in servigio del pubblico, e più si conosceva che avrebbe fatto, se più lungamente fosse vivuto. Ognun fremeva, tutti piangevano, e smaniando uscirono per le piazze, per le strade, cercando gli assassini, gridando vendetta. Ma i senatori veggendo in tanta confusion la città, chi si ritirò alle sue case, e chi anche in villa per timore di peggio. Se crediamo ad Erodiano[1430], due dì passarono in questo ondeggiamento e turbolenza, senza che il popolo potesse vendicar la morte dell'infelice principe, e senza che i pretoriani movessero piede dalla loro fortezza. Dopo di che costoro, osservato che nulla si facea dal senato e dal popolo, misero in vendita il romano imperio. Merita nondimeno più fede Dione[1431], da cui impariamo, che essendo stato mandato da Pertinace per placare i pretoriani Flavio o sia Flacco Sulpiciano, suocero suo, già da lui creato prefetto di Roma e personaggio assai degno di quell'impiego: questi appena intese la morte del genero Augusto, che si diede a far brighe per divenire successore di lui nel trono. Ma Didio Severo Giuliano, che intese messa all'incanto l'imperial dignità, corse anch'egli al mercato, e stando alle mura del quartiere de' pretoriani, cominciò ad esibir danari più dell'altro[1432]. Era Giuliano, di nobil casa nativo di Milano. Dione[1433] chiama quella città patria di lui, e vi fu relegato da Commodo per sospetto che fosse complice della pretesa congiura di Salvio Giuliano. Discendeva, per via di padre o pur di madre, dal celebre giurisconsulto Giuliano. Nato nell'anno 133 di Cristo, avea passati i suoi anni in vari impieghi civili e militari con riputazione, governate provincie, ottenuto il consolato in compagnia di Pertinace. Parlano indifferentemente dei di lui costumi gli scrittori[1434], facendolo gli uni un avaro, altri un crapulone. Dione, ch'era forte in collera contra di lui, giugne fino a dire, che fu dedito alla magia. Convengono poi tutti in dire, ch'egli era sommamente denaroso, e che con tal fiducia si fece innanzi per comperar l'imperio da chi volea venderlo. Entro il quartiere de' pretoriani si trovava anche Sulpiciano, siccome dissi, a questo traffico. Andavano innanzi indietro sensali per vedere chi più offeriva; ed era già a buon segno Sulpiciano, coll'aver promesso ventimila nummi per testa, che da alcuno son figurati quattrocento scudi romani, o filippi, ed a me paiono somma eccessiva. Ma restò superiore Giuliano con prometterne venticinquemila, dicendo anche di averli in cassa e con far conoscere ai pretoriani, che facevano un mal contratto accordandosi coll'altro, il quale, siccome suocero di Pertinace, avrebbe saputo ben vendicarlo. Viva dunque l'imperador Giuliano, gridarono allora i pretoriani, tanto più inclinati a costui, perchè prese il nome di Commodo, e si mostrò amico della di lui memoria. Dopo aver promesso, secondo le loro istanze, di non nuocere a Sulpiciano, creò prefetti del pretorio Flavio Geniale e Tullio Crispino.
Verso la sera s'inviò Giuliano alla volta del senato[1435], scortato più del solito da una copiosa masnada di pretoriani, tutti in armi, come se andassero a battaglia per timore del popolo. Allora i senatori, ancorchè in lor cuore detestassero questo mercatante della dignità imperiale, e fra gli altri Dione sapesse di non essere molto in grazia di lui, perchè caro già a Pertinace, e perchè in trattar varie cause avea aringato forte contra del medesimo Giuliano; pure ognun di essi, accomodandosi al tempo, andò frettolosamente alla curia. Comparso colà Giuliano, parlò senza giudizio, chiamando sè stesso degnissimo dell'imperio, dicendo di essere venuto solo, acciocchè il confermassero imperadore, quando seco avea tante schiere d'armi, e molti di essi soldati nello stesso senato, che poteano dar polso a tali preghiere. Mostrò ancora di conoscere ch'essi l'odiavano. Ciò non ostante fu confermato e passò al palazzo. Prima di cena fece dar sepoltura al corpo di Pertinace. Non avea detto una parola di lui nel senato, e non ne disse mai più per non dispiacere ai pretoriani. Vuole Sparziano ch'egli cenasse con della malinconia. Dione, all'incontro, ch'egli si mostrò allegro, giocò ai dadi, e fece entrare in sua camera Pilade ballerino con altri buffoni. Furono la mattina seguente senatori e cavalieri ad inchinarlo e a rallegrarsi, ed egli con somma cortesia accolse ognuno. Una mascherata era quella, perchè gli uni da burla si congratulavano, ed egli fingeva di credere ciò che sapea non essere vero[1436]. Si portò egli dipoi al senato, ed allorchè era per fare un sagrifizio, il popolo cominciò con alte voci a gridare ch'egli era un parricida, un usurpatore dell'imperio. Giuliano, senza alterarsi, mostrò loro la borsa come promettendo loro un donativo, o pur colle dita accennò quante migliaia volea donar loro. Ed essi più che mai incolleriti gridavano: Non ne vogliamo; no, che non ne vogliamo, e gli gittarono de' sassi. Perdè allora la pazienza Giuliano, ed ordinò ai soldati di guardia di ammazzare i più vicini. Il che fatto, il popolo più che mai andò caricando di villanie lui, ma più i soldati. Indi corse a pigliar l'armi, e si ridusse nel circo, dove si fermò tutta la notte senza prender cibo, e nè pure un sorso d'acqua, facendo intanto istanza, che si chiamasse a Roma Pescennio Negro, governator di Soria, colle sue legioni. Nel dì seguente deposte l'armi, se ne tornarono alle lor case, e cessò la tempesta. Ora se il senato, se il popolo romano non sapea sofferire un imperadore, per via sì ignominiosa portato al trono, aveano ben ragione. Questo funestissimo esempio insegnò a tanti altri indegni e tiranni di occupar da lì innanzi l'augusto soglio di Roma; aprì la porta ad infinite guerre civili, che andremo raccontando, e fu infine la rovina dell'imperio romano, col prevalere i Barbari, e soperchiare il corpo, che a poco a poco si andò disciogliendo, della romana repubblica. Nè si vergognò Giuliano di prendere tutti i titoli più onorevoli degli altri imperadori; fece anche dar quello di Augusta a Mallia Scantilla sua moglie e a Didia Clara sua figliuola, maritata con Cornelio Repentino, a cui conferì la prefettura di Roma. Per attestato di Erodiano[1437] con tutto il votare de' suoi scrigni, e col ricorrere allo smunto erario imperiale, non trovò tanto da pagare tutto il promesso regalo ai pretoriani, i quali perciò rimasero disgustati di lui: laddove Sparziano[1438] slargando la bocca, scrive che avea promesso a cadauno venticinquemila nummi, e ne pagò trentamila. Non si sa ch'egli fosse crudele; le finezze e carezze che facea a tutti erano incredibili; ma specialmente le praticava coi senatori, che vi trovavano dell'affettazione. I conviti suoi furono frequenti; le tavole superbamente imbandite; ma il cuore de' grandi e del popolo era sempre lo stesso.
Tre principali eserciti si contavano allora nel romano imperio comandati da tre insigni generali. Quello dell'Illirico e della Pannonia ubbidiva a Lucio Settimio Severo: quello della Bretagna a Decimo Clodio Albino: e quello della Soria, il governo della qual provincia era in que' tempi il più riguardevole di tutti, a Cajo Pescennio Negro. Perchè a Pescennio arrivò ben tosto l'avviso di essere chiamato in aiuto del popolo romano, altro non occorse, perchè egli si facesse proclamar Imperadore dal suo esercito, e dal numerosissimo popolo della città di Antiochia. Ma Settimio Severo, verisimilmente mosso con segrete lettere da qualche senatore, che lui considerava miglior testa, che gli altri due, oltre all'esser egli più vicino, e all'aver più forze al suo comando, nè pur egli tardò ad assumere il titolo d'Imperatore Augusto in Carnunto città della Pannonia. Per non aver poi da contendere con due avversarii nel medesimo tempo, prese il partito di guadagnar Albino, dichiarandolo Cesare, con una specie di adozione: trappola, che a lui ben servì, perchè Albino ricevute le lettere di Severo, le quali non si poteano scrivere più tenere da un padre ad un figliuolo, non pensò più a far novità e movimento alcuno. Secondo alcuni autori sembra che tale risoluzion di Severo verso Albino succedesse più tardi. Dione[1439] attesta, che si videro in questi tempi tre stelle intorno al sole, cospicuo a tutti, ed egli stesso chiaramente le osservò, o ne fu formato un cattivo presagio agli affari di Giuliano. Intanto tutte le città dell'Illirico sino a Bisanzio (cioè sino ad una città che avea riconosciuto Pescennio Negro) e le Gallie, e la Germania romana, si dichiararono per Settimio Severo; laonde egli senza perdere tempo si mosse coll'armata sua, per venire a dirittura a Roma, da dove prima di prendere la porpora imperiale, aveva egli destramente ritirati i suoi figliuoli. All'avviso di tante novità a non pochi batteva forte il cuore in Roma, ma i più brillavano per l'allegrezza, nondimeno celata, per desiderio e speranza di veder a terra l'odiato Giuliano. Fu di parere il Relando[1440], che nelle calende di marzo agli ordinari consoli fossero sostituiti Flavio Claudio Sulpiciano e Fabio Cilone Septimiano. Pare che ciò dovesse succedere più tardi, citando egli un'iscrizione del Fabretti[1441], posta nel dì 19 di marzo di quest'anno FALCONE ET CLARO COS. Anzi si vede un altro marmo presso il Grutero[1442], dove a dì 5 di settembre sono mentovati gli stessi consoli. Ma non è ben certo, perchè molti non ne faceano caso dei consoli sostituiti. Per conto di Cilone una altra iscrizione pubblicata dal Doni, e riferita anche da me[1443], c'insegna essere stato il suo nome Lucio Fabio Cilone Septimiano. Ma nè pur apparisce che questi due fossero sostituiti; ed è malamente citato, in pruova di ciò, Erodiano. Abbiamo bensì da Dione[1444], che Silio Messala, verisimilmente sustituito a Falcone, dappoichè cadde di posto per l'accusa narrata di sopra, era console sul principio di giugno. D'altri consoli sostituiti in quest'anno parla il Relando, senza che se ne veggano le pruove.
Non si credeva Giuliano di aver a contendere se non con Pescennio Negro, quando gli arrivò la nuova, che anche Settimio Severo, avea alzata bandiera contra di lui. Allora si vide perduto. Precauzioni da ridere furono quelle ch'ei prese con fare che il senato dichiarasse nemici pubblici Severo e Negro con terribil bando ai soldati che loro ubbidissero; ma Severo assai informato era del cuore de' senatori. Spedì il senato anche dei deputati all'uno e all'altro, per esortarli ad ubbidire; ma Severo guadagnò gli spediti a lui, e gl'indusse a parlare in suo favore all'armata. Aquilio Centurione, ed altri mandati da Giuliano, per assassinar i due nuovi imperadori, trovarono di aver che fare con gente più accorta di loro. Mise esso Giuliano in armi i suoi pretoriani, fece fare un trincieramento fuori di Roma con fosse; e mise delle buone porte e dei cancelli al palazzo imperiale. Dione presente a tutto confessa che non potea trattener le risa al mirare i pretoriani, avvezzi alle delizie, intrigati a ripigliare il mestier della guerra; meno ancora le soldatesche ne sapeano, che Giuliano avea fatto venire dall'armata navale di Miseno; e per gli elefanti, co' quali si sperava di atterrire i cavalli de' nemici, non si trovava chi li sapesse condurre. Roma sembrava oramai una città assediata, non vedendosi andar innanzi indietro altro che armi, cavalli ed attrezzi di guerra. Giuliano in questi tempi fece uccidere Emilio Leto, prefetto del pretorio, e Marzia, autori della morte di Commodo, sapendo che Severo era creatura di Leto, e temendo perciò di vedergli uniti contra di sè. Ma Severo, senza mettersi pensiero de' vani preparamenti di Giuliano, veniva a gran giornate verso l'Italia. A lui si davano tutte le città. Senza opposizione entrò in Ravenna, e s'impadronì della flotta solita a stare in quel porto. Tullio Crispino creato nuovamente prefetto del pretorio, e mandato da Giuliano per occupar quella flotta, se ne tornò indietro con poco gusto. Allora Giuliano non sapendo dove volgersi, ordinò che le vestali, i sacerdoti e il senato andassero incontro a Severo per fermarlo; e perchè trovò in ciò della contraddizione, avea disegnato di spingere i soldati nel senato, per isforzare i senatori ad ubbidire; e non ubbidendo, di fargli tagliare a pezzi. Tanto gli fu detto, che desistè da sì maligno pensiero, e mandò poi ordine al senato di dichiarar Severo collega dell'imperio, pensando con ciò di comperarsi la di lui grazia. Il decreto fu fatto ed inviato a Severo, il quale per consiglio de' suoi lo rifiutò, perchè le sue forze e la conoscenza di quel che bolliva in Roma, gli prometteano molto più. Aveva egli fatto sapere ai pretoriani, che se stessero quieti, e gli dessero in mano gli uccisori di Pertinace, non farebbe lor male; e ne scrisse a Veturio Macrino, con dargli speranza di crearlo prefetto del pretorio. S'egli poi mantenesse la parola, nol so dire; certo è bensì, che promosse a tal carica Flavio Giovenale. Continuato poscia il viaggio, le milizie dell'Umbria, che doveano guardare i passi dell'Apennino, si unirono con esso lui, ed intanto i pretoriani abbandonarono Giuliano. Allora costui restò in isola, e in braccio alla disperazione[1445]. Indarno avea tentato di rinunziar l'imperio a Claudio Pompejano, personaggio di gran senno, che si scusò colla sua vecchiaia; indarno fece scannar molti fanciulli, credendo per magia di conoscere il suo destino. Il senato adunque, subito che fu assicurato da Silio Messala console, che non vi era più da temere de' pretoriani, proferì la sentenza di morte contra di Giuliano, usurpator dell'imperio; dichiarò imperadore Severo, con far una deputazione di cento senatori che andassero ad incontrarlo, e decretò gli onori divini a Pertinace. Probabilmente ciò fu sul fine di maggio, o in un dei primi due giorni di giugno. Furono inviati alcuni a tagliar la testa a Giuliano, che restò ben servito, nè altro seppe dire, se non: Che male ho io fatto? a chi ho io tolta la vita? tardi conoscendo di aver impiegati i suoi tesori per comperarsi un fine sì miserabile. Permise poi Severo, che il di lui corpo trovasse riposo nella sepoltura de' suoi antenati.
Ora Severo, uomo sommamente guardingo e diffidente, massimamente dopo avere scoperto le già mandate persone per assassinarlo, era dalla Pannonia marciato fin qui in mezzo ad una guardia di secento soldati scelti, i quali mai non si cavarono la corazza, ed accompagnato dall'armata sua, come se fosse in paese nemico. A Narni se gli presentarono i cento senatori deputati che prima della udienza furono ben ricercati se aveano armi sotto[1446]. Li ricevè Severo con della maestà, e nel dì seguente, dopo averli regalati, diede loro licenza di ritornarsene a Roma, con facoltà nondimeno di restar chi volesse con lui. Vicino a Roma mandò ordine ai pretoriani di venire ad incontrarlo senz'armi, e in abito di pace e di festa. Aveva egli fatto giustiziare gli uccisori di Pertinace. Venuti che furono, fattili attorniare dalle sue genti armate, all'improvviso ordinò che fossero presi tutti, e dopo aver loro fatto un aspro rimprovero per le iniquità commesse in addietro, volle che fossero spogliati dei lor pugnali, o spade che fossero, delle vesti, e fin della camicia; e che sotto pena capitale stessero cento miglia lungi da Roma, con riconoscere da lui per grazia grande, se donava loro la vita. Svergognati e colla testa bassa se ne andarono costoro, ben pentiti di essere capitati colà disarmati. Furono loro tolti anche i cavalli; e Dione[1447] racconta che un di questi cavalli scappò per tener dietro al suo padrone nitrendo. Accortosi il soldato di questo, tanto era turbato l'animo suo, che rivoltosi uccise il cavallo, e poi sè stesso. Nè tardò Severo a mandar guernigione nella fortezza dei pretoriani, e ad impossessarsi di tutte le lor armi ed arnesi. Fece dipoi l'entrata sua in Roma, se crediamo a Sparziano, armato di tutte armi. Dione che ne sapea più di lui, siccome presente a tutto, scrive ch'egli venne a cavallo sino alla porta, e quivi smontato si vestì da città, e a piedi vi entrò. Era tutta la città in festa, e i cittadini coronati di lauro e di fiori, ornate le strade di preziosi addobbi, lumi e profumi dappertutto; e tutti i senatori magnificamente coi loro roboni il corteggiavano col popolo affollato, che assordava il cielo con viva e con alte acclamazioni, gareggiando ognuno per mirar questo novello padrone. Con tal pompa andò Severo al Campidoglio, dove nel tempio di Giove fece i sacrifizii; e dopo aver visitato altri templi, passò a riposar nello imperial palazzo. Il resto delle azioni sue spettanti a quest'anno mi sia lecito di riserbarlo al seguente.
NOTE:
[1410] Dio, lib. 73.
[1411] Herodianus, Histor., lib. 2.
[1412] Capitol., in Pertinace.
[1413] Herodianus, Histor., lib. 2.
[1414] Ibidem.
[1415] Capitol., in Pertinace.
[1416] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1417] Zonaras, in Annal.
[1418] Capitol., in Pertinac.
[1419] Lampr., in Commod.
[1420] Capitolin., in Pertinac.
[1421] Dio, lib. 73.
[1422] Herodianus, Histor., lib. 2.
[1423] Capitol., in Pertinace.
[1424] Capitol., in Pertinace.
[1425] Dio, lib. 73.
[1426] Herod., Histor., lib. 2.
[1427] Capitolinus, in Pertinace.
[1428] Dio, lib. 73.
[1429] Zonaras, in Annalib.
[1430] Herod., Histor., lib. 2.
[1431] Dio, lib. 73.
[1432] Spartianus, in Jul.
[1433] Dio, lib. 73.
[1434] Herodianus, lib. 2.
[1435] Dio, lib. 73.
[1436] Spartianus, Dio, Herodian.
[1437] Herodian., Hist., lib. 2.
[1438] Spartian., in Jul.
[1439] Dio, lib. 73.
[1440] Reland., Fast. Consul.
[1441] Fabret., Inscript., p. 688.
[1442] Gruterus, Thesaur. Inscr., p. 475, n. 4.
[1443] Thesaurus Novus Inscription., pag. 345.
[1444] Dio, lib. 73.
[1445] Dio, lib. 73. Spartianus, in Jul. Herodian., lib. 2.
[1446] Spartianus, in Sev. Herodian., lib. 3.
[1447] Dio, lib. 72.
Anno di CRISTO CXCIV. Indizione II.
VITTORE papa 9. SETTIMIO SEVERO imperad. 2.
Consoli
LUCIO SETTIMIO SEVERO AUGUSTO per la seconda volta, e DECIMO CLODIO SETTIMIO ALBINO CESARE per la seconda.
Si sa che Severo Augusto era stato ornato di un consolato straordinario, con avere avuto per suo collega Apulejo Rufino; ma non se ne sa l'anno. Molto meno ci è noto quando Albino fosse console la prima volta. Ci assicurano le medaglie[1448] che anch'egli procedette in quest'anno console per la seconda volta. Severo, che con questi onori voleva addormentarlo, fece anche battere monete ad onor suo; sicchè ognun lo avrebbe creduto il Beniamino di Severo. Il nome di Settimio a lui dato nelle stesse medaglie ci fa intendere che Severo lo avea adottato per figliuolo; se con retto cuore poi, non istaremo molto ad avvedercene. In una iscrizione riferita dal Cupero e dal Relando[1449], Albino console è chiamato Lucio Postumiano. Ma venendo quel marmo dal magazzino fallace del Gudio, non se ne può far capitale; quando pur non volessimo che ad Albino Cesare, appellato nelle medaglie Decimo Clodio, fosse sostituito un altro Albino: il che non è credibile. Venga ora meco il lettore a conoscere chi fosse Lucio Settimio Severo nuovo Augusto[1450]. Era egli per nascita Africano, perchè venuto alla luce in Leptis, città della provincia Tripolitana, nell'anno 146 della nostra Era, a dì undici d'aprile. Senatoria fu la sua famiglia. Due suoi zii paterni erano stati consoli. Suo padre portò il nome di Marco Settimio Gela. Esso Settimio Severo giovinetto studiò lettere latine e greche in Africa[1451]; gran profitto fece nell'eloquenza e nella filosofia de' costumi; e venuto dipoi in età di diciotto anni a Roma fu condiscepolo di Papiniano[1452], studiando la giurisprudenza sotto Scevola, insigne legista di questi tempi. Nondimeno Dione[1453], che intimamente il conosceva, trovò in lui un buon genio, ma non molta abilità per l'eloquenza e per le scienze. Diedesi anche a far l'avvocato, ma con poca fortuna. Aveva egli portato seco a Roma il fuoco africano[1454]; e però la sua gioventù fu piena di furore, ed anche di delitti, ed accusato una volta d'adulterio, la scappò netta per grazia di Salvio Giuliano, di cui poscia procurò la rovina. Sotto Marco Aurelio entrò negli impieghi civili, poscia nei governi; e trovandosi in Africa legato del proconsole, si racconta che, camminando egli a piedi un giorno colle insegne avanti della sua dignità, un uomo plebeo della sua patria Leptis, vedutolo in così nobil carica ed accompagnamento, per allegrezza corse buonamente ad abbracciarlo, dicendogli: O paesano caro. Severo gli fece dare una man di bastonate per esempio agli altri, affinchè più rispettassero i magistrati romani. Scrivono ancora ch'egli consultò uno strologo africano, il quale, veduta ch'ebbe la di lui genitura, gliela restituì dicendo: Dammi la tua, e non quella degli altri. Giurò Severo, che era la sua; ed allora gli fu predetto quanto poscia avvenne. Di sì fatte predizioni e di augurii presi da' sogni e da varii accidenti, nel che non poco deliravano una volta i Gentili, parlano molto gli storici antichi. Io, siccome vanità o fole, non le reputo degne di menzione. Passò poi Severo per impieghi militari al governo della Gallia Lionese. Fu console, proconsole della Pannonia, della Sicilia, e finalmente dell'Illirico, dove stando, le rivoluzioni di Roma aprirono a lui strada per salire sul trono.
Cominciarono di buonora i Romani a provare che duro maestro fosse questo padrone[1455]. Da che egli fu entrato in Roma, i soldati suoi co' cavalli presero alloggio, e fecero stalla ne' templi, ne' portici, e dovunque loro piacque; e a buon mercato comperavano quel che loro occorreva, perchè non volevano pagare un soldo. Un gran dire e paura per questo era nella città. S'aggiunse che ito nel giorno seguente Severo in senato, quei soldati cominciarono con alte grida a pretendere un'esorbitante somma di regalo da esso senato, cioè quella stessa che fu pagata all'esercito, allorchè s'introdusse in Roma Ottavio Augusto: quasi che fosse costato loro assai di pena il far entrare in Roma il loro imperadore. Durò fatica lo stesso Severo a quetar quel tumulto, con far loro pagare, o promettere una somma minore, cioè dugento cinquanta dracme per testa. Era poi inveterato costume[1456], che le guardie degli Augusti si prendessero dalla Italia, Spagna, Macedonia e Norico, siccome persone di bell'aspetto e trattabili ne' costumi. Gran mormorazione insorse, perchè Severo a formar quelle compagnie badò solamente alla fortezza, scegliendo perciò gente tutta di orrido aspetto, di linguaggio che facea paura, di costumi salvatici e bestiali. Accrebbe anche il numero d'esse compagnie con grave spesa del pubblico. Ma questo fu rose e viole in paragon di quello che vedremo nell'andare innanzi. Sapeva Severo quanto fosse caro ai Romani Pertinace, quanto lodata la forma del suo governo; e però da uomo accorto, per lusingar il popolo, unì ai suoi nomi quello ancora di Pertinace[1457]. Allorchè fu nel senato parlò con assai cortesia e bontà, promettendo di gran cose, e sopra tutto di voler prendere per suo modello Marco Aurelio e Pertinace. Nè solamente promise e giurò di non far mai morire alcun senatore[1458], ma ordinò ancora, che si formasse un decreto che quello imperadore, il quale altramente operasse, e chiunque a ciò gli prestasse mano, eglino coi lor figliuoli fossero tenuti per nemici della repubblica. Si poteva egli desiderar di più? Ma se ne dimenticò ben presto Severo. Giulio Solone, che avea steso quel decreto, fu il primo a provarne l'inosservanza, e dopo lui tanti altri, siccome vedremo. Contuttociò al basso popolo le prime azioni di Severo fecero concepire molta stima ed affetto per lui; ma quei che conoscevano qual volpe si nascondesse sotto quella pelle d'agnello, andavano l'un all'altro dicendo all'orecchio: E sarà poi così? In fatti fu Severo fornito di mirabili doti per governar bene un imperio, ma insieme di terribili difetti per far un gran male; fra i quali due specialmente toccherò qui, cioè non solamente la severità corrispondente al suo cognome, ma la crudeltà e la poca fede ch'egli non osservava giammai, se non quando gli tornava il conto.
Per guadagnarsi maggiormente l'affetto popolare, diede Severo un congiario, e volle far il funerale e l'Apoteosi di Pertinace. Questa magnifica funzione vien descritta da Dione[1459] con tutte le sue circostanze. L'orazion funebre in lode di lui la recitò il medesimo Severo. I lamenti e i pianti per la rinnovata memoria di sì buon principe furono infiniti: che non gli elogi fatti in vita dei regnanti, ma l'amore e il desiderio dei popoli dopo la lor morte son la vera pruova del merito d'essi. Con questa pompa i Romani pretesero di formare un dio di Pertinace; pure non ne stette egli certamente meglio nel mondo di là. Parimente a Severo furono accordati o confermati tutti i titoli e l'autorità consueta degli altri imperadori; e probabilmente non si tardò a conferire il titolo di Augusta a Giulia sua moglie, di nazione soriana, da lui sposata prima dell'anno di Cristo 175, la quale gli avea partorito Bassiano, che fu poi Caracalla imperatore, e Geta, de' quali si parlerà a suo tempo. Maritò anche Severo due sue figlie, l'una a Probo, l'altra ad Aezio, i quali egli arricchì dipoi e promosse al consolato, non si sa in qual anno. La prefettura di Roma fu da lui appoggiata a Domizio Destro. Diede ancora buon sesto all'annona, sbrigò molte cause, e quelle principalmente di alcuni governatori accusati di avanie ed ingiustizie, gastigando rigorosamente che si provò delinquente. Non si fermò egli in Roma se non un mese, ed in quel tempo usò una mirabil diligenza e fretta nel prepararsi per far guerra a Pescennio Negro, che avea preso il titolo d'Imperadore in Soria, comandando già a tutte le provincie dell'Asia ed anche a Bisanzio. Avea Severo avuta l'attenzione, prima di arrivare a Roma, di spedire Fulvio Plauziano a far prigioni i figliuoli di Negro[1460]; ed egli poi giunto a Roma fece ritenere gli altri di qualunque magistrato ed uffiziale che fosse in Soria, comandando nondimeno che fossero tutti ben trattati. In Roma non si udì mai Severo dir parola di esso Negro. Solamente studiò egli indefessamente di far leva di gente da tutte le provincie, di adunare una possente flotta da ogni parte d'Italia, e di ordinare alle soldatesche lasciate nell'Illirico di marciare verso il Levante. Non si può assai dire, che spirito vivo e vigoroso fosse quel di Severo; quanta la di lui attività, l'ardire e la prontezza nel concepir le imprese, non meno che nell'eseguirle; quanta la penetrazion della sua mente, per cui prevedeva acutamente l'avvenire, e trovar ripieghi e spedienti, senza guardare a spesa ne' bisogni, senza curarsi punto di quel che si dicesse di lui, purchè riuscisse ne' suoi disegni. Però quando men se l'aspettava la gente, mise in marcia il raunato esercito, e verisimilmente nel luglio dell'anno precedente, partendo egli in persona da Roma, per non lasciar tempo a Pescennio Negro di maggiormente assodarsi in Asia. Provvide nello stesso tempo alla sicurezza dell'Africa. Una malattia dipoi sopraggiuntagli in cammino, la lunghezza del viaggio necessario per condurre sì lontano una poderosa armata per terra, perchè non potea tanta gente per mare passar a dirittura in Soria, e il tempo occorrente per unir tante forze da varie parti, pare che non gli lasciassero tempo da far progressi nell'anno suddetto, se non che alcune medaglie (dubbiose nondimeno) cel rappresentano Imperadore per la seconda volta[1461], benchè non apparisca quando tale foss'egli proclamato per la prima.
Cajo Pescennio Negro, soprannominato Giusto nelle monete, contra di cui Severo faceva questi preparamenti[1462], e che fu creduto nativo da Aquino, di famiglia equestre, da giovane si svergognò colla sfrenata sua libidine; ma impiegato nella milizia, da tutti sempre fu riconosciuto e lodato per uomo di raro coraggio, e sopra gli altri geloso della disciplina militare, senza mai sofferire che i suoi soldati facessero estorsione alcuna ne' paesi per dove passavano o dove si fermavano. Arrivò sotto Commodo ad essere console, ed inoltre, per intercessione di quel Narciso atleta, che strangolò poi lo stesso Commodo, cioè d'uno che in quella sfacciata corte avea, come tant'altra canaglia, gran polso, ottenne il governo della Soria, dove si affezionò que' popoli con permettere loro quanti spettacoli voleano, dietro a' quali era quella gente perduta, e dove, in fine, benchè vecchio, vestì la porpora imperiale. Tuttochè egli sapesse di essere desiderato dal popolo romano, e probabilmente anche da una parte de' senatori, pure niuna fretta giammai si fece per venir alla volta di Roma. Le delizie e i divertimenti di Antiochia l'aveano troppo incantato[1463]. Quivi si pavoneggiava egli dell'alta sua dignità, si riputava un novello Alessandro, e intanto nulla facea, persuadendosi forse che senza fatica sua cederebbe Giuliano Augusto, ed allora con tutta pace egli se ne anderebbe a sedere sul trono cesareo in Roma stessa. Restò egli dipoi sommamente sorpreso all'intendere ad un punto stesso ucciso Giuliano, e Severo pervenuto a Roma, e concorsi in lui i voti del senato e popolo romano. Allora si svegliò dal sonno, allora diede ad ammassar gente, ad implorar soccorsi dai re vicini, e guernir di milizie i passi massimamente del monte Tauro. In persona andò egli a Bisanzio, per ben munire di gente e di fortificazioni quella città, troppo importante, attesa la sua situazione, e più perchè solamente pel suo stretto si soleva passare dalle armate romane in Asia[1464]. Andò anche a Perinto, dove seguì un combattimento svantaggioso per la parte di Severo, e da cui prese motivo il senato romano di dichiarare Pescennio Negro nemico della repubblica. Se sussiste ciò che narra Sparziano, dopo quella vittoria vennero in poter di Negro la Tracia, la Macedonia e la Grecia; ed egli allora andò ad offerir a Severo, che il prenderebbe per collega nell'imperio: al che altra risposta non diede Severo se non una risata. Ma non è facilmente da credere che Pescennio stendesse tanto l'ali, perchè Severo non gliene lasciò il tempo. Arrivò in quest'anno l'Augusto Severo sotto Bisanzio col grosso dell'armata sua, e ne imprese l'assedio[1465]; ma conosciuto essere troppo duro quell'osso, dopo aver lasciata ivi gente bastante a tenerla assediata o bloccata, passò col rimanente dell'esercito suo lo stretto, valendosi della flotta seco condotta. Appena arrivò a Cizico città della Misia[1466], che gli fu a fronte Emiliano, stato governator della Soria prima di Negro, e, presentemente proconsole dell'Asia, che, sposato il partito di esso Negro, era divenuto suo generale. Godeva questi il credito di essere una delle migliori teste di allora; ma perchè n'era persuaso anch'esso, ed, oltre a ciò, passava parentela fra lui e Pescennio Negro, l'insolenza e superbia sua dava negli occhi a tutti. Ma gli calò ben presto il fumo. Andò in rotta l'esercito suo, ed egli da lì a non molto fatto prigione, per ordine de' generali di Severo perdè la vita[1467]. Questa vittoria portò all'ubbidienza di Severo Nicomedia con altre città della Bitinia; ma Nicea ed altre tennero forte per Negro, il quale arrivato di poi con un gran nerbo di armati e raccolti gli sbanditi, fra essa Nicea e la città di Cio venne ad un secondo fatto d'armi[1468], che fu assai sanguinoso e dubbioso, con dichiararsi in fine la vittoria in favor di Candido generale di Severo. Dopo di che fece il vincitore Augusto esibire a Negro un onorato e sicuro esilio, se volea deporre l'armi; ma prevalendo i consigli di Severo Aureliano, che avea promesso le sue figliuole ai figli di Negro, quasi rigettò ogni offerta[1469]. Ridottosi poi Pescennio Negro al monte Tauro, afforzò tutti quei passi; e perchè gli venne nuova che Laodicea e Tiro, per odio ed invidia che portavano ad Antiochia, aveano alzate le bandiere di Severo, spedì contra di esse città alquante brigate di Mori, che dopo un fiero sacco fecero del resto con incendiarle. Severo dipoi le rimise in piedi. Allorchè giunse al Tauro fra la Cappadocia e la Cilicia l'armata di Severo[1470] trovò chiusi talmente que' passi, che impossibil era l'inoltrarsi. Fermatisi ivi i soldati tutti per qualche giorno, aveano già smarrito il coraggio, si trovavano anche disperati, quando ecco all'improvviso una dirottissima pioggia con neve (segno che si avvicinava il fine dell'anno) la quale, formati dei torrenti, schiantò e distrusse tutte le sbarre e fortificazioni fatte in que' passaggi dall'oste nemica, la quale a tal vista prese la fuga, e lasciò all'armi di Severo comodità di valicar quelle montagne, e di calar nella Cilicia. Fu creduto, secondo il costume, questo avvenimento un chiaro segno del cielo favorevole a Severo. Perchè vo io conghietturando che il fine di questa guerra appartenga all'anno seguente, altro per ora non soggiugnerò, se non che Severo Augusto si truova nelle medaglie[1471] battute nel presente, Imperadore per la terza volta, e ciò a cagion delle vittorie riportate da' suoi generali, come abbiam veduto di sopra.
NOTE:
[1448] Mediobarbus, in Numism. Imper.
[1449] Reland., in Fastis Consul.
[1450] Spartianus, in Sever.
[1451] Eutrop., in Breviar.
[1452] Spartianus, in Caracalla.
[1453] Dio, in Excerptis Vales.
[1454] Spartianus, in Caracalla.
[1455] Spartianus, in Severo.
[1456] Dio, lib. 74.
[1457] Herodianus, lib. 2.
[1458] Dio, lib. 74.
[1459] Ibidem.
[1460] Spartianus, in Severo. Herodianus, lib. 2.
[1461] Mediobarb., in Numism. Imperat.
[1462] Spartianus, in Pescennio Negro.
[1463] Dio, in Excerptis Vales.
[1464] Spart., in Severo et Pescennio.
[1465] Herodianus, lib. 3.
[1466] Dio, in Excerptis Valesianis.
[1467] Spartianus, in Pescennio.
[1468] Dio, lib. 74.
[1469] Spartianus, in Pescennio.
[1470] Herodianus, lib. 3.
[1471] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.
Anno di CRISTO CXCV. Indizione III.
VITTORE papa 10. SETTIMIO SEVERO Imperad. 3.
Consoli
SCAPOLA TERTULLO e TINEJO CLEMENTE.
Questo Scapola console vien creduto quel medesimo che fu poi proconsole dell'Africa, fiero persecutor de' Cristiani, a cui Tertulliano scrisse il suo Apologetico. Sufficiente motivo di credere ci è, che al presente anno sia da riferire il fin della guerra di Severo contra di Pescennio Negro, perchè il miriamo nelle medaglie[1472] dichiarato Imperadore per la quarta e quinta volta. Avea Negro avuto tempo di mettere in piedi una ben numerosa armata, essendovi concorsa in gran copia la gioventù antiochena, armata nondimeno di poca sperienza ne' fatti della guerra. Si venne egli a postare alle porte della Cilicia vicino al mare, e alla città d'Isso, oggidì Lajazzo, ad un passo strettissimo, dove Dario ne' secoli avanti rimase sconfitto da Alessandro. Attaccossi[1473] aspra battaglia un giorno fra i suoi e l'esercito di Severo, comandato da Valeriano ed Anullino suoi generali, di cui si vede la descrizione in Dione[1474]. Lungo ed ostinato riuscì il conflitto, ed erano già per restar vincitori quei di Negro nel vantaggio del sito, quando, turbatosi il cielo con tuoni e folgori, cadde un'impetuosa pioggia, che dando in faccia ad essi, non incomodava quei di Severo, perchè ricevuta alle spalle. Fu interpretato ancor questo avvenimento per una dichiarazione del volere del cielo, con accrescere il coraggio all'esercito di Severo, e scorare il nemico. In somma fu rotto il campo di Pescennio Negro con tale strage che vi restarono estinti ventimila de' suoi. Salvossi Negro ad Antiochia; ma poco stettero ad arrivar colà anche i vittoriosi Severiani; nè fidandosi egli di star ivi rinserrato, prese la fuga, disegnando di portarsi all'Eufrate. Ma essendosi renduta immediatamente Antiochia, fu con tal sollecitudine inseguito da' corridori nemici, che restò preso. Tagliatogli il capo, fu portato a Severo; ma, secondo Sparziano[1475], fece egli quanta difesa potè, e ferito venne condotto a Severo, davanti al quale spirò. La vendetta che fece dipoi Severo de' partigiani di Pescennio Negro[1476], gli acquistò il titolo di crudele, perchè non levò già la vita ad alcuno de' senatori che aveano seguitato l'emulo suo, per attestato di Dione autor più sicuro che Sparziano[1477], il quale ne vuole uno ucciso, ma la maggior parte d'essi spogliò de' lor beni, e li relegò nell'isole. Fra questi si distinse pel suo coraggio Cassio Clemente[1478], perchè condotto in faccia allo stesso Severo, francamente gli disse, che s'era unito con Negro, non per far contro a Severo, di cui non sapeva i disegni, ma bensì contro a Giuliano usurpator dell'imperio; e se non avea peccato chi avea preso il partito di Severo, per ottenere il medesimo fine, nè pur egli si dovea credere reo. Che se Severo avrebbe tenuto per traditore chi si fosse partito da lui per seguitar Negro, militava in favor suo la medesima ragione. Non dispiacque a Severo questa libertà di parlare, e gli lasciò la metà de' suoi beni. Per altro fece Severo privar di vita molti degli uffiziali di Pescennio Negro. Costoro, se pur vero ciò è che narra Erodiano[1479], per suggestione dello stesso Severo che teneva in suo potere i loro figliuoli, aveano tradito Pescennio; pure, ciò non ostante, Severo, dopo la vittoria, fece morir non meno essi che i loro figliuoli.
Stesesi l'inumanità di Severo alle città che aveano aderito a Negro. Quattro volte più volle del danaro, che anche per forza aveano ad esso Negro contribuito. Ma principalmente sfogò egli il suo sdegno contro ad Antiochia, privandola d'ogni suo diritto e privilegio, e sottomettendola a Laodicea, città che lo avea ben servito in questa occasione, ed emula già dell'altra; la qual prese allora il cognome di Settimia e di Severiana. Nulladimeno poco tempo passò, che alle preghiere di Caracalla[1480] suo primogenito restituì ad essa Antiochia il primiero onore. Molti, che niuna parte aveano avuto nell'affare di Pescennio Negro, nè l'aveano mai veduto, nè fatto alcun passo per lui, si trovarono involti in questa persecuzione, perchè Severo abbisognava di danaro, e ne volea per ogni verso: il che odioso il rendè in tutto l'Oriente. Ma egli facea e lasciava dire. Vero è che buona parte di cotali contribuzioni impiegò in ristorar le altre città, che per tener la sua parte aveano patito gravissime sciagure. E il bello fu che anche Albino Cesare[1481] inviò colà soccorsi di danaro, senza fallo per mostrare di secondar le idee di Severo, ma insieme colla mira di guadagnarsi l'affetto di quei popoli per li suoi fini. Accadde ancora che assaissimi, per sottrarsi alla fierezza di Severo, fuggirono nel paese dei Parti[1482]; e quantunque da lì a qualche tempo Severo pubblicasse il perdono per tutti, non pochi restarono fra i Parti, insegnando loro di fabbricar armi e di combattere alla maniera romana con danno poi del romano imperio. Rade volte la clemenza nocque ai regnanti; spessissimo la crudeltà: vizio tanto più sconvenevole a Severo in tal congiuntura, perchè scusabil era la risoluzion presa da quei popoli. Quanto alla moglie e ai figliuoli di Pescennio Negro, dopo la di lui morte furono mandati da Severo in esilio[1483]; ma da che insorse la guerra con Albino, per timore che questi non facessero delle novità, Severo gli spedì tutti al paese dei più. Noi miriamo nelle medaglie[1484] appellato Severo in questo anno Imperadore per la quinta volta, a cagione, come si può credere, della sconfitta di esso Negro.
NOTE:
[1472] Ibid.
[1473] Herodian., lib. 3.
[1474] Dio, lib. 74.
[1475] Spartianus, in Pescennio.
[1476] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1477] Spartianus, in Severo.
[1478] Dio, lib. 74.
[1479] Herod., lib. 3.
[1480] Spart., in Caracal.
[1481] Capitol., in Clodio Albino.
[1482] Herod., lib. 3.
[1483] Spartianus, in Severo et in Nigro.
[1484] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.
Anno di CRISTO CXCVI. Indizione IV.
VITTORE papa 11. SETTIMIO SEVERO imperad. 4.
Consoli
CAJO DOMIZIO DESTRO per la seconda volta, e LUCIO VALERIO MESSALA TRASIA PRISCO.
Porta il Relando[1485] sotto quest'anno delle leggi date Fusco II et Dextro Cos. Ma quelle appartengono all'anno 225. Una iscrizione bensì ho prodotto io[1486], posta DEXTRO II ET FVSCO COS., la quale si dee, a mio credere, riferire al presente anno, in cui al console ordinario Prisco dovette essere prima delle calende di giugno sostituito Fosco; e questi poi probabilmente nel suddetto anno 225 arrivò al secondo consolato. Correva già il terzo anno che la città di Bizanzio era assediata dalle milizie di Severo Augusto. Colà dopo la rovina di Pescennio Negro si era rifuggita gran copia dei di lui uffiziali e soldati che maggiormente accesero gli animi di quegli abitanti alla difesa. Dione[1487] assai ampiamente descrive le fortificazioni di quella città munita di buone mura, perchè di marmo, guernita di alte torri, di bastioni e di ogni sorta di macchine da guerra, mirabili essendo fra l'altre le fabbricate da Prisco da Nicea, ingegnosissimo architetto. Circa cinquecento barchette aveano gli assediati, colle quali infestavano continuamente la gran flotta spedita colà da Severo. A nulla servì per atterrire ed esortare alla resa quei cittadini e soldati l'aver Severo inviata colà la testa di Pescennio Negro. Essi ostinati più che mai resisterono con far delle maraviglie che pareran di valore, ma che son piuttosto da dire di pazzia. Imperciocchè, in vece di procurare il perdono e qualche tollerabil capitolazione, quando niuna speranza restava lor di soccorso, amarono piuttosto di ridursi agli estremi, che di cedere. Ciò che non potè ottenere la forza operò la fame. Giunsero quegli abitanti, dappoichè ebbero consumati tutti i viveri, anche più schifosi, a mangiarsi l'un l'altro. Nè restando più altro scampo, gran parte d'essi volle tentar la fuga colle loro barchette. Aspettato dunque un gagliardo vento, s'imbarcarono; ma le navi romane furono loro addosso, fracassarono i loro piccioli legni, di modo che il dì seguente nel porto di Bisanzio altro non si vide che cadaveri e pezzi di barche rotte. Allora le grida e i pianti di chiunque restato era nella città, furono oggetti di gran compassione, nè si tardò più a rendere la città. Entrativi i Severiani tagliarono a pezzi tutti i soldati che vi trovarono, e chiunque avea esercitato gli uffizii pubblici. Furono poi d'ordine di Severo smantellate tutte le mura e fortificazioni di quella riguardevol città, le terme, i teatri ed ogni altro più bello edifizio[1488]. Di peggio non avrebbono potuto fare i Barbari. Dione[1489], che dianzi avea veduta in tanta forza ed onore quella città, al mirarla poi ridotta a sì miserabile stato, non seppe già tacciar d'ingiustizia un tanto rigor di Severo, dappoichè con tanta ostinazione quel popolo volle cozzar col suo sovrano; ma non gli seppe già perdonare, che lo sdegno suo avesse privato l'imperio romano di un sì forte antemurale contro i tentativi de' Barbari. Confiscò Severo i beni di tutti gli abitanti; non solamente li privò di ogni privilegio, ma anche del titolo di città la lor patria, sottomettendo Bisanzio a guisa d'un borgo alla città di Perinto, che insolentemente dipoi esercitò la sua autorità sopra i Bizantini. Al valente ingegnere Prisco fu salvata la vita, e Severo di lui poscia utilmente si servì da lì innanzi nelle guerre.
Allorchè accadde la resa di Bisanzio, si trovava Severo nella Mesopotamia, voglioso di acquistarsi gloria in guerreggiare coi Parti e con altre di quelle nazioni. Per la grande allegrezza esclamò: Abbiamo in fine preso Bisanzio. Aveano i popoli dell'Osroene, e dell'Adiabene, gli Arabi e i Parti o prestato aiuto nella passata guerra a Pescennio Negro, o pure tentato di profittar della discordia di lui con Severo, saccheggiando il paese romano, e prendendo ancora alquante castella[1490]. Severo, a cui premeva di far rispettare in quelle parti il nome romano, mosse guerra a que' popoli. Ma ritrovandosi di là dall'Eufrate in stagione bollente, in campagne prive d'acqua, e come soffocate dal gran polverio che facea la marcia dell'esercito, fu vicino a veder perire tutti i suoi. Trovata finalmente acqua, tornò ad ognuno il cuore in corpo. Sappiamo inoltre che Severo spedì Laterano, Candido e Leto a mettere a sacco e a fuoco le nemiche nazioni; nel che fu ben egli ubbidito, con aver eglino anche prese alcune città. Per tali successi non poco s'invanì Severo; ma dovette restar alquanto mortificata la di lui vanità, perchè nel mentre che si cercava con gran premura un certo Claudio, che faceva continue scorrerie e ruberie per la Giudea e per la Soria, costui con una mano de' suoi, come se fosse stato un tribuno delle armate romane, venne a trovar Severo nel campo, l'inchinò e gli baciò la mano, e poi se n'andò senza che mai riuscisse a Severo di averlo nelle mani. Da queste prodezze e da tali poco a noi note vittorie di Severo, si trova a lui dato nelle medaglie il titolo d'Imperadore per la sesta, settima ed ottava volta[1491]. Oltre a ciò il senato romano gli accordò i titoli di Adiabenico, Partico ed Arabico: il qual ultimo ci guida a credere ch'egli facesse guerra anche contra degli Arabi. Decretogli ancora un trionfo; ma, secondo Sparziano[1492], Severo ricusò il trionfo, per non parere di voler gloria da una guerra e vittoria civile. Nè pur volle accettare il titolo di Partico, per non irritar maggiormente quella possente nazione. Nientedimeno in alcune medaglie di quest'anno il troviamo ornato di tutti e tre i suddetti titoli. Lo stesso si può osservare in varie iscrizioni. Andò poscia Severo a Nisibi, e dopo aver onorata quella città di molti privilegi, ne diede il governo a un cavaliere romano. Osserva Dione[1493] che Severo si facea bello di aver accresciuto notabilmente in quelle parti il romano imperio, e provvedutolo di un forte baluardo colla città di Nisibi; la verità nondimeno era che Nisibi non costava se non ispese e guerre per cagion de' Medi e Parti che non la lasciavano mai in pace: il che in vece d'utile, portava seco un gran danno e dispendio. Ma nel mentre che Severo attendeva a guerreggiar in Oriente, se gli preparò un più pericoloso cimento in Occidente per la guerra a lui mossa nella Bretagna da Clodio Albino Cesare, di cui parlerò all'anno seguente. Per ora basterà di sapere che questo incendio minacciava anche la Gallia; e però all'Augusto Severo fu d'uopo di abbandonar la Soria, e di ricondurre in Europa per terra la grande armata divisa in più corpi, dopo averla ben rallegrata con un magnifico donativo. Racconta Erodiano[1494] ch'egli marciava con diligenza senza riposo, non distinguendo i dì delle feste da quei da lavoro. Non l'aggravava fatica alcuna, nè caldo, nè freddo, passando sovente per montagne piene di nevi, e colla neve che fioccava, camminando col capo scoperto, per animar i soldati alla fatica e alla pazienza; ed essi in effetto non per paura, nè per forza, ma per una bella gara al vedere l'esempio del principe, marciavano allegri. Era in somma nato Severo per fare il generale di armata. Allorchè egli pervenne[1495] a Viminacio nella Mesia Superiore sulla ripa del Danubio, quivi dichiarò Cesare il suo figliuolo primogenito Bassiano, a cui mutò il nome, con farlo chiamar da lì innanzi Marco Aurelio Antonino. Questi è da noi ora più conosciuto pel soprannome di Caracalla, che gli fu dato dagli storici dopo morte, a cagion d'un abito di nuova invenzione ch'egli portò.
NOTE:
[1485] Reland., in Fastis Consular.
[1486] Thesaurus Novus Inscription., p. 346, n. 2.
[1487] Dio, lib. 74.
[1488] Herodianus, lib. 3.
[1489] Dio, lib. 74.
[1490] Ibidem.
[1491] Mediobarb., in Numism. Imp.
[1492] Spartianus, in Severo.
[1493] Dio, lib. 74.
[1494] Herodianus, lib. 3.
[1495] Spartianus, in Severo.
Anno di CRISTO CXCVII. Indizione V.
ZEFIRINO papa 1. SETTIMIO SEVERO imperad. 5.
Consoli
APPIO CLAUDIO LATERANO e RUFINO.
La cagione per cui si sconcertò la buona armonia fra Severo Augusto e Decimo Clodio Albino Cesare, secondo il costume l'uno la rifondeva sull'altro. A Severo veniva riferito[1496] che Albino nella Bretagna si abusava dell'autorità a lui data, facendola più da imperadore che da Cesare. Anzi Dione aggiugne aver egli scritte lettere a Severo, con pretensione d'essere dichiarato Augusto. Dicevasi inoltre che alcuni de' principali del senato segretamente scriveano ad Albino, esortandolo a venirsene a Roma, mentre Severo soggiornava in Levante, con sicurezza d'essere ben accolto. Nè si potea negare che tutta la nobiltà romana inclinasse più ad Albino, per esser egli nato da nobilissima famiglia in Africa: almeno così pretendeva egli, benchè Severo ciò tenesse per falso. Era anche creduto d'indole mansueta ed amabile, contuttochè Capitolino[1497] diversamente ne parli. Certo è altresì che a Severo mancava il pregio della nobiltà, e l'opere sue spiravano solamente crudeltà. Dall'altro canto poi in cuor di Albino stavano non poche spine, perchè gli amici suoi gli andavano picchiando in capo che non si fidasse di Severo, uomo di niuna fede, pieno di frodi e d'insidie, il quale avendo due figliuoli, non si potea mai presumere che intendesse di esaltare e preferir Albino in pregiudizio d'essi. La diffidenza conceputa da Albino passò dipoi in certezza; imperciocchè Severo alterato contro di lui, sulle prime pensò di sbrigarsene con ricorrere ad inganni, e fingere ottima volontà verso di lui in iscrivendo al senato e a lui, per poterlo assassinare. Spedì in Bretagna corrieri fidati con ordine di parlargli in segreto, e di ammazzarlo, se potevano; o pure di levarlo di vita col veleno. Albino, che stava all'erta, e prima di dar udienza facea ben indagare se le persone portavano armi addosso, accortosi di questa mena[1498], fece pigliar quei corrieri, e ricavata co' tormenti la verità, ordinò che fossero impiccati. Ed ecco manifestamente in rotta Albino e Severo. Allora, per consiglio de' suoi, Albino prese il titolo e le insegne d'Imperadore, e raunata gran copia di soldatesche, passò nel presente anno nella Gallia, dove si studiò di tirar nel suo partito quante città mai potè. S'ebbero ben a pentirne quelle che il seguitarono. Severo, che già era in marcia coll'esercito suo venendo dalla Soria, premise ordini pressanti, affinchè si fornissero di armati i passi dell'Alpi, per sospetto che Albino tentasse di penetrar in Italia. Racconta Dione[1499], che saltata fuori questa nuova guerra civile, gran bisbiglio e mormorazione ne fu in Roma. Amavano Albino, loro dispiacevano le conseguenze funeste della guerra per le tante spese e per lo spargimento del sangue de' cittadini; e però in pieno teatro se ne lamentarono. Venne intanto ordine al senato di pubblicar il bando contra di Albino, e tosto fu eseguito.
Anche nell'anno precedente si può credere che seguisse qualche conflitto nella Gallia fra le genti di Albino e quegli uffiziali che tuttavia conservavano la fedeltà a Severo, scrivendo Capitolino che i capitani d'esso Severo ebbero delle busse. Ed abbiam qui un'avventura curiosa narrata da Dione[1500]. Un certo Numeriano, che insegnava grammatica ai fanciulli in Roma, essendogli salito al capo un pensier bizzarro, se n'andò nella Gallia, e facendosi credere alla gente un senatore spedito da Severo per mettere insieme un corpo d'armata, raccolse a tutta prima alcune poche truppe, colle quali diede la mala pasqua ad alquanta cavalleria d'Albino, e fece dipoi altri bei fatti in favor di Severo. Ne andò l'avviso ad esso Severo, che credendolo veramente senatore, gli scrisse lodandolo, e comandando che accrescesse il suo esercito. L'ubbidì Numeriano, nè solamente fece varie prodezze contra di Albino, ma inviò anche a Severo un milione e mezzo di danaro adunato in quelle contrade. Finita poi la guerra, si presentò a Severo, nè gli tacque cosa alcuna. Avrebbe potuto ottener molta roba ed onorevoli posti, ma altro non accettò che una lieve pension da Severo, bastante a farlo vivere in villa con tutta quiete. Stavasi anche Albino come in pace nella Gallia, godendo di quelle delizie, quando gli giunse la disgustosa nuova che Severo coll'esercito suo era già dietro a passar l'Alpi per entrar nella Gallia. Allora venne a postarsi a Lione con tutta l'oste sua. Succederono varie scaramucce[1501], e in un fatto d'armi riuscì alle genti di Albino di sconfiggere Lupo generai di Severo con istrage di molti soldati. Era impaziente Severo, e voleva una giornata campale, decisoria della gran lite, fidandosi molto nelle sue agguerrite milizie, avvezze già alle vittorie, che ascendevano a cinquantamila combattenti. Un egual numero si pretende che ne avesse anche Albino, gente di non minor valore e sperienza nel suo mestiere. Però attaccatasi la feroce e sanguinosa battaglia in vicinanza di poche miglia a Lione[1502] nel dì 19 di febbraio, amendue le parti combatterono con incredibil bravura ed ostinazione. Stette lungamente in bilancio la fortuna dell'armi, quando l'ala sinistra di Albino piegò, e fu interamente rovesciata sino alle sue tende, intorno allo spoglio delle quali si perderono i vincitori. Per lo contrario l'ala destra diede una terribile percossa alle genti di Severo. Secondo lo stratagemma usato non poco allora, aveano quei di Albino fabbricate delle fosse coperte di terra, dietro alle quali stavano saettando mostrando paura. Inoltratisi i Severiani precipitarono dentro, laonde di essi e dei cavalli fu fatto un gran macello. Retrocedendo gli altri spaventati, misero in confusione ogni schiera. Allora accorse Severo coi pretoriani; ma fu così ben ricevuto da quei di Albino, che uccisogli sotto il cavallo, corse pericolo di restar morto o prigione. Erano già in rotta tutti i suoi, quando egli, stracciatasi la sopravveste e collo stocco nudo in mano, si mise innanzi a' suoi fuggitivi. La sua voce e presenza bastò a farli voltar faccia, e a ripulsare i nemici. Non s'era mosso finora Leto col suo corpo di riserva, e fu detto dipoi per isperanza che amendue gl'imperadori perissero, e che susseguentemente l'una e l'altra fazione desse a lui lo scettro imperiale, oppure che egli differisse tanto, per unirsi con chi fosse vincitore. Questa ciarla vien da Erodiano[1503], il quale aggiugne, da ciò essere proceduto che Severo, invece di ricompensar Leto, come gli altri generali, gli levasse nell'anno seguente la vita. Ora Leto, veggendo superiore Severo, con sì duro assalto piombò anch'egli addosso alle squadre di Albino, che finì di sconfiggerle. Ma immenso fu il numero de' morti e feriti non men dall'una che dall'altra parte; e se vogliam credere ad un'usata maniera di dire degli storici, il sangue scorreva a ruscelli nei fiumi, di maniera che se i vinti piansero, nè pure risero i vincitori. Il padre Pagi[1504] riferisce all'anno seguente tutta questa tragedia; ma è ben più verisimile ch'essa appartenga all'anno presente.
La città di Lione, dopo la vittoria di Severo, divenne il teatro della crudeltà. Fin colà inseguì Severo i fuggitivi[1505], ed entrate le sue genti in quella città, la misero a sacco, e poi la bruciarono. Erasi ritirato Albino in una casa sulle rive del Rodano. Allorchè prese la risoluzion di fuggire, non fu più tempo, perchè erano occupati i passi; però diede fine alla sua tragedia con uccidersi di propria mano[1506]. Altri il dissero ucciso da' soldati, o pure da un servo, e condotto mezzo morto davanti a Severo, il quale ne mandò il capo a Roma, con lettere al senato, dolendosi forte in esse, perchè tanti de' senatori avessero portato amore a costui, e desiderato di vederlo vincitore: il che atterrì non poco quell'augusto corpo. Sfogò poscia Severo la rabbia sua contro il cadavero dell'estinto Albino[1507]; perdonò bensì a tutta prima alla moglie e a due figliuoli di lui; ma da lì a poco li fece svenare e gittare nel Rodano. Aveva egli avuta l'attenzione di far occupar tutta la segreteria d'Albino, per conoscere i di lui corrispondenti. Quanti ne trovò fece di poi morire. Tutta la famiglia d'Albino, e i suoi nobili amici della Gallia e della Spagna, perderono la vita, sì uomini che donne. Altrettanto avvenne appresso in Italia, perchè non si perdonò a persona scoperta parziale dell'estinto Albino. Era implacabil Severo contro a tutti; e perchè uno de' nobili infelici, che suo malgrado si trovò involto nel partito contrario, gli dimandò[1508], cosa desidererebbe egli, se la fortuna gli fosse stata contraria, e si trovasse ora ne' panni di lui: crudelmente gli rispose: Soffrirei con pazienza quello che tu hai ora da sofferire[1509], e il fece ammazzare. Tutti i beni di coloro che Severo condannò a morte, furono confiscati ed applicati all'erario privato d'esso imperadore, a cui riuscì facile di premiare ed arricchire tutti i suoi soldati e i lor figliuoli, perchè si trattò d'incredibil confisco. Non tornò poi così tosto la quiete nella Gallia, essendovi restati dei partigiani d'Albino, che fecero testa, finchè poterono, con prevaler infine la maggior forza di Severo, il quale in questi tempi divise in due provincie la Bretagna, non la volendo più sotto il governo d'un solo. Poscia mossosi dalla Gallia a gran giornate, siccome suo costume era, sen venne a Roma, menando seco tutta l'armata per maggiormente atterrire i Romani, che tutti già tremavano, conoscendo che mal uomo fosse questo, e specialmente per le terribili lettere mandate innanzi. Entrò nella gran città, accolto con incessanti Viva dal popolo tutto laureato e in gala, e dal senato in corpo: acclamazioni nondimeno uscite dalla bocca, ma non dal cuore.
Furono lieti questi primi giorni, perchè egli diede un suntuoso regalo al popolo[1510], ed allargò la sua liberalità sopra i soldati, donando loro più di quello che mai avesse fatto alcuno de' suoi predecessori, con accrescere loro la porzione del grano, e conceder anche ad essi di poter portare anelli d'oro, e il tener mogli o pur donne in casa: cose non permesse dianzi dalla militar disciplina, e che servirono poi al loro lusso, e a snervar il vigore della milizia romana. Ma Severo, purchè si facesse amar dai soldati, null'altro curava, esigendo solamente d'esser temuto dagli altri. Andò poscia al senato, e confessa Dione[1511] che un gran ribrezzo corse per l'ossa sue e di tutt'i suoi colleghi, allorchè lo udirono entrar nelle lodi di Commodo Augusto, di cui avea già cominciato ad intitolarsi fratello[1512], inveendo contro al senato perchè avea caricato esso Commodo d'ignominia, e dicendo che la maggior parte d'essi senatori menavano una vita più scandalosa di lui, e al pari di lui facevano da gladiatori. Passò ad esaltare Silla, Mario e i primi anni del governo d'Augusto, ne' quali di gran faccende ebbero le mannaie e le scuri, pretendendo che questa fosse la maniera più sicura di quetare l'imperio, di estinguere le fazioni, di prevenir le ribellioni, e non già quella troppo dolce e pietosa di Pompeo e di Giulio Cesare, che fu la loro rovina[1513]. Massime detestabili e contrarie alla vera politica; imperciocchè la crudeltà e l'eccessivo rigore fanno divenir segreti nemici anche gli amici; laddove la clemenza, adoperata a tempo, muta i nemici in amici, ed util pruova ne aveano sempre fatto i principi e buoni e saggi. Andarono a terminar questi tuoni in fulmini, perchè messe fuori le lettere scritte da vari senatori ad Albino, contò per grave delitto ogni menoma espression d'amicizia verso di lui. Perdonò, è vero, a trentacinque d'essi senatori per farsi credere clemente, e li trattò sempre da lì innanzi come amici; ma ne condannò senza processo a morte ventinove altri, fra' quali Sulpiciano suocero di Pertinace Augusto. Sparziano[1514] ne nomina fin quarantadue della principal nobiltà di Roma, la maggior parte stati consoli, o pretori, o in altre riguardevoli cariche. Erodiano dice di più[1515], cioè ch'egli levò dal mondo i più nobili e ricchi delle provincie, sotto pretesto che fossero fautori d'Albino, ma effettivamente per sete dei lor beni, perchè egli era non mai sazio di raunar tesori. Tra i fatti morire, uno fu Erucio Claro[1516], già stato console. Gli prometteva Severo la vita, purchè volesse rivelare ed accusare chi aveva tenuto la parte d'Albino; ma egli protestò che morrebbe più tosto mille volte, che di far sì brutto mestiere, e si lasciò in fatti uccidere. Non così operò Giuliano, che s'indusse a far quanto volle Severo, e si salvò. Caro nondimeno gli costò questa vile ubbidienza, perchè Severo il fece ben ben tormentare, acciocchè più giuridiche comparissero le di lui deposizioni. Osserva il Tillemont[1517] che Tertulliano[1518] vivente in Africa in questi tempi animava i martiri cristiani a sofferir i tormenti e la morte coll'esempio di tanti nobili romani che Severo avea sagrificati al suo furore, nè merito alcuno acquistavano colla lor pazienza. Imperciocchè sotto Severo infierì di nuovo la persecuzion de' Pagani contro chi professava la fede di Cristo. Ed appunto si crede che in quest'anno san Vittore papa celebre terminasse col martirio, e che a lui succedesse Zefirino.
Ad una specie di frenesia attribuì Sparziano[1519] l'avere l'Augusto Severo preso ad onorar la memoria di Commodo Imperatore, con dichiararsi, come accennai, suo fratello: del che si truova memoria in qualche iscrizione. Volle egli inoltre che il senato suo malgrado decretasse gli onori divini a sì screditato Augusto: il che sempre più fa scorgere la pazzia di una religion tale, che dovea tener per dio un principe lordo di tutti i vizii. E fin qui era vivuto in pace quel Narciso atleta che strangolò Commodo. Severo, divenuto protettore e panegirista di Commodo, fece in quest'anno gittare costui nel serraglio dei lioni. Per essersi egli dichiarato fratello d'esso Commodo e figliuolo di Marco Aurelio[1520], Pollenio Sebennio, uomo avvezzo a proferir dei motti arguti, ebbe tanto animo di dire a Severo, che si rallegrava con lui, perchè avesse trovato il padre, quasi che il vero suo padre per la bassezza de' suoi natali non si sapesse. Pure il sì accorto Severo non si avvide della burla. Venne[1521] appunto a trovarlo, non so dove, una sua sorella, maritata già poveramente in Leptis città dell'Africa, con un suo figliuolo; Severo la regalò da par suo, e creò anche senatore suo figlio; ma, vergognandosi ch'ella nè men sapesse parlar latino, la rimandò a casa. In breve tempo quel figliuolo terminò i suoi giorni. Secondo i conti di Sparziano, accrebbe Severo in quest'anno gli onori a Bassiano suo primogenito, appellato già Marco Aurelio Antonino, e da noi chiamato Caracalla, disegnandolo suo successore, e facendogli dare dal senato gli ornamenti imperiali. Erodiano[1522] vuole che il dichiarasse anche collega nell'imperio; intorno a che hanno disputato gli eruditi, e i più convengono doversi riferire all'anno seguente cotesti onori, non essendo già probabile, come vorrebbe il padre Pagi[1523], che Severo concedesse in quest'anno la tribunizia podestà a Caracalla, e che solo nel seguente gli fosse confermata dal senato. Gran tempo era che il senato faceva tutto quanto comandavano i dominanti Augusti, e bastava che aprissero la bocca per essere tosto ubbiditi. Sembra poi, secondo il suddetto Erodiano, che in quest'anno l'Augusto Severo, dopo essersi fermato per qualche tempo in Roma, marciasse di nuovo coll'armata in Oriente: del che mi riserbo di parlare nell'anno seguente.
NOTE:
[1496] Herodianus, lib. 3.
[1497] Capitolinus, in Albino.
[1498] Capitolinus, in Albino.
[1499] Dio, lib. 75.
[1500] Ibidem.
[1501] Dio, lib. 75.
[1502] Capitolinus, in Severo.
[1503] Herodianus, lib. 3.
[1504] Pagius, in Critic. Baron., ad annum 198.
[1505] Dio, lib. 71.
[1506] Capitolinus, in Albino.
[1507] Spartianus, in Severo.
[1508] Aurelius Victor., in Breviario.
[1509] Spartianus, in Severo.
[1510] Herodianus, lib. 3.
[1511] Dio, lib. 75. Herodianus, lib. 3.
[1512] Spartianus, in Severo.
[1513] Aurelius Victor, in Breviario.
[1514] Spartianus, in Severo.
[1515] Herodianus, lib. 3.
[1516] Dio, in Excerptis Vales.
[1517] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1518] Tertull., ad Martyres.
[1519] Spartian., in Sev.
[1520] Dio, lib. 71.
[1521] Spartianus, in Severo.
[1522] Herod., lib. 3.
[1523] Pagius, in Critic. Baron., ad hunc annum.
Anno di CRISTO CXCVIII. Indizione VI.
ZEFIRINO papa 2. SETTIMIO SEVERO imperad. 6. CARACALLA imperadore 1.
Consoli
SATURNINO e GALLO.
Perchè non paiono ben sicuri i prenomi di Tiberio e di Cajo, dati da taluno a questi due consoli, io non ho posto se non i loro cognomi. Certamente non era molto in uso di notare i consoli col prenome e cognome, lasciando andare i lor nomi. O sia che l'Augusto Severo nell'anno precedente, o pure nel presente s'inviasse in Levante, certo è che egli si mosse per fare una nuova guerra in quelle parti. Sì Erodiano[1524] che Sparziano[1525] pretendono che niuna necessità vi fosse in questa guerra, ed averla Severo intrapresa unicamente per la sua capricciosa voglia di volere un trionfo, giacchè i Romani non solevano trionfare per le vittorie ottenute nelle guerre civili. Ma qui si truova la storia in gravi imbrogli, non tanto per determinare i tempi di tali imprese, che sono scuri e controversi fra gli scrittori moderni, quanto per esporre le imprese medesime, essendo troppo discordi fra loro Dione, Erodiano e Sparziano, cioè le uniche nostre scorte per gli affari di questi tempi. Dall'ultimo di questi scrittori abbiamo che Severo da Brindisi traghettò l'esercito in Grecia, e per terra continuando la marcia, arrivò in Soria. E qui Dione[1526] vien dicendo che, trovandosi occupato Severo nella guerra contro d'Albino, i Parti aveano agevolmente occupata la Mesopotamia, ed anche messo l'assedio alla città di Nisibi. Leto, che verisimilmente dopo la rotta data ad Albino, era stato spedito da Severo in quelle contrade, quegli fu che difese Nisibi. Però ecco contraddizione fra questo fatto e il dirsi da Erodiano e Sparziano che Severo, senza bisogno alcuno e per sola sete di gloria, entrò in questo nuovo cimento. E pur ciò è poco rispetto a quello che aggiugnerò. Scrive lo stesso Erodiano che il pretesto preso da Severo per tal guerra fu di vendicarsi del re d'Atra, che s'era dichiarato in favor di Pescennio Negro nella precedente guerra. Si partì egli dunque con pensiero di malmettere l'Armenia; ma prevenuto da quel re con regali, ostaggi e preghiere, comparve poi come amico in quel paese. Anche il re dell'Osroene Abgaro gli diede per pegno della sua fede i suoi figliuoli, e somministrò una gran copia di arcieri all'esercito romano. Poscia Severo, passato il paese degli Albeni, entrò nell'Arabia Felice (cosa dura da credere), e dopo aver espugnate molte città e castella, e dato il guasto a quelle contrade, si portò all'assedio di Atra, città fortissima, sì per le sue mura, come per essere situata sopra una montagna e guernita di bravi arcieri. Fecero una terribil difesa gli Atreni, bruciarono le macchine degli assedianti; perì quivi gran quantità di Romani per le spade e saette de' nimici, ma più per le malattie che entrarono nel loro campo. Però fu forzato l'imperadore a levar l'assedio con rabbia e confusione incredibile, perchè, essendo avvezzo alle vittorie, ora gli parve d'essere vinto, perchè non avea vinto. Dipoi voltò l'armi contra dei Parti. Così Erodiano[1527]. Dione, all'incontro, scrive[1528], che i Parti, senza aspettar l'arrivo di Severo, se n'erano tornati alle case loro: e che Severo giunse a Nisibi, dove trovò che un grossissimo cignale avea buttato giù da cavallo ed ucciso un cavaliere. Trenta soldati appresso tanto fecero che uccisero quella bestia, e la presentarono a Severo, il quale non tardò a portar la guerra addosso ai Parti, chiamando Vologeso quel re che da Erodiano vien appellato Artabano. Succedette dipoi, secondo Dione, l'assedio infelice d'Atra. Ma perchè il medesimo storico mette due assedii di quella città, situata non so dire se nella Mesopotamia non lungi da Nisibi, o pur nell'Arabia, come vuole lo stesso Dione, pare che il primo si possa riferire all'anno presente; e tanto più perchè quell'autore lo mette intrapreso dappoichè Severo fu entrato in essa Mesopotamia. Noi abbiam le storie di Dione troppo accorciate e sconvolte da Sifilino.
Staccatosi da Atra l'Augusto Severo, se pur sussiste l'assedio suddetto nell'anno presente, mosse l'armi contra de' Parti. Vuole Erodiano[1529], che imbarcatesi le di lui soldatesche, fossero per accidente trasportate dall'empito dell'acque nel paese d'essi Parti, mentre quel re se ne stava con tutta pace senza aspettare ostilità alcuna dai Romani; laddove Dione[1530] attesta che i Parti aveano poco prima fatto guerra nella Mesopotamia, e che Severo fece gran preparamento di barche leggere da mettere nell'Eufrate per assalire i medesimi Parti. Allorchè fu in ordine l'armamento navale, marciò l'armata romana, ed entrò in Seleucia e in Babilonia, abbandonate dai nemici, e poco appresso sorprese, o pur colla forza acquistò Ctesifonte, reggia in que' tempi de' Parti. Secondo Sparziano[1531], ciò accade sul fin dell'autunno. Ne fuggì il re Vologeso, o sia Artabano, con pochi cavalli; furono presi i di lui tesori; permesso il sacco della città ai soldati, i quali, dopo un gran macello di persone, vi fecero centomila prigioni. Ma non si fermò molto l'imperadore in quella città per mancanza di viveri, e tornossene coll'armata piena di bottino indietro. Se non falla Sparziano[1532], fu in questa occasione che gli allegri soldati proclamarono collega nell'imperio, cioè Imperadore Augusto, Marco Aurelio Antonino Caracalla, primogenito d'esso imperador Severo, e Cesare Geta suo secondogenito. Ora dai più si crede che solamente nel presente anno Caracalla conseguisse questo onore, e, per conseguente, il differire la presa di Ctesifonte all'anno di Cristo 200, come han fatto il Petavio, il Mezzabarba e il Bianchini, non sembra appoggiato ad assai forti fondamenti. Ho io rapportata[1533] un'iscrizione dedicata XIII. KAL. OCTOBR. SATVRNINO ET GALLO COS., cioè in quest'anno in cui Caracalla si vede appellato Imperadore Augusto, e dotato dell'autorità tribunizia e proconsolare. V'ha qualche medaglia[1534] che ci rappresenta Severo sotto quest'anno Imperadore per la decima volta; il che è segno (quando ciò sussista) della vittoria riportata contra de' Parti. Con magnifiche parole diede Severo[1535] un distinto ragguaglio di queste sue vittorie al senato e popolo romano, e ne mandò anche la descrizione dipinta in varie tavolette che furono esposte in Roma. Nè fu minore la diligenza del senato in accordargli tutt'i più onorevoli titoli delle nazioni ch'egli diceva d'aver soggiogate; e l'adulazione inventò allora quello di Partico Massimo, che si comincia a trovar nelle iscrizioni e medaglie. A lui fu decretato il trionfo. Se crediamo al suddetto Sparziano[1536], senza saputa, non che consenso di Severo, seguì la proclamazione di Caracalla Augusto; e perchè il padre o seppe o s'immaginò ciò fatto perchè egli pativa delle doglie articolari, o pur delle gotte ne' piedi, nè potea ben soddisfare ai bisogni della guerra, salito sul trono, e fatti venir tutti gli uffiziali dell'armata, volea gastigar chiunque era stato autore di quella novità. Ognun d'essi si gittò ginocchioni, chiedendo perdono. Terminò questa scena solamente in dir egli: Avete da conoscere in fine, essere la testa che comanda, e non i piedi. Al Salmasio questa parve una frottola di Sparziano. Il Tillemont[1537] cerca di renderla verisimile con dire che Caracalla dovette far questo maneggio per escludere Geta suo fratello: il che dispiacque a Severo. O pure che ciò potè accadere nell'ultima guerra da lui fatta nella Bretagna, siccome vedremo. Son plausibili le di lui riflessioni; ma come sarà poi vero che Caracalla acquistasse nell'anno presente il titolo d'Augusto?
NOTE:
[1524] Herodian., Histor., lib. 3.
[1525] Spartianus, in Severo.
[1526] Dio, lib. 75.
[1527] Herodianus, lib. 3.
[1528] Dio, lib. 75.
[1529] Herodianus, lib. 3.
[1530] Dio, lib. 75.
[1531] Spartianus, in Severo.
[1532] Spartianus, ibidem.
[1533] Thes. Novus Inscript., Clas. XV, p. 1035, num. 6.
[1534] Mediobarbus, in Numismat. imperat.
[1535] Herodianus, lib. 4.
[1536] Spartianus, in Severo.
[1537] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
Anno di CRISTO CXCIX. Indizione VII.
ZEFIRINO papa 3. SETTIMIO SEVERO imperad. 7. CARACALLA imperadore 2.
Consoli
PUBLIO CORNELIO ANULINO per la seconda volta, e MARCO AUFIDIO FRONTONE.
Di due assedii della città di Atra, siccome accennai, fatti dall'Augusto Severo, noi siamo accertati dallo storico Dione[1538]. Il primo, per attestato di Erodiano[1539], dovrebbe appartenere all'anno precedente, assedio calamitoso ed insieme frustraneo all'armata romana. Funesto riuscì sopra tutto il medesimo a due de' primi e più valorosi uffiziali. L'uno fu Giulio Crispo, tribuno de' soldati pretoriani. Questi, perchè si trovava stanco per le fatiche militari, e in collera al vedere che l'imperadore, per l'ostinata sua ambizione e vanità, consumava tante truppe intorno a quell'inespugnabil fortezza, cominciò a cantar quei versi di Virgilio nel libro undecimo dell'Eneide, dove Drance si duole che Turno fa perir senza ragione tanti de' suoi soldati. Riferito ciò a Severo, non vi volle altro, perchè egli il facesse tosto ammazzare, con dar poi quel posto ad un semplice soldato appellato Valerio, stato accusatore dello stesso Crispo. L'altro fu Leto, quel medesimo che già vedemmo principal autore della vittoria riportata da Severo contra di Albino; L'amavano forte i soldati, e perchè un dì non voleano combattere, se non erano guidati da lui, tal gelosia prese Severo per cagione di tanta parzialità mostrata da quella gente al suo generale, che a lui fece torre la vita. Dione ci rappresenta questo personaggio per uomo di rara prudenza negli affari civili, e di non minor prodezza nei militari, con attribuire l'indegna sua morte, non già all'aver egli meditato de' tradimenti nella battaglia di Lione, come asserisce Erodiano e il suo seguace Sparziano, ma solamente all'abbominevole invidia ed inumanità di Severo. Ne ebbe poi tal rossore lo stesso Severo[1540], che si diede a volere far credere che Leto contra sua volontà era stato ucciso dai soldati. Tornò dunque[1541] nell'anno presente esso imperadore all'assedio di Atra, dopo aver fatta gran provvisione di viveri e di macchine, perchè nulla a lui parea di aver fatto, se non superava quella forte rocca. Ma Iddio avea destinato questa medesima città per umiliare l'orgoglio di Severo. Vi perdè egli intorno anche questa volta un numero grande di milizie, e i nemici con bitume acceso fecero un falò di tutte le di lui macchine di legno, a riserva delle fabbricate da Prisco, ingegnere famoso di Nicea. Contuttociò essendo caduta una parte del muro esteriore, allorchè l'esercito a tal vista incoraggito dimandava di andare all'assalto, Severo nol volle, e fece sonar la ritirata. Ne fu data la colpa alla somma sua avarizia, perchè voce correa che in quella città si chiudessero immensi tesori, e massimamente in un tempio del Sole, che quivi era in gran venerazione; e Severo si figurava, che esponendo gli Atreni bandiera bianca, si avrebbe egli ingoiate tutte quelle ricchezze. Ma gli Atreni niun segno fecero di volersi dare; anzi la notte rifabbricarono, il meglio che poterono, la caduta muraglia. Venuto il dì seguente, Severo, trovate fallite le sue idee e fumando di collera, comandò all'esercito di dar l'assalto, ma niuno de' soldati europei il volle ubbidire, amareggiati troppo dalla vittoria loro tolta di mano nel dì innanzi dalla insaziabilità di Severo. Per forza v'andarono i Soriani; ma gran sangue costò loro l'ubbidienza, e la città tenne forte. Tanta fu allora l'agitazion di Severo al vedere l'ammutinamento nei soldati, che essendo venuto uno de' suoi capitani a domandargli solamente cinquecento cinquanta soldati, co' quali si prometteva di entrar nella città, non potè contenersi dal dire a sentita d'ognuno: Ma onde prenderemo noi tanta gente? Sicchè, dopo venti giorni d'infelice assedio egli più che prima malcontento di sè stesso lasciò Atra in pace. Potrebbe essere che questo assedio appartenesse ad uno dei seguenti anni: a buon conto qui ne ho fatta menzione. Che fossero o pur fossero stati dei rumori di guerra anche in Palestina verso questi tempi, si può dedurre da Eusebio[1542], il quale all'anno quinto di Severo mette il cominciamento di una guerra nella Giudea e nella Samaria. E che guerra appunto facessero quivi i Romani, possiam raccoglierlo da Sparziano[1543], il quale scrive avere il senato romano accordato a Caracalla Augusto di lui figliuolo il Trionfo Giudaico, a contemplazione ancora delle felici imprese della Soria. Qual altra azione facesse in Oriente l'Augusto Severo, nol saprei dire, restando esse in troppa caligine involte, e senza poter noi accertare i tempi, ne' quali accaddero. Ma essendovi qualche medaglia[1544], in cui esso Severo comparisce nell'anno presente acclamato Imperadore per l'undecima volta, questo ci reca indizio di qualche vittoria riportata in esso anno. Nella Cronica di Eusebio è scritto che Severo in questi tempi talmente domò anche gli Arabi interiori, che formò una provincia romana del loro paese.
NOTE:
[1538] Dio, lib. 75.
[1539] Herodianus, lib. 3.
[1540] Spartianus, in Severo.
[1541] Dio, lib. 75.
[1542] Euseb., in Chron.
[1543] Spartianus, in Sev.
[1544] Mediobarbus, in Numismat. Imper.
Anno di CRISTO CC. Indizione VIII.
ZEFIRINO papa 4. SETTIMIO SEVERO imperad. 8. CARACALLA imperadore 3.
Consoli
TIBERIO CLAUDIO SEVERO e CAJO AUFIDIO VITTORINO.
Una bella iscrizione si vede in Roma, scoperta negli anni addietro, e da me rapportata nella mia Raccolta[1545]. Fu essa dedicata nel primo dì di aprile, SEVERO ET VICTORINO COS., cioè nell'anno presente, da una compagnia di soldati ritornata dalla spedizione contro i Parti, per la salute, per l'andare e ritornare, e per la vittoria degl'imperadori Severo, il qual si chiama dotato della podestà tribunizia VIII, ed imperadore per l'undecima volta, e di Marco Aurelio Antonino cioè Caracalla, al quale si attribuisce la Podestà Tribunizia III. Dal che apparisce che prima delle calende dell'anno 198, Caracalla avea conseguita la podestà tribunizia. Fu di parere il Petavio, seguitato dal Mezzabarba[1546] e dal Bianchini, che in quest'anno si facesse la guerra partica, e succedesse ora solamente la presa di Seleucia, Babilonia e Ctesifonte. E veramente rapporta esso Mezzabarba monete, dove si legge VICTORIA PARTHICA MAXIMA, da lui credute spettanti a questo anno. Ma, oltre all'osservarsi che alcune di esse possono appartenere anche agli anni precedenti, perchè accompagnate dal numero della podestà tribunizia, conviene avvertire che non nelle sole monete dell'anno, in cui succedeano le vittorie degli imperadori, si truova menzione delle medesime vittorie, ma in alcune ancora degli anni susseguenti, e però non si può far capitale di sì fatta nozione. All'incontro a dimostrare che prima di quest'anno succedessero le imprese suddette contra de' Parti, bastar dovrebbe l'osservare
che Severo anche nel precedente anno era Imperadore per l'undecima volta, e nel presente non più che tale comparisce nelle monete: laonde non è da credere che a quest'anno sia da riferir la guerra e la vittoria riportata contra dei Parti. Ma e che operò Severo in Oriente in questi tempi? Noi non troviamo che oscurità. A me dunque sia lecito di riferir qui ciò che forse non disconviene al presente anno. Una delle applicazioni di Severo[1547], allorchè andava girando per le città d'Oriente, era d'indagare chiunque fosse stato amico o parziale di Pescennio Negro, tanto tempo prima ucciso, sempre con la mira d'occupar le loro sostanze: perchè in ciò non si dava mai posa la di lui avarizia. Dico ciò, seguitando Sparziano[1548], che per altro Dione[1549] storico più fidato attesta, non aver Severo fatto ammazzare alcuno per avidità della roba loro. Certo è che in questi tempi molte persone, accusate della parzialità suddetta, furono da lui private di vita, graspugliando egli dopo la vendemmia, come dice Tertulliano[1550]. Plauziano, prefetto del pretorio, della cui malvagità parleremo fra poco, o era l'autore di tutte queste iniquità, o almeno andava maggiormente attizzando alla crudeltà Severo; e verisimilmente le stesse ricerche non si ometteano in Roma e nelle provincie europee[1551]. Raccontasi, che mentre si facea cotal persecuzione ai partigiani di Negro e di Albino, per la quale diceva Severo ai suoi figliuoli di liberarli dai nemici; il giovine Caracalla ne mostrava piacere ed aggiugneva, doversi anche far morire i figli di costoro. Allora Geta, minor suo fratello, dimandò se costoro aveano de' parenti. Molti, rispose Severo. E Geta: Molti ancora avremo che ci odieranno. Poi voltatosi a Caracalla, gli disse: Se voi non perdonate a chi che sia, potrete benanco ammazzar vostro fratello; il che fu una predizione di quel che poscia avvenne. Notò il padre queste savie parole del fanciullo, e gli piacquero; ma profittar non seppe per la prepotenza del suddetto Plauziano e di Giuvenale prefetti del pretorio, intenti troppo a far buona borsa colle altrui calamità. Perderono ancora molti la vita, accusati di aver interrogato gl'indovini caldei intorno alla salute degl'imperadori. A quest'anno scrive Eusebio[1552], che furono fabbricate in Antiochia e in Roma le Terme di Severo Augusto e il Settizonio. Sparziano[1553] non parla se non delle Terme romane e del Settizonio, fabbrica di gran magnificenza, intorno al sito e all'impiego della quale disputano tuttavia gli eruditi, credendolo alcuni un mausoleo, ed altri un edifizio ad uso civile.
NOTE:
[1545] Thesaurus Novus Inscript., pag. 347.
[1546] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.
[1547] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1548] Spartianus, in Sever.
[1549] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1550] Tertullianus, in Apologet., cap. 35.
[1551] Spart., in Sev. et in Geta.
[1552] Euseb., in Chronic.
[1553] Spartianus, in Sever.
Anno di CRISTO CCI. Indizione IX.
ZEFIRINO papa 5. SETTIMIO SEVERO imperad. 9. CARACALLA imperadore 4.
Consoli
LUCIO ANNIO FABIANO e MARCO NONIO ARRIO MUCIANO.
Che così s'abbia a scrivere il nome del secondo console, apparisce da una iscrizione della mia Raccolta[1554]. Nè pur sappiamo qual cose si andasse facendo in Levante l'Augusto Severo nell'anno presente. Dalle medaglie[1555] risulta, che egli circa questi tempi cominciò ad usare il titolo di Pio, che frequente poi si osserva da lì innanzi. Stava pur male ad un imperador sì crudele e spietato un sì bel titolo. Quello di Pertinace, perchè egli era proverbiato a cagion d'esso, andò a poco a poco in disuso. Abbiamo inoltre da Sparziano[1556], che soggiornando esso Severo in Antiochia, diede la toga virile a Caracalla Augusto suo figliuolo. S'è vero, come pretende il padre Pagi, che Caracalla[1557] fosse nato nell'anno 188, nel dì 6 d'aprile, egli anticipò d'un anno questa funzione, non solendo i Romani prendere essa toga se non compiuto l'anno quattordicesimo della loro età. Disegnò ancora sè stesso console per l'anno prossimo venturo, prendendo per collega in esso consolato il medesimo Caracalla. So io molto bene che Sparziano riferisce all'anno seguente l'andata di Severo Augusto in Egitto: nel che è seguito da insigni scrittori. Ma non essendo Sparziano in tanti altri punti uno scrittore sì esatto, come ognun confessa, io chieggo licenza di riferir questo viaggio all'anno presente, perchè vo credendo che gl'imperadori nel seguente anno ritornassero a Roma più presto di quel che credono alcuni. Abbiamo dunque da Dione[1558], che terminato infelicemente l'assedio di Atra, lo Augusto Severo andò in Palestina. Quivi perdonò ai Giudei ch'erano stati parziali di Pescennio Negro[1559], e fece molti regolamenti pel governo di quel paese; ma con proibire sotto rigorose pene che alcuno potesse abbracciare la religione giudaica, e stese questo divieto anche alla cristiana. Eusebio[1560] nell'anno seguente mette la quinta persecuzion de' Cristiani. Il resto nondimeno, come fu pubblicato da Gioseffo Scaligero, non è sicuro; imperciocchè nella Cronica Alessandrina[1561] sotto questi consoli, e non già sotto i seguenti, vien riferita la suddetta persecuzione, per cui moltissimi fedeli riceverono la corona del martirio. Per altro può essere che la medesima cominciasse in quest'anno, e crescesse di poi nel seguente. Quindi passò Severo in Egitto, dove, dopo aver visitato il sepolcro di Pompeo, si portò ad Alessandria. Abbiamo da Suida[1562], che, nell'entrare in quella città, egli osservò un'iscrizione con queste parole in greco, che qui rapporto in latino: DOMINI NIGRI EST HAEC CIVITAS. Se ne turbò egli forte, ma gli spiritosi Alessandrini risposero tosto, contener essa iscrizione verità, perchè quella città era del signore di Pescennio Negro; e Severo se ne contentò. Lo creda chi vuole. Poco verisimile è quella iscrizione, e troppo stiracchiata l'interpretazione. Trattò Severo gli Alessandrini assai bene. Nei tempi addietro il solo governatore cesareo amministrava quivi la giustizia. Concedette loro[1563] che avessero da lì innanzi il loro senato, e che giudicassero delle cause, a mio credere, civili. Fece anche altre mutazioni in lor favore. Poscia imbarcatosi sul Nilo, volle visitar tutte le città ed i luoghi più celebri di quella fortunata provincia, e massimamente Menfi, le Piramidi, il Labirinto e la statua di Mennone. Soleva poi ricordarsi con piacere di questo suo pellegrinaggio, per aver veduto tante belle memorie, tanti diversi animali, e il culto di quelle deità, massimamente ne' templi memorabili di Serapide. Nulla vi fu di cose sacre o profane[1564], e specialmente delle più recondite, delle quali non volesse essere ben informato: ma portò via da essi templi quanti libri potè mai trovare, contenenti dei segreti. Fece chiudere il sepolcro di Alessandro, in maniera che niuno da lì innanzi potesse mirare il di lui corpo, nè leggere le iscrizioni ivi contenute. Sul supposto intanto che tal suo viaggio si facesse nell'anno presente, egli di là partito verso il principio del verno, arrivò ad Antiochia, e quivi passò la seguente fredda stagione. Che poi in questo anno Caracalla, come vuole il padre Pagi[1565], celebrasse il suo trionfo giudaico, allora c'indurremo a crederlo che ci sarà dimostrato che gli Augusti trionfassero fuori di Roma. A Roma certamente non tornarono in quest'anno gl'imperadori.
NOTE:
[1554] Thesaurus Novus Inscript., p. 348, n. 5.
[1555] Mediobarbus, in Numism. Imperat.
[1556] Spartianus, in Sever.
[1557] Pagius, in Critic. Baron.
[1558] Dio, lib. 75.
[1559] Spartianus, in Severo.
[1560] Eusebius, in Chron.
[1561] Chronic. Paschal., Tom. II, Hist. Byz.
[1562] In Excerpt. Suidae, Tom. I, Hist. Byz.
[1563] Spartianus, in Severo.
[1564] Dio, lib. 75.
[1565] Pagius, in Critic. Baron., ad hunc annum.
Anno di CRISTO CCII. Indizione X.
ZEFIRINO papa 6. SETTIMIO SEVERO imperad. 10. CARACALLA imperad. 5.
Consoli
LUCIO SETTIMIO SEVERO AUGUSTO per la terza volta, e MARCO AURELIO ANTONINO CARACALLA AUGUSTO.
Perchè sul principio di quest'anno soggiornavano tuttavia in Antiochia i due Augusti, quivi perciò diedero principio al loro consolato. Di là poi, secondo Sparziano[1566], andò Severo in Egitto; ma, a tenore della mia supposizione, egli non aspettò la primavera a mettersi in viaggio per tornare dopo tanto tempo in Europa e a Roma. Certo è ch'egli fece questo viaggio per terra nella Bitinia, arrivò a Nicea, e passò il mare allo stretto del Bosforo Tracio. Perciò potrebbe essere che succedesse allora ciò che racconta Suida[1567], cioè che arrivato a Bisanzio, gli vennero incontro quei cittadini con corone di ulivo in capo gridando: Viva, e dimandando loro vita e grazia. Li sottopose ben egli di nuovo a Perinto, ma perdonò loro, ed ordinò che quivi si fabbricasse l'anfiteatro coi portici per le cacce, e un circo magnifico con dei bagni nel tempio di Giove appellato Seusippo. Rifabbricò ancora il pretorio. Tutte queste fabbriche furono bensì cominciate sotto Severo, ma Caracalla suo figliuolo quegli fu poi che le perfezionò. Passando per la Tracia, si può credere che allora Massimino, il qual fu poi imperadore, fosse conosciuto per la prima volta da Severo Augusto[1568]; perchè celebrandosi il dì natalizio di Geta suo figliuolo nel dì 27 di maggio, Massimino allora pastore fece di gran pruove nei giuochi, allora celebrati dall'armata per ordine dell'imperadore. Abbiamo da Erodiano[1569] che Severo, in transitando per la Mesia e per la Pannonia, diede la mostra a quegli eserciti; e di là poi continuando il viaggio, pervenne in Italia, e finalmente in Roma. Entrò nell'augusta città, secondo Sparziano[1570], colla sola ovazione, cioè con una solennità minore del trionfo; ma Erodiano ci fa abbastanza intendere, ch'egli col figliuolo Caracalla veramente trionfò fra gl'incessanti viva e plausi del popolo; fece anche delle magnifiche feste, dei sagrifizii e spettacoli suntuosissimi, e diede ad esso popolo un ricchissimo congiario.
Prima nondimeno di spiegar meglio in che consistessero quelle grandiose feste, convien avvertire che il Mezzabarba[1571] in questo medesimo anno mette insieme l'andata di Severo Augusto da Antiochia in Egitto, il suo ritorno in Italia, il trionfo e le nozze di Caracalla: il che non può mai stare, considerato il tempo che si dovette spendere in tante ricerche fatte da Severo in Egitto, e la sterminata lunghezza de' viaggi fatti tutti per terra, e coll'accompagnamento di un'armata. Però il Pagi[1572] e il Tillemont[1573] differirono all'anno seguente l'arrivo a Roma di Severo e il suo trionfo, con riferir al presente il suo viaggio e la sua dimora in Egitto. Crede anche esso padre Pagi di ricavar ciò da più di una medaglia, dove si legge ADVENT. AVGVSTOR., correndo la Podestà Tribunizia X di Severo, che terminava nel dì 13 d'aprile dell'anno seguente. A me all'incontro più verisimile sembra che nel precedente anno Severo fosse in Egitto, e nel presente arrivasse a Roma. Quelle stesse medaglie convengono più al presente che al susseguente anno, come ancora conghietturò il Mezzabarba, giacchè la tribunizia podestà decima di Severo ebbe, per confession del Pagi, principio nel dì 13 di aprile di quest'anno. Quel che è più, riconosce il Pagi preso il consolato dagli Augusti in quest'anno, perchè Severo era entrato nel decennio del suo imperio, e Caracalla nel quinquennio, volendo poi, contra le stesse sue regole, ch'essi Augusti differissero le feste e i voti decennali e quinquennali nel seguente anno. Se avessero voluto differir tali feste, doveano anche riserbare il consolato al seguente anno. Però è da credere più tosto che tali solennità si facessero in questo, essendo essi consoli. Inoltre Dione[1574] scrive che Severo, allorchè fu entrato nel decimo anno del suo imperio, diede al popolo quel superbo congiario, e questo senza dubbio gliel diede in Roma. Ma avendo noi veduto che nell'aprile di quest'anno cominciava l'anno suo decimo, in esso ancora dovettero succedere le feste suddette. Il Tillemont pensa che Severo arrivasse a Roma verso il fine di maggio dell'anno seguente. Ma se lo ADVENT. AUGUSTOR., segnato nelle medaglie significa l'arrivo succeduto, correndo la podestà tribunizia decima, non può sussistere tale opinione, perchè, secondo i conti del padre Pagi, allora Severo godeva dell'undecima. Ora noi abbiamo da Dione, che in questi tempi si vide nel pubblico anfiteatro un crudel combattimento di donne; ed avendo esse dipoi caricato di villanie le nobili matrone romane, uscì un proclama, che da lì innanzi non fosse permesso alle donne il far da gladiatori. Aggiugne esso storico, che pel ritorno di Severo, pel suo decennio e per le sue vittorie si fecero varii spettacoli in Roma, cioè di combattimenti e cacce di fiere. Sessanta cignali di Plauziano in un dì si azzuffarono insieme, e furono uccise altre bestie, fra le quali un elefante e una crocota, non mai più veduta in Roma. Fattasi una macchina nell'anfiteatro a guisa di nave, questa si sciolse, e ne uscirono orsi, lionesse, pantere, struzzoli, asini selvatici e bissonti. Per sette dì durarono le feste, e in cadaun giorno cento fiere uccise diedero sollazzo al popolo. Il congiario dato da Severo al popolo, e il donativo ai soldati, fu di dieci monete d'oro per cadauno a misura degli anni del suo principato: del che si compiaceva egli, perchè niuno dei suoi predecessori era giunto a sì eminente liberalità. A queste feste accrebbe decoro l'aver anche l'Augusto Caracalla presa in moglie Fulvia Plautilla, figliuola di Plauziano, favorito di Severo, di cui parlerò nell'anno seguente. Diede egli tanto in dote ad essa sua figliuola, che, per attestato di Dione, sarebbe stato sufficiente a maritar cinquanta regine. E si videro passar per la piazza le portate degli arredi ed ornamenti, che empierono tutti di maraviglia. Un convito di magnificenza incredibile fu dato nel palazzo, dove non si potè immaginar vivanda, o romana o barbarica, che vi si desiderasse[1575]. Per tali nozze Severo disegnò console per l'anno venturo Plauziano. Adunque le medesime si celebrarono nell'anno presente, e non già nel seguente. Una cometa e un terribil incendio del monte Vesuvio, che si videro in questi tempi, siccome poco usati effetti della natura, somministrarono occasione di predir novità e malanni, a chi ridicolosamente vuol pescare ne' libri dello avvenire. In quest'anno ancora i due Augusti ristorarono l'insigne fabbrica del Pantheon, come si raccoglie dalla iscrizione riferita dal Panvinio[1576], dal Grutero e da altri[1577].
NOTE:
[1566] Spartianus, in Severo.
[1567] Excerpt. Suidae, Tom. I, Histor. Byz.
[1568] Capitol., in Maximino.
[1569] Herodian., lib. 3.
[1570] Spartianus, in Severo.
[1571] Mediobarbus, in Numismat. Imper.
[1572] Pagius, Critic. Baronii ad annum seq.
[1573] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1574] Dio, lib. 75.
[1575] Dio, lib. 75.
[1576] Panvin., Fast. Consular.
[1577] Vignolius, Dissert. II.
Anno di CRISTO CCIII. Indizione XI.
ZEFIRINO papa 7. SETTIMIO SEVERO imperad. 11. CARACALLA imperadore 6.
Consoli
LUCIO FULVIO PLAUZIANO per la seconda volta e PUBLIO SETTIMIO GETA.
Geta, secondo fra questi consoli, vien comunemente creduto, non già il figliuolo, ma il fratello dell'imperador Severo. Quanto a Plauziano, egli era suocero di Caracalla Augusto, e il primo mobile della corte cesarea. Hassi dunque a sapere che costui, riputato da alcuni parente del medesimo imperadore, ma certamente nativo della stessa città di Leptis in Africa[1578], cioè della patria dello stesso Augusto, benchè uscito dalla feccia del popolo, talmente s'andò insinuando nella grazia di Severo, ch'egli non mirava con altri occhi che con quei di Plauziano. Si dà un certo ascendente di persone nel mondo, per cui arrivano anche persone vili e di niun merito a farla da signori sopra le teste de' migliori, e dei più grandi ed intendenti. N'era Severo così innamorato, che non sapea vivere senza di lui, e considerava di morir prima egli che Plauziano. Il creò prefetto del pretorio, e senza di lui nulla faceva; pareva anzi che Plauziano fosse l'imperadore (tanto era la di lui potenza), e che Severo la facesse da prefetto del pretorio. Non v'era segreto dell'imperadore che Plauziano nol sapesse; e, per lo contrario, niun arrivava a sapere i segreti di Plauziano. Nei viaggi fatti in Oriente da Severo, anch'egli si trovò sempre ai fianchi dell'imperadore; a lui toccava di ordinario il miglior alloggio, a lui i cibi più squisiti, di modo che, essendo Severo in Nicea di Bitinia, se volle un pesce mugile (cefalo creduto da alcuni), mandò a dimandarlo a Plauziano. E nella città di Tiane in Cappadocia essendosi infermato esso Plauziano, fu a visitarlo Severo, ma senza che le guardie dello stesso Plauziano permettessero d'entrare a quei del suo seguito. Della sua ribalderia non si può dire abbastanza. Era giunto costui ad un'immensa ricchezza per li tanti beni confiscati, a lui donati da Severo; e pure non sapendo mai saziarsi l'insaziabil sua avarizia, ad altro non attendeva che a far sempre nuovi bottini. Per istigazione principalmente di lui furono fatti morir da Severo tanti benestanti, nè v'era provincia o città, dov'egli fosse capitato, che non restasse spogliata del meglio da costui, senza perdonarla nè pure ai templi, contandosi fra le altre sue ruberie, che egli portò via i cavalli del Sole dall'isole del mar Rosso. Credevasi, in una parola, che egli possedesse più roba che lo stesso imperadore e i suoi figliuoli. Dello orgoglio suo non occorrerebbe dire. Quando usciva per città, andavano innanzi i suoi col bastone alla mano a far ritirare ognun dalla strada, ordinando che tutti tenessero gli occhi bassi, nè il riguardassero, come si fa alle sultane in Levante. Perciò egli era più temuto che lo stesso imperadore; e i soldati e i senatori non giuravano che per la di lui fortuna. Pubbliche preghiere si faceano per la di lui conservazione; e più statue a lui furono alzate in tutte le provincie, che allo stesso Severo, e fino in Roma, ed anche coll'autorità del senato. Severo o non sapeva tutto, o sofferiva tutto; tanto era il predominio che costui aveva preso sopra di lui.
Già abbiam detto che Severo fece sposar Plautilla, figliuola d'esso Plauziano, a Caracalla Augusto suo figlio; e per maggiormente onorar questo suo favorito, il creò console nell'anno presente, con far due novità. L'una fu, che avendolo dianzi dichiarato console onorario, con solamente conferire a lui gli ornamenti consolari, quantunque non fosse stato veramente console, pur volle che venisse chiamato console per la seconda volta. L'altro fu, che il grado di prefetto del pretorio non si concedeva allora, se non a' cavalieri, cioè a quei dell'ordine equestre: il consolato solamente a chi era senatore. Volle Severo che Plauziano nello stesso tempo procedesse console, e ritenesse anche il posto di prefetto del pretorio. Due erano allora i prefetti di esso pretorio[1579], cioè l'uno esso Plauziano e l'altro Emilio Saturnino. Plauziano, a cui non piaceva d'aver compagni in quella importante carica, fece ammazzar l'altro. Cotanto si teneva egli sicuro del suo potere e padrone dell'imperadore, che niun rispetto mostrava per Giulia Augusta; anzi la maltrattava, e ne diceva male tuttodì allo stesso imperadore, con aver anche tormentate delle nobili donne, per ricavar loro qualche trascorso della medesima; di maniera che Giulia, abbandonati tutti i divertimenti, cominciò allora a studiar la filosofia morale, e a conversar solamente con persone dotte. Ci vien anche dipinto costui da Dione per uomo di sfrenata libidine, col non voler nello stesso tempo che sua moglie conversasse con alcuno, e nè pur fosse visitata dall'imperadore o dall'imperadrice. Aggiugnevasi a sì fatti vizi anche una intemperanza somma, perchè empieva così forte il sacco, che non potendo digerir tanta copia di cibo e di vino, ricorreva per lo più al recipe di rigettarlo. Per tali eccessi nondimeno, ma più per la paura di Caracalla suo genero, questo sì potente personaggio, questo gran favorito si vedeva sempre pallido e tremante. Motivo di gravi dicerie contra di lui fu ancora l'aver egli contra le leggi romane fatto castrare cento buoni cittadini romani, parte fanciulli e giovinetti, parte ancora ammogliati, acciocchè servissero da eunuchi a Plautilla sua figliuola, maritata, come dicemmo, all'Augusto Caracalla. Tale era in questi tempi Plauziano prefetto del pretorio e console. Il Panvinio[1580] e il Relando[1581] crederono che costui nell'anno presente fosse ucciso, perchè si trova una legge data sotto il solo Geta console. Ma non può stare, da che sappiamo ch'esso Geta morì prima di Plauziano. Certo è bensì che in quest'anno fu dedicato in Roma il superbo arco trionfale di Severo, tuttavia esistente, ma corroso dal tempo. Nella iscrizione[1582] ivi posta, Severo ha l'undecima, e Caracalla la sesta tribunizia podestà.
NOTE:
[1578] Dio, lib. 75. Herodianus, lib. 3.
[1579] Dio, in Excerpt. Vales.
[1580] Panvin., in Fast. Cons.
[1581] Reland., Fast. Cons.
[1582] Panvinius, Gruterus, Bellorius et alii.
Anno di CRISTO CCIV. Indizione XII.
ZEFIRINO papa 8. SETTIMIO SEVERO imperad. 12. CARACALLA imperad. 7.
Consoli
LUCIO FABIO SETTIMIO CILONE per la seconda volta e FLAVIO LIBONE.
Gran figura fece sotto Severo e sotto Caracalla questo Libone console. Egli fu prefetto di Roma, ed ebbe molti altri impieghi, come c'insegna un'iscrizione a lui posta e riferita dal Panvinio[1583] e dal Grutero. Ancorchè poi non apparisca chiaro, se a questo o al seguente anno appartenga la morte di Plauziano favorito di Severo, mi fo lecito io di rammentarla qui. Un anno prima che succedesse la di lui caduta, Severo finalmente avea cominciato a mirar di mal occhio tante statue poste a costui in Roma stessa; e perciò ne fece fondere alcune che doveano essere di bronzo. Un gran dire ne fu; volò questa voce per le provincie[1584], ingrandita, secondo il solito, per istrada: Plauziano non è più in grazia, Plauziano è morto. Di qui avvenne che molti atterrarono le di lui statue, e male per loro, perchè Severo volea ben abbassare alquanto l'albagia di Plauziano, ma non dargli il tracollo; e perciò que' tali processati, perderono la vita. Ed uno d'essi fu Racio Costante, governatore allora della Sardegna, ch'era corso troppo presto a creder vera quella voce. Trattossi la di lui causa in Roma alla presenza di Severo e di molti senatori, uno de' quali era Dione. E fu allora che si sentì dire l'avvocato che arringava contra d'esso Costante, qualmente sarebbe più tosto caduto il cielo, che l'imperador Severo facesse alcun male a Plauziano; e Severo stesso confermò con altre parole quanto avea detto quell'oratore. Parea dunque sopra un'immobil base assicurata la fortuna di costui. Ma venne all'ultimo della vita, probabilmente in questo anno, Settimio Geta, fratello dell'imperadore, uomo che odiava forte Plauziano; ed avendogli fatta una visita l'Augusto fratello, trovandosi Geta in istato di non temer da lì innanzi di quell'empio ministro, ne disse quanto male potè a Severo, scoprendogli quel che ne diceva il pubblico, e qual disonore a lui venisse dal tener sì caro un sì cattivo arnese. Aprì allora Severo alquanto gli occhi, e, dopo aver fatto mettere nella piazza la statua del defunto fratello, cominciò a non far più tanto onore a Plauziano, anzi si diede a sminuire la di lui potenza. Non avvezzo a questi bocconi di corte Plauziano, ne attribuiva la cagione ai mali uffizii di Caracalla Augusto suo genero. Imperocchè avendo Caracalla, contro suo genio e solamente per ubbidire al padre[1585], sposata la figliuola di Plauziano, non mai andò d'accordo con lei; e tanto più perchè la trovò femmina insolentissima: laonde, oltre al non aver con lei comunione alcuna di letto e di abitazione, odiava a morte non men lei, che il padre di lei, con essergli anche più di una volta scappato di bocca, che arrivando a comandare, saprebbe bene schiantar dal mondo radici così cattive. Tutto riferiva Plautilla al padre; e però l'altero ed irritato Plauziano aspramente trattava il genero, gli facea delle riprensioni assai disgustose, e gli tenea continuamente delle spie attorno per indagare i di lui andamenti, affine di screditarlo appresso l'Augusto di lui genitore.
Perdè infine la pazienza Caracalla, e cominciò a studiar la maniera di rovinar Plauziano[1586]; e la maniera fu di fingere che costui avesse ordita una congiura contro la vita di Severo Augusto e dello stesso Caracalla. Erodiano[1587], seguitato in ciò da Ammiano[1588], pretendono che la congiura fosse vera, e il primo ne racconta varie circostanze; ma Dione, che meglio di loro seppe esaminar questo fatto, la tenne per un'invenzion di Caracalla e di chi l'assisteva coi consigli. Il concerto dunque fu che Saturnino, uno dei centurioni del pretorio, con due altri uffiziali suoi eguali, guadagnato da Evodo, balio di Caracalla, finiti che fossero certi spettacoli fatti nel palazzo, dimandasse udienza all'imperador Severo, e gli rivelasse la trama, e dicesse venuto l'ordine a dieci centurioni di fare il fatto: in pruova di che mise fuori gli ordini in iscritto dati, per quanto dicevano, da Plauziano medesimo ad essi uffiziali. Prestò qualche fede Severo a tale accusa, perchè i Romani d'allora erano sommamente superstiziosi, con trovar dappertutto dei presagi dell'avvenire; e Severo appunto nella notte precedente avea veduto in sogno Albino vivente che tendeva insidie alla di lui vita. O sia che egli facesse tosto chiamare a corte Plauziano, oppure che questi non chiamato vi andasse, scrive Dione che vicino al palazzo caddero le mule della carrozza, in cui egli veniva; ed entrante egli per la prima porta, non permisero le guardie che alcun altro del seguito suo entrasse: cosa che l'intimorì e riempiè di molti sospetti. Contuttociò perchè non potea più tornare indietro, animosamente si presentò a Severo, il quale assai placidamente gli domandò come gli fosse saltato in testa di voler ammazzare i suoi principi; e si preparava ad ascoltar le sue ragioni e discolpe. Mentre Plauziano comincia a mostrarsi maravigliato di un tal ragionamento e a negare, eccoti avvantarsegli Caracalla addosso, torgli la spada dal fianco e dargli un gran pugno. Era dietro lo stesso Caracalla a volerlo uccidere di sua mano; ma Severo diede ordine ad uno de' famigli di corte che gli togliesse la vita. Così fu fatto, ed alcuni de' cortigiani, strappatigli alcuni peli della barba, corsero a mostrargli a Giulia Augusta, che si abbattè ad essere allora con Plautilla sua nuora. Ne sentì ella gran piacere, gran dolore all'incontro la misera nuora. Gittato fu in istrada il corpo di Plauziano, ma permise dipoi Severo che gli fosse data sepoltura. Nel seguente giorno raunato il senato, Severo senza entrare in alcun reato di Plauziano, ne espose la morte, e parlò della deplorabil condizione del genere umano, che si lascia sovvertire dalla felicità, accusando nello stesso tempo sè stesso, per aver troppo amato e favorito chi nol meritava. Quindi ritiratosi fece entrare gli accusatori di Plauziano a render ragione dei lor detti al senato. Corsero molti da lì innanzi pericolo della vita, per essere stati adulatori dell'estinto ministro, ed alcuni ancora perirono per questo. Fra gli altri Cocrano, che più degli altri affettava di comparir confidente di Plauziano, benchè in fatti tale non fosse, convinto d'avergli, colla ridicola interpretazione d'un sogno, predetto l'imperio, fu mandato in esilio. Ma ritornato dopo sette anni, ottenne il grado senatorio, ed arrivò anche ad esser console. Furono allora premiati Saturnino ed Evodo, autori della morte di Plauziano; ma col tempo Caracalla non li lasciò vivere; nè Severo permise che il senato lodasse Evodo, dicendo che non conveniva far insuperbire i liberti della corte. Suo costume veramente fu di tenerli bassi. Plautilla Augusta e Plauto, o Plauzio, figli di esso Plauziano, relegati nell'isola di Lipari, quivi per qualche anno mangiarono il pan del dolore, privi anche delle cose necessarie, e sempre colla morte davanti agli occhi. Erodiano scrive ch'erano ben trattati. Caracalla poi quando arrivò alla signoria, li liberò appunto da quei guai con fargli uccidere. E tale fu il fine di Plauziano, che sel comperò a danari contanti colla sua incredibil avarizia, non meno che colla crudeltà e coll'alterigia. Abbiamo da Censorino[1589] e da Zosimo[1590], che furono in quest'anno celebrati con gran suntuosità i giuochi secolari in Roma e di ciò è fatta anche menzione nelle medaglie[1591]. La descrizion d'essi si può vedere nella Storia di Zosimo.
NOTE:
[1583] Panvin., in Fast. Cons.
[1584] Dio, lib. 75.
[1585] Herodianus, lib. 3.
[1586] Dio, lib. 75.
[1587] Herodianus, lib. 3.
[1588] Ammianus Marcellinus, lib. 29.
[1589] Censorinus, de Die Natali, cap. 17.
[1590] Zosimus, Histor., lib. 2.
[1591] Mediobarbus, in Numism. Imperat.
Anno di CRISTO CCV. Indizione XIII.
ZEFIRINO papa 9. SETTIMIO SEVERO imperad. 13. CARACALLA imperadore 8.
Consoli
MARCO AURELIO ANTONINO CARACALLA AUGUSTO per la seconda volta, e PUBLIO SETTIMIO GETA CESARE.
Sbrigato Severo del pessimo suo ministro Plauziano, regolò ne' tempi susseguenti con bell'ordine la vita sua, giacchè si godeva gran quiete in Roma, e da niuna guerra in questi tempi era molestato l'imperio romano[1592]. Andava egli spesso a villeggiar nella Campania; ma o fosse quivi, o pure in Roma, soleva levarsi di buon mattino, e tosto ascoltava i processi delle cause, poi faceva una buona passeggiata a piedi, ascoltando e dicendo intanto quello che riguardava l'utilità del pubblico. Andava appresso al senato e al consiglio, per udire i contraddittorii, e decidere le cause, concedendo il tempo prescritto agli avvocati per dedurre le ragioni delle parti litiganti, e lasciando una piena libertà ai senatori di esporre il lor sentimento. Venuto il mezzodì, montava a cavallo, per far di nuovo quello esercizio di corpo, e dipoi andava al bagno. Pranzava solo o pur co' suoi figliuoli, e con lentezza, ma senza invitarvi senatori, come in addietro costumarono di far vari imperadori. Vi intervenivano essi solamente in certe feste solenni dell'anno, ed allora ne' di lui conviti non si desiderava punto la magnificenza. Dopo il pranzo dormiva, e non poco. Svegliato, passeggiava, dilettandosi in quel mentre di studiar lettere, o sia l'erudizion latina e greca. Tornava al bagno verso la sera, e poi cenava coi suoi domestici. Le applicazioni sue pel buon governo di Roma si stendevano anche nelle provincie, sapendo egli scegliere le persone più abili a ben reggere i popoli[1593]; e più volentieri dava quei governi a chi vi era stato dianzi luogotenente, e s'era acquistato credito, siccome persone più pratiche di quei paesi; nè permetteva che si vendessero le cariche. Per l'amministrazione della giustizia si serviva egli di eccellenti giurisconsulti. Uno di essi fu Papiniano, celebre anche oggidì pel suo profondo saper nelle leggi, che giunse ad essere prefetto del pretorio. Questi prese per suoi assessori o consiglieri Paolo ed Ulpiano, personaggi anch'essi rinomatissimi nella scienza legale. Però molte leggi utili di esso Severo si leggono nei testi di Giustiniano. Una ve n'ha, in cui permette ai Giudei di poter essere promossi agli uffizii ed onori[1594]. Sotto questo nome si pensò il cardinal Baronio, dopo l'Alciato, che fossero compresi anche i Cristiani: il che, quantunque cosa dubbiosa, non è però inverisimile. Ben certo è che quella legge non venne da Marco Aurelio e Lucio Vero, come fu creduto, ma bensì da Severo ed Antonino, cioè Caracalla, Augusti. Odiava Severo sopra tutto i ladri ed assassini, e li perseguitava dappertutto. La libertà della lascivia era giunta all'eccesso in Roma. Severo non solamente ci vien descritto per uomo continente, ma che abborriva in altrui gli adulterii. Però abbiamo leggi da lui pubblicate contro questo vizio. E Dione[1595] confessa di aver trovato nei registri criminali d'allora, che furono accusate di adulterio tremila persone; ma perchè non si proseguivano poi i processi, si ridussero a nulla le provvisioni fatte per questo dall'imperadore. E, a ben conoscere quanto fossero in ciò depravati i costumi de' Romani gentili, servirà una risposta data dalla moglie di un nobile della Bretagna, probabilmente allorchè Severo Augusto, siccome diremo, fu in quelle parti. Giulia Augusta l'andava motteggiando pel libertinaggio che praticavano allora le femmine britanne con gli uomini: Almeno, disse quella gentildonna, se noi trapassiamo i limiti dell'onestà, lo facciamo con persone nobili; ma voi altre romane segretamente vi valete della canaglia per soddisfare alle vostre voglie. Starei a vedere che persona ci fosse a' tempi nostri, la qual credesse con così magra scusa difendere l'intemperanza sua. Forse non fu la stessa Giulia imperatrice esente da sì fatto discredito. Anzi, se crediamo a Sparziano[1596], anch'ella si rendè famosa per l'impudicizia: vizio troppo facile a chi non conosce o non teme il vero Dio, amatore della sola virtù, e punitore de' vizii, o pure troppo lascia la libertà del conversare all'uno e all'altro sesso. Ma perchè Dione ed Erodiano non riconoscono in lei questo vizio, e vedremo che Sparziano altre favole raccontò di questa imperatrice, possiam credere, rapportar egli qui piuttosto le dicerie del volgo che la verità della storia.
NOTE:
[1592] Dio, lib. 76. Herodianus, lib. 3.
[1593] Aurelius Victor, in Epitome. Spartianus, in Severo.
[1594] Lib. 3, ff. de Decur.
[1595] Dio, lib. 76.
[1596] Spartianus, in Severo.
Anno di CRISTO CCVI. Indizione XIV.
ZEFIRINO papa 10. SETTIMIO SEVERO imperad. 14. CARACALLA imperadore 9.
Consoli
LUCIO FULVIO RUSTICO EMILIANO e MARCO NUMMIO PRIMO SENECIONE ALBINO.
Tali nomi ho io dato a questi consoli, fondato sulle iscrizioni che si leggono nella mia raccolta[1597]. Quei del secondo console ci fanno abbastanza intendere che non dovea punto passar parentela fra lui e Clodio Albino, da noi veduto imperadore, ma di poco tempo. Ora da che tolto fu dal mondo Plauziano, cioè il superbo favorito di Severo Augusto, Caracalla e Geta figliuoli di esso imperadore, come se allora fossero rimasti liberi dal timore di quell'aguzzino, lasciarono la briglia ai loro giovanili appetiti. Tanto Dione[1598] che Erodiano[1599] confessano che amendue si diedero in preda alla libidine, con isvergognar le case de' nobili, e senza guardarsi da ciò ch'è più infame in quel vizio. Se loro mancava danaro, non mancavano già delle inique vie per raccoglierne. I lor principali impieghi e divertimenti consistevano in assistere a tutt'i combattimenti e a tutte le corse dei cavalli, ed anch'essi in carrette gareggiavano insieme a chi correa più forte. E sì male un dì terminò la lor carriera, che Caracalla, caduto dal carro, si ruppe una gamba. Ma questa gara da gran tempo dava a conoscere qual grave antipatia ed invidia bollisse fra loro, perchè passava sempre in discordia. Ancora quando erano in minore età, o vedessero i combattimenti delle coturnici o dei galli, o pur le battagliuole de' fanciulli, o si trovassero ai pubblici giuochi, si scoprivano sempre differenti di genio; e quel che piaceva all'uno, dispiaceva all'altro. S'introdussero anche fra loro degli adulatori e mali arnesi che, in vece di metter acqua al fuoco, lo fomentavano, aggiugnendovi anche dell'olio. Quanto più crescevano in età, tanto più sbrigliati correvano dietro ai piaceri ed alle iniquità, e la loro vicendevole avversione prendeva sempre più piede. Non avea già lasciato l'Augusto Severo lor padre di provvederli di eccellenti governatori e maestri, e scorgendoli poi sì discordi fra loro, or colle dolci, or colle brusche si studiava di correggere questa lor malnata passione, mostrando loro i beni della concordia, e il felice stato, in cui era per lasciarli, e in cui si manterrebbono, se sapessero andar ben uniti. Tolse anche di vita alcuni che seminavano zizzanie fra loro. Ma indarno era tutto. Geta, siccome di umor più mansueto ed umile, dal suo canto ubbidiva; ma Caracalla, divenuto dopo la morte del suocero più orgoglioso e fiero che mai, ascoltava le parole del padre, ma fremendo in suo cuore, e poi seguitava ad operar come prima. Accadde probabilmente in questi tempi ciò che narra Dione[1600] della crudeltà di Severo, non soddisfatta peranche. Il perchè non si sa, ma egli fece morir varie persone, e fra l'altre Quintillo Plauziano, senator nobilissimo: morte che fu creduta ingiustissima. Altri senatori[1601] da lui tolti dal mondo erano stati convinti di reità; ma questi in età assai decrepita, standosene da gran tempo ritirato in villa, pensando non già a far delle novità, ma bensì alla morte vicina, per soli sospetti e per mere calunnie fu condannato a morte. Recatagli la funesta nuova, si fece portare gli arredi che avea molti anni prima preparati pel suo funerale, e trovatili guasti dalle tignuole, disse: Ho anche tardato troppo a morire. E fatto venir del fuoco, sopra di esso sparse l'incenso in segno di sagrifizio a' suoi falsi dii, pregandoli che avvenisse a Severo quel tanto che Severiano in simil congiuntura augurò ad Adriano. Era in questi tempi proconsole dell'Asia Aproniano. Contro ancora di lui fu proferita la sentenza di morte, perchè avendo la sua nudrice sognato ch'egli dovea regnare un giorno, si pretendeva che Aproniano avesse intorno a ciò consultato i maghi. Ed ecco un amaro frutto della sciocchezza di que' tempi, che prestavano tanta fede ai sogni, agli augurii e alle arti vane piene d'imposture. Nel leggersi in senato il processo, si trovò avere un testimonio deposto, che mentre si facea quella consultazione da Aproniano, un senator calvo, veduto così di passaggio da esso testimonio, v'era presente. Corse allora un ghiaccio per le vene di chiunque in senato era, o cominciava a divenir calvo; Dione confessa che egli e tanti altri, che avevano buona capigliatura, restarono sì turbati, che non seppero ritenersi dal tastar colla mano se avevano tuttora i lor capelli in capo. Il sospetto cadde principalmente sopra Bebio Marcellino, il qual fece istanza che fosse introdotto il testimonio, acciocchè costui, se gli dava l'animo, riconoscesse il senatore calvo. Entrato costui, andò girando un pezzo con gli occhi senza parlare. Verisimilmente gli fece un cenno Pollenio Sebennio senatore, uomo di lingua mordace, da me rammentato di sopra, perchè Dione a lui attribuisce la disgrazia dell'infelice Marcellino, il quale fu mostrato a dito dal testimonio suddetto e condotto immediatamente al patibolo. Quando fu in piazza, diede l'ultimo addio a quattro suoi figliuoli con un discorso patetico, conchiudendo, che solamente gli dispiaceva di lasciarli in vita in tempi così cattivi. Gli fu mozzato il capo, prima ancora che Severo Augusto sapesse la di lui condanna; tanto era allora avvilito il senato, e tanta era la paura che si avea dello sdegno di Severo. Gran disgrazia di dover vivere sotto principi tali! e pur se ne trovarono tanti altri di lunga mano più fieri e crudeli di questo!
NOTE:
[1597] Thesaurus Novus Inscription., p. 352.
[1598] Dio, lib. 76.
[1599] Herodianus, lib. 3.
[1600] Dio, lib. 76.
[1601] Dio, in Excerpt. Valesianis.
Anno di CRISTO CCVII. Indizione XV.
ZEFIRINO papa 11. SETTIMIO SEVERO imper. 15. CARACALLA imperadore 10.
Consoli
APRO e MASSIMO.
Altro non sappiamo dei nomi di questi consoli fin ora. Al presente anno sembra che si possa riferire un avvenimento raccontato da Dione[1602]. Era divenuto un certo Bulla, cognominato Felice, capo dei ladri e banditi nelle parti di quel che ora è regno di Napoli. Secento uomini teneva egli al suo servigio, parte dei quali erano schiavi dell'imperadore fuggiti; ed infestava tutte quelle contrade. Non gli mancavano spie in Roma stessa ed altrove, che l'andavano avvisando di chiunque si metteva in viaggio, e con qual compagnia, con quali robe. Della gente che prendeva, molti lasciava andare, contentandosi di qualche parte delle lor sostanze; gli artefici li riteneva alcun tempo per farli lavorare, e li rimandava poi regalati. Per due anni continuò costui il suo detestabil mestiere, e tanta era la sua accortezza, che quantunque perseguitato da molti e con pressanti ordini da Severo Augusto cercato dappertutto, pure quasi sugli occhi di lui e di tanti suoi soldati commetteva quelle ruberie; niuno il vedeva, benchè l'avessero davanti; niuno il prendeva, benchè potessero averlo in mano: tutto per industria sua, perchè giocava di grosso con regali. Presi furono due de' suoi masnadieri, e si stava per condannarli ad essere il pascolo delle fiere. Bulla, fingendosi governatore del paese, fu a trovare il carceriere, e mostrando di aver bisogno di quegli uomini, li liberò e condusse via. Quindi in persona andò a trovare il centurione posto alla guardia di quei contorni, e si esibì di dargli in mano quell'infame di Bulla, se voleva seguitarlo. Il seguitò con alcuni de' suoi il centurione; ma allorchè fu in una valle attorniata da dirupi, Bulla, dopo averlo preso, gli fece radere il capo a guisa degli schiavi, e il lasciò andare, dicendogli che facesse sapere ai suoi padroni nudrir meglio i loro schiavi, affinchè non fossero obbligati a fare gli assassini da strada. All'udir queste insolenze Severo Augusto andava nelle smanie, dolendosi, che mentre i suoi nella Bretagna riportavano vittorie e tenevano in freno popoli intieri, egli non fosse da tanto da potersi liberar da un ladrone che, in faccia sua commettendo tante iniquità, si rideva di lui. Finalmente spedì in traccia di costui un tribuno con un corpo di fanteria e cavalleria, minacciando forte quest'uffiziale, se non gliel conduceva morto e vivo. Andò il tribuno, e per mezzo di una donna, con cui Bulla avea commercio, il colse in una grotta, e menollo vivo a Roma. Interrogato Bulla dal celebre giurisconsulto Papiniano, prefetto allora del pretorio, perchè si fosse dato al mestier del rubare: E tu, rispose, perchè fai il mestier di prefetto? volendo dire, che anche quell'uffizio era per rubare. Fu egli condannato alle bestie, e si dissipò tutta la ciurma de' suoi seguaci. Dione[1603] ci ha detto che in questi tempi Severo ebbe qualche vittoria nella Bretagna. Trovasi in fatti circa questi tempi ch'egli è chiamato in qualche medaglia[1604] Imperadore per la dodicesima volta. Il padre Pagi[1605], pieno sempre delle sue idee di quinquennali, decennali, ec., sospettò ch'egli prendesse questo nome per cagion de' suoi quindecennali; ma con opinione da non abbracciare, certo essendo, che solamente per cagion di qualche vera o finta vittoria gli Augusti replicavano il titolo d'Imperadore. Abbiamo assai lume da Dione per credere che avendo i generali di Severo riportato qualche considerabil vantaggio nella Bretagna, dove si era risvegliata la guerra, gli accrescesse il suo titolario. Anche suo figliuolo Caracalla Augusto si comincia a vedere Imperadore per la seconda volta.
NOTE:
[1602] Dio, lib. 76.
[1603] Dio, lib. 76.
[1604] Mediobarbus, in Numism. Imperat.
[1605] Pagius, in Critic. Baron.
Anno di CRISTO CCVIII. Indizione I.
ZEFIRINO papa 12. SETTIMIO SEVERO imper. 16. CARACALLA imperadore 11. SETTIMIO GETA imperad. 1.
Consoli
MARCO AURELIO ANTONINO CARACALLA AUGUSTO per la terza volta e PUBLIO SETTIMIO GETA CESARE per la seconda.
Allorchè Geta entrò console nell'anno presente, egli non era fregiato di altro titolo che di quello di Cesare. Che a lui in quest'anno fosse conferita dal padre Augusto la podestà tribunizia, sufficientemente si raccoglie delle medaglie[1606]. Che anche ricevesse il titolo e l'autorità d'Imperadore Augusto, l'ho io bene scritto nel titolo dall'anno presente, per conformarmi al Pagi e ad altri che tengono tale opinione, ma con crederla nondimeno non esente da dubbi, perchè qui compariscono imbrogli nelle medaglie. E il volere il Pagi[1607] dedur ciò dai decennali di Caracalla Augusto celebrati in quest'anno, sembrerà un lavorare sopra fondamenti non riconosciuti finora stabili. Potrebbe nondimeno essere ch'egli fosse nell'anno presente promosso a così eccelsa dignità; e certamente noi il troviamo Augusto nel seguente. Erasi, come accennai, riaccesa la guerra nella Bretagna, dove nondimeno niuna pace almen durevole era stata negli anni addietro[1608]. Vennero lettere a Severo Augusto da quel cesareo governatore, che i Britanni non sudditi faceano grande massa di armati e scorrerie e saccheggi pel paese romano, e ch'egli abbisognava di rinforzi e soccorsi, e parergli anche necessaria la presenza dello stesso regnante. Già toccava l'imperador Severo gli anni della vecchiaia, stava anche male ne' piedi o per la podagra, o per doglie d'altra fatta. Contuttociò, a guisa di un baldanzoso e fresco giovinetto, accolse con piacere questo invito, e determinò di portarsi a quel ballo. Troppo di forza in lui avea l'appetito della gloria. Avea trionfato de' popoli dell'Oriente, sospirava di poter anche trionfare di quei dell'Occidente, e di procacciarsi il titolo di Britannico. Oltre a ciò gli premeva forte di levare i figliuoli dal lusso pericoloso di Roma, e dai soverchi divertimenti, per avvezzarli alla frugalità e temperanza usata nelle armate, siccome di non lasciar più lungamente marcir nell'ozio le milizie, le quali, al pari dei cavalli, se non son tenute in esercizio, diventano rozze. Però in quest'anno egli imprese il viaggio coi figliuoli, colla moglie Giulia e coll'esercito a quella volta. Per lo più si fece condurre in lettiga, e volle far posate, perchè la sollecitudine nelle marcie fu un suo ordinario costume, corrispondente al natural focoso, che in tutte le azioni sue dava a conoscere. Dione[1609], secondo il suo stile, anzi secondo l'uso universale degli storici di allora, vien dicendo ch'egli andò, benchè con sicurezza di non dover tornare; e qui sfodera una mano di augurii, e la di lui genitura che prediceva quanto dipoi avvenne. Possiamo ben credere ch'egli, prima che terminasse il corrente anno, passato felicemente il mare, arrivasse nella Bretagna, dove cominciò a far dei preparamenti grandiosi, per far pentire quei Barbari della loro insolenza.
NOTE:
[1606] Mediobarbus, in Numism. Imp.
[1607] Pagius, in Crit. Baron.
[1608] Herodianus, lib. 3.
[1609] Dio, lib. 76.
Anno di CRISTO CCIX. Indizione II.
ZEFIRINO papa 13. SETTIMIO SEVERO imperad. 17. CARACALLA imperadore 12. SETTIMIO GETA imperad. 2.
Consoli
POMPEJANO ed AVITO.
Il Relando[1610] e il padre Stampa[1611] chiamano questi consoli Civica Pompejano e Lolliano Avito, fondati sopra una iscrizione rapportata dal Gudio. Ma io, che non so fidarmi delle merci gudiane, meglio ho riputato di mettere solamente i loro indubitati cognomi. Nè serve il dire che Capitolino[1612] fa menzione di Lolliano Avito consolare, in parlando di Pertinace. Quell'Avito, se di lui si parlasse qui, il mireremmo appellato console per la seconda volta. Arrivato[1613] che fu Severo Augusto nell'Isola Britannica, la sua presenza e le poderose forze ch'egli avea condotto seco, misero lo spavento in cuor di que' Barbari; e però non tardarono a spedirgli degli ambasciatori, per giustificarsi e per chiedergli pace. Ma Severo, che tanto s'era scomodato per andargli a trovare affin di conseguire la gloria d'essere intitolato Britannico, non volea già pace, ed unicamente cercava la guerra; perciò li rimandò colle mani vuote, ed attese a mettersi in ordine con tutti gli attrezzi militari, con ponti ed altri ordigni, per sottomettere il loro paese[1614]. Possedevano allora i Romani più della metà della Bretagna presa nella sua lunghezza, che vuoi dire, tutta la parte meridionale, cioè il più e il meglio di quella che oggidì appelliamo Inghilterra e Scozia, giugnendo il dominio loro almen sino allo stretto di Edemburgo. Dione ed Erodiano ci lasciarono una descrizione de' popoli che restavano tuttavia esenti dal giogo romano, i principali de' quali erano i Meati e i Calidonii, gente di costumi barbari, feroce e bellicosa, nudi dalla cintura in su, col corpo dipinto, andando alla guerra armati solamente d'una corta lancia, d'uno scudo e di spada da punta. Le loro abitazioni erano sotto le tende fra aspre montagne e fra paludi, perchè niuna città o borgo si trovava fra essi. Lasciò Severo il minor suo figlino lo Geta per governatore del paese romano, con formargli un consiglio di alcune savie persone; ed egli col figliuolo maggiore Caracalla marciò alla guerra. Delle imprese sue dirò quel poco che sappiamo all'anno seguente.
NOTE:
[1610] Reland., in Consul.
[1611] Stampa, Fast. Consul.
[1612] Capitolin., in Pertinace.
[1613] Herodian., lib. 5.
[1614] Dio, lib. 76.
Anno di CRISTO CCX. Indizione III.
ZEFIRINO papa 14. SETTIMIO SEVERO imperad. 18. CARACALLA imperad. 13. SETTIMIO GETA imperad. 3.
Consoli
MANIO ACILIO FAUSTINO e TRIARIO RUFINO.
Intorno alla guerra fatta dall'Augusto Severo nella Bretagna, altro non abbiamo da Erodiano[1615], se non che seguirono varie scaramucce con quei Barbari, sfavorevoli per lo più ai Romani, perchè quella gente non si univa giammai per venire ad una regolata battaglia, e lavorava solamente d'insidie, ritirandosi ben tosto in salvo ne' folti boschi e nelle frequenti paludi. Lo stesso viene attestato da Dione[1616], scrivendo che Severo non diede in quelle parti battaglia alcuna, nè vide mai schierati nemici, per far fatto d'armi: laonde non si sa vedere, come il padre Pagi[1617] parli di molte vittorie da lui riportate in questa spedizione. La maniera tenuta da quei Barbari consisteva in esporre buoi o pecore, per tirare i soldati romani alla preda, ed opprimerli all'improvviso; e guai se alcuno di essi Romani si dilungava punto dal corpo dell'armata o restava indietro: era tosto dai nemici ucciso o preso. Tra per questa guerra, e per le acque malsane di quelle contrade, e le tante fatiche, ci assicura esso Dione che vi perirono circa cinquantamila soldati romani. Nulladimeno l'indefesso Severo volea andare innanzi. Le selve, che si opponevano, le faceva tagliare; per le paludi apriva passaggi con terra portata; e gittando ponti sui fiumi, li valicava, facendosi portar sempre in lettiga a cagion della debolezza del corpo. Così arrivò sino al fine della parte settentrionale di quella grand'isola, con osservar ivi la diversità di quel clima dal nostro. Ma quivi le campagne erano incolte[1618]; niuna fortezza, niuna città si trovava per via; sicchè gli convenne tornar indietro alla fine con poco piacere. Pur queste sue bravure cagion furono che i Britanni barbari tornarono a dimandar pace, e l'ottennero con cedere una certa parte del paese ai Romani. Allora fu che Severo[1619] tirò un nuovo muro, o pur rifece il vecchio al confine del dominio romano, disputando tuttavia gli eruditi Inglesi, per assegnare il sito d'esso muro e d'essi confini. Nulla di ciò dice Dione, e neppur Erodiano. Per questi felici avvenimenti tanto lo imperador Severo, quanto i suoi due figliuoli presero il titolo di Britannici, ma senza ch'eglino fossero di nuovo imperadori, perchè in fatti alcuna vittoria in battaglia campale non riportarono.
Ma queste felicità esteriori di Severo Augusto erano di soverchio amareggiate da vari suoi interni disgusti ed affanni. Mirava egli nel maggior de' suoi figli, cioè in Caracalla, che sempre più i vizii gli toglievano la mano; imperciocchè anche in mezzo alle fatiche della guerra egli si dava in preda alla libidine, e cresceva ogni dì più la sua insolenza e petulanza. Quel che più l'affliggeva, si era potersi oramai prevedere che il bisbetico umore di questo suo maggior figliuolo avrebbe tolta la vita al minore, subito che avesse potuto. E tanto più se ne persuase, da che s'avvide che Caracalla nudriva dei neri pensieri contra la persona dello stesso suo padre, e se n'erano anche veduti due brutti cenni. Un dì uscì Caracalla dalla tenda del padre, gridando che Castore l'avea ingiuriato. Era Castore il migliore dei liberti di corte, mastro di camera del medesimo imperador Severo, che in lui depositava tutti i suoi segreti. Stavano appostati alcuni soldati al di fuori, che cominciarono anch'essi ad alzar la voce contra di Castore, e a chiamar altri. Forse aveano qualche mal animo, quando Severo, creduto da essi obbligato al letto, uscì fuori, e fattili prendere, fece morire i più sediziosi. Ma questo fu un nulla rispetto a ciò che avvenne nell'andar Caracalla col padre a trattar coi nemici caledonii, già disposti a cedere e capitolare. Benchè malconcio ne' piedi, marciava a cavallo Severo; e già si trovava quasi in faccia ai nemici, quando Caracalla, che cavalcava a lato del padre, fermò il cavallo, e sguainò la spada, per quanto fu creduto, con disegno di cacciarla nelle reni al padre. Chi veniva dietro alzò allora un grido, da cui atterrito Caracalla rimise tosto la spada nel fodero: e Severo, che si voltò indietro a quel grido, ebbe tempo di vedergliela in mano, ma allora non disse nè pure una parola. Fatto ch'ebbe l'accordo coi Barbari, se ne tornò al campo, e chiamato Caracalla nel suo padiglione, alla presenza di Papiniano prefetto del pretorio, e del suddetto Castore, fece portar una spada nuda; e poi cominciò a sgridare il figliuolo dell'orrido misfatto ch'egli avea tentato, e in faccia de' nemici; aggiugnendo in fine, che se tale era l'animo suo, se ne cavasse allora la voglia, giacchè egli era vecchio ed infermo, e vivuto abbastanza. Che se non ardiva di ammazzarlo di sua mano, lo ordinasse, siccome imperadore, a Papiniano prefetto, che l'ubbidirebbe. Dovette Caracalla palliare, come potè, l'iniquo attentato, e se la passò senza che il padre gli torcesse un capello. E pur, soggiugne lo storico Dione, Severo più volte fu udito dir male di Marco Aurelio, perchè non avea tolto dal mondo quella mala bestia di Commodo; ed egli stesso talvolta si lasciò scappar di bocca, che farebbe a Caracalla ciò che non volle far Marco Aurelio a Commodo. Ma queste minacce gli uscivano dai denti, allorchè era in collera; e passata questa, si trovava ch'egli volea più bene ai suoi figliuoli che a tutta la repubblica romana. Con tuttociò neppur Severo amò i suoi figliuoli come dovea, perchè assassinò il men cattivo figliuolo, lasciandolo alla discrezion dello altro cattivissimo, tuttochè si credesse ch'egli prevedesse di certo la di lui rovina.
NOTE:
[1615] Herodian., lib. 3.
[1616] Dio, lib. 76.
[1617] Pagius, in Crit. Baron.
[1618] Dio, lib. 76.
[1619] Spartianus, in Severo.
Anno di CRISTO CCXI. Indizione IV.
ZEFIRINO papa 15. CARACALLA imperad. 14 e 1. SETTIMIO GETA imperad. 4.
Consoli
GENZIANO e BASSO.
Abbiamo veramente una iscrizione presso il Panvinio[1620], riferita anche dal Grutero[1621], che ci fa vedere Quinto Epidio Rufo Lolliano Genziano, augure, console, proconsole della provincia di Lione, e conte (cioè consigliere ed assessore) degl'imperatori Severo ed Antonino Caracalla. Perciò il Relando[1622] diede tutti questi nomi a Genziano console di questo anno. Io non mi sono attentato a seguirlo. Imperocchè Capitolino[1623] ci fa vedere sotto Pertinace Lolliano Genziano consolare, a cui verisimilmente appartiene il marmo gruteriano; nè questi può essere il console dell'anno presente, perchè sarebbe stato appellato console per la seconda volta. Perciò più sicuro partito reputo io il non proporre se non i loro indubitati cognomi. Di corta durata fu l'accordo stabilito coi Britanni barbari. Tornarono essi alle primiere insolenze; Severo tanto bollente di collera, fatte raunar le sue schiere, inumanamente comandò loro l'esterminio di que' popoli, senza perdonar neppure alle lor donne e fanciulli. Trovavasi già da qualche tempo esso Augusto indisposto di corpo, più pel crepacuore di mirare i presenti disordini di Caracalla e di presagirne dei più gravi, che per gli soliti suoi malori. Andò sempre più declinando la di lui sanità, in guisa che restò confinato in letto[1624]. Allora sì che il malvagio Caracalla più che mai si diede a guadagnare gli animi de' soldati, per escludere, se potea, il fratello Geta dal succedere nel comando. Studiossi ancora di accelerar la morte del padre, col corrompere quei medici che trovò privi di onore: e corse fama ancora, ch'egli aiutasse il male a sbrigarlo da questa vita. Si disse inoltre che Severo sugli estremi del vivere chiamati i figliuoli, gli esortò a camminar di concordia, e ad arricchire e tener ben contenti i soldati, senza poi far conto degli altri tutti[1625]. Diede egli fine ai suoi giorni nel dì 4 di febbraio dell'anno presente nella città di Jorch, in età di sessantacinque e quasi sei mesi. Al di lui corpo furono fatte solenni esequie da tutta la milizia, e le ceneri riposte in un'urna di porfido o pur d'oro. Se è vero ch'egli prima di morire, fattasi portar quell'urna, tastandola con le mani, dicesse: In te capirà un uomo, a capir cui non era bastante tutto il mondo, fu questo un vanto sconvenevole a chi era sull'orlo della vita senza essere per anche giunto a conoscere sè stesso. Fu poi portata quell'urna a Roma, e con grande onore posta nel mausoleo di Adriano, ed egli dalla stolta Gentiltà deificato. Ed ecco terminate le grandezze di Settimio Severo imperadore, che di bassa fortuna giunse al governo di un vastissimo impero, di mirabil penetrazion di mente, principe lodato anche all'eccesso pel suo raro valore, e per tante sue vittorie, implacabile verso chi cadeva dalla sua grazia, grato e liberale verso gli amici, amator delle lettere, avido del danaro che raccoglieva per tutte le vie, per ispenderlo poi non già per sè, poichè egli si contentava di poco, ma pel pubblico. Avea egli rifatte tutte le più insigni fabbriche di Roma[1626], con rimettervi il nome dei primi fondatori. Dione[1627] diversamente scrive ch'egli vi mise il suo. Altre fabbriche suntuose fece di pianta, e liberale fu verso il popolo, ma più verso i soldati; e pure con tante spese lasciò un gran tesoro in cassa ai figliuoli, tanto frumento ne' pubblici granai, che potea bastar per sette anni a mantener i soldati, e chi del popolo ricevea gratis il grano, e tanto olio nei magazzini della repubblica, che per cinque anni potea soddisfare al bisogno, non dirò solamente di Roma, ma di tutta l'Italia. La sua rapacità nondimeno, e più la sua crudeltà guastarono ogni suo merito e pregio. E pure vennero tempi sì cattivi, che fu desiderato il suo governo, e si disse, come d'Augusto, che egli o non dovea mai nascere, o non mai morire. Sotto di lui fiorirono le lettere, e visse il maggiore dei Filostrati; e si crede che vivesse anche Diogene Laerzio, autore della bella opera delle Vite de' filosofi, oltre alcuni altri, de' quali abbiamo perduto i libri.
Morto dunque Severo Augusto, Marco Aurelio Antonino suo maggior figliuolo, soprannominato dipoi Caracalla, che si trovava all'armata, in tempo che i Britanni barbari aveano ricominciata la guerra[1628], marciò contra di loro, non già per disertarli, ma per mettere tal terrore in essi, che abbracciassero la pace, altra voglia non allignando in suo cuore, che quella di tornare il più presto possibile alle delizie di Roma. Stabilì dunque una pace, non quale si conveniva ad un romano imperadore, ma quale la prescrissero que' Barbari, con restituir loro il paese ceduto, ed abbandonare i luoghi fortificati dal padre. I suoi iniqui maneggi, perchè i soldati riconoscessero lui solo per imperadore ad esclusione di Publio Settimio Geta, suo minor fratello, dichiarato, siccome vedemmo, anch'esso Imperadore Augusto, non sortirono l'effetto ch'egli desiderava. Giurarono i soldati fedeltà all'uno e all'altro; e tanto si adoperò Giulia Augusta lor madre, e tanto dissero i comuni amici, che i due fratelli si unirono insieme, in apparenza nondimeno; perciocchè Caracalla, il qual pure godea se non tutta l'autorità del comando, certamente la maggior parte, da gran tempo covava in cuore il maligno pensiero di voler sedere solo sul trono cesareo. Ma finchè Geta si trovò in mezzo all'esercito, che l'amava forte, non osò mai di levargli la vita. Abbiamo bensì da Dione[1629], ch'egli tolse a Papiniano la carica di prefetto del pretorio, alzandolo forse al grado senatorio, e fece ammazzare Evodo che era stato suo balio, ed avea prestato a lui grande aiuto per levar di vita Plauziano. Del pari tolse di vita Castore, che già vedemmo mastro di camera di suo padre. Mandò poscia ordini, perchè fosse uccisa Plautilla sua moglie, e Plauto o Plauzio di lei fratello, relegati nell'isola di Lipari. Erodiano aggiugne che fece anche morir que' medici che non l'aveano voluto ubbidire per sollecitar la morte del padre; e molti altri ch'erano stati de' più cari ed onorati appresso il medesimo suo genitore. Con tali scene di crudeltà diede principio Caracalla al suo governo, e passato dipoi il mare colla madre, col fratello e coll'armata, accompagnato dai voti degli adulatori, sen venne a Roma, dove fu ricevuto con gran festa e solennità[1630], e rendè gli ultimi doveri alla memoria del padre. Vedesi descritto da Dione il solennissimo funerale e l'empia deificazion di Severo fatta allora. Io mi dispenso dall'entrarvi. Può il lettore informarsene ancora, se vuole, da Onofrio Panvinio[1631].
NOTE:
[1620] Panvin., in Fast. Consul.
[1621] Gruterus, Thes. Inscr., pag. 304, n. 6.
[1622] Reland., Fast. Cons.
[1623] Capitolin., in Pertinace.
[1624] Dio, lib. 76. Herodian., lib. 3.
[1625] Aurelius Victor, in Epitome. Eutropius, in Breviario.
[1626] Spartianus, in Sev.
[1627] Dio, in Excerptis Vales.
[1628] Herodian., lib. 3.
[1629] Dio, lib. 76.
[1630] Herodianus, lib. 4.
[1631] Panvin., in Fast. Consul.
Anno di CRISTO CCXII. Indizione V.
ZEFIRINO papa 16. CARACALLA imperad. 15 e 2.
Consoli
CAIO GIULIO ASPRO per la seconda volta e CAJO GIULIO ASPRO.
Erano fratelli questi due consoli, e, per attestato di Dione[1632], figliuoli di Giuliano Aspro, personaggio pel suo sapere e per la grandezza d'animo assai rinomato, e tanto amato da Caracalla, che tanto egli che i suoi figliuoli furono esaltati da lui a' primi onori. Ma poca sussistenza ebbe il favore di questo bestiale Augusto. Giuliano da qui a non molto fu vituperosamente cacciato fuori di Roma ed obbligato a tornarsene alla sua patria. Un'iscrizione pubblicata dal Fabretti[1633] ci fa vedere che sì l'un come l'altro portava il nome di Cajo Giulio Aspro: cosa nondimeno assai rara, e Dio sa se vera, non veggendosi distinto per alcun segno, come si usava, l'uno dallo altro. Nel viaggio a Roma dei due fratelli Augusti, Caracalla e Geta, diede negli occhi ad ognuno la comune lor diffidenza e discordia, perchè non alloggiavano mai nè mangiavano insieme; temendo cadaun d'essi di veleno. Più visibile riuscì poi in Roma il lor contraggenio, anzi l'odio vicendevole che l'un covava contro dell'altro, quantunque Geta, giovane di miglior cuore, solamente per necessità stesse in guardia, perchè assai persuaso del cuor fellone di suo fratello[1634]. Questa fiera diffidenza cagion fu ch'essi fecero due parti del palazzo cesareo, per istar ben separati l'uno dall'altro, con far chiudere le porte frapposte fra i loro appartamenti, e tenendo solamente aperte quelle delle sale, dove amendue davano pubblica udienza. Nè già ad alcun d'essi mancava veruna delle comodità, perchè il palazzo imperiale era più vasto, se Erodiano dice il vero, del resto di Roma stessa: il che un gran dire a me sembra, e nol so digerire. Andò tanto innanzi questa contrarietà e mutola guerra fraterna, che ognun d'essi s'ingegnava di tirar più gente nel suo partito; nel che Geta avea più destrezza e fortuna, perchè generalmente più amato che l'altro, a cagion d'essere giovane placido, cortese verso tutti, in una parola assai diverso dal barbaro suo fratello. Cadauno intanto volle la sua guardia separata, lasciandosi vedere di rado insieme, e questo nelle sole pubbliche funzioni. Fu dunque proposto da qualche amico e consigliere, per prevenir maggiori disordini, che si dividesse fra loro l'imperio. Erano come d'accordo i due fratelli su questo. Contentavasi Geta di aver in sua parte l'Asia, la Soria e l'Egitto, lasciando tutto il resto nell'Europa e nell'Africa al fratello, con pensiero di mettere la sua residenza o in Antiochia o in Alessandria, città che allora poteano gareggiare in grandezza con Roma. I senatori di nazione europea resterebbono in Roma; gli altri potrebbono seguitar Geta. Nel consiglio degli amici del padre, e alla presenza di Giulia Augusta lor madre, spiegarono i due Augusti questa loro risoluzione. Con ribrezzo e con gli occhi fitti nel suolo ciascuno gli ascoltò, nè alcuno osava di aprir bocca, quando saltò su Giulia, e pateticamente loro parlò dicendo, che potrebbono ben partire gli Stati, ma come poi partirebbono fra loro la madre? e qui con singhiozzi e con lagrime li pregò di piuttosto uccidere lei, che di lasciarla sopravvivere a questo sì lagrimevole spettacolo. Correndo poi ad abbracciarli teneramente amendue, gli scongiurò di vivere uniti in pace. Questo bastò perchè anche gli altri disapprovassero un tal fatto, troppo orrore sentendo ciascuno all'udire che s'avesse a dividere, e per conseguente da indebolir cotanto il romano imperio. Però nulla se ne fece.
Ma le dissensioni, le gare e i sospetti andarono sempre più crescendo, ed ognun d'essi fratelli pensava alla maniera di opprimere l'altro[1635]. Venne in mente a Caracalla di sbrigarsi di Geta nelle feste Saturnali dell'anno presente, perchè in esse una gran licenza si concedeva agli schiavi; ma perchè ebbe paura che troppo pubblico fosse il misfatto, se ne astenne. Tutte le strade ch'egli andò meditando, parendogli sempre pericolose, perchè Geta stava molto bene in guardia, ed era ben voluto, massimamente dai soldati, dai quali, siccome anche da buon numero di gladiatori, veniva custodito, prese in fine il partito di valersi dell'inganno, che che gliene potesse avvenire. Fece dunque credere a Giulia sua madre di volersi riconciliar da dovero col fratello, e che si abboccherebbe con lui nella di lei camera segreta. Chiamato Geta dalla madre, buonamente corse colà. Quando fu dentro, secondo Erodiano[1636], lo stesso Caracalla di sua man lo scannò. Dione[1637], che scrive i fatti de' suoi giorni, confessa che Caracalla dipoi consacrò a Serapide la spada con cui avea ucciso il fratello; ma con aggiugnere che sbucarono fuori alcuni centurioni, già messi da Caracalla in agguato, che gli si avventarono anch'essi coi ferri nudi addosso. Altro non potè fare l'infelice giovane, che correre ad abbracciare strettamente l'atterrita Giulia, gridando: Mamma, mamma, aiutatemi, che mi ammazzano. L'ammazzarono in fatti nel seno dell'ingannata madre, che restò tutta coperta del sangue del misero figlio, e ne riportò anch'essa una ferita nella mano, per averla stesa affin di trattener que' colpi. Questo fu il miserabil fine di Geta Augusto, nell'età sua di ventidue anni e nove mesi, probabilmente negli ultimi giorni di febbraio, o pur ne' primi di marzo, essendo egli nato nell'anno 189 della nostr'Era. Erodiano non men che Sparziano[1638] cel descrivono per giovane non esente già da difetti, ma pure alieno dalla crudeltà, amabile, e che teneva a mente tutti i buoni documenti del padre. L'indegno Caracalla, dopo così enorme misfatto, corse qua e là pel palazzo, facendo lo spaventato[1639], e gridando di essere scampato dal più gran pericolo del mondo, e fingendo di non tenersi sicuro ivi, a gran passi (ed era la sera) marciò verso il quartiere de' pretoriani. I soldati, che erano di guardia del palazzo, non sapendo come fosse l'affare, gli tennero dietro anch'essi, passando per mezzo alla città con ispargere un gravissimo terrore fra il popolo, che non intendeva il soggetto di tanto rumore. Allorchè arrivò Caracalla alla fortezza de' pretoriani, andò diritto al luogo, dove stavano le insegne e gl'idoletti loro, fatto a guisa di cappella; e quivi prostrato a terra, fece vista di ringraziar il cielo che gli avesse salvata la vita. Corsero colà tutti i soldati, ansiosi di sapere che novità era quella; ed egli sempre parlando con parole ambigue di pericoli, d'insidie a lui tese, a poco a poco finalmente arrivò a far loro intendere che non aveano più se non un padrone. Poscia, per amicarseli, promise loro un regalo di duemila e cinquecento dracme per testa, e la metà di più del grano solito darsi loro: di maniera che in un sol dì egli dissipò tutti i tesori ammassati in diciotto anni colla crudeltà e rapacità da suo padre. Permise anche ai soldati di andare a spogliar vari templi delle cose preziose. Tanta prodigalità di Caracalla, ancorchè si venisse da lì a poco a scoprire il fratricidio, quetò gli animi di coloro, che non solamente proclamarono lui Imperadore, ma dichiararono nemico pubblico l'estinto Geta.
Fermossi tutta la notte Caracalla nel campo dei pretoriani[1640], e la mattina seguente accompagnato da tutto l'esercito in armi più del solito, portando egli stesso la corazza sotto le vesti, si portò al senato, facendovi anche entrare parecchi soldati con volere che sedessero. Parlò delle insidie in varie guise a lui tese dal nemico fratello, da cui anche ultimamente poco era mancato che non fosse stato ucciso a tradimento; ma che egli, in difendendo sè stesso, aveva ammazzato l'altro. Se crediamo ad Erodiano[1641], parlò anche con asprezza e volto fiero contro gli amici di Geta. Dione[1642] nol dice, e nè pure Sparziano. Amendue bensì attestano, che all'uscir della curia rivolto a senatori: Ascoltate, disse, una cosa che rallegrerà tutto il mondo. Io fo grazia a tutti i banditi e relegati nelle isole. Con che egli venne a riempiere Roma di scellerati e malviventi, per poi popolar quelle medesime isole di persone innocenti. Tornossene Caracalla dal senato al palazzo, accompagnato di qua e di là da Papiniano e da Fabio Cilone, che gli davano di braccio, e sembravano due suoi cari fratelli, ma per far in breve un'altra ben diversa figura. Comandò poi che al cadavero dell'ucciso Geta fosse fatto un solenne funerale[1643], e che gli fosse data sepoltura nel sepolcro dei Settimii nella via Appia. Di là fu poi esso trasportato nel mausoleo di Adriano. Che egli allora fosse deificato, lo scrive taluno, ma non se ne trovano sufficienti prove. Tutto ciò fece Caracalla per isminuir, se poteva, l'universale odiosità che egli s'era tirata addosso con sì nero misfatto. Non istarò io qui a raccontare i presagii della morte violenta di Geta, che Sparziano, fecondo di tali osservazioni, poco per lo più degne di fede, lasciò scritti. Dirò bensì che Dio anche in vita punì Caracalla, perchè egli ebbe sempre davanti agli occhi l'orrido aspetto del fratello svenato[1644], e dormendo se gli presentavano sempre, degli oggetti spaventevoli, e pareagli di vedere or esso suo fratello, ed ora il padre, che colla spada sguainata gli venivano alla vita. Scrive Dione, che, per trovar rimedio a questo interno flagello, ricorse fino alla magia, e che gli comparvero l'ombre di molti, fra le quali solamente quella di Commodo gli disse: Va, che t'aspetta il patibolo. Ne creda il lettor quel che vuole. Certo è bensì che questi tetri fantasmi gli guastarono a poco a poco la fantasia, talmente che il vedremo furioso. Ed egli non mancò di visitar i templi de' suoi dii, dovunque egli andava, e di mandarvi dei doni per quetar pure tante interne agitazioni; ma tutto fu indarno. Il bello era[1645] che non udiva mai ricordarsi il nome di Geta, non ne mirava mai il ritratto, o le statue di lui, che non gli venissero le lagrime agli occhi. Ma o egli fingeva questo dolore, o pur egli ad ogni soffio di vento mutava affetti e voleri. Io mi riserbo di parlare all'anno seguente dell'incredibil sua crudeltà contro la memoria del fratello, benchè più propriamente appartengano al presente anno tutte quelle sue barbare azioni. E qui dirò unicamente ch'egli fece rompere tutte le statue di lui, ed anche fondere la moneta, dove era il suo nome.
NOTE:
[1632] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1633] Fabretti, Inscript., pag. 494.
[1634] Herodianus, lib. 4.
[1635] Dio, lib. 77.
[1636] Herodian., lib. 4.
[1637] Dio, lib. 78.
[1638] Spart., in Geta.
[1639] Herod., lib. 4. Dio, lib. 78.
[1640] Spartianus, in Caracalla.
[1641] Herodian., lib. 4.
[1642] Dio, lib. 77.
[1643] Spartianus, in Geta.
[1644] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1645] Spartianus, in Geta.
Anno di CRISTO CCXIII. Indizione VI.
ZEFIRINO papa 17. CARACALLA imperad. 16 e 3.
Consoli
MARCO AURELIO ANTONINO CARACALLA AUGUSTO per la quarta volta e DECIMO CELIO BALBINO per la seconda.
Per alcune ragioni da me altrove[1646] accennate, sufficiente motivo abbiamo di dubitare se il secondo console fosse Balbino o pure Albino. Che Marco Antonino Gordiano, il qual fu poi imperadore, venisse nel presente anno sostituito console a Balbino, pare che si ricavi da Capitolino[1647]. Ma un'iscrizione scorretta del Grutero[1648] ci fa veder Balbino tuttavia console nel dì 3 di novembre; e però resta dubbiosa la cosa. Che Elvio Pertinace, figliuolo del fu Pertinace Augusto, fosse anch'egli promosso in quest'anno al consolato, come stimarono il Panvinio[1649] e il Relando[1650], molto più dubbioso, per non dir falso, a me comparisce. Debbo io qui ora accennare le immense crudeltà esercitate dall'inumano Caracalla nel precedente anno, e parte ancora in questo; ma quasi mi cade di mano la penna per l'orrore: tanto fu il sangue innocente sparso da quel mostro Augusto. Vanno concordi gli antichi storici[1651] in asserire ch'egli sfogò la bestiale sua rabbia contro chiunque era stato o domestico o amico o in qualsivoglia maniera parziale allo ucciso fratello. Quanti nella numerosa corte di esso Geta, o liberti, o schiavi, o cortigiani d'altra specie, si trovarono, tutti furono messi a fil di spada; nè si perdonò a donne e fanciulli. Fino gli atleti, gl'istrioni, i gladiatori e qualunque altra persona che avesse servito al divertimento degli occhi o degli orecchi di Geta, e fin que' soldati che stettero alla sua guardia, perderono la vita. Questo macello si andava facendo di notte, e, venuto il dì, si portavano i lor cadaveri fuori della città. Dione conta venti mila persone sacrificate in questa maniera dal furore tirannico di Caracalla. Sparziano aggiugne che furono innumerabili. Bastava che s'indicasse un qualche filo di attaccamento avuto con Geta, vero o falso che fosse, perchè si desse la sentenza di morte. Nè i suoi fulmini si fermarono senza percuotere anche l'alte torri. Era in que' tempi riputato l'arca del sapere legale il celebre Papiniano, stato già prefetto del pretorio, verso il quale poco fa vedemmo usate tante finezze da Caracalla. Non altro reato di lui si trovava che il glorioso di aver fatto il possibile per rimettere la concordia fra i due fratelli Augusti. V'ha nondimeno chi scrive[1652], esser egli caduto in disgrazia di Caracalla, perchè, chiestagli un'orazione da recitare in senato per sua discolpa, egli generosamente rispondesse che non era tanto facile lo scusare un fratricidio, come il commetterlo; ed essere un secondo delitto l'accusare un innocente, dopo avergli tolta la vita. Sparziano[1653] crede ciò un sogno de' politici. Fuori bensì di dubbio è che Papiniano fu ammazzato per ordine di Caracalla, il qual poi riprese l'uccisore, perchè, nell'ucciderlo, si fosse servito della scure in vece della spada, strumento di morte riservato per la gente nobile. Un figliuolo di esso Papiniano, che era allora questore, e tre giorni prima avea fatto grande spesa in alcuni magnifici spettacoli, fu anch'egli tolto dal mondo. Abbiam veduto ancora Lucio Fabio Cilone, stato due volte console e prefetto di Roma, in auge di gran credito e fortuna. Caracalla il chiamava suo padre, perchè lo avea avuto per suo aio in gioventù; era anche creduto il suo braccio diritto; ma niun si potea fidare del capo stravolto di un tale imperadore[1654]. Perchè anch'egli avea persuasa l'union de' fratelli, Caracalla mandò un tribuno con alcuni soldati per tagliargli il capo. Costoro nol trovarono tosto; e si perderono a svaligiar le argenterie, i danari e gli altri preziosi mobili delle sue stanze. Coltolo poi al bagno, così com'era in camicia e in pianelle, il menarono per mezzo la città con disegno di ucciderlo nel palazzo, maltrattandolo intanto con pugni sul viso per la strada. La plebe e i soldati della città, al vedere in sì compassionevole stato un personaggio di tanta stima, alzarono un gran rumore e fecero sedizione. Avvisatone Caracalla, per quietare il tumulto, avendo paura di peggio, gli venne incontro, e, cavatasi la sopravveste militare, la pose indosso al quasi nudo Cilone, gridando: Lasciate stare mio padre; non vogliate toccare il mio aio. Fece poi morire quel tribuno co' soldati ch'erano iti per ucciderlo, fingendoli rei, per avere insidiato alla vita di un sì degno personaggio, ma con essersi comunemente creduto che li gastigasse per non averlo ucciso. Di altri nobili e senatori uccisi parlano Dione, Erodiano e Sparziano, facendone un fascio; ma verisimilmente non tulle quelle stragi appartengono ai due suoi primi anni. E qui non si dee tacer quella di Quinto Sereno Sammonico, uno de' più insigni letterati uomini di questi tempi, compositore di moltissimi libri, che son quasi tutti periti[1655], e che possedeva una biblioteca di sessantadue mila volumi, donati poi da suo figliuolo al secondo dei Giordani Augusti. Forse perchè Geta si dilettava forte della lettura dei di lui libri, Caracalla la prese con lui. Si trovava l'infelice Sammonico a cena quando gli arrivarono i sicarii che gli spiccarono la testa dal busto.
NOTE:
[1646] Thesaur. Novus Inscript., pag. 356.
[1647] Capitol., in Giordano.
[1648] Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 44, n. 2.
[1649] Panvin., in Fastis Cons.
[1650] Reland., in Fastis Consular.
[1651] Dio, lib. 77. Herodianus, lib. 4. Spartianus, in Caracalla.
[1652] Zosimus., Histor., lib. 1.
[1653] Spartianus, in Caracalla.
[1654] Spartianus, in Caracalla. Dio, lib. 77.
[1655] Spartianus, in Caracalla. Capitolinus, in Giordano.
Anno di CRISTO CCXIV. Indizione VII.
ZEFIRINO papa 18. CARACALLA imperad. 17 e 4.
Consoli
MESSALLA e SABINO.
Non è certo, come vuole il Relando[1656], che Messalla portasse il nome di Silio; nè questi potè essere quel Silia Messalla che Dione mette console nell'anno 193 sotto Giuliano, perchè sarebbe appellato console per la seconda volta. Tornando ora a Caracalla, volle egli, non so ben dire se in questo o nel precedente anno, rallegrare il popolo romano con degli spettacoli[1657], cioè con cacce di fiere, combattimenti di gladiatori e corse di cavalli. Ma quivi ancora ebbe luogo la sua crudeltà, mostrando il suo piacere nel vedere i gladiatori scannarsi l'un l'altro. Si sa[1658] che, quando egli era fanciullo, pareva così inclinato alla clemenza, che non si poteva immaginare di più; perchè, vedendo uomini esposti alle fiere, si metteva a piangere, e voltava il viso altrove. E un dì, perchè uno de' fanciulli che giocavano seco fu aspramente battuto, per essersi scoperto attaccato alla religion giudaica (probabilmente vuoi dire Sparziano la cristiana), egli non guardò mai più di buon occhio il padre di esso fanciullo, o pur colui che l'avea sferzato. Ma, fatto grande, cangiò ben costumi e natura, e sua delizia divenne lo spargimento e la vista del sangue. Fra gli altri gladiatori che in que' giuochi perirono, uno fu Batone, forzato da lui a combattere nello stesso dì con tre altri di fila. Restò egli ucciso dall'ultimo, ma ebbe la consolazione che il pazzo imperadore gli fece una magnifica sepoltura. Un altro di essi gladiatori, appellato Alessandro, gli fu sì caro, che a lui innalzò molte statue in Roma ed altrove. Nelle corse poi dei cavalli, perchè alcuni del popolo dissero qualche burla contro ad uno de' carrettieri da lui favoriti, ordinò a tutti i soldati di ammazzar chiunque avea parlato. Non conoscendosi i rei di questo gran delitto, restarono molti innocenti uccisi, e gli altri con denari riscattarono la lor vita. Ma perciocchè Roma era divenuta per lui un teatro di nere immaginazioni, se ne partì Caracalla, non già nel precedente, ma nel presente anno, perchè si ha una sua legge[1659] data in Roma nel dì 5 di febbraio. Prese il pretesto di visitar le provincie, e di levar dall'ozio le milizie[1660]. Andò nella Gallia, ed appena arrivato colà, fece morir il proconsole della provincia narbonese, sconvolse tutti quei popoli, guastò i privilegii delle città, e si comperò l'odio di ognuno. Ammalatosi quivi, guarì, e trattò poi crudelmente que' medici che l'aveano curato. Di là passò nella Germania. Che prodezze egli facesse in quelle parti, non è ben noto. Scrive Sparziano ch'egli verso la Rezia ammazzò molti Barbari, e soggiogò i Germani. Certo è[1661] che una specie di guerra fu da lui fatta contra dei Catti e degli Alemanni o Alamanni, il nome de' quali si comincia ad udire in questi tempi. Se crediamo ad Erodiano[1662], fece Caracalla una bellissima figura fra i suoi soldati, perchè andava vestito da fantaccino, era de' primi ad alzar terreno, a far ponte, marciava a piedi coll'armi, mangiava poveramente al pari di essi, con altre simili scene di bravura. Dione[1663] confessa anch'egli che la funzion di soldato seppe farla, fingendo nondimeno più di quel che era; ma non già quella di generale; e ch'egli in quella spedizione si fece assai ridere dietro dai popoli della Germania. Venivano i lor deputati fin dall'Elba per dimandar pace, ma nello stesso tempo dimandavano danaro; e Caracalla, dopo aver fatta qualche rodomontata, li pagava bene, ed accordava loro delle pensioni, comperando a questo prezzo la loro amicizia. Anzi si cominciò ad affratellar cotanto con loro, che si vestiva alla lor moda, portava parrucca bionda, per assomigliar i loro capelli, e venne fino ad arrolar nelle sue schiere, ed anche nelle sue guardie, moltissimi di loro, con fidarsi da lì innanzi più di essi che dei soldati romani. Trattava anche in segreto alle volte con quei deputati, non essendovi presenti che gl'interpreti, a' quali fece poi levar la vita, affinchè non rivelassero le sue conferenze. In somma, o per diritto o per rovescio, tanto egli fece, che prese il titolo di Germanico, il quale comincia a vedersi nelle monete[1664] di questi tempi. Truovasi anche appellato Imperadore per la terza volta, che non dà un sicuro indizio di vittoria, trattandosi di questo general da commedia.
NOTE:
[1656] Reland., Fast. Cons.
[1657] Herod., lib. 4. Dio, lib. 77.
[1658] Spartianus, in Caracalla.
[1659] L. Si hi quos servos., C. de libera causa.
[1660] Spartianus, in Caracalla.
[1661] Dio, in Excerptis Valesianis.
[1662] Erodian., lib. 4.
[1663] Dio, lib. 77, et in Excerp. Valesianis.
[1664] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.
Anno di CRISTO CCXV. Indizione VIII.
ZEFIRINO papa 19. CARACALLA imperad. 18 e 5.
Consoli
LETO per la seconda volta e CEREALE.
Un'iscrizione, probabilmente spettante a questo Leto console, e da me riferita nella mia Raccolta[1665], se fosse a noi pervenuta ben intera, forse ci scoprirebbe ch'egli fu della famiglia Catia. Altri nomi loro dati dagl'illustratori de' Fasti, per essere dubbiosi, io li tralascio. Sparziano scrive[1666] che un Leto, il quale era stato il primo a consigliar Caracalla di uccidere Geta, fu anche il primo forzato a morir col veleno, a lui inviato dallo stesso Caracalla; e però non dovrebbe essere questo che fu ora console. Dalla Germania, secondo il medesimo Sparziano, passò Caracalla nella Dacia, oggidì Transilvania, e vi si fermò qualche tempo; con far ivi qualche scaramuccia coi Geti, appellati poi più comunemente Goti, e pare che ne riportasse vittoria. Elvio Pertinace, figlio del fu Pertinace Augusto, prese di qua motivo nell'anno seguente di dire un motto pungente; perchè, nominandosi i titoli dati a Caracalla di Germanico, Partico, Arabico ed Alemannico; aggiugnetevi, diss'egli, anche quello di Getico Massimo, come a lui dovuto per aver debellato i Geti, tacitamente nondimeno alludendo alla morte da lui data a Geta suo fratello. Forse non è vero ch'egli facesse guerra coi Geti, ma è ben da credere vero quel motto. Sappiamo che questo Pertinace fu fatto morire da Caracalla, e non già per questa puntura a lui riferita. Spanciano scrive che gli tolse la vita perchè era figliuolo di un imperadore. Ma come mai aspettò egli tanto? Forse fu in que' medesimi tempi che egli mandò all'altro mondo Claudio Pompeiano, nato da Lucilla, figliuola di Marco Aurelio Augusto, e da Pompeiano, cioè da un padre stato due volte console, e bravo generale di armate[1667]. Incamminossi poi Caracalla per la Mesia nella Tracia. La vicinanza della Macedonia produsse un mirabil effetto, perchè fece diventar questo Augusto un novello Alessandro. Se gli mancò il capo e il valore di quel gran conquistatore, non gli mancò già l'esterno di lui portamento. Si vestì egli alla macedonica, e poi scrisse al senato che gli era entrata in corpo l'anima di Alessandro, e per questo volea essere chiamato Alessandro Orientale. Da tali azioni che conseguenza sia per tirare il lettore, io non istarò a cercarlo. Inoltre della più scelta gioventù della Macedonia formò una brigata di fanteria, a cui diede il nome di falange macedonica, di sedici mila persone, tutte armate nella guisa che anticamente furono le truppe di Alessandro. Volle inoltre che si alzassero statue per tutte le città in onor di esso Alessandro, e massimamente nel Campidoglio e in ogni tempio di Roma. Moveva il riso il vedere in varii luoghi immagini dipinte che con un sol corpo in due differenti viste rappresentavano la faccia di Alessandro il Macedone e di Caracalla.
Volendo poi passare il Bosforo di Tracia per entrar nell'Asia[1668], fu in pericolo di fare naufragio, essendosi rotta l'antenna della sua nave; ma si salvò nello schifo. Racconta Dione[1669], che essendo giunto a Nicomedia, dove passò il verno di quest'anno, la sua vita era questa. Facea sapere ai senatori che l'accompagnavano (uno de' quali era lo stesso Dione) che alla levata del sole fossero pronti, perchè volea tener ragione e trattar degli affari spettanti al pubblico bene; e li facea aspettar fino a mezzodì, e talvolta fino a sera, senza mai lasciarsi vedere. Ed egli intanto si dava bel tempo col carrozzare, ammazzar bestie, addestrarsi ai combattimenti de' gladiatori, e col bere ed ubbriacarsi. Alla presenza degli stessi senatori mandava piatti di vivande e bicchieri di vino ai soldati ch'erano di guardia. Finalmente si lasciava pur vedere per isbrigar qualche causa, per lo più mezzo ubbriaco ed appena udite poche parole, voleva che si decidesse. Teneva in sua corte un eunuco spagnuolo, deforme al maggior segno non men di corpo che di costumi, creduto uno stregone, e fabbricator di veleni, che facea da padrone sopra il senato. Dappertutto manteneva spie che gli riferivano quel di vero o di falso che lor piaceva, senza parteciparlo al suo consiglio; volendo egli gastigar le persone senza saputa de' ministri: il che cagionava una somma confusion di cose, ed era seminario di molte ingiustizie. In tutti poi questi suoi viaggi pareva che avesse tolto di mira i senatori, per ridurli in camicia, volendo che a loro spese (cioè, per quanto io credo, della repubblica) fabbricassero per istrada alloggi e case di molto costo, la maggior parte delle quali a nulla servirono, e nè pur erano da lui vedute. E dovunque egli s'immaginava di dover dimorare nel verno, esigeva che gli si edificassero anfiteatri e circhi; e questi appresso si distruggevano. Che s'egli impoveriva il senato e maltrattava i senatori, era poi tutto cortesia verso i soldati, e consisteva la sua gran premura in regalarli con prodigalità incredibile. Nelle monete[1670] di quest'anno si vede esaltata la di lui liberalità VII, VIII e IX, senza fallo usata verso le milizie. Largamente poi spendeva in bestie fiere o mansuete, e in cavalli[1671], per far la caccia di quelle, o per correre alla disperata con gli altri in cocchio. Volta vi fu ch'egli uccise di sua mano cento cignali. E facendo le sue carriere, diceva d'imitare il sole, gloriandosi forte di non esser da meno di lui. Costrigneva poscia i suoi cortigiani e gli altri ricchi a rappresentar degli spettacoli con gravissima loro spesa, e vigliaccamente ancora dimandava ad essi del danaro quando n'era senza. Tale fu la sua maniera di vivere finchè regnò; e per questo suo scialacquare non si può dire quante gabelle nuove egli mettesse, quante estorsioni facesse; di maniera che egli in quei pochi anni diede il guasto a tutto l'imperio romano, e desolò le provincie. E diceva spesso di non abbisognar di cosa alcuna, fuorchè di danaro, da impiegarsi poi, non già in gratificar chi lo meritava, ma solamente per arricchir soldati e regalar adulatori. A Giunio Paolino donò egli un dì dieci mila scudi d'oro, perchè gli disse, che quando anche fingeva d'essere in collera, sapea farlo sì bene, che si credea veramente incollerito. Giulia Augusta sua madre, che gli tenne sempre compagnia in questi viaggi, non si guardò dal riprenderlo, perchè gittasse tanti tesori in seno ai soldati, con essersi ridotto a non aver più un soldo di tanti danari giustamente o ingiustamente esatti; ed egli: Non dubitate, o madre (rispose mostrandole la spada), finchè questa durerà, non mancheranno danari. Tanto poi si mostrò spasimato per la memoria di Alessandro il Grande questo nuovo Alessandro, che, essendosi compiaciuto un dì in vedere un tribuno di soldati saltar molto snello a cavallo, gli dimandò di che paese fosse: Macedone, rispose egli. E il vostro nome? Antigono. E quello del padre? Filippo. Allora disse Caracalla: Ho tutto quel ch'io voleva; e il fece salire a più alto posto, e da lì a poco il creò senatore e pretore. Fu proposta davanti a lui la causa d'un certo Alessandro, non già Macedone, reo di molti misfatti. Perchè l'accusatore di tanto in tanto andava dicendo: Alessandro omicida; Alessandro odiato dagli dii. Caracalla, quasi che si parlasse di lui, saltò su gridando: Se non la dismetti di trattar così il nome di Alessandro, ti farò andar per le poste all'altro mondo. Conduceva anche seco molti elefanti, perchè ancor questo conveniva ad un vero imitator d'Alessandro e di Bacco. Ed ecco in quali mani era caduto in questi tempi il misero imperio romano. Furono nell'anno presente, se dice il vero Eusebio[1672], terminate in Roma le terme antoniane, fabbricate d'ordine d'esso Caracalla. Sparziano[1673] fa un bell'elogio di quell'edifizio, mirabile non meno per la magnificenza che per la bellezza dell'architettura. Resta ancora accertato, che laddove in addietro si contava per grazia grande il conseguire la cittadinanza di Roma, questo imperadore con suo decreto la diede a tutte le città del romano imperio: intorno a che molto hanno parlato i letterati illustratori delle cose romane.
NOTE:
[1665] Thesaurus Novus Inscription., pag. 353, num. 4.
[1666] Spartianus, in Caracalla.
[1667] Herodianus, lib. 4.
[1668] Spartianus, in Caracalla.
[1669] Dio, lib. 77.
[1670] Mediobarb., in Numismat. Imper.
[1671] Dio, lib. 77.
[1672] Eusebius, in Chron.
[1673] Spartianus, in Severo.
Anno di CRISTO CCXVI. Indizione IX.
ZEFIRINO papa 20. CARACALLA imperad. 19 e 6.
Consoli
CATIO SABINO per la seconda volta e CORNELIO ANULINO.
Certi sono i cognomi de' consoli di quest'anno, cioè Sabino ed Anulino. Per conto dei nomi, un'iscrizione riferita dal Panvinio[1674] e dal Grutero[1675], si dice posta Q. AQVILLIO SABINO II. SEX. AVRELIO ANVLLINO COS. Ma essa dee essere falsa; o, se è legittima, appartiene a qualche altro anno. Perciocchè un'altra presso il medesimo Grutero[1676] fu alzata CATTO SABINO II. ET CO. ANVLLINO COS., ed una parimente presso il Fabretti[1677], C. ATIO SABINO II. ET CORNELIO ANVLINO COS. In vece di C. ATIO, credo io che s'abbia a leggere CATIO SABINO II., perchè, se questo primo console fosse ornato del prenome, anche il prenome dell'altro apparirebbe. Dopo avere[1678] l'Augusto Caracalla passato il verno in Nicomedia, dove celebrò il suo giorno natalizio nel dì 4 di aprile, ripigliò il suo viaggio[1679]; ed arrivato alla città di Pergamo, celebre fra i Gentili pel tempio di Esculapio, dove si facea credere alla buona gente che quel falso dio in sogno rivelasse il rimedio dei mali del corpo: quivi Caracalla si raccomandò, e di cuore, a quella ridicola divinità, che pur non avea orecchi. Egli era malsano, e pativa varii mali, parte evidenti, parte occulti: effetti dell'intemperanza sua nella gola e nella libidine, per cui anche era divenuto inabile alla generazione[1680]. Sognò quanto volle; ma niun sollievo trovò a' suoi malori. Visitò la città d'Ilio, e benchè i Romani si tenessero per discendenti dai Troiani, pure più onor fece, al sepolcro di Achille. Non si trovava chi facesse la figura di Patroclo. O di morte naturale o di veleno morì allora Festo, il più caro de' suoi liberti; e quella vana testa di Caracalla gli fece far le esequie con tutte quelle cerimonie che sono descritte da Omero per Patroclo del suo poema. Di là passò ad Antiochia, dove per qualche tempo attese alle delizie, e dichiarò guerra al re de' Parti. Ne prese motivo, perchè Tiridate ed Antioco, due de' suoi uffiziali, erano disertati e passati al servigio di quel re, il quale, non ostante che da Caracalla ne fossero fatte più istanze, non li volle mai rendere. Trovavasi allora quel re in dispari, perchè in guerra con un suo fratello, e Caracalla si gloriava di aver seminato fra loro la discordia; però, per non tirarsi addosso anche la potenza romana, fu costretto a restitur que' due uffiziali. Caracalla allora si quietò, al vedersi così rispettato e temuto; e fatto poi sapere ad Abgaro re di Edessa, o sia dell'Osroene, con amichevoli lettere, che desiderava di vederlo, questi sen venne; ma, credendo di trovare in Caracalla un imperador romano, vi trovò un traditore[1681]. Abgaro fu messo in prigione, e Caracalla s'impadronì di quella provincia, dove in fatti lo stesso Abgaro per la sua crudeltà era forte odiato da quella nobiltà. Confessano tutti gli storici che la simulazione e il mancar di fede non fu l'ultimo dei vizii di Caracalla. Anche nella guerra fatta in Germania avea lavorato di frodi, gloriandosi poi di aver colle sue arti messa rottura fra i Vandali e Marcomanni, ed attrappolato Gaiovomaro re de' Quadi, con torgli anche la vita. Inoltre, avendo finto di voler arrolar nelle sue guardie moltissimi giovani di nazion germanica, gli avea poi fatti tagliare a pezzi.
In questi tempi ancora bolliva la discordia tra il re dell'Armenia e i suoi figliuoli. Caracalla colla sua consueta infedeltà chiamò cadaun d'essi alla corte, facendo loro credere di volerli accordare insieme. L'accordo fu, che tutti li ritenne prigioni, figurandosi di poter fare il medesimo giuoco dell'Armenia che avea fatto dell'Osroene; ma s'ingannò. Que' popoli presero l'armi per difendersi, senza volersi punto fidare di un principe che s'era troppo screditato colla sua perfidia. Avea Caracalla alzato al grado di prefetto del pretorio Teocrito, uomo vilmente nato, già ballerino nei teatri, e divenuto a lui caro, perchè stato suo maestro nel ballo, e che per ammassar roba commise varie crudeltà[1682], e facea anche sotto mano il mercatante. Presso Sifilino è detto essere stato tanta la di lui autorità nella corte, che la facea da superiore ai due prefetti del pretorio. Questo degnissimo generale fu da lui inviato con un corpo d'armata per sottomettere l'Armenia; ma da quei popoli rimase intieramente disfatto. Scrisse in questi tempi Caracalla al senato, con dire di saper bene ch'esso non sarebbe contento delle di lui imprese; ma che, tenendo egli una buona armata al servigio suo, avea in fastidio chiunque sparlasse di lui. Quindi volle passar in Egitto, con ispargere voce d'essere spinto da divozione verso Serapide, e da desiderio di veder la fiorita città di Alessandria, fabbricata dal suo caro Alessandro Magno[1683]. Arrivata questa nuova in quella città, gli Alessandrini, gente vana, non cupando in sè stessi per l'allegrezza, si diedero a far mirabili preparamenti di addobbi, di musiche, di profumi per accogliere con gran solennità il regnante. Ma Caracalla, secondo il suo costume, doppio di cuore, si portava colà non per rallegrar que' cittadini, ma per disertarli. Il natural di quel popolo era inclinato forte alla maldicenza, ed avea sempre in bocca motti frizzanti, specialmente contro ai potenti. In fatti, senza nè pur risparmiare l'imperador stesso, misero in canzone la morte da lui data al fratello, attribuendogli anche un disonesto commercio colla madre, e deridendo la piccola di lui statura, non ostante la quale egli si credeva un altro Alessandro e un nuovo Achille. I principi saggi, che non prendono mosche, non fan più caso di simili ciarle, di quel che si faccia delle ingiurie de' pappagalli e delle gazze. Ma all'iracondo e bestial Caracalla esse trapassavano il cuore, e però ne volea far gran vendetta. Giunto ad Alessandria, visitato con divozione il tempio di Serapide, vi fece molti sagrifizii; andò al sepolcro di Alessandro, e vi lasciò de' preziosi ornamenti. Gridavano gli Alessandrini: Viva il buon Imperadore; e lo sdegno sanguinario di Caracalla stava allora per piombar sulle loro teste. Erodiano scrive che, fatta raunar la gioventù di Alessandria fuori della città, che ascendeva a migliaia, fingendo di voler formare un falange ancora di Alessandrini, dopo averli fatti attorniare dal suo esercito, tutti ordinò che fossero messi a fil di spada. Orridissima fu quella strage. Dione[1684] scrive che il macello seguì nella città di notte e di giorno, ed essere stato sì grande il numero degli uccisi, che impossibile fu il raccoglierlo[1685]. Vi perì gran copia ancora di forestieri venuti per veder quelle feste; il sacco fu dato ai fondachi a alle case, nè andarono esenti dalla rapacità militare que' templi. E questi furono i nemici che il detestabil Augusto andò a cercare in Oriente per gastigarli. Divise poi la città in due parti, la privò di tutti i privilegii, e lasciovvi presidio, con divieto ai cittadini di far adunanze in avvenire. Perseguitò ancora i seguaci di Aristotile, con dire che quel filosofo era stato cagion della morte di Alessandro, e levò loro le scuole che godevano in quella città. Da uno di quegli oracoli Caracalla fu chiamato una fiera; ma chi v'ha che non l'abbia a chiamar tale, e vedute crudeltà sì enormi? Anch'egli nondimeno si gloriava di questo, benchè molti poi facesse uccidere, perchè divulgavano l'oracolo suddetto.
Tornossene questa fiera Augusta ad Antiochia, con animo di far una delle sue frodi anche ad Artabano re dei Parti. Se crediamo ad Erodiano[1686], gli dimandò per moglie una di lui figliuola, proponendo nello stesso tempo di far una specie di unione delle due monarchie, sufficiente ad assoggettar tutto il mondo allora conosciuto. Non ne volea sentir parlare a tutta prima Artabano, ma poscia, accettato il partito, lasciò campo a Caracalla d'inoltrarsi nel suo regno, come s'egli andasse a prendere la sposa, e a visitar il re suocero. Venne da una certa città ad incontrarlo Artabano con immensa quantità di gente tutta inghirlandata e senz'armi. Allora Caracalla comandò a' suoi di menar le mani contra de' Parti, che, trovandosi privi di cavalli e d'armi, ed imbrogliati dalle vesti lunghe, nè poteano punto difendersi, nè speditamente fuggire. Gran carnificina vi fu fatta; il re ebbe tempo di scappare; restò il paese in preda ai Romani, i quali, stanchi del tanto uccidere e rubare, se ne tornarono finalmente nella Mesopotamia colla gloria di essere insigni traditori. Dione[1687], all'incontro, lasciò scritto (ed è ben più verisimile il suo racconto) che avendo Artabano promesso la figliuola a Caracalla, e poi negatala, perchè s'avvide avere un sì perfido Augusto dei perniciosi disegni sopra il suo regno, e che non era uomo da fidarsi di lui; allora Caracalla ostilmente entrò nella Media, saccheggiò e smantellò varie città, e fra l'altre Arbela, e distrusse i sepolcri dei re parti. Si servì ancora di lioni, mandandoli a quelle genti[1688]. Dione nondimeno scrive che fu un solo lione, che, calato all'improvviso dal monte, fece del male ai Parti. Ora, quantunque niuna battaglia seguisse, perchè i Parti scapparono alle montagne, e di là dal fiume Tigri, pure il vano imperadore scrisse al senato magnifiche lettere di queste sue vittorie, colle quali avea conquistato tutto l'Oriente, e volle il titolo di Partico. Si sapeva a Roma quel ch'era, ma convenne far vista di credere illustri e memorande quelle imprese. Nelle monete[1689] dell'anno seguente si trova menzionata la vittoria partica, ma non si vide già che egli prendesse il titolo di Imperadore per la quarta volta, benchè al Tillemont[1690] sia sembrato di vederlo. Venne[1691] poscia Caracalla coll'armata a prendere la stanza di verno nella città di Edessa, assai contento delle sue strepitose prodezze.
NOTE:
[1674] Panvin., in Fast. Consular.
[1675] Gruterus, Thesaurus Inscript., p. 183, n. 4.
[1676] Idem, pag. 261.
[1677] Fabrettus, Inscript., pag. 682.
[1678] Dio, lib. 77.
[1679] Herodianus, lib. 4.
[1680] Dio, in Excerptis Valesianis.
[1681] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1682] Dio, lib. 77.
[1683] Herodianus, lib. 4.
[1684] Dio, lib. 77.
[1685] Spartianus, in Severo.
[1686] Herodianus, lib. 4.
[1687] Dio, lib. 78.
[1688] Spartianus, in Severo.
[1689] Mediobarbus, in Numismat. Imp.
[1690] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1691] Spartianus, in Severo.
Anno di CRISTO CCXVII. Indizione X.
CALLISTO papa 1. MACRINO imperadore 1.
Consoli
CAIO BRUTTIO PRESENTE e TITO MESSIO EXTRICATO per la seconda volta.
Ricevette in quest'anno la corona del martirio san Zefirino papa, e fu in suo luogo posto nella cattedra di san Pietro Callisto. Svernò, come già accennai, l'Augusto Caracalla in Edessa[1692], dove tanto egli che i soldati suoi viveano nelle delizie senza disciplina alcuna nelle case de' cittadini, e prendendo come proprie tutte le loro sostanze; quando, secondo i regolamenti de' tempi addietro, i soldati anche in tempo di verno abitavano sotto le pelli, cioè sotto le tende fatte di pelli. Lo stesso imperadore avea mutata la forma delle vesti militari, avendo presa dai Galli la foggia di un abito talare, appellato Caracalla, con cappuccio, di cui andava egli vestito[1693], e voleva che andassero vestiti anche i soldati. Di là venne il soprannome a lui dato di Caracalla. Si avvidero allora i Parti che non erano poi lioni i Romani; anzi, in sapere che la vita molle del quartiere di verno e le fatiche dell'anno precedente aveano snervata la milizia romana, facean dei gran preparamenti per vendicarsi. Ma nè pur Caracalla si teneva le mani alla cintola, ammassando anche egli gente, e quanto occorreva per tornare in campagna contra di loro; quando Iddio volle mettere fine alle iniquità di questo indegno imperadore o piuttosto esecrabil tiranno. Esercitava in questi tempi l'uffizio di prefetto del pretorio, o sia capitan delle guardie, Marco Opellio Macrino, nativo d'Africa, i cui natali furono vilissimi. Era in età di circa cinquantatrè anni. Capitolino[1694], nella Vita di lui, ne parla assai male. Dione, all'incontro, scrive[1695] aver egli con alcune buone qualità compensati i difetti della sua bassa nascita, essendo stato competentemente dotto nello studio legale, uomo moderato, avvezzo a giudicare con molta equità, e che si facea amare. Avvenne che un indovino in Africa chiaramente disse ch'esso Macrino e Diaduminiano suo figlio, in età allora di circa nove anni, aveano da essere imperadori[1696]. Costui, mandato a Roma, confessò questo medesimo a Flavio Materniano, comandante delle milizie lasciate in Roma, il qual tosto ne spedì l'avviso a Caracalla Augusto. Ma, per attestato di Dione, non andò la lettera direttamente a lui, perchè ordine v'era di portar le lettere provenienti da Roma a Giulia Augusta, la quale, dimorando in Antiochia con grande autorità, avea l'incumbenza di accudire a tutti gli affari, per non isturbare il figliuolo occupato nella guerra coi Parti. Intanto avendo Ulpiano Giuliano, allora censore, inviato frettolosamente a Macrino un altr'uomo coll'avviso di quanto bolliva in Roma contra di lui, Macrino venne prima di Caracalla a risapere il pericolo a cui egli era esposto, perchè in simili casi vi andava la vita. Si aggiunse che un certo Serapione Egiziano pochi dì prima avea predetto a Caracalla che poco restava a lui di vita, e che gli succederebbe Macrino. Fu ben pagata la di lui predizione, con essere dato in cibo ai lioni. Imperciocchè Caracalla conduceva sempre seco una man di lioni, e specialmente ne amava uno assai dimestico, appellato Acinace (noi diremmo scimitarra), e il teneva a guisa d'un cane alla tavola, al letto od alla porta, con baciarlo sovente pubblicamente. Per tali accidenti determinò Macrino di prevenir la morte propria con procurar quella di Caracalla. Erodiano[1697] aggiunge che Caracalla anche talvolta aspramente motteggiava Macrino, trattandolo da uomo da nulla nel mestier dell'armi, con giungere ancora a minacciargli la morte. Secondochè s'ha dal medesimo storico, arrivato il plico delle lettere spedite da Materniano, Caracalla, che in cocchio era dietro a far correre i suoi cavalli, lo diede a Macrino, come era suo costume alle volte, con ordine di riferirgli dipoi le cose importanti, e di eseguir intanto quelle che esigessero risoluzione. Trovò[1698] per questo fortunato accidente Macrino il brutto avviso che di sua persona era dato a Caracalla. Osservi qui il lettore che mali effetti producesse una volta la troppa credenza agl'impostori indovini. Caracalla avea gli oroscopi e le geniture di tutti i nobili romani, credendo di conoscere chi l'amava o l'odiava, e chi gli potesse tendere insidie. Si folle credenza o produsse o almeno accelerò la di lui rovina.
Macrino adunque, senza perdere tempo, giacchè credeva perduto sè stesso, qualora Materniano avesse con altre lettere replicato l'avviso, segretamente trattò con un tribuno delle guardie, appellato Giulio Marziale, della maniera di levar dal mondo l'iniquo Caracalla. Oltre all'essere Marziale uno de' maggiori suoi amici, nudriva ancora un odio gravissimo contra di esso Augusto, perchè avea fatto morir, qualche tempo prima, indubitamente un di lui fratello. Promise egli di fare il colpo alla prima buona congiuntura. Infatti, nel dì 8 di aprile, essendo montato a cavallo Caracalla con poche guardie[1699], per andare alla città di Carre a fare il sacrifizio alla dea Luna, appellata da quel popolo il dio Luno, essendo smontato per una necessità del corpo, e ritiratesi per riverenza le guardie; Marziale, che stava attento ad ogni momento per isvenarlo, se gli accostò con qualche pretesto, quando egli ebbe soddisfatto al bisogno, ovvero per aiutargli a risalire a cavallo, perchè non erano in uso allora le staffe. Quel che è certo, con un pugnale gli diede una ferita nella gola, e morto lo distese per terra. Perchè l'altre guardie non si avvidero così tosto del colpo fatto, avrebbe potuto salvarsi Marziale, se avesse lasciato indietro il pugnale. Ma riconosciuto da uno de' Tedeschi, o pure Sciti, che scortavano Caracalla, gli scagliarono dietro delle freccie e l'uccisero. Divulgata la morte dell'imperadore, corse colà tutto l'esercito, e più degli altri Macrino si mostrò dolente d'una sciagura, per cui internamente facea gran festa il suo cuore. Ma a chi era morto nulla giovavano i lamenti altrui. Così Marco Aurelio Antonino, non meritevole d'essere da noi rammentato se non col soprannome di Caracalla, terminò i suoi giorni in età di ventinove anni, dopo aver regnato solo sei anni, due mesi ed alcuni giorni. Egli[1700] era anche soprannominato Tarante, dal nome di un gladiatore, il più sparuto e scellerato uomo che vivesse sopra la terra. E morì odiato da tutti, ma non già dai soldati, ancorchè non pochi sofferissero mal volentieri che egli nelle sue guardie anteponesse i Germani e gli Sciti ai Romani. Macrino, fatto dipoi bruciare il di lui corpo, e riposte le ceneri in un'urna, le mandò ad Antiochia a Giulia sua madre. Dopo qualche tempo le fece egli stesso portare a Roma a seppellire nel mausoleo d'Adriano. Allorchè arrivò a Roma la nuova della morte di Caracalla, non si attentava la gente a mostrare di crederla vera, finchè, venuti più corrieri ed accertato il fatto, ognuno lasciò la briglia all'allegrezza, ma specialmente il senato e la nobiltà, a' quali parve di ritornar in vita[1701], perchè in addietro lor sempre parea di aver la spada pendente sul capo. Caricarono i senatori il nome e la memoria di lui dei più obbrobriosi titoli, ma per paura de' soldati non ardirono di chiamarlo nemico pubblico. Anzi, creato che fu imperadore Macrino, vennero sue lettere, colle quali pregava il senato di decretare gli onori divini ad esso Caracalla, e bisognò ubbidire. E si vide allora, come osserva fin lo stesso Sparziano di professione pagano[1702], questa orrida deformità, che un uccisore del padre e del fratello, un boia del senato e del popolo di Roma e d'Alessandria, l'orrore in somma del genere umano, presso il quale dopo morte si trovò una incredibile copia di varii veleni, per valersene a soddisfare le sue voglie crudeli: questo mostro, diss'io, conseguì il titolo di dio, e per ordine di un Macrino, che l'avea fatto uccidere, con aver da li innanzi tempio, sacerdoti e cultori. Saran pure stati contenti ed allegri di sì nobil compagnia gli dii della Gentilità! avran pure ottenuto delle belle grazie da questo nuovo dio i Pagani! Io tralascio i presagii della di lui morte riferiti da Dione[1703], gran cacciatore di somiglianti augurii, ai quali per lo più si facea mente dopo il fatto.
Quanto a Giulia Augusta, madre di esso Caracalla, si vuol ora avvertire che essa era nata in Soria, e probabilmente ella fu che condusse colà il figliuolo, forse per non partirne mai più. Grande era stata sotto Severo Augusto suo marito la di lei autorità, maggiore fu sotto il figlio Caracalla, di modo che comunemente veniva appellata Julia Domna, cioè Giulia signora e padrona. L'adulazione inoltre inventò per lei i titoli di madre degli Augusti, della patria, del senato, delle armate. Sparziano[1704] le dà taccia di donna infame per gli adulterii, ed aggiunge anche un fatto più nero, cioè che il figliuolo, dopo la morte di Severo, la prese per moglie nella seguente maniera. Essendo ella bellissima femmina, si lasciò un dì vedere a Caracalla quasi affatto ignuda. Miratala in quell'atto Caracalla, disse: Io vorrei se fosse lecito...! Ed ella rispose: Purchè vi piaccia, è lecito. Non siete voi imperadore? A voi tocca di dar le leggi, e non di riceverle. Ed egli allora la sposò. Così orrido è il fatto, che lo stesso Sparziano tenne Giulia per matrigna, e non già per madre di Caracalla; e, da lui addottrinati, scrissero lo stesso anche Aurelio Vittore[1705], Eutropio[1706], Eusebio[1707] ed altri; ma queste son tutte fandonie e calunnie. Dione, che fu famigliare di essa Giulia Augusta, ed Erodiano, che fiorì almeno in vicinanza di questi tempi, concordemente asseriscono che essa Giulia fu vera madre di Caracalla e di Geta[1708], e ce la descrivono per donna savia ed applicata alla filosofia. Nè all'età di lei, che si dovea accostare ai cinquant'anni, conviene l'eccesso narrato da Sparziano. Oltre di che, se Caracalla l'avesse presa per moglie, non avrebbe trattato col re dei Parti di prender una di lui figliuola. Dalle dicerie degli Alessandrini venne questa calunniosa voce. Già vedemmo che la maldicenza la trattava da Giocasta. Contra chi è odiato nulla è più facile che l'inventare delitti oltre al vero. Non può già negarsi che Giulia non fosse donna di rara avvedutezza e disinvoltura. Ancorchè il barbaro Caracalla le avesse ammazzato in grembo il figliuolo Geta[1709], pure seppe ella contener le sue lagrime, per non accusare ed irritare il bestial fratricida; anzi contraffaceva in pubblico a dispetto del suo dolore il volto sereno ed allegro, perchè era notata ogni sua parola ed ogni menomo gesto. Non si accorda ciò col dirsi da Sparziano[1710], che avendo ella sparse alcune lagrime in compagnia di alcune dame, poco mancò che Caracalla non facesse morir lei e tutte quelle sue confidenti. Ci assicura Dione ch'ella da lì innanzi fu sommamente rispettata dal figliuolo Augusto, e che a lei diede l'incumbenza di rispondere alle lettere e di fare i rescritti ai memoriali, con dover solo riferire a lui le cose più importanti. Stavasene in Antiochia allorchè arrivò la nuova certa che il figliuolo Caracalla era stato tolto dal mondo[1711]. Sopraffatta dal dolore, più pugni si diede sul petto, che irritarono forte un cancro che già l'affliggeva. Scaricando ancora la sua bile contra di Macrino, altro non desiderava che di morire; non già che ella amasse il perduto figliuolo, ma perchè colla morte di lui era spirata la somma di lei autorità. Tuttavia, perchè Macrino le scrisse con assai civiltà, lasciandole tutti i suoi uffiziali e fin le guardie, anche ella lasciò andare il pensiero di non più vivere. Informato poi Macrino del suo sparlare, e ch'ella facea dei segreti maneggi per rendersi padrona dell'imperio, le mandò ordine di levarsi da Antiochia. Tra per questo, e per la nuova a lei pervenuta degli strapazzi fatti in Roma alla memoria e al nome di Caracalla, si lasciò essa dipoi morire col non volere cibarsi; benchè Erodiano[1712] scrive, essere incerto se spontanea o forzata fu la di lei morte.
Due giorni stette vacante l'imperio, perchè l'armata cesarea di Soria non sapea a chi conferirlo; e pur conveniva affrettarsi, perchè con poderoso sforzo di armati era già in campagna Artabano re de' Parti, voglioso di vendicar le ingiurie e i danni a lui recati da Caracalla[1713]. Macrino esternamente parea non ricercare quella sublime dignità, per non dar sospetto all'armata di aver tenuta mano alla morte di Caracalla, ma segretamente faceva i suoi maneggi coi primi uffiziali, affinchè in lui cadesse la elezione. Per suggestione appunto di essi, nel dì 11 d'aprile, e non già per inclinazione che ne avessero, i pretoriani proclamarono Macrino imperadore: al che consentì il restante dell'esercito. Aveano prima tentato di alzare al trono Advento, prefetto anch'esso del pretorio; ma egli non avea voluto accettare, con allegar la troppo avanzata età. Anche Macrino fece alquanto lo schifoso, pure in fine mostrò di cedere alla lor premura[1714]. Diede un regalo ai soldati, e molto più ne promise. Per farsi anche credito presso i medesimi, assunse il nome di Severo; e però nelle monete[1715] si trova chiamato Marco Opellio Severo Macrino: per lo che fu deriso, niuna attinenza avendo egli con Severo già Augusto. Vuol Capitolino che fosse da lui preso anche il nome d'Antonino; ma di ciò niun vestigio apparendo nelle monete e nelle iscrizioni, si crede un fallo di quello storico. Il nome bensì di Antonino, troppo caro all'esercito, diede egli a Diadumeniano suo figliuolo, con dichiararlo Cesare e principe della gioventù. Comparisce egli nelle monete[1716] col nome di Marco Opellio Antonino Diadumeniano. Ha creduto il padre Pagi[1717] che dal padre sul principio del suo imperio gli fosse conferita la podestà tribunizia, e che amendue prendessero il consolato dell'anno presente, sostituiti ai due consoli ordinarii. Ma questa opinione è appoggiata solamente a qualche medaglia[1718], che sarà adulterata o falsa. Tale specialmente è, a mio credere, una, in cui Diadumeniano è chiamato all'anno seguente console per la seconda volta, ornato della tribunizia podestà per la seconda, imperadore, pontefice massimo e padre della patria. Dio sa se Diadumeniano fu nè pure imperadore Augusto. Erodiano[1719], Dione[1720], Capitolino[1721] e Lampridio[1722] o ne dubitano, o chiaramente il riconoscono non più che Cesare. Il che risulta ancora da una iscrizione esistente nel museo cesareo, e da altre nell'appendice da me[1723] pubblicate, dove nell'anno seguente Diadumeniano tuttavia vien detto Cesare e principe della gioventù, e non già imperadore, nè console, e tanto meno console per la seconda volta. Ivi ancora s'incontra Macrino console, ma senza segno alcuno di aver egli altra volta tenuta la dignità consolare. Impostori di medaglie, non men che d'iscrizioni antiche, non sono mancati negli ultimi secoli.
Scrisse poi Macrino lettere di molta sommessione al senato, il quale non fece difficoltà di accettarlo, qualunque egli fosse: tanto era il piacere di vedersi liberato dal carnefice Caracalla. Perciò il proclamarono patrizio romano[1724], che nè pur tale era egli in addietro; e gli conferirono la podestà tribunizia e l'autorità proconsolare con tutti gli altri onori. Trovavasi imbrogliato Macrino, perchè dall'un canto, per non dispiacere ai soldati, dovea mostrare di amar la memoria di Caracalla: e, ciò facendo, disgustava il senato ed innumerabili altri. Tuttavia cassò alcune leggi ingiuste di Caracalla, levò via le esorbitanti pensioni da lui accordate[1725], relegò ancora in un'isola Lucio Priscilliano, famoso per gli combattimenti da lui bravamente fatti con assaissime fiere, ma più per le sue calunnie, che aveano cagionata la morte di moltissimi cavalieri e senatori, allorchè era favorito di Caracalla[1726]. Anche tre senatori, spie d'esso Caracalla, ebbero il medesimo gastigo, con altri non pochi di minore sfera. Intanto il re dei Parti Artabano, messo insieme un formidabile esercito di fanti e cavalli, entrò nella Mesopotamia, e veniva a bandiere spiegate per vendicarsi de' torti a lui fatti dal perfido Caracalla. Macrino, uomo di poco cuore, spedì ambasciatori per placarlo e per trattar di pace. Ma Artabano mise ad alto prezzo questa pace, con pretendere il rifacimento delle terre e città rovinate da' Romani, ed eccessive somme di danaro in compenso de' sepolcri guasti e di tanti altri danni recati al suo paese. Appena ebbe data questa risposta, che comparve con tutte le sue forze in faccia ai Romani nelle vicinanze di Nisibi[1727]. Due sanguinosissime battaglie si fecero, dove perì innumerabil gente, e sempre con isvantaggio de' Romani. Allora il tremante Macrino più che mai rinforzò le preghiere per la pace, ed Artabano ebbe anch'egli i suoi motivi di concorrere in essa, ma con venderla ben cara. Scrive Dione, aver Macrino spesi cinque milioni di ducatoni per far cessare questa guerra, con aver anche restituiti i prigionieri e quel bottino che si potè. Se merita in ciò fede Capitolino[1728], Macrino ebbe da combattere ancora coi popoli dell'Armenia e dell'Arabia Felice, ed in ciò mostrò valore, e fu fortunato. Abbiamo solamente da Dione ch'egli stabilì la pace con quel re Tiridate. Sembra poco verisimile l'altro punto dell'Arabia Felice. Andarono queste nuove a Roma, e tuttochè sia da credere che il senato avesse delle informazioni fedeli de' sinistri successi, pure serrò gli occhi, e alle lettere di Macrino, che parlavano di vittoria, e promettevano ottimo governo, rispose con pienezza di civiltà e di congratulazioni, accordandogli il titolo di Partico e il trionfo, ch'egli nondimeno ricusò, per non sentire i rimproveri della sua coscienza. Avvicinandosi poi il verno, egli sen venne ad Antiochia, e compartì l'armata per la Soria.
NOTE:
[1692] Anastasius Bibliothecar.
[1693] Spartianus. Dio. Aurelius Victor.
[1694] Capitol., in Macrino.
[1695] Dio, lib. 78.
[1696] Herodianus, lib. 2.
[1697] Herodianus, lib. 2.
[1698] Dio, in Excerptis Vales.
[1699] Dio, lib. 78. Herod., lib. 4. Spartianus, in Severo.
[1700] Dio, lib. 78.
[1701] Capitolinus, in Macrino.
[1702] Spartianus, in Caracalla.
[1703] Dio, lib. 68.
[1704] Spartianus, in Severo.
[1705] Aurelius Victor, in Epitome.
[1706] Eutrop., in Breviar.
[1707] Eusebius, in Chron.
[1708] Dio, lib. 78. Herodianus, lib. 4.
[1709] Dio, lib. 78.
[1710] Spartianus, in Geta.
[1711] Dio, lib. 78.
[1712] Herodianus, lib. 4.
[1713] Dio, lib. 78.
[1714] Capitolin., in Macrino.
[1715] Mediobarbus, in Numismat. Imp.
[1716] Mediobarb., in Numismat. Imper.
[1717] Pagius, in Critic. Baron.
[1718] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.
[1719] Herodianus, Histor., lib. 4.
[1720] Dio, lib. 78.
[1721] Capitol., in Macrino.
[1722] Lampridius, in Diadumeniano.
[1723] Thesaur. Novus Inscript., pag. 469, n. 1.
[1724] Capitolinus, in Macrino.
[1725] Dio, lib. 78.
[1726] Herodianus, lib. 4.
[1727] Dio, lib. 78.
[1728] Capitol., in Macrino.
Anno di CRISTO CCXVIII. Indizione XI.
CALLISTO papa 2. MACRINO imperadore 2. ELAGABALO imperadore 1.
Consoli
MARCO OPELLIO SEVERO MACRINO AUGUSTO ed OCLATINO ADVENTO.
Questo Advento console quel medesimo è che in compagnia di Macrino era dianzi prefetto del pretorio, ed avea ricusato l'imperio. Macrino il compensò con quest'onore, benchè fosse anch'egli di bassissima sfera. Non si può ben chiarire il di lui prenome e nome. Il Relando[1729], con produrre una iscrizione assai logora del Fabretti, il nomina Q. M. Coclatino Advento per la seconda volta. Non è da credere ch'egli usasse due prenomi, o che il suo nome fosse disegnato con un solo M. Molto meno sussiste ch'egli fosse stato console un'altra volta[1730]. Dai frammenti di Dione abbiamo che fu ripreso Macrino per aver creato senatore, collega nel consolato e prefetto di Roma Advento, uomo già soldato gregario, poscia corriere e, poco fa, procuratore. In vigore di due iscrizioni, da me[1731] altrove pubblicate, è sembrato a me più verisimile il suo nome Oclatino che Coclatino. Almen dubbioso, se non falso, parimente sembra che Macrino fosse chiamato console per la seconda volta, come giudicò il Relando. Ci sono medaglie[1732] che il nominano solamente console in quest'anno; però è da vedere se legittime sieno l'altre che ci rappresentano il secondo suo consolato. Passò Macrino Augusto il verno in Antiochia, ma senza prender ben le sue misure per assodar la sua fortuna sul trono. Era desiderato, era sollecitato a venirsene a Roma, dove, non ostante i difetti della sua nascita, si era conceputa non lieve stima ed amore per lui, sapendo ch'era uomo di genio moderato ed inclinato alla giustizia e a far del bene. Fallò egli non poco[1733] col perdersi tanto nelle delizie di Antiochia[1734]. Ad errore ancora gli fu attribuito l'aver lasciato troppo tempo unita l'armata senza dividerla, e senza mandare i differenti corpi alle loro provincie, giacchè più non si parlava di guerra. Oltre a ciò, in vece di studiar la maniera di farsi amare, affettava una aria di gravità e di altura non convenevole a chi era salito tant'alto dal basso; nè si mostrava assai cortese verso i soldati. Capitolino[1735], che unì tutto quel che seppe per iscreditare la di lui memoria, cel rappresenta crudele anche nello stesso far la giustizia, e troppo rigoroso nell'esigere la militar disciplina. Diedesi inoltre a far degli eccessi di gola, e divertirsi nei teatri, e dar poche udienze. Può essere che tale storico alterasse la verità in più d'un capo. Oltre di che, Lampridio[1736] scrive che Elagabalo fece dire dagli storici d'allora quanto male mai seppe di esso Macrino. Tuttavia, per attestato di Dione[1737], noi sappiamo che esso Macrino conferiva i magistrati a persone inabili ed indegne, e che le sue parole, al pari dei fatti, non mostravano ch'egli avesse mai testa e spalle per sostener con decoro e con utile del pubblico una sì gran dignità. Ma quello che finalmente diede il tracollo alla di lui fortuna, fu che, a riserva de' pretoriani, il resto dell'armata, la quale mal volentieri aveva accettato dalle mani di essi pretoriani questo nuovo Augusto, sempre più si andò alienando da lui; perchè osservava in Macrino uno spietato rigore nel voler rimettere l'antica disciplina nelle truppe, costringendoli ad alloggiar sotto le tende anche nel verno, e sì perchè non cadevano più le frequenti rugiade di regali, usate verso di loro dal prodigo Caracalla; ed aveva anche preso piede il sospetto ch'egli avesse tolto dal mondo quell'Augusto loro sì caro. Con questo cuor guasto andavano fra loro sparlando di Macrino, e trapelava dalle parole della maggior parte d'essi una inclinazione a ribellarsi. Solamente mancava chi alzasse il dito e si facesse capo; ma questo tale non tardò a presentarsi.
Ebbe Giulia Domna Augusta, madre di Caracalla, Soriana, siccome già vedemmo, di nazione, una sorella in quelle parti, appellata Giulia Mesa, da cui erano nate due figliuole, l'una Giulia Soemia, e l'altra Giulia Mammea[1738]. Fu maritata la prima di esse con Vario Marcello, la seconda con Genesio Marziano, amendue ricchi signori in Soria, e già mancati di vita. Giulia Mesa, che tuttavia era in buona età, stando in addietro alla corte in compagnia di Giulia Augusta sua sorella, vi aveva ammassata gran copia di ricchezza; e siccome donna accorta e spiritosa, gran provvisione avea fatta di disinvoltura e sperienza negli affari del mondo. Lasciolla Macrino in pace, nè tolse un soldo dei tesori da lei accumulati: laonde ella, dappoichè fu morta la sorella Augusta, si ritirò nella città di Emesa, patria sua, colle due sue figliuole vedove, e con due nepoti, figliuoli delle medesime. Quello di Giulia Soemia si appellava Vario Avito Bassiano (Dione, non so perchè, lo chiama Lupo: fors'era un soprannome), che noi vedremo fra poco imperadore col soprannome di Elagabalo. L'altro, nato da Giulia Mammea, portava il nome di Alessiano, il quale, giunto anch'esso all'imperio, sarà da noi conosciuto col nome di Severo Alessandro. Bassiano, giunto all'età di quattordici anni[1739], era bellissimo giovinetto, e sacerdote del tempio del dio Elagabalo, cioè del Sole, benchè altri dicano di Giove o di Serapide, adorato in quella città, non già in qualche immagine o statua, ma in una pietra che avea la figura di cono o sia di un pane di zucchero, pietra caduta dal cielo per felicità di quel popolo. I soldati acquartierati fuori di Emesa, coll'andare a quel tempio, e veder in esso e fuori di esso in superbe vesti e con corona gioiellata in capo il vaghissimo sacerdote Bassiano, se n'erano mezzo innamorati. Crebbe poi a dismisura questo amore, da che l'accorta Giulia Mesa fece spargere voce[1740] che questo bel giovine era figliuolo di Caracalla Augusto, mercè del commercio da lui avuto con Giulia Soemia figliuola di lei, allorchè dimoravano tutte in corte. Vera o falsa che fosse questa voce, commosse non poco i soldati tra per lo amore che tuttavia nudrivano verso Caracalla, e per l'odio che portavano a Macrino. Si aggiunse la fama delle grandi ricchezze di Giulia Mesa, la quale ne facea loro una generosa offerta, se volevano promuovere al trono il giovine Bassiano. Fatto il concerto, ed uscita ella una notte di Emesa, condusse il nipote al campo de' soldati, che immediatamente lo acclamarono Imperadore, e vestirono di porpora nel dì 16 di maggio, dandogli il nome di Marco Aurelio Antonino, soprannominato dipoi Elagabalo per cagione del suddetto suo sacerdozio. Da Capitolino e da altri è chiamato Heliogabalo; sono d'accordo ora gli eruditi in appellarlo Elagabalo. Dione[1741], all'incontro, lasciò scritto, essere stata l'esaltazione di questo mentito figlio di Caracalla opera e maneggio solamente di Eutichiano, soprannominato Comazonte a cagion del suo umore allegro e buffone, già figliuolo di uno schiavo, e poi liberto degl'imperadori, uomo screditato al maggior segno per varii vizii. Costui (seguita a dire Dione) arditamente trattò l'affare senza che lo sapessero nè la madre, nè l'avola di Elagabalo; ma sembra ben più verosimile il racconto di Erodiano, che mette incitati i soldati alle sedizione specialmente per la speranza de' tesori loro esibiti da Giulia Mesa.
Portata a Macrino questa nuova, mostrò egli nel di fuori di non farne conto, anzi di ridersene, considerato per uno scioccherello e ragazzo Elagabalo, ed atteso particolarmente il nerbo de' suoi pretoriani e delle altre milizie che il fiancheggiavano. Scrisse nondimeno questa novità al senato, e con lettera appellata puerile da Dione. S'egli fosse stato uomo di testa e provveduto di coraggio, nulla più facile era che di affogar quella ribellione, marciando tosto con tutte le sue forze contro quel corpo di armata ribelle, troppo inferiore alla sua, e col promettere ai soldati il bottino delle ricchezze di Giulia Mesa. Gli parve sufficiente rimedio al male lo spedir colà Ulpio Giuliano perfetto del pretorio con parte delle milizie[1742]. Appena arrivato colà questo uffiziale, ruppe alcune porte della città, dove si erano ritirati e fortificati i ribelli; ma non vi volle entrar per forza, sperando di veder di momento in momento esposta bandiera bianca. Questa bandiera non comparve, e durante la notte si fortificarono così bene i soldati di dentro, che quando Giuliano, venuta la mattina, fece dare l'assalto alle mura, trovò una insuperabile resistenza negli assediati. Inoltre, si lasciò vedere quel bel fantoccio di Elagabalo magnificamente abbigliato sui merli delle mura e delle torri, gridando i suoi soldati: Ecco il figliuolo di Antonino, cioè di Caracalla, e mostrando nel medesimo tempo i sacchi dell'oro e dell'argento loro dati da Giulia Mesa. Quella bella vista, passando in cuore di chi tanto bene avea ricevuto da Caracalla, servì d'incanto ai soldati di Macrino, che, ammutinati anch'essi, trucidarono i più dei loro uffiziali, e si unirono con quei di Elagabalo. Giuliano fuggì, ma raggiunto perdè la vita; e fu così ardito un soldato, che, posta la di lui testa entro un sacchetto sigillato col sigillo del medesimo Giuliano, la portò a Macrino, fingendo che fosse il capo di Elagabalo; e mentre quella si sviluppava, destramente se ne fuggì. Erasi inoltrato Macrino Augusto sino ad Apamea, aspettando l'esito della spedizion di Giuliano. Uditolo sinistro, credono alcuni[1743] ch'egli creasse allora Augusto il figliuolo Diadumeniano. Altro non dice Dione[1744], se non che il disegnò Imperadore, e promise un grosso regalo ai soldati. Però le monete che ci rappresentano Diadumeniano Augusto prima di quel tempo e le lettere citate da Capitolino, o son false o non vanno esenti da sospetto. Anzi non pare che vi restasse tempo di battere nè pur monete in onore di questo nuovo Augusto, oltre al dirsi da Dione ch'egli fu disegnato solamente, per aspettarne probabilmente il consenso dal senato. Erodiano il riconosce fregiato unicamente col titolo di Cesare.
Non si fidò Macrino di fermarsi dopo la disgrazia di Giuliano in Apamea, e si mise in viaggio per ritornarsene ad Antiochia. Ma l'esercito di Elagabalo, ch'era per tanti desertori cresciuto a segno di poter fare paura a Macrino, uscì in campagna, e con isforzate marcie il raggiunse in un luogo distante circa trenta miglia da Antiochia[1745]. Bisognò venire ad un fatto d'armi correndo il dì 7 di giugno. I pretoriani, siccome bei pezzi di uomini e gente scelta, erano superiori di forze; ma i nemici con più furore combattevano, perchè, perdendo, si aspettavano la pena della lor ribellione. Contuttociò, prevalendo i primi, cominciarono a piegare e a prendere la fuga gli altri; se non che, scesa dal cocchio Giulia Mesa colla figlia Soemia, con lagrime e preghiere tanto fece, che li rispinse nella mischia. Lo stesso Elagabalo, il più vile uomo del mondo, comparve in questa occasione un Marte, perchè a cavallo e col brando in mano maggiormente animò i suoi alla pugna. Nulladimeno si sarebbe anche dichiarata la vittoria per Macrino, s'egli non fosse stato figliuolo della paura. Allorchè vide dubbioso il combattimento, per timore di essere preso, se restava rotto il suo campo, abbandonò i suoi per salvarsi ad Antiochia. Tennero saldo, ciò non ostante, i pretoriani, finchè Elagabalo, informato della fuga di Macrino, lo fece loro sapere, con promettere nello stesso tempo di conservare ad essi il grado loro, e di regalargli se si dichiaravano per lui, siccome seguì. Ciò saputosi da Macrino, travestito prese le poste alla volta di Bisanzio, dove se potea giugnere, facea poi conto di passare a Roma, e di rimettere in piedi la cadente sua fortuna. Si mise a passar lo stretto, ed era già presso a Bisanzio, quando un vento furioso il rigettò a Calcedonia, dove stette nascoso alcun poco, finchè giunti i corridori spediti da Elagabalo coll'avviso della vittoria, fu scoperto e messo in una carretta per condurlo vivo al vincitore; ma gittatosi dal carro, e rottasi una spalla ad Archelaide, città della Cappadocia, gli fu mozzato il capo e portato ad Elagabalo, che lo fece porre sopra una lancia, e girar per tutto il campo alla vista di ognuno. Terminò Macrino i suoi giorni in età di cinquantaquattro anni, dopo aver regnato quasi quattordici mesi. Mentre Diadumeniano suo figliuolo era in viaggio, sperando di salvarsi nel paese de' Parti, raccomandato dal padre ad Artabano, fu preso anch'egli[1746], ed ucciso in età di circa dieci anni, con che restò solo padrone del romano imperio Marco Aurelio Antonino, soprannominato Elagabalo, in cui andiamo a vedere il più vergognoso ed abbominevol uomo che sedesse mai sul trono de' Cesari. Dopo l'union degli eserciti proclamato di nuovo Imperadore, entrò come trionfante in Antiochia. Pretendevano i soldati il sacco di quella innocente città: la salvò Elagabalo, con promettere loro cinquecento dramme per testa; somma che la dovettero pagare per loro men male i cittadini.
Dai frammenti di Dione, pubblicati dal Valesio[1747], abbiamo che esso Elagabalo, ovvero chi faceva per lui, scrisse al senato, mandando la lettera a Pollione console. S'intitolava egli imperadore Cesare Augusto, figliuolo di Antonino (cioè di Caracalla), nipote di Severo, Pio, Felice, dotato della podestà tribunizia e proconsolare; cosa contraria all'ordine e all'uso, perchè gli altri principi aveano aspettata questa autorità dal senato, almen per un atto di convenienza. Si può argomentare da ciò quanto abbiam detto di Diadumeniano creduto Augusto, perchè non vi fu tempo da poter ricevere questo titolo dal senato. In essa lettera Elagabalo sparlava forte di Macrino, prometteva gran cose di sè stesso, protestando di prendere per suo modello Augusto e Marco Aurelio. Tutte spampanate di lui o di chi dettò a lui quella lettera. Staremo poco ad avvedercene. E se ne accorsero allora i senatori, perchè egli a parte scrisse al console Pollione, che se alcuno facesse opposizione o resistenza, egli si servisse della forza e dei soldati ch'erano in Roma. Già erano afflitti essi senatori per aver perduto Macrino, principe che non doveva essere quel tanto sciagurato che Capitolino ci vuole far credere; e molto più per dover essere governati da uno sbarbatello Soriano, non conosciuto da alcuno, o almen da pochi: il quale senza verun legittimo titolo, e per una vergognosa finzione di bastardismo, si era intruso nel trono cesareo. Tuttavia bisognò chinare il capo, insegnare alla lor lingua le acclamazioni e gli elogi ad Elagabalo, e fino all'odiato Caracalla, vantato suo padre, e dichiarar nemico pubblico Macrino. Trovasi qualche iscrizione spettante a quest'anno in cui si veggono consoli Antonino ed Advento. Una specialmente ne produce il Fabretti[1748]: il che fa intendere, e lo conferma anche Dione, che Elagabalo, chiamato Marco Aurelio Antonino, di sua autorità si fece console in quest'anno, e ciò senza licenza del senato, con far anche radere dagli atti pubblici il nome di Macrino, e mettervi il suo, quasichè egli fin dalle calende di gennaio fosse stato console con Advento. Ma noi poco fa abbiam veduto console in quest'anno anche Pollione. Forse nelle calende di maggio era egli stato sostituito a Macrino in quella insigne dignità. Ardevano intanto di voglia Mesa e Giulia Soemia, madre del nuovo Augusto, di rivedere Roma, dove erano state in delizie ne' tempi addietro, e però affrettarono verso quella parte Elagabalo[1749]. Giunto egli coll'armata a Nicomedia, per la stagion troppo avanzata, quivi si fermò, per proseguire il viaggio nella prossima ventura primavera.
NOTE:
[1729] Reland., Fast. Cons.
[1730] Noris, Epist. Cons.
[1731] Thesaurus Novus Inscript., pag. 354.
[1732] Mediobarb., in Numism. Imperator.
[1733] Herodianus, lib. 5.
[1734] Dio, lib. 78.
[1735] Capitolin., in Macrino.
[1736] Lampridius, in Elagabalo.
[1737] Dio, lib. 78.
[1738] Herod., lib. 4. Dio, Lib. 78. Capitol., in Macrino.
[1739] Herodianus, lib. 4.
[1740] Capitol., in Macrino.
[1741] Dio, lib. 78.
[1742] Herod., lib. 5. Dio, lib. 78.
[1743] Goltzius. Mediobarb. Tillemont. Pagius.
[1744] Dio, lib. 78.
[1745] Herodianus, lib. 5. Dio, lib. 78.
[1746] Lamprid., in Diadumeniano. Herod., lib. 5. Dio, lib. 78.
[1747] Dio, in Excerptis Valesianis.
[1748] Fabrettus, Inscript., pag. 637.
[1749] Herodianus, lib. 6.
Anno di CRISTO CCXIX. Indizione XII.
CALLISTO papa 3. ELAGABALO imperadore 2.
Consoli
MARCO AURELIO ANTONINO, soprannominato ELAGABALO, per la seconda volta e SACERDOTE per la seconda.
Una iscrizione da me[1750] riferita porge qualche barlume per credere che il secondo console fosse appellato Tiberio Claudio Sacerdote. Ora mentre tuttavia dimorava in Oriente l'Augusto Elagabalo, Dione[1751] accenna alcuni torbidi, che dovettero essere di poca conseguenza, cagionati da chi, avendo veduto salire all'imperio un Macrino ed un Elagabalo, benchè sprovveduto di nobiltà, si diede a tentar delle novità negli eserciti. Furono costoro ben tosto oppressi. Nè tardò il nuovo Augusto a dar segni della sua crudeltà, con uccidere di man propria il suo aio, pel cui senno e valore avea conseguita la vittoria di Macrino ed ottenuto l'imperio: solamente perchè lo esortava a lasciar le ragazzate. Fece anche uccidere Giuliano Nestore, già prefetto del pretorio sotto Macrino, Fabio Agrippino governatore della Soria, Reano governator dell'Arabia, Claudio Attalo presidente di Cipri, e Decio Trajano governator della Pannonia, non per altro delitto, che per essersi eglino sottomessi con prontezza all'usurpato imperio suo[1752]. Durante il verno, ch'egli passò in Nicomedia, cominciò di buon'ora a farsi conoscere quel mostro non solo di crudeltà, come ho già detto, ma anche di libidine, di capriccio e di leggerezza di senno, che poi da tutto il mondo fu conosciuto e detestato. La prima sua pazzia, principio di molte altre, fu l'esser egli perduto dietro al suo dio Elagabalo, di cui era stato e pretendeva di voler essere tuttavia sacerdote. Ne cominciò in essa Nicomedia a promuovere il culto con varie feste, portando veste sacerdotale tessuta di porpora e d'oro, e maniglie e gioielli, e corona a guisa di mitra o tiara fregiata d'oro e di gemme. Questo abito all'orientale, pieno di lusso, era il suo favorito; gli facea nausea il vestire alla romana o alla greca, chiamando i lor abiti troppo vili, perchè fatti di lana; laddove egli li voleva di seta: cosa assai rara e preziosa in que' tempi. Lasciavasi anche vedere fra i sonatori di timpani e di pive, e faceva il ballerino nei sacrifizii a quel ridicolo dio. Giulia Mesa sua nonna, a cui dispiacevano forte queste sue puerilità, non mancò di riprenderlo, col mettergli davanti il discredito in cui incorrerebbe con sì straniere vesti comparendo a Roma. Più che mai si ostinò a volerla a suo modo, perch'egli non badava se non a chi gli stava intorno per adularlo. Affine poi di provare quanto egli si potesse promettere dalla sommession de' Romani ad ogni suo volere, fattosi dipingere in quel l'abito sfarzoso e forestiere di sacerdote insieme col dio da lui adorato, mandò a Roma quel ritratto, comandando che si appendesse nella sala del senato, e che ad ogni assemblea de' padri s'incensasse, con ordine ancora a tutti i ministri sacri di Roma che nei loro sacrifizii prima degli altri dii nominassero il suo dio Elagabalo. Fu ubbidito, e questo servì a far conoscere in Roma il di lui esterior portamento, prima che vi arrivasse; ed, arrivato che fu, a non maravigliarsene.
Comparve dunque il folle giovinastro in quella gran città, e l'unica cosa che fece meritevol di lode[1753], fu l'attener la promessa da lui fatta di non punir chicchessia che avesse operato o parlato contra di lui finchè Macrino visse. Diede al popolo il congiario solito a darsi dai novelli regnanti; ed è da credere che allora, se non prima, impetrasse dal senato il titolo di Augusta a Giulia Mesa avola sua, ed a Giulia Soemia sua madre, che a noi vien dipinta da Lampridio[1754] per donna avvezza a mettersi sotto i piedi l'onestà e l'onore. Volle appunto Elagabalo, nella sua prima comparsa in senato, che i senatori pregassero la medesima sua madre di sedere presso i consoli, e di dire il suo parere a guisa degli altri senatori: novità non più veduta ne' tempi addietro, e che non si praticò se non sotto questo capriccioso giovane Augusto. Costituì anche un senato di donne nel monte Quirinale, capo di cui era la stessa Soemia, acciocchè quivi si trattassero e decidessero gl'importantissimi affari della repubblica femminina. Quivi poi furono fatti dal senato consulti ridicoli intorno alle precedenze e mode donnesche; e fu deciso qual foggia di vesti s'avesse a portare; quale delle dame precedere, quale baciar l'altra, ed a chi competesse carrozza colle mule, a chi coi buoi. Ad alcune era conceduto l'andare a cavallo, ad altre solamente il cavalcare asinelli, e ad altre il farsi portare in seggetta. Fra queste seggette ancora fu decretato chi la potesse avere intarsiata di avorio, e chi di argento, e chi coperta di pelle; e si determinò a chi fosse lecito il portar oro e gemme nelle scarpette. Quanto allo stesso Elagabalo[1755], i suoi gran pensieri cominciarono ad impiegarsi tutti per introdurre ed ampliare il culto del suo dio in Roma. Fece venir da Emesa quel pezzo di pietra a guisa di cono, in cui si facea credere ai popoli insensati che si adorava il dio Sole; e fabbricò per questo un suntuosissimo tempio. Noi il troviamo nelle medaglie[1756] intitolato sacerdote dote del dio Sole Elagabalo. Si era egli messo in capo di ridurre tutta la religione, cioè tutte le superstizioni dei Gentili Romani, al culto di questo solo favorito suo nume. Pretendeva in oltre, come lasciò scritto Lampridio pagano, di tirare ad onorar questo dio anche la religion de' Giudei e de' Samaritani, e infin la divozion de' Cristiani: dal che certo erano ben lontani i nemici dell'idolatria, e massimamente gli adoratori di Gesù Cristo. Pensava ancora di trasportare in quel tempio, e forse anche trasportò, tutto quello che di più sacro e raro si trovava negli altri tempi, come il fuoco di Vesta, la statua di Cibele, lo scudo di Marte, il Palladio, e simili altre superstiziose memorie della divozion de' Gentili. Se queste novità e violenze dispiacessero ai Romani, amanti degli antichi falsi loro dii e delle inveterate loro superstizioni, facilmente ognuno sel può figurare. E un gran dire dovea essere in Roma, al mirare tolta la mano al suo Giove altitonante da questa forestiera divinità. Abbiamo ancora da Erodiano che Elagabalo intorno a quel suo tempio fece ergere molti altari, ne' quali ogni dì sagrificava una gran copia di buoi e di pecore, e si spandevano infiniti fiaschi di vino del migliore e più vecchio che fosse in Roma, vedendosi scorrere a ruscelli quel vino e quel sangue per terra. Bisognava che di tanto in tanto i senatori e cavalieri assistessero a quei sagrifizii, e vi facessero anche le funzioni più vili, con tener sulla testa i piatti d'oro e d'argento dorato, ne' quali si mettevano le viscere delle vittime, e coll'andar vestiti alla forma dei sacerdoti orientali. Intanto l'imperadore conduceva i cori intorno agli altari fra lo strepito d'innumerabili musicali strumenti, e colle donne di Fenicia che ballavano battendo cembali e timpani. Ed ecco ove era giunta la maestà di un imperadore e di un senato romano.
NOTE:
[1750] Thesaurus Novus Inscription., pag. 355.
[1751] Dio, lib. 79.
[1752] Herodian., lib. 5.
[1753] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1754] Lampridius, in Elagabalo.
[1755] Dio, lib. 79. Herodianus, lib. 5. Lamprid., in Elag.
[1756] Goltzius, Numism. Mediobarb., in Numism. Imper.
Anno di CRISTO CCXX. Indizione XIII.
CALLISTO papa 4. ELAGABALO imperadore 3.
Consoli
MARCO AURELIO ANTONINO ELAGABALO per la terza volta ed EUTICHIANO COMAZONTE.
Questo Eutichiano, soprannominato Comazonte, quel medesimo è che, secondo Dione, cooperò più degli altri alla esaltazione di Elagabalo. Per ricompensa fu creato prefetto del pretorio e poi console, benchè di razza abbietta, per essere di condizion servile e libertina. Pretendono alcuni ch'egli in quest'anno si abbia ad appellar console per la seconda volta; ma non ne abbiamo sicuri fondamenti. Scrive bensì Dione[1757], aver egli ottenuto tre volte il consolato: il che si può credere seguito ne' due seguenti anni per sostituzione. Altresì fuor di dubbio è ch'egli esercitò tre volte la carica di prefetto di Roma. Niun'altra applicazione si prendeva il folle Elagabalo dei pubblici affari di Roma e delle provincie, se non per vendere le cariche e i magistrati a persone talvolta vili ed infami. Quel tempo che gli restava dopo le sue grandi occupazioni in promuovere il culto del suo caro nume, tutto lo impiegava in isfogar la sua libidine, che forse non ebbe pari nel mondo. Il regno suo non giunse a quattro anni, e pure più e più mogli prese[1758]. La prima fu Giulia Cornelia Paola, delle più illustri famiglie di Roma, sposata con gran solennità e con regali al popolo e ai soldati, ma ripudiata ben presto ed anche spogliata del titolo di Augusta e degli altri onori di chi era stata moglie di un imperadore. Sposò egli dipoi Giulia Aquilia Severa, vergine Vestale, con iscandalo e mormorazion grande dei Romani, dicendo egli di aver ciò fatto, affinchè da lui pontefice e da una sacerdotessa di Vesta nascessero dei figliuoli divini. Se ne stufò dopo ben poco tempo, perchè rivolse gli occhi ad Annia Faustina, bellissima donna, nipote di Marco Aurelio Augusto, e moglie allora di Pomponio Basso. Per averla in libertà, fece sotto altro pretesto morire il di lei marito, e sposolla. Discacciò ancor questa, e ne prese poi delle altre, delle quali non sappiamo il nome con tornare in fine ad Aquilia Severa. Ma questo fu il meno delle bestiali sue stravaganze. Abbandonossi egli ad ogni eccesso ed infamia di impudicizia. Nè a me convien di entrare in sì fatta cloaca, nè onesto cristiano lettore potrebbe aver piacere d'intendere tutto ciò che in questo genere lasciarono scritto gli storici Dione e Lampridio, ma non senza orrore di lor medesimi. Basta dire che la malizia unita colla pazzia arrivò a tali sozzure, che non cadrebbono ora in mente di persone anche le più pratiche dell'infame regno della disonestà. Arrivò egli in fine a sposar pubblicamente l'un dopo l'altro due vilissimi giovani, con far mille pazzie, cioè Jerocle carrozziere ed Aurelio Zotico, figliuolo di un cuoco; e però egli vestiva da donna, e voleva essere appellato la signora Regina. Di più non occorre per ravvisare che pezzo di forsennato e d'infame fosse Elagabalo Augusto. E pure con questi effemminati costumi si vedeva unita anche la crudeltà[1759]. Solamente perchè con qualche cenno mostrarono di non approvare le di lui bestiali operazioni, egli fece levar la vita a Peto Valeriano e a Silio Messalla. Lo stesso fine ebbero altri ancora dei suoi più amici e confidenti, perchè osarono di esortarlo a vivere con più onestà e moderazione. In onore ancora del suo dio fece scannar molti garzoni nobili[1760], scelti da tutta l'Italia, nella guisa che si faceva delle bestie, per osservar le viscere loro.
NOTE:
[1757] Dio, lib. 79.
[1758] Herodian., lib. 5. Dio, lib. 79.
[1759] Dio, lib. 79.
[1760] Lampridius, in Elagabalo.
Anno di CRISTO CCXXI. Indizione XIV.
CALLISTO papa 5. ELAGABALO imperadore 4.
Consoli
GRATO SABINIANO e CLAUDIO SELEUCO.
Più che mai andò continuando le sue sordidezze e follie l'Augusto Elagabalo[1761], nelle quali consumò gran copia d'oro trovato nell'erario principesco, e nè pur bastavano al lusso e alla lussuria sua le rendite del pubblico. Ne' borghi di Roma[1762] avea fatto fabbricare un altro tempio di gran magnificenza. Venuto il settembre, conduceva colà a spasso il suo dio, cioè quella pietra, di cui abbiam parlato, posta sopra di un carro tutto ornato di oro e di pietre preziose, e tirato da candidissimi cavalli. Andava innanzi il folle Augusto, tenendo le briglie in mano, colla testa volta all'idolo, e camminando sempre all'indietro. Era composta la processione di tutto il popolo, che portava le statue degli dii di Roma, ed ogni cosa più rara de' templi, con fiaccole accese in mano e corone in capo; e veniva fiancheggiato dalla cavalleria e fanteria di Roma. Finita poi la solenne funzione, saliva l'imperadore nelle altissime torri del tempio, e di là gittava alla plebe vasi d'oro e d'argento, e vesti e panni di varie sorte: il che finiva colla morte di parecchi affogati nella calca, o trapassati dalle lance dei soldati. Passò poi la sua sfrenatezza più oltre, perchè, non volendo essere da meno di Nerone e degli altri abbominevoli suoi predecessori, la notte travestito e con un cappellino in capo girava per le osterie e pei bordelli, facendo delle insolenze. Aprì anche un postribolo nello stesso palazzo. Sovente facea il carrozziere alla presenza di tutti i cortigiani e di molti senatori: de' senatori, dico, ch'egli nulla stimava, solendo chiamarli schiavi togati. Più spesso facea il ballerino, non solamente nell'orchestra, ma ne' sagrifizii ed in altre pubbliche funzioni. Di questo passo camminava lo scapestrato Augusto, perduta affatto ogni riverenza al suo grado, e divenuto, per le sue infami lascivie, l'obbrobrio del mondo: quando gli saltò in capo di dar moglie al suo dio Elagabalo. Scelse a questo effetto[1763] la statua della dea Urania, o sia Celeste, venerata in Cartagine, oggetto di gran divozione ad ogni città dell'Africa. Era essa dea creduta la Luna; e però il pazzo imperadore diceva, ch'essendo quel suo dio il Sole, non potea darsi matrimonio più proprio e convenevol di questo. Quant'oro e cose preziose si trovarono in quel tempio di Cartagine, tutto volle portato a Roma, acciocchè servisse di dote al suo dio. Giunta poi quella statua, ordinò che in Roma e per tutta l'Italia si facessero feste ed allegrezze, affin di onorar le nozze di questi numi. Non era egli un imperador da legare?
Qui racconta Dione[1764] uno strano avvenimento, appartenente a questi tempi, di cui potè egli essere ben informato, trovandosi allora in Bitinia. Sulle rive del Danubio comparve un personaggio, creduto da esso Dione un dio, cioè un demonio, che diceva di essere Alessandro il Grande, quale veramente pareva all'aspetto ed all'abbigliamento. Seco menava quattrocento persone, portanti in mano dei tirsi, e addosso pelli, come si solea dipignere Bacco, ed imitanti quel dio e le baccanti colle lor danze e follie. Passò per la Mesia e per la Tracia, senza far male ad alcuno; nè i pubblici ministri nè i soldati gli si opposero mai; anzi tutte le città, per dove andò, gli preparavano l'alloggio, e somministravano quanto gli bisognava. Arrivato a Bisanzio, passò lo stretto, e venuto a Calcedonia, dopo aver quivi creato un sacerdote, disparve, senza apparire che ne fosse divenuto. Ma un altro Alessandro, non già immaginario come questo, si vide in questi medesimi tempi in Roma[1765]. Giulia Mammea, figliuola anch'essa di Giulia Mesa, siccome di sopra accennammo, avea un figliuolo appellato Alessiano, cugino, per conseguente, dell'Augusto Elagabalo, ma giovinetto di ottimi costumi ed affatto diversi da quel mostro regnante. Già dicemmo che donna accorta fosse Giulia Mesa. Costei, osservando le tante pazzie ed infamie del nipote Augusto, per le quali cominciò anch'ella ad odiarlo, ben considerò ch'egli non potea durare sul trono, e che presto o tardi farebbe il fine degli altri troppo screditati imperadori, e ch'ella con esso rimarrebbe spogliata dell'autorità, con pericolo anche di peggio. Prese dunque ad esaltar l'altro nipote Alessiano; e per ben condurre il disegno, destramente insinuò ad Elagabalo, che giacchè egli era occupato nella divozione verso il suo gran dio, ben sarebbe lo scegliere persona che per lui accudisse ai pubblici affari; e questo doversi prendere dalla casa propria, e non altronde, proponendogli infine il cugino Alessiano. Piacque ad Elagabalo questa proposizione, e però entrato un dì in senato coll'avola Mesa e con la madre Soemia, dichiarò che adottava per suo figliuolo Alessiano, dandogli il titolo di Cesare ed il nome di Alessandro, spacciando che ciò faceva per ordine del suo dio Elagabalo. Disegnollo ancora console per l'anno prossimo venturo. Risero i Romani al vedere ch'egli in età di circa diciassette anni voleva intitolarsi il padre del cugino, che già era in età di tredici o quattordici anni. Dione gli dà anche più età che allo stesso Elagabalo. Tuttavia tanto i senatori che i soldati di buon cuore accettarono il novello Cesare, già consapevoli del di lui buon naturale. E l'astuta Mesa, per renderlo vieppiù caro a' soldati, divulgò dappertutto, che anche questo suo nipote era figliuolo di Antonino Caracalla: finzione, la quale poi prese un sì fatto piede, che laddove si tenea Elagabalo per un falso figliuolo di esso Caracalla, Alessandro comunemente veniva creduto nato da lui.
NOTE:
[1761] Dio, in Excerptis Vales.
[1762] Herod., lib. 5.
[1763] Herod., lib. 5.
[1764] Dio, lib. 75.
[1765] Herod., lib. 5. Dio, lib. 79.
Anno di CRISTO CCXXII. Indizione XV.
URBANO papa 1. ALESSANDRO imperadore 1.
Consoli
MARCO AURELIO ANTONINO detto ELAGABALO per la quarta volta e MARCO AURELIO ALESSANDRO SEVERO.
Terminò in quest'anno il pontificato e la vita san Callisto papa, con riportare la gloriosa corona del martirio, ed ebbe per successore nella cattedra pontificia Urbano. Da che Elagabalo ebbe alzato alla dignità cesarea il cugino Alessandro[1766], per qualche tempo continuò a favorirlo ed amarlo. Ma cominciò a poco a poco a raffreddarsi questo amore, e giunse egli ancora a mirarlo di mal occhio e a pentirsi dell'adozione fatta. E ciò per due motivi. L'uno, perchè voleva addestrarlo ai suoi infami costumi, e pretendeva che seco si unisse a ballare, e a far da sacerdote con quelle sue barbariche fogge di vestiti. Alessandro, di natural grave, e di mente ormai capace di ben discernere il ridicolo e l'indecente nelle azioni del cugino Augusto, non si sentiva voglia d'imitarlo. Oltre a ciò, Mammea, donna savia, sua madre, il distornava da somiglianti eccessi[1767]. Lo aveva essa allevato con gran cura fin da' primi anni, provvedendolo di ottimi maestri sì per le lettere che per gli esercizii cavallereschi e militari, senza lasciar passare un giorno in cui nol facesse studiare. Per maestro della lingua greca avea avuto Nebone, per la rettorica Serapione, per la filosofia Stilione. Ebbe poi in Roma per maestro della lingua latina Scaurino, uomo rinomatissimo nella sua professione, per la rettorica Giulio Frontino, Bebio Macrino e Giulio Graniano. Servirono ancora ad ammaestrarlo nell'erudizione Valerio Cordo, Lucio Veturio ed Aurelio Filippo, che scrisse poscia la di lui vita. L'altro motivo, per cui si svegliò o crebbe il mal animo e lo sdegno di Elagabalo contro il cugino Alessandro, fu il cominciar ad avvedersi che i soldati più genio ed amore mostravano al figlio adottato che al padre. Era in fatti succeduto che le tante pazzie e l'infame vita di questo sfrenato Augusto aveano generata nausea fino negli stessi soldati, gente per altro di buono stomaco. E, all'incontro, mirando essi la saviezza e moderazione del giovinetto Alessandro, quanto sprezzavano e già odiavano il folle Augusto, altrettanto di stima ed amore aveano conceputo pel sì ben costumato Cesare. Pertanto la nata gelosia in cuor di Elagabalo il portò a tentar varie vie di levarlo dal mondo col veleno, col ferro o in altre guise. A questa indegna azione sollecitò chiunque gli stava appresso con promesse di grandi ricompense[1768]. Tutti osservarono una fedeltà onorata verso di Alessandro, e tutti i tentativi del barbaro imperadore ad altro non servirono che a rendere più cauta per la conservazion del figliuolo Giulia Mammea sua madre, la quale lo istruì di non prendere alcun cibo o bevanda che venisse dalla parte di Elagabalo, e facevagli preparar la mensa solamente da persone di sperimentata onoratezza. Fece Elagabalo levargli d'appresso tutti i maestri, esiliandone alcuni, ed altri uccidendoli; e pur questo a nulla servì. Potevano le spade dei suoi soldati appagar la crudel voglia di Elagabalo; ma, oltre al professar essi dell'amore per Alessandro, e all'avergli verisimilmente giurata anche fede in riconoscerlo per figliuolo dell'imperadore, Alessandro segretamente li regalava; e però niun d'essi volea macchiarsi le mani nel di lui sangue innocente. Giulia Mesa anch'ella andava scoprendo tutti i disegni e le trame del cattivo nipote, e destramente preservava il buono, con non lasciarlo uscire in pubblico[1769]. Accortosi finalmente Elagabalo della inutilità di queste occulte macchine, determinò di venire a guerra aperta. Mandò pertanto ordine al senato di togliere ad Alessandro il titolo e la dignità di Cesare, e di cassare la di lui adozione. Allorchè in senato fu letta questa polizza[1770], niuno de' padri seppe trovar parola da dire. Se ubbidissero, nol so; ben so che tutti amavano Alessandro, e detestavano in lor cuore la violenza dell'indegno regnante. Certo niun male avvenne ad Alessandro dalla parte de' soldati. Spedì loro Elagabalo lo stesso ordine, per cui cominciarono a fremere non meno i pretoriani che le altre milizie[1771]; e perchè videro arrivar gente che cominciò a cancellar le iscrizioni poste alle statue d'esso Alessandro, già erano vicini a prorompere in una sedizione. Vi fu anche una man d'essi soldati che corse al palazzo, con apparenza di voler uccidere Elagabalo[1772]. Avvisatone il coniglio imperadore, si nascose in un cantone dietro ad una tappezzeria, ed inviò Antiochiano prefetto del pretorio a pacificarli. Poscia, perchè durava la commozione nel quartier de' pretoriani, colà si portò Elagabalo in persona, per quetare il rumore, insieme col suddetto prefetto. Non si vollero mai arrendere i soldati, finchè Elagabalo non diede parola di cacciare dal palazzo e gastigar colla morte Jerocle, Gordo ed altri scellerati suoi cortigiani, che lui di stolto aveano fatto diventare stoltissimo. Arrivò[1773] a tanta viltà Elagabalo, che piangendo dimandò loro in grazia Jerocle, cioè colui che portava il nome infame di suo marito, dicendo che più tosto uccidessero lui stesso che quel suo caro ministro. L'accordo in fine fu conchiuso, con patto che Elagabalo mutasse vita, e fosse assicurata la vita di Alessandro, nè alcuno degli amici di Elagabalo andasse a visitarlo, per timore che non gli nuocessero o nol conducessero ad imitare gli sregolati costumi del corrotto Augusto. Secondo Lampridio[1774], succederono queste cose nell'anno precedente.
Era restato pien di veleno per tali avvenimenti l'indegno Elagabalo, e però, venuto il primo dì di questo anno, in cui doveva egli col cugino Alessandro procedere console, non si volle muovere di camera, se non che l'avola e la madre tanto dissero, con fargli temer imminente una sollevazion delle milizie, che solamente a mezzodì con esso Alessandro andò a prendere il possesso della dignità consolare. Ma non volle passar al Campidoglio a compiere la funzione, e convenne che il prefetto di Roma la compiesse, come se non vi fossero consoli. Non sapea digerire Elagabalo il veder così limitata l'autorità sua imperiale, e molto meno che al dispetto suo e sugli occhi suoi vivesse l'odiato Alessandro. Però andava cercando nuove maniere di levarlo di vita; ed ora solamente fu, secondo Erodiano[1775], che tentò di torgli il titolo e la dignità di Cesare. Fece partir di Roma all'improvviso tutti i senatori[1776], acciocchè non osassero opporsi ai suoi malvagi disegni. E perchè Sabino, senator gravissimo, era restato in città, diede ordine ad un centurione che andasse ad ammazzarlo. Per buona fortuna costui pativa di sordità, e credendo che l'ordine fosse per l'esilio, non ne fece di più. Per comandamento poi di esso Elagabalo, era ridotto Alessandro a starsene chiuso in casa, nè ammetteva udienze. Da lì a poco tempo, volendo il folle ed insieme furbo imperadore scandagliare qual disposizione si potesse aspettar dai soldati, qualora facesse ammazzar Alessandro, fece correr voce ch'esso Cesare era vicino per malattia a mancar di vita. Grande fu il bisbiglio, maggiore dipoi la commozion delle milizie, gridando moltissimi di essi che volevano vedere Alessandro Cesare. Perciò si chiusero ne' lor quartieri, nè più volevano far le guardie al palazzo cesareo. Imminente era una terribil sollevazione, se Elagabalo, preso seco in carrozza Alessandro, non fosse ito al loro campo. Apertegli le porte, il condussero al loro tempio, unendosi intanto molti strepitosi viva per Alessandro, pochi per Elagabalo. L'ultima pazzia di questo imperadore fu che, essendosi egli trattenuto in quel tempio la notte, nella mattina seguente, che fu il dì 7 (altri vogliono nel dì 9 di marzo, altri più tardi, ma Lampridio chiaramente sta colla prima opinione), fece istanza che fossero ammazzati alcuni di coloro che aveano gridato: Viva Alessandro. Così irritati da questo pazzo ordine rimasero i soldati, che a furia si sollevarono contra di lui. Fuggì Elagabalo, e si nascose in una cloaca, luogo degno di lui; ma, avendolo trovato, lo uccisero, e seco Soemia sua madre, ch'era in sua compagnia, e molti dei suoi iniqui ministri. Fra questi si contarono i due prefetti del pretorio ed Aurelio Eubulo da Emesa, presidente della sua camera, scorticator della gente, che dalla plebe, sollevata anch'essa, e dai soldati tagliato fu a pezzi. Nella stessa rovina restò involto Fulvio prefetto di Roma, e l'infame Jerocle. Di tanti suoi obbrobriosi cortigiani, potenti presso di lui, non si salvò che uno. Furono trascinati per la città i cadaveri dell'ucciso Augusto e di sua madre; poi quello di esso Elagabalo gittato fu nel Tevere. Fece il senato radere dalle iscrizioni a lui poste il nome di Antonino, cotanto da lui disonorato, ed egli da lì innanzi non con altro nome fu menzionato che di falso Antonino, di Sardanapalo e di Tiberino, o pur di Vario Elagabalo. Così, dopo aver questo scapestrato giovine regnato tre anni, nove mesi e qualche giorno, colla più vituperosa vita che mai si udisse, ricevette una più vituperosa morte, pena convenevole ai suoi molti delitti. E in questa maniera restò libera da un famoso mostro Roma e l'imperio. Lampridio[1777] vien poi descrivendo le strane invenzioni della golosità di Elagabalo, nelle quali impiegava egli grosse somme d'oro, perchè superò le cene di Apicio e di Vitellio. Le altre pazzie della sua lussuria si mette egli ancora ad annoverare che non meritano luogo nella presente storia; e però passo a ragionare del novello imperador de' Romani, cioè di Alessandro, che immediatamente dopo la morte di Elagabalo fu riconosciuto imperadore, per parlarne nondimeno solamente all'anno seguente.
NOTE:
[1766] Dio, lib. 79. Herod., lib. 5.
[1767] Lamprid., in Alexandro.
[1768] Herodianus, lib. 5.
[1769] Dio, lib. 79.
[1770] Lamprid., in Elagabalo.
[1771] Herod., lib. 5. Dio, lib. 79.
[1772] Lampridius, in Elagabalo.
[1773] Dio, lib. 79.
[1774] Lamprid., in Elagabalo.
[1775] Herod., lib. 5.
[1776] Lamprid., in Elagabalo.
[1777] Lampridius, in Elagabalo.
Anno di CRISTO CCXXIII. Indizione I.
URBANO papa 2. ALESSANDRO imperadore 2.
Consoli
LUCIO MARIO MASSIMO per la seconda volta e LUCIO ROSCIO ELIANO.
Dappoichè tolta dal mondo fu la peste dell'impuro Elagabalo nell'anno precedente, Marco Aurelio Severo Alessandro, che si trovava nel quartiere dei pretoriani, con alte voci fu da essi proclamato Imperadore Augusto[1778], e condotto fra i viva del popolo al palazzo cesareo. Di là passò egli al senato, dove con allegrissimi concordi voti fu confermato a lui l'imperio, e conferita la podestà tribunizia e proconsolare col nome di padre della patria. Tutto ciò fatto ad un tempo stesso, parte perchè il titolo di Cesare già a lui dato gli avea acquistato il diritto a questi onori, e parte perchè la conosciuta sua morigeratezza gli avea preventivamente conciliato l'amore d'ognuno. L'essere egli stato perseguitato da Elagabalo avea servito a renderlo più caro tanto ai soldati che ai senatori, tutti oramai troppo stomacati della sozza e pazza vita di quell'Augusto animale. Leggonsi in Lampridio le nobili acclamazioni fatte dal senato ad Alessandro, unite alle detestazioni dell'infame suo predecessore. Volevano quei padri ch'egli assumesse il nome di Antonino assai conveniente al suo buon naturale; ma egli con bella grazia si mostrò non ancor degno di portare un sì venerabil nome. Molto più ricusò il titolo di Grande, esibitogli dal senato, per unirlo a quel di Alessandro, con dire di meritarlo molto meno, perchè nulla di grande avea operato fin qui: la qual moderazione di animo gli acquistò più credito che se lo avesse accettato. Il nome di Marco Aurelio non si sa bene se lo assumesse perchè fu adottato da Elagabalo che usava quel nome, o pure perchè fu creduto figliuolo di Caracalla, appellato anch'esso Marco Aurelio. Quanto al nome di Severo, verisimilmente lo prese egli per essere (falso o vero che fosse) nipote di Severo Augusto, e non già, come vuole il suddetto Lampridio, pel suo vigore e costanza nell'esigere la militar disciplina dai soldati. Di questa sua fermezza e rigore egli diede i segni, non già sui principii del suo governo, ma nel progresso del tempo; e noi abbiam le monete[1779] anche nell'anno precedente, nelle quali è chiamato Marco Aurelio Alessandro Imperadore. Che età avesse egli allorchè fu assunto al trono, non si può decidere. Erodiano[1780] gli dà circa tredici anni. Dione[1781], siccome già accennai, il fa maggiore di età di Elagabalo: il che se si accorda, egli avrebbe avuto più dieciotto anni. Quel che sappiam di certo, era egli molto giovinetto, e perciò tanto più dee comparire mirabil cosa ch'egli sì lodevolmente cominciasse, e più gloriosamente proseguisse il governo del romano imperio. Certo l'età sua e la poca sperienza del mondo non erano sul principio bastevoli a sostener con onore un tal peso; e il senato avea già fatto un decreto che niuna donna potesse da lì innanzi sedere in senato. Perciò la vecchia sua avola Giulia Mesa, e la madre sua Giulia Mammea, desiderose della vera gloria del nipote e figliuolo, o scelsero esse, o pur vollero[1782] che il senato eleggesse sedici senatori, i più riguardevoli per l'età, per la saviezza e dottrina, e per probità dei costumi, che si trovassero in Roma, i quali servissero di assessori e consiglieri al giovinetto principe. Così fu fatto[1783]. Fra gli altri scelti si contano Ulpiano, Celso, Modestino, Paolo, Pomponio e Venuleio, insigni giurisconsulti; Fabio Sabino, Catone dei suoi tempi; Gordiano, che fu poi imperadore, Catilio Severo, Elio Sereniano, Quintilio Marcello ed altri, tutti personaggi di sperimentata integrità. Nè il savio giovine Augusto da lì innanzi solea dire o far cosa alcuna in pubblico senza la loro approvazione: maniera di governo quanto lontana dalla tirannica precedente, tanto più cara al senato, al popolo ed ai soldati. Dal consiglio di uomini tanto onorati e saggi fu creduto che procedesse la gloria del suo principe, e la felicità da lui procurata ai suoi popoli. La prima plausibil azione sua fu di restituire ai templi le statue e robe preziose tolte loro dal capriccioso predecessore, e di bandire da Roma il dio Elagabalo, o sia quella ridicola pietra, con rimandarla al suo paese di Emesa. Quindi nettò la corte da un prodigioso numero di persone inutili o ridicole, o la maggior parte infami, che aveano in addietro servito all'oscena ed abbominevol vita di Elagabalo. Tutti i di lui nani, buffoni, musici, commedianti, eunuchi ed altri di peggior condizione, si videro esposti alle fischiate del popolo, o donati agli amici, o venduti come schiavi o banditi. Si stese il medesimo espurgo al senato e a tutte le cariche e ministeri civili conferiti dal malvagio Elagabalo ad uomini vili, inabili ed anche infami. Tutti costoro tornarono alla lor primiera bassa fortuna, e furono a quella dignità e a quegli uffizii promosse persone dabbene, intendenti delle leggi e gelose del proprio onore. Si vide rifiorire anche la milizia, con darsi gl'impieghi più onorevoli a chi avea dato maggiori pruove del suo valore e della sua prudenza nelle passate congiunture. In questa maniera non andò molto che si vide risorgere ad un tranquillo e felicissimo stato Roma e l'imperio romano, tanto sconvolto e svergognato in addietro dal ribaldo e stolto Elagabalo.
NOTE:
[1778] Idem, in Alexandro.
[1779] Mediobarbus, in Numismat. Imper. I.
[1780] Herodian., lib. 5.
[1781] Dio, lib. 79.
[1782] Herodianus, lib. 6.
[1783] Lamprid., in Alexandro.
Anno di CRISTO CCXXIV. Indizione II.
URBANO papa 3. ALESSANDRO imperadore 3.
Consoli
GIULIANO per la seconda volta e CRISPINO.
Forse non è ben certo che Giuliano fosse console per la seconda volta, essendovi leggi, fasti ed un marmo[1784] che non vi mettono questa giunta. Camminava con felicità il governo di Roma tra per l'inclinazione al bene e alle opere virtuose che seco portava il giovane imperador Alessandro, e per la saviezza e vigilanza de' suoi ministri e consiglieri, principalmente di Domizio Ulpiano, celebratissimo giurisconsulto, creato poscia da lui prefetto del pretorio. Non lasciavano Giulia Mesa sua avola e Giulia Mammea sua madre, amendue decorate del titolo di Auguste[1785], di vegliare alla buona condotta e preservazion dai vizii di esso lor nipote e figliuolo, studiandosi sopra tutto di tener lontani gli adulatori, gran peste delle corti, e chiunque potea guastar il cuore del ben educato principe. E pur con tutta la loro attenzione s'introdussero presso di lui alcune persone di questa mala razza, le quali colle lor persuasioni e cabale cotanto gli screditarono, come un giogo intollerabile, la dipendenza sua da quei consiglieri, che lo indussero a non più ascoltarli. Ma durò poco questo suo sviamento, perchè, conosciuta la lor malizia, li cacciò, e feceli anche gastigar dal senato secondo il merito loro, con attaccarsi più di prima a coloro che poteano farlo regnare con giustizia ed onore. Ancorchè fosse di buon'ora ispirato ad Alessandro l'abborrimento alla disonestà, e servissero a lui di un vivo specchio della deformità di questo vizio gli eccessi di suo cugino Elagabalo; e tuttochè egli in fatti avesse sempre in orrore i delitti contra della castità, talmente che la storia non fa giammai menzione ch'egli trasgredisse le leggi prescritte in ciò dagli stessi Gentili: pure avrebbe potuto il bollore della gioventù tirarlo fuor di cammino. Per questo gli fu data in moglie una dama della primaria nobiltà di Roma, a cui prese affetto, e rendeva ogni conveniente onore, con favorire assaissimo nel medesimo tempo il suocero suo. Erodiano[1786] non ne lasciò a noi il nome, nè sappiamo il tempo in cui egli si ammogliò per la prima volta, e nè pur le seguenti. Ma che? Mammea sua madre, che dopo la morte di Giulia Mesa, mancata di vecchiaia, voleva essere l'arbitra del figliuolo, non soffrì lungo tempo che la nuora si fosse impossessata cotanto del cuore del figliuolo, e godesse al pari di lui il titolo di Augusta; e però cominciò a maltrattarla sì fattamente, e seco il di lei padre, che questi, benchè amato non poco da Alessandro, si ritirò un dì nel quartier dei soldati dicendo di render grazie all'imperadore dei benefizii a lui compartiti, ma senza voler più comparire alla corte; e qui sfogò la sua collera contro di Mammea, divolgando tutte le ingiurie a lui fatte e alla figliuola. Tal fu di poi la prepotenza di Mammea, che fece ammazzar lui, e relegare in Africa la infelice nuora. Se questo è vero, non è da credere che Mammea fosse cristiana, come han pensato alcuni[1787], perchè ella veramente ebbe del latte cristiano, ed ascoltò Origene, come attesta Eusebio[1788]. Ma potrebbe essere che Erodiano non sapesse tutte le particolarità ed i motivi di quel fallo. Lampridio[1789] certamente scrive, coll'autorità di Desippo istorico, che Marziano suocero di Alessandro gli tese delle insidie per ammazzarlo; ma che, scoperto il fatto, costui fu ucciso, e scacciata la moglie Augusta. Aggiunge altrove il medesimo Lampridio che un Ovinio Camillo, senatore di antica famiglia, tramò una ribellione, e se n'ebbero le pruove. Il buon imperadore, in vece di punirlo, il fece chiamar a palazzo, lodò il suo zelo pel pubblico bene, e poi nel senato il dichiarò partecipe dell'imperio, cioè gli diede il nome di Cesare e gli ornamenti imperiali. Avea detto prima lo storico stesso che al suddetto Marziano suocero fu dato il titolo di Cesare. Quel Camillo dipoi nella spedizione di Alessandro contro i Barbari rinunziò, e gli fu permesso di ritirarsi in villa, dove lungo tempo visse; ma in fine fu fatto uccidere dall'imperadore, perchè era uomo militare ed amato assai dai soldati. Truovasi del buio in questi fatti; ma vi è tanto barlume che basta a far dubitare che giusto motivo non mancasse a Mammea di atterrare il suocero del figliuolo, e la nuora ancora, caso che anch'essa fosse stata partecipe della fellonia del padre. Oltre di che, lo stesso Lampridio scrive che un tal avvenimento vien da alcuni riferito ai tempi di Traiano. Che Alessandro sposasse Memmia, figliuola di Sulpizio stato console, lo abbiamo dal suddetto Lampridio. Forse questa fu la seconda sua moglie. Trovasi anche nelle medaglie[1790] una Sallustia Barbia Orbiana Augusta, ed hanno inclinato alcuni letterati[1791] a crederla moglie del medesimo Alessandro imperadore. Ma trovandosi in quelle medaglie CONCORDIA AVGVSTORVM, parole significanti l'esistenza allora di più di un Augusto, a me non sembra verisimile la loro opinione.
et cap. 21.
NOTE:
[1784] Thesaurus Novus Inscription., pag. 355, num. 3.
[1785] Lampridius, in Alexandro.
[1786] Herod., lib. 5.
[1787] Orosius. Cedrenus. Vincentius Lirinensis. Casaubonus et alii.
[1788] Eusebius, Histor. Eccles., lib. 6. cap. 16,
[1789] Lampridius, in Alexandro.
[1790] Mediobarbus, in Numismat. Imperat.
[1791] Spanhemius, de Praestantia et Usu Numismatum.
Anno di CRISTO CCXXV. Indizione III.
URBANO papa 4. ALESSANDRO imperadore 4.
Consoli
FOSCO per la seconda volta e DESTRO.
Sempre più andavano riconoscendo i Romani la felicità propria nell'essere loro toccato un sì buono imperadore, qual fu Severo Alessandro. Ed era tale principalmente, perchè si erano ben radicati nel cuore di lui i principii della religione: virtù, di cui se sono scarsi, e peggio se mancanti i rettori dei popoli, troppo facile è, per non dir certo, che la lor vita abbonderà d'iniquità e di azioni malfatte. Falsa, non v'ha dubbio, era quella religione che non conosceva il vero Dio, e adorava insensati dii e creature o demonii. Tuttavia non può negarsi che questo principe, quantunque nato ed allevato nella idolatria, non avesse in sè dei lodevoli principii, perchè amava, temeva ed onorava, per quanto poteva, la divinità, e tutto ciò che si credeva allora che avesse qualche cosa di Dio[1792]. Appena era egli levato, che nel tempio del palazzo andava a rendere il culto ai suoi dii con dei sacrifizii. Quivi teneva le statue di essi e delle anime credute sante dai ciechi Gentili, come Orfeo, Alessandro il Grande, Apollonio Tianeo. Quel che più merita la nostra attenzione, si è che vi conservava anche la statua di Gesù Cristo, e colle altre l'adorava. Può ben credersi che Mammea Augusta sua madre, la quale avea imparato a conoscere in Soria la santità della religion cristiana, ma senza mai abbandonare la falsità dell'etnica, ne avesse inspirato del rispetto ed amore anche al figliuolo. Per questo venerava egli Cristo, ed anche Abramo. Anzi, siccome attesta Lampridio scrittore pagano, egli meditava di alzare un tempio al medesimo Cristo, e di farlo ricevere per Dio; ma gli si opposero i zelanti del Paganesimo, con dire di aver consultato intorno a ciò gli oracoli, e riportato per risposta, che, se ciò si facesse, tutti abbraccerebbono il Cristianesimo, e converrebbe chiudere ogni altro tempio. Mai più non disse il demonio, padre della bugia, una verità più luminosa di questa. Avea ancora Alessandro sovente in bocca quella insigne massima, imparata più probabilmente dai Cristiani che dai Giudei: Non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te stesso. E questa fece anche scrivere nel palazzo cesareo e in varie fabbriche a lettere maiuscole. Avendo anche i Cristiani occupato un luogo pubblico, per farvi una chiesa, e pretendendolo gli osti di lor ragione, con suo rescritto dichiarò l'imperadore: Essere meglio che Dio ivi in qualunque maniera si adorasse, che se ne servissero gli osti: segno che già in Roma si fabbricavano e si tolleravano templi al vero Dio. Di qui poi venne, ch'egli lasciò in pace i Cristiani, e sotto di lui crebbe molto di fedeli la Chiesa. Quei che morirono martiri in questi tempi furono vittime de' malvagi governatori delle provincie, che senza saputa e permissione del principe[1793] non lasciavano di trovar pretesti per uccidere gli odiati Cristiani.
Sempre ancora professò l'Augusto Alessandro a sua madre Mammea un rispetto singolare, anzi tale che passò all'eccesso. Se crediamo ed Erodiano[1794], questo solo difetto gli si potè opporre, cioè che troppo amava la madre, sino ad ubbidirla, suo malgrado, in cose che non trovava ben fatte. Perciò potente era ella nel governo, e fu al pari di Giulia di Severo intitolata madre delle armate, del senato e della patria. Certo non mancò essa giammai di dar dei buoni avvertimenti al figliuolo; fu nulladimeno tacciata di avidità della roba altrui: il che andava ella scusando presso il figliuolo, con dirgli che accumulava quell'oro per di lui servigio, affinchè avesse di che regalare i soldati. Ma accumulandone talvolta per vie illecite, ed empiendone i proprii scrigni, se ne lagnava poi Alessandro, senza potervi nondimeno rimediare: tanta era la riverenza che professava a chi gli avea data la vita. Onesti poi erano i divertimenti suoi. Amava la musica, si dilettava della geometria, dipingeva assai bene, sonava varii strumenti, cantava, ancora con bella voce e con garbo, ma solamente in camera sua e nella privata conversazion degli amici. Talvolta a cavallo, talora a piè facea delle buone passeggiate; gli piaceva anche la caccia e la pesca. Una delle cure di sua madre fu sempre quella di tenerlo occupato e lontano dall'ozio. Nè pregiudicavano punto i divertimenti suoi al pubblico governo[1795]. Gli erano portati gli affari smaltiti prima dai saggi suoi consiglieri, ed era facile lo sbrigarli. Ma quando occorrevano cose di molta importanza e premura, vi assisteva, levandosi anche prima del sole, e stava nel consiglio le ore intere senza mai annoiarsi o stancarsi. Impiegava anche talvolta il tempo che gli restava dopo gli affari in leggere libri, essendogli spezialmente piaciuti in greco quel di Platone della Repubblica, e in latino quei di Cicerone degli Uffizii, o sia dei Doveri e della Repubblica. Dilettavasi ancora di leggere degli oratori e dei poeti, e massimamente le poesie di Orazio e di Sereno Sammonico, da lui conosciuto ed amato. Ma sopra le altre letture era a lui cara quella della vita di Alessandro il Macedone, per istudiarsi d'imitarlo dove potea, condannando nondimeno in lui l'ubbriachezza e la crudeltà verso gli amici. Dopo la lettura esercitava il corpo in tirar di spada, in lotte discrete, in giuochi ch'esigevano del moto: tutte maniere proprie per conservar la sanità. Andava anche, secondo l'uso d'allora, al bagno, dopo il quale faceva un po' di colezione, differendo talvolta il prender cibo dipoi sino alla cena. Nulladimeno l'ordinario suo stile era di pranzare; e ne' pranzi suoi non compariva nè sordidezza nè lusso, ma bensì un bell'ordine, cibi semplici, piatti ben puliti, e quel che occorreva per satollare e non per aggravare lo stomaco. Solamente nei dì di festa si accresceva alla tavola un papero, e nelle maggiori solennità, tutto il grande sfarzo era la giunta di uno o due fagiani o di due polli. Oro non volle mai nella sua mensa, e tutto il suo vasellamento d'argento consisteva in ducento libbre. Occorrendone di più nelle occasioni, se ne facea prestar dagli amici. Se solo si cibava, teneva un libro a tavola, e leggeva, se pur non facea leggere. Ma più spesso voleva seco a pranzo degli uomini dotti, e particolarmente Ulpiano, dicendo che più gli faceano pro i ragionamenti loro eruditi, che le vivande. Allorchè dovea far de' pubblici banchetti, anche da questi volea bandito lo sfoggio, portandosi solamente i piatti consueti, ma aumentati a proporzione dei convitati. Per altro non gli piacea quella gran turba, perchè dicea di parergli di mangiar nel teatro o nel circo. Costumarono alcuni Augusti, ed era anche in uso presso i grandi, di aver commedianti o buffoni intorno alle lor tavole per divertirsi. L'innocente suo trastullo era di veder combattimenti di pernici e di altri piccioli animaletti. Una sola, per altro innocente, particolarità di lui parve strana, cioè ch'egli sommamente si dilettò di aver nel suo palazzo varie uccelliere di fagiani, paoni, galline, anitre e pernici, e spezialmente di colombi, dicendosi che ne nudrisse fin venti mila. Dopo le applicazioni si ricreava in veder questi volatili; ed affinchè non gli fosse attribuito a scialacquamento, tenea dei servi, che colle nova, coi polli e coi piccioni cavavano tanto da far le spese a tanto uccellame. Ma qui non è finito il ritratto di questo buon imperadore. Il resto lo riserbo all'anno seguente, giacchè il pacifico felice stato dell'imperio romano in que' tempi non somministra avvenimento alcuno alla storia.
NOTE:
[1792] Lampridius, in Alexandro.
[1793] Eusebius, Histor. Eccles., lib. 6, cap. 28.
[1794] Herodian., lib 6.
[1795] Lampridius, in Alexandro.
Anno di CRISTO CCXXVI. Indizione IV.
URBANO papa 5. ALESSANDRO imperadore 5.
Consoli
MARCO AURELIO SEVERO ALESSANDRO AUGUSTO per la seconda volta e LUCIO AUFIDIO MARCELLO anch'egli per la seconda.
Il Relando[1796], il Bianchini[1797] e il padre Stampa[1798] chiamano il secondo console Caio Marcella Quintiliano per la seconda volta, fidandosi di una iscrizione pubblicata dal Gudio. Dispiacemi sempre di dovere ripetere che le merci gudiane son dubbiose, nè possono prestar sicuro fondamento alla erudizione. Una iscrizione stampata dal marchese Maffei[1799], e da me riferita nella mia Raccolta[1800], benchè corrosa, vo io credendo che ci abbia conservato il vero nome di esso console. Tutti i fasti e varie leggi ci danno Marcello console in quest'anno. S'egli avesse portato il cognome di Quintiliano, non Marcello, ma Quintiliano lo avrebbono appellato gli antichi. Miriamo ora l'Augusto Alessandro nella vita civile. Mirabil cosa fu il vedere com'egli odiasse il fasto, e quasi dimentico del sublime suo grado, amasse di uguagliarsi a' suoi cittadini. Spesso andava ai pubblici bagni a lavarsi dove concorreva anche il resto del popolo; e nel suo palazzo si facea servire unicamente dai suoi servi. A chiunque dimandava udienza, e a chi de' nobili di buona fama veniva per salutarlo, era sempre la porta aperta; nè voleva egli che s'inginocchiassero davanti a lui, come dianzi esigeva il vanissimo Elagabalo, ma che gli facessero quello stesso saluto che si usava co' senatori, chiamandolo col proprio nome, e senza nè pur chinare il capo. Il fare altrimenti veniva da lui interpretato per adulazione, e metteva in burla chi faceva troppi complimenti o eccedeva in ossequio. Talvolta ancora licenziò in collera taluno di questi falsi adoratori. Per la stessa ragione non potea soffrire, e teneva per una pazzia, coll'esempio di Pescennio Negro, l'ascoltar poeti ed oratori che facessero il di lui panegirico. Volentieri bensì porgea le orecchie a coloro che contavano i fatti degli uomini illustri[1801], e sopra tutti di Alessandro il Macedone, de' buoni imperadori e de' famosi Romani. Vietò il dare a lui il titolo di Signore, ed ordinò che si scrivesse alla sua persona come si faceva ai particolari, colla giunta del solo nome d'Imperadore, cioè, come già si stilava ne' tempi di Cicerone. Fece pubblicare che non entrasse a salutarlo chi sapeva di non essere innocente. Specialmente ciò era detto per gli ministri e nobili ladri. La maniera di trattar co' suoi amici era di molta familiarità e franchezza, pregandoli sempre di sedere presso di sè: il che indispensabilmente praticava coi senatori. Quanta fosse le sua moderazione, principalmente si riconosceva nelle udienze, perchè si mostrava cortese ed affabile verso di ognuno. Niuno partiva da lui malcontento, nè passava mai giorno senza che egli facesse qualche atto di bontà. Ed ammalandosi chi era amato da lui, ancorchè di basso ordine, amorevolmente andava a visitarlo. Perchè poi Mammea la madre e Memmia sua moglie gli dicevano che quella tanta cortesia esponeva allo sprezzo la sublime sua dignità: Può essere, rispondeva, ma certo la rende più sicura e di maggior durata. Alcuni de' suoi più cari obbligava a venire a pranzo con lui; e di chi non veniva, dimandava conto con bella grazia. Tanto alla tavola che alle udienze si trovava sempre di buon umore, e non mai in collera; e diceva le sue burle, ma senza punture. Esigeva che gli amici gli dicessero liberamente il lor sentimento; e dicendolo, gli ascoltava con attenzione, correggendo poscia proprii i difetti. Colla stessa libertà diceva anch'egli dov'essi mancavano; e ciò non mai con fasto ed asprezza.
Il suo vestire era semplice e modesto, senza oro e senza perle, imitando in ciò la moderazion di Severo, ed abborrendo la vanità di Elagabalo, che voleva guernite di perle infino le scarpe. Soleano essere gli abiti suoi di color bianco, e non di seta, che costava allora assaissimo. Dicea che le gemme convenivano solo alle donne; e che le stesse donne, senza eccettuarne l'imperadrice, doveano essere contente di poche. Avendo un ambasciador d'Oriente donate due perle di mirabil grossezza e bellezza all'Augusta sua moglie, cercò di venderle; e perchè non si trovò compratore, ne formò due orecchini alla statua di Venere, con dire che l'imperadrice darebbe troppo cattivo esempio portando addosso cose di tanto prezzo. Con questo esempio arrivò egli a correggere il lusso degli uomini, siccome anche l'Augusta consorte quello delle donne. Fece inoltre Alessandro ristorar molte fabbriche di Traiano, ma con rimettere dappertutto il nome di esso primo autore. Quanto affetto poi egli sempre ebbe ai buoni, altrettanto odio, o, per dir meglio, abborrimento, portava ai cattivi. Un certo Settimio, che scrisse la vita di questo impareggiabile Augusto, attestava che egli specialmente si sentiva tutto commovere, e s'infiammava in volto, incontrandosi in giudici che fossero in concetto di ladri. Accadde che un Settimio Arabino, senatore famoso per sì fatto vizio, e liberato sotto Elagabalo, comparve un dì con gli altri a salutarlo. O dii immortali! gridò allora Alessandro, Arabino non solamente vive, ma vien anche in senato! Spera forse costui da me un buon trattamento? Mi dee ben egli tenere per un pazzo e scimunito. Non vi era parente o amico ch'egli potesse tollerare, se si lasciavano trasportare ad azioni disonorate, e massimamente se per interesse vendevano la giustizia, riguardando egli costoro come i più perniciosi nimici del pubblico. Però li faceva processare e punire: o se pur s'induceva a far loro la grazia, la godevano con patto che si ritirassero; perchè, siccome egli diceva, a lui più cara era la repubblica che qualsivoglia privata persona. Così ad un suo segretario, perchè portò al consiglio il sommario falso di un processo, egli fece tagliare i nervi delle dita, acciocchè più non potesse scrivere, e relegollo in un'isola. Venne in mente ad un nobile, altre volte processato per le sue mani poco nette, di farsi raccomandar caldamente da alcuni re o principi stranieri che erano alla corte, per ottenere una carica militare. Tali furono le loro istanze, che l'Augusto Alessandro non seppe negar la grazia. Ma da lì innanzi tenne così ben gli occhi addosso a costui, che fra poco si scoprì una sua ruberia. Fece egli esaminar lo affare in presenza di que' medesimi principi, tuttavia dimoranti in Roma, e il reo fu convinto e confesso. Dimandò allora a que' principi che gastigo si desse nel loro paese a sì fatte persone: La croce, risposero essi; ed in effetto, per sentenza de' suoi medesimi protettori, fu colui condannato alla croce, senza che alcuno si potesse lagnare del rigor di Alessandro. E non è già che questo buon imperadore non fosse inclinato alla clemenza. Certamente niun senatore a' tempi suoi, benchè delinquente, perdè la vita; ed egli incaricava i giudici di procedere il più di rado che si potesse contra dei rei alla pena della morte e al confisco dei beni. Ma, premendogli il pubblico bene, voleva che la giustizia avesse il luogo nei casi bisognosi di esempio. E perchè Erodiano[1802] scrive che il suo imperio fu senza sangue, Lampridio[1803] ragionevolmente lo interpreta de' soli senatori; e tanto più attestando il medesimo Erodiano, che a niuno sotto di lui fu levata la vita, senza essere stato prima conosciuto giuridicamente dai tribunali il suo delitto, ed emanata la condanna.
NOTE:
[1796] Reland., in Fastis Consul.
[1797] Blanchin., ad Anastas. Biblioth.
[1798] Stampa, in Fastis.
[1799] Maffejus, Antiquit. Gall.
[1800] Thesaurus Novus Inscript., pag. 356, n. 2.
[1801] Lampridius, in Alexandro.
[1802] Herodian., lib. 6.
[1803] Lampridius, in Alexandro.
Anno di CRISTO CCXXVII. Indizione V.
URBANO papa 6. ALESSANDRO imperadore 6.
Consoli
ALBINO e MASSIMO.
Di gravi dispute sono state fra gli eruditi intorno al prenome e nome di questi consoli. Inclinò il cardinal Noris[1804] a credere il primo Marco o Numerio Nummio Albino, ma con conghiettura priva di forza. Il Relando[1805] e il padre Stampa[1806], recata in mezzo una iscrizione del Gudio, appellarono questi consoli Lucio Albino e Massimo Emilio Emiliano. Ma possiamo noi fidarci dei marmi gudiani? Impropria cosa è che in quella iscrizione abbia il prenome Albino, e non lo abbia l'altro console. Più improprio è che il secondo console sia chiamato Massimo Emilio Emiliano. Non è nome di famiglia Massimo. E se l'ultimo suo cognome fosse stato Emiliano, le leggi e i fasti lo avrebbono notato con esso, e non già con quello di Massimo. Tre leggi, che hanno Albino ed Emiliano, non son da contrapporre a tante altre, che portano Albino et Maximo. Si potrebbe solamente sospettare che quell'Emiliano fosse sustituito a Massimo. Sempre nei decreti del senato si riteneva uno stile, nè si mutava, se non si cambiava console. Continuiamo ora a vedere come si regolasse verso del pubblico il buon imperadore Alessandro. Merita ben più la vita sua che quella del Macedone di esser letta dai principi, per imparar ciò che talvolta non sanno[1807]. Procurava egli a tutto suo potere la felicità de' popoli, non solo coll'astenersi dall'imporre nuovi aggravii, ma con istudiarsi di sminuire i già imposti. In fatti ridusse ad un terzo quel che si pagava sotto Elagabalo per le gabelle, di maniera che dieci in vece di trenta si cominciò a pagare. Pensava anche di fare di più, ma non glielo permisero le necessità del pubblico. Non si sa ch'egli istituisse altro dazio che sopra i banchieri, orefici, pellicciai e quei delle altre arti. Questo nondimeno dovea essere leggiera cosa, perchè Lampridio lo chiama vectigal pulcherrimum. E questo non per farlo colar nella sua borsa, ma perchè il ricavato servisse al mantenimento delle terme, cioè dei pubblici bagni, che erano allora in gran credito ed uso; il che vuoi dire che tal dazio tornava in comodo solamente del pubblico stesso. Volle si aggiugnesse olio ad esse terme, acciocchè anche di notte se ne potesse valere il popolo: il che dianzi non si faceva; e fu poi abolito da Tacito imperadore, perchè se ne abusava la gente cattiva. Levò anche affatto interamente qualche dazio, solito a pagarsi in Roma. Nè già favoriva egli il fisco in pregiudizio del popolo e della giustizia; anzi odiava tutti i ministri del fisco e delle dogane, e li chiamava un male necessario. Uso suo fu di cambiarli spesso, sperando forse che i nuovi sulle prime opererebbono con più discretezza e meno ingiustizia. In beneficio de' poveri sminuì le usure; e se i senatori prestavano per cavarne frutto, ne' primi anni del suo governo, voleva che loro non si pagasse usura, ma solamente un regalo, ad arbitrio di chi prendeva in prestanza il danaro. Poscia ridusse al sei per cento le usure di essi senatori, e senza altro regalo; laddove gli altri per lo più esigevano il dodici. Dava egli stesso danari a prestanza a' poveri, e senza volerne frutto; anzi si contentava che coi frutti ch'essi ricavavano degli stabili comperati col di lui danaro, gli fosse restituito il capitale. Teneva egli esatto registro di tutto. E se gli veniva a notizia che talun de' suoi conoscenti in bisogno di pecunia gli avesse o nulla o poco chiesto in prestito, il faceva chiamare per dimandargli conto di sì poca speranza e confidenza in lui.
Del resto non era egli di coloro che non credono l'economia e il risparmio una virtù da principe. Anche in essi è virtù, se ciò non fanno per risparmiare ai suoi popoli gli aggravii, e per impiegare in benefizio e sollievo del pubblico stesso il loro risparmio. Regolavasi appunto così l'Augusto Alessandro, il quale era assai persuaso che il principe dee far da economo del danaro che si cava dai sudori de' sudditi, e non già da padrone per impiegarlo ne' suoi capricci e divertimenti. Perciò egli risecò tutte le spese e i salariati inutili della corte, ritenendo solamente la servitù necessaria con decenti e non isfoggiate paghe. Solea dire che la gloria e grandezza di un imperio consiste non già nella magnificenza, ma nelle buone forze, cioè, a mio credere, nell'aver ricchi sudditi e valorose milizie. Quanto ai soldati ne parleremo più a basso. Per conto de' sudditi, favorì Alessandro non poco la mercatura, concedendo esenzioni a tutti i trafficanti. Attese all'accrescimento e all'abbondanza dell'annona, mandata in malora dall'impuro Elagabalo, e la rimise in piedi colla sua borsa. Il donativo dell'olio, che Severo Augusto ogni anno faceva al popolo, e che il suddetto Elagabalo avea molto assottigliato, fu da lui rimesso nel primiero suo essere. Era anche il popolo romano a parte una volta del governo e delle rendite della repubblica. Dappoichè si alzarono gl'imperadori, siccome di sopra accennammo, gran tempo durò il dare alla plebe di tanto in tanto qualche congiario, ed ogni anno tante misure di grano per testa, e vi si aggiunse anche il dono dell'olio e della carne. All'incontro condonò Alessandro alle provincie e ai mercatanti quella contribuzione che aveva a titolo di regalo, ma era forzata, solita a pagarsi all'entrare del nuovo principe, chiamata l'Oro Coronario. Per altro non lasciò Lampridio[1808] di osservare che questo principe non ometteva diligenza alcuna per ammassar pecunia, e per custodirla ancora; ma non ne cercò mai egli per le vie illecite, nè con aggravio indebito d'altrui. Mai non diede per danari le giudicature, solendo dire: Chi compera bisogna che venda. Io mai non soffrirò questi mercatanti di cariche, e se li promettessi, non potrei poi ragionevolmente gastigarli. Mi vergognerei di punire un uomo che ha comperato, s'egli poi vende. Ma non donava oro nè argento a commedianti, carrozzieri e ad altri che davano divertimento al pubblico, ancorchè si dilettasse non poco degli spettacoli. Diceva che costoro andavano trattati come i famigli, cioè con paghe tenui. E tuttochè egli avesse un gran rispetto per la sua falsa religione, pure non offeriva ai templi pagani più di quattro o cinque libbre d'argento, e mai nulla d'oro, con ripetere un verso di Persio, indicante, che gli dii non aveano bisogno d'oro, nè servir esso per fare star bene gli dii, ma sì bene i loro ministri. Dissi con Lampridio che questo Augusto sapea ben custodire il danaro. Ciò non vuoi dire ch'egli, a guisa degli avari, il covasse. Solamente significa ch'egli non sel lasciava uscir delle mani per ispese di vanità, di gola o di lussuria. Che per altro egli largamente spendeva, e tutto in opere lodevoli, cioè in fabbriche ed altre imprese di utile, o di ornamento alla città di Roma, o per far guadagnare gli operai e il basso popolo.
Istituì scuole di rettorica, grammatica, medicina, aruspicina, matematica, architettura e di macchine, con salarii fissi ai maestri, e vitto ai discepoli figliuoli di poveri, purchè liberi. Stese anche la sua liberalità agli oratori nelle provincia. A molte città deformate dai tremuoti rilasciò parte del danaro delle gabelle, acciocchè rimettessero in piedi gli edifizii pubblici e privati. A chi trovava de' tesori li lasciava godere. Solamente s'erano di molto valore, ne faceva dar qualche parte ai suoi uffiziali. Fece fabbricar dei pubblici granai per cadaun rione di Roma, acciocchè chi n'era senza potesse quivi rinserrare i suoi grani. Diede compimento alle terme magnifiche, cioè ai bagni di Caracalla, e ne fabbricò ancora delle suntuose, che portarono il suo nome. Aggiunse inoltre varii altri bagni a que' rioni di Roma che n'erano privi. Altri edifizii fece in quella città e a Baia, con risarcire i ponti fabbricati da Traiano, e con ristorar anche molte antiche memorie di Roma, e adornar quella città di assaissimi colossi, o sia di statue sopra l'usata misura, specialmente per li più rinomati imperadori, colle loro iscrizioni e con colonne di bronzo, dove erano descritte le loro imprese. Fabbricò eziandio molte case bellissime, e le donò a quegli amici suoi ch'erano in concetto di maggior probità. Non invidiava, non uccellava le ricchezze altrui, come usarono i cattivi principi; all'incontro stendeva la mano in aiuto de' poveri; e massimamente le rugiade della sua beneficenza si spandevano sopra i nobili caduti in povertà non per loro colpa, e in povertà non finta, con donare ad essi delle terre, de' servi, degli animali e degli utensili contadineschi; diede anche tre congiarii al popolo, e fece tre donativi alle milizie. Il danaro che ricavava dal dazio delle meretrici, dei ruffiani e di altre peggiori pesti, siccome pecunia infame, non volle che passasse nell'erario suo o pure del pubblico, ma che s'impiegasse nel mantenimento del teatro, del circo e dell'anfiteatro. Sua intenzione era parimente di proibire un detestabil vizio, che dalla sporca Gentilità si permetteva al pari di quel delle pubbliche donne; ma vi trovò tali difficoltà, che gli convenne desistere, e Dio riserbava alla santa Religione di Cristo una tal vittoria. Contuttociò fece confiscar i beni alle donne infami[1809], delle quali trovò un infinito numero in Roma pagana piena di lordure, e mandò in esilio tutta la gran ciurma de' nefandi garzoni, parte de' quali nel viaggio, naufragando, perì.
NOTE:
[1804] Reland., Fast. Cons.
[1805] Idem, ibid.
[1806] Stampa, in Fastis.
[1807] Lampridius, in Alexandro.
[1808] Lampridius, in Alexandro.
[1809] Lampridius, in Alexandro.
Anno di CRISTO CCXXVIII. Indizione VI.
URBANO papa 7. ALESSANDRO imperad. 7.
Consoli
MODESTO e PROBO.
Le conghietture del cardinal Noris[1810], seguitate da' susseguenti scrittori, sono che questi consoli portassero i nomi di Tiberio Manlio Modesto e Servio (non Sergio) Calpurnio Probo, perchè una iscrizione del Grutero[1811] rammemora il consolato di Marco Acilio Faustino, e Triario Rufino, spettante all'anno di Cristo 210, poi quello di Tiberio Manilio ... e Servio Calpurnio ... poi quello di Alessandro Augusto, appartenente all'anno 229, e poi quello di Lucio Virio Agricola e Sesto Catto Clementino nell'anno 230. Ma non resta a tal conghiettura quieta la mente nostra per la tanta distanza de' consoli dell'anno 210 all'anno presente 228, potendo nel tempo di mezzo, ed in altro anno che nel corrente, essere stati consoli que' due Tiberio Manilio e Servio Calpurnio, per le rivoluzioni succedute allora. Però più sicuro partito ho creduto di mettere solamente i lor cognomi, de' quali niuno può dubitare. Difficil cosa è, per non dire di più, il mettere ai lor siti gli avvenimenti di questi tempi, perciocchè o ci mancano le storie, o son confusi o dubbiosi i lor testi. Sia a me dunque lecito di riferirne qui alcuni di molta importanza, che certamente dovettero accadere prima dell'anno seguente 229, quando sia fuor di dubbio che Dione istorico[1812] terminasse la storia sua in esso anno 229. Quantunque regnasse un sì buon imperadore, pure avvenne che per una cagione assai lieve insorse una rissa fra il popolo di Roma e i pretoriani, voglio dire i soldati delle guardie. Crebbe tanto questo fuoco, che prese le armi, per tre dì si combattè aspramente fra loro colla mortalità di assaissime persone dall'un canto e dall'altro. Per la sua gran copia era in istato il popolo di opprimere i soldati; ma avendo costoro cominciato ad attaccar il fuoco alle case, esso popolo, per timore che tutta la città andasse in fiamme, fu forzato di trattar di accordo, e così ebbe fine quella guerra civile. Non si sa se prima o dopo di questo accidente succedesse l'altro della morte di Domizio Ulpiano, insigne giureconsulto di questi tempi e celebre nella storia delle leggi. Egli, siccome il più dotto e saggio dei senatori di allora, era come capo del consiglio cesareo[1813], e più di lui che di altri si serviva l'Augusto Alessandro nel governo degli stati, facendo egli la funzione di segretario de' memoriali e delle lettere. Arrivò anche ad essere prefetto del pretorio[1814], dopo aver fatto ammazzare (probabilmente con processo e condanna giudiciaria) Flaviano e Cresio prefetti, per succedere loro in quella carica. Certamente dagli antichi storici vien molto esaltato il sapere, la prudenza e lo zelo di Ulpiano; e sappiamo che egli corresse non pochi abusi introdotti da Elagabalo; ma forse colla sua gran dottrina egli sapeva accoppiar l'ambizione ed altri vizii, credendosi ancora ch'egli odiasse di molto i Cristiani. O sia dunque che la morte data ai suddetti due prefetti irritasse forse gli animi de' pretoriani, o pure che il loro sdegno provenisse dall'aver egli voluto riformare la scaduta lor disciplina, e trattarli con asprezza: certo è che essi pretoriani si sollevarono un giorno contra di lui, e dimandarono la sua morte ad Alessandro Augusto, che lungi dall'acconsentire alla loro dimanda, colla stessa sua porpora coprì e difese più di una volta Ulpiano. Ma questo nulla giovò. Una notte lo assalirono, ed egli scappò al palazzo, implorando la protezion dell'imperadore e dell'augusta Mammea sua madre: il che non ritenne gl'infuriati soldati dallo scannare sugli occhi dello stesso Augusto il misero Ulpiano. Ci viene bensì dicendo Lampridio che Alessandro si fece rispettar dalle sue milizie; e pure noi non sentiamo ch'egli facesse altro risentimento per così grave insulto fatto alla sua dignità, che di gastigare Epagato stato la principal cagione della morte di Ulpiano[1815]. Convenne ancora camminar in ciò con gran riguardo, cioè mandarlo prima per prefetto in Egitto, e poi in Candia, dove fu condannato e spogliato della vita: non essendosi attentata la corte di punirlo in Roma per timore di una nuova sedizione. Non si sa bene il netto e i motivi di quel torbido; e Zosimo[1816] scrive che ne parlavano differentemente gli scrittori di questi tempi.
Abbiamo nondimeno da questo medesimo storico, che i pretoriani, per timor della pena, proclamarono imperadore un Antonino, il quale destramente si ritirò, non volendo servir di giuoco alla lor pazza ribellione, nè più si lasciò vedere. Parla lo stesso Zosimo anche di un Urano schiavo, il quale proclamato Augusto, fu ben tosto preso e condotto ad Alessandro colla porpora che gli aveano messa indosso. Di un Urano appunto, che usurpò l'imperio in Edessa nella Osroena, e fu abbattuto da Alessandro, favella Giorgio Sincello[1817]; siccome ancora Vittore, di un Taurino (lo stesso forse che Urano) il quale acclamato dai soldati imperadore[1818], per orrore di ciò si precipitò nell'Eufrate. Oscuri fatti son questi. Tuttavia che varie ribellioni si facessero, tutte nondimeno di poca durata, e tutte verisimilmente per colpa de' soli pretoriani e degli altri soldati che sotto Caracalla ed Elagabalo si erano troppo male avvezzati, e per poco insolentivano, ne siamo assicurati da Dione[1819]. Aggiunge egli stesso, ch'essendo insorta la guerra in Mesopotamia, per le conquiste fatte da Artaserse re dei Persiani contra de' Parti (del che parlerò andando innanzi), molti dell'armata romana, ch'era in quelle parti, desertando passavano ai Persiani, e più furono gli altri che non voleano combattere, e giunsero ad ammazzare Flavio Eracleone lor generale: tanto grande era divenuta la effeminatezza, sbrigliatezza ed impunità. Trovasi ancora nelle monete di questo anno[1820] fatta menzione di una vittoria, senza che se ne sappia il perchè, e senza che Alessandro prendesse il titolo d'imperadore. Intanto non lasciava esso Augusto le applicazioni al governo de' popoli con prudenza superiore alla sua età[1821]. Si ridusse nondimeno a non ammettere alcuno a ragionamenti di familiarità e confidenza, se non v'era presente il prefetto del pretorio ed altri de' suoi ministri. E ciò avvenne perchè un Vetronio Turino, con cui egli trattava assai alla domestica, parlava di lui, come se fosse suo favorito, vantandosi di ottener tutto quanto voleva da lui. Passò più oltre, perchè cominciò a far bottega di questo suo mentito favore, e per le grazie fatte dall'imperadore esigeva de' buoni regali dai corrivi, facendole credere impetrate da sè, contuttochè nè pure ne avesse detta una parola. Informato di ciò Alessandro, e che costui vendendo il fumo, screditava lo stesso Augusto, quasi che fosse un ragazzo e uno scioccherello che si lasciasse da lui menare pel naso: volle prima chiarirsi della verità del fatto, mandando sotto mano persona a raccomandarsi a Turino, per impetrar una grazia di molta importanza. Promise Turino di assistere; e dopo avergliela fatta saper buona col mostrare la difficoltà, e di aver parlato più volte, finalmente dappoichè fu spedita la grazia, in presenza di testimonii, si spacciò mezzano di essa, e volle un grosso pagamento, ancorchè nè pure una sillaba avesse detto di ciò all'imperadore. Allora Alessandro il fece accusare, e convinto, fu attaccato ad un palo con paglia umida e legne verdi intorno, che il soffocarono col fumo, gridando intanto il banditore: Col fumo è punito chi vendeva il fumo. Ciò avvenne prima che fosse ucciso Ulpiano. Veggonsi molti savii decreti di questo principe nel corpo delle leggi romane. Costituì egli dei corpi di cadauna arte, con dar loro dei difensori. Proibì l'andare gli uomini e le donne al medesimo bagno. Aveva anche formato il disegno che ogni ordine di cittadini avesse l'abito suo particolare, acciocchè si distinguesse dagli altri, e specialmente si riconoscessero gli schiavi. Ulpiano il distornò da questa risoluzione, perchè ne sarebbero insorte molte dispute fra le persone, e gli schiavi si sarebbono avveduti di essere in troppo maggior numero che la gente libera. Lamentandosi il popolo che la carne di bue e porco era troppo cara, in vece di calarne il prezzo, ordinò che non si ammazzassero vitelli, vacche, porchette e troie gravide: e in meno di due anni la carne suddetta venne a costare un solo quarto di quello che si vendeva in addietro.
NOTE:
[1810] Noris, Epist. Consul.
[1811] Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 300, n. 1.
[1812] Dio, lib. 80.
[1813] Lampridius, in Alexandro.
[1814] Dio, lib. 80.
[1815] Dio, lib. 80.
[1816] Zosimus, Histor., lib. 1.
[1817] Syncellus, Histor.
[1818] Aurelius Victor, in Epitome.
[1819] Dio, lib. 80.
[1820] Mediobarb., in Numismat. Imper.
[1821] Lampridius, in Alexandro.
Anno di CRISTO CCXXIX. Indizione VII.
URBANO papa 8. ALESSANDRO imperadore 8.
Consoli
MARCO AURELIO SEVERO ALESSANDRO per la terza volta, DIONE CASSIO per la seconda.
Lo stesso Dione, che terminò in questi tempi la sua storia, confessa che Alessandro Augusto lui volle per collega nel suo consolato, essendo egli stato console sostituito in alcuno degli anni precedenti. Però sembra scorretta una legge riferita dal Relando[1822], siccome ancora una iscrizione pubblicata dal Panvinio[1823] e dal Grutero[1824], ed un'altra dal Doni, dove in vece di Dione si legge Dionysio, quando a Dione non fosse stato sostituito un console appellato Dionisio, il che non par da credere. Ne' Fasti ancora del Cuspiniano si legge Dyonisio. Racconta il medesimo Dione[1825] d'avere avuto negli anni addietro il governo dell'Africa da Alessandro Augusto, e poi quello della Dalmazia, e successivamente quello dell'Alta Pannonia, dove con vigore cercò di rimettere sul piede dell'antica disciplina quelle milizie. Venuto poscia a Roma nell'anno precedente, gl'insolenti pretoriani, siccome aveano fatto ad Ulpiano, accusarono anche lui, perchè paventavano ch'egli volesse rimettere fra loro stessi la militar disciplina. Alessandro, che ben conosceva il merito di Dione, in vece di fargli del male, per dar gusto a quegli scellerati, il disegnò console per l'anno presente in sua compagnia. Ma perciocchè dubitò che i pretoriani, al vederlo in quella dignità, facessero maggior tumulto e lo uccidessero, credette meglio che Dione stesse per qualche tempo fuori di Roma in quelle vicinanze. Portossi poi Alessandro nella Campania, e colà fu a trovarlo Dione, e stette qualche giorno con lui alla vista dei soldati, che non dissero una parola. Ed egli allora ottenne licenza di potersi ritirare a Nicea di Bitinia patria sua, per quivi passare quel che gli restava di vita, trovandosi già vecchio e mal sano, e probabilmente colla paura in corpo di non finir male, come era succeduto ad Ulpiano. Che a lui nel consolato succedesse Marco Antonio Gordiano in questo medesimo anno si ricava da Capitolino[1826], colà, dove scrive essere stato il più vecchio de' Gordiani console in compagnia di Alessandro Augusto, e ch'egli dipoi fu mandato proconsole al governo dell'Africa, con tal piacere di esso Augusto, che con sua lettera ringraziò molto il senato di sì fatta elezione, stante l'essere Gordiano uomo nobile, magnanimo, eloquente, giusto, continente e dabbene. Se ne ricordi il lettore, perchè a suo tempo vedremo il medesimo Gordiano portare il titolo di Augusto.
Fu appunto una delle belle doti dell'imperadore Alessandro quella di scegliere, e di volere che si scegliessero per le cariche e pel governo delle provincie coloro, ne' quali concorreva più abilità a governar altri e maggior probità[1827]. Nulla si dava al favore, nulla alle raccomandazioni, molto meno al danaro. Gli eunuchi, i quali erano stati in addietro potentissimi in corte, e venivano chiamati da lui una terza specie del genere umano, tutti furono rimossi dal di lui servigio, ed appena si contentò egli, che di alcuni pochi si servisse la imperadrice, ed in uffizii bassi, e con abito de notante la bassezza del loro stato, togliendo con ciò tanti disordini cagionati per lo passato dalla soverchia autorità che godeano o faceano credere di godere. Alessandro col parer del senato eleggeva i consoli, i prefetti del pretorio ed altri magistrati, lasciando la elezion degli altri al senato medesimo. Diceva egli, meglio essere per lo più il dare gli uffizii a chi non li ricerca, che a chi tante premure usa per ottenerli. Niun senatore nuovo creava egli, se persone di credito prima non rendevano buona testimonianza del merito suo, e non veniva approvato da' senatori suoi consiglieri. E guai se trovava che lo avessero in ciò ingannato: colui era cacciato dal senato, e i suoi fautori gastigati. Una rarissima ed ammirabil maniera ebbe ancora nella elezion de' presidenti delle provincie e di altri magistrati meno importanti. Prima di conferir que' posti, faceva esporre in pubblico i nomi de' proposti per essi, esortando ognuno a scoprire se costoro avessero commesso qualche delitto, purchè ne potessero dar le pruove; poichè nello stesso tempo proibiva sotto pena della vita l'accusare senza poter provare l'accusa. Lampridio[1828], storico pagano, attesta aver egli appreso questo rito dai Cristiani ch'esaminavano diligentemente prima chi si avea da ammettere al sacerdozio. E solea dire Alessandro, parergli strano come non si usasse la diligenza medesima, allorchè si voleva eleggere chi dovea avere in mano i beni di fortuna e le vite dei popoli, quando ciò si praticava dai suddetti Cristiani per la elezione de' sacerdoti. Avrebbe egli desiderato che ogni governator delle provincie avesse saputo esercitare il suo uffizio senza bisogno di assessore, tuttavia soffrì sempre l'uso di tali assessori; e diede anche loro buoni salarii. Provvedeva egli in oltre le persone, nel mandarle ai governi, di danaro, servi, mule, cavalli e di altre robe necessarie, dandole poi a' medesimi, se con lode esercitavano i loro impieghi. Se male, voleva che rendessero quattro volte più di quello che avea loro somministrato. In somma, la vita di questo Augusto, tanto più mirabile, quanto ch'egli era assai giovane, sarebbe un bellissimo modello per qualunque principe che amasse la vera gloria, ed imparar volesse il meglio degli esempi altrui, con leggere le vite di que' principi buoni ed uomini illustri, dei quali forse niuna età e nazione è stata priva.
NOTE:
[1822] Reland., in Fast. Cons.
[1823] Panvin., in Fast. Consular.
[1824] Gruterus, Thesaurus Inscript., pag. 1079, num. 11.
[1825] Dio, lib. 80.
[1826] Capitolinus, in Gordian.
[1827] Lampridius, in Alexandro.
[1828] Lampridius, in Alexandro.
Anno di CRISTO CCXXX. Indizione VIII.
PONZIANO papa 1. ALESSANDRO imperadore 9.
Consoli
LUCIO VIRIO AGRICOLA e SESTO CATIO CLEMENTINO.
Il secondo console in qualche testo è chiamato Clemente[1829], e in una iscrizione riferita del Cupero, Clemenziano. Se questa è legittima, può essa prevalere agli antichi codici. Credesi che in questi tempi santo Urbano papa gloriosamente compiesse i suoi giorni con ricevere la corona del martirio. Ebbe per successore Ponziano. Tempo è ora di parlare di una strepitosa rivoluzion di cose accaduta in Oriente. La Persia, conquistata alcuni secoli prima da Alessandro il Grande, durò per qualche tempo sotto il dominio dei re della Siria, ossia della Soria, successori del Macedone. Arsace, famoso re de' Parti, loro la tolse circa ducento cinquant'anni prima dell'era cristiana, e continuò ivi a signoreggiare la schiatta degli Arsacidi sino ad Artabano re di quelle contrade, e regnante a' tempi dell'Augusto Alessandro[1830]. Contra di Artabano si ribellò un uomo di basso affare, ma di gran coraggio, chiamalo Artaserse, discendente dagli antichi Persiani; il quale messa in armi la nazione sua, e collegato con altri popoli vicini, tre volte diede battaglia ad Artabano, ed altrettante ancora lo sconfisse, ed in fine gli levò la vita. Abbattuto dunque il regno de' Parti, ritornò la corona in capo ed Artaserse Persiano, e si rinnovò la potenza di quella nazione, la quale troveremo, andando innanzi, terribile ai Romani, poi soggiogata dagli Arabi, e di tal possanza anche oggidì dopo incredibili peripezie che fa paura al potentissimo Sultano de' Turchi, e più che paura ha fatto, pochi anni sono, al Mogol, grande imperadore delle Indie orientali. Mise[1831] il vittorioso Artaserse l'assedio alla fortezza di Atra; ma perdutavi indarno molta gente, passò nella Media, e ne conquistò la maggior parte. Rivolse poi le sue forze contro l'Armenia, dove quel popolo assistito dai Medi e dai figliuoli di Artabano, colà rifugiati, il costrinse con suo poco gusto a battere la ritirata. Pretende il padre Pagi[1832] che nell'anno di Cristo 226, Artaserse sulle rovine del regno de' Parti piantasse il trono de' Persiani, citando in pruova di ciò lo storico Agatia; e che nel seguente anno, o pure nel 228, egli incominciasse la guerra contra dei Romani. Non è Agatia uno scrittore sicuro per tempi sì lontani da lui. Abbiamo di certo da Dione[1833] che nell'anno 229 grande apprensione recava Artaserse ai Romani, con minacciare di assalir la Mesopotamia e la stessa Soria, pretendendo di voler ricuperar tutto quanto appartenne una volta ai re di Persia[1834], l'imperio de' quali arrivava sino al Mediterraneo e all'Egeo. Vuole il suddetto Pagi che nell'anno precedente l'Augusto Alessandro, per frenare questo minaccioso torrente, si portasse coll'esercito ad Antiochia. Monsignor Bianchini[1835] differisce la di lui andata al presente anno, il Tillemont[1836] sino all'anno 232. A me sembra più probabile che in quest'anno Alessandro si mettesse in viaggio, giacchè abbiamo una moneta[1837], spettante all'anno IX della di lui podestà tribunizia, dove si legge PROFECTIO AVGVSTI.
Scrive Erodiano[1838], che arrivato Alessandro all'anno tredicesimo del suo imperio (numero senza fallo scorretto), si svegliò la guerra coi Persiani, ed avere esso Augusto sulle prime creduto bene di scrivere lettere ad Artaserse, per esortarlo a desistere dalle novità, e a contentarsi del suo, perchè non gli andrebbe così ben fatta, volendo combattere coi Romani, come gli era accaduto con altri popoli, ricordandogli le imprese di Augusto, Lucio Vero e Settimio Severo in quelle parti. Si rise l'orgoglioso Artaserse di queste lettere, e la risposta che diede, fu coll'entrare armato nella Mesopotamia, e dar principio ad assedii e saccheggi nel paese romano. Venute queste nuove a Roma, benchè Alessandro fosse allevato nella pace, pure, per parere ancora de' suoi consiglieri, fu creduta necessaria la di lui presenza alle frontiere della Soria. Gran leva dunque di gente si fece per l'Italia e per tutte le altre provincie; e formato un poderosissimo esercito coll'unione de' pretoriani ed altri soldati di Roma, si congedò Alessandro dal senato, ed imprese il viaggio alla volta di Levante. Attesta il medesimo Erodiano che niuno vi fu dei senatori e de' cittadini romani che potesse ritener le lagrime al vedere allontanarsi da loro un principe sì buono, sì amato ed adorato da tutti. Fece il viaggio per terra coll'armata, e data nell'Illirico la revista a quelle legioni seco le prese. Passato poscia lo stretto della Tracia, continuò il suo viaggio sino ad Antiochia, capitale della Soria, dove attese a far i preparativi necessarii per così pericolosa guerra. Racconta Lampridio[1839] la bella maniera tenuta da lui nella marcia dell'esercito suo. Prima di muoversi di Roma, fece attaccare ne' pubblici luoghi in iscritto la disposizione del viaggio, indicando il giorno della partenza, e di mano in mano assegnando i luoghi, dove l'armata dovea far alto nelle notti, o prendere il riposo di un giorno. Mandati innanzi tali avvisi, si trovava dappertutto preparata la tappa, cioè la provvisione de' viveri; nè vi fu verso ch'egli volesse mai mutare alcuna delle posate prescritte, per paura che i suoi uffiziali non facessero traffico delle marcie, per guadagnar danaro. Non altro cibo prendeva egli che l'usato dagli altri soldati, pranzando e cenando colla tenda aperta, affinchè ognuno il potesse vedere. Gran cura si prendeva egli perchè nulla mancasse di vettovaglia, di armi, di abiti, di selle e di altri arnesi alle soldatesche; ed in tutto esigeva la pulizia, di maniera che si concepiva, in mirar quelle truppe sì ben guarnite, un'alta idea del nome romano. Più di ogni altra cosa poi gli stava a cuore la disciplina militare, e che niun danno fosse inferito agli abitanti e alle campagne per dove passava l'armata. Visitava egli in persona le tende, nè permetteva che nella marcia alcuno, anche degli uffiziali non che de' soldati, uscisse di cammino. Se taluno trasgrediva l'ordine, le bastonate o altre convenevoli pene erano in pronto. E ai principali dell'esercito, che avessero mancato in questo, e danneggiato il paese, faceva una severa correzione, con intonar loro la massima imparata da' Cristiani, cioè con dire: Avreste voi caro che gli altri facessero alle terre vostre quel che voi fate alle loro? Perchè un soldato maltrattò una povera vecchia, il cassò e il diede per ischiavo ad essa donna, acciocchè col mestiere di falegname, ch'egli esercitava, la mantenesse. Ed avendo fatta doglianza di ciò gli altri soldati, fece lor conoscere la giustizia di questo gastigo, che servì a tenere gli altri in freno. Per così bei regolamenti, e col tenere sì forte in briglia le milizie, dappertutto dove queste passavano, si dicea, che non già de' soldati, ma dei senatori erano in viaggio; ed ognuno, in vece di fuggirli, gli amava, vedendo tanta modestia e sì bell'ordine in gente non avvezza se non a far del male, con benedire Alessandro, come se fosse stato un dio.
Veramente Zosimo[1840] scrive che i soldati erano malcontenti di Alessandro per questo rigore di disciplina; e vedremo in fine che fu così. E pure Lampridio, scrittore più antico, e che avea bene studiato le precedenti storie, attesta ch'egli era amato da essi, come lor fratello e lor padre. Aggiugne questo medesimo storico[1841], che arrivato il giovine imperadore ad Antiochia, e trovato che alcuni soldati di una legione si perdevano nelle delizie, e andavano ai bagni colle donne, li fece tosto mettere in prigione. Cominciò per questo tutta la legione a far tumulto e doglianze. Allora Alessandro salito sul tribunale, si fece condurre davanti quei prigioni alla presenza di tutti gli altri ch'erano in armi, e parlò con vigore intorno alla necessità di mantener la disciplina, e che il supplicio di coloro dovea insegnare agli altri. Grande schiamazzo allora insorse; ed egli più franco che mai ricordò loro, dover essi alzar le grida contra dei Persiani, e non contra il proprio imperadore, che cava il sangue dai popoli per vestire, nudrire ed arricchir le milizie. Li minacciò ancora, se non dimettevano, di cassarli tutti, e che forse non si contenterebbe di questo, rimproverando loro, che dimenticavano di essere cittadini romani. Più forte cominciarono essi allora a gridare ed a muovere l'armi, come minacciandolo. Ma egli, non istate, soggiunse, a bravare. L'armi vostre han da essere contro i nemici di Roma. Nè vi avvisaste di farmi paura. Quand'anche uccideste un par mio, alla repubblica non mancherà un nuovo Augusto per governar lei e punire voi altri. E perciocchè non si quetavano, con gran voce gridò: Cittadini romani, deponete l'armi e andatevene con Dio. Allora (e par cosa da non credere) tutti, posate l'armi, le casacche militari e le insegne, si ritirarono. Gli altri soldati e il popolo raccolsero quelle armi e bandiere, e portarono tutto al palazzo. Di là poi ad un mese, pregato, rendè loro l'armi, con far nondimeno morire i lor tribuni, per negligenza de' quali erano caduti in tanta effeminatezza quei soldati. Questa legione dipoi si segnalò sopra le altre nella guerra contro i Persiani. Formò Alessandro di sei legioni una falange di trenta mila combattenti: il che ci fa intendere che allora ogni legione era composta di cinque mila armati. Altre guardie ancora avea con gli scudi intarsiati d'oro e d'argento. A tutti dopo la guerra di Persia fu data maggior paga che agli altri soldati.
NOTE:
[1829] Thesaurus Novus Inscription., pag. 357, num. 2.
[1830] Dio. Herod. Lamprid. Agathias et alii.
[1831] Dio, in Excerpt. Valesianis.
[1832] Pagius, in Crit. Baron.
[1833] Dio, in Excerptis Valesianis.
[1834] Herod., lib. 6.
[1835] Blanchinius, ad Anastas. Bibliothecar.
[1836] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1837] Mediobarbus, in Numismat. Imperator.
[1838] Herodianus, lib. 6.
[1839] Lampridius, in Alexandro.
[1840] Zosimus, lib. 1.
[1841] Lampridius, in Alexandro.
Anno di CRISTO CCXXXI. Indizione IX.
PONZIANO papa 2. ALESSANDRO imperadore 10.
Consoli
POMPEIANO e PELIGNIANO.
Non mi son io attentato a chiamare il primo di questi consoli Civica Pompeiano, perchè quel Civica viene da una sola iscrizione del Gudio, le cui merci sono a me sospette. Nell'anno 209 era stato console Civica Pompeiano. Un altro ne troveremo all'anno 241. Ma certo non è che ancor questo Pompeiano fosse appellato Civica. Il secondo console vien chiamato da Cassiodoro, dal Panvinio e da altri Feliciano; ma più è sicuro il cognome di Peligniano. L'Augusto Alessandro, prima di mettersi in campagna, volle tentar di nuovo se colle buone si potea frenar l'alterigia del Persiano Artaserse[1842], e gli spedì nuovi ambasciatori lusingandosi che la presenza sua, sostenuta da sì poderoso esercito, avesse da inspirare al Barbaro pensieri più ragionevoli. Se ne tornarono essi senza risoluzione alcuna. All'incontro, inviò Artaserse ad Alessandro quattrocento dei suoi, tutti di alta statura, con vesti fregiate d'oro ed archi sfarzosi, credendo con tal comparsa di atterrire i Romani. Consistè la loro ambasciata in comandare orgogliosamente all'imperador dei Romani di uscire quanto prima di tutta la Soria e di ogni altra provincia di là dal mare, perchè tutto quel paese apparteneva ai Persiani, come antica dipendenza della loro corona. Da così insolente comando irritato Alessandro, col parere del suo consiglio, ordinò che tutti quegli ambasciadori, spogliati de' loro arnesi, fossero relegati nella Frigia, con dar loro campagne da coltivare. Nè volle fargli uccidere, perchè una iniquità sarebbe stata il punir colla morte gente non presa in battaglia, e che eseguiva gli ordini del suo re; quasi che non fosse anche una iniquità e un violare il diritto delle genti quel privarli di libertà, e il non lasciarli ritornare al loro signore. Si venne dunque all'armi. Se crediamo ad Erodiano[1843], tre corpi fece Alessandro delle sue genti, come gli fu suggerito da' suoi generali, e da chi meglio sapeva il mestier della guerra, perchè egli nulla mai faceva di sua testa nelle spedizioni militari[1844]; ma voleva prima udire il sentimento de' più vecchi e sperimentati nell'arte della milizia. Uno ne spinse nella Media per via dell'Armenia; un altro nel paese de' Parti, e riserbò per sè il terzo, per condurlo egli stesso. Ma o perchè Alessandro fosse di sua natura e per l'educazione alquanto timido, o perchè l'Augusta Mammea sua madre nol volesse vedere esposto ai pericoli, o perchè succederono diserzioni e tumulti in Soria, egli non s'inoltrò punto contro i nemici; e cagion fu che il secondo corpo fu disfatto dai Persiani, con vittoria nondimeno che costò loro ben caro; e che il primo, dopo aver ben resistito alle forze de' Persiani, nel ritornare in Armenia, per gli disagi perisse. Aggiugne lo stesso Erodiano che il corpo di riserva di Alessandro per le malattie calò di molto, e fu a rischio di lasciarvi la vita il suddetto imperadore per una grave infermità che il sorprese. Ma perchè la grande armata de' Persiani notabilmente anch'essa si sminuì, cessò dipoi la guerra; e per tre o quattro anni stettero que' Barbari in pace. Così Erodiano. Non così Lampridio, il quale, più che al racconto di quello storico, prestando fede a ciò che tanti altri aveano scritto de' fatti di questo imperadore, da lui ben esaminati, gli attribuisce una insigne vittoria riportata contra dei Persiani. E maggiormente lo pruova, coll'aver veduto gli atti del senato e la relazione dell'avvenimento glorioso fatta dal medesimo Alessandro al senato, dopo il suo ritorno a Roma nel dì 25 di settembre. Non si può sì facilmente credere che le parole di Alessandro fossero soli vanti e menzogne, sì perchè non fu egli di carattere millantatore, sì perchè poco sarebbe occorso per ismentirle. Disse dunque Alessandro di avere sconfitto i Persiani, nell'armata dei quali bella e terribil mostra faceano settecento elefanti colle lor torri guernite di arcieri. Trecento di questi essere stati presi, ducento morti, e diciotto venivano condotti a Roma. Vi erano mille carri falcati. Cento venti mila cavalli si contavano parimente nell'esercito nemico; dieci mila di essi rimasero sul campo; gli altri si salvarono colla fuga. Molti erano stati i Persiani presi, e poscia venduti per ischiavi. Si erano ricuperate le città perdute della Mesopotamia; Artaserse, colla perdita delle bandiere, avea presa la fuga. I soldati romani se ne ritornavano ben ricchi, nè sentivano più le fatiche della guerra dopo sì felice vittoria. A questa relazione tennero dietro le acclamazioni del senato. Aggiugne Lampridio che in quella calda azione Alessandro correva per le file della sua armata, animando i soldati, lodando chi meglio combatteva, combattendo anch'egli, e trovandosi esposto alle freccie nemiche. Dopo sì segnalata vittoria se ne tornò Alessandro ad Antiochia, per passare, come io vo credendo, il verno colla sua armata. E che in quest'anno esso Augusto fiaccasse le corna al superbo Artaserse, e non già nel precedente, come volle il padre Pagi, e non nel seguente, come pensò il Tillemont, bastantemente si raccoglie dalle monete[1845] rapportate dal Mezzabarba, correndo la di lui tribunizia podestà X, cioè nell'anno presente, perchè ivi si vede menzionata VICTORIA AVGVSTI. Solamente non si sa intendere come Alessandro non prendesse il titolo d'Imperadore per questa vittoria. Forse lo impedì la sua modestia. Dal senato ancora fu acclamato Persico Massimo: e pure questo suo titolo non s'incontra nelle medaglie. Ha poi un bel dire Erodiano che i Persiani da sè stessi desisterono dalla guerra; perchè se così felicemente, com'egli vuole, fossero proceduti i loro affari, e le armate romane fossero rimaste disfatte, inverisimil cosa è come i medesimi non avessero proseguita la vittoria, ed occupata ai Romani la Mesopotamia.
NOTE:
[1842] Herodianus, lib. 6.
[1843] Herodian., lib. 6.
[1844] Lamprid., in Alexandro.
[1845] Mediobarb., in Numism. Imperat.
Anno di CRISTO CCXXXII. Indizione X.
PONZIANO papa 3. ALESSANDRO imperadore 11.
Consoli
LUPO e MASSIMO.
Abbiamo anche da Erodiano[1846] che l'imperadore Alessandro si fermò molto tempo in Antiochia: il che ci serve di fondamento per credere che vi passasse il verno insieme coll'esercito distribuito in quei quartieri. Lungo tempo si esigeva a ricondurre per terra le legioni destinate per l'Europa; però sembra verisimile che succedesse in quest'anno il suo arrivo a Roma nel tempo assegnato da Lampridio[1847], cioè nel dì 25 di settembre, in cui egli comparve in senato a rendere conto della sua spedizione. Fece la sua entrata da trionfante, corteggiato da tutto il senato e dall'ordine equestre, fra i plausi e l'indicibil allegrezza di tutto il popolo. Non entrò sul cocchio, come si costumava ne' trionfi, ma bensì a piedi, venendogli dietro il carro trionfale tirato da quattro elefanti. A piedi ancora andò al palazzo, e tanta era la folla, che appena in quattr'ore potè compiere il viaggio, tutti gridando intanto: Se salvo è Alessandro, salva è Roma. Nel dì seguente si fecero le corse dei cavalli e i giuochi scenici, dopo de' quali toccò un congiario al popolo. Allora fu che si cominciarono a vedere presso i Romani degli schiavi persiani; ma, non sofferendo allora la superbia dei re di Persia che alcuno de' suoi sudditi restasse in ischiavitù, fu pregato Alessandro di rimetterli in libertà col pagamento del riscatto, ed egli non mancò di far loro questa grazia con rendere ai padroni il danaro pagato in comperarli, o pure col metterlo nell'erario, se non erano venduti. Questi servi adunque e gli elefanti condotti sempre più ci vengono ad assicurare che l'Augusto Alessandro non vinto, ma vincitore, ritornò dalla guerra di Persia. Seguita a dire Lampridio che anche nella Mauritana Tingitana felicemente procederono gli affari della guerra per la buona condotta di Furio Celso. Similmente nell'Illirico Vario Macrino, parente d'esso Alessandro, riportò de' vantaggi contro i nemici del popolo romano; e nell'Armenia Giunio Palmato diede anch'egli qualche buona lezione ai Persiani. Da tutti quei luoghi probabilmente in questi tempi giunsero a Roma le laureate lettere di avviso di que' prosperosi avvenimenti, le quali, lette in senato e al popolo, rallegrarono ognuno, ed esaltarono sempre più il nome e la gloria dell'Augusto Alessandro.
NOTE:
[1846] Herodianus, lib. 5.
[1847] Lampridius, in Alexandro.
Anno di CRISTO CCXXXIII. Indizione XI.
PONZIANO papa 4. ALESSANDRO imperadore 12.
Consoli
MASSIMO e PATERNO.
Un'iscrizione, che si legge nella mia Raccolta[1848], in vece di Paterno, ha Paterio. Così ancora egli è chiamato in alcune leggi raccolte dal Relando[1849]. Però, quantunque io abbia ritenuto Paterno, gran dubbio mi resta che il suo vero cognome fosse Paterio. In quattro leggi ancora Massimo vien detto console per la seconda volta; ma ciò meglio starà nell'anno seguente. Instituì[1850] in questi tempi l'Augusto Alessandro in onore di Mammea imperatrice sua madre un collegio di fanciulli e un altro di fanciulle, con chiamarli Mammeani e Mammeane, siccome Antonino Pio avea dato il nome di Faustiniane alle fanciulle instituite in onore di Faustina sua moglie. Parimente attese a premiare chiunque s'era segnalato nel governo civile e militare della repubblica. Ai senatori più meritevoli accordò gli ornamenti consolari, con aggiugnere dei sacerdozii e dei poderi a quei ch'erano poveri o vecchi. Agli amici donò i prigionieri di varie nazioni, ritenendo solamente i nobili fra essi, che furono arrolati nella milizia. Le terre prese ai nemici donò egli ai capitani e soldati posti alla guardia de' confini, con permettere che passassero ancora in dominio de' loro eredi, purchè anch'essi facessero il mestier dei soldati; non volendo che quei beni restassero in proprietà di persona alcuna privata, con dire che quei tali con più attenzione militerebbono, ove si trattasse di difendere le cose concedute loro con questo patto. Ed ecco, se non il principio, almeno un segno assai chiaro di quei che poscia furono chiamati benefizii, cioè stabili dati a godere ai soldati con obbligo di militare in favor del donante, con riservarsene i principi il diretto dominio. Passò, dico, questo nome anche nella Chiesa, dispensatrice di sì fatti beni a chi si consacra alla milizia ecclesiastica. Oltre alle terre, donò ai medesimi soldati degli animali e dei servi, acciocchè potessero coltivarle, e non le lasciassero abbandonate all'invasion de' nemici; il che riputava egli gran vergogna della repubblica. Mentre si godeva tanta felicità in Roma, ecco nuove spiacevoli dalle contrade germaniche[1851], cioè avere i Germani passato il Reno, mettere in conquasso la Gallia in quelle parti con potenti armate, saccheggiar borghi e campagne, e far paura alle stesse città. Se crediamo ad Erodiano[1852], fin quando Alessandro dimorava in Antiochia, cominciò questa brutta danza, e portatine colà gli avvisi, colla giunta di aver essi Germani passato non solo il Reno, ma anche il Danubio, ed essere in grave rischio le confinanti provincie dell'Illirico e l'Italia stessa. Per questo si affrettò egli di lasciar la Soria, e di volgere i passi e l'armi colà dove il chiamava il bisogno. Se vero fosse il racconto di Erodiano, converrebbe dire che Alessandro si fermasse un anno di più in Antiochia; o pure ch'egli, un anno dopo quel che abbiam supposto, imprendesse la guerra coi Persiani. Ma non è sì facilmente da acquetarsi in ciò a quello storico greco, da che gli viene a fronte Lampridio, certo inferiore a lui di tempo, ma più di lui informato degli affari di Roma. Secondo Erodiano, l'Augusto Alessandro marciò a dirittura dalla Soria in Germania, nè più ritornò a Roma; laddove Lampridio, citando gli atti del senato, ci assicura esser egli dall'Oriente rivenuto a Roma, ed aver ottenuto il trionfo, e che quivi si godeva una mirabil quiete, quando sopraggiunse la novità dei Germani. Se questa giugnesse nell'anno presente, o pure nel susseguente, non so dirlo. Caso che nel presente, attese Alessandro a far dei preparamenti per andar in persona a dimandar conto ai Germani dei danni inferiti alle contrade romane.
NOTE:
[1848] Thesaurus Novus Inscription., pag. 358, num. 3.
[1849] Reland., in Fast. Cons.
[1850] Lampridius, in Alexandro.
[1851] Lamprid., in Alexandro. Zosim., Hist., l. 1.
[1852] Herodianus, lib. 6.
Anno di CRISTO CCXXXIV. Indizione XII.
PONZIANO papa 5. ALESSANDRO imperadore 13.
Consoli
MASSIMO per la seconda volta e CAIO CELIO URBANO.
Già ardeva la guerra tanto ai confini della Gallia quanto a quei della Pannonia, con terrore non lieve dell'Italia stessa. Però in quest'anno l'Augusto Alessandro, messo insieme un potente esercito, s'inviò alla volta della Gallia, dove maggiore era il pericolo[1853]. Conduceva egli seco un gran corpo di Mori e di arcieri presi dalla provincia della Osroena, o pure disertori parti, guadagnati con buono stipendio. Di costoro pensava egli di valersi con vantaggio in questa nuova guerra, perchè tal sorta di gente saettava più lontano che i Germani, e coglieva più facilmente nel bersaglio de' loro corpi. Si partì Alessandro da Roma, quantunque il senato e i migliori, mal volentieri vedendolo disposto alla partenza, si studiassero di ritenerlo[1854]: tanto era l'amore che gli portavano, tanta la premura che non si esponesse a pericolo alcuno e ai dubbiosi successi della guerra. Ma egli avea fisso il chiodo di andare, perchè non potea sofferire che, dopo aver vinto i Persiani, venissero ad insultare l'imperio romano i Germani, gente che altri imperadori da meno di sè aveano saputo mettere in dovere. Seco andò Mammea sua madre; e, se crediamo a Lampridio, tutti i senatori l'accompagnarono per centocinquanta miglia. Nel fare a gran giornate il suo viaggio, incontratosi con una donna della razza de' Druidi sacerdoti della Gallia, questa gli disse: Va pure, ma non isperar vittoria; e fidati poco de' tuoi soldati. Egli non l'ascoltò, o pure non se ne mise pensiero, perchè sprezzava la morte. E Lampridio aggiugne, che avendogli predetto un celebre astrologo ch'egli dovea morire per mano d'un Barbaro, se ne rallegrò, credendo di aver da morire in qualche battaglia, e di far quel fine glorioso ch'era toccato ad altri generali famosi. Arrivato alle rive del Reno[1855], quivi si fermò a disporre tutto l'occorrente per portare la guerra addosso a' Germani; ed intanto fece fabbricar un ponte su quel fiume, acciocchè vi potesse transitar tutta la armata. Vuole Erodiano, scrittore che solamente ci descrive Alessandro per un imperador timoroso e privo di coraggio, ch'egli tentasse prima, se potea, colle buone intavolar pace coi Germani; e loro a questo fine inviò suoi ambasciatori, con esibire gran copia di danaro, assai consapevole della forza che ha l'oro fra quei popoli. Forse che se avesse tenuta questa via non gli sarebbe mancata la pace. Ma Lampridio nulla parla di ciò, e nè meno di varii combattimenti accennati dal suddetto Erodiano, nei quali scrive che bene spesso i Germani comparvero non men forti dei Romani. Certo è che non abbiam vestigio di alcuna bella militare impresa da lui fatta in essa guerra, ancorchè il numeroso e prode esercito suo promettesse di molto in sì fatta spedizione.
NOTE:
[1853] Herodianus, lib. 6.
[1854] Lampridius, in Alexandro.
[1855] Herodianus, lib. 6.
Anno di CRISTO CCXXXV. Indizione XIII.
ANTERO papa 1. MASSIMINO imperadore 1.
Consoli
SEVERO e QUINZIANO.
Altro non abbiam di certo di questi consoli che il loro cognome, e il secondo vien anche chiamato Quintiliano. Ho io prodotta un'iscrizione[1856], dove ci comparisce Gneo Pinario Severo console, ma senza poter dire se appartenga all'anno presente. Il Panvinio[1857] avea citata un'iscrizione posta per la salute di Lucio Ragonio Urinazio Larcio Quinziano console, credendo che ivi si parlasse del secondo console. Un'altra[1858], a lui pure spettante, ho dato io, ma con farmi a credere che questo Quinziano molto prima dell'anno presente fosse sostituito nel consolato. In un altro marmo[1859], rapportato anche nella mia Raccolta, s'incontra Tito Cesernio Macedone Quinziano console; ma senza che resti alcun lume se appartenga all'anno presente. Una grande scossa ebbe in quest'anno il romano imperio per la morte del buon imperadore Alessandro, tolto di vita dagli empii ed iniqui suoi soldati. Non se ne sa bene il luogo e la maniera. Lampridio[1860] ne fu anch'egli allo scuro, mentre scrive che l'Augusto giovane, trovandosi nella gran Bretagna, da noi chiamata Inghilterra, fu ucciso, e che altri scrissero essere ciò avvenuto nella Gallia in un villaggio appellato Sicila, nel distretto di Magonza, come vuole Eusebio[1861], oppure in quel di Treveri. Espone bensì Erodiano[1862] con varie particolarità questo avvenimento, ma le circostanze da lui narrate non hanno assai del verisimile. Secondo lui, Massimino, uffiziale, che avea la cura di insegnar l'arte militare ai soldati di nuova leva, per la maggior parte presi dalla Pannonia, era amato non poco da esse milizie. Sparlavano costoro di Alessandro, come di un principe troppo timoroso, che non lasciava fare alcuna bella impresa contra dei nemici, e stava tuttavia sotto l'ali della madre, donna, secondo essi, intenta solamente ad ammassar danaro, e che colla sua parsimonia rendeva odioso a tutti il figliuolo; essere perciò da eleggersi per imperadore un uomo forte e pratico della guerra, e che meglio premiasse i soldati. Lamentavansi eglino in fatti anche di Alessandro, perchè non profondeva sopra di loro i tesori, siccome aveano praticato Caracalla ed Elagabalo, scialacquatori delle pubbliche sostanze, per guadagnarsi l'affetto delle milizie; e per questo sclamavano contro di Mammea, attribuendo ad avarizia di lei ciò che si negava alla loro insaziabile avidità. Posti dunque gli occhi sopra Massimino, all'improvviso il vestirono di porpora, e l'acclamarono Imperadore. Fosse egli o non fosse consapevole del loro disegno, almen finse di resistere; ma, minacciato colle spade, accettò come forzato l'augustal dignità. Promesso dipoi un grosso donativo, e di raddoppiar loro la provianda, concertò subito la maniera di opprimere Alessandro. Avvisato questi di sì pericolosa novità, tremando, piangendo, e simile ad un furioso, uscì dalla tenda, e raccomandossi a' suoi soldati, con promettere quanto volessero, purchè il difendessero. Con grandi acclamazioni promisero essi di farlo. Passata la notte, eccoti l'avviso che vengono i soldati di Massimino; e di nuovo Alessandro, uscito in pubblico, implorò l'aiuto de' suoi, i quali replicarono le promesse; ma, all'arrivo delle truppe di Massimino, lasciatisi sovvertire da lui, il riconobbero anch'essi per Imperadore. Ciò fatto, diede Massimino ordine ai tribuni e centurioni di levar la vita ad Alessandro, a Mammea sua madre e a chiunque si volesse opporre. Fu il barbaro comandamento immediatamente eseguito, e, a riserva di chi era fuggito, tutti rimasero vittima delle loro spade. Così Erodiano.
Ma non è probabile che Massimino fosse proclamato Imperadore, perchè si sa ch'egli studiò in tutte le forme di comparir innocente della morte di Alessandro; nè che Alessandro sapesse l'esaltazion di Massimino, nè che dopo tal notizia passasse anche una notte, prima di essere ucciso, perchè o egli sarebbe fuggito, o, avendo tante persone che l'amavano, non è da credere che tutti lo avessero abbandonato. Ha ben più apparenza di verità ciò che scrivono Lampridio[1863] e Capitolino[1864]: cioè che molti de' soldati, massimamente della Gallia, erano disgustati di Alessandro, perchè egli, avendoli trovati male avvezzati sotto Elagabalo, voleva rimetterli con vigore nell'antica disciplina. E che, segretamente intesisi con Massimino, molti di essi, inviati alla tenda di Alessandro nel dopo pranzo allorchè vi era poca gente ed egli dormiva, il trucidassero colla madre. Comunque ciò accadesse, fuor di dubbio è che il buono, ma infelice imperadore, per mano di que' sicarii, e con intelligenza e per comando di Massimino, uomo ingratissimo ai tanti benefizii che avea da lui ricevuto, terminò i suoi giorni. Si è disputato da varii letterati, cioè dal padre Pagi, dal Tillemont, dall'abbate Vignoli, da monsignor della Torre e dal padre Valsecchi abbate benedettino, intorno alla di lui età, intorno alla durazion del suo imperio e al giorno della sua morte. Credesi con più probabilità ch'egli fosse ucciso non nel marzo, ma nella state dell'anno presente, in età di ventisei anni e di alquanti mesi, e non già di 29 anni, mesi 3 e giorni 7, come ha il testo, che si tiene per iscorretto, di Lampridio; e dopo tredici anni ed alquanti giorni o pur mesi d'imperio. A me non convien di entrare in sì fatte dispute, bastando al lettore d'intendere ciò che più importa al filo della storia. Intanto le ammirabili cose da noi udite di questo novello Alessandro, tanto più degne di stupore e di lode, quanto che operate da un sì giovinetto Augusto, in cui lo stesso Erodiano, che pur gli è poco favorevole, altro non seppe trovar di difetto, se non la troppa dipendenza da sua madre, ci han già fatto detestare l'esecrabil azione di Massimino, o pure di que' barbari soldati che gli tolsero la vita contra tutte le leggi umane e divine, e ci danno a conoscere qual grave perdita fecero in lui il senato e popolo romano, e tutte le provincie del romano imperio. Un fulmine, che scoppiasse contra di ognuno, parve l'avviso della sua morte. Se ne mostrò dolente, in apparenza, fin lo stesso Massimino, e volle che nella Gallia gli fosse alzato un magnifico monumento[1865]. Più riguardevole fu l'altro che il senato gli fece fabbricare in Roma, dove furono portate le sue ceneri, e dove non mancarono nè a lui nè a Mammea sua madre gli onori divini, coll'assegno di alcuni sacerdoti: e gran tempo durò in Roma la festa nel dì natalizio di lui e di sua madre. Gli stessi soldati, e fin quelli ch'egli avea cassati in Soria, tagliarono poscia a pezzi quegli assassini che si erano bagnate le mani nel di lui sangue: segno che non lo aveano abbandonato, come vuole Erodiano, ma che improvvisa dovette essere l'uccisione di lui. Fu da molti scritta la vita di questo insigne Augusto; e Lampridio cita quella di Settimio, Acolio ed Encolpo, che oggidì perdute, servirono a lui da scorta per tramandarci le notizie che abbiamo di esso imperadore. Verisimilmente, se non si fossero perduti tanti libri della storia nobilissima di Dione Cassio, sebben presso Sifilino egli poco parla delle azioni di Alessandro, noi avremmo qualche altro lume del suo governo: governo incomparabile, perchè, oltre all'esser egli stato di gran mente e di ottima intenzione, volle sempre nel suo consiglio i più saggi, i più giusti e disinteressati senatori e giureconsulti che allora si trovassero. Ma a questo adorabil regnante, degno di lunghissima vita, succedette Massimino di carattere tutto contrario, dedito solamente alla crudeltà, e, fuorchè dai soldati, universalmente odiato ed abborrito qual manigoldo del migliore di tutti i principi. Da che costui, tolto di mezzo il buon Alessandro, fu proclamato Imperadore, partecipò al senato l'elezione sua. Bisognò approvarla, perchè non si potea di meno, avendo egli dalla sua le forze maggiori del romano imperio. Non sappiamo se da sè o pure se per decreto del senato egli prendesse la podestà tribunizia e il titolo di padre della patria, che non fu mai sì indegnamente impiegato che questa fiata. E se immenso fu il dolore de' Romani e degli altri popoli, perchè privati di un ottimo Augusto, questo molto più crebbe, perchè un uomo pessimo a lui succedeva, il quale dal secolo d'oro fece in breve passare ad un secolo di ferro l'imperio romano. Ma l'ambizione, che cotanto lo acciecò, siccome vedremo, ebbe dopo tre anni il meritato supplizio. Chi fosse Massimino, e quale nella privata fortuna, mi riserbo io di esporlo all'anno seguente. Nel presente trovandosi san Ponziano papa in esilio[1866] per la fede di Gesù Cristo, gloriosamente compiè il suo pontificato, ed in vece sua fu eletto Antero, e posto nella sedia di san Pietro.
NOTE:
[1856] Thesaur. Novus Inscript., pag. 358, n. 2.
[1857] Panvin., in Fast. Consul.
[1858] Thesaur. Novus Inscript., pag. 359, n. 1.
[1859] Idem, ibid., p. 358, n. 4.
[1860] Lampridius, in Alexandro.
[1861] Eusebius, in Chron.
[1862] Herodianus, lib. 6.
[1863] Lampridius, in Alexandro.
[1864] Capitolin., in Maximino.
[1865] Lampridius, in Alexandro.
[1866] Blanchinius, ad Anastas. Bibliothec.
Anno di CRISTO CCXXXVI. Indizione XIV.
FABIANO papa 1. MASSIMINO imperadore 2.
Consoli
CAIO GIULIO MASSIMINO AUGUSTO ed AFRICANO.
Il nome di Giulio, dato dai compilatori de' Fasti ad Africano, dipende da una conghiettura del Panvinio[1867], senza che se ne vegga pruova alcuna; e però non mi son io attentato e darglielo, siccome cosa dubbiosa. In vece di Massimino, noi troviamo Massimo[1868] in varii Fasti: il che potrebbe far dubitare se Massimino prendesse il consolato. Ma essendo stati soliti i novelli Augusti nel primo nuovo anno a prenderlo, ed essendovi altri lumi, ragionevolmente possiam credere che Massimino procedesse console nell'anno presente. Poco più di un mese tenne santo Antero papa il pontificato romano, e diede fine alla sua vita col martirio[1869]. Succedette a lui nell'apostolica sede Fabiano. Andiamo ora a vedere chi fosse colui che nell'enorme delitto della morte data al buon Alessandro Augusto, si aprì la strada al trono cesareo. Caio Giulio Vero Massimino (che così egli si fece chiamare) era di nazione barbara[1870], perchè figlio di Micea o Micca, uomo goto, e di Ababa o Abala, donna alana. Nacque in un villaggio ai confini della Tracia, e però veniva considerato come Trace d'origine. Dicono che fosse terribile d'aspetto; che la sua statura eccedesse otto piedi; che la sua forza fosse prodigiosa; che in un sol pasto mangiasse quaranta ed anche sessanta libbre di carne: il che se sia da credere, lascerò giudicare agli altri. Essendo egli in sua gioventù pastore di professione, lo sceglievano gli altri per loro capo a fine d'opporsi ai ladri. Conosciuto costui da Severo Augusto, allorchè era nella Tracia, per uomo di straordinaria robustezza, fu arrolato nella cavalleria, poscia nelle guardie del corpo, e promosso dipoi a varie cariche militari, spezialmente sotto Caracalla, nelle quali si acquistò molto credito, perchè infaticabile, perchè non mangiava addosso ai soldati; anzi, ricompensandoli, e gran cura prendendo di loro, si facea amare da tutti. Per odio che portava a Macrino, siccome distruttore della casa di Severo, si ritirò al suo paese, e con difficoltà tornò alla milizia sotto l'impuro Elagabalo, creato tribuno, ma senza comparire per tre anni a salutarlo, nè a baciargli la mano. Morto Elagabalo, venne a Roma, accolto con grande allegrezza da Alessandro Augusto, da lui lodato al senato, e creato tribuno della legione quarta, composta di giovani di nuova leva, acciocchè loro insegnasse la milizia. Chi per la sua forza il chiamava Ercole, chi Milone Crotoniate, Achille, ec. In questo concetto era Massimino, quando, senza nè pur essere senatore, usurpò il trono de' Cesari, in età d'anni settantadue, se si ha da credere alla Cronica Alessandrina[1871] e a Zonara[1872]. Aveva egli un figliuolo giovinetto, per nome Caio Giulio Vero Massimino, come s'ha dalle medaglie[1873]. Massimino, ancor egli è chiamato da alcuni storici, giovane di rara bellezza, di alta statura, e più pulito del padre rozzo e barbaro, ma creduto più superbo di lui stesso benchè Capitolino[1874], che ciò scrive, dica altrove ch'egli era di un natural buono, e che Alessandro Augusto gli avrebbe data in moglie Teoclia sua sorella, se non fosse stato ritenuto dai barbari costumi del di lui padre Massimino. Scrive il suddetto Capitolino che gli fu da esso suo padre conferito il titolo d'Imperadore. Nelle iscrizioni e medaglie che restano di lui, il troviamo ornato solamente del titolo di Cesare e di principe della gioventù. Però è da dire che quello storico s'inganna, o pur, come vuole il Pagi[1875], imperadori erano anche chiamati allora i Cesari.
Creato imperadore Massimino, siccome non gli era ignoto d'essere mirato di mal occhio da chi considerava nella viltà dei di lui natali troppo avvilita l'imperial dignità, e teneva per vittima delle di lui ambiziose voglie l'ucciso Augusto, si rivolse ad assodar, se potea, col terrore il suo trono, giacchè coll'amore non sapea sperarlo[1876]. Tosto dunque sotto varii pretesti congedò gli amici e consiglieri d'Alessandro, eletti già dal senato, col rimandar parte d'essi a Roma, e con privare gli altri delle loro cariche. Era la sua mira di far alto e basso senza dipendere da alcuno, per poter più liberamente esercitare la sua tirannia. Tutta la servitù e i cortigiani del passato governo mandò con Dio; moltissimi ancora ne fece uccidere, non d'altro colpevoli che di mostrarsi afflitti per la morte del buon padrone. Tiene Eusebio[1877] che, in odio appunto di Alessandro, nella cui corte si trovavano assaissimi Cristiani, egli movesse una fiera persecuzione contro la Chiesa, per cui crebbe in terra e in cielo il numero de' santi martiri. Tremavano già i Romani per le frequenti nuove[1878] che andavano arrivando della di lui crudeltà, mentre chi faceva crocifiggere, chi dar in preda alle fiere, chi chiuder vivo nelle bestie uccise, chi lasciar la vita sotto le bastonate. Altro nome già non gli si dava, che di Ciclope, di Busiride, di Falari, ec. Cacciossi perciò, coll'andar innanzi tal timore nel senato e popolo romano, che o pubblicamente o privatamente ognun facea dei voti affinchè Massimino mai non vedesse Roma. Fosse la verità, o pure una finzione[1879], si scoprì una trama ordita contro di lui da Magno, uomo consolare e di gran nobiltà. Dicono ch'egli, avendo prima guadagnati molti uffiziali e le guardie del ponte di barche fatte sul Reno, allorchè Massimino era passato di là, avesse disegnato di far rompere lo stesso ponte, acciocchè Massimino restasse fra le branche de' Germani, e nello stesso tempo pensasse di far proclamare sè stesso Imperadore. Tutti coloro che furono sospetti di tal cospirazione perderono la vita senz'altro esame o processo, di modo che non si potè mai venire in chiaro se fosse vera o falsa, e molti la crederono un'invenzione di Massimino per liberarsi da chi non gli era in grazia. Si fa conto che quattro mila persone rimasero per tal cagione private di vita. Dopo questa tragedia, il corpo dei soldati osroeni ch'era all'armata, siccome gente persuasa che il tanto amato da loro Alessandro Augusto fosse perito per ordine del crudel Massimino, si rivoltarono contra di lui; e trovato per accidente Tito Quartino[1880], già stato console ed amico di Alessandro, ma congedato dal campo, con tutto il suo gridare e resistere, chiamatolo Imperadore, il vestirono di porpora. Ma da lì a poco questi fu assassinato da Macedonio suo amico, che era stato promotor della sedizione, o per rabbia d'essere stato posposto a lui, o per isperanza di qualche gran ricompensa da Massimino, a chi ne portò il capo. La ricompensa fu che Massimino allora il ringraziò, ma poco dipoi il fece ammazzare, come autor della ribellione e traditor dell'amico. Non s'accorda con questi scrittori Trebellio Pollione[1881], mentre scrive che questo Tito era tribuno de' Mori, e che imperò sei mesi, contraddicendo a sè stesso per aver detto prima ch'egli fra pochi giorni fu ucciso. Secondo questo autore, era sua moglie Calpurnia della nobil famiglia de' Gensorini, cioè de' Pisoni, sacerdotessa, che per l'insigne sua castità fu adorata dai Romani. Gran tempo stette la di lei statua in luogo ben improprio, perchè nel tempio di Venere.
All'anno presente mi sia permesso di riferire la guerra fatta da Massimino ai Germani, quantunque si possa dubitare che appartenga al precedente. Un poderosissimo esercito avea condotto seco Alessandro Augusto in quella spedizione, perchè, oltre a molte legioni di soldati occidentali, s'era studiato, siccome ho detto, di avere gran copia di Osroeni, Armeni, Parti e Mori; e credevasi che il maggior nerbo dell'armata consistesse in costoro, per far quella guerra, perchè erano tutti gente sperta nel saettare: mestier poco praticato dai Germani. Massimino a tanti combattenti ne aggiunse degli altri, e in persona attese ad esercitarli tutti e disciplinarli. Ardeva egli di voglia di far delle grandi prodezze, acciocchè venisse ad intendere il mondo l'importante vantaggio di avere un imperador bellicoso, e dimenticasse, s'era possibile, il suo timido predecessore. Quindi, passato il Reno, diede addosso ai Barbari. Niun d'essi sulle prime osò di venirgli a fronte; tutti si ritirarono nei boschi e nelle paludi, con fare dipoi, il meglio che poteano, la guerra con insidie. Diversi combattimenti seguirono in quelle selve e paludi. Tanta era la temerità di Massimino, che, al pari d'ogni soldato, entrava anch'egli nelle mischie, e menava le mani. Ma corse una volta pericolo della vita; perchè, inviluppato col cavallo nel fango di una palude, fu attorniato da' nemici; e se non erano i suoi, che accorsero in aiuto, si vedeva il fine della sua tirannia. Scrisse egli poscia al senato[1882] d'essere entrato nel paese germanico, d'averne corso ben quattrocento miglia, con uccidere molti de' nemici, farne assai più prigioni, con incendiare i loro villaggi, tutti fabbricati di legno, e col condur via un immenso bottino di bestiami e d'altre robe, che tutte lasciò ai soldati. Erodiano[1883] aggiugne aver egli dato il guasto ai raccolti di quelle contrade: il che fa intendere aver egli guerreggiato nel giugno e luglio. Mandò anche Massimino a Roma dipinte in alcune tavole le battaglie dai lui fatte in quelle parti, acciocchè anche gl'ignoranti leggessero quivi i trofei del suo valore. Par tali vittorie fu non meno a lui che al figlio Cesare dato il titolo di Germanico; e questo si legge nelle monete battute[1884] correndo la tribunizia podestà seconda di lui, cioè nell'anno presente, col motto di VICTORIA GERMANICA. Giacchè non si trovavano più nemici da combattere, e si accostava il verno[1885], coll'armata passò nella Pannonia, e prese il suo alloggio nella città di Sirmio, capitale di quelle contrade, meditando maggiori imprese nell'anno vegnente contra dei Sarmati. Minacciava egli di voler sottomettere al romano imperio tutte le nazioni germaniche; e fatto verisimilmente l'avrebbe: tanta era la sua bravura e l'indefesso operare nel mestier dell'armi, s'egli nello stesso tempo non avesse fatta ai sudditi suoi una guerra anche più cruda che ai Barbari stessi: del che parleremo all'anno seguente.
NOTE:
[1867] Panvin., in Fast. Consul.
[1868] Reland., Fast. Consul.
[1869] Blanchinius, ad Anastas.
[1870] Capitolin., in Maximino seniore.
[1871] Chronicon Alexandrinum.
[1872] Zonaras, in Annalibus.
[1873] Mediob., in Numism. Imperator.
[1874] Capitolinus, in Maxim. juniore.
[1875] Pagius, in Crit. Baron.
[1876] Capitolin., in Maxim. seniore. Herodianus, lib. 7.
[1877] Euseb., Histor. Eccles., lib. 6, cap. 28.
[1878] Capitol., in Maximino seniore.
[1879] Herodianus, lib. 6.
[1880] Capitolin., in Maximin. seniore. Herod., lib. 6.
[1881] Trebellius Pollio, in Tito.
[1882] Capitolinus, in Maxim. seniore.
[1883] Herodianus, lib. 7.
[1884] Mediobarb., in Numismat. Imperat.
[1885] Herodianus, lib. 7.
Anno di CRISTO CCXXXVII. Indizione XV.
FABIANO papa 2. MASSIMINO imperadore 3.
Consoli
PERPETUO e CORNELIANO.
In due iscrizioni riferite dal Panvinio[1886] si truova un Lucio Ovinio Rustico Corneliano console disegnato, e un Publio Tizio perpetuo consolare della Toscana e dell'Umbria. Perciò i più han creduto che tali fossero i prenomi e nomi di questi consoli. Perchè non è esente da dubbii sì fatta partita, ho creduto meglio di star col Relando[1887], che solamente accenna i loro cognomi. Quali imprese in quest'anno facesse Massimino, dopo avere svernato nella Pannonia, resta a noi molto scuro. Truovansi nondimeno iscrizioni[1888] a lui poste nel susseguente anno dalle provincie che continuarono ad ubbidirlo, nelle quali è chiamato Dacico Massimo, Sarmatico Massimo ed Imperadore fin sette volte: tutti indizii di battaglie date e di vittorie riportate contra de' Sarmati e Daci. Capitolino[1889] attesta anch'egli che Massimino ebbe moltissime guerre, dalle quali ritornò sempre vincitore e con gran copia di prigionieri e di bottino. Nulladimeno ha ciera di una rodomontata l'aver egli scritto al senato. Tante essere state le guerre da lui fatte in poco tempo, quante mai altri ne facesse in vita sua: tanta la preda, che avea superata la speranza di ognuno; tanti i prigionieri, che non bastava il paese romano a contenerli tutti. Dissi che intanto egli peggio trattava i sudditi suoi. Abbisognava di danaro per sostenere quel diluvio di armati; e per cavarne da tutti i lati, si concedeva ad ognuno licenza d'accusare[1890]. Stavano sempre aperti gli orecchi di Massimino alle spie e a qualunque giusta o calunniosa relazione, bastando che comparisse l'accusa, perchè ne succedesse tosto la carcerazion delle persone, senza distinzione alcuna di grado o di età. Laonde notte e dì si vedevano da ogni parte anche più lontana del romano imperio condotti sopra carrette in Pannonia uomini incatenati di qualsivoglia dignità civile o militare, cominciando da coloro che erano stati consoli[1891]; e tutti poi o innocenti o rei venivano condannati alla morte o all'esilio, col confisco de' loro beni e colla rovina delle lor famiglie. Gran disavventura, o almen gran pericolo e batticuore era allora l'essere ricco, coll'esempio di tanti e tanti, i quali, di ricchissimi ch'erano, erano ridotti a limosinar il pane. Nè qui terminò l'insaziabil crudeltà e avidità del tiranno. Mise anche le mani sopra tutte le rendite proprie della città, destinate per mantenimento della pubblica annona, per aiuto della povera plebe, per le feste e per li giuochi allora usati. Passò inoltre a spogliare i templi di tutte le statue, e d'ogni altro ornamento d'oro, d'argento o di rame: che tutto, portato alle zecche, si convertiva in moneta. Per tanti spogli e violenze veggendosi i popoli sì conculcati e tanagliati dal proprio principe, non si può dire come fossero malcontenti ed amareggiati; ma le lor doglianze consistevano in sole parole, in maledizioni, in implorar l'aiuto de' sordi numi offesi, a riserva d'alcuni, che, non potendo soffrire gl'insulti fatti ai lor templi, nel difenderli, si lasciarono piuttosto scannar presso gli altari. Ne mormoravano forte fin gli stessi soldati, perchè tutto dì veniva rimproverato loro dai parenti ed amici che per colpa d'essi tante iniquità erano commesse da Massimino. Sotto quest'anno la corrente dei moderni storici mette la sollevazion dell'Africa contro dell'indegno Massimino, e l'assunzione al trono augustale dei due Gordiani, e la lor caduta, con altri accidenti; ma con restare involti in molte tenebre i fatti d'allora. Quanto a me, credo tutto ciò avvenuto solamente nell'anno seguente, siccome dirò: e che Massimino passasse il presente in far guerra ai Daci e Sarmati, e svernasse dipoi quietamente nella Pannonia.
NOTE:
[1886] Panvin., in Fast. Consular.
[1887] Reland., in Fast. Cons.
[1888] Gruterus, Inscript., pag. 151 et 158. Sponius, pag. 186. Thes. Novus Inscript., p. 250, n. 5.
[1889] Capitolin., in Maxim. seniore.
[1890] Herod., lib. 7.
[1891] Capitol., in Maxim. seniore.
Anno di CRISTO CCXXXVIII. Indizione I.
FABIANO papa 3. MASSIMINO imperadore 4. due GORDIANI, imperadori 1. PUPIENO e BALBINO imp. 1. GORDIANO III imperadore 1.
Consoli
PIO e PONZIANO.
Gran lite è qui fra gl'illustratori[1892] de' Fasti in assegnare i prenomi e nomi di questi consoli. Il primo vien chiamato non Pio, ma Ulpio in alcune leggi e da Censorino; altri gli danno il nome di Annio Pio, ed altri di Marco Ulpio Crinito. Il secondo vien creduto Procolo Ponziano, ovvero Ponziano Procolo, perchè in alcuni fasti, in vece di Ponziano, si trova Procolo. Il nodo è tuttavia qual era prima. Ho io prodotto altrove due inscrizioni[1893] che parlano di due consoli Procoli coi loro prenomi e nomi, senza poter attestare se al presente anno alcuna di esse appartenga. Penso bensì che solamente in questo accadessero le novità dell'Africa[1894]. Le continue condanne ed estorsioni che facea nelle provincie africane il procuratore del fisco per ben somministrar della pecunia a Massimino (che questa era la via di guadagnarsi merito presso di lui) cagion furono che alcuni nobili giovani, capo de' quali fu un Maurizio nella città di Tisdoro, raunata una gran frotta di loro servi e concittadini coll'armi sotto, andarono a trovar costui, per pagare una condanna. Il pagamento fu, che lo ammazzarono. Fecero bensì i soldati della guardia molta resistenza, ma furono messi in fuga. Fatto il colpo, allora meglio che prima conobbero il proprio pericolo, e però pensarono ad un colpo maggiore. Sapendo in quanto odio de' popoli fosse Massimino, mossero assai gente a sedizione, e poi si portarono a trovare Marco Antonio Gordiano proconsole di quella contrada, e, per quanta opposizione e ripugnanza egli mostrasse, lo acclamarono Imperadore Augusto, e il vestirono di porpora, minacciandogli la morte se non accettava. Era Gordiano un venerabil vecchio di ottant'anni, ornato di tutte le più luminose virtù. Mezio Marullo suo padre tirava l'origine dai Gracchi; Ulpia Gordiana sua madre da Traiano imperadore. Pareva ereditario in casa di lui il consolato, avendolo avuto il padre, l'avolo e il bisavolo, oltre ad altri dalla parte di sua moglie. Stato era anch'egli console due volte, l'una con Caracalla imperadore nell'anno di Cristo 215, e nell'anno 229 con Alessandro imperadore. Pochi si contavano che gli andassero avanti in abbondanza di comodi e di facoltà. Da giovinetto si applicò a far dei poemi, e specialmente mise in versi e in prosa le azioni degl'imperadori Antonini, de' quali era innamorato. La pretura e le altre pubbliche cariche da lui furono sostenute con tal magnificenza di giuochi e di altri pubblici solazzi, che si tirò dietro in Roma e per le provincie l'amore e il plauso di tutti i popoli. Ma specialmente divenuto proconsole dell'Africa, a tal segno si diede a conoscere la di lui giustizia, moderazione e prudenza, che quei popoli il riguardavano come lor padre, nè mai cotanto amore aveano portato ad alcuno dei suoi antecessori. Gli davano il nome di Catone, di Scipione e di altri insigni Romani.
Ora il buon vecchio, ancorchè, contra sua voglia, e per non poter di meno, avesse accettate le imperiali insegne, pure, considerando che sbrigata era la sua vita sotto il crudel Massimino, a cui non parrebbe mai innocente un tal fatto, altro ripiego non seppe trovare che quello di cercare di assodarsi il meglio che poteva sul trono, giacchè troppo pericolo era il discenderne. Dichiarato dunque Augusto Marco Antonio Gordiano suo figliuolo, che da alcuni vien creduto chiamato Marco Antonino, s'inviò a Cartagine, dove fu solennemente riconosciuto Imperadore. Fra le ragioni che muovono me a credere succeduta in quest'anno la di lui assunzione al trono, a me par decisiva quella di Erodiano[1895], che asserisce accaduta tal novità terminato l'anno terzo dell'imperio di Massimino; il che solamente accadde nel presente anno. Fu ben di parere il padre Pagi[1896] che tal frase si abbia da intendere mentre correva il terzo anno di Massimino; ma conveniva recar esempli chiari comprovanti il suo assunto: il che egli non ha fatto. Secondo la comune significazione, Erodiano parla di un terzo anno finito, e non già cominciato o corrente. Furono dagli Africani abbattute le statue di Massimino, ed alzate quelle de' due Gordiani Augusti, i quali furono e son tuttavia chiamati Africani. Spedirono essi immediatamente a Roma un'ambasciata. Non so se fra gli ambasciatori si trovasse Valeriano, uno de' primarii senatori, che fu poi imperadore, o pure s'egli fu quello che accolse in Roma quegli ambasciatori. Esponevano essi quanto era succeduto, e pregavano il senato di confermar la loro elezione[1897]. Nel tempio de' Castori raunato il senato nel dì 27 di maggio, furono lette le lettere dei Gordiani da Giunio Sillano console, sostituito insieme con Gallicano nel presente anno, e non già nel precedente, ai due consoli ordinarii. Con sonore acclamazioni riconosciuti furono Imperadori essi due Gordiani, e dichiarato nemico pubblico Massimino col figliuolo. Prima nondimeno di divolgar le lettere, e di tener la suddetta assemblea, finto fu che venissero spediti da Massimino alcuni sgherri a Vitaliano prefetto del pretorio, uomo crudelissimo, con lettere ed ordine di dirgli a bocca in segreto cose d'importanza. Ammessi costoro nel di lui gabinetto, mentre egli osservava i sigilli delle lettere, lo ammazzarono, con far poi credere ai soldati, ciò essere stato comandamento di Massimino, solito a far di questi servigi a' suoi ministri. Renduto poi pubblico il decreto del senato, e sparsa voce fra il popolo che Massimino era stato ucciso, che i Gordiani promettano un gran congiario alla plebe e un suntuoso donativo ai soldati, si levò esso popolo a rumore, abbattè le statue e le immagini di Massimino, e scaricò il suo furore addosso a varii suoi uffiziali ed amici, e specialmente infierì contro le spie e gli accusatori che si baldanzosamente esercitavano in addietro l'infame lor mestiere. Molli innocenti ancora vi perirono; e perchè Sabino, prefetto di Roma, volle mettervi freno, restò anch'egli ucciso. Diede poscia il senato incumbenza a venti senatori, già stati consoli, di andar a difendere i confini dell'Italia contro gli sforzi che potesse far Massimino. Scrissero a tutte le provincie, anche fuori d'Italia, esortando ognuno di prender l'armi in favor de' Gordiani e contra di Massimino. I più ubbidirono; altri per paura se ne guardarono, ed uccisero o mandarono a Massimino i messi del senato.
Appena la novità dell'Africa accadde, che per corrieri espressi ne fu portato il doloroso avviso a Massimino[1898]. Sopraggiunse poi l'altra di quanto era accaduto in Roma. Allora uscì così fattamente in ismanie quel fiero Augusto, con dar del capo nelle pareti, gittarsi in terra, stracciarsi le vesti, imbrandire la spada, come se volesse uccidere il senato: che non più uomo, ma un forsennato, una bestia parea. Se non usciva di là suo figliuolo, fu creduto che gli avrebbe cavato gli occhi, tanto era infuriato anche contra di lui, perchè sul principio del suo governo volle mandarlo a Roma, ed egli, per l'amore che portava al padre, non si seppe mai staccare da lui. Se foss'ito, dicea Massimino, non sarebbe avvenuto quel che ora intendiamo. Affogata poi col vino la conceputa rabbia, nel dì seguente arringò i soldati[1899], vomitando quante ingiurie mai seppe contra dei Gordiani e del senato romano; ed ordinò la marcia dell'esercito verso l'Italia con tal fretta, che appena diede un sol dì di tempo per prepararsi al viaggio. Oltre alla poderosa armata dei Romani, seco ancora menò assaissime schiere di Tedeschi presi al suo servigio, e mandò innanzi le coorti della Pannonia. Marciaron tutti, quando arrivarono dall'Africa nuove di gran consolazione per Massimino. Era suo procuratore nella Numidia Capelliano dell'ordine senatorio. Gli venne ordine fuor di tempo dal vecchio Gordiano di dimettere la carica. Irritato costui pensò tosto a vendicarsene. Aveva egli sotto il suo comando un corpo di brave soldatesche, assai pratiche del loro mestiere, perchè affinate nella guerra continuamente fatta coi Barbari di quelle contrade. Con questa gente, accresciuta da un possente rinforzo di Numidi, tutti spertissimi arcieri, s'inviò alla volta di Cartagine. Grande fu lo spavento non men de' Gordiani che di quel popolo, perchè non aveano truppe regolate da opporre. Tuttavia diede all'armi quella gran città, uscirono a folla i cittadini, per assalire i nemici, avendo alla lor testa Gordiano minore Augusto. Si venne ad un'aspra battaglia, in cui, quantunque i Cartaginesi fossero di lunga mano superiori di numero ai nemici, pure, per la poca loro perizia nei combattimenti, furono sconfitti con grave loro strage. Vi perì lo stesso Gordiano secondo in età di quarantasei anni, e fra la moltitudine dei cadaveri il suo non si potè poi rinvenire. Ciò inteso dal vecchio Gordiano suo padre, per disperazione, e per non cadere in man de' nemici, secondo Capitolino[1900], si strangolò, dando fino anch'egli alla vita e all'imperio. Vuole Erodiano[1901] che egli morisse prima del figliuolo; ma più probabile sembra su questo punto il racconto di Capitolino. Entrato in Cartagine Capelliano, con gran macello di gente, spogliò i templi, e fece un mondo di mali anche in altre città. All'avviso di così inaspettata mutazion di cose, Massimino, ch'era in viaggio, si rincorò forte. Chiunque poi ben prenderà il filo di tali avvenimenti, conoscerà essere guasto il testo di Capitolino, dove scrive che questi due Gordiani tennero l'imperio un anno e sei mesi. Se Massimino, appena udita la loro esaltazione, si mise in viaggio per venire in Italia, e prima di giugnere ad Aquileia ne intese la lor caduta, come può mai stare che sì lungamente regnassero i Gordiani? Però saggiamente il Panvinio[1902] ed altri han tenuto che il loro imperio non durasse più d'un mese e sei dì, ed altri han creduto due mesi e qualche giorno.
Allorchè si seppe in Roma l'infelice morte dei due Gordiani, incredibil fu la agitazione degli animi e lo spavento di ognuno al vedersi tolti coloro, nei quali era riposta la comune speranza, e al prevedere gl'immensi mali che si poteano aspettare da Massimino, principe di sua natura sì sanguinario, e tanto più perchè irritato dalla ribellione di Roma. Era fatto il primo passo, convenne fare il secondo, per difendersi fino all'ultimo[1903]. Raunato dunque il senato nel tempio di Giove Capitolino a porte chiuse, oppure in quello della Concordia, elesse due nuovi imperadori, cioè Marco Clodio Pupieno Massimo e Decimo Celio Balbino, senatori di gran credito ed abilità. Il primo, cioè Massimo, chiamato Pupieno da altri, perchè avea tutti e due questi cognomi, era di bassa nascita; ma il merito acquistato da lui col valore e colla prudenza nel mestiere della guerra lo avea fatto salire di grado in grado fino a quel di generale, esercitando il quale nell'Illirico e nella Germania, quanto si era renduto formidabile ai Sarmati e Germani, altrettanto s'era fatto amar dai soldati. Alzato al posto di senatore, fu pretore, console, poi proconsole nella Bitinia, nella Grecia e nella Gallia Narbonese, e finalmente era stato prefetto di Roma; personaggio savio, attivo e severo non poco, anzi creduto di genio aspro, e rigoroso esattore del giusto. Balbino, all'incontro, discendeva da famiglia antica e nobilissima: era stato due volte console; avea governato con lode varie provincie; amato da ognuno pel suo natural buono, per la sua affabilità e pel buon uso delle morte sue ricchezze[1904]. Erano allora consoli sostituiti Claudio Giuliano e Celso Eliano, il consolato de' quali, secondo me, appartiene all'anno presente, e non già al precedente, come altri ha creduto. Un altro errore è corso nella vita di questi due imperadori, descritta da Capitolino[1905]. Sul principio di essa si legge che la loro elezione seguì septimo kalendas junii, cioè nel dì 26 di maggio, mentre si facevano i giuochi apollinari. Noi abbiam veduto di sopra dirsi da lui che i Gordiani furono confermati Augusti dal senato romano nel dì 27 di maggio di questo anno; ed essendo succeduta nel medesimo anno la morte de' Gordiani, e l'innalzamento di Pupieno Massimo e di Celio Balbino, perchè la nuova ne fu portata a Massimino durante il suo viaggio, e prima ch'egli entrasse in Italia, per conseguente è fallato il testo di Capitolino. Oltre a ciò, ha osservato il padre Pagi[1906] che i giuochi apollinari si celebravano septimo idus julii; e però si dee credere che Capitolino asserisse eletti questi due novelli Augusti nel dì 9 di luglio, non già dell'anno antecedente, come si figurò esso padre Pagi, ma bensì del presente. Proposta dipoi al popolo la loro elezione, grande apprensione ebbe la plebe del genio severo di Pupieno Massimo, e però coll'armi e con le grida si opposero. Trovato fu il ripiego di quetarli con crear Cesare Marco Antonio Gordiano, che alcuni dicono nipote del vecchio Gordiano, e figliuolo del secondo, ed altri nato da una figliuola del primo Gordiano. Erodiano è di questo ultimo parere. L'età di questo terzo Gordiano, il quale si trovava allora in Roma, e fu accolto con giulive acclamazioni, restò dubbiosa anche presso gli antichi. La più verisimile opinione è ch'egli fosse in età di circa dodici anni.
Non si perdè tempo in Roma ad unire quante milizie si potè per marciar contra di Massimino[1907]; e Pupieno Massimo Augusto, siccome persona di sperimentata buona condotta nel comando dell'armi, fu prescelto per capo della armata. Ma, prima di muoversi, convenne soddisfare alla superstizion de' Romani, presso i quali non solevano andare alla guerra gl'imperadori, se prima non aveano dato al popolo un combattimento di gladiatori, acciocchè i soldati si avvezzassero al sangue, o si ottenesse il favore della dea Nemesi. Questo fu fatto, siccome ancora altri giuochi nei teatri e nel circo. Dopo di che Pupieno Massimo s'inviò contra di Massimino, e si fermò a Ravenna, per far quivi maggior massa di gente e preparamenti per resistere al ciclope[1908]: così egli nominava Massimino[1909]. Mandò ancora il senato per tutte le provincie e città che aveano alzata bandiera contra del tiranno, personaggi consolari, ed altri già stati pretori, questori, edili, ec., con ordine di fortificar le città capaci di difesa, provvederle d'armi e vettovaglie, e d'introdurvi tutto il grano delle campagne, acciocchè mancasse la sussistenza allo arrivo di Massimino. Allorchè pervenne ad esso Massimino la nuova dei novelli due imperadori, conobbe chiaro che l'odio del popolo romano era irreconciliabile contra di lui, e però doversi riporre tutte le sue speranze nella forza. Sollecitata dunque più che mai la marcia del suo esercito, che tuttavia era fuori della Italia, giunse ad Emona città dell'Istria, e la trovò abbandonata da quegli abitanti. Il non aver essi lasciata ivi vettovaglia alcuna diede da mormorare ai di lui soldati, i quali, dopo tante marcie sforzate e patimenti del viaggio, si erano lusingati di trovar le tavole imbandite, anzi le delizie ai confini dell'Italia. Il peggio fu, che, continuato il viaggio, ebbero avviso, qualmente Aquileia, città allora assai vasta, ricca e popolata, ed una delle più riguardevoli del romano imperio, avea chiuse le porte, e s'era accinta alla difesa. Prima d'imprendere l'assedio di quella città, mandò Massimino uffiziali a parlare a quel popolo, per esortarlo alla pace: al qual fine furono adoperate promesse e parole le più belle del mondo. Ma dentro v'erano Menofilo e Crespino, uomini consolari, che meglio seppero parlare e ritenere il vacillante popolo dall'aprir le porte al nemico, con avere spezialmente finto che Apollo Beleno, singolarmente ivi onorato, avesse, per mezzo degli aruspici, predetto che Massimino resterebbe vinto. Fu di avviso il padre Pagi che questo assedio si facesse in tempo di verno: e il cardinal Noris cita Erodiano[1910] là dove scrive che il fiume Isonzo era grosso per le nevi delle montagne, le quali dopo un lungo verno si disfacevano, deducendo da ciò che l'assedio si facesse nel principio del mese di marzo. Ma le nevi delle alte montagne più tardi si disfanno, e tanto più dovettero tardare dopo un lungo verno, e però nè pure al giugno e luglio non disconviene l'essere tuttavia ricchi d'acque i fiumi. Passò Massimino coll'armata quel fiume,, volendosi di botti vuote, o pur di quei vasi, ne' quali si portano l'uve alla città; e poi strinse d'assedio Aquileia.
Mentre queste cose succedeano, un lagrimevole accidente occorse in Roma diffusamente narrato da Erodiano[1911]. Due soldati pretoriani di que' pochi che restavano in Roma, mossi da curiosità d'intendere ciò che si trattava nel senato, entrarono dentro, e s'inoltrarono sino all'altare della Vittoria. Giuliano, che poco fa era stato console (non so se diverso dai due sostituiti soprannominati, o pure l'un d'essi), e Mecenate, uno de' senatori, piantati nel petto di que' due soldati i lor pugnali, li stesero morti a terra. Fuggirono gli altri pretoriani al quartiere, e quivi rinserrati aspettavano il tempo di vendicarsi. Uscito Giuliano, commosse il popolo e i gladiatori all'armi contra de' pretoriani: laonde tutti in folla corsero al castello pretorio, credendosi di poterlo superare, e di ingoiare i pretoriani. Ma furono ben ricevuti dalle lor freccie e picche, in maniera tale, che, vegnendo la sera, se ne tornarono confusamente entro la città, riportando solamente delle ferite da quel conflitto. Allora, spalancate le porte del pretorio, ne uscirono i soldati, e diedero addosso a quella disordinata moltitudine, con farne grande strage, e massimamente de' gladiatori. Irritato sempre più il popolo romano per questa grave percossa, cercò aiuto, e continuò pei più giorni a far guerra al pretorio, non sapendo sofferire che un mucchio di soldati tanto inferiori di numero facesse sì lunga resistenza. Tolsero anche gli acquidotti al pretorio, ma allora que' soldati, mossi dalla disperazione, tornarono fuori, e colle spade alle reni inseguirono il popolo fin dentro la città, con ucciderne molti. Trovandosi ivi con isvantaggio, perchè dalle finestre e dai tetti fioccavano i sassi e le tegole, s'avvisarono di mettere il fuoco a varie case. Per disavventura s'andò sì fattamente dilatando l'incendio, che non poca parte della città ne rimase disfatta: ed unitasi coi soldati tutta la feccia de' cattivi, diede un fiero saccheggio alle case de' benestanti. Non v'era giorno che Balbino Augusto, rimasto al governo di Roma, non mandasse fuori qualche editto, per quetare, se mai era possibile, sì gran turbolenza, e pacificare il popolo coi pretoriani; ma nè gli uni nè gli altri l'ubbidivano. E benchè in persona molte volte si sforzasse di fermar quel furore, nulla ottenne, anzi gli fu gittato un sasso; ed altri scrisse che gli arrivò una bastonata addosso[1912]. L'unico mezzo per ismorzar quell'izza fu di condurre in pubblico il giovinetto Gordiano Cesare, alla cui visita tanto il popolo che i soldati (perchè era amato da ognuno) si placarono, e formarono una specie di concordia, o, per dir meglio, di tregua, perchè vera pace non fu.
Avea ben Massimino cominciato l'assedio di Aquileia, perchè gli pareva troppo disonore il continuar il viaggio verso Roma, lasciando indietro disubbidiente la prima città d'Italia ch'egli incontrava, e città di tanto riguardo[1913]. Ma ebbe ben tosto ad arrabbiare al vedere la valorosa difesa dei cittadini sì uomini che donne e fanciulli, i quali con bitumi accesi accoglievano chiunque veniva all'assalto, bruciavano le macchine nemiche, e magagnavano continuamente con sassi e fuoco i più arditi del campo nemico. Però quanto più cresceva il coraggio agli assediati, sino a farsi dalle mura le più grande beffe di Massimino, tanto più calava l'animo agli assedianti. Poteano ben quanto voleano i due Massimini montati a cavallo girar per le schiere, animando ciascuno alla bravura e agli assalti: tutto era indarno. Allora l'iniquo Massimino, giacchè non potea infierir contro gli Aquileiesi, sfogò il suo sdegno contra di alcuni dei proprii capitani, imputando loro di mantener intelligenza co' nemici, e di non far molto, perchè nulla intendeano di fare; e li fece morire. Questa ingiustizia alienò da lui l'animo di moltissimi soldati. Si aggiunse che mancava la vettovaglia al campo per gli uomini e cavalli, dappoichè Pupieno Massimo avea fatto ridurre nelle città forti tutti i viveri, e vietatone per mare e pe' fiumi il trasporto. Bestemmiava per questi patimenti la sua armata, ed erano anche tutti mesti e scorati per le nuove, probabilmente da Pupieno Massimo fatte spargere, che tutto il popolo romano era in armi, tutte le provincie romane, e fino i Barbari congiurati contra di Massimino. Pertanto una brigata di soldati, solita ad aver quartiere vicino a Roma nel monte Albano, e che militava allora nel campo di Massimino, ricordevole delle mogli e de' figliuoli lasciati nella stessa Roma, determinò di finir la tragedia. Verso il mezzodì tutti attruppati andarono al padiglione di Massimino, ed essendo di accordo colle guardie, levarono dalle bandiere le immagini di lui. Usciti Massimino e il figliuolo per placarli, rimasero tagliati a pezzi, correndo il quarto anno del loro imperio. Lo stesso trattamento fu fatto al prefetto, e a qualunque altro de' confidenti de' Massimini. Furono i lor cadaveri lasciati ai cani; le sole teste inviate per alcuni corridori a Roma. Dispiacque forte la morte di questi due tiranni ai soldati della Tracia; ma il fatto era fatto. Trattò allora l'esercito di entrare amichevolmente in Aquileia; ma quel popolo non amando ospiti tali, solamente dalle mura gli andava somministrando de' viveri, e seguitò a tener chiuse le porte. Intanto i corridori destinati a portar le teste dei tiranni a Roma, passarono in barca le paludi formate dall'Adige, dal Po e da altri fiumi da Altino sino a Ravenna, e chiamate Sette Mari, e con altro nome la Padusa. Trovato in Ravenna Pupieno Massimo Augusto, che ivi attendeva ad ingrossarsi di gente, recarono a lui e a tutti i Ravegnani un immenso giubilo colla inaspettata felicissima nuova di essere liberato il romano imperio dai due formidabili tiranni. Allora Pupieno Massimo volò ad Aquileia, ricevuto da quella città con indicibil plauso. Concorsero a lui ambascerie dalle città vicine, tutte per congratularsi, e l'armata stessa di Massimino in abito di pace e con corone di alloro in capo, mostrò di accomodarsi alla presente fortuna, prorompendo in liete acclamazioni, ma internamente covando del veleno, per vedersi assoggettata ad un imperadore eletto dal senato, e non da loro. Fece Pupieno Massimo una bella aringa a costoro con promessa di un grosso regalo; e diviso quell'esercito, mandò ogni legione alla sua provincia, e pochi dì fermatosi in Aquileia con varie schiere, colla guardia de' Germani, ne' quali più confidava, si rimise in viaggio, e tornossene a Roma.
Fu così sollecito per le poste il viaggio di coloro che portavano le teste dei due Massimini, che da Aquileia in quattro dì giunsero a Roma[1914]. Perchè era giorno di giuochi, si trovavano allora al teatro Balbino Augusto, il giovine Gordiano Cesare, e il popolo; ed appena comparvero que' messi, che il popolo gridò: Massimino è ucciso. Verificatosi il fatto, ebbero tutti ad impazzir per la gioia. Tosto si raunò il senato, furono fatte le acclamazioni agl'Imperadori; determinato che Pupieno Massimo e Balbino Augusti fossero consoli nel resto dell'anno, e che in luogo di Massimino fosse sostituito Gordiano Cesare. Riconosce lo stesso padre Pagi[1915], voler dire queste parole che Massimino avea prima della ribellione disegnato sè stesso console per l'anno venturo 239, e che, venuta la nuova di sua morte, il senato disegnò console per esso anno Gordiano terzo. Adunque egli dovea riconoscere ancora che non era per anche nata la ribellione dei due Gordiani Africani nel principio dell'anno presente, in cui si soleano disegnare i consoli per l'anno prossimo; nè doversi riferire al precedente anno la esaltazione e morte di essi due Gordiani, e la creazione di Pupieno Massimo e di Balbino. Tutte queste scene nel solo presente anno avvennero; e chi inoltre ben rifletterà ai frettolosi passi di Massimino, troverà confermata la medesima verità. Arrivato vicino a Roma Pupieno Massimo, ebbe l'incontro di Balbino, di Gordiano terzo, e del senato e popolo romano, e gran festa fu fatta; ma in faccia ai soldati altro non si leggeva che malinconia; e per altro verso cominciò ad apparire nebbia di dissensione fra gli stessi regnanti. Cioè, quantunque i due Augusti attendessero con somma moderazione e zelo al buon governo sì civile che militare, pure fra loro si scorgeva della gelosia e poco buona armonia. Balbino sprezzava Pupieno Massimo, perchè bassamente nato; e Massimo non istimava l'altro, perchè non era suo pari nel valore dell'armi. Di questa discordia avvedutisi gl'infelloniti soldati, specialmente i pretoriani, conobbero che non era tanto difficile l'atterrar due imperadori da loro mal voluti, perchè alzati senza di loro al trono, e perchè sempre erano in sospetto di essere degradati, come avvenne a' tempi di Severo Augusto[1916]. Ora, allorchè si celebrarono i giuochi scenici, o pure, come vuole Erodiano[1917], i capitolini, furiosamente vennero i pretoriani al palazzo. Pupieno Massimo, che fu il primo ad accorgersi di questo nuvolo minaccioso, mandò, e dipoi andò anche in persona a Balbino, perchè si facessero venire in aiuto loro i soldati germani. Qui saltò di nuovo in campo la gelosia. Balbino, per sospetto che l'altro li chiamasse per farsi solo imperatore, non acconsentì, e vennero a parole fra loro: quando ecco, forzate le porte e le guardie, arrivar loro addosso i pretoriani, spogliarli, e menarli fuori, con istrappar loro la barba, batterli e caricarli d'ingiurie. Volevano condurli al loro quartiere, per quivi finirli; ma inteso che i Germani prendevano l'armi per soccorrerli, in mezzo alla strada gli svenarono amendue (non ne sappiamo nè il giorno nè il mese), e preso seco il giovanetto Gordiano terzo acclamato Imperadore da essi, andarono a rinserrarsi nella fortezza pretoria. E tal fu l'infelice fine di questi due Augusti, degni certamente per le belle doti loro di miglior fortuna, colla morte dei quali Erodiano termina la storia sua. Rimasto Gordiano III Cesare, dopo tante tragiche scene, solo ed amato non men dal popolo che dai soldati, tuttochè, secondo Erodiano[1918], egli non avesse che tredici anni di età, fu riconosciuto da tutti Imperadore romano.
NOTE:
[1892] Pagius. Relandus. Stampa et alii.
[1893] Thesaurus Novus Inscription., pag. 360.
[1894] Herodianus, lib. 7. Capitol., in Maximino seniore et in Gordian.
[1895] Herodianus, lib. 7.
[1896] Pagius, in Crit. Baron.
[1897] Capitolin., in Maximino seniore. Herodian., lib. 7.
[1898] Capitolinus, in Maximino seniore.
[1899] Herod., lib. 5.
[1900] Capitol., in Gordiano seniore.
[1901] Herod., lib. 7.
[1902] Panvin., Fast. Cons.
[1903] Herodian., lib. 7. Capitol., in Maxim. et Balbin.
[1904] Capitol., in Maxim. et Balbin.
[1905] Capitol., in Maximin. seniore.
[1906] Pagius, Crit. Baron., ad annum 236.
[1907] Capitol., in Maximo et Balbin.
[1908] Idem, ibid.
[1909] Herodian., lib. 5.
[1910] Herodianus, lib. 8.
[1911] Herodianus, lib. 8.
[1912] Capitol., in Maximo et Balbino.
[1913] Herodianus, lib. 7. Capitol., in Maximino seniore.
[1914] Capitol., in Maximino seniore.
[1915] Pagius, Crit. Baron., ad annum 239.
[1916] Capitol., in Maximo et Balbino.
[1917] Herodianus, lib. 8.
[1918] Herodianus, lib. 8.
Anno di CRISTO CCXXXIX. Indizione II.
FABIANO papa 4. GORDIANO III imperadore 2.
Consoli
MARCO ANTONIO GORDIANO AUGUSTO e MANIO ACILIO AVIOLA.
In una iscrizione riferita dal Doni e da me[1919] apparisce che tal fu il prenome e nome del secondo console, cioè di Aviola. Già dicemmo che Gordiano III era stato nell'anno precedente disegnato console. Portava egli lo stesso nome dell'avolo e del padre Augusto, cioè Marco Antonio Gordiano; perchè nato da una figliuola di Gordiano I, fu verisimilmente adottato da lui, o pure da Gordiano II suo zio materno, benchè Desippo e un altro antico storico il facciano figliuolo di Gordiano II. Il che se fosse, sarebbe stato solamente figlio naturale; perchè, per attestato di Capitolino[1920], il secondo dei Gordiani non ebbe mai moglie legittima, e se la passava con ventidue concubine. Il vedere che sua madre, tuttavia vivente dopo l'esaltazion del figliuolo, non vien nominata da alcuno Augusta, potrebbe servire per farla credere di bassa sfera, e non sorella, ma concubina di Gordiano II. Questo principe vi fu alcun degli antichi[1921] che il pretese nominato Antonino; opinione che pare confermata da qualche marmo; ma il più sicuro suo nome è quello di Antonio. Era questo giovinetto principe bello di aspetto, di umore allegro, affabile con tutti, amabilissimo; avea studiato lettere; tante in somma erano le sue belle doti, che faceano a gara il senato, il popolo ed i soldati ad amarlo, dandogli il titolo di lor figliuolo, e chiamandolo la lor delizia. Altro non gli mancava, per ben governar l'imperio, che l'età e la sperienza degli affari; poichè per la buona volontà non la cedeva ad alcuno. Creato dunque che egli fu Augusto, cessarono tutti i tumulti e le brighe di Roma, si pacificarono i soldati col popolo, e cominciò ognuno a goder del riposo e dei solazzi, studiandosi di dimenticare i tanti affanni patiti dopo la morte del buon imperadore Alessandro. Racconta il suddetto Capitolino[1922], che, tolto di vita il crudo Massimino, i Parti, cioè i Persiani, minacciavano guerra in Oriente; e che i Carpi e gli Sciti l'aveano già mossa contro le due Mesie, provincie dell'imperio romano, con farvi gran danno. Perciò nel precedente anno era già stabilito che Pupieno Massimo andrebbe in Levante per opporsi ai tentativi de' Persiani, e che Balbino con altra armata passerebbe il Danubio, per far fronte ai Barbari, con lasciare il giovane Gordiano al governo di Roma. Ma Iddio altramente dispose, e convien pensare che non fosse grande nè il pericolo, nè il bisogno, perchè in questo anno si godè buona pace in Roma, nè si sa che l'imperio romano patisse scossa o molestia alcuna in quelle contrade. Che questo novello Augusto Gordiano, per maggiormente procacciarsi l'amore del popolo e delle milizie, usasse loro un gran regalo, come si praticava dai nuovi principi, si ricava dalle monete[1923] d'allora, nelle quali è mentovata la prima liberalità di questo Augusto.
NOTE:
[1919] Thes. Inscript., p. 361, n. 1.
[1920] Capitol., in Gordiano III.
[1921] Lampridius, in Elagabalo.
[1922] Capitolin., in Maxim. et Balbino.
[1923] Mediobarb., in Numism. Imperator.
Anno di CRISTO CCXL. Indizione III.
FABIANO papa 5. GORDIANO III imperadore 3.
Consoli
SABINO per la seconda volta e VENUSTO.
Questo Sabino console verisimilmente è quello che, dopo la morte dei due Gordiani, propose in senato di eleggere imperadori Pupieno Massimo e Balbino, ed appresso fu creato prefetto di Roma. Quando ciò si ammettesse, dicendo Capitolino[1924] ch'egli era della famiglia degli Ulpii, la stessa che quella di Traiano, converrebbe chiamarlo Ulpio Vettio Sabino. Godevasi in Roma una invidiabil tranquillità, quando vennero nuove dall'Africa[1925] che s'era fatta ivi un'unione di malcontenti e ribelli contra dell'Augusto Gordiano, e capo di essi era un certo Sabiniano. Colà inviò Gordiano un rinforzo di gente, con cui il governatore della Mauritania, dianzi assediato dai congiurati, talmente ristrinse coloro, che gli obbligò a venire a Cartagine, a dargli legato il lor condottiero Sabiniano e a chieder perdono: il che loro conceduto, si quietò tutto il rumore. Ma il testo di Capitolino alquanto confuso non ci lascia ben discernere come passasse quella faccenda, nè s'accorda con Zosimo[1926], quale pretende che il popolo di Cartagine avesse proclamato Imperadore lo stesso Sabiniano, senza che altro si sappia di lui. Da una legge di Gordiano si ricava che in questi tempi era prefetto del pretorio un Domizio.
NOTE:
[1924] Capitolin., in Maximo et Balbino.
[1925] Capitol., in Gordiano III.
[1926] Zosimus, Hist., lib. 1.
Anno di CRISTO CCXLI. Indizione IV.
FABIANO papa 6. GORDIANO III imperadore 4.
Consoli
MARCO ANTONIO GORDIANO AUGUSTO per la seconda volta e CIVICA POMPEIANO.
Se non mi ritenesse una iscrizione greca rapportata dal Reinesio[1927] e presa da quelle del Ligorio, in cui si legge console con Gordiano Augusto Pompeiano Civica, io non gli darei il nome di Civica, nè mi fiderei di un'altra del Gudio, dove questo console è appellato Civica Pompeiano. Posto nondimeno ch'egli usasse questi due cognomi, almen certo sarà che fu personaggio diverso da Pompeiano veduto da noi console nell'anno 231, perchè qui non vien chiamato console per la seconda volta. Guasto sarà il testo di Capitolino[1928], dove ha il nome di Popiniano, avendo noi troppe testimonianze di leggi e di marmi che Pompeiano fu il suo cognome. Abbiam già veduto di sopra come Artaserse avea ristabilito la monarchia de' Persiani. Dopo la guerra a lui fatta da Alessandro Augusto stettero per qualche tempo quieti quei popoli; ma, defunto Artaserse, divenne Sapore suo figliuolo successore non men dei regni che dell'ambizione del padre. La Mesopotamia posseduta dai Romani, siccome sottoposta una volta al dominio persiano, tosto fu l'oggetto delle superbe sue mire. Eutichio[1929] il loda per la sua giustizia; Agatia[1930] cel descrive tutto il rovescio, uomo crudele, sanguinario, implacabile e di maniere affatto tiranniche. Entrò costui con formidabil esercito sui principii del suo governo nella Mesopotamia; prese Carre ed altre città circonvicine, e mise l'assedio a quella di Nisibi. Fabbricato quivi un castello alto presso le mura di quella città, continuamente infestava quegli abitanti, i quali erano già vicini a rendersi, quando gli convenne per urgente bisogno ritornar coll'armata nelle sue contrade. S'accordò co' cittadini di Nisibi, che se promettessero di lasciare in piedi quel castello fino al suo ritorno, egli se ne andrebbe. Ma non sì tosto fu partito, che i Nisibini con fossa e muro nuovo chiusero quel castello nella città. Tornato poi Sapore, e rinnovato l'assedio con impadronirsi di Nisibi, fiera strage fece di parte di quel popolo, e il resto condusse in ischiavitù con immenso bottino. I progressi di questo ferocissimo re fecero paura fino all'Italia. Applicossi perciò con tutto vigore il senato romano ad ammassar gente e danaro per reprimere il borioso nemico, e fu determinato che il giovine imperador Gordiano in persona andrebbe a comandar l'armata, o, per dir meglio, ad apprendere il mestier della guerra[1931]. Intanto si pensò ad accasarlo, ancorchè, secondo i conti di Erodiano, non fosse giunto per anche all'età di diciotto anni. La madre sua, da noi poco conosciuta, probabilmente fu quella che gli trovò la moglie, cioè Furia Tranquillina Sabina, così appellata nelle medaglie[1932] e in alcune iscrizioni[1933], ma Sabina in altre. Era essa figliuola di Misiteo, uomo di competente nobiltà, ed allora solamente noto pel suo sapere, per la sua eloquenza e prudenza, e non per impiego alcuno. Altro non sappiamo di essa Tranquillina, se non che portò il titolo di Augusta, senza apparire che da lei nascesse prole alcuna. Fu bensì celebre Misiteo suo padre, perchè divenuto suocero dell'imperadore e creato prefetto del pretorio. Nè tardò egli a valersi della sua autorità per dar sesto alla corte e mettere sul buon cammino lo Augusto suo genero. Fin qui era stato il giovine Gordiano sotto il governo della madre, che, poco avvertita, il lasciava aggirare a lor talento dagli eunuchi della corte. Costoro lo allevarono in divertimenti fanciulleschi e in bagattelle, e insieme d'accordo vendevano la giustizia e i posti. Proponeva Mauro, uno di essi, qualche risoluzione in lode o in biasimo di taluno. Sopra ciò chiedeva Gordiano il loro parere a Gaudiano, Reverendo e Montano; ed approvando questi la proposizion dell'altro, tutto si faceva. Per consiglio di essi avea creato Felice prefetto del pretorio, e data la quarta legione a Sarapammone, uomini indegni di sì fatte cariche. L'erario del principe caduto nelle griffe di queste arpie si trovava affatto senza sangue. Venne a tempo il saggio Misiteo per liberar da peste sì abbominevole l'Augusto suo genero. Abbiamo da Capitolino[1934] una lettera da lui scritta ad esso Gordiano, in cui si rallegra di aver medicate quelle piaghe, e di aver Gordiano allontanati da sè tali ministri, congiurati contro l'onore di lui e contro il pubblico bene. E Gordiano in altra lettera riconosce d'avere operato in addietro cose che non erano da fare, dicendo, fra le altre cose, di conoscere oramai quanto sia infelice il principe posto in mano di gente, la quale gli taccia il vero, e lo inganni col falso. Però da lì innanzi Gordiano volea saper tutto; e siccome principe di buon intendimento e di miglior volontà, non lasciò indietro disordine alcuno conosciuto, a cui non rimediasse, valendosi in tutto de' consigli del savio suo suocero, a cui dava il titolo di padre. Per tale, e per tutore della repubblica voleva che fosse riconosciuto anche dal senato: e pubblicamente protestava che quel di bene che si faceva, tutto si doveva attribuire a quel ministro d'onore ch'era toccato a lui per suocero. In questa maniera non parve più governo di un giovane il suo; e andò sempre crescendo l'amore del pubblico verso di esso Augusto. Un gran tremuoto in questi tempi si fece udire, per cui traballarono varie città, e si aprirono voragini con inghiottire gli abitatori.
NOTE:
[1927] Reinesius, Inscript., pag. 633.
[1928] Capitolinus, in Gordiano III.
[1929] Eutichius, Annal. Eccles.
[1930] Agathias, Histor., lib. 4.
[1931] Capitolin., in Gordiano III.
[1932] Mediobarb., in Numismat. Imperat.
[1933] Thesaurus Novus Inscription., pag. 251.
[1934] Capitol., in Gordiano III.
Anno di CRISTO CCXLII. Indizione V.
FABIANO papa 7. GORDIANO III imperadore 5.
Consoli
CAIO VETTIO ATTICO e CAIO ASINIO PRETESTATO.
Caio Aufidio Attico si truova nominato il primo console in una iscrizione del Grutero[1935]. Più ne restano dove è nominato Vettio, e non Aufidio, e così pure si legge in un marmo riferito nella mia Raccolta[1936]. Però è scorretta quella iscrizione, o pur egli portò amendue quei nomi. Gran tempo era che non si praticava in Roma la cerimonia di aprire e chiudere le porte del tempio di Giano, allorchè si dava principio o fine alle guerre[1937]. Gordiano, già risoluto di passare in Levante per opporre le forze romane a quelle de' Persiani, le fece spalancare sul principio di quest'anno in segno di guerra. Venuta poi la primavera, provveduto di una fiorita armata e di assai danaro, imprese il viaggio per terra alla volta di Bisanzio, per di là traghettare in Asia. Passato per la Mesia, trovò nella Tracia molti nemici del romano imperio, verisimilmente Sarmati, Alani o altra simil gente barbara: tutti, o gli sterminò, o li fece ritirar colla fuga ai loro paesi. Seco era Misiteo suo suocero, prefetto del pretorio, e suo braccio diritto. La provvidenza e l'indefessa vigilanza di questo uffizial comandante si facea ammirar da tutti. Non v'era alcuna città considerabile ne' confini dell'imperio romano che non fosse provveduta di tanto grano, aceto, lardo, orzo e paglia da poter mantenere per un anno l'imperadore col suo esercito, se pure s'han così da interpretar le parole di Capitolino: il che a me par difficile a credersi. Altre aveano provvisione per due mesi, ed altre meno, a proporzione delle lor forze. Essendo prefetto del pretorio, spessissimo visitava l'armi dei suoi soldati; non permetteva che i vecchi militassero, nè si arrolassero fanciulli. Ovunque si accampava l'armata, volea che il campo fosse cinto di fosse, e di notte facea sovente la ronda. Questo suo zelo pel pubblico bene riportava in premio l'amore di tutti, ed era così amato e rispettato dagli uffiziali subalterni, che niun di essi osava di mancare al suo dovere. Dopo l'acquisto della Mesopotamia, Sapore re di Persia più altiero che mai era entrato colle sue armi nella Soria, e forse gli sarebbe riuscito agevole di conquistarla interamente, se non fosse giunto l'Augusto Gordiano a reprimere un sì potente avversario. Secondo le parole di Capitolino, sembra che Antiochia fosse caduta in potere del re barbaro; e ne fa dubitare anche una lettera scritta dal medesimo Gordiano al senato; ma potrebbe essere che quella gran città solamente fosse assediata dai Persiani, e ridotta agli estremi. Certo è almeno, che arrivato colà Gordiano, la liberò dalle lor mani. Seguirono varii combattimenti: in tutti cantarono la vittoria i Romani. Tal terrore misero questi fortunati successi in cuor di Sapore e de' Persiani, che il più frettolosamente che poterono si ritirarono di là dall'Eufrate. Ed esser può che succedesse allora quanto racconta Pietro Patrizio[1938] ne' frammenti delle ambascerie, cioè, che, avendo Sapore passato l'Eufrate, si abbracciavano l'un l'altro i di lui soldati: tanta era la lor gioia di avere scappato il gran pericolo, in cui si trovavano, credendo ad ogni momento d'avere alle spalle le spade romane. Dovette egli passare quel fiume verso Edessa posta di là; e però mandò messi alla guarnigion romana di quella città, offerendo loro un grosso regalo della sua moneta, se il volevano lasciar passare, fingendo d'andare al suo paese, non per paura, ma per solennizzarvi una festa, non sapendo probabilmente quei soldati che Gordiano avesse data ai Persiani la mala ventura, o pure per la gola del regalo, il lasciarono passare senza molestia alcuna. Il resto delle imprese di Gordiano io riferirò all'anno seguente, perchè non ci consta se nel presente o nel susseguente egli ripigliasse la fortezza di Carre, e vittorioso arrivasse fino alla città di Nisibi, città della Mesopotamia, la quale ritornò anch'essa sotto l'aquile romane. Basterà per ora di dire con Capitolino[1939], tale essere stata la paura del re persiano, che, senza farsi pregare, abbandonò tutte le città tolte ai Romani, con ritirarne i suoi presidii, consegnandole ai cittadini, senza usar saccheggi o far loro altro danno.
NOTE:
[1935] Gruterus, Inscript., pag. 309, n. 7.
[1936] Thesaurus Novus Inscription., pag. 361, num. 3.
[1937] Capitolinus, in Gordiano III.
[1938] Petrus Patricius, Legation. Tom. I Hist. Byzant.
[1939] Capitolinus, in Gordiano III.
Anno di CRISTO CCXLIII. Indizione VI.
FABIANO papa 8. GORDIANO III imperadore 6.
Consoli
ARRIANO e PAPO.
O nell'anno precedente o in questo l'Augusto Gordiano finì di rimettere sotto il comando suo e della repubblica romana le città perdute della Soria e Mesopotamia[1940]. Ed allorchè fu a Nisibi, scrisse al senato, ragguagliandolo de' suoi prosperosi avvenimenti, e che sperava di far una visita al re Sapore nella stessa di lui capitale, cioè in Ctesifonte; che perciò fosse lor cura di far dei sacrifizii e delle processioni, di raccomandar lui agli dii, e di ringraziar Misiteo prefetto e padre suo, perchè dalla buona e saggia condotta di lui egli riconosceva tutta la felicità di quella impresa. Perciò dal senato fu decretato il trionfo a Gordiano, e ch'egli entrasse in Roma con cocchio tirato dagli elefanti, e potesse entrarvi anche Misiteo in carrozza trionfale tirata da cavalli, a cui fu inoltre fatto incidere in marmo l'elogio suo. Ma eccoti ammalarsi Misiteo per una dissenteria, e venir men la sua vita. Fu creduto dai più che Filippo, il qual fu dipoi imperadore, ed avea gran paura della severità di Misiteo, gli affrettasse la morte, coll'aver guadagnati i medici che lo assistevano, e fattogli dare una medicina contraria al di lui bisogno. Lasciò Misiteo erede di tutto il suo la repubblica romana, e se ne morì, e con lui venne anche a morir la fortuna del genero Augusto, perchè rimase senza guida ed appoggio. In luogo suo fu creato prefetto del pretorio il suddetto Marco Giulio Filippo, il quale poco tardò ad aprirsi la strada al trono imperiale colla più detestabil ingratitudine, siccome vedremo all'anno seguente. In questi tempi fiorì Plotino, insigne filosofo platonico, di cui restano molte opere, e la sua vita compilata da Porfirio[1941], cioè da un altro celebre filosofo, seguace anch'esso di Platone. Si mise Plotino nell'esercito di Gordiano, allorchè fu per entrar nelle terre di Persia, condotto dal desiderio di conferire i sentimenti suoi coi filosofi persiani, ed era allora in età di trentanove anni.
NOTE:
[1940] Idem, ibid.
[1941] Porphyrius, in vita Plotini.
Anno di CRISTO CCXLIV. Indizione VII.
FABIANO papa 9. FILIPPO imperadore 1.
Consoli
PELLEGRINO ed EMILIANO.
Trovandosi all'anno 249 Marco Emiliano console per la seconda volta, verisimil cosa è ch'egli stesso procedesse console per la prima nell'anno presente. Alla smoderata ambizion di Marco Giulio Filippo parve poco la dignità di prefetto del pretorio. I suoi voti tendevano all'imperio, e l'arte, con cui egli vi arrivò, fu la seguente[1942]. Mentre si trovava il romano esercito fra Nisibi e Carre, in procinto di entrar nelle terre de' Persiani, segretamente fece andare innanzi le navi che portavano i viveri destinati all'armata, affinchè, mancando la sussistenza, nascesse qualche sedizione contra del principe, siccome in fatti avvenne. Si trovavano i soldati in luoghi privi d'ogni sussidio per la bocca; molti di essi erano anche stati guadagnati ed istruiti da Filippo; e però cominciò a trapelare, e poscia a prendere sempre più piede, la mormorazione contra Gordiano, con dire che stava male l'imperio e l'esercito in mano di un giovinetto inesperto, e doversi provvedere di un imperadore che avesse testa e braccio. Passarono i sediziosi fino a chiedere che Filippo fosse posto sul trono. Per quanta resistenza facessero gli amici di Gordiano, convenne cedere al ripiego proposto dagli altri, cioè che Filippo anch'egli fosse dichiarato Augusto, e regnasse come tutore di Gordiano. Così fu fatto. Resta qui molto scura la storia. Fuor che Capitolino, niun altro scrittore fa menzione di questa associazion dell'imperio. Si truovano le leggi date[1943] sul principio di quest'anno da Gordiano solo: una di Filippo solo data nel dì 14 marzo si vede. E pur ne comparisce un'altra del medesimo Gordiano solo nel dì 25 di aprile, la cui data dal Doduello[1944] è creduta guasta. Pretende il padre Pagi[1945] ciò succeduto perchè non andavano insieme d'accordo Gordiano e Filippo, e cadaun comandava e faceva leggi da sè: il che par difficile a credere, perchè tutti e due si truovavano nel medesimo esercito, e bisognava che l'infelice Gordiano stesse di sotto. Capitolino poi si contraddice, scrivendo che Filippo, dopo di aver tolto di vita Gordiano, notificò al senato con sue lettere la di lui morte, come succeduta per malattia, ed insieme la elezion di sè fatta dai soldati; e che il senato, da queste lettere ingannato, il riconobbe per Imperadore. Se prima egli fu dato collega a Gordiano nella dignità imperiale, come non iscrisse allora al senato per ottenerne l'approvazione? Si può perciò dubitare del racconto di Capitolino, ed anche di altre particolarità ch'egli aggiugne. Cioè che non potendo Gordiano sofferire di esser trattato con tanta alterigia dal nuovo suo collega Filippo, uomo vilmente nato dalla pessima gente degli Arabi[1946], e salito colle sue furberie tanto alto, quando esso Gordiano era di nobilissima schiatta romana, nipote d'imperadori, ed imperadore prima di lui: montò un dì sul tribunale, assisto da Mezio Gordiano suo parente, creato prefetto del pretorio, e fece un'aringa ai soldati, sperando d'indurli a deporlo, con rappresentare loro la stomachevole ingratitudine di costui. Furono gettate al vento le di lui parole, perchè prevaleva la fazion di Filippo. Fece istanza che fosse eguale fra loro l'autorità, ma ne pur questo ottenne. Si ridusse a chieder di usar solamente il titolo di Cesare: poi di esser prefetto del pretorio; ed in fine di calcare almeno il posto di uno de' generali, purchè fosse salva la sua vita. Pareva che Filippo si mostrasse inclinato a quest'ultimo partito; ma, riflettendo che un dì o l'altro potrebbe risorgere l'amore portato dal senato e popolo romano, anzi da tutto l'imperio, a questo giovane principe, e che i soldati, ora adirati contro di lui per la fame, non istarebbono sempre del medesimo umore; fece venire alla presenza sua il misero giovane, spogliarlo ed ucciderlo. Certamente non si accorda questo racconto di Capitolino coll'amore ch'egli dice portato da tutti e dai soldati medesimi a Gordiano. E se Filippo era già imperadore, perchè non provvide tosto alla fame dell'armata? Più perciò verisimile sembra che Filippo fosse non imperadore, ma bensì tutore di Gordiano in luogo di Misiteo, e ch'egli di poi barbaramente all'improvviso il privasse di vita. Giuliano Apostata presso Ammiano Marcellino[1947] in una sua aringa scrive, che avendo Gordiano data presso Resena, città dell'Osroena, una rotta al re persiano, se ne tornava vittorioso, quando fu oppresso da Filippo prefetto del pretorio. Non dice da Filippo già creato imperadore. Anche Zosimo[1948] lasciò scritto, che trovandosi Gordiano fra Nisibi e Carre, Filippo fraudolentemente lasciò affamare l'esercito, con disegno di abbattere Gordiano, quasichè per colpa di lui avvenisse quel disordine, e di salir egli poscia sul trono: il che gli venne fatto, con restare scannato l'infelice Gordiano. Sembra più verisimile il racconto di questi ultimi scrittori. Pare che la di lui morte accadesse verso il principio di marzo, correndo il sesto anno del suo imperio. Una o due medaglie[1949] parlano della di lui tribunizia podestà VII, il che, secondo i conti del Pagi[1950], basta a far credere che egli toccasse l'anno settimo dell'imperio. Ma queste possono essere state battute prima che si sapesse la di lui morte in Europa; però il punto non è chiaro, siccome ancora resta dubbiosa la di lui età, che alcuni fanno di diecinove anni, ed altri fino di ventitrè. Fu poi onorevolmente seppellito nel luogo della sua morte il di lui corpo. Eusebio[1951] scrive che questo fu portato a Roma. Accordogli il senato gli onori divini. Lo stesso Filippo, per farsi credere innocente del sangue di lui, l'onorava sempre col titolo di divo. Coloro che l'uccisero, tutti poi, per attestato di Capitolino, perirono di mala morte, e vedremo a suo tempo che non andò esente dai gastighi di Dio l'infedele ed ingrato Filippo. Fiorirono sotto Gordiano, Censorino, che scrisse del Giorno Natalizio, ed Erodiano storico, della cui storia mi sono servito in addietro, oltre ad altri scrittori, de' quali son perite le memorie. Di Filippo, che succedette nel romano imperio, mi riserbo di parlare all'anno seguente.
NOTE:
[1942] Capitolin., in Gordiano III. Zosimus, Hist., lib. 1, cap. 18.
[1943] Reland., Fast. Cons.
[1944] Dodwellus, in Annalibus Cyprian.
[1945] Pagius, in Crit. Baron.
[1946] Capitolin., in Gordiano III. Aurelius Victor, in Epitome. Zosimus, Hist., lib. 1, cap. 18.
[1947] Ammianus, lib. 23, cap. 54.
[1948] Zosimus, lib. 1, cap. 19.
[1949] Occo et Mediobarbus, Numism. Imper.
[1950] Pagius, in Crit. Baron.
[1951] Eusebius, in Chron.
Anno di CRISTO CCXLV. Indizione VIII.
FABIANO papa 10. FILIPPO imperadore 2.
Consoli
MARCO GIULIO FILIPPO AUGUSTO e TIZIANO.
Il secondo console, cioè Tiziano, verisimilmente quegli è che vien chiamato in una iscrizion del Fabretti[1952] Caio Messio Aquillio Fabio Tiziano. Il Relando[1953] e il padre Stampa[1954], fidandosi di una iscrizione del Gudio, gli danno il nome di Giunio Didiano, o sia Tiziano. Per me non oserei fabbricare coi materiali a noi lasciati dal Gudio. Trovasi ancora in un'iscrizione del Grutero[1955] Fabio Tiziano Console. A cagion di tale incertezza ho io posto il solo cognome. Da che nell'anno precedente, dopo l'assassinio fatto a Gordiano (e non prima, come sembra più probabile), Marco Giulio Filippo fu proclamato Imperadore Augusto dall'armata romana, significò egli con sue lettere al senato di Roma l'assunzione sua al trono, con fingere morto di malattia Gordiano[1956]. Il senato, già avvezzo a cedere alla forza ed usurpazione de' soldati, chinò il capo, ed accettollo. Era sua moglie Marcia Otacilia Severa, così nominata nelle medaglie[1957], a cui fu dato il titolo d'Augusta. Aveva egli anche un figliuolo che, secondo Aurelio Vittore[1958], era chiamato Caio Giulio Saturnino, ma nelle iscrizioni e nelle medaglie comparisce col solo nome paterno di Caio Giulio Filippo, dichiarato immantinente Cesare dal padre. Eusebio Cesariense[1959], seguitato poi da san Girolamo, da san Giovanni Grisostomo, da Paolo Orosio e da altri, scrisse essere fama che amendue i Filippi, padre e figliuolo, fossero cristiani, e i primi Augusti che professassero la fede di Gesù Cristo. In pruova di che narra che, venuto l'imperadore Filippo ad Antiochia per la festa di Pasqua, volendo egli intervenire la notte avanti alle sacre funzioni della Chiesa colla moglie Otacilia, san Babila vescovo di quella città, consapevole dell'eccesso commesso contra del suo legittimo principe, animosamente li rispinse, protestando che non entrerebbono in chiesa, se non faceano la confession de' lor falli e non prendeano luogo fra i pubblici penitenti: il che da loro fu con somma umiltà eseguito. Ma l'autorità per altro grande d'Eusebio e degli autori sopraccitati non ha ottenuto dai critici degli ultimi tempi che se gli creda in questo. Pare che fin Zonara[1960] ne dubitasse a' suoi dì. Il tradimento fatto da Filippo a Gordiano non convien mai ad un cristiano. Per ciò giudiziosamente il cardinal Baronio[1961] coll'autorità di Origene osservò ch'egli almeno ne' principii del suo imperio non potè professar la religion di Cristo. Oltre di che, Lattanzio, contemporaneo di Eusebio, Sulpicio Severo, Teodoreto ed altri hanno riconosciuto che Costantino il Grande fu il primo che abbracciasse la fede cristiana. Quel sì, che ragionevolmente si può credere, e l'afferma anche san Dionisio vescovo d'Alessandria, furono i due Filippi molto favorevoli ai cristiani, e crebbe di molto sotto di loro la Chiesa di Dio. E chi sa che la Augusta Otacilia non fosse quella che nudrisse nel marito sì buon cuore verso la santa religion de' cristiani? È perita la vita dei due Filippi, che verisimilmente fu scritta da alcuno degli scrittori della Storia Augusta; laonde poco abbiamo di lui per meglio conoscere il sistema delle sue operazioni. Ora noi sappiamo da Zosimo[1962] che Filippo fece pace con Sapore re della Persia; ed è privo di verisimile ciò che narra Giovanni Zonara[1963], cioè ch'egli comperò questa pace con cedere al re persiano la Mesopotamia e l'Armenia, ma che, mormorando non poco i Romani di questo, egli poi difese e conservò quelle provincie. Sapore, già vinto da Gordiano, vedea minacciata fin la sua capitale, nè è credibile che in un trattato riportasse cotali vantaggi. Che questa pace esigesse qualche tempo per conchiuderla, si può giustamente immaginare; e però sembra conchiusa in questo, e non già nell'antecedente anno. Quando poi fosse da credere il fatto attribuito a san Babila vescovo d'Antiochia, ed accaduto nel tempo della Pasqua, la quale nell'antecedente anno cadde nel dì 14 d'aprile, si avrebbe assai argomento di credere che Filippo dalle vicinanze di Ctesifonte non potesse arrivare a quel tempo in Antiochia, e sarebbe da riferire all'anno presente il suo arrivo ad essa città. Ma quel fatto, per le cose dette, ha ciera di favola. Che poi Filippo, mossosi dalla Soria, arrivasse nell'anno precedente a Roma, se lo persuase il padre Pagi[1964], ma senza pruove sicure. Le monete rapportate dal Mezzabarba[1965] sembrano piuttosto indicare ch'egli vi giugnesse nell'anno presente, sotto il quale appunto altro non so io riferire, se non la suddetta pace, e l'aver Filippo fatto il viaggio assai lungo dalla Soria a Roma.
NOTE:
[1952] Fabrettus, Inscript., pag. 119.
[1953] Reland., in Fast. Consul.
[1954] Stampa, Fast. Consul.
[1955] Gruterus, Inscript., pag. 407, n. 8.
[1956] Capitolin., in Gordian. III.
[1957] Vaillant et Mediobarb., in Numismat.
[1958] Aurelius Victor, in Brev.
[1959] Euseb., Histor. Eccles., lib. 6, cap. 36.
[1960] Zonaras, in Annalibus.
[1961] Baron., in Annal. Eccles.
[1962] Zosimus, lib. 1, cap. 19.
[1963] Zonaras, in Annalibus.
[1964] Pagius, Crit. Baron.
[1965] Mediobarbus, in Numism. Imperator.
Anno di CRISTO CCXLVI. Indizione IX.
FABIANO papa 11. FILIPPO imperadore 3.
Consoli
PRESENTE ed ALBINO.
Da che fu giunto Filippo a Roma, ben sapendo, altro non meritar le azioni sue che l'odio universale[1966], si studiò in tutte le forme di guadagnar l'affezione delle milizie e del senato. Nelle monete[1967] dell'anno precedente si parla della sua liberalità, e Zosimo attesta ch'egli con gran profusione d'oro rallegrò l'avidità de' soldati. Al senato romano parlò con somma benignità, promettendo gran cose; e certo quel poco che resta di notizie a lui spettanti, ci rappresenta ben questo principe ambizioso ed anche superbo, ma non già crudele. Parlava egli sempre di Gordiano con onore, nè alcun oltraggio mai fece alle di lui statue e memorie. Solamente abbiamo da Capitolino[1968] che la magnifica casa di Gneo Pompeo, posseduta dai Gordiani, fu occupata sotto Filippo dal fisco imperiale. Tuttavia, non fidandosi de' Romani, i principali impieghi conferiva egli ai proprii parenti. Per questo diede il comando dell'armi in Soria a Prisco suo fratello, e quello della Mesia e Macedonia a Severino padre di sua moglie, persone poco atte a farsi ubbidire e rispettare: il che influì col tempo alla di lui rovina. Credettero il Mezzabarba[1969] e il Bianchini[1970] che Filippo in quest'anno rompesse la pace co' Persiani, e non deponesse l'armi, se non dappoichè la Mesopotamia e l'Armenia furono restituite al romano imperio. Ma, siccome vedemmo, questa partita è presa di peso da Zonara, storico di poca esattezza. Era la potenza de' Persiani tale da non lasciarsi far paura da grosse armate, non che dalle poche milizie che furono lasciate allora di guarnigione nella Soria. Però questa guerra seconda col re di Persia siam dispensati dal crederla vera. Quel sì, che sopra buon fondamento si truova appoggiato, ma che io non so dire se appartenga all'anno presente o pure al seguente, si è il movimento de' Carpi, popoli barbari forse dalla Sarmazia[1971]. Costoro, fatta un'irruzione da' luoghi vicini al Danubio, portavano la desolazione in quelle parti. Filippo, per farsi credito co' Romani, in persona passò colà con un buon esercito, e venuto con quei Barbari alle mani, gli sconfisse. Ritiraronsi molti d'essi in un castello, a cui fu posto l'assedio. Ma raccolte di nuovo le lor forze, tentarono un altro combattimento, che non fu per loro più felice del primo, per l'empito de' Mori militanti nell'armata romana. Però fecero istanza di pace e lega: al che avendo, senza farsi molto pregare, acconsentito Filippo, restituita la quiete a quelle provincie, se ne ritornò tosto a Roma. Alcune medaglie, portate dal Mezzabarba[1972] sotto il presente anno, parlano di una allocuzione fatta da Filippo all'esercito, e di una sua vittoria, che ragionevolmente si può riferire alla suddetta impresa. Ma io non me ne assicuro, perchè in un'iscrizione del Fabretti[1973], spettante all'anno seguente, Filippo Augusto è chiamato proconsole: titolo dato agl'imperadori allorchè erano in qualche spedizion militare.
NOTE:
[1966] Zosimus, lib. 1, cap. 19.
[1967] Mediobarb., in Numismat. Imperat.
[1968] Capitolinus, in Gordiano seniore.
[1969] Mediobarb., in Numismat. Imperat.
[1970] Blanchinius, ad Anastas.
[1971] Zosimus, lib. 1, cap. 20.
[1972] Mediob., Numism. Imper.
[1973] Fabrettus, Inscript., pag. 687.
Anno di CRISTO CCXLVII. Indizione X.
FABIANO papa 12. FILIPPO imperadore 4. FILIPPO juniore imperad. 1.
Consoli
MARCO GIULIO FILIPPO AUGUSTO per la seconda volta e MARCO GIULIO FILIPPO CESARE.
Il giovane Filippo, figliuolo di Filippo Augusto, che procedette console col padre in quest'anno, non era che Cesare nelle calende di gennaio. Fu di parere il padre Pagi[1974] ch'egli dipoi in questo medesimo anno fosse dichiarato collega dell'imperio da esso suo padre, cioè Imperadore Augusto. Molta oscurità s'incontra nella storia di questi tempi, e crescono ancora per cagione di marmi finti e di medaglie false, o non assai attentamente lette. Se noi prestassimo fede ad una iscrizione del Gudio, rapportata anche dal Relando[1975], il giovane Filippo nè pure nell'anno seguente era fregiato del titolo d'imperadore, usando il solo di Cesare, leggendosi ivi: IMP. CAES. PHILIPPO III. ET IVLIO PHILIPPO CAESARE II. COS. Ma cento volte ripeterò che le merci del Gudio non ci possono servire per iscorta sicura all'erudizione. Lo Spon[1976], il Bellorio e il Fabretti[1977] ci han fatto vedere un decreto emanato in favore de' soldati dell'armata navale del Miseno, in cui Filippo il padre vien detto IMP. CAESAR M. IVLIVS PHILIPPVS PIVS FELIX AVG. PONT. MAX. TRIB. POT. IIII. CONSVL. III. DESIG. P. P. PROCONSVL; e il figliuolo IMP. CAESAR M. IVLIVS PHILIPPUS PIVS FELIX AVG. PONT. MAX. TRIB. POT. IIII. COS. DESIGNAT. P. P. Più sotto si legge IMP. M. IVLIO PHILIPPO COS. DES. III. ET IMP. M. IVLIO PHILIPPO COS. II. DES. COS. Sarebbe da desiderare che avessimo più iscrizioni dei due Filippi, per confrontarle insieme ed assicurarci che niun inganno s'incontri nelle memorie antiche o credute antiche. Da questo monumento, fatto mentre correa la quarta tribunizia podestà di Filippo seniore, cioè nell'anno presente, deducono alcuni che il giovane Filippo, subito che fu creato Cesare, ottenne dal padre la podestà tribunizia nell'anno 244, e ch'egli nel presente fu promosso al sommo grado d'Imperadore Augusto. Ma il padre Harduino avrebbe trovato da dir contra di tal decreto, perchè, secondo lui, non si comunicava ad altri, ed era ritenuto per sè dall'imperador seniore il grado di pontefice massimo, che pur qui si mira goduto anche da Filippo juniore. Potrebbe parimente comparir della confusione nell'appellar esso Filippo COS. II. DES. COS., benchè sia certo ch'egli fu console per la prima volta in quest'anno, e disegnato console per la seconda nel seguente. Certamente può credersi non assai esattamente copiato quel decreto, e tanto più perchè con esso convien confrontarne un altro simile, che si legge nella mia Raccolta[1978], ed appartiene all'anno seguente. Quivi anche il giovane Filippo si trova appellato Augusto, ciò servendo a farci riconoscere per falsa l'iscrizione del Gudio. Similmente Filippo juniore porta il titolo di pontefice massimo al pari del padre; e però cade a terra la regola proposta dal padre Harduino. Quivi inoltre si dà al medesimo Filippo juniore la seconda tribunizia podestà, e, per conseguente, l'ottenne egli nell'anno presente, allorchè fu promosso alla dignità imperatoria, e non già allorchè venne creato Cesare, come voleva il padre Pagi. Con tal notizia s'accordano ancora varie monete rapportate dal Goltzio, e indarno credute false da esso, perchè discordi dalla sua opinione. Un riguardevol punto di storia è l'essersi sotto i Filippi Augusti celebrato l'anno millesimo della creduta fondazion di Roma, ma senza che apparisca chiaro se a questo anno o pure al seguente si debba riferire la gran festa, di cui fanno menzione gli storici antichi. Io ne parlerò al seguente anno. Abbiamo da Aurelio Vittore[1979] che Filippo fece fare di là dal Tevere un lago, perchè quel paese penuriava troppo d'acqua. Ciò verisimilmente succedette in questi tempi.
NOTE:
[1974] Pagius, in Critic. Baron.
[1975] Reland., Fast. Consul.
[1976] Spon, Miscellan. Erudit., pag. 244.
[1977] Fabrettus, Inscription., pag. 687.
[1978] Thesaurus Novus Inscript., pag. 362, n. 1.
[1979] Aurel. Victor, in Breviar.
Anno di CRISTO CCXLVIII. Indizione XI.
FABIANO papa 13. FILIPPO imperadore 5. FILIPPO juniore imperad. 2.
Consoli
MARCO GIULIO FILIPPO seniore AUGUSTO per la terza volta e MARCO GIULIO FILIPPO juniore AUGUSTO per la seconda.
Due son l'epoche della fondazion di Roma; l'una di Marco Varrone, secondo la quale nell'anno precedente correva l'anno millesimo d'essa fondazione; l'altra dei Fasti capitolini, e secondo questa cominciava a correre nel presente anno esso millesimo. Il giorno natalizio di Roma comunemente si credeva il dì 21 aprile. Fuor di dubbio è che questo millesimo s'incontrò sotto l'imperio dei due Filippi Augusti, e fu con somma magnificenza di giuochi e solazzi solennizzato. Stimarono il cardinal Noris[1980] e il padre Pagi[1981] cominciato questo millesimo nell'aprile del precedente anno; il Petavio[1982], il Mezzabarba[1983], il Tillemont[1984], il Bianchini[1985] e il Relando[1986] riferirono esso millesimo all'anno presente. Si credono alcuni di poter conciliare insieme queste due opinioni con dire, ma senza pruova, che essendo durata la solennità dal dì 21 aprile dell'anno precedente sino al dì 21 d'esso mese del presente anno, si verifica che in amendue i suddetti anni si celebrò l'anno millesimo della fondazione di Roma. Contuttociò, se noi miriam le monete[1987] rapportate dai varii scrittori, ci sembrerà accostarsi più al vero l'opinione di chi mette il principio d'esso millesimo nell'anno presente, perciocchè i giuochi secolari e il secolo millenario son qui enunziati colla tribunizia podestà V di Filippo seniore, cominciata nel marzo di quest'anno, e mentr'egli esercitava il terzo consolato, che parimente significa l'anno presente. Niuna memoria di ciò si trova nelle monete battute, correndo la quarta tribunizia podestà di Filippo. E però quando non si pruovi che tutte le feste allora fatte si ridussero ai soli ultimi giorni dell'anno millesimo, a noi resta giusto motivo di credere cominciato esso anno nell'aprile del presente. Abbiamo da Zosimo[1988] la descrizione de' giuochi secolari, e da Capitolino[1989] la notizia degli animali forestieri che comparvero nei combattimenti fatti allora nell'anfiteatro e nel circo: cioè elefanti XXXII, alci X, tigri X, leoni mansueti LX, un cavallo marino, un rinoceronte, X lioni bianchi, X cammelopardali, X asini selvatici, XL cavalli fieri, ed innumerabili altri diversi animali. Servì questa gran folla di fiere ai divertimenti del popolo romano, oltre ai giuochi circensi, ed oltre a mille paia di gladiatori mantenuti dal fisco. Eusebio[1990] anch'egli racconta che in questa solennità furono uccise innumerabili bestie nel circo magno, e che nel campo Marzio per tre dì e tre notti si fecero i giuochi teatrali. Aggiugne dipoi che in esso anno millesimo bruciò in Roma il teatro di Pompeo, e l'edifizio chiamato Cento Colonne, sontuoso portico di quella incomparabil città. In Roma pagana, anzi dovunque dominava la falsa religion degli dii viziosi[1991], si lasciava da molti secoli il passaporto a quell'infame vizio per cui Sodoma e Gomorra perirono. V'erano abbominevoli scuole di questo, e il fisco ne ricavava un tributo. Avea tentato, siccome già osservammo, anche il buon imperadore Alessandro di rimediare a questa infamia. Non meno di lui fece conoscere l'Augusto Filippo il suo buon genio, perchè con editto pubblico vietò questa nefanda lussuria. E contuttochè Aurelio Vittore confessi l'obbrobriosa corruzion de' Romani gentili, con aggiugnere che la proibizione, in vece di estinguere tal pestilenza, maggiormente l'attizzò, dovuta nondimeno è la sua lode a questo imperadore, siccome quegli che dal canto suo non lasciò di perseguitare il vizio, ancorchè gli mancassero poi le forze e il tempo per isradicarlo.
NOTE:
[1980] Noris, Epist. Consul.
[1981] Pagius, in Critic. Baron.
[1982] Petavius, de Doctrin. Temp.
[1983] Mediobarb., in Numismat. Imper.
[1984] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[1985] Blanchinius, ad Anastas. Bibliothec.
[1986] Reland., in Fast. Consular.
[1987] Mediob., in Numismat. Imperator.
[1988] Zosimus, Histor., lib. 2, cap. 5.
[1989] Capitolinus, in Gordiano III.
[1990] Euseb., in Chronic.
[1991] Aurelius Victor, in Breviar.
Anno di CRISTO CCXLIX. Indizione XII.
FABIANO papa 14. FILIPPO imperadore 6. FILIPPO juniore imperad. 3. DECIO imperadore 1.
Consoli
MARCO EMILIANO per la seconda volta e GIUNIO AQUILINO.
Cominciarono a sconcertarsi, se non nell'anno antecedente, certo nel presente, gli affari di Filippo imperadore, non già per colpa di lui, perchè era buon uomo, nè facea male ad alcuno, e però fu creduto da alcuni che fosse cristiano; ma per le gravi imposte, motivo sempre di doglianze ai popoli, e perchè i governatori ed uffiziali da lui posti nelle provincie, o non sapeano governare, o troppo voleano governare; perlochè erano odiati dai soldati e dai popoli. Essendo governatore della Soria Prisco fratello di Filippo Augusto, e rendutosi egli oramai insoffribile, si fece in quelle parti una sedizione[1992], e fu proclamato Imperadore un certo Papiano, di cui perì tosto la memoria, perchè fu ucciso. Fa menzione Aurelio Vittore[1993] sotto l'imperio di Decio successor di Filippo di un Jotapiano che aspirò all'imperio in quelle parti, per essere, diceva egli, parente di Alessandro. Verisimilmente costui è il medesimo che presso Zosimo porta il nome di Papiano, e come un fungo fece la comparsa d'imperadore sotto Filippo. Ne' medesimi tempi nella Mesia e Pannonia, governate allora da Severiano suocero di Filippo, succedette un'altra sedizione, per cui alquanti di quei popoli e soldati acclamarono Imperadore un certo Marino centurione, o qualche cosa di più in quelle armate, che si crede chiamato in alcune medaglie (se di sicura antichità, non so) Publio Carvilio Marino[1994]. Portate queste nuove a Roma, alterossi forte l'Augusto Filippo, sì pel timore che l'incendio crescesse, e sì perchè amava la quiete per sè stesso, e la lasciava godere agli altri. Andossene al senato per pregarlo di aiuto in sì gravi congiunture, e disse ancora, se dispiaceva il suo governo, di esser pronto a deporre l'augusto suo ministero. Parevano legate le lingue di cadaun senatore, ma in fine Decio, un di essi, per nobiltà di sangue e per molte belle doti personaggio assai riguardevole, si alzò e disse che non v'era motivo di tremare per quelle novità, perchè fatte da persone mancanti di nobiltà, di seguito e di mezzi per sostenersi; e che perciò avesse un po' di pazienza, perchè non tarderebbono a svanire quei fantasmi d'imperadori. Così fu: anche a Marino s'intese fra poco tolta la vita. Ma non cessando in Filippo la paura di altri simili sconcerti, perchè sapea quanto mal animo nudrissero i soldati verso dei loro uffiziali, gli cadde in mente di spedir nella Mesia e Pannonia per governatore un uomo di vaglia, e mise gli occhi addosso al suddetto Decio. Questi si scusò per quanto potè; ma cotanto Filippo il pregò, e quasi lo sforzò, che, benchè contra sua voglia, accettò quell'impiego, ed andò[1995]. All'arrivo suo rimasero ben confuse e turbate quelle milizie, giudicando non per altro essere stato mandato Decio colà che per dare un esemplar gastigo a chi avea avuta mano nella ribellione. Furono a consiglio, e tanto per esentarsi dal di lui rigore, quanto per precautarsi all'avvenire, determinarono di crear Imperadore il medesimo Decio, in cui riconoscevano tutte le doti convenevoli per sì eccelsa dignità. Se senza saputa di lui, Dio lo sa. Presentatisi dunque all'improvviso a Decio, con alte voci lo acclamarono Imperadore, e gli misero addosso la porpora. Non mancò egli di fare ogni possibil resistenza a questa novità, parlando, per quanto si crede, di cuore, a fine di scuotere quella nobilissima sì, ma pericolosa soma; nulladimeno per le minaccie de' soldati, che misero mano alle spade, gli convenne quetarsi.
Per attestato di Zonara[1996], scrisse Decio delle lettere segrete a Filippo, adducendo in sua scusa la violenza a lui fatta, ed assicurandolo che verrebbe a Roma, e deporrebbe la porpora. Ma Filippo Augusto punto non si fidò di queste parole, credute da lui trappole, perchè persuaso che Decio avesse tramata d'accordo la ribellione ed esaltazione sua[1997]. Raunata perciò una poderosa armata, ancorchè la sua età e la poca sanità potessero dissuadergli l'andare, pure, lasciato il figliuolo Augusto al governo di Roma, s'inviò in persona contra di Decio, il quale colle sue soldatesche s'era già messo in viaggio alla volta dell'Italia. Restarono in Roma tanti pretoriani che bastassero alla difesa del figlio[1998], Incontraronsi le due nemiche armate nelle campagne di Verona; superiore era di numero e di forze quella di Filippo; ciò non ostante, il valore e la buona condotta di Decio fecero piegar la vittoria in suo favore. Zosimo e Zonara scrivono che nel calore di quella battaglia restò ucciso Filippo; Eutropio, Aurelio Vittore ed Eusebio[1999] il fanno trucidato in Verona, mettendo forse la città per denotare il territorio. Fu inviata la di lui testa a Roma, dove i soldati non tardarono ad uccider anche il giovinetto Filippo Augusto, il quale, per testimonianza di Aurelio Vittore, si trovava allora in età di dodici anni, di naturale sì severo e malinconico, che dopo i primi suoi cinque anni per qualunque spettacolo o facezia non fu mai veduto ridere; e perchè ne' giuochi secolari avea osservato il padre imperadore sbardellatamente ridere, con volto corruccioso il guatò. Spropositato racconto è quello della Cronica Alessandrina[2000], dove si narra che il giovine Filippo, rappresentato vivente anche sotto Gallo e Volusiano, con felicità fece molte guerre, finchè combattendo contra ai Gepidi cade da cavallo, e si ruppe una costa: laonde portato a Roma, quivi terminò i i suoi dì in età di quarantacinque anni. Ma io ho osservato altrove[2001] che abbiam quella cronica di mano di Andrea Darmario greco impostore. Forse in vece di Filippo, si dee scrivere Decio juniore, benchè nè pur ciò si accordi colla vera storia. Si accorda bensì colla verità quanto è ivi scritto intorno all'avere Filippo seniore istituite alcune compagnie di giovani scelti per le guardie del corpo. Nella iscrizione da me pubblicata[2002], di cui feci menzione di sopra, si vede che erano dieci coorti appellate filippiane. L'anno, in cui restò abbreviata la vita a questi due imperadori, è senza fallo il presente: il mese e il giorno sono incerti. Si può stare all'opinione del padre Pagi[2003] che mette la lor morte circa il mese di luglio, giacchè abbiamo una legge di Filippo, data nel dì 19 di giugno sotto questi consoli, e un'altra di Decio suo successore, data nel dì 19 di ottobre parimente nel presente anno. Parlerò di esso Decio nell'anno seguente. Nè si dee tacere che, regnando i due Filippi Augusti[2004], si suscitò in Alessandria, probabilmente nell'anno precedente, una persecuzione contra de' cristiani, mossa non già per ordine o editto alcuno di essi imperadori, ma per la malignità di que' cittadini pagani, facili ai tumulti, e che miravano sempre di mal occhio i seguaci di Gesù Cristo. Ne fa menzione san Dionisio, vescovo celebre di quella gran città, che fioriva in questi tempi, siccome ancora fiorì Origene, scrittore di gran nome, ma non egualmente glorioso nella Chiesa di Dio. In quest'anno ancora, ovvero nel precedente, fu creato vescovo di Cartagine l'insigne martire e scrittore sacro san Cipriano.
NOTE:
[1992] Zosimus, lib. 1, cap. 20.
[1993] Aurelius Victor, in Breviar.
[1994] Goltzius et Mediobarb., in Numism. Imp.
[1995] Zosimus, lib. 1, cap. 21.
[1996] Zonaras, in Annalib.
[1997] Aurelius Victor, in Breviario.
[1998] Eutrop., in Epitome Histor. Roman.
[1999] Eusebius, in Chronic.
[2000] Chronicon Paschale, tom. II Histor. Byzantin.
[2001] Antiquit. Italicar.
[2002] Thesaur. Novus Inscript., pag. 362.
[2003] Pagius, in Crit. Baron.
[2004] Euseb., Hist. Eccles., lib. 6, cap. 41.
Anno di CRISTO CCL. Indizione XIII.
CORNELIO papa 1. DECIO imperadore 2.
Consoli
CAIO MESSIO QUINTO TRAIANO DECIO AUGUSTO per la seconda volta e MASSIMO GRATO.
Essendo perite le vite dei due Filippi, dei Decii, e di Gallo e di Volusiano, già scritte da Trebellio Pollione, la storia di questi tempi resta troppo smunta ed involta in molte tenebre, di maniera che si stenta a distinguere le persone e i fatti d'allora. Decio, che dopo la caduta dei due Filippi restò solo imperadore, si trova ne' marmi e nelle monete appellato Caio Messio Quinto Traiano Decio. Zosimo[2005], storico pagano e nemico dichiarato de' cristiani, cel rappresenta personaggio di molta nobiltà ed ornato di tutte le virtù. Tale principalmente dovette sembrare a lui, perchè trovò in questo Augusto un fiero persecutore della religion di Cristo. Era egli nato nel borgo di Bubalia o Budalia del territorio di Sirmio nella Pannonia inferiore, il qual luogo ci difficulta di credere tanta nobiltà, quanta gliene dà Zosimo. Secondo Aurelio Vittore[2006], potea egli allora essere in età di circa quarantasette anni. Anche Eutropio[2007], pagano al pari di Zosimo, cel descrive per uomo ornato di tutte le virtù, mansueto, placido, che vivea senza fasto, che nell'armi era bravissimo. Quali onorevoli impieghi avesse egli prima esercitati, nol dice la storia. Certo è ch'egli era dell'ordine senatorio. Benchè poi non si sappia con evidenza, pure si tien comunemente che moglie di Decio fosse Erennia Etruscilla Augusta, di cui resta memoria nelle medaglie[2008]; e il nome di un figliuolo di Decio serve a confermarlo; imperciocchè il primogenito suo portava il nome di Quinto Erennio Etrusco Messio Decio, e questi fu dal padre Augusto nell'anno precedente fregiato col titolo di Cesare. Un altro suo figliuolo, per nome Caio Valente Hostiliano Messio Quinto Decio, conseguì anch'esso il nome e la dignità cesarea. Che Decio avesse due altri figliuoli appellati Etrusco e Traiano, l'hanno creduto alcuni, ma senza pruove valevoli a riportarne il comune assenso. Ora Decio imperadore, secondo lo stile de' nuovi imperadori, prese il consolato nelle prime calende di gennaio dell'imperio suo. Perchè egli si truova in alcune antiche memorie chiamato CONSUL II, perciò si crede che in alcuno dei precedenti anni egli fosse stato console sostituito. Se alcuna riguardevol impresa, se verun utile regolamento facesse questo novello Augusto ne' primi tempi del suo governo, non v'ha storia, non v'ha iscrizione od altra memoria che ce l'insegni. Quel solo detestabil fatto spettante all'anno presente, di cui s'hanno parecchi insigni contemporanei testimoni nella storia ecclesiastica, fu la fiera persecuzione da lui mossa contro del Cristianesimo, per la quale stranamente restò sconvolta la Chiesa di Dio, ed innumerabili Cristiani lasciarono gloriosamente la vita nei tormenti e sotto le scuri.
Correvano già trentotto anni dopo la morte di Severo imperadore, che i Cristiani universalmente godevano pace, ancorchè non mancassero de' mali ministri e governatori, che or qua or là infierissero contra di chi professava la legge di Cristo. Alcuni degli stessi imperadori erano stati favorevoli a questa santa religione, con essersi per ciò diffusa e mirabilmente moltiplicata per la terra la semente evangelica, e il numero de' fedeli divenuta innumerabile; quando l'imperador Decio, quel descritto sì placido da Aurelio Vittore, prese a perseguitar apertamente chiunque nemico si scopriva degl'idoli ed adorava il vero Creatore e Salvatore del mondo, con editti crudeli che furono sparsi per tutto l'imperio romano e più barbaramente eseguiti dove maggior copia di fedeli si trovava. Altro io non dirò di questo gran flagello della Chiesa di Dio, per cui nelle antiche storie e memorie dei Cristiani Decio si acquistò il nome d'uno de' più cattivi principi di Roma. Son da vedere intorno a ciò l'opere di san Cipriano allora vivente, Eusebio Cesariense, Lattanzio, Orosio, gli Annali del Baronio, gli Atti de' Bollandisti e le Memorie del Tillemont. Quel solo che a me conviene di ricordar qui, si è essere stato uno de' primi a far pruova della crudeltà di Decio san Fabiano papa, il quale nell'anno presente, con ricevere la corona del martirio, passò a miglior vita. Suo successore nella sedia di san Pietro, ma dopo molte difficultà, fu Cornelio, uno dei più insigni pontefici della Chiesa di Dio. Intanto Decio sen venne a Roma, dove altro non si sa ch'egli facesse, se non un bagno, di cui parla Eutropio[2009]. Ma s'egli mosse guerra al popolo cristiano, Dio permise che nè pur egli godesse, pel poco tempo che visse e regnò, pace nell'imperio. Sotto di lui cominciò a rinvigorirsi la potenza dei barbari, e a rendersi familiari nel romano imperio la sedizione e rivoluzion degli stati. Giordano storico[2010], corrottamente appellato Giornande, benchè scrittore a cui non mancavano favole, pure si può credere che ci abbia conservata qualche verità in un racconto spettante a questi tempi. Scrive egli adunque che Cniva re dei Goti, avendo diviso l'armata sua in due corpi, spinse il minore contro la Mesia romana; ed egli coll'altro consistente in settantamila combattenti, andò per assediare Eustesio, chiamato Novi, città della Mesia alle rive del Danubio. Ne fu respinto da Gallo comandante dell'armi romane. Passò a Nicopoli, città fabbricata da Traiano presso quel fiume; e sopravvenendo Decio imperadore, anche di là fu costretto a ritirarsi. Forse nell'anno precedente, trovandosi Decio Augusto in quelle parti, succedette questa irruzion de' Goti: o pure, se fu nel presente, parrebbe che Giordano col nome di Decio imperadore significar volesse Decio Cesare di lui figliuolo, il quale verisimilmente fu lasciato o mandato dal padre per opporsi ai tentativi di que' barbari. Passò Cniva il monte Emo, con disegno di assediar Filippopoli, città della Tracia, che alcuni credono fabbricata da Filippo imperadore, ma che più anticamente portò questo nome. Per soccorrere questa città, anche Decio passò l'Emo, e venne a postarsi a Berea. Cniva all'improvviso gli piombò addosso, e gli diede tale spelazzata, che Decio fuggendo si ricoverò in Italia, restando al comando di quell'armi Gallo, il quale si studiò di riparar le perdite fatte dai Romani. In alcune medaglie, rapportate dal Mezzabarba[2011] sotto questo anno, si truova DACIA CAPTA, DACIA FELIX; ma senza che si sappia qual guerra sia questa, e nè pure se al presente anno o al precedente appartengano queste medaglie.
NOTE:
[2005] Zosimus, lib. 1, cap. 21.
[2006] Aurelius Victor, in Breviario.
[2007] Eutrop., in Epitome.
[2008] Mediobarb., in Numismat. Imper.
[2009] Eutrop., Epitome Hist. Rom.
[2010] Jordan., De Rebus Geticis, cap. 19.
[2011] Mediobarbus, in Numismat. Imp.
Anno di CRISTO CCLI. Indizione XIV.
CORNELIO papa 2. DECIO imperadore 3. TREBONIANO GALLO imper. 1. HOSTILIANO DECIO imper. 1.
Consoli
CAIO MESSIO QUINTO TRAIANO DECIO AUGUSTO per la terza volta e QUINTO HERENNIO ETRUSCO DECIO CESARE.
Non so ben dire se nel precedente o nel presente anno i Goti, senza dubbio quegli stessi che da Zosimo[2012] son chiamati Sciti, o vogliamo dire Tartari, assediassero la città di Filippopoli nella Tracia. Quel che è certo, per testimonianza non men di esso Zosimo che di Giordano[2013], s'impadronirono quei barbari dopo lungo assedio di quella città; e, se scrive il vero Ammiano[2014], vi passarono a fil di spada centomila persone. Zosimo e Giordano non parlano se non di una gran copia di prigioni fatta nell'acquisto d'essa città. O sia che Lucio Prisco (forse fratello del già Filippo imperadore) fosse governatore di Filippopoli, o pure ch'egli fosse presidente della Macedonia, nella qual provincia si stesero i rapaci vincitori Goti: noi abbiamo da Giordano e da Aurelio Vittore[2015] che costui, unitosi con essi Goti, prese il titolo d'imperadore, volgendo l'armi contra dei Decii. E sembra che san Cipriano[2016] avesse conoscenza di lui. Ma costui, dichiarato pubblico nemico dal senato romano, stette poco ad essere ucciso. Noi qui certamente ci troviamo in folte nebbie di storia, essendovi altri che credono preso questo titolo da Prisco solamente dopo la morte dei medesimi Decii, e restando una gran confusione nell'assegnare i successori e i tiranni insorti dopo di loro. Intanto non si mette in dubbio il funesto fine dei Decii, benchè le circostanze del medesimo sieno varie e discordi presso gli antichi scrittori. I fortunati progressi adunque dei Goti, e l'innalzamento, se pure è vero, di Prisco, fecero che Decio seniore giudicò necessaria la sua presenza nella Mesia e Macedonia per liberar dai Barbari quelle provincie. Se in quelle parti non era già il figliuolo Erennio Etrusco Decio, seco andò nel presente; e trovandosi qualche medaglia[2017], in cui esso si vede appellato Augusto, credesi che in tal congiuntura egli fosse dichiarato imperadore e collega nell'imperio dal padre. Marciarono i due Augusti Decii contra dei Goti con esercito poderoso, e, secondo Zonara[2018], gl'incalzarono sì valorosamente, che li fecero ritirar nel loro paese. Alcuni vogliono[2019] che Decio gl'inseguisse di là dal Danubio; ma più verisimile sembra che di qua da esso fiume egli venisse con loro alle mani. In quel conflitto il giovane Decio, per quanto s'ha da Giordano[2020], trafitto dalle frecce gotiche, perì: il che disanimò lo esercito romano[2021]. Ma il vecchio Decio fece loro coraggio, con dire che la perdita di un solo soldato nulla era alla potenza romana: dopo di che alla disperata si spinse contra de' Barbari, cercando o morte o vendetta. Trovò appunto la morte, circondato ed oppresso da' nemici.
Ma Zosimo[2022] ci vorrebbe far credere che Gallo, generale de' medesimi Decii, per ingordigia dell'imperio, segretamente se l'intendesse coi Goti, e per mezzo loro arrivasse ad atterrar questi due regnanti. Per consiglio d'esso Gallo, dice esso Zosimo, si misero essi Goti in battaglia dietro una palude; ed allorchè Decio ebbe poste in fuga e sconfitte le due prime loro schiere, volendo dar addosso alla terza, s'inoltrò col figliuolo nella palude, dove amendue impantanati ed esposti alle frecce de' Barbari, insieme col loro seguito perirono. Secondo Vittore Zonara, nè pur furono trovati, non che seppelliti, i loro cadaveri; e ciò espressamente vien confermato da Lattanzio[2023] nel suo trattato delle morti de' persecutori della religione di Cristo. Certamente tutti gli antichi[2024] cristiani riconobbero per un colpo della mano di Dio la presta ed ignominiosa morte di Decio, nemico dichiarato dei seguaci di Gesù Cristo: gastigo toccato anche prima e di poi a qualunque principe romano che apertamente volle muover guerra ad una religione santa, che Dio volea al loro dispetto piantata e dilatata sulla terra. Il luogo della morte dei due Decii resta tuttavia dubbioso, o, per meglio dire, ignoto. Costantino il Grande in una sua orazione presso Eusebio sembra tenerlo morto nel paese dei Goti, e di là dal Danubio; altri di qua; alcuni nella Mesia, ed altri nella Tracia. Danno il nome di Abirto o Abritto a quel sito; e Giordano attesta che tuttavia restava un luogo, chiamato Altare di Decio, dov'egli sagrificò prima di far quella giornata. Ma niuno ora sa additare in qual provincia e territorio fosse tal luogo. Si disputa ancora intorno al tempo, in cui perirono i due Decii. V'ha[2025] chi crede ciò succeduto circa il mese di giugno[2026], ed altri negli ultimi due mesi dell'anno presente. Abbiamo da Trebellio Pollione[2027], che essendo consoli i due Decii (adunque nell'anno corrente), vennero al senato romano lettere ed ordini di Decio, di eleggere un censore, uffizio da gran tempo dimesso in Roma. Il pretore, giacchè amendue i consoli, cioè i due Augusti Decii, erano assenti, nel dì 27 di ottobre propose l'affare, e di comune consentimento fu eletto censore per la sua rara probità Valeriano, il qual poi divenne imperadore. Trovavasi questi coll'imperadore all'armata nella Tracia e nella Mesia, come io credo, e non già in Roma, come pensò il padre Pagi. Informato Decio del senatusconsulto, fece chiamar Valeriano, ed in piena assemblea il dichiarò censore, con ispiegare la di lui autorità che era amplissima. Cioè poteva egli determinare chi dovea aver luogo in senato; ridurre all'antico stato l'ordine equestre; modificare o confermare i tributi e i dazii; far nuove leggi; riformar le milizie, e giudicar tutte le cause de' palatini, de' giudici e dei prefetti, a riserva dei consoli ordinarii, del prefetto di Roma e del re delle cose sacre, e della primaria vergine vestale, se pur essa conservava illesa la pudicizia. Ma Valeriano, alzatosi in piedi, pregò l'Augusto Decio di averlo per iscusato, se non poteva accettar questo carico, perchè questo apparteneva a chi godeva il grado d'imperadore, ed erano venuti tempi, nei quali niuna persona privata potea promettersi tal forza da farsi ubbidire, e così andò in nulla il disegno. Ma se nel dì 27 di ottobre Decio tuttavia regnava, e se noi vedremo Gallo suo successore Augusto nelle calende seguenti di gennaio, vegniamo insieme a scorgere che nel novembre o dicembre di quest'anno dovettero i due Decii perdere la vita e lo imperio. Quel che succedesse dopo la lor morte, sarà accennato all'anno seguente.
NOTE:
[2012] Zosimus, lib. 1, cap. 23.
[2013] Jordan., de Rebus Geticis, cap. 18.
[2014] Ammianus Marcellinus, Hist., lib. 31.
[2015] Aurelius Victor, in Epitome. Zonaras, in Annalibus.
[2016] Cyprian., Epistola 52.
[2017] Mediob., Numism. Imper.
[2018] Zonaras, in Annalibus.
[2019] Aurelius Victor. Eutropius.
[2020] Jordan., de Rebus Geticis, cap. 18.
[2021] Eutrop., in Epitome.
[2022] Zosimus, lib. 1, cap. 23.
[2023] Lactantius, de Mortibus Persecutor.
[2024] Cyprianus, Epist. ad Demetr. Eusebius, Orat. Constantin., cap. 24. Hieronym., Commentar. in Zachar., cap. 14.
[2025] Blanchinius, ad Anastas.
[2026] Pagius, in Critic. Baron.
[2027] Trebellius Pollio, in Valerian.
Anno di CRISTO CCLII. Indizione XV.
CORNELIO papa 3. LUCIO papa 1. TREBONIANO GALLO imp. 2. HOSTILIANO DECIO imp. 2. VOLUSIANO GALLO imp. 1.
Consoli
CAIO TREBONIANO GALLO AUGUSTO per la seconda volta e CAIO VIBIO VOLUSIANO CESARE.
Divulgata la morte dei due Decii, le armate della Mesia e della Tracia poco stettero a proclamar Imperadore Caio Treboniano Gallo lor generale, a cui forse indebitamente fu attribuito da Zosimo[2028] il tradimento fatto ai due Decii. Aurelio Vittore[2029] scrive, essere stato il traditore un Bruto. Di che paese fosse il suddetto Treboniano Gallo, nol sappiamo, se non che, al dir di Vittore, sembra nato nell'isola delle Gerbe sulle coste dell'Africa. Perchè egli avendo preso, secondo lo stile degli altri nuovi Augusti, il consolato in quest'anno[2030], si trova in un'iscrizione e in alcuni fasti console per la seconda volta, da ciò, si argomenta esser egli stato console sustituito in alcuno degli anni addietro. Il grado di generale dell'armi, che dicemmo sostenuto da lui, gli facilitò quello di imperadore. Aveva egli un figliuolo, appellato Caio Vibio Gallo Volusiano, cui diede immediatamente il titolo di Cesare. Ma affinchè non nascesse o già nato si smorzasse il sospetto ch'egli avesse tenuta mano all'obbrobriosa morte dei Decii, si mostrò amantissimo della lor memoria, parlandone sempre con lode e riverenza; volle ancora o pure acconsentì che amendue fossero, secondo la stolta persuasione del gentilesimo, deificati. Vi restava un altro figliuolo di Decio seniore, cioè Caio Valente Hostiliano Messio Quinto Decio, già dichiarato Cesare dal padre. Gallo, non tanto per farsi sempre più credere ben affetto alla memoria di esso Decio, quanto per timore che questo di lui figliuolo, spalleggiato dai soldati, potesse prorompere in qualche sedizione, spontaneamente il dichiarò Augusto e collega suo nell'imperio, aspettando più proprio tempo per liberarsi da lui. Disegnò ancora sè stesso console col figliuolo Volusiano per l'anno presente. Di tutto questo, accaduto nell'anno addietro, spedì egli l'avviso a Roma, e il senato niuna difficoltà mostrò ad approvarlo.
Noi troviamo circa questi tempi varii altri imperadori o tiranni, senza poterne ben chiaramente distinguere l'innalzamento e i luoghi, dove fecero la loro breve comparsa e caddero. Di un Giulio Valente, che usurpò la porpora imperiale, parla Aurelio Vittore, con dir appena partito da Roma Decio, che costui occupò il trono, e fu in breve punita la sua temerità colla morte. Ma Trebellio Pollione[2031], che merita qui maggior fede, asserisce che costui per pochi giorni fece la figura d'imperadore, non in Roma o in Italia, ma nell'Illirico, e quivi fu ucciso. E forse il movimento suo accadde dappoichè i due Decii avevano cessato di vivere. Vedesi tuttavia una medaglia[2032], felicemente, se pur è vero, disotterrata, in cui vien fatta menzione di Marco Aufidio Perpenna Liciniano imperadore Augusto, confuso da Vittore ora con Valente ed ora con Hostiliano. Il padre Pagi[2033] è di parere che costui, vivente Decio, formasse la sua cospirazione, e, preso il nome d'Augusto nelle Gallie, quivi da esso Decio restasse soffocato, scrivendo Eutropio[2034] ch'esso Decio, prima di portar l'armi contra dei Goti, estinse una guerra civile insorta nelle Gallie. È plausibile la di lui conghiettura, ma non esente da dubbii. Torniamo ora a Treboniano Gallo, riconosciuto imperadore anche dal senato romano. Le prime sue occupazioni furono quelle di stabilir pace coi Goti, comperandola nondimeno con vergognose condizioni[2035]; perchè non solamente permise loro di tornarsene alle loro contrade di là dal Danubio con tutto il bottino fatto sulle terre romane, e senza prendersi cura di riscattare, o far rilasciare gran copia di Romani, anche nobili, fatti prigioni nella presa di Filippopoli; ma eziandio si obbligò di pagar da lì innanzi un certo tributo annuale a quei Barbari, affinchè non inquietassero lo imperio romano. Non fu però Gallo il primo ad avvilir la maestà romana con simili patti. L'esempio gliene avea dato Domiziano, e probabilmente altri debili Augusti aveano fatto lo stesso. Dopo di che, come s'egli avesse con tali prodezze meritato il trionfo, se ne venne probabilmente nella primavera di quest'anno a Roma, tutto spirante gloria ed assai contento di sè stesso. Forse perchè i sacerdoti pagani o il senato zelante della conservazione de' suoi falsi dii, fecero nuove istanze anche a Gallo, certo è che la persecuzion de' cristiani, alquanto rallentata, e fors'anche cessata negli ultimi mesi dell'anno precedente e nei primi del corrente, si rinnovellò; e per tutte le provincie si attese ad infierire contro i cristiani che ricusavano di sagrificare agli abborriti numi della gentilità. Son qui da vedere le nobilissime lettere e gli opuscoli di san Cipriano[2036] e di san Cornelio papa, il qual ultimo, per cagione di tal persecuzione, fu mandato in esilio, e poi coronato col martirio. Al governo della Chiesa romana fu sustituito Lucio papa, il quale dovette anche egli da lì a qualche tempo sofferire l'esilio. Ma Iddio non cessò di flagellar con nuovi gastighi questi principi nemici del popolo suo eletto, cominciando con una delle più terribili e lunghe pestilenze che mai passeggiassero sulla terra. Si andò essa stendendo a poco a poco per tutte le provincie del romano imperio[2037], facendo dappertutto una fiera strage. Se crediamo ad Augusto Vittore[2038], Hostiliano Augusto, già figliuolo di Decio imperadore, colto da questa infezione, terminò i suoi giorni. Ma Zosimo[2039] pretende che Gallo imperadore, sospettando che questo collega, da chi amava la memoria del di lui padre Decio, fosse un dì portato troppo innanzi con pericolo della propria dignità, il facesse a tradimento levare dal mondo, fingendo verisimilmente che fosse morto di peste. Dopo la cui morte egli dichiarò Augusto il suo figliuolo Gallo Volusiano, il quale nelle iscrizioni[2040] è chiamato Caio Vibio Affinio Gallo Veldumiano Volusiano.
NOTE:
[2028] Zosimus, lib. 1, cap. 23.
[2029] Aurelius Victor, in Breviar.
[2030] Reland., in Fast. Consul.
[2031] Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 19.
[2032] Mediobarbus, in Numism. Imperator.
[2033] Pagius, in Crit. Baron.
[2034] Eutrop., in Epitome.
[2035] Zosimus, lib. 1, cap. 24.
[2036] SS. Cyprian. et Cornel., in Epistolis.
[2037] Eutrop. Eusebius. Sanctus Cyprianus, et alii.
[2038] Aurelius Victor, in Brev.
[2039] Zosimus, lib. 1, cap. 25.
[2040] Thesaurus Novus Inscript., pag. 253.
Anno di CRISTO CCLIII. Indizione I.
LUCIO papa 2. TREBONIANO GALLO imp. 3. GALLO VOLUSIANO imp. 1. VALERIANO imperadore 1. GALLIENO imperadore 1.
Consoli
CAIO VIBIO VOLUSIANO GALLO AUGUSTO per la seconda volta, e MASSIMO.
Il secondo console vien chiamato da alcuni Marco Valerio Massimo. Perchè non ne ho veduto finora le prove, io m' attengo a chi solamente l'appella Massimo[2041]. Sembra che il Governo di Gallo Augusto fosse assai dolce, e ch'egli, usando maniere popolari e placide, si studiasse di farsi amare da ognuno, fuorchè da' cristiani. Ma l'essersi tanto egli che il figliuolo dati al lusso e alle delizie[2042], li faceva disprezzar dalla gente; e la loro negligenza e poca applicazione al governo incoraggi di molto i Barbari, per assalire e malmenare le provincia del romano imperio. Finalmente l'ira di Dio stava addosso ad un principe che mossa avea anch'esso guerra ai cristiani, i quali pure erano i migliori de' sudditi suoi. Durando dunque l'orrido flagello della peste, s'aggiunse ai mali la irruzion degli Sciti, cioè de' Goti, Carpi, Borani, o sieno Burgondi, e d' altre nazioni tartare, nella Mesia, Tracia, Macedonia e Grecia sino al mare Adriatico. Inesplicabili furono i saccheggi da lor fatti, le città non fortificate, ed alcune ancora delle forti si videro soccombere al loro furore; ed intanto Gallo in Roma si dava bel tempo. Comandava in questi tempi l'armi romane nella Pannonia Marco Giulio Emiliano. Aurelio Vittore[2043] gli dà il nome di Emilio Emiliano. Questi, secondo che racconta Zosimo, animati i suoi soldati, diede addosso agli a Sciti, e gli riuscì di sconfiggerli e d'incalzarli fin dentro ai loro paesi. Questa vittoria cagion fu che l'esercito suo il proclamò imperadore. Giordano[2044] solamente scrive che Emiliano, considerati i gravissimi danni recati allora dai Barbari alle terre romane, e la trascuratezza di Gallo e di Volusiano Augusti, fece conoscere alle sue milizie la necessità di aver un imperadore di petto da opporre all'insolenza de' Goti: dal che venne (per suggestione certo di lui) che quell'armata si accordò a crearlo imperadore. Ch'egli ripulsasse, o avesse già ripulsati i Barbari, o pure ch'egli facesse qualche tregua con loro, si potrebbe argomentar dal sapere che egli s'incamminò a gran giornate verso l'Italia, senza far caso d'essi. Ma forse ciò avvenne perchè, secondo Zosimo[2045], que' Barbari, rivolte le loro scorrerie verso l'Asia, arrivarono ad Efeso, e desertarono poi tutta la Cappadocia. Allora fu che si svegliò Gallo, e raunate quelle forze che potè nell'angustia del tempo, marciò contra di Emiliano, non solamente entrato nell'Italia, ma anche giunto nell'Umbria. Furono a fronte le due armate a Terni, secondo l'asserzione di Vittore[2046] e di Eutropio[2047], o pure al foro di Flaminio, città da gran tempo distrutta, e posta allora ai confini di Foligno, come si ha da Eusebio[2048]. Ma le soldatesche di Gallo, snervate dalle delizie di Roma, non poteano competere con quelle di Emiliano, il quale ebbe anche l'avvertenza di subornarle con far correre secretamente fra loro la promessa di un gran regalo. Il perchè i due imperadori Treboniano Gallo e Volusiano Gallo furono dai lor proprii soldati privati di vita.
Credesi che Gallo fosse allora in età di quarantasette anni, e gran disputa è intorno alla durata del suo imperio. Fu di avviso il Tillemont[2049] che verso il mese di Maggio Gallo fosse ucciso. Ambedue si videro poi nell'anno seguente aggregati al numero degli dii da Valeriano Augusto, ch'era loro amico fedele, ma non aveva già l'autorità di fare dei veri dii. Rimasto vincitore Emiliano, e rinforzato anche dall'armata di Gallo, che si unì alla sua, altro non gli restava per essere assodato sul trono imperiale che l'approvazion del senato. Questa la ottenne senza difficoltà, perchè niuno osava di negarla; ed egli[2050] promise di scacciare i Barbari dalla Mesia, e di far guerra ai Persiani, che mettevano a sacco la Mesopotamia. Si sa[2051] che Emiliano era Moro di nazione, e nato di bassa famiglia; ma il suo valore gli avea spianata la strada ai posti più sublimi. Se si dee credere ad una moneta di lui rapportata dall'Angelloni[2052], egli fu due volte console. Potrebbe essere che in uno degli anni addietro fosse stato console sostituito, e che dopo la morte di Volusiano Augusto, console nell'anno presente, avesse preso il consolato. Ma nulla di ciò apparendo in tante altre medaglie che restano di esso Emiliano[2053], si può dubitar della legittimità di questa. Ebbero poco effetto le promesse del novello imperadore, perchè poco stette a scoppiar contra di lui un fulmine, che si andava fabbricando nella Rezia e nel Norico. In quelle provincie Publio Licinio Valeriano era dietro a far gran massa di gente da tutte le parti con disegno di venire in soccorso di Gallo e di Volusiano: quand'ecco giugnergli l'avviso di essere questi stati uccisi, e che regnava il nemico loro Emiliano. O sia che Valeriano sdegnasse di sottomettersi all'usurpator dell'imperio, o che i soldati suoi ne concepissero anch'essi dell'abborrimento, andò a terminar la faccenda nell'essere Valeriano acclamato Imperadore[2054] dal medesimo esercito suo, benchè Zosimo[2055] sembri avere creduto che solamente dopo la morte di Emiliano, egli per consentimento di tutti, fosse alzato al trono. Allora dunque che egli si trovò ben in forze calò in Italia, e prese il cammino alla volta di Roma. Già correva il terzo mese che Emiliano signoreggiava, ma in maniera tale, che se Zonara[2056] dice il vero, fino gli stessi soldati suoi il riputavano indegno di regnare. Perciò uscito anch'egli in campagna per andare ad affrontarsi con Valeriano, allorchè fu nelle vicinanze di Spoleti (verisimilmente verso il mese di agosto) fu quivi da' suoi proprii soldati svenato. La morte sua confermò Valeriano senza spargimento di sangue nel pieno possesso della dignità imperiale. Che Valeriano, riconosciuto da tutti imperadore, desse dipoi in quest'anno il titolo di Augusto a Publio Licinio Gallieno suo figliuol primogenito, e il creasse collega nell'imperio, lo scorgeremo dagli atti dell'anno seguente. Credesi che Origene, celebre ma combattuto scrittore della Chiesa di Dio, terminasse[2057] anch'egli i suoi giorni nell'anno presente.
NOTE:
[2041] Aurelius Victor, Syncellus et alii.
[2042] Zosimus, lib. 1, cap. 16.
[2043] Aurel. Victor, in Epitome.
[2044] Jordan., de Rebus Geticis, cap. 19. Eutropius, in Breviar. Aurelius Victor, ibid.
[2045] Zosimus, lib. 1, cap. 16.
[2046] Aurelius Victor, in Epit.
[2047] Eutrop., in Brev.
[2048] Euseb., in Chronic. Syncellus, Chronogr.
[2049] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[2050] Zonaras, in Annalib.
[2051] Aurelius Victor, in Epitome.
[2052] Angellonius, Hist. August.
[2053] Mediobarb., in Numismat. Imper.
[2054] Aurelius Victor, et alii.
[2055] Zosimus, l. 1, cap. 28.
[2056] Zonaras, in Annalibus.
[2057] Pagius, in Crit. Baron.
Anno di CRISTO CCLIV. Indizione II.
STEFANO papa 1. VALERIANO imperadore 2. GALLIENO imperadore 2.
Consoli
PUBLIO LICINIO VALERIANO AUGUSTO per la seconda volta e PUBLIO LICINIO GALLIENO AUGUSTO.
Secondo la Cronica di Damaso, o sia secondo Anastasio bibliotecario[2058], il romano pontefice san Lucio, richiamato dall'esilio, regnando Valeriano Augusto, coll'esser decapitato per la fede di Gesù Cristo, compiè gloriosamente il corso della sua vita. E che ciò succedesse in quest'anno alli 3 di marzo, fu opinione di monsignor Bianchini[2059], laddove il padre Pagi[2060] riferì la di lui morte all'anno precedente. Quel che è certo, nella cattedra di san Pietro succedette Stefano; ma è ben difficile il provar concludentemente che in tale e tal giorno succedesse l'elezion di questo e di altri antichi romani pontefici. Del resto il fare martirizzato san Lucio sotto di Valeriano nell'anno presente non si accorda con quanto abbiamo da Eusebio Cesariense[2061], cioè avere san Dionisio, vescovo in questo tempo di Alessandria, scritto ad Ermammone, che Valeriano si mostrò sì mansueto e benigno verso de' cristiani ne' principii, o sia ne' primi anni del suo governo, che niuno de' precedenti Augusti, anche di quei che furono creduti cristiani (cioè dei Filippi), avea mai praticata tanta cortesia e benevolenza verso i seguaci di Gesù Cristo, come egli fece. La sua stessa corte era piena di cristiani, e pareva una chiesa di Dio. Come dunque pretendere ch'egli levasse la vita a san Lucio papa in questi principii del suo regno? E questa fu la ragione, per cui il cardinal Baronio differì la di lui morte sino ai tempi della persecuzione, succeduta solamente nel quinto anno del di lui imperio. Sarebbe pertanto da vedere se san Lucio, riconosciuto martire anche vivente da Eusebio, tale fosse stato, perchè sostenne l'esilio ed altri strapazzi per la fede di Cristo, senza poi lasciare il capo sotto la spada dei persecutori. Quanto ho poi ricordato della benignità di Valeriano verso de' cristiani, ci fa per tempo conoscere la bellezza e dirittura dell'animo suo, e la probità dei suoi costumi. Abbiamo anche veduto di sopra, come egli era stato scelto dal senato romano censore[2062], per essere in concetto del più savio ed onorato senatore che allora si trovasse in Roma. Contava egli fra i suoi pregi la nobiltà del sangue, ma più una vita fin qui menata con gran prudenza e modestia. Giovanni Malala[2063] cel descrive per uomo di statura corta, gracile, canuto, col naso alquanto schiacciato, con barba folta, pupille nere, occhi grandi, timido e di molta parsimonia. Pare certamente ch'egli avesse più di sessanta anni allorchè fu acclamato imperadore. Due mogli, per attestato di Trebellio Pollione, ebbe egli, amendue a noi ignote. La prima gli partorì Gallieno suo collega e successore; l'altra Valeriano juniore. Era passato Valeriano Augusto lor padre per tutti i gradi della dignità sino al consolato, in cui si conosce sostituito in alcuno de' precedenti anni, giacchè avendolo preso in quest'anno, come soleano fare tutti i novelli Augusti, vien registrato ne' Fasti console per la seconda volta. Da che Valeriano fu con gran plauso riconosciuto da tutti imperadore, il senato dichiarò Cesare il di lui primogenito[2064], cioè Publio Licinio Gallieno. Ciò fu nell'anno precedente, dopo di che essendo di molto inoltrata la state, cioè, per quanto si può conghietturare, passata la metà di agosto, o sul principio di settembre, il Tevere gonfio oltre misura inondò la città di Roma: il che fu preso per un presagio di disgrazie. Ma non molto dovette stare l'imperador Valeriano a dar anche il titolo di Augusto al figliuolo Gallieno, ancorchè Zosimo ciò riferisca più tardi; perchè in tante monete[2065] che restano di lui, egli si truova chiamato solamente imperadore Augusto e non mai Cesare. Passarono dunque a Roma i due novelli Augusti, accolti con istraordinaria gioia dal senato e popolo romano, perchè Valeriano era riputato il più meritevole di tutti di quella eccelsa dignità[2066]: e se si fosse data al mondo tutta la facoltà di eleggere un buon imperadore, sarebbe ognuno concorso ad eleggere questo. Era pertanto grande la speranza e l'aspettazione di tutti, che Valeriano avesse da rimettere in fiore l'impero romano. Come ciò si verificasse, lo andremo a poco a poco vedendo. Entrarono consoli nelle calende di gennaio i due Augusti; ma ciò che operassero nell'anno presente a nostra notizia non è fin qui pervenuto.
NOTE:
[2058] Anastasius Bibliothecarius.
[2059] Blanchin., ad Anast.
[2060] Pagius, Crit. Baron., ad annum 253.
[2061] Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 10.
[2062] Trebellius Pollio, in Vita Valeriani.
[2063] Joannes Malala, in Chronogr.
[2064] Eutrop., in Breviar. Aurelius Victor, in Epitome.
[2065] Mediobarb., in Numismat. Imperat.
[2066] Trebellius Pollio, in Vita Valeriani.
Anno di CRISTO CCLV. Indizione III.
STEFANO papa 2. VALERIANO imperadore 3. GALLIENO imperadore 3.
Consoli
PUBLIO LICINIO VALERIANO AUGUSTO per la terza volta e PUBLIO GALLIENO AUGUSTO per la seconda.
Certo è che in Valeriano Augusto concorrevano moltissime di quelle belle doti e qualità che possono rendere gloriosi i regnanti, come la prudenza, l'affabilità, la gravità, e la lontananza dalla superbia e dal fasto. Il desiderio suo di accertar nelle buone risoluzioni, di rimediare ai disordini e di giovare al pubblico, per quanto era in sua mano, gli rendea cari tutti gli avvisi di chiunque suggeriva avvertimenti e regole di buon governo. Resta tuttavia una sua lettera[2067] scritta a Balista, forse prefetto del pretorio, che gli aveva insinuato delle buone massime intorno al non permettere uffiziali inutili e soldati nelle guardie, che non fossero uomini sperimentati nel mestier della guerra. Raro giudizio ancora traspirava dalle elezioni ch'egli faceva degli uffiziali della milizia; e tutti coloro, che noi andremo vedendo ribellarsi a Gallieno suo figliuolo, e furono in concetto di personaggi dotati di molto valore e merito, erano creature di lui. Così Aureliano e Probo, che riuscirono dipoi insigni imperadori, da lui riconobbero il principio dell'alta loro fortuna. Secondo il catalogo del Bucherio[2068], Lolliano fu da lui creato prefetto di Roma nell'anno precedente; Valerio Massimo nel presente. Contuttociò mancava di molto a Valeriano per divenire un eccellente imperadore. Egli non avea petto, nè quella forza di mente e di coraggio che serve ai principi grandi, per operare intrepidamente gran cose ne' proprii regni, e per mettere il cervello a partito ai nemici de' suoi regni[2069]. La prudenza sua scompagnata da questo vigore il rendeva diffidente e troppo guardingo, per timor sempre di non errare. L'inoltrata sua età contribuiva non poco ad indebolir ancora l'animo suo. Contuttociò s'applicò egli bravamente agli affari; ed in vero sotto di lui egregiamente procedeva il governo civile dei popoli. Ma si cominciarono a scatenar disastri da ogni parte. Durava tuttavia la peste; le nazioni germaniche verso il Reno facevano frequenti scorrerie nella Gallia; le scitiche, passato il Danubio, andavano desolando la Tracia, Mesia e Macedonia; e i Persiani dal canto loro non cessavano d'infestar la Mesopotamia e la Soria. Mancano a noi storie che mettano per ordine e riferiscano ai lor anni proprii que' fatti. Troviamo anche nelle medaglie di quest'anno[2070] mentovata una vittoria degli Augusti, ma senza che apparisca in qual paese e contra chi fosse riportata. In una lettera[2071] scritta da Valeriano Augusto a Ceionio Albino prefetto di Roma nell'anno seguente, e in alcuni altri dipoi, egli chiama Aureliano, che fu dipoi imperadore, liberatore dell'Illirico e ristoratore delle Gallie. Potrebbe essere che questi nell'anno presente desse qualche buona percossa ai Goti che malmenavano l'Illirico, ovvero ai Germani che sconciamente infestavano le galliche contrade. Abbiamo ancora nel Codice[2072] un rescritto fatto in quest'anno dagli imperadori Valeriano e Gallieno, e da Valeriano nobilissimo Cesare. Chi sia questo Valeriano Cesare, s'è disputato fra gli eruditi, e resta tuttavia indecisa la lite. I più l'hanno creduto Publio Licinio Valeriano, secondogenito di Valeriano Augusto; ma il padre Pagi[2073] pretende ch'egli fosse Publio Licinio Cornelio Salonino Valeriano, figliuolo di Gallieno Augusto, e nipote di Valeriano seniore Augusto, il quale si sa di certo che ebbe il titolo di Cesare e di principe della gioventù. Certamente a' tempi ancora di Trebellio Pollione[2074] punto controverso era, se Valeriano secondogenito di Valeriano seniore avesse avuto il titolo di Cesare ed anche d'Augusto; nè le medaglie decidono questo punto. Esse bensì, e in molta copia, ci assicurano che Salonino Valeriano figliuolo di Gallieno fu ornato del titolo cesareo. Ma una nobile iscrizione, da me pubblicata[2075], spettante all'anno 259 può qui togliere ogni dubbio, veggendosi ivi registrati Valeriano e Gallieno Augusti, ed insieme con loro Publio Cornelio Salonino Valeriano Nobilissimo Cesare. Se Valeriano fratello di Gallieno fosse stato Cesare allora, di lui ancora si sarebbe fatta menzione. Tale era bensì Salonino. E però le medaglie[2076] che parlano di Valeriano Cesare, e sono attribuite al figlio secondogenito di Valeriano Augusto, abbiam giusto motivo di credere che appartengano a Salonino Valeriano Cesare figlio di Gallieno. Di qui finalmente apprendiamo che la dignità di chi era solamente Cesare, e non imperadore Augusto, portava seco molta autorità, da che il nome loro si comincia a veder negli editti.
NOTE:
[2067] Trebel. Pollio, in Triginta Tyrannis, c. 17.
[2068] Cuspinianus Bucherii.
[2069] Zosimus, lib. 1, cap. 36. Aurelius Victor, in Epitome.
[2070] Mediobarbus, in Numismat. Imper.
[2071] Vopiscus, in Aurel.
[2072] Leg. 11 de Fideicommisso, tit. 4, C. de Transaction.
[2073] Pagius, in Crit. Baron.
[2074] Trebellius Pollio, in duobus Gallienis.
[2075] Trebellius, Novus Inscript., pag. 360, n. 5.
[2076] Mediobarbus, ibidem.
Anno di CRISTO CCLVI. Indizione IV.
STEFANO papa 3. VALERIANO imperadore 4. GALLIENO imperadore 4.
Consoli
MASSIMO e GLARRIONE.
V' ha chi dà il nome di Valerio al primo di questi consoli, cioè a Massimo, senza che se ne veggano buone prove. Il medesimo ancora vien detto console per la seconda volta, quasichè egli lo stesso fosse ch'era stato promosso al consolato nell'anno 253, o pure ch'egli fosse quel Massimo che nel precedente anno esercitò la carica di prefetto di Roma. Perchè qui si lavora solamente di conghietture, amo io meglio di mettere il solo suo certo cognome, che di proporlo con nomi dubbiosi. Già dissi non essere agevol cosa lo sbrogliare i tempi e le avventure di questi imperadori per penuria di memorie. Però, camminando a tentone, l'Occone e il Mezzabarba[2077] rapportano all'anno presente alcune medaglie, dove si parla di una vittoria germanica; e pure in niuna di esse troviamo la tribunizia podestà terza o quarta di Valeriano, che ci assicuri dell'anno presente. Tuttavia, essendovene una di Gallieno Augusto, in cui si legge la di lui tribunizia podestà quarta, e la stessa vittoria germanica, bastante fondamento ci resta di credere vittoriose in quest'anno l'armi romane contra dei Germani. E probabilmente il giovane Gallieno Augusto quegli fu ch'ebbe l'onore di tal vittoria. Nel rovescio di una medaglia di Valeriano suo padre, attribuita dal Mezzabarba all'anno presente, si legge: GALLIENVS CVM EXERCITV SVO, in un'altra ad esso Gallieno è dato in questi medesimi tempi il titolo di Germanico. Aurelio Vittore[2078] ed Eutropio[2079] scrivono che Gallieno ne' primi anni del suo imperio fece alcune imprese con valore e fortuna nelle Gallie, da dove scacciò i Germani. Abbiamo parimente da Zosimo[2080], che vedendo Valeriano desolato l'Oriente dai Barbari, determinò di correre a quelle parti con un esercito, lasciando al figliuolo Gallieno la cura di opporsi agli altri Barbari che maltrattavano le provincie romane dell'Europa. Però Gallieno, siccome quegli che conosceva maggiore il bisogno contra dei Germani, popoli fieri, i quali calpestavano tutto dì gli abitatori delle Gallie, passò in persona al Reno, dando ad altri capitani ordine di opporsi ai Borani, Carpi, Goti e Burgundi, che recavano continui travagli alla Tracia e alla Mesia. Postatosi Gallieno alle ripe del Reno, talvolta impediva ai nemici il passaggio, e, se pur passavano, dava loro addosso. Ma non avea egli tali forze da poter fare lungo e vigoroso contrasto a que' nuvoli di gente che da varie parti della Germania, allettati dalla gola del bottino, calavano alla distruzion delle Gallie. Perciò ricorse al ripiego di far lega con uno di quei principi della Germania, lavorando, come si può credere, di regali, di contanti e di promesse per l'avvenire; ed essi da lì innanzi quei furono che impedirono agli altri Germani il passare il Reno; e se pur passavano, tosto moveano loro guerra. Ed è da notare[2081] che in questi tempi si comincia ad udire il nome de' Franchi, popolo della Germania anch'esso, che unito con altri infestava le terre de' Romani.
NOTE:
[2077] Occo et Mediob., Numism. Imperator.
[2078] Aurelius Victor, in Epitome.
[2079] Eutrop., in Breviar.
[2080] Zosimus, lib. 1, cap. 30.
[2081] Vopiscus, in Aurelian.
Anno di CRISTO CCLVII. Indizione V.
STEFANO papa 4. SISTO papa 1. VALERIANO imperadore 5. GALLIENO imperadore 5.
Consoli
PUBLIO LICINIO VALERIANO AUGUSTO per la quarta volta e PUBLIO LICINIO GALLIENO AUGUSTO per la terza.
Fin qui potè lodarsi della mansuetudine e clemenza di Valeriano Augusto il popolo cristiano, avendolo egli favorito, non che lasciato vivere in pace; ma in quest'anno si cangiò sì fattamente il cuor d'esso imperadore, che divenne persecutor mortifero e fiero degli adoratori di Gesù Cristo[2082]. Macriano, che dal fango s'era alzato ai primi onori della corte, e godeva spezial confidenza e possesso nel cuor di Valeriano, quegli fu che, per attestato di san Dionisio, vescovo allora d'Alessandria, sovvertì il regnante, facendogli credere che fra le tante disavventure, ond'era allora oppresso l'imperio romano, conveniva valersi della magia e della invocazione de' demonii: al che essendo troppo contraria la religion de' cristiani, bisognava sterminarla. Nè probabilmente dimenticò di attribuire ad essa religion la folla delle pubbliche disgrazie: che così erano soliti di fare i pagani[2083]. Vedremo poscia costui aspirar all'imperio, e ricevere da Dio per mano degli uomini il gastigo delle sue iniquità. Ebbe dunque principio in quest'anno la persecuzion di Valeriano, che andò poi crescendo, e solamente cessò allorchè la mano di Dio si fece sentire anche sopra questo crudel nemico del suo nome, con restar egli prigion de' Persiani. Intorno a ciò è da vedere la storia ecclesiastica[2084]; nè altro ora dirò io, se non che santo Stefano romano pontefice nell'anno presente gloriosamente sostenne la morte, confessando la fede di Gesù Cristo, ed ebbe per successore Sisto nel pontificato. Furono anche in pericolo, e perciò si ritirarono, due insigni campioni della Chiesa di Dio, cioè i santi Dionisio vescovo d'Alessandria, e Cipriano vescovo di Cartagine, per tacere degli altri. Si moltiplicavano intanto le guerre, e da ogni parte si trovava angustiato dai Barbari nemici il romano imperio. Era già qualche tempo che Sapore re de' Persiani non lasciava passar anno che non iscorresse coll'esercito suo a danni della Mesopotamia e della Soria. Maggiori ancora furono i rumori e danni che si sentirono dalla parte della Tracia e della Mesia, perchè i Goti con altre nazioni abitanti di là dal Danubio vi faceano delle frequenti incursioni. Zosimo[2085] arriva a dire che i Borani, i Goti, i Carpi, i Burgundi non lasciarono parte dell'Illirico, dove non facessero delle scorrerie e saccheggi, che giunsero fino in Italia, senza trovarvi chi loro facesse resistenza. Comandava allora l'armi romane nella Tracia[2086] Marco Ulpio Crinito, uomo di gran vaglia, creduto della casa di Traiano imperadore, e già stato console nell'anno 258. Quali imprese egli facesse per reprimere la petulanza di que' Barbari, nol sappiamo. Tale nondimeno era il di lui credito, che fu creduto inclinar Valeriano a dargli il titolo di Cesare: cosa nondimeno poco verisimile per le conseguenze che ne poteano avvenire in danno dei proprii figliuoli e nipoti. Giunio Donato fu prefetto di Roma in quest'anno.
NOTE:
[2082] Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 10.
[2083] Baron., in Annalib. Pagius, Critic. Baron. Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[2084] Anastasius. Baronius. Pagius. Tillemont. Blanchinius et alii.
[2085] Zosimus, lib. 1, cap. 31.
[2086] Vopiscus, in Aurelian.
Anno di CRISTO CCLVIII. Indizione VI.
SISTO papa 2. VALERIANO imperadore 6. GALLIENO imperadore 6.
Consoli
MEMMIO TOSCO e BASSO.